Roberto Antolini
Antonio Zecca
Claudio Fontanari
3
9
13
Fulvio De Giorgi
17
Alberto Mandreoli
26
Mauro Stenico
34
Associazione Rosa Bianca
Casa editrice Il Margine 41
Nonostante Beppe
Caccia all’anatra
Federigo Enriques e la legge elettorale
Ci può essere pienezza ecclesiale
fuori dall’Eucaristia?
Nota sui divorziati risposati
La legislazione nazista
dall’Eucaristia?
efuori
Giuseppe
Dossetti
Nota sui divorziati risposati
Contingenza cosmica e creazione
e Giuseppe Dossetti
Il risveglio dei popoli
nella crisi delle sovranità
24-28 agosto 2012 - Terzolas (TN)
Aiutiamo a fiorire la rosa siriana
nella crisi delle sovranità
24-28 agosto 2012 - Terzolas (TN)
Le cronache sanguinose di questi giorni sul dramma siriano parlano di massacri
e di qualche iniziativa diplomatica o pre-militare di alcune potenze, ma non riportano
notizie di iniziative che andrebbero aiutate. Mi riferisco al movimento “Mussalaha”
(riconciliazione) sbocciato come una rosa sulle macerie di un paese prigioniero di
terribili violenze contrapposte, partito proprio dalla città di Homs. Ne hanno parlato
alcune agenzie stampa (Fides) e alcuni siti (Peacelink). Mussahala vuol essere un
tentativo del tutto siriano, senza manipolazioni esterne, una “terza via” alternativa al
conflitto armato e a un possibile intervento militare dall’estero. Cerca di colmare il
vuoto provocato dal rumore omicida delle armi. È un’iniziativa ecumenica e interreligiosa. Fra i promotori vi sono i cristiani di Homs, di tutte le confessioni. Si sono
esposti personalmente 5 persone: due preti greco-cattolici, un siro-cattolico, uno maronita, uno siro-ortodosso. Grazie a loro, alawiti, sunniti, drusi, cristiani, sciiti, arabi
sono arrivati a dichiarazioni comuni per la riconciliazione fra gruppi, famiglie e comunità alawite e sunnite, protagonisti principali del conflitto in corso, che si sono
pubblicamente impegnate a “costruire una Siria riconciliata e pacifica”. È bene saperlo attivando le nostre conoscenze internazionali per curare una fragilissima rosa
nonviolenta sbocciata nel deserto siriano. (Sergio Paronetto, www.paxchristi.it, 25
giugno 2012).
Note organizzative e modalità di iscrizione
La sede della Scuola è presso il Convento di Terzolas (Trento), in Val di Sole a 50
minuti da Trento, a 755 m.s.m. di altitudine.
Pernottamento e pasti (cena 24/8 - pranzo 28/8), con sistemazione presso il
Convento: camera quadrupla € 200; camera tripla € 230; camera doppia € 250; camera
doppia uso singola € 320. Per i giovani al di sotto dei 30 anni è previsto uno sconto del
15%; bimbi fino a 7 anni gratis, fino ai 13 anni sconto del 50%.
Iscrizione scuola: 25 Euro (10 per gli studenti o per la partecipazione giornaliera).
La quota di iscrizione è obbligatoria per tutti: ogni incontro dell’associazione è
interamente autofinanziato.
Per completare l’adesione si deve inviare una caparra di € 75 a persona entro il 20/7
tramite bonifico sul ccb della Banca Webank ABI 03402 CAB 01749 n. 84033 intestato a
Fabio Caneri (IBAN IT33 W 03402 01749 000000084033) specificando come causale:
Scuola Rosa Bianca-Margine e il vostro nome.
Le adesioni si accettano fino ad esaurimento posti disponibili e comunque entro il
15 luglio. Dopo tale data si verificherà l’eventuale disponibilità di posti presso altre
strutture vicine: in tal caso i prezzi potrebbero subire delle variazioni. Per adesioni e
informazioni: [email protected] o 331 3494283 (preferibilmente ore serali).
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culturale Oscar A. Romero
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a egli sapeva tuttavia che questa cronaca
non poteva essere la cronaca della vittoria
definitiva; non poteva essere che la testimonianza di quello che si era dovuto compiere e che,
certamente, avrebbero dovuto ancora compiere, contro il terrore e la sua instancabile arma, nonostante i
loro strazi personali, tutti gli uomini che non potendo
essere santi e rifiutandosi di ammettere i flagelli, si
sforzano di essere dei medici.
Albert Camus, La peste (1947)
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FEDERIGO
ENRIQUES
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PIENEZZA
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Alberto Mandreoli
LEGISLAZIONE
NAZISTA E DOSSETTI
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CONTINGENZA
COSMICA
E CREAZIONE
IL RISVEGLIO DEI
POPOLI NELLA CRISI
DELLE SOVRANITÀ
Il Margine 32 (2012), n. 6
ROBERTO ANTOLINI
el risultato elettorale di questa primavera 2012 l’elemento che ha attirato l’attenzione di tutti è stato il risultato delle liste grilline, emblematicamente evidenziato dalla loro conquista di Parma. Ma, prima di farci sopra qualunque ragionamento, bisognerebbe inquadrare quel risultato negli
altri di questa tornata elettorale, e in quelli della primavera scorsa (e dei referendum).
Ad uno sguardo più ampio il risultato di Parma, e gli altri successi grillini, mi sembrano, più normalmente, iscritti in una tendenza generale e comprensibile. Dalla primavera scorsa (2011) il messaggio che mandano gli elettori è certamente quello della fine di un ciclo (il berlusconismo, ma non solo) e della decisa disaffezione per l’attuale ceto politico: tutto quanto, di destra e di sinistra, erede indubbio – al di là del gioco delle parti – di un unicum che assomma prima e seconda repubblica. Certo, in più questa volta,
dopo un anno di salassi da “governo tecnico” (cioè di amara cura dal fallimento del governo Berlusconi), c’è anche uno smottamento spettacolare nel
campo berlusconiano.
Ma, per quanto riguarda la crisi del ceto politico, neanche il centrosinistra sta in buona salute. Là dove ha vinto, spesso (e nei casi più significativi,
Torino a parte) ha vinto con outsider, con personaggi fuori controllo degli
apparati. È come se, nell’improvviso annichilimento degli apparati tradizionali, non più in grado di affermarsi, si fosse creato un vuoto, che è stato
riempito da chi era lì pronto sul predellino, o da chi magari non ci pensava
neanche, ma è stato capace – per varie ragioni diverse da un posto all’altro –
di afferrare la situazione al volo. A Milano è stato un vecchio avvocato di
sinistra dalla lunga rispettabile storia politico-professionale, a Napoli un
magistrato d’assalto, a Cagliari un giovane-giovane, a Genova un (più o meno) giovane aristocratico, a Palermo un vecchio leone del consenso e
dell’antimafia: che cosa hanno in comune l’uno con l’altro? Solo la destrezza nell’afferrare l’occasione e – naturalmente – l’occasione: il vuoto di pote3
re dato dal crollo del ceto politico tradizionale, non più in grado di tenere
sotto controllo le candidature. C’è insomma da un anno a questa parte un
rigenerarsi dal basso (nel senso di: dall’esterno degli apparati) del potere locale, l’emergere di un nuovo ceto dirigente dalle specificità delle singole situazioni locali, diversa l’una dall’altra. In qualche caso era lì pronto un grillino; cosa senz’altro politicamente interessante e nuova, ma non difforme,
nella sostanza, dalle altre: una emersione dalla società alla politica.
Poi sono saltati fuori i sondaggi che danno i grillini come fenomeno in
esplosione (ultimamente al 21% – secondo il sondaggio sulle intenzioni di
voto condotto a metà giugno dall’Istituto Swg per Agorà – dietro, a 3 punti
di distanza, al solo PD). E questa è un’altra storia, un boato creato dalle comunicazioni di massa, che dentro una crisi politico-sociale drammatica –
con tutto ciò che comporta, anche una ben nota (in tempi di crisi) volatilità
dei consensi – fanno il loro mestiere. Naturalmente le due cose –
l’emersione “locale” e il lancio mediatico – possono saldarsi, ma è utile non
confonderle, e invece tener presente la differente genesi.
Sul numero scorso di questa rivista l’editoriale Tutto vacilla paragonava l’esplosione grillina del 2012 a quella leghista dei primi anni Novanta, e
in qualche modo le sovrapponeva l’una all’altra. Io credo che ci siano naturalmente elementi comuni, legati alle già citate note dinamiche di volatilità
elettorale nei periodi di crisi, ma che poi il resto – cioè i contenuti sociali –
sia troppo diverso per poterle sovrapporre.
Dopo il 1992
Innanzitutto sono diverse le due crisi in cui l’emergere di nuove forze
politiche si colloca, anche se, entrambe, determinate dalla crisi del debito
pubblico italiano. O meglio: la crisi in realtà è proprio la stessa, dovuta alla
speculazione sui titoli del debito pubblico italiano, di cui fa aumentare in
modo insostenibile gli interessi. Ma è diverso il contesto europeo che c’è
dietro nel 1992 e nel 2012. Agli inizi degli anni Novanta era appena caduto
il muro di Berlino, si raccontavano un sacco di favole sullo “schiudersi dei
mercati dell’Est”, che oggi sappiamo ha portato alle delocalizzazioni, cioè
ad un impoverimento del Paese. Era in pieno sviluppo l’egemonia neoliberista, i cittadini si aspettavano grandi cose dal “lasciar fare” al mercato,
dall’applicazione della logica di impresa allo stato (fino all’arrivo al governo – poco dopo – di un partito/impresa), e l’Europa sembrava il miglior ga4
rante di tutto questo (senz’altro lo era, e lo è). Ci siamo sottoposti tutti fiduciosi anche a una finanziaria da 93.000 miliardi (di lire) pur di raggiungere il
traguardo di un futuro ingresso nell’euro, pensando che fosse la salvezza. In
più i meccanismi europei erano ancora elastici. Siamo potuti uscire temporaneamente dallo SME ed abbiamo svalutato la lira, cosa che ha avuto un
rapido effetto ricostituente per la “competitività” italiana, e alla fine del decennio, nel dicembre 1999, la crescita della produzione nazionale era a +
8,2% rispetto allo stesso mese del 1998 (addirittura + 16% nel comparto dei
beni di investimento). Il 1992 insomma non era ancora l’ultima spiaggia.
Con adeguate politiche fiscali e amministrative (come quelle tentate da Amato, Ciampi e poi Prodi) la situazione poteva essere messa sotto controllo e
il debito, un po’ alla volta, senza traumi, ridotto. Ma in Italia è arrivato al
potere il Berlusconismo (di cui la Lega è una costola), la versione più cialtronesca del neoliberismo, dell’attacco diretto al welfare-state. Quando i
neoliberisti sono passati al contrattacco, chiedendo “meno stato e più mercato”, anche gli industrialotti veneti, i carpentieri della Brianza e i commercianti di Bergamo alta si sono fregati le mani, hanno pensato che sarebbero
stati cavoli dei soli statali, e tutt’al più dei redditi fissi da lavoro dipendente.
Ma quando l’ammontare degli stipendi è stato intaccato dal contenimento
delle retribuzioni, si è visto che tutto il mercato interno andava a risentirne,
con effetti anche per industrialotti, carpentieri e commercianti. La situazione, per qualche anno, è stata in equilibrio grazie alla figura del consumatore
a credito. Fino al crack del 2008, quando tutti hanno scoperto che circolavano per il mondo promesse di pagamento oltre dieci volte l’economia reale,
un bluff.
Adesso la tecnocrazia liberista europea, appoggiandosi a una moneta
unica al mondo – senza dietro alcun governo e quindi alcuna politica economica – sta seguendo di fronte alla crisi ricette monetariste puramente procicliche. A fronte di un debito pubblico greco agli inizi ancora curabile con
interventi adeguati (e tagli mirati sulla spesa pubblica greca, che è stata affossata anche da cose come una folle corsa al riarmo e i costi per le olimpiadi, in presenza di una evasione fiscale colossale) si è scelta la via “esemplare” dei sacrifici per tutti, affossando la base produttiva del Paese, con il conseguente crollo del gettito fiscale e quindi l’impennarsi del rapporto debito/PIL, divenuto irraggiungibile. Nella crisi attuale insomma l’Europa è
tutt’altro che un sostegno e una prospettiva. L’euro ha rafforzato le disuguaglianze fra i Paesi dell’area, e i suoi rigidi meccanismi sono proprio la causa
dell’avvitarsi sempre più nella crisi dei Paesi più deboli, fra i quali il nostro.
5
Adesso non basta neanche redistribuire, bisogna proprio rimboccarsi le maniche e far ripartire l’economia reale. Questo è il problema, che però nessuno sa risolvere, perché anche qui, a livello economico prima ancora che politico, è la fine di un ciclo, quello neoliberista, che ha affossato il welfarestate dicendo che il mercato avrebbe fatto meglio. Ma il “meglio” non è arrivato.
