IN QUESTO NUMERO Quali furono le sorti degli Italiani di Fiume dopo la liberazione? A sessant’anni dell’evento, in un saggio di Luciano Giuricin si propone un quadro del destino della comunità rimasta a difendere l’italianità. E di faccende italiane continua a occuparsi in questo numero Kristjan Knez, rievocando l’ingresso dell’Italia nella Grande Guerra. Sugli scorci della fine del primo conflitto mondiale, D’Annunzio compiva la memorabile “beffa di Buccari”. L’ha rispolverata Giacomo Scotti, smontando il vivace racconto che il Poeta ha lasciato dell’operazione. Roberto Palisca fa parlare invece i protagonisti della storia contemporanea, chi come, Elio Sfiligoj che oggi risiede a Isola, ha vissuto in prima persona il dramma di Cefalonia. Seguendo invece il filone, molto attuale nel campo storico-architettonico, della valorizzazione delle strutture industriali, Lucio Vidotto è entrato in quello che fu il palazzo dello Zuccherificio fiumano, di cui si stanno recuperando oggi i resti, mentre Ardea Stanišić ha riaperto quel monumentale “libro di storia” fiumana che è il Cimitero di Cosala. ce vo /la .hr dit w.e ww storia e ricerca An no I • n. 3 • Sabato, 7 maggio 2005 IL PUNTO Un intreccio di forza e diplomazia cambiò il volto di Fiume Cronistoria di una metamorfosi S essant’anni fa, l’epilogo della Seconda guerra mondiale vide ancora una volta il destino della città determinato da una combinazione di forza e diplomazia. Il 3 maggio, le truppe partigiane entrarono in città. Scattarono quasi immediatamente dei provvedimenti che comportarono il cambiamento – drammatico e per tanti aspetti brutale – dell’assetto politico, sociale ed economico. Con quali conseguenze per la popolazione italiana rimasta, divenuta minoranza? In un saggio di Luciano Giuricin, pubblicato nella monografia Italiani a Fiume, stampata in occasione del cinquantesimo anniversario della Comunità degli Italiani di Fiume (tipografia Zambelli, Fiume 1996), la rievocazione delle tappe principali di questa metamorfosi. Con la Liberazione, la città di Fiume è venuta a trovarsi in una posizione del tutto particolare rispetto alle altre località della Regione Giulia. La sua inclusione nel nuovo stato jugoslavo era già scontata, ribadita sia dalle dichiarazioni ufficiali dei massimi esponenti della RFPJ, sia dall’atteggiamento degli Alleati, ma soprattutto insita nella coscienza dei suoi abitanti, anche di quel- li contrari a questa soluzione i quali già allora non vedevano altra alternativa se non quella dell’esodo. Dal censimento non ufficiale del 1945 risulta che Fiume contava 41.430 abitanti. Ciò significa che parecchi (specie i fascisti più compromessi) se n’erano già andati se nel 1940 il loro numero si aggirava sui 60.000. Di questi, ben oltre la metà erano italiani. Un tanto può essere avvalorato dal fatto che già negli ultimi anni dell’impero austro - ungarico (1910) gli abitanti di nazionalità, o lingua italiana, ammontavano a quasi 25.000 unità. L’istruzione scolastica, a causa anche della politica di snazionalizzazione del fascismo, accentuava la presenza dell’elemento italiano se consideriamo che nell’anno scolastico 1945/1946 erano iscritti nelle otto scuole elementari e nelle dieci medie italiane complessivamente 5.723 alunni, senza contare i bambini che frequentavano i nove asili d’infanzia. Come conseguenza di tutto ciò era logico che la vita pubblica in città durante i primi anni si svolgesse prevalentemente in lingua italiana. Allora tutti i principali organismi del potere popolare, del Fronte (UAIS), dei Sin- dacati unici e dello stesso Partito erano composti e diretti in gran parte da elementi di nazionalità italiana, che avevano dato il loro validissimo contributo alla causa jugoslava fin dai tempi della LPL. Anche l’attività culturale in genere palesava detta tendenza. Questa peculiarità fiumana era compresa pure nell’autonomia municipale che si intendeva dare alla città, contemplata già durante la lotta, di cui si fece portavoce nel 1945 e in seguito, il presidente del governo croato Vladimir Bakarić, tramite la quale si voleva assicurare agli Italiani di Fiume la più completa garanzia dei loro diritti etnici e culturali. Essa si manifestò in certo qual modo anche attraverso le prime elezioni amministrative, che a Fiume non si svolsero nel novembre 1945 come in tutto il resto della regione, bensì il 6 marzo 1946, quando il 94,9 per cento dei 34.625 elettori votarono per le liste dell’UAIS eleggendo 57 italiani, su un totale di 90 consiglieri, nei comitati popolari rionali e in quello cittadino, di cui presidente fino al 1952 fu un italiano. (...) Segue a pagina 2 2 storia e ricerca IL PUNTO Dalla prima pagina L’esodo, che a Fiume iniziò in forma massiccia molto tempo prima proprio per l’esito ormai scontato della sua appartenenza statale, creò enormi difficoltà alla città a causa della grave penuria di quadri qualificati. (...) La maggior parte dei profughi partirono non solo perché spinti dalla propaganda italiana, attiva anche a Fiume con gruppi organizzati di autonomisti, democristiani, ecc. con il, clero in testa, bensì anche a causa delle massicce e radicali azioni condotte dal potere popolare contro di cosiddetti nemici di classe e di non pochi errori anche madornali commessi allora che colpirono larghi strati della popolazione italiana. Fino al gennaio 1946 avevano già lasciato la provincia 20.000 persone, in gran parte fiumani. Si trattava principalmente di intellettuali, impiegati, funzionari statali, esercenti, piccoli proprietari, ma anche di molti operai. L’esodo continuò nel 1947, quando ormai l’annessione era ufficiale. Con le opzioni del 1948, stabilite dal Trattato di pace, e quelle suppletive del 1951 avranno modo di lasciare la città anche i rimanenti esuli, specie dopo la Risoluzione del Cominform che aggraverà ulteriormente la situazione, anche per il fatto che la stragrande maggioranza dei monfalconesi e degli intellettuali giunti dall’Italia prenderanno la via del ritorno, senza contare la grande defezione di numerosi militanti e attivisti fiumani di nazionalità italiana che avevano coperto fino allora anche posti di responsabilità negli apparti dirigenti cittadini, rionali e di fabbrica. Secondo dati jugoslavi dalle prime opzioni regolari del 1948 fino al 1950 partirono da Fiume 15.355 persone. Le statistiche italiane da parte loro affermano che avrebbero lasciato la città come profughi complessivamente 31.840 fiumani. La perdita di oltre il 75 per cento della popolazione, anche se prontamente rimpiazzata da altra gente proveniente da tutta la Jugoslavia, creò non pochi danni e scompensi alla vita economica, sociale e culturale della città, ma soprattutto al gruppo nazionale italiano che venne notevolmente ridimensionato. (...) Il declino del gruppo nazionale incomincia all’inizio degli anni Cinquanta, quando si manifestarono varie tendenze negative in seno alla nostra società, che portarono all’eliminazione anche forzata del bilinguismo visivo e parlato nella vita cittadina, all’isolamento della cultura italiana nell’ambito del Circolo e delle scuole, le quali registrano da allora un calo preoccupante. Basti dire che dei 1560 alunni del 1951/52 si passa addirittura a soli 247 negli anni successivi con la sparizione completa degli asili. Tutto ciò si riflettè negativamente sul censimento del 1961 che registrò la presenza a Fiume di appena 3269 italiani. Non fu questo, comunque, il momento più allarmante. Dopo una ripresa, determinata sia da alcuni spiragli di democratizzazione della società jugoslava, sia dai nuovi rapporti instaurati con l’Italia, seguì un ulteriore involuzione e al censimento del 1981 furono soltanto 1940 i fiumani a dichiararsi di nazionalità italiana. In soli vent’anni, la popolazione italiana si era praticamente dimmezzata. E risalire la china non fu facile... Sabato, 7 maggio 2005 STORIA POLITICA Con l’entusiasmo delle classi colte e dei ceti medi, 24 maggio 1915: l’Italia entra nell’«inutile carneficina» della Grande Guerra di Kristjan Knez «F ra gli evviva, gli abbracci, lo sventolio delle bandiere, l’agitar dei cappelli, Gabriele d’Annunzio scende a stento la gradinata. Onde di folla lo spingono verso il palco reale, dove bisogna sollevarlo a braccio perché ogni altro varco per porlo in salvo è chiuso. Subito sull’alto del monumento viene portata una grande targa rossa tra due palme, e sulla targa è scritto a grandi lettere bianche: Trieste”. (1) L’inaugurazione del monumento