la Biblioteca di via Senato
mensile, anno vi
Milano
n.4 – aprile 2014
BIBLIOFILIA
Motti e facezie
di un curato
di campagna
di giancarlo petrella
GRANDE GUERRA
D’Annunzio:
il primo
interventista
di marco cimmino
LIBRI DI PIETRA
Andrea Palladio:
la forma pulita
di luca piva
MILANO SEGRETA
Un Kamasutra
latino al Castello
Sforzesco
di carlo sburlati
L’ALTRO SCAFFALE
L’occulto palese
e l’occulto
“nascosto”
di alberto cesare ambesi
la Biblioteca di via Senato – Milano
MENSILE DI BIBLIOFILIA – ANNO VI – N.4/50 – MILANO, APRILE 2014
Sommario
4 Fra le pagine
LABIRINTI DI CARTA:
BIBLIOTECHE RILEGATE
di Massimo Gatta
54 Milano segreta da scoprire
UN KAMASUTRA LATINO
AL CASTELLO SFORZESCO
di Carlo Sburlati
10 Bibliofilia
MOTTI E FACEZIE
DI UN CURATO DI CAMPAGNA
di Giancarlo Petrella
57 L’Altro Scaffale
L’OCCULTO PALESE
E L’OCCULTO “NASCOSTO”
di Alberto Cesare Ambesi
20 Grande Guerra
GABRIELE D’ANNUNZIO:
IL PRIMO INTERVENTISTA
di Marco Cimmino
65 Filosofia delle parole e delle cose
LA PAURA DELLA SCELTA:
«COSÌ È DECISO»
di Daniele Gigli
26 Libri di pietra
ANDREA PALLADIO:
LA FORMA PULITA
di Luca Piva
67 Da l’Erasmo: pagine scelte
L’‘OBBEDISCO’
DEL GESUITA PROIBITO*
di Sergio Pautasso
33 IN SEDICESIMO – Le rubriche
LE MOSTRE – L’INTERVENTO
DEL MESE – L’INTERVISTA
DEL MESE
a cura di Luca Pietro Nicoletti,
Teodoro Klitsche de La Grange
e Luigi Sgroi
70 BvS: il ristoro del buon lettore
UNA NOBILE CASA,
FRA I CASTAGNI
di Gianluca Montinaro
50 Punture di penna
CONSIGLI INTELLETTUALI
PER IL VERO MAÎTRE À PENSER
di Luigi Mascheroni
71 HANNO COLLABORATO
A QUESTO NUMERO
* tratto da L’Erasmo n.31
Luglio – Settembre 2006
Lo splendore dei Gesuiti
SI RINGRAZIANO LE AZIENDE
CHE SOSTENGONO
QUESTA RIVISTA CON
LA LORO COMUNICAZIONE
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Redazione
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qui insieme a Benito Mussolini
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Reg. Trib. di Milano n. 104 del
11/03/2009
Editoriale
«G
li avvocati sono schierati
con, ammucchiate davanti
a loro, istanze e
controistanze, repliche e controrepliche,
ingiunzioni, testimonianze giurate,
questioni, verbali, citazioni di giureconsulti,
e montagne di dispendiose sciocchezze.
Questa è il Tribunale di Giustizia del Lord
Cancelliere che ha case in rovina e terre
inaridite in ogni contea; che ha un
mentecatto esausto in ogni manicomio e un
morto in ogni cimitero; che ha un litigante
rovinato, dalle scarpe malridotte e dal vestito
frusto, in giro a far debiti e a elemosinare
tra i conoscenti; che esaurisce così le finanze,
la pazienza, il coraggio, la speranza
delle persone, sconvolgendone i cervelli
e infrangendone i cuori; e non c’è uomo
onesto fra i suoi professionisti che non darebbe
questo consiglio: “Soffrite qualsiasi torto
ma non venite qui”».
Parole di un arrabbiato garantista?
Pensieri di un nemico dei giudici? Violento
attacco a uno dei poteri dello Stato? No.
Riflessioni di un grande scrittore, Charles
Dickens, nel suo romanzo Casa Desolata
(1852/1853). Malagiustizia che colpiva
nell’Inghilterra del XIX secolo, e che colpisce
oggi. Tritura gli individui, trascinando
all’infinito i processi. Cause senza fine, che
rovinano persone, onore e reputazione. E che,
nella nostra Italia, incapace di porre argine,
condizionano anche la politica e l’economia.
Perché, a metà fra giustizia e ingiustizia,
«c’è sempre pericolo: se non per la legge,
certo per i giudici» (Henry Bordeaux,
La petite mademoiselle, 1905).
Gianluca Montinaro
aprile 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
5
Fra le pagine
LABIRINTI DI CARTA:
BIBLIOTECHE RILEGATE
Bibliotecari, rilegatrici e rilegatori nell’immaginario letterario
MASSIMO GATTA
Seconda e ultima parte. La prima è stata pubblicata sul numero di marzo 2014.
S
i contano, invece, sulle dita di una sola mano,
e non solo in Italia, i romanzi con al centro
del plot narrativo la presenza di un rilegatore
o di una rilegatrice; e i pochi sono tutti editi negli
ultimi vent’anni del secolo scorso. Infatti il mondo
della rilegatura, classica o d’arte, è stata confinata
ai margini dell’immaginario narrativo e non si
comprende perché visto che altri mestieri del libro
(tipografia, editoria, libreria, biblioteche) hanno
trovato, al contrario, ampia rappresentazione all’interno dell’immaginario narrativo, e non solo
novecentesco. Chi scrive ha indagato il legame esistente tra la letteratura e i vari mestieri del libro riuscendo a riannodare i fili bibliografici di questa
relazione, solo apparentemente lieve. Sono stati
così ricostruiti i rapporti tra la tipografia e la narrativa contemporanea, i librai e le librerie in letteratura, l’editoria nella prosa e infine le biblioteche e i
bibliotecari nelle pagine dei romanzi, rivelando in
tal modo una fervida presenza di tipografi, librai,
editori e bibliotecari in pagine e pagine letterarie
facendo così sospettare, soprattutto in questi ultimi anni, che si sia creata una certa moda intorno a
tematiche biblionarrative. Ma chi, come noi, ama
l’universo-libro in tutte le sue possibili manifestazioni, e traduzioni, non può che plaudire anche se
ciò si rivelasse, come sembra, solo un fuoco di paglia, un escomatage pubblicitario per attirare lettori, in tempi di grave crisi libraria (e quando mai?).
La biblionarrativa tira, come si esprimono i venditori e gli esperti di marketing, e allora via a pubbli-
6
care libri con librai diventati detective e viceversa,
librai ex ladri, editori avidi uccisi in modo truculento, rilegatrici sognatrici, bibliotecari assassini,
maceratori di carta filosofi, biblioteche in fiamme
(ancora?), in una sorta di affascinante e intrigante
gioco del domino tra uomini e libri, dal titolo di una
elegante plaquette firmata da Oliviero Diliberto e
stampata in poche copie da Alessandro Zanella a
Santa Lucia ai Monti (Verona).
Venendo però al tema specifico di questa noterella non possiamo però che essere felicemente
sorpresi del fatto che la rilegatura, ancora oggi poco letterariamente presente nella biblionarrativa,
abbia invece trovato una sua nicchia in alcuni recenti romanzi. Stupiti lo siamo anche dal fatto che
gli autori sembrano trattare questa antichissima
arte da esperti, cosa non tanto ovvia come potrebbe sembrare, avendo noi letto fin troppi strafalcioni in opere narrative che, anche solo tangenzialmente, si sono incuneate nella descrizione di libri,
di edizioni rare o di rilegature. Proprio Roberto
Palazzi, il libraio antiquario e editore romano di
recente tragicamente scomparso, in un suo brillante e ironico articolo di qualche anno fa faceva
appunto notare l’incongruenza della traduzione
in un passo de Il ladro che dipingeva come Mondrian,
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2014
del giallista Lawrence Block: “[…] molto godibile
nella prima parte, anche se la traduttrice ci propina, a pag. 5, un «[…] volume in quarto rilegato con
garza rigida […]»1. Ma, come dice il poeta, habent
sua fata libelli, ed eccoci con sulla scrivania alcuni
interessanti esempi di rilegata al servizio della letteratura. Il più “anziano” è un delizioso dialogo tra
un bibliofilo e il suo rilegatore d’arte, scritto nel
1984 da Ernst Collin e giustamente fatto tradurre
e stampato ad arte da un rilegatore-editore contemporaneo operante in Svizzera, Josef Weiss.
Decisamente intrigante è il successivo romanzo, scritto da Sebastià Alzamora, giovane
scrittore nato sull’isola di Mallorca (1972) che in
La pell i la princesa ci conduce in un abituro ai margini di un bosco dove, mentre fuori la tempesta
scuote l’intera natura, un vecchio è intento sul suo
lavoro: rilegare libri in pelle a regola d’arte. Ma
per uno di particolare pregio e importanza, l’ultimo canto dell’Odissea (il ritorno ad Itaca), il vecchio ha in mente una rilegatura davvero speciale e
unica: in pelle umana. Ma dietro c’è una storia, ovviamente una storia d’amore che però non vogliamo anticipare fermandoci sulla soglia della catapecchia del vecchio rilegatore.
Successivo di un anno è invece The Journal of
aprile 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
Dora Damage, di Belinda Starling, dove seguiamo le vicende
professionali e sentimentali di
una eroina nella Londra di metà
Ottocento, la Dora Damage del
titolo la quale, moglie di Peter
Damage il rilegatore ufficiale e
titolare della legatoria londinese, deve sostituire progressivamente il marito nella conduzione della bottega a causa dell’artrite reumatica che progressivamente invalida il consorte, rendendo impossibile quell’arte essenzialmente manuale. Un romanzo di grande bellezza e sapienza scrittoria alla fine del quale la domanda che
si pone l’autrice diventa la nostra stessa domanda:
può una passione, in questo caso la rilegatura di libri, diventare ossessione? E la Starling dimostra,
al di là della bravura di scrittrice, un’ottima conoscenza del mondo della rilegatura di cui accennavamo, con uso sapiente e corretto della terminologia tecnica. A seguire un delicato affresco della
provincia francese dove si rifugia Mathilde, la protagonista di questo bel romanzo, per continuare
7
l’arte trasmessagli con i cromosomi dal nonno. Mathilde abbandona un’agiata esistenza parigina per avventurarsi nel mondo delle pelli per puro amore di
quest’arte, che più di altre sente
prossima alla propria interiorità. Ciò facendo entrerà nel vortice di una antica vicenda di delazioni legata alla Resistenza in
Francia, con al centro un uomo
bellissimo e misterioso il quale
affida a Mathilde le sorti di un
prezioso unicum, una raccolta di
acquerelli che ritraggono un antico sito archeologico romano.
Ma l’uomo, subito dopo aver consegnato il volume alle amorevoli mani della rilegatrice, muore in
un incidente stradale. L’autrice ci è doppiamente
simpatica in quanto leggiamo, dalla nota biografica, che dopo la nascita del primo figlio apprende il
mestiere di rilegatrice iniziando, nello stesso periodo, a scrivere e a gestire, insieme al marito, una
libreria internazionale a Praga. Un ulteriore elemento di simpatia contraddistingue questo romanzo della Mehdevi; fu infatti il nonno tedesco
8
della protagonista ad insegnarle l’arte della rilegatura: “Quand’ero bambina non pensavo che quello potesse essere un lavoro da adulto, per quanto
piacere mi dava farlo stando al suo fianco”.
Ancora un romanzo, con riferimenti alla rilegatura, a giungere sul nostro tavolo. Si tratta di uno
degli ultimi titoli, finora tradotti in Italia, delle avventure del libraio antiquario e investigatore dilettante parigino Victor Legris, opera di quel Claude
Izner che altri non è che lo pseudonimo delle due
sorelle Liliale Korb e Laurence Lefévre, bouquiniste sui lungosenna di Parigi. Ne Il rilegatore di Batignolles (Nord, 2010), infatti, tutta la vicenda ruota
intorno alla scomparsa del rilegatore Pierre Andresy, morto nell’incendio del suo laboratorio di
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2014
Batignolles, da cui il romanzo prende il titolo.
Discorso a parte meritano invece alcuni, altrettanto rari, giubilari di celebri legatorie italiane.
Ricordiamo gli opuscoli sulla dinastia modenese
dei Gozzi, il catalogo di mostra sui Giannini di Firenze e il prezioso volume celebrativo dedicato alla
Legatoria Torriani di Milano, che ha la peculiarità
di essere una importante testimonianza su questa
celebre azienda e anche una raccolta di scritti, alcuni dei quali di noti narratori italiani (Longanesi,
Papini, Vergani), che per questo lo colloca anche
nel settore biblionarrativo. Per la cura grafica generale di Bona, la stampa dell’Istituto Grafico Vanzetti e Vanoletti, la carta utilizzata, i disegni di Buttafava e le foto dello Studio Aragozzini il volume
aprile 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
no Bruno a Oxford nel 1583 di
così inquietante, mentre sta cercando di risolvere un caso di
omicidio avvenuto tra le mura
del Lincoln College?
Ebbene in Catte Street vede che “[…] sopra la porta, a caratteri piccoli, ma ben rifiniti,
erano dipinte le parole R. JENKES. RILEGATORE E CARTOLAIO”. E proprio Rowland
Jenkes sarà, per il nostro filosofo
nolano, un personaggio centrale
per dipanare il mistero nel giallo
storico di S.J. Parris, Il circolo degli eretici (Sperling & Kupfer,
2010).
sulla Torriani si colloca tra i vertici nel suo genere.
Mi piace poi ricordare un
rarissimo ephemera sui Piazzesi, storica famiglia di legatori veneziani. L’esemplare che ho tra
le mani è un catalogo di vendita
con riportati i prezzi dei prodotti, stampato in inglese su carta a
mano Fernando Amatruda di
Amalfi, e ha la particolarità di
contenere, applicato, uno specimen di Carta Varese della “Legatoria Piazzesi”, stampato a
mano dalle antiche e originali
matrici in legno.
E infine cosa vede Giorda-
NOTE
1
Questa della garza o della tela in legatoria dev’essere la bestia nera dei nostri
traduttori se, nel recente volume Il demone di Sherlock Holmes. Storie di ossessioni
e di omicidi, la bella raccolta di articoli di
9
David Grann (Milano, Corbaccio, 2011), a
pag. 25 il traduttore, Marco Sartori, riguardo la bibliografia di Conan Doyle
opera di Richard Lancelyn Green e John
Gibson, scrive testualmente che essa: “[…]
contiene note su quasi ogni scarabocchio
prodotto dalla penna di Conan Doyle, fino
al tipo di carta usato per rilegare un manoscritto («tela granita azzurra a piccoli
rombi»), corsivo mio. Cosa ci sia in comune tra la carta e la tela forse solo Sartori lo
può sapere.
10
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2014
Bibliofilia
MOTTI E FACEZIE DI UN
CURATO DI CAMPAGNA
Sulle edizioni delle Facezie del Piovano
GIANCARLO PETRELLA
«O
ggi si stampano più Piovani Arlotti
che Aristoteli». Così Anton Francesco Doni, esattamente a metà
Cinquecento, registrava, forse senza comprenderle fino in fondo, le oscillazioni dell’editoria veneziana (La libraria, Venezia, Giolito, 1550, p. 83).
La vicenda bibliografico-editoriale del piovano
più famoso del Rinascimento mi torna in mente
mentre sfoglio il recente catalogo della milanesissima libreria Carthaphilus di Giansandro Cattaneo
che propone, tra titoli mai banali, anche una copia
della rara edizione sottoscritta «in Vinegia per
Bernardino di Bindoni milanese del lago Mazore
1538» di cui non risultavano finora che quattro
esemplari in biblioteche italiane. Come dare torto
al Doni? I dati bibliografici confermano che la
raccolta di arguzie e brevi novelle assegnate all’Arlotto era un autentico bestseller, nel senso editoriale del termine. Ossia, i tipografi-editori lo
stampavano, il pubblico lo leggeva al punto da
esaurire presto le copie sul mercato e richiederne
di nuove che venivano reimmesse nel circuito.
Baldassare Franceschini (1611–1689),
La Burla del Piovano Arlotto, 1630 ca,
olio su tela, Firenze, Palazzo Pitti,
Galleria Palatina.
Nella pagina accanto da sinistra:
Motti et facetie del Piouano Arlotto,
Firenze, per Bernardo Zucchetta ad
instantia di Bernardo di ser Piero da
Pescia, c. 1515, frontespizio; Motti et
facetie del Piouano Arlotto, Firenze,
per Bernardo Zucchetta ad instantia
di Bernardo di ser Piero da Pescia, c.
1515, colophon.
aprile 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
Stampate per la prima volta a Firenze intorno al
1515, conobbero addirittura una dozzina di edizioni nell’arco di un ventennio. Né il successo era
destinato ad arrestarsi nel breve termine, visto che
ancora nel 1554 a Venezia Alessandro Vian era
disposto a investire di tasca propria su una nuova
edizione («Stampata in Venetia per Alexandro de
Vian Venetian. L’anno della Salutifera incarnatione MDLIIII del mese di Settembre. Regnante il
Serenissimo Principe Francesco Veniero»). Un libro d’uso della tradizione popolare, insomma, come lascia supporre anche l’estrema rarità degli
esemplari giunti fino a noi, tanto che è ragionevole supporre che qualche edizione sia probabilmente sparita senza lasciare traccia alcuna. L’officina dei fratelli Bindoni, veneziani per mestiere,
milanesi nelle sottoscrizioni, ma in realtà oriundi
11
della sponda piemontese del lago Maggiore, lo ristampano senza tregua: inizia nel febbraio 1525
Francesco Bindoni in società con Maffeo Pasini
stampando le «Facecie piaceuolezze fabule e motti del Piouano Arloto prete fiorentino, homo di
grande inzegno» offerta con l’allettante sottotitolo «Opera molto dilecteuole vulgare in lingua toscha hystoriata et nouamente impressa» (ne siamo
a conoscenza tramite l’unicum conservato in quello scrigno che è la Biblioteca della Fondazione
Giorgio Cini di Venezia).1 Nell’agosto del 1534
Francesco di Alessandro Bindoni, ancora col socio
Pasini, ne licenzia un’altra edizione (un’unica copia presso la Nazionale di Firenze), quattro anni
più tardi replicata, come si è visto dalla copia riemersa sul mercato antiquario, dal solo Bernardino Bindoni.2 Trascorso un decennio Francesco
12
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2014
Facetie piaceuoleze fabule e motti del Piouano Arloto prete
fiorentino, Venezia, Francesco Bindoni e Maffeo Pasini,
1525, frontespizio
Bindoni e Maffeo Pasini offrono una nuova edizione, cui nuovamente risponde, l’anno dopo, nel
1549, Bernardino.3 Se non sono indizi di dati di
vendite confortanti!
Chi fosse l’arguto piovano protagonista di
questa raccolta assai fortunata di motti e burle racconta l’anonimo autore della Vita premessa alla
raccolta: «Nacque el Piovano di Giovanni Mainardi già d’uno ser Matteo notaio pubblico fiorentino e cittadino … feceli imparare lo abbaco, poi lo
pose al mestier della lana … ma avendo nobile in-
gegno e arguto, né paziente di quello artifizio, ebbe desiderio di al tutto lasciarlo e di essere prete.
