la Biblioteca di via Senato mensile, anno vi Milano n.4 – aprile 2014 BIBLIOFILIA Motti e facezie di un curato di campagna di giancarlo petrella GRANDE GUERRA D’Annunzio: il primo interventista di marco cimmino LIBRI DI PIETRA Andrea Palladio: la forma pulita di luca piva MILANO SEGRETA Un Kamasutra latino al Castello Sforzesco di carlo sburlati L’ALTRO SCAFFALE L’occulto palese e l’occulto “nascosto” di alberto cesare ambesi la Biblioteca di via Senato – Milano MENSILE DI BIBLIOFILIA – ANNO VI – N.4/50 – MILANO, APRILE 2014 Sommario 4 Fra le pagine LABIRINTI DI CARTA: BIBLIOTECHE RILEGATE di Massimo Gatta 54 Milano segreta da scoprire UN KAMASUTRA LATINO AL CASTELLO SFORZESCO di Carlo Sburlati 10 Bibliofilia MOTTI E FACEZIE DI UN CURATO DI CAMPAGNA di Giancarlo Petrella 57 L’Altro Scaffale L’OCCULTO PALESE E L’OCCULTO “NASCOSTO” di Alberto Cesare Ambesi 20 Grande Guerra GABRIELE D’ANNUNZIO: IL PRIMO INTERVENTISTA di Marco Cimmino 65 Filosofia delle parole e delle cose LA PAURA DELLA SCELTA: «COSÌ È DECISO» di Daniele Gigli 26 Libri di pietra ANDREA PALLADIO: LA FORMA PULITA di Luca Piva 67 Da l’Erasmo: pagine scelte L’‘OBBEDISCO’ DEL GESUITA PROIBITO* di Sergio Pautasso 33 IN SEDICESIMO – Le rubriche LE MOSTRE – L’INTERVENTO DEL MESE – L’INTERVISTA DEL MESE a cura di Luca Pietro Nicoletti, Teodoro Klitsche de La Grange e Luigi Sgroi 70 BvS: il ristoro del buon lettore UNA NOBILE CASA, FRA I CASTAGNI di Gianluca Montinaro 50 Punture di penna CONSIGLI INTELLETTUALI PER IL VERO MAÎTRE À PENSER di Luigi Mascheroni 71 HANNO COLLABORATO A QUESTO NUMERO * tratto da L’Erasmo n.31 Luglio – Settembre 2006 Lo splendore dei Gesuiti SI RINGRAZIANO LE AZIENDE CHE SOSTENGONO QUESTA RIVISTA CON LA LORO COMUNICAZIONE Fondazione Biblioteca di via Senato Biblioteca di via Senato – Edizioni Presidente Marcello Dell’Utri Redazione Via Senato 14 - 20122 Milano Tel. 02 76215318 - Fax 02 798567 [email protected] [email protected] www.bibliotecadiviasenato.it Consiglio di Amministrazione Marcello Dell’Utri Giuliano Adreani Fedele Confalonieri Ennio Doris Fabio Pierotti Cei Fulvio Pravadelli Carlo Tognoli Segretario Generale Angelo de Tomasi Collegio dei Revisori dei conti Presidente Achille Frattini Revisori Gianfranco Polerani Francesco Antonio Giampaolo Direttore responsabile Gianluca Montinaro Servizi Generali Gaudio Saracino Coordinamento pubblicità Ines Lattuada Margherita Savarese Progetto grafico Elena Buffa Fotolito e stampa Galli Thierry, Milano Referenze fotografiche Saporetti Immagine d’Arte - Milano Immagine di copertina Gabriele d’Annunzio (a sinistra), qui insieme a Benito Mussolini Stampato in Italia © 2014 – Biblioteca di via Senato Edizioni – Tutti i diritti riservati L’Editore si dichiara disponibile a regolare eventuali diritti per immagini o testi di cui non sia stato possibile reperire la fonte Reg. Trib. di Milano n. 104 del 11/03/2009 Editoriale «G li avvocati sono schierati con, ammucchiate davanti a loro, istanze e controistanze, repliche e controrepliche, ingiunzioni, testimonianze giurate, questioni, verbali, citazioni di giureconsulti, e montagne di dispendiose sciocchezze. Questa è il Tribunale di Giustizia del Lord Cancelliere che ha case in rovina e terre inaridite in ogni contea; che ha un mentecatto esausto in ogni manicomio e un morto in ogni cimitero; che ha un litigante rovinato, dalle scarpe malridotte e dal vestito frusto, in giro a far debiti e a elemosinare tra i conoscenti; che esaurisce così le finanze, la pazienza, il coraggio, la speranza delle persone, sconvolgendone i cervelli e infrangendone i cuori; e non c’è uomo onesto fra i suoi professionisti che non darebbe questo consiglio: “Soffrite qualsiasi torto ma non venite qui”». Parole di un arrabbiato garantista? Pensieri di un nemico dei giudici? Violento attacco a uno dei poteri dello Stato? No. Riflessioni di un grande scrittore, Charles Dickens, nel suo romanzo Casa Desolata (1852/1853). Malagiustizia che colpiva nell’Inghilterra del XIX secolo, e che colpisce oggi. Tritura gli individui, trascinando all’infinito i processi. Cause senza fine, che rovinano persone, onore e reputazione. E che, nella nostra Italia, incapace di porre argine, condizionano anche la politica e l’economia. Perché, a metà fra giustizia e ingiustizia, «c’è sempre pericolo: se non per la legge, certo per i giudici» (Henry Bordeaux, La petite mademoiselle, 1905). Gianluca Montinaro aprile 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano 5 Fra le pagine LABIRINTI DI CARTA: BIBLIOTECHE RILEGATE Bibliotecari, rilegatrici e rilegatori nell’immaginario letterario MASSIMO GATTA Seconda e ultima parte. La prima è stata pubblicata sul numero di marzo 2014. S i contano, invece, sulle dita di una sola mano, e non solo in Italia, i romanzi con al centro del plot narrativo la presenza di un rilegatore o di una rilegatrice; e i pochi sono tutti editi negli ultimi vent’anni del secolo scorso. Infatti il mondo della rilegatura, classica o d’arte, è stata confinata ai margini dell’immaginario narrativo e non si comprende perché visto che altri mestieri del libro (tipografia, editoria, libreria, biblioteche) hanno trovato, al contrario, ampia rappresentazione all’interno dell’immaginario narrativo, e non solo novecentesco. Chi scrive ha indagato il legame esistente tra la letteratura e i vari mestieri del libro riuscendo a riannodare i fili bibliografici di questa relazione, solo apparentemente lieve. Sono stati così ricostruiti i rapporti tra la tipografia e la narrativa contemporanea, i librai e le librerie in letteratura, l’editoria nella prosa e infine le biblioteche e i bibliotecari nelle pagine dei romanzi, rivelando in tal modo una fervida presenza di tipografi, librai, editori e bibliotecari in pagine e pagine letterarie facendo così sospettare, soprattutto in questi ultimi anni, che si sia creata una certa moda intorno a tematiche biblionarrative. Ma chi, come noi, ama l’universo-libro in tutte le sue possibili manifestazioni, e traduzioni, non può che plaudire anche se ciò si rivelasse, come sembra, solo un fuoco di paglia, un escomatage pubblicitario per attirare lettori, in tempi di grave crisi libraria (e quando mai?). La biblionarrativa tira, come si esprimono i venditori e gli esperti di marketing, e allora via a pubbli- 6 care libri con librai diventati detective e viceversa, librai ex ladri, editori avidi uccisi in modo truculento, rilegatrici sognatrici, bibliotecari assassini, maceratori di carta filosofi, biblioteche in fiamme (ancora?), in una sorta di affascinante e intrigante gioco del domino tra uomini e libri, dal titolo di una elegante plaquette firmata da Oliviero Diliberto e stampata in poche copie da Alessandro Zanella a Santa Lucia ai Monti (Verona). Venendo però al tema specifico di questa noterella non possiamo però che essere felicemente sorpresi del fatto che la rilegatura, ancora oggi poco letterariamente presente nella biblionarrativa, abbia invece trovato una sua nicchia in alcuni recenti romanzi. Stupiti lo siamo anche dal fatto che gli autori sembrano trattare questa antichissima arte da esperti, cosa non tanto ovvia come potrebbe sembrare, avendo noi letto fin troppi strafalcioni in opere narrative che, anche solo tangenzialmente, si sono incuneate nella descrizione di libri, di edizioni rare o di rilegature. Proprio Roberto Palazzi, il libraio antiquario e editore romano di recente tragicamente scomparso, in un suo brillante e ironico articolo di qualche anno fa faceva appunto notare l’incongruenza della traduzione in un passo de Il ladro che dipingeva come Mondrian, la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2014 del giallista Lawrence Block: “[…] molto godibile nella prima parte, anche se la traduttrice ci propina, a pag. 5, un «[…] volume in quarto rilegato con garza rigida […]»1. Ma, come dice il poeta, habent sua fata libelli, ed eccoci con sulla scrivania alcuni interessanti esempi di rilegata al servizio della letteratura. Il più “anziano” è un delizioso dialogo tra un bibliofilo e il suo rilegatore d’arte, scritto nel 1984 da Ernst Collin e giustamente fatto tradurre e stampato ad arte da un rilegatore-editore contemporaneo operante in Svizzera, Josef Weiss. Decisamente intrigante è il successivo romanzo, scritto da Sebastià Alzamora, giovane scrittore nato sull’isola di Mallorca (1972) che in La pell i la princesa ci conduce in un abituro ai margini di un bosco dove, mentre fuori la tempesta scuote l’intera natura, un vecchio è intento sul suo lavoro: rilegare libri in pelle a regola d’arte. Ma per uno di particolare pregio e importanza, l’ultimo canto dell’Odissea (il ritorno ad Itaca), il vecchio ha in mente una rilegatura davvero speciale e unica: in pelle umana. Ma dietro c’è una storia, ovviamente una storia d’amore che però non vogliamo anticipare fermandoci sulla soglia della catapecchia del vecchio rilegatore. Successivo di un anno è invece The Journal of aprile 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano Dora Damage, di Belinda Starling, dove seguiamo le vicende professionali e sentimentali di una eroina nella Londra di metà Ottocento, la Dora Damage del titolo la quale, moglie di Peter Damage il rilegatore ufficiale e titolare della legatoria londinese, deve sostituire progressivamente il marito nella conduzione della bottega a causa dell’artrite reumatica che progressivamente invalida il consorte, rendendo impossibile quell’arte essenzialmente manuale. Un romanzo di grande bellezza e sapienza scrittoria alla fine del quale la domanda che si pone l’autrice diventa la nostra stessa domanda: può una passione, in questo caso la rilegatura di libri, diventare ossessione? E la Starling dimostra, al di là della bravura di scrittrice, un’ottima conoscenza del mondo della rilegatura di cui accennavamo, con uso sapiente e corretto della terminologia tecnica. A seguire un delicato affresco della provincia francese dove si rifugia Mathilde, la protagonista di questo bel romanzo, per continuare 7 l’arte trasmessagli con i cromosomi dal nonno. Mathilde abbandona un’agiata esistenza parigina per avventurarsi nel mondo delle pelli per puro amore di quest’arte, che più di altre sente prossima alla propria interiorità. Ciò facendo entrerà nel vortice di una antica vicenda di delazioni legata alla Resistenza in Francia, con al centro un uomo bellissimo e misterioso il quale affida a Mathilde le sorti di un prezioso unicum, una raccolta di acquerelli che ritraggono un antico sito archeologico romano. Ma l’uomo, subito dopo aver consegnato il volume alle amorevoli mani della rilegatrice, muore in un incidente stradale. L’autrice ci è doppiamente simpatica in quanto leggiamo, dalla nota biografica, che dopo la nascita del primo figlio apprende il mestiere di rilegatrice iniziando, nello stesso periodo, a scrivere e a gestire, insieme al marito, una libreria internazionale a Praga. Un ulteriore elemento di simpatia contraddistingue questo romanzo della Mehdevi; fu infatti il nonno tedesco 8 della protagonista ad insegnarle l’arte della rilegatura: “Quand’ero bambina non pensavo che quello potesse essere un lavoro da adulto, per quanto piacere mi dava farlo stando al suo fianco”. Ancora un romanzo, con riferimenti alla rilegatura, a giungere sul nostro tavolo. Si tratta di uno degli ultimi titoli, finora tradotti in Italia, delle avventure del libraio antiquario e investigatore dilettante parigino Victor Legris, opera di quel Claude Izner che altri non è che lo pseudonimo delle due sorelle Liliale Korb e Laurence Lefévre, bouquiniste sui lungosenna di Parigi. Ne Il rilegatore di Batignolles (Nord, 2010), infatti, tutta la vicenda ruota intorno alla scomparsa del rilegatore Pierre Andresy, morto nell’incendio del suo laboratorio di la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2014 Batignolles, da cui il romanzo prende il titolo. Discorso a parte meritano invece alcuni, altrettanto rari, giubilari di celebri legatorie italiane. Ricordiamo gli opuscoli sulla dinastia modenese dei Gozzi, il catalogo di mostra sui Giannini di Firenze e il prezioso volume celebrativo dedicato alla Legatoria Torriani di Milano, che ha la peculiarità di essere una importante testimonianza su questa celebre azienda e anche una raccolta di scritti, alcuni dei quali di noti narratori italiani (Longanesi, Papini, Vergani), che per questo lo colloca anche nel settore biblionarrativo. Per la cura grafica generale di Bona, la stampa dell’Istituto Grafico Vanzetti e Vanoletti, la carta utilizzata, i disegni di Buttafava e le foto dello Studio Aragozzini il volume aprile 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano no Bruno a Oxford nel 1583 di così inquietante, mentre sta cercando di risolvere un caso di omicidio avvenuto tra le mura del Lincoln College? Ebbene in Catte Street vede che “[…] sopra la porta, a caratteri piccoli, ma ben rifiniti, erano dipinte le parole R. JENKES. RILEGATORE E CARTOLAIO”. E proprio Rowland Jenkes sarà, per il nostro filosofo nolano, un personaggio centrale per dipanare il mistero nel giallo storico di S.J. Parris, Il circolo degli eretici (Sperling & Kupfer, 2010). sulla Torriani si colloca tra i vertici nel suo genere. Mi piace poi ricordare un rarissimo ephemera sui Piazzesi, storica famiglia di legatori veneziani. L’esemplare che ho tra le mani è un catalogo di vendita con riportati i prezzi dei prodotti, stampato in inglese su carta a mano Fernando Amatruda di Amalfi, e ha la particolarità di contenere, applicato, uno specimen di Carta Varese della “Legatoria Piazzesi”, stampato a mano dalle antiche e originali matrici in legno. E infine cosa vede Giorda- NOTE 1 Questa della garza o della tela in legatoria dev’essere la bestia nera dei nostri traduttori se, nel recente volume Il demone di Sherlock Holmes. Storie di ossessioni e di omicidi, la bella raccolta di articoli di 9 David Grann (Milano, Corbaccio, 2011), a pag. 25 il traduttore, Marco Sartori, riguardo la bibliografia di Conan Doyle opera di Richard Lancelyn Green e John Gibson, scrive testualmente che essa: “[…] contiene note su quasi ogni scarabocchio prodotto dalla penna di Conan Doyle, fino al tipo di carta usato per rilegare un manoscritto («tela granita azzurra a piccoli rombi»), corsivo mio. Cosa ci sia in comune tra la carta e la tela forse solo Sartori lo può sapere. 10 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2014 Bibliofilia MOTTI E FACEZIE DI UN CURATO DI CAMPAGNA Sulle edizioni delle Facezie del Piovano GIANCARLO PETRELLA «O ggi si stampano più Piovani Arlotti che Aristoteli». Così Anton Francesco Doni, esattamente a metà Cinquecento, registrava, forse senza comprenderle fino in fondo, le oscillazioni dell’editoria veneziana (La libraria, Venezia, Giolito, 1550, p. 83). La vicenda bibliografico-editoriale del piovano più famoso del Rinascimento mi torna in mente mentre sfoglio il recente catalogo della milanesissima libreria Carthaphilus di Giansandro Cattaneo che propone, tra titoli mai banali, anche una copia della rara edizione sottoscritta «in Vinegia per Bernardino di Bindoni milanese del lago Mazore 1538» di cui non risultavano finora che quattro esemplari in biblioteche italiane. Come dare torto al Doni? I dati bibliografici confermano che la raccolta di arguzie e brevi novelle assegnate all’Arlotto era un autentico bestseller, nel senso editoriale del termine. Ossia, i tipografi-editori lo stampavano, il pubblico lo leggeva al punto da esaurire presto le copie sul mercato e richiederne di nuove che venivano reimmesse nel circuito. Baldassare Franceschini (1611–1689), La Burla del Piovano Arlotto, 1630 ca, olio su tela, Firenze, Palazzo Pitti, Galleria Palatina. Nella pagina accanto da sinistra: Motti et facetie del Piouano Arlotto, Firenze, per Bernardo Zucchetta ad instantia di Bernardo di ser Piero da Pescia, c. 1515, frontespizio; Motti et facetie del Piouano Arlotto, Firenze, per Bernardo Zucchetta ad instantia di Bernardo di ser Piero da Pescia, c. 1515, colophon. aprile 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano Stampate per la prima volta a Firenze intorno al 1515, conobbero addirittura una dozzina di edizioni nell’arco di un ventennio. Né il successo era destinato ad arrestarsi nel breve termine, visto che ancora nel 1554 a Venezia Alessandro Vian era disposto a investire di tasca propria su una nuova edizione («Stampata in Venetia per Alexandro de Vian Venetian. L’anno della Salutifera incarnatione MDLIIII del mese di Settembre. Regnante il Serenissimo Principe Francesco Veniero»). Un libro d’uso della tradizione popolare, insomma, come lascia supporre anche l’estrema rarità degli esemplari giunti fino a noi, tanto che è ragionevole supporre che qualche edizione sia probabilmente sparita senza lasciare traccia alcuna. L’officina dei fratelli Bindoni, veneziani per mestiere, milanesi nelle sottoscrizioni, ma in realtà oriundi 11 della sponda piemontese del lago Maggiore, lo ristampano senza tregua: inizia nel febbraio 1525 Francesco Bindoni in società con Maffeo Pasini stampando le «Facecie piaceuolezze fabule e motti del Piouano Arloto prete fiorentino, homo di grande inzegno» offerta con l’allettante sottotitolo «Opera molto dilecteuole vulgare in lingua toscha hystoriata et nouamente impressa» (ne siamo a conoscenza tramite l’unicum conservato in quello scrigno che è la Biblioteca della Fondazione Giorgio Cini di Venezia).1 Nell’agosto del 1534 Francesco di Alessandro Bindoni, ancora col socio Pasini, ne licenzia un’altra edizione (un’unica copia presso la Nazionale di Firenze), quattro anni più tardi replicata, come si è visto dalla copia riemersa sul mercato antiquario, dal solo Bernardino Bindoni.2 Trascorso un decennio Francesco 12 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2014 Facetie piaceuoleze fabule e motti del Piouano Arloto prete fiorentino, Venezia, Francesco Bindoni e Maffeo Pasini, 1525, frontespizio Bindoni e Maffeo Pasini offrono una nuova edizione, cui nuovamente risponde, l’anno dopo, nel 1549, Bernardino.3 Se non sono indizi di dati di vendite confortanti! Chi fosse l’arguto piovano protagonista di questa raccolta assai fortunata di motti e burle racconta l’anonimo autore della Vita premessa alla raccolta: «Nacque el Piovano di