la Biblioteca di via Senato Milano mensile anno II n.8 – settembre 2010 Dante e l’Islam, la prossima mostra in BvS Matteo Noja Sebastiano Erizzo: pagine di Utopia e Buongoverno Gianluca Montinaro Libri d’autore per i 150 anni di Casa Campari Giacomo Corvaglia la Biblioteca di via Senato - Milano MENSILE DI BIBLIOFILIA – ANNO II – N.8/13 – MILANO, SETTEMBRE 2010 Sommario 5 L’Utopia: prìncipi e princìpi PEGGIO LA REPUBBLICA, SE NON È SERENISSIMA di Gianluca Montinaro 10 La prossima mostra in BvS LA “SCALA” DI MAOMETTO TRA INFERNO E PARADISO di Matteo Noja 21 Libri d’autore come “pubblicità” CASA CAMPARI: 150 ANNI CON IL GUSTO DELL’ARTE di Giacomo Corvaglia 25 inSEDICESIMO – le rubriche APPUNTAMENTI, CATALOGHI, RECENSIONI, L’INTERVISTA D’AUTORE, ASTE E MOSTRE 41 Libri illustrati in BvS LA “BYBLIS” DELLA ILLUSTRAZIONE FRANCESE, UNA RACCOLTA DE LUXE / 3 di Chiara Nicolini 49 BvS: il libro ritrovato IN ONORE DI FERDINANDO I E IN ETERNA MEMORI DEL BODONI di Chiara Bonfatti 56 BvS: rarità per veri bibliofili TUTTO IL SAVONAROLA DI CHIESA, E CHE FU DI PIERO GINORI CONTI di Arianna Calò 61 Gestire la casa e la cosa pubblica* ANTICHI E MODERNI: SENOFONTE, IL PADRE DELL’OIKONOMÌA di Dario Del Corno 68 BvS: un’utopia sempre in fieri RECENTI ACQUISIZIONI DELLA NOSTRA BIBLIOTECA di Chiara Bonfatti, Arianna Calò, Giacomo Corvaglia e Annette Popel Pozzo 72 La pagina dei lettori BIBLIOFILIA A CHIARE LETTERE * tratto da L’Erasmo n.18 novembre/dicembre 2003, Capolavori d’economia Consiglio di amministrazione della Fondazione Biblioteca di via Senato Marcello Dell’Utri (presidente) Giuliano Adreani, Carlo Carena, Fedele Confalonieri, Maurizio Costa, Ennio Doris, Paolo Andrea Mettel, Fabio Perotti Cei, Fulvio Pravadelli, Carlo Tognoli Segretario Generale Angelo De Tomasi Collegio dei Revisori dei conti Achille Frattini (presidente) Gianfranco Polerani, Francesco Antonio Giampaolo Fondazione Biblioteca di via Senato Elena Bellini segreteria mostre Chiara Bonfatti sala Campanella Arianna Calò sala consultazione Sonia Corain segreteria teatro Giacomo Corvaglia sala consultazione Marcello Dell’Utri conservatore Margherita Dell’Utri sala consultazione Claudio Ferri direttore Luciano Ghirelli servizi generali Laura Mariani Conti archivio Malaparte Matteo Noja responsabile dell’Archivio e del Fondo Moderno Donatella Oggioni responsabile teatro e ufficio stampa Annette Popel Pozzo responsabile del Fondo Antico Gaudio Saracino servizi generali Stampato in Italia © 2010 – Biblioteca di via Senato Edizioni – Tutti i diritti riservati Direttore responsabile Angelo Crespi Bollettino mensile della Biblioteca di via Senato Milano distribuito gratuitamente Ufficio di redazione Matteo Tosi Progetto grafico e impaginazione Elena Buffa Coordinamento responsabile pubblicità Margherita Savarese Fotolito e stampa Galli Thierry, Milano Referenze fotografiche Saporetti Immagini d’Arte Snc, Milano L’editore si dichiara disponibile a regolare eventuali diritti per immagini o testi di cui non sia stato possibile reperire la fonte Immagine in copertina: Dante, La Divina Commedia. Illustrazioni di Dalí, (part.) Firenze-Roma, Arti e Scienze SalaniOfficina Bodoni, 1963-1964 Direzione e redazione Via Senato, 14 – 20121 Milano Tel. 02 76215318 Fax 02 782387 [email protected] www.bibliotecadiviasenato.it Questo periodico è associato alla Unione Stampa Periodica Italiana Reg. Trib. di Milano n. 104 del 11/03/2009 Editoriale eri o presunti che siano, i cinque Diari di Mussolini di cui abbiamo presentato qualche pagina in anteprima ai lettori di questo nostro “bollettino”, hanno ormai preso la via della pubblicazione integrale per i tipi di Bompiani, che dal prossimo novembre porterà in libreria l’intera agenda del 1939. Per rispetto del “nuovo” editore, quindi, sospendiamo fin da subito le nostre anticipazioni, anche se ci sarebbe piaciuto regalarci un’ultima chicca di stampo letterario, ossia le riflessioni del Duce attorno alla figura e all’opera di D’Annunzio, in occasione del funerale dello scrittore. Il nostro dispiacere per queste pagine precocemente archiviate, però, è ben compensato da una nuova rubrica che prende le mosse già da questo numero e che, nei mesi a venire, continuerà a presentare i più luminosi e interessanti trattati rinascimentali in materia di Utopia e Buon Governo, tema particolarmente caro alla nostra Fondazione. V Chi avrà la voglia e il piacere di sfogliare queste nostre pagine, poi, troverà ad attenderlo anche un’altra novità: una prima presentazione della mostra che dalla fine del prossimo mese aprirà i battenti presso i nostri spazi, per indagare i rapporti “segreti” tra Dante e l’Islam attraverso diversi esemplari pregiati del Corano, della Divina Commedia e non solo. Un percorso affascinante e controverso che, lungi dal voler sminuire l’estro e il genio del Poeta, dà semmai conto della sua sorprendente conoscenza “globale” del proprio tempo. Secoli che qualcuno si ostina a definire “bui”, ma che, come dimostra la stessa Commedia, furono caratterizzati da un luminoso e prolifico intreccio di culture, tradizioni e religiosità differenti, capaci di non scontrarsi tra loro anche e soprattutto grazie all’intuizione e all’opera di mirabili principi committenti. Forse, una lezione anche per la nostra quotidianità. settembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 5 L’Utopia: prìncipi e princìpi PEGGIO LA REPUBBLICA, SE NON È “SERENISSIMA” Il trattato “segreto” dell’Erizzo, stampato a Venezia nel 1571 GIANLUCA MONTINARO uando, a metà del XVI secolo, iniziano a diffondersi capillarmente, prima in Italia e quindi in Europa, le opere di Niccolò Machiavelli, tomi di riflessioni sulla natura, sui fini e sui mezzi della politica (ovvero l’arte della politica) invadono il mercato librario. La trattatistica politica, fino a Seicento inoltrato (si pensi alla nota biblioteca di don Ferrante nei Promessi sposi), diviene terreno di confronto e abituale argomento di discussione all’interno delle cerchie nobiliari e intellettuali. Questa vasta selva di opere, spesso scritte in risposta al Principe del Segretario fiorentino (libro vergato «dal dito di Satana» secondo la celebre definizione datane dal cardinale inglese Reginald Pole), abbraccia e percorre, nell’arco di quasi un secolo, teorie politiche molto diverse fra loro. Sostenitori (pochi) e detrattori (molti) di Machiavelli si scontrano aspramente sulla esiziale questione dell’origine del potere, ovvero della sovranità. Originata da un patto, scaturita dal caso, voluta da Dio, cercata dagli uomini, sostenuta da leggi sempiterne o in balia del Fato, la sovranità - secondo i trattatisti del Rinascimento - si configura comunque e in ogni caso come una utopia da ricercare, un orizzonte di stabilità ultima al quale tendere, una possibilità - ovvero l’unica – per governare il caos del mondo. Solo una stabile sovranità può essere in grado di amministrare lo Stato secondo principi improntati alla ragione e non alla tirannia, alle leggi di Dio e non ai soprusi degli uomini. Q Frontespizio di Trattati overo discorsi di Bartolomeo Cavalcanti, 1571 Questo grande sogno rinascimentale, che la Fondazione Biblioteca di via Senato sta indagando grazie al progetto “La Biblioteca dell’Utopia”, ha spinto molti dei più grandi intellettuali del XVI e XVII secolo a misurarsi con le teorie della politica. Alcuni affascinati dagli arcana imperi, altri convinti di agire per il bene dello Stato (o del principe), altri ancora per amore verso Dio (cioè verso «l’universale Republica Christiana») hanno prodotto mastodontiche opere in più tomi piuttosto che in agili libelli di poche pagine. Fra questi ultimi, quasi sconosciuto anche al pubblico degli studiosi, si colloca un breve opuscolo, pubblicato in coda al Trattato sopra gli ottimi reggimenti delle repubbliche antiche et moderne di Bartolomeo Cavalcanti (Venezia, Jacopo Sansovino, 1571): il Discorso de i governi civili del nobile veneziano Sebastiano Erizzo. Politico e letterato, Erizzo (1525-1585) passa buona parte della sua esistenza a Venezia. Della sua vita non si sa molto, tranne che come altri nobili veneti percorre il cursus honorum della Serenissima, arrivando a sedere nel Consiglio dei Dieci. A testimonianza dei suoi interessi culturali rimangono anche un commento a Petrarca (Esposizione delle tre canzoni di messer Francesco Petrarca, 1561), la traduzione di alcuni dialoghi di Platone e una raccolta di novelle dal titolo Le sei giornate (1567). Nel Discorso de i governi civili, Erizzo, «discorrendo con maraviglia i mutamenti e le cadute di tanti alti regni, di così potenti imperii e di tante famose republiche nel mondo», si propone di indagare quale «siano le cagioni de i mutamenti delle forme de i governi». 6 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2010 Ovvero di comprendere i motivi per i quali le forme di governo tendono alla degenerazione, attentando all’integrità dello Stato e minandone alla base la sovranità. Influenzato come molti altri trattatisti dell’epoca da Aristotele (con la sua teoria della degenerazione delle forme di politica recta in politica obliqua) Erizzo si domanda se «ritrovare si possa una forma di Republica così bene ordinata che lungamente duri e che per molti secoli si mantenga in vita». Perché ciò avvenga è necessario (tratto comune a tutti i trattatisti rinascimentali) opporsi ai tiranni e alla tirannide. Si utopizza l’ottima organizzazione statale, cioè una forma di governo nel quale non vi sia prevalere di parti, ma piuttosto un governo affidato alle leggi secondo un sistema perfetto di garanzia e di controllo o, in alternativa, una monarchia strettamente subordinata alle leggi, che ponga come finale obiettivo la felicità e la libertà del popolo. Ciò che più nella sostanza viene indagato è la ricerca di quell’ordinamento dello Stato tale che non crei ab origine le condizioni per l’acquisto del potere da parte del tiranno ma anche, più in generale, l’esercizio arbitrario del potere stesso. Come detto, più che al Platone della Repubblica, i trattatisti guardano alle teorie esposte da Aristetele nella Politica. Non si cercano più utopie ideali, ma utopie pragmatiche. Per lo Stagirita tre sono le forme di governo. Ma esse possono cadere nell’esercizio violento. «La tirannia è la corruttione del regno. La podestà dei pochi è la corruttione de gli ottimati. Lo Stato popolare è la corruttione della Republica. Queste sono le tre specie non diritte de i governi civili». Alla base del suo ragionamento, alla ricerca della «Republica che lungamente si mantenga in vita» Erizzo pone la condizione che il «cittadino non debba partecipare alla podestà se non ad utilità del commune», anteponendo quindi gli interessi dello Stato ai suoi propri particolari. Una sovranità indirizzata solo verso l’utile personale si configura, per Erizzo, come tirannia. Quasi sempre, nei trattatisti cinquecenteschi, l’opposizione alla tirannide ha carattere generico, richiamandosi più a una valutazione moralistica che a una interpretazione politica e giuridica del fondamento del potere. Già Coluccio Salutati, nel XV secolo, aveva posto la questione in modo problematico nel De tyranno. Il problema non era tanto riscontrabile dall’illegittimità originaria del potere, quanto dall’esercizio svolto senza «sindacato governo». Cento anni più tardi in Agostino Nifo appare un cenno di distinzione tra il tiranno exercitio e quello ex defectu tituli. Nel suo trattato De regnandi peritia, i primi quattro libri - che in gran parte sono solo una mediocre traduzione del Principe di Machiavelli - sono dedicati alla descrizione dei vari metodi di esercizio della tirannide, indipendentemente dalla valutazione della legittimità del potere, mentre il quinto libro, che è nella sostanza frutto del pensiero del Nifo, si specifica il concetto di tirannide ex defectu tituli, in relazione, cioè, all’illegittimità dell’acquisto del potere. Per gli altri teorici della politica, il tiranno è «truculentissima bestiarum omnium» perché non persegue la giustizia e la felicità del popolo; infierisce sugli uomini; governa senza leggi perseguendo il suo utile personale; è un flagello attraverso il quale Dio castiga gli uomini. Sabba da Castiglione pone una differenza tra i principi legittimi e i tiranni: quelli «con giusto titolo ragionevolmente godono e possedono li loro stati», questi non posseggono lo Stato con giusto titolo, ma governano a dispetto di tutti, contro Dio, i santi, l’anima, la giustizia, le leggi. Alla stregua del governo dispotico di uno, si configurano ugualmente come tirannici i regimi oligarchici, basati sul principio dell’esclusione. Ma la condanna più forte da parte dei trattatisti del XVI secolo è verso i regimi democratici e popolari. Essi sono preda della demagogia, fonte di instabilità, violenza e bramosie particolari. Tommaso Garzoni è addirittura categorico nel dire che il governo del popolo è senza dubbio il peggiore. Sul popolo, considerato come strato sociale inferiore della società, sono espressi giudizi fortemente negativi: «della instabilità e mutation del vulgo - scrive Cosimo Bartoli - sarà facile dimostrare gli esempii delle cose seguite, così a tempo de gli antichi come a quello de’ moderni: percioché ne sono piene le istorie». Lo stesso Bartoli, che all’instabilità e alla passionalità delle folle dedica tutto un intero discorso, paragona poi il volgo al mare, che fluttua sempre senza riposarsi mai. La folla, scrive Grimalio, è «imperita sine mente et capite». Vile e bestiale, governata solo dall’impeto delle settembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 7 passioni la giudica Garimberti; e ancora Francesco Salviati: palla a vento «la quale, se gonfiata, ogni picciola cosa muove» e che fa come i cani, «si getta sempre là dove senta il remore e va verso le grida: e sia amico o nemico, corre dietro a chi fugge». La visione di Sebastiano Erizzo è fortemente negativa. Influenzato da Aristotele, ma anche dalla visione ciclica della storia di Polibio, Erizzo nella ventina di pagine che compongono il suo trattato (indirizzate all’amico Girolamo Venier) traccia una sorta di filosofia della storia, un percorso di nascita, formazione e morte delle forme politiche, avvertendo preliminarmente che «se un ordinatore di una Republica, o un governo civile, introduce in una città una delle tre specie diritte della Republica, corre gran rischio di corruttione, e di mutamento di Stato, perché egli non può trovar rimedio, a fare che quello governo, quantunque buono, non isdruccioli nel suo contrario». Il ragionamento di Erizzo è semplice nella sua brutalità. Dallo stato di natura gli uomini, avendo «eletto di vivere insieme» costituiscono le leggi e delegano un “sovrano” («giudicato degno d’esser prencipe loro») alla salvaguardia delle norme della convivenza civile perché «il commandare e l’ubidire è cosa naturale». Presto il sovrano, traviato dalla «troppa copia ed abondanza de i beni», abbandona la via della giustizia per quella dell’arbitrio, facendo scivolare il regno nella tirannide. E’ allora che i migliori cittadini (gli aristocratici) rovesciano il potere, instaurando il «governo de gli ottimati». Facendo riferimento al V libro della Politica di Aristotele, Erizzo ricorda che «per la troppa imperiosa signoria, la quale usano i pochi con troppa licentia» gli ottimati diventano presto oligarchi. È in questo momento, in seguito a un altro stravolgimento politico, che si instaura l’ultima forma di politica retta: il «governo della Republica in mano a più persone». Anch’essa è destinata a scivolare: «spenta che fu poi quella generatione che l’haveva ordinata, e che i giovani nati di loro tenevano il governo de la Republica, e che di tempo in tempo pervenne l’amministratione delle cose a i nepoti, questi stimando assai meno la ragione e l’equalità civile, ciascuno di essi cercava di potere di più nella Republica de gli altri. E più de gli altri affettavano questo li più ricchi, onde tutta la ragione della città era nella forza, e così subito si Dei governi civili di Sebastiano Erizzo, 1570 venne alla licentia, sì che non si temevano più né gli huomini privati né i publici, di maniera che vivendo ciascuno a modo suo senza tema, over rispetto di leggi, si facevano ogni dì mille ingurie, con la moltitudine avezza ad usurpare i beni altrui». Il ciclo della storia è quindi pronto a ripetersi daccapo, con un «solo crudele signore» che avrebbe riportato la pace nello stato di natura nel quale era scivolato il regime democratico-popolare, imponendo il rispetto delle leggi e della restaurata sovranità monarchica (sempre che, nel frattempo, nota Erizzo, uno Stato estero, approfittando delle difficoltà interne, non lo conquisti e annienti). «Et questo è il rivolgimento delle Republiche quasi in un cerchio col quale si sono governate, e si governano, e questo è il naturale periodo di quelle, col quale si mutano e si rivolgono, e di nuovo ritornano nel 8 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2010 medesimo stato, il che rade volte aviene, cioè, che ritornar possano nel governo medesimo, perché quasi niuna Republica può esser tanto durevole, che possa più volte passare per questi mutamenti e rimanere in piedi, peroché per lo più le aviene che nel travagliare una Republica a guisa di una nave nelle tempestose onde del mare, mancandole sempre consiglio, e forza, viene occupata e soggiogata da uno Stato propinquo che sia meglio ordinato di lei». In fondo, per Erizzo, ogni Stato è destinato a passare attraverso le tre forme di governo e le rispettive degenerazioni. È «cosa naturale che nulla in questo mondo stia in un medesimo stato, ma riceva mutatione con un certo rivolgimento di tempo, secondo il girare de’ cieli». Per la soluzione, Erizzo si ispira ancora ad Aristotele. La migliore forma di governo possibile è lo Stato a costituzione mista, cioè quel governo che comprenda nel suo ordinamento la parte buona di ognuna delle tre forme rette. Esse, tutte insieme, possono arginare lo scivolamento verso la degenerazione obliqua. Erizzo ravvisa perfetti esempi di stati a costituzione mista nella Sparta ordinata da Licurgo e nella Repubblica romana. Senza dichiararlo Erizzo pensa anche alla sua Venezia, straordinario esempio di sopravvivenza secolare e di unità sociale, basata su una costituzione in grado di an- Bibliografia: L. Grimalio, De optimo senatore, Venetiis, apud Iordanum Zilettum, 1568, p. 39: «Regis officium sciat esse non suae sed publicae civium utilitati consiliare, legibus parere, ius et liberlalem populi servare». Cfr. A. Nifo, De regnandi peritia in Id., Opuscula moralia et politica, Venezia, Amadei, 1545, libro V, cap. I: «Tyrannicum quidem regnandi genus omne illud est, quod non per successionem nec per electionem procedit, sed per omnem quemvis alium modum ex his quos in primo libro enumeravimus, per fortunam, sulera, arma, vim, dolum, seditionum factionem oc civium favorem». M. A. Natta, De principium doctrina, nullare gli squilibri che ne possano intaccarne la compattezza. Venezia è appunto “Serenissima” perché è proverbiale l’armonia del suo assetto interno. Erizzo non è l’unico fra i trattisti a guardare a Venezia come a un modello. Fra gli altri si possono ricordare Durandino, Cavalcanti, Girolamo Garimberti, Ugo Bresciani, Paolo Giustiniani e Giasone de Nores. Insomma si paragona Venezia a Roma: Anton Francesco Doni, ne La zucca, la chiama «patria del mondo», «tempio di giustizia», «sole tra le stelle». Varchi l’addita come luce e speranza d’Italia. E Donato Giannotti dedica alla Serenissima la sua opera più importante: Della Repubblica de’ Venetiani (1540). Il libello di Erizzo si chiude infine con un significativo invito all’azione pragmatica e alla riflessione individuale sui dati forniti: «voi dalle cose dette, sapendo i modi co i quali è necessario che tutti i regni, i governi e le republiche si moiano e come si trasmutino di una nell’altra, potrete facilmente conoscere e giudicare, sapendo in ciò aggiugnere e applicare l’ultime cose alle prime, non solo l’accrescimento e lo stato di ogni republica ma ancora predire il fine e la riuscita di quanto ha da succedere a quella». È compito dell’individuo governarsi con saggezza, sapienza e giusta misura. Francofurti, ex officina Zachario Paltheniana, 1603, p. 1. F. Figliucci, De la politica overo scienza civile, In Venetia, Somascho, 1583, pp. 137-140 e 166-168. G. Garimberti, De regimenti publici de la città, In Vinegia, appresso Girolamo Scotto, 1544, pp. 45-47. B. Bombini, Discorsi intorno il governo della guerra et governo domestico, In Vinetia, Francesco de Franceschi, 1583, disc. VII, «Il tiranno». S. da Castiglione, Ricordi, Venegia, Gherardo, 1554, p. 55. T. Garzoni, La piazza universale, In Venetia: appresso Gio. Battista Somasco, 1587, p. 233; «non si può agevolmente giudicare quale delle tre politie sia la migliore, havendo ciascuna i suoi difensori e partigiani. Ma infiniti sono quelli che giudicano il governo del popolo per lo peggiore ». C. Bartoli, Discorsi historici, In Venetia, appresso Francesco de Franceschi senese, 1569, p. 45. Ibidem, p. 39; cfr. pure tutto il discorso VII. L. Grimalio, De optimo senatore, cit., p. 16. G. Garimberti, De regimenti publici, cit., p. 17. F. Salviati, Discorso sopra le prime parole di Tacito, in C. Tacito, Annali, trad. da G. Dati, Venezia, Giunti, 1582, p. 3. settembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 11 “Dante e l’Islam”, la prossima mostra in BvS LA “SCALA” DI MAOMETTO TRA INFERNO E PARADISO Lo splendore della “Commedia” e le sue probabili fonti islamiche MATTEO NOJA a costruzione dell’identità europea