IN QUESTO NUMERO
Quali furono le sorti degli Italiani di Fiume
dopo la liberazione? A sessant’anni dell’evento,
in un saggio di Luciano Giuricin si propone un
quadro del destino della comunità rimasta a difendere l’italianità. E di faccende italiane continua a occuparsi in questo numero Kristjan
Knez, rievocando l’ingresso dell’Italia nella
Grande Guerra. Sugli scorci della fine del primo conflitto mondiale, D’Annunzio compiva la
memorabile “beffa di Buccari”. L’ha rispolverata Giacomo Scotti, smontando il vivace racconto che il Poeta ha lasciato dell’operazione.
Roberto Palisca fa parlare invece i protagonisti
della storia contemporanea, chi come, Elio Sfiligoj che oggi risiede a Isola, ha vissuto in prima persona il dramma di Cefalonia. Seguendo
invece il filone, molto attuale nel campo storico-architettonico, della valorizzazione delle
strutture industriali, Lucio Vidotto è entrato in
quello che fu il palazzo dello Zuccherificio fiumano, di cui si stanno recuperando oggi i resti,
mentre Ardea Stanišić ha riaperto quel monumentale “libro di storia” fiumana che è il Cimitero di Cosala.
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• n. 3
• Sabato, 7 maggio 2005
IL PUNTO Un intreccio di forza e diplomazia cambiò il volto di Fiume
Cronistoria di una metamorfosi
S
essant’anni fa, l’epilogo della Seconda guerra mondiale vide ancora
una volta il destino della città determinato da una combinazione di forza e diplomazia. Il 3 maggio, le truppe
partigiane entrarono in città. Scattarono
quasi immediatamente dei provvedimenti che comportarono il cambiamento
– drammatico e per tanti aspetti brutale
– dell’assetto politico, sociale ed economico. Con quali conseguenze per la popolazione italiana rimasta, divenuta minoranza? In un saggio di Luciano Giuricin, pubblicato nella monografia Italiani
a Fiume, stampata in occasione del cinquantesimo anniversario della Comunità
degli Italiani di Fiume (tipografia Zambelli, Fiume 1996), la rievocazione delle
tappe principali di questa metamorfosi.
Con la Liberazione, la città di Fiume
è venuta a trovarsi in una posizione del
tutto particolare rispetto alle altre località della Regione Giulia. La sua inclusione nel nuovo stato jugoslavo era già
scontata, ribadita sia dalle dichiarazioni ufficiali dei massimi esponenti della RFPJ, sia dall’atteggiamento degli
Alleati, ma soprattutto insita nella coscienza dei suoi abitanti, anche di quel-
li contrari a questa soluzione i quali già
allora non vedevano altra alternativa se
non quella dell’esodo. Dal censimento
non ufficiale del 1945 risulta che Fiume contava 41.430 abitanti. Ciò significa che parecchi (specie i fascisti più
compromessi) se n’erano già andati se
nel 1940 il loro numero si aggirava sui
60.000. Di questi, ben oltre la metà erano italiani. Un tanto può essere avvalorato dal fatto che già negli ultimi anni
dell’impero austro - ungarico (1910) gli
abitanti di nazionalità, o lingua italiana, ammontavano a quasi 25.000 unità. L’istruzione scolastica, a causa anche della politica di snazionalizzazione
del fascismo, accentuava la presenza
dell’elemento italiano se consideriamo che nell’anno scolastico 1945/1946
erano iscritti nelle otto scuole elementari e nelle dieci medie italiane complessivamente 5.723 alunni, senza contare i
bambini che frequentavano i nove asili
d’infanzia. Come conseguenza di tutto
ciò era logico che la vita pubblica in città durante i primi anni si svolgesse prevalentemente in lingua italiana. Allora
tutti i principali organismi del potere
popolare, del Fronte (UAIS), dei Sin-
dacati unici e dello stesso Partito erano
composti e diretti in gran parte da elementi di nazionalità italiana, che avevano dato il loro validissimo contributo
alla causa jugoslava fin dai tempi della
LPL. Anche l’attività culturale in genere palesava detta tendenza.
Questa peculiarità fiumana era
compresa pure nell’autonomia municipale che si intendeva dare alla città,
contemplata già durante la lotta, di cui
si fece portavoce nel 1945 e in seguito,
il presidente del governo croato Vladimir Bakarić, tramite la quale si voleva
assicurare agli Italiani di Fiume la più
completa garanzia dei loro diritti etnici e culturali. Essa si manifestò in certo qual modo anche attraverso le prime elezioni amministrative, che a Fiume non si svolsero nel novembre 1945
come in tutto il resto della regione, bensì il 6 marzo 1946, quando il 94,9 per
cento dei 34.625 elettori votarono per le
liste dell’UAIS eleggendo 57 italiani, su
un totale di 90 consiglieri, nei comitati popolari rionali e in quello cittadino,
di cui presidente fino al 1952 fu un italiano. (...)
Segue a pagina 2
2 storia e ricerca
IL PUNTO
Dalla prima pagina
L’esodo, che a Fiume iniziò
in forma massiccia molto tempo
prima proprio per l’esito ormai
scontato della sua appartenenza statale, creò enormi difficoltà alla città a causa della grave
penuria di quadri qualificati. (...)
La maggior parte dei profughi
partirono non solo perché spinti dalla propaganda italiana, attiva anche a Fiume con gruppi
organizzati di autonomisti, democristiani, ecc. con il, clero in
testa, bensì anche a causa delle
massicce e radicali azioni condotte dal potere popolare contro di cosiddetti nemici di classe e di non pochi errori anche
madornali commessi allora che
colpirono larghi strati della popolazione italiana. Fino al gennaio 1946 avevano già lasciato
la provincia 20.000 persone, in
gran parte fiumani. Si trattava
principalmente di intellettuali, impiegati, funzionari statali,
esercenti, piccoli proprietari, ma
anche di molti operai. L’esodo
continuò nel 1947, quando ormai l’annessione era ufficiale.
Con le opzioni del 1948, stabilite dal Trattato di pace, e quelle suppletive del 1951 avranno
modo di lasciare la città anche
i rimanenti esuli, specie dopo la
Risoluzione del Cominform che
aggraverà ulteriormente la situazione, anche per il fatto che
la stragrande maggioranza dei
monfalconesi e degli intellettuali giunti dall’Italia prenderanno
la via del ritorno, senza contare
la grande defezione di numerosi militanti e attivisti fiumani di
nazionalità italiana che avevano coperto fino allora anche posti di responsabilità negli apparti dirigenti cittadini, rionali e di
fabbrica. Secondo dati jugoslavi
dalle prime opzioni regolari del
1948 fino al 1950 partirono da
Fiume 15.355 persone. Le statistiche italiane da parte loro affermano che avrebbero lasciato
la città come profughi complessivamente 31.840 fiumani.
La perdita di oltre il 75 per
cento della popolazione, anche
se prontamente rimpiazzata da
altra gente proveniente da tutta la Jugoslavia, creò non pochi
danni e scompensi alla vita economica, sociale e culturale della città, ma soprattutto al gruppo
nazionale italiano che venne notevolmente ridimensionato. (...)
Il declino del gruppo nazionale
incomincia all’inizio degli anni
Cinquanta, quando si manifestarono varie tendenze negative
in seno alla nostra società, che
portarono all’eliminazione anche forzata del bilinguismo visivo e parlato nella vita cittadina,
all’isolamento della cultura italiana nell’ambito del Circolo e
delle scuole, le quali registrano
da allora un calo preoccupante.
Basti dire che dei 1560 alunni
del 1951/52 si passa addirittura
a soli 247 negli anni successivi
con la sparizione completa degli asili. Tutto ciò si riflettè negativamente sul censimento del
1961 che registrò la presenza a
Fiume di appena 3269 italiani.
Non fu questo, comunque, il
momento più allarmante. Dopo
una ripresa, determinata sia da
alcuni spiragli di democratizzazione della società jugoslava, sia
dai nuovi rapporti instaurati con
l’Italia, seguì un ulteriore involuzione e al censimento del 1981
furono soltanto 1940 i fiumani a
dichiararsi di nazionalità italiana.
In soli vent’anni, la popolazione
italiana si era praticamente dimmezzata. E risalire la china non
fu facile...
Sabato, 7 maggio 2005
STORIA POLITICA
Con l’entusiasmo delle classi colte e dei ceti medi,
24 maggio 1915: l’Italia entra
nell’«inutile carneficina»
della Grande Guerra
di Kristjan Knez
«F
ra gli evviva, gli abbracci, lo sventolio
delle bandiere, l’agitar
dei cappelli, Gabriele d’Annunzio
scende a stento la gradinata. Onde
di folla lo spingono verso il palco reale, dove bisogna sollevarlo
a braccio perché ogni altro varco
per porlo in salvo è chiuso. Subito sull’alto del monumento viene
portata una grande targa rossa tra
due palme, e sulla targa è scritto
a grandi lettere bianche: Trieste”.
(1) L’inaugurazione del monumento dedicato ai Mille di Garibaldi
a Quarto, e l’orazione del Vate, la
celeberrima “Sagra dei Mille”, che
suscitò ampi consensi interventisti,
rappresentarono una sorta di preludio all’ingresso del regno italiano
nel conflitto mondiale. Davanti ad
una folla di oltre 20 000 persone il
poeta non parlava del passato, ma
della più grande Italia che stava per
generarsi, delle glorie e dei sacrifici venturi. Il suo intervento era un
esplicito richiamo alle armi.
