UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI PARMA a.a. 2011-2012 DISPENSA STORIA DELLA PRODUZIONE MUSICALE Prof. Marco Capra PROGRAMMA dell’ESAME • Frequentanti: 1) Lezioni 2) MARCO CAPRA, Il teatro d’opera a Parma. Quattrocento anni, dal Farnese al Regio, Cinisello Balsamo, Silvana Editoriale, 2007 3) Dispensa • Non frequentanti: 1) MARCO CAPRA, Il teatro d’opera a Parma. Quattrocento anni, dal Farnese al Regio, Cinisello Balsamo, Silvana Editoriale, 2007 2) Storia dell'opera italiana, a cura di G. Pestelli e L. Bianconi, Torino, EdT, 1987 – Vol. 4: Il sistema produttivo e le sue competenze, pp. 3-229. 3) Dispensa Nota bene Il programma dell’insegnamento integrato da 12 cfu “Storia della produzione e della comunicazione musicale” consiste nella somma dei programmi dei singoli insegnamenti “Storia e sistemi della comunicazione musicale” e “Storia della produzione musicale” Nascita dell’Opera 1600. In quell'anno, a Firenze a Palazzo Pitti per celebrare le nozze di Maria LA NASCITA DELL'OPERA de' Medici con Enrico IV di Francia, si mette in scena l'Euridice di Ottavio Il teatro è l'emblema della società dominante del '600: è il punto in cui Rinuccini (musiche di Jacopo Peri e Giulio Caccini), ossia il primo dramma si incontrano il gusto e la tecnologia dell'epoca; non è limitato al solo edificio interamente cantato di cui sia stata tramandata ai posteri una partitura. È un teatrale, ma interessa tutte le manifestazioni che riguardano il potere e il suo evento in qualche modo anticipato da tutta una serie di esperienze sceniche modo di mostrarsi. In occasione di particolari circostanze celebrative, il teatro che fioriscono in quegli anni, come ad esempio, sempre a Firenze e poi in tutta è lo spazio urbano: cortei, processioni, spettacoli pirotecnici, gare, tornei, bat- Italia, gli intermedi musicali: quelle spettacolose azioni sceniche cantate e taglie navali, e così via. A questa spettacolarizzazione del potere che si svolge danzate, che vengono inserite tra gli atti di un dramma. Gli intermedi non soprattutto all'aperto, a poco a poco si affianca anche una spettacolarizzazione hanno un'azione drammatica continua, come invece sarebbe stato per l'opera in luoghi chiusi, vale a dire i teatri. E abbiamo anche detto che le classi domi- in musica; per quanto tra i due generi ci siano vari punti di contatto. Comun- nanti non hanno tardato ad adattarsi a una forma di spettacolo meno esclusiva que, dietro a quella prima assoluta di un genere musicale rappresentato dal- di quella cortigiana, virtualmente pubblica, e si sono subito adattate alla stessa l'Euridice di Rinuccini e Peri e Caccini, ne seguono altre nei primi decenni del forma architettonica delle sale all'italiana, a palchetti, mettendosi in mostra in secolo nelle corti di Firenze, Mantova, Roma. Sempre in ambiente principesco quei tanti piccoli palcoscenici che sono per l'appunto i palchetti. quindi. Si può anzi dire che il concetto di un teatro come unico luogo nel qua- Tuttavia, soltanto l'istituzione di teatri pubblici su base imprenditoria- le si svolgono gli spettacoli inizi a nascere con la stessa idea di teatro pubbli- le procura al nuovo genere stabilità, continuità, frequenza: insomma quella so- co, di teatro aperto a una fruizione teoricamente meno selezionata, ma all'in- lidità che ne avrebbe fatto lo spettacolo dominante in Italia e in Europa nei se- terno del quale subito si instaurano e si riproducono le divisioni gerarchiche coli successivi. A Venezia per la stagione di Carnevale del 1637 una compa- della struttura sociale: con i ceti più elevati nei palchi, e quelli meno elevati in gnia formata da musicisti e cantanti romani e da cantanti della cappella di S. platea, e i servitori in loggione; con il palco del principe al centro dei palchi, e Marco affitta il Teatro di S. Cassiano e vi rappresenta l'Andromeda, dramma con i palchi ad esso vicini occupati dalle famiglie più importanti. di Benedetto Ferrari e musica di Francesco Manelli, i capi della compagnia. Autori e interpreti si consorziano e producono in proprio lo spettacolo, e così Quando è nato lo spettacolo teatrale che chiamiamo opera in musica? l'anno successivo. Nel '39 la compagnia si trasferisce al Teatro dei SS. Gio- Le date hanno spesso una funzione solo emblematica, e senz'altro la vanni e Paolo, mentre al S. Cassiano subentra una nuova compagnia costitui- data ufficiale di nascita dell'opera si presta benissimo a questa funzione: l'anno tasi intorno al compositore Francesco Cavalli. In questo modo l'esperienza della compagnia Ferrari-Manelli mette radici, e inizia così la straordinaria dif1 Nascita dell’Opera fusione del genere operistico. Si può affermare, allora, che soltanto l'apertura Il luogo teatrale dell'opera di corte è inizialmente indefinito. Talvolta dei teatri pubblici abbia trasformato in tradizione storicamente rilevante un è casuale (come per l'Orfeo di Monteverdi, per il quale si adibì all'uso una sala genere teatrale che, probabilmente, sarebbe stato limitato a episodi occasionali del Palazzo Ducale di Mantova), altre volte è un teatro vero e proprio (come nella vita delle corti italiane del primo '600. D'altra parte è anche vero che se il teatro mediceo degli Uffizi per gli intermedi del 1586), altre volte ancora è non fosse esistito il precedente dello spettacolo principesco, una città repub- un edificio costruito esclusivamente per una determinata occasione (come il blicana come Venezia non avrebbe avuto lo stimolo e il puntiglio per imitare Teatro Farnese di Parma, costruito nel 1618 per la prevista visita di Cosimo II quello spettacolo e consegnarlo a un pubblico più vasto. de' Medici; ma poi inaugurato nel 1628 in occasione delle nozze tra Odoardo Farnese e Margherita de' Medici). L'OPERA DI CORTE L'OPERA PUBBLICA L'opera di corte è un evento unico e straordinario, destinato a celebrare una circostanza particolarissima legata al potere (una nascita, un matrimo- L'opera pubblica (o impresariale o commerciale, a seconda dei vari nio, un trattato di alleanza, ad esempio); è offerta dalla munificenza del sovra- aspetti sui quali si ponga l'accento) è evento prima di tutto non unico, ma che no o al sovrano, e destinata a un pubblico selezionatissimo allo scopo di dimo- tende anzi a ripetersi (il suo fine non è la pubblicità, ma il guadagno); la me- strare la magnificenza del sovrano stesso; è volutamente costosissima; se ne raviglia che essa eccita non è più un evento straordinario, ma deve diventare stampano le musiche, fioccano le descrizioni da parte di viaggiatori e amba- la consuetudine; non rappresenta più il sovrano e le sue esigenze di immagi- sciatori, e i componimenti dei poeti di corte; si stampano le scene affinché tut- ne, ma un'intera società dominante (nobiliare e alto-borghese); è destinata sol- ti sappiano quanto magnifica sia stata la rappresentazione (e di conseguenza tanto agli spettatori che direttamente ne fruiscono; è un investimento econo- quanto magnifico e generoso sia stato il committente). Il fine di quest'opera è mico e si paga per assistervi; la sua memoria è affidata non a partiture stampa- un'operazione di immagine. te o a incisioni, né a poemi o descrizioni celebrative, ma soprattutto ai libretti del testo letterario venduti all'ingresso. Di gran parte degli spettacoli di questo periodo abbiamo le musiche a stampa, circostanza che non si ripeterà quasi più fino all'800. Anche tali edi- La struttura produttiva dell'opera pubblica consta essenzialmente di tre zioni hanno una finalità squisitamente propagandistica; tanto è vero che raris- componenti: 1) proprietario del teatro: in genere grandi famiglie che com- simi sono i casi di riallestimento delle opere, come l'unicità della loro natura prano e riadattano edifici teatrali con lo scopo di fare un investimento immo- richiede. biliare, senza tuttavia intervenire direttamente nella produzione spettacolare; 2) gestore del teatro: vale a dire un impresario (persona singola o società di 2 Nascita dell’Opera impresari); l'impresario investe il proprio denaro e cerca di ricavarne degli uti- ingente impegno finanziario. A metà del secolo, un cantante protagonista può li; 3) artisti: autori, cantanti, strumentisti, scenografi, ballerini, costumisti; percepire il doppio di un compositore come Francesco Cavalli, che pure è il talvolta queste figure partecipano economicamente all'impresa, ma in genere il compositore più pagato. Col tempo, il divario aumenta: e così sarà nell'800 loro ruolo è quello di professionisti legati contrattualmente all'impresa. Diver- (l'esempio dei compositori più famosi non fa testo), e così certamente è ancor sa figura è il librettista, che all'epoca è considerato il principale autore dell'o- oggi. pera, e al quale spesso competono le spese di stampa del libretto e gli utili del- Il sistema delle molte repliche porta ad ammortizzare gli alti costi ini- la sua vendita. A volte il librettista è anche co-interessato all'impresa. ziali: un titolo di successo può essere replicato dalle 10 alle 30 volte; e se di Il punto critico della struttura organizzativa dell'opera pubblica è rap- straordinario successo anche replicato nella stagione successiva. Ma questa è presentato dall'impresario; il quale si sobbarca in gran parte il rischio dell'im- veramente un'eccezione: di norma le novità sono un obbligo: due drammi presa. Un rischio sempre presente, nonostante l'abitudine di andare all'opera si nuovi per ogni stagione in ogni teatro, con un effetto di saturazione del merca- radichi fortissimamente a Venezia e poi in tutta Italia: ogni evento non previ- to causato dalla grande quantità di opere sempre nuove, ma ricalcate sullo sto può causare il fallimento dell'impresa (chiusura per una guerra, eventi me- stesso modello. tereologici, insuccessi prolungati, concorrenza da parte di altri teatri). Una nota di stabilità è invece dovuta alla pratica di affittare i palchi all'inizio della Finora sono stati illustrati i caratteri del teatro di corte e del teatro stagione, circostanza che dà all'impresario un capitale preventivo su cui conta- pubblico come di forme nettamente separate: ma nella realtà vari modelli mi- re fin dall'inizio. sti hanno avuto grande fortuna. Infatti già nel '600 si incontrano stagioni tea- Il guadagno è dato dunque dall'affitto stagionale dei palchi, dall'affitto trali pubbliche - quindi gestite da un impresario - ma sovvenzionate anche dal serale dei posti di platea, da un biglietto d'ingresso serale per tutti. Questo sovrano; ed è già il modello che in Italia avrebbe funzionato fino all'800, e an- modello veneziano, che corrisponde poi alla struttura architettonica del teatro, che oltre, in forme diverse, fino a oggi. si diffonde rapidamente in Italia e all'estero, e nel contempo diffonde il cosid- Tra i primi esempi di questo genere di teatro dalle caratteristiche miste detto "teatro all'italiana", inteso sia dal punto di vista della struttura architetto- vi sono le rappresentazioni organizzate a Padova dal nobile Pio Enea degli nica (teatro ad alveare, con platea e palchi) sia da quella economica. Le scene Obizzi; il quale non si rivolge all'ambiente cortigiano ma a un'udienza cittadi- entrano a far parte della dotazione del teatro