La Lega che emergeva agli inizi degli anni Novanta dalla prima crisi
del debito pubblico italiano, e dal crollo della Prima Repubblica (un crollo
più formale che sostanziale, in cui la leadership dello schieramento neoliberista passava da Craxi al suo amico Berlusconi), era un movimento che esprimeva un’area sociale marginale sia geograficamente (le valli prima delle
città) che professionalmente (artigiani e imprenditori più piccoli che grandi,
operai e piccolo-borghesi, casalinghe e pensionati, giovani poco scolarizzati): la rappresentanza dei ceti davvero dominanti veniva lasciata all’alleato
Berlusca. Era un popolo che si aggregava ancora su linee di forza ideologiche, su grandi narrazioni: il razzismo e la sicurezza, la nullafacenza degli
altri, l’antipolitica (presenti esclusi naturalmente); collocandosi poi in un
quadro programmatico decisamente campato per aria, ma comunque redistributivo: le risorse che ancora potevano esserci dovevano andare più al
nord che al sud, più direttamente in tasca ai cittadini che in servizi e politiche economiche, niente tasse (oggi, dall’alto di una delle maggiori pressioni
fiscali d’Europa che del berlusconismo è frutto, possiamo guardare a questi
slogan con una certa ironia, ma per decenni sono serviti per raccogliere voti).
Dopo il 2012
I grillini che invece stanno emergendo in questa stagione, intorno alle
liste locali, sono tutt’altra fauna. Sono espressione di una generazione acculturata ma senza futuro, disoccupata per più di 1/3 nonostante abbia dimestichezza con le famose “3 i” che consigliava all’inizio Berlusconi (Inglese,
Internet, Impresa, anche se la terza “i” può spesso solo esser ridotta alla partita IVA, o a finte cooperative nate solo per abbattere i costi). Hanno certamente fatta propria una narrazione antipolitica, ma obiettivamente con qualche ragione. Si trovano di fronte un ceto politico burocraticamente inamovibile, in cui è difficilissimo infiltrarsi e che garantisce a chi vi appartiene, fino a prova contraria, grandi privilegi (senza produrre grandi frutti, se non la
6
maggior corruzione d’Europa: cosa che è forse il principale freno a una sana
attività economica). Sono antipolitici, ma solo a parole e virtualmente:
quando le liste grilline si sono messe all’opera hanno invece dato prova di
un impegno politicamente molto concreto, fatto di competenze spese sulla
raccolta differenziata dei rifiuti invece che sugli inceneritori, sui servizi
pubblici locali (non amano le privatizzazioni neoliberiste, a differenza dei
loro fratelli maggiori, perché ne hanno già visto gli effetti), nell’opposizione
alla TAV (con molte buone ragioni1), per tagli alle spese inutili ecc. Hanno
effettivamente, alle volte – come rilevava l’editoriale dello scorso numero –
un certo fastidio per il diverso (rom, immigrati), in un’ottica da “alleanza dei
produttori”, che sarebbe meglio spendere su altri piani. Esprimono insomma
una generazione che sa di doversi aspettare condizioni di vita peggiori di
quelle dei loro genitori, stando a queste regole del gioco; e quindi sono per
cambiarle, per cercare di darsene altre. È la fine del moderatismo, e di quelle
tradizioni e prassi politiche che su di esso si erano costituite a partire dal
lungo arco di benessere postbellico dei “trenta dorati”.
Io leggerei così la sequenza di risultati elettorali dell’ultimo anno: con
la percezione di questa rottura, che la crisi ha favorito. «Finché la barca va
lasciala andare» cantava Orietta Berti qualche anno fa, esprimendo la filosofia di un vasto ceto medio soddisfatto e moderato. Ma quando la barca non
va più, il primo che rischia di finire in acqua è il barcaiolo, il ceto politico.
Questo per quanto riguarda l’emergere delle liste grilline locali: poi c’è
l’altro corno del dilemma, quello della moltiplicazione virtuale dei consensi
tramite i media. E qui incontriamo l’anfitrione del movimento, Grillo Beppe.
Personaggio indubbiamente scostante per un’opinione politica tradizionale,
che concentra su di sé le riserve che non si possono non nutrire sulla realtà
delle 5 Stelle, a partire dal controllo stretto del brand. Ma bisogna anche – io
1
«Nel sistema degli anni Ottanta lo scambio illecito era gestito da centri di comando occulti e comunque con pratiche giustapposte al normale funzionamento del sistema di
relazione pubblico-privato. Nel sistema attuale lo scambio non è più giustapposto ma
coincidente con la relazione economica. La “mazzetta”, definita e gestita dalla cupola
a Milano o dal tavolino in Sicilia, alimentava e garantiva il funzionamento di un sistema con un sovraprezzo di qualche dieci per cento. Il modello assunto invece dalle
nuove pratiche è quello che realizza le infrastrutture per il Treno ad Alta Velocità con
una “tavolata” che consente di spendere cinque volte di più di quello che si spende in
Spagna o in Francia per realizzare infrastrutture identiche». Ivan Cicconi, Il libro nero
dell’Alta Velocità, Koinè, 2011, pp. 179-180.
7
credo – dargli atto di una lunga attenzione agli argomenti giusti, che arriva
ora un po’ per precipitazione al movimento politico:
«Siamo partiti dal basso e da lontano. Io ho cominciato vent’anni fa girando il mondo, visitando laboratori, intervistando ingegneri, economisti, ricercatori, premi Nobel. Ho rubato conoscenze ai grandi. Mi sono informato, mi sono fatto un culo così,
anche se molti mi prendono per un cialtrone improvvisatore … Fosse dipeso da me
ci saremmo fermati ai comuni e alle regioni, il movimento è nato dimensionato sulle
realtà locali. Il Parlamento è fatto su misura per i partiti. Ma ora come fai a deludere
le aspettative di tanta gente?» 2.
C’è indubbiamente, anche in queste parole, un certo egotismo incontrollato (la differenza con i migliori politici è che il loro è elegantemente
dissimulato). Ma c’è anche un problema vero, che Grillo si trova ad affrontare di colpo in questa primavera/estate 2012, insieme ai suoi più giovani
compagni di viaggio delle liste fino ad ora locali: il dubbio su come può nascere una forza politica nuova, necessitata a esprimere figure e condizioni
sociali macinate dal precipitare di una crisi economica ed ecologica che viene anche lei da lontano, ma rispetto alla quale le forze politiche tradizionali,
sinistra compresa, hanno fino ad ora messo la testa nella sabbia. Una crisi
radicale, che è solo iniziata, ma che sta già bruciando e mettendo fuori uso
tutte le tradizionali ricette moderate. Quale sarà la risposta del centrosinistra? Una santa-alleanza, un’unità nazionale anti-Grillo?
2
8
Cari partiti calma, crollate troppo in fretta, intervista di Marco Travaglio in “Il Fatto
Quotidiano”, 13 giugno 2012.
Il Margine 32 (2012), n. 6
ANTONIO ZECCA
li uccelli migratori volano in formazioni a V: il più forte è alla punta.
La formazione a V permette ai volatori di risparmiare energia e compiere voli di migliaia di chilometri. I più deboli sono gli ultimi e se uno più
debole rallenta o cade, lo stormo continua. Questo era ben conosciuto dai
cacciatori: se sparavano al capo formazione (quello in punta) la formazione
si disperdeva immediatamente e i cacciatori avevano finito di cacciare. Allora la strategia era di sparare all’ultimo: la formazione continuava e si poteva
sparare al penultimo e così via.
È in corso una guerra ma nessuno ne vuol parlare e ammetterlo. Gli
USA hanno un problema: nel 2007 e 2008 hanno provocato una crisi economica interna come conseguenza di una politica di crescita economica non
sostenibile (e dissennata). Tutti ricordiamo le banche americane che avevano concesso mutui subprime a tutti: bastava presentarsi e firmare un contratto capestro. Gli americani hanno comprato di tutto e di più (non solo case)
con quei mutui; fin quando si sono accorti che non avrebbero potuto ripagare le banche neppure in cento anni. Le banche hanno sequestrato case e
qualsiasi cosa possibile, ma ovviamente il valore di quelle case e di quei beni si era dimezzato. È crollato il mercato immobiliare e quello dei beni di
consumo. Subito dopo, con effetto domino, si sono avuti crolli nella borsa di
Wall Street, crolli delle banche, e poi negli investimenti, nei consumi e nei
redditi, con un impoverimento generalizzato e aumento della disoccupazione. Tutto questo avveniva all’interno degli Stati Uniti. Ma gli USA sono legati al resto del mondo dalla “globalizzazione economica” e quindi la crisi
interna agli USA si è propagata al resto del mondo negli anni tra il 2008 e il
2011.
Il meccanismo è semplice da spiegare con un esempio. La Cina esportava quantità megagalattiche di paccottiglia inutile verso gli Stati Uniti;
quando i cittadini americani hanno cominciato ad avere meno soldi, hanno
anche comprato meno dalla Cina. Così anche la Cina ha risentito dell’onda
negativa. Tuttavia i paesi emergenti (Cina, India e Brasile) hanno risentito di
meno rispetto ad altre economie Europee. In Europa l’ondata americana è
9
arrivata principalmente attraverso le banche. Infatti le banche in tutto il
mondo (anche le nostre) avevano comprato da quelle americane “titoli di
credito tossici” – in pratica pezzi di carta che nascondevano la truffa. Anche
le banche Italiane si sono trovate ad avere crediti con banche americane che
non avevano più i soldi per pagare il loro debito. I clienti delle banche italiane si sono trovati ad avere un credito indiretto con cittadini americani impoveriti improvvisamente, ma questi non potevano pagare. Gli americani ci
hanno rimesso una parte del loro investimento, ma anche i clienti delle banche italiane ci hanno perso una loro parte. In definitiva la crisi interna degli
Stati uniti è stata “spalmata” su tutto il mondo.
Il peggio però è che la faccenda non si è fermata qui. Il peggio è che a 4
anni dall’inizio della crisi gli Stati Uniti hanno una situazione e una prospettiva interna molto più grave di quella europea. La soluzione che stanno attuando è nascosta nelle continue richieste di Obama all’Europa di fare di più
per uscire dalla crisi europea. Ma nello stesso tempo Obama non sa che cosa
fare per arginare la crisi interna e le sue “truppe” attaccano l’Europa con le
armi della finanza internazionale.
Bisogna ora parlare della “speculazione finanziaria”. Quando sono nate
le borse, erano state pensate come un mezzo di compartecipazione ai profitti
(e alle perdite) delle aziende produttive. Diciamo che io “compravo” l’1% di
una azienda (reale ed esistente) e poi mi arrivava l’1% dei profitti. Da molto
tempo non è più così. Si è stabilito un sistema (la “finanza”) che gioca (nel
senso di gioco d’azzardo) comprando e rivendendo cose per lo più inesistenti. Per esempio io posso “comprare” il petrolio che sarà estratto tra dieci anni e rivenderlo il giorno dopo. Posso comprare petrolio per un miliardo di
euro pur avendo in tasca solo diecimila euro. Tanto domani lo rivendo a un
miliardo più cento milioni e ci ho guadagnato. Basta conoscere una banca
con il “pelo sullo stomaco” che mi faccia il prestito. Questa si chiama “speculazione”.Ma facciamo un altro esempio. Compro i BOT Italiani (dalla
Banca d’Italia) per un importo di un miliardo di euro. Altri speculatori pensano che i BOT saranno un buon affare, li vogliono comprare da me e io li
rivendo a un miliardo e cento milioni. Però dopo poco gli altri si accorgono
che ho venduto e pensano che c’è la fregatura: vendono anche loro. Ancora
poco tempo, nessuno li vuole più e i BOT valgono molto meno del valore
iniziale. Tutti i poveretti italiani che hanno solo poche migliaia di euro da
mettere in salvo hanno comprato BOT e ci rimettono una parte di quanto
hanno investito. Quello che è stato perso dagli Italiani – cioè dall’Italia – è
andato a finire nelle tasche del primo speculatore.
10
Da almeno due o tre anni questo giochino viene fatto in maniera più sistematica da grandi gruppi internazionali di speculatori. Sono collegati a
grandi banche con molto “pelo sullo stomaco” e alle famose agenzie di
rating. Queste ultime dovrebbero essere esclusivamente agenzie di consulenza: consiglierebbero agli speculatori quali titoli comprare e quali vendere.
In pratica lavorano invece in un conflitto di interessi vergognoso. Infatti
possono dire che i BOT Italiani (o i bonos spagnoli, o i bund tedeschi…)
domani andranno peggio e tutti si precipiteranno a venderli. Oppure comprare azioni di un qualche ente, poi dopo giorni dire che quelle azioni andranno
meglio: tutti si precipiteranno ad acquistarle; il valore di quelle azioni salirà
e l’agenzia di rating farà miliardi in pochi giorni. La affidabilità delle agenzie di rating è illustrata bene dal fatto che le tre maggiori agenzie hanno dato
un giudizio molto positivo sulla banca americana Lehman fino a pochi giorni prima del disastroso fallimento. Sappiamo che le cose italiane non vanno
bene e che la nostra economia è zoppicante per molte ragioni. Tuttavia,
quando le agenzie di rating danno giudizi negativi sull’Italia, è prudente nutrire qualche sospetto.
Ormai avete capito come è possibile una guerra finanziaria attraverso le
agenzie di rating e la speculazione internazionale. Per fare un esempio, le
agenzie di rating annunciano il declassamento del debito pubblico greco. I
grandi speculatori internazionali vengono avvisati dalle stesse agenzie con
qualche giorno di anticipo e tutti insieme vendono i buoni del tesoro greci.