inizia dalla quelle derivanti dal suo rapporto con l’Islam. cultura, disse Jean Monnet, il primo segretario Proprio in un’epoca come quella attuale, nella della Società delle Nazioni. La cultura europea quale si assiste a una contrapposizione drammatica tra non è mai stata univoca, neanche durante l’impero roil mondo occidentale e quello islamico, giova ricordare mano, che si mostrò rispettoso verso il pensiero e il mocome il periodo in cui visse Dante, il periodo dei cosiddo di vivere dei popoli che andava conquistando e sotdetti “secoli bui”, fu comunque un periodo fecondo e tomettendo. Questa cultura si è sempre basata su un decisivo della nostra storia, della storia occidentale; confronto incessante a più voci, tra varie etnie, credi requesta sua felice peculiarità deriva anche dal fatto che i ligiosi, filosofie. A volte con grande spargimento di rapporti fra il mondo cristiano e il mondo musulmano – sangue, nel tentativo di far prevalere l’una o l’altra idea, a dispetto delle feroci guerre di religione che contradl’una o l’altra fede. A volte, invece, con un proficuo e distinsero quegli anni –, si fecero molto più stretti, in mutuo vantaggio. tutta l’area mediterranea. Il dialogo culturale che rappresenta le radici della nostra civiltà si è formato indubbiamente nel cristianesimo, giunto a vivificare spiritualmente la tradizione In molti modi in Europa si è cercato di attenuare della razionalità greca e romana, ma altrettanto certal’importanza dell’influsso della cultura islamica; somente è stato permeato e stimolato dalle correnti di prattutto il mondo accademico occidentale ha cercato pensiero del Vicino Oriente, ebraico e arabo. di nascondere o dimenticare i debiti culturali verso Ai nostri giorni, nei quali si riscoprono odi razziaquesta civiltà nel periodo che va dal IX al XVII secolo, li e religiosi mai sopiti, va sottoliciviltà che si espresse nell’Impero neato che per capire la nostra idenOttomano e nelle corti di Baghdad, tità non si può fare a meno di nessuIn occasione della grande mostra di Damasco e del Cairo, e che poté na di queste voci. Di alcune di quevantare personaggi illuminati come dal titolo Al-Fann. Arte islamica, ste, meno percepite nel passato per Solimano il Magnifico. Civiltà che organizzata dal Comune di Milano motivi ideologici, politici e religioriprendendo il sapere classico, soa Palazzo Reale in collaborazione si, solo ora l’Europa comincia a prattutto greco, lo aggiornò, rencon il Museo del Kuwait dal 18 prendere coscienza; tra queste, dendolo comprensibile per il proottobre prossimo, la BvS con la mostra Dante e l’Islam vuol fornire un’insolita prio tempo: i suoi matematici creaDante, La Divina Commedia. rono l’algebra e gli algoritmi, renpremessa per meglio comprendere dendo possibile lo sviluppo della Illustrazioni di Dalí, Firenze-Roma, il fitto scambio culturale in atto tecnologia; i suoi medici esaminaArti e Scienze Salani-Officina sin dal Medioevo tra i popoli cattolici rono scientificamente il corpo Bodoni, 1963-1964 e islamici nel bacino del Mediterraneo. L 12 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2010 Comento di Cristophoro Landino fiorentino sopra la Commedia di Dante Alighieri poeta fiorentino, Brescia, Bonino de’ Bonini, 1487 umano, cercando nuove cure per le malattie; i suoi astronomi scrutarono i cieli, dando nomi alle stelle e fornendo indicazioni per i viaggiatori e i marinai. I suoi scrittori cominciarono a narrare incredibili storie romantiche, d’avventura, di magia; i suoi poeti ricominciarono a parlare d’amore, fornendo il modello per un codice di comportamento che porterà al cosiddetto “amor cortese”. Lo scambio, naturalmente, fu maggiore da quando gli arabi conquistarono la penisola iberica: da lì introdussero in tutta Europa il loro pensiero e i loro usi e costumi, facendo riscoprire, dopo secoli d’oblio, la magnificenza di una civiltà che si era persa con la caduta dell’Impero romano. In Occidente, due uomini sopra tutti incarnarono questa felice contaminazione culturale: Federico II di Svevia, lo “Stupor Mundi”, che in Sicilia costruì attorno a sé una corte di grande livello culturale sul modello di quelle arabe, favorendo, tra l’altro, la nascita della poesia italiana; e Alfonso X, il saggio re di Castiglia e Léon, che istituì una scuola di traduzione a Toledo, e la cui corte fu la via maestra, il principale centro di assimilazione, traduzione e ritrasmissione della filosofia e della scienza dei Mori e ne favorì la comunicazione in tutta Europa. Federico II Hohenstaufen di Svevia [1194-1250], imperatore del Sacro Romano Impero, re di Sicilia e re di Gerusalemme, re d’Italia e re di Germania, affascinò i contemporanei con la sua personalità eclettica. Il suo regno permise innovazioni culturali, tecnologiche e giuridiche fino ad allora impensabili, anche perché la sua corte – peraltro itinerante, quasi nomade come quelle del deserto – fu luogo d’incontro tra varie culture: quella che incarnava i princìpi greci e romani, quella cristiana e le culture del Vicino Oriente, sia arabe, sia ebraiche. L’appellativo di “Stupor Mundi” gli veniva dalla sua vivace curiosità intellettuale. Interessato alla filosofia, non trascurò l’astrologia (chiamando a corte il celebre astrologo forlivese Guido Bonatti), la matematica (corrispondendo con Fibonacci, che, al seguito del padre mercante pisano in viaggio nei paesi nordafricani, aveva imparato la matematica sui testi arabi), l’algebra e la medicina. Per favorire lo studio delle scienze naturali istituì a Palermo uno zoo che ospitava numerosi animali esotici; scrisse un trattato di falconeria che, basandosi sull’osservazione diretta, favorì un nuovo approccio scientifico verso una materia che fino ad allora era stata trattata in modo fantasioso e quasi mitico. Fu sinceramente attratto dalla cultura araba che per lui rappresentò un esempio e dalla quale fu fortemente influenzato. Poeta egli stesso, favorì a corte la presenza di numerosi poeti, italiani, provenzali e anche arabi, i cui temi e moduli espressivi contribuirono a innovare la letteratura italiana: nella sua corte si costituì infatti la cosiddetta Scuola Siciliana, che è riduttivo ricordare solo per la poesia perché si occupò altresì di filosofia, politica, giurisprudenza e matematica; essa fu comunque decisiva per lo sviluppo della letteratura – basti pensare alla istituzione di una nuova forma metrica come il sonetto –, e del volgare italiano, cercando di imporre una lingua comune settembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano che fosse in un certo senso superiore ai dialetti. Anche la grandezza di Alfonso X di Castiglia [1221-1284] dipese dalla sua continua e poliedrica attività culturale. Grande giurista, cercò, applicando il diritto romano e quello canonico e ispirandosi ad altri sistemi giuridici europei, di normalizzare con saggezza e giustizia gli usi e costumi del suo regno. Si occupò di astronomia (celebri le Tabelas Alfonsinas e il Libro del Saber de Astronomia), fu poeta e autore di uno dei primi trattati di giochi, Libro de los juegos, che spiegava gli scacchi, il gioco dei dadi e quello della “tavola reale”, precursore del moderno backgammon. Ma senza dubbio la sua opera più notevole fu l’istituzione della scuola di traduttori di Toledo, dove saggi musulmani ed ebrei traducevano dalle loro lingue i testi più importanti in castigliano e in latino: saggi di filosofia, medicina, scienza e matematica venivano finalmente messi a disposizione degli studiosi in una lingua occidentale. Accanto a loro, per ricordare la considerazione tra le due culture, va ricordata la figura di San Francesco che durante un viaggio in Egitto, volendo scongiurare ulteriori spargimenti di sangue in occasione della quinta crociata, si recò al cospetto del sultano al-Malik al-Kamil, nipote del Saladino, per recargli un messaggio di pace: la sua preghiera non venne ascoltata, ma il sultano e tutta la sua corte, intuendone la santità, provarono nei confronti del “poverello di Assisi” una rispettosa ammirazione e favorirono il suo ritorno incolume agli accampamenti cristiani. Ma è proprio Dante che, nel suo enciclopedico tentativo di raccogliere la storia e l’intero sapere del suo tempo esponendolo poeticamente nella sua Commedia, testimonia, anche se non sempre direttamente, della presenza culturale islamica in Occidente. Egli è debitore di influssi letterari e filosofici che gli vengono dalla classicità ma anche dai contemporanei. Nei suoi versi troviamo traccia di Virgilio e Ovidio, di Platone e Aristotele, del Vecchio e del Nuovo Testamento, di Tommaso, Alberto Magno, Bonaventura, Dionigi l’Areopagita, Agostino, Livio, Boezio, solo per citare alcuni dei suoi riferimenti; ma anche, infine, delle recenti tradizioni letterarie, come i romanzi cortesi francesi, le liriche provenzali e siciliane. L’itinerario di Dante nei tre regni dell’oltretomba si rivela quindi un’occasione per attraversare tutta la cultu- 13 ra del Medioevo, attraverso i personaggi, i miti e le filosofie che la sua società aveva adottato. Tra questi, non poteva non tener conto della presenza della cultura islamica in quella occidentale. Già nella citazione, nel Poema, di Maometto e di Alì, messi nell’Inferno tra i seminatori di discordia, il Poeta dimostra di avere una buona conoscenza della religione musulmana (anche se tale conoscenza era inficiata da una serie di credenze popolari che vedeva nel Profeta una sorta di antipapa eretico). Il suo collocare nel Limbo degli “spiriti magni” due filosofi arabi come Avicenna e Averroè è di per sé significativo; ed è sorprendente il suo citare Sigieri di Brabante – il più importante filosofo occidentale seguace di colui che “il gran comento feo”, oggetto di bandi e persecuzioni culturali e religiose –, oltre che in Purgatorio, addirittura in Paradiso dove è citato mentre discorre in armonia con San Tommaso, che tanto, in vita, lo avversò. Maria Corti, nei suoi più recenti studi, ha definitivamente riconosciuto l’importanza della cultura islamica nel mondo dell’Alighieri. Non tanto come dimostrazione che il Poeta ne abbia avuto coscienza diretta, ma perché questa cultura faceva parte dell’humus del quale si nutriva il suo mondo intellettuale. La celebre studiosa, Miniatura dal codice Legenda Major di San Bonaventura posseduto dal Museo Francescano di Roma (San Francesco davanti al sultano Al-Malik Al-Kamil) settembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano infatti, a proposito delle influenze della cultura araba in Dante, cercando di accertare come potesse essere entrato in relazione con quella civiltà, cita due processi di comunicazione che sembrano chiarire bene cosa avvenne: l’interdiscorsività e la intertestualità. Il concetto di interdiscorsività spiega, linguisticamente, come in una data cultura possano circolare dati, notizie, vocaboli senza che vi sia un riferimento diretto a testi precisi; l’interdiscorsività non fa riferimento a legami diretti tra vari testi, ma indica che essi rinviano a una sfera più ampia e generica: indica un modo di pensiero ed espressione diffuso e radicato. La intertestualità, invece, ci mostra come «…Dante potrebbe aver preso da un testo arabo dei modelli di struttura; per esempio da uno dei tanti testi che descrivono il viaggio nell’oltretomba di Maometto, Dante potrebbe aver preso un modello analogico; il che non significa che Dante ci abbia messo sopra gli occhi. Può averne letto un riassunto o averlo udito oralmente. Saremmo allora alle prese con il fenomeno della intertestualità». Nel 1919 l’orientalista Don Miguel Asín Palacios aveva suggerito, in un’opera molto documentata, destinata a innescare una lunga ed estenuante polemica con i più accreditati dantisti di tutto il mondo [La escatología musulmana en la Divina Comedia], che Dante avesse attinto a fonti islamiche per la “struttura” del suo viaggio. La questione delle fonti arabomusulmane della Divina Commedia, in origine era già stata sollevata in modo acuto ma approssimativo da Juan Andrés [1740-1817], un gesuita spagnolo studioso di storie delle letterature; le sue osservazioni, quindi, erano state riprese da Frédéric-Antoine Ozanam [1813-1853] a metà Ottocento e poi riformulate dal A sinistra: La Divina Commedia di Dante Alighieri…, Venezia, presso Antonio Zatta, 1757. A destra: Paradiso. Nella versione di Giorgio Petrocchi, illustrata da Monika Beisner, s.l., Edizione privata [ma Arbizzano, Stamperia Valdonega], 2005 15 noto storico delle religioni E. Blochet nel 1901. Ma fu Asín Palacios a scatenare definitivamente la discussione che si protrasse per tutto il Novecento. Lo studioso spagnolo si riferiva alle pie leggende musulmane dell’isrâ’ (“viaggio notturno”) e del mi’raj (“ascensione”) di Maometto. Tali leggende erano sorte come commento a un versetto coranico che accenna a un viaggio notturno del Profeta che viene “rapito” dalla moschea della Mecca e trasportato a quella di Gerusalemme. Da questi scarni elementi, la fantasia popolare aveva poi ricamato aggiungendo altri particolari fantastici che compaiono nelle varie redazioni del racconto: cavalli alati dal volto umano, angeli e arcangeli come guide, gli incontri con altri profeti; ma soprattutto vi aggiungerà un elemento che scatenerà l’immaginazione di poeti e scrittori musulmani d’ogni tempo: la luminosa scala dorata che permetterà al profeta di compiere la sua ascesa al cielo. Tra questi racconti, quello più conosciuto in Occidente fin dal Medioevo è appunto il Libro della Scala. Questo testo, composto in arabo nell’VIII secolo (l’originale è andato perduto), fu tradotto in castigliano nella Scuola di Toledo dall’ebreo Abraham Alfaquím, medico di Alfonso il Savio. Sempre nella stessa Scuola, nel 1264, fu tradotto in latino e francese antico da Bonaventura da Siena, uno dei tanti toscani rifugiatisi presso il re di Castiglia, che conobbe sicuramente Brunetto Latini, arrivato a Toledo fra il 1259 e il 1260. Il Libro della Scala era inoltre compreso nella Collectio Toletana, raccolta di testi islamici fatti tradurre in latino da Pietro il Venerabile, abate di Cluny. Già lo studioso italiano Enrico Cerulli [18981988], pur con qualche imbarazzo, concordava con quanto Asín Palacios aveva sostenuto, rilevando come molto importante uno degli elementi d’imitazione esposti nel confronto tra la Commedia e le leggende arabe: «Il concetto dell’ascesa dell’anima individuale nei regni ultraterreni come rappresentativa, per allegoria, della purificazione graduale dell’uomo dalle passioni terrene può, per analogia, essere apparso al genio poetico di Dante in relazione ai suoi contatti con quelle no- 16 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2010 A sinistra: ritratto di Dante da Comedia di Danthe Alighieri poeta divino…, Venezia, Giacomo Pocatela per Lucantonio Giunta il Vecchio, 1529. A destra: La Divine Comédie traduite par André Pératé, Paris, Jacques Beltrand, 1922-23 (le xilografie di Beltrand sono tratte dai disegni di Botticelli) zioni o con quegli scritti degli Arabi». E proseguiva ammettendo altre due “analogie generali” tra il Poema e il Libro: la funzione della guida e la cosmografia. A differenza delle leggende medievali dei viaggi mondani o ultramondani, infatti, la guida che Dante sceglie (Virgilio prima, Beatrice poi, e infine San Bernardo) non si limita a precederlo ma a sciogliergli dubbi e quesiti, indicargli la via e fargli conoscere le persone che incontra, al pari dell’arcangelo Gabriele che accompagna Maometto durante la sua ascensione. Così come nel Libro abbondano le discussioni intorno alla cosmografia, «la cura di situare topograficamente i regni dell’aldilà nella cosmografia generale e di analizzarne la geografia interna è un’altra singolarità di Dante nei confronti dei suoi predecessori occidentali». Come Dante fosse giunto a conoscere le leggende arabe sviluppatesi intorno all’ascensione del Profeta è un altro problema. Sicuramente, come abbiamo detto sopra, attraverso i fenomeni di interdiscorsività e intertestualità, molti concetti del pensiero islamico erano stati trasferiti e “digeriti” dalla cultura occidentale, molto più di quanto si voglia ammettere; sicuramente però attraverso la figura di Brunetto Latini che, giunto alla corte di Alfonso X il Savio per un’ambasceria e avendo così potuto conoscere i testi musulmani di prima mano o almeno nelle traduzioni della Scuola di Toledo, ri- settembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano mane fortemente indiziato di aver trasmesso poi al giovane Poeta suo allievo la conoscenza del pensiero e della letteratura araba. Maria Corti si spinge oltre, andando a verificare se per il Poema si possa parlare di una fonte diretta proveniente dal mondo arabo. «Leggendo il Libro della Scala in latino ci si convince che esso fu utilizzato come fonte diretta da Dante nelle descrizioni dell’inferno musulmano, che devono averlo colpito per la sanguigna e violenta concretezza, mentre per il “Paradiso” del Libro Dante risulta molto selettivo in quanto vi è un aspetto iperrealistico nella vita dei cieli (castelli dei beati, lettighe, belle donne ecc.), del tutto estraneo all’ideologia dantesca e in genere cristiana» [Maria Corti, Introduzione alla Divina Commedia, Milano 2004]. Partendo dall’Inferno come descritto nel Libro e confrontandolo con quello dantesco, si nota come vi siano corrispondenze «che non sono solo tematiche, ma specificamente formali, estese e isomorfe» [M. Corti, 17 Le terze rime di Dante, Venezia, Aldo Manuzio il Vecchio, 1502 cit.]. Precise citazioni nella descrizione fisica e naturale del sito, dalla dimora del diavolo alla città di Dite con le mura, le torri e le case rese rosse scure dal fuoco che vi arde dentro («il foco etterno | ch’entro l’affoca le dimostra rosse»), le analogie e le somiglianze sono molte, tanto che Dante, parlando delle dimore infernali, le chiamerà, con un curioso vocabolo arabo, “meschite”. Ma nel concetto del “contrappasso”, le corrispondenze sono ancora più chiare. Simili le bolge, simili le colpe e i peccatori ospitati; soprattutto le pene sono singolarmente simili. Il concetto stesso, che Dante deriva da Gregorio Magno e Tommaso d’Aquino, pretende che il castigo sia commisurato alla colpa e che ne abbia anche una forma analoga, coinvolgendo la parte del corpo che l’ha commessa: «…tale modalità si affaccia nelle settembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 19 A sinistra: La Commedia di Dante Alighieri, Milano, Aldo Martello e Luigi Maestri, 1965 (illustrazione di Franco Gentilini). A destra: La Divina Commedia di Dante Alighieri…, Venezia, presso Antonio Zatta, 1757 pagine delle visioni occidentali in cui però trova saltuaria applicazione, mentre risulta dominante nei testi della cultura araba. In questa al sistema delle punizioni viene attribuito un rilievo sconosciuto al mondo occidentale sia sul piano della singola invenzione che su quello della corrispondenza analogica tra la pena e il peccato». Più complicato, per la Corti, è parlare di un rapporto diretto fra il Paradiso dantesco e il suo equivalente nel Libro. Vero è che Dante trattando della luce, della metafisica della luce – per cui nel Paradiso Dio è sostanzialmente luce –, rivela la sua conoscenza di quanto direttamente o indirettamente fu elaborato dai filosofi e mistici arabi nelle loro speculazioni. Notevoli le analogie in questo senso con il Libro, anche quando si parla del vedere attraverso la luce e del suo contrario, cioè della cecità («la vista in te smarrita e non defunta»), rispetto al bene che la luce rappresenta, e della vista indiretta («…gli occhi dell’uomo possono cogliere lo splendore della luce divina ma indirettamente, cioè posandosi su esseri o cose da tale luce illuminati, cioè su un lumen secundarium. Si confronti il continuo rispecchiamento della luce di Dio negli occhi di Beatrice fissati da Dante»). Altro tema legato alla luce è quello della possibilità, o meglio, dell’impossibilità di conoscere direttamente il divino, presente nel Poema dantesco come nel Libro: sia Maometto che Dante di fronte alla luce di Dio perdono i sensi («In Par. XVIII, 8-12 il poeta dice di rinunciare a descrivere la luce vista negli occhi di Beatrice perché la mente, cioè la memoria, non è in grado senza intervento divino di riferire quell’esperienza ineffabile»). Questo tema dell’ineffabilità del divino, presente nel Libro, è presente però anche in altre fonti mistiche cristiane. Altre analogie tra il racconto di Maometto e quello del Poeta sono quelle che risaltano nella descrizione dei cieli e della posizione degli angeli intorno a Dio. La Corti propone ancora un breve elenco di corrispondenze generali: le tre voci che all’inizio del viaggio di Maometto tentano di fermarlo possono richiamare alla mente le tre fiere di Dante; «Maometto sale su una scala dalla terra al cielo della luna, piena di angeli luminosi; è la stessa scala di Giacobbe che porta Dante dalla settima cornice al Paradiso Terrestre e che appare a Dante “d’angeli sì carca” (Par., XXII, 72)»; il grande giardino, l’enorme albero ai cui piedi nascono i due fiumi nel Paradiso Terrestre del Libro richiamano tutti sorprendentemente alla mente quelli di Dante. Ma al di là delle analogie e delle corrispondenze, senza voler entrare in una polemica che negli anni ha coinvolto i massimi studiosi di Dante, ci preme sottolineare come l’opera del Poeta testimoni l’importante presenza della civiltà islamica nel mondo medievale e, che al pari di tutta la tradizione occidentale, era ben nota a lui, che seppe «frequentare molti testi» e con «cura tenace» riuscì «a fonderli col proprio singolare genio, conferendo a ciascuno di essi il suo ruolo nell’operazione creativa» [M. Corti, cit.]. settembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 21 Libri d’autore che si fanno “pubblicità” CASA CAMPARI: 150 ANNI CON IL GUSTO DELL’ARTE Anche il nostro fondo di Storia dell’Impresa partecipa alla festa GIACOMO CORVAGLIA n occasione del 150° anniverario della fondazione di Casa Campari, la Biblioteca di via Senato presenta i volumi editi dall’Azienda e conservati nel Fondo di Storia dell’impresa. Il Fondo, composto da oltre 6.000 volumi, documenta le vicende dell’attività e della produzione imprenditoriale italiana, dall’Unità d’Italia a oggi, attraverso i testi e le immagini di libri celebrativi di aziende, cataloghi di vendita, brochure e strenne; spesso materiale raro o addirittura introvabile. Il legame tra Campari e il mondo della cultura è stato sempre forte, sin dalle sue origini. Tra i pionieri del “sistema” pubblicitario italiano, infatti, Campari diede spazio a grandi artisti del manifesto come Leonetto Cappiello, Marcello Dudovich e Fortunato Depero. Se Cappiello e Dudovich furono pionieri nella creazione di un’immagine sensuale influenzata dallo stile liberty di inizio ’900, Depero utilizzò nei manifesti e nella creazione della bottiglietta “Campari” un’estetica futurista, ripresa in seguito da esponenti della Pop Art e dell’Avanguardia italiana chiamati a collaborare con l’azienda, come Bruno Munari, Mario Nanni e Ugo Nespolo. Contemporaneamente, per far conoscere il marchio fu utilizzata un’altra forma pubblicitaria, meno immediata ma altrettanto persuasiva e cioè la pubblicazione di libri. Negli anni, Campari pubblicò numerosi volumi che vanno da Il mio I breviario del ’24 “dedicato a tutte le donne d’Italia” ad Amare gli amari del ’25 e dal Prezioso Campari fino alla poesia de Il Cantastorie di Campari, pubblicato dal 1927 al 1932 e dei Cento e più sonetti Campari autografi di Corradino Cima del 1960. Nel ’22, Casa Campari inizia la pubblicazione del Prezioso Campari, un opuscoletto donato alla clientela e agli amici: un vademecum per tutti che «rinfresca la memoria, invita all’ordine, fa risparmiare tempo, fatica e denaro». In pratica, un calendario con consigli pratici, fatti da ricordare, notizie necessarie alla vita di tutti i giorni, distanze, divisori fissi, formule varie, targhe automobilistiche, onomastici e curiosità. La nostra Biblioteca possiede quello del 1975, con copertina di Giorgio Colombo. All’inizio del 1927 Davide Campari affidò a Renato Simoni, giornalista, drammaturgo (collaborò alla stesura del libretto della Turandot di Giacomo Puccini), scrittore, critico teatrale e regista, il compito di mettere in versi, ogni settimana, le glorie del Bitter e del Cordial. Queste poesie, fra il crepuscolare e il parodistico, vennero pubblicate dal Corriere della Sera come inserzioni settimanali e poi raccolte in cinque volumi e,via via, illustrate da Mochi, da Sinopico, da Sergio Tofano (l’attore e l’inventore della maschera e delle vicende di Bonaventura), e da Bruno Munari. Nacque così Il Cantastorie di Campari. 22 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2010 L’iniziativa evoca le gesta dei simpatici artisti di strada (i famosi cantastorie) che musicavano e cantavano storie e poesie. I quaderni, sempre in tiratura limitata, venivano inviati ai clienti più importanti in occasione delle festività e rappresentavano per chi li riceveva un segno di prestigio e di importanza. I temi – trattati nei toni del genere giocoso e parodistico, talvolta satirico – sono scelti con notevole omogeneità da libretti d’opera, lavori drammaturgici celebri, dal linguaggio dei fiori, dalla mitologia e dalla favolistica, dalla storia e dalla cronaca, da reminiscenze o riferimenti a cose o persone note. Il Cantastorie è costituito da una serie di cinque volumi editi dal 1927 al 1932 e stampati da editori vari per conto della ditta Davide Campari & C. La Prima Raccolta viene stampata da Bestelli & Tuminelli nel 1927 con tiratura di 1.000 copie, sovraccoperta cartonata a due colori e 56 pagine. Illustrata magistralmente dalle silhouettes di Mochi, comprende una grande varietà di argomenti e metri. Parla un po’ di tutto, raccoglie i temi dovunque, nella vita, nel teatro e nella zoologia, ma soprattutto nella fantasia dell’autore. La Seconda Raccolta è stampata da Raffaello Bertieri nel 1928 in 1.000 copie con sovraccoperta originale a colori firmata STO 1928; 64 pagine di belle poesie e storie ispirate al mondo del teatro e arricchite da 8 tavole a colori fuori testo del grande Sergio Tofano, in arte “Sto” (1986–1976) scrittore, illustratore e attore. La Terza Raccolta è stampata da Bertieri in Milano nel 1930, in 1.000 copie, sovraccoperta nocciola: 108 pagine che presentano altrettante composizioni (datate dal DEPERO, CAMPARI E QUEL PRIMO “APPARECCHIO RECLAMISTICO” arte dell’avvenire sarà potentemente pubblicitaria», scrisse Fortunato Depero nel 1932, aprendo il Manifesto dell’arte pubblicitaria, e sicuramente non si ingannava. Né per i “risultati” della modernità che sono stati sotto gli occhi di tutti noi né, in particolare, il proprio futuro e per la propria arte che, al di là della tela e della scultura, si è sempre articolata anche e soprattutto sulla carta. Dei libri e dei manifesti. Protagonista indiscusso del cosiddetto Secondo Futurismo - ma in realtà della storia tutta del Movimento, acui l’artista donò un aspetto di gioco e vivacità prima sconosciuto se non a Giacomo Balla - Depero è tornato prepotentemente al centro della “scena contemporanea” già lo scorso anno, in occasione del centenaio del primo «L’ Manifesto di Filippo Tommaso Marinetti, e vi resta saldo anche in questo 2010, anno delle celebrazioni dei 150 anni dalla fondazione di Casa Campari e anche cinquantesimo anniversario della sua scomparsa. Se affiches, locandine, loghi, arredamento, allestimenti teatrali, moda. design e manifesti sono parte integrante del suo coloratissimo percorso artistico a trecentosessanta gradi, infatti, il legame che l’artista trentino (ma forse sarebbe meglio dire tirolese, visto che sia Fondo, in Val di Non, dove nacque nel 1892, sia Rovereto, dove si trasferì giovanissimo per studiare alla Scuola Reale Elisabettina, erano allora territorio dell’Impero austroungarico) intrattenne con Casa Campari fu assolutamente speciale ed “elettivo”, da una parte e dall’altra, come testimoniano le numerose campagne pubblicitarie realizzate da Depero per le bevande della casa milanese, le diverse pubblicazioni “a firma congiunta” e, addirittura, la realizzazione dei primi distributori automatici di “Campari Soda”, inaugurati a metà degli anni Trenta e realizzati a partire da un modello ligneo che Depero pensò tra il 1926 e il 1927, forse proprio sotto la spinta di una lettera della dirigenza Campari che chiedeva un nuovo incontro con l’artista, orientato «al completamento e alla riproduzione di un vostro bozzetto da destinarsi ad un nuovo apparecchio reclamistico in allestimento e che dovrà figurare nelle stazioni balneari». Di certo, Davide Campari e i suoi collaboratori, trovarono nell’estro caleidoscopico e irriverente di Depero la giusta vena per una pubblicità dei loro Cordial, Bitter e Soda, che fosse sempre “nuova” e divertente, ma lo stesso si può settembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 5 febbraio ’28 al 20 marzo ’30) di tema mitologico. Ognuna, stampata con caratteri elegantissimi, ha capilettera e finalini raffinati, ornati di blu da un artista anonimo. La Quarta Raccolta, stampata da Raffaello Bertieri in Milano nel 1932, ha anch’essa una tiratura di 1.000 esemplari, sovraccoperta a colori e 46 pagine. Altrettante sono le poesie–storie ispirate al mondo dei fiori e datate dal 6 aprile 1930 al 22 febbraio 1931. Tutte le magnifiche illustrazioni a colori con figurine geniali sono opera del grande artista sardo Primo Sinopico (1889–1949), pseudonimo di Raul Chareun. La Quinta Raccolta, sempre edita da Raffaello Bertieri in Milano nel 1932, in 1000 copie, 54 pagine, ha la brossura con impaginazione a spirale e fogli doppi a soffietto alla giapponese. Sono presentate 27 poesie d’amore con altrettante figurazioni grafiche di Bruno Munari (1886–1976) che sono vere e proprie “invenzioni fantastiche”. Sono datate dal 1° marzo 1931 al 30 agosto 1931. Si tratta di uno dei quaderni più interessanti di questa raccolta e anche una delle opere più raffinate di Munari. Nel suo insieme, Il Cantastorie di Campari rappresenta uno dei più singolari ed eleganti monumenti nella dire per l’artista che, a contatto con un’azienda così innovativa e “spregiudicata”, trovò davvero modo di portare «l’Arte nella vita», come già annunciato da Marinetti, ma soprattutto infinite occasioni per approfondire la propria ricerca sulla genesi e la struttura funzionale della forma e per dare corpo a quella "Ricostruzione futurista dell'universo" che egli stesso teorizzò insieme a Balla. Il caso più eclatante in questo senso fu forse il già citato distributore automatico di Campari Soda, oggetto di design, macchina e “fonte di piacere” al tempo stesso, ma l’intensità e la durata del sodalizio tra l’artista e l’azienda segnò un vero e proprio unicum nella storia di entrambi. Una collaborazione fondata soprattutto sull’ottimo rapporto personale che Depero ebbe sempre con 23 storia della pubblicità in Italia. Nel 1937 viene pubblicata per conto di Campari La pubblicità di una grande casa italiana, in Milano coi tipi del Bertieri. Una rassegna critica di Mario Ferrigni, con 32 tavole a colori fuori testo e oltre 1.000 riproduzioni in bianco e nero, in cui vengono illustrate la maggior parte delle multiformi iniziative pubblicitarie realizzate dall’azienda. Nel 1960 per celebrare il centenario della fondazione della Casa viene stampato Cento e più sonetti Campari autografi di Corradino Cima nel primo centenario della ditta Davide Campari – Milano, edizione fuori commercio di sonetti in dialetto milanese riprodotti in facsimile dal manoscritto autografo, con prefazione di Severino Pagani. Sempre in occasione del centenario viene pubblicato il volume Campari 1860-1960: vicenda di un aperitivo e di un cordial che, attraverso il testo di Giovanni Cenzato, percorre un secolo di storia dell’azienda. La sovraccoperta è disegnata dal pittore e grafico Attilio Rossi (19091994). Il Fondo Impresa della Biblioteca di via Senato è in possesso sia della prima che della seconda edizione. Nel 1960, ancora, viene pubblicato dalle Edizioni Campari Celebrazioni del centenario Campari 1860-1960, il commendator Davide Campari (di diverso genio, ma genio anch’egli, evidentemente). Scomparso il patron, infatti, nel 1939 si interrompe definitivamente anche il “matrimonio” tra l’artista e la casa milanese, durato comunque una quindicina di anni e soprattutto foriero di un’attività davvero smisurata e martellante, come dimostrano due libri su tutti (entrambi in possesso della Fondazione Biblioteca di via Senato): il celeberrimo “Numero Unico Futurista Campari 1931” - anche in ristampa anastatica a cura di L. Caruso, Firenze, SPES/Salimbeni, 1978 - e l’antologico “Depero per Campari”, pubblicato nel 1989 per i tipi di Fabbri Editori, con testi di Enrico Crispolti, Birgit Schonteich e Maurizio Scudiero. Un “resoconto” per immagini, quest’ultimo, che lascia davvero stupiti per la quantità di interventi e di soggetti, alcuni molto diversi tra loro, pensati dal grande artista futurista per il suo “amico” imprenditore. Una vera summa di committenza illuminata. 24 discorso pronunciato da Angela Maria Migliavacca, Presidente della Davive Campari – Milano, per celebrare il centenario della Ditta. Di questo discorso sono stati stampati 750 esemplari numerati, nella Tipografia d’Arte Amilcare Pizzi S.p.a. – Milano. La nostra Biblioteca possiede il N. 531. Nel 1980 esce Campari, la costanza dell’immagine: iconologia della pubblicità di un’azienda italiana dal 1900 al 1980. Il volume analizza, per temi, l’iconologia della pubblicità Campari dal 1900 al 1980, attraverso un vasto repertorio di immagini e i testi di Vittorio Fagone e di Giorgio Siribaldi Lusso. Si parte dagli annunci economici apparsi sui quotidiani, si passa ai manifesti pubblicitari di Leopoldo Metlicovitz, Marcello Dudovich, Leonetto Cappiello, Fortunato Depero e Marcello Nizzoli, solo per citarne alcuni, per arrivare ad analizzare i moderni spot pubblicitari. Nel 1985 viene pubblicato da Campari il Dizionario di Casa Campari. Il volume offre un’interessante rielaborazione della forma del dizionario: la struttura a lemmi è quella tradizionale ma, come si spiega nell’introduzione, «oggetto della sua un poco seria, un poco divertita trattazione è infatti il mondo stesso, ricondotto a una provocatoria unità di lettura, come attraverso una magica lente, dalle celeberrime trasparenze cromatiche del Bitter Campari». Le definizioni dei termini sono accompagnate da numerose riproduzioni di annunci pubblicitari e manifesti dei prodotti, fotografie d’epoca, vignette e composizioni poetiche contenute in raccolte edite a cura della Campari negli anni Venti e Trenta. la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2010 Fabbri editore, poi, nel 1989, pubblica Depero per Campari, a cura di Maurizio Scudiero. Il volume racconta, attraverso numerosissime illustrazioni e tavole, la fruttuosa collaborazione tra Depero e Campari che spazia dai manifesti pubblicitari, al distributore automatico con modello Depero, alla bottiglia del Campari Soda sino al Numero unico futurista Campari 1931. Nel 1990 viene pubblicato da Campari, in tre volumi, Trent’anni e un secolo di Casa Campari. Attraverso numerose illustrazioni e testi di Guido Vergari ripercorre la storia della Casa che partendo da un Caffè di Milano è arrivata a essere uno dei marchi italiani più conosciuti al mondo. La Biblioteca di via Senato possiede sia la versione in italiano che in inglese. Il pittore Ugo Nespolo, infine, realizza per Campari un manifesto e uno spot pubblicitario in occasione dei mondiali di calcio che si tengono in Italia. È il 1990 e al manifesto e all’animazione televisa Campari dedica Nespolo per Campari, un “libro-gioco” a forma di metà area di rigore, incastonato in un campo da gioco con tacchetti di scarpe da calcio. Il volume è completamente illustrato da Nespolo con immagini a colori che riprendono i soggetti usati per il manifesto e per lo spot pubblicitario, con testi di Gillo Dorfles, di Aldo Colonnetti e dello stesso Nespolo. Questo è il volume più recente in nostro possesso edito da Campari. Ci auguriamo che continui, così come tutte le maggiori imprese italiane, a pubblicare altri libri in modo da arricchire ulteriormente anche il Fondo dell’Impresa della Biblioteca di via Senato. settembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 25 inSEDICESIMO GLI APPUNTAMENTI, I CATALOGHI, LE RECENSIONI, L’INTERVISTA D’AUTORE, LE ASTE E LE MOSTRE BOLOGNA CAPITALE DEL LIBRO ArteLibro e la sua “The infinite Library”, e la Mostra Internazionale del Libro Antico di matteo tosi ià scelta come sede del trentanovesimo congresso dell’International League of Antiquarian Booksellers, a partire dal 20 settembre, con l’intervento di esperti e dlegazioni da tutto il mondo sotto l’egida dell’Associazione Librai Antiquari d’Italia, Bologna completa la propria settimana di assoluto G predominio nell’universo della bibliofilia con un ricchissimo fine settimana all’insegna del libro antico, raro e d’artista che, dal 24 al 28, affianca la trentesima edizione dell’attesa Mostra Internazionale del Libro Antico alla settima di ArteLibro, “festival del libro d’arte” che è ormai diventato una vera e propria manifestazione culturale a tutto tondo, con mostre, incontri, lectio magistralis, workshop e attività didattiche per i ragazzi. Ospitata negli eleganti spazi di Palazzo Re Enzo e del Podestà, questa edizione della Mostra Internazionale del Libro Antico conta oltre 110 librai provenienti da ogni parte del mondo per offrire al pubblico dei bibliofili, degli appassionati, dei bibliotecari e degli studiosi, una copiosa teoria di tesori in forma di libro, dai codici miniati di epoca medioevale ai primi incunaboli, dalle editio princeps dei testi fondanti la nostra cultura alle legature artistiche, e dai libri d’Ore agli autografi, ai manoscritti inediti e ai libri d’artista. Un vero e proprio evento a cui orendono parte relatori come Umberto Eco, Luciano Canfora o Marco Vallora, e che si circonda di tre raffinate esposizioni pubbliche nelle biblioteche istituzionali della città (Archiginnasio alla Biblioteca Universitaria, Museo Internazionale e Biblioteca della Musica, Collegio di Spagna), e da altrettante previste nelle città vicine, dalla Malatestiana di Cesena all’Estense di Modena, alla Classense di Ravenna. E se è ricco il programma che ruota attorno alla Mostra, quello relativo ad Artelibro è un ormai consueto cartellone di incontri non-stop, eventi, esposzioni e appuntamenti per addetti ai lavori. Novità di quest’anno, la grande mostra aperta dal fino al 2 ottobre presso il Museo di Palazzo Poggi e la Biblioteca Universitaria: “The Infinite Library”, il lavoro di due giovani artisti internazionali: Daniel Gustav Cramer (Germania) e Haris Epaminonda (Cipro). Uno dei più interessanti esperimenti di rapporto diretto tra il mondo dell’arte contemporane e l’universo editoriale, in pratica, raccontano gli artisti, «un ampio archivio di libri, ognuno creato tramite libri già esistenti, numerati come fossero nuovi volumi. Ogni volume ha una propria struttura, riassemblata ogni volta a partire da un materiale originale e dalle possibilità che questo offre». Info: www.artelibro.it 26 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2010 PAGINE CHE PARLANO DI LIBRI Il “mondo” del Boccaccio, i fogli di Faulkner, una rilettura di Moby Dick e un “giallo” di matteo tosi SULLE TRACCE DI BOCCACCIO, SEGUENDO LE “SUE” CARTE La presentazione - scritta da Matteo Noja qualche pagina indietro - della prossima mostra in arrivo in via Senato su “Dante e l’Islam” svela che la “tesi” dimostrata dal percorso espositivo e dal relativo catalogo è quella di un Dante che arriva alla perfezione e alla novità assoluta della sua Commedia “debitore” nei confronti della mitologia e della cultura islamica in generale. E cioè che il Poeta abbia tratto ispirazione per alcuni passi delle sue cantiche dalla conoscenza “diretta” di numerosi testi in lingua araba. E che quei cosiddetti secoli “bui” siano in realtà stati un’epoca di intenso scambio culturale tra le corti europee e ogni sponda del Mediterraneo lo dimostra anche un inedito studio “cartografico” dedicato al Boccaccio dall' Ente Nazionale G. Boccaccio e dalla Wake Forest University per i tipi dell’editore Mauro Pagliai, «Un viaggio nel Mediterraneo tra le città, i giardini e. il “mondo” di Giovanni Boccaccio». Non certo una nuova posizione critica rispetto alla sua opera, quindi, ma la volontà di rileggerla con particolare attenzione verso i luoghi e i viaggi raccontati, evocati o descritti in quelle pagine e nei suoi fogli. Anche l’interesse, e quindi la conoscenza, di questo Boccaccio Geografo risulta spesso indirizzata verso “altri” spazi e “altri” mondi, dimostrando una buona frequentazione delle culture e delle tradizioni dei popoli del Maghreb e della Penisola Araba. Forse più per ascoltato e sognato che per vissuto, ma certamente con vivida realtà. Non mancano, ovviamente descrizioni fortemente influenzate alla valenza letteraria dei luoghi, come nel caso della Napoli di Virgilio o della Lunigiana di Dante esule, o di luoghi tanto lontani da non pototer non rimanere “fantastici”, come quelle Isole Fortunate che non sembrano poi così diverse da Berlinzone, nella contrada che si chiamava Bengodi. Ma gli interventi dei nove tra geografi, storici e letterati coinvolti (Andrea Cantile, Claude Cazalé Bérard, Michelina Di Cesare, Claudio Greppi, Nicolò Budini Gattai, Janet Levarie Smarr, Luca Marcozzi, Roberta Morosini, Theodore J. Cachey jr.) danno forma a uno studio davvero unico nel suo genere, mantendo l’aspetto scientificogeografico al centro della scena, ponendo in risalto Il fascino che i luoghi esotici esercitano sullo scrittore, e più in generale il tema dell'esplorazione. Ma al tempo stesso cercando di andare a vedere gli stessi ambienti e gli stessi paesaggi evocati dalle rime del Boccaccio anche per quello che erano realmente, e per confrontarli poi con le loro “narrazioni”. E per raccontare da dentro il mondo di allora, il volume è corrdato da un attento indice dei luoghi e soprattutto si avvale di un notevole apparato iconografico, con numerose tavole che ripropongono mappe e portolani provenienti dalle più importanti biblioteche continentali, dalla British Library alla Bibliothèque Nationale de France, tra cui il mappamondo “T-O” di Sallustio, tratto da un un manoscritto del XIV secolo. Una divagazione dalle “lettere” che può però incontrare l’attenzione del bibliofilo. Roberta Morosini (a cura di), Boccaccio geografo, Mauro Pagliai editore, Firenze 2010, pp 272, 31 tavole a colori, ¤24,00 settembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano GLI SCRITTI DEL FAULKNER “NON SCRITTORE” Colonna granitica della letteratura americana del Novecento e di sempre, premio Nobel nel 1949 e sommo narratore, William Cuthbert Faulkner, 27 e prefazioni, oltre a preparare quasi sempre i propri discorsi pubblici o al tradurli spesso in “lettere aperte”. L’insieme di questa sua produzione “non letteraria” è oggi raccolto in volume da James B. Meriwether che. senza l’ardire di voler completare quel The