2002 n. 09 PLinius PERIODICO DI INFORMAZIONE DEL PARCO NAZIONALE DEL VESUVIO Buon anno con il Parco Nazionale del Vesuvio all’interno: Il Molise chiama il Parco Nazionale del Vesuvio risponde 22 >2 Capre per la conservazione della biodiversità e la riduzione del rischio di incendio >110 I vini di montagna si incontrano sull’Etna >111 Un agriturismo di qualità per lo sviluppo ecosostenibile del Parco “Culinaria. Il gusto dell’identità”: il Parco alla rassegna romana dei piaceri della tavola Sommario Buon anno con il Parco Nazionale del Vesuvio > 03 editoriale 2003 PLinius n.009 primo piano 04 Culinaria: il gusto dell’identità PERIODICO DI INFORMAZIONE DEL PARCO NAZIONALE DEL VESUVIO Editore Ente Parco Nazionale del Vesuvio attualità 06 Il Molise chiama, il Parco Nazionale del Vesuvio risponde 09 “Mattone selvaggio” nel mirino del Parco 10 I vini di montagna si incontrano sull’Etna Direttore responsabile Gabriele Scarpa Vicedirettore Roberto Russo Caposervizi Carlo Tarallo 14 12 territorio 11 Redazione Carmine Alboretti, Pasquale Cirillo, Michele Infante, Riccardo Rossi, Giuseppe Ruggiero, Paolo Trapani Hanno collaborato Gennaro Biondi, Anna De Marco, Gabriella N. M. Giudici, Vincenzo Peretti, Gianni Reale, Amalia Virzo De Santo, Pino Valerio Un agriturismo di qualità per lo sviluppo ecosostenibile del Parco 14 Il Gigante buono testimone della storia i comuni del Parco 17 Massa di Somma, Progetto grafico e impaginazione Anna De Luca (Borghini & Stocchetti) 18 la città che ha vinto la furia del Vesuvio ambiente 20 I rapaci notturni del Parco, 20 tra realtà e superstizione Ricerca iconografica Borghini & Stocchetti Fotografie e illustrazioni Per gentile concessione: Corpo Forestale dello Stato/CTA del Parco Nazionale del Vesuvio, Legambiente Campania, collezione Daniele, Carlo Bifulco, Gino Menegazzi, Vincenzo Peretti, Giovanni Romano Archivio del Parco Nazionale del Vesuvio: Gino Di Maggio, Antonio Lubrano Lavadera Stampa Alfa Tipolitografia Via B. Longo, Napoli speciale Pubblicazione registrata Trib. di Nola n. 90 del 15/02/2002 Ente Parco Nazionale del Vesuvio Piazza Municipio 8 80040 San Sebastiano al Vesuvio (Napoli) Tel. 081.7710911 Fax 081.7718215 22 Pascolo, vegetazione e fuoco 23 Il Parco riqualifica il bosco Molaro 24 La capra napoletana 25 23 Presidente Amilcare Troiano educazione ambientale Vicepresidente Oreste Sassi Consiglio direttivo Michele Balzano, Vincenzo Balzano, Gennaro Biondi, Giuseppe Capasso, Luca Ercolani, Giuseppe Maravolo, Nicola Miranda, Pina Orpello, Orfeo Picariello, Pasquale Raia, Amalia Virzo De Santo 26 Il vetro, una scelta… trasparente tradizione 29 Cento candeline per la nonnina del Vesuvio 30 Trecase e il miracolo di San Gennaro 28 Giunta esecutiva Amilcare Troiano, Oreste Sassi, Michele Balzano, Giuseppe Capasso, Pasquale Raia Presidente Comunità del Parco Luisa Bossa Collegio Revisori dei conti Aldo Spasaro (Presidente), Gaetano Ceglie, Antimo Menale 29 31 dall’Ente Parco Convenzioni, progetti, iniziative: l’attività del Parco Nazionale del Vesuvio 32 33 le novità dagli altri parchi Direttore generale Carlo Bifulco I Comuni del Parco: Boscoreale, Boscotrecase, Ercolano, Massa di Somma, Ottaviano, Pollena Trocchia, Sant’Anastasia, San Giuseppe Vesuviano, San Sebastiano al Vesuvio, Somma Vesuviana, Terzigno, Torre del Greco, Trecase. Stampato su carta ecologica riciclata PLinius Anno II, numero 09/2002 - Tiratura 10.000 copie editoriale Foto di Gino Di Maggio (Archivio del Parco Nazionale del Vesuvio) a favola del Natale, l’armonia e l’incanto che da sempre accompagnano gli ultimi giorni dell’anno rivestono di una luce nuova anche il Vesuvio. Vista coi colori dell’inverno, la “montagna” assume una dimensione fiabesca, quasi sospesa tra il sacro e il profano. Una visita ai sentieri del Parco in questo periodo dell’anno, può regalare suggestioni indimenticabili al turista che si inerpica sui fianchi del vulcano. L’atmosfera dei paesini del cratere, poi, immersi nel calore della festa, tra l’odore dei caminetti accesi, il sapore delle castagne cotte e le tante iniziative messe in cantiere per festeggiare l’evento della Natività, è piú di un invito a godere la magia del Vesuvio. Un lasciapassare, insomma, per godere fino in fondo dei disegni e delle storie di vita che solo la natura, con i suoi intrecci misteriosi, sa disegnare. E sí che di vulcano si parla, nelle pagine di Plinius, ripercorrendo la storia dello “sterminator Vesevo” attraverso i secoli, fino ad approdare ad eventi piú o meno recenti, collegati all’esistenza stessa dell’ente Parco. Un viaggio attraverso i sapori della montagna, dalla lava fermata dal patrono di Trecase, 100 anni fa, all’eruzione che seppellí Pompei ed Ercolano immortalando un angolo dell’antica Roma, fino a passare attraverso la conoscenza di una specie animale rarissima, come la “capra vesuviana” che vive solo ai piedi del vulcano e che è stata avvistata sempre con molta difficoltà da scienziati e studiosi. Questo ed altro il Vesuvio sa offrire alla sua gente. Lui, che non ha mai smesso di affascinarci e al contempo, di terrorizzarci. Una simbiosi piú forte dei secoli, piú forte della storia quella che lega i vesuviani alla “montagna di fuoco”, fatta di odio e amore, di distruzione e rinascita, di fuoco e ricchezza. Vesuvio, demiurgo di mille destini, ingegnere e architetto dell’urbanistica dei suoi comuni, ispiratore di poesia e fonte di vita per contadini e agricoltori. Solo chi ama il Vesuvio, simbolo del Parco, può capire quanto importante sia vivere in stretto legame con la “montagna incantata”. Buona lettura a tutti e tanti, tanti auguri. L Gabriele Scarpa < Culinaria: il gusto dell’identità Il Parco Nazionale del Vesuvio alla rassegna romana dei piaceri della tavola [•] di PAOLO TRAPANI FOTO DI o scorso 30 novembre a Roma si è tenuta l’iniziativa “Culinaria. Il gusto dell’identità”. Coordinata dalla società Italia Media Eventi e sponsorizzata dal ministero delle Risorse Agricole e Forestali, la manifestazione ha registrato una mas- LL 04 PLinius n. 09 2002 G. ROMANO-UFFICIO PROMOZIONE PNV siccia partecipazione di espositori e visitatori. Uno dei principali protagonisti, come spesso accade in questi casi, è stato il Parco Nazionale del Vesuvio. Nello stand appositamente allestito per esporre le varie prelibatezze vesuviane c’erano in prima fila i pomodorini del piennolo, le albicocche ed i vini, questi ultimi al centro peraltro del progetto denominato “strada del vino Vesuvio e del prodotti tipici vesuviani”. Nello spazio riservato all'ente dell'oasi protetta del vulcano anche altri prodotti tipici come il pane, il nocillo e le produzioni conserviere come quella della marmellata biologica. A tirare le fila dell’organiz- zazione è stato il responsabile dell’ufficio promozione del Parco del Vesuvio Giovanni Romano, che cura da vicino la presenza dell’Ente in questo tipo di manifestazioni. L’idea di fondo della manifestazione romana è stata il collegamento naturale che si crea tra primo piano la culinaria e l’identità nazionale e locale. In un opuscolo redatto da Giano Accame, filosofo e teoretico, sono state ripercorse le antiche tradizioni che caratterizzano l’Italia sul versante dei piaceri ed i riti della cucina, del bere come del mangiare. Non a caso si citano il Satyricon di Petronio Arbitrio che tramandò le degustazioni raffinate della cena di Trimalcione e Celio Apicio con il suo ricettario De re coquinaria scritto nel I secolo d. C. Madre di tutte le citazioni, inoltre, risalente al 1100, quella delle raccomandazioni della regola sanitaria salernitana che spiegava: «Se una grossa sbornia notturna ti ha fatto sentir male, fatti un’altra bevuta la mattina dopo: ti servirà da medicina. Bere solo acqua durante i pasti, provoca un’infinità di disturbi allo stomaco e blocca la digestione». Il viaggio nei sentieri della tradizione e la ricostruzione storica dello scrittore Giano Accame giunge fino al ‘900 e alle attenzioni culinarie degli intellettuali, di destra come di sinistra. Ecco allora da un lato la cucina futurista e dall’altra le iniziative del Gambero Rosso e Slow Food. Nel dicembre 1929 Umberto Notari, editore pieno di idee e progetti, diede vita a La cucina futurista la cui supervisione era curata da un comitato tecnicoscientifico composto, tra gli altri, anche dal padre del futurismo Filippo Tommaso Marinetti, dal poeta Paolo Buzzi, dal pittore Carlo Carrà. Non a caso, poco dopo, nacque il Manifesto della cucina futurista. Tra gli elementi di maggiore spunto che ha fornito l’evento romano di “Culinaria. Il gusto dell’identità” c’è sicuramente quello che ha vi- > sto confrontarsi i migliori chef italiani: Corrado Fasolato del ristorante “La Siriola” di San Cassiano in Val Badia, Antonello Colonna del ristorante “Anto- nello Colonna” di Roma, Gianfranco Vissani del ristorante “Vissani” di Civitella del Lago, Alfonso Iaccarino del noto “Don Alfonso” di Sant’Agata dei due golfi. Ed ancora Fulvio Pierangelini del “Gambero Rosso” di San Vincenzo di Livorno ed Heinz Beck de “La Pergola” di [•] Roma. 05 PLinius n. 09 2002 > attualità Il Molise chiama, il Parco Nazionale del Vesuvio risponde Aiuti concreti e solidarietà per le popolazioni colpite dal sisma dello scorso autunno. Il Parco Nazionale del Vesuvio impegnato nella difficile operazione di messa in sicurezza del patrimonio culturale dell’area molisana. [•] di GIUSEPPE RUGGIERO Foto di LEGAMBIENTE/PROTEZIONE CIVILE/BENI CULTURALI II 06 PLinius n. 09 2002 l Molise chiama, il Parco Nazionale del Vesuvio risponde. Come è successo in occasione del terremoto in Umbria o della tragedia di Sarno. Dopo sole 24 ore dalla terribile terremoto che ha colpito San Giuliano ed i comuni limitrofi, il Parco Nazionale del Vesuvio ha prontamente risposto all’appello del Gruppo di Protezione Civile di Legambiente in partenza per il Molise nella difficile operazione di messa in sicurezza del patrimonio culturale danneggiato dal sisma. L’Ente Parco ha immediatamente messo a disposizione i fuoristrada e del personale per accompagnare i volontari di Legambiente della Campania nei luoghi del disastro. Un intervento effettuato in 15 Comuni dell’area piú colpita dal terremoto, con un risultato di 650 opere d’arte evacuate messe in salvo in sole due settimane da 28 chiese e palazzi storici gravemente danneggiati. I volontari, dopo aver attrezzato un deposito temporaneo individuato dalla Soprintendenza, hanno rimosso, schedato, imballato e trasportato sculture, dipinti, arredi sacri, tessuti e manufatti lignei del XVI, XVII e XVIII secolo, in stretta collaborazione con i Vigili del Fuoco, con la Soprintendenza, con il Ministero per i Beni Culturali ed il Dipartimento della Protezione Civile. Un’opera di messa in sicurezza importantissima, che ha permesso di salvare dalla perdita importanti testimonianze storico artistiche del nostro Bel Paese, che per le popolazioni dei piccoli Comuni molisani duramente colpiti dal Sisma rappresentano psicologicamente un elemento importantissimo di identità collettiva, simbolo di ritorno alla normalità dell'intera comunità. «Ormai la collaborazione del Parco Nazionale del Vesuvio – commenta Simone Andreotti, responsabile nazionale protezione civile Legambiente – è divenuta indispensabile e collaudata, facendo si che il Parco entri di diritto tra gli enti ormai accreditati in caso di calamità dalla Protezione Civile. I risultati sono stati evidenti – conclude Andreotti – siamo riusciti a recuperare il piú possibile delle ricchezze di questi monumenti che non solo hanno un incommensurabile valore storico, ma soprattutto oggi, nei piccoli centri rappresentano spesso luoghi di aggregazione, attorno ai quali ruota la vita delle comunità locali». «Gli attestati di stima – dichiara Amilcare Troiano, presidente dell’Ente Parco Nazionale del Vesuvio – della Legambiente e della Protezione Civile non possono che farci piacere e ci stimolano a continuare su questa strada. Il sistema è ormai collaudato, in poche ore siamo in grado di renderci utili per intervenire nelle situazioni di pericolo». «La nostra scommessa – spiega Pasquale Raia, responsabile Aree Protette di Legambiente Campania e componente del direttivo del Parco – è quella di orga- nizzare un corso di formazione