… Attese al suo ufficio con diligenzia ed essendo di
buona coscienzia attendeva con tanta carità alla
cura delle anime che tutti li popolani assai lo laudavano. … Non era litigatore, non contenditore,
né mai ebbe questione con alcuna persona … mai
non voleva parlare se non ragionamenti piacevoli
e grati alle genti e il più delle volte nei suoi sermoni diceva qualche motto o bella facezia … certamente era grande maraviglia che in ogni generazione di ragionamenti avesse così pronte novelle e
motti. … Dissene tanto infinito numero che certo
non credo fusse bastante uno grandissimo volume; e massime in Firenze non ci si fa mai alcuno
piacevole ragionamento che non si alleghi il Piovano Arlotto con qualche piacevolezza o motto de’
suoi».4 Qualcosa di più circa la realtà storica del
personaggio aggiungono le carte d’archivio: la
probabile data di nascita, intorno al 1396, da una
famiglia originaria del Mugello con tradizioni notarili; una sorella monaca nel monastero delle Murate; un padre che sembra uscito da un sonetto dell’Angiolieri per la capacità di dilapidare gli averi di
famiglia e i frequenti soggiorni nel famigerato
carcere fiorentino delle Stinche a causa dei debiti;
un tirocinio da mercante, prima di scegliere l’abito ecclesiastico e dedicarsi alla pieve di S. Cresci a
Maciuoli. Mai però dismise l’animo del mercante,
anzi fu più volte a bordo delle navi fiorentine dirette nelle Fiandre in qualità di cappellano e dimostrò sagacia nell’amministrare la pieve di S.
Cresci che ricevette misera e coperta di debiti e
seppe invece rinvigorire e restaurare. Né i documenti tralasciano di far luce anche sugli ultimi
giorni: lo si ritrova, ormai in là con gli anni, nel ricovero dei preti in Firenze, dove si spense il giorno
di s. Stefano nell’anno del Signore 1484. Ma a quel
tempo era già figura proverbiale, il suo nome e le
sue gesta correvano sulla bocca di tutta Firenze,
dalle taverne ai palazzi dei Signori, e non sempre
con i medesimi toni agiografici impiegati dall’a-
aprile 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
mico narratore. Così Lorenzo de’ Medici ce lo
mette innanzi nello stralunato poemetto I beoni,
dedicato ai più accaniti bevitori fiorentini: «un
che mangiato par dalla marmeggia / soggiunse, e
s’egli avesse un fuso in bocca / vedresti il viso proprio di un’acceggia. / … Costui non s’inginocchia
al Sacramento / quando si lieva, se non v’è buon vino, / perché non crede che Iddio vi sia drento»
(VIII, 25-33). Un beone, magro che sembra corroso dalla marmeggia (un verme parassita), con il
viso appuntito come quello di una beccaccia (l’acceggia), tutto dedito al vino e al sonno, a tal punto
che la tradizione, prosegue Lorenzo (VIII, 34-48),
narra di una sua smisurata bevuta con un degno
compagno da cui si riprese solo dopo due giorni:
«il terzo dì risuscitorno». Un Piovano dal viso scavato, come nel ritratto opera del pittore Giovanni
Mannozzi (1592-1636) - ora alla Galleria Palatina
di Firenze -, ben diverso dunque dall’iconografia
popolare che ne fece in seguito il prototipo del cu-
13
rato di campagna pasciuto e dal viso rubicondo. E
così anche la Vita premessa alla raccolta delle sue
facezie, nella quale manca ogni riferimento alla
descrizione fisica, fu presto interpolata in alcune
edizioni a stampa, come la giuntina del 1565: (c.
A7r) «Era di viso giocondo, e di mediocre statura
ma corpulento, alla grassezza del quale alludendo
un contadino a cui il Piovano tornando da Settimo
a Firenze, domandò per essere l’ora tarda se entrerebbe dentro alla porta, rispose un carro di fieno
non che tu v’entrerebbe».
Della sua biografia, raccolta sotto forma di
aneddoti, ebbe precocemente a occuparsi un personaggio a lui legato, che, ancora vivente il Piovano, riunì un primo gruppo di quelle ormai proverbiali facezie. Vi rimise mano subito dopo la morte
dell’Arlotto, fra il 1485 e il 1488, forse su sollecitazione di un alto prelato perché non andasse dis-
Da sinistra: Facetie piaceuoleze fabule e motti del Piouano Arlotto prete fiorentino, Venezia, Giovanni Tacuino, 1520,
colophon; Facecie piaceuolezze fabule e motti del Piouano Arloto prete fiorentino, Venezia, Francesco Bindoni e Maffeo
Pasini, 1525, vignette silografiche che illustrano le facezie
14
persa la memoria dell’arguto personaggio.5 Come
poi dal manoscritto dell’anonimo sodale si sia
giunti alle edizioni a stampa del primo Cinquecento non è dato sapere. Quel che è certo è che la
gustosa raccolta di motti e facezie, presto ravvivati
da piccole vignette di gusto popolare, finì col conquistare i lettori tanto da essere riproposta attraverso una lunga trafila di ristampe e rimaneggiamenti, con una media di un’edizione ogni cinque
anni circa.6 Né il libretto, stampato spesso fitto fitto su due colonne, era destinato agli scaffali delle
dotte biblioteche, ma piuttosto a una lettura vorace e poco incline alla conservazione. Un utile e
piacevole ‘compendiolo’, che poteva persino giovare all’educazione dei giovani, a leggere la dedica
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2014
del primo editore: «queste potranno aver sempre
appresso per la commodità del compendiolo e pigliarne piacere e utilità, e con amore istruirne la
sua posterità».
Capostipiti della tradizione a stampa sono
due edizioni ravvicinate fiorentine, entrambe
prive di data, e per questo fonte di qualche equivoco. La presunta princeps, il cui colophon recita
«Impresso in Firenze per Bernardo Zucchetta ad
instantia di Bernardo di ser Piero da Pescia» (c.
M6v), fu addirittura presa per un incunabolo e datata intorno al 1490 (così in GW 2499), prima che
ci si accorgesse che tutti i personaggi coinvolti
aprile 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
In queste pagine: Facecie piaceuolezze fabule e motti del
Piouano Arloto prete fiorentino, Venezia, Francesco Bindoni
e Maffeo Pasini, 1525, vignette silografiche che illustrano
le facezie
nell’impresa editoriale erano in realtà attivi solo a
partire dal secondo decennio del Cinquecento: il
tipografo Bernardo Zucchetta; l’editore Bernardo Pacini, che succede al padre, il ser Piero menzionato nel colophon, solo nel 1514; fino al giovane
e promettente Pietro Salviati (1496-1523) cui è
dedicata. Ne uscì un elegante in quarto di poco
più di settanta carte, stampato in carattere romano, privo di illustrazioni, ma con una raffinata
cornice silografica a fondo nero (due putti, un uomo e una donna reclinata su un fianco in bas de page) che avvolge il titolo «Motti et facetie del Piovano Arlotto prete fiorentino piacevole molto.
Cum gratia et priuilegio».7 Della princeps si conoscono quattro sole copie, una delle quali presso la
Biblioteca Trivulziana di Milano (Triv. Inc. C
198) che possiede altre tre edizioni cinquecentesche delle Facezie, così da poter vantare addirittura un gruppo circoscritto delle rarissime edizioni
del Piovano Arlotto. Solo la Biblioteca della Fondazione Giorgio Cini di Venezia possiede un manipolo altrettanto cospicuo di edizioni.8 Manca
purtroppo all’appello la seconda in assoluto, ancora fiorentina e ancora a spese del Pacini, che si
affidò non più allo Zucchetta ma al tipografo
Giovanni Stefano (non risultano copie in Italia,
sappiamo che una era nelle mani dello studioso
che la segnalò per la prima volta).9 Non datata, ma
di poco posteriore alla princeps, tramandò alle numerose e tutte successive ristampe veneziane il
suo nuovo e grazioso corredo iconografico, fin
dal bellissimo frontespizio in cui campeggia una
grande silografia raffigurante il Piovano Arlotto a
colloquio con alcuni personaggi. Il testo è invece
alleggerito da numerose piccole vignette attinen-
15
16
ti alle facezie narrate: così ad esempio l’interno di
una bottega con tanto di banco su cui sono appoggiati dei pesci illustra la facezia «che il Piovano fe’
a Siena dove tolse quattro tinche a uno Sanese»; e
un’altra bottega di un ‘beccaio’ con carni e salumi
che pendono dai ganci vivacizza la facezia «di
Quazzoldi beccaio»; nella facezia «fatta al Ponte
a Sieve dal Piovano faccendogli freddo» figura invece un gruppo di persone raccolte attorno al focolare di un’osteria, mentre un prete si ripara dalle sassate di alcuni ragazzi nella natta fatta «a uno
prete a Bruggia». E ancora: uomini a cavallo alle
porte di una città, il Piovano che celebra la messa,
un gruppo di donne che si vendica delle oscenità
di un buffone, l’arguto prete che batte un cavallo
con un bastone per farlo correre, i fedeli che si
portano le mani al naso e alla bocca nella facezia in
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2014
cui si narra «per quale cagione il Piovano dà per
incenso zolfo a parecchi villani».
Trascorsero forse meno di due anni prima
che le Facezie del Piovano sbarcassero a Venezia.
Fu un successo immediato, forse addirittura insperato anche per l’intraprendente editoria veneziana: cinque edizioni in sette anni, distanziate di
appena due anni l’una dall’altra, e addirittura ben
due nel solo 1520. Tutte ristampe pressoché immutate, che si ispiravano al ciclo di silografie lanciato dalla seconda edizione fiorentina. Inaugurò
l’Arlotto veneziano «Georgio di Rusconi Milanese ad instantia de Nicolò dicto Zopino et Vincentio compagni nel anno MDXVI»,10 edizione che fu
replicata già nel 1518 e poi ancora nel 1520.11 Poi
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Nella pagina accanto da sinistra: Facetie piaceuoleze
fabule e motti del Piouano Arlotto prete fiorentino, Venezia,
Bernardino Bindoni, 1549, frontespizio;
Facetie piaceuoleze fabule e motti del Piouano Arlotto prete
fiorentino, Venezia, Giovanni Tacuino, 1522, colophon.
A destra: Facetie piaceuolezze, fabule e motti del Piouano
Arlotto, Venezia, Alessandro Vian, 1554, frontespizio
fu la volta di Giovanni Tacuino che mise sul mercato ancora due edizioni ravvicinate: rispettivamente nel 1520 e nel 1522.12 Poi vennero i Bindoni
che per un ventennio sembrano monopolizzare le
Facezie dell’Arlotto.
Tanto successo non passò inosservato neppure agli estensori dell’Indice dei libri proibiti. L’Arlotto finiva già nel pre-Indice romano del 1557,
per poi comparire in quello di Parma del 1580 e in
quelli di Roma 1590 e 1593.13 Onde evitare problemi nel 1565 i Giunta di Firenze, all’indomani
dell’indice tridentino che introduceva la novità
dell’espurgazione libraria, si affrettarono ad allestire un’edizione purgata delle Facezie, motti, buffonerie e burle del Piovano Arlotto, del Gonella e del
Barlacchia che, levate «nondimeno prima quelle
che allo inquisitore sono parse troppo libere», era
NOTE
1
EDIT16 CNCE 3018.
2
EDIT16 CNCE 75573; CNCE 3020.
3
CNCE 41350; CNCE 3021.
4
Motti e facezie del Piovano Arlotto, a
cura di G. Folena, Milano-Napoli, 1953,
pp. 3-6.
5
Motti e facezie del Piovano Arlotto, a
cura di G. Folena, pp. 294-299; G. PETROCCHI, Un secondo manoscritto delle Facezie
destinata, mutati i tempi, a rinnovata fortuna pur
senza offendere il pio lettore.14 Se poi si va a vedere, del piovano originale era rimasto solo l’odore e
certe facezie erano cadute sotto le forbici della
del Piovano Arlotto, «Studi di Filologia
italiana», 22, 1964, pp. 621-633; G. CONTINI,
Letteratura
italiana
del
Quattrocento, Firenze, 1976, pp. 456457; G. MASTRODDI, Sulla redazione Ottoboniana di Motti e Facezie del Piovano Arlotto, «Rassegna della Letteratura Italiana», 92, 1988, pp. 307-317.
6
Motti e facezie del Piovano Arlotto, a
cura di G. Folena, pp. 289-293; EDIT16
A2976-2995. Una prima bibliografia,
pur con lacune, già allestirono G. PASSANO, I novellieri italiani in prosa, Torino
1878, pp. 18-28 e G. PITRÈ, Bibliografia
delle tradizioni popolari d’Italia, TorinoPalermo 1894, nn. 25-91.
7
SANDER 599; STC, p. 404; EDIT16
A2977; EDIT16 CNCE 3012.
8
La vita nei libri. Edizioni illustrate a
stampa del Quattro e Cinquecento dalla
18
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2014
Ritratto di Piovano Arlotto tratto dalla copertina
di Scelta di facezie, motti, burle, e buffonerie del Piovano
Arlotto et altri autori, riviste, e corrette con somma diligenza,
per Salvatore e Gian Domenico Maresc, 1601
censura. Invano si cercherebbe la seguente, che
racconta di come nel «tempo che il Piovano Arlotto era giovane e gagliardo», per soddisfare le proprie voglie, «una sera tentato da libidine andò al
fondaco maggiore, e allo oscuro non vedendo la
mercatantia entra in una camera e truovavi una
femmina grassa e grossa e corpulenta e assai formosa di corpo e di viso: e doppo gli atti d’amore e
carezze fattesi insieme, dice la donna allo Piovano:
“Fratello mio dolce, tu vedi come io sono carica di
Fondazione Giorgio Cini, Venezia, 2003,
pp. 248-249.
9
P. BOLOGNA, Di una edizione antica
delle Facezie del Piovano Arlotto, «Il bibliofilo», 6, 1885, pp. 35-36.
10
La segnalò per primo C. LOZZI, Bibliografia delle Facezie del Piovano Arlotto, «Il bibliofilo», 5, 1884, pp. 145-148;
STC p. 404: una copia presso la British Library di Londra, nessun esemplare sem-
carne; se io mi pongo questa sera a giacere in su
questo letto durerò fatica assai a rizzarmi suso; egli
è il meglio che io mi chini e che io appoggi il capo
alla lettiera e che, per tua consolazione e mia, te
me lo facci a modo del cerbio.” … Chinatasi la
donna e messisi i panni e la camicia in capo, veduto
allora il Piovano sì grande e tanta amplitudine di
anche e cosce ismisurate, natura non che di femmina ma d’una grandissima vacca … in modo che
tutto quello ispettaculo di culo gli parve una cosa
maravigliosa … che non sapeva che farsi e venneli
tanto in odio che in tutto gli passò via quella voluntà e in tutto ancora la libidine; e veduto la donna che non faceva cosa alcuna, … forte lo confortava dicendo: “Che istai tu a pensare? Perché non
lavori tu il podere? Ispacciati.” Alla quale rispuose
il Piovano Arlotto: “Io non lo farei mai, per cagione che questo è uno apparecchio da uno cardinale
e non da uno povero chericotto di contado come
son io!”».15
bra invece conservarsi in Italia.
11
ESSLING 1994; STC p. 404; EDIT16
A2978-79: di ognuna si conserva in Italia un solo esemplare integro.
12
ESSLING 1995, 1997; EDIT16 A298081. La Biblioteca Trivulziana (Triv. L 510)
conserva una delle due sole copie superstiti dell’edizione datata maggio 1520:
(c. L5v) «Impresso in Venetia per Joanne
Tacuino da Trino nel MCCCCCXX adi XV
de Mazo. Regnante lo inclito principe
Leonardo Leordano».
13
U. ROZZO, La letteratura italiana negli ‘Indici’ del Cinquecento, Udine, Forum,
2005, p. 127.
14
Esemplare della Biblioteca Trivulziana: Triv. L 1816 con nota di possesso
del marchese Gian Giacomo Trivulzio.
15
Motti e facezie a cura di G. Folena,
pp. 14-15.
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Grande Guerra
GABRIELE D’ANNUNZIO:
IL PRIMO INTERVENTISTA
Le Odi navali e la Gesta d’oltremare
MARCO CIMMINO
I
l 26 novembre del 1892,
tica navale italiana avrebbe conmorì a Roma l’ammiraglio
fermato queste intuizioni, con la
Simone di Saint Bon, minimessa in cantiere di una formistro della Marina e M.O.V.M..
dabile serie di moderne navi da
L’occasione della scomparsa
battaglia. D’Annunzio, in queste
dell’eroe di Lissa fornì a Gabriepagine, anticipò molte delle
le d’Annunzio, che in quel pesuggestioni futuriste, che, non a
riodo era impegnato nella stesucaso, sarebbero confluite nelra del Poema Paradisiaco e stava
l’interventismo e, poi, nel fascicominciando a maturare un’ismo: il fascino dell’acciaio e deldeologia di impronta nicciana e
la macchina sono sottolineati
decisamente antidemocratica, lo
con estrema chiarezza nella poespunto per la composizione di
sia A una torpediniera nell’Adriadieci Odi navali, in prosa lirica,
tico, di cui questo è l’incipit:
che, se non sono un documento Nella pagina accanto: Gabriele
«Naviglio d’acciaio, diritto, vefondamentale nella carriera d’Annunzio (a sinistra),
loce guizzante/bello come
poetica di d’Annunzio, sono cer- qui insieme a Benito Mussolini;
un’arme nuda,/vivo palpitante/
tamente assai importanti stori- sopra: Gabriele d’Annunzio,
come se il metallo un cuore
camente, poiché contenevano in in divisa militare, in una foto degli
terribile chiuda». Perfino la linuce alcuni dei temi che sarebbe- anni Trenta scattata al Vittoriale
mitata punteggiatura ricorda
ro ritornati frequentemente nelquello che sarebbe stato lo stile
l’epica militare dannunziana. L’immagine della futurista, sulle cui derivazioni dannunziane, date
nave, come strumento di “talassocrazia” e di po- per scontate ma pochissimo indagate, rimane antenza, ma anche come oggetto formidabile e me- cora molto da dire. In realtà moltissimo da dire reraviglioso, era già delineata nell’universo imagini- sta su tutti i debiti contratti dalla nostra letteratura
fico del poeta: nelle Odi, questa immagine miste- nei riguardi di d’Annunzio, la cui esperienza poeriosa e possente diventò l’immagine stessa della tica segnò praticamente tutti i letterati di quegli
grandezza nazionale: la spada nella mano dell’Ita- anni. Certamente, però, la nota fondamentale di
lia, per rivendicare un ruolo preminente nella sto- queste Odi consiste nell’esaltare la grandezza riria mediterranea. Va da sé che, poco dopo, la poli- trovata dell’Italia e collegarla con la potenza sul
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la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2014
Copertina de La Domenica del Corriere
(23-30 maggio 1915) raffigurante d’Annunzio che tiene
un’orazione al teatro Costanzi, a Roma.