American Dream che Faulkner non poté terminare. prova comunque ad arricchirlo e a “interpretarlo” guardando a tutti i suoi “fogli” degli anni precedenti. James B. Meriwether. (a cura di), William Faulkner - W. F. Scritti, discorsi e lettere, Il Saggiatore, Milano 2010, pp.224, ¤15,00 in particolare dopo l’essere diventato un “personaggio” in virtù di cotanto riconoscimento, avvertì spesso un forte senso di responsabilità nei confronti del “pubblico”, e si dedicò a una discreta attività “pubblicistica”, redigendo articoli ed editoriali tanto per i giornali quanto per le riviste letterarie, o scrivendo saggi BARBARA SPINELLI INTERVISTA “MOBY DICK”, E VICEVERSA Inviata da Parigi e commentatrice politica del quotidiano «La Stampa», e già saggista in materia di storia del Novexento e regimi autoritari, Barbara Spinelli questa volta si cimenta IL ROMANZO - SEBASTIAN BARRY: PAGINE DA UN MANICOMIO A CACCIA DI UN SEGRETO FATALE PER MEDICO E PAZIENTE ommediografo e poeta, Sebastian Barry si concede volentieri il vizio del romanzo, specie se intriso di toni gialli C o vagamente noir. Questa volta (Il segreto, Bompiani, Milano 2010, pp.384, ¤19,50) i due protagonisti, “coatti” nella reciproca frequentazione da un rapporto psichiatrapaziente, sono entrambi colti in un periodo di assoluta grafomania. Lei, centenaria e reclusa, sta ultimando di nascosto la propria autobiografia, mentre lui, il dottore, compulsa il proprio diario. Per nulla originale la trama - lei è sua madre e fu condannata per il suo finto infanticidio, mentre il figlio le fu portato via - il libro intriga, però, per l’efficace alternarsi di pensieri e parole scritte, e per un singolare sviluppo dell’intreccio, psicologicamente molto efficace. nell’analisi e nell’interpretazione di un “mostro sacro” della Letteratura novecentesca, quella Balena bianca nata dalla penna di Hermann Melville e così fortemente evocativa delle ansie e delle paure dell’uomo. Un’ispirazione teologica, quella di Moby Dick, oggi sempre più rivelata, che la Spinelli affronta da attenta conoscitrice del testo biblico, che usa come guida nell’intraprendere la grandiosa epopea della ricerca umana e della sua dannazione più che evocata dal romanzo. «Facendo rotta con Achab, navigatore di tenebre, - scrive Gabriella Caramore, curatrice del volume Barbara Spinelli ci accompagna dentro lo spazio di una lotta mortale, dove la ricerca della verità, la lotta – contagiosa – contro il male, e la sopravvivenza di una schiuma di bene, altro non sono che il poema della nostra vita». E, in effetti, la Spinelli non si ritrae dal puntare il dito contro i nostri “idoli” che, al pari del mostro bianco, possono sovrastare le nostre vite e, svuotandole, dominarle. L’eterno scontro e insolubile dilemma tra l’Uno e il molteplice, fatto rimbalzare di continuo tra le pagine del romanzo e la nostra esperienza più quotidiana e sensibile. Barbara Spinelli (a cura di Gabriella Caramore), Moby Dick o l'ossessione del male, Morcelliana, Brescia 2010, pp.128, ¤10,00 28 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2010 IL CATALOGO DEGLI ANTICHI Libri da leggere per comprare libri di annette popel pozzo GEORG MILLER ATTO IV. E ANCORA SA STUPIRE Antiquariat Wolfgang Braecklein Sammlung F. Georg Miller, Teil IV, L-Z, Katalog 75 Il sostanzioso catalogo IV della biblioteca F. Georg Miller appena uscito presso il libraio antiquario berlinese Braecklein offre su quasi 300 pagine con più di 700 titoli la continuazione (gli autori L-Z) del catalogo II del 2009, contenente le opere dedicate a Rinascimento, Umanesimo, Illuminismo e al processo di secolarizzazione. Raggruppa titoli e autori fondamentali per lo sviluppo spirituale europeo tra ateisti, anarchici, materialisti, moralisti, socialisti e utopisti così stimati dall’avvocato tedesco. Particolarmente interessante l’Amphitheatrum aeternae providentiae divino-magicum (Lione, 1615, ¤5.500) e De admirandis naturae reginae dea eque mortalium arcanis (Parigi, 1616, ¤6.000) del filosofo italiano Giulio Cesare Vanini (1585-1619) che fu strangolato e arso perché le sue pubblicazioni furono considerate «contrarie al culto e all’accettazione del vero Dio e assertrici dell’ateismo». Non solo prime edizioni delle due opere, entrambe provengono dalla raccolta di Jean-Jacques Charon, marquis de Ménars, in identica legatura in marocchino a firma di Du Seuil (circa 1715) con supra libros araldico del marchese ai piatti. Da segnalare anche il rarissimo “Sammelband” contenente le prime opere di Pietro Pomponazzi, Tractatus acutissime, utillime, & mere peripatetici (Venezia, eredi di Ottaviano Scoto, 1525, ¤5.500) in una legatura coeva di piena pergamena floscia proveniente dalla biblioteca del principe di Liechtenstein con il suo ex libris araldico. Negli ultimi 50 anni una sola copia fu venduta in asta. La prima edizione di Francesco Sansovino, Del governo de i regni et delle Republiche cosi antiche come moderne (Venezia, Sansovino, 1561, ¤1.300 in pergamena coeva) merita attenzione poiché contiene una traduzione libera italiana dell’Utopia di Tommaso Moro a cura di Ortensio Lando (circa 1512-circa 1554), il cui testo in edizione separata fu pubblicata nel 1548 da Anton Francesco Doni sotto il titolo La Republica nuovamente ritrovata, del governo dell’isola Eutopia. La biblioteca Miller conteneva ben altre 8 edizioni di Ortensio Lando in prima edizione (citiamo i Paradossi del 1543, i Sermoni funebri del 1548, La sferza e gli Oracoli del 1550, i Quattro libri de dubbi del 1552, i Sette libri di cataloghi a’ varie cose del 1552 (1553), Una breve prattica di medicina del circa 1552 presso Perchacino e i Varii componimenti del 1552). Bello anche un gruppo di tre edizioni diversi del Traité des trois imposteurs (Amsterdam, Rey, 1768, 135 p., ¤500; Amsterdam, 1776, 138 p., ¤450; Suisse, Imprimerie philosophique, 1793, 168, III p., ¤400), di chiara impronta libertina e parte dei testi chiave dell’Illuminismo. Dell’imponente filosofo illuminista irlandese John Toland troviamo in prima edizione Letters to Serena (Londra, 1704, ¤900), una prima edizione nella traduzione di Holbach (Lettres philosophiques, Londra [i.e. Amsterdam], 1768, ?450), le prime edizioni delle opere Adeisidaemon (Londra, 1709, ¤2000) e Pantheisticon (Cosmopoli [i.e. Londra?], 1720, ¤4800) e un manoscritto in francese del Pantheisticon del circa 1760 (¤1000). Per una sintetica recensione i pochi “highlights” presentati devono bastare, però indicano il potenziale da scoprire sfogliando le pagine dell’attuale catalogo Miller. Antiquariat Wolfgang Braecklein Dickhardtstr. 48, D- 12159 Berlino www.antiquariat-braecklein.de settembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano IL CATALOGO DEI MODERNI Libri da leggere per comprare libri di matteo noja I GRANDI DELLE LETTERE PER LA MOSTRA DEL LIBRO ANTICO Studio Bibliografico Marini Cat. speciale per la Mostra Internazionale del Libro Antico in Bologna Numerosi librai italiani e stranieri parteciperanno alla Mostra Internazionale del Libro Antico, a Bologna, nel Palazzo di Re Enzo e del Podestà dal 24 al 26 settembre, in occasione di “Artelibro”. Tra questi, lo Studio Bibliografico Marini ci invia telepaticamente il suo catalogo. Ne scorriamo la parte relativa alla letteratura e ci incuriosiscono alcuni titoli. «Holcomb, Kan., Nov. 15 [1959]. – Un facoltoso agricoltore, sua moglie e i loro due giovani figli sono stati trovati morti nella loro casa. Sono stati uccisi da una scarica di colpi di fucile da caccia, sparati da distanza ravvicinata, dopo essere stati legati e imbavagliati… Non ci sono segni di lotta e nulla è stato rubato. La linea telefonica è stata tagliata…». Da uno scarno resoconto del New York Times – 300 parole –, Truman Capote [1924-1984] prese spunto per il suo romanzo, In Cold Blood [A sangue freddo] che fece scalpore ed ebbe successo in tutto il mondo. Frutto di una ricerca durata cinque anni fu pubblicato in quattro puntate nel settembre 1965 sul New Yorker e poi in volume dall’editore Random House nel gennaio dell’anno successivo. Viene offerto nella prima edizione in volume a ¤500,00. Altro autore americano, Edward Estlin Cummings (1894-1954], poeta molto apprezzato da altri poeti, scrittori e artisti – da Gertrude Stein a William Carlos Williams a Picasso –, amico di lunga data di Ezra Pound e della figlia Mary de Rachewiltz, che lo faranno conoscere per primi in Italia, attraverso le edizioni di Vanni Scheiwiller. Per molto tempo si dedicò allo studio delle lingue classiche, latino e greco [il titolo del libro in catalogo ne è una prova], ma si ricorda per l’uso curioso e certo non ortodosso della punteggiatura e delle maiuscole, che influenzerà molta poesia sperimentale, anche italiana, della seconda parte del ’900. In catalogo, una prima edizione di Xaipe. Seventy-one Poems [New York, Oxford University Press, 1950; ¤500,00, con una dedica autografa dell’autore]. Carlo Emilio Gadda è presente con un testo minore della sua produzione, ma per certi versi significativo della sua inconfondibile ironia e del suo impegno per le trasmissioni del Terzo programma radiofonico, e cioè le Norme per la redazione di un testo radiofonico, stampato per la prima volta anonimo a uso dei dipendenti della RAI nel 1953 [Marini ne offre la ristampa a cura della ERI Edizioni Radio Italiana del 1973, ¤150,00]. Il testo, che ha avuto larga fortuna ed è stato infine stampato nella raccolta delle Opere di Gadda della Garzanti, si fa notare per la «grande finezza e la cifra stilistica che lo colloca a tutti gli effetti all’interno della produzione letteraria gaddiana» [Enrico Menduni, nella Introduzione alla ristampa del testo di Gadda e di uno di Antonio Piccone 29 Stella per la Arcipelago Libri, Milano 2003]. Infatti Gadda si trova qui a dover fare le pulci ai collaboratori del Terzo programma, spesso eruditi uomini di cultura di stampo tradizionale che a volte difettavano nella comunicazione del loro sapere e che molto spesso si irritavano dei consigli del Gran Lombardo. Il successo del testo gaddiano è anche dovuto al fatto che testimonia, in un’epoca come la nostra in cui si è persa la funzione pedagogica del medio radiofonico, la grande meticolosità con cui veri intellettuali si preparavano a proporsi nell’etere e a comunicare le loro idee e notizie, meticolosità pari a quella dei veri artigiani che si curvano sul loro prodotto e cercano nella loro attività la perfezione. Il catalogo ci permette di ricordare anche un particolare, “poeta in dialetto” e non poeta dialettale, poco noto ai più: il triestino Virgilio Giotti [pseud. di Virgilio Schönbeck, 1885-1957]. Giotti appartiene alla grande stagione letteraria triestina e giuliana degli Svevo, Slataper, Stuparich, Saba, ed è una delle personalità poetiche più interessanti del primo ’900 italiano. Pancrazi in un articolo del 1938 apparso sul Corriere della Sera, consacrando l’opera poetica del triestino ne rilevava l’uso particolare del dialetto non come vernacolo ma come “lingua d’artista”, un certo “patois de l’âme”, che gli permetteva una maggiore libertà espressiva. Lo stesso Giotti a chi gli faceva notare come scrivesse in triestino ma parlasse in italiano, rispondeva «Ma come, lei vuole che usi per i rapporti di tutti i giorni la lingua della poesia?». Marini offre due titoli: Caprizzi canzonete e storie e Liriche e idilli, editi tutt’e due dalle Edizioni di Solaria, nel 1928 e nel 1931 [¤400,00 e ¤300,00]. Studio bibliografico Marini via Capozzi 25, Valenzano (BA) tel. 080/4673670 - www.libreriamarini.it tª%JTOFZtª%JTOFZ1JYBStª1MBZ&OU.POEP)PNF&OU t5."UMBOUZDB4Q""OJNBUFE4FSJFTª"UMBOUZDB4Q".PPOTDPPQ4"4"MMSJHIUTSF DPODFQUDBSEBOEVTFECZ)JEEFO$JUZ(BNFTVOEFSMJDFOTFXXXCFMMBTBSBDPNtª(JPDIJ1SF[JPTJ4QBBOE.BSBUIPO FTFSWFE tª)JEEFO$JUZ(BNFT*ODªoDPODFQUDBSE"MMSJHIUTSFTFSWFE#&--"4"3"JTBUSBEFNBSLPG 32 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2010 L’intervista d’autore GIUSEPPE SCARAFFIA, TRA CASE CHIUSE E IL SUO HAREM DI LIBRI di luigi mascheroni ome molti bibliofili, non sa bene quanti libri abbia (però ne ha scritti una quindicina: il prossimo è sulle case chiuse e uscirà a novembre da Mondadori), tende all’accumulo invece che allo scarto, e sugli scaffali segue una razionale confusione nella quale si orienta solo lui: «libri in doppia fila, di taglio, di piatto» inframmezzati da foto di scrittori, e in linea di massima divisi prima per aree geografiche e poi per secoli. Giovanni Macchia, il suo “maestro”, comprava solo esemplari perfetti e se erano rovinati li faceva rilegare nel gusto della loro epoca, mentre Giuseppe Scaraffia, francesista all’Università di Roma La Sapienza e firma del “Foglio” e del supplemento culturale del “Sole 24 Ore”, vive fino in fondo la sua “malattia”: «Se un libro mi interessa lo prendo anche se ha la copertina strappata o se odora di vecchio». Come confessa, è più forte di lui: «A volte mi capita di ripassare anche tre volte dalla stessa bancarella in una mattinata perché ho il dubbio di essermi fatto scappare qualcosa». E così, alla fine, senza farsi scappare niente, ha riempito quattro locali di libri. Soprattutto delle sue “materie” preferite: la letteratura francese e il dandismo. C Ma cosa altro c’è dentro la sua libreria? Di tutto, ma una delle parti più importanti della mia biblioteca è quella dedicata alla memorialistica. Stendhal diceva che a una certa età ci si interessa solo più alle memorie, ai diari e alle lettere. Così è successo, più modestamente, anche a me. Quando ha iniziato a innamorarsi dei libri, oltre che della lettura? Ho cominciato da piccolo, quando vedevo mia sorella leggere i libri di fiabe, mentre io non sapevo ancora farlo. La passione ha avuto poi un’impennata nell’adolescenza, quando, in contatto con un mondo nuovo, governato da leggi ignote, è iniziata la mia grande illusione. Quella che i libri mi potessero insegnare a vivere e non soltanto aiutarmi a sopportare la vita. Il suo primo “pezzo” importante, se lo ricorda? Il libro più agognato era la mai ristampata, ma insuperabile biografia di Marcel Proust di George Painter. Avevo quindici anni e avevo passato l’anno leggendo avidamente tutta la “Recherche” di Proust, una passione che mi avrebbe procurato cinque esami a settembre alla fine della quinta ginnasio al Parini, a Milano. Desideravo moltissimo leggere la vita del mio autore preferito, così quando mia madre mi aveva dato i soldi per comprare un regalo a mia sorella, ho perpetrato il mio primo e purtroppo unico furto, precipitandomi nella Feltrinelli di Via Manzoni. Ricordo ancora il peso del libro e che la felicità superava il senso di colpa. Il volume cui tiene di più? Un’edizione svizzera dell’“Encyclopédie” di Diderot e d’Alembert, è il risultato di una delle marchette meglio ricompensate della mia vita. Avevo scritto per “Vogue” una decina di racconti per accompagnare altrettanti profumi. Il difficile era che non si doveva parlare di sesso, malattia e morte. Ma appena onorato l’impegno, sono corso a consegnare il malguadagnato a un libraio antiquario. Chi è il vero bibliofilo? Il bibliomane è colui che ha un rapporto di golosità compulsiva verso i libri, una golosità che si mantiene settembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 33 nel mio caso intatta anche verso quelli che scarico sul mio Ipad. Anatole France doveva acquistarne almeno uno al giorno. Benjamin sosteneva che comprare un libro da un bouquiniste era come riscattare una prigioniera al mercato degli schiavi. Il bibliomane sente, per proseguire la metafora di Benjamin, la necessità di crearsi un harem di libri, anche se, come un sultano, sa che non potrà dedicare una notte a ognuna delle sue mogli. Tutti i bibliofili sono uguali? Certo c’è una differenza tra chi raccoglie libri in vista di un progetto e chi colleziona un certo tipo di volumi, ma alla fine molti bibliofili uniscono i due aspetti. Primo tra tutti Benjamin, con le sue collezioni di libri di pazzi e di libri per l’infanzia. Certo, mi aveva impressionato il racconto della figlia di Truffaut: suo padre teneva sotto vetro una rara edizione originale autografata di Proust, che leggeva invece su un’edizione più corrente. Lei è un esperto di dandy e dandismo. Che rapporto ha il dandy con il libro? Un rapporto creativo, come Stendhal, che incollava all’interno del volume pagine bianche da riempire con i suoi commenti, e poteva comprare più esemplari di un libro che gli piaceva in modo particolare. O Goncourt che faceva dipingere il frontespizio da un artista, creando una doppia opera d’arte. O Proust che aveva fatto rilegare un libro con un frammento della sottoveste di uno dei suoi rari amori femminili. Ma il dandy, anche se ha una biblioteca squisita come d’Annunzio, non ne è mai schiavo e non considera mai il valore commerciale dei singoli pezzi, ma solo quello che assumono secondo i suoi bizzarri criteri. Dove fa acquisti? Libreria, mercatini, antiquari, internet? Ovunque e devo dire che Internet da eBay a marelibri - è molto tentante. Ho comprato a poco una prima edizione di Madame de Stael da un texano del tutto ignaro. Ma quelli che preferisco sono i banchi di libri sulla Senna o nei mercatini. Tra i tanti bibliofili e bibliomani che lei ha incontrato chi è il peggiore: quello che non conosce limiti, che non si soddisfa mai? Il migliore era Franco Venturi. Nella sua biblioteca, che occupava un intero appartamento sopra al suo, c’erano non solo molte opere introvabili ma anche dei volumi spaiati. Chi ama i libri non può resistere a comprare il secondo volume della prima edizione delle “Liaisons dangereuses”, anche se sa che probabilmente non troverà mai il primo. Per il bibliofilo il volume è un talismano e uno scudo, come dimostra Stendhal che si portò dietro nella ritirata di Russia un tomo sontuosamente rilegato delle opere di Voltaire, con il rimorso di avere azzoppato la collana volterriana dello sconosciuto moscovita cui l’aveva rubato nel saccheggio di Mosca. 34 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2010 ASTE, FIERE E MOSTRE-MERCATO Grandi appuntamenti e incanti di inizio autunno per la ripresa degli “affari” di annette popel pozzo Internazionale del Libro Antico e Moderno di Pregio La Mostra con sede a Palazzo di Re Enzo e del Podestà, si terrà in concomitanza con Artelibro Festival del Libro d’arte, e il Congresso Mondiale dei Librai Antiquari. Sono confermati più di cento espositori provenienti dall’Italia e dall’estero. Per informazioni, cfr. il sito dell’ALAI (http://www.alai.it). IL 30 SETTEMBRE, ROMA IL 23 SETTEMBRE, LONDRA, SOUTH KENSINGTON Asta - Travel, Science and Natural History www.christies.com 204 lotti che comprendono soprattutto libri di storia naturale, ma anche strumenti scientifici, globi, carte, stampe e vedute. IL 23 SETTEMBRE, LONDRA Asta - Natural History Books, Manuscripts & Watercolours www.bloomsburyauctions.com 614 lotti con opere di William Curtis, Charles Darwin, Leonhard Fuchs (De historia stirpium, Basilea, 1542, lotto 136, stima £20.000-30.000), John Gerard (presente anche l’unico conosciuto ritratto, olio su legno, 1586, lotto 152, stima £10.000-15.000), Sir William Jackson Hooker, Linnaeus, John Ray e Sowerby. DAL 24 AL 26 SETTEMBRE, BOLOGNA Mostra mercato – XXIII Mostra Asta – Libri, Autografi e Stampa www.bloomsburyauctions.com La sede di Roma annuncia da settembre delle novità con aste che si terranno nel fine settimana per consentire una maggior participazione e la presenza di lotti di diverse tipologie. IL 1° E IL 2 OTTOBRE, COLONIA Asta – Asta 116 Bücher, Graphik, Autographen e Asta 117 Moderne und zeitgenössische Graphik, Moderne Kunstliteratur www.venator-hanstein.de Quasi mille lotti tra carte geografiche, vedute, legature, manoscritti e libri a stampa. Segnaliamo una terza ma rara e ricercata edizione dell’Amoroso convivio di Dante, stampata presso Zoppino di Venezia nel 1529 (lotto 586, stima ¤700, in pergamena poco posteriore) e la prima traduzione italiana a cura di Remigio Nannini di Francesco Petrarca, Opera de rimedi de l’una et l’altra fortuna (Venezia, Giolito de Ferrari, 1549, esemplare con timbro “Collegij Sti. Barnaba Mediolani”, lotto 650, ¤390). IL 2 OTTOBRE, PARIGI Asta – Collection d’un Amateur: Livres anciens choisis et éditions originales modernes www.alde.fr Quasi quattrocento lotti che spaziano dai grandi classici della letteratura di tutti i tempi alle favole per bambini, passando per libri d’artista, libretti teatrali, fotografie d’autore, carteggi e manoscritti di numerosi intellettuali francesi e numerosi documenti storici sulla vita, sull’architettura e sul mondo della cultura francesi e parigini in particolare. Molto interessanti, settembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano ad esempio, Falbalas & fanfreluches di George Barbier (Paris, Meynial, 19221926, 5 volumi in-8, ¤4.000-5.000), il manoscritto di Le Montmartre vécu d’Utrillo di Francis Carco (¤1.5002.000), con numerosi appunti e correzioni al testo, e il Traité de l’organe de l’ouie, contenant la structure, les usages & les maladies de toutes les parties de l’oreille di Joseph-Guichard Du Verney (Parigi, Estienne Michaillet, 1683, ¤2.000-2.500), uno dei più www.abooks.de www.buchmesse.de Circa 50 librai antiquari tedeschi e stranieri parteciperanno alla sesta mostra del libro antico che affianca l’annuale “Frankfurter Buchmesse” con circa 300.000 visitatori. Presso Daniel Thierstein un album contenente 173 delle desiderate “Vues d’optique” di città europee, tutte naturalmente in colorazione a mano coeva (¤12.200). Da David Lowenherz di New York, che è specializzato in autografi, spicca un atto per una parcella nella miniera d’argento d’Ilmenau, recante la firma di Johann Wolfgang von Goethe (¤20.000). IL 9 OTTOBRE, PARIGI Asta – Livres anciens et modernes www.alde.fr IL 9 E IL 10 OTTOBRE, FIRENZE prestigiosi contributi allo studio dell’anatomia dell’orecchio, anche grazie a 16 incisioni realizzate a partire dai disegni dello stesso Du Verney. IL 2 OTTOBRE, ZURIGO Asta – Bücher und Kunst; Privatbibliothek des Zürcher MedizinHistorikers Gustav Adolf Wehrli: Medizin, Naturwissenschaften Teil I. www.falkauktionen.ch DAL 6 AL 10 OTTOBRE, FRANCOFORTE SUL MENO Mostra mercato - 6. Frankfurter Antiquariatsmesse in der Frankfurter Buchmesse Asta – Libri, autografi e grafica www.gonnelli.it/aste/ La seconda asta della rinnovata casa d’aste fiorentina propone 925 lotti con una vasta scelta di libri e manoscritti dal Quattrocento a oggi, dove spicca un’importante raccolta di testi autografi, che portano la firma dei Medici o del Canova, ma anche di protagonisti dell’Ottocento e della modernità come Flaubert, Leopardi, Guy Lussac e Albert Einstein. 