la Biblioteca di via Senato
Milano
mensile
anno II
n.8 – settembre 2010
Dante e l’Islam,
la prossima
mostra in BvS
Matteo Noja
Sebastiano Erizzo:
pagine di Utopia
e Buongoverno
Gianluca Montinaro
Libri d’autore
per i 150 anni
di Casa Campari
Giacomo Corvaglia
la Biblioteca di via Senato - Milano
MENSILE DI BIBLIOFILIA – ANNO II – N.8/13 – MILANO, SETTEMBRE 2010
Sommario
5 L’Utopia: prìncipi e princìpi
PEGGIO LA REPUBBLICA,
SE NON È SERENISSIMA
di Gianluca Montinaro
10 La prossima mostra in BvS
LA “SCALA” DI MAOMETTO
TRA INFERNO E PARADISO
di Matteo Noja
21 Libri d’autore come “pubblicità”
CASA CAMPARI: 150 ANNI
CON IL GUSTO DELL’ARTE
di Giacomo Corvaglia
25 inSEDICESIMO – le rubriche
APPUNTAMENTI,
CATALOGHI, RECENSIONI,
L’INTERVISTA D’AUTORE,
ASTE E MOSTRE
41 Libri illustrati in BvS
LA “BYBLIS” DELLA
ILLUSTRAZIONE FRANCESE,
UNA RACCOLTA DE LUXE / 3
di Chiara Nicolini
49 BvS: il libro ritrovato
IN ONORE DI FERDINANDO I
E IN ETERNA MEMORI
DEL BODONI
di Chiara Bonfatti
56 BvS: rarità per veri bibliofili
TUTTO IL SAVONAROLA
DI CHIESA, E CHE FU
DI PIERO GINORI CONTI
di Arianna Calò
61 Gestire la casa e la cosa pubblica*
ANTICHI E MODERNI:
SENOFONTE, IL PADRE
DELL’OIKONOMÌA
di Dario Del Corno
68 BvS: un’utopia sempre in fieri
RECENTI ACQUISIZIONI
DELLA NOSTRA BIBLIOTECA
di Chiara Bonfatti, Arianna Calò,
Giacomo Corvaglia e Annette
Popel Pozzo
72 La pagina dei lettori
BIBLIOFILIA
A CHIARE LETTERE
* tratto da L’Erasmo n.18
novembre/dicembre 2003,
Capolavori d’economia
Consiglio di amministrazione della
Fondazione Biblioteca di via Senato
Marcello Dell’Utri (presidente)
Giuliano Adreani, Carlo Carena,
Fedele Confalonieri, Maurizio Costa,
Ennio Doris, Paolo Andrea Mettel,
Fabio Perotti Cei, Fulvio Pravadelli,
Carlo Tognoli
Segretario Generale
Angelo De Tomasi
Collegio dei Revisori dei conti
Achille Frattini (presidente)
Gianfranco Polerani,
Francesco Antonio Giampaolo
Fondazione Biblioteca di via Senato
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Chiara Bonfatti sala Campanella
Arianna Calò sala consultazione
Sonia Corain segreteria teatro
Giacomo Corvaglia sala consultazione
Marcello Dell’Utri conservatore
Margherita Dell’Utri sala consultazione
Claudio Ferri direttore
Luciano Ghirelli servizi generali
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Malaparte
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e del Fondo Moderno
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e ufficio stampa
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del Fondo Antico
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Stampato in Italia
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Dante, La Divina Commedia.
Illustrazioni di Dalí, (part.)
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Questo periodico è associato alla
Unione Stampa Periodica Italiana
Reg. Trib. di Milano n. 104 del
11/03/2009
Editoriale
eri o presunti che siano, i cinque Diari
di Mussolini di cui abbiamo presentato
qualche pagina in anteprima ai lettori
di questo nostro “bollettino”, hanno ormai preso
la via della pubblicazione integrale per i tipi
di Bompiani, che dal prossimo novembre porterà
in libreria l’intera agenda del 1939. Per rispetto
del “nuovo” editore, quindi, sospendiamo
fin da subito le nostre anticipazioni, anche
se ci sarebbe piaciuto regalarci un’ultima chicca
di stampo letterario, ossia le riflessioni del Duce
attorno alla figura e all’opera di D’Annunzio,
in occasione del funerale dello scrittore.
Il nostro dispiacere per queste pagine
precocemente archiviate, però,
è ben compensato da una nuova rubrica
che prende le mosse già da questo numero e che,
nei mesi a venire, continuerà a presentare i più
luminosi e interessanti trattati rinascimentali
in materia di Utopia e Buon Governo, tema
particolarmente caro alla nostra Fondazione.
V
Chi avrà la voglia e il piacere di sfogliare
queste nostre pagine, poi, troverà ad attenderlo
anche un’altra novità: una prima presentazione
della mostra che dalla fine del prossimo mese
aprirà i battenti presso i nostri spazi,
per indagare i rapporti “segreti” tra Dante
e l’Islam attraverso diversi esemplari pregiati
del Corano, della Divina Commedia e non solo.
Un percorso affascinante e controverso
che, lungi dal voler sminuire l’estro e il genio
del Poeta, dà semmai conto della sua
sorprendente conoscenza “globale” del proprio
tempo. Secoli che qualcuno si ostina a definire
“bui”, ma che, come dimostra la stessa
Commedia, furono caratterizzati da un luminoso
e prolifico intreccio di culture, tradizioni
e religiosità differenti, capaci di non scontrarsi
tra loro anche e soprattutto grazie all’intuizione
e all’opera di mirabili principi committenti.
Forse, una lezione anche per la nostra
quotidianità.
settembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
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L’Utopia: prìncipi e princìpi
PEGGIO LA REPUBBLICA,
SE NON È “SERENISSIMA”
Il trattato “segreto” dell’Erizzo, stampato a Venezia nel 1571
GIANLUCA MONTINARO
uando, a metà del XVI secolo, iniziano a diffondersi capillarmente, prima in Italia e quindi
in Europa, le opere di Niccolò Machiavelli, tomi di riflessioni sulla natura, sui fini e sui mezzi della
politica (ovvero l’arte della politica) invadono il mercato librario. La trattatistica politica, fino a Seicento inoltrato (si pensi alla nota biblioteca di don Ferrante nei
Promessi sposi), diviene terreno di confronto e abituale
argomento di discussione all’interno delle cerchie nobiliari e intellettuali. Questa vasta selva di opere, spesso
scritte in risposta al Principe del Segretario fiorentino
(libro vergato «dal dito di Satana» secondo la celebre
definizione datane dal cardinale inglese Reginald Pole), abbraccia e percorre, nell’arco di quasi un secolo,
teorie politiche molto diverse fra loro. Sostenitori (pochi) e detrattori (molti) di Machiavelli si scontrano
aspramente sulla esiziale questione dell’origine del potere, ovvero della sovranità. Originata da un patto, scaturita dal caso, voluta da Dio, cercata dagli uomini, sostenuta da leggi sempiterne o in balia del Fato, la sovranità - secondo i trattatisti del Rinascimento - si configura comunque e in ogni caso come una utopia da ricercare, un orizzonte di stabilità ultima al quale tendere,
una possibilità - ovvero l’unica – per governare il caos
del mondo. Solo una stabile sovranità può essere in grado di amministrare lo Stato secondo principi improntati alla ragione e non alla tirannia, alle leggi di Dio e
non ai soprusi degli uomini.
Q
Frontespizio di Trattati overo discorsi di Bartolomeo
Cavalcanti, 1571
Questo grande sogno rinascimentale, che la Fondazione Biblioteca di via Senato sta indagando grazie al
progetto “La Biblioteca dell’Utopia”, ha spinto molti
dei più grandi intellettuali del XVI e XVII secolo a misurarsi con le teorie della politica. Alcuni affascinati dagli arcana imperi, altri convinti di agire per il bene dello
Stato (o del principe), altri ancora per amore verso Dio
(cioè verso «l’universale Republica Christiana») hanno
prodotto mastodontiche opere in più tomi piuttosto
che in agili libelli di poche pagine. Fra questi ultimi,
quasi sconosciuto anche al pubblico degli studiosi, si
colloca un breve opuscolo, pubblicato in coda al Trattato sopra gli ottimi reggimenti delle repubbliche antiche et
moderne di Bartolomeo Cavalcanti (Venezia, Jacopo
Sansovino, 1571): il Discorso de i governi civili del nobile
veneziano Sebastiano Erizzo.
Politico e letterato, Erizzo (1525-1585) passa
buona parte della sua esistenza a Venezia. Della sua vita
non si sa molto, tranne che come altri nobili veneti percorre il cursus honorum della Serenissima, arrivando a
sedere nel Consiglio dei Dieci. A testimonianza dei
suoi interessi culturali rimangono anche un commento
a Petrarca (Esposizione delle tre canzoni di messer Francesco
Petrarca, 1561), la traduzione di alcuni dialoghi di Platone e una raccolta di novelle dal titolo Le sei giornate
(1567). Nel Discorso de i governi civili, Erizzo, «discorrendo con maraviglia i mutamenti e le cadute di tanti alti regni, di così potenti imperii e di tante famose republiche nel mondo», si propone di indagare quale «siano
le cagioni de i mutamenti delle forme de i governi».
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la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2010
Ovvero di comprendere i motivi per i quali le forme di
governo tendono alla degenerazione, attentando all’integrità dello Stato e minandone alla base la sovranità. Influenzato come molti altri trattatisti dell’epoca da
Aristotele (con la sua teoria della degenerazione delle
forme di politica recta in politica obliqua) Erizzo si domanda se «ritrovare si possa una forma di Republica così bene ordinata che lungamente duri e che per molti
secoli si mantenga in vita».
Perché ciò avvenga è necessario (tratto comune a
tutti i trattatisti rinascimentali) opporsi ai tiranni e alla
tirannide. Si utopizza l’ottima organizzazione statale,
cioè una forma di governo nel quale non vi sia prevalere
di parti, ma piuttosto un governo affidato alle leggi secondo un sistema perfetto di garanzia e di controllo o,
in alternativa, una monarchia strettamente subordinata alle leggi, che ponga come finale obiettivo la felicità e
la libertà del popolo.
Ciò che più nella sostanza viene indagato è la ricerca di quell’ordinamento dello Stato tale che non crei
ab origine le condizioni per l’acquisto del potere da parte del tiranno ma anche, più in generale, l’esercizio arbitrario del potere stesso. Come detto, più che al Platone della Repubblica, i trattatisti guardano alle teorie
esposte da Aristetele nella Politica. Non si cercano più
utopie ideali, ma utopie pragmatiche. Per lo Stagirita
tre sono le forme di governo. Ma esse possono cadere
nell’esercizio violento. «La tirannia è la corruttione del
regno. La podestà dei pochi è la corruttione de gli ottimati. Lo Stato popolare è la corruttione della Republica. Queste sono le tre specie non diritte de i governi civili». Alla base del suo ragionamento, alla ricerca della
«Republica che lungamente si mantenga in vita» Erizzo pone la condizione che il «cittadino non debba partecipare alla podestà se non ad utilità del commune»,
anteponendo quindi gli interessi dello Stato ai suoi
propri particolari.
Una sovranità indirizzata solo verso l’utile personale si configura, per Erizzo, come tirannia. Quasi
sempre, nei trattatisti cinquecenteschi, l’opposizione
alla tirannide ha carattere generico, richiamandosi più
a una valutazione moralistica che a una interpretazione
politica e giuridica del fondamento del potere.
Già Coluccio Salutati, nel XV secolo, aveva posto
la questione in modo problematico nel De tyranno. Il
problema non era tanto riscontrabile dall’illegittimità
originaria del potere, quanto dall’esercizio svolto senza
«sindacato governo». Cento anni più tardi in Agostino
Nifo appare un cenno di distinzione tra il tiranno exercitio e quello ex defectu tituli. Nel suo trattato De regnandi peritia, i primi quattro libri - che in gran parte sono
solo una mediocre traduzione del Principe di Machiavelli - sono dedicati alla descrizione dei vari metodi di
esercizio della tirannide, indipendentemente dalla valutazione della legittimità del potere, mentre il quinto
libro, che è nella sostanza frutto del pensiero del Nifo,
si specifica il concetto di tirannide ex defectu tituli, in relazione, cioè, all’illegittimità dell’acquisto del potere.
Per gli altri teorici della politica, il tiranno è «truculentissima bestiarum omnium» perché non persegue
la giustizia e la felicità del popolo; infierisce sugli uomini; governa senza leggi perseguendo il suo utile personale; è un flagello attraverso il quale Dio castiga gli
uomini. Sabba da Castiglione pone una differenza tra i
principi legittimi e i tiranni: quelli «con giusto titolo
ragionevolmente godono e possedono li loro stati»,
questi non posseggono lo Stato con giusto titolo, ma
governano a dispetto di tutti, contro Dio, i santi, l’anima, la giustizia, le leggi.
Alla stregua del governo dispotico di uno, si configurano ugualmente come tirannici i regimi oligarchici, basati sul principio dell’esclusione. Ma la condanna
più forte da parte dei trattatisti del XVI secolo è verso i
regimi democratici e popolari. Essi sono preda della
demagogia, fonte di instabilità, violenza e bramosie
particolari. Tommaso Garzoni è addirittura categorico
nel dire che il governo del popolo è senza dubbio il peggiore. Sul popolo, considerato come strato sociale inferiore della società, sono espressi giudizi fortemente
negativi: «della instabilità e mutation del vulgo - scrive
Cosimo Bartoli - sarà facile dimostrare gli esempii delle cose seguite, così a tempo de gli antichi come a quello
de’ moderni: percioché ne sono piene le istorie». Lo
stesso Bartoli, che all’instabilità e alla passionalità delle
folle dedica tutto un intero discorso, paragona poi il
volgo al mare, che fluttua sempre senza riposarsi mai.
La folla, scrive Grimalio, è «imperita sine mente et capite». Vile e bestiale, governata solo dall’impeto delle
settembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
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passioni la giudica Garimberti; e ancora Francesco Salviati: palla a vento «la quale, se gonfiata, ogni picciola
cosa muove» e che fa come i cani, «si getta sempre là
dove senta il remore e va verso le grida: e sia amico o nemico, corre dietro a chi fugge».
La visione di Sebastiano Erizzo è fortemente negativa. Influenzato da Aristotele, ma anche dalla visione ciclica della storia di Polibio, Erizzo nella ventina di
pagine che compongono il suo trattato (indirizzate all’amico Girolamo Venier) traccia una sorta di filosofia
della storia, un percorso di nascita, formazione e morte
delle forme politiche, avvertendo preliminarmente che
«se un ordinatore di una Republica, o un governo civile, introduce in una città una delle tre specie diritte della Republica, corre gran rischio di corruttione, e di mutamento di Stato, perché egli non può trovar rimedio, a
fare che quello governo, quantunque buono, non
isdruccioli nel suo contrario».
Il ragionamento di Erizzo è semplice nella sua
brutalità. Dallo stato di natura gli uomini, avendo
«eletto di vivere insieme» costituiscono le leggi e delegano un “sovrano” («giudicato degno d’esser prencipe
loro») alla salvaguardia delle norme della convivenza
civile perché «il commandare e l’ubidire è cosa naturale». Presto il sovrano, traviato dalla «troppa copia ed
abondanza de i beni», abbandona la via della giustizia
per quella dell’arbitrio, facendo scivolare il regno nella
tirannide. E’ allora che i migliori cittadini (gli aristocratici) rovesciano il potere, instaurando il «governo
de gli ottimati». Facendo riferimento al V libro della
Politica di Aristotele, Erizzo ricorda che «per la troppa
imperiosa signoria, la quale usano i pochi con troppa licentia» gli ottimati diventano presto oligarchi. È in
questo momento, in seguito a un altro stravolgimento
politico, che si instaura l’ultima forma di politica retta:
il «governo della Republica in mano a più persone».
Anch’essa è destinata a scivolare:
«spenta che fu poi quella generatione che l’haveva
ordinata, e che i giovani nati di loro tenevano il governo
de la Republica, e che di tempo in tempo pervenne
l’amministratione delle cose a i nepoti, questi stimando
assai meno la ragione e l’equalità civile, ciascuno di essi
cercava di potere di più nella Republica de gli altri. E
più de gli altri affettavano questo li più ricchi, onde tutta la ragione della città era nella forza, e così subito si
Dei governi civili di Sebastiano Erizzo, 1570
venne alla licentia, sì che non si temevano più né gli
huomini privati né i publici, di maniera che vivendo
ciascuno a modo suo senza tema, over rispetto di leggi,
si facevano ogni dì mille ingurie, con la moltitudine
avezza ad usurpare i beni altrui».
Il ciclo della storia è quindi pronto a ripetersi daccapo, con un «solo crudele signore» che avrebbe riportato la pace nello stato di natura nel quale era scivolato
il regime democratico-popolare, imponendo il rispetto
delle leggi e della restaurata sovranità monarchica
(sempre che, nel frattempo, nota Erizzo, uno Stato
estero, approfittando delle difficoltà interne, non lo
conquisti e annienti).
«Et questo è il rivolgimento delle Republiche
quasi in un cerchio col quale si sono governate, e si governano, e questo è il naturale periodo di quelle, col
quale si mutano e si rivolgono, e di nuovo ritornano nel
8
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2010
medesimo stato, il che rade volte aviene, cioè, che ritornar possano nel governo medesimo, perché quasi niuna
Republica può esser tanto durevole, che possa più volte
passare per questi mutamenti e rimanere in piedi, peroché per lo più le aviene che nel travagliare una Republica a guisa di una nave nelle tempestose onde del mare,
mancandole sempre consiglio, e forza, viene occupata e
soggiogata da uno Stato propinquo che sia meglio ordinato di lei».
In fondo, per Erizzo, ogni Stato è destinato a passare attraverso le tre forme di governo e le rispettive degenerazioni. È «cosa naturale che nulla in questo mondo
stia in un medesimo stato, ma riceva mutatione con un
certo rivolgimento di tempo, secondo il girare de’ cieli».
Per la soluzione, Erizzo si ispira ancora ad Aristotele. La migliore forma di governo possibile è lo Stato a
costituzione mista, cioè quel governo che comprenda
nel suo ordinamento la parte buona di ognuna delle tre
forme rette. Esse, tutte insieme, possono arginare lo
scivolamento verso la degenerazione obliqua. Erizzo
ravvisa perfetti esempi di stati a costituzione mista nella
Sparta ordinata da Licurgo e nella Repubblica romana.
Senza dichiararlo Erizzo pensa anche alla sua Venezia,
straordinario esempio di sopravvivenza secolare e di
unità sociale, basata su una costituzione in grado di an-
Bibliografia:
L. Grimalio, De optimo senatore, Venetiis,
apud Iordanum Zilettum, 1568, p. 39: «Regis
officium sciat esse non suae sed publicae civium utilitati consiliare, legibus parere, ius et
liberlalem populi servare».
Cfr. A. Nifo, De regnandi peritia in Id.,
Opuscula moralia et politica, Venezia, Amadei,
1545, libro V, cap. I: «Tyrannicum quidem regnandi genus omne illud est, quod non per
successionem nec per electionem procedit,
sed per omnem quemvis alium modum ex his
quos in primo libro enumeravimus, per fortunam, sulera, arma, vim, dolum, seditionum
factionem oc civium favorem».
M. A. Natta, De principium doctrina,
nullare gli squilibri che ne possano intaccarne la compattezza. Venezia è appunto “Serenissima” perché è
proverbiale l’armonia del suo assetto interno. Erizzo
non è l’unico fra i trattisti a guardare a Venezia come a
un modello. Fra gli altri si possono ricordare Durandino, Cavalcanti, Girolamo Garimberti, Ugo Bresciani,
Paolo Giustiniani e Giasone de Nores. Insomma si
paragona Venezia a Roma: Anton Francesco Doni, ne
La zucca, la chiama «patria del mondo», «tempio di
giustizia», «sole tra le stelle». Varchi l’addita come luce
e speranza d’Italia. E Donato Giannotti dedica alla Serenissima la sua opera più importante: Della Repubblica
de’ Venetiani (1540).
Il libello di Erizzo si chiude infine con un significativo invito all’azione pragmatica e alla riflessione individuale sui dati forniti:
«voi dalle cose dette, sapendo i modi co i quali è necessario che tutti i regni, i governi e le republiche si
moiano e come si trasmutino di una nell’altra, potrete facilmente conoscere e giudicare, sapendo in ciò aggiugnere e applicare l’ultime cose alle prime, non solo l’accrescimento e lo stato di ogni republica ma ancora predire il fine e la riuscita di quanto ha da succedere a quella».
È compito dell’individuo governarsi con saggezza, sapienza e giusta misura.
Francofurti, ex officina Zachario Paltheniana,
1603, p. 1.
F. Figliucci, De la politica overo scienza civile, In Venetia, Somascho, 1583, pp. 137-140
e 166-168.
G. Garimberti, De regimenti publici de la
città, In Vinegia, appresso Girolamo Scotto,
1544, pp. 45-47.
B. Bombini, Discorsi intorno il governo
della guerra et governo domestico, In Vinetia,
Francesco de Franceschi, 1583, disc. VII, «Il tiranno».
S. da Castiglione, Ricordi, Venegia, Gherardo, 1554, p. 55.
T. Garzoni, La piazza universale, In Venetia: appresso Gio. Battista Somasco, 1587, p.
233; «non si può agevolmente giudicare quale
delle tre politie sia la migliore, havendo ciascuna i suoi difensori e partigiani. Ma infiniti
sono quelli che giudicano il governo del popolo per lo peggiore ».
C. Bartoli, Discorsi historici, In Venetia,
appresso Francesco de Franceschi senese,
1569, p. 45.
Ibidem, p. 39; cfr. pure tutto il discorso VII.
L. Grimalio, De optimo senatore, cit., p. 16.
G. Garimberti, De regimenti publici, cit.,
p. 17.
F. Salviati, Discorso sopra le prime parole
di Tacito, in C. Tacito, Annali, trad. da G. Dati,
Venezia, Giunti, 1582, p. 3.
settembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
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“Dante e l’Islam”, la prossima mostra in BvS
LA “SCALA” DI MAOMETTO
TRA INFERNO E PARADISO
Lo splendore della “Commedia” e le sue probabili fonti islamiche
MATTEO NOJA
a costruzione dell’identità europea inizia dalla
quelle derivanti dal suo rapporto con l’Islam.
cultura, disse Jean Monnet, il primo segretario
Proprio in un’epoca come quella attuale, nella
della Società delle Nazioni. La cultura europea
quale si assiste a una contrapposizione drammatica tra
non è mai stata univoca, neanche durante l’impero roil mondo occidentale e quello islamico, giova ricordare
mano, che si mostrò rispettoso verso il pensiero e il mocome il periodo in cui visse Dante, il periodo dei cosiddo di vivere dei popoli che andava conquistando e sotdetti “secoli bui”, fu comunque un periodo fecondo e
tomettendo. Questa cultura si è sempre basata su un
decisivo della nostra storia, della storia occidentale;
confronto incessante a più voci, tra varie etnie, credi requesta sua felice peculiarità deriva anche dal fatto che i
ligiosi, filosofie. A volte con grande spargimento di
rapporti fra il mondo cristiano e il mondo musulmano –
sangue, nel tentativo di far prevalere l’una o l’altra idea,
a dispetto delle feroci guerre di religione che contradl’una o l’altra fede. A volte, invece, con un proficuo e
distinsero quegli anni –, si fecero molto più stretti, in
mutuo vantaggio.
tutta l’area mediterranea.
