© Springer-Verlag 2002 Pathologica (2002) 94:130-135 A RT I C O L O O R I G I NA L E M. Melato · C. Rizzardi · F. Silvestri Il Museo “Patologico” di Trieste. Dall’archeologia sanitaria alla rivitalizzazione? The Museo “Patologico” of Trieste. From medical archaeology to revitalisation Riassunto Abbandonato nelle soffitte dell’Ospedale Maggiore di Trieste, dal 1872 sede dell’allora Prosettura triestina, vi è un Museo “Patologico” comprendente una raccolta eterogenea di materiali anatomici: lesioni traumatiche, flogistiche, neoplastiche ma anche cuti tatuate ed imeni. Di detto materiale, risalente per la maggior parte alla fine dell’Ottocento e agli inizi del Novecento, si prospetta un impegnativo recupero. Avendo tale operazione dato l’avvio ad un’interessante discussione sul significato attuale (e perché no, pregresso) di tali musei, si ritiene necessario allargare il dibattito ai responsabili di analoghe collezioni e a tutti i colleghi segnalando come, a nostro parere, l’operazione abbia un significato qualora si proceda ad una contestuale rivitalizzazione storica e scientifica dei reperti. Introduzione Parole chiave Anatomia patologica • Museo anatomopatologico • Storia della medicina Key words History of medicine • Museum of pathology • Pathological anatomy Abbandonato in una polverosa soffitta del vecchio ospedale di Trieste, l’Ospedale Maggiore, c’è il Museo “Patologico”, un corpus di oltre 500 preparati anatomici raccolti per lo più tra il 1870 ed il 1940. Si tratta di malformazioni embrionali e fetali, di lesioni traumatiche e litiasiche, di malattie infettive quali sifilide, tubercolosi, ileo-tifo, dissenteria bacillare, di malattie parassitarie, di neoplasie maligne; sono tuttavia presenti anche una raccolta di imeni di varia conformazione ed una di tatuaggi (Figg. 1, 2). L’ipotesi di un recupero, non solo materiale ma anche culturale, avanzata da “MUSA”, Comitato promotore per la costituzione ed il sostegno del museo triestino delle scienze sanitarie, ha aperto una vivace discussione sul significato, presente e passato della raccolta, soprattutto al fine di definire i contorni dell’eventuale operazione. Ed è proprio quale contributo alla discussione, ma anche come momento di M. Melato () • C. Rizzardi • F. Silvestri Unità Clinica Operativa di Anatomia Patologica, Istologia e Citodiagnostica, Università di Trieste c/o Ospedale Maggiore, via Stuparich 1, I-34125 Trieste, Italia e-mail: [email protected] Tel.: +39-040-3992300 Fax: +39-040-638527 Fig. 1 Minuscola insegna del museo posta al di sopra dell’armadio che lo contiene M. Melato et al.: Il Museo “Patologico” triestino 131 Fig. 2 Armadi, verosimilmente novecenteschi, in cui è raccolto il materiale del museo. Attualmente sono abbandonati nelle soffitte dell’Ospedale Maggiore ma, a causa di imminenti lavori di restauro dell’intero edificio, si pone il problema della loro conservazione e, in caso positivo, della collocazione meditazione su analoghe testimonianze di un passato anatomopatologico sovente glorioso, che viene proposto il seguente articolo. Dall’empirismo alla scienza Costituitosi prevalentemente alla fine dell’800, il Museo “Patologico” dell’Ospedale Civico di Trieste fu un figlio cadetto della cultura naturalistica dell’epoca, particolarmente vivace in una città in cui gli attivi scambi marittimi portavano ogni sorta di testimonianze dai paesi più remoti e in cui era quindi facile costituire dei “Gabinetti di oggetti naturali e curiosi”. Tuttavia, priva di veri scienziati, data la crescita tumultuosa ma recente (dai 5600 abitanti del 1717, quando Carlo VI proclamò la libertà di navigazione in Adriatico, agli 80.991 del 1844), Trieste vide allora prodigarsi nella ricerca naturalistica dei dilettanti eclettici, annoiati dalle modeste tradizioni culturali cittadine di vacuo stampo arcadico, come Ferdinando Emanuele Baraux, commerciante venuto da Anversa nel 1782 che, oltre a coltivare studi naturalistici, scrisse una Storia del Commercio [1]. In prima fila ci furono, per studi e