specifico per responsabili protezione civile addetti al recupero e messa in sicurezza dei beni culturali aperto ai cittadini, studenti, lavoratori dei comuni del Parco, in modo da contare su una squadra specializzata e preparata dell’Ente pronta a mobilitarsi ed intervenire per i soccorsi». L’essere riusciti a soli 20 giorni dalla prima scossa a concludere il delicato intervento sui beni culturali, senza essere di intralcio alle operazioni di soccorso sulla popolazione, che rivestono senza dubbio una indiscussa priorità, rappresenta un fiore all’occhiello per l’intera protezione civile nazionale, che dimostra di avere una capacità di coordinamento sempre piú efficace, riuscendo a gestire contemporaneamente tutte le problematiche connesse ad un evento calamitoso di massa con 07 PLinius n. 09 2002 < attualità tempestività e accuratezza. Un’operazione perfettamente riuscita, elemento visibile e risultato di una crescita organizzativa ed aggregativa del settore protezione civile di Legambiente che negli ultimi anni ha dimostrato capacità di radicamento sul territorio, di aggregazione rivolta al mondo giovanile e di operatività. L’ottima gestione di questa emergenza operata da Legambiente sancisce definitivamente l’Associazione come un importante soggetto organizzato della Protezione Civile Nazionale, una scommessa cominciata cinque anni fa durante le tragiche giornate del sisma in UmbriaMarche, che oggi può senza dubbio considerarsi una scommessa vinta. Legambiente, Parchi nazionali del Gargano, del Cilento e Vallo di Diano, del Vesuvio e Parco regionale della Murgia Materana insieme per la messa in sicurezza e i recupero dei beni culturali colpiti dal terremoto. “Salvaguardare la memoria di quei luoghi per salvare l’identità delle popolazioni”, ecco l’impegno dei volontari di Legambiente che, col supporto logistico dei quattro Parchi naturali, sono già all’opera con la sovrintendenza per censire i beni danneggiati e pianificarne il recupero. Dopo una prima fase di ricognizione fatta di sopralluoghi col personale della Soprintendenza locale - si legge nella nota dell’Associazione ambientalista - per valutare danni e rischi causati dal sisma, arriveranno da tutt’Italia una cinquantina di volontari (fra tecnici, falegnami, disegnatori ed altri esperti) con una preparazione specifica nella gestione dei beni culturali. «Stiamo lavorando con la Soprintendenza – ha spiegato Simone Andreotti, responsabile del settore protezione civile di Legambiente – per avere un quadro organico dei danni causati dal terremoto al patrimonio artistico dell’area colpita. Una cinquantina di tecnici volontari è stata allertata e verrà attivata [•] fra qualche giorno». attualità < “Mattone selvaggio” nel mirino del Parco La Forestale sequestra una costruzione fuorilegge, il Parco Nazionale del Vesuvio individua nuovi criteri d’intervento per fare fronte al fenomeno dell’abusivismo edilizio. [•] di PAOLO TRAPANI P U rosegue senza soste e senza tregua la lotta all’abusivismo edilizio nell’area del Parco Nazionale del Vesuvio. L’Ente dell’area protetta, pur non essendo un organo specificatamente “repressivo”, ma avendo l’abilitazione ad adottare misure di ripristino ambientale dei luoghi violati da “mattone selvaggio”, ha scelto, attraverso l’individuazione di criteri oggettivi, una scala di interventi da avviare. Il Parco, d’altronde, è tra i pochi soggetti istituzionali ad avere già alle spalle una storia di contrasto dell’abusivismo e di ripristino della legalità. Nonostante la sua giovane età istituzionale, infatti, l’ente di San Sebastiano al Vesuvio ha finora attuato oltre venti abbattimenti. Si è quasi sempre trattato di manufatti edificati abusivamente. Un’apposita equipe di esperti, di recente, nell’ambito di un progetto di lotta agli scempi perpetrati contro l’ambiente e l’ecosistema, è stata incaricata di individuare alcuni criteri di valutazione per determi- Agenti del Corpo Forestale dello Stato del CTA Parco Nazionale del Vesuvio nare le priorità di esecuzione negli interventi di demolizione. L’Ente Parco, però, non disponendo di ingenti risorse finanziarie né di una grossa struttura amministrativa (fattori preponderanti e funzionali ad acquisire e demolire tutte le opere edilizie abusive e che risultano censite in 116 casi per il solo primo semestre 2002), deve inevitabilmente delimitare le proprie iniziative. Iniziative da avviare necessariamente per un numero ridotto di casi. Tre i punti fondamentali indicati dagli esperti: pre- liminare e preventiva verifica dell’esecutività dei provvedimenti amministrativi, ovvero l’avvenuta notificazione dell’atto ed il riscontro dell’inesistenza di ordinanze di revoca; localizzazione dell’abuso (cioè l’individuazione dell’area nella quale l’abuso ricade per verificarne il grado di compromissione dell’interesse naturalistico); gravità dell’intervento, costituito dalla sua tipologia, oltre che dalla superficie e dal volume prodotti in dispregio alle leggi. «Stiamo seguendo la linea della fermezza – dice il Presidente del Parco del Vesuvio Amilcare Troiano – e rispetto ai fenomeni di illegalità la nostra vigilanza resta molto alta». Le buone notizie, comunque, vengono anche dal corpo forestale dello Stato che a Terzigno ha sequestrato il mese scorso una costruzione illegale di 700 metri quadrati. Gli uomini capitanati dal colonnello Lucio Russo hanno bloccato i lavori con cui s’intendeva realizzare una struttura per la ricezione turistica che non aveva le autorizzazioni comunali ed il nulla osta del Parco [•] del Vesuvio. 09 PLinius n. 09 2002 > attualità I vini di montagna si incontrano sull’Etna I “doc” del Parco Nazionale del Vesuvio protagonisti al concorso internazionale che si tiene ogni anno alle falde del vulcano siciliano. [•] di PINO VALERIO n week-end all’insegna del vino: a Linguaglossa, alle falde dell’Etna, si è svolta l’undicesima edizione del concorso internazionale dei vini di montagna. Una due giorni di esposizione durante la quale in particolar modo i vini dell’Etna e del Vesuvio hanno assunto il ruolo di protagonisti di questa iniziativa tutta incentrata sulle delizie di Bacco. Di tutto rispetto il dibattito, che ha visto gli interventi di Roberto Gaudio, coordinatore del Cervim (Centro di ricerche per lo studio e la valorizzazione dei vini di montagna), Mariolina Besio, membro del comitato tecnicoscientifico del Cervim, Pierre Marie Tricaud, collaboratore Unesco, Paolo Benvenuti, direttore associazione “Città del Vino”, Amodio Pesce, enologo e coordinatore del progetto “Strada del vino Vesuvio”, Leonardo Agueci, presidente Istituto regionale della U 10 PLinius n. 09 lizzazione fa registrare continui passi in avanti e che prevede la creazione e la segnalazione di un vero e proprio circuito enogastronomico all’interno delle zone di produzione a sinistra Nicola Miranda, componente del consiglio direttivo dell’Ente Parco dei vini Doc vesuviani. L’oVite e del Vino, e di Giuseppe biettivo dichiarato del progetto è Castiglione, Assessore regionale quello di assicurare ad utenti e viall’Agricoltura e vicepresidente sitatori un ampia offerta di produdella regione Sicilia. Per il Parco zioni tipiche attraverso un itineraNazionale del Vesuvio ha preso la rio all’insegna dei sapori, delle parola Nicola Miranda, compo- bellezze naturali e delle tradizioni nente del consiglio direttivo del- storiche consolidate da secoli. Per l’Ente. Al centro dei vari inter- passare alla fase operativa si attenventi e del successivo confronto le de solo il riconoscimento in sede specificità dei vini locali, le politi- regionale. [•] che di salvaguardia e di tutela delle produzioni tipiche del territorio e la viticoltura di montagna. Ed è proprio la valorizzazione dei prodotti tipici, con il vino grande protagonista, uno degli impegni portati avanti dal Parco Nazionale del Vesuvio: promuovere la produzione locale significa infatti compiere una operazione di grande rilievo culturale ma anche accompagnare le aziende del territorio lungo la strada del recupero di spazi di mercato a livello internazionale. Non a caso la strategia messa in campo dal Parco del Vesuvio mira a dar vita alla “strada L’enologo vesuviano Amodio Pesce del vino”, un progetto la cui rea- territorio > Un agriturismo di qualità per lo sviluppo ecosostenibile del Parco [•] di GENNARO BIONDI T T utte le indagini condotte negli ultimi anni sull’agriturismo segnalano una forte impennata della domanda, sulla spinta di una crescente esigenza di “fare turismo” in maniera alternativa rispetto ai tradizionali modelli alberghiero e balneare. Tale tendenza si registra anche in Campania, dove le aziende del settore, pur aumentate sensibilmente nel corso degli ultimi anni (attualmente sfiorano le 1200 unità), non appaiono in grado di far fronte alle nuove richieste. Esiste, dunque, un ampio margine di crescita soprattutto in funzione delle caratteristiche specifiche della domanda nazionale ed internazionale. Sulla base di queste considerazioni abbiamo provato a verificare la propensione verso il soggiorno in fattoria da parte degli ospiti delle strutture alberghiere localizzate in alcune tra le località balneari piú frequentate in Campania. L’indagine ha tenuto conto della composizione del nucleo familiare, avendo cura di selezionare la famiglia tipo che manifesta sensibilità verso l’ambiente naturale e la campagna. I risultati restituiti dalle interviste realizzate nel corso della scorsa estate offrono una serie di interessanti spunti che meritano una qualche attenzione anche in funzione della valorizzazio- ne delle risorse ambientali del Parco Nazionale del Vesuvio. Innanzitutto il 65% degli intervistati ha manifestato un forte interesse per il soggiorno in ambiente rurale e tra questi oltre la metà ha maturato almeno un’esperienza in un agriturismo. Ma l’elemento forse piú interessante è rappresenta- to dal fatto che la stragrande maggioranza dei nuclei familiari stranieri ha dichiarato di fermarsi in aziende agrituristiche della Toscana o del Trentino-Alto Adige per circa una settimana alla fine del periodo di soggiorno nelle località costiere della nostra regione. Tale complementarietà nell’orga- 11 PLinius n. 09 > territorio 12 PLinius n. 09 nizzazione delle vacanze è direttamente collegata allo status culturale ed al livello medio – alto di scolarizzazione degli intervistati e alla conseguente sensibilità per due aspetti specifici del turismo, l’ambiente naturale e le risorse artisticoculturali. Non solo, ma ad una domanda sulla disponibilità a consumare in Campania anche questa parte terminale del periodo di ferie, la risposta è stata decisamente positiva e nella griglia delle preferenze il Vesuvio si piazza immediatamente a ridosso della penisola sorrentina e dell’area flegrea. Letti in controluce tali linee di tendenza nei comportamenti dei turisti si trasformano in un potenziale fattore di sviluppo locale e regionale in quanto esiste l’oggettiva possibilità di intercettare un flusso aggiuntivo di clienti, attraverso la predisposizione di una offerta agrituristica di qualità. Un altro elemento da non sottovalutare è rappresentato dalla diffusa propensione dei turisti – soprattutto stranieri – a soggiornare in fattoria ( entro 20 km di distanza massima dal mare) e spostarsi quotidianamente verso i centri balneari. Ciò garantirebbe, a loro parere, quelle condizioni di tranquillità e qualità ambientale che in molti centri della costiera appaiono mortificate dal caos urbanistico e della circolazione. Fin qui l’analisi della domanda potenziale che indurrebbe ad un giusto ottimismo circa la possibilità di alimentare lo sviluppo locale su basi di sostenibilità ambientale che resta uno dei cardini di tutta la politica dei parchi e delle aree protette. Si intravede, in altri termini, la possibilità di coniugare sviluppo economico e salvaguardia ambientale secondo un para- digma culturale sempre piú condiviso dalle comunità locali. Ma, come spesso accade nella nostra realtà il passaggio dalle enunciazione di valori alla definizione di specifiche strategie di intervento risulta molto difficoltoso e per molti versi irto di contraddizioni, equivoci e malcelate espressioni di tipo demagogico. Il problema sta, dunque, nella