dedicato ai Mille di Garibaldi a Quarto, e l’orazione del Vate, la celeberrima “Sagra dei Mille”, che suscitò ampi consensi interventisti, rappresentarono una sorta di preludio all’ingresso del regno italiano nel conflitto mondiale. Davanti ad una folla di oltre 20 000 persone il poeta non parlava del passato, ma della più grande Italia che stava per generarsi, delle glorie e dei sacrifici venturi. Il suo intervento era un esplicito richiamo alle armi. Dopo dieci mesi di neutralità l’Italia di Vittorio Emanuele III decise di interrompere la neutralità. Forte del patto segreto di Londra, firmato il 26 aprile 1915, che impegnava il paese ad intervenire militarmente entro un mese dalla firma dell’accordo, il regno sabaudo dichiarò guerra all’Austria-Ungheria. “Una parola formidabile tuona da un capo all’altro d’Italia e si avventa alla frontiera orientale, dove i cannoni la riporteranno agli echi delle terre che aspettano la liberazione: guerra! È l’ultima guerra di liberazione (...)” (2) scrive il ‘Cor- riere della Sera’, giornale, ricordiamolo, che aveva sostenuto con veemenza gli interventisti. Il regno sabaudo entrò nel primo conflitto mondiale con l’entusiasmo delle sue classi colte, come pure dei suoi ceti medi, memori della stagione risorgimentale.(3) Proprio per questa ragione lo scontro che si stava preparando fu considerato alla pari di una guerra risorgimentale, e qualcuno non avrebbe tardato a definirlo “quarta guerra d’indipendenza” ossia l’ultima guerra che avrebbe portato l’Italia “sui termini sacri che la natura pose ai confini della Patria”, come scrisse il sovrano sabaudo (vedi testo a fianco). L’esercito, ai comandi del generale Luigi Cadorna, avrebbe varcato il confine stabilito a seguito della guerra del 1866 per redimere gli italiani delle province meridionali austriache, i cui esponenti irredentisti – una minoranza rispetto alla totalità della popolazione italiana – per decenni avevano condotto la loro lotta contro il governo di Vienna, fiduciosi di congiungersi all’Italia. Quando nel maggio 1915 il Ministero degli Affari Esteri inoltrò ai regi rappresentanti fuori dalla nazione un telegramma circolare contenente le ragioni del conflitto, una di queste concerneva proprio gli italiani delle “terre irredente” situate oltre la frontiera. “Patti formali a tutela della nostra lingua, della tradizione e della civiltà italiana nelle regioni abitate dai nostri connazionali, sudditi della Monarchia, non esistevano nel Trattato. Ma quando all’Alleanza si fosse voluto dare un Ai miei popoli! Il Re d’Italia mi ha dichiarato la guerra. Una fellonia, di cui la storia non conosce l’eguale, venne perpetrata dal Regno d’Italia verso i suoi due alleati. Dopo una allenza di più di trenta anni, durante la quale essa potè aumentare il proprio possesso territoriale e assorgere a insperata prosperità, l’Italia Ci abbandonò nell’ora del pericolo e passò a bandiere spiegate al campo dei Nostri nemici. Noi non minacciammo l’Italia, non diminuimmo il di Lei prestigio, non toccammo il Suo onore ed i suoi interessi. Noi adempimmo sempre fedelmente ai Nostri doveri quali alleati e le fummo di scudo, quando essa entrò in campo. Facemmo di più: Quando l’Italia rivolse i suoi cupidi sguardi oltre i Nostri confini, eravamo decisi, nell’intento di conservare l’alleanza e la pace, a gravi e dolorosi sacrifici, sacrifici questi i quali particolarmente affliggevano il Nostro cuore paterno. Ma la cupidigia dell’Italia, la quale credeva di dover sfruttare il momento, era insaziabile. E così la sorte deve compirsi. Contro il possente nemico al Nord, la Mia armata fece vittoriosa difesa in una gigantesca lotta di dieci mesi, stretta in fedele fratellanza d’armi con gli eserciti del Mio augusto alleato. Il nuovo perfido nemico al Sud non è per essa un nuovo avversario. Le grandi memorie di Novara, Mortara, Custozza e Lissa, che formano l’orgoglio della Mia gioventù, e lo spirito di Radetzky, dell’Arciduca Alberto e di Tegetthoff, il quale continua a vivere nella mia Armata di terra e di mare. Mi danno sicuro affidamento che difenderemo vittoriosamente anche i confini meridionali della Monarchia. Io saluto le Mie truppe, ferme nella lotta, abituate alla vittoria; confido in loro e nei loro duci. Confido nei Miei popoli, al cui spirito di sacrificio senza pari vanno i Miei più sentiti paterni ringraziamenti. All’Altissimo rivolgo la preghiera che Egli benedica le Nostre bandiere e prenda la Nostra giusta causa sotto la Sua clemente custodia. Vienna, 23 maggio 1915 Francesco Giuseppe (da: “L’Osservatore Triestino”, a. CXXXI, n. 118, Trieste, 24 maggio 1915, p. 1) contenuto di pace e di armonia sincera, appariva incontestabile l’obbligo morale dell’alleato di tener in debito conto, anzi di rispettare con ogni scrupolo, il nostro vitale interesse costituito dall’equilibrio etnico nell’Adriatico. Invece la costante politica del Governo austroungarico mirò per lunghi anni alla distruzione della nazionalità e della civiltà italiana lungo le coste dell’Adriatico”.(4) Per Gaetano Salvemini, solo un conflitto avrebbe posto fine al dissidio fra l’Italia e la duplice monarchia e, al contempo, avrebbe gio- vato a creare un equilibrio nell’area adriatica. Il primo fascicolo della serie “Problemi italiani”, uscito il 2 gennaio 1915, porta proprio la firma dell’intellettuale pugliese. L’opuscolo, dal titolo “Guerra o neutralità?”, si propone di illustrare al pubblico italiano la posizione del proprio paese di fronte alla conflagrazione europea. Salvemini rammenta che l’Italia doveva sostenere un conflitto che avrebbe portato ai seguenti risultati: “1. sostituire nell’Adriatico all’Austria uno stato assai meno potente, la Serbia; 2. assicurarci, tanto verso l’Austria che verso la Serbia, una buona frontiera terrestre; 3. disarmare l’Adriatico; 4. risolvere uno stato di disagio sentimentale, che da mezzo secolo ci turba e ci umilia”.(5) Il conflitto avrebbe dovuto liberare l’Italia da una situazione asfissiante ed insopportabile. Lo stesso veniva inteso come una “guerra di redenzione” non solo in riferimento ai territori austriaci contesi bensì in senso lato, e riguardava l’intera nazione. “La nostra patria si arma veramente per un combattimento nel quale non solo per questa o quella provincia, ma l’intera coscienza nazionale troverà la sua redenzione”,(6) scrive G. A. Borgese. Le operazioni militari del regio esercito italiano ne risentirono essenzialmente a causa di due fattori. In primo luogo bisogna rammentare l’insufficiente preparazione delle sue forze in campo e, soprattutto, le sfavorevoli caratteristiche strategiche della frontiera, che rendeva ardua qualsiasi azione offensiva contro le posizioni austro-ungariche. L’orografia del territorio giovò non poco all’esercito di Francesco Giuseppe, abbarbicato su posizioni favorevoli che permettevano un’ottima difesa nonché il controllo del fronte. Lo storico militare Basil H. Liddel Hart, nel suo fondamentale studio sulla Grande Guerra, sottolinea la vulnerabilità del fronte italiano. Il Veneto si incuneava nel territorio asburgico, fra il Trentino a settentrione e il mare Adriatico a meridione, perciò –annota lo studioso surricordato- ad ogni avanzata verso oriente l’esercito sabaudo si sarebbe trovato minacciato da un potenziale attacco, ossia da una discesa austriaca dal Trentino verso le retrovie italiane.(7) Il generale Luigi Cadorna schierò 35 divisioni per complessivi 400 000 soldati circa, gli austro-ungarici, già impegnati ad oriente contro i russi e nel sud-est europeo contro i serbi, avevano contrapposto 14 divisioni, più una tedesca, per un totale di 100 000 uomini.