SOMMARIO
3 Mario
Fancello
4 Mario
Fancello
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D
Suggestioni paesistiche
Note informative: Endre Szkárosi
Profilo biografico di Endre Szkárosi
10 Endre
Szkárosi
Trascrizione dell’intervento (a c. di M. Fancello)
21 Mario
Fancello
Sottolineature
22 Gianni
Milano
I camminanti
34 Nicolas
Stoppa
Colloquio (a c. di M. Fancello)
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Puntaspilli (a c. di M. Fancello)
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Genova (a c. di M. Fancello)
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L’anello mancante (a c. di M. Fancello)
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Vetrina (a c. di M. Fancello)
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Turlupinature – Letture in filigrana – Collusioni (a c. di M. Fancello)
79 ------------
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Farfalle metropolitane (a c. di M. Fancello)
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Scheletri nell’armadio: Michel Foucault (a c. di M. Fancello)
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Indizi
Cantarena
Anni IX/X – Numero 33
Marzo 2006 – Settembre 2007
Aperiodico
In copertina:
Il Muro Occidentale o del Pianto
(particolare),
Genova, Palazzo Ducale, 21 gennaio -12 febbraio 2006,
già alla Biennale veneziana del 1993
FABIO MAURI,
Direzione e redazione
Mario Fancello
Silvana Masnata
Rosangela Piccardo
Mirella Tornatore
Realizzazione grafica
Mario Canepa
Mauro Grasso
Rosangela Piccardo
Produzione e distribuzione in proprio
Per contatti ed informazioni
Scuola Media Statale V. Centurione
Salita inferiore Cataldi, 5
16154 Genova
Fax 010 / 6011225
Posta elettronica
[email protected]
In quarta di copertina:
a A A,
2003 (su rivista), 2007 (in libro, intitolato: Merülő Monró)
ENDRE SZKÁROSI, Urlo
Le fotografie raffiguranti la cronaca
degli incontri sono di M. Fancello.
Ringraziamo per la collaborazione
la Circoscrizione VI – Medio Ponente
del Comune di Genova.
www.cantarena.splinder.com
cantarenaedizioni.wordpress.com
[email protected]
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SUGGESTIONI PAESISTICHE
La potenza di un insegnamento è data dal grado di passionalità presente nella risposta degli
allievi.
Pare che le più incisive conquiste culturali debbano istigare l’enorme massa dei benpensanti
ad una scomposta e pubblica lacerazione delle vesti.
A onor di cronaca sarà sempre opportuno contemplare i sommovimenti prodotti dalla schiera
dei genitori che, in premurosa difesa dell’avvenire dei loro figli, si ergono a baluardo del
sapere costituito e massacrano l’apprendimento autentico. Sull’altro fronte sarà utile prendere
in considerazione la qualità delle lezioni e delle gite didattiche che si affannano a idolatrare i
più rancidi luoghi comuni.
Se la vera conoscenza procede per strappi e per salti, se espone a rischi continui di caduta nel
vuoto, se è faticoso superamento di grandi difficoltà, quelle numerosissime programmazioni
d’istituto e di classe che mirano a suffragare le convinzioni più condivise non si configurano
come un sadico progetto d’addormentamento delle intelligenze?
3
NOTE INFORMATIVE:
ENDRE S Z K Á R O S I
La terza tappa del ciclo di performance e conferenze, intitolato La Voce in scena / La Voce riflessa,
curato dall’Archivio 3Vitre di Polipoesia, ha avuto come protagonista il simpatico poeta e docente
universitario ungherese Endre Szkárosi.
Endre Szkárosi conversa gustosamente con le giovanissime leve della Centurione.
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Accompagnato dalla sua squisita consorte, venerdì 18 marzo 2005, alle ore 10, il nostro ospite si è
affabilmente intrattenuto con i tredicenni allievi della Centurione.
Nel pomeriggio, alle ore 17, presso la Stanza della Poesia di Palazzo Ducale, Endre ha
gioiosamente conversato con un prezioso manipolo d’irriducibili kamikaze della cultura.
Disponiamo di una registrazione in audio e di un’altra in video.
La trascrizione verbale del colloquio si giova dell’assenso del protagonista.
Rosangela Piccardo accanto a un allievo della Centurione che riprende in video lo svolgersi dell’incontro.
5
Fronte ed ultima pagina del pieghevole relativo all’iniziativa.
6
Retro del pieghevole.
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PROFILO BIOGRAFICO DI
ENDRE SZKÁROSI
Endre Szkárosi č nato a Budapest il 1952. Poeta, performer, studioso,
insegna letteratura italiana all’Universitœ di Budapest (ELTE). Le sue
sperimentazioni di poesia sonora, di musica, di arti visuali, video e
performance sono ben note nella rispettiva scena internazionale. Ha
collaborato con vari gruppi fra i quali il suo Konnektor, o il band
inglese Towering Inferno, o – negli anni ’90 – anche Spiritus Noister
(di cui fa parte anche Katalin Ladik). Come solista o come collaboratore
partecipa a numerosi festival internazionali di poesia e di arte. Ha
pubblicato vari libri, dischi e cassette di poesia e di musica,
recentemente č uscito il suo cd di poesia sonora intitolato szkárosicon,
inoltre, sempre un cd e con Spiritus Noister, una sonorizzazione
particolare di Ursonate for 2 voices and musical environment, nonché
un cd di poesia "art-wave" szkárosi & konnektor. Nel centro della sua
attivitœ di studioso, fra l’altro, sta appunto la storia e la teoria della
poesia sperimentale e dell’arte intermediale, inoltre la storia di cultura
Endre Szkárosi, Foltos, 1985
del modernismo, le tendenze innovative del Novecento dalle
avanguardie storiche fino alle sperimentazioni artistico-poetiche
contemporanee – in questi argomenti ha pubblicato parecchi saggi in varie lingue e ha partecipato a
numerosi convegni scientifici.
Libri/Books
ISMERETLEN MONOLÓGOK [Monologhi sconosciuti], Budapest, 1981
SZELLŐZŐ MŰVEK [Opere in ventilazione, con G. Galántai], Budapest, 1990
MI AZ, HOGY AVANTGÁRD. ÍRÁSOK AZ AVANTGÁRD
HAGYOMÁNYTÖRTÉNETÉBŐL. (What's that avant-garde. Essays on the history
of tradition of avant-garde), Budapest, Magyar Műhely Kiadó, 2006, p. 303
MERÜLŐ MONRÓ (Diving Monroe). Magyar Műhely Kiadó, 2007, p. 155
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CD
Towering Inferno: KADDISH, London, TI Records, Budapest, Bouvard&Pécuchet, 1993.
Island Records, London, 1995
Márta-Szkárosi-Bernáth(y): THE WIND RISES. London, ReR, 1998
SZKÁROSICON (vol. 1, Bird Machine), Budapest, Bahia, 2002
Kurt Schwitters-Spiritus Noister: URSONATE for 2 voices and musical environment,
Budapest, Hungaroton Classic, 2003
SZKÁROSI & KONNEKTOR (vol. 2), Budapest, A38, 2004
Cassette/Cassettes
RÓZMARI [Wallarush, con Konnektor), Budapest, 1990
TŰZFAL [Muro maestro, con Konnektor], Bahia, Budapest, 1993
SPIRITUS NOISTER (Kovács-Sőrés-Szkárosi), Budapest, 1994.
NEMZETI ZAJZÁRVÁNYOK [Inclusioni di rumore nazionali, con Spiritus Noister], Bahia,
Budapest, 1996
Dischi/Records
TÁMAD A SZÉL [Si alza il vento, con I. Márta & S. Bernáth(y)], Budapest 1987
HANGMÁNIA [Suonomania, Ungheria-Italia, with E. Minarelli, 3ViTrePair-Új Hölgyfutár,
Cento-Budapest, 1992
Antologie internazionali/International anthologies
Baobab (Reggio Emilia), Inter (Québec), Doc(k)s (Ajaccio), Voicimage (Providence), BoXoN (Lyon),
Markers (Venezia), Homo Sonorus (Kaliningrad), Impermanenza (Venezia)…
Fesztiválok / Festivals
Amsterdam, Paris, Bologna, Szeged-Budapest, Érsekújvár-Nové Zámky, Ruigoord, Bonn, ŁucznicaWarsaw-Kraków, Firenze, New York, Québec, Vevey, Roma, Dresden, Lublin, Fribourg, Stuttgart,
Berlin, Glasgow, Venezia, London, Talliándörögd, Wien, Torino, Galway, Edinburgh, Roskilde,
Szombathely, Locarno, Pavia, Trieste, Szentendre, Melbourne, Barcelona, Lyon, Napoli, Vicenza,
Genova, Monza, Salerno, Catania, Vercelli, Milano, Eger, Bratislava-Pozsony…
Díjak / Awards
KASSÁK-díj, 1986
LOCUS SIGNI díj, 1994
STELLA DELLA SOLIDARIETŒ ITALIANA, 2004
JÓZSEF ATTILA díj, 2007
Endre Szkárosi, Drotugro, 1986
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TRASCRIZIONE DELL’INTERVENTO:
E N D R E
S Z K Á R O S I
L A V O C E P O S S E N T E A L L ’A S S A L T O
PERFORMANCE PER UN TRIONFO ASSOLUTO DELL’UGOLA
Legenda
ES
= Endre Szkárosi
RR
= Alunni
RP
= Rosangela Piccardo
MF
= Mario Fancello
I
= Insegnante non identificato
-
-
ES - Cerco di approfittare di questo onore per mostrare qualcosa di interessante, per
lavorare sul serio come sempre, però so che ogni principio è difficile, più noioso, come
dice il proverbio che conoscete voi, ma io, per rendere più o meno difficile questo
principio, comincio con uno spogliarello garibaldino. [Si riferisce al colore rosso della
cintura che gli sostiene il braccio ].Va bene? Se no, ad ogni modo, se non va bene, lo
faccio lo stesso, eh. [Pausa. Si toglie con fatica la giacca. Ha un braccio ingessato]. Ed
eccoci arrivati. È il colore della rivoluzione, no? Va bene. Allora, anche se ci sono un
po’ di problemi – talvolta – con la rivoluzione e con la libertà, però facciamo lo stesso.
Allora cosa facciamo? Cosa facciamo? Si tratta di poesia, parliamo di poesia. Ma che
cos’è la poesia? Eh, voi studiate questa cosa nella scuola, tutti la studiate. Vi interessate
un po’, siete obbligati a interessarvi di poesia. Ma che cos’è la poesia? Io direi
brevemente che la poesia e la musica sono la stessa cosa, mh? Forse non so se consentite
che la poesia e la musica sono la stessa cosa. Posso chiedere quali sono i musicisti
preferiti da voi? Di questo periodo, di questo tempo.
RR – [Rispondono e ridono].
MF – Uno ha detto Mozart, in maniera un po’ scherzosa.
ES – Dal rumore che fate credo che ci siano tanti – no? – tanti musicisti che ... Nel
tempo più antico, cioè quando avevo la stessa età come voi o qualcosa del genere, la
musica era molto importante come ispirazione anche per i poeti o per quelli che
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volevano diventare poeti, e alcuni di questi nomi sicuramente conoscete, evidentemente
conoscete, era l’epoca dei Beatles, poi l’epoca dei Pink Floyd, che voi conoscete
sicuramente, poi l’epoca di Jimi Hendrix. Conoscete Jimi Hendrix? C’era un bellissimo
gruppo Cream, conoscete?
-
R – No.
ES – Okay. Lasciamo perdere.
Adesso, adesso cerchiamo di fare
qualcosa che assomiglia un po’
alla musica o alla poesia o a tutte
e due. Vediamo un po’. [Fa una
pausa. In sottofondo si percepisce
il chiacchiericcio dei ragazzi. Poi
inizia ad emergere un suono
cadenzato a cui si accompagna in
seguito la voce ritmata di Endre ].
Adesso facciamo sentire qualcosa
che ho fatto di un po’ più
professionale. [Esecuzione di un
brano musicale, sulla base del
ritmo
precedente,
con
performance vocale].
- RR – [Battono le mani].
- ES – Questa era una band
musicale, però c’è anche un
materiale linguistico – direi –
anche
se
come
materiale
Endre parla agli studenti della Centurione.
linguistico c’è una lista un po’ in
italiano e un po’ in ungherese, ma
soltanto un pochino, perché maio
maio maio maio maio non significa niente; cioè cantare senza le parole è un uso
quotidiano, come il gran poeta del Novecento italiano Aldo Palazzeschi ha detto nella
sua poesia Lasciatemi divertire quando uno con cui sta parlando che chiede che cosa sia
questa poesia [recita i suoni della poesia: sciù sciù eccetera] , ma che cosa sia questa
poesia: “Signore, non è così la poesia perché non ha testo”, allora risponde Palazzeschi:
Sapete cosa sono? Come se qualcuno prende una canzonetta e non sa le parole e fa
[canticchia un’arietta musicale], una cosa quotidiana dice Palazzeschi, cioè le cose che
nella vita comprendiamo e accogliamo senza problemi. Se uno va nella strada così
[fischietta un motivetto]: “Che allegro questo ragazzo, eh, beato lui”, ma se viene un
poeta e fa così tatatatà: “Questo è scemo!”. Fa la stessa cosa, solo che è poeta, dovrebbe
fare qualcosa di grande, di grandioso, non so che. Allora: si trattava di musica, di poesia.
Continuiamo questo filo di musica e poesia. Per esempio, per esempio, per esempio, per
esempio; per esempio un grande vostro poeta e uomo di cultura, organizzatore di
cultura, fondatore del Futurismo, Filippo Tommaso Marinetti ha iniziato tante cose – col
Futurismo – tra l’altro quella tendenza di oltrepassare i limiti, oltrepassare i limiti
quotidiani tradizionali – direi così – del parlar poetico, del linguaggio poetico, della
comunicazione poetica (possiamo fare ancora sinonimi). Voi di solito leggete poesie –
non so – di Dante, di Leopardi, eccetera, però dovete sapere che la poesia è più vecchia,
la poesia è una cosa più vecchia della scrittura e della stampa dei libri. La poesia viveva
millenni fa, quando non c’era ancora la scrittura. Allora cos’è la scrittura? È la
denotazione. Anche nel caso della poesia scritta la poesia è la denotazione del parlato
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poetico, del canto poetico, eccetera eccetera eccetera. È questa delocazione, invece di
note come nella musica sul pentagramma, succede con lettere. Allora Marinetti fra l’altro
prende la declamazione, si riappropria della declamazione, che lui chiama declamazione
dinamica e sinottica, e fa delle poesie. Adesso vi faccio una delle sue più famose poesie
declamate che si chiama Marcia Futurista. Io non farò la marcia con le mie gambe ma
cercherò di farla con la voce. Bene? [Performa la poesia avvalendosi anche
dell’intervento degli studenti]. Bene. Grazie.
-
-
RR – [Applaudono. Dopo aver
battuto le mani chiacchierano a
profusione approfittando della
pausa].
- ES – Adesso mi è venuta in mente
un’idea: prima – un minuto fa –
avete ascoltato una poesia
cosiddetta moderna e adesso vi
mostrerei una poesia classica
classica classica bellissima; è una
cosa molto interessante perché è
una poesia di un grandissimo
poeta ungherese che si chiamava
Janus Pannonius, cioè avete
intuito che era un poeta
dell’umanesimo ungherese, Janus
Pannonius, molto noto anche in
Italia come Giano Pannonio;
perché? Perché nella sua gioventù
ha vissuto quasi otto anni in Italia,
ha studiato a Bologna e a Padova.
Aveva sempre amore per l’Italia,
poi è tornato in Ungheria. È il
Endre curvato sul microfono in aula video.
primo grande poeta – grandissimo
poeta – ungherese, di dimensione europea, e, come umanista, ha scritto le sue poesie in
latino, che è una lingua vicinissima alla vostra, che è stata la vostra lingua; la vostra
lingua risale al latino, l’ungherese no. E così prima vi mostro questa poesia leggendola,
leggendola cerco di fare sentire un po’ il metro. Il titolo è De Amygdalo in Pannonia.
L’amygdalo è l’albero del mandorlo. Adesso chiedo un po’ di silenzio perché non si
tratta di me, ma si tratta di un grande poeta dell’umanesimo europeo. [Interpreta – in
latino – la poesia]. E va beh, la poesia scritta ..., non si capisce niente eccetera eccetera,
però diciamo che è una poesia bella. Vi mostro una interpretazione – o transcreazione –
mia su questa poesia, il senso è lo stesso, però il modo di eseguirlo è forse un po’
irregolare, sì, perché è molto importante quando leggiamo un nostro grande poeta come
Leopardi, come – non so – come Manzoni, come Dante, come Petrarca, qualsiasi
persona allora – forse dico una cosa eretica – ma non sono tempi da rispettare così come
nella chiesa o non so, sono cose vive che in qualche modo dobbiamo comprendere,
dovremmo comprendere, dovremmo penetrare, dovremmo metterci nel centro di quella
problematicità – eh – che è l’ascolto della poesia, perché molte volte queste cose sono
abbastanza raccolte – come sapete. Va beh. Adesso cerco di darvi una piccola chiave
tramite il suono, tramite la musica. Posso chiedervi di tenermi gentilmente la carta?
Così. Grazie. [Performa vocalmente la poesia].
RR – [Applaudono fragorosamente].
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Un’allieva, per ovvi motivi, fa da leggio al poeta Endre Szkárosi.
-
ES –Okay. Adesso facciamo una ..., perché si presenta anche un problema: il linguaggio
della poesia; anche come linguaggio sonoro, linguaggio visivo, linguaggio lineare, la
poesia lineare, ormai è un termine che si usa quotidianamente nella critica, cioè la poesia
è scritta in versi, così da sinistra a..., leggere da sinistra a destra e da su verso il fondo, è
la poesia lineare che si scrive in versi, poi c’è la poesia sonora, più o meno questa roba
qua e poi c’è la poesia visiva, che adesso lasciamo in disparte, però sempre è un
problema; avete visto come possiamo comportarci con il linguaggio: in latino, in
italiano, in ungherese. A questo proposito faccio una parentesi, poniamo l’attenzione a
un altro grande artista, che non conoscete perché è conosciuto soprattutto negli ambiti
artistici, si tratta di Fortunato Depero, che ha scritto un bellissimo programma,
L’onomalingua. Forse vale la pena, in questa parentesi, farvi leggere qualche frase di
questa Onomalingua, che è del 1916, di Fortunato Depero, c’è un sottotitolo molto
interessante: Verbalizzazione astratta; perché è interessante questa verbalizzazione
astratta? È interessante perché nella pittura siamo già abituati (anche voi siete già
abituati) ad accettare la cosiddetta pittura astratta, dove non ci sono le cose figurative che
riconosciamo, ma ci sono segni, segni pittorici che percepiamo, che vediamo. La stessa
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cosa si può fare anche con la lingua, cioè anche la comunicazione poetica usa un
linguaggio, ma non è sempre capibile. [...]. Questa poesia di Marinetti che cosa è? Di
solito dico ai miei studenti all’Università: Pensateci un po’. Voi pensate che Dante è un
grande poeta, ed è vero, perché è il più grande che esista; però se qualcuno mi dice, fra
voi o fra noi, ci sono anche i professori, che capisce Dante meglio che Marinetti non ci
credo, perché anche Dante va letto con sotto le note, ci vogliono due, tre, cinque letture
per capire una frase, alla fine; soltanto che usa i segni linguistici che noi conosciamo e
usa le parole che, come parole, contengono vari significati, ma il significato della poesia
– della frase della poesia – non è decifrabile parola per parola, bisogna ricomporre il
senso, non è facile abbattere le barriere; in certi casi è più facile, naturalmente nella
poesia politica c’è l’impegno politico. Allora, torniamo a Fortunato Depero, a
L’onomalingua e a Verbalizzazione astratta. Perché astratta? Dice Depero che
l’Onomalingua è strutturata dalle onomatopee, è derivata dall’onomatopea, dal
rumorismo, cioè dalla scoperta dei rumori, dalla brutalità delle parole in libertà futuriste.
È il linguaggio delle forze naturali, è il linguaggio degli esseri artificiali rumoreggianti
creati dagli uomini: biciclette, tram, treni, automobili e tutte le macchine. Esistono due
nature: come mare, bosco e poi c’è la cosiddetta natura secondaria, che abbiamo creato
noi. Vi leggo soltanto la fine: “Con l’onomalingua si può parlare e intendersi
efficacemente con gli elementi dell’universo, con gli animali, con le macchine.
L’onomalingua è un linguaggio poetico di comprensione universale per il quale non
sono necessari i traduttori”; cioè stanno cercando un linguaggio, un modo di esprimersi,
con cui si possono capire tutti, tutte le persone del mondo; ma non soltanto tutte le
persone ma quasi tutti i fenomeni, tutti i viventi, tutti i fenomeni viventi dell’universo,
che è un’utopia, una bella utopia, cioè: una bella aspirazione. Adesso, per illustrarvi
questo, vi presento una poesia in lingua ungherese. [La interpreta sonoramente].
RR – [Applausi] Bravo! Bravo!
ES – Grazie tante. Do you speak English?
RR – Sììììì, sììììì, sììììì.
ES – Vediamo, vediamo. [Interpreta, nella versione inglese, la precedente poesia]. Era
bella?
RR – [Sembrano spellarsi le mani, prodighi di un applauso più che mai vigoroso;
qualcuno si cimenta anche in performance imitative: uuuhhhhhhh].
ES – Proviamo a cantare in coro. Meglio tardi che mai? No? Adesso viene la versione
italiana. Va bene? Versione italiana della stessa poesia, perché non vi ho detto, ma le
parole sono le stesse, solo che sono in ungherese, in inglese, adesso in italiano. Ve bene?
[La interpreta in italiano].
RR – [Applausi dubbiosi].
ES – Quando capite [gli applausi via via più calorici coprono purtroppo le successive
parole di Endre]. Adesso vi cito l’ultima versione. Ve bene? L’ultima. Sono sicuro che
tutti capite perché non l’ho ancora detta. [Altra interpretazione].
RR – [Applauso vivacissimo].
ES – Quanto tempo abbiamo ancora?
MF – Volendo, ancora un’ora, [...]
RR – [Dialogano, tra di loro, in modo fittissimo producendo molto rumore].
ES – Allora, ragazzi, vi chiedo ancora dieci minuti e poi, se volete, potremmo fare delle
cose insieme.
RR – Sììì. [Rispondono in maniera assai caotica].
ES – Allora non cambiamo idea. L’ultima poesia e poi facciamo insieme. Va bene?
Questa è una poesia sempre in ungherese, ma non importa il significato. [Si prodiga
nell’interpretazione].
RR – [Applaudono con vigore].
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In fondo all’aula, la signora Szkárosi osserva (con cipiglio?) la performance del marito.
-
-
-
ES – Facciamo qualcosa insieme. Okay. La poesia che vi faccio è molto semplice: ma –
sapete – lavorare si deve sempre con precisione, per cui, se volete che facciamo insieme,
dovete stare ancora attenti, anche se so che è un po’ stancante. Ma lo facciamo sul serio,
tanto più che si tratta di un tema molto serio. La poesia comincia così, in ungherese
comincia così: [interpreta, in ungherese, l’incipit della poesia], in italiano sarebbe più o
meno così: A Piazza Cavour qualcuno ha detto. Adesso facciamo in modo che, quando
io mi volto verso qualcuno, lei, lui, lei fa: Ahì. Va bene? Nei modi più variabili.
RR – [Qualche allievo ripete ad alta voce e per proprio conto l’interiezione Ahì, altri se
ne aggiungono e, a mano a mano, il fiume s’ingrossa finché quasi tutti si prodigano
nella reiterazione del gesto sonoro].
ES – Okay.
RR – [Lo strepito lievita velocemente e l’empito giovanile dei ragazzi erompe in una
pinguissima gamma di smaccate potenzialità].
I – Sssccc!!!
ES – Facciamo il coro. Una bella idea.
RR – [Assentono ma continuano a schiamazzare].
ES – Allora, allora, vi scopro – vi rivelo – [tacciono di colpo] il segreto compositivo di
questa poesia. Ogni volta diremo uno in più: Ahì una volta, poi due volte: ahì ahì, poi tre
15
-
volte: ahì ahì ahì. È molto musicale perché dovete contare, come one, two, three, four,
one, two, three, quattro! Eh? Cioè: uno, due, tre, quattro. allora una bella concentrazione.
Okay? Silenzio [c’è un sommesso parlottio]. Concentrazione, eh? A Piazza Cavour
qualcuno ha detto
RR – Àhi
-
-
Endre in aula video.
-
-
ES – A Piazza Cavour qualcuno
ha detto
RR – Àhi àhi
ES – A Piazza Cavour qualcuno
ha detto
RR – Àhi àhi àhi
ES – State attenti a variare il tono,
il
timbro,
l’intonazione.
Cominciamo da capo. A Piazza
Cavour qualcuno ha detto
RR – Àhi àhi
ES – A Piazza Cavour qualcuno
ha detto
RR – Àhi àhi àhi
ES – A Piazza Cavour qualcuno
ha detto
RR – Àhi àhi àhi àhi
ES – A Piazza Cavour qualcuno
ha detto
RR – Àhi àhi àhi àhi àhi
ES – A Piazza Cavour qualcuno
ha detto, sei
RR – Àhi àhi àhi àhi àhi àhi
ES – A Piazza Cavour qualcuno
ha detto, sette
RR – Àhi àhi àhi àhi àhi àhi àhi
ES – A Piazza Cavour qualcuno ha detto, otto
RR – Àhi àhi àhi àhi àhi àhi àhi àhi
ES – A Piazza Cavour qualcuno ha detto, nove
RR – Àhi àhi àhi àhi àhi àhi àhi àhi àhi
ES – A Piazza Cavour qualcuno ha detto, dieci
RR – Àhi àhi àhi àhi àhi àhi àhi àhi àhi àhi
ES – Grazie.
RR – [Applausi e strilli].
ES – Potremmo fare [il rumore originato dalle voci dei ragazzi subissa Endre]. Sarà un
po’ più difficile sotto l’aspetto musicale, ma non è difficile. Mettiamo quattro parti del
coro, va bene? Per prima questa parte del coro. Qui la seconda parte, va bene? Qui la
terza parte. Di là la quarta parte.
RR – [Prorompono in commenti espressi a ruota libera].
ES – Adesso hanno realizzato tutti a quale parte appartengono. Adesso dovete
verbalizzare due parole. Una parola è šùioš,
RR – [Ripetono all’unisono il vocabolo indicato].
ES – l’altra parola è cisàr.
RR – Cisàr cisàr [Si diffonde un intenso frastuono nell’aula].
ES – Scusate. Le due parole insieme šùiošcisàr.
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-
RR – Šùiošcisàr, šùiošcisàr.
[Termina il nastro dal lato A].
-
-
-
ES – Bene, allora grazie ancora della vostra pazienza, accoglienza, papapapapapà; okay,
adesso non trovo più parole convinte. Mi è stato detto che sarebbe bello chiarire il
significato di queste magiche parole che avete quasi cantato. Šùioš è pesante o grave,
šùioš pesante o grave; mentre cisàr vuol dire un mestiere che è oscuro anche per me,
anche in ungherese, perché i poeti usano delle parole che non sempre capiscono – molto
normale; ma è una persona che lavora con i cavalli, cura i cavalli, pulisce i cavalli
RP – Stalliere.
ES – Come?
RP – Stalliere.
- ES – Lo stalliere è pesante, lo
stalliere è grave avete cantato
prima. Mentre la parola con cui io
ho interrotto la vostra bella
canzone è il nome di un paese
ungherese; è molto bello ma
inspiegabile. Forse anche in Italia
si trovano paesi che hanno nomi
molto interessanti ma non sono
decifrabili, non capibili. Anche
per l’ungherese, [pronuncia un
termine ungherese], molto bello,
suona molto bello; ci sono anche
elementi da capire ma il
significato è tutto nella parola, è
già oscurato nel tempo. Okay.
Adesso – per istigarvi – farei una
poesia che ho scritto in inglese,
non perché sia un inglesista o
parlo l’inglese senza errori, ma
appunto perché ho lavorato per
anni, da molti anni, con musicisti
inglesi, amici cari, ottimi artisti;
In primo piano il braccio ingessato di Endre.
ho fatto parti vocali mentre
dovevo scrivere versi eccetera, e quando scrivi un testo (ecco questo è importante,
potrebbe essere importante anche per voi) anche il poeta, anche l’uomo, quando scrive,
può essere chiaro quando usa soltanto tre intenti, tre parole, tre intenti, tre connessioni di
parole, che controlla completamente, dei quali conosce completamente il significato, la
sua dura...eccetera. Adesso vi cito una poesia di [...].
[Interpretazione particolarmente sonora “arricchita” da un sottofondo diffuso di voci
adolescenziali prive d’inibizioni].
[Applausi].
ES – Grazie grazie. Adesso forse potrei mostrarvi una musica da CD, va bene? Ecco.
RR – [Chiacchierano fittamente].
ES – Ecco: [Si ode una musica cantata. Endre ripete ritmicamente ad altissima voce
alcuni vocaboli della canzone e i ragazzi della Centurione lo seguono replicando, a loro
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-
-
volta in coro,le parole ungheresi]. Ecco, toiàsh vuol dire uovo, uovo, vabbè. Allora
facciamo qualcosa insieme.
RR – [Cicalecciano].
ES – Se volete facciamo la sonorizzazione,
l’interpretazione sonora, di una cosiddetta
poesia visiva di un artista italiano futurista
che si chiamava Pietro Gigli; si tratta di
queste lettere i messe in prospettiva. Allora
cerchiamo di dare qualche interpretazione
sonora. Io proporrei che uno due tre quattro
sei, ci sono sette lettere, per cui facciamo
sette altezze di suono e così facciamo un bel
coro, facciamo sette gruppi. Ragazzi con la
voce bassa, relativamente bassa
RR – [Clamori giovanili].
ES – Ragazzi, allora facciamo così. Un po’
di pazienza per favore. La voce bassa la farò
io, va bene? Allora la seconda nota, la
seconda voce un po’ più alta, ... Potrebbero
venire quei ragazzi che hanno un po’ la voce
opaca, bassa così [pronuncia “opaca” e
“bassa” scurendo volutamente l’usuale
dizione]. Ecco chi ce l’hanno, non c’è
problema.
RR – [Si riproduce il chiasso di prima].
La consorte non demorde?