predisposizione di una offerta di qualità che risponda alle esigenze di un’utenza la quale ha in gran parte metabolizzato in positivo il valore dell’ambiente e delle risorse artistico–culturali. Al momento il sistema agrituristico vesuviano, cosí come del resto quello regionale, non si esprime su questi livelli, seppur manifesta una certa effervescenza che, però, andrebbe epurata da alcuni equivoci di fondo che rischiano di comprometterne lo sviluppo stesso. Il primo fra tutti è rappresentato dall’abuso della terminologia stessa, nel senso che spesso si autodefiniscono aziende agrituristiche delle semplici trattorie in campagna che nulla hanno a che vedere con i requisiti richiesti dalla legge regionale del 1984 e di quella nazionale dell’anno successivo ed anzi creano in molti casi una concorrenza sleale rispetto ai ristoratori tradizionali. Piú in generale, dall’analisi della situazione attuale emergono tre ordini di problemi per costruire un sistema agrituristico di qualità nell’area vesuviana. territorio Il primo riguarda il miglioramento aziendale e passa attraverso la promozione della cultura imprenditoriale alla quale dovrebbe affiancarsi una forte spinta verso la certificazione di qualità delle aziende stesse e verso una puntuale articolazione dell’offerta. Un secondo ordine di problemi comprende i rapporti esterni, ovvero quelli che legano le unità agrituristiche al mondo della produzione e dei servizi. In particolare va definita una strategia di valorizzazione del settore agroalimentare, attraverso la messa a punto di tutta una serie di misure che tengano conto della possibilità di collegare la vendita e la produzione allo sviluppo della ricettività agrituristica. Il terzo gruppo di problemi riguarda la promozione di un approccio istituzionale di tipo innovativo al problema, il che chiama in causa tutti gli attori che, seppur a diverso titolo, de- vono concorrere alla costruzione dello sviluppo locale e regionale. In questa direzione va innanzitutto sollecitata la definizione di una nuova legge regionale per il settore che già aveva superato con voto unanime l’esame della Terza Commissione nella scorsa consiliatura e che è stata successivamente bloccata per una serie di non meglio identificati fattori tecnici e politici. Essa deve tener conto, da una parte, della nuova impostazione della politica agricola comunitaria e, dall’altra, delle specificità dei nostri territori rispetto alle coordinate generali codificate nella Legge quadro nazionale. Con riferimento alla nuova impostazione della PAC va sottolineato il carattere di “multifunzionalità” dell’agricoltura, ovvero la tendenza a spostare < gli interventi a favore del settore primario dal momento mercantile a quello di tipo strutturale. Il passaggio dall’ agricoltura al mondo rurale offre la possibilità concreta all’agriturismo di superare il tradizionale stereotipo di “valore ideologico” per assumere un concreto “valore economico” pur sempre in un quadro di ecosostenibilità e salvaguardia ambientale. Per quanto attiene alla scala locale un ruolo strategico può essere svolto anche dal Parco Vesuvio attraverso l’implementazione di specifiche politiche di promozione nella sua strategia generale di salvaguardia e promozione del sistema territoriale di propria competenza. Si pensi, per esempio, all’ attivazione di corsi formazione per operatori del settore, alla realizzazione di un progetto pilota di certificazione della qualità agrituristica, alla prospettiva di partecipare alla creazione di un itinerario agrituristico locale, promuovendo ed incentivando la localizzazione dei servizi richiesti dalla potenziale clientela (dalle attività sportive a quelle artigianali e culturali). Il tutto nella prospettiva di intercettare quel flusso di domanda potenziale che può offrire un contributo allo sviluppo economico ed occupazionale [•] della nostra realtà. 13 PLinius n. 09 > territorio Il Gigante buono testimone della storia Tra eruzioni terribili e lunghi periodi di riposo, ecco la storia del vulcano che nel corso dei millenni ha forgiato i destini di città, villaggi e intere comunità. [•] di GIANNI REALE FL in dall’antichità il “monte” che, con la sua maestosa presenza simboleggia il Parco Nazionale del Vesuvio, è stato temuto e rispettato dalle comunità stanziate ai piedi del vulcano, costrette a fare i con- ti con la furia sterminatrice della “montagna di fuoco”. Famoso in tutto il mondo, il Vesuvio ha legato il suo nome ad alcuni degli eventi eruttivi piú catastrofici della storia dell’umanità. Il complesso Somma-Vesuvio è un tipico esempio di vulcano a recinto co- stituito da un cono esterno tronco, il Monte Somma, con una cinta craterica in gran parte distrutta all’interno della quale si erge un cono ancora piú piccolo rappresentato dal Vesuvio. Le due sezioni sono separate da un profondo avvallamento denomi- Gran Cono Foto Gino Di Maggio (Archivio E.P.N.V.) Bomba vulcanica (In alto) Foto Gino Menegazzi territorio Gran Cono del Vesuvio (1281 m.s.l.m.) Punta Nasone (1132 m.s.l.m.) > Cognoli Atrio del Cavallo (831 m.s.l.m.) Valle del Gigante (885 m.s.l.m.) Valle dell’Inferno (830 m.s.l.m.) Illustrazione Antonio Lubrano Lavadera (Archivio E.P.N.V.) nato Valle del Gigante, un tempo l’antica caldera del vulcano. La Valle del Gigante è suddivisa, a sua volta, in Atrio del Cavallo (ovest) e Valle dell’Inferno (est). Sentiero che conduce al cratere Foto Gino Di Maggio (Archivio E.P.N.V.) Lava a corda Foto Gino Di Maggio (Archivio E.P.N.V.) Cratere del Vesuvio Foto Gino Di Maggio (Archivio E.P.N.V.) Il recinto del Somma appare ben conservato nella parte settentrionale. La furia del vulcano, infatti, lo ha sempre risparmiato in quanto ben protetto dalla parete interna che ne ha impedito il flusso dei torrenti di lava. Profondi valloni, prodotti dall’erosione delle acque pluviali, solcano i pendii del Somma, disegnando solchi lunghi come ferite. Il vecchio orlo craterico è un susseguirsi di cime ben disegnate nominate “cognoli”. Mentre l’altezza e il profilo del Monte Somma si sono conservati uguali nel corso dei secoli, l’altezza ed il profilo del Vesuvio hanno subito, all’opposto, variazioni notevoli a causa delle eruzioni che si sono susseguite, con innalzamenti ed abbassamenti del cono. Il Vesuvio è un caratteristico vulcano poligenico e misto, vale a dire costituito dall’addensarsi di lave di composizione chimica diversa. La sua superficie è formata sia da colate magmatiche, sia dal deposito di materiale piroclastico. Tutte le zone alle falde del Vesuvio possono considerarsi formate dal ter- Punta Nasone Foto Gino Di Maggio (Archivio E.P.N.V.) riccio lavico trasportato a valle dalla pioggia attraverso profondi e stretti valloni detti alvei o piú comunemente “lagni”. Gli alti argini, invece, sono formati da cumuli di scorie laviche ricche di silicio e potassio, materiale prezioso per la vegetazione. LA STORIA DEL VESUVIO Il primitivo monte Somma, antenato del piú moderno Vesuvio, può dirsi nato all’inizio dell’era quaternaria con un’eruzione di trachiti. Altri due eventi eruttivi si verificarono tra il 6000 e il 3000 circa a.C. e tra il 3000 e l’era cristiana. Sono questi gli eventi eruttivi piú datati dei quali si 15 PLinius n. 09 2002 > territorio Il Vesuvio prima del 79 d.C. abbia traccia. Successivamente, dopo un lungo periodo di quiete, l’attività del Somma-Vesuvio si manifestò con violente scosse di terremoto che precedettero, a partire dal 5 febbraio del 63 d.C. (il sisma descritto da Seneca e “raccontato” negli affreschi presenti all’interno delle case signorili pompeiane), la piú terribile e tragicamente famosa eruzione dell’agosto del 79 d.C., durante la del 16 dicembre 1631, una delle piú drammatiche dell’era moderna, che distrusse la maggior parte dei villaggi situati ai piedi del vulcano, provocando piú di 40mila vittime e un flusso migratorio verso l’allora capitale Napoli da parte delle popolazioni vesuviane senza precedenti. In quella circostanza i torrenti di lava eruttati dal cono raggiunsero il mare. Do- 1631, prima e dopo l’eruzione po l’evento eruttivo del 1631, l’attività del Vesuvio ha seguito un ciclo costante per tutto il XIX secolo. Si ricordano, infatti, le eruzioni del 1822, 1855, 1858, 1861, 1872. Seguirono, poi, altri parossismi che trasformarono completamente la sagoma del cratere definendone quello che è l’aspetto Eruzione del 1872 16 PLinius n. 09 quale furono sepolte da una spessa coltre di cenere, lapilli e lava le cittadine di Ercolano, Pompei, Stabia e tutti gli altri centri della costa, tra cui Oplonti. Secondo alcuni studiosi questa eruzione, definita pliniana dal nome dell’antico storico che la descrisse, diede origine all’attuale Gran Cono del Vesuvio. Quella del 79 d.C. fu anche la prima eruzione storicamente datata e documentata in una celebre lettera che Plinio il Giovane, che nella tragedia aveva perso lo zio, il naturalista Plinio il Vecchio, rimasto ucciso dai gas a pochi passi da Stabia, aveva scritto allo storico Tacito. Tra le eruzioni successive si ricordano quelle del 202, 472, 685, 1036, 1139 e quella violentissima Eruzione del 1906 attuale. Nel 1906, infatti, nel corso di una delle ultime eruzioni del Vesuvio nell’età contemporanea, il vulcano eruttò milioni di metri cubi di lava, provocando un collasso del Gran Cono. Il cratere perse cosí quel tipico aspetto di “cono” tanto decantato nelle cartoline dell’epoca unitamente al celebre pennacchio. L’ultima eru- Eruzione del 1858 zione, in ordine di tempo, avvenne nel marzo del 1944, in piena seconda guerra mondiale. In quella circostanza il Vesuvio espulse qualcosa come 21 milioni di metri cubi di lava, distruggendo alcuni centri abitati come San Sebastiano al Vesuvio, Cercola e Massa di Somma. Trasportate dal vento, le ceneri giunsero fino alle coste albanesi. Da quel momento il vulcano non ha piú dato sintomi di risveglio, sebbene le frequenti manifestazioni sismiche, molte delle quali anche recenti, siano lí a dimostrare che il “grande vecchio” dorme sonni tranquilli, ma che non è spento. Il vulcano è oggi guardato a vista, ed è sempre piú oggetto di studi approfonditi riguardo alla previsione di probabili eruzioni. Appartiene alla storia del vulcano, ma anche a quella della vulcanologia mondiale l’Osservatorio situato nella parte alta del Comune di Ercolano, nel territorio del Parco Nazionale. Realizzato nel XIX secolo, primo al mondo nel suo genere, l’Osservatorio può annoverare tra i suoi direttori personaggi della scienza del calibro di Palmieri, [•] Melloni e Mercalli. Eruzione del 1944 i comuni del Parco Massa di Somma > La città che ha vinto la furia del Vesuvio Massa di Somma è il piú piccolo tra i comuni del Parco. Autonoma dal 1988, nel corso dei secoli la cittadina ha subito piú volte la furia del vulcano. Nello stemma del comune la voglia di reazione dei massesi di fronte ai disastri provocati dalle eruzioni. Una reazione sottolineata dal motto posto in calce allo scudo: “Tenaciter restitui”, tenacemente ho ricostruito. [•] di GABRIELE SCARPA M L assa di Somma è il piú piccolo tra i comuni del Parco Nazionale del Vesuvio, con i suoi 6.016 abitanti, ed anche il piú 22 marzo 1944, la chiesa dell’Assunta giovane in assoluto tra i “magnifici 13”. Sulla sua carta d’identità, infatti, si legge la data dell’autonomia: 4 maggio 1988. Quattordici anni appena per un municipio che pure vanta origini antichissime. Massa sorge a quota 196 metri sul livello del mare e si estende su una superficie di 3,5 kmq sui ripidi pendii boscosi del Monte Somma, stretta tra San Sebastiano al Vesuvio, Cercola, Pollena-Trocchia e Ercolano, proprio di fronte al fosso della 17 PLinius n. 09 2002 > i comuni del Parco Massa di Somma Le rovine dell’antica chiesa dell’Assunta 18 PLinius n. 09 Vetrana. Fino al 1988, la cittadi- rieri, l’insieme di fondi o poderi na è stata una frazione di Cerco- coltivati da coloni e servi affidati la. Poi, in quell’anno, una legge a un conductor o actionarius che, regionale ha ripristinato l’antico intorno al X secolo, finirono per comune di Massa (Università fin trasformarsi in feudi. Massa e i dal medioevo) che nel 1877, con suoi abitanti fanno la loro comdecreto regio, era stato autorizza- parsa, per la prima volta in via ufto ad