2002
n. 09
PLinius
PERIODICO DI INFORMAZIONE DEL PARCO NAZIONALE DEL VESUVIO
Buon anno
con il Parco
Nazionale
del Vesuvio
all’interno:
Il Molise chiama
il Parco Nazionale
del Vesuvio risponde
22
>2
Capre per la conservazione della biodiversità
e la riduzione del rischio di incendio
>110
I vini di montagna si incontrano sull’Etna
>111
Un agriturismo di qualità
per lo sviluppo ecosostenibile del Parco
“Culinaria. Il gusto
dell’identità”: il Parco
alla rassegna romana
dei piaceri della tavola
Sommario
Buon anno
con il Parco
Nazionale del Vesuvio
>
03 editoriale
2003
PLinius n.009
primo piano
04 Culinaria: il gusto dell’identità
PERIODICO DI INFORMAZIONE DEL PARCO NAZIONALE DEL VESUVIO
Editore
Ente Parco Nazionale del Vesuvio
attualità
06 Il Molise chiama, il Parco Nazionale del Vesuvio risponde
09 “Mattone selvaggio” nel mirino del Parco
10 I vini di montagna si incontrano sull’Etna
Direttore responsabile
Gabriele Scarpa
Vicedirettore
Roberto Russo
Caposervizi
Carlo Tarallo
14
12
territorio
11
Redazione
Carmine Alboretti, Pasquale Cirillo, Michele Infante,
Riccardo Rossi, Giuseppe Ruggiero, Paolo Trapani
Hanno collaborato
Gennaro Biondi, Anna De Marco,
Gabriella N. M. Giudici, Vincenzo Peretti,
Gianni Reale, Amalia Virzo De Santo, Pino Valerio
Un agriturismo di qualità
per lo sviluppo ecosostenibile del Parco
14 Il Gigante buono testimone della storia
i comuni
del Parco
17 Massa di Somma,
Progetto grafico e impaginazione
Anna De Luca (Borghini & Stocchetti)
18
la città che ha vinto la furia del Vesuvio
ambiente
20 I rapaci notturni del Parco,
20 tra realtà e superstizione
Ricerca iconografica
Borghini & Stocchetti
Fotografie e illustrazioni
Per gentile concessione: Corpo Forestale
dello Stato/CTA del Parco Nazionale del Vesuvio,
Legambiente Campania, collezione Daniele,
Carlo Bifulco, Gino Menegazzi, Vincenzo Peretti,
Giovanni Romano
Archivio del Parco Nazionale del Vesuvio:
Gino Di Maggio, Antonio Lubrano Lavadera
Stampa
Alfa Tipolitografia
Via B. Longo, Napoli
speciale
Pubblicazione registrata Trib. di Nola n. 90 del 15/02/2002
Ente Parco Nazionale del Vesuvio
Piazza Municipio 8
80040
San Sebastiano al Vesuvio (Napoli)
Tel. 081.7710911
Fax 081.7718215
22 Pascolo, vegetazione e fuoco
23 Il Parco riqualifica il bosco Molaro
24 La capra napoletana
25
23
Presidente
Amilcare Troiano
educazione
ambientale
Vicepresidente
Oreste Sassi
Consiglio direttivo
Michele Balzano, Vincenzo Balzano,
Gennaro Biondi, Giuseppe Capasso,
Luca Ercolani, Giuseppe Maravolo,
Nicola Miranda, Pina Orpello, Orfeo Picariello,
Pasquale Raia, Amalia Virzo De Santo
26 Il vetro, una scelta… trasparente
tradizione
29 Cento candeline per la nonnina
del Vesuvio
30 Trecase e il miracolo di San Gennaro
28
Giunta esecutiva
Amilcare Troiano, Oreste Sassi, Michele Balzano,
Giuseppe Capasso, Pasquale Raia
Presidente Comunità del Parco
Luisa Bossa
Collegio Revisori dei conti
Aldo Spasaro (Presidente),
Gaetano Ceglie, Antimo Menale
29
31 dall’Ente Parco
Convenzioni, progetti, iniziative:
l’attività del Parco Nazionale del Vesuvio
32
33 le novità dagli altri parchi
Direttore generale
Carlo Bifulco
I Comuni del Parco:
Boscoreale, Boscotrecase, Ercolano,
Massa di Somma, Ottaviano, Pollena Trocchia,
Sant’Anastasia, San Giuseppe Vesuviano,
San Sebastiano al Vesuvio, Somma Vesuviana,
Terzigno, Torre del Greco, Trecase.
Stampato su carta ecologica riciclata
PLinius Anno II, numero 09/2002 - Tiratura 10.000 copie
editoriale
Foto di Gino Di Maggio (Archivio del Parco Nazionale del Vesuvio)
a favola del Natale, l’armonia e l’incanto che da sempre accompagnano gli ultimi
giorni dell’anno rivestono di una luce nuova anche il Vesuvio. Vista coi colori dell’inverno, la “montagna” assume una dimensione fiabesca, quasi sospesa tra il sacro e
il profano.
Una visita ai sentieri del Parco in questo periodo dell’anno, può regalare suggestioni
indimenticabili al turista che si inerpica sui fianchi del vulcano. L’atmosfera dei paesini
del cratere, poi, immersi nel calore della festa, tra l’odore dei caminetti accesi, il sapore
delle castagne cotte e le tante iniziative messe in cantiere per festeggiare l’evento della
Natività, è piú di un invito a godere la magia del Vesuvio. Un lasciapassare, insomma, per
godere fino in fondo dei disegni e delle storie di vita che solo la natura, con i suoi intrecci misteriosi, sa disegnare.
E sí che di vulcano si parla, nelle pagine di Plinius, ripercorrendo la storia dello “sterminator Vesevo” attraverso i secoli, fino ad approdare ad eventi piú o meno recenti, collegati all’esistenza stessa dell’ente Parco. Un viaggio attraverso i sapori della montagna,
dalla lava fermata dal patrono di Trecase, 100 anni fa, all’eruzione che seppellí Pompei ed
Ercolano immortalando un angolo dell’antica Roma, fino a passare attraverso la conoscenza di una specie animale rarissima, come la “capra vesuviana” che vive solo ai piedi
del vulcano e che è stata avvistata sempre con molta difficoltà da scienziati e studiosi.
Questo ed altro il Vesuvio sa offrire alla sua gente. Lui, che non ha mai smesso di affascinarci e al contempo, di terrorizzarci. Una simbiosi piú forte dei secoli, piú forte della
storia quella che lega i vesuviani alla “montagna di fuoco”, fatta di odio e amore, di distruzione e rinascita, di fuoco e ricchezza. Vesuvio, demiurgo di mille destini, ingegnere e
architetto dell’urbanistica dei suoi comuni, ispiratore di poesia e fonte di vita per contadini e agricoltori.
Solo chi ama il Vesuvio, simbolo del Parco, può capire quanto importante sia vivere in
stretto legame con la “montagna incantata”. Buona lettura a tutti e tanti, tanti auguri.
L
Gabriele Scarpa
<
Culinaria:
il gusto dell’identità
Il Parco Nazionale del Vesuvio
alla rassegna romana
dei piaceri della tavola
[•] di PAOLO TRAPANI
FOTO
DI
o scorso 30 novembre a Roma si è tenuta l’iniziativa
“Culinaria. Il gusto dell’identità”. Coordinata dalla società
Italia Media Eventi e sponsorizzata dal ministero delle Risorse
Agricole e Forestali, la manifestazione ha registrato una mas-
LL
04
PLinius
n. 09
2002
G. ROMANO-UFFICIO PROMOZIONE PNV
siccia partecipazione di espositori e visitatori. Uno dei principali protagonisti, come spesso
accade in questi casi, è stato il
Parco Nazionale del Vesuvio.
Nello stand appositamente allestito per esporre le varie prelibatezze vesuviane c’erano in prima
fila i pomodorini del piennolo,
le albicocche ed i vini, questi ultimi al centro peraltro del progetto denominato “strada del vino Vesuvio e del prodotti tipici
vesuviani”. Nello spazio riservato all'ente dell'oasi protetta del
vulcano anche altri prodotti tipici come il pane, il nocillo e le
produzioni conserviere come
quella della marmellata biologica. A tirare le fila dell’organiz-
zazione è stato il responsabile
dell’ufficio promozione del Parco del Vesuvio Giovanni Romano, che cura da vicino la presenza dell’Ente in questo tipo di
manifestazioni.
L’idea di fondo della manifestazione romana è stata il collegamento naturale che si crea tra
primo piano
la culinaria e l’identità nazionale e locale. In un opuscolo redatto da Giano Accame, filosofo e
teoretico, sono state ripercorse
le antiche tradizioni che caratterizzano l’Italia sul versante dei
piaceri ed i riti della cucina, del
bere come del mangiare. Non a
caso si citano il Satyricon di Petronio Arbitrio che tramandò le
degustazioni raffinate della cena
di Trimalcione e Celio Apicio
con il suo ricettario De re coquinaria scritto nel I secolo d. C.
Madre di tutte le citazioni, inoltre, risalente al 1100, quella delle raccomandazioni della regola
sanitaria salernitana che spiegava: «Se una grossa sbornia notturna ti ha fatto sentir male, fatti
un’altra bevuta la mattina dopo: ti
servirà da medicina. Bere solo acqua durante i pasti, provoca un’infinità di disturbi allo stomaco e
blocca la digestione».
Il viaggio nei sentieri della tradizione e la ricostruzione storica
dello scrittore Giano Accame
giunge fino al ‘900 e alle attenzioni culinarie degli intellettuali, di destra come di sinistra. Ecco allora da un lato la cucina futurista e dall’altra le iniziative
del Gambero Rosso e Slow Food.
Nel dicembre 1929 Umberto
Notari, editore pieno di idee e
progetti, diede vita a La cucina
futurista la cui supervisione era
curata da un comitato tecnicoscientifico composto, tra gli altri, anche dal padre del futurismo Filippo Tommaso Marinetti, dal poeta Paolo Buzzi, dal
pittore Carlo Carrà. Non a caso,
poco dopo, nacque il Manifesto
della cucina futurista. Tra gli elementi di maggiore spunto che
ha fornito l’evento romano di
“Culinaria. Il gusto dell’identità”
c’è sicuramente quello che ha vi-
>
sto confrontarsi i migliori chef
italiani: Corrado Fasolato del ristorante “La Siriola” di San Cassiano in Val Badia, Antonello
Colonna del ristorante “Anto-
nello Colonna” di Roma, Gianfranco Vissani del ristorante
“Vissani” di Civitella del Lago,
Alfonso Iaccarino del noto “Don
Alfonso” di Sant’Agata dei due
golfi. Ed ancora Fulvio Pierangelini del “Gambero Rosso” di
San Vincenzo di Livorno ed
Heinz Beck de “La Pergola” di
[•]
Roma.
05
PLinius
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> attualità
Il Molise
chiama,
il Parco
Nazionale
del Vesuvio
risponde
Aiuti concreti e solidarietà per le popolazioni colpite dal sisma dello scorso
autunno. Il Parco Nazionale del Vesuvio impegnato nella difficile operazione
di messa in sicurezza del patrimonio culturale dell’area molisana.
[•] di GIUSEPPE RUGGIERO
Foto di LEGAMBIENTE/PROTEZIONE CIVILE/BENI CULTURALI
II
06
PLinius
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2002
l Molise chiama, il Parco Nazionale del Vesuvio risponde.
Come è successo in occasione
del terremoto in Umbria o della
tragedia di Sarno. Dopo sole 24
ore dalla terribile terremoto che
ha colpito San Giuliano ed i comuni limitrofi, il Parco Nazionale del Vesuvio ha prontamente risposto all’appello del Gruppo di Protezione Civile di Legambiente in partenza per il
Molise nella difficile operazione
di messa in sicurezza del patrimonio culturale danneggiato
dal sisma. L’Ente Parco ha immediatamente messo a disposizione i fuoristrada e del personale per accompagnare i volontari di Legambiente della Campania nei luoghi del disastro.
Un intervento effettuato in 15
Comuni dell’area piú colpita dal
terremoto, con un risultato di
650 opere d’arte evacuate messe
in salvo in sole due settimane da
28 chiese e palazzi storici gravemente danneggiati. I volontari,
dopo aver attrezzato un deposito temporaneo individuato dalla
Soprintendenza, hanno rimosso, schedato, imballato e trasportato sculture, dipinti, arredi
sacri, tessuti e manufatti lignei
del XVI, XVII e XVIII secolo,
in stretta collaborazione con i
Vigili del Fuoco, con la Soprintendenza, con il Ministero per i
Beni Culturali ed il Dipartimento della Protezione Civile.