o dell'impresario, e possono esse- na socialmente e numericamente più vasta. Proprio questa nuova dimensione re riutilizzate. Con contratti pluriennali l'impresa si assicura le prestazioni di urbana e pubblica è l'elemento di maggior interesse per individuare il punto di musicisti, librettisti, scenografi ricercati. I cantanti hanno invece contratti sta- passaggio fra le produzioni operistiche di corte e le produzioni pubbliche, im- gionali, a dimostrazione di un grande potere contrattuale, cui corrisponde un presariali e commerciali. Ma tale passaggio non si verifica per iniziativa di Pio 3 Nascita dell’Opera Enea degli Obizzi; esso è semplicemente la conseguenza dell'arrivo dell'opera di musicisti al Teatro San Cassiano nel 1637 viene subito imitato sia a Vene- in musica in uno Stato - la Repubblica di Venezia - dove non sono né corti né zia sia fuori. Si esportano i testi (libretti e partiture, che sono solo manoscrit- sovrani assoluti, bensì un tessuto civile e nobiliare assai ramificato. te), ma anche il tipo di organizzazione. Con i titoli circolano anche compagnie La compagnia che partecipa agli spettacoli padovani è la stessa che di cantanti, che esportano non solo il gusto musicale-teatrale veneziano, ma l'anno dopo, il 1637, a Venezia inaugura al Teatro San Cassiano il teatro d'o- anche il suo sistema produttivo. Cambiano così le precedenti abitudini: prima, pera pubblico. Ma la novità della proposta veneziana della compagnia di Fer- la migrazione individuale di cantanti per ingaggi temporanei o di lunga durata rari e Manelli consiste solo nel fatto che riguarda lo spettacolo operistico: il è un fenomeno diffuso; ora, invece, a viaggiare per ragioni professionali sono sistema adottato (vale a dire: spettacoli pubblici a pagamento allestiti in pro- piccole compagnie di musicisti e uomini di teatro (poeti per musica, composi- prio in teatri presi in affitto) è infatti già noto e collaudato in quanto caratteri- tori, cantanti, strumentisti, architetti-scenografi, ingegneri, macchinisti, balle- stico delle compagnie di comici dell'arte. In questo modo, nel passare da Pa- rini e coreografi) legati fra loro da contratti di collaborazione artistica. dova a Venezia la compagnia di musici inserisce per la prima volta l'opera in Frequentemente, a metà del secolo, sono attive compagnie di musicisti musica in un pre-esistente sistema produttivo di tipo commerciale, quello del- che, come le compagnie di comici, trovano udienza tanto nelle corti quanto la commedia dell'arte, vale a dire la prima forma moderna di teatro professio- nelle sale pubbliche. Le pubbliche tournées di queste compagnie contribui- nistico. E lo fa con mezzi tecnici ridotti rispetto alle possibilità delle corti scono in maniera determinante non solo a dilatare la geografia dell'opera, ma principesche; ma tutto a proprie spese. Spese che in questo modo si tramutano anche a fornirle un pubblico più vasto. In molti centri l'opera nasce proprio in un investimento commerciale destinato a portare un utile economico, o con l'arrivo di compagnie di professionisti; e in alcuni casi si radica immedia- quanto meno a coprire le spese stesse. tamente, portando anche alla costruzione di teatri ex-novo, o all'adattamento di spazi pre-esistenti. Dunque, la regolarità delle rappresentazioni musicali a Venezia dal PROFESSIONISMO 1637 in avanti, e la presenza di molti teatri funzionanti contemporaneamente, Si è detto che caratteri distintivi dell'opera di corte sono l'unicità e la causa il fenomeno rilevantissimo dell'affermazione di figure professionali di straordinarietà: per questa ragione, è ovvio che nessuno degli artefici che par- musicisti legati proprio al teatro: compositori-operisti e librettisti, cantanti, tecipano allo spettacolo operistico possa dirsi inizialmente specialista di quel- ballerini, impresari, scenografi, costumisti, ecc.; tutti specializzati nell'opera. lo spettacolo. Ma naturalmente, con la diffusione e il successo di quella for- Queste nuove professionalità si affiancano a quelle già esistenti negli altri due mula si rende necessario, e anzi è una naturale conseguenza, il delinearsi di principali settori produttivi in campo musicale: le cappelle ecclesiastiche e le figure professionali specializzate. In pratica, l'esempio dato dalla compagnia cappelle aristocratiche. 4 Nascita dell’Opera Naturalmente, compositori e musicisti possono agire in diversi ambiti. La sua storia infatti inizia con il teatro d'opera pubblico. Verso la metà Per i cantanti, ad esempio, il teatro può essere inizialmente un impegno sal- del secolo numerose città italiane possiedono almeno un teatro pubblico; e la tuario rispetto al servizio presso nobili o cappelle ecclesiastiche; oppure, al figura dell'impresario diventa una professione diffusa. Sono rari i casi di im- contrario, può essere l'occasione per l'inizio di una carriera. È il caso delle presari sei-settecenteschi che siano anche proprietari dei teatri, per cui la loro donne soprattutto, essendo a loro precluso il sevizio presso le cappelle eccle- prima occupazione è procurarsi un teatro nel quale allestire la rappresentazio- siastiche. In ogni caso, in breve tempo, la figura del cantante specialista del- ne. Da questo deriva la serie delle trattative e degli impegni con i proprietari l'opera diventa preponderante. E diventa anche la carta vincente degli organiz- dei teatri, i quali erano, di solito, famiglie patrizie, oppure società di nobili, o zatori nei confronti del pubblico. Soprattutto le cantatrici e i cantanti castrati, accademie, o istituti religiosi e ospedalieri. All'inizio, generalmente, il pro- divi indiscussi dello spettacolo, vengono ingaggiati con contratti separati, prietario affitta il teatro all'impresario. E spesso questo avviene non diretta- hanno compensi che vanno da due a dieci volte quelli dei compositori e fino a mente, bensì con il tramite di una terza persona la quale, a sua volta, subaffitta cento volte quelli degli orchestrali. Le spese per le due prime parti - la prima all'impresario. donna e il musico - possono giungere ad assorbire la metà delle spese. Tale Nel '700 nascono in Italia e in Germania i primi teatri di proprietà co- situazione, instauratasi alla metà del '600, continua per tutto il secolo succes- munale, mentre anche i teatri di corte cominciano ad aprirsi a ceti meno eleva- sivo. ti. La circostanza comporta il fatto che anche nei teatri più vicini alla corte enL'interesse spasmodico per i cantanti fa sì che a poco a poco l'intero tri la figura dell'impresario, sia pure sotto il controllo di organi preposti dal organismo dell'opera ruoti intorno a loro. Fino al punto - è risaputo - che i sovrano. drammi e le partiture vengono concepiti in funzione soprattutto della resa vo- Nel '700, per i teatri più importanti (quelli controllati direttamente da cale, delle pretese ed esigenze degli interpreti. La prima conseguenza nell'eco- una corte, o di proprietà di un comune, o di una società di nobili) l'impresario nomia artistica del genere operistico è che l'aria - vale a dire il momento in non paga di solito un affitto, ma prende in appalto la sala. La differenza è e- cui le possibilità vocali hanno la massima espressione - è oggetto di maggior norme: con l'affitto è l'impresario che acquista dal proprietario l'uso del teatro; cura e attenzione da parte degli autori rispetto al recitativo. invece con l'appalto è il proprietario che acquista dall'impresario l'organizzazione degli spettacoli, cioè un servizio. L'appalto può essere per una o più sta- Se nell'ambito del nuovo genere spettacolare il professionismo consi- gioni, e obbliga l'impresario a soddisfare precise condizioni per tutelare la di- ste in genere nell'adattare alle nuove esigenze le professionalità già esistenti, gnità del teatro e i diritti del pubblico pagante. Ma come garanzia degli obbli- ma prima impegnate in altri settori, esiste tuttavia una figura del tutto nuova: ghi sottoscritti con il contratto d'appalto l'impresario deve versare una cauzio- l'impresario. ne, cioè una somma in denaro che gli sarà restituita solo se rispetterà gli ac5 Nascita dell’Opera cordi. Il contratto d'appalto può stabilire il numero e il tipo delle opere da rap- dalle più eminenti famiglie locali. E ciò nonostante, spessissimo, le imprese presentare durante la stagione (se comiche, se serie, se vecchie o nuove), il finiscono col naufragio economico, poiché troppi sono gli imprevisti cui può numero delle recite, e spesso anche il numero e il valore dei cantanti e dei bal- andare incontro lo spettacolo operistico. lerini. E talvolta si include nel contratto una clausola che impone la scrittura di Ma in che cosa consistono la precarietà e la rischiosità del sistema determinati interpreti. Tutte queste precauzioni a tutela della qualità sono do- produttivo ed economico dell'opera impresariale? Probabilmente nella com- vute al fatto che il teatro pubblico, aprendo l'opera alla pubblica fruizione, la plessità di uno spettacolo, cui nemmeno l'impiego di ingenti risorse economi- trasforma in un bene commerciale soggetto alle leggi dell'economia, e alla ne- che può garantire con ragionevole sicurezza il successo. L'impresario avvia la cessità di sorvegliare il regime delle spese (con il rischio di abbassamento del propria attività con una spesa certa e consistente, e spera di concluderla con il livello qualitativo dello spettacolo). Così, le grandi macchine, gli strani con- rientro delle spese attraverso l'incerta e unica via della vendita dello spettacolo gegni, i costumi sfarzosi, l'elevatissimo numero degli interpreti e delle com- (affitto dei palchetti e vendita dei biglietti d'ingresso). parse che avevano caratterizzato l'opera di corte subiscono grandi tagli nell'o- Il percorso dell'allestimento di una stagione può essere così schema- pera pubblica. E anche le orchestre vengono ridotte; così come il comfort al- tizzato: preso in appalto un teatro, occorre procurarsi i migliori cantanti di- l'interno dei teatri (l'illuminazione in sala è spesso insufficiente, ad esempio; sponibili (che sono la maggiore attrazione dello spettacolo, e di conseguenza tanto che gli spettatori devono comprare le candele per leggere il libretto). la principale fonte di spesa da parte dell'impresario); la trattativa avviene di- Dunque - pur essendo la persona che nell'ambito dello spettacolo ope- rettamente ed è condizionata sia dal carattere imprevedibile e suscettibile dei ristico detiene i maggiori poteri (scrittura compositori, librettisti, scenografi, cantanti, sia dal rischio di vedersi compromettere la trattativa da parte di un cantanti e ballerini, distribuisce le parti, presiede alle prove, fissa le paghe e i impresario concorrente. (E la concorrenza è un ulteriore motivo di instabilità prezzi dei biglietti, raccoglie gli incassi) - nella pratica non sempre l'impresa- delle imprese, visto che fa aumentare i compensi degli artisti, diminuire i rio può agire liberamente. Il suo operato è continuamente sorvegliato dalle prezzi dei biglietti e anche l'affluenza del pubblico quando l'offerta è superiore commissioni teatrali che devono far rispettare i contratti d'appalto (sindacando alla domanda). Stabilita la compagnia, l'impresario si