professione, farmacisti e medici. Tra i primi va ricordato Bartolomeo Biasoletto (1793-1858), botanico autodidatta di chiara fama e titolare della farmacia dell’Orso Negro. In quest’ultima, si raccoglievano, per discutere dei loro studi e dei loro viaggi, cittadini di svariate regioni italiane e europee con un nucleo stabile formato innanzitutto da medici, quali Giovanni Vordoni fisico della città, e in seguito i suoi successori, Pietro Garzarolli, Antonio Jeunicker, Francesco Weber [2]. Luogo di riunioni, ma anche di vivaci traffici di esemplari vegetali e animali con i maggiori ricercatori e collezionisti europei, la farmacia dell’Orso Negro rappresentava lo spirito cittadino: una miscela di imprenditorialità e curiosità culturale che trovava un’ideale sintesi nell’oggetto da studiare ma anche, e talora soprattutto, da esibire e da commerciare. Alle farmacie, quali quella del Biasoletto o quella del Rusconi in cui si tenevano riunioni di carattere letterario, e ai salotti, nel 1810 si affiancò il primo importante circolo culturale della città, la Società di Minerva, che da subito dette vita ad un’eterogenea serie di raccolte. Fondata da 78 eminenti rappresentanti della rampante borghesia e dell’anemica nobiltà triestine, tra cui vi era un ben nutrito gruppo di medici, si contraddistinse per un impegno non episodico in 132 campo sanitario tanto da tenervi, dal 1811, un ambulatorio gratuito per i poveri in cui, dal 1812, si vaccinavano i bambini; curiosa la presenza nelle raccolte, oltre ad un erbario di 904 piante e a vari oggetti paleontologici e naturalistici, di un “proteo anguino” vivo, di “due uova coll’albume vetrificato e il tuorlo petrificato” e di un “corno patologico umano” [3]. Negli anni seguenti, le riunioni della Minerva videro alternarsi eccellenti conferenze su temi letterari e medici, con un’occasionale prevalenza di questi ultimi, e con un tono talora molto poco salottiero come testimoniato dalla memoria intitolata “Alcune considerazioni anatomo-chirurgiche intorno alla cistotomia bilaterale” che, letta alla Minerva la sera del 3 febbraio 1837 dal dottor Giambattista Cappelletti (1808-1872), venne pubblicata lo stesso anno a Milano, negli Annali Universali di Medicina [4]. Il tempo dell’eclettismo culturale andava tuttavia finendo e così, nel 1863, i “Minervali” si suddivisero in sezioni tecniche, tra cui una medica con le scienze naturali; contemporaneamente, i medici ospedalieri iniziarono ad organizzare sedute scientifiche nei locali del Civico Ospedale ceduti dal Municipio al loro collegio [5]. I tempi per un’attività scientifico-culturale ormai specifica, o medica o naturalistica, divennero quindi maturi e determinarono, nel maggio 1874, la nascita di un’associazione elettivamente orientata allo studio delle scienze, la Società Adriatica di scienze naturali, tra i cui 16 fondatori vi erano Giuseppe Brettauer (1835-1905), primario della Divisione Oculistica, ed Arturo Menzel (1845-1878), primario della IV Divisione Chirurgica dell’Ospedale Maggiore. Ad essa aderirono fin dal primo anno di costituzione una ventina di medici, tra cui Maurizio Costantini (1820-1885), Carlo Liebmann (1839-1897) primario della II Divisione Medica, Lorenzo Lorenzutti (18431912) primario della VI divisione medica, Simon Pertot (1845-1907) “prosettore” dell’Ospedale Civico, e di essa fu membro onorario Rudolf Virchow (1821-1902), indiscusso padre della moderna Anatomia Patologica. Già l’anno successivo vide la nascita di un’associazione esclusivamente medica, l’Associazione Medica Triestina che, costituita dopo un breve ma intenso dibattito da 44 medici di tutte le specializzazioni, iniziò immediatamente la sua attività con lo scopo di “coltivare le scienze mediche; migliorare le istituzioni sanitarie; tutelare gl’interessi del ceto medico; consolidare i rapporti collegiali; attivare il mutuo soccorso” [6]. Con il progredire degli studi naturalistici e medici andarono a confluire in vere strutture museali le polverose raccolte di oggetti. In particolare, nel 1846 