Dopo dieci mesi di neutralità l’Italia di Vittorio Emanuele III
decise di interrompere la neutralità.
Forte del patto segreto di Londra,
firmato il 26 aprile 1915, che impegnava il paese ad intervenire militarmente entro un mese dalla firma dell’accordo, il regno sabaudo
dichiarò guerra all’Austria-Ungheria. “Una parola formidabile tuona
da un capo all’altro d’Italia e si avventa alla frontiera orientale, dove
i cannoni la riporteranno agli echi
delle terre che aspettano la liberazione: guerra! È l’ultima guerra di
liberazione (...)” (2) scrive il ‘Cor-
riere della Sera’, giornale, ricordiamolo, che aveva sostenuto con
veemenza gli interventisti. Il regno
sabaudo entrò nel primo conflitto
mondiale con l’entusiasmo delle
sue classi colte, come pure dei suoi
ceti medi, memori della stagione risorgimentale.(3) Proprio per questa
ragione lo scontro che si stava preparando fu considerato alla pari di
una guerra risorgimentale, e qualcuno non avrebbe tardato a definirlo “quarta guerra d’indipendenza”
ossia l’ultima guerra che avrebbe
portato l’Italia “sui termini sacri
che la natura pose ai confini della
Patria”, come scrisse il sovrano sabaudo (vedi testo a fianco). L’esercito, ai comandi del generale Luigi
Cadorna, avrebbe varcato il confine stabilito a seguito della guerra
del 1866 per redimere gli italiani delle province meridionali austriache, i cui esponenti irredentisti
– una minoranza rispetto alla totalità della popolazione italiana – per
decenni avevano condotto la loro
lotta contro il governo di Vienna,
fiduciosi di congiungersi all’Italia.
Quando nel maggio 1915 il Ministero degli Affari Esteri inoltrò ai
regi rappresentanti fuori dalla nazione un telegramma circolare contenente le ragioni del conflitto, una
di queste concerneva proprio gli
italiani delle “terre irredente” situate oltre la frontiera. “Patti formali a
tutela della nostra lingua, della tradizione e della civiltà italiana nelle
regioni abitate dai nostri connazionali, sudditi della Monarchia, non
esistevano nel Trattato. Ma quando
all’Alleanza si fosse voluto dare un
Ai miei popoli!
Il Re d’Italia mi ha dichiarato la guerra. Una fellonia, di cui la storia non conosce l’eguale, venne perpetrata dal Regno d’Italia verso i suoi
due alleati.
Dopo una allenza di più di trenta anni, durante la quale essa potè aumentare il proprio possesso territoriale e assorgere a insperata prosperità, l’Italia Ci abbandonò nell’ora del pericolo e passò a bandiere spiegate
al campo dei Nostri nemici.
Noi non minacciammo l’Italia, non diminuimmo il di Lei prestigio,
non toccammo il Suo onore ed i suoi interessi. Noi adempimmo sempre fedelmente ai Nostri doveri quali alleati e le fummo di scudo, quando essa
entrò in campo.
Facemmo di più: Quando l’Italia rivolse i suoi cupidi sguardi oltre i
Nostri confini, eravamo decisi, nell’intento di conservare l’alleanza e la
pace, a gravi e dolorosi sacrifici, sacrifici questi i quali particolarmente
affliggevano il Nostro cuore paterno.
Ma la cupidigia dell’Italia, la quale credeva di dover sfruttare il momento, era insaziabile.
E così la sorte deve compirsi.
Contro il possente nemico al Nord, la Mia armata fece vittoriosa difesa in una gigantesca lotta di dieci mesi, stretta in fedele fratellanza d’armi
con gli eserciti del Mio augusto alleato.
Il nuovo perfido nemico al Sud non è per essa un nuovo avversario.
Le grandi memorie di Novara, Mortara, Custozza e Lissa, che formano l’orgoglio della Mia gioventù, e lo spirito di Radetzky, dell’Arciduca Alberto e di Tegetthoff, il quale continua a vivere nella mia Armata di
terra e di mare. Mi danno sicuro affidamento che difenderemo vittoriosamente anche i confini meridionali della Monarchia.
Io saluto le Mie truppe, ferme nella lotta, abituate alla vittoria; confido in loro e nei loro duci. Confido nei Miei popoli, al cui spirito di sacrificio senza pari vanno i Miei più sentiti paterni ringraziamenti.
All’Altissimo rivolgo la preghiera che Egli benedica le Nostre bandiere e prenda la Nostra giusta causa sotto la Sua clemente custodia.
Vienna, 23 maggio 1915
Francesco Giuseppe
(da: “L’Osservatore Triestino”, a. CXXXI, n. 118, Trieste,
24 maggio 1915, p. 1)
contenuto di pace e di armonia sincera, appariva incontestabile l’obbligo morale dell’alleato di tener
in debito conto, anzi di rispettare
con ogni scrupolo, il nostro vitale
interesse costituito dall’equilibrio
etnico nell’Adriatico. Invece la costante politica del Governo austroungarico mirò per lunghi anni alla
distruzione della nazionalità e della civiltà italiana lungo le coste dell’Adriatico”.(4)
Per Gaetano Salvemini, solo un
conflitto avrebbe posto fine al dissidio fra l’Italia e la duplice monarchia e, al contempo, avrebbe gio-
vato a creare un equilibrio nell’area
adriatica. Il primo fascicolo della
serie “Problemi italiani”, uscito il
2 gennaio 1915, porta proprio la
firma dell’intellettuale pugliese.
L’opuscolo, dal titolo “Guerra o
neutralità?”, si propone di illustrare
al pubblico italiano la posizione del
proprio paese di fronte alla conflagrazione europea. Salvemini rammenta che l’Italia doveva sostenere
un conflitto che avrebbe portato ai
seguenti risultati: “1. sostituire nell’Adriatico all’Austria uno stato assai meno potente, la Serbia; 2. assicurarci, tanto verso l’Austria che
verso la Serbia, una buona frontiera terrestre; 3. disarmare l’Adriatico; 4. risolvere uno stato di disagio
sentimentale, che da mezzo secolo
ci turba e ci umilia”.(5) Il conflitto
avrebbe dovuto liberare l’Italia da
una situazione asfissiante ed insopportabile. Lo stesso veniva inteso
come una “guerra di redenzione”
non solo in riferimento ai territori austriaci contesi bensì in senso
lato, e riguardava l’intera nazione. “La nostra patria si arma veramente per un combattimento nel
quale non solo per questa o quella provincia, ma l’intera coscienza
nazionale troverà la sua redenzione”,(6) scrive G. A. Borgese.
Le operazioni militari del regio
esercito italiano ne risentirono essenzialmente a causa di due fattori.
In primo luogo bisogna rammentare l’insufficiente preparazione delle sue forze in campo e, soprattutto,
le sfavorevoli caratteristiche strategiche della frontiera, che rendeva
ardua qualsiasi azione offensiva
contro le posizioni austro-ungariche. L’orografia del territorio giovò
non poco all’esercito di Francesco
Giuseppe, abbarbicato su posizioni
favorevoli che permettevano un’ottima difesa nonché il controllo del
fronte. Lo storico militare Basil H.
Liddel Hart, nel suo fondamentale
studio sulla Grande Guerra, sottolinea la vulnerabilità del fronte italiano. Il Veneto si incuneava nel
territorio asburgico, fra il Trentino
a settentrione e il mare Adriatico a
meridione, perciò –annota lo studioso surricordato- ad ogni avanzata verso oriente l’esercito sabaudo si sarebbe trovato minacciato da
un potenziale attacco, ossia da una
discesa austriaca dal Trentino verso le retrovie italiane.(7) Il generale
Luigi Cadorna schierò 35 divisioni per complessivi 400 000 soldati
circa, gli austro-ungarici, già impegnati ad oriente contro i russi e nel
sud-est europeo contro i serbi, avevano contrapposto 14 divisioni, più
una tedesca, per un totale di 100
000 uomini.(8) Nonostante gli italiani avessero attaccato immediatamente dopo lo scadere dell’ultimatum, con divisioni austro-ungariche ancora in viaggio dalla Galizia, i risultati furono mediocri. Le
difese nemiche non permettevano
di sfondare. I fanti italiani, provenienti dalla pianura, si ritrovarono
di fronte a “baluardi” invalicabili,
nella maggior parte dei casi, costituiti da colline ben presidiate.
Come è noto, ogni minima azione
bellica si concludeva in un bagno
di sangue per gli attaccanti, spesso
per conquistare qualche decina di
metri di terreno.
Le armate italiane concentrarono le loro forze alla frontiera
orientale, poiché i piani militari
prevedevano lo sfondamento del
fronte e l’avanzata in direzione di
Lubiana. C’era, però, anche un’altra ragione e cioè: “(...) l’offensiva
vittoriosa nel Trentino portava la
guerra in piena tedescheria, cioè
avrebbe galvanizzato la resistenza germanica e determinato ‘subito’ lo scontro tra Italiani e Tedeschi
di Guglielmo; l’offensiva vittoriosa sulla fronte giulia avrebbe invece portato la guerra nei paesi slavi
storia e ricerca 3
Sabato, 7 maggio 2005
memori della stagione risorgimentale
INIZIATIVE Nel palazzo dell’ex Raffineria zuccheri
Recupero dell’identità di Fiume
di Lucio Vidotto
Soldati di terra e di mare!
L’ora solenne delle rivendicazioni nazionali è suonata.