rivolge al librettista per sulla scelta dei titoli, dei costumi, delle scene, del prezzo del biglietto) e che la redazione del dramma; questo può non comportare spese per l'impresario, hanno anche la facoltà di protestare gli artisti. dal momento che spesso il poeta ricava il proprio guadagno dalla vendita dei Nelle città - dove l'abitudine porta la pretesa di belle scene, artisti im- libretti, la cui stampa è da lui finanziata. Quindi è la volta del compositore, portanti, opere nuove di maestri famosi - spesso l'impresario non ha la possibi- che scrive la musica adattandola alle caratteristiche della compagnia ingag- lità di far fronte alle esigenze del pubblico, rendendo così necessaria una sov- giata. Per l'allestimento vero e proprio, gran parte delle spese è assorbita dal venzione (la cosiddetta dote teatrale) che viene dalla corte o dal comune o legname per il palcoscenico e per la scena, del materiale per l'illuminazione 6 Nascita dell’Opera del teatro e dalle stoffe per scene e costumi. Normalmente l'impresario non sale dei ridotti: privilegio che a volte costituisce la maggior fonte di guadagno dispone di capitale liquido sufficiente per pagare in anticipo la materia prima e per l'impresa. la sua messa in opera, ma tenta di ricavarlo dall'affitto anticipato dei palchetti Ciò nonostante, il sistema si regge su un equilibrio assai precario, che per la stagione. L'affitto dei palchetti, così come gli abbonamenti alle stagioni rende obbligatoria una gestione particolarmente attenta. Per questo si cerca di d'opera e di concerti dei nostri giorni, rappresenta una prevendita a scatola reimpiegare il materiale scenico e quello musicale (vale a dire i libretti e le chiusa degli spettacoli in cartellone e presuppone un pubblico che va a teatro musiche), si creano circuiti teatrali al cui interno riciclare il prodotto, e si cer- assiduamente. Dunque, l'affitto dei palchetti dovrebbe essere uno dei cardini cano strategie teatrali per andare incontro ai gusti del pubblico possibilmente dell'economia dell'impresario: nei fatti, tuttavia, l'impresario deve fare i conti anticipando la concorrenza. Il reimpiego dei materiali è addirittura vitale: dai con affittuari che non pagano o che ritardano il pagamento; e i mancati introiti legnami del palcoscenico alle tele delle scene al vestiario, secondo la regola sovente trasformano l'impresario in debitore, a sua volta. fondamentale del massimo rendimento con la minima spesa. Strettamente Per i palchi - l'ordine di posti riservato alla nobiltà e all'alta borghesia connesso al reimpiego dei materiali è il reimpiego dello spettacolo, cioè la sua - già nell'ultimo ventennio del '600 è diffusissimo l'uso dell'"affittanza" a vita circolazione. Con l'intensificarsi della vita teatrale italiana, diverse città di da parte di una famiglia. Praticamente, si tratta di un vero e proprio atto di provincia hanno teatri la cui attività dipende da quella delle città più importan- vendita che si stipula fra il proprietario del teatro e il palchettista; ma quest'ul- ti e dei centri di produzione più vicini. Il sistema porta a una diffusione veloce timo è tenuto comunque a versare un canone annuo d'affitto al proprietario e capillare di questo tipo di spettacolo, tanto che dall'ultimo ventennio del '600 oppure all'impresario; e in caso di insolvenza il palco può essere trasferito ad quasi ogni città italiana inizia a costruire teatri d'opera e ad allestire stagioni un altro acquirente. I palchi rimasti invenduti sono noleggiati, di solito per la più o meno regolari. In tal modo, quello che era un investimento economico durata della stagione, e il guadagno va, a seconda degli accordi, al proprietario da parte di una o più persone, per le città diventa un motivo di prestigio, di de- del teatro o all'impresa. Per quanto concerne gli altri posti, e cioè platea e log- coro e di utilità sociale e culturale, fino a diventare un obbligo ideale e civile. gione, quanto viene ricavato dalla vendita dei biglietti (che per la platea sono in genere due: ingresso e noleggio della sedia o panca) va all'impresa. Questa fruisce anche di altri guadagni: la vendita dei libretti di sala (cui però è spesso associato il librettista), una quota della vendita delle candele occorrenti al pubblico per leggere il libretto, un compenso da parte di coloro che sono autorizzati a vendere dolci o gelati durante lo spettacolo. È inoltre da notare che in molti teatri italiani, fino all'800, l'impresa può gestire giochi d'azzardo nelle 7 Teatro a Firenze 1586-1589 tre sedi. La sua realizzazione, una delle prime al riguardo, significa per i si- NASCITA DI UN TEATRO DI CORTE gnori di Firenze una grande affermazione di prestigio culturale e l'immagine (FIRENZE 1586-1589) di una supremazia politica ed economica nei confronti delle altre corti. Quel salone - che viene trasformato in teatro dal celebre architetto Ber- A Firenze, nel 1586, in occasione delle nozze tra Virginia de' Medici e nardo Buontalenti su un progetto precedente abbozzato da Giorgio Vasari - Cesare d'Este, si inaugura il teatro di corte allestito in una sala degli Uffizi. Fin dal '500 la società italiana conosce una molteplicità di sedi spettaco- era stato concepito in origine per le adunanze di alti funzionari amministrativi; lari: all'aperto (piazze, strade, cortili, giardini, e perfino laghi, fiumi, mare) e ma già nel 1576, tuttavia, era probabilmente adibito alla rappresentazione di al chiuso (saloni, vasti locali coperti, le chiese) spesso attrezzati con strutture commedie. Il teatro, di cui oggi non rimane traccia, si trovava al primo piano, effimere - ma talvolta anche durevoli - che ritagliano spazi specializzati in era alto circa 14 m., lungo 55 e largo 20. ambienti che nella vita quotidiana hanno una normale funzione sociale. Con- Il suo momento più glorioso risale al 1589. Morto il granduca France- testualmente, progredisce la definizione di spazi chiusi da adibire non occa- sco nel 1587, suo fratello Ferdinando lascia la porpora cardinalizia per sposar- sionalmente a una destinazione teatrale: per iniziativa di sovrani e di nobili si, secondo la prassi per cui un sovrano deve cercare di garantirsi una discen- spesso riuniti in accademie (associazioni di uomini di cultura nate per l'incre- denza. Seguendo la tradizione di stabilire un legame con la Francia, Ferdinan- mento della stessa fin dalla metà del '400), si inizia la sistemazione di locali do stipula un contratto di matrimonio con Cristina di Lorena. Come di consue- che si trovavano all'interno dei palazzi delle case regnanti o di famiglie aristo- to, le feste che vengono organizzate devono servire a sottolineare il prestigio e cratiche, oppure locali di pubblica utilità ma in disuso, o ancora sale private. la potenza della corte fiorentina, sia all'interno del granducato sia all'esterno: il La situazione fiorentina di quegli anni è veramente tipica e mostra tutte le 30 aprile Cristina di Lorena entra a Firenze. Una processione di alti dignitari e possibili varianti: rappresentazioni in case private - da quella della famiglia di ospiti illustri accompagna la sposa fino al centro della città, all'interno del Corsi, a Palazzo Pitti residenza cittadina dei Medici - e in edifici pubblici, Palazzo della Signoria, seguendo un percorso scandito da un monumentale ci- come il Salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio (utilizzato come spazio clo di apparati allegorici. La stessa sera ha luogo un sontuoso banchetto all'in- per musica almeno fino all'800). terno del palazzo, che si conclude con uno spettacolo pirotecnico. Il giorno Il primo teatro propriamente detto viene costruito nel 1586 proprio in successivo è in programma la festa del Calendimaggio (festa di origine me- occasione delle nozze sopra menzionate, e all'interno di un edificio allora de- dievale e contadina per celebrare l'inizio della primavera), e il giorno dopo l'i- stinato alla pubblica amministrazione: gli Uffizi. Il teatro, destinato ad uso naugurazione del rinnovato Teatro mediceo. E poi occasioni processionali permanente, si pone quindi in alternativa ai luoghi teatrali adibiti occasional- (quindi religiose), cerimonie di rappresentanza diplomatica, momenti ludici: mente agli spettacoli per la corte all'interno del Palazzo della Signoria e in al1 Teatro a Firenze 1586-1589 tornei, giostre a cavallo, una partita di calcio, e, all'interno del cortile di Palaz- tone; il IV tratta la comparsa di demoni infernali (una consuetudine degli in- zo Pitti, il combattimento della sbarra e la naumachia. termedi fiorentini del '500); il V parla di Arione salvato dalle acque; e infine il L'allestimento delle feste, che interessano l'intera città con grandi dimo- VI ricorda il dono fatto agli uomini del canto e del ritmo sotto le specie del strazioni di magnificenza, è occasione di relazioni e di resoconti di vasta dif- Ballo e del Canto. Molti sono i compositori di professione impegnati nell'e- fusione propagandistica. Vengono stampati alcuni "proto-giornali" sotto forma vento: Cristofano Malvezzi, Luca Marenzio, Emilio de' Cavalieri (che è anche di opuscoli stampati diffusi in molte copie con la funzione di informare un va- il sovrintendente delle feste), lo stesso Giovanni Bardi (anche autore del testo sto pubblico e di formare l'opinione pubblica. La segreteria granducale invia le poetico), Vittoria e Antonio Archilei, Giulio Caccini e Jacopo Peri. relazioni alle corti italiane e all'estero, fornendo non soltanto i ragguagli degli La memoria degli intermedi ci giunge i da varie fonti ufficiali, tra le eventi e delle cerimonie, ma, per taluni spettacoli, anche l'interpretazione del quali la descrizione puntigliosa di Bastiano de Rossi. Tali relazioni, spesso re- loro significato. Un gran numero di stampati riguarda le descrizioni dell'in- datte ancora prima che l'evento spettacolare avvenga, e poste sotto il rigido gresso solenne della sposa a Pisa e poi a Firenze, i festeggiamenti allestiti in controllo della corte, sono affidate a personalità legate al mondo accademico alcuni spazi urbani della città, e soprattutto gli intermedi musicali ideati per perché forniscano una memoria del programma ideologico che sottende alle inframmezzare gli atti della Pellegrina, commedia del senese Girolamo Bar- celebrazioni. Esistono anche testimonianze meno ufficiali, più attente all'a- gagli che inaugura il Teatro mediceo degli Uffizi, rinnovato per l'occasione. spetto tecnico degli eventi e che in parte si discostano dalle fonti ufficiali. I 6 intermedi sono passati alla storia per lo straordinario allestimento Esiste infine una fonte inusuale: un manoscritto di natura amministrati- scenografico architettato da Bernardo Buontalenti. Ma l'ideatore degli inter- va, intitolato Memoriale et Ricordi, 1588-1589 del provveditore del Castello medi e autore dei testi è il conte Giovanni Bardi, figura di primo piano nella di Firenze (la Fortezza di S. Giovanni, cioè il nucleo fortificato del potere) Gi- cultura fiorentina di quegli anni: basti ricordare che a lui fa capo quel gruppo rolamo Seriacopi: vale a dire gli appunti di lavoro di un funzionario esecutivo, di musicisti e letterati noto come Camerata fiorentina o, appunto, Camerata de' una