LA VOCE
DEL POPOLO
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ATTUALITÀ A colloquio con Jelena Simić
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«L’Erasmus? Lo rifarei subito»
di Monica Kajin Benussi
L
a venticinquenne Jelena Simić, dottore magistrale in Lingua e letteratura croata, è uno dei sempre
più numerosi studenti che scelgono di trascorrere
un periodo di studio all’estero, nell’ambito del progetto
“Erasmus”, avviato esattamente un quarto di secolo fa
dalla Comunità europea. Come molti già sanno, si tratta di un programma di scambio che consente a uno studente universitario europeo di effettuare in una università straniera un periodo di studio legalmente riconosciuto
dal proprio ateneo e di ottenere una borsa di studio a tale
fine. Il nome del programma deriva dall’umanista e teologo olandese Erasmo da Rotterdam (nato nel XV secolo), il quale viaggiò diversi anni in tutta Europa per comprenderne le differenti culture.
La simpatica ex studentessa della facoltà di Filosofia di Fiume ha scelto la Polonia, per la precisione la città di Breslavia, la quarta del Paese per popolazione, con
640.000 abitanti, dove ha trascorso quattro indimenticabili
mesi (dalla fine del settembre 2010 fino al gennaio 2011),
durante i quali ha fatto tante nuove amicizie e conosciuto
giovani provenienti da tutto il mondo. L’abbiamo incontrata per scoprire come ha vissuto questa esperienza, che nelle
Università croate è stata introdotta due anni fa. Come prima
cosa, le abbiamo chiesto che cosa l’ha spinta a “fare l’Erasmus”, per usare un’espressione del gergo studentesco.
Una scelta dettata dall’amore
“In Polonia ci sono andata assieme al mio ragazzo
per scrivere la tesi di laurea, in quanto ero già al quinto
e ultimo anno di università. L’amore per la lingua polac-
ca è nato grazie alla professoressa polacca Monika Dumanowsky, durante il lettorato di lingua polacca, che ho
seguito nella mia facoltà per quattro semestri accademici. Ho scelto il polacco come lingua opzionale, poiché
mi sembrava molto interessante e non me ne sono pentita. In questo periodo ho fatto la mia prima visita alla
Polonia, dove ho frequentato per un mese una Summer
school per approfondire la conoscenza di questa lingua.
E lì mi sono letteralmente innamorata di tutto ciò che riguarda questo bellissimo Paese”.
Una volta ritornata a casa, Jelena non ha assolutamente dimenticato questa lingua, anzi è andata oltre la
formazione universitaria, diventando socio dell’associazione culturale polacca “Fryderyk Chopin”, dove si dedica all’organizzazione di vari eventi.
Prima di partire per l’Erasmus, la nostra interlocutrice
ha fatto anche parte della redazione di Radio Sova, il programma studentesco di Radio Fiume, conducendo per un
anno la trasmissione dedicata alla mobilità studentesca,
diventando poi, una volta raggiunta Breslavia, una reporter dalla sua stanza nella Casa dello studente.
“Breslavia è una città universitaria nel vero senso della
parola. Basta pensare che la Casa dello studente dove stavo
io ha 16 piani, in pratica un grattacielo. Durante la mia permanenza, al suo interno c’erano ben 400 studenti stranieri, di cui la metà erano spagnoli. Trascorrevo quindi, molto tempo con loro, ma anche con gli studenti italiani e addirittura facevamo a gara chi cucina meglio. La cosa bella
dell’Erasmus è che non ti annoi mai, perché ti dai sempre da
fare per impiegare al meglio il tempo libero, organizzando
feste, gite, e quant’altro e quindi ti senti più realizzato”.
Segue a pagina 2
La Casa dello studente dove ha soggiornato Jelena
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Martedì, 14 febbraio 2012
Dalla prima pagina
“L’Erasmus è un’esperienza di vita bellissima, che consiglierei a ogni studente. Non vorrei sembrare banale citando il motto scelto per il 25.esimo anniversario dell’Erasmus,
ma è proprio così. L’Erasmus ti cambia la vita, nel senso che
apre la tua mente, allarga i tuoi orizzonti e ti rende più aperto nei confronti delle persone e delle tante possibilità che ti
offre la vita. Grazie all’Erasmus, infatti, non avrei alcun problema a lavorare o fare una stage all’estero, possibilmente in
Polonia, dove mi piacerebbe tantissimo vivere”.
Jelena, la seconda da sinistra, con le sue compagne di stanza
Studenti stranieri
all’università di Fiume
Jelena è rimasta legata all’universo Erasmus anche
dopo il ritorno a Fiume e il conseguimento della laurea.
Infatti, di recente è tornata da Bruxelles, dove ha partecipato alla conferenza dedicata al 25.esimo anniversario
dell’Erasmus in qualità di ambasciatrice croata. “Per me
è un onore e una grande soddisfazione essere stata scelta come ambasciatrice Erasmus, anche perché la concorrenza era notevole, circa 50 studenti provenienti da tutta
la Croazia”. L’obiettivo di questo incontro, che ha riunito
66 ambasciatori provenienti da 33 Paesi di tutto il mondo, era quello di ottenere, attraverso una sorta di brainstorming collettivo, proposte concrete che serviranno per
sviluppare ulteriormente il programma di mobilità studentesca più conosciuto al mondo. Il nuovo Manifesto
Erasmus verrà così approvato il prossimo maggio in Danimarca e, ovviamente, Jelena non mancherà a questo
importante appuntamento.
La nostra instancabile interlocutrice al momento è impegnata con l’apertura della sezione fiumana
dell’ESN (International Exchange Erasmus Student
Network), la Rete internazionale per la mobilità studentesca, che al momento conta nove iscritti all’ateneo cittadino che hanno fatto l’Erasmus. “Quella fiumana sarà
la terza sezione ESN in Croazia, dopo quelle di Zagabria e Zara. Il compito principale sarà quello di fornire
tutta l’assistenza necessaria, anche per quanto riguarda
le pratiche burocratiche, agli studenti stranieri che hanno scelto l’università fiumana come destinazione Erasmus, in tutto 25 quest’anno accademico ”, ha concluso Jelena, auspicando che un giorno possa diventare la
coordinatrice del programma Erasmus per l’università
di Fiume.
Jelena e il suo ragazzo con uno dei simpatici nani di Breslavia
Jelena con Ljubica Petrović, del ministero della Scienza, dell’Istruzione e dello Sport (sinistra) e la prof.ssa Katica Šimunović,
dell’università di Osijek, alla conferenza Erasmus di Bruxelles
Agli Stati Uniti d’America servono scienziati
Obama vuole più prof. di matematica
NEW YORK – “Voglio centomila nuovi
prof. di matematica nelle nostre scuole, saranno loro a rendere l’America più competitiva”. Se la First Lady li sta spronando a essere più snelli, Barack Obama lancia un’altra sfida ai ragazzini. Lui li vuole curiosi,
innovativi, allenati al pensiero scientifico.