A destra: Copertina de Le Canzoni della gesta d’Oltremare
(Milano, Treves, 1912)
sperava da Saint Bon la liberazione, e ora, come
vedova in gramaglie, nutre ancora una flebile speranza, anche se la dominazione si fa ogni giorno
più dura: «Credi tu sempre? L’alta speranza non è
scossa/ne l’anima fedele, da che chiusa è la
fossa/ov’è disceso senza spada il TUO Ammiraglio?/Trista che l’invocavi su l’acque a la riscossa,/per la tua bocca è pronto un più duro bavaglio». Vi sarebbe stato un lungo e oscuro interludio, ma, alla fine, Trieste avrebbe tolto il velo nero
del lutto, per vestire quello bianco, da sposa, nell’abbraccio festante dell’Italia. Il voto sarebbe stato sciolto.
mare: sono poesie ormai libere dalle pastoie della
retorica risorgimentale, e tutte piene di quel tono
alto (a volte, fastidiosamente alto) che avrebbe caratterizzato la mitologia tardo-umbertina. Rivolgendosi alle navi della flotta, a Genova, d’Annunzio scrive: «voi/che per tutte le sponde/recate il divin nome/d’Italia e il suo diritto/eterno e la sua
nova/forza, raggiando come/fari, pronte al gran
conflitto/supremo, a la gran prova...». È difficile
non riconoscere in questi versi un antivedere profetico di quella che sarà davvero “la gran prova”: il
“conflitto supremo” venne certamente previsto e
invocato da d’Annunzio. Questo conferma che per
d’Annunzio, come per molti altri intellettuali della
sua generazione, la Grande Guerra rappresentò
l’agognata occasione di agire, di smuovere le acque della propria vita, che si erano fermate, formando, talvolta, una palude. E nella profezia del
veggente, vi è l’immagine di Trieste, che, desolata,
LA GESTA D’OLTREMARE
Mentre si trovava in Francia, dividendo il
proprio tempo tra Arcachon e Parigi, d’Annunzio
fu richiamato alla veglia da uno squillo di battaglia:
l’Italia aveva dichiarato guerra alla Turchia per il
possesso della Libia. Giovanni Pascoli esultava e
proclamava nel celebre discorso di Barga: La grande Proletaria s’è mossa!, moltissimi intellettuali italiani, invece, guardavano all’impresa libica con
grande scetticismo e ritenevano che l’occupazione
di uno “scatolone di sabbia” non ci avrebbe portato che fastidi. D’Annunzio non ebbe esitazioni, e
salutò la guerra di Libia come il primo passo del
destino mediterraneo dell’Italia: ai suoi occhi, con
la conquista della Libia, si sarebbe finalmente riunito quel mondo romano che Genserico e i suoi
Vandali, prima, e l’espansione dell’Islam, poi, avevano diviso traumaticamente. Insomma, il poeta
vide in questa campagna militare un’epopea consolare: una necessità storica.
aprile 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
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Oggi più alta sei che il tuo destino,
più bella sei che la tua veste d’aria;
e di lungi il tuo vólto è più divino.
Odo nel grido della procellaria
l’aquila marzia, e fiuto il Mare Nostro
nel vento della landa solitaria.
Con tutte le tue prue navigo a ostro,
sognando la colonna di Duilio
che rostrata farai d’un novo rostro.
E nel cuore, oh potenza dell’esilio,
il nome tuo m’è giovine e selvaggio
come nel grido delle navi d’Ilio.
Italia! Italia! Non fu mai tuo maggio,
nella città del Fiore e del Leone
quando ogni fiato era d’amor messaggio,
sì novo come questa tua stagione
maravigliosa in cui per te si canta
con la bocca rotonda del cannone.
Con questi versi, D’Annunzio inaugurò il
quarto libro delle Laudi, Merope, che contiene le
Canzoni della Gesta d’Oltremare, dedicate all’impresa libica: sono già evidentissimi i temi dominanti dell’opera, che sono il destino italiano legato
al “Mare Nostro”, la voce della Patria, resa più forte dall’esilio e la storia d’Italia, che porta con sé l’ineluttabilità di questo destino. I riferimenti colti,
tratti da Dante, come dalla storiografia medievale
e moderna, non servono ad altro che a confermare
la fondatezza del vaticinio. Vi è, in questa fase della produzione dannunziana, quasi un messianesimo: la lezione foscoliana, qui pare rielaborata in
modo da giustificare ab anteriore, le scelte politiche
e militari del presente, che paiono indefettibili e
inevitabili. Dunque, d’Annunzio non era ancora
“Il Comandante” ma, certamente, era già l’interprete dei destini patrii: era già l’uomo del “Discorso di Quarto”, era già interventista per vocazione.
Nella Gesta libica, il poeta vide, contemporaneamente, il compiersi di un voto imperiale (che sa-
rebbe ritornato nella retorica fascista) e il riscatto
di un Risorgimento inadeguato e doloroso. Si veda
nei versi che seguono il rimando sia alla sconfitta
di Lissa, nella terza guerra d’indipendenza (1866)
che alla tradizione mediterranea romana:
Emerge dalle sacre acque di Lissa
un capo e dalla bocca esangue scaglia
«Ricòrdati! Ricòrdati!» e s’abissa.
E il Mar Mediterraneo, che vaglia
le stirpi alla potenza ed alla gloria,
in ogni flutto freme la battaglia.
«Ch’io mi discalzi» dice la Vittoria (…)
Vi è pure, in Merope, specialmente nei componimenti come La canzone del Sacramento, La canzone dei Trofei, La canzone della Diana, insomma,
nel nucleo centrale della raccolta, dedicato alle
Repubbliche marinare e, più in generale, al Me-
24
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2014
Gabriele d’Annunzio, in una foto del 1915.
A destra: Giovanni Pascoli, in una foto degli inizi del
Novecento
tura, e il rimando a un vocabolario medievale, sono gli stessi che utilizza Carducci, in celebri poesie
“neoclassiche”, come Il Parlamento. Se una parte
del quarto libro della Laudi, però, tende un po’ a
perdersi nel gusto dei colori e della scenografia,
d’Annunzio muta i toni quando deve parlare della
guerra vera, che si sta combattendo, fatta di sangue, di orrore, ma anche di coraggio e di gloria. Si
veda, ne La canzone di Elena di Francia, ad esempio,
il quadro sanguinoso dei feriti, che sarà ben presente nelle pagine di d’Annunzio dedicate alla
Grande Guerra , in Asterope:
dioevo, una forte eco carducciana: meglio, la volontà di raccontare la storia d’Italia, quasi che fosse
parte di quel processo messianico di cui si diceva
più sopra. Accanto alla citazione erudita, compare
spessissimo il quadro di genere, l’allegoria della
storia, alla maniera del Carducci. Si vedano, a titolo d’esempio, questi versi de La canzone del Sacramento:
Tornò Guglielmo Embrìaco recando
ai consoli giurati, in sul cuscino,
tra la sesta e il bastone di comando,
tra la coltella e il regolo, il catino
ove Giuseppe e Nicodemo accolto
aveano il sangue dell’Amor divino.
Era desso, l’Embrìaco, figliuolto,
quei che fece al Buglione il battifredo
onde il vóto santissimo fu sciolto.
L’attenzione al particolare, quasi alla minia-
(...) E quegli ch’ebbe stritolato il mento
dalla mitraglia e rotta la ganascia,
e su la branda sta sanguinolento
e taciturno, e i neri grumi biascia,
anch’egli ha l’indicibile sorriso
all’orlo della benda che lo fascia,
Oppure la gioiosa celebrazione della flotta
che rientra nel porto di Taranto, ne La canzone dei
Dardanelli:
(...) Passan così le belle navi pronte,
per entrar nella darsena sicura,
volta la poppa al ionico orizzonte.
Sembran sazie di corsa e di presura,
mentre nel Mar di Marmara e nel Corno
d’oro imbozzate l’ansia e la paura
sognano fumi al Tènedo ogni giorno (...)
D’Annunzio aveva ben chiara l’operazione
poetica che stava inaugurando: egli mescolava il
passato e il presente, in un’associazione che tendesse a farli sovrapporre e a trasformarli in un unicum: così, nella medesima canzone, dichiarava:
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Fendo i secoli, lacero l’oblìo,
ritrovo le correnti della gloria
nell’acqua ove portammo il nostro Dio.
Levo sul mar l’onda della memoria
e col soffio dell’anima la incalzo,
che ferva sotto il piè della Vittoria,
Dato il più che evidente intento del poeta, ci
sarebbe da stupirsi se già in Merope non fosse apparso chiaro quale avrebbe dovuto essere il vero
nemico. In realtà, d’Annunzio aveva già perfettamente maturato la sua idea di civiltà latina, contrapposta alla barbarie germanica, che avrebbe
animato tutta la quinta raccolta delle Laudi: su
questa idea di supremazia latina, egli innestò un
antiaustriacismo di chiara matrice risorgimentale,
facendo spessissimo riferimento alle forche di Belfiore e, in generale, al martirologio patriottico.
Nonostante ci trovassimo in anni di Triplice , l’invettiva antiaustriaca del poeta assunse toni violentissimi, giungendo all’insulto volgare. Non ci si
deve stupire, perciò, constatando che l’alleanza si
reggesse per la volontà dei governanti, contro il
sentimento popolare, e che, al di là di una necessità diplomatica, in fondo, sia l’Italia che l’Austria si
guardassero più come nemici che come alleati.
Ancora una volta, d’Annunzio si mostrò un passo
avanti a tutti. Ecco cosa scrisse dell’impero danubiano nella medesima Canzone dei Dardanelli:
La schifiltà dell’Aquila a due teste,
che rivomisce, come l’avvoltoio,
le carni dei cadaveri indigeste!
Insomma, le Canzoni della Gesta d’Oltremare
rappresentarono, certamente, un inno alla “quarta
sponda” e al valore italiano nella guerra di Libia,
ma, molto più, esse furono il viatico per la nuova
esperienza dannunziana: quella dell’eroe e del Comandante, che, di lì a poco, avrebbe avuto il suo
palcoscenico sanguinoso. D’Annunzio non aveva
alcun dubbio: la guerra vera, quella definitiva, era
una sola. La guerra latina. D’Annunzio aveva necessità fisica di quella guerra, che, sola, avrebbe
dato senso al suo desiderio di gloria militare: l’unica gloria autentica. Non a caso, l’ultima canzone di
Merope è tutta pervasa da un senso di delusione, di
estraniamento, dopo che il cannone ha cessato di
tuonare ed il silenzio si è steso sui campi di battaglia. Il poeta soffriva l’inerzia, maledicendo la pace: la storia, di lì a poco, l’avrebbe clamorosamente
accontentato.
Mi risveglio io così, dopo il delirio
dell’improvvisa primavera, solo
con la mia vita, ahimè, senza martirio
cruento, nella notte del mio duolo
antico e nel silenzio delle stelle
infauste, inerte su lo stranio suolo.
E nelle vene che parean novelle
m’incresce il vano sangue non versato
e la febbre che aggrava il polso imbelle.
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la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2014
aprile 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
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Libri di pietra
ANDREA PALLADIO:
LA FORMA PULITA
Fra protorazionalismo e neoclassicismo
LUCA PIVA
N
el 1971 Mario Praz pubblicava nel «Bollettino del Centro Studi di Architettura
“Andrea Palladio”» un articolo che, per
finezza di argomentazioni ed eleganza d’eloquio, merita di essere riletto e ricordato
(Mario Praz, Palladio e il Neoclassicismo, ora in Gusto Neoclassico,
Milano, Rizzoli). In esso il
letterato romano, dottissimo e spregiudicato dilettante nello studio delle
arti figurative, metteva
in discussione un orientamento critico affermatosi nel secondo dopoguerra sulla scorta delle prese di posizione di autorevoli specialisti quali
Bruno Zevi, Cesare Brandi e
altri, che avevano ribaltato le
opinioni più consolidate e condivise sulla poetica di Andrea Palladio. L’architetto che per secoli era stato considerato esemSopra: Luca Piva, Prospettiva urbana immaginaria da
Pierantonio degli Abbati (disegno originale per «la Biblioteca
di via Senato). Nella pagina accanto: Andrea Palladio
(1508-1580), in un ritratto di El Greco (1575), conservato
presso lo Statens Museum for Kunst, a Copenaghen
pio e paradigma di serena compostezza e solenne
equilibrio di forme ne era uscito trasformato nel
protagonista di una vicenda creativa violentemente
anticlassica, segnata da una «angoscia profonda
e celata, anzi un autentico stato di cultura alienata» (v. B. Zevi: Palladio
in Enciclopedia Universale dell’Arte, 1963), e sfociata nella
realizzazione di architetture «dolorose», espressive
di «collera e sdegno,
sconforto e volontà di
oltraggio», nella quale
si pretese di riconoscere
«il marchio di una condizione umana infelice
ed alienata, attestato terrifico e definitivo di una fallita concezione razionale del
mondo e della Storia».
Al fine di documentare la tesi
di un Palladio eversore in senso manierista dei canoni classici, Brandi (Struttura e
Architettura, Torino, 1971) sosteneva che nelle
sue fabbriche gli elementi dell’architettura antica
(timpani, colonne, capitelli…) fossero inseriti come figure isolate, non coinvolte nella continuità
plastica dell’edificio, quasi corpi estranei; nel rovesciare a proprio favore una acuta osservazione
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la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2014
Luca Piva, Casa Forni Cerato a Montecchio Precalcino (disegno originale per «la Biblioteca di via Senato»)
del Brandi, Praz propone un argomento di estremo interesse:
Per ottenere quel particolare isolamento di
cui voleva che fruissero gli elementi architettonici, il Palladio accentua il carattere di
vuoto della finestra invece di riassorbirla nel
piano attraverso la graduazione plastica della modanatura. A questo modo la parete
bianca nitidamente frontale e squadrata è
fatta avanzare verso lo spettatore, impedendo alla facciata di divenire muto prospetto,
cesura spaziale invece che generatrice di
spazio esterno-interno.
Queste considerazioni potrebbero essere trasferite con assoluta pertinenza a una facciata di
Terragni o ai levigati parallelepipedi di Littoria o
Sabaudia, tanto precisamente richiamano istanze,
elaborazioni teoriche e soluzioni formali affini a
quelle che, dopo oltre tre secoli, avrebbero ispirato
l’architettura razionalista del Movimento
Moderno. La pulizia della cortina muraria, il suo
essere vuota da ornamentazioni sovrapposte, fa sì
che la parete, privata di connotati morfologici particolari, non si imponga per il suo valore di superfice ma per la sua funzionalità alla definizione dello
spazio: quello spazio interno verso il quale l’occhio
è attratto risolutamente, non trovando alcun appiglio ottico che lo trattenga sulla parete liscia e sugli
spigoli vivi delle finestre. Il principio generatore
dell’architettura è in tal modo trasferito dal corpo
edilizio alla dialettica pieno/vuoto fra la costruzione e lo spazio da essa determinato.
BEVI RESPONSABILMENTE
IL PRIMO CREMAMARO
BEVILO GHIACCIATO.
30
Alcune opere del Palladio sono riconosciute
quali manifestazioni di un protorazionalismo gravido di suggestioni e conseguenze per i secoli futuri. Ciò vale in particolare per alcuni edifici di abitazione extraurbana risalenti al periodo della sua prima maturità: fra le altre la villa Forni Cerato a
Montecchio Precalcino, la Gazzotti Grimani a
Bertesina, la Pisani a Bagnolo di Lonigo, la
Saraceno a Finale di Agugliaro, la Caldogno a
Caldogno, la Poiana a Poiana Maggiore. Caratteri
affini, sia pure nell’ambito di organismi edilizi più
articolati, si trovano anche in alcune
delle opere successive. È ben noto
come queste scelte espressive
affidate ad una laconica sobrietà di forme e materiali
non dipendesse solo da
una peculiare propensione poetica: al principio
della sua carriera il
Palladio si trovò a soddisfare le richieste di una
committenza provinciale
che era culturalmente aggiornata ma non occupava
una posizione sociale tale da
sollecitare esibizioni di sfarzo,
né disponeva di mezzi economici
adeguati a sovvenzionare invenzioni dispendiose al pari di quelle che furono messi nella
condizione di realizzare altri architetti rinascimentali e barocchi. Il figlio del mugnaio padovano, fattosi tagliapietre e poi architetto, seppe trarre da
queste ristrettezze materiali l’incentivo per esaltare il proprio genio progettuale, così da consegnare
ai suoi committenti opere che, fatte di soli mattoni
e calcina ed esenti da ostentati virtuosismi sintattici, raggiungono l’eccellenza dell’arte con l’unica
virtù del disegno, guidato dal lume della poesia e
sostenuto dalla certezza di fondamenti culturali
univoci e non esposti all’eventualità di sconfessioni
e tradimenti.
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2014
Nei territori della Serenissima Repubblica
queste forme edilizie, nuove ma non estranee, incontrarono una immediata fortuna dando corpo
alla rappresentazione figurativa perfettamente riconoscibile d’un peculiare genius loci veneto. Gli
ideali di sobrietà e frugalità che i letterati veneti del
primo Cinquecento avevano desunto dall’appassionato studio dell’antichità classica si erano tradotti in pietre, e le pietre li ripetevano alla comunità degli uomini. Là dove privilegiano il minus dicere
e rifuggono ogni prolissità di strutture ed ornamenti, le opere palladiane parlano con i
rapporti volumetrici complessivi
prima che con particolari episodici, prediligono l’austerità del muro imbiancato,
governano con parsimonia i momenti salienti
costituiti dai colonnati,
le gradinate, i capitelli, i
timpani, e con parsimonia collocano le statue
entro spazi vuoti, contro
pareti spoglie, donando
loro l’enfasi che il silenzio
dona ad un accordo isolato.
Questa architettura fu apprezzata fin da subito per la sua capacità di farsi veicolo di un alto magistero
morale, che trovò nella dimensione estetica risonanze di incalcolabile estensione. Nel suo articolo Praz indica proprio in questo aspetto il motivo
capitale della fortuna del Palladianesimo prima
entro i confini della Serenissima e poi nei più lontani centri di civiltà disseminati in tutti i continenti:
Olimpo disceso sulla terra sono le ville del
Palladio nel mite ubertoso paesaggio veneto; tra i bianchi intercolumni ogni campagna
si sublima in Arcadia… Il ruolo che ha la colonna nell’architettura palladiana è insieme
aprile 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
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Da sinistra: frontespizio dell’opera di Andrea Palladio I quattro libri dell’architettura, nell’edizione veneziana di Bartolomeo
Carampello (1581); frontespizio della prima edizione de I quattro libri dell’archiettura, di Andrea Palladio (Venezia, Domenico
de’ Franceschi, 1570). Accanto: Luca Piva, Veduta padovana da Canaletto (disegno originale per la Biblioteca di via Senato)
tettonico e simbolico; la colonna è sostegno,
fulcro di forza che s’investe, anche nella metafora corrente, di portata morale, e veicolo
di quegli ideali di virtus e dignitas che il
Palladio si proponeva di esprimere nelle sue
fabbriche… Il loro valore di segno si afferma
al di là del loro valore di immagine, esprimendo un messaggio etico valido sotto ogni
cielo, quasi traduzione in termini di armonia
di linee e di masse d’una delle due cose che
riempivano di meraviglia Emanuel Kant: il
cielo stellato sopra il suo capo e la legge morale dentro il suo cuore.
