Anno 2 - N. 11 (#18) Poste Italiane Sped. in A.P. - D.L. 353/2003 conv. L. 46/2004 art. 1, c1, DCB Milano - Supplemento al Corriere della Sera del 18 marzo 2012, non può essere distribuito separatamente
IL DIBATTITO DELLE IDEE
NUOVI LINGUAGGI ARTE INCHIESTE RACCONTI
#18
Domenica
18 marzo 2012
Molto meglio
emigrare
Roberto Innocenti
per il Corriere della Sera
DOMENICA 18 MARZO 2012
2 LA LETTURA CORRIERE DELLA SERA
Sommario
Il dibattito delle idee
RRR corriere.it/lalettura
Sono in ribasso i format d’impegno salottiero
Bignardi e Dandini non bucano più lo schermo
In libreria non sfondano i romanzi tirannicidi
E non è solo colpa (o merito) di Mario Monti
L’inserto continua online
con il «Club della Lettura»:
una community esclusiva
per condividere idee e opinioni
4 La pena come vendetta
di UMBERTO CURI
4 L’incursione
Addio
Liberiamo la poesia
dai piagnistei
di VINCENZO OSTUNI
5 L’intervista
La Cina vista da Yu Hua
di MARCO DEL CORONA
Orizzonti
6 Nuovi linguaggi
Il futuro dell’informazione
di S. DANNA e E. MOROZOV
10 Filosofia
I filosofi che si
auto-pubblicano
di EDOARDO CAMURRI
11 Visual Data
Italiani popolo di migranti
di MARIO PORQUEDDU
13 I roghi dell’autocensura
di IDA BOZZI
16 Saggistica
Cogito erba sum
di ERRICO BUONANNO
17 Poesia
Conosco i tagli,
perché conosco i coltelli
di ROBERTO GALAVERNI
18 Ragazzi
François Place,
penna e matita
di CRISTINA TAGLIETTI
20 Le classifiche
La pagella
di ANTONIO D’ORRICO
Sguardi
22 La primavera delle artiste
di V. TRIONE e A. C. DANTO
25 I personaggi
Il musicista Nietzsche,
stroncato
di MICHEL ONFRAY
27 Il luogo
Benvenuti a Metz,
la Bilbao francese
di STEFANO MONTEFIORI
Percorsi
28 Graphic novel
Lucilla e l’arcobaleno
di PAOLO BACILIERI
al
radical chic
L’estremismo modaiolo è in crisi
Forse ha vinto, certo ha stancato
di MARIAROSA MANCUSO
N
on vale più la minaccia di lasciare Milano, dopo il trionfo di bandiere arancioni
e il coro di Bella ciao che hanno festeggiato lo scorso maggio il nuovo sindaco
Giuliano Pisapia. Vittoria illuminata dalla «luce rosa sulla facciata del Duomo»:
così scriveva Roberta De Monticelli che
oltre a essere filosofa morale è anche poetessa. Non vale
più la minaccia di lasciare l’Italia, dopo il governo tecnico e il sobrio cotechino natalizio del Presidente del Consiglio Mario Monti, «il nonno che dice le cose giuste per
il futuro». Contrordine compagni, si resta per applaudire il nuovo corso. Ha vinto l’Italia che piace ai radical
chic: non fa figuracce all’estero, se tira tardi la notte è
per leggere Kant.
Le trasmissioni televisive «contro», sempre a rischio
di chiusura e di censura, dovrebbero godersi la vittoria.
E invece no: gli spettatori calano, lo share diminuisce (o
comunque non decolla). Le liste dei molti motivi per andarsene e dei pochi per restare andrebbero rifatte da cima a fondo, ma nessuno ha davvero voglia di sobbarcarsi l’ingrato compito. Fabio Fazio e Roberto Saviano con
prontezza annunciano un cambiamento di rotta: il prossimo format — sempre con titolo rubato alle canzonette, Ma l’amore no — andrà in onda a maggio — al Salone del Libro di Torino. Messo tra parentesi l’antiberlusconismo militante, trovano accogliente riparo nei versi
di Eugenio Montale: «Non chiederci la parola che squadri da ogni lato / l’animo nostro informe».
All’ultimo raduno di «Libertà e Giustizia» — il 12 marzo scorso a Milano, in occasione del decennale, presenti
Umberto Eco, Lella Costa, Gustavo Zagrebelsky — il nuovo manifesto «Dipende da noi» non ha bucato lo schermo. Erano più trascinanti i tredicenni che salivano sul
palco leggendo parole altrui contro il regime. Serena
Dandini con The Show Must Go Off e Daria Bignardi con
Le invasioni barbariche si ritrovano spiazzate. Gli ospiti
della compagnia di giro celentaneggiano e perdono mordente. I radical chic si aggirano smarriti: senza un nemico da combattere rischiano la fine dei panda, e non si
capisce quale Wwf li possa salvare dall’estinzione.
30 La data
Il compleanno sfortunato
di Nereo Rocco
di ANTONIO CARIOTI
31 La biografia
Costantino, santo tiranno
di MARCO RIZZI
32 Fenomeni
Tutti pazzi per Proust
di ALESSANDRO PIPERNO
34 Controcopertina
I nuovi sommelier americani
di JAY McINERNEY
Tra le vittime del nuovo corso, un paio di romanzi che
per spirito del tempo (e un po’ di pubblicità gratuita)
puntavano sull’abbattimento del tiranno. Rapito con nome e cognome da un manipolo di vecchietti in La banda
degli invisibili di Fabio Bartolomei (e/o), sequestrato e
interrogato dalle Nuove Brigate Rosse in L’uomo con il
sole in tasca di Cesare De Marchi (Feltrinelli). Entrambi
superati dagli eventi, andranno a fare compagnia sugli
scaffali a L’intransigente di Maurizio Viroli, che vorrebbe cancellare con un colpo di spugna due realistici resoconti del mondo in cui viviamo: Il legno storto dell’umanità di Isaiah Berlin e La favola delle api di Bernard de
Mandeville. Il primo prende spunto da una frase di Kant
per mettere in guardia dalle teorie che intendono risanare l’umanità raddrizzandone a forza le storture. Il secondo mostra i pericoli e la miseria di una società totalmente virtuosa.
Riciclarsi è difficile, con così breve preavviso. Anche
un esperto cacciatore di radical chic come Tom Wolfe —
»»»
Impegno e tv
Cali di gradimento
Sopra, dall’alto in basso:
la conduttrice televisiva e
scrittrice Daria Bignardi,
il semiologo e scrittore
Umberto Eco,
la conduttrice Serena
Dandini. Tre volti
dell’impegno radical chic
che nelle loro ultime uscite
non fanno più colpo
suo il reportage che nel 1966 coniò la definizione, dopo
un party in casa del compositore Leonard Bernstein,
ospiti d’onore le Black Panthers — avrebbe qualche difficoltà a reperire i nuovi modelli. «Non leggo i libri in classifica» e «non guardo la tv, neanche ne possiedo una»
sono stati per anni due capisaldi del radical chic pensiero. Né l’uno né l’altro sono più praticabili, ora che tra i
bestseller ci sono le poesie di Wislawa Szymborska e che
i tweet hanno sottratto il Festival di Sanremo alla categoria del nazionalpopolare. Impossibile trovare rifugio nel
catalogo Adelphi, che oltre alla poetessa polacca premio
Nobel sta mandando in libreria tutto Ian Fleming e il suo
agente 007 con licenza di uccidere. Si comincia a maggio con Casino Royale.
Lo smarrimento è palese. Giorgio Faletti si presenta
alle Invasioni barbariche in veste di scrittore martirizzato dai critici, invitandoli a fare ammenda delle loro colpe «come la Chiesa cattolica ha fatto per la pedofilia».
Lo spettatore progressista va in confusione. Da anni
ascolta e ripete come un mantra che «la qualità letteraria mal si concilia con le alte tirature», che l’industria
editoriale sta scadendo perché insegue successi facili,
che i libri si vendono solo se l’autore è un personaggio.
D’accordo sul contrordine (siamo dell’idea che i romanzi
vadano giudicati alla prova della lettura, vendere molte
copie non è un’onta). Meno sull’apparentamento con
Totò. Fu negletto in vita e riconosciuto come un genio
con colpevole ritardo, ma oltre agli «ingiustamente dimenticati» esiste una nutrita schiera di «giustamente dimenticati». E chi è stato celebrato al suo primo libro come «il più grande scrittore italiano» non può mettersi in
prima fila con la manina stesa quando si distribuiranno i
risarcimenti.
Dai salotti tv ai salotti e basta, mancano eroi da celebrare. Il movimento degli studenti ha prodotto un giovanotto impresentabile: braghe scivolate sui fianchi, cameretta con il poster in casa dei genitori, eloquio imbarazzante, un estintore da gettare sull’incendio come fosse
una coperta. Occupy Wall Street ha collezionato le più
banali e generiche parole d’ordine mai ascoltate, contro
i profitti delle multinazionali. Apple esclusa, naturalmente, perché tutti abbiamo un iPhone in tasca, e certo non
rinunciamo al giocattolo dopo aver letto delle condizioni di lavoro in fabbrica. Neppure i «No Tav» fanno al caso. Son serviti più che altro a mostrare la preveggenza di
Pier Paolo Pasolini e della sua poesia sugli scontri a Valle
Giulia: «Sto con i poliziotti, perché i poliziotti son figli di
poveri». Sconfessati perfino da Susanna Camusso, che
come feticcio da adorare preferisce l’articolo 18, gli anti-moderni hanno ormai dalla loro soltanto Beppe Grillo.
RRR
Le frasi «non leggo i libri primi in classifica»
e «non guardo la tv, neanche ce l’ho» erano
i capisaldi del pensiero militante snob.
Ma oggi che poesia e cultura pop hanno vinto,
né l’uno né l’altro sono realmente praticabili
DOMENICA 18 MARZO 2012
CORRIERE DELLA SERA LA LETTURA 3
Illustrazione di
BEPPE GIACOBBE
✒
il brano
Tom Wolfe
I domestici bianchi
❜❜
Nell’Era del Radical Chic, poi, quale
conflitto si innescò tra l’assoluto
bisogno di domestici e il fatto che i
domestici fossero il simbolo assoluto di
ciò contro cui i movimenti, neri o
marroni, stavano combattendo! E
allora, quanto assolutamente urgente
divenne la ricerca dell’unica via di
salvezza: domestici bianchi!
i
TOM WOLFE
Radical Chic. Il fascino
irresistibile dei
rivoluzionari da salotto
Traduzione
di Tiziana Lo Porto
CASTELVECCHI
Pagine 144, e 9
MASSIMILIANO PARENTE
La casta dei radical chic
NEWTON COMPTON
Pagine 288, e 12,90
«Una gioiosa portatrice di polline socioculturale». Così Jonathan Franzen, in Libertà, inchioda alla sua radicalchiccheria Patty Berglund. Lasciando già intravedere le
prime crepe nell’edificio. Polline da diffondere, quando
gli anni passano e i figli crescono, ne resta poco, altre
sono le urgenze da sbrigare. Qualcuna seria. Per esempio: «Come reagire quando un povero di colore ti accusa
di avere distrutto il suo quartiere?». Qualcuna più futile:
«I boy scout sono accettabili da un punto di vista politico?», «Il bulgur è davvero indispensabile?».
Mai scrittore è stato più crudele nel descrivere gli animalisti che per proteggere gli uccelli pretendono i gatti
con la campanella al collo, se proprio devono uscire in
giardino. Bastano queste perfidie, per di più concepite
da uno che coltiva l’insana passione per il birdwatching,
e gli perdoniamo volentieri la retromania di certe recenti dichiarazioni. Del resto, qualche anno prima di scrivere Le correzioni, Franzen aveva annunciato a gran voce la
morte dei romanzi che mettono d’accordo pubblico e critica. Il suo stesso trionfo, con un libro uscito in libreria
alla vigilia dell’11 settembre, basta per screditarlo come
profeta di sventura.
L’ultima guerricciola dei radical chic contro la pop culture ha avuto per bersaglio le gag dei Soliti idioti, coppia
di comici formata da Fabrizio Biggio e Francesco Mandelli. Concita De Gregorio, in un articolo su «Repubblica»,
li ha bollati come cretini baciati da incomprensibile successo. Strappandosi le vesti per il pessimo gusto dei giovani d’oggi: irresistibile tormentone con cui ogni generazione, passato il momento suo, certifica la propria superiorità. L’invito alle Invasioni barbariche e poi al Festival
di Sanremo, non ha aiutato a far pace. Anzi: finite le polemiche sulle parolacce, è scattato il dibattito: «È lecito fare battute sugli omosessuali?».
Il fatto è, però, che I soliti idioti non facevano battute
sugli omosessuali. La gag incriminata, assieme a molte
altre del loro repertorio, prende di mira i radical chic
(per questo il palco di Sanremo non era il luogo adatto).
Su chi sente il bisogno di ripetere, anche quando il contesto non lo giustifica, «sono omosessuale». E se l’interlocutore dice «vabbè, ma che c’entra, stiamo parlando
Orfani di se stessi
Gli irriducibili
diventano cheap
di FULVIO ABBATE
C
onfidiamoci un’amara verità: i radical chic di una volta
non ci sono più. La crisi economica e l’attenuarsi delle
spinte mondane e ideali, hanno influito, tagliando
risorse, anche su questo ramo d’impresa. Culturale,
antropologica, politica. Impossibile trovare qualcuno in grado di
non sfigurare per supponenza accanto, metti, a coloro che al
tempo di Gian Maria Volonté, attore militante, trovavi nelle
altane di Trastevere o di via dell’Orso a Brera davanti a un bel
sartù di riso afro-tirolese a immaginarsi presto nuovi partigiani
in Cile. In verità, volati via i pezzi unici adatti al ruolo, come il
compianto Lucio Magri, lui che pretendeva che perfino il loden
fosse di cashmere, dimmi tu verso chi volgere lo sguardo? Non
lo ritrovi uno Schifano che nei giorni di piazza Fontana prestò
la Bentley al leader di «Servire il Popolo», Aldo Brandirali,
affinché quest’ultimo potesse raggiungere Milano passando
indenne dai posti di blocco. Restano, monadi sospese, pochi
soggetti obliterati dal nuovo che avanza: però che supplizio
essere condannati a misurarsi con l’ordinario Celentano che
però ti sovrasta, con Beppe Grillo che ti parla sulla voce, con
Fiorello che fa più opinione di Massimo Cacciari, e che dire di
Asor Rosa costretto a passare da Adorno a Capossela? I radical
chic non hanno più spendibilità sociale, nel migliore dei casi, gli
è consentito essere insostenibili modello-base; non vale più la
credenziale d’avere un tempo acquistato i Grundrisse di Karl
Marx piuttosto che Una donna per amico di Lucio Battisti. Dal
radical chic al radical cheap.
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d’altro», ripete il concetto fino allo sfinimento. Quando
il destinatario della provocazione perde la pazienza, lo si
accusa di discriminazione e omofobia.
Bastava guardare lo sketch per capirlo. Quel che è successo dopo i funerali religiosi di Lucio Dalla — dal violentissimo outing di Aldo Busi alle accuse di ipocrisia
lanciate da Lucia Annunziata — mostra che I soliti idioti
avevano colpito nel segno. Con sufficiente anticipo, e
sufficiente precisione, per guadagnarsi un posto tra chi
fa satira per davvero, guardandosi attorno senza riciclare
antichi sketch con Moana Pozzi (come Sabina Guzzanti,
che in Un due tre stella, da giapponese rimasta a combattere nella giungla, non rinuncia né a Berlusconi né al botulino). E a proposito: sembra incredibile che nessun comico di professione abbia colto e rilanciato l’autogol di
Pierluigi Bersani: «Mia figlia preferisce la Fornero a
Belén Rodriguez», come se la figlia non avesse parole
sue per esprimersi su un argomento tanto scottante. Comunque, ne riparleremo quando un maschio, alla domanda «Preferisci fare il calciatore o l’impiegato di banca?» risponderà «voglio andare in banca».
Le parole d’ordine dell’élite illuminata vanno in confusione, a distrarsi un attimo si resta spiazzati. Per mesi
abbiamo sentito le lodi del burlesque: spogliarsi serviva
a riappropriarsi del corpo e della seduzione, perfino l’Arci organizzava appositi corsi. La ricchezza era sospetta e
intrinsecamente volgare. Ora bisogna rivestirsi, mentre i
miliardi guadagnati si possono tranquillamente esibire.
Se uno aveva un libro nel cassetto, lo mandava a un editore. Stamparselo da soli era riconoscere che il manoscritto valeva poco o niente. Ora autopubblicarsi è il massimo dello chic: dimostra che abbiamo capito la teoria
della «coda lunga», e non ammettiamo intermediari tra
noi, il milione di copie, i cospicui diritti d’autore.
Anche i romanzi pubblicati di recente dalla vecchia e
cara editoria tradizionale segnalano un declino dei radical chic. Eravamo abituati a scrittori e architetti,
perlopiù in crisi di mezza età. Scopriamo parecchi portinai e donne di servizio. Non accade soltanto in Le parole
perdute di Amelia Lynd (Feltrinelli), ambientato negli anni 70: la storia di Elvira, custode del palazzo vessata da
inquilini pettegoli e litigiosi, e di una misteriosa nuova
arrivata che occupa il quinto piano.
Gli altri sono domestici e portinai d’oggi, raccontati
con realismo. L’unico che un po’ sfugge, e ricorda i gusti
sofisticati della concierge di L’eleganza del riccio di Muriel Barbéry — zuppa di cavolo per non dare nell’occhio,
una passione segreta per le raffinatezze del Giappone,
bastano per l’etichetta «bestseller di qualità» — è il portiere di notte in La generazione di Simone Lenzi (Dalai):
ha scelto il mestiere perché ama leggere. Nel romanzo
Caino di Paola Capriolo (Bompiani), Milagro è una domestica sudamericana quasi analfabeta. Chiude la serie Anna, che fa le pulizie in Sottosopra di Milena Agus (Nottetempo). E il portinaio Pietro, curioso di appartamenti altrui nel bellissimo romanzo di Marco Missiroli Il senso
dell’elefante, appena uscito da Guanda. Il lettore tira un
sospiro di sollievo. Forse è finita davvero, i radical chic
sono sul punto di sparire.
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DOMENICA 18 MARZO 2012
4 LA LETTURA CORRIERE DELLA SERA
Risate al buio
Il dibattito delle idee
di Francesco Cevasco
{
Eccesso di sinonimi
Tu mi torni in mente, genio come sei.
Scriveva monsignor Ravasi, nel suo
illuminante Breviario, che la gioventù dei
college americani descritta da Nabokov
evoca il «Was ist der Menschen Leben» di
Paradossi Cosa si nasconde dietro la continua insistenza a inasprire le sanzioni
L’incursione
La pena come vendetta
RRR
di Vincenzo Ostuni
Religione e costumi hanno riscritto il significato:
così la società è diventata giustizialista
di UMBERTO CURI
Hölderlin. In mancanza di traduzione
autentica, che cosa intende Ravasi con
Leben? Esistenza, Essere, Vita, Abitare,
Dimorare, Essere in vita, Risiedere; o uno
dei, più o meno, venticinque sinonimi?
LIBERIAMO LA POESIA, SÌ
MA DAI PIAGNISTEI FACILI
CHE NEPPURE VENDONO
ILLUSTRAZIONE DI PIERLUIGI LONGO
L’
O
rmai è diventato un riflesso condizionato, diffuso e ricorrente. Attraversa gli schieramenti politici, con
una maggiore presenza a destra,
ma con un’incidenza non trascurabile a sinistra. Accomuna orientamenti culturali per altri aspetti diversi e lontani. Ogni volta
che la cronaca riporta notizie di qualche reato
particolarmente odioso o spettacolare, e talora
anche quando riferisce della proliferazione dei
crimini di strada, si alza imperiosa la richiesta
di accrescere le pene per i responsabili: «In galera, e buttare via la chiave» — questa è la battuta che riscuote il maggior successo trasversale. A ciò si aggiunga una peculiarità già presente nel nostro ordinamento giuridico, vale a dire
la previsione di una sanzione penale anche per
i cosiddetti reati bagatellari, vale a dire per infrazioni della legge oggettivamente molto lievi.
Ebbene, a cosa corrisponde, in termini concettuali e non soltanto psicologici, questa richiesta di pene severe? È possibile individuare un
fondamento razionale per spiegare questo fenomeno? Si può, insomma, cercare di capire se
vi siano motivazioni reali alla base di questa esigenza, o se non si tratti piuttosto di una indistinta istanza di vendetta sociale?
In origine, in Omero o anche nei tragici, il
termine greco ponos (da cui l’italiano «pena»)
ha un significato ambivalente. Da un lato indica la mercede, la riparazione; dall’altro, coincide con la punizione, il castigo. Questa originaria duplicità di significati si consoliderà ulteriormente in tempi successivi, nel momento in
cui, soprattutto nelle lingue neolatine, la parola assumerà anche il senso di «dolore». L’originaria duplicità di significato del ponos viene in
tal modo a specificarsi come compresenza di
due «famiglie» di termini, le quali indicano rispettivamente la pena come punizione o castigo, e la pena come sofferenza o dolore.
Il legame che unisce questi due significati è
l’idea che attraverso il dolore (pena) subìto sia
possibile eliminare o riscattare la punizione
(pena) inflitta. Le leggi penali tradizionali, il
perdono ottenuto con la penitenza, la perfezione conseguita con l’ascetismo, la sofferenza di
Cristo ci offrono esempi della stessa problema-
RRR
Tiromancino
La sinistra mollusco
In America chiamano Obama il «ruminatore
di rucola», perché ostenta gusti snob, dunque
europei. In Francia c’è l’espressione «gauche
caviar», e non c’è bisogno di spiegarla.
In Germania la sinistra con i soldi è definita
dalla villeggiatura: «Toscana Fraktion».
Che nome daremo ai nostri politici, da Lusi a
Emiliano, invaghiti di ostriche, cozze e crostacei,
possibilmente gratis? Sinistra mollusco?
Antonio Polito
tica: la pena è redentrice, il dolore possiede
una funzione purificatrice della vita umana.
Si coglie qui un punto di grande importanza. L’originaria coincidenza di significati fra sofferenza e punizione ha suggerito la convinzione che ciò implicasse anche la loro
indissolubilità, nel senso che non sia possibile
applicare adeguatamente una pena, se non a
condizione di indurre dolore in colui che ad essa venga assoggettato. A ciò si aggiunga la persuasione della funzione «riparatrice» della pena (punizione e dolore), in quanto mediante
l’afflizione provocata dalla punizione si ristabilirebbe un ordine — comunque definito — che
resterebbe altrimenti turbato.
L’enfasi sulla funzione catartica della pena
ha indotto a porre tra parentesi il fatto che essa
resta in ogni caso, e in qualunque condizione,
anche afflizione, e che dunque può pretendere
di «emendare» solo a patto di infliggere sofferenza. Non è dunque la pena uno strumento puramente neutro di ricostituzione dell’ordine,
ma in tanto può aspirare a tale obiettivo, in
quanto realizzi compiutamente il potenziale di
dolore che essa porta con sé. Infliggere una pena non significa, dunque, ristabilire un equilibrio turbato, se non a patto di un ulteriore squilibrio, o se non altro di una «riparazione» che
non cancella affatto la preesistente lesione, ma
la riproduce altrove.
Il contesto nel quale la nozione di «pena» assume la sua forma compiuta è quello della religione. Qui la pena si presenta immediatamente come punizione, e più specificamente come
castigo, come «salario del peccato». Storicamente e concettualmente, la stessa nozione
giuridica di pena, intesa come «giusta» remunerazione di un reato, si afferma attraverso la
traduzione dall’originario ambito religioso all’ambito del diritto positivo.
Questa origine spiega non solo la convinzione che l’irrogazione di una pena sia comunque
necessaria, allo scopo di retribuire adeguatamente il reato commesso, ma motiva anche
l’impossibilità di concepire un reato, al quale
non si faccia simmetricamente corrispondere
una pena. Scaturisce di qui il conferimento alla
pena di un carattere sacrale, l’idea che essa serva anche alla restaurazione di un «buon ordine» cosmico e al riscatto del colpevole.
Ma ciò conduce a un primo paradosso. Proprio nella sfera del diritto penale, che è quella
nella quale dovrebbe essere più marcato lo sforzo per esercitare il massimo di razionalità, si
coglie al lavoro un presupposto di carattere mitologico. Difatti, la relazione di proporzionalità
fra colpa e pena si regge soltanto se si accetta
che la pena possa funzionare come espiazione,
vale a dire a condizione di assumerla come una
condotta di annullamento, capace di cancellare il reato, e dunque reintegrare l’ordine. Soltanto a condizione, dunque, che alla pena-espiazione venga attribuita la stessa funzione attribuita alla purificazione in ambito reli-
gioso. La conclusione di questo paradosso mette in evidenza l’esistenza di una difficoltà logica insormontabile alla base del diritto penale.
Difatti, l’equivalenza posta fra colpa e pena non
testimonia affatto — come si potrebbe credere
— l’assunzione di un criterio massimamente
razionale, di tipo calcolistico-matematico, ma
al contrario manifesta la condivisione di un
presupposto razionalmente infondato, giustificabile solo in un contesto di carattere religioso
o in una prospettiva mitologica. Insomma, per
acquisire uno statuto pienamente razionale il
diritto penale dovrebbe liberarsi di ogni presupposto di carattere mitologico-religioso, primo fra tutti quello che attribuisce alla pena una
funzione purificatrice. Ma, in questo modo, eliminando il mito dell’espiazione, si priverebbe
del principio stesso sul quale fonda la propria
legittimità, vale a dire la corrispondenza proporzionale fra il reato e la pena. La sacralizzazione della pena giuridica è la conseguenza di
un mito teomorfico: il monarca, la patria, lo
Stato sono concepiti a «immagine e somiglianza di Dio», e ne condividono gli stessi attributi
di onnipotenza, infallibilità e sovranità.
Emerge qui un ulteriore paradosso. Come
ha dimostrato Paul Ricoeur, interpretando le
Lettere di San Paolo, già nel contesto della religione, alla quale pure si fa risalire l’origine della sacralizzazione della pena, è possibile ritrovare il superamento della logica dell’equivalenza,
che connette «proporzionalisticamente» colpa
e pena. Nell’epistola paolina, la logica della pena viene usata come contrappunto per l’enunciazione di un’altra logica, per certi aspetti opposta. La «giustizia» di Dio fa saltare ogni presunta possibilità di stabilire corrispondenze fra
la condotta dell’uomo e la «risposta» di Dio. La
grazia è ciò che, per definizione, eccede ogni
criterio sedicente razionale di retribuzione della colpa, introducendo uno scarto — la «sovrabbondanza» della misericordia divina — in
nessun modo compatibile con ciò che la «legge» vorrebbe imporre.
Di tutto ciò dovremmo essere consapevoli,
quando invochiamo l’inasprimento delle pene.
Della mancanza di ogni sicuro fondamento razionale alla base di questo concetto. Del fatto
che esso sopravvive nell’ordinamento giuridico
delle democrazie moderne solo come espressione di una persistente esigenza di vendetta
sociale. Una conferma, fra le molte, della verità
enunciata da Sofocle: «Molte sono le cose terribili, ma la cosa più terribile è l’uomo».
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RRR
Ritornello
«In galera, e buttare via la
chiave» è la battuta che
raccoglie il maggiore
consenso di fronte a crimini
particolarmente efferati
«incursione» di Carlo Carabba sulla
«Lettura» di domenica scorsa reca nel
titolo il motto Liberiamo la poesia,
con il quale concordo di slancio. Con
il resto, meno. In sintesi: Wislawa
Szymborska (un quarto d’ora dedicatole da
Saviano il 5 febbraio a Che tempo che fa) è in
testa alle classifiche; ergo la poesia — se «si
capisce e commuove» — può vendere; ergo (?!?)
dàgli a Sanguineti e ai Novissimi, che bandiscono
«il significato» e «l’io» e dàgli a Ostuni che nella
prefazione ai Poeti degli Anni Zero (appena
ripubblicati in volume da Ponte Sisto) aborre «il
sentimento come la peste» e propugna una
poesia che «non piace a nessuno» (ma che senza
distribuzione è in seconda edizione; virgolettati di
Carabba non di Ostuni).
Liberiamo la poesia, certo! Liberare qualcuno — il
lettore vorrà concedermi — implica modificarne
la condizione. Qual è la condizione della nostra
poesia, se ne prendiamo le principali incarnazioni:
la collana «bianca» Einaudi e lo Specchio
Mondadori? A parte il bel lavoro sugli stranieri (e
su italiani ormai classici: Balestrini, Zanzotto ecc.),
nella quasi totalità i nuovi poeti italiani in esse
ospitati seguono l’aureo precetto carabbiano, «si
capiscono e commuovono»: indicazione legittima
che, se elevata a must, dipinge (e crea) un
pubblico di ricettori passivi, incapaci
d’interpretazione, interessati alla mera catarsi
espulsiva delle proprie emozioni. Un capire e un
commuoversi innati e immodificabili, dobbiamo
RRR
I successi meritati
Per Szymborska e Tranströmer
penso all’opportunità suggerita da
Giuliani sui «Novissimi»: si deve
poter profittare dei versi come di un
incontro un po’ fuori dall’ordinario
dedurre: assurdo, se si pensa alla diffusione di
tanta «oscura» e «gelida» arte contemporanea.
Ecco: sono quelle collane ad arrivare nelle
librerie, con Carabba (Mondadori) in testa (e
alcune sequenze non memorabili: «Ho lasciato
che il dolore mi sperdesse / come il vento la neve
sulle ali / di un aereo»; «e ho amato, quanto ho
amato, e adesso sono solo»: giù lacrime!) e
tuttavia la poesia continua a non vendere. Finché
arriva la grande (lei sì) Szymborska, Nobel nel
1996 — o Tranströmer, Nobel 2011, prova provata,
nella sua austera borealità, che la poesia può
vendere anche senza immediatezza. È solo
Saviano? È solo il Nobel? Preferisco pensare che
per quei due poeti sia anche valso quel che
scrisse Giuliani nella prefazione ai Novissimi: «Si
deve poter profittare di una poesia come di un
incontro un po’ fuori dall’ordinario». E in modo
fuori dall’ordinario trattano esperienza e
linguaggio i Poeti degli Anni Zero: sempre con
rigore, senza inseguire né l’oscurità né le vendite
(è un difetto?) e senza timore di ricevere la
«qualità dai tempi», i tempi di oggi: né quelli di
Sanguineti né tanto meno quelli di Pascoli, che
non meritano la rovina dell’epigonismo. Si
chiamano Annovi, Biagini, Bortolotti, Calandrone,
Frene, Giovenale, Inglese, Marzaioli, Pugno,
Riviello, Sannelli, Ventroni, Zaffarano: leggeteli e
sappiatemi dire se «rifiutano l’io» o ne offrono
personali reinterpretazioni; se «negano il
significato» o hanno l’umiltà di «sedere al tavolo
dei linguaggi» contemporanei e non arroccarsi
nella tradizione; ditemi se reagirete — io ci
scommetto — con meraviglia e vera liberazione o
invece con formidabile noia, come quella che si
prova, da adulti, scorrendo certe innocue e
lamentose filastrocche.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Vincenzo Ostuni (Roma, 1970) è editor di saggistica e narrativa per
Ponte alle Grazie. Ha pubblicato Faldone zero-otto (Oedipus) e curato
Poeti degli Anni Zero (Ponte Sisto) è redattore de «Il caffè illustrato»
DOMENICA 18 MARZO 2012
CORRIERE DELLA SERA LA LETTURA 5
Pandemie
Il dibattito delle idee
di Edoardo Vigna
{
La rivincita delle passioni
«Sono un editorialista del "New York
Times"». In America significa essere al centro
del dibattito. David Brooks è tra i più letti. Le
sue parole rimbalzano dai blog ai social
network, c’è chi le «traduce» in video su
YouTube. Nel libro L’animale sociale (Codice
edizioni) racconta l’animo umano: dove
l’emozione prevale sulla ragione e porta al
successo. Tempi bui, tempi di passione,
insomma. Ma anche di passioni. Vincenti.
L’incontro Nel nuovo libro le parole per raccontare la democrazia e la libertà. Che qui spiega
«La Cina è pronta per un 35 maggio»
dal nostro corrispondente
MARCO DEL CORONA
PECHINO — Si preoccupano per lui.
Ma il suo mestiere non è preoccuparsi.
Un ministro tedesco era rimasto stupito
dalle pagine fosche di Brothers, dalla bulimia capitalistica di una Cina che Yu Hua
racconta con spietatezza grottesca, e temeva che lo scrittore finisse male. Niente.
Risposta di Yu: «I politici in Cina sono come ovunque nel mondo. Leggono pochi
libri...». Dunque? «Il governo non mi apprezzava, però mi tollerava. E vedendo come vanno le cose, continuerà a tollerarmi. Anche se divento sempre più audace,
la società va avanti». Il codice binario non
si confà alla Cina. I confini netti, che pure
esistono, a volte tracciano scarti improvvisi, e così Yu Hua, che da Torture a Vivere!
non si è (o ci ha) negato nulla delle sgradevolezze della sua patria, può spingersi
ad agitare tabù e temi sensibili.
Ha pubblicato una sorta di vademecum, La Cina in dieci parole. Ma all’estero (in Italia da Feltrinelli, traduzione
di Silvia Pozzi) e a Taiwan, non nella Repubblica Popolare. «Popolo» «leader»,
«rivoluzione» e così via: chi tocca non è
che muoia, ma si può
scottare. Ancora una volta, Yu non si preoccupa:
«Le 10 parole che ho
scelto — dice ora — sono collegate alla storia e
alla realtà cinesi. Passato e futuro. E se questo
libro non può uscire nel
mio Paese è perché parlo di Tienanmen», il 4
giugno 1989, una data rimossa al punto che lo
scrittore l’ha ribattezzata «35 maggio». «È anche la mia storia. Esperienza indimenticabile.
Anche l’anno scorso,
quando sono stato al Cairo, ho visto manifestazioni ma con poche persone. Ripensando alle
folle del 1989, ero sicuro
che Mubarak se la sarebbe cavata. Invece è caduto. Ero confuso: con così poca gente? Da noi c’erano milioni ma
il governo era tranquillo... Il fatto è che in
Egitto il popolo non poteva più sopportare lo stesso presidente da 40 anni, mentre
nell’89 in Cina i conflitti sociali non erano
così sentiti: era l’undicesimo anno della
riforma di Deng, i contadini ne avevano
beneficiato e la chiusura delle fabbriche
sarebbe arrivata solo negli anni Novanta.
Tempi non maturi per un movimento di
rivolta».
«Ho cambiato data a Tienanmen. Perciò dico: i tempi sono maturi per una svolta»
Lo scrittore Yu Hua pubblica i suoi saggi a Taiwan (e in Italia), ma non a Pechino
E adesso? «Adesso sì che i tempi sono
maturi. Ma i comunisti non permettono a
oltre 70 persone di riunirsi». Perché?
«Quando i giovani si laureano, non trovano lavoro, non riescono a comprare casa.
Nel 63% delle famiglie sono i vecchi che
mantengono i giovani. La Cina ha soltanto due esiti possibili: o più democrazia o
una rivoluzione. Ma servono comunque
tempi lunghi».
Ecco dove il confine tra ciò che si può
dire e non si può dire si confonde. Il codice binario impazzisce ad esempio quando Yu parla in un caffè di Pechino, il Bookworm, che ospita un festival letterario
frequentato da espatriati ma anche da
un’élite intellettuale cinese. Sorride: in
America e in Europa i lettori «temono
che io possa avere problemi in Cina. Io sono convinto di no. In America mi hanno
chiesto se mi avrebbero incarcerato. Ho
risposto che se sto in prigione almeno
non dovrò più cucinare da solo. E in ogni
caso fare lo scrittore è meglio che fare il
dentista», professione esercitata da Yu ragazzo, senza addestramento. Ecco la vena
RRR
irridente che fa ipotizzare, persino agli
ammiratori più sconsiderati, che Dieci parole, nato per un’audience non cinese, abbia voluto tener conto di una possibile
nicchia di mercato occupata dai quasi-dissidenti, gli intellettuali scomodi alla Ai
Weiwei.
Ma il dolore resta, e resta anche la politica. «Il mio maggior dolore — ripete Yu,
che pure riconosce a Deng Xiaoping "meriti unici" – è Tienanmen. Ne patiamo ancora le conseguenze. Prima di allora la riforma politica e quella economica andavano avanti insieme, ma i vertici hanno scoperto che la riforma politica avrebbe potuto minacciare il loro potere ed è arrivata
una crescita economica senza trasparenza politica. Con disparità, corruzione, guasti ambientali. Un’anomalia». Tra i leader
qualcuno parla, cauto e generico, di riforme politiche: «In realtà, tanti funzionari e
intellettuali hanno capito che erano gli
aspetti politici a ostacolare lo sviluppo
della Cina, non le questioni economiche.
Aver abbandonato le riforme politiche dopo l’89 ci ha portato più problemi che van-
RRR
Prospettive
Proporzioni
«Il mio Paese ha due strade
«L’anno scorso ero al
davanti: o più democrazia o Cairo. Pochi egiziani hanno
una rivoluzione. ribaltato un regime. Perché
Ma comunque la svolta non
non ci siamo riusciti noi
è ancora dietro l’angolo»
che eravamo milioni?»
i
Yu Hua, 52 anni, è tra i
maggiori scrittori cinesi,
tradotto ovunque dopo il
bestseller «Vivere!»