specie di sovrintendente ai lavori che riguardano l'amministrazione gran- Bardi, al cui interno matura quello stile monodico che è alla base dell'opera in ducale in senso stretto. La fonte è una sorta di registro-brogliaccio, con una musica. Gli intermedi mancano di un filo conduttore unico dal punto di vista gran varietà di argomenti pratici presentati sotto la forma di un diario di lavo- narrativo; ma l'argomento comune a quasi tutti è la musica, e in particolare va- ro. La realtà che questa fonte ci restituisce è incredibilmente complessa, fatta ri miti e figure mitologiche alla musica connessi. Il I intermedio tratta dell'ar- di competenze artistiche, artigiane, organizzative, economiche. E ci illustra le monia delle sfere (teoria che si fa risalire a Pitagora, e che vede una corri- metodologie operative, le tecniche di intervento sui materiali, il sistema degli spondenza fra le proporzioni della musica e quelle dell'universo); il II di una approvvigionamenti, l'intervento pratico di macchinisti, manovali e tecnici sfida musicale vinta dalle Muse sulle Pieridi; il III della sfida fra Apollo e Pi- impegnati nella realizzazione dei congegni architettati da Buontalenti per gli 2 Teatro a Firenze 1586-1589 spettacoli. Tutte competenze che devono concorrere a creare un evento unico, non riproducibile, fatto con tutto il lusso possibile (anche se dagli appunti di Seriacopi emerge la ferma volontà di gestire il tutto secondo criteri di oculata amministrazione). Nel Memoriale incontriamo tecnici e specialisti che lavorano all'impresa: muratori, falegnami, scalpellini, fabbri, calderai, coltellinai, armaioli, sarti, tessitori, fra i tanti; e naturalmente gli artisti: attori, i cantanti e i musicisti, tutti nominati nel Memoriale in relazione a questioni pratiche legate all'abbigliamento, o a problemi tecnici sorti nell'ambito delle prove degli intermedi; e infine il soprintendente generale Emilio de' Cavalieri e l'architetto Bernardo Buontalenti. Tutti inseriti in una complessa macchina produttiva, di cui il Memoriale chiarisce l'organizzazione, il sistema dei rapporti di lavoro e delle competenze. 3 Parma, Verdi, Magnani: il contesto e le vicende Marco Capra I l debutto di Girolamo Magnani sulle scene del Nuovo Teatro Ducale di Parma coincise con la presenza nello stesso teatro, la terza volta in poco più di un anno e mezzo, del quasi coetaneo e conterraneo Giuseppe Verdi. Era il 26 dicembre 1844 quando il bussetano presentava Ernani, dopo avervi rappresentato I lombardi alla prima crociata, solo pochi mesi prima, e Nabucodonosor, l’anno precedente. Era il tempo della prepotente ascesa di Verdi in campo nazionale e poi internazionale, e della definizione di quello stile tanto diretto e alieno da perifrasi che proprio in Girolamo Magnani avrebbe trovato uno degli interpreti più efficaci. In una lettera scritta a «Eccellentissimo!!» Verdi e Magnani alla Scala - 87 Carlo Chiappori (incisione di Vaiani da), La sala della statuaria nel Museo Egizio di Torino. Vignetta in: Guglielmo Stefani, Domenico Mondo, Torino e i suoi dintorni, Torino, 1852barocca, Fano, Fondazione Cassa di risparmio di Fano, 2000. Giulio Ricordi il 6 dicembre 1871, Verdi avrebbe definito Magnani uno scenografo “della razza di quelli cui il razionalismo dell’epoca non ha spento il fuoco sacro” e che “sente; sente giusto; ragiona poco e fa molto”. Quasi un corrispettivo in campo scenografico di ciò che Verdi stesso rappresentava in campo musicale e teatrale, con quella voluta contrapposizione di ragione e sentimento che certo alludeva alle tensioni e alle correnti che agitavano e talora invelenivano la vita musicale dell’epoca. Verdi, e con lui Magnani, procedeva nel solco dell’affermazione del realismo sentimentale. Finito il tempo del sogno, del virtuosismo mirabolante e dell’ingegno delle macchine, era venuto il tempo della commozione, vale a dire della partecipazione sentimentale del pubblico alle vicende dei personaggi che animavano la scena. Per questa ragione, il mondo sulla scena non poteva più essere quello mitico e irreale dell’opera barocca e dei suoi epigoni, ma quello popolato da personaggi che sempre più si avvicinavano alla normalità quotidiana, mossi da sentimenti e motivazioni che erano facilmente condivisi dagli spettatori. Per rappresentare un mondo siffatto non serviva l’abilità ingegneristica o l’estro paradossale di architetti-scenografi; ma piuttosto l’abilità pittorica nel rendere con verosimiglianza la natura, l’architettura degli esterni e degli interni, la foggia dei costumi, nonché la sapienza nel dosare e nell’accordare le forme, i colori e gli effetti delle luci in funzione, ancora e sempre, della resa sentimentale. In primo piano era il talento pittorico dello scenografo; e alla tecnologia necessaria alle macchinose scene del passato si era sostituita quella dei 88 - Titolo Libro. Sottotitolo Carlo Chiappori (incisione di Vaiani da), La sala della statuaria nel Museo Egizio di Torino. Vignetta in: Guglielmo Stefani, Domenico Mondo, Torino e i suoi dintorni, Torino, 1852barocca, Fano, Fondazione Cassa di risparmio di Fano, 2000. sistemi di illuminazione (la vera novità dell’Ottocento), che dalle candele e dai lumi a olio in pochi decenni erano approdati al gas e infine dell’elettricità, schiudendo nuove frontiere all’evoluzione della messa in scena. Dell’evoluzione del gusto scenografico dell’Ottocento italiano Girolamo Magnani è stato un testimone assai significativo, come testimonia l’attività che svolse per più di quarant’anni soprattutto a Parma, ma con rilevanti puntate anche altrove, in Italia e all’estero. Magnani, tuttavia, non fu solo scenografo, come è risaputo; ma anche insegnante all’Accademia di Belle Arti e decoratore di vaglia. Da Carlo III di Borbone ricevette nel 1853 l’incarico di rinnovare le decorazioni del Teatro (Reale, secondo la denominazione introdotta nel 1849) e analoghi incarichi gli vennero da altre città italiane, fra le quali la natia Fidenza (allora Borgo San Donnino) per il Teatro Municipale inaugurato nel 1861. Il teatro nel quale Girolamo Magnani fece il suo debutto a Parma alla fine del 1844 era il Nuovo Teatro Ducale, poi Teatro Reale e infine Regio, che la duchessa Maria Luigia d’Austria aveva fatto costruire una ventina d’anni prima nell’area sulla quale in precedenza sorgeva il monastero di Sant’Alessandro. La costruzione del nuovo teatro – che avveniva a poche centinaia di metri dal vecchio Teatro Ducale, che i Farnese avevano edificato alla fine del Seicento all’interno del «Eccellentissimo!!» Verdi e Magnani alla Scala - 89 Carlo Chiappori (incisione di Vaiani da), La sala della statuaria nel Museo Egizio di Torino. Vignetta in: Guglielmo Stefani, Domenico Mondo, Torino e i suoi dintorni, Torino, 1852barocca, Fano, Fondazione Cassa di risparmio di Fano, 2000. complesso architettonico che ancora si trova fra le attuali vie Melloni e Pisacane – era iniziata nel 1821 e si sarebbe conclusa all’inizio del 1829. All’epoca, quando il nuovo teatro fu inaugurato (in verità senza fortuna) con Zaira, l’opera composta per l’occasione da Vincenzo Bellini, il non ancora ventottenne compositore catanese era il nuovo astro dell’opera italiana, forte dei trionfi milanesi del Pirata e della recentissima La straniera. Per Gioachino Rossini, invece, che prima di Bellini era stato interpellato invano per comporre l’opera inaugurale del nuovo teatro di Parma, stava per iniziare la parabola discendente dopo decenni di successo travolgente e incontrastato. In Italia l’opera era il genere di spettacolo favorito delle classi più elevate; e ogni espressione artistica – dal teatro drammatico alla danza, dalla letteratura alle arti figurative, fino a ogni genere di arte minore – ne subiva in vario modo l’influenza. Fu un’epoca di grande sviluppo della produzione operistica, al punto che ogni anno, solo in Italia, si rappresentavano dai quaranta ai cinquanta titoli nuovi. E l’Italia era ancora, sia pure per poco tempo ancora, il principale punto di riferimento nel campo della produzione operistica: Rossini, Bellini, Donizetti, Mercadante, Pacini, i fratelli Federico e Luigi Ricci e tanti altri nomi di compositori oggi quasi sconosciuti animavano la vita musicale internazionale e monopolizzavano i cartelloni dei teatri, compreso, ovviamente, quello del Nuovo Teatro Ducale di Parma. 90 - Titolo Libro. Sottotitolo Carlo Chiappori (incisione di Vaiani da), La sala della statuaria nel Museo Egizio di Torino. Carlo Chiappori (incisione di Vaiani da), La sala della statuaria nel Museo Egizio di Torino. Vignetta in: Solo una decina di anni dopo, nel 1839, quando Verdi iniziò alla Scala la carriera di operista, il panorama era in parte già cambiato: Bellini era prematuramente scomparso da qualche anno; Donizetti era ancora in attività, ma entrava nella fase finale della carriera emigrando in Francia; altri compositori che andavano per la maggiore, come Giovanni Pacini, cercavano di adattarsi con esiti alterni ai repentini mutamenti del gusto. Infine Rossini, il “vecchio” nume tutelare dell’opera italiana, non componeva più per il teatro da quando, nel 1829, aveva rappresentato a Parigi Guillaume Tell, il suo capolavoro più intimamente contraddittorio e profetico; e, soprattutto, una parte considerevole delle sue opere era ormai scomparsa dai cartelloni dei teatri, dopo averli letteralmente monopolizzati per quasi vent’anni. Ciò nonostante, proprio Rossini era ancora il termine di paragone obbligato per i giovani che si cimentavano nella professione di operista: a lui si volgeva infatti anche il giovane Verdi con il primo suo trionfo, Nabucodonosor, che guardava al Mosè rossiniano quale modello assoluto. Proprio con Nabucodonosor – che costituì, per ammissione dello stesso Verdi, il vero inizio della sua carriera – il bussetano debuttò felicemente anche a Parma nell’aprile del 1843. La comparsa e la rapida ascesa di quel nuovo compositore venuto dalla provincia stavano facendo l’effetto di un’irruzione brusca e inattesa in un panorama generale all’interno del quale i cambiamenti procedevano per gradi e che fino ad allora era sembrato relativamente stabile e consolidato: invece, «Eccellentissimo!!» Verdi e Magnani alla Scala - 91 Carlo Chiappori (incisione di Vaiani da), La sala della statuaria nel Museo Egizio di Torino. Vignetta in: Guglielmo Stefani, Domenico Mondo, Torino e i suoi dintorni, Torino, 1852barocca, Fano, Fondazione Cassa di risparmio di Fano, 2000. alla metà degli anni 1840, Verdi era già il nome più in voga, e alla soglia degli anni 1850, nonostante avesse poche opere in repertorio, era il più rappresentato in Italia, uguagliando o superando il successo di coloro che prima di lui andavano per la maggiore. Quella novità, spiccata ma acerba, che pubblico e commentatori milanesi avevano percepito nel 1842, ai tempi del trionfo scaligero del Nabucodonosor, aveva ormai assunto i contorni di una fisionomia definita e davvero originale nel panorama dell’opera italiana: a quel punto, era ormai evidente a tutti che la strada intrapresa da Verdi non era affatto quella del rassicurante modello rossiniano intravisto nelle sue primissime opere; ma quella per molti versi rivoluzionaria, segnata dai contrasti, le asimmetrie, le rudezze e le grossolanità che all’inizio di carriera erano stati attribuiti solo all’imperizia e alla baldanza del giovane maestro. Per non dire di quella tendenza a sperimentare e a mutare in apparenza direzione da un’opera all’altra, che aveva già segnato il primo decennio di attività, e che costò a Verdi l’accusa di volubilità, di facile ricerca dell’effetto, di eccessiva accondiscendenza verso i gusti del pubblico e le mode del momento. Durante quel decennio, in effetti, la creatività di Verdi attingeva a stimoli e fonti disparati, dal romanticismo di Hugo e Gutierrez al dramma intimo e borghese di Dumas al dramma storico di Scribe. Da quel momento, inoltre, il richiamo costante alle esperienze che in quegli anni maturavano in Francia e nei paesi di lingua tedesca avrebbe accompagnato Verdi per il resto della carriera. 