Seguendo l’esempio del mio
Grande Avo, assumo oggi il comando supremo delle forze di
terra e di mare con sicura fede
nella vittoria, che il vostro valore, la vostra abnegazione, la
vostra disciplina sapranno conseguire.
Il nemico che vi accingete a
combattere è agguerrito e degno di voi. Favorito dal terreno e dai sapienti apprestamenti
dell’arte, egli vi opporrà tenace resistenza, ma il vostro indomito slancio saprà di certo
superarlo.
Soldati!
A Voi la gloria di piantare il
tricolore d’Italia sui termini sacri che la natura pose ai confini
della Patria nostra.
A Voi la gloria di compiere, finalmente, l’opera con tanto eroismo iniziata dai nostri
padri.
Gran Quartiere Generale,
24 maggio 1915
Vittorio Emanuele
(da: “Corriere della Sera”, a.
XL, n. 145, Milano, 27 maggio
1915, p. 1)
e, appoggiata da una politica delle
nazionalità avrebbe permesso di disgregare l’esercito austriaco. Ma il
governo era contrario alla politica
delle nazionalità e non voleva urtare la Germania, alla quale non aveva dichiarato la guerra: così la scelta
di Cadorna – scelta relativa, come si
vede, per l’equivoca posizione verso la Germania – mentre poteva essere politicamente ottima, divenne
pessima; le truppe slave videro nella guerra una guerra nazionale di difesa della loro terra da un invasore
straniero e l’esercito austriaco si rinsaldò” scrive Antonio Gramsci nei
suoi “Quaderni del carcere”.(9)
Questo fronte fu caratterizzato pure dalla contrapposizione nazionale. Le due nazioni avversarie, per oltre tre decenni legate da
un’alleanza, avevano avuto modo
di scontrarsi in più occasioni nel
corso del XIX secolo, nell’ambito delle guerre condotte dal regno
di Sardegna, poi dal regno d’Italia,
per l’unificazione della penisola. Se
nel 1815 l’Austria era stata quella
potenza egemone sulla stessa, nel
1915 “ne era confinata ai margini settentrionali e nord-orientali, in
due territori multietnici”, evidenzia
lo storico militare Antonio Sema.(10)
Per l’imperatore Francesco Giuseppe l’azione italiana fu un tradimento
meschino, e come un capofamiglia
si strinse idealmente attorno alle
genti che formavano la compagine austro-ungarica. “L’Osservatore Triestino” di lunedì 24 maggio
1915, ad esempio, pubblicò in prima pagina un comunicato quadri-
lingue “An meine völker!/ Ai miei
popoli!/ Mojim Narodom!/ Mojim
narodima!” nel quale auspica di
battere il nemico grazie ai suoi valorosi soldati nonché grazie a Dio
(vedi testo a fianco). Il conflitto che
avrebbe impegnato le forze militari autro-ungariche contro quelle italiane era il più popolare fra le genti dell’eterogeneo impero, le quali,
una volta indossata la divisa, non
nascosero il desiderio di combattere sul fronte apertosi ai confini
occidentali. Le autorità asburgiche
non tardarono a far leva sui sentimenti antiitaliani degli slavi meridionali, in particolar modo sloveni
e croati, per incitarli alla lotta. Per i
primi non si trattava solo di servire
l’esercito della monarchia danubiana, le loro armi avrebbero protetto
il loro suolo natio dall’aggressore
bramoso di conquista. Gli sloveni
inquadrati nelle divisioni dislocate sul fronte dell’Isonzo, scrive lo
storico Jože Pirjevec, combatterono
la loro guerra senza propensione né
per l’Austria-Ungheria né per l’Italia, con particolare virulenza perché
consci di lottare in difesa della loro
patria.(11)
I cruenti combattimenti sul fronte austro-italiano si protrassero sino
al novembre 1918, provocando la
morte di centinaia di migliaia di soldati da ambo le parti. Il fronte dell’Isonzo fu un immane massacro,
un’inutile carneficina. Sino all’ottobre 1917 l’Italia aveva sferrato
undici offensive contro gli austroungarici, nelle quali perdette oltre
200.000 uomini, per conquistare la
metà dei quaranta chilometri che dividevano la frontiera da Trieste!
Note
(1) L’apoteosi dei Mille allo storico
scoglio di Quarto. Il discorso e il
telegramma del Re, in “Corriere
della Sera”, 6 maggio 1915, p. 1.
(2) Guerra!, in “Corriere della Sera”,
24 maggio 1915, p. 1
(3) Cfr. I. Bonomi, La politica italiana da Porta Pia a Vittorio Veneto (1870-1918), Torino 1944, p.
359 e segg.
(4) La nota dell’Italia alle Potenze,
in “Corriere della Sera”, 24 maggio 1915, p. 2.
(5) G. Salvemini, Guerra o neutralità?, “Problemi italiani”, n. I, Milano 1915, p. 22.
(6) G. A. Borgese, Guerra di redenzione, “Problemi italiani”, n.
XVIII, Milano 1915, p. 36.
(7) B. H. Liddel Hart, La prima guerra mondiale (trad. it.), Milano
1968, p. 186.
(8) C. Seton-Watson, Storia d’Italia dal 1870 al 1925, Bari 1967,
p. 520.
(9) A. Gramsci, Quaderni del carcere, a cura di V. Gerratana, vol. I,
Torino 1975, p. 261.
(10) A. Sema, La Grande Guerra sul
fronte dell’Isonzo, vol. I, Gorizia
1995, p. 19.
(11) J. Pirjevec, Serbi, croati, sloveni. Storia di tre nazioni, Bologna
1995, p. 144.
È stato sempre riservato a pochi eletti, fin da
quando è stato costruito nella seconda metà del
XVIII secolo, l’accesso agli sfarzosi vani del palazzo barocco al n. 28 dell’odierna via Krešimir.
Ora sta rischiando, in senso buono, di diventare
una meta turistica e un punto di riferimento per
chi è alla ricerca di frammenti dell’identità di Fiume. Se il complesso metallurgico “Rikard Benčić”
non avesse fatto la fine che ha fatto, nei primi anni
dell’indipendenza della Croazia, forse nemmeno
oggi saremmo consapevoli della bellezza e del valore architettonico, artistico e storico di un edificio
che dall’esterno si presenta in un modo sobrio e
discreto. La chiusura dello stabilimento dopo una
lunga agonia e l’inevitabile perdita di centinaia di
posti di lavoro ha avuto come conseguenza l’assegnazione, durante il procedimento fallimentare,
dell’intera area alla municipalità come maggiore creditore. Fu allora, undici anni fa, che per la
prima volta ci venne data la possibilità di entrare
nella sede della direzione dell’ex industria. Tavoli da disegno e progetti sgualciti, documenti negli
armadi, lampade da tavolo e altre testimonianze
dei precedenti cinquant’anni, ci hanno accolto
durante la nostra prima visita. Né gli strati di polvere né gli arredamenti interni concepiti in epoche
più recenti, hanno potuto nascondere lo splendore
di un tempo, miracolosamente conservato per rac-
contare capitoli inediti dello sviluppo della città.
Era il 1750 quando nacque il progetto dell’edificio, concepito per accogliere degnamente la direzione dello Zuccherificio, i cui prodotti hanno
addolcito il tè e il caffè nelle corti dell’Europa che
contava. Gli impresari olandesi non ebbero difficoltà a finanziare la costruzione di un palazzo
rappresentativo in cui ogni più piccolo particolare doveva mettere in soggezione i visitatori. Le
tracce di questa opulenza sono rimaste ben visibili
nonostante tutto e tutti. L’inaugurazione avvenne
nel 1755 e trentun’anni più tardi buona parte dell’edificio fu devastata da un disastroso incendio.
La necessità di ristrutturare il palazzo ha consentito agli impresari di rivedere gli interni, ammodernandoli con gli elementi, sempre più ricchi e
monumentali, della prima fase del classicismo. Le
scale all’interno, infatti, uno tra gli elementi più
appariscenti, sarebbero state costruite dopo l’incendio. Anche gli affreschi, attribuiti in parte al
pittore fiumano Giovanni Fumi e a uno o più autori anonimi, furono rifatti in seguito. A cercare e
trovare conferma in questo senso è stato negli ultimi due anni Vladimir Marković, storico dell’arte e membro dell’Accademia croata delle scienze
e delle arti, uno tra i maggiori esperti per il barocco. Pur mantenendo lo stile barocco l’autore
ignoto ha voluto riprendere i personaggi in abiti
che caratterizzavano i primi anni del classicismo.
La moda femminile è stata quella che ha “tradito”
e svelato l’epoca così come particolari elementi
architettonici hanno chiarito perché alcune parti
dell’edificio sono rimaste intatte dopo l’incendio e
altre no. Già allora c’era la consapevolezza della
necessità di ridurre i rischi d’incendio per cui ai
primi due piani i pavimenti sono in terrazzo.
Oltre ai dipinti e alle decorazioni, ai lampadari di cristallo temporaneamente rimossi per essere
ripuliti e restaurati ci sono nella sala principale,
al primo piano, anche due stufe in grado di funzionare. Solitamente, come ricorda il professor
Marković, l’ammodernamento e le ristrutturazioni hanno determinato l’eliminazione degli elementi obsoleti e che non avevano più una funzione. Le stufe sono sopravvissute anche agli ultimi
decenni in cui nel palazzo sono stati sistemati i termosifoni per il riscaldamento centralizzato, oggi
a loro volta rimossi. Proprietari diversi, regimi e
nuovi utilizzi non sono riusciti a cancellare un patrimonio che non si immaginava di avere, uscito
indenne dopo periodi in cui vi sono state gestite
la raffinazione dello zucchero, la lavorazione del
tabacco fino alla produzione di armi per mettere
l’esercito della nuova Croazia indipendente nelle
condizioni di opporsi all’ex Armata jugoslava.