Un’opera di messa in sicurezza
importantissima, che ha permesso di salvare dalla perdita
importanti testimonianze storico artistiche del nostro Bel Paese, che per le popolazioni dei
piccoli Comuni molisani duramente colpiti dal Sisma rappresentano psicologicamente un
elemento importantissimo di
identità collettiva, simbolo di ritorno alla normalità dell'intera
comunità. «Ormai la collaborazione del Parco
Nazionale del
Vesuvio – commenta Simone
Andreotti, responsabile nazionale protezione civile Legambiente – è
divenuta indispensabile
e
collaudata, facendo si che il
Parco entri di
diritto tra gli
enti ormai accreditati in caso
di calamità dalla Protezione
Civile. I risultati sono stati evidenti – conclude Andreotti –
siamo riusciti a
recuperare il
piú possibile
delle ricchezze
di questi monumenti che non
solo hanno un
incommensurabile valore storico, ma soprattutto oggi, nei
piccoli centri
rappresentano
spesso luoghi di aggregazione,
attorno ai quali ruota la vita delle comunità locali». «Gli attestati di stima – dichiara Amilcare
Troiano, presidente dell’Ente
Parco Nazionale del Vesuvio –
della Legambiente e della Protezione Civile non possono che
farci piacere e ci stimolano a
continuare su questa strada. Il
sistema è ormai collaudato, in
poche ore siamo in grado di renderci utili per intervenire nelle
situazioni di pericolo». «La nostra scommessa – spiega Pasquale Raia, responsabile Aree
Protette di Legambiente Campania e componente del direttivo del Parco – è quella di orga-
nizzare un corso di formazione
specifico per responsabili protezione civile addetti al recupero e
messa in sicurezza dei beni culturali aperto ai cittadini, studenti, lavoratori dei comuni del
Parco, in modo da contare su
una squadra specializzata e preparata dell’Ente pronta a mobilitarsi ed intervenire per i soccorsi».
L’essere riusciti
a soli 20 giorni
dalla
prima
scossa a concludere il delicato intervento
sui beni culturali, senza essere di intralcio
alle operazioni
di soccorso sulla popolazione,
che rivestono
senza dubbio
una indiscussa
priorità, rappresenta
un
fiore
all’occhiello per l’intera protezione
civile nazionale, che dimostra di avere
una capacità di
coordinamento
sempre piú efficace, riuscendo a gestire
contemporaneamente tutte
le problematiche connesse
ad un evento
calamitoso di
massa
con
07
PLinius
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2002
< attualità
tempestività e accuratezza.
Un’operazione perfettamente
riuscita, elemento visibile e risultato di una crescita organizzativa ed aggregativa del settore
protezione civile di Legambiente che negli ultimi anni ha dimostrato capacità di radicamento sul territorio, di aggregazione
rivolta al mondo giovanile e di
operatività.
L’ottima gestione di questa
emergenza operata da Legambiente sancisce definitivamente
l’Associazione come un importante soggetto organizzato della
Protezione Civile Nazionale,
una scommessa cominciata cinque anni fa durante le tragiche
giornate del sisma in UmbriaMarche, che oggi può
senza dubbio considerarsi una scommessa
vinta.
Legambiente, Parchi
nazionali del Gargano, del Cilento e Vallo di Diano, del Vesuvio e Parco regionale
della Murgia Materana insieme per la
messa in sicurezza e i
recupero dei beni culturali colpiti dal terremoto. “Salvaguardare
la memoria di quei
luoghi per salvare l’identità delle popolazioni”, ecco l’impegno
dei volontari di Legambiente
che, col supporto logistico dei
quattro Parchi naturali, sono già
all’opera con la sovrintendenza
per censire i beni danneggiati e
pianificarne il recupero.
Dopo una prima fase di ricognizione fatta di sopralluoghi
col personale della Soprintendenza locale - si legge nella nota dell’Associazione ambientalista - per valutare danni e rischi
causati dal sisma, arriveranno da
tutt’Italia una cinquantina di
volontari (fra tecnici, falegnami,
disegnatori ed altri esperti) con
una preparazione specifica nella
gestione dei beni culturali.
«Stiamo lavorando con la Soprintendenza – ha spiegato Simone Andreotti, responsabile
del settore protezione civile di
Legambiente – per avere un
quadro organico dei danni causati dal terremoto al patrimonio
artistico dell’area colpita. Una
cinquantina di tecnici volontari
è stata allertata e verrà attivata
[•]
fra qualche giorno».
attualità
<
“Mattone selvaggio”
nel mirino del Parco
La Forestale sequestra una costruzione fuorilegge,
il Parco Nazionale del Vesuvio individua nuovi criteri d’intervento
per fare fronte al fenomeno dell’abusivismo edilizio.
[•] di PAOLO TRAPANI
P
U
rosegue senza soste e senza
tregua la lotta all’abusivismo
edilizio nell’area del Parco
Nazionale del Vesuvio. L’Ente
dell’area protetta, pur non essendo
un organo specificatamente “repressivo”, ma avendo l’abilitazione
ad adottare misure di ripristino
ambientale dei luoghi violati da
“mattone selvaggio”, ha scelto, attraverso l’individuazione di criteri
oggettivi, una scala di interventi
da avviare. Il Parco, d’altronde, è
tra i pochi soggetti istituzionali ad
avere già alle spalle una storia di
contrasto dell’abusivismo e di ripristino della legalità. Nonostante
la sua giovane età istituzionale, infatti, l’ente di San Sebastiano al
Vesuvio ha finora attuato oltre
venti abbattimenti. Si è quasi
sempre trattato di manufatti edificati abusivamente. Un’apposita
equipe di esperti, di recente, nell’ambito di un progetto di lotta
agli scempi perpetrati contro
l’ambiente e l’ecosistema, è stata
incaricata di individuare alcuni
criteri di valutazione per determi-
Agenti del Corpo Forestale dello Stato
del CTA Parco Nazionale del Vesuvio
nare le priorità di esecuzione negli
interventi di demolizione. L’Ente
Parco, però, non disponendo di
ingenti risorse finanziarie né di
una grossa struttura amministrativa (fattori preponderanti e funzionali ad acquisire e demolire tutte
le opere edilizie abusive e che risultano censite in 116 casi per il
solo primo semestre 2002), deve
inevitabilmente delimitare le proprie iniziative. Iniziative da avviare necessariamente per un numero
ridotto di casi. Tre i punti fondamentali indicati dagli esperti: pre-
liminare e preventiva
verifica dell’esecutività dei provvedimenti amministrativi, ovvero l’avvenuta
notificazione dell’atto ed il riscontro dell’inesistenza di ordinanze di revoca; localizzazione dell’abuso (cioè l’individuazione dell’area
nella quale l’abuso
ricade per verificarne
il grado di compromissione dell’interesse naturalistico);
gravità dell’intervento, costituito dalla
sua tipologia, oltre
che dalla superficie e
dal volume prodotti
in dispregio alle leggi. «Stiamo seguendo la linea della fermezza – dice il Presidente del Parco del
Vesuvio Amilcare
Troiano – e rispetto ai fenomeni
di illegalità la nostra vigilanza resta molto alta». Le buone notizie,
comunque, vengono anche dal
corpo forestale dello Stato che a
Terzigno ha sequestrato il mese
scorso una costruzione illegale di
700 metri quadrati. Gli uomini
capitanati dal colonnello Lucio
Russo hanno bloccato i lavori con
cui s’intendeva realizzare una
struttura per la ricezione turistica
che non aveva le autorizzazioni
comunali ed il nulla osta del Parco
[•]
del Vesuvio.
09
PLinius
n. 09
2002
> attualità
I vini di montagna
si incontrano sull’Etna
I “doc” del Parco Nazionale del Vesuvio protagonisti al concorso
internazionale che si tiene ogni anno alle falde del vulcano siciliano.
[•] di PINO VALERIO
n week-end all’insegna del
vino: a Linguaglossa, alle
falde dell’Etna, si è svolta
l’undicesima edizione del concorso internazionale dei vini di montagna. Una due giorni di esposizione durante la quale in particolar modo i vini dell’Etna e del Vesuvio hanno assunto il ruolo di
protagonisti di questa iniziativa
tutta incentrata sulle delizie di
Bacco. Di tutto rispetto il dibattito, che ha visto gli interventi di
Roberto Gaudio, coordinatore del
Cervim (Centro di ricerche per lo
studio e la valorizzazione dei vini
di montagna), Mariolina Besio,
membro del comitato tecnicoscientifico del Cervim, Pierre
Marie Tricaud, collaboratore
Unesco, Paolo Benvenuti, direttore associazione “Città del Vino”,
Amodio Pesce, enologo e coordinatore del progetto “Strada del vino Vesuvio”, Leonardo Agueci,
presidente Istituto regionale della
U
10
PLinius
n. 09
lizzazione fa
registrare continui passi in
avanti e che
prevede
la
creazione e la
segnalazione di
un vero e proprio circuito
enogastronomico all’interno delle zone
di produzione
a sinistra Nicola Miranda, componente del consiglio direttivo dell’Ente Parco
dei vini Doc
vesuviani. L’oVite e del Vino, e di Giuseppe biettivo dichiarato del progetto è
Castiglione, Assessore regionale quello di assicurare ad utenti e viall’Agricoltura e vicepresidente sitatori un ampia offerta di produdella regione Sicilia. Per il Parco zioni tipiche attraverso un itineraNazionale del Vesuvio ha preso la rio all’insegna dei sapori, delle
parola Nicola Miranda, compo- bellezze naturali e delle tradizioni
nente del consiglio direttivo del- storiche consolidate da secoli. Per
l’Ente. Al centro dei vari inter- passare alla fase operativa si attenventi e del successivo confronto le de solo il riconoscimento in sede
specificità dei vini locali, le politi- regionale.
[•]
che di salvaguardia e di tutela delle produzioni tipiche del territorio
e la viticoltura di montagna. Ed è
proprio la valorizzazione dei prodotti tipici, con il vino grande
protagonista, uno degli impegni
portati avanti dal Parco Nazionale del Vesuvio: promuovere la produzione locale significa infatti
compiere una operazione di grande rilievo culturale ma anche accompagnare le aziende del territorio lungo la strada del recupero
di spazi di mercato a livello internazionale. Non a caso la strategia
messa in campo dal Parco del Vesuvio mira a dar vita alla “strada
L’enologo vesuviano Amodio Pesce
del vino”, un progetto la cui rea-
territorio
>
Un agriturismo di qualità
per lo sviluppo
ecosostenibile del Parco
[•] di GENNARO BIONDI
T
T
utte le indagini condotte
negli ultimi anni sull’agriturismo segnalano
una forte impennata della domanda, sulla spinta di una crescente esigenza di “fare turismo” in maniera alternativa rispetto ai tradizionali modelli
alberghiero e balneare. Tale
tendenza si registra anche in
Campania, dove le aziende del
settore, pur aumentate sensibilmente nel corso degli ultimi
anni (attualmente sfiorano le
1200 unità), non appaiono in
grado di far fronte alle nuove
richieste. Esiste, dunque, un
ampio margine di crescita soprattutto in funzione delle caratteristiche specifiche della
domanda nazionale ed internazionale. Sulla base di queste
considerazioni abbiamo provato a verificare la propensione
verso il soggiorno in fattoria da
parte degli ospiti delle strutture alberghiere localizzate in alcune tra le località balneari piú
frequentate in Campania. L’indagine ha tenuto conto della
composizione del nucleo familiare, avendo cura di selezionare la famiglia tipo che manifesta sensibilità verso l’ambiente
naturale e la campagna. I risultati restituiti dalle interviste
realizzate nel corso della scorsa
estate offrono una serie di interessanti spunti che meritano
una qualche attenzione anche
in funzione della valorizzazio-
ne delle risorse ambientali del
Parco Nazionale del Vesuvio.
Innanzitutto il 65% degli intervistati ha manifestato un
forte interesse per il soggiorno
in ambiente rurale e tra questi
oltre la metà ha maturato almeno un’esperienza in un agriturismo. Ma l’elemento forse
piú interessante è rappresenta-
to dal fatto che la stragrande
maggioranza dei nuclei familiari stranieri ha dichiarato di
fermarsi in aziende agrituristiche della Toscana o del Trentino-Alto Adige per circa una
settimana alla fine del periodo
di soggiorno nelle località costiere della nostra regione. Tale
complementarietà nell’orga-
11
PLinius
n. 09
> territorio
12
PLinius
n. 09
nizzazione delle vacanze è direttamente collegata allo status
culturale ed al livello medio –
alto di scolarizzazione degli intervistati e alla conseguente
sensibilità per due aspetti specifici del turismo, l’ambiente
naturale e le risorse artisticoculturali. Non solo, ma ad una
domanda sulla disponibilità a
consumare in Campania anche
questa parte terminale del periodo di ferie, la risposta è stata decisamente positiva e
nella griglia delle
preferenze il Vesuvio si piazza immediatamente a ridosso della penisola
sorrentina e dell’area flegrea.
Letti in controluce tali linee di tendenza nei comportamenti dei turisti
si trasformano in
un potenziale fattore di sviluppo locale e regionale in
quanto esiste l’oggettiva possibilità
di intercettare un
flusso aggiuntivo di
clienti, attraverso la
predisposizione di
una offerta agrituristica di qualità.
Un altro elemento
da non sottovalutare è rappresentato
dalla diffusa propensione dei turisti
– soprattutto stranieri – a soggiornare in fattoria ( entro
20 km di distanza
massima dal mare)
e spostarsi quotidianamente
verso i centri balneari. Ciò garantirebbe, a loro parere, quelle
condizioni di tranquillità e
qualità ambientale che in molti centri della costiera appaiono mortificate dal caos urbanistico e della circolazione.
Fin qui l’analisi della domanda potenziale che indurrebbe
ad un giusto ottimismo circa la
possibilità di alimentare lo sviluppo locale su basi di sostenibilità ambientale che resta uno
dei cardini di tutta la politica
dei parchi e delle aree protette.
