STORIA DELLA SOCIETA’ MISSIONARIA METODISTA WESLEYANA
di G.G. Findlay , D.D. e W.W. Holdsworth, M.A., B.D.
in cinque volumi
Traduzione G. Censi per conto Opcemi Febbraio 2011
Il Risorgimento- Richard Green e Henry Piggott- Inizio della Missione Italiana- Istituzioni evangelistiche italianePastori Italiani- Milano e Napoli- Lavoro in campo educativo- Tagli e riduzioni- Organizzazione della ChiesaPadova-Ragghianti-Metodismo a Roma- Sciarelli- Missione di Cappellini fra i soldati- Evangelizzazione nei piccoli
paesi- Pontificato di Leone XII- Riorganizzazione- Piggott e Jones in pensione- William Burgess- Unione delle
Chiese-Sviluppi seguenti
Nella storia della Missione Metodista Wesleyana in Italia, il discorso tenuto dal Rev. Dr. Dixon
all’Assemblea annuale della Società del 1849 sembra presagire il corso degli avvenimenti futuri. A
proposito dei Valdesi il Dixon disse:
Qui siamo proprio al confine dell’Italia. Mettete al lavoro uno o due Missionari, state a vedere come si
svilupperanno gli eventi e, se potete, fateli andare là ( una voce:” A Roma?”) Sì, a Roma. Chi sa se
qualcuno di voi giovani potrà mai vedere la voce “Roma sede di Missione” riportata nei nostri verbali?
Sarebbero passati dodici anni prima che un pastore Metodista apparisse in Italia, ma la visione del Dr.
Dixon è interessante perché dimostra che prima della metà del secolo l’idea di una Missione Metodista
in Italia era già nella mente di alcuni. Questo avvenne in parallelo con i grandi sommovimenti religiosi
e politici del decennio seguente.
Il Risorgimento
Nel 1859 e nel 1860 si verificarono una serie di eventi straordinari che portarono al Regno
d’Italia, mentre Venezia e il suo territorio, così come il famoso Quadrilatero ( Verona, Peschiera,
Mantova e Legnago) rimasero ancora sotto l’Austria. Il Papa regnava ancora su Roma e su una
porzione più ristretta degli Stati Pontifici, poiché Bologna e la Romagna insieme alla costa Adriatica si
erano riunite all’Italia.
In questo periodo ricco di fermenti il Rev. William Arthur, allora uno dei segretari della
Società Missionaria, ebbe a visitare l’Italia e scrisse il suo brillante Italy in Transition (Italia in
Transizione). Nessun’altra opera avrebbe potuto fornire un quadro più esatto della situazione politica,
sociale e religiosa nel paese di quel tempo. Fu principalmente grazie alle impressioni che il Dr. Arthur
portò con sé da quel viaggio, e che comunicò ai suoi colleghi ed al più vasto pubblico Metodista, che fu
sollevata la questione se era giunto il momento di stabilire una Missione Metodista in Italia.
In verità una o due iniziative erano stati già intraprese. La Società aveva concesso un sussidio
sufficiente a mantenere se stesso e la sua opera ad un ex-prete, Bartolomeo Gualtieri, che predicava in
una comunità di Firenze. Con Salvatore Ferretti, anche lui ex-prete che aveva in precedenza svolto
opera di evangelizzazione fra gli italiani a Londra, si stabilì un rapporto che in seguito portò al suo
trasferimento a Firenze, dove fondò un orfanotrofio e aprì alcune scuole delle quali fu sovrintendente.
Richard Green e Henry Pigott - Inizio della Missione in Italia
1
La decisione di aprire una Missione in Italia non sarebbe però stata presa fintanto che il terreno
non fosse stato attentamente esplorato. Dopo la Conferenza (Sinodo N.d.T.) del 1860 il Rev. Richard
Green fu inviato in Italia per fare accurate indagini e riferire. Abitò per alcuni mesi a Firenze e a
Napoli e in entrambi i casi stabilì stretti contatti con coloro che già lavoravano per l’evangelo,
meritandosi solida stima ed affetto.
Il suo rapporto fu del tutto favorevole a stabilire una Missione Metodista Wesleyana nella nuova Italia.
Il Comitato decise che ad iniziarla fosse lo stesso Green con l’aiuto di un collega di sua scelta. Questa
cadde su uno dei più dotati e devoti missionari che la Chiesa Metodista ha mai messo in campo, il rev.
Henry H.Piggott. I due uomini si erano incontrati in una riunione di Missionari del Circuito di
Hammersmith, dove Piggott era di stanza, e fra i due si era sviluppata una particolare affinità, i cui
legami non si sarebbero mai allentati. Il risultato di quell’incontro fu che i due furono destinati al nuovo
incarico dalla Conferenza del 1861, e che la loro residenza sarebbe stata stabilita sotto la guida della
mano di Dio.
Nella stessa Conferenza del 1861 Benedetto Lissolo, un giovane italiano, ex seminarista della
Chiesa di Roma, in contatto con la Chiesa Valdese, emigrato a Londra ed alle dipendenze della
Missione fra i Marinai come evangelista per i marinai stranieri, fu accettato come pastore Italiano in
prova. Precedette i due inglesi in Italia, desiderando visitare la sua famiglia e gli amici sulle alture
alpine a nord di Torino. Green e Piggott arrivarono a Torino il 7 dicembre 1861 e presto furono
raggiunti da Lissolo, che riferì di un promettente lavoro evangelistico in corso nelle vicinanze del suo
villaggio natale. Questo convinse Piggott a iniziare la sua Missione da quel villaggio, con l’accordo che
quest’opera sarebbe stata temporanea, e che i due amici ( lui e Green, N.d.T.) avrebbero lavorato
insieme dovunque fosse in seguito fissato il centro della loro Missione.
Piggott si trasferì quindi ad Ivrea, la città a nord di Torino, zona in cui Lissolo aveva iniziato il suo
lavoro. Green, che si era accordato per sostituire un pastore Presbiteriano durante la sua assenza, si
trasferì invece a Napoli. Piggott descrive così le condizioni nelle quali ebbe inizio il suo lavoro:
Rimanemmo ad Ivrea quattro mesi; abitavamo in stanze scarsamente arredate al piano superiore del
banco dei pegni, il Monte di Pietà, come viene eufemisticamente chiamata questa istituzione in Italia. Fu
un inizio duro ma interessante. Era possibile trovare il tè come medicina solo in farmacia, e le foglie con il
tempo avevano assorbito i molteplici odori della bottega. Il pane era così acido che i miei bambini lo
rifiutavano, anche sotto i morsi della fame; ho un ricordo vivo di come, scesi dalla carrozza, trovai mia
moglie, insofferente per istinto ed abitudine alla sporcizia, appollaiata e con le gambe ripiegate sopra una
sedia, mentre guardava desolata il pavimento, sul quale forse non era stata mai gettato un secchio
d’acqua da quando il cemento che lo copriva era stato steso.
Il lavoro evangelistico di Lissolo si dimostrò molto interessante. In tre o quattro villaggi appollaiati
sulle montagne, piccoli gruppi di anime pie si riunivano per trovare nelle semplici parole del Vangelo
di Cristo la pace e la nuova vita che avevano inutilmente cercato nella Chiesa di Roma. Nella stessa
Ivrea, prima della fine dei quattro mesi, fu aperta una sala di preghiera, nella quale affluirono all’inizio
larghe moltitudini. Questi successi iniziali non indussero però Piggott a facile ottimismo. In una lettera
del settembre 1862 dice:
Per gli anni a venire tutto procederà lentamente, in questo paese. Le difficoltà sulla via dell’evangelismo
sono grandi, più grandi di quanto un osservatore superficiale potrebbe immaginare. Non è vero quello che
si dice normalmente in Inghilterra, di una frattura fra la mentalità italiana e la fede Romana Nulla, in verità,
è più esagerato delle ingiurie e dei vituperi che, proprio nel corso di questa crisi, furono gettati sopra il
Papa e il clero; ma gli Italiani distinguono, o cercano di distinguere, fra il Papato come sistema religioso e
gli uomini che in suo nome ne abusano. La fede Cattolica Romana è ancora quella dei loro avi, è
associata a tutte le glorie del paese nell’arte, nella scienza, nella storia. Di fatto è la sola forma di
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cristianesimo che le masse conoscono….Il tormentato rivolgimento politico attuale sta producendo
qualche effetto, rinforza il sentimento nazionale e consolida nuove istituzioni, e, vedendo con quanta
saggezza la provvidenza di Dio sta guidando i destini di questa nazione, ho grande speranza personale
che il battesimo dello Spirito seguirà.
Erano parole sagge e prudenti, scritte per fugare la sensazione che il compito al quale la Chiesa si
accingeva fosse facile, pur nella speranza di vedere il “battesimo dello Spirito”.
E’ evidente che la Missione in Italia aveva suscitato largo interesse della Chiesa in patria, che il
Comitato era interamente d’accordo con coloro che vi erano impegnati, e aveva speso molto del suo
tempo nell’esame di quello che sarebbe stato necessario per facilitare lo sforzo dei missionari.
Però, anche in quei tempi, cominciarono ad affiorare le ristrettezze finanziarie, che interessarono tutte
le iniziative missionarie nell’Europa continentale.
Il Comitato decise con fermezza che non avrebbe approvato nessun aumento per la Missione in Italia, a
meno che la Chiesa non rispondesse ad uno speciale appello mirato all’Italia. Stimò che un impegno
annuo di £ 4.000 fosse adeguato per le crescenti necessità dell’opera.
Nel 1864, solo tre anni dall’inizio del lavoro, il Comitato annunciò con sommo rammarico il ritiro della
Missione da Napoli e da Firenze. Questo provocò la reazione di Henry Piggott, in una lettera che solo
per mancanza di spazio non citiamo qui per esteso. La sua visione di una grande occasione per la
Chiesa è chiara, e vi traspare una sorta di struggimento nelle parole con le quali deplora che
l’indisponibilità di mezzi finanziari le impedirà di cogliere a pieno l’occasione. La frase finale rivela
una visione molto più ampia di un semplice successo denominazionale:
Cosa importa, come Metodisti, se non vediamo il nostro denaro e i nostri sforzi portare frutti,
cioè una grande affiliazione alla nostra Chiesa Metodista? Se invece vediamo sorgere un
grande, ben delineato, protestantesimo nazionale, potente perché autoctono, tale da
aggiungere una precisa fase Italiana al nostro cristianesimo dalle molte facce, non sarebbe
questo un risultato sufficientemente remunerativo?
La Chiesa avrebbe avuto di cui pentirsi per aver inviato un Missionario per intraprendere quest’opera e
di averla in seguito, quasi subito, ostacolata lesinando i mezzi finanziari che avrebbero consentito di
lavorare con l’efficienza che l’impresa richiedeva.
Questa non fu l’unica disillusione di quei giorni. Nel 1863 arrivò una “grande catastrofe”, come Piggott
ebbe a descriverla. La salute di Richard Green fu compromessa nel periodo di Napoli, tanto che i
medici ritennero necessario il suo rientro in Inghilterra e purtroppo il suo ritorno in Italia non sarebbe
stato più possibile; così s’interruppe quella stretta comunione nel servizio, tanto importante per i due
amici. Non possiamo non riconoscere la qualità dell’opera di Richard Green. Forse il miglior
commento a questo colpo ricevuto dalla neonata Missione, sono le parole di Piggott, che restò da solo a
portare avanti il fardello di quel servizio che li aveva uniti:
A riguardo del lungo ed onorato servizio reso da Richard Green al Metodismo in Inghilterra, non c’é dubbio
che il Capo della Chiesa e Signore della terra ha così predisposto gli eventi. Ma per il collega di Green,
rimasto solo e sgomento, il colpo era stato terribile, e chi può immaginare la perdita per la Missione in
Italia?
Abbiamo visto che Piggott pensava che il suo soggiorno ad Ivrea sarebbe stato solo temporaneo.
Esso non fu privo di incidenti: uno fu la comparsa di un certo Don Ambrogio, un prete piemontese, che
avendo condiviso le aspirazioni per i nuovi tempi, si era dedicato ad una predicazione itinerante in
favore di una riforma politico-ecclesiatica. Egli fu causa di problemi con le autorità municipali in
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ragione del successo delle sue predicazioni. Anni dopo H. Piggott lo incontrò mentre continuava ancora
la sua propaganda per la riforma.