Giovanni Mainardi già d’uno ser Matteo notaio pubblico fiorentino e cittadino … feceli imparare lo abbaco, poi lo pose al mestier della lana … ma avendo nobile in- gegno e arguto, né paziente di quello artifizio, ebbe desiderio di al tutto lasciarlo e di essere prete. … Attese al suo ufficio con diligenzia ed essendo di buona coscienzia attendeva con tanta carità alla cura delle anime che tutti li popolani assai lo laudavano. … Non era litigatore, non contenditore, né mai ebbe questione con alcuna persona … mai non voleva parlare se non ragionamenti piacevoli e grati alle genti e il più delle volte nei suoi sermoni diceva qualche motto o bella facezia … certamente era grande maraviglia che in ogni generazione di ragionamenti avesse così pronte novelle e motti. … Dissene tanto infinito numero che certo non credo fusse bastante uno grandissimo volume; e massime in Firenze non ci si fa mai alcuno piacevole ragionamento che non si alleghi il Piovano Arlotto con qualche piacevolezza o motto de’ suoi».4 Qualcosa di più circa la realtà storica del personaggio aggiungono le carte d’archivio: la probabile data di nascita, intorno al 1396, da una famiglia originaria del Mugello con tradizioni notarili; una sorella monaca nel monastero delle Murate; un padre che sembra uscito da un sonetto dell’Angiolieri per la capacità di dilapidare gli averi di famiglia e i frequenti soggiorni nel famigerato carcere fiorentino delle Stinche a causa dei debiti; un tirocinio da mercante, prima di scegliere l’abito ecclesiastico e dedicarsi alla pieve di S. Cresci a Maciuoli. Mai però dismise l’animo del mercante, anzi fu più volte a bordo delle navi fiorentine dirette nelle Fiandre in qualità di cappellano e dimostrò sagacia nell’amministrare la pieve di S. Cresci che ricevette misera e coperta di debiti e seppe invece rinvigorire e restaurare. Né i documenti tralasciano di far luce anche sugli ultimi giorni: lo si ritrova, ormai in là con gli anni, nel ricovero dei preti in Firenze, dove si spense il giorno di s. Stefano nell’anno del Signore 1484. Ma a quel tempo era già figura proverbiale, il suo nome e le sue gesta correvano sulla bocca di tutta Firenze, dalle taverne ai palazzi dei Signori, e non sempre con i medesimi toni agiografici impiegati dall’a- aprile 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano mico narratore. Così Lorenzo de’ Medici ce lo mette innanzi nello stralunato poemetto I beoni, dedicato ai più accaniti bevitori fiorentini: «un che mangiato par dalla marmeggia / soggiunse, e s’egli avesse un fuso in bocca / vedresti il viso proprio di un’acceggia. / … Costui non s’inginocchia al Sacramento / quando si lieva, se non v’è buon vino, / perché non crede che Iddio vi sia drento» (VIII, 25-33). Un beone, magro che sembra corroso dalla marmeggia (un verme parassita), con il viso appuntito come quello di una beccaccia (l’acceggia), tutto dedito al vino e al sonno, a tal punto che la tradizione, prosegue Lorenzo (VIII, 34-48), narra di una sua smisurata bevuta con un degno compagno da cui si riprese solo dopo due giorni: «il terzo dì risuscitorno». Un Piovano dal viso scavato, come nel ritratto opera del pittore Giovanni Mannozzi (1592-1636) - ora alla Galleria Palatina di Firenze -, ben diverso dunque dall’iconografia popolare che ne fece in seguito il prototipo del cu- 13 rato di campagna pasciuto e dal viso rubicondo. E così anche la Vita premessa alla raccolta delle sue facezie, nella quale manca ogni riferimento alla descrizione fisica, fu presto interpolata in alcune edizioni a stampa, come la giuntina del 1565: (c. A7r) «Era di viso giocondo, e di mediocre statura ma corpulento, alla grassezza del quale alludendo un contadino a cui il Piovano tornando da Settimo a Firenze, domandò per essere l’ora tarda se entrerebbe dentro alla porta, rispose un carro di fieno non che tu v’entrerebbe». Della sua biografia, raccolta sotto forma di aneddoti, ebbe precocemente a occuparsi un personaggio a lui legato, che, ancora vivente il Piovano, riunì un primo gruppo di quelle ormai proverbiali facezie. Vi rimise mano subito dopo la morte dell’Arlotto, fra il 1485 e il 1488, forse su sollecitazione di un alto prelato perché non andasse dis- Da sinistra: Facetie piaceuoleze fabule e motti del Piouano Arlotto prete fiorentino, Venezia, Giovanni Tacuino, 1520, colophon; Facecie piaceuolezze fabule e motti del Piouano Arloto prete fiorentino, Venezia, Francesco Bindoni e Maffeo Pasini, 1525, vignette silografiche che illustrano le facezie 14 persa la memoria dell’arguto personaggio.5 Come poi dal manoscritto dell’anonimo sodale si sia giunti alle edizioni a stampa del primo Cinquecento non è dato sapere. Quel che è certo è che la gustosa raccolta di motti e facezie, presto ravvivati da piccole vignette di gusto popolare, finì col conquistare i lettori tanto da essere riproposta attraverso una lunga trafila di ristampe e rimaneggiamenti, con una media di un’edizione ogni cinque anni circa.6 Né il libretto, stampato spesso fitto fitto su due colonne, era destinato agli scaffali delle dotte biblioteche, ma piuttosto a una lettura vorace e poco incline alla conservazione. Un utile e piacevole ‘compendiolo’, che poteva persino giovare all’educazione dei giovani, a leggere la dedica la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2014 del primo editore: «queste potranno aver sempre appresso per la commodità del compendiolo e pigliarne piacere e utilità, e con amore istruirne la sua posterità». Capostipiti della tradizione a stampa sono due edizioni ravvicinate fiorentine, entrambe prive di data, e per questo fonte di qualche equivoco. La presunta princeps, il cui colophon recita «Impresso in Firenze per Bernardo Zucchetta ad instantia di Bernardo di ser Piero da Pescia» (c. M6v), fu addirittura presa per un incunabolo e datata intorno al 1490 (così in GW 2499), prima che ci si accorgesse che tutti i personaggi coinvolti aprile 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano In queste pagine: Facecie piaceuolezze fabule e motti del Piouano Arloto prete fiorentino, Venezia, Francesco Bindoni e Maffeo Pasini, 1525, vignette silografiche che illustrano le facezie nell’impresa editoriale erano in realtà attivi solo a partire dal secondo decennio del Cinquecento: il tipografo Bernardo Zucchetta; l’editore Bernardo Pacini, che succede al padre, il ser Piero menzionato nel colophon, solo nel 1514; fino al giovane e promettente Pietro Salviati (1496-1523) cui è dedicata. Ne uscì un elegante in quarto di poco più di settanta carte, stampato in carattere romano, privo di illustrazioni, ma con una raffinata cornice silografica a fondo nero (due putti, un uomo e una donna reclinata su un fianco in bas de page) che avvolge il titolo «Motti et facetie del Piovano Arlotto prete fiorentino piacevole molto. Cum gratia et priuilegio».7 Della princeps si conoscono quattro sole copie, una delle quali presso la Biblioteca Trivulziana di Milano (Triv. Inc. C 198) che possiede altre tre edizioni cinquecentesche delle Facezie, così da poter vantare addirittura un gruppo circoscritto delle rarissime edizioni del Piovano Arlotto. Solo la Biblioteca della Fondazione Giorgio Cini di Venezia possiede un manipolo altrettanto cospicuo di edizioni.8 Manca purtroppo all’appello la seconda in assoluto, ancora fiorentina e ancora a spese del Pacini, che si affidò non più allo Zucchetta ma al tipografo Giovanni Stefano (non risultano copie in Italia, sappiamo che una era nelle mani dello studioso che la segnalò per la prima volta).9 Non datata, ma di poco posteriore alla princeps, tramandò alle numerose e tutte successive ristampe veneziane il suo nuovo e grazioso corredo iconografico, fin dal bellissimo frontespizio in cui campeggia una grande silografia raffigurante il Piovano Arlotto a colloquio con alcuni personaggi. Il testo è invece alleggerito da numerose piccole vignette attinen- 15 16 ti alle facezie narrate: così ad esempio l’interno di una bottega con tanto di banco su cui sono appoggiati dei pesci illustra la facezia «che il Piovano fe’ a Siena dove tolse quattro tinche a uno Sanese»; e un’altra bottega di un ‘beccaio’ con carni e salumi che pendono dai ganci vivacizza la facezia «di Quazzoldi beccaio»; nella facezia «fatta al Ponte a Sieve dal Piovano faccendogli freddo» figura invece un gruppo di persone raccolte attorno al focolare di un’osteria, mentre un prete si ripara dalle sassate di alcuni ragazzi nella natta fatta «a uno prete a Bruggia». E ancora: uomini a cavallo alle porte di una città, il Piovano che celebra la messa, un gruppo di donne che si vendica delle oscenità di un buffone, l’arguto prete che batte un cavallo con un bastone per farlo correre, i fedeli che si portano le mani al naso e alla bocca nella facezia in la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2014 cui si narra «per quale cagione il Piovano dà per incenso zolfo a parecchi villani». Trascorsero forse meno di due anni prima che le Facezie del Piovano sbarcassero a Venezia. Fu un successo immediato, forse addirittura insperato anche per l’intraprendente editoria veneziana: cinque edizioni in sette anni, distanziate di appena due anni l’una dall’altra, e addirittura ben due nel solo 1520. Tutte ristampe pressoché immutate, che si ispiravano al ciclo di silografie lanciato dalla seconda edizione fiorentina. Inaugurò l’Arlotto veneziano «Georgio di Rusconi Milanese ad instantia de Nicolò dicto Zopino et Vincentio compagni nel anno MDXVI»,10 edizione che fu replicata già nel 1518 e poi ancora nel 1520.11 Poi aprile 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano 17 Nella pagina accanto da sinistra: Facetie piaceuoleze fabule e motti del Piouano Arlotto prete fiorentino, Venezia, Bernardino Bindoni, 1549, frontespizio; Facetie piaceuoleze fabule e motti del Piouano Arlotto prete fiorentino, Venezia, Giovanni Tacuino, 1522, colophon. A destra: Facetie piaceuolezze, fabule e motti del Piouano Arlotto, Venezia, Alessandro Vian, 1554, frontespizio fu la volta di Giovanni Tacuino che mise sul mercato ancora due edizioni ravvicinate: rispettivamente nel 1520 e nel 1522.12 Poi vennero i Bindoni che per un ventennio sembrano monopolizzare le Facezie dell’Arlotto. Tanto successo non passò inosservato neppure agli estensori dell’Indice dei libri proibiti. L’Arlotto finiva già nel pre-Indice romano del 1557, per poi comparire in quello di Parma del 1580 e in quelli di Roma 1590 e 1593.13 Onde evitare problemi nel 1565 i Giunta di Firenze, all’indomani dell’indice tridentino che introduceva la novità dell’espurgazione libraria, si affrettarono ad allestire un’edizione purgata delle Facezie, motti, buffonerie e burle del Piovano Arlotto, del Gonella e del Barlacchia che, levate «nondimeno prima quelle che allo inquisitore sono parse troppo libere», era NOTE 1 EDIT16 CNCE 3018. 2 EDIT16 CNCE 75573; CNCE 3020. 3 CNCE 41350; CNCE 3021. 4 Motti e facezie del Piovano Arlotto, a cura di G. Folena, Milano-Napoli, 1953, pp. 3-6. 5 Motti e facezie del Piovano Arlotto, a cura di G. Folena, pp. 294-299; G. PETROCCHI, Un secondo manoscritto delle Facezie destinata, mutati i tempi, a rinnovata fortuna pur senza offendere il pio lettore.14 Se poi si va a vedere, del piovano originale era rimasto solo l’odore e certe facezie erano cadute sotto le forbici della del Piovano Arlotto, «Studi di Filologia italiana», 22, 1964, pp. 621-633; G. CONTINI, Letteratura italiana del Quattrocento, Firenze, 1976, pp. 456457; G. MASTRODDI, Sulla redazione Ottoboniana di Motti e Facezie del Piovano Arlotto, «Rassegna della Letteratura Italiana», 92, 1988, pp. 307-317. 6 Motti e facezie del Piovano Arlotto, a cura di G. Folena, pp. 289-293; EDIT16 A2976-2995. Una prima bibliografia, pur con lacune, già allestirono G. PASSANO, I novellieri italiani in prosa, Torino 1878, pp. 18-28 e G. PITRÈ, Bibliografia delle tradizioni popolari d’Italia, TorinoPalermo 1894, nn. 25-91. 7 SANDER 599; STC, p. 404; EDIT16 A2977; EDIT16 CNCE 3012. 8 La vita nei libri. Edizioni illustrate a stampa del Quattro e Cinquecento dalla 18 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2014 Ritratto di Piovano Arlotto tratto dalla copertina di Scelta di facezie, motti, burle, e buffonerie del Piovano Arlotto et altri autori, riviste, e corrette con somma diligenza, per Salvatore e Gian Domenico Maresc, 1601 censura. Invano si cercherebbe la seguente, che racconta di come nel «tempo che il Piovano Arlotto era giovane e gagliardo», per soddisfare le proprie voglie, «una sera tentato da libidine andò al fondaco maggiore, e allo oscuro non vedendo la mercatantia entra in una camera e truovavi una femmina grassa e grossa e corpulenta e assai formosa di corpo e di viso: e doppo gli atti d’amore e carezze fattesi insieme, dice la donna allo Piovano: “Fratello mio dolce, tu vedi come io sono carica di Fondazione Giorgio Cini, Venezia, 2003, pp. 248-249. 9 P. BOLOGNA, Di una edizione antica delle Facezie del Piovano Arlotto, «Il bibliofilo», 6, 1885, pp. 35-36. 10 La segnalò per primo C. LOZZI, Bibliografia delle Facezie del Piovano Arlotto, «Il bibliofilo», 5, 1884, pp. 145-148; STC p. 404: una copia presso la British Library di Londra, nessun esemplare sem- carne; se io mi pongo questa sera a giacere in su questo letto durerò fatica assai a rizzarmi suso; egli è il meglio che io mi chini e che io appoggi il capo alla lettiera e che, per tua consolazione e mia, te me lo facci a modo del cerbio.” … Chinatasi la donna e messisi i panni e la camicia in capo, veduto allora il Piovano sì grande e tanta amplitudine di anche e cosce ismisurate, natura non che di femmina ma d’una grandissima vacca … in modo che tutto quello ispettaculo di culo gli parve una cosa maravigliosa … che non sapeva che farsi e venneli tanto in odio che in tutto gli passò via quella voluntà e in tutto ancora la libidine; e veduto la donna che non faceva cosa alcuna, … forte lo confortava dicendo: “Che istai tu a pensare? Perché non lavori tu il podere? Ispacciati.” Alla quale rispuose il Piovano Arlotto: “Io non lo farei mai, per cagione che questo è uno apparecchio da uno cardinale e non da uno povero chericotto di contado come son io!”».15 bra invece conservarsi in Italia. 11 ESSLING 1994; STC p. 404; EDIT16 A2978-79: di ognuna si conserva in Italia un solo esemplare integro. 12 ESSLING 1995, 1997; EDIT16 A298081. La Biblioteca Trivulziana (Triv. L 510) conserva una delle due sole copie superstiti dell’edizione datata maggio 1520: (c. L5v) «Impresso in Venetia per Joanne Tacuino da Trino nel MCCCCCXX adi XV de Mazo. Regnante lo inclito principe Leonardo Leordano». 13 U. ROZZO, La letteratura italiana negli ‘Indici’ del Cinquecento, Udine, Forum, 2005, p. 127. 14 Esemplare della Biblioteca Trivulziana: Triv. L 1816 con nota di possesso del marchese Gian Giacomo Trivulzio. 15 Motti e facezie a cura di G. Folena, pp. 14-15. aprile 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano 21 Grande Guerra GABRIELE D’ANNUNZIO: IL PRIMO INTERVENTISTA Le Odi navali e la Gesta d’oltremare MARCO CIMMINO I l 26 novembre del 1892, tica navale italiana avrebbe conmorì a Roma l’ammiraglio fermato queste intuizioni, con la Simone di Saint Bon, minimessa in cantiere di una formistro della Marina e M.O.V.M.. dabile serie di moderne navi da L’occasione della scomparsa battaglia. D’Annunzio, in queste dell’eroe di Lissa fornì a Gabriepagine, anticipò molte delle le d’Annunzio, che in quel pesuggestioni futuriste, che, non a riodo era impegnato nella stesucaso, sarebbero confluite nelra del Poema Paradisiaco e stava l’interventismo e, poi, nel fascicominciando a maturare un’ismo: il fascino dell’acciaio e deldeologia di impronta nicciana e la macchina sono sottolineati decisamente antidemocratica, lo con estrema chiarezza nella poespunto per la composizione di sia A una torpediniera nell’Adriadieci Odi navali, in prosa lirica, tico, di cui questo è l’incipit: che, se non sono un documento Nella pagina accanto: Gabriele «Naviglio d’acciaio, diritto, vefondamentale nella carriera d’Annunzio (a sinistra), loce guizzante/bello come poetica di d’Annunzio, sono cer- qui insieme a Benito Mussolini; un’arme nuda,/vivo palpitante/ tamente assai importanti stori- sopra: Gabriele d’Annunzio, come se il metallo un cuore camente, poiché contenevano in in divisa militare, in una foto degli terribile chiuda». Perfino la linuce alcuni dei temi che sarebbe- anni Trenta scattata al Vittoriale mitata punteggiatura ricorda ro ritornati frequentemente nelquello che sarebbe stato lo stile l’epica militare dannunziana. L’immagine della futurista, sulle cui derivazioni dannunziane, date nave, come strumento di “talassocrazia” e di po- per scontate ma pochissimo indagate, rimane antenza, ma anche come oggetto formidabile e me- cora molto da dire. In realtà moltissimo da dire reraviglioso, era già delineata nell’universo imagini- sta su tutti i debiti contratti dalla nostra letteratura fico del poeta: nelle Odi, questa immagine miste- nei riguardi di d’Annunzio, la cui esperienza poeriosa e possente diventò l’immagine stessa della tica segnò praticamente tutti i letterati di quegli grandezza nazionale: la spada nella mano dell’Ita- anni. Certamente, però, la nota fondamentale di lia, per rivendicare un ruolo preminente nella sto- queste Odi consiste nell’esaltare la grandezza riria mediterranea. Va da sé che, poco dopo, la poli- trovata dell’Italia e collegarla con la potenza sul 22 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2014 Copertina de La Domenica del Corriere (23-30 maggio 1915) raffigurante d’Annunzio che tiene un’orazione al teatro Costanzi, a Roma. A destra: Copertina de Le Canzoni della gesta d’Oltremare (Milano, Treves, 1912) sperava da Saint Bon la liberazione, e ora, come vedova in gramaglie, nutre ancora una flebile speranza, anche se la dominazione si fa ogni giorno più dura: «Credi tu sempre? L’alta speranza non è scossa/ne l’anima fedele, da che chiusa è la fossa/ov’è disceso senza spada il TUO Ammiraglio?