Il dialogo culturale che rappresenta le radici della
nostra civiltà si è formato indubbiamente nel cristianesimo, giunto a vivificare spiritualmente la tradizione
In molti modi in Europa si è cercato di attenuare
della razionalità greca e romana, ma altrettanto certal’importanza dell’influsso della cultura islamica; somente è stato permeato e stimolato dalle correnti di
prattutto il mondo accademico occidentale ha cercato
pensiero del Vicino Oriente, ebraico e arabo.
di nascondere o dimenticare i debiti culturali verso
Ai nostri giorni, nei quali si riscoprono odi razziaquesta civiltà nel periodo che va dal IX al XVII secolo,
li e religiosi mai sopiti, va sottoliciviltà che si espresse nell’Impero
neato che per capire la nostra idenOttomano e nelle corti di Baghdad,
tità non si può fare a meno di nessuIn occasione della grande mostra
di Damasco e del Cairo, e che poté
na di queste voci. Di alcune di quevantare personaggi illuminati come
dal titolo Al-Fann. Arte islamica,
ste, meno percepite nel passato per
Solimano il Magnifico. Civiltà che
organizzata dal Comune di Milano
motivi ideologici, politici e religioriprendendo il sapere classico, soa Palazzo Reale in collaborazione
si, solo ora l’Europa comincia a
prattutto greco, lo aggiornò, rencon il Museo del Kuwait dal 18
prendere coscienza; tra queste,
dendolo comprensibile per il proottobre prossimo, la BvS con la mostra
Dante e l’Islam vuol fornire un’insolita
prio tempo: i suoi matematici creaDante, La Divina Commedia.
rono l’algebra e gli algoritmi, renpremessa per meglio comprendere
dendo possibile lo sviluppo della
Illustrazioni di Dalí, Firenze-Roma,
il fitto scambio culturale in atto
tecnologia; i suoi medici esaminaArti e Scienze Salani-Officina
sin dal Medioevo tra i popoli cattolici
rono scientificamente il corpo
Bodoni, 1963-1964
e islamici nel bacino del Mediterraneo.
L
12
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2010
Comento di Cristophoro Landino fiorentino sopra
la Commedia di Dante Alighieri poeta fiorentino,
Brescia, Bonino de’ Bonini, 1487
umano, cercando nuove cure per le malattie; i suoi
astronomi scrutarono i cieli, dando nomi alle stelle e
fornendo indicazioni per i viaggiatori e i marinai. I suoi
scrittori cominciarono a narrare incredibili storie romantiche, d’avventura, di magia; i suoi poeti ricominciarono a parlare d’amore, fornendo il modello per un
codice di comportamento che porterà al cosiddetto
“amor cortese”.
Lo scambio, naturalmente, fu maggiore da quando gli arabi conquistarono la penisola iberica: da lì introdussero in tutta Europa il loro pensiero e i loro usi e
costumi, facendo riscoprire, dopo secoli d’oblio, la magnificenza di una civiltà che si era persa con la caduta
dell’Impero romano.
In Occidente, due uomini sopra tutti incarnarono
questa felice contaminazione culturale: Federico II di
Svevia, lo “Stupor Mundi”, che in Sicilia costruì attorno a
sé una corte di grande livello culturale sul modello di
quelle arabe, favorendo, tra l’altro, la nascita della poesia
italiana; e Alfonso X, il saggio re di Castiglia e Léon, che
istituì una scuola di traduzione a Toledo, e la cui corte fu la
via maestra, il principale centro di assimilazione, traduzione e ritrasmissione della filosofia e della scienza dei
Mori e ne favorì la comunicazione in tutta Europa.
Federico II Hohenstaufen di Svevia [1194-1250],
imperatore del Sacro Romano Impero, re di Sicilia e re di
Gerusalemme, re d’Italia e re di Germania, affascinò i
contemporanei con la sua personalità eclettica. Il suo regno permise innovazioni culturali, tecnologiche e giuridiche fino ad allora impensabili, anche perché la sua corte
– peraltro itinerante, quasi nomade come quelle del deserto – fu luogo d’incontro tra varie culture: quella che incarnava i princìpi greci e romani, quella cristiana e le culture del Vicino Oriente, sia arabe, sia ebraiche.
L’appellativo di “Stupor Mundi” gli veniva dalla sua
vivace curiosità intellettuale. Interessato alla filosofia,
non trascurò l’astrologia (chiamando a corte il celebre
astrologo forlivese Guido Bonatti), la matematica (corrispondendo con Fibonacci, che, al seguito del padre mercante pisano in viaggio nei paesi nordafricani, aveva imparato la matematica sui testi arabi), l’algebra e la medicina. Per favorire lo studio delle scienze naturali istituì a Palermo uno zoo che ospitava numerosi animali esotici;
scrisse un trattato di falconeria che, basandosi sull’osservazione diretta, favorì un nuovo approccio scientifico
verso una materia che fino ad allora era stata trattata in
modo fantasioso e quasi mitico.
Fu sinceramente attratto dalla cultura araba che per
lui rappresentò un esempio e dalla quale fu fortemente
influenzato. Poeta egli stesso, favorì a corte la presenza di
numerosi poeti, italiani, provenzali e anche arabi, i cui temi e moduli espressivi contribuirono a innovare la letteratura italiana: nella sua corte si costituì infatti la cosiddetta Scuola Siciliana, che è riduttivo ricordare solo per la
poesia perché si occupò altresì di filosofia, politica, giurisprudenza e matematica; essa fu comunque decisiva per
lo sviluppo della letteratura – basti pensare alla istituzione di una nuova forma metrica come il sonetto –, e del volgare italiano, cercando di imporre una lingua comune
settembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
che fosse in un certo senso superiore ai dialetti.
Anche la grandezza di Alfonso X di Castiglia
[1221-1284] dipese dalla sua continua e poliedrica attività culturale. Grande giurista, cercò, applicando il diritto romano e quello canonico e ispirandosi ad altri sistemi giuridici europei, di normalizzare con saggezza e
giustizia gli usi e costumi del suo regno. Si occupò di
astronomia (celebri le Tabelas Alfonsinas e il Libro del Saber de Astronomia), fu poeta e autore di uno dei primi
trattati di giochi, Libro de los juegos, che spiegava gli
scacchi, il gioco dei dadi e quello della “tavola reale”,
precursore del moderno backgammon. Ma senza dubbio la sua opera più notevole fu l’istituzione della scuola di traduttori di Toledo, dove saggi musulmani ed
ebrei traducevano dalle loro lingue i testi più importanti in castigliano e in latino: saggi di filosofia, medicina,
scienza e matematica venivano finalmente messi a disposizione degli studiosi in una lingua occidentale.
Accanto a loro, per ricordare la considerazione
tra le due culture, va ricordata la figura di San Francesco che durante un viaggio in Egitto, volendo scongiurare ulteriori spargimenti di sangue in occasione della
quinta crociata, si recò al cospetto del sultano al-Malik
al-Kamil, nipote del Saladino, per recargli un messaggio di pace: la sua preghiera non venne ascoltata, ma il
sultano e tutta la sua corte, intuendone la santità, provarono nei confronti del “poverello di Assisi” una rispettosa ammirazione e favorirono il suo ritorno incolume agli accampamenti cristiani.
Ma è proprio Dante che, nel suo enciclopedico tentativo di raccogliere la storia e l’intero sapere del suo tempo esponendolo poeticamente nella sua Commedia, testimonia, anche se non sempre direttamente, della presenza
culturale islamica in Occidente.
Egli è debitore di influssi letterari e filosofici che gli
vengono dalla classicità ma anche dai contemporanei.
Nei suoi versi troviamo traccia di Virgilio e Ovidio, di
Platone e Aristotele, del Vecchio e del Nuovo Testamento, di Tommaso, Alberto Magno, Bonaventura, Dionigi
l’Areopagita, Agostino, Livio, Boezio, solo per citare alcuni dei suoi riferimenti; ma anche, infine, delle recenti
tradizioni letterarie, come i romanzi cortesi francesi, le liriche provenzali e siciliane.
L’itinerario di Dante nei tre regni dell’oltretomba si
rivela quindi un’occasione per attraversare tutta la cultu-
13
ra del Medioevo, attraverso i personaggi, i miti e le filosofie che la sua società aveva adottato.
Tra questi, non poteva non tener conto della presenza della cultura islamica in quella occidentale. Già nella citazione, nel Poema, di Maometto e di Alì, messi nell’Inferno tra i seminatori di discordia, il Poeta dimostra di
avere una buona conoscenza della religione musulmana
(anche se tale conoscenza era inficiata da una serie di credenze popolari che vedeva nel Profeta una sorta di antipapa eretico). Il suo collocare nel Limbo degli “spiriti magni” due filosofi arabi come Avicenna e Averroè è di per sé
significativo; ed è sorprendente il suo citare Sigieri di
Brabante – il più importante filosofo occidentale seguace
di colui che “il gran comento feo”, oggetto di bandi e persecuzioni culturali e religiose –, oltre che in Purgatorio,
addirittura in Paradiso dove è citato mentre discorre in
armonia con San Tommaso, che tanto, in vita, lo avversò.
Maria Corti, nei suoi più recenti studi, ha definitivamente riconosciuto l’importanza della cultura islamica
nel mondo dell’Alighieri. Non tanto come dimostrazione che il Poeta ne abbia avuto coscienza diretta, ma perché questa cultura faceva parte dell’humus del quale si
nutriva il suo mondo intellettuale. La celebre studiosa,
Miniatura dal codice Legenda Major di San Bonaventura
posseduto dal Museo Francescano di Roma
(San Francesco davanti al sultano Al-Malik Al-Kamil)
settembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
infatti, a proposito delle influenze della cultura araba in
Dante, cercando di accertare come potesse essere entrato
in relazione con quella civiltà, cita due processi di comunicazione che sembrano chiarire bene cosa avvenne: l’interdiscorsività e la intertestualità.
Il concetto di interdiscorsività spiega, linguisticamente, come in una data cultura possano circolare dati,
notizie, vocaboli senza che vi sia un riferimento diretto a
testi precisi; l’interdiscorsività non fa riferimento a legami diretti tra vari testi, ma indica che essi rinviano a una
sfera più ampia e generica: indica un modo di pensiero ed
espressione diffuso e radicato.
La intertestualità, invece, ci mostra come «…Dante potrebbe aver preso da un testo arabo dei modelli di struttura; per esempio da uno dei
tanti testi che descrivono il viaggio nell’oltretomba di Maometto, Dante
potrebbe aver preso un modello
analogico; il che non significa che
Dante ci abbia messo sopra gli
occhi. Può averne letto un riassunto o averlo udito oralmente.
Saremmo allora alle prese con il
fenomeno della intertestualità».
Nel 1919 l’orientalista Don
Miguel Asín Palacios aveva suggerito, in un’opera molto documentata, destinata a innescare una lunga ed estenuante
polemica con i più accreditati dantisti di tutto il
mondo [La escatología musulmana en la Divina Comedia],
che Dante avesse attinto a fonti islamiche per la “struttura” del suo viaggio. La questione delle fonti arabomusulmane della Divina Commedia, in origine era già
stata sollevata in modo acuto ma approssimativo da
Juan Andrés [1740-1817], un gesuita spagnolo studioso
di storie delle letterature; le sue osservazioni, quindi,
erano state riprese da Frédéric-Antoine Ozanam
[1813-1853] a metà Ottocento e poi riformulate dal
A sinistra: La Divina Commedia di Dante Alighieri…,
Venezia, presso Antonio Zatta, 1757. A destra: Paradiso.
Nella versione di Giorgio Petrocchi, illustrata da Monika
Beisner, s.l., Edizione privata [ma Arbizzano, Stamperia
Valdonega], 2005
15
noto storico delle religioni E. Blochet nel 1901. Ma fu
Asín Palacios a scatenare definitivamente la discussione che si protrasse per tutto il Novecento.
Lo studioso spagnolo si riferiva alle pie leggende
musulmane dell’isrâ’ (“viaggio notturno”) e del mi’raj
(“ascensione”) di Maometto. Tali leggende erano sorte
come commento a un versetto coranico che accenna a
un viaggio notturno del Profeta che viene “rapito” dalla moschea della Mecca e trasportato a quella di Gerusalemme. Da questi scarni elementi, la fantasia popolare aveva poi ricamato aggiungendo altri particolari fantastici che compaiono nelle varie redazioni del racconto: cavalli alati dal volto umano, angeli e arcangeli come
guide, gli incontri con altri profeti; ma soprattutto vi aggiungerà un elemento che scatenerà l’immaginazione di poeti e
scrittori musulmani d’ogni tempo:
la luminosa scala dorata che permetterà al profeta di compiere la
sua ascesa al cielo.
Tra questi racconti, quello più conosciuto in Occidente
fin dal Medioevo è appunto il
Libro della Scala. Questo testo,
composto in arabo nell’VIII secolo (l’originale è andato perduto), fu tradotto in castigliano nella
Scuola di Toledo dall’ebreo Abraham
Alfaquím, medico di Alfonso il Savio.
Sempre nella stessa Scuola, nel 1264, fu tradotto in latino e francese antico da Bonaventura da
Siena, uno dei tanti toscani rifugiatisi presso il re di Castiglia, che conobbe sicuramente Brunetto Latini, arrivato a Toledo fra il 1259 e il 1260. Il Libro della Scala era
inoltre compreso nella Collectio Toletana, raccolta di testi islamici fatti tradurre in latino da Pietro il Venerabile, abate di Cluny.
Già lo studioso italiano Enrico Cerulli [18981988], pur con qualche imbarazzo, concordava con
quanto Asín Palacios aveva sostenuto, rilevando come
molto importante uno degli elementi d’imitazione
esposti nel confronto tra la Commedia e le leggende arabe: «Il concetto dell’ascesa dell’anima individuale nei
regni ultraterreni come rappresentativa, per allegoria,
della purificazione graduale dell’uomo dalle passioni
terrene può, per analogia, essere apparso al genio poetico di Dante in relazione ai suoi contatti con quelle no-
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la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2010
A sinistra: ritratto di Dante da Comedia di Danthe Alighieri poeta divino…, Venezia, Giacomo Pocatela per Lucantonio
Giunta il Vecchio, 1529. A destra: La Divine Comédie traduite par André Pératé, Paris, Jacques Beltrand, 1922-23
(le xilografie di Beltrand sono tratte dai disegni di Botticelli)
zioni o con quegli scritti degli Arabi». E proseguiva
ammettendo altre due “analogie generali” tra il Poema
e il Libro: la funzione della guida e la cosmografia. A differenza delle leggende medievali dei viaggi mondani o
ultramondani, infatti, la guida che Dante sceglie (Virgilio prima, Beatrice poi, e infine San Bernardo) non si
limita a precederlo ma a sciogliergli dubbi e quesiti, indicargli la via e fargli conoscere le persone che incontra, al pari dell’arcangelo Gabriele che accompagna
Maometto durante la sua ascensione. Così come nel Libro abbondano le discussioni intorno alla cosmografia,
«la cura di situare topograficamente i regni dell’aldilà
nella cosmografia generale e di analizzarne la geografia
interna è un’altra singolarità di Dante nei confronti dei
suoi predecessori occidentali».
Come Dante fosse giunto a conoscere le leggende
arabe sviluppatesi intorno all’ascensione del Profeta è
un altro problema. Sicuramente, come abbiamo detto
sopra, attraverso i fenomeni di interdiscorsività e intertestualità, molti concetti del pensiero islamico erano
stati trasferiti e “digeriti” dalla cultura occidentale,
molto più di quanto si voglia ammettere; sicuramente
però attraverso la figura di Brunetto Latini che, giunto
alla corte di Alfonso X il Savio per un’ambasceria e avendo così potuto conoscere i testi musulmani di prima mano o almeno nelle traduzioni della Scuola di Toledo, ri-
settembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
mane fortemente indiziato di aver trasmesso poi al giovane Poeta suo allievo la conoscenza del pensiero e della
letteratura araba.
Maria Corti si spinge oltre, andando a verificare se
per il Poema si possa parlare di una fonte diretta proveniente dal mondo arabo. «Leggendo il Libro della Scala
in latino ci si convince che esso fu utilizzato come fonte
diretta da Dante nelle descrizioni dell’inferno musulmano, che devono averlo colpito per la sanguigna e violenta concretezza, mentre per il “Paradiso” del Libro
Dante risulta molto selettivo in quanto vi è un aspetto
iperrealistico nella vita dei cieli (castelli dei beati, lettighe, belle donne ecc.), del tutto estraneo all’ideologia
dantesca e in genere cristiana» [Maria Corti, Introduzione alla Divina Commedia, Milano 2004].
Partendo dall’Inferno come descritto nel Libro e
confrontandolo con quello dantesco, si nota come vi
siano corrispondenze «che non sono solo tematiche, ma
specificamente formali, estese e isomorfe» [M. Corti,
17
Le terze rime di Dante, Venezia,
Aldo Manuzio il Vecchio, 1502
cit.]. Precise citazioni nella descrizione fisica e naturale
del sito, dalla dimora del diavolo alla città di Dite con le
mura, le torri e le case rese rosse scure dal fuoco che vi
arde dentro («il foco etterno | ch’entro l’affoca le dimostra rosse»), le analogie e le somiglianze sono molte,
tanto che Dante, parlando delle dimore infernali, le
chiamerà, con un curioso vocabolo arabo, “meschite”.
Ma nel concetto del “contrappasso”, le corrispondenze sono ancora più chiare. Simili le bolge, simili le
colpe e i peccatori ospitati; soprattutto le pene sono singolarmente simili. Il concetto stesso, che Dante deriva
da Gregorio Magno e Tommaso d’Aquino, pretende
che il castigo sia commisurato alla colpa e che ne abbia
anche una forma analoga, coinvolgendo la parte del corpo che l’ha commessa: «…tale modalità si affaccia nelle
settembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
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A sinistra: La Commedia di Dante Alighieri, Milano, Aldo
Martello e Luigi Maestri, 1965 (illustrazione di Franco
Gentilini). A destra: La Divina Commedia di Dante
Alighieri…, Venezia, presso Antonio Zatta, 1757
pagine delle visioni occidentali in cui però trova saltuaria applicazione, mentre risulta dominante nei testi della cultura araba. In questa al sistema delle punizioni viene attribuito un rilievo sconosciuto al mondo occidentale sia sul piano della singola invenzione che su quello
della corrispondenza analogica tra la pena e il peccato».
Più complicato, per la Corti, è parlare di un rapporto diretto fra il Paradiso dantesco e il suo equivalente nel Libro. Vero è che Dante trattando della luce, della
metafisica della luce – per cui nel Paradiso Dio è sostanzialmente luce –, rivela la sua conoscenza di quanto direttamente o indirettamente fu elaborato dai filosofi e
mistici arabi nelle loro speculazioni. Notevoli le analogie in questo senso con il Libro, anche quando si parla
del vedere attraverso la luce e del suo contrario, cioè
della cecità («la vista in te smarrita e non defunta»), rispetto al bene che la luce rappresenta, e della vista indiretta («…gli occhi dell’uomo possono cogliere lo
splendore della luce divina ma indirettamente, cioè posandosi su esseri o cose da tale luce illuminati, cioè su un
lumen secundarium. Si confronti il continuo rispecchiamento della luce di Dio negli occhi di Beatrice fissati da
Dante»).
Altro tema legato alla luce è quello della possibilità, o meglio, dell’impossibilità di conoscere direttamente il divino, presente nel Poema dantesco come nel
Libro: sia Maometto che Dante di fronte alla luce di Dio
perdono i sensi («In Par. XVIII, 8-12 il poeta dice di rinunciare a descrivere la luce vista negli occhi di Beatrice perché la mente, cioè la memoria, non è in grado senza intervento divino di riferire quell’esperienza ineffabile»). Questo tema dell’ineffabilità del divino, presente nel Libro, è presente però anche in altre fonti mistiche cristiane. Altre analogie tra il racconto di Maometto e quello del Poeta sono quelle che risaltano nella descrizione dei cieli e della posizione degli angeli intorno
a Dio.
La Corti propone ancora un breve elenco di corrispondenze generali: le tre voci che all’inizio del viaggio
di Maometto tentano di fermarlo possono richiamare
alla mente le tre fiere di Dante; «Maometto sale su una
scala dalla terra al cielo della luna, piena di angeli luminosi; è la stessa scala di Giacobbe che porta Dante dalla
settima cornice al Paradiso Terrestre e che appare a
Dante “d’angeli sì carca” (Par., XXII, 72)»; il grande
giardino, l’enorme albero ai cui piedi nascono i due fiumi nel Paradiso Terrestre del Libro richiamano tutti sorprendentemente alla mente quelli di Dante.
Ma al di là delle analogie e delle corrispondenze,
senza voler entrare in una polemica che negli anni ha coinvolto i massimi studiosi di Dante, ci preme sottolineare come l’opera del Poeta testimoni l’importante presenza della civiltà islamica nel mondo medievale e, che
al pari di tutta la tradizione occidentale, era ben nota a
lui, che seppe «frequentare molti testi» e con «cura tenace» riuscì «a fonderli col proprio singolare genio,
conferendo a ciascuno di essi il suo ruolo nell’operazione creativa» [M. Corti, cit.].
settembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
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Libri d’autore che si fanno “pubblicità”
CASA CAMPARI: 150 ANNI
CON IL GUSTO DELL’ARTE
Anche il nostro fondo di Storia dell’Impresa partecipa alla festa
GIACOMO CORVAGLIA
n occasione del 150° anniverario della fondazione di
Casa Campari, la Biblioteca di via Senato presenta i
volumi editi dall’Azienda e conservati nel Fondo di
Storia dell’impresa. Il Fondo, composto da oltre 6.000
volumi, documenta le vicende dell’attività e della
produzione imprenditoriale italiana, dall’Unità d’Italia a
oggi, attraverso i testi e le immagini di libri celebrativi di
aziende, cataloghi di vendita, brochure e strenne; spesso
materiale raro o addirittura introvabile.
Il legame tra Campari e il mondo della cultura è stato sempre forte, sin dalle sue origini. Tra i pionieri del “sistema” pubblicitario italiano, infatti, Campari diede spazio a grandi artisti del manifesto come Leonetto Cappiello, Marcello Dudovich e Fortunato Depero.