venne fondato un museo zoologico privato ad opera della “Unione di Storia naturale”; esso era costituito dalla collezione di Heinrich Koch (1815-1881), un commerciante svizzero che nel 1852, quando il museo venne ceduto al Comune, ebbe la carica di direttore onorario che tenne fino al 1865; sempre nel 1852 venne nominato conservatore del museo Heinrich Freyer (1802-1866) e alla sua morte, avvenuta nel 1866, fu chiamato a succedergli dapprima il veneziano Enrico Trois M. Melato et al.: Il Museo “Patologico” triestino (1838-1918) e quindi, nello stesso anno, Simeone Adamo de Syrski (1829-1883), il dinamico fondatore della Società Adriatica di Scienze Naturali. L’ambiente cittadino diventava quindi particolarmente adatto agli studi naturalistici, tanto da convincere il Governo austriaco ad impiantarvi, già l’anno seguente, una stazione zoologica dedicata allo studio della biologia marina. Posta alle dipendenze dei prestigiosi Istituti di Zoologia di Graz e di Vienna, diretto quest’ultimo da Carl Claus (1835-1899) professore di Anatomia comparata del giovane Freud, ospitò il futuro padre della psicanalisi nel 1876, con una borsa di studio, dato che, come scriveva sprezzantemente al suo amico Eduard Silberstein, “Da poco uno zoologo triestino ha, come dice lui, trovato i testicoli e quindi il maschio dell’anguilla, ma siccome pare che non sappia cosa sia un microscopio, non ne ha data alcuna descrizione precisa” [7]. In realtà, lo “zoologo triestino” che non “sapeva cosa fosse un microscopio” era il polacco Simeone Adamo de Syrski che aveva pubblicato già nel 1874 un esaustivo e scientificamente ineccepibile articolo sugli organi riproduttivi delle anguille nei Sitzungsberichte der kaiserlichen Akademie der Wissenschaften di Vienna [8], la stessa rivista in cui Freud, nel 1877, avrebbe pubblicato il risultato dei suoi studi triestini [9]. Syrski, lasciata Trieste l’anno successivo, sarebbe diventato professore di zoologia all’Università di Leopoli. Il Museo “Patologico” Il 22 luglio del 1841 aveva iniziato a funzionare il nuovo, grande ospedale costruito sul modello di quello di Vienna che, nel settembre 1844, venne visitato niente meno che dall’imperatore d’Austria e re d’Ungheria, Ferdinando I [10]. Il corpo medico era costituito da medici di varia estrazione culturale, formatisi per lo più in prestigiose università dell’impero, sovente immigrati a Trieste attirati dall’eccellenza dell’ambiente clinico. A riprova del poliedrico ingegno, i loro nomi ricorrevano in tutti i consigli cittadini, da quello comunale a, come abbiamo già visto, quelli delle più prestigiose, anche se eterogenee, associazioni culturali. A testimonianza di una consolidata attività anatomo-patologica, l’ospedale era dotato di una sala per le autopsie e di un museo anatomico ricco di 250 preparati descritti dal direttore, il dottor Antonio Carlo Lorenzutti (1806-1867), in un apposito opuscolo [11]. Nel 1872, su istanza della classe medica ma anche con l’incondizionato appoggio di quella politica, vi veniva istituita una “Prosettura” retta con appassionato fervore dal dottor Simon Pertot (1845-1907) che, all’atto del ritiro avvenuto nel 1899, avrà effettuato quasi 25.000 autopsie. Curiosamente, preoccupata dal problema della successione, la stampa triestina si attivò nei riguardi del Consiglio comunale affinché provvedesse degnamente alla sostituzione e al ri- M. Melato et al.: Il Museo “Patologico” triestino pristino dell’intero organico del servizio che risultava carente. La scelta cadde su Enrico Ferrari (1874-1960), che ricoprì l’incarico fino al 1943 effettuando circa 45.000 autopsie; a lui, prima dell’istituzione della Facoltà di Medicina e del definitivo abbandono del museo, seguì il dottor Carlo Alberto Lang (1896-1987). Il nucleo del museo è costituito da una collezione di tumori maligni, oltre un centinaio, in gran parte etichettati come sarcomi e carcinomi, di cui alcuni molto rari (Figg. 3-5). Numerose sono le neoplasie diagnosticate come “sarcomi”, di cui vengono conservati