(8) Nonostante gli italiani avessero attaccato immediatamente dopo lo scadere dell’ultimatum, con divisioni austro-ungariche ancora in viaggio dalla Galizia, i risultati furono mediocri. Le difese nemiche non permettevano di sfondare. I fanti italiani, provenienti dalla pianura, si ritrovarono di fronte a “baluardi” invalicabili, nella maggior parte dei casi, costituiti da colline ben presidiate. Come è noto, ogni minima azione bellica si concludeva in un bagno di sangue per gli attaccanti, spesso per conquistare qualche decina di metri di terreno. Le armate italiane concentrarono le loro forze alla frontiera orientale, poiché i piani militari prevedevano lo sfondamento del fronte e l’avanzata in direzione di Lubiana. C’era, però, anche un’altra ragione e cioè: “(...) l’offensiva vittoriosa nel Trentino portava la guerra in piena tedescheria, cioè avrebbe galvanizzato la resistenza germanica e determinato ‘subito’ lo scontro tra Italiani e Tedeschi di Guglielmo; l’offensiva vittoriosa sulla fronte giulia avrebbe invece portato la guerra nei paesi slavi storia e ricerca 3 Sabato, 7 maggio 2005 memori della stagione risorgimentale INIZIATIVE Nel palazzo dell’ex Raffineria zuccheri Recupero dell’identità di Fiume di Lucio Vidotto Soldati di terra e di mare! L’ora solenne delle rivendicazioni nazionali è suonata. Seguendo l’esempio del mio Grande Avo, assumo oggi il comando supremo delle forze di terra e di mare con sicura fede nella vittoria, che il vostro valore, la vostra abnegazione, la vostra disciplina sapranno conseguire. Il nemico che vi accingete a combattere è agguerrito e degno di voi. Favorito dal terreno e dai sapienti apprestamenti dell’arte, egli vi opporrà tenace resistenza, ma il vostro indomito slancio saprà di certo superarlo. Soldati! A Voi la gloria di piantare il tricolore d’Italia sui termini sacri che la natura pose ai confini della Patria nostra. A Voi la gloria di compiere, finalmente, l’opera con tanto eroismo iniziata dai nostri padri. Gran Quartiere Generale, 24 maggio 1915 Vittorio Emanuele (da: “Corriere della Sera”, a. XL, n. 145, Milano, 27 maggio 1915, p. 1) e, appoggiata da una politica delle nazionalità avrebbe permesso di disgregare l’esercito austriaco. Ma il governo era contrario alla politica delle nazionalità e non voleva urtare la Germania, alla quale non aveva dichiarato la guerra: così la scelta di Cadorna – scelta relativa, come si vede, per l’equivoca posizione verso la Germania – mentre poteva essere politicamente ottima, divenne pessima; le truppe slave videro nella guerra una guerra nazionale di difesa della loro terra da un invasore straniero e l’esercito austriaco si rinsaldò” scrive Antonio Gramsci nei suoi “Quaderni del carcere”.(9) Questo fronte fu caratterizzato pure dalla contrapposizione nazionale. Le due nazioni avversarie, per oltre tre decenni legate da un’alleanza, avevano avuto modo di scontrarsi in più occasioni nel corso del XIX secolo, nell’ambito delle guerre condotte dal regno di Sardegna, poi dal regno d’Italia, per l’unificazione della penisola. Se nel 1815 l’Austria era stata quella potenza egemone sulla stessa, nel 1915 “ne era confinata ai margini settentrionali e nord-orientali, in due territori multietnici”, evidenzia lo storico militare Antonio Sema.(10) Per l’imperatore Francesco Giuseppe l’azione italiana fu un tradimento meschino, e come un capofamiglia si strinse idealmente attorno alle genti che formavano la compagine austro-ungarica. “L’Osservatore Triestino” di lunedì 24 maggio 1915, ad esempio, pubblicò in prima pagina un comunicato quadri- lingue “An meine völker!/ Ai miei popoli!/ Mojim Narodom!/ Mojim narodima!” nel quale auspica di battere il nemico grazie ai suoi valorosi soldati nonché grazie a Dio (vedi testo a fianco). Il conflitto che avrebbe impegnato le forze militari autro-ungariche contro quelle italiane era il più popolare fra le genti dell’eterogeneo impero, le quali, una volta indossata la divisa, non nascosero il desiderio di combattere sul fronte apertosi ai confini occidentali. Le autorità asburgiche non tardarono a far leva sui sentimenti antiitaliani degli slavi meridionali, in particolar modo sloveni e croati, per incitarli alla lotta. Per i primi non si trattava solo di servire l’esercito della monarchia danubiana, le loro armi avrebbero protetto il loro suolo natio dall’aggressore bramoso di conquista. Gli sloveni inquadrati nelle divisioni dislocate sul fronte dell’Isonzo, scrive lo storico Jože Pirjevec, combatterono la loro guerra senza propensione né per l’Austria-Ungheria né per l’Italia, con particolare virulenza perché consci di lottare in difesa della loro patria.(11) I cruenti combattimenti sul fronte austro-italiano si protrassero sino al novembre 1918, provocando la morte di centinaia di migliaia di soldati da ambo le parti. Il fronte dell’Isonzo fu un immane massacro, un’inutile carneficina. Sino all’ottobre 1917 l’Italia aveva sferrato undici offensive contro gli austroungarici, nelle quali perdette oltre 200.000 uomini, per conquistare la metà dei quaranta chilometri che dividevano la frontiera da Trieste! Note (1) L’apoteosi dei Mille allo storico scoglio di Quarto. Il discorso e il telegramma del Re, in “Corriere della Sera”, 6 maggio 1915, p. 1. (2) Guerra!, in “Corriere della Sera”, 24 maggio 1915, p. 1 (3) Cfr. I. Bonomi, La politica italiana da Porta Pia a Vittorio Veneto (1870-1918), Torino 1944, p. 359 e segg. (4) La nota dell’Italia alle Potenze, in “Corriere della Sera”, 24 maggio 1915, p. 2. (5) G. Salvemini, Guerra o neutralità?, “Problemi italiani”, n. I, Milano 1915, p. 22. (6) G. A. Borgese, Guerra di redenzione, “Problemi italiani”, n. XVIII, Milano 1915, p. 36. (7) B. H. Liddel Hart, La prima guerra mondiale (trad. it.), Milano 1968, p. 186. (8) C. Seton-Watson, Storia d’Italia dal 1870 al 1925, Bari 1967, p. 520. (9) A. Gramsci, Quaderni del carcere, a cura di V. Gerratana, vol. I, Torino 1975, p. 261. (10) A. Sema, La Grande Guerra sul fronte dell’Isonzo, vol. I, Gorizia 1995, p. 19. (11) J. Pirjevec, Serbi, croati, sloveni. Storia di tre nazioni, Bologna 1995, p. 144. È stato sempre riservato a pochi eletti, fin da quando è stato costruito nella seconda metà del XVIII secolo, l’accesso agli sfarzosi vani del palazzo barocco al n. 28 dell’odierna via Krešimir. Ora sta rischiando, in senso buono, di diventare una meta turistica e un punto di riferimento per chi è alla ricerca di frammenti dell’identità di Fiume. Se il complesso metallurgico “Rikard Benčić” non avesse fatto la fine che ha fatto, nei primi anni dell’indipendenza della Croazia, forse nemmeno oggi saremmo consapevoli della bellezza e del valore architettonico, artistico e storico di un edificio che dall’esterno si presenta in un modo sobrio e discreto. La chiusura dello stabilimento dopo una lunga agonia e l’inevitabile perdita di centinaia di posti di lavoro ha avuto come conseguenza l’assegnazione, durante il procedimento fallimentare, dell’intera area alla municipalità come maggiore creditore. Fu allora, undici anni fa, che per la prima volta ci venne data la possibilità di entrare nella sede della direzione dell’ex industria. Tavoli da disegno e progetti sgualciti, documenti negli armadi, lampade da tavolo e altre testimonianze dei precedenti cinquant’anni, ci hanno accolto durante la nostra prima visita. Né gli strati di polvere né gli arredamenti interni concepiti in epoche più recenti, hanno potuto nascondere lo splendore di un tempo, miracolosamente conservato per rac- contare capitoli inediti dello sviluppo della città. Era il 1750 quando nacque il progetto dell’edificio, concepito per accogliere degnamente la direzione dello Zuccherificio, i cui prodotti hanno addolcito il tè e il caffè nelle corti dell’Europa che contava. Gli impresari olandesi non ebbero difficoltà a finanziare la costruzione di un palazzo rappresentativo in cui ogni più piccolo particolare doveva mettere in soggezione i visitatori. Le tracce di questa opulenza sono rimaste ben visibili nonostante tutto e tutti. L’inaugurazione avvenne nel 1755 e trentun’anni più tardi buona parte dell’edificio fu devastata da un disastroso incendio. La necessità di ristrutturare il palazzo ha consentito agli impresari di rivedere gli interni, ammodernandoli con gli elementi, sempre più ricchi e monumentali, della prima fase del classicismo. Le scale all’interno, infatti, uno tra gli elementi più appariscenti, sarebbero state costruite dopo l’incendio. Anche gli affreschi, attribuiti in parte al pittore fiumano Giovanni Fumi e a uno o più autori anonimi, furono rifatti in seguito. A cercare e trovare conferma in questo senso è stato negli ultimi due anni Vladimir Marković, storico dell’arte e membro dell’Accademia croata delle scienze e delle arti, uno tra i maggiori esperti per il barocco. Pur mantenendo lo stile barocco l’autore ignoto ha voluto riprendere i personaggi in abiti che caratterizzavano i primi anni del classicismo. La moda femminile è stata quella che ha “tradito” e svelato l’epoca così come particolari elementi architettonici hanno chiarito perché alcune parti dell’edificio sono rimaste intatte dopo l’incendio e altre no. Già allora c’era la consapevolezza della necessità di ridurre i rischi d’incendio per cui ai primi due piani i pavimenti