In conseguenza il prezzo crolla nel giro di minuti. I risparmiatori greci vengono a sapere la cosa il giorno dopo – quando i titoli in loro possesso valgono molto meno; se li vendono ci perdono il 50%. Il gioco d’azzardo finanziario è ormai molto diversificato e le cose non vanno esattamente nella maniera raccontata: ma il risultato finale è quello. Un governo (ma inutile nasconderlo: quello USA) si appoggia alle sue agenzie di rating e alle sue
grandi banche per attuare manovre di questo tipo. Il governo bersaglio (la
Grecia per esempio) ha venduto i suoi titoli a un certo prezzo, e paga un certo tasso di interesse. Dopo la manovra delle agenzie, lo stesso governo bersaglio deve rimborsare quei titoli con un interesse molto più alto, facendo
crescere il debito nazionale. La nazione bersaglio ha subito un danno.
Caccia ai cacciatori
Ma questa guerra finanziaria non è una vera guerra: fa morti, disgrazie
e povertà ma con una differenza. Nelle guerre tra eserciti ci sono due parti
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che si contrappongono; in quella finanziaria una delle due parti non può fare
niente: è nelle mani dell’attaccante. L’altra differenza è che non c’è una dichiarazione ufficiale di guerra: chi viene attaccato non può nemmeno lamentarsi. La guerra finanziaria assomiglia molto alla caccia alle anatre: c’è una
totale asimmetria tra le anatre e i cacciatori. Loro sparano e le anatre non
hanno nemmeno la possibilità di fuga.
Anche la strategia dei poteri finanziari è quella della caccia alle anatre:
prima viene abbattuta la più debole, quella indietro nella formazione (diciamo l’Islanda), poi la seconda (diciamo il Portogallo e l’Irlanda). Poi già nel
2009 la Grecia va nel mirino della speculazione (in verità la Grecia era un
bersaglio facile perché aveva una situazione realmente disastrata a causa di
una gestione irresponsabile dell’economia pubblica). Poi di recente (2012) è
il turno della Spagna: solo che in questa guerra finanziaria è intervenuta
l’Europa stanziando 100 miliardi di euro per la Spagna. Questa “iniezione”
fornisce un extra di forze all’anatra spagnola che passa avanti di un posto
verso la punta della formazione a V. A metà 2012 rimane in ultima posizione l’Italia, che va quindi sotto il mirino dei cacciatori. Il prossimo Paese impallinato sarà l’Italia (e a metà giugno Monti «teme che la prossima preda
della speculazione possa essere l’Italia»).
La fine della storia? Quando fossero abbattute tutte le anatre gregarie
sarebbe facile abbattere anche l’anatra pilota (la Germania). Ma un indizio
opposto è arrivato di recente dalla Grecia: il voto del 17 giugno lancia nuovo
impulso all’euro e all’idea europeista. Forse non finiremo tutti impallinati
dalla speculazione finanziaria internazionale. Ancora un motivo di speranza
è nel fatto che questa guerra finanziaria non è esattamente una caccia alle
anatre: esiste una strategia efficiente di difesa e consiste nello “sparare ai
cacciatori”. Non è impossibile: richiede un accordo internazionale tra le nazioni sotto attacco per spuntare le unghie alla speculazione finanziaria. Una
Tobin tax porrebbe una tassazione minima su tutte le compra-vendite di titoli nelle borse. L’effetto sarebbe di rallentare la velocità degli scambi e quindi l’aspetto predatorio delle attività finanziarie. Depotenzierebbe ovviamente la possibilità di fare guerre finanziarie e per questo è stata finora osteggiata dagli USA e dall’Inghilterra che traggono grandi profitti dalle speculazioni finanziarie. La tassa sui guadagni da speculazione potrebbe essere introdotta unilateralmente nelle borse della zona euro (escludendo dunque
l’Inghilterra). La cosa non è ovvia, ma potrebbe essere fatta in tempi brevi.
Una Tobin tax stabilizzerebbe il mondo dei poveri rendendo meno oscuro il
futuro: semplicemente togliendolo in parte dalle mani degli avvoltoi.
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Il Margine 32 (2012), n. 6
CLAUDIO FONTANARI
criveva nel 1958 Lucio Lombardo Radice nell’introduzione a Natura,
ragione e storia, la prima antologia di scritti filosofici del matematico
Federigo Enriques:
«Galileo Galilei di sé diceva: “matematico e filosofo naturale”. Di Einstein oggi,
con linguaggio davvero inaridito e corroso dal tecnicismo, diciamo soltanto: “fisicomatematico”. Definizione esatta dal punto di vista della tecnica scientifica, del tutto
insufficiente, povera e insignificante dal punto di vista del pensiero. Per scienziati
non dico della levatura, ma del tipo di Einstein, occorre rinnovare l’antico nome:
“filosofo naturale” (...) Tra di essi, Federigo Enriques (1871-1946) ci sembra avere
un singolare rilievo. L’uomo Enriques – la sua irripetibile figura socratica e galileiana, greca e rinascimentale – conserva ancora un così grande fascino, dodici anni
dopo la sua scomparsa, nella memoria di chi lo ebbe maestro e amico, da rendere
difficile quel giudizio storico distaccato, libero ormai dall’affetto e dalla commozione commemorativa, che oggi è necessario».
A questo studio storico distaccato si dedica da ormai un trentennio una
piccola, ma attiva comunità di ricercatori dalle più diverse provenienze disciplinari, coordinata da Ornella Pompeo Faracovi, infaticabile direttrice del
Centro Studi Enriques di Livorno (http://www.centrostudienriques.it). In
questa sede converrà però mantenersi sul piano più immediato della rievocazione autobiografica, ridando la parola a Lucio Lombardo Radice:
«È forse opportuno che io dia alcune “coordinate”, che delinei una traccia della vita
di Enriques. Nacque a Livorno nel 1871; la sua vita, piuttosto tranquilla e senza
grandi avvenimenti esteriori, si divide in tre parti, e non solo per le sue residenze; in
tre periodi che corrispondono a diverse fasi di sviluppo della sua personalità e della sua opera. Fra il 1871 e il 1891 vive fra Livorno e Pisa, dove la famiglia si trasferisce abbastanza presto: sono questi i suoi anni di apprendistato. C’è poi un breve
periodo di pellegrinaggio, di movimento: Torino, Roma – dove conosce Guido Ca-
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stelnuovo, col quale costituisce un sodalizio scientifico e culturale molto importante, che durerà tutta la vita. Poi abbiamo un secondo periodo: gli anni di Bologna, dal
1894 al 1922. A venticinque anni conquista la cattedra universitaria: un caso di
precocità eccezionale. Questo è il grande periodo della sua vita, il periodo bolognese, nel quale si situa quello che io considero il periodo centrale, focale, della sua vita, gli anni 1906-1912. Poi abbiamo, dal 1922 al 1946, gli anni di Roma».
E proprio a Roma, dal 1934 al 1938, data dell’allontanamento del maestro dalla vita accademica in seguito alle sciagurate leggi razziali, lo studente Lombardo Radice ha l’opportunità di seguire attentamente i corsi e le
conferenze di Enriques, e i dibattiti epistemologici interdisciplinari da lui
promossi. Nella prefazione alla ristampa anastatica del 1982 del volume Le
matematiche nella storia e nella cultura ricorderà con intatta freschezza:
«Le lezioni di Federigo Enriques erano piene di parentesi, di digressioni, di battute,
di distrazioni, di ritorni indietro, di colloqui con assistenti e allievi. Erano lezioni
che già altra volta ho chiamato “socratiche” e “galileiane”; vorrei aggiungere, con
qualche timore però di essere frainteso, conversazione da “gran signore” della cultura. (Intendo definire in qualche modo la naturalezza e la spontaneità autentiche del
discorso dell’Enriques, condotto con linguaggio piano e comune, e tuttavia tutto intriso di conoscenze e meditazioni su conoscenze relative a tutte le epoche e a tutti i
campi di investigazione dell’umano ingegno; qualcosa come la sobrietà e la disinvoltura di modi di alcuni rari vecchi aristocratici di gran classe, alla Tomasi di
Lampedusa). In Enriques, lo steccato fra le “due culture” era stato abbattuto e bruciato; o meglio, non era mai esistito. Matematico per vocazione filosofica (per una
“infezione filosofica liceale”, egli disse una volta, conversando con Giuseppe Scorza Dragoni), ritornò dalla matematica ai “grandi sistemi metafisici”, ai massimi
problemi, scorgendo in essi un germe, una sollecitazione proveniente dalla matematica. Nemico della “filosofia dei compartimenti stagni”, ebbe fortissimo il senso della unità circolare del conoscere (...). Una molteplicità che era unità, un essere maestro in molte discipline (dalla Geometria, alla Epistemologia, alla Storia della
Scienza, alla Pedagogia e Didattica), senza divenire mai Egli stesso specialista, nel
senso limitativo del termine. Un “uomo del Rinascimento”, insomma, in tempi antirinascimentali, Federigo Enriques portava in sé il destino del solitario e dello sconfitto, che forse non avvertiva, e del quale certo non si preoccupava, nella intensa serenità del Suo discorso con se stesso e con gli altri, nel suo sempre “ingenuo” indagare o le figure geometriche che “vedeva” come oggetti in qualche modo dati, o il
segreto cammino delle idee, o i nessi nascosti tra ricerca scientifica e speculazione
filosofica».
Come piccolo saggio dell’universalità e dell’attualità degli interessi di
Enriques, i lettori de Il Margine potrebbero apprezzare le acute osservazioni
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sui sistemi elettorali contenute nel suo scritto La teoria dello stato e il sistema rappresentativo, uscito originariamente nel 1909 sulla “Rivista di scienza” e poi ripubblicato nel volume Scienza e Razionalismo, Zanichelli 1912
(di cui dunque proprio quest’anno ricorre il centenario). Come efficacemente riassume Ornella Pompeo Faracovi nell’intervento Federigo Enriques e/o
l’impoliticità dell’intellettuale (in Enriques e Severi, Agorà Edizioni 2004):
«Si trattava di un’analisi delle teorie dello stato e dei sistemi di scrutinio elettorale,
dal quale scaturiva la presa di posizione a favore del collegio uninominale unico e
del sistema proporzionale, capace di assicurare adeguata rappresentanza alle minoranze, contro il sistema uninominale, che fa prevalere gli interessi locali forti, rende
possibile la formazione delle clientele attraverso le transazioni del governo con i
deputati (...) Il sistema proporzionale è più adatto ad assicurare rappresentanza alle
nuove idee, quelle che “raccolgono spesso un piccolo numero di aderenti in ciascun
luogo, senza riuscire ad affermarsi in nessuno”».
Enriques si sofferma poi in particolare su un problema che oggi è avvertito da molti come cruciale nel rapporto fra elettore e parlamentare, quello delle cosiddette “liste bloccate”. Non sembrerà pertanto inopportuno
l’invito a rileggere con attenzione l’accurata analisi e l’ingegnosa soluzione
proposte esattamente cent’anni fa dal nostro matematico filosofo:
«L’ordine obbligatorio delle liste di partito dà luogo a taluni inconvenienti che già
suggerirono modificazioni in seno all’associazione riformista di Ginevra. Si può
temere che le gelosie agitantesi nell’ambito della classe politica facciano prevalere
troppo i criterii d’anzianità sul valore personale dei candidati preposti, e ne possono
risultare cagioni di grave malcontento nel pubblico. Specialmente nei centri meno
illuminati gli elettori saranno indotti a dare il voto ad una lista per riguardo ad un
candidato in essa contenuto, e se questi – per occupare uno degli ultimi posti – non
abbia probabilità di riuscire eletto, ne conseguirà la sfiducia nel valore del voto. Lo
stesso inconveniente può ripetersi per riguardo alle associazioni cui un partito dia
qualche rappresentante nella sua lista; se l’associazione porta di fatto un certo numero di voti, bisogna che essa venga garantita che il suo rappresentante entrerà in
Parlamento.
I sostenitori del sistema nella sua rigidità – come il nostro Presutti – osservano che
la scelta dei candidati e la votazione costituiscono due atti distinti, e che ognuno ha
modo di agire durante il primo atto in seno al proprio partito. Ma, a nostro avviso,
questa opinione non tien conto adeguatamente di coloro che non militano nei partiti
(...) Una volta ammessa l’opportunità di un temperamento che consenta agli elettori
di modificare l’ordine della lista, il modo più semplice e preferibile sembra a noi il
seguente: ogni elettore dia il voto ad una lista già ordinata da un partito, e scriva a
suo arbitrio in capo ad essa il nome di un candidato contenuto nella medesima; ven-
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gono eletti anzitutto coloro che – come capilista – riportano un numero di voti uguale al quoziente del numero di voti dati alla lista diviso per quello dei deputati che
spettano alla lista stessa, poi i candidati della lista nell’ordine assegnato dal partito.