/Trista che l’invocavi su l’acque a la riscossa,/per la tua bocca è pronto un più duro bavaglio». Vi sarebbe stato un lungo e oscuro interludio, ma, alla fine, Trieste avrebbe tolto il velo nero del lutto, per vestire quello bianco, da sposa, nell’abbraccio festante dell’Italia. Il voto sarebbe stato sciolto. mare: sono poesie ormai libere dalle pastoie della retorica risorgimentale, e tutte piene di quel tono alto (a volte, fastidiosamente alto) che avrebbe caratterizzato la mitologia tardo-umbertina. Rivolgendosi alle navi della flotta, a Genova, d’Annunzio scrive: «voi/che per tutte le sponde/recate il divin nome/d’Italia e il suo diritto/eterno e la sua nova/forza, raggiando come/fari, pronte al gran conflitto/supremo, a la gran prova...». È difficile non riconoscere in questi versi un antivedere profetico di quella che sarà davvero “la gran prova”: il “conflitto supremo” venne certamente previsto e invocato da d’Annunzio. Questo conferma che per d’Annunzio, come per molti altri intellettuali della sua generazione, la Grande Guerra rappresentò l’agognata occasione di agire, di smuovere le acque della propria vita, che si erano fermate, formando, talvolta, una palude. E nella profezia del veggente, vi è l’immagine di Trieste, che, desolata, LA GESTA D’OLTREMARE Mentre si trovava in Francia, dividendo il proprio tempo tra Arcachon e Parigi, d’Annunzio fu richiamato alla veglia da uno squillo di battaglia: l’Italia aveva dichiarato guerra alla Turchia per il possesso della Libia. Giovanni Pascoli esultava e proclamava nel celebre discorso di Barga: La grande Proletaria s’è mossa!, moltissimi intellettuali italiani, invece, guardavano all’impresa libica con grande scetticismo e ritenevano che l’occupazione di uno “scatolone di sabbia” non ci avrebbe portato che fastidi. D’Annunzio non ebbe esitazioni, e salutò la guerra di Libia come il primo passo del destino mediterraneo dell’Italia: ai suoi occhi, con la conquista della Libia, si sarebbe finalmente riunito quel mondo romano che Genserico e i suoi Vandali, prima, e l’espansione dell’Islam, poi, avevano diviso traumaticamente. Insomma, il poeta vide in questa campagna militare un’epopea consolare: una necessità storica. aprile 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano 23 Oggi più alta sei che il tuo destino, più bella sei che la tua veste d’aria; e di lungi il tuo vólto è più divino. Odo nel grido della procellaria l’aquila marzia, e fiuto il Mare Nostro nel vento della landa solitaria. Con tutte le tue prue navigo a ostro, sognando la colonna di Duilio che rostrata farai d’un novo rostro. E nel cuore, oh potenza dell’esilio, il nome tuo m’è giovine e selvaggio come nel grido delle navi d’Ilio. Italia! Italia! Non fu mai tuo maggio, nella città del Fiore e del Leone quando ogni fiato era d’amor messaggio, sì novo come questa tua stagione maravigliosa in cui per te si canta con la bocca rotonda del cannone. Con questi versi, D’Annunzio inaugurò il quarto libro delle Laudi, Merope, che contiene le Canzoni della Gesta d’Oltremare, dedicate all’impresa libica: sono già evidentissimi i temi dominanti dell’opera, che sono il destino italiano legato al “Mare Nostro”, la voce della Patria, resa più forte dall’esilio e la storia d’Italia, che porta con sé l’ineluttabilità di questo destino. I riferimenti colti, tratti da Dante, come dalla storiografia medievale e moderna, non servono ad altro che a confermare la fondatezza del vaticinio. Vi è, in questa fase della produzione dannunziana, quasi un messianesimo: la lezione foscoliana, qui pare rielaborata in modo da giustificare ab anteriore, le scelte politiche e militari del presente, che paiono indefettibili e inevitabili. Dunque, d’Annunzio non era ancora “Il Comandante” ma, certamente, era già l’interprete dei destini patrii: era già l’uomo del “Discorso di Quarto”, era già interventista per vocazione. Nella Gesta libica, il poeta vide, contemporaneamente, il compiersi di un voto imperiale (che sa- rebbe ritornato nella retorica fascista) e il riscatto di un Risorgimento inadeguato e doloroso. Si veda nei versi che seguono il rimando sia alla sconfitta di Lissa, nella terza guerra d’indipendenza (1866) che alla tradizione mediterranea romana: Emerge dalle sacre acque di Lissa un capo e dalla bocca esangue scaglia «Ricòrdati! Ricòrdati!» e s’abissa. E il Mar Mediterraneo, che vaglia le stirpi alla potenza ed alla gloria, in ogni flutto freme la battaglia. «Ch’io mi discalzi» dice la Vittoria (…) Vi è pure, in Merope, specialmente nei componimenti come La canzone del Sacramento, La canzone dei Trofei, La canzone della Diana, insomma, nel nucleo centrale della raccolta, dedicato alle Repubbliche marinare e, più in generale, al Me- 24 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2014 Gabriele d’Annunzio, in una foto del 1915. A destra: Giovanni Pascoli, in una foto degli inizi del Novecento tura, e il rimando a un vocabolario medievale, sono gli stessi che utilizza Carducci, in celebri poesie “neoclassiche”, come Il Parlamento. Se una parte del quarto libro della Laudi, però, tende un po’ a perdersi nel gusto dei colori e della scenografia, d’Annunzio muta i toni quando deve parlare della guerra vera, che si sta combattendo, fatta di sangue, di orrore, ma anche di coraggio e di gloria. Si veda, ne La canzone di Elena di Francia, ad esempio, il quadro sanguinoso dei feriti, che sarà ben presente nelle pagine di d’Annunzio dedicate alla Grande Guerra , in Asterope: dioevo, una forte eco carducciana: meglio, la volontà di raccontare la storia d’Italia, quasi che fosse parte di quel processo messianico di cui si diceva più sopra. Accanto alla citazione erudita, compare spessissimo il quadro di genere, l’allegoria della storia, alla maniera del Carducci. Si vedano, a titolo d’esempio, questi versi de La canzone del Sacramento: Tornò Guglielmo Embrìaco recando ai consoli giurati, in sul cuscino, tra la sesta e il bastone di comando, tra la coltella e il regolo, il catino ove Giuseppe e Nicodemo accolto aveano il sangue dell’Amor divino. Era desso, l’Embrìaco, figliuolto, quei che fece al Buglione il battifredo onde il vóto santissimo fu sciolto. L’attenzione al particolare, quasi alla minia- (...) E quegli ch’ebbe stritolato il mento dalla mitraglia e rotta la ganascia, e su la branda sta sanguinolento e taciturno, e i neri grumi biascia, anch’egli ha l’indicibile sorriso all’orlo della benda che lo fascia, Oppure la gioiosa celebrazione della flotta che rientra nel porto di Taranto, ne La canzone dei Dardanelli: (...) Passan così le belle navi pronte, per entrar nella darsena sicura, volta la poppa al ionico orizzonte. Sembran sazie di corsa e di presura, mentre nel Mar di Marmara e nel Corno d’oro imbozzate l’ansia e la paura sognano fumi al Tènedo ogni giorno (...) D’Annunzio aveva ben chiara l’operazione poetica che stava inaugurando: egli mescolava il passato e il presente, in un’associazione che tendesse a farli sovrapporre e a trasformarli in un unicum: così, nella medesima canzone, dichiarava: aprile 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano 25 Fendo i secoli, lacero l’oblìo, ritrovo le correnti della gloria nell’acqua ove portammo il nostro Dio. Levo sul mar l’onda della memoria e col soffio dell’anima la incalzo, che ferva sotto il piè della Vittoria, Dato il più che evidente intento del poeta, ci sarebbe da stupirsi se già in Merope non fosse apparso chiaro quale avrebbe dovuto essere il vero nemico. In realtà, d’Annunzio aveva già perfettamente maturato la sua idea di civiltà latina, contrapposta alla barbarie germanica, che avrebbe animato tutta la quinta raccolta delle Laudi: su questa idea di supremazia latina, egli innestò un antiaustriacismo di chiara matrice risorgimentale, facendo spessissimo riferimento alle forche di Belfiore e, in generale, al martirologio patriottico. Nonostante ci trovassimo in anni di Triplice , l’invettiva antiaustriaca del poeta assunse toni violentissimi, giungendo all’insulto volgare. Non ci si deve stupire, perciò, constatando che l’alleanza si reggesse per la volontà dei governanti, contro il sentimento popolare, e che, al di là di una necessità diplomatica, in fondo, sia l’Italia che l’Austria si guardassero più come nemici che come alleati. Ancora una volta, d’Annunzio si mostrò un passo avanti a tutti. Ecco cosa scrisse dell’impero danubiano nella medesima Canzone dei Dardanelli: La schifiltà dell’Aquila a due teste, che rivomisce, come l’avvoltoio, le carni dei cadaveri indigeste! Insomma, le Canzoni della Gesta d’Oltremare rappresentarono, certamente, un inno alla “quarta sponda” e al valore italiano nella guerra di Libia, ma, molto più, esse furono il viatico per la nuova esperienza dannunziana: quella dell’eroe e del Comandante, che, di lì a poco, avrebbe avuto il suo palcoscenico sanguinoso. D’Annunzio non aveva alcun dubbio: la guerra vera, quella definitiva, era una sola. La guerra latina. D’Annunzio aveva necessità fisica di quella guerra, che, sola, avrebbe dato senso al suo desiderio di gloria militare: l’unica gloria autentica. Non a caso, l’ultima canzone di Merope è tutta pervasa da un senso di delusione, di estraniamento, dopo che il cannone ha cessato di tuonare ed il silenzio si è steso sui campi di battaglia. Il poeta soffriva l’inerzia, maledicendo la pace: la storia, di lì a poco, l’avrebbe clamorosamente accontentato. Mi risveglio io così, dopo il delirio dell’improvvisa primavera, solo con la mia vita, ahimè, senza martirio cruento, nella notte del mio duolo antico e nel silenzio delle stelle infauste, inerte su lo stranio suolo. E nelle vene che parean novelle m’incresce il vano sangue non versato e la febbre che aggrava il polso imbelle. 26 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2014 aprile 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano 27 Libri di pietra ANDREA PALLADIO: LA FORMA PULITA Fra protorazionalismo e neoclassicismo LUCA PIVA N el 1971 Mario Praz pubblicava nel «Bollettino del Centro Studi di Architettura “Andrea Palladio”» un articolo che, per finezza di argomentazioni ed eleganza d’eloquio, merita di essere riletto e ricordato (Mario Praz, Palladio e il Neoclassicismo, ora in Gusto Neoclassico, Milano, Rizzoli). In esso il letterato romano, dottissimo e spregiudicato dilettante nello studio delle arti figurative, metteva in discussione un orientamento critico affermatosi nel secondo dopoguerra sulla scorta delle prese di posizione di autorevoli specialisti quali Bruno Zevi, Cesare Brandi e altri, che avevano ribaltato le opinioni più consolidate e condivise sulla poetica di Andrea Palladio. L’architetto che per secoli era stato considerato esemSopra: Luca Piva, Prospettiva urbana immaginaria da Pierantonio degli Abbati (disegno originale per «la Biblioteca di via Senato). Nella pagina accanto: Andrea Palladio (1508-1580), in un ritratto di El Greco (1575), conservato presso lo Statens Museum for Kunst, a Copenaghen pio e paradigma di serena compostezza e solenne equilibrio di forme ne era uscito trasformato nel protagonista di una vicenda creativa violentemente anticlassica, segnata da una «angoscia profonda e celata, anzi un autentico stato di cultura alienata» (v. B. Zevi: Palladio in Enciclopedia Universale dell’Arte, 1963), e sfociata nella realizzazione di architetture «dolorose», espressive di «collera e sdegno, sconforto e volontà di oltraggio», nella quale si pretese di riconoscere «il marchio di una condizione umana infelice ed alienata, attestato terrifico e definitivo di una fallita concezione razionale del mondo e della Storia». Al fine di documentare la tesi di un Palladio eversore in senso manierista dei canoni classici, Brandi (Struttura e Architettura, Torino, 1971) sosteneva che nelle sue fabbriche gli elementi dell’architettura antica (timpani, colonne, capitelli…) fossero inseriti come figure isolate, non coinvolte nella continuità plastica dell’edificio, quasi corpi estranei; nel rovesciare a proprio favore una acuta osservazione 28 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2014 Luca Piva, Casa Forni Cerato a Montecchio Precalcino (disegno originale per «la Biblioteca di via Senato») del Brandi, Praz propone un argomento di estremo interesse: Per ottenere quel particolare isolamento di cui voleva che fruissero gli elementi architettonici, il Palladio accentua il carattere di vuoto della finestra invece di riassorbirla nel piano attraverso la graduazione plastica della modanatura. A questo modo la parete bianca nitidamente frontale e squadrata è fatta avanzare verso lo spettatore, impedendo alla facciata di divenire muto prospetto, cesura spaziale invece che generatrice di spazio esterno-interno. Queste considerazioni potrebbero essere trasferite con assoluta pertinenza a una facciata di Terragni o ai levigati parallelepipedi di Littoria o Sabaudia, tanto precisamente richiamano istanze, elaborazioni teoriche e soluzioni formali affini a quelle che, dopo oltre tre secoli, avrebbero ispirato l’architettura razionalista del Movimento Moderno. La pulizia della cortina muraria, il suo essere vuota da ornamentazioni sovrapposte, fa sì che la parete, privata di connotati morfologici particolari, non si imponga per il suo valore di superfice ma per la sua funzionalità alla definizione dello spazio: quello spazio interno verso il quale l’occhio è attratto risolutamente, non trovando alcun appiglio ottico che lo trattenga sulla parete liscia e sugli spigoli vivi delle finestre. Il principio generatore dell’architettura è in tal modo trasferito dal corpo edilizio alla dialettica pieno/vuoto fra la costruzione e lo spazio da essa determinato. BEVI RESPONSABILMENTE IL PRIMO CREMAMARO BEVILO GHIACCIATO. 30 Alcune opere del Palladio sono riconosciute quali manifestazioni di un protorazionalismo gravido di suggestioni e conseguenze per i secoli futuri. Ciò vale in particolare per alcuni edifici di abitazione extraurbana risalenti al periodo della sua prima maturità: fra le altre la villa Forni Cerato a Montecchio Precalcino, la Gazzotti Grimani a Bertesina, la Pisani a Bagnolo di Lonigo, la Saraceno a Finale di Agugliaro, la Caldogno a Caldogno, la Poiana a Poiana Maggiore. Caratteri affini, sia pure nell’ambito di organismi edilizi più articolati, si trovano anche in alcune delle opere successive. È ben noto come queste scelte espressive affidate ad una laconica sobrietà di forme e materiali non dipendesse solo da una peculiare propensione poetica: al principio della sua carriera il Palladio si trovò a soddisfare le richieste di una committenza provinciale che era culturalmente aggiornata ma non occupava una posizione sociale tale da sollecitare esibizioni di sfarzo, né disponeva di mezzi economici adeguati a sovvenzionare invenzioni dispendiose al pari di quelle che furono messi nella condizione di realizzare altri architetti rinascimentali e barocchi. Il figlio del mugnaio padovano, fattosi tagliapietre e poi architetto, seppe trarre da queste ristrettezze materiali l’incentivo per esaltare il proprio genio progettuale, così da consegnare ai suoi committenti opere che, fatte di soli mattoni e calcina ed esenti da ostentati virtuosismi sintattici, raggiungono l’eccellenza dell’arte con l’unica virtù del disegno, guidato dal lume della poesia e sostenuto dalla certezza di fondamenti culturali univoci e non esposti all’eventualità di sconfessioni e tradimenti. la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2014 Nei territori della Serenissima Repubblica queste forme edilizie, nuove ma non estranee, incontrarono una immediata fortuna dando corpo alla rappresentazione figurativa perfettamente riconoscibile d’un peculiare genius loci veneto. Gli ideali di sobrietà e frugalità che i letterati veneti del primo Cinquecento avevano desunto dall’appassionato studio dell’antichità classica si erano tradotti in pietre, e le pietre li ripetevano alla comunità degli uomini. Là dove privilegiano il minus dicere e rifuggono ogni prolissità di strutture ed ornamenti, le opere palladiane parlano con i rapporti volumetrici complessivi prima che con particolari episodici, prediligono l’austerità del muro imbiancato, governano con parsimonia i momenti salienti costituiti dai colonnati, le gradinate, i capitelli, i timpani, e con parsimonia collocano le statue entro spazi vuoti, contro pareti spoglie, donando loro l’enfasi che il silenzio dona ad un accordo isolato. Questa architettura fu apprezzata fin da subito per la sua capacità di farsi veicolo di un alto magistero morale, che trovò nella dimensione estetica risonanze di incalcolabile estensione. Nel suo articolo Praz indica proprio in questo aspetto il motivo capitale della fortuna del Palladianesimo prima entro i confini della Serenissima e poi nei più lontani centri di civiltà disseminati in tutti i continenti: Olimpo disceso sulla terra sono le ville del Palladio nel mite ubertoso paesaggio veneto; tra i bianchi intercolumni ogni campagna si sublima in Arcadia… Il ruolo che ha la colonna nell’architettura palladiana è insieme aprile 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano 31 Da sinistra: frontespizio dell’opera di Andrea Palladio I quattro libri dell’architettura, nell’edizione veneziana di Bartolomeo Carampello (1581); frontespizio della prima edizione de I quattro libri dell’archiettura, di Andrea Palladio (Venezia, Domenico de’ Franceschi, 1570). Accanto: Luca Piva, Veduta padovana da Canaletto (disegno originale per la Biblioteca di via Senato) tettonico e simbolico; la colonna è sostegno, fulcro di forza che s’investe, anche nella metafora corrente, di portata morale, e veicolo di quegli ideali di virtus e dignitas che il Palladio si proponeva di esprimere nelle sue fabbriche… Il loro valore di segno si afferma al di là del loro valore di immagine, esprimendo un messaggio etico valido sotto ogni cielo, quasi traduzione in termini di armonia di linee e di masse d’una delle due cose che riempivano di meraviglia Emanuel Kant: il cielo stellato sopra il suo capo e la legge morale dentro il suo cuore. Nell’ultimo quarto del Quattrocento, mentre ancora le città venete offrivano l’aspetto occasionale e disordinato che aveva conferito loro l’età medioevale, un mondo di forme architettoniche semplici pulite ed equilibrate era stato immaginato e descritto dagli ebanisti rodigini di ascendenza pierfrancescana che avevano decorato con i loro pannelli intarsiati gli stalli dei cori lignei di chiese quali santa Corona e Monte Berico a Vicenza, il Santo e