SPAZIO CHIOSTRO
ASSOCIAZIONE CULTURALE “TURBA”
1938-39-40
La nascita della Turba moderna
Testimonianza inedita di Don Domenico Luchetti
Copione originale di Dante Bianchi
Cantiano, Agosto 2010
“…La Turba, che fino al 1939 altro
non era che una semplice
manifestazione coreografica dei
personaggi che partecipano alla
Passione di Cristo, è assurta
quest’anno al fastigio di una vera
e propria rappresentazione
drammatica con la partecipazione
di 25 attori e di 90 comparse:
rappresentazione essenzialmente
sacra e squisitamente artistica
come dovette essere nei secoli
scorsi per opera dei padri, che la
religione profondamente
conoscevano ed il senso artistico
avevano eccezionalmente
sviluppato. Ed ecco che
nuovamente il popolo riprende le
antiche tradizioni: ed ecco che gli
operai ridiventano artisti per
calcare le orme dei padri…”
PRESENTAZIONE
Rendiamo noto con questo fascicolo, il commento dettagliato della Turba del
1940, l’edizione in cui per la prima volta con l’allestimento delle scenografie e la
stesura di un preciso copione si giunse a realizzare una vera e propria sacra
rappresentazione. Lo facciamo in quest’anno 2010, già segnato dalla
pubblicazione del libro “La Turba” di Dante Bianchi, attraverso le parole che don
Domenico Luchetti (1888-1955) ebbe a scrivere ad un suo amico cantianese in
quei giorni lontano dalla sua terra.
Don Domenico, rettore della chiesa di S. Ubaldo prima, quindi priore di S.
Nicolò dal 1932 fino alla scomparsa, oltre ad essere con le parole di mons. O.
Rogari “sacerdote degnissimo per virtù e sapere“, fu cultore sapiente e studioso
attento della storia e delle tradizioni locali. I suoi scritti, Luceoli del 1933 e
Notizie Storiche su Cantiano a cura di G. Guglielmi del 1969, costituiscono
tutt’oggi una fonte preziosa di informazioni.
Come rettore della chiesa di S. Ubaldo fu per anni il depositario alle funzioni
del Venerdì santo e alla processione del Cristo morto e dovette tenere in grande
considerazione e amore la “Turba” che in quel luogo aveva la sua storica
collocazione. Nel testo del Bianchi lo troviamo, nel 1916, a chiedere alle preposte
autorità civili il permesso per la realizzazione della processione con Turba.
Nella esposizione, la sequenza delle scene viene fedelmente descritta e
commentata annotando anche i minimi particolari ed alla fine, entusiasta come
tutti i cantianesi per la grande novità e per la perfetta esecuzione, non riesce a
congedarsi senza un afflato patriottico frutto di un amore sincero ed appassionato.
Come appendice allo scritto, si è voluto inserire il copione originale del 1940
trascritto dal maestro Bianchi su di un quaderno d’epoca, la cui copertina
costituisce anche la veste grafica di questo interessante opuscolo.
Cantiano, agosto 2010
Maurizio Tanfulli
(Presidente Associazione Culturale Turba)
Si ringraziano gli amici Matteacci Alvaro, Brunelli Giovanna e Scatena Roberta per aver
contribuito alla conoscenza e divulgazione di questo documento
VENERDÌ SANTO 1940 - ORE 16. Un sole splendente primaverile dà una insolita
animazione a tutte le cose mentre i lenti rintocchi delle campane (particolarità di
Cantiano) annunciano la morte di Gesù. Mentre la più fulgida creatura di Dio
trionfa, Gesù, figlio di Dio muore per compire l’opera della redenzione.
Il suono lugubre delle campane si ripercuote nelle più intime fibre dell’anima
e la fanno sussultare di profonda commozione alla memoria della divina tragedia
del Golgota.
La funzione delle Tre ore di agonia che si celebra fin dal 1803 nella devota e
raccolta chiesa di S. Ubaldo, è terminata. La gente commossa per la rievocazione
del memorando testamento di Gesù, discende dal colle che stranamente ma
veramente rassomiglia al Calvario, e va ad unirsi alla folla che fa ressa per le vie e
per le piazze di Cantiano e si riversa nei pubblici esercizi.