assumere la denominazione ficiale, su alcuni documenti del di Cercola. Il primo sindaco del X sec. e dell’età angioina (XII ricostituito comune è stato il pro- sec.). Il villaggio seguí le sorti di fessor Oreste Sassi, attuale vice- Somma Vesuviana di cui fu casapresidente del Parco Nazionale le dal medioevo fino agli inizi del Vesuvio che in otto anni di dell’800 pur conservando una amministrazione ha trasformato questa ex frazione, priva di ogni servizio essenziale, in una cittadina dignitosa che non ha nulla da invidiare ai comuni circostanti. L’area su cui oggi sorge il piccolo centro urbano, abitata fin dal I sec. a. C., fu sede, in epoca romana, di numerose ville rustiche dedite alla produzione di vino e olio. Lo stesso Santuario di Santa Maria Assunta toponimo Fotografie di Borghini & Stocchetti “Massa”, d’altronde, ricorda che il territorio, propria Università, un proprio nei secoli dell’età di mezzo me- parlamento e propri ufficiali. Nel dio, aveva una destinazione agri- 1806, con l’abolizione della sicola ed era intensamente coltiva- stema feudale nel Regno di Nato. Non a caso il termine Massa poli, sotto Giuseppe Bonaparte, indica i grandi possedimenti ter- Massa si trasformò in comune autonomo. Poi, in seguito all’eruzione del 1872 che distrusse buona parte del centro storico, il municipio fu trasferito a Cercola e nel 1877, anche il nome di Massa di Somma fu soppresso. LA MAGIA DEL CENTRO STORICO Il centro antico di Massa si sviluppò nel corso del 1400, intorno alla chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta. Come la maggior parte delle comunità sorte nella cinta del cratere, anche Massa di Somma ha subito la furia dello sterminator Vesevo. I destini della cittadina del monte Somma sono stati forgiati dalla lava eruttata dal vulcano nel corso dei secoli. Particolarmente catastrofiche per i destini massesi le eruzioni del dicembre 1631, dell’aprile 1855, dell’aprile 1872 e del marzo 1944. Quest ’ultima, in particolare, causò la distruzione della chiesa dell’Assunta, ancora oggi ridotta a rudere. Un rudere, però, che conserva intatto il suo fascino nelle parti superstiti della struttura (abside e metà della cupola). i comuni del Parco Sessant’anni fa il torrente di fuoco circondò anche il seicentesco campanile della parrocchia, rimasto, oggi, l’unico monumento dell’antica comunità massese. Nel 1948, in quella che oggi è stata ribattezzata piazza dell’Autonomia, è stato ricostruito il Santuario di Santa Maria Assunta. Il tempio, a tre navate divise da altrettante arcate sorrette da pilastri, conserva nell’abside un altare barocco proveniente dall’antica chiesa madre con un’effige che raffigura la Patrona. La cupola, sorretta da quattro pennacchi, mostra le immagini degli Evangelisti, mentre dalle sei finestre che vi si aprono insieme agli altri sei varchi aperti sulle pareti perimetrali della struttura, piovono magici fasci di luce che illuminano l’interno. Nelle due navate minori si conservano alcune statue di Santi in gesso dipinto. All’ingresso del Santuario, nella prima cappella di destra, si può ancora ammirare un altare recuperato dalla chiesa distrutta dalla lava. La facciata, in pietra bianca, è divisa in due ordini: la parte infe- < Massa che la furia del Vesuvio non è riuscita a radere al suolo. Caratteristico è il “largo lava” dove, nel 1944, il torrente magmatico eruttato dal cratere, in un drammatico gioco di fuoco, ha creato interi muri di materiale lavico, muta testimonianza dell’ultima catastrofe. LO SCUDO E IL VESUVIO Oggi il comune di Massa di Somma ha un suo stemma che raffigura, con una serie di simbo- Piazza dell’Autonomia riore, con l’ingresso dotato di timpano e colonne aggettanti, la parte superiore, abbellita da una finestra semicircolare. Sulla destra del Santuario si erge il campanile suddiviso in tre piani. Proseguendo per via Marini, proprio nel cuore della città, si giunge nella zona piú affascinante di Massa, a metà strada tra il Santuario e il Monte Somma dove sorgono le case piú antiche di Il Casino di caccia in località La Castelluccia li, l’avvenuta conquista dell’autonomia e la plurisecolare storia della piccola cittadina. I luoghi e le immagini scelti per raffigurare lo scudo sono l’antico campanile della chiesa di Santa Maria Assunta, distrutta dall’eruzione del 1944, circondato dal fiume di lava pietrificato; il Monte Somma e la vite. Simboli che sintetizzano gli aspetti piú importanti della genesi massese. Fra l’altro la grande volontà di reazione da parte dei cittadini di Massa di fronte ai disastri provocati dalla furia del Vesuvio è sintetizzata, in maniera evidente, nel motto posto in calce allo scudo: tenaciter restitui, (tenacemente ho ricostruito). La vite, invece, ricorda ai massesi l’agricoltura fiorente e il lavoro incessante dei contadini che coltivano i campi per produrvi l’uva catalanesca, uno dei frutti piú richiesti e prelibati che cresce sulla fertile terra [•] vesuviana. 19 PLinius n. 09 > ambiente I rapaci notturni del Parco, tra realtà e superstizione All’imbrunire, mentre gli altri animali si ritirano nelle loro tane, ci sono creature che iniziano a vivere. Veri e propri signori del buio, civette e gufi, accompagnati dall’etichetta di uccelli portatori di sfortuna, sono anche degli abili cacciatori. [•] di PASQUALE CIRILLO A 20 PLinius n. 09 2002 ll’imbrunire mentre tutti gli animali si ritirano nelle loro tane o al riparo delle foglie degli alberi e dei cespugli aspettando il nuovo giorno, altre “creature”, nella notte, incominciano a “vivere” e iniziano la loro attività. Sono i rapaci notturni, i veri signori del buio, perfettamente adatti a cacciare nell’oscurità, in altre parole gufi, civette, barbagianni, assioli. Questi uccelli non sono mai stati ben visti dalla gente che li ha considerati sempre uccelli portatori di sfortuna. Il loro ordine, quello degli Strigiformi, deriva dalla parola latina strige, che significa strega. Tale credenza incominciò a diffondersi nel Medio Evo e ancora oggi, in molti, credono che questi animali portino sfortuna a chi ascolta il loro triste richiamo nelle ore notturne. A contribuire a questa nomea concorro- no: il loro volo silenzioso, appena intravisto nelle sere di luna, il loro richiamo cupo e malinconico e il loro aspetto non molto rassicurante per via degli occhi posti frontalmente (come gli esseri umani) che scrutano intensamente chi sta loro davanti. Inutile dire che gli Strigidi non portano sfortuna, anzi in natura essi svolgono un ruolo molto importante, quello di ridurre le popolazioni dei dannosi roditori. Per cacciare durante le ore di buio, bisogna avere una vista for- Barbagianni midabile, anche se poi non è cosí acuta come si crede. L’udito invece, è molto importante e nei rapaci notturni è molto sviluppato, tanto è vero che questi uccelli, sono in grado di localizzare nell’oscurità piú completa un topo che si muove nel sottobosco. Gli occhi dei rapaci notturni hanno grandi pupille e una retina ricca di cellule fotosensibili, il campo visivo è logicamente piu’ stretto di quello degli altri uccelli che hanno gli occhi posti lateralmente, ma hanno la possibilità di ruotare il capo fino a 270°. Barbagianni, il nome deriva dal disco frontale, che somiglia ad una barba, il nome scientifico “Tyto alba” indica il suo colore chiaro (alba). Il suo verso assomiglia ad un sospiro. È specie sedentaria nel Parco Vesuvio, il numero è in netto aumento dall’istituzione del parco stesso, grazie soprattutto al divieto assoluto di caccia. Il numero dei ambiente barbagianni aumenta nel periodo di doppio passo. I sessi sono simili, la femmina talvolta si differenzia dal maschio per un disegno piú scuro su tutta la livrea. Caccia esclusivamente di notte, fanno parte della sua dieta piccoli mammiferi: topi ed arvicole ma anche piccoli uccelli. Si costruisce il nido in cavità naturali, specialmente in ruderi abbandonati; depone fino a sette uova, che cova per circa un mese. Civetta, il suo nome la presenta come la regina della notte (’a ciucciuvettola) è l’uccello simbolo del malaugurio per il suo Civetta richiamo che sembra un lugubre pianto. È il piú comune dei rapaci notturni del Parco, ha un volo lento detto “ad onda” perché intermittente ad ali aperte e ad ali chiuse. Le dimensioni ridotte e il capo grande, in proporzione al corpo, nettamente schiacciato superiormente, unitamente alla coda assai corta permettono di solito, la identificazione in natura di questa specie. Rispetto ad un Assiolo si riconosce per l’assenza dei ciuffetti sul capo e per le dimensioni leggermente piú grandi. Ha ali piuttosto brevi e tondeggianti con volo rapido e rettilineo. Il piumaggio è pressoché di un bruno scuro, nelle parti superiori, con macchiettature bianche; bianco nelle parti inferiori con striature scure. La civetta non fabbrica il nido, si sceglie un albero cavo oppure un muro a secco o una parete rocciosa naturale. Depone le uova da 3 a 7, nel mese di aprile. L’incubazione dura 28 giorni, i pulcini lasciano il nido dopo circa un mese. Gufo Comune, vive e nidifica all’interno del Parco; massiccia la sua presenza nel periodo del doppio passo. Raggiunge i 40 cm, presenta due ciuffi auricolari bruno-nerastri e un disco facciale proprio dei rapaci notturni, ha l’iride gialla con pupilla nera, il manto del corpo ha fondo arancio con screziature brunochiaro e bruno-scuro. I sessi sono simili. Ha abitudini esclusivamente notturne, il volo è lento e silenzioso. Si ciba di roditori di piccola taglia ed anche di piccoli uccelli, non disdegna rettili, anfibi ed insetti. Il suo richiamo è rappresentato da veri e propri ululati e da voci lamentevoli. Depone fino a sette uova di colore bianco, la femmina le cova per circa un mese. Trascorre le giornate appollaiato tra i rami delle conifere in posizione eretta. Assiolo, dal nome scientifico “Otus scops” che vuol dire gufocivetta, vale a dire gufo della grandezza della civetta. È il rapace notturno piú piccolo del Parco, nidifica in loco, molti gli esemplari che si fermano durante il flusso migratorio nel periodo del doppio passo primaveraautunno. I sessi sono simili. Assomiglia ad una civetta, solo un poco piú piccolo, si avvicina ai gufi per la presenza di ciuffi auricolari. Il piumaggio è di un grigio bruno rossiccio, con mac- < Gufo comune chie bruno-scure e puntini bianchi; l’iride è gialla con pupilla nera. Si nutre di insetti, di farfalle, lombrichi, mammiferi di piccole dimensioni e piccoli uccelli. Il nido dell’Assiolo è reperibile nelle cavità delle rocce, negli alberi cavi. La femmina depone fino a sei uova che cova per circa 25 giorni. Assiolo Assiolo Nella dieta dei rapaci notturni, come abbiamo visto, la piú alta percentuale è rappresentata, da roditori come topi ed arvicole, particolarmente dannosi alle coltivazioni. Già questo fatto dovrebbe far pensare bene dei rapaci notturni, ma certe superstizioni sono difficili a dimenticarsi e, sicuramente, il ronfare del barbagianni e il richiamo della civetta e del gufo non finiranno mai di [•] far paura a qualcuno. 