(Donzelli) dal quale Zhang
Yimou ha tratto un film
vietato in patria. È autore di
numerosi romanzi; tra i più
recenti: «Brothers» e
«Arricchirsi è glorioso» editi
da Feltrinelli come «La Cina
in dieci parole» (pagine
230, e 18,50) che, molto
più di un vademecum con
dieci parole chiave (dalle
tradizionali «popolo» e
«rivoluzione» a «taroccato»
e «intortare») svela i punti
nevralgici di una società
malata e i segreti del rapido
sviluppo cinese. Non è
un’invettiva, piuttosto il
canto dedicato a un popolo
umiliato, articolato in storie
e gesta. Nella foto a
sinistra: la polizia militare
cinese, che ha il compito di
mantenere l’ordine, si allena
con pistole ad aria
compressa sparando contro
sagome umane di carta nei
pressi di piazza Tienanmen,
nel maggio 2001 (Ap)
taggi. In realtà, ora è una buona occasione. Ma la priorità è la stabilità. Mao Zedong sosteneva che la gente è come le
bacchette. Isolate no, ma in mazzo riescono a rovesciare le autorità. Ora il governo
cerca di tenere separate le bacchette. Ma
sono pessimista sulla riforma politica».
Intanto, un numero sia pur ristretto di attivisti subisce abusi, la legislazione favorisce il controllo autoritario. «Siamo tutti
bacchette separate», spiega Yu al «Corriere». «È difficile, anzi quasi impossibile
che ci uniamo, soprattutto dopo le norme
penali appena approvate. Ma queste voci
hanno dimostrato di essere utili per il governo. Ci sono dirigenti che le accolgono.
Vorrebbero anche loro riforme e democrazia. Certamente vogliono che le cose
vengano fatte per gradi. Non possono parlare liberamente come noi, però, almeno
Wen Jiabao si è espresso per le riforme
più volte...».
Quando gli chiedono dei modelli cui la
Cina dovrebbe guardare, la risposta è che
«Germania o Usa sono troppo lontani da
noi. Possiamo imparare da Taiwan. Quan-
RRR
Tempi
«I comunisti non permettono
a più di 70 persone
di riunirsi. Qui l’89 è arrivato
prima dell’esplosione dei
conflitti sociali. Era presto»
do hanno abbracciato la democrazia, temevo il caos. Invece a Taiwan ho visto
una bella società. Dimostra che i cinesi
possono fare bene la democrazia». Tutto
si muove, tutto va avanti, come spesso
suggeriscono i romanzi di Yu Hua. Anche
la leadership muta. «La parola "Leader" si
è svalutata. Prima era riservata solo a
Mao. Adesso la usiamo dappertutto, anche nell’ascensore. All’epoca soltanto
Mao agitava la mano sulla Tienanmen.
Gli altri salutavano tenendo i libretti rossi
a un’altezza inferiore. Adesso invece i 9
membri del comitato permanente del Politburo agitano tutti la mano, alla stessa
altezza. Quindi la Cina ha fatto progressi:
magari nel futuro 90 persone agiteranno
le mani alla stessa altezza. Mi auguro che
in futuro nel Politburo ci siano 9 mila
membri». Non ci sono più i leader di una
volta.
leviedellasia.corriere.it
Twitter @marcodelcorona
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DOMENICA 18 MARZO 2012
6 LA LETTURA CORRIERE DELLA SERA
COMMONS
L’innovazione patinata delle Ted conference
di BERTRAM MARIA NIESSEN
T
ed (Technology Entertainment Design) è un format di
presentazione che gode di fortuna crescente. Gli invitati —
tra gli artisti, scienziati e imprenditori più innovativi in
circolazione (nella foto il presidente di Microsoft Bill Gates) —
hanno 18 minuti per esporre nel modo più brillante possibile un
progetto, una visione, una storia. I video di Ted hanno un grande
seguito online, grazie alla capacità di comunicare velocemente
quello che di nuovo accade e può accadere. E quindi viva Ted, e
viva gli altri format di «public speaking»: da Ignite (20 slide da
raccontare in 15 secondi ciascuna) a Pecha Kucha (20 slide per
20 secondi). Eppure, assistendo a eventi di questo tipo, capita di
provare un certo disagio. Il «public speaking» diventa spesso un
one-man-show assertivo: il monologo deve essere travolgente;
RRR
Raccontare solo il successo
non lascia intravedere
le infinite prove e gli errori
dietro ogni innovazione reale
non c’è tempo per le precisazioni, tantomeno per il dibattito e la
polifonia. Resta solo, sul palco, il Genio di turno.
Questo modo di raccontare — tutto americano — narra solo
storie di successo di menti brillanti che «ce la fanno», dalle cui
labbra pende un pubblico adorante. Non lascia intravedere le
infinite prove ed errori dietro ogni innovazione reale.
Soprattutto, non ci dice mai nulla del processo di innovazione
diffusa e collettiva, del lavoro di molti di cui l’oratore sul palco è
solo il portavoce. Le idee non sono una verità che aspetta di
essere rivelata. Sono tra noi, dappertutto. Basta imparare ad
ascoltarle.
Twitter @bertramniessen
Orizzonti
© RIPRODUZIONE RISERVATA
{
Nuovi linguaggi, scienze, religioni, filosofie
Su Twitter i consigli di lettura
Sarà Maria Laura Rodotà la #twitterguest
della settimana del canale della «Lettura» su
Twitter. All’indirizzo @La_Lettura, la
giornalista, autrice di «Le regole. La vita
quotidiana. Istruzioni per l’uso» (Rizzoli),
consiglierà ogni giorno ai follower un libro
da leggere. Rodotà, editorialista del
«Corriere della Sera», raccoglie il testimone
dallo scrittore Donato Carrisi, #twitterguest
della scorsa settimana.
Prospettive Con il digitale sembra
andare in pensione il «prodotto
fagotto» — amato da editori
e pubblicità — che propone sport,
gossip, arte e news. Offrire
contenuti unici, aggregarli
e curarli al meglio
è il modello da seguire
L’informazione è un social club
di SERENA DANNA
C
redete ancora alla differenza tra new e old media?
Aggiornatevi, è già finita. Per le testate «storiche»
contano piuttosto due domande: quando stampare
un giornale ci costerà più che confezionarlo? Come
ci stiamo preparando a quel giorno? Clay Shirky,
docente di digital journalism alla New York University, si occupa di giornalismo e innovazione dai «meravigliosi» anni
Novanta, «quando ogni mese in edicola c’erano giornali nuovi
— spiega dalla sua casa di New York — e non riuscivi a distinguere un articolo dalla pubblicità, per quanta ce n’era in pagina».
Proprio «la crescita continua dal 1950 al 2005 — racconta
— ha reso i gruppi editoriali restii a ridurre i costi». Nonostante new economy e creatività, la trasformazione di un elefante
in una libellula inizia sempre dal taglio delle spese. «Le strutture digitali sono a basso costo: Amazon, Travelocity, Facebook,
sono nati economici e restano economici».
I mille giornalisti della redazione del «New York Times»
costano 200 milioni l’anno, mentre «Gawker», uno dei siti
più popolari e redditizi degli Stati Uniti (giro d’affari: 320 milioni di dollari) può contare su 120 giornalisti che paga «a cottimo»: circa 7 dollari per ogni mille pagine viste generate dai
post a loro firma.
Non esiste una ricetta universale per la metamorfosi dell’elefante. Basta avere una strategia. «Il "digital first" enunciato dal "Guardian" vale per tutti: solo che loro hanno un piano», puntualizza Shirky. Che consiste nell’investire l’80% delle risorse, economiche e mentali, nello sviluppo della redazione online, chiedendo un contributo attivo ai lettori nella produzione di contenuti (il cosiddetto crowdsourcing).
E se il «New York Times» ha scelto l’integrazione totale
web-carta, la rivista americana «Forbes» gestisce la redazione
online come fosse una start-up, slegata dalle sorti del cartaceo patinato.
Nel flusso continuo di news che sanciscono la fine del centauro vecchi e nuovi media (il cofondatore di Facebook Chris
Hughes che compra la storica rivista progressista «The New
Condivisa, a basso prezzo e per soci:
è caduta la divisione tra new e old media
--i
In alto da sinistra a destra:
Clay Shirky, docente di new
media alla New York
University; Anthony De
Rosa, social media editor
della Reuters; Chris
Hamilton social media
editor della Bbc
e il reporter freelance—
candidato premio Pulitzer
— Michael Hastings
Republic», Cnn che mette gli occhi sul sito «Mashable», il colosso dei semiconduttori Intel che sta per lanciare una tv), ci
sono casi che fanno già bibliografia.
L’autorevole quotidiano «Christian Science Monitor», dopo un secolo di stampa, nel 2009 ha interrotto la pubblicazione quotidiana optando per la formula settimanale più sito
web. «Facciamo approfondimento sui temi cruciali della nostra testata», ha spiegato il direttore John Jemma. Con il digitale, è finita l’era del formato «fagotto», che offriva al lettore un
po’ di tutto: sport, news, gossip. Shirky spiega: «La stampa
del XX secolo era guidata da pubblicità ed editori: ai primi
interessava avere molti potenziali clienti — e la quantità si
raggiungeva mettendo insieme oroscopo e finanza — , ai secondi non faceva differenza se il lettore comprava il giornale
per la pagina dei cuori solitari o per un reportage dal Vietnam».
Oggi che il web è diventato il regno del «di tutto un po’» e
la pubblicità preferisce investire su Facebook e Google piuttosto che sui siti di informazione, urge trovare nuove strade.
Per quanto riguarda i contenuti, le parole magiche da aggiungere al dovere della qualità sono «aggregazione» e «cura». «Aggregare — spiega Shirky — significa creare valore filtrando la buona informazione dal web. Curare è lo stesso ma
con l’aggiunta di un punto di vista».
Usare bene Facebook è un mestiere. Anthony De Rosa, so-
cial media editor della Reuters, guida i colleghi nell’utilizzo di
Twitter, Pinterest, Tumblr per trovare indizi e nuove fonti.
Spiega: «Si tratta di applicare i principi della vecchia scuola di
giornalismo ai nuovi strumenti: cercare la verità ed essere
sempre scrupoloso nella verifica».
Gli «user generated content», i contenuti prodotti dagli
Il divorzio Tesoro-Banca d’Italia trent’anni dopo
RRR
Strade
Shirky: «Non esiste una ricetta
universale: basta avere una strategia.
Il "Guardian" concentra l’80% delle
risorse nell’online, la redazione
internet di "Forbes" è una start-up»
DOMENICA 18 MARZO 2012
CORRIERE DELLA SERA LA LETTURA
News personalizzate
7
I software intelligenti che trasformano dati in storie
sono già una realtà. Il caso di «Narrative Science»
Generatore automatico di articoli:
il giornalismo diventa post-umano
di EVGENY MOROZOV
ILLUSTRAZIONE DI FRANCESCA CAPELLINI
«F
utenti, costituiscono ormai una parte sostanziale dei siti di
informazione. Chris Hamilton alla Bbc si occupa di curarli e
organizzarli: «Creo valore a partire da video, dati, foto e notizie dei lettori: Twitter non serve a propagandare i contenuti
del gruppo, è un laboratorio».
Nel marzo del 2011 Bill Keller, ex direttore esecutivo del
«New York Times», ha dichiarato: «In Somalia questo sarebbe
chiamato pirateria. Nella sfera dei media è un rispettabile modello economico». Sembra un secolo fa. Secondo De Rosa
«scrivere un buon articolo significa prendersi cura dell’informazione, è lo stesso principio del social media editing». Hamilton aggiunge: «Nelle emergenze il citizen journalism, se ben
veicolato e verificato, si è dimostrato una grande risorsa». Il
candidato Pulitzer Michael Hastings — che è stato assunto dal
super-blog «Buzzfeed» per seguire le elezioni presidenziali
Usa — è più cauto: «Sono mezzi per trovare notizie ma non
giornalismo, che, pur non essendo una scienza esatta, richiede
competenze come per il fabbro o il calzolaio».
«La parola giornalista — spiega Shirky — storicamente significa "persona impiegata da un editore", ma il web oggi offre i mezzi che prima erano possibili solo con un gruppo alle
spalle». Ma ecco la rassicurazione per le redazioni: «Ci sarà
sempre bisogno di esperti di energia nucleare o di persone
che sappiano come trovarli in 5 minuti».
Se non si può contare sulla pubblicità, come si guadagna
online? Shirky sfata subito il mito del successo dell’informazione economico-finanziaria a pagamento: «Il "Financial Times", come l’"Economist", sono newsletter approfondite: gli
addetti ai lavori sono disposti a pagare per averle».
L’informazione «generalista» — che non può contare sull’effetto newsletter né sul finanziamento delle Fondazioni
non a scopo di lucro (vedi il sito di inchieste «ProPublica»)
— deve puntare su un pubblico ristretto ma affezionato, da
trasformare in finanziatore.
Il «New York Times» dopo una fase iniziale (e disastrosa)
di contenuti a pagamento (il paywall) ha optato per la sottoscrizione digitale, il «membership model», lasciando quasi
tutti i contenuti gratis ma offrendo agli abbonati servizi e prodotti speciali. Shirky spiega: «La logica è: se fai parte di quel
2% di lettori che tengono al Nyt, ti chiederemo di supportarci
e in cambio ti offriremo contenuti esclusivi».
I gruppi editoriali tradizionali, a differenza delle start- up,
possono contare su quello che Shirky chiama «God forbid
index», l’indice del «Dio non voglia»: i lettori non riescono a
immaginare che il giornale dei loro nonni chiuda, e faranno
di tutto per salvarlo. Chi crede tuttavia nell’indice — che secondo Shirky ha fatto la fortuna della «Public National Radio» e dell’italiano «il manifesto» — come garanzia di sopravvivenza nel futuro si sbaglia. Dice: «Solo rischiando di perdere i lettori fedeli all’ "abbiamo sempre fatto così", l’informazione avrà chance di attrarre nuovo pubblico». Siamo pronti?
Twitter @serena_danna
© RIPRODUZIONE RISERVATA
orbes» — una delle istituzioni più venerabili del giornalismo finanziario — oggi
impiega una società denominata «Narrative Science»
per generare automaticamente articoli sulle
prospettive derivanti dai rapporti finanziari
delle società. Basta dargli delle statistiche e
in pochi secondi il software intelligente produce resoconti di piacevole leggibilità. Secondo «Forbes», utilizzando la sua piattaforma
proprietaria di intelligenza artificiale, «"Narrative Science" trasforma dati in storie e approfondimenti».
Si noti l’ironia della situazione: piattaforme automatizzate ora «scrivono» resoconti
su società che traggono profitti dal trading
automatizzato! Questi resoconti vengono poi
reintrodotti nel sistema finanziario, aiutando
gli algoritmi a individuare transazioni ancora
più lucrose. Si tratta in pratica di giornalismo fatto da robot per dei robot. L’unico
aspetto positivo è che sono gli esseri umani a
incassare i soldi.
Società come «Narrative Science» di solito
lavorano in settori specifici — immobiliare,
sport, finanza — dove le notizie tendono a
seguire lo stesso modello e ruotano attorno a
statistiche. Fare la cronaca delle campagne
elettorali, a quanto pare, non è molto diverso
dal farla per una partita di baseball: un servizio lanciato di recente da «Narrative Science» è in grado di produrre articoli sui riflessi
nei social media di una campagna elettorale
statunitense, su quali sono le questioni e i
candidati di cui si parla di più o di meno in
un particolare stato o regione, ed è persino
in grado di inserire nell’articolo finale citazioni dai tweet più popolari e interessanti. Nessuno segue Twitter meglio dei robot.
È facile capire perché i clienti di «Narrative Science» — una trentina — lo trovino utile. Innanzitutto, è molto più economico che
pagare giornalisti a tempo pieno che tendono ad ammalarsi, chiedono di essere rispettati e sono vanitosi. Un partner di «Narrative
Science» paga solo 10 dollari per avere un articolo di 500 parole, e senza che nessuno lamenti le terribili condizioni di lavoro. Inoltre
questo articolo viene scritto in un secondo
— un record che nessun essere umano riuscirebbe mai a uguagliare — nemmeno il povero Christopher Hitchens!
In secondo luogo, promette di essere più
completo — e obiettivo — di qualsiasi giornalista in carne e ossa; pochi di loro hanno
infatti il tempo di trovare, elaborare e analizzare milioni di tweet, mentre «Narrative
Science» riesce a farlo facilmente e, soprattutto, istantaneamente. E non solo è in grado
di presentarci ogni tipo di statistiche, ma vuole anche capire il significato di quei numeri e
comunicarlo al lettore. «Science Narrative»
avrebbe scoperto il Watergate? Probabilmente no. Ma la maggior parte delle notizie ha
assai meno risvolti da controllare.
I fondatori sostengono di voler semplicemente aiutare — non eliminare — il giornalismo. Le loro intenzioni potrebbero essere
sincere, ma probabilmente i giornalisti non
ne sono affatto contenti, mentre alcuni editori — sempre preoccupati dei conti da pagare
— di sicuro lo accoglieranno a braccia aperte. Nel lungo periodo, però, l’impatto sociale
di queste tecnologie — che sono solo agli albori — può essere più problematico.
Se c’è una tendenza inequivocabile nel modo in cui Internet si sta sviluppando, è la spinta verso la personalizzazione dell’esperienza
online. Tutto ciò che clicchiamo, leggiamo,
cerchiamo e guardiamo su Internet è sempre
più il risultato di qualche delicato sforzo di
ottimizzazione, dove i nostri click precedenti, le nostre ricerche, i «mi piace», gli acquisti e le interazioni con gli amici online influenzano quello che succede nel nostro
browser e nelle nostre applicazioni.
RRR
I notiziari
Il programma confeziona
storie per soddisfare gli
interessi di un settore. Ma
potrebbe farlo per ogni
utente: il sogno degli editori
Fino a poco tempo fa, molti temevano che
questa personalizzazione ci avrebbe condotto in un mondo in cui saremmo stati esposti
solo agli articoli che riflettono i nostri interessi, che non ci avrebbe permesso di avventurarci al di fuori dei nostri consueti territori. I
social media, con la loro raffica infinita di
link e di mini-dibattiti, hanno reso queste
preoccupazioni obsolete. Ma l’avvento del
«giornalismo automatizzato» presenta una
sfida nuova e diversa, che gli eccellenti meccanismi di selezione dei social media non riescono ancora a risolvere: e se cliccando sullo
stesso link, che in teoria dovrebbe condurre
allo stesso articolo, ciascuno di noi trovasse
in realtà testi molto diversi?
Immaginiamo che i miei dati online suggeriscano che sono in possesso di una laurea
specialistica e che passo un sacco di tempo
sui siti web dell’«Economist» o della «New
York Review of Books»; dovrei quindi ricevere una versione più sofisticata, stimolante e
informativa della stessa notizia rispetto al
mio vicino che legge «Usa Today». Se i miei
dati mostrano che sono anche interessato a
questioni internazionali e di giustizia globale, un articolo scritto da un computer su Angelina Jolie parlerà del suo nuovo film sulla
guerra in Bosnia. Il mio vicino, appassionato
di divi, riceverebbe invece un articolo con
qualche vano pettegolezzo su Brad Pitt. Confezionare storie al momento, che siano personalizzate per soddisfare gli interessi e le abitudini intellettuali di un solo particolare lettore, è esattamente quel che fa il giornalismo
automatizzato. Gli inserzionisti e gli editori
amano questo genere di personalizzazione
— che potrebbe spingere gli utenti a passare
più tempo sui loro siti — ma le sue implicazioni sociali sono pericolose. Come minimo
Il logo della start-up di Chicago
«Narrative Science», la società di
scrittura intelligente fondata da Kris
Hammond e Larry Birnbaum. A
destra: una foto d’epoca dei reporter
del «Washington Post» Bob
Woodward e Carl Bernstein, gli
autori dell’inchiesta sul «Watergate»
Rivoluzioni in un click
Che fine ha fatto
l’attivismo digitale
in Italia?
di FABIO CHIUSI
C
he fine ha fatto l’attivismo da click in Italia?
C’è stato un tempo, coincidente con la fine
del berlusconismo, in cui il pensiero
dominante imponeva di concepire Facebook e
Twitter come il luogo a cui i cittadini — e, piuttosto
morbosamente, i media — avrebbero dovuto
rivolgersi per comprendere e, poi, causare il
cambiamento sociale e politico. I numeri
sembravano confermare l’ipotesi: le piazze si
coloravano di viola o arancione. E sui social network
si moltiplicavano battute e sfottò, non ultimi quelli
sull’inesistente moschea di Sucate che hanno
contribuito ad affondare la ricandidatura di Letizia
Moratti a Milano. Qualche rigurgito di
cyber-utopismo aveva fatto parlare di «Italia
migliore», di «democrazia dal basso», facendo
credere che Internet potesse sostituire la politica
tradizionale. Siamo in guerra. La Rete contro i partiti
titola, per Chiarelettere, un recente volume di
Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio. Ma se
davvero, come sostiene il comico genovese, «siamo
in guerra», sembra che chi attaccava abbia perso
slancio. E che le armi siano spuntate. A serpeggiare
su Facebook è una gran voglia di andarsene, e
Twitter fa notizia più per l’ennesimo litigio tra
celebrità che per la sua capacità di veicolare
iniziative per il cambiamento sociale. È rimasta
l’indignazione, certo, ma all’insegna dell’insulto
(bersaglio favorito: «la Casta») più che del dialogo
o della proposta. Chissà se le prossime
amministrative risveglieranno i guerrieri sopiti. Quel
che è certo è che banalizzare la realtà aiuta a
coagulare il consenso. Ma cambiarla è un’altra cosa.
Twitter @fabiochiusi
© RIPRODUZIONE RISERVATA
c’è il rischio che qualcuno rimanga chiuso in
un circolo vizioso, riceva solo notizie spazzatura e non si renda conto che al di fuori c’è
anche un mondo diverso e più intelligente.
La natura comunitaria dei social media lo rassicurerà sul fatto che non sta perdendo nulla.
Pensiamo a cosa succederebbe se grandi
società tecnologiche entrassero in questo
mercato, soppiantando iniziative di modesta portata come «Narrative Science». Prendiamo ad esempio Amazon. Il suo eReader
Kindle permette agli utenti di cercare nel dizionario elettronico le parole che non conoscono e di sottolineare i passi preferiti. Amazon registra e memorizza queste informazioni sui propri server. Questo gli tornerà utile
quando deciderà di costruire un notiziario
personalizzato e completamente automatizzato: in effetti sa già quali giornali leggo, che
tipo di articoli attirano la mia attenzione,
quali frasi mi piacciono e di quali parole non
conosco il significato. E poi ho già il loro dispositivo, dove posso leggere questo notiziario gratuitamente!
In questo contesto, l’idea che una maggiore automazione potrebbe salvare il giornalismo appare miope. Non bisogna, però, prendersela con innovatori come «Narrative
Science». La vera minaccia viene dal rifiuto
di indagare sulle conseguenze sociali e politiche insite in un mondo in cui la lettura anonima è quasi impossibile. È un mondo nel quale gli inserzionisti — assieme a Google, Facebook e Amazon — non vedono l’ora di trovarsi, ma è anche un mondo in cui il pensiero
critico e non convenzionale può diventare
più difficile da coltivare e preservare.
Twitter @evgenymorozov
(Traduzione di Maria Sepa)
© RIPRODUZIONE RISERVATA
RRR
Opportunità
Ma queste nuove tecnologie,
se ben gestite, permettono di
ridurre i costi e consentono
ai giornalisti di seguire
tracce più interessanti
DOMENICA 18 MARZO 2012
8 LA LETTURA CORRIERE DELLA SERA
Sopra le righe
Orizzonti Scienze
Neuroscienze
di Giuseppe Remuzzi
{
Didattica teatrale
Perfect è uno spettacolo di teatro messo su da
studenti di medicina della Queen’s University
a Belfast per parlare di bioetica (fertilizzazione
in vitro, embrioni, diritti dei bambini e tanto
altro). «È un modo di imparare del tutto nuovo
Le pene d’amore e il mal di pancia sono collegati agli stessi circuiti cerebrali e svolgono
una funzione preziosa: sono come sentinelle che ci avvertono di una minaccia in corso
La ricognizione dei dolori
di CHIARA LALLI
«Q
uante lettere son, tanti
son chiodi/coi quali
Amore il cor gli punge e
fiede». Così Ludovico
Ariosto descrive lo strazio amoroso di Orlando per Angelica. Una
delusione d’amore o un abbandono può
spezzarci il cuore, ci siamo passati tutti. Conosciamo anche il dolore dell’umiliazione
o della vergogna, che somiglia a un pugno
in pieno volto. Quante volte abbiamo detto
o ci siamo sentiti dire «hai ferito i miei sentimenti»? Non importa quali siano la nostra cultura e le nostre credenze: il dolore
emotivo o sociale è un sentimento universale.
Spiegare come sia possibile che una informazione («il mio amore mi ha lasciato») ci faccia provare dolore rimane un
rompicapo per la filosofia della mente, tuttavia sembra che la sofferenza emotiva e
quella fisica condividano le stesse aree cerebrali e gli stessi meccanismi reattivi. Naomi Eisenberger, del dipartimento di Psicologia della Ucla, l’università californiana di
Los Angeles, da molti anni osserva tramite
la risonanza magnetica le correlazioni tra
la sofferenza fisica e quella sociale. Nella
sua ultima pubblicazione su «Current Directions in Psychological Science», Eisenberger si sofferma sulla somiglianza tra un
cuore infranto e un braccio rotto, collegati
agli stessi circuiti neuronali. Insomma ricorrere alle parole proprie del dolore fisico
— hanno scritto gli studenti — siamo liberi di
esprimerci e di interagire con gli altri. Le
opinioni sono diverse, ma ti rendi conto che
anche chi non la pensa come te può avere
buoni argomenti».
Incanto
Cecco Bravo (1601-1661),
«Ruggiero libera Angelica»
(1660, particolare),
Chicago, David
and Alfred Smart Museum
potrebbe essere non solo una metafora per
descrivere e definire i nostri stati d’animo.
È negli anni Settanta che l’ipotesi di correlazione emerge per la prima volta: Jaak
Panksepp si accorge che i neurotrasmettitori deputati al controllo del dolore sono
protagonisti anche nei casi di dolore «immateriale». Sostanze come la morfina e la
codeina, antidolorifici per eccellenza, funzionano anche per lenire la sofferenza psichica. L’esperienza di dolore ha due componenti: una sensoriale, che riguarda l’in-
tensità e il luogo di provenienza del dolore, e una emotiva. La rimozione della corteccia cingolata anteriore dorsale — ovvero l’area che funziona come meccanismo
di allarme e che ci avverte quando qualcosa non funziona — in pazienti con dolore
cronico intrattabile provoca un effetto curioso: i pazienti sentono ancora dolore, ma
a essere scomparso è il peso emotivo, l’essere oppressi dal dolore.
Eisenberger ricostruisce sinteticamente
il percorso delle ricerche condotte da quella
prima scoperta fino a oggi, per arrivare alle
ipotesi più recenti, con il formidabile supporto del neuroimaging. È la stessa Eisenberger a sottolineare che la somiglianza
non implica che le esperienze dolorose siano interscambiabili. Quella somiglianza però può offrirci qualche spiraglio per comprendere meglio i meccanismi del dolore e
per controllare e ridurre la sofferenza, di
qualunque genere sia. Il dolore cronico tormenta 116 milioni di americani, secondo il
report dell’Institute of Medicine del giugno
del 2011, e costa centinaia di milioni di dollari ogni anno. Un po’ meno tetro il panorama
per gli italiani: uno su quattro ne è afflitto,
secondo il «Pain in Europe Survey» del 2011.
Quel dolore ha perso ormai la funzione
di segnalare che qualcosa non va, è un dolore inutile e spesso difficile da trattare. Analogamente al dolore fisico, prosegue Eisenberger, quello emotivo potrebbe avere la funzione di campanello d’allarme: così come
provare dolore ci permette di scansarci dalla fonte dolorosa o ci avverte che qualcosa
non va, il dolore emotivo potrebbe «avvertirci» e insegnarci a evitare i pericoli del rifiuto sociale. E, d’altra parte, l’assenza di dolore è rischiosa in entrambi i casi. L’insensibilità congenita al dolore con anidrosi è una
patologia che impedisce di percepire se ci
tagliamo o se abbiamo un attacco di appendicite, con evidenti rischi per la nostra salute e la nostra stessa vita. L’assenza di sensibilità al dolore sociale è correlata a patologie
come la paranoia e la schizofrenia.
Per quanto sgradevole, la funzione originaria e adattiva del dolore è preziosa, proprio come una sentinella il cui compito è
quello di avvertirci di un pericolo, sia che
si tratti di un mal d’amore o di un mal di
pancia.
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DOMENICA 18 MARZO 2012
CORRIERE DELLA SERA LA LETTURA 9
Post it
Orizzonti Ideologie
Lezioni/Todorov
di Stefano Righi
Le fondamenta stesse del sistema
gli si stanno ritorcendo contro
{
Cercasi lavoro, disperatamente
Ci sono due tipi di disoccupazione, dice il
presidente della Confindustria del Veneto,
Andrea Tomat. «Da un lato, chi perde il lavoro,
che necessita di tutele per salvaguardare la
dignità del proprio impegno. Dall’altro, la
Lezioni/Lanzmann
massa di giovani che non riescono a trovare
occupazione e vedono affievolirsi la speranza
di una piena realizzazione. Un capitale umano
che noi tutti dobbiamo aiutare a formarsi».
Non solo in Veneto, naturalmente.
Raccolti in Francia testi d’interventi
mondani e militanti del regista
Popolo e progresso:
i nuovi traditori
della democrazia
L’anima controversa
del regista di Shoah:
impegnato e frivolo
di FREDIANO SESSI
di GUIDO VITIELLO
O
ggi, i pericoli per la democrazia non
provengono dai suoi rivali tradizionali — nazismo, fascismo, comunismo,
teocrazia, terrorismo — ma da quelli
che Tzvetan Todorov, nel suo libro
Les ennemis intimes de la démocratie (Robert Laffont, pp. 260, € 22,70) chiama appunto «nemici
intimi», sorti al suo interno e che ne minacciano
l’esistenza. Il popolo, la libertà e il progresso —
scrive il pensatore francese — sono elementi costitutivi della democrazia, ma se accade che uno
solo di essi si renda autonomo rispetto agli altri,
sfuggendo a ogni tentativo di limitarne il ruolo ed
erigendosi a principio unico, eccoci di fronte al
pericolo: populismo, ultraliberismo, messianismo.
Presso gli antichi greci, gli dei punivano gli uomini che volevano mettersi al loro posto per decidere ogni cosa; nella religione cristiana, l’essere
umano è macchiato dal peccato originale, che ne
limita in modo severo le aspirazioni. Al contrario,
gli abitanti delle democrazie moderne sanno che
il freno alle loro azioni è costituito dalla complessità stessa del tessuto democratico; dalle diverse
e tante esigenze che cerca di conciliare e dagli interessi divergenti che prova a soddisfare. Proprio
il contrario della semplificazione: il primo avversario interno della democrazia, che riduce il plurale all’unico e apre così la strada all’eccesso.
Ma quali sono gli ambiti dove questo eccesso si
verifica con maggiore frequenza? Prendiamo ad
esempio il grande tema della libertà di stampa e
d’informazione: «La parola pubblica — scrive Todorov — è un potere come gli altri. In qualità di
contropotere, la libertà di espressione è preziosa;
come espressione del potere, deve essere limitata». Grazie a Facebook e a Twitter, l’informazione
può circolare anche in Cina. Nei Paesi arabi, questa stessa forma di comunicazione, sfuggendo al
controllo centralizzato, ha favorito il cambiamento: «Nessun abuso di potere a questo proposito».
In altre circostanze, lo stesso strumento può servire al controllo e alla sottomissione degli individui, se si trova nelle mani di una figura dominante. «I difensori della libertà di espressione illimitata — continua Todorov — ignorano questa distinzione elementare tra potenti e sottomessi».
Ancora, la democrazia esige che tutti i poteri
siano limitati, non solo quelli dello Stato, ma anche quelli del singolo. La tirannia degli individui
è certo meno pericolosa e sanguinaria di quella
degli Stati, ma rappresenta comunque un grave
ostacolo a una vita civile e comune soddisfacente.
Il progresso, altro elemento che caratterizza le
moderne democrazie, quando è tutto incentrato
sullo sviluppo economico, può rischiare di essere
una deviazione dal fine principale della società:
l’economia infatti non rappresenta il senso ultimo della vita umana.
Così come accade per la libertà e il progresso,
anche il popolo sovrano, alla base della democra-
zia, può rappresentare un pericolo. L’avanzata in
Europa dei partiti e dei movimenti populisti ne è
un esempio. L’idea populista pretende di risolvere i problemi quotidiani di ciascuno, mentre i
drammi degli altri popoli lontani restano nell’oblio. Per questo, il populista gioca sistematicamente sul senso della paura: i suoi seguaci in genere non sono i più poveri, ma coloro che, appartenendo alla classe media, temono di perdere tutto a vantaggio dei reietti.
Quanto al nazionalismo esacerbato, che nasce
da una comunità che esalta gli individui, padroni
assoluti della propria libertà illimitata, esso origina il rifiuto o la demonizzazione del multiculturalismo. In questo rifiuto del vivere gli uni accanto
agli altri, pur con diverse culture, molti leader europei sono solidali: dalla Merkel a Sarkozy, a Cameron, ma si potrebbero citare anche
esponenti politici italiani di partiti spesso
in lotta tra loro. «Noi
ci sentiamo legati ai
valori cristiani — ha
affermato la Merkel
—, coloro che non li
accettano non trovano posto tra noi». Ora
il multiculturalismo
non è un progetto politico, ma un dato di
fatto: tutte le società
sono costituite da più
culture. Suggerire che
Tzvetan Todorov, nato a chi non rispetta i valoSofia (Bulgaria) nel ri cristiani non può
1939, vive in Francia dal trovare posto, per
1963. Ha scritto molti esempio in Germasaggi di critica letteraria nia, è assai stravagane di filosofia della storia. te oltre che pericolo«Les ennemis intimes de so. Così populismo e
la démocratie» è la sua xenofobia si uniscoopera più recente no nel creare crociate
verso l’esterno e dividere i cittadini in categorie con o senza diritti.
Per migliorare la vita di ciascuno, occorre prendere atto che la democrazia è malata a causa dei
suoi eccessi; la libertà può trasformarsi in sopruso o tirannia, il popolo in massa manipolabile, il
desiderio di promuovere il progresso (anche fuori dai confini nazionali) in spirito di crociata (spesso per il bene degli altri piovono bombe!). «L’economia, lo Stato e le leggi cessano di essere dei
mezzi in vista del benessere di tutti, e ormai partecipano a un processo in atto di disumanizzazione». A volte questo processo deviante sembra irreversibile. Che fare? Già il prenderne atto, suggerisce Todorov, è un passo in avanti per cercare di
correggere gli abusi della democrazia e combattere insieme i suoi nemici interni.
i
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C
laude Lanzmann è Shoah, e Shoah è
Claude Lanzmann. Da quando, a metà degli anni Settanta, mise mano al
film sullo sterminio degli ebrei che
avrebbe visto la luce solo nella primavera del 1985, Lanzmann è avviluppato dal
suo capolavoro come da una camicia di Nesso, dolorosa e infuocata, al punto che nella
sua autobiografia si possono trovare frasi come questa: «Era un periodo buio della mia
esistenza e — è lo stesso — della realizzazione di Shoah». In mille occasioni, per più di
vent’anni, si è presentato al mondo come
l’apostolo instancabile e tenace del suo film,
guadagnandosi un’immagine pubblica un
po’ arcigna di censore morale, di arbitro supremo che commisura ogni altra opera al rigore esemplare della propria. Lanzmann che
attacca Schindler’s List o inveisce contro Korczak di Andrzej Wajda, Lanzmann che elogia
Le Benevole di Jonathan Littell e accusa di falsificazione storica Il testimone inascoltato di
Yannick Haenel, Lanzmann che difende l’uso
del termine «Shoah», parola incomprensibile per un evento incomprensibile.
Una prima crepa in questa immagine granitica l’aveva aperta tre anni fa proprio l’autobiografia La lepre della Patagonia, spiazzante fin dal titolo, che rivelava un narratore di
talento e un insospettabile umorista. Ora Gallimard pubblica un libro dal nome altrettanto oscuro, La tombe du divin plongeur, che
riporta alla luce tutto quel che Lanzmann è
stato prima di Shoah e a margine di Shoah. Il
«divino tuffatore» è quello dipinto sulla lastra di una tomba antica, a Paestum: «Non
avrei mai immaginato di essere colpito dritto
al cuore, tremante e sconvolto nel profondo,
come lo fui il giorno in cui egli mi apparve,
arco perfetto, che pare tuffarsi in eterno nello spazio tra la vita e la morte». Per Lanzmann — che ha fatto il primo tuffo a settant’anni, dalle rocce della Costiera Amalfitana — è la metafora della sua vita avventurosa
e attratta dagli abissi: «Così come ci sono imitazioni di Cristo, la mia è stata un’imitazione
del divino tuffatore di Paestum».
Ma non è metafora altrettanto adatta per
questo libro fatto non già di tuffi ma di nuotate — ora energiche, ora svagate — sullo specchio d’acque della cronaca. Articoli, reportage, interventi apparsi dalla fine degli anni
Cinquanta, per lo più su «Les Temps Modernes» (la rivista di Sartre e de Beauvoir di cui
Lanzmann divenne direttore) e su «Elle», dove scriveva sotto lo pseudonimo di Jean-Jacques Delacroix.