Se Cappiello e Dudovich furono pionieri nella creazione di un’immagine sensuale influenzata dallo
stile liberty di inizio ’900, Depero
utilizzò nei manifesti e nella creazione della bottiglietta “Campari”
un’estetica futurista, ripresa in seguito da esponenti della Pop Art e
dell’Avanguardia italiana chiamati a
collaborare con l’azienda, come
Bruno Munari, Mario Nanni e Ugo
Nespolo. Contemporaneamente,
per far conoscere il marchio fu utilizzata un’altra forma pubblicitaria,
meno immediata ma altrettanto persuasiva e cioè la pubblicazione di libri. Negli anni, Campari pubblicò
numerosi volumi che vanno da Il mio
I
breviario del ’24 “dedicato a tutte le donne d’Italia” ad
Amare gli amari del ’25 e dal Prezioso Campari fino alla
poesia de Il Cantastorie di Campari, pubblicato dal 1927 al
1932 e dei Cento e più sonetti Campari autografi di Corradino Cima del 1960.
Nel ’22, Casa Campari inizia la pubblicazione del
Prezioso Campari, un opuscoletto donato alla clientela e
agli amici: un vademecum per tutti che «rinfresca la memoria, invita all’ordine, fa risparmiare tempo, fatica e denaro». In pratica, un calendario con consigli pratici, fatti
da ricordare, notizie necessarie alla vita di tutti i giorni, distanze, divisori fissi, formule varie, targhe automobilistiche, onomastici e curiosità. La nostra Biblioteca possiede
quello del 1975, con copertina di Giorgio Colombo.
All’inizio del 1927 Davide
Campari affidò a Renato Simoni,
giornalista, drammaturgo (collaborò alla stesura del libretto della Turandot di Giacomo Puccini), scrittore, critico teatrale e regista, il compito di mettere in versi, ogni settimana,
le glorie del Bitter e del Cordial.
Queste poesie, fra il crepuscolare e il
parodistico, vennero pubblicate dal
Corriere della Sera come inserzioni
settimanali e poi raccolte in cinque
volumi e,via via, illustrate da Mochi,
da Sinopico, da Sergio Tofano (l’attore e l’inventore della maschera e
delle vicende di Bonaventura), e da
Bruno Munari. Nacque così Il Cantastorie di Campari.
22
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2010
L’iniziativa evoca le gesta dei simpatici artisti di
strada (i famosi cantastorie) che musicavano e cantavano
storie e poesie. I quaderni, sempre in tiratura limitata, venivano inviati ai clienti più importanti in occasione delle
festività e rappresentavano per chi li riceveva un segno di
prestigio e di importanza.
I temi – trattati nei toni del genere giocoso e parodistico, talvolta satirico – sono scelti con notevole omogeneità da libretti d’opera, lavori drammaturgici celebri,
dal linguaggio dei fiori, dalla mitologia e dalla favolistica,
dalla storia e dalla cronaca, da reminiscenze o riferimenti
a cose o persone note.
Il Cantastorie è costituito da una serie di cinque volumi editi dal 1927 al 1932 e stampati da editori vari per
conto della ditta Davide Campari & C.
La Prima Raccolta viene stampata da Bestelli & Tuminelli nel 1927 con tiratura di 1.000 copie, sovraccoperta cartonata a due colori e 56 pagine. Illustrata magistralmente dalle silhouettes di Mochi, comprende una grande
varietà di argomenti e metri. Parla un po’ di tutto, raccoglie i temi dovunque, nella vita, nel teatro e nella zoologia, ma soprattutto nella fantasia dell’autore.
La Seconda Raccolta è stampata da Raffaello Bertieri
nel 1928 in 1.000 copie con sovraccoperta originale a colori firmata STO 1928; 64 pagine di belle poesie e storie
ispirate al mondo del teatro e arricchite da 8 tavole a colori fuori testo del grande Sergio Tofano, in arte “Sto”
(1986–1976) scrittore, illustratore e attore.
La Terza Raccolta è stampata da Bertieri in Milano
nel 1930, in 1.000 copie, sovraccoperta nocciola: 108 pagine che presentano altrettante composizioni (datate dal
DEPERO, CAMPARI E QUEL PRIMO “APPARECCHIO RECLAMISTICO”
arte dell’avvenire sarà
potentemente pubblicitaria»,
scrisse Fortunato Depero
nel 1932, aprendo il Manifesto dell’arte
pubblicitaria, e sicuramente non
si ingannava. Né per i “risultati” della
modernità che sono stati sotto gli occhi
di tutti noi né, in particolare, il proprio
futuro e per la propria arte che, al di là
della tela e della scultura, si è sempre
articolata anche e soprattutto sulla carta.
Dei libri e dei manifesti.
Protagonista indiscusso
del cosiddetto Secondo Futurismo - ma
in realtà della storia tutta del Movimento,
acui l’artista donò un aspetto di gioco
e vivacità prima sconosciuto se non
a Giacomo Balla - Depero è tornato
prepotentemente al centro della “scena
contemporanea” già lo scorso anno,
in occasione del centenaio del primo
«L’
Manifesto di Filippo Tommaso Marinetti,
e vi resta saldo anche in questo 2010, anno
delle celebrazioni dei 150 anni dalla
fondazione di Casa Campari e anche
cinquantesimo anniversario della sua
scomparsa.
Se affiches, locandine, loghi,
arredamento, allestimenti teatrali, moda.
design e manifesti sono parte integrante del
suo coloratissimo percorso artistico
a trecentosessanta gradi, infatti, il legame
che l’artista trentino (ma forse sarebbe
meglio dire tirolese, visto che sia Fondo,
in Val di Non, dove nacque nel 1892,
sia Rovereto, dove si trasferì giovanissimo
per studiare alla Scuola Reale Elisabettina,
erano allora territorio dell’Impero austroungarico) intrattenne con Casa Campari
fu assolutamente speciale ed “elettivo”,
da una parte e dall’altra, come testimoniano
le numerose campagne pubblicitarie
realizzate da Depero per le bevande della
casa milanese, le diverse pubblicazioni
“a firma congiunta” e, addirittura,
la realizzazione dei primi distributori
automatici di “Campari Soda”, inaugurati a
metà degli anni Trenta e realizzati a partire
da un modello ligneo che Depero pensò
tra il 1926 e il 1927, forse proprio sotto la
spinta di una lettera della dirigenza Campari
che chiedeva un nuovo incontro con
l’artista, orientato «al completamento
e alla riproduzione di un vostro bozzetto
da destinarsi ad un nuovo apparecchio
reclamistico in allestimento e che dovrà
figurare nelle stazioni balneari».
Di certo, Davide Campari e i suoi
collaboratori, trovarono nell’estro
caleidoscopico e irriverente di Depero
la giusta vena per una pubblicità dei loro
Cordial, Bitter e Soda, che fosse sempre
“nuova” e divertente, ma lo stesso si può
settembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
5 febbraio ’28 al 20 marzo ’30) di tema mitologico. Ognuna, stampata con caratteri elegantissimi, ha capilettera e
finalini raffinati, ornati di blu da un artista anonimo.
La Quarta Raccolta, stampata da Raffaello Bertieri in
Milano nel 1932, ha anch’essa una tiratura di 1.000 esemplari, sovraccoperta a colori e 46 pagine. Altrettante sono
le poesie–storie ispirate al mondo dei fiori e datate dal 6
aprile 1930 al 22 febbraio 1931. Tutte le magnifiche illustrazioni a colori con figurine geniali sono opera del
grande artista sardo Primo Sinopico (1889–1949), pseudonimo di Raul Chareun.
La Quinta Raccolta, sempre edita da Raffaello Bertieri in Milano nel 1932, in 1000 copie, 54 pagine, ha la
brossura con impaginazione a spirale e fogli doppi a soffietto alla giapponese. Sono presentate 27 poesie d’amore
con altrettante figurazioni grafiche di Bruno Munari
(1886–1976) che sono vere e proprie “invenzioni fantastiche”. Sono datate dal 1° marzo 1931 al 30 agosto 1931.
Si tratta di uno dei quaderni più interessanti di questa raccolta e anche una delle opere più raffinate di Munari.
Nel suo insieme, Il Cantastorie di Campari rappresenta uno dei più singolari ed eleganti monumenti nella
dire per l’artista che, a contatto
con un’azienda così innovativa
e “spregiudicata”, trovò davvero modo
di portare «l’Arte nella vita», come già
annunciato da Marinetti, ma soprattutto
infinite occasioni per approfondire
la propria ricerca sulla genesi e la struttura
funzionale della forma e per dare corpo a
quella "Ricostruzione futurista dell'universo"
che egli stesso teorizzò insieme a Balla.
Il caso più eclatante in questo senso
fu forse il già citato distributore automatico
di Campari Soda, oggetto di design,
macchina e “fonte di piacere” al tempo
stesso, ma l’intensità e la durata
del sodalizio tra l’artista e l’azienda segnò
un vero e proprio unicum nella storia
di entrambi.
Una collaborazione fondata
soprattutto sull’ottimo rapporto personale
che Depero ebbe sempre con
23
storia della pubblicità in Italia.
Nel 1937 viene pubblicata per conto di Campari La
pubblicità di una grande casa italiana, in Milano coi tipi del
Bertieri. Una rassegna critica di Mario Ferrigni, con 32 tavole a colori fuori testo e oltre 1.000 riproduzioni in bianco e nero, in cui vengono illustrate la maggior parte delle
multiformi iniziative pubblicitarie realizzate dall’azienda.
Nel 1960 per celebrare il centenario della fondazione della Casa viene stampato Cento e più sonetti Campari autografi di Corradino Cima nel primo centenario della ditta Davide Campari – Milano, edizione fuori commercio di
sonetti in dialetto milanese riprodotti in facsimile dal manoscritto autografo, con prefazione di Severino Pagani.
Sempre in occasione del centenario viene pubblicato il volume Campari 1860-1960: vicenda di un aperitivo
e di un cordial che, attraverso il testo di Giovanni Cenzato,
percorre un secolo di storia dell’azienda. La sovraccoperta è disegnata dal pittore e grafico Attilio Rossi (19091994). Il Fondo Impresa della Biblioteca di via Senato è in
possesso sia della prima che della seconda edizione.
Nel 1960, ancora, viene pubblicato dalle Edizioni
Campari Celebrazioni del centenario Campari 1860-1960,
il commendator Davide Campari
(di diverso genio, ma genio anch’egli,
evidentemente). Scomparso il patron, infatti,
nel 1939 si interrompe definitivamente
anche il “matrimonio” tra l’artista e la casa
milanese, durato comunque una quindicina
di anni e soprattutto foriero di un’attività
davvero smisurata e martellante, come
dimostrano due libri su tutti (entrambi in
possesso della Fondazione Biblioteca di via
Senato): il celeberrimo “Numero Unico
Futurista Campari 1931” - anche in
ristampa anastatica a cura di L. Caruso,
Firenze, SPES/Salimbeni, 1978 - e
l’antologico “Depero per Campari”,
pubblicato nel 1989 per i tipi di Fabbri
Editori, con testi di Enrico Crispolti, Birgit
Schonteich e Maurizio Scudiero.
Un “resoconto” per immagini,
quest’ultimo, che lascia davvero stupiti
per la quantità di interventi e di soggetti,
alcuni molto diversi tra loro, pensati
dal grande artista futurista per il suo
“amico” imprenditore. Una vera summa
di committenza illuminata.
24
discorso pronunciato da Angela Maria Migliavacca, Presidente della Davive Campari – Milano, per celebrare il
centenario della Ditta. Di questo discorso sono stati
stampati 750 esemplari numerati, nella Tipografia d’Arte Amilcare Pizzi S.p.a. – Milano. La nostra Biblioteca
possiede il N. 531.
Nel 1980 esce Campari, la costanza dell’immagine:
iconologia della pubblicità di un’azienda italiana dal 1900 al
1980. Il volume analizza, per temi, l’iconologia della pubblicità Campari dal 1900 al 1980, attraverso un vasto repertorio di immagini e i testi di Vittorio Fagone e di Giorgio Siribaldi Lusso. Si parte dagli annunci economici apparsi sui quotidiani, si passa ai manifesti pubblicitari di
Leopoldo Metlicovitz, Marcello Dudovich, Leonetto
Cappiello, Fortunato Depero e Marcello Nizzoli, solo
per citarne alcuni, per arrivare ad analizzare i moderni
spot pubblicitari.
Nel 1985 viene pubblicato da Campari il Dizionario di Casa Campari. Il volume offre un’interessante rielaborazione della forma del dizionario: la struttura a lemmi
è quella tradizionale ma, come si spiega nell’introduzione, «oggetto della sua un poco seria, un poco divertita
trattazione è infatti il mondo stesso, ricondotto a una provocatoria unità di lettura, come attraverso una magica
lente, dalle celeberrime trasparenze cromatiche del Bitter Campari». Le definizioni dei termini sono accompagnate da numerose riproduzioni di annunci pubblicitari e
manifesti dei prodotti, fotografie d’epoca, vignette e
composizioni poetiche contenute in raccolte edite a cura
della Campari negli anni Venti e Trenta.
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2010
Fabbri editore, poi, nel 1989, pubblica Depero per
Campari, a cura di Maurizio Scudiero. Il volume racconta, attraverso numerosissime illustrazioni e tavole, la
fruttuosa collaborazione tra Depero e Campari che spazia dai manifesti pubblicitari, al distributore automatico
con modello Depero, alla bottiglia del Campari Soda sino
al Numero unico futurista Campari 1931.
Nel 1990 viene pubblicato da Campari, in tre volumi, Trent’anni e un secolo di Casa Campari. Attraverso numerose illustrazioni e testi di Guido Vergari ripercorre la
storia della Casa che partendo da un Caffè di Milano è arrivata a essere uno dei marchi italiani più conosciuti al
mondo. La Biblioteca di via Senato possiede sia la versione in italiano che in inglese.
Il pittore Ugo Nespolo, infine, realizza per Campari un manifesto e uno spot pubblicitario in occasione
dei mondiali di calcio che si tengono in Italia. È il 1990 e
al manifesto e all’animazione televisa Campari dedica
Nespolo per Campari, un “libro-gioco” a forma di metà
area di rigore, incastonato in un campo da gioco con tacchetti di scarpe da calcio. Il volume è completamente illustrato da Nespolo con immagini a colori che riprendono i soggetti usati per il manifesto e per lo spot pubblicitario, con testi di Gillo Dorfles, di Aldo Colonnetti e dello stesso Nespolo.
Questo è il volume più recente in nostro possesso
edito da Campari. Ci auguriamo che continui, così come
tutte le maggiori imprese italiane, a pubblicare altri libri
in modo da arricchire ulteriormente anche il Fondo dell’Impresa della Biblioteca di via Senato.
settembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
25
inSEDICESIMO
GLI APPUNTAMENTI, I CATALOGHI, LE RECENSIONI,
L’INTERVISTA D’AUTORE, LE ASTE E LE MOSTRE
BOLOGNA CAPITALE DEL LIBRO
ArteLibro e la sua “The infinite Library”,
e la Mostra Internazionale del Libro Antico
di matteo tosi
ià scelta come sede
del trentanovesimo congresso
dell’International League
of Antiquarian Booksellers, a partire
dal 20 settembre, con l’intervento di
esperti e dlegazioni da tutto il mondo
sotto l’egida dell’Associazione Librai
Antiquari d’Italia, Bologna completa
la propria settimana di assoluto
G
predominio nell’universo della bibliofilia
con un ricchissimo fine settimana
all’insegna del libro antico, raro e
d’artista che, dal 24 al 28, affianca la
trentesima edizione dell’attesa Mostra
Internazionale del Libro Antico alla
settima di ArteLibro, “festival del libro
d’arte” che è ormai diventato una vera e
propria manifestazione culturale a tutto
tondo, con mostre, incontri, lectio
magistralis, workshop e attività
didattiche per i ragazzi.
Ospitata negli eleganti spazi
di Palazzo Re Enzo e del Podestà, questa
edizione della Mostra Internazionale del
Libro Antico conta oltre 110 librai
provenienti da ogni parte del mondo per
offrire al pubblico dei bibliofili, degli
appassionati, dei bibliotecari e degli
studiosi, una copiosa teoria di tesori in
forma di libro, dai codici miniati
di epoca medioevale ai primi incunaboli,
dalle editio princeps dei testi fondanti
la nostra cultura alle legature artistiche,
e dai libri d’Ore agli autografi,
ai manoscritti inediti e ai libri d’artista.
Un vero e proprio evento
a cui orendono parte relatori come
Umberto Eco, Luciano Canfora o Marco
Vallora, e che si circonda di tre raffinate
esposizioni pubbliche nelle biblioteche
istituzionali della città (Archiginnasio alla
Biblioteca Universitaria, Museo
Internazionale e Biblioteca della Musica,
Collegio di Spagna), e da altrettante
previste nelle città vicine, dalla
Malatestiana di Cesena all’Estense di
Modena, alla Classense di Ravenna.
E se è ricco il programma che
ruota attorno alla Mostra, quello relativo
ad Artelibro è un ormai consueto
cartellone di incontri non-stop, eventi,
esposzioni e appuntamenti per addetti ai
lavori.
Novità di quest’anno, la grande
mostra aperta dal fino al 2 ottobre
presso il Museo di Palazzo Poggi e la
Biblioteca Universitaria: “The Infinite
Library”, il lavoro di due giovani artisti
internazionali: Daniel Gustav Cramer
(Germania) e Haris Epaminonda (Cipro).
Uno dei più interessanti
esperimenti di rapporto diretto tra
il mondo dell’arte contemporane e
l’universo editoriale, in pratica,
raccontano gli artisti, «un ampio archivio
di libri, ognuno creato tramite libri già
esistenti, numerati come fossero nuovi
volumi. Ogni volume ha una propria
struttura, riassemblata ogni volta a
partire da un materiale originale
e dalle possibilità che questo offre».
Info: www.artelibro.it
26
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2010
PAGINE CHE PARLANO DI LIBRI
Il “mondo” del Boccaccio, i fogli di Faulkner,
una rilettura di Moby Dick e un “giallo”
di matteo tosi
SULLE TRACCE DI BOCCACCIO,
SEGUENDO LE “SUE” CARTE
La presentazione - scritta
da Matteo Noja qualche pagina indietro
- della prossima mostra in arrivo in via
Senato su “Dante e l’Islam” svela che la
“tesi” dimostrata dal percorso espositivo
e dal relativo catalogo è quella
di un Dante che arriva alla perfezione e
alla novità assoluta della sua Commedia
“debitore” nei confronti della mitologia
e della cultura islamica in generale.
E cioè che il Poeta abbia tratto
ispirazione per alcuni passi delle sue
cantiche dalla conoscenza “diretta”
di numerosi testi in lingua araba.
E che quei cosiddetti secoli “bui”
siano in realtà stati un’epoca di intenso
scambio culturale tra le corti europee
e ogni sponda del Mediterraneo
lo dimostra anche un inedito studio
“cartografico” dedicato al Boccaccio
dall' Ente Nazionale G. Boccaccio
e dalla Wake Forest University per i tipi
dell’editore Mauro Pagliai, «Un viaggio
nel Mediterraneo tra le città,
i giardini e. il “mondo” di Giovanni
Boccaccio». Non certo una nuova
posizione critica rispetto alla sua opera,
quindi, ma la volontà di
rileggerla con particolare
attenzione verso i luoghi
e i viaggi raccontati,
evocati o descritti in quelle
pagine e nei suoi fogli.
Anche l’interesse, e quindi
la conoscenza, di questo Boccaccio
Geografo risulta spesso indirizzata verso
“altri” spazi e “altri” mondi, dimostrando
una buona frequentazione delle culture
e delle tradizioni dei popoli del Maghreb
e della Penisola Araba. Forse più per
ascoltato e sognato che per vissuto,
ma certamente con vivida realtà.
Non mancano, ovviamente
descrizioni fortemente influenzate
alla valenza letteraria dei luoghi, come
nel caso della Napoli di Virgilio o della
Lunigiana di Dante esule, o di luoghi
tanto lontani da non pototer non
rimanere “fantastici”, come quelle Isole
Fortunate che non sembrano poi così
diverse da Berlinzone, nella contrada
che si chiamava Bengodi.
Ma gli interventi dei nove tra
geografi, storici e letterati coinvolti
(Andrea Cantile, Claude Cazalé Bérard,
Michelina Di Cesare, Claudio Greppi,
Nicolò Budini Gattai, Janet Levarie
Smarr, Luca Marcozzi, Roberta Morosini,
Theodore J. Cachey jr.) danno forma a
uno studio davvero unico nel suo
genere, mantendo l’aspetto scientificogeografico al centro della scena,
ponendo in risalto Il fascino che i luoghi
esotici esercitano sullo scrittore, e più
in generale il tema dell'esplorazione.
Ma al tempo stesso cercando di andare
a vedere gli stessi ambienti e gli stessi
paesaggi evocati dalle rime del
Boccaccio anche per quello che erano
realmente, e per confrontarli poi con
le loro “narrazioni”.
E per raccontare da dentro
il mondo di allora, il volume è
corrdato da un attento
indice dei luoghi
e soprattutto si avvale di
un notevole apparato
iconografico, con
numerose tavole che
ripropongono mappe
e portolani provenienti dalle
più importanti biblioteche
continentali, dalla British Library alla
Bibliothèque Nationale de France, tra cui
il mappamondo “T-O” di Sallustio, tratto
da un un manoscritto del XIV secolo.
Una divagazione dalle “lettere”
che può però incontrare l’attenzione
del bibliofilo.
Roberta Morosini (a cura di),
Boccaccio geografo, Mauro Pagliai
editore, Firenze 2010, pp 272,
31 tavole a colori, ¤24,00
settembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
GLI SCRITTI DEL FAULKNER
“NON SCRITTORE”
Colonna granitica della letteratura
americana del Novecento e di sempre,
premio Nobel nel 1949 e sommo
narratore, William Cuthbert Faulkner,
27
e prefazioni, oltre a preparare quasi
sempre i propri discorsi pubblici
o al tradurli spesso in “lettere aperte”.
L’insieme di questa sua
produzione “non letteraria” è oggi
raccolto in volume da James
B. Meriwether che. senza l’ardire di voler
completare quel The American Dream
che Faulkner non poté terminare. prova
comunque ad arricchirlo
e a “interpretarlo” guardando a tutti
i suoi “fogli” degli anni precedenti.
James B. Meriwether. (a cura
di), William Faulkner - W. F. Scritti,
discorsi e lettere, Il Saggiatore,
Milano 2010, pp.224, ¤15,00
in particolare dopo l’essere diventato
un “personaggio” in virtù di cotanto
riconoscimento, avvertì spesso un forte
senso di responsabilità nei confronti
del “pubblico”, e si dedicò a una discreta
attività “pubblicistica”, redigendo articoli
ed editoriali tanto per i giornali quanto
per le riviste letterarie, o scrivendo saggi
BARBARA SPINELLI INTERVISTA
“MOBY DICK”, E VICEVERSA
Inviata da Parigi e commentatrice
politica del quotidiano «La Stampa»,
e già saggista in materia di storia
del Novexento e regimi autoritari,
Barbara Spinelli questa volta si cimenta
IL ROMANZO - SEBASTIAN BARRY: PAGINE DA UN MANICOMIO
A CACCIA DI UN SEGRETO FATALE PER MEDICO E PAZIENTE
ommediografo e
poeta, Sebastian
Barry si concede
volentieri il vizio
del romanzo, specie se
intriso di toni gialli
C
o vagamente noir.