Nell’ultimo quarto del Quattrocento, mentre
ancora le città venete offrivano l’aspetto occasionale e disordinato che aveva conferito loro l’età
medioevale, un mondo di forme architettoniche
semplici pulite ed equilibrate era stato immaginato
e descritto dagli ebanisti rodigini di ascendenza
pierfrancescana che avevano decorato con i loro
pannelli intarsiati gli stalli dei cori lignei di chiese
quali santa Corona e Monte Berico a Vicenza, il
Santo e Santa Giustina a Padova: Lorenzo e
Cristoforo Canozi da Lendinara, Pierantonio degli Abbati, e gli altri maestri della loro cerchia. Qui
si incontra una edilizia civilissima, a quella data solo immaginaria, ridotta alle forme archetipe dei
piani ortogonali, del timpano, dell’arco a tutto sesto, composte nel vuoto perfettamente silenzioso
32
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2014
Da sinistra: Andrea Palladio, in un’incisione tratta dall’Imperial Dictionary of Universal Biography (1863);
Mario Praz (1896-1982), ritratto nella sua casa, a Palazzo Primoli, nel pieno centro di Roma
di vie deserte, per la quale è fin troppo facile spendere la definizione di Metafisica che dopo cinque
secoli avrebbe qualificato certa pittura e architettura italiana della prima metà del novecento:
squarci di città non ancora organizzate da un piano
urbanistico complessivo, ma già accordate da un’unica lingua figurativa; edifici svuotati di peso dalla
gamma di colori luminosi e trasparenti delle essenze arboree impiegate nell’intarsio, e dalla corsiva
concisione dei profili. La classicità monumentale
delle città ideali pierfrancescane si trova qui tradotta in una versione feriale e domestica, dove la
bellezza si spoglia di magniloquenza per concentrarsi nella pura euritmia stereometrica, costruita
sull’incrocio di piani semplificati che ambiscono
null’altro che a misurare lo spazio del vivere e dell’abitare, predisponendolo ad una forma di esistenza evoluta e decorosa.
Dopo più di due secoli, attorno alla metà del
Settecento, nei disegni e nelle incisioni del
Canaletto che presero a soggetto vedute di terraferma, e particolarmente in quelle padovane, riconosciamo, non più messo in scena sulla base di
un’invenzione fantastica ma ritratto dal vero, lo
stesso mondo di forme pulite e rasserenate: le limpide volumetrie, il pacato incontro di linee elementari, la misurata distribuzione delle aperture, le note eminenti del timpano e dell’arco. Il lessico architettonico che Palladio aveva elaborato e messo in
opera nelle sue fabbriche, descritto e divulgato nei
suoi trattati, appare nelle carte del pittore veneziano già velato dai segni del tempo e carico di passato,
divenuto nel frattempo una lingua edilizia familiare
e condivisa nella quale tutta una comunità, quella
delle terre di San Marco, trovò la sua voce e riconobbe i tratti estetici e morali del proprio carattere.
aprile 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
33
inSEDICESIMO
LE MOSTRE – L’INTERVENTO DEL MESE – L’INTERVISTA DEL MESE
LA MOSTRA/1
PITTURA SENZA TEMPO
Renato Guttuso in mostra a Firenze
a cura di luca pietro nicoletti
opo il grande successo delle
due personali, tenutesi tra
febbraio e marzo alla Galleria
de’ Bonis di Reggio Emilia, approda alla
Simboli Art Gallery di Firenze l’opera di
Renato Guttuso (Bagheria, Palermo
1911-Roma 1987), in un’importante
mostra personale intitolata Pittura
senza tempo.
Nata dalla collaborazione con la
Galleria de’ Bonis, punto di riferimento
per lo studio e il mercato del maestro
di Bagheria, la mostra presenta una
selezione di oltre 30 opere – dipinti ad
olio su tela, chine e acquarelli su carta,
e opere grafiche originali –, raffiguranti
le tematiche più care all’artista: dalle
intense nature morte ai paesaggi
siciliani, dai sensuali ritratti e nudi di
donna alle moderne “scene di genere”.
La mostra intende ripercorrere le fasi
più importanti, dagli anni Trenta agli
anni Ottanta, della straordinaria
vicenda artistica di Renato Guttuso,
interprete tra i più carismatici e
impegnati della poetica realista, ma
anche testimone originale e sensibile
dei cambiamenti della società italiana
nel Novecento.
L’esposizione è articolata in due
D
sezioni distinte, allestite a rotazione
negli spazi della galleria fiorentina: la
prima sezione, che si svolgerà nel mese
di aprile, è intitolata Guttuso, l’eleganza
del segno e sarà incentrata in
particolare su alcune splendide opere
storiche del maestro (dagli anni Trenta
ai Sessanta) che si distinguono per
raffinatezza ed eleganza; la seconda, in
maggio, avrà per titolo Guttuso e il
colore, e vedrà come protagoniste
opere più tarde, prevalentemente degli
anni Settanta e Ottanta, in cui si può
apprezzare particolarmente l’interesse e
l’abilità dell’artista nell’uso del colore.
Tra i dipinti ad olio più
rappresentativi che si potranno
ammirare in mostra, si segnalano: la
Natura morta del 1937, dove la
plasticità dei volumi è resa attraverso
colori vivaci ed equilibrati; la Natura
RENATO GUTTUSO.
PITTURA SENZA TEMPO
a cura di Emanuele Greco
e Gabriele Greco
FIRENZE, SIMBOLI ART GALLERY
www.simboliartgallery.com
5 aprile – 31 maggio 2014
Renato Guttuso, Le tre grazie, 1973-1974,
china su cartoncino, cm. 49x28,5
morta del 1962, dalle forme concrete e
dalle decise tonalità cézanniane; Foglie
di girasole del 1971, in cui i brani di
natura sono rappresentati come
panneggi increspati, dalla forte valenza
plastica, emergenti da un monocromo
fondo rosso; La mano e la rosa del
1972, una sorta di autoritratto allo
stesso tempo ideale ed enigmatico, in
cui la mano e la tavolozza incarnano
l’essenza stessa del pittore; i Tetti di
Palermo del 1976, tema tra i più
rappresentativi ed amati dall’artista
siciliano; La giubba rossa del 1985, dove
il rosso dei pomodori poggiati tra le
pieghe di un giornale dialoga con
34
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2014
Sopra a sinistra: Bozzetto per costumi teatrali, anni Settanta, matita, china, acquarello e collage su cartoncino intelato, cm. 53x35;
sopra a destra dall’alto: La giubba rossa, 1985, olio su tela, cm. 70x62; Figura distesa, 1961, china e acquarello su cartoncino intelato, cm. 72x100
quello della giubba appesa ad una
sedia: una composizione tutta
magistralmente giocata sulle sfumature
di un solo colore. Vi saranno, inoltre,
alcuni disegni a china preparatori per
opere di Renato Guttuso attualmente
conservate in musei. Tra questi, per
esempio, la Maddalena del 1940, uno
studio preparatorio alla famosissima
Crocifissione del 1941 (Roma, Galleria
Nazionale d’Arte Moderna); oppure
Figura che corre e Due figure, entrambi
bozzetti del grande dipinto La spiaggia
del 1956 (Parma, Galleria Nazionale).
Splendide anche le chine e le
tecniche miste su carta in cui sono
raffigurati ritratti e nudi femminili, tra
cui: Marta del 1971; Le tre grazie del
1973-74; Due volti degli anni Ottanta; e
Figura in body del 1985. Tra questi è da
ricordare anche il sensuale Nudo del
1979, una grande gouache e collage su
tela emulsionata, da intendersi forse
come un omaggio al padre del realismo
in pittura, Gustave Courbet.
Non mancano inoltre curiosità e
rarità, come un Bozzetto per costumi
teatrali degli anni Settanta, con un
campione di stoffa appuntata a fianco.
Da segnalare anche le chine su carta
dedicate al tema del lavoro e dei
lavoratori, così caro e tipico
dell’impegno artistico di Guttuso negli
anni, come: i picassiani Contadini del
1947; i vigorosi Pescatori del 1950; e la
bellissima china e acquarello su
cartoncino intitolata La passata di
pomodori del 1976, dove il rosso vivo
della passata è l’unico colore ad
emergere da una composizione
altrimenti giocata solamente
sull’equilibrio del bianco e del nero.
Infine si ricordano le quattro opere del
1971, ovvero Il matto, Il bagatto, Il
mondo e La regina di spade, tratte dalla
serie originale dalla quale sono stati
realizzati i suoi famosi Tarocchi.
(Emanuele Greco)
aprile 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
LA MOSTRA/2
IL NATURALISMO DI PIERO GIUNNI
Omaggio a un pittore trascurato
a molti anni non si vedeva
una mostra di ampio respiro
sull’opera di Piero Giunni
(1912-2000): in sporadiche occasioni,
a Milano, è capitato di vedere di tanto
in tanto qualche piccolo paesaggio,
qualche minuto quadro di natura e di
materia che non poteva restituire in
maniera adeguata la statura e la
profondità di ricerca di questo artista.
La mostra alla galleria Marini, a pochi
passi dalla Permanente, che nel 1990
aveva dedicato l’ultima grande
retrospettiva al pittore, colma questa
lacuna con una importante selezione
di notevole qualità presentata da Enzo
Bianchi, priore della comunità
monastica di Bose e occhio sensibile
sull’arte contemporanea.
Notato da Roberto Longhi alla
Quadriennale del 1951, Giunni va a
collocarsi a pieno titolo fra gli “ultimi
naturalisti” di Francesco Arcangeli,
conosciuto nel 1953, a cui lo legò un
profondo e intenso sodalizio. «Quando
dipingevo con passione con rabbia,
preso da emozioni che mi
aggredivano da tutte le parti, da
dentro e da fuori, ora felicemente, ora
con difficoltà e fatica» scriveva
l’artista in una lettera del 1982 a
Bruno Grossetti (pubblicata in
catalogo) ricordando l’amico Momi,
morto nel 1974 «sempre il sapere che
un giorno ne avrei parlato con lui mi
aiutava a districare i nodi di una
pittura che toccava estremi di
D
violenza e di furia, cantava a volte
con colori puri e primitivi, trascinando
con se tutti i sentimenti e le speranze,
che era insomma come la vita». Si può
intuire, da queste poche righe, quale
fosse la sintonia fra il pittore e il
critico bolognese, entrambi travolti da
una viscerale partecipazione ai fatti
dell’arte e alla ricerca di una propria
identità, di un proprio radicamento
territoriale in tempi in cui la pittura
pura cominciava a essere insidiata da
eccessi di letterarietà e derive
concettuali. A tal proposito, Elda Fezzi,
nella monografia Materia e memoria
del 1975, osservava che «rivelando un
PIERO GIUNNI.
IL GESTO E LA FOGLIA
35
comportamento di lotta contro il
presentimento della morte della
pittura, contro la sua anche troppo
rapida obsolescenza, Giunni ha colto
un valore implicito a quella ineffabile
sensazione: nei suoi dipinti sembra
soprattutto protagonista un’intensa
metafora della “pittura”, sartiame che
regge, consunto e piegato, un ultimo
naviglio disperato passato per molte
secche».
Giunni esprimeva quella ricerca di
un’autenticità di sentimento, di umori
della terra, di identità di luoghi e di
natura: «la natura è aggredita di
fronte» scriveva Arcangeli nel primo di
una lunga serie di testi sul pittore, nel
1956, «entro poche misure, semplici,
schiette, grandiose, l’occhio si tuffa
entro una vertigine di spazio, ma i
sensi premono da vicino sulla parete
visiva». Pochi anni più tardi, scrivendo
per lui in occasione della Biennale di
Venezia del 1958, lo avrebbe definito
un “postimpressionista lombardo”,
mettendo a fuoco la natura profonda
del suo lavoro: da poco più di un
decennio l’impressionismo era entrato
in rotta di collisione con la nuova
pittura italiana, offrendo una via per
la traduzione del dato naturalistico
attraverso segno e materia. Una di
queste strade, di cui si è voluto vedere
in Morlotti un capofila solitario,
portava verso l’idea di parete vegetale,
ovvero di una restituzione sulla tela,
attraverso un impasto denso e tonale,
della vita sotterranea della terra e
della vegetazione. Come scrive Bianchi
MILANO, GALLERIA MARINI
www.galleriamarini.it
6 marzo-3 maggio
Piero Giunni, forma di spighe, 1976,
olio su tela, 80 x 70
36
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2014
Sopra da sinistra: Il tetto antico, 1965, olio su tela, 131x92 cm; Dentro il muro antico, 1994-95, olio su tela, 150x120 cm
in catalogo, «il colore pastoso non è
solo semplice materia, ma natura
vivente». Ecco allora il sovrapporsi di
stradi di materia su strati di materia,
piccoli tocchi di ocra dati a corpo
separati e paralleli accostarsi sulla tela
per restituire l’effetto di un campo di
grano immerso nella calura, forse con
una implicita riflessione tonale e
“lombarda” sulla lezione di Van Gogh.
Più del dramma espressionista del
pittore olandese, però, Giunni si serve
di quello spunto per trovare la luce
interna alla materia. Il suo lavoro
procede infatti per addizione di
materia, per accumulo strato su
strato, colore fresco su colore fresco,
ed è quasi commovente scoprire certi
tocchi di verde brillante, nelle tele
degli anni Ottanta, dati
perentoriamente a corpo sopra un
tono più scuro, facendo affiorare
un’inedita brillantezza.
Sempre Arcangeli, nel 1958,
osservava che «anche il suo quadro
che può parere in superficie è tutto
intessuto di accumuli e di logorii, di
sfaceli e di crescenze, per toccare la
densità d’una materia intima e
splendente a un tempo». Sarebbe
tuttavia sbagliato schiacciare la figura
di Giunni sul concetto di “parete” e di
“memoria” vegetale, rischiando di
farne ingiustamente una controfigura
di Morlotti in tono minore: non di
rado, infatti, nella sua pittura
quell’idea di parete recupera una
spazialità, anzi una dilatazione del
campo assente nel pittore di
Imbersago. Le sue tele fittamente
riempite di tocchi come gocce di
pioggia, infatti, hanno il respiro
pulsante di una superficie in
movimento non tanto per recondito
subbuglio interno come in Morlotti (ci
fu, a suo tempo, chi paragonò con
ragione le sue tele a superfici
cicatrizzate), quanto per contrazione e
dilatazione, come i movimenti del. Ma
è Enzo Bianchi, con poche e
commosse parole, ad aver colto con
profondità il senso del lavoro di
questo pittore: «Giunni resta sempre
fedele a due atti di estrema potenza:
il gesto che traccia il segno sulla tela
e la vibrazione della foglia che ne
nasce». (lpn)
aprile 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
LA MOSTRA/3
NEL SEGNO DELLA CROCE
Giancarlo Cerri a Cascina Roma
el 2001, poco dopo i fatti
dell’11 settembre, e sulla
spinta di quella tragedia,
Giancarlo Cerri aveva dipinto una
grande tela intitolata La caduta del
mito: con tratto largo e strutturante,
al centro di un campo bianco (ed è
occorrenza tutta novecentesca che le
grandi opere dedicate alle tragedie del
genere umano siano in bianco e nero)
si ergeva la sagoma controluce di un
N
Giancarlo Cerri, Crocifisso, 2005
crocifisso. Il riferimento al fatto di
cronaca era stato sublimato in chiave
emblematica: il simbolo dell’umanità
sofferente si immolava, ancora una
volta, in una strage moderna.
Prendeva avvio, in quel momento, la
quarta stagione della ricerca di Cerri,
di cui dà conto la mostra di San
Donato, di tema sacro, che si sviluppa
grosso modo fino al 2005, fin quando
un forte indebolimento della vista non
37
lo costringerà ad abbandonare la
pittura: quest’ultima fase, che la
mostra racconta con il sobrio rigore
consueto negli allestimenti pianificati
in prima persona dall’artista,
assomma una partecipazione emotiva
alle sofferenze dell’uomo moderno
con il dramma individuale.
Non va dimenticato, poi, che Cerri,
dalla fine degli anni Ottanta, è pittore
astratto, e che conciliare un’indagine
sul sacro con i modi della
rappresentazione non figurativa
induce, per conseguenza naturale, a
interrogarsi sulla reinvenzione
iconografica del simbolo sacro per
eccellenza: la Croce. Nel suo caso,
38
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2014
uscendo dall’esperienza delle ultime
Grandi Sequenze, tele giocate
sull’impatto visivo (ed emotivo) di un
colore accostato al nero su grandi
campiture dai bordi slabbrati, quella
pittura di materia grassa e oleosa si
prestava a un radicale dimagrimento
per diventare segno nero, profondo
come una crepa o una ferita,
strutturato sul campo pittorico a
Giancarlo Cerri, Crocifisso, 2005
rievocare il simbolo apostolico. Come
annota efficacemente Elisabetta
Muritti nella prefazione in catalogo,
«la mano di questo nuovo Cerri
“religioso” è scabra come non mai,
cerca il simbolo con forza, si muove
scandendo equilibri semplicissimi
eppure efficacissimi, ammette solo
graffi e dripping, sembra manovrata
solo dalla sofferenza, dalla pretesa di
sentirci innocente ma non per questo
risparmiata da un destino che ci
accomuna». Al contempo, però, scrive
sempre la Muritti, «Cerri arriva all’arte
sacra attraverso un percorso di pietà e
contemplazione a ciglio asciutto dello
sfacelo dei tempi, con in più
l’esperienza di chi ha tanto visto e
tanto dipinto». È essenziale precisare,
come viene fatto in quella concisa e
densa prefazione, che si tratta
dell’arte sacra di un laico, in cui il
movente umano è prioritario su un
GIANCARLO CERRI.
NEL SEGNO DELLA CROCE
SAN DONATO MILANESE,
GALLERIA D’ARTE
CONTEMPORANEA
VIRGILIO GUIDI
29 marzo - 27 aprile
preciso indirizzo confessionale. È il
grande problema dell’arte sacra
moderna, di come le nuove
espressioni visive siano o meno in
grado di veicolare i contenuti
spirituali della religione: un rapporto
teso e difficoltoso che accompagna,
tra fratture e tentativi di stabilire una
nuova alleanza, il difficile dialogo fra
arte e Chiesa nel corso del Novecento.
Un dialogo, oltretutto, in cui si
innesta la voce degli artisti laici che
rivendicano una spiritualità estranea a
un preciso dettato confessionale e
uno spazio di espressione religiosa
che non li imbrigli entro una precisa
funzione liturgica. L’artista stesso, in
un piccolo libro del 2011 intitolato La
pittura dipinta, aveva espresso
nitidamente il proprio pensiero a
riguardo: «penso che l’arte sacra
debba avere una sua significativa,
efficace semplicità. Io credo che
quest’arte debba avere le radici nel
simbolismo moderno: deve essere una
cosa che dà un’emozione subito
anche all’uomo della strada. Non è più
il caso, oggi, di descrivere le grandi
storie bibliche come si faceva nelle
epoche passate. Allora bisognava
raccontare, adesso bisogna dare l’idea
di cosa c’è dietro un’immagine
simbolica». Si direbbe che Cerri abbia
assunto l’idea postmoderna sulla fine
delle grandi narrazioni e
l’impossibilità, nell’epoca attuale, di
un racconto di ampio respiro: non
resta che la via del simbolo, ma non
in una sua accezione astratta e
teorica, ma come via empatica verso
un’immagine capace di un profondo
colloquio emotivo con lo spettatore.
(lpn)
40
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2014
LA MOSTRA/4
DINAMICA ASTRATTA
DI ELENA MEZZADRA
All’Oberdan di Milano
n un recente libro di pensieri
sull’arte e la pittura, Elena
Mezzadra appuntava che «nulla è
nell’intelletto che non sia stato prima
nei sensi». È un postulato che offre una
chiave di lettura anche per il suo lavoro
pittorico: un’astrazione che non
rinuncia a un aspetto emozionale senza
tuttavia derogare sulla costruzione
formale o cedere alle lusinghe del gesto
automatico. Questo pensiero, infatti, si
precisa meglio in un altro “frammento”:
«dipingere equivale a un’operazione
introspettiva, a un lavoro di ricerca
dentro di sé, al recupero di umori, di
I
ELENA MEZZADRA.
