rivista periodica a cura del museo storico in trento,
www.museostorico.it - [email protected]
anno ottavo
numero diciannove
aprile 2006
IN QUESTO NUMERO
Comunicazione politica
e campagne elettorali
L’importanza della
comunicazione politica
di Paolo Piffer
“Il politico che sa comunicare?
un seduttore”
intervista a Gaspare Nevola
di Paolo Piffer
Sondaggio d’opinione ed
elezioni, una nota storica
di Rodolfo Taiani
Elezioni 1900: un comizio d'autunno a Riva del Garda
di Rodolfo Taiani
“Dio ti vede, Stalin no”
le elezioni del 1948
di Giuseppe Ferrandi
1956: a far comizi nel Trentino
di Graziano Zappi
Documenti per la storia della
comunicazione politica e della
propaganda elettorale negli
archivi del Museo storico in
Trento
a cura di Lorenzo Gardumi
Poste Italiane S.p.A. - Spedizione in abbonamento postale - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n.46)
- art. 1, comma 1, D.C.B. Trento - Periodico quadrimestrale registrato dal Tribunale di Trento il 9.5.2002, n.
1132. Direttore responsabile: Sergio Benvenuti - Distribuzione gratuita - Taxe perçue - ISSN 1720 - 6812
2
La comunicazione politica è una "pratica"
relativamente recente.
Ha poco più di mezzo
secolo di vita ed è negli
Stati Uniti che trova la
sua origine. Poi, mano
a mano, l’arrivo in Europa, e
in Italia. Sempre più, nel corso delle campagne elettorali,
ha ricoperto un ruolo considerato determinante, almeno
nei pensieri dei partiti e delle
coalizioni. Solo il fatto che la
comunicazione, ed in particolare quella politica, abbia
trovato uno spazio di insegnamento anche all’interno
delle università fa capire che
si tratta ormai di una scienza
con le sue regole, le sue formule, uno sviluppo e un storia nel corso del tempo. Un
complesso da studiare, da
decodificare, da interpretare.
Quanto ciò corrisponda a realtà lo si è visto anche durante le
ultime consultazioni elettorali
dove il ruolo, in questo caso
della televisione, ha assunto
toni da scontro tra schieramenti più che un confronto
sulle idee e i programmi. La
battuta ad effetto, il modo di
porsi nei confronti degli spettatori,
lo sguardo in camera, sono tutti
atteggiamenti di
sostanza, non formali, perché anche da quelli, dal
come mostrarsi,
può dipendere una
vittoria o, viceversa, una sconfitta.
D’altronde, la televisione “arriva” a
tutti. Spesso non
è una scelta ma
entra nelle case,
magari in sottofondo, ma il suo
occhio è pervasivo. In un paese
L’importanza della
comunicazione
politica
di Paolo Piffer
come l’Italia che legge pochi
giornali, per non parlare dei libri, è il mezzo di comunicazione di massa di gran lunga più
efficace. Non è quindi strano
che anche i giornali, i periodici e l’editoria guardino con
grande attenzione alle forme
della comunicazione politica,
ne abbiano fatto la base per
la realizzazione di servizi, inchieste e anche gossip elettorale sulla cravatta del premier
o le scarpe dello sfidante. In
alcuni casi potrà essere, e lo
è, un po’ deprimente, ma così
è. Sul lato serio dell’argomento, gran successo ha ottenuto,
ad esempio, un saggio scritto
dal linguista americano Gorge
Lakoff, tradotto e pubblicato
in Italia da "Fusi Orari" con la
prefazione di Ferruccio de Bortoli, direttore del Sole 24 Ore:
"Non pensare all’elefante!".
Lakoff è uno specialista di teoria del linguaggio e professore
di linguistica cognitiva all’Università di Berkeley in California. Il suo libro è un vero e
proprio trattato nel quale si
forniscono le basi, ai democratici americani, per battere
i repubblicani seguendo pre-
cise strategie comunicative.
Grande spazio al best seller è
stato riservato, in Italia, oltre
che su tutte le maggiori testate, dal settimanale Internazionale che ha tradotto l’articolo
di Matt Bai del New York Time
Magazine, nel quale il giornalista scrive: "L’aspetto più affascinante dell’ipotesi di Lakoff
è l’idea che, per raggiungere
gli elettori, tutti i temi del dibattito politico debbano essere collegati tra loro all’interno
di uno schema più ampio e familiare. Lakoff ipotizza che gli
elettori siano più sensibili alle
grandi metafore che a specifici argomenti, i quali attirano
l’attenzione solo se rafforzano
una metafora più generale".
Insomma, semplicità, capacità di farsi capire da tutti, in
modo rassicurante e coinvolgente, al bando le cose complicate e difficili da spiegare.
Sul terreno della storia della
comunicazione politica, val la
pena segnalare un altro testo,
tra i tanti, del quale la stampa ha dato risalto. Si tratta de
"La turbopolitica", scritto da
Edoardo Novelli e pubblicato
da Rizzoli. Quasi 300 pagine
che ricostruiscono la storia della
comunicazione
politica in Italia
dal secondo dopoguerra ad oggi,
da Degasperi a
Berlusconi. Sono
solo due esempi
che
dimostrano
l’attenzione rivolta
a questi temi. Una
dimostrazione in
più di come le strategie di comunicazione, il loro evolversi, siano ormai
parte integrante e
non più eludibile
di qualsiasi "programma" politico.