21 PLinius n. 09 Barbagianni 2002 > speciale Pascolo, vegetazione e fuoco Capre per la conservazione della biodiversità e la riduzione del rischio di incendio [•] di AMALIA VIRZO DE SANTO* [•]de ANNA DE MARCO* I 22 PLinius n. 09 2002 di piú) da foglie e rametti di specie legnose e per il restante 40% da piante erbacee. I forti pregiudizi contro le capre hanno indotto alcuni paesi, pochi decenni orsono, ad adottare drastiche misure per ridurne il numero e addirittura a finanziare la loro eliminazione. Si è poi capito che non è la capra di per sé colpevole del deterioramento delle foreste, ma piuttosto il sovrapascolo incontrollato la cui responsabilità è tutta dell’uomo. Attualmente la crociata contro le capre è l progetto per la reintroduzione della capra vesuviana nel Parco Nazionale del Vesuvio suscita qualche perplessità in relazione alla conservazione dei boschi. La capra vesuviana è una delle numerose razze di capre domestiche (Capra hircus) discendenti delle capre selvatiche (Capra aegragus) del Mediterraneo orientale e del Medio Oriente. Le capre contano nel Bacino del Mediterraneo all’incirca 50 milioni di capi (1/10 della popolazione mondiale ammontante a circa mezzo miliardo di capre). La pastorizia è la piú diffusa attività economica in quelle aree rurali del bacino del Mediterraneo che sono caratterizzate da terreni poveri e clima particolarmente aspro dove risorse di scarsa qualità sono trasformate dalle Esemplari di capra napoletana capre in una moltitudine di prodotti pregiati. Dalla capra si ricava carne, latte di otti- cessata ma le normative che vietama qualità, pelli, pelo (particolar- no il pascolo delle capre nelle foremente prezioso l’Angora delle ste sono ancora vigenti in alcuni capre asiatiche e il kashmir delle paesi. I sistemi tradizionali piú comuni capre indiane e pakistane); persino lo sterco viene utilizzato come di allevamento delle capre prevecombustibile nelle regioni piú dono spostamenti orizzontali delle greggi nelle regioni piú aride del aride e improduttive. Alle capre viene attribuita la col- bacino del Mediterraneo, e verticapa della distruzione di molte fore- li in quelle piú temperate (quest’ulste mediterranee. Questa accusa, tima modalità è nota come transulargamente immeritata, si basa sul manza) alla ricerca di aree con fatto che la dieta della capra è co- maggiore disponibilità di foraggio stituita per il 60% (talvolta anche e di acqua. Lo spostamento ha un impatto sul territorio molto piú basso che il mantenimento del gregge sulla stessa area per tutto l’anno. Il sistema è andato in crisi quando la mobilità per motivi sociali, economici o politici è stata limitata. Nei paesi industrializzati l’allevamento intensivo su aree all’uopo destinate è causa di inquinamento determinato dalle deiezioni degli animali (con conseguente aumento dei nitrati e dei fosfati nelle acque) e dalla conservazione del foraggio. Ai fini della protezione dell’ambiente il pascolo semibrado è pertanto decisamente piú vantaggioso. Dal punto di vista ecologico il pascolo rappresenta il secondo livello trofico, ovvero il secondo passaggio nella catena alimentare dell’energia proveniente dal sole fissata dalle piante nel processo di fotosintesi. Tuttavia il significato del pascolo va oltre il trasferimento di energia dai produttori agli erbivori ed ha tutta una serie di implicazioni sulla struttura e sui processi di funzionamento degli ecosistemi. Il pascolo crea opportunità per comunità vegetali ricche di specie che non si manterrebbero in assenza dei pascolatori a causa dei fenomeni di competizione tra le specie vegetali per la luce, l’acqua e i nutrienti che portano fatalmente alla eliminazione dei competitori piú deboli. Su queste conoscenze sono basate una serie di pratiche applicative per il controllo degli arbusti che invadono il sottobosco. L’utilizzazione delle capre a questo scopo è stata sperimentata con successo nel- speciale la Penisola Iberica, in Texas, in California e nel Sud Africa. In seguito allo spopolamento delle aree montane e alla riduzione del pascolo tradizionalmente praticato sulla vegetazione spontanea, l’invasione del sottobosco da parte di specie cespugliose in particolare di quelle che sono altamente infiammabili, è diventato un grosso problema. In assenza di pascolo l’accumulo di biomassa nel sottobosco fa aumentare sia il rischio di incendio che l’effetto distruttivo del fuoco che è tanto maggiore quanto maggiore è la infiammabilità e la quantità di biomassa accumulata. Quando sono state applicate le normative relative all’esclusione del pascolo dalle foreste, gli incendi sono aumentati. In Italia si è registrato un aumento da 3200 incendi negli anni ’60 a 6400 negli anni ’70 con un incremento della superficie forestale bruciata da 35.000 a 50.000 ettari rispettivamente nei due periodi. L’incremento degli incendi è stato osservato anche negli altri paesi europei. Alla fine degli anni ’70 la Comunità Europea ha cominciato a finanziare progetti di ricerca sul ruolo delle capre nel controllo degli incendi. Negli anni ’80 nel Sud della Francia, in una foresta di querce sempreverdi, le capre sono state perfino usate per aprire una striscia tagliafuoco larga 100 m e lunga 1 km, tenendo al pascolo per 4-6 ore al giorno 100-200 animali su superfici recintate di 0,5-1 ha. È interessante notare che l’operazione non causò nessun danno irreversibile alle querce e che il proprietario delle capre, oltre alla retribuzione per il lavoro fatto dalle capre (a costi notevolmente piú bassi rispetto a quelli dei mezzi, ecologicamente piú aggressivi, comunemente usati allo scopo), riuscí a mantenere anche una elevata produzione di latte e di carne. Il pascolo delle capre come mezzo di controllo degli incendi boschivi è oggi largamente usato nei paesi mediterranei e in molte aree tropicali. Quando si considera l’effetto del pascolo sugli ecosistemi non può essere trascurato il fatto che gli animali pascolanti contribuiscono al ciclo dei nutrienti e cosí incrementano la produttività dell’ecosistema. In particolare in ambiente me- > diterraneo la siccità estiva inibisce la decomposizione facendo accumulare sul terreno sostanza organi- Il Parco riqualifica il bosco Molaro [•] di GABRIELLA N. M. GIUDICI * Il Parco Nazionale del Vesuvio ha attivato nel bosco Molaro, di sua proprietà, un progetto di recupero e didattica ambientale che comprende, in collaborazione con la Facoltà di Medicina Veterinaria, Università degli Studi di Napoli Federico II, l’allevamento di un piccolo nucleo di capra napoletana, razza un tempo diffusa nell’area vesuviana ed oggi a rischio di estinzione. È stato approntato un recinto di legno, per delimitare l’area occupata dalle capre e separarla dal bosco circostante; al suo interno gruppi di arbusti sono stati protetti con recinzioni per evitarne il pascolamento e la distruzione. È stato previsto un recinto piú piccolo dove i visitatori potranno entrare ed assistere da vicino alle operazioni di mungitura delle capre. Un primo gruppo di poche unità verrà introdotto alla metà di gennaio e alimentato con materiale di sfalcio derivante dalle operazioni di pulitura del bosco. Le necessarie integrazioni alimentari verranno effettuate con prodotti di base miscelati e controllati dagli operatori del Parco. È escluso l’impiego di mangimi industriali. L’allevamento di questo piccolo nucleo di capra napoletana oltre a svolgere una funzione conoscitiva per tutto l’ambiente rurale che ruota intorno all’area del PNV è finalizzata all’esecuzione di prove di caseificazione e controllo dei caratteri del latte proveniente da un’alimentazione prevalentemente co- stituita dallo sfalcio di erbe spontanee. Tutta l’area circostante è oggetto di operazioni di recupero e rinaturalizzazione a seguito di piú incendi che si sono susseguiti nel tempo. L’alterazione della copertura boschiva e la distruzione di numerose piante arboree ha creato ampie zone aperte dove alcune specie erbacee si sviluppano vigorosamente creando un intrico fittissimo e soffocando le pianticelle che germogliano dai semi diffusi dalle piante madri. Operazioni di taglio dei ceppi bruciati e di diradamento dei polloni tendono a ricreare la copertura boschiva mista presente prima degli incendi; al tempo stesso il taglio e l’allontanamento delle specie erbacee sviluppatesi abnormemente a seguito degli incendi è necessario per creare le condizioni di crescita dei nuovi alberi e prevenire il rischio di nuovi incendi nei periodi estivi quando esse in buona parte seccano lasciando materiale facilmente combustibile. La massa di materiale verde che si viene a creare con lo sfalcio è utilizzato per l’alimentazione in recinto delle capre, non essendo possibile il loro pascolamento a causa dei danni che arrecherebbero alla flora del bosco. I risultati di queste prove saranno resi disponibili alla fine del primo anno di sperimentazione. [•] *Agronoma, consulente del Parco Nazionale del Vesuvio [email protected] 23 PLinius Fotografia di Carlo Bifulco n. 09 2002 > speciale ca morta che può determinare incendi devastanti. Il pascolo riduce l’accumulo di questo materiale e anche in questo modo previene gli incendi boschivi. Naturalmente il pascolo delle capre nelle foreste va gestito con saggezza ecologica. Non tutte le foreste sono idonee al pascolo. Non lo sono le fustaie chiuse, le faggete, le foreste mediterranee di abete e di pino laricio. Sono idonee al pascolo le foreste calde di conifere, alcune foreste di latifoglie e gran parte dei querceti sempreverdi, compresi i lecceti. È importante conoscere il valore nutrizionale della vegetazione e le sue variazioni stagionali per stabilire quando, e per quanto tempo, il pascolo può essere praticato, con attenta considerazione dello stato fenologico delle piante. Ma soprattutto è importante definire la sostenibilità del pascolo in termini di numero di capi per etta- La capra napoletana [•] di VINCENZO PERETTI * Fotografie di VINCENZO PERETTI «La capra napoletana merita di essere selezionata e diffusa» cosí scriveva il dott. Scarpitti, titolare della Cattedra Ambulante di Agricoltura per la Provincia di Napoli, nel trattato “Il problema zootecnico per la Provincia di Napoli” nel marzo del 1916. Lo studioso descrivendo accuratamente lo stato dell’arte della zootecnia dell’epoca, nel paragrafo inerente “Il bestiame caprino nella Provincia” si riferiva alla capra napoletana lodandone le qualità eccellenti del latte, note ed apprezzate persino dagli Inglesi al punto che otto capi selezionati sono stati introdotti in Australia. Origine e sviluppo della razza Razza molto rustica, autoctona di alcune zone situate alle pendici del Vesuvio (in queste aree infatti era conosciuta con il nome di capra vesuviana) e sul versante napoletano dei Monti Lattari. Appartiene al vasto gruppo della razza caprina Alpina. La capra napoletana deriva da incroci tra diverse razze, con spiccati caratteri del tipo maltese mescolati a quelli di razze presenti nell’Avellinese e sui monti dell’Alta Campania e del Salernitano. Consistenza e distribuzione geografica Nei primi anni ’80, la consistenza numerica di questa razza sul territorio della provincia di Napoli è stata stimata intorno ai 2-3 mila capi, numero esiguo se confrontato alla grande diffusione che questa razza ha avuto nel passato. Negli ultimi venti anni questa situazione è andata incontro ad un ulteriore declino ed oggi si contano pochi e piccoli greggi (da 10 a circa 150 capi) circoscritti prevalentemente in alcuni comuni dei Monti Lattari. Nel novembre del 2001, l’Associazione Provinciale Allevatori di Napoli, in collaborazione con alcuni ricercatori della Facoltà di Medicina Veterinaria di Napoli e con l’Associazione R.A.R.E. (Razze Autoctone a Rischio di Estinzione), ha richiesto ed ottenuto l’attivazione del Registro Anagrafico. 