Questa volta (Il segreto,
Bompiani, Milano 2010,
pp.384, ¤19,50) i due
protagonisti, “coatti”
nella reciproca
frequentazione da
un rapporto psichiatrapaziente, sono entrambi
colti in un periodo
di assoluta grafomania.
Lei, centenaria e
reclusa, sta ultimando
di nascosto la propria
autobiografia, mentre
lui, il dottore, compulsa
il proprio diario.
Per nulla originale la
trama - lei è sua madre
e fu condannata per il
suo finto infanticidio,
mentre il figlio le fu
portato via - il libro
intriga, però, per
l’efficace alternarsi di
pensieri e parole scritte,
e per un singolare
sviluppo dell’intreccio,
psicologicamente molto
efficace.
nell’analisi e nell’interpretazione
di un “mostro sacro” della Letteratura
novecentesca, quella Balena bianca nata
dalla penna di Hermann Melville e così
fortemente evocativa delle ansie e delle
paure dell’uomo.
Un’ispirazione teologica, quella
di Moby Dick, oggi sempre più rivelata,
che la Spinelli affronta da attenta
conoscitrice del testo biblico,
che usa come guida nell’intraprendere
la grandiosa epopea della ricerca umana
e della sua dannazione più che evocata
dal romanzo.
«Facendo rotta con Achab,
navigatore di tenebre, - scrive Gabriella
Caramore, curatrice del volume Barbara Spinelli ci accompagna dentro
lo spazio di una lotta mortale, dove la
ricerca della verità, la lotta – contagiosa
– contro il male, e la sopravvivenza di
una schiuma di bene, altro non sono che
il poema della nostra vita». E, in effetti,
la Spinelli non si ritrae dal puntare
il dito contro i nostri “idoli” che, al pari
del mostro bianco, possono sovrastare
le nostre vite e, svuotandole, dominarle.
L’eterno scontro e insolubile
dilemma tra l’Uno e il molteplice, fatto
rimbalzare di continuo tra le pagine
del romanzo e la nostra esperienza più
quotidiana e sensibile.
Barbara Spinelli (a cura
di Gabriella Caramore), Moby Dick
o l'ossessione del male, Morcelliana,
Brescia 2010, pp.128, ¤10,00
28
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2010
IL CATALOGO
DEGLI ANTICHI
Libri da leggere
per comprare libri
di annette popel pozzo
GEORG MILLER ATTO IV.
E ANCORA SA STUPIRE
Antiquariat Wolfgang Braecklein
Sammlung F. Georg Miller, Teil IV, L-Z,
Katalog 75
Il sostanzioso catalogo IV della
biblioteca F. Georg Miller appena uscito
presso il libraio antiquario berlinese
Braecklein offre su quasi 300 pagine con
più di 700 titoli la continuazione (gli
autori L-Z) del catalogo II del 2009,
contenente le opere dedicate a
Rinascimento, Umanesimo,
Illuminismo e al processo di
secolarizzazione.
Raggruppa titoli e autori
fondamentali per lo sviluppo
spirituale europeo tra ateisti,
anarchici, materialisti,
moralisti, socialisti e utopisti
così stimati dall’avvocato
tedesco. Particolarmente interessante
l’Amphitheatrum aeternae providentiae
divino-magicum (Lione, 1615, ¤5.500) e
De admirandis naturae reginae dea eque
mortalium arcanis (Parigi, 1616, ¤6.000)
del filosofo italiano Giulio Cesare Vanini
(1585-1619) che fu strangolato e arso
perché le sue pubblicazioni furono
considerate «contrarie al culto e
all’accettazione del vero Dio e assertrici
dell’ateismo».
Non solo prime edizioni delle due
opere, entrambe provengono dalla
raccolta di Jean-Jacques Charon, marquis
de Ménars, in identica legatura in
marocchino a firma di Du Seuil (circa
1715) con supra libros araldico del
marchese ai piatti.
Da segnalare anche il rarissimo
“Sammelband” contenente le prime opere
di Pietro Pomponazzi, Tractatus
acutissime, utillime, & mere peripatetici
(Venezia, eredi di Ottaviano Scoto, 1525,
¤5.500) in una legatura coeva di piena
pergamena floscia proveniente dalla
biblioteca del principe di Liechtenstein
con il suo ex libris araldico. Negli ultimi
50 anni una sola copia fu venduta in
asta. La prima edizione di
Francesco Sansovino, Del
governo de i regni et delle
Republiche cosi antiche come
moderne (Venezia, Sansovino,
1561, ¤1.300 in pergamena
coeva) merita attenzione
poiché contiene una
traduzione libera italiana
dell’Utopia di Tommaso Moro a
cura di Ortensio Lando (circa 1512-circa
1554), il cui testo in edizione separata fu
pubblicata nel 1548 da Anton Francesco
Doni sotto il titolo La Republica
nuovamente ritrovata, del governo
dell’isola Eutopia.
La biblioteca Miller conteneva ben
altre 8 edizioni di Ortensio Lando in
prima edizione (citiamo i Paradossi
del 1543, i Sermoni funebri del 1548,
La sferza e gli Oracoli del 1550, i Quattro
libri de dubbi del 1552, i Sette libri di
cataloghi a’ varie cose del 1552 (1553),
Una breve prattica di medicina del circa
1552 presso Perchacino e i Varii
componimenti del 1552). Bello anche
un gruppo di tre edizioni diversi del Traité
des trois imposteurs (Amsterdam, Rey,
1768, 135 p., ¤500; Amsterdam, 1776,
138 p., ¤450; Suisse, Imprimerie
philosophique, 1793, 168, III p., ¤400),
di chiara impronta libertina e parte dei
testi chiave dell’Illuminismo.
Dell’imponente filosofo illuminista
irlandese John Toland troviamo in prima
edizione Letters to Serena (Londra, 1704,
¤900), una prima edizione nella
traduzione di Holbach (Lettres
philosophiques, Londra [i.e. Amsterdam],
1768, ?450), le prime edizioni delle opere
Adeisidaemon (Londra, 1709, ¤2000) e
Pantheisticon (Cosmopoli [i.e. Londra?],
1720, ¤4800) e un manoscritto in
francese del Pantheisticon del circa 1760
(¤1000). Per una sintetica recensione i
pochi “highlights” presentati devono
bastare, però indicano il potenziale da
scoprire sfogliando le pagine dell’attuale
catalogo Miller.
Antiquariat Wolfgang Braecklein
Dickhardtstr. 48, D- 12159 Berlino
www.antiquariat-braecklein.de
settembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
IL CATALOGO
DEI MODERNI
Libri da leggere
per comprare libri
di matteo noja
I GRANDI DELLE LETTERE PER
LA MOSTRA DEL LIBRO ANTICO
Studio Bibliografico Marini
Cat. speciale per la Mostra Internazionale
del Libro Antico in Bologna
Numerosi librai italiani e stranieri
parteciperanno alla Mostra Internazionale
del Libro Antico, a Bologna, nel Palazzo
di Re Enzo e del Podestà dal 24 al 26
settembre, in occasione di “Artelibro”.
Tra questi, lo Studio Bibliografico Marini
ci invia telepaticamente il suo catalogo.
Ne scorriamo la parte relativa alla
letteratura e ci incuriosiscono alcuni titoli.
«Holcomb, Kan., Nov. 15 [1959]. –
Un facoltoso agricoltore, sua moglie
e i loro due giovani figli sono stati trovati
morti nella loro casa. Sono stati uccisi
da una scarica di colpi di fucile da caccia,
sparati da distanza ravvicinata, dopo
essere stati legati e imbavagliati… Non ci
sono segni di lotta e nulla è stato rubato.
La linea telefonica è stata tagliata…».
Da uno scarno resoconto del New York
Times – 300 parole –, Truman Capote
[1924-1984] prese spunto per il suo
romanzo, In Cold Blood [A sangue freddo]
che fece scalpore ed ebbe successo
in tutto il mondo. Frutto di una ricerca
durata cinque anni fu pubblicato
in quattro puntate nel settembre 1965
sul New Yorker e poi in volume
dall’editore Random House nel gennaio
dell’anno successivo. Viene offerto nella
prima edizione in volume a ¤500,00.
Altro autore americano, Edward
Estlin Cummings (1894-1954], poeta
molto apprezzato da altri poeti, scrittori
e artisti – da Gertrude Stein a William
Carlos Williams a Picasso –, amico
di lunga data di Ezra Pound e della figlia
Mary de Rachewiltz, che lo faranno
conoscere per primi in Italia, attraverso
le edizioni di Vanni Scheiwiller. Per molto
tempo si dedicò allo studio delle lingue
classiche, latino e greco [il titolo del libro
in catalogo ne è una prova], ma si ricorda
per l’uso curioso e certo non ortodosso
della punteggiatura e delle maiuscole, che
influenzerà molta poesia sperimentale,
anche italiana, della seconda parte del
’900. In catalogo, una prima edizione
di Xaipe. Seventy-one Poems [New York,
Oxford University Press, 1950; ¤500,00,
con una dedica autografa dell’autore].
Carlo Emilio Gadda è presente con
un testo minore della sua produzione, ma
per certi versi significativo della sua
inconfondibile ironia e del suo impegno
per le trasmissioni del Terzo programma
radiofonico, e cioè le Norme per
la redazione di un testo radiofonico,
stampato per la prima volta anonimo
a uso dei dipendenti della RAI nel 1953
[Marini ne offre la ristampa a cura della
ERI Edizioni Radio Italiana del 1973,
¤150,00]. Il testo, che ha avuto larga
fortuna ed è stato infine stampato nella
raccolta delle Opere di Gadda
della Garzanti, si fa notare per la «grande
finezza e la cifra stilistica che lo colloca a
tutti gli effetti all’interno della produzione
letteraria gaddiana» [Enrico Menduni,
nella Introduzione alla ristampa del testo
di Gadda e di uno di Antonio Piccone
29
Stella per la Arcipelago Libri, Milano
2003]. Infatti Gadda si trova qui a dover
fare le pulci ai collaboratori del Terzo
programma, spesso eruditi uomini
di cultura di stampo tradizionale che
a volte difettavano nella comunicazione
del loro sapere e che molto spesso
si irritavano dei consigli del Gran
Lombardo. Il successo del testo gaddiano
è anche dovuto al fatto che testimonia,
in un’epoca come la nostra in cui si è
persa la funzione pedagogica del medio
radiofonico, la grande meticolosità
con cui veri intellettuali si preparavano
a proporsi nell’etere e a comunicare
le loro idee e notizie, meticolosità pari
a quella dei veri artigiani che si curvano
sul loro prodotto e cercano nella loro
attività la perfezione.
Il catalogo ci permette di ricordare
anche un particolare, “poeta in dialetto”
e non poeta dialettale, poco noto ai più:
il triestino Virgilio Giotti [pseud. di Virgilio
Schönbeck, 1885-1957]. Giotti appartiene
alla grande stagione letteraria triestina
e giuliana degli Svevo, Slataper, Stuparich,
Saba, ed è una delle personalità poetiche
più interessanti del primo ’900 italiano.
Pancrazi in un articolo del 1938 apparso
sul Corriere della Sera, consacrando
l’opera poetica del triestino ne rilevava
l’uso particolare del dialetto non come
vernacolo ma come “lingua d’artista”, un
certo “patois de l’âme”, che gli
permetteva una maggiore libertà
espressiva. Lo stesso Giotti a chi gli
faceva notare come scrivesse in triestino
ma parlasse in italiano, rispondeva «Ma
come, lei vuole che usi per i rapporti di
tutti i giorni la lingua della poesia?».
Marini offre due titoli: Caprizzi canzonete
e storie e Liriche e idilli, editi tutt’e due
dalle Edizioni di Solaria, nel 1928 e nel
1931 [¤400,00 e ¤300,00].
Studio bibliografico Marini
via Capozzi 25, Valenzano (BA)
tel. 080/4673670 - www.libreriamarini.it
tª%JTOFZtª%JTOFZ1JYBStª1MBZ&OU.POEP)PNF&OU t5."UMBOUZDB4Q""OJNBUFE4FSJFTª"UMBOUZDB4Q".PPOTDPPQ4"4"MMSJHIUTSF
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32
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2010
L’intervista d’autore
GIUSEPPE SCARAFFIA, TRA CASE
CHIUSE E IL SUO HAREM DI LIBRI
di luigi mascheroni
ome molti bibliofili, non sa
bene quanti libri abbia
(però ne ha scritti una
quindicina: il prossimo è sulle case
chiuse e uscirà a novembre da
Mondadori), tende all’accumulo
invece che allo scarto, e sugli
scaffali segue una razionale
confusione nella quale si orienta
solo lui: «libri in doppia fila,
di taglio, di piatto» inframmezzati
da foto di scrittori, e in linea
di massima divisi prima per aree
geografiche e poi per secoli.
Giovanni Macchia, il suo “maestro”,
comprava solo esemplari perfetti
e se erano rovinati li faceva rilegare
nel gusto della loro epoca, mentre
Giuseppe Scaraffia, francesista
all’Università di Roma
La Sapienza e firma del “Foglio”
e del supplemento culturale del
“Sole 24 Ore”, vive fino in fondo la
sua “malattia”: «Se un libro mi
interessa lo prendo anche se ha la
copertina strappata o se odora di
vecchio». Come confessa, è più forte
di lui: «A volte mi capita di ripassare
anche tre volte dalla stessa
bancarella in una mattinata perché
ho il dubbio di essermi fatto
scappare qualcosa».
E così, alla fine, senza farsi scappare
niente, ha riempito quattro locali
di libri. Soprattutto delle sue
“materie” preferite: la letteratura
francese e il dandismo.
C
Ma cosa altro c’è dentro la sua
libreria?
Di tutto, ma una delle parti più
importanti della mia biblioteca è quella
dedicata alla memorialistica. Stendhal
diceva che a una certa età ci si interessa
solo più alle memorie, ai diari e alle
lettere. Così è successo, più
modestamente, anche a me.
Quando ha iniziato
a innamorarsi dei libri, oltre che della
lettura?
Ho cominciato da piccolo, quando
vedevo mia sorella leggere i libri di fiabe,
mentre io non sapevo ancora farlo.
La passione ha avuto poi un’impennata
nell’adolescenza, quando, in contatto
con un mondo nuovo, governato da leggi
ignote, è iniziata la mia grande illusione.
Quella che i libri mi potessero insegnare
a vivere e non soltanto aiutarmi
a sopportare la vita.
Il suo primo “pezzo” importante,
se lo ricorda?
Il libro più agognato era la mai
ristampata, ma insuperabile biografia
di Marcel Proust di George Painter. Avevo
quindici anni e avevo passato l’anno
leggendo avidamente tutta
la “Recherche” di Proust, una passione
che mi avrebbe procurato cinque esami
a settembre alla fine della quinta ginnasio
al Parini, a Milano. Desideravo moltissimo
leggere la vita del mio autore preferito,
così quando mia madre mi aveva dato
i soldi per comprare un regalo a mia
sorella, ho perpetrato il mio primo
e purtroppo unico furto, precipitandomi
nella Feltrinelli di Via Manzoni. Ricordo
ancora il peso del libro e che la felicità
superava il senso di colpa.
Il volume cui tiene di più?
Un’edizione svizzera
dell’“Encyclopédie” di Diderot
e d’Alembert, è il risultato di una delle
marchette meglio ricompensate della mia
vita. Avevo scritto per “Vogue” una decina
di racconti per accompagnare altrettanti
profumi. Il difficile era che non si doveva
parlare di sesso, malattia e morte.
Ma appena onorato l’impegno, sono
corso a consegnare il malguadagnato
a un libraio antiquario.
Chi è il vero bibliofilo?
Il bibliomane è colui che ha
un rapporto di golosità compulsiva verso
i libri, una golosità che si mantiene
settembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
33
nel mio caso intatta anche verso quelli
che scarico sul mio Ipad. Anatole France
doveva acquistarne almeno uno al giorno.
Benjamin sosteneva che comprare
un libro da un bouquiniste era come
riscattare una prigioniera al mercato degli
schiavi. Il bibliomane sente, per proseguire
la metafora di Benjamin, la necessità
di crearsi un harem di libri, anche se, come
un sultano, sa che non potrà dedicare una
notte a ognuna delle sue mogli.
Tutti i bibliofili sono uguali?
Certo c’è una differenza tra chi
raccoglie libri in vista di un progetto
e chi colleziona un certo tipo di volumi,
ma alla fine molti bibliofili uniscono
i due aspetti. Primo tra tutti Benjamin,
con le sue collezioni di libri di pazzi
e di libri per l’infanzia. Certo, mi aveva
impressionato il racconto della figlia
di Truffaut: suo padre teneva sotto vetro
una rara edizione originale autografata
di Proust, che leggeva invece
su un’edizione più corrente.
Lei è un esperto di dandy
e dandismo. Che rapporto ha il dandy
con il libro?
Un rapporto creativo, come
Stendhal, che incollava all’interno
del volume pagine bianche da riempire
con i suoi commenti, e poteva comprare
più esemplari di un libro che gli piaceva in
modo particolare. O Goncourt che faceva
dipingere il frontespizio da un artista,
creando una doppia opera d’arte. O Proust
che aveva fatto rilegare un libro
con un frammento della sottoveste di uno
dei suoi rari amori femminili. Ma il dandy,
anche se ha una biblioteca squisita come
d’Annunzio, non ne è mai schiavo
e non considera mai il valore commerciale
dei singoli pezzi, ma solo quello che
assumono secondo i suoi bizzarri criteri.
Dove fa acquisti? Libreria,
mercatini, antiquari, internet?
Ovunque e devo dire che Internet da eBay a marelibri - è molto tentante.
Ho comprato a poco una prima edizione
di Madame de Stael da un texano
del tutto ignaro. Ma quelli che preferisco
sono i banchi di libri sulla Senna
o nei mercatini.
Tra i tanti bibliofili e bibliomani
che lei ha incontrato chi è il
peggiore: quello che non conosce
limiti, che non si soddisfa mai?
Il migliore era Franco Venturi.
Nella sua biblioteca, che occupava un
intero appartamento sopra al suo,
c’erano non solo molte opere
introvabili ma anche dei volumi spaiati.
Chi ama i libri non può resistere
a comprare il secondo volume della
prima edizione delle “Liaisons
dangereuses”, anche se sa che
probabilmente non troverà mai
il primo. Per il bibliofilo il volume
è un talismano e uno scudo, come
dimostra Stendhal che si portò dietro
nella ritirata di Russia un tomo
sontuosamente rilegato delle opere
di Voltaire, con il rimorso di avere
azzoppato la collana volterriana dello
sconosciuto moscovita cui l’aveva
rubato nel saccheggio di Mosca.
34
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2010
ASTE, FIERE E MOSTRE-MERCATO
Grandi appuntamenti e incanti di inizio
autunno per la ripresa degli “affari”
di annette popel pozzo
Internazionale del Libro Antico
e Moderno di Pregio
La Mostra con sede a Palazzo
di Re Enzo e del Podestà, si terrà
in concomitanza con Artelibro Festival
del Libro d’arte, e il Congresso Mondiale
dei Librai Antiquari. Sono confermati
più di cento espositori provenienti
dall’Italia e dall’estero. Per informazioni,
cfr. il sito dell’ALAI (http://www.alai.it).
IL 30 SETTEMBRE, ROMA
IL 23 SETTEMBRE, LONDRA,
SOUTH KENSINGTON
Asta - Travel, Science and Natural History
www.christies.com
204 lotti che comprendono
soprattutto libri di storia naturale,
ma anche strumenti scientifici, globi,
carte, stampe e vedute.
IL 23 SETTEMBRE, LONDRA
Asta - Natural History Books, Manuscripts
& Watercolours
www.bloomsburyauctions.com
614 lotti con opere di William
Curtis, Charles Darwin, Leonhard Fuchs
(De historia stirpium, Basilea, 1542, lotto
136, stima £20.000-30.000),
John Gerard (presente anche l’unico
conosciuto ritratto, olio su legno, 1586,
lotto 152, stima £10.000-15.000),
Sir William Jackson Hooker, Linnaeus,
John Ray e Sowerby.
DAL 24 AL 26 SETTEMBRE,
BOLOGNA
Mostra mercato – XXIII Mostra
Asta – Libri, Autografi e Stampa
www.bloomsburyauctions.com
La sede di Roma annuncia
da settembre delle novità con aste
che si terranno nel fine settimana
per consentire una maggior
participazione e la presenza di lotti
di diverse tipologie.
IL 1° E IL 2 OTTOBRE,
COLONIA
Asta – Asta 116 Bücher, Graphik,
Autographen e Asta 117 Moderne
und zeitgenössische Graphik, Moderne
Kunstliteratur
www.venator-hanstein.de
Quasi mille lotti tra carte
geografiche, vedute, legature,
manoscritti e libri a stampa. Segnaliamo
una terza ma rara e ricercata edizione
dell’Amoroso convivio di Dante,
stampata presso Zoppino di Venezia
nel 1529 (lotto 586, stima ¤700,
in pergamena poco posteriore)
e la prima traduzione italiana a cura
di Remigio Nannini di Francesco
Petrarca, Opera de rimedi de l’una
et l’altra fortuna (Venezia, Giolito
de Ferrari, 1549, esemplare con timbro
“Collegij Sti. Barnaba Mediolani”,
lotto 650, ¤390).
IL 2 OTTOBRE, PARIGI
Asta – Collection d’un Amateur:
Livres anciens choisis et éditions
originales modernes
www.alde.fr
Quasi quattrocento lotti che
spaziano dai grandi classici della
letteratura di tutti i tempi alle favole
per bambini, passando per libri d’artista,
libretti teatrali, fotografie d’autore,
carteggi e manoscritti di numerosi
intellettuali francesi e numerosi
documenti storici sulla vita,
sull’architettura e sul mondo
della cultura francesi e parigini
in particolare. Molto interessanti,
settembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
ad esempio, Falbalas & fanfreluches
di George Barbier (Paris, Meynial, 19221926, 5 volumi in-8, ¤4.000-5.000), il
manoscritto di Le Montmartre vécu
d’Utrillo di Francis Carco (¤1.5002.000), con numerosi appunti
e correzioni al testo, e il Traité de
l’organe de l’ouie, contenant la structure,
les usages & les maladies de toutes les
parties de l’oreille di Joseph-Guichard
Du Verney (Parigi, Estienne Michaillet,
1683, ¤2.000-2.500), uno dei più
www.abooks.de
www.buchmesse.de
Circa 50 librai antiquari tedeschi
e stranieri parteciperanno alla sesta
mostra del libro antico che affianca
l’annuale “Frankfurter Buchmesse”
con circa 300.000 visitatori.
Presso Daniel Thierstein un album
contenente 173 delle desiderate
“Vues d’optique” di città europee, tutte
naturalmente in colorazione a mano
coeva (¤12.200). Da David Lowenherz
di New York, che è specializzato
in autografi, spicca un atto
per una parcella nella miniera
d’argento d’Ilmenau, recante la firma
di Johann Wolfgang von Goethe
(¤20.000).