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"Al giorno d’oggi, un politico che vuole comunicare efficacemente
deve possedere alcune
doti. Innanzitutto, una
certa capacità seduttiva, cioè creare un rapporto di empatia con il
proprio 'pubblico'. Poi,
offrire delle prospettive. Inoltre, essere capace di emozionare. Ma c’è un altro elemento
che va tenuto in considerazione: l’essere in grado di toccare
il tema dei valori, dell’identità". Gaspare Nevola, docente
di comunicazione politica alla
Facoltà di sociologia dell’Università di Trento, individua in
questi fattori lo spessore mediatico del politico nell’arena
comunicativa, in cui la televisione ha un’importanza spesso
determinante, comunque fondamentale. Quando nasce la
comunicazione politica? "C’è
da sempre, da quando c’è la
politica. Fare politica vuol dire
fare comunicazione. Piuttosto,
si deve riflettere sul quando
sono cambiate le forme tradizionali della comunicazione
politica". E allora, quando?
"Nel momento dell’esplosione
dei mezzi di comunicazione
di massa, con l’irruzione del
fattore tecnologico, la radio, la
tv, il cinema. Il cambiamento
“Il politico che sa
comunicare?
un seduttore”
Intervista a
Gaspare Nevola
di Paolo Piffer
parte negli Stati Uniti, negli
anni trenta ma, soprattutto,
quaranta. Lo sviluppo più
compiuto si ha poi nel secondo dopoguerra. Alcuni eventi
simbolici ne segnano le tappe.
Mi viene in mente la campagna elettorale americana del
1960 con il confronto televisivo Kennedy-Nixon". C’è rapporto tra comunicazione politica e propaganda? "Sul piano
concettuale l’affinità tra i due
termini è stretta. La comunicazione politica implica comunque il propagandare, il diffondere delle idee, delle opzioni a
favore di un certo orientamento. Resta il fatto che ormai,
nel nostro linguaggio corrente,
il termine propaganda ha un
connotato negativo, deteriore, mentre 'comunicazione
politica' ha un significato più
neutro". Negli ultimi anni, in
Italia, per cosa si caratterizza la comunicazione politica?
"Direi che ricalca, in ampia
misura, il percorso che è stato
tracciato negli Stati Uniti, con
qualche anno di differenza. E’
la televisione il mezzo potente
e diffuso che cambia la logica
e il comportamento degli attori. E, da noi, la tv nasce negli
anni cinquanta. Nei primi due
decenni, non c’è una grande
presenza della politica in tv.
Le campagne elettorali si fanno ancora sul territorio, nelle
piazze. Con gli anni settanta
qualcosa comincia a cambiare. Ci sono manifestazioni collettive molto forti che irrompono sulla scena mediatica ed
hanno una valenza politica.
Dopo, anche i partiti arrivano
in tv, basti pensare alle tribune elettorali e politiche. Sono
però presenze ingessate perché il linguaggio comunicativo non è televisivo ma ancora
letterario.
E’ negli anni ottanta che appare sulla scena un leader comunicativo come Craxi. Negli
anni novanta altri momenti
hanno un grande rilievo dal
punto di vista comunicativo,
ad esempio 'Mani pulite'. Insomma, la politica comincia
ad adattarsi al linguaggio televisivo, non è più solo 'ospite'.
La vera svolta, 'l’americanizzazione della comunicazione
politica', è comunque segnata
da un anno, il 1994, quando
Berlusconi decide di fare politica. Il mutamento è lì. Quella
è la vera novità. Un lessico
semplice, ma anche sempre
più povero, e la presenza scenica del leader, il corpo, la
faccia. Ciò che importa è la
performance, la personalizzazione. Adesso conta la personalità, la spettacolarizzazione
e l’aspetto agonistico. Questi fattori, compresi i colpi a
sorpresa, il faccia a faccia, lo
scontro tra personalità, l’infrazione delle regole, rappresentano il modo ritenuto migliore
per narrare l’evento politico in
televisione. Tutto ciò, in Italia,
è favorito da una considerazione di fondo. Da 15 anni la
democrazia italiana vive una
stagione di profonda divisione
e delegittimazione reciproca
che rende gli interlocutori reciprocamente sospettosi e diffidenti".
4
5
I sondaggi d'opinione
hanno conquistato, nel
bene e nel male, un
ruolo determinate nella
conduzione delle campagne elettorali anche
in Italia. Sbandierati dagli opposti schieramenti
vengono utilizzati nel
torneo della competizione politica per orientare i contenuti
della comunicazione, ma anche come armi di persuasione
per convincere gli indecisi a votare l’uno o l’altro degli schieramenti. I sondaggi d'opinione
costituiscono pressoché una
novità se si guarda alla scena
italiana, dove si sono affermati
solo di recente – a partire dai
primi anni novanta del secolo scorso –, ma la loro storia
guarda a un passato ben più
lontano, che riporta all'America degli anni venti, dove il loro
uso fu da subito associato anche alla politica.
Nel 1920, 1924, 1928 e
ancora nel 1932, il Literary
Digest aveva "previsto" i vinci-
Sondaggi
d’opinione ed
elezioni, una nota
storica
di Rodolfo Taiani
tori delle elezioni presidenziali
negli Stati Uniti grazie a dei
"sondaggi d'opinione informali"
generalizzati condotti per valutare la popolarità dei candidati
politici. Si era agli albori della
sondaggistica; le tecniche di
rilevazione non erano ancora
molto affinate e mancava una
metodologia consolidata. L'errore rappresentava molto più
di una minaccia, ma una concreta eventualità.
E fu quanto si verificò puntualmente durante la campagna
presidenziale del 1936. Il Digest previde con sicurezza che
Alf Landon avrebbe battuto
Franklin Roosevelt e ottenuto
la presidenza. Gli intervistatori
del Digest si erano però "dimenticati" di selezionare scrupolosamente il campione. La
vittoria di Roosevelt travolse
non solo le speranze di affermazione di Alf London ma il
Digest stesso, che fu costretto
dal calo di favore presso i propri lettori a cessare le pubblicazioni l'anno successivo.
Un secondo clamoroso errore
nella storia della sondaggistica
moderna si verificò nel 1948.