Fiume sta scoprendo e soprattutto rivalutando ciò che il suo glorioso passato industriale ha
lasciato diero di sé. Il degrado postindustriale, visibile nell’ex complesso “Rikard Benčić”, nell’ex
Cartiera o nell’ex “Torpedo” acquisisce nuovo valore e, sul modello di tante altre città del mondo,
si trasforma e acquisisce una nuova dimensione.
Quello che è stato trovato nel palazzo barocco di
via Krešimir va oltre l’interesse dell’archeologia
industriale e come tale sarà valorizzata. Non si conosce ancora il modo in cui l’edificio verrà utilizzato. L’unica cosa certa, una volta restaurati gli
interni e la facciata esterna, è che sarà aperto al
pubblico.
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storia e ricerca
Sabato, 7 maggio 2005
INTERVISTA
Sabato, 7 maggio 2005
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Con memoria incredibilmente lucida, all'età di 85 anni, l'autore di «Qui Marina Argostoli» ricorda quei tragici eventi della II Guerra mondiale
Elio Sfiligoi: un italiano in Slovenia, sopravvissuto a Cefalonia
Servizio di Roberto Palisca Foto di Graziella Tatalović
S
ulla strage di Cefalonia, l'isola greca dove
all'indomani dell'8 settembre del 1943 da
parte dei tedeschi avvenne lo sterminio
della divisione italiana Acqui, sono stati scritti libri su libri. Come ha fatto ispirandosi alla
tragica vicenda delle foibe, con “Il cuore nel
pozzo”, la Radiotelevisione italiana ha dedicato anche ai drammatici eventi di Cefalonia una
fiction story. Una miniserie in due puntate, che
è stata presentata al pubblico del piccolo schermo l'11 e il 12 aprile scorsi, e che rientra nel filone storico di Raifiction finalizzato a far conoscere alla vasta platea televisiva vicende di storia contemporanea. Una produzione che, come
già accaduto per quella sulle foibe, suscita polemiche: qualcuno la loda e la apprezza, altri
la criticano aspramente, definiendola penosa
farsa, mistificazione della realtà, ennesima pagliacciata che lede la storia e la memoria delle
vittime. Inevitabilmente l'industria della televisione e del cinema punta sulle drammatiche
vicende della guerra con occhio molto più attento ai profitti di cassetta che al ligio rispetto degli eventi storici. Episodi bellici, grandi
e piccoli, molto o meno rilevanti, vengono
ricostruiti da registi e sceneggiatori badando
più agli intrecci di storie di amore e di eroismo, magari inventate, che a fonti documentaristiche e a dati d'archivio che in casi simili
si dovrebbero rigorosamente rispettare. Lo si
fa, ma solo fino ad un certo punto. Più importante è che i protagonisti siano tutti bellissimi,
che le sequenze siano quanto più commoventi,
che i colpi di scena siano molti e estremamente d'effetto. Che il tutto diventi un insieme insomma che sia in grado di attirare davanti al
teleschermo quante più categorie di spettatori. A costo di tramutare il prodotto finale in un
menticano. Non si possono dimenticare. Si rivivono ogniqualvolta se ne ritorna a parlare. E
anche se farlo non è facile, anche se ritornare
a rivangare con la memoria nel passato è doloroso, i ricordi riaffiorano ad ogni occasione
e soprattutto in quelle come questa, quando a
parlare di cose che si sono vissute in prima persona, sono dei filmati.
La miniserie di Raifiction l'ha seguita in tivvù e per affidabilità e sceneggiatura non è che
la fiction lo abbia lasciato entusiasta. Da superstite di quei tragici eventi, come altri italiani
sopravvissuti alla strage nazista dell'8 settembre del 1943, ritiene che sceneggiatori e registi
avrebbero potuto evitare di commettere grossolani errori storici, tecnici e anche ambientali
se solo avessero consultato i sopravvissuti della strage. Su Cefalonia Elio Sfiligoi ha scritto
anche un libro. È autore infatti di "Qui Marina
Argostoli", pubblicato dall'editrice "Laguna" a
Gorizia nel 1993.
Incontriamo il nostro dinamico interlocutore in casa sua, a Isola. Per una “breve chiacchierata”. Il nostro è stato un incontro durato
un po' più di tre ore. Poco. Perchè neanche
l'intero pomeriggio sarebbe bastato a darci il
tempo di fare un sunto almeno un po' più approfondito dei fatti che hanno segnato la vita di Elio
Sfiligoi.
“Sono nato il
17 dicembre, la
qual cosa nella
vita mi è sempre costata ” esordisce con
fare scherzoso, spiegando:
“Sono il terzogenito di una famiglia in cui
di figli ce n'erano sei: quattro fratelli e due sorelle. Avevo quattro anni quando i miei dovettero scappare da Cormons a Lucinico a causa
dei fascisti. Mio papà che era artigiano, fabbro
maniscalco, era fermo oppositore del regime
di Mussolini, e a quei tempi aveva per così
dire un piede in prigione e l’altro in ospedale. L'intera famiglia subì ripercussioni
per questo. Quando avevo tre anni i fascisti picchiarono a sangue mia madre
dinanzi ai miei occhi. Per questo già
da bambino li provocavo cantando
“Bandiera rossa”. Papà aveva fatto la rivoluzione d’ottobre, era
stato il primo sindaco comunista di Cormons eletto dopo la I Guerra mondiale, per cui era anima e
corpo di sinistra. Dovette
abbandonare il suo lavoro e andare a lavorare in
cantiere a Monfalcone,
come operaio. Dopo tre
mesi i fascisti lo cacciarono anche da là: gli dis-
Un cacciabombardiere Stuka
vuota il suo micidiale carico sulle
batterie italiane
di stanzia a Faraò, ad Argostoli
mieloso impasto di amori e baci, abbracci a
profusioni, pianti e lacrime. Poco contano gli
esperti di cose militari. Poco contano le vere
testimonianze. Anche nei casi in cui esistono
ancora i sopravvissuti. Anche se di testimoni ancora in vita, anche se ormai rari, ce ne
sono. Uno di loro è Elio Sfiligoi: pluridecorato al valor militare e civile dalle autorità
greche, slovene e italiane, 85 anni compiuti
a dicembre, nato a Cormons, superstite di
Marina Argostoli, di una memoria formidabile, incredibilmente lucida, oggi
vive ad Isola. Pur avendo avuto
un'infanzia difficile in una famiglia perseguitata dal fascismo ed esser sopravvisuto in
gioventù alla grande tragedia di Cefalonia, costellata
da momenti in cui corse più
volte il rischio di fare una
bruttissima fine, oggi nonostante tutto, appare come un
uomo sereno e felice. Nonostante l'età è una persona
estremamente vivace, loquace e vitale. Come se dopo la
guerra avesse voluto risarcirsi da tutto il credito delle sofferenze che ha patito. Anche
se fatti del genere non si di-
“Mi toccò andare a scuola con un anno di anticipo e anche nell'esercito mi richiamarono un
anno prima degli altri miei coetanei. Oltre alla
data di nascita – aggiunge sorridendo – ritengo
sfortunate anche molte parole che terminano
con il suffisso 'ento': tipo reclutamento, arruolamento, giuramento, movimento...”
“Mi arruolarono a Pola il 15 agosto del
1939. La guerra non era ancora scoppiata.
Terminata la scuola tecnica industriale,
ed essendo di professione costruttore
navale, mi affidarono la categoria di
furiere tecnico, in marina. Ero uno
tra i più giovani marinai richiamati
sotto le armi. Prima della mobilitazione ero alle dipendenze dell’ufficio preparazione navale e allestimento sommergibili”.
sero che se non andava via lo avrebbero ucciso.
Nel 1926, grazie a un buon amico, trovò lavoro da magazziniere a Battuglia, nella valle del
Vipacco, in una fabbrica di attrezzi agricoli. Fu
così che io inziai a frequentare la scuola tecnica nel 1931 a Gorizia e la ultimai nel 1937.
Quell'anno stesso, per bando di concorso, fui
assunto presso il reparto del genio navale della
marina al cantiere di Monfalcone dove rimasi a
lavorare fino alla chiamata alle armi”.
“Mi trattennero a Pola per 22 giorni. Poi mi
spedirono in imbarco a Napoli sull’incrociatore “Raimondo Montecuccoli”. Quando ci arrivai la nave non era in porto. Mi dissero che era
a La Spezia. Arrivo a La Spezia, mi dicono che
è alla Maddalena. Tornai allora ad attenderla
a Napoli. Giunto a bordo fui assegnato come
segretario alle dipendenze dirette del direttore di macchina. Anche in marina come negli
altri reparti dell'esercito, a quei tempi vigeva
l’ordine quasi tassativo di recarsi a messa ogni
domenica. Ma io sono ateo di nascita. Temevo
per questo motivo, per il fatto che sull’estratto del mio foglio matricolare stava scritto per
esteso “non è iscritto a nessuna organizzazione del regime” e perchè tra i documenti annessi ce n’erano parecchi in cui si rilevava che ero
figlio di un antifascista condannato dal tribunale speciale, delle ripercussioni. Ma non fu
così. Tutto l’equipaggio sapeva dell'esistenza
di quei documenti ma nessuno me li fece mai
pesare. A bordo poi divenni una delle persone
più stimate dopo che, da marinaio semplice, il
mio tenente colonnello mi incaricò di rivedere e modificare l’impianto di ventilazione della
nave, che non funzionava per un difetto di progettazione. Feci uno schizzo in base al quale
al cantiere di La Spezia furono effettuate delle modifiche e la cosa funzionò. Tempo dopo
mi fecero sbarcare per trasferirmi alla sezione
giustizia e disciplina del Comando superiore
della marina, a La Spezia dove mi affidarono
il compito di riordinare una parte degli archivi. Per farlo impiegai tre mesi. Quel lavoro mi
sarebbe valso dieci giorni di licenza speciale,
se nel frattempo non fosse scoppiata la guerra.