92 - Titolo Libro. Sottotitolo Carlo Chiappori (incisione di Vaiani da), La sala della statuaria nel Museo Egizio di Torino. Vignetta in «Eccellentissimo!!» Verdi e Magnani alla Scala - 93 Con l’adesione delle Province Parmensi al Regno costituzionale di Casa Savoia, e poi con la proclamazione del Regno d’Italia, per il massimo teatro di Parma era terminata l’epoca dei privilegi e delle garanzie derivanti dalla sua natura di teatro ducale. Nel 1860, il teatro, già denominato Reale nel 1849 con il ritorno dei Borbone, divenne Teatro Regio: non più istituzione del Ducato, ma proprietà dello Stato nazionale. Il passaggio fu traumatico, poiché, con l’unità d’Italia, era mutata l’attenzione del potere politico nei confronti delle attività di spettacolo. Il teatro di estrazione più aulica, in particolare – che fin dal Seicento era stato per le città italiane motivo di prestigio e decoro, nonché oggetto di utilità sociale e culturale, fino a diventare una sorta di obbligo civile – nella seconda metà dell’Ottocento iniziò a essere considerato un bene di lusso gestito a vantaggio di pochi e quindi non sostenibile con il denaro della comunità. Nei fatti, dopo l’unità d’Italia, la politica dello Stato tese a eliminare i costi dello spettacolo semplicemente delegandoli ai Municipi. Il successivo passaggio nelle vicende istituzionali del Teatro Regio fu infatti la cessione al Comune di Parma, avvenuta il 15 ottobre 1868. L’operazione comportò, ovviamente, il trasferimento all’amministrazione locale di quelle difficoltà che lo Stato aveva ritenuto insostenibili; e la conseguente situazione di grave disagio avrebbe portato alla momentanea chiusura del Regio alla fine del secolo, seguendo la sorte di tanti altri teatri italiani. Tuttavia, quella stessa situazione politica, sociale ed economica che da una parte metteva in crisi il modello rappresentato dai vecchi teatri pre-unitari dall’altra favoriva la nascita di spazi teatrali pensati per una fruizione più ampia e indiffererenziata, meno esclusiva e, sia pure nel senso che il termine poteva assumere all’epoca, più popolare: i politeama. Si trattava di teatri nei quali la rigida compartimentazione gerarchica tipica delle vecchie sale a palchetti svaniva quasi del tutto. Teatri che esibivano una programmazione aperta a tutti i generi di spettacolo: opera e operetta, musica e danza, dramma e commedia, sport, arte varia e cinematografo. Parma dovette il suo politeama al banchiere tedesco Oscar Reinach, che nel 1866 aveva elargito alla città una somma destinata a scopi benefici. Con l’aggiunta di fondi provenienti dall’alienazione di beni ecclesiastici, la donazione fu impiegata nella costruzione del nuovo teatro, che venne edificato presso il Palazzo della Pilotta, nel luogo prima occupato dalla chiesa di San Pietro Martire. L’architetto fu Pancrazio Soncini e il sipario fu dipinto da Girolamo Magnani. Lo stesso Magnani realizzò, per gli spettacoli estivi, il Teatro Diurno del Giardino, che nel 1877 fu affiancato al politeama. In quegli anni, la vita teatrale della città poteva contare su varie sale pubbliche o private, stabili o effimere, chiuse o all’aperto: nel 1883 un giornale teatrale di Parma, Fra Diavolo, ne contava sei entro i confini cittadini e alcuni nei maggiori centri della provincia. Questi ultimi, a loro volta, si collegavano in vario modo ad altre iniziative e realtà associative che costituivano il tessuto connettivo della vita e della cultura musicale. Ad esempio, all’inizio degli anni 1870, un censimento nazionale registrò la presenza di diciotto associazioni musicali nella provincia di Parma, tutte appartenenti alla categoria delle bande eccetto una, nel capoluogo, attestata come società filarmonica. Secondo il censimento, i comuni che ospitavano associazioni musicali erano: Berceto, Borgo San Donnino, Borgotaro, Busseto, Colorno, Fontanellato, Langhirano, Mezzani, Noceto, Parma, Pieve Ottoville, Polesine, Roccabianca, San Secondo Parmense, Salsomaggiore, Soragna, Zibello. Cinque in tutto erano le scuole musicali, compreso l’Istituto di musica dell’ex Convento del Carmine (il futuro Conservatorio) a Parma; in provincia, erano documentate alcune scuole di strumenti a corda e a fiato che si trovavano, 94 - Titolo Libro. Sottotitolo significativamente, nei comuni che ospitavano anche un teatro funzionante – Borgo San Donnino, Borgotaro e Busseto – che alla scuola di musica si appoggiava per la base della sua orchestra. Fu in quel periodo che, il 28 ottobre 1861, si inaugurò il Teatro Municipale di Borgo San Donnino: un’impresa alla quale Magnani, com’è risaputo, prestò la sua opera sia come decoratore, sia come scenografo. Oltre che per la stagione inaugurale – durante la quale si rappresentarono Il trovatore e La traviata di Verdi (il quale, fra l’altro, nel gennaio di quell’anno era stato eletto deputato al Parlamento italiano proprio nel collegio di Borgo San Donnino) – Magnani continuò certamente a collaborare alla realizzazione scenografica di altre opere prodotte dal teatro, come attestano le testimonianze relative allo spettacolo che forse più di ogni altro suscitò interesse anche al di fuori dell’ambito locale. “Le scene dipinte dal prof. Magnani suscitarono clamorosissime ovazioni, sì che questi ebbe a presentarsi al proscenio ripetute volte”, secondo quanto riportava il lungo resoconto firmato da Giulio Ferrarini sul Mondo artistico di Milano il 15 ottobre 1871. Si trattava della prima rappresentazione assoluta dell’opera composta da Giovanni Rossi: La contessa d’Altemberg, opera in tre atti su libretto di Icilio Piroli. Rossi era nato a Borgo San Donnino nel 1828 e aveva intrapreso una carriera di successo che negli anni lo avrebbe portato alla direzione dell’Istituto musicale di Parma e poi del Liceo musicale di Genova, al ruolo di maestro concertatore e poi di direttore d’orchestra al Teatro Regio di Parma e infine, dal 1873, di direttore dell’orchestra del Teatro Carlo Felice di Genova (città dove sarebbe rimasto fino alla morte, avvenuta nel 1886). Come compositore, prima della Contessa d’Altemberg, aveva rappresentato tre opere: Elena di Taranto nel 1852, Giovanni Giscala e Nicolò de’ Lapi nel 1855. Nella veste di direttore d’orchestra, infine, il suo nome resta tuttora legato alla terza rappresentazione dell’Aida di Verdi, avvenuta a Parma nell’aprile 1872 sotto la diretta supervisione dell’autore. Forse anche sull’onda della grande risonanza che riscosse quella produzione – che lo stesso Verdi considerò un modello di riferimento, come si dirà in seguito – nell’agosto del 1872 il Municipio di Borgo San Donnino decise di attribuire uno speciale riconoscimento a Giovanni Rossi: una medaglia d’oro in memoria della rappresentazione della Contessa d’Altemberg avvenuta l’anno precedente, come riportava la rivista fiorentina Boccherini il 31 agosto 1872. Nella seconda metà Ottocento la cultura musicale italiana, dopo secoli di dominio quasi incontrastato, si trovò a dover reggere il confronto con lo sviluppo e il rafforzamento di tradizioni straniere, che soprattutto dalla Francia e dal mondo tedesco cercavano nuovi spazi e nuovi mercati. Per gli italiani fu il risveglio da un sogno di assoluta supremazia: infatti, se nella prima metà del secolo le rappresentazioni di opere non italiane erano limitate a pochi eventi eccezionali, con gli anni 1860 il mercato, a fronte della crescente richiesta di novità, aprì le porte dei programmi correnti ai compositori stranieri. Un effetto collaterale della nuova situazione fu la reazione nazionalistica da parte di alcuni – atteggiamento al quale non erano ovviamente estranee ragioni di natura politica – che si traduceva talvolta in contrapposizioni radicali contro i “barbari invasori” (come accadde in occasione della prima rappresentazione italiana del Faust di Gounod, alla Scala nel 1862). Nulla di strano a ben vedere: quelli erano gli anni in cui al Teatro Regio di Parma si organizzò, nella settimana di carnevale del 1860 un veglione mascherato associato a una tombola il cui guadagno era destinato all’acquisto di (letteralmente) “un milione” di fucili per Garibaldi, come recitava il «Eccellentissimo!!» Verdi e Magnani alla Scala - 95 manifesto dell’evento, che fu stampato su uno sfondo tricolore, per non lasciar dubbi di sorta. E lo stesso Garibaldi, il 30 marzo 1862, sarebbe stato la vera attrazione di uno spettacolo organizzato in suo onore al Teatro Regio. Sul piano musicale, invece, quelli furono gli anni in cui si prese atto che l’opera italiana non poteva reggersi sulle spalle del solo Verdi per fare fronte alla crisi dei modelli sui quali aveva prosperato il teatro di Rossini, Bellini, Donizetti e dello stesso Verdi giovane. In quei frangenti, i compositori italiani guardavano soprattutto al grand-opéra francese, un genere ormai familiare in Italia, dove da anni si rappresentavano opere di Meyerbeer e dove gli stessi italiani, Verdi in primo luogo, adattavano le loro opere al gusto e al modello francese: I vespri siciliani, La forza del destino, Don Carlo e Aida di Verdi, La Gioconda di Ponchielli, Il Guarany di Gomes, la prima versione del Mefistofele di Boito, le opere di Franco Faccio e del giovane Alfredo Catalani ne sono esempi eloquenti. Aida, soprattutto, rappresentò il momento nel quale con più evidenza si manifestò il confronto tra l’opera di tradizione italiana (impersonata da Verdi, suo massimo esponente di quegli anni) e le tendenze che si agitavano a nord delle Alpi. A quell’opera resta legata la produzione di maggior prestigio realizzata dal Teatro Regio nel corso dell’Ottocento e l’allestimento scenico più famoso legato al nome di Magnani. Dopo la prima assoluta al Cairo e la prima italiana alla Scala (che Verdi considerava la vera prima dell’opera), Aida approdò a Parma nella primavera del 1872 sotto la diretta supervisione dell’autore. Dopo decenni segnati da una sostanziale freddezza di rapporti tra Verdi e Parma, i primi passi del rapporto che si stava cercando di ricostruire furono improntati a sostanziale sfiducia. Cogliendo l’invito del compositore alla massima cautela, l’editore Giulio Ricordi impose infatti al teatro condizioni contrattuali che lasciavano ben poco spazio all’iniziativa locale, e che riguardavano – una volta sancito il diritto di supervisione da parte del compositore e dell’editore – la scelta dei cantanti, l’allestimento, l’orchestra, il maestro concertatore e direttore, i cori, il diapason, la banda e la data della prima rappresentazione. Le condizioni non furono una semplice formalità, come testimonia una lettera a Ricordi del 9 marzo in cui Verdi scriveva: […] per la solita imprevidenza dell’Impresa, della Direzione, dei Maestri potrebbe ben andar male […]se non vegliamo Noi. V’ho scritto altra volta su questo proposito e Voi, o non m’avete risposto, o vagamente risposto. Procuriamo ora d’intenderci. A St Agata ho saputo da quelli del paese che i Cori son mal diretti, vecchi, pessimi, e che erano fischiati tutte le sere nel Trovatore nel Poliuto et. (Immaginate nell’Aida!!) che nell’orchestra vi sono una quantità di ragazzi allievi della scuola del Carmine che sono veramente troppo ragazzi. Che Rossi è in convulsione per la paura di non contentarmi e che desidera abboccarsi meco per le intelligenze, i tempi, i coloriti et. et… Ma che bisogno vi è di questo se io andrò a Parma?