DIPINTI E INCISIONI
MILANO, SPAZIO OBERDAN
www.provincia.milano.it/cultura
16 aprile-18 maggio
risentimenti, di ansie, di un vissuto. È
un tentativo per comprendere
l’esistenza». Allo stesso tempo, infatti,
affermava che «un quadro non può
essere previsto e pianificato in anticipo.
L’operazione consiste in una struttura
organizzata resa espressiva con
un’attrazione emozionale e un concetto
chiaro»; ma anche che «la forma priva
di contenuto è sterile: l’emozione non
contenuta sul piano formale è semplice
auto-espressione». È chiaro che la
radice della sua ricerca affonda
nell’informale, ma in un momento di
superamento dialettico di questo, che
lei dirigerà verso l’astrazione lirica,
ricompattando quella gestualità mossa
e aperta dentro strutture formali fatte
di sovrapposizioni e stratificazioni di
tono e di colore. Come scriveva Elda
Fezzi, presentando una sua mostra
cremonese nel 1976, «Elena Mezzadra
dice che ama lavorare di getto,
dapprima, e poi coltivare ed elaborare
un lento tessuto di velature, di spessori,
di evaporazioni». Da quel punto di
partenza, poi, Elena Mezzadra avrebbe
proceduto verso un progressivo
Elena Mezzadra, Composizione, 2012
aprile 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
approfondimento cromatico e
strutturale, come un processo di messa
a registro di un’intuizione iniziale,
istintiva, poi definita e “ordinata”
attraverso un sistema costruttivo.
Dentro questa struttura, però, si
pone un problema di “contenuto”, di
senso dell’indagine plastica. La critica,
in tal senso, ha insistito a più riprese
sul problema del “colore-luce”. Vi aveva
posto attenzione, in particolare,
Roberto Sanesi, scrivendo nel 1979 che
la sua pittura è «implicata in un
problema di luce, più che abbandonarsi
alla luce ne utilizza le qualità plastiche».
Questo significava sottolineare quel
rapporto con una geometria a cui si
allude per negarla subito dopo: una
indicazione di forme, insomma, che
non cede tuttavia a farsi circoscrivere
entro contorni netti e inderogabili. In
questo senso, infatti, la sua non può
essere una geometria “descrittiva”,
esattamente misurabile, ma si
accompagna a un eco di natura, a
un’idea di paesaggio che affiora, come
una visione acquatica, o, in seguito,
come un’apparizione luminosa dietro
una fitta palizzata, come un canneto in
controluce.
In questa selva di rette e di forme,
di vibrazioni della trama pittorica per
progressivi passaggi tonali, si assiste a
repentine e taglienti accensioni
cromatiche, a guizzi luminosi e
dinamici che orientano il senso del
racconto astratto. Mezzadra
rappresenta uno stato transitorio,
dinamico non per la traccia di un segno
lasciato d’impulso, ma proprio per un
senso di movimento interno alla
struttura compositiva, all’andamento
delle linee rette e spezzate che si
intrecciano sul piano: il “racconto”, in
fondo, è dato dal movimento
dell’occhio, che viene guidato sulla
superficie della tela secondo direttrici
ben precise. Un meccanismo “futurista”
in senso lato, se si vuole, quanto a
41
restituzione di un movimento per via di
forme, come una foresta di segni spinti
dal vento (o dal tempo) che fluttuano
con cadenza armonica, per quanto con
un temperamento non tanto violento,
quanto certamente deciso e poco
incline a facili concessioni. (lpn)
42
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2014
L’INTERVENTO DEL MESE
LA LEGALITÉ NOUS TUE
Sulle motivazioni della sentenza
della Corte Costituzionale,
e sulla legittimità del Parlamento italiano
di teodoro klitsche de la grange
on è stata dedicata dai media
alla motivazione della
sentenza 1/2014 della Corte
Costituzionale che una frazione
modesta dell’attenzione tributata al
dispositivo. Non appare vivace neanche
il dibattito tra gli “addetti ai lavori”. Ed è
un peccato perché la sentenza, nelle
sue esternazioni - e implicazioni - è tra
le più interessanti di quelle recenti
della Corte, la quale nell’abbondanza di
pronunce su “minutaglie” normative,
non ha molte occasioni di occuparsi di
materia costituzionale (in senso
stretto), come il sistema d’elezione del
Parlamento.
Tra i diversi punti che la sentenza
solleva, è il caso di affrontarne uno. Ed
è quando la Corte scrive: «è evidente,
infine, che la decisione che si assume,
di annullamento delle norme
censurate, avendo modificato in parte
qua la normativa che disciplina le
elezioni per la Camere e per il Senato,
produrrà i suoi effetti esclusivamente
in occasione di una nuova
consultazione elettorale, consultazione
che si dovrà effettuare o secondo le
regole contenute nella normativa che
resta in vigore a seguito della presente
decisione, ovvero secondo la nuova
normativa elettorale eventualmente
adottata dalle Camere».
N
Essa, pertanto, non tocca in alcun
modo gli atti posti in essere in
conseguenza di quanto stabilito
durante il vigore delle norme annullate,
compresi gli esiti delle elezioni svoltesi e
gli atti adottati dal Parlamento eletto.
Vale appena di ricordare che il principio
secondo il quale gli effetti delle
sentenze di accoglimento di questa
Corte, alla stregua dell’art. 136 Cost. e
dell’art. 30 della legge n. 87 del 1953,
risalgono fino al momento di entrata in
vigore della norma annullata, principio
«che suole essere enunciato con il
ricorso alla formula della c.d.
“retroattività” di dette sentenze, vale
però soltanto per i rapporti tuttora
pendenti, con conseguente esclusione
di quelli esauriti, i quali rimangono
regolati dalla legge dichiarata invalida»
(sentenza n. 139 del 1984).
Le elezioni che si sono svolte in
applicazione anche delle norme
elettorali dichiarate costituzionalmente
illegittime costituiscono, in definitiva, e
con ogni evidenza, un fatto concluso,
posto che il processo di composizione
delle Camere si compie con la
proclamazione degli eletti.
Del pari, non sono riguardati gli atti
che le Camere adotteranno prima che
si svolgano nuove consultazioni
elettorali.
Rileva nella specie il principio
fondamentale della continuità dello
Stato, che non è un’astrazione e dunque
si realizza in concreto attraverso la
continuità in particolare dei suoi organi
costituzionali: di tutti gli organi
costituzionali, a cominciare dal
Parlamento. È pertanto fuori di ogni
ragionevole dubbio - è appena il caso
di ribadirlo - che nessuna incidenza è
in grado di spiegare la presente
decisione neppure con riferimento agli
atti che le Camere adotteranno prima
di nuove consultazioni elettorali: le
Camere sono organi costituzionalmente
necessari e indefettibili e non possono
in alcun momento cessare di esistere o
perdere la capacità di deliberare. Tanto
ciò è vero che, proprio al fine di
assicurare la continuità dello Stato, è la
stessa Costituzione a prevedere, ad
esempio, a seguito delle elezioni, la
prorogatio dei poteri delle Camere
precedenti «finché non siano riunite le
nuove Camere».
Detta motivazione, nella
conclusione non contestabile, rende
palese il fine di salvaguardare
l’esistenza dell’organo-Parlamento, e di
quelli dallo stesso “dipendenti”, dagli
effetti che da una sentenza
sull’invalidità della composizione delle
camere, potevano (logicamente) trarsi.
aprile 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
Ossia, dal principio - generalissimo della nullità derivata, ripetuto da
millenni: quod nullum est nullum
producit effectum (quindi, soprattutto
quello di porre in essere - sulla base di
quello nullo - altri atti validi); quod non
est confirmari nequit; e nel diritto
vigente richiamando in tanti testi
vigenti (v. tra gli altri, art. 604, IV
comma c.p.p.; art. 159 c.p.c.; art. 829
c.p.c.) e in ancor più numerose
pronunce giudiziarie.1
La nullità derivata si applica - in
linea generale - anche per gli atti
formati da organi (o uffici) non
validamente costituiti (v. Cass. pen.,
26/04/1989).
Ne consegue, a voler applicare
detto principio (generalissimo)
le Camere invalidamente elette e
altrettanto invalidamente composte
(ma tranquillamente agenti) avrebbero
dovuto essere rispedite a casa,
convocando nuove elezioni.
La Corte ha cercato in tutti i modi
di evitare la conseguenza (ovvia) della
propria decisione ricorrendo a delle
giustificazioni legali poco plausibili, e a
una (non legale) sicuramente
condivisibile.
Appartiene al novero delle prime il
richiamo ai “rapporti esauriti” per la
compiuta chiusura del procedimento
elettorale, onde sarebbero
salvaguardati gli atti successivi delle
camere illegalmente elette e composte.
In breve: un procedimento di elezione o nomina - illegale dell’organo
concluso rende legali (meglio
inoppugnabili) gli atti dello stesso,
proprio perché concluso.
Tutto il contrario di quanto emerge
dal diritto passato, vigente (e vivente).
È corretto, viceversa, il richiamo al
“principio fondamentale della
continuità dello Stato, che non è
un’astrazione e dunque si realizza in
concreto attraverso la continuità in
particolare dei suoi organi
costituzionali”.
Perché è condivisibile, cosa ne
consegue e dove porta? Anche
considerando la dottrina
costituzionale?
Una delle difese più appassionate
di quel principio - decisiva per la storia
europea successiva2 - la fece Bismark
in un famoso discorso alla dieta
prussiana. Diceva il cancelliere che:
«uno statista, assai esperto in materia
di costituzione, ha detto che l’intera
vita costituzionale è sempre una serie
di compromessi» se il compromesso
non si trova «allora s’interrompe la
serie dei compromessi e al loro posto
nascono i conflitti, e i conflitti, visto
che la vita dello Stato non può mai
arrestarsi, diventano questioni di forza;
chi ha la forza nelle mani tira innanzi
per suo conto, perché appunto la vita
43
dello Stato non può mai arrestarsi
neppur un istante». E dopo aver
esaminato le varie posizioni e ammesso
che nella Costituzione vi fosse una
lacuna (relativa all’approvazione del
bilancio dello Stato) così si esprimeva:
«non terrò più a lungo dietro queste
teorie: basta a me la necessità che lo
Stato esiste e che nella visione più
pessimista esso non può lasciar
accadere quello che si verificherebbe
quel giorno che le pubbliche casse
fossero chiuse. La necessità sola è
quella che decide; di questa necessità
abbiamo tenuto conto, e voi stessi non
pretendereste certo che il pagamento
delle rendite fosse sospeso e che non
corrispondessimo agli impiegati i lor
stipendi». E conclude sul punto: «che il
presente stato delle cose sia contrario
alla Costituzione lo contesto nel modo
più formale adesso come prima».3
Ma non è men vero che quanto
sostenuto da Bismarck in tale discorso
sia condiviso dalla migliore dottrina del
diritto a cominciare da Santi Romano,
per il quale la necessità è fonte di
diritto, superiore alla legge,4 o nelle
pagine di Heller;5 ed è conseguente
all’affermazione di Sieyés che «la
Nazione è tutto quel che può essere
per il solo fatto d’esistere», per cui
finché esiste non può essere privata,
dal governo costituito, della propria
capacità d’azione ed esistenza politica,
per sentenza.6
Tuttavia, ancorché condivisibile, tale
assunto della Corte non è legale: è
costituzionale ma non legale.
Non è legale per i motivi esternati
dalla Corte nella sentenza: urta contro
quanto si può desumere dagli articoli
ivi citati della Costituzione. Non è
44
neanche costituzionale nel senso più
diffuso, della costituzione c.d. formale
(cioè quello preferito dai normativisti),
per la medesima ragione. Ne consegue
che la Corte ha fatto uso, (punto 7.0
della motivazione della sentenza) non
di quel concetto di costituzione, ma di
un altro. A prescindere, per detto
concetto, dall’ovvio richiamo a
Schmitt,7 si può ricorrere - per chiarirlo
- alla concezione di Lavagna di
costituzione in senso sostanziale,
sinonimo di ordinamento
costituzionale.8 Precisandolo
ulteriormente e sotto il profilo
funzionale, la costituzione “necessaria”
o “essenziale”, è la forma qui dat esse
rei, quella che rende possibile l’azione e
l’esistenza politica della comunità e
dell’istituzione.
Per cui la parte della Costituzione
che consente quelle non è “annullabile”
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2014
per sentenza - o meglio la sentenza
non si applica perché non si può
annullare per decisione giudiziaria (anzi
a ben vedere neppure giuridica) uno
Stato.9
Una norma (statale) vige perché è
voluta e emanata da uno Stato il quale
“non è un astrazione e si realizza in
concreto”: senza quel realizzarsi in
concreto, non c’è nessuna norma che
possa “vigere” ovvero che sia (più o
meno efficacemente) applicata e la cui
esecuzione possa dai cittadini essere
pretesa allo Stato.
La conseguenza delle affermazioni
della Corte non si limitano a quanto
sopra. C’è da aggiungere che non c’è
scritto in alcun luogo della
Costituzione formale che occorre far
salvo “il principio fondamentale della
continuità dello Stato”. È appena il caso
di accennare che la Costituzione parla
di principi (v. artt. 1-13); ancor più i
costituzionalisti (sia vetero che neo)
che trovano conforto nel fatto che la
scriptura della costituzione chiarisca
quali sono i principi (anche se quelli
scritti non esaurirebbero la “classeprincipi”); ma nessuna norma
scritta,neanche estendendone il
significato a dismisura,prevede il
principio fatto proprio della Corte, per
non applicare (o meglio applicare a
metà) la propria sentenza.
Il che pone il problema se non
avesse ragione de Maistre allorché
scriveva che ciò che «c’è di più
essenziale, più intrinsecamente
costituzionale e di veramente
fondamentale non è mai scritto e
neppure potrebbe esserlo senza
mettere in pericolo lo Stato».10 In effetti
la pronuncia in esame conferma la
giustezza della tesi del pensatore
aprile 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
controrivoluzionario.
Concezione che sia prima che dopo
de Maistre è stata condivisa da
pensatori politici e giuristi non
foss’altro perché, prima delle
rivoluzioni francese e americana quasi
tutte le costituzioni non erano scritte
né formulate in atti appositi e organici;
dopo, anche se poche, ve ne sono state
(di non scritte); ma nessuno l’ha
formulata con la radicalità del
pensatore sabaudo.11
Il tutto pone un altro problema: se
è vero che la Costituzione non scritta
esiste e prevale - spesso - su quella
scritta - che valore può avere limitare
alla costituzione formale e alle di essa
norme, valori, principi il carattere
costituzionale?12
Mortati scriveva che: «la pretesa di
NOTE
45
esaurire nella Costituzione scritta
l’intero sistema si è rivelata sempre più
illusoria».13 E in ciò si può sintetizzare il
“nocciolo duro” di quanto espresso da
tanti, che fondano la Costituzione
scritta su elementi non scritti e
neppure giuridici, nel senso - tra l’altro
- di fondare il diritto senza essere
giuridici (e normativi) né (in larga
misura) giustiziabili (Justiciables). Quel
che parimenti interessa è che proprio
tali elementi e presupposti non scritti
sono quelli squisitamente costituzionali
nel senso di co-stituire (cioè tenere
insieme in modo stabile e ordinato)
una comunità politica.14
Ma proprio per questo il contributo
che la Costituzione scritta può dare
all’ordinamento costituzionale è
secondario. Tanto per fare un esempio
quasi tutte le costituzioni moderne
sono frutto di una decisione deliberata,
la quale presuppone l’esistenza sia
della comunità politica che del potere
costituente. E l’uno e l’altro non sono
“modificabili” attraverso una procedura
giuridica perché sono essi a costituire
le condizioni minime perché una
costituzione (qui atto del potere
costituente) esista e abbia validità; con
l’ulteriore conseguenza che ogni norma
costituzionale e in generale la
costituzione stessa debbano
interpretarsi nel senso di presupporre
l’esistenza della comunità politica e del
potere costituente. Interpretare o
applicare le norme costituzionali in
senso contrario a detti presupposti
costituirebbe un colpo di Stato. Che se
è tale, ha bisogno del sostegno di
plicare l’imprescindibile esigenza di agire
re costituente deciso l’esistenza di quelli
v. Cass. civ., sez. I, 28/07/2006, n.
secondo nuove norme da essa determinate
costituiti questi dipendono dalla volontà
17247; Cass. civ., sez. trib. 08/02/2006, n.
e, in questo senso, come dice un altro co-
nazionale.s
2798; C. conti, sez. I giur. centr. app.,
mune aforisma, la necessità fa legge. In
03/09/2004, n. 303/A; C. Stato, sez. V,
ogni caso, «salus rei publicae suprema lex»,
17/09/1996, n. 1141; C. Stato, sez. IV,
Diritto costituzionale generale, Milano,
03/07/1986, n. 458; e pluribus.
1947, p. 92.
1
Verfassungslehre, trad it. di A.
Caracciolo, Milano, 1984, pp. 15 ss.
8
Lavagna sosteneva che «del contenu-
to generale degli ordinamenti costituzio-
Tra l’altro ricordiamo «Di fatto, l’unità
nali, si devono distinguere parti necessarie
la determinazione che Bismark dimostra in
statale non ci è data né come unità organi-
ed eventuali. Le prime saranno rappresen-
quel discorso derivò la riunificazione della
ca, né come unità frutto di una finzione, ma
tate dalla materie necessariamente, ancor-
Germania, fatto del quale - ancora recente-
come un tipo particolare di unità di azione
ché implicitamente regolare, acciocché
mente - molti non risultano entusiasti, a
umana organizzata: la legge dell’organiz-
uno Stato esista. Le seconde dalle materie
cominciare da un politico fine come il de-
zazione è la legge fondamentale della for-
che, in seno alle prime o anche al di fuori di
funto Andreotti.
mazione dello Stato. La sua unità è l’unità
esse, risultino volta a volta disciplinate ed
2
Qualcuno scriverebbe purtroppo; dal-
7
5
3
V. discorso del 27-01-1863.
reale di una struttura d’azione la cui esi-
assorbite nel sistema, secondo criteri ma-
4
La necessità è fonte autonoma del di-
stenza viene resa possibile nella forma del-
teriali o formali», v. Diritto costituzionale,
ritto, superiore alla legge. Essa può impli-
l’interazione umana, tramite l’agire di spe-
Milano, 1957 p. 166; di seguito scrive che:
care la materiale ed assoluta impossibilità
cifici organi consapevolmente indirizzato
«Secondo una opinione assai diffusa e, pos-
di applicare, in certe condizioni, le leggi vi-
alla formazione effettiva dell’unità», v.
siamo dire classica, il diritto costituzionale
genti e, in questo senso, può dirsi che «ne-
Dottrina dello Stato, Napoli, 1988, p. 355.
è, dal punto di vista sostanziale, quella par-
cessitas non habet legem». Può anche ap-
6
A cui corrisponde che, avendo il pote-
te dell’ordinamento giuridico statale che
46
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2014
frazioni organizzate, anche
dell’opinione pubblica; se è altro,
diventa inefficace, fonte solo di
confusione e decomposizione.
D’altro canto l’affermazione della
Corte conferma altre due circostanze
presupposte. La prima l’applicazione del
principio di Spinoza che ogni cosa
esistente “quantum in se est, in suo esse
perseverare conatur”.
Il che comporta che l’esistente
prevale sul normativo; e questo vale in
quanto e se non in contrasto con
quello.
La costituzione è insieme
l’istituzione e regolazione dei poteri di
governo e la garanzia dell’esistenza
politica e dell’azione della comunità (e
dell’istituzione in cui è organizzata).