Annuncia il suo ambizioso piano ospitando
alla Casa Bianca una Fiera delle Scienze. È
l’occasione per ricevere nel palazzo presidenziale più famoso del mondo trenta squadre di “futuri Einstein”, adolescenti fra i 13
e i 17 anni selezionati per presentare le loro
invenzioni, tutte nate sui banchi di scuola.
È l’evento ideale per il messaggio che sta
a cuore a Obama: “Più scienza nel futuro
dei giovani è la chiave per avere una marcia
in più, aumentare le chance di successo sul
mercato del lavoro”.
Centomila insegnanti di matematica e
scienze in più nelle scuole – dalle elementari alla maturità – sono la risorsa umana
che la sua Amministrazione decide di mettere in campo, per dare ai ragazzi la preparazione giusta fin dai primi anni di scuola.
Obama ci mette i fondi: altri 80 milioni di
dollari per il ministero dell’Istruzione, da
usare con un criterio di efficienza imprenditoriale, cioè gare competitive aperte al
settore privato per scegliere i migliori programmi di formazione del corpo insegnante nelle materie scientifiche. Matematica in
testa, ma anche fisica, chimica, biologia,
informatica. È tutto il ventaglio del sapere
scientifico che Obama vuole promuovere.
Agli 80 milioni di stanziamenti federali si aggregano fin dall’inizio 22 milioni di fondi privati, secondo la formula delle joint venture con il settore del mecenatismo non profit finanziato dalle imprese.
Il piano “centomila prof. di scienze” è piaciuto subito al settore privato, 115 organizzazioni guidate dalla Carnegie Corporation hanno già risposto all’appello di Obama. I contributi esterni non si fermano qui.
La Casa Bianca fa da “polo aggregatore”
di tante eccellenze: c’è Google che mette a
disposizione i suoi metodi di selezione dei
cervelli, per convogliare verso la scuola i
migliori talenti scientifici. Grandi università, dalla California a Chicago, si mobilitano per programmi di formazione accelerata che sfornino nei tempi richiesti questa
nuova leva di prof. di scienze da mandare
nelle scuole. Anche le politiche retributive
saranno riviste. Il ministero dell’Istruzione avrà una nuova risorsa di 300 milioni, il
Teacher Incentive Fund, finalizzata a “migliorare i sistemi di remunerazione, incen-
tivo, promozione professionale del corpo
insegnante”. Non basta formare e reclutare
i centomila prof. di matematica, “bisogna
saperli trattenere a scuola, con gli incentivi giusti”.
Organizzati dall’associazione studentesca AIESEC
Tirocini professionali all’estero, un settore in crescita
Crisi e giovani sono parole che, ultimamente vengono
nominate spesso, specialmente in Italia, dove il governo
Monti sta cercando di dare una risposta all’alto tasso di disoccupazione tra le nuove generazioni. Paesi come Germania e Svezia hanno saputo rispondere a questo problema
agevolando l’occupazione giovanile tramite strategie nazionali e agevolazioni fiscali.
D’altra parte, nei Paesi come Spagna (con la maggior
disoccupazione giovanile in Europa, ovvero del 40%), Italia e Croazia, i giovani sono costretti a cavarsela con le
proprie forze e cercare di non restare “bamboccioni” fino
all’età di 40 anni. Oggi il mondo del lavoro è saturo di laureandi in cerca di un’occupazione, specialmente di coloro
che si sono laureati in scienze umanistiche. Molti si pongono la domanda come trovare un lavoro e come diventare un buon candidato per il mercato del lavoro europeo.
Una risposta a tale problema la possiamo trovare nei
vari programmi di tirocini professionali che vengono
proposti da organizzazioni studentesche specializzate in
questo settore. A Fiume esistono varie organizzazioni di
questo tipo, tra le quali l’AIESEC.
L’AIESEC è un’organizzazione globale, nata come
un’associazione di studenti di economia con l’intento di
dare la possibilità agli studenti e ai giovani laureandi di sviluppare le proprie capacità lavorative tramite il lavoro di
gruppo e tirocini professionali all’estero. Tra i nomi illustri
che sono stati soci di questa organizzazione e che hanno
usufruito dei tirocini all’estero, pure il presidente del Consiglio italiano, Mario Monti, che in una recente intervista ha
affermato: “Come potrei dimenticare l’AIESEC? Fu grazie ad uno stage dell’AIESEC che conobbi la Commissione europea”. Tra i personaggi famosi che fecero parte di
questa organizzazione, pure Mick Jagger (cantante dei Rolling Stones), Marti Ahtissari (già presidente della Finlandia e mediatore delle Nazioni Unite), Helmut Kohl (cancelliere tedesco durante l’unificazione della Germania nel
1990), Junichiro Koizumi (ex primo ministro giapponese),
Janez Drnovšek (secondo presidente della Slovenia) e Boris Miletić (sindaco di Pola).
A Fiume l’AIESEC opera da più di mezzo secolo e attualmente la sede si trova nella Facoltà di Economia. Eccetto
Fiume, questa organizzazione opera pure in altre quattro città croate: Zagabria, Spalato, Varaždin, Osijek. In tutto conta
oltre 60.000 membri. La maggior parte dei tirocini all’estero
ha come datori di lavoro imprese private, grandi corporazioni, organizzazioni non governative e istituzioni statali.
Con l’aumentare della crisi e dell’instabilità economica in Europa, è molto probabile che la lotta per un posto di lavoro stabile sarà estenuante per i giovani. A tal
proposito, avere un sostanzioso e promettente curriculum vitae aumenta le probabilità di trovare un’occupazione. Non stupisce quindi il fatto che queste organizzazioni studentesche pure in tempi di crisi continuano a
crescere e destare interesse tra le nuove generazioni.
Livio Defranza
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Martedì, 14 febbraio 2012
OCCUPAZIONE Il rebus dell’orientamento alla scelta della scuola giusta
Vocazione e lavoro possono stare insieme?
T
empo di orientamento scolastico per
i ragazzi e le famiglie delle scuole
elementari, in vista della scelta della scuola media superiore. Tempo delicato, sul quale è bene che studenti e genitori,
anzitutto, riflettano a lungo, confrontandosi con i docenti delle scuole elementari,
ma, prima ancora, cercando di toccare con
mano, attraverso “laboratori orientanti” e
open day, indirizzi ed esperienze di vita e
di conoscenza proposti dalle scuole medie
superiori. Al di là dei titoli più o meno roboanti dei nuovi indirizzi e delle stesse vetrine delle scuole.
Perché una cosa va detta, secondo verità: i ragazzi a 13/14 anni, con la scelta
della scuola media superiore, scelgono il
loro futuro, cioè scelgono la vita. Nel contesto calza a pennello un noto proverbio
Tuareg: “Fermati un attimo, arrivi prima”.