… Egli non avrà allora a far altro che seguirmi. […] Concludiamo. Mandate a chiamar subito Lasina [l’impresario] e ditegli che sarà impossibile andare [in scena] il 13, ma che dipenderà da Lui andare più o meno presto. Bisogna ch’egli dia disposizioni. 1°. Se i cori sono vecchi e pessimi, trovarne dei buoni e dei giovani. Se sono male istruiti, trovare altro Maestro: che l’opera sia a memoria prima del 3 Aprile. 2°. Che l’Orchestra sia composta non di ragazzi ma di suonatori e che abbia esperimentato con una prova parziale, il Corista [i.e. diapason] nuovo prima del 3 Aprile. Anzi dirai subito perché se è 96 - Titolo Libro. Sottotitolo Carlo Chiappori (incisione di Vaiani da), La sala della statuaria nel Museo Egizio di Torino. Vignetta in «Eccellentissimo!!» Verdi e Magnani alla Scala - 97 qualcosa da accomodare vi sia il tempo necessario. 3°. Che la Banda colle sei Trombe Egiziane sia istruita prima del 3. 4°. Che sieno pronte due o tre eccellentissime Arpe. Che il Lasina si intenda col M.o Rossi, e che per questo non vi sieno esitazioni. Bisogna fare, e far subito, onde evitare guai e disordini più tardi. Giunto a Parma, Verdi dedicò le maggiori attenzioni all’orchestra (della quale, a dispetto del divieto, facevano parte alcuni allievi della scuola). La compagnia di canto era la stessa della prima milanese per quanto riguardava le protagoniste femminili (Teresa Stolz e Maria Waldmann), e così fu per lo scenografo, il prediletto Girolamo Magnani. Per quanto riguarda il ruolo di concertatore e direttore d’orchestra, il compositore aveva scritto a Ricordi il 22 novembre 1871: “per la direzione d’orchestra non credo possa soppiantarsi Ferrarini (sarebbe una ben brutta azione per parte di Rossi) ma ciò non vi riguarda. Ora domando io… ma cos’è Rossi come Direttore d’orchestra?”. In realtà, com’è noto, Giulio Cesare Ferrarini, da quindici anni a capo della compagine orchestrale, fu effettivamente soppiantato dal più giovane Giovanni Rossi. Sulle motivazioni della scelta operata da Verdi, anche se fu Ricordi a intervenire in tal senso sulla Commissione teatrale, molto si è congetturato, anche adombrando qualche risentimento che il compositore avrebbe covato verso Ferrarini reo di frequentazioni meyerbeeriane. D’altra parte Rossi – quale che fosse il motivo della scelta – se non altro per ragioni generazionali, pare si accostasse meglio a quel modello direttoriale che Verdi propugnava e che era in quegli anni impersonato da Angelo Mariani. La presenza del compositore fu davero assidua. “Le prove non vanno male”, scriveva il 15 aprile a Giuseppe Piroli, la “mise en scene sarà buona. Palco scenico (parlo esecuzione corale) bene. Non così l’orchestra: è composta di professori troppo vecchi e troppo giovani. E poi si capisce che da molto tempo suona come il Diavolo vuole. Finezze ed intendimenti artistici non esistono più. Si fà la nota qualche volta bene, e molte volte male e nulla più. Con tutto ciò si andrà, ma non come io avrei desiderato, e come si sarebbe potuto pochi anni or sono…”. L’ex complesso ducale, del resto, era da tempo nella condizione avvilente di chi si trovava a sopravvivere a se stesso, in attesa della già decisa estinzione; tre anni più tardi, infatti, ne sarebbe stata ratificata la soppressione. Nonostante le ultime riserve del compositore, e con un leggero slittamento di data, l’opera andò in scena il 20 aprile. Fu grande successo, e, per vari motivi, non avrebbe potuto essere altrimenti. Lo stesso Verdi, in vista dell’allestimento dell’opera a Roma, avrebbe poi scritto a Vincenzo Torelli il 22 agosto di quell’anno: “A Roma non avranno mai un’orchestra come quella di Parma, mai i cori che vi erano in quella circostanza, mai quei scenari, mai quel vestiario, mai quella mise en scène, e soprattutto quella finezza d’esecuzione.”. Ma i crismi dell’ufficialità e i trasporti di maniera ebbero la meglio sulla considerazione dell’evento artistico, e la stampa locale, facendosi interprete di sentimenti diffusi, parlò di trionfo e di riscatto nazionale. Da parte sua, Il secolo di Milano, il più diffuso quotidiano nazionale, pubblicava un telegramma all’indomani della prima: “Musica incompresa – però fanatismo, chiamate incontate né contabili”. Alla fine, la pace tra la città e il compositore era fatta e i loro nomi iniziavano, con sempre maggiore frequenza, a essere legati. Sul piano stilistico e formale, Aida fu l’opera di Verdi che più sollecitò il confronto con le esperienze e le novità che in quegli anni venivano dalla Francia e soprattutto dalla Germania, da dove, proprio allora, giungeva il nome nuovo più atteso, preannunciato e da tempo dibattuto: addirittura fin da prima che la sua musica fosse davvero ascoltata nei nostri teatri. Si trattava naturalmente 98 - Titolo Libro. Sottotitolo di Richard Wagner, il cui nome era accompagnato da una formula – “musica dell’avvenire” – che in realtà non era attribuibile a lui (il riferimento era invece al suo vecchio scritto del 1849, L’opera d’arte dell’avvenire), ma che in Italia era nata e fatta circolare come vessillo da inalberare o slogan da irridere, a seconda dei casi. Dopo il debutto italiano con Lohengrin, avvenuto nel 1871 a Bologna, il nome di Wagner sarebbe figurato con crescente assiduità nei cartelloni dei teatri italiani e sarebbe stato spesso assunto quale termine di paragone per le nuove opere dei compositori di casa nostra, compreso Verdi. Anche a Parma nella stagione di Carnevale del 1883/84 avrebbe fatto la sua comparsa Lohengrin, l’opera di Wagner prediletta dei pubblici italiani e l’unica della quale Magnani realizzò le scene. Dell’atteggiamento di Parma nei confronti del compositore di Lipsia offre un indizio, che a noi oggi può apparire sorprendente, il periodico teatrale parmigiano Fra Diavolo, nel numero del 29 dicembre 1883: “Parma non ha smentito ier l’altra sera l’artistica sua fama. L’accoglienza fatta al capolavoro wagneriano ci ha dimostrato che la Dio mercè, c’è ancora fra noi un pubblico delle grandi occasioni – intelligente e coscienzioso che serba incorrotto il gusto dell’arte e sa apprezzare alla giusta stregua i lavori sottoposti al suo giudizio. Gli applausi spontanei, incontrastati tributati ai pezzi più salienti e più importanti del Lohengrin, hanno provato che il pubblico nostro – se non ha del tutto compreso – ha felicemente intuite tutte le peregrine, meravigliose bellezze di cui è riboccante lo spartito wagneriano.”. A Parma la presenza del compositore tedesco sarebbe diventata assidua e regolare: in un decennio – dal 1899 al 1909 – si contarono dieci repliche di Tristano e Isotta, dodici di Walkiria, venticinque di Lohengrin (seconda, nella graduatoria di quegli anni, solo ad Aida). Ma di Verdi, a parte quell’ultima sempre amatissima opera, solo Il trovatore e La forza del destino ebbero in quel lasso di tempo più di cinque repliche. La vecchia supremazia verdiana si assestava su un piano di parità con i titoli e i compositori più voga: poche opere della maturità artistica – da Rigoletto a Otello – confuse nella marea delle novità italiane e straniere, e in compagnia di qualche opera di Rossini, Bellini e Donizetti. Proprio nel segno di Otello si chiuse nel settembre del 1887 la vicenda artistica di Magnani. Fu un allestimento di grande rilievo, con artisti di cartello come Adalgisa Gabbi, Giuseppe Oxilia e Paolo Lhérie, e la direzione di Franco Faccio, che pochi mesi prima aveva diretto la prima assoluta dell’opera alla Scala. In realtà, nonostante la locandina dello spettacolo riportasse che le scene erano “dipinte dal distinto pittore Comm. Magnani”, i primi segni della malattia avevano impedito a Magnani di portare a termine il lavoro, che fu invece ultimato soprattutto grazie a Giuseppe Giacopelli e Camillo Scaramuzza, secondo quanto riportò nei suoi appunti Giulio Ferrarini, segretario della Commissione teatrale. Dopo due anni di “paralisi progressiva”, secondo quanto si scrisse allora, Magnani morì a Parma il 24 settembre 1889. “Le onoranze funebri ebbero luogo stamani [26 settembre] coll’intervento del Corpo Accademico, dei professori e studenti dell’Istituto di Belle Arti, della Direzione del Regio teatro, di artisti, di una rappresentanza del Municipio, che vi mandò la propria banda e valletti con torcie e fece deporre una superba corona di fiori sul feretro”, come annotò fedelmente Paolo Emilio Ferrari nel necrologio pubblicato il 6 ottobre dalla Gazzetta musicale di Milano. «Eccellentissimo!!» Verdi e Magnani alla Scala - 99 100 - Titolo Libro. Sottotitolo Bibliografia essenziale Alessandro Stocchi, Diario del Teatro Ducale di Parma dall’anno 1829 a tutto il 1840, Parma, Rossi-Ubaldi, 1841. Paolo Emilio Ferrari, Spettacoli drammatico-musicali e coreografici in Parma dall’anno 1628 all’anno 1883, Parma, Luigi Battei, 1884 (ristampa anastatica: Bologna, Forni Editore, 1969) Valerio Cervetti – Claudio Del Monte – Vincenzo Segreto (a cura di), Cronologia degli spettacoli lirici e Indici, Parma, Grafiche Step Editrice, 1981-1989. Claudio Gallico, Le capitali della musica: Parma, Cinisello Balsamo, Silvana Editoriale, 1985 Valerio Cervetti (a cura di), Dietro il sipario: 1881-1898. Memorie e appunti del Segretario della Commissione Teatrale Giulio Ferrarini, Parma, Grafiche Step Editrice – Comune di Parma – Archivio Storico Teatro Regio, 1986. Maurizia Bonatti Bacchini (a cura di), Il teatro di Girolamo Magnani scenografo di Verdi, Fidenza - Parma, Comune di Fidenza - Verdi Festival, 1989. Roberta Cristofori (a cura di), Inventario dell’Archivio storico del Teatro Regio: 1816-1859, Parma, Comune di Parma – Archivio storico Teatro Regio, 1992. 