Nel 1862 Piggott decise di trasferirsi a Milano, una delle città più grandi d’Italia, un centro dal quale
pensava di poter esercitare un’azione su più larga scala. L’opera di Ivrea fu passata ai Valdesi. Del
resto la zona era vicina alle loro valli, Torino era già divenuto il centro delle loro azioni evangelistiche,
e la cessione di questo primo frutto della missione Metodista fu l’occasione per stabilire delle relazioni
di amicizia e fiducia fra le due Chiese, di valore infinitamente maggiore delle statistiche dei primi
successi.
Istituzioni Evangelistiche in Italia
Nelle sue Memorie Piggott descrive le forze evangelistiche in campo e il contesto nel quale il lavoro si
svolgeva, limitando la sua visione all’Italia libera a nord dello Stato Pontificio. Dice Piggott:
La Chiesa Valdese aveva già iniziato la sua azione di portare in tutto il paese quell’Evangelo che aveva
per così tanti secoli preservato intatto nelle sue valli. Le libertà civili e religiose acquisite in Piemonte nel
1848 avevano rimosso tutte le restrizioni di culto nel suo territorio. Allo stesso tempo un grande risveglio
della vita spirituale era soffiato sia nei pastori che nella gente, principalmente per opera del ben noto
evangelista laico Inglese, Generale Beckwitt. In Scozia alcuni pastori, come il Dr. Thomas Guthrie,
avevano organizzato Comitati per fornire fondi per una vigorosa campagna di evangelizzazione in quella
nuova Italia per la quale la costituzione del Piemonte, ora divenuto liberale, rappresentava la Magna
Carta. I Valdesi forti della loro cittadinanza italiana, si lanciarono nelle Missioni, con il prestigio della loro
lunga e gloriosa storia. Avevano già acquistato il grande edificio centrale che ancora occupano in via dei
Serragli a Firenze, e avevano trasferito nella capitale toscana la loro facoltà per la formazione dei pastori.
Stavano aprendo rapidamente anche centri di evangelizzazione nelle principali città dell’Italia
settentrionale e centrale.”
Un’altra delle istituzioni evangelistiche all’opera quando il Metodismo iniziava la sua Missione era la
“Chiesa dei Fratelli”. Come spiega il nome, costoro erano fratelli plymottisti 1 nella visione della verità e
nel modo di concepire la chiesa. Sotto i vecchi governi tirannici, la situazione aveva consigliato riunioni
segrete di piccolissimi gruppi di credenti, senza pastore o organizzazione ecclesiastica. Il rigetto del
sacerdotalismo papalino e della sua ritualità li avevano però portati all’eccesso opposto. In Inghilterra,
Svizzera e nella stessa Italia alcuni devoti plymottisti, per lo più provenienti dalla Chiesa Anglicana, molto
interessati al risveglio dell’Italia, svolsero un ruolo fondamentale nella conversione di illustri personaggi. Il
Conte Guicciardini, rappresentante dell’antica casata fiorentina, fu notoriamente convertito per influenza
di plymottisti. Lo stesso accadde a Bonaventura Mazzarella, deputato all’assemblea Costituente a Roma
nei giorni patriottici di Pio IX, poi professore universitario di filosofia e illustre membro del Parlamento
Italiano quando Roma divenne capitale dell’Italia Unita. Sotto il Gran Duca di Toscana due signore inglesi
plymottiste conducevano riunioni segrete di lettori della Bibbia, e questa fu la ragione all’imprigionamento
della famiglia Madiai e dei loro compagni, facendo infiammare di sdegno l’Inghilterra protestante. Frutto
della loro influenza furono le conversioni di Gualtieri e Ferretti, che abbiamo già ricordato, e di un
evangelista fiorentino, di nome Magrini. Nella primavera del 1862 esistevano tre loro sale di preghiera; a
Firenze ve ne erano due, quelle di Gualtieri e di Magrini ( Rosa Madiai era membro di una, e Francesco
Madiai dell’altra). Mazzarella era a Genova, dove insegnava all’Università durante la settimana e
conduceva gli incontri dei “Fratelli” la domenica. Al suo fianco era un notabile molto importante, il Dott.
Luigi De Sanctis, ex parroco della Chiesa della Maddalena a Roma, i cui trattati di controversie dovevano
in seguito diventare i libri di testo della Riforma italiana e che circolarono a migliaia in tutto lungo. A
Torino, a Bologna e in altre città vi erano già evangelisti dello stesso tipo plymottista. Il presupposto dei
Fratelli era che solo loro erano fedeli alla dottrina e alla pratica del cristianesimo primitivo e questo portò a
non poca frizione con i loro compagni di lavoro Valdesi, e fu inevitabile che avrebbero visto con sfavore la
comparsa in campo di una Chiesa organizzata come quella Metodista ”.
1
Plymottisti: da Plymouth Brethern
Fratelli di Plymouth
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Una succinta ma esauriente descrizione della situazione religiosa in Italia si trova nelle Memorie di H.
Piggott, del 1912: sono le considerazioni di una persona matura che, ad una larga visione delle
questioni religiose, univa il vantaggio di essere stato in contatto ravvicinato con la Chiesa di Roma,
centro nevralgico del suo potere. Piggott dice:
Il cristianesimo in Italia in larga misura è scaduto al livello di un insieme di superstizioni locali, non molto
diverse dal paganesimo antico. Il santo locale o la Madonna sono il vero oggetto di culto, anche in forme
rozzamente materiali. Ho visto molte processioni in cui la figura del Salvatore crocifisso apriva la sfilata,
ma passava via senza atti di adorazione, che erano invece riservati, fra i fedeli genuflessi, al passaggio
dell’ immagine che seguiva la prima, quella del santo locale o delle Madonne di vario nome.
Le leggende che hanno dato origine a questo culto sono per certi versi assurde. Nei miei primi tempi a
Roma nessuna festa attraeva più folla di quella della Madonna di Gennazzano, a circa trenta chilometri
dalla capitale. La gente si riversava in quel luogo a migliaia, non solo dagli Stati Pontifici, ma anche dall’ex
Regno di Napoli, dormendo all’aperto nella campagna. Dalla mattina alla sera la grande chiesa si riempiva
di una moltitudine fanatica e vociferante; si svuotava e si riempiva di nuovo ogni mezz’ora, ma non ho
udito nessuno chiedere una benedizione spirituale. I voti e le grida erano tutti per la guarigione del corpo,
per la benedizione del raccolto o del negozio. Ogni tanto quando il grido “Evviva la Madonna” squarciava
l’aria, si sentivano passare le domande: “Quale?” “Dove?” “Chi?”. Quale era la leggenda all’origine di tutto
questo? Per spiegarlo venivano distribuiti migliaia di opuscoli. Nella casa di Nazaret S. Luca aveva dipinto
il ritratto di Maria. Quando la casa fu trasportata in volo dagli angeli a Loreto, durante il viaggio l’immagine
era caduta a Scutari. Lì era rimasta per secoli, fin quando un giorno la gente di Gennazzano vide qualcosa
che pendeva sopra le loro teste e che poi cadde ai loro piedi. Era l’antica immagine della Vergine dipinta
da S. Luca.
Questo è solo un esempio delle centinaia di superstizioni sparse in tutta Italia, specialmente nelle
provincie nelle quali la Chiesa deteneva un potere assoluto. A Roma stessa le cose non erano diverse. Il
culto popolare non era cristiano: non era il grande altare con l’immagine del Crocifisso e quello della
Presenza Reale ad attirare i devoti, ma la cappella della Madonna o del santo locale. Nella chiesa del
Redentore, eretta fu sotto il pontificato di Pio IX, si distribuivano foglietti di carta sottile sui quali erano
raffigurate piccole immagini della Vergine e del Bambino; ognuna poteva essere arrotolata fra le dita e
presa come pillola per curare le malattie. Foglie del letto di spine sul quale S. Benedetto si era rotolato
nudo per la mortificazione della carne, venivano usate come talismani nel celebre convento del santo a
Subiaco.
Da un simile stato di cose non poteva che derivare una crescente separazione fra religione e morale. Il
segreto del controllo della Chiesa Cattolica Romana sulla popolazione italiana è questo: il viatico,
amministrato dai preti in punto di morte, è di fatto un passaporto. “Ex opere operato” l’ultimo sacramento
assolve. Ci sono in Italia decine di migliaia di donne devote, mogli o madri, che vedono i loro mariti, padri
e figli condurre vite immorali, manifestamente infedeli e palesemente incuranti di ogni culto religioso. La
sola speranza di queste anime pie è che all’ultimo momento i loro cari chiameranno il prete per essere
“Confortati dagli uffici della Chiesa”. Il potere che in questo modo esercita la chiesa, a cavallo fra mondo
terreno e aldilà, e le disastrose conseguenze che ne derivano, non richiedono ulteriori spiegazioni. E’ qui
che avvertiamo il grande bisogno di evangelizzazione di un popolo, è da qui che sorge la grandissima
difficoltà di tutte le missioni evangeliche in Italia.
Se questa era la religiosità cristiana del tempo, non fa meraviglia se la letteratura, la cultura, la politica, le
opere degli intellettuali italiani sono frutto di una mentalità del tutto atea. Ci sono state in passato notevoli
eccezioni e ci sono tuttora, ma in generale è così. Circa dodici mesi prima che queste pagine fossero
scritte, si verificò alla Camera dei Deputati un episodio che mi ha molto impressionato e tristemente
rappresentativo della situazione. Uno dei più brillanti oratori della Camera, che in più occasioni aveva
dichiarato di considerarsi ateo, in un discorso pronunciò il nome di Dio. Il primo ministro del tempo, di
razza ebrea, e dal quale mi sarei aspettato cose migliori, lo interruppe in tono canzonatorio: ” Allora il mio
onorevole amico crede che Dio ha qualcosa a che fare con le nostre cose” al che tutta la Camera esplose
in una risata irrefrenabile.
Inoltre vi è stata, e tuttora c’è, l’inconcepibile, per noi Inglesi , profonda ignoranza del devoto popolo
italiano a riguardo del Vangelo e in generale delle Sacre Scritture.
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Uomini illustri del mondo politico e letterario sono deceduti nei miei anni in Italia. In molti casi, anche se
non in tutti, ci sono stati gli abituali riti della Chiesa presso il letto di morte e durante il funerale, ma nelle
commemorazioni pubbliche, come nel Parlamento, nei discorsi al cimitero o nei necrologi sui giornali, non
posso ricordare un solo caso nel quale si fosse fatta menzione di Dio o di una vita personale nell’aldilà.
Tutto ciò è sconcertante per noi, e non tanto perché a fronte di questa situazione la Chiesa Metodista
Inglese ha mandato dei Missionari in Italia, ma perché essa non ha saputo, o potuto, moltiplicare per
cento gli sforzi, e cogliere fino in fondo l’opportunità di evangelizzare di questo paese così complesso.
In quanto alla nuova Nazione, al fermento, all’incertezza, all’apparente probabilità di una rivoluzione
religiosa che era nell’aria in quel tempo, è difficile immaginarla per chi conosce l’Italia di oggi.2 La
Chiesa di Roma si schierò con rabbiosa determinazione dalla parte delle tirannie rovesciate e assunse
apertamente la loro difesa, tanto che il sentimento popolare di ogni classe sociale si ribellò contro
l’istituzione intera, i suoi pastori e la religione che essi rappresentavano.
La chiesa sembrò sbandare, smarrita e disorientata sotto i colpi ricevuti, quali l’annessione all’Italia
dei territori Pontifici, l’abolizione degli ordini religiosi, la secolarizzazione dei suoi beni e di varie
discriminazioni. Uomini di primo piano come Massimo D’Azeglio e Bettino Ricasoli, il “Barone
rosso”, successori di Cavour alla guida del paese, erano riformatori dichiarati, se non proprio di
simpatie protestanti. La lealtà alla Chiesa di tanti preti famosi ed influenti venne meno. Passaglia,
campione del dogma della “Immacolata Concezione di Maria” entrò nel Parlamento italiano. Un altro
prete, che era stato il più celebre “predicatore quaresimalista” della Lombardia, assunse la carica di
ispettore scolastico sotto il nuovo Stato. Sono testimone oculare che l’arciprete della più aristocratica
chiesa di Milano, dopo aver ascoltato il sermone di un evangelista dei Fratelli, si congratulò con lui
augurandogli buona fortuna. Nessuna meraviglia se, in questo stato di cose, portare la nuova Italia in
seno alle nazioni riformate, sembrava per molti di noi un sogno non privo di fondamento.