Un invito cioè a pensarci bene, al di là di
questo o quell’indirizzo, di questa o quella scuola. È un passaggio delicato, che va
ben ponderato.
Errori di gioventù
Eppure, gli stessi studenti e le loro famiglie sono bombardati da mille informazioni, forse troppe. Ma si conoscono realmente le concrete proposte e le reali prospettive occupazionali? Come esempio il
dato, raccolto da Alma Laurea, il consorzio che fa capo all’Università di Bologna:
il 45% dei laureati – questa la notizia che
fa venire i brividi – alla domanda se rifarebbe la stessa scelta a 14 anni dichiara con
coraggio l’errore di gioventù. Quanti destini personali bruciati negli anni, e quante
reali opportunità di lavoro sacrificate per
miopia o poca trasparenza? Perché di fronte a certe scelte, giuste o sbagliate, non si
torna indietro, fatte salve rare eccezioni. E
a ben poco servono le “passerelle”, cioè i
passaggi da un indirizzo ad un altro.
Quanti, nello stesso mondo della scuola, stanno comprendendo la rivoluzione in
atto a livello globale, con l’apertura a 360
gradi del mercato del lavoro, tanto che i
giovani si troveranno in concorrenza, anche in casa propria, con ragazzi competenti provenienti dai altri Paesi? Ha ancora
senso una maturità a 19 anni, se in Europa
la si raggiunge a 18 anni? Perché non cancellare, con un decreto condiviso, il valore legale del titolo di studio ed introdurre
invece la logica della certificazione? Perché non introdurre limiti alle iscrizioni per
quelle facoltà che producono solo disoccupati e code infinite nei concorsi pubblici?
Perché difendere una scuola che, più che
“autonoma”, è legata al rischio dell’anarchia e dell’autoreferenza?
Cambiare la scuola, cioè il mondo più
conservatore che si possa immaginare, è la
prima emergenza in Italia, se si vuole dare
un futuro concreto ai figli. I quali devono
sapere da subito che servono oggi competenze certe, spendibili, verificabili, dinamiche.
Orientamento in itinere
a sostegno degli studenti
Toccare con mano
la realtà delle scuole
Il cuore della scuola, al di là delle diverse difese corporative fatte passare come
“diritti”, è l’orientamento in itinere verso
scelte plausibili e cariche di futuro. Un vero
servizio pubblico, con al centro lo studente.
Un orientamento che superi definitivamente il vecchio pregiudizio, figlio di Leibniz,
secondo il quale la cultura deve liberare dal
lavoro, denigrando così il lavoro manuale,
i laboratori, le officine, le botteghe artigiane, quelle che hanno reso l’Italia il secondo
Paese manifatturiero dell’UE dopo la Germania. L’orientamento, quindi, va costruito
sulla base delle attitudini e dei talenti. Perché gli errori fatti a 13/14 anni difficilmente potranno essere corretti. Ai ragazzi e ai
genitori alcune cose, però, le possiamo dire
da subito. Anzitutto, che i risultati scolastici delle scuole medie non possono indicare con evidenza le capacità e l’intelligenza.
Perché non sempre i ragazzi hanno incontrato docenti capaci di “entusiasmarli”, facendo emergere cioè le passioni. In secondo
luogo, bisogna ricordare che le intelligenze
sono diverse, e non è detto che le didattiche adottate siano riuscite a cogliere l’interesse di tutti gli studenti, e a mettere a frutto i talenti comunque presenti. Pari dignità,
perciò, tra le diverse forme di intelligenza,
dunque tra tutti i ragazzi in quanto persone,
e tra tutti gli indirizzi di studio, come tra
tutte le occupazioni. Senza quelle divisioni
radical chic che si continuano a registrare
nei conversari e nei giudizi di presentazione di alcune scuole medie: i bravi ai licei, i
meno bravi ai tecnici, e tutti gli altri ai professionali. A prescindere dai talenti e dalle
attitudini. Snobismo smentito ogni giorno
dai dati reali.
Come scegliere, e cosa scegliere, dunque?
Il consiglio è di fare in modo che tutti gli studenti tocchino con mano, negli stage o nei
momenti di “scuola aperta”, la realtà di tutte
le scuole, senza badare ai pareri dei propri docenti, genitori, amici. Di tutte le scuole, non
di alcune. Toccare con mano, dunque. Ed una
volta toccate con mano, rivedere e discutere,
assieme ai genitori e ai docenti, le proprie impressioni. L’importante è non seguire la moda,
il vento delle opinioni altrui, idee più o meno
ballerine. Pari dignità vuol dire che tutti gli
indirizzi delle scuole superiori sono buoni. E
sarà compito di tutte queste scuole fare bene
il proprio lavoro. Ma ciò che conta è il futuro dei ragazzi. Senza dimenticare, infine, che
ogni scelta andrà poi calibrata, a medio e lungo termine, con quel profilo di “occupabilità”
di ogni titolo di studio che è la vera cifra europea del mondo scolastico. Perché non è pensabile che la scelta di un indirizzo di studio
venga fatta al buio rispetto al possibile sbocco
occupazionale. Ma questo non deve creare timori eccessivi. Perché la formazione, in qualsiasi indirizzo di studio, implica comunque lo
sviluppo delle attitudini, e la prima di queste,
cioè “imparare ad imparare” secondo passione, è la migliore spinta alla continua innovazione. Il problema però è a monte: chi sbaglia la scelta a 14 anni, difficilmente tornerà
sui suoi passi. Volente o nolente. E un 45%
(tre anni fa il dato era del 50%) che dichiara
che, se potesse tornare indietro, cambierebbe
la scelta a 14 anni, rivela tutta la responsabilità nei confronti dei ragazzi, al di là dei lustrini
delle stesse “scuole aperte” organizzate dalle
elementari o dai giudizi di orientamento dei
docenti delle scuole medie superiori.
A cura di Viviana Ban
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edu
Martedì, 14 febbraio 2012
SCUOLE A colloquio con la direttrice, prof. Ester Zarli, che racconta il passato, il prese
«Bernardo Parentin», una scuola europe
di Daniele Kovačić
Prima classe
N
el cuore dell’Istria occidentale spicca dalla penisola, quasi a voler tuffarsi nell’Adriatico, la città di Parenzo. Sono le 7.45 e nel rione “Riveta” suona
un campanello. È quello della Scuola Elementare Italiana “Bernardo Parentin”.
L’edificio e la sua storia
Seconda classe
Terza classe
La costruzione dell’odierna scuola poggia sulla chiesa di San Francesco, risalente
al 1200, che nel 1805 fu sconsacrata e adibita a cantina nel pianoterra, mentre nei piani superiori si insediò la Dieta provinciale
istriana, precisamente nel 1886.