C’è il Lanzmann cronista giudiziario, che
racconta il terribile processo al curato di Uruffe, assassino di una parrocchiana che lui stesso aveva ingravidato, e che poi aveva sventra-
to per amministrare i sacramenti al feto, prima di ucciderlo e sfigurarlo. Ma c’è anche il
Lanzmann-Delacroix cronista mondano, capace di comporre deliziosi ritratti: l’imperatrice Soraya, ripudiata dallo scià di Persia, in vacanza a Capri nel 1959; Marcel Marceau, misantropo divenuto mimo in odio alla parola e
ai parlanti, «come Jean-Jacques Rousseau a
Ermenonville, ritirato dal mondo, sospettoso, murato nel suo silenzio»; Charles Aznavour che conquista gli «zibellini» del teatro
Parioli a Roma; Jean-Paul Belmondo, eroe
stendhaliano che «essendo assolutamente se
stesso, è uguale a tutti gli altri»; Serge Gainsbourg ai suoi esordi, pigro, blasé e misogino, che sale quasi controvoglia la scalinata
della gloria.
La breve sezione
dedicata a Shoah,
che raccoglie controversie attorno al
film (per lo più testi già noti), così come le polemiche
sul Kosovo, sulla
guerra umanitaria,
sull’11 settembre,
sul «comparatismo
degli orrori» che riconduce tutto alla
Shoah, confermano
quel che già si sapeva, e cioè che la vita
di Lanzmann è diviClaude Lanzmann, sa in due parti, priregista ebreo francese ma e dopo Shoah.
Ma forse a questa
nato a Parigi nel 1925,
ex partigiano, è noto linea divisoria crosoprattutto per il film nologica s’intreccia
documentario «Shoah» una fenditura longi(1985). Ha pubblicato tudinale, segno di
di recente «La tombe un’anima spaccata
du divin plongeur» in due. «Ma allora,
l’unità dell’io?» aveva obiettato Frantz Fanon, all’epoca grande
portavoce della causa algerina, quando aveva
scoperto che Lanzmann predicava l’engagement sartriano ma si guadagnava da vivere
con un «giornalismo alimentare». «Non avevo voglia di addentrarmi con lui in spiegazioni sulle nere concatenazioni della mia esistenza, e poi lo capivo: fare il ghost writer o
scrivere sulle attrici poteva sembrare frivolo
e contrario alla radicalità richiesta dall’impegno. Vivevamo in un’epoca totalitaria, la guerra fredda imperversava, bisognava rispondere di tutto. Mi fu più facile cambiare nome.
Tuttavia, Lanzmann e Delacroix erano una cosa sola». Tornano a esserlo, oggi, con questo
libro.
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DOMENICA 18 MARZO 2012
10 LA LETTURA CORRIERE DELLA SERA
Follower
Orizzonti Nuovi linguaggi
Self-publishing
di Chiara Maffioletti
{
La ragazza che sconfisse gli U2
Si avvicinano a 12 milioni i follower di Taylor
Swift, ventunenne reginetta del country,
incoronata da «Billboard» come l’artista che
ha guadagnato di più negli Usa nel 2011,
battendo anche gli U2. E su Twitter la
ILLUSTRAZIONE DI CHIARA DATTOLA
Dio, le classifiche e l’essere (sessuale) degli animali sono i temi
sviluppati da dilettanti allo sbaraglio e professori allo sbadiglio
I filosofi che si auto-pubblicano
di EDOARDO CAMURRI
G
sconfitta si ripete: la storica band non ha un
profilo molto attivo e si ferma «solo» a
65.700 follower. Viceversa la biondina
intrattiene i suoi milioni di fan raccontando
anche che cosa mangia per cena.
ustave Flaubert! Per degnamente pagare il debito di riconoscenza che abbiamo verso questo autore, vorremmo anche noi incontrare sulla strada qualche degno
erede dei suoi immortali Bouvard e Pécuchet, gli amici che mollarono tutto per dedicarsi, con sconsiderata felicità, alla ricerca
del sapere. Abbiamo così deciso di esplorare
un fenomeno che terrorizza molti: il self-publishing online; sono siti che offrono a
chiunque, senza la mediazione di un editore, la possibilità di pubblicare liberamente i
propri libri e di venderli a chi è curioso di
sapere cosa si agita nella mente di questi irregolari. Esploreremo, essendo il materiale
vastissimo, una delle sezioni più promettenti, quella filosofica, nella speranza di trovare
pensieri all’altezza delle aspettative.
Subito la nostra attenzione viene indirizzata verso il Trattatello filosofico scientifico
sulla sessualità umana e animale di Pietro
Italo Giovanni Calabrese (d’ora in poi Pigc).
Pigc è autore di altri volumi, tutti auto-pubblicati su lulu.com, come Dio l’essere e il
tempo e Il quarto wormhole, e l’interesse filosofico verso la sessualità sembra percorrere
tutta la sua opera. I filosofi da self-publishing, in genere, sono pronti a tutto, forse anche a finire arrosto come Giordano Bruno, pur di proclamare le loro scoperte. Leggiamo all’inizio del saggio di Pigc: «Vi confesso che quest’impresa mi fa paura; i filoso-
i
fi scomodi, che toccano argomenti che infrangono tabù secolari, se non millenari, sono da sempre stati perseguitati e, per l’amore delle loro idee e della verità, hanno fatto
una vita grama. Per fare il nome di un filosofo conosciuto ai più, che ha subìto questa
sorte, basti pensare a Spinoza! So che la pagherò cara, quindi; i miei detrattori chissà
cosa si inventeranno sul mio conto».
Non saremo noi di certo a inventarci nul-
RRR
Tiromancino
Il comune senso dell’estetica
Niccolò Amato, a 40 anni di distanza
dall’uscita di Ultimo tango a Parigi di
Bernardo Bertolucci, si pente di averne
ordinato il sequestro con l’accusa di
«esasperato pansessualismo fine a se
stesso». Il concetto di comune senso del
pudore si evolve nel tempo e oggi la
scena del burro sbiadisce nel patetico e
quella sentenza suona ridicola. Però, con il
pudore, evolve anche il punto di vista
dello spettatore e, di conseguenza, il testo.
È un principio epistemologico
fondamentale: così, oggi, dal punto di
vista puramente estetico, il giudizio di
«esasperato pansessualismo fine a se
stesso» pare perfetto.
Aldo Grasso
Michele Proclamato
Le vibrazioni dell’angelo
ilmiolibro.com
Pagine 64, e 11,5
Pietro I. G. Calabrese
Trattatello filosofico sulla
sessualità umana e animale
lulu.com, pagine 242, e 4
la sul conto di Pigc, in primo luogo perché
non vogliamo essere suoi detrattori e poi
perché è lui stesso a rivelare qualcosa di sé
dopo aver spiegato, tramite l’immagine di
un asse lungo il quale si dipana tutta la
sessualità umana (A e B sono gli estremi, A
eterosessualità B omosessualità in mezzo il
punto zero), la geometria del suo filosofare:
«Ebbene all’estremità A troviamo
l’eterosessualità, che da ora in poi chiamerò
l’amore per l’infinitamente grande, ossia la
macrofilia. Essa consiste nell’amore per
l’obesità, per la vecchiezza, per tutto ciò che
nel corpo manifesta il passare degli anni.
Quindi avremo attrazione per seni grossi e
cadenti, con grandi areole; per fianchi pieni
di rotoli, per sederi cascanti ecc...? A me
piacciono anche le rughe, le smagliature, la
cellulite e le varici, purché solo accennate
(però dipende da caso a caso). Comunque,
nell’eterosessualità il seno è la stella ed il sedere è il pianeta».
Anche se può avere qualche interesse il
fatto che Pigc veda l’universo sotto forma di
lambada o di hula hoop (si provi infatti a far
orbitare il sedere-pianeta attorno al seno-stella per simulare la scena), ciò che colpisce nei filosofi da self-publishing è una
certa maniacalità classificatoria. Esistono
precedenti sorprendenti: viene in mente
Amintore Fanfani che nel 1934, pubblicando
(però con l’editore Vita e Pensiero) un libro
intitolato Cattolicesimo e protestantesimo
nella formazione storica del capitalismo, arrivò a sostenere la tesi secondo la quale nei
periodi di crisi economica vanno al potere
uomini politici longilinei (alti) mentre in periodi di benessere comandano politici brevilinei (bassi). Oppure il biologo austriaco
Paul Kammerer (morto suicida nel 1926) che
era solito riempire le pagine del suo diario
con le coincidenze che più lo colpivano: seduto su una panchina annotava quante persone gironzolavano raggruppandole secondo il sesso, l’età, l’abbigliamento, eccetera
per poi trovare, immaginiamo, una legge del
tipo: nei giorni di pioggia la gente porta gli
ombrelli.
Tutto questo, ricordava giustamente J. Rodolfo Wilcock, «è molto viennese e asburgico», ma i filosofi da self-publishing, per
quanto classificatori maniacali, non si fanno
catalogare con docilità. Il loro punto di vista
tende all’universale.
Fabio Volpe vende su lulu.com un suo saggio intitolato La mattanza. Fenomenologia
dell’incidente stradale nelle democrazie occidentali (il titolo ci ha fatto venire in mente
certi scritti di Cesare Lombroso come Delitti
ciclistici e benefici del ciclismo) mentre Michele Proclamato, su ilmiolibro.com, introduce il suo volume Le vibrazioni dell’angelo
(un saggio esoterico sulla musica), confessando: «Sinceramente, comunque, mi aspettavo di più dalla parziale comprensione dei
meccanismi creativi divini, immaginavo,
che so, la nascita dentro di me di un potere
creativo capace di trasformare questa mia endemica povertà in ricchezza, o la possibilità,
con la pura forza del pensiero, di trasformare la mia caratteristica pancetta in una parete addominale degna dei bronzei ritrovamenti di Riace» (più in avanti, Proclamato
rivelerà che Dio l’avrebbe ricompensato, come si è già capito, donandogli la capacità di
trovare il marchio divino nel creato).
I filosofi da self-publishing vendono i loro libri, almeno nelle versioni ebook, a cifre
abbastanza modiche. Quasi nulle, rispetto alle ore di stupore che dispensano. L’importante è non farsi troppe domande. Per esempio: come mai Gianni Ferracuti dell’Università di Trieste autopubblica un volume intitolato Parmenide e la capra e l’unica fotografia
che il suo libro riporta è quella di un cane
boxer? Quale sarà invece la tesi sostenuta da
Giacinto Plescia nel suo libro Ontologia del
sublime quando, in circa diciassettemila pagine (ripetiamo: 17 mila pagine), scrive frasi
del tipo: «Essere sublime che ci incontra e si
eventui, si getta nell’Essere così come nell’Esserci, per abitarvi con la transplendenza del
sublime o dell’Essere sublatione sublime, o
per abitare poeticamente le insenature sublimi di Kalypso»?
Non è il caso di fare i moralisti.
L’incomprensibilità di un testo filosofico
non è mai stato un problema per il suo successo. E se Heidegger divenne un gigante
scrivendo che «il mondo mondeggia», allora un Pigc qualunque può benissimo far ballare la lambada all’universo meritandosi così
gli applausi riconoscenti di tutti i devoti di
Gustave Flaubert.
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Inquietudini La scrittura è troppo impulsiva, semplificatoria e parifica (male) sfera pubblica e privata
La rapidità di Twitter? Emotiva e sopravvalutata
di FRANCESCO PICCOLO
P
er fortuna, le
contraddizioni resistono.
Sono uno che scrive in
favore della modernità senza
esitazione, e poi non sono su
Facebook e non ho Twitter.
Proprio come Jonathan
Franzen, con la differenza che
non condivido teorie
apocalittiche sulle conseguenze
del social network. In pratica:
anch’io prediligo la
comunicazione tecnologica a
quella in carne e ossa. Nel
senso che provo una enorme
eccitazione a starmene a casa
mia e intanto comunicare con il
mondo. Solo che il mondo per
me si limita alle persone che
frequento, e la possibilità di
eliminare una gran parte degli
incontri veri e degli
appuntamenti complicati e
degli spostamenti sotto il sole
perché poi si mette a piovere
all’improvviso, mi dà un
piacere gigantesco.
Inconfessabile, il più delle
volte, ma gigantesco. Però, ci
sono delle cose del social
network, in tutte le sue
diramazioni, che mi
convincono in generale ma che
non riesco a praticare
quotidianamente. A dirla tutta,
questo ragionamento mi è
molto chiaro con Facebook,
molto meno con Twitter. Per
me Twitter è come il film La
talpa: appena incontro
qualcuno che l’ha visto, gli dico
che mi è piaciuto, cosa che
nella sostanza è vera; però poi
gli chiedo la cortesia di
spiegarmelo, faccio finta di aver
capito, ma la verità è che non
ho capito niente di quello che è
successo nel film. Niente di
niente.
Finora ho incontrato tre
problemi con i quali sto
lottando. È chiaro che ho anche
constatato una enorme quantità
di virtù, però qui voglio
elencare solo i tre problemi: la
gabbia dei 140 caratteri. Che poi
è la sostanza. Non riesco a non
pensare che la brevità è un
punto di arrivo e non un punto
di partenza. Infatti, quando nei
quotidiani ci sono articoli di
due pagine fitte, fitte, sono
contento. Compro le riviste
trimestrali. Insomma, se
bisogna ragionare intorno a
qualcosa, mi piace leggere
decine di pagine che
argomentano un giudizio, una
scelta; fanno digressioni,
allontanandosi tantissimo da
ciò di cui si parla per poi
scoprire che non si erano
allontanati tantissimo, ma
parlando di altro hanno
spiegato meglio. E in definitiva:
si può scrivere un racconto di
tre righe, ma bisogna pensarci
di più che per un racconto di
venti pagine.
E qui veniamo alla seconda
questione: è l’immediatezza la
caratteristica che mi inquieta di
più del social network. Ha
introdotto una specie di
parificazione tra un giudizio
argomentato e una reazione
emotiva. E la brevità rende
questi due aspetti opposti
ancora più simili. Ho poca
simpatia per la reazione
emotiva. Nella sostanza, non mi
convince che qualcuno esca da
un cinema e scriva a persone
che conosce e che non conosce:
mi è piaciuto. Mi sembra
leggermente riduttivo.
La terza argomentazione, lo
ammetto subito, è da vecchi:
faccio differenze tra persone
che conosco e persone che non
conosco. In pratica, tra vita
privata e vita pubblica. Twitter
abbatte questa barriera. Io non
me la sento (ancora) di
abbatterla. Uso un linguaggio
diverso con mia madre, con il
mio amico, con un collega, con
un mio lettore, con un estraneo.
Non riesco a dire che sono
felice al direttore di un giornale,
e ho pudore a mandare un
articolo a mia sorella.
In più, c’è questo fatto che devi
seguire qualcuno; oppure, più
inquietante, c’è qualcuno che ti
segue. A quel punto, mi sembra
davvero di essere La talpa. Con
la differenza che lo hanno
capito tutti che sono io.
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DOMENICA 18 MARZO 2012
CORRIERE DELLA SERA LA LETTURA 11
Sushi style
Orizzonti Nuovi linguaggi
Visual data
di Annachiara Sacchi
{
Riti di acqua e sapone
Corpi che si lavano, si insaponano, si
rilassano. Per i giapponesi il bagno, ofuro, è
un rito che si celebra in casa, nei ryokan, gli
hotel in stile tradizionale, negli onsen, i centri
termali. Con la raccolta Visioni del Mondo
(Skira Editore), il fotografo Daido Moriyama
è riuscito a catturare l’essenza di queste
abluzioni. La vita quotidiana nipponica
raccontata da un maestro dello scatto in
bianco e nero.
Over 65, neolaureati, nati all’estero. La nuova
emigrazione nostrana ha tante facce ma due costanze:
eterogeneità e diaspora. L’Europa resta al primo posto
Le altre Italie lontano dall’Italia
di MARIO PORQUEDDU
Q
uattro milioni 208 mila 977 sono
gli iscritti all’Aire, Anagrafe degli
italiani residenti all’estero. Quattro milioni 968 mila sono gli immigrati in
Italia secondo il Dossier Caritas/Migrantes 2011. Una delle parole chiave in questa
storia è «anche». Lo ripete da anni il sociologo Enrico Pugliese, autore di L’Italia
tra migrazioni internazionali e migrazioni interne (il Mulino): l’Italia, dice, da
qualche tempo è (anche) meta d’immigrazione, ma non ha mai smesso di essere
un Paese da cui si parte — alla ricerca di
impieghi o esistenze più soddisfacenti —
soprattutto alla volta dell’Europa, e qualche volta spingendosi più lontano. Per l’Istat a fine 2010 circa 45 mila italiani si erano cancellati dall’anagrafe per recarsi all’estero e 35 mila facevano ritorno. Il saldo è negativo da anni e i database spesso
sbagliano per difetto: c’è chi non si iscrive
all’Aire e chi partendo non si cancella dall’anagrafe.
Il fenomeno è rilevante (come suggerisce la copertina di Roberto Innocenti di
questo numero de «la Lettura»). Tanto
che la Fondazione Migrantes (stavolta senza Caritas) dal 2006 pubblica un «Rappor-
to sugli italiani nel mondo». Tra linee di
continuità (si continua a partire di più dal
Mezzogiorno, Sicilia in testa) e grandi differenze rispetto al passato, oggi Delfina Licata, caporedattore del dossier, individua
due concetti: «Diaspora ed eterogeneità.
Perché siamo in ogni parte del mondo e
perché l’emigrazione ha molte facce: over
65, neolaureati, nati all’estero. Anche tante donne: la differenza di genere non è più
un fattore rilevante nelle partenze». È successo anche in passato. Prima che lo sviluppo delle società industriali portasse
masse di operai dal Sud verso i Nord d’Italia e d’Europa, da metà del XIX secolo alla
Seconda guerra mondiale schiere di contadine del Nordest hanno lasciato l’Italia per
trasformarsi in balie e governanti (badanti
ante litteram?), per esempio in Egitto.
Oggi il Mediterraneo è attraversato da
DensityDesign Lab
La visualizzazione dati è a cura del
DensityDesign Lab del Politecnico
di Milano guidato da Paolo Ciuccarelli.
La realizzazione di questa settimana
è di Azzurra Pini, Valerio Pellegrini
e Anna Bassi
Sud a Nord, le badanti nelle nostre città
vengono dall’Est, e gli italiani continuano
a partire. Migranti 2.0, in cerca di lavoro
qualificato, facilitati dai voli low cost, da
Skype e dalle webcam che consentono di
parlarsi e vedersi da migliaia di chilometri di distanza, e dal sentirsi cittadini d’Europa se non del mondo. Un’esperienza
magari meno traumatica di un tempo, ma
che conserva un misto di senso delle radici e desiderio del ritorno; rabbia per non
aver avuto qui le opportunità trovate altrove e nostalgia dei luoghi d’infanzia, insomma del paese e non del Paese.
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DOMENICA 18 MARZO 2012
12 LA LETTURA CORRIERE DELLA SERA
Non perdere
i 10 libri
dell’ALBO D’ORO
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DOMENICA 18 MARZO 2012
CORRIERE DELLA SERA LA LETTURA 13
La corsa
L’inedito
Un romanzo
di cento parole
RRR
di Marcello Simoni
Marcello Simoni è nato a
Comacchio nel 1975, fa il
bibliotecario. Il suo primo
romanzo, Il mercante di
libri maledetti (Newton
Compton) è selezionato
per il Bancarella 2012
L’
affanno della corsa, passo dopo passo,
aveva trasformato il suo petto in un
otre di cuoio. Anche le gambe erano
mutate, strada facendo le aveva viste
diventare zampe di cervo, arti scheletrici e ora
muscoli biomeccanici.
Il fuggitivo non si chiedeva il perché di quelle
metamorfosi: nella corsa c’era spazio soltanto
Caratteri
per il terrore. La paura gli impediva di voltarsi
verso il cavaliere che lo inseguiva.
E anche se da qualche tempo non udiva più alle
sue spalle il pestare degli zoccoli,
ma uno stridere di pneumatici,
lo riconosceva. Si chiamava Morte e gli andava
dietro l’inferno.
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Cambusa
di Nicola Saldutti
I libri: narrativa, saggistica, ragazzi, classifiche, poesia
{
L’euro visto da Crotone
La Grecia si è (quasi) salvata dai suoi debiti.
Può essere interessante allora fare tappa a
Crotone. Per almeno un paio di motivi: è la città
dove Pitagora di Samo fondò la sua scuola. Ed
è il porto dello Jonio dal quale i naviganti
partono per veleggiare verso la penisola
ellenica. Può capitare che, alla banchina, si
ritrovino imbarcazioni da tutta Europa. L'ultimo
approdo prima della traversata verso Atene.
Come dire: l’euro, visto da qui, è ben saldo.
I rinnegati La tentazione di bruciare il propri libri per arroganza o per disperazione
I roghi dell’autocensura
I dubbi di Virgilio,
i timori di Kafka.
Mentre un manuale
sui videogiochi
perseguita Amis
di IDA BOZZI
C
hissà se Martin Amis ricorda quel passo de Il
Maestro e Margherita, il capolavoro di Mikhail
Bulgakov, in cui Woland restituisce agli amanti
riuniti il romanzo del Maestro, creduto bruciato, e lo fa pronunciando poche parole divenute
celebri: «I manoscritti non bruciano» (edizione Einaudi,
traduzione di Vera Dridso). Proprio Amis, forse, rimpiange che non sia andato perduto tra le fiamme il suo Invasion of the Space Invaders, non un romanzo sull’Inghilterra contemporanea ma un’assai meno letteraria guida
ai videogiochi, edita nel 1982 da Hutchinson, prima del
celebrato Money (del 1984, edito in Italia nel 1999 da Einaudi) con cui divenne famoso. La guida, un viaggio tra
le «meraviglie» del PacMan e di Donkey Kong, come ha
scritto di recente il sito The Millions e come ripete la
stampa inglese, non solo è stata soppressa dall’autore
che l’ha lasciata andare «fuori stampa», ma non compare
nemmeno nella biografia uscita l’anno scorso in Gran
Bretagna per i tipi di Constable & Robinson, firmata da
Richard Bradford.
Tuttavia, appunto, i manoscritti non bruciano: così
l’autocensurata e ormai rara pubblicazione si può trovare
online per cifre tra i 150 e i 450 dollari, e torna di tanto in
tanto a tormentare Amis per altre vie: anche il critico del
«Guardian» Nicholas Lezard, riferisce il sito, ha infatti domandato notizie ad Amis sul motivo del ritiro dell’opera,
ottenendone un’occhiata fulminante, «di pietà più che di
disprezzo». Eppure l’interesse giovanile di Amis per i giochi non appare agli inglesi del tutto estraneo alla produzione successiva e, scherzosamente o no, il libro è definito «gemello non finzionale» del romanzo successivo,
quasi una preparazione a un personaggio di «perdente»
e di vittima come John Self.
Con buona pace di Bulgakov, comunque, il fuoco dell’autocensura è sempre pronto ad accendersi, per motivi
gravi, futili o insondabili, e con effetti spesso meno felici
di quelli suggeriti dal «buon diavolo» Woland. Si dice
che lo stesso Bulgakov abbia bruciato il suo Maestro e
Margherita, per timore della censura sovietica, per riscriverlo più tardi a memoria: il romanzo uscì, tra l’altro, postumo nel 1967. Sempre per il timore della censura, anche Gao Xingjian, Premio Nobel per la letteratura nel
2000, nella Cina di Mao preferì bruciare molti scritti: è
stato lo stesso autore di La montagna dell’anima (edito
da Rizzoli nel 2002, traduzione di Mirella Fratamico) a
raccontarlo al pubblico italiano, l’anno scorso, ospite al
Pisa Book Festival. E in almeno due occasioni la tentazione colse anche Vladimir Nabokov: la prima volta, quando
il romanziere tentò di bruciare il manoscritto di Lolita
ma fu bloccato dalla moglie Vera; la seconda, quando diede mandato al figlio Dmitri di distruggere le 138 schede
dell’incompiuto L’originale di Laura, una volontà che il
figlio non ha rispettato (il testo è edito in Italia da Adelphi, 2009).
L’insuccesso e l’oblio causarono lo smarrimento di
un’opera giovanile di un giurista che sarebbe divenuto
celebre, Salvatore Satta: il romanzo La veranda, ora pubblicato da Adelphi, fu messo da parte da Satta dopo un
concorso letterario (che non vinse) e venne ritrovato dopo la morte dell’autore tra i fogli di un faldone giudiziario. Mentre si ignora il motivo per cui Don DeLillo abbia
preso le distanze dal romanzo pubblicato nell’80 sotto il
nome di Cleo Birdwell, Amazons, sull’hockey femminile.
Un senso estremo dell’opportunità e della compiutezza entra in gioco con l’insoddisfazione dello scrittore per
il proprio lavoro, si tratti di autocensura o vanità: ma è
una sensibilità che rischia di distruggere capolavori. È il
caso celebre di Franz Kafka, che incaricò il suo amico
Max Brod di dare alle fiamme la sua opera. Se Brod avesse obbedito, la letteratura non sarebbe stata la stessa: né
America, né Il processo, né Il castello, nessuna delle opere maggiori dell’autore praghese, uscite postume proprio
per la cura di Brod, avrebbe visto la luce. Quel che è accaduto, purtroppo, alla seconda parte delle Anime morte di
Nikolaj Gogol’, che l’autore, in preda a una crisi religiosa,
bruciò nel febbraio 1852, per poi cadere in deliquio e nell’inedia che in pochi giorni lo uccise.
Dall’alto: il britannico
Martin Amis (1949);
il boemo Franz Kafka
(1883-1924) e il russo
Mikhail Bulgakov
(1891-1940). Nella foto
grande: un’immagine tratta
dal video «Fire Woman»
di Bill Viola (il suo sito è
www.billviola.com)
Il fuoco d’altronde rappresenta per il libro e per il manoscritto la fine più definitiva (nella vita e nei romanzi: si
pensi all’incendio della Biblioteca di Alessandria e a quello ne Il nome della rosa di Eco), almeno prima della
riproducibilità a stampa o del tasto «delete» nei computer. E ha la solennità di un elemento, il fuoco, fin dalle
origini del mondo considerato purificatore e punitivo insieme, dall’incenerimento inflitto da Zeus ai Titani, all’annichilimento in stagnum ignis, il lago di fuoco dell’Apocalisse di Giovanni, al fuoco purificatore di san Paolo e
così via. Perciò il gesto di «bruciare il manoscritto» ha
anche significati e spinte
culturali profonde, inerenti la creazione di un’aura
mitica intorno al manoscritto stesso, il sacro, la
palingenesi etc. Al primo
caso possiamo ascrivere
l’esempio di Yamamoto
Tsunetomo, il samurai che
prima di morire, nel 1719,
diede al suo allievo l’ordine di bruciare anni di dialoghi e insegnamenti: sfuggiti al fuoco, i testi divennero poi il libro segreto, quasi misterico, dei samurai,
l’Hagakure. È apocalittico
e palingenetico (cioè di rinascita) il fuoco vero o metaforico dei molti autori di
cui abbiamo detto, compresi i moderni Amis o DeLillo, di chi cioè distrugge
perché altro di nuovo è già
sorto nella propria carriera, o nel mondo conosciuto. Va citato a questo punto Virgilio, di cui si narra
che chiedesse all’amico Vario Rufo di bruciare l’Eneide dopo la sua morte, desiderio che Ottaviano Augusto proibì di esaudire. Lo scrittore Hermann Broch, nel
suo romanzo La morte di Virgilio (Feltrinelli), attribuì la
decisione del poeta al timore di aver creato un’opera politica e non palingenetica e mistica com’era nei suoi intendimenti. Un fallimento: ma come può intenderlo un creatore sommo, un Virgilio, appunto, o un Kafka, un senso
personale della disfatta lontanissimo da qualsiasi altra
misura critica.
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DOMENICA 18 MARZO 2012
14 LA LETTURA CORRIERE DELLA SERA
Titoli di coda
Caratteri Narrativa italiana
Epistolari
di Maurizio Porro
{
Il corvo e le vipere
Cinema e letteratura unite nelle indagini.
Spesso i libri raccontano la storia del film, Le
calligrafie del corvo (Nutrimenti) di Francette
Vigneron, con un contributo di Goffredo Fofi, fa
di più. Partecipa alle indagini per trovare il
misterioso autore delle lettere anonime che
rivelò un nascosto groviglio di vipere, caso che
nel 1917 sconvolse una tranquilla cittadina
francese, Tulle, da cui il grande Clouzot trasse
nel '43 il capolavoro noir Il corvo.
Ancora la creatività artistica nel romanzo di Giovanni Montanaro
che, ispirato un po’ da Scarpa, scrive una storia limpida e compatta
Grottesco La «favola»
di Enrico Macioci
Lettera al caro signor Van Gogh
a firma di Teresa che gli rivelò il colore
All’ospedale
della Sacra
Frattura
di ERMANNO PACCAGNINI
di ALESSANDRO BERETTA
C’
L
RRR
i
Tiromancino
Il comunismo diverso
Sulla «Stampa» del 15 marzo Angelo
d’Orsi, infuriato con Franco Lo Piparo,
sostiene che è una pura e semplice
ovvietà definire «diverso», perché «non
autocratico e poliziesco», il comunismo di
Gramsci. Ammesso e non concesso che
sia così, viene da chiedersi allora, dato
l’indubbio carattere liberticida assunto da
tutti i regimi d’ispirazione leninista, se
quello di Gramsci fosse rimasto autentico
comunismo. Lo Piparo pensa di no, d’Orsi
preferisce ignorare la questione. (A. Car.)
giore ridonandole la parola. Che deposita
in questa lunga lettera Al signor Van Gogh
quale tentativo di metter ordine nel disordine dei ricordi, pur nel male che fanno: dall’infanzia felice ai contrastanti, incerti suoi
sentimenti verso Vincent.
Per questo, con Teresa, protagonista è
anche il «colore»: col suo ruolo insieme di
salvezza e condanna nel dare l’arte a Van
Gogh ma coi cupi risvolti; e a Teresa una
parola che però porta anche dolore e, alla
fine, straniamento, col solo sussulto del suicidio del pittore. E del resto, scrive Teresa:
che altro è la storia d’una persona se non
l’incrociarsi di «amore, notte, silenzio»; e
di «tradimento delle cose belle e desiderabili»? Una storia offerta con scrittura di notevole limpidezza, in un racconto compatto, ricco di pietas, dominato dalle figure
dei due protagonisti, ma con ben tratteggiate anche alcune minori come gli amici di
Teresa, Icarus e Gaston (a spese ovviamente della famiglia ospitante e dell’incompetente psichiatra Tarascon).
a nascita del Principino Poppy
Bank può essere una svolta per
l’umanità nei territori
traumatizzati dalla Grande Scossa. A
provarlo, l’attrazione naturale che
spinge tutti i personaggi del romanzo
La dissoluzione familiare ad
avvicinarsi al neonato nel terrificante
Ospedale della Sacra Frattura, luogo
dalla geografia incerta e dalla crudeltà
tentacolare. Ci sono il padre Ham
Bank, lo zio Sylvanus, la temibile Lady
Tenebra, il
metafisico Don
Sisma e l’Onni,
dittatore
televisivo. Sono
solo alcuni dei
tanti personaggi
che Enrico
Macioci
coinvolge nel
Enrico Macioci suo romanzo,
La dissoluzione favola grottesca
familiare e allegorica
INDIANA dietro cui pulsa
Pagine 336 il ricordo del
€ 24,50 terremoto in
Abruzzo.
L’autore, nato all’Aquila nel 1975, ha
già trattato il tema realisticamente
nella sua prima raccolta di racconti
Terremoto (Terre di mezzo, 2010) e qui
vi torna, accompagnato nell’editing da
Giulio Mozzi, con taglio surreale e
simbolico. Una strada poeticamente
inerpicata che affronta in una triplice
battaglia: stilistica, tra periodare
lungo, ripetizioni, elencazioni,
allitterazioni; strutturale, tra capitoli
di forme diverse e note che fanno
«all’incirca mezzo libro» e, infine, di
temi. Ma argomenti come la società
anestetizzata dai media, la famiglia da
dissolvere e le false promesse di
ricostruzione, faticano a coagulare. A
picchi brillanti, si alternano momenti
paludosi in cui l’originalità spinta
dalla scrittura si affossa in eccessi di
speculazione. Ne esce un libro
frammentario, come frammentario è
il piacere di leggerlo, ma coraggioso e
fuori dal coro.
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VINCENT VAN GOGH, «IL SEMINATORE», 1888 (PARTICOLARE), VAN GOGH MUSEUM, AMSTERDAM
è continuità e discontinuità rispetto alle precedenti sue opere in Tutti i colori del mondo
di Giovanni Montanaro. E se
la continuità è rappresentata
dalla presenza di figure o momenti attinenti alla creatività artistica: il passaggio dalla
monodia alla polifonia in La croce Honninfjord (2007); la ritrattistica del XVI secolo in
Le conseguenze (2009); la discontinuità risiede soprattutto nel modulo narrativo: lineare, rispetto al passato, in cui Montanaro
operava su tre-quattro piani spazio-temporali (dal IX secolo al 1988 nel primo; dal
1572 al 2008/2009 nel secondo). Modulo
che rischiava di imprigionarlo, perdendosi
nel secondo la freschezza che sosteneva l’articolazione forse anche più sofisticata del
primo, rispetto ai quali segna un passo in
avanti Tutti i colori del mondo, titolo che ricalca Tutte le mattine del mondo di Quignard sulla notte della creatività del violista
Marin Marais alla ricerca della tecnica perfetta (ma già nella bandella del primo si leggeva «tutta la musica del mondo»). Un cambiamento su cui credo abbia influito Stabat
Mater di Tiziano Scarpa (peraltro presentatore di questo e del precedente romanzo),
cui lo accomunano un io narrante che qui
s’esprime in stile epistolare; una lunga lettera — anche qui scritta di notte, con fogli
nascosti, e non spedita — che si scoprirà
essere stesa in un reclusorio; e sullo sfondo
la figura d’una madre morta nel partorire.
Quanto alla storia, Montanaro si muove
nel vuoto dell’anno 1880-81 che segna il mistero del passaggio di Van Gogh al colore e
da qui recuperando, la protagonista Teresa
Senzasogni, il suo quindicennio precedente; per poi soffermarsi sui pochi giorni determinanti per le loro due vite in cui il giovane Van Gogh, stanco del ruolo di predica-
GIOVANNI MONTANARO
Tutti i colori del mondo
FELTRINELLI
Pagine 140, e 14
tore, alla ricerca di sé come artista, dato
che nessuno vuol saperne dei suoi disegni,
giunge a Gheel, «il paese giallo» delle Fiandre situato presso il santuario di Santa Dimfna, venerata per la cura delle malattie
mentali, dove i parenti portano i propri ammalati sperando in una guarigione e lasciandoveli in caso contrario, ospiti delle famiglie e liberi di circolare per il paese «in
mezzo alla gente»; e dove il padre di Van
Gogh pensava d’inviare il figlio.
Un Van Gogh «imprigionato in qualcosa» d’incomprensibile che gli impedisce
d’esprimersi; e che solo grazie a Teresa, che
presagisce in lui il destino di colui che grazie al colore può trasformare quelle sue informi creazioni, riesce a liberarsi alla pittura. Quello stesso colore infine determinante per Teresa stessa, vera protagonista con
la sua storia di dolore e sopraffazione, e
d’una «diversità» che la presunzione medica elegge a caso (è la sorpresa dell’ultima
parte), salvo infine scaricarla nel manicomio di Saint-Rémy, trasformando in vera
pazzia quella che sin lì era follia dichiarata
tale dai paesani solo per tenerla a Gheel,
sottraendola all’orfanotrofio. Un manicomio dove dieci anni dopo (1889) rincontra
un Van Gogh assatanato nel dipingere, ma
che non la riconosce; ma i cui quadri da lei
ritrovati in lavanderia la sottraggono al gri-
Stile
Stile
Storia
Storia
Copertina
Copertina
Esordi Tra spy story e intrigo romantico, Vitaliano riesce dove la sua passione affabulatoria trova racconti
Sorniona e indifferente: è la Milano di Tangentopoli
di MATTEO GIANCOTTI
S
e Fausto Vitaliano non
fosse anche un abile
caricaturista di generi, si
avrebbe tutto il diritto di
spazientirsi per certi dialoghi
lunghi e troppo «morali» o
troppo sentimentali del suo
romanzo d’esordio,
Era solo una promessa
(Laurana). Ma in molte pagine
c’è un’alterazione umoristica
che fa capire come questo libro
non si possa ridurre a una
detective-story (un giornalista
alle prese coi segreti di una
ricca famiglia di industriali
ricorda pur sempre Stieg
Larsson) e all’intrigo
romantico venato di occulto (il
giornalista si innamora della
bella figlia del ricco industriale
e finisce per stabilirsi in un
luogo vagamente irreale e
popolato da fantasmi) sullo
sfondo di Tangentopoli. Il
tavolo sul quale Vitaliano,
cinquantenne sceneggiatore di
Disney, gioca la partita è un
altro: il suo libro si sostiene
per oltre quattrocento pagine
sulla caccia alle storie
raccontate e da raccontare.
C’è una specie di spirito di
frontiera nella sua passione
affabulatoria: la fame di storie
è anche fame di esperienza, e
non è un caso se le pagine
migliori sono quelle in cui i
pensieri e le parole di
Alessandro, protagonista e
narratore, trovano un
equilibrio tra il tono ricercato e
il turpiloquio, a metà
strada tra Salinger e Lansdale.