Tutto questo immenso popolo, di cui non sappiamo dare il numero preciso,
richiamato da un manifesto dell’O.N.D. (opera nazionale dopolavoro) è accorso a
Cantiano dalle campagne, dai paesi e dalle città vicine delle Marche e dell’Umbria
per assistere alla tradizionale rappresentazione della Turba.
La Turba, che fino al 1939 altro non era che una semplice manifestazione
coreografica dei personaggi che partecipano alla Passione di Cristo, è assurta
quest’anno al fastigio di una vera e propria rappresentazione drammatica con la
partecipazione di 25 attori e di 90 comparse: rappresentazione essenzialmente
sacra e squisitamente artistica come dovette essere nei secoli scorsi per opera dei
padri, che la religione profondamente conoscevano ed il senso artistico avevano
eccezionalmente sviluppato. Ed ecco che nuovamente il popolo riprende le
antiche tradizioni: ed ecco che gli operai ridiventano artisti per calcare le orme dei
padri.
E’ qui da notare che Cantiano, primo paese della provincia di Pesaro venendo
per la Flaminia dall’Umbria e sottoposto alla giurisdizione ecclesiastica
dell’antichissima e celebre città di Gubbio, ha magnifiche tradizioni tanto nel
campo ecclesiastico quanto in quello civile, e i suoi cittadini sono dotati di
intelligenza pronta e volitiva per cui fino dai tempi più remoti riuscivano
ottimamente non solo nelle opere di guerra ma anche in quelle di pace, anzi uno
storico del sec.XVII, (il P. Cimarelli da Corinaldo nella “Storia del Ducato
d’Urbino”) afferma di essi che “non meno riescono ai traffichi et alle merci
industri che alla toga e all’arme sovramodo eccellenti.” Non è quindi a
meravigliarsi se in questa solenne e memoranda circostanza i Cantianesi,
intelligenti ed entusiasti, si sono accinti ad una impresa che ad occhio profano
avrebbe potuto sembrare superiore alle loro forze. Ma noi, che viviamo in mezzo
a questo popolo e che di lui conosciamo pregi e difetti, non potevamo
menomamente dubitare dell’esito magnifico che ha avuto la rappresentazione
drammatica del mistero sacro della Passione di Cristo.
2
Nei giorni scorsi uno stuolo volenteroso di operai di ogni categoria, lasciando gli
strumenti del mestiere, ha con impareggiabile diligenza e sollecitudine recato a
termine le costruzioni che, sorte come d’incanto in Piazza Luceoli, rappresentano
un lato del Tempio di Gerusalemme, il Pretorio con la Torre Antonia ed il
lussuoso alloggio di Erode: località dove si sarebbe svolto il processo e la
condanna di Gesù.
Si deve notare inoltre che la posizione topografica di Cantiano si presta a
maraviglia per la rappresentazione del sacro mistero.
Ormai il sole al tramonto annuncia una magnifica serata e i personaggi che
dovranno partecipare allo svolgimento dell’azione incominciano a comparire nei
loro paludamenti romani e orientali fra la folla che continua ad affluire da tutte le
vie che portano a Cantiano. Già i lumi si accendono, le case prendono l’aspetto
delle grandi occasioni, le finestre e i balconi sono fantasticamente infiorati e
illuminati e le vie del paese, hanno, ad intervalli, delle faci ardenti che accentuano
quel senso di arcano misticismo che pervade gli animi di tutti.
Ormai gran parte dell’immensa moltitudine si accalca nel suggestivo Parco
della Rimembranza dove si dà inizio all’azione.