Negli anni ‘20 fu sede dell’Istituto Magistrale Regina Margherita, fino al 1947. In
seguito diventò la sede della Scuola elementare italiana. Dopo la Seconda guerra mondiale ospitò la sede mista (con lingue d’insegnamento italiana e croata). “Per un periodo è
stata addirittura abitazione – precisa la direttrice Ester Zarli –, per poi diventare definitivamente la sede della nostra scuola”.
L’istituzione (che comprendeva anche
l’asilo), operava in seno alla scuola elementare “Unità e fratellanza” come sezione
italiana della Scuola elementare croata. Il
1.mo agosto 1993 l’istituzione prescolare è
diventata autonoma, con il nome di Scuola
elementare e per l’Infanzia “Bernardo Parentin”. Dal 15 gennaio del ‘96, le lezioni si
svolgono in questa sede, in località “Riveta”, nel centro storico di Parenzo.
L’edificio è stato ristrutturato grazie agli
interventi del Governo Italiano secondo la
legge 19-1991, della Città di Parenzo e della Repubblica di Croazia. L’apertura solenne
è avvenuta il 30 aprile del 1996 alla presenza dell’allora ministro dell’Istruzione Vokić.
Fino al 2005 c’è stata un’unica direzione per
l’asilo e la scuola. In quell’anno l’asilo italiano è diventato autonomo. Porta il simpatico
nome di “Paperino”. Ha un gruppo dislocato
a Orsera e uno a Torre. A quel punto la scuola
è stata intitolata a “Bernardo Parentin”.
“Siamo l’unica elementare nel comprensorio di Parenzo, Orsera, Torre e Monpaderno (Baderna). Quest’anno scolastico è iniziato con 105 alunni. La classe più numerosa, la quinta, conta 19 iscritti, mentre la
meno popolata è la settima, con 7 alunni.
La particolarità è che il 60 per cento sono
pendolari. I docenti che insegnano presso la
“Bernardo Parentin” sono 17, più 2 docenti per il doposcuola. Per quanto riguarda il
servizio professionale, ci sono una psicologa e una bibliotecaria, ma manca la figura
del pedagogo.
Le attività libere
Quarta classe
L’offerta formativa per quanto riguarda le attività libere è davvero vasta: partendo dal gruppo artistico, sia per le inferiori (dalla prima alla quarta classe), che per
le superiori (dalla quinta all’ottava), si passa al gruppo di ballo (per le superiori), fino
ad arrivare al gruppo di arte scenica. Una
particolarità della scuola è gruppo filmico:
durante l’anno scolastico viene girato un
breve sceneggiato scritto e realizzato dagli
alunni, che viene proiettato alla fine dell’anno scolastico. La direttrice ha precisato che
il gruppo ha iniziato a operare tre anni fa e
sta migliorando di anno in anno.
Alle inferiori, poi, c’è il gruppo letterario
giornalistico, mentre alle superiori troviamo
i campioni del gruppo sportivo, quelli legati alle tradizioni – il gruppo folkloristico – e,
infine, il gruppo letterario. Trasversale, per
tutta la verticale scolastica, c’è il coro.
“C’è molta partecipazione, tant’è che i
pendolari preferiscono non andare a casa
con le corriere organizzate dalla scuola, ma
si fanno venire a prendere dai genitori pur
di riuscire a rimanere a scuola per seguire le
attività libere”.
Un anno zeppo di impegni
Dal curriculum scolastico si legge che ci
sono in progetto per quest’anno una serie
di lezioni all’aperto. Sono iniziate a otto-
La direttrice, prof.ssa Ester Z
bre, e dopo la pausa invernale riprenderanno appena si allenterà la morsa del freddo,
per terminare a marzo. Un progetto specifico porta il nome di “In contatto con la natura”, poi è tradizione partecipare alla vendemmia, alla raccolta di olive e, d’inverno,
alla giornata bianca sulla neve.
I fondali marini della costa parentina
sono un tesoro sottomarino. Grazie a un’imbarcazione dotata di scafo trasparente, che
consente di vedere sott’acqua, i ragazzi
hanno modo di conoscere la flora e la fauna
marina, oltre che la conformazione geologica dei fondali.
La scuola avrebbe voluto partecipare
alla fiera del libro di Zagabria, ma per motivi finanziari non è riuscita ad organizzare
il viaggio. D’altra parte, nel mese del libro,
hanno fatto visita alla fiera di Pola.
Se c’è un’attività di cui la “Bernardo Parentin” va fiera, è il gioco degli scacchi. Per
San Mauro, patrono di Parenzo, l’insegnante di ginnastica organizza tornei e tutti partecipano molto volentieri.
Quasi rifacendosi ad un famoso show
televisivo, vengono organizzati dei corsi di ballo con due ballerini professionisti.
L’idea “Ballando a scuola” nasce nelle sezioni croate ed è piaciuta tantissimo. “Abbiamo deciso di provare anche noi – racconta la direttrice – anche se eravamo un po’
titubanti. Non sapevamo come l’avrebbero
presa i ragazzi, che essendo in un’età particolare avrebbero potuto non essere interessati. Invece ci hanno stupiti perché sono rimasti molto soddisfatti del corso. Alla fine
dell’anno è prevista una serata danzante
alla quale parteciperanno ragazzi, genitori
e insegnanti. È un’ora alla settimana spesa
bene, che ha contribuito a migliorare i rapporti tra i ragazzi della settima e dell’ottava
classe, dice soddisfatta la prof. Zarli”.
Ovviamente, quando si parla di attività,
è bene accentuare come la scuola partecipi a tutte le iniziative dell’Unione Italiana e
dell’Università Popolare di Trieste.
Quest’anno ci sarà la 14.esima edizione
del premio letterario “Laurus Nobilis” per
i lavori letterari in lingua croata e italiana.
Degna di nota è anche la raccolta “PoZiCa”,
che comprende i lavori letterari e artistici
degli alunni delle scuole elementari di Parenzo, Zabok e Crikvenica che hanno partecipato al concorso “Laurus Nobilis”.
Piccoli speaker
Sono ben due le radio con cui la scuola collabora: Radio Capodistria (con il progetto “La radio a scuola”, e Radio Centar di
Parenzo. La prof.ssa Ester Grubica prepara i ragazzi per un intervento quindicinale
a Radio Centar. È una sorta di piccolo notiziario per raccontare ai parentini le attività
svolte in ambito scolastico.
Spesso solo i genitori sono a conoscenza di quanto sia vasto il ventaglio di attività
che la scuola svolge, mentre sarebbe impor-
uca
Martedì, 14 febbraio 2012
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ente e il futuro dell’istituto scolastico
a pronta ad affrontare sfide e opportunità
Quinta classe
arli
La sede della SEI “Bernardo Parentin”
tante che tutta la cittadinanza sia consapevole dell’importanza delle istituzioni scolastiche in generale.