sono in terrazzo. Oltre ai dipinti e alle decorazioni, ai lampadari di cristallo temporaneamente rimossi per essere ripuliti e restaurati ci sono nella sala principale, al primo piano, anche due stufe in grado di funzionare. Solitamente, come ricorda il professor Marković, l’ammodernamento e le ristrutturazioni hanno determinato l’eliminazione degli elementi obsoleti e che non avevano più una funzione. Le stufe sono sopravvissute anche agli ultimi decenni in cui nel palazzo sono stati sistemati i termosifoni per il riscaldamento centralizzato, oggi a loro volta rimossi. Proprietari diversi, regimi e nuovi utilizzi non sono riusciti a cancellare un patrimonio che non si immaginava di avere, uscito indenne dopo periodi in cui vi sono state gestite la raffinazione dello zucchero, la lavorazione del tabacco fino alla produzione di armi per mettere l’esercito della nuova Croazia indipendente nelle condizioni di opporsi all’ex Armata jugoslava. Fiume sta scoprendo e soprattutto rivalutando ciò che il suo glorioso passato industriale ha lasciato diero di sé. Il degrado postindustriale, visibile nell’ex complesso “Rikard Benčić”, nell’ex Cartiera o nell’ex “Torpedo” acquisisce nuovo valore e, sul modello di tante altre città del mondo, si trasforma e acquisisce una nuova dimensione. Quello che è stato trovato nel palazzo barocco di via Krešimir va oltre l’interesse dell’archeologia industriale e come tale sarà valorizzata. Non si conosce ancora il modo in cui l’edificio verrà utilizzato. L’unica cosa certa, una volta restaurati gli interni e la facciata esterna, è che sarà aperto al pubblico. 4 storia e ricerca Sabato, 7 maggio 2005 INTERVISTA Sabato, 7 maggio 2005 5 Con memoria incredibilmente lucida, all'età di 85 anni, l'autore di «Qui Marina Argostoli» ricorda quei tragici eventi della II Guerra mondiale Elio Sfiligoi: un italiano in Slovenia, sopravvissuto a Cefalonia Servizio di Roberto Palisca Foto di Graziella Tatalović S ulla strage di Cefalonia, l'isola greca dove all'indomani dell'8 settembre del 1943 da parte dei tedeschi avvenne lo sterminio della divisione italiana Acqui, sono stati scritti libri su libri. Come ha fatto ispirandosi alla tragica vicenda delle foibe, con “Il cuore nel pozzo”, la Radiotelevisione italiana ha dedicato anche ai drammatici eventi di Cefalonia una fiction story. Una miniserie in due puntate, che è stata presentata al pubblico del piccolo schermo l'11 e il 12 aprile scorsi, e che rientra nel filone storico di Raifiction finalizzato a far conoscere alla vasta platea televisiva vicende di storia contemporanea. Una produzione che, come già accaduto per quella sulle foibe, suscita polemiche: qualcuno la loda e la apprezza, altri la criticano aspramente, definiendola penosa farsa, mistificazione della realtà, ennesima pagliacciata che lede la storia e la memoria delle vittime. Inevitabilmente l'industria della televisione e del cinema punta sulle drammatiche vicende della guerra con occhio molto più attento ai profitti di cassetta che al ligio rispetto degli eventi storici. Episodi bellici, grandi e piccoli, molto o meno rilevanti, vengono ricostruiti da registi e sceneggiatori badando più agli intrecci di storie di amore e di eroismo, magari inventate, che a fonti documentaristiche e a dati d'archivio che in casi simili si dovrebbero rigorosamente rispettare. Lo si fa, ma solo fino ad un certo punto. Più importante è che i protagonisti siano tutti bellissimi, che le sequenze siano quanto più commoventi, che i colpi di scena siano molti e estremamente d'effetto. Che il tutto diventi un insieme insomma che sia in grado di attirare davanti al teleschermo quante più categorie di spettatori. A costo di tramutare il prodotto finale in un menticano. Non si possono dimenticare. Si rivivono ogniqualvolta se ne ritorna a parlare. E anche se farlo non è facile, anche se ritornare a rivangare con la memoria nel passato è doloroso, i ricordi riaffiorano ad ogni occasione e soprattutto in quelle come questa, quando a parlare di cose che si sono vissute in prima persona, sono dei filmati. La miniserie di Raifiction l'ha seguita in tivvù e per affidabilità e sceneggiatura non è che la fiction lo abbia lasciato entusiasta. Da superstite di quei tragici eventi, come altri italiani sopravvissuti alla strage nazista dell'8 settembre del 1943, ritiene che sceneggiatori e registi avrebbero potuto evitare di commettere grossolani errori storici, tecnici e anche ambientali se solo avessero consultato i sopravvissuti della strage. Su Cefalonia Elio Sfiligoi ha scritto anche un libro. È autore infatti di "Qui Marina Argostoli", pubblicato dall'editrice "Laguna" a Gorizia nel 1993. Incontriamo il nostro dinamico interlocutore in casa sua, a Isola. Per una “breve chiacchierata”. Il nostro è stato un incontro durato un po' più di tre ore. Poco. Perchè neanche l'intero pomeriggio sarebbe bastato a darci il tempo di fare un sunto almeno un po' più approfondito dei fatti che hanno segnato la vita di Elio Sfiligoi. “Sono nato il 17 dicembre, la qual cosa nella vita mi è sempre costata ” esordisce con fare scherzoso, spiegando: “Sono il terzogenito di una famiglia in cui di figli ce n'erano sei: quattro fratelli e due sorelle. Avevo quattro anni quando i miei dovettero scappare da Cormons a Lucinico a causa dei fascisti. Mio papà che era artigiano, fabbro maniscalco, era fermo oppositore del regime di Mussolini, e a quei tempi aveva per così dire un piede in prigione e l’altro in ospedale. L'intera famiglia subì ripercussioni per questo. Quando avevo tre anni i fascisti picchiarono a sangue mia madre dinanzi ai miei occhi. Per questo già da bambino li provocavo cantando “Bandiera rossa”. Papà aveva fatto la rivoluzione d’ottobre, era stato il primo sindaco comunista di Cormons eletto dopo la I Guerra mondiale, per cui era anima e corpo di sinistra. Dovette abbandonare il suo lavoro e andare a lavorare in cantiere a Monfalcone, come operaio. Dopo tre mesi i fascisti lo cacciarono anche da là: gli dis- Un cacciabombardiere Stuka vuota il suo micidiale carico sulle batterie italiane di stanzia a Faraò, ad Argostoli mieloso impasto di amori e baci, abbracci a profusioni, pianti e lacrime. Poco contano gli esperti di cose militari. Poco contano le vere testimonianze. Anche nei casi in cui esistono ancora i sopravvissuti. Anche se di testimoni ancora in vita, anche se ormai rari, ce ne sono. Uno di loro è Elio Sfiligoi: pluridecorato al valor militare e civile dalle autorità greche, slovene e italiane, 85 anni compiuti a dicembre, nato a Cormons, superstite di Marina Argostoli, di una memoria formidabile, incredibilmente lucida, oggi vive ad Isola. Pur avendo avuto un'infanzia difficile in una famiglia perseguitata dal fascismo ed esser sopravvisuto in gioventù alla grande tragedia di Cefalonia, costellata da momenti in cui corse più volte il rischio di fare una bruttissima fine, oggi nonostante tutto, appare come un uomo sereno e felice. Nonostante l'età è una persona estremamente vivace, loquace e vitale. Come se dopo la guerra avesse voluto risarcirsi da tutto il credito delle sofferenze che ha patito. Anche se fatti del genere non si di- “Mi toccò andare a scuola con un anno di anticipo e anche nell'esercito mi richiamarono un anno prima degli altri miei coetanei. Oltre alla data di nascita – aggiunge sorridendo – ritengo sfortunate anche molte parole che terminano con il suffisso 'ento': tipo reclutamento, arruolamento, giuramento, movimento...” “Mi arruolarono a Pola il 15 agosto del 1939. La guerra non era ancora scoppiata. Terminata la scuola tecnica industriale, ed essendo di professione costruttore navale, mi affidarono la categoria di furiere tecnico, in marina. Ero uno tra i più giovani marinai richiamati sotto le armi. Prima della mobilitazione ero alle dipendenze dell’ufficio preparazione navale e allestimento sommergibili”. sero che se non andava via lo avrebbero ucciso. Nel 1926, grazie a un buon amico, trovò lavoro da magazziniere a Battuglia, nella valle del Vipacco, in una fabbrica di attrezzi agricoli. Fu così che io inziai a frequentare la scuola tecnica nel 1931 a Gorizia e la ultimai nel 1937. Quell'anno stesso, per bando di concorso, fui assunto presso il reparto del genio navale della marina al cantiere di Monfalcone dove rimasi a lavorare fino alla chiamata alle armi”. “Mi trattennero a Pola per 22 giorni. Poi mi spedirono in imbarco a Napoli sull’incrociatore “Raimondo Montecuccoli”. Quando