Si intravede, in altri termini, la
possibilità di coniugare sviluppo economico e salvaguardia
ambientale secondo un para-
digma culturale sempre piú
condiviso dalle comunità locali. Ma, come spesso accade
nella nostra realtà il passaggio
dalle enunciazione di valori alla definizione di specifiche
strategie di intervento risulta
molto difficoltoso e per molti
versi irto di contraddizioni,
equivoci e malcelate espressioni di tipo demagogico. Il problema sta, dunque, nella predisposizione di una offerta di
qualità che risponda alle esigenze di un’utenza la quale ha in
gran parte metabolizzato in positivo il valore dell’ambiente e
delle risorse artistico–culturali.
Al momento il sistema agrituristico vesuviano, cosí come
del resto quello regionale, non si esprime
su questi livelli, seppur manifesta una
certa effervescenza
che, però, andrebbe
epurata da alcuni
equivoci di fondo che
rischiano di comprometterne lo sviluppo
stesso. Il primo fra
tutti è rappresentato
dall’abuso della terminologia stessa, nel
senso che spesso si autodefiniscono aziende
agrituristiche delle
semplici trattorie in
campagna che nulla
hanno a che vedere
con i requisiti richiesti
dalla legge regionale
del 1984 e di quella
nazionale dell’anno
successivo ed anzi
creano in molti casi
una concorrenza sleale
rispetto ai ristoratori
tradizionali.
Piú in generale, dall’analisi della situazione
attuale emergono tre
ordini di problemi per
costruire un sistema
agrituristico di qualità
nell’area vesuviana.
territorio
Il primo riguarda il miglioramento aziendale e passa attraverso la promozione della cultura imprenditoriale alla quale
dovrebbe affiancarsi una forte
spinta verso la certificazione di
qualità delle aziende stesse e
verso una puntuale articolazione dell’offerta.
Un secondo ordine di problemi comprende i rapporti
esterni, ovvero quelli che legano le unità agrituristiche al
mondo della produzione e dei
servizi. In particolare va definita una strategia di valorizzazione del settore agroalimentare, attraverso la messa a punto
di tutta una serie di misure che
tengano conto della possibilità
di collegare la vendita e la produzione allo sviluppo della ricettività agrituristica.
Il terzo gruppo di problemi
riguarda la promozione di un
approccio istituzionale di tipo
innovativo al problema, il che
chiama in causa tutti gli attori
che, seppur a diverso titolo, de-
vono concorrere alla costruzione dello sviluppo locale e regionale. In questa direzione va
innanzitutto sollecitata la definizione di una nuova legge regionale per il settore che già
aveva superato con voto unanime l’esame della Terza Commissione nella scorsa consiliatura e che è stata successivamente bloccata per una serie di
non meglio identificati fattori
tecnici e politici. Essa deve tener conto, da una parte, della nuova impostazione della politica
agricola comunitaria e,
dall’altra, delle specificità dei nostri territori
rispetto alle coordinate
generali codificate nella Legge quadro nazionale. Con riferimento
alla nuova impostazione della PAC va sottolineato il carattere di
“multifunzionalità”
dell’agricoltura, ovvero
la tendenza a spostare
<
gli interventi a favore del settore primario dal momento
mercantile a quello di tipo
strutturale. Il passaggio dall’
agricoltura al mondo rurale offre la possibilità concreta all’agriturismo di superare il tradizionale stereotipo di “valore
ideologico” per assumere un
concreto “valore economico”
pur sempre in un quadro di
ecosostenibilità e salvaguardia
ambientale.
Per quanto attiene alla scala
locale un ruolo strategico può
essere svolto anche dal Parco
Vesuvio attraverso l’implementazione di specifiche politiche di
promozione nella sua strategia
generale di salvaguardia e promozione del sistema territoriale
di propria competenza. Si pensi,
per esempio, all’ attivazione di
corsi formazione per operatori
del settore, alla realizzazione di
un progetto pilota di certificazione della qualità agrituristica,
alla prospettiva di partecipare alla creazione di un itinerario
agrituristico locale, promuovendo ed incentivando la localizzazione dei servizi richiesti dalla
potenziale clientela (dalle attività sportive a quelle artigianali e
culturali). Il tutto nella prospettiva di intercettare quel flusso di
domanda potenziale che può offrire un contributo allo sviluppo
economico ed occupazionale
[•]
della nostra realtà.
13
PLinius
n. 09
> territorio
Il Gigante buono
testimone
della storia
Tra eruzioni terribili e lunghi periodi di riposo, ecco la storia
del vulcano che nel corso dei millenni ha forgiato i destini
di città, villaggi e intere comunità.
[•] di GIANNI REALE
FL
in dall’antichità il “monte”
che, con la sua maestosa
presenza simboleggia il
Parco Nazionale del Vesuvio, è stato temuto e rispettato
dalle comunità stanziate ai piedi
del vulcano, costrette a fare i con-
ti con la furia sterminatrice della
“montagna di fuoco”. Famoso in
tutto il mondo, il Vesuvio ha legato il suo nome ad alcuni degli
eventi eruttivi piú catastrofici della storia dell’umanità. Il complesso Somma-Vesuvio è un tipico
esempio di vulcano a recinto co-
stituito da un cono esterno tronco, il Monte Somma, con una
cinta craterica in gran parte distrutta all’interno della quale si
erge un cono ancora piú piccolo
rappresentato dal Vesuvio. Le due
sezioni sono separate da un
profondo avvallamento denomi-
Gran Cono
Foto Gino Di Maggio (Archivio E.P.N.V.)
Bomba vulcanica (In alto)
Foto Gino Menegazzi
territorio
Gran Cono
del Vesuvio
(1281 m.s.l.m.)
Punta Nasone
(1132 m.s.l.m.)
>
Cognoli
Atrio del Cavallo
(831 m.s.l.m.)
Valle del Gigante
(885 m.s.l.m.)
Valle dell’Inferno
(830 m.s.l.m.)
Illustrazione Antonio Lubrano Lavadera (Archivio E.P.N.V.)
nato Valle del Gigante, un tempo
l’antica caldera del vulcano. La
Valle del Gigante è suddivisa, a
sua volta, in Atrio del Cavallo
(ovest) e Valle dell’Inferno (est).
Sentiero che conduce al cratere
Foto Gino Di Maggio (Archivio E.P.N.V.)
Lava a corda
Foto Gino Di Maggio (Archivio E.P.N.V.)
Cratere del Vesuvio
Foto Gino Di Maggio (Archivio E.P.N.V.)
Il recinto del Somma appare ben
conservato nella parte settentrionale. La furia del vulcano, infatti,
lo ha sempre risparmiato in
quanto ben protetto dalla parete
interna che ne ha impedito il
flusso dei torrenti di lava. Profondi valloni, prodotti dall’erosione
delle acque pluviali, solcano i
pendii del Somma, disegnando
solchi lunghi come ferite. Il vecchio orlo craterico è un susseguirsi di cime ben disegnate nominate “cognoli”. Mentre l’altezza e il
profilo del Monte Somma si sono
conservati uguali nel corso dei secoli, l’altezza ed il profilo del Vesuvio hanno subito, all’opposto,
variazioni notevoli a causa delle
eruzioni che si sono susseguite,
con innalzamenti ed abbassamenti del cono. Il Vesuvio è un
caratteristico vulcano poligenico
e misto, vale a dire costituito dall’addensarsi di lave di composizione chimica diversa. La sua superficie è formata sia da colate
magmatiche, sia dal deposito di
materiale piroclastico. Tutte le
zone alle falde del Vesuvio possono considerarsi formate dal ter-
Punta Nasone
Foto Gino Di Maggio (Archivio E.P.N.V.)
riccio lavico trasportato a valle
dalla pioggia attraverso profondi
e stretti valloni detti alvei o piú
comunemente “lagni”. Gli alti argini, invece, sono formati da cumuli di scorie laviche ricche di silicio e potassio, materiale prezioso per la vegetazione.
LA STORIA DEL VESUVIO
Il primitivo monte Somma, antenato del piú moderno Vesuvio,
può dirsi nato all’inizio dell’era
quaternaria con un’eruzione di
trachiti. Altri due eventi eruttivi
si verificarono tra il 6000 e il
3000 circa a.C. e tra il 3000 e l’era cristiana. Sono questi gli eventi eruttivi piú datati dei quali si
15
PLinius
n. 09
2002
> territorio
Il Vesuvio prima del 79 d.C.
abbia traccia. Successivamente,
dopo un lungo periodo di quiete,
l’attività del Somma-Vesuvio si
manifestò con violente scosse di
terremoto che precedettero, a
partire dal 5 febbraio del 63 d.C.
(il sisma descritto da Seneca e
“raccontato” negli affreschi presenti all’interno delle case signorili pompeiane), la piú terribile e
tragicamente famosa eruzione
dell’agosto del 79 d.C., durante la
del 16 dicembre 1631, una delle
piú drammatiche dell’era moderna, che distrusse la maggior parte
dei villaggi situati ai piedi del vulcano, provocando piú di 40mila
vittime e un flusso migratorio
verso l’allora capitale Napoli da
parte delle popolazioni vesuviane
senza precedenti. In quella circostanza i torrenti di lava eruttati
dal cono raggiunsero il mare. Do-
1631, prima e dopo l’eruzione
po l’evento eruttivo del 1631, l’attività del Vesuvio ha seguito un
ciclo costante per tutto il XIX secolo. Si ricordano, infatti, le eruzioni del 1822, 1855, 1858, 1861,
1872. Seguirono, poi, altri parossismi che trasformarono completamente la sagoma del cratere definendone quello che è l’aspetto
Eruzione del 1872
16
PLinius
n. 09
quale furono sepolte da una spessa coltre di cenere, lapilli e lava le
cittadine di Ercolano, Pompei,
Stabia e tutti gli altri centri della
costa, tra cui Oplonti. Secondo
alcuni studiosi questa eruzione,
definita pliniana dal nome dell’antico storico che la descrisse,
diede origine all’attuale Gran
Cono del Vesuvio. Quella del 79
d.C. fu anche la prima eruzione
storicamente datata e documentata in una celebre lettera che Plinio il Giovane, che nella tragedia
aveva perso lo zio, il naturalista
Plinio il Vecchio, rimasto ucciso
dai gas a pochi passi da Stabia,
aveva scritto allo storico Tacito.
Tra le eruzioni successive si ricordano quelle del 202, 472, 685,
1036, 1139 e quella violentissima
Eruzione del 1906
attuale. Nel 1906, infatti, nel corso di una delle ultime eruzioni del
Vesuvio nell’età contemporanea,
il vulcano eruttò milioni di metri
cubi di lava, provocando un collasso del Gran Cono. Il cratere
perse cosí quel tipico aspetto di
“cono” tanto decantato nelle cartoline dell’epoca unitamente al
celebre pennacchio. L’ultima eru-
Eruzione del 1858
zione, in ordine di tempo, avvenne nel marzo del 1944, in piena
seconda guerra mondiale. In
quella circostanza il Vesuvio
espulse qualcosa come 21 milioni
di metri cubi di lava, distruggendo alcuni centri abitati come San
Sebastiano al Vesuvio, Cercola e
Massa di Somma. Trasportate dal
vento, le ceneri giunsero fino alle
coste albanesi. Da quel momento
il vulcano non ha piú dato sintomi di risveglio, sebbene le frequenti manifestazioni sismiche,
molte delle quali anche recenti,
siano lí a dimostrare che il “grande vecchio” dorme sonni tranquilli, ma che non è spento. Il
vulcano è oggi guardato a vista,
ed è sempre piú oggetto di studi approfonditi riguardo alla
previsione di probabili eruzioni.
Appartiene alla storia del vulcano, ma anche a quella della vulcanologia mondiale l’Osservatorio situato nella parte alta del
Comune di Ercolano, nel territorio del Parco Nazionale. Realizzato nel XIX secolo, primo al
mondo nel suo genere, l’Osservatorio può annoverare tra i
suoi direttori personaggi della
scienza del calibro di Palmieri,
[•]
Melloni e Mercalli.
Eruzione del 1944
i comuni del Parco
Massa di Somma
>
La città che ha vinto
la furia del Vesuvio
Massa di Somma è il piú piccolo tra i comuni del Parco. Autonoma dal 1988,
nel corso dei secoli la cittadina ha subito piú volte la furia del vulcano.
Nello stemma del comune la voglia di reazione dei massesi di fronte ai disastri
provocati dalle eruzioni. Una reazione sottolineata dal motto posto in calce
allo scudo: “Tenaciter restitui”, tenacemente ho ricostruito.
[•] di GABRIELE SCARPA
M
L
assa di Somma è il piú
piccolo tra i comuni
del Parco Nazionale
del Vesuvio, con i suoi
6.016 abitanti, ed anche il piú
22 marzo 1944, la chiesa dell’Assunta
giovane in assoluto tra i “magnifici 13”. Sulla sua carta d’identità,
infatti, si legge la data dell’autonomia: 4 maggio 1988. Quattordici anni appena per un municipio che pure vanta origini antichissime. Massa sorge a quota
196 metri sul livello del mare e si
estende su una superficie di 3,5
kmq sui ripidi pendii boscosi del
Monte Somma, stretta tra San
Sebastiano al Vesuvio, Cercola,
Pollena-Trocchia e Ercolano,
proprio di fronte al fosso della
17
PLinius
n. 09
2002
> i comuni del Parco
Massa di Somma
Le rovine dell’antica chiesa dell’Assunta
18
PLinius
n. 09
Vetrana. Fino al 1988, la cittadi- rieri, l’insieme di fondi o poderi
na è stata una frazione di Cerco- coltivati da coloni e servi affidati
la. Poi, in quell’anno, una legge a un conductor o actionarius che,
regionale ha ripristinato l’antico intorno al X secolo, finirono per
comune di Massa (Università fin trasformarsi in feudi. Massa e i
dal medioevo) che nel 1877, con suoi abitanti fanno la loro comdecreto regio, era stato autorizza- parsa, per la prima volta in via ufto ad assumere la denominazione ficiale, su alcuni documenti del
di Cercola. Il primo sindaco del X sec. e dell’età angioina (XII
ricostituito comune è stato il pro- sec.). Il villaggio seguí le sorti di
fessor Oreste Sassi, attuale vice- Somma Vesuviana di cui fu casapresidente del Parco Nazionale le dal medioevo fino agli inizi
del Vesuvio che in otto anni di dell’800 pur conservando una
amministrazione ha trasformato questa ex
frazione, priva
di ogni servizio
essenziale, in
una cittadina
dignitosa che
non ha nulla da
invidiare ai comuni circostanti. L’area su cui
oggi sorge il
piccolo centro
urbano, abitata
fin dal I sec. a.