ES – Allora facciamo in altro modo. Scusate,
questa parte qui – ragazzi e ragazze insieme – fanno iiiiiiiiiiiiiiiiiiii. La terza parte
RR – iiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii... [Si divertono un mondo a commentare e a riflettersi nel
suono della i, che intonano in vario modo variandone freneticamente l’altezza. Si
accalca nell’angusto spazio dell’aula una scarica d’onde sonore in libertà che si
riverbera dappertutto assordando le orecchie degli infelici astanti].
ES – Ragazzi, [Endre tenta inutilmente di riprendere la parola; le iiiiiiiiiiiiiiiiii esondate
travolgono ogni cosa].
RP – Bastaaa!
ES – Se vogliamo farlo bene dobbiamo prendere un impegno con attenzione – okay? – e
poi possiamo divertirci, dopo. Bene? Allora tutti attenti. Io do il segno di entrare – va
bene? – di cominciare.
I – Sssssss.
RR – [Pronunciano la i dapprima in tono molto grave e a bassa voce e poi in un
progressivo crescendo in altezza e volume; il tutto su un intreccio ovattato e ininterrotto
di chiacchiericci diffusi].
ES – Grazie. Bravi.
RR – [Soddisfazioni, commenti, lazzi e molto altro].
ES – Grazie, ragazzi, grazie. Grazie e qualche parola: e adesso, non so, forse avete
capito che qualche volta parlare è più difficile che fare poesia, perché, se c’è il senso
della partecipazione, se c’è il senso della scoperta, del conoscere cose nuove, cioè di
conoscenze ancora non avute, allora ci cura la mente, ci cura un po’ l’anima, forse anche
il corpo, ma ad ogni modo ci dà un’esperienza forse insolita, un’esperienza della vita
ancora negativa o non piacevole, allora è più difficile parlare del senso di tutto questo,
cioè adesso mettiamo che abbiate il compito di scrivere un’avventura, che cosa ho visto,
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che cosa ho capito, forse potete farlo ma sarebbe difficile com’è provare a fare
composizioni di questo genere iiiiiiiiiiiiii ... ooooooooooo ... tojaš tojaš tojaš tojaš
eccetera eccetera. Allora quello che speravo in parte di mostrarvi, in parte di introdurvi
in questo modo di concepire la poesia, di fare la poesia, di vivere la poesia è appunto
questo aspetto complesso dei linguaggi che da un lato è uno sviluppo moderno nel senso
che la cultura del Novecento (voglio dire la civiltà del Novecento, la civiltà delle
macchine, la civiltà delle tecniche, delle tecnologie nuove) ha reso di nuovo – questo è
importante – ha reso di nuovo possibile ricercare – esplorare – questi territori della
lingua e dell’espressione nostra – no? – perché i linguaggi che usiamo, sia il linguaggio
parlato sia il linguaggio musicale sia il linguaggio del divertimento, tutto è linguaggio,
tutto è segno, anche se non ce ne rendiamo conto, cioè in questa complessità dei
linguaggi possibili si possono fare esperienze artistiche ed esperienze poetiche nuove;
anzi ormai questo modo di fare poesia, questa esperienza di esprimersi con due
movimenti poetici, esplorare nuovi terreni per la poesia e per l’arte, ha già una storia di
cento anni; però ripeto [...] un grande ritorno, la possibilità di un grande ritorno, perché
naturalmente c’è la poesia lineare ancora, sopravvive, orale; anch’io faccio poesia
lineare, scrivo delle poesie, pubblico, eccetera; non si tratta assolutamente di
contraddizione, queste cose vivono insieme. Questa bella parola di Giacomo Balla, il
vostro grandissimo pittore del Novecento, si tratta di una compenetrazione –
compenetrazione – dei linguaggi e delle vite. Questo è un lato che volevo mostrarvi,
l’altro lato, che è sempre un interessante segno di evoluzione dell’arte del Novecento e
dei nostri giorni, è appunto l’intento della partecipazione, della partecipazione. Cosa
vuol dire? Che l’arte, che la poesia non è una cosa che uno fa e l’altro deve ascoltare o
deve leggere. Sì, sì, ci sono quelli che lo fanno, quelli che leggono. Molte volte leggono
quelli che lo fanno e molte volte fanno anche quelli che leggono e soprattutto anche
l’arte, ci sono tanti che in qualche modo fanno arte, teatro, cercano di esprimersi,
cercano di conoscersi in quel lavoro che stanno facendo perché quando conosciamo
nuovi territori, nuovi mezzi, nuovi linguaggi, tanto più conosciamo noi stessi meglio,
meglio e riscopriamo anche noi stessi e così questa partecipazione, che è molto possibile
nella poesia e nell’arte moderna, è sostanziale e importante. Per farvi qualche esempio:
perché tornano tutti gli avanguardisti del primo Novecento alla situazione scenica?
Fanno le cosiddette serate futuriste, dove leggono poesia, dove recitano poesia, dove
fanno piccole scene della cosiddetta sintesi teatrale dove fanno musica rumoristica,
fanno rumore eccetera, creano degli scandali da parte del pubblico, che non era ancora
abituato a situazioni del genere; o accanto, e dopo i futuristi, i dadaisti che fanno il
cabaret, il teatro di varietà, anche i futuristi. Marinetti ha scritto tra l’altro, tra i tanti
programmi, il programma del teatro di varietà. Poi i dadaisti fanno il Cabaret Voltaire,
dove fanno poesia sonora [recita, in lingua non italiana, versi di qualche poesia
sonora]. Poi un altro grande artista che fa teatro, che fa poesia, nel secondo Novecento,
già più vicino anche a voi, probabilmente avete già incontrato parecchie volte questa
parola: performance, o prima – negli anni Settanta – happening, happening eccetera,
appunto era inventato, appunto era evoluto, sviluppato, per cancellare, per distruggere,
per eliminare i limiti, le barriere, i confini fra produttori dell’arte e consumatori dell’arte,
produttori dell’arte e consumatori dell’arte, perché l’arte si fa insieme,, cioè non sono
più ascoltatori passivi, non sono più soltanto consumatori passivi, ma l’esperienza è per
tutti noi, cioè il risultato poetico-artistico può essere raggiunto se riusciamo a creare una
situazione in cui tutti, in qualche modo, si riconoscono; a tutti viene la voglia di almeno
sentirsi entro, entro, la creazione; entro, non fuori, entro. Ecco questo è importante e
molto buono. Il mio intervento voleva informarvi di quest’esperienza. Naturalmente
esistono tutti gli altri generi, come film eccetera, teatro tradizionale e così via.
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Allora io direi che ho finito; però avete voglia di fare qualche domanda o osservazione o
qualsiasi cosa da chiarire? Naturalmente sarei felice, ma non è obbligatorio, ma sono
curioso se avete qualcosa da essere chiarita o domande.
RP – Enzo Minarelli scrive le sue poesie su dei grandi fogli e mette dei segni che solo lui
comprende, ecco, tu come scrivi quei testi? Cioè fai anche tu uso di questi segni, di
questi geroglifici personali?
ES – Per dire, è vero, no; per dire, è vero, no. No, perché faccio anch’io poesia visiva,
ma anche nella poesia visiva mi interessa la struttura piuttosto che il carattere del segno
eccetera.
RP – Ma fa questo per se stesso, per poter leggere.
ES – Ah, per poter leggere. Per quello che riguarda la poesia sonora non faccio delle
partiture perché elaboro tutto in mente, elaboro tutto in mente. Sapete quando faccio
partitura? Quando – per esempio – devo dare un disegno, un concetto, un disegno ai
tecnici che vogliono sapere dove stanno gli altoparlanti, dove vanno le luci,
RP – Il quadro tecnico.
ES – E sì, ma si fanno delle cose meravigliose quando si ha l’interpretazione visiva, e
poi anche così faccio qualche partitura per denotare le poesie sonore. Perché? Per
esempio t’invitano a un progetto stampato di un libro, allora non puoi metterci la poesia
sonora; allora, oltre al testo, devi dare l’impressione visiva, cioè devi in qualche modo
denotare, ma io preferisco denotare soprattutto la struttura del testo.
RP – Va bene. Grazie.
RR – [Producono grande rumore con il loro chiacchierare].
RP – Grazie.
RR – [Applaudono].
[La registrazione termina con queste battute].
Altra istantanea dell’incontro.
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SOTTOLINEATURE
ENDRE SZKÁROSI
1. La poesia e la musica sono la stessa cosa.
2. La poesia di Dante non è più facilmente interpretabile di quella di Marinetti.
3. La poesia è cosa viva, va compresa e messa al centro di quella problematicità che è
l’ascolto.
4. La partecipazione, la scoperta e la conoscenza di cose nuove curano la mente, l’anima e
forse anche il corpo.
5. Esiste un modo di concepire e di vivere la poesia come interrelazione complessa di più
linguaggi.
6. La civiltà novecentesca delle macchine, delle tecniche e delle nuove tecnologie, ha reso di
nuovo possibile esplorare i territori della lingua.
7. Quanto più si viene a conoscenza di nuovi territori, di nuovi mezzi, di nuovi linguaggi,
tanto meglio si riesce a conoscere se stessi.
8. La partecipazione (caratteristica fondamentale dell’arte del Novecento) consiste nel
superamento delle barriere esistenti tra artista e fruitore (es.: performance, happening,
cabaret, ecc.).
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I CAMMINANTI
Immagine di Ivan Generalic
Migrano anime
nel freddo inverno
com‟oche bianche
sulla tela grezza –
pietà pietà
ché il turbine è di pianto
e il luogo è santo.
1
Avvenne alle soglie dell‟inverno.
Duro, in montagna.
Tempo di peregrinazioni solitarie, di nebbie improvvise sui dorsali, di canti lenti e monodici tra i
rami rivestiti con le ultime foglie color bronzo.
Solidale, anche.
Le creature rabbrividiscono, rimpiccioliscono. Si spogliano del superfluo e si coniugano con la
notte. Alta, pervasiva, fredda.
Condizione da solitari, da monaci salmodianti mantram, da profughi delle città di pianura.
La terra del sentiero crocchiava sotto i piedi. Le rocce mostravano il loro volto di licheni rossastri.
Sulle vette, la neve aveva posto sigillo, e qui, nella frazione di poche case in pietra, il silenzio
spalmava le lose dei tetti. Nessun ricciolo di fumo turbava l‟acquerello del cielo.
Stufa spenta, dimora disabitata.
I ripari degli umani tendevano al ritorno, nella natura austera e dignitosa.
Donde venisse non fu dato sapere.
Di certo proveniva dal valico, dall‟oltr‟Alpe, dalla terra a nord-ovest. Da là era partito, come altri
camminanti, secchi, stanchi ed essenziali, dimagriti nel vento che sul passo soffiava umido.
Appoggiato a un bastone, scendeva verso il villaggio abbandonato, con un passo regolare, quasi
fosse palpito del paesaggio.
Di lontano era macchia un po‟ curva, misto di colori opachi, castagne, bacche, foglie dorate.
Avvicinandosi alle prime case, erette direttamente sulla schiena della montagna, mostrava un volto
dagli zigomi alti, con occhi fessurati, bocca sommersa nel pelo bianco dei baffi che si prolungavano
in una barba svolazzante. Sulla testa un berretto di lana, dal quale spenzolava una penna.
Fuoriuscivano lunghi capelli, fini come quelli dei bambini, riposanti sulle spalle. L‟abito, di panno
pesante, indicava il lungo camminare dell‟uomo. Solo la sciarpa, color bacche di rosa, offriva alla
vista una luce violenta. Il resto, giaccone, maglione, calzoni e scarponi, raccontavano storie di
stagioni cangianti. Sulla schiena uno zaino, a tracolla una bisaccia.
L‟apparizione sarebbe piaciuta a Rinaldo, l‟amico delle capre, l‟unico abitante fisso della frazione.
Egli, infatti, intercettò l‟ospite.
Stava risalendo verso casa, a fianco della somarella, quando s‟accorse dell‟uomo, seduto accanto
alla fontana.
“Arrivate da lontano?”
“Da altre terre, sì!”
“Scusate la curiosità…Sono quasi sempre solo, a parte i miei animali, e mi piacerebbe sapere con
chi ho a che fare…”
“Avete ragione, e me ne scuso. Sono Capitan Nuvola…”
“Capitan che?”
Rinaldo ebbe un soprassalto. Il nome gli rievocava antiche storie personali, quando, più giovane, in
pianura, nella città, aveva pensato di poter cambiare il mondo, considerandolo, in quel momento,
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cattivo. Girava una voce, tra il popolo dei dissidenti. Un nome, color del cielo, veniva evocato, ma a
chi corrispondesse nessuno lo sapeva.
“Capitan Nuvola, proveniente dal mondo. Già felice e rispettato membro di comunità ìlari e
pacifiche, già cantore della bellezza e della bontà della vita. La mia gente è stata dispersa
dall‟arroganza e dal potere, mio caro amico. Ma il cielo sta sempre sopra la mia testa e la terra sotto
i miei piedi. Fino a quando avrò respiro sarò Capitano e sarò Nuvola, non so se mi spiego…”
“Ma voi siete una leggenda! Quando avevo meno anni e facevo più errori, giù, nelle fabbriche, per
le strade e le piazze della città, tra tanta gente arrabbiata, sofferente ed umiliata, girava il nome di
Capitan Nuvola. Sareste forse voi?”
“Sono, e non sono, colui che tu evochi. Sappi che quella voce di speranza era il corpo del Capitano,
ovunque e chiunque egli fosse. Fino a che, da bocca a orecchio, il nome continuerà a spostarsi,
l‟uomo dal nome di cielo vivrà. Ma ora devo continuare il mio viaggio e voglio lasciarti un dono…”
“A me? E perché?”
“Perché sei una creatura, perché sei buono, perché non arrechi sofferenza. Ti chiami Rinaldo, non è
vero? D‟ora in avanti il tuo nome sarà Capitan Nuvola e cerca di portarlo con dignità!”
“Ma perché questo! Perché io!”
“Perché la storia continui, perché il vento, su questi monti e tra queste vecchie case, possa sempre
ricordare il messaggio, perché sono vecchio e sto per andarmene…”
“Rimani, invece, raccontami di te, tienimi compagnìa…Sapessi com‟è rigido l‟inverno da queste
parti! Sarò un buon ascoltatore e i cani ci proteggeranno da spiriti cattivi. Dividerai con me la
polenta ed il formaggio. La neve ci aiuterà a dormire…”
“Non posso fermarmi. Vorresti impedire alle nuvole di migrare?”
Si alzò lentamente, ma pareva più giovane, più sollevato.
Sorrise a Rinaldo.
Volse uno sguardo attorno, quasi a benedire con gli occhi quella porzione d‟Alpe.
Poi s‟incamminò.
Rinaldo era frastornato, non credeva a quel che gli era successo. Pensava ad uno scherzo della
stanchezza.
In lontananza, quasi inghiottita dal bosco, scorse ancora la figura dell‟uomo, che la leggenda
chiamava Capitan Nuvola, esule da tribù pacifiche come le greggi del cielo.
La nebbia si sollevò dal vallone.
Inghiottì il bosco, le case in pietra, il tempo.
Rinaldo Capitan Nuvola accarezzò l‟asina.
2
Giugno trionfava nel rosso delle sue ciliegie.
Lungo le strade delle valli capitava di incontrare uomini e donne che vendevano i frutti maturi.
Ci si avvicinava alla festa di S. Giovanni.
Un baco bianco, che nelle zone pedemontane chiamano Giovannetto, già si nutriva della polpa
dolce.
L‟estate esplodeva nel calore e nei colori. Le mucche stavano sugli alpeggi ed il cielo indugiava tra
l‟azzurro intenso ed il biancastro.
Sui monti ci si preparava a celebrare il 24, con falò, feste e bevute. Affermavano che in quella notte,
magica, si sarebbe aperta una porta tra il Qua e il Là, di modo che vivi e morti potessero
comunicare. E la gente di montagna sa quel che dice!
Fuori dal villaggio, sul dorso dei prati, i giovani avevano accatastato fascine e legname più
consistente. Gli anziani avevano riempito i pintoni d‟un vino gagliardo, cupo come la notte ed
acidulo come le fragole. Le donne, di qualunque età, avevano preparato il pane al forno e sughi e
sughetti appetitosi.
24
Si attendeva che calasse la sera e, con il primo buio, un po‟ di frescura allietasse la gente del
villaggio che, riunitasi in famiglie ampie, formava grandi cerchi sull‟erba, al centro dei quali la
tovaglia bianca richiamava il pallore dei morti. Il 24 di giugno, però, non ci sono più nemici o
persone lontane. Morti e vivi fraternizzano. La loro differenza è temporanea. O prima o poi tutti
saranno simili, ed allora…
Il sole spariva lentamente, sostituito dalla luna. Nuvole rossastre striavano il cielo. L‟allegrìa era
rumorosa. Qualcuno ricordava chi non c‟era più a festeggiare il S. Giovanni, ma sperava nella notte,
in questa notte particolare, quando s‟apriva la porta…
Anche i bambini sembravano comprendere l‟eccezionalità del momento. Dopo che il capofamiglia
ebbe benedetto il cibo, iniziarono tutti a mangiare in silenzio. I rumori del prato si accendevano,
come fiammelle, o forse erano lucciole. Le ore passavano.
Le donne avevano sparecchiato e riposto tovaglia e posate in un canestro. Gli uomini avevano
acceso sigarette, sigari o pipe. Il fumo saliva lentamente, cambiando di forma e direzione. Le ore
passavano.
A mezzanotte avrebbero dovuto dar fuoco ai falò, che li vedessero dalle valli, che dialogassero con
le lingue vermiglie su altri dorsali, mentre i boschi d‟abeti e di pini sprofondavano in una macchia
cupa.
Si prepararono tutti, ciascuno con una torcia in mano, attorno ai cumuli di legna, ammassata come
piramidi vegetali. La mezzanotte stava per giungere, la porta per aprirsi, il prodigio per realizzarsi!
Ad un comando dato, il fuoco fu attizzato.
Cuccioli di luce iniziarono a giocare, a corteggiare i sarmenti, intrufolandosi negli spiragli,
assorbendo ossigeno, ampliando i propri toraci calorosi e, all‟improvviso, una fiammata raggiunse
la vetta del falò e ricadde, gialla, rossa, blu, avvolgendo la catasta.
I convenuti all‟incontro si misero a danzare. Il prodigio andava chiamato. “Se non chiami la fortuna,
se ne va da un‟altra parte!”. Ed allora, un intenso richiamo mentale, ciascuno il suo, per vedere se
l‟amore valicava le tenebre, purificandosi nel fuoco, e riusciva a farsi percepire nel mondo
misterioso dei defunti.
I falò bruciarono rapidamente, grazie anche ad un leggero vento che s‟era alzato verso la
mezzanotte. “Sono le anime dei morti che vengono a trovarci, non abbiate paura…”, mormorava,
con rispetto, una nonna, e i nipoti si raggruppavano gli uni vicini agli altri attorno alla ampia gonna
della donna.
Il fuoco si ridimensionò e, alla fine, rimasero mucchi di brace ardente. La gente si accucciò a
cerchio, in attesa.
Fu, forse, nel gesto di sedersi sul prato che Antonio scorse una figura indistinta, quasi avvolta da
nebbia, o forse dal fumo residuo dei falò che si stavano smorzando, avvicinarsi al gruppo. Era tutto
vestito di nero e sul capo portava un cappellaccio a tese larghe, come quello dei moschettieri. Si
riparava dall‟umidità notturna con un mantello, simile ai neri che i nostri vecchi portavano, prima
che anche qui venisse di moda il cappotto. Con un gesto della mano chiese il permesso di
accostarsi e si sedette. Passato un attimo di comprensibile stupore fu Carlina a porre la domanda:
“Voi chi siete? Da dove venite? Non vi abbiamo mai visto da queste parti…”. L‟uomo si tolse il
cappello, fece un cenno con la testa, dai capelli grigi, lunghi , e poi rispose: “Mi chiamano Capitan
Nuvola e tanto tempo fa ho abitato anch‟io in queste valli. Ora sto di là, ma sempre al vostro
fianco. Quando sarà giunta la vostra ora ci ritroveremo assieme, ma quel tempo è ancora lontano.
Dovete ancora crescere i piccinini…”.
I presenti rimasero attoniti. La voce dello sconosciuto era rauca, con un fischio ricorrente. Nessuno
di loro si ricordava di averlo mai visto, non sugli alpeggi e nemmeno nelle osterie a valle. Aveva
detto che abitava „di là‟ e in quel posto ci stanno soltanto i defunti, pace all‟anima loro! Ma questa
era la notte di S. Giovanni e tutto era possibile, anche che un tale vissuto in valle chissà quanti
secoli prima, almeno a vedere la foggia dei suoi abiti, oltrepassasse la porta per portare ai vivi un
qualche messaggio, oppure, come diceva sempre Pinota a Giovanni piccolo, per scaldarsi al calore
del corpo infantile, che è senza colpa ed ha la forza dell‟amore.
25
“Capitano di cosa, se permettete, e quando? La guerra è finita, viviamo in pace. Non ricordiamo che
ci siano state bande partigiane con a capo un tipo del vostro nome… Non prendeteci in giro, noi
siamo gente semplice…”.
L‟interpellato scrollò la testa. Sempre così succedeva ad ogni notte di S. Giovanni! Trovava
incredulità. Eppure lui era lì, in forma magari incorporea, forse sì forse no, con la sua voce,
arrochita dall‟umidità della terra, con la sua faccia dal caratteristico pizzo peloso, il barbet.
Rispose, con cortesia. Ai suoi tempi si era molto cerimoniosi e la buona creanza la si ricordava
anche dopo secoli, anche nelle traversìe più dure.
“Sono stato capitano di perseguitati. Uomini, donne e bambini, che dovettero fuggire dalle loro
case, sistematicamente distrutte, su per le valli alte, come camosci, senza ripari, senza cibo… Si
attendeva la neve per avere un po‟ di quiete. Allora nessuno più si azzardava a salire la montagna. Il
freddo e la fame falciavano le vite, dei più piccoli e dei più vecchi. Ma si resisteva e là dove non si
cedeva alla prepotenza, al razzismo, di pelle o di religione, al sadismo dei potenti, c‟era sempre un
Capitan Nuvola, imprendibile come il nome, pronto a sciogliersi in pioggia ma a rigenerarsi,
portando, attraverso il cielo, notizie di speranze. E il cielo volle che riuscissi a vedere la fine della
persecuzione, il ritorno alle case distrutte, la ricostruzione, i lavori, le mandrie ai pascoli, e le mie
orecchie furono nuovamente allietate dalle canzoni, che parlavano d‟amore, di corteggiamenti, di
figli a venire. Poi toccò la mia ora. Ma non cercate il cippo. Non lo troverete. Le Nuvole non hanno
tombe. E, non ve lo auguro, se verrà il tempo malvagio in cui i deboli e i sorridenti dovranno
nuovamente fuggire, valicare i colli, approdare in terre sconosciute, allora risentirete parlare di
Capitan Nuvola. Forse sarà sangue del vostro sangue, forse…”.
Tacque. Ed anche gli altri rimasero pensierosi.
Vuoi vedere che il prodigio di S. Giovanni s‟era realizzato!
Dalla Terra della Morte era giunto, a gioire di vita, un amico ritenuto perduto. Gli fu offerto del
vino caldo. Strinse la ciotola tra le mani e lentamente versò il contenuto sulle braci, che
sfrigolarono. I morti non possono bere, ma il vapore del vino è loro gradito.
Si alzò, si avvolse nel suo tabarro, si calcò in testa il cappello. Salutò con un inchino, lanciò un
bacio ai bambini. La notte pareva più nera, attorno a lui.
Si volse e, con passo pesante, da montanaro, si allontanò. La sua sagoma si assottigliava sempre
più. Diventava aria, erbe, pini. Ritornava, il Capitano, ad essere Nuvola. E così sia.
3
Verso la fine d‟agosto, a ridosso de Lu Chanto Viol, l‟estate, torrida, convogliava famiglie a
Sampeyre. Non tutte percorrevano i sentieri alpini, preferendo il passeggio attraverso la piazza, ma
tutte amavano la temperatura, più mite che in città, e l‟aria pulita.
Alla sera del sabato sarebbero apparsi altri individui, spuntati da non si sa dove, a prendere possesso
del buio e della musica che di lì a poco avrebbe fatto danzare anche le panche in pietra. Facevano
parte di strane e misteriose Confraternite, come quella dei Camminanti, composta da poeti,
musicisti, innamorati.
Già al mattino una voce preoccupata girava nei bar, tra un pastis e l‟altro. Barba Tonio era
scomparso. Il giorno prima lo si era visto, un po‟ bevuto, salire verso la montagna. Da allora non era
più tornato. Qualcuno pensava si fosse addormentato in un prato, complice il vino ed il caldo;
qualcun altro temeva avesse avuto un malore, perché ricordava che Barba Tonio conosceva bene i
sentieri e non si sarebbe perso di certo… “Le notti in montagna non appartengono agli umani”, si
diceva, e chi vuole intendere, intenda!
Gruppi di giovani partirono alla ricerca. Prima di allarmare il Soccorso Alpino era meglio
verificare. Se fosse disceso all‟insaputa di tutti ed ora russasse tranquillamente a casa sua? No, a
casa sua non c‟era. Solo il gatto, sul tavolo, stava rosicchiando il resto d‟un formaggio puzzolente.
L‟ultimo che lo aveva visto era stato il proprietario dell‟Edelweis. Barba Tonio s‟era fatto
26
confezionare un panino imbottito, aveva bevuto un caffè forte. Il suo alito sapeva di bisboccia, ma
nessuno se ne preoccupava più di tanto. Quell‟uomo avrebbe sotterrato tutti, tanto era forte, ed il
vino gli era amico.
Fu così che le ricerche s‟interruppero.
Sampeyre era colma di gente venuta da fuori. Non era il caso di allarmarla. Il giorno dopo,
domenica, ci sarebbe stato Lu Chanto Viol , e già si attendevano musicanti provenienti dal
Delfinato, più tutti gli abituali delle valli e dintorni. La notizia della scomparsa misteriosa d‟una
persona avrebbe turbato l‟atmosfera, che era gioiosa e briosa, come sempre.
Venne la sera del sabato. La piazza si riempì, accanto al palco sistemato per i musicisti ospiti. Nei
bar stazionavano combriccole allegre che celebravano i rituali giri di pastis. Poi, un ritmo birichino,
la curento delle valli occitane, incominciò a serpeggiare nell‟aria ed i piedi, incontrollabili, si
misero a battere il tempo e le coppie si formarono e fu tutto un darsi e lasciarsi, un volteggiare e un
saltare, quasi un gioco di orsacchiotti. I vecchi amici si ritrovarono, nuove relazioni si crearono, in
quella notte votata alla gioia, sotto le stelle della val Varaita.
Le ultime note si allacciarono stanche fin quasi all‟alba. Di lì a poche ore sarebbero partiti, verso
Becetto, per i sentieri nei boschi, tutti coloro che, tra musica e vino, avrebbero dato vita a Lu
Chanto Viol.
Becetto, piccola frazione di Sampeyre, ospitò, come sempre, musicanti e ballerini, sognatori e
curiosi. Verso mezzogiorno non c‟era più un angolo del paese che non fosse occupato da qualche
trio di organetto, violino e ghironda, intento a far danzare coppie, quadriglie e cerchi di giovani ed
anziani, esperti e goffi.
Di lì a poco tutto si sarebbe calmato, ci sarebbe stato un rallentamento generale per il pranzo sui
prati, a base di polenta, salsiccia , formaggio e vino rosso.
Nessuno si ricordava più di Barba Tonio. Ma, al pomeriggio, quando, accanto al lavatoio, si riunì la
cricca antica ed iniziò a folleggiare in musica, allora lo si vide, sorridente, gli occhi luminosi ed i
pomelli rossi. Pareva ringiovanito. Non più le guance grigie, i capelli incollati al cranio e quell‟aria
di dire “Perché mai dovrei interessarmi al mondo!”. Se Barba Tonio era tornato, allora si poteva di
nuovo ridere, bere e ballare. La montagna non aveva tradito.
Rimaneva, però, quel lasso di tempo durante il quale Tonio era scomparso. Nessuno era in grado di
fornire una risposta. Ma questa, o prima o poi, il Barba avrebbe dovuto darla, altrimenti che amico
era! E se si venivano a sapere i fatti prima, era meglio.
Un gruppetto di persone sedeva in cerchio sulle pendici del prato, poco distante dalle centinaia di
grilli umani che, con il passare delle ore, si eccitavano sempre più. Al centro stava Barba Tonio e
raccontava. Gli altri ascoltavano, a volte scuotendo la testa, a volte sorridendo, come si fa con i
bambini quando la contano grossa.
“Vi ringrazio per la premura di ieri, ma voi sapete che ce ne vuole prima che qualcuno o qualcosa
riesca a sbattermi a terra, quando si tratta di montagna… Eppoi questa la conosco bene; è stata, ed
è, la mia amica, da una vita! Non sono caduto, non mi sono addormentato ubriaco perso… Ho fatto
semplicemente un incontro straordinario, che non credevo possibile, che attendevo da sempre…”.
La curiosità era palpabile come nebbia densa.
“Dovete sapere che avevo deciso di andare a cercar funghi. Lo so che non è la stagione, ma non
avevo altro da fare, i turisti mi annoiavano e faceva troppo caldo per i miei gusti. Sono partito,
dunque. Pensavo di tornare nel pomeriggio, l‟avevo detto al bar, ma qualcosa è successo e così ho
passato la notte lassù…”.
Nessuno sollecitava Barba Tonio. Le pause, le ripetizioni, facevano parte del suo modo di narrare.
Si stava bene, seduti sull‟erba, leggermente euforici. Il mondo si concentrava lì, nel suo nocciolo.
Altrove c‟era la morte quotidiana, l‟abitudine, la ripetizione.
“Mentre mi riposavo, all‟ombra di un castagno, vidi avvicinarsi un tipo, piccolo di statura, barba
bianca, capelli svolazzanti, abiti color ruggine. Non pensai a nulla di particolare. Per i sentieri passa
gente di tutte le qualità. Ma quest‟individuo si fermò. Si sedette accanto a me, all‟ombra del
castagno, e mi offrì da bere dell‟acquavite. Non disse una parola, ma quando si tratta di bere non c‟è
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bisogno di parlare. Tutt‟al più, a buon rendere! Lo guardai da vicino. Pareva vecchissimo, ma il
corpo era snello. Gli occhi, poi, brillanti, esprimevano una grande serenità mista ad ironia. Non so
spiegarmi bene: era come se stesse prendendomi simpaticamente in giro. Non sono permaloso ma,
pur rispettando la differenza d‟età, ed io non sono più un ragazzino!, se voleva botte le avrebbe
avute… Per questo gli chiesi cosa volesse da me e perché mai fosse capitato in quel posto e in
quell‟ora.”