Questa era la situazione nel 1862. In Inghilterra la Missione italiana continuò ad occupare i pensieri di
molti, e il Comitato dedicò parecchio tempo all’analisi del modo migliore per proseguire il lavoro
iniziato. Il Comitato della Società Missionaria si esprimeva così:
era dell’opinione che il metodo più efficace per realizzare il grande obiettivo che la Società si propone in
Italia, é quello di facilitare la formazione e l’istruzione di predicatori che un giorno sarebbero stati Italiani e
Metodisti. Il Comitato ha ascoltato con interesse che vi sono alcune persone in Italia, preti convertiti ed
altri, che sarebbe opportuno impiegare come evangelisti e pastori fra i loro conterranei, ed è favorevole a
sottoporre queste persone a un corso di istruzione religiosa e di tirocinio morale allo scopo di renderli
idonei ai compiti religiosi, ed eventualmente per il lavoro di ministri del culto; che si debbano fare indagini
dirette per conoscere il numero di persone adatte il tirocinio, e di selezionare un Ministro, residente in un
posto opportuno, per fare di lui il responsabile del reclutamento.
Pastori Italiani
A questo punto possiamo utilmente inserire qui una relazione sugli evangelisti italiani che si unirono
inizialmente come collaboratori ai due Missionari. La descrizione seguente è tratta ancora dalle
Memorie di H. Piggott:
Lissolo, l’evangelista di Ivrea, e i due fiorentini Gualtieri e Ferretti sono stati già ricordati. Un altro
candidato per il lavoro evangelistico era stato ereditato in seguito alla partenza di Green. Costui era un
giovane del sud, di buona famiglia e di cultura elevata, che al momento dei disordini politici era fuggito in
Corsica. Qui aveva conosciuto un devoto pastore Metodista, e da lui era stato presentato a Green a
Firenze, durante la sua prima visita di esplorazione. Era conosciuto come Vincenzo Del Mondo, ma il suo
2
Le Memorie di H. Piggottt sono del 1912
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vero nome era Loreto Scoccia. A lui si deve l’inizio, con ottimi risultati, della nostra opera a Parma. Qui
egli fece un lavoro ammirevole, attirando un buon numero di persone, guadagnandosi le simpatie di
cittadini altolocati, come ad esempio il professor Strobel dell’’università di Parma. Costui in seguito fu
rettore di quell’antica istituzione accademica, per un certo periodo Deputato al Parlamento italiano;
avrebbe conservato per tutta la vita la sua fedeltà alla nostra Chiesa e alla nostra Missione.
Per illustrare quei tempi, è opportuno ricordare un altro personaggio che, dopo un breve servizio, lasciò i
nostri ranghi. Si tratta del più illustre professore di Inglese di Milano del tempo, forse di tutta l’Italia,
Ferdinando Bracciforti, autore del ben noto Millhouse’s Dictionary, di grammatiche ed eserciziari
largamente usati. Se qualcuno ha dato piena testimonianza di conversione a Cristo, questo era Bracciforti.
Egli si unì alla nostra neonata Chiesa con tutta la famiglia; e dopo che la nuova sala di preghiera fu aperta,
si occupò di uno dei culti serali, predicando con umiltà ed eloquenza. In seguito cadde sotto l’influenza
degli Unitariani Inglesi e, dopo una forte crisi spirituale, accettò la dottrina Unitariana. Poiché era una
persona sincera, non poteva fare altro che professare le sue convinzioni e divenne sostenitore in Italia del
Cristianesimo Unitariano. Fu una figura esemplare, perché Bracciforti non arretrò mai dalla sua fedeltà a
Cristo e visse in conseguenza.
Un giorno, timido ed esitante, venne a farmi visita a Milano un prete. Proveniva da un paesino nelle
campagne di Mantova. Il suo volto consunto ed emaciato confermava la storia che mi raccontò, di cinque
anni di segregazione in una cella in Austria con l’accusa di cospirazione. Dopo la liberazione della
Lombardia era entrato in contatto con un colportore della Società Biblica, che gli lasciò una copia della
Parola di Dio. Dopo che un’ indagine aveva provato che non aveva pendenze con le autorità, acconsentii
alla sua richiesta di venire da me per una formazione ulteriore; fin da subito mise però in chiaro che non
era sicuro di intraprendere un passo definitivo. Qualche tempo dopo si precipitò nel mio studio e
sollevando le braccia al cielo, esclamò:” L’ho fatto!”. Ferdinando Bosio da quel giorno ampliò la sua
conoscenza del Vangelo di Dio, e, io credo, fece personale esperienza della sua potenza. Restò fino al
giorno della sua morte, pur segnato dalle sofferenze patite nella detenzione, un fedele evangelista e poi
pastore nei ranghi della nostra Missione.
Un altro di quei primi devoti aiutanti fu Donato Patucelli. Nella lotta per la libertà del 1848-49 aveva
dedicato il suo ascendente di prete, insieme alle sue considerevoli doti oratorie, alla causa della libertà per
la sua Lombardia. Il ritorno degli Austriaci lo aveva obbligato ad espatriare e gli fu affidata una parrocchia
in Svizzera. Ritornato in Italia alla liberazione di Milano, divenne membro della nostra chiesa di via
Solferino e presto iniziò ad esercitare la sua straordinaria capacità oratoria nei nostri culti. Aveva l’aspetto,
la voce e lo stile di un oratore, e svolse il suo compito fino all’età matura, un utile ministero per le nostre
chiese del nord.
Vi era inoltre un evangelista, un laico, che portava il nome illustre di Alighieri, e che si vantava di
discendere da Dante. Era esiliato da Venezia, e raccontava di segrete relazioni fra patrioti all’’interno della
ferrea cintura del Quadrilatero, di trame scoperte e di arresti, di processi e di fughe: con le sue storie era
capace di tenere un ascoltatore incantato per ore. La sua conversione comportò la promessa di
abbandonare le pratiche criminali. Superò la prova e promise di diventare un uomo onesto e fedele, ma
purtroppo la sua vita terminò prematuramente con un fatale incidente sul lago Maggiore.
Un ingresso ancora più importante nei nostri ranghi fu quello di Francesco Sciarelli , giovane monaco
francescano da Chieti negli Abruzzi. Aveva servito nel gruppo di ecclesiastici volontari al seguito di
Garibaldi nella campagna napoletana, ed era poi rientrato al suo convento. Ma la sua breve esposizione
all’aria di libertà e di luce ricevuta attraverso la Parola di Dio, e il contatto con il pastore protestante con il
quale aveva lavorato, gli avevano reso intollerabile la vecchia vita. Mi scrisse a Milano e da qui nacque
una corrispondenza che rivelò un uomo dotato di doni straordinari e di un sincero desiderio di consacrarsi
ad una migliore comprensione del Vangelo di Cristo, rinunciando alla precedente vita monacale. Dopo
alcuni mesi di formazione a Milano, e un breve periodo di servizio preliminare a Parma, Francesco
Sciarelli raggiunse Jones a Napoli; al suo zelo e al suo attivismo é dovuto il successo della Missione in
quella città.
Questo è il racconto dei primi evangelisti. Devo confessare che se questa successione di ingressi fosse
stata mantenuta, il futuro della Chiesa Metodista in Italia avrebbe potuto essere luminoso.
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Milano e Napoli
L’anno 1863 trovò H. Piggott a Milano, dove arrivò anche il Rev. Thomas Willliam Smith Jones, poi
inviato a Napoli per occupare il posto lasciato vacante in seguito al rientro in Inghilterra di Richard
Green. Jones giunse a Napoli facendo di questa città il centro dell’espansione verso sud della Missione.
Nel meridione d’Italia i contadini e le masse povere delle grandi città versavano nell’ignoranza più
profonda, nella superstizione, nel brigantaggio e nel vizio. Le classi colte dei grandi centri, come
Napoli o Palermo, erano state fra quelle che più avevano sofferto nella lunga lotta dalla quale era
emersa la nuova Italia. In nessun altro luogo la Chiesa di Roma ne era uscita più lacerata e sconfitta.
Circa trecento preti avevano lasciato le sue file ed erano in cerca di guida e aiuto. Nella campagna di
Garibaldi del 1860 un’intera compagnia di ecclesiastici, preti, monaci e seminaristi, aveva preso le armi
sotto il comando di un monaco.
In collegamento con questi fatti vale la pena di citare un episodio che si verificò alcuni anni dopo in una
delle riunioni della nostra Chiesa a Roma. Due noti pastori Metodisti Italiani, Francesco Sciarelli e
Giuseppe Moreno, erano presenti e presero parte al culto. Moreno fu pregato di raccontare qualcosa
della vita passata e parlò di come aveva seguito Padre Proto, il prete capitano che abbiamo ricordato poco
fa, nella guerra di indipendenza, e di come una sera, passeggiando per l’accampamento, gli era capitato
di entrare nella tenda di un monaco, di aver letto il Nuovo Testamento insieme a lui e di averlo ricevuto in
consegna. Allora Sciarelli balzò in piedi :” Tu, Moreno, tu sei il prete che mi ha lasciato quel Nuovo
Testamento, che da allora ho conservato e tenuto come un tesoro!” Poi seguirono baci e abbracci come
gli Italiani fanno in segno di effusione, mentre nell’assemblea molti occhi si bagnarono di lacrime.
Sia a Milano che a Napoli il lavoro mise radici, e da lì si impiantò in altre parti delle due regioni. A
Milano fu ottenuta una sala di preghiera, con grande giubilo degli evangelisti. I primi due distretti del
nord ad essere occupati dalle Missioni, oltre a quello di Milano, furono le rive del Lago Maggiore, dove
stavano lavorando dei minatori dalla Cornovaglia, con Intra come centro, e la città di Parma e
provincia. A Napoli si trovò un’ottima sala al centro della città , e presto le riunioni di preghiera,
insieme a scuole Domenicali e settimanali, cominciarono ad avere seguito. A Santa Maria Capua, a
nord, e Salerno, a sud, furono anche raccolti i primi frutti del lavoro. Con al centro queste cittadine
furono formati i Circuiti. Il lavoro nei piccoli centri continuava ad essere un elemento importante della
Missione Italiana, e al proposito sembra opportuno dare qui un esempio del modo con il quale in quei
tempi i posti di campagna si aprivano ai messaggeri del Vangelo.
Anche questo racconto è tratto dalle Memorie di H. Piggott:
Mezzano Inferiore è una fila di case di contadini in mezzo a vigneti e campi di mais, con una piazza
centrale nella quale la chiesa del villaggio innalza la sua torre campanaria. E’ posta vicino alla riva del Po,
circa 25 chilometri dalla capitale Parma. La fama della nuova predicazione del Vangelo a Parma, i contatti
in occasione del mercato della città con coloro che avevano udito la Parola, la visita casuale di un
colportore che aveva lasciato alcune copie delle Sacre Scritture, in felice combinazione con il malumore
verso il prete della parrocchia, spinsero una deputazione del villaggio da Francesco Sciarelli, che a quel
tempo prestava servizio a Parma. Fu invitato a predicare anche a Mezzano Inferiore la vera e libera
religione di Cristo. Sciarelli accettò l’invito di buon grado. Fu accolto ai confini del villaggio dalla banda
cittadina, e condotto in trionfo al centro della piazza, dove da un balcone, proprio all’ombra della chiesa
Cattolica Romana, per tutto un giorno predicò all’intera popolazione il Vangelo della grazia di Dio. Il
risultato fu che a Mezzano Inferiore fu fondata una Chiesa Metodista così fiorente che il posto divenne
conosciuto come “il villaggio Protestante”. L’istituzione di una scuola pubblica diurna seguì quasi subito. In
quei tempi, e in tutta l’Italia fino a tempi recenti, nelle campagne l’educazione elementare era strettamente
in mano di preti e monache. La sola garanzia per la sopravvivenza di una Chiesa evangelica risiedeva
proprio nel creare una scuola laica con insegnanti evangelici. A Mezzano la scuola Metodista divenne, par
excellence, la scuola del paese. Recentemente un mezzanese ha affermato, in una lettera che mi è
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capitata sotto gli occhi, che ogni uomo o donna del villaggio con qualche ambizione culturale era stato un
alunno della scuola protestante.