Uno degli aspetti (e finalità) della quale
è la durata (cioè - anche - la
continuità), come scriveva Hauriou e
come, analizzando il principio del
“conatus” scriveva Spinoza.15
L’altro, che il politico è decisivo
rispetto al giuridico: il che non è altro
che una specificazione della prevalenza
dell’esistente sul normativo. Anche
questa ripetuto da tanti che non è il
caso d’insistervi, dati i limiti di questa
nota.
Piuttosto c’è da chiedersi che ruolo
nella comprensione ed elaborazione di
una teoria costituzionale, abbia quanto
ripetuto da cori di giuristi in questo
secondo dopoguerra, cioè norme,
valori, principi (questi intesi in senso
normativo e non di forma politica). La
risposta è ovvia e confermata, tra
l’altro, da questa sentenza: contingente
e secondario.
Contingente perché necessario
affinché una comunità esista ed esista
politicamente è che vi siano organi in
grado di assicurare l’esistenza e l’azione
politica: che questi poi debbano fare
questo o quell’altro, applicare questa
regola o quel valore è contingente,
purché non incide sull’esistenza ma,
semmai, sul modo di questa. E così è
secondario, perché non concerne
l’essenza e l’ “idea direttiva”
dell’istituzione comunitaria, ossia ciò
che “dat esse rei” ma solo
l’accidentalità del tipo e modi scelti per
la convivenza in comune in un dato
momento storico.
riguarda
l’organizzazione dei poteri
véritablement fondamental, n’est jamais
zioni borghesi; mentre De Maistre conside-
sovrani; vale a dire del governo in senso la-
écrit, et même ne saurait l’être, sans exposer
rava la propria concezione valida per tutte
to», op. loc. cit. (i corsivi sono nostri).
l’état» Des constitutions politiques, Paris,
le costituzioni.
La fantasia giuridica si può esercitare a
s.d., De Maistre fa quest’affermazione nel
immaginare che uno Stato possa essere “an-
noto contesto della «storicità» anzi della
distinzione tra materia costituzionale e co-
nullato” da un Giudice, magari se non “inter-
«provvidenzialità» degli ordinamenti, criti-
stituzione formale, che è un problema a la-
no”, da una Corte internazionale. Ma simili
cando con l’affermazione di Thomas Payne
tere.
fantasie, anche se consacrate in documenti
che una costituzione non esiste se non la si
hanno, nella realtà, solo il carattere del “pez-
può mettere in tasca. E invece esiste eccome.
9
zo di carta” apposto su decisioni politiche
11
Neppure il bolscevismo (nascente) al
12
13
Questo senza voler introdurre la nota
v. C. Mortati voce Costituzione in
Enciclopedia del diritto, vol. XI, p. 181.
14
Di solito poi scrittura e “giudiziabili-
prese prima e altrove, come le condanne dei
potere, che accusava d’ipocrisia la redazio-
tà” crescono se dai “piani alti” dell’ordina-
vinti da parte delle Corti internazionali sono
ne in forma scritta delle costituzioni bor-
mento si va verso quelli “bassi”.
solo il suggello (neanche necessario, anzi nel
ghesi. «Da questo punto di vista bisogna
diritto internazionale Westphaliano escluso)
sempre distinguere in un regime borghese
ciascuna cosa tende a perseverare nel pro-
di sconfitte militari e decomposizioni politi-
la Costituzione scritta dalla non scritta,
prio essere, non implica alcun tempo finito
che. Sul carattere dei “pezzi di carta” e sul
cioè un “foglio di carta” col nome di
ma indefinito» (v. Ethica, cit. p. 39, prop.
rapporto tra questi e l’ordinamento costitu-
Costituzione dal reale rapporto delle forze
VIII). Lo stesso pensava - tra gli altri -
zionale v. il notissimo saggio di F. Vassalle
sociali d’un dato paese» così (v. P. Stutcka,
Miglio per le sintesi politiche (cioè in epoca
Über Verfassungswesen, trad. it. di C. Forte
La costituzione della R.S.F.S.R. in domande e
moderna essenzialmente gli Stati). In effet-
in Behemoth n. 20, p. 5 ss.
15
Il quale scriveva: «Lo sforzo con cui
risposte, Milano, 1920), è stato così conse-
ti Stati a “tempo determinato” o sottoposti
«Que ce qu’il y a de plus essentiel, de
quenziale. Non foss’altro perché limitava
a condizioni, termine o modo come con-
plus intrinsèquement constitutionnel et de
l’ipocrisia della forma scritta alle costitu-
tratti, non ve n’è.
10
aprile 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
47
L’INTERVISTA DEL MESE
LA CINA, L’ULTIMA SFIDA
DELL’EUROPA
Geopolitica e futuro dell’Occidente
secondo Alessandro Grossato
di luigi sgroi
rofessore, ci siamo lasciati lo
scorso mese accennando al
ritorno dell’Oriente, nella
fattispecie laa Cina, nelle questioni
economiche dell’Europa. Perché si parla
di “ritorno”?
Perché nel passato la Cina è già stata
e per diversi secoli, all’incirca dal 1100
fino al 1800, la principale protagonista,
sia sul piano tecnologico che economico.
Nella retrospettiva storica dell’economia
mondiale tracciata da John M. Hobson in
The Eastern Origins of Western
Civilisation, il libro uscito per i tipi della
Cambridge University Press nel 2004, è
stata raccolta una notevole quantità di
dati a conferma di questo semplice dato
di fatto, che troppi ancora preferiscono
ignorare.
P
In questo senso mi sembra che si
voglia recuperare una somiglianza
culturale e forse religiosa che sembra
sussistere daa sempre tra il mondo
orientale e la realtà europea. È questa
somiglianza che fa dell’Eurasia
un “issola-mondo”?
L’identità culturale comune e
profonda dell’Eurasia appartiene ormai
al passato. Come ha posto in evidenza
Samuel Huntington, l’Occidente,
l’Europa, da quasi mezzo millennio ha
scelto di percorrere per gradi un’altra
strada, e si pone quindi su di una
posizione di forte dissimiglianza
rispetto all’Oriente. Soprattutto, a
partire dal 1648, per quanto riguarda il
legame fondamentale fra religione e
politica.
Quale sarà, secondo lei, la posizione
che prenderà la Chiesa cattolica in vista
di questo “ricollegamento”?
Una delle prime mosse di Papa
Francesco è stata quella di indicare
chiaramente la Cina come uno degli
interlocutori più importanti della
Chiesa. Innanzitutto con la nomina, a
fine agosto dell’anno scorso, di
lessandro Grossato
(Padova, 1955), storico
delle religioni e geopolitico,
ha insegnato nelle Università di
Padova, Trieste, Gorizia, Perugia e
Trento. Attualmente insegna
Religioni non cristiane presso la
Facoltà Teologica del Triveneto a
Padova. É autore di numerosi saggi
e articoli scientifici ed è noto per il
suo ampio studio dedicato alle
tradizioni iconografiche e
simboliche dell’Eurasia. Membro
dell’ISMEO, ha partecipato alla
Missione archeologica italiana in
A
monsignor Pietro Parolin quale nuovo
Segretario di Stato. E quindi lo scorso
22 febbraio, con la nomina a prefetto di
Propaganda fide di Ferdinando Filoni, e
con l’elevazione a cardinali sia di Filoni
che di monsignor Ioannes Tong Hon,
l’attuale Arcivescovo di Hong Kong. Ma
la prospettiva di fondo della Chiesa
cattolica, nei riguardi della Cina, è pur
sempre e solo quella missionaria,
esattamente come più di sette secoli fa.
Il gesuita Padre Matteo Ricci resta
Nepal negli anni 1984-89. Ha
fondato e dirige assieme a
Francesco Zambon la Collana
Viridarium della Fondazione Giorgio
Cini di Venezia, e assieme a Carlo
Saccone i Quaderni di Studi IndoMediterranei dell’Università di
Bologna. Tra i suoi libri ricordiamo:
Navigatori e viaggiatori veneti sulla
rotta per l’India nella collana “Civiltà
veneziana” (Olschki, 1994), Il libro
dei simboli. Metamorfosi dell’umano
fra Oriente e Occidente (Mondadori,
1999) e Il mito della fenice in Oriente
e in Occidente (Marsilio, 2004).
48
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2014
E questo non ci condurrebbe per
na visione meno
forza ad un
“monoteistica” della politica italiana, in
favore di un maggior pluralismo o
localism
mo territoriale?
Come dicevo, il geopolitico si limita
a porre in evidenza le linee di frattura
che caratterizzano una data area
geografica, in questo caso l’Italia. Ed è
evidente che le due faglie più rilevanti
sono quelle che tendono a distaccare
sempre più marcatamente il nord e il
sud dell’Italia dal suo centro.
dunque una grande e nobile eccezione.
Questo fatto epocale sembra
destinato a lasciare una traccia
importante nella futura geopolitica
euuropea. È così?
La Cina è una realtà rispetto alla
quale i principali Paesi europei,
ciascuno a suo modo, hanno già preso
da tempo posizione. In particolare
Francia e Germania, soprattutto
quest’ultima, sviluppando un
importante interscambio economico
con Pechino. Quello che manca, ma
non è una novità, è un soggetto
geopolitico e geoeconomico europeo
veramente unitario, che sia in grado di
decidere e parlare ai Cinesi, come ad
altri, con una mente e una voce sola.
Proviamo ad avvicinarci alla realtà
italiana. Quale sarà, da un punto di
vista geoppolitico, l’effetto di questa
nuova irruzione da Oriente sulla nostra
realtà socio culturale, anche in
considerazione di quello che abbiamo
detto sulla Chiesa cattolica?
Fra tutti i Paesi europei, l’Italia è
quello che si è reso conto più in ritardo
di tutti della nuova realtà cinese, senza
riuscire a sviluppare in modo
approfondito e coerente né solidi
rapporti economici, né importanti
sviluppi sul piano del dialogo
interculturale, salvo poche lodevoli
iniziative del tutto secondarie. Si è
persa così un’occasione storica.
Lo studio della geopolitica non ci
consentirebbe un nuovo modo di
intendere la storia e la futura politica in
Italia, sfrondando le categorie ormai
obsolete di “destra “ e “sinistra”?
La geopolitica è una scienza
storico-geografica e non un’ideologia
politica. Si pone quindi
metodologicamente su di un piano di
totale indifferenza rispetto alle realtà,
anche politiche, di un dato paese. Si
limita a prenderne atto e a registrarle,
anche cartograficamente, con la
massima esattezza possibile, ponendo
in rilievo soprattutto le tensioni e i
potenziali conflitti.
Un’ultima domanda: quali sono, se
esistono, i rapporti tra la geopolitica e
la geografia sacra? Si può tentare un
timido accostamento? L’impressione è
che vi sia un rapporto quasi di
filiazione, essendo la prima una
geografia politica che ha espulso il
“sacro” e il “simbolo” dallaa
comprensione del mondo.
Al contrario, perché nella dottrina
geopolitica di Sir Halford John
Mackinder è fin troppo facile
riconoscere almeno due importanti
simboli e mitemi propri della geografia
sacra, che sono la nozione di “centro
del mondo” e la tendenza a
rappresentare tutte le terre emerse
come un’unica “isola mondo“,
circondata dall’Oceano. Mi sono chiesto
molte volte a quali fonti o da quali
testi, orientalistici o di storia delle
religioni, Mackinder possa aver tratto
più o meno direttamente ispirazione, e
l’unico indizio interessante mi sembra
la sua assidua frequentazione dei
Fabians, un movimento che manteneva
forti legami con la Theosophical Society
in England.
50
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2014
Punture di penna
Consigli intellettuali per
il vero Maître à penser
Ovvero: come furoreggiare nei salotti – parte sesta
LUIGI MASCHERONI
LETTERATURA EDIFI-
CANTE Se è edificante, non è
letteratura. Citare Oscar Wilde:
“I libri non sono morali o immorali. Sono scritti male o bene”.
Oppure, meno scontato, Anton
Cechov: “Il mio mestiere è descrive i ladri di cavalli, non ricordare che rubare cavalli è reato.
Quello spetta ai magistrati”.
PROGRESSO Ricordarsi
che, nell’arte, non ci sono progressi. Ed è questo che permette
ai capolavori di restare tali.
to una nuova tipologia di stronzo.
CRITICA LETTERARIA
Riceve la sua unica autorità dal
giornale su cui è scritta. Forse.
Sopra: Luigi Mascheroni. Nella pagina
accanto: Voltaire con Federico II di
Prussia al castello di Sans-Soucis, in un
quadro di Adolph Menzel (1815-1905)
“FATTE LE DEBITE
PROPORZIONI” Locuzione
da usare spesso nei giudizi: vi solleva da eccessive responsabilità.
Ad esempio: “La prosa di Margaret Mazzantini ricorda quella di
Virginia Woolf. Fate le debite
proporzioni…”
REGOLE Voi siete per la li-
FORMA Voi siete per il con-
NO E STUDIANO…” Diffidare. Gli intellettuali, del resto,
nel ‘48 dicevano che era meglio
stare con l’Urss di Stalin piuttosto che con De Gasperi e gli
Usa.
tenuto.
CONTENUTO Voi siete
per la forma.
BLOGGER Per voi, soltan-
bertà.
LIBERTA’ Voi siete per le
regole.
SE SI PARLA DI CINEMA Bleffare. Dire di adorare le
recensioni di Maria Rosa Mancuso sul Foglio. Che voi non avete
“generi” preferiti (anzi, non credete neppure nella differenza tra
generi). Che il cinema italiano
non è così brutto e quello americano non è così bello. Che a La
grande bellezza avete sempre preferito This Must Be The Place. E
per il resto, ricordarsi che le serie
televisive americane sono molto
più avanti di Hollywood.
“QUELLI CHE PENSA- OZPETEK, FERZAN Un
falso mito. Evitare.
SPIN DOCTOR Voi non
ne avete bisogno.
GOSTH WRITER Ci sono
aprile 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
51
politici e scrittori che li usano!
Voi no, naturalmente.
LA DOMENICA PERFETTA DI UN SINCERO
“DEMOCRAT” Al mattino
leggersi l’editoriale di Eugenio
Scalfari: approvare. Due passi
sotto casa, nel centro storico, riflettendo sul fatto che ha ragione
Al Gore: il capitalismo e l’industrializzazione selvaggia distruggeranno il pianeta. Far portare il
Suv a lavare. Scoprendo dai quotidiani che i sondaggi danno in
crescita Berlusconi, twittare tutto il proprio sdegno dicendo che
gli italiani se lo meritano un Paese così. Riordinare il vostro loft,
sparecchiando gli avanzi della
cena di ieri sera, buttando le bottiglie vuote di Canard-Duchêne e
i gusci delle ostriche d’Arcachon. Ricordarsi, più tardi, di
prendere dalla libreria Il trattato
sulla decrescita felice di Latouche
da prestare a quel fascista di
merda di vostro fratello, che così
impara un po’ come va il mondo.
Brunch frugale. Fumarsi una
canna. Nel pomeriggio, partita
su Sky, guardando schifato gli
striscioni razzisti. Twittare ancora tutta la vostra indignazione, marcando la differenza antropologica tra voi e quei selvaggi. Ah, cazzo: ricordarsi che domani dovete pagare quella
stronza della filippina, che se no
poi vi rompe i coglioni, negra di
merda. Comunque, i soldi o li
prende in nero o niente. Telefo-
nare al Cianci e alla Bea, per parlare delle vacanze di quest’estate, in quel bel casale in Umbria
che avete visto su Vanity Fair,
prima che poi non ci sia più posto. Scacciare il retropensiero
che la crisi non esiste, o comunque non per tutti. Pro memoria:
prima di sera parlare con vostro
figlio, sentire come va la scuola,
se è tutto ok… però che due palle, ‘sti giovani, certo che non
fanno un cazzo dalla mattina alla
sera, altro che “opportunità” e
“lavoro”, la verità è che sono degli sfigati, voi sì che alla loro
età... Citare una massima del filosofo Slavoj Zizek. Perché?
Boh… Guadare Che tempo che fa.
Che poi si esce a cena, e stanotte
all’una c’è la nuova puntata di
Uomini, donne e viceversa. Tanto
domani è lunedì e non avete un
cazzo da fare. Prima di addormentarsi, riprendere in mano i
romanzi di Dario Franceschini,
e accorgersi che tutto sommato
è vero: la sua prosa ricorda Borges, e Philip Roth, e anche Gabriel Garcia Marquez; e in fondo, a posteriori, anche i libri di
Walter Veltroni non erano per
nulla male. Renzi, invece, non vi
ha mai convinto. Piace troppo a
Berlusconi… Due puzzette, e
vaffanculo a tutti.
52
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2014
dare a letto presto, che lunedì si lavora. Addormentarsi con la segreta speranza che forse, questa volta,
con Renzi, ce la facciamo. Del resto, sotto sotto piace anche al Cavaliere… Due Avemaria, che non
si sa mai, e buonanotte a tutti.
Giovanni Paolo Pannini (1691–1765), Galleria di vedute di Roma antica, 1758,
Parigi, Louvre
LA DOMENICA PERFETTA DI UN OTTUSO
REAZIONARIO Alla mattina,
Santa Messa con tutta la famiglia,
che è sacra. Poi si sta a casa, visto
che c’è quel cazzo di blocco delle
auto. Lavare la macchina e riflettere sul fatto che l’ecologismo
fondamentalista è la vera minaccia del pianeta. Lettura di Libero o
del Giornale (a seconda di dove
scriva Feltri in quel momento).
Scoprendo dai quotidiani che i
sondaggi danno in crescita Berlusconi, tirare un sospiro di sollievo. Obbligare vostra moglie a pulire la casa: se serve, picchiarla.
Anche ripetutamente. Nel pomeriggio, andare allo stadio con
gli amici, in curva, bevendo birra
e ruttando. Esporre striscioni
omofobi e cantare inni razzisti.
Ah, cazzo: ricordarsi che domani
dovete pagare gli stipendi ai dipendenti della vostra fabbrichet-
ta. Cercare di fregare il fisco e la
Finanza, altrimenti Virzì e gli altri registi comunisti non possono
girare i loro film di merda. Imprecare contro lo Stato sanguisuga e
tassatore. Scacciare il retropensiero che la crisi è peggiorata dopo Berlusconi, altro che! Pro memoria: prima di sera parlare con
vostro figlio, sentire se va tutto
bene, perché saranno anche un
po’ viziati ‘sti ragazzi, ma bisogna
restituire loro un po’ di speranza,
in fondo sono la nostra più grande
risorsa. Comunque, tagliargli la
paghetta: impari un po’ ad arrangiarsi, ‘sto fancazzista. Telefonare alla mamma. Perché? Perché è
sempre la mamma. Guardare la
tv, soprattutto il programma di
Maria de Filippi, o le repliche di
Barbara D’Urso: i libri, a parte
Viaggio intorno alla mia di camera
di Xavier de Maistre, a voi non
hanno mai insegnato nulla. An-
BENI CULTURALI Se se
ne parla, dire subito con enfasi
che “L’Italia possiede un terzo del
patrimonio artistico del pianeta”.
E aggiungere con un sospiro:
“Purtroppo non lo si sfrutta abbastanza…”.
COSE CHE A DIRLE
NON SBAGLIA MAI “La crisi
non rende la cultura meno necessaria, la rende al contrario più indispensabile”. Oppure: “La cultura non è un lusso. È (alzando la voce)
una necessità!”. O anche: “La cultura è il futuro, è uno strumento di
emancipazione”. Ma soprattutto:
“La cultura non deve essere ridotta a uno scambio commerciale”.
Perché? Non si sa.