Santa Giustina a Padova: Lorenzo e Cristoforo Canozi da Lendinara, Pierantonio degli Abbati, e gli altri maestri della loro cerchia. Qui si incontra una edilizia civilissima, a quella data solo immaginaria, ridotta alle forme archetipe dei piani ortogonali, del timpano, dell’arco a tutto sesto, composte nel vuoto perfettamente silenzioso 32 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2014 Da sinistra: Andrea Palladio, in un’incisione tratta dall’Imperial Dictionary of Universal Biography (1863); Mario Praz (1896-1982), ritratto nella sua casa, a Palazzo Primoli, nel pieno centro di Roma di vie deserte, per la quale è fin troppo facile spendere la definizione di Metafisica che dopo cinque secoli avrebbe qualificato certa pittura e architettura italiana della prima metà del novecento: squarci di città non ancora organizzate da un piano urbanistico complessivo, ma già accordate da un’unica lingua figurativa; edifici svuotati di peso dalla gamma di colori luminosi e trasparenti delle essenze arboree impiegate nell’intarsio, e dalla corsiva concisione dei profili. La classicità monumentale delle città ideali pierfrancescane si trova qui tradotta in una versione feriale e domestica, dove la bellezza si spoglia di magniloquenza per concentrarsi nella pura euritmia stereometrica, costruita sull’incrocio di piani semplificati che ambiscono null’altro che a misurare lo spazio del vivere e dell’abitare, predisponendolo ad una forma di esistenza evoluta e decorosa. Dopo più di due secoli, attorno alla metà del Settecento, nei disegni e nelle incisioni del Canaletto che presero a soggetto vedute di terraferma, e particolarmente in quelle padovane, riconosciamo, non più messo in scena sulla base di un’invenzione fantastica ma ritratto dal vero, lo stesso mondo di forme pulite e rasserenate: le limpide volumetrie, il pacato incontro di linee elementari, la misurata distribuzione delle aperture, le note eminenti del timpano e dell’arco. Il lessico architettonico che Palladio aveva elaborato e messo in opera nelle sue fabbriche, descritto e divulgato nei suoi trattati, appare nelle carte del pittore veneziano già velato dai segni del tempo e carico di passato, divenuto nel frattempo una lingua edilizia familiare e condivisa nella quale tutta una comunità, quella delle terre di San Marco, trovò la sua voce e riconobbe i tratti estetici e morali del proprio carattere. aprile 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano 33 inSEDICESIMO LE MOSTRE – L’INTERVENTO DEL MESE – L’INTERVISTA DEL MESE LA MOSTRA/1 PITTURA SENZA TEMPO Renato Guttuso in mostra a Firenze a cura di luca pietro nicoletti opo il grande successo delle due personali, tenutesi tra febbraio e marzo alla Galleria de’ Bonis di Reggio Emilia, approda alla Simboli Art Gallery di Firenze l’opera di Renato Guttuso (Bagheria, Palermo 1911-Roma 1987), in un’importante mostra personale intitolata Pittura senza tempo. Nata dalla collaborazione con la Galleria de’ Bonis, punto di riferimento per lo studio e il mercato del maestro di Bagheria, la mostra presenta una selezione di oltre 30 opere – dipinti ad olio su tela, chine e acquarelli su carta, e opere grafiche originali –, raffiguranti le tematiche più care all’artista: dalle intense nature morte ai paesaggi siciliani, dai sensuali ritratti e nudi di donna alle moderne “scene di genere”. La mostra intende ripercorrere le fasi più importanti, dagli anni Trenta agli anni Ottanta, della straordinaria vicenda artistica di Renato Guttuso, interprete tra i più carismatici e impegnati della poetica realista, ma anche testimone originale e sensibile dei cambiamenti della società italiana nel Novecento. L’esposizione è articolata in due D sezioni distinte, allestite a rotazione negli spazi della galleria fiorentina: la prima sezione, che si svolgerà nel mese di aprile, è intitolata Guttuso, l’eleganza del segno e sarà incentrata in particolare su alcune splendide opere storiche del maestro (dagli anni Trenta ai Sessanta) che si distinguono per raffinatezza ed eleganza; la seconda, in maggio, avrà per titolo Guttuso e il colore, e vedrà come protagoniste opere più tarde, prevalentemente degli anni Settanta e Ottanta, in cui si può apprezzare particolarmente l’interesse e l’abilità dell’artista nell’uso del colore. Tra i dipinti ad olio più rappresentativi che si potranno ammirare in mostra, si segnalano: la Natura morta del 1937, dove la plasticità dei volumi è resa attraverso colori vivaci ed equilibrati; la Natura RENATO GUTTUSO. PITTURA SENZA TEMPO a cura di Emanuele Greco e Gabriele Greco FIRENZE, SIMBOLI ART GALLERY www.simboliartgallery.com 5 aprile – 31 maggio 2014 Renato Guttuso, Le tre grazie, 1973-1974, china su cartoncino, cm. 49x28,5 morta del 1962, dalle forme concrete e dalle decise tonalità cézanniane; Foglie di girasole del 1971, in cui i brani di natura sono rappresentati come panneggi increspati, dalla forte valenza plastica, emergenti da un monocromo fondo rosso; La mano e la rosa del 1972, una sorta di autoritratto allo stesso tempo ideale ed enigmatico, in cui la mano e la tavolozza incarnano l’essenza stessa del pittore; i Tetti di Palermo del 1976, tema tra i più rappresentativi ed amati dall’artista siciliano; La giubba rossa del 1985, dove il rosso dei pomodori poggiati tra le pieghe di un giornale dialoga con 34 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2014 Sopra a sinistra: Bozzetto per costumi teatrali, anni Settanta, matita, china, acquarello e collage su cartoncino intelato, cm. 53x35; sopra a destra dall’alto: La giubba rossa, 1985, olio su tela, cm. 70x62; Figura distesa, 1961, china e acquarello su cartoncino intelato, cm. 72x100 quello della giubba appesa ad una sedia: una composizione tutta magistralmente giocata sulle sfumature di un solo colore. Vi saranno, inoltre, alcuni disegni a china preparatori per opere di Renato Guttuso attualmente conservate in musei. Tra questi, per esempio, la Maddalena del 1940, uno studio preparatorio alla famosissima Crocifissione del 1941 (Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna); oppure Figura che corre e Due figure, entrambi bozzetti del grande dipinto La spiaggia del 1956 (Parma, Galleria Nazionale). Splendide anche le chine e le tecniche miste su carta in cui sono raffigurati ritratti e nudi femminili, tra cui: Marta del 1971; Le tre grazie del 1973-74; Due volti degli anni Ottanta; e Figura in body del 1985. Tra questi è da ricordare anche il sensuale Nudo del 1979, una grande gouache e collage su tela emulsionata, da intendersi forse come un omaggio al padre del realismo in pittura, Gustave Courbet. Non mancano inoltre curiosità e rarità, come un Bozzetto per costumi teatrali degli anni Settanta, con un campione di stoffa appuntata a fianco. Da segnalare anche le chine su carta dedicate al tema del lavoro e dei lavoratori, così caro e tipico dell’impegno artistico di Guttuso negli anni, come: i picassiani Contadini del 1947; i vigorosi Pescatori del 1950; e la bellissima china e acquarello su cartoncino intitolata La passata di pomodori del 1976, dove il rosso vivo della passata è l’unico colore ad emergere da una composizione altrimenti giocata solamente sull’equilibrio del bianco e del nero. Infine si ricordano le quattro opere del 1971, ovvero Il matto, Il bagatto, Il mondo e La regina di spade, tratte dalla serie originale dalla quale sono stati realizzati i suoi famosi Tarocchi. (Emanuele Greco) aprile 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano LA MOSTRA/2 IL NATURALISMO DI PIERO GIUNNI Omaggio a un pittore trascurato a molti anni non si vedeva una mostra di ampio respiro sull’opera di Piero Giunni (1912-2000): in sporadiche occasioni, a Milano, è capitato di vedere di tanto in tanto qualche piccolo paesaggio, qualche minuto quadro di natura e di materia che non poteva restituire in maniera adeguata la statura e la profondità di ricerca di questo artista. La mostra alla galleria Marini, a pochi passi dalla Permanente, che nel 1990 aveva dedicato l’ultima grande retrospettiva al pittore, colma questa lacuna con una importante selezione di notevole qualità presentata da Enzo Bianchi, priore della comunità monastica di Bose e occhio sensibile sull’arte contemporanea. Notato da Roberto Longhi alla Quadriennale del 1951, Giunni va a collocarsi a pieno titolo fra gli “ultimi naturalisti” di Francesco Arcangeli, conosciuto nel 1953, a cui lo legò un profondo e intenso sodalizio. «Quando dipingevo con passione con rabbia, preso da emozioni che mi aggredivano da tutte le parti, da dentro e da fuori, ora felicemente, ora con difficoltà e fatica» scriveva l’artista in una lettera del 1982 a Bruno Grossetti (pubblicata in catalogo) ricordando l’amico Momi, morto nel 1974 «sempre il sapere che un giorno ne avrei parlato con lui mi aiutava a districare i nodi di una pittura che toccava estremi di D violenza e di furia, cantava a volte con colori puri e primitivi, trascinando con se tutti i sentimenti e le speranze, che era insomma come la vita». Si può intuire, da queste poche righe, quale fosse la sintonia fra il pittore e il critico bolognese, entrambi travolti da una viscerale partecipazione ai fatti dell’arte e alla ricerca di una propria identità, di un proprio radicamento territoriale in tempi in cui la pittura pura cominciava a essere insidiata da eccessi di letterarietà e derive concettuali. A tal proposito, Elda Fezzi, nella monografia Materia e memoria del 1975, osservava che «rivelando un PIERO GIUNNI. IL GESTO E LA FOGLIA 35 comportamento di lotta contro il presentimento della morte della pittura, contro la sua anche troppo rapida obsolescenza, Giunni ha colto un valore implicito a quella ineffabile sensazione: nei suoi dipinti sembra soprattutto protagonista un’intensa metafora della “pittura”, sartiame che regge, consunto e piegato, un ultimo naviglio disperato passato per molte secche». Giunni esprimeva quella ricerca di un’autenticità di sentimento, di umori della terra, di identità di luoghi e di natura: «la natura è aggredita di fronte» scriveva Arcangeli nel primo di una lunga serie di testi sul pittore, nel 1956, «entro poche misure, semplici, schiette, grandiose, l’occhio si tuffa entro una vertigine di spazio, ma i sensi premono da vicino sulla parete visiva». Pochi anni più tardi, scrivendo per lui in occasione della Biennale di Venezia del 1958, lo avrebbe definito un “postimpressionista lombardo”, mettendo a fuoco la natura profonda del suo lavoro: da poco più di un decennio l’impressionismo era entrato in rotta di collisione con la nuova pittura italiana, offrendo una via per la traduzione del dato naturalistico attraverso segno e materia. Una di queste strade, di cui si è voluto vedere in Morlotti un capofila solitario, portava verso l’idea di parete vegetale, ovvero di una restituzione sulla tela, attraverso un impasto denso e tonale, della vita sotterranea della terra e della vegetazione. Come scrive Bianchi MILANO, GALLERIA MARINI www.galleriamarini.it 6 marzo-3 maggio Piero Giunni, forma di spighe, 1976, olio su tela, 80 x 70 36 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2014 Sopra da sinistra: Il tetto antico, 1965, olio su tela, 131x92 cm; Dentro il muro antico, 1994-95, olio su tela, 150x120 cm in catalogo, «il colore pastoso non è solo semplice materia, ma natura vivente». Ecco allora il sovrapporsi di stradi di materia su strati di materia, piccoli tocchi di ocra dati a corpo separati e paralleli accostarsi sulla tela per restituire l’effetto di un campo di grano immerso nella calura, forse con una implicita riflessione tonale e “lombarda” sulla lezione di Van Gogh. Più del dramma espressionista del pittore olandese, però, Giunni si serve di quello spunto per trovare la luce interna alla materia. Il suo lavoro procede infatti per addizione di materia, per accumulo strato su strato, colore fresco su colore fresco, ed è quasi commovente scoprire certi tocchi di verde brillante, nelle tele degli anni Ottanta, dati perentoriamente a corpo sopra un tono più scuro, facendo affiorare un’inedita brillantezza. Sempre Arcangeli, nel 1958, osservava che «anche il suo quadro che può parere in superficie è tutto intessuto di accumuli e di logorii, di sfaceli e di crescenze, per toccare la densità d’una materia intima e splendente a un tempo». Sarebbe tuttavia sbagliato schiacciare la figura di Giunni sul concetto di “parete” e di “memoria” vegetale, rischiando di farne ingiustamente una controfigura di Morlotti in tono minore: non di rado, infatti, nella sua pittura quell’idea di parete recupera una spazialità, anzi una dilatazione del campo assente nel pittore di Imbersago. Le sue tele fittamente riempite di tocchi come gocce di pioggia, infatti, hanno il respiro pulsante di una superficie in movimento non tanto per recondito subbuglio interno come in Morlotti (ci fu, a suo tempo, chi paragonò con ragione le sue tele a superfici cicatrizzate), quanto per contrazione e dilatazione, come i movimenti del. Ma è Enzo Bianchi, con poche e commosse parole, ad aver colto con profondità il senso del lavoro di questo pittore: «Giunni resta sempre fedele a due atti di estrema potenza: il gesto che traccia il segno sulla tela e la vibrazione della foglia che ne nasce». (lpn) aprile 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano LA MOSTRA/3 NEL SEGNO DELLA CROCE Giancarlo Cerri a Cascina Roma el 2001, poco dopo i fatti dell’11 settembre, e sulla spinta di quella tragedia, Giancarlo Cerri aveva dipinto una grande tela intitolata La caduta del mito: con tratto largo e strutturante, al centro di un campo bianco (ed è occorrenza tutta novecentesca che le grandi opere dedicate alle tragedie del genere umano siano in bianco e nero) si ergeva la sagoma controluce di un N Giancarlo Cerri, Crocifisso, 2005 crocifisso. Il riferimento al fatto di cronaca era stato sublimato in chiave emblematica: il simbolo dell’umanità sofferente si immolava, ancora una volta, in una strage moderna. Prendeva avvio, in quel momento, la quarta stagione della ricerca di Cerri, di cui dà conto la mostra di San Donato, di tema sacro, che si sviluppa grosso modo fino al 2005, fin quando un forte indebolimento della vista non 37 lo costringerà ad abbandonare la pittura: quest’ultima fase, che la mostra racconta con il sobrio rigore consueto negli allestimenti pianificati in prima persona dall’artista, assomma una partecipazione emotiva alle sofferenze dell’uomo moderno con il dramma individuale. Non va dimenticato, poi, che Cerri, dalla fine degli anni Ottanta, è pittore astratto, e che conciliare un’indagine sul sacro con i modi della rappresentazione non figurativa induce, per conseguenza naturale, a interrogarsi sulla reinvenzione iconografica del simbolo sacro per eccellenza: la Croce. Nel suo caso, 38 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2014 uscendo dall’esperienza delle ultime Grandi Sequenze, tele giocate sull’impatto visivo (ed emotivo) di un colore accostato al nero su grandi campiture dai bordi slabbrati, quella pittura di materia grassa e oleosa si prestava a un radicale dimagrimento per diventare segno nero, profondo come una crepa o una ferita, strutturato sul campo pittorico a Giancarlo Cerri, Crocifisso, 2005 rievocare il simbolo apostolico. Come annota efficacemente Elisabetta Muritti nella prefazione in catalogo, «la mano di questo nuovo Cerri “religioso” è scabra come non mai, cerca il simbolo con forza, si muove scandendo equilibri semplicissimi eppure efficacissimi, ammette solo graffi e dripping, sembra manovrata solo dalla sofferenza, dalla pretesa di sentirci innocente ma non per questo risparmiata da un destino che ci accomuna». Al contempo, però, scrive sempre la Muritti, «Cerri arriva all’arte sacra attraverso un percorso di pietà e contemplazione a ciglio asciutto dello sfacelo dei tempi, con in più l’esperienza di chi ha tanto visto e tanto dipinto». È essenziale precisare, come viene fatto in quella concisa e densa prefazione, che si tratta dell’arte sacra di un laico, in cui il movente umano è prioritario su un GIANCARLO CERRI. NEL SEGNO DELLA CROCE SAN DONATO MILANESE, GALLERIA D’ARTE CONTEMPORANEA VIRGILIO GUIDI 29 marzo - 27 aprile preciso indirizzo confessionale. È il grande problema dell’arte sacra moderna, di come le nuove espressioni visive siano o meno in grado di veicolare i contenuti spirituali della religione: un rapporto teso e difficoltoso che accompagna, tra fratture e tentativi di stabilire una nuova alleanza, il difficile dialogo fra arte e Chiesa nel corso del Novecento. Un dialogo, oltretutto, in cui si innesta la voce degli artisti laici che rivendicano una spiritualità estranea a un preciso dettato confessionale e uno spazio di espressione religiosa che non li imbrigli entro una precisa funzione liturgica. L’artista stesso, in un piccolo libro del 2011 intitolato La pittura dipinta, aveva espresso nitidamente il proprio pensiero a riguardo: «penso che l’arte sacra debba avere una sua significativa, efficace semplicità. Io credo che quest’arte debba avere le radici nel simbolismo moderno: deve essere una cosa che dà un’emozione subito anche all’uomo della strada. Non è più il caso, oggi, di descrivere le grandi storie bibliche come si faceva nelle epoche passate. Allora bisognava raccontare, adesso bisogna dare l’idea di cosa c’è dietro un’immagine simbolica». Si direbbe che Cerri abbia assunto l’idea postmoderna sulla fine delle grandi narrazioni e l’impossibilità, nell’epoca attuale, di un racconto di ampio respiro: non resta che la via del simbolo, ma non in una sua accezione astratta e teorica, ma come via empatica verso un’immagine capace di un profondo colloquio emotivo con lo spettatore. (lpn) 40 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2014 LA MOSTRA/4 DINAMICA ASTRATTA DI ELENA MEZZADRA All’Oberdan di Milano n un recente libro di pensieri sull’arte e la pittura, Elena Mezzadra appuntava che «nulla è nell’intelletto che non sia stato prima nei sensi». È un postulato che offre una chiave di lettura anche per il suo lavoro pittorico: un’astrazione che non rinuncia a un aspetto emozionale senza tuttavia derogare sulla costruzione formale o cedere alle lusinghe del gesto automatico. Questo pensiero, infatti, si precisa