Pigro di indole, benestante e
libero di non lavorare, il
fotografo Alex, che vive una
vita d’inerzia dopo aver perso
la sua famiglia in un incidente
ferroviario, viene fortuitamente
calamitato fuori dalla sua
Milano, in uno sperduto
luogo di provincia intorno al
quale ruotano da generazioni
le vicende e le ambizioni della
famiglia Neyroz, che vuole
redimere e trasformare in
Fausto Vitaliano
Era solo una promessa
LAURANA
Pagine 426, e 18
nuovo Eldorado un piccolo
paese. Sul fotoservizio
di Alex riguardante la villa dei
Neyroz convergono a poco a
poco, da vie diverse, gli
interessi o piuttosto i secondi
fini dei protagonisti del
romanzo. Nel frattempo
Milano, scopertasi
Tangentopoli, è scossa da
un’aria di rinnovamento. Alex
avverte in questo «terremoto»
le caratteristiche effimere di
tutte le rivoluzioni italiane,
mentre il rampollo dei Neyroz
ci vede l’occasione della
propria definitiva ascesa: il
gigantismo delle sue ambizioni
rischia di trascinare nell’abisso
l’intera sua famiglia, compresa
la sorella Silvia, amata da Alex.
Pur con qualche scompenso
nel ritmo, Vitaliano ha
costruito un intreccio
ingegnoso, affascinante anche
per la dialettica tra i luoghi
dell’ambientazione: da un lato
lo strano paese fuori dal tempo
il cui destino coincide con la
parabola dei Neyroz; dall’altro
una Milano della quale si dà in
questo libro un bellissimo
ritratto comportamentale:
apparentemente sconvolta dai
mutamenti della storia, in
realtà sorniona e indifferente a
tutto, meno che agli affari.
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Stile
Storia
Copertina
DOMENICA 18 MARZO 2012
CORRIERE DELLA SERA LA LETTURA 15
Inchiostro di Cina
Caratteri Narrativa straniera
Riscoperte
di Marco Del Corona
{
Io speriamo che i miei genitori tornano
Bimbi invisibili un po’ meno invisibili. Un
maestro elementare, Yang Yuansong, ha
raccolto 220 quaderni, 21 disegni e 12
lettere di ragazzini di un’arretrata contea del
Guizhou lasciati a casa dai genitori emigrati
per lavorare. Il libro (Diari dei bimbi cinesi
rimasti indietro) fa sì che le loro storie si
impongano con la forza dei dettagli. Mentre
aspettano padri e madri, i piccoli sono
accuditi — si direbbe — dai lettori.
Torna in libreria «Il fiume» di Rumer Godden, da cui Renoir trasse il suo grande film
Racconta il difficile passaggio all’età adulta nell’impero coloniale britannico al tramonto
L’India è un cobra bello e seducente
di FRANCO CORDELLI
I
libri non sono un miracolo: se non li
hai, li ha qualcun altro: amici, bancarelle, biblioteche, siti. Se ne vuoi leggere
uno, lo leggi. Per i film è (era) diverso:
da quando ci sono i dvd puoi sempre
sperare. La pubblicazione di un dvd è un miracolo, la speranza divenuta realtà. Così fu
quando Vieri Razzini, che è un crociato della
causa, pubblicò Il fiume di Jean Renoir, e poi
un cofanetto con tre film dei magici Michael
Powell ed Emeric Pressburger. Nel cofanetto
c’erano Duello a Berlino (integro come mai
era apparso), Scarpette rosse e, supremamente atteso, Narciso nero. Perché supremamente atteso? Nella biblioteca paterna giacevano
quattro romanzi di Rumer Godden, da me
sempre snobbati: Fuga nel tempo, A colazione dai Nikolides, Il fiume e, appunto, Narciso nero. Tranne Il fiume, edito a Napoli da
Richter nel 1952, gli altri erano pubblicati da
Mondadori tra il ’47 e il ’51. Questi titoli e
quell’autrice non mi dicevano niente. Poi scoprii che erano all’origine di due capolavori,
di due film: ma (e torniamo al principio) chi
li poteva vedere? Per merito, lo ripeto, di Razzini, a tanto riuscii. Dopo, non potevo non
leggere quei romanzi di Rumer Godden che,
bene o male, li avevano generati.
Nata nel 1907, morta a novantun’anni, e
nonostante sia stata un’autrice prolifica, Godden non è affatto «una specie di Delly», come la definì un biografo di Renoir. Tendo
semmai a pensare che nella sua vita di scrittrice ci sia stato un momento creativo in special modo intenso, tra il 1939, l’anno di Narciso nero, e il 1946, l’anno de Il fiume. Rispetto
a questi, Fuga nel tempo, che è del 1945, mi
sembra un non riuscito esperimento sulla falsariga di Virginia Woolf de La signora Dalloway. Ma gli altri tre, nella loro consuetudine narrativa, tipicamente inglese, sono piuttosto belli e costituiscono un corpo organico. Hanno in comune due temi, il rapporto
tra Inghilterra e India, per la precisione quella parte a nordest dell’India che è il Bengala,
oggi Bangladesh; e, più ancora, il nodo del
passaggio tra l’infanzia e l’adolescenza, se
non un acutissimo, iper percettivo sentimento della fine dell’infanzia. Cito da Il fiume
una frase che si riferisce a una delle sorelline
(della famiglia oggetto di un racconto in parte autobiografico) e la sua bambinaia india-
Gialli d’autore
Genio o artigiano?
È il solito Simenon
di ANTONIO DEBENEDETTI
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I
l seme della suspense è sepolto nelle
prime pagine. Siamo in provincia, un
pomeriggio d’inverno. Il grigiore del
paesaggio fa da specchio al grigiore delle
anime. Da una limousine, con autista, scende
Eugéne Malou, discusso personaggio locale.
Si dirige verso un caffè, ordina un armagnac e
fa una telefonata. Raggiunge quindi l’elegante
dimora d’un conte e al termine d’una breve
visita si fa saltare le cervella. Alain, il figlio del
suicida, vuol vederci chiaro. Scoprirà così,
grazie anche alle rivelazioni d’una sorella
procace e corrotta, che suo padre era
un sessuomane, un imbroglione non solo da
condannare però. Il destino dei Malou, che
Adelphi pubblica nella traduzione di Federica
Di Lella e Maria Laura Vanorio (pagine 200,
€ 18), è stato scritto da Simenon nel febbraio
1947. Appartiene dunque agli anni del
soggiorno americano come Lettera al mio
giudice e La neve era sporca. Alain
è un personaggio studiato a tavolino,
all’ombra di Dostoevskij, la sua vicenda non
è esente da compiacimenti letterari. Eppure
il romanzo si fa leggere col fiato in gola
e il lettore ammirato torna a porsi la solita
domanda. Simenon autentico genio letterario
o «solo» formidabile professionista?
i
A sinistra,
«Eyes»
di Ami Vitale,
celebre e
pluripremiata
fotoreporter
(lavora per
«National
Geographic»,
«Newsweek»
e altre note
riviste),
nonché
autrice di
documentari.
Per conoscere
meglio la sua
opera, il sito
web da cui è
tratta questa
foto è:
www.amivitale.com
RUMER GODDEN
Il fiume
Traduzione e cura
di Valeria Parrella
BOMPIANI
Pagine 142, e 16
na: «Oltre che per gli occhi, Nan e Victoria
erano simili in questo: in quel momento erano entrambe perfette. Victoria aveva raggiunto il culmine dell’infanzia; specialmente le
bambine indugiano in questo stadio per tre
o quattro mesi, e durante questo tempo sono quasi perfette. Victoria non aveva dispiaceri, non ne creava a nessuno, e allo stesso
modo Nan. Nan aveva raggiunto il culmine
della maturità e aveva imparato a lasciar per-
dere i suoi dispiaceri. Aveva riconquistato, attraverso la vita e il servizio, ciò che Victoria
non aveva ancora perso».
Qui ci sono parole chiave del tema (o dei
temi) di Godden. La parola «servizio» investe da cima a fondo Narciso nero: una storia
di religiose che si isolano in un convento a
2700 metri di altitudine, loro compito è pregare e assistere i malati del villaggio che c’è
lassù, tra i monti dell’Himalaya. Alcune han-
no un passato ancora bruciante. Tra l’una e
l’altra nascono dissidi: non è inevitabile dimenticare i propri doveri materiali e spirituali in spazi così «fragranti», vasti, sconosciuti?
Ma come negare, di fronte all’urgenza della
malattia, o alla tradizione laboriosa e pragmatica da cui molte religiose provengono (Inghilterra, Irlanda), la superiorità della meditazione, la necessità della preghiera?
Le ricorrenze tra A colazione dai Nikolides
e Il fiume sono evidenti. Nel romanzo del ’42,
la parte di famiglia allo scoppio della guerra
rimasta in Inghilterra, madre e due bambine,
raggiunge il padre che lavora in India. Tra
marito e moglie il rapporto, benché civile,
non è troppo buono. La protagonista Emily,
la bambina più grande, subisce un trauma:
suo padre ha chiamato un veterinario perché
uccida il cane idrofobo da lei tanto amato.
Emily non sa, teme, soffre. Sospetta che fu
mandata a colazione da quei greci, i Nikolides, perché fosse perpetrato il misfatto. Alla
morte del suo cane non vuole credere, ma
con il passare del tempo si va convincendo
che la sua infanzia è finita in quelle ore, in
quel momento. Alla vicenda di Emily se ne
intreccia un’altra, più romanzesca, che riguarda tutto l’ambiente con le sue credenze
e il giovane Anil. Costui non accetta che sia
soppressa neppure la vita di un cane: «Perché interferire? Se il destino vuole così, lascia
agire il destino. Non hai alcun bisogno d’intralciarlo. Nel destino c’è poesia. Amo molto
il destino: è crudele, ma il mondo non avrebbe equilibrio se esso non esistesse. L’appoggio di tutto cuore». Sarà proprio questa incondizionata fede a fare di Anil un capro
espiatorio del piccolo turbine portato in quel
luogo remoto, vicino al delta del Gange, dagli stranieri e dai loro personali dolori.
Lo stesso dolore di Emily coglie alla sprovvista Harriet ne Il fiume. Anche qui tutto comincia con la morte di un porcellino d’India.
E anche qui c’è un capro espiatorio: il fratellino Bogey sarà colpito da un cobra «bello e
seducente», come l’India. Vi è, nel romanzo,
uno scialo di sapori, di odori («l’odore dell’India» di Pasolini per Godden è «l’odore di
miele che veniva dai fiori pelosi e ronzanti
degli alberi spinosi sotto il sole, e l’odore delle fogne a cielo aperto, delle urine, dell’olio
di cocco sui capelli delle donne»), di colori:
gigli amarillys, plumbago, stelle di Natale, crisantemi, giacinti d’acqua, tuberose, viole del
pensiero. Renoir di tutto ciò fece un caposaldo: Il fiume è il suo primo film a colori. Ma Il
fiume di Godden più che un romanzo è un’elegia in prosa, un testo senza tempo, sospeso
nell’irrevocabile, nell’ebbrezza dello smarrimento: il fiume e il tempo — proprio come
un titolo di Thomas Wolfe di quegli anni, un
grande libro non meno dimenticato di quello della scrittrice inglese.
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Stile
Storia
Copertina
DOMENICA 18 MARZO 2012
16 LA LETTURA CORRIERE DELLA SERA
Va pensiero
Caratteri Saggistica
Provocazioni
di Armando Torno
{
Il questionario gnostico
Chi era il «Dio minore»? Ci fu una rivolta degli
angeli? È connessa alla caduta dell’uomo?
L’anima è prigioniera? E la reincarnazione?
Sono domande corse tra gli gnostici circa due
millenni fa; restano teologicamente attuali.
Per meglio comprenderle ritorna aggiornato
l’importante saggio di Aldo Magris La logica
del pensiero gnostico (Morcelliana, pp. 544,
e 35; prima edizione 1997). Un libro dotto e
intelligente nella depressa editoria italiana.
Perché il filosofo si trasferì dalla Francia ai Paesi Bassi? La risposta
di Frédéric Pagès è anche un modo per attaccare il proibizionismo
La nostra
storia
Cogito erba sum. E il fumo d’Olanda
aiutò Cartesio a trovare il metodo
di Dino Messina
SE SUL MARE
RITORNANO
I FILIBUSTIERI
di ERRICO BUONANNO
Bene. Che cosa esattamente importassero le Province Unite dalle Indie lontane non può stupirci più di tanto: petum,
tabacco, ovverosia l’erba turbatrice dell’animo, secondo il parere dei calvinisti
rigorosi; vietata, osteggiata in tutta Europa e di cui intanto, sottobanco, si stava
estendendo già ampiamente il consumo. Il re Giacomo I, in Inghilterra, puniva di regola i fumatori col carcere; in Russia lo zar optava piuttosto per la decapitazione; in Francia nel 1629 veniva proibita
ufficialmente l’accensione di pipe in luoghi pubblici.
Solo l’Olanda, si direbbe, legalizzava
quest’erba del diavolo, prosperava vendendola, creandone nuove qualità, ed
ospitava e dava voce a medici esperti, «alternativi», che ne esaltavano le virtù analgesiche: dolori di parto, mal di denti… E
non si trattava di fumate innocenti, se i
NILS FORSBERG, CARTESIO ALLA CORTE DI CRISTINA DI SVEZIA, 1884, COPIA DA DUMESNIL
I
l libricino del filosofo Frédéric Pagès Cartesio e la cannabis, da poco
uscito per le edizioni de il melangolo, è un’altalena dondolante tra la ricerca rigorosa e lo scherzo. Ipotesi
seria, che si traveste da gioco e, quando
siamo pronti a ridere, ci spegne di nuovo il sorriso sul volto. Perché la questione, per Pagès, è nazionale, tocca sul vivo
la coscienza d’Oltralpe, e osa discutere
l’orgoglio con cui i francesi si sono sempre definiti «popolo cartesiano», logico,
acuto, o hanno affermato, con Thorez:
«Il mondo ama la Francia, perché nella
Francia ritrova Cartesio e i suoi epigoni». Da guastafeste, perciò, porsi una domanda essenziale, che dovrebbe essere
scontata: perché Cartesio, a dirla tutta,
fuggì dalla Francia, passando metà della
sua vita in Olanda? Problema scabroso,
va da sé; dalla scabrosa soluzione: «Ovvio. Cartesio ha fatto quello che fanno
tutti i francesi ad Amsterdam: è venuto a
fumare».
È un’insolenza davvero intrigante, che
vale la pena di indagare col Metodo celebre dello stesso René Descartes: puntando sui fatti, l’evidenza. Badando ad esempio a quelle carte in cui il filosofo tracciò
il resoconto felice, nostalgico, dei ventuno anni da lui trascorsi nei Paesi Bassi,
luogo stracolmo — scriveva in una lettera del 5 maggio del 1631 a Guez de Balzac
— di «tutte le comodità e le curiosità
che desideriamo», come «i vascelli pieni
di tutto ciò che le Indie producono».
i
FRÉDÉRIC PAGÈS
Cartesio e la cannabis
Traduzione di Emanuela
Schiano di Pepe
IL MELANGOLO
Pagine 58, e 6
proprietari delle fumerie, i «tabagia»,
avevano già la malizia o l’acume di impreziosire le misture con allucinogeni
d’antan: semi di giusquiamo nero, la belladonna, la datura.
Fumava, Cartesio? I testi ci dicono che
era un bon vivant. Secondo Pagès, proprio all’interno di una fumeria incontrò
un giorno la sua Hélène, compagna olandese da cui ebbe una figlia. Ma soprattutto, c’è il suo stupor, quello stato di trance, di sonnolenza visionaria, nel quale, a
suo dire, avrebbe afferrato verità essenziali. «Magnifici viaggi», raccontava di
nuovo a de Balzac, che intraprendeva tra
il sogno e la veglia. Fantasie strambe, terribili, eccelse. Perciò, in quale stato di realtà, in quale stato di coscienza pensava
Descartes, ed ergo esisteva, quando affermava, nel Discorso, di avere raggiunto
l’intuizione durante una sera di allucinazioni varie, causate, giurava, dall’aria pesante di una camera riscaldata da una
stufa? Scintille impazzite che invadevano la stanza, immagini libere, convulsioni e trance. E quindi la folgorazione: «Esisto!».
Nel 1692, in un’apocrifa e scherzosa autobiografia di Cartesio, il vescovo di
Avranches, Daniel Huet, dava di questa
stessa scena una versione alternativa:
«Mi successe durante la notte seguente
alla giornata di San Martino, dopo avere
fumato più del solito e con il cervello infuocato, di sentirmi colto nel sonno da
una specie di entusiasmo». Dunque, una
mente obnubilata, un fumatore abituale,
che aveva ecceduto nel suo vizio. Ma forse qui abbiamo abbandonato il Metodo,
ed i binari rigorosi dei fatti.
La provocazione di Pagès vuole parlarci di ben altro. Vuole parlarci di una Francia del Seicento in cui l’Inquisizione e la
Controriforma ancora accendevano roghi di libri e di eretici, di uomini. Una
Francia che, a un anno dall’uscita del Discorso sul metodo, Luigi XIII consacrava
alla Vergine, e in cui il cardinale Richelieu organizzava reti di spie e di delatori
e irreggimentava gli scrittori creando apposite accademie. Pagès ci parla della
Francia del 1628, l’anno in cui un uomo
scelse — così come si diceva allora — la
«libertà belga» davanti alla bigotteria di
una nazione che cercò poi di accaparrarsene i meriti. E parla allo stesso tempo di
un’Europa attuale, che attacca i fumi della libertà, accecata dall’oppio della sua
idea di grandezza.
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Rigore
«D
al 1991 al 2003 si sono
verificati nel mondo 1265
attacchi di pirati... Nel 2004
si registrò un calo del 30 per cento»,
ma un’indagine mise in luce che «il
dato non era attendibile, poiché non
poche compagnie armatoriali avevano
deciso di pagare i riscatti richiesti dai
nuovi predoni del mare, anziché il
salato rincaro dei premi imposto dalle
società di assicurazione». Prendiamo
queste citazioni da uno dei capitoli
iniziali del bel libro di Giorgio
Giorgerini Il mio spazio è il mondo.
Storia della guerra corsara dalle origini
all’ultimo conflitto mondiale
(Mondadori, pagine 274, e 18,50,
disponibile anche in versione ebook).
Non un saggio sulla pirateria, dunque,
ma sui corsari, quegli avventurieri che
in età moderna solcarono gli oceani (e
il Mediterraneo) con speciali patenti
statali che li autorizzavano ad attaccare
e depredare le navi mercantili nemiche.
La linea di confine tra pirateria e guerra
da corsa è stata sempre labile, sicché lo
studio di Giorgerini ci aiuta a capire un
fenomeno molto attuale. Anche perché
negli attacchi che nell’ultimo ventennio
hanno colpito la Marina mercantile,
accanto alle azioni dei pirati veri e
propri si sono registrati non pochi
assalti corsari. Uno di questi ebbe come
obiettivo nell’estate del 1987 la
portacontainer italiana «Jolly Rubino»,
assaltata nel Golfo Persico da pasdaran
iraniani. Il quadro internazionale
contemporaneo è certamente diverso
da quello che nell’epoca d’oro della
guerra da corsa vide come protagonisti
i leggendari Walter Raleigh, amico
personale di Elisabetta I, John Hawkins,
Francis Drake e Henry Morgan.
Giorgerini ne racconta le imprese (e i
misfatti) in un affresco che arriva sino
alla Seconda guerra mondiale e alle
gesta sinistre del corsaro nazista
Günther Gumprich, che al comando
della nave «Michel» affondò tre
bastimenti norvegesi: i naufraghi
salvati dalle onde vennero passati per le
armi. È trascorso oltre un secolo e
mezzo dalla Conferenza di Parigi del
1856 che decretò la fine della guerra da
corsa. Ma in questi anni pirati, corsari
(e terroristi dei mari) sono tornati tra
noi. Conoscere i loro antenati aiuta a
orientarci.
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Proprietà Un saggio di Agamben suggerisce una via di fuga dall’imperio del diritto
La sfida della povertà non francescana
Bisogna pensare l’uso delle cose libero dal possesso. Anche in termini positivi
di GIUSEPPE CANTARANO
S
embra che non vi sia più
nessun momento della
nostra vita — individuale
e sociale — sottratto alla
regolamentazione giuridica.
Eppure, nella storia
dell’Occidente, c’è stata
un’esperienza in cui si è tentato
di pensare la vita senza
inscriverla necessariamente
all’interno delle categorie
giuridiche. Un’esperienza
fallimentare, evidentemente.
Per una serie di ragioni. Non
solo storiche e politiche, ma
anche teoriche. Un’esperienza,
tuttavia, che andrebbe
riconsiderata. E non tanto — e
non solo — per immaginare
una società senza diritto. Ma
per cercare di limitare
l’invadenza del diritto nella
nostra vita. O quantomeno, in
alcune sue significative sfere.
Che forse non necessitano di
una regolamentazione
giuridica. È stata l’esperienza
dei movimenti spirituali — tra
il XII e XIII secolo — culminata
nel francescanesimo, a pensare
la vita umana completamente
sottratta alla presa del diritto.
Sono stati i monaci — ci dice
Giorgio Agamben in Altissima
povertà — a sperimentare per
primi l’abdicatio iuris.
Destituendo il presupposto
teorico dello stesso diritto.
Quello che Cesare Beccaria,
alcuni secoli dopo, definirà il
«terribile» diritto. Forse —
puntualizzerà — «non
necessario». Si tratta,
insomma, del diritto di
proprietà. Al quale viene
contrapposta una teoria e una
pratica dell’uso comune dei
beni e dei corpi nella povertà.
Giorgio Agamben
Altissima povertà. Regole
monastiche e forma di vita
NERI POZZA
Pagine 190, e 15
Siamo dunque di fronte ad una
svolta teologico-giuridica
molto interessante. Poiché
nella povertà vissuta nel
cenobio, i monaci rinunciano
completamente al possesso
delle cose terrene. Che
considerano soltanto per il loro
«fattuale» valore d’uso. Esterno
ad ogni disciplinamento
giuridico. La povertà non
sarebbe — come aveva
teorizzato Tommaso — uno
strumento ascetico di
perfezione, ma è essa stessa la
perfezione. Vivere sine proprio
— come dice Francesco —
vuol dire immaginare un
mondo svincolato da ogni
appropriazione. Ma questa
proposta di vita alternativa
fallisce. La possibilità di una
vita sottratta al diritto è rimasta
circoscritta ai monasteri. E
questo è avvenuto — secondo
Agamben — perché «il
carattere fattuale dell’uso non è
in sé sufficiente a garantire
un’esteriorità rispetto al diritto,
perché ogni fatto può
trasformarsi in diritto, così
come ogni diritto può
implicare un aspetto fattuale».
È stato questo il limite del
francescanesimo: pensare l’uso
delle cose in termini negativi
rispetto al diritto di proprietà.
Si tratterebbe di immaginare,
invece, un uso delle cose in
termini positivi. È questa la
sfida che la modernità ancora
non riesce a raccogliere.
O non può?
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Rigore
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DOMENICA 18 MARZO 2012
CORRIERE DELLA SERA LA LETTURA 17
Il clandestino
Caratteri Poesia
Fuori dal coro
di Paolo Di Stefano
{
Pulsioni siderali
Nessuna contemplazione sbigottita
dell’universo stellare. Edoardo Sanguineti, a
differenza di Leopardi e di Pascoli, usa solo
impoetici tecnicismi in un sonetto, inedito,
sulla volta celeste. L’incipit è già un manifesto:
«pulsano pulsar con forti pulsioni». Nel rapido
commento, Gian Luigi Beccaria (Sanguineti
astrale, Giappichelli, pp. 23, e 4) disegna un
ritratto del poeta meno sentimentale che si
conosca. Dove c’è anche Franco Battiato.
Spiazzante come sempre, nella nuova raccolta Jolanda Insana conferma l’energia
della sua lingua, che dibatte tra sé e sé, muovendosi in uno spazio tutto mentale
Conosco i tagli, perché conosco i coltelli
di ROBERTO GALAVERNI
O
i
Basilio Rodríguez Cañada
La vita è un mestiere
da gladiatori
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U
na parola poetica che spesso s’incendia di sensualità,
galleggiando tra elegia, voluttà del desiderio, visioni,
accenti bucolici, sensibilità, crudo realismo. Quasi in
un’aperta confessione, tutto il peso dei sentimenti e
dell’esperienza di un essere umano si offrono al lettore nel
volume Antologia poetica (1983-2007) di Basilio Rodríguez
Cañada (Sentieri Meridiani, pp. 220, e 14). L’intensa traduzione
è del noto ispanista Emilio Coco. Nato vicino a Badajoz,
nell’Estremadura, l’autore ha pubblicato nove sillogi, oggi è
presidente del Pen Club di Spagna, espone come artista fotografo:
nei versi e negli scatti Rodríguez Cañada ha abilmente fermato le
proprie impressioni d’instancabile viaggiatore da Sintra a Malabo,
a Nefta, al Laos, e soprattutto al Marocco coi suoi paesaggi
straordinari. Commovente la lirica Conversazioni con il nuovo figlio,
in cui si legge: «La vita è sacrificio, sofferenza / e lotta, mestiere
di gladiatori». Mentre in un quarto di secolo di scrittura il poeta
evidenzia un legame estremo con la natura e la terra natia.
Franco Manzoni
Punti di vista
Un particolare della
installazione «Life is
beautiful» (2009) dell’artista
persiano Farhad Moshiri
(1963): 1.242 coltelli piantati
nella parete per scrivere
(appunto) «Life is beautiful»
gattolo buio / le parole si scontrano / e fanno
caràmbola // si spuntano e non la spuntano...». La piccola grande scena della sibilla (o maga, o incantatrice),
la sua celeberrima soffitta-antro si è via via assottigliata
e interiorizzata. Il rapporto col mondo presente si è allentato al punto da assomigliare piuttosto a un ricordo.
Come ha notato Maria Antonietta Grignani nella
quarta di copertina, la situazione-base di questa poesia
è sempre quella della sciarra, ovvero del battibecco,
dell’alterco, che però si costruisce qui come contrasto
tra sé e sé; o meglio, del sé contro sé, ora come sdoppiamento dell’io in due voci o fantasmi di voce (l’una al
contempo più e meno reale dell’altra), ora invece come
personificazione in un soggetto altro a cui ci si rivolge
in terza persona. In ogni caso, si tratta della versione
aperta, schizofrenica e polimorfica di un rimuginio paranoico, in cui rancore, indignazione, sarcasmo, ira, recriminazioni, meschinità, narcisismo e autolesionismo
raggiungono una sorta di temperatura di fusione. Siamo agli antipodi dei buoni sentimenti celebrati da tanta nostra poesia. Nell’Insana è infatti sempre sottinteso
il senso di un’offesa originaria delle cose. A livello metafisico, ma anche delle pulsioni individuali. «Riconosco
i tagli / perché conosco i coltelli», confessa. E non si
può più dire se si riferisca a un torto fatto o a un torto
subito. Del resto, bene e male risultano già presenti nella costituzione stessa della materia, nella vergogna e,
dirò meglio, nell’oscenità del suo deperimento (viceversa l’Insana non mostra ritrosia alcuna nel fronteggiare
le situazioni corporee anche più repellenti).
E questo determina la particolare natura di un discorso poetico ch’è sì cerebrale, fantasmatico, eppure estremamente concreto, viscerale. «Non c’era nessuno dietro la porta / l’alloggio era disabitato e l’ho abitato /
ma non c’era e non c’ero / era il mio doppio disagiato /
ora lo so e sloggio / traslocando altrove le valige cianfrinate / le sue masserizie / le sue tristizie», scrive ormai
al termine di Turbativa d’incanto. Ma a questo punto
chi sta parlando qui? L’io della poetessa oppure il suo
spettro, che durante il bisticcio mentale le si è da ultimo sostituito?
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Stile
Ispirazione
Bonnie & Clyde
Il colpo grosso
dell’assistente sceriffo
A
ll’urgenza dell’ispirazione il poeta risponde come può.
Bonnie Parker, che con Clyde Barrow formò una delle
coppie criminali più famose di tutti i tempi, nel 1932
trascorse due mesi nel carcere della contea di Kaufman
(Texas). Colta da furia creativa, volle raccontare in versi vite
spericolate, audaci sfide al destino e ansie d’amore. Le scrisse
su quel che aveva sottomano: un libretto di risparmio della
First National Bank, forse rimediato durante una rapina. La
detenzione fu breve, e l’opera poetica anche: dieci testi, alcuni
originali, altri semplici trascrizioni di ballate popolari.
Consapevole del suo destino, Bonnie intitolò la raccolta Poesia
dall’altro lato della vita e, nel gergo dei gangster, oltre a storie
maledette scrisse: «Come le stelle nel cielo / si lanciano verso
la luna / starò con te per sempre / che tu sia nel giusto o no».
Quando fu rilasciata, regalò la raccolta a J.W. Tidwell,
assistente dello sceriffo. Molti decenni dopo, gli eredi di
Tidwell la vendettero all’asta per 36.000 dollari. Bel colpo.
Angela Urbano
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gni lingua poetica possiede inevitabilmente
un proprio criterio d’organizzazione formale e una propria retorica. Ma è vero che esistono modalità di scrittura più o meno riconducibili a criteri espressivi noti e consolidati. Da questo punto di vista la poesia di Jolanda Insana fin dai suoi inizi ha fatto come parte a sé. Non si è
legata a nessuno dei vari gerghi tardo-novecenteschi
che testimoniano quanto sia ardua la condizione di chi
è venuto dopo (le diverse discendenze di Montale, Penna, Sereni, Giudici, Pasolini e via dicendo), non ha imboccato la scorciatoia frequentatissima della poesia del
corpo e del dolore a tutti i costi (una specie di congiunzione tra la Rosselli e Celan, l’una e l’altro ugualmente
fraintesi), non si appoggia nemmeno a un riferimento
metrico definito e riconoscibile. Nessuna aria di famiglia, dunque, con quel misto di rassicurazione e di già
visto che ne deriva. Ci si trova invece spiazzati e piuttosto a disagio al cospetto di una voce assolutamente non
conciliante, ostica, se non addirittura ostile, che non si
appoggia a nulla di esterno per legittimare se stessa.
Turbativa d’incanto è l’ultima raccolta di poesie dell’Insana, che ha derivato il titolo dalla dicitura involontariamente poetica di un articolo del codice penale
(Turbata libertà degli incanti). Si tratta del suo libro più crudo e diretto,
perché alcuni caratteri della sua fisionomia poetica
originaria — l’inventività
linguistica, il barocchismo (e più indietro il retaggio antropologico siciliano), la vocazione teatrale — vengono qui ridotti a
una misura di grande essenzialità, sia espressiva,
sia delle coordinate esistenziali e psicologiche.
Se commisurato al punto
di partenza, che era di
un’estrema esuberanza stiJOLANDA INSANA listica, il dettato poetico
Turbativa non sembra risarcito da
d’incanto nessuna autonoma gratifiGARZANTI cazione verbale. Come
Pagine 144, e 16,60 sempre, a prevalere non è
il singolo testo compiutamente rappresentativo, quanto l’energia della lingua, la
spinta progressiva della voce che non può che comunque parlare, parlare e straparlare. E non mancano certo
neologismi, forzature, equivoci, alchimie, anzitutto lessicali.
Tuttavia, molto più di quanto prima non accadesse,
appaiono meno libere, meno legate allo stato fluido del
significante, e più vincolate invece alla semantica del
discorso, alla definizione esatta della situazione di riferimento. L’orecchio e il gusto basico del semplice pronunciare le parole non vengono meno. Piuttosto, si trovano adesso in un legame più stretto coi movimenti,
ma poi subito con gli strappi, le lacune e le contraddizioni del pensiero. Del resto, con Turbativa d’incanto
ci si trova in uno spazio ormai tutto mentale. «Nel bugi-
DOMENICA 18 MARZO 2012
18 LA LETTURA CORRIERE DELLA SERA
Caratteri Ragazzi
Haiku
per tutti
Una pecora,
un pastore, un lupo
Finisce male
L’orco cattivo
adora i bambini
conditi bene...
Scrittore e illustratore, è tra i vincitori del Bologna Ragazzi Award
«Studio l’antropologia, amo Calvino, Moebius e Pinocchio»
Il geografo della fantasia
François Place, penna e matita:
tra le righe vedo nuovi mondi
di CRISTINA TAGLIETTI
iI
La quarantanovesima Fiera
del libro per ragazzi si
svolge a Bologna dal 19 al
22 marzo. In città, fuori
dagli spazi fieristici la
kermesse dà vita, in
collaborazione con Librerie
Feltrinelli e con il patrocinio
dell’Aie (Associazione
Italiana Editori), a Bolibrì,
un ricchissimo bookstore
allestito in un grande
tendone di 400 metri
quadri a un passo da piazza
Maggiore, aperto dal 17 al
25 marzo dalle 10 alle 21. I
ragazzi potranno scoprire
migliaia di novità editoriali
da tutto il mondo,
incontrarne gli autori e gli
illustratori. La Fiera
omaggia anche Charles
Dickens con la mostra «Two
Centuries After» curata
dalla cooperativa culturale
Giannino Stoppani che ha
trasformato le stanze di
Casa Saraceni in un luogo
dove sfogliare un fumetto,
leggere una parete,
ascoltare una voce,
adocchiare un fantasma.
Il Portogallo è l’ospite
d’onore della Mostra degli
Illustratori, con le opere di
25 artisti affermati
o emergenti (titolo
dell’esposizone: «Como as
cerejas»)
suoi libri sono continui viaggi
nel tempo attraverso la porta
che collega la Storia e l’immaginazione. Dal 1992, quando ha
pubblicato il pluripremiato Gli
ultimi giganti (edito in Italia da L’ippocampo), François Place, francese, classe 1957, è diventato uno degli autori
più rappresentativi del genere. Non è
un caso che la giuria del Bologna Ragazzi Award, presieduta da Antonio
Faeti, abbia attribuito il premio per la
fiction al suo «Le secret d’Orbae», raffinato cofanetto che combina storie e
tavole. Un’opera — spiega l’autore al
«Corriere» — «nata dal desiderio di
raccontare due storie parallele che si
incontrano. Un giovane mercante, Ortelius, parte alla ricerca di una montagna blu da cui proviene una misteriosa tela e possiamo immaginarlo come
un avatar di Marco Polo nel suo viaggio in Oriente sulla via della seta. Una
giovane navigatrice, Ziyara, grande
ammiraglio della flotta della sua città,
Candaâ, viene bandita al ritorno di
uno dei suoi viaggi e comincia una lunga erranza sui mari. L’ho immaginata
come una sorta di Ulisse al femminile.
I due si incontrano, si innamorano e
insieme intraprendono un grande
viaggio verso un’isola-continente dall’altra parte del mondo, Orbae. Ci sono due strade: una terrestre, l’altra marittima; due personaggi: un uomo e
una donna; due modi di viaggiare:
uno seguendo un obiettivo, l’altro di
slancio; due voci. Dunque, due libri.
Più un portfolio di diciotto immagini
per mostrare i paesaggi attraversati:
montagne, deserti, vulcani. Ho immaginato una sorta di lettura musicale,
in stereofonia».
La giuria del Bologna Ragazzi
Award ha sottolineato la «colta abilità
di un sapiente cartografo» e la «delicata finezza di un narratore che in sé unisce gioia del racconto e felicità del visivo». Un’opera con cui François Place
si colloca dentro una grande genealogia nella quale rivivono «l’ardimento,
la speranza, la visione del mondo che
appartenevano ai grandi viaggiatori».
La Mostra va in città
Un premio anche per il digitale
François Place (nella foto di Eric Garault) ha vinto il
Bologna Ragazzi Award 2012 nella sezione fiction con «Le
secret d’Orbae», (accanto, un’illustrazione). Promossa
dalla Fiera Internazionale del Libro per Ragazzi, l’iniziativa
premia i libri migliori dal punto di vista del progetto
grafico-editoriale. Da quest’anno è nata anche una nuova
categoria dedicata all’editoria digitale. Il vincitore viene
proclamato domenica durante il convegno Toc (Tools of
Change for Publishing). La tradizionale Mostra degli
illustratori in questa edizione per la prima
volta esce dalla Fiera e si presenta in
contemporanea alla città attraverso la
riproduzione delle tavole dei 72 artisti
selezionati. Sotto, una tavola di Daniela
Tieni, illustratrice romana nata nel 1982.
Esploratore della fantasia, geografo
di mondi mitici (nei tre volumi dell’«Atlas des geographes d’Orbae», ha
tracciato il piano minuzioso di 26 territori immaginari), con i suoi mezzi toni Place ha dato vita al mondo di Tobia, il fortunato personaggio creato da
Timothée de Fombelle (edito in Italia
da San Paolo). Ma è anche un valido
narratore. La dogana volante (Rizzoli)
è il suo primo romanzo per ragazzi dove la matita tace, ma lo spirito è lo stesso. «Qui ci sono due fonti — spiega
—, da una parte le credenze e le superstizioni ancora vive in Bretagna all’inizio del XX secolo, come si può leggere
nel libro di Anatole Le Braz, Magie di
RRR
Strumenti
Uso inchiostro, acquerelli,
carta. Ma sto cercando
di addomesticare
il computer e
la tavolozza grafica
Bretagna, dall’altra la pittura olandese
del XVII secolo: il mare, i canali, la vita
quotidiana colta a fior d’acqua, sotto
grandi nubi. Così il mio protagonista,
Gwen, parte da una Bretagna stregata
per arrivare in un’Olanda immaginaria».