Il quadro demografico
Nel dopoguerra il quadro demografico
di Parenzo è cambiato drasticamente. “Penso di non sbagliare – azzarda la direttrice
– se dico che c’è solo un terzo del numero di alunni di quelli che c’erano un tempo.
Parenzo è cambiata molto. Ogni tanto qualche alunno arriva anche da altre realtà che
non sono quelle minoritarie. In quel caso la
‘Bernardo Parentin’ ne fa un pregio, simbolo di integrazione, tolleranza e amicizia.
È molto importante l’asilo, tant’è che
abbiamo fatto un progetto a favore delle
iscrizioni, prendendo spunto da quello che
hanno fatto le scuole di Pola. Si tratta di un
progetto volto a presentare in tutte le Comunità degli Italiani, asili e altre realtà sociali,
un opuscolo con le caratteristiche principali
della scuola.
Il problema dispersione, che consiste
nella scelta da parte dei genitori di iscrivere i figli nelle sezioni croate, dipende anche
dalla mancanza di sedi periferiche. Per alcune famiglie il costo del trasporto dalla periferia verso il centro di Parenzo comporta un aggravio finanziario, portandoli così a
scegliere le scuole presenti vicino a casa.
Gli alunni che terminano l’ottava classe, tra le scuole in lingua italiana, possono
scegliere Buie o Rovigno, Pola è un po’ più
lontana, ma c’è chi opta anche per la città dell’Arena. “Con l’aiuto dell’UI, per far
fronte ad un’eventuale ulteriore dispersione
degli alunni, andiamo a visitare le superiori
“Leonardo Da Vinci” di Buie e la Media superiore Italiana di Rovigno.
Quelli che non scelgono le superiori italiane, si iscrivono alle istituzioni scolastiche di Pisino, Rovigno, Parenzo e Buie. Per
l’Università poi, la più gettonata è Trieste,
seguita da Zagabria.
Una scuola a prova
di Unione Europea
La “Bernardo Parentin” è già una scuola
europea. Lo conferma l’attenzione che viene posta ai progetti UE. Alla domanda riguardante i vantaggi che la scuola può trarre
dall’UE, la direttrice risponde che si tratta
dei progetti ai quali da subito si potrà partecipare con scambi tra ragazzi di altre scuole
europee. E questo è solo un esempio. “Nella nostra scuola – dice ancora Ester Zarli –
le idee ci sono, ma non avendo personale e
servizio professionale adeguato spesso non
riusciamo a realizzarle. Infatti, per poter accedere a determinati fondi europei bisogna
avere del personale in grado di redigere i
progetti e conoscere a fondo il funzionamento degli organi di Bruxelles. Sono figure che ancora non abbiamo ma che sicuramente speriamo di acquisire in futuro”.
Intanto la scuola partecipa a un progetto
come partner della SEI Giuseppina Martinuzzi di Pola (istituto portatore del progetto), assieme alle scuole di Monte Grande e Stoja. Il
progetto è stato candidato e ora la speranza è
quella di ottenere un posto alto nella graduatoria per poter accedere ai fondi. Il progetto
riguarda i bambini con difficoltà nella lettura,
con forme di dislessia e similari.
L’auspicio della direttrice è quello di poter unire le forze, creare un team a livello
regionale di persone capaci. “Sappiamo che
ci sono una cinquantina di esperti per la stesura di progetti europei in Regione e contiamo su di loro per riuscire ad ottenere il meglio per tutti. Credo che le opportunità siano
infinite”, ha concluso Ester Zarli.
La scuola per il sociale
Tra i progetti troviamo “Un libro per amico”, curato della bibliotecaria che riunisce
tutti i ragazzi che hanno problemi di lettura,
dislessia e altre forme di disagio e organizza degli incontri specifici. Con l’Unicef, poi,
vengono organizzate delle iniziative per stimolare i ragazzi alla solidarietà e per combattere tutte le forme di discriminazione.
Quest’ultimo progetto è organizzato in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione
e dello Sport e con l’Agenzia dell’Educazione e Istruzione. Vi partecipano 231 scuole in
tutta la Croazia. Quella di Parenzo è la prima scuola italiana che ha aderito al progetto.
L’obiettivo è creare una rete di scuole senza
violenza. “Ci siamo resi conto che non esiste solo la violenza fisica. È molto pericolosa quella verbale ed emotiva. Il progetto ci
darà gli strumenti per riconoscere tutti tipi di
violenza e discriminazione e prevenirla. Un
altro progetto riguarda il “cyber bulling”,
ovvero il bullismo in rete. Internet, Facebook: come usarli e come navigare in maniera
sicura sono le missioni principali.
Scuola 2.0
La “Bernardo Parentin” può venir definita una scuola “due punto zero”, ovvero
una delle poche scuole con il sito web sempre aggiornato. Lodevole, perché attualmente avere un sito aggiornato è sinonimo
di essere a passo con i tempi, fornire una
vetrina al mondo intero della propria istituzione. È fondamentale. Sulle pagine sia i
genitori, sia i ragazzi possono avere informazioni di qualsiasi tipo. Vengono pubblicate le attività, le foto, le notizie, i successi
e le conquiste.
Una sezione si chiama “La macchina del
tempo” e contiene notizie che formano una
specie di archivio. Rimangono dunque visibili a lungo termine. Non manca la “passeggiata virtuale” nella scuola, la bacheca nella
quale ci sono i bandi di concorso e i documenti, come il regolamento sulla valutazione e il curricolo scolastico. Si trova addirittura il menù della mensa scolastica. L’indirizzo è www.sei-bparentin.hr.
Sesta classe
Settima classe
Ottava classe
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Martedì, 14 febbraio 2012
DIARIO DI VIAGGIO Orientata verso l’Europa la capitale serba è sempre più spesso meta di tu
Belgrado, una capitale da (ri)sc
di Stella Defranza
L
a Serbia è un Paese che ha
trascorso gli ultimi vent’anni chiuso in sé stesso e riluttante a collaborare con i propri vicini. In seguito al referendum del
maggio del 2006 il Montenegro si
è dichiarato indipendente, mentre
lo stesso è avvenuto pure nel Kosovo due anni più tardi. Dopo questi due duri colpi, la Serbia ha dichiarato sciolta la Confederazione e nel 2009 apre i propri confini permettendo ai cittadini serbi
di viaggiare senza obbligo di visto nei Paesi dell’Unione europea. Negli ultimi cinque anni, in
seguito alla liberalizzazione della
politica doganale, migliaia di turisti hanno iniziato a confluire nella capitale serba per visitare la famosa tomba di Tito, la fortezza del
Kalemegdan e le affascinanti vie
del centro di cui la più famosa è la
Skadarlija o Skadarska. Pure la città di Novi Sad ha visto l’affluenza
di migliaia di giovani da tutta Europa, che ogni estate si recano sul
colle della fortezza di Petrovaradin
per assistere all’esibizione dei più
famosi gruppi rock e DJ mondiali.