Giuseppe Moreno, di cui abbiamo già parlato, fu incaricato di prendersi cura di Mezzano. Era stato un
prete di parrocchia in Sicilia, e nel corso di un’ Assemblea Evangelica tenutasi a Palermo la luce aveva
illuminato il suo cuore e aveva trovato pace, divenendo credente. Piggott parla di lui come un grande
dono per la Chiesa, sempre amato, fedele e efficiente. In seguito servì in alcuni dei Circuiti più
importanti.
Il centro della Missione al Nord rimase a Milano fino al 1866. In quell’anno scoppiò la guerra fra
Prussia e Austria per la supremazia sulla Germania. L’Italia si alleò con la Prussia, con la promessa che
in caso di vittoria Venezia sarebbe divenuta sua, ma la sua condotta in guerra fu disastrosa: fu sconfitta
per terra a Custoza e per mare a Lissa. Sulla sua lealtà e sul suo valore tuttavia non ci furono ombre.
L’Italia fu certamente la vittima predestinata dell’enorme potenza del Quadrilatero Austriaco e si
sacrificò eroicamente impegnando sul suo territorio una grande parte di truppe nemiche, cosa che
facilitò la schiacciante vittoria dei prussiani a Sadova. L’Italia ricevette quindi il premio alla sua
fedeltà e nel dicembre 1866 Vittorio Emanuele fece il suo ingresso trionfale nella città della laguna fra
il delirio della folla. L’Italia, l’Italia unita, si estendeva ora dalle Alpi Occidentali fino all’Adriatico.
Questo storico avvenimento ebbe conseguenze importanti per il nostro lavoro. Restrizioni finanziarie in
patria avevano costretto a ridurre il fondo per l’Italia a circa un terzo; poiché Milano e la Lombardia
erano in generale abbastanza ben provviste di istituzioni di evangelistiche, fu deciso di spostarsi da quei
distretti verso i territori appena liberati. Padova fu scelta come nuovo centro: nessuna attività
evangelistica era in corso in città e in provincia. Inoltre era sede dell’Università delle provincie
veneziane, e con il nuovo corso era probabile che ne sarebbe divenuta sempre più il centro intellettuale.
A Padova fu trasferita la scuola per ragazze fondata a Milano.
Lavoro in campo educativo
H. Piggott, con la sua mentalità di studioso, con la sua conoscenza dall’interno della situazione italiana,
da sempre grande sostenitore del lavoro in campo educativo nelle Missioni Italiane, in un importante
capitolo dei suoi ricordi parla del progetto di Padova:
Sotto l’Austria l’istruzione secondaria delle ragazze era del tutto assente. In Lombardia e a Venezia
esistevano numerose e buone scuole elementari pubbliche per ragazze e ragazzi. Vi erano inoltre istituti
superiori d’istruzione, sia tecnica che classica, per ragazzi e giovani fino all’Università. L’educazione
superiore femminile era stata invece lasciata all’iniziativa privata, ed era quindi saldamente nelle mani
delle suore, che davano molto più importanza ai lavori di cucito e di ricamo che all’istruzione e allo
sviluppo intellettuale. Queste considerazioni portarono all’ apertura di scuole per ragazze a Milano, subito
dopo il nostro arrivo nel 1863. Miss Grafton, la direttrice inglese, che poi sposò il Rev. T.W.S.Jones, si
trasferì a Napoli, e il suo posto a Milano fu prontamente preso, sotto gli auspici della Women’s Auxiliary
( Corpo Ausiliario delle Donne N.D.T.) da Miss Annie Hay, figlia del Rev. David Hay.
La scuola di Milano fece pochi progressi, ma con il suo trasferimento a Padova ( 1866) mise rapidamente
radici e prosperò. Colmava un grande bisogno, non solo in città, ma in tutta la provincia veneziana. Con il
nome di “Istituto Internazionale Evangelico” presto attirò l’attenzione dei notabili della città. Da questi
venne la richiesta di accogliere anche i ragazzi. La riunione di ragazzi e ragazze sotto un'unica istituzione
educativa era cosa senza precedenti, non solo a Venezia ma in tutta Italia e fu considerata da molti non
solo una novità, ma una novità pericolosa. Per la generosità del Comitato Missionario fu possibile
acquistare un grande edificio, cosi spazioso e dotato di tanti locali da accogliere un largo numero di alunni
e alunne, sia in convitto che per il solo mattino, senza che accadessero inconvenienti. Non poche famiglie
dall’Inghilterra e dalla Svizzera si servirono dell’istituzione. La moglie dell’ultimo Presidente della
Repubblica Svizzera fu educata lì. Professori dell’Università di Padova, famosi medici, importanti mercanti
e proprietari terrieri della città e dei dintorni affidarono i loro figli alle nostre cure. Diverse future mogli di
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pastori italiani furono educate qui, per un lungo e proficuo servizio nella chiesa. L’Istituto Internazionale
Evangelico per un certo numero di anni fu dichiaratamente il capofila dell’ istruzione secondaria della
zona. Continuò a prosperare sotto la direzione di Mr e Mrs. Thomas Durley per alcuni anni dopo il
trasferimento di H. Piggott a Roma, e non vi è fatto nella storia della Missione di cui egli si dispiacque più
della sua chiusura.
Quello che avvenne con le scuole di La Spezia, di cui parleremo in seguito, la loro mancata
sopravvivenza a causa dei tagli finanziari, nonché il caso della scuola di Padova, costretta a chiudere a
causa dell’esplosione di una malattia contagiosa e mai più riaperta, rappresentano una sconfitta per la
Missione Italiana. Nel Rapporto Annuale del 1868 Piggott conclude con parole che dimostrano
quanto profonde fossero le sue convinzioni:
L’esperienza dei miei primi sei anni di lavoro in Italia ha radicato fortemente in me ( e non sono il solo,
perché lo affermano anche uomini come De Sanctis, Gavazzi e Ferretti ) la convinzione che la grande
opera, alla quale tutti coloro che perseguono il bene spirituale dell’Italia dovrebbero dedicare pensieri,
denaro, tempo e fatiche, è l’educazione evangelica dei giovani; e se non li educhiamo noi, temo che
molto presto non ci sarà in alcun luogo in Italia alcuna educazione religiosa. Sono stati inferti colpi
tremendi al vecchio monopolio ecclesiastico dell’educazione; da ogni parte guadagna terreno il
concetto che nessuna religione può essere inculcata nei bambini fino a quando saranno grandi
abbastanza per pensare e giudicare da soli.
Tagli e riduzioni
La questione finanziaria gravò come un incubo su H. Piggott fin dai primi tempi della Missione
Italiana. Nel momento in cui l’ebbrezza di una nuova vita nazionale aveva reso il popolo
particolarmente pronto ad ascoltare il Vangelo della libertà, della verità e della vita, momento nel
quale, allo stesso tempo, la Missione della Chiesa Metodista poteva contare su una persona come H.
Piggott, uomo di eccezionale statura, di irreprensibile devozione, sempre presente al centro di quel
fermento eccezionale, è doloroso ricordare che la preoccupazione per le finanze della Missione
Metodista diventò per lui un peso così grande che finì per schiacciarlo e frenarne l’azione.
Se la Chiesa in patria avesse condiviso la sua visione e il suo spirito di sacrificio e lo avesse
lasciato libero dalla preoccupazione finanziaria, avrebbe potuto utilizzare al meglio le sue capacità. Se
questo fosse stato fatto, il raccolto avrebbe potuto sorpassare ogni previsione.
In occasione dell’anniversario della Missione nel 1864 Piggott fece questo bilancio della sua
attività: considerate le difficoltà del lavoro in Italia, è certo che in nessuna delle numerosi altre regioni
geografiche dove la Missione Metodista era attiva, era stato raggiunto un risultato paragonabile con
quello che lui aveva ottenuto in soli tre anni. Del livello di alcuni dei suoi collaboratori si è già detto. Il
loro numero avrebbero potuto essere moltiplicato per molte volte, perché Piggott riceveva
continuamente offerte di collaborazione da ex preti della Chiesa Romana che avevano rotto i loro
legami ed erano pronti ad assumere un Ministerio protestante. Erano, come dice Piggott, persone ben
qualificate: studiosi di eccellente livello, oratori capaci di muovere moltitudini, uomini che avevano
dato prova della sincerità delle loro convinzioni accettando l’indigenza piuttosto che tradire la loro
coscienza, dotati di cuori infiammati di amore appassionato per la loro patria.
Quale “pastorato autoctono” avrebbe potuto mettere insieme Henry Piggott!
Ma, come in altri casi, la Chiesa frenò. Non fu capace di leggere “i segni dei tempi” e la più grande
occasione mai offerta alla Chiesa Metodista in Europa continentale andò perduta. Ci furono alcuni,
pochi, che videro ed aiutarono. Ci fu un attimo di respiro prima dell’incombente colpo dei tagli
finanziari, ma già nell’anno che seguì il primo bilancio dell’esperienza italiana, il Comitato informò
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Piggott che la Missione doveva essere ridimensionata nel 1866 e che lui avrebbe dovuto fare i suoi
piani tenendolo presente.
Fin qui abbiamo parlato poco del lavoro nel Distretto meridionale ad opera di Jones. Fu soltanto
nel 1864 che Napoli apparve nella lista delle stazioni. Come nel resto d’Italia il cattolicesimo stava
perdendo la sua presa sulle coscienze, mentre la tolleranza religiosa stava guadagnando terreno.
Tuttavia il numero di persone che si aggiunsero alla Chiesa fu modesto. Le prime statistiche
apparvero nel rapporto del 1868.
Due anni prima si verificò quello che fu chiamato “il massacro di Barletta” che rivela a quale
livello di furia poteva arrivare la folla istigata dai preti. Il 19 marzo del 1866 una folla, eccitata fino alla
follia da un predicatore papalino, e con in testa i preti che portavano il crocifisso, si riversò in strada al
grido di “Morte ai protestanti”. Furono bruciate case e sei persone barbaramente picchiate a morte. Il
pastore Metodista scampò per miracolo. La rivolta fu condannata dalla stampa e in Parlamento. Circa
cento persone furono arrestate e per qualche tempo dopo quei fatti le autorità cercarono di proteggere i
protestanti. Della collaborazione di Francesco Sciarelli con Jones abbiamo già detto.
Nel Distretto del nord i progressi furono notevoli, ma va sempre ricordato che i due campi di
lavoro erano ben differenti, nel sud il terreno era molto più difficile. La rivolta contro il Papato era stata
più forte nei centri industriali del nord rispetto al sud: qui il potere dei preti continuava a dominare la
situazione, e Jones non possedeva quei doni speciali che avevano permesso a H. Piggott di svolgere la
sua straordinaria azione dentro e fuori la Chiesa. Nonostante ciò Jones sostenne fedelmente la causa
che gli fu affidata. Il più rapido sviluppo che si verificò nel sud in seguito al suo pensionamento3 non
sarebbe però stato possibile se la stazione missionaria a Napoli non fosse stata così saldamente tenuta.
Del grande contributo di Jones alla causa del Metodismo, e quindi del protestantesimo, parleremo più
tardi. La sua opera fu certo dispendiosa, ma c’è da chiedersi se in realtà lo fu più di quanto le
circostanze lo richiedessero.
D’altro canto, occorrerebbe domandarsi quanto il lavoro nel distretto del nord avrebbe potuto
svilupparsi maggiormente, se fosse stato dotato di adeguato sostegno finanziario.
Malgrado i limiti oggettivi del lavoro nel Distretto meridionale, è da notare che al momento in cui
questo rapporto si chiude, cioè nell’anno 1913, i due centri che in Italia avevano il più alto numero di
membri di chiesa erano Aquila e Palermo, entrambe appartenenti al Distretto meridionale.