24 PLinius n. 09 2002 ro di foresta. Le stime piú prudenti danno questo valore uguale a 1,5 capi per ettaro di foresta. In conclusione le capre non devono essere considerate nemiche del bosco, come indiscriminatamente è stato fatto nel recente passato. Perciò si può guardare con ottimismo alla reintroduzione della capra vesuviana nel Parco Nazionale del Vesuvio, dopo una attenta valutazione della sostenibilità del pascolo, e al potenziale uso della capra per il controllo degli incendi e delle specie invasive, oltre che per la produzione di pro[•] dotti di qualità. *Dipartimento di Biologia Vegetale Università degli Studi di Napoli Federico II SCHEDA TECNICA - Caratteristiche della razza a) Caratteri esteriori Taglia: media con peso vivo dei becchi di 60-65 kg e delle capre di 50-55 kg. Torace ed addome ben sviluppati. I principali parametri biometrici di capre e becchi sono riportati nella tabella 1. Testa: relativamente piccola con profilo montonino, provvista di corna e di tettole, con orecchie normali e pendenti, assenza di barbetta. Mantello: nero uniforme o con macchie piú o meno regolari rotondeggianti di colore ubero con prevalenza, in alcuni casi, di peli rossastri, ed in altri di peli bianchi oppure rosso piuttosto carico con macchie dello stesso colore molto piú chiare. Il pelo è raso. TABELLA 1 PESI VIVI E PARAMETRI BIOMETRICI DI ADULTI NAPOLETANI Maschi Femmine Altezza al garrese (cm) 80 72 Altezza al sacro (cm) 77 69 Lunghezza tronco (cm) 78 75 100 91 Circonferenza toracica (cm) Peso (Kg) 60-65 50-55 speciale < a) Caratteri produttivi Attualmente l’attitudine principale sfruttata nell’allevamento della capra napoletana, contrariamente a quanto si verifica per altre razze caprine allevate in Italia, è quella della produzione della carne espletata con capretti di 1-1,5 mesi di età e del peso di 10-12 kg o caprettoni pesanti di 20-25 kg. Il latte è impiegato prevalentemente per l’alimentazione dei capretti, solo in alcuni allevamenti di maggiore consistenza è destinato alla trasformazione in formaggi tipici e quindi alla vendita diretta. Lo scarso sfruttamento dell’attitudine lattifera della Napoletana è da imputare piú ai problemi logistici dovuti agli ambienti particolarmente impervi nei quali è allevata ed alle tecniche tradizionali di allevamento, che alle ridotte potenzialità produttive di tale razza. Infatti la capra napoletana è una buona lattifera ed opportunamente selezionata ed alimentata, arriva a produrre 350 litri di latte in 165 giorni di lattazione, se primipara, e 450 litri in 170 giorni se pluripara. Le caratteristiche chimiche del latte di capra, munto sia la mattina che la sera, sono riportate in tabella 2. TABELLA 2 COMPOSIZIONE CHIMICA DEL LATTE DI CAPRA NAPOLETANA Mattina Sera Grasso (g/100 ml) 4,80 5,4 Lattosio 5,06 4,91 Proteine 3,41 3,46 Caseina 2,74 2,8 Residuo secco Ceneri Caseina/prot. tot. (%) 14,1 14,5 0,83 0,84 80,29 80,69 c) Caratteri riproduttivi La fertilità media è del 90% mentre la prolificità, calcolata su un numero consistente di parti, è risultata pari al 130% circa, un valore basso per la specie caprina per la quale la prolificità media è in genere superiore al 180%. Le cause di questa scarsa prolificità sono certamente legate all’alimentazione poco curata e probabilmente alla decisione degli allevatori di selezionare, per la rimonta, soggetti nati da parti singoli perché piú pesanti e robusti. Tecniche di allevamento I greggi sono costituiti in prevalenza da pochi esemplari (massimo poche decine di capi), sovente frammisti ad altri capi di razze selezionate, quali la Saanen o la Camosciata; sono allevati con sistema stanziale: dalla primavera all’autunno l’alimentazione è rappresenta dal pascolamento aziendale o su aree marginali ed integrata con mangime; in inverno da fieno o miscela aziendale. I greggi durante la notte e nelle giornate piovose vengono tenuti in ricoveri di fortuna. Le capre napoletane presentano una notevole rusticità e capacità d’adattamento a condizioni climatiche e di allevamento piuttosto impervie. Indirizzi utili APA di Napoli via Caccioppoli 25 80069 Vico Equense (NA) Centro Genetico per la Tutela e la Valorizzazione delle Razze Autoctone dei Monti Lattari via Case Naclerio 6, 80051 Agerola (NA) Facoltà di Medicina Veterinaria Università degli Studi di Napoli Federico II via Delpino 1, 80137 Napoli RARE Corso G. Agenelli 32, 10137 Torino Situazione genetica La capra napoletana è una razza classificata dalla FAO nella categoria delle razze “in pericolo”. La razza ha subito una forte erosione genetica in seguito all’introduzione negli allevamenti di becchi e capre di razze selezionate (la Saanen, la Maltese e la Camosciata). Sono pochi gli allevamenti che annoverano capi di razza Napoletana, ma sono anche quelli con maggior consistenza e grado di purezza dei [•] soggetti. *Ricercatore Dipartimento di Scienze Zootecniche e Ispezione degli Alimenti Facoltà di Medicina Veterinaria Università degli Studi di Napoli Federico II tel. 081.4421916/fax 081.292981/e-mail: [email protected] 25 PLinius n. 09 2002 > educazione ambientale Il vetro, una scelta… trasparente Ogni anno in Italia produciamo in media 492 chili di spazzatura a testa. Ottantuno milioni di tonnellate di rifiuti pari a un grattacielo di 122 piani. Ecco perché diventa indispensabile prendere coscienza del problema, ridurre gli sprechi e avviare una seria politica per il “recupero” dell’immondizia. A Ottaviano, nel corso di un convegno, si è parlato proprio dell’uso e del riciclaggio del vetro. [•] di PASQUALE CIRILLO rifiuti urbani sono in continuo aumento e la loro crescita è esponenziale. Occorre che tutti prendano coscienza del problema per affrontarlo seriamente. Ridurre gli sprechi, riutilizzare i materiali, raccogliere e riciclare sono imperativi impellenti per far fronte ad una situazione di grave emergenza. Nel 1999 la produzione dei rifiuti urbani per abitante/anno è stata di 492 kg. Questa montagna di 81 milioni di tonnellate sarebbe pari a un grattacielo con la base di 1 km e 122 piani di altezza. Promosso dal Provveditorato agli studi di Napoli e dall’Associazione Nazionale Industriali del Vetro, si è svolto il 27 e 28 Novembre, ad Ottaviano un corso di aggiornamento dal titolo “Il vetro una scelta trasparente”. Ambiente e sviluppo, uso e riciclaggio del vetro sono stati i temi che i docenti delle scuole di ogni ordine e grado della provincia di Napoli hanno approfondito nei due giorni di lavori, tra i relatori il prof. Rocco Calogero, ispettore del MIUR. L’introduzione al mondo del vetro è stata curata dalla dott.ssa Lina Incocciati. Il vetro, materia che ci accompagna quotidianamente prendendo svariate forme a noi familiari ha una storia molto antica. Plinio il vecchio racconta che il I 26 PLinius n. 09 2002 vetro sarebbe nato casualmente nel 3° millennio a. C. sulle coste della Fenicia. Le prime suppellettili in pasta di vetro erano quasi totalmente prive di trasparenza e furono rinvenute nelle regioni centrali della Mesopotamia, quindi grazie alle navigazioni dei mercanti fenici si diffuse in tutto il bacino del mediterraneo. Bellissime testimonianze di epoca romana sono state rinvenute negli scavi di Pompei. Questo versatile materiale è ottenuto per fusione ad alta temperatura da una miscela di materie prime. A caldo può essere modellato nelle forme piú varie e piace- Saliera in cristallo di rocca da Micene. Arte Greca. Vasi in vetro da Pompei. Arte Romana. voli. Le sue caratteristiche chimiche e fisiche sono completamente diverse da quelle delle materie prime da cui proviene. Le materie prime fondamentali impiegate per ottenere la miscela vetrificabile che per fusione e solidificazione diverrà vetro, sono il silice, il carbonato di sodio e il carbonato di calcio. È la silice, o sabbia di cava la materia prima “vetrificante”, presente nel composto base nella misura del 70% circa. Il carbonato di sodio, o soda, viene impiegato come sostanza “fondente”; una maggiore quantità di sodio presente nella miscela, comporta un piú lento processo di solidificazione. Anche il carbonato di calcio viene utilizzato allo scopo di abbassare la temperatura di fusione ma sviluppa la sua azione massima come sostanza “stabilizzante”, perché rende stabile la superficie nei confronti dell’umidità e anidride carbonica dell’atmosfera. A silice, soda e carbonato di calcio, si aggiunge solfato sodico che facilita la fuoriuscita delle bolle gassose migliorandone l’omogeneità. Per ottenere vetri colorati si aggiungono al composto piccole quantità di sostanze coloranti, ad esempio ossidi di ferro e cromo per il verde, composti di zolfo per il giallo. Lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani ed il riciclaggio del vetro sono stati i punti focalizzati dal- educazione ambientale l’Ing. Massimiliano Avella, funzionario del CO.RE.VE. (Consorzio Recupero Vetro). L’ imballaggio, strumento indispensabile nella distribuzione moderna, esaurita la sua funzione diviene un componente predominante dei rifiuti solidi urbani rappresentandone oltre il 30% (il 60% in volume) e presentando, quindi, rilevanti problemi di smaltimento. Materiali come il vetro, il polietilentereftalato (PET), l’alluminio e la banda stagnata, offrono garanzie di resistenza meccanica, impermeabilità all’acqua, all’ossigeno e all’anidride carbonica, e sono quindi adatti a contenere bevande anche gassate, prodotti vegetali e animali. Polistirolo ed altre materie plastiche, legno, cartone, cartone poliaccoppiato, resistenti e leggeri, sono adatti a confezionare prodotti non deteriorabili o conservati a basse temperature. Indistintamente tutti i tipi di imballaggi, soprattutto quelli compositi, presentano problemi di smaltimento. Stabilire delle regole comportamentali è certamente il primo passo strategico da compiere per far fronte all’emergenza. Queste potrebbero essere sintetizzate in due punti: - impiegare per il confezionamento materiali riutilizzabili o riciclabili. - Favorire la raccolta ed il riciclo. È’ indispensabile sottrarre alla massa dei rifiuti quei materiali che tali non sono e che, raccolti separatamente, possono essere impiegati nuovamente in un riciclo produttivo. I vantaggi non sono solo ecologici, minore quantità di rifiuti in discarica sono un vantaggio per tutti, ma anche economici. A fronte di una spesa, sostenuta dai Comuni, di circa 10 centesimi di euro per kg di rifiuti da smaltire in discarica ne risulta una, relativamente piú esigua, poco piú di un centesimo per kg, relativa alla messa a disposizione, sempre da parte dei Comuni, delle apposite campane per il riciclaggio. Va sot- DESTINAZIONE DEI RIFIUTI SOLIDI URBANI RIFIUTI PRODOTTI MEDIAMENTE DA OGNI ITALIANO: Anno 1999 Fonte: ANPA Confronto tra media pro-capite di rifiuti prodotti nel 1979 e 1999 SMALTIMENTO IN IMPIANTI INADEGUATI 73% > ALTRO 27% DISCARICA 74,4% INCENERITORE 7,2% RECUPERO 18,4% tolineato che il costo, assolutamente modesto per il Comune, è possibile in quanto tutti gli altri costi (lo svuotamento delle campane, i trasporti, il trattamento del rottame) vengono assorbiti dal sistema attraverso il prezzo che le vetrerie pagano per l’acquisto del rottame stesso. Già dal 1973 la CEE tentò di porre un freno alla dilagante e dissennata abitudine dell’usa e getta ed incaricò la Direzione dell’Ambiente di varare un programma d’azione. Il lungo iter si concluse nel 1985 con la Direttiva 339. Quel primo documento sul riciclo è stato sostituito nel 1994 dalla Direttiva Europea 94/62/CE Kg 247 1979 Kg 492 1999 del Parlamento e del Consiglio relativa agli imballaggi ed ai rifiuti da imballaggio. Le norme ivi contenute sono state recepite nell’ordinamento giuridico italiano dal Decreto Legislativo 22/97, meglio noto come “Decreto Ronchi”. Obiettivo principale della normativa è quello di prevenire e ridurre l’impatto dei rifiuti di imballaggio sull’ambiente. Il sistema avviato dal Decreto Ronchi viene reso operativo da due strutture: il CONAI e i Consorzi di materiali. Il CONAI (Consorzio Nazionale Imballaggi), organizzazione non lucrativa cui aderiscono obbligatoriamente ed in forma paritaria produttori ed utilizzatori di imballaggi, svolge funzioni di ottimizzazione delle risorse e dei rapporti tra i vari Enti pubblici e i Consorzi dei produttori sempre mirando a favorire il riciclaggio e il recupero dei rifiuti di imballaggio. I sei Consorzi di materiali (acciaio, alluminio, carta, legno, plastica e vetro), seconda parte del sistema, devono organizzare la parte operativa. Tra gli interventi piú interessanti, quello della dott.ssa Marina Scarpa, ricercatore della Stazione Sperimentale del Vetro di Murano, che si è soffermata su due punti in particolare: il rottame di vetro e risparmio energetico e il vetro a confronto con gli altri imballaggi. Il vetro offre svariati vantaggi ecologici sia in fase di utilizzo che 27 PLinius n. 09 2002 > educazione ambientale di riciclo, è materiale ecologico per definizione perché presenta tre caratteristiche che lo rendono unico: - non è inquinante perché chimicamente inerte; - è riutilizzabile; - è riciclabile. Tra le materie prime impiegate per la produzione di vetro, il rottame di vetro, depurato da ogni elemento estraneo, può essere immesso nel ciclo produttivo infinite volte consentendo di risparmiare energia e materie prime. Una tonnellata di rottame di vetro sostituisce 1,2 tonnellate di materia prima, e consente un risparmio energetico equivalente a 100 kg di olio combustibile. Il riciclo del vetro in vetreria, ovvero la sostituzione delle materie prime tradi- La sabbia è una delle materie prime con cui si produce il vetro. da materie prime originarie; di conseguenza, l’impiego del rottame permette una cospicua riduzione quantitativa delle emissioni nonché il contestuale miglioramento della loro qualità. A questi vanno aggiunti gli analoghi affetti che derivano dal