C., fu sede, in
epoca romana,
di numerose
ville rustiche
dedite alla produzione di vino
e olio. Lo stesso
Santuario di Santa Maria Assunta
toponimo
Fotografie di Borghini & Stocchetti
“Massa”, d’altronde, ricorda che il territorio, propria Università, un proprio
nei secoli dell’età di mezzo me- parlamento e propri ufficiali. Nel
dio, aveva una destinazione agri- 1806, con l’abolizione della sicola ed era intensamente coltiva- stema feudale nel Regno di Nato. Non a caso il termine Massa poli, sotto Giuseppe Bonaparte,
indica i grandi possedimenti ter- Massa si trasformò in comune
autonomo. Poi, in seguito all’eruzione del 1872 che distrusse
buona parte del centro storico, il
municipio fu trasferito a Cercola
e nel 1877, anche il nome di
Massa di Somma fu soppresso.
LA MAGIA DEL CENTRO STORICO
Il centro antico di Massa si sviluppò nel corso del 1400, intorno
alla chiesa parrocchiale di Santa
Maria Assunta. Come la maggior
parte delle comunità sorte nella
cinta del cratere, anche Massa di Somma ha
subito la furia
dello sterminator Vesevo. I destini della cittadina del monte
Somma sono
stati forgiati
dalla lava eruttata dal vulcano
nel corso dei
secoli. Particolarmente catastrofiche per i
destini massesi
le eruzioni del
dicembre 1631,
dell’aprile
1855, dell’aprile 1872 e del
marzo 1944.
Quest ’ultima,
in particolare,
causò la distruzione della chiesa
dell’Assunta, ancora oggi ridotta
a rudere. Un rudere, però, che
conserva intatto il suo fascino
nelle parti superstiti della struttura (abside e metà della cupola).
i comuni del Parco
Sessant’anni fa il torrente di fuoco circondò anche il seicentesco
campanile della parrocchia, rimasto, oggi, l’unico monumento
dell’antica comunità massese. Nel
1948, in quella che oggi è stata
ribattezzata piazza dell’Autonomia, è stato ricostruito il Santuario di Santa Maria Assunta. Il
tempio, a tre navate divise da altrettante arcate sorrette da pilastri, conserva nell’abside un altare barocco proveniente dall’antica
chiesa madre con un’effige che
raffigura la Patrona. La cupola,
sorretta da quattro pennacchi,
mostra le immagini degli Evangelisti, mentre dalle sei finestre
che vi si aprono insieme agli altri
sei varchi aperti sulle pareti perimetrali della struttura, piovono
magici fasci di luce che illuminano l’interno. Nelle due navate minori si conservano alcune statue
di Santi in gesso dipinto. All’ingresso del Santuario, nella prima
cappella di destra, si può ancora
ammirare un altare recuperato
dalla chiesa distrutta dalla lava.
La facciata, in pietra bianca, è divisa in due ordini: la parte infe-
<
Massa che la furia del Vesuvio
non è riuscita a radere al suolo.
Caratteristico è il “largo lava” dove, nel 1944, il torrente magmatico eruttato dal cratere, in un
drammatico gioco di fuoco, ha
creato interi muri di materiale lavico, muta testimonianza dell’ultima catastrofe.
LO SCUDO E IL VESUVIO
Oggi il comune di Massa di
Somma ha un suo stemma che
raffigura, con una serie di simbo-
Piazza dell’Autonomia
riore, con l’ingresso dotato di
timpano e colonne aggettanti, la
parte superiore, abbellita da una
finestra semicircolare. Sulla destra del Santuario si erge il campanile suddiviso in tre piani. Proseguendo per via Marini, proprio
nel cuore della città, si giunge
nella zona piú affascinante di
Massa, a metà strada tra il Santuario e il Monte Somma dove
sorgono le case piú antiche di
Il Casino di caccia
in località La Castelluccia
li, l’avvenuta conquista dell’autonomia e la plurisecolare storia
della piccola cittadina. I luoghi e
le immagini scelti per raffigurare
lo scudo sono l’antico campanile
della chiesa di Santa Maria Assunta, distrutta dall’eruzione del
1944, circondato dal fiume di lava pietrificato; il Monte Somma e
la vite. Simboli che sintetizzano
gli aspetti piú importanti della genesi massese. Fra l’altro la grande
volontà di reazione da parte dei
cittadini di Massa di fronte ai disastri provocati dalla furia del Vesuvio è sintetizzata, in maniera
evidente, nel motto posto in calce
allo scudo: tenaciter restitui, (tenacemente ho ricostruito). La vite,
invece, ricorda ai massesi l’agricoltura fiorente e il lavoro incessante
dei contadini che coltivano i campi per produrvi l’uva catalanesca,
uno dei frutti piú richiesti e prelibati che cresce sulla fertile terra
[•]
vesuviana.
19
PLinius
n. 09
> ambiente
I rapaci
notturni
del Parco,
tra realtà
e superstizione
All’imbrunire, mentre gli altri animali si ritirano nelle loro tane,
ci sono creature che iniziano a vivere.
Veri e propri signori del buio, civette e gufi, accompagnati dall’etichetta
di uccelli portatori di sfortuna, sono anche degli abili cacciatori.
[•] di PASQUALE CIRILLO
A
20
PLinius
n. 09
2002
ll’imbrunire mentre
tutti gli animali si ritirano nelle loro tane o al
riparo delle foglie degli
alberi e dei cespugli aspettando
il nuovo giorno, altre “creature”,
nella notte, incominciano a “vivere” e iniziano la loro attività.
Sono i rapaci notturni, i veri
signori del buio, perfettamente
adatti a cacciare nell’oscurità, in
altre parole gufi, civette, barbagianni, assioli. Questi uccelli
non sono mai stati ben visti dalla gente che li ha considerati
sempre uccelli portatori di sfortuna. Il loro ordine, quello degli
Strigiformi, deriva dalla parola
latina strige, che significa strega.
Tale credenza incominciò a
diffondersi nel Medio Evo e ancora oggi, in molti, credono che
questi animali portino sfortuna
a chi ascolta il loro triste richiamo nelle ore notturne. A contribuire a questa nomea concorro-
no: il loro volo silenzioso, appena intravisto nelle sere di luna, il
loro richiamo cupo e malinconico e il loro aspetto non molto
rassicurante per via degli occhi
posti frontalmente (come gli esseri umani) che scrutano intensamente chi sta loro davanti.
Inutile dire che gli Strigidi
non portano sfortuna, anzi in
natura essi svolgono un ruolo
molto importante, quello di ridurre le popolazioni dei dannosi roditori.
Per cacciare durante le ore di
buio, bisogna avere una
vista
for-
Barbagianni
midabile, anche se poi non è cosí acuta come si crede. L’udito
invece, è molto importante e nei
rapaci notturni è molto sviluppato, tanto è vero che questi uccelli, sono in grado di localizzare nell’oscurità piú completa un
topo che si muove nel sottobosco. Gli occhi dei rapaci notturni hanno grandi pupille e una
retina ricca di cellule fotosensibili, il campo visivo è logicamente piu’ stretto di quello degli
altri uccelli che hanno gli occhi
posti lateralmente, ma hanno la
possibilità di ruotare il capo fino
a 270°.
Barbagianni, il nome deriva
dal disco frontale, che somiglia
ad una barba, il nome scientifico
“Tyto alba” indica il suo colore
chiaro (alba). Il suo verso assomiglia ad un sospiro. È specie
sedentaria nel Parco Vesuvio, il
numero è in netto aumento dall’istituzione del parco stesso,
grazie soprattutto al divieto assoluto di caccia. Il numero dei
ambiente
barbagianni aumenta nel periodo di doppio passo. I sessi sono
simili, la femmina talvolta si differenzia dal maschio per un disegno piú scuro su tutta la livrea.
Caccia esclusivamente di notte,
fanno parte della sua dieta piccoli mammiferi: topi ed arvicole
ma anche piccoli uccelli. Si costruisce il nido in cavità naturali, specialmente in ruderi abbandonati; depone fino a sette uova,
che cova per circa un mese.
Civetta,
il suo nome
la presenta
come la regina della notte
(’a ciucciuvettola) è l’uccello simbolo
del malaugurio per il suo
Civetta
richiamo che
sembra un lugubre pianto. È il
piú comune dei rapaci notturni
del Parco, ha un volo lento detto
“ad onda” perché intermittente
ad ali aperte e ad ali chiuse. Le
dimensioni ridotte e il capo
grande, in proporzione al corpo,
nettamente schiacciato superiormente, unitamente alla coda
assai corta permettono di solito,
la identificazione in natura di
questa specie. Rispetto ad un
Assiolo si riconosce per l’assenza dei ciuffetti sul capo e per le
dimensioni leggermente piú
grandi. Ha ali piuttosto brevi e
tondeggianti con volo rapido e
rettilineo. Il piumaggio è pressoché di un bruno scuro, nelle parti superiori, con macchiettature
bianche; bianco nelle parti inferiori con striature scure.
La civetta non fabbrica il nido,
si sceglie un albero cavo oppure
un muro a secco o una parete
rocciosa naturale. Depone le uova da 3 a 7, nel mese di aprile.
L’incubazione dura 28 giorni, i
pulcini lasciano il nido dopo circa un mese.
Gufo Comune, vive e nidifica
all’interno del Parco; massiccia
la sua presenza nel periodo del
doppio passo. Raggiunge i 40
cm, presenta due ciuffi auricolari bruno-nerastri e un disco facciale proprio dei rapaci notturni,
ha l’iride gialla con pupilla nera,
il manto del corpo ha fondo
arancio con screziature brunochiaro e bruno-scuro. I sessi sono simili. Ha abitudini esclusivamente notturne, il volo è lento
e silenzioso. Si ciba di roditori di
piccola taglia ed anche di piccoli uccelli, non disdegna rettili,
anfibi ed insetti. Il suo richiamo
è rappresentato da veri e propri
ululati e da voci lamentevoli. Depone fino a sette uova di colore
bianco, la femmina le cova per
circa un mese. Trascorre le giornate appollaiato tra i rami delle
conifere in posizione eretta.
Assiolo, dal nome scientifico
“Otus scops” che vuol dire gufocivetta, vale a dire gufo della
grandezza della civetta. È il rapace notturno piú piccolo del
Parco, nidifica in loco, molti gli
esemplari che si fermano durante il flusso migratorio nel periodo del doppio passo primaveraautunno. I sessi sono simili. Assomiglia ad una civetta, solo un
poco piú piccolo, si avvicina ai
gufi per la presenza di ciuffi auricolari. Il piumaggio è di un
grigio bruno rossiccio, con mac-
<
Gufo comune
chie bruno-scure e puntini bianchi; l’iride è gialla con pupilla
nera. Si nutre di insetti, di farfalle, lombrichi, mammiferi di
piccole dimensioni e piccoli uccelli. Il nido dell’Assiolo è reperibile nelle cavità delle rocce, negli alberi cavi. La femmina depone fino a sei uova che cova per
circa 25 giorni.
Assiolo
Assiolo
Nella dieta dei rapaci notturni,
come abbiamo visto, la piú alta
percentuale è rappresentata, da
roditori come topi ed arvicole,
particolarmente dannosi alle coltivazioni. Già questo fatto dovrebbe far pensare bene dei rapaci notturni, ma certe superstizioni sono difficili a dimenticarsi e,
sicuramente, il ronfare del barbagianni e il richiamo della civetta
e del gufo non finiranno mai di
[•]
far paura a qualcuno.