Tre famosi esperti, Roper,
Crossley e Gallup, giunsero
alla conclusione che Thomas
Dewey avrebbe sconfitto Harry Truman nelle presidenziali
americane. In realtà, come si
sa, la competizione decretò la
vittoria di Truman. Questo errore non avrebbe però assunto le dimensioni di un vero e
proprio scandalo se un mese
prima delle elezioni gli esperti,
così sicuri del risultatato favorevole a Thomas Dewey, non
avessero deciso di sospendere
ogni ulteriore sondaggio!
Nell'uno come nell'altro caso
la reazione all'errore testimonia tuttavia come il sondaggio
d'opinione avesse conquistato
largo favore ed ascolto fra la
popolazione americana, situazione assai diversa da quella
italiana dove analoghi metodi
faticarono ad affermarsi e solo
di recente, come si è detto,
hanno conquistato un proprio
ruolo anche nella competizione elettorale.
Sandro Rinauro, che all'argomento ha dedicato un lucido
volume dal titolo "Storia del
sondaggio d’opinione in Italia
1936-1994: dal lungo rifiuto
alla repubblica dei sondaggi,
ritiene che il diverso atteggiamento nei confronti dei sondaggi" fra Stati Uniti e Italia
risieda fondamentalmente nella matrice ideologica alla base
del concetto stesso di opinione pubblica nato nell'America
della Grande Depressione e
del New Deal. "Se tra il 1936"
e l'immediato dopoguerra lo
strumento del sondaggio si è
presentato in Italia con i suoi
obiettivi originari e con la sua
enfasi democratica, ricostruire
le ragioni della sua controversa e lenta acclimatazione significa verificare quanto quella
particolare concezione dell'opinione pubblica implicita nel
sondaggio stesso fosse organica o disorganica alla società
italiana di quegli anni.
Significa anche – prosegue l'autore – "individuare, per contrasto, le concezioni e quindi gli
strumenti alternativi di rilevazione e di utilizzo dell'opinione
pubblica che in Italia ne ha
ostacolato la diffusione". "La
lunga refrattarietà allo strumento d'Oltreoceano – sostiene infine Rinauro – non può
assumersi automaticamente
come refrattarietà alla consultazione dell'opinione pubblica,
ma anche come predilezione
per obiettivi e quindi strumenti di rilevazione alternativi e
concorrenti a quelli impliciti
ed espliciti nei sondaggi d'opinione". Strumenti alternativi e
concorrenti sui quali si attende
ancora un'analisi ed una lettura storica.
6
Autunno del 1900: a
Riva del Garda si tiene
un comizio elettorale.
Uno dei tanti che precede le elezioni politiche.
Il fatto probabilmente
non avrebbe lasciato
alcuna traccia di sé e
si sarebbe disperso come tanti
altri nel capiente fiume della
storia, se un incisore tedesco,
di nome Joseph Zeheren, da
poco residente in Trentino, presente al comizio stesso, non
fosse rimasto particolarmente colpito da un episodio cui
aveva assistito. Il nostro testimone, nonostante scriva in un
italiano assai stentato, decide
di prendere carta e penna e di
inviare una lettera alla redazione de Il Popolo, il giornale
diretto da Cesare Battisti, per
denunciare un fatto a suo dire
di inaudita gravità (Museo storico in Trento, Archivio Battisti,
Elezioni 1900:
un comizio d'autunno a Riva del
Garda
di Rodolfo Taiani
busta 35, fasc. 4, c. 30). Cosa
di così terribile poteva essere accaduto da suscitare una
così immediata e scandalizzata reazione? Semplice: alcuni
compagni socialisti avevano
offerto in quell'occasione una
birra a degli elettori, avevano
cercato in altre parole secondo il suo parere di comprare
il voto. L'insinuazione raccolta dall'incisore tedesco è che
alcuni compagni avessero addirittura offerto denaro, ma di
questo il nostro testimone non
voleva e non poteva dare garanzia alcuna.
Zeheren manifesta sincera sorpresa nei confronti di un simile comportamento. Lui che in
passato aveva già partecipato
ad altre campagne elettorali,
non gli era mai capitato di dover registrare una simile scena. Dovunque si fosse trovato
prima, "in Turchia ed Germania", "queste mezzi nessuno
dei compagni se avrebbe permesso di gli fare". Con questo
non voleva mettere in dubbio
la buona fede dei compagni
rivani. Sicuramente chi aveva
agito in simile modo lo aveva
fatto pensando di portare giovamento alla causa comune,
ma in realtà, sostiene Zeheren, se una simile pratica si
fosse diffusa, l'intero partito ne
avrebbe sofferto conseguenze
gravissime; il metodo della
corruzione avrebbe dilagato
e soprattutto compromesso
l'immagine del partito, consegnando una potente "arma in
gli mani dei nostri ennemici".
Per non parlare poi dell'effetto
diseducativo nei confronti degli elettori stessi. Costoro abituati a vendere il proprio voto
per una birra, non avrebbero
certo esistato un domani a
concederlo ad altri in cambio
di un'offerta più allettante.
"Pagare la birra è comperare
indirectamente gli voti" – scrive
l'incisore tedesco – e qualsiasi
partito, specie quello socialista, favorevole alla trasparenza
e contro ogni corruzione, non
avrebbe mai dovuto sottovalutare una simile evidenza.
Quel denaro speso per le birre sarebbe stato mille volte
più utile se impiegato "per la
propaganda, per fare stampare
dei avisi ed dei recran": in questo modo si sarebbe ottenuto
un risultato "sicuro, onorevole
ed durevole", perché "con queste noi educiamo una massa
convicato sulla quale possiamo contare in tutti tempo".
L'incisore tedesco non risparmia critiche neppure al modo
in cui era stata organizzata e
portata avanti la campagna
elettorale. "È stato fatto molto
errori in questa campagna elletorale" – scrive in tono convinto.