35 www.sothebys.com Di notevole importanza l’asta parigina con celebri edizioni illustrati su Roma e l’Italia. Inoltre da segnalare la seconda edizione aldina di Francesco Colonna, La Hypnerotomachia di Poliphilo (Venezia, 1545), affiancata dalla prima edizione francese (Parigi, Jacques Kerver, 1546, purtroppo mancante della marca tipografica finale), dalla seconda edizione francese (Parigi, Jacques Kerver, 1554) e dalla terza edizione francese (sempre Parigi, Jacques Kerver, 1561). IL 15 OTTOBRE, NEW YORK Asta - The James S. Copley Library: Magnificent American, Historical Documents: Second Selection e The Henry Strachey Papers www.sothebys.com IL 12 E IL 13 Asta - Bibliothèque d’un érudit bibliophile: Rome et l’Italie Asta – Bücher, Grafik und Kunst www.kiefer.de OTTOBRE, PARIGI IL 15 E IL 16 OTTOBRE, PFORZHEIM L’impegno di Med 6.000 spot gr iaset per il sociale atuiti all’anno 6.000 i passaggi tv che Mediaset, in collaborazione con Publitalia’80, dedica ogni anno a campagne di carattere sociale. Gli spot sono assegnati gratuitamente ad associazioni ed enti no profit che necessitano di visibilità per le proprie attività. 250 i soggetti interessati nel 2008 da questa iniziativa. Inoltre la Direzione Creativa Mediaset produce ogni anno, utilizzando le proprie risorse, campagne per sensibilizzare l'opinione pubblica su temi di carattere civile e sociale. 3 società - RTI SpA, Mondadori SpA e Medusa SpA costituite nella Onlus Mediafriends per svolgere attività di ideazione, realizzazione e promozione di eventi per la raccolta fondi da destinare a progetti di interesse collettivo. 38 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2010 ANDANDO PER MOSTRE Le nuove tavole di un antico Atlante, un Vate “segreto”, le tele e i fogli di Elena Mezzadra di chiara bonfatti e matteo tosi SE L’ARTE CONTEMPORANEA È AL SERVIZIO DELLA BIBLIOFILIA cco la storia di un libro mutilo diventato un unicum per bibliofili e amanti dell’arte. Tutto ebbe inizio a Bondeno, paese della provincia ferrarese che, come alcuni sapranno, è noto per essere indicato come primo luogo di stampa in Italia ove fu impresso il frammento Parsons-Scheide (soffiando il primato a Subiaco). Originario di Bondeno è infatti lo stimato pittore Gianni Cestari, www.giannicestari.it - che ha all’attivo numerose personali in gallerie e spazi pubblici in Italia, Portogallo, Belgio e negli Stati Uniti. La Provvidenza, di cui tanto ha parlato Philippe Daverio nella sua serata al Teatro di Verdura, ha condotto il pittore all’incontro di uno dei volumi E dell’opera del geografo, cartografo e cosmografo veneziano Vincenzo Coronelli (1650-1718). Si dà il caso, infatti, che Gianni Cestari si sia imbattuto nel Tomo I dell’Atlante veneto stampato a Venezia da Girolamo Albrizzi nel 1691. Il raro volume si trovava privo delle tavole che avrebbero dovuto illustrarlo e Cestari ha messo la propria arte al servizio del libro ritrovato, dando vita a 72 tavole a colori scaturite da libere suggestioni e personali interpretazioni, a partire dai titoli evocativi contenuti nell’indice delle tavole in coda al volume. Le tavole, realizzate su cartone con tecnica mista fra disegno e pittura utilizzando inchiostri, pastelli e colori acrilici, misurano cm.50x35, coincidendo con le dimensioni delle pagine del tomo. Così è nata l’idea della mostra “Nuovi Mondi” curata da Graziano Campanini e Maria Gioia Tavoni, che avrà luogo presso gli spazi della Fondazione del Monte di Bologna (dal 17 settembre al 18 ottobre; info: www.fondazionedelmonte.it) per poi essere trasferita nella Pinacoteca Civica del Comune di Pieve di Cento dal 27 novembre 2010 al 30 gennaio 2011; info e prenotazioni: tel. 051/6862611 www.comune.pievedicento.bo.it). La mostra esporrà anche tre volumi completi dell’Atlante veneto conservati nell’Archivio Storico del Comune di Pieve di Cento ovvero l’Isolario Parte I e Parte II del 1696 e l’esemplare del Tomo I dell’Atlante. Si tratta di una mostra che si pone l’obiettivo di recuperare e studiare un raro libro antico, al fine di una sua valorizzazione e riproposizione in chiave contemporanea, generando così un vero e proprio libro d’artista. NUOVI MONDI. Gianni Cestari dialoga con Vincenzo Coronelli BOLOGNA, FONDAZIONE DEL MONTE, FINO AL 18 OTTOBRE PIEVE DI CENTO, PINACOTECA CIVICA, DAL 27 NOVEMBRE AL 30 GENNAIO 2011 settembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 39 IL VATE SEGRETO NEL NUOVO MUSEO DEL VITTORIALE FEDERICO SOLMI E UN CRIMINALE OMAGGIO AL ROMANZO CAPOLAVORO DI J.K. TOOLE opo l’inaugurazione di “Omaggio a d’Annunzio”, la grande mostra permanente (e destinata ad ampliarsi di anno in anno) che si snoda attraverso diversi spazi del Vittoriale, Giordano Bruno Geurri sta per aprire un nuovo spazio espositivo sempre dedicato al Vate, il museo “D’Annunzio segreto”. «Gabriele d’Annunzio - afferma il presidente della prestigiosa istituzione - o spunto per il titolo della propria prossima mostra, Federico Solmi lo ha preso da quello di uno dei testi cult della “nuova” letteratura a mericana, “A Confederacy of Dunces” (Una Banda di Idioti), di John Kennedy Toole. Ma D L “A Confederacy of Villains” (Milano, Jerome Zodo Contemporary dal 23 settembre all’11 dicembre, tel. 02/20241935) sposta l’osservazione dell’idiozia di una certa cultura popolare sulle scricchiolanti tavole di un palcoscenico ha donato il Vittoriale agli Italiani perché voleva che venissero ricordate non soltanto la sua opera letteraria e le sue imprese di guerra, ma anche la sua vita quotidiana, nella sua casa. È mia convinzione che il Poeta amerebbe che tutti i suoi oggetti potessero essere ammirati dai visitatori, alla stregua degli edifici, delle stanze e dei giardini del Vittoriale». Ed ecco il nuovo spazio, ricavato sotto l’Anfiteatro per ospitare circa 150 oggetti preziosi e di uso comune, che hanno accompagnato la vita del poeta e delle sue donne, esposti nella maniera più semplice e diretta 70 GALLERIE DA TUTTO IL MONDO PER LA SETTIMA EDIZIONE DELLA BIENNALE INTERNAZIONALE DI ANTIQUARIATO DI ROMA i svolgerà dal 1° al 10 ottobre negli eleganti ambienti di Palazzo Venezia la settima S edizione della “Biennale Internazionale di Antiquariato di Roma “ (info: www.biennale- antiquariato.roma.it) che, grazie alle importanti conferme e a prestigiose new enties vede salire a 70 il numero delle gallerie antiquarie coinvolte nell’esposizione. Molti gli incontri a corredo della kermesse e, in particolare, le presentazioni dei libri in programma, per cui sarà allestita un’apposita biblioteca-salotto al piano terra, all’interno dellìala quattrocentesca del Palazzo, da poco restaurata. Dipinti antichi, splendidi disegni settecenteschi e i capolavori di Otto e Novecento dialogano così con sculture, arredi, argenti, gioielli, oggetti e tappeti di pregio in arrivo da tutto il mondo (18 gli stand internazionali). apocalittico, attraverso una serie di video installazioni tra cui l’inedita Douche Bag City, in contemporanea anche alla Biennale di Santa Fe. possibile, così da consentire un contatto “diretto” con il Vate e con il suo modo di vedere se stesso, il proprio corpo e ciò che aveva il “privilegio” di toccarlo. L’allestimento minimale scelto dall’architetto Bucarelli per questo nuovo museo (visitabile da sabato 2 ottobre; info: www.vittoriale.it) aveva anche il compito di non contrastare il gusto della casa e il vasto corredo delle memorabilia esposte, consentendo così alla celeberrima teatralità di d’Annunzio di dominare anche ogni angolo di questo spazio. Accolto da sei monitor con filmati di repertorio sul Vate, il pubblico passerà a una sezione dedicata agli abiti e agli oggetti che D’Annunzio sceglieva di volta in volta per le proprie donne, per poi accedere alle stanze del poeta e delle sue mirabilia, tra cui scarpe. stivali, vestaglie, ogetti preziosi e i collari dei suoi amati cani. 40 UNA PITTRICE VERA, COL VIZIO DELLA CARTA E DELLA POESIA n’incisione originale dell’artista impreziosisce una tiratura limitata a 99 copie del catalogo che accompagna la grande mostra che la Fondazione Bandera per l’Arte di Busto Arsizio (via Andrea Costa, 29; www.fondazionebandera.it) dedica alla talentuosa figura di Elena Mezzadra, ottantaquattrenne pittrice milanese dedita anche alla scultura e soprattutto maestra di qualsivoglia arte incisoria. Non una vera e propria antologica - perché «le retrospettive si fanno ai morti», come immediatamente puntualizzato dall’artista - l’esposizione dà comunque conto dell’incredibile complessità della ricerca e del lavoro di Mezzadra, snodandosi all’interno di tutti gli spazi della Fondazione. Nel grande loft industriale a piano terra trovano spazio una trentina di grandi lavori su tela, quasi tutti afferenti agli ultimi cinque anni e comunque alla contemporaneità più stringente della ricerca di questa artista, apparentemente sempre molto simile a se stessa e, invece, in grado di rinnovare e intensificare ogni volta quel suo tratto che pare aver preso le mosse dalla lezione di nomi come Afro e Scanavino, ma rinforzati e attualizzati da una felice frequentazione degli espressionisti U la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2010 astratti americani, Franz Kline in testa. Astratto ma rigorosamente mai informale, il lavoro di Elena Mezzadra vive una sorta di dicotomia tra la squisita modernità delle sue dense e “impossibili” intersezioni di solidi e piani - spesso virate verso i toni della monocromia o della bicromia, entrambe sempre e comunque attraversate da intensi squarci di luce bianca e l’antica “classicità” della sua tecnica, attenta e meticolosa nella gestione delle forme e dei colori. Un’attenzine e una perizia certosine che risultano ancora più evidenti nei lavori su carta: bulini, acqueforti, acquetinte, puntesecche e ardite sperimentazioni dove Mezzadra fa convivere due o più tecniche differenti per raggiungere quel dialogo “fluido” tra le tinte e le sfumature che caratterizza buona parte dei suoi fogli. Altri, invece, guardano solo all’intensità del nero e alla violenza del suo contrasto con il bianco pulito della carta, che filtra prepotentemente tra un ingorgo di forme e linee come se non fosse solo “supporto”, ma un element portante del lavoro. La palazzina che ospitava gli uffici dell’ex azienda meccanica presenta una selezione di alcune sue sculture in marmo, bronzo o terracotta e una breve antologia delle sue “carte” più preziose, con particolare attenzione per quelle incisioni commissionatele per illustrare ELENA MEZZADRA LA FORMA È SOSTANZA BUSTO ARSIZIO (VA), FONDAZIONE BANDERA PER L’ARTE, DAL 26 SETTEMBRE AL 28 OTTOBRE INFO: TEL. 0331/322311 www.fondazionebandera.it racconti o raffinate edizioni di brevi raccolte poetiche, tra cui spiccano le collaborazioni con Roberto Sanesi e Umberto Eco. Altrettanto importanti i nomi dei critici che, a dispetto della scarsa notorietà, si sono occupati di lei, fin da quando fece parte della squadra della mitica Galleria delle Ore, togliendosi anche la soddisfazione di essere l’unica donna collezionata a “Casa Boschi”. settembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 41 BvS: libri illustrati La “Byblis” dell’illustrazione francese, una raccolta de luxe Il ricercato trimestrale ispirato ai tesori della Chalcographie / 3 CHIARA NICOLINI N ella prima parte di questa analisi di “Byblis”. Miroir des Arts du Livre et de l’Estampe, lussuosa rivista trimestrale per bibliofili pubblicata a Parigi tra il 1922 e il 1931 da Albert Morancé, avevo rimarcato come molte delle immagini che adornano il periodico ritraessero soggetti agresti. In realtà, con il passare degli anni, iniziarono a comparire tra le pagine della rivista anche splendidi scorci di paesi e città, a partire dalla bellissima xilografia a colori Rue Pont-aux-Anguilles à Anvers che accompagna l’articolo sull’artista belga Edward Pellens (1926, pp. 56-59 - Fig. 1). Pellens (1872 – 1947) era figlio di un calcografo che, a soli tredici anni, lo mandò all’Accademia di Anversa. A quei tempi in Belgio le lezioni d’incisione xilografica, tecnica prediletta da Pellens, insegnavano solo a riprodurre fedelmente quadri e disegni – attività che inibiva l’espressione della creatività individuale. L’artista praticò questo tipo di xilografia per diversi anni, fino a quando, spinto dalla curiosità, prese a studiare l’opera dei maestri antichi. Fu per lui una rivelazione. Da quel momento in poi, Pellens si de- dicò esclusivamente alla xilografia originale. Si specializzò nel camaïeu e nella realizzazione di ex libris, vignette e stampe, senza preoccuparsi né del fatto di essere un pioniere nel suo Paese, né delle critiche di chi sosteneva che solo l’incisione su rame dovesse detenere la prerogativa dell’originalità. Chiamato a trent’anni a succedere al suo maestro all’Institut Supérieur des Beaux-Artes della Académie di Anversa, Pellens modificò radicalmente l’orientamento del corso d’incisione, incoraggiò i suoi numerosi seguaci a produrre solo opere originali, e ottenne per loro che la xilografia fosse inclusa tra le varie sezioni artistiche del concorso indetto dalla Académie Royale del Belgio. Il soggetto preferito di Pellens era la sua città natale, Anversa, con la cattedrale, i quartieri vecchi, il porto, la sua gente. 1 Quello di Louis Orr, Parigi. Non a caso l’articolo che P.-J- Angoulvent gli dedica si intitola Louis Orr Parisien d’Amérique (1927, pp. 139-141). Orr nacque nel Connecticut nel 1879. Suo padre era un noto incisore. Dopo avere frequentato vari corsi di disegno, nel 1906 vinse una borsa di studio con la quale andò a perfezionare la sua educazione artistica a Parigi. Il fascino della capitale francese ebbe un impatto fortissimo sul giovane artista. Per tre anni Orr frequentò l’atelier del rinomato pittore accademico Jean-Paul Laurens, poi, quando i soldi iniziarono a scarseggiare, si mise a vendere le deliziose vedute di angoli parigini che 6 settembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 43 2 lo avrebbero reso famoso. Riuscì così a racimolare la somma necessaria per comprarsi un biglietto di ritorno per l’America, ma una volta rientrato in patria, Orr si rese conto che disegnare le città americane non gli dava alcuna soddisfazione. Nel 1913 rientrò dunque nell’amata Parigi e vi si stabilì definitivamente. I suoi scorci parigini, cui appartiene la finissima acquaforte L’Hotel de la Belle-Gabrielle (Fig. 2), ebbero un tale successo da indurre la Chalcographie du Louvre ad acquisirne una ricca serie, e nel 1917 gli fu affidato l’incarico di ritrarre la cattedrale di Rouen sotto ai bombardamenti. Orr amava l’energia giovane dell’America – scrive Angoulvent – ma trovava molto più congeniale la cultura millenaria di Parigi e la sua atmosfera intellettuale e decadente. L’olandese Adriaan Lubbers, invece, si innamorò di New York, di cui realizzò dodici grandi litografie, molto varie tra loro. Ritrasse luoghi celebri della città, ma anche angoli poco noti, come quello in Le «L» à Chatham Square (Fig. 3), stretto e buio passaggio tra case affollate, solcato dai binari della ferrovia aerea “L” (abbreviazione newyorkese per “Elevated Rail Road”). Sembra quasi un sotterraneo mondo ricco di vita 3 (panni stesi, insegne luminose, camini fumanti) quello percorso dalla L – commenta Terrasse (1930, pp.3033); un mondo che contrasta con i grattacieli immobili e sacrali come piramidi egizie che da esso si ergono. Si direbbe un’immagine tratta dalla Metropolis di Fritz Lang. Lubbers lasciò l’Olanda spinto da un desiderio quasi ossessivo di viaggiare e vedere luoghi e colori sempre diversi. Visse a lungo, e poveramente, a New York, della quale conosceva ogni angolo. Le sue litografie ne ripropongono la varietà delle superfici, dalle acque marittime pesantemente solcate dai rimorchiatori alle acque fluviali percorse dai bat- 44 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2010 4 telli, dai cementi brillanti delle avenues alle masse informi di persone che affollano le sue vie. La splendida litografia a colori Départs (Fig. 4) di Robert Bonfils, riprodotta nell’articolo Robert Bonfils peintre, illustrateur, relieur di Robert Burnand (1929, pp. 49-51), ritrae un vicolo buio che si affaccia su un porto francese. All’orizzonte si intravede una nave in partenza. La luce che penetra nel vicolo di sbieco, le linee che solcano il cielo, l’andamento della nave danno alla composizione una forte impressione di movimento. Il senso della prospettiva è dato dall’insegna ovale in alto a destra in primo piano, dalla figura femminile che fa capolino sulla sinistra e dai due omini all’uscita del vicolo. Al con- trario, la maniera nera che accompagna Kiyoshi Hasegava graveur Japonais di P.-J. Angoulvent (1929, pp. 83-85) ha l’atmosfera rarefatta di un villaggio dove il tempo si è fermato (Fig. 5). Un’immagine di straordinaria morbidezza: sebbene le case abbiano geometrie angolari e tetti aguzzi, la finissima trama di linee, propria dell’artista giapponese, rende l’illustrazione vellutata come vista attraverso un velo. Burnand scrive che Bonfils amava la varietà del paesaggio francese, le sue pianure, i suoi boschi, la luce delle sue campagne, i tetti delle città e ne sapeva catturare lo spirito in composizioni armoniche e decorative. Pur essendo prima di tutto un pittore, l’artista ebbe successo anche come illustratore e come legatore. L’illustrazione era per lui un elemento fondante del libro e come tale doveva fondersi armoniosamente con il suo formato, la grana della carta, la composizione delle pagine, i colori. Bonfils fu uno dei primi a utilizzare la colorazione al pochoir nella pubblicazione Clara d’Ellébeuse (Paris, Mercure de France,1912) e «sebbene abbia ora al suo attivo più di venticinque libri e albi – scrive Burnand – lavora con la creatività, il fervore e la fede di un debuttante». Angoulvent presenta Kiyoshi Hasegava come un pioniere. Nato nel 1891 a Yokohama, Hasegava studiò pittura all’Accademia di Tokyo, ma quando scoprì l’arte europea dell’acquaforte se ne innamorò e decise di impararne la tecnica. Poiché all’epoca in Giappone non esistevano acquafortisti, Hasegava si procurò un manuale dedicato all’incisione su rame; successivamente andò a Parigi ad approfondire quanto appreso. Al settembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 45 5 suo ritorno in patria fondò la prima società di incisione calcografica di Tokyo. Il fascino delle opere di Hasegava deriva dalla freschezza della sua visione. Amava disegnare villaggi, ma anche donne, pesci e fiori, con quella grazia squisita che è da sempre appannaggio dei migliori artisti giapponesi. Dell’occidente lo colpì soprattutto la costante sensazione che la natura fosse completamente asservita all’uomo: «Da noi un villaggio viene costruito ai piedi della montagna, che svetta inviolata. Da voi, viene costruito in cima al monte e vi si erge fiero come in un perenne atteggiamento di lotta con le difficoltà materiali e di sfida al cielo». Satira e umorismo sono da sempre caratteristiche tipiche di un certo genere d’illustrazione francese. Eppure Byblis dedica solo due articoli all’argomento: André Gill caricaturiste et pamphlétaire di Ch. Fontane (1928, pp. 107-110) e Le sourire de Lucien Boucher di Maurice Boissais (1930, pp. 75-82). Gill fu, secondo 8 Fontane, il più grande tra i maestri della satira politica ai tempi della caduta del secondo Impero e dell’avvento della terza Repubblica. Poeta squisito e pittore originale, ebbe una vita romanzesca, fatta di duro lavoro e miseria, terminata nella follia. Attivo tra il 1865 e il 1880, Gill iniziò la galleria di personaggi contemporanei che lo avrebbe reso immortale sul periodico La Lu- 7 ne. Dumas padre disse che il suo ritratto era il più somigliante che qualcuno gli avesse mai fatto. Quando La Lune venne soppresso, Gill fondò La Lune Rousse e, successivamente, Le Bulletin de vote e La Petite Lune. La Lune Rousse contiene il meglio del geniale caricaturista, del quale Byblis riproduce la tavola Théophile Gautier, académicien, colorata a mano dal grande Jean Saudé (Fig. 6). Boissais descrive Lucien Boucher come un artista dotato di fresca immaginazione e grande senso dell’umorismo. Portava sempre con sé un blocco per gli schizzi per disegnare tutto ciò che vedeva, sentiva, pensava. Le sue illustrazioni per i Contes di Perrault (Paris, Émile Hazan, 1928) sono inedite e vivaci come quelle di un ragazzino che abbia appena letto i testi per la prima volta – scrive Boissais. Le iniziali decorate, stampate in blu, e le xilografie a colori realizzate per il Gargantua et Pantagruel di Rabelais (Paris, Émile Hazan, 1930) hanno la comica esuberanza di certe vignette di Albert Dubout (Fig. 7). 