Caffè e diabete Caffè e diabete Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione Via Ardeatina, 546 - 00178 Roma Tel. 06.514941 www.inran.it Testi a cura di: Fausta Natella Amleto d'Amicis Introduzione al diabete Il diabete è una patologia che si verifica quando l'organismo non è in grado di utilizzare il glucosio a causa di una mancanza totale o relativa di insulina, l’ormone responsabile del metabolismo degli zuccheri. Questa incapacità dell’organismo determina l’aumento della concentrazione plasmatica di glucosio che caratterizza la patologia. 2 Il diabete rappresenta la quarta causa di morte nei paesi industrializzati; nel mondo sono circa 177 milioni le persone che ne sono affette e questo numero sembra destinato a raddoppiare entro il 2025. In Italia, i dati riportati nell’annuario statistico Istat 2008 indicano che il diabete colpisce il 4,8% degli italiani, che equivale a quasi 3 milioni di persone, e anche in Italia la patologia risulta in aumento. Esistono due tipi di diabete: diabete di tipo 1, o insulinodipendente, e diabete di tipo 2, o non insulino-dipendente. Il primo è caratterizzato dall’assenza totale o quasi dell'insulina, ed è causato da un processo di autoimmunità che determina la distruzione delle cellule del pancreas che producono insulina. Il secondo è caratterizzato da ridotta produzione di insulina o da ridotta sensibilità all’insulina prodotta. Il diabete di tipo 2, che è la forma più comune di diabete, rappresenta circa il 90% dei casi. I fattori di rischio associati all’insorgenza di diabete di tipo 2 sono: l’età (in genere la malattia si manifesta dopo i 40 anni, e il rischio di contrarla aumenta con l’aumentare dell’età), familiarità, sovrappeso e obesità, e scarso livello di attività fisica. Il diabete costituisce anche un importante fattore di rischio per altre patologie, come le malattie cardiovascolari. Ciò vuol dire che gli individui affetti da diabete hanno un maggior rischio di contrarre malattie cardiovascolari [1,2]. Dato l’elevato costo della patologia, sia in termini di vite umane che di spesa sanitaria (circa il 7% dell’intera spesa sanitaria nazionale [3]), la prevenzione del diabete risulta particolarmente importante. Infatti, sebbene la genetica giochi un ruolo importante nell’eziologia della patologia [4], ci sono sempre più evidenze che il diabete di tipo 2 sia associato a numerosi fattori di rischio modificabili, tra cui la dieta. In questo ambito, i medici devono essere maggiormente coinvolti in azione di medicina preventiva anche e soprattutto mediante interventi di informazione e educazione alimentare che vanno indirizzati all’intera popolazione ma, ancor più, a coloro che si trovano ad avere alcuni dei fattori di rischio per lo sviluppo della malattia. Le azioni di prevenzione primaria dovrebbero essere rivolte ad educare la popolazione verso uno stile di vita adeguato, che comprenda una dieta sana e un buon livello di attività fisica. Negli ultimi anni, numerosissimi studi epidemiologici, hanno suggerito che il consumo moderato e prolungato di caffè sia associato a una riduzione del rischio di sviluppare diabete di tipo 2. Ciò detto, dobbiamo ricordare che lo studio delle relazioni esistenti tra alimentazione e salute nell’uomo deve considerare la globalità delle abitudini alimentari, e non può considerare l’effetto diretto di un singolo alimento. Per tali motivi, le considerazioni riportate in questa pubblicazione sull’influenza del consumo di caffè sul diabete vanno riferite sempre ad un consumo inserito in un contesto di corrette abitudini alimentari e un sano stile di vita. Va, infatti, ricordato che il modo migliore per prevenire il diabete è combattere il sovrappeso e l’obesità e praticare un buon livello di attività fisica. 3 Caffè e rischio di diabete di tipo 2 La letteratura che documenta un’associazione tra consumo di caffè e diabete di tipo 2 è piuttosto recente. Infatti, il primo articolo ad essere pubblicato è del 2002 [5]. Da questa data, numerosissimi studi (epidemiologici e non) sono stati condotti per valutare meglio questa associazione. Conducendo una ricerca in medline alla data di oggi e inserendo le parole chiave “caffè” e “diabete”, otteniamo 369 articoli scientifici. Ad oggi circa una ventina di studi prospettici e due studi di meta analisi concordano nel ritenere che un consumo moderato e abituale di caffè riduca il rischio di contrarre diabete di tipo 2. 4 Le prime osservazioni delle relazioni esistenti tra consumo di caffè e livelli plasmatici di glucosio risalgono agli anni 70, quando, in uno studio sperimentale, veniva dimostrato che un aumento nel consumo di caffè riduceva i livelli plasmatici di glucosio [6]. Questo dato è stato poi confermato da uno studio condotto in Giappone, nel quale si osservava l’esistenza di un’associazione inversa tra consumo di caffè e i livelli plasmatici di glicemia a digiuno [7]. Nel 2002 uno studio epidemiologico condotto in Germania ha dimostrato che un abituale consumo di caffè era associato ad un minore rischio di sviluppare diabete di tipo 2 [5]. Questa osservazione è stata poi confermata da numerosi studi successivi [8-12] e i dati non sono risultati relativi al sesso, al tipo di caffè (caffeinato o decaffeinato), al metodo di preparazione o alla geografia delle popolazioni in studio. Gli studi sono stati condotti in regioni, e quindi popolazioni, molto diverse che vanno