esempi del cranio, del sacro, del periostio femorale e ileale, della cute, del testicolo, della milza, del mesentere, della tiroide, dell’ipofisi, dell’encefalo e dei bulbi oculari. Tra i più interessanti segnaliamo, in ordine cronologico, un “cistosarcoma del testicolo” del 1877 e un “tumore sarcomatoso di testicolo estirpato dal vivo” preparati da Simon Pertot; un “sarcoma della milza”, un 133 “gliosarcoma del lobo temporale destro”, un “mielosarcoma oculare” e un “melanosarcoma del mesenterio”, risalenti al 1902; un “sarcoma di ghiandola tiroidea infiltrante la vena cava superiore”, datato 1906; un “condriosarcoma del sacro e ileo”, datato 1907; un “sarcoma dell’ipofisi”, un “melanosarcoma del cervello con nodi”, datati 1908; e, infine, un “osteosarcoma del cranio”, datato 1909 (preparati quasi tutti dal dottor Ferrari). Tra i reperti relativi a malattie infettive ve ne sono numerosi di tifo addominale; seguono, e non certo per interesse, alcuni reperti di malattie cardiovascolari di origine luetica e dei preparati relativi a differenti manifestazioni tubercolari. Degni di nota sono, infine, un reperto di “peste polmonare” del 1899 e uno di “morva umana” del 1907, diagnosticati ambedue con il supporto di idonee tecniche batteriologiche dal Ferrari che, in occasione della prima diagnosi, si meritò il plauso dell’intera cittadinanza [12]. Fig. 4 Scaffalature su cui sono riposti dei vasi d’epoca contenenti reperti eterogenei Fig. 3 Contenuto di uno degli armadi. L’identificazione dei singoli reperti si presenta piuttosto problematica data la scomparsa del catalogo Fig. 5 Integrano la collezione alcuni reperti osteologici quali quelli qui rappresentati 134 M. Melato et al.: Il Museo “Patologico” triestino La funzione storica del Museo “Patologico” La funzione attuale del Museo “Patologico” “..... le meningi molto edematose ed opacate presentavano diverse vescichette della circonferenza di una ciliegia, esse contenevano liquido sieroso ed un corpo bianchiccio, che era un cisticerco (Cisticercus cell.) come lo comprovava il microscopio. ..... Avendo trovato nel canale intestinale una tenia (t. solium), ammetteva il Dr. Pertot la possibilità che i cisticerchi del cervello sieno un prodotto d’emigrazione da parte di questa tenia ..... Messo in dubbio nella discussione insorta ..... viene pregato il Dr. Merli di voler raccogliere e riferire nella prossima seduta quanto dalle ricerche dei rispettivi elmintologhi si sa in proposito.” La presentazione del pezzo anatomico, studiato pure al microscopio, e la relativa discussione avvenivano il 14 novembre 1873, nell’Ospedale Civico, ove Simon Pertot, da solo un anno prosettore dell’ospedale, bene interpretava l’anatomia patologica clinica di ispirazione morgagnana [13]. Il preparato anatomico, vera e propria “diapositiva” dell’epoca, portava all’attenzione di tutti gli assenti all’autopsia un quadro morboso interessante e raro ed era verosimilmente destinato ad arricchire il Museo “Patologico”; successivamente, si sarebbe potuto utilizzare per confronti con altri casi o per conferenze sull’argomento. Il momento della curiosità per il pezzo anatomico singolare, o per il mostro, che aveva informato le raccolte precedenti tese a stupire piuttosto che ad informare era quindi ormai superato e le lesioni venivano raccolte secondo principi nosografici, sostanzialmente macroscopici, ma sempre più attenti ad indagarne l’eziopatogenesi. La raccolta che così si creava era però ingombrante, difficile da conservare e, in definitiva, destinata a venire dispersa alla prima occasione, come successe al grande Museo “Patologico” di Vienna. Ricco di ben 4307 preparati anatomici nel 1827, subì una drastica riduzione poco prima che Carl von Rokitansky ne assumesse la direzione, nel 1831, riducendosi a soli 1375 pezzi [14]. Ma non basta; il progressivo imporsi dell’istopatologia, corollario obbligatorio allo studio macroscopico delle lesioni, fece sì che i preparati istologici divenissero la vera testimonianza da conservare, sia a fini