Il 10 giugno del 1940 entrarono in vigore le
leggi speciali e... addio licenza insomma. Nel
frattempo avevo stretto amicizia con un gruppo di commilitoni che la pensavano come me
e con i quali scambiavo volentieri le mie opinioni di sinistra. Fu quella la cosa che mi costò. Uno di loro fece la spia e per le mie idee
In alto Elio Sfiligoi ritratto con
la cartina geografica di Cefalonia. Sopra la copertina del libro
di memorie che ha scritto traendo
recuperare dopo la guerra
Una scena tratta dalla fiction televisiva della RAI
rischiai di finire in carcere militare a Gaeta. Se
quella denuncia non finì trasmessa alla magistratura fu soltanto grazie all'accortezza di un
mio superiore. Fui comunque trasferito dal comando nel cosidetto “camerone della mano
l'aspetto trascurato che avevo. Non mi ero potuto rasare e lavare per giorni, avevo la barba
lunga e in più, questo lo scoprii dopo, la febbre
a quaranta. Ero stato punto da una zanzara e
avevo contratto la malaria. Finii in infermeria.
L’8 settembre del 1943 la Divisione Acqui che presidiava le isole di Cefalonia e
Corfù agli ordini del generale Antonio Gandin, si trovò di fronte all’ alternativa
di arrendersi e cedere le armi ai tedeschi o affrontare la resistenza armata. Tra
il 9 e il 14 settembre si svolsero estenuanti trattative tra Gandin e il tenente
colonnello tedesco Barge che intanto fece affluire sull’isola nuove truppe fino
a raggiungere la superiorità numerica sugli italiani che erano partiti con un
rapporto di forza di 6 a 1. All’alba del 13 settembre alcune batterie italiane
aprirono il fuoco su due grossi pontoni da sbarco carichi di tedeschi. Barge
rispose con un ultimatum che conteneva la promessa del rimpatrio degli italiani
una volta arresi. Gandin che avrebbe voluto a tutti i costi salvare i suoi 11.500
soldati, forse messo alle strette da alcuni ufficiali che chiedevano a tutti i costi di
resistere ai tedeschi, chiese ai suoi uomini di pronunciarsi tramite un referendum,
su tre alternative:alleanza con i tedeschi, cessione delle armi, resistenza. I soldati
scelsero quasi all’unanimità di resistere. Il 15 settembre cominciò la battaglia
che si protrasse fino al 22 settembre, con terribili bombardamenti degli Stukas
che decimarono le truppe italiane. La città di Argostoli fu distrutta: 85 ufficiali
e 1.250 soldati caddero in combattimento. La Acqui dovette arrendersi e la
vendetta nazista fu spietata e senza ragionevole giustificazione. Il comando
superiore tedesco ribadì che,”a Cefalonia, a causa del tradimento della
guarnigione, non devono essere fatti prigionieri di nazionalità italiana. Il generale
Gandin e i suoi ufficiali responsabili devono essere immediatamente passati per
le armi secondo gli ordini del führer”. Il 24 settembre Gandin venne fucilato
alla schiena; 600 soldati italiani con i loro ufficiali furono falciati dal tiro delle
mitragliatrici; 360 ufficiali furono uccisi. Circa 3.000 superstiti, caricati su tre
piroscafi con destinazione i lager tedeschi, scomparvero in mare affondati dalle
mine. Molti dei superstiti si rifugiarono sulle montagne dell’isola, continuando la
resistenza insieme ai partigiani greci fino alla liberazione. Tra costoro c’era anche
Elio Sfiligoi che abbiamo intervistato.
nera”: era un reparto speciale dell'esercito, in
cui finivano i militari che durante il servizio di
leva avevano commesso dei delitti. Tutta gente che aveva anche pesanti precedenti penali.
Un mese più tardi mi sistemarono a Brindisi
dove tre giorni dopo ricevetti l'ordine di imbarcarmi sulla “Piemonte”. Non avevo idea di
dove mi stessero mandando ma intuivo già che
mi sarebbero toccati o il fronte dell’Albania o
quello della Grecia. Capii che non era il primo
dopo che la nave salpò dal porto di Santi Quaranta. Mi fecero sbarcare a Patrasso. Mi presentai al distaccamento del luogo ma là nessuno mi aspettava. Attese le verifiche fui informato che dovevo proseguire il viaggio per
Cefalonia. Ero un bravo studente, convinto di
conoscere bene anche la geografia, ma credetemi, anche se è la più grande isola dell'arcipelago delle Ionie, non ne avevo mai sentito parlare prima. Attendo un nuovo imbarco e, ironia
della sorte, quella che arriva a prendermi è la
regia nave Sesia: era stata costruita al cantiere
di Monfalcone nel 1938 ed ero stato proprio io
a realizzarne i progetti. Chiedo al comandante:
'Com’è quest'isola dove sto andando?' 'Eh ragazzo mio – mi rispose - non so se da lì ritorni
indietro vivo'.
Dopo ore di viaggio vedo all’orizzonte il
Megalos Soros, la vetta più alta dell’Ainos, il
più grande monte di Cefalonia. All’epoca era
un’isola con 45 mila abitanti. Era stata occupata il 30 aprile del 1941. Argostoli era la città principale. Lixouri e Sami gli altri due porti
più importanti. Vedo che un marinaio in banchina mi aspetta: 'Oh – mi fa – finalmente è
arrivato il contabile degli assegni'. Scendo e
nel mentre che sto per spiegargli che non lo
sono, un ufficiale, il capitano di fregata Umberto Zamagna - il suo segretario, maresciallo di terza classe Marcello Perini, era fiumano - mi arriva alle spalle e mi ammonisce per
La medaglia al valor militare assegnata a
Elio Sfiligoi dalle autorità greche
Mi salvò una manciata di chinino. A darmela
fu il tenente di marina a capo dei servizi medico sanitari che era il fratello del segretario
nazionale del partito fascista Ettore Muti. Una
volta dimesso dall'ospedale mi incaricarono
di mettere in piedi dapprima una, poi un'al-
tra officina. Un terzo comandante, il capitano
di fregata e di corvetta Vittorio Barone, sotto
il cui comando rimasi fino alla capitolazione
dell'Italia, mi fece poi suo segretario. Fu anche
uno dei 35 ufficiali sopravvissuti alla strage.
Era di Camogli e parlava il croato, il francese e il tedesco. Lo ricordo anche nel mio libro.
Un libro che volevo scrivere insieme a lui. Ma
quando ci incontrammo a Verona il 23 ottobre del 1966, in occasione di una cerimonia
commemorativa, volle consegnarmi tutti i documenti che aveva e lasciare a me il compito
di farne un volume. Completandolo con moltissimi dati che sono frutto di ricerche che ho
fatto dopo la guerra, parlando con centinaia di
superstiti, ritornando a Cefalonia per otto volte
per raccogliere le testimonianze degli abitanti
dell'isola. L'ho scritto anche grazie a un diario
in cui saltuariamente scrivevo e annotavo i fatti più importanti di quei giorni e che, dopo la
guerra, sono riuscito miracolosamente a recuperare. Lo avevo consegnato a una greca che
era il mio contatto con i partigiani, con i quali
collaboravo, insieme alle altre poche cose che
avevo e che non avrei potuto portarmi dietro.
Da tempo ero convinto che dovevamo opporici ai tedeschi e allearci con le forze della Resistenza. Lei venne a informarmi che le truppe
naziste erano ormai a soli cinque chilometri da
Argostoli e mi consigliò di darmi alla fuga. I
combattimenti veri e propri ad Argostoli iniziarono il giorno 13 e presero a diventare sempre più cruenti ma non lasciavano intuire un
destino così tremendo per le forze militari italiane, per cui non volli seguirla. Le consegnai
comunque la poca roba personale che avevo e
il mio diario. Lo riebbi nel 1948. Impiegai tutti i dati che avevo scritto per farne il mio libro.
Ne è uscito un volume in cui, ne sono convinto, ho scritto, almeno per quel che riguarda i
reparti militari della marina italiana di stanzia
ad Argostoli, tutta la verità".
"Quando arrivarono ad Argostoli i tedeschi mi fecero prigioniero. Riuscii a scappare dal campo di prigionia nel quale mi internarono durante i bombardamenti degli Stuka
inglesi quando i proiettili aerei colpirono un
deposito di munizioni e successe il finimondo.
Un'esplosione dietro l'altra, fusti di benzina
che volavano in aria ovunque, come se fossero fuscelli: in quegli istanti di caos molti di noi
riuscirono a fuggire per associarsi in seguito
alle forze di resistenza dei partigiani greci con
i quali io avevo già ottimi contatti. Ho partecipato in seguito alla guerra civile non armato.