L’incontro tra sogno e realtà, costante del lavoro di Place, ha radici
profonde. «Mi piace il modo in cui la
realtà può torcersi in ogni momento e
lasciare aperte le porte dell’immaginazione. Ma credo che questo sia ciò
che cerca di fare ogni scrittore: aprire
queste porte in cui ci si imbatte all’interno di un racconto banale e che lasciano intravedere qualcosa di misterioso, di poetico, di straordinario. Ho
una passione per l’antropologia e i racconti di viaggio, mi interessano le altre culture. Mi piacerebbe far dialogare Italo Calvino e Piero Camporesi, il
narratore e lo storico su questi temi,
per esempio. Nei libri dello storico ci
sono brani estremamente barocchi:
per esempio quando racconta di quei
pastori che incorporavano cervelli di
donnola nel formaggio per tenere lontano i roditori. Mentre seguiamo una
Dagli 8 anni «Raccontare ciò che si sa»: Kästner e la poetica del realismo
I piccoli detective del realismo
di PAOLA CAPRIOLO
E
sponente di spicco
della «Nuova
oggettività» negli
ultimi, travagliati anni
della Repubblica di
Weimar, Erich Kästner ha
applicato il suo credo
realistico anche a una
fortunata serie di romanzi
per ragazzi, il primo dei
quali, Emil e i detective,
apparso nel 1929, è
pubblicato ora in Italia
nell’efficace traduzione di
Roberta Magnaghi. È la
storia di un ragazzino che,
recandosi a Berlino in
visita a una zia, viene
derubato sul treno da uno
Erich Kästner
Emil e i detective
PIEMME
Pagine 214, e 13
sconosciuto e si unisce a
una banda di coetanei per
compiere un’avventurosa
caccia al ladro.
Muovendosi con candida
disinvoltura nell’intricato
scenario della metropoli,
la squadra dei detective in
erba si dimostra più abile
della polizia nella cattura
di un criminale ricercato:
idea che un anno dopo
sarà ripresa da Fritz Lang
nel film «M». Ma la parte
più interessante del libro
è il lungo capitolo
introduttivo intitolato «La
vera storia deve ancora
cominciare», dove
Kästner riesce
nell’impresa
apparentemente
disperata di esporre ai
suoi piccoli lettori, in
modo semplice e
divertente, una vera e
propria poetica: la
poetica, appunto, di un
sobrio realismo che cerca
l’avventura nel quotidiano
e preferisce parlare del
mondo familiare anziché
escogitare improbabili
ambientazioni esotiche,
come quella del
«romanzo dei Mari del
Sud», con tanto di
cannibali, balene e
foreste vergini, che
l’autore finge di aver
progettato prima di
esserne distolto dal sano
scetticismo di un
cameriere di ristorante.
«La cosa migliore», dice
il cameriere, «è che lei
scriva di cose che
conosce. Metrò, hotel e
roba del genere. E di
bambini, come quelli che
le passano sotto il naso
tutti i giorni, e di come
eravamo noi un tempo».
In altre parole, la storia di
Emil; mentre i primi
capitoli dell’incompiuto
romanzo esotico trovano
il loro «giusto utilizzo»
sotto la gamba di un
tavolo traballante.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Storia
Illustrazioni
Copertina
Tre porcellini,
tre casette nel bosco,
soffia il vento
CORRIERE DELLA SERA LA LETTURA 19
DOMENICA 18 MARZO 2012
Cade dal cielo
il pupazzo di neve,
fiocco a fiocco
Un maiale magro
non è mai allegro.
Però resta vivo
Un gatto nero
in candeggina finì.
Un gatto bianco
Pubblichiamo alcuni haiku dal libro di Pino Pace
«Un gatto nero in candeggina finì...» (Il notes
edizioni, pp. 40, e 10 ). Illustrazioni di Tai Pera
La tendenza
Nuove collane sui doveri civici
Spiegano Serra, Ichino, Onida
Magistrati e poliziotti
salgono in cattedra
per i baby cittadini
di SEVERINO COLOMBO
P
iccoli cittadini crescono. Giustizia, legalità, economia, senso dello Stato, lavoro: la baby
citizenship education diventa
materia da libreria (oltre che
da scuola e famiglia). L’obiettivo comune, pur non dichiarato, è evidente: trasmettere — oggi — valori alle nuove generazioni per avere — domani — un’Italia migliore. Il tono è child friendly, misurato, informativo, talvolta giocoso, sempre amichevole. Perché il primo passo è
l’approccio: in copertina ci sono parole,
anzi «paroloni», che rischiano di allontanare i lettori, di suonare complicati o impopolari. L’assenza della voce «Politica»
ritaglia il ruolo di poliziotto buono rievocando episodi della sua lunga carriera al
servizio del Bene. Il manuale sfrutta al
meglio — anche dal punto di vista grafico — l’appeal di argomenti vicini a un
pubblico giovane che sa, dalla tv, cos’è il
Luminol Test e come muoversi sulla scena del crimine senza inquinare le prove.
Un certo protagonismo dell’autore è, forse, inevitabile laddove la difesa della legalità significa un coinvolgimento diretto e personale nei fatti raccontati. Il libro
ha il merito di affrontare senza sconti né
titubanze temi di forte attualità come riciclaggio, pizzo, corruzione e lotta alla
mafia. Sulla criminalità organizzata vista
Immagini dal libro di Achille Serra e da «Io e le istituzioni» (Emme edizioni)
storia del latte, eccoci precipitati nel
bel mezzo del pensiero magico. La
fluttuazione delle identità, invece, così cara a Calvino, può investire ogni
momento quotidiano».
Il disegno è stato per Place la prima
forma di espressione: «Sono figlio di
un pittore e di un’istitutrice, ho sempre avuto in mano carta e matite. Mi
sento a mio agio nei panni dell’illustratore di libri per ragazzi perché trovo energia in emozioni che risalgono
alla mia infanzia». I suoi strumenti di
lavoro sono perlopiù quelli tradizionali: inchiostro, acquerelli, carta, anche se, dice, «sto imparando ad addomesticare
il computer e la tavolozza grafica. Come molti, mi trovo in questo strano momento di transizione
in cui il testo e l’immagine sono
sconvolti dal digitale. È un sentimento indefinibile. Sono affascinato dalla
Babele che si indovina sotto la pagina
modificabile all’infinito di uno schermo, pur restando innamorato degli
scaffali in cui dormono, fianco a fianco, libri che aspettano la mano che li
Musica maestro
Quiz e spartiti
di Don Giovanni
G
enitori nonni bisnonni che
amano l’opera darebbero
chissà cosa per passare la
staffetta della passione a figli e
nipoti. Varie case editrici, da anni,
(penso ai primissimi Fabbri) danno
loro una mano con accattivanti
edizioni per l’infanzia. Esce ora di
Cecilia Gobbi (figlia del grande Tito)
il Don Giovanni di Mozart (Curci, €
14,90) con trama, libretto, spartiti e
divertenti quiz. Nella seconda parte
del cd uno strepitoso karaoke lirico
(con Leporello i bambini si
divertono un mondo). Gli insegnanti
ne facciano uso per stregare i loro
studentelli. Già usciti Barbiere di
Siviglia, Carmen e Traviata.
Vivian Lamarque
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aprirà». Tra i grandi autori amati per
Place merita un posto speciale Jean Giraud, ossia Moebius, scomparso il 10
marzo scorso: «La sua morte mi ha veramente toccato, mi ha fatto rivivere
l’impazienza con cui, da ragazzo,
aspettavo l’uscita della rivista "Pilote"
per leggere il seguito delle sue storie.
Ma amo molto anche altri autori, come Sempé, Sendak, Ungerer, Mattotti».
Place non pensa che l’illustrazione
sia semplicemente un mestiere, una
pratica: «Se fosse solo l’applicazione
di una tecnica appresa in una scuola,
basterebbe avere un diploma per esercitarlo. Per me vuol dire lavoro, curiosità, piacere, rimettere sempre tutto
in discussione, il che non è troppo
lontano da una condizione artistica.
L’Italia è il Paese della grande pittura,
dell’artista con la A maiuscola, io sono ben lontano dall’esserlo. Ma il vostro è anche il Paese di Arlecchino e
di Pinocchio, figure che parlano della
giovinezza, dell’infanzia, delle maschere ed è a quel mondo che mi piacerebbe appartenere».
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si commenta da sola. La nuova collana
«Io e gli altri» di Emme Edizioni (dai 6
anni), che debutta alla fiera di Bologna,
punta su un format easy — i testi chiari e
ammiccanti di Mario Corte e le allegre illustrazioni di Francesca Carabelli — e
sull’abbinata con volumi su temi più facili (regole di bon ton) e di moda (ambiente). Fin dal titolo, l’invito è a sentirsi coinvolti: «Io e le istituzioni» parte dalla polis greca per arrivare alla Repubblica Italiana mentre «Io e la giustizia» spiega a
cosa servono le leggi, chi sono i magistrati e perché i cattivi finiscono in carcere.
Un’altra strada per far presa sui lettori
bambini è affidarsi a figure di alto profilo. Ha iniziato Salani, con Gherardo Colombo che in Sei Stato tu? (da 9 anni)
risponde a domande e curiosità costituzionali dei piccoli. Ha proseguito, di recente, Francesco Brioschi Editore chiamando Valerio Onida, a spiegare la Costituzione, e Pippo Ranci, a parlare di economia (da 12 anni). Lo fa ora Giunti Junior con Achille Serra nella novità bolognese La legalità raccontata ai ragazzi
(da 10 anni). Già dirigente della Mobile a
Milano, ex prefetto (Roma, Firenze) e ex
questore (Milano), oggi politico, Serra si
dai bambini vale proporre un confronto
diretto tra coetanei: in A’ voce d’ ’e creature (Mondadori) il maestro Marcello
D’Orta ha raccolto i temi degli scolari napoletani sulla camorra. Tra i primi a parlare ai piccoli di mafia e di chi l’ha combattuta, Luigi Garlando con la storia di
Giovanni Falcone, uscito nel 2004 (Per
questo mi chiamo Giovanni, da 8 anni,
Rizzoli). Tanto utile quanto introvabile
sull’argomento è il libro-gioco L’alfabeto
del cittadino, della collana Contromafia
di Fatatrac.
Un altro libro-gioco può, invece, aiutare a far prendere confidenza con un altro
tema da grandi: la finanza. Il quaderno
di Byt (da 7 anni), realizzato da De Agostini per il Gruppo Montepaschi, è un plus
riservato ai piccoli risparmiatori della
banca che meriterebbe una diffusione allargata. Infine, vengono presentati alla
fiera bolognese i nuovi titoli della collana over teen «Spiegata ai ragazzi» di
Mondadori: si comincia parlando di
guerre (tra Israele e Palestina, in Afghanistan) con Toni Capuozzo, a settembre si
parlerà di lavoro (cos’è e come è cambiato) con il giuslavorista Pietro Ichino.
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Young adult Erin Morgenstern inanella una serie di personaggi curiosi sotto un tendone vittoriano
Numeri da circo per sognatori e innamorati
di BARBARA DI GREGORIO
N
on sorprende che Il Circo della
notte, esordio della statunitense
Erin Morgenstern, pubblicato in
Italia da Rizzoli, sia stato proposto sul
mercato editoriale al target degli orfani di
Harry Potter e Twilight. C’è la storia
d’amore, c’è il duello tra maghi; il fatto che
gli innamorati siano gli stessi maghi,
costretti a sfidarsi da cause di forza
maggiore, rende il tutto ancor più
succulento o se vogliamo squisitamente
banale. Il circo del titolo, in quest’ottica,
rappresenterebbe solo la variazione sul
tema utile a vendere come novità la
minestra riscaldata di ieri. Sbagliato:
perché è il Cirque des rêves il vero cuore
pulsante del libro, e il resto,
probabilmente, l’astuta concessione al
mercato di un’autrice che in qualche modo
Erin Morgenstern
Il circo della notte
RIZZOLI
Pagine 460, e 18,50
dovrà pure mangiare. Laureata in
discipline teatrali, appassionata di
contaminazioni tra palcoscenico e arti
performative, Erin Morgenstern inventa il
suo circo come un labirinto di magie in cui
ci si può solo perdere: è infatti lo
smarrimento il tema dominante del suo
romanzo, a partire da una struttura che
saltella avanti e indietro nel tempo tra due
filoni narrativi e un’infinità di personaggi
curiosi. Siamo in epoca vittoriana: da una
parte abbiamo la storia del Cirque des
rêves, appositamente progettato per
ospitare lo scontro tra i maghi, eppure allo
stesso tempo organismo vivente molto più
forte di entrambi; dall’altra i rêveurs,
uomini e donne che ne seguono gli
spostamenti città per città: l’incessante
meraviglia che provano, nell’esplorarne le
tende ogni volta da capo, è lo specchio di
quella che dalle recensioni sui blog sembra
unire nell’ammirazione del libro lettori di
tutte le età. Ciascuna delle tende di cui si
compone il Cirque des rêves racchiude
all’interno una diversa attrazione:
equilibristi, giocolieri, pagliacci; ma anche
prodigi come il giardino di ghiaccio o
l’albero dei desideri, che contraddicono
infinite leggi della fisica, sprofondando i
visitatori nello stupore gioioso del
bambino che non osa fare domande. Sono
gli incanti di Celia e di Marco, i maghi
protagonisti, che si sfidando a colpi di
nuovi tendoni finché ogni nuova
meraviglia diventa una lettera d’amore per
l’altro; l’attaccamento quasi morboso, che
il circo suscita nei rêveurs, è appunto il
riflesso di una passione impossibile che si
nutre della sfida cui sono condannati da
sempre. Una sfida che avrà termine
soltanto con la morte di uno di loro. Non
anticipiamo nulla del finale del romanzo,
per quanto, come si è suggerito, la sua
forza non sia nel plot quanto
nell’atmosfera fatata in cui immerge il
lettore. Basti dire che fondere insieme nel
sogno, diventare parte integrante del circo,
e parte integrante l’uno dell’altra, si
rivelerà per Celia e per Marco l’unico
equilibrio possibile tra l’amore e la morte.
Per chi la cerca c’è una morale: la pace sta
nell’abbandonarsi a quanto rende felici
fino a dissolversi e dimenticare sé stessi.
Dimenticare le proprie vite, come fanno i
rêveurs, per consacrare il proprio tempo
all’inseguimento di un circo; dimenticare,
perché no, di avere un’età non proprio
consona al genere, e lasciarsi andare alle
ingenuità sfavillanti di un libro scovato
nello scaffale «young adult».
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Stile
Storia
Copertina
DOMENICA 18 MARZO 2012
20 LA LETTURA CORRIERE DELLA SERA
Legenda
Caratteri Le classifiche dei libri
{
(2) posizione precedente
1 in salita
5 in discesa
S
R
N
stabile
rientro
novità
100 titolo più venduto (gli altri in proporzione)
Gramellini vola, entra l’esordiente Paola Soriga, torna Giordano
Verdone, Guccini, Insinna: la Top Ten è uno spettacolo
La pagella
di Antonio D’Orrico
Carlo Verdone
La casa sopra i portici
Bompiani
Top 10
di Alessia Rastelli
voto
5,5 1
Il fine sentimento
della «melancholia»
Massimo Gramellini
Fai bei sogni
(3)
1
100
2
«Q
uesto Re dei
pagliacci che la gente
crede sia di
buonumore, nel suo
cuor ha un dolore
che soltanto chi non
l’ama guarirà! Il suo
pubblico non vede quest’uomo triste quando
è solo, quando piange e si dispera». Niente
meglio della vecchia canzone (hit parade
1963) di Neil Sedaka rende il senso recondito
delle memorie di Carlo Verdone già schizzate
in una settimana ai vertici della classifica.
Perché è ovviamente un libro che fa ridere.
Con sketch come quello dello zio epilettico
che si tuffa sulla tavola imbandita al
matrimonio dei genitori di Verdone e manda
all’aria l’allestimento nuziale. O quello della
giovane cameriera che si lascia rimirare in
cima alla scala, stile la Laura Antonelli di
Malizia, dal tredicenne Carlo e poi gli regala
anche i suoi slip.
Un cimelio insperato
e scottante che Verdone
nasconde nel posto che
gli sembra più sicuro
e insospettabile,
un vecchio vocabolario
di latino CampaniniCarboni. La madre
li troverà quasi subito.
Ma non è solo un libro
Carlo Verdone, nato che fa ridere. È anche
il libro di una vita. Una
a Roma nel 1950
vita narrata (filtrata)
attraverso la bella casa dei genitori di
Verdone su Lungotevere dei Vallati dove tutto
ebbe inizio e dalla quale, ormai vuota e
disabitata, Verdone si congeda in apertura di
racconto. Come nella canzone di Neil Sedaka
(«Il suo pubblico non vede quest’uomo triste
quando è solo, quando piange e si dispera»),
Verdone ci mostra anche l’altra faccia del
comico. Quella che intuì il professor Vacchini,
il quale al bambino Carlo, pericolosamente
irrequieto e inquieto, cultore di Ursus
e di Maciste, diagnosticò una classica forma
di «Melancholia obscura».
Per il fine sentimento che lo ispira, il libro
avrebbe meritato maggior rispetto
redazionale. Sa ancora, sciattamente,
di sbobinatura. Perciò gli do due punti in
meno in pagella. Cosa che a me, verdoniano
da sempre, so già che mi costerà un attacco
di «Melancholia obscura».
S
19
3
Bompiani, e 18
Carlos Ruiz Zafón
Il prigioniero del cielo
(1)
5
19
4
S
13
10
Clara Sánchez
La voce invisibile
del vento
Garzanti, e 17,60
5
(6)
1
Mondadori, e 21
Francesco Guccini
Dizionario delle cose
perdute
Mondadori, e 10
(4)
6
Andrea Vitali
Galeotto fu il collier
(9)
1
10
7
N
8
7
Amy Bratley
Amore, zucchero
e cannella
Newton Compton, e 9,90
8
(8)
S
9
(-)
R
Garzanti, e 17,60
Flavio Insinna
Neanche con un
morso all’orecchio
Mondadori, e 16
(-)
7
10
Corrado Augias
Il disagio
della libertà
Rizzoli, e 15
Pierre Dukan
La dieta Dukan
(-)
R
Longanesi, e 14,90
Carlo Verdone
La casa sopra i portici
(2)
7
Sperling & Kupfer, e 16
© RIPRODUZIONE RISERVATA
La recensione dei lettori
Paola Pinamonte
Verona, 47 anni, avvocato
ha letto «Dieci donne» di Marcela Serrano (Feltrinelli)
Voci femminili diverse per un’unica storia
D
ebook
ieci donne è l’ultimo romanzo della
cilena Marcela Serrano.
La psicoterapeuta Natasha riunisce
nove delle sua pazienti, mai
incontratesi prima, e le invita a
raccontare di se stesse e dei motivi che le hanno
portate in terapia. Un racconto a più voci, spesso
di dolore, di rabbia, di indifferenza, di violenza, di
enorme solitudine.
Da Luisa, moglie di un desaparecido, che aspetta
invano il ritorno del suo uomo da trent’anni a
Guadalupe, diciannovenne lesbica.
Da Andrea, giornalista televisiva oppressa dal suo
stesso successo ad Ana Rosa, abusata dal nonno
come la madre prima di lei.
Il lettore viene toccato dall’umanità sofferente
scrutata dalla Serrano con scrittura sincera e
appassionata, ma non ne esce con la sensazione
che sia un’umanità vinta per sempre. Chiosa
Natasha all’ultima pagina: «Alla fine tutte noi, in
un modo o nell’altro, abbiamo la stessa storia da
raccontare». Ed è una storia femminile insieme di
accettazione e di desiderio di riscatto, di tensione
a cogliere comunque il meglio che la vita può
dare.
Invia la tua recensione
www.corriere.it/lettura
La recensione deve riguardare un libro uscito negli ultimi mesi. Scrivete un indirizzo mail corretto per contattarvi in caso di selezione e pubblicazione
Il successo
dipende
dalla sinergia
I segreti di Don Verzé al
secondo posto, il
repertorio e la vita di
Lucio Dalla al quarto. Due
instant book editi dal
«Corriere della Sera»
sono tra i libri digitali più
venduti su
LibreriaRizzoli.it, negozio
online di Rcs Mediagroup.
«Lo store lavora in
sinergia con i quotidiani
del gruppo e spesso offre
in esclusiva o in
promozione i volumi delle
firme del "Corriere" e della
"Gazzetta dello Sport"»,
spiega la responsabile
Sviluppo Paola Taveggia.
«Gli ebook, inoltre, sono
molto apprezzati quando
riescono a intercettare
l’attualità — aggiunge —
specie dai nostri clienti,
particolarmente
sintonizzati sulla
cronaca». Ulteriori prove:
don Giussani al quinto
posto poco dopo
l’anniversario della morte
e l’avvio del processo di
beatificazione, così come
l’ottava posizione di Mani
Pulite, edito per il
ventennale delle indagini
sempre dal «Corriere».
Conferma inoltre
l’interazione tra libreria e
quotidiano il primo posto
de La costituzione degli
ateniesi di Aristotele,
pubblicata nella collana I
classici del pensiero libero.
Greci e latini e disponibile
con il giornale in versione
cartacea, su
LibreriaRizzoli.it come
ebook. Per le prossime
settimane, infine, lo store
annuncia un’App per iPad
che faciliterà la lettura
degli ebook protetti dal
Drm di Adobe.
ehibook.corriere.it
La classifica
Aristotele
1 100
La costituzione degli ateniesi
Corriere della Sera, e 1
Pdf con Social DRM
2 75
3 60
M. Gerevini, S. Ravizza
I segreti di Don Verzé
Corriere della Sera, e 1
ePub con Social DRM
Massimo Gramellini
Fai bei sogni
Longanesi, e 9,99
ePub, Adobe DRM
4 52 Mario Luzzatto Fegiz
Lucio Dalla. Primo tempo
Corriere della Sera, e 5,90
Pdf con Social DRM
Luigi Giussani
5 50
All’origine della pretesa cristiana
Rizzoli, e 8,99
ePub con Adobe DRM
(5-11 marzo 2012)
Narrativa italiana
1
(1) S 100
Massimo Gramellini
Fai bei sogni
Longanesi, e 14,90
Intenso e leggero, è il romanzo autobiografico di
Gramellini che, già in vetta agli Italiani, conquista
ora il primo posto in Top Ten. Il deejay Volo è super
presente: «suo» un quarto della classifica. La
novità è l’esordiente 33enne Paola Soriga. Rientro
eccellente per Giordano con il romanzo del 2008
che ha venduto oltre due milioni e mezzo di copie.
(2) S 13
2
Francesco Guccini
Dizionario
delle cose perdute
Mondadori, e 10
(3) S 10
3
Andrea Vitali
Galeotto
fu il collier
Garzanti, e 17,60
Narrativa straniera
1
(1) S 19
Carlos Ruiz Zafón
Il prigioniero
del cielo
Mondadori, e 21
Al comando Zafón con il terzo atto della quadrilogia
del «Cimitero dei libri dimenticati»; il nuovo titolo
trascina in classifica anche i precedenti. Continua il
successo delle poesie di Wislawa Szymborska, che
risalgono fino ai piedi del podio. New entry nel
segno del thriller con Deaver (indagine a ritmo di
jazz) e Grangé (vuoti di memoria con omicidi).
(2) S 10
2
Clara Sánchez
La voce invisibile
del vento
Garzanti, e 17,60
(4)17
3
Amy Bratley
Amore, zucchero
e cannella
Newton Compton, e 9,90
Saggistica
1
(1) S 19
Carlo Verdone
La casa
sopra i portici
Bompiani, e 18
Un cast di attori, presentatori e cantanti ai vertici
della classifica. Primo è Verdone in chiave amarcord;
secondo Insinna: la sua vita approda anche in Top
Ten. Quinta una brillante Veronica Pivetti, che
scherza sulle disavventure per riacquistare la salute;
nono il manuale di bon ton di Valeri e Littizzetto;
dodicesima la popstar Tiziano Ferro.
(7)18
2
Flavio Insinna
Neanche con un
morso all’orecchio
Mondadori, e 16
(2)57
3
Corrado Augias
Il disagio
della libertà
Rizzoli, e 15
Varia
1
(2)17
Pierre Dukan
La dieta
Dukan
Sperling&Kupfer, e 16
(3)16
2
Pierre Dukan
La dieta
Dukan illustrata
Sperling&Kupfer, e 19,90
Ragazzi
1
(1) S 6
Jeff Kinney
Diario di una Schiappa.
La dura verità
Il Castoro, e 12
(2) S 3
2
Antoine
de Saint-Exupéry
Il piccolo principe
Bompiani, e 7,90
Stati Uniti
1
Jodi Picoult
2
3
Jonathan Kellerman Vince Flynn
Lone wolf
Victims
Kill shot
Emily Bestler/Atria, $ 28
Ballantine, $ 28
Emily Bestler/Atria,
$ 27,99
DOMENICA 18 MARZO 2012
CORRIERE DELLA SERA LA LETTURA 21
Il podio del critico
di Goffredo Fofi
Il numero
di Giuliano Vigini
3000
Goffredo Fofi (Gubbio, 1937) è critico letterario e
cinematografico. Ha fondato le riviste «Linea
d’ombra» e «Lo Straniero», di quest’ultima è
attualmente direttore. Collabora a iniziative sociali
e culturali. Di Fofi, Donzelli ha ripubblicato Strana
gente. Un diario tra Sud e Nord nell’Italia del 1960.
Idea teoricamente interessante quella di aprire librerie
dedicate solo ai piccoli editori, ma (di fatto) poco
praticabile. Se togliamo dal numero delle sigle editoriali
quelle che hanno più di 500 titoli in catalogo (307), ne
restano sulla carta quasi 11.000. Depenniamo pure da
(18)52
20
Marcello Simoni
L’amore
quando c’era
Il giorno
in più
È una vita
che ti aspetto
Un posto
nel mondo
Il mercante
di libri maledetti
Mondadori, e 10
Mondadori, e 13
Mondadori, e 12
Mondadori, e 13
Newton Compton, e 9,90
13 (8)52
(-) N 2
15
Paola Soriga
(-) R 2
17
Paolo Giordano
(-) R 2
19
Fabio Volo
Dove finisce
Roma
La solitudine
dei numeri primi
Esco a fare
due passi
Einaudi, e 15,50
Mondadori, e 13
Mondadori, e 12
TEA, e 11
Mondadori, e 19
Bompiani, e 16
Bianca come
il latte, rossa
come il sangue
Mondadori, e 13
7
(11)13
9
11 (-) R 3
Alessandro D’Avenia Giorgio Faletti
(5)16
© RIPRODUZIONE RISERVATA
(-) R 2
18
Fabio Volo
Le nostre
vite senza ieri
4
sostenere, nella zona centrale di una città (altrimenti, il
tempo che si perde per arrivarci rende molto più comodo
l’acquisto via Internet), una libreria così, dove si abbia
una certa probabilità di trovare quello che si cerca?
(14)52
16
Fabio Volo
Le prime luci
del mattino
Mondadori, e 10
Autoritratto
di un fotografo
Bruno Mondadori, e 19
(17)12
14
Fabio Volo
L’ultima riga
delle favole
Il diavolo,
certamente
Dove va la cultura
europea?
Quodlibet, e 9
(Elaborazione a cura di Nielsen Bookscan. Dati relativi alla settimana dal 5 marzo all’11 marzo 2012)
(10) S 3
12 (9)52
10
Alessandro D’Avenia Chiara Gamberale
(6)54
Miseria
della Cabilia
Aragno, e 10
questa cifra altre 8.000 case editrici con un catalogo
«meno adatto» per una normale libreria, resterebbero
3.000 case editrici da prendere in considerazione.
Moltiplicando per 20 titoli a testa (tra catalogo e novità),
si fa già una grande libreria di 60.000 titoli. Chi può
(7)53
8
Edoardo Nesi
Marco Malvaldi
La carta
più alta
3
2
Gianfranco Contini
Ferdinando Scianna
Librerie (quasi impossibili) per piccoli editori
(12)16
(4)54
4
6
Massimo Gramellini
Fabio Volo
(5) S 5
5
Andrea Camilleri
1
Albert Camus
Alessandro Piperno
Inseparabili.
Il fuoco amico
dei ricordi
Mondadori, e 20
Cose
che nessuno sa
Tre atti
e due tempi
Sellerio, e 13
Mondadori, e 19
Einaudi, e 12
6
(-) N 4
8
C. M. Palov
(13)13
(14)14
10
12
Carlos Ruiz Zafón
Vanessa
(7)53
14
Clive Cussler
(15)53
16
Clara Sánchez
(-) R 3
18
Carlo Ruiz Zafón
(12)52
20
Leah Fleming
La città perduta
dei Templari
L’ombra
del vento
Recuperate
il Titanic!
Il profumo delle
foglie di limone
Il gioco
dell’angelo
La strada
in fondo al mare
Newton Compton, e 9,90
Mondadori, e 13
Longanesi, e 9,90
Garzanti, e 18,60
Mondadori, e 13
Newton Compton, e 9,90
9
(9)53
(11) S 3
11
13
Georges Simenon
Marek Halter
(10)53
15
Kathryn Stockett
17 (-) N 3
(-) N 2
19
George Orwell
Il destino
dei Malou
Il cabalista
di Praga
The help
Jean-Christophe
Grangé
Amnesia
(6) S 5
Wislawa
Szymborska
La gioia
di scrivere
Adelphi, e 19
Kaui H. Hemmings
Paradiso amaro
(3)56
5
Peter Cameron
(-) N 5
7
Jeffery Deaver
Un giorno questo
dolore ti sarà
utile
Adelphi, e 10
La consulente
Niamh Greene
Ti amo ti odio
mi manchi
Rizzoli, e 19,50
Newton Compton, e 9,90
Adelphi, e 18
Newton Compton, e 9,90
Mondadori, e 18
Garzanti, e 19,60
6
(9)12
8
Philippe Pozzo
(11)12
10
David King
(10)52
12
Tiziano Ferro
(-) N 2
14
AA.VV.
(15)52
(-) R 2
20 (-) R 2
16
18
Massimiliano Verga
Concita De Gregorio Walter Isaacson
di Borgo
Il diavolo custode
(Quasi amici)
Ponte alle Grazie, e 13,90
Il lupo
L’amore è una
cosa semplice
La Bibbia
Piemme, e 9,90
Kowalski, e 12,90
San Paolo, e 7,90
Zigulì. La mia vita
dolceamara con un
figlio disabile
Mondadori, e 16,50
Così è la vita.
Imparare
a dirsi addio
Einaudi, e 14,50
(6)14
4
Michela Marzano
Volevo essere
una farfalla
Mondadori, e 17,50
5
(3)54
Veronica Pivetti
Ho smesso
di piangere
Mondadori, e 17
Newton Compton, e 9,90
(4)54
D. Avey, R. Broomby
Auschwitz.
Ero il numero
220543
Newton Compton, e 9,90
(8)54
Diffenbaugh
Il linguaggio
segreto dei fiori
Garzanti, e 18,60
1984
Mondadori, e 9,50
(8)13
7
9 (16)12 11 (5)52
G. Amorth, P. Rodari L. Littizzetto, F. Valeri Giulio Tremonti
(12)52
(17)12
15
13
Dominique Lapierre
Vittorino Andreoli
(18)12
17
Philippe Daverio
(14)52
19
G. Barbacetto
L’ultimo esorcista.
La mia battaglia
contro Satana
Piemme, e 16,50
L’educazione
delle fanciulle
Uscita di sicurezza
Gli ultimi
saranno i primi
L’uomo
di superficie
Il museo
immaginato
Einaudi, e 10
Rizzoli, e 12
Rizzoli, e 16,50
Rizzoli, e 17,50
Rizzoli, e 35
P. Gomez, M. Travaglio
Mani pulite. La vera
storia, 20 anni dopo
Chiarelettere, e 19,60
(8)12
7
Sherry Argov
(10)12
8
Rhonda Byrne
(-) R 2
9
Allen Carr
(-) N 2
10
Umberto Veronesi
The secret
Longevità
Macro, e 18,60
È facile smettere
di fumare se sai
come farlo
EWI, e 10
(1)56
(7)12
(5)13
(6)12
3
4
5
6
S. Agnello Hornby
G. Scilla, A. Pelonzi
Benedetta Parodi
Pierre Dukan
M. Lazzati
La cucina
del buon gusto
Feltrinelli, e 16
10 regole per fare
innamorare
I menù di
Benedetta
Le ricette della dieta
Dukan
Kowalski, e 12
Rizzoli, e 15,90
Sperling & Kupfer , e 16
La magnifica stronza.
Perché gli uomini
lasciano le brave ragazze
Piemme, e 15
3
(-) N 2
4
Aprilynne Pike
(5) S 1
5
Jeff Kinney
(-) R 1
6
Silvia D’Achille
(4)51
7
Geronimo Stilton
(-) R 1
8
Jeff Kinney
(-) R 1
9
Jeff Kinney
(-) N 1
10
Jeff Kinney
Illusions
Diario di una
Schiappa
Sperling & Kupfer, e 17,90
Il Castoro, e 12
Gioca con Peppa
Pig! Hip hip urrà per
Peppa! Con stickers
Giunti Kids, e 4,90
Ma che vacanza...
a Rocca Taccagna!
Con carte
Piemme, e 9,20
Diario di una
Schiappa. La legge
dei più grandi
Il Castoro, e 12
Diario di una
Schiappa. Vita da
cani
Il Castoro, e 12
Diario di una
Schiappa. Ora
basta!
Il Castoro, e 12
(3) S 2
Brian Selznick
La straordinaria
invenzione
di Hugo Cabret
Mondadori, e 16
Steve Jobs
Mondadori, e 20
Bollati Boringhieri, e 8
(Elaborazione a cura del «Corriere della Sera»)
Inghilterra
1
2
James Patterson
11th Hour
Jeffrey Archer
The Sins of the
Father
Cornerstone, £ 18,99
Pan Macmillan, £ 18,99
Francia
Germania
3
Danielle Steel
1
René Dosière
2
Marie Deroubaix
3
Harlan Coben
1
Jonas Jonasson
2
3
Jussi Adler-Olsen
Daniel Glattauer
Betrayal
L’argent de l’Etat
Six mois à vivre
Faute de preuves
Der
Hundertjährige...
Das Alphabetaus
Ewig Dein
Transworld
Publisher, £ 18,99
Seuil, e 19,50
La Cherche-Midi, e 15
Pocket, e 8,10
Carl’s books, e 19,99
DTV, e 15,90
Deuticke Franz, e 17,90
DOMENICA 18 MARZO 2012
22 LA LETTURA CORRIERE DELLA SERA
SEGNALI
Un database con i 37 mila cataloghi di Zeri
di GIOVANNA POLETTI
S
ono 37.000. Sono i cataloghi
d’asta raccolti da Federico Zeri e
oggi conservati dall’omonima
Fondazione diretta da Anna Ottani
Cavina. Dopo il legato del 1998, con cui
Zeri donava all’Università di Bologna la
storica villa di Mentana con tutto il suo
prezioso contenuto (a sinistra: una
Madonna trecentesca), la Fondazione
ha promosso e perseguito dal 2002 la
digitalizzazione dell’immensa fototeca
(290.000 fotografie) e la catalogazione
dei 46.000 volumi della biblioteca
RRR
I volumi, presto consultabili
online, consentiranno di
ricostruire una storia delle aste
di Ottocento e Novecento
Sguardi
d’arte. Solo oggi, grazie a un contributo
della Regione Emilia-Romagna, sta
procedendo alla fondamentale
catalogazione dei primi 12.000
cataloghi d’asta. Si tratta di
pubblicazioni italiane, inglesi e francesi,
ma anche di case d’asta minori
europee, americane e persino
sudamericane, edite tra il 1879 e il
1998. Il progetto prevede un unico
database, in seguito consultabile online.
L’impegnativo lavoro, che include
vendite che smembrarono celebri
Passo falso
di Paolo Fallai
Arte, fotografia, architettura, design, mercato
{
raccolte private tra ’800 e il primo ’900,
aiuterà non solo a scoprire le sorti del
patrimonio italiano disperso, ma
consentirà di tracciare la storia del
collezionismo moderno. Infine, poiché il
lavoro della Fondazione
(www.fondazionezeri.unibo.it) è
improntato su standard internazionali,
potrà essere utilizzato come linea guida
per analoghe catalogazioni e consentirà
di interagire con istituzioni straniere,
come il Getty di Los Angeles.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Abusivismo archeologico
Da alcuni decenni la stampa romana
combatte una sfiancante battaglia contro il
ciarpame che circonda il Colosseo: sporcizia,
camion bar, centurioni acchiappaturisti, false
guide. Studiosi e persone di buon senso non
si stancano di chiedere il loro
allontanamento. Inutilmente. Ma stanno lì
ormai da così tanto tempo che la
Soprintendenza archeologica, invece di
combatterli, finirà che dovrà tutelarli.
Tendenze Al Pac di Milano, al Maxxi di Roma, al Mart di Rovereto: mostre e musei scoprono un nuovo «centro di gravità»
La primavera delle artiste
di VINCENZO TRIONE
P
roviamo a fare un gioco. Come cambierebbe il
nostro giudizio se Guernica fosse stata dipinta non da Picasso ma da Natalia Goncharova o
da Sonia Delaunay; se il primo acquerello
astratto fosse stato composto non da Kandinskij ma da Gabriele Münter; o se le Marilyn fossero state serigrafate non da Warhol ma da Coosje van Bruggen? Quanto conta la presenza dell’autore nelle nostre
interpretazioni? E, ancora: lo stile ha un sesso? Muoviamo da alcune recenti mostre «al femminile». La personale di Marlene Dumas, al Palazzo delle Stelline di Milano (a cura di Giorgio Verzotti, fino al 17 giugno).
