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Forte del ruolo di riferimento ormai riconosciuto a pieno titolo, la Provincia di Brescia non perde l’occasione, nonostante si tratti dell’anno del rinnovo elettorale, per ribadire la propria centralità nel sistema. E prima di chiudere il
mandato, l’assessorato di via Musei, riesce a costituire la propria colonna mobile provinciale di protezione civile. Con una scelta ben precisa, che si rivelerà quanto mai strategica qualche mese più tardi. Messa al bando l’idea di una colonna mobile ibrida, a
Brescia si punta su una struttura specializzata a fornire il servizio mensa su larga scala.
La provincia acquista i mezzi, le strutture e le dotazioni e le mette a disposizione, con
apposita convenzione, di cinque associazioni di protezione civile del territorio per farle
funzionare. Il risultato è decisamente positivo: quando a maggio di quell’anno, a
Castelcovati, sede di una delle associazioni, si presenta ufficialmente la colonna mobile, l’impressione è quella di avere percorso la strada in direzione giusta: con la possibilità di contare su decine di volontari specializzati, la grande cucina da campo, ha una
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potenzialità per distribuire oltre cinquecento pasti caldi ogni ora, le sue strutture sono
adatte a qualsiasi condizione operativa e la formula della gestione associata crea un
nucleo di volontariato specializzato che molti invidiano alla provincia di Brescia. In un
secondo momento, la colonna mobile verrà ulteriormente potenziata, con l’acquisto di
mezzi scarrabili di ultima generazione, di mezzi per le emergenze idriche e idropotabili. Con una filosofia di sviluppo che ha comunque sempre ruotato attorno all’esigenza
del supporto logistico legato al servizio mensa.
Ma la strada della comunicazione varata da Brescia doveva ancora arricchirsi della sua
più centrata campagna informativa. Durante la primavera del 2003 si guadagna le
prime pagine dei giornali “Ho una doppia vita” l’azione di promozione del volontariato di settore targata Brescia. Ancora una volta uno slogan centrato appieno e ancora
una volta l’idea che i testimonial dovessero essere coloro ai quali la campagna si rivolge. Vengono presi due volontari veri e autentici: il giovane Cesare e la giovanissima
Alice, a quel tempo appena diciottenne e il loro volto sorridente viene stampato su
migliaia di opuscoli, centinaia di manifesti, nel corso del tempo anche su cartoline illustrative. La loro voce, anche quella autentica, viene trasmessa con spot radiofonici e i
loro volti vanno a comporre la base per gli spot televisivi. La formula è semplice ma
centra in pieno l’obiettivo: Cesare e Alice sono ragazzi come tutti, come tanti. Lui fa
l’assicuratore e lei soltanto la quinta liceo, ma trovano il tempo e l’energia di indossare quella divisa gialloblu e fare parte di due degli allora 90 gruppi di protezione civile,
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insieme ai 2500 volontari che, a quel tempo, componevano quell’esercito dell’altruismo gratuito. La simpatia dei volti e del modo di proporre quel messaggio arriva subito lontano. A poche settimane dal varo della campagna, grazie anche alla copertina
dedicata dalla principale rivista nazionale del settore, il layout della “Doppia vita” fa il
giro d’Italia e viene concesso ben volentieri, come buona prassi amministrativa, a decine di province e enti locali italiani. Ma il test di prova è su Brescia, dove il terreno fertile nel mondo del volontariato di settore, mette moltissimi nuovi germogli. Tanto che,
in cinque anni pieni di campagna, il numero delle organizzazioni passa da 90 a 130, con
un incremento del 40 per cento, mentre il numero dei volontari aumenta vertiginosamente, passando da 2500 a 4000 facendo segnare un incremento addirittura del 60 per
cento. Un risultato eccellente per una campagna centrata, costata relativamente poco
(in totale non ha mai superato i 10 mila euro annui) ma vissuta dai volontari stessi
come strumento diretto dei loro ideali. La provincia, infatti, ha soltanto messo a disposizione gli strumenti, dall’ideazione alla stampa, relativi alla campagna ma i veri veicoli sono stati i volontari in prima persona. Sono stati loro, che sentivano forte l’esigenza di accrescere il loro numero, ad affiggere i manifesti, ad organizzare gli eventi di promozione, a distribuire le migliaia di depliant che hanno tappezzato il territorio bresciano, a portare l’esempio di Alice e Cesare, come anche il loro personale, a chi aveva una
mezza idea di avvicinarsi a quella divisa ma magari mancava ancora di un po’ di coraggio o convinzione, trovati nel sorriso di quei giovani. Numeri di questo genere non
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sono cosa da tutti i giorni nel
mondo della comunicazione:
tuttavia la possibilità di monitorare la campagna praticamente
in maniera quotidiana ha permesso di dimostrare che, in
molti casi, sono le azioni studiate bene quelle che portano
risultati concreti e tangibili,
anche senza una grande disponibilità di risorse finanziarie,
quando questa è sostituita dalla
principale risorsa umana: il
cuore di chi si dedica agli altri
in forma gratuita. È bello anche
accorgersi che oggi il 65 per
cento dei volontari bresciani ha
meno di 50 anni e il 16 per
cento ne ha meno di 25. La
componente femminile rappresenta una parte significativa
di questo esercito gialloblu che
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supera ogni anno il 10 per cento del totale.