IL 9 OTTOBRE, PARIGI
Asta – Livres anciens et modernes
www.alde.fr
IL 9 E IL 10 OTTOBRE,
FIRENZE
prestigiosi contributi allo studio
dell’anatomia dell’orecchio, anche grazie
a 16 incisioni realizzate a partire dai
disegni dello stesso Du Verney.
IL 2 OTTOBRE, ZURIGO
Asta – Bücher und Kunst;
Privatbibliothek des Zürcher MedizinHistorikers Gustav Adolf Wehrli:
Medizin, Naturwissenschaften Teil I.
www.falkauktionen.ch
DAL 6 AL 10 OTTOBRE,
FRANCOFORTE SUL MENO
Mostra mercato - 6. Frankfurter
Antiquariatsmesse in der Frankfurter
Buchmesse
Asta – Libri, autografi e grafica
www.gonnelli.it/aste/
La seconda asta della rinnovata casa
d’aste fiorentina propone 925 lotti
con una vasta scelta di libri e
manoscritti dal Quattrocento a oggi,
dove spicca un’importante raccolta
di testi autografi, che portano la firma
dei Medici o del
Canova, ma anche
di protagonisti
dell’Ottocento e della
modernità
come Flaubert,
Leopardi, Guy Lussac e
Albert Einstein.
35
www.sothebys.com
Di notevole importanza l’asta
parigina con celebri edizioni illustrati
su Roma e l’Italia. Inoltre da segnalare
la seconda edizione aldina di Francesco
Colonna, La Hypnerotomachia
di Poliphilo (Venezia, 1545), affiancata
dalla prima edizione francese (Parigi,
Jacques Kerver, 1546, purtroppo
mancante della marca tipografica
finale), dalla seconda edizione francese
(Parigi, Jacques Kerver, 1554) e dalla
terza edizione francese (sempre Parigi,
Jacques Kerver, 1561).
IL 15 OTTOBRE,
NEW YORK
Asta - The James S.
Copley Library:
Magnificent American,
Historical Documents:
Second Selection
e The Henry Strachey
Papers
www.sothebys.com
IL 12 E IL 13
Asta - Bibliothèque d’un
érudit bibliophile: Rome
et l’Italie
Asta – Bücher, Grafik
und Kunst
www.kiefer.de
OTTOBRE,
PARIGI
IL 15 E IL 16
OTTOBRE,
PFORZHEIM
L’impegno di Med
6.000 spot gr
iaset per il sociale
atuiti all’anno
6.000
i passaggi tv che Mediaset, in collaborazione con
Publitalia’80, dedica ogni anno a campagne di carattere sociale.
Gli spot sono assegnati gratuitamente ad associazioni ed enti
no profit che necessitano di visibilità per le proprie attività.
250
i soggetti interessati nel 2008 da questa iniziativa.
Inoltre la Direzione Creativa Mediaset produce ogni anno,
utilizzando le proprie risorse, campagne per sensibilizzare
l'opinione pubblica su temi di carattere civile e sociale.
3
società - RTI SpA, Mondadori SpA e Medusa SpA costituite
nella Onlus Mediafriends per svolgere attività di ideazione,
realizzazione e promozione di eventi per la raccolta
fondi da destinare a progetti di interesse collettivo.
38
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2010
ANDANDO PER MOSTRE
Le nuove tavole di un antico Atlante, un Vate
“segreto”, le tele e i fogli di Elena Mezzadra
di chiara bonfatti e matteo tosi
SE L’ARTE CONTEMPORANEA È
AL SERVIZIO DELLA BIBLIOFILIA
cco la storia di un libro mutilo
diventato un unicum per bibliofili
e amanti dell’arte. Tutto ebbe
inizio a Bondeno, paese della provincia
ferrarese che, come alcuni sapranno, è
noto per essere indicato come primo
luogo di stampa in Italia ove fu
impresso il frammento Parsons-Scheide
(soffiando il primato a Subiaco).
Originario di Bondeno è infatti
lo stimato pittore Gianni Cestari, www.giannicestari.it - che ha all’attivo
numerose personali in gallerie e spazi
pubblici in Italia, Portogallo, Belgio
e negli Stati Uniti.
La Provvidenza, di cui tanto ha
parlato Philippe Daverio nella sua serata
al Teatro di Verdura, ha condotto
il pittore all’incontro di uno dei volumi
E
dell’opera del geografo, cartografo
e cosmografo veneziano Vincenzo
Coronelli (1650-1718).
Si dà il caso, infatti, che Gianni Cestari
si sia imbattuto nel Tomo I dell’Atlante
veneto stampato a Venezia da Girolamo
Albrizzi nel 1691. Il raro volume si
trovava privo delle tavole che avrebbero
dovuto illustrarlo e Cestari ha messo
la propria arte al servizio del libro
ritrovato, dando vita a 72 tavole a colori
scaturite da libere suggestioni
e personali interpretazioni, a partire
dai titoli evocativi contenuti nell’indice
delle tavole in coda al volume.
Le tavole, realizzate su cartone
con tecnica mista fra disegno e pittura
utilizzando inchiostri, pastelli e colori
acrilici, misurano cm.50x35, coincidendo
con le dimensioni delle pagine del tomo.
Così è nata l’idea della mostra
“Nuovi Mondi” curata da Graziano
Campanini e Maria Gioia Tavoni, che
avrà luogo presso gli spazi della
Fondazione del Monte di Bologna (dal
17 settembre al 18 ottobre; info:
www.fondazionedelmonte.it) per poi
essere trasferita nella Pinacoteca Civica
del Comune di Pieve di Cento dal 27
novembre 2010 al 30 gennaio 2011;
info e prenotazioni: tel. 051/6862611 www.comune.pievedicento.bo.it).
La mostra esporrà anche tre volumi
completi dell’Atlante veneto conservati
nell’Archivio Storico del Comune di
Pieve di Cento ovvero l’Isolario Parte I e
Parte II del 1696 e l’esemplare del Tomo
I dell’Atlante. Si tratta di una mostra
che si pone l’obiettivo di recuperare e
studiare un raro libro antico, al fine di
una sua valorizzazione e riproposizione
in chiave contemporanea, generando
così un vero e proprio libro d’artista.
NUOVI MONDI.
Gianni Cestari dialoga
con Vincenzo Coronelli
BOLOGNA,
FONDAZIONE DEL MONTE,
FINO AL 18 OTTOBRE
PIEVE DI CENTO,
PINACOTECA CIVICA,
DAL 27 NOVEMBRE AL 30
GENNAIO 2011
settembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
39
IL VATE SEGRETO NEL NUOVO
MUSEO DEL VITTORIALE
FEDERICO SOLMI E UN CRIMINALE OMAGGIO
AL ROMANZO CAPOLAVORO DI J.K. TOOLE
opo l’inaugurazione di “Omaggio
a d’Annunzio”, la grande mostra
permanente (e destinata ad
ampliarsi di anno in anno) che si snoda
attraverso diversi spazi del Vittoriale,
Giordano Bruno Geurri sta per aprire un
nuovo spazio espositivo sempre dedicato
al Vate, il museo “D’Annunzio segreto”.
«Gabriele d’Annunzio - afferma il
presidente della prestigiosa istituzione -
o spunto per il titolo della propria
prossima mostra,
Federico Solmi lo ha preso da quello di uno dei testi cult della “nuova” letteratura a mericana, “A
Confederacy of Dunces”
(Una Banda di Idioti), di
John Kennedy Toole. Ma
D
L
“A Confederacy of Villains” (Milano, Jerome
Zodo Contemporary dal
23 settembre all’11 dicembre,
tel.
02/20241935) sposta
l’osservazione dell’idiozia
di una certa cultura popolare sulle scricchiolanti
tavole di un palcoscenico
ha donato il Vittoriale agli Italiani
perché voleva che venissero ricordate
non soltanto la sua opera letteraria e le
sue imprese di guerra, ma anche la sua
vita quotidiana, nella sua casa. È mia
convinzione che il Poeta amerebbe
che tutti i suoi oggetti potessero essere
ammirati dai visitatori, alla stregua degli
edifici, delle stanze e dei giardini
del Vittoriale». Ed ecco il nuovo spazio,
ricavato sotto l’Anfiteatro per ospitare
circa 150 oggetti preziosi e di uso
comune, che hanno accompagnato la
vita del poeta e delle sue donne, esposti
nella maniera più semplice e diretta
70 GALLERIE DA TUTTO IL MONDO PER LA SETTIMA EDIZIONE
DELLA BIENNALE INTERNAZIONALE DI ANTIQUARIATO DI ROMA
i svolgerà dal 1° al
10 ottobre negli eleganti ambienti di
Palazzo Venezia la settima
S
edizione della “Biennale
Internazionale di Antiquariato di Roma “ (info:
www.biennale- antiquariato.roma.it) che, grazie
alle importanti conferme e
a prestigiose new enties
vede salire a 70 il numero
delle gallerie antiquarie
coinvolte nell’esposizione.
Molti gli incontri a corredo
della kermesse e, in particolare, le presentazioni dei
libri in programma, per cui
sarà allestita un’apposita
biblioteca-salotto al piano
terra, all’interno dellìala
quattrocentesca del Palazzo, da poco restaurata.
Dipinti antichi, splendidi
disegni settecenteschi e i
capolavori di Otto e Novecento dialogano così con
sculture, arredi, argenti,
gioielli, oggetti e tappeti
di pregio in arrivo da tutto
il mondo (18 gli stand internazionali).
apocalittico, attraverso
una serie di video installazioni tra cui l’inedita
Douche Bag City, in contemporanea anche alla
Biennale di Santa Fe.
possibile, così da consentire un contatto
“diretto” con il Vate e con il suo modo
di vedere se stesso, il proprio corpo e
ciò che aveva il “privilegio” di toccarlo.
L’allestimento minimale scelto
dall’architetto Bucarelli per questo nuovo
museo (visitabile da sabato
2 ottobre; info: www.vittoriale.it) aveva
anche il compito di non contrastare
il gusto della
casa e il vasto
corredo delle
memorabilia
esposte,
consentendo
così alla
celeberrima
teatralità
di d’Annunzio
di dominare
anche ogni
angolo di
questo spazio.
Accolto
da sei monitor con filmati di repertorio
sul Vate, il pubblico passerà a una
sezione dedicata agli abiti e agli oggetti
che D’Annunzio sceglieva di volta in
volta per le proprie donne, per poi
accedere alle stanze del poeta e delle
sue mirabilia, tra cui scarpe. stivali,
vestaglie, ogetti preziosi e i collari dei
suoi amati cani.
40
UNA PITTRICE VERA, COL VIZIO
DELLA CARTA E DELLA POESIA
n’incisione originale dell’artista
impreziosisce una tiratura
limitata a 99 copie del catalogo
che accompagna la grande mostra che
la Fondazione Bandera per l’Arte
di Busto Arsizio (via Andrea Costa, 29;
www.fondazionebandera.it) dedica alla
talentuosa figura di Elena Mezzadra,
ottantaquattrenne pittrice milanese
dedita anche alla scultura e soprattutto
maestra di qualsivoglia arte incisoria.
Non una vera e propria
antologica - perché «le retrospettive
si fanno ai morti», come
immediatamente puntualizzato
dall’artista - l’esposizione dà comunque
conto dell’incredibile complessità della
ricerca e del lavoro di Mezzadra,
snodandosi all’interno di tutti gli spazi
della Fondazione.
Nel grande loft industriale
a piano terra trovano spazio una
trentina di grandi lavori su tela, quasi
tutti afferenti agli ultimi cinque anni
e comunque alla contemporaneità più
stringente della ricerca di questa artista,
apparentemente sempre molto simile a
se stessa e, invece, in grado di rinnovare
e intensificare ogni volta quel suo tratto
che pare aver preso le mosse dalla
lezione di nomi come Afro e Scanavino,
ma rinforzati e attualizzati da una felice
frequentazione degli espressionisti
U
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2010
astratti americani, Franz Kline in testa.
Astratto ma rigorosamente
mai informale, il lavoro di Elena
Mezzadra vive una sorta di dicotomia
tra la squisita modernità delle sue dense
e “impossibili” intersezioni di solidi
e piani - spesso virate verso i toni della
monocromia o della bicromia, entrambe
sempre e comunque attraversate
da intensi squarci di luce bianca e l’antica “classicità” della sua tecnica,
attenta e meticolosa nella gestione
delle forme e dei colori.
Un’attenzine e una perizia
certosine che risultano ancora più
evidenti nei lavori su carta: bulini,
acqueforti, acquetinte, puntesecche
e ardite sperimentazioni dove Mezzadra
fa convivere due o più tecniche
differenti per raggiungere quel dialogo
“fluido” tra le tinte e le sfumature
che caratterizza buona parte dei suoi
fogli. Altri, invece, guardano solo
all’intensità del nero e alla violenza
del suo contrasto con il bianco pulito
della carta, che filtra prepotentemente
tra un ingorgo di forme e linee come
se non fosse solo “supporto”,
ma un element portante del lavoro.
La palazzina che ospitava gli uffici
dell’ex azienda meccanica presenta una
selezione di alcune sue sculture in
marmo, bronzo o terracotta e una breve
antologia delle sue “carte” più preziose,
con particolare attenzione per quelle
incisioni commissionatele per illustrare
ELENA MEZZADRA
LA FORMA È SOSTANZA
BUSTO ARSIZIO (VA),
FONDAZIONE BANDERA
PER L’ARTE,
DAL 26 SETTEMBRE
AL 28 OTTOBRE
INFO: TEL. 0331/322311
www.fondazionebandera.it
racconti o raffinate edizioni di brevi
raccolte poetiche, tra cui spiccano
le collaborazioni con Roberto Sanesi
e Umberto Eco.
Altrettanto importanti i nomi
dei critici che, a dispetto della scarsa
notorietà, si sono occupati di lei, fin da
quando fece parte della squadra della
mitica Galleria delle Ore, togliendosi
anche la soddisfazione di essere l’unica
donna collezionata a “Casa Boschi”.
settembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
41
BvS: libri illustrati
La “Byblis” dell’illustrazione
francese, una raccolta de luxe
Il ricercato trimestrale ispirato ai tesori della Chalcographie / 3
CHIARA NICOLINI
N
ella prima parte di questa
analisi di “Byblis”. Miroir
des Arts du Livre et de l’Estampe, lussuosa rivista trimestrale
per bibliofili pubblicata a Parigi tra il
1922 e il 1931 da Albert Morancé,
avevo rimarcato come molte delle
immagini che adornano il periodico
ritraessero soggetti agresti. In realtà, con il passare degli anni, iniziarono a comparire tra le pagine della rivista anche splendidi scorci di paesi e
città, a partire dalla bellissima xilografia a colori Rue Pont-aux-Anguilles à Anvers che accompagna l’articolo sull’artista belga Edward Pellens
(1926, pp. 56-59 - Fig. 1).
Pellens (1872 – 1947) era figlio
di un calcografo che, a soli tredici anni, lo mandò all’Accademia di Anversa. A quei tempi in Belgio le lezioni d’incisione xilografica, tecnica
prediletta da Pellens, insegnavano
solo a riprodurre fedelmente quadri
e disegni – attività che inibiva l’espressione della creatività individuale. L’artista praticò questo tipo di
xilografia per diversi anni, fino a
quando, spinto dalla curiosità, prese
a studiare l’opera dei maestri antichi. Fu per lui una rivelazione. Da
quel momento in poi, Pellens si de-
dicò esclusivamente alla xilografia
originale. Si specializzò nel camaïeu
e nella realizzazione di ex libris, vignette e stampe, senza preoccuparsi
né del fatto di essere un pioniere nel
suo Paese, né delle critiche di chi sosteneva che solo l’incisione su rame
dovesse detenere la prerogativa dell’originalità. Chiamato a trent’anni
a succedere al suo maestro all’Institut Supérieur des Beaux-Artes della
Académie di Anversa, Pellens modificò radicalmente l’orientamento
del corso d’incisione, incoraggiò i
suoi numerosi seguaci a produrre
solo opere originali, e ottenne per
loro che la xilografia fosse inclusa tra
le varie sezioni artistiche del concorso indetto dalla Académie Royale
del Belgio. Il soggetto preferito di
Pellens era la sua città natale, Anversa, con la cattedrale, i quartieri vecchi, il porto, la sua gente.
1
Quello di Louis Orr, Parigi.
Non a caso l’articolo che P.-J- Angoulvent gli dedica si intitola Louis
Orr Parisien d’Amérique (1927, pp.
139-141). Orr nacque nel Connecticut nel 1879. Suo padre era un noto
incisore. Dopo avere frequentato
vari corsi di disegno, nel 1906 vinse
una borsa di studio con la quale andò
a perfezionare la sua educazione artistica a Parigi. Il fascino della capitale francese ebbe un impatto fortissimo sul giovane artista. Per tre anni
Orr frequentò l’atelier del rinomato
pittore accademico Jean-Paul Laurens, poi, quando i soldi iniziarono a
scarseggiare, si mise a vendere le deliziose vedute di angoli parigini che
6
settembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
43
2
lo avrebbero reso famoso. Riuscì così
a racimolare la somma necessaria per
comprarsi un biglietto di ritorno per
l’America, ma una volta rientrato in
patria, Orr si rese conto che disegnare le città americane non gli dava alcuna soddisfazione. Nel 1913 rientrò dunque nell’amata Parigi e vi si
stabilì definitivamente.
I suoi scorci parigini, cui appartiene la finissima acquaforte L’Hotel de la Belle-Gabrielle (Fig. 2), ebbero un tale successo da indurre la
Chalcographie du Louvre ad acquisirne una ricca serie, e nel 1917 gli fu
affidato l’incarico di ritrarre la cattedrale di Rouen sotto ai bombardamenti. Orr amava l’energia giovane
dell’America – scrive Angoulvent –
ma trovava molto più congeniale la
cultura millenaria di Parigi e la sua
atmosfera intellettuale e decadente.
L’olandese Adriaan Lubbers,
invece, si innamorò di New York, di
cui realizzò dodici grandi litografie,
molto varie tra loro. Ritrasse luoghi
celebri della città, ma anche angoli
poco noti, come quello in Le «L» à
Chatham Square (Fig. 3), stretto e
buio passaggio tra case affollate, solcato dai binari della ferrovia aerea
“L” (abbreviazione newyorkese per
“Elevated Rail Road”). Sembra quasi
un sotterraneo mondo ricco di vita
3
(panni stesi, insegne luminose, camini fumanti) quello percorso dalla L –
commenta Terrasse (1930, pp.3033); un mondo che contrasta con i
grattacieli immobili e sacrali come
piramidi egizie che da esso si ergono.
Si direbbe un’immagine tratta dalla
Metropolis di Fritz Lang.
Lubbers lasciò l’Olanda spinto
da un desiderio quasi ossessivo di
viaggiare e vedere luoghi e colori
sempre diversi. Visse a lungo, e poveramente, a New York, della quale conosceva ogni angolo. Le sue litografie ne ripropongono la varietà delle
superfici, dalle acque marittime pesantemente solcate dai rimorchiatori alle acque fluviali percorse dai bat-
44
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2010
4
telli, dai cementi brillanti delle avenues alle masse informi di persone
che affollano le sue vie.
La splendida litografia a colori
Départs (Fig. 4) di Robert Bonfils, riprodotta nell’articolo Robert Bonfils
peintre, illustrateur, relieur di Robert
Burnand (1929, pp. 49-51), ritrae un
vicolo buio che si affaccia su un porto
francese. All’orizzonte si intravede
una nave in partenza. La luce che penetra nel vicolo di sbieco, le linee che
solcano il cielo, l’andamento della
nave danno alla composizione una
forte impressione di movimento. Il
senso della prospettiva è dato dall’insegna ovale in alto a destra in primo piano, dalla figura femminile che
fa capolino sulla sinistra e dai due
omini all’uscita del vicolo. Al con-
trario, la maniera nera che accompagna Kiyoshi Hasegava graveur Japonais di P.-J. Angoulvent (1929, pp.
83-85) ha l’atmosfera rarefatta di un
villaggio dove il tempo si è fermato
(Fig. 5). Un’immagine di straordinaria morbidezza: sebbene le case
abbiano geometrie angolari e tetti
aguzzi, la finissima trama di linee,
propria dell’artista giapponese, rende l’illustrazione vellutata come vista attraverso un velo.
Burnand scrive che Bonfils
amava la varietà del paesaggio francese, le sue pianure, i suoi boschi, la
luce delle sue campagne, i tetti delle
città e ne sapeva catturare lo spirito
in composizioni armoniche e decorative. Pur essendo prima di tutto un
pittore, l’artista ebbe successo anche
come illustratore e come legatore.
L’illustrazione era per lui un elemento fondante del libro e come tale
doveva fondersi armoniosamente
con il suo formato, la grana della carta, la composizione delle pagine, i
colori.
Bonfils fu uno dei primi a utilizzare la colorazione al pochoir nella
pubblicazione Clara d’Ellébeuse (Paris, Mercure de France,1912) e
«sebbene abbia ora al suo attivo più
di venticinque libri e albi – scrive
Burnand – lavora con la creatività, il
fervore e la fede di un debuttante».
Angoulvent presenta Kiyoshi
Hasegava come un pioniere. Nato
nel 1891 a Yokohama, Hasegava studiò pittura all’Accademia di Tokyo,
ma quando scoprì l’arte europea dell’acquaforte se ne innamorò e decise
di impararne la tecnica. Poiché all’epoca in Giappone non esistevano acquafortisti, Hasegava si procurò un
manuale dedicato all’incisione su rame; successivamente andò a Parigi
ad approfondire quanto appreso. Al
settembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
45
5
suo ritorno in patria fondò la prima
società di incisione calcografica di
Tokyo. Il fascino delle opere di Hasegava deriva dalla freschezza della
sua visione. Amava disegnare villaggi, ma anche donne, pesci e fiori, con
quella grazia squisita che è da sempre appannaggio dei migliori artisti
giapponesi. Dell’occidente lo colpì
soprattutto la costante sensazione
che la natura fosse completamente
asservita all’uomo: «Da noi un villaggio viene costruito ai piedi della
montagna, che svetta inviolata. Da
voi, viene costruito in cima al monte
e vi si erge fiero come in un perenne
atteggiamento di lotta con le difficoltà materiali e di sfida al cielo».
Satira e umorismo sono da
sempre caratteristiche tipiche di un
certo genere d’illustrazione francese. Eppure Byblis dedica solo due articoli all’argomento: André Gill caricaturiste et pamphlétaire di Ch. Fontane (1928, pp. 107-110) e Le sourire
de Lucien Boucher di Maurice Boissais
(1930, pp. 75-82). Gill fu, secondo
8
Fontane, il più grande tra i maestri
della satira politica ai tempi della caduta del secondo Impero e dell’avvento della terza Repubblica.
Poeta squisito e pittore originale, ebbe una vita romanzesca, fatta
di duro lavoro e miseria, terminata
nella follia. Attivo tra il 1865 e il
1880, Gill iniziò la galleria di personaggi contemporanei che lo avrebbe
reso immortale sul periodico La Lu-
7
ne. Dumas padre disse che il suo ritratto era il più somigliante che qualcuno gli avesse mai fatto. Quando La
Lune venne soppresso, Gill fondò La
Lune Rousse e, successivamente, Le
Bulletin de vote e La Petite Lune. La
Lune Rousse contiene il meglio del
geniale caricaturista, del quale Byblis
riproduce la tavola Théophile Gautier, académicien, colorata a mano dal
grande Jean Saudé (Fig. 6).