L’omaggio a Marina Abramovic, al Pac di Milano (a cura di Diego Sileo e Eugenio Viola, da mercoledì al 10
giugno). L’antologica di Gina Pane al Mart di Rovereto
(a cura di Sophie Duplaix, fino all’8 luglio). E l’installazione site specific di Doris Salcedo al Maxxi di Roma (a
cura di Monia Trombetta, fino al 24 giugno).
Di generazioni diverse e di orientamenti linguistici
distanti (la Dumas è una pittrice, la Salcedo una scultrice, l’Abramovic e la Pane sono performer), queste personalità sono tra le protagoniste di una radicale svolta
maturata negli ultimi anni: le artiste sono passate da
una condizione di marginalità a un’inattesa centralità,
fino a costituire quasi un movimento trasversale.
In principio — dall’inizio del Novecento — ci sono
state clandestinità, sudditanza e subalternità, come ha
raccontato Lea Vergine in un libro del 1980, L’altra metà
dell’avanguardia (riedito da Il Saggiatore nel 2005). Un
appassionante viaggio attraverso voci a lungo dimenticate. L’obiettivo: portarsi al di là delle sterili rivendicazioni femministe, per squarciare il velo di silenzio che
per decenni ha avvolto ricerche ostinate e solitarie. Perlustrare territori colpevolmente caduti nell’oblio, trasgredire censure e reticenze. Insomma, «togliere le orchidee dall’obitorio», per far emergere non un lazzaretto di ragazze afflitte, di ancelle o di eroine vicarie, ma
Abramovic, Dumas, Pane, Salcedo:
il femminile non è più marginale
i
In Italia
Alle donne sono dedicate la
personale di Marlene Dumas
(Milano, Palazzo delle
Stelline, fino al 17 giugno);
l’omaggio a Marina
Abramovic (Milano, Pac, dal
21 marzo al 10 giugno);
l’antologica di Gina Pane
(Rovereto, Mart, fino all’8
luglio); l’installazione site
specific di Doris Salcedo
(Roma, Maxxi,
fino al 24 giugno)
A New York
Cindy Sherman è al centro
della retrospettiva al Moma
(fino all’11 giugno). Al
Guggenheim (fino al 13
giugno), è in corso la mostra
su Francesca Woodman
(1958-1981)
Le opere
In alto da sinistra: Gina Pane
(1939-1990), «Table
de lecture» (1969);
un particolare di «Angeli in
uniforme» (2001) di Marlene
Dumas; «Senza titolo»
(2008) di Cindy Sherman
un continente di Euridici senza Orfei, segnato dalle
«stigmate dell’alterità». Una «provincia» di infaticabili
sperimentatrici. Alcuni nomi: la Delaunay e la Goncharova, Suzanne Duchamp e Leonora Carrington, Tamara
de Lempicka e Giorgia O’Keefe, Frida Kahlo e Carol Rama. Almeno fino a dieci anni fa le moderne «Euridici»
non hanno trovato adeguata collocazione nei musei. Si
rifletta sul contesto newyorkese. Fino al 2006, solo il 5%
delle opere conservate dal Moma era stato realizzato da
donne; tra il 2000 e il 2006, solo il 14% delle personali
ospitate dal Guggenheim era dedicato ad artiste. Questa
situazione potrebbe essere attribuita al fatto che il sistema dell’arte è auto-replicante: «Vede che le opere che si
espongono e si vendono sono per lo più fatte da uomini
e si regola di conseguenza», ha spiegato Jerry Saltz.
Il metodo di Marina
«The Abramovic Method» sarà il primo (attesissimo) lavoro di
Marina Abramovic dopo la grande retrospettiva che le aveva
dedicato il Moma nel 2010 (sopra l’artista in un momento
della performance). Sarà il pubblico («guidato e motivato
dall’artista») a sperimentare direttamente una serie di
«installazioni interattive», che potrà scegliere di volta in volta
di vivere «in piedi, seduto oppure sdraiato». Accanto a questa
nuova creazione, una rassegna di alcuni storici happening
della Abramovic (www.abramovicmethod.it)
Da qualche tempo, lo scenario è rapidamente cambiato. L'arte al femminile sta assumendo un’importanza crescente. Altro che quote rosa... Le donne sono
ovunque: dalla direzione dei musei a quella di prestigiose rassegne (come la Biennale di Venezia e la Documenta di Kassel). Per arrivare alle tante «presenze» che si
possono ritrovare nelle fiere e negli eventi organizzati
in tutto il mondo.
Eppure, al di là di questi dati, occorre interrogarsi
sull’esistenza o meno di una specificità linguistica dell’«altra metà dell’avanguardia». Pur con accenti diversi, le artiste sembrano pensare le loro opere sempre
come espressione di un’urgenza testimoniale. Evitano
ogni pietas, esprimendo tormenti, tensioni. Sfidano le
rappresentazioni «tranquille», senza temere pazzie e
devianze. Tratti distintivi: l’autoironia, il sarcasmo, il
coraggio, la capacità di non sfuggire al dolore, il ricorso alla memoria, concepita come filtro per preservare
e tramandare, per esorcizzare la morte, per salvare
DOMENICA 18 MARZO 2012
CORRIERE DELLA SERA LA LETTURA 23
Dedica Doppio omaggio di New York
a due testimoni straordinarie del XX secolo
Epoche Pregiudizi, rivalità e mascheramenti:
l’impegno politico oltre le proprie intenzioni
È una foto troppo bella
per essere di una donna
Gli autoritratti di Sherman e Woodman
in un universo tutto (o quasi) maschile
di ARTHUR C. DANTO
P
emozioni passate. Artificio ricorrente: la deformazione, che permette di elaborare audaci figurazioni. Tema
centrale: la corporeità, che si dà come significato fluttuante; luogo dove si smascherano finzioni immaginarie e speculazioni; spazio abitato dal perturbante, inteso freudianamente come dimensione dello spavento,
«un qualcosa che avrebbe dovuto rimanere nascosto e
che è affiorato».
Innanzitutto, il corpo come sudario. Nei suoi quadri,
la Dumas, sulle orme della pittura religiosa tardorinascimentale, dipinge personaggi minori. Vitali, eppure
spettrali. Soli, alteri, fantasmatici. Hanno una fisicità ingombrante, ma sembrano evanescenti. A volte, sono orfane che indossano vestiti ingenui e hanno maschere
di morte. Altre volte, nudità scarne, abbandonate sulla
croce. Ad affermarsi è una cupezza tragica, che accoglie
anche improvvisi barlumi di luce.
Poi, il corpo come geografia del dolore. Nelle loro
performances, l’Abramovic e la Pane, impegnate a scatenare i conflitti tra desiderio e difesa, tra licenza e divieto, tra pulsioni distruttive e catartiche, trattano se stesse come materie da incidere con ferite anche permanenti. Sfregiano la loro pelle con lamette e coltelli. Ascete impudiche, mostrano se stesse come Cristo sul Golgota, «in dialogo» con fatica e sopportazione. Propongono azioni repellenti, che celano intenzioni sacrali. Sublimano la sofferenza, aderendo a quell’estetica della
crudeltà di cui ha parlato Gillo Dorfles: un’estetica specchio di un'epoca caratterizzata dal «disprezzo per la persona umana».
Infine, il corpo come metafora inquieta. Nelle sue installazioni, la Salcedo rinvia spesso al concetto di ferita.
In tal senso, illuminante il monumentale cretto esposto alla Tate di Londra (nel 2007): una distesa bianca
solcata da scosse. A Roma, la Salcedo allestisce un’installazione costruita su un sistema modulare: cento
coppie di tavoli sovrapposti, dai quali escono fili d’erba. Un modo per alludere alle tombe. Ed evocare le vittime delle stragi avvenute per mano dell’esercito in Colombia. Come una preghiera muta, che trasmette dolore e speranza.
Dinanzi a noi, strade che divergono, per poi convergere in imprevisti approdi mistici. Allora, lo stile ha un
sesso? Ma siamo sicuri che sia così?
Certo, quadri, sculture o performance spesso nascono da ragioni intime e private. Ma quelle ragioni sono
solo echi lontani e spesso impercettibili, che devono
dissolversi nell’opera finita, come il calco a cera persa
di una fusione. Anche a questo rinviava Roland Barthes
in un articolo sulla morte dell’autore, dove, riferendosi
alla letteratura, sosteneva che gli scrittori non esistono.
Esiste solo la pagina scritta, ovvero «il bianco e nero
che pian piano perde la sua identità, a cominciare da
quella stessa del corpo che scrive».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
er una felice coincidenza, due dei
principali musei di New York hanno
in programma due mostre di artiste
attive alla fine degli anni Settanta: il
Museum of Modern Art una retrospettiva di Cindy Sherman, il Guggenheim una
mostra di Francesca Woodman. Entrambe si sono dedicate alla fotografia, ed entrambe hanno
fotografato se stesse, anche se sarebbe sbagliato considerare quelle immagini degli autoritratti. Sono piuttosto interpretazioni di un personaggio: varie eroine di film di serie B nel caso
di Sherman, mentre Woodman si colloca in
una sorta di mondo onirico in cui è la protagonista.
Dato che gli esponenti di quella che Robert
Motherwell ha chiamato la New York School
tendevano ad assumere un atteggiamento maschilista, la pittura non era considerata un’arte
per donne. Hans Hoffman, maestro di Lee Krasner, le fece i complimenti per un suo quadro
dicendole: «È così bello che non si direbbe dipinto da una donna». Krasner, che fu la moglie
di Jackson Pollock, si sarebbe sicuramente offesa se le avessero detto che «dipingeva come
una donna», ma non è mai stata giudicata alla
stregua degli esponenti maschili del movimento, anche se mi ricordo di aver pensato che alcuni dei suoi dipinti, fotografati nella casa in cui
lei e Pollock vivevano a Springs, sulla North
Fork di Long Island, sembravano più belli tra le
piante da appartamento di come apparivano
sulle nude pareti, inflessibilmente bianche, del
Moma. In ogni caso, la critica femminista sosteneva che se non c’erano grandi pittori di sesso
femminile era perché le donne probabilmente
si esprimevano meglio con altri mezzi artistici.
Lo scultore Joel Shapiro scrisse una volta di essere contento di non essere un pittore.
L’arte americana ha visto enormi cambiamenti negli anni Sessanta e Settanta. Innanzitutto le fotografie che Sherman scattava a se
stessa mettevano in mostra quel che le ragazze
di solito fanno e i ragazzi no: travestirsi in modo da sembrare un’attrice che interpreta un ruolo. Il trucco era quindi una componente indispensabile. Nel fotografarsi non voleva affatto
essere se stessa, ma apparire proprio come l’attrice di un film. Le ragazze, crescendo, imparavano a cambiarsi d’abito e a truccarsi, ma solo
dei genitori molto comprensivi avrebbero concesso le stesse cose a un ragazzo.
Normalmente, se un ragazzino indossava i
vestiti della sorella o usava il suo trucco, gli si
diceva che si stava comportando da femminuccia, e molto probabilmente lo si portava da un
medico. Le opere di Sherman mostrano l’interprete intenta in una qualche attività: leggere
una lettera d’amore, tirare giù un libro da una
libreria, sognare a occhi aperti seduta su un davanzale o con in capo un cappello di paglia nuovo e divertente, oppure in procinto di intraprendere un nuovo lavoro. Le foto sono spesso ironiche, cosa che non si attaglia all’eroina di Woodman, di solito interpretata da lei stessa, quasi
sempre nuda, del tutto o in parte, o con indumenti intimi in una stanza poco arredata. Sherman non si mostra mai nuda, ma a volte si applica parti del corpo posticce, «tette finte», come dice lei. La sua serie più famosa è Untitled
film stills («Foto di scena senza titolo»), com-
RRR
Ruoli
Negli anni Sessanta e Settanta
la stessa critica militante
ha finito per penalizzare
pittrici, scultrici e fotografe
che cercavano nuove vie
posta da 69 immagini 8 per 10 pollici, quasi tutte di una donna diversa in un ruolo diverso.
Avrebbe potuto facilmente posare anche in un
ruolo maschile, ma la scelta di non farlo indica
che la serie voleva mostrare quali fossero le prospettive delle ragazze americane di allora. Sherman venne adottata dalle femministe, che la
credevano portatrice di qualche arcana idea nella metafisica dei generi. Non si potrebbe quasi
mai pensare lo stesso delle foto di Woodman,
belle e poetiche, in parte perché legate alla sua
tragedia (Woodman si suicidò buttandosi giù
da un loft di Manhattan nel 1981). La sua morte
precoce diffonde un’aura drammatica sulle sue
piccole foto color seppia, molto simili alle Untitled stills di Sherman per dimensioni e toni.
Nella vita americana, più che nell’arte, c’è
un’altra coincidenza degna di nota. Per chi non
lo sapesse, in America ci sono due grandi partiti, Democratico e Repubblicano. Barack Obama
è un democratico, e il suo primo atto legislativo da presidente è stato abolire le differenze salariali tra uomini e donne che fanno lo stesso
lavoro. Senza dubbio voleva attrarre i voti delle
donne. I quattro candidati che aspirano alla nomination repubblicana, per poi cercare di batterlo, si presentano agli elettori con posizioni
assai più conservatrici di Obama, unico democratico in lizza. L’ideologia conservatrice solleva soprattutto questioni che riguardano la sfera
Scatti
Una delle fotografie di Francesca Woodman
ora in mostra al Guggenheim NY. L’immagine
fa parte della serie «Polka Deb» (1976)
Al Maxxi di Roma
Le stragi colombiane
che ispirano Doris
Oltre centoventi coppie di tavoli in legno
sovrapposti, separati da pochissima terra,
da cui nascono esili fili d’erba: questo è
«Plegaria Muda», l’ultimo progetto di
Doris Salcedo che riempie l’intera Galleria
2 del Maxxi (sopra). L’artista ha dichiarato
di essersi ispirata alle vittime delle stragi
avvenute per mano dell’esercito in
Colombia ma anche alle morti violente nei
sobborghi di Los Angeles.
sessuale, in particolare quella femminile, puntando l’attenzione su due argomenti: l’aborto e
il controllo delle nascite. Il controllo delle nascite è diventato un grosso problema politico. Obama è riuscito a ottenere una forma di assicurazione sanitaria per tutti, che è stata fortemente
contestata anche perché il controllo delle nascite, avendo a che fare con la salute della donna,
sarebbe anch’esso coperto da questa assicurazione. I conservatori sostengono che è una violazione all’emendamento della Costituzione
americana che garantisce la libertà di culto religioso.
Una giovane donna che ha portato la sua testimonianza sull’argomento dinanzi al Congresso è stata profondamente umiliata da un noto
commentatore televisivo, Rush Limbaugh, che
l’ha definita una prostituta che voleva essere pagata per fare sesso. Le ha perfino chiesto di produrre dei video sulla sua attività sessuale. Questo ha provocato un’indignazione generale, e
molti degli sponsor hanno ritirato il loro sostegno alla trasmissione, anche se Rush si è scusato con la ragazza (cosa per lui inusitata).
Le opere di Cindy Sherman o di Francesca
Woodman, a dire il vero, non hanno esplicite
intenzioni politiche. Ma un anno dopo l’11 settembre il direttore della mia rivista, «The Nation», mi ha chiesto se gli artisti si sarebbero
occupati dell’attacco alle Torri gemelle. Ho interpellato alcuni di loro, tra
cui Cindy Sherman, per scoprirlo. Cindy mi disse allora
che voleva trovare un modo
di introdurre quella tragedia nelle sue opere, ma che
non sapeva ancora come.
La questione riemerse quando la intervistai in occasione della sua mostra al Jeu
de Paume di Parigi. Mi rispose con queste parole:
«Alcuni miei amici dicevano che quello era il momento migliore per fare arte,
perché così potevamo sottrarci al senso di tristezza
che ci invadeva. Oppure che
il mondo aveva bisogno di
vedere cose belle e rassicuranti e dovevamo quindi impegnarci a produrle. Ho cominciato a fare alcuni ritratti seri, tristi, ma non mi sono piaciuti
affatto. Poi ho pensato di fare cose rasserenanti, che affermassero la vita, delle icone della
donna media. Una, ad esempio, è una contadina e l’altra è quella che chiamo la svampita, le
ho ritratte come se fossero su un piedistallo,
come eroine. Ma ho finito per fotografare solo
quelle due».
Le chiesi in un’altra occasione di parlarmi
dei clown, che stava esponendo nella sua galleria, Metro Pictures. La sua risposta fu sorprendente: «Ci sono voluti anni per trovare qualcosa che mi desse la possibilità di esprimere tutta la gamma di emozioni contrastanti che volevo comunicare, che provavo. Ho pensato che i
clown avrebbero rappresentato questo vocabolario illimitato, e anche una sfida, per le diverse emozioni che suscitano. Non solo ironia e
humor, ma anche tragedia e intensità, e la possibilità che dietro uno di loro ci sia un criminale o un pedofilo... Ci sono tante cose che si possono collegare a quell’immagine». Nel 2005 ho
curato una mostra di quel che ho chiamato «arte dell’11 settembre», e ho chiesto a Cindy una
delle sue opere. Mi ha mandato un clown, che
sorride, ma che nell’intimo è triste. Nessuno
ha chiesto cosa ci facesse un clown in quella
mostra. Era in realtà un paradigma dell’arte dedicata all’11 settembre, un’immagine di dolore.
Ed era peraltro un autoritratto. Anche se ora le
donne in politica hanno più potere, nella retrospettiva del Moma ci sono almeno tre clown.
(Traduzione di Maria Sepa)
© RIPRODUZIONE RISERVATA
DOMENICA 18 MARZO 2012
24 LA LETTURA CORRIERE DELLA SERA
Classicamente
Sguardi Le mostre
di Nuccio Ordine
{
Vite da vivere
«Ci sono di quelli che non vivono la vita
presente, ma si preparano con molto zelo
come se dovessero vivere non il presente ma
una qualche altra vita; e intanto il tempo si
perde e fugge via. Ma non ci è concesso
ricollocare la vita come una pedina»:
Antifonte sofista, già nel V secolo avanti
Cristo, ricordava ai contemporanei che era
insensato non vivere la vita presente per
prepararsi a vivere una probabile vita futura...
Visioni Alla National Gallery di Londra i due artisti a confronto
Turner, illuminato da Lorrain
Maestri del paesaggio con la medesima ossessione per la luce dell’Italia:
dalle «antiche» vedute romane alle marine inglesi che anticipano gli impressionisti
di SEBASTIANO GRASSO
S
e dovessimo prendere le cattive
abitudini dei francesi per i quali
Picasso e Modigliani sono parigini, potremmo dire che Claude
Lorrain (Claudio Lorenese) è romano. Nato a Champagne (in Lorena) nel
1600, a 16 anni viene nella città papalina,
dove si forma; quindi, a 25, rientra in
Francia e l’anno dopo si stabilisce definitivamente a Roma, per dedicarsi alla pittura di paesaggio.
Quando muore, nel 1682, il Lorenese
viene sepolto — come da suo desiderio
— nella chiesa di Trinità dei Monti. Nel
1840, il suo corpo viene spostato in quella
di San Luigi dei Francesi.
Allievo del Cavalier d’Arpino, guarda
ad Annibale Carracci e al Domenichino e,
con Nicolas Poussin, è certo uno dei maestri del paesaggio. Sulla sua tomba, la
scritta: «Rappresentò in modo meraviglioso i raggi del sole all’alba e al tramonto sulla campagna».
E che Claude sia stato uno straordinario paesaggista deve averlo pensato anche l’inglese Joseph Mallord William Turner (1775-1851), il quale, nato circa un secolo dopo, lo ha saccheggiato a piene mani. Beh, forse il termine «saccheggiato» è
un po’ esagerato; diciamo allora che —
i
Eventi
La mostra «Turner inspired:
in the light of Claude»
rimarrà aperta alla National
Gallery di Londra (nella
Sainsbury Wing) fino
al 5 giugno (www.national
gallery.org.uk; Tel + 44. 20
77 47 28 85). Catalogo
National Gallery Company
(pp. 144, e 25)
In mostra
Sopra: un particolare
del quadro di Turner
(«Keelmen Heaving in Coals
by Night», 1835)
che compare anche sul
manifesto della mostra.
A destra, dall’alto: Claude
Lorrain, «Porto con l’imbarco
della regina di Saba» (1648)
e «Didone costruisce la città
di Cartagine»
di Turner (1815)
A Maastricht la 25esima edizione di Tefaf:
oltre 250 espositori, soltanto 14 gli italiani
Moore da 600 kg
e 27 milioni,
un Picasso da 5:
la fiera delle fiere
anticipando Picasso, occhio e pennello
veloce — Turner ha fatto man bassa di
temi e tecniche dell’artista franco-romano. Operazione, questa — oggi normalmente definita «dialogo» — estesa anche a Rembrandt, Poussin, Van der Velde, Canaletto, Rubens, Piranesi, Salvator
Rosa, Tiziano, Tintoretto, Veronese, Gainsborough, Watteau ed altri.
Tant’è che qualche anno addietro la Tate Britain ha fatto una mostra sulle influenze di questi artisti su Turner. Che,
poi, era pure uno simpatico, dotato di
estro e fantasia. Si divertiva a rubare, rileggere, fare accostamenti, mistificare. Gli
piaceva una località? Spostava lì il suo luogo di nascita. Negli ultimi anni della sua
vita, addirittura, si spacciava per un am-
RRR
La leggenda
Si racconta che William,
proprio in questa stessa
galleria, fosse rimasto
così turbato da un quadro
di Claude da piangere
miraglio in pensione. Ciò non toglie che
Turner sia stato uno straordinario artista
e un grande innovatore, verso il quale gli
impressionisti, e anche alcuni pittori contemporanei di casa nostra — il siciliano
Piero Guccione, per esempio — hanno
un debito enorme; maggiore, forse, di
quello che lo stesso Turner ha con Claude
Lorrain.
Ad entrambi, Londra dedica un’interessante rassegna, a cura di Ian Warrell, Alan
Crookham, Philippa Simpson e Nicola
Moorby intitolata Turner ispirato. Nella
luce di Claude. A confronto circa sessanta
lavori (una quindicina di dipinti del Lorenese e oltre quaranta fra olii, guazzi e acquerelli dell’artista inglese), in cui si evidenzia come la lezione di Lorrain abbia rivoluzionato la pittura di Turner.
Esposti, fra l’altro, capolavori come Il
mulino (1648), Paesaggio con lo sbarco di
Enea nel Lazio (1675), Le Havre: tramonto al porto (1832), Trasportatori di carbone su chiatte che scaricano di notte
(1835).
Due i punti focali: luce e suggestioni.
Tutto è cominciato alla National Gallery
di Londra. Si racconta che Turner, durante una visita al museo, davanti al Porto
con l’imbarco della regina di Saba, del
1648, sia rimasto talmente turbato, da
mettersi a piangere. Da qui, lo scandaglio
quasi ossessivo della tavolozza del maestro secentesco, che dipingeva la luce
«pura come l’aria italiana».
Turner è così preso da Claude da riuscire, quasi senza accorgersene, ad «importare» le vedute romane e a farle diventare
londinesi.
Certo, la maggior parte dei dipinti di
Claude sono dedicati all’Italia; mentre
quelli di Turner guardano per lo più all’Inghilterra. Non manca, però, qualche puntata su Venezia, meta di tre soggiorni brevi ma intensi. Centinaia di disegni («appunti») gli servivano per sviluppare le immagini al momento di trasporle sulla tela. Turner era affascinato da come Lorrain riusciva a rendere tutto ciò che riguardava il mare: bastimenti con le vele
gonfie di vento, barche, porti, coste, luci,
fuochi, barili vuoti che galleggiano. E la
registrazione di fenomeni naturali (i temporali, per esempio) e la proiezione e il
riflesso della luce sull’acqua.
Turner sposta in Inghilterra i paesaggi
italiani di Lorrain? E Glasgow si ammanta
dell’atmosfera di Tivoli.
L’operazione si ripete con
Venezia. Per un frequentatore di teatri come Turner,
la città dei dogi rappresentava uno spettacolo nello
spettacolo: scenari uguali,
ma sempre diversi. L’artista inglese ha visto il dissolversi di grandi imperi;
il disfacimento e il declino
di Venezia hanno un’incidenza non indifferente.
Creano in lui sentimenti
contrastanti, parallelismi
con Londra. Ad un amante
di Shakespeare e delle belle donne, Venezia appariva il non plus ultra di un qualcosa atteso per tutta la vita,
esistito sino ad allora solo nella fantasia e
che, adesso, diventava tangibile.
«Studiava la città, ma anche gli occhi
neri, sopracciglia arcuate e le dolci espressioni delle veneziane», ricorderà lord
Byron. Da qui una serie di interpretazioni
visionarie e romantiche.
Nascono così molte sue vedute dove il
colore riesce ad annullare confini e distanze fra soggetti terrestri ed atmosferici: sullo sfondo il paesaggio si annulla inghiottito da un sogno che diventa sempre
più evanescente.
È come se Turner volesse applicare la
nebbia londinese al paesaggio italiano. Il
paesaggio così com’è lo interessa sino ad
un certo punto. Preferisce comporlo e
scomporlo a suo piacimento. E perdersi
nelle nebbie italiane portate da casa.
«Il mio stile — soleva dire — è l’atmosfera!».
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Allestimento
Rigore scientifico
Catalogo
di PAOLO MANAZZA
S
e qualcuno non crede alla sindrome di
Stendhal deve venire qui, al Tefaf di
Maastricht. The European Fine Art Fair
è la fiera di tutte le fiere dell’arte. Numero
uno al mondo. Farà sorridere ma è così. Con
un po’ di fortuna potreste persino assistere
in diretta a qualcuno che sviene. Colpito dalla mitica sindrome, detta anche di Firenze,
«che induce tachicardia, capogiro e vertigini
in soggetti messi al cospetto di opere d’arte
di straordinaria bellezza». Anni fa una giovane signora francese cadde, si dice, come un
sacco vuoto in mezzo allo stand Landau Fine
Art (una celeberrima galleria canadese che
sul proprio sito spiega: «Solo capolavori»).
Tutti andammo a vedere. Della signora nemmeno l’ombra ma intorno c’erano venti tele
di Picasso dipinte tra il 1910 e il 1960.
Il Tefaf è così. Memorabile la lezione del
2009. In piena tempesta finanziaria questo
circo dell’arte riuscì a stupire tutti. Esponendo, al posto delle firme fashion style vendute a cifre milionarie sino all’anno prima, la
vecchia e vera qualità. Quel marzo i collezionisti yuppies, nel migliore dei casi, erano ri-
masti a piangere davanti agli schermi dei
computer con gli indici in picchiata. Nel peggiore, stavano in galera. Così il ritorno alla
grande pittura e alle opere colte fu un successo inaspettato.
Oggi il Tefaf compie venticinque anni.
DOMENICA 18 MARZO 2012
CORRIERE DELLA SERA LA LETTURA 25
Cotture brevi
Sguardi La musica
di Marisa Fumagalli
{
All’insegna dell’insipido
Pillole di saggezza culinaria: «Il sale spesso
viene scambiato per il gusto delle cose; invece,
una carota appena raccolta non ha bisogno di
nient'altro per essere buona. Una zucca cotta
gentilmente in padella e condita con poco
sesamo è perfetta così». Lo scrive Pietro
Leeman, guru della ristorazione vegetariana,
per l'allievo Simone Salvini: a giorni, in libreria
con Cucina vegana (Mondadori), il lato estremo
del menu «senza prodotti animali».
Personaggi Gli spartiti del grande filosofo vennero accolti all’epoca con parole gelide o brutali
di MICHEL ONFRAY
D
HENRI FANTIN-LATOUR, «AL PIANO» (1885), MUSÉE D’ORSAY
opo un concerto dedicato alle
opere di Nietzsche, il mio amico pianista Vahan Mardirossian
mi spiegò un giorno, con lo
spartito in mano, che Nietzsche
aveva idee musicali magnifiche, ma che
non ne portava a buon fine nessuna. Per
quale ragione? Probabilmente perché, oltre che dalla madre, dovette subire la sua
castrazione da Wagner, da Hans von
Bülow e da Brahms, il che, bisogna riconoscere, non è cosa da poco per una virilità
da artista…
Figlio e nipote di pastori protestanti,
Nietzsche voleva essere compositore. La
madre gli intimò di diventare ministro del
culto protestante, ritenendo che la formazione musicale legata a questo genere di
professione, pur in mancanza di vocazione,
Il musicista Nietzsche, stroncato
sarebbe bastata a placare la sua sete di musica… Nietzsche rinunciò alla carriera musicale, si impegnò negli studi di teologia, prima di rinunciarvi in favore della filologia, e
poi della filosofia, materia in cui fu geniale
autodidatta.
La sua iniziazione filosofica avviene con
Schopenhauer. L’autore del Mondo come
volontà e rappresentazione è, con Pitagora
e Platone, il filosofo che ha pensato meglio
la musica alla quale lascia un posto architettonico nella propria opera: essa non è riflesso del mondo, ma mondo; non ha bisogno
del mondo per essere; non è riproduzione
di una Idea, ma forma stessa del Volere; è
quindi un mondo senza il mondo, fuori del
mondo. La musica dà senso a questo mondo poiché, essendo il mondo solo un’immensa valle di lacrime (oscilliamo continuamente fra la noia, che ha la sua rappresentazione sociale la domenica, e la sofferenza,
che satura il resto della settimana…), essa
arresta il movimento di bilanciere fra noia
e sofferenza. Fra la morale della pietà e la
negazione del voler-vivere, la musica è una
consolazione, perché consente la contemplazione estetica che ci protegge dalla tirannia del Volere.
Quando la Germania vince la guerra del
1870, Nietzsche ritiene che l’abbia persa poiché, per conseguire una vittoria, bisogna rinunciare all’umanità… Propone di riconquistare lo spirito e fa della musica il cavallo di
Troia di questa guerra della cultura: la Germania deve creare un mito come la Grecia
Apertosi al pubblico venerdì scorso, prosegue sino a domenica prossima. Oltre duecentocinquanta tra i migliori mercanti d’arte e
antiquariato al mondo offrono alla vista un
parterre ineguagliabile. Per vedere e trattare
opere di tutte le tipologie. Dall’archeologia
Wagner, von Bülow e Brahms ne scoraggiarono i tentativi
ma nella sua prosa sentiamo cantare un soffio rivoluzionario
i
Michel Onfray
parteciperà al seminario
«Nietzsche filosofo
musicista» (sopra: Nietzsche
in un ritratto di Munch del
1906), che l’Università
popolare della musica di
Como, diretta da Bruno Dal
Bon, organizza il 22 marzo
(ore 17) alla Biblioteca
comunale di Como. Partecipa
Jean-Yves Clément. Il libro di
Onfray più recente uscito in
Italia è «Estetica del Polo
Nord» (Ponte alle Grazie)
Sopra e a sinistra: due scorci
della Tefaf di Maastricht
(www. tefaf. com). A destra
dall’alto: «Figura inclinata»
(1977) di Henry Moore e un
gioiello di Dalì (Ansa)
creò un mito con la tragedia, al fine di cristallizzare l’anima di un popolo e creare
un’Europa dell’intelligenza e della pace. Tale mito sarà l’opera, il dramma musicale wagneriano.
A 24 anni, Nietzsche incontra Wagner e
si pone intellettualmente al suo servizio:
nella Nascita della tragedia, del 1872, teorizza la salvezza della Germania attraverso la
musica wagneriana. Questa teoria sfocia in
una pratica: il teatro di Bayreuth pensato come tempio post cristiano della rinascita tedesca, quindi europea. Ahimè! L’edificio costruito con capitali di ricchi borghesi, banchieri, industriali, federa questa mafia danarosa, ma terribilmente stupida. Lì regna
l’antisemitismo: Wagner è antisemita,
Nietzsche vomita l’antisemitismo.
Nel braciere in cui fa precipitare Wagner, Nietzsche getta anche Schopenhauer.
Si dedica a Epicuro e all’epicureismo, poi si
libererà dalle nebbie intellettuali e musicali
del Nord con il Mediterraneo e… con Georges Bizet, trasformato in anti-Wagner emblematico: Carmen come antidoto a Parsifal!
Bizet è il rimedio al veleno. Così come
aveva fatto abbondante uso del filtro tossico wagneriano, ora Nietzsche consuma un
Bizet intellettualmente supervitaminizzato
grazie alle proprie cure: lo ascolta più di
venti volte al concerto, dice che l’audizione
di questa opera trasforma chi l’ascolta in
opera d’arte. Carmen è una musica perfetta,
leggera, duttile, rifinita, cattiva, raffinata,
popolare, fatalista, gaia e per dirla tutta…
africana!
Fra wagnerismo e bizetismo, Nietzsche è
stato castrato dal trio Wagner/von
Bülow/Brahms — che Wagner detestava…
Nel 1869, invia a Wagner, per la sua festa, la
prima versione dello spartito del suo Inno
all’amicizia. Lavoro che non piace al Maestro, che lo fa sapere a chi sa intendere…
Così, dopo il Natale del 1874, il Maestro scrive a Nietzsche rimasto a Basilea: «Sposatevi
o componete un’opera: due soluzioni che
sono ugualmente pessime. Tuttavia, riten-
RRR
Il giudizio di Wagner
«Sposatevi o componete
un’opera: due soluzioni
che sono ugualmente
pessime. Tuttavia, ritengo
che la prima sia migliore»
ai pittori primitivi fondo oro sino agli ultimi
contemporanei di grido newyorchesi. Il Tefaf è l’unica mostra-mercato al mondo che
copre seimila anni di eccellenza nelle arti applicate e figurative. Solo quattordici le gallerie italiane presenti.
La selezione per entrare è terribile. Mediamente le richieste di partecipazione superano il triplo di quelle accettate. Ma il vero e
grande punto di forza del Tefaf sta nel Vetting (il comitato di esperti che passa al vaglio ogni opera prima di dare l’assenso per
appenderla negli stand). Ventinove commissioni internazionali, formate da centosettantadue esperti in tutti i campi dell’arte rappresentati in fiera, verificano qualità, autenticità e condizioni di ciascun oggetto. Il pubblico, di collezionisti privati ma anche direttori
e conservatori dei musei più importanti al
mondo, questo dettaglio lo conosce bene. E
compra. Nel 2007 le vendite ufficiali avevano sfiorato gli 800 milioni di euro. Nelle edizioni successive, e probabilmente anche in
quella attuale, gli acquisti sono stati sempre
considerevoli.
Ma la maggior parte degli affari arriva dopo la fiera. Durante il Tefaf vengono siglati
go che la prima sia migliore della seconda». C’era modo migliore di dire al filosofo
che non era fatto per la composizione musicale?
Nel 1872, il 20 luglio, Nietzsche manda la
sua Manfred-Meditazione a Hans von
Bülow. In un progetto di lettera a lui destinato, Nietzsche scrive: «Della mia musica
so soltanto che mi permette di dominare
una disposizione affettiva che, se insoddisfatta, produrrebbe forse maggiori danni»
(29 ottobre 1872). Il direttore d’orchestra risponde con rara brutalità; Nietzsche reagisce a questa violenza con uno sbalorditivo
«Venerato signore». Bülow reputa che la
sua sia una «non-musica» e che debba
smettere urgentemente di comporre. Nietzsche acconsente, ringrazia, si scusa. E dopo
aver composto Manfred, per sei anni, non
scrive una sola nota…
Nel 1887, in rotta con Wagner, Nietzsche
invia lo stesso spartito a Brahms, nemico
del compositore di Bayreuth… Risposta dell’interessato su una cartolina: «Johannes
Brahms si permette di esprimerle i ringraziamenti più fervidi per l’invio che considera come un onore di cui le è debitore. In
omaggio di grande stima…». Nietzsche aveva mandato lo stesso spartito a varie persone. Brahms fu l’unico ad accusare ricevuta
in questo modo gelido e formale.
L’occhio nero della madre, la perfidia di
Wagner, la brutalità di Bülow, il sussiego di
Brahms privano Nietzsche dell’audacia, che
a questo punto viene diretta verso la prosa.
L’incompiutezza, la mancanza di risultati
della sua opera musicale sono il segno di
queste castrazioni. Ma nel tempo stesso in
cui sentiamo cantare la prosa filosofica, scopriamo, sotto lo spartito nicciano, un leggero soffio che sarà percepito dai rivoluzionari della musica nel XX secolo. L’ultimo
Skrjabin, il primo Arnold Schönberg sembrano partire dal canto delicato emanato
dalla musica di Nietzsche. Se il cosmo ha
deciso che uno dei suoi ospiti effimeri sarà
rivoluzionario, qui o altrove, questi lo diventa. Amor fati…
Post scriptum: l’Università popolare della musica creata a Como dal mio amico direttore d’orchestra Bruno Dal Bon funziona
come un anti-Bayreuth, almeno nel senso
che la bella idea del festival tedesco è diventata una brutta realtà: cioè la riunione mondana della élite aristocratica, finanziaria,
borghese, industriale col pretesto di musica, belle arti e opera. In compenso Como è
una riattivazione dello spirito di Nietzsche
che inaugurò il progetto di Bayreuth negli
anni Settanta del XIX secolo: un’occasione
di rivoluzionare la politica attraverso l’estetica, con la musica che diventa un’attività
capace di creare le condizioni di un’autentica repubblica, nel senso etimologico, una
cosa pubblica. In maniera immanente, questa Università popolare della musica italiana formula una micropolitica concreta in
grado di opporre una microresistenza ai microfascismi che proliferano nel corpo sociale europeo. Una goccia d’acqua, certo. Ma
che ognuno porti la propria. Gli oceani impetuosi non sono che un insieme di gocce.