Gli sguardi dei presenti erano concentrati sulle mani di Barba Tonio, che le muoveva, quasi a
modellare la figura dell‟apparizione. Tutti si attendevano che la storia continuasse…
“Mi rispose, con una voce lenta e melodiosa che non ho mai sentito in giro, e mi raccontò che, in
realtà, era venuto a prendermi. A lui e ai suoi amici non piaceva la vita che stavo conducendo, tra
solitudine e vino cattivo. Disse che, anche se non me n‟ero accorto, la malinconia stava
afferrandomi l‟anima e la stanchezza mi avrebbe fatto cadere da una roccia. Ma non era ancora il
momento di lasciare questo mondo, mi disse, e per questo lui era qui, sotto il castagno. Avremmo
atteso la notte ed allora avrei potuto incontrare simpatia e solidarietà, ma prima bisognava spurgarsi,
come fanno le lumache. Ci alzammo e mi accompagnò ad una sorgente dalla quale sgorgava acqua
gelida. Mi lavai intensamente ed ogni volta che l‟acqua passava sul mio volto mi pareva di
diventare più leggero. Non m‟importava più dell‟età, dei fallimenti nella mia vita, del fatto che non
avevo famiglia, di quel che la gente avrebbe potuto pensare.”
Qualcuno accennò alla fontana dell‟eterna giovinezza affrescata nel castello di La Manta, qualcuno
storse il naso…
“Venne la notte e ci trovammo in una radura, non molto lontano da Becetto, a quel che ho potuto
capire questa mattina scendendo giù. Da vari angoli sbucavano strani individui, con abiti dai colori
vivaci. Quando si avvicinavano al mio compagno lo salutavano con rispetto. Non capivo perché.
Poi uno degli ultimi arrivati, un tipetto con il violino, lo chiamò Capitan Nuvola. Che fosse il
famoso folletto di cui si andava favoleggiando in valle quando si raccontavano storie per far
dormire i bambini? Capitan Nuvola chiese silenzio e, ottenutolo, mi presentò. Tutti avevano l‟aria
lieta. Ognuno di loro, a turno, mi si avvicinò e mi toccò. Ad ogni incontro della mano con il mio
corpo guadagnavo in fiducia. Quegli strani individui facevano regali, a me, l‟ubriacone del paese, il
buono a nulla in attesa di morire! Poi Capitan Nuvola parlò, ma senza pronunciare parole. Tutti, io
compreso, capivamo il suo pensiero e sapevamo d‟essere a casa, amati, protetti, sul sentiero giusto.
Ci furono danze fin quasi al mattino e, verso l‟alba, ad uno ad uno si ritirarono nel bosco, quegli
amici sconosciuti e senza nome! L‟erba pigiata rialzò il capo. Ancora si trattenne Capitan Nuvola.
Bevemmo un ultimo sorso di acquavite, ci abbracciammo e, sempre senza alcun suono, il Capitano
dei folletti mi chiese di raccontare questa storia, di dire che la vita non finisce, che è ovunque, anche
là dove non si vede, che è bene amare i propri luoghi, e quelli degli altri, perché sono casa, futuro,
cielo. Mi disse di andare lieto, di salutare i musicanti di Becetto, il pittore di Boves, lo scrittore di
poesie. Poi volse il dorso e mi sembrava che quella figura fosse antica, che l‟avessi già incontrata
quando ero bambino, sugli alpeggi, o quando andavo a cogliere i mirtilli; mi pareva di casa, di
quella casa che non avevo mai avuto, di quella famiglia che, ora lo sapevo, era il mondo, siete
voi…”.
Marco fu il primo a scuotersi. Afferrò nell‟aria il ritmo d‟una curento, prese per le mani una
fanciulla, e si lasciò trasportare. Pareva la diaspora dei soffioni. Volteggiava, sorrideva, saltava. Ed
il mondo, di certo, era nuovamente pacificato.
4
La Provenza è terra nata dalla mente di un pittore!
Forse qualche fata vi alloggiò, in preda al mal d‟amore. Forse Oberone vi calò dal nord, incantato
dai racconti che nelle notti stellate facevano i viaggiatori.
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Quando soffia il Mistral e tutto si confonde, tra i colori della lavanda e del rosmarino amori e
gemiti, folletti e disperati creano composizioni arcane. Van Gogh vi abitò e dipinse girasoli
ossessivi, tristi autoritratti, campi di corvi in volo e cieli portatori di sventure. Si racconta che a
Saint Rémy amasse passeggiare tra i pini, accanto a vecchie cave romane, assorbendo luce, sole,
stridìo di cicale. Il Pan del meriggio che induce all‟autodistruzione si era addolcito, aveva assunto i
contorni delle pietre rosse lungo il Rodano.
La gente di queste terre ama la danza, il chiacchiericcio sotto le pergole, osservando i giocatori di
bocce, il „vino delle sabbie‟ che reca con sé una lieta sonnolenza e aiuta a perdonare i torti.
A nord i resti del grande zoccolo alpino continentale, a sud l‟azzurro del Mediterraneo. Dalla
Provenza passano strade per grandi viaggi e l‟amore vi fu cantato per molto tempo prima che la
violenza del potere sradicasse nel sangue la civiltà dei trovatori.
La storia si svolse vicino ad Arles, e precisamente nella località che ha per nome Les Baux de
Provence. Si tratta di un agglomerato di enormi massi erratici che formano una sorta di roccaforte
naturale nel cuore della piana, con le Alpilles ad est per ricordare che ogni pietra discende dalle
montagne e della loro natura è testimone. Sui Baux fu costruita, nei tempi dei tempi, quando la
ghironda accompagnava storie sentimentali, una fortificazione. Di là si dominava, con lo sguardo,
un ampio territorio azzurro e viola. D‟estate i Baux sono assaliti, ora, non più dai Saraceni ma da
terribili turisti in brache corte, con le gambe bruciate dal sole e le ascelle che puzzano di deodoranti.
Poi viene l‟autunno e con esso la calma e le memorie ed i fantasmi ed il vino pomeridiano ed il
gioco delle bocce in attesa che il Mistral chiuda tutti in casa e narri, soffiando, quel che ha assorbito
sul territorio.
La voce girava da tempo, ma pareva fola di vecchiette, fantasia nata all‟imbrunire. Si diceva che
nelle notti di luna piena, quando potevi scorgere le lepri correre sui prati, appariva, tra i ruderi del
castelletto dei Baux , una figura nera, netta nel chiarore lunare, che pareva invitare la gente a
raggiungerla. Molti dichiaravano che probabilmente si trattava dell‟ombra di qualche castellano,
incapace di dormire nel sonno della Morte; altri ridacchiavano affermando trattarsi d‟una roccia che
la Luna ingigantiva e la credulità della gente trasformava. In ogni caso non dava fastidio a nessuno
e i Provenzali non sono persone litigiose.
La questione intrigava i ricercatori di folclore. La Provenza era stata la patria dei Catari, della lingua
d‟Oc, dei Liocorni e delle Castellane. Il vento del nord, brutale e senza scrupoli, era calato su questi
ricami del tempo, li aveva stracciati, bruciati i castelli, cancellate le tradizioni, ma, sostenevano gli
ermetici esploratori di cose antiche, qualcosa rimane sempre, anche dopo un incendio, e sono
sufficienti la pioggia e la pazienza perché l‟orfano seme riprenda a vivere.
Tutto sarebbe rimasto nel limbo del „si dice‟ se in quella zona non avessero abitato due fidanzati.
Lei, Cécile, intraprendente e innamorata, lui, Mathieu, assennato e innamorato. Un giorno o l‟altro
si sarebbero sposati ma ancora mancavano i denari per la casa e ,a meno di trovare un tesoro nella
pentola in fondo all‟arcobaleno, la faccenda non era di facile risoluzione. I due trascorrevano le
serate a congetturare, a far progetti, sotto le stelle, guardando lontano, verso i Baux.
Nati in un secolo di concretismo duro, si sentivano orfani. Mancava loro un padre di fantasia, una
madre di cantilene. Troppo presto li avevano gettati tra le braccia del produrre e consumare per
poter produrre. Erano come rinsecchiti, all‟esterno. Per loro il Mistral soffiava in continuazione e la
pelle, veicolo di comunicazione, chiudeva i suoi pori, diveniva spessa, insensibile. Sotto, però,
scorreva ancora una voglia ballerina, un bisogno di racconti, di poesie tenere e malinconiche,
specialmente alla loro età, irripetibile, irrecuperabile: l‟età dell‟amore.
Senza nemmeno consultarsi, una sera, dopo cena, si incontrarono sulla strada che portava
all‟interno, verso i sassi deformi nella luce della luna. Avevano scorto, di lontano, la figura nota ed
uno strano richiamo li attirava verso i Baux. Si presero per mano, sorrisero, un poco sconcertati,
senza sapere che cosa avrebbero trovato, una volta giunti a destinazione. Bisognava camminare per
un‟ora. Sarebbe stato meglio andarvi in bicicletta! Zaffate di lavanda colpivano piacevolmente le
loro narici e nel cielo scorgevano, rapide, scorrere le stelle cadenti. A San Lorenzo anche gli astri
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vengono incontro agli innamorati perché per ogni stella che stria il cielo si può esprimere un
desiderio e ben possiamo immaginare quali fossero quelli di Mathieu e Cécile!
Giunti a ridosso del complesso di rocce, individuarono un passaggio. Portava alle rovine della
vecchia costruzione. In alto l‟insieme si appiattiva, diveniva un grande balcone sulla pianura.
Gli innamorati vi giunsero trepidanti. Subito, abbacinati dalla luna, non scorsero nulla ma, abituati
gli occhi allo strano chiarore, s‟accorsero dell‟individuo che ristava di schiena. Era alto, ben
dimensionato, vestito in nero. Forse fecero rotolare qualche ciottolo, forse il loro respiro li tradì.
L‟uomo si volse, li guardò quasi senza vederli, come fossero trasparenti, e sorrise. “Benvenuti”,
disse, in un provenzale antico, cantilenante e morbido.
I giovani meccanicamente risposero e negli occhi dell‟uomo la luna fece brillare scintille.
“Venite accanto a me senza timore, poiché il vostro tempo è giunto. Maturo è il momento delle
decisioni e delle separazioni. La mia, da questo mondo che non m‟appartiene, che venera la bomba
ed il profitto; la vostra, dai nuclei che vi crebbero ma che ora rischiano di soffocarvi”.
La notte sapeva di lavanda e le parole dell‟uomo parevano rimodellare le rocce in un balletto
perenne.
Come fosse una cosa del tutto normale, catturati dalla benevolenza dell‟ospite nero, Mathieu e
Cécile si sedettero accanto a colui che pareva averli convocati. Lentamente il volto si mostrava ai
loro occhi.
Magro, con occhi grandi e zigomi alti, quasi un ritratto di Durer, rischiarato, però, da un sorriso
radioso. E la voce, che pareva un canto.
“Non vi stupite per questo incontro. Legami nascosti alla vista collegano anime sparse in disegni
misteriosi. Voi fate parte d‟una costellazione che mi coinvolge. Vengo da storie lontane. Quasi
fiabe ai giorni odierni, con castelli e dame e trovatori. Vengo da una civiltà che del cantar d‟amore
fece la sua insegna. Onore era la dolcezza del poetare, onore la gentilezza dei rapporti, onore la
pacifica convivenza. Bernard di Ventadour mi fu maestro. Ricordo la strofa d‟una sua canzone:
“Ailas! tant cujava saber / d’amor, et tant petit en sai! / Quar eu d’amar no’m puesc tener / celieys
don ja pro non aurai.” Dolce lingua d‟oc, schiacciata dagli eserciti del nord. Vi traduco i versi nel
parlare odierno: “Ah! tanto io credevo di saper / d’amore, e tanto poco ne so! / Poiché non riesco a
fare a meno / d’amare colei di cui nulla mai avrò.” Fui eletto, per diletto, capo di una allegra
confraternita di poeti nomadi, senza denari, senza casa. Esuli ovunque e ovunque in patria. Fino a
che l‟inverno degli armati francesi non ridusse la Provenza in cimitero. Mi fu dato per nome
Capitan Nuvola. Ne fui onorato ed alle nuvole celesti fedele rimasi fino alla morte ed oltre. Per
questo sono qua, come pioggia che cade, come lacrima di cielo di fronte a un amore che non s‟alza,
che caracolla basso come foglia in autunno.”
I due giovani lo stavano ad ascoltare come, di solito, fanno i bambini con il nonno, di fronte al
fuoco. Comprendevano che l‟individuo interpretava i loro più profondi sentimenti. Si sentivano
trasparenti di fronte allo strano Capitan Nuvola. Ma non c‟era timore. Lentamente si percepivano in
altra epoca, in altra foggia. Lui, spasimante lontano dall‟amata, troppo amata, ahimé!, lei, immersa
in una realtà carica di segni, di messaggi, avulsa dalla grettezza. Bernard cantava anche per loro,
anzi, in quella notte di luna piena, solo per loro intonava i suoi versi. Capitan Nuvola non avrebbe
potuto convivere con le furie speculative dei costruttori di ville, con le smargiassate dei giovani in
automobili super-veloci. Forse, forse, se avesse avuto la forza di portarli con sé, non avrebbero
avuto dubbi. Il loro tempo aveva il profumo amaro del rosmarino, ma scorreva troppo in fretta e
senza costrutto.
L‟uomo in nero parve leggere le loro emozioni ed i loro pensieri.
“Per la forza dell‟amore, a cui ho dedicato la vita, per la forza della lievità che il mio nome
annuncia, ho il potere di trascorrere nelle epoche più diverse e di portare con me adepti nuovi,
scintille incandescenti di giovane speranza. Non vi vedo felici, non scorgo per voi strade liete. Tu,
Mathieu, potresti fare l‟impiegato di banca, guadagnare bene, comprare una casa con giardino ed
invecchiare contando soldi d‟altri, a volte sporchi di sangue e sofferenza. Tu, Cécile, finiresti con il
fare la professoressa di letteratura e storia in qualche scuola piena di allievi svogliati e indifferenti, a
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raccontar loro storie d‟un tempo lontano, quando il rispetto per la donna poteva indurre alla castità.
Vi trovereste alla sera, stanchi, svuotati, delusi. Brutto orizzonte, il vostro! Ascoltate il mio
proposito. Tra poco scomparirò dalla vista dei vostri compaesani. I Baux torneranno ad essere
deserti e daranno ragione agli scettici che parlano d‟uno scherzo della Luna. Vorreste venire con
me?”.
La richiesta colse di sorpresa, ma non più di tanto, i due innamorati. In fondo, che ci stavano a fare
nella loro realtà! Sarebbero soltanto invecchiati male, dandosi reciprocamente la colpa delle
rispettive delusioni. Si poteva accettare l‟invito, basta che la dipartita non fosse dolorosa.
“No, miei cari, non sarà doloroso il viaggio. Ogni vita vale, se ha senso, in qualsiasi momento si
esprima. Vi farò rifluire in una mia canzone e di là nel mondo che mi appartiene. Diverrete, prima,
due uccelli vagabondi che si sono trovati e poi scivolerete nella tessitura del tempo.”
Mathieu e Cécile si guardarono negli occhi, si strinsero le mani e trassero un sospiro. Capitan
Nuvola assentì col capo. Lentamente i corpi assunsero un color latteo ed i contorni sfumarono, si
confusero con il chiarore della Luna che rideva sui ruderi del castello dei Baux. Poi, dolcemente,
ascesero verso il cielo, dove nuvole non c‟erano. Ci fu un momento, però, in cui il volto lunare fu
offuscato da un passaggio. “Strano”, borbottarono in basso i paesani. Durò poco. La faccia rotonda
del satellite riapparve in tutta la sua ilarità.
Questa è la storia. Ma in paese i due innamorati non furono più visti. Furono fatte ricerche discrete,
perché erano maggiorenni e potevano fare quello che volevano, ma senza risultato. Qualcuno
raccontò di averli visti, una sera, avviarsi verso la campagna. Alcuni malignarono che non ne
potevano più delle rispettive famiglie ed avevano fatto una fuga d‟amore. Magari abitavano ad
Avignone o a Marsiglia, vai a sapere! Città grandi, difficile trovarli. Con il tempo non si pensò più
ai due, fino a che un vecchietto, arrivato da fuori, iniziò a raccontare una strana storia, all‟osteria, di
un Capitan Nuvola che reclutava amanti. Assicurava, il vecchietto, di sapere per certo che Mathieu
e Cécile stavano bene, dove stavano, e gli anziani scuotevano la testa. L‟amore, ah l‟amore…
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Un coro d‟oro e di rame, un bizantino amplesso avvolgeva il solitario camminatore, nei boschi ai
piedi dei Tre Denti, in Cantalupa.
Tcik tcik facevano le foglie secche staccandosi dai rami ed urtando il terreno già coperto da uno
strato arancione sul quale apparivano, a volte, ricci verdastri di castagne, fragili funghetti senza
nome.
Ad ogni sospiro della terra una foglia si lasciava andare, svolazzando per poco tempo, immemore di
sé, senza alcuna volontà che non fosse quella della sua piccola morte, del programma stabilito dalla
grande vita.
“Posto e tempo ideali per incontrare le fate!”, brontolava estasiato il viandante. “Non mi stupirei
d‟inciampare in qualche piccola creatura nascosta fra tutti questi colori d‟autunno, e se fosse così
sarei ben contento!”. Si sentiva come protetto dal silenzio, dalla dolce trasformazione del bosco,
dalla sensazione d‟essere già stato in quel luogo, parte del mondo vegetale, ritornato a casa dopo un
esilio umano. Lo coglieva una piacevole sonnolenza, come se decine di minuscole mani gli
accarezzassero il corpo affaticato da decenni di cammino e voci ondulate gli cantassero “Riposa
alfine che a te siamo vicini, / come un popolo amico di sereni bambini”. Immerso nella morbida
esperienza d‟assenza di gravità, vecchio gnomo in attesa di mutare, non s‟accorse della presenza
d‟una persona nuova, sbucata, senza far rumore, da dietro il gomito del sentiero. Era una donna, con
i capelli bianchi raccolti a crocchia, vestita austeramente di nero, un cestello al braccio. Sorrise al
viandante e si fermò a parlare, senza alcuna fretta, senza alcun timore.
Di cosa si chiacchiera ai piedi dei Tre Denti, in autunno, quando ci si incontra in un bosco?
Dell‟estate secca, delle castagne che non si vedono, dei funghi che paiono scomparsi. Così l‟uno
all‟altra assentiva, nel dialetto locale che pareva una sciarpa in tempi di malanni. E poi vennero
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racconti più privati, la storia dei due cani, dei gatti svariati, della volpe che s‟ode squittire di notte,
dei cinghiali che devastano gli orti. Una sorta di trama verbale inglobava i due, li situava in uno
sfondo comune, quasi un quadro antico che non muta pur nel volgere delle stagioni, che si sgretola,
magari, ma tiene insieme la storia, con la tenacia dei colori, delle forme intraviste.
“Ma voi come vi chiamate e perché abitate sola quassù?”, chiese incuriosito l‟uomo.
“Non sono sola: ho i miei animali. Poi ho figli, grandi, che vivono nella città, ma io non mi ci
ritrovo. Lo diceva mio padre che ero una selvatica! Affermava che al chiuso non ci resistevo e che
per questo mi aveva chiamato Nuvola. E‟ un nome femminile, noh?”, rispose la donna.
“Ed anche grazioso, signora, anche se un po‟ strano.”
“Da sempre, nella mia famiglia, qualcuno viene chiamato Nuvola, sia femmina o maschio. La
tradizione risale a molti secoli fa, quando un nostro antenato crebbe alla bottega del Caravaggio…”,
narrò la donna che, nel frattempo, s‟era seduta su un sasso ricoperto di muschio, di quello che va
bene per il Presepe.
A sentire il nome, il viandante ebbe un fremito. Piane di Lombardia gli apparvero per un momento,
commiste a robuste figure avvolte dal buio. Caravaggio era un paese, come Vinci del Leonardo, ma
anche il nome con il quale era passato alla storia della demonìa pittorica un certo Michelangelo,
detto Michele delle Ombre, e non a caso! Uomo di furore, di notturne frequentazioni, alchimista dei
colori che usava come scalpello, per far emergere la luce dal buio, per trasformare l‟opaca
negazione in ferina affermazione. Ebbe scuola, come tutti. Ebbe bottega. Possibile, quindi, che un
antenato della signora in nero fosse stato allievo del Michelangelo da Caravaggio. Per guadagnarsi
da vivere, poi, questi giovani volenterosi, appresa l‟arte del colore e del pennello, migrarono per il
mondo a dipingere cappelle, ad affrescare palazzi di signorotti altezzosi, a trascrivere su muri le
paure e le estasi che il secolo d‟oro disseminava senza parsimonia.
Certo. Tutto era possibile.
“Si raccontava, da secoli, credo, come mastro Michele cercasse di scoprire il segreto primo,
l‟essenza dei colori e delle forme. Nella notte si buttava, nel caos che alla fine si estenua e si
annulla, divenendo buio, indistinto, attesa dell‟evento. Forse era un alchimista, forse semplicemente
un balordo, ma, allora, che balordo! Conosceva meglio lui le infinite varietà di luce che nascono dal
buio che tutti gli studiosi con le loro lenti e i loro cannocchiali…! Ai discepoli non veniva rivelato
nulla. Ognuno doveva percorrere la propria strada e scoprire quel che gli interessava. La pittura era
un mezzo, una sorta di esame. Quel che conta è sapere, è darsi un nome, per potersi riconoscere
prima e dopo la morte tra le infinite creature che affollano il mondo, o anche semplicemente questo
bosco…”. Così la signora in nero, Nuvola, esponeva la regola della ricerca, quella regola che univa
mastro Michele ad altri pittori, ad altri camminanti sulla Terra. Con semplicità, ma anche con
determinatezza, donna Nuvola svelava la sua araldica, la sua ascendenza sulfurea.
Quali sentieri percorse il lontano antenato, munito di pennelli e memoria, alla ricerca di cibo,
ospitalità e gloria, in compagnìa d‟altri randagi che a lui si affidavano? Quali incontri realizzò, con
quali persone, con quali fantasie, con quali varianti del sogno? Di certo ebbe, a sua volta, discepoli,
altrimenti come si spiegherebbe la leggenda giunta fino ai nostri giorni?
Il viandante meditava sull‟incontro. Un bel giorno, di certo, questo!, una accogliente porta aperta su
atmosfere d‟incanto.
“Ricordo che mio nonno amava dire che noi siamo d‟una razza schiva, abituata a parlare poco ma a
cercare molto, come fanno i cani da tartufi.
Lo chiamavano Capitano. La gente così si rivolgeva a lui, che non aveva fatto nemmeno il militare.
Ed egli spiegava che nei tempi dei tempi qualcuno della famiglia aveva diretto bande di pittori di
cappelle, su per i monti, là dove una volta ci stavano i monaci e i camosci. Quel qualcuno era stato
chiamato dagli altri Capitan Nuvola ed il soprannome era rimasto, trasmesso di padre in figlio. Se il
destino non voleva che nascesse un maschio, era la bambina che prendeva il nome di Nuvola e il
Capitano le restava come una specie di cognome, che non si perdeva, che copriva quello del marito.
Ora, come vedete, la Nuvola cerca funghi, e non ne trova, cerca marroni, e non si vedono. Fra poco
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sparirò anch‟io. Si fa buio. I cani e i gatti di casa avranno fame. Porterò quest‟incontro e che la
storia continui…!”.
Per tutta la durata della chiacchierata il viandante non aveva aperto bocca. Era rimasto come
invischiato in una trappola temporale, con gli odori che salivano dalle foglie per terra, i rumori
piccoli ed improvvisi che cadevano come gocce di pioggia. La signora salutò con la mano. Si
allontanò. Scomparve dietro il gomito del sentiero. Il viandante rimase solo, sotto i Tre Denti, in
Cantalupa.
… per cui nel sogno dell‟inverno
un albero bisbigliò
temendo di gelare
ed un uccello ramificò al cielo
il suo lamento usuale.
Gianni Milano
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COLLOQUIO:
NICOLAS STOPPA
Legenda:
- NS – Nicolas Stoppa
- MM – Marieve Mèrillou
- MF – Mario Fancello
-
-
NS – Sì, allora no, diciamo che innanzitutto io ho solamente la licenza media, italiana. Ho
frequentato poi per ultimo un anno di liceo artistico a Genova. Però il mio percorso
scolastico parte molto semplicemente. La prima elementare, in Spagna, esattamente a
Ventallo, in provincia di Gerona, in Cataluña, vicino alla Francia. Da lì, sempre per
questioni familiari, per lavoro, per separazioni, la seconda elementare la faccio a Bussana
Nuova. Mi ricordo che questo fatto avvenne prpoprio perché mio padre – italiano – (mia
madre spagnola) ci teneva tantissimo che questo suo figlio crescesse con la lingua italiana
forte, quasi quanto lo spagnolo
MM – [Tuo padre disse a] tua madre: “Ti faccio la casa – erano separati – se tu dai
un‟educazione italiana a mio figlio.
MF – Tu condividevi questa decisione?
NS – Sì, anche perché poi non è stato così. È successo che, passando in autostrada, mio
padre e mia madre, quando stavano ancora insieme, io avevo forse due tre anni, videro
questo paesino, questo borgo che si chiama Bussana Vecchia, dall‟autostrada; è un borgo
terremotato poi occupato da artisti, un‟esperienza molto particolare, e dunque la seconda
elementare la faccio a Bussana Nuova, che era la scuola più vicina a questo villaggio. La
terza elementare la faccio invece a Bruxelles per questioni di lavoro dei miei genitori, tra
una cosa e l‟altra io finisco a Bruxelles e faccio la terza e la quarta elementare nella Scuola
Europea di Bruxelles, che è la scuola europea centrale; in Europa ci sono varie scuole
europee, a Milano ce n‟è una, a Roma ce n‟è un‟altra, a Parigi ce n‟è un‟altra, però
Bruxelles evidentemente è proprio quella centrale perché ci vanno un po‟ tutti i figli dei
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-
funzionari, dei dipendenti della Comunità Europea. La quinta elementare, dove poi ho fatto
l‟esame, la quinta elementare dove l‟ho fatta? Non mi ricordo molto bene. La quinta
elementare la faccio ... [pausa di riflessione] a Bussana Nuova di nuovo, ritorno indietro
dopo due anni. La prima media la faccio a Bussana Nuova, la seconda media la faccio a
Sanremo, la terza media la faccio ad Arenzano, dopodiché c‟è il tentativo del liceo artistico
che però fallisce in quanto anno di occupazione; per la mia generazione molto famoso
quell‟anno, non so che anno era
MM – [Dice qualcosa].
Marieve Mèrillou e Nicolas Stoppa
-
-
NS – No, no no, no no, era con la Iervolino; fai conto, io ho ventinove anni, a quindici anni,
nel ‟92. Ecco, nel ‟92 c‟è un anno di occupazione; nel giornale, nel Secolo, pubblicano i
record d‟assenze in Italia, ecco io forse ero andato in tutto l‟anno forse quaranta giorni a
scuola dopo un‟esperienza comunque molto bella; appunto questa occupazione dove
veramente abbiamo socializzato, tutti gli studenti, in una maniera – secondo me – molto
interessante. Ecco, questo un po‟ il panorama dei miei trascorsi, dopodiché comunque io
abbandono la scuola ma piano piano mi appassiono comunque al mondo dell‟arte e
soprattutto del cinema e quindi frequento a Barcellona una scuola di cinema. Dopo l‟anno di
occupazione ho quindici anni e quindi età – secondo me – drammatica soprattutto in
Occidente; per un ragazzo occidentale i quindici anni sono un po‟ ..., questa scelta del liceo,
del lavoro, di lasciare gli studi oppure no
MM – L‟orientamento.
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-
-
-
NS – l‟orientamento e – dunque – tra una cosa e l‟altra mio padre in quel momento si separa
da questa sua moglie e quindi in un momento un po‟ di confusione generale finisco a
Barcellona, alla scuola italiana di Barcellona, quindi scuola di Barcellona ma italiana, che è
un liceo classico, per tre mesi, quindi fino a Natale dell‟anno seguente ; a gennaio
MF – Era un‟iscrizione per recuperare l‟anno oppure ...?
NS – No, iniziavo il primo anno di liceo classico a Barcellona, arrivo a settembre, a
dicembre ci sono le vacanze, ma io a gennaio dopotutto finisco a Bruxelles, perché a
Barcellona non andava bene, perché mio padre non viveva lì, vivevo a casa di un‟amica di
mia madre, ma questo non andava bene, questo ragazzo da solo comunque a quest‟età, che
comunque era un po‟ delicato, tutto quanto, finisco a Bruxelles.
MF – A Bruxelles perché?
NS – Perché a Bruxelles ci sono mio padre e suo fratello che hanno sempre una base lì. Io
sono nato a Bruxelles. Dunque finisco di nuovo nella Scuola Europea per due mesi.
MF – Scuola Europea che però ha un indirizzo?
NS – La Scuola Europea praticamente comprende dall‟asilo all‟università e c‟è il liceo, la
parte italiana è un ginnasio. Poi ne parleremo della scuola europea, comunque ha un
indirizzo abbastanza universale, quindi non è proprio un classico, poi ne parleremo. Ma
ancora non contenti, mio padre decide che io devo imparare l‟inglese e mi dice: “Guarda, io
ho un‟amica inglese che ha trovato un college dove tu – secondo me – puoi imparare
l‟inglese”. Quindi io vengo spedito a marzo vicino a Brighton, in un collegio dove si
dormiva dentro, si chiama Ehwards Heat.
MF – Convitto.
NS – Convitto. Con giacca e cravatta, completamente un‟educazione inglese, proprio una
scuola inglese, non è che era una scuola per stranieri.
MF – [Gli domando se era consenziente di fronte a tutti quegli spostamenti].