Finì che fummo catturati per venir sistemati
dapprima, il 24 aprile del 1945, in un campo
di concentramento a Patrasso, e poi a Corinto
dove fui picchiato a sangue dai monarcofascisti greci che dopo mi consegnarono agli inglesi dei quali rimasi prigioniero come marinaio
italiano, fino al 22 luglio del 1945. Quando gli
alleati capirono che avevo combattuto contro i
tedeschi mi liberarono e mi spedirono a Taranto. Il 24 luglio in Italia fui reincorporato nuovamente in marina. Mi congedarono il 10 di
ottobre. Un mese dopo, l'11 novembre, riuscii
ad arrivare a Udine. Ritornato a Monfalcone,
che era nell'ex zona A, mi presentai al cantiere nella speranza di venire riassunto ma il cantiere di Monfalcone non esisteva più. Era stato
distrutto dai bombardamenti. Cercando un lavoro nel 1946 quando ormai le nuove linee di
confine erano state stabilite, visto che la mia
famiglia viveva in zona B, che ormai era Jugoslavia, tramite le conoscenze che avevo trovai
un impiego a Maribor. Nel 1949 fui trasferito
dalle autorità jugoslave a Isola”.
6 storia e ricerca
Sabato, 7 maggio 2005
CURIOSITÀ I ricordi di un vecchio lupo di mare, Bepi Forempoher e fonti croate
Beffati da D'Annunzio? «Incalcolabile»
«sterili» i risultati
L’operazione, avvenuta nella
notte dell’11 febbraio 1918,
fu annoverata “tra le imprese
più audaci” del conflitto
Un’immagine storica di Buccari
di Giacomo Scotti
N
ella sua Canzone del
Quarnaro, un tempo celeberrima, Gabriele D’Annunzio ci rimanda sin dalla data
posta sotto il titolo (11 febbraio
1918) alla cosiddetta “Beffa di
Buccari”. Rievocando l’impresa,
il poeta soldato l’affidò alla storia
con un vivace resoconto: “Via un
siluro contro l’albero maestro, via
l’altro al centro sotto la prua della
terza! Ancora un siluro verso il ca-
La Canzone del Quarnaro
Siamo trenta d’una sorte,
e trentuno con la morte.
vien l’odor di Roma al cuore.
Improvviso nasce un fiore
su dal bronzo e dall’acciaro.
Eia, l’ultima! Alalà!
Siamo trenta su tre gusci
su tre tavole di ponte:
secco fegato,cuor duro,
cuoia dure, dura fronte,
mani macchine armi pronte,
e la morte a paro a paro.
Eia, carne del Carnaro!
Alalà!
Con un’ostia tricolore
ognun s’è comunicato.
Come piaga incrudelita
coce il rosso nel costato,
ed il verde disperato
rinforzisce il fiele amaro.
Eia, sale del Quarnaro!
Alalà!
Tutti tornano, o nessuno.
Se non torna uno dei trenta
torna quella del trentuno,
quella che non ci spaventa,
con in pugno la sementa
da gittar nel solco avaro.
Eia, fondo del Quarnaro!
Alalà!
Quella torna, con in pugno
il buon seme della schiatta,
la fedel seminatrice,
dov’è merce la disfatta,
dove un Zanche la baratta
e la dà per un denaro.
Eia, pianto del Quarnaro!
Alalà!
Il profumo dell’Italia
è tra Unie e Promontore.
Da Lussin, da Val d’Augusto
Eia, patria del Quarnaro!
Alalà!
Ecco l’isole di sasso
che l’ulivo fa d’argento.
Ecco l’irte groppe, gli ossi
delle schiene, sottovento.
Dolce è ogni albero stento,
ogni sasso arido è caro.
Eia, patria del Quarnaro!
Alalà!
Il lentisco il lauro il mirto
fanno incenso alla Levrera.
Monta su per i valloni
la fumea di primavera,
copre tutta la costiera,
senza luna e senza faro.
Eia, patria del Quarnaro!
Alalà!
Dentro i covi degli Uscocchi
sta la bora e ci da’ posa.
Abbiam Cherso per mezzana,
abbiam Veglia per isposa,
e la parentela ossosa
tutta a nozze di corsaro.
Eia, mirto del Quarnaro!
Alalà!
Festa grande. Albona rugge
ritta in pie’ su la collina.
Il ruggito della belva
scrolla tutta Farasina.
Contro sfida leonina
ecco ragghio di somaro.
Eia, guardie del Quarnaro!
Alalà!
Fiume fa le luminarie
nuziali. In tutto l’arco
della notte fuochi e stelle.
Sul suo scoglio erto è San Marco.
E da ostro segna il varco
alla prua che vede chiaro.
Eia, sbarre del Quarnaro!
Alalà!
Dove son gli impiccatori
degli eroi? Tra le lenzuola?
Dove sono i portuali
che millantano da Pola?
A covar la gloriola
cinquantenne entro il riparo?
Eia, chiocce del Quarnaro!
Alalà!
Dove sono gli ammiragli
d’arzanà? Su la ciambella?
Santabarbara è sapone,
e capestro ogni cordella
nella ex voto navicella
dedicata a San Nazaro.
Eia, schiuma del Quarnaro!
Alalà!
Da Lussin alla Merlera,
da Calluda ad Abazia,
per il largo e per il lungo
siam signori in signoria.
Padre Dante, e con la scia
facciam “tutto il loco varo”.
Eia, mastro del Quarnaro!
Alalà!
Siamo trenta su tre gusci,
su tre tavole di ponte:
secco fegato, cuor duro,
cuoia dure, dura fronte,
mani macchine armi pronte,
e la morte a paro a paro.
Eia, carne del Carnaro!
Alalà!
mino della quarta unità!(...) I siluri trovano gli sbarramenti antisommergibili, ma uno riesce a sfondare la rete in un punto, e l’altro che
lo segue trova via libera. Ma ecco
che l’aria è lacerata da una potente
esplosione. Colonne d’acqua immani si innalzano dalla tranquilla
superficie del mare e gli equipaggi dei Mas sono schiaffeggiati dall
‘onda di ritorno. I motoscafi iniziano una frenetica danza, mentre girano le prue e ripartono con
i motori al massimo per guadagnare l’uscita della baia e passano sotto le batterie di Fortore prima che
sia dato l’allarme e si scateni il finimondo”.
Avvenne nella notte fra il 10 e
l’11 febbraio 1918 - al comando di
Costanzo Ciano, parteciparono i
Mas 96 (con Luigi Rizzo e Gabriele D’Annunzio), 95 e 94, rimorchiati ciascuno da una torpediniera
e con la protezione di unità leggere
- una notte di nebbia, un mese prima che gli equipaggi della flotta da
guerra austro-ungarica innalzassero sui pennoni le bandiere rosse
della rivolta dei marinai nelle Bocche di Cattaro e a Pola, chiedendo
la fine della guerra, la pace.
Fu veramente una beffa quella
di Buccari? Lo fu, ma ai danni dell’opinione pubblica italiana e della
storia. Perché nella baia di Buccari
non erano presenti navi da guerra
e nemmeno navi mercantili efficienti. Il porto in fondo alla baia,
ai piedi della cittadina raggruppata sulla collina, ospitava, insieme
a una flottiglia di barche da pesca,
vecchi piroscafi da trasporto in di-
sarmo, destinati ai ferrivecchi. E
nessuno di essi venne affondato.
Nessuno saltò in aria. Nessuna
potente esplosione lacerò l’aria
quella notte a Buccari. O nessuno
se ne accorse. Non esistevano reti
di sbarramento contro i sommergibili. Nel primo dei volumi della
Pomorska Enciklopedija, l’enciclopedia marittima dell’Istituto
lessicografico di Zagabria (1954),
lo storico Petar Mardešic ha scritto (traduciamo): “Nel corso della
prima guerra mondiale, gli italiani,
mediante ricognizioni aeree, accertarono che a Buccari avevano
trovato rifugio alcuni piroscafi, e
decisero di affondarli. Nella notte
fra il 10 e l’11 febbraio 1918 due
cacciatorpediniere rimorchiarono tre Mas (...) lasciandoli a sudovest di Punta Promontore (al largo dell’estremo promontorio meridionale dell’Istria, ndt). I caccia
si trattennero nel mare aperto per
riagganciare i Mas a missione conclusa, mentre i tre battelli siluranti,
sotto il comando di Costanzo Ciano, proseguirono la navigazione
attraverso il Canale della Faresina (fra la costa istriana e l’isola di
Cherso, ndt) in direzione del Golfo
di Fiume. Ben presto penetrarono
nella baia di Buccari che, fatta eccezione per una batteria a Portoré,
non disponeva di alcuna difesa...”.
La verità sulla “beffa di Buccari” è contenuta in un comunicato ufficiale delle autorità militari austriache dell’epoca, mai fatto
conoscere all’opinione pubblica
italiana dai nostri mass-media e
nemmeno dagli storici, finora. Un
storia e ricerca 7
Sabato, 7 maggio 2005
smontano il vivace racconto del Vate sull'impresa
l’impatto morale
comunicato nel quale si cita fra i
testimoni il marittimo Josip Forempoher che in quella notte era di
guardia a bordo della carcassa del
piroscafo “affondato”.