(Traduzione di Daniela Maggioni)
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accordi di massima, mentre transazioni e
consegne slittano a dopo. Il più delle volte si
concludono nei Paesi con maggiori agevolazioni fiscali per gli scambi di opere d’arte come la Svizzera, il Canada o gli Usa. Secondo
alcune recenti ricerche molti dei galleristi
presenti a Maastricht raccolgono tra il 40 e il
70 per cento del loro fatturato annuo negli
undici giorni della fiera. Nata come una piccola mostra di provincia, dedicata alla pittura antica fiamminga e olandese, il Tefaf ha
saputo imporsi sino a diventare una star. Oggi è un appuntamento imperdibile. Anche
per i collezionisti italiani.
Nello stand Dickinson campeggia un Picasso del 1967 (5 milioni di euro) e un corposo olio di Degas del 1885 (6,3 milioni). Da
Colnaghi una Crocefissione di Rubens è offerta a 3,5 milioni. Landau propone per 27
milioni di euro una Figura inclinata di Henry Moore (peso massimo da 600 chili, finora
mai apparso sul mercato, una delle opere di
maggiori dimensioni dell’artista inglese).
Ma la fiera è stracolma anche di opere deliziose a prezzi abbordabili, a partire da qualche decina di migliaia di euro.
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DOMENICA 18 MARZO 2012
26 LA LETTURA CORRIERE DELLA SERA
La stessa porta
Sguardi Il laboratorio
di Emanuele Buzzi
{
Un marinaio in America
Corto Maltese sbarca di nuovo negli Stati
Uniti. E prova a dare filo da torcere agli eroi
made in America. Dopo oltre vent’anni, a
inizio marzo è stata ripubblicata La ballata
del mare salato (da Rizzoli Usa). Ad aiutare
il personaggio di Hugo Pratt nell’impresa,
c’è un traduttore prestato dalla tv: Hall
Powell, sceneggiatore (del serial Law and
Order), ma anche fotografo e pittore.
Solo l’inizio di una nuova avventura.
Imprenditoria Nel capannone di Trezzano sul Naviglio
L’arte di conservare l’arte
La «Gioconda» al Louvre, la Corona d’Inghilterra, i manoscritti di Qumran
Goppion, l’azienda milanese che custodisce (e protegge) i gioielli dell’umanità
di ALBERTO MELLONI
C
onosciamo tutti quel double pas
che ha tanto intrigato la filosofia
estetica e che ciascuno ha provato davanti a un vero capolavoro.
Un verso di Solomos, un divano
di Magistretti, una bifora di Borgogna, un
Giotto, una foto di Doisneau — ma anche il
comò di un falegname senza nome del Settecento, il paesaggio che certe strade provinciali custodiscono come un segreto... Tutte
agitano due distinti movimenti. Da un lato
quello che ci porta ad entrare per capire di
più, conoscere di più, a guardare di più, più
da vicino, usando il tatto come un’estensione della vista. E dall’altro il senso di dover
abbassare lo sguardo, una specie di pudore
che ci prende quando fra la nostra anima
cartavetrata dalla tecnologia e la realtà non
c’è più il piatto mediatore di uno schermo,
ma il trovarsi di colpo innanzi alla vertiginosa fragilità della condizione umana.
L’uno e l’altro sono ciò che ci fa tenere in
casa un libro, che ci mette in coda per una
mostra. O che può scatenare in qualcuno
una reazione distruttiva: il furore di chi martella le statue, sfregia i dipinti o assedia un
teatro non per ignoranza, ma proprio perché capisce che quella lingua talmente personale da diventare universale e viceversa,
non può che essere insopportabile a chi si
inimica l’umano.
Attorno a questo doppio passo la modernità ha costruito una industria speciale, che
è quella della cultura. Vediamo senza sentirci in colpa pale d’altare strappate ai loro contesti: e spesso è solo per questo che anziché
rimpiangerne la distruzione le possiamo vedere. Vediamo migliaia di comparse recitare alla perfezione la parte che lo stereotipo
assegna loro (italiani al Moma, giapponesi a
Venezia, russi agli Uffizi) con numeri resi
tollerabili da uno strato invisibile e corposo
di tecnologia.
Perché milioni di visitatori possono essere per un quadro anche peggio delle intemperie: non sono soltanto i milioni di mutande «artistiche» che con gli attributi del David fanno ricchi i bancarellai di mezz’Italia,
ma anche i milioni di sguardi curiosi, pudichi, violenti che qualcuno vorrebbe evitare
al nostro patrimonio culturale facendone il
tesoro privato di un ristretto numero di aristocratici del gusto, che parlano, sparlano,
sbagliano come una corte decaduta. A impedire sia il sequestro sia la distruzione dell’opera come atto parlante servono una
scienza e un’arte: la scienza di conservare
l’arte, l’arte di conservare l’arte.
Perché per mettere un vetro davanti a un
quadro, basta un vetraio; per farlo parlare
da dietro quel vetro, per incoraggiare chiun-
i
Storia
Nel 1956 il Museo
degli Strumenti Musicali
di Milano commissiona alla
Goppion, piccola officina
vetraria di Trezzano sul
Naviglio, la realizzazione
delle vetrine. Dopo essersi
dedicata alla produzione di
teche destinate all’attività
commerciale, negli anni 80,
Alessandro Goppion (figlio
di Nino, il fondatore),
riconverte l’azienda
alla vetrinistica museale
Simboli
Nel 2005 la Goppion
ha realizzato le teche per la
«Gioconda» al Louvre. Tra
le sue realizzazioni: le
vetrine che accolgono i
gioielli della corona a
Londra, quelle che
proteggono il Compianto
del Mantegna a Brera.
Inoltre: le vetrine per il
Newsmuseum
di Washington, il Museum
of fine arts di Boston,
lo Shananxi History
Museum di Xi’an, l’Opera
del Duomo di Firenze
Donazioni
Al termine dell’ostensione
nel Battistero di Firenze
delle icone di Rublëv,
Dionisij e di Pskov
(provenienti dal Tretyakov
di Mosca), la Goppion ha
deciso di donare al
cardinale Giuseppe Betori le
tre teche che hanno
ospitato i capolavori. Oggi,
domenica 18 marzo,
una cerimonia interreligiosa
alle 18 conclude l’evento
Appuntamenti
Lunedì 26 marzo a Parigi
si terrà il vernissage della
mostra che il Louvre dedica
alla «Sant’Anna», l’ultimo
capolavoro di Leonardo (dal
29 marzo al 22 giugno).
Le vetrine sono state
realizzate da Goppion
que a farsi tentare da quel double pas che
dicevo all’inizio serve un’audacia in più. In
cui l’Italia — non quella piagnona, l’altra —
ha storie bellissime da raccontare: come
quella dell’ingegner Nino Goppion, la cui insegna «Vetrine, arredamenti e affini» nel
1952 non doveva lasciar presagire cosa sarebbe accaduto all’impresa che di questo signore porta il nome. Uno che l’aulica prosopopea erudita del Dizionario biografico degli italiani non poté censire (grazie a Dio, il
Dbi online può rimediare tali errori) ma che
nella Milano del 1956 fece le teche del Civico Museo degli antichi strumenti musicali.
Un primo esempio di quella arte di conservare l’arte nella quale la sua azienda, una
generazione dopo, sarebbe diventata leader
mondiale senza clamore e senza incentivi,
in un rapporto insolito con il mondo della
cultura in senso lato e con un Paese che prima di decidere di battersi per far entrare la
cultura — almeno nella formula del «cultural heritage» — nel programma Horizon2020 ha dovuto lottare con le sue inerzie, le sue piccole avidità, le pigrizie politiche dalle quali non si guarisce dicendosi
«tecnici», ma rimboccandosi (tecnicamente) le maniche.
Perché che una azienda che fa museotecnica d’avanguardia, controlla i microclimi,
La teca della Gioconda e, in alto, un angolo
della fabbrica Goppion. A destra: l’interno del
Museo della Scienza e della Tecnica di Firenze
brevetta cerniere e viti troppo grandi o troppo piccole per la fantasia di un ingegnere
normale — ebbene che questa azienda collabori col Politecnico di Milano, dove la ricerca sul bene culturale è una punta avanzata,
è normale. Ma che Paola Barocchi, quella
che riuscì ad imporre il Vasari perfino alla
Rai degli sceneggiati, sia stata uno dei grandi interlocutori di questa impresa è un segnale. O che Carlo Pincin — sì, quello di
Marsilio e Machiavelli — possa essere citato
come uno degli ispiratori del lavoro di questa bottega dell’arte fuori tangenziale ovest
è la cifra di una attenzione all’umanesimo
che spiega i successi di Goppion (e tanti insuccessi di chi con quell’eredità non si misura).
Allora è bene sapere, e ripetere, che la protezione e la stabilità della Gioconda al Louvre, la sicurezza dei gioielli della corona d’Inghilterra, i manoscritti di Qumran, il Compianto del Mantegna alla Pinacoteca di Brera, le sale di Santa Maria Novella, del Getty
Research Institute, gli impressionisti del Musée d’Orsay, la Jameel Gallery del Victoria
and Albert Museum di Londra, il Newseum
di Washington, l’atrio della Convenzione al
quartier generale della Croce Rossa a Ginevra, l’Ambrosiana, il Museum of Fine Arts di
Boston, il Shaanxi History Museum di Xi’an,
l’Opera del Duomo di Firenze — ebbene sapere e ripetere che tutti questi hanno in comune la bravura nata in questo capannone
di Trezzano sul Naviglio che assomiglia a
una grande bottega, con i tavoli dei designer
che affacciano sui tavoli e i muletti dei costruttori. Un successo celebrato poche settimana fa all’ambasciata d’Italia a Parigi con la
realizzazione delle teche che proteggeranno
l’ala di arte islamica del Louvre, nuovo capolavoro dell’intelligenza italiana all’estero.
Una risposta la si può forse azzardare: a
differenza di ben più banali prodotti e imprese, Goppion non fa istintivamente parte
del vanto italiano proprio perché non nasce
in una nicchia deserta del mercato o nella
discrezionalità della spesa pubblica, ma è
entrata in un mercato globale con le sue
gambe e con un legame forte con quella cultura della «unità del sapere» che Galasso ha
descritto da par suo su «L’Acropoli». Questa
cultura è (sarebbe) la grande chiave con cui
parlare al balbettante costituzionalismo arabo, alla sanità cinese, al bisogno di filologia
di mezzo mondo: ma bisogna saperla vedere, saperla leggere.
Calendario
© RIPRODUZIONE RISERVATA
a cura di STEFANO BUCCI
VENEZIA
BOLOGNA
FIRENZE
PALERMO
DRESDA
NEW YORK
L’eredità di Diana
È stata una delle donne più
potenti della moda del
Novecento. A Diana Vreeland
(1903-1989) è dedicata una
retrospettiva che non è solo una
sfilata di abiti d’autore (da Saint
Laurent a Givenchy) ma anche
un percorso ideale (documenti,
riviste, cataloghi, libri, oggetti
personali) nel gusto di un’epoca.
Quella di Jackie e Veruschka.
Palazzo Fortuny
Fino al 25 luglio
Tel 848.7082.000
Erotico è l’abbandono
Un’installazione di tre giorni (23,
24 e 25 marzo), realizzata dalla
regista, scrittrice e performer
Valeria Paniccia. Un lavoro che
ci fa entrare nei cimiteri con uno
sguardo lontano dai tabù. E che
(attraverso questo universo di
figure femminili) ci racconta in
qualche modo anche l’erotismo
nella scultura monumentale
italiana tra Otto e Novecento.
Palazzo di Re Enzo
23, 24 e 25 marzo
Tel 051.22.45.00
Cercando il sogno americano
Da Nick Cave a Thomas Doyle,
da Mandy Greer a Patrick
Jacobs: undici artisti
contemporanei si misurano con
l’incertezza dell’oggi. Fantasia,
immaginazione e sogno per
costruire un’alternativa ad una
realtà sempre più complessa e
difficile. Cercando di costruire
(per una volta ancora) il mito
dell’American way of life.
Palazzo Strozzi / Strozzina
Fino al 15 luglio
Tel 055.39.17.137
Artiste di Sicilia
Dal 1850 al secondo Dopoguerra,
dagli ultimi splendori dei
Gattopardi all’Unità. Trentatrè
sono le artiste (da Elisa Maria
Boglino a Carla Accardi) che
hanno fatto della Sicilia il proprio
laboratorio eccellente. La mostra
è concepita (tra l’altro) come una
serie di piccole «personali», per
meglio scoprire e comprendere
l’identità di ognuna.
Reale Albergo delle Povere
Fino al 25 aprile
Tel 091.42.23.14
Divisi ma uniti
Il destino della Germania (un
destino diviso ma unito) è al
centro dell’esposizione che mette
insieme opere comprese tra il
1945 e il 1998. Una raccolta di
stili pittorici (ma ci sono anche
fotografie e video) ma anche di
sensazioni: dal bombardamento
di Dresda del drammatico quadro
di Lachmit al silenzioso gruppo di
amici dipinti da Koethe nel 1988.
Staatliche Kunstsammlungen
Fino al 27 gennaio 2013
Tel + 49.351.49.14.20.00
Nella testa di David
Nato a Ancona nel 1966, poi
studi d’arte a Londra e (nel 2009)
la consacrazione internazionale
con la nomination al Turner Prize,
Enrico David propone qui una
serie di nuovi lavori (acrilici,
disegni su carta, ritratti ma anche
«paraventi») inseriti nel progetto
«Head Gas». Opere concepite,
spiega David, come «un atto di
volontà contro l’alienazione».
New Museum
Fino al 22 aprie
Tel 001.212.21.91.222
DOMENICA 18 MARZO 2012
CORRIERE DELLA SERA LA LETTURA 27
Viva Liala!
Sguardi Il museo
di Roberta Scorranese
{
L’arte di accontentarsi (in amore)
Nell’Inghilterra vittoriana Lily Wilson, figlia di
una vedova di provincia, diventa cameriera
della poetessa Elizabeth Barrett. Ne vive le
ansie, i fremiti e l’amore per il poeta Robert
Browning. Quasi annullando la sua vita in
quella di Liz. Nel romanzo di Margaret Forster
Lo sguardo di Lily (Dalai, pp. 576, e 22), la
storia di un amore per interposta persona.
Non erano pochi in passato, quando le donne
facevano dell’accontentarsi un’arte raffinata.
Fenomeni Come un milione e duecentomila visitatori hanno trasformato la città
Benvenuti a Metz, la Bilbao francese
dal nostro inviato
STEFANO MONTEFIORI
METZ — Si arriva a Metz da Parigi, dopo neanche un’ora e mezza di Tgv, in
una stazione ferroviaria di solido stile
teutonico: siamo nel capoluogo della Lorena, che assieme all’Alsazia diventò nel
1871 — e tale rimase per quasi cinquant’anni — terra dell’Impero tedesco.
Tra le tante ragioni che all’inizio degli
anni Duemila suggerirono di costruire
qui la prima sede regionale di un grande museo, ci fu la volontà di marcare
l’interesse e l’amore della Francia per
un territorio un tempo caduto in mano
straniera (ci vollero una Guerra mondiale e alcuni milioni di morti per recuperarlo).
Dal 2010 Metz non vanta più solo la
cattedrale medievale, una storia molto
pesante, gli altiforni chiusi e gli alberi
di mirabelles (le susine gialle): a due minuti a piedi dalla stazione, lo spettacolare Centre Pompidou-Metz, inaugurato
dal presidente Nicolas Sarkozy il 12 maggio di due anni fa, ha ricevuto finora oltre un milione e 200 mila visitatori. Nel
primo anno ne attendeva 250 mila, ne
arrivarono oltre il triplo. «Vengono da
Parigi, dalla vicina Germania e dal Lussemburgo, e molti olandesi che scendono verso il Mediterraneo ormai hanno
preso l’abitudine di fare una sosta qui»,
dice Emmanuel Martinez, uno dei dirigenti del museo. L’economia della città
comincia a cambiare, ristoranti e caffè
sono pieni e ne nascono di nuovi.
Da quando il museo ha aperto le visite alla cattedrale sono aumentate del 50
per cento, l’ufficio del turismo lavora il
doppio e i commercianti stimano che almeno il 40 per cento di chi compra il
biglietto del museo poi vada anche a acquistare qualcosa nei negozi del centro.
Le opere d’arte contemporanea scelte
tra le 65 mila del Centre Pompidou di
Parigi (impossibile esporle tutte nella
casa madre) stanno diventando l’occasione per la crescita e la trasformazione
della zona. «Vogliamo approfittare della frequentazione aumentata e della
nuova immagine
della città», dice il
sindaco Dominique
Gros.
Socialista, difensore di un progetto
varato dal suo predecessore centrista
Jean-Marie Rausch,
Gros parla di effetto
Bilbao, citando uno
dei casi di scuola
della politica culturale degli ultimi
vent’anni: una città
di medie dimensioni e importanza regionale, dall’immagine appannata per
varie ragioni, emerge dall’oblio grazie a un grande gesto
culturale.
In Spagna fu, nel 1997, il Guggenheim dell’archistar americana Frank
Gehry a scuotere l’economia stagnante
della città basca. I 132 milioni di euro
investiti nel progetto vennero interamente ammortizzati già dal primo anno di entrata in esercizio, perché le spese complessive dei visitatori fecero aumentare i ricavi di Bilbao di 144 milioni
di euro. Dieci anni dopo l’apertura, il
Guggenheim portava alla città basca circa 210 milioni di euro l’anno. «E a Bilbao dopo la nascita del Guggenheim i
congressi sono passati da 90 a 900 in
dieci anni — continua il sindaco Gros
—. Ecco perché anche noi stiamo costruendo una nuova struttura per le
conferenze. L’obiettivo è cercare di trattenere i visitatori il più a lungo possibile, usando l’attrattiva del centro d’ar-
Due anni fa ha aperto il nuovo Centre Pompidou:
oggi la cultura ha animato e rilanciato l’economia
Dall’alto: la città di Metz vista dalla Galleria 3
del Centre Pompidou; una mappa della
regione (Metz, capoluogo della regione
della Lorena e del dipartimento della Mosella,
si trova nel nord-est della Francia, alla
confluenza del fiume Mosella con la Seine);
l’esterno dell’edificio; uno scorcio della mostra
dedicata ai fratelli Bouroullec
te». Musei appariscenti nascono nell’Ohio (il nuovo Akron Art della Coop
Himmelb(l)au), a Graz (la Kunsthaus di
Peter Cook e Colin Fournier), a Milwaukee (l’Art Museum di Santiago Calatrava) o a Mentone (il Cocteau di Ricciotti). La cultura come motore dell’economia è una possibilità studiata in Sudafrica, dove le speranze di risanamento della Johannesburg degradata e in
preda all’apartheid di classe vengono riposte su Newtown, il nuovo quartiere
culturale dei teatri e delle gallerie d’arte.
In Francia l’idea di creare nuovi poli
di interesse nasce anche dall’esigenza
di decentralizzare la cultura: coerentemente con la storia e la struttura stessa
dello Stato, quasi tutto è concentrato a
Parigi, e i piccoli musei nel resto della
Francia finora non hanno mai potuto affiancare in popolarità le grandi istituzioni culturali della capitale. Ecco come
è nata l’iniziativa di esportare prima il
marchio «Pompidou», a Metz, e poi
quello «Louvre» a Lens, nel depresso dipartimento settentrionale del
Pas-de-Calais (aprirà il 4 dicembre
2012). Il Louvre Abu Dabi, che sarà inaugurato l’anno prossimo negli Emirati
Arabi Uniti, porta invece alle estreme
conseguenze la volontà di valorizzare
— in termini di influenza internazionale — il patrimonio culturale francese.
Il «Centre Pompidou-Metz» è costato 70 milioni di euro, pagati dalle istituzioni locali e nazionali e dall’Europa
(un contributo non decisivo, solo 2 milioni). Come a Bilbao, è essenziale che
siano di alto livello non solo le opere
esposte, ma l’edificio che le contiene: la
gara per la costruzione del museo venne vinta nel 2003 dall’architetto giapponese Shigeru Ban associato al francese
Jean de Gastines. Ne è nato un immenso vascello dalla struttura in legno, con
un’asta alta esattamente 77 metri (riferimento al 1977, anno di apertura del Centro Pompidou realizzato a Parigi da Renzo Piano e Richard Rogers). Il contenitore entra in concorrenza con il contenuto: per fare parlare di sè bisogna colpire
l’attenzione con edifici audaci e degni
essi stessi di una visita. Il progetto che
ha vinto per il Louvre-Lens, degli archi-
i
La storia
Il Centre Pompidou di Metz
è stato inaugurato
dal presidente Sarkozy
il 12 maggio 2010 (i lavori
erano iniziati nel novembre
2006). Laurent Le Bon
(nella foto sopra)
ne è l’attuale direttore.
Il progetto architettonico
è firmato da Shigeru Ban
e Jean de Gastines.
L’edificio ospita opere
scelte tra le 65 mila
della collezione
del Centre Pompidou
Le mostre
Attualmente sono in corso
(tra l’altro) un’esposizione
dedicata ai designer
bretoni Bouroullec
(fino al 30 luglio) e una
sull’americano Sol Lewitt,
in particolare sui suoi
disegni realizzati tra il 1968
e il 2007 (fino al 27 luglio)
Info: www.centre
pompidou-metz.fr)
tetti giapponesi Kazuyo Sejima e Ryue
Nishizawa, è più minimalista del Pompidou-Metz ma ha anch’esso l’ambizione di essere un’opera d’arte autonoma.
Françoise Benhamou, autrice del testo di riferimento L’économie de la culture (La Découverte), docente all’Università di Paris XIII, tiene a ridimensionare il carico di responsabilità che negli ultimi anni si tende ad addossare a
queste opere. «Metz ha in comune con
Bilbao la natura di città de-industrializzata che grazie al museo sta riuscendo
a costruirsi una nuova identità — dice
—. Questo è indubbiamente un dato positivo, ma bisogna essere prudenti. Un
edificio culturale può essere uno dei
tanti elementi di un dispositivo più
complesso. Serve anche altro, le infrastrutture per esempio». Da questo punto di vista il Pompidou-Metz è avvantaggiato: forse l’unica grande istituzione al
mondo a trovarsi direttamente all’uscita di una linea di alta velocità ferroviaria, è sfiorato dalle autostrade che tagliano l’Europa da Nord a Sud e da Est a
Ovest. «Certo che il Pompidou è utile all’economia di Metz — continua la
Benhamou —. Contesto però la tendenza, anche dei politici, di lasciare credere che se un giorno non avremo più petrolio sarà la cultura a salvarci. Il Louvre
di Lens ubbidisce alla stessa logica. È
un’ottima idea, importante solo se sarà
capace di attirare altre strutture».
A Metz, città di 120 mila abitanti all’interno di un agglomerato di 400 mila, i benefici si vedono già ma un primo
vero bilancio verrà tracciato nell’arco di
cinque anni. Nella Francia della de-industrializzazione, delle fabbriche che si
trasferiscono all’estero (dalla siderurgia alle automobili), l’ottima partenza
del Pompidou-Metz è la tentazione del
rifugio nell’economia immateriale. La
prossima grande esposizione, intitolata
1917, si aprirà il 26 maggio e presenterà
centinaia di opere realizzate esclusivamente in uno degli anni più drammatici del XX secolo. Metz tornerà a guardare alla sua storia, attraverso la fibra di
vetro e teflon del suo avveniristico centro d’arte.
Twitter @Stef_Montefiori
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DOMENICA 18 MARZO 2012
28 LA LETTURA CORRIERE DELLA SERA
Percorsi
Storie, date, reportage, racconti, patrimonio
Graphic novel
di Paolo Bacilieri
(
L’autore
Paolo Bacilieri (Verona, 1965), diplomato all’Accademia di
Belle Arti di Bologna, debutta nel fumetto nel 1982, lavorando
con Milo Manara. Sono appena usciti in libreria i suoi due
ultimi lavori: «Sweet Salgari» (Coconino press - Fandango,
pp. 160, e 17,50), biografia a fumetti del grande narratore
d’avventura; e «Adiós Muchachos», realizzato a quattro mani
con Matz (Rizzoli Lizard, pp. 128, e 17), un «noir tropicale»
tratto da un romanzo di Daniel Chavarría.
Lucilla e
l’arcobaleno
DOMENICA 18 MARZO 2012
CORRIERE DELLA SERA LA LETTURA 29
RRR
Un pomeriggio come tanti nel centro di Milano. La
protagonista, cinquantenne troppo impegnata e sempre
grintosa, si divide tra il lavoro in una casa editrice, lo
spuntino al parco e un saluto alla nonna. Poi la sorpresa:
un piccolo miracolo primaverile in mezzo al traffico
DOMENICA 18 MARZO 2012
30 LA LETTURA CORRIERE DELLA SERA
Luci a Mezzogiorno
Percorsi La data
20.05.1912-20.05.1973
Il pessimo compleanno
di Nereo Rocco a Verona
di Giovanni Russo
{
Ritratti di un tempo che fu
I racconti di Giovanni Picardo, Pietre del Sud
(Stamperia del Valentino) fondono passato e
presente: le memorie dell’ultimo brigante e il
fuoco intellettuale di Giordano Bruno; i
minatori italiani soffocati dallo scoppio in una
miniera in West Virginia; i ritratti di Annarella,
la generosa prostituta del Vomero, e di «Lupo
di strada» o «Cocco», personaggi di paesini
solitari. Storie che tengono viva la memoria di
una realtà che altrimenti andrebbe perduta.
Ricorre a maggio il centenario del grande allenatore del Milan, che lo
stesso giorno — 61 anni dopo — perse all’ultima giornata la stella del
decimo scudetto. Fu accusato di fare catenaccio, ma schierava tre punte
più Rivera e fu il primo italiano a conquistare la Coppa dei Campioni
VITA E MIRACOLI DEL PARÒN D’EUROPA
di ANTONIO CARIOTI
«M
e ’mbriago perché no
go squadra». Era la primavera del 1973. E l’allarmata confidenza di
Nereo Rocco all’amico
Gianni Brera, durante
una cena annaffiata più
del solito dal buon vino, suonava esagerata. Il Milan accusava un calo rispetto a qualche mese prima, ma restava primo in classifica ed era in finale di Coppa delle
Coppe. A dispetto di quanto si diceva sul difensivismo
di Rocco, i rossoneri si apprestavano a stabilire il record di reti per il campionato a sedici squadre (alla fine
sarebbero state 65) e avevano disputato quella che è tuttora la partita con il maggior numero di gol nella storia
della Serie A (Milan-Atalanta 9-3, 15 ottobre 1972).
Rocco tuttavia si vantava di conoscere i suoi ragazzi
meglio dei loro padri: li aveva forgiati o rigenerati (era
specialista nel recuperare giocatori ritenuti in disarmo)
uno per uno, con i metodi bruschi e paterni che, assieme all’origine triestina, gli avevano procurato il soprannome di Paròn (padrone). Dopo un’annata al vertice, la
spia della benzina segnava rosso fuoco. La finale europea di Salonicco, contro i poderosi inglesi del Leeds, fu
una battaglia disperata, in mezzo al fango, e anche un
mezzo furto: il Milan segnò al terzo minuto con un calcio da fermo di Luciano Chiarugi e si chiuse a riccio per
il resto del match, portando a casa il trofeo grazie alle
parate di Villiam Vecchi e a un arbitraggio piuttosto generoso. Quattro giorni dopo, sul campo di Verona, fu
una catastrofe: la squadra rossonera, esausta, subì cinque gol dai gialloblù e perse lo scudetto — sarebbe stato il decimo, quello della stella — all’ultima giornata,
scavalcata dalla Juventus.
Era il 20 maggio 1973: per una carognata del destino,
il giorno del sessantunesimo compleanno di Rocco.
Era nato nel 1912, figlio di un macellaio e suddito dell’impero asburgico. Il nonno si chiamava Ludwig Rock,
viennese trapiantato in riva all’Adriatico, poi il cognome era stato cambiato sotto il fascismo. Pochi come lui
rappresentano Trieste, che gli ha intitolato lo stadio
inaugurato nel 1992 e quest’anno dedica varie iniziative
RRR
La provincia e la metropoli
Con la Triestina inventò il ruolo del
libero e nel 1947-48 arrivò secondo
in Serie A. Poi vinse tutto a livello
internazionale con un Milan che non
aveva certo le risorse di Berlusconi
al suo centenario: Rocco simboleggia l’anima più popolare e schietta della città, ma anche la sua vocazione internazionale, dato che è stato il primo (e per lungo tempo il solo) allenatore italiano di club a vincere in Europa. Il secondo, prima della rivoluzione di Arrigo Sacchi,
è stato il suo fedele allievo Giovanni Trapattoni.
Espansivo, corpulento (qualcuno lo paragonava all’omino dei pneumatici Michelin), allo stadio teneva il
cappello sempre calcato in testa. Di lui nella memoria
collettiva sono rimasti soprattutto gli aneddoti curiosi,
l’ironia istintiva, l’umanità travolgente. Dice tutto il nomignolo Paròn, ormai proverbiale per i veneti burberi,
ma dal cuore grande: così veniva chiamato ad esempio
Giulio Nascimbeni, tifoso rossonero e storico capo della redazione cultura del «Corriere».
Il bel libro Nereo Rocco di Gigi Garanzini (Mondadori) è una miniera infinita di testimonianze sugli scherzi,
le abbondanti libagioni, le battute salaci (a volte fin troppo) sempre rigorosamente in dialetto triestino. La più
celebre resta la risposta a un cronista
che, alla vigilia di Padova-Juventus,
gli disse: «Vinca il migliore». «Ciò,
sperem de no», replicò il Paròn, che
allenava i veneti. Ma Rocco non è solo
colore, niente affatto. È anzi doveroso
sottolineare il suo valore come tecnico, perché realizzò alcuni piccoli miracoli calcistici. Arrivò secondo al debutto da allenatore in Serie A nel 1947-48
con la Triestina, inventando il ruolo
del libero; fece del Padova un piccolo
protagonista degli anni Cinquanta, terzo in classifica
nel 1957-58; vinse con il Milan nel 1963 la prima Coppa
dei Campioni mai conquistata da una squadra italiana.
Ma il capolavoro fu il ritorno in rossonero nel 1967, dopo una parentesi al Torino.
La società di via Turati non aveva allora le enormi
risorse poi investite da Silvio Berlusconi e neppure più
quelle, notevoli, che in precedenza aveva elargito Andrea Rizzoli. Il presidente era un giovanissimo Franco
Carraro, subentrato al padre Luigi morto da poco. E la
campagna acquisti fu modesta, addirittura si concluse
con un saldo attivo di 500 milioni. Arrivarono due atleti
ritenuti bolliti, Saul Malatrasi e Kurt Hamrin, più il portiere Fabio Cudicini, che la Roma aveva ceduto al Brescia. Si aggiunse a torneo iniziato il ventenne Pierino
Prati, che vinse la classifica dei cannonieri alla sua prima vera stagione in Serie A, 1967-68, mentre il Milan
conquistava scudetto e Coppa delle Coppe. Seguirono
i
Dal 15 maggio al 31 luglio
si tiene a Trieste la mostra
multimediale «Nereo Rocco.
La leggenda del Paròn»,
dedicata al grande tecnico,
nel centenario della nascita.
È un itinerario interattivo,
ricco di oggetti personali,
testimonianze, appunti, foto
e filmati. La rassegna,
realizzata dall’associazione
Regola d’arte su impulso
del Comune di Trieste e
della Regione Friuli Venezia
Giulia, sarà allestita al
Magazzino 26 Porto
Vecchio di Trieste. Il
percorso è affidato alle cure
di Gigi Garanzini, che ha
dedicato al Paròn una
biografia uscita nel 1999 da
Baldini e Castoldi e
riproposta in versione
aggiornata da Mondadori
nel 2009. Per informazioni:
www.mostranereorocco.it
Nella foto: Rocco con i suoi
allievi Rivera e Trapattoni
nel 1969 la Coppa dei Campioni e l’Intercontinentale.
Tutto (o quasi) merito di Rocco: fu impareggiabile nel
motivare i giovani e rilanciare i veterani, dando la priorità alle doti caratteriali. Prima che ai calciatori, guardava agli uomini,
Si è molto parlato di «catenaccio» del Paròn, di una
filosofia all’insegna del «primo non prenderle». E di
certo i giovanottoni del suo Padova (i famosi «manzi»)
marcavano a uomo, senza complimenti. Anche nel Milan aveva predisposto quella che chiamava «linea Maginot», peraltro ben più solida dell’originale. Tuttavia il
Diavolo di Rocco dominò l’Europa schierando sempre
tre attaccanti — Hamrin, Prati e Angelo Sormani — anche in casa del leggendario Manchester United. In più
c’era il talento cristallino, ma non certo dedito alla copertura, del pupillo prediletto di Rocco: Gianni Rivera.
Per lui stravedeva, era disposto persino ad accapigliarsi con Brera. Nella godibilissima conversazione tra
i due (ora in parte disponibile su YouTube) filmata da
Gianni Minà a casa di Rocco, naturalmente davanti a
parecchie bottiglie di quello buono, il Paròn difende Rivera con toni quasi estasiati. In italiano sembra non trovare i termini adatti, che certo gli sarebbero venuti ben
più facilmente in triestino. Parla di «fantasia», poi di
«arte», alla fine, un po’ esitante, arriva a dire «genio».
Fu anche per affetto verso Rivera che Rocco accettò
di tornare nel 1977 a prendere in mano un Milan allo
sbando per disastri societari ed errori tecnici. Lo salvò
dalla retrocessione e per giunta si aggiudicò la Coppa
Italia, particolarmente gradita ai tifosi perché vinta in
una finale tutta milanese a San Siro contro l’Inter.
Poi rimase in rossonero dietro le quinte, ma venne
tradito dall’amore per il vino. Una brutta broncopolmonite si sommò agli effetti di un’incipiente cirrosi ed ebbe il sopravvento su di lui il 20 febbraio 1979, tre mesi
prima del suo sessantasettesimo compleanno. La sorte,
ancora una volta maligna, gli tolse così la soddisfazione
di festeggiarlo assieme alla stella del decimo scudetto,
quella che gli era sfuggita nel fatale pomeriggio di Verona, conquistata dal Milan il 6 maggio 1979. Nessuno
l’aveva meritata più di lui.
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RRR
La battuta più famosa
Alla vigilia della partita tra Padova e
Juventus, un cronista lo salutò
dicendo: «Vinca il migliore». E lui,
che allenava la squadra veneta,
rispose: «Ciò, sperem de no»
DOMENICA 18 MARZO 2012
CORRIERE DELLA SERA LA LETTURA 31
Due parole in croce
Percorsi La biografia
L’imperatore di Roma
che diventò cristiano
di Luigi Accattoli
{
Con Renzo Arbore in Vaticano
Giuliano Ferrara vagheggia le dimissioni di
Benedetto XVI, opinando che il gesto
«sovrano e papocentrico» della rinuncia
comporterebbe un «raddoppio» della forza
del suo magistero. La materia è ardua, ma
Vinse a Ponte Milvio, 17 secoli fa, innalzando (forse) l’insegna del Messia.
L’anno dopo, con l’editto di Milano, legittimò il nuovo culto, fino allora
perseguitato. Fece uccidere la moglie e un figlio, ignorava la teologia e si
battezzò solo in punto di morte, ma è tuttora venerato dalla Chiesa ortodossa
Il sovrano a metà strada tra Gesù e Apollo
Costantino, santo tiranno
di MARCO RIZZI
U
Gli appuntamenti
S’intitola «Costantino il
Grande alle radici
dell’Europa» il convegno
internazionale organizzato a
Roma nei giorni 18-21 aprile
prossimi dal Pontificio
comitato di scienze storiche
per il 1700˚anniversario
della battaglia di Ponte
Milvio. Per l’anniversario
dell’editto di tolleranza si
terrà a Milano un altro
convegno costantiniano
dall’8 all’11 maggio 2013.
Sempre nel 2013 si svolgerà
a giugno una conferenza
internazionale su Costantino
in Serbia, a Niš (Nissa), città
natale dell’imperatore,
mentre in marzo è prevista
l’uscita dell’opera «Flavius
Tiberius Constantinus»,
un’enciclopedia in tre volumi
frutto della collaborazione
fra la Treccani e la
Fondazione per le scienze
religiose di Bologna
basta quel «papocentrico» inedito nei secoli
a svelarne i rischi: se lavori sull’etimo, ti
avvedi che esso ti porta più al Pap'occhio di
Renzo Arbore (1980) che al Dominus Papa
della tradizione romana.
n giorno d’autunno di millesettecento anni
fa, un generale stupì i suoi soldati (e ancor
più i nemici) guidandoli in combattimento
sotto una nuova bandiera, che gli era apparsa in visione e gli avrebbe garantito la vittoria. La nuova insegna riportava il nome di
un’altrettanto nuova divinità, Cristo. O almeno questo è quanto verrà accreditato dagli scrittori cristiani, che a partire dagli anni immediatamente successivi
intorno alla figura di quel generale, Costantino, e alla sua
conversione, costruiranno un vero e proprio mito destinato a durare per secoli e a ispirare artisti del calibro di Piero
della Francesca e Raffaello.