meglio in un altro “frammento”: «dipingere equivale a un’operazione introspettiva, a un lavoro di ricerca dentro di sé, al recupero di umori, di I ELENA MEZZADRA. DIPINTI E INCISIONI MILANO, SPAZIO OBERDAN www.provincia.milano.it/cultura 16 aprile-18 maggio risentimenti, di ansie, di un vissuto. È un tentativo per comprendere l’esistenza». Allo stesso tempo, infatti, affermava che «un quadro non può essere previsto e pianificato in anticipo. L’operazione consiste in una struttura organizzata resa espressiva con un’attrazione emozionale e un concetto chiaro»; ma anche che «la forma priva di contenuto è sterile: l’emozione non contenuta sul piano formale è semplice auto-espressione». È chiaro che la radice della sua ricerca affonda nell’informale, ma in un momento di superamento dialettico di questo, che lei dirigerà verso l’astrazione lirica, ricompattando quella gestualità mossa e aperta dentro strutture formali fatte di sovrapposizioni e stratificazioni di tono e di colore. Come scriveva Elda Fezzi, presentando una sua mostra cremonese nel 1976, «Elena Mezzadra dice che ama lavorare di getto, dapprima, e poi coltivare ed elaborare un lento tessuto di velature, di spessori, di evaporazioni». Da quel punto di partenza, poi, Elena Mezzadra avrebbe proceduto verso un progressivo Elena Mezzadra, Composizione, 2012 aprile 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano approfondimento cromatico e strutturale, come un processo di messa a registro di un’intuizione iniziale, istintiva, poi definita e “ordinata” attraverso un sistema costruttivo. Dentro questa struttura, però, si pone un problema di “contenuto”, di senso dell’indagine plastica. La critica, in tal senso, ha insistito a più riprese sul problema del “colore-luce”. Vi aveva posto attenzione, in particolare, Roberto Sanesi, scrivendo nel 1979 che la sua pittura è «implicata in un problema di luce, più che abbandonarsi alla luce ne utilizza le qualità plastiche». Questo significava sottolineare quel rapporto con una geometria a cui si allude per negarla subito dopo: una indicazione di forme, insomma, che non cede tuttavia a farsi circoscrivere entro contorni netti e inderogabili. In questo senso, infatti, la sua non può essere una geometria “descrittiva”, esattamente misurabile, ma si accompagna a un eco di natura, a un’idea di paesaggio che affiora, come una visione acquatica, o, in seguito, come un’apparizione luminosa dietro una fitta palizzata, come un canneto in controluce. In questa selva di rette e di forme, di vibrazioni della trama pittorica per progressivi passaggi tonali, si assiste a repentine e taglienti accensioni cromatiche, a guizzi luminosi e dinamici che orientano il senso del racconto astratto. Mezzadra rappresenta uno stato transitorio, dinamico non per la traccia di un segno lasciato d’impulso, ma proprio per un senso di movimento interno alla struttura compositiva, all’andamento delle linee rette e spezzate che si intrecciano sul piano: il “racconto”, in fondo, è dato dal movimento dell’occhio, che viene guidato sulla superficie della tela secondo direttrici ben precise. Un meccanismo “futurista” in senso lato, se si vuole, quanto a 41 restituzione di un movimento per via di forme, come una foresta di segni spinti dal vento (o dal tempo) che fluttuano con cadenza armonica, per quanto con un temperamento non tanto violento, quanto certamente deciso e poco incline a facili concessioni. (lpn) 42 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2014 L’INTERVENTO DEL MESE LA LEGALITÉ NOUS TUE Sulle motivazioni della sentenza della Corte Costituzionale, e sulla legittimità del Parlamento italiano di teodoro klitsche de la grange on è stata dedicata dai media alla motivazione della sentenza 1/2014 della Corte Costituzionale che una frazione modesta dell’attenzione tributata al dispositivo. Non appare vivace neanche il dibattito tra gli “addetti ai lavori”. Ed è un peccato perché la sentenza, nelle sue esternazioni - e implicazioni - è tra le più interessanti di quelle recenti della Corte, la quale nell’abbondanza di pronunce su “minutaglie” normative, non ha molte occasioni di occuparsi di materia costituzionale (in senso stretto), come il sistema d’elezione del Parlamento. Tra i diversi punti che la sentenza solleva, è il caso di affrontarne uno. Ed è quando la Corte scrive: «è evidente, infine, che la decisione che si assume, di annullamento delle norme censurate, avendo modificato in parte qua la normativa che disciplina le elezioni per la Camere e per il Senato, produrrà i suoi effetti esclusivamente in occasione di una nuova consultazione elettorale, consultazione che si dovrà effettuare o secondo le regole contenute nella normativa che resta in vigore a seguito della presente decisione, ovvero secondo la nuova normativa elettorale eventualmente adottata dalle Camere». N Essa, pertanto, non tocca in alcun modo gli atti posti in essere in conseguenza di quanto stabilito durante il vigore delle norme annullate, compresi gli esiti delle elezioni svoltesi e gli atti adottati dal Parlamento eletto. Vale appena di ricordare che il principio secondo il quale gli effetti delle sentenze di accoglimento di questa Corte, alla stregua dell’art. 136 Cost. e dell’art. 30 della legge n. 87 del 1953, risalgono fino al momento di entrata in vigore della norma annullata, principio «che suole essere enunciato con il ricorso alla formula della c.d. “retroattività” di dette sentenze, vale però soltanto per i rapporti tuttora pendenti, con conseguente esclusione di quelli esauriti, i quali rimangono regolati dalla legge dichiarata invalida» (sentenza n. 139 del 1984). Le elezioni che si sono svolte in applicazione anche delle norme elettorali dichiarate costituzionalmente illegittime costituiscono, in definitiva, e con ogni evidenza, un fatto concluso, posto che il processo di composizione delle Camere si compie con la proclamazione degli eletti. Del pari, non sono riguardati gli atti che le Camere adotteranno prima che si svolgano nuove consultazioni elettorali. Rileva nella specie il principio fondamentale della continuità dello Stato, che non è un’astrazione e dunque si realizza in concreto attraverso la continuità in particolare dei suoi organi costituzionali: di tutti gli organi costituzionali, a cominciare dal Parlamento. È pertanto fuori di ogni ragionevole dubbio - è appena il caso di ribadirlo - che nessuna incidenza è in grado di spiegare la presente decisione neppure con riferimento agli atti che le Camere adotteranno prima di nuove consultazioni elettorali: le Camere sono organi costituzionalmente necessari e indefettibili e non possono in alcun momento cessare di esistere o perdere la capacità di deliberare. Tanto ciò è vero che, proprio al fine di assicurare la continuità dello Stato, è la stessa Costituzione a prevedere, ad esempio, a seguito delle elezioni, la prorogatio dei poteri delle Camere precedenti «finché non siano riunite le nuove Camere». Detta motivazione, nella conclusione non contestabile, rende palese il fine di salvaguardare l’esistenza dell’organo-Parlamento, e di quelli dallo stesso “dipendenti”, dagli effetti che da una sentenza sull’invalidità della composizione delle camere, potevano (logicamente) trarsi. aprile 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano Ossia, dal principio - generalissimo della nullità derivata, ripetuto da millenni: quod nullum est nullum producit effectum (quindi, soprattutto quello di porre in essere - sulla base di quello nullo - altri atti validi); quod non est confirmari nequit; e nel diritto vigente richiamando in tanti testi vigenti (v. tra gli altri, art. 604, IV comma c.p.p.; art. 159 c.p.c.; art. 829 c.p.c.) e in ancor più numerose pronunce giudiziarie.1 La nullità derivata si applica - in linea generale - anche per gli atti formati da organi (o uffici) non validamente costituiti (v. Cass. pen., 26/04/1989). Ne consegue, a voler applicare detto principio (generalissimo) le Camere invalidamente elette e altrettanto invalidamente composte (ma tranquillamente agenti) avrebbero dovuto essere rispedite a casa, convocando nuove elezioni. La Corte ha cercato in tutti i modi di evitare la conseguenza (ovvia) della propria decisione ricorrendo a delle giustificazioni legali poco plausibili, e a una (non legale) sicuramente condivisibile. Appartiene al novero delle prime il richiamo ai “rapporti esauriti” per la compiuta chiusura del procedimento elettorale, onde sarebbero salvaguardati gli atti successivi delle camere illegalmente elette e composte. In breve: un procedimento di elezione o nomina - illegale dell’organo concluso rende legali (meglio inoppugnabili) gli atti dello stesso, proprio perché concluso. Tutto il contrario di quanto emerge dal diritto passato, vigente (e vivente). È corretto, viceversa, il richiamo al “principio fondamentale della continuità dello Stato, che non è un’astrazione e dunque si realizza in concreto attraverso la continuità in particolare dei suoi organi costituzionali”. Perché è condivisibile, cosa ne consegue e dove porta? Anche considerando la dottrina costituzionale? Una delle difese più appassionate di quel principio - decisiva per la storia europea successiva2 - la fece Bismark in un famoso discorso alla dieta prussiana. Diceva il cancelliere che: «uno statista, assai esperto in materia di costituzione, ha detto che l’intera vita costituzionale è sempre una serie di compromessi» se il compromesso non si trova «allora s’interrompe la serie dei compromessi e al loro posto nascono i conflitti, e i conflitti, visto che la vita dello Stato non può mai arrestarsi, diventano questioni di forza; chi ha la forza nelle mani tira innanzi per suo conto, perché appunto la vita 43 dello Stato non può mai arrestarsi neppur un istante». E dopo aver esaminato le varie posizioni e ammesso che nella Costituzione vi fosse una lacuna (relativa all’approvazione del bilancio dello Stato) così si esprimeva: «non terrò più a lungo dietro queste teorie: basta a me la necessità che lo Stato esiste e che nella visione più pessimista esso non può lasciar accadere quello che si verificherebbe quel giorno che le pubbliche casse fossero chiuse. La necessità sola è quella che decide; di questa necessità abbiamo tenuto conto, e voi stessi non pretendereste certo che il pagamento delle rendite fosse sospeso e che non corrispondessimo agli impiegati i lor stipendi». E conclude sul punto: «che il presente stato delle cose sia contrario alla Costituzione lo contesto nel modo più formale adesso come prima».3 Ma non è men vero che quanto sostenuto da Bismarck in tale discorso sia condiviso dalla migliore dottrina del diritto a cominciare da Santi Romano, per il quale la necessità è fonte di diritto, superiore alla legge,4 o nelle pagine di Heller;5 ed è conseguente all’affermazione di Sieyés che «la Nazione è tutto quel che può essere per il solo fatto d’esistere», per cui finché esiste non può essere privata, dal governo costituito, della propria capacità d’azione ed esistenza politica, per sentenza.6 Tuttavia, ancorché condivisibile, tale assunto della Corte non è legale: è costituzionale ma non legale. Non è legale per i motivi esternati dalla Corte nella sentenza: urta contro quanto si può desumere dagli articoli ivi citati della Costituzione. Non è 44 neanche costituzionale nel senso più diffuso, della costituzione c.d. formale (cioè quello preferito dai normativisti), per la medesima ragione. Ne consegue che la Corte ha fatto uso, (punto 7.0 della motivazione della sentenza) non di quel concetto di costituzione, ma di un altro. A prescindere, per detto concetto, dall’ovvio richiamo a Schmitt,7 si può ricorrere - per chiarirlo - alla concezione di Lavagna di costituzione in senso sostanziale, sinonimo di ordinamento costituzionale.8 Precisandolo ulteriormente e sotto il profilo funzionale, la costituzione “necessaria” o “essenziale”, è la forma qui dat esse rei, quella che rende possibile l’azione e l’esistenza politica della comunità e dell’istituzione. Per cui la parte della Costituzione che consente quelle non è “annullabile” la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2014 per sentenza - o meglio la sentenza non si applica perché non si può annullare per decisione giudiziaria (anzi a ben vedere neppure giuridica) uno Stato.9 Una norma (statale) vige perché è voluta e emanata da uno Stato il quale “non è un astrazione e si realizza in concreto”: senza quel realizzarsi in concreto, non c’è nessuna norma che possa “vigere” ovvero che sia (più o meno efficacemente) applicata e la cui esecuzione possa dai cittadini essere pretesa allo Stato. La conseguenza delle affermazioni della Corte non si limitano a quanto sopra. C’è da aggiungere che non c’è scritto in alcun luogo della Costituzione formale che occorre far salvo “il principio fondamentale della continuità dello Stato”. È appena il caso di accennare che la Costituzione parla di principi (v. artt. 1-13); ancor più i costituzionalisti (sia vetero che neo) che trovano conforto nel fatto che la scriptura della costituzione chiarisca quali sono i principi (anche se quelli scritti non esaurirebbero la “classeprincipi”); ma nessuna norma scritta,neanche estendendone il significato a dismisura,prevede il principio fatto proprio della Corte, per non applicare (o meglio applicare a metà) la propria sentenza. Il che pone il problema se non avesse ragione de Maistre allorché scriveva che ciò che «c’è di più essenziale, più intrinsecamente costituzionale e di veramente fondamentale non è mai scritto e neppure potrebbe esserlo senza mettere in pericolo lo Stato».10 In effetti la pronuncia in esame conferma la giustezza della tesi del pensatore aprile 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano controrivoluzionario. Concezione che sia prima che dopo de Maistre è stata condivisa da pensatori politici e giuristi non foss’altro perché, prima delle rivoluzioni francese e americana quasi tutte le costituzioni non erano scritte né formulate in atti appositi e organici; dopo, anche se poche, ve ne sono state (di non scritte); ma nessuno l’ha formulata con la radicalità del pensatore sabaudo.11 Il tutto pone un altro problema: se è vero che la Costituzione non scritta esiste e prevale - spesso - su quella scritta - che valore può avere limitare alla costituzione formale e alle di essa norme, valori, principi il carattere costituzionale?12 Mortati scriveva che: «la pretesa di NOTE 45 esaurire nella Costituzione scritta l’intero sistema si è rivelata sempre più illusoria».13 E in ciò si può sintetizzare il “nocciolo duro” di quanto espresso da tanti, che fondano la Costituzione scritta su elementi non scritti e neppure giuridici, nel senso - tra l’altro - di fondare il diritto senza essere giuridici (e normativi) né (in larga misura) giustiziabili (Justiciables). Quel che parimenti interessa è che proprio tali elementi e presupposti non scritti sono quelli squisitamente costituzionali nel senso di co-stituire (cioè tenere insieme in modo stabile e ordinato) una comunità politica.14 Ma proprio per questo il contributo che la Costituzione scritta può dare all’ordinamento costituzionale è secondario. Tanto per fare un esempio quasi tutte le costituzioni moderne sono frutto di una decisione deliberata, la quale presuppone l’esistenza sia della comunità politica che del potere costituente. E l’uno e l’altro non sono “modificabili” attraverso una procedura giuridica perché sono essi a costituire le condizioni minime perché una costituzione (qui atto del potere costituente) esista e abbia validità; con l’ulteriore conseguenza che ogni norma costituzionale e in generale la costituzione stessa debbano interpretarsi nel senso di presupporre l’esistenza della comunità politica e del potere costituente. Interpretare o applicare le norme costituzionali in senso contrario a detti presupposti costituirebbe un colpo di Stato. Che se è tale, ha bisogno del sostegno di plicare l’imprescindibile esigenza di agire re costituente deciso l’esistenza di quelli v. Cass. civ., sez. I, 28/07/2006, n. secondo nuove norme da essa determinate costituiti questi dipendono dalla volontà 17247; Cass. civ., sez. trib. 08/02/2006, n. e, in questo senso, come dice un altro co- nazionale.s 2798; C. conti, sez. I giur. centr. app., mune aforisma, la necessità fa legge. In 03/09/2004, n. 303/A; C. Stato, sez. V, ogni caso, «salus rei publicae suprema lex», 17/09/1996, n. 1141; C. Stato, sez. IV, Diritto costituzionale generale, Milano, 03/07/1986, n. 458; e pluribus. 1947, p. 92. 