46 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2010 12 settembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano Con Sylvan Sauvage e Jean Dulac si ritorna a quelle calcografie finemente incise che costituiscono la gran parte dell’apparato illustrativo di Byblis. Ce feu que met au cœur des filles…, studio per Le Bon Plaisir di Henri Régnier (La Roseraie, 1929 – Fig. 8) accompagna l’articolo di Marcel Valotaire Sylvain Sauvage architecte de beaux livres (1928, pp. 124128), nel quale il critico descrive le difficoltà del rapporto tra illustratori ed editori e la filosofia del libro di Sauvage. Per essere un’opera d’arte, un libro deve presentare caratteristiche d’omogeneità assoluta, ideale non raggiungibile quando l’editore persegue il minimo rischio economico e l’illustratore la massima libertà espressiva. In questi casi l’unica soluzione possibile è che l’artista si metta in proprio, come hanno fatto Schmied, Daragnès, Jou, e Sauvage. Figlio di architetti e architetto lui stesso, Sauvage iniziò a illustrare nel 1922-23, lavorando per editori come Mornay, Crès e Kieffer. Nel 1925 pubblicò il suo primo libro prodotto autonomamente: un’edizione di Daphnis & Chloé decorata da una serie di xilografie a colori che ottenne immediato successo. Il suo Candide di Voltaire – scrive Valotaire – è uno dei libri moderni più belli in assoluto: gli studi architettonici hanno fornito a Sauvage le basi per costruire una mise-en-page dotata di equilibrio perfetto, senza tuttavia scadere mai nella monotonia di un’unica formula. La ricerca di un’armoniosa relazione tra tutte le parti del libro – estesa alla creazione di caratteri tipografici che esprimessero lo spirito del testo (come il Grasset o l’Auriol) – fu l’obiettivo dell’editoria francese di 47 11 lusso a partire di primi anni del ‘900. Come tale ricerca si sia sviluppata e quali ne siano stati i migliori esiti lo ricorda Charles Saunier in Trente ans de bibliophilie française (1930, pp. 5468), rassegna delle più celebri pubblicazioni dell’epoca, dalle Histoires Naturelles illustrate da ToulouseLautrec al Parallèlement di Bonnard. In Les tendances nouvelles de la bibliophilie (1931, pp. 33-37) Marcel Valotaire affronta invece lo spinoso argomento del rapporto tra il libro d’artista e la riproduzione fotomeccanica. «Sono veramente incompatibili?» Valotaire pone la domanda a vari illustratori dell’epoca (tra cui Georges Barbier), che si rivelano tutti più o meno favorevoli all’utilizzo delle nuove tecniche perché esse consentono di riprodurre fedelmente i loro disegni. La migliore risposta è forse quella data da Joseph Hémard: “libro d’arte” non vuol dire nulla; un libro, o è bello, o non lo è, e la meccanica non esclude né il buon gusto, né l’originalità, né, del resto, il cattivo gusto. L’articolo è illustrato da un’incisione al bulino di Jean Dulac – tratta dal suo Les Amours pastorales de Daphnis et Chloé (Chez l’Artiste 1931) – che colpisce per lo splendido contrasto tra linee forti e dettagli finissimi: le piante in primo piano (i narcisi i basso e le foglie d’albero in alto) hanno contorni spessi, l’erba e i fiori più delicati hanno contorni sottili, mentre il disegno che orna le ali degli uccellini e delle farfalle può essere apprezzato pienamente solo con una lente d’ingrandimento (Fig. 9). Il fatto che tutti questi particolari siano incisi su rame li rende percepibili non solo all’occhio, ma anche al tatto – cosa che, a mio avviso, costituisce la principale differenza tra le tecniche di riproduzione artistiche e quelle meccaniche. Xilografia, calcografia, litografia hanno tutte una qualità materica e cromatica, una tridimensionalità che manca completamente alle tavole in quadricromia. Il 1931 è l’annata finale di Byblis, e anche una delle più attraenti dal punto di vista estetico. Contiene, tra l’altro, uno specimen a colori dell’edizione dell’Odissea illustrata da Schmied, che accompagna la recensione di Pierre Gusman Une nouvelle apothéose d’Homère (pp. 68-74). Gusman inneggia sia alla traduzione di Victor Bérard, illustre ellenista francese, sia al contributo grafico di Schmied, «magicien de la décoration du livre». Schmied amava il Mediterraneo. Non tanto le grandi rovine di cui è costellato, quanto più le sue bellezze naturali, il cielo, la luce, il mare, che erano gli stessi dei tempi di Omero e Ulisse. Gli ori, i filetti d’ar- 48 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2010 9 gento, l’azzurro e lo smeraldo delle isole favolose, il rosa dei giardini incantati, gli arabeschi e le gemme del mare fanno di questo libro un monumento degno delle migliori biblioteche del mondo – scrive Gusman. L’articolo riproduce anche una delle tavole che servirono alla separazione dei colori e alla tiratura dei contorni delle immagini (Fig. 10). Il pezzo di Sigismond St. Klingsland sull’arte del libro in Polonia (Le livre d’art en Pologne, pp. 115-120) è illustrato da ben tre tavole a colori, una delle quali riproduce la copertina di Chlopi di S. Reymont, disegnata da Kaminski (Fig. 11), un’altra, un’illustrazione di Z. Pronaszro per 10 Ballad O Powsinogach Beskidzkich di Zegadlowich (Fig. 12). Klingsland spiega come in Polonia il libro d’arte non fosse solo un prodotto di lusso, ma una vera e propria roccaforte dell’espressione artistica nazionale. Nonostante la situazione politica fosse radicalmente diversa, anche in Francia il libro d’arte era (ed è tuttora) considerato una delle più alte manifestazioni del gusto artistico nazionale. Byblis ne fu per dieci anni l’araldo. Nel congedo finale, il fondatore e direttore Pierre Gusman scrisse che la pubblicazione della rivista, intrapresa senza scopi di guadagno, veniva interrotta perché col- 10 laboratori e sostenitori avvertivano l’esigenza di una pausa di riflessione prima di dare avvio a un nuovo ciclo. Con i suoi quaranta fascicoli, Byblis resta comunque un eccelso repertorio della storia del libro d’arte e delle arti grafiche antiche e moderne – dice Gusman – e la serie di tavole originali che ne adornano le pagine è una parure unica. «Ai suoi amici, grandi e piccoli, essa è riconoscente; la sua ultima frase sarà quella del primo giorno, sempre vera: GALLIAE LIBER SEMPER FLORENS». Da internet è disponibile una copia della rivista, completa dei suoi dieci volumi e, presumibilmente, di tutte le tavole, e rilegata in mezzo marocchino: costa 20.000 euro. settembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 49 BvS: il libro ritrovato Parma celebra l’augusto tipografo Giambattista Bodoni La medaglia d’onore e l’illustre scambio epistolare CHIARA BONFATTI Tommasini, Giacomo (1768-1846). Medaglia d’onore decretata dal pubblico di Parma al celebre tipografo Gio. Battista Bodoni cittadino parmigiano. Crisopoli [i.e. Parma, Giambattista Bodoni], 1806. In folio (426x277 mm); [8], LXXXIV p. Sul frontespizio medaglia incisa con il ritratto di Bodoni e il suo rovescio con l’iscrizione “CIVI. OPTIMO. DECVRIONI. SOLERTISS. ARTIS. TYPOGRAPHICAE. CORYPHAEO. ERVDITISS. EX. XII. VIRVM. PARM. DECRETO”. (Brooks, 993). Legatura coeva in marocchino marezzato con titolo e fregi in oro al dorso. Piatti inquadrati in due cornici di filetti e fregi fitomorfi in oro. Al contropiatto anteriore l’ex libris calcografico del conte Filippo Linati (1757-1837) inciso da Domenico Cagnoni (1730-1797). In fine al volume sono allegate due lettere manoscritte, la prima di Filippo Linati, la seconda di Aubin Louis Millin (1759-1818), archeologo, storico e conservatore del Medagliere presso la Biblioteca Imperiale di Parigi; ad esse fa seguito la versione stampata dal Bodoni della lettera di Papa Pio VII Dilecto filio comiti Antonio Ceretoli Parmam, datata 3 giugno 1807, e inviata come ringraziamento per il dono delle medaglie fatto al Museo Vaticano (Brooks 1022). «… L’Arte si specchia nell’immago, e, valse, Dice, Costui, ch’io non varrò più tanto» Angelo Mazza L’ edizione bodoniana - presente nella Sala Tommaso Campanella della Biblioteca di via Senato - rappresenta una testimonianza degna di nota perché esemplifica l’importanza del genio dell’arte tipografica di Giambattista Bodoni e lascia tracce di quelle che furono le vicende che si intrecciarono a questa impresa editoriale. Se l’edizione fu data alle stampe solo nel 1806, occorre dire che l’anno determinante per l’editore parmense fu il 1802. L’amico e biografo Giuseppe De Lama, nella sua Vita del cavaliere Giambattista Bodoni (Parma, Bodoni, 1816), offre un chiaro quadro dei fatti che coinvolsero la città di Parma e il suo Reale Tipografo: «Quest’anno di luttuosa ricordanza ai Parmigiani per la perdita repentina dell’ottimo loro Duca l’Infante di Recto della carta con prima lettera manoscritta inviata da Filippo Linati a Aubin Louis Millin 50 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2010 settembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 51 A sinistra: Ritratto del Bodoni realizzato da Andrea Appiani e conservato alla Galleria Nazionale di Parma, olio su tela. A destra: Ex libris di Filippo Linati Spagna Don Ferdinando I, il quale dopo brevissima malattia chiuse, il giorno 9 ottobre, la mortale sua carriera nella Badia di Fontevivo; quest’anno medesimo fu per Bodoni apportatore di una onorificenza, di cui altra mai non aveva solleticato più dolcemente il suo amor proprio: e qui intendo parlare della medaglia che fece lui coniare la Città di Parma» (De Lama, vol. I, p. 73). La morte di Ferdinando I indusse l’Anzianato di Parma a provvedere affinché un elogio funebre per il Duca venisse pronunciato nella Chiesa della Steccata il giorno 15 dicembre dall’avvocato Uberto Giordani. E di questo episodio il De Lama racconta: «E perché la nitidezza delle stampe perpetuasse il decretato tributo, fu poscia invitato Bodoni a mandare quell’Orazione coi proprj splendidissimi caratteri in luce. Egli assunse l’incarico colla prontezza e coll’entusiasmo del buon Cittadino» (De Lama, vol. I, p. 74). A tale invito Giambattista Bodoni rispose con le seguenti parole: «Io intraprenderò senza dilazione il lavoro a cui Voi, Signori, per ordine dell’Anzianato mi invitate. L’edizione del funebre elogio sarà triplice; e procurerò che il lavoro riesca non indegno nè del nome, che si vuole per esso consegnare alla posterità, nè del Pubblico che ne ha decretata la stampa. Ma una condizione mi si conceda di porre all’onorevole impegno: condizione che a me comandano sentimenti antichi ch’io nutro verso la Città di Parma non meno che verso il Principe estinto. Il Corpo Civico deponga da quest’istante pensiero verso me qualunque d’indennizzazione o di premio, trovandomi io largamente ricompensato, dall’onor che ricevo per così distinta incombenza» (p. XXXVI). E l’impegno del Bodoni sfociò nella nota edizione dell’Orazione funebre in morte di Ferdinando I (Parma, Bodoni, 1803), anch’essa presente nella Sala Tommaso Campanella. Nonostante le dichiarazioni del tipografo regio, l’Anzianato si impegnò da quell’istante nel dimostrargli pubblica riconoscenza e gratitudine, dapprima ascrivendolo alla distinta classe dei Piazzesi e conferendogli un diploma di nobiltà, e poi premiandolo attraverso il conio di una medaglia d’oro nella quale l’abile incisore Luigi Manfredini (1771-1840) scolpì l’effige del Bodoni. In occasione di due importanti sessioni dell’Anzianato di Parma del 19 febbraio e del 7 settembre 1805 a cui presero parte anche Giacomo Tommasini e Filippo Linati (que- st’ultimo nel ruolo di Decurione Presidente) - dopo dibattiti e discussioni, vennero stabilite le iscrizioni latine da incidere sui due lati della medaglia e in altra sessione del 27 luglio fu fissato a quattro il numero delle medaglie d’oro, delle quali la prima destinata a Bodoni, la seconda al Museo Napoleone di Parigi «accompagnata da lettera di quest’Anzianato al Presidente del Museo medesimo», la terza all’Amministratore generale Moreau Saint-Méry e una simile da collocarsi nell’Archivio Civico di Parma. Furono inoltre realizzate 200 medaglie d’argento e 250 in rame. In un’ulteriore sessione del 3 gennaio 1806 venne ordinato che di ciò si realizzasse una relazione, che fosse impressa dallo stesso Giambattista Bodoni con un’incisione raffigurante la medaglia al centro del frontespizio. E veniamo dunque all’edizione qui considerata - della quale Bodoni stampò nello stesso anno anche un’edizione in quarto che differisce solo nel formato e nell’interlineamento delle righe - che si 52 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2010 Tavola con ritatto litografico di Giacomo Tommasini impresso a Torino dai Fratelli Doyen e inciso dal Perrin conservato in un album che raccoglie ritratti di diversi uomini illustri compone di una Relazione de’ motivi che determinarono il pubblico di Parma a decretare la Medaglia bodoniana e del modo con cui fu eseguito il decreto, alle pp. I-XXIX, e degli Atti dell’Anzianato di Parma relativi al conio della Medaglia bodoniana ed alla presentazione della medesima, alle pp. XXXILXXXIV. Nella Relazione, stilata dal professore e medico ducale Giacomo Tommasini, nonché fine scrittore, una vivida descrizione della solenne cerimonia è data attraverso l’efficace narrazione dell’evento: «Preceduto da un grido commovente di gioja entrò Bodoni accompagnato dignito- samente dai Civici Deputati e cinto intorno dagl’ingenui abitanti d’una città amica delle scienze, delle arti e della giustizia, cui egli, compieva appunto in quel giorno il trentottesim’anno, qual seconda sua patria risguardava. Terminati gli officj di reciproca urbanità, ed assiso Bodoni in seggio particolare rimpetto agli Anziani destinatogli s’alzò il Presidente, e penetrato da sentimenti che la dignità del Consesso, la grandezza dell’atto e i voti d’un’intera Popolazione consegnati al suo labbro inspirar gli doveano, parole disse all’alto subbietto conformi ed alla pubblica rappresentanza in esso raccolta: e nel terminarle stesa Bodoni la mano, porse a lui la triplicata Medaglia non senza aperti segni d’una commozione che negli animi e nei volti passò di tutti gli astanti. L’illustre Tipografo, l’egregio Cittadino nel ricevere così certo pegno dell’universale considerazione bagnò il ciglio di lagrime riconoscenti, ed alle coltissime espressioni, onde agl’interni moltiplici affetti dar volle uno sfogo, pronto rispose e non equivoco effetto, il più consolante universale commovimento» (p. XXVI-XXVII). E Giuseppe De Lama nella sua biografia aggiunge: «Finita l’augusta cerimonia, unica ne’ nostri Annali di Parma, e forse in quelli di più cospicue città, Bodoni partì, a tutti coloro che gli si affollavano intorno esprimendo più assai col volto che con la voce la piena de varj soavissimi affetti da cui sentivasi agitato. E in quei deliziosi istanti tutte dimenticò le passate disgrazie, e le pene, e le disgustose gare, e gl’inciampi frapposti da taluno, vivente sotto lo stesso cielo, per arrestare i suoi progressi nell’arte; né più ebbe ad invidiare all’Ibarra, al Baskerville, e al Didot stesso l’idolatra ammirazione de’ loro concittadini» (De Lama, I, p. 78). Considerando ora il nostro esemplare, un valore aggiunto è dato dal fortunato caso della presenza di due documenti manoscritti di storica importanza: il primo è la copia della lettera citata a p. LVIII dell’edizione, Atto n. 7 della sessione del settembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 27 luglio 1805, ovvero la lettera accompagnatoria del dono delle tre medaglie e di un esemplare dell’edizione bodoniana indirizzata alla Biblioteca Imperiale di Parigi con la firma di Filippo Linati e la data di Parigi 9 dicembre 1808; la seconda lettera, di tre giorni successiva, è la responsiva di Aubin Louis Millin, conservatore del Medagliere presso la Biblioteca parigina. Filippo Linati, antico possessore dell’esemplare nonché noto bibliofilo e filantropo, in quella data era membro del corpo legislativo di Francia e deputato del dipartimento del Taro. A seguito si intende offrire la trascrizione del contenuto delle due missive: Paris le 9. X.bre 1808. A Monsieur Millin, Membre de l’Institut et de la Légion d’honneur, un des Conservateurs-Administrateurs de la Bibliothèque Impériale. Ph. Linati, Député du Département du Taro au Corps-Législatif. Monsieur, J’ai l’honneur de vous remettre trois médailles frapées à Parme en l’honneur de M.r Bodoni dont une est en or, une en argent et l’autre en cuivre, pour que vous veuilliez les placer à la Bibliothèque Impériale. La Ville de Parme voulut lui donner un témoignage authentique de considération, d’amour et de reconnaissance. Elle le devoit à l’Artiste célébre par le quel elle rivalise dans l’art typographique les plus grandes Villes de l’Europe: Elle le devoit au Citoyen Vertueux qui, par la pureté de ses mœurs et l’amabilité de son caractère, s’est rendu l’objet général de l’estime et del’amour de ses Concitoyens. Elle le devoit enfin au Magistrat éclairé et actif qui avoit servi avec zèle et intégrité la Patrie dans les diverses fonctions auxquelles il avoit été appellé comme Membre du Conseil Général dela Ville. C’est à ces titres que le Conseil des Anciens lui décerna une Médaille portant d’un côté son effigie, et de l’autre une inscription rappellant les motifs pour les quels elle lui fut décernée. La médaille lui fut préséntée d’une manière solemnelle le 24. février 1806. Ce sera toujours avec les sentimens dela plus douce satisfaction que je me rappellerai ce jour où au milieu de tous les Membres du Conseil Général et des Anciens que j’avois l’honneur de présider, et au milieu des applaudissemens et de l’émotion la plus vive d’une nombreuse assemblée, je remplis, au nom de la Patrie, cet hommage public dont l’expression me devent doublement chère et précieuse, et par le sentiment général que je partageais avec tous mes concitoyens, et par celui de l’amitié qui, depuis long-tems, m’attache à lui. Ce même Conseil, prévenant dès-lors, par ses vœux, l’époque heureuse à la quelle Parme devoit être définitivement réunie à la plus grande Nation du monde, et attachée pour toujours à la gloire du plus grand des héros, décreta aussi qu’une de trois Médailles seroit déposée à la Bibliothèque Impériale de Paris, que regardoit déjà comme celle de sa Capitale. J’étois chargé d’en faire l’envoi, mais plusieures circonstances m’en ont fait retarder l’exécution. Je m’aquitte maintenant d’une commission aussi honorable, vous 53 remettant, Monsieur le Conservateur-Administrateur, en même tems, une relation imprimée par M.r Bodoni des motifs qui engagèrent le Public de Parme à lui décerner cette Médaille, car on exigea delui que, faisant taire, pour quelques momens, les sentimens de modestie qui lui sont naturels, lui-même en conservat, par ses presses, le souvenir à la Postérité. Je suis persuadé que tous les Français verront avec plaisir ce témoignage Public d’estime et d’amour que la Ville de Parme a rendu à M.r Bodoni, à cet Artiste si justement célébre, qui leur étoit déjà cher pour ses talens et ses vertus, et qui àprésent doit leur être plus chèr encore comme leur concitoyen. Veuillez bien agréer, Monsieur le Conservateur-Administrateur, les Assurances dela considération la plus distinguée avec laquelle j’ai l’honneur d’être,. Monsieur, V. C. [non legitur] signé Linati. La risposta, su carta intestata della Bibliothèque Impériale (la parte in corsivo è a stampa): Bibliothèque Impériale Paris le 12 Decembre 1808. Aubin Louis Millin, Conservateur des Medailles de la Bibliothèque Impériale, Membre de l’Institut et de la Légion d’honneur, A Monsieur Linati, Deputé du Departément du Taro au Corps Legislatif. Monsieur j’ai reçu les trois médailles frappées à Parme en honneur de M. Bodoni dont une est en or, une en argent et l’autre en cuivre, que Vous 54 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2010 A sinistra: Frontespizio dell’edizione in-folio. Sopra: La medaglia d’oro a Giambattista Bodoni realizzata da Luigi Manfredini avez eu la bonté de me remettre pour les deposer à la Bibliothèque Impériale. J’ai également reçu le bel ouvrage relatif à cette médaille, dans lequel l’illustre Bodoni a fait preuve de ce rare talent qui lui a merité à temoignage honorable de l’estime de ses concitoyens et qui lui assure la reconnoissance et les hommages de la posterité. Je me rejouis particulièrement que Vous ayez été choisi pour deposer ce beau monument dans le depot qui m’est confié, puis- que cela me fournit l’occasion de Vous offrir l’assurance de la respectueuse considération avec laquelle j’ai l’honneur d’être. Monsieur Votre trés humble et trés obéissant Serviteur A.L. Millin Nel 1808 era dunque deputato del Dipartimento del Taro Filippo Linati. Napoleone si era imposses- sato del Ducato di Parma, Piacenza e Guastalla già nel 1801 e quando nel 1802 morì il Duca Ferdinando I, il regno del Ducato venne affidato a Moreau de Saint-Méry. Nel 1806 Napoleone lo fece sostituire però dal generale Junot e in quello stesso anno il nuovo prefetto Nardon divise il territorio di Parma in tredici mairies; dal 1808 gli stati parmensi divennero infine il Dipartimento del Taro e furono, fino al 1814, parte integrante dell’impero francese. settembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 55 Tavola con ritratto di Giambattista Bodoni inciso in rame da Luigi Rados su disegno di Antonio Bramati contenuto in una raccolta di ritratti intitolata Collezione di n. 215 ritratti di uomini illustri divisa in tre volumi. Il ritratto del Bodoni si trova nel Volume secondo di n. 55 che contiene filosofi, metafisici, astronomi, fisici matematici, anatomici, naturalisti, antiquari, letterati, artisti, e poeti Questo fu dunque il contesto storico nel quale si svolse la vicenda editoriale bodoniana e il 1806 fu per Bodoni un anno da ricordare doppiamente per altri onori che gli giunsero dalla Francia poiché fu invitato a partecipare al Concorso dei Prodotti dell’Industria mandando a sua scelta quattordici delle sue migliori produzioni tipografiche. In questa occasione la città di Parigi decretò al Bodoni il primo premio dichiarando che «Monsieur Bodoni de Parme est un des hommes qui ont le plus contribué aux progrès que la typographie a faits dans le dix-huitième siècle, et de notre tems, ec.» (Emilio De Tipaldo, Biografia degli italiani illustri nelle scienze, lettere ed arti, Venezia, tipografia di Alvisopoli, 1835, vol. 2, p. 148). La stima che i francesi avevano per il tipografo emerge anche da un passo di Voyage en Italie di AugusteFrançois Creuzé de Lesser (Parigi, Didot, 1806, anch’esso in Biblioteca di via Senato) in un capitolo interamente dedicatogli: «Parmi les hommes qui ont cultivé ce metier, qui est presque un art, peu méritent autant d’éloges que Jean-Baptiste Bodoni. Il faut connoître la pente presque invincible qui éloigne dans la molle Italie de toute amélioration en tout genre, pour bien apprécier le mérite d’un homme qui, dans un état sans territoire et dans une ville sans communications, est parvenu à fonder un établissement dont les productions jouissent du plus grand succès dans toute l’Europe, et balancent les réputations les mieux établies dans ce genre» (p. 42-43). Per concludere sia detto che presso la Bibliothèque Nationale di Parigi si conserva ancora oggi un esemplare dell’edizione bodoniana e una gentile risposta del direttore del Département des Monnais, médailles et antiques, il dottor Michel Amandry, ci ha reso noto che presso il dipartimento sono custodite ancora due delle tre medaglie che furono loro donate. Bibliografia: L. Farinelli; C. Mingardi (a cura di), Giambattista Bodoni, Parma, FMR, 1989. Giuseppe De Lama, Vita del cavaliere Giambattista Bodoni, Parma, Bodoni, 1816. 