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Un liutaio alla corte di don Filippo di Borbone, Parma, 2011 Marco Capra Il sogno della ragione Musica, teatro e riforme all’epoca dei Borbone La vita musicale nel ducato settecentesco dei Borbone continuò a reggersi in apparenza sugli stessi àmbiti già individuabili all’epoca dei Farnese – la chiesa, il palazzo, il teatro – e sull’attività emergente delle principali cappelle ecclesiastiche, delle varie sale teatrali (in particolare il Teatro Ducale a Parma e quello nel Palazzo Ducale a Colorno), di alcune strutture stabili strumentali e vocali (Orchestra e Cappella Ducale, Cappella dei Reali Infanti, Reale Concerto di Camera, Accademia di Dilettanti di Musica). Tuttavia, rispetto all’epoca farnesiana, l’àmbito teatrale e quello concertistico erano divenuti ormai prevalenti rispetto a quello ecclesiastico, come testimonia l’accentuato declino delle due principali realtà della città: le cappelle della Cattedrale e della Steccata. Non più strutture stabili, le cappelle mantenevano inalterate solo le funzioni del maestro e dell’organista, che spesso tuttavia finivano per coincidere in una unica figura professionale. Restava, ovviamente, l’attività per il servizio liturgico e per particolari celebrazioni di àmbito religioso e profano (con il concorso determinante di musicisti al servizio della corte o dalla corte appositamente ingaggiati); ma era ormai venuta meno la forza propulsiva e di innovazione, nonché il perseguimento di quell’ideale di qualità artistica e intellettuale che era proprio di tali strutture ai tempi di Pietro Ponzio o dei più noti Cipriano de Rore e Claudio Merulo, per limitarci all’epoca farnesiana. Non è un caso, d’altra parte, che l’aspetto più significativo di quel periodo del quale sia rimasta memoria non sia riconducibile al contributo teorico o alla statura artistica di un maestro o di un organista, bensì all’inaugurazione nel 1787 in Santa Maria della Steccata del grande organo firmato da Giuseppe Serassi. Al contrario – ma conseguenza di quello stesso spirito illuministico che non fu certo estraneo al tramonto della musica eccelsiastica – particolare attenzione fu dedicata all’istruzione, ad esempio con l’apertura di una scuola di danza e di una di canto, dirette da Jean-Philippe Delisle e da Francesco Zilioli Poncini. Il grande ispiratore e regista nonché principale fautore del rinnovamento e della “francesizzazione” del ducato fu, com’è noto, Guillaume du Tillot, intendente generale della Regia Casa, poi ministro segretario di stato e incaricato della direzione degli spettacoli. Tra le varie iniziative a lui direttamente attribuibili, due sono degne di particolare menzione. Nel 1756 commissionò a Carlo Goldoni i libretti per tre opere buffe. Lo stesso Goldoni ricorda la felice parentesi parmense, vissuta tra Colorno e Parma, nei suoi Mémoires pubblicati a Parigi nel 1787 (tr. it.: Prato, F.lli Giachetti, 1822, vol. II, cap. XXXI, pp. 184-87): Nel marzo nell’anno 1756 fui chiamato a Parma per ordine di S. A. R. l’Infante don Filippo. Questo principe, che teneva di guarnigione una truppa francese numerosissima, e ben disciplinata, voleva esso pure avere un’opera comica italiana. Mi fece dunque l’onore d’incombenzarmi di tre composizioni per l’apertura di quel nuovo spettacolo. Giunto a Parma fui condotto a Colorno, ove era la corte, e fui presentato al signor du Tillot, allora soprintendente generale degli affari domestici di sua A. R. e che in seguito divenne ministro di Stato, e fu decorato del titolo di Marchese di Felino. Questo bravo, e degno francese, pieno di spirito, di talento, e probità, mi accolse benignamente, mi assegnò un bellissimo appartamento, mi diede una coperta alla sua tavola, e m’indirizzò per le necessarie istruzioni al signor Jacobi, incaricato della direzione degli spettacoli. Le tre opere buffe, rappresentate al Teatro Ducale nel biennio 1756-1757, furono La buona figliola, Il festino e Il viaggiatore ridicolo, musicate da Egidio Romoaldo Duni, Antonio Ferradini e Antonio Maria Mazzoni, compositori all’epoca al servizio della corte. Ricorda Goldoni: Il soggetto della Buona Figliuola lo ricavai dalla mia commedia di Pamela, e il signor Duni ne fece la musica. L’opera incontrò molto, e sarebbe incontrata anche di più, se migliore fosse stata l’esecuzione, ma troppo tardi fu preso l’impegno di trovar dei buoni attori. Questa medesima opera però ebbe più sorte in mano del signor Piccini [sic], che essendo stato commissionato alcuni anni dopo di un’opera comica per Roma, preferì questo vecchio dramma a tutti i nuovi, che gli vennero proposti. Nei suoi ricordi, a dire il vero, Goldoni omise di accennare al fatto che l’argomento della Buona figliola era sì tratto dalla sua commedia intitolata Pamela nubile, ma che la commedia era a sua volta tratta da Pamela: Or, Virtue Rewarded, il romanzo epistolare di Samuel Richardson che fu pubblicato con straordinario successo a Londra nel 1740. Del tutto vero, invece, che la vera gloria per il libretto sarebbe venuta nel 1760, quando a Roma fu rappresentata La Cecchina, ossia La buona figliola, l’opera che Niccolò Piccinni aveva tratto dallo stesso libretto. A parte l’esito non eclatante di quell’opera buffa, la presenza di Egidio Romoaldo Duni alla corte dei Borbone fu uno degli aspetti di maggior rilievo nei primi anni del nuovo ducato. Duni (Matera 1709-Parigi 1775), dopo gli studi a Napoli con Francesco Durante e l’avvio della carriera come compositore e maestro di cappella, nel 1749 era entrato alla corte di Filippo di Borbone per dirigere la cappella ducale. Nel 1756, dopo aver rappresentato La buona figliola, lasciò l’Italia per la Francia, dove avrebbe riscosso grande successo in particolare nell’opéra comique, genere del quale contribuì a definire i caratteri. Dei restanti due libretti, che avrebbero avuto rinomanza assai inferiore a quello musicato da Duni, ancora Goldoni scrive: Dal signor Ferradini poi fu scritta la musica del Festino, ed il signor Mazzoni quella dei Viaggiatori ridicoli [sic]. Questi due maestri di cappella riuscirono entrambi perfettamente, poichè i sopraddetti drammi furono bene accolti tanto alla lettura, che nella rappresentazione; con tutto questo però non bastavano gli sforzi dei compositori per supplire ai difetti degli attori, e trattandosi dell’opera comica principalmente, ho veduto spesso sostenersi per solo effetto della buona esecuzione l’opere mediocri, e rarissimamente all’opposto riuscire la buone opere male eseguite. E infine: In quanto a me la commissione fu onorevolissima, e fortunata, poichè venni largamente remunerato del mio tempo, e delle mie fatiche, e partii da Parma con la patente di Poeta, e di persona addetta all’attual servizio di S. A. R. con pensione annua, che anche il Duca regnante [Ferdinando, successore di Filippo] ebbe la clemenza di mantenermi. In effetti, se si esclude il considerevole profitto economico e di immagine che ne ricavò lo scrittore, le tre opere non riscossero un grande favore e non avrebbero lasciato particolare memoria di sé. A parte la parentesi goldoniana, la seconda inziativa di du Tillot degna di menzione fu il cosiddetto il progetto di riforma tentato con la commissione di tre opere a Carlo Innocenzo Frugoni e a Tommaso Traetta, rispettivamente poeta di corte e maestro della cappella ducale. L’iniziativa, di spiccato carattere esemplare e dimostrativo, nasceva con l’intento di correggere la propensione esclusiva dell’opera italiana per il canto solistico e i suoi protagonisti potenziando l’apparato scenografico, gli interventi strumentali, gli episodi danzati e corali, in un contesto generale di maggior rispetto per la plausibilità dell’azione drammatica. In due anni, dal 1759 al 1760, vennero composti e allestiti Ippolito e Aricia, I Tindaridi, Le feste d’Imeneo. Quest’ultima, in particolare, non era un’opera in senso stretto, bensì una “festa teatrale” per le nozze dell’infanta Isabella con l’arciduca Giuseppe d’Austria. Anche a Parma la pratica festiva in occasione di eventi di particolare rilievo politico e dinastico, che aveva segnato il ducato farnesiano (il Teatro Farnese era stato pensato e costruito in un contesto del genere), si mantenne in quello borbonico, sino ai sontuosi festeggiamenti del 1769 per le nozze di Ferdinando di Borbone e Maria Amalia d’Austria. In quella occasione fu rappresentato al Teatro Ducale Le feste d’Apollo, spettacolo monstre che faceva ampio ricorso a cori e danze, con le musiche di Christoph Willibald Gluck, per l’occasione al “servigio” delle Loro Maestà, come specificava il libretto. Dunque, per una delle ironie di cui la storia non è avara, in occasione delle nozze del 1769 si esibì a Parma il protagonista di quella che è stata poi archiviata come la “riforma dell’opera” per antonomasia. Giusto una decina di anni prima – in quella stessa Parma e in quello stesso teatro, ma con opposta fortuna – un ministro francese aveva tentato una riforma del tutto analoga affidandosi al poeta e al maestro di corte. I due protagonisti di quel tentativo, prima di tutto. Carlo Innocenzo Frugoni (Genova 1692-Parma 1768) fu poeta alla corte dei Farnese prima e dei Borbone in seguito. Su incarico del ministro du Tillot, svolse anche le mansioni di soprintendente agli spettacoli. Tommaso Traetta (Bitonto 1727-Venezia 1779) fu uno dei nomi di maggior rilievo nell’àmbito dell’opera seria del Settecento. Dopo gli studi a Napoli – allora capitale indiscussa della musica italiana – svolti sotto la guida di compositori insigni come Nicola Porpora e Francesco Durante, condusse i primi anni di carriera tra Napoli, Roma, Venezia e altri centri minori. L’approdo alla corte dei Borbone, dove sarebbe stato maestro di cappella dal 1758 al 1765, rappresentò per lui una fondamentale occasione di crescita a contatto con un ambiente culturale assai vicino alle esperienze della musica e della cultura francese. Dopo la parentesi parmigiana, infatti, per Traetta sarebbe iniziata una fase nuova della carriera in alcune delle realtà europee più significative in campo musicale: Vienna, Venezia, San Pietroburgo, Napoli, Londra, e infine ancora Venezia. Il titolo più rilevante nel progetto di riforma promosso da du Tillot fu Ippolito ed Aricia, tragedia per musica in cinque atti su un libretto che Frugoni trasse a sua volta dal libretto di Simon-Joseph Pelégrin per Hippolyte et Aricie, tragédie lyrique del celebre e autorevole Jean-Philippe Rameau data a Parigi nel 1733. L’intenzione era davvero trasparente, come si evince dallo stesso libretto che testualmente riporta: “Tragedia […] nuovamente composta e adattata alle scene italiane”. Nulla di strano a prima vista, poiché non era infrequente che in quegli anni venissero proposte al Ducale opere francesi il cui libretto veniva tradotto in italiano in genere dallo stesso Frugoni. Nel caso di Ippolito ed Aricia, invece, non si trattò semplicemente di proporre in una lingua comprensibile al pubblico italiano un’opera che rispondeva a schemi e sensibilità francesi, ma di realizzare un’opera italiana su un modello che italiano non era. Il risultato finale fu sostanzialmente ibrido. Da una parte, sull’esempio della tragédie lyrique, Traetta introdusse cori e a danze (quasi o del tutto inesistenti nelle opere italiane) e adottò con maggiore frequenza il recitativo accompagnato dall’orchestra in luogo del consueto recitativo semplice accompagnato dal solo clavicembalo con mera funzione di sostegno armonico. Dall’altra, Traetta riservò comunque all’aria – il clou dell’opera italiana, il momento topico dell’espressione solistica e della bravura del virtuoso di canto – il ruolo di maggiore attrazione nell’economia generale dell’opera. Già nel corso del Seicento, lo stile vocale dei personaggi si era emancipato dal linguaggio verbale approdando a una dimensione squisitamente ideale e autonoma. Lo straordinario ampliamento delle possibilità che ne derivò procedette di pari passo con l’esaltazione delle potenzialità degli interpreti e con l’affinamento di uno stile e di una tecnica vocale ricercatissimi: era il cosiddetto belcanto, che proprio attraverso l’aria – forma complessa e contenitore sentimentale polifunzionale – raggiungeva la sua massima espressione. Per ironia della sorte, dunque, anche in Ippolito ed Aricia la centralità del solista di canto restò garantita a dispetto del tentativo iniziale di ridurne il rilievo a vantaggio delle altre componenti dello spettacolo: la scena, il coro, il corpo di ballo, l’orchestra. Infatti, il successo dell’opera, andata in scena al Teatro Ducale il 9 maggio 1759, si risolse soprattutto nell’interesse spasmodico per la persona, le gesta e i capricci di Aricia, impersonata da una celeberrima cantatrice, il soprano romano Caterina Gabrielli. Secondo la consuetudine dell’epoca, il nome della star di turno attirò in città visitatori dall’Italia e dall’estero: tanto numerosi che in quei giorni non vi era possibilità alcuna di reperire nuovi alloggi in locande, monasteri e case private. Di quel mondo, una delle protagoniste principali era originaria di Parma. Si tratta di Francesca Cuzzoni (Parma 1700?