NS – A me andava proprio benissimo perché evidentemente mi saltavo quella solfa che era
la scuola, perché io era stato impregnato di quel primo mezzo anno vissuto al liceo artistico,
che ero stato molto deluso sinceramente. Perché? Perché era proprio noioso. Mi ricordo
queste lezioni, queste aule fredde, oscene, brutte e praticamente noi facevamo delle linee,
delle linee, costantemente, nei fogli grossissimi facevamo delle linee di ornato, figura. Erano
solo linee, linee, linee, era molto castrante, sapendo che c‟erano cinque anni ... Avendo
questo ricordo di quell‟anno, ho detto “Beh, io comunque qui viaggiando così ...”, mi
divertivo, comunque io ero stato già abituato nella mia educazione a girare così, quindi io mi
trovavo bene in questi cambi, nonché è vero che invece in Inghilterra mi ero un po‟
spaventato, cioè in Inghilterra io sono arrivato a marzo in mezzo alla nebbia in un collegio
meraviglioso, un castello, però io non parlavo una parola d‟inglese, avevo sedici anni,
quindici anni e mezzo. Arrivo lì e mi ritrovo così che io non sapevo manco farmi il nodo alla
cravatta, quindi bisogna imparare tutto quanto. Mi portano nella mia stanza, che era una
stanza con otto persone, e – capisci? – lì bambini che erano abbandonati dalle famiglie, un
po‟ di gente selvaggia che cercava di essere chiusa dentro a questa educazione inglese, dove
fino a tre anni prima c‟erano le pene corporali, insomma si poteva picchiare nei collegi
inglesi, fino all‟Ottantacinque c‟erano queste possibilità. E mi ricordo che vedo veramente
un mondo nuovo, tutta gente pallida, inglesi; però subito ho fatto amicizia, soprattutto
perché c‟era l‟italiano: “Ah, italiano, italiano” e io ho fatto fatica perché io per tre mesi non
capivo una parola. Meno male che ... Chi c‟è? Due fratelli italiani. Gli unici stranieri in
questa casa casualmente sono italiani. Giovanni e Ottone Paticchio, due fratelli di Trieste,
figli della Trieste bella, della Trieste bene, e loro due persone meravigliose; facciamo
un‟amicizia incredibile. Figùrati, per loro arrivava un altro italiano, quindi per loro era una
carica di energia positiva e per me era una salvezza, no? E infatti stiamo sempre insieme io e
loro, però mi aiutano a capirmi, a capire gli inglesi, a capire dove ero finito. Questa
esperienza finisce dopo un anno, dove io effettivamente imparo l‟inglese, non perfettamente
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ma mi difendo bene. Passo poi qualche mese a Londra in casa di amici di famiglia e lì mi
appassiono piano piano al cinema e allora frequento poi a Barcellona, perché lì c‟è mia
madre, perché mia madre è una spagnola e vive in Spagna dopo la tappa mia elementare in
Italia, torno in Spagna e frequento una scuola di cinema per un anno e mezzo, dopodiché
apro un locale, lo rivendo, con i soldi di questa cosa me ne vado a Cuba nella scuola di
cinema di Cuba e mi faccio quattro mesi, corso di sceneggiatura.
MF – Scusa se ti interrompo. Come scuola ufficiale, dopo le medie, tu hai fatto un anno di
liceo classico, e, se non classico, un qualcosa
NS – Sì, è l‟high school, che sono un po‟ tutte simili, sono scuole superiori a indirizzo. Cioè
sono ben diverse dall‟Italia che sono molto più indirizzate, cioè, sia in Spagna, sia in
Inghilterra, sia alla Scuola Europea è una cosa unica, poi tu scegli, tu dici io voglio fare otto
ore in più di matematica, quindi ci sono dei programmi differenziati.
MM – In Francia era più valorizzato il ramo letterario e più scelto rispetto a quello
scientifico. Nella mia generazione era il contrario. Alla fine i buoni allievi si trovavano allo
scientifico e quelli meno buoni andavano a Lettere. Dipende da quello che vuole la società.
NS – Ecco, diciamo che
MF – Una domanda prima che tu riprenda il discorso. Tu nella fase precedente avevi detto
una frase di questo tipo: A un certo punto mi interesso alla cultura. Chi ha fatto scaturire
quest‟interesse? Automaticamente? L‟istituzione scuola? Un ambiente esterno? Il sentire la
tua natura che si sta sviluppando indipendentemente da quel che ti accade intorno? Non so.
NS – Allora, io ho avuto un cambio di maturità proprio nella mia personalità. Lì è stato
sicuramente tutto un bagaglio dietro in generale, ma poi è stato proprio mio zio Bruno, che
deluso da me perché
MF – Questo Bruno sarebbe il fratello [...]?
NS – Sì, il fratello di mio padre, deluso dal fatto che io avevo abbandonato la scuola vicino a
Barcellona, che durava tre anni e io ho fatto un anno e mezzo, prima di andare a Cuba,
MF – Comunque era un problema [...]?
NS – Sì, per la famiglia, insomma questo ragazzo cosa fa? Cosa non fa? Non vuole studiare?
Mi regala un libro che è La Leggenda del Santo Bevitore. Lo conosci?
MF – Ho visto il film.
NS – È un libricino piccolino ed è il primo libro – forse – che proprio me lo sono gustato; è
un libro semplice, però ho capito; mi sono proprio immerso in questa lettura come forse non
avevo mai fatto prima. Forse perché me lo aveva regalato mio zio come quasi un‟ultima
chance – è una sfida – perché forse questo libro lo avevano già letto i loro figli a dodici
tredici anni, bambini quindi. Da lì poi è partita una forma di equilibrio, cioè ho capito che la
conoscenza mi avrebbe dato un equilibrio proprio personale, perché se no mi sentivo un po‟
perso, avevo un sacco di input, di informazioni, da tutte le parti, ma mi mancava proprio
quella decisione che non avendo avuto nella disciplina di una costante educativa in una
scuola fissa, mi mancava quella chiave. Ecco, questo regalo di mio zio è stato solamente –
diciamo – forse un
MF – Tu lo avevi percepito come un regalo mirato oppure
NS – No, mirato, un po‟ mirato. Avevo capito che era importante questooo
MM – Tra parentesi digli che parla di una persona che attraversa proprio la conoscenza, è
uno che legge molto, quindi mirava alla riuscita sociale non in termini materiali ma in
termini di conoscenza perché è una persona molto erudita.
MF – Ti ho fatto questa domanda perché pensavo, tipo il Bevitore – che beve ovviamente –
però ha la coscienza, ...
NS – Sì sì sì.
MM – Sì sì. È quello che volevo dire prima: il contenuto stesso del libro non era un caso.
NS – Esatto. Sì sì, ma infatti avevo un po‟ ... Beh, no, lì – devo dire – forse non avevo colto.
Qui, boh, c‟è questo percorso che si può definire caotico. A Cuba: beh lì a Cuba proprio
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m‟innamoro, è il primo viaggio mio da solo a Cuba per questi mesi. È stata un‟esperienza
incredibile, tanto che ho lasciato la scuola anche lì e me ne sono stato per la strada. Quindi –
ecco – se facciamo
MF – I finanziamenti non mancavano?
NS – I finanziamenti non mancavano perché indipendenti, nel senso che io mi ero costruito
un locale in Spagna – te lo avevo detto – in maniera tale ..., voglio dire: era una cosa che
aveva fatto mio padre, che gli era andata male, c‟erano grossi problemi, io avevo risolto il
problema di mio padre trovando una persona – socia – che metteva dei soldi e io non
mettevo soldi, però ero socio al cinquanta per cento, però diciamo che il costo era dieci, lui
metteva cinque, io non mettevo niente; però ho salvato mio padre da un problema; quindi
me lo sono un po‟ costruito io. Ho lavorato molto bene per tre anni e poi ho ceduto la mia
parte a questo socio che era anche nostro amico. Mi sono finanziato questo viaggio a Cuba,
pochi soldi, comunque mi sono bastati per fare questo viaggio.
MF – Questi genitori sono stati particolarmente disponibili a darti autonomia, perché ...
NS – Certo. E beh, quando sono andato a Cuba, io avevo – era il Novantasette – avevo
diciannove anni.
MM – [...] sia tuo padre che tua madre hanno rispetto per la scuola e nello stesso tempo un
dubbio che è proprio di questa generazione – penso. C‟è il desiderio di sistemare il figlio,
però c‟è una grande diffidenza verso la scuola, quindi non l‟hanno vissuta come una
sconfitta. La cosa del collegio in Inghilterra è stata forse una cosa radicale, pensando di
metterlo lì pensavano a quello che rappresentano Oxford e tutte quelle università lì, era
NS – Certo che parallelamente in Italia – mi ricordo bene – diciamo gli amici italiani che
invece avevano seguito la scuola ..., Nicolas era in quella strada caotica e insicura; d‟altra
parte avevamo tutta una generazione (cioè i ragazzi della mia età che continuavano nel loro
studio) che poi, in un confronto, possedeva una mondologia inferiore; cioè, erano ragazzi
che stavano studiando, stavano finendo appunto forse il liceo classico, scientifico, artistico,
si avviavano verso l‟Università, ma erano tutti ragazzi molto fragili e comunque c‟era già
anche una critica
MF – Fragili – intendi – nella preparazione
NS – Nella prepa
MF – o nelle scelte o nella cultura?
NS – Ma anche proprio nel ragionamento, nella cultura. Io avevo una cultura – per me è
quella – superiore ai miei coetanei. Perché? Perché io sapevo i problemi della ferrovie, degli
aeroporti, delle città, delle politiche, dell‟economia, della psicologia, delle diverse culture.
Già parlando (grande cosa che mi è servita) ho imparato cinque lingue, io adesso parlo
cinque lingue. Quindi io già percepivo
MF – Italiano, francese, inglese
NS – spagnolo e catalano, che è una lingua. Quindi per il cervello è un altro ..., e io già
percepivo, che io sono molto affascinato da questo, di come l‟idioma costituisca la
personalità di una cultura – capisci? Diciamo che poi – a parte questo – c‟era proprio anche
un problema di professione, cioè: c‟era già una crisi in atto dove qui la gente studiava, tutti
studiavano, ma poi qui finivano tutti a casa dei genitori, non c‟era lavoro e questi ragazzi
uscivano da casa,
MM – Soprattutto in Italia.
NS – soprattutto in Italia, tardi. Quindi, a un certo punto, verso i ventidue ventitré anni, ecco
che io riemergo e cammino a testa alta rispetto forse agli ultimi dieci anni, otto anni, sette
anni, passati invece un po‟ in crisi rispetto, diciamo, all‟establishment ufficiale.
MF – Ci sono due fili – che poi voglio riprendere – che stai tessendo, però c‟era un discorso
(che forse l‟hai già detto ma io non l‟ho memorizzato): te ne vai via dalla scuola di testa tua
o perché i tuoi genitori ti tolgono? Per quali motivi?
NS – No. Ecco, nella scuola, io, passato l‟anno, mi stufo di lì, soffro di stare lì,
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MF – Quindi è stata una decisione tua.
NS – Mia, e in più, in quel caso lì, questo collegio era anche costoso. Però – voglio dire – io
con i miei genitori ho sempre avuto una relazione perfetta; era la mia decisione che contava
poi, quindi se volevo andare via andavo via, non c‟è stata mai un‟imposizione. Ah, aspetta,
aspetta che ci siamo saltati, eh, no,
MF – Ci sono due fili che
NS – e no, perché ci siamo saltati – aspetta – che ci siamo saltati i gesuiti eh. Poi, ah sì sì,
scusami, l‟anno in cui vado – a Barcellona – al liceo italiano per i tre mesi, prima d‟andare
in Inghilterra, in Inghilterra io ci arrivo non a febbraio marzo, io ci arrivo a maggio, perché
io mi faccio poi gennaio febbraio marzo, in Inghilterra arrivo forse a marzo, io mi faccio
gennaio febbraio – due mesi – cioè io sono lì, nella Scuola Italiana, ma non va bene perché
appunto non potevo stare in casa di questa persona a dormire perché ero da solo, quindi
vado a finire in un collegio – anche lì convitto – dei gesuiti, ma per errore, proprio per
errore, cioè mio padre e mia madre dicono: “Va beh va beh, facciamo finire quest‟anno. Vai
lì a Barcellona”, mia mamma viveva a Cadaques però, a duecento chilometri, mi fa: “Vai a
questa scuola dove puoi stare dentro”. Io mi iscrivo così e poi, dopo tre giorni, chiamo casa
e dico: “Ma – guarda – che questi qui ...” . Si chiama Sant‟Ignacio de Loyola questa scuola.
Sì, Loyola – belin – è il padre dei gesuiti. Una menata incredibile! Mi ricordo che stavo
leggendo Un uomo della Fallaci, mi ricordo, la storia di questo
MF – Panagulis
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Marieve
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NS
–
Sì.
Mi
sequestrano il libro. Di
notte, una volta alla
settimana, alle tre del
mattino ci svegliavano
e dovevamo rifare il
letto e poi rimetterci a
dormire. Insomma una
cosa un po‟ tosta, così.
Ma perché sono finito
lì? Perché a Barcellona
le scuole sono tutte in
catalano, meno delle
scuole proprio molto
molto di questo genere,
che sono anche in
spagnolo. Io il catalano
all‟epoca
non
lo
parlavo. Due mesi.
Ecco, io dico: “Guarda
che qui non va bene”,
scatta l‟amica inglese
che dice: “Ma perché
non lo mandi ...”, “Ah,
sì,
così
imparerà
l‟inglese”.
MF – I due fili: uno
Cuba,
ché
siamo
rimasti ancora sulla
costa, e l‟altro il libro
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regalato che ti ha fatto scattare .... però un libro solo ..., non penso ..., hai detto: tutto il
bagaglio,
NS – Quella è una metafora diciamo.
MF – Ti ha un po‟ aperto gli orizzonti, ti ha fatto scattare qualche meccanismo, qualcosa.
Ma altre cose che provi? E quando dici mi sono interessato alla cultura che cosa intendi per
cultura? A quell‟epoca.
NS – Continuo in quella strada. Diventa l‟unica soluzione per sopravvivere, diventa uno
strumento di sopravvivenza. La cultura intesa come apprendimento costante; cioè, ho
bisogno di sapere per difendermi. Sono malato? Bene, ho bisogno di sapere; non mi fido
dell‟istituzione solamente. Non è che non mi fido, non è solo quella voce; ho bisogno di
un‟altra voce. Quindi più so, più leggo più ho elementi che mi daranno la possibilità di
sopravvivere, anche per un equilibrio psicologico.
MF – Senza guida?
NS – Io completamente, completamente, nel senso che sono proprio autodidatta per
eccellenza. Da bambino, e tra l‟altro a Bussana Vecchia, io per tre mesi non sono manco
andato a scuola alle elementari perché, a un certo punto, a casa mia si tendeva a questa
forma autodidattica,
MM – e poi tutto il Paese
NS – tutto il Paese, Bussana Vecchia; così, e niente, cioè si stava insieme a casa e si
studiava lì la situazione – per dirti – cosa che farei io con i miei figli; poi ne parleremo.
Quindi cultura intesa come conoscenza, come strumento portante di un equilibrio
psicologico alla base. Quindi depressioni, tristezze, problemi economici, problemi sociali
eccetera eccetera derivano solo dalla conoscenza e su questo – secondo me – proprio non ci
piove. Cosa vuol dire? Che se tu hai un grosso problema, un dramma psicologico, una
depressione, una difficoltà economica, se tu hai gli strumenti, la conoscenza, diventano
persino uno stimolo; se tu non hai questa conoscenza diventa un problema che non sarà mai
risolto. Io vedo subito, quando vedo questo mondo in questi dieci anni, tutta un sfilza di
persone con grossi problemi psicologici, ché la più grossa malattia è la testa, poi (questo è
solo un piccolo banale esempio) “Qual è l‟ultimo libro? Qual è l‟ultimo museo? Qual è
l‟ultimo viaggio?”. Capisci? Ecco, e lì mi accorgo che appunto queste persone non hanno
più letto niente, si sono ..., e quindi c‟è proprio una mancanza del cervello, che secondo me
è un muscolo e ha bisogno di esercitarsi, ma non solo leggendo, cioè non è importante
solamente quello; poi una volta che è partita la serotonina là puoi anche non leggere, puoi
anche solamente guardare il mondo, non è questo, ma ogni tanto però devi concludere,
buttare giù, registrare, filmare. Io con il cinema mi sento un documentarista, a me non piace
la fiction, io sono un documentarista, quindi io amo documentare perché mi fa bene a me;
cioè io ogni tanto ho bisogno di mettere e concludere tutto un mio percorso che
normalmente dura sei mesi, un anno, un anno e mezzo di lavorazione, di epoche, di stagioni
della mia vita, che poi devo racchiudere in un lavoro mio: può essere un giornalino, un
filmino, una esposizione, una installazione; cioè io devo concludere e così so che questo è
stato fatto e quindi non diventa neanche più solo mio e personale. Io sono già a un livello
che mostro le cose agli altri, non è solo un discorso mio personale di chiusura, io poi so
anche esporre i miei pensieri. Ecco, casualmente la parola: evidentemente io ho avuto un
problema, io con le parole faccio fatica perché, parlando cinque lingue, non ho una
padronanza forte.
MM – Perché hai avuto un apprendimento caotico.
NS – Esatto. E quindi, appunto, vedi che l‟arte in questo senso serve, nel senso che io mi
esprimo con la pittura, la scultura, il cinema eccetera eccetera. Quindi bene, so che quelli
sono i miei ...; la mia cultura mi dice: “Bene, con la scrittura non potrai mai esprimere
totalmente i tuoi contenuti, i tuoi sentimenti, ma queste altre cose le puoi fare già, questo lo
puoi fare”. Una persona che magari dice “Ma io non so scrivere, ma io non so fare quello”,
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magari si deprime proprio perché pensa che sia solo lì, invece diciamo che questo punto di
vista, questa testa alta, mi fa scoprire che ce n‟è per tutti, ce n‟è per tutti, tutti sono creativi,
tutti sono grandi persone, grandi persone, grandi persone in questa terra, quindi c‟è poco da
pensare così. Cos‟è che faccio io? Io lotto contro chi sa queste cose e cerca di chiudere,
quindi già questo è l‟ultimo livello, poi ritorniamo da zero sul nostro discorso, poi io
concludo tutto dicendo che io la mia lotta, che è una lotta seria con una grossa disciplina,
politica – anche – , è quella di combattere intanto la gente, le entità, le istituzioni in qualche
caso, le corporazioni, i gruppi che cercano (perché le sanno queste cose, e cavolo se le
sanno!) cercano di bloccare la conoscenza. D‟altra parte cerco di comunicare a queste
persone che c‟è la conoscenza. Okay. Detto questo, bon. Dimmi.
MF – Ci sono diverse cose. Va beh, lasciamo stare le altre, se no non finiamo più.
Sicuramente per riuscire ad esprimersi occorre avere una conoscenza tecnica e tanto più
questa conoscenza tecnica è approfondita tanto meglio ci si esprime, però è anche vero che
[...], quindi mi pare che nell‟ambito della parola tu evidentemente non sarai a livello di
perfezione assoluta, però mi pare che tu la sappia usare, almeno dialogando così, piuttosto
che
[Squilla il cellulare di Nicolas e spengo il registratore per ragioni di privacy].
Mi pare che tu la conoscenza tecnica sufficiente per maneggiare le parole ce l‟abbia. Se tu
non senti questa strada come tua, no [...], però, voglio dire, non mi pare ci debba essere una
preclusione
NS – Non è una falsa umiltà. Sono proprio cosciente che tecnicamente mi mancano proprio
dei vocaboli, ma sai perché, è una questione di memoria.
MF – A me piace tantissimo la poesia. Però c‟è anche la poesia sonora, la poesia totale che
Minarelli chiama polipoesia. È proprio il lavorare sul vocabolo, perché il vocabolo non sia
solo messaggio verbale, ma diventi sonoro [...]. È un orizzonte totalmente nuovo e molti
hanno cominciato a studiarlo e a lavorarci su. Però mi sembra che ci sia ancora parecchio da
fare
NS – Certo. Sì sì sì sì.
MF – Anche nel cinema – voglio dire – c‟è il collegamento
NS – Esatto, infatti, infatti il bello di tutto questo: che cos‟è una conoscenza completa?
Quella di sapere che ce n‟è sempre e siamo in espansione, cioè la terra è una cellula in
espansione
MM – [Non riesco a percepire cosa dica].
NS – Quello è sicuro. Effettivamente – così per dirti – io tendo a eliminare le conoscenze
tecniche anche di studio. Cioè, per esempio, io tanti nomi non me li ricordo, ma li ho
percepiti e li ho interiorizzati, mi ricordo, per dirti, non è banale perché non è banale, però io
in Italia ho due miti per adesso a livello di poesia ...
MF – totale, polipoesia
NS – totale. Io amo moltissimo Carmelo Bene e Dario Fo. Un‟altra persona così un po‟
mediatica, parliamo di gente un po‟ mediatica, è Baricco, che con i suoi insegnamenti vari
negli ultimi dieci anni mi ha fatto per esempio scoprire altra voglia di conoscere queste cose.
Un po‟ di referenze, dico Pasolini. Io sono proprio un pasoliniano sfegatato, ma molto
integro, nel senso che capisco anche i limiti di Pasolini, cioè non ..., ecco, io sono convinto
che dietro a una persona che poi è riuscita a esprimersi a livello mondiale e quindi è riuscita
a diventare una persona famosa c‟è dietro tutto un popolo che sorregge queste cose. Ecco, io
sto con il popolo, nel senso che di Pasolini e di Dario Fo io ne ho conosciuti, ma non lo dico
così, ma io ne ho conosciuti tanti e ne conoscerò tanti; quindi capisci? Sono cosciente e
anche consapevole di questa cosa. Queste sono delle persone che sono ai massimi livelli ma
perché si sono messe anche in certi compromessi nonostante tutto. Poi i poeti della vita sono
invece sconosciuti, secondo me, voglio dire
MF – in tutti i campi
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NS – in tutti i campi, eh. Detto questo, ritornando un po‟ invece alla mia famiglia, per dirti,
mia madre ultimamente mi ha fatto leggere, io non sapevo, parlando delle scuole, mi ha fatto
leggere i libri che leggeva quando io andavo alla scuola elementare, per esempio la storia di
Summer Hill (A.S. Neill); è un pedagogo americano
MM – inglese
NS – inglese, favoloso,
MM – era uno di quelli [...]
NS – ha fatto un po‟ di scuola in giro per l‟Inghilterra e negli Stati Uniti, dove
MM – [...] è il bambino che decide se va al corso
NS – o non va o se
MM – [...] il fratellino ha difficoltà in inglese, non riesce ad imparare l‟inglese e ad
interessarsi all‟inglese e poi invece si è fatta un‟amica via Internet e le scrive in inglese e
scrive molto bene. È la metafora
MF – Sì, quando c‟è l‟interesse
MM – Sì, io vedo un po‟ Nicolas così.
NS – Ecco, se approfondiamo un po‟ il tema e andiamo sul concreto, quindi quello è il
panorama attuale: secondo me. Noi siamo un gruppo, poi ti racconterò, abbiamo fatto un po‟
di installazioni, ci siamo conosciuti con Lupi,1 che non appartiene al nostro gruppo di
lavoro, ma sì perché poi c‟è l‟interazione. Parlando dell‟educazione ultimamente, ma
proprio l‟altro giorno, si parlava del diritto all‟ignoranza a questo punto, cioè
MF – Sì e no. In teoria sì, in pratica no.
MM – È un paradosso.
NS – Abbiamo, se non sbaglio, adesso in Italia l‟analfabetismo al quattro per cento sei per
cento, cioè bassissimo; l‟Europa è coltissima, in questo senso, rispetto al dopoguerra. È
chiaro che ci voleva questo sistema. Oggi, ma sono proprio convinto, non c‟è da fare la
riformina, qui c‟è da riformare tutto se no si annega. E la prova sono proprio quelle, cioè che
questo sud del Mediterraneo è cotto e stracotto. Noi andiamo avanti con dei discorsi che non
vanno, che non funzionano, bisogna proprio cambiare strategia e bisogna proprio andare a
fare altre cose. Che cosa vuol dire? Bisogna intanto – secondo me – studiare (e quella
sarebbe la mia scuola, quella che ho fatto io) fino alla terza media, diciamo fino ai
quattordici anni, anche perché c‟è un problema di lavoro, cioè qui i bambini vanno a scuola
perché i genitori devono produrre, se no...! Voglio dire: cento anni fa il bambino stava a
casa, aveva un altro tipo di cultura. Oggi le società sono così cambiate radicalmente che io
trovo che effettivamente il bambino deve andare lì più per una questione di socialità, perché
se no „sto bambino finisce a lavorare e questo non va bene. Io voglio una società in cui non
si lavori: figurati!
MM – Il diritto alla pigrizia.
NS – Il diritto alla pigrizia. Quindi, insomma, va bene così: socializzi, ti fai questa cultura
generale. All‟interno bisogna riformare anche un po‟ i testi, le cose, perché le cose son
cambiate, le geografie son cambiate, le dinamiche son cambiate; vedi: una riforma dei
contenuti comunque un po‟. Ma soprattutto bisogna capire che dalla terza media in poi c‟è
un gap, che non si capisce niente. Ancora qui cambiano i nomi delle classi ma non cambia
niente, queste sono proprio ipocrisie.
MF – Tu dici terza media sulla base della tua esperienza, però non pensi che magari queste
nuove generazioni (io non sto avallando il tuo discorso, sto semplicemente facendo
un‟osservazione) non pensi che potrebbero vedere la terza media come già troppo alta?
NS – No! No! Perché è una questione di età. Non parliamo di media, parliamo di età. Tu dai
sei ai quattro anni sei un bambino, devi stare con i genitori. A sette anni io trovo che sia
giusto che inizino a socializzare e a confrontarsi con la realtà della vita, quindi anche con ...
Alessandro Lupi, artista visuale.
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Questo bullismo, queste cose ... Eh – ragazzi – ma il bullismo fa parte della vita, quindi è
bene che ci sia, non è che non c‟è (oggi lo scopriamo perché abbiamo più informazioni), ci
sarà ma ti confronti; il bambino avrà delle problematiche, si cercherà di risolverle, ci si
confronta; le bambine, il bambino, le prime cose ormonali, va bene che il bambino sia
MF – [...]
NS – Quello è solo personale, quello è solo personale, di ogni professore, di ogni docente
che deve essere preparato.
MF – [Dico che, in caso di bullismo, i professori devono intervenire in maniera indiretta
perché, altrimenti, il ragazzo vittimizzato viene ancor più preso di mira dai compagni].
NS – Certo, ci sono modi, ma lì, lì, diciamo che c‟è poco da fare, lì sta nella personalità di
ogni docente e soprattutto, chiaramente, ci dovrebbe essere, che è quello a cui volevo
arrivare, una preparazione di grandi docenti che, magari dopo trent‟anni, ... Cos‟è la carriera
di un professore? Dopo trent‟anni un professore che ha tutta questa esperienza potrebbe
arrivare a crearsi diciamo una commissione – una scuola – che insegni ai professori, che c‟è
ma non c‟è, nel senso che qui non c‟è, ho capito che qui non c‟è
MM – Sta cominciando.
Nicolas
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NS – Sta cominciando ...
MM – La scuola è lenta.
NS – La scuola è lenta, comunque, voglio dire, a ritrovarsi ad avere sempre più
consapevolezza delle dinamiche dei ragazzi e ogni volta questa scuola che non è
l‟Università o la Magistrale dove studi per diventare maestro o professore, diventa dopo
questa famosa scuola un tirocinio di quattro mesi, di sei mesi, dove ci sono delle persone che
ti danno dei trucchi, cioè – voglio dire – chi meglio di te ... Quanti anni hai insegnato tu
nelle scuole?
MF – Trenta.
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NS – Magari non sei la persona adatta tu, o forse sì, o forse un altro, chi si sente questa cosa
deve entrare e andare poi a insegnare a insegnare, eccetera eccetera. Abbiamo già parlato di
queste belle cose, ma bisogna farle, c‟è poco da fare, se no siamo al punto di [prima]. Finita
la terza media, ha quattordici quindici anni, oggi ha quindici anni, di nuovo – meno male – il
ragazzo è abbastanza adulto, nel senso che è già
[Si esaurisce il nastro dal lato A e riprendo da B].
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NS – Dunque lasciamo all‟individuo di vivere il suo tempo storico e quindi a quindici anni
lo stato dovrebbe proporre una serie di possibilità lavorative, di esperienze umane e anche
professionali. Non bisogna spaventarsi perché qui in Italia abbiamo avuto questo grande
problema, secondo me, di Berlusconi, che ha – come dire? – tappato la realtà, cioè ha fatto
due problemi in questi ultimi cinque anni in Italia, ma seri, li pagheremo nei prossimi
quindici anni, è come parlare, tra parentesi, del conflitto di interessi, è focalizzato su
Berlusconi, ma l‟Italia, la società, è piena di conflitti di interessi, quindi c‟è poco d
lamentarsi,quindi la scuola deve anche preparare professionalmente, non bisogna
spaventarsi, dire no, questi qui vogliono due politiche, ma dell‟educazione normale, di base
per tutti, e l‟altra una preparazione alla produzione, ma ci sta anche l‟educazione alla
produzione: ragazzi non è un problema, la vita è fatta di queste cose, quindi bene. Lo Stato,
le commissioni, le strutture propongano una lista enorme di possibilità di esperienze da fare
in tre anni, quindi a quindici anni, quando finisci questa cosa, hai la possibilità di dire “Ma
mio figlio ..., lui ..., questo orientamento ..., ma lui era più orientato verso queste cose”, “Ma
che cosa?” Ma lui voleva fare il pompiere, l‟altro l‟ingegnere. Ma allora hai tre possibilità e
in questi tre anni hai la libertà di andare a fare proprio l‟assistente agratis a un ingegnere, a
un archeologo, a un barista, a qualsiasi cosa; invece chi vuole può anche continuare la sua
teoria, ma quella sua teoria se non la fa per due anni, dai quindici ai diciotto anni, quando
inizierà a diciotto anni a fare l‟Università – bene! – dopo quattro anni di Università escono
delle persone meravigliose, preparate e vogliose di quello che vogliono fare, perché se no la
verità è che è una tristezza vedere le Università, i Licei, ..., c‟è proprio un chi se ne frega,
cioè all‟Università un po‟ c‟è qualcheduno come lei [indica Marieve] che, adesso a
trentacinque anni a trentotto anni, si riscrive, allora – cavolo! – lo fanno con una passione
che non ti dico.