21
PLinius
n. 09
Barbagianni
2002
> speciale
Pascolo,
vegetazione e fuoco
Capre per la conservazione della biodiversità
e la riduzione del rischio di incendio
[•] di AMALIA VIRZO DE SANTO*
[•]de ANNA DE MARCO*
I
22
PLinius
n. 09
2002
di piú) da foglie e rametti di specie
legnose e per il restante 40% da
piante erbacee. I forti pregiudizi
contro le capre hanno indotto alcuni paesi, pochi decenni orsono,
ad adottare drastiche misure per ridurne il numero e addirittura a finanziare la loro eliminazione. Si è
poi capito che non è la capra di per
sé colpevole del deterioramento
delle foreste, ma piuttosto il sovrapascolo incontrollato la cui responsabilità è tutta dell’uomo. Attualmente la crociata contro le capre è
l progetto per la reintroduzione
della capra vesuviana nel Parco
Nazionale del Vesuvio suscita
qualche perplessità in relazione
alla conservazione dei boschi. La
capra vesuviana è una delle numerose razze di capre domestiche
(Capra hircus) discendenti delle
capre selvatiche (Capra aegragus)
del Mediterraneo orientale e del
Medio Oriente. Le capre contano
nel Bacino del Mediterraneo all’incirca 50 milioni di
capi (1/10 della popolazione mondiale ammontante a
circa mezzo miliardo di
capre). La pastorizia è la
piú diffusa attività economica in quelle aree rurali
del bacino del Mediterraneo che sono caratterizzate
da terreni poveri e clima
particolarmente aspro dove
risorse di scarsa qualità
sono trasformate dalle
Esemplari di capra napoletana
capre in una moltitudine di
prodotti pregiati. Dalla
capra si ricava carne, latte di otti- cessata ma le normative che vietama qualità, pelli, pelo (particolar- no il pascolo delle capre nelle foremente prezioso l’Angora delle ste sono ancora vigenti in alcuni
capre asiatiche e il kashmir delle paesi.
I sistemi tradizionali piú comuni
capre indiane e pakistane); persino
lo sterco viene utilizzato come di allevamento delle capre prevecombustibile nelle regioni piú dono spostamenti orizzontali delle
greggi nelle regioni piú aride del
aride e improduttive.
Alle capre viene attribuita la col- bacino del Mediterraneo, e verticapa della distruzione di molte fore- li in quelle piú temperate (quest’ulste mediterranee. Questa accusa, tima modalità è nota come transulargamente immeritata, si basa sul manza) alla ricerca di aree con
fatto che la dieta della capra è co- maggiore disponibilità di foraggio
stituita per il 60% (talvolta anche e di acqua. Lo spostamento ha un
impatto sul territorio molto piú
basso che il mantenimento del
gregge sulla stessa area per tutto
l’anno. Il sistema è andato in crisi
quando la mobilità per motivi sociali, economici o politici è stata limitata. Nei paesi industrializzati
l’allevamento intensivo su aree all’uopo destinate è causa di inquinamento determinato dalle deiezioni
degli animali (con conseguente aumento dei nitrati e dei fosfati nelle
acque) e dalla conservazione del
foraggio. Ai fini della protezione
dell’ambiente il pascolo semibrado è pertanto decisamente
piú vantaggioso.
Dal punto di vista ecologico il
pascolo rappresenta il secondo
livello trofico, ovvero il secondo
passaggio nella catena alimentare dell’energia proveniente dal
sole fissata dalle piante nel processo di fotosintesi. Tuttavia il
significato del pascolo va oltre il
trasferimento di energia dai
produttori agli erbivori ed ha
tutta una serie di implicazioni
sulla struttura e sui processi di
funzionamento degli ecosistemi. Il pascolo crea opportunità per
comunità vegetali ricche di specie
che non si manterrebbero in assenza dei pascolatori a causa dei fenomeni di competizione tra le specie
vegetali per la luce, l’acqua e i nutrienti che portano fatalmente alla
eliminazione dei competitori piú
deboli. Su queste conoscenze sono
basate una serie di pratiche applicative per il controllo degli arbusti che
invadono il sottobosco. L’utilizzazione delle capre a questo scopo è
stata sperimentata con successo nel-
speciale
la Penisola Iberica, in Texas, in California e nel Sud Africa.
In seguito allo spopolamento
delle aree montane e alla riduzione
del pascolo tradizionalmente praticato sulla vegetazione spontanea,
l’invasione del sottobosco da parte
di specie cespugliose in particolare
di quelle che sono altamente infiammabili, è diventato un grosso
problema. In assenza di pascolo
l’accumulo di biomassa nel sottobosco fa aumentare sia il rischio di
incendio che l’effetto distruttivo
del fuoco che è tanto maggiore
quanto maggiore è la infiammabilità e la quantità di biomassa accumulata. Quando sono state applicate le normative relative all’esclusione del pascolo dalle foreste, gli
incendi sono aumentati. In Italia si
è registrato un aumento da 3200
incendi negli anni ’60 a 6400 negli
anni ’70 con un incremento della
superficie forestale bruciata da
35.000 a 50.000 ettari rispettivamente nei due periodi. L’incremento degli incendi è stato osservato
anche negli altri paesi europei. Alla fine degli anni ’70 la Comunità
Europea ha cominciato a finanziare progetti di ricerca sul ruolo delle
capre nel controllo degli incendi.
Negli anni ’80 nel Sud della Francia, in una foresta di querce sempreverdi, le capre sono state perfino
usate per aprire una striscia tagliafuoco larga 100 m e lunga 1 km, tenendo al pascolo per 4-6 ore al
giorno 100-200 animali su superfici recintate di 0,5-1 ha. È interessante notare che l’operazione non
causò nessun danno irreversibile alle querce e che il proprietario delle
capre, oltre alla retribuzione per il
lavoro fatto dalle capre (a costi notevolmente piú bassi rispetto a
quelli dei mezzi, ecologicamente
piú aggressivi, comunemente usati
allo scopo), riuscí a mantenere anche una elevata produzione di latte
e di carne. Il pascolo delle capre come mezzo di controllo degli incendi boschivi è oggi largamente usato
nei paesi mediterranei e in molte
aree tropicali.
Quando si considera l’effetto del
pascolo sugli ecosistemi non può
essere trascurato il fatto che gli animali pascolanti contribuiscono al
ciclo dei nutrienti e cosí incrementano la produttività dell’ecosistema. In particolare in ambiente me-
>
diterraneo la siccità estiva inibisce
la decomposizione facendo accumulare sul terreno sostanza organi-
Il Parco riqualifica il bosco Molaro
[•] di GABRIELLA N. M. GIUDICI *
Il Parco Nazionale del Vesuvio ha
attivato nel bosco Molaro, di sua
proprietà, un progetto di recupero e didattica ambientale che
comprende, in collaborazione
con la Facoltà di Medicina Veterinaria, Università degli Studi di
Napoli Federico II, l’allevamento
di un piccolo nucleo di capra napoletana, razza un tempo diffusa
nell’area vesuviana ed oggi a rischio di estinzione.
È stato approntato un recinto
di legno, per delimitare l’area occupata dalle capre e separarla
dal bosco circostante; al suo interno gruppi di arbusti sono stati
protetti con recinzioni per evitarne il pascolamento e la distruzione. È stato previsto un recinto
piú piccolo dove i visitatori potranno entrare ed assistere da vicino alle operazioni di mungitura
delle capre. Un primo gruppo di
poche unità verrà introdotto alla
metà di gennaio e alimentato con
materiale di sfalcio derivante dalle operazioni di pulitura del bosco. Le necessarie integrazioni
alimentari verranno effettuate
con prodotti di base miscelati e
controllati dagli operatori del Parco. È escluso l’impiego di mangimi industriali. L’allevamento di
questo piccolo nucleo di capra
napoletana oltre a svolgere una
funzione conoscitiva per tutto
l’ambiente rurale che ruota intorno all’area del PNV è finalizzata
all’esecuzione di prove di caseificazione e controllo dei caratteri
del latte proveniente da un’alimentazione prevalentemente co-
stituita dallo sfalcio di erbe spontanee. Tutta l’area circostante è
oggetto di operazioni di recupero
e rinaturalizzazione a seguito di
piú incendi che si sono susseguiti nel tempo. L’alterazione della
copertura boschiva e la distruzione di numerose piante arboree
ha creato ampie zone aperte dove alcune specie erbacee si sviluppano vigorosamente creando
un intrico fittissimo e soffocando
le pianticelle che germogliano dai
semi diffusi dalle piante madri.
Operazioni di taglio dei ceppi
bruciati e di diradamento dei polloni tendono a ricreare la copertura boschiva mista presente
prima degli incendi; al tempo
stesso il taglio e l’allontanamento delle specie erbacee sviluppatesi abnormemente a seguito
degli incendi è necessario per
creare le condizioni di crescita
dei nuovi alberi e prevenire il rischio di nuovi incendi nei periodi
estivi quando esse in buona parte seccano lasciando materiale
facilmente combustibile. La massa di materiale verde che si viene a creare con lo sfalcio è utilizzato per l’alimentazione in recinto delle capre, non essendo possibile il loro pascolamento a causa dei danni che arrecherebbero
alla flora del bosco. I risultati di
queste prove saranno resi disponibili alla fine del primo anno di
sperimentazione.
[•]
*Agronoma, consulente del Parco
Nazionale del Vesuvio
[email protected]
23
PLinius
Fotografia di Carlo Bifulco
n. 09
2002
> speciale
ca morta che può determinare incendi devastanti. Il pascolo riduce
l’accumulo di questo materiale e
anche in questo modo previene gli
incendi boschivi.
Naturalmente il pascolo delle capre nelle foreste va gestito con saggezza ecologica. Non tutte le foreste sono idonee al pascolo. Non lo
sono le fustaie chiuse, le faggete, le
foreste mediterranee di abete e di
pino laricio. Sono idonee al pascolo le foreste calde di conifere, alcune foreste di latifoglie e gran parte
dei querceti sempreverdi, compresi
i lecceti. È importante conoscere il
valore nutrizionale della vegetazione e le sue variazioni stagionali per
stabilire quando, e per quanto
tempo, il pascolo può essere praticato, con attenta considerazione
dello stato fenologico delle piante.
Ma soprattutto è importante definire la sostenibilità del pascolo in
termini di numero di capi per etta-
La capra napoletana
[•] di VINCENZO PERETTI *
Fotografie di VINCENZO
PERETTI
«La capra napoletana merita di essere selezionata e diffusa» cosí scriveva il dott. Scarpitti, titolare della Cattedra Ambulante di Agricoltura per
la Provincia di Napoli, nel trattato “Il problema zootecnico per la Provincia di Napoli” nel marzo del 1916. Lo studioso descrivendo accuratamente lo stato dell’arte della zootecnia dell’epoca, nel paragrafo inerente “Il bestiame caprino nella Provincia” si riferiva alla capra napoletana
lodandone le qualità eccellenti del latte, note ed apprezzate persino dagli
Inglesi al punto che otto capi selezionati sono stati introdotti in Australia.
Origine e sviluppo della razza
Razza molto rustica, autoctona di alcune zone situate alle pendici del
Vesuvio (in queste aree infatti era conosciuta con il nome di capra vesuviana) e sul versante napoletano dei Monti Lattari. Appartiene al vasto
gruppo della razza caprina Alpina. La capra napoletana deriva da incroci tra diverse razze, con spiccati caratteri del tipo maltese mescolati a
quelli di razze presenti nell’Avellinese e sui monti dell’Alta Campania e
del Salernitano.
Consistenza e distribuzione geografica
Nei primi anni ’80, la consistenza numerica di questa razza sul territorio della provincia di Napoli è stata stimata intorno ai 2-3 mila capi,
numero esiguo se confrontato alla grande diffusione che questa razza
ha avuto nel passato. Negli ultimi venti anni questa situazione è andata incontro ad un ulteriore declino ed oggi si contano pochi e piccoli
greggi (da 10 a circa 150 capi) circoscritti prevalentemente in alcuni
comuni dei Monti Lattari.
Nel novembre del 2001, l’Associazione Provinciale Allevatori di Napoli, in
collaborazione con alcuni ricercatori della Facoltà di Medicina Veterinaria
di Napoli e con l’Associazione R.A.R.E. (Razze Autoctone a Rischio di
Estinzione), ha richiesto ed ottenuto l’attivazione del Registro Anagrafico.
24
PLinius
n. 09
2002
ro di foresta. Le stime piú prudenti danno questo valore uguale a 1,5
capi per ettaro di foresta.
In conclusione le capre non devono essere considerate nemiche
del bosco, come indiscriminatamente è stato fatto nel recente
passato. Perciò si può guardare con
ottimismo alla reintroduzione della capra vesuviana nel Parco Nazionale del Vesuvio, dopo una attenta valutazione della sostenibilità del pascolo, e al potenziale uso
della capra per il controllo degli
incendi e delle specie invasive, oltre che per la produzione di pro[•]
dotti di qualità.
*Dipartimento di Biologia Vegetale
Università degli Studi
di Napoli Federico II
SCHEDA TECNICA - Caratteristiche della razza
a) Caratteri esteriori
Taglia: media con peso vivo dei becchi di 60-65 kg e delle capre di 50-55 kg.
Torace ed addome ben sviluppati. I principali parametri biometrici di
capre e becchi sono riportati nella tabella 1.
Testa: relativamente piccola con profilo montonino, provvista di corna
e di tettole, con orecchie normali e pendenti, assenza di barbetta.
Mantello: nero uniforme o con macchie piú o meno regolari rotondeggianti di colore ubero con prevalenza, in alcuni casi, di peli rossastri,
ed in altri di peli bianchi oppure rosso piuttosto carico con macchie
dello stesso colore molto piú chiare. Il pelo è raso.
TABELLA 1
PESI VIVI E PARAMETRI BIOMETRICI DI ADULTI NAPOLETANI
Maschi
Femmine
Altezza al garrese (cm)
80
72
Altezza al sacro (cm)
77
69
Lunghezza tronco (cm)
78
75
100
91
Circonferenza toracica (cm)
Peso (Kg)
60-65
50-55
speciale
<
a) Caratteri produttivi
Attualmente l’attitudine principale sfruttata nell’allevamento della
capra napoletana, contrariamente a quanto si verifica per altre razze
caprine allevate in Italia, è quella della produzione della carne espletata con capretti di 1-1,5 mesi di età e del peso di 10-12 kg o caprettoni pesanti di 20-25 kg.