dall’Europa - Inghilterra [13], Finlandia [14], Paesi Bassi [5,15], Svezia [16] -, all’America - Stati Uniti [17,18], indiani d’America [19], Porto Rico [20] - e all’Asia - Singapore [21], Giappone [22,23]-. Con poche eccezioni, tutti questi studi erano attentamente controllati per un gran numero di possibili fattori confondenti e di tutti questi studi, solo tre non hanno evidenziato alcuna associazione tra consumo di caffè e sviluppo di diabete [13,24,25]. In un primo studio di meta-analisi [26] sono stati sistematicamente rivisti tutti gli studi epidemiologici sulla relazione tra consumo abituale di caffè e rischio di diabete del tipo 2. In questo lavoro sono stati analizzati 15 studi epidemiologici (9 studi prospettici e 5 studi caso-controllo) coinvolgenti un totale di circa 200.000 partecipanti. Dall’analisi di questi lavori è emerso che un più alto consumo di caffè è consistentemente associato con un più basso rischio di malattia. Lo studio, inoltre, mette in evidenza che la riduzione del rischio è maggiore quanto maggiore è il consumo di caffè. Rispetto al consumo nullo, il consumo di 4 o più tazze di caffè al giorno, produce una riduzione del rischio di diabete di tipo 2 di circa il 35%. Un secondo studio di meta-analisi è stato condotto più recentemente [27] e ha preso in considerazione 20 studi prospettici, coinvolgenti un totale di circa 500.000 individui, che sono stati seguiti in un follow-up che andava dai 2 ai 20 anni. Anche da questo studio di meta-analisi è emerso che esiste un’associazione inversa tra consumo di caffè e rischio di diabete di tipo 2, e anche in questo caso, l’associazione risulta dose dipendente. Cioè, all’aumento del consumo di caffè aumenta la riduzione del rischio, con una riduzione di circa il 7% per ogni tazza/die di caffè consumato (vedi figura). 5 caffè per 4 settimane determina un aumento dei livelli a digiuno di insulina, ma non ha alcun effetto sulla concentrazione plasmatica del glucosio [28]. In studi condotti in acuto, il consumo di caffè decaffeinato ha un effetto positivo sul metabolismo del glucosio a seguito di carico di glucosio [29], ma studi analoghi hanno riportato un effetto opposto [30]. 6 La relazione tra consumo di caffè e rischio di diabete di tipo 2 in diverse categorie di consumo di caffè [27] L’associazione è risultata valida anche con il consumo di caffè decaffeinato (analisi condotta su 6 studi per un totale di circa 225.000 individui), per cui individui che bevono 3-4 tazze di caffè decaffeinato al giorno hanno un rischio di ammalarsi di diabete di tipo 2 che è circa un terzo più basso delle persone che non consumano caffè. L’effetto protettivo del caffè non sembra quindi dipendere dal suo contenuto in caffeina. Alcuni studi riportano addirittura un’associazione più forte per il caffè decaffeinato che per il caffè normale [18]. Al momento non sono stati condotti studi sperimentali (trial clinici) per verificare le osservazioni ottenute tramite gli studi epidemiologici. Qualche studio sperimentale è stato condotto per valutare se il consumo di caffè possa avere un’influenza su alcuni indicatori della malattia. Uno studio sperimentale condotto in crossover dimostra che un elevato consumo di Concludendo, riteniamo ragionevole affermare che gli studi condotti finora forniscono un’indicazione chiara che soggetti sani, consumatori abituali di caffè, sono protetti, rispetto ai non consumatori, dal rischio di contrarre la malattia. Ciò ovviamente non equivale al raccomandare un aumento nel consumo come strategia di prevenzione del diabete, in quanto un elevato consumo di caffè può avere anche altri effetti (alcuni dei quali non ancora ben chiariti) sullo stato di salute. 7 Consumo di caffè e indicatori di rischio associati al diabete di tipo 2 Numerosi studi epidemiologici riportano che il consumo di caffè è consistentemente associato con una più bassa prevalenza di ridotta tolleranza ai carboidrati (impairedglucose tolerance: IGT), iperglicemia (a digiuno e dopo carico di glucosio), iperinsulinemia e sensibilità all’insulina [15,16,31,32]. 8 È stato, inoltre, osservato che il consumo di caffè può ridurre il rischio della sindrome metabolica (patologia fortemente correlata al diabete); infatti molti dei suoi componenti (pressione del sangue, circonferenza della vita, glicemia e profilo lipidico) che sono anche fattori di rischio del diabete di tipo 2, sono inversamente associati al consumo di caffè [33]. Anche se altri studi epidemiologici non hanno confermato questi risultati [34,35]. Uno studio epidemiologico piuttosto recente dimostra che il consumo di caffè è positivamente associato con i livelli plasmatici di adiponectina sia in donne sane che in donne diabetiche [36]. L’associazione è risultata valida solo per il caffè contenente caffeina. Questo studio non è però stato confermato in altri gruppi di popolazione [37]. L’adiponectina è un ormone che regola il catabolismo del glucosio e la sensibilità all’insulina. I suoi livelli sono ridotti nei soggetti affetti da diabete e di conseguenza si ritiene che abbia un ruolo protettivo nei confronti di questa patologia [38]. Diversi studi epidemiologici dimostrano un’associazione inversa tra consumo di caffè e markers di infiammazione e disfunzione endoteliale sia in soggetti sani che diabetici. Uno studio epidemiologico condotto nel 2005 evidenzia che il caffè è negativamente associato ai livelli