MM – [Conosco un po’ meno il sistema scolastico italiano] ma conosco molto bene quello
francese, ed è fatto così, c‟è un orientamento ai quattordici anni, c‟è una serie di tappe così.
Sì, ma non funziona. Anche in Francia si lamentano. Quello che è orientato verso il mercato
del lavoro sùbito, le proposte non è che siano ..., cioè il maschio finisce col fare il
meccanico e la femmina col fare la segretaria, se vuoi. Cioè non è che uno dice fai uno stage
di teatro, fai uno stage di ...
NS – Ma devi proporli.
MM – Tu conosci bene anche il sistema. Ripeto, non so bene come funzioni in Italia, ma
comunque in Europa stanno cercando di fare
NS – Ma condivido.
MM – e quindi lì è, secondo me, un po‟ una non conoscenza della cosa, perché allora poi è
gente che è orientata e poi una volta che sei infilato lì non ne esci più.
NS – Se invece fai il liceo scientifico sei sempre lì dentro.
MM – Abbiamo parlato della scuola. La premessa che faccio prima di tutto è che si chiede
molto alla scuola. Allora, che la scuola non rientri in tutto il suo compito, okay; però il
problema (ripeto: ho i miei genitori che sono professori) non sono tanto gli allievi o la
scuola (che sono degli individui dentro un sistema che cercano di farlo funzionare), sono i
genitori, è la famiglia che ha completamente delegato l‟educazione alla scuola, e allora lì c‟è
un grosso problema. Chi se la cava nella società? Se la cava chi ha la famiglia dietro che ha
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una cultura, cioè non solo i soldi, perché poi aiutano – chiaramente – i soldi, però chi è ...?
Io lo vedo; ho una bambina di undici anni e passo due ore con lei – in media – al giorno per
seguirla e so che, se avrò la costanza di far questo, non sarà orientata a quattordici anni a
fare la segretaria, perché aprirò delle porticine. Le maestre, per quanto siano brave o per
quanto siano stronze, non possono fare la polizia, l‟assistente sociale, ... Alla fine il docente
è lì per trasmettere un certo tot di conoscenze, poi tutto il resto ..., c‟è il modo di farlo, chi lo
fa meglio ..., però si chiede molto alla scuola. Secondo me il problema è lì. E allora la scuola
diventa, se c‟è una sconfitta individuale, ... Deve essere condivisa la cosa.
NS – Certo certo. Infatti il problema è allargato a una società in grande decadenza.
MF – Io direi in trasformazione.
NS – In trasformazione. Diciamo che c‟è una parte di generazione – come noi – in cui già i
figli dei separati – secondo me – sono avvantaggiati oggi – per esempio – in un certo senso;
non sempre, però hanno già una dinamica alternativa, quella di base più quell‟altra. Quindi
si tratta che il cervello umano deve avere la conoscenza; la conoscenza non è altro che il
disporre di diverse possibilità e quindi nella famiglia – hai ragione –
MM – Mi viene in mente una pubblicità che ho visto ieri. Diceva: questa è la libertà, è avere
un‟alternativa. L‟ho guardata perché poi è proprio quello che mi sta succedendo. Io ho avuto
un percorso un po‟ come Nicolas, solo che ero molto studiosa, perché avevo tutta questa
famiglia che insegnava, quindi sono stata molto motivata, cioè si credeva nella scuola, era
molto criticata, però si studiava; e poi a diciotto anni, avevo già una linea molto tracciata
nella mia testa, volevo far lingue eccetera, a diciotto anni sono arrivata all‟Università e lì mi
è venuta una specie di crisi: “Non ne ho voglia, ho voglia di lavorare, di acquisire
indipendenza” e ho cominciato un lavoro di costumi da scenografa, proprio da autodidatta, e
nel giro di tre anni, mentre la gente fa la scuola e paga per imparare a fare scenografia, io
così, per questa flessibilità, perché quello che ci ha dato il nostro percorso è la flessibilità,
quando tu cambi ogni anno scuola, paese, ti adatti, a volte ti va bene a volte no, però hai
questa grande agilità, questa mondologia, o ti adatti alla lingua o all‟ambiente, così. Allora
io in tre anni mi sono fatta una professione senza ... Le lingue mi sono servite perché
trovavo più facilmente lavoro, però il lavoro stesso di scenografo professionista l‟ho
imparato proprio ... e non sapevo cucire un bottone, quindi lì, come bambina avevo questo
caos di cambiamenti che mi ha dato una grande forza.
MF – Vedo che si sta un po‟ imbrogliando – no? – il discorso, nel senso che ci sono tanti fili
che vorrei portare avanti, ma mi sembra difficile perché mi sto perdendo anch‟io, però una
delle cose che mi sembrava, quando dicevi tu, col tuo discorso sono d‟accordo, nel cercare
di mettere più a fuoco le varie problematiche
MM – sulla scuola
MF – sulla scuola. Volevo contribuire dal mio punto di vista. Mi sembra che ci siano due
elementi portanti, uno l‟aspetto dell‟autodidatta, nel senso che io devo avere la libertà di
decidere come costruire la mia conoscenza, dall‟altro però anche l‟aspetto (perché ci sono
quelli che non vogliono far così, però ci sono anche quelli che sono disorientati e non hanno
genitori che possano farsi carico di permettere più esperienze in vari paesi o anche situazioni
NS – Ma è quello – scusami – però è proprio quello che dicevo, quindi la riforma parla di
questo. Io Stato, istituzione, quello che devo capire è capire i tempi in cui la società vive,
quindi capire che oggi per difendere la mia società, perché qui si parla di patriottismo eh, c‟è
poco da fare, di patriottismo europeo, se vuoi anche della nostra nazionalità italiana; ma
prendiamo la nostra società, io sono un occidentale convinto, cioè io amo la mia società
totale, quindi non è che dico “No, io mi voglio difendere – per esempio – da strutture
nordamericane, da strutture cinesi” eccetera eccetera, quindi non voglio fare una brutta
figura davanti a un americano e dire “l‟Università americana che bello, guarda come
funziona”, i cinesi “guarda questi qui”. No, io ho una storia e voglio difenderla, quindi la
storia dell‟Europa è quella di adattarsi ai tempi. Oggi l‟Europa lo fa. Vorrei però marcare il
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punto sull‟Italia, siamo in Italia e parliamo dell‟Italia e qui sì che è diverso, cioè l‟Italia
pecca, anche nell‟istruzione, di grande arretratezza, cioè il Nord Europa usa pochi libri, è il
docente che con la sua esperienza va marcando (con tutti i rischi che comporta ma alla fine
funziona di più, è tutto più agile) ...; i ragazzi, fuori dall‟Italia, le Università le finiscono a
ventitré anni ventidue anni, qui anche, qui si è rimessa un po‟ la cosa, bisogna agilizzare un
po‟ le cose per poi invece fare i workshop, i seminari, le esperienze; sono quelle che
contano.
MM – Li fanno.
NS – Sì, ma molto meno, ma molto meno, Maria, molto meno, molto meno, nel senso che
qui abbiamo la grande possibilità dell‟italiano e del greco, dello spagnolo, del portoghese,
questi paesi un po‟ più sfortunati, è quest‟Erasmus, che meno male che c‟è, ma io
potenzierei l‟idea dell‟Erasmus, cioè, voglio dire, c‟è l‟Europa Unita? Bene, facciamo allora
questo scambio anche di cultura, io ti sbatto d‟obbligo, non che devo vedere se ho la fortuna
che mi accettino questo mio anno di Erasmus, no, deve essere obbligatorio, cioè, tu, dei
cinque anni di liceo, se li facciamo, due anni te li fai fuori dall‟Italia. Come? Troveremo il
sistema, troveremo i soldi per pagarti delle cose, troveremo le strutture per lavorare per
pagarti gli studi che ti fai in una certa maniera o nell‟altra. Insomma, adesso io non sto mica
qui a ..., io non so, non sarei capace a fare una riforma, ma c‟è la politica, ci sono
MM – Il problema poi alla base è quello dei soldi. La scuola ha sempre questa difficoltà. Ma
io in Francia ho sentito esattamente gli stessi discorsi, poi possiamo vedere nei dettagli
perché sì o no, però è fondamentale che poi il Ministero dell‟Educazione prende molto meno
soldi in proporzione a quello
NS – e sbagliano, e sbagliano; sbagliano perché proprio sono degli errori banali, nel senso
che come fai tu a tagliare i soldi all‟educazione che poi ti troverai con una società che non è
capace a produrre; ma è proprio stupido! Anzi, egoisticamente, finanzio quello, cioè ti
finanzio così tu poi mi ridai indietro, in una visione di Stato, che sia nazionale o europeo è lo
stesso, io ti finanzio, ti presto i soldi magari anche a zero tasso, insomma queste cose che
stanno nascendo, un investimento che ti fai. E invece – purtroppo – abbiamo questo Sud
Europa che, se chiede i finanziamenti, li chiede per la macchinaaa, per certi valori, cioè qui è
un problema già di valori, hai capito? Eh eh, voglio dire di valori, il problema è un po‟
questo. D‟altra parte però cos‟è il bello dell‟Italia? Che se da una parte c‟è questa radicale
sconfitta, d‟altra parte quest‟Italia è divisa veramente in due come il cervello umano, più che
in altre nazioni, e poi dall‟altra parte c‟è invece un popolo che queste cose le capisce, cavolo
se le capisce, solo che è talmente buono che non è manco capace a imporsi, perché è una
questione di buonismo secondo me [ridacchia]. Cioè, io vedo anche la parte del discorso,
cioè la politica della sinistra italiana adesso (criticata da tutti, persino dalla sinistra stessa) è
solo un errore di comunicazione, il lavoro procede piano piano, bisogna fare così. Forse
questo Prodi, questa gente così noiosa, il portavoce di Prodi, orrendo fisicamente, che non è
così, va bene; se restiamo in questa maniera, faremo capire che c‟è poco da vedere, non è
che bisogna essere belli, bisogna saper dire le cose. Questo bisogna che capisca l‟altra parte,
la destra, che si tratta solamente di
MF – Il discorso si è un po‟ spostato, mi va benissimo. Volevo chiederti questo, che mi
aveva incuriosito. Quando hai detto io imputo a Berlusconi due errori gravi, poi – mi è parso
– non hai detto quali. Quali sono?
NS – No. Ha creato due problematiche questa esperienza italiana di governo di cinque anni.
Si è focalizzato tutto su di lui, quindi è il peggio che poteva succedere, perché, proiettando il
problema su un individuo,
MF – Lo avevi accennato.
NS – poi non ti guardi allo specchio. Hai capito?
MF – É troppo personalizzato.
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NS – É troppo personalizzato. Oggi lo vedo proprio chiaramente. Il conflitto di interessi è un
problema della politica italiana. Ieri vedevo un documentario di Elio Veltri che spiegava che
adesso c‟è tutta una intellighenzia italiana, al di fuori dai partiti, dalla politica, che vuole in
costituzione direttamente il conflitto di interessi, perché se non si mette in costituzione
nessun partito si metterà a fare una legge. L‟abbiamo visto. Perché? Perché farebbero una
legge per andare direttamente in galera, metaforicamente, perché tutti quanti hanno un
problema di conflitto di interessi. Quindi il conflitto di interessi diventa una cosa cellulare,
bisogna capire
MF – come risolvere il problema.
NS – L‟altro è professionale. La scuola di Berlusconi era delle tre I, inglese, Internet e
industria. Detto da Berlusconi, – belìn! – tutti quanti hanno detto no, “Così non va bene”.
Ma non è che quello non va bene, certo che è bene che si studi l‟inglese, ma anche il cinese,
e va bene anche l‟industria. Se tutto quello che viene da Berlusconi è negativo per partito
preso, abbiamo fatto due errori, ha vinto due volte lui, – capisci? – perché addirittura su certi
temi queste persone ti mettono davanti il piatto. Cosa no? Non vuoi mettere l‟industria?
L‟idea di produzione? Di creare comunque individui che siano capaci poi di vivere nella
società? Ma certo che c‟è bisogno. Facciamolo. Detto da Berlusconi, sicuramente detto e
organizzato da Berlusconi: male tutto quanto, non piace a tutta una parte. Però non è
neanche quella la cosa, il problema è non focalizzare sull‟individuo. Io faccio sempre
l‟esempio: in una famiglia se i genitori si sono separati, io catalogo subito le persone in
questo modo, se tu hai veramente l‟obiettivo di crescere tuo figlio con amore ti comporti in
una maniera e quindi tu non creerai problemi a questo bambino dicendo che il padre è uno
stronzo, che la madre è una stronza. Magari hai ragione ma tu devi stare zitto perché il tuo
obiettivo è quello lì, crescere con amore questa persona, pronta con equilibrio e serenità ad
affrontare la vita, ecco. Quindi tu puoi avere mille ragioni, puoi incontrare il genitore che
dice: “Ma no, ma guarda cosa sta facendo, mi sta portando via tutti i soldi” oppure “Non mi
lascia vivere”. Bene: questa cosa sarà vera, ma è un tuo problema, non è un problema di
questo bambino; cioè, a questo bambino il problema lo devi portare quando sia più maturo
possibile in maniera tale che questo ragazzo a quell‟età abbia poi un‟idea più personale
dell‟argomento. Se tu, questo bambino, lo cresci da subito con queste problematiche, ...
Questo per dire che il problema è la scuola, non è Berlusconi; non so come dire. Ecco.
Un‟altra cosa molto bella, mio padre, ecco un altro cambiamento che è stato forte nella mia
vita, mio padre, al diciottesimo compleanno, mi regalò una pergamena fatta da lui facendo
una lista di cosa succede quando una persona nasce, tutti i filtri che ci vengono immersi;
dallo shock fuori dalla pancia (ecco la prima cosa), ai genitori, a come magari ci tiene il
dottore, ai gesti, alle prime grida, insomma a tutto quello che passa dopo, cioè ai genitori,
alla sorella, alla scuola, alle religioni, ai media; arrivano tutti i filtri, ci mettono filtri. Io
penso che la conoscenza – in un certo senso – è levare questi filtri fino ad arrivare a una
purezza, – come dire? – a cui non si può arrivare, però credo anche un po‟ a quello: bisogna
levare levare levare fino a che non si sta molto bene a fare queste cose che stiamo facendo io
e te, io e lei [Marieve] in questo momento, oppure – in casa – comprare un pianoforte, non
costa niente, anche a rate te lo compri, invece di comprare il televisore al plasma ti compri
un pianoforte o una bella libreria. Io amo molto quelle famiglie; la mia famiglia ha fatto
così. Si legge in casa, si legge un libro ad alta voce, si discute. Si guarda un film, si spegne il
televisore e si parla del film. Ecco: diventa una società non consumista, capitalista, tutto
quello che vuoi ma non consumista, cioè nel senso: stiamo a casa, non abbiamo bisogno di
andare a mangiare la pizza, perché mangiare la pizza vuol dire evadere dalle problematiche
di casa al novanta per cento. Si sta bene in casa, questo non vuol dire comunista, non vuol
dire niente, non c‟entra il comunismo, non c‟entra niente, c‟entra una società che è un po‟ in
equilibrio con se stessa e che ama e che vive con passione. Si dice: “Lo fai con passione il
tuo lavoro?”. Non è il lavoro che devi fare con passione, tu devi vivere la vita con passione e
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quindi ti ritrovi a vivere. Adesso io faccio ogni giorno il pane – cavolata – ma è un piacere
incredibile, mangiare il pane che io mi faccio è un piacere incredibile insomma. Sapere
aggiustare la macchina da soli: quello ti dà un equilibrio incredibile.
MM – Saper ritrovare una manualità.
NS – Sì, parliamo di manualità. Se la scuola è troppo teorica crea degli individui con un po‟
di squilibrio (mi spiace dirlo), cioè deve essere compensata; tutta una strada teorica deve
essere accompagnata da una strada pratica e poi creare delle avanguardie dove però allora ti
prendi i tuoi rischi, nel senso che se tu vai solo di cervello ..., ahimè, occhio – eh – a quello
che ti succede, nel senso: preparati, fatti degli anticorpi in un‟altra maniera, abbi la forza o
l‟economia per farti delle belle vacanze, perché – se no – è difficile; cioè, se vai solo di testa
ti manca qualche cosa.
MM – Per me è un problema di assimilazione. Si parlava prima di questo rapporto con
l‟apprendimento funzionale. Per me il paradosso oggi ..., perché non è che la gente non
legge o che non ha accesso all‟informazione, questo surplus d‟informazione crea una
disinformazione, perché forse è meglio saperne meno ma saperlo bene, e poi – a partire da lì
– c‟è un‟assimilazione veramente, hai digerito veramente quello che ... Io conosco solo la
storia – diciamo – della Francia e da lì posso partire per orientarmi, per capire la storia. Il
problema è che adesso – vedo già – nelle medie imparano un sacco di cose però che a un
bambino di undici anni che gliene frega di certe cose? Cioè, non ha la maturità per capirle e
non ha neanche senso che lui capisca l‟agricoltura industriale. È chiaro che è tutto
interessante e che non c‟è un‟età per imparare certe cose, però è sproporzionato. Quindi
penso che alla fine c‟è una gara ad accumulare; ad assimilare non ce la fai perché – alla fine
– non hai lo spazio cerebrale, per quanto un bambino possa essere intelligente. Un po‟
quello che succede con mia figlia Juliette, che non è un genio ma non è neanche scema, è
proprio un‟intelligenza media, però molto stimolata; però poi arriva a scuola che c‟è una tale
richiesta, un tale stress, che il bambino poi [...]. Lei che ha tutte le possibilità, perché ha tutto
un appoggio dietro, ..., figurati il figlio del proletario ...; non per fare la superiore, ma perché
ha meno attrezzi di quanto ne avessi io dai miei; figurati! C‟è il disastro, perché vuol dire
che a quindici anni non avrà la forza di continuare; non che è una sconfitta smettere la
scuola, ma se smetti la scuola ti trovi a lavorare e allora vai a lavorare e a fare la cassiera ai
GS, è quello il problema fondamentale. Tu [si rivolge a Nicolas] hai avuto la fortuna a
quindici anni di poter lavorare così perché era una situazione molto particolare, però chi lo
fa senza avere un‟ascendenza così fa la cassiera, fa il meccanico, che sono anche dei bei
mestieri se li scegli veramente. Io ho fatto la cassiera al Mac Donald, mi sono divertita, ma
perché sapevo che avevo tutto un appoggio di famiglia e di cultura che mi lasciava la scelta,
lo facevo antropologicamente e lo posso fare domani se ho bisogno di farlo, ma so
benissimo che non lo farò tutta la vita, quindi non mi angoscia e quindi non ho un senso di
inferiorità. Sto bene nella vita perché ho questa libertà: ho trentotto anni e ho ripreso i corsi
all‟Università e io mi sento molto forte per questo; non so dove vado, forse non serve a
niente a livello professionistico, però questo avvicinamento alla conoscenza lo faccio
serenamente, mi passo le notti così e mi appassiona. A diciassette diciotto anni o lo fai
perché devi sfuggire ... Mi ricordo di un‟amica africana che era la migliore della classe
perché se no la sposavano (“Al mio paese si sposano”), stava qua, lavorava. Se no la
motivazione dove la trovi? Non la trovi, e poi la società è senza pietà.
NS – C‟è un punto da toccare assolutamente. Prima parlavi di troppa informazione che poi
risulta oscurantismo. C‟è da dire che però questo, oggi, proprio nel nostro presente, oggi [si
rivolge verso Marieve con aria interrogativa],
MM – 25.
NS – 25 gennaio 2007, viviamo nel pieno presente. Sembra banale, ma lo strumento di
Internet sta scombussolando tutto, tutto. Cosa vuol dire? Che stanno dimostrando che il
vecchio potere informativo, quindi la cultura, si è comportato male e che si sta comportando
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male. Oggi io guardo un telegiornale di otto canali italiani e poi mi guardo il mio
telegiornale in Internet e mi dico: “Ma questi qui continuano a raccontarmi delle palle”. Da
una parte ho l‟informazione completa con le immagini, con delle informazioni e delle
conoscenze incredibili sul tema e tu invece mi stai professando ancora tutto un sistema di
oscurantismo sulle tematiche, e allora questo io penso: che proprio da qui a dieci anni, in un
crescendo, non fra dieci anni, siamo in un‟evoluzione, in una trasformazione, di questa
conoscenza e quindi vuol dire – e beh ragazzi – oggi su Internet scrivi ... Ma tu pensa che
adesso ho bisogno di sapere ..., hai presenti le Lava Lamp? Sai? Queste lampade che si
scaldano e che hanno dentro queste bolle ...
MF – Sono di anni fa.
Marieve e Nicolas
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NS – Ecco. Ne dobbiamo fare una grande. Ma io, ieri, in un‟ora ho trovato la composizione
chimica, addirittura sulle malattie; vai a trovare, cerchi l‟Università o l‟ospedale che ha
trovato già una soluzione che però il potere non te lo dice perché ancora non è pronto,
perché dovrebbe andare da lì a là e deve tutto essere assimilato e tutto quanto; così tu vai –
tac – lì e hai l‟informazione e poi vai a prendertela proprio, se hai bisogno; abbiamo
Wikipedia, non so se tu lo conosci, ti farò vedere adesso, cioè l‟enciclopedia più grande
della storia umana, dove ogni individuo può modificare l‟elemento
MM – con delle regole.
NS – Ma sai qual è la regola? È incredibile. È la regola dell‟umano, cioè, tu dici: “Ma è
pericolosa”. Tu parli di un tema importante, dici: “Ma no, se però tutti possono mettere
[mano], uno dirà che Hitler era buono” e no, ma perché tu in un secondo hai sempre più
tempi. Adesso siamo un miliardo e mezzo di Internet, fra dieci anni saranno tre, che in un
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secondo – chissà – uno – (perché c‟è sempre uno di là, che è sempre nella stessa pagina) che
legge che Hitler era buono e che dice: “No, Hitler non era buono per quello”, e allora arriva
un altro che dice: “Ma io te lo ricambio, no, era buono”, e tu avrai due secondi dopo
qualcuno che ti dice: ..., lì diventa comunicazione bio..., noi vediamo la vita, perché poi il
sistema è questo. Che cos‟è la vita? La terra. Per quanto mi riguarda, ho una visione
scientifica proprio che diventa mistica. Quindi la mistica per me sta nella scienza e non nella
religione e né niente. La terra è rotonda, la foto più bella, la conoscenza più bella dell‟uomo,
è stata la foto scattata dal satellite, che finalmente è la foto più allontanata da noi stessi. Ed è
rotonda, talmente rotonda che è una cellula. All‟interno, abbiamo fatto delle analisi, c‟è un
nucleo. Quindi la terra è una cellula di un organismo più grande, di quello che tu vuoi, ma è
una cellula, e, all‟interno, noi
MM – in un sistema elaborato [...]
MF – Cellula sì, ma molto metaforicamente, perché la cellula vive, mentre la materia ha
un‟altra forma di vita che non possiamo chiamare vita.
NS – E no, vive. No no, no, la scienza, almeno la nostra visione di scienza, ... Sì che è un
ragionamento umano, ma la terra vive.
MF – Certo.
NS – Cioè, la terra vive nel senso che
MF – nel senso che produce vita.
NS – Ebbé.
MF – Però non è una cellula il pianeta terra.
NS – E come no? E che cos‟è?
MF – È una struttura simile a quella della cellula, ma con leggi differenti, totalmente
differenti da quelle della cellula.
NS – No, ma no, assolutamente no. È micro e macro. Si continuano a ripetere. Se tu guardi
quello che hai dentro al sangue lo ritrovi; cioè, noi siamo composti, cioè, tutto quello che noi
abbiamo fino a adesso, forse scopriremo sempre più elementi, sono novantatrè elementi,
dallo zinco al ferro all‟ossigeno, sono novantatrè elementi che nella composizione diversa
combinano pietra, combinano solido: il problema è capire ma come mai noi esseri umani
abbiamo questa consapevolezza, questo è l‟unico problema che io non voglio neanche
toccare
MF – È uno dei tanti.
NS – È uno stimolo, quello è uno stimolo per creare. C‟è l‟ipotesi Gaia, sino all‟Ottantanove
Novanta era un‟ipotesi, oggi è diventata una teoria, è una teoria a tutti gli effetti, che è la
terra come una cellula, e noi quando poi andiamo da qui su un altro pianeta quello che
facciamo semplicemente è quello che fa quando una cellula va a intaccare un‟altra cellula,
cioè quindi il micro e il macro vanno prio a toccarsi, a scontrarsi pesantemente.
MF – Non sono a conoscenza di queste cose, però, suppongo, dal mio punto di vista, che sia
una teoria.
NS – È una teoria. Sì, va beh, però noi viviamo solo di teorie. È una teoria che però a volte è
applicata, nel senso che lì si fanno delle analisi con le nostre strumentazioni e con i nostri
termini e quello che sappiamo è che questo legno [probabilmente indica il tavolo situato
dinanzi a noi] è composto di un numero determinato di elementi che nella sua forma
compongono questo tipo di vita così. Siamo un po‟ su quella linea lì, cioè la scienza sta
andando su quel terreno lì. Se vogliamo toccare un altro aspetto della scuola è per esempio
questa ossessione alla religione, di nuovo, ma basta basta basta basta, cioè basta
MM – Non la chiamerei ossessione; credo una grande ambiguità. Ad Arenzano, dove c‟è il
Bambino di Praga, paese molto bigotto, alla scuola media e alla scuola elementare, siccome
ci sono pochi immigrati, le due uniche bambine che non fanno religione sono francesi, la
mia e un‟altra francese, che non è un caso. Cosa succede? Che questa ora di religione,
queste ore di scuola, uno può fare da una a tre ore se ho capito; c‟è questa ambiguità.
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MF – Per quel che ne so io, hanno un‟ora alla settimana.
MM – Può andare fino a tre ore, o forse alle elementari; alle elementari sono sicura che è
così, alle medie non so. Comunque non è obbligatorio: cosa che io trovo molto ambigua. Io
propongo: o si fa un‟ora delle religioni, perché se andiamo a Genova è piena di immigrati
che hanno altre fedi religiose e è assurdo non fare una panoramica, e poi esiste un‟Italia
laica. Dov‟è? Il problema è che non si fa vedere perché si continua comunque a mandare il
bambino a questi corsi di religione che sono molto noiosi perché non sono più adatti; una
volta aveva un senso, adesso non ha più senso. Io proporrei un‟ora obbligatoria delle
religioni perché è nella storia. Perché mi è successo così: mia figlia è stata iscritta d‟ufficio
al primo anno a religione, e io ho detto “Non le farà mica male, lo fa”. Lei alla fine
dell‟anno mi ha detto, siccome sapeva che non era obbligatorio, mi ha detto: “Guarda, io
non ci ho voglia di farlo”, perché io penso che lei era un po‟ in contrasto con quello che
viveva a casa, non era solo per non fare niente, non le andava bene. Vado in segreteria e mi
dicono: “No, non è possibile perché c‟è un problema di tempi. Doveva farlo a gennaio”,
eravamo a giugno; io parlo con la segretaria che si è proprio opposta, cioè non ha fatto
nessuno sforzo. “Ma no, non è possibile – le ho detto – signora, va in contraddizione con la
mia educazione, quindi non è possibile”; arriva una seconda segretaria che mi dice: “Ma
l‟unico modo che lei ..., cioè lei dovrebbe fare così, dire che vive un‟altra religione”, al che
mi sono arrabbiata. È lì, è proprio lì il problema allora; parliamo del diritto alla pigrizia o
all‟ignoranza, io ho il diritto alla laicità
NS – che è la forma più alta di misticismo e di spiritualità.
MM – Sì, poi lì è un questione personale, però il problema è che non è riconosciuto il diritto
di non avere una fede; cioè, io riconosco la tua fede e tu devi riconoscere che io non ho una
fede. Poi il problema si è risolto perché sono riuscita a vedere il Preside che ha capito bene,
che era più dalla mia parte, comunque il suo ruolo era di accettarlo; però il problema è un
po‟ questo.
MF – Mi pare che il discorso che hai fatto tu adesso sia più di procedura burocratica, perché,
se tu avessi detto – da subito – no, si sarebbe risolto.
MM – Sì. Lì mi sono trovata di fronte ad una donna che era una bigotta.
MF – È un discorso individuale.
MM – Non sto dicendo che hanno rifiutato, perché alla fine si è risolto; però raccontavo
quell‟aneddoto lì per far vedere anche l‟atteggiamento. Io con la mia cultura francese avevo
la forza d‟imporre questo e di andare fino in fondo mentre la maggior parte degli italiani
NS – magari abbandona e dice: va beh.
MM – Un altro aneddoto così: mi ricordo, qualche anno fa, quando un padre islamico si è
arrabbiato e ha fatto uno scandalo perché c‟era nella classe il crocifisso. E lì io mi sono
incazzata (io, a casa) perché ho detto: “Lì è un‟occasione mancata per i laici, perché non è
un musulmano che deve fare questa cosa, a parte che va ad alimentare il conflitto fra
islamici, cristiani eccetera. Era compito dei laici. Cioè, io, come straniera, non vado a ...,
però i laici italiani, che ne conosco un casino, ma non fanno niente. Adesso a me non è che
mi pone un problema enorme che ci sia il crocifisso perché appunto io ho [... equilibrio(?)]
in casa, però nel sociale non deve succedere così, cioè deve essere
NS – Quindi vuol dire che in queste riforme idealistiche della scuola, oggi come oggi, devi
insegnare televisione, ma non un‟ora, come dire: “Facciamo televisione: ne‟ che bello?”, no
no no, televisione, io voglio almeno – non so – quattro ore alla settimana di televisione, tre
ore di televisione, di educazione televisiva. Ma mi sembra proprio evidente, lo fanno nei
paesi del Nord. Televisione, religione. Ma non vuoi oggi adattarti (non oggi, già da cinque
dieci quindici anni) non vuoi adattarti e studiare il problema delle religioni e fare veramente
tre quattro ore di religione? Ché dalla religione poi parte tutto un discorso storico. Cioè, i
programmi devono essere più interlacciati per rendere più appassionato un bambino,
secondo me; partire con un interlacciamento costante fra le cose e quindi le ore non sono più
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l‟ora di religione o di geografia, ma ... ; certo religione è perché si focalizza più il tema lì,
ma il programma parte proprio perché studiando – l‟Italia – quel secolo lì, c‟era questo e
questo qua, ma essere un po‟ più sintetici ed invasivi, tra l‟altro, nel collegamento delle
cose. Televisione, la storia delle religioni perché è chiaro che è importante che oggi „sti
bambini, cioè i ragazzi, devono imparare; c‟è una problematica incredibile, ché sembra che
scoppi una guerra – tra un po‟ – tra le popolazioni, una guerra di religione. Lo Stato si vuole
mettere lì e affrontare il problema?