La protezione civile è una cultura dell’altruismo, come dimostrano questi dati, ma
è anche diventata, grazie al messaggio positivo che è passato, un modello di impegno
civile per molti giovani che si mettono a
disposizione delle proprie comunità e che vivono con fervore, orgoglio ed entusiasmo
una loro “doppia vita”.
I risultati raggiunti in così breve tempo e la dimostrazione di aver condotto con preparazione e abnegazione un percorso di crescita esponenziale della protezione civile bresciana, valgono a Corrado Scolari, nel mese di luglio, la riconferma della delega di
assessore provinciale a questa materia e c’è solo il tempo per organizzare un nuovo
piano di lavoro quinquennale quando la struttura provinciale, insieme a tutte le altre
componenti del sistema, deve misurarsi con la prova più ostica: la gestione di un’emergenza vera e importante, nei numeri e nei fatti. Sono le 23 e 59 del 24 novembre quando una scossa di terremoto lunga oltre 20 secondi svegli di colpo il territorio bresciano. L’epicentro è individuato in Vallesabbia, a pochi chilometri dal lago di Garda, l’intensità è 5.2 gradi sulla scala Richter. È quello che viene definito “il terremoto di Salò”
perché proprio nella cittadina turistica del basso lago, verrà istituito a tempo di record
il Centro operativo misto di gestione dell’emergenza. Il sistema costruito due anni
prima risponde in maniera egregia e spontanea. Pochi minuti dopo la scossa, con notizie ancora frammentarie, si costituisce l’Unità di Crisi e le istituzioni tracciano le prime
linee operative per arginare l’emergenza. Il quadro completo, tuttavia, non si riesce a
capire se non all’alba, quando sorvolando la zona si riescono a vedere le proporzioni
degli effetti della scossa. In pochi giorni verranno evacuate 3 mila persone, sono oltre
mille gli edifici inagibili: abitazioni private, edifici pubblici, scuole, chiese. La piaga che
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quella scossa ha aperto nel bresciano è di proporzioni enormi. Ma come detto il sistema risponde con grande impegno e senza paura. Un aneddoto può far capire lo spirito di quei giorni: con un grande senso di responsabilità, tutti i dipendenti pubblici
delle istituzioni di protezione civile, senza differenza di appartenenza a quello o a quell’altro ente, lavorano per giornate intere, anche fino a 15/16 ore al giorno e non chiedono un euro di lavoro straordinario, pensando che fuori dal Com c’era chi aveva
perso tutto, nel dover abbandonare la propria casa. La provincia collabora fin dalle
prime ore al centro operativo misto: si assume l’onere di gestire il volontariato, mette
a disposizione i suoi tecnici per le verifiche, si occupa della comunicazione dell’emer-
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genza e dell’esigenza di mostrare al resto
d’Italia che quella è stata un’emergenza
vera. L’eccellenza bresciana, infatti, consente a tutti gli sfollati di trovare situazioni
umane per continuare la propria vita: nessuno dei 3 mila rimasti senza casa dorme
L’opuscoletto redatto dalla Provincia
per una sola notte in un container.