di sTNFR2 (recettore solubile del tumor necrosis factor-a), CRP (C-reactive protein), selectina-E, sVCAM-1 (soluble vascular cell adhesion molecule 1) [39]. Un’associazione inversa tra consumo di caffè contenente caffeina e livelli di selectina-E e CRP è stata evidenziata in donne diabetiche; nello stesso studio è stata evidenziata un’associazione inversa tra consumo di caffè decaffeinato e livelli di CRP in donne sane [40]. Questi risultati sono stati confermati da uno studio in cui si è evidenziato che in donne diabetiche il consumo di caffè è inversamente associato ai livelli di CRP e del sTNFR2 [36] e da uno studio condotto in Giappone che ha mostrato un’associazione inversa tra consumo di caffè e CRP in donne sane [41]. Infine, uno studio condotto su donne obese riporta che il consumo di caffè è negativamente associato ai livelli di CRP, e che il consumo di caffè può attenuare la relazione esistente tra CRP e l’indice di massa corporea [42]. In conflitto con questi dati, uno studio riporta risultati opposti evidenziando un’associazione positiva tra consumo di caffè e markers di infiammazione [43], ed un altro riporta l’assenza di correlazione tra consumo di caffè e stato di infiammazione [44]. Uno studio sperimentale recentissimo ha cercato di fare chiarezza su questi dati epidemiologici [45]. Nello studio 47 individui sani, ma con elevato rischio di diabete di tipo 2, sono stati sottoposti ad un protocollo sperimentale a singolo cieco. Nel primo mese di studio i soggetti dovevano astenersi dal bere caffè, nel secondo mese dovevano consumare 4 tazze di caffè (caffè con infusione di tipo all’americana 150 ml per tazza) al giorno, nel terzo mese 8 tazze. I ricercatori hanno osservato una diminuzione significativa dei livelli plasmatici di una citochina pro-infiammatoria (IL-18), ma non di CRP, dopo il consumo di 8 tazza di caffè/die. Mentre un aumento significativo dei livelli di adiponectina erano osservati con il consumo di 8 tazze di caffè/die. 9 Caffè e rischio di diabete di tipo 1 Uno studio sperimentale condotto su un modello animale di diabete conferma che il consumo di caffè può ridurre la produzione di adipocitochine pro-infiammatorie [46]. D'altronde, numerosi studi sperimentali condotti in vitro e in vivo sembrano indicare che la caffeina potrebbe contribuire all’effetto anti-infiammatorio del caffè (per una revisione vedi: Horrigan et al. [47]). A fronte della numerosissima quantità di articoli scientifici sulla relazione tra consumo di caffè e diabete di tipo 2, i lavori che prendono in considerazione gli effetti del consumo di caffè sullo sviluppo del diabete di tipo 1 sono piuttosto scarsi. Questo non è sorprendente perché, sebbene le due malattie abbiano lo stesso nome, il loro sviluppo è piuttosto diverso. Il diabete di tipo 1 insorge in genere nell’infanzia o nell’adolescenza, probabilmente per esposizione a fattori di rischio anche più precoci (forse addirittura nei primi mesi di vita), quindi in un periodo in cui il consumo di caffè è piuttosto limitato. Modalità di consumo e rischio di diabete di tipo 2 In uno studio epidemiologico trasversale, in cui veniva messa in relazione l’incidenza del diabete di tipo 1 nei ragazzi da 0 a 14 anni con il consumo di caffè pro capite degli adulti di diversi paesi, si osservava una certa associazione tra consumo di caffè e incidenza di diabete di tipo 1 [49]. Gli stessi autori sottolineano, però, che uno studio di correlazione di questo genere deve essere interpretato con molta cautela. Studi di questo genere, infatti, prendendo in considerazione la popolazione nella sua interezza, soffrono del fatto che i dati sono solo debolmente relativi al gruppo che si vuole studiare. In questo studio sono stati messi in relazione il consumo pro capite di caffè con l’incidenza del diabete in un gruppo di popolazione che per età è quella meno “conforme” ai dati di consumo pro capite (il caffè lo bevono gli adulti e non i bambini!). 10 Uno studio prospettico condotto su circa 100.000 donne francesi ha messo in evidenza che anche le modalità di consumo del caffè possono avere un’influenza sul rischio di sviluppare diabete di tipo 2 [12]. Da questo studio è, infatti, emerso che il consumo di caffè a pranzo riduceva ulteriormente il rischio di contrarre la malattia. Anche in questo caso, l’effetto positivo era evidente anche per il caffè decaffeinato, mentre l’aggiunta di latte al caffè annullava l’effetto protettivo. L’aggiunta di zucchero al caffè non sembra modificare l’associazione inversa tra consumo di caffè e rischio di diabete di tipo 2 [5,12], anche se uno studio sembra indicare che l’aggiunta di zucchero possa diminuire la sensibilità all’insulina [48]. Contrariamente a quanto rivelato nello studio di Sartorelli [12], altri studi sembrano indicare che l’aggiunta di latte o panna non sembra avere alcun effetto sia sul rischio di diabete che sulla sensibilità all’insulina [5,48]. In uno studio del 1994 [50], condotto su 600 bambini diabetici e altrettanti bambini di controllo, è stato osservato che il rischio di sviluppare diabete di tipo 1 era maggiore nei bambini che consumavano almeno due tazze di caffè o tè al giorno, mentre il consumo di caffè o tè durante la gravidanza della mamma non aveva alcuna influenza sul rischio di diabete del bambino. Comunque, l’incremento del senso di sete nel periodo prediabetico potrebbe rappresentare un fattore confondente dello studio. 