minore consumo di combustibili sia all’interno del processo di fabbricazione del vetro che nelle produzioni delle materie prime. Per quel che riguarda il confronto con gli altri materiali di imballaggio, la relatrice dopo aver presentato vari grafici comparativi tra vetro, plastica, carta-cartone e alluminio e banda stagnata, concludeva il suo intervento evidenziando i tanti vantaggi offerti dal vetro. Naturale, sano e puro, il vetro rimane il materiale “principe” per Rottame di vetro che verrà utilizzato come materia prima. zionali con rottame di vetro, permette cospicui vantaggi tecnologici ed ambientali.La fusione del rottame di vetro è un processo che non richiede le trasformazioni chimiche che sono, invece, necessarie per ottenere vetro partendo Rottame di vetro la conservazione di qualsiasi prodotto. Esso presenta una totale inerzia chimica che impedisce reazioni di cessione o di assorbimento con il contenuto, di cui mantiene al meglio nel tempo le caratteristiche originarie. Possie- de inoltre altre proprietà che lo rendono igienico e sicuro: resiste alle alte temperature permettendo la pastorizzazione e la sterilizzazione dei prodotti contenuti, è inattaccabile da agenti esterni, non è soggetto a processi di ossido-riduzione e resiste agli attacchi degli acidi. Bottiglie Ai docenti che hanno partecipato a questo sorprendente corso di aggiornamento è stato consegnato ed illustrato diverso materiale didattico da utilizzare per eventuali progetti scolastici, ai quali, l’Associazione Nazionale degli Industriali del Vetro e il CO.RE.VE hanno assicurato tutta la loro collaborazione. I lavori si sono conclusi il secondo giorno con una visita guidata allo stabilimento San Domenico Vetraria di Ottaviano, specializzato nella produzione di bottiglie. In tale sede i corsisti, guidati dall’ing. Giuseppe Carbone, direttore dello stabilimento vesuviano, hanno potuto toccare con mano la creazione del vetro e la produzione di bottiglie attraverso macchine all’avanguardia che sembrano aver dimenticato l’antica storia di questa materia cosí viva e cosí affascinante ma che in fondo rinnovano ogni giorno questo formidabile [•] prodigio di nome vetro. tradizione < Cento candeline per la nonnina del Vesuvio I ricordi di Genoveffa Daniele, moglie di Antonio Matrone che costruí l’omonima strada che da Trecase porta al Vesuvio [•] di CARMINE ALBORETTI C E ento candeline per la “nonnina del Vesuvio”. Si chiama Genoveffa Daniele e da sessant’anni vive a quota 630 metri sul livello del mare, nel ricordo del marito, Antonio Matrone. Fu lui a volere la realizzazione della strada che conduce al cratere, «vincendo ostacoli naturali ed umani». «Qui - racconta la donna, accudita da Redenta Timoteo - non ci volevo proprio venire, ma, con il passar del tempo, mi sono affezionata e non me ne separerei per nulla al mondo» La sua è una storia d’amore e di coraggio; costellata da tanti aneddoti che rievoca con la mente lucida e, perché no, con un po’ di nostalgia: il matrimonio ad appena ventitre anni, la mancanza di figli, sopperita dall’amore verso i nipoti, cresciuti con lei, gli incontri con le personalità del mondo della politica e dello spettacolo (Aldo Moro, Rubinacci, Domenico Modugno e tanti altri ancora, ndr). Seduta sulle sue ginocchia, la cagnolina Bianchina protende la testolina in avanti in cerca di una carezza che non tarda ad arrivare. Perché l’ingegner Antonio Matrone intraprese la costruzione della strada che oggi porta il suo nome? «Mio marito decise di costruire questa strada per una serie di dissapori con il fratello che si era impegnato nella realizzazione dell’altro sentiero dal versante di Boscotrecase e Trecase. La sua grande intuizione fu quella di puntare sul fatto che sa- rebbe stato possibile raggiungere la sommità del cratere in automobile e non piú solo con la funivia». Quali difficoltà fu costretto ad affrontare per realizzare il suo sogno? «Per poter investire la somma necessaria mise in vendita tutto il patrimonio. Pensi che possedeva ben quarantasette moggi di terreno sparsi tra Boscotrecase, Boscoreale, Pompei e Castellammare di Stabia. Antonio Matrone con una nipote. In alto un’immagine della vecchia biglietteria di strada Matrone. Foto collezione Daniele Non ebbe alcuna remora nel privarsene. E di fronte alle mie rimostranze mi rassicurò dicendomi che, una volta ultimati i lavori, per sopravvivere avrebbe fatto da tassista ai turisti, visto che l’unica cosa che gli rimaneva era la patente di guida conseguita nel 1891. La concorrenza non gli rese la vita facile ...». In che senso? «I vertici della società che gestiva la funivia fecero di tutto per impedirgli di costruire la strada. Antonio, allora, grazie ad una nostra vecchia conoscenza, chiese ed ottenne di essere ricevuto da Mussolini in persona. L’incontro avvenne a Roma ed i risvolti furono estremamente positivi per noi, tanto che nel 1936 arrivò la concessione dal Demanio delle Foreste». Quanto durarono i lavori di scavo? «Sei o sette anni, a causa dei continui smottamenti del terreno. Mio marito, però, era molto testardo e non si perse mai d’animo». Come erano i rapporti con gli operai? «Molto buoni. S’immagini che Antonio, pur ricoprendo la direzione tecnica dell’opera, lavorava a loro fianco e, ogni giorno, gli portava la colazione ed una bottiglia di vino a testa. Durante l’intervallo per il pranzo si distendevano sotto gli alberi, in modo da potersi godere l’ombra ed il paesaggio. La maggior parte di loro proveniva da Boscotrecase, Sant’Anastasia ed Ercolano» Chi furono i vostri primi clienti? «Una comitiva di Termoli. Una trentina in tutto. Non avevamo ancora ultimato la casetta in cui attualmente vivo. Dopo aver effettuato la visita si fermarono a pranzo. Noi non avevamo nemmeno cucina. Pensarono a tutto loro. Poi riparti[•] rono con grande tristezza». 29 PLinius n. 09 > tradizione Trecase e il miracolo di San Gennaro Durante l’eruzione del 1906 la statua del Patrono, portata in processione dai fedeli, riuscí a deviare il fiume di lava che minacciava il piccolo abitato vesuviano. Da allora ogni 8 aprile, Trecase ricorda l’evento con una Santa Messa. Ma sono quattro, in tutto, le festività religiose celebrate dai trecasesi. Tutte molto sentite nella piccola comunità vesuviana. [•] di RICCARDO ROSSI recase comune alle falde del Vesuvio ricco di storia, che deve la sua attuale configurazione ad un miracolo di San Gennaro. L’8 aprile del 1906, infatti, la lava del vulcano minacciava la città: ebbene i fedeli corsero ai ripari prendendo la statua di San Gennaro (che è anche Patrono della città) e mettendola davanti al fiume di fuoco. Come d’incanto il magma incandescente deviò il percorso, risparmiando Trecase. Ora nel punto in cui il Santo deviò la lava (località Vallone) vi è una statua che ricorda quell’evento. Da allora per ricordare l’accaduto, ogni anno la sera precedente l’otto aprile si celebra una Santa Messa. Poi, in processione, viene portata una reliquia di San Gennaro, fino al punto dove il Patrono produsse il miracolo. Ma vi un'altra festa a Trecase che ricopre sette giorni di festeggiamenti e cade intorno al 19 settembre: quella della ricorrenza di San Gennaro. Fondamentale che l’ultimo giorno dei festeggiamenti cada di domenica, con la processione della statua del Santo. I primi tre giorni (Triduo) vi sono iniziative prettamente liturgiche: Santa Messa, Vespri Solenni, Adorazione; negli altri giorni vi sono sagre con prodotti tipici dell’area come il Lacryma Christi, vino molto apprezzato e largamente coltivato nell’area e il Tortano di San Gennaro, un dolce fatto con farina, uova e latte, particolarmente gustoso. Naturalmente vi sono anche le bande che sfilano e tutti i contorni C T 30 PLinius n. 09 di una celebrazione molto sentita in tutta la cittadina. L’altra festa cara ai trecasesi cade il 31 maggio ed è quella dedicata a Santa Maria delle Grazie, alla chiusura del mese mariano. Nella chiesa madre del paese celebra una messa solenne coronata dalla processione dell’antico quadro (che risale 1500) di Santa Maria Delle Grazie. Vi anche la festa del 13 giugno, poi, in onore di S. Antonio da Padova: una tre giorni (triduo) con messe, attività per i giovani, cantanti, giochi che termina di domenica con la processione della statua di S. Antonio. Come si vede tante feste e tutte molto sentite per uno comune che ha due parrocchie: la chiesa di S. Maria delle Grazie nota come chiesa di S. Gennaro, e la chiesa di S. Antonio da Padova, molto recente. La chiesa di S. Maria delle Grazie divenne Parrocchia il 14 giugno del 1587 per decreto pontificio (bolla papale) grazie alle continue insistenze della popolazione locale che voleva una propria parrocchia (precedentemente apparteneva alla chiesa di Santa Croce a Torre del Greco). La chiesa, originariamente era piú piccola. Infatti nel 1700 fu ingrandita. Guardando con attenzione, si può notare che dalla porta d’ingresso al pulpito, la struttura è di stile neoclassico, mentre dal pulpito all’altare è barocca. Molte le opere importanti conservate all’interno della parrocchia come: il dipinto nella sacrestia della scuola di Solimene “Madonna nella Gloria dei Santi’’ del 1684 di autore ignoto, una bellissima ‘’Madonna delle Grazie’’ ( la tela che viene portata in processione) di autore ignoto ascrivibile al 1500, e numerose tele del 1700 di un autore tedesco tra cui una bellissima ‘’Madonna del Rosario’’ con i santo Domenico e Santa Caterina. Inoltre significative le statue lignee del 1700 di cui numerose sono dell’artista napoletano Vassallo. Molte altre le opere da citare, ma per sintesi ricorderemo le piú recenti come le 15 tappe della via Crucis in bronzo di Vincenzo Borriello di Torre del Greco realizzate negli anni ’90 e un presepe, realizzato l’anno scorso ( sempre esposto nella chiesa) di Ludovico Molinari con numerosi pastori eseguiti da artisti napoletani. Sono stati effettuati diversi restauri, nella chiesa, negli ultimi anni, delle varie opere, tutti voluti dall’attivismo e competente parroco don Raffaele Del Duca. [•] dall’Ente Parco < Le novità dal Parco Convenzioni, progetti, iniziative: l’attività del Parco Nazionale del Vesuvio si concretizza nel gran numero di delibere prodotte dal Consiglio Direttivo e dalla Giunta Esecutiva dell’Ente. Ben 19 gli atti elaborati dal Parco nell’arco di tempo compreso tra il 12 novembre e il 4 dicembre 2002. Atti con i quali la struttura di San Sebastiano al Vesuvio ha delineato in maniera chiara ed evidente le linee guida della sua azione programmatica. Ecco di seguito elencate le delibere piú importanti approvate nei mesi di novembre e dicembre, corredate di un breve commento. Delibera consiliare numero 30 del 12 novembre 2002 Con questo atto, approvato dal Consiglio Direttivo dell’Ente, si ufficializza il varo del protocollo d’intesa siglato tra il Parco Nazionale del Vesuvio e l’Autorità di Bacino Nord Occidentale della Campania. Delibera consiliare numero 31 del 19 novembre 2002 Con questo atto, emesso dal Consiglio Direttivo dell’Ente, si approva la convenzione per lo studio dei corridoi ecologici tra il Parco Nazionale del Vesuvio e il Dipartimento di analisi delle Dinamiche Territoriali ed Ambientali dell’Università degli Studi di Napoli, Federico II. 31 PLinius n. 09 2002 > dall’Ente Parco Delibera consiliare numero 34 del 19 novembre 2002 È uno degli atti piú importanti tra quelli approvati dal Consiglio Direttivo del Parco nel mese di novembre. La delibera numero 34, infatti, sancisce la presa d’atto ufficiale della convenzione, precedentemente siglata, tra Parco Nazionale del Vesuvio e Corpo Forestale dello Stato, per la gestione della Riserva Tirone Alto Vesuvio, fino a quel momento affidata ai soli “ranger vesuviani”. Con questa delibera il Parco può svolgere la propria attività istituzionale (tutela e protezione della fauna, salvaguardia delle aree vegetali, promozione delle attività culturali e della ricerca scientifica, rego- lamentazione dell’accesso ai visitatori, educazione ambientale e naturalistica) anche all’interno della Riserva Protetta. Delibera di Giunta numero 35 del 4 novembre 2002 Con questo atto, approvato dalla Giunta Esecutiva dell’Ente, il Parco riconosce l’approvazione per la messa in cantiere