Boissais descrive Lucien Boucher come un artista dotato di fresca
immaginazione e grande senso dell’umorismo. Portava sempre con sé
un blocco per gli schizzi per disegnare tutto ciò che vedeva, sentiva, pensava. Le sue illustrazioni per i Contes
di Perrault (Paris, Émile Hazan,
1928) sono inedite e vivaci come
quelle di un ragazzino che abbia appena letto i testi per la prima volta –
scrive Boissais. Le iniziali decorate,
stampate in blu, e le xilografie a colori realizzate per il Gargantua et Pantagruel di Rabelais (Paris, Émile Hazan, 1930) hanno la comica esuberanza di certe vignette di Albert Dubout (Fig. 7).
46
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2010
12
settembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
Con Sylvan Sauvage e Jean
Dulac si ritorna a quelle calcografie
finemente incise che costituiscono
la gran parte dell’apparato illustrativo di Byblis. Ce feu que met au cœur des
filles…, studio per Le Bon Plaisir di
Henri Régnier (La Roseraie, 1929 –
Fig. 8) accompagna l’articolo di
Marcel Valotaire Sylvain Sauvage architecte de beaux livres (1928, pp. 124128), nel quale il critico descrive le
difficoltà del rapporto tra illustratori
ed editori e la filosofia del libro di
Sauvage.
Per essere un’opera d’arte, un
libro deve presentare caratteristiche
d’omogeneità assoluta, ideale non
raggiungibile quando l’editore persegue il minimo rischio economico e
l’illustratore la massima libertà
espressiva. In questi casi l’unica soluzione possibile è che l’artista si
metta in proprio, come hanno fatto
Schmied, Daragnès, Jou, e Sauvage.
Figlio di architetti e architetto lui
stesso, Sauvage iniziò a illustrare nel
1922-23, lavorando per editori come Mornay, Crès e Kieffer. Nel
1925 pubblicò il suo primo libro
prodotto autonomamente: un’edizione di Daphnis & Chloé decorata da
una serie di xilografie a colori che ottenne immediato successo. Il suo
Candide di Voltaire – scrive Valotaire
– è uno dei libri moderni più belli in
assoluto: gli studi architettonici
hanno fornito a Sauvage le basi per
costruire una mise-en-page dotata di
equilibrio perfetto, senza tuttavia
scadere mai nella monotonia di
un’unica formula.
La ricerca di un’armoniosa relazione tra tutte le parti del libro –
estesa alla creazione di caratteri tipografici che esprimessero lo spirito del
testo (come il Grasset o l’Auriol) – fu
l’obiettivo dell’editoria francese di
47
11
lusso a partire di primi anni del ‘900.
Come tale ricerca si sia sviluppata e
quali ne siano stati i migliori esiti lo
ricorda Charles Saunier in Trente ans
de bibliophilie française (1930, pp. 5468), rassegna delle più celebri pubblicazioni dell’epoca, dalle Histoires
Naturelles illustrate da ToulouseLautrec al Parallèlement di Bonnard.
In Les tendances nouvelles de la
bibliophilie (1931, pp. 33-37) Marcel
Valotaire affronta invece lo spinoso
argomento del rapporto tra il libro
d’artista e la riproduzione fotomeccanica. «Sono veramente incompatibili?» Valotaire pone la domanda a
vari illustratori dell’epoca (tra cui
Georges Barbier), che si rivelano
tutti più o meno favorevoli all’utilizzo delle nuove tecniche perché esse
consentono di riprodurre fedelmente i loro disegni. La migliore risposta
è forse quella data da Joseph Hémard: “libro d’arte” non vuol dire
nulla; un libro, o è bello, o non lo è, e
la meccanica non esclude né il buon
gusto, né l’originalità, né, del resto,
il cattivo gusto.
L’articolo è illustrato da un’incisione al bulino di Jean Dulac – tratta dal suo Les Amours pastorales de
Daphnis et Chloé (Chez l’Artiste
1931) – che colpisce per lo splendido
contrasto tra linee forti e dettagli finissimi: le piante in primo piano (i
narcisi i basso e le foglie d’albero in
alto) hanno contorni spessi, l’erba e i
fiori più delicati hanno contorni sottili, mentre il disegno che orna le ali
degli uccellini e delle farfalle può essere apprezzato pienamente solo
con una lente d’ingrandimento (Fig.
9). Il fatto che tutti questi particolari
siano incisi su rame li rende percepibili non solo all’occhio, ma anche al
tatto – cosa che, a mio avviso, costituisce la principale differenza tra le
tecniche di riproduzione artistiche e
quelle meccaniche. Xilografia, calcografia, litografia hanno tutte una
qualità materica e cromatica, una tridimensionalità che manca completamente alle tavole in quadricromia.
Il 1931 è l’annata finale di
Byblis, e anche una delle più attraenti dal punto di vista estetico. Contiene, tra l’altro, uno specimen a colori
dell’edizione dell’Odissea illustrata
da Schmied, che accompagna la recensione di Pierre Gusman Une nouvelle apothéose d’Homère (pp. 68-74).
Gusman inneggia sia alla traduzione
di Victor Bérard, illustre ellenista
francese, sia al contributo grafico di
Schmied, «magicien de la décoration du livre».
Schmied amava il Mediterraneo. Non tanto le grandi rovine di
cui è costellato, quanto più le sue bellezze naturali, il cielo, la luce, il mare,
che erano gli stessi dei tempi di
Omero e Ulisse. Gli ori, i filetti d’ar-
48
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2010
9
gento, l’azzurro e lo smeraldo delle
isole favolose, il rosa dei giardini incantati, gli arabeschi e le gemme del
mare fanno di questo libro un monumento degno delle migliori biblioteche del mondo – scrive Gusman.
L’articolo riproduce anche una delle
tavole che servirono alla separazione
dei colori e alla tiratura dei contorni
delle immagini (Fig. 10).
Il pezzo di Sigismond St.
Klingsland sull’arte del libro in Polonia (Le livre d’art en Pologne, pp.
115-120) è illustrato da ben tre tavole a colori, una delle quali riproduce
la copertina di Chlopi di S. Reymont,
disegnata da Kaminski (Fig. 11),
un’altra, un’illustrazione di Z. Pronaszro per 10 Ballad O Powsinogach
Beskidzkich di Zegadlowich (Fig.
12). Klingsland spiega come in Polonia il libro d’arte non fosse solo un
prodotto di lusso, ma una vera e propria roccaforte dell’espressione artistica nazionale.
Nonostante la situazione politica fosse radicalmente diversa, anche in Francia il libro d’arte era (ed è
tuttora) considerato una delle più alte manifestazioni del gusto artistico
nazionale. Byblis ne fu per dieci anni
l’araldo. Nel congedo finale, il fondatore e direttore Pierre Gusman
scrisse che la pubblicazione della rivista, intrapresa senza scopi di guadagno, veniva interrotta perché col-
10
laboratori e sostenitori avvertivano
l’esigenza di una pausa di riflessione
prima di dare avvio a un nuovo ciclo.
Con i suoi quaranta fascicoli,
Byblis resta comunque un eccelso repertorio della storia del libro d’arte e
delle arti grafiche antiche e moderne
– dice Gusman – e la serie di tavole
originali che ne adornano le pagine è
una parure unica. «Ai suoi amici,
grandi e piccoli, essa è riconoscente;
la sua ultima frase sarà quella del primo giorno, sempre vera: GALLIAE
LIBER SEMPER FLORENS».
Da internet è disponibile una
copia della rivista, completa dei suoi
dieci volumi e, presumibilmente, di
tutte le tavole, e rilegata in mezzo
marocchino: costa 20.000 euro.
settembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
49
BvS: il libro ritrovato
Parma celebra l’augusto
tipografo Giambattista Bodoni
La medaglia d’onore e l’illustre scambio epistolare
CHIARA BONFATTI
Tommasini, Giacomo
(1768-1846).
Medaglia d’onore decretata dal
pubblico di Parma al celebre
tipografo Gio. Battista Bodoni
cittadino parmigiano. Crisopoli
[i.e. Parma, Giambattista
Bodoni], 1806. In folio (426x277
mm); [8], LXXXIV p.
Sul frontespizio medaglia
incisa con il ritratto
di Bodoni e il suo rovescio con
l’iscrizione “CIVI. OPTIMO.
DECVRIONI. SOLERTISS.
ARTIS. TYPOGRAPHICAE.
CORYPHAEO. ERVDITISS.
EX. XII. VIRVM. PARM.
DECRETO”. (Brooks, 993).
Legatura coeva in marocchino
marezzato con titolo e fregi in
oro al dorso. Piatti inquadrati in
due cornici di filetti e fregi
fitomorfi in oro. Al contropiatto
anteriore l’ex libris calcografico
del conte Filippo Linati
(1757-1837) inciso da Domenico
Cagnoni (1730-1797).
In fine al volume sono allegate
due lettere manoscritte, la prima
di Filippo Linati, la seconda
di Aubin Louis Millin
(1759-1818), archeologo, storico
e conservatore del Medagliere
presso la Biblioteca Imperiale
di Parigi; ad esse fa seguito
la versione stampata dal Bodoni
della lettera di Papa Pio VII
Dilecto filio comiti Antonio
Ceretoli Parmam, datata 3
giugno 1807, e inviata come
ringraziamento per il dono
delle medaglie fatto al Museo
Vaticano (Brooks 1022).
«… L’Arte si specchia
nell’immago, e, valse,
Dice, Costui, ch’io non varrò
più tanto»
Angelo Mazza
L’
edizione bodoniana - presente nella Sala Tommaso
Campanella della Biblioteca di via Senato - rappresenta una
testimonianza degna di nota perché
esemplifica l’importanza del genio
dell’arte tipografica di Giambattista
Bodoni e lascia tracce di quelle che
furono le vicende che si intrecciarono a questa impresa editoriale. Se
l’edizione fu data alle stampe solo
nel 1806, occorre dire che l’anno determinante per l’editore parmense
fu il 1802. L’amico e biografo Giuseppe De Lama, nella sua Vita del cavaliere Giambattista Bodoni (Parma,
Bodoni, 1816), offre un chiaro quadro dei fatti che coinvolsero la città
di Parma e il suo Reale Tipografo:
«Quest’anno di luttuosa ricordanza
ai Parmigiani per la perdita repentina dell’ottimo loro Duca l’Infante di
Recto della carta con prima lettera
manoscritta inviata da Filippo Linati
a Aubin Louis Millin
50
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2010
settembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
51
A sinistra: Ritratto del Bodoni
realizzato da Andrea Appiani
e conservato alla Galleria Nazionale
di Parma, olio su tela.
A destra: Ex libris di Filippo Linati
Spagna Don Ferdinando I, il quale
dopo brevissima malattia chiuse, il
giorno 9 ottobre, la mortale sua carriera nella Badia di Fontevivo; quest’anno medesimo fu per Bodoni apportatore di una onorificenza, di cui
altra mai non aveva solleticato più
dolcemente il suo amor proprio: e
qui intendo parlare della medaglia
che fece lui coniare la Città di Parma» (De Lama, vol. I, p. 73).
La morte di Ferdinando I indusse l’Anzianato di Parma a provvedere affinché un elogio funebre
per il Duca venisse pronunciato nella Chiesa della Steccata il giorno 15
dicembre dall’avvocato Uberto
Giordani. E di questo episodio il De
Lama racconta: «E perché la nitidezza delle stampe perpetuasse il decretato tributo, fu poscia invitato
Bodoni a mandare quell’Orazione
coi proprj splendidissimi caratteri in
luce. Egli assunse l’incarico colla
prontezza e coll’entusiasmo del
buon Cittadino» (De Lama, vol. I, p.
74). A tale invito Giambattista Bodoni rispose con le seguenti parole:
«Io intraprenderò senza dilazione il
lavoro a cui Voi, Signori, per ordine
dell’Anzianato mi invitate. L’edizione del funebre elogio sarà triplice; e
procurerò che il lavoro riesca non
indegno nè del nome, che si vuole
per esso consegnare alla posterità,
nè del Pubblico che ne ha decretata
la stampa. Ma una condizione mi si
conceda di porre all’onorevole impegno: condizione che a me comandano sentimenti antichi ch’io nutro
verso la Città di Parma non meno
che verso il Principe estinto. Il Corpo Civico deponga da quest’istante
pensiero verso me qualunque d’indennizzazione o di premio, trovandomi io largamente ricompensato,
dall’onor che ricevo per così distinta
incombenza» (p. XXXVI). E l’impegno del Bodoni sfociò nella nota
edizione dell’Orazione funebre in
morte di Ferdinando I (Parma, Bodoni, 1803), anch’essa presente nella
Sala Tommaso Campanella.
Nonostante le dichiarazioni
del tipografo regio, l’Anzianato si
impegnò da quell’istante nel dimostrargli pubblica riconoscenza e
gratitudine, dapprima ascrivendolo
alla distinta classe dei Piazzesi e conferendogli un diploma di nobiltà, e
poi premiandolo attraverso il conio
di una medaglia d’oro nella quale
l’abile incisore Luigi Manfredini
(1771-1840) scolpì l’effige del Bodoni. In occasione di due importanti
sessioni dell’Anzianato di Parma del
19 febbraio e del 7 settembre 1805 a cui presero parte anche Giacomo
Tommasini e Filippo Linati (que-
st’ultimo nel ruolo di Decurione
Presidente) - dopo dibattiti e discussioni, vennero stabilite le iscrizioni
latine da incidere sui due lati della
medaglia e in altra sessione del 27
luglio fu fissato a quattro il numero
delle medaglie d’oro, delle quali la
prima destinata a Bodoni, la seconda
al Museo Napoleone di Parigi «accompagnata da lettera di quest’Anzianato al Presidente del Museo medesimo», la terza all’Amministratore generale Moreau Saint-Méry e
una simile da collocarsi nell’Archivio Civico di Parma. Furono inoltre
realizzate 200 medaglie d’argento e
250 in rame.
In un’ulteriore sessione del 3
gennaio 1806 venne ordinato che di
ciò si realizzasse una relazione, che
fosse impressa dallo stesso Giambattista Bodoni con un’incisione
raffigurante la medaglia al centro
del frontespizio. E veniamo dunque
all’edizione qui considerata - della
quale Bodoni stampò nello stesso
anno anche un’edizione in quarto
che differisce solo nel formato e nell’interlineamento delle righe - che si
52
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2010
Tavola con ritatto litografico
di Giacomo Tommasini impresso
a Torino dai Fratelli Doyen
e inciso dal Perrin conservato
in un album che raccoglie ritratti
di diversi uomini illustri
compone di una Relazione de’ motivi
che determinarono il pubblico di Parma
a decretare la Medaglia bodoniana e del
modo con cui fu eseguito il decreto, alle
pp. I-XXIX, e degli Atti dell’Anzianato di Parma relativi al conio della
Medaglia bodoniana ed alla presentazione della medesima, alle pp. XXXILXXXIV.
Nella Relazione, stilata dal professore e medico ducale Giacomo
Tommasini, nonché fine scrittore,
una vivida descrizione della solenne
cerimonia è data attraverso l’efficace
narrazione dell’evento: «Preceduto
da un grido commovente di gioja entrò Bodoni accompagnato dignito-
samente dai Civici Deputati e cinto
intorno dagl’ingenui abitanti d’una
città amica delle scienze, delle arti e
della giustizia, cui egli, compieva appunto in quel giorno il trentottesim’anno, qual seconda sua patria risguardava. Terminati gli officj di reciproca urbanità, ed assiso Bodoni in
seggio particolare rimpetto agli Anziani destinatogli s’alzò il Presidente,
e penetrato da sentimenti che la dignità del Consesso, la grandezza dell’atto e i voti d’un’intera Popolazione
consegnati al suo labbro inspirar gli
doveano, parole disse all’alto subbietto conformi ed alla pubblica rappresentanza in esso raccolta: e nel
terminarle stesa Bodoni la mano,
porse a lui la triplicata Medaglia non
senza aperti segni d’una commozione che negli animi e nei volti passò di
tutti gli astanti. L’illustre Tipografo,
l’egregio Cittadino nel ricevere così
certo pegno dell’universale considerazione bagnò il ciglio di lagrime riconoscenti, ed alle coltissime espressioni, onde agl’interni moltiplici affetti dar volle uno sfogo, pronto rispose e non equivoco effetto, il più
consolante universale commovimento» (p. XXVI-XXVII).
E Giuseppe De Lama nella sua
biografia aggiunge: «Finita l’augusta cerimonia, unica ne’ nostri Annali di Parma, e forse in quelli di più cospicue città, Bodoni partì, a tutti coloro che gli si affollavano intorno
esprimendo più assai col volto che
con la voce la piena de varj soavissimi
affetti da cui sentivasi agitato. E in
quei deliziosi istanti tutte dimenticò
le passate disgrazie, e le pene, e le disgustose gare, e gl’inciampi frapposti
da taluno, vivente sotto lo stesso cielo, per arrestare i suoi progressi nell’arte; né più ebbe ad invidiare all’Ibarra, al Baskerville, e al Didot stesso
l’idolatra ammirazione de’ loro concittadini» (De Lama, I, p. 78).
Considerando ora il nostro
esemplare, un valore aggiunto è dato dal fortunato caso della presenza
di due documenti manoscritti di storica importanza: il primo è la copia
della lettera citata a p. LVIII dell’edizione, Atto n. 7 della sessione del
settembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
27 luglio 1805, ovvero la lettera accompagnatoria del dono delle tre
medaglie e di un esemplare dell’edizione bodoniana indirizzata alla Biblioteca Imperiale di Parigi con la
firma di Filippo Linati e la data di
Parigi 9 dicembre 1808; la seconda
lettera, di tre giorni successiva, è la
responsiva di Aubin Louis Millin,
conservatore del Medagliere presso
la Biblioteca parigina. Filippo Linati, antico possessore dell’esemplare
nonché noto bibliofilo e filantropo,
in quella data era membro del corpo
legislativo di Francia e deputato del
dipartimento del Taro.
A seguito si intende offrire la
trascrizione del contenuto delle due
missive:
Paris le 9. X.bre 1808.
A Monsieur Millin,
Membre de l’Institut et de la
Légion d’honneur, un des Conservateurs-Administrateurs de la Bibliothèque Impériale.
Ph. Linati, Député du Département du Taro au Corps-Législatif.
Monsieur,
J’ai l’honneur de vous remettre trois médailles frapées à Parme
en l’honneur de M.r Bodoni dont
une est en or, une en argent et l’autre
en cuivre, pour que vous veuilliez les
placer à la Bibliothèque Impériale.
La Ville de Parme voulut lui donner
un témoignage authentique de considération, d’amour et de reconnaissance. Elle le devoit à l’Artiste célébre par le quel elle rivalise dans l’art
typographique les plus grandes Villes de l’Europe: Elle le devoit au Citoyen Vertueux qui, par la pureté de
ses mœurs et l’amabilité de son caractère, s’est rendu l’objet général
de l’estime et del’amour de ses Concitoyens. Elle le devoit enfin au Magistrat éclairé et actif qui avoit servi
avec zèle et intégrité la Patrie dans
les diverses fonctions auxquelles il
avoit été appellé comme Membre
du Conseil Général dela Ville. C’est
à ces titres que le Conseil des Anciens lui décerna une Médaille portant d’un côté son effigie, et de l’autre une inscription rappellant les
motifs pour les quels elle lui fut décernée. La médaille lui fut préséntée
d’une manière solemnelle le 24. février 1806. Ce sera toujours avec les
sentimens dela plus douce satisfaction que je me rappellerai ce jour où
au milieu de tous les Membres du
Conseil Général et des Anciens que
j’avois l’honneur de présider, et au
milieu des applaudissemens et de
l’émotion la plus vive d’une nombreuse assemblée, je remplis, au
nom de la Patrie, cet hommage public dont l’expression me devent
doublement chère et précieuse, et
par le sentiment général que je partageais avec tous mes concitoyens,
et par celui de l’amitié qui, depuis
long-tems, m’attache à lui.
Ce même Conseil, prévenant
dès-lors, par ses vœux, l’époque
heureuse à la quelle Parme devoit
être définitivement réunie à la plus
grande Nation du monde, et attachée pour toujours à la gloire du plus
grand des héros, décreta aussi qu’une de trois Médailles seroit déposée
à la Bibliothèque Impériale de Paris,
que regardoit déjà comme celle de sa
Capitale. J’étois chargé d’en faire
l’envoi, mais plusieures circonstances m’en ont fait retarder l’exécution. Je m’aquitte maintenant d’une
commission aussi honorable, vous
53
remettant, Monsieur le Conservateur-Administrateur, en même
tems, une relation imprimée par
M.r Bodoni des motifs qui engagèrent le Public de Parme à lui décerner cette Médaille, car on exigea delui que, faisant taire, pour quelques
momens, les sentimens de modestie
qui lui sont naturels, lui-même en
conservat, par ses presses, le souvenir à la Postérité. Je suis persuadé
que tous les Français verront avec
plaisir ce témoignage Public d’estime et d’amour que la Ville de Parme
a rendu à M.r Bodoni, à cet Artiste si
justement célébre, qui leur étoit déjà
cher pour ses talens et ses vertus, et
qui àprésent doit leur être plus chèr
encore comme leur concitoyen.
Veuillez bien agréer, Monsieur le Conservateur-Administrateur, les Assurances dela considération la plus distinguée avec laquelle
j’ai l’honneur d’être,.
Monsieur,
V. C. [non legitur]
signé Linati.
La risposta, su carta intestata
della Bibliothèque Impériale (la
parte in corsivo è a stampa):
Bibliothèque Impériale
Paris le 12 Decembre 1808.
Aubin Louis Millin, Conservateur des Medailles de la Bibliothèque
Impériale, Membre de l’Institut et de la
Légion d’honneur,
A Monsieur Linati, Deputé du
Departément du Taro au Corps Legislatif.
Monsieur
j’ai reçu les trois médailles
frappées à Parme en honneur de M.
Bodoni dont une est en or, une en argent et l’autre en cuivre, que Vous
54
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2010
A sinistra: Frontespizio dell’edizione
in-folio. Sopra: La medaglia d’oro
a Giambattista Bodoni realizzata
da Luigi Manfredini
avez eu la bonté de me remettre
pour les deposer à la Bibliothèque
Impériale. J’ai également reçu le bel
ouvrage relatif à cette médaille, dans
lequel l’illustre Bodoni a fait preuve
de ce rare talent qui lui a merité à temoignage honorable de l’estime de
ses concitoyens et qui lui assure la
reconnoissance et les hommages de
la posterité. Je me rejouis particulièrement que Vous ayez été choisi
pour deposer ce beau monument
dans le depot qui m’est confié, puis-
que cela me fournit l’occasion de
Vous offrir l’assurance de la respectueuse considération avec laquelle
j’ai l’honneur d’être.