11 Va inoltre detto che in il consumo di caffè è fortemente associato ad altri fattori (sia dietetici che dello stile di vita), che possono rendere difficile l’interpretazione di questo genere di studi epidemiologici, soprattutto quando questi siano così scarsi e datati. Da quanto detto, risulta evidente che ulteriori studi sono necessari per comprendere il ruolo del consumo di caffè sul rischio di diabete di tipo 1. 12 Uno studio epidemiologico ha, al momento, evidenziato che la relazione inversa tra consumo di caffè e rischio di diabete di tipo 2 può essere modificata qualora si prendano in considerazione i livelli serici dell’enzima g-glutamil-transferasi (GGT) [14]. In particolare, l’associazione sembra essere più forte in quegli individui che hanno livelli più elevati dell’enzima. Il dato risulta particolarmente interessante perché elevati livelli di questo enzima sono associati a fattori di rischio strettamente connessi al diabete (età, obesità, sindrome metabolica) [54-57] e al diabete stesso [58,59]. Quindi, individui a maggior rischio di sviluppare il diabete potrebbero essere maggiormente protetti dal consumo di caffè. La nutrigenomica del caffè: rischi diversi per persone diverse Alcuni studi epidemiologici iniziano ad indicare che il consumo di caffè può essere diversamente associato allo sviluppo di malattie cardiovascolari a seconda delle caratteristiche geniche degli individui. È stato dimostrato che polimorfismi nei gene CYP1A2 (gene coinvolto nel metabolismo della caffeina) e COMT (gene coinvolto nel metabolismo delle catecolamine) modificano l’associazione tra consumo di caffè e rischio di patologie, come l’infarto [51,52] e l’ipertensione [53] . Un elevato consumo di caffè è associato ad un aumento del rischio per queste patologie solo negli individui con un determinato polimorfismo (cioè quelli con lento metabolismo della caffeina o delle catecolamine). Al momento non sono presenti studi simili per quanto riguarda l’associazione tra consumo di caffè e rischio di diabete di tipo 2, ma non possiamo escludere anzi dovremmo “concludere” che, in alcuni particolari genotipi, il consumo di caffè potrebbe essere maggiormente protettivo nei confronti dello sviluppo di diabete di tipo 2. 13 Differenza tra prevenzione e trattamento della malattia Dobbiamo sottolineare che gli studi di cui abbiamo detto finora si riferiscono al ruolo che il caffè può svolgere nella prevenzione primaria del diabete. Pochi dati sono invece disponibili sulla possibilità che il consumo di caffè possa influenzare la prognosi in persone già affette dalla patologia. Diabete di tipo 2 Per individui con diabete di tipo 2 qualche studio a breve termine suggerisce che il consumo acuto di caffeina ha un effetto negativo sul metabolismo del glucosio (attraverso una transiente diminuzione della sensibilità all’insulina e/o un aumento dei livelli postprandiali di glucosio) [60-63]. Poiché uno di questi studi è stato condotto su consumatori abituali di caffè, non sottoposti a dieta priva di caffeina nei giorni antecedenti l’esperimento, gli autori ipotizzano l’assenza di un processo di tolleranza [63], ma questa ipotesi dovrebbe essere confermata da studi appositi. 14 Il caffè, inoltre, non contiene solo caffeina, e quindi potrebbe avere effetti diversi da quelli della caffeina. Uno studio piuttosto datato, condotto su nove individui affetti da diabete di tipo 2, ha messo in evidenza che dopo una iniezione di glucosio i livelli ematici di glucosio (ma non quelli di insulina) erano significativamente più alti a seguito del consumo di due tazze di caffè solubile rispetto a quando era consumata acqua [64]. Uno studio del 2007, condotto su 20 soggetti affetti da diabete di tipo 2, ha evidenziato che il consumo di caffeina (aggiunta in caffè decaffeinato) aumenta i livelli postprandiali di glucosio e la risposta dell’insulina, dimostrando che gli altri costituenti del caffè non antagonizzano l’esacerbazione dell’iperglicemia postprandiale indotta dalla caffeina [62]. Inoltre uno studio epidemiologico dimostra che in soggetti affetti da diabete di tipo 2 il consumo di caffè è associato con un rischio ridotto di insulino-resistenza [16]. Ad oggi abbiamo trovato un solo studio scientifico che valuti il rischio di “progressione” del diabete in soggetti con ridotta tolleranza ai carboidrati. In questo studio epidemiologico è stato osservato che il consumo di caffè in individui con ridotta tolleranza ai carboidrati (e quindi a maggior rischio di sviluppare diabete) riduceva il rischio di tale patologia [65]. Inoltre, studi epidemiologici sono stati condotti per verificare se il consumo di caffè potesse aumentare il rischio di morte per malattie cardiovascolari in soggetti diabetici: 1 - Due studi recenti, condotti su circa diecimila individui diabetici (3.497 uomini e 7.170 donne) con un follow-up di circa 20 anni, dimostrano che non c’è associazione tra consumo abituale di caffè (sia con che senza caffeina) e il rischio di morte per malattie cardiovascolari (e per tutte le cause) sia negli uomini [19] che nelle donne [66]. 