Errori per la mancanza di un'organizzazione capace di garantire riunioni periodiche fra gli
aderenti, utile a migliorare la
comunicazione, ma soprattutto a "illuminare gli compagni
ed gli educare alla vita politica". Insomma occorreva fare
in modo che il partito fosse
presente il più capillarmente
possibile per aiutare "gli più
indiffererente lavorati" a riconoscere il partito stesso come
"il sole chi difende gli interesse
del popolo".
Joseph Zeheren conclude la
sua lettera, dalla scrittura
incerta, ma dai principi forti, quasi scusandosi di tanta
appassionata partecipazione.
Non aveva alcuna intenzione
di accusare qualcuno, ma solo
d'intervenire in difesa dell'ideale nel quale si riconosceva.
Aveva scritto in un certo senso obbligato dalla sua stessa
"persuasione socialiste", "acciocché nelli future elezioni"
il giornale potesse ricordare ai
compagni "come dovessanose
tenir nel la campagna elletorale". La conclusione è lapidaria:
"se gli altri partito lo fanno non
besogno che noi lo fanno anche. Con saluto socialiste. Joseph Zehren incisore".
7
Nella recente campagna elettorale per le
politiche, campagna
"gridata" e molto televisiva, è stato quasi
naturale riconoscere
una parentela con le
ormai lontane elezioni
dell’aprile 1948. Alto tasso
ideologico, riferimenti espliciti
al paradigma "anticomunista":
quelle lontane elezioni hanno
per qualcuno rappresentato
un modello di riferimento per
una
rinnovata
battaglia di civiltà. La demolizione/demonizzazione dell’avversario politico,
trasformato da
competitore in
nemico, ha quindi contribuito a
far riemergere lo
spirito del 1948.
Il 18 aprile è
tornato in auge;
è tornato ad essere argomento
di riflessione e di
studio.
Come noto quella
domenica l’Italia
votò per eleggere il Parlamento
della prima legislatura: vinse la Democrazia
cristiana di Alcide De Gasperi
contro il Fronte popolare social-comunista, guidato da
Pietro Nenni e da Palmiro
Togliatti. Alla Camera la Dc
sfiorò la maggioranza assoluta
(48,5) mentre le sinistre unite
si fermarono al 31%. Sull’importanza storica di quella
giornata elettorale, anche
da coloro che la registrarono
come una pesante sconfitta,
nessuno può avere dei dubbi.
La situazione era molto in bilico. Alle elezioni precedenti del
1946, quando venne eletta
l’Assemblea costituente, la Dc,
primo partito, aveva incassato
“Dio ti vede,
Stalin no”
le elezioni del 1948
di Giuseppe Ferrandi
il 35,2%, i socialisti il 20,7%
e i comunisti al 19%. Potenzialmente le sinistre avrebbero
potuto vincere. Delicata era
inoltre la situazione internazionale: la guerra fredda aveva
interrotto il brevissimo periodo
di pace seguito alla seconda
guerra mondiale combattuta
contro il nazi-fascismo. La
società italiana venne quindi
investita da una mobilitazione
politica senza precedenti: si
andavano affinando tecniche
propagandistiche ed elettorali;
erano comparsi sulla scena
nuovi quotidiani direttamente
coinvolti nello scontro elettorale (si pensi al "Popolo
trentino" diretto da un giovane
Flaminio Piccoli); l’elettorato,
maschile e femminile, si stava
rapidamente educando alla
democrazia rappresentativa e
al suffragio universale.
Nella splendida autobiografia
"La ragazza del secolo scorso",
Rossana Rossanda, nel 1948
giovane dirigente del partito
comunista lombardo, ha raccontato il suo primo comizio a
Castelnuovo Bocca d’Adda. La
scena è caratterizzata da una
"grande piazza fra case basse
e la chiesa in fondo, i pochi
compagni intorno che suggeriscono: 'Aspettiamo che finisca
la messa così la gente si ferma
a sentirti', il parroco tutto nero
che esce dal sagrato scrutando il suo gregge, andava verso
di me o a casa? A casa, andavano, la piazza restava rada,
e i compagni mi confortavano:
'Ti ascoltano dietro le imposte,
hanno paura di farsi vedere'”.
E’ la tipica campagna elettorale del "Dio ti vede, Stalin no".
Il dittatore sovietico impotente
di fronte all’onnipotenza divina. I piani della politica, della
religione, dell’ideologia, dello
scontro sociale che si confondono e si alimentano vicendevolmente. Una campagna
elettorale dalla competizione
sfrenata che è entrata, più di
altre, nella storia e nella nostra memoria pubblica.
Silvio Ducati, giornalista del
"Popolo trentino", in un bel
pezzo di cronaca racconta una
sorta di trasformazione antropologica e sociale che investe
il trentino tipo.
"L’avvicinarsi del 18 aprile fa
sì che molti uomini rinunciano
a molte abitudini che né la
sposa né la madre erano riuscite a sradicare coi loro rimbrotti: l’indolente che riusciva
a vestirsi appena in tempo
per arrivare di corsa all’ultima
Messa in Duomo, pungolato
dalla curiosità e dall’interesse
verso gli oratori che parleranno al Sociale o alla Filarmonica, balza dal letto alle nove
del mattino fra lo stupore dei
famigliari; il tifoso di scii rinuncia qualche volte alla neve
e al sole per ascoltare l’alata
parola di qualche pezzo grosso che viene da fuori; infine
anche il signore che non si
occupa di politica attirato dal
richiamo dei manifesti si avvia
verso le piazze o le sale dove
i propagandisti dei partiti si
lanciano con saettanti ironie e
con il fuoco tambureggiante di
un’oratoria infuocata”.
Tutto ciò, racconta Ducati,
raggiunge il parossismo verso
mezzogiorno. Mentre le mogli
e le madri guardano la pasta
che scuoce, figli e mariti stazionano lungo il giro al Sass:
ascoltano, si dividono e si
appassionano, acconsentono
e dissentono.