1 Verfassungslehre, trad it. di A. Caracciolo, Milano, 1984, pp. 15 ss. 8 Lavagna sosteneva che «del contenu- to generale degli ordinamenti costituzio- Tra l’altro ricordiamo «Di fatto, l’unità nali, si devono distinguere parti necessarie la determinazione che Bismark dimostra in statale non ci è data né come unità organi- ed eventuali. Le prime saranno rappresen- quel discorso derivò la riunificazione della ca, né come unità frutto di una finzione, ma tate dalla materie necessariamente, ancor- Germania, fatto del quale - ancora recente- come un tipo particolare di unità di azione ché implicitamente regolare, acciocché mente - molti non risultano entusiasti, a umana organizzata: la legge dell’organiz- uno Stato esista. Le seconde dalle materie cominciare da un politico fine come il de- zazione è la legge fondamentale della for- che, in seno alle prime o anche al di fuori di funto Andreotti. mazione dello Stato. La sua unità è l’unità esse, risultino volta a volta disciplinate ed 2 Qualcuno scriverebbe purtroppo; dal- 7 5 3 V. discorso del 27-01-1863. reale di una struttura d’azione la cui esi- assorbite nel sistema, secondo criteri ma- 4 La necessità è fonte autonoma del di- stenza viene resa possibile nella forma del- teriali o formali», v. Diritto costituzionale, ritto, superiore alla legge. Essa può impli- l’interazione umana, tramite l’agire di spe- Milano, 1957 p. 166; di seguito scrive che: care la materiale ed assoluta impossibilità cifici organi consapevolmente indirizzato «Secondo una opinione assai diffusa e, pos- di applicare, in certe condizioni, le leggi vi- alla formazione effettiva dell’unità», v. siamo dire classica, il diritto costituzionale genti e, in questo senso, può dirsi che «ne- Dottrina dello Stato, Napoli, 1988, p. 355. è, dal punto di vista sostanziale, quella par- cessitas non habet legem». Può anche ap- 6 A cui corrisponde che, avendo il pote- te dell’ordinamento giuridico statale che 46 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2014 frazioni organizzate, anche dell’opinione pubblica; se è altro, diventa inefficace, fonte solo di confusione e decomposizione. D’altro canto l’affermazione della Corte conferma altre due circostanze presupposte. La prima l’applicazione del principio di Spinoza che ogni cosa esistente “quantum in se est, in suo esse perseverare conatur”. Il che comporta che l’esistente prevale sul normativo; e questo vale in quanto e se non in contrasto con quello. La costituzione è insieme l’istituzione e regolazione dei poteri di governo e la garanzia dell’esistenza politica e dell’azione della comunità (e dell’istituzione in cui è organizzata). Uno degli aspetti (e finalità) della quale è la durata (cioè - anche - la continuità), come scriveva Hauriou e come, analizzando il principio del “conatus” scriveva Spinoza.15 L’altro, che il politico è decisivo rispetto al giuridico: il che non è altro che una specificazione della prevalenza dell’esistente sul normativo. Anche questa ripetuto da tanti che non è il caso d’insistervi, dati i limiti di questa nota. Piuttosto c’è da chiedersi che ruolo nella comprensione ed elaborazione di una teoria costituzionale, abbia quanto ripetuto da cori di giuristi in questo secondo dopoguerra, cioè norme, valori, principi (questi intesi in senso normativo e non di forma politica). La risposta è ovvia e confermata, tra l’altro, da questa sentenza: contingente e secondario. Contingente perché necessario affinché una comunità esista ed esista politicamente è che vi siano organi in grado di assicurare l’esistenza e l’azione politica: che questi poi debbano fare questo o quell’altro, applicare questa regola o quel valore è contingente, purché non incide sull’esistenza ma, semmai, sul modo di questa. E così è secondario, perché non concerne l’essenza e l’ “idea direttiva” dell’istituzione comunitaria, ossia ciò che “dat esse rei” ma solo l’accidentalità del tipo e modi scelti per la convivenza in comune in un dato momento storico. riguarda l’organizzazione dei poteri véritablement fondamental, n’est jamais zioni borghesi; mentre De Maistre conside- sovrani; vale a dire del governo in senso la- écrit, et même ne saurait l’être, sans exposer rava la propria concezione valida per tutte to», op. loc. cit. (i corsivi sono nostri). l’état» Des constitutions politiques, Paris, le costituzioni. La fantasia giuridica si può esercitare a s.d., De Maistre fa quest’affermazione nel immaginare che uno Stato possa essere “an- noto contesto della «storicità» anzi della distinzione tra materia costituzionale e co- nullato” da un Giudice, magari se non “inter- «provvidenzialità» degli ordinamenti, criti- stituzione formale, che è un problema a la- no”, da una Corte internazionale. Ma simili cando con l’affermazione di Thomas Payne tere. fantasie, anche se consacrate in documenti che una costituzione non esiste se non la si hanno, nella realtà, solo il carattere del “pez- può mettere in tasca. E invece esiste eccome. 9 zo di carta” apposto su decisioni politiche 11 Neppure il bolscevismo (nascente) al 12 13 Questo senza voler introdurre la nota v. C. Mortati voce Costituzione in Enciclopedia del diritto, vol. XI, p. 181. 14 Di solito poi scrittura e “giudiziabili- prese prima e altrove, come le condanne dei potere, che accusava d’ipocrisia la redazio- tà” crescono se dai “piani alti” dell’ordina- vinti da parte delle Corti internazionali sono ne in forma scritta delle costituzioni bor- mento si va verso quelli “bassi”. solo il suggello (neanche necessario, anzi nel ghesi. «Da questo punto di vista bisogna diritto internazionale Westphaliano escluso) sempre distinguere in un regime borghese ciascuna cosa tende a perseverare nel pro- di sconfitte militari e decomposizioni politi- la Costituzione scritta dalla non scritta, prio essere, non implica alcun tempo finito che. Sul carattere dei “pezzi di carta” e sul cioè un “foglio di carta” col nome di ma indefinito» (v. Ethica, cit. p. 39, prop. rapporto tra questi e l’ordinamento costitu- Costituzione dal reale rapporto delle forze VIII). Lo stesso pensava - tra gli altri - zionale v. il notissimo saggio di F. Vassalle sociali d’un dato paese» così (v. P. Stutcka, Miglio per le sintesi politiche (cioè in epoca Über Verfassungswesen, trad. it. di C. Forte La costituzione della R.S.F.S.R. in domande e moderna essenzialmente gli Stati). In effet- in Behemoth n. 20, p. 5 ss. 15 Il quale scriveva: «Lo sforzo con cui risposte, Milano, 1920), è stato così conse- ti Stati a “tempo determinato” o sottoposti «Que ce qu’il y a de plus essentiel, de quenziale. Non foss’altro perché limitava a condizioni, termine o modo come con- plus intrinsèquement constitutionnel et de l’ipocrisia della forma scritta alle costitu- tratti, non ve n’è. 10 aprile 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano 47 L’INTERVISTA DEL MESE LA CINA, L’ULTIMA SFIDA DELL’EUROPA Geopolitica e futuro dell’Occidente secondo Alessandro Grossato di luigi sgroi rofessore, ci siamo lasciati lo scorso mese accennando al ritorno dell’Oriente, nella fattispecie laa Cina, nelle questioni economiche dell’Europa. Perché si parla di “ritorno”? Perché nel passato la Cina è già stata e per diversi secoli, all’incirca dal 1100 fino al 1800, la principale protagonista, sia sul piano tecnologico che economico. Nella retrospettiva storica dell’economia mondiale tracciata da John M. Hobson in The Eastern Origins of Western Civilisation, il libro uscito per i tipi della Cambridge University Press nel 2004, è stata raccolta una notevole quantità di dati a conferma di questo semplice dato di fatto, che troppi ancora preferiscono ignorare. P In questo senso mi sembra che si voglia recuperare una somiglianza culturale e forse religiosa che sembra sussistere daa sempre tra il mondo orientale e la realtà europea. È questa somiglianza che fa dell’Eurasia un “issola-mondo”? L’identità culturale comune e profonda dell’Eurasia appartiene ormai al passato. Come ha posto in evidenza Samuel Huntington, l’Occidente, l’Europa, da quasi mezzo millennio ha scelto di percorrere per gradi un’altra strada, e si pone quindi su di una posizione di forte dissimiglianza rispetto all’Oriente. Soprattutto, a partire dal 1648, per quanto riguarda il legame fondamentale fra religione e politica. Quale sarà, secondo lei, la posizione che prenderà la Chiesa cattolica in vista di questo “ricollegamento”? Una delle prime mosse di Papa Francesco è stata quella di indicare chiaramente la Cina come uno degli interlocutori più importanti della Chiesa. Innanzitutto con la nomina, a fine agosto dell’anno scorso, di lessandro Grossato (Padova, 1955), storico delle religioni e geopolitico, ha insegnato nelle Università di Padova, Trieste, Gorizia, Perugia e Trento. Attualmente insegna Religioni non cristiane presso la Facoltà Teologica del Triveneto a Padova. É autore di numerosi saggi e articoli scientifici ed è noto per il suo ampio studio dedicato alle tradizioni iconografiche e simboliche dell’Eurasia. Membro dell’ISMEO, ha partecipato alla Missione archeologica italiana in A monsignor Pietro Parolin quale nuovo Segretario di Stato. E quindi lo scorso 22 febbraio, con la nomina a prefetto di Propaganda fide di Ferdinando Filoni, e con l’elevazione a cardinali sia di Filoni che di monsignor Ioannes Tong Hon, l’attuale Arcivescovo di Hong Kong. Ma la prospettiva di fondo della Chiesa cattolica, nei riguardi della Cina, è pur sempre e solo quella missionaria, esattamente come più di sette secoli fa. Il gesuita Padre Matteo Ricci resta Nepal negli anni 1984-89. Ha fondato e dirige assieme a Francesco Zambon la Collana Viridarium della Fondazione Giorgio Cini di Venezia, e assieme a Carlo Saccone i Quaderni di Studi IndoMediterranei dell’Università di Bologna. Tra i suoi libri ricordiamo: Navigatori e viaggiatori veneti sulla rotta per l’India nella collana “Civiltà veneziana” (Olschki, 1994), Il libro dei simboli. Metamorfosi dell’umano fra Oriente e Occidente (Mondadori, 1999) e Il mito della fenice in Oriente e in Occidente (Marsilio, 2004). 48 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2014 E questo non ci condurrebbe per na visione meno forza ad un “monoteistica” della politica italiana, in favore di un maggior pluralismo o localism mo territoriale? Come dicevo, il geopolitico si limita a porre in evidenza le linee di frattura che caratterizzano una data area geografica, in questo caso l’Italia. Ed è evidente che le due faglie più rilevanti sono quelle che tendono a distaccare sempre più marcatamente il nord e il sud dell’Italia dal suo centro. dunque una grande e nobile eccezione. Questo fatto epocale sembra destinato a lasciare una traccia importante nella futura geopolitica euuropea. È così? La Cina è una realtà rispetto alla quale i principali Paesi europei, ciascuno a suo modo, hanno già preso da tempo posizione. In particolare Francia e Germania, soprattutto quest’ultima, sviluppando un importante interscambio economico con Pechino. Quello che manca, ma non è una novità, è un soggetto geopolitico e geoeconomico europeo veramente unitario, che sia in grado di decidere e parlare ai Cinesi, come ad altri, con una mente e una voce sola. Proviamo ad avvicinarci alla realtà italiana. Quale sarà, da un punto di vista geoppolitico, l’effetto di questa nuova irruzione da Oriente sulla nostra realtà socio culturale, anche in considerazione di quello che abbiamo detto sulla Chiesa cattolica? Fra tutti i Paesi europei, l’Italia è quello che si è reso conto più in ritardo di tutti della nuova realtà cinese, senza riuscire a sviluppare in modo approfondito e coerente né solidi rapporti economici, né importanti sviluppi sul piano del dialogo interculturale, salvo poche lodevoli iniziative del tutto secondarie. Si è persa così un’occasione storica. Lo studio della geopolitica non ci consentirebbe un nuovo modo di intendere la storia e la futura politica in Italia, sfrondando le categorie ormai obsolete di “destra “ e “sinistra”? La geopolitica è una scienza storico-geografica e non un’ideologia politica. Si pone quindi metodologicamente su di un piano di totale indifferenza rispetto alle realtà, anche politiche, di un dato paese. Si limita a prenderne atto e a registrarle, anche cartograficamente, con la massima esattezza possibile, ponendo in rilievo soprattutto le tensioni e i potenziali conflitti. Un’ultima domanda: quali sono, se esistono, i rapporti tra la geopolitica e la geografia sacra? Si può tentare un timido accostamento? L’impressione è che vi sia un rapporto quasi di filiazione, essendo la prima una geografia politica che ha espulso il “sacro” e il “simbolo” dallaa comprensione del mondo. Al contrario, perché nella dottrina geopolitica di Sir Halford John Mackinder è fin troppo facile riconoscere almeno due importanti simboli e mitemi propri della geografia sacra, che sono la nozione di “centro del mondo” e la tendenza a rappresentare tutte le terre emerse come un’unica “isola mondo“, circondata dall’Oceano. Mi sono chiesto molte volte a quali fonti o da quali testi, orientalistici o di storia delle religioni, Mackinder possa aver tratto più o meno direttamente ispirazione, e l’unico indizio interessante mi sembra la sua assidua frequentazione dei Fabians, un movimento che manteneva forti legami con la Theosophical Society in England. 50 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2014 Punture di penna Consigli intellettuali per il vero Maître à penser Ovvero: come furoreggiare nei salotti – parte sesta LUIGI MASCHERONI LETTERATURA EDIFI- CANTE Se è edificante, non è letteratura. Citare Oscar Wilde: “I libri non sono morali o immorali. Sono scritti male o bene”. Oppure, meno scontato, Anton Cechov: “Il mio mestiere è descrive i ladri di cavalli, non ricordare che rubare cavalli è reato. Quello spetta ai magistrati”. PROGRESSO Ricordarsi che, nell’arte, non ci sono progressi. Ed è questo che permette ai capolavori di restare tali. to una nuova tipologia di stronzo. CRITICA LETTERARIA Riceve la sua unica autorità dal giornale su cui è scritta. Forse. Sopra: Luigi Mascheroni. Nella pagina accanto: Voltaire con Federico II di Prussia al castello di Sans-Soucis, in un quadro di Adolph Menzel (1815-1905) “FATTE LE DEBITE PROPORZIONI” Locuzione da usare spesso nei giudizi: vi solleva da eccessive responsabilità. Ad esempio: “La prosa di Margaret Mazzantini ricorda quella di Virginia Woolf. Fate le debite proporzioni…” REGOLE Voi siete per la li- FORMA Voi siete per il con- NO E STUDIANO…” Diffidare. Gli intellettuali, del resto, nel ‘48 dicevano che era meglio stare con l’Urss di Stalin piuttosto che con De Gasperi e gli Usa. tenuto. CONTENUTO Voi siete per la forma. BLOGGER Per voi, soltan- bertà. LIBERTA’ Voi siete per le regole. SE SI PARLA DI CINEMA Bleffare. Dire di adorare le recensioni di Maria Rosa Mancuso sul Foglio. Che voi non avete “generi” preferiti (anzi, non credete neppure nella differenza tra generi). Che il cinema italiano non è così brutto e quello americano non è così bello. Che a La grande bellezza avete sempre preferito This Must Be The Place. E per il resto, ricordarsi che le serie televisive americane sono molto più avanti di Hollywood. “QUELLI CHE PENSA- OZPETEK, FERZAN Un falso mito. Evitare. SPIN DOCTOR Voi non ne avete bisogno. GOSTH WRITER Ci sono aprile 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano 51 politici e scrittori che li usano! Voi no, naturalmente. LA DOMENICA PERFETTA DI UN SINCERO “DEMOCRAT” Al mattino leggersi l’editoriale di Eugenio Scalfari: approvare. Due passi sotto casa, nel centro storico, riflettendo sul fatto che ha ragione Al Gore: il capitalismo e l’industrializzazione selvaggia distruggeranno il pianeta. Far portare il Suv a lavare. Scoprendo dai quotidiani che i sondaggi danno in crescita Berlusconi, twittare tutto il proprio sdegno dicendo che gli italiani se lo meritano un Paese così. Riordinare il vostro loft, sparecchiando gli avanzi della cena di ieri sera, buttando le bottiglie vuote di Canard-Duchêne e i gusci delle ostriche d’Arcachon. Ricordarsi, più tardi, di prendere dalla libreria Il trattato sulla decrescita felice di Latouche da prestare a quel fascista di merda di vostro fratello, che così impara un po’ come va il mondo. Brunch frugale. Fumarsi una canna. Nel pomeriggio, partita su Sky, guardando schifato gli striscioni razzisti. Twittare ancora tutta la vostra indignazione, marcando la differenza antropologica tra voi e quei selvaggi. Ah, cazzo: ricordarsi che domani dovete pagare quella stronza della filippina, che se no poi vi rompe i coglioni, negra di merda. Comunque, i soldi o li prende in nero o niente. Telefo- nare al Cianci e alla Bea, per parlare delle vacanze di quest’estate, in quel bel casale in Umbria che avete visto su Vanity Fair, prima che poi non ci sia più posto. Scacciare il retropensiero che la crisi non esiste, o comunque non per tutti. Pro memoria: prima di sera parlare con vostro figlio, sentire come va la scuola, se è tutto ok… però che due palle, ‘sti giovani, certo che non fanno un cazzo dalla mattina alla sera, altro che “opportunità” e “lavoro”, la verità è che sono degli sfigati, voi sì che alla loro età... Citare una massima del filosofo Slavoj Zizek. Perché? Boh… Guadare Che tempo che fa. Che poi si esce a cena, e stanotte all’una c’è la nuova puntata di Uomini, donne e viceversa. Tanto domani è lunedì e non avete un cazzo da fare. Prima di addormentarsi, riprendere in mano i romanzi di Dario Franceschini, e accorgersi che tutto sommato è vero: la sua prosa ricorda Borges, e Philip Roth, e anche Gabriel Garcia Marquez; e in fondo, a posteriori, anche i libri di Walter Veltroni non erano per nulla male. Renzi, invece, non vi ha mai convinto. Piace troppo a Berlusconi… Due puzzette, e vaffanculo a tutti. 52 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2014 dare a letto presto, che lunedì si lavora. Addormentarsi con la segreta speranza che forse, questa volta, con Renzi, ce la facciamo. Del resto, sotto sotto piace anche al Cavaliere… Due Avemaria, che non si sa mai, e buonanotte a tutti. Giovanni Paolo Pannini (1691–1765), Galleria di vedute di Roma antica, 1758, Parigi, Louvre LA DOMENICA PERFETTA DI UN OTTUSO REAZIONARIO Alla mattina, Santa Messa con tutta la famiglia, che è sacra. Poi si sta a casa, visto che c’è quel cazzo di blocco delle auto. Lavare la macchina e riflettere sul fatto che l’ecologismo fondamentalista è la vera minaccia del pianeta. Lettura di Libero o del Giornale (a seconda di dove scriva Feltri in quel momento). Scoprendo dai quotidiani che i sondaggi danno in crescita Berlusconi, tirare un sospiro di sollievo. Obbligare vostra moglie a pulire la casa: se serve, picchiarla. Anche ripetutamente. Nel pomeriggio, andare allo stadio con gli amici, in curva, bevendo birra e ruttando. Esporre striscioni omofobi e cantare inni razzisti. Ah, cazzo: ricordarsi che domani dovete pagare gli stipendi ai dipendenti della vostra fabbrichet- ta. Cercare di fregare il fisco e la Finanza, altrimenti Virzì e gli altri registi comunisti non possono girare i loro film di merda. Imprecare contro lo Stato sanguisuga e tassatore. Scacciare il retropensiero che la crisi è peggiorata dopo Berlusconi, altro che! Pro memoria: prima di sera parlare con vostro figlio, sentire se va tutto bene, perché saranno anche un po’ viziati ‘sti ragazzi, ma bisogna restituire loro un po’ di speranza, in fondo sono la nostra più grande risorsa. Comunque, tagliargli la paghetta: impari un po’ ad arrangiarsi, ‘sto fancazzista. Telefonare alla mamma. Perché? Perché è sempre la mamma. Guardare la tv, soprattutto il programma di Maria de Filippi, o le repliche di Barbara D’Urso: i libri, a parte Viaggio intorno alla mia di camera di Xavier de Maistre, a voi non hanno mai insegnato nulla. An- BENI CULTURALI Se se ne parla, dire subito con enfasi che “L’Italia possiede un terzo del patrimonio artistico del pianeta”. E aggiungere con un sospiro: “Purtroppo non lo si sfrutta abbastanza…”. COSE CHE A DIRLE NON SBAGLIA MAI “La crisi non rende la cultura meno necessaria, la rende al contrario più indispensabile”. Oppure: “La cultura non è un lusso. È (alzando la voce) una necessità!”