di Brescia, sul terremoto del 24 novembre
e distribuito in tutta la provincia
A Salò e nei comuni vicini si aprono le
porte degli alberghi per gli sfollati, la
Provincia si fa carico di acquistare 5 moderne tensostrutture e metterle a disposizione
del ritorno alla normalità: ci si trasferiscono gli oratori e le chiese, perché potersi ritrovare, per la gente, è come cominciare a superare un’emergenza. La colonna mobile
provinciale, varata appena l’anno prima, arriva a Pompeggino, una piccola frazione di
Vobarno, in Vallesabbia, che è particolarmente colpita dalla scossa. Ci starà per oltre un
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mese, dando cibo caldo ai tanti sfollati e dimostrando la grande valenza del volontariato di protezione civile all’accadere di un’emergenza. Ma Scolari e il suo staff si fanno
carico anche di un altro compito: il grande Tsunami che sconvolge l’Indonesia un mese
più tardi, toglie completamente l’attenzione dal sisma bresciano e la Provincia redige
un reportage sui fatti della Vallesabbia che raggiunge tutte le massime cariche dello
stato e permette di riportare parte dell’attenzione sull’evento. Sarà un passo fondamentale per riuscire a sensibilizzare la politica e le istituzioni e avere quei finanziamenti che hanno permesso, in soli tre anni, di chiudere l’emergenza con soddisfazione
unanime, dei privati come dell’ambiente pubblico. La gestione commissariale della
Regione Lombardia, coordinata con l’azione di tutti gli altri enti, dalla provincia ai
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comuni, ha permesso di dare una
duplice dimostrazione di efficienza:
da un lato creare un’asse trasversale anche alla politica e ai gradi
amministrativi in grado di rispondere in fretta e con qualità alla richiesta, improvvisa di un territorio; dall’altro di dimostrare che la creazione di dinamiche condivise in tante
esercitazioni e molti studi operativi
è di fondamentale importanza di
fronte a un’emergenza vera. Il
segreto della gestione del terremoto di Salò, infatti, è stato anche e
soprattutto l’affiatamento fra gli
uomini che compongono il sistema
bresciano di protezione civile, la
reciproca stima fra di loro e l’identica responsabilità di dare il meglio
nel momento della prova. I
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Su un territorio per due terzi montano, come quello bresciano, non poteva mancare, da parte della Protezione civile della Provincia di Brescia, un
approfondito studio sul rischio principale legato alle precipitazioni nevose: il rischio
valanghe. La provincia di Brescia è stata la prima ad incaricare un geologo esperto in
nivologia per redigere e monitorare un piano valanghivo attorno al quale far ruotare la
gestione delle eventuali emergenze e le strategie in grado di scongiurarle. E i siti dove
il rischio è elevato sono risultati essere una ventina: sono tutti luoghi in cui il possibile distacco di una valanga mette a rischio l’incolumità di alcuni abitati oppure interferisce sulla viabilità di natura provinciale.
Lo studio si rivelerà non solo importante per il monitoraggio delle situazioni nella normalità ma particolarmente utile per i modelli di intervento descritti quando le valanghe accadono davvero. E anche questo è uno studio, inserito nel programma di previsione e prevenzione, che non nasce a caso, bensì sull’esigenza ben precisa sottoposta
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più volte all’attenzione della protezione civile in seguito all’interruzione di alcune arterie provinciali e comunali che isolavano intere frazioni di montagna. La Provincia se n’è
fatta carico riuscendo a evitare, in alcuni casi, conseguenze pericolose per i distacchi
di neve e avendo, nel corso di ogni stagione invernale, il vantaggio di sapere con precisione quali sono le zone che devono essere trattate come “osservato speciale”.
E sempre di neve, ma con una grande campionessa olimpionica, si parla all’interno del
progetto “In Montagna con i piedi e con la testa” che, dal 2005, si avvale di un testimo-
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nial d’eccezione: la pluridecorata sciatrice di fondo Manuela di Centa. Determinazione
tutta friulana, cinque medaglie olimpiche al collo nella stessa edizione dei giochi, due
coppe del Mondo in bacheca, Manuela si tuffa nel progetto “In montagna con i piedi e
con la testa” del quale non solo condivide la filosofia, ma anche la logica positiva del
messaggio che ormai sta superando i confini del panorama bresciano. Manuela di
Centa presta la sua immagine per la diffusione dei consigli su come andare in montagna: con il suo volto si producono cartoline e depliant, si girano spot televisivi, si
costruiscono eventi rivolti al pubblico e alla stampa. In piena filosofia con il progetto,
la campionessa capace anche di scalare l’Everest, non fornisce regole ma dispensa consigli per suscitare nel soggetto una nuova responsabilità personale nell’affrontare la
montagna. E questa azione frutta al progetto targato Brescia il secondo riconoscimento nazionale, ricevuto ancora una volta dalle mani del Presidente Carlo Azeglio Ciampi
e ancora una volta nel corso di una giornata internazionale della montagna. In questa
occasione è la stessa Manuela
di Centa a rappresentare
tutto il tavolo di lavoro del
progetto al Quirinale, con
l’immagine solare e sorridente che, solo l’anno dopo, farà
il giro del mondo grazie ai
giochi olimpici invernali di
Torino.
E il protagonista dell’anno,
per la protezione civile bresciana, è sempre di più
Corrado Scolari, l’assessore
provinciale che sta mettendo
indelebile il suo marchio sulla
crescita del sistema. Dopo
essere intervenuto per portare il modello bresciano, di
fronte a tutti volti che contano della protezione civile italiana, al convegno nazionale
di Varenna, a Lecco, Scolari
riceve un riconoscimento che
ormai da mesi era nell’aria. I
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suoi colleghi alla protezione civile di tutte le province lombarde lo nominano loro
coordinatore in seno all’Unione province lombarde sui temi della sicurezza collettiva.
È un unanime e trasversale conferma che la strada intrapresa a Brescia può essere
esportata in molte altre realtà. Questo destino avverrà per il progetto “In montagna
con i piedi e con la testa” ma anche per altre buone prassi amministrative. E con un’autorevolezza ritrovata l’Upl diventa primo interlocutore della Regione Lombardia per il
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