ci arrivai la nave non era in porto. Mi dissero che era a La Spezia. Arrivo a La Spezia, mi dicono che è alla Maddalena. Tornai allora ad attenderla a Napoli. Giunto a bordo fui assegnato come segretario alle dipendenze dirette del direttore di macchina. Anche in marina come negli altri reparti dell'esercito, a quei tempi vigeva l’ordine quasi tassativo di recarsi a messa ogni domenica. Ma io sono ateo di nascita. Temevo per questo motivo, per il fatto che sull’estratto del mio foglio matricolare stava scritto per esteso “non è iscritto a nessuna organizzazione del regime” e perchè tra i documenti annessi ce n’erano parecchi in cui si rilevava che ero figlio di un antifascista condannato dal tribunale speciale, delle ripercussioni. Ma non fu così. Tutto l’equipaggio sapeva dell'esistenza di quei documenti ma nessuno me li fece mai pesare. A bordo poi divenni una delle persone più stimate dopo che, da marinaio semplice, il mio tenente colonnello mi incaricò di rivedere e modificare l’impianto di ventilazione della nave, che non funzionava per un difetto di progettazione. Feci uno schizzo in base al quale al cantiere di La Spezia furono effettuate delle modifiche e la cosa funzionò. Tempo dopo mi fecero sbarcare per trasferirmi alla sezione giustizia e disciplina del Comando superiore della marina, a La Spezia dove mi affidarono il compito di riordinare una parte degli archivi. Per farlo impiegai tre mesi. Quel lavoro mi sarebbe valso dieci giorni di licenza speciale, se nel frattempo non fosse scoppiata la guerra. Il 10 giugno del 1940 entrarono in vigore le leggi speciali e... addio licenza insomma. Nel frattempo avevo stretto amicizia con un gruppo di commilitoni che la pensavano come me e con i quali scambiavo volentieri le mie opinioni di sinistra. Fu quella la cosa che mi costò. Uno di loro fece la spia e per le mie idee In alto Elio Sfiligoi ritratto con la cartina geografica di Cefalonia. Sopra la copertina del libro di memorie che ha scritto traendo recuperare dopo la guerra Una scena tratta dalla fiction televisiva della RAI rischiai di finire in carcere militare a Gaeta. Se quella denuncia non finì trasmessa alla magistratura fu soltanto grazie all'accortezza di un mio superiore. Fui comunque trasferito dal comando nel cosidetto “camerone della mano l'aspetto trascurato che avevo. Non mi ero potuto rasare e lavare per giorni, avevo la barba lunga e in più, questo lo scoprii dopo, la febbre a quaranta. Ero stato punto da una zanzara e avevo contratto la malaria. Finii in infermeria. L’8 settembre del 1943 la Divisione Acqui che presidiava le isole di Cefalonia e Corfù agli ordini del generale Antonio Gandin, si trovò di fronte all’ alternativa di arrendersi e cedere le armi ai tedeschi o affrontare la resistenza armata. Tra il 9 e il 14 settembre si svolsero estenuanti trattative tra Gandin e il tenente colonnello tedesco Barge che intanto fece affluire sull’isola nuove truppe fino a raggiungere la superiorità numerica sugli italiani che erano partiti con un rapporto di forza di 6 a 1. All’alba del 13 settembre alcune batterie italiane aprirono il fuoco su due grossi pontoni da sbarco carichi di tedeschi. Barge rispose con un ultimatum che conteneva la promessa del rimpatrio degli italiani una volta arresi. Gandin che avrebbe voluto a tutti i costi salvare i suoi 11.500 soldati, forse messo alle strette da alcuni ufficiali che chiedevano a tutti i costi di resistere ai tedeschi, chiese ai suoi uomini di pronunciarsi tramite un referendum, su tre alternative:alleanza con i tedeschi, cessione delle armi, resistenza. I soldati scelsero quasi all’unanimità di resistere. Il 15 settembre cominciò la battaglia che si protrasse fino al 22 settembre, con terribili bombardamenti degli Stukas che decimarono le truppe italiane. La città di Argostoli fu distrutta: 85 ufficiali e 1.250 soldati caddero in combattimento. La Acqui dovette arrendersi e la vendetta nazista fu spietata e senza ragionevole giustificazione. Il comando superiore tedesco ribadì che,”a Cefalonia, a causa del tradimento della guarnigione, non devono essere fatti prigionieri di nazionalità italiana. Il generale Gandin e i suoi ufficiali responsabili devono essere immediatamente passati per le armi secondo gli ordini del führer”. Il 24 settembre Gandin venne fucilato alla schiena; 600 soldati italiani con i loro ufficiali furono falciati dal tiro delle mitragliatrici; 360 ufficiali furono uccisi. Circa 3.000 superstiti, caricati su tre piroscafi con destinazione i lager tedeschi, scomparvero in mare affondati dalle mine. Molti dei superstiti si rifugiarono sulle montagne dell’isola, continuando la resistenza insieme ai partigiani greci fino alla liberazione. Tra costoro c’era anche Elio Sfiligoi che abbiamo intervistato. nera”: era un reparto speciale dell'esercito, in cui finivano i militari che durante il servizio di leva avevano commesso dei delitti. Tutta gente che aveva anche pesanti precedenti penali. Un mese più tardi mi sistemarono a Brindisi dove tre giorni dopo ricevetti l'ordine di imbarcarmi sulla “Piemonte”. Non avevo idea di dove mi stessero mandando ma intuivo già che mi sarebbero toccati o il fronte dell’Albania o quello della Grecia. Capii che non era il primo dopo che la nave salpò dal porto di Santi Quaranta. Mi fecero sbarcare a Patrasso. Mi presentai al distaccamento del luogo ma là nessuno mi aspettava. Attese le verifiche fui informato che dovevo proseguire il viaggio per Cefalonia. Ero un bravo studente, convinto di conoscere bene anche la geografia, ma credetemi, anche se è la più grande isola dell'arcipelago delle Ionie, non ne avevo mai sentito parlare prima. Attendo un nuovo imbarco e, ironia della sorte, quella che arriva a prendermi è la regia nave Sesia: era stata costruita al cantiere di Monfalcone nel 1938 ed ero stato proprio io a realizzarne i progetti. Chiedo al comandante: 'Com’è quest'isola dove sto andando?' 'Eh ragazzo mio – mi rispose - non so se da lì ritorni indietro vivo'. Dopo ore di viaggio vedo all’orizzonte il Megalos Soros, la vetta più alta dell’Ainos, il più grande monte di Cefalonia. All’epoca era un’isola con 45 mila abitanti. Era stata occupata il 30 aprile del 1941. Argostoli era la città principale. Lixouri e Sami gli altri due porti più importanti. Vedo che un marinaio in banchina mi aspetta: 'Oh – mi fa – finalmente è arrivato il contabile degli assegni'. Scendo e nel mentre che sto per spiegargli che non lo sono, un ufficiale, il capitano di fregata Umberto Zamagna - il suo segretario, maresciallo di terza classe Marcello Perini, era fiumano - mi arriva alle spalle e mi ammonisce per La medaglia al valor militare assegnata a Elio Sfiligoi dalle autorità greche Mi salvò una manciata di chinino. A darmela fu il tenente di marina a capo dei servizi medico sanitari che era il fratello del segretario nazionale del partito fascista Ettore Muti. Una volta dimesso dall'ospedale mi incaricarono di mettere in piedi dapprima una, poi un'al- tra officina. Un terzo comandante, il capitano di fregata e di corvetta Vittorio Barone, sotto il cui comando rimasi fino alla capitolazione dell'Italia, mi fece poi suo segretario. Fu anche uno dei 35 ufficiali sopravvissuti alla strage. Era di Camogli e parlava il croato, il francese e il tedesco. Lo ricordo anche nel mio libro. Un libro che volevo scrivere insieme a lui. Ma quando ci incontrammo a Verona il 23 ottobre del 1966, in occasione di una cerimonia commemorativa, volle consegnarmi tutti i documenti che aveva e lasciare a me il compito di farne un volume. Completandolo con moltissimi dati che sono frutto di ricerche che ho fatto dopo la guerra, parlando con centinaia di superstiti, ritornando a Cefalonia per otto volte per raccogliere le testimonianze degli abitanti dell'isola. L'ho scritto anche grazie a un diario in cui saltuariamente scrivevo e annotavo i fatti più importanti di quei giorni e che, dopo la guerra, sono riuscito miracolosamente a recuperare. Lo avevo consegnato a una greca che era il mio contatto con i partigiani, con i quali collaboravo, insieme alle altre poche cose che avevo e che non avrei potuto portarmi dietro. Da tempo ero convinto che dovevamo opporici ai tedeschi e allearci con le forze della Resistenza. Lei venne a informarmi che le truppe naziste erano ormai a soli cinque chilometri da Argostoli e mi consigliò di darmi alla fuga. I combattimenti veri e propri ad Argostoli iniziarono il giorno 13 e presero a