Monsieur
Votre trés humble et trés
obéissant Serviteur
A.L. Millin
Nel 1808 era dunque deputato
del Dipartimento del Taro Filippo
Linati. Napoleone si era imposses-
sato del Ducato di Parma, Piacenza
e Guastalla già nel 1801 e quando
nel 1802 morì il Duca Ferdinando I,
il regno del Ducato venne affidato a
Moreau de Saint-Méry. Nel 1806
Napoleone lo fece sostituire però
dal generale Junot e in quello stesso
anno il nuovo prefetto Nardon divise il territorio di Parma in tredici
mairies; dal 1808 gli stati parmensi
divennero infine il Dipartimento
del Taro e furono, fino al 1814, parte
integrante dell’impero francese.
settembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
55
Tavola con ritratto di Giambattista
Bodoni inciso in rame da Luigi Rados
su disegno di Antonio Bramati
contenuto in una raccolta di ritratti
intitolata Collezione di n. 215 ritratti
di uomini illustri divisa in tre volumi.
Il ritratto del Bodoni si trova nel
Volume secondo di n. 55 che contiene
filosofi, metafisici, astronomi, fisici
matematici, anatomici, naturalisti,
antiquari, letterati, artisti, e poeti
Questo fu dunque il contesto
storico nel quale si svolse la vicenda
editoriale bodoniana e il 1806 fu per
Bodoni un anno da ricordare doppiamente per altri onori che gli giunsero dalla Francia poiché fu invitato
a partecipare al Concorso dei Prodotti dell’Industria mandando a sua
scelta quattordici delle sue migliori
produzioni tipografiche. In questa
occasione la città di Parigi decretò al
Bodoni il primo premio dichiarando
che «Monsieur Bodoni de Parme est
un des hommes qui ont le plus contribué aux progrès que la typographie a faits dans le dix-huitième siècle, et de notre tems, ec.» (Emilio De
Tipaldo, Biografia degli italiani illustri nelle scienze, lettere ed arti, Venezia, tipografia di Alvisopoli, 1835,
vol. 2, p. 148).
La stima che i francesi avevano
per il tipografo emerge anche da un
passo di Voyage en Italie di AugusteFrançois Creuzé de Lesser (Parigi,
Didot, 1806, anch’esso in Biblioteca
di via Senato) in un capitolo interamente dedicatogli: «Parmi les hommes qui ont cultivé ce metier, qui est
presque un art, peu méritent autant
d’éloges que Jean-Baptiste Bodoni.
Il faut connoître la pente presque invincible qui éloigne dans la molle
Italie de toute amélioration en tout
genre, pour bien apprécier le mérite
d’un homme qui, dans un état sans
territoire et dans une ville sans communications, est parvenu à fonder un
établissement dont les productions
jouissent du plus grand succès dans
toute l’Europe, et balancent les réputations les mieux établies dans ce
genre» (p. 42-43).
Per concludere sia detto che
presso la Bibliothèque Nationale di
Parigi si conserva ancora oggi un
esemplare dell’edizione bodoniana
e una gentile risposta del direttore
del Département des Monnais, médailles et antiques, il dottor Michel
Amandry, ci ha reso noto che presso
il dipartimento sono custodite ancora due delle tre medaglie che furono loro donate.
Bibliografia:
L. Farinelli; C. Mingardi (a cura di), Giambattista Bodoni, Parma, FMR, 1989.
Giuseppe De Lama, Vita del cavaliere
Giambattista Bodoni, Parma, Bodoni, 1816.
56
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2010
BvS: rarità per veri bibliofili
La raccolta savonaroliana
di Piero Ginori Conti
Una liaison bibliofila tra Leo S. Olschki e due nobili “piagnoni”
ARIANNA CALÒ
asta dell’11 giugno scorso
presso Bolaffi ha proposto
in vendita una parte del
patrimonio librario del noto antiquario, nonché collezionista,
Carlo Alberto Chiesa (1926 –
1998). In vendita era la raccolta bibliografica e saggistica riunita in
oltre quarant’anni di attività, specchio e riflesso del modus operandi
del libraio milanese: le migliaia di
volumi riunite in più di trecento
lotti tematici testimoniano infatti
della cura con cui Chiesa seguiva
quanto pubblicato dall’editoria
moderna, acquistando attraverso il
mercato antiquario testi fondamentali non più editi e acquisendo
fondi bibliografici di librai antiquari e grandi collezionisti.
All’incanto ha partecipato
anche la Biblioteca di via Senato,
aggiudicandosi, tra gli altri, anche
il lotto n. 266, interamente dedicato alla figura di Girolamo
Savonarola. Costituito da circa
settanta volumi, perlopiù di edizioni ottocentesche e moderne, il
lotto presenta titoli che coprono
vasti ambiti di pubblicazioni, dagli
scritti del monaco ferrarese ai saggi monografici, dai cataloghi alla
L’
bibliografia di Savonaroliana:
molto interessanti ad esempio gli
Opuscoli inediti di F. Girolamo
Savonarola stampati probabilmente a Parigi a cura di Niccolò
Tommaseo e l’edizione fiorentina
di Cesare Guasti delle Poesie…
tratte dall’autografo del 1862, insieme alla prima raccolta completa
delle Lettere curata e commentata
da Roberto Ridolfi; e non mancano neppure le edizioni moderne
straniere (inglesi e tedesche, di cui
si segnala la prima edizione della
rara Hieronymus Savonarola und
seine Zeit di Andreas Rudelbach)
degli studi monografici che completano il già corposo gruppo di
saggi e contributi di interesse storico e critico sulla figura del frate.
Importante perché arricchisce il fondo posseduto dalla Fondazione dedicato al predicatore ferrarese, il lotto non manca però di
svelare ulteriori particolarità interessanti anche sul piano della bibliofilia: una parte dei volumi presenti in esso, infatti, consente di indagare i rapporti intercorsi tra un
celebre studioso di Savonarola, un
eminentissimo editore e uno tra i
principali collezionisti fiorentini
dei primi decenni del Novecento.
Una porzione consistente del
lotto è infatti costituita dai volumi
che furono proprietà di Piero Gi-
A sinistra: legatura amatoriale
di Ginori Conti con piatti seminati
dal suo monogramma coronato.
A destra: lettere e appunti
di Gonnelli, Olschki e Conti
nel catalogo di Savonaroliana del 1898
settembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
nori Conti, principe di Trevignano, industriale ed erede della dinastia delle ceramiche, appassionato
collezionionista di libri antichi in
genere e di Savonaroliana. Di una
parte della sua superba collezione
dedicata al religioso ferrarese rimane traccia in una serie di appunti allegati in un catalogo Olschki
datato 1898 per l’asta indetta nel
centenario della morte del predicatore (Les œuvres de fra Girolamo
Savonarola de l’ordre des frères Prê-
cheurs né à Ferrare en 1452, brûlé à
Florence le 23 mai 1498. Editions Traductions - Ouvrages sur sa vie et sa
doctrine. Catalogue XXXIX de la Librairie ancienne Leo S. Olschki, Florence, Librairie ancienne Leo S.
Olschki, 1898).
Le edizioni presenti, come
annotato dallo stesso Olschki, pur
non brillando per pregio estetico,
sono state raccolte e pensate per un
57
pubblico di collezionisti esperti:
«La collection de livres que je mets
aujourd’hui en vente avec ce catalogue, n’est pas de celles qui attirent
les regards des amateurs par la
choix des exemplaires et par le luxe
des reliures; elle se recommande
plutôt à l’attention des nombreux
savants, historiens et théologiens,
qui s’occupent de la vie et des œuvres de Jérôme Savonarola». Scorrendo il testo del catalogo, sorprende la quantità di annotazioni
58
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2010
settembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
autografe che svelano, in rapporto
ai volumi elencati, la consistenza
delle edizioni possedute da Ginori
Conti; ma non solo: gli appunti, che
si sono rivelati essere di mano del libraio antiquario Aldo Gonnelli, figlio del capostipite Luigi, svelano
la caparbietà con la quale il conte
intendeva colmare le lacune della
propria biblioteca, affidandosi a un
noto esperto affinchè facesse da
tramite con Olschki e contrattasse
la vendita delle edizioni mancanti.
In un biglietto autografo del
nobile indirizzato a Gonnelli, datato 3 dicembre 1932, si legge infatti: «Prego segnarmi nel catalogo di Olschki i Savonarola incunaboli che io non posseggo per studiarli e vedere se avendoli ancora
l’Olschki o trovandoli altrove, è il
caso di comprarli»; diligentemente il libraio fiorentino compila l’elenco delle edizioni possedute, e
annota i desiderata del conte in una
breve missiva a Ginori Conti, poco
prima di rivolgersi a Olschki, che,
dal canto suo, con una breve risposta dattiloscritta gela le speranze
del nobile toscano: «Purtroppo
non posseggo più nessuno dei numeri del mio catalogo Savonaroliano citati sul qui accluso foglietto».
La collezione di incunaboli e
cinquecentine del principe, a ogni
modo, doveva possedere tutti i requisiti per essere degna di nota, se
le richieste al celebre libraio non
superavano la decina di unità.
Reca traccia di un simile lavoro di confronto anche il volume
contenente il Catalogo… della colle-
Dediche autografe di Leo S. Olschki
e Ridolfi nell’edizione delle Lettere
di Girolamo Savonarola del 1936
zione de’ libri relativi alla riforma religiosa del secolo XVI donata dal conte
Pietro Guicciardini alla città di Firenze (Firenze, Pellas, 1877) e i suoi
due supplementi, nei quali si riconosce ancora una volta la grafia del
libraio Gonnelli che annota a margine delle edizioni di Savonarola in
elenco il monogramma G. C. per
quelle possedute dal collezionista
e, a fianco, il numero progressivo
del volume nella biblioteca del nobile; queste “note di possesso” sono
presenti anche ne Les illustrations
des écrits de Jerome Savonarole di Gustave Gruyer (Parigi, Librairie de
Firmin Didot, 1879), accanto a
molte delle trentatrè xilografie dell’incisore ottocentesco Pilinski che
ripropongono le decorazioni originali dei testi sei e settecenteschi, e
nel volume di Poesie di Ieronimo Savonarola riunite e pubblicate a cura
del celebre bibliofilo e bibliografo
Étienne Audin de Rians, comparso
a Firenze nel 1847 presso l’editore
Tommaso Baracchi.
La comparsa dell’editore Leo
S. Olschki nella trattativa delle
edizioni savonaroliane, inoltre, introduce la figura di Roberto Ridolfi, nipote dello zio collezionista
Ginori Conti e ultimo tassello di
questa singolare liaison bibliofila:
ricercatore e scrittore raffinato,
Ridolfi dedica fin dagli esordi la
sua lunga attività di studioso agli
archivi di prestigiose famiglie gentilizie e alla storia culturale della
sua città, Firenze. Accademico acclamato per chiara fama e direttore
dal 1944 de La Bibliofilia, compila
saggi preziosi su Machiavelli e
Guicciardini; ma è soprattutto l’edizione del 1933 delle Lettere di Sa-
59
vonarola a valergli un encomio solenne dell’Accademia d’Italia e a
coronare un interesse scientifico
già maturo: al monaco ferrarese,
Ridolfi dedicherà infatti buona
parte della sua produzione saggistica, scegliendo, per i contributi
scientificamente più accreditati,
proprio l’editore Olschki.
L’acquisizione del copioso
lotto in asta ha consentito alla Biblioteca di via Senato di collezionare non solo la quasi totalità delle
edizioni fiorentine degli anni
Trenta di Ridolfi, ma di ottenere,
di quelle, gli esemplari appartenuti
allo zio dello studioso, Piero Ginori Conti. Si tratta di esemplari
estremamente pregiati, e non solo
da un punto di vista editoriale (proveniendo da tirature limitate a pochissime copie) ma il cui pregio deriva anche da elementi cari alla bibliofilia: il legame con il principe
collezionista e il comune carattere
di “piagnoni” - interessati cioè agli
scritti di Savonarola -, sono spesso
scanditi da Ridolfi in dediche manoscritte alle prime carte dei volumi da lui curati.
Al recto della prima carta
bianca de Le Lettere di Girolamo Savonarola (Firenze, L. S. Olschki,
1933, esemplare n. 2 di una tiratura
limitata a 35 copie) si legge ad
esempio la dedica «Al mio carissimo zio Piero Ginori Conti con affetto e ammirazione per l’appassionata cura con la quale raccoglie
la sua insigne e preziosa collezione
di rare edizioni savonaroliane».
Nello stesso anno viene pubblicato un estratto da La Bibliofilia,
diretta in quegli anni proprio da
Leo Olschki, una dispensa di Poesie
60
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2010
Ex Libris del principe Piero Ginori
Conti con vedutina di Firenze
la questione dello pseudo-Burlamacchi
e della «Vita Latina», esemplare 1 di
una tiratura a 10 copie: «A mio zio
che gli studi savonaroliani liberamente promuove ed attende alla
sua raccolta di codici ed edizioni rare delle opere del frate con amorosa
passione degna di un fiorentino antico», o ancora: «con gratitudine
per ciò che a lui deve questo libro e
per ciò che gli debbono gli studi savonaroliani» (al recto del foglio di
guardia del volume di Ridolfi Studi
Savonaroliani, Firenze, L. S. Olschki, 1935).
inedite di Giovanni sarto fiorentino
contro il Savonarola, curata dallo
stesso studioso fiorentino, e diretta
allo zio accompagnata da una lettera manoscritta nella quale Ridolfi
annuncia la «colossale importanza» del codice olschkiano, tale da
fargli suggerire: «non dovresti assolutamente fartelo sfuggire per la
tua raccolta savonaroliana».
Costanti aggiornamenti sulle
proprie ricerche e continui ringra-
ziamenti per i contributi agli studi
savonaroliani, questa la cifra del
rapporto tra Ginori Conti e il nipote: è probabile che la linfa alle pubblicazioni savonaroliane di Ridolfi
con Olschki siano state le edizioni
antiche possedute dallo zio (e della
cui consistenza rimane traccia nei
repertori e nei cataloghi già citati):
ne è la prova la dedica a stampa nell’edizione del 1936 de Le Lettere…
Nuovi contributi con un’appendice sul-
Consapevole della preziosità
di queste edizioni e del prestigio riflesso alla propria collezione, Ginori Conti pone la giusta cura nel
trattare la veste esteriore degli
esemplari: i volumi di pregio di
Olschki sono a pieni margini e con
barbe, come da nota del principe al
legatore: «Non smarginare, neppure raffilare»; allo stesso modo
Conti riveste le brossure originali
di questi con legature amatoriali
eleganti e raffinate: in pieno marocchino, con i piatti interamente
seminati dal suo monogramma dorato e sormontato da una corona,
belle al dorso.
Non è forse un caso che lo
stesso Olschki, nel congedare gli
aggiornamenti di Ridolfi all’editio
princeps dell’epistolario di Savonarola, lo dedichi all’industriale collezionista, «che davvero ha per i libri
rari e preziosi l’amore di un principe umanista della Rinascenza».
settembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
61
l’Erasmo: pagine scelte
Antichi e moderni: Senofonte,
il padre dell’oikonomía
Usando Socrate, l’Economico insegna a gestire casa e cosa pubblica
DARIO DEL CORNO
P
er la civiltà umana è un grande bene che sia esistito Socrate, a fissare il modello
dell’uomo giusto che si lasciò giustiziare per amore di giustizia; ed è
altrettanta fortuna che non sussistano dubbi sulla sua realtà storica,
anche se le molte facce del personaggio consegnato ai posteri dalla
tradizione discordano in modo allarmante. Come trovare un punto
d’incontro fra il dialettico che razionalmente confuta la pubblica
opinione nei primi dialoghi platonici, il cauto paladino del comune
buon senso di cui racconta Senofonte, e lo spregiudicato negatore
di ogni verità assoluta che Aristofane mette in parodia nelle Nuvole?
Verrebbe quasi da supporre che,
nell’immaginario ateniese fra il V e
il IV secolo a.C., il suo nome fosse
applicato a un tipo fittizio e stravagante, in cui gli scrittori potessero
travasare ad libitum i propri estri,
esasperandoli al limite del paradosso. Ma lasciamo perdere questo delirio d’ipotesi; e teniamoci all’evidenza della documentazione che
impedisce di ascrivere i tratti di un
popolaresco Bertoldo al profeta
laico della verità che appartiene alla
sapienza.
Il caso limite di un Socrate
poco “socratico” è rappresentato
dall’Economico di Senofonte, un
dialogo ripartito in due sezioni, dove il sapiente dapprima discute con
il giovane Critobulo intorno alla
corretta amministrazione della casa, e quindi riferisce all’interlocutore una conversazione tenuta sull’argomento con un ricco proprietario terriero, a nome Iscomaco.
Socrate si era proposto di incontrarlo perché lo considerava
esperto di uno stile “distinto” di vita; e dunque nel colloquio accetta
di rovesciare la sua parte consueta:
ossia di farsi egli stesso, seriamente
e non per ironia dialettica, discepolo di un uomo che sull’argomento ne sa più di lui. Per introdurlo al
proprio sistema di convinzioni e di
attività, e in particolare ai rudimenti dell’agricoltura, Iscomaco
s’impossessa di un artificio propriamente socratico: la maieutica,
ossia la tecnica d’argomentazione
mediante domande rivolte a condurre l’interlocutore alla scoperta
di verità che egli già inconsapevolmente conosce.
Scomparso nella sua Milano
il 28 gennaio di quest’anno,
Dario Del Corno è stato uno dei più
autorevoli grecisti del nostro ’900,
docente per quasi quarant’anni
di Letteratura greca all’Università
degli Studi di Milano, dove ricoprì
anche la cattedra di Letteratura
teatrale della Grecia antica.
Diresse la rivista “Dioniso” dell’Istituto
Nazionale del Dramma Antico
e scrisse opere per il teatro in musica.
Senofonte porta questa paradossale inversione di ruoli all’estremo, tanto che il suo Socrate finirà per ammettere stupefatto:
«Ma allora l’interrogare è un modo di insegnare!». Esattamente
quello che il Socrate autentico professò per tutta la vita: e d’altra parte
è difficile immaginare qualcosa
che più dell’agricoltura fosse lontano dai reali interessi di colui che
nel Fedro platonico dichiara che
settembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
soltanto in città trova occasioni per
imparare (230 d).
In questa prospettiva “a rovescio” colpisce soprattutto la grazia
dell’umorismo, ancorché delicatamente dissimulato: che poi Senofonte avesse altri e più seriosi
obiettivi riguardo all’immagine
del maestro, è oggetto di filologiche controversie.
L’Economico è un’opera secondaria nel corpus senofonteo; e
tuttavia nel dialogo circolano a
profusione le tonalità tipiche dell’autore: l’armonia e la misura dello stile, la chiarezza dell’argomentazione, la rappresentazione vivace
di situazioni e caratteri, l’intelligenza che scopre nuove tendenze
del vivere contemporaneo. Questo
sguardo su una realtà in movimento si rivolge soprattutto in due direzioni: la vita piacevole e semplice
della campagna è opposta all’affannosa angustia della città in un modo che sembra precorrere la poesia
bucolica dell’età ellenistica; e l’affettuosa considerazione rivolta da
Iscomaco alla giovane moglie, che
egli ha istruito a collaborare con
lui, è un presagio della svolta sociale che per gradi accantonerà la discriminazione in cui l’inveterato
maschilismo greco tendeva a relegare la donna.
Ma i meandri della storia, ri-
Il mese di luglio, in Les Très Riches
Heures du Duc de Berry, sec. XV;
miniatura, f. 7v: particolare.
Chantilly, Musée Condé
flettendosi nelle trasformazioni del
lessico, hanno riservato all’opuscolo senofonteo un ulteriore e più rilevante campo di anticipazione,
sebbene senza alcun consapevole
concorso dell’autore. La parola
chiave del testo è oikonomía, ripresa
nel titolo stesso (Oikonomikós, sottinteso lógos), la quale propriamente significa “amministrazione (dalla radice nem-) della casa (óikos)”. In
tale valore il composto è normalmente usato nel dialogo, con l’abituale estensione di óikos a indicare
sia la residenza del proprietario sia
la sua famiglia e l’insieme delle persone che da lui dipendono, inoltre
il patrimonio e i beni immobili che
gli appartengono, infine il complesso delle attività collegate con il
sostentamento comune e con l’incremento della proprietà.
Nonostante l’ampiezza e la
rilevanza del significato, oikonomía
appare tuttavia un termine non frequente, almeno fino al IV secolo
inoltrato. Ancora più singolare,
anche nell’uso successivo, risulta la
sua prerogativa di possedere una
natura, per così dire, anfibia.
Formalmente esso si presenta
come un sostantivo astratto; ma la
gamma delle sue applicazioni comporta per lo più un’accezione concreta. Con “economia” s’intende
non tanto una dimensione del sapere e della realtà umana, quanto
un’attitudine tipicamente individuale, che consiste nella capacità di
gestire una complessa serie di
adempimenti. Questi si estendono
dai rapporti umani e gerarchici fra i
membri della “famiglia”, inclusi dipendenti e schiavi, alla vigilanza sui
costumi e comportamenti del
gruppo, dalle attività produttive alla gestione del patrimonio e dei
63
redditi, infine al buon uso etico e
pratico della ricchezza.
In tale esercizio il buon padre
e padrone metterà a partito un
complesso di norme e di esperienze
sedimentate in una tradizione orale-mnemonica; ma le integrerà con
l’apporto fondamentale e personale della propria autorità e intelligenza, delle sue convinzioni morali, della passione e dedizione per il
ruolo che gli compete.
Da un tale punto di vista, l’oikonomía antica ha una portata più
estesa del corrispondente termine
moderno; ma lungo tale evoluzione, al contempo, la parola ha rivendicato la sua primaria valenza
astratta. In questo processo essa si è
conquistata un versante estraneo
all’uso greco: e attualmente “economia” indica il complesso delle
strutture, delle attività e dei rapporti che, all’interno di sistemi politici e sociali più o meno ampi e secondo leggi sostanzialmente autonome, regolano la produzione, la
distribuzione e il consumo dei beni.
Il modello scientifico dell’economia è sorto nell’ambito della
società industriale, e in essa trova il
suo territorio privilegiato di applicazione. Ciò non esclude che tale
modello si possa riferire anche allo
studio storico dei sistemi economici del mondo antico, fatte salve alcune premesse fondamentali: a) sia
nel raggio spaziale che in quello
temporale l’economia antica non
presenta il carattere interrelato
dell’economia moderna, bensì appare frazionata in tipologie marcatamente eterogenee; b) fra il sistema produttivo antico e quello moderno esistono invalicabili diffe-
64
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2010
settembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
65
A sinistra: Il mese di luglio,
in Les Très Riches Heures du
Duc de Berry, sec. XV; miniatura,
f. 7v: particolare.
Chantilly, Musée Condé
A destra: Il mese di settembre,
in Les Très Riches Heures du
Duc de Berry, sec. XV; miniatura,
f. 9v: particolare.