MM – Lo fanno però. Io ho parlato di Arenzano; abbiamo fatto due anni a Genova in una
scuola
NS – La Garaventa.
MM – la Garaventa, che è quella che è. Ha la peggiore reputazione per tanti problemi,
immigrati, invece è una scuola dove – perché proprio era in difficoltà – tutto il corpo
insegnante si difende molto e allora di propria iniziativa fa questa storia delle religioni, non
segue il programma perché la metà sono o cinesi o dell‟America latina, che sono cristiani,
però ci sono anche tanti musulmani e tanti laici e allora lì i laici trovano anche il loro posto,
il loro spazio, però, quello che dicevo prima, la scuola è un sistema che non sarà mai
perfetto perché è come una legge, è sempre una media che si adatta e poi all‟interno di
questa degli individui che ...
NS – Io ..., nella scuola europea eravamo ..., ma è un caso, sei lì in una città dove erano tante
..., comunque una scuola europea vuol dire ..., io ti dico subito: facevo le lezioni, per
esempio, di geografia e storia in francese, matematica e italiano in italiano, ginnastica in
inglese, piscina avevamo una finlandese, tutto così, fantastico, nell‟ora di ricreazione
c‟erano bambini di dieci paesi all‟epoca, quindici paesi, portoghesi, ... Paolo Catanese, il
mio maestro di terza e quarta elementare: a Bruxelles non ci sono libri, fino al liceo non c‟è
un libro, sono tutte fotocopie che si fanno, che lui prepara, e sono tutte fotocopie che fai
passandoti, e tutto passa attraverso – un po‟ – il docente. Qui si portano quintali di libri. Non
è per essere costantemente contrari al sistema, ma è che però tutti questi libri ... Sua figlia, la
vedo, si annoia si annoia si annoia, io mi annoiavo, quindi – signori – bisogna [squilla il mio
cellulare e lo spengo].
MM – Io devo andare ad accompagnare mia figlia a teatro. Fa due ore di teatro, per
chiudere, ed è un piacere per lei.
NS – Abbiamo – per esempio – a Bussana, abbiamo due persone che sono professori, uno è
professore d‟inglese al liceo scientifico e lei di Educazione Fisica. Sono stati negli anni
caldi, hanno iniziato la loro carriera di maestri, di docenti, a Torino, nella periferia, e lì – mi
dicevano – (e questo è un altro consiglio che do ai professori a prescindere da quello che è) e
lì bisogna anche sapere un po‟ sedurre questi ragazzi, cioè devi trovare la formula. A Torino
questi qui erano tutti un po‟ violenti, ci raccontava Marco2, che lui si è imposto, insomma ha
fatto la sua, ha detto o la va o la spacca, cioè si è messo lì, c‟era [...] già grande, adulta,
perché già bocciati e ribocciati, ragazzi di sedici diciassette anni, insomma si è messo lì e ha
detto: “bene, adesso ci mettiamo qui a fare ..., ci picchiamo e poi vediamo la cosa”, bene,
solo questo fatto ha stimolato quella gente a calmarsi, a capire che c‟era una persona
davanti. Capisci? Bisogna un po‟ saper stimolare le persone in una maniera o nell‟altra, c‟è
anche un po‟ un senso proprio di ipocrisia, devi arrivare lì e allora ognuno con il suo
carattere deve sapere che cosa può fare per questi ragazzi, può essere che la dolcezza –
magari – basterebbe, magari sanno che il professore è una persona dolce e gli sta bene così o
piuttosto invece ... Ecco, noi vediamo che Marco insegna al Cassini, Marco è una persona
bellissima incredibile, però ha un aspetto fisico che è al di fuori della norma di un
professore, cioè capelli lunghissimi, ama il popolo indiano americano tantissimo, quindi
sembra un indiano, bene, lui è amato da tutti gli studenti, vanno a casa a trovarlo, ha tre figli
Nicolas cita nome e cognome; nella trascrizione preferiamo riportare solo il nome per ovvie ragioni.
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con tre ex-studentesse, c‟è proprio un amore verso questa persona e la verità è che queste
persone in cinque anni di liceo imparano l’in-gle-se, ma perché c‟è Marco, c‟è poco da fare,
c‟è Marco, capisci? Marco è un‟idea. Quindi anche lì conta tanto l‟individuo, avere la
fortuna, perché la verità sta nella fortuna d‟aver avuto una bella maestra, un bel maestro,
bravi, che hanno amato
MM – Parlavamo dei genitori in rapporto alla scuola e all‟educazione, anche i docenti dal
Sessantotto ad oggi hanno anche dovuto ..., si è spaccato tutto; poi si è recuperato quello che
ci voleva perché comunque tu che sei docente tu devi far rispettare, solo che non è più
rispetto attraverso l‟autoritarismo ma attraverso altre cose. Sicuramente c‟è ancora – vedo in
Italia – c‟è ancora un ritardo a quel livello lì. La scuola non è più imputabile solo al sistema
se non alle persone
NS – alla società.
MM – A Juliette insegnano la musica. È una che canta, le piacciono molto i bambini del
resto. L‟altro giorno arriva con il flauto: “Non riesco a suonarlo”. Non riesce a suonare
perché deve guardare il solfeggio
NS – Ma che cos‟è? È da buttarlo via, il flauto.
MM – Ma va anche bene, è uno strumento molto ...
NS – È frustrante; no no no, è frustrante lo strumento.
MM – Ma lei pensava che era molto difficile; allora la piccola dimostrazione che le ho fatto,
io non so leggere una nota ma so cantare, ho un buon orecchio come tanta gente solo a
sentire il pezzo una volta, ho preso il flauto e l‟ho suonato e allora lì ha avuto il déclique,
non sono io la maestra, è compito della maestra di farli percepire; poi il solfeggio, non è che
sono contro il solfeggio, anzi sono invidiosa di chi ..., un giorno mi metto d‟impegno e
potrei anche impararlo, però tu devi saperlo quel piccolo trucco lì, per un‟ora di musica alla
settimana chi se ne frega di avere il solfeggio e di sapere le note, importante è riprodurre un
suono che hai sentito e che hai percepito, non è che non l‟ha percepito, quindi
NS – Tra l‟altro fa il lavoro inverso.
MF – C‟è tua figlia che freme, teme di essere in ritardo.
NS – Tra l‟altro fa il lavoro inverso, cioè una bambina proprio brava a cantare e a suonare
gli strumenti è castrata da questa qui, capisci? Non è che dici è andata male, no, proprio fa il
lavoro inverso. E no, così non va bene.
MM – Io non sono preoccupata perché a casa recupero; però se parliamo degli altri
NS – Ma gli altri ce la faranno? Ce la farà la vicina di casa che invece non ha nessun tipo di
..., eh
MM – Non per superiorità, perché poi saprà altre cose
MF – No, è una generalizzazione che stai cercando di trasmettere attraverso un esempio
pratico, ma è un discorso generale.
MM – La democratizzazione della scuola ha creato dei paradossi e ha creato l‟oscurantismo
di cui parlavamo prima, una saturazione dell‟informazione il cui risultato è una forma di
oscurantismo, come quando si guarda l‟informazione: io so tutto di tutto, ma alla fine non so
niente perché non ho potuto
NS – Un altro piccolo esempio, perché ci vuole un po‟ di istinto e non solo teoria. Noi
adesso stiamo costruendo un‟installazione – a Milano – gigantesca, che sarà fissa, di un
giardino cosmico. Noi abbiamo fatto il plastico, sappiamo come costruirlo, lo stiamo
facendo. A Milano c‟erano gli ingegneri, ma gli ingegneri queste cose non le fanno e ti
dicono: “Ma lei ..., come si fa?”. Allora, per una società, io credo che il dopoguerra italiano
sia stato il più bel periodo in un certo senso perché c‟era della gente che magari non aveva
questa laurea in ingegneria ma era un fisico nella testa, conosceva ..., c‟era gente portata a
capire quali sono i pesi, perché tu sai bene che se ..., come io, per esempio ecco una cosa che
so fare e che nella vita abbiamo fatto, è che io so che se schiaccio una tegola in un tetto, un
pezzo di legno, io so se cadrà o non
53
[Termina a questo punto il nastro del lato B e la prosecuzione del colloquio non è stata più
documentata].
Casa sua.
Arenzano, giovedì 25 gennaio 2007.
54
PUNTASPILLI
1. Il ricercatore newyorchese Nicholas Negroponte, in un’intervista apparsa sul Decimonono,
effettua parecchie ed interessanti considerazioni; noi ne riportiamo soltanto due:
[...]. I vostri studenti [cioè: gli studenti italiani] non hanno una preparazione adeguatamente
scientifica e i loro professori insegnano sempre le stesse cose. Se chiedete a degli studenti
del Mit1 qual è l‟ultima volta che hanno parlato con il relatore della loro tesi, vi
risponderanno venti minuti fa. [...].
[...].
[...]. Io credo che la povertà si combatta con l‟istruzione, [...].
RENATO TORTAROLO,
Negroponte: contro la povertà il mio computer a manovella, in Il Secolo XIX, Genova,
mercoledì 25 gennaio 2006, p. 13
2. A proposito degli striscioni gravemente offensivi esibiti domenica 29 gennaio allo Stadio
Olimpico di Roma, il cardinale Tarcisio Bertone, arcivescovo della diocesi genovese,
interviene pubblicamente esprimendo giudizi inequivocabili. Proponiamo ai nostri lettori un
breve passo del suo intervento.
[...]. I giovanissimi, spiegano sociologi e psicologi, si intruppano spesso nel cosiddetto
branco. Cadono i simboli formativi fondamentali, la figura dei genitori, dell‟educatore. Un
mese fa, esperti e studiosi tra cui il rettore della Cattolica, hanno pubblicato un manifesto
intitolato “L’educazione che ci manca”: mancano le figure degli educatori in famiglia, a
scuola, è difficile formarli nelle aggregazioni giovanili. [...].
1
Massachussets Institute of Technology.
55
MARCELLO ZINOLA,
Bertone: calciatori violenti, in Il Secolo XIX, Genova, mercoledì 1 febbraio 2006, p. 2.
3. Non si può sostituire il pesante zainetto con qualcosa di moderno e meno dannoso?
Nuova allarmante notizia sui danni provocati dagli zainetti scolastici. Per i ricercatori
dell‟università della California il peso dello zaino ridurrebbe il flusso di sangue alle spalle.
Non si riesce a eliminare questi nemici della salute?
Risponde Gaspare Barbiellini Amidei, giornalista e scrittore
Se al posto di quel 20 per cento della loro stazza corporea che fra libri e quaderni viene
caricato sulle spalle i ragazzi potessero memorizzare elettronicamente il materiale
indispensabile alla giornata media di studio negli aggeggi telematici che di solito già hanno
in tasca, leggeri e amati, il problema sarebbe risolto. Come? Chiedetelo a loro, massimi
esperti di iPod, palmari, navigatori, cellulari, gameboy e via variando. È questione di
software da far «mangiare» ai gadget informatici, solitamente da svago, che sono il massimo
consumo dell‟adolescente aggiornato. Tutto è possibile e organizzabile, la tecnologia
consente di portarsi appresso a peso zero delle mezze biblioteche. Ci sono gli scanner, ci
sono metodi di scaricamento leciti e non complicati. Una classe può stabilire che cosa serve
il giorno dopo e fare anche didattica sulla memorizzazione del materiale, senza danneggiare
case editrici e senza minuta pirateria. Basta chiedere i diritti. Si può programmare un‟agenda
elettronica quotidiana, autorizzata, si possono creare pagine da avere in aula, si possono
prendere appunti senza ingombranti supporti da cartoleria tradizionale. Sembra incredibile
che una scuola moderna, nella quale già dalle prime mosse viene introdotto un
apprendimento minimo di informatica, debba poi piegare, non metaforicamente, la schiena a
un arcaico sistema di trasporto di conoscenza da soma.
GASPARE BARBIELLINI AMIDEI,
Domande di Oggi. Non si può sostituire il pesante zainetto con qualcosa di
moderno e meno dannoso?, in Oggi, Milano, 29 marzo 2006, n° 13, p. 17.
4. In un articolo, dedicato alla qualità dell’olio d’oliva italiano, alcune persone intervistate
chiamano in causa l’insegnamento scolastico. Ci sembra utile citare questi passi.
Legenda:
- MCR = Maria Cristina Rizzardi, produttrice di vini ed oli pregiati;
- GZ = Gianluigi Zenti, amministratore delegato dell’Accademia Barilla;
- MD = Maurizio Donelli, estensore dell’articolo.
[...].
-
MCR – «[...]. Dobbiamo renderci conto che la vita della nostra terra dipende dai
frutti che la terra può offrire. E questo andrebbe insegnato anche nelle scuole».
GZ – «Nelle scuole? Sì, questa è proprio una bella idea» [...]
MD – Ma come li ha scelti?
GZ – «Facendoli assaggiare ai migliori chef di ogni regione», spiega, «anche se è
sempre più difficile trovare competenza in questo campo. Soprattutto tra i ristoratori:
in Italia solo mille su 70 mila garantiscono qualità a tavola. Per questo considero
ottima l‟idea dell‟insegnamento a scuola. Se non altro facciamo fare dei master
56
-
specifici ai ragazzi che si diplomano nelle scuole alberghiere e che spesso escono
dagli istituti avendo imparato poco o niente».
Zenti parla trascinato dalla passione.
GZ – «In campo gastronomico bisogna frenare l‟impoverimento culturale che
avanza, invece di regredire. Manca la professionalità. All‟estero ci stanno umiliando.
Siamo seduti su una miniera d‟oro e non la sfruttiamo».
[...].
MAURIZIO DONELLI,
Forza ulivo e forza Italia: che bontà! in Oggi, Milano, 29 marzo 2006, n° 13, pp. 126 –
134.
5. [...].
Io credo che un Paese capace di affrontare le sfide della modernità dovrebbe cercare di
mettere tutti i giovani nelle condizioni di essere competitivi, se ne hanno le capacità, a
Madrid come a Milano, a Rotterdam come a Roma, a Palermo come a Parigi. Questo
significa, alla fine, avere una scuola che premia il merito e prepara alla vita lavorativa
anziché, come avviene oggi, una situazione in cui la Normale di Pisa, la migliore università
italiana, non prende in considerazione il voto alla maturità quando valuta le domande di
ammissione. Se la scuola italiana accetta che l‟esame con cui si chiude un ciclo durato
tredici anni non vale nulla, allora certifica il suo fallimento.
[...].
LANFRANCO VACCARI,
I giovani e il lavoro: non ci sono confini (se la scuola funziona), in Il Secolo XIX,
Genova, domenica 23 aprile 2006, p. 47.
6. Cogliamo da un articolo giornalistico una breve battuta di due giovani studenti in visita a
Genova al Matefitness, laboratorio per l’insegnamento del pensiero matematico al grosso
pubblico.
[...].
Patrizia e Franco arrivano da Milano, hanno portato i figli Jacopo, 13 anni, e Martina, 15
anni, a imparare giocando. La mamma è insegnante di matematica, il papà ingegnere. La
diplomatica Martina sostiene che la matematica sia «noiosa», mentre il più diretto Jacopo
dice senza mezzi termini che «fa schifo». Eppure entrambi hanno voti buoni a scuola.
Merito della mamma? «La verità – ammette Patrizia – è che molti insegnanti non sanno
appassionare i ragazzi. Di questa manifestazione mi piace l‟aspetto ludico: imparare
divertendosi è più facile». [...].
GILDA FERRARI, Tutti
pazzi per la matematica facile, in Il Secolo XIX, Genova, lunedì 24 aprile 2006, p. 9.
7. Giorgio Bertone, nel recensire il libro di Giovanni Bottiroli “Che cos’è la teoria della
letteratura”2, fa qualche riferimento alla situazione scolastica.
[...]. Ha ragione Bottiroli. Spesso semplificazioni e forzature, o schemi semplicistici (lo
scema di comunicazione tra mittente e destinatario di Jakobson) ci incantarono e privarono
2
GIORGIO BOTTIROLI, Che
cos’è la teoria della letteratura. Fondamenti e problemi, Einaudi.
57
di forza di replica critica, per di più finirono dritti dritti nelle aule universitarie e, quel che è
peggio, nei manuali della scuola media, dove allignano tuttora.
Le conseguenze si fanno sentire: oggi uno studente che si iscrive a Lettere è capace di farti
la distinzione tra narratore intradiegetico (cioè interno al racconto, come Shérazade nelle
“Mille e una notte”) e narratore extradiegetico (cioè esterno al racconto, come Omero che
narra storie in cui lui non appare), secondo la complicata e asfissiante dottrina del francese
Genette. Ma non sa dirti che cavolo succeda nei “Promessi sposi” e quali siano le idee del
Manzoni su Storia e Provvidenza. La somministrazione scolastica delle teorie della
Letteratura dovrebbe essere collaudata e regolamentata per legge, come le medicine e i
veleni.
[Detto questo, Bertone, fortunatamente, apre subito la porta al dubbio mitigando il suo
aggressivo e tranciante giudizio]. A distanza di tempo [...] si può con calma fare il punto. E
scoprire magari che la sequenza delle teorie della letteratura coincide con la sequenza della
nostra evoluzione culturale generale. Conquiste ed errori compresi nel prezzo. Che il
cervello umano sia il romanzo più avvincente?
GIORGIO BERTONE,
Il misterioso fascino della letteratura, in Il Secolo XIX, Genova, domenica 30 aprile 2006,
p. 13.
8. Ad un ventiduenne studente universitario, che si lamenta dello scarso livello d’impegno
posto dai giornalisti nostrani nella difesa della lingua italiana dall’infestante mania di
farcire i periodi con vocaboli inglesi, Lanfranco Vaccari, direttore del Decimonono, dopo
aver rilevato che ogni epoca storica ha la sua lingua dominante, risponde in questo modo:
[...], l‟italiano è oggi minacciato molto più dallo scadimento culturale del Paese che
dall‟inquinamento di un basic english talmente poco basic da produrre, all‟inizio della moda
delle felpe adornate da scritte, inediti ed esilaranti effetti linguistici. La “catastrofe”, per
riprendere l‟espressione da lei [dallo studente universitario] usata, nasce dall‟esangue
capacità d‟espressione delle classi dirigenti, dal diffuso dialetto della politica, dalla miseria
della vulgata giornalistica, dalla straripante grettezza che tracima da una tv ridotta a reality –
e dall‟incapacità della scuola, di qualsiasi livello (addirittura universitario), di fare da argine.
Di fronte a tutto questo i giornali, che pure hanno più di una vaga responsabilità, non
possono fare moltissimo.
L’inglese minaccia l’italiano?Il guaio è lo scadimento culturale, in Il Secolo XIX,
Genova, domenica 30 aprile 2006, p. 43.
LANFRANCO VACCARI,
9. Ultima battuta di un’intervista a Benoit Mandelbrot.
- Legenda: MT = Marta Trucco, giornalista intervistatrice; BM = Benoit Mandelbrot.
-
[...].
MT – E se dovesse immaginare in che contesto si svolgerà la vita dei suoi nipotini?
BM – Evito di pensarci, tanto è inutile. Quando i giovani mi chiedono consigli su cosa
studiare io dico a tutti: scegliete secondo la vostra passione ma poi cercate di apprendere
le cose più difficili, perché le macchine saranno via via sempre più capaci di sostituire il
lavoro dell‟uomo ma non la sua capacità di ragionare sui problemi, di intuire, fare
scoperte e trovare soluzioni.
58
Mandelbrot: «La Storia è decisa dal Caso ma l’uomo resterà superiore alle macchine», in Il
Secolo XIX, Genova, sabato 20 maggio 2006, p. 17.
MARTA TRUCCO,
10. Così termina un articolo giornalistico dedicato al mercato globale:
[...]. Per inserire l‟Italia nella ricerca e nella globalizzazione sono assolutamente
indispensabili l‟educazione, la formazione, sotto ogni aspetto e a ogni livello. Innanzitutto
l‟educazione sotto il profilo “etico”, che va ben oltre l‟osservanza degli obblighi giuridici,
ma che comunque li comprende: il dovere nello studio, nell‟esercizio dell‟attività lavorativa,
nel comportamento nella vita sociale. Ma questa “educazione” per affermarsi richiede
generazioni e deve superare una vischiosità purtroppo propria di noi italiani (la “furbizia” è
causa di molti mali).
Per una adeguata “formazione”, anche se in parte connessa alla “educazione”, la via è forse
più breve. Molti laureati, rendendosi conto dell‟inadeguatezza della preparazione,
frequentano master, spesso costosi, generalmente poco formativi e che determinano ritardi
nell‟attività produttiva, che mediamente comincia sui 30 anni, età nella quale, negli altri
Paesi, il lavoro produttivo è già iniziato da tempo. Il nostro studente solitamente poco si
occupa di quanto accade nel mondo che dovrà poi affrontare: scarsa è la conoscenza di fatti
politici ed economici (anche di quelli che si apprendono con la lettura dei giornali) per i
quali già si dovrebbe preparare, qualsiasi sia il mestiere prescelto. C‟è da rimanere sbalorditi
a seguire alcune sessioni di esami. Studenti, anche di buon livello, non sono informati
sull‟Unione europea!
Fondamentali per lo sviluppo economico nell‟ambito della globalizzazione sono dunque
l‟educazione e la formazione, ma per attuarle occorreranno decenni e, soprattutto, volontà,
anche politica, di promuoverle.
– VICTOR UCKMAR, Nel mercato globale prima educare, poi competere, in Il Secolo
XIX, Genova, giovedì 25 maggio 2006, p. 23.
MAURIZIO GUANDALINI
11. L’ESEMPIO DA NON SEGUIRE
E in Egitto ci si ammazza per la paura
Il Cairo. Per sfuggire all‟inferno degli esami di maturità in Egitto, ragazzi terrorizzati
arrivano a tentare il suicidio, con ogni mezzo, compreso il veleno per topi. L‟ospedale del
Cairo di Qasr el Nil ha rivelato di avere accolto negli ultimi giorni 115 giovani aspiranti
suicidi, stressati dagli esami di „sanaweya amma‟. La maturità è l‟incubo di ogni famiglia,
tutti sono mobilitati per passare i test, ogni anno più difficili e complessi per tenere i giovani
fuori dalle università. Un modo un po‟ brutale di applicare un numero chiuso non dichiarato.
Ogni anno, un milione di nuovi diplomati esce dai licei per entrare negli atenei, o nella
schiera di disoccupati, se non hanno i soldi per pagarsi le università private, una ventina
nella sola Cairo. La gran parte dei ragazzi appartiene a famiglie con mezzi modesti, che non
possono permettersi di mandare i figli a scuole straniere, per prendersi una maturità più
facile.
E in Egitto ci si ammazza per la paura, in Il Secolo XIX, Genova, giovedì 22 giugno 2006, p. 6.
59
12. Un lettore, nello scrivere al settimanale Gente, domanda «con quale coraggio» Vittorio
Emanuele di Savoia si permetta di mantenere atteggiamenti rivendicativi ed arroganti nei
confronti delle pubbliche istituzioni, senza – cioè – tener conto delle gravi malefatte dei suoi
avi. Nella lettera lo scrivente cita i titoli e gli autori di tre testi da lui letti:
- ANGELO DEL BOCA, Italiani brava gente?
- GIANNI OLIVA, Si ammazza troppo poco.
- ANTONIO CIANO, Le stragi e gli eccidi dei Savoia.
Dalla risposta assai ampia del direttore Pino Aprile traiamo alcuni brevi passi che
riguardano più direttamente i temi che stanno a cuore a Cantarena.
I libri che lei cita, signor Scorzelli, raccontano delle verità che nei libri di storia stentano ad
arrivare. Purtroppo, quel che ha letto è tutto vero, dettaglio più, dettaglio meno. [...].
[...].
[A chiusura del suo intervento il Direttore afferma che gli italiani non sono peggiori degli
altri popoli, ma che sembrano meno disposti] a fare i conti con la propria storia; più usi a
dimenticare, sopire, nascondere: ad assolversi senza aver saputo, ragionato, capito.
Caro direttore La posta dei lettori, in Gente, Milano, 28 giugno 2006, n° 26, p. 12.
13. Spigolando qua e là nel terreno di un pezzo giornalistico provvediamo a raccogliere
germogli vari che sottoponiamo alla vostra attenzione.
«Ci sono dei giornalisti che mi chiedono cosa farò da grande. Io mi chiedo come siamo
ridotti in Italia: ho 34 anni e mi dovrebbero chiedere se non sono già troppo vecchio per
occuparmi di adolescenti», a Massimo Coppola l‟Italia non va giù. Un Paese in mano alla
gerontocrazia: si sono presentati alle elezioni due candidati di settant‟anni e ora abbiamo un
Presidente della Repubblica ultra-ottantenne: «Persona di grande valore, per carità, però nel
resto d‟Europa tira un‟altra aria». E poi: se in Germania e in Francia la generazione del ‟68
si sta comportando coerentemente con quello che professava, trasmettendo i valori di
cambiamento ai più giovani, in Italia non è così: «Li caccerei via a roncolate, non hanno
nessuna intenzione di andarsene dai posti di potere che occupano». [...].
[...].
Il Coppola pensiero è condiviso da tanti intellettuali della sua generazione, l‟Italia è ferma,
una società immobile, con un determinismo sociale molto forte, gli adolescenti sono a
rischio: «Se non è il tuo ambiente a fornirti gli strumenti per emanciparti, non ti assiste
nessuno nel tuo cammino verso la consapevolezza. Non certo la scuola». [...].
[...].
L. Gu,
Coppola: «In Italia gli anziani non mollano il potere», in Il Secolo XIX, Genova, sabato 1 luglio 2006,
p. 12.3
14. [...].
Il libro scolastico ha caratteristiche particolari, molto differenti da qualsiasi altro libro: da un
punto di vista editoriale, redazionale e grafico. Se proviamo a sfogliare qualche antologia
3
L‟autrice del servizio giornalistico è Laura Guglielmi.
60
per la scuola media inferiore, noteremo alcune stranezze. Dei curatori non troveremo alcuna
notizia (età, pubblicazioni, attività del team di chi ha curato la pubblicazione). [...].
La cosa che più colpisce di questi pseudo libri è la capacità mimetica. Sembra che vogliano
dirci: “Scusa se sono un libro”. Quindi si travestono da giornalini, da fumetti, da libri-gioco.
Le pagine traboccano di personaggini (animaletti, bambini) che fanno da conduttori
credendo così di rendere meno ingrata la pratica dello studio: [...].
L‟impressione che si ricava da questi testi conferma l‟idea di scuola come di un luogo in cui
si deve intrattenere il cliente, fornire un servizio da villaggio turistico: non stiamo studiando
bambini, è solo un gioco ...
SERENA GIORDANO, Il
libro scolastico “mimetizzato”, in Il Secolo XIX, Genova, sabato 1 luglio 2006, p. 12.
15. Ecco qui due considerazioni d’Oliviero Toscani, apparse entrambe in un resoconto
giornalistico :
La crisi giovanile? «Tutte balle. Ce l‟ho io a 60 anni, la crisi, non voi. Siamo noi adulti ad
averla inventata, per tenervi agganciati, dipendenti da noi. Vi facciamo sentire fragili per
proteggervi». Parola di Oliviero Toscani, [...].
[...].
«Non voglio risolvervi i problemi, anzi sono per coltivare il disagio, dovete approfondirlo e
da lì reinventarvi la vostra vita. Smettetela di sentire la nostra musica: ho visto troppi
giovani martedì sera a Milano per i Rolling Stone, io da ragazzo mica ascoltavo il charleston
amato dai miei genitori».
[...].
SILVIA NEONATO,
Be You, l’arte giovane invade la città, in Il Secolo XIX, Genova, sabato 15 luglio 2006, p.
31.
16. Lo scenografo Marco Dentici, intervistato da una giornalista del Decimonono, viene, a
nostro avviso, ben simboleggiato da questa sua dichiarazione.
[...]. In Italia si assottigliano le risorse alla cultura e allo spettacolo perché sembrano
superflui, divertimenti non importanti. Invece si dovrebbe ormai sapere che sono parte
integrante dello sviluppo di un Paese. Guardi gli americani come proteggono il loro cinema,
l‟egemonia culturale supporta quella economica. [...].
MARICLA TAGLIAFERRI,
«Anche la scenografia recita», in Il Secolo XIX, Genova, mercoledì 2 agosto 2006, p.
12.
17. Riportiamo alcune considerazioni di una studentessa sullo stato di profondo malessere
vissuto a scuola.
[...]. L‟assurdo di tutto questo è che la scuola, che dovrebbe aiutare i giovani a crescere, in
realtà crea degli incompresi, degli infelici, emargina quelli “meno corazzati”, schiaccia chi
non si adegua a un sistema disumanizzante e poco introspettivo, che tiene conto solo di
numeri e programmi. L‟ultima cosa, non meno grave, è che, tranne un insegnante, nessuno si
è chiesto: “Che fine ha fatto quella ragazza timida, che occupava quel banco?”. Ma, tanto, il
problema non è il loro. Io sono solo uno dei tanti corpi morti che questa società lascia sul
campo.
Noemi Sodano
61
LE STORIE. VITE STRAORDINARIE DI PERSONE NORMALI. NOEMI SODANO,
Sono una adolescente col terrore della
scuola, in Gente, Milano, 3 agosto 2006, n° 31, p. 96.
18. Traiamo un piccolo passo da un articolo del Decimonono in cui “Gennaro Di Benedetto,
sovrintendente del Carlo Felice, racconta aneddoti, gioie e difficoltà del suo lavoro”.
Legenda
– RT – Renato Tortarolo, giornalista intervistatore;
– GDB – Gennaro Di Benedetto.
-
-
[...].
RT – Perché in certi paesi dell‟Estremo Oriente l‟opera è così seguita, mentre da noi è
quasi dimenticata in favore di altre forme musicali?
GDB – Tutto merito della famiglia e delle scuole. se nel sud est asiatico e in Giappone la
passione per la musica italiana è così forte, sostanzialmente si deve alla preparazione che
si fa a scuola e nelle famiglie. Nelle mie esperienze in questi paesi sono rimasto
impressionato dal numero di pianoforti che hanno a casa.