-Bologna 1770?), la quale, dopo il debutto a Parma nel 1714, iniziò una straordinaria carriera che la condusse nei maggiori teatri d’Europa e, secondo molte testimonianze, ne fece il maggior soprano della prima metà del Settecento. Chiamata a Londra nel 1723 da Georg Friedrich Händel, rivaleggiò con l’altra grande protagonista del canto femminile di quegli anni, la veneziana Faustina Bordoni. La contrapposizione delle due prime donne, che portò alla formazione di partiti contrapposti, produsse uno di quei processi di mitizzazione di cui si alimentò il mondo dell’opera fin dagli esordi e del quale ancora oggi, sia pure in misura assai minore, si sperimentano gli effetti. Dunque, nonostante il tentativo messo in opera da du Tillot, alla fine, l’intero organismo dell’opera continuò a ruotare, sia dal punto di vista artistico sia da quello economico, intorno a coloro che rappresentavano l’essenza stessa dell’opera italiana seisettecentesca ed erano i suoi divi indiscussi. Al di là di questo, infatti, l’esperimento di riforma non sortì un particolare successo e il progetto fu abbandonato. Nella seconda metà del Settecento, la vita teatrale di Parma si svolgeva in varie sale pubbliche e private. Sotto la diretta influenza della corte erano il Teatro Ducale a Parma e il teatro realizzato all’epoca degli ultimi Farnese all’interno del Palazzo Ducale a Colorno. Teatro di corte nel senso proprio del termine, quest’ultimo rispecchiava in modo più diretto e inequivocabile i gusti e l’orientamento della casata dominante. È ancora Carlo Goldoni, narrando l’episodio che lo coinvolse come spettatore di una commedia francese a Colorno, a chiarire la situazione: Mi portai l’istesso giorno [dell’arrivo a Parma e poi Colorno] alla Commedia della Corte, e fu questa la prima volta, che vidi comici francesi; rimasi incantato della loro maniera e sommamente sorpreso del silenzio che regnava nella platea. Ora non mi ricordo qual fosse la commedia, che si recitava quel giorno, ma mi sovvengo bensì, che vedendo in una scena il primo amoroso abbracciare con trasporto la sua amante, questa naturalissima azione lecita ai francesi, e proibita agl’italiani, mi piacque a tal segno, che gridai quanto potei, bravo. La mia indiscreta, e incognita voce irritò subito la taciturna assemblea; il principe inclusive volle sapere donde veniva, dovei dunque esser nominato, e si trovò degna di scusa la sorpresa d’un autor italiano. L’episodio colpisce in primo luogo perché, nella sua entusiastica adesione a una rappresentazione realistica dei personaggi e degli affetti, Goldoni dimostrava la novità dirompente che lui rappresentava nell’àmbito della commedia italiana del tempo. In secondo luogo, più importante ai nostri fini, l’aneddoto ci introduce nel vivo della vita teatrale del Ducato e soprattutto dei gusti della corte. In effetti, a Colorno, stante la natura più riservata del teatro rispetto al Ducale di Parma, la natura francesizzante della corte si esplicava in modo quasi esclusivo. Soprattutto a Colorno, infatti, dal 1755 al 1759 agì, esibendo un repertorio assai ampio di generi e titoli francesi, la compagnia di comici e danzatori di JeanPhilippe Delisle (dal 1757 anche direttore della Reale Scuola di Ballo). A Parma, invece – inutilizzato il Teatro Farnese, che d’altra parte era stato concepito e costruito all’inizio del Seicento solo per una funzione di alta rappresentanza in particolarissime occasioni celebrative – la vita teatrale si compendiava soprattutto nel vecchio Teatro Ducale voluto dal duca Ranuccio II Farnese e inaugurato alla fine del 1687. Il teatro seguiva il modello maturato a Venezia nei decenni precedenti, sia per quanto riguardava la struttura architettonica e la forma gestionale, sia per la destinazione artistica. Situato nel centro della città e collocato all’interno del Palazzo di Riserva, fra le attuali vie Melloni e Pisacane, all’esterno, secondo la consuetudine generale, non esibiva una forma caratteristica e autonoma, ma era inserito in un complesso architettonico che comprendeva altri edifici e altre destinazioni. All’interno, era un tipico teatro “all’italiana”: la forma a U, la platea lunga e stretta, 112 palchetti disposti su quattro ordini con al centro il palco dei duchi, e al quinto ordine il loggione. La sala poteva contenere fino a 1200 spettatori. Nel tempo, il teatro fu ristrutturato a più riprese, anche in funzione del mutamento delle esigenze spettacolari: i lavori più considerevoli dei quali si abbia notizia furono realizzati nel 1760 dall’architetto, ovviamente francese, Antoine Morand. I veri protagonisti della vita di quel teatro erano i cantanti, come accennato in precedenza, a dispetto di ogni tentativo di riforma. Al contrario, il ruolo degli autori – librettisti e compositori, in ordine di importanza – era in subordine rispetto a quello degli interpreti. Anche a Parma, seguendo la regola, i nomi dei compositori – Duni, Traetta, Fortunati, Robuschi, Colla, Orland, per rimanere nell’àmbito dei maestri al servizio dei Borbone – uscivano talvolta a stento, salvo eccezioni, dalla condizione di abilissimi artigiani che a loro assegnava la consuetudine del tempo. Eloquente la sorte toccata a Giuseppe Colla (Parma 1731-1806), maestro di cappella alla corte del Borbone e infine maestro concertatore al Teatro Ducale, oggi citato solo in quanto consorte del celebre soprano Lucrezia Agujari (Ferrara 1743 o 1748-Parma 1783), nota come “la Bastardella”, virtuosa di camera del Reale Infante e tuttora ricordata per la testimonianza che ne lasciarono Mozart padre e figlio nel maggio 1770 dopo averla udita cantare a Parma, ospiti nella sua abitazione. Dunque, oltre ai casi di Duni e Traetta, che raggiunsero effettiva rinomanza internazionale, solo altri due nomi fra quelli dei tanti compositori che furono al servizio della corte dei Borbone assunsero un rilievo di primissimo piano: Alessandro Rolla e Ferdinando Paër. Il nome di Rolla rimanda a una delle istituzioni musicali parmensi che nacquero con il ducato dei Borbone: l’Orchestra Ducale. La compagine nacque quando venne chiamato al servizio del primo duca, Filippo di Borbone, il francese Jacques-Simon Mangot (Lione ?-Parma 1791), con l’incarico di direttore del Reale Concerto di Camera, responsabile per la musica teatrale e ispettore dei teatri. A quell’epoca, gli strumentisti del duca prestavano servizio in tutte le formazioni ducali: orchestrali e da camera, impiegate in contesti profani ed ecclesiastici. Nel 1773 l’Orchestra fu affidata ad Angelo Morigi (Rimini 1725-Parma 1801), sotto la cui guida acquisì rilevanza qualitativa e prestigio. In quel contesto si inserì la lunga permanenza al servizio dei Borbone di una figura di rilievo internazionale: Alessandro Rolla (Pavia 1757-Milano 1841). Il celebre strumentista, direttore e compositore fu attivo a Parma dal 1782 al 1802 in qualità di prima viola e poi di primo violino e direttore dell’Orchestra Ducale, e infine di direttore del Reale Concerto di Camera. Alla morte del duca Ferdinando di Borbone, dopo vent’anni di servizio alla corte di Parma, si trasferì Milano, dove, fra gli altri incarichi, ricoprì quello di direttore dell’orchestra del Teatro alla Scala. Un caso del tutto diverso è quello di Ferdinando Paër, il più illustre compositore nato a Parma all’epoca dei Borbone. Ferdinando nacque a Parma il 1° giugno 1771, figlio di Giulio, cornista nell’orchestra di corte. In realtà, il cognome originale non era affatto Paër. Infatti, accanto a quella versione, universalmente accettata da un paio di secoli, numerose altre hanno accompagnato la carriera del compositore, dal debutto teatrale avvenuto a Parma nel 1791 al suo trasferimento alla corte imperiale di Napoleone nel 1807: Par, Pàr, Pär, Per, Pér, Për, Paer, e così via. Lo studioso tedesco Wolfram Enßlin (Die italienischen Opern Ferdinando Paërs, Hildesheim, Georg Olms Verlag, 2003) ha chiarito la singolare vicenda del cognome, risalendo senza ombra di dubbio alla forma originale Pär, che è sancita, oltretutto, dalla registrazione battesimale di Ferdinando. Ma anche questa forma non è verosimilmente quella originaria, poiché sarebbe nata dal fraintendimento derivato dalla pronuncia delle labiali P e B, attribuibile alla estrazione asburgica di lingua tedesca della famiglia: per cui la forma primigenia del cognome sarebbe Bär. L’incertezza della grafia, che accompagnò per decenni la presenza del compositore nelle città italiane ed europee, trovò una soluzione solo con l’approdo parigino, dove il cognome diventò dapprima Paer e infine Paër, in una forma compromissoria che in qualche modo metteva insieme alcune varianti diffuse negli anni precedenti. Comunque fosse, dopo gli studi e l’esordio teatrale a Parma, dove fu al servizio della corte di Ferdinando di Borbone, il compositore intrattenne stretti legami con teatri veneziani; quindi si trasferì a Vienna (dove sposò il soprano Francesca Riccardi, nata a Parma nel 1778) e poi a Dresda a ricoprire la carica di direttore dell’Hoftheater. Di questo periodo sono le sue opere teatrali più significative e lungimiranti, tutte della categoria delle opere semiserie: La Griselda ossia La virtù al cimento (Parma 1798), Camilla ossia Il sotterraneo (Vienna 1799), I fuorusciti di Firenze (Dresda 1802), Leonora ossia L’amor coniugale (Dresda 1804). Dal 1807 fu a Parigi, chiamato da Napoleone in persona a dirigere la cappella imperiale. Nella capitale francese – dove restò quasi ininterrottamente fino alla morte, avvenuta il 3 maggio 1839 – svolse un ruolo di primo piano, ricoprendo cariche direttive di grande rilievo in àmbito teatrale e di corte. L’ultimo contatto singificativo con Parma fu il 20 ottobre 1809, quando inaugurò il teatrino di Villa Ombrosa, casino di campagna del marchese Fabio Douglas-Scotti al capo ovest del ponte Dattaro, con L’Agnese di Fitzhenry, composta per l’occasione, che sarebbe diventata la sua opera più famosa.