PRIMO TEMPO. Sono le ore 20. Gesù (Rosati Remo muratore) esce con i suoi fidi
dal Cenacolo e si avvia all’Orto degli Olivi per la solita preghiera. Lascia in
disparte gli otto, s’inoltra con Pietro, Giacomo e Giovanni in luogo più raccolto,
raccomanda loro di vegliare e pregare e poi, allontanandosi ancora, si prostra in
profonda orazione. E mentre Egli trepida e lotta si ode di lontano un canto soave
che molce l’orecchio e infonde nell’animo una serena mestizia. Gesù si alza, desta
i tre che invece di vegliare si sono addormentati ed annuncia loro che il traditore
si avvicina. Giuda (Rosati Francesco muratore) si appressa, cerca fra le ombre
degli alberi il maestro con guardinga prudenza, lo individua, gli si avvicina di più,
lo saluta, … lo bacia. E Gesù con profonda tristezza ammonitrice gli rivolge la
parola: “Giuda, con un bacio tradisci il figlio dell’uomo?” Ma i soldati romani
condotti dal centurione (Costantini Ermino macellaio) pongono le mani addosso a
Gesù, lo legano e lo conducono dinanzi al Sinedrio mentre i discepoli sbalorditi e
atterriti si danno alla fuga.
Questo primo tempo è stato riprodotto con impeccabile perfezione da
autentici operai che, alla prova, si sono rivelati artisti bravi ed efficaci come se
avessero sempre fatto gli attori, mentre invece soltanto in questi ultimi giorni
hanno potuto alternare le ore di lavoro con quelle delle prove senza darsi
nemmeno un momento di svago e di riposo.
Ora tutta quanta la folla si riversa in Piazza Luceoli, nello sfondo della quale
sorgono le grandiose costruzioni raffiguranti una parte del Tempio, il Litostroto
con la Torre Antonia ed il sontuoso albergo di Erode. La parte centrale dunque è
costituita dal Pretorio costruito con alte colonne in stile dorico e con ampie
3
gradinate ricoperte di splendidi tappeti orientali di colori vivaci e sgargianti.
L’insieme delle costruzioni, che presenta un magnifico colpo d’occhio, occupa in
longitudine tutto lo spazio della piazza e per altezza arriva alle sommità dei
palazzi retrostanti e circonvicini.
SECONDO TEMPO. Alla folla raccolta nella vasta piazza va aggiunta tutta la
moltitudine dei cittadini che dai balconi e dalle finestre del municipio e dei
palazzi prospicienti attende con raccoglimento spasmodico lo svolgimento del
secondo tempo.
Sono le ore 20,30. Attraverso le vie Mazzini e IV novembre fanno ingresso in
piazza Luceoli preceduti dall’aquila imperiale e da un reparto di cavalleria, i
soldati ed il popolaccio che stringono da presso Gesù legato, spinto e maltrattato.
I Sommi sacerdoti Anna (Simoncelli Fortunato, scalpellino) e Caifa (Mignani
Luigi, falegname) circondati da scribi e farisei, si accingono a giudicare Gesù che
è loro presentato dai legionari romani. Qui il dialogo diventa di una drammaticità
impressionante e commovente; ma quando Gesù afferma di essere il figlio di Dio
allora i sacerdoti, stracciandosi per indignazione le vesti, lo proclamano reo di
morte e fra le urla del popolo che chiede la sua crocifissione, lo mandano a Pilato
perché pronunci la sentenza capitale.
Pilato (Rosati Eldo, falegname) riconosce l’innocenza di Cristo, vorrebbe
salvarlo dalle mani della folla assetata del suo sangue, difende ma sempre più
debolmente l’accusato; infine, udito che Gesù solleva il popolo avendo iniziato
codesto moto rivoluzionario dalla Galilea, apprende che Egli è Galileo e quindi
pensa di liberarsi da questo impaccio inviandolo ad Erode. Il lussurioso monarca
(Rosati Ottino, muratore) che è nel suo alloggiamento circondato da cortigiane e
da valletti, accoglie l’accusato con evidente curiosità, gli rivolge molte domande;
ma, deluso nella sua aspettativa per l’eloquente silenzio di Cristo, lo beffeggia, lo
deride lo tratta da pazzo e poi fra i clamori del popolaccio lo rimanda a Pilato. Il
quale frattanto, avendo avuto il messaggio dalla moglie, pensa di rimandare libero
Gesù, ma vinto dalle grida della folla: “se lo liberi non sei amico di Cesare”
lavandosi le mani consegna Gesù ai Giudei perché lo crocifiggano e manda libero
Barabba sedizioso ed omicida. Gli episodi del rinnegamento di Pietro (Fiorucci
Mariano, calzolaio) della flagellazione di Gesù, della disperazione di Giuda, che
spinto dal rimorso, prima, rende il denaro del tradimento ai sacerdoti, poi corre ad
impiccarsi, e del trionfo di Barabba completano il secondo tempo, che,
quantunque rappresentato con minor sentimento del primo, ha tuttavia la sua
profonda ripercussione nell’animo degli innumerevoli spettatori sulle ciglia dei
quali si veggono spuntare le lacrime di comprensione e di pietà.