La quiete torna il pomeriggio
quando il popolo elettore si
arrampica sul Calisio e sulla
Maranza. "Qui si ritrovano tutti
dimentichi delle battaglie antimeridiane, a scrutare contro
il sole la limpidezza del vino
nel bicchiere e combattere pacifiche battaglie maneggiando
come uniche armi due levigate
bocce di legno".
8
Una mattina, io e
Ettore Trentin, responsabile locale di
Agit-Prop, partimmo
di Graziano Zappi
su una vecchia auto
sgangherata attrezzata di microfono ed
Si ripropone in queste pagine
altoparlante.
Dopo
un passaggio di una memoria
molti
su
e
giù,
dopo
già pubblicata sul n. 2/2002
molte
curve
di
strade
di Archivio trentino, rivista
montane, dopo qualsemestrale del Museo storico
che sosta in osteria
in Trento, pp. 177-181.
dove Ettore, da buon
alpino, trangugiava il
suo "grappino" mentre io sorbivo il mio caffè, arrivammo
sul mezzodì in un grosso borgo
nel mezzo di una vallata. Sulla
piazzetta non c'era nessuno.
Ettore fermò l'auto, predispose
il microfono, me lo porse ed
esclamò: Parla!
– Ma a chi parlo se non c'è
nessuno? – ribattei.
– Ci sono, ci sono. Stai tranquillo. Son dietro le finestre.
A quest'ora ci sono in casa le
donne. Stan dietro le finestre.
Non si fan vedere ma stanno
ad ascoltare.
Ed io cominciai: "Qui è la voce
del Partito Comunista. Vi chiediamo di votare comunista
alle prossime elezioni, perché
1956: a far comizi
nel Trentino
… eccetera… eccetera…».
E stavo enumerando i vari
punti del programma elettora-
le regionale, quando d'un tratto una finestra si spalancò, ed
un'anziana signora vestita di
scuro, sporgendosi all'esterno
gridò: democrazia… democrazia…
– "Anche noi siamo per la democrazia…" replicai io, mentre
Ettore mi strattonava: "Guarda
che quella intende la Democrazia Cristiana…". Altre finestre si spalancarono, altri volti
si sporsero all'infuori, e ci fu
uno strepito di voci femminili:
democrazia… democrazia…
Un coro… Provai ad alzare
il tono della voce ma il coro
raggiunse le note più alte e
sommerse il mio parlare. Un
clamore sempre più imperioso, sempre più assordante.
Non aveva più senso continuare il comizio. La piazzetta
del borgo era rimasta deserta
mentre lo strepitare delle voci
femminili si levava sempre più
alto. Misi allora il microfono
nell'astuccio, Ettore avviò il
motore, e l'auto ripartì.
– "Hai visto che differenza c'è
fra il nostro Trentino e la tua
rossa Bologna?" – commentò
Ettore mentre da "buon alpino"
si sorbiva in osteria un secon-
9
do grappino. Un'altra volta
partimmo di domenica pomeriggio. Dovevamo raggiungere
un paesino in cima a un monte. L'auto percorse nuovamente strade con alti e bassi e con
zig zag, arrestandosi presso le
osterie per il solito grappino.
Poi finalmente scorgemmo su
un cucuzzolo uno svettante
campanile.– Dobbiamo arrivare lassù – disse Ettore.
A fatica la nostra auto sgangherata affrontò la salita a serpentina di una strada acciottolata.Ettore teneva inserita
la prima marcia, al massimo
passava in seconda, e il motore era sotto sforzo.
Finalmente conquistammo la
vetta. Accanto allo svettante
campanile c'era una chiesetta.
Davanti ad essa una fila di
casupole bianche si stringeva
a cerniera attorno ad una piazzetta ovale con al centro il solito monumento ai caduti della
guerra quattordici-diciotto con
la statua del soldato dal braccio levato in alto ad indicare i
sacri confini della patria.
Davanti al monumento la
sopresa. Uno stuolo di donne con il parroco in testa
sembrava attenderci. All'improvviso si levò il brusìo di
una litania: Un…ghe…ria…
Un…ghe…ria... Andate via…
Andate via… Democrazia…
Democrazia…Tutto in rima.
Il parroco sembrava dirigere il
coro. Il brusìo aumentò di volume e divenne frastuono. Che
potevamo fare? Ettore fece
compiere all'auto una rapida
giravolta attorno al monumento per riprendere la strada
acciottolata, che stavolta era
in discesa a serpentina.
Alla base del monte Ettore
fermò l'auto. Un po' di riposo
per il motore, due passi per
noi, una sigaretta per sollievo. Dall'alto del cucuzzolo
su cui s'ergeva lo svettante
campanile arrivava verso di
noi l'eco del coro rimbombante: Ungheria… Ungheria…
Andate via… Andate via…
Democrazia… Democrazia…
Tutto in rima. Ed assieme al
coro avvertimmo il rotolìo dei
sassi che scendevano. Non
c'era alcun dubbio.
Ce l'avevano con noi. Ripartimmo lestamente.
10
Il tema della propaganda politica in occasione
delle sfide elettorali è
documentata in alcuni
fondi conservati presso il Museo storico in
Trento, secondo una
ripartizione che per comodità di esposizione
potremo ripartire in tre
blocchi.
a cura di Lorenzo Gardumi
Prendendo in considerazione,
naturalmente, solo gli ultimi sessant’anni di storia del nostro
Paese, l’indagine non poteva
che iniziare dalla nascita dello
Stato repubblicano.
L’archivio iconografico raccoglie numerosi manifesti di
propaganda elettorale proprio
a partire dal referendum istituzionale del 2 giugno 1946
quando la scelta, per il popolo
italiano, dopo la tragedia della
seconda guerra mondiale, non
riguardò unicamente l’elezione dei candidati all’Assemblea
costituente ma
prima di tutto
la scelta tra monarchia e repubblica. Monarchici, comunisti,
democristiani
o socialisti si
affrontarono a
suon di slogan
e di differenti
spinte
ideali.