Chantilly, Musée Condé
renze, ad esempio la schiavitù oppure l’egemonia della produzione
agraria; c) la documentazione sull’economia antica è in genere scarsa, e fondata su materiali indiretti.
A quest’apparato di divergenze si aggiunge il fatto che la cultura greca e romana non giunse al
punto di elaborare una teoria autonoma dei fenomeni economici.
Tuttavia esiste qualche traccia da
cui si può evincere una sia pure embrionale consapevolezza dei rapporti fra l’economia domestica e
quella politica.
Platone dichiara che fra la
struttura di una grande proprietà
familiare e il complesso formato da
una piccola città non intercorrono
differenze, e che «esiste una sola
scienza di tutte queste cose» (Politico, 259 c). Aristotele definisce la ricchezza come «uno strumento per
l’amministrazione familiare e per la
vita politica» (Politica, I. 8, 1256 b
36). Nella scuola peripatetica si
classificano i vari tipi di economia
in quattro categorie: «regia, satrapica, cittadina, privata» (ps.-Aristotele, Economico, 1345 b 14). In tale quadro acquista particolare rilievo un’affermazione di Senofonte,
attribuita a Socrate in un altro trattato dedicato al maestro: «La cura
degli affari privati differisce dalla
cura degli affari pubblici solo per
quanto riguarda la quantità» (Memorabili di Socrate, III. 4. 12).
Avvalendosi di questa frase,
si può azzardare un’ipotesi semiseria sull’obiettivo teorico dell’opuscolo senofonteo. Grazie al suo
formidabile senso della dinamica
storico-sociale, Senofonte seppe
intuire l’importanza che l’economia statale avrebbe progressivamente acquisito; e può darsi che
nell’Economico egli intendesse trasporre nella metafora dell’azienda
di Iscomaco il quadro di un sistema economico di più vasta portata,
ponendo l’accento sui procedimenti amministrativi e facendoli
interagire con i criteri del buon
governo.
Il ricorso a un complesso
traslato, in cui si combinassero
elementi reali e intenzioni ideologiche, è la ragione strutturale e tematica di un trattato senofonteo di
vasto impegno come la Ciropedia; e
l’immagine di un padrone giusto e
aperto alla cooperazione dei sottoposti corrisponde al programma
di una monarchia illuminata, che
fu un altro dei modelli con cui Senofonte presagì le trasformazioni
dell’Ellenismo.
Alla sua mente di aristocratico e di conservatore s’adatta anche
uno schema di economia statale,
che fosse fondato primariamente
sulla proprietà terriera.
Infine, in quella che fu verosimilmente la sua ultima opera, i
Poroi, ossia le Entrate dello Stato
ateniese, Senofonte ha per obiettivo un’indagine sulle condizioni
della città, in cui egli adotta un’impostazione decisamente originale,
fondata su un’ottica prevalente-
66
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2010
settembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
A sinistra: Il mese di luglio,
in Les Très Riches Heures du
Duc de Berry, sec. XV; miniatura,
f. 7v: particolare. Chantilly, Musée
Condé. Sopra: Il mese di marzo,
in Les Très Riches Heures du Duc de
Berry, sec. XV; miniatura, f. 3v:
particolare. Chantilly, Musée Condé
mente economica, relegando gli
aspetti politici a un ruolo complementare.
In quest’analisi Senofonte
avanza una serie di proposte rivolte al risanamento del bilancio pubblico al fine di ridurre la miseria
delle masse, vera causa della precarietà politica in cui dopo la cata-
67
strofe nella guerra peloponnesiaca
versa lo Stato ateniese.
Da questa serie di considerazioni alla proposta di riconoscere
nell’Economico l’archetipo della
trattatistica economico-politica, il
passo è ovviamente lungo: ma avevamo avvertito di voler giocare
con l’immaginazione...
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la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2010
BvS: un’utopia sempre in fieri
Recenti acquisizioni della
Biblioteca di via Senato
Da un cinquecentesco Tasso illustrato al coevo successo di A. Gallo
Chiara Bonfatti, Arianna Calò,
Giacomo Corvaglia, Margherita
Dell’Utri e Annette Popel Pozzo
Bartoli, Cosimo (1503-1572).
La vita di Federigo Barbarossa, imperator romano. Di M. Cosimo Bartoli.
Allo illustriss. et ecc. S. il S. Cosimo de
Medici, duca di Firenze, et di Siena. Firenze, Lorenzo Torrentino, 1559.
Prima edizione che vede poi
una ristampa nel 1829, arricchita da
nuove tavole.
Bisaccioni, Maiolino (15821663). La Nave overo Novelle amorose
e politiche. Del conte Maiolino Bisaccioni. Venezia, Matteo Leni & Giovanni Vecellio, 1643. 2 volumi.
Prima edizione, difficile da reperire in tutte le due parti. La Nave
insieme alle opere L’albergo, L’isola, e
Il porto, fa parte delle novelle scritte
tra il 1637 e il 1664. L’autore, nobile
di origini ferraresi ma veneziano
d’adozione, fu storico, scrittore politico e letterato di gran fama. Tassoni riuscì a far mettere in prigione il
Bisaccioni a causa di una polemica
che seguì alle proprie Considerazioni
sopra Petrarca.
Bondi, Clemente (17421821). Orazione accademica sopra
Maria Vergine assunta in cielo di Clemente Bondi. S.l. [i.e. Parma], s.n.
[i.e. Giambattista Bodoni & Stamperia Reale], 1794.
Edizione originale dell’Orazione accademica di Bondi, stampata
da Bodoni a Parma con dedica al cardinale Luigi Valenti Gonzaga. Il
Brooks afferma che ne furono impresse 36 copie in carta velina e l’opera fu impressa in formato in folio,
mezzo real folio e in-4° grande
(Brooks 566; De Lama II, p. 102).
Capua, Lionardo di (16171695). Vita di D. Andrea Cantelmo.
Scritta da Lionardo di Capoa. Napoli,
Giacomo Raillard, 1693.
Ritratto f.t. inciso su rame da
Andrea Maglia raffigurante Andrea
Cantelmo. Due tavole contenenti
due elaborati stemmi. Prima e unica
edizione della biografia del nobile
abruzzese Cantelmo (1598-1645),
illustre capitano distintosi in varie
campagne militari, particolarmente
contro i Francesi nelle Fiandre, di
cui divenne anche governatore generale. Le sue memorie si sono perse, ma la presente opera contiene i
suoi «pareri sopra diverse materie di
stato e di guerra». Le informazioni
sull’autore indicano che viene ritenuto dagli storici il più grande pensatore e innovatore del regno di Napoli nel ’600. Impegnato nella ricerca e nella sperimentazione, in antitesi ai vecchi capiscuola come Aristotele, Galeno e altri, fu a capo di
un’accademia dal nome gli “Investiganti”. Ebbe come discepolo Giovanbattista Vico, e fra i suoi biografi
va ricordato Benedetto Croce. Era
iscritto fra gli arcadi di Roma col nome di Alceste Cileno. A parte la sua
grossa statura di pensatore, scienziato e inventore, tutta rivolta a
scuotere il giogo aristotelico, a rivendicare la libertà di pensiero umano e sostenere il metodo sperimentale, Lionardo di Capua fu anche
uno strenuo lottatore contro la feudalità, e avversò duramente i Mayorga Strozzi, soprattutto in occasione della rivoluzione capeggiata
da Masaniello, durante la quale si
portò con la folla davanti al Castello
dei Cavaniglia, dichiarando decaduta la feudalità. Fu molto stimato e
amico della regina Cristina di Svezia
settembre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
che, come si sa, rinunciò al trono e
venne in Italia. Fra le tante peripezie
non mancò quella d’essere ritenuto
ateo, rischiando la stessa fine che
avevano fatto un po’ di anni prima
Giordano Bruno e Tommaso Campanella. Fu infatti processato e assolto dopo la morte. Gamba 1836.
Vinciana 1478. DBI XVIII, 257.
cattedrale. L’opera comprende anche un’appendice bio-bibliografica
sugli «Architetti e Ingegneri stipendiati dalla Veneranda Fabbrica» e
una cronologia degli Arcivescovi.
Davila, Enrico Caterino (1576
-1631). Historia delle guerre civili di
Francia, di Henrico Caterino Davila,
nella quale si contengono le operationi di
quattro re Francesco II. Carlo IX. Henrico III. & Henrico IIII., cognominato il
Grande. Con l’indice delle cose più notabili, licenza de’ superiori, e privilegi.
Venezia, Tommaso Baglioni, 1630.
Prima edizione. Arrigo Caterino Davila (1576-1631), militare,
scrittore e storico italiano, passò alcuni anni alla corte di Parigi. Nel
1599 tornò a Padova e si mise al servizio della Repubblica di Venezia. Ebbe incarichi militari che gli fruttarono ricompense e l’onore di stare vicino al Doge ogni volta che questi faceva interventi al Senato. Il Davila morì assassinato vicino a Verona, durante il viaggio da Venezia a Crema, inviato dalla Repubblica come comandante della guarnigione. Leopardi
nella sua Crestomazia italiana loda il
Davila. Autori italiani del Seicento I, n.
569.
Gallo, Agostino (1499-1570).
Le dieci giornate della vera agricoltura,
e piaceri della villa. Di M. Agostino
Gallo, in dialogo. Venezia, Giovanni
Bariletti, 1566.
L’opera, pubblicata per la prima volta nel 1564 a Brescia, conosce
l’immediato successo, che nel Cinquecento si traduce nella ristampa
abusiva, a Venezia, di una successione di edizioni che sottraggono all’autore ogni guadagno. Costretto
dalle abitudini dei librai veneziani,
l’autore bresciano amplia, per ripubblicarla, l’opera, che si converte
prima nelle Tredici giornate, la cui seconda edizione porta un’appendice
di sette giornate, che in un’edizione
successiva sono ricomposte, nel
1572, secondo un piano espositivo
nuovo, nelle Venti giornate. Autentico teorico delle nuove colture foraggere, Gallo propone la prima analisi
razionale della tecnologia casearia
lombarda, la tecnologia del formaggio grana, unica nel vastissimo panorama caseario europeo. Una prima edizione illustrata risale al 1569.
Adams G 156ss.; Brunet II, 1467;
Mortimer 205 (nota).
Franchetti, Gaetano. Storia e
descrizione del Duomo di Milano esposte da Gaetano Franchetti e corredate di
XXX tavole incise. Milano, Giovanni
Giuseppe Destefanis, 1821.
Prima edizione di un’importante opera dedicata alla storia del
Duomo di Milano, corredata da 30
belle tavole che illustrano vedute e
dettagli architettonici della celebre
Lull, Ramón (1232/12361315); Bruno, Giordano (15481600); Agrippa, Henri Corneille
(1486-1535); Valerio da Venezia
(15..-1618). Raymundi Lullii Opera
ea quae ad adinventam ab ipso artem
universalem, scientiarum artiumque
omnium brevi compendio, firmaque
memoria apprehendendarum, locupletissimaque vel oratione ex tempore per-
69
tractandarum, pertinent. Ut et in eandem quorundam interpretum scripti
commentarii, quae omnia sequens indicabit pagina, et hoc demum tempore
conjunctim emendatiora locupletioraque non nihil edita sunt. Accessit Valerii
de Valeriis patricii Venetiaureum in artem Lullii generalem opus: Adiuncto
indice cum capitum, tum rerum ac verborum locupletissimo. Strasburgo,
eredi di Lazarus Zetzner, 1617.
3 tabelle ripiegate f.t., 1 tavola
xilografica nel testo e più di 60 schemata nel testo. Terza di quattro edizioni stampate da Zetzner contenenti l’opera omnia di Lull e in realtà
ristampa di quella del 1609. Contiene anche opere di Giordano Bruno:
De specierum scrutinio (p. 667-680),
De lampade combinatoria Lulliana (p.
681-734), De progressu e De lampade
venatoria logicorum (p. 737-786).
Esemplare postillato da diverse mani contenente anche riferimenti all’edizione critica lulliana curata da
Ivo Salzinger nel 1721. Nota di possesso del professore di economia Johannes Beckmann (1739-1811)
presso l’Università di Gottinga in
data del 1787. Rogent-D. 180 und
207. Palau 143.678. Salvestrini
(Bruno) 3. Wellcome I, 3908. Dorbon 2793. Ferguson II, 49.
Machiavelli, Niccolò (14691527). Nicolai Machiavelli Florentini
Princeps, ex Sylvestri Telii Fulginatis
traductione diligenter emendatus. ...
Quibus denuo accessit Antonii Possevini
iudicium de Nicolai Machiavelli &
Ioannis Bodini scriptis. Francoforte
sul Meno, Lazarus Zetzner, 1608.
Prima edizione uscita dai torchi di Zetzner. Una seconda edizione di Zetzner viene stampata nel
1622. L’opera segue la traduzione di
Sylvester Telius con una nuova ap-
70
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2010
pendice di Antonio Possevino.
Petracchi, Celestino. Vita di
Arrigo di Svevia re di Sardegna volgarmente Enzo chiamato all’E[minentissi]mo e R[everendissi]mo signore Filippo
Maria Monti della Santa Romana
Chiesa cardinale meritissimo da d. Celestino Petracchi dedicata. Faenza, Ballanti & c., 1750.
Prima edizione. Enzo di Sardegna, Heinrich di Svevia (12201272), era il figlio naturale di Federico II di Svevia e di Adelaide di Urslinghen. Fu re del Regno di Torres
dal 1241 al 1272. Soprannominato il
Falconetto per la grazia e il valore,
amava, come il padre, la falconeria e
aveva numerosi interessi culturali. Si
attribuiscono comunemente a Re
Enzo quattro componimenti (due
canzoni, un sonetto e un frammento
probabilmente di canzone), riconducibili alla tradizione poetica della
scuola siciliana, ascritti dai manoscritti che li tramandano a Rex Hentius, Rex enso, lo re Enzo. Celestino
Petracchi fu un monaco celestino
del Settecento noto soprattutto per
la sua Storia dell’insigne Abbaziale Basilica di Santo Stefano di Bologna.
Sacrobosco, Ioannes de (11951256). Sfera di Gio: Sacro Bosco tradotta, e dichiarata da don Francesco Pifferi
Sansavino monaco Camaldolese, e matematico nello Studio di Siena. Al serenissimo don Cosimo Medici gran principe di
Toscana con nuove aggiunte di molte cose
notabili, e varie demostrazioni utili, e dilettevoli, come nella seguente tavola si vede. Siena, Silvestro Marchetti, 1604.
Ritratto dell’autore a piena pagina entro medaglione sul verso della
carta a4. Numerose illustrazioni xilografiche nel testo. Prima e unica edizione a cura di Francesco Pifferi che
dal 1587 al 1588? insegnò all’Univer-
sità di Pisa e dal 1600 fu docente di
matematica (e astronomia) a Siena.
Nella prefazione ai lettori, Pifferi dichiara di presentare una versione italiana per facilitare la lettura per il
pubblico con scarsa conoscenza del
latino: «Rispetto alla lingua Latina,
da loro poco, o nulla intesa. Ho però
meco medesimo pensato di dover
porger loro quell’aiuto, che per me si
può il maggiore, scrivendo in questa
nostra comune favella il presente
trattato, o comento di essa: Poiche latinamente n’hanno con alto stile, e
copiosamente scritto il M.R. padre
Clavio. Il Giuntino, lo Stofelino, &
altri singolari huomini». Ignora
completamente la presenza di edizioni in volgare precedenti a cura di
Mauro da Firenze, Danti e Giuntini.
Spedalieri, Nicola (17401795). Ragionamento sulla influenza
della religione cristiana nella società civile recitato in Arcadia per la ricuperata
salute di Pio Sesto pontefice massimo da
Nicola Spedalieri siciliano. Roma, Michelangelo Barbiellini, 1779.
Prima edizione di questo saggio poco conosciuto nel quale Spedalieri, contestando lo spirito illuministico, difende la religione, unico
principio in grado di raggiungere gli
scopi posti dagli illuministi: «Esclamano tutti concordemente, che la
grande opera della Politica consiste
nel congiungere, con indissolubile
nodo, l’interesse de’ privati con quello del Pubblico. Noi sappiamo, al par
di essi, quanto sia questa unione importante; crediamo bensì di aver ragione di lagnarci, che gli umani sistemi non sieno a ciò fare valevoli» (p.
IX-X). Come avrebbe infatti sostenuto nella sua opera più celebre (De’
diritti dell’uomo libri VI, 1791), «assume la difesa del fondamento natural-
mente cristiano dei diritti dell’uomo
proclamati dalla Rivoluzione francese (della quale denunzia il carattere
deistico e ateo), e riconosce la sovranità popolare come fondamento del
potere del governo» (Diz. Enc. It. XI,
p. 542). Spedalieri, inoltre, riconosce
«la liceità della deposizione del sovrano ingiusto» (DBI XXII, p. 697).
Tasso, Torquato (1544-1595).
La Gierusalemme liberata di Torquato
Tasso con le figure di Bernardo Castello; e
le Annotationi di Scipio Gentili, e di
Giulio Guastavini. Genova, Girolamo Bartoli, 1590.
Prima edizione illustrata con
disegni di Bernardo Castello e incisioni di Agostino Carracci e Girolamo Franco, e anche prima edizione
con i commenti di Scipione Gentili e
Giulio Guastavini. Esemplare con la
variante presente anche nella copia
Hofer: «debbiano» (canto 4, stanza
1, linea 2; C2r) e «stimate» (canto 5,
stanza 4, linea 1; C8v) invece di «debbano» e «stimata». Frontespizio racchiuso in bordura architettonica
contenente il ritratto di Tasso in ovale e un cartiglio con vedutina di Genova. All’inizio di ciascun canto
un’incisione a piena pagina, e «argomento» entro cartiglio xilografico.
Legatura amatoriale in pieno marocchino oliva (firmata Charles Capé,
1806-1867). Copia marginosa, appartenuta all’Earl of Mexborough e a
Giovanni Treccani degli Alfieri (ex
libris e timbro a secco, accompagnato da un foglio sciolto con note manoscritte italiane, probabilmente
dalla mano di Giovanni Treccani,
contenenti informazioni su Agostino
Carracci e Bernardo Castello prese
dalla Felsina Pittrice). Malvasia, Felsina Pittrice, I, 98. Mortimer Italian,
494. Brunet V, 665. Adams, T243.
la Biblioteca di via Senato
Milano
la Biblioteca di via Senato
Milano
mensile
anno II
n.1 – gennaio 2010
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via Sena
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gratuitamente presso la sede
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La sòla bibliofila
più nota di tutti
i tempi e i nostri
libri mai scritti
Francesco Lumachi, Annette
Popel Pozzo e Matteo Noja
anno II braio 2010
n.2 – feb
I cinque sensi
nella lettura
della Divina
Commedia
mensile
Chiara Nicolini
la Biblioteca di via Senato
mensile
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Una mos io,
per Curz tuale
l’intellet no
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Serra
anno II
n.3 – marzo 2010
Mostra
La XXI Antico
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del Libr
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la Biblio Milano
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anno II lio/agosto 201
n.7 – lug
Bosco
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Libreria el Pozzo
mensile
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Pasolini: l’affaire
“Petrolio”,
e una mostra
di scatti e libri
Luigi Mascheroni
e Matteo Tosi
Dopo 30 anni ,
una nuova bio
di Malaparte?
Giordano Bruno Guerri
I furti di
Napoleone
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Chiara Bonfatti
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La biblio e Micheli
Mario D nato
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Michel
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l Duce:
I diari degerarchi
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Matteo Mariani Con
e Laura
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72
la Biblioteca di via Senato Milano – settembre 2010
La pagina dei lettori
Bibliofilia a chiare lettere
Le vostre iniziative in BvS e la musica al Teatro di Verdura
So che la Fondazione Biblioteca di
via Senato ospita spesso editori che presentano le proprie novità o conferenze
d’arte e vorrei chiedere se è eventualmente disponibile a ospitare anche mostre esterne o se gli spazi espositivi sono
esclusivo appannaggio dei materiali
della Fondazione.
Enrico Balboni
ricevere le dieci uscite annuali di queste
vostre pagine in abbonamento direttamente a casa propria. Mi chiedevo, però, se la cosa partisse già da subito o se si
debba attendere il nuovo anno solare
Stefano Mangili
L’abbonamento gratuito al
nostro “bollettino”, per cui chiediamo ai lettori di sostenere esclusivamente le spese di spedizione è
sottoscrivibile a partire da qualsiasi momento dell’anno, e sarà
sempre valido per i dieci numeri
successivi. Già da questo numero,
comunque, ritrova la nostra proposta di sottoscrizione accompagnata da un apposito coupon con
tutte le informazioni del caso.
Certo, compatibilmente con
la nostra programmazione, diamo
disponibilità a valutare e succesivamente a ospitare altre iniziative, purché rientrino nell’ambito di
attività culturali. Le più interessanti di queste potrebbero anche
essere “sposate” dalla Biblioteca
stessa, aiutando e partecipando alla buona riuscita dei vari eventi.
Lo scorso giovedì 9 settembre ho
partecipato allo spettacolo del Teatro di
Verdura dell’opera buffa del “Barbiere
di Siviglia”. È stata per me una piacevolissima sorpresa che, pur uscendo dal
canone di un teatro fatto di letture e libri in scena quale è il vostro, è riuscita a
regalare freschezza e ilarità. Perché
non proporre più spesso serate come
questa e come quella delle bravissime
Sorelle Marinetti?
Giulia D’Enrico
Prendiamo nota e saremo lieti di ripetere una simile esperienza
qualora trovassimo risorse e pro-
Se volete scrivere:
[email protected]
Tutti i numeri sono scaricabili
in formato pdf dal sito
www.bibliotecadiviasenato.it
getti particolari che possano offrire
un valore aggiunto a una rassegna
che, come lei stessa notava, mantiene però come proprio filo conduttore quello delle letture di testi
prettamente letterari.
Ho letto sul numero di luglioagosto della vostra rivista il lancio di
una nuova iniziativa che consente di
Lavoro per un piccolo museo che
in passato ha ospitato più di una mostra
a cura di Mario De Micheli e mi piacerebbe organizzare una sorta di retrospettiva del suo “operato” nel territorio
lombardo e dell’Altomilanese in particolare. Volevo sapere se era possibile ricevere in prestito per l’occasione alcuni
materiali dal fondo recentemente acquisito dalla vosta Biblioteca
Andrea Cavalli
Di fronte al progetto di un
evento ben organizzato e di buono
spessore culturale, la nostra Fondazione sarà ben lieta di mettere a
disposizione i propri documenti.
SHARON STONE WEARS ROSE COLLECTION - WWW.DAMIANI.COM
MILANO: VIA MONTENAPOLEONE • ROMA: VIA CONDOTTI • FIRENZE: VIA DE’ TORNABUONI • VENEZIA: SALIZADA
SAN MOISÈ SAN MARCO • NAPOLI: VIA FILANGIERI • PORTO CERVO: PIAZZETTA PORTOCERVO • TORINO:
VIA ROMA • VERONA: VIA MAZZINI • BOLOGNA: VIA FARINI • IN TUTTI I NEGOZI ROCCA E IN SELEZIONATE GIOIELLERIE
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