. O anche: “La cultura è il futuro, è uno strumento di emancipazione”. Ma soprattutto: “La cultura non deve essere ridotta a uno scambio commerciale”. Perché? Non si sa. PAROLE SANTE “Mette- te insieme due scrittori, un poeta e tre giornalisti e avrete un’idea di che cosa siano la meschinità, la gelosia e l’invidia”. Soprattutto l’invidia. OVVIO Dire cose ovvie met- te tutti d’accordo, e potendo dire cose ovvie con competenza e sicurezza, dirne tantissime. Del resto, sull’ovvio si sente competente anche chi ascolta. È ovvio. SE SOFFRI DI STITICHEZZA OCCASIONALE... ... PUOI SOFFRIRE ANCHE DI GONFIORE ADDOMINALE IN N CASO DI STITICHEZZA OCCASIONALE IN CASO DI ARIA NELLA PANCIA AGISCE DALLA SERA ALLA MATTINA AZIONE RAPIDA È un medicinale a base di bisacodile da assumersi se una dieta ricca di acqua e fibre non è sufficiente. Non somministrare ai bambini e alle donne in gravidanza senza consiglio del medico. Consultare il medico se la frequenza di assunzione supera le 3-4 volte al mese. Leggere attentamente il foglio illustrativo. Autorizzazione del 04/03/2014 È un dispositivo medico CE 0482. Leggere attentamente le avvertenze e le istruzioni per l’uso. Autorizzazione del 28/02/2014 54 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2014 Milano segreta da scoprire Un Kamasutra latino al Castello Sforzesco Il collezionismo delle spintrie, le tessere erotiche romane CARLO SBURLATI N on sono medaglie, ma neppure monete. Marziale in un suo famoso epigramma parla di «lasciva numismata», mentre in tutto il mondo sono da alcuni secoli conosciute come spintriae. Intendiamo riferirci alle tessere erotiche romane, su cui per molto tempo tutti i maggiori studiosi della monetazione romana hanno mantenuto un prudente riserbo. Nel ‘600 e nel ‘700, anche se piuttosto rare e quasi tutte in cattivo stato di conservazione, si erano formate alcune importanti collezioni di queste tessere erotiche. Come quella dei Gonzaga, duchi di Mantova, passata poi agli Estensi e quella del duca d’Orlèans, cugino di re Luigi XVI di Francia, trasmigrata per le traversie dei Borboni nel boudoir di Caterina di Russia. Ultima famosa raccolta, quella dello scrittore francese Roger Peyre- fitte, segnalato all’Acqui Storia, dispersa all’asta da Vinchon il 29 aprile 1974 insieme a molti altri pezzi della sua chiacchieratissima collezione erotica. Ricercati anche i volumi che trattano delle spintrie. Pubblicata nel 1784, divenne subito introvabile ed è ormai una rarità bibliografica, la Description des principales pierres gravèes du Duc d’Orlèans, che enumerava gli splendidi esemplari erotici della collezione del cugino di Luigi XVI. Il medagliere con le spintrie del Castello Sforzesco di Milano non è aperto al pubblico. Per visitare questa collezione è necessario prendere appuntamento allo 02-88463771 La prima opera completa e scientificamente valida risale al 1973 e si deve a T. V. Butrey: The spintriae as a historical source. Un buon testo è quello di Bono Simonetta e Renzo Riva, pubblicato nel 1981 in Svizzera presso l’editore Chiesa con il titolo Le Sopra a sinistra: Luigi Filippo d’Orleans (1747-1793), in un disegno del XIX secolo. A destra: collezione di spintrie aprile 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano tessere erotiche romane, mentre nel 2000 è intervenuta su questo argomento Luciana Jacobelli. Cosa hanno di tanto scandaloso le spintrie? Non sono altro che dischetti di bronzo, ottone o piombo, del diametro di poco più di due centimetri, come un’attuale moneta da 50 centesimi di Euro, che presentano sul recto, con impressionante realismo, alcune scene erotiche. Dall’esame dei circa 200 esemplari conosciuti, alcuni dei più belli sono conservati nel Medagliere del Castello Sforzesco di Milano, mentre altri sono dispersi fra il British Museum di Londra, il Cabinet des Medailles di Parigi, lo Staatliche Munzsammlung di Monaco, il Kunsthistorisches Museum di Vienna, il Museo Estense 55 di Modena e poche collezioni private, si possono classificare 15 scene erotiche diverse di coito e fellatio (una specie di Kamasutra illustrato). Pare (e conoscendo certe inclinazioni della classicità la cosa potrebbe essere credibile) che sul recto di alcune spintrie siano raffigurati anche accoppiamenti omosessua- 56 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2014 Sopra: frontespizio del secondo tomo dell’opera Description des principales pierres gravées du Duc d’Orlèans (1784) A sinistra: Luigi Filippo d’Orlèans, in un ritratto d’autore ignoto (Parigi, Museo Carnavalet) li. Sul verso queste tessere erotiche sono più innocenti e presentano un numerale in cifre romane, dall’I al XVI, preceduto a volte dalla A. Tale lettera sarebbe abbreviazione di asses. Il denario romano si divideva in 16 assi; sui versi delle spintrie questo numero non viene mai superato. Molto probabilmente questi dischetti servivano per remunerare le prestazioni delle prostitute o faciles emi puellae nei lupanari o come lasciapassare per assistere a spettacoli licenziosi. Come narrano Tacito e Svetonio, veniva punito con una pena severa chi entrava in una casa di tolleranza pagando il dovuto con monete che recavano l’effige di Augusto: era un delitto di lesa dignità imperiale. I singoli lupanari, all’epoca di Tiberio e successivamente la stessa zecca imperiale fino al 95 d.C., provvidero pertanto a realizzare queste particolari tessere erotiche, che potevano essere comprate e riconvertite, dopo l’uso, in moneta corrente. Ottenuto il monopolio della coniazione delle spintrie, la cassa imperiale fu in grado di tassare i proventi dei lupanari fino all’ultimo asse, esigendo il dovuto al momento della riconversione in contante di quelle tessere da parte degli amministratori dei frequentatissimi bordelli romani. aprile 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano 57 L’Altro Scaffale L’occulto palese e l’occulto “nascosto” Piccole ma preziose proposte di collezionismo ALBERTO CESARE AMBESI D a dove incominciare? Ma dagli spettri, ovviamente, visto che, questa volta, ci si occuperà dei tre mondi - diversi ma troppo spesso confusi - del paranormale, dell’occulto e dell’esoterico. E per non sbagliarsi si inizierà con segnalare il libro Fotografie di fantasmi, recante il seguente, impegnativo sottotitolo: «Contributo sperimentale alla constatazione dei fenomeni medianici con prefazione del dott. prof. Carlo Richet e numerose fotografie stampate dalle negative originali». Autore dell’opera: il medico torinese Enrico Imoda (XIX sec.1912); editore: Fratelli Bocca, nell’anno 1912. Prezzo del volume, 1250 euro, trattandosi di un esemplare in buono stato e con dorso ben restaurato. Le sue principali caratteristiche editoriali: formato in 8° (258x180 mm), pp. 254, brossura editoriale a stampa e 49 vere fotografie scattate dallo stesso Imoda e applicate nel testo (opera posta in vendita dalla Galleria-Libreria Sopra: frontespizio dell’opera di Enrico Imoda, Fotografie di fantasmi, con ritratto fotografico dell’autore (Torino, Fratelli Bocca, 1892) Antiquaria Giliber di Torino). Il contenuto? Il contenuto risulta per lo meno opinabile, risultando evidente che i presunti ectoplasmi evocati della medium Linda Gazzera (1890-19?) non erano altro che grossolane mistificazioni realizzate con abbondante uso di garza, cotone, ritagli fotografici e altro materiale. Soltanto stupisce (ma non troppo, a ben riflettere) che cascarono in quegli inganni non soltanto il buon Imoda, ma altresì il fisiologo Charles Richet (1850-1935), futuro Premio Nobel per la me- dicina (1913), nonché lo psichiatra Cesare Lombroso (18351909), positivista di rigida osservanza. È dunque Fotografie di fantasmi un testo di validità scientifica pari al nulla? Certamente, ma tutt’altro che disutile, quando si pensi che i trucchi della Gazzera erano già stati smascherati nel 1911 dallo psichiatra Albert von Schrenck-Notzing (1862-1929), pur riconoscendosi, per converso e sulla base di altre testimonianze, che Linda Gazzera doveva tuttavia possedere qualche ricorrente dote di sensitiva. Fumosità e contraddittorietà di risultati di cui è costellata tutta la storia dello spiritismo. In specie se imperniata nella rievocazione di presunti effetti fisici. Meglio allora rifarsi a due storie occulte più concrete, così come proposte, sempre dalla citata libreria torinese, con i volumi: Le Società Segrete in Toscana nel I decennio dopo la Restaurazione. 1814-1824 di Anna (o Annina) Baretta (18?-19?) e la Politica 58 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2014 aprile 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano 59 Nella pagina accanto: Charles Richet e Cesare Lombroso raffigurati mentre assistono, nel 1892, a una seduta della medium Eusapia Palladino (disegno del 1895). A destra: Giuseppe Mazzini (incisione tratta dall’opera di Carlo Gemelli, Ritratti dei Fratelli Bandiera e loro compagni, Bologna, 1877) segreta italiana (1863-1870) di Diamilla Muller, ovvero Emilio Demetrio (1826-1908); opere uscite, rispettivamente, nel 1912 e nel 1891 e che meriterebbero qualcosa di più di poche parole di commento. Sia subito chiaro, tuttavia, e in linea preliminare: ambedue le monografie segnalate hanno avuto ristampe più o meno recenti. Sarebbe perciò incauto parlarne come di libri rari, preziosi. È però vero che il rispettivo valore cronistorico e bibliologico collima con i prezzi richiesti: 100 euro, per il volume dedicato alle società segrete toscane (prima edizione) e 90 euro per il testo, pur tuttavia più corposo, rievocativo della politica occulta italiana nella seconda metà del XIX secolo (seconda edizione ampliata). Vi è poi da aggiungersi che ognuna delle biografie dei due autori appare con caratteri sorprendenti, ma per motivi alquanto dissimili. La figura di Anna Baretta vi risulta infatti evanescente, a causa della distrazione dei posteri; sovrabbondante di dati, e anzi “picare- sco” invece, il ritratto di Diamilla Muller, ossia Demetrio Emilio. In rapida sintesi: Anna Baretta fu una studiosa molto attenta a sviscerare gli aspetti meno noti di tutta la vita culturale e civile di una nazione. Basti rammentare che, nel 1918, uscirà con un testo che avrà la seguente indicativa titolazione: Byron e i romantici: attraverso alle relazioni di un emissario segreto del governo toscano. Cosa non fu invece, Demetrio Diamilla, a parte l’astuta ricerca di variare nome e cognome, a seconda delle circostanze? Numismatico di vaglia e ladro di medaglie pontificie, archeologo, ufficiale dell’esercito papalino e apprezzato membro dell’Osservatorio Astronomico di Parigi, emissario del governo sabaudo alla corte di Napoleone III e nei contatti segreti con Giuseppe Mazzini, studioso della fisica terrestre, giornalista e memorialista, sia politico sia scientifico… e altro ancora, Demetrio Diamilla, insomma, è personaggio che potrebbe facilmente ispirare un serial televisivo o inserirsi in un’avvincente storia dei protagonisti occulti del nostro Risorgimento. Tornando ai libri, in particolare al saggio di Anna Baretta, si rammenta che si tratta di un testo di pp. VIII, 175, recante la valida prefazione dello scrittore e 60 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2014 aprile 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano 61 A sinistra: Joseph Siffred Duplessis (1725-1802), Christoph Willibald Gluck (1775), Vienna, Kunsthistorisches Museum. A destra: Alexandre Cabanel (1823-1889), Ritratto di Napoleone III, Museo del Secondo Impero, Compiègne uomo politico Giovanni Faldella (1846-1928), senatore del Regno. In secondo luogo, che si tratta di un’opera arricchita da una nutrita appendice d’importanti documenti fino a quel momento (il 1912) del tutto ignoti. Nello specifico, inoltre, si segnala che si tratta di un volume in 8°, in barbe, con la legatura editoriale della Unione Tipografico Editrice Torinese e che ha, come difetti, una gora e talune, insignificanti, ingialliture alla brossura. Il libro di Diamilla Muller è anch’esso in 8°, ma presenta più accattivanti caratteristiche: pp. (2),V, 454 (4), legatura coeva in mezza pelle con titoli e filetti in oro, nonché piatti marmorizzati. Esemplare dunque pressoché perfetto. Su un più vicino versante cronologico, avendo per punti di riferimento gli anni 1968, 1998 e 2003, si incontrano invece una terna di tre opere che si prestano a riflessioni e problemi, sia illuministici, in senso lato, sia esoterici, con gran dispetto degli estremisti dell’uno e del’altro orientamento. Offre la possibilità di ab- bozzare siffatte considerazioni lo Studio Bibliografico Pera di Lucca, con tre libri. A cominciare dal volume, squisitamente filosofico, Allegoria. Teoria di un modo simbolico di Angus Fletcher, critico letterario e storico della letteratura: un autore, peraltro, con variegati interessi culturali e che sembra richiedere al lettore la capacità d’immergersi con disinvoltura nel cuore di diverse discipline. Opera in 8°, di 640 pagine e di un buon numero di illustrazioni (32 tavole nel testo), quest’opera venne pubblicato in versione italiana (traduttrice Roberta Rambelli) da Lerici Editore di Roma. Prezzo di copertina di allora: 5000 lire. Oggi il suo, ragionevole costo è di 65 euro, trattandosi, nel caso particolare, di un esemplare con qualche abrasione alla sovracoperta. È invece in perfetto stato il volume I Fratelli di Orfeo. Gluck e il teatro musicale massonico tra Vienna e Parigi stampato a Firenze da Olschki Editore e racchiudente, in una brossura in 8°, un 62 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2014 Charles Richet ritratto nel suo studio (1910 circa) avvincente studio di pp. 16, 370, con 21 illustrazioni fuori testo. Autore, Gerardo Tocchini, studioso della storia delle civiltà e con pari approfondimenti nell’ambito musicologico e nell’alveo dell’iconologia. Originale assunto dell’opera: la dimostrazione di quanto erano stati operanti taluni fattori simbologici, specificatamente massonici, nell’ispirare la riforma melodrammaturgica gluckiana. Il che, sia permesso di rilevare, appare tanto più sorprendente, di primo acchito, in quanto non sussiste la certezza che l’autore di Orfeo ed Eridice sia stato un iniziato alla Libera Muratoria. Ciò non escluderebbe, d’altro canto, che possa essere stato addentro, in via confidenziale, a certa, riservata filosofia, essendo uomo e compositore di non comune cultura. Posta in vendita al conveniente costo di 47 euro, la monografia di Tocchini è un testo che dovrà essere quanto prima ripreso in esame, onde si possa riaffrontare l’enigma della Ars Magna (e/o “ragione critica”) che collegherebbe musica, architettura e matematica. Un mondo diverso, anzi antitetico, e tuttavia misterioso, è invece rievocato dalla studiosa Maria Augusta Morelli Timpanaro con la analitica monografia, in due tomi, di complessive 944 pagine, dedicata al tema: Tommaso Crudeli. Poppi (1702-1745), Contributo per uno studio sulla Inquisizione a Firenze nella prima metà secolo XVIII. Opera veramente basilare, per quanto concerne l’argomento indicato nel titolo, ma che conduce il lettore ad una morta stagione culturale, quando all’irrigidimento dottrinale della Chiesa si contrapponeva una proto-massoneria, per lo più libertina, nell’accezione settecentesca del termine, quando non era animata, per avverso, aprile 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano 63 Scuola di Giulio Romano, Orfeo ed Euridice, XVI sec., collezione privata da una tollerante fede cristiana sovraconfessionale. Perciò non stupisce che il poeta e scrittore Crudeli potesse essere accolto volentieri, nel 1735, nella loggia massonica della comunità inglese di Firenze, malgrado coltivasse un orientamento culturale che coniugava, con soverchia disinvoltura, illuminismo e materialismo. Fattori che indurranno la Santa Inquisizione a reagire con mano pesante, tanto da imprigionare nel 1739 il nostro spregiudicato scrittore, scorgendo nella di lui attività letteraria la reiterazione di atti volutamente empi. Carcerazio- ne che, per la verità, durerà soltanto sedici mesi, ma che minerà la fragile salute di Tommaso INDIRIZZO E RECAPITI GALLERIA - LIBRERIA ANTIQUARIA GILIBERT Galleria Subalpina, 17 10123 Torino Tel: 011.5619225 www.gilibert.it STUDIO BIBLIOGRAFICO PERA Corte del Biancone, 5 55100 Lucca Tel. 0583.955824 www.pera.it Crudeli in maniera fatale. Si spegnerà difatti quattro anni dopo, consunto dalla tisi, dopo aver dettato la maggior parte delle sue opere di prosa e poetiche, fra cui lo “scandaloso” e noto opuscolo, L’arte di piacere alle donne ed alle amabili compagnie, sulla cui integrale autenticità sono stati di recente avanzati alcuni dubbi. Naturalmente, i due tomi in 8° (cm. 24x17) di Maria Augusta Morelli Timpanaro, raccontano tutto ciò e molto altro ancora. Sono arricchiti da una pertinente serie di 20 tavole fuori testo e offerti - con le originali brossure editoriali- a 94 euro. aprile 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano 65 Filosofia delle parole e delle cose La paura della scelta: «Così è deciso» Decidere per stabilire, stabilire per vivere DANIELE GIGLI E ci si trova così, come tutte le mattine, a traversare il giorno, il dare e il prendere, il fare e il rendere. Con la strada – la nostra, solo nostra, inevitabile e pur sempre sospettata – che tante volte si fa fragile tra le buche e i rattoppi, la banchina cedevole, gli svincoli chiusi, quelli mal segnalati. Tanto che sembra atroce, a volte, questo cammino, questa linea in fondo retta da percorrere, ma così sgorbia all’apparenza dei giorni, così circonvoluta... «What might have been is an abstraction/ Remaining a perpetual possibility/ Only in a world of speculation», ci dice Eliot in Burnt Norton, e lo sentiamo tutto, il peso della scelta, del non saper che fare, o di saperlo così bene da non potere Arturo Martini (1889-1947), Giustizia corporativa (1937), Milano, Palazzo di Giustizia comunque evitare che un tarlo si insinui: «E se poi?». Perché c’è sempre qualche cosa da decidere: la strada da imboccare, il bar in cui pranzare, la camicia da indossare. E decidere, ce lo ricorda l’etimo, «toglie via» (decide) una possibilità, la relega inesorabilmente nel novero del «what might have been» eliotiano, di una «abstraction/ Remaining a perpetual possibility/ 66 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2014 Mario Sironi (1885-1961), L’Italia tra le Arti e le Scienze (1935), Roma, Città Universitaria Only in a world of speculation».1 È per questo che scegliere ci fa così paura: perché scegliere obbliga (ob-ligare), costringe (cum-stringere), evidenzia e necèssita un legame oggettivo e indissolubile con una realtà oggettiva. E se la vita non è un destino da intuire o percorrere, se non è un cammino da un’origine verso un fine, come non avere paura? Come non restare atterriti a sguazzare nelle sabbie mobili della non-decisione, cercando illusoriamente di tenere salve tutte le vie senza in realtà percorrerne alcuna? È impossibile, ed è come sempre il nostro linguaggio a farci da spia delle nostre percezioni. Pensiamo alla stabilità, a quella stabilità agognata in tanti discorsi e rifuggita più o meno programmaticamente in tanti rapporti. Che cosa fonda la stabilità, se non la decisione? Quando discutiamo lungamente sull’auto da acquistare, sulle vacanze da prenotare, sull’organigramma aziendale, alla fine stabiliamo qualcosa. «È stabilito» equivale a dire è deciso»: decidere, cioè, equivale a rendere più certo e sicuro il cammino. E infatti chiunque conosce la sensazione di libertà e NOTE 1 T.S. Eliot, Burnt Norton i, 6-8. T.S. Eliot, Animula, 23; 26-28. 