L’organizzazione della Chiesa
Le questioni dell’organizzazione della Chiesa divennero importanti verso la fine degli anni
1860. Una profonda divisione si verificò all’interno dei plymottisti e di conseguenza Luigi De Sanctis,
la loro figura di spicco, si unì ai Valdesi. Un buon numero dei Fratelli guidati da Gavazzi, si riunirono
nella Chiesa Cristiana Libera e più tardi tentarono di unirsi alla Chiesa Valdese con il nome di
Chiesa Evangelica Italiana, ma il progetto fallì. Poco dopo quello che rimaneva della Chiesa Libera
fu assorbito in parte dalla Chiesa Metodista Episcopale Americana e in parte dalla nostra. Per i
Wesleyani fu necessario stabilire lo status degli evangelisti che avevano svolto il loro buon lavoro con i
Fratelli. Questi ambivano ad essere riconosciuti dalla Conferenza come pastori Metodisti a tutti gli
effetti; H. Pigott pensò che la loro rivendicazione era giusta, benché lui sarebbe stato favorevole ad un
piano che “ riunisse in un'unica organizzazione nazionale tutte le istituzioni al lavoro per
l’evangelizzazione del paese”. Quando suo malgrado sembrò che questo suo progetto non potesse
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Pensionamento avvenuto, insieme a quello di H. Piggott, nel 1902
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essere portato avanti, prese il sopravvento l’obiettivo più specificamente denominazionale. Nel corso
di una visita in Italia dei Rev. G.T. Perks e William Gibson nel 1869, i pastori Italiani si riunirono in
Assemblea a Parma, e dopo che ciascuno aveva raccontato la storia della sua conversione e della
chiamata al ministerio, la deputazione del Comitato e H. Piggott porsero loro la mano destra in segno di
fratellanza; il che equivaleva ad un riconoscimento quali pastori Metodisti in Italia, peraltro soggetto a
conferma da parte della Conferenza Annuale in Inghilterra. Sei dei pastori così riconosciuti
appartenevano al Distretto nord e due a quello sud.
Dall’anno di quella storica Assemblea di Parma nel 1869, gli incontri annuali dei pastori furono
riconosciuti come Sinodi Distrettuali; i rapporti venivano inviati al Segretario Generale in Inghilterra.
Fu stabilito un tempo di prova di quattro anni, l’ordinazione per imposizione delle mani seguita da
accettazione da parte della Conferenza Annuale di coloro che avevano ricevuto l’approvazione del
Sinodo. Come i Valdesi e la Chiesa Evangelica Italiana, anche noi abbiamo conservato una classe di
operai con il titolo di evangelisti; lavorano sotto la direzione dei pastori ordinati e solo per speciale
dispensa del Presidente hanno l’autorità di amministrare i Sacramenti. I nostri pastori possono anche
essere reclutati dalle file di quegli evangelisti che hanno dato buona prova di sé e dei loro doni.
Il lavoro in entrambi i Distretti continuò a svilupparsi, e solo la mancanza di un adeguato supporto
finanziario impedì che l’espansione si estendesse a tutta l’Italia. A Padova fu acquistato un edificio
cattolico dismesso, da usare per la Missione.
Da Padova il lavoro si estese a Vicenza, Rovigo, Bassano e a Bologna, suscitò dappertutto favore e si
formarono comunità. La città di Vicenza era nota, fin dai tempi della Riforma, per il suo interesse alle
questioni religiose. Più recentemente, come residenza del famoso Fogazzaro, autore della nota novella
Il Santo, era stata la punta avanzata del movimento modernista italiano. Il nostro lavoro in questa città,
fintanto che rimase confinato alla semplice evangelizzazione, ricevette grande attenzione e successo.
Ma come si cercò di concretizzare il risultato con l’apertura di una Chiesa, si scatenò un’ondata di
persecuzione. Ogni famiglia che aveva aderito all’Evangelo, senza eccezioni, fu cacciata con la
conseguenza di non poter più trovare lavoro e guadagnarsi il pane. Un pover’uomo, che aveva un banco
al mercato, si trovava ogni giorno il prete della parrocchia a passeggiare avanti e indietro davanti al
banco, e ad ammonire i clienti a non comperare dall’eretico scomunicato, finché fu costretto a
emigrare. Più di una volta negli anni seguenti i tentativi a Vicenza produssero gli stessi risultati, ma
finalmente ora abbiamo anche là dei locali dignitosi, di proprietà della Missione. Il lavoro sta mettendo
radici e si espande verso i villaggi vicini.
Milano Padova Ragghianti
Nuovi italiani entrarono al servizio della Chiesa. Giacomo Roland, per circa venti anni pastore
della nostra Chiesa a Bologna, veniva dalle valli Valdesi. Gaetano Zocco, laureato in Medicina in
un’ Università italiana, assistendo ad un culto evangelico a Napoli aveva trovato la verità in Gesù;
iniziò il suo lungo, intelligente e fedele ministero durante il periodo di Piggott a Padova. Anche
Alberigo Bossi, giovane studente in legge, alunno di una classe di studio biblico a Milano, divenne
pastore, con ammirevole vocazione. Suo figlio Luigi più tardi divenne pastore a Milano. Forse il più
importante ingresso nella Missione di allora fu in collegamento con il lavoro di Jones a Napoli. Nella
recente guerra di indipendenza sacerdoti-oratori avevano avuto un ruolo importante. Roma e il nord
avevano avuto Alessandro Gavazzi e Ugo Bassi, entrambi nomi storici. Nel sud il patriota oratore era
stato Salvatore Ragghianti, meglio conosciuto come Padre Gabriele da Viareggio. Come
predicatore aveva attirato folle entusiaste. Durante la lotta nazionale portava la camicia rossa di
Garibaldi, e così vestito aveva arringato folle plaudenti nelle piazze e nelle chiese, conferendo in tal
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modo al movimento politico una sorta di consacrazione religiosa. Dopo il tonfo della causa nazionale
con, nobiltà d’animo si era ritirato dalla vita pubblica, ed essendo stato scomunicato dalla Chiesa
Romana, si guadagnava una magra sopravvivenza come correttore di bozze in una stamperia. Jones lo
trovò, lo guidò alla piena luce della verità e lo accettò nei ranghi del nostro pastorato italiano. Fino a
quando le infermità non glielo impedirono, con la sua autorevolezza e il suo autentico dono di oratore,
rese un importante servizio a Napoli, specialmente dopo la costruzione della nuova chiesa.
Durante gli anni 1870 il consolidamento e l’espansione del lavoro a Napoli continuarono e nelle
Minute della Società Metodista fecero la loro comparsa nuove stazioni. Capri, Santa Maria ( più
conosciuta con il suo nome precedente, Capua) e Brindisi nel continente; Palermo, Messina e
Siracusa in Sicilia. In ciascuna di queste città i nostri operai iniziarono un proficuo lavoro.
Jones riunì attorno a sé un gruppo di uomini capaci. Abbiamo già ricordato alcuni dei primi. Altri si
aggiunsero più tardi come Pietro Taglialatela e Ferdinando Reali, entrambi professori di italiano in
scuole superiori prima di unirsi ai nostri. Il primo era una persona straordinaria, per originalità di
pensiero e vigore oratorio. Più tardi passò sotto la Chiesa Metodista Episcopale Americana. E’
ancora vivente, un rispettato veterano. Nomi degni di nota furono anche quelli di De Santis, Carile,
Saverio Fera e Giacomo Manocchi, gli ultimi due ancora sulla breccia, alla testa di chiese importanti,
uno a Firenze e l’altro a Palermo. Per opera di questi evangelisti la Buona Novella fu portata fin sulle
montagne di Abruzzo, con centro a L’Aquila, ai piedi del Gran Sasso, e nel cuore della Calabria
irradiandosi poi dal capoluogo di Cosenza, e attraverso lo stretto fino in Sicilia.
Importante fu anche l’opera che Jones rese alla Missione in tema di inni sacri. Dotato lui stesso di
buona voce e ottimo orecchio, si era per caso imbattuto in due aiutanti ben qualificati in materia.
Michele De Petoro, poeta, tradusse con abilità in melodioso italiano i testi degli inni del nostro
innario Metodista. In un certo Festa, insegnante di canto da lungo tempo residente a Napoli e addetto
all’armonium nelle nostre sale di preghiera, Jones scoprì il dono particolare di unire quegli inni ad arie
originali italiane. Il contributo di Jones all’innologia evangelica in Italia non può essere trascurato.
L’innario di Jones apparve poco prima dell’occupazione di Roma nel 1870 e accompagnò la nostra
opera di evangelizzazione in tutto il paese. Benché simili pubblicazioni, dopo di allora, vennero alla
luce da parte Valdese, il contributo nel campo musicale di Jones é e sarà insostituibile, per noi e per le
altre Missioni.
All’inizio del decennio (1870) il numero dei membri dei due Distretti era di 471 nel nord e di 165
al sud; alla fine del decennio i numeri erano rispettivamente 789 e 585, e molte erano le persone in
prova, in attesa di divenire membri effettivi. Questo era il notevole risultato di dieci anni di lavoro, in
un paese, non dimentichiamolo, sede della Chiesa Romana. Enorme fu lo spirito di consacrazione al
servizio di Cristo di coloro che avevano sperimentato in se stessi la verità della semplice fede che
avevano accettato. Henry Piggott rivela nella sua personalità uno spirito alla ricerca dei segni più
espliciti della potenza di Dio nell’animo degli uomini, e nelle sue Memorie dice al proposito:
Rileggendo ciò che ho scritto, emerge la grande lacuna spirituale che ho sempre avvertito, con grande
umiliazione di fronte e Dio, esistere nella nostra Missione in Italia. Temo che essa sia presente, in
generale, anche in tutto il lavoro di evangelizzazione in Italia, non solo nel nostro. Alludo all’assenza di
quei momenti di risveglio religioso e di speciale effusione dello Spirito di Dio, che invece si riscontra
nella storia di altre Missioni, fuori dall’Italia. Sembrerebbe quasi che in Italia il giorno di Pentecoste non
sia mai del tutto arrivato. Una spiegazione parziale forse può essere che i convertiti si credono già
cristiani, convinti di avere avuto “una certa confidenza con Dio” attraverso i riti della Chiesa Cattolica
Romana, prima di respingere i suoi errori e abbracciare la fede più spirituale del Vangelo. I migliori fra loro,
specialmente fra i nostri pastori e evangelisti, conducono una vita morale ancora influenzata dal peso
della loro fede precedente. E’ sicuro che il senso della penitenza, della profonda e dolorosa condizione
del peccato sono esperienze poco visibili nelle nostre Chiese. In questa descrizione di eventi la ricerca
delle cause sarebbe fuori posto, ma sarebbe bene tenerlo presente.
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Il Metodismo a Roma e Napoli
Probabilmente l’evento più importante di quel decennio fu la costruzione a Roma e a Napoli di
due templi spaziosi e funzionali, resa possibile dalla munificenza dei signori Thomas Fernley e James
Heald. La chiesa di Napoli fu aperta nel 1874, quella di Roma nel 1877. Questi due edifici, posti al
centro delle città, dettero alla nostra Chiesa Metodista un senso di stabilità, e un’occasione di ulteriore
sviluppo che generò splendidi frutti negli anni seguenti. Ricordando l’aggiunta di questi due edifici
della Missione Italiana abbiamo in qualche modo anticipato l’ordine degli eventi, e per descrivere lo
stato della Missione ricorriamo di nuovo alle Memorie di Piggott
Nel 1870 si compì l’ultimo atto del grande, provvidenziale dramma dell’unificazione dell’ Italia. Nel
1861, all’apertura del primo Parlamento a Torino, Camillo Cavour, con un colpo da maestro, allo scopo di
mitigare prevedibili gelosie delle ex capitali, fece votare dall’Assemblea, per acclamazione, Roma
capitale della futura Italia unita. Quella proclamazione sembrava, in quel momento, semplicemente una
fuga in avanti, un pronostico ben augurante.
Tutti i negoziati con il Vaticano erano infatti naufragati di fronte al muro della politica dei gesuiti, prudente
sì, ma incline al rifiuto di ogni compromesso: mollare un centimetro equivaleva a mollare tutto. Le truppe
francesi occupavano Roma, controllate dal piuttosto traballante trono di Napoleone III.
Un tentativo era stato fatto nel 1867 quando, con la decisione di trasferire la Capitale a Firenze, fu preso
l’impegno che lì restasse, e in cambio l’Imperatore francese promise di ritirarsi ( da Roma ndt). Ma il
frettoloso e intempestivo attacco di Garibaldi ai territori della chiesa spinse le truppe, che già stavano
imbarcandosi, a ritornare sui loro passi e ne seguì il disastro di Mentana.