2 - Uno studio più datato condotto su circa 4.000 individui diabetici, seguiti per un follow-up di circa 20 anni, aveva addirittura fornito indicazioni che esiste un’associazione inversa, dunque protettiva, tra consumo abituale di caffè e morte per malattie cardiovascolari in soggetti diabetici [32]. Va sottolineato che i soggetti diabetici hanno un rischio 3 volte maggiore di morte per malattie cardiovascolari rispetto a individui sani; quindi, ogni fattore che contribuisse a esacerbare o controllare il rischio avrebbe un effetto maggiore su questo gruppo di popolazione che su quella generale. Diabete di tipo 1 Come per il diabete di tipo 2, ci sono alcune evidenze che indicano che l’ingestione di una singola dose di caffeina determini una transiente diminuzione della sensibilità all’insulina in individui affetti da diabete di tipo 1 [67]. Ma anche in questo caso mancano studi a lungo termine, per verificare il possibile instaurarsi di un meccanismo di tolleranza e l’effetto del caffè nella sua totalità. Inoltre, ci sono evidenze che il consumo acuto di caffeina possa avere anche degli effetti positivi su individui affetti da diabete di tipo 1: 1 - In uno studio condotto su pazienti con diabete di tipo 1 è stato dimostrato che il consumo abituale di caffeina potrebbe influenzare positivamente alcuni fattori di rischio cardiovascolare [68]. 2 - Studi sperimentali indicano che, in soggetti affetti da diabete di tipo 1, l’ingestione acuta di moderate dosi di caffeina e/o il suo consumo quotidiano aiuta a potenziare, e quindi a riconoscere, i segnali di allarme dell’ipoglicemia e nello stesso tempo a intensificare la risposta ormonale che ne contrasta i pericolosi effetti [69,70]. 15 Concludendo Sebbene più studi siano necessari per dare delle indicazioni chiare, da quanto emerso finora non sembra che ci sia alcuna controindicazione al bere caffè anche in soggetti diabetici (sia di tipo 1 che 2), sempre che il consumo di caffè sia abituale e moderato e inserito in un contesto di un sano stile di vita. Data la presenza di qualche evidenza sulla possibilità che la caffeina abbia un effetto sul metabolismo del glucosio, il medico potrebbe al limite valutare caso per caso se consigliare di passare al consumo di caffè decaffeinato per evitare gli effetti negativi della caffeina sul controllo della glicemia dei suoi pazienti diabetici. 16 Caffè e diabete gestazionale Il diabete gestazionale è una patologia tipica del periodo di gravidanza, che se non viene “controllata” può determinare delle serie conseguenze per il bambino. È una patologia che insorge durante la gravidanza e non ha nulla a che fare con il diabete vero e proprio, infatti, nella maggior parte dei casi scompare con il termine della gravidanza; anche se le donne che hanno avuto un diabete gestazionale hanno un maggior rischio di sviluppare un diabete tipo 2 negli anni successivi al parto. Durante la gravidanza la placenta secerne diversi ormoni che hanno l’effetto di aumentare i livelli di glucosio circolante. A questo, l’organismo materno reagisce aumentando la produzione pancreatica di insulina. Se il pancreas materno non riesce a far fronte all'aumentata richiesta e produce quantitativi di insulina non più sufficienti a tenere sotto controllo la glicemia si sviluppa il diabete gestazionale. Un unico studio epidemiologico [71] è stato al momento condotto per valutare se il consumo pre-gravidanza di caffè possa essere messo in relazione alla comparsa del diabete gestazionale. Lo studio è stato condotto su un limitato numero di donne (1.744), e mette in evidenza che le donne che avevano un consumo moderato di caffè prima della gravidanza mostravano un minor rischio di sviluppare diabete gestazionale rispetto alle donne con un consumo nullo. Nelle donne che continuavano a consumare caffè durante la gravidanza si osservava ancora una riduzione del rischio, ma in questo caso la riduzione non era statisticamente significativa. Uno studio sperimentale, condotto durante il periodo di gravidanza, ha evidenziato che in acuto (cioè dopo una singola dose, e non dopo un periodo di consumo abituale) il consumo di caffeina ha un effetto negativo sulla sensibilità all’insulina nelle donne affette da diabete gestazionale, mentre non ha alcun effetto su donne sane [72]. Anche nel caso del diabete gestazionale, quindi, possiamo ipotizzare che ci siano differenze profonde qualora si consideri un consumo occasionale rispetto a un consumo abituale di caffè. Inoltre anche in questo caso l’effetto del caffè potrebbe essere profondamente diverso nel caso in cui si consideri la prevenzione (positivo) o il trattamento della malattia (negativo). Ovviamente la scarsità degli studi non permette di dare alcuna indicazione circa l’opportunità di bere caffè durante la gravidanza per prevenire il diabete gestazionale. Quanto detto risulta ancora più evidente perché il consumo di caffè durante la gravidanza potrebbe avere altri rischi sulla salute di mamma e bambino (si rimanda alla consultazione dell’opuscolo “Caffè e Donna” o Leviton & Cowan [73]). 17 Un paradosso: l’effetto negativo della caffeina sul metabolismo del glucosio L’enorme mole di evidenze sul ruolo protettivo del caffè nei confronti dello sviluppo di diabete di tipo 2 è in contrasto con le osservazioni sperimentali che indicano che la caffeina influenza negativamente il metabolismo del glucosio. 