RT – Perché l‟ha impressionata?
GDB – Perché ci sono milioni di pianoforti nelle case, e milioni di persone che praticano
la musica a livello amatoriale, che la suonano e la cantano per sé. Questo fa sì che poi si
sviluppi l‟amore: è quello che succedeva in Italia settanta, ottant‟anni fa. La musica si
faceva nelle case, cosa che oggi è molto difficile da trovare.
[...].
«La mia vita dietro le quinte dell’opera tra soprano viziate e ballerini gelosi», in Il
Secolo XIX, Genova, sabato 19 agosto 2006, p. 13.
RENATO TORTAROLO,
19. La giornalista Mara Queirolo, nel tratteggiare il percorso artistico del pittore Pietro
Lumachi, riporta un’asserzione dell’intervistato sul tema della preparazione istituzionale.
[...].
Eppure [Pietro Lumachi] non ha mai frequentato scuole d‟arte («le trovo riduttive, troppo
inquadramento, troppa omogeneizzazione»), non ha avuto maestri, non ha mai aperto un
libro sulla tecnica pittorica. [...].
MARA QUEIROLO, Lumachi,
il pittore della “Bella di Torriglia”, in Il Secolo XIX, Genova, giovedì 7 settembre
2006, p.27.
20. [...]. «[...]. I cinesi considerano le scuole private britanniche come le migliori al mondo [...]»,
ha affermato un portavoce dell‟Independent School Council.
[...].
[...].«In Cina l‟insegnante ha sempre ragione e le ragazze che vengono qui hanno paura a
fare domande. L‟enfasi con cui le incoraggiamo a partecipare alle discussioni le coglie
spesso di sorpresa», spiega Frances King, la preside.
Alla maggior parte di loro, l‟esperienza apre una vera e propria finestra su un nuovo modo di
imparare e di pensare. «Nelle scuole in Cina ci sono fino a 60 studenti per classe. Non
abbiamo mai l‟opportunità o il tempo di fare domande. La tradizione è: lascia che il
professore insegni. Qui ci incoraggiano a fare domande. Mi piace », ha spiegato Weishi
62
Kong, 18 anni, che all‟Harrogate sta studiando per un diploma in biologia, matematica e
chimica.
GIULIANO GALLETTA, Tra
la Cina e Oxford, in Il Secolo XIX, Genova, martedì 12 settembre 2006, p. 19.
21. Non ha dubbi, James Hillman, il grande psicoanalista americano autore tra l‟altro de “Il
Mito dell‟analisi” e “Il codice dell‟anima”, entrambi pubblicati da Adelphi: «Nel nostro
mondo c‟è una mancanza di immaginazione».[...].
Una mancanza che colpisce soprattutto i giovani americani, sostiene Hillman: «È
l‟educazione, il modo in cui si concepisce l‟istruzione che ha tolto ai giovani ogni possibilità
di sognare, immaginare. Viene insegnato, anche nei più diffusi manuali di psicologia, che
l‟immaginazione non è affidabile, ci depista».
[...].
Hillman: anche per fare la guerra c’è bisogno di immaginazione, in Il Secolo XIX, Genova,
giovedì 21 settembre 2006, p. 14.
BIA SARASINI,
22. È iniziata così: con la volontà di aiutare i ragazzi che frequentano i Centri di Educazione al
Lavoro del Comune ad acquistare quella sicurezza di sé, quella capacità di esporsi con un
po‟ di spavalderia, nel caso incoccino con il mondo del lavoro. Anche per fare una
telefonata e proporsi per un colloquio. «Stare sulla scena, hanno riflettuto gli educatori, aiuta
questi “cavalli recalcitranti” che a volte sanno solo dire “sì, no, forse” a tirar fuori risorse
inaspettate». Così è nato questo magnifico rapporto con la compagnia teatrale Waltersteiner
che ha coinvolto i ragazzi (molti di loro hanno abbandonato precocemente la scuola, vivono
in famiglia disagi morali e materiali) nella rappresentazione di un canovaccio speciale: un
giudice che accusa un giovane imputato di un delitto. Quel giovane ha ucciso se stesso
disperdendo le sue forze in scelte ed emozioni sbagliate. A morire è il suo tempo, il suo
futuro, la sua identità. Dipendente com‟è da oggetti, consumi, droghe. Facile intuire che quel
ragazzo è tutti loro. Ragazzi che subiscono sempre e in quella occasione si sentono
protagonisti. «Ragazzi che un teatro non l‟hanno visto mai, ma le aule di un tribunale sì».
Dice di loro chi li conosce bene.
[...].
DONATA BONOMETTI, Finto
processo per fare crescere i ragazzi difficili, in Il Secolo XIX, Genova, giovedì 21
settembre 2006, p.23.
23. CHI BOCCIA LA SCUOLA ITALIANA?
È l‟Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) nel suo rapporto
sull‟istruzione.
La scuola italiana ha troppi costi e pochi risultati ed è al penultimo posto per numero di
laureati fra i Paesi avanzati.
Risposte lampo, in Oggi, Milano, 4 ottobre 2006, n°40, p.15.
24. In attinenza ad un grave episodio di cronaca inerente alla vita scolastica, Maurizio
Maggiani fa queste considerazioni:
63
[...]. Mi sono fatto l‟idea che una parte significativa delle famiglie, degli insegnanti, dei
dirigenti non pretenda una scuola migliore, ma una scuola che gli crei il minor fastidio
possibile. meno impegno e meno tempo. [...]
Ditelo a Maggiani / Il caso del ragazzo maltrattato a scuola / Un’immagine del nostro
degrado, in Il Secolo XIX, Genova, sabato 18 novembre 2006, p.26.
MAURIZIO MAGGIANI,
25. In un articolo giornalistico Riccardo Chailly manifesta pubblicamente questa sua
convinzione:
In fatto di cultura «l‟Italia rischia il terzomondismo» [...].
4
Chailly: «La cultura rischia il Terzo mondo», in Il Secolo XIX, Genova, lunedì 27 novembre 2006, p.8.
26. [Alcuni studenti], dalla quinta elementare alle superiori, hanno risposto a due questionari,
proposti da Il Moltiplicatore, Centro Ricerca e Promozione Interventi per la Prevenzione del
Disagio di Genova, che ha lavorato con l‟obiettivo della “prevenzione della violenza a
scuola e promozione della sicurezza a scuola” insieme all‟assessorato alle Istituzioni
scolastiche di Tursi e all‟Ufficio Scolastico Provinciale, sostenuti anche da fondi regionali.
Si chiama Progettosicurinsieme. Coinvolge oltre 700 studenti,[...].
[...] per loro [per gli studenti] il concetto di ascolto è passivo e sta per “ascoltare la lezione
senza disturbare”. [...].
I due terzi dei docenti dichiara di affrontare i fenomeni di antisocialità in solitudine e con
difficoltà, che gli studenti leggono come tendenza ad ignorare i loro problemi. [...].
5
«Il peggio in aula? Le prese in giro», in Il Secolo XIX, Genova, giovedì 30 novembre 2006, p. 23.
27. Lo storico David Bidussa, parlando dei politici italiani,a un certo momento osserva:
[...] una classe dirigente non si improvvisa. Si connota su competenze tecniche che si
costruiscono solo sulla base di scuole per l‟alta amministrazione che in Italia mancano e con
una visione del futuro che non è il risultato di un‟ideologia di partito [...].
[...].
[...]. Il problema del ceto politico di domani resta per chiunque voglia tentare per davvero il
rinnovamento della politica in Italia. [...]
DAVID BIDUSSA,
Due destre, due sinistre e niente classe dirigente, in Il Secolo XIX, Genova, mercoledì 6
dicembre 2006, p. 19.
4
5
Gli articoli, a causa di uno sciopero nazionale dei giornalisti, non sono firmati.
Gli articoli, a causa di uno sciopero nazionale dei giornalisti, non sono firmati.
64
28. [...] a scuola gli ultimi 50 anni di letteratura vengono spesso ignorati, i ragazzi leggono
magari per conto loro Ammaniti o Hosseini ma non sempre sanno come collocarli nella
storia della letteratura.
[...].
CLAUDIO PAGLIERI,
Novecento. Alla ricerca dei classici, in Il Secolo XIX, Genova, martedì 9 gennaio 2007, p.
13.
29. [...]. Che i programmi ministeriali puntino sul novecento e il novecentismo è cosa arcinota.
Fu un‟idea luigibelingueriana. Infausta come le altre sue. [...].
[...]. La scuola si salva in quanto si distingue dalla “liquidità” e dalla “debolezza pensierosa”
del postmoderno contemporaneo e in quanto propone autori forti, collaudati, ben
commentati, didatticamente proponibili e sostenibili, condivisi dalla comunità.
La mania del “recentismo” non fa bene alla cultura, in Il Secolo XIX, Genova, martedì 9
gennaio 2007, p. 13.
GIORGIO BERTONE,
30. LOS ANGELES.
Matematica, scienza e videogiochi? Un professore universitario
statunitense sta sollecitando le scuole a utilizzare i videogame come strumento per preparare
i ragazzi al mondo del lavoro.
Nonostante molti insegnanti siano contrari all‟uso dei videogiochi negli istituti, l‟esercito
americano ne utilizza alcuni per addestrare i soldati; gli adolescenti affetti da tumore usano
dei giochi al computer per combattere la loro malattia virtualmente e psicologicamente; e
alcuni chirurghi giocano ai videogame per avere le mani e i riflessi allenati.
David Williamson Shaffer, un professore di Scienze e psicologia dell‟educazione
dell‟Università di Wisconsin-Madison, sostiene che le scuole dovrebbero servirsi dei
videogiochi per preparare gli studenti al mondo del lavoro che li attende dopo la scuola e
dove è richiesta ogni giorno un‟ottima conoscenza delle ultime tecnologie. [...].
[...].
Secondo Shaffer il sistema di istruzione attuale è stato pensato alla fine dell‟Ottocento per
preparare la gente alla vita nell‟America industriale di allora, e non al mondo
tecnologicamente avanzato di oggi ed è ormai troppo datato. Shaffer sostiene che il nuovo
approccio potrebbe aiutare gli Stati Uniti a competere con i paesi in rapida crescita.
Altrimenti, senza una rivoluzione dei metodi dell‟educazione, India e Cina, che sfornano
ingegneri e scienziati a un ritmo più veloce, avranno presto la meglio.
Basta libri, con i videogiochi gli studenti imparano meglio, in Il Secolo XIX, Genova, venerdì 12 gennaio
2007, p.8.
31. Bolzanéto è un quartiere popolare di Genova; Albàro una delle aree cittadine d’estrazione
ricco-borghese. Andrea Sassano è assessore alla scuola.
[...]. Il fenomeno della “dispersione” scolastica registra un picco a Bolzaneto (9,1 per cento)
e il minimo ad Albaro (0,3 per cento).
65
« Le statistiche elaborate dall‟Osservatorio Infanzia e Adolescenza del Comune – dice
Sassano – dimostrano che nel sistema scolastico genovese, esattamente come nel resto
d‟Italia, esiste un problema di equità da affrontare con urgenza. L‟obiettivo è quello di dare
a tutte le famiglie, anche a quelle meno abbienti, le stesse opportunità di accesso alla scuola,
alla cultura, alla formazione».
[...].
Quattro studenti su dieci licenziati con “sufficiente”, in Il Secolo XIX, Genova, martedì
23 gennaio 2007, p.25.
VINCENZO GALIANO,
32. I critici non sanno cosa pensare, ma il pubblico dei ragazzi sì. E i libri di Christopher
Paolini, 23 anni, vanno a ruba. Il primo, Eragon, era lungo 600 pagine (in Italia è uscito il
film); il secondo, Eldest, più di 800; sull‟atteso terzo tomo nessuno azzarda pronostici.
Ormai miliardario, Christopher vive con mamma, papà e sorella in una fattoria del Montana.
Non è mai andato a scuola: i genitori lo hanno istruito in casa.
MONICA CECI, Nati
per correre, in Gioia, Milano, 3 febbraio 2007, n° 5, p. 61.
33. [...].
Quando si tratta di formare le menti dei giovani, il curriculum scolastico gioca un ruolo
fondamentale. È uno strumento chiave che i regimi totalitari [...]
– NAVID TOOBIAN (traduzione di Giordana Greco), Iran: a scuola si insegna l’odio verso
l’Occidente, in Il Secolo XIX, Genova, martedì 6 febbraio 2007, p.6.
ARNON GROISS
34. [...]. Internet, come primaria agenzia di socializzazione, sembra sempre più sovrapporsi alla
famiglia e alla scuola tanto da richiedere una legislazione internazionale a tutela dei minori.
[...].
Lettere & opinioni. La Rete esalta i bulli a scuola, in Metro, Milano, giovedì 8 febbraio 2007, p. 14.
35. L’articolista del Decimonono, ad un certo punto dell’intervista, domanda al tenore
Salvatore Licitra per quali ragioni i giovani dovrebbero recarsi ad assistere a
rappresentazioni d’opere liriche del passato.
Legenda: SL = Salvatore Licitra; ER = Edwin Rosasco.
[...].
- SL – «Purtroppo cercare di convincerli a 18/20 anni spesso è già tardi, se prima non
hanno avuto la possibilità di crescere con una cultura musicale adeguata, che in Italia
manca, quindi di poter scegliere. Ricordo che, quando andavo alla scuola statale, l‟ora di
musica era come un‟ora di ricreazione. È triste, perché nel mondo l‟Italia è ancora il
paese del melodramma. [...]».
- ER – Un problema educativo di ordine più vasto, quindi?
- SL – «I tagli alla cultura ammazzano il futuro. Se si vogliono generazioni future più
comode da manovrare, allora va bene così: ma è la strada sbagliata. Solo se una nazione
investe in cultura e sviluppo può prepararsi un avvenire migliore».
66
W. EDWIN ROSASCO,
La sfida del tenore/ Cavalleria e Pagliacci nella stessa serata, in Il Secolo XIX, Genova,
lunedì 19 febbraio 2007, p.8.
36. [...] nelle nostre scuole il 4 per cento dei bambini soffre di dislessia e a loro non è data
l‟opportunità per un apprendimento adeguato al loro problema. In Europa, l‟Italia è il
fanalino di coda.
UMBERTO VERONESI,
La dislessia? Un problema diffuso, ma trascurato, in Oggi, Milano, 7 marzo 2007, n° 10,
p. 21.
37. La scrittrice Paola Mastracola dichiara ad un giornalista quanto segue:
In un momento di trasformazione della scuola che mi sono accorta che mi stavano rubando il
mio mestiere di insegnante. Mi sono arrabbiata e ho cominciato a scrivere.
***6
, Letteratura italiana e spagnola / un confronto sul filo della memoria, in Il Secolo XIX, Genova, domenica
4 marzo 2007, p. 10.
38. Fedeli allo stile del “mordi e fuggi”, stralciamo una frase di Ermanno Olmi dal testo di
un’intervista:
[...]. A scuola mi annoiavo tantissimo e tutti vi sarete scontrati con l‟arroganza
dell‟Accademia. Vanno dimenticate tutte le pagine cui ci siamo assoggettati senza usare il
pensiero, perché la vera cultura è la libertà di modificarla.
[...]
MARICLA TAGLIAFERRI,
Il Cristo di Olmi, in Il Secolo XIX, Genova, sabato 24 marzo 2007, p. 19.
39. Alla domanda della giornalista circa i rimedi da adottare per combattere il fenomeno del
bullismo a scuola la psicoterapeuta Maria Rita Parsi risponde così:
[...]. [Bisogna] Dare strumenti alla scuola, che deve diventare un centro di cultura
polivalente. [...].
ROSSELLA GALEOTTI,
Parsi: «Azioni provocatorie per chiedere autorità», in Il Secolo XIX, Genova, venerdì
30 marzo 2007, p. 8.
40. Nell’ambito del fatto di cronaca relativo al ragazzo torinese di sedici anni suicidatosi
buttandosi giù dal balcone di casa sua, la psicoterapeuta Maria Rita Parsi così si pronuncia
sulle ipotetiche responsabilità della scuola:
66
L‟articolo, a causa di uno sciopero nazionale dei giornalisti del Decimonono, non è firmato.
67
[...] «La scuola ha la responsabilità di non essere quello che dovrebbe essere, e cioè un
centro culturale che assicura agli insegnanti gli strumenti per capire, per aiutare, per fornire
un supporto psicopedagogico agli alunni. È un‟istituzione ferma, immobile, che non va
avanti. Che colpa ne hanno i professori?».
[...]
STEFANO NAZZI,
Matteo si è ucciso perché si sentiva solo, in Gente, Milano, 19 aprile 2007, n° 16, p. 24.
41. A seguito della morte dello studente di quindici anni subito dopo aver fumato uno spinello
durante l’intervallo scolastico, il Decimonono, in un articolo, raccoglie le dichiarazioni di
varie persone:
[...].
« Il fenomeno della droga a scuola si combatte con una maggiore prevenzione, attraverso
l‟educazione, e non solo reprimendo » ha concordato il capo facente funzione della Procura
dei Minori di Milano, Vittorio Pilla. «La scuola – ha affermato – si deve riappropriare
pienamente del suo ruolo formativo».
ANNIBALE CARENZO,
I presidi:«Dateci più vigilanza negli istituti, dentro e fuori», in Il Secolo XIX, Genova,
sabato 19 maggio 2007, p. 3.
42. Valutazione dell’Arcivescovo Angelo Bagnasco, estirpata dal contesto di un’intervista.
[...]. Il mondo adulto è sfidato perché il vero problema dei giovani sono proprio gli adulti,
che da troppo tempo non riescono a corrispondere alle attese del cuore dei ragazzi.
[...].
DANIELE GRILLO,
«Servono valori educativi» Intervista al presidente della Cei Bagnasco: genitori e scuola
devono fornire modelli concreti, in Il Secolo XIX, Genova, lunedì 3 settembre 2007, p. 2.
43. Stessa sorte ora tocca a Oliviero Toscani:
[...]. Il telefono aveva sconvolto la comunicazione umana, e questo del videotelefono è un
grande salto dalla parola verso l‟immagine, che oggi sembra più importante della scrittura.
Eppure a scuola ci insegnano solo a leggere e a scrivere, invece bisognerebbe cominciare a
insegnare anche a fotografare e a decifrare le immagini.
[...].
PAOLO MARTINI,
Toscani contro la dittatura della tv, in La Stampa, Torino, martedì 4 settembre 2007, p. 42.
68
44. Traiamo da un articolo giornalistico, intitolato “Globalizzazione culturale / Le lingue
perdute del mondo / Gli studiosi: ogni due settimane si estingue un idioma. E nel 2100
saranno dimezzati”, un fulminante giudizio sulla scuola:
[...]. Lyle Campbell, ordinario di linguistica all‟Università dello Utah, punta anche il dito
contro l‟educazione nelle scuole, colpevoli di «ignorare e condannare a morte le varianti
linguistiche delle piccole comunità».
[...].
ELISA TEJA,
Le lingue perdute del mondo, in Il Secolo XIX, Genova, giovedì 20 settembre 2007, p. 8.
69
GENOVA
1. Proponiamo un giudizio su Genova espresso da due giovani cittadini (20 e 23 anni) che
hanno viaggiato e dimorato per qualche tempo all’estero.
[...] tornare a Genova è sempre un piacere, perché è bellissima, ma ogni volta ti rendi conto
che le tendenze che animano le grandi città europee qua tardano ad arrivare e faticano ad
imporsi.
EMANUELE ROSSI,
Kiss Polly, un angolo di Carnaby street tra stile mod e arte, in Il Secolo XIX, Genova,
mercoledì 8 febbraio 2006, p.31.
2. Il giornalista Luciano Caprile sottopone l’artista Flavio Costantini ad una serie di domande
in occasione degli ottant’anni compiuti dal pittore.
Legenda: LC= Luciano Caprile; FC= Flavio Costantini.
- LC – Che cosa rappresenta per lei1 la Liguria?
- FC – «Una terra ostile per i primi dieci anni, poi mi sono abituato. Tanto che a Roma, dove
sono nato, non tornerei più. È stata di nuovo invasa dai barbari ... Io mi trovo bene tra gli
ulivi di casa mia: ho finito per apprezzare molto il carattere dei liguri».
Lu. Ca.,
«Continuo a disegnare per sentirmi vivo», in Il Secolo XIX, Genova, giovedì 21 settembre 2006, p.31.
3. Giudizio espresso da Renzo Piano in un contesto che gli abbiamo sottratto:
1
La domanda è rivolta all’artista Flavio Costantini.
70
[...]. «Genova ha bisogno di muoversi. Non ci sono più attenuanti, nessuna scusa. O trova
l’energia per liberarsi di alcune costrizioni, o resterà vittima delle propria inerzia. Bisogna
che gli amministratori si decidano». [...].
2
Piano: «Genova bloccata dai privilegi di pochi», in Il Secolo XIX, Genova, giovedì 30 novembre 2006, p. 13.
4. Giuseppe Morandini, presidente della Piccola Industria di Confindustria, così giudica
Genova in un passaggio di un’intervista:
Per molti versi questa città è la metafora di errori e prospettive. [...].
LUIGI LEONE,
Morandini: «Genova rappresenta la metafora di errori e prospettive», in Il Secolo XIX, Genova,
venerdì 30 marzo 2007, p. 15.
5. Il gallerista Giovanni Battista Martini, in un passo tratto da un articolo di Sandro
Ricaldone, così si esprime a proposito del grado di sensibilità della politica locale nei
confronti dell’arte del secolo scorso:
[...].
Non è certamente la prima volta che, in Liguria, l’arte contemporanea ha suscitato dispute
che hanno fatto perdere occasioni storiche, come nel caso della Collezione Della Ragione,
finita a Firenze, o del Museo sperimentale di Eugenio Battisti, ora a Torino. «Certo – riflette
Martini – l’arte del Novecento e di questo primo scorcio del nuovo secolo non è
particolarmente favorita neppure a Genova dove ho lavorato per più di trent’anni con
Alberto Ronchetti e continuo ad operare. Mi pare evidente la tendenza consolidata a
privilegiare l’arte antica, nonostante l’ottimo lavoro svolto dal Museo di Villa Croce, a
dispetto delle carenze di risorse». [...]
SANDRO RICALDONE,
Hofmann, allievo di Klee e Kandinsky, dal fronte russo alla Riviera ligure, in Il Secolo
XIX, Genova, domenica 8 aprile 2007, p. 15.
2
Gli articoli, a causa di uno sciopero nazionale dei giornalisti, non sono firmati.
71
L’ANELLO MANCANTE
1. Il sacerdote ed uomo di cultura don Antonio Balletto stigmatizza l’ambiente di potere
genovese senza mezzi termini:
«La grande calamità che affligge Genova è il formarsi continuo di caste in grado di
condizionare la politica. Chi amministra la città spesso ne sente il peso e finisce per
sottomettersi. Son caste di ogni sorta, economiche, portuali, bancarie, persino clericali. [...]».
[...].
[...].«C’è una casta generale, che è quella degli amici – tuona – poi ci sono quelle delle
categorie. [...].
[...].
[...]. Ma quelle categorie sono precise: la casta del porto, con le compagnie di navigazione e
il mondo dello shipping che – dunque – vorrebbe piegare la politica alle esigenze del
comparto; la casta economica, dal commercio all’industria, che – quindi – presserebbe gli
amministratori per lasciare in disparte il sociale e occuparsi solo di sviluppo economico. La
casta delle banche [...]. E la casta clericale [...].
[...].
GIOVANNI MARI, «Primarie
per abbattere le caste», in Il Secolo XIX, Genova, sabato 16 settembre 2006, p.23.
2. Sottoponiamo alla riflessione dei nostri lettori un’osservazione critica espressa – a caldo –
da Marco Bisagno, presidente dei cantieri T. Mariotti di Genova.
[...]. Ecco, diciamo che a Genova, e io questo l’ho sempre affermato, non ci accorgiamo
delle potenzialità che abbiamo. [...].
SAMUELE CAFASSO,
Il costruttore// Bisagno gongola//«Siamo i più bravi», in Il Secolo XIX, Genova, venerdì
20 ottobre 2006, p.13.
72
3. [...]
Sorge il dubbio di una comunità accademica locale che – nella maggioranza dei casi – “vive
sulle nuvole”, intenta agli sterili (quanto gratificanti e lucrosi) giochi baronali attorno a
cattedre e incarichi. Una corporazione arroccata nella difesa dei propri privilegi. Ovviamente
singole eccezioni a parte.
Per quanto riguarda scienza e ricerca, un’ipotesi che merita dettagliate verifiche. Ma che
darebbe ulteriori conferme di una condizione ambientale in cui prevalgono criteri che nulla
hanno a che vedere con il merito. Un establishment presidiatore, oltre che torpido e grigio,
favorirebbe l’emergere di omologhi in ogni ambito e livello. Come induce a pensare la
difficoltà, per non dire l’impossibilità, di inserire nel circuito cittadino le intelligenze più
fertili, che pure qui risiedono fisicamente. Parlando delle scienze umane – ambito che
meglio conosco – lo sapevate che Alessandro Cavalli, uno dei nostri maggiori sociologi e
presidente dell’associazione Il Mulino, abita in Via XX Settembre e insegna a Pavia? Che
Sergio Luzzatto, uno dei più brillanti storici italiani e collaboratore del Corriere della Sera,
ha casa in via Zara e cattedra a Torino? Che Mauro Barberis, uno degli ultimi allievi di
Giovanni Tarello e opinionista di questo giornale, risiede dietro Piazza Merani ed è docente
a Trieste? Tutti “stranieri in patria” [...]
PIERFRANCO PELLIZZETTI,
Genova, la ricerca e gli “stranieri in patria”, in Il Secolo XIX, Genova, sabato 19
maggio 2007, p. 23.
4. [...] [La cultura del territorio a Genova] latita. Un po’ perché la vera ideologia locale è la
rendita di posizione, che ha diffuso e incistato nella mentalità collettiva atteggiamenti
passivi, per non dire fatalistici [...]
[...].
[...]. Le associazioni di categoria sembra abbiano il solo compito di tenere al guinzaglio i
propri associati, la Camera di Commercio si limita ad apparecchiare il tavolo in cui si
registra il peso statico dei notabili, gli organigrammi pubblici e privati rispondono a
un’unica finalità: controllare.
[...].
[...] sarebbe meglio fare tutti assieme un bell’esame di coscienza. E riappropriarci del nostro
destino.
PIERFRANCO PELLIZZETTI,
Genova riprenda in mano il proprio destino, in Il Secolo XIX, Genova, mercoledì
19 settembre 2007, p. 19.
73
VETRINA
1. Alessandro Bergonzoni, in un’intervista, manifesta alcune sue idee, di cui riportiamo, qui
sotto, una minima traccia.
[...]. Ho una personalissima e privatissima idiosincrasia per tutto ciò che è storia e racconto,
il “parlo di voi a voi”. Sento di continuo parlare di libri che tutti dicono “attuali”, in cui “ci
si ritrova” e “ci si riconosce”. La moda più triste di questo momento sono i giallisti, la
letteratura itterica alla ricerca spudorata di storie. Come lettore e spettatore tutto questo mi fa
sentire più vicino Beckett, la potenza dell’altrove.
Bergonzoni alla Tosse: «L’assurdo? È l’unica realtà di cui parlare», in Il Secolo XIX,
Genova, mercoledì 11 gennaio 2006, p.27.
RAFFAELLA GRASSI,
2. Rispondendo ad una lettrice, Augusta, che – provocatoriamente – evoca la serietà morale di
Massimo D’Azeglio nell’amministrazione della cosa pubblica ponendola a confronto con le
attuali “costumanze” diffuse nella vita politica, Maurizio Maggiani marchia a fuoco con
concupiscenza la sazia carne di qualche politico dominante. A noi interessa riportare solo
un’istantanea, quella che riesce ad effigiare con perizia lo stato mentale di una nazione.
[...]. Signora Augusta, provi a immaginare cosa avrebbe potuto pensare il Massimo
D’Azeglio dello stipendio del Governatore della Banca d’Italia che, unico caso al mondo, da
nessuno è conosciuto essendo segreto. Noi italiani conosciamo il reddito della Regina
d’Inghilterra, ma non quello del governatore della nostra banca nazionale. [...]. E che ne
74
avrebbe pensato il primo ministro Massimo D’Azeglio del suo successore che ha proclamato
diritto naturale l’evasione fiscale? [...].
MAURIZIO MAGGIANI,
L’etica dei condoni e la lezione di D’Azeglio, in Il Secolo XIX, Genova, mercoledì 11
gennaio 2006, p.32.
3. [...].
«In Germania, quando si apre un’inchiesta sui fatti che riguardano personaggi pubblici o
forze dell’ordine, gli indagati vengono sospesi sino a quando non viene pronunciata una
sentenza. In Italia i poliziotti imputati di violenze durante il G8 genovese sono stati promossi
e hanno continuato a ricoprire cariche di grande rilievo».
Questo è stato il primo commento di Michael Luetert deputato tedesco del partito Linke che
per due giorni è venuto a Genova ad assistere ai processi del G8. [...].
ELISABETTA VASSALLO,
Il caso. La Germania fa studiare il G8 genovese, in Il Secolo XIX, Genova, giovedì 6
aprile 2006, p. 4.
4. Brutalissima incursione dentro un articolo del Decimonono e successiva deportazione di un
brandello dello stesso in questa rubrica:
[...].
Tuttavia, la storia nazionale non è solo divisioni, e dunque storia di eroi che si
contrappongono. Talora è anche storia di momenti non luminosi. Su quelli si tratta di
riflettere collettivamente, perché quelli valgono come paradigmi della memoria pubblica e
coinvolgono la formazione del carattere nazionale. Non tanto rispetto a ciò che divide, ma
riflettendo su quello che brucia e con cui davvero i conti si fanno solo con molta resistenza e
ritrosìa è possibile sviluppare un’etica della responsabilità pubblica (dimensione rispetto alla
quale siamo ancora latitanti).
[...].
DAVID BIDUSSA,
Lasciamo parlare le ricorrenze cancellate, in Il Secolo XIX, Genova, domenica 7 maggio
2006, p. 15.
5. Estraiamo da un pezzo giornalistico una sua parte per riprodurla qui sotto:
[...]. La ragione per cui i giovani [americani (ndr)] non protestano contro qualcosa, a
cominciare dalla guerra in Iraq, è perché in questo Paese [gli U.S.A. (ndr)] non esiste più una
seria cultura di politica giovanile. Ciò succede perché questa generazione non crede nella
possibilità di cambiare o anche solo intaccare lo status quo. Ma i lavori socialmente utili e il
volontariato sono anche oggi molto popolari, a dimostrazione che i giovani in effetti si
preoccupano dei temi sociali.