diventare sempre più cruenti ma non lasciavano intuire un destino così tremendo per le forze militari italiane, per cui non volli seguirla. Le consegnai comunque la poca roba personale che avevo e il mio diario. Lo riebbi nel 1948. Impiegai tutti i dati che avevo scritto per farne il mio libro. Ne è uscito un volume in cui, ne sono convinto, ho scritto, almeno per quel che riguarda i reparti militari della marina italiana di stanzia ad Argostoli, tutta la verità". "Quando arrivarono ad Argostoli i tedeschi mi fecero prigioniero. Riuscii a scappare dal campo di prigionia nel quale mi internarono durante i bombardamenti degli Stuka inglesi quando i proiettili aerei colpirono un deposito di munizioni e successe il finimondo. Un'esplosione dietro l'altra, fusti di benzina che volavano in aria ovunque, come se fossero fuscelli: in quegli istanti di caos molti di noi riuscirono a fuggire per associarsi in seguito alle forze di resistenza dei partigiani greci con i quali io avevo già ottimi contatti. Ho partecipato in seguito alla guerra civile non armato. Finì che fummo catturati per venir sistemati dapprima, il 24 aprile del 1945, in un campo di concentramento a Patrasso, e poi a Corinto dove fui picchiato a sangue dai monarcofascisti greci che dopo mi consegnarono agli inglesi dei quali rimasi prigioniero come marinaio italiano, fino al 22 luglio del 1945. Quando gli alleati capirono che avevo combattuto contro i tedeschi mi liberarono e mi spedirono a Taranto. Il 24 luglio in Italia fui reincorporato nuovamente in marina. Mi congedarono il 10 di ottobre. Un mese dopo, l'11 novembre, riuscii ad arrivare a Udine. Ritornato a Monfalcone, che era nell'ex zona A, mi presentai al cantiere nella speranza di venire riassunto ma il cantiere di Monfalcone non esisteva più. Era stato distrutto dai bombardamenti. Cercando un lavoro nel 1946 quando ormai le nuove linee di confine erano state stabilite, visto che la mia famiglia viveva in zona B, che ormai era Jugoslavia, tramite le conoscenze che avevo trovai un impiego a Maribor. Nel 1949 fui trasferito dalle autorità jugoslave a Isola”. 6 storia e ricerca Sabato, 7 maggio 2005 CURIOSITÀ I ricordi di un vecchio lupo di mare, Bepi Forempoher e fonti croate Beffati da D'Annunzio? «Incalcolabile» «sterili» i risultati L’operazione, avvenuta nella notte dell’11 febbraio 1918, fu annoverata “tra le imprese più audaci” del conflitto Un’immagine storica di Buccari di Giacomo Scotti N ella sua Canzone del Quarnaro, un tempo celeberrima, Gabriele D’Annunzio ci rimanda sin dalla data posta sotto il titolo (11 febbraio 1918) alla cosiddetta “Beffa di Buccari”. Rievocando l’impresa, il poeta soldato l’affidò alla storia con un vivace resoconto: “Via un siluro contro l’albero maestro, via l’altro al centro sotto la prua della terza! Ancora un siluro verso il ca- La Canzone del Quarnaro Siamo trenta d’una sorte, e trentuno con la morte. vien l’odor di Roma al cuore. Improvviso nasce un fiore su dal bronzo e dall’acciaro. Eia, l’ultima! Alalà! Siamo trenta su tre gusci su tre tavole di ponte: secco fegato,cuor duro, cuoia dure, dura fronte, mani macchine armi pronte, e la morte a paro a paro. Eia, carne del Carnaro! Alalà! Con un’ostia tricolore ognun s’è comunicato. Come piaga incrudelita coce il rosso nel costato, ed il verde disperato rinforzisce il fiele amaro. Eia, sale del Quarnaro! Alalà! Tutti tornano, o nessuno. Se non torna uno dei trenta torna quella del trentuno, quella che non ci spaventa, con in pugno la sementa da gittar nel solco avaro. Eia, fondo del Quarnaro! Alalà! Quella torna, con in pugno il buon seme della schiatta, la fedel seminatrice, dov’è merce la disfatta, dove un Zanche la baratta e la dà per un denaro. Eia, pianto del Quarnaro! Alalà! Il profumo dell’Italia è tra Unie e Promontore. Da Lussin, da Val d’Augusto Eia, patria del Quarnaro! Alalà! Ecco l’isole di sasso che l’ulivo fa d’argento. Ecco l’irte groppe, gli ossi delle schiene, sottovento. Dolce è ogni albero stento, ogni sasso arido è caro. Eia, patria del Quarnaro! Alalà! Il lentisco il lauro il mirto fanno incenso alla Levrera. Monta su per i valloni la fumea di primavera, copre tutta la costiera, senza luna e senza faro. Eia, patria del Quarnaro! Alalà! Dentro i covi degli Uscocchi sta la bora e ci da’ posa. Abbiam Cherso per mezzana, abbiam Veglia per isposa, e la parentela ossosa tutta a nozze di corsaro. Eia, mirto del Quarnaro! Alalà! Festa grande. Albona rugge ritta in pie’ su la collina. Il ruggito della belva scrolla tutta Farasina. Contro sfida leonina ecco ragghio di somaro. Eia, guardie del Quarnaro! Alalà! Fiume fa le luminarie nuziali. In tutto l’arco della notte fuochi e stelle. Sul suo scoglio erto è San Marco. E da ostro segna il varco alla prua che vede chiaro. Eia, sbarre del Quarnaro! Alalà! Dove son gli impiccatori degli eroi? Tra le lenzuola? Dove sono i portuali che millantano da Pola? A covar la gloriola cinquantenne entro il riparo? Eia, chiocce del Quarnaro! Alalà! Dove sono gli ammiragli d’arzanà? Su la ciambella? Santabarbara è sapone, e capestro ogni cordella nella ex voto navicella dedicata a San Nazaro. Eia, schiuma del Quarnaro! Alalà! Da Lussin alla Merlera, da Calluda ad Abazia, per il largo e per il lungo siam signori in signoria. Padre Dante, e con la scia facciam “tutto il loco varo”. Eia, mastro del Quarnaro! Alalà! Siamo trenta su tre gusci, su tre tavole di ponte: secco fegato, cuor duro, cuoia dure, dura fronte, mani macchine armi pronte, e la morte a paro a paro. Eia, carne del Carnaro! Alalà! mino della quarta unità!(...) I siluri trovano gli sbarramenti antisommergibili, ma uno riesce a sfondare la rete in un punto, e l’altro che lo segue trova via libera. Ma ecco che l’aria è lacerata da una potente esplosione. Colonne d’acqua immani si innalzano dalla tranquilla superficie del mare e gli equipaggi dei Mas sono schiaffeggiati dall ‘onda di ritorno. I motoscafi iniziano una frenetica danza, mentre girano le prue e ripartono con i motori al massimo per guadagnare l’uscita della baia e passano sotto le batterie di Fortore prima che sia dato l’allarme e si scateni il finimondo”. Avvenne nella notte fra il 10 e l’11 febbraio 1918 - al comando di Costanzo Ciano, parteciparono i Mas 96 (con Luigi Rizzo e Gabriele D’Annunzio), 95 e 94, rimorchiati ciascuno da una torpediniera e con la protezione di unità leggere - una notte di nebbia, un mese prima che gli equipaggi della flotta da guerra austro-ungarica innalzassero sui pennoni le bandiere rosse della rivolta dei marinai nelle Bocche di Cattaro e a Pola, chiedendo la fine della guerra, la pace. Fu veramente una beffa quella di Buccari? Lo fu, ma ai danni dell’opinione pubblica italiana e della storia. Perché nella baia di Buccari non erano presenti navi da guerra e nemmeno navi mercantili efficienti. Il porto in fondo alla baia, ai piedi della cittadina raggruppata sulla collina, ospitava, insieme a una flottiglia di barche da pesca, vecchi piroscafi da trasporto in di- sarmo, destinati ai ferrivecchi. E nessuno di essi venne affondato. Nessuno saltò in aria. Nessuna potente esplosione lacerò l’aria quella notte a Buccari. O nessuno se ne accorse. Non esistevano reti di sbarramento contro i sommergibili. Nel primo dei volumi della Pomorska Enciklopedija, l’enciclopedia marittima dell’Istituto lessicografico di Zagabria (1954), lo storico Petar Mardešic ha scritto (traduciamo): “Nel corso della prima guerra mondiale, gli italiani, mediante ricognizioni aeree, accertarono che a Buccari avevano trovato rifugio alcuni piroscafi, e decisero di affondarli. Nella notte fra il 10 e l’11 febbraio 1918 due cacciatorpediniere rimorchiarono tre Mas (...) lasciandoli a sudovest di Punta Promontore (al largo dell’estremo promontorio meridionale dell’Istria, ndt). I caccia si trattennero nel mare aperto per riagganciare i Mas a missione conclusa, mentre i tre battelli siluranti, sotto il comando di Costanzo Ciano, proseguirono la navigazione attraverso il Canale della Faresina (fra la costa istriana e l’isola di Cherso, ndt) in direzione del Golfo di Fiume. Ben presto penetrarono nella baia di Buccari che, fatta eccezione per una batteria a Portoré, non disponeva di alcuna difesa...”