4
TERZO TEMPO. Sono le ore 21. Ormai sta per scoccare l’ora fatale del sacrificio
supremo. Gesù in mezzo ai due ladroni, caricato della croce, accompagnato dalla
soldataglia dai sacerdoti e dal popolo sghignazzante si avvia al Calvario. Si
incontra con le pie donne, le conforta e le consola. Poi prende la salita del colle
con evidente spossatezza. Per via del Fiancale (che conduce in cima a Rocca
Gabrielli) illuminata da sinistre faci, il corteo snodandosi sale. Si scorgono da
Piazza Mercato e dal Piazzale Bartolucci, dove si è riversata tutta la fiumana di
popolo, le dolorose cadute del Martire Divino. E poi tutti i partecipanti alla
rappresentazione del sacro mistero entrano nella chiesa di S. Ubaldo per
ridiscendere con le confraternite e il clero in mesta e solenne processione mentre
sulla sommità del colle fra sinistri bagliori appaiono le croci dei tre giustiziati.
Dalle 21,30 alle 22,30, come coronamento della rappresentazione del sacro
mistero della Passione di Cristo, si svolge per le vie del paese devota e solenne la
processione. Il simulacro del Cristo morto antichissima opera d’ignoto autore,
adagiato su funereo cataletto, viene portato a spalla sotto un magnifico
baldacchino. Lo segue da presso la sacra immagine della Madonna Addolorata e
molto popolo orante e piangente chiude il funebre corteo. Ma nell’animo di tutti
brilla una dolce una cara speranza: l’epilogo tragico della vita di Cristo ha in sé il
germe della prossima resurrezione. Cristo col suo sacrificio ha distrutto la morte,
e agli albori di giorno novello uscirà dal sepolcro sfolgorante di gloria immortale.
Ormai è notte alta e l’animazione per le vie del paese comincia a diminuire.
La rappresentazione del mistero della passione di Cristo del 1940 ha voluto
ridare in forma dialogata, piana, facile e accessibile a tutte le intelligenze uno dei
drammi sacri più commoventi che con tanto sentimento con tanto sfarzo e con
tanta arte i nostri antenati rappresentavano sui sacrati delle Chiese e nelle piazze
delle città e dei paesi recitando per lo più le parti in ottava rima. Specialmente le
confraternite dei disciplinati avevano nelle nostre contrade il compito di
rappresentare al vivo la passione di Cristo, non solo a scopo puramente emotivo,
ma anche far motivo, non solo per commuovere, ma anche per educare l’uomo. E
qui, in Cantiano, fu precisamente la confraternita dei disciplinati che aveva sede
nella chiesa di S. Ubaldo e che fu trasformata da S. Bernardino da Siena nella
confraternita del Buon Gesù, che mantenne viva la tradizione antica fra le
deviazioni e le degenerazioni dell’Enciclopedia e della Rivoluzione.
Ed ora si deve al fascismo se le belle antiche cattoliche tradizioni del popolo
nostro riprendono vita e si riaffermano in tutto il loro splendore e la loro
efficienza. Anche questa è una prova della vitalità dell’attività e della saldezza
della razza: e i nostri padri, levando il capo dai loro sepolcri possono essere fieri
dei non degeneri figli e ripetere con evidente compiacenza: “buon sangue non
mente”.
5
Scarica

1938-39-40 La nascita della Turba moderna