di un progetto preliminare sull’apertura di uno sportello info-point nel comune di Ottaviano. Delibera di Giunta numero 36 del 4 novembre 2002 È uno degli atti piú significativi tra quelli approvati dalla Giunta Esecutiva del Parco Nazionale nel mese di novembre. L’Ente, infatti, con la delibera numero 36 approva i criteri di determinazione in base ai quali stabilire e definire le priorità nell’esecuzione 32 PLinius n. 09 2002 degli interventi di demolizione (ed eventuali acquisizione) delle opere edilizie abusive edificate nell’area del Parco Nazionale. Un nuovo modo, insomma, per pianificare la lotta a “mattone selvaggio”. le novità dai parchi < Nuovo “No” di Federparchi alla caccia nei parchi nazionali La Commissione Ambiente della Camera rimette all’ordine del giorno la proposta di legge introduttiva della caccia nei parchi e la Federparchi, con una lettera del presidente Matteo Fusilli, torna a manifestare la propria “netta contrarietà” ad ogni simile ipotesi. Riprendendo argomentazioni già piú volte espresse in ogni sede, comprese le audizioni formali di fronte alla stessa Commissione, la lettera della Federparchi fa anche riferimento ai molti pareri contrari pronunciati in merito dal Ministro Matteoli, al dibattito della recente Conferenza Nazionale delle Aree Protette – nel corso del quale nessuno ha proposto di modificare il sistema di regole per l’attività venatoria -, alla ancor piú recente risoluzione della Commissione stessa, rispetto alla quale Fusilli chiede “coerenza” e infine alla delega al Governo in materia ambientale, appena votata dalla Camera dei Deputati. Ma ciò che piú conta è la valutazione estremamente negativa delle conseguenze che si determinerebbero se le proposte fossero approvate. Secondo Federparchi «la conseguenza principale sarebbe quella di aprire il territorio dei parchi alla normale attività di caccia con il seguito di danni gravi, spesso irreversibili, che essa può provocare, in un’area protetta, al patrimonio faunistico ed ecologico in generale». Ciò innescherebbe «pesanti minacce all'economia dei territori interessati, per le inevitabili ripercussioni sul turismo, sulle attività ricreative e di fruizione, sulle stesse attività agricole e di allevamento». Per questo, per evitare che siano «messe a repentaglio natura e funzione istituzionale dei Par- Sulla proposta di consentire la caccia nelle aree protette scende in campo con forza anche Nicola Miranda, commissario CCD di San Giuseppe Vesuviano, componente della direzione regionale del CCD oltre che componente del consiglio direttivo del Parco Nazionale del Vesuvio. Miranda ha messo nero su bianco una vibrata protesta indirizzata all’on. Brusco, tra l’altro eletto nel suo stesso partito: «Sono profondamente indignato – ha scritto Miranda - per la Sua proposta di riaprire la caccia nelle aree protette. È un atto gravemente lesivo dell’immagine del nostro partito e La prego di tenerne conto». Una iniziativa forte, che conferma ancora una volta che la battaglia per la difesa dell’ambiente prescinde dall’appartenenza politica. chi», Fusilli chiede che non si proceda nell’ulteriore esame della proposta. Il WWF ha avviato una ricerca sulla mobilità sostenibile all’interno dei PARCHI NAZIONALI italiani “IL SISTEMA DELLA MOBILITÀ E I PARCHI NAZIONALI. Ipotesi innovative per una mobilità sostenibile a servizio del turismo” è il titolo di una ricerca promossa dall’ISFORT (Istituto Superiore di Formazione e Ricerca per i Trasporti) e dal WWF Italia. Due gli obiettivi della ricerca avviata: - comprendere le caratteristiche principali del sistema della mobilità all’interno dei 22 Parchi Nazionali italiani, studiando gli elementi problematici, di criticità, insieme alle potenzialità, e alle opportunità che il sistema può offrire in termini di miglioramento delle relazioni tra trasporto e ambiente; - sensibilizzare e supportare gli Enti gestori dei Parchi in merito all’importanza di tale tema ed alla individuazione di criteri ed indirizzi per il miglioramento del sistema. Analizzare i 22 Parchi nazionali e tentare una standardizzazione del livello di conoscenza ed avanzamento delle attivita nel settore dei trasporti è uno dei valori aggiunti di questa indagine, insieme alla possibilità di un confronto ed uno scambio d’informazioni tra i diversi Enti gestori. Altro elemento fondante è l’analisi e la verifica delle esperienze avviate dai singoli Parchi sul tema della mobilità sostenibile, spesso ritenuto secondario nell’ambito delle emergenze e priorità dei Parchi, che rende la ricerca uno strumento tecnico di supporto ai decisori. La ricerca è per questo articolata in diverse tematiche e sarà corredata da rassegne sulle migliori esperienze in corso. La ricerca è stata pro- mossa grazie al contributo finanziario della Fondazione BNC ed è realizzata con il supporto tecnico del Cras srl (Centro Ricerche Applicate per o Sviluppo Sostenibile) di Roma. Importante per questo l’adesione di FEDERPARCHI che collabora per la migliore riuscita della ricerca nell'ambito delle proprie relazioni ed attività istituzionali con i 22 Parchi Nazionali coinvolti. Grande collaborazione e disponibilità è stata inoltre mostrata dagli stessi ENTI PARCO che hanno concretamente collaborato alla ricerca rispondendo ad appositi questionari e fornendo tutte le informazioni disponibili utili allo studio. La ricerca, attualmente ancora in corso, sarà conclusa nel marzo 2003 e verrà presentata nell’ambito di uno specifico evento del WWF Italia nella primavera del 2003. 33 PLinius n. 09 2002 > le novità dai parchi Il camoscio appenninico tornerà a vivere nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini Il Parco Nazionale dei Monti Sibillini ha avviato, in collaborazione con i Parchi Nazionali del Gran Sasso-Monti della Laga e della Maiella, il Corpo Forestale dello Stato e con la partecipazione di Legambiente le prime azioni previste nell'ambito di un nuovo progetto Life per la conservazione del camoscio appenninico, approvato e cofinan- 34 PLinius n. 09 2002 ziato dall’Unione Europea, che rappresenta, tra l’altro, un'importante passo in avanti verso la reintroduzione di questo splendido animale nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini. Il camoscio appenninico (Rupicapra pyrenaica ornata), infatti, non solo è considerato il “camoscio piú bello del mondo”, ma rappresenta anche uno degli animali piú rari e preziosi a livello europeo, tanto da essere classificato come sottospecie “in pericolo di estinzione” nella lista rossa dei mammiferi redatta nel 1996 dall’IUCN (Unione Internazionale per la Conservazione della Natura). L’importanza conservazionistica di questo animale è pienamente giustificata se si pensa che nel 1915 ne rimaneva un unico branco superstite composto da appena una trentina di capi, in località Costa Camosciara, nell’alta Marsica (una riserva di caccia del re d'Italia), che veniva salvato dalla sicura estinzione grazie all'istituzione del Parco Nazionale d'Abruzzo, nato nel 1922 proprio per proteggere questi ultimi esemplari. Se si esclude la popolazione sopravvissuta nel Parco Nazionale d’Abruzzo, le uniche informazioni disponibili sulla presenza del camoscio appenninico si riferiscono al massiccio del Gran Sasso, dove l’ultimo esemplare sarebbe stato abbattuto nel 1892, e ai Monti Sibillini in cui oltre alla recente scoperta di reperti sub-fossili risalenti a circa 10.000 anni fa, attribuibili a questa sottospecie, vi sono citazioni storiche indicanti la presenza di “capri selvatici” che, se riferite al camoscio, ne farebbero supporre la sopravvivenza almeno fino al 1500. Si ipotizza però che il camoscio appenninico occupasse un areale ben piú vasto, comprendente anche massicci come la Maiella, il Velino-Sirente, il Matese, il Terminillo e i Simbruini. Con tutta probabilità, col passare del tempo, queste popolazioni rimasero tra loro isolate e durante il periodo storico furono sottoposte a una pesante azione di sterminio da parte dell'uomo sia in modo diretto, tramite la caccia, che indiretto, mediante lo sfruttamento del territorio e la concorrenza con il bestiame, tanto da portare la sottospecie alle soglie dell’estinzione agli inizi del 1900. Superato un secondo drammatico calo avvenuto durante la seconda guerra mondiale, il suo numero è andato progressivamente aumentando, anche per una piú oculata gestione attuata dal 1969, fino a raggiungere negli anni ’90 una consistenza stimata intorno a 500 esemplari allo stato libero. Ma per allontanare efficacemente il rischio di estinzione è ora necessario “rafforzare” i nuovi nuclei e riuscire a realizzare analoghe operazioni di reintroduzione su altri territori dell’Appennino, tra i quali, in maniera prioritaria, nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini dove a tal fine è già stato realizzato uno studio di fattibilità nell'ambito di un progetto Life del WWF. Da tale studio risulta che l'intero gruppo dei Sibillini, per la presenza di ambienti rupestri ed estese praterie d’altitudine, è potenzialmente idoneo per l’insediamento e lo sviluppo di una consistente popolazione di camoscio appenninico. La necessità di costituire un nuovo nucleo di camoscio nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini è tra l’altro sottolineata dal Piano d’azione per il camoscio appenninico, approvato dal Ministero dell’Ambiente. Il progetto Life, pertanto, oltre ai rapporti positivi instaurati con il Parco Nazionale d’Abruzzo, la cui collaborazione è necessaria per realizzare con successo l’operazione, fanno ben sperare di rivedere presto balzare, anche tra le rupi dei Monti Sibillini, il “camoscio piú bello del mondo”. numeri utili Ente Parco Nazionale del Vesuvio Riserva Mondiale di Biosfera del MAB UNESCO Piazza Municipio 8, 80040 San Sebastiano al Vesuvio (Napoli) Tel. 081.7710911 - fax 081.7718215 Comando Stazione Forestale di Ottaviano Tel.081.8279460 - fax 081.8279460 Museo Vesuviano della città di Pompei “Villino Bartolo Longo” via S. Bartolomeo 12, Pompei Comando Stazione Forestale di Torre del Greco Tel. 081.8812097 Aperto tutti i giorni dalle ore 8.00 alle 14.00 Azienda di Stato per le Foreste Demaniali tel. 0823.361712 Caserma Forestale di Trecase tel. 081.5372391 Guide Alpine Vulcanologiche della Campania tel. 081.7775720 - fax 081.7775720 Osservatorio Vulcanologico Vesuviano Amministrazione: Viale Gramsci, 17/B - 80122 Napoli tel. 081. 5980211 Fax 081. 7616062 Centro di sorveglianza: Via A. Manzoni, 249 - 80123 Napoli tel. 081. 5832111 Fax 081. 5754239 Sede Storica: 80056 Ercolano tel. 081.7777149 - Fax 081.7390644 Musei e Scavi Antiquarium nazionale “Uomo e ambiente nel territorio vesuviano” Via Sette Termini 15, Boscoreale (località Villa Regina) tel. 081.5368796 Museo Ferroviario di Pietrarsa via Pietrarsa, Portici tel. 081.472003 Aperto dal lunedí al sabato dalle ore 8.30 alle 13.30 Chiuso domenica e festivi Museo “Emblema” via Vecchia Campitelli, Terzigno Scavi di Ercolano corso Resina, Ercolano tel.081.7390963 Aperto tutti i giorni dalle 8,30 alle 19,30 Chiusura biglietteria ore 18,00 Giorni di chiusura: 1 gennaio, 1 maggio, 25 dicembre. Scavi di Oplonti via Sepolcri, Torre Annunziata tel. 081.8621755 Aperto tutti i giorni dalle 8,30 alle 19,30 Chiusura biglietteria ore 18,00 Giorni di chiusura: 1 gennaio, 1 maggio, 25 dicembre. Scavi di Pompei Entrata: Porta Marina Ufficio informazioni: tel. 081.5365154 Aperto tutti i giorni dalle 8,30 alle 19,30 Chiusura biglietteria ore 18,00 Giorni di chiusura: 1 gennaio, 1 maggio, 25 dicembre. Aperto tutti i giorni dalle 8,30 alle 19,30. Chiusura biglietteria ore 18,00. Giorni di chiusura: 1 gennaio, 1 maggio, 25 dicembre Museo della Civiltà Contadina via S. Maria del Pozzo, Somma Vesuviana tel.081.5318496 Aperto dal martedí al venerdí dalle ore 9.00 alle 13.00 e il sabato e la domenica dalle ore 9.00 alle 13.00 e dalle ore 16.00 alle 20.00 Museo del Corallo Piazza Palomba 6, Torre del Greco (visite guidate su appuntamento) tel. 081.8811360 Emergenze Pronto Soccorso Ospedale “Maresca” Torre del Greco, via Montedoro tel. 081.8824033 Pronto Soccorso Ospedale “Santa Maria della Pietà” Nola, via Seminario tel. 081.8234178 Pronto Soccorso Ospedale “Apicella” Pollena Trocchia, via Apicella tel. 081.5300323 <