La situazione sembrava più che mai senza speranza. Il Primo Ministro francese gridò alla Camera dei
Deputati il suo celebra “ Jamais- Giammai!” .
Pio IX convocò a Roma oltre trecento vescovi che proclamarono il potere temporale come “indispensabile”
alla supremazia religiosa del Pontefice, una posizione quasi vicina al dogma dell’infallibilità. Poi nel
1869-70 ci fu il grande Concilio Ecumenico, e con esso la nemesi divina.
Il giorno in cui, da una finestra di S. Pietro, la cui luce doveva battere sulla fronte papale, ma fu
sfortunatamente oscurata da una nuvola temporalesca, Papa Pio IX proclamò il nuovo dogma ( triste
confusione in termini) dell’infallibilità Papale, proprio in quel giorno fu dichiarata la guerra fra Germania e
Francia, che segnò la fine del potere temporale papalino.
Dopo i disastri di Worth e Metz le truppe Francesi, di necessità, lasciarono Roma: il 20 settembre gli
Italiani entrarono, fra l’esultanza di tutti i Romani, attraverso la breccia di Porta Pia.
Si narra che un carretto carico di Bibbie, tirato da un cane Terranova e guidato da un colportore della
Società Biblica, attraversò le mura sbrecciate al seguito delle truppe, simbolica alba di una nova era per la
città e per i territori del Papa.
Il pioniere della Missione Metodista nella capitale emancipata fu Francesco Sciarelli. Fu colà trasferito
da Napoli nel 1971, e cominciò subito il lavoro. La sala di preghiera era situata al piano terra di un edificio,
non troppo spaziosa, in una via secondaria ma in posizione centrale, via Barbera. La predicazione
infuocata di Sciarelli presto rese la sala troppo piccola, e quando visitai Roma più tardi nel corso dell’anno
( essendomi trovato in Inghilterra durante i memorabili giorni dell’entrata degli Italiani) trovai un nucleo di
25 membri in attesa della riunione della classe, pronti a versare la loro monetina settimanale e in
adorazione della dottrina di Cristo in cammino.
Quella sala fu presto resa famosa da due eventi. Uno fu l’esplosione di una bomba messa alla porta,
una domenica prima della fine del culto. Per fortuna nessuno fu ferito, ma la porta e il telaio andarono in
pezzi perché l’ordigno era di ferro e se avesse colto le persone al momento dell’uscita , come senza
dubbio era l’intenzione del miscredente che l’aveva collocato, le conseguenza avrebbero potuto essere
gravi. Gli autori dell’ attentato omicida non furono mai scoperti.
L’altro evento fu forse unico nella storia del Papato. Sciarelli aveva annunciato una conferenza sul tema
del preteso episcopato di S.Pietro su Roma. Tre noti preti romani, uomini di cultura e per nulla illiberali,
fecero la loro comparsa nella sala di preghiera e sfidarono l’oratore ad una pubblico dibattito sullo stesso
tema. La vittoria sembrava a loro così sicura, che non solo avevano ottenuto il permesso dal Vaticano per
il dibattito, ma era stato previsto ogni mezzo finanziario per assicurare all’evento solennità e massima
pubblicità. Presiedevano da parte papale il Principe Chigi, cerimoniere del Conclave, e il grande avvocato
conosciuto come “l’avvocato del diavolo” la cui funzione è quella di confutare tutte le affermazioni
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favorevoli ai candidati alla canonizzazione. Per parte protestante presiedevano il Rev. Dr. Philip e io
stesso. Il luogo scelto era la grande sala di una celebre accademia. L’ingresso era ad invito, 150 posti per
ogni parte. Erano previsti due stenografi per parte, e che la cronaca avrebbe dovuto essere pubblicata,
con attestato della sua esattezza controfirmato da tutti i presidenti. La discussione durò due sere; tutti i
posti della parte papale erano occupati, escluso il gentil sesso, invece ben rappresentato fra i protestanti.
Gli oratori da parte cattolica erano i tre sfidanti; da parte protestante erano Sciarelli, il pastore Ribet della
Chiesa Valdese e Alessandro Gavazzi.
In quanto ai risultati, occorre tenere presente i fatti seguenti. Un’edizione del resoconto doveva essere
pubblicata da ciascuna delle parti; ma mentre quella protestante era stata venduta dagli strilloni in tutta la
città, non una copia dell’edizione cattolica fu vista in giro né nei chioschi né nelle vetrine. Invece uscì
un’ordinanza del vaticano che proibiva per sempre una simile discussione.4
Nella primavera del 1872 il quartier generale della Missione fu trasferito definitivamente da Padova
a Roma. Seguirono anni di considerevole espansione, sia al nord che al sud.
Uno degli esempi più importanti di successo fu quello di Spezia, il grande arsenale militare d’Italia. Nel
suo bel golfo potevano attraccare tutte le navi militari del mondo; tuttavia si dice che la più potente
corazzata non avrebbe potuto presentarsi in porto con intenzioni ostili, senza essere ridotta in pezzi. Gli
operai e gli impiegati dell’arsenale erano migliaia, provenivano da ogni parte d’Italia e avevano tagliato i
loro vecchi legami parrocchiali senza averne fatti di nuovi.
Spezia si presentava come un campo vasto e importante, quasi del tutto aperto alla semina. All’inizio della
nostra Missione a Spezia, allora non più grande di un quarto dell’ odierna dimensione, conquistammo un
bel gruppo di cristiani evangelici, provenienti da una delle comunità dei Fratelli. Fu aperta una piccola
scuola diurna con un solo insegnante, ma la richiesta di avere un’ istruzione che desse garanzie di
moralità, e che non fosse sotto il dominio papalino, era così grande che presto fu necessario allargare
l’attività.
Le scuole furono dotate di personale adeguato ad una qualificata istruzione primaria indirizzata a ragazzi e
ragazze. All’inizio avevamo dei locali in affitto; poi nei primi anni settanta, grazie alla generosità del
Comitato, l’ istituto accoglieva circa trecento alunni in un edificio di nostra proprietà ed in ottima posizione
centrale. Le nostre scuole a Spezia furono per lunghi anni, e lo sono tuttora, senza rivali fra le scuole
elementari evangeliche in Italia. Crebbero costantemente, fin ad oggi, per numero di studenti, per
efficienza e per autorevolezza morale e religiosa. Aspetto non secondario, furono in grado di crescere
autofinanziandosi. Sarebbe difficile sminuire la quantità di frutti che per circa due generazioni hanno
prodotto, fra le varie classi sociali di questo importante centro marinaro. Un importante riconoscimento da
parte degli ispettori scolastici Governativi fu la concessione ai nostri pastori della decorazione di Cavaliere
della Corona per i servizi resi nell’ educazione.
Fra il 1870 e il 1880 il numero dei membri di Chiesa a La Spezia crebbe da 30 a 93.
Missione di Cappellini fra i soldati
Un’ altra importante opera, che si sviluppò in collegamento con le nostre Missioni durante quei
primi anni romani, fu quella fra i militari italiani, guidata da Luigi Cappellini. La ricordiamo ora
perché anche Cappellini era di Spezia. La sua conversione avvenne nell’esercito durante gli anni
sessanta. Si racconta che, in servizio sui bastioni di una fortezza italiana, una folata di vento portò ai
suoi piedi alcune pagine strappate dei Vangeli. Questo primo sorso dalla coppa di vita gli indusse sete
di sapere di più. Trovò un colportore, si procurò una copia delle Scritture, lesse, meditò, incontrò il suo
Salvatore, e da allora decise di dedicare la sua vita al servizio di Cristo fra i sui compagni d’arme. Si
racconta che, a caccia di briganti che allora infestavano il sud, ogni mattina prima di partire per questo
pericoloso servizio, usasse raccogliere la sua compagnia per una lettura della Parola e recitare una
preghiera.
4
Per approfondire O. Zamparini Appendice- H.J. Piggott Vita e lettere Ed. Claudiana 2000
15
Durante la guerra del 1866, la sua quasi miracolosa guarigione dal colera accrebbe in lui la
convinzione di una vocazione divina. Alla fine del servizio militare egli fece ritorno a Spezia, e fra la
guarnigione iniziò quella missione che doveva diventare lo scopo della sua vita. Per alcuni mesi fu
studente a Padova con H. Piggott, ed ogni sabato mattina riusciva a entrare nella sala di preghiera alla
testa di un piccolo gruppo di militari “ pescati” dalla locale guarnigione.
Alla liberazione di Roma, subito vi si trasferì, interamente “ a sue spese”. Terminati i soldi, trovò
aiuto in un pastore Anglicano, poi in L. Vernon, della Chiesa Metodista Episcopale Americana.
Arrivato a Roma, H. Piggott lo trovò in una sala vicino al Campidoglio, dove teneva una classe
metodista serale per sottoufficiali e la domenica guidava una comunità da cinquanta sessanta persone.
Presto cominciò il lavoro in seno alla nostra Missione e lo svolse fino alla sua morte. I numeri dei suoi
soldati convertiti non furono mai registrati nelle statistiche dei membri di chiesa, ma Cappellini fu uno
dei nostri pastori riconosciuti, soggetto alle nostre discipline, membro del nostro Sinodo. I culti e le
attività della nostra Missione fra i soldati furono sempre svolte nei nostri locali.
Un dettaglio rende l’idea del significato del lavoro di Cappellini in termini di difficoltà, di dimensioni e
di risultati. Nei suoi venticinque anni di lavoro fra i militari, la guarnigione romana, che era il suo
campo speciale d’azione, veniva rinnovata ogni anno, rimpiazzata da nuovi reggimenti. Eppure
all’inizio di ogni anno di attività, non appena la nuova guarnigione si era installata, Cappellini era
capace di radunare nei locali della Missione trenta quaranta uomini nuovi per la scuola serale, e nella
sala di culto c’erano sempre una cinquantina di persone radunate per la santa cena. Poi, uscendo in fila
dalla Chiesa, ciascuno riceveva una copia delle Scritture, dono di una signora Inglese, da portare con sé
al campo, o alla fortezza, o a casa, a seconda se la ferma continuava o si veniva congedati.
C’è da chiedersi com’era possibile che ogni anno, con il cambio della guarnigione, c’era subito un
nuovo gruppo di militari in Chiesa. La risposta sta nel duro lavoro svolto da Cappellini nei mesi estivi,
durante i quali questo infaticabile evangelista, ricevute informazioni segrete su quale reggimento
avrebbe fornito gli uomini alla guarnigione l’anno seguente, si metteva sulle loro tracce, insieme con
un colportore, distribuendo porzioni della Bibbia e opuscoli evangelici, generalmente nel corso delle
manovre o negli accampamenti. Sotto il sole cocente lui era sempre in attività: ogni soldato del
reggimento riceveva l’indirizzo della Missione insieme ad un appello a venire, a vedere, ad ascoltare
personalmente.
L’attività di Cappellini non fu il solo anello di collegamento con i soldati in Italia. Subito dopo l’arrivo
di Piggott a Milano, un giovane entrò al suo servizio come fattorino. Benché avesse solo quindici anni,
Gaetano Barbieri aveva già servito come volontario sotto Garibaldi ed aveva partecipato alla grande
battaglia del Volturno. Raccontava che quel giorno era stato il più giovane patriota in armi. In seguito
divenne evangelista, ma conservò sempre la camicia rossa indossandola nelle occasioni patriottiche.
Allo scoppio della guerra fra Austria e le potenze alleate ( Prussia e Italia) , nel 1866 si unì ai volontari
garibaldini come portantino, e assisté i numerosi soldati feriti o morenti nelle battaglie di quella breve
ma sanguinosa guerra. Fu determinante nella conversione del giovane sergente Gervasi, le cui
avventure nel disastro italiano in Etiopia, lo splendido servizio fra i minatori al lavoro per il traforo del
Sempione e la tragica fine, non saranno mai dimenticati.
Evangelizzazione nei piccoli paesi
16
Montorfano- Quarna-Intra
H. Piggott racconta dell’ “evangelizzazione nei piccoli paesi” facendo tre esempi, tipici di come il
lavoro si svolse verso la fine del 19° secolo.