La provincia di
Trento (in quella di Bolzano
non si votò)
si dimostrò la
più repubblicana d’Italia con
l’85% dei suffragi favorevoli.
Seguì la seconda grande sfida del secondo
dopoguerra: le
prime elezioni
libere del 18
aprile 1948. I
Documenti per la
storia della comunicazione politica
e della propaganda
elettorale negli
archivi del Museo
storico in Trento
materiali elettorali documentano lo scontro fra le forze del
Fronte popolare – PCI e PSIUP
– e le altre formazioni moderate, DC in testa. L'effige di
Garibaldi si contrappone allo
scudo crociato.
Per tutti gli anni cinquanta
non si conserva altro materiale di propaganda all'infuori di
una sporadica documentazione raccolta da Livia Battisti ed
Elsa Conci. Si deve giungere ai
primi anni sessanta per incrociare nuovamente qualcosa di
consistente.
Il Centro di documentazione
Mauro Rostagno – nato sul
finire degli anni ottanta – custodisce al riguardo alcuni significativi fondi.
L’archivio della Federazione
provinciale di Trento del PCI
– carte Biagio Virgili, segretario della Federazione – rappresenta il più articolato complesso di documenti. Dal 1964 al
1984, ogni sfida elettorale,
fosse amministrativa, regionale, politica od europea, è minuziosamente registrata.
Materiale informativo, manifesti di propaganda, opuscoli
ma anche semplici volantini e
ciclostili rappresentano il nucleo fondante della comunicazione politica.
Altro materiale, di notevole interesse, emerge in occasione
dei più importanti referendum
popolari della storia repubblicana come quello abrogativo
del 12 maggio 1974 e relativo
alla legge "Fortuna-Baslini" sul
divorzio, o quello sull’aborto
del 1981.
Le forze del “NO” e quelle del
“SI” duellarono a colpi di manifesti ed opuscoli.
Da parte sua, la Federazione
del PSI, a partire dal 1971 e
fino al 1991, ci ha lasciato,
anche se in quantità limitata,
un interessante complesso di
documenti e materiali di propaganda tra cui è possibile
trovare opuscoli
prodotti
dagli
avversari – ad
esempio, il Partito liberale. Completa la serie
delle formazioni
politiche Democrazia proletaria,
poi Solidarietà,
tra il 1978 e il
1991.
Quest’archivio,
per quanto non
ancora ordinato e inventariato, conserva un
buon
numero
di manifesti e
volantini di propaganda
politica elettorale.
Al suo interno è
possibile ritrovare informazioni
anche circa i più
recenti referendum come quel-
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lo sulla caccia e sui pesticidi
del 1990.
Un patrimonio inestimabile
è rappresentato dall’archivio donato dalla rivista UCT:
uomo città territorio, diretta
da Sergio Bernardi.
Nata da quella fucina di passioni e d’impegno politico
che furono gli anni sessanta
e settanta, la rivista e la sua
redazione hanno contribuito
a raccogliere e conservare
molto materiale d’interesse
politico, economico e sociale
prodotto in quel periodo storico. Rispetto a ciò che qui
interessa, i documenti conservati partono dal 1972,
anno delle elezioni politiche,
e giungono fino alle elezioni
del 1996, dove già, però, il
materiale
propagandistico
perde di rilevanza per lasciare libero campo alle rassegne
stampa e ai risultati del confronto politico.
Numerosi e singolari sono i
manifestini fotografici relativi alle politiche del 1972:
qui, più che in altri fondi, è
possibile trovare materiale di
propaganda di partiti politici
"minori" come il MSI, il PRI
o il MPL (Movimento politico
dei lavoratori).
È comunque il referendum
sul divorzio del 1974, con i
manifesti degli opposti schieramenti del “SI” e del “NO”,
elaborati dalle più disparate
formazioni politiche, a suscitare la maggiore curiosità.
Accanto a PRI e PSDI si erge
la "fantasia" comunicativa
delle formazioni facenti capo
alla cosiddetta "sinistra extraparlamentare" – Lotta continua, il Manifesto, Movimento
degli studenti, Avanguardia
operaia.
Il Museo storico in Trento ha
in un certo senso proseguito
l'impegno di UCT continuando la raccolta di materiale
propagandistico. Una novità
rispetto al passato è rappresentata dalla selezione, cattura e archiviazione su supporto ottico (compact disc) di
alcuni siti internet, progettati
e pubblicati dai partiti politici
a fini elettorali in occasione
delle più recenti sfide politiche.
Per ciò che riguarda invece il
materiale cartaceo, a partire
dal 1992 e fino alle ultime
elezioni politiche dell’aprile
2006, numerosi sono i cosiddetti "santini", gli opuscoli
o le "cartoline" diffuse fra gli
elettori per posta.
A livello generale, esulando
dagli intenti di questa breve
nota, si possono svolgere alcune considerazioni sui contenuti della comunicazione
politica elettorale. Visionando a campione i vari materiali dagli anni quaranta in poi,
ciò che emerge con evidenza
è il passaggio dall’idealismo
all’estetica della politica,
ossia da una visione della
politica permeata di ideali e
valori condivisi da un gruppo
ad una puramente soggettiva
ed individuale.
Nella prima fase l'elettore
si riconosce nei contenuti
espressi da un particolare
simbolo, la falce e martello,
lo scudo crociato o la fiamma
tricolore. I rappresentanti da
inviare in Parlamento sono
semplicemente uno strumento al servizio dell'ideale;
i programmi elettorali della
varie forze politiche presentano, più o meno tutte, una
proposta rivolta al futuro.
Nella seconda fase i simboli dei partiti cedono sempre più spazio nel materiale
propagandistico agli enormi
mezzobusto dei candidati sul
quale l'elettore è spinto ad
esprimere, seppur inconsapevolmente, una valutazione
più estetica che politico-ideologica.