. La verità sulla “beffa di Buccari” è contenuta in un comunicato ufficiale delle autorità militari austriache dell’epoca, mai fatto conoscere all’opinione pubblica italiana dai nostri mass-media e nemmeno dagli storici, finora. Un storia e ricerca 7 Sabato, 7 maggio 2005 smontano il vivace racconto del Vate sull'impresa l’impatto morale comunicato nel quale si cita fra i testimoni il marittimo Josip Forempoher che in quella notte era di guardia a bordo della carcassa del piroscafo “affondato”. Bepi Forempoher era ancora vivo e vegeto nella sua Buccari quando lo conobbi nel 1974; era un pensionato che si avvicinava alla bella età di 83 anni. Quegli anni Bepi se li portava benissimo sulle spalle; aveva ancora una memoria di ferro, disse di ricordare limpidamente quell’episodio della sua gioventù. Figlio di marittimi, era stato compagno del mare per tutta la vita, aveva un figlio capitano marittimo e un nipote che, terminato il Nautico, ha continuato la tradizione di una famiglia di navigatori. Il vecchio, quando lo incontrai, aveva già letto più volte il Un’immagine con il più celebre motto di guerra dannunziano (“Memento audere semper” - “Ricordati di osare sempre”), legato alla memorabile “Beffa di Buccari”. Il timoniere del MAS, il motoscafo antisommergibile destinato all’impresa, ora conservato al Vittoriale (nella foto sotto, della pagina accanto), aveva composto un acrostico in latino con le lettere MAS: “Motus animat spes”, che sembrò poco energico a D’Annunzio. Lo cambiò all’ultimo momento e lo fece incidere sulla tavoletta dietro la ruota del timone. “resoconto” di D’Annunzio. E, ancora una volta, sbottò in un vivace dialetto veneto: “Bale, le xe tute bale!”. Da vecchio lupo di mare quale era, tuttavia, riconosceva un grande coraggio agli uomini dei tre Mas comandati da Costanze Ciano e Luigi Rizzo, e anche a D’Annunzio che era con loro. All’inizio di febbraio, pochi giorni prima della “beffa”, un aereo italiano da ricognizione aveva creduto di avvistare, sorvolando la baia a sud-est di Fiume, una grossa nave da guerra austriaca ormeggiata accanto ad altre unità minori. D’Annunzio e compagni, dunque, erano convinti di andare nella tana del leone. Inoltre, non era facile passare inosservati al largo di Pola, una delle più munite basi navali del nemico, penetrare poi nel Canale della Faresina dominato dalle alture istriane, e infine nel Golfo del Quarnero, costeggiare fino a Portoré sotto l’occhio delle batterie, e inoltrarsi in una baia a forma ellittica larga alla bocca appena 300 metri, all’interno da 600 a 700 metri e lunga 4,6 chilometri, profondità massima 8 metri. Ci voleva del fegato per rimanere lunghissime ore in acque nemiche. Buccari, in mano austriaca dal 1692, porto franco dal 1778 al 1880, nel primo conflitto mondiale servì da rifugio per piroscafi in disarmo. Il 10 febbraio 1918 erano quattro i piroscafi in disarmo ormeggiati alle rive: il “Bellona” e il “Chlumetzky” nel Mandracchio, al molo di un vecchio cementificio abbandonato; il “Burma” e il “Višegrad” al molo dirimpettaio. Nella baia c’era pure la bella navescuola “Villa Velebit”, vanto del Nautico di Buccari, quella sì una possibile preda preziosa. I tre Mas italiani, dopo avere superato il Capo Promotore sull’estrema punta meridionale dell’Istria, si avvicinarono all’isola di Unìe nell’arcipelago dei Lussini, doppiarono Punta Sottile, entrarono nel Canale della Faresina tra l’isola di Cherso e la costa istriana, raggiunsero infine il Golfo di Fiume in formazione a cuneo. A quel punto D’Annunzio scrisse: “Scorgo illuminata tutta la costa da Volosca a Žurkovo”. Ed era la verità. La flottiglia dei Mas navigava ormai da quattordici ore; da cinque ore sì trovava nelle acque territoriali austriache. Buccari non era difesa da alcun cannone, nemmeno da un fucile; ma Ciano, Rizzo e compagni lo ignoravano. C’era però una batteria a occidente del Castello dei Frangipani a Portoré, e i soldati addetti a quei pezzi scorsero le tre piccole unità mentre passavano a poche centinaia di metri. Ritennero però che fossero dei pescherecci locali e non diedero l’allarme. All’una e venti minuti dell’11 febbraio i Mas si trovarono nella baia di Buccari e lanciarono sei siluri in rapida successione. D’Annunzio, che aveva portato delle bottiglie contenenti bandiere tricolori italiane, lanciò in mare quei biglietti da visita che non saranno mai ritrovati. Quindi lasciò la baia indisturbata. Qualcuno nell’abitato di Buccari aveva visto o sentito qualcosa? Nel Narodni Dom, la Casa del popolo, la gente festeggiava il Carnevale. Nel porto erano di guardia soltanto due marittimi, uno sul “Chlumetsky” e l’altro sul “Višegrad”. Su quest’ultimo faceva la guardia Forempoher. Racconterà di avere sentito un forte urto, un colpo sordo sotto la nave, e il ribollire dell’acqua; non era riuscito però a spiegarsene la ragio- Un giallo di Diego Zandel ambientato in epoca fascista Nella cittadina istriana di Albona, durante il periodo italiano, sotto il fascismo, un maresciallo dei carabinieri arrivato da Roma, indaga sull’omicidio di un minatore slavo... È il nucleo intorno al quale si sviluppa l'ultima fatica di Diego Zandel, dal titolo “Omicidio di frontiera”, che è stata pubblicata nell’antologia di racconti gialli ambientati in epoca fascista dal titolo "Fez, struzzi & manganelli" edita da "Sonzogno", curata da Gian Franco Orsi, già direttore dei Gialli "Mondadori" e attualmente presidente della sezione italiana dell’International Association of Crime Writers. Nell’antologia, già in vendita nelle librerie italiane dalla metà del mese di aprile, oltre al racconto di Zandel, che fa riferimento, come ha scritto Claudio Magris in occasione della "Giornata del ricordo dell’esodo giuliano-dalmata" a "quegli ottusi odi antislavi che sono stati all’origine di quella tragedia patita dall’Italia ai suoi confini orientali, che sono in parte responsabili della perdita di quelle nostre terre", potrete leggere anche i racconti di Alan Al- tieri, Andrea Carlo Cappi, Alfredo Colitto, Danila Comastri Montanari, Nino Filastò, Marcello Fois, Leonardo Gori, Carmen Iarrera, Sergio Kraisky, Diana Lama, Ernesto G. Laura, Giulio Leoni, Carlo Lucarelli, Loriano Macchiavelli, Ettore Maggi, Maurizio Matrone, Giancarlo Narciso, Divier Nelli, Giancarlo Pagani, Ben Pastor, Claudia Salvatori, Giampaolo Simi, Alda Teodorani, Franco Valleri e Giovanni Zucca. Con l'autoironia che spesso lo contraddistingue, di "Omicidio di frontiera" Diego Zandel dice scherzosamente: "I racconti sono stati pubblicati in stretto ordine alfabetico di autore, perciò il mio è il penultimo. La lettera “Z” porta a queste conseguenze. Anche a scuola ero sempre alla fine dell’elenco (mi superò soltanto una volta un certo, e per questo indimenticabile, Zinzi). Spero che, leggendolo, vi resti indimenticabile anche il mio racconto, non solo perché è (quasi) alla fine dell'antologia, già in vendita in libreria". Figlio di esuli fiumani, Diego Zandel è nato nel campo profughi di Servigliano il 5 aprile del 1948. I suoi trascorsi biografici costituiscono spesso materia e scenario dei suoi romanzi. Tra i tanti libri che ha scritto segnaliamo "Massacro per un presidente" (Mondadori, 1981), "Una storia istriana" (Rusconi, 1987), "Crociera di sangue" (Mondadori, 1993), "Operazione Venere" (Mondadori, 1996), "I confini dell’odio" (Aragno, 2002) e due libri di poesie intitolati "Primi giorni" (O.E.L. 1965) e "Ore ferme" (SAL Trieste, 1968). Insieme a Giacomo Scotti ha scritto anche il saggio "Invito alla lettura di Andrić" (Mursia, 1981). Oltre ad essere autore di libri Diego Zandel si occupa anche di recensioni per conto di note case editrici italiane e collabora con articoli, scritti e interviste con vari quotidiani: dall'"Avanti" a "Paese Sera" e a "L’Unità". L'ultimo libro di Zandel, intitolato "L’uomo di Kos" (edito da “Hobby & Work” l'anno scorso) e ambientato in Grecia, ha riscosso grande successo di critica e di vendite. Un romanzo di duecentocinquanta pagine pieno di suspance che avvince il lettore dall'inizio alla fine e che la stampa italiana ha definito un "giallo mediterraneo". (rp) ne. L’unica guardia civica del paese, in servizio davanti al Narodni Dom, credette di sentire un rombo di aeroplano. Avvertì perciò la gente e alcuni dei danzatori in maschera uscirono dalla sala da ballo per scrutare curiosi il cielo. Non si vide né si sentì nulla, la gente rientrò nella sala, riprese a ballare fino al mattino. Alle prime luci dell’alba, sceso dalla nave per fare due passi sul molo, Forempoher scrutò a lungo l’acqua che lo lambiva e scorse la sagoma di un siluro inesploso; era adagiato sul fondo alla profondità di due metri, accanto alla nave. Corse ad avvertire