Bepi Forempoher era ancora
vivo e vegeto nella sua Buccari
quando lo conobbi nel 1974; era
un pensionato che si avvicinava
alla bella età di 83 anni. Quegli
anni Bepi se li portava benissimo
sulle spalle; aveva ancora una memoria di ferro, disse di ricordare
limpidamente quell’episodio della
sua gioventù. Figlio di marittimi,
era stato compagno del mare per
tutta la vita, aveva un figlio capitano marittimo e un nipote che,
terminato il Nautico, ha continuato
la tradizione di una famiglia di navigatori. Il vecchio, quando lo incontrai, aveva già letto più volte il
Un’immagine con il più celebre motto di guerra dannunziano (“Memento audere semper” - “Ricordati di
osare sempre”), legato alla
memorabile “Beffa di Buccari”.
Il timoniere del MAS, il motoscafo antisommergibile
destinato all’impresa, ora
conservato al Vittoriale (nella foto sotto, della pagina
accanto), aveva composto
un acrostico in latino con le
lettere MAS: “Motus animat spes”, che sembrò poco
energico a D’Annunzio. Lo
cambiò all’ultimo momento e lo fece incidere sulla tavoletta dietro la ruota del
timone.
“resoconto” di D’Annunzio. E, ancora una volta, sbottò in un vivace dialetto veneto: “Bale, le xe tute
bale!”. Da vecchio lupo di mare
quale era, tuttavia, riconosceva
un grande coraggio agli uomini
dei tre Mas comandati da Costanze Ciano e Luigi Rizzo, e anche a
D’Annunzio che era con loro.
All’inizio di febbraio, pochi
giorni prima della “beffa”, un aereo italiano da ricognizione aveva
creduto di avvistare, sorvolando la
baia a sud-est di Fiume, una grossa nave da guerra austriaca ormeggiata accanto ad altre unità minori. D’Annunzio e compagni, dunque, erano convinti di andare nella tana del leone. Inoltre, non era
facile passare inosservati al largo
di Pola, una delle più munite basi
navali del nemico, penetrare poi
nel Canale della Faresina dominato dalle alture istriane, e infine nel
Golfo del Quarnero, costeggiare
fino a Portoré sotto l’occhio delle
batterie, e inoltrarsi in una baia a
forma ellittica larga alla bocca appena 300 metri, all’interno da 600
a 700 metri e lunga 4,6 chilometri, profondità massima 8 metri. Ci
voleva del fegato per rimanere lunghissime ore in acque nemiche.
Buccari, in mano austriaca dal
1692, porto franco dal 1778 al
1880, nel primo conflitto mondiale servì da rifugio per piroscafi in
disarmo. Il 10 febbraio 1918 erano
quattro i piroscafi in disarmo ormeggiati alle rive: il “Bellona” e
il “Chlumetzky” nel Mandracchio,
al molo di un vecchio cementificio abbandonato; il “Burma” e il
“Višegrad” al molo dirimpettaio.
Nella baia c’era pure la bella navescuola “Villa Velebit”, vanto del
Nautico di Buccari, quella sì una
possibile preda preziosa. I tre Mas
italiani, dopo avere superato il
Capo Promotore sull’estrema punta meridionale dell’Istria, si avvicinarono all’isola di Unìe nell’arcipelago dei Lussini, doppiarono
Punta Sottile, entrarono nel Canale
della Faresina tra l’isola di Cherso
e la costa istriana, raggiunsero infine il Golfo di Fiume in formazione
a cuneo. A quel punto D’Annunzio
scrisse: “Scorgo illuminata tutta la
costa da Volosca a Žurkovo”. Ed
era la verità. La flottiglia dei Mas
navigava ormai da quattordici ore;
da cinque ore sì trovava nelle acque territoriali austriache.
Buccari non era difesa da alcun cannone, nemmeno da un fucile; ma Ciano, Rizzo e compagni
lo ignoravano. C’era però una batteria a occidente del Castello dei
Frangipani a Portoré, e i soldati
addetti a quei pezzi scorsero le tre
piccole unità mentre passavano a
poche centinaia di metri. Ritennero però che fossero dei pescherecci
locali e non diedero l’allarme.
All’una e venti minuti dell’11
febbraio i Mas si trovarono nella
baia di Buccari e lanciarono sei siluri in rapida successione. D’Annunzio, che aveva portato delle
bottiglie contenenti bandiere tricolori italiane, lanciò in mare quei
biglietti da visita che non saranno
mai ritrovati. Quindi lasciò la baia
indisturbata.
Qualcuno nell’abitato di Buccari aveva visto o sentito qualcosa? Nel Narodni Dom, la Casa
del popolo, la gente festeggiava
il Carnevale. Nel porto erano di
guardia soltanto due marittimi,
uno sul “Chlumetsky” e l’altro sul
“Višegrad”. Su quest’ultimo faceva la guardia Forempoher. Racconterà di avere sentito un forte urto,
un colpo sordo sotto la nave, e il
ribollire dell’acqua; non era riuscito però a spiegarsene la ragio-
Un giallo di Diego Zandel
ambientato in epoca fascista
Nella cittadina istriana di Albona, durante il periodo italiano,
sotto il fascismo, un maresciallo dei carabinieri arrivato da Roma,
indaga sull’omicidio di un minatore slavo... È il nucleo intorno al
quale si sviluppa l'ultima fatica di Diego Zandel, dal titolo “Omicidio di frontiera”, che è stata pubblicata nell’antologia di racconti gialli ambientati in epoca fascista dal titolo "Fez, struzzi &
manganelli" edita da "Sonzogno", curata da Gian Franco Orsi,
già direttore dei Gialli "Mondadori" e attualmente presidente della sezione italiana dell’International Association of Crime Writers.
Nell’antologia, già in vendita nelle librerie italiane dalla metà
del mese di aprile, oltre al racconto di Zandel, che fa riferimento,
come ha scritto Claudio Magris in occasione della "Giornata del
ricordo dell’esodo giuliano-dalmata" a "quegli ottusi odi antislavi che sono stati all’origine di quella tragedia patita dall’Italia ai
suoi confini orientali, che sono in parte responsabili della perdita
di quelle nostre terre", potrete leggere anche i racconti di Alan Al-
tieri, Andrea Carlo Cappi, Alfredo Colitto, Danila Comastri Montanari, Nino Filastò, Marcello Fois, Leonardo Gori, Carmen Iarrera, Sergio Kraisky, Diana Lama, Ernesto G. Laura, Giulio Leoni, Carlo Lucarelli, Loriano Macchiavelli, Ettore Maggi, Maurizio Matrone, Giancarlo Narciso, Divier Nelli, Giancarlo Pagani,
Ben Pastor, Claudia Salvatori, Giampaolo Simi, Alda Teodorani,
Franco Valleri e Giovanni Zucca.
Con l'autoironia che spesso lo contraddistingue, di "Omicidio di frontiera" Diego Zandel dice scherzosamente: "I racconti
sono stati pubblicati in stretto ordine alfabetico di autore, perciò
il mio è il penultimo. La lettera “Z” porta a queste conseguenze.
Anche a scuola ero sempre alla fine dell’elenco (mi superò soltanto una volta un certo, e per questo indimenticabile, Zinzi). Spero
che, leggendolo, vi resti indimenticabile anche il mio racconto,
non solo perché è (quasi) alla fine dell'antologia, già in vendita
in libreria".
Figlio di esuli fiumani, Diego Zandel è nato nel campo profughi di Servigliano il 5 aprile del 1948. I suoi trascorsi biografici costituiscono spesso materia e scenario dei suoi romanzi. Tra i
tanti libri che ha scritto segnaliamo "Massacro per un presidente" (Mondadori, 1981), "Una storia istriana" (Rusconi, 1987),
"Crociera di sangue" (Mondadori, 1993), "Operazione Venere"
(Mondadori, 1996), "I confini dell’odio" (Aragno, 2002) e due
libri di poesie intitolati "Primi giorni" (O.E.L. 1965) e "Ore ferme" (SAL Trieste, 1968). Insieme a Giacomo Scotti ha scritto anche il saggio "Invito alla lettura di Andrić" (Mursia, 1981). Oltre
ad essere autore di libri Diego Zandel si occupa anche di recensioni per conto di note case editrici italiane e collabora con articoli, scritti e interviste con vari quotidiani: dall'"Avanti" a "Paese
Sera" e a "L’Unità". L'ultimo libro di Zandel, intitolato "L’uomo
di Kos" (edito da “Hobby & Work” l'anno scorso) e ambientato in
Grecia, ha riscosso grande successo di critica e di vendite. Un romanzo di duecentocinquanta pagine pieno di suspance che avvince il lettore dall'inizio alla fine e che la stampa italiana ha definito
un "giallo mediterraneo". (rp)
ne. L’unica guardia civica del paese, in servizio davanti al Narodni
Dom, credette di sentire un rombo di aeroplano. Avvertì perciò la
gente e alcuni dei danzatori in maschera uscirono dalla sala da ballo
per scrutare curiosi il cielo. Non si
vide né si sentì nulla, la gente rientrò nella sala, riprese a ballare fino
al mattino. Alle prime luci dell’alba, sceso dalla nave per fare due
passi sul molo, Forempoher scrutò
a lungo l’acqua che lo lambiva e
scorse la sagoma di un siluro inesploso; era adagiato sul fondo alla
profondità di due metri, accanto
alla nave. Corse ad avvertire le autorità e, qualche ora dopo, arrivò
da Fiume il rimorchiatore “Elore”
con alcuni sommozzatori.