Naturalmente, stiamo parlando del
festival EXIT, che nel 2012 vedrà
la sua 13.esima edizione.
All’ombra dell’antico
splendore
Partendo da Fiume e prendendo
il treno delle 17 si arriva a Belgrado alle 7 del mattino e si trova una
città deserta e trascurata. I marciapiedi sono sporchi, ci sono branchi
di cani randagi per le vie del centro, numerosi senzatetto, tutti i bar
sono chiusi e l’idea di una città ordinata e pulita, capitale dell’ex Ju-
Il Kalemegdan visto dall’alto
goslavia, sembra lontana anni luce
dallo scenario deprimente della Belgrado di oggi. Dirigendosi
dalla stazione ferroviaria verso la
via principale, la Knez Mihajlova, corrispondente al Corso fiumano, si inizia a scoprire il vero volto
della Serbia. I negozi e i bar aprono alle ore 9 oppure alle 10 e da
questo momento in poi, fino all’1 o
alle 2 del mattino, il cuore di Belgrado continua a battere forte per
tutti i turisti e i giovani desiderosi
di divertimento. I belgradesi, infatti, escono per popolare le vie del
centro soltanto nel pomeriggio. La
via Knez Mihajlova è il centro pedonale di Belgrado, una via protetta dalla legge come monumento
storico della Serbia. Tanti bellissimi palazzi degli anni Settanta del
XIX secolo si affacciano su questa
via, che collega il Kalemegdan con
il centro della città.
Il Kalemegdan
Il nome Kalemegdan deriva dalle parole turche kale (campo) e megdan (lotta) e indica lo spazio attorno
alla fortezza, trasformata in parco
nel 1880. Il complesso è stato costruito da Giustiniano I nel V-VI secolo, ma continuò ad allargarsi durante la lotta contro i turchi, grazie
alla posizione strategica. Nel punto
in cui sorge il Kalemegdan nacque
il primo nucleo abitato, che nel III
secolo i Romani chiamano Singidunum. Il nome di Belgrado comparirà soltanto nel IX secolo a opera dei bulgari. Il principe Mihajlo
Obrenović donò la roccaforte alle
autorità cittadine, che provvidero
a ristrutturare le mura e trasformare il complesso in un’area verde. La
fortezza si trova in cima a un’altura
Una statua del maresciallo
La Casa dei fiori
e guarda sull’intersezione tra i fiumi Sava e Danubio. All’interno delle mura del Kalemegdan si trovano
pure un museo militare e un parco
zoologico. Questa destinazione turistica è da non perdere e rappresenta
uno dei punti più interessanti, ricchi
e belli della città di Belgrado.
La casa dei fiori
Sono pochi i turisti che passano
per Belgrado e non si recano a visitare la tomba del maresciallo Tito, la
famosa Casa dei fiori. Per visitare il
sepolcro presidenziale bisogna prendere il tram e passare per il rione che
Il sepolcro di Ivo Lola Ribar, Ivan Milutinović, Đuro Đaković e Moša Pijade
nel 1999 fu bombardato dalle forze
aeree della NATO. Anche se molti degli edifici sono stati ricostruiti,
è piuttosto scioccante passare a pochi metri dalle rovine dei ministeri
della difesa, dell’interno e delle finanze, che si innalzano tetri a ricordare gli orrori della guerra. La Casa
dei fiori, invece, è molto ben curata e gremita di visitatori in ogni periodo dell’anno. Sono soprattutto gli
sloveni a fare visita alla Serbia e a
Belgrado e in misura minore croati,
bosniaci, bulgari, macedoni, montenegrini e altri. La Casa dei fiori, a
parte la tomba di Tito, ospita anche
un’esposizione di staffette e vestiti
presidenziali, nonché cartelloni con
brevi cenni sulla storia della Jugoslavia e della figura di Tito. Il cartellone più esplicativo è sicuramente
l’ultimo, che rappresenta una cartina
mondiale sulla quale sono segnati in
giallo gli Stati che non hanno inviato
nessun rappresentante al funerale di
Tito e si possono contare sulle dita
di una mano. Dopo la visita al sepolcro, i turisti possono visitare il museo che ospita alcuni dei regali più
interessanti del presidente jugoslavo. Durante le visite ufficiali agli altri Paesi, Tito ricevette regali da tutto
il mondo, vestiti, armi, accessori di
tutti i tipi, ma non pochi oggetti furono inviati al presidente pure dalla
popolazione jugoslava. Come ultima
tappa del complesso dedicato a Tito
troviamo il museo della storia della
Jugoslavia, che non ha un’esposizione fissa, ma presenta mostre tematiche. In questo periodo i turisti possono ammirare dischi, cassette e libri
dedicati alla nascita del rock jugoslavo. I serbi sembrano tutt’ora molto legati alla figura del presidente
Tito e non è cosa rara sentirli ricordare i “bei tempi” della Jugoslavia.
Durante il veglione di Capodanno
davanti alla Casa del Consiglio popolare (Dom narodne skupštine), la
conduttrice del programma e i complessi rock che si sono esibiti hanno
espresso chiaramente la propria nostalgia per l’epoca passata, destando
il clamore del pubblico.
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uristi di tutto il mondo
Il centro della fortezza
Dati statistici
oprire
Belgrado è situata nel punto di
confluenza tra i fiumi Sava e Danubio. Conta circa 1,7 milioni di abitanti
che, se preso in considerazione anche
il circondario, possono arrivare a cifra 2,4 milioni, secondo una stima del
2010. L’area metropolitana della capitale serba è la più popolosa dell’ex
Jugoslavia, nonché la quarta nell’Europa sudorientale, dopo quelle di
Istanbul, Atene e Bucarest. Secondo i
dati del censimento del 2002, Belgrado ha una popolazione di 1.576.124
abitanti. Le più numerose etnie presenti sono i Serbi (1.417.187), gli
jugoslavi (22.161), i montenegrini (21.190), i rom (19.191), i croati
(10.381) e i macedoni (8.372). Gli altri gruppi etnici raggiungono insieme
le 4.617 unità. (sd)
La Knez Mihajlova
Gli ostelli
La sorpresa più grande della visita
a Belgrado, città piuttosto trascurata,
sono le strutture alberghiere per la popolazione giovanile, ovvero gli ostelli. Gli ostelli belgradesi non hanno
niente da invidiare ai migliori ostelli
europei. I giovani e gli studenti possono pernottare per soli 10 euro in alcuni complessi a pochi metri dal centro. L’ostello “Villa Kalemegdan”, ad
esempio, è una vera reggia completamente ristrutturata e si trova a una decina di metri dalla Knez Mihajlova.