3 T.S. Eliot, The Waste Land, v. What The Thunder Said, 402-403. 2 certezza che dà l’incamminarsi su una strada; e quale disagio ingeneri, invece, il non decidersi mai su nulla, il tentare di tenere aperte tutte le porte e controllare la realtà nell’illusione ansiogena di salvare la pelle. È la nostra battaglia di ogni giorno, questa tra il vivere e il guardarsi vivere. Tra l’andare avanti come l’anima semplicetta di Eliot – accucciati «dietro l’Enciclopedia Britannica», incapaci «di avanzare o ritrarsi:/ temendo la calda realtà, il bene offerto,/ negando l’importunità del sangue»2 – o vivere alla ricerca di quell’«istante di abbandono/ che un’era di prudenza non potrà riprendersi» e per cui potremo dirci che è valsa la pena essere esistiti.3 aprile 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano 67 Da l’Erasmo: pagine scelte L’‘obbedisco’ del Gesuita proibito Le ricerche e le teorie di frontiera di Theilhard de Chardin SERGIO PAUTASSO L a perentoria affermazione: «Cristo non è cultura», con cui Carlo Bo rispose a Elio Vittorini, che aprì alla fine della Seconda guerra mondiale le ostilità culturali, diede un senso spirituale e religioso al nuovo clima democratico caratteristico di quegli anni di confronto della nuova realtà sociale. La cultura fu allora il punto di partenza per un rivolgimento che prese con i successivi anni Sessanta del Novecento la sua connotazione da un’intensa battaglia di idee e di confronti materiali e spirituali all’interno e fra gli Stati. A cambiare le carte in tavola, fu più la forza delle idee e la fede nel pensiero che la spinta delle cose, e ad esse si deve l’impulso decisivo verso la realtà che oggi ci circonda, qualunque essa sia. L’impegno di una ricerca libera, senza prevenzioni né confiPadre Teilhard de Chardin, S.J., disegno al tratto, da una fotografia degli anni Trenta, in Wikipedia ni ideologici, fu condotta da figure di intellettuali, scienziati, religiosi, studiosi di scienze umane, scrittori spesso sconosciuti, a fianco di istituzioni, o in libertà individuale. Materialismo culturale di derivazione scientifica e riflessione spirituale messi a fronte, sembravano offrire una visione del mondo orientata verso una sorta di generalizzazione degli elementi del sacro. Basti pensare agli studi di Cesare Pavese sul mito, e ai fermenti spirituali che sollevò negli ambienti spirituali e politici della rivista “Cultura e realtà”. E anche tra i più agguerriti intellettuali cattolici italiani, da Bo a Guido Piovene, da A.C. Jemolo a don Mazzolari, e a Giancarlo Vigorelli con Il gesuita proibito (Milano, Il Saggiatore, 1962), si faceva sentire attraverso il commento l’eco degli scritti proibiti in Francia del padre gesuita Pierre Teilhard de Chardin. Questa sensibilizzazione sofferta, che si inseriva nello scoppio del boom economico nel nostro Paese, dava alla visione intellettuale che si profilava allora all’orizzonte mondiale un diversificato punto di partenza, che ha alimentato riflessioni più avanzate rispetto a concezioni interdisciplinari a cui pure avevano contribuito le non poche precedenti scoperte scientifiche. Soprattutto si allargava criticamente la prospettiva nei confronti della tradizionale staticità conservatrice del conformismo delle ideologie della politica; ma anche inter- 68 veniva un apporto differenziato della presenza religiosa nella società specie ecclesiale, dovuto al Concilio Vaticano II. Il confronto fra ateismo e religione avviò un dibattito da ‘battaglia delle idee’, secondo una formula a quel tempo di moda, che ha contrassegnato l’attività intellettuale e sociale, con una partecipazione egemonica della cultura marxista, dominante allora in ogni campo culturale, e che ha dato luogo a sua volta a posizioni di intransigente settarismo; nello stesso tempo, però, il confronto delle rispettive opinioni ha anche suscitato il sorgere di diverse visioni e di altre aspirazioni di ordine morale, religioso e sociale. I fermenti erano estesi e non tralasciavano alcun settore disciplinare di approfondimento. Uno scienziato inglese, C.P. Snow, affrontò proprio in quel periodo il problema con un libello (si veda Le due culture, ed. Marsilio, con interventi di Giuseppe O. Longo, Pierluigi Odifreddi, a cura di Alessandro Nanni), in cui metteva appunto a raffronto le due culture. Il discorso di Snow, per quanto ineludibile sotto l’aspetto della ricerca, era parziale, perché non giungeva al cuore dell’uomo in un mondo in trasformazione, in cui il rapporto fra scienza e fede si prospettava verso un’apertura evoluzionista. Il dubbio connesso al tema della creazione e dell’evoluzione è sempre circolato negli spiriti la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2014 ecclesiali, e nella stessa Chiesa il contrasto fra conservatorismo ortodosso e ricerca interpretativa ha portato al limite dell’eresia. Interprete esemplare di questa condizione fu Teilhard, che recò alla riflessione un contributo controverso quanto originale, ma ha anche sollevato severe censure curiali – solo in séguito attenuate con la conclusione del Concilio: e se ne risentono oggi le conseguenze nella ripresa di un’apertura sul darwinismo, a cui non era distante il cardinale Joseph Ratzinger, non ancora Benedetto XVI. Teilhard (1881-1955), paleontologo, antropologo, insegnante all’Institut Catholique di Parigi, percorse anch’egli la Cina per scavi e ricerche sulle orme dei suoi antichi confratelli (contribuendo fra l’altro alla scoperta del Synanthropus Pekinensis). Le conclusioni delle sue ricerche e le sintesi delle sue idee furono tratte in due opere clamorose: Le phénomène humain (1955) e Le milieu divin (1957). Soprattutto nella prima, l’uomo (la visione teilhardiana è sostanzialmente antropocentrica) rimane alla base della creazione, la quale si compie e si realizza evolvendosi in una «evoluzione integrale» in cui la materia si sviluppa ma puntando, in vari stadi sempre più complessi, verso l’uomo, o meglio è dire «il fenomeno umano», verso la sua intelligenza e la sua coscienza; passando – termini di- venuti famosi – dalla ‘biosfera’ alla ‘noosfera’, e infine di lì puntando verso il ‘punto Omega’, Dio e il mondo. Il libro di Vigorelli, tra biografia spirituale e continuità di ricerca, sostenuto da una passione anche personale, dalla dimensione religiosa e umana del personaggio, dall’ammirazione anche letteraria dei testi di questi che fu pure e forse al di sopra di tutto un mistico e un poeta, fece scalpore e fu un sasso vitale gettato nell’acqua. Faceva emergere l’umanizzazione dell’uomo in quella positività che l’intolleranza circoscriveva all’ortodossia: e ciò animava anche lo scrittore italiano. Il gesuita Teilhard non ha mai rinunciato all’obbedienza della Compagnia, sofferta ma espressa in parole di straordinaria serenità, di memorabile umiltà e dignità nella lettera al Superiore generale. Di qui il dramma dell’uomo e dello studioso tormentato da una contraddizione interiore che Vigorelli trascrisse nella profonda verità umana e religiosa senza prendere parte a una disputa ecclesiale fra prelati ma trasferendo la sua opera e i suoi scritti sul piano intellettuale. Poiché per questo la visione di Teilhard era considerata pericolosa: intaccava il rapporto fra religio e scientia. Tratto da L’Erasmo, n.31, Luglio-Settembre 2006, Lo splendore dei Gesuiti 70 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2014 BvS: il ristoro del buon lettore Una nobile casa, fra I Castagni Grande cucina nella campagna di Vigevano GIANLUCA MONTINARO U na casa, in mezzo a un giardino. Un prato, «magnifico al sorgere del sole». Eppoi fiori, alberi, piante. Una rilassata atmosfera di campagna. Come quella che regna a Casa Howard, la dimora narrata da Edward M. Forster nell’omonimo romanzo (libro che la Biblioteca di via Senato possiede nella prima edizione Mondadori, stampata nel 1986). Questo lo spirito che si respira a I Castagni, raffinato ristorante sperso nei dintorni della nobile Vigevano. Uno spirito che, nell’insieme, sembra più appartenere al passato, a «case vecchie e piccole, in mattoni rossi»: uno spirito a disagio nel mondo moderno, fatto invece di «giovani e automobili». Uno spirito saggio e distante: eppure capace di suscitare animazione. Capace di colpire proprio perché fuori dal tempo. Non si discute a Casa Howard, e neppure a I Castagni. Non ce ne è bisogno. Basta lo spirito a tenere vivi «i mattoni e la calcina». Enrico Gerli e sua moglie Luisa lo sanno. Tutti i giorni, a I Castagni, la loro casa, circondati dal loro giardino, narrano la loro storia. Senza parole, che Ristorante I Castagni Via Ottobiano, 8/20 Vigevano (Pv) Tel. 0381/42860 «solo rendono indistinti i contorni delle cose note». Raccontano della Lomellina, sì. Raccontano delle loro tradizioni, certo. Ma raccontano soprattutto di loro, e dello spirito, saggio e distante, che abita i muri e pervade le stanze. Con sicura leggerezza, Enrico esprime una cucina neoclassica, introspettivamente nitida, tesa nella continua ricerca di sensi più che di gusti, di dimensioni più che di mondi, di silenzi più che di suoni. La pallottina di storione ripiena di gambero di fiume e guanciale di maiale al vapore ne è l’esempio più calzante: colpisce per sensa- zioni, racchiude in un piatto lo spirito dei tanti corsi d’acqua dolce che solcano la vasta pianura. Terra - questa - di canali, e quindi di riso. Ed Enrico infatti propone un risotto Carnaroli allo zafferano, piatto impreziosito da una divagazione mediterranea (scorza di limone, origano e polvere di cappero). Per proseguire poi con i raviolini ripieni di bottaggio d’oca con crema di borlotti e scaloppa di fegato grasso e con la coscia d’oca ripiena arrostita lentamente nel suo grasso, con polenta, ciccioli e purè di patate tartufate. Per il vino Luisa saprà donare i suoi consigli. Da una vasta cantina potrà arrivare un grande rosso, o uno straordinario bianco. Piatti complessi quelli di Enrico, che necessitano di un vino esoticamente profumato, pieno e minerale. Magari un grande Riesling alsaziano. Magari la cuvée Frédéric Emile di Trimbach. Bottiglia straordinaria, per complessità e lunghezza. Intanto «il prato viene falciato di nuovo e i grandi papaveri rossi si riaprono nel giardino». L’aria «è tranquilla». Mentre lo spirito continua a vivere a I Castagni… aprile 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano HANNO COLLABORATO A QUESTO NUMERO 71 ALBERTO C. AMBESI Alberto Cesare Ambesi (1931), scrittore e saggista, ha insegnato storia dell’arte e semiotica all’International College of Sciences and Arts e all’Istituto Europeo del Design. Fra le sue opere si ricordano qui: Oceanic Art (1970), L’enigma dei Rosacroce (1990), Atlantide e Le Società esoteriche (1994), Il panteismo (2000), Scienze, Arti e Alchimia (riedizione ampliata e rinnovata di un precedente saggio, Hermatena, Riola, 2007) e le particolari monografie Nella luce di Mani (2007) e Il Labirinto (2008). È stato critico musicale del quotidiano «L’Italia» e ha collaborato alle pagine culturali de «La Stampa». MARCO CIMMINO Marco Cimmino (Bergamo, 1960). Storico, membro della Società Italiana di Storia Militare e socio accademico del Gruppo Italiano Scrittori di Montagna, si occupa prevalentemente di Grande Guerra. Collaboratore Rai, scrive su molte testate. Membro del comitato scientifico del Festival Internazionale della Storia di Gorizia, è uno dei responsabili del progetto èStoriabus. Tra i suoi saggi più recenti: La conquista dell’Adamello (2009), Da Yalta all’11 settembre (2010) e La conquista del Sabotino (2012), finalista al premio Acqui Storia 2013. MASSIMO GATTA Massimo Gatta (1959) ricopre l’incarico, dal 2001, di bibliotecario presso la Biblioteca d’Ateneo dell’Università degli Studi del Molise dove ha organizzato diverse mostre bibliografiche dedicate a editori, editoria aziendale e aspetti paratestuali del libro (ex libris). Collabora alla pagina domenicale de «Il Sole 24 Ore» e al periodico «Charta». È direttore editoriale della casa editrice Biblohaus di Macerata specializzata in bibliografia, bibliofilia e “libri sui libri” (books about books), e fa parte del comitato direttivo del periodico «Cantieri». Numerose sono le sue pubblicazioni e i suoi articoli. DANIELE GIGLI Daniele Gigli (Torino, 1978) lavora nella conservazione dei beni culturali. Studioso di T.S. Eliot, ne ha curato alcune traduzioni, tra cui quelle di The Hollow Men (2010) e Ash-Wednesday, di imminente uscita. Ha pubblicato le plaquette Fisiognomica (2003) e Presenze (2008) e sta attualmente lavorando al libro Fuoco unanime. TEODORO KLITSCHE DE LA GRANGE Teodoro Klitsche de la Grange (Roma 1948), giurista, avvocato, direttore del trimestrale di cultura politica «Behemoth». Tra i suoi libri recenti: Il salto di Rodi (1999), Il doppio Stato (2001), Apologia della cattiveria (2003), L’inferno dell’intellettuale (2007), Intervista sullo Stato (2009). Ora è in uscita Funzionarismo (Liberilibri) anticipato su «la Biblioteca di via Senato». LUIGI MASCHERONI Luigi Mascheroni ha lavorato per «Il Sole24 Ore», «Il Foglio» e, dal 2001, per «il Giornale». Scrive soprattutto di Cultura, Spettacoli e Costume. Ha una cattedra di Teoria e tecnica dell’informazione culturale all’Università Cattolica di Milano. Fra i suoi libri, il pamphlet Manuale della cultura italiana (2010) e Scegliere i libri è un’arte. Collezionarli una follia (2012). Sta lavorando a un saggio sui plagi letterari e giornalistici. È fra i fondatori del blog “Dcult” (difendere la cultura): http://www.dcult.it/. Dal 2011 ha un videoblog, primo in Italia, di videorecensioni: http://blog.ilgiornale.it/mascheroni. 72 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2014 GIANLUCA MONTINARO Gianluca Montinaro (Milano, 1979) è docente a contratto presso l’università IULM di Milano. Storico delle idee, si interessa ai rapporti fra pensiero politico e utopia legati alla nascita del mondo moderno. Collabora alle pagine culturali del quotidiano «il Giornale». Fra le sue monografie si ricordano: Lettere di Guidobaldo II della Rovere (2000); Il carteggio di Guidobaldo II della Rovere e Fabio Barignani (2006); L’epistolario di Ludovico Agostini (2006); Fra Urbino e Firenze: politica e diplomazia nel tramonto dei della Rovere (2009); Ludovico Agostini, lettere inedite (2012); Martin Lutero (2013). LUCA PIETRO NICOLETTI Luca Pietro Nicoletti, storico dell’arte, si interessa di arte e critica del Secondo Novecento in Italia e in Francia. Ha pubblicato: Gualtieri di San Lazzaro. Scritti e incontri di un editore italiano a Parigi (Macerata 2013). LUCA PIVA Luca Piva (Piove di Sacco, 1960), saggista e illustratore, si interessa a temi e spunti della tradizione figurativa e letteraria italiana, in particolare nelle sue espressioni di ambito veneto, per lo più di periodo tardo. Nella sua bibliografia figurano due saggi pubblicati in «Padova e il suo Territorio» (Invito allo studio del Cristo di Arzerello, 2010; Una triste visita di Giovanni Comisso a Piove di Sacco, 2011). Sta lavorando ora a una raccolta di storie narrate da architetture. CARLO SBURLATI Carlo Sburlati, chirurgo e primario di Ostetricia e Ginecologia, oltre a numerose pubblicazioni e testi scientifici, ventenne negli anni settanta, ha scritto due libri cult su Codreanu e la Guardia di Ferro e su Peron ed Evita, tradotti in molte lingue. Collabora a quotidiani, rotocalchi ed enciclopedie con articoli e testi sul collezionismo, l'arte, la moda, la storia, la scienza ed il design. Dal 2007 è responsabile esecutivo dei Premi Internazionali Acqui Storia e Acqui Ambiente. GIANCARLO PETRELLA Giancarlo Petrella insegna discipline del libro presso l’Università Cattolica di MilanoBrescia. Si occupa di letteratura geografico-antiquaria fra Medioevo e Rinascimento (L’officina del geografo. La Descrittione di tutta Italia di Leandro Alberti e gli studi geografico-antiquari tra Quattro e Cinquecento, 2004) e di storia del libro a stampa fra Quattro e Cinquecento in numerosi articoli e monografie (fra cui l’ultimo L’oro di Dongo ovvero per una storia del patrimonio librario del convento dei Frati Minori di Santa Maria del Fiume, 2012). Collabora con il «Giornale di Brescia» e con la «Domenica del Sole 24 ore». LUIGI SGROI Luigi Sgroi (Milano, 1961) lavora in ambito artistico, interessandosi alle “vie del corpo”. Spazia dal teatro d’avanguardia, al mimo classico, al buddhismo zen e, dal 1990, alle varie forme dello yoga. Ha insegnato per la Federazione Francese di Yoga, per la Federazione Finlandese, presso la quale tiene ancora oggi seminari di studio e approfondimento, ed è stato eletto, nel 2011, Presidente dell’Istituto Internazionale Ricerche Yoga. HANNO COLLABORATO A QUESTO NUMERO