18 Infatti, in numerosi studi sperimentali condotti dopo somministrazione acuta (cioè con una singola dose dopo un periodo di astinenza), la caffeina sembra esercitare un effetto negativo sul metabolismo del glucosio riducendo la sensibilità all’insulina ed aumentando i livelli plasmatici di glucosio [74-79]; mentre solo una minoranza di studi dimostra un’assenza di effetti [80]. Un simile effetto della caffeina è stato osservato anche in soggetti obesi [81] e diabetici [60,61,82]. Sebbene sia stato ipotizzato che una fisiologica tolleranza alla caffeina possa svilupparsi a seguito di un suo consumo abituale, studi sperimentali condotti per verificare questa ipotesi hanno dato risultati contrastanti. Uno studio ha osservato che 5 giorni di consumo di elevate dosi di caffeina induce lo sviluppo di tolleranza sui livelli plasmatici di glucosio [83], mentre un altro studio dimostra che anche il consumo prolungato di caffeina (7 giorni) riduce la sensibilità all’insulina [84]. Forse, però, entrambi gli studi peccano di una breve durata; infatti, alcune evidenze dimostrano che i meccanismi di tolleranza si instaurano dopo periodi di consumo più lunghi [28]. Lo sviluppo di un processo di tolleranza sarebbe in linea con l’ipotesi che gli effetti della caffeina sul metabolismo del glucosio siano mediati dall’incremento della concentrazione plasmatica di epinefrina (l’epinefrina ha un effetto sul metabolismo del glucosio diametralmente opposto a quello dell’insulina: promuove la sintesi di glucosio nel fegato e inibisce la sua raccolta dai tessuti periferici [85]). Infatti, gli effetti della caffeina sui livelli circolanti di epinefrina spariscono entro pochi giorni di consumo [86]. Va, infine, evidenziato che l’effetto negativo della caffeina sulla sensibilità all’insulina e sulla tolleranza al glucosio può subire modificazioni quando questa venga assunta all’interno di una miscela complessa quale è il caffè. Uno studio piuttosto datato dimostra che la coamministrazione di caffè con un carico di glucosio riduce la risposta post-prandiale del glucosio rispetto al placebo [87]. È stato, inoltre, dimostrato che l’effetto della caffeina, sulla concentrazione plasmatica di insulina dopo carico di glucosio, è maggiore di quello del caffè contenente la stessa quantità di caffeina; il caffè (normale e decaffeinato) induce una risposta al glucosio attenuata rispetto al placebo [29]. Inoltre, dopo 4 settimane di elevato consumo di caffè è stato verificato l’instaurarsi di un processo di tolleranza sui livelli a digiuno di glucosio, ma non su quelli di insulina [28]. Uno studio sperimentale condotto in crossover dimostra che il consumo di caffè (sia normale che decaffeinato) riduce la concentrazione plasmatica del peptide-C dell’insulina (un marker della secrezione di insulina), suggerendo un effetto benefico sulla sensibilità all’insulina [88]. Infine, uno studio sperimentale dimostra che in soggetti supplementati con un caffè arricchito in acido clorogenico (ma non in quelli supplemetati con caffè normale) la curva del glucosio dopo carico è più attenuata rispetto al placebo [89]. Questo dato aggiunto all’analisi dei dati ottenuti dopo consumo di caffè decaffeinato lascia supporre che altri costituenti del caffè possano contrastare l’effetto negativo della caffeina. Uno studio condotto su modelli animali a dieta 19 Possibili meccanismi d’azione ricca in grassi dimostra che il consumo di caffè decaffeinato per 4 settimane migliora la sensibilità all’insulina [90]. Per quanto riguarda le ricerche sull’uomo, mentre uno studio riporta che il consumo di caffè decaffeinato influenza negativamente il metabolismo del glucosio, anche se in maniera significativamente più bassa della caffeina [91], la gran parte degli studi evidenziano un'assenza di effetto [92,93] o addirittura una riduzione della risposta del glucosio da carico di glucosio sia in acuto [29] che in cronico [6]. Ciò dimostra che altri costituenti del caffè potrebbero attenuare, o addirittura antagonizzare, gli effetti negativi della caffeina sul metabolismo del glucosio. 20 A conferma di ciò, alcuni studi epidemiologici mostrano per i consumatori abituali di caffè: una più bassa prevalenza di iperinsulinemia [15,32], un aumento della sensibilità all’insulina [48], una riduzione del rischio di insulino-resistenza [16,94] ed una minore concentrazione plasmatica di glucosio 2 ore dopo carico di glucosio [13,15,95]. Ancora una volta, quindi, dobbiamo sottolineare che caffè non è sinonimo di caffeina e che gli effetti di un consumo abituale di caffè possono essere molto diversi da quelli di un suo consumo occasionale. La grande disconformità dei risultati ottenuti nei diversi studi sperimentali e epidemiologici potrebbe essere messa in relazione alla grande varietà di modi di preparare il caffè. Infatti, il tipo di miscela utilizzata, la quantità di polvere e il metodo di infusione scelti possono portare a grandi differenze nel contenuto delle molecole bioattive presenti nel caffè. Il caffè è una miscela complessa di un paio di migliaia di composti, tra cui la caffeina, composti fenolici, niacina e quantità moderate di minerali (magnesio, potassio) nonché fibra. Molti di questi composti potrebbero avere un ruolo nel metabolismo del glucosio e nello sviluppo del diabete. Effetti della caffeina Alcuni ricercatori hanno ipotizzato che l’effetto protettivo del caffè possa esplicarsi attraverso l’effetto termogenico della caffeina e quindi attraverso la riduzione del rischio di obesità (che è un fattore di rischio importante del diabete) [96]. Studi condotti su modelli animali dimostrano che il consumo di caffeina aumenta la termogenesi del tessuto adiposo bruno (aumentando l’espressione delle proteine disaccoppianti (UCP) [97]. Mentre uno studio condotto sull’uomo dimostra che il consumo abituale di caffeina aumenta la spesa energetica e stimola l’ossidazione lipidica [98]. Infine, alcuni studi condotti sull’uomo sembrano indicare che il consumo di caffeina stimoli la lipolisi [99,100]. La caffeina, inoltre, sembrerebbe capace di aumentare il senso di sazietà [101,102]. A conferma di tutto ciò, alcuni studi sembrano indicare un’associazione inversa tra consumo di caffeina e peso corporeo [103]. L’attivazione del metabolismo energetico potrebbe essere promosso dall’induzione del rilascio di catecolamine o dall’antagonismo con il recettore dell’adenosina [96]. Uno studio italiano dimostra che anche il consumo di caffè può stimolare la termogenesi [104], ma l’effetto sembra dipendere esclusivamente dal suo contenuto in caffeina; infatti lo stesso effetto non è evidenziato quando si utilizza caffè decaffeinato [105]. 21 Effetti dei composti fenolici I composti fenolici sono prodotti secondari del metabolismo delle piante e sono molto abbondanti negli alimenti di origine vegetale. Gli acidi fenolici presenti nel caffé sono rappresentati prevalentemente da acidi clorogenici (che per idrolisi liberano acido caffeico, ferulico e p-cumarico) (vedi figura pag. 27), il cui contenuto è davvero notevole (dai 200 ai 500 mg per tazza) (per un approfondimento si rimanda all’opuscolo “Antiossidanti e caffè”) Effetti sul metabolismo del glucosio 22 In studi condotti su modelli animali è stato dimostrato che il consumo di acido clorogenico e/o suoi derivati o di estratti di piante, sono in grado di ridurre la concentrazione plasmatica di glucosio [106-108], aumentare la sensibilità all’insulina [109] e rallentare la sua comparsa in circolo dopo carico [93,110]. Anche alcuni metaboliti dei composti fenolici presenti nel caffè (come acido ferulico e isoferulico) hanno dimostrato di possedere un effetto ipoglicemico su modelli animali [111,112]. Numerosi meccanismi sono stati proposti per spiegare come l’acido clorogenico possa influenzare l’omeostasi del glucosio. Uno studio sperimentale condotto in vitro su vescicole di membrana di intestino di ratto dimostra che l’acido clorogenico può ridurre l’assorbimento intestinale di glucosio, attraverso l’inibizione del trasportatore di glucosio Na-dipendente [113]. Uno studio condotto utilizzando lo stesso modello sperimentale dimostra che l’acido caffeico ha una debole attività inibitoria nei confronti dell’attività saccarasica (enzima coinvolto nella digestione dei carboidrati) [113]. Mentre studi sperimentali condotti in vitro su microsomi di fegato di ratto [114,115] e umani [116] dimostrano che l’acido clorogenico è capace di inibire la glucosio 6-fosfatasi, enzima chiave nella produzione di glucosio nel fegato. Infine, uno studio su colture cellulari dimostra che l’acido clorogenico può potenziare la raccolta di glucosio da parte di miotubi attraverso l’aumento dell’espressione del trasportatore di glucosio GLUT4 [117]. Uno studio sperimentale condotto sull’uomo dimostra che il caffè decaffeinato modifica la secrezione postprandiale di ormoni gastrointestinali secreti in risposta all’assorbimento di glucosio e coinvolti nel suo metabolismo (glucose-dependent insulinotropic polypeptide GIP e glucagon-like peptide 1 GLP1), suggerendo che il caffè possa diminuire la velocità di assorbimento intestinale di glucosio, spostando l’assorbimento del glucosio in una regione più distale del tratto gastrointestinale [92]. Sulla base di questi dati, quindi, l’acido clorogenico potrebbe rallentare il catabolismo di carboidrati complessi, inibire l’assorbimento di glucosio a livello intestinale, ridurre la mobilizzazione di glucosio dal fegato e aumentarne la raccolta da parte dei tessuti periferici. Questi effetti potrebbero spiegare perché il consumo di caffè ha un effetto maggiore sui livelli di glucosio post-carico piuttosto che su quelli di digiuno [28,31,95]. Va inoltre detto, che un aumento nella secrezione di GLP-1, oltre che essere un indicatore del rallentamento dell’assorbimento di glucosio, può avere un effetto trofico sulle cellule beta del pancreas e quindi potrebbe proteggere o revertire la disfunzione delle cellule beta che si osserva nello sviluppo del diabete di tipo 2 [118]. Infine uno studio sperimentale condotto su colture cellulari e su un modello animale dimostra che metaboliti dei composti fenolici presenti nel caffè (acido ferulico) sono in grado di stimolare la secrezione di insulina da parte delle cellule beta del pancreas e che questo effetto si riflette sulla concentrazione plasmatica di glucosio [119]. 