Quasi tutti gli ostelli hanno una connessione a Internet e sono molto puliti. Ai futuri viaggiatori consigliamo
questo tipo di alloggio. (sd)
Gastronomia
Il capitalismo ha fatto la propria comparsa sulla scena belgradese già qualche anno fa e soltanto nel centro della città sono sorti ben quattro McDonalds. Nonostante ciò, in Serbia troviamo cibi
genuini e gustosi, a base di carne o
pesce, ma anche tanta verdura. La
verdura preferita sono i peperoni e
il cavolo cappuccio, che vengono
preparati freschi o rispettivamente
al forno e sottaceto. Non mancano nemmeno brodi, minestre o, in
serbo, “čorbe”. Il gulasch di carne
è chiamato “čobanac” e nei menù
dei ristoranti non mancano nemmeno le peperonate o “paprikaš”.
Per quanto riguarda il pesce, troviamo quello d’acqua dolce, che
solitamente è servito con le patate ed è ottimo. Non è raro trovare nemmeno calamari abbinati
alla bietola, che potrebbero sembrare fuori luogo a Belgrado, ma
sono preparati a dovere, con aglio
e olio d’oliva. I prezzi sono sotto
la media croata, ma troppo alti se
considerato lo standard serbo. Un
pasto completo non supera le 100
kune e in quanto ad abbondanza
non si scherza, le porzioni sono
da re. Alcuni fast food che offrono panini, hamburger o crêpe verrebbero chiusi senza troppi complimenti dall’ispezione sanitaria
croata o di qualche altro Paese
europeo, ma nonostante la scarsa
igiene, pure il fast food è molto
gustoso. L’unico difetto dei ristoranti serbi è il vizio del fumo. Nei
locali serbi non esiste il divieto di
fumo e lo stesso vale per le pizzerie, ristoranti e fast food. Forse
noi ci siamo disabituati dall’inalazione passiva di aria viziata, ma
in Serbia è inimmaginabile introdurre il divieto di fumo. A parte
questa piccola macchia della ristorazione belgradese, un apprezzamento va alla genuinità e spontaneità dei camerieri, che mettono
il desiderio del cliente sempre al
primo posto.
L’entrata nel Kalemegdan
La tomba di Tito
Vita notturna
Il cuore della vita notturna è la
via Skadarska o Skadarlija, lungo
la quale si trovano tutti i club e i
ristoranti migliori. I giovani trascorrono le ore notturne spostandosi da un club all’altro, ballando
e consumando vin brulè o birra. Le
marche più famose di birra sono la
Jelen e la Lav, che si contendono il
mercato. Sono pochi i bar, infatti,
che offrono entrambe le birre e la
maggior parte è sponsorizzata soltanto da una. Un’altra bevanda alcolica molto amata dai belgradesi
è l’acquavite cotta o “kuvana rakija”, una specie di vin brulè ma
a base di acquavite. Un altro fenomeno molto interessante sono
gli “splavovi” o chiatte, di cui la
più famosa è la Ada Ciganlija. Le
chiatte belgradesi si trovano sulla
Sava e sono piuttosto distanti dal
centro, ma sono un’attrazione interessante per gli amanti della musica turbo-folk o gitana. Per tornare a casa i giovani solitamente
prendono il taxi, che per qualche
decina di kune li porta dovunque
vogliano andare. Per quanto riguarda il rapporto dei giovani serbi con i coetanei croati, la popolazione giovanile sembra ignorare l’astio creato dalla guerra e gli
scontri sono isolati.
Le mura del Kalemegdan
Sotterrata l’ascia
di guerra
A vent’anni dalla proclamazione dell’indipendenza della Croazia e dalla nascita delle prime tensioni con la Serbia, i “bollenti spiriti” si sono calmati e hanno iniziato a pensare al futuro. La Serbia
ha bisogno dei turisti per risollevare la propria economia e i croati e gli sloveni sentono il bisogno
di riscoprire lo spirito e la genuinità dei balcani. L’ente turistico belgradese offre tanti souvenir, mentre la Knez Mihajlova abbonda di
bancarelle e prodotti fatti per adescare i turisti. Pure la figura di Tito
è servita a promuovere la città, o
semplicemente a dare una spin-
ta all’economia. Abbondano, infatti, scodelle, orologi, cartoline,
magliette, berretti e altri accessori con impresso il volto del maresciallo, l’immagine stilizzata di un
partigiano o la stella rossa. Visto
il “risveglio” della capitale serba e
l’orientamento verso l’Europa, il
consiglio è di aggiungerla sulla lista dei posti da visitare.
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NEWS Studi dimostrano che danneggiano lo sviluppo cognitivo e la psiche
Le sculacciate lasciano «segni»
nella crescita dei bambini
ROMA – Sberle e sculacciate fanno
male, non solo sul momento, ma in molti casi anche a lungo termine, sono quindi
punizioni da evitare per i bambini che, se
puniti in modo corporale, possono andare
incontro a disturbi di sviluppo, difficoltà
relazionali e di comportamento, tendenza
all’aggressività, quando non a depressione
e ansia. Venti anni di ricerche sul tema (per
un totale di oltre 100 studi) sono giunti virtualmente ad analoghi risultati che permettono di esprimere una condanna definitiva
e senza possibilità di appello contro le punizioni corporali.
Queste ricerche sono state analizzate e
riassunte in uno studio canadese di Joan
Durrant della University of Manitoba a
Winnipeg e Ron Ensom del Children’s Hospital of Eastern Ontario ad Ottawa, pubblicato sul Canadian Medical Association
Journal e riportato da Reuters Health. In
tanti studi è emerso che le punizioni corporali potrebbero avere conseguenze a
lungo termine sul bambino, addirittura far
male alla crescita delle capacità mentali
del piccolo, o lederne lo sviluppo del quoziente intellettivo.
Ci sono ormai molte prove, spiega la
Durrant intervistata dall’ANSA, che le punizioni corporali ledono la salute del bambino: ‘’I bambini puniti in modo fisico rispetto agli altri tendono a mostrare livelli più alti di aggressività e comportamenti
antisociali, ad essere più vulnerabili a depressione, ansia ed altri disturbi psichici;
ad avere un rapporto più distaccato coi genitori. Anche lo sviluppo cognitivo tende
ad essere più lento nei primi – prosegue
l’esperta – senza contare che le punizioni corporali possono mettere il bimbo a rischio di lesioni”.
Sono molti i modi in cui schiaffi e sberle possono ledere alla salute del piccolo
con effetti anche a lungo termine, sottolinea la Durrant: ‘’Possono indurre i piccoli
a usare come metodo abituale per la risoluzione dei conflitti l’aggressione, possono
spingere al bullismo e all’aggressività verso gli altri; inoltre le punizioni fisiche possono instillare nel bambino l’idea di non
essere voluto né amato, e questo può portare nel tempo a depressione. Peraltro la
risposta cerebrale allo stress indotta da tali
punizioni può nel tempo causare cambiamenti strutturali nel cervello; e la paura di
esplorare, conoscere, essere curiosi (attività e stati tipici del bambino), derivante dalle “botte” prese, può rallentare lo sviluppo
cognitivo’, che si ripercuote anche sul rendimento scolastico dei piccoli”.