56 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2010 BvS: rarità per veri bibliofili La raccolta savonaroliana di Piero Ginori Conti Una liaison bibliofila tra Leo S. Olschki e due nobili “piagnoni” ARIANNA CALÒ asta dell’11 giugno scorso presso Bolaffi ha proposto in vendita una parte del patrimonio librario del noto antiquario, nonché collezionista, Carlo Alberto Chiesa (1926 – 1998). In vendita era la raccolta bibliografica e saggistica riunita in oltre quarant’anni di attività, specchio e riflesso del modus operandi del libraio milanese: le migliaia di volumi riunite in più di trecento lotti tematici testimoniano infatti della cura con cui Chiesa seguiva quanto pubblicato dall’editoria moderna, acquistando attraverso il mercato antiquario testi fondamentali non più editi e acquisendo fondi bibliografici di librai antiquari e grandi collezionisti. All’incanto ha partecipato anche la Biblioteca di via Senato, aggiudicandosi, tra gli altri, anche il lotto n. 266, interamente dedicato alla figura di Girolamo Savonarola. Costituito da circa settanta volumi, perlopiù di edizioni ottocentesche e moderne, il lotto presenta titoli che coprono vasti ambiti di pubblicazioni, dagli scritti del monaco ferrarese ai saggi monografici, dai cataloghi alla L’ bibliografia di Savonaroliana: molto interessanti ad esempio gli Opuscoli inediti di F. Girolamo Savonarola stampati probabilmente a Parigi a cura di Niccolò Tommaseo e l’edizione fiorentina di Cesare Guasti delle Poesie… tratte dall’autografo del 1862, insieme alla prima raccolta completa delle Lettere curata e commentata da Roberto Ridolfi; e non mancano neppure le edizioni moderne straniere (inglesi e tedesche, di cui si segnala la prima edizione della rara Hieronymus Savonarola und seine Zeit di Andreas Rudelbach) degli studi monografici che completano il già corposo gruppo di saggi e contributi di interesse storico e critico sulla figura del frate. Importante perché arricchisce il fondo posseduto dalla Fondazione dedicato al predicatore ferrarese, il lotto non manca però di svelare ulteriori particolarità interessanti anche sul piano della bibliofilia: una parte dei volumi presenti in esso, infatti, consente di indagare i rapporti intercorsi tra un celebre studioso di Savonarola, un eminentissimo editore e uno tra i principali collezionisti fiorentini dei primi decenni del Novecento. Una porzione consistente del lotto è infatti costituita dai volumi che furono proprietà di Piero Gi- A sinistra: legatura amatoriale di Ginori Conti con piatti seminati dal suo monogramma coronato. A destra: lettere e appunti di Gonnelli, Olschki e Conti nel catalogo di Savonaroliana del 1898 settembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano nori Conti, principe di Trevignano, industriale ed erede della dinastia delle ceramiche, appassionato collezionionista di libri antichi in genere e di Savonaroliana. Di una parte della sua superba collezione dedicata al religioso ferrarese rimane traccia in una serie di appunti allegati in un catalogo Olschki datato 1898 per l’asta indetta nel centenario della morte del predicatore (Les œuvres de fra Girolamo Savonarola de l’ordre des frères Prê- cheurs né à Ferrare en 1452, brûlé à Florence le 23 mai 1498. Editions Traductions - Ouvrages sur sa vie et sa doctrine. Catalogue XXXIX de la Librairie ancienne Leo S. Olschki, Florence, Librairie ancienne Leo S. Olschki, 1898). Le edizioni presenti, come annotato dallo stesso Olschki, pur non brillando per pregio estetico, sono state raccolte e pensate per un 57 pubblico di collezionisti esperti: «La collection de livres que je mets aujourd’hui en vente avec ce catalogue, n’est pas de celles qui attirent les regards des amateurs par la choix des exemplaires et par le luxe des reliures; elle se recommande plutôt à l’attention des nombreux savants, historiens et théologiens, qui s’occupent de la vie et des œuvres de Jérôme Savonarola». Scorrendo il testo del catalogo, sorprende la quantità di annotazioni 58 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2010 settembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano autografe che svelano, in rapporto ai volumi elencati, la consistenza delle edizioni possedute da Ginori Conti; ma non solo: gli appunti, che si sono rivelati essere di mano del libraio antiquario Aldo Gonnelli, figlio del capostipite Luigi, svelano la caparbietà con la quale il conte intendeva colmare le lacune della propria biblioteca, affidandosi a un noto esperto affinchè facesse da tramite con Olschki e contrattasse la vendita delle edizioni mancanti. In un biglietto autografo del nobile indirizzato a Gonnelli, datato 3 dicembre 1932, si legge infatti: «Prego segnarmi nel catalogo di Olschki i Savonarola incunaboli che io non posseggo per studiarli e vedere se avendoli ancora l’Olschki o trovandoli altrove, è il caso di comprarli»; diligentemente il libraio fiorentino compila l’elenco delle edizioni possedute, e annota i desiderata del conte in una breve missiva a Ginori Conti, poco prima di rivolgersi a Olschki, che, dal canto suo, con una breve risposta dattiloscritta gela le speranze del nobile toscano: «Purtroppo non posseggo più nessuno dei numeri del mio catalogo Savonaroliano citati sul qui accluso foglietto». La collezione di incunaboli e cinquecentine del principe, a ogni modo, doveva possedere tutti i requisiti per essere degna di nota, se le richieste al celebre libraio non superavano la decina di unità. Reca traccia di un simile lavoro di confronto anche il volume contenente il Catalogo… della colle- Dediche autografe di Leo S. Olschki e Ridolfi nell’edizione delle Lettere di Girolamo Savonarola del 1936 zione de’ libri relativi alla riforma religiosa del secolo XVI donata dal conte Pietro Guicciardini alla città di Firenze (Firenze, Pellas, 1877) e i suoi due supplementi, nei quali si riconosce ancora una volta la grafia del libraio Gonnelli che annota a margine delle edizioni di Savonarola in elenco il monogramma G. C. per quelle possedute dal collezionista e, a fianco, il numero progressivo del volume nella biblioteca del nobile; queste “note di possesso” sono presenti anche ne Les illustrations des écrits de Jerome Savonarole di Gustave Gruyer (Parigi, Librairie de Firmin Didot, 1879), accanto a molte delle trentatrè xilografie dell’incisore ottocentesco Pilinski che ripropongono le decorazioni originali dei testi sei e settecenteschi, e nel volume di Poesie di Ieronimo Savonarola riunite e pubblicate a cura del celebre bibliofilo e bibliografo Étienne Audin de Rians, comparso a Firenze nel 1847 presso l’editore Tommaso Baracchi. La comparsa dell’editore Leo S. Olschki nella trattativa delle edizioni savonaroliane, inoltre, introduce la figura di Roberto Ridolfi, nipote dello zio collezionista Ginori Conti e ultimo tassello di questa singolare liaison bibliofila: ricercatore e scrittore raffinato, Ridolfi dedica fin dagli esordi la sua lunga attività di studioso agli archivi di prestigiose famiglie gentilizie e alla storia culturale della sua città, Firenze. Accademico acclamato per chiara fama e direttore dal 1944 de La Bibliofilia, compila saggi preziosi su Machiavelli e Guicciardini; ma è soprattutto l’edizione del 1933 delle Lettere di Sa- 59 vonarola a valergli un encomio solenne dell’Accademia d’Italia e a coronare un interesse scientifico già maturo: al monaco ferrarese, Ridolfi dedicherà infatti buona parte della sua produzione saggistica, scegliendo, per i contributi scientificamente più accreditati, proprio l’editore Olschki. L’acquisizione del copioso lotto in asta ha consentito alla Biblioteca di via Senato di collezionare non solo la quasi totalità delle edizioni fiorentine degli anni Trenta di Ridolfi, ma di ottenere, di quelle, gli esemplari appartenuti allo zio dello studioso, Piero Ginori Conti. Si tratta di esemplari estremamente pregiati, e non solo da un punto di vista editoriale (proveniendo da tirature limitate a pochissime copie) ma il cui pregio deriva anche da elementi cari alla bibliofilia: il legame con il principe collezionista e il comune carattere di “piagnoni” - interessati cioè agli scritti di Savonarola -, sono spesso scanditi da Ridolfi in dediche manoscritte alle prime carte dei volumi da lui curati. Al recto della prima carta bianca de Le Lettere di Girolamo Savonarola (Firenze, L. S. Olschki, 1933, esemplare n. 2 di una tiratura limitata a 35 copie) si legge ad esempio la dedica «Al mio carissimo zio Piero Ginori Conti con affetto e ammirazione per l’appassionata cura con la quale raccoglie la sua insigne e preziosa collezione di rare edizioni savonaroliane». Nello stesso anno viene pubblicato un estratto da La Bibliofilia, diretta in quegli anni proprio da Leo Olschki, una dispensa di Poesie 60 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2010 Ex Libris del principe Piero Ginori Conti con vedutina di Firenze la questione dello pseudo-Burlamacchi e della «Vita Latina», esemplare 1 di una tiratura a 10 copie: «A mio zio che gli studi savonaroliani liberamente promuove ed attende alla sua raccolta di codici ed edizioni rare delle opere del frate con amorosa passione degna di un fiorentino antico», o ancora: «con gratitudine per ciò che a lui deve questo libro e per ciò che gli debbono gli studi savonaroliani» (al recto del foglio di guardia del volume di Ridolfi Studi Savonaroliani, Firenze, L. S. Olschki, 1935). inedite di Giovanni sarto fiorentino contro il Savonarola, curata dallo stesso studioso fiorentino, e diretta allo zio accompagnata da una lettera manoscritta nella quale Ridolfi annuncia la «colossale importanza» del codice olschkiano, tale da fargli suggerire: «non dovresti assolutamente fartelo sfuggire per la tua raccolta savonaroliana». Costanti aggiornamenti sulle proprie ricerche e continui ringra- ziamenti per i contributi agli studi savonaroliani, questa la cifra del rapporto tra Ginori Conti e il nipote: è probabile che la linfa alle pubblicazioni savonaroliane di Ridolfi con Olschki siano state le edizioni antiche possedute dallo zio (e della cui consistenza rimane traccia nei repertori e nei cataloghi già citati): ne è la prova la dedica a stampa nell’edizione del 1936 de Le Lettere… Nuovi contributi con un’appendice sul- Consapevole della preziosità di queste edizioni e del prestigio riflesso alla propria collezione, Ginori Conti pone la giusta cura nel trattare la veste esteriore degli esemplari: i volumi di pregio di Olschki sono a pieni margini e con barbe, come da nota del principe al legatore: «Non smarginare, neppure raffilare»; allo stesso modo Conti riveste le brossure originali di questi con legature amatoriali eleganti e raffinate: in pieno marocchino, con i piatti interamente seminati dal suo monogramma dorato e sormontato da una corona, belle al dorso. Non è forse un caso che lo stesso Olschki, nel congedare gli aggiornamenti di Ridolfi all’editio princeps dell’epistolario di Savonarola, lo dedichi all’industriale collezionista, «che davvero ha per i libri rari e preziosi l’amore di un principe umanista della Rinascenza». settembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 61 l’Erasmo: pagine scelte Antichi e moderni: Senofonte, il padre dell’oikonomía Usando Socrate, l’Economico insegna a gestire casa e cosa pubblica DARIO DEL CORNO P er la civiltà umana è un grande bene che sia esistito Socrate, a fissare il modello dell’uomo giusto che si lasciò giustiziare per amore di giustizia; ed è altrettanta fortuna che non sussistano dubbi sulla sua realtà storica, anche se le molte facce del personaggio consegnato ai posteri dalla tradizione discordano in modo allarmante. Come trovare un punto d’incontro fra il dialettico che razionalmente confuta la pubblica opinione nei primi dialoghi platonici, il cauto paladino del comune buon senso di cui racconta Senofonte, e lo spregiudicato negatore di ogni verità assoluta che Aristofane mette in parodia nelle Nuvole? Verrebbe quasi da supporre che, nell’immaginario ateniese fra il V e il IV secolo a.C., il suo nome fosse applicato a un tipo fittizio e stravagante, in cui gli scrittori potessero travasare ad libitum i propri estri, esasperandoli al limite del paradosso. Ma lasciamo perdere questo delirio d’ipotesi; e teniamoci all’evidenza della documentazione che impedisce di ascrivere i tratti di un popolaresco Bertoldo al profeta laico della verità che appartiene alla sapienza. Il caso limite di un Socrate poco “socratico” è rappresentato dall’Economico di Senofonte, un dialogo ripartito in due sezioni, dove il sapiente dapprima discute con il giovane Critobulo intorno alla corretta amministrazione della casa, e quindi riferisce all’interlocutore una conversazione tenuta sull’argomento con un ricco proprietario terriero, a nome Iscomaco. Socrate si era proposto di incontrarlo perché lo considerava esperto di uno stile “distinto” di vita; e dunque nel colloquio accetta di rovesciare la sua parte consueta: ossia di farsi egli stesso, seriamente e non per ironia dialettica, discepolo di un uomo che sull’argomento ne sa più di lui. Per introdurlo al proprio sistema di convinzioni e di attività, e in particolare ai rudimenti dell’agricoltura, Iscomaco s’impossessa di un artificio propriamente socratico: la maieutica, ossia la tecnica d’argomentazione mediante domande rivolte a condurre l’interlocutore alla scoperta di verità che egli già inconsapevolmente conosce. Scomparso nella sua Milano il 28 gennaio di quest’anno, Dario Del Corno è stato uno dei più autorevoli grecisti del nostro ’900, docente per quasi quarant’anni di Letteratura greca all’Università degli Studi di Milano, dove ricoprì anche la cattedra di Letteratura teatrale della Grecia antica. Diresse la rivista “Dioniso” dell’Istituto Nazionale del Dramma Antico e scrisse opere per il teatro in musica. Senofonte porta questa paradossale inversione di ruoli all’estremo, tanto che il suo Socrate finirà per ammettere stupefatto: «Ma allora l’interrogare è un modo di insegnare!». Esattamente quello che il Socrate autentico professò per tutta la vita: e d’altra parte è difficile immaginare qualcosa che più dell’agricoltura fosse lontano dai reali interessi di colui che nel Fedro platonico dichiara che settembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano soltanto in città trova occasioni per imparare (230 d). In questa prospettiva “a rovescio” colpisce soprattutto la grazia dell’umorismo, ancorché delicatamente dissimulato: che poi Senofonte avesse altri e più seriosi obiettivi riguardo all’immagine del maestro, è oggetto di filologiche controversie. L’Economico è un’opera secondaria nel corpus senofonteo; e tuttavia nel dialogo circolano a profusione le tonalità tipiche dell’autore: l’armonia e la misura dello stile, la chiarezza dell’argomentazione, la rappresentazione vivace di situazioni e caratteri, l’intelligenza che scopre nuove tendenze del vivere contemporaneo. Questo sguardo su una realtà in movimento si rivolge soprattutto in due direzioni: la vita piacevole e semplice della campagna è opposta all’affannosa angustia della città in un modo che sembra precorrere la poesia bucolica dell’età ellenistica; e l’affettuosa considerazione rivolta da Iscomaco alla giovane moglie, che egli ha istruito a collaborare con lui, è un presagio della svolta sociale che per gradi accantonerà la discriminazione in cui l’inveterato maschilismo greco tendeva a relegare la donna. Ma i meandri della storia, ri- Il mese di luglio, in Les Très Riches Heures du Duc de Berry, sec. XV; miniatura, f. 7v: particolare. Chantilly, Musée Condé flettendosi nelle trasformazioni del lessico, hanno riservato all’opuscolo senofonteo un ulteriore e più rilevante campo di anticipazione, sebbene senza alcun consapevole concorso dell’autore. La parola chiave del testo è oikonomía, ripresa nel titolo stesso (Oikonomikós, sottinteso lógos), la quale propriamente significa “amministrazione (dalla radice nem-) della casa (óikos)”. In tale valore il composto è normalmente usato nel dialogo, con l’abituale estensione di óikos a indicare sia la residenza del proprietario sia la sua famiglia e l’insieme delle persone che da lui dipendono, inoltre il patrimonio e i beni immobili che gli appartengono, infine il complesso delle attività collegate con il sostentamento comune e con l’incremento della proprietà. Nonostante l’ampiezza e la rilevanza del significato, oikonomía appare tuttavia un termine non frequente, almeno fino al IV secolo inoltrato. Ancora più singolare, anche nell’uso successivo, risulta la sua prerogativa di possedere una natura, per così dire, anfibia. Formalmente esso si presenta come un sostantivo astratto; ma la gamma delle sue applicazioni comporta per lo più un’accezione concreta. Con “economia” s’intende non tanto una dimensione del sapere e della realtà umana, quanto un’attitudine tipicamente individuale, che consiste nella capacità di gestire una complessa serie di adempimenti. Questi si estendono dai rapporti umani e gerarchici fra i membri della “famiglia”, inclusi dipendenti e schiavi, alla vigilanza sui costumi e comportamenti del gruppo, dalle attività produttive alla gestione del patrimonio e dei 63 redditi, infine al buon uso etico e pratico della ricchezza. In tale esercizio il buon padre e padrone metterà a partito un complesso di norme e di esperienze sedimentate in una tradizione orale-mnemonica; ma le integrerà con l’apporto fondamentale e personale della propria autorità e intelligenza, delle sue convinzioni morali, della passione e dedizione per il ruolo che gli compete. Da un tale punto di vista, l’oikonomía antica ha una portata più estesa del corrispondente termine moderno; ma lungo tale evoluzione, al contempo, la parola ha rivendicato la sua primaria valenza astratta. In questo processo essa si è conquistata un versante estraneo all’uso greco: e attualmente “economia” indica il complesso delle strutture, delle attività e dei rapporti che, all’interno di sistemi politici e sociali più o meno ampi e secondo leggi sostanzialmente autonome, regolano la produzione, la distribuzione e il consumo dei beni. Il modello scientifico dell’economia è sorto nell’ambito della società industriale, e in essa trova il suo territorio privilegiato di applicazione. Ciò non esclude che tale modello si possa riferire anche allo studio storico dei sistemi economici del mondo antico, fatte salve alcune premesse fondamentali: a) sia nel raggio spaziale che in quello temporale l’economia antica non presenta il carattere interrelato dell’economia moderna, bensì appare frazionata in tipologie marcatamente eterogenee; b) fra il sistema produttivo antico e quello moderno esistono invalicabili diffe- 64 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2010 settembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 65 A sinistra: Il mese di luglio, in Les Très Riches Heures du Duc de Berry, sec. XV; miniatura, f. 7v: particolare. Chantilly, Musée Condé A destra: Il mese di settembre, in Les Très Riches Heures du Duc de Berry, sec. XV; miniatura, f. 9v: particolare. Chantilly, Musée Condé renze, ad esempio la schiavitù oppure l’egemonia della produzione agraria; c) la documentazione sull’economia antica è in genere scarsa, e fondata su materiali indiretti. A quest’apparato di divergenze si aggiunge il fatto che la cultura greca e romana non giunse al punto di elaborare una teoria autonoma dei fenomeni economici. Tuttavia esiste qualche traccia da cui si può evincere una sia pure embrionale consapevolezza dei rapporti fra l’economia domestica e quella politica. Platone dichiara che fra la struttura di una grande proprietà familiare e il complesso formato da una piccola città non intercorrono differenze, e che «esiste una sola scienza di tutte queste cose» (Politico, 259 c). Aristotele definisce la ricchezza come «uno strumento per l’amministrazione familiare e per la vita politica» (Politica, I. 8, 1256 b 36). Nella scuola peripatetica si classificano i vari tipi di economia in quattro categorie: «regia, satrapica, cittadina, privata» (ps.