Nella conca di un basso sperone di montagna delle Alpi, a meno di dieci chilometri a nord ovest del
Lago Maggiore, c’è un pugno di case che formano il piccolo borgo di Montorfano. Gli uomini del posto sono tutti
cavatori di granito, di cui è fatta la montagna circostante. Provengono da quella formazione granitica le colonne
del Pantheon, portate fino alla Roma di Augusto e, ai giorni nostri, le numerose colonne del magnifico interno e
della facciata di S.Paolo fuori le mura. Gli abitanti di Montorfano non erano più di duecento fra uomini, donne e
bambini. Avevano un’antica chiesa, dichiarata monumento nazionale sia per l’età che per la struttura di stile
Gotico-Normanno, una rarità nel sud dell’Europa. I nativi del villaggio dipendevano per le loro necessità
religiose dal prete del vicino villaggio di Mergozzo. Costui, per ragioni di denaro, non andava più a visitarli. Per
questo motivo, e per una qualche conoscenza della Bibbia acquisita in seguito alle visite di un colportore della
Società Biblica, gli uomini del villaggio scesero tutti ad Intra, dove iniziarono a frequentare i culti evangelici.
Alcuni di loro erano, come si direbbe in Inghilterra “custodi della chiesa” e credevano di avere il diritto di
disporre della loro chiesa, ormai non più in uso. Il sindaco di Mergozzo, sotto la cui giurisdizione cadevano, era
al momento di simpatie largamente liberali. In conclusione ci fu una visita ufficiale del presidente del Distretto a
Montorfano, che incontrò sindaco e custodi della chiesa. Il pastore di Intra, fra le acclamazioni dell’intero
villaggio, ricevette il formale affidamento dell’antico edificio per l’uso e gli scopi del culto evangelico.
Per tre anni fu usato quell’edificio, un evangelista fu assegnato al villaggio, fu aperta una scuola diurna e una
domenicale, e con due sole eccezioni tutti gli abitanti si dichiararono evangelici protestanti . Dopo tre anni fu
nominato un nuovo vescovo della Diocesi di Novara, che comprendeva anche Montorfano. Era di nobile
famiglia, ricco e fin dall’inizio determinato a strappare l’edificio dalle mani degli eretici. Ne seguirono lunghe e
aspre battaglie legali. Nel processo di primo grado vincemmo noi la causa, ma nel frattempo il sindaco liberale,
minacciato, era passato dall’altra parte e in Corte d’Appello, benché un pubblico imparziale applaudisse le
argomentazioni del nostro avvocato, una gloria del foro di Milano, l’influenza del Vescovo fece guadagnare agli
altri la vittoria. Indicativo dell’atteggiamento del nuovo governo italiano fu il fatto che il Ministro del Culto
Pubblico, malgrado l’ appello vescovile a lui rivolto in privato, rifiutò di intervenire, cosa che avrebbe potuto
correttamente fare, poiché la questione riguardava un edificio dichiarato monumento pubblico, e quindi di
proprietà dello Stato. Fu però una vittoria sterile. Il Vescovo riportò a sé l’edificio di pietre e mattoni, ma non i
fedeli. Quando i fatti vennero alla luce, suscitarono una tale ondata di solidarietà verso i protestanti, che fu eretto
un nuovo tempio, nello stile dell’antica struttura, senza fare debiti, e senza che costasse un centesimo alla
Società Missionaria Metodista Wesleyana.
Quasi nello steso tempo, ed ugualmente interessante, è la storia della diffusione dell’Evangelo in un
altro villaggio Alpino chiamato Quarna, che si raggiunge attraverso un ripido sentiero dal vicino Lago d’Orta, non
lontano da Montorfano. Il figlio del mugnaio del villaggio era emigrato in America, dove si era convertito al
Evangelo di Cristo. Costretto da problemi di salute a ritornare a respirare l’aria nativa delle Alpi, una volta guarito
cominciò a predicare ai suoi compaesani le verità nelle quali la sua stessa anima aveva trovato vita e pace.
Una stanza del mulino fu riservata alla pratica religiosa del piccolo gruppo che si raccoglieva intorno a lui.
Ma si scatenò una violenta ondata di persecuzioni.
Arrivò l’estate, e il bestiame fu condotto verso pascoli migliori, in alto sulla montagna. Fra coloro che curavano il
bestiame c’ era una giovane donna che aveva abbracciato l’Evangelo. Fu boicottata durante tutta l’estate:
nessuno le parlava, nessuno le dava una mano. Nel villaggio il prete esortava i parrocchiani a non mandare i
loro cereali a macinare al molino degli eretici. Si disse che l’acqua che faceva girare la ruota era avvelenata, e
che avrebbe contaminato la loro farina. Per una singolare coincidenza, tutti i corsi d’acqua del villaggio si
disseccarono e l’alternativa era il mulino degli eretici o niente altro. La farina perfettamente sana che il molino
produceva fece dimenticare gli anatemi del prete, mentre la solidità di fede dei convertiti, compresa la povera
ragazza boicottata, mutò in loro favore il sentimento popolare.
Tutti i fatti finora raccontati si erano svolti senza alcuna comunicazione con il modo esterno, quando un
colportore della Società Biblica, nel corso delle sue peregrinazioni comparve a Quarna. Fu grande la gioia dei
semplici credenti del villaggio nell’apprendere che non lontano esistevano dei fratelli nella fede. Tutte le Bibbie
del colportore furono distribuite e ogni abitante del piccolo villaggio ebbe una copia del Nuovo Testamento. Poi
ci furono le visite del pastore di Intra, seguita da quella del presidente del Distretto. La piccola chiesa di
montagna é ancora oggi una comunità periferica della Missione Wesleyana.
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Piggott parla nelle sue Memorie di ulteriori sviluppi della Missione:
La Casa e l’Orfanotrofio di Intra, un’attività molto importante della Missione, sorsero all’inizio degli
anni ottanta. L’occasione che mise insieme il primo piccolo gruppo di bambini, mette in evidenza certe
caratteristiche interessanti del nostro lavoro. Alcune famiglie, che avevano abbracciato l’evangelo, erano sparse
in villaggi alpini sperduti a nord di Intra. I padri erano assenti per lunghi mesi della stagione estiva poiché
lavoravano in Svizzera, dove erano ricercati, come lo sono gli italiani in tutto il mondo, per la costruzione di
ferrovie e opere simili. Le madri dovevano accudire il bestiame e allo stesso tempo coltivare i piccoli
appezzamenti di terreno della famiglia, spesso a grande distanza dalla loro casa. La custodia dei figli durante le
assenze di entrambi i genitori era un grosso problema. C’era qualche suora che avrebbe potuto prendersi cura
di loro, ma questo avrebbe significato l’inevitabile ribattesimo cattolico, con la conseguenza che l’ influenza
negativa della chiesa sui bambini non si sarebbe mai allentata.
Accadeva non di rado che i bambini erano lasciati per ore legati a qualche mobile per tenerli lontani dai pericoli.
Per risolvere questi casi un primo gruppetto di bambini fu riunito nella casa di un evangelista abitante a Villa
d’Ossola, ai piedi dei sentieri che salgono a quei villaggi di montagna. Una volta aperta, vi furono appelli perché
la casa fosse disponibile anche per gli orfani di famiglie evangeliche povere, che avevano lo stesso bisogno di
cura e correvano gli stessi pericoli, e questo sembrò un segno di provvidenza.
Da questo germe crebbe l’attuale Orfanatrofio di Intra, con i suoi locali spaziosi, scuole diurne, laboratori, e la
chiesa adiacente; dà alloggio ed istruzione a più di cinquanta bambini incluse le femmine. L’istituzione è stata di
grande utilità nel soccorso e nella preparazione ad una vita libera da condizionamenti, a beneficio degli orfani
bisognosi di famiglie evangeliche, non solo della nostra Chiesa, ma anche di altre comunità evangeliche italiane,
e questo per un periodo di più di trenta anni.
A proposito dei locali della nostra Missione di Intra, è opportuno ricordare che, in quegli anni, si cercava
se possibile di lavorare in edifici di nostra proprietà anche in altri centri. Nulla era infatti più nocivo al lavoro
evangelistico in Italia, e immagino che questo valga anche per altri paesi, che l’essere obbligati a dipendere da
locali presi in affitto. Spesso non era possibile affittare che un negozio, senza illuminazione salvo che
dall’ ingresso. Sovente la comunità era scacciata di strada in strada, secondo il capriccio delle mogli del
proprietario, istigate dal prete, finché si trovava rifugio in qualche solaio o in una stradina solitaria; capitava
anche che gli evangelici, come era già avvenuto, venivano banditi da tutta una città. Fu cosa grande che, oltre
agli insediamenti a Roma, Napoli, Intra e altri di cui si è già detto, fin dall’inizio della sua storia la Missione abbia
potuto acquistare i suoi locali anche ad Omegna, sul Lago d’Orta, a Cremona e a Piacenza nel nord, a
L’Aquila e a Caserta nel sud, le ultime quattro capoluoghi di provincia, ed anche in due o tre paesini nei quali il
lavoro aveva messo radici.
Pontificato di Leone XIII
Nelle Memorie di H. Piggott troviamo un lungo e utile racconto del pontificato di Papa Leone XIII.
Di questo le nostre pagine daranno una versione completa, per fare luce non solo sulla politica del
Vaticano negli ultimi anni del secolo, ma anche, e di conseguenza, sulle condizioni nelle quali le
Chiese evangeliche in Italia erano costrette a lavorare:
Nel 1878 morì Papa Pio IX e gli successe al pontificato Leone XIII. L’evento segnò l’inizio di una nuova
era nella storia moderna del Papato, ed ebbe notevole influenza indiretta sull’evangelizzazione in Italia.
Pio IX non era un diplomatico e lasciò il Papato in conflitto con quasi tutte le potenze politiche dell’Occidente.
Questo era dovuto in larga misura alla sua reazione interiore contro il liberalismo, nella cui scia era stato attratto
nei primi anni del suo pontificato, con disastrose conseguenze per lui stesso e per la Chiesa di cui era il capo.
In Germania infuriava il Kulturkampf . La Francia, la Gran Bretagna ed anche l’Irlanda, gli Stati Uniti, le bigotte
Spagna e Portogallo erano tutte, per qualche motivo o l’altro, ritenuta da Pio IX nazioni colpevoli e come tali
venivano da lui trattate.
Fin dal tempo in cui la chiesa cattolica aveva risollevato la testa, dopo i colpi inferti dalla Riforma, mai il Papato
aveva occupato un posto così basso nel rango delle potenze politiche Occidentali.
La frattura con l’Italia era ancora aperta e minacciosa. Pio IX non avrebbe mai perdonato alla Nuova Nazione
l’usurpazione dei suoi territori, la sua deposizione come re e l’umiliazione personale. E la Nuova Nazione non
poteva perdonargli la tirannia reazionaria delle sue ultime leggi, la sua sottomissione all’ intransigente politica
gesuita, il suo rifugiarsi dietro la protezione omicida degli chassepots. La sua fede fanatica nella propria
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infallibilità, subdolamente inculcata in lui dai suoi maestri gesuiti, lo portarono all’adozione di misure all’interno
della Chiesa tali da indurre in imbarazzo e costernazione personaggi fedeli ma moderati come Dupanloup e
Newman.
L’ascesa al soglio pontificio di Leone XIII portò non minore scompiglio nello scenario papalino. Pare che Pio IX
avesse previsto delle conseguenze se la scelta del Conclave fosse cauta sul Cardinal Pecci. Questo spiega la
misura che Pio IX adottò prima della morte, nominando il Cardinal Pecci a un ufficio che, per tradizione, ne
avrebbe escluso la sua elezione al pontificato.
Comunque sia, le eccellenti qualità dell’uomo lo rendevano così adeguato alla carica, da superare quell’arbitraria
esclusione, e, quasi senza rivali, il voto di un Conclave insolitamente rapido elevò al soglio vacante Gioacchino
Pecci, vescovo di Perugia.