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INFOMUSEO
NOVITÀ EDITORIALI DEL MUSEO STORICO IN TRENTO
Mariaviola Grigolli, La terra Serena: l'emigrazione trentina in Cile: documenti: (1950-1974), pp. 318,
euro 20,00 (Vesti del ricordo, 7).
ancora terminate e il terreno risultava difficile da lavoAgli inizi degli anni cinquanta del secolo s c o r s o
rare ignorandone composizione e resa. Lo stato delle
numerose famiglie trentine lasciarono i propri paesi d'origine per raggiungere il Cile,
cose apparve subito assai difficile e non tutti
per la precisione la provincia di Coquimriuscirono a far fronte all'emergenza,
bo. Le partenze s'inserivano nel progetto
o almeno a sostenerla il tempo
di colonizzazione predisposto e seguito
sufficiente per poter cominciare
a cogliere i primi frutti del granprima dall'Istituto di credito per il lavoro
de investimento di risorse fisiche
italiano all'estero (ICLE) e dalla Regione
ed economiche richiesto. Questo
Trentino-Alto Adige e successivamente
in estrema sintesi il filo della vicendalla Compagnia italo-cilena di coloda lungo il quale si snoda il volume.
nizzazione agricola (CITAL). Alla base
Un testo che volutamente ha preferito
dell'intervento risiedevano gli accordi
offrire anziché una ricostruzione storioseguiti fra il presidente della repubgrafica, una selezione di documenti parblica cilena Gabriel Gonzalez Videla
ticolarmente significativa. La sua lettura
e il primo ministro italiano Alcide
permette di cogliere i molteplici risvolti di
De Gasperi. Al loro arrivo i coloni
una pagina di storia poco conosciuta, dantrentini avrebbero dovuto trovare
do il giusto riconoscimento al «sacrificio»
abitazioni nuove in cui alloggiare
di centinaia di persone che emigrando in
e terra da coltivare. In realtà la situazione
Cile hanno inseguito un sogno di benessere
non si presentò così favorevole come i piani avevano
spesso irrealizzato.
fatto immaginare. Le case promesse non erano state
Gianni Faustini, Per una storia d'Italia del 1943: la cronaca di
Roberto Suster e altri scritti, pp. 168, euro 14,50 (Quaderni
di Archivio trentino, 12).
Il volume propone principalmente la trascrizione del diario
che Roberto Suster – trentino di nascita, irredento rifugiato
nel Regno – tenne nelle drammatiche e convulse giornate che
precedettero e seguirono il 25 luglio del 1943, la caduta di
Mussolini e del fascismo. Gli appunti del direttore dell’agenzia ufficiale del Regime, la "Stefani", consentono di seguire
dal di dentro la grave crisi del Regime e gettano luce sia sulla
personalità dell’Autore, sia degli altri protagonisti del giornalismo trentino – da Franco Ciarlantini ad Orazio Marcheselli,
da Taulero Zulberti a Servilio Cavazzani – che egli incrociò,
pressoché naturalmente, nel corso della sua vita. Direttore del
quotidiano La Libertà tra il 1919 e il 1920, Roberto Suster lavorò successivamente per Il Popolo d’Italia, il giornale fondato
e diretto da Benito Mussolini, e per la "Stefani", di cui
divenne direttore per quasi
trentaquattro mesi dall’11
gennaio 1941 al 24 settembre del 1943. Arrestato dalla Repubblica sociale
italiana su ordine impartito
da Mussolini in persona, alla macchia dopo la fuga dal
carcere, tornò al giornalismo
– ancorché in posizione di
secondo o forse terzo piano, come avvenne per quasi tutti i giornalisti che erano stati al vertice al tempo
del fascismo – fino alla sua
morte avvenuta nel 1966.
Premio ITAS 2006: segnalato dalla giuria il volume
su Arco al tempo dei sanatori.
Il 2 maggio 2006 ha avuto luogo la cerimonia di
premiazione del 35. premio ITAS della montagna.
Fra i 92 volumi portati in concorso è stato segnalato
dalla giuria anche il libro di Beatrice Carmellini e
Sara Maino, "Arco di storie: uno sguardo ravvicinato
sul tempo dei sanatori ad Arco (1945-1975)". Le
edizioni del Museo storico in Trento ottengono così un
nuovo ambito riconoscimento dopo il cardo d'argento
ottenuto nell'edizione 2001 del medesimo premio
con il volume "L'invenzione di un cosmo borghese:
valori sociali e simboli culturali dell'alpinismo nei
secoli XIX e XX" a cura di Claudio Ambrosi e Michael
W e d e k i n d e il "Premio Cento stampa locale"
conquistato
nel 2003 dalla rivista
"AltreStorie".
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La Zona d'operazioni delle Prealpi nella seconda guerra mondiale:
un convegno di studio fra Trento, Bolzano e Belluno: 22-25 marzo 2006.
A più di sessant'anni dalla conclusione del conflitto mondiale e dell'occupazione nazista il Museo storico in Trento, l'Archivio provinciale di Bolzano e l'Istituto storico
bellunese della Resistenza ed età contemporanea, hanno proposto una riflessione
storica sulla Zona d'operazione delle Prealpi, amministrazione militare e civile voluta
da Hitler. In tre giorni di fitto convegno, che hanno registrato la partecipazione di numerosi e qualificati studiosi, si è così tornati a parlare di un periodo particolarmente
complesso e tormentato della storia contemporanea, sul quale molto resta ancora
da indagare e studiare. Sono intervenuti: Agostino Amantia, Lorenzo Baratter, Marco
Borghi, Vincenzo Calì, Gustavo Corni, Marco Cuzzi, Alberto De Bernardi, Andrea Di
Michele, Giuseppe Ferrandi, Alessandra Ferretti, Monica Fioravanzo, Luigi Ganapini,
Lorenzo Gardumi, Josef Gelmi, Maurizio Gentilini, Pierantonio Gios, Christoph H.
von Hartungen, Alberto Ianes, Stefan Lechner, Adriana Lotto, Margareth Lun, Hubert Mock, Giovanna Padovani, Luciana Palla, Fabrizio Rasera, Alessandro Sacco,
Paola Salomon, Mirko Saltori, Karl Stuhlpfarrer, Elena Tonezzer, Armando Vadagnini,
Ferruccio Vendramini, Cinzia Villani, Michael Wedekind. È già stata annunciata la
pubblicazione degli atti.