-Aristotele, Economico, 1345 b 14). In tale quadro acquista particolare rilievo un’affermazione di Senofonte, attribuita a Socrate in un altro trattato dedicato al maestro: «La cura degli affari privati differisce dalla cura degli affari pubblici solo per quanto riguarda la quantità» (Memorabili di Socrate, III. 4. 12). Avvalendosi di questa frase, si può azzardare un’ipotesi semiseria sull’obiettivo teorico dell’opuscolo senofonteo. Grazie al suo formidabile senso della dinamica storico-sociale, Senofonte seppe intuire l’importanza che l’economia statale avrebbe progressivamente acquisito; e può darsi che nell’Economico egli intendesse trasporre nella metafora dell’azienda di Iscomaco il quadro di un sistema economico di più vasta portata, ponendo l’accento sui procedimenti amministrativi e facendoli interagire con i criteri del buon governo. Il ricorso a un complesso traslato, in cui si combinassero elementi reali e intenzioni ideologiche, è la ragione strutturale e tematica di un trattato senofonteo di vasto impegno come la Ciropedia; e l’immagine di un padrone giusto e aperto alla cooperazione dei sottoposti corrisponde al programma di una monarchia illuminata, che fu un altro dei modelli con cui Senofonte presagì le trasformazioni dell’Ellenismo. Alla sua mente di aristocratico e di conservatore s’adatta anche uno schema di economia statale, che fosse fondato primariamente sulla proprietà terriera. Infine, in quella che fu verosimilmente la sua ultima opera, i Poroi, ossia le Entrate dello Stato ateniese, Senofonte ha per obiettivo un’indagine sulle condizioni della città, in cui egli adotta un’impostazione decisamente originale, fondata su un’ottica prevalente- 66 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2010 settembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano A sinistra: Il mese di luglio, in Les Très Riches Heures du Duc de Berry, sec. XV; miniatura, f. 7v: particolare. Chantilly, Musée Condé. Sopra: Il mese di marzo, in Les Très Riches Heures du Duc de Berry, sec. XV; miniatura, f. 3v: particolare. Chantilly, Musée Condé mente economica, relegando gli aspetti politici a un ruolo complementare. In quest’analisi Senofonte avanza una serie di proposte rivolte al risanamento del bilancio pubblico al fine di ridurre la miseria delle masse, vera causa della precarietà politica in cui dopo la cata- 67 strofe nella guerra peloponnesiaca versa lo Stato ateniese. Da questa serie di considerazioni alla proposta di riconoscere nell’Economico l’archetipo della trattatistica economico-politica, il passo è ovviamente lungo: ma avevamo avvertito di voler giocare con l’immaginazione... 68 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2010 BvS: un’utopia sempre in fieri Recenti acquisizioni della Biblioteca di via Senato Da un cinquecentesco Tasso illustrato al coevo successo di A. Gallo Chiara Bonfatti, Arianna Calò, Giacomo Corvaglia, Margherita Dell’Utri e Annette Popel Pozzo Bartoli, Cosimo (1503-1572). La vita di Federigo Barbarossa, imperator romano. Di M. Cosimo Bartoli. Allo illustriss. et ecc. S. il S. Cosimo de Medici, duca di Firenze, et di Siena. Firenze, Lorenzo Torrentino, 1559. Prima edizione che vede poi una ristampa nel 1829, arricchita da nuove tavole. Bisaccioni, Maiolino (15821663). La Nave overo Novelle amorose e politiche. Del conte Maiolino Bisaccioni. Venezia, Matteo Leni & Giovanni Vecellio, 1643. 2 volumi. Prima edizione, difficile da reperire in tutte le due parti. La Nave insieme alle opere L’albergo, L’isola, e Il porto, fa parte delle novelle scritte tra il 1637 e il 1664. L’autore, nobile di origini ferraresi ma veneziano d’adozione, fu storico, scrittore politico e letterato di gran fama. Tassoni riuscì a far mettere in prigione il Bisaccioni a causa di una polemica che seguì alle proprie Considerazioni sopra Petrarca. Bondi, Clemente (17421821). Orazione accademica sopra Maria Vergine assunta in cielo di Clemente Bondi. S.l. [i.e. Parma], s.n. [i.e. Giambattista Bodoni & Stamperia Reale], 1794. Edizione originale dell’Orazione accademica di Bondi, stampata da Bodoni a Parma con dedica al cardinale Luigi Valenti Gonzaga. Il Brooks afferma che ne furono impresse 36 copie in carta velina e l’opera fu impressa in formato in folio, mezzo real folio e in-4° grande (Brooks 566; De Lama II, p. 102). Capua, Lionardo di (16171695). Vita di D. Andrea Cantelmo. Scritta da Lionardo di Capoa. Napoli, Giacomo Raillard, 1693. Ritratto f.t. inciso su rame da Andrea Maglia raffigurante Andrea Cantelmo. Due tavole contenenti due elaborati stemmi. Prima e unica edizione della biografia del nobile abruzzese Cantelmo (1598-1645), illustre capitano distintosi in varie campagne militari, particolarmente contro i Francesi nelle Fiandre, di cui divenne anche governatore generale. Le sue memorie si sono perse, ma la presente opera contiene i suoi «pareri sopra diverse materie di stato e di guerra». Le informazioni sull’autore indicano che viene ritenuto dagli storici il più grande pensatore e innovatore del regno di Napoli nel ’600. Impegnato nella ricerca e nella sperimentazione, in antitesi ai vecchi capiscuola come Aristotele, Galeno e altri, fu a capo di un’accademia dal nome gli “Investiganti”. Ebbe come discepolo Giovanbattista Vico, e fra i suoi biografi va ricordato Benedetto Croce. Era iscritto fra gli arcadi di Roma col nome di Alceste Cileno. A parte la sua grossa statura di pensatore, scienziato e inventore, tutta rivolta a scuotere il giogo aristotelico, a rivendicare la libertà di pensiero umano e sostenere il metodo sperimentale, Lionardo di Capua fu anche uno strenuo lottatore contro la feudalità, e avversò duramente i Mayorga Strozzi, soprattutto in occasione della rivoluzione capeggiata da Masaniello, durante la quale si portò con la folla davanti al Castello dei Cavaniglia, dichiarando decaduta la feudalità. Fu molto stimato e amico della regina Cristina di Svezia settembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano che, come si sa, rinunciò al trono e venne in Italia. Fra le tante peripezie non mancò quella d’essere ritenuto ateo, rischiando la stessa fine che avevano fatto un po’ di anni prima Giordano Bruno e Tommaso Campanella. Fu infatti processato e assolto dopo la morte. Gamba 1836. Vinciana 1478. DBI XVIII, 257. cattedrale. L’opera comprende anche un’appendice bio-bibliografica sugli «Architetti e Ingegneri stipendiati dalla Veneranda Fabbrica» e una cronologia degli Arcivescovi. Davila, Enrico Caterino (1576 -1631). Historia delle guerre civili di Francia, di Henrico Caterino Davila, nella quale si contengono le operationi di quattro re Francesco II. Carlo IX. Henrico III. & Henrico IIII., cognominato il Grande. Con l’indice delle cose più notabili, licenza de’ superiori, e privilegi. Venezia, Tommaso Baglioni, 1630. Prima edizione. Arrigo Caterino Davila (1576-1631), militare, scrittore e storico italiano, passò alcuni anni alla corte di Parigi. Nel 1599 tornò a Padova e si mise al servizio della Repubblica di Venezia. Ebbe incarichi militari che gli fruttarono ricompense e l’onore di stare vicino al Doge ogni volta che questi faceva interventi al Senato. Il Davila morì assassinato vicino a Verona, durante il viaggio da Venezia a Crema, inviato dalla Repubblica come comandante della guarnigione. Leopardi nella sua Crestomazia italiana loda il Davila. Autori italiani del Seicento I, n. 569. Gallo, Agostino (1499-1570). Le dieci giornate della vera agricoltura, e piaceri della villa. Di M. Agostino Gallo, in dialogo. Venezia, Giovanni Bariletti, 1566. L’opera, pubblicata per la prima volta nel 1564 a Brescia, conosce l’immediato successo, che nel Cinquecento si traduce nella ristampa abusiva, a Venezia, di una successione di edizioni che sottraggono all’autore ogni guadagno. Costretto dalle abitudini dei librai veneziani, l’autore bresciano amplia, per ripubblicarla, l’opera, che si converte prima nelle Tredici giornate, la cui seconda edizione porta un’appendice di sette giornate, che in un’edizione successiva sono ricomposte, nel 1572, secondo un piano espositivo nuovo, nelle Venti giornate. Autentico teorico delle nuove colture foraggere, Gallo propone la prima analisi razionale della tecnologia casearia lombarda, la tecnologia del formaggio grana, unica nel vastissimo panorama caseario europeo. Una prima edizione illustrata risale al 1569. Adams G 156ss.; Brunet II, 1467; Mortimer 205 (nota). Franchetti, Gaetano. Storia e descrizione del Duomo di Milano esposte da Gaetano Franchetti e corredate di XXX tavole incise. Milano, Giovanni Giuseppe Destefanis, 1821. Prima edizione di un’importante opera dedicata alla storia del Duomo di Milano, corredata da 30 belle tavole che illustrano vedute e dettagli architettonici della celebre Lull, Ramón (1232/12361315); Bruno, Giordano (15481600); Agrippa, Henri Corneille (1486-1535); Valerio da Venezia (15..-1618). Raymundi Lullii Opera ea quae ad adinventam ab ipso artem universalem, scientiarum artiumque omnium brevi compendio, firmaque memoria apprehendendarum, locupletissimaque vel oratione ex tempore per- 69 tractandarum, pertinent. Ut et in eandem quorundam interpretum scripti commentarii, quae omnia sequens indicabit pagina, et hoc demum tempore conjunctim emendatiora locupletioraque non nihil edita sunt. Accessit Valerii de Valeriis patricii Venetiaureum in artem Lullii generalem opus: Adiuncto indice cum capitum, tum rerum ac verborum locupletissimo. Strasburgo, eredi di Lazarus Zetzner, 1617. 3 tabelle ripiegate f.t., 1 tavola xilografica nel testo e più di 60 schemata nel testo. Terza di quattro edizioni stampate da Zetzner contenenti l’opera omnia di Lull e in realtà ristampa di quella del 1609. Contiene anche opere di Giordano Bruno: De specierum scrutinio (p. 667-680), De lampade combinatoria Lulliana (p. 681-734), De progressu e De lampade venatoria logicorum (p. 737-786). Esemplare postillato da diverse mani contenente anche riferimenti all’edizione critica lulliana curata da Ivo Salzinger nel 1721. Nota di possesso del professore di economia Johannes Beckmann (1739-1811) presso l’Università di Gottinga in data del 1787. Rogent-D. 180 und 207. Palau 143.678. Salvestrini (Bruno) 3. Wellcome I, 3908. Dorbon 2793. Ferguson II, 49. Machiavelli, Niccolò (14691527). Nicolai Machiavelli Florentini Princeps, ex Sylvestri Telii Fulginatis traductione diligenter emendatus. ... Quibus denuo accessit Antonii Possevini iudicium de Nicolai Machiavelli & Ioannis Bodini scriptis. Francoforte sul Meno, Lazarus Zetzner, 1608. Prima edizione uscita dai torchi di Zetzner. Una seconda edizione di Zetzner viene stampata nel 1622. L’opera segue la traduzione di Sylvester Telius con una nuova ap- 70 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2010 pendice di Antonio Possevino. Petracchi, Celestino. Vita di Arrigo di Svevia re di Sardegna volgarmente Enzo chiamato all’E[minentissi]mo e R[everendissi]mo signore Filippo Maria Monti della Santa Romana Chiesa cardinale meritissimo da d. Celestino Petracchi dedicata. Faenza, Ballanti & c., 1750. Prima edizione. Enzo di Sardegna, Heinrich di Svevia (12201272), era il figlio naturale di Federico II di Svevia e di Adelaide di Urslinghen. Fu re del Regno di Torres dal 1241 al 1272. Soprannominato il Falconetto per la grazia e il valore, amava, come il padre, la falconeria e aveva numerosi interessi culturali. Si attribuiscono comunemente a Re Enzo quattro componimenti (due canzoni, un sonetto e un frammento probabilmente di canzone), riconducibili alla tradizione poetica della scuola siciliana, ascritti dai manoscritti che li tramandano a Rex Hentius, Rex enso, lo re Enzo. Celestino Petracchi fu un monaco celestino del Settecento noto soprattutto per la sua Storia dell’insigne Abbaziale Basilica di Santo Stefano di Bologna. Sacrobosco, Ioannes de (11951256). Sfera di Gio: Sacro Bosco tradotta, e dichiarata da don Francesco Pifferi Sansavino monaco Camaldolese, e matematico nello Studio di Siena. Al serenissimo don Cosimo Medici gran principe di Toscana con nuove aggiunte di molte cose notabili, e varie demostrazioni utili, e dilettevoli, come nella seguente tavola si vede. Siena, Silvestro Marchetti, 1604. Ritratto dell’autore a piena pagina entro medaglione sul verso della carta a4. Numerose illustrazioni xilografiche nel testo. Prima e unica edizione a cura di Francesco Pifferi che dal 1587 al 1588? insegnò all’Univer- sità di Pisa e dal 1600 fu docente di matematica (e astronomia) a Siena. Nella prefazione ai lettori, Pifferi dichiara di presentare una versione italiana per facilitare la lettura per il pubblico con scarsa conoscenza del latino: «Rispetto alla lingua Latina, da loro poco, o nulla intesa. Ho però meco medesimo pensato di dover porger loro quell’aiuto, che per me si può il maggiore, scrivendo in questa nostra comune favella il presente trattato, o comento di essa: Poiche latinamente n’hanno con alto stile, e copiosamente scritto il M.R. padre Clavio. Il Giuntino, lo Stofelino, & altri singolari huomini». Ignora completamente la presenza di edizioni in volgare precedenti a cura di Mauro da Firenze, Danti e Giuntini. Spedalieri, Nicola (17401795). Ragionamento sulla influenza della religione cristiana nella società civile recitato in Arcadia per la ricuperata salute di Pio Sesto pontefice massimo da Nicola Spedalieri siciliano. Roma, Michelangelo Barbiellini, 1779. Prima edizione di questo saggio poco conosciuto nel quale Spedalieri, contestando lo spirito illuministico, difende la religione, unico principio in grado di raggiungere gli scopi posti dagli illuministi: «Esclamano tutti concordemente, che la grande opera della Politica consiste nel congiungere, con indissolubile nodo, l’interesse de’ privati con quello del Pubblico. Noi sappiamo, al par di essi, quanto sia questa unione importante; crediamo bensì di aver ragione di lagnarci, che gli umani sistemi non sieno a ciò fare valevoli» (p. IX-X). Come avrebbe infatti sostenuto nella sua opera più celebre (De’ diritti dell’uomo libri VI, 1791), «assume la difesa del fondamento natural- mente cristiano dei diritti dell’uomo proclamati dalla Rivoluzione francese (della quale denunzia il carattere deistico e ateo), e riconosce la sovranità popolare come fondamento del potere del governo» (Diz. Enc. It. XI, p. 542). Spedalieri, inoltre, riconosce «la liceità della deposizione del sovrano ingiusto» (DBI XXII, p. 697). Tasso, Torquato (1544-1595). La Gierusalemme liberata di Torquato Tasso con le figure di Bernardo Castello; e le Annotationi di Scipio Gentili, e di Giulio Guastavini. Genova, Girolamo Bartoli, 1590. Prima edizione illustrata con disegni di Bernardo Castello e incisioni di Agostino Carracci e Girolamo Franco, e anche prima edizione con i commenti di Scipione Gentili e Giulio Guastavini. Esemplare con la variante presente anche nella copia Hofer: «debbiano» (canto 4, stanza 1, linea 2; C2r) e «stimate» (canto 5, stanza 4, linea 1; C8v) invece di «debbano» e «stimata». Frontespizio racchiuso in bordura architettonica contenente il ritratto di Tasso in ovale e un cartiglio con vedutina di Genova. All’inizio di ciascun canto un’incisione a piena pagina, e «argomento» entro cartiglio xilografico. Legatura amatoriale in pieno marocchino oliva (firmata Charles Capé, 1806-1867). Copia marginosa, appartenuta all’Earl of Mexborough e a Giovanni Treccani degli Alfieri (ex libris e timbro a secco, accompagnato da un foglio sciolto con note manoscritte italiane, probabilmente dalla mano di Giovanni Treccani, contenenti informazioni su Agostino Carracci e Bernardo Castello prese dalla Felsina Pittrice). Malvasia, Felsina Pittrice, I, 98. Mortimer Italian, 494. Brunet V, 665. Adams, T243. la Biblioteca di via Senato Milano la Biblioteca di via Senato Milano mensile anno II n.1 – gennaio 2010 to via Sena i d a c e t la Biblio Milano Questo “bollettino” mensile è distribuito gratuitamente presso la sede della Biblioteca in via Senato 14 a Milano. Chi volesse riceverlo al proprio domicilio, può farne richiesta rimborsando solamente le spese postali di 20 euro per l’invio dei 10 numeri. La sòla bibliofila più nota di tutti i tempi e i nostri libri mai scritti Francesco Lumachi, Annette Popel Pozzo e Matteo Noja anno II braio 2010 n.2 – feb I cinque sensi nella lettura della Divina Commedia mensile Chiara Nicolini la Biblioteca di via Senato mensile tra Una mos io, per Curz tuale l’intellet no arcitalia Maurizio Milano Serra anno II n.3 – marzo 2010 Mostra La XXI Antico o del Libr to via Sena i d a c e t la Biblio Milano 0 anno II lio/agosto 201 n.7 – lug Bosco Andrea la Speciale:de’Volpi Libreria el Pozzo mensile e Pop Annett Pasolini: l’affaire “Petrolio”, e una mostra di scatti e libri Luigi Mascheroni e Matteo Tosi Dopo 30 anni , una nuova bio di Malaparte? Giordano Bruno Guerri I furti di Napoleone esposti al Louvre Chiara Bonfatti teca di La biblio e Micheli Mario D nato in via Se Matteo Tosi, i zza, Michel Italo Ma Gioxe De Anna e l Duce: I diari degerarchi occhi suConsiglio e Gran Borges I libri diontano ne racc nsiero vita e peja ti No Matteo Mariani Con e Laura Versamento a mezzo bonifico intestato a “Fondazione Biblioteca di via Senato - via Senato 14 - Milano” presso Monte dei Paschi di Siena, agenzia di Segrate IBAN: IT 60 K 01030 20600 000001941807 Nome Cognome indirizzo a cui si intende ricevere la rivista Milano la Biblioteca di via Senato Inviare la scheda di abbonamento unitamente a copia del bonifico effettuato al numero di fax 02.782387. Per l’attivazione dell’abbonamento farà fede la ricezione del fax compilato secondo le modalità descritte telefono mail CF / Partita IVA firma consento che i miei dati personali siano trasmessi ad altre aziende di vostra fiducia per inviarmi vantaggiose offerte commerciali (Legge 675/96) Barri la casella se intende rinunciare a queste opportunità 72 la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2010 La pagina dei lettori Bibliofilia a chiare lettere Le vostre iniziative in BvS e la musica al Teatro di Verdura So che la Fondazione Biblioteca di via Senato ospita spesso editori che presentano le proprie novità o conferenze d’arte e vorrei chiedere se è eventualmente disponibile a ospitare anche mostre esterne o se gli spazi espositivi sono esclusivo appannaggio dei materiali della Fondazione. Enrico Balboni ricevere le dieci uscite annuali di queste vostre pagine in abbonamento direttamente a casa propria. Mi chiedevo, però, se la cosa partisse già da subito o se si debba attendere il nuovo anno solare Stefano Mangili L’abbonamento gratuito al nostro “bollettino”, per cui chiediamo ai lettori di sostenere esclusivamente le spese di spedizione è sottoscrivibile a partire da qualsiasi momento dell’anno, e sarà sempre valido per i dieci numeri successivi. Già da questo numero, comunque, ritrova la nostra proposta di sottoscrizione accompagnata da un apposito coupon con tutte le informazioni del caso. Certo, compatibilmente con la nostra programmazione, diamo disponibilità a valutare e succesivamente a ospitare altre iniziative, purché rientrino nell’ambito di attività culturali. Le più interessanti di queste potrebbero anche essere “sposate” dalla Biblioteca stessa, aiutando e partecipando alla buona riuscita dei vari eventi. Lo scorso giovedì 9 settembre ho partecipato allo spettacolo del Teatro di Verdura dell’opera buffa del “Barbiere di Siviglia”. È stata per me una piacevolissima sorpresa che, pur uscendo dal canone di un teatro fatto di letture e libri in scena quale è il vostro, è riuscita a regalare freschezza e ilarità. Perché non proporre più spesso serate come questa e come quella delle bravissime Sorelle Marinetti? Giulia D’Enrico Prendiamo nota e saremo lieti di ripetere una simile esperienza qualora trovassimo risorse e pro- Se volete scrivere: [email protected] Tutti i numeri sono scaricabili in formato pdf dal sito www.bibliotecadiviasenato.it getti particolari che possano offrire un valore aggiunto a una rassegna che, come lei stessa notava, mantiene però come proprio filo conduttore quello delle letture di testi prettamente letterari. Ho letto sul numero di luglioagosto della vostra rivista il lancio di una nuova iniziativa che consente di Lavoro per un piccolo museo che in passato ha ospitato più di una mostra a cura di Mario De Micheli e mi piacerebbe organizzare una sorta di retrospettiva del suo “operato” nel territorio lombardo e dell’Altomilanese in particolare. Volevo sapere se era possibile ricevere in prestito per l’occasione alcuni materiali dal fondo recentemente acquisito dalla vosta Biblioteca Andrea Cavalli Di fronte al progetto di un evento ben organizzato e di buono spessore culturale, la nostra Fondazione sarà ben lieta di mettere a disposizione i propri documenti. SHARON STONE WEARS ROSE COLLECTION - WWW.DAMIANI.COM MILANO: VIA MONTENAPOLEONE • ROMA: VIA CONDOTTI • FIRENZE: VIA DE’ TORNABUONI • VENEZIA: SALIZADA SAN MOISÈ SAN MARCO • NAPOLI: VIA FILANGIERI • PORTO CERVO: PIAZZETTA PORTOCERVO • TORINO: VIA ROMA • VERONA: VIA MAZZINI • BOLOGNA: VIA FARINI • IN TUTTI I NEGOZI ROCCA E IN SELEZIONATE GIOIELLERIE