P. es. vi sono 5 milioni di elettori, 500 deputati da eleggere; il partito A presenta una
lista che raccoglie 1 milione di voti, e però ha diritto a 100 deputati, ed il quoziente
che spetta a ciascuno è almeno 10 mila; se si trovano 40 candidati ciascuno dei quali
è stato portato come capolista dai 10 mila elettori, questi sono eletti insieme ai primi
60 nomi della lista, e a preferenza dei 40 successivi. Il partito assicura così
l’elezione delle sue personalità più spiccate e quelle dei rappresentanti di associazioni ecc. che portino un certo numero di voti; in pari tempo la fiducia del pubblico
ha modo pure di farsi valere, sicché ogni uomo capace di esercitare un’influenza diretta sul popolo, o in una regione, o sopra una larga società, riescirà sempre a farsi
eleggere trionfando di eventuali rivalità di suoi colleghi. Ed il successo individuale
riuscirà in ogni caso a vantaggio di tutto il partito e però servirà a cementare la solidarietà degli uomini.
Per tal modo potrebbero armonizzarsi opportunamente il sistema delle liste concorrenti e il sistema del quoziente. Il che del resto si otterrebbe anche in altri modi diversi, che condurrebbero a considerazioni più analitiche» (pp. 229-231).
Ricapitolando: supponiamo che una lista L, che è un insieme ordinato
di n candidati, riceva in totale t voti e dunque elegga d deputati. Sia ora m il
numero dei candidati della lista L che abbiano ricevuto un numero di preferenze p maggiore o uguale del quoziente t / d e si osservi che m risulta comunque minore o uguale di d. Il meccanismo proposto da Enriques prevede
l’elezione di tutti questi m candidati e l’assegnazione dei rimanenti d - m
seggi spettanti alla lista L seguendo l’ordine di lista stabilito dal partito.
Nell’esempio numerico presentato nel testo originale si ha t = 1 milione, d =
100, t/d = 10 mila, m = 40, d - m = 60. La conclusione di Enriques, dopo
questa trattazione di carattere tecnico, si colloca invece sul piano più teorico
della scienza politica:
«Fermandoci sopra una questione più speciale, abbiamo avuto luogo di applicare i
principii generali della teoria democratica, alla critica dei modi di scrutinio che deformano l’espressione della volontà generale. Insistiamo, terminando, sulla veduta
seguente: la democrazia più larga e più libera non crea ma suppone nel popolo la
coscienza e l’aspirazione al progresso nazionale; essa vive in ultima analisi sulla fiducia che – rimossi gli ostacoli e le limitazioni – l’anima dei cittadini s’innalzi
nell’amore della Patria e nell’idea d’un avvenire migliore» (p. 232).
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Il Margine 32 (2012), n. 6
FULVIO DE GIORGI
ell’omelia pronunciata nel Parco di Bresso, domenica 3 giugno 2012,
Solennità della Santissima Trinità, a conclusione del VII Incontro
Mondiale delle Famiglie (al quale ho partecipato come relatore), Benedetto
XVI ha presentato sinteticamente una visione cristiana della famiglia, fondata sul matrimonio, nella quale, come marito e come padre, riconosco
l’espressione della mia stessa autoconsapevolezza coniugale di fede:
«Chiamata ad essere immagine del Dio Unico in Tre Persone non è solo la Chiesa,
ma anche la famiglia, fondata sul matrimonio tra l’uomo e la donna. In principio, infatti, “Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro: siate fecondi e moltiplicatevi” (Gen 1,2728). Dio ha creato l’essere umano maschio e femmina, con pari dignità, ma anche
con proprie e complementari caratteristiche, perché i due fossero dono l’uno per
l’altro, si valorizzassero reciprocamente e realizzassero una comunità di amore e di
vita. L’amore è ciò che fa della persona umana l’autentica immagine della Trinità,
immagine di Dio. Cari sposi, nel vivere il matrimonio voi non vi donate qualche cosa o qualche attività, ma la vita intera. E il vostro amore è fecondo innanzitutto per
voi stessi, perché desiderate e realizzate il bene l’uno dell’altro, sperimentando la
gioia del ricevere e del dare. È fecondo poi nella procreazione, generosa e responsabile, dei figli, nella cura premurosa per essi e nell’educazione attenta e sapiente. È
fecondo infine per la società, perché il vissuto familiare è la prima e insostituibile
scuola delle virtù sociali, come il rispetto delle persone, la gratuità, la fiducia, la responsabilità, la solidarietà, la cooperazione. […] Il progetto di Dio sulla coppia umana trova la sua pienezza in Gesù Cristo, che ha elevato il matrimonio a Sacramento. Cari sposi, con uno speciale dono dello Spirito Santo, Cristo vi fa partecipare al suo amore sponsale, rendendovi segno del suo amore per la Chiesa: un amore
fedele e totale. Se sapete accogliere questo dono, rinnovando ogni giorno, con fede,
il vostro «sì», con la forza che viene dalla grazia del Sacramento, anche la vostra
famiglia vivrà dell’amore di Dio, sul modello della Santa Famiglia di Nazaret. […]
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La vostra vocazione non è facile da vivere, specialmente oggi, ma quella dell’amore
è una realtà meravigliosa, è l’unica forza che può veramente trasformare il cosmo, il
mondo».
Nella stessa omelia, il papa ha pure indicato – alla famiglia cristiana,
alla famiglia nella Chiesa e, in fondo, alla stessa Chiesa come famiglia di
famiglie –
«le vie per crescere nell’amore: mantenere un costante rapporto con Dio e partecipare alla vita ecclesiale, coltivare il dialogo, rispettare il punto di vista dell’altro, essere pronti al servizio, essere pazienti con i difetti altrui, saper perdonare e chiedere
perdono, superare con intelligenza e umiltà gli eventuali conflitti, concordare gli orientamenti educativi, essere aperti alle altre famiglie, attenti ai poveri, responsabili
nella società civile».
È proprio con questo spirito di umiltà pensosa, di ascolto esistenziale,
aperto e paziente, di dialogo intra-ecclesiale che vorrei affrontare una riflessione – ovviamente in modo critico e problematico, senza presuntuose semplificazioni – su un aspetto grave, pure toccato dal papa, con delicatezza,
nella sua omelia, quando ha affermato:
«Una parola vorrei dedicarla anche ai fedeli che, pur condividendo gli insegnamenti
della Chiesa sulla famiglia, sono segnati da esperienze dolorose di fallimento e di
separazione. Sappiate che il Papa e la Chiesa vi sostengono nella vostra fatica. Vi
incoraggio a rimanere uniti alle vostre comunità, mentre auspico che le diocesi realizzino adeguate iniziative di accoglienza e vicinanza».
Rispondendo poi ad una domanda, durante la Festa delle Testimonianze, sabato 2 giugno 2012, sempre nell’ambito del VII Incontro Mondiale
delle Famiglie, Benedetto XVI ha avuto parole di misericordia, nel solco
delle quali, e per approfondirle, vorrei appunto porre la mia riflessione:
«In realtà, questo problema dei divorziati risposati è una delle grandi sofferenze della Chiesa di oggi. E non abbiamo semplici ricette. La sofferenza è grande e possiamo solo aiutare le parrocchie, i singoli ad aiutare queste persone a sopportare la sofferenza di questo divorzio. Io direi che molto importante sarebbe, naturalmente, la
prevenzione, cioè approfondire fin dall’inizio l’innamoramento in una decisione
profonda, maturata; inoltre, l’accompagnamento durante il matrimonio, affinché le
famiglie non siano mai sole ma siano realmente accompagnate nel loro cammino. E
poi, quanto a queste persone, dobbiamo dire – come lei ha detto – che la Chiesa le
ama, ma esse devono vedere e sentire questo amore. Mi sembra un grande compito
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di una parrocchia, di una comunità cattolica, di fare realmente il possibile perché esse sentano di essere amate, accettate, che non sono «fuori» anche se non possono ricevere l’assoluzione e l’Eucaristia: devono vedere che anche così vivono pienamente nella Chiesa. Forse, se non è possibile l’assoluzione nella Confessione, tuttavia
un contatto permanente con un sacerdote, con una guida dell’anima, è molto importante perché possano vedere che sono accompagnati, guidati. Poi è anche molto importante che sentano che l’Eucaristia è vera e partecipata se realmente entrano in
comunione con il Corpo di Cristo. Anche senza la ricezione «corporale» del Sacramento, possiamo essere spiritualmente uniti a Cristo nel suo Corpo. E far capire
questo è importante. Che realmente trovino la possibilità di vivere una vita di fede,
con la Parola di Dio, con la comunione della Chiesa e possano vedere che la loro
sofferenza è un dono per la Chiesa, perché servono così a tutti anche per difendere
la stabilità dell’amore, del Matrimonio; e che questa sofferenza non è solo un tormento fisico e psichico, ma è anche un soffrire nella comunità della Chiesa per i
grandi valori della nostra fede. Penso che la loro sofferenza, se realmente interiormente accettata, sia un dono per la Chiesa. Devono saperlo, che proprio così servono la Chiesa, sono nel cuore della Chiesa».
È bene allora riconoscere che siamo davanti ad una delle grandi sofferenze della Chiesa contemporanea. E che non abbiamo semplici ricette. Non
ci sono ricette semplici.
Nel cuore della Chiesa: accettati e non giudicati
Di chi stiamo parlando? Di «fedeli che, pur condividendo gli insegnamenti della Chiesa sulla famiglia, sono segnati da esperienze dolorose di fallimento e di separazione» nel sacramento del matrimonio.
Ma di che cosa stiamo parlando? Stiamo parlando di un “peccato grave”? Se così fosse, in modo puro e semplice, hanno senso le espressioni del
papa? Che non sono solo espressioni di amore del peccatore (e di rifiuto del
peccato), sono pure espressioni reali di accettazione di situazioni esistenziali
che sono conseguenze di quei fallimenti e separazioni e divorzi e seconde
nozze. Se fossero mere conseguenze del peccato, bisognerebbe semplicemente dire: pentitevi, rompete le seconde nozze (peccaminose, anzi pubblicamente peccaminose), al massimo vivete come fratello e sorella. Qui si parla invece di: sostegno nella fatica; iniziative di accoglienza e di vicinanza;
aiutare questi battezzati e far sentire loro l’amore della Chiesa. La loro sofferenza è un dono per la Chiesa ed essi sono così nel cuore della Chiesa. Le
comunità ecclesiali hanno, dunque, il compito di far sentire a queste perso19
ne, cioè ai divorziati risposati, che esse sono “accettate, che non sono «fuori» anche se non possono ricevere l’assoluzione e l’Eucaristia”. Stiamo parlando – ripeto – di divorziati risposati.
Che cosa dice del divorzio il Catechismo della Chiesa Cattolica? «Il
divorzio offende l’Alleanza della salvezza, di cui il matrimonio sacramentale è segno. Il fatto di contrarre un nuovo vincolo nuziale, anche se riconosciuto dalla legge civile, accresce la gravità della rottura: il coniuge risposato si trova in tal caso in una condizione di adulterio pubblico e permanente»
(n. 2384). Il papa dice di accogliere, accettare, sostenere adulteri pubblici e
permanenti? Certamente no.
Se allora i divorziati risposati, in quanto in adulterio pubblico e permanente, sono in condizione di colpa grave, vediamo se, chi e in quali casi si
possa considerare in condizione di colpa non grave.
Il Catechismo indica due casi ‘senza colpa’, casi però di divorziati non
risposati:
«Se il divorzio civile rimane l’unico modo possibile di assicurare certi diritti legittimi, quali la cura dei figli o la tutela del patrimonio, può essere tollerato, senza che
costituisca una colpa morale» (n. 2383).
«Può avvenire che uno dei coniugi sia vittima innocente del divorzio pronunciato
dalla legge civile; questi allora non contravviene alla norma morale. C’è infatti una
differenza notevole tra il coniuge che si è sinceramente sforzato di rimanere fedele
al sacramento del Matrimonio e si vede ingiustamente abbandonato, e colui che, per
sua grave colpa, distrugge un matrimonio canonicamente valido».
Allora, mi viene da pensare: questi divorziati, che non hanno moralmente colpa, se si risposano, commettono un peccato grave o non piuttosto
un peccato ‘non grave’?
Vediamo invece i divorziati, per loro colpa, che si risposano. Sono in
peccato mortale? Chi commette queste azioni con malizia, per una scelta deliberata di male, in spregio all’insegnamento evangelico trasmesso dalla
Chiesa è, certo, in peccato mortale.
Nel caso però di una ‘morte’ dell’amore e di una debolezza della volontà e della ragione a sostenere il vincolo sacramentale in tale situazione di
lutto affettivo, possiamo pure parlare di peccato: ma si tratta di un peccato
grave? In certi casi forse sì. Ma in altri casi forse no. La materia è grave (adulterio), ma possiamo – in tali casi – supporre che non ci sia stata piena
consapevolezza e totale consenso: un non riuscire ad avvertire, nella propria
coscienza, la gravità personale della colpa, pur accettando l’indissolubilità
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del vincolo e soffrendo per il proprio ‘fallimento’. Stiamo parlando di casi in
cui non c’è stato un libero consenso alla morte dell’amore coniugale, ma le
pressioni esterne e gli impulsi della sensibilità hanno comunque vinto (attenuando, tuttavia, il carattere volontario e libero della colpa).
Insomma se «il peccato mortale distrugge la carità nel cuore dell’uomo
a causa di una violazione grave della legge di Dio» (Catechismo, n. 1855) e
se «il peccato veniale indebolisce la carità; manifesta un affetto disordinato
per dei beni creati; ostacola i progressi dell’anima nell’esercizio delle virtù e
della pratica del bene morale […]. Tuttavia il peccato veniale non ci oppone
alla volontà e all’amicizia divine; non rompe l’Alleanza con Dio» (Catechismo, n. 1863), allora – nel caso considerato dal papa – siamo in situazioni di
non rottura dell’Alleanza di salvezza.