E non è tutto, ricerche di neuroimaging
(con la risonanza magnetica) mostrano che
il cervello dei bambini i cui genitori adottano sculacciate o schiaffi come metodo
punitivo può subire riduzioni nel volume
della materia grigia in aree strategiche per
le performance cognitive. E tali punizioni possono addirittura portare a uno squilibrio delle regioni neurali di piacere e appagamento rendendo i piccoli più suscettibili
ad abusare di droghe e alcol negli anni a
venire. Perché punire con le mani, quindi?
Ad oggi nessuno studio ha dimostrato che
le punizioni corporali abbiano effetti positivi a lungo termine, mentre la gran parte
delle ricerche dimostra il contrario.
Progetto della Federazione internazionale Terre des Hommes
I bambini e Internet, una guida per «navigare» senza insidie
MILANO – La Federazione Terre des Hommes lancia
“Alice nel Paese di Internet”, un progetto realizzato in collaborazione con l’Istituto Europeo di Design di Torino per
promuovere l’utilizzo più consapevole e sicuro di internet
da parte dei bambini.
Una bambina che parla ai bambini. “Abbiamo scelto
Alice, bambina curiosa e intelligente che non ha paura
di viaggiare nel mare ricco di opportunità – e non solo
di minacce – di Internet, per aiutare, da pari a pari, altri bambini ad appropriarsi degli strumenti giusti per navigare con consapevolezza”, racconta Paolo Ferrara, responsabile Comunicazione di Terre des Hommes. “La
forza di Alice sta nel suo non accontentarsi, nella sua caQuesta guida si ispira alla celebre novella di Lewis Carpacità critica e nella volontà di creare, anche con l’aiuto
degli adulti, semplici raccomandazioni che le permetta- roll per evidenziare l’importanza dell’esplorazione, da parte
no di sfruttare appieno le risorse della rete evitandone i dei bambini, dell’incredibile “Paese di Internet” per acquirischi più comuni”.
sire concreti strumenti che consentano di muoversi con re-
sponsabilità e sicurezza nella Rete e conquistare una piena
cittadinanza digitale. “Si tratta di uno spunto particolarmente felice: grazie alle azzeccate illustrazioni di Irene Frigo”,
dice lo scrittore Pino Pace, che ha scritto il testo del libretto, “ho redatto una storia dove un’Alice dei giorni nostri
passa una giornata piovosa a navigare su Internet provando a scrivere un decalogo su come farlo nella maniera più
appropriata e sicura”. La pubblicazione, con testi di Pino
Pace e illustrazioni di Irene Frigo si può scaricare gratuitamente anche dal sito “Io proteggo i bambini 3” di Terre des
Hommes.
Terre des Hommes è un’organizzazione non governativa che da 50 anni è in prima linea per proteggere i bambini
di tutto il mondo dalla violenza, dall’abuso e dallo sfruttamento e per assicurare a ogni bambino scuola, educazione
informale, cure mediche e cibo. Attualmente è presente in
72 Paesi con oltre 1.200 progetti.
Gli studenti li usano per nascondere i cellulari
Ricerca pubblicata sulla rivista dell’Accademia Americana delle Scienze
PHILADELPHIA – Stivali con il pelo vietati a scuola.
Non si tratta dell’ultima presa
di posizione di un preside attento all’abbigliamento formale, ma
di un’esigenza nata nelle scuole
di Philadelphia, negli Stati Uniti.
Gli studenti delle Middle School, infatti, nascondono nell’ampia calzatura i propri cellulari. Così, almeno nel distretto di
Pottstown, è scattato il divieto.
Il responsabile scolastico del distretto, John Armato, ha spiega-
ROMA – L’affetto e il supporto di mamma fa
bene all’intelligenza del bambino, infatti ricevere
cure e supporto materni adeguati da piccolini (in età
prescolare) fa bene alla loro memoria, o meglio fa
“crescere” di più l’ippocampo, l’area neurale deputata a memoria e apprendimento. Secondo una ricerca pubblicata sulla rivista dell’Accademia Americana delle Scienze “PNAS”, l’ippocampo appare più
sviluppato in età scolare nei bambini che da piccoli
hanno ricevuto cure e supporto adeguati dalla mamma. Lo studio è di Joan Luby della Washington University School of Medicine di St. Louis. Non pochi
studi in passato hanno dimostrato che le cure materne, specie se in tenera età, sono fondamentali per lo
sviluppo psicofisico del bambino negli anni a venire. In questo studio gli esperti hanno seguito per alcuni anni 92 bambini, a partire da quando i piccoli
avevano meno di 5-6 anni, quindi dall’età prescolare.
Intanto in un primo test gli esperti hanno visto
che questi bimbi riescono a svolgere dei compiti
più velocemente (aprire un pacco per esempio) se,
mentre sono alle prese con la prova, sono conforta-
USA, vietati a scuola gli stivali con il pelo L’amore della mamma fa crescere il cervello dei bimbi
to: “I telefonini sono un problema per ovvie ragioni: il continuo
squillare interrompe le lezioni”.
Adesso gli studenti possono indossare le loro calzature preferite mentre vanno a scuola, a patto
che si portino un cambio e che
lascino le loro “scarpe pelose”
nei rispettivi armadietti. Oppure,
possono indossare stivali bene
allacciati e stretti. Sono anche
state previste sanzioni: al terzo
richiamo scatta il sequestro del
telefono.
ti e coccolati dalla mamma. Poi in altri test è emerso che, nei bambini che in età prescolare ricevono
le giuste cure e attenzioni dalla mamma, l’ippocampo, sede di apprendimento e memoria ma anche della regolazione dei livelli di stress, risulta più sviluppato in età scolare. Insomma l’amore di mamma
fa davvero la differenza nello sviluppo dell’”intelligenza” del piccolo.
Anno VIII / n. 62 del 14 febbraio 2012
“LA VOCE DEL POPOLO” - Caporedattore responsabile: Errol Superina
IN PIÙ Supplementi a cura di Errol Superina
Progetto editoriale di Silvio Forza / Art director: Daria Vlahov Horvat
edizione: EDUCA e-mail: [email protected]
Redattore esecutivo: Viviana Ban / Impaginazione: Vanja Dubravčić
Collaboratori: Livio Defranza, Stella Defranza, Monica Kajin Benussi e Daniele Kovačić
Foto: Stella Defranza, Daniele Kovačić, Goran Žiković e archivio
Il supplemento esce con il sostegno finanziario della Regione Istriana, Assessorato
alla Comunità nazionale italiana e altri gruppi etnici.
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