PAROLE SANTE “Mette-
te insieme due scrittori, un poeta
e tre giornalisti e avrete un’idea
di che cosa siano la meschinità, la
gelosia e l’invidia”. Soprattutto
l’invidia.
OVVIO Dire cose ovvie met-
te tutti d’accordo, e potendo dire
cose ovvie con competenza e sicurezza, dirne tantissime. Del resto, sull’ovvio si sente competente anche chi ascolta. È ovvio.
SE SOFFRI DI
STITICHEZZA
OCCASIONALE...
... PUOI SOFFRIRE ANCHE
DI GONFIORE ADDOMINALE
IN
N CASO DI STITICHEZZA OCCASIONALE
IN CASO DI ARIA NELLA PANCIA
AGISCE DALLA SERA
ALLA MATTINA
AZIONE RAPIDA
È un medicinale a base di bisacodile da assumersi se una dieta ricca
di acqua e fibre non è sufficiente. Non somministrare ai bambini
e alle donne in gravidanza senza consiglio del medico. Consultare
il medico se la frequenza di assunzione supera le 3-4 volte al mese.
Leggere attentamente il foglio illustrativo. Autorizzazione del 04/03/2014
È un dispositivo medico CE 0482. Leggere attentamente le avvertenze
e le istruzioni per l’uso. Autorizzazione del 28/02/2014
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la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2014
Milano segreta da scoprire
Un Kamasutra latino
al Castello Sforzesco
Il collezionismo delle spintrie, le tessere erotiche romane
CARLO SBURLATI
N
on sono medaglie, ma
neppure
monete.
Marziale in un suo famoso epigramma parla di «lasciva numismata», mentre in
tutto il mondo sono da alcuni
secoli conosciute come spintriae.
Intendiamo riferirci alle tessere
erotiche romane, su cui per
molto tempo tutti i maggiori
studiosi della monetazione romana hanno mantenuto un prudente riserbo.
Nel ‘600 e nel ‘700, anche
se piuttosto rare e quasi tutte in
cattivo stato di conservazione, si
erano formate alcune importanti collezioni di queste tessere
erotiche. Come quella dei Gonzaga, duchi di Mantova, passata
poi agli Estensi e quella del duca
d’Orlèans, cugino di re Luigi
XVI di Francia, trasmigrata per
le traversie dei Borboni nel boudoir di Caterina di Russia. Ultima famosa raccolta, quella dello
scrittore francese Roger Peyre-
fitte, segnalato all’Acqui Storia,
dispersa all’asta da Vinchon il 29
aprile 1974 insieme a molti altri
pezzi della sua chiacchieratissima collezione erotica.
Ricercati anche i volumi che
trattano delle spintrie. Pubblicata nel 1784, divenne subito introvabile ed è ormai una rarità bibliografica, la Description des principales pierres gravèes du Duc d’Orlèans, che enumerava gli splendidi esemplari erotici della collezione del cugino di Luigi XVI.
Il medagliere con
le spintrie del Castello
Sforzesco di Milano
non è aperto al pubblico.
Per visitare questa
collezione è necessario
prendere appuntamento
allo 02-88463771
La prima opera completa e
scientificamente valida risale al
1973 e si deve a T. V. Butrey: The
spintriae as a historical source. Un
buon testo è quello di Bono Simonetta e Renzo Riva, pubblicato nel 1981 in Svizzera presso
l’editore Chiesa con il titolo Le
Sopra a sinistra: Luigi Filippo
d’Orleans (1747-1793),
in un disegno del XIX secolo.
A destra: collezione di spintrie
aprile 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
tessere erotiche romane, mentre
nel 2000 è intervenuta su questo
argomento Luciana Jacobelli.
Cosa hanno di tanto scandaloso le spintrie? Non sono altro che dischetti di bronzo, ottone o piombo, del diametro di
poco più di due centimetri, come un’attuale moneta da 50
centesimi di Euro, che presentano sul recto, con impressionante realismo, alcune scene
erotiche.
Dall’esame dei circa 200
esemplari conosciuti, alcuni dei più belli sono
conservati nel Medagliere del Castello
Sforzesco di Milano,
mentre altri sono dispersi fra il British Museum di Londra, il Cabinet des Medailles di Parigi, lo Staatliche
Munzsammlung di
Monaco, il Kunsthistorisches Museum di
Vienna, il Museo Estense
55
di Modena e poche collezioni private, si possono classificare 15 scene erotiche diverse di
coito e fellatio (una
specie di Kamasutra illustrato). Pare (e conoscendo certe inclinazioni
della classicità la cosa
potrebbe essere credibile) che sul recto di alcune spintrie siano
raffigurati anche accoppiamenti omosessua-
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la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2014
Sopra: frontespizio del secondo tomo
dell’opera Description des principales
pierres gravées du Duc d’Orlèans (1784)
A sinistra: Luigi Filippo d’Orlèans,
in un ritratto d’autore ignoto (Parigi,
Museo Carnavalet)
li. Sul verso queste tessere erotiche sono più innocenti e presentano un numerale in cifre romane, dall’I al XVI, preceduto a
volte dalla A. Tale lettera sarebbe abbreviazione di asses. Il denario romano si divideva in 16
assi; sui versi delle spintrie questo numero non viene mai superato. Molto probabilmente questi dischetti servivano per remunerare le prestazioni delle prostitute o faciles emi puellae nei lupanari o come lasciapassare per
assistere a spettacoli licenziosi.
Come narrano Tacito e
Svetonio, veniva punito con una
pena severa chi entrava in una
casa di tolleranza pagando il dovuto con monete che recavano
l’effige di Augusto: era un delitto di lesa dignità imperiale. I
singoli lupanari, all’epoca di Tiberio e successivamente la stessa
zecca imperiale fino al 95 d.C.,
provvidero pertanto a realizzare
queste particolari tessere erotiche, che potevano essere comprate e riconvertite, dopo l’uso,
in moneta corrente.
Ottenuto il monopolio
della coniazione delle spintrie,
la cassa imperiale fu in grado di
tassare i proventi dei lupanari fino all’ultimo asse, esigendo il
dovuto al momento della riconversione in contante di quelle
tessere da parte degli amministratori dei frequentatissimi
bordelli romani.
aprile 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
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L’Altro Scaffale
L’occulto palese
e l’occulto “nascosto”
Piccole ma preziose proposte di collezionismo
ALBERTO CESARE AMBESI
D
a dove incominciare?
Ma dagli spettri, ovviamente, visto che, questa
volta, ci si occuperà dei tre mondi - diversi ma troppo spesso
confusi - del paranormale, dell’occulto e dell’esoterico. E per
non sbagliarsi si inizierà con segnalare il libro Fotografie di fantasmi, recante il seguente, impegnativo sottotitolo: «Contributo
sperimentale alla constatazione
dei fenomeni medianici con prefazione del dott. prof. Carlo Richet e numerose fotografie stampate dalle negative originali».
Autore dell’opera: il medico torinese Enrico Imoda (XIX sec.1912); editore: Fratelli Bocca,
nell’anno 1912. Prezzo del volume, 1250 euro, trattandosi di un
esemplare in buono stato e con
dorso ben restaurato. Le sue
principali caratteristiche editoriali: formato in 8° (258x180
mm), pp. 254, brossura editoriale a stampa e 49 vere fotografie
scattate dallo stesso Imoda e applicate nel testo (opera posta in
vendita dalla Galleria-Libreria
Sopra: frontespizio dell’opera di
Enrico Imoda, Fotografie di fantasmi,
con ritratto fotografico dell’autore
(Torino, Fratelli Bocca, 1892)
Antiquaria Giliber di Torino).
Il contenuto? Il contenuto
risulta per lo meno opinabile, risultando evidente che i presunti
ectoplasmi evocati della medium
Linda Gazzera (1890-19?) non
erano altro che grossolane mistificazioni realizzate con abbondante uso di garza, cotone, ritagli
fotografici e altro materiale. Soltanto stupisce (ma non troppo, a
ben riflettere) che cascarono in
quegli inganni non soltanto il
buon Imoda, ma altresì il fisiologo Charles Richet (1850-1935),
futuro Premio Nobel per la me-
dicina (1913), nonché lo psichiatra Cesare Lombroso (18351909), positivista di rigida osservanza. È dunque Fotografie di
fantasmi un testo di validità
scientifica pari al nulla? Certamente, ma tutt’altro che disutile,
quando si pensi che i trucchi della Gazzera erano già stati smascherati nel 1911 dallo psichiatra
Albert von Schrenck-Notzing
(1862-1929), pur riconoscendosi, per converso e sulla base di altre testimonianze, che Linda
Gazzera doveva tuttavia possedere qualche ricorrente dote di
sensitiva. Fumosità e contraddittorietà di risultati di cui è costellata tutta la storia dello spiritismo. In specie se imperniata nella rievocazione di presunti effetti
fisici.
Meglio allora rifarsi a due
storie occulte più concrete, così
come proposte, sempre dalla citata libreria torinese, con i volumi: Le Società Segrete in Toscana
nel I decennio dopo la Restaurazione. 1814-1824 di Anna (o Annina) Baretta (18?-19?) e la Politica
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la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2014
aprile 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
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Nella pagina accanto: Charles Richet
e Cesare Lombroso raffigurati
mentre assistono, nel 1892, a una
seduta della medium Eusapia
Palladino (disegno del 1895).
A destra: Giuseppe Mazzini
(incisione tratta dall’opera di Carlo
Gemelli, Ritratti dei Fratelli Bandiera
e loro compagni, Bologna, 1877)
segreta italiana (1863-1870) di
Diamilla Muller, ovvero Emilio
Demetrio (1826-1908); opere
uscite, rispettivamente, nel 1912
e nel 1891 e che meriterebbero
qualcosa di più di poche parole di
commento. Sia subito chiaro,
tuttavia, e in linea preliminare:
ambedue le monografie segnalate hanno avuto ristampe più o
meno recenti. Sarebbe perciò incauto parlarne come di libri rari,
preziosi. È però vero che il rispettivo valore cronistorico e bibliologico collima con i prezzi richiesti: 100 euro, per il volume
dedicato alle società segrete toscane (prima edizione) e 90 euro
per il testo, pur tuttavia più corposo, rievocativo della politica
occulta italiana nella seconda
metà del XIX secolo (seconda
edizione ampliata). Vi è poi da
aggiungersi che ognuna delle
biografie dei due autori appare
con caratteri sorprendenti, ma
per motivi alquanto dissimili. La
figura di Anna Baretta vi risulta
infatti evanescente, a causa della
distrazione dei posteri; sovrabbondante di dati, e anzi “picare-
sco” invece, il ritratto di Diamilla
Muller, ossia Demetrio Emilio.
In rapida sintesi: Anna Baretta fu
una studiosa molto attenta a sviscerare gli aspetti meno noti di
tutta la vita culturale e civile di
una nazione. Basti rammentare
che, nel 1918, uscirà con un testo
che avrà la seguente indicativa titolazione: Byron e i romantici: attraverso alle relazioni di un emissario segreto del governo toscano. Cosa
non fu invece, Demetrio Diamilla, a parte l’astuta ricerca di variare nome e cognome, a seconda
delle circostanze? Numismatico
di vaglia e ladro di medaglie pontificie, archeologo, ufficiale dell’esercito papalino e apprezzato
membro
dell’Osservatorio
Astronomico di Parigi, emissario
del governo sabaudo alla corte di
Napoleone III e nei contatti segreti con Giuseppe Mazzini, studioso della fisica terrestre, giornalista e memorialista, sia politico sia scientifico… e altro ancora,
Demetrio Diamilla, insomma, è
personaggio che potrebbe facilmente ispirare un serial televisivo o inserirsi in un’avvincente
storia dei protagonisti occulti del
nostro Risorgimento.
Tornando ai libri, in particolare al saggio di Anna Baretta,
si rammenta che si tratta di un testo di pp. VIII, 175, recante la valida prefazione dello scrittore e
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la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2014
aprile 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
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A sinistra: Joseph Siffred Duplessis
(1725-1802), Christoph Willibald
Gluck (1775), Vienna,
Kunsthistorisches Museum.
A destra: Alexandre Cabanel
(1823-1889), Ritratto di Napoleone III,
Museo del Secondo Impero,
Compiègne
uomo politico Giovanni Faldella
(1846-1928), senatore del Regno. In secondo luogo, che si
tratta di un’opera arricchita da
una nutrita appendice d’importanti documenti fino a quel momento (il 1912) del tutto ignoti.
Nello specifico, inoltre, si segnala che si tratta di un volume in 8°,
in barbe, con la legatura editoriale della Unione Tipografico Editrice Torinese e che ha, come difetti, una gora e talune, insignificanti, ingialliture alla brossura. Il
libro di Diamilla Muller è anch’esso in 8°, ma presenta più accattivanti caratteristiche: pp.
(2),V, 454 (4), legatura coeva in
mezza pelle con titoli e filetti in
oro, nonché piatti marmorizzati.
Esemplare dunque pressoché
perfetto.
Su un più vicino versante
cronologico, avendo per punti di
riferimento gli anni 1968, 1998 e
2003, si incontrano invece una
terna di tre opere che si prestano
a riflessioni e problemi, sia illuministici, in senso lato, sia esoterici, con gran dispetto degli estremisti dell’uno e del’altro orientamento. Offre la possibilità di ab-
bozzare siffatte considerazioni lo
Studio Bibliografico Pera di Lucca, con tre libri. A cominciare dal
volume, squisitamente filosofico,
Allegoria. Teoria di un modo simbolico di Angus Fletcher, critico letterario e storico della letteratura:
un autore, peraltro, con variegati
interessi culturali e che sembra
richiedere al lettore la capacità
d’immergersi con disinvoltura
nel cuore di diverse discipline.
Opera in 8°, di 640 pagine e di un
buon numero di illustrazioni (32
tavole nel testo), quest’opera
venne pubblicato in versione italiana (traduttrice Roberta Rambelli) da Lerici Editore di Roma.
Prezzo di copertina di allora:
5000 lire. Oggi il suo, ragionevole costo è di 65 euro, trattandosi,
nel caso particolare, di un esemplare con qualche abrasione alla
sovracoperta.
È invece in perfetto stato il
volume I Fratelli di Orfeo. Gluck e
il teatro musicale massonico tra
Vienna e Parigi stampato a Firenze da Olschki Editore e racchiudente, in una brossura in 8°, un
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la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2014
Charles Richet ritratto nel suo studio (1910 circa)
avvincente studio di pp. 16, 370,
con 21 illustrazioni fuori testo.
Autore, Gerardo Tocchini, studioso della storia delle civiltà e
con pari approfondimenti nell’ambito musicologico e nell’alveo dell’iconologia. Originale
assunto dell’opera: la dimostrazione di quanto erano stati operanti taluni fattori simbologici,
specificatamente massonici, nell’ispirare la riforma melodrammaturgica gluckiana. Il che, sia
permesso di rilevare, appare tanto più sorprendente, di primo acchito, in quanto non sussiste la
certezza che l’autore di Orfeo ed
Eridice sia stato un iniziato alla
Libera Muratoria. Ciò non
escluderebbe, d’altro canto, che
possa essere stato addentro, in
via confidenziale, a certa, riservata filosofia, essendo uomo e
compositore di non comune cultura. Posta in vendita al conveniente costo di 47 euro, la monografia di Tocchini è un testo che
dovrà essere quanto prima ripreso in esame, onde si possa riaffrontare l’enigma della Ars Magna (e/o “ragione critica”) che
collegherebbe musica, architettura e matematica.
Un mondo diverso, anzi antitetico, e tuttavia misterioso, è
invece rievocato dalla studiosa
Maria Augusta Morelli Timpanaro con la analitica monografia,
in due tomi, di complessive 944
pagine, dedicata al tema: Tommaso Crudeli. Poppi (1702-1745),
Contributo per uno studio sulla Inquisizione a Firenze nella prima
metà secolo XVIII. Opera veramente basilare, per quanto concerne l’argomento indicato nel
titolo, ma che conduce il lettore
ad una morta stagione culturale,
quando all’irrigidimento dottrinale della Chiesa si contrapponeva una proto-massoneria, per
lo più libertina, nell’accezione
settecentesca del termine, quando non era animata, per avverso,
aprile 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
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Scuola di Giulio Romano, Orfeo ed Euridice, XVI sec., collezione privata
da una tollerante fede cristiana
sovraconfessionale. Perciò non
stupisce che il poeta e scrittore
Crudeli potesse essere accolto
volentieri, nel 1735, nella loggia
massonica della comunità inglese di Firenze, malgrado coltivasse un orientamento culturale
che coniugava, con soverchia
disinvoltura, illuminismo e materialismo. Fattori che indurranno la Santa Inquisizione a
reagire con mano pesante, tanto
da imprigionare nel 1739 il nostro spregiudicato scrittore,
scorgendo nella di lui attività
letteraria la reiterazione di atti
volutamente empi. Carcerazio-
ne che, per la verità, durerà soltanto sedici mesi, ma che minerà
la fragile salute di Tommaso
INDIRIZZO E RECAPITI
GALLERIA - LIBRERIA
ANTIQUARIA GILIBERT
Galleria Subalpina, 17
10123 Torino
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Corte del Biancone, 5
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Tel. 0583.955824
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Crudeli in maniera fatale. Si spegnerà difatti quattro anni dopo,
consunto dalla tisi, dopo aver
dettato la maggior parte delle
sue opere di prosa e poetiche, fra
cui lo “scandaloso” e noto opuscolo, L’arte di piacere alle donne
ed alle amabili compagnie, sulla cui
integrale autenticità sono stati di
recente avanzati alcuni dubbi.
Naturalmente, i due tomi in 8°
(cm. 24x17) di Maria Augusta
Morelli Timpanaro, raccontano
tutto ciò e molto altro ancora.
Sono arricchiti da una pertinente serie di 20 tavole fuori testo e
offerti - con le originali brossure
editoriali- a 94 euro.
aprile 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
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Filosofia delle parole e delle cose
La paura della scelta:
«Così è deciso»
Decidere per stabilire, stabilire per vivere
DANIELE GIGLI
E
ci si trova così, come
tutte le mattine, a traversare il giorno, il dare
e il prendere, il fare e il rendere.
Con la strada – la nostra, solo
nostra, inevitabile e pur sempre
sospettata – che tante volte si fa
fragile tra le buche e i rattoppi,
la banchina cedevole, gli svincoli chiusi, quelli mal segnalati.
Tanto che sembra atroce, a volte, questo cammino, questa linea in fondo retta da percorrere, ma così sgorbia all’apparenza
dei giorni, così circonvoluta...
«What might have been is an
abstraction/ Remaining a perpetual possibility/ Only in a
world of speculation», ci dice
Eliot in Burnt Norton, e lo sentiamo tutto, il peso della scelta,
del non saper che fare, o di saperlo così bene da non potere
Arturo Martini (1889-1947),
Giustizia corporativa (1937),
Milano, Palazzo di Giustizia
comunque evitare che un tarlo
si insinui: «E se poi?». Perché
c’è sempre qualche cosa da decidere: la strada da imboccare, il
bar in cui pranzare, la camicia
da indossare. E decidere, ce lo
ricorda l’etimo, «toglie via» (decide) una possibilità, la relega
inesorabilmente nel novero del
«what might have been» eliotiano, di una «abstraction/ Remaining a perpetual possibility/
66
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2014
Mario Sironi (1885-1961), L’Italia tra le Arti e le Scienze (1935), Roma, Città Universitaria
Only in a world of speculation».1
È per questo che scegliere
ci fa così paura: perché scegliere obbliga (ob-ligare), costringe
(cum-stringere), evidenzia e
necèssita un legame oggettivo e
indissolubile con una realtà
oggettiva. E se la vita non è un
destino da intuire o percorrere,
se non è un cammino da un’origine verso un fine, come non
avere paura? Come non restare
atterriti a sguazzare nelle sabbie
mobili della non-decisione, cercando illusoriamente di tenere
salve tutte le vie senza in realtà
percorrerne alcuna? È impossibile, ed è come sempre il nostro
linguaggio a farci da spia delle
nostre percezioni.