Il latte è impiegato prevalentemente per l’alimentazione dei capretti,
solo in alcuni allevamenti di maggiore consistenza è destinato alla trasformazione in formaggi tipici e quindi alla vendita diretta.
Lo scarso sfruttamento dell’attitudine lattifera della Napoletana è da
imputare piú ai problemi logistici dovuti agli ambienti particolarmente
impervi nei quali è allevata ed alle tecniche tradizionali di allevamento,
che alle ridotte potenzialità produttive di tale razza. Infatti la capra
napoletana è una buona lattifera ed opportunamente selezionata ed
alimentata, arriva a produrre 350 litri di latte in 165 giorni di lattazione, se primipara, e 450 litri in 170 giorni se pluripara.
Le caratteristiche chimiche del latte di capra, munto sia la mattina che
la sera, sono riportate in tabella 2.
TABELLA 2
COMPOSIZIONE CHIMICA DEL LATTE DI CAPRA NAPOLETANA
Mattina
Sera
Grasso (g/100 ml)
4,80
5,4
Lattosio
5,06
4,91
Proteine
3,41
3,46
Caseina
2,74
2,8
Residuo secco
Ceneri
Caseina/prot. tot. (%)
14,1
14,5
0,83
0,84
80,29
80,69
c) Caratteri riproduttivi
La fertilità media è del 90% mentre la prolificità, calcolata su un numero consistente di parti, è risultata pari al 130% circa, un valore basso
per la specie caprina per la quale la prolificità media è in genere superiore al 180%. Le cause di questa scarsa prolificità sono certamente
legate all’alimentazione poco curata e probabilmente alla decisione
degli allevatori di selezionare, per la rimonta, soggetti nati da parti singoli perché piú pesanti e robusti.
Tecniche di allevamento
I greggi sono costituiti in prevalenza da pochi esemplari (massimo
poche decine di capi), sovente frammisti ad altri capi di razze selezionate, quali la Saanen o la Camosciata; sono allevati con sistema stanziale: dalla primavera all’autunno l’alimentazione è rappresenta dal
pascolamento aziendale o su aree marginali ed integrata con mangime;
in inverno da fieno o miscela aziendale. I greggi durante la notte e nelle
giornate piovose vengono tenuti in ricoveri di fortuna.
Le capre napoletane presentano una notevole rusticità e capacità d’adattamento a condizioni climatiche e di allevamento piuttosto impervie.
Indirizzi utili
APA di Napoli
via Caccioppoli 25
80069 Vico Equense (NA)
Centro Genetico
per la Tutela e la Valorizzazione
delle Razze Autoctone dei Monti Lattari
via Case Naclerio 6,
80051 Agerola (NA)
Facoltà di Medicina Veterinaria
Università degli Studi di Napoli
Federico II
via Delpino 1, 80137 Napoli
RARE
Corso G. Agenelli 32, 10137 Torino
Situazione genetica
La capra napoletana è una razza classificata dalla FAO nella categoria
delle razze “in pericolo”.
La razza ha subito una forte erosione genetica in seguito all’introduzione negli allevamenti di becchi e capre di razze selezionate (la Saanen, la Maltese e la Camosciata).
Sono pochi gli allevamenti che annoverano capi di razza Napoletana,
ma sono anche quelli con maggior consistenza e grado di purezza dei
[•]
soggetti.
*Ricercatore
Dipartimento di Scienze Zootecniche e Ispezione degli Alimenti
Facoltà di Medicina Veterinaria Università degli Studi di Napoli Federico II
tel. 081.4421916/fax 081.292981/e-mail: [email protected]
25
PLinius
n. 09
2002
> educazione ambientale
Il vetro,
una scelta… trasparente
Ogni anno in Italia produciamo in media 492 chili di spazzatura a testa.
Ottantuno milioni di tonnellate di rifiuti pari a un grattacielo di 122 piani.
Ecco perché diventa indispensabile prendere coscienza del problema,
ridurre gli sprechi e avviare una seria politica per il “recupero” dell’immondizia.
A Ottaviano, nel corso di un convegno, si è parlato proprio dell’uso
e del riciclaggio del vetro.
[•] di PASQUALE CIRILLO
rifiuti urbani sono in continuo
aumento e la loro crescita è
esponenziale. Occorre che tutti prendano coscienza del problema per affrontarlo seriamente.
Ridurre gli sprechi, riutilizzare i
materiali, raccogliere e riciclare
sono imperativi impellenti per far
fronte ad una situazione di grave
emergenza. Nel 1999 la produzione dei rifiuti urbani per abitante/anno è stata di 492 kg. Questa
montagna di 81 milioni di tonnellate sarebbe pari a un grattacielo
con la base di 1 km e 122 piani di
altezza.
Promosso dal Provveditorato
agli studi di Napoli e dall’Associazione Nazionale Industriali del
Vetro, si è svolto il 27 e 28 Novembre, ad Ottaviano un corso di
aggiornamento dal titolo “Il vetro
una scelta trasparente”. Ambiente
e sviluppo, uso e riciclaggio del vetro sono stati i temi che i docenti
delle scuole di ogni ordine e grado
della provincia di Napoli hanno
approfondito nei due giorni di lavori, tra i relatori il prof. Rocco
Calogero, ispettore del MIUR.
L’introduzione al mondo del vetro è stata curata dalla dott.ssa Lina Incocciati. Il vetro, materia che
ci accompagna quotidianamente
prendendo svariate forme a noi familiari ha una storia molto antica.
Plinio il vecchio racconta che il
I
26
PLinius
n. 09
2002
vetro sarebbe nato casualmente
nel 3° millennio a. C. sulle coste
della Fenicia. Le prime suppellettili in pasta di vetro erano quasi
totalmente prive di trasparenza e
furono rinvenute nelle regioni
centrali della Mesopotamia, quindi grazie alle navigazioni dei mercanti fenici si diffuse in tutto il bacino del mediterraneo. Bellissime
testimonianze di epoca romana
sono state rinvenute negli scavi di
Pompei.
Questo versatile materiale è ottenuto per fusione ad alta temperatura da una miscela di materie
prime. A caldo può essere modellato nelle forme piú varie e piace-
Saliera in cristallo di rocca da Micene.
Arte Greca.
Vasi in vetro da Pompei. Arte Romana.
voli. Le sue caratteristiche chimiche e fisiche sono completamente
diverse da quelle delle materie prime da cui proviene. Le materie
prime fondamentali impiegate per
ottenere la miscela vetrificabile
che per fusione e solidificazione
diverrà vetro, sono il silice, il carbonato di sodio e il carbonato di
calcio.
È la silice, o sabbia di cava la
materia prima “vetrificante”, presente nel composto base nella misura del 70% circa. Il carbonato di
sodio, o soda, viene impiegato come sostanza “fondente”; una maggiore quantità di sodio presente
nella miscela, comporta un piú
lento processo di solidificazione.
Anche il carbonato di calcio viene
utilizzato allo scopo di abbassare
la temperatura di fusione ma sviluppa la sua azione massima come
sostanza “stabilizzante”, perché
rende stabile la superficie nei confronti dell’umidità e anidride carbonica dell’atmosfera. A silice, soda e carbonato di calcio, si aggiunge solfato sodico che facilita la
fuoriuscita delle bolle gassose migliorandone l’omogeneità. Per ottenere vetri colorati si aggiungono
al composto piccole quantità di
sostanze coloranti, ad esempio ossidi di ferro e cromo per il verde,
composti di zolfo per il giallo.
Lo smaltimento dei rifiuti solidi
urbani ed il riciclaggio del vetro
sono stati i punti focalizzati dal-
educazione ambientale
l’Ing. Massimiliano Avella, funzionario del CO.RE.VE. (Consorzio Recupero Vetro).
L’ imballaggio, strumento indispensabile nella distribuzione moderna, esaurita la sua funzione diviene un componente predominante dei rifiuti solidi urbani rappresentandone oltre il 30% (il 60%
in volume) e presentando, quindi,
rilevanti problemi di smaltimento.
Materiali come il vetro, il polietilentereftalato (PET), l’alluminio e
la banda stagnata, offrono garanzie di resistenza meccanica, impermeabilità all’acqua, all’ossigeno
e all’anidride carbonica, e sono
quindi adatti a contenere bevande
anche gassate, prodotti vegetali e
animali. Polistirolo ed altre materie plastiche, legno, cartone, cartone poliaccoppiato, resistenti e leggeri, sono adatti a confezionare
prodotti non deteriorabili o conservati a basse temperature. Indistintamente tutti i tipi di imballaggi, soprattutto quelli compositi,
presentano problemi di smaltimento.
Stabilire delle regole comportamentali è certamente il primo
passo strategico da compiere per
far fronte all’emergenza. Queste
potrebbero essere sintetizzate in
due punti:
- impiegare per il confezionamento materiali riutilizzabili o
riciclabili.
- Favorire la raccolta ed il riciclo.
È’ indispensabile sottrarre alla
massa dei rifiuti quei materiali che
tali non sono e che, raccolti separatamente, possono essere impiegati nuovamente in un riciclo produttivo.
I vantaggi non sono solo ecologici, minore quantità di rifiuti in
discarica sono un vantaggio per
tutti, ma anche economici. A
fronte di una spesa, sostenuta dai
Comuni, di circa 10 centesimi di
euro per kg di rifiuti da smaltire in
discarica ne risulta una, relativamente piú esigua, poco piú di un
centesimo per kg, relativa alla
messa a disposizione, sempre da
parte dei Comuni, delle apposite
campane per il riciclaggio. Va sot-
DESTINAZIONE
DEI RIFIUTI SOLIDI URBANI
RIFIUTI PRODOTTI MEDIAMENTE
DA OGNI ITALIANO:
Anno 1999
Fonte: ANPA
Confronto tra media pro-capite di rifiuti
prodotti nel 1979 e 1999
SMALTIMENTO
IN IMPIANTI INADEGUATI
73%
>
ALTRO
27%
DISCARICA 74,4%
INCENERITORE 7,2%
RECUPERO 18,4%
tolineato che il costo, assolutamente modesto per il Comune, è
possibile in quanto tutti gli altri
costi (lo svuotamento delle campane, i trasporti, il trattamento del
rottame) vengono assorbiti dal sistema attraverso il prezzo che le
vetrerie pagano per l’acquisto del
rottame stesso.
Già dal 1973 la CEE tentò di
porre un freno alla dilagante e dissennata abitudine dell’usa e getta
ed incaricò la Direzione dell’Ambiente di varare un programma
d’azione. Il lungo iter si concluse
nel 1985 con la Direttiva 339.
Quel primo documento sul riciclo è stato sostituito nel 1994 dalla Direttiva Europea 94/62/CE
Kg 247
1979
Kg 492
1999
del Parlamento e del Consiglio relativa agli imballaggi ed ai rifiuti
da imballaggio. Le norme ivi contenute sono state recepite nell’ordinamento giuridico italiano dal
Decreto Legislativo 22/97, meglio
noto come “Decreto Ronchi”.
Obiettivo principale della normativa è quello di prevenire e ridurre
l’impatto dei rifiuti di imballaggio
sull’ambiente.
Il sistema avviato dal Decreto
Ronchi viene reso operativo da
due strutture: il CONAI e i Consorzi di materiali. Il CONAI
(Consorzio Nazionale Imballaggi), organizzazione non lucrativa
cui aderiscono obbligatoriamente
ed in forma paritaria produttori ed
utilizzatori di imballaggi, svolge
funzioni di ottimizzazione delle
risorse e dei rapporti tra i vari Enti pubblici e i Consorzi dei produttori sempre mirando a favorire
il riciclaggio e il recupero dei rifiuti di imballaggio. I sei Consorzi di
materiali (acciaio, alluminio, carta,
legno, plastica e vetro), seconda
parte del sistema, devono organizzare la parte operativa.
Tra gli interventi piú interessanti,
quello della dott.ssa Marina Scarpa, ricercatore della Stazione Sperimentale del Vetro di Murano,
che si è soffermata su due punti in
particolare: il rottame di vetro e
risparmio energetico e il vetro a
confronto con gli altri imballaggi.
Il vetro offre svariati vantaggi
ecologici sia in fase di utilizzo che
27
PLinius
n. 09
2002
> educazione ambientale
di riciclo, è materiale ecologico
per definizione perché presenta
tre caratteristiche che lo rendono
unico:
- non è inquinante perché chimicamente inerte;
- è riutilizzabile;
- è riciclabile.
Tra le materie prime impiegate
per la produzione di vetro, il rottame di vetro, depurato da ogni elemento estraneo, può essere immesso nel ciclo produttivo infinite
volte consentendo di risparmiare
energia e materie prime. Una tonnellata di rottame di vetro sostituisce 1,2 tonnellate di materia
prima, e consente un risparmio
energetico equivalente a 100 kg di
olio combustibile. Il riciclo del vetro in vetreria, ovvero la sostituzione delle materie prime tradi-
La sabbia è una delle materie
prime con cui si produce il vetro.
da materie prime originarie; di
conseguenza, l’impiego del rottame permette una cospicua riduzione quantitativa delle emissioni
nonché il contestuale miglioramento della loro qualità. A questi
vanno aggiunti gli analoghi affetti
che derivano dal minore consumo
di combustibili sia all’interno del
processo di fabbricazione del vetro
che nelle produzioni delle materie
prime.