A partire dal XIX secolo, la storiografia moderna ha iniziato a interrogarsi sulla veridicità dell’episodio e — soprattutto — sulla sincerità del sentimento religioso di colui
che è passato alla storia come il fondatore dell’impero cristiano. In particolare, si è mostrato come un panegirico pagano riporti un episodio affine, nel quale ad apparire a Costantino sarebbe stato Apollo, manifestazione di quella divinità solare che aveva assunto un ruolo dominante nel
pantheon tardoantico e cui sembrava rivolgere le sue preghiere, sino a quel momento, anche il futuro imperatore.
La battaglia di Ponte Milvio, presso Roma, segnò comunque una svolta nell’ascesa al potere di Costantino, allora
quarantenne. Era figlio di Elena, donna di umili origini, e
di Costanzo Cloro, un brillante generale, associato verso la
fine del III secolo al sommo potere da Diocleziano, che aveva appena suddiviso l’impero tra due Augusti e due Cesari.
Il complicato sistema istituzionale mirava a controllare meglio un territorio sconfinato e a impedire, grazie al bilanciamento dei poteri, le ricorrenti rivolte degli eserciti e le usurpazioni del trono. Cresciuto alla sua corte, dopo l’abdicazione di Diocleziano Costantino si recò dal padre in Inghilterra e qui, alla morte di Costanzo Cloro nel 306, fu puntualmente acclamato imperatore dalle legioni. L’equilibrio tetrarchico sembrò reggere ancora per qualche tempo, grazie al matrimonio di Costantino con Fausta, figlia di Massimiano, Augusto d’Occidente. Nel 310, Costantino ruppe
con il suocero e lo sconfisse a Marsiglia; nel 312 passò in
Italia e, dopo la vittoria di Ponte Milvio di cui si è detto, si
La battaglia
In alto: «La
battaglia di Ponte
Milvio», affresco di
Giulio Romano. A
fianco: la statua di
Costantino sulla
facciata della
cattedrale di Notre
Dame, a Parigi
Il Concilio
Qui sotto: a sinistra,
un’icona che
raffigura il Concilio
di Nicea (il sovrano
è al centro);
a destra: l’affresco
«Il battesimo
di Costantino»
in Vaticano
incontrò a Milano con Licinio, che aveva assunto il controllo dell’Oriente. I due, rimasti i soli detentori del potere, dichiararono la libertà per ogni culto, incluso quello cristiano, con il cosiddetto editto di Milano del 313.
Anche in questo caso, l’equilibrio non durò a lungo e,
dopo un decennio di conflitti, Licinio fu costretto ad abdicare nel 324. Una volta consolidato il suo potere con i metodi alquanto spicci dell’epoca (fece uccidere Licinio, Fausta
e il proprio figlio primogenito Crispo, nato da un’altra relazione), il rude soldato si rivelò un notevole riformatore: Costantino accentrò la burocrazia civile e la distinse da quella
militare, assegnò funzioni precise al consiglio di gabinetto,
ristrutturò l’esercito, privilegiando una strategia di movimento rispetto allo stanziamento di truppe ai confini dell’impero, riformò la moneta per contenerne la svalutazione
e cercò di vincolare ai loro obblighi economici e civili tanto
i contadini e gli artigiani, quanto i maggiorenti delle città,
che tendevano a sottrarsi ai gravosi e dispendiosi incarichi
amministrativi.
In questo quadro si colloca la svolta nel rapporto tra l’impero e il cristianesimo; già in precedenza, esso aveva goduto di lunghi periodi di tranquillità, se non di grande vicinanza al potere, come con Alessandro Severo all’inizio del II secolo o con Filippo l’Arabo, verso la metà. In questo modo, i
cristiani avevano potuto consolidare la propria presenza nella società antica, sviluppando una fitta rete organizzativa e
di reciproca assistenza, accompagnata da una notevole attività intellettuale che sfidava, e al tempo stesso affascinava,
le élite tradizionali. I cristiani erano giunti a costituire all’incirca un decimo della popolazione, concentrandosi nelle città e stabilendo solidi contatti tra le Chiese delle diverse regioni dell’impero. Soprattutto, avevano costruito un peculiare assetto istituzionale, incentrato sulla figura del vescovo,
scelto dall’assemblea dei fedeli o da una cerchia più ristretta di anziani, i presbiteri, secondo il modello delle sinagoghe ebraiche. Il vescovo cristiano, però, assommava in sé
non solo funzioni di tipo religioso-sacerdotale, bensì anche
di gestione e di controllo delle risorse della comunità, su
cui esercitava un controllo di tipo disciplinare.
RRR
Strategia politica
Più che la Chiesa in quanto tale,
il monarca appoggiò la vasta rete
dei vescovi, allo scopo di allargare
il consenso e radicarlo in profondità
nei gangli vitali dell’impero, le città
Nel progressivo venir meno del senso civico delle tradizionali élite locali, l’emergere della nuova figura del vescovo quale leader legato alla comunità, dotato di risorse economiche e simboliche, dovette costituire agli occhi di Costantino una straordinaria opportunità per accompagnare
al disegno di riforma e accentramento del potere politico-militare un movimento di segno opposto, che potesse
radicare il suo nome e la sua azione nei gangli vitali dell’impero, le città. Ricevendo sontuosamente i vescovi provenienti da tutte le province per il Concilio di Nicea del
325, Costantino non esitò a chiamarli «amici», un termine
chiave del lessico politico antico, e li accolse come suoi
pari a banchetto nel palazzo, proclamandosi enigmaticamente «vescovo di quelli che sono fuori». Da qui deriva il
sistematico appoggio non astrattamente alla Chiesa, bensì
assai concretamente ai suoi vescovi, per mezzo di dotazioni economiche, concessione di privilegi, assegnazione di
funzioni pubbliche quali la possibilità di emettere sentenze con valore civile in varie materie, sottraendole ai magistrati ordinari, spesso corrotti. Soprattutto, Costantino promosse una campagna di edificazione di chiese, che ebbe il
suo culmine nella costruzione del complesso basilicale del
Santo Sepolcro, a Gerusalemme, dove si era recata in pellegrinaggio la madre Elena che, secondo la leggenda, avrebbe ritrovato sul Golgota il legno e i chiodi della croce di
Cristo. In cambio di tutto ciò, Costantino avrebbe voluto
che i vescovi conservassero tra loro la massima concordia,
al di là dei conflitti dottrinali che endemicamente percorrevano la Chiesa; un desiderio, però, destinato a restare
frustrato.
L’impresa che ne riassume la grandezza e le contraddizioni è l’edificazione della città che porta il suo nome, Costantinopoli: pensata per soppiantare l’antica, la «nuova
Roma» fu consacrata nel 330, sette anni prima della sua
morte, con un curioso sincretismo di cerimonie tradizionali e di riti cristiani. Del resto, Costantino non aveva mai
del tutto rinunciato a titoli e funzioni proprie del passato
pagano; e prudentemente si fece battezzare solo sul letto
di morte, probabilmente senza capire appieno a quale partito teologico appartenesse il vescovo che gli impartiva il
sacramento (in ogni caso, non era in linea con la posizione ortodossa, che si sarebbe definitivamente affermata solo nei decenni successivi). Fu sepolto accanto a dodici tombe vuote che rappresentavano quelle degli apostoli, e ancora oggi la Chiesa ortodossa lo venera come santo.
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DOMENICA 18 MARZO 2012
32 LA LETTURA CORRIERE DELLA SERA
Percorsi Antitesi
Un decalogo per spiegare perché il club pseudo esclusivo
dei fanatici della «Recherche» cresca ad ogni generazione
Ovvero, un percorso a tappe tra leggende, trabocchetti,
paradossi e sberleffi al principio di non contraddizione
per
di ALESSANDRO
PIPERNO
P
Tutti pazzi
Proust
erché in tempi di romanzetti smilzi — lessico corrivo, sintassi elementare, contenuti demenziali — Marcel Proust, ovvero il più prolisso scrittore di ogni tempo, continua a spopolare? Perché la pachidermica Recherche pare godere di miglior salute di altri sfavillanti
capolavori modernisti (Ulisse, L’uomo senza
qualità, I sonnambuli...)?
Questo articolo è un maldestro tentativo di rispondere a
tali difficili quesiti.
Vorrei togliermi subito dai piedi le risposte ciniche. È
evidente che non tutti gli acquirenti della Recherche riescono a superare le colonne d’Ercole del primo centinaio di
pagine. Così come è ovvio che in circolazione ci saranno
un sacco di millantatori pronti a giurare di averla letta e
riletta una dozzina di volte. A proposito di risposte ciniche, la più spassosa me l’ha data giorni fa Raffaele Manica.
Da me interrogato sulla questione, mi ha detto: «Forse, in
tempi di crisi, quei volumoni ti illudono di aver fatto un
ottimo investimento immobiliare».
Ma i lettori che qui mi interessano sono di altra stoffa:
quelli che, entrati a fatica nel Paese delle Meraviglie della
Recherche, scoprono di non potersi più liberare dall’incantesimo. Quelli che trovano insipida qualsiasi altra lettura. I
tarantolati della Recherche. I massoni della Madeleine in
bocca!
Il seguente decalogo dovrebbe spiegare per sommi capi
perché gli adepti di questo club pseudo-esclusivo crescano generazione dopo generazione:
1) Vita-arte-mito
La cosa buffa è che Proust ce l’ha messa tutta a mettere
in chiaro che tra la sua vita e le avventure vissute dal suo
eroe non esisteva alcuna relazione. Improvvisamente, ultratrentenne, dopo averle tentate tutte, Proust si deve essere reso conto che il solo argomento di cui poteva scrivere
era quello per cui provava maggiore vergogna: la sua vita.
Alla fine si arrese, non senza aver diffidato qualsiasi lettore dal leggere la Recherche come un’autobiografia, e non
senza aver insultato preventivamente i ficcanaso in procinto di violare la sua privacy. Ebbene, a costo di incappare
nella sua ira postuma, trovo che dire che la Recherche sia
l’autobiografia di Marcel Proust non sia meno idiota di af-
i
Siamo passati dalla crescita
alla decrescita, si sa, ma
l’«Economist» ha trovato un
modo originale per dirlo:
nell’ultimo numero usa
Proust. Con tanto di grafici,
fa il calcolo del «tempo
perduto» (di proustiana
memoria appunto) nazione
per nazione, valutandone i
passi del gambero rispetto a
prima della crisi. Del resto,
tirare in ballo Proust non è
mai passato di moda, si
pensi al questionario detto
di Proust, perché pare fosse
in auge nei salotti di fine
Ottocento frequentati dallo
scrittore. La leggenda vuole
che Antoniette Faure, amica
di Proust, gli abbia posto
una serie di domande sul
suo carattere e la sua
personalità. E Proust rispose
fermare (come facevano Barthes, Nabokov e tanti altri)
che l’autobiografia proustiana non contribuisca in modo
determinante alla fruizione estetica della Recherche. Sfido
qualsiasi lettore a provare a immaginare il Narratore senza
baffi e con un’abbronzatura da velista. Ma su, la verità è
che nessuno più di Proust ha saputo giocare, più o meno
intenzionalmente, con il proprio mito. La forza della Recherche sta proprio nella promiscuità tra vita, mito e invenzione artistica. La leggenda — tanto suggestiva per i suoi
contemporanei quanto lo è per noi — del dilettante mondano che, dopo una giovinezza debosciata, si chiude in casa per portare a termine un’opera capitale, a costo del sacrificio della propria vita, è, per l’appunto, una leggenda.
Ovvero una pacchiana trasfigurazione della verità. Ma è indubbio che tale leggenda continui a lavorare per la longevità della Recherche. La gente ama i martiri. Ancora oggi i
lettori adorano chi si sacrifica per la propria opera. Ebbene, nessuno ha dato l’impressione di averlo fatto più e meglio di Marcel Proust.
2) Happy end
Questo ci introduce naturalmente al secondo punto.
Sebbene la Recherche sia un libro spaventosamente nichilista, sebbene la visione del mondo proustiana abbia più di
un punto in comune con quella leopardiana (uno scetticismo apocalittico che liquida la vita — non tanto come
un’esperienza demoralizzante — ma come un’avventura
insensata, macabra e beffarda), resta nel lettore la sensazione che questo libro terribile finisca bene. Il Narratore
ritrova il Tempo, scopre di essere artista, si mette a scrivere, riscatta la sua vita e vissero tutti felici e contenti... Già
nel 1931 il giovane Samuel Beckett fustigava i lettori proustiani che si bevevano la favola secondo cui alla fine dell’opera il Narratore ritrova il Tempo perduto. Il Tempo
non può essere ritrovato, ci ammonisce Beckett, tutt’al più
può essere cancellato per qualche istante; e Proust, aggiungerei io, era il primo a saperlo. Non a caso lo spettacolo
che ci offre nel «ballo in maschera» nelle ultime pagine
del Tempo ritrovato, non ha niente di confortante. Anzi, la
furia con cui il Tempo si abbatte sui luoghi e sui personaggi proustiani ha una brutalità dantesca. Ciò non di meno il
lettore esce dalla Recherche con la tonificante impressione
che per una volta il Bene abbia trionfato.
3) Felicità e delusione
E tuttavia, a costo di
smentire ciò che ho appena
scritto, la Recherche non è
un’opera cupa. Ci sono
grandi scrittori — Flaubert,
Dostoevskij, Céline, Kafka
— per lo più incapaci, per
temperamento o per ideologia, di raccontare la felicità. Ottusamente convinti che essa
non trovi albergo nella nostra vita. Proust appartiene alla
famiglia opposta. Lui sa cos’è la felicità, non meno di quanto lo sapessero Stendhal, Tolstoj e Fitzgerald. E proprio
perché la conosce, sa bene quanto essa sia pericolosa per
chi le dà credito. D’altro canto solo chi sa cosa significa
aspirare alla felicità può raccontare il senso di scacco che
essa ti lascia dentro quando tradisce le tue aspettative. Solo chi ha scommesso sulla felicità può raccontare la delusione come Proust l’ha raccontata. Converrete con me che
ogni grande romanzo potrebbe intitolarsi, a seconda,
Grandi speranze o Illusioni perdute. Ecco, la Recherche potrebbe intitolarsi tranquillamente: Le illusioni perdute di
chi ha coltivato grandi speranze.
4) Incantesimo stilistico e traducibilità
Al liceo (il famoso Condorcet) il giovane Marcel non
prendeva buoni voti negli elaborati di francese. In un ambiente culturale forgiato dal rigore cartesiano la prolissità
del ragazzo, la sua passione per l’ipotassi, la vocazione a
divagare, non dovevano essere ben viste. Quasi un secolo
dopo ci sono ancora un sacco di lettori — il nutrito esercito dei fan della «scorrevolezza» — che trovano lo stile della Recherche indigeribile. Che lo vivono come un ostacolo.
Che lo trovano tedioso in un modo sconcertante. La verità
è che lo stile di Proust (così inconfondibile e, per altro,
così facile da imitare) non è un ostacolo al successo della
Recherche, ma semmai uno dei suoi segreti. La prosa proustiana non è poi così raffinata come si dice. Flaubert e
d’Annunzio erano decisamente più attenti di Proust alle
sfumature della frase e alla precisione lessicale. Nelle prime tre righe della Recherche, Proust ripete ben tre volte la
parola «tempo». Oggigiorno qualsiasi redattore di casa
editrice glielo segnerebbe come errore. Il vocabolario
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CORRIERE DELLA SERA LA LETTURA 33
che questa estenuante dilatazione nasconde un risvolto positivo. In tal modo Proust rende ancor più spesso e drammatico il diaframma che divide il Tempo perduto dal Tempo ritrovato, regalando al lettore un’emozione del tutto
inedita. Quando, infatti, arrivi alle ultime pagine, sfiancato
e commosso, hai davvero l’impressione di aver partecipato a un’esperienza lunga e difficile come la vita umana.
Quando finisci la Recherche ti senti più vecchio di dieci
anni. E quando ti capita di ripensarci sei triste come di
fronte alla tomba di un amico.
8) Iniziazione
A proposito, visto che per finire la Recherche ci vogliono circa quattro mesi (questo è un mio calcolo che lascia il
tempo che trova), è evidente che un simile tempo di lettura comporti uno sforzo di intelligenza e di immaginazione
fuori dal comune. Questo colma il cuore del lettore della
tipica fierezza dell’iniziato. Lui non sta leggendo un libro,
lui sta prendendo i voti. Qualcosa di analogo avviene ai
wagneriani incalliti. E bisognerà pure comprenderli. Per
qualsiasi individuo sensibile non deve essere facile, dopo
quattro ore e mezzo di Parsifal, concepire l’idea di poter
ascoltare qualsiasi altra musica. Almeno per un po’.
9) Il cuore umano
proustiano è ripetitivo e non sempre appropriato alle circostanze. Lui non gioca con la lingua come Joyce o Gadda.
E questo lo pone nella schiera fortunata degli scrittori traducibili in moltissime lingue. E di certo tale traducibilità
giova alla sua fortuna internazionale.
Il «tono Proust» (così lo chiamava Giacomo Debenedetti) è totalmente affidato alla sintassi. È l’intrico sintattico a
conferire all’incedere proustiano quel tono suadente, melanconico e solenne. Esso funziona come un sortilegio. Ti
avvolge pian piano, ti carezza, ti ipnotizza. Al principio resisti, ma quando ci entri dentro ti vizia fatalmente, come
certi alimenti che scatenato dipendenza. Il che offre un
vantaggio straordinario al lettore seriale. Egli può afferrare dalla libreria un volume qualsiasi della Recherche, aprirlo a caso e cominciare a leggere. Basteranno pochi istanti
per ritrovarsi ancora una volta immerso in un mondo fiabesco. Non mi stupirei se qualche amante della statistica
rivelasse un giorno che la Recherche è il romanzo più «riletto» del mondo.
Illustrazione di
ANTONELLO SILVERINI
6) Soap opera
Così come sapeva bene che, per accalappiarlo, occorreva regalare al lettore un po’ di sana inverosimiglianza romanzesca. E non si tirò certo indietro. La Recherche è piena di furbe incongruenze. Per non dire delle coincidenze e
dei colpi di scena che non perdoneremmo a una soap opera. Guarda caso il Narratore è sempre al posto giusto al
momento giusto. Pronto a spiare da una finestra i giochetti omoerotici della figlia di Venteuil e quelli sadomaso del
Barone di Charlus. D’altro canto è improbabile (anche se
così beffardamente toccante) che alla fine del libro sia proprio Madame Verdurin a diventare Principessa di Guermantes. E potrei continuare all’infinito...
5) Misteri enigmistici
Proust doveva essere terrorizzato dall’idea che il suo libro diventasse un classico. Cioè una di quelle opere ingessate e noiose, ormai affidate alle cure degli accademici.
Per uno come lui che temeva così tanto il potere annichilente del Tempo, e che aveva vanagloriosamente scommesso sulla propria perpetuità, l’idea che un giorno la sua
grande opera potesse giacere su qualche polveroso scaffale dimenticato doveva essere una specie di incubo. Che
non sia stato questo a spingerlo a concepire un’opera così
aperta, piena di trabocchetti, inganni, sentieri misteriosi e
passaggi segreti. Anni fa due grandi studiosi italiani — Alberto Beretta Anguissola e Daria Galateria — hanno provato, con un lavoro monumentale, a illuminare tutti gli ango-
li oscuri nella Recherche. Un’impresa ultradecennale i cui
frutti oggi corredano meravigliosamente l’edizione dei Meridiani Mondadori. Basta mettere il naso in quel mostruoso apparato di note per capire quale bottino infinito sia la
Recherche. D’altronde finché offrirà ancora qualcosa da
scoprire, la Recherche resterà giovane come una fanciulla.
Questo Proust lo sapeva bene.
Ma al di là delle innumerevoli considerazioni, più o meno sensate, più o meno sentenziose, con cui ho ingolfato
questo articolo, resta il fatto che la cosa più grande che
Proust abbia saputo fare per i suoi lettori è realizzare compiutamente il grande sogno baudelairiano: denudare il
cuore umano fino allo strazio. L’asprezza, la ferocia, il cinismo, ma anche la comprensione con cui lui ha saputo
esplorare quel sobbalzante tremebondo muscoletto, non
ha uguali. Amore, invidia, gelosia, risentimento, snobismo... Non c’è sentimento intimo né comportamento sociale su cui Proust non abbia detto la parola definitiva. E
forse questo spiega anche perché dopo di lui la narrativa
francese sia implosa sempre più, fino a diventare così internazionalmente irrilevante.
7) Il tempo romanzesco
L’autore
Alessandro Piperno, firma
del «Corriere della Sera»,
è in libreria con Inseparabili.
Romanzo che con
Persecuzione compone
il dittico Il fuoco amico dei
ricordi. Volumi editi
da Mondadori.
Nabokov, nelle sue lezioni di letteratura russa, sostiene
una cosa davvero interessante sui romanzi di Tolstoj. Il
tempo in Anna Karenina, spiega Nabokov, scorre alla stessa velocità del tempo della nostra vita. Questo, secondo
Nabokov, contribuisce a donare alla narrativa tolstoiana
quel senso di stupefacente naturalezza che tutti conosciamo. Nella Recherche le cose funzionano in modo tutt’affatto diverso. Il tempo in Proust è decisamente rallentato.
Una festa può durare anche trecento pagine, un’emozione
espandersi all’infinito. Il che, ne convengo, può provare i
nervi anche del lettore più benintenzionato. E tuttavia an-
10) Il più grande romanzo francese di sempre
La letteratura francese, appunto: c’è qualcosa che la distingue da tutte le altre. Il fatto di non avere un grande
iniziatore, una sorta di padre fondatore. Gli inglesi hanno
Shakespeare. Noi abbiamo Dante. Gli spagnoli Cervantes.
Gli americani Melville. E i francesi? Com’è possibile che la
Francia, il paese della letteratura, il paese che celebra i
suoi scrittori come condottieri, il paese delle querelles e
delle accademie, sia sprovvisto di questo genio-faro, questo immaginifico capostipite, che inventa una lingua e raccoglie in sé l’essenza dell’intera tradizione che da lui trarrà
ispirazione? È una cosa su cui gli storici della letteratura si
sono sempre interrogati.
La mia modestissima impressione è che i francesi quello scrittore ce l’abbiano e come. Solamente che lui non ha
avuto l’onore di aprire una tradizione, ma il torto scellerato di chiuderla. Proust è quello scrittore. Nessuno potrà
negare che nella Recherche convivano splendidamente le
anime di Montaigne, di Saint-Simon, dei moralisti classici, di Diderot, di Flaubert, di Balzac, di Baudelaire e di tanti
altri ancora. Ed è toccante per me pensare a quanto sarebbe stata fiera sua madre, la serafica Madame Proust, di
quel figlioletto su cui nessuno avrebbe scommesso un
franco.
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34 LA LETTURA CORRIERE DELLA SERA
Fondazione
Corriere della Sera
Percorsi Controcopertina
02 87387707
[email protected]
{
Cacciari e il «Simposio»
Lunedì 19 marzo, Piccolo Teatro Grassi,
ore 20.30 (via Rovello 2), per il ciclo
«Convivio. A tavola tra cibo e sapere»,
Massimo Cacciari parlerà del «Simposio».
Ingresso libero previa prenotazione.
Il cantore di New York al ristorante
Un viaggio alla scoperta delle ultime
leve del bicchiere: passioni, pregiudizi
e ossessioni che hanno cambiato
il ruolo dell’assaggiatore
I capitani
del vino
La fortuna dei nuovi
sommelier americani:
firmano calici e libri,
influenzano gusti e tv
di JAY McINERNEY
U
na trentina d’anni fa, un avvocato di Baltimora, che
pubblicava un opuscolo di
informazione sul vino dalla
sua casa di periferia in Maryland, divenne il personaggio più temuto e potente
dell’universo enologico. Ispirandosi a Ralph Nader, lo storico difensore dei consumatori americani, Robert Parker intendeva rendere accessibile al pubblico il mondo fino
ad allora misterioso e inesplorato del vino
francese.
Il suo sistema di valutazione, basato su
cento punti, sembrò svelare gli arcani dell’enologia ai comuni mortali, e le sue particolari preferenze per i rossi audaci e corposi
un po’ alla volta finirono col condizionare i
metodi di vinificazione in giro per il mondo. (Il palato di Robert Parker conosce molte più sfumature di quanto non siano disposti ad ammettere i suoi detrattori, ma questa è un’altra storia). Il «Wine Spectator»,
concorrente di Parker, contribuì anch’esso
a diffondere una visione molto simile dell’universo enologico: grandi vini, punteggio elevato. Ma tutte le grandi rivoluzioni
contengono già i semi della reazione, e sebbene non sia ancora emerso un personaggio capace di sfidare la supremazia di Robert Parker, l’ascesa del sommelier nell’ultimo decennio rappresenta un contrappeso
assai rilevante alla sua influenza. I sommelier sono diventati le nuove celebrità della
ristorazione, e nel loro insieme stanno influenzando il modo di pensare e di consumare il vino.
Chi avrebbe mai previsto questo stato di
cose nei lontani anni Settanta, quando la parola «sommelier» evocava un figuro arcigno, in giacca nera e con un forte accento
francese, una catena al collo con appeso un
posacenere d’argento, la cui unica ragione
di esistere sembrava quella di farvi pagare
una bottiglia di vino francese a peso d’oro,
e allo stesso tempo facendovi sentire un
perfetto idiota?
Negli anni Ottanta, quando gli americani
hanno cominciato a prestare maggiore attenzione ai vini, alcuni pionieri si sono dedicati a educare i gusti del pubblico. A New
York, Kevin Zraly, del «Windows on the
World», il ristorante sulla Torre Nord delle
Torri Gemelle, e Daniel Johnnes, del «Montrachet», nello svolgimento della loro funzione hanno saputo portare egregiamente
il vino alla ribalta, mentre uno studente fuori corso, di nome Larry Stone, che lavorava
come sommelier a Seattle, ha addirittura
sconfitto i francesi nella loro stessa specialità, vincendo a Parigi il premio di miglior
sommelier di vini francesi. Da allora Zraly è
diventato un educatore e autore molto influente, grazie ai corsi sui vini che tiene
presso il ristorante. Johnnes, spesso chiamato il decano dei sommelier americani,
ha allargato il suo campo d’azione come importatore di vini, gestisce la cantina del
gruppo di ristoranti di Daniel Boulud, e ha
fondato inoltre «La Paulée de New York»,
un festival di grande successo, equivalente
a una celebrazione baccanale dei vini di Borgogna, che si è svolta l’ultima settimana di
febbraio a San Francisco. Se è difficile tutta-
via incontrarla tra i tavoli di un ristorante,
questa prima generazione di sommelier
americani ha saputo ispirare legioni di giovani seguaci.
Oggi i sommelier si trovano dappertutto,
come le celebrità dei reality show, troppo
giovani per ricordarsi che cosa stavano facendo quando Kennedy è stato assassinato,
ma entusiasti nel proporvi un Pinot Noir
della Tasmania, a produzione limitata e a
prezzo abbordabile. La nuova generazione
di sommelier sa parlare di aromi floreali e
di sottofondo minerale se necessario, ma
potrebbe anche accennare a qualche espressione meno forbita — «roba da sbornia»
— quando si lascia trascinare dall’entusiasmo.
Carla Rzeszewski, del «Breslin Bar & Di-
RRR
Tutto iniziò trent’anni
fa, quando un avvocato
di Baltimora divenne il
personaggio più temuto
del mondo enologico
ning Room» a New York, sarebbe capace di
demolire da sola tutti i pregiudizi residui
sull’arroganza dei sommelier. Il colore dei
suoi capelli cambia con l’umore, dal blu al
biondo al viola, e gli stivali da motociclista
hanno sostituito le ballerine. Carla è approdata nella Grande Mela per diventare attrice, ma dopo la laurea all’università di New
York si è ritrovata a fare la barista al «Blue
Water Grill». Con l’avvicinarsi del trentesimo compleanno, ha cominciato a sospettare che le sue ambizioni teatrali non l’avrebbero portata lontano. Passando in rassegna
le sue passioni, ha capito che le piaceva viaggiare, mangiare e bere e ha deciso così di
concentrarsi sul vino. Ha manifestato il suo
interesse a Laura Maniec, direttrice del settore bevande per i ristoranti del gruppo «BR
Guest», proprietari del «Blue Water Grill».
«È stata lei a indirizzarmi verso i corsi da seguire», dice Carla. «Per un anno e mezzo sono rimasta a casa, a studiare. Poi ho cominciato a frequentare le degustazioni».
Successivamente ha lavorato a «Hearth»,
sotto la guida di Paul Grieco, il canadese col
pizzetto, diventato celebre nella comunità
dei sommelier per i saggi eruditi e originali
che ama disseminare nella carta dei vini e
per la passione per il Riesling, che rasenta il
fanatismo. Grieco l’ha aiutata ad affinare il
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CORRIERE DELLA SERA LA LETTURA 35
Le età digitali
Esperimenti controllati
Martedì 20 marzo, Sala Buzzati (v. Balzan 3),
ore 18, «Le nuove età della vita - Le età
digitali», con Paolo Ferri, Massimo Marchiori,
Beppe Severgnini. Coordina Serena Danna.
Ingresso libero previa prenotazione.
Venerdì 23, Sala Buzzati, dalle 10 alle 18:
«Esperimenti controllati nei settori
educazione, lavoro e servizi sociali. Metodo
pragmatico per disegnare politiche pubbliche
più efficaci». Info www.fondazionecariplo.it
Un’immagine di Irving Penn:
«Uomo che accende la sigaretta
a una ragazza» (New York, 1949)
RRR
Una copertina
un artista
La fiaba di Innocenti
nostra tavola ogni giorno (con l’eccezione
inevitabile della bistecca). «Il sommelier potrebbe privilegiare le doti di equilibrio e freschezza di un vino, anziché la forza e la concentrazione, perché il nostro compito principale è quello di lavorare in sintonia con lo
chef e la cucina», nelle parole di Aldo
Sohm, capo sommelier di «Le Bernardin»,
che si è aggiudicato il premio di miglior
sommelier nella competizione mondiale
nel 2008 e ha lanciato la sua collezione di
calici da vino, oltre a firmare un cavatappi
Laguiole.
I sommelier sono quasi tutti grandi appassionati di acidità, preferendo i vini ad
elevato tenore di acidità perché questa esalta e fa da complemento al gusto della quasi
totalità delle pietanze — è la ragione per cui
spremiamo la nostra fettina di limone sulla
sogliola o su un piatto di asparagi. È questo
uno dei motivi per cui i sommelier adorano
il Riesling, e anche il Pinot Noir, purché
non sia troppo maturo e stanco. Robert
Parker talvolta ricorre al termine «bassa acidità» in senso positivo, ma nel pianeta dei
sommelier l’acidità regna sovrana. «L’acidità è la scintilla elettrica che accende il vino», sostiene Rajat Parr, sommelier di origine indiana del «Michael Mina» di San Francisco, che come secondo lavoro fa il viticoltore a Santa Barbara, in California. Coautore
dei Secrets of the Sommeliers, Parr è un ardente sostenitore di certi principi che condivide con gran parte dei suoi colleghi. Il suo
ideale è l’«equilibrio», adora i grandi vini di
Borgogna (il cosiddetto «paradiso dei
geek») e le regioni a clima fresco, mentre
condanna i vini super maturi e ad alto tasso
alcolico. «Abbiamo bisogno della critica»,
dice Rajat, benché il suo palato sia molto diverso da quello degli arbitri del gusto che
hanno dominato la scena enologica negli ultimi vent’anni. Nel pianeta dei sommelier,
l’equilibrio la spunta sulla forza, un grande
vino non è necessariamente un complimento e il Bordeaux è più ammirato che amato.
palato e le ha regalato persino uno dei suoi
famosi tatuaggi adesivi del Riesling. Nel
2009, dopo un periodo trascorso al bar del
«Breslin», il nuovo ristorante di April
Bloomfield, Ken Friedman — co-proprietario del locale — l’ha presa in disparte per
chiederle: «Ti piacerebbe occuparti della lista dei vini?». «Era l’occasione che avevo
aspettato tanto — confessa Carla — ma ero
terrorizzata». Due anni e mezzo dopo, si è
fatta un nome come sommelier e ha messo
insieme una carta dei vini altamente originale e avventurosa, che ben si sposa ai potenti
aromi della cucina della signora Bloomfield. «In questo momento — racconta Carla — sono innamorata dei vini di Corsica e
Liguria, ma anche dello sherry».
Se non tutti i sommelier hanno lo stesso
palato, la giovane generazione mostra peraltro di condividere alcuni principi di base sul
vino. Primo tra tutti, oggi i sommelier vedono il vino in rapporto al cibo, perché questa
è l’area più rilevante del loro lavoro. A differenza del critico, che di solito degusta i vini
senza mangiare, o al massimo sgranocchiando un paio di cracker, i sommelier non giudicano il vino come entità isolata. Grandi vini corposi, maturi e potenti che sembrano
quasi un pasto a sé non si abbinano necessariamente con le pietanze che arrivano sulla
Carriera luminosa
La lunga marcia dello scrittore
innamorato della classe dirigente
T
rent’anni dopo Le mille luci di New York Jay
McInerney è arrivato a quella che pare la
destinazione finale di una lunga marcia verso
un salotto buono: se non delle lettere americane,
almeno dell’alta società. In una parabola che sarebbe
piaciuta al suo omonimo Jay (Gatsby) protagonista
del suo libro-feticcio, McInerney dopo le prime tre
mogli (la modella e la studentessa delle «Mille luci»,
e la ricca signora del Tennessee che gli ha dato due
figli e ispirato L’ultimo dei Savage) è ora sposato con
Anne Randolph Hearst nipote del magnate di Quarto
Potere. Vive tra Manhattan e gli Hamptons, scrive di
vini pregiati, appare come imborghesita caricatura in
Lunar Park dell’amico Ellis, indirizza bon mots verso
Twitter. Conservando un salutare (seppur poco
premiante con i critici Usa) interesse verso la classe
dirigente: della quale dopo la scomparsa di Louis
Auchincloss due anni fa nessuno scrittore americano
a parte Tom Wolfe sembra voler interessarsi.
Matteo Persivale
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I nuovi sommelier prediligono anche i vini nuovi o sconosciuti, talvolta in maniera
persino esagerata. «I sommelier sono pieni
di pregiudizi — si lamenta Jordan Lari, il
trentaduenne sommelier del "Lambs Club"
di Geoffrey Zakarian — talvolta fondati, talvolta campati per aria», e cita come esempio di questi ultimi la preferenza accordata
automaticamente ai vini del Vecchio Continente. I sommelier inoltre hanno un debole
per i vini del Jura e per i varietali più oscuri
e ricercati.
«Se scommetti tutto soltanto sui vini sconosciuti, sei fuori strada», commenta Parr,
riconoscendo questa tendenza. «La nostra
parola d’ordine è innanzitutto ospitalità e
servizio, ma è anche importante che il cliente abbia una qualche familiarità con alcune
delle voci elencate nella carta dei vini».
A tutt’oggi, al ristorante, non ho visto ancora nessuno chiedere l’autografo al sommelier, ma penso che accadrà presto. Aldo
Sohm ha già firmato il suo cavatappi e sono
quasi sicuro di aver avvistato una maglietta
di Daniel Johnnes l’ultima volta che sono capitato in Borgogna. Indubbiamente l’influenza dei sommelier si rafforzerà di pari
passo con la crescita della professione e con
il contributo che sempre più spesso essi offrono alla produzione vinicola, alla critica e
all’insegnamento. Nel frattempo, non sorprendetevi se un documentario intitolato
Somm, che segue diversi candidati mentre
si preparano all’esame per accedere alla Corte dei maestri sommelier, comparirà presto
sui vostri schermi.
(Traduzione di Rita Baldassarre)
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In coincidenza con la
Fiera del libro per
ragazzi di Bologna,
abbiamo chiesto di
realizzare la nostra
copertina a uno dei
maestri dell’illustrazione
per l’infanzia. Roberto
Innocenti (Bagno a Ripoli, 1940) è un vero
caposcuola: al suo attivo ha un’infinità di
premi e numerosi libri, molti dei quali
pubblicati all’estero, tanto da renderlo
uno degli autori più affermati sugli
scenari internazionali. Da Cenerentola a
Pinocchio, da Canto di Natale a
Schiaccianoci, Innocenti interpreta con i
suoi raffinatissimi acquerelli le favole
della memoria restituendo un’atmosfera
poetica di rarefatta eleganza. Il suo è un
segno dettagliatissimo, quasi maniacale
nell’esplorare un universo magico nel
quale crea, anche grazie a colori delicati e
a una potente densità di figure, una
visione realistica e al tempo stesso quasi
metafisica. Nei suoi disegni, che sono dei
veri racconti nel racconto, ci si immerge
come di fronte a un’opera di Bruegel.
Nella copertina de «la Lettura», Innocenti
ci parla della violenza della modernità che
distrugge la natura e con essa il sogno e
la fiaba. E allora, ai nostri amici
Cappuccetto rosso, sette nani, Hansel e
Gretel, lupo cattivo compreso, non resta
che andarsene, con un malinconico:
«Molto meglio emigrare».
(gianluigi colin)
Supplemento della testata Corriere della Sera
del 18 marzo 2012 - Anno 2 - N. 11 ( #18 )
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36 LA LETTURA CORRIERE DELLA SERA
DOMENICA 18 MARZO 2012
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