Pensiamo alla stabilità, a
quella stabilità agognata in tanti
discorsi e rifuggita più o meno
programmaticamente in tanti
rapporti. Che cosa fonda la stabilità, se non la decisione?
Quando discutiamo lungamente sull’auto da acquistare, sulle
vacanze da prenotare, sull’organigramma aziendale, alla fine
stabiliamo qualcosa. «È stabilito» equivale a dire è deciso»:
decidere, cioè, equivale a rendere più certo e sicuro il cammino. E infatti chiunque conosce la sensazione di libertà e
NOTE
1
T.S. Eliot, Burnt Norton i, 6-8.
T.S. Eliot, Animula, 23; 26-28.
3
T.S. Eliot, The Waste Land, v. What
The Thunder Said, 402-403.
2
certezza che dà l’incamminarsi
su una strada; e quale disagio
ingeneri, invece, il non decidersi mai su nulla, il tentare di
tenere aperte tutte le porte e
controllare la realtà nell’illusione ansiogena di salvare la pelle.
È la nostra battaglia di
ogni giorno, questa tra il vivere
e il guardarsi vivere. Tra l’andare avanti come l’anima semplicetta di Eliot – accucciati «dietro l’Enciclopedia Britannica»,
incapaci «di avanzare o ritrarsi:/
temendo la calda realtà, il bene
offerto,/ negando l’importunità
del sangue»2 – o vivere alla
ricerca di quell’«istante di
abbandono/ che un’era di prudenza non potrà riprendersi» e
per cui potremo dirci che è
valsa la pena essere esistiti.3
aprile 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
67
Da l’Erasmo: pagine scelte
L’‘obbedisco’
del Gesuita proibito
Le ricerche e le teorie di frontiera di Theilhard de Chardin
SERGIO PAUTASSO
L
a perentoria affermazione: «Cristo non è cultura», con cui Carlo Bo rispose a Elio Vittorini, che aprì alla fine della Seconda guerra
mondiale le ostilità culturali, diede un senso spirituale e religioso
al nuovo clima democratico caratteristico di quegli anni di confronto della nuova realtà sociale.
La cultura fu allora il punto di
partenza per un rivolgimento che
prese con i successivi anni Sessanta del Novecento la sua connotazione da un’intensa battaglia
di idee e di confronti materiali e
spirituali all’interno e fra gli Stati. A cambiare le carte in tavola, fu
più la forza delle idee e la fede nel
pensiero che la spinta delle cose,
e ad esse si deve l’impulso decisivo verso la realtà che oggi ci circonda, qualunque essa sia.
L’impegno di una ricerca libera, senza prevenzioni né confiPadre Teilhard de Chardin, S.J.,
disegno al tratto, da una fotografia
degli anni Trenta, in Wikipedia
ni ideologici, fu condotta da figure di intellettuali, scienziati, religiosi, studiosi di scienze umane,
scrittori spesso sconosciuti, a
fianco di istituzioni, o in libertà
individuale.
Materialismo culturale di
derivazione scientifica e riflessione spirituale messi a fronte, sembravano offrire una visione del
mondo orientata verso una sorta
di generalizzazione degli elementi del sacro. Basti pensare
agli studi di Cesare Pavese sul
mito, e ai fermenti spirituali che
sollevò negli ambienti spirituali e
politici della rivista “Cultura e
realtà”. E anche tra i più agguerriti intellettuali cattolici italiani,
da Bo a Guido Piovene, da A.C.
Jemolo a don Mazzolari, e a
Giancarlo Vigorelli con Il gesuita
proibito (Milano, Il Saggiatore,
1962), si faceva sentire attraverso
il commento l’eco degli scritti
proibiti in Francia del padre gesuita Pierre Teilhard de Chardin.
Questa sensibilizzazione
sofferta, che si inseriva nello
scoppio del boom economico nel
nostro Paese, dava alla visione intellettuale che si profilava allora
all’orizzonte mondiale un diversificato punto di partenza, che ha
alimentato riflessioni più avanzate rispetto a concezioni interdisciplinari a cui pure avevano contribuito le non poche precedenti
scoperte scientifiche. Soprattutto si allargava criticamente la
prospettiva nei confronti della
tradizionale staticità conservatrice del conformismo delle ideologie della politica; ma anche inter-
68
veniva un apporto differenziato
della presenza religiosa nella società specie ecclesiale, dovuto al
Concilio Vaticano II. Il confronto fra ateismo e religione avviò un
dibattito da ‘battaglia delle idee’,
secondo una formula a quel tempo di moda, che ha contrassegnato l’attività intellettuale e sociale,
con una partecipazione egemonica della cultura marxista, dominante allora in ogni campo culturale, e che ha dato luogo a sua volta a posizioni di intransigente
settarismo; nello stesso tempo,
però, il confronto delle rispettive
opinioni ha anche suscitato il sorgere di diverse visioni e di altre
aspirazioni di ordine morale, religioso e sociale.
I fermenti erano estesi e non
tralasciavano alcun settore disciplinare di approfondimento.
Uno scienziato inglese, C.P.
Snow, affrontò proprio in quel
periodo il problema con un libello (si veda Le due culture, ed.
Marsilio, con interventi di Giuseppe O. Longo, Pierluigi Odifreddi, a cura di Alessandro Nanni), in cui metteva appunto a raffronto le due culture. Il discorso
di Snow, per quanto ineludibile
sotto l’aspetto della ricerca, era
parziale, perché non giungeva al
cuore dell’uomo in un mondo in
trasformazione, in cui il rapporto
fra scienza e fede si prospettava
verso un’apertura evoluzionista.
Il dubbio connesso al tema
della creazione e dell’evoluzione
è sempre circolato negli spiriti
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2014
ecclesiali, e nella stessa Chiesa il
contrasto fra conservatorismo
ortodosso e ricerca interpretativa
ha portato al limite dell’eresia.
Interprete esemplare di questa
condizione fu Teilhard, che recò
alla riflessione un contributo
controverso quanto originale,
ma ha anche sollevato severe censure curiali – solo in séguito attenuate con la conclusione del
Concilio: e se ne risentono oggi
le conseguenze nella ripresa di
un’apertura sul darwinismo, a cui
non era distante il cardinale Joseph Ratzinger, non ancora Benedetto XVI.
Teilhard (1881-1955), paleontologo, antropologo, insegnante all’Institut Catholique di
Parigi, percorse anch’egli la Cina
per scavi e ricerche sulle orme dei
suoi antichi confratelli (contribuendo fra l’altro alla scoperta
del Synanthropus Pekinensis).
Le conclusioni delle sue ricerche
e le sintesi delle sue idee furono
tratte in due opere clamorose: Le
phénomène humain (1955) e Le
milieu divin (1957). Soprattutto
nella prima, l’uomo (la visione
teilhardiana è sostanzialmente
antropocentrica) rimane alla base della creazione, la quale si
compie e si realizza evolvendosi
in una «evoluzione integrale» in
cui la materia si sviluppa ma puntando, in vari stadi sempre più
complessi, verso l’uomo, o meglio è dire «il fenomeno umano»,
verso la sua intelligenza e la sua
coscienza; passando – termini di-
venuti famosi – dalla ‘biosfera’
alla ‘noosfera’, e infine di lì puntando verso il ‘punto Omega’,
Dio e il mondo.
Il libro di Vigorelli, tra biografia spirituale e continuità di ricerca, sostenuto da una passione
anche personale, dalla dimensione religiosa e umana del personaggio, dall’ammirazione anche
letteraria dei testi di questi che fu
pure e forse al di sopra di tutto un
mistico e un poeta, fece scalpore
e fu un sasso vitale gettato nell’acqua. Faceva emergere l’umanizzazione dell’uomo in quella
positività che l’intolleranza circoscriveva all’ortodossia: e ciò
animava anche lo scrittore italiano. Il gesuita Teilhard non ha
mai rinunciato all’obbedienza
della Compagnia, sofferta ma
espressa in parole di straordinaria serenità, di memorabile umiltà e dignità nella lettera al Superiore generale. Di qui il dramma
dell’uomo e dello studioso tormentato da una contraddizione
interiore che Vigorelli trascrisse
nella profonda verità umana e religiosa senza prendere parte a una
disputa ecclesiale fra prelati ma
trasferendo la sua opera e i suoi
scritti sul piano intellettuale. Poiché per questo la visione di Teilhard era considerata pericolosa:
intaccava il rapporto fra religio e
scientia.
Tratto da L’Erasmo,
n.31, Luglio-Settembre 2006,
Lo splendore dei Gesuiti
70
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2014
BvS: il ristoro del buon lettore
Una nobile casa, fra I Castagni
Grande cucina nella campagna di Vigevano
GIANLUCA MONTINARO
U
na casa, in mezzo a un
giardino. Un prato,
«magnifico al sorgere
del sole». Eppoi fiori, alberi,
piante. Una rilassata atmosfera di
campagna. Come quella che regna a Casa Howard, la dimora
narrata da Edward M. Forster
nell’omonimo romanzo (libro
che la Biblioteca di via Senato
possiede nella prima edizione
Mondadori, stampata nel 1986).
Questo lo spirito che si respira a I
Castagni, raffinato ristorante
sperso nei dintorni della nobile
Vigevano. Uno spirito che, nell’insieme, sembra più appartenere al passato, a «case vecchie e
piccole, in mattoni rossi»: uno
spirito a disagio nel mondo moderno, fatto invece di «giovani e
automobili». Uno spirito saggio
e distante: eppure capace di suscitare animazione. Capace di
colpire proprio perché fuori dal
tempo. Non si discute a Casa
Howard, e neppure a I Castagni.
Non ce ne è bisogno. Basta lo spirito a tenere vivi «i mattoni e la
calcina». Enrico Gerli e sua moglie Luisa lo sanno. Tutti i giorni,
a I Castagni, la loro casa, circondati dal loro giardino, narrano la
loro storia. Senza parole, che
Ristorante I Castagni
Via Ottobiano, 8/20
Vigevano (Pv)
Tel. 0381/42860
«solo rendono indistinti i contorni delle cose note». Raccontano della Lomellina, sì. Raccontano delle loro tradizioni,
certo. Ma raccontano soprattutto di loro, e dello spirito, saggio e
distante, che abita i muri e pervade le stanze. Con sicura leggerezza, Enrico esprime una cucina neoclassica, introspettivamente nitida, tesa nella continua
ricerca di sensi più che di gusti, di
dimensioni più che di mondi, di
silenzi più che di suoni. La pallottina di storione ripiena di
gambero di fiume e guanciale di
maiale al vapore ne è l’esempio
più calzante: colpisce per sensa-
zioni, racchiude in un piatto lo
spirito dei tanti corsi d’acqua
dolce che solcano la vasta pianura. Terra - questa - di canali, e
quindi di riso. Ed Enrico infatti
propone un risotto Carnaroli allo zafferano, piatto impreziosito
da una divagazione mediterranea (scorza di limone, origano e
polvere di cappero). Per proseguire poi con i raviolini ripieni di
bottaggio d’oca con crema di
borlotti e scaloppa di fegato
grasso e con la coscia d’oca ripiena arrostita lentamente nel suo
grasso, con polenta, ciccioli e
purè di patate tartufate. Per il vino Luisa saprà donare i suoi consigli. Da una vasta cantina potrà
arrivare un grande rosso, o uno
straordinario bianco. Piatti
complessi quelli di Enrico, che
necessitano di un vino esoticamente profumato, pieno e minerale. Magari un grande Riesling
alsaziano. Magari la cuvée Frédéric Emile di Trimbach. Bottiglia straordinaria, per complessità e lunghezza. Intanto «il prato viene falciato di nuovo e i
grandi papaveri rossi si riaprono
nel giardino». L’aria «è tranquilla». Mentre lo spirito continua a
vivere a I Castagni…
aprile 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
HANNO
COLLABORATO
A QUESTO
NUMERO
71
ALBERTO C. AMBESI
Alberto Cesare Ambesi
(1931), scrittore e saggista,
ha insegnato storia dell’arte e
semiotica all’International
College of Sciences and Arts e
all’Istituto Europeo del Design. Fra le sue opere si ricordano qui: Oceanic Art (1970),
L’enigma dei Rosacroce
(1990), Atlantide e Le Società
esoteriche (1994), Il panteismo (2000), Scienze, Arti e Alchimia (riedizione ampliata e
rinnovata di un precedente
saggio, Hermatena, Riola,
2007) e le particolari monografie Nella luce di Mani
(2007) e Il Labirinto (2008). È
stato critico musicale del
quotidiano «L’Italia» e ha collaborato alle pagine culturali
de «La Stampa».
MARCO CIMMINO
Marco Cimmino (Bergamo, 1960). Storico, membro
della Società Italiana di Storia
Militare e socio accademico
del Gruppo Italiano Scrittori
di Montagna, si occupa prevalentemente di Grande
Guerra. Collaboratore Rai,
scrive su molte testate. Membro del comitato scientifico
del Festival Internazionale
della Storia di Gorizia, è uno
dei responsabili del progetto
èStoriabus. Tra i suoi saggi più
recenti: La conquista dell’Adamello (2009), Da Yalta
all’11 settembre (2010) e La
conquista del Sabotino
(2012), finalista al premio Acqui Storia 2013.
MASSIMO GATTA
Massimo Gatta (1959) ricopre l’incarico, dal 2001, di bibliotecario presso la Biblioteca
d’Ateneo dell’Università degli
Studi del Molise dove ha organizzato diverse mostre bibliografiche dedicate a editori,
editoria aziendale e aspetti
paratestuali del libro (ex libris).
Collabora alla pagina domenicale de «Il Sole 24 Ore» e al periodico «Charta». È direttore
editoriale della casa editrice
Biblohaus di Macerata specializzata in bibliografia, bibliofilia e “libri sui libri” (books about
books), e fa parte del comitato
direttivo del periodico «Cantieri». Numerose sono le sue pubblicazioni e i suoi articoli.
DANIELE GIGLI
Daniele Gigli (Torino,
1978) lavora nella conservazione dei beni culturali. Studioso di T.S. Eliot, ne ha curato alcune traduzioni, tra cui
quelle di The Hollow Men
(2010) e Ash-Wednesday, di
imminente uscita. Ha pubblicato le plaquette Fisiognomica (2003) e Presenze (2008) e
sta attualmente lavorando al
libro Fuoco unanime.
TEODORO KLITSCHE
DE LA GRANGE
Teodoro Klitsche de la
Grange (Roma 1948), giurista, avvocato, direttore del
trimestrale di cultura politica
«Behemoth».
Tra i suoi libri recenti: Il
salto di Rodi (1999), Il doppio
Stato (2001), Apologia della
cattiveria (2003), L’inferno
dell’intellettuale (2007), Intervista sullo Stato (2009).
Ora è in uscita Funzionarismo
(Liberilibri) anticipato su «la
Biblioteca di via Senato».
LUIGI MASCHERONI
Luigi Mascheroni ha lavorato per «Il Sole24 Ore», «Il Foglio»
e, dal 2001, per «il Giornale».
Scrive soprattutto di Cultura, Spettacoli e Costume.
Ha una cattedra di Teoria e
tecnica dell’informazione culturale all’Università Cattolica
di Milano.
Fra i suoi libri, il pamphlet
Manuale della cultura italiana
(2010) e Scegliere i libri è un’arte. Collezionarli una follia
(2012). Sta lavorando a un saggio sui plagi letterari e giornalistici. È fra i fondatori del blog
“Dcult” (difendere la cultura):
http://www.dcult.it/.
Dal 2011 ha un videoblog,
primo in Italia, di videorecensioni: http://blog.ilgiornale.it/mascheroni.
72
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2014
GIANLUCA MONTINARO
Gianluca Montinaro (Milano, 1979) è docente a contratto presso l’università IULM
di Milano. Storico delle idee, si
interessa ai rapporti fra pensiero politico e utopia legati alla nascita del mondo moderno.
Collabora alle pagine culturali
del quotidiano «il Giornale».
Fra le sue monografie si ricordano: Lettere di Guidobaldo
II della Rovere (2000); Il carteggio di Guidobaldo II della Rovere e Fabio Barignani (2006);
L’epistolario di Ludovico Agostini (2006); Fra Urbino e Firenze: politica e diplomazia nel
tramonto dei della Rovere
(2009); Ludovico Agostini, lettere inedite (2012); Martin Lutero (2013).
LUCA PIETRO NICOLETTI
Luca Pietro Nicoletti, storico dell’arte, si interessa di
arte e critica del Secondo Novecento in Italia e in Francia.
Ha pubblicato: Gualtieri di
San Lazzaro. Scritti e incontri
di un editore italiano a Parigi
(Macerata 2013).
LUCA PIVA
Luca Piva (Piove di Sacco,
1960), saggista e illustratore, si
interessa a temi e spunti della
tradizione figurativa e letteraria italiana, in particolare nelle
sue espressioni di ambito veneto, per lo più di periodo tardo. Nella sua bibliografia figurano due saggi pubblicati in
«Padova e il suo Territorio» (Invito allo studio del Cristo di Arzerello, 2010; Una triste visita
di Giovanni Comisso a Piove di
Sacco, 2011). Sta lavorando ora
a una raccolta di storie narrate
da architetture.
CARLO SBURLATI
Carlo Sburlati, chirurgo e
primario di Ostetricia e Ginecologia, oltre a numerose pubblicazioni e testi scientifici,
ventenne negli anni settanta,
ha scritto due libri cult su Codreanu e la Guardia di Ferro e
su Peron ed Evita, tradotti in
molte lingue. Collabora a quotidiani, rotocalchi ed enciclopedie con articoli e testi sul
collezionismo, l'arte, la moda,
la storia, la scienza ed il design.
Dal 2007 è responsabile esecutivo dei Premi Internazionali
Acqui Storia e Acqui Ambiente.
GIANCARLO PETRELLA
Giancarlo Petrella insegna
discipline del libro presso l’Università Cattolica di MilanoBrescia. Si occupa di letteratura geografico-antiquaria fra
Medioevo e Rinascimento
(L’officina del geografo. La Descrittione di tutta Italia di
Leandro Alberti e gli studi geografico-antiquari tra Quattro
e Cinquecento, 2004) e di storia del libro a stampa fra Quattro e Cinquecento in numerosi
articoli e monografie (fra cui
l’ultimo L’oro di Dongo ovvero
per una storia del patrimonio
librario del convento dei Frati
Minori di Santa Maria del Fiume, 2012).
Collabora con il «Giornale
di Brescia» e con la «Domenica
del Sole 24 ore».
LUIGI SGROI
Luigi Sgroi (Milano, 1961)
lavora in ambito artistico, interessandosi alle “vie del corpo”. Spazia dal teatro d’avanguardia, al mimo classico, al
buddhismo zen e, dal 1990,
alle varie forme dello yoga.
Ha insegnato per la Federazione Francese di Yoga, per
la Federazione Finlandese,
presso la quale tiene ancora
oggi seminari di studio e approfondimento, ed è stato
eletto, nel 2011, Presidente
dell’Istituto Internazionale
Ricerche Yoga.
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