Dunque: con un discernimento esistenziale e spirituale, si possono distinguere – nel complesso ambito dei divorziati risposati – coloro che sono
in peccato mortale e cioè hanno deliberatamente rotto l’Alleanza con Dio e
coloro che non sono in peccato mortale e che perciò hanno mantenuto
l’Alleanza con Dio. L’attenzione fondamentale sta dunque nel conoscere la
verità esistenziale che si ha di fronte. Nell’Esortazione Apostolica postsinodale Sacramentum Caritatis (del 22 febbraio 2007), il papa aveva chiarito infatti:
«È necessario, tuttavia, evitare di intendere la preoccupazione pastorale come se
fosse in contrapposizione col diritto. Si deve piuttosto partire dal presupposto che
fondamentale punto d’incontro tra diritto e pastorale è l’amore per la verità: questa
infatti non è mai astratta, ma «si integra nell’itinerario umano e cristiano di ogni fedele» (n. 29).
La pienezza ecclesiale
Sempre a proposito dei divorziati risposati, il papa nell’omelia del 3
giugno ha affermato: essi «devono vedere che anche così vivono pienamente
nella Chiesa». Questo mi pare veramente un aspetto nuovo e centrale. Qual
è la via indicata per questa pienezza ecclesiale?
Nel 2007 il papa ha consolidato la nuova via pastorale con la Sacramentum Caritatis:
«I divorziati risposati, tuttavia, nonostante la loro situazione, continuano ad appartenere alla Chiesa, che li segue con speciale attenzione, nel desiderio che coltivino,
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per quanto possibile, uno stile cristiano di vita attraverso la partecipazione alla santa
Messa, pur senza ricevere la Comunione, l’ascolto della Parola di Dio, la partecipazione alla vita comunitaria, il dialogo confidente con un sacerdote o con un maestro
di vita spirituale, la dedizione alla carità vissuta, le opere di penitenza, l’impegno
educativo verso i figli» (n. 29).
Ha approfondito questa linea il card. Tettamanzi, arcivescovo di Milano, con la lettera agli sposi in situazione di separazione, divorzio e nuova
unione, del 6 gennaio 2008 (Il Signore è vicino a chi ha il cuore ferito). Meritano di essere ricordati alcuni passaggi di quello che è stato il documento
di maggiore circolazione internazionale del card. Tettamanzi:
«La prima cosa che vorrei dirvi, sedendomi accanto a voi, è dunque questa: “La
Chiesa non vi ha dimenticati! Tanto meno vi rifiuta o vi considera indegni”. […]
Anche noi uomini di Chiesa sappiamo che la fine di un rapporto sponsale per la
maggior parte di voi non è stata decisione presa con facilità, tanto meno con leggerezza. […]
La Chiesa quindi non vi guarda come estranei che hanno mancato a un patto, ma si
sente partecipe di quel travaglio e di quelle domande che vi toccano così intimamente. […]
Anche la Chiesa sa che in certi casi non solo è lecito, ma può essere addirittura inevitabile prendere la decisione di una separazione: per difendere la dignità delle persone, per evitare traumi più profondi, per custodire la grandezza del matrimonio,
che non può trasformarsi in un’insostenibile trafila di reciproche asprezze».
Il papa parla di una possibilità di “pienezza” di vita ecclesiale. Ma come? Sappiamo che non ci sono ricette semplici. Vediamo qual è la via indicata dal Benedetto XVI. Potremmo definirla una via di santità o di salvezza
extra-eucaristica (o semi-eucaristica), cioè insomma senza poter mangiare il
corpo di Cristo e bere il suo sangue. Dico semi-eucaristica, perché il papa
parla comunque, come si è visto, di una forma di “comunione spirituale”
(cfr. Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia, n. 34) o ‘di desiderio’.
Analoga è la via prospettata dal card. Tettamanzi:
«Sempre dal senso della parola del Signore deriva l’indicazione della Chiesa riguardo all’impossibilità di accedere alla comunione eucaristica per gli sposi che vivono
stabilmente un secondo legame sponsale.
Ma perché?
Perché nell’Eucaristia abbiamo il segno dell’amore sponsale indissolubile di Cristo
per noi […].
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Comprendete, così, che la norma della Chiesa non esprime un giudizio sul valore affettivo e sulla qualità della relazione che unisce i divorziati risposati. Il fatto che
spesso queste relazioni siano vissute con senso di responsabilità e con amore nella
coppia e verso i figli è una realtà che non sfugge alla Chiesa e ai suoi pastori. Non
c’è dunque un giudizio sulle persone e sul loro vissuto, ma una norma necessaria a
motivo del fatto che queste nuove unioni nella loro realtà oggettiva non possono esprimere il segno dell’amore unico, fedele, indiviso di Gesù per la Chiesa. […]
La vita cristiana ha certo il suo vertice nella partecipazione piena all’Eucarestia,
ma non è riducibile soltanto al suo vertice. Come in una piramide, anche se privata
del suo vertice, la massa solida non cade, ma rimane.
Potersi comunicare nella Messa è certamente per i cristiani di singolare importanza
e di grande significato, ma la ricchezza della vita della comunità ecclesiale, che è
fatta di moltissime cose condivisibili da tutti, resta a disposizione e alla portata anche di chi non può accostarsi alla santa comunione. […]
Chiedo dunque a voi, sposi divorziati risposati, di non allontanarvi dalla vita di fede
e dalla vita di Chiesa.
Chiedo di partecipare alla celebrazione eucaristica nel Giorno del Signore.
Anche a voi è rivolta la chiamata alla novità di vita che ci è donata nello Spirito.
Anche a vostra disposizione sono i molti mezzi della Grazia di Dio.
Insomma, appunto, vocazione alla santità (alla “novità di vita”), nella
pienezza della vita ecclesiale. Ma senza pienezza di vita eucaristica. Una
salvezza e una santità senza Eucaristia.
Dona la pienezza dello Spirito Santo
Non ci sono ricette facili.
Provo ad assumere un modo di pensare eucaristico: come affermava S.
Ireneo di Lione: «Il nostro modo di pensare è conforme all’Eucaristia, e
l’Eucaristia, a sua volta, si accorda con il nostro modo di pensare».
Dall’Eucaristia assumiamo forma, criterio e stile di vita: L’Eucaristia è la
vita e la scuola dei discepoli di Cristo (Cfr. CEI, Eucaristia, comunione e
comunità, n. 61).
Gesù collega la vita all’eucaristia: «In verità, in verità vi dico: se non
mangiate la Carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo Sangue, non avrete in voi la vita» (Gv 6, 53) «Colui che mangia di me vivrà per me» (Gv
6, 57). Perciò il Concilio insegna che «nella santissima Eucaristia è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra pasqua e
pane vivo che, mediante la sua carne vivificata dallo Spirito Santo e vivificante, dà la vita agli uomini» (Presbyterorum Ordinis, n. 5).
23
Gesù comanda di prendere e mangiare: «Fate questo in memoria di
me» (Lc 22, 19-20). Noi non siamo degni di partecipare alla sua mensa, ma
gli chiediamo – come il centurione – di dire soltanto una parola e saremo
salvati. Come il ladrone sulla croce gli chiediamo di ricordarsi di noi. Il
Corpo di Cristo, che riceviamo, è «dato per noi» e il Sangue, che beviamo, è
«sparso per molti in remissione dei peccati» (Mt 26, 28). Perciò l’Eucaristia
non può unirci a Cristo senza purificarci, nello stesso tempo, dai peccati
commessi e preservarci da quelli futuri. L’Eucaristia fortifica la carità che
tende a indebolirsi e la carità stessa, così vivificata, cancella i peccati non
gravi (cfr. Catechismo, nn. 1393-1394).
La Chiesa vive dell’Eucaristia. «Nell’Eucaristia si svela in pienezza di
significato la struttura sacramentale dell’esistenza umana» (CEI, Eucaristia,
comunione e comunità, n. 90). Senza Eucaristia la liturgia realizzerebbe
un’unità solo psicologica e un orizzontalismo sociologico. La Chiesa è un
solo corpo perché si nutre di un solo Corpo (1 Cor 10, 16-17): «La comunione sacramentale acquista così la pienezza delle sue dimensioni: mentre è
il modo pieno di partecipare al banchetto della nuova alleanza, è anche piena
inserzione nel corpo mistico del Signore, ove vige la legge della piena comunione di vita tra le membra» (ibid., n. 51). «Ognuno si sente effettivamente accolto come fratello, come membro di una famiglia, come un uomo
che ha una sua dignità e merita perciò attenzione e rispetto, specie se povero
ed emarginato. Ne nasce uno stile evangelico che si iscrive poi nei rapporti
quotidiani» (ibid., n. 39). Ecco perché nel Messale romano il celebrante
chiede: «A noi che ci nutriamo del corpo e sangue del tuo Figlio dona la
pienezza dello Spirito Santo, perché diventiamo in Cristo un solo corpo e un
solo spirito».
Insomma, come dice Giovanni Paolo II nella Ecclesia de Eucharistia:
«L’efficacia salvifica del sacrificio si realizza in pienezza quando ci si comunica ricevendo il corpo e il sangue del Signore» (n. 16, ma cfr. anche nn.
17, 22, 24).
Perciò, senza scomodare il Concilio di Trento (secondo il quale i sacramenti sono necessari alla salvezza), mi pare che una santità non eucaristica, una salvezza senza Eucaristia, una vocazione alla sola comunione spirituale apra molte difficoltà nella Comunità cristiana: in particolare sul valore dell’Eucaristia e sulla natura dell’unità ecclesiale. Per quell’ambito di divorziati risposati in cui non possiamo parlare di peccato grave, ci può forse
essere una via non extra eucaristica, ma veramente ed esigentemente eucaristica.
24
Una via veramente cattolica cioè eucaristica
La via che si può immaginare è allora quella che, attraverso una vera ed
impegnata direzione spirituale esercitata con prudente e amorevole profondità nei suoi confronti, il divorziato risposato sia portato a compiere un sincero e radicale cammino di riflessione, accompagnato e aiutato dal discernimento sacerdotale: ma un cammino che non può che proporsi come meta
(non è detto che sia poi raggiunta) l’Eucaristia.
Non ci sono ricette semplici. Ma possiamo, con semplicità e con fiducia, aprire il cuore allo Spirito di Cristo, il quale
«chiamò il pane suo corpo vivente, lo riempì di se stesso e del suo Spirito […] E colui che lo mangia con fede, mangia Fuoco e Spirito. […] Prendete, mangiatene tutti,
e mangiate con esso lo Spirito Santo. Infatti è veramente il mio corpo e colui che lo
mangia vivrà eternamente» (S. Efrem, Omelia IV per la Settimana Santa).
Perché poi, in fondo, è alla carità e alla misericordia pastorale che bisogna affidarsi con generosità: carità e misericordia pastorale che sono, innanzi tutto, dono alla Chiesa da parte di Gesù Buon Pastore:
«Buon Pastore, pane vero,
o Gesù, pietà di noi:
nutrici e difendici,
portaci ai beni eterni
nella terra dei viventi.
Tu che tutto sai e puoi,
che ci nutri sulla terra,
conduci i tuoi fratelli,
alla tavola del cielo
nella gloria dei tuoi santi».
25
Il Margine 32 (2012), n. 6
ALBERTO MANDREOLI
«Risposero i Giudei: “Noi abbiamo una legge
e secondo questa legge deve morire”» (Giovanni 19,7)
no dei meriti di Giuseppe Dossetti nell’Introduzione al volume di Luciano Gherardi Le querce di Monte Sole è aver sottolineato la natura
“normativa” del regime nazionalsocialista, il cui baricentro – ideale e fattivo
– è rappresentato dallo “Spirito obiettivo” della collettività. In Europa la società di massa del XX secolo aveva già operato profondi mutamenti nei tessuti sociali: in particolare ci riferiamo alla spersonalizzazione dell’individuo,
divenuto un semplice ingranaggio nei meccanismi produttivi della collettività. Nella Germania, uscita sconfitta e umiliata dal primo conflitto mondiale,
prese piede – anche se gli esordi furono mediocri e piuttosto deludenti –
l’idea nazionalsocialista della Gemeinschaft – la comunità di destino –
chiamata per vocazione a fondare la Germania millenaria e a essere la fonte
stessa del diritto. Concetto ben sintetizzato dall’intellettuale Paul Krannhals
che scrisse il volume intitolato La visione del mondo organico. Fondamenti
di una cultura emergente tedesca: «L’individuo non ha come tale né il diritto né il dovere di esistere, perché ogni diritto e ogni dovere promanano dalla
1.
Gemeinschaft»
Insieme alle riflessioni di Krannhals decisivi – dal 1935 al 1936 – furono gli studi di Larenz, avvocato e filosofo del diritto, di Köllreutter, di Kriek
e di Jerusalem che posero in primo piano non solo la preminenza ma anche
una diversificata distribuzione dello “Spirito obiettivo”, possesso esclusivo
2
della Führung (l’élite politica) e del capo indiscusso (Führer) . Incarnazione
1
2
P. Krannals, Das Organische Weltbild, Monaco, 1934.
F.W. Jerusalem, Über den Begriff der Nation, Jena, 1932.