le autorità e, qualche ora dopo, arrivò da Fiume il rimorchiatore “Elore” con alcuni sommozzatori. I palombari ispezionarono per alcuni giorni l’intera baia e il fon- do marino, rinvenendo altri tre siluri. Ad uno degli ordigni, recuperato a pochi metri dal “Chlumetzky”, mancava la spoletta che fu ritrovata in fondo al mare presso la banchina; la banchina risultava leggermente danneggiata dall’urto. Un terzo siluro era finito a pochi metri di distanza dal piroscafo “Burma” ed aveva la spoletta difettosa. Un quarto venne trovato vicino al “Bellona”, non gli era stata tolta neppure la sicura prima del lancio, forse per la fretta. Di altri due siluri, nessuna traccia. Praticamente, nessuno dei siluri colpì gli obiettivi a eccezione di uno, ed anche quello esplose soltanto nella fantasia del poeta-soldato, il quale si inventò pure le reti di sbarramento inesistenti sia all’imboccatura che dentro la baia. 8 storia e ricerca Sabato, 7 maggio 2005 ll monumento funebre sulla tomba degli Smokvina, di Ivan Rendić, e il mausoleo della famiglia di Robert Whitehead, cofondatore della fabbrica “Torpedo” Il mausoleo degli imprenditori Gorup e il mausoleo-cappella dei Manasteriotti, di Rendić PATRIMONIO Inserito nell’Associazione del Cimiteri Storico-Monumentali d’Europa Cosala, il pianto silenzioso dei sepolcri di Ardea Stanišić L a storia di una città si riflette in parte attraverso i monumenti storico-culturali che ha saputo o potuto salvaguardare. Un importante tassello che aiuta a carpire qualche segreto della storia e che in genere i resti storico architettonici non rendono, è dato anche e soprattutto dai cimiteri comunali di una località. E Fiume può vantarsi di avere il Cimitero comunale più antico di queste terre: Cosala. A testimonianza del valore architettonico dei monumenti che si tovano all’interno del camposanto, il 10 ottobre 2001 il Ministero alla cultura croato ha emesso una delibera con la quale il cimitero di Cosala è stato dichiarato monumento nazionale, iscritto nel patrimonio artistico e culturale di cui la Croazia può oggi vantarsi. Dal settembre scorso grazie all’intervento dell’Associazione degli storici dell’arte di Fiume, il cimitero di Cosala è entrato a far parte dell’ASCE, l’Associazione dei Cimiteri Storico-Monumentali d’Europa, un’istituzione che ha come fine la cooperazione nell’opera di promozione, protezione, restauro e manutenzione dei cimiteri stessi. A spiegarci l’importanza di quest’impresa è stata Daina Glavočić, dell’Associazione degli storici dell’arte, nonché conservatore presso la Galleria Moderna di Fiume, una delle promotrici. Un progetto portato in porto anche grazie alla monografia “Kozala” uscita nel 2003, in occasione del 130.esimo anniversario dell’apertura del cimitero comunale, e il documentario “Il silenzio del pianto di pietra” (“Plač kamene tišine”), di Bernardin Modrić. “Non è facile la salvaguardia e la cura dei monumenti che all’interno di un cimitero sono di indubbio valore architettonico, soprattutto per il fatto che si tratta per la maggior parte dei casi di proprietà di privati, tanti dei quali, quelli più antichi, non sono reperibili - confida la Glavočić. - Tra l’altro, da noi non esiste praticamente nessuno che abbia a cura la manutenzione o il restauro di simili monumenti. L’umidità, la sporcizia, l’acqua, le erbacce, le piante rampicanti fanno un lento e costante lavoro di rovina. E a Cosala sono tantissime i monumenti di valore artistico da salvaguardare, tra cui numerose opere ideate dallo scultore croato Ivan Rendić, che ha firmato i progetti dei mausolei di Gorup, Ploech e Gelletich-Bartolich-Nicolaides, nonché la cripta delle famiglie dall’Asta-Mohovich, la tomba dei Bakarčić e il monumento funebre che orna la tomba della famiglia Smokvina. Di recente restauro è il mausoleo - cappella di Manasteriotti, da lui disegnata.” “Come soci dell’ASCE - continua la conservatrice - avremo modo di conoscere, scambiare e condividere le migliori esperienze con i colleghi di altre realtà europee, elaborare progetti comuni, favorire l’adozione delle nuove tecnologie, sensibilizzare i media e l’editoria turistica. Perché i cimiteri sono di primaria importanza per una città che, come Fiume, vuol promuovere il turismo urbano.” L’ASCE, costituita a Bologna nel novembre 2001, è una rete europea, composta da realtà pubbliche e private, che si occupano dei cimiteri come beni culturali, valorizzandone l’importanza storica e artistica, aperta a tutte quelle realtà che gestiscono e offrono Il monumento funebre sulla tomba della famiglia Bakarčić, di Ivan Rendić pere la Glavočić - per far partecipe il pubblico attraverso manifestazioni, mostre, concerti e visite guidate a momenti diversi e originali che rendano il cimitero luogo di cultura e arte oltre che di memoria. Questi avvenimenti dovrebbero svolgersi durante la prima settimana di giugno, prassi che dovrebbe rimanere zia (Zagabria, Spalato e Osijek) nonché il Monumentale di Milano, Žale di Lubiana e il Novo groblje di Belgrado. In mattinata dovrebbero svolgersi alcune lezioni mentre al pomeriggio delle visite guidate al cimitero di Cosala. Ripeto, per ora si tratta soltanto di un’idea, che porto avanti a nome dell’As- Il mausoleo della famiglia Branchetta Il mausoleo della famiglia dall’imprenditore austriaco Annibale Ploech un supporto ai cimiteri più significativi in Europa. Ed è uno dei più importanti mezzi di informazione e scambio sia per l’associazione stessa che per il pubblico Europeo così da veicolare la conoscenza di questi “musei a cielo aperto”. Per far conoscere al pubblico le opere presenti nei cimiteri, a volte sottovalutati, uno dei passi da seguire prevede la creazione di eventi all’interno dei Cimiteri più importanti al fine di catturare l’attenzione del pubblico, soprattutto di quello più giovane, e quindi vincere l’indifferenza generalmente esistente nei confronti dei cimiteri. “Un importante progetto dell’ASCE è l’istituzione di una giornata da dedicare a tutti i cimiteri europei - ci fa sa- invariata negli anni. Personalmente mi sto dando da fare per promuovere anche a Fiume una giornata dedicata ai cimiteri: dovrebbe essere il 3 giugno prossimo. ‘Cosala a porte aperte’ potrebbe essere intitolata l’iniziativa per cui ho già preso contatti con rappresentanti di alcuni cimiteri comunali in Croa- sociazione degli storici dell’arte di Fiume, sperando innanzitutto nella collaborazione della Società comunale Kozala e della Municipalità fiumana.” “Sono certa che l’iniziativa riscontrerà notevole interesse, soprattutto per quanto riguarda le visite guidate, anche perché sono tan- te le personalità di rilievo che hanno trovato la loro ultima dimora nel cimitero di Cosala, luoghi di sepoltura che si distinguono per le loro qualità architettoniche - ha rilevato la nostra interlocutrice. Ricordiamone alcuni: Adamich, Ciotta, Gorup, Kobler, Kresnik, Mohorovich, Ossoinack, Ramous, Scarpa, Venucci, Whitehead, Ploech e tanti altri. Nell’attesa di un appuntamento “a porte aperte” con il cimitero di Cosala, Daina Glavočić ci anticipa che un simile progetto avrà luogo dal 12 al 14 maggio a Zagabria, organizzato dal cimitero comunale Mirogoj e dal Museo civico di Zagabria, un convegno a cui sono attesi anche ospiti dall’estero, tra cui Mauro Felicori, presidente dell’ASCE, che esporranno le loro esperienze riguardo al managment nei cimiteri comunali che rappresentano. Ricordiamo, infine, che l’Associazione dei Cimiteri Storico-Monumentali in Europa, ha già un centinaio di istituzioni affiliate di tutta Europa, tra cui ne citiamo solo alcune, i Comuni di Barcellona, Bergen, Bologna, Copenhagen, Genova, Lubiana, Stoccolma, Strasburgo, Milano, il Consiglio Nazionale dei Beni Culturali dell’Estonia, il Dipartimento per la Protezione dei Beni Culturali della Lituania, l’Università di Scienze Applicate di Colonia, l’Abney Cemetery Trust ed altri enti di Londra, Madrid, Oslo, Sheffield, Tallin, dalla Croazia i cimiteri comunali di Zagabria (Mirogoj) e Varaždin. Anno 1 / n. 3 7 maggio 2005 “LA VOCE DEL POPOLO” - Caporedattore responsabile: Errol Superina IN PIÙ, supplementi a cura di Errol Superina, progetto editoriale di Silvio Forza edizione: STORIA E RICERCA Redattore grafico: Vanja Dubravčić Redattore esecutivo: Ilaria Rocchi / Art director: Daria Vlahov Horvat Collaboratori: Renata Akkad, Luciano Giuricin, Kristjan Knez, Roberto Palisca, Giacomo Scotti, Ardea Stanišić, Lucio Vidotto Foto: Lucio Vidotto, Goran Žiković