clinici che scientifici, sostituendo il collezionismo di pezzi macroscopici con quello molto più comodo dei soli vetrini. A testimonianza, basti ricordare la breve relazione sul caso di peste diagnosticato brillantemente dal giovanissimo successore di Simon Pertot, Enrico Ferrari, appena assunto in servizio, e riportata nel Bollettino dell’Associazione Medica Triestina: “Il Dr. Ferrari presenta il polmone e preparati microscopici del recente caso di peste pneumonica. Su proposta del Dr. Veronese viene votato quindi a voti unanimi un plauso al medesimi per l’oculatezza sua, che valse a preservare la città nostra e forse l’Europa intera da una grande calamità. Il Dr. Ferrari ringrazia dicendo che ha fatto unicamente il suo dovere” [15]. L’ipotesi di un recupero del materiale già appartenuto al Museo “Patologico” da effettuarsi in cooperazione con l’Unità Clinica di Anatomia patologica, Istopatologia e Citodiagnostica dell’Università, erede della “Prosettura” triestina, ha aperto una discussione sul significato di tale operazione che si può riassumere nei seguenti punti: – Il materiale ha un interesse storico documentando in maniera pregnante i quadri patologici del recente passato della città. Si tratta tuttavia di materiale di difficile fruizione da parte del pubblico non esperto che quindi ha bisogno di un idoneo supporto didascalico (ma probabilmente non solo) al fine di apprezzarlo. – Il materiale ha un interesse medico, contribuendo alla valorizzazione della storia medica, certamente non solo locale, essendo i medici coevi del Museo “Patologico” espressione delle più famose Università centro-europee. Anche in questo caso deve però venire supportato da un apparato didascalico apprezzabile da un pubblico “esperto”. – Il materiale ha un interesse scientifico potendo permettere, grazie alle recentissime tecnologie di indagine molecolare, ulteriori studi su tessuti appartenuti a soggetti vissuti nella stessa area geografica, ma in condizioni economico-ambientali ben diverse, e su patologie ormai scomparse o confinate in aree di sottosviluppo. In conclusione, volendo procedere al recupero del nostro Museo “Patologico” e di quelli dimenticati ma certamente ancora esistenti nelle soffitte e cantine dei più antichi Istituti di Anatomia Patologica, pare si debba contestualmente procedere ad una loro rivitalizzazione, soprattutto storica e scientifica, al fine di trasformare delle macabre testimonianze di un passato di dolore e malattie in uno strumento di nuova conoscenza e sviluppo scientifico. Ringraziamenti Gli Autori ringraziano i tecnici Gianfranco Clari e Giuliano Grandi per l’opera di documentazione fotografica. Summary Abandoned in the attic of Trieste’s Ospedale Maggiore – which since 1872 housed the hospital’s Department of Pathological Anatomy, then known as the Prosettura – is a “museum” of pathology that comprises a heterogeneous collection of anatomic specimens: traumatic, inflammatory and neoplastic lesions, as well as specimens of tattooed skin and hymens. All this material, most of which dates back to the end of the nineteenth and to the start of the twentieth century, will soon be recovered and displayed in a museum. Because this operation has given rise to an interesting discussion on the very significance – both present and past – of this kind of museum, we believe it necessary to extend the debate to those in charge of similar collections and to all our colleagues in the medical profession. It is our opin- M. Melato et al.: Il Museo “Patologico” triestino ion that this operation may be justified and meaningful, provided that each specimen is presented with adequate reference to its historical and scientific context. 135 8. 9. Bibliografia 1. Basilio O (1934) Saggio di storia del collezionismo triestino. Archeografo triestino 47:159-229 2. Sticotti P (1945) Bartolomeo Biasoletto. Aspetti della vita scientifica di Trieste nella prima metà dell’Ottocento. Archeografo Triestino 57-58:1-211 3. 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