26
dello “Spirito obiettivo” e autocoscienza del Volk tedesco, le SS – le guardie
di protezione del Reich – vennero accuratamente selezionate da una commissione razziale presieduta dallo stesso Heinrich Himmler, esse rappresentarono il vero ceppo teutonico e l’exemplum della razza ariana. Ai candidati
delle SS erano richiesti necessariamente alcuni requisiti somatici ed
un’ascendenza pura: occhi azzurri, capelli biondi, altezza di un metro e settanta ed infine la discendenza ariana dal 1750.
Grazie a una capillare divulgazione, prosegue Dossetti
nell’Introduzione, questi concetti penetrarono insidiosamente in diversi strati della società e in particolar modo nella legislazione tedesca, sino a diventare il minimo comun denominatore del vivere civile. Per Dossetti la questione della “previsione” nei riguardi del nazionalsocialismo sarebbe risultata essenziale. Ci si chiede in che modo le nazioni straniere e gli intellettuali
tedeschi non siano riusciti a “prevedere” questo sistema iniquo di idee:
«C’è ancora da stupirsi come (la dottrina del diritto) non sia stata conosciuta nei circoli responsabili esteri o per lo meno non abbia destato allarme già assai prima della
guerra: non solo essa accennava postulati giuridici fondamentali, ma ne illustrava
anche le ovvie conseguenze pratiche nel campo della struttura dello stato e dei diritti
fondamentali dei cittadini»3.
Secondo la filosofia del diritto propugnata da Karl Larenz, avvocato
che aderì al NSDAP nel maggio 1937, la capacità giuridica del singolo uomo avrebbe dovuto risiedere necessariamente nel legame esclusivo che esso
ha con la comunità; di conseguenza solo il membro della comunità di sangue avrebbe potuto godere dei diritti fondamentali. È nelle aule universitarie
tedesche, ci avverte Dossetti, che negli anni Venti e Trenta si approfondirono le riflessioni attorno al diritto civile e penale, ponendo le basi legali dello
Stato nazionalsocialista e dell’annientamento dei “sovversivi”. Adolf Hitler
e i più alti gerarchi nazisti, sostenuti dalla filosofia razzista del diritto esposta sopra, avvertirono la necessità di rendere “legali” atti crudeli e disumani
4
nei confronti di malati mentali e disabili fisici , di ebrei, di omosessuali e di
G. Dossetti, Introduzione al volume di L. Gherardi, Le querce di Monte Sole, Vita e morte delle comunità martiri fra Setta e Reno. 1898-1944, Bologna, Il Mulino, 1986, p.
XIX.
4
Denominata dai medici nazisti Gnadentod (la buona morte), l’eutanasia fu applicata per
annientare la vita considerata «indegna di vivere» (Lebensunwertes Leben) e si ancorò
da un punto di vista legislativo alla legge emanata dal governo tedesco il 14 luglio
1933 ed entrata in vigore il primo gennaio 1934. La legge per la prevenzione della pro3
27
zingari. Secondo la mentalità nazista, il commettere vessazioni morali, psicologiche e fisiche non poteva essere svincolato dalla legge ma doveva fondarsi su un corpus preciso ed articolato di leggi e decreti.
5
Raul Hilberg ricorda un sinistro ed inequivocabile dialogo avvenuto
tra Hermann Göring (1903-1946), presidente del Reichstag, e Josef Goebbels (1897-1945), ministro della Propaganda:
«Quando il numero due della gerarchia nazista Hermann Göring dichiarò, nel corso
di una riunione alla fine del 1938, che i viaggiatori tedeschi potevano sempre cacciare a calci i passeggeri ebrei da uno scompartimento ferroviario affollato, il ministro della Propaganda Josef Goebbels replicò: “Direi di no. Non credo. Deve esserci
una legge”».
Alla dicotomia operaio/padrone, propria della prima e seconda Rivoluzione industriale, subentrò nella seconda metà dell’Ottocento, grazie agli
studi antropologici ed eugenetici condotti in America e Europa, una nuova
opposizione – sano/debole – che sfociò successivamente nelle contrapposizioni tipicamente naziste ariano/non ariano e vita dotata di valore/vita priva
di valore. Opposizione che Zygmunt Bauman in Modernità e olocausto vede
generata dalla “ingegneria sociale” nazionalsocialista:
«Questa incapacità spirituale degli ebrei era spiegata come attributo dei caratteri ereditari o del sangue, elementi che, almeno a quell’epoca, incarnavano l’altra faccia
della cultura, [...] una landa selvaggia che non sarebbe mai divenuta oggetto di giardinaggio. [...] Il bersaglio rimaneva pur sempre l’unwertes Leben. Per i pianificatori
nazisti della società perfetta, il progetto che essi perseguivano ed erano determinati
a realizzare attraverso l’ingegneria sociale suddivideva la vita umana in quella “dotata di valore” e quella “priva di valore”»6.
Questa divisione della società tra il puro e l’impuro richiama, secondo
l’analisi di Dossetti, la dottrina induista delle caste secondo cui «l’uccisione
di un innocente può divenire esso stesso un dovere di casta e quindi in defi-
le affetta da malattie ereditarie decretava la sterilizzazione dei disabili tra cui i genetisti nazisti compresero i sordi, i ciechi, gli epilettici, i «deboli di mente», gli schizofrenici. L’operazione eutanasia fu denominata con la sigla T4 indicante una villa confiscata agli ebrei a Berlino al numero civico 4 di Tiengartenstrasse, dove si svolsero innumerevoli omicidi.
5
R. Hilberg, Carnefici, vittime e spettatori, Milano, Mondadori, 1992, p. 73.
6
Z. Bauman, Modernità e olocausto, Bologna, Il Mulino, 1992, pp. 101-103.
28
nitiva puro e inarrestabile impulso trascinante» . Nella lettura dossettiana
del massacro nazifascista avvenuto tra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944 a
Monte Sole (Bologna) il delitto razziale trascende ogni motivazione etnica o
biologica ed acquista rilevanza solo su un piano metafisico che risulta slegato da vincoli etici:
7
«Direi che il delitto può qualificarsi castale quando è motivato su un piano che non
è più quello delle differenze biologiche o anche etniche, ma piuttosto su quello propriamente metafisico: cioè suppone un sistema o una gerarchia di distinzioni non solo sociologicamente ma metafisicamente rigido, [...] si può solo aggiungere che tutto questo trascende ogni rapporto con l’etica, almeno come tutto il pensiero occidentale può concepirla».
Problema non secondario per la classificazione nazista delle razze fu
rappresentato dai Mischlinge: termine introdotto nella giurisdizione tedesca
dalle leggi razziali del 1935 per indicare i cittadini germanici che avevano
un’ascendenza mista. Vocabolo che a quel tempo corrispondeva in botanica
e zoologia alle espressioni denigratorie «ibrido» e «bastardo». Grazie alla
riscoperta avvenuta nel 1900 degli studi di Gregor Mendel (1822-1884) e di
Jean-Baptiste de Lamarck (1744-1829), si riteneva che le leggi della genetica potessero essere applicate anche sui gruppi umani: sebbene non vi fossero
elementi scientifici comprovanti le differenze razziali, le diversità mentali e
fisiche erano considerate ereditarie, da qui la stretta necessità di separare le
razze superiori da quelle inferiori. Fondamentale fu l’attività di ricerca attuata da Eugen Fischer, docente presso l’Università di Friburgo e direttore
dell’Istituto di antropologia, ereditarietà umana ed eugenetica Kaiser Wilhelm di Berlino. In un suo studio del 1913 intitolato The Rehoboth Bastards
and the Problem of Miscegenetion among Humans esaminò il caso dei figli
di padri tedeschi e di madri indigene nella Namibia chiamati i “Bastardi di
Rehoboth”. La ricerca influenzò non solo il dibattito sull’eugenetica ma anche la legislazione tedesca nelle colonie africane. Nel 1933 venne istituito in
Germania, per ordine del ministero degli Interni, un ufficio adibito per la
registrazione genealogica dei Mischlinge: da qui iniziò l’attività di schedatura ufficiale di chi non era etnicamente puro. L’archivio di Achim Gerke e
del suo assistente a Monaco Wilfried Euler, appartenenti al partito nazista,
arrivò nei primi mesi dell’attività a 500.000 schedature che permisero
l’epurazione dalla vita sociale dei dipendenti pubblici di origine ebrea e mi7
Dossetti, Introduzione, p. XVII.
29
sta. A Gerke subentrò il colonnello delle SS Kurt Mayr che si prodigò, ancora con l’aiuto di Euler, nella raccolta e nel confronto di dati statistici e personali al fine di rendere la società tedesca il più possibile “pura”.
È opportuno ricordare che la legislazione razzista e antisemita, il cui
8
centro è rappresentato dalle leggi di Norimberga , sorse da un retroterra culturale e pseudoscientifico europeo e transoceanico della metà
dell’Ottocento. Hitler e i suoi adepti, con l’innegabile complicità della burocrazia tedesca e di professionisti, convogliarono diverse tendenze culturali
razziste ed eugenetiche che sfociarono nell’atrocità dei campi di sterminio.
Il deplorevole merito del nazionalsocialismo, secondo lo storico Enzo Collotti, fu di raccogliere ed unificare filoni di pensiero esaltanti il mito razzista:
«Neppure il mito ariano è una pura creazione dello spirito. La crescita e
l’affermazione della dottrina della razza è frutto dell’Europa dei nazionalismi e
dell’esasperazione di questi ultimi. Le gare coloniali ottocentesche, la sfida francoprussiana, la competizione per la conquista per dei mercati e la corsa agli armamenti
che sarebbero sfociati nel primo conflitto mondiale sono parte integrante dello scenario dentro il quale si alimentano i miti razzisti».
Dobbiamo all’opera Essai sur l’inégalité des races humaines scritta
dall’aristocratico francese Joseph Arthur Gobineau (1816-1882) la prima
teoria, complessiva ed organica, della dottrina razziale. La mescolanza delle
razze superiori con quelle inferiori avrebbe generato un’Europa indolente ed
incapace di risvegliarsi dal torpore in cui si è adagiata:
«L’Europa sarebbe stata sopraffatta da un’oscura sonnolenza, e avrebbe vissuto una
vita di ignavia e di ottundimento mentale, come i bufali che ruminano nelle paludi
stagnanti dell’Agro Pontino»9.
Le leggi di Norimberga furono emanate il 15 settembre 1935 ed approvate all’unanimità
dal Parlamento tedesco. La legge sulla cittadinanza del Reich e la legge sulla protezione del sangue e dell’onore tedeschi rappresentarono il quadro normativo cui i successivi decreti e provvedimenti attuativi si riferirono costantemente. Lo stesso giorno il
Reichstag approvò – non casualmente – la legge che sanciva i colori della bandiera tedesca e la svastica come simbolo dello Stato. In merito Göring affermò: «In quanto
simbolo della lotta per difendere la nostra razza, è anche diventata il simbolo della nostra lotta contro gli ebrei in quanto distruttori della razza».
9
Cfr. Dizionario dell’olocausto, ed. italiana a cura di A. Cavaglion, II, p. 575.
8
30
Successivamente Gobineau precisa nella sua opera la distinzione, peraltro già presente nella letteratura antropologica, di tre razze fondamentali: la
gialla, la nera e la bianca, assegnando a ciascuno di esse il proprio ruolo
nell’età presente. Nel volume Il razzismo in Europa dalle origini
all’olocausto George Mosse presenta la figura di Gobineau. Del suo pensiero Mosse sottolinea non solo la preminenza della razza, chiave interpretativa
della storia umana, ma anche il principio secondo cui le “patologie” della
propria società possono essere spiegate attraverso l’osservazione dei popoli
stranieri:
«Non fu un pensatore generale, ma si servì di elementi tratti dall’antropologia, dalla
linguistica e dalla storia per costruire un sistematico edificio intellettuale in cui la
razza dava spiegazione di tutti gli eventi passati, presenti, futuri […] l’importanza di
Gobineau consiste non solo nell’aver fatto della razza la chiave della storia del
mondo, ma anche nell’aver introdotto il concetto che l’osservazione delle razze
straniere può essere d’aiuto a spiegare le frustrazioni del proprio paese»10.
Nella prefazione al volume Il mito ariano di Leòn Poliakov lo storico
Enzo Collotti evidenzia le conseguenze politiche e sociali delle differenze
genetiche proposte da Gobineau. Responsabile delle camere a gas e della
guerra di sterminio non fu soltanto il pensiero tedesco dell’Übermenschen
ma la cultura dell’intero Occidente che si professava cristiano:
«L’indagine di Poliakov non può non ritornare sulla figura di Gobineau come colui
che non si limita a sistematizzare concettualmente l’ineguaglianza tra gli uomini e
tra le razze, ma che per primo ne trae le conseguenze politiche, impiantandovi una
filosofia della storia. D’ora in poi non si trattava più di constatare o di descrivere la
differenza tra le razze ma di stabilire quale fosse la razza superiore in un’accezione
che [...] mirava a sottolineare una valenza biologistica. Wagner, Chamberlain, Rosemberg sono i nomi obbligati di un pantheon alle cui spalle non vi era soltanto il
pensiero tedesco ma la cultura dell’intero Occidente cristiano».