Per quel che riguarda il confronto con gli altri materiali di imballaggio, la relatrice dopo aver presentato vari grafici comparativi tra
vetro, plastica, carta-cartone e alluminio e banda stagnata, concludeva il suo intervento evidenziando i tanti vantaggi offerti dal vetro. Naturale, sano e puro, il vetro
rimane il materiale “principe” per
Rottame di vetro che verrà
utilizzato come materia prima.
zionali con rottame di vetro, permette cospicui vantaggi tecnologici ed ambientali.La fusione del
rottame di vetro è un processo che
non richiede le trasformazioni
chimiche che sono, invece, necessarie per ottenere vetro partendo
Rottame di vetro
la conservazione di qualsiasi prodotto. Esso presenta una totale
inerzia chimica che impedisce
reazioni di cessione o di assorbimento con il contenuto, di cui
mantiene al meglio nel tempo le
caratteristiche originarie. Possie-
de inoltre altre proprietà che lo
rendono igienico e sicuro: resiste
alle alte temperature permettendo la pastorizzazione e la sterilizzazione dei prodotti contenuti, è
inattaccabile da agenti esterni,
non è soggetto a processi di ossido-riduzione e resiste agli attacchi degli acidi.
Bottiglie
Ai docenti che hanno partecipato a questo sorprendente corso di
aggiornamento è stato consegnato
ed illustrato diverso materiale didattico da utilizzare per eventuali
progetti scolastici, ai quali, l’Associazione Nazionale degli Industriali del Vetro e il CO.RE.VE
hanno assicurato tutta la loro collaborazione.
I lavori si sono conclusi il secondo giorno con una visita guidata
allo stabilimento San Domenico
Vetraria di Ottaviano, specializzato nella produzione di bottiglie. In
tale sede i corsisti, guidati dall’ing.
Giuseppe Carbone, direttore dello
stabilimento vesuviano, hanno potuto toccare con mano la creazione del vetro e la produzione di
bottiglie attraverso macchine all’avanguardia che sembrano aver
dimenticato l’antica storia di questa materia cosí viva e cosí affascinante ma che in fondo rinnovano
ogni giorno questo formidabile
[•]
prodigio di nome vetro.
tradizione
<
Cento candeline
per la nonnina
del Vesuvio
I ricordi di Genoveffa Daniele, moglie
di Antonio Matrone che costruí l’omonima
strada che da Trecase porta al Vesuvio
[•] di CARMINE ALBORETTI
C
E
ento candeline per la “nonnina del Vesuvio”. Si chiama Genoveffa Daniele e da
sessant’anni vive a quota 630 metri sul livello del mare, nel ricordo
del marito, Antonio Matrone. Fu
lui a volere la realizzazione della
strada che conduce al cratere,
«vincendo ostacoli naturali ed umani». «Qui - racconta la donna, accudita da Redenta Timoteo - non
ci volevo proprio venire, ma, con il
passar del tempo, mi sono affezionata e non me ne separerei per nulla al
mondo» La sua è una storia d’amore e di coraggio; costellata da tanti aneddoti che rievoca con la
mente lucida e, perché no, con un
po’ di nostalgia: il matrimonio ad
appena ventitre anni, la mancanza
di figli, sopperita dall’amore verso
i nipoti, cresciuti con lei, gli incontri con le personalità del mondo della politica e dello spettacolo
(Aldo Moro, Rubinacci, Domenico Modugno e tanti altri ancora,
ndr). Seduta sulle sue ginocchia, la
cagnolina Bianchina protende la
testolina in avanti in cerca di una
carezza che non tarda ad arrivare.
Perché l’ingegner Antonio Matrone intraprese la costruzione
della strada che oggi porta il suo
nome?
«Mio marito decise di costruire
questa strada per una serie di dissapori con il fratello che si era impegnato nella realizzazione dell’altro
sentiero dal versante di Boscotrecase
e Trecase. La sua grande intuizione
fu quella di puntare sul fatto che sa-
rebbe stato possibile raggiungere la
sommità del cratere in automobile e
non piú solo con la funivia».
Quali difficoltà fu costretto ad
affrontare per realizzare il suo
sogno?
«Per poter investire la somma necessaria mise in vendita tutto il patrimonio. Pensi che possedeva ben
quarantasette moggi di terreno
sparsi tra Boscotrecase, Boscoreale,
Pompei e Castellammare di Stabia.
Antonio Matrone con una nipote.
In alto un’immagine della vecchia biglietteria
di strada Matrone.
Foto collezione Daniele
Non ebbe alcuna remora nel privarsene. E di fronte alle mie rimostranze mi rassicurò dicendomi che, una
volta ultimati i lavori, per sopravvivere avrebbe fatto da tassista ai
turisti, visto che l’unica cosa che gli
rimaneva era la patente di guida
conseguita nel 1891. La concorrenza non gli rese la vita facile ...».
In che senso?
«I vertici della società che gestiva
la funivia fecero di tutto per impedirgli di costruire la strada. Antonio, allora, grazie ad una nostra
vecchia conoscenza, chiese ed ottenne
di essere ricevuto da Mussolini in
persona. L’incontro avvenne a Roma ed i risvolti furono estremamente positivi per noi, tanto che nel
1936 arrivò la concessione dal Demanio delle Foreste».
Quanto durarono i lavori di
scavo?
«Sei o sette anni, a causa dei continui smottamenti del terreno. Mio
marito, però, era molto testardo e
non si perse mai d’animo».
Come erano i rapporti con gli
operai?
«Molto buoni. S’immagini che
Antonio, pur ricoprendo la direzione
tecnica dell’opera, lavorava a loro
fianco e, ogni giorno, gli portava la
colazione ed una bottiglia di vino a
testa. Durante l’intervallo per il
pranzo si distendevano sotto gli alberi, in modo da potersi godere l’ombra ed il paesaggio. La maggior parte di loro proveniva da Boscotrecase,
Sant’Anastasia ed Ercolano»
Chi furono i vostri primi clienti?
«Una comitiva di Termoli. Una
trentina in tutto. Non avevamo ancora ultimato la casetta in cui attualmente vivo. Dopo aver effettuato la visita si fermarono a pranzo.
Noi non avevamo nemmeno cucina.
Pensarono a tutto loro. Poi riparti[•]
rono con grande tristezza».
29
PLinius
n. 09
> tradizione
Trecase e il miracolo
di San Gennaro
Durante l’eruzione del 1906 la statua del Patrono, portata in processione
dai fedeli, riuscí a deviare il fiume di lava che minacciava il piccolo abitato
vesuviano. Da allora ogni 8 aprile, Trecase ricorda l’evento con una Santa Messa.
Ma sono quattro, in tutto, le festività religiose celebrate dai trecasesi.
Tutte molto sentite nella piccola comunità vesuviana.
[•] di RICCARDO ROSSI
recase comune alle falde del
Vesuvio ricco di storia, che
deve la sua attuale configurazione ad un miracolo di San Gennaro. L’8 aprile del 1906, infatti, la
lava del vulcano minacciava la
città: ebbene i fedeli corsero ai ripari prendendo la statua di San
Gennaro (che è anche Patrono della città) e mettendola davanti al
fiume di fuoco. Come d’incanto il
magma incandescente deviò il percorso, risparmiando Trecase. Ora
nel punto in cui il Santo deviò la
lava (località Vallone) vi è una statua che ricorda quell’evento. Da allora per ricordare l’accaduto, ogni
anno la sera precedente l’otto aprile si celebra una Santa Messa. Poi,
in processione, viene portata una
reliquia di San Gennaro, fino al
punto dove il Patrono produsse il
miracolo. Ma vi un'altra festa a
Trecase che ricopre sette giorni di
festeggiamenti e cade intorno al 19
settembre: quella della ricorrenza
di San Gennaro. Fondamentale che
l’ultimo giorno dei festeggiamenti
cada di domenica, con la processione della statua del Santo. I primi
tre giorni (Triduo) vi sono iniziative prettamente liturgiche: Santa
Messa, Vespri Solenni, Adorazione; negli altri giorni vi sono sagre
con prodotti tipici dell’area come il
Lacryma Christi, vino molto apprezzato e largamente coltivato
nell’area e il Tortano di San Gennaro, un dolce fatto con farina, uova e latte, particolarmente gustoso.
Naturalmente vi sono anche le
bande che sfilano e tutti i contorni
C
T
30
PLinius
n. 09
di una celebrazione molto sentita
in tutta la cittadina. L’altra festa cara ai trecasesi cade il 31 maggio ed
è quella dedicata a Santa Maria
delle Grazie, alla chiusura del mese
mariano. Nella chiesa madre del
paese celebra una messa solenne
coronata dalla processione dell’antico quadro (che risale 1500) di
Santa Maria Delle Grazie. Vi anche la festa del 13 giugno, poi, in
onore di S. Antonio da Padova: una
tre giorni (triduo) con messe, attività per i giovani, cantanti, giochi
che termina di domenica con la
processione della statua di S. Antonio. Come si vede tante feste e tutte molto sentite per uno comune
che ha due parrocchie: la chiesa di
S. Maria delle Grazie nota come
chiesa di S. Gennaro, e la chiesa di
S. Antonio da Padova, molto recente. La chiesa di S. Maria delle
Grazie divenne Parrocchia il 14
giugno del 1587 per decreto pontificio (bolla papale) grazie alle continue insistenze della popolazione
locale che voleva una propria parrocchia (precedentemente apparteneva alla chiesa di Santa Croce a
Torre del Greco). La chiesa, originariamente era piú piccola. Infatti
nel 1700 fu ingrandita. Guardando
con attenzione, si può notare che
dalla porta d’ingresso al pulpito, la
struttura è di stile neoclassico,
mentre dal pulpito all’altare è barocca. Molte le opere importanti
conservate all’interno della parrocchia come: il dipinto nella sacrestia
della scuola di Solimene “Madonna
nella Gloria dei Santi’’ del 1684 di
autore ignoto, una bellissima ‘’Madonna delle Grazie’’ ( la tela che
viene portata in processione) di autore ignoto ascrivibile al 1500, e
numerose tele del 1700 di un autore tedesco tra cui una bellissima
‘’Madonna del Rosario’’ con i santo
Domenico e Santa Caterina. Inoltre significative le statue lignee del
1700 di cui numerose sono dell’artista napoletano Vassallo. Molte altre le opere da citare, ma per sintesi ricorderemo le piú recenti come
le 15 tappe della via Crucis in
bronzo di Vincenzo Borriello di
Torre del Greco realizzate negli anni ’90 e un presepe, realizzato l’anno scorso ( sempre esposto nella
chiesa) di Ludovico Molinari con
numerosi pastori eseguiti da artisti
napoletani. Sono stati effettuati diversi restauri, nella chiesa, negli ultimi anni, delle varie opere, tutti voluti dall’attivismo e competente
parroco don Raffaele Del Duca. [•]
dall’Ente Parco
<
Le novità dal Parco
Convenzioni, progetti, iniziative: l’attività del Parco Nazionale del Vesuvio
si concretizza nel gran numero di delibere prodotte dal Consiglio Direttivo
e dalla Giunta Esecutiva dell’Ente.
Ben 19 gli atti elaborati dal Parco nell’arco di tempo compreso tra il 12 novembre
e il 4 dicembre 2002.
Atti con i quali la struttura di San Sebastiano al Vesuvio ha delineato
in maniera chiara ed evidente le linee guida della sua azione programmatica.
Ecco di seguito elencate le delibere piú importanti approvate
nei mesi di novembre e dicembre, corredate di un breve commento.
Delibera consiliare numero 30 del 12 novembre 2002
Con questo atto, approvato dal Consiglio
Direttivo dell’Ente, si ufficializza il varo del
protocollo d’intesa siglato tra il Parco Nazionale del Vesuvio e l’Autorità di Bacino Nord
Occidentale della Campania.
Delibera consiliare numero 31 del 19 novembre 2002
Con questo atto, emesso dal Consiglio Direttivo dell’Ente, si approva la convenzione per
lo studio dei corridoi ecologici tra il Parco
Nazionale del Vesuvio e il Dipartimento di
analisi delle Dinamiche Territoriali ed Ambientali dell’Università degli Studi di Napoli, Federico II.
31
PLinius
n. 09
2002
> dall’Ente Parco
Delibera consiliare numero 34 del 19 novembre 2002
È uno degli atti piú importanti tra quelli approvati dal Consiglio Direttivo del Parco nel mese
di novembre. La delibera numero 34, infatti,
sancisce la presa d’atto ufficiale della convenzione, precedentemente siglata, tra Parco
Nazionale del Vesuvio e Corpo Forestale dello
Stato, per la gestione della Riserva Tirone Alto
Vesuvio, fino a quel momento affidata ai soli
“ranger vesuviani”. Con questa delibera il
Parco può svolgere la propria attività istituzionale (tutela e protezione della fauna, salvaguardia delle aree vegetali, promozione delle
attività culturali e della ricerca scientifica, rego-
lamentazione dell’accesso ai visitatori, educazione ambientale e naturalistica) anche all’interno della Riserva Protetta.
Delibera di Giunta numero 35 del 4 novembre 2002
Con questo atto, approvato dalla Giunta Esecutiva dell’Ente, il Parco riconosce l’approvazione per la messa in cantiere di un progetto
preliminare sull’apertura di uno sportello
info-point nel comune di Ottaviano.