23 Effetto sul controllo del peso Qualche studio sembra indicare che anche l’acido clorogenico possa avere un effetto sul controllo del peso corporeo. Un supplemento ricco in acido clorogenico è risultato significativamente più efficace del placebo nella riduzione del peso di individui in sovrappeso [120], mentre il consumo di caffè arricchito in acido clorogenico per 3 mesi ha determinato una riduzione significativa del peso corporeo e della massa grassa in soggetti in sovrappeso [89]. Effetto antiossidante 24 I composti fenolici presenti nel caffè possiedono una notevole capacità antiossidante, tanto che il caffè è uno degli alimenti che contribuisce maggiormente alla capacità antiossidante della dieta in numerosi paesi (per un approfondimento vedi opuscolo “Antiossidanti e caffè”). Numerosi studi dimostrano che lo stress ossidativo indotto dall’esposizione cronica all’iperglicemia gioca un ruolo importante nel processo che conduce alla disfunzione delle cellule beta del pancreas (quindi alla riduzione nella produzione e secrezione di insulina, caratteristica della patogenesi del diabete di tipo 2) [121], mentre alcuni studi dimostrano che questi effetti possono essere prevenuti da antiossidanti di diversa natura [122,123]. In studi epidemiologici il consumo di antiossidanti con la dieta (soprattutto vitamina E) è stato associato ad una aumento nella protezione dal rischio di diabete di tipo 2 [124]. Questo effetto non è stato confermato dagli studi sperimentali, che hanno osservato che la supplementazione prolungata di vitamina E o b-carotene non ha alcun effetto sul rischio di diabete [125,126]. Gli antiossidanti del caffè potrebbero proteggere le cellule beta del pancreas dallo stress ossidativo. Uno studio sperimentale condotto su un modello animale, dimostra che il consumo per 24 giorni di un antiossidante del caffè (il lignano secoisolariciresinolo di glucoside) è in grado di ridurre del 75% lo sviluppo di diabete indotto da streptozotocina [127]. Effetto antinfiammatorio Poiché un leggero stato di infiammazione (infiammazione subclinica) è fortemente coinvolto nella patogenesi del diabete di tipo 2, sostanze con attività anti-infiammatoria potrebbero ridurre il rischio di diabete. Numerose sono le evidenze sperimentali che indicano che i composti fenolici possono regolare i processi cellulari che portano alla risposta infiammatoria. Queste osservazioni sono valide anche per i principali composti fenolici del caffè, quali acido clorogenico [128], acido caffeico [129,130] e acido ferulico [131,132]. Uno studio sperimentale condotto su colture cellulari dimostra che il caffè può inibire la ri-attivazione dei glucocorticoidi, attraverso l’inibizione della 11b-idrossisteroide deidrogenasi [133]. Un’eccessiva azione dei glucocorticoidi sembra giocare un ruolo importante nella patogenesi del diabete e della sindrome metabolica [134]. Un ruolo anti-infiammatorio è stato ipotizzato anche per la caffeina. Infatti, uno studio sperimentale condotto su ratti dimostra che elevate dosi di caffeina sono in grado di proteggere le cellule beta del pancreas dalla tossicità indotta con streptozotocina [135]. Mentre numerosi studi sperimentali condotti su colture cellulari dimostrano che la caffeina o suoi metaboliti sono in grado di sopprimere la produzione di citochine pro infiammatorie (vedi review [47]). 25 Effetto chelante Qualche autore ha infine suggerito che i polifenoli del caffè potrebbero agire attraverso la riduzione delle scorte di ferro [136]. È noto, infatti, che i polifenoli hanno capacità chelanti e possono quindi ridurre l’assorbimento di ferro. Studi prospettici dimostrano che elevate scorte di ferro sono associate ad un aumento del rischio di diabete di tipo 2 indipendentemente da altri conosciuti fattori di rischio per il diabete [137,138]. Va detto però che, sebbene ci siano dimostrazioni che il caffè, quando consumato insieme a un pasto, possa ridurre l’assorbimento di ferro [139], non ci sono sufficienti evidenze per affermare che un consumo anche abituale e prolungato di caffè riduca le scorte del metallo nel nostro organismo. 26 aumentando la sensibilità all’insulina, può avere un effetto positivo sul metabolismo del glucosio [144]. Ma gli studi epidemiologici sulla relazione caffè/diabete di tipo 2 non sembrano confermare questo meccanismo. Infatti, anche dopo aggiustamento per il consumo di magnesio, l’associazione tra caffè e diabete permane [12,18,145]. 27 Effetti della Trigonellina La trigonellina (vedi figura) è un precursore della vitamina B3, e rappresenta circa l’1% del peso secco dei chicchi di caffè torrefatto [140]. Il suo contenuto nella bevanda di caffè è intorno ai 50-100 mg per tazza [93,141,142]. Uno studio sperimentale condotto su un modello animale ha dimostrato che la trigonellina ha un effetto ipoglicemico [143]. Ma uno studio condotto sull’uomo non ha confermato questi dati, rivelando che la supplementazione di elevate dosi di trigonellina non ha effetti sul metabolismo del glucosio, se non a brevissimo termine (15 minuti dopo carico di glucosio) [93]. Possibile ruolo del magnesio Il caffè è piuttosto ricco di magnesio (circa 30 mg/tazza di espresso, 7 mg/tazza di caffè all’americana secondo le tabelle nutrizionale dell’USDA), anche se il contributo che può dare agli RDA è piuttosto basso (una tazza può contenere dal 2 all’8% degli RDA). Numerosi studi dimostrano che il magnesio Bibliografia 28 [1] R. Huxley, F. Barzi & M. Woodward Excess risk of fatal coronary heart disease associated with diabetes in men and women: meta-analysis of 37 prospective cohort studies. Bmj 332, 2006, 73-78. [2] M. Woodward, X. Zhang, F. Barzi, W. Pan, H. Ueshima, A. Rodgers, et al. The effects of diabetes on the risks of major cardiovascular diseases and death in the Asia-Pacific region. Diabetes Care 26, 2003, 360-366. [3] C. Lucioni, M. Garancini, M. Massi-Benedetti, S. Mazzi & G.p.c.d.A.B.I.d.S.C.-. Serra Il costo sociale del diabete di tipo 2 in Italia: lo studio CODE-2. PharmacoEconomics Italian Research Articles 2 (1), 2000, 1-21. [4] M.I. 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