Insieme a Gobineau esercitò un notevole influsso sulla mentalità tede11
sca degli anni Trenta l’opera di Alfred Rosemberg intitolata Il mito del XX
secolo (con un eloquente sottotitolo: Una valutazione dei conflitti intelletG.L. Mosse, Il razzismo in Europa dalle origini all’olocausto, Roma-Bari, Laterza,
1980, pp. 58-65.
11
Uno dei primi a seguire Hitler, Rosemberg diventò nel 1923 il redattore del Völkischer
Beobachter, l’organo ufficiale del partito nazionalsocialista.
10
31
tuali e spirituali della nostra epoca). In questo volume Rosemberg dimostra
con una «farraginosa filosofia razziale della storia» che ogni razza ha una
propria anima; il popolo ariano possiede una spiritualità superiore e si basa
sul «mito del sangue» in virtù del quale si deve perseguire «la preservazione
della purezza incontaminata del suo sangue, la depurazione della cultura
12
germanica da tutte le influenze storiche estranee all’anima ariana» .
L’autore tedesco traccia le caratteristiche dell’uomo nuovo nordico e ne individua le principali virtù: la fedeltà, il desiderio di libertà, la spinta verso
l’azione e l’onore. Non a caso una parte del giuramento delle SS recitava:
«Il mio onore si chiama lealtà».
Il concetto di «selezione naturale» proposto dall’inglese Charles Darwin sul finire del XIX secolo esercitò un notevole fascino sui gruppi culturali e politici europei convinti che tale teoria potesse essere applicata tout
court alla società umana. Il termine “eugenetica” fu infatti coniato da Francis Galton, cugino di Darwin, per il quale era essenziale che l’umanità dovesse regolare se stessa attraverso il miglioramento genetico. Un’ importante eco di queste riflessioni giunse in Germania dove operò lo zoologo Ersnt
Haeckel (1834-1919). È solo con la soppressione dei malati mentali e fisici
che si attua – secondo Haeckel – il rafforzamento della razza indogermanica nella quale egli individua il prototipo dell’umanità, denominato
«il tipo centrale», superiore rispetto agli altri gruppi umani da un punto di
vista fisico e culturale. Il teorico dell’igiene Alfred Ploetz (1860-1940) favorì con i suoi studi l’idea che medici esperti avevano il compito di controllare
la salute di una società stabilendo chi avesse il diritto di sposarsi e di riprodursi. Non meno importante, nella diffusione dell’estremismo razziale ariano, fu il contributo della musica wagneriana e dell’opera I fondamenti del
diciannovesimo secolo del britannico Houston Stewart Chamberlain.
Contrariamente al pensiero comune, furono gli Stati Uniti il primo Paese a dare un volto legislativo alle teorie eugenetiche con gli esperimenti di
Charles Davenport e Harry Laughlin, eugenisti americani. Il direttore
dell’Ufficio economico del Terzo Reich Hitler asserì: «Ho studiato con molto interesse la legislazione di vari stati americani circa la prevenzione della
riproduzione da parte di persone la cui progenie, con ogni probabilità, non
12
E. Gentile, Contro Cesare, Cristianesimo e totalitarismo nell’epoca dei fascismi, Milano, Feltrinelli, 2010, p. 250.
32
apporterebbe alcun beneficio alla propagazione della razza o addirittura le
13
danneggerebbe» .
In ultima analisi, dobbiamo a Dossetti la profonda intuizione secondo
cui l’elaborazione del diritto in Germania durante gli anni Trenta si prefigurò – «in modo pubblico e sistematico» – come premessa remota e sostegno
fattivo alla legislazione nazista antisemita. Perentoria e doverosa – secondo
l’interpretazione dossettiana – è la necessità di una memoria personale e collettiva «lucida» e «vigile»: richiamo volto a generare e a coltivare coscienze
14
in grado «di opporsi ad ogni sistema di male, finché ci sia tempo» .
13
14
Dizionario dell’olocausto, II, p. 576.
Dossetti, Introduzione, p. XXXIII. Riguardo a questo tema si segnala l’articolo di Fabrizio Mandreoli intitolato La chiesa, il male, la storia: una riflessione di Giuseppe
Dossetti in id., Appunti sul Vaticano II, Un modello di discernimento, Reggio Emilia,
Ed. San Lorenzo, 2011.
33
Il Margine 32 (2012), n. 6
MAURO STENICO
in dall’antichità l’uomo osserva il cielo, le sue regolarità e i suoi moti.
Nel corso della storia, ogni cultura ha sentito l’esigenza di fornire risposta a una delle grandi questioni cosmologiche ultra-epocali (cioè che trascendono l’epoca di riferimento): l’origine dell’Universo. Tale problematica
è stata nei millenni oggetto di diverse forme di chiarificazione, nessuna di
per sé inferiore alle altre: mitologia, filosofia, religione, scienza. Conoscere
l’esistente è del resto prerogativa costitutiva dell’uomo, se è vero che «tutti
gli uomini per natura tendono al sapere»1. In tal senso, la cosmologia rappresenta un’aspirazione naturale. Come le altre scienze, anche l’astronomia
è progredita nel tempo: eventi celesti “misteriosi” per le epoche antiche sono
stati ormai chiariti. Gli strumenti osservativi attuali e le nuove teorie fisiche
aprono una serie di interrogativi impensabili secoli fa. Parallelamente al
progresso cosmologico, si è sviluppata una corrente filosofica che legge
l’Universo quale entità autosufficiente esplicabile “con le sue sole forze” e
la cui fortuita, ma “azzeccata” evoluzione rappresenterebbe l’origine di galassie, stelle, pianeti, uomini. Contenute nell’esplosione originaria, il Big
Bang, sarebbero tutte le informazioni per codesta evoluzione. Pierre de Laplace (1749-1827) leggeva il Mondo come entità integralmente autonoma e
concepiva Dio come un’ipotesi della quale l’astronomo non aveva bisogno.
Spinto dalla fiducia nelle potenzialità conoscitive umane, Stephen Hawking
(1942-) ha espresso la speranza della scienza di giungere un giorno alla teoria del tutto, il «definitivo trionfo della ragione umana, poiché allora conosceremo il pensiero stesso di Dio»2. Sulla scia di Laplace, Hawking ha poi
affermato che non occorre Dio per spiegare l’Universo3. Molte le divulgazioni scientifiche che danno per scontata l’inutilità della religione in questo
Aristotele, Metafisica, Bompiani, Milano 2004, p. 3.
Stephen Hawking, La teoria del tutto. Origine e destino dell’Universo, BUR, Milano
2004, p. 168.
3
Cfr. l’intervista ad Hawking: L’Univers n’a pas eu besoin d’un créateur (L’Universo
non ha avuto bisogno di un creatore), in Le Soir, 4-5 septembre 2010, p. 12.
1
2
34
àmbito4. Ma davvero la cosmologia non ha bisogno di Dio? Davvero il
Mondo basta a se stesso?
Universo e Sacre Scritture
Il termine kósmos (“ordine”) fu introdotto da Pitagora per indicare il
firmamento, lasciando intendere come per l’osservatore antico le regolarità
celesti richiamassero l’esistenza di qualcosa in più rispetto alla materia, cioè
di leggi che la governano conferendo ai cieli una struttura non casuale. Nella
Metafisica, Aristotele mostra come l’indagine sull’essere e sui diversi tipi di
materia riconduca la mente del filosofo alla contemplazione di un primo
Motore Immobile ordinatore del Mondo. Con le Sacre Scritture è stato rivelato all’uomo il primo miracolo di Dio nei confronti dell’Universo: la creazione dal nulla. La cosmo-teologia riconduce dunque il filosofo dal creato al
Creatore. Paolo lo conferma affermando che «le perfezioni invisibili di Lui
fin dalla creazione del mondo, comprendendosi dalle cose fatte, si rendono
visibili, quali la sua eterna potenza e la sua divinità» (Romani 1,20).
Ciò che è da condannarsi non è l’ammirazione dei cieli – i Salmi li proclamano come manifestazione della gloria divina – né il desiderio di conoscerli, bensì, seguendo Agostino (Confessioni), l’adorare quale divinità una
creatura come il Mondo materiale. Così facendo, l’uomo dimentica il fine
della sua esistenza: la salvezza dell’anima. Per questo l’Apostolo invita ad
un atteggiamento prudenziale verso la cognizione scientifica, nella convinzione che «la scienza gonfia, mentre la carità edifica» (1 Corinzi 8,1). Le
Scritture trattano l’Universo con rispetto, ma sempre quale ente materiale
che, come gli altri, è destinato a deperimento. Il creato fisico ebbe un principio (Genesi 1,1) ed avrà una fine, come comunicato nell’Apocalisse o nelle
lettere di Pietro («I cieli passeranno con un gran fracasso, e gli elementi saranno sciolti dal calore e la terra e le cose che sono in essa saranno bruciate»: 2 Pietro 3,7-10).
Dalla cosmologia alla metafisica
Muovendo dalla scienza, il filosofo può elaborare argomentazioni o
porre questioni estranee agli obiettivi delle scienze naturali, ma non per que4
La rivista La Recherche del dicembre 2010 titola in copertina Dieu et la science. Pourquoi la religion est inutile pour expliquer l’Univers (Dio e la scienza. Perché la religione è inutile per spiegare l’Universo).
35
sto illecite. Il veto kantiano sulla fine della metafisica toglie al fedele la possibilità di adorare Dio anche per via contemplativa razionale. L’esistenza di
Dio è oggetto della Rivelazione e dei chiarimenti di Papi, Padri e Dottori
della Chiesa. Essa è però anche oggetto dell’apologetica, che espone argomenti razionali a difesa delle verità di fede (preambula fidei in Tommaso
d’Aquino). La fede supera la ragione, ma ciò non implica che le verità di
fede siano del tutto al di fuori della sua portata o che tra fede e ragione vi sia
contrasto. Tommaso rinveniva cinque vie razionali per condurre a Dio, ma
la questione cosmo-ontologica che più gli premeva era il rapporto tra creatura e Creatore. Per fede, l’Angelico concludeva a favore della creazione nel
tempo, mentre razionalmente l’esistenza di Dio era compatibile anche con
l’idea di un Universo eterno. Nel De aeternitate mundi, egli riferisce infatti
come nel rapporto causa-effetto la causa debba sì anteporsi all’effetto ontologicamente, ma non per forza cronologicamente, come accade nel rapporto
fiamma-calore, ove appena posta la fiamma (causa), immediatamente ne
scaturisce il calore (effetto)5. Data l’ineffabilità dei misteri, l’Angelico esortava non a evitare l’uso della ragione, ma a non porre le argomentazioni razionali a fondamento delle verità di fede, «affinché non sembri che la fede
cattolica poggi su argomenti inconsistenti, e non piuttosto sul solidissimo
insegnamento di Dio»6.
Eterno o creato nel tempo, per Tommaso il Mondo non era comunque
autosufficiente. La cosmologia pone oggi il problema dell’origine e della
fine: se l’entropia (tendenza al disordine, seconda legge della termodinamica) è applicabile all’Universo intero, verrà un momento in cui cesserà globalmente la disponibilità d’energia per attuare un qualsiasi processo fisicochimico (morte termica)7. Nella dottrina cattolica, la creazione del Mondo
non si riferisce al solo e impenetrabile istante iniziale in cui il tutto materiale
fu tratto dal nulla, bensì anche al rapporto che Dio intrattiene costantemente
con esso per conservarlo in essere. Il creato fisico risponde inoltre ad un ordine che assegna all’uomo, fatto a immagine e somiglianza di Dio, il ruolo
primario tra gli esseri viventi, cosa implicante un ruolo di responsabilità eccezionale. Una determinata gerarchia qualitativa esiste dunque tra i viventi
del pianeta, e non è dimostrato definitivamente il passaggio evolutivo tra un
Tommaso d’Aquino, L’eternità del mondo, in L’uomo e l’universo. Opuscoli filosofici,
Milano 1982, pp. 183-192.
6
Tommaso d’Aquino, Somma contro i gentili, Mondadori, Milano 2009, p. 342.
7
Il destino dell’Universo è peraltro problema ancora aperto: morte termica o collasso gravitazionale (Big Crunch)?
5
36
essere che non ha una determinata ‘qualità’ (per es. la ragione) e uno che la
possiede. Per risolvere la questione dell’origine umana, il materialismo dialettico marxista-leninista postulava ‘salti’ periodici da determinati stati
quantitativi a nuove qualità. Ma già sul salto da materia inerte a materia vivente, Friedrich Engels (1820-95) passava la palla alla scienza futura8. Talvolta si mette in discussione l’unicità della creatura umana con l’obiezione
“economista” per la quale «Dio non può aver creato tutto questo spazio solo
per noi», argomento che non inficia né dimostra alcunché. Non si possono
conoscere i piani del Creatore al momento della creazione9. La scienza non
confuta di per sé le verità di fede, così come non è compito delle verità di
fede rivelate fornire dottrine scientifiche: per Georges Lemaître (18941966), sacerdote e cosmologo belga, uno dei padri della teoria dell’Universo
in espansione,
«la dottrina della Trinità è molto più astratta di ogni aspetto della relatività o della
meccanica quantistica. Ma essendo tale dottrina necessaria alla salvezza, essa è esposta nella Bibbia. Se pure la teoria della relatività fosse stata necessaria alla salvezza, allora sarebbe stata rivelata»10.