Seminario permanente "Alla ricerca delle menti
perdute": un nuovo incontro di lavoro.
Una storia romantica: la mostra sull'archivio di
Gigliola Cinquetti a San Giovanni Lupatoto.
La mostra sull'archivio di Gigliola Cinquetti "Una storia
romantica" è stata ospitata a San Giovanni Lupatoto,
in provincia di Verona, nel periodo compreso fra il 29
aprile e il 14 maggio. E’ proseguita così la collaborazione con il comune veronese iniziata già in occasione
della mostra "Alla ricerca delle menti perdute" con il
coinvolgimento della locale Fondazione Carlo Zinelli e
del comune stesso. La mostra ha registrato un notevole
successo di pubblico, testimoniato anche dal contributo
di alcuni collezionisti locali che hanno arricchito l'esposizione di nuovi oggetti simbolo degli anni sessanta.
Prosegue l'attività del seminario permanente "Alla ricerca delle menti perdute". Il 10 maggio 2006 ha avuto
luogo un incontro di lavoro nel corso del quale studiosi
di diverse istituzioni (Associazione italiana bibliotecheSezione Trentino-Alto Adige, Associazione nazionale
archivistica italiana-Sezione regionale Trentino-Alto
Adige, Azienda provinciale per i servizi sanitari, Museo
storico in Trento, Soprintendenza dei beni librari e archivistici della Provincia autonoma di Trento, Università
di Innsbruck e Università di Trento) si sono confrontati
sulle prospettive di un'indagine comparata sulle storie
dei manicomi di Hall e di Pergine Valsugana. Hanno
offerto il loro contributo all'incontro Roberta Arcaini,
Gustavo Corni, Felice Ficco, Andrea Giorgi, Casimira
Grandi, Anna Guastalla, Christian Haring, Piera Janeselli, Renato Mazzolini, Giuseppe Pantozzi, Gian Piero
Sciocchetti, Oliver Seifert, Alba Silvia, Livio Sparapani,
Elena Taddei e Rodolfo Taiani.
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Anni settanta: rimozione e
memoria.
Il Museo storico in Trento, grazie
al contributo della Provincia autonoma di Trento e con il patrocinio
del Comune di Trento, ha proposto fra l'8 e il 27 marzo 2006 un
ciclo di conferenze dedicato alla
rivisitazione degli anni settanta
del secolo scorso. I quattro incontri previsti si sono svolti secondo
il seguente programma: Giovanni
Gozzini, "Globalizzazione e ineguaglianze: una prospettiva sulla
storia degli ultimi decenni del Novecento"; Diego Giachetti, "Nessuno ci può giudicare: gli anni della
rivolta femminile"; Enrico Palandri
e Alessandro Tamburini, "Raccontiamoci: esperienze letterarie
nell'Italia degli anni settanta",
Giovanni Tamburino, "Da piazza
Fontana alla stazione di Bologna:
strategia della tensione ed eversione di destra".
Archiblioteca del Museo
storico: un nuovo deposito
librario.
Assemblea
dei soci 2006.
La Biblioteca del Museo storico in
Trento ha ricevuto in deposito dall'Azienda provinciale per i servizi
sanitari di Trento due interessanti
fondi bibliografici: l'uno del Medico provinciale e l'altro del Distretto di Trento e Valle dei Laghi. Il
primo è costituito da 327 volumi,
mentre il secondo è formato da
circa 800 volumi, di argomento
giuridico, economico, finanziario,
medico-legale, medico-sociale e
socio-assistenziale, che coprono
un arco di tempo compreso grossomodo fra il 1920 e il 1970.
Il 31 marzo 2006 si è svolta l'assemblea ordinaria dei soci del
Museo storico in Trento. È stata
l'occasione per rimarcare attraverso la relazione di attività letta
dal direttore Giuseppe Ferrandi la
straordinaria mole di lavoro svolta dal Museo nel corso del 2005
e la necessità di dotare il Museo
stesso di quegli strumenti operativi indispensabili per accogliere
le tante sfide aperte sul fronte dei
progetti espositivi, dei rapporti
con il territorio e delle nuove prospettive di indagine storica. Il momento istituzionale è stato seguito
dalla presentazione di due volumi
editi dal Museo storico in Trento
che raccolgono la trascrisione dei
diari di Anna Menestrina. È intervenuta con il curatore, Quinto Antonelli, Liviana Gazzetta.
La politica industriale in Trentino nella seconda metà del Novecento (1950-1990).
Nell'ambito della ricerca "La speranza industriale: sviluppo e modernizzazione in Valsugana: 1950-1990",
promossa all'interno del "Progetto memoria per il Trentino", dalla Provincia autonoma di Trento, dal Comune
di Borgo Valsugana, dal Museo storico in Trento e dal Dipartimento di economia dell'Università degli studi
di Trento, si è svolto a Trento, il 17 maggio 2006, un seminario dal titolo "Sviluppo locale e programmazione in Trentino nel secondo Novecento". Sono intevenuti Andrea Bonoldi (introduzione ai lavori), Silvio
Goglio ("Politiche locali di sviluppo: luci e ombre"), Pietro Nervi ("L'esperienza della programmazione: le
scelte all'origine del Piano urbanistico provinciale") e Andrea Leonardi, che ha moderato l'incontro.
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