I palombari ispezionarono per
alcuni giorni l’intera baia e il fon-
do marino, rinvenendo altri tre siluri. Ad uno degli ordigni, recuperato a pochi metri dal “Chlumetzky”, mancava la spoletta che
fu ritrovata in fondo al mare presso
la banchina; la banchina risultava
leggermente danneggiata dall’urto. Un terzo siluro era finito a pochi metri di distanza dal piroscafo
“Burma” ed aveva la spoletta difettosa. Un quarto venne trovato
vicino al “Bellona”, non gli era
stata tolta neppure la sicura prima
del lancio, forse per la fretta. Di altri due siluri, nessuna traccia. Praticamente, nessuno dei siluri colpì
gli obiettivi a eccezione di uno, ed
anche quello esplose soltanto nella
fantasia del poeta-soldato, il quale si inventò pure le reti di sbarramento inesistenti sia all’imboccatura che dentro la baia.
8 storia e ricerca
Sabato, 7 maggio 2005
ll monumento
funebre
sulla tomba degli
Smokvina, di Ivan
Rendić, e il
mausoleo della
famiglia di Robert
Whitehead,
cofondatore della
fabbrica “Torpedo”
Il mausoleo
degli imprenditori
Gorup e il
mausoleo-cappella
dei Manasteriotti,
di Rendić
PATRIMONIO Inserito nell’Associazione del Cimiteri Storico-Monumentali d’Europa
Cosala, il pianto silenzioso dei sepolcri
di Ardea Stanišić
L
a storia di una città si riflette
in parte attraverso i monumenti storico-culturali che
ha saputo o potuto salvaguardare.
Un importante tassello che aiuta a
carpire qualche segreto della storia
e che in genere i resti storico architettonici non rendono, è dato anche
e soprattutto dai cimiteri comunali
di una località. E Fiume può vantarsi di avere il Cimitero comunale
più antico di queste terre: Cosala.
A testimonianza del valore architettonico dei monumenti che si tovano all’interno del camposanto, il
10 ottobre 2001 il Ministero alla
cultura croato ha emesso una delibera con la quale il cimitero di
Cosala è stato dichiarato monumento nazionale, iscritto nel patrimonio artistico e culturale di cui la
Croazia può oggi vantarsi.
Dal settembre scorso grazie
all’intervento dell’Associazione
degli storici dell’arte di Fiume, il
cimitero di Cosala è entrato a far
parte dell’ASCE, l’Associazione
dei Cimiteri Storico-Monumentali d’Europa, un’istituzione che
ha come fine la cooperazione nell’opera di promozione, protezione, restauro e manutenzione dei
cimiteri stessi. A spiegarci l’importanza di quest’impresa è stata Daina Glavočić, dell’Associazione degli storici dell’arte, nonché conservatore presso la Galleria Moderna di Fiume, una delle
promotrici. Un progetto portato
in porto anche grazie alla monografia “Kozala” uscita nel 2003,
in occasione del 130.esimo anniversario dell’apertura del cimitero comunale, e il documentario
“Il silenzio del pianto di pietra”
(“Plač kamene tišine”), di Bernardin Modrić.
“Non è facile la salvaguardia
e la cura dei monumenti che all’interno di un cimitero sono di
indubbio valore architettonico,
soprattutto per il fatto che si tratta per la maggior parte dei casi di
proprietà di privati, tanti dei quali,
quelli più antichi, non sono reperibili - confida la Glavočić. - Tra
l’altro, da noi non esiste praticamente nessuno che abbia a cura
la manutenzione o il restauro di
simili monumenti. L’umidità, la
sporcizia, l’acqua, le erbacce, le
piante rampicanti fanno un lento
e costante lavoro di rovina. E a
Cosala sono tantissime i monumenti di valore artistico da salvaguardare, tra cui numerose opere
ideate dallo scultore croato Ivan
Rendić, che ha firmato i progetti dei mausolei di Gorup, Ploech
e Gelletich-Bartolich-Nicolaides,
nonché la cripta delle famiglie
dall’Asta-Mohovich, la tomba dei
Bakarčić e il monumento funebre
che orna la tomba della famiglia
Smokvina. Di recente restauro è il
mausoleo - cappella di Manasteriotti, da lui disegnata.”
“Come soci dell’ASCE - continua la conservatrice - avremo
modo di conoscere, scambiare e
condividere le migliori esperienze con i colleghi di altre realtà europee, elaborare progetti comuni,
favorire l’adozione delle nuove
tecnologie, sensibilizzare i media
e l’editoria turistica. Perché i cimiteri sono di primaria importanza per una città che, come Fiume,
vuol promuovere il turismo urbano.” L’ASCE, costituita a Bologna nel novembre 2001, è una rete
europea, composta da realtà pubbliche e private, che si occupano
dei cimiteri come beni culturali,
valorizzandone l’importanza storica e artistica, aperta a tutte quelle realtà che gestiscono e offrono
Il monumento
funebre sulla
tomba della
famiglia
Bakarčić,
di Ivan Rendić
pere la Glavočić - per far partecipe
il pubblico attraverso manifestazioni, mostre, concerti e visite guidate a momenti diversi e originali che
rendano il cimitero luogo di cultura
e arte oltre che di memoria. Questi
avvenimenti dovrebbero svolgersi
durante la prima settimana di giugno, prassi che dovrebbe rimanere
zia (Zagabria, Spalato e Osijek)
nonché il Monumentale di Milano,
Žale di Lubiana e il Novo groblje
di Belgrado. In mattinata dovrebbero svolgersi alcune lezioni mentre al pomeriggio delle visite guidate al cimitero di Cosala. Ripeto,
per ora si tratta soltanto di un’idea,
che porto avanti a nome dell’As-
Il mausoleo
della famiglia
Branchetta
Il mausoleo
della famiglia
dall’imprenditore
austriaco
Annibale Ploech
un supporto ai cimiteri più significativi in Europa. Ed è uno dei più
importanti mezzi di informazione
e scambio sia per l’associazione
stessa che per il pubblico Europeo
così da veicolare la conoscenza di
questi “musei a cielo aperto”.
Per far conoscere al pubblico
le opere presenti nei cimiteri, a
volte sottovalutati, uno dei passi
da seguire prevede la creazione
di eventi all’interno dei Cimiteri
più importanti al fine di catturare l’attenzione del pubblico, soprattutto di quello più giovane, e
quindi vincere l’indifferenza generalmente esistente nei confronti dei cimiteri. “Un importante
progetto dell’ASCE è l’istituzione di una giornata da dedicare a
tutti i cimiteri europei - ci fa sa-
invariata negli anni. Personalmente
mi sto dando da fare per promuovere anche a Fiume una giornata
dedicata ai cimiteri: dovrebbe essere il 3 giugno prossimo. ‘Cosala
a porte aperte’ potrebbe essere intitolata l’iniziativa per cui ho già
preso contatti con rappresentanti di
alcuni cimiteri comunali in Croa-
sociazione degli storici dell’arte di
Fiume, sperando innanzitutto nella
collaborazione della Società comunale Kozala e della Municipalità
fiumana.”
“Sono certa che l’iniziativa riscontrerà notevole interesse, soprattutto per quanto riguarda le visite guidate, anche perché sono tan-
te le personalità di rilievo che hanno trovato la loro ultima dimora nel
cimitero di Cosala, luoghi di sepoltura che si distinguono per le loro
qualità architettoniche - ha rilevato la nostra interlocutrice. Ricordiamone alcuni: Adamich, Ciotta,
Gorup, Kobler, Kresnik, Mohorovich, Ossoinack, Ramous, Scarpa,
Venucci, Whitehead, Ploech e tanti altri.
Nell’attesa di un appuntamento “a porte aperte” con il cimitero
di Cosala, Daina Glavočić ci anticipa che un simile progetto avrà
luogo dal 12 al 14 maggio a Zagabria, organizzato dal cimitero comunale Mirogoj e dal Museo civico di Zagabria, un convegno a cui
sono attesi anche ospiti dall’estero,
tra cui Mauro Felicori, presidente
dell’ASCE, che esporranno le loro
esperienze riguardo al managment
nei cimiteri comunali che rappresentano. Ricordiamo, infine, che
l’Associazione dei Cimiteri Storico-Monumentali in Europa, ha già
un centinaio di istituzioni affiliate
di tutta Europa, tra cui ne citiamo
solo alcune, i Comuni di Barcellona, Bergen, Bologna, Copenhagen, Genova, Lubiana, Stoccolma,
Strasburgo, Milano, il Consiglio
Nazionale dei Beni Culturali dell’Estonia, il Dipartimento per la
Protezione dei Beni Culturali della Lituania, l’Università di Scienze Applicate di Colonia, l’Abney
Cemetery Trust ed altri enti di Londra, Madrid, Oslo, Sheffield, Tallin,
dalla Croazia i cimiteri comunali di
Zagabria (Mirogoj) e Varaždin.
Anno 1 / n. 3 7 maggio 2005
“LA VOCE DEL POPOLO” - Caporedattore responsabile: Errol Superina
IN PIÙ, supplementi a cura di Errol Superina, progetto editoriale di Silvio Forza
edizione: STORIA E RICERCA
Redattore grafico: Vanja Dubravčić
Redattore esecutivo: Ilaria Rocchi / Art director: Daria Vlahov Horvat
Collaboratori: Renata Akkad, Luciano Giuricin, Kristjan Knez, Roberto Palisca,
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Foto: Lucio Vidotto, Goran Žiković
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7. 5.2005 - EDIT Edizioni italiane