Che le funzioni di fede e scienza siano diverse non implica
un’impossibilità di conciliazione:
«Non è possibile terminare la rapida scorsa che noi abbiamo presentato sull’oggetto
più grande [l’Universo] che possa tentare il genio dell’uomo, senza sentirci fieri dei
magnifici sforzi della Scienza per la conquista della Verità, e senza esprimere altresì
la nostra gratitudine verso Colui che ha detto: “Io sono la Verità”, che ci ha donato
l’intelletto per conoscerLo e per leggere un riflesso della Sua gloria nel nostro universo, che ha così meravigliosamente adattato alle facoltà conoscitive che Egli ci ha
donato»11.
Cfr. Friedrich Engels, Dialektik der Natur (Dialettica della natura), Dietz, Berlin 1958.
«I miei propositi non sono i vostri, e le vie vostre non sono le vie mie … quanto il cielo
è più alto della terra, altrettanto le mie vie sono più alte delle vostre, e i miei propositi
al di sopra dei vostri» (Isaia 55, 8-9).
10
Duncan Aikman, Lemaître follows two paths to truth (Lemaître segue due cammini verso la verità), in The New York Times Magazine, 19 febbraio 1933, pp. 3-5 (p. 3; traduzione mia).
11
Georges Lemaître, La grandeur de l’espace (La grandezza dello spazio), in Revue des
questions scientifiques, vol. 15, 1929, pp. 36-66. Citazione a p. 66. Traduzione mia.
8
9
37
Lemaître sosteneva che non fossero le scienze naturali a poter giungere
a Dio. Ciò che il cosmologo moderno rintraccia nella storia dell’Universo è
invece la presenza di un inizio dell’attuale costituzione del Mondo – oggi
presentato con il linguaggio della teoria del Big Bang – al quale la scienza si
arresta, ma non la metafisica. Leone XIII (1878-1903), primo papa del Novecento, negò nell’enciclica Providentissimus Deus (1893) l’esistenza di una
contraddizione tra teologo e scienziato. Pio X (1903-14) condannò,
nell’enciclica Pascendi (1907), il filone modernista, che riteneva impossibile l’apologetica oggettiva e riconduceva l’essenza della fede a un sentimento
soggettivo. Nel Giuramento Antimodernista (1910) si afferma:
«Primo: credo che Dio, principio e fine di tutte le cose, può essere conosciuto con
certezza e può anche essere dimostrato con i lumi della ragione naturale nelle opere
da lui compiute …, cioè nelle creature visibili, come causa dai suoi effetti».
La teoria del Big Bang
Il paradigma cosmologico attuale è quello del Big Bang, che riconduce
l’espansione dello spazio a una catastrofica esplosione avvenuta circa 14 miliardi di anni fa. Al contrario di quanto facili divulgazioni possano presentare, tale modello scientifico è incompleto: con la fisica attuale non è possibile
indagare il momento che precede i 10-43 secondi dopo l’esplosione originaria
(èra di Planck); non vi sono certezze sul futuro dell’Universo e sulla sua geometria; è discutibile se possa esistere una teoria del Cosmo nel suo complesso. Compito di un modello scientifico non è comunque raggiungere la
perfezione, ma inquadrare i dati empirici disponibili in uno schema coerente
che ammetta i propri limiti ed eventuale ipoteticità. Le osservazioni rivelano
l’esistenza di un movimento delle galassie, della nucleosintesi nelle stelle, di
una radiazione cosmica che sembra permeare lo spazio intero ed essere omogenea al 99,9%. Da questi ed altri dati, i cosmologi concludono a favore
dell’espansione dell’Universo e ne indagano a ritroso la storia, fino all’inizio
del movimento espansivo (singolarità cosmologica). Alcuni speculano sulle
cause del Big Bang, altri inseriscono il “nostro” Universo in un multiverso
costituito da un numero infinito di Mondi. Speculazioni a parte, resta il fatto
che la costituzione cosmica attuale non è eterna, bensì il risultato di precise
dinamiche. Sarebbe troppo ingenuo far coincidere Big Bang e creazione, potendo il Big Bang essere – per quanto ne sappiamo – il prodotto di dinamiche materiali precedenti ora ignote. In ogni caso, il Mondo nel quale viviamo è mutevole e, soprattutto, contingente: è difficile, dal punto di vista filo38
sofico, ritenere che l’esplosione primordiale abbia originato “per caso” e con
le sue sole di per sé cieche forze materiali individui razionali in grado di
contemplare i cieli. È lecito pensare che un progetto possa aver guidato lo
sviluppo universale: secondo la fisica, non era cosa necessaria che per evoluzione materiale si giungesse dal Big Bang alla costituzione odierna
dell’Universo, ove la vita umana si è manifestata. Sarebbe bastato pochissimo per originare un Universo “sterile”12. E, seguendo Tommaso,
«tutto ciò che può essere e non essere ha una causa: infatti considerato in se stesso
risulta indifferente all’uno e all’altro termine dell’alternativa; quindi deve esserci
una realtà che lo determini per l’uno o per l’altro … non potendosi procedere
all’infinito, bisogna che ci sia una realtà necessaria che sia causa di tutti gli enti che
possono essere e non essere … bisogna giungere a un ente necessario per essenza
[Dio]»13.
Pio XII (1939-58) prese posizione esplicita in cosmologia il 22 novembre 1951, al cospetto della Pontificia Accademia delle Scienze14. Pacelli era
contrario alla tesi marxista per la quale la scienza conduceva ‘naturalmente’
al materialismo e quindi all’ateismo. Al contrario:
«La scienza vera, contrariamente ad avventate affermazioni del passato, quanto più
avanza, tanto maggiormente scopre Dio, quasi Egli stesse vigilando in attesa dietro
ogni porta che la scienza apre» (p. 118).
Il Papa riteneva possibile riattualizzare le vie tomiste del mutamento e
dell’ordine. Gli enti esistenti sia nel micro- che nel macro-cosmo, dai nuclei
atomici alle galassie, sono in mutamento continuo, mutamento che li conduce all’esaurimento. Niente di quanto esiste nel Mondo sussiste in eterno.
Quanto all’ordine, i cieli rivelano un mirabile spettacolo di regolarità. Nel
loro complesso, i fenomeni fisici e celesti sembrano diretti verso una precisa
direzione, stabilita dall’entropia: la dissipazione finale dell’energia disponibile nel Mondo. Teorie alternative come quella dello Steady-State, per la
Piccolissime variazioni nella densità materiale o nella velocità iniziale avrebbero prodotto l’immediato collasso gravitazionale dell’Universo o reso impossibile la formazione di agglomerati quali galassie, stelle, pianeti.
13
Tommaso d’Aquino, Somma contro i gentili, p. 285.
14
Pio XII, Le prove dell’esistenza di Dio alla luce delle moderne scienze naturali, in I
Papi e la Scienza nell’epoca contemporanea, a cura di Marcelo Sorondo, Jaca Book,
Milano 2007, pp. 118-129.
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quale l’Universo si rigenera eternamente grazie ad una letterale creazione
continua di materia in determinate zone cosmiche, non erano provate né accettate dagli scienziati dell’epoca. L’immutabilità, chiariva la metafisica,
riguarda solo Dio. Nell’indagare il cammino cosmico a ritroso, l’astrofisica
trova un Universo sempre più ricco di energia e ordinato, fino ad arrivare ad
un inizio:
«Tutto sembra indicare che l’universo materiale ha preso, da tempi finiti, un potente
inizio, provvisto com’era di un’abbondanza inimmaginabilmente grande di riserve
energetiche, in virtù delle quali … si è evoluto allo stato presente … da uno a dieci
miliardi di anni fa la materia di tutte le nebule spirali [le galassie] si trovava compressa in uno spazio relativamente ristretto, allorché i processi cosmici ebbero principio» (p. 125).
Quanto alla questione della provenienza dello stato originario
dell’Universo, «invano si attenderebbe una risposta dalla scienza naturale, la
quale anzi dichiara lealmente di trovarsi dinanzi ad un enigma insolubile»
(p. 126). La metafisica può però varcare il limite e contemplare la Causa
prima e immutabile del Cosmo mutevole:
«una mente illuminata ed arricchita dalle moderne conoscenze scientifiche, la quale
valuti serenamente questo problema, è portata a rompere il cerchio di una materia
del tutto indipendente e autoctona, o perché increata, o perché creatasi da sé, e a risalire ad uno spirito creatore … riconosce l’opera dell’onnipotenza creatrice, la cui
virtù, agitata dal potente “fiat” pronunziato miliardi di anni fa dallo Spirito creatore,
si dispiegò nell’universo, chiamando all’esistenza con un gesto d’amore generoso la
materia esuberante di energia» (pp. 126-127).
Pio XII non identificava Big Bang e creazione. Sulla Causa prima, il
Santo Padre difendeva il primato della Rivelazione e della metafisica. Ma
nel contempo – questa la citazione che rappresenta il senso del mio articolo
– egli scartava l’idea di un’opposizione ‘naturale’ tra astronomia e metafisica:
«Della creazione nel tempo i fatti fin qui accertati non sono argomento di prova assoluta, come sono invece quelli attinti dalla metafisica e dalla rivelazione … I fatti
pertinenti alle scienze naturali, a cui Ci siamo riferiti, attendono ancora maggiori indagini … per offrire una base sicura ad un’argomentazione, che per sé è fuori della
sfera propria delle scienze naturali. Ciò nonostante, è degno di attenzione che moderni cultori di queste scienze stimano l’idea della creazione dell’universo del tutto
conciliabile con la loro concezione scientifica» (p. 127).
40
Il Margine 32 (2012), n. 6
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Programma
(Per gli aggiornamenti consultare il sito www.rosabianca.org:
con l’asterisco i relatori di cui si attende conferma)
Venerdì 24 agosto
Pomeriggio: arrivi ed accoglienza
ore 21, concerto: Giovanni Zordan, violinista; Maria Vivina Moggi, pianista
Sabato 25 agosto
ore 8, Sperare oggi: lectio divina a cura di Dom Franco Mosconi, monaco
camaldolese
ore 9.30, Introduzione alla scuola: L’ossimoro della sovranità democratica
del popolo (Grazia Villa - Presidente Rosa Bianca)
Populismi, neototalitarismi, democrazie compiute, reti e pratiche politiche
(Ilvo Diamanti*, sociologo; Monica Lanfranco, giornalista, formatrice
sui temi della differenza di genere e sul conflitto)
ore 15, Incontro-dibattito: Democrazia economica e prospettive dei popoli.
E dei poveri. Il popolo ha fame? Dategli le brioches (Alessandra
Smerilli, docente di economia Pontifica facoltà di Scienze
dell’educazione; Giuliana Galli, consiglio generale Compagnia San
Paolo – Torino)
ore 18, Presentazione del libro Il manifesto dei poveri – per non morire di
capitalismo di Frans van der Hoff, padre del commercio equo e solidale
ore 21, Tavola rotonda: II Concilio Vaticano II: dove è finito il popolo di
Dio? (Gigi Pedrazzi, Debora Spini, Luigi Sandri)
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Domenica 26 agosto
ore 8, lectio divina a cura di Marcello Farina, teologo e filosofo
ore 9.30, Incontro-dibattito Il popolo sovrano e la bellissima Costituzione
(con Donata Borgonovo Re, giurista); La primavera dei popoli arabi
(con Yasmine Catalano, scrittrice, e Luigi Sandri, giornalista)
ore 15, Popolo, populismi, partiti, incontro-dibattito con Pier Luigi
Bersani*, segretario del Partito democratico, intervistato dai giovani
Ore 18 Il popolo dei senza voce – Orme di una vita accanto, Incontro con la
scrittrice Mariapia Veladiano*
Ore 21 Pop-religiosità. Presentazione-concerto del libro “Dio tu e le rose”,
con Brunetto Salvarani e Odo Semellini
Lunedì 27 agosto
ore 8 Meditazione a partire da Il Dio delle donne di Luisa Muraro, a cura del
Gruppo Donne Comunità di base di Pinerolo
ore 9.30 Ospiti in cerchio: laboratori di gruppo con Luca Menesini (Il
popolo degli amministratori locali), Brunetto Salvarani (Un popolo
scosso dal terremoto), Lidia Menapace (Il popolo della dracma
perduta).
Ore 16 Servire il popolo, servire Dio: la lezione di Giuseppe Dossetti.
Presentazione dei libri Giuseppe Dossetti di Fabrizio Mandreoli e Al
monte santo di Dio – La mia vita con la comunità di Dossetti di suor
Cecilia Impera, monaca della comunità di Monteveglio in dialogo con
Giovanni Pernigotto, docente di teologia morale
Ore 21 Serata a cura dei giovani dell’Associazione Note a Margine: In nome
del popolo italiano, presentazione del libro A onor del vero e
proiezione del film di Marco Tullio Giordana: Romanzo di una strage,
con Licia Pinelli
Martedì 28 agosto
ore 9.30 POP012: il popolo della Rosa Bianca. Dibattito conclusivo –
mozioni – proposte
ore 15: trasferimento a Rovereto per visita guidata al museo di arte
contemporanea Mart: Pop-Art: Futurismo - Avanguardie
artistiche: ritorno dal futuro?
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versione pdf dell`intero numero