Delibera di Giunta numero 36 del 4 novembre 2002
È uno degli atti piú significativi tra quelli
approvati dalla Giunta Esecutiva del Parco
Nazionale nel mese di novembre. L’Ente,
infatti, con la delibera numero 36 approva i
criteri di determinazione in base ai quali stabilire e definire le priorità nell’esecuzione
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PLinius
n. 09
2002
degli interventi di demolizione (ed eventuali
acquisizione) delle opere edilizie abusive edificate nell’area del Parco Nazionale. Un nuovo
modo, insomma, per pianificare la lotta a
“mattone selvaggio”.
le novità dai parchi
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Nuovo “No” di Federparchi alla caccia nei parchi nazionali
La Commissione Ambiente della Camera rimette all’ordine del
giorno la proposta di legge introduttiva della caccia nei parchi e la Federparchi, con una
lettera del presidente Matteo
Fusilli, torna a manifestare la
propria “netta contrarietà” ad
ogni simile ipotesi.
Riprendendo argomentazioni
già piú volte espresse in ogni
sede, comprese le audizioni
formali di fronte alla stessa
Commissione, la lettera della
Federparchi fa anche riferimento ai molti pareri contrari pronunciati in merito dal Ministro
Matteoli, al dibattito della recente Conferenza Nazionale
delle Aree Protette – nel corso
del quale nessuno ha proposto
di modificare il sistema di regole per l’attività venatoria -, alla
ancor piú recente risoluzione
della Commissione stessa, rispetto alla quale Fusilli chiede
“coerenza” e infine alla delega
al Governo in materia ambientale, appena votata dalla Camera dei Deputati.
Ma ciò che piú conta è la valutazione estremamente negativa
delle conseguenze che si
determinerebbero se le proposte fossero approvate. Secondo Federparchi «la conseguenza
principale sarebbe quella di
aprire il territorio dei parchi alla
normale attività di caccia con il
seguito di danni gravi, spesso irreversibili, che essa può provocare, in un’area protetta, al patrimonio faunistico ed ecologico
in generale». Ciò innescherebbe
«pesanti minacce all'economia
dei territori interessati, per le
inevitabili ripercussioni sul turismo, sulle attività ricreative e di
fruizione, sulle stesse attività
agricole e di allevamento».
Per questo, per evitare che siano «messe a repentaglio natura
e funzione istituzionale dei Par-
Sulla proposta di consentire
la caccia nelle aree protette
scende in campo con forza
anche Nicola Miranda, commissario CCD di San Giuseppe Vesuviano, componente
della direzione regionale del
CCD oltre che componente
del consiglio direttivo del Parco Nazionale del Vesuvio.
Miranda ha messo nero su
bianco una vibrata protesta indirizzata all’on. Brusco, tra
l’altro eletto nel suo stesso
partito: «Sono profondamente
indignato – ha scritto Miranda
- per la Sua proposta di riaprire la caccia nelle aree protette. È un atto gravemente lesivo dell’immagine del nostro
partito e La prego di tenerne
conto». Una iniziativa forte,
che conferma ancora una volta che la battaglia per la difesa dell’ambiente prescinde
dall’appartenenza politica.
chi», Fusilli chiede che non si
proceda nell’ulteriore esame
della proposta.
Il WWF ha avviato una ricerca sulla mobilità sostenibile
all’interno dei PARCHI NAZIONALI italiani
“IL SISTEMA DELLA MOBILITÀ
E I PARCHI NAZIONALI. Ipotesi
innovative per una mobilità sostenibile a servizio del turismo”
è il titolo di una ricerca promossa dall’ISFORT (Istituto Superiore di Formazione e Ricerca per i
Trasporti) e dal WWF Italia.
Due gli obiettivi della ricerca avviata:
- comprendere le caratteristiche principali del sistema della
mobilità all’interno dei 22 Parchi Nazionali italiani, studiando
gli elementi problematici, di criticità, insieme alle potenzialità,
e alle opportunità che il sistema può offrire in termini di miglioramento delle relazioni tra
trasporto e ambiente;
- sensibilizzare e supportare gli
Enti gestori dei Parchi in merito
all’importanza di tale tema ed
alla individuazione di criteri ed
indirizzi per il miglioramento del
sistema.
Analizzare i 22 Parchi nazionali
e tentare una standardizzazione del livello di conoscenza ed
avanzamento delle attivita nel
settore dei trasporti è uno dei
valori aggiunti di questa indagine, insieme alla possibilità di
un confronto ed uno scambio
d’informazioni tra i diversi Enti
gestori. Altro elemento fondante è l’analisi e la verifica delle
esperienze avviate dai singoli
Parchi sul tema della mobilità
sostenibile, spesso ritenuto secondario nell’ambito delle
emergenze e priorità dei Parchi,
che rende la ricerca uno strumento tecnico di supporto ai
decisori. La ricerca è per questo articolata in diverse tematiche e sarà corredata da rassegne sulle migliori esperienze in
corso. La ricerca è stata pro-
mossa grazie al contributo finanziario della Fondazione BNC
ed è realizzata con il supporto
tecnico del Cras srl (Centro Ricerche Applicate per o Sviluppo
Sostenibile) di Roma. Importante per questo l’adesione di FEDERPARCHI che collabora per
la migliore riuscita della ricerca
nell'ambito delle proprie relazioni ed attività istituzionali con
i 22 Parchi Nazionali coinvolti.
Grande collaborazione e disponibilità è stata inoltre mostrata dagli stessi ENTI PARCO che hanno concretamente collaborato
alla ricerca rispondendo ad appositi questionari e fornendo tutte le informazioni disponibili utili
allo studio. La ricerca, attualmente ancora in corso, sarà
conclusa nel marzo 2003 e
verrà presentata nell’ambito di
uno specifico evento del WWF
Italia nella primavera del 2003.
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n. 09
2002
> le novità dai parchi
Il camoscio appenninico tornerà a vivere nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini
Il Parco Nazionale dei Monti Sibillini ha avviato, in collaborazione con i Parchi Nazionali del
Gran Sasso-Monti della Laga e
della Maiella, il Corpo Forestale
dello Stato e con la partecipazione di Legambiente le prime
azioni previste nell'ambito di un
nuovo progetto Life per la conservazione del camoscio appenninico, approvato e cofinan-
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PLinius
n. 09
2002
ziato dall’Unione Europea, che
rappresenta, tra l’altro, un'importante passo in avanti verso
la reintroduzione di questo
splendido animale nel Parco
Nazionale dei Monti Sibillini.
Il camoscio appenninico (Rupicapra pyrenaica ornata), infatti,
non solo è considerato il “camoscio piú bello del mondo”,
ma rappresenta anche uno degli animali piú rari e preziosi a
livello europeo, tanto da essere
classificato come sottospecie
“in pericolo di estinzione” nella
lista rossa dei mammiferi redatta nel 1996 dall’IUCN (Unione Internazionale per la Conservazione della Natura). L’importanza conservazionistica di
questo animale è pienamente
giustificata se si pensa che nel
1915 ne rimaneva un unico
branco superstite composto da
appena una trentina di capi, in
località Costa Camosciara, nell’alta Marsica (una riserva di
caccia del re d'Italia), che veniva salvato dalla sicura estinzione grazie all'istituzione del Parco Nazionale d'Abruzzo, nato
nel 1922 proprio per proteggere questi ultimi esemplari.
Se si esclude la popolazione
sopravvissuta nel Parco Nazionale d’Abruzzo, le uniche informazioni disponibili sulla presenza del camoscio appenninico si riferiscono al massiccio
del Gran Sasso, dove l’ultimo
esemplare sarebbe stato abbattuto nel 1892, e ai Monti Sibillini in cui oltre alla recente
scoperta di reperti sub-fossili
risalenti a circa 10.000 anni fa,
attribuibili a questa sottospecie, vi sono citazioni storiche indicanti la presenza di “capri
selvatici” che, se riferite al camoscio, ne farebbero supporre
la sopravvivenza almeno fino al
1500. Si ipotizza però che il camoscio appenninico occupasse
un areale ben piú vasto, comprendente anche massicci come la Maiella, il Velino-Sirente,
il Matese, il Terminillo e i Simbruini. Con tutta probabilità, col
passare del tempo, queste popolazioni rimasero tra loro isolate e durante il periodo storico
furono sottoposte a una pesante azione di sterminio da parte
dell'uomo sia in modo diretto,
tramite la caccia, che indiretto,
mediante lo sfruttamento del
territorio e la concorrenza con il
bestiame, tanto da portare la
sottospecie alle soglie dell’estinzione agli inizi del 1900.
Superato un secondo drammatico calo avvenuto durante la
seconda guerra mondiale, il
suo numero è andato progressivamente aumentando, anche
per una piú oculata gestione attuata dal 1969, fino a raggiungere negli anni ’90 una consistenza stimata intorno a 500
esemplari allo stato libero. Ma
per allontanare efficacemente
il rischio di estinzione è ora necessario “rafforzare” i nuovi nuclei e riuscire a realizzare analoghe operazioni di reintroduzione su altri territori dell’Appennino, tra i quali, in maniera prioritaria, nel Parco Nazionale dei
Monti Sibillini dove a tal fine è
già stato realizzato uno studio
di fattibilità nell'ambito di un
progetto Life del WWF. Da tale
studio risulta che l'intero gruppo dei Sibillini, per la presenza
di ambienti rupestri ed estese
praterie d’altitudine, è potenzialmente idoneo per l’insediamento e lo sviluppo di una consistente popolazione di camoscio appenninico. La necessità
di costituire un nuovo nucleo di
camoscio nel Parco Nazionale
dei Monti Sibillini è tra l’altro
sottolineata dal Piano d’azione
per il camoscio appenninico,
approvato dal Ministero dell’Ambiente.
Il progetto Life, pertanto, oltre
ai rapporti positivi instaurati
con il Parco Nazionale d’Abruzzo, la cui collaborazione è necessaria per realizzare con successo l’operazione, fanno ben
sperare di rivedere presto balzare, anche tra le rupi dei Monti Sibillini, il “camoscio piú bello del mondo”.
numeri utili
Ente Parco Nazionale del Vesuvio
Riserva Mondiale di Biosfera del MAB UNESCO
Piazza Municipio 8, 80040 San Sebastiano al Vesuvio (Napoli)
Tel. 081.7710911 - fax 081.7718215
Comando Stazione Forestale
di Ottaviano
Tel.081.8279460 - fax 081.8279460
Museo Vesuviano
della città di Pompei
“Villino Bartolo Longo”
via S. Bartolomeo 12, Pompei
Comando Stazione Forestale
di Torre del Greco
Tel. 081.8812097
Aperto tutti i giorni dalle ore 8.00 alle 14.00
Azienda di Stato per le
Foreste Demaniali
tel. 0823.361712
Caserma Forestale di Trecase
tel. 081.5372391
Guide Alpine Vulcanologiche
della Campania
tel. 081.7775720 - fax 081.7775720
Osservatorio Vulcanologico Vesuviano
Amministrazione:
Viale Gramsci, 17/B - 80122 Napoli
tel. 081. 5980211 Fax 081. 7616062
Centro di sorveglianza:
Via A. Manzoni, 249 - 80123 Napoli
tel. 081. 5832111 Fax 081. 5754239
Sede Storica:
80056 Ercolano
tel. 081.7777149 - Fax 081.7390644
Musei e Scavi
Antiquarium nazionale
“Uomo e ambiente
nel territorio vesuviano”
Via Sette Termini 15,
Boscoreale (località Villa Regina)
tel. 081.5368796
Museo Ferroviario di Pietrarsa
via Pietrarsa, Portici
tel. 081.472003
Aperto dal lunedí al sabato
dalle ore 8.30 alle 13.30
Chiuso domenica e festivi
Museo “Emblema”
via Vecchia Campitelli, Terzigno
Scavi di Ercolano
corso Resina, Ercolano
tel.081.7390963
Aperto tutti i giorni dalle 8,30 alle 19,30
Chiusura biglietteria ore 18,00
Giorni di chiusura:
1 gennaio, 1 maggio, 25 dicembre.
Scavi di Oplonti
via Sepolcri, Torre Annunziata
tel. 081.8621755
Aperto tutti i giorni dalle 8,30 alle 19,30
Chiusura biglietteria ore 18,00
Giorni di chiusura:
1 gennaio, 1 maggio, 25 dicembre.
Scavi di Pompei
Entrata: Porta Marina
Ufficio informazioni: tel. 081.5365154
Aperto tutti i giorni dalle 8,30 alle 19,30
Chiusura biglietteria ore 18,00
Giorni di chiusura:
1 gennaio, 1 maggio, 25 dicembre.
Aperto tutti i giorni dalle 8,30 alle 19,30.
Chiusura biglietteria ore 18,00.
Giorni di chiusura:
1 gennaio, 1 maggio, 25 dicembre
Museo della Civiltà Contadina
via S. Maria del Pozzo, Somma
Vesuviana
tel.081.5318496
Aperto dal martedí al venerdí
dalle ore 9.00 alle 13.00
e il sabato e la domenica
dalle ore 9.00 alle 13.00
e dalle ore 16.00 alle 20.00
Museo del Corallo
Piazza Palomba 6, Torre del Greco
(visite guidate su appuntamento)
tel. 081.8811360
Emergenze
Pronto Soccorso Ospedale “Maresca”
Torre del Greco, via Montedoro
tel. 081.8824033
Pronto Soccorso Ospedale “Santa
Maria della Pietà”
Nola, via Seminario
tel. 081.8234178
Pronto Soccorso Ospedale “Apicella”
Pollena Trocchia, via Apicella
tel. 081.5300323
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