Tuttavia il passaggio della mia generazione dall’attivismo al volontariato riflette la
mancanza di fiducia nella capacità di contribuire a un importante cambiamento sociale.
Siamo stati impregnati dell’ideologia che non esista alternativa all’attuale modello di
neoliberismo e globalizzazione. Quando provavamo a dire che potevamo trasformare i nostri
destini venivamo derisi; quello che è meglio per il mondo degli affari è meglio per il mondo,
ci dicevano, e se non siete d’accordo con i dirigenti, peggio per voi: nessuno vi ascolterà.
Tutto quello che potete fare è affrontare questa dura realtà, trovare un buon lavoro e cercare
75
di stare più comodi possibile tra le quattro mura domestiche. In questo Paese l’idealismo è
morto, ucciso dalla dottrina secondo cui “non c’è nessuna alternativa”.
[...].
SAM GRAHAM-FELSEN,
I contestatori americani? Via col vento, in Il Secolo XIX, Genova, giovedì 1 giugno
2006, p. 22.
6. Da una lettera inviata al Decimonono ricaviamo questa parte:
[...]. La democrazia è solo una delle tante forme di governo che si sono date gli esseri umani
nei millenni. Quando la gente non la difenderà più o semplicemente si disinteresserà della
politica, ritorneremo a una delle tante forme di governo che l’umanità ha avuto nel corso
della storia: monarchia, dittatura, il governo del più potente e del più ricco. E queste forme
di governo – dove pochi o uno solo deciderà per tutti – ce la terremo il tempo che sarà
necessario per capire nuovamente cosa significa davvero oppressione. Così impareremo di
nuovo, a prezzo di sacrifici, il significato della libertà e della democrazia, cioè governo
veramente del popolo. Quello che abbiamo perduto in questi anni.
PAOLO FIERRO,
Democrazia scontata? Lo capisce chi la perde, in Il Secolo XIX, Genova, giovedì 1 giugno
2006, p.35.
7. [...] e non immaginavo proprio che fosse così facile ammazzare un uomo
Pino Levi Cavaglione
ANTONIO GIBELLI,
Resistenza, quando la lotta è senza pietà, in Il Secolo XIX, Genova, sabato 16 settembre
2006, p. 14.
8. [...] talvolta il prezzo della democrazia e della trasparenza sta nel lavoro continuo di
pattugliamento dei suoi confini. [...].
MARCO FORMENTO,
2006 / Il grande popolo di internet cambia il mondo, in Il Secolo XIX, Genova, lunedì 18
dicembre 2006, p. 7.
9. Ecco un pensiero di Nadine Gordimer su Internet.
[...] «Un testo che scorre sullo schermo diventa un’immagine, non è più letteratura. Non sta
certo lì il futuro della scrittura». [...]
LAURA GUGLIELMI,
Gordimer: basta Apartheid, leggete Shakespeare, in Il Secolo XIX, Genova, venerdì 19
gennaio 2007, p. 18.
10. [...]. Io non penso che una sede universitaria debba vivere in funzione della città che la
ospita, questo è ruolo di un istituto alberghiero in una città turistica o di una scuola tecnica
in una città di fabbriche metallurgiche; penso che una università debba avere orizzonti senza
limiti municipali e servire alla comunità nazionale e al mondo intero. Ma di certo una
76
Università attiva, che richiami i più promettenti giovani intelletti, e li favorisca, svolge un
ruolo fondamentale nello sviluppo della comunità che la ospita. Si chiama sinergia,
interconnessione, ecc. ecc. [...].
MAURIZIO MAGGIANI,
Povera Università, abdica alla ricerca e sforna arredatori , in Il Secolo XIX, Genova,
lunedì 19 febbraio 2007, p. 18.
11. [...] esiste un ceto sociale, che per suo privilegio, è considerato irresponsabile delle proprie
azioni, avente diritto alla sua irresponsabilità, avente diritto a spassarsela fuori e contro le
leggi, che regolano tutti gli altri cittadini. [...].
Droga e caso Flachi / l’Italia classista giustifica e perdona il vip che “sniffa”, in Il
Secolo XIX, Genova, venerdì 9 marzo 2007, p. 28.
MAURIZIO MAGGIANI,
12. [...] si può riuscire [a riformare il nostro Paese permettendogli di misurarsi con la
globalizzazione] solo se si romperanno i condizionamenti delle corporazioni che hanno
ingessato l’Italia nell’ultimo mezzo secolo. [...].
Può salvarsi l’Italia? Se farà prevalere l’interesse generale sul consociativismo, in Il
Secolo XIX, Genova, domenica 4 marzo 2007, p.14.
LANFRANCO VACCARI,
13. [...]. A Birkenau non c’era certo la possibilità di leggere o di scrivere. La prima matita l’ho
trovata dopo la mia liberazione in una fattoria abbandonata, insieme a un diario bianco. Fu
un’emozione enorme quando provai e mi resi conto che sapevo ancora scrivere.
[...].
Liana Millu
I protagonisti a Genova, a cura di Maria Novaro e Claudio Bertieri, Genova, De Ferrari, 2007, p. 93.
14. Esternazioni di Richard Gere alla Biennale Cinema di Venezia:
Sono contro ogni forma di vendetta e punizione, concetti che non hanno spazio nella mia
mente. Mi interessa di più capire perché “cattivi” come Hitler, Mladic e Karadzic possano
diventare leader, e questo vale anche per il mio Paese, come è possibile che Bush sia stato
eletto due volte? Eppure è successo.
[...].
[...]. C’è un uomo1 accusato di genocidio che corre libero in un Paese molto piccolo, fa
arrivare suoi articoli ai giornali e non esiste nessuna reale volontà politica di catturarlo.
RAFFAELLA GRASSI,
LA STAR / «Il vero orrore è che il mostro diventi leader», in Il Secolo XIX, Genova
martedì 4 settembre 2007, p. 15.
1
Karadzic [n.d.r.].
77
TURLUPINATURE
1. Pensiamo sempre che la realtà in cui viviamo sia definitiva, ma non è così.
Doris Lessing
Doris Lessing: la mia Africa non c’è più / ora racconto la prossima glaciazione, in Il Secolo XIX,
Genova, martedì 22 agosto 2006, p. 11.
I.M.L.,
2. Non ho fiducia in nessun partito, in nessuno schieramento perché ritengo che la corruzione
sia insita nel principio stesso del potere: quando hai influenza sugli altri o su qualcosa, scatta
immancabile un meccanismo perverso.
Andrea De Carlo
MARIA LAURA GIOVAGNINI,
Devo ringraziare mio padre se oggi sto a galla da solo, in Oggi, Milano, 13
settembre 2006, n° 37, pp. 90-94.
LETTURE IN FILIGRANA
1. Dal resoconto giornalistico sul dibattito (scaturito dall’iniziativa denominata “1 chilo di
cinema”) svoltosi alla biblioteca Berio tra quattro presidi di scuole genovesi attorno alla
figura del professor Keating del film di Peter Weir “L’Attimo Fuggente”colgo con golosità
la seguente frase, di proprietà di uno dei quattro presidi suddetti:
[...]. E poi oggi essere trasgressivi significa sapere bene il greco e il latino. [...].
RAFFAELLA GRASSI,
«Pericoloso il prof dell’Attimo fuggente», in Il Secolo XIX, Genova, mercoledì 22
febbraio 2006, p.37.
COLLUSIONI
1. In una recensione al romanzo noir “Le cose che non ti ho detto” di Bruno Morchio,
riferendosi al protagonista del libro (l’investigatore Bacci Pagano), l’autrice dell’articolo
espone alcune sue considerazioni:
[Il carattere in grassetto è un nostro imperdonabile arbitrio]
[...] Morchio sembra dirci che la nostra è un’epoca di pensierini, un periodo in cui è difficile
usare il cervello per andare al fondo delle questioni. Comunque bisogna provarci a tutti i
costi. Proprio come fa Bacci, un gran testardo, che non si dà mai per vinto, rompe le scatole
a tutti, a volte è anche troppo aggressivo e violento, ma il lettore sente che lo fa per un
profondo amore verso gli altri e il mondo tutto. [...].
L’intervista / «Bacci Pagano investigatore pensante», in Il Secolo XIX, Genova, giovedì
20 settembre 2007, p. 18.
LAURA GUGLIELMI,
78
FARFALLE METROPOLITANE
1. Lunedì 27 febbraio 2006, ore 14.08, autobus 47, poche fermate prima di arrivare in piazza
De Ferrari. Due giovani ragazzi (ventenni?), entrambi muniti di borsoni – tenuti in mano –
e di zaini – in spalla – da cui usciva un tubo di plastica usato di solito per proteggere i
disegni, dialogano fra di loro. Riporto un brandello della conversazione.
Legenda : A – Ragazzo dai capelli rossi. B – Ragazzo dai capelli bruni.
A – (Ad alta voce): Andiamo a vedere la mostra dei Romantici e dei Macchiaioli?
B – Cosa?
A – (A bassa voce): Sto scherzando, sto scherzando. (Ad alta voce): La mostra dei
Macchiaioli, andiamo a vederla?
B – (Non risponde).
A – (Ad alta voce): Ci devo andare! Ci devo andare! Ci devo andare!
2. Marina Bondì mi ha inviato, venerdì 31 marzo 2006, il messaggio telefonico qui riportato:
Mario ti scrivo 1 frase che ho letto in 1 palazzo di castelletto
dimenticate tt ciò che vi hanno insegnato
ricominciate dai vs sogni
[...]
79
3. Fotografia scattata venerdì 14 aprile 2006 in Via delle Fontane.
Aula magna e bevi.
4. Fotografia, scattata venerdì 14 aprile 2006 in Piazza Senàrega, della parete della Loggia di
Banchi.
AVESSI ANCH’IO DIRITTO AD
UN EQUILIBRIO MA ENORME
DI QUESTA PACE NON
SO CHE FARNE!
80
5. Fotografia scattata martedì 18 aprile 2006 ad un cartello affisso nella stanza da bagno del
Bar De Ferrari di Via Petrarca n° 8/r.
“Si prega di tenere la toilette pulita. Gli assorbenti e altre carte, devono essere gettati
nell’apposito contenitore. GRAZIE” [In italiano, spagnolo, inglese, tedesco, francese e ...
genovese].
6. Stando alla mia osservazione casuale delle scritte individuali negli spazi pubblici, mi pare
che una certa “creatività” si sia ormai rifugiata nelle toilette.
Martedì 2 maggio 2006 ,un bar di Via Dante.
81
7. Fine giugno 2006, vico Notari, 7 a Genova. Sul vetro della bacheca, esposta al pubblico
dalla Farmacia Tettoni, è stato raffigurato il “graffito” qui riprodotto.
8. Lunedì 17 luglio 2006, cartello sito nello stanzino dei servizi del bar tra viale Brigata
Bisagno e via di Santa Zita.
82
9. Martedì 25 luglio 2006, ore 16.28, rilevazione fotografica del cartello affisso nello stanzino
dei servizi igienici del Roxy Bar di Via Capitan Romeo 88 ad Arenzano (GE).
10. Sabato 29 luglio 2006, ore 10, via Giulio Zunino 2, Arenzano: sul tetto sventola una
bandiera nera con l’effige del teschio e delle tibie incrociate.
83
Particolare ingrandito della precedente fotografia.
11. Venerdì 25 agosto 2006, fianco, affacciantesi su Via Petrarca, del Palazzo della Regione
(ex sede della Società Italia di Navigazione).
84
85
12. Mercoledì 30 agosto 2006, in Via Sant’Antonio ad Arenzano, rileggendo questa effimera
scritta muraria, ho deciso di trascriverla:
“dove c’è musica
non esiste malvagità”
Bach
La targa di Via Sant’Antonio
Veduta di Via Sant’Antonio
Il graffito in questione.
86
13. Ecco due “farfalle” propostemi dalla “Collezionista d’immagini” Veronica La Padula via
SMS il 9/09/2006 alle ore 11.24.
Se il voto cambiasse qualcosa sarebbe fuorilegge
dux sux
14. Sabato 16 settembre 2006, in Vico Veneroso a Genova, m’imbatto in questa decisa
intimazione:
87
15. Venerdì 6 ottobre 2006, a fianco del civico 1 A di Via del Campo:
A chi ha ancora il coraggio
di sorridere con gli occhi
e con la bocca ...
88
16. Mercoledì 11 ottobre 2006, Via Chiabrera, piedritto sinistro del civico 13:
“L’AMORE È UNA
CONQUISTA
QUOTIDIANA
DELLA
RAGIONE”...
LA RAGIONE è
LO SCARTO
QUOTIDIANO
DeLL’AMORe
89
17. Mercoledì 11 ottobre 2006, porta saracinesca di Via Chiabrera, 63r:
L’EROTICO PIACERE DEL PESSIMISMO COMPENSA
L’ACIDA RITORSIONE DEL MALUMORE
IL MALPENSIERO ESPLICA SE STESSO
IN UN MONDO DI MERDA
90
18. L’ultima arma dei professori: l’ironia.
[...]. Al “Berchet”1 il corpo docente ha deciso di affrontare il problema2 in modo inconsueto:
così una prof di filosofia quando interroga ragazze con l’ombelico in vista e ragazzi dal
cavallo bassissimo non considera solo le conoscenze sulla lezione del giorno, ma anche la
bellezza delle mutande che spuntano sulla carne nuda degli alunni. Se la mutanda è griffata,
il voto si alza. [...].
3
La prof alza il voto di filosofia se le mutande sono in vista, in Il Secolo XIX, Genova, giovedì 30 novembre
2006, p. 8.
19. Veronica La Padula mi segnala due “farfalle” acchiappate al volo nella galleria del
sottopasso di Sant’Agata. Eccole.
Barcollo ma non mollo
Non essere lo specchio di chi ti sta di fronte
20. [...]. L’occidente, a partire dalla rivoluzione industriale, ha privilegiato la cultura materiale.
Una civiltà corrotta e priva di valori, riesce a imporsi al resto del globo con la forza
materiale. Musei presentano come opere d’arte scatole di escrementi umani, sacchi di rifiuti,
orinatoi. Sodomia, pornografia, pedofilia, sono omologate e diffuse, considerate indice di
civiltà, equiparate a diritti individuali. [...].
AL GHAZALI GIABIR
E-MAIL
Ditelo a Maggiani. Lettere al Secolo XIX. La decadenza dell’Occidente e la lezione dei classici greci, in Il
Secolo XIX, Genova, martedì 9 gennaio 2007, p. 16.
21. Quando lavorano i professori?
Reduci da 3 settimane di vacanze natalizie, molte scuole sono già impegnate per le settimane
bianche con al seguito gli insegnanti i quali, non solo fanno vacanza e percepiscono lo
stipendio, ma vanno a spese della collettività! Ad aprile poi inizieranno le gite all’estero ...
ma i prof quando lavorano?
DANI
Lettere & opinioni, in Metro, Milano, martedì 13 febbraio 2007, p. 17.
1
Il liceo Berchet di Milano.
Il problema del modo di vestirsi dei giovani studenti.
3
Gli articoli, a causa di uno sciopero nazionale dei giornalisti, non sono firmati.
2
91
22. Lunedì 12 febbraio 2007. Stazione di Sampierdarena. Pilastro al binario 6. Annotata la
seguente scritta:
23. Genova, lunedì 19 marzo 2007, San Giuseppe, ore 14.40, autobus 47 in partenza dal
capolinea di Largo Merlo: un uomo anziano, rivolgendosi ad un giovane di sua conoscenza,
scodella a ritmo continuo e ad alta voce sentenze contro il governo, contro la sinistra,
contro la destra e contro tutto e tutti. Una signora, anch’essa d’età, non potendone più, dice
al marito:
Ma non ce n’hanno problemi in casa?
Pensano alla politica!
24. Area Porto Antico, venerdì 6 aprile 2007, ore 14.55: brandello di conversazione tra due
uomini di mezza età:
Quando sei nella merda sei tranquillo, non hai più nulla da perdere.
Ho perso i miei figli, mia moglie, la famiglia.
Cosa mi resta?
25. Avvertenza affissa nell’atrio di Palazzo Ducale a Genova
92
Ai fini della tutela
del decoro dell’edificio
si ricorda che è vietato
all’interno del Palazzo
consumare cibi, bevande o simili al di fuori delle aree
commerciali a ciò destinate
lordare o abbandonare cartacce, bottiglie o altro
il volantinaggio o attività similari non autorizzate
l’accattonaggio e in genere attività estranee alla fruizione
culturale, turistica e commerciale del Palazzo
sostare sui gradini delle porte di accesso
creare disturbo o intralcio alle attività del Palazzo
I cani possono essere introdotti, limitatamente
al Piano Porticato, solo se tenuti costantemente
al guinzaglio e muniti di museruola.
I trasgressori verranno richiamati dal personale
di sorveglianza (anche con l’ausilio delle Autorità di P.S.)
26. Ecco una lettera apparsa sulle pagine del Decimonono:
Recensendo una mostra di Piero Manzoni, famoso per la sua scatoletta contenente “merda
d’artista”, Germano Celant ha scritto «La tela non è più lo strumento sacrificale, di filiazione
pittorica, ma si autofeconda». Parole oscure, per non dire prive di senso. Se ne avessi
l’opportunità vorrei chiedere al “maestro” cosa significano. È anche grazie a personaggi di
questo genere che l’arte è più povera. Il fatto che costui e Ida Giannelli della Biennale,
abbiano successo, è sintomo che la società è malata. Ritengo che sia sbagliato sottovalutare
il segnale.
Ludovico Quintavalle Bronzini e-mail
Lettere e rubriche, in Il Secolo XIX, Genova, venerdì 18 maggio 2007, p.26
27. Un’altra lettera:
Il pittore di San Terenzo che usava la popò del figlio
Mi riferisco alla lettera sul Secolo XIX “Merda d’artista il genio fa sempre scandalo” per
informare che la “Merda d’artista” è stata usata nella pittura da Vanni, di San Terenzo.
Durante una calda estate degli anni Sessanta è stata allestita una personale del pittore “bravo
e stravagante” alle Cinque Terre. Durante il vernissage è stato divertentissimo vedere la
gente che, sentendo puzza, si guardava sotto le scarpe e, con aria sospetta, si allontanava dal
93
vicino. Per far terminare questo imbarazzo Vanni ha annunciato che il colore marron scuro
dei suoi quadri era la “merda di suo figlio.
Paolo Ghigliazza e-mail
Ditelo a Maggiani, Lettere al Secolo XIX, in Il Secolo XIX, Genova, giovedì 14 giugno 2007, p.20.
28. Piazza Senàrega. 1 agosto 2007. Sul muro, a destra dell’ingresso alla Borsa Vecchia, una
scritta:
AVESSI ANCH’IO DIRITTO AD
UN EQUILIBRIO MA ENORME
DI QUESTA PACE NON
SO CHE FARNE!
29. Via di San Donato. 13 agosto 2007. Sulla parete del palazzo che fa angolo con Piazza
Ferretto la seguente frase:
TODA ESTRELLA MIRADA
ATRAVEZ DE UNA LAGRIMA
ES UNA CRUZ.
30. Genova. Martedì 28 agosto 2007. Via Montallegro 48 canc. Poliambulatorio. Ore 18.55.
Tre giovani donne (di cui due segretarie amministrative) parlano animatamente tra di loro,
soprattutto di temi relativi al lavoro. A un certo momento una delle tre si allontana:
1.
2.
Dove vai?
In bagno. Non posso? Sono a scuola?
31. Sabato 8 settembre 2007. Ore 17,42. Vico a destra di San Pancrazio. Sulla parete laterale
della chiesa presenza di motti di varia natura, tra cui il seguente:
94
SCHELETRI NELL’ARMADIO
MICHEL FOUCAULT
In Sorvegliare e punire ho cercato di far vedere come un certo tipo di potere esercitato sugli
individui tramite l’educazione, la formazione della loro personalità, fosse legata in Occidente alla
nascita non solo di una ideologia ma anche di un regime di tipo liberale. In altri sistemi politici e
sociali – la monarchia assoluta, il feudalesimo ecc. – un analogo esercizio del potere sugli individui
non sarebbe stato possibile. [...].
DUCCIO TROMBADORI, Colloqui
con Foucault, Castelvecchi, Roma, 1999, p.116.
[Oggi] Tutti i rapporti [individuali, sociali, politici ecc.] vengono rimessi in questione, e i primi a
effettuare ciò non sono evidentemente coloro che dirigono e governano, anche se non possono non
prendere atto delle difficoltà esistenti. Siamo, credo, all’inizio di una grande crisi di rivalutazione
complessiva del problema del «governo». [...].
Op. cit., p. 122.
95
I
N
D
I
Z
I
pittura e scultura a Genova dal dopoguerra ad oggi
Aggiorniamo l’elenco di opere (dipinti, sculture, ecc.) presenti, dal secondo dopoguerra ad oggi,
nello spazio urbano di Genova.
96
Nome autori, titolo dell’opera, ubicazione

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Nr scheda fotografica
KOSTAS GEORGAKIS,
piazza Matteotti
0
0
.
ACCADEMIA LIGUSTICA DI BELLE ARTI, Largo Pertini, 4
BANCA CARIGE, collezione d’arte contemporanea, Via Cassa di Risparmio, 15
BANCA D’ITALIA, Via Dante, 3, (Reggiani F., Il varo, 1982, bronzo – fusione a cera
persa; Sirotti Raimondo, vari dipinti astratti esposti al piano ammezzato)
BANCA NAZIONALE DEL LAVORO, Largo Eros Lanfranco, 2 (2 mosaici: Rambaldi E.,
Colombo con caravella, Raccolta olive, Vasaio, Natura Morta; Maestro d’Ascia,
Collocamento Marinaio; Brancaccio G., Porto di Genova, Lanterna, Pescatori con
barche).1
BARBIERI VIALE MICHELANGELO, Parco di Villa Croce
BOSCO ALDO, Via San Leonardo, 18
BRANCACCIO G., Porto di Genova, Lanterna, Pescatori con barche, Banca Nazionale
del Lavoro, Largo Eros Lanfranco, 2
BUKER ANDRÉ, Parco di Villa Croce
2
CARLO FELICE, Teatro d’Opera, Largo Pertini
3
CAVALLINI, La nave umana ..., 1992, via Antonio Cecchi
4
CAVALLO ELENA Parco di Villa Gruber
Cimitero di Staglieno
CONTEMORRA, Parco di Villa Croce
COSTANTINO (Padre) RUGGERO, Vetrate della chiesa Sacra Famiglia e San Giorgio,
1977, Via dell’Insurrezione 23- 25 aprile 1945
5
DEGLI ABBATI GIGI, Il mare nella storia, ’99-2000, Porto Antico
FIESCHI GIANNETTO, Santa Caterina che riceve la pace dalla Trinità, Santa Maria di
Castello, Via Santa Maria di Castello
FIESCHI GIANNETTO, s.t., 197(?), Istituto Comprensivo San Francesco da Paola, via
Bologna, 86.6
FONDAZIONE KATINCA PRINI, Salita Dinegro
GALLERIA D’ARTE MODERNA, Villa Serra, Via Capolungo, 3
GAULAM VAL, Mahatma Gandhi, 22 giugno 2006, Porto Antico
LICEO SCIENTIFICO CASSINI, Via Galata, 34
LUZZATI LELE, Via San Vincenzo
LUZZATI LELE, Vetrate della sinagoga, Via Giovanni Bertora, 5
LUZZATI LELE, Scenografia scultorea, Porto Antico
LUZZATI LELE, “Sovrapporta” del negozio Lisifiori, 1962 (?), Galleria Mazzini, 49 r,
KAPOOR ANISH, (proprietà privata), Via XXV aprile, 12
MUSEO D’ARTE CONTEMPORANEA, Villa Croce, Via J. Ruffini, 3
MUSEO LUZZATI LELE, Porta Siberia
NEBIOLO MARIO, Interventi pittorici sul muraglione di Via Dino Col
Palazzo d’abitazione, Via Peschiera, 19, (rilievi)
PHASE II, 1996, Sottopasso di via Cadorna
PIANO RENZO, Bigo, Porto Antico
PIANO RENZO, Sfera bioclimatica, Porto Antico
1
Cartone Brancaccio. Mosaico. Salviati.
Fotografie tratte da The Carlo Felice Opera House, Genova, Sagep, 1994.
3
La presenza di questo monumento c’è stata segnalata da Mauro Ghiglione.
4
Courtesy Ellequadro.
5
ESEGUITO DA
MATTIA VIGO E FIGLI
MOSAICISTI IN GENOVA
6
La presenza di questo dipinto c’è stata segnalata daTeresa Parodi.
2
97
50
1
2
3
4
5
6
7
8
9
39
10
51
11
12
49
13
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22
23
42




PIANO RENZO, modulo architettonico, Piazza Corvetto (attualmente rimosso)
7
PICASSO ALESSANDRO, L’albero della vita, 2000, Porto Antico
PIOMBINO UMBERTO, San Tommaso d’Aquino, Santa Maria di Castello
POMODORO ARNALDO, Incontro fra industria e ricerca, 1992, Istituto per le

POMODORO GIÒ, Sole – agli italiani nel mondo, ’89 – 2001, Stazione Marittima, Ponte

RAMBALDI E.,










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
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





24
25
26
27
biotecnologie – I.S.T., Largo R. Benzi
28
dei Mille 8
Colombo con caravella, Raccolta olive, Vasaio, Natura Morta; Maestro
d’Ascia, Collocamento Marinaio, Banca Nazionale del Lavoro, Largo Eros Lanfranco,
2
REGGIANI F., Il leudo, via Carducci (proprietà Banco Di San Giorgio)
REGGIANI F., Il varo,
* 1982, bronzo – fusione a cera persa, Banca d’Italia, Via Dante, 3
REPETTO FRANCO, Monumento a Guido Rossa, Largo XII Ottobre
ROSSETTI RICCARDO & STEFANO, Graffito situato all’ingresso della stazione
metropolitana di Principe, 1996
9
ROSSI MARCO, Fabrizio De André, 2001, Piazza del Campo, bassorilievo in ardesia
SIROTTI RAIMONDO, Sant’Anna e San Gioacchino, SS. Annunziata del Vastato,
Piazza della Nunziata, 4
SIROTTI RAIMONDO
* , vari dipinti astratti esposti al piano ammezzato della Banca
d’Italia
10
SOMAINI, Mosaici pavimentazione Galleria Mazzini, 2001
SUSUMU SHINGU, Sculture eoliche al Porto Antico, 1992
TAMPIERI, Bassorilievi marmorei, Via di Sottoripa, 1A
TERRONE PIERO, Rapallo, 1976 (?), Accademia Ligustica di Belle Arti
Bassorilievo, Via XII Ottobre (porticato del civico 12, presso il 186 r)
Installazione della Biennale di Venezia – Porto Antico
Monumento ai caduti della Resistenza, viale Brigata Bisagno
Resti di piccola fontana, Via XII Ottobre
Sculture all’Expo – Porto Antico
Scultura di Via San Sebastiano
Scultura in Via Renata Bianchi, Campi, Cornigliano
Scultura situata in piazzale Marassi, antistante lo Stadio di Calcio Luigi Ferraris
29
2
36
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30
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A questo indirizzo sono state visualizzate le fotografie relative all’elenco:
cantarenaedizioni.wordpress.com
7
PRIMA SCULTURA AD ENERGIA SOLARE FOTOVOLTAICA DEDICATA ALL’UNIONE EUROPEA
LA “GRANDI NAVI VELOCI”
E ALDO GRIMALDI
DONANO QUESTA OPERA
DI GIÒ POMODORO
A GENOVA LA “SUPERBA”
ED AL SUO PORTO
LUGLIO 2001
Le fotografie 31 e (31) sono tratte dall’opuscolo “Genoa - A Port on a Human Scale, a cura dell’Autorità portuale di Genova e della Stazioni
Marittime s.p.a.
8
9
Realizzato a cura della Fondazione Fabrizio De André
10
MOSAICI DONATI DA
CAMERA DI COMMERCIO
FONDAZIONE CARIGE
E CON IL CONTRIBUTO
DI TRAMETAL
98
POMODORO ARNALDO, Incontro fra industria e ricerca, 1992,
Istituto per le biotecnologie – I.S.T., Largo R. Benzi
99
Urlo a
AA
l’uno all’altro l’altro all’uno
l’una all’altro l’altro all’una
l’una all’altra l’altra all’una
l’uno all’altra l’altra all’uno
l’alto all’urna
l’urlo all’alto
all’alt l’urano
l’urna all’alto
l’urlon alato
l’atro al nulla
l’ala all’urto
l’aorta luna
nulla all’atro
ralala nulla ora
runota lalla ola
tarlo onalla ula
l’olalla aruna
rolla tulano ala
atarlo onalla ul
larano atulolla
l’oltala l’onaaru
l’ullo al otran
luna all’artaud
Fenti vers a Bunker Poesia című tömegköltészeti kiállításra készült, amelyet a Velencei Biennale
keretében rendeztek meg az Arsenale épületegyüttesében. A kiállításon több, mint hétszáz költő
munkái szerepeltek, kerítésen, falon, földön, berendezési vagy a véletlen által odarendezett tárgyakon
elhelyezve. A résztvevők között ott voltak Itália vezető költői Eodardo Sanguinetitől Andrea
Zanzottón át Maria Luisa Spazianiig, a Biennalé nyitvatartása alatt hónapokig megtekinthető
kiállításhoz számtalan költői rendezvény kapcsolódott és kapcsolódik.
Az itt látható szimultán költemény első szólama hasonló hangzású olasz szavakat variál lehetséges
jelentéseikben, a másik szólam pedig ugyanazon nyelvi anyag betűiből-hangjaiból képez alá
hangszőnyeget. A mottó a Bunker Poesia tömegköltészeti kiállítás egyik hívó-motívumát – „egyik a
másikhoz”, „egyvalaki másvalakihez” stb. – variálja annak lehetséges viszonylataiban.
(Üvöltés aA-nak
a magas az urnában
a magasban üvöltés
állj-t az uránnak
urna a magasban
üvöltnek szárnyasan
a sötét a semmihez
szárny ütközésben
Hold-aorta
semmit a sötétnek
Hold artaud-nak)
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“dove c`è musica non esiste malvagità” Bach