Le sue doti di carattere e la sua esperienza erano l’opposto di quelle di Pio IX. Agli esordi della sua carriera
ecclesiastica era stato nunzio papale a Bruxelles, e per alcuni anni in quel centro di diplomazia europea aveva
acquisito familiarità con il mondo politico e con le sue sottigliezze tattiche, esperienze che avrebbe utilizzato a
beneficio delle relazioni diplomatiche della chiesa. I suoi gusti e la sua cultura classica lo aiutarono a godere di
un ampio respiro di cui Pio IX era privo. La sua diocesi, Perugia, una delle più estese in Italia, lambiva Roma ad
un’ estremità e all’altra le provincie che la rivoluzione aveva strappato a Roma.
In questa difficile posizione si era guadagnato un vasta reputazione, sia nello stato pontificio che in quello
italiano, di persona dotata di tatto e moderazione e, più per congettura che per altro, di tendenze favorevoli al
liberalismo.
Il nuovo Pontefice si sbarazzò presto dell’eredità di attriti e contrasti con il mondo esterno che gli aveva lasciato
il predecessore. Il suo primo atto fu di aprire un canale di comunicazione con Bismark che portò in breve al
superamento della Kulturkampf, una vittoria della silenziosa tattica del pontefice sull’ autocrazia esuberante del
Cancelliere. Una dopo l’altra le controversie con le altre potenze furono appianate; anche alla Francia realista fu
imposta la sottomissione ai “poteri reali”. Il risultato per il papato fu di recuperare prestigio e autorità nella
diplomazia politica Occidentale, compensando più che ampiamente la perdita della sovranità territoriale. E’ però
difficile dire a quale risultato tutto questo avrebbe potuto portare nelle relazioni fra Leone XIII e l’Italia.
Al termine del suo primo anno di pontificato ci fu una grave esplosione di indignazione popolare da parte
della Roma anticlericale, cosa che cambiò l’atteggiamento del Papa, fino ad allora favorevole verso la nuova
Italia, mutandolo in amara e ostinata contrarietà. In occasione del solenne trasferimento notturno delle spoglie di
Pio IX, dopo i tradizionali dodici mesi di permanenza a S. Pietro, verso il luogo di sepoltura permanente che si
era scelto nella Chiesa di S. Lorenzo, la numerosa componente anticlericale della popolazione romana scoppiò
in rivolta. Era stata preceduta per la verità da sciocche provocazioni dei clericali, ma le urla e le scene di
violenza che accompagnarono la processione lungo tutto il tragitto furono una disonore per la città e tutta la
nazione. Non é peraltro possibile assolvere il Governo per una poco lodevole mancata prevenzione. La scena
vergognosa sembrò aver ferito profondamente l’ animo di Leone XII ed egli non la perdonò mai. Il suo
atteggiamento verso il nuovo Stato cambiò da quella notte. Da quel momento in poi sembrò che egli ricercasse
l’elevazione dell’ autorità e del prestigio del papato presso le altre nazioni, allo scopo di isolare l’Italia, fino a
sottometterla alle sue condizioni.
Questa nuova politica del Papa ebbe un notevole effetto sul paese, inteso come campo di lavoro della
testimonianza evangelica protestante. Il recupero di prestigio e di autorità del Papa nei consessi del mondo
Occidentale non avrebbero potuto che avere forte influenza nella stessa Italia. La Chiesa Cattolica cominciò a
riaffermare se stessa, mobilitò immense forze e si risollevò dai colpi della rivoluzione che l’avevano fatta
vacillare. I governanti italiani ne dovettero tenere conto, e si fecero più concilianti e più attenti a non offendere.
Qualcosa dello spirito che aveva animato l’inizio del vecchio Stato Piemontese, la Magna Carta della nuova
Italia, ritornò alla luce: “ la Religione Cattolica Romana è la religione dello Stato; tutte le altre religioni
sono tollerate”. Il cambiamento fu avvertito dai nostri operai nel campo di lavoro, anche da coloro che si
rifiutavano di ammetterlo. La possibilità di un’ Italia riformata, di una rivoluzione nella sfera religiosa parallela a
quella politica, che nei primi tempi si respirava nell’aria, ora sembrava un’ assurdità.
Noi operai de lavoro evangelistico ce ne rendemmo conto e avemmo conferma che avevamo a che fare con
un’istituzione formidabile, per secoli radicata nelle tradizioni e nella abitudini, nel pensiero e nella pratica
religiosa, le cui dottrine e dogmi erano stati tessuti da tempi immemorabili. La chiesa romana era oggetto di
orgoglio nazionale per l’immagine che dava dell’Italia nel mondo, anche presso coloro che non credevano in
quelle dottrine e in qui dogmi. Abbiamo compreso infine che la nostra vocazione e le nostre speranze non
sarebbero riuscite a riprodurre qui la rivoluzione religiosa del sedicesimo secolo, e che i risultati ottenuti
sarebbero stati modesti e molto, molto lenti a venire.
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In queste condizioni, il lavoro futuro si è delineato ai nostri occhi su due linee: la prima, creare in Italia
piccoli centri di vita cristiana, vere comunità di poche persone, piccole fiaccole di luce pura e viva, sparse per
tutto il paese ma sufficientemente numerose per soddisfare i bisogni spirituali di ogni anima che, non potendo
più trovare soddisfazione nella chiesa del paese, avrebbe potuto trovare una personale comunione cristiana in
un’altra chiesa; la seconda, irradiare lampi di luce nell’oscurità, incoraggiare la ricerca religiosa, indebolire le
superstizioni, scuotere le false sicurezze, far leggere alle persone le semplici verità del Vangelo e metterle in
pratica nelle proprie vite, nella speranza che, con i tempi e con i modi di Dio, la coscienza nazionale si risvegli e
che la Chiesa Cattolica Romana, soprattutto in Italia, possa essere messa di fronte a due alternative, riformarsi
dall’interno oppure andare incontro ad un nuovo grande scisma nazionale.
Le considerazioni sopra descritte spiegano perché, negli anni che seguirono, il lavoro fu di consolidamento e di
occasionale espansione di centri già esistenti, piuttosto che di apertura di nuovi centri.
Riorganizzazione
Piggott e Jones in pensione
Henry Piggott aveva sostenuto tutto il peso del lavoro nell’Italia del nord senza l’aiuto di alcun
collega inglese. E’vero che Robert Foster fu inviato come suo assistente, ma rimase in Italia solo
quattro anni, due a Roma e due a Firenze, e quasi al termine del secondo periodo fu richiamato in
Inghilterra, poiché il Comitato Missionario era nell’impossibilità di finanziare il suo lavoro in carico
alla Missione Italiana. Così il peso, appena alleggerito dalle spalle di H. Piggott, gravò di nuovo tutto
su di lui. I quattro anni del servizio di Robert Foster in Italia vanno dal 1877 al 1881. Piggott si era
detto pronto a ritirarsi di fronte alla necessità imperativa di risparmiare, e sarebbe stato contento di
lasciare la sovrintendenza a Foster: non solo i suoi colleghi in Italia e in Inghilterra lo esortarono a non
farlo, ma Foster stesso rifiutò decisamente di assumere la sovrintendenza.
William Burgess
Nel 1894 e di nuovo nel 1901 i Distretti italiani ricevettero la visita del Rev. F.W. Macdonald,
Segretario in carica della Missione per l’Europa, e in entrambe le occasioni i due Distretti furono
rappresentati come Sinodo Unito. Le condizioni di vita e di lavoro nell’estremo nord erano ben
differenti da quelle di Sicilia e Calabria, ma i pastori italiani non erano in grado di concepire la forza di
un sistema di chiese riunite in un solo Distretto. Questo limitava fortemente il loro senso di
appartenenza, poiché lo scambio di esperienze fra di loro poteva avvenire all’interno del singolo
Distretto.
Il Segretario fu molto impressionato, non poteva essere altrimenti, dalla forza intellettuale del pastorato
locale e dalla loro devozione al Signore e alla Chiesa. La seconda di queste visite del Segretario segnò
una crisi nella storia della Chiesa Metodista in Italia. Macdonald era accompagnato in questa
occasione dal Tesoriere, Williamson Lamplough. La crisi nacque dal proposito di messa in
pensionamento dei due uomini, Piggott e Jones, che per quaranta anni avevano guidato i due Distretti.
Il Comitato pensava che sarebbe stato utile per il lavoro in Italia se venisse superata la divisone, ormai
di lunga data, in Distretti e che tutto il territorio dovesse essere posto sotto la responsabilità di un solo
presidente e Sovrintendente Generale.
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Naturalmente il successo di questo piano dipendeva dalla scelta della persona che avrebbe assunto la
carica, ed il Segretario aveva previsto un tempo sufficiente per fare la scelta giusta. Il Comitato chiese a
Piggott e a Jones di restare in carica per un altro anno.
Nel 1902 il Rev. William Burgess fu nominato Sovrintendente Generale in Italia. Burgess era stato
già amministratore dell’importante Distretto di Haidarabad in India ed era particolarmente adatto ad
assumere l’incarico per il quale era stato scelto. La sua capacità di organizzare un vasto Distretto, la sua
conoscenza della vita e degli uomini e la sua forte identità evangelica ne facevano la persona giusta al
servizio della Chiesa in Italia.
Così nel 1902 si concluse il lungo ed onorato ministero di Henry Piggott. presso il campo di lavoro
italiano
Sulla scena per quaranta anni, nei quali era stato pioniere del protestantesimo evangelico ed esperto
ministro, sotto la sua cura la Chiesa era continuamente cresciuta in forza e importanza.
Gli rimanevano ancora sedici anni di vita e di ininterrotta attività personale; in questo periodo mise con
totale lealtà al servizio del suo successore il tesoro delle sue conoscenze e della sua esperienza, ma era
tempo che un altro prendesse sulle spalle il carico che egli aveva portato senza vacillare per un tempo
così lungo.
Non è facile caratterizzare la sua opera, le parole comunemente usate in questi casi sembrano del tutto
insufficienti. L’insieme di doni che mise nel lavoro fu unico. Era un intellettuale ed un evangelista.
Aveva discernimento e immaginazione. Ebbe una visione larga ed aperta del mondo sorprendente che
aveva dinnanzi, la Chiesa Romana e lo Stato Italiano, e non fu privo di favorevole considerazione per
qualsiasi aspetto positivo sia dell’uno che dell’altro. Fu un Metodista molto fedele, un vero cattolico, e
non perse mai “ la fanciullezza in una mente larga”.
Ebbe il grande privilegio e la gioia di istruire e far crescere un corpo di pastori protestanti autoctono in
Italia, di alto profilo intellettuale e di totale devozione a Cristo, e per tutti loro fu padre e fratello.
Quando alla fine arrivò anche per lui l’ultima chiamata, come per tutti, passò direttamente dal servizio
sulla terra a qualunque altra forma di servizio attende coloro che, pur in una vita tanto piena di impegni,
sono riusciti a mantenere viva la loro comunione diretta con il Signore e Salvatore. Il suo monumento è
la testimonianza Protestante in Italia, una testimonianza per la quale tanto si spese per darle idea e
sostanza.
Unione delle Chiese
Abbiamo già parlato dei vari movimenti che portarono alla Chiesa Evangelica Libera d’Italia.
L’idea era lodevole: riunire tutte le comunità protestanti evangeliche in una sola Chiesa.
Questo non è ancora avvenuto; il tentativo fatto negli anni settanta era prematuro e invece di portare
all’unione provocò un’ulteriore divisone proprio in quella Chiesa Libera che più desiderava la
comunione. Parte delle comunità così divise si avvicinarono alle due Chiese Metodiste all’opera in
Italia, la Chiesa Episcopale Americana e quella Wesleyana.
Dopo qualche trattativa fu deciso che parte del lavoro fatta in passato dalla Chiesa Libera doveva
passare alla Chiesa Americana e parte alla Chiesa Metodista Inglese. Per liquidare alcuni debiti le
proprietà della Chiesa Evangelica Libera a Roma furono vendute e le due Chiese Metodiste si divisero
fra loro le stazioni rimanenti, con l’accordo che ognuna avrebbe dovuto restringersi, evitando
sovrapposizioni. In seguito all’ accordo i Metodisti Inglesi su ritrovarono a Firenze e Milano al nord, e
a Palermo in Sicilia, mentre si ritirarono da Bologna e Reggio. Assumendo la responsabilità di portare
avanti il lavoro nelle città prima nominate, i Wesleyani vennero in possesso di stabili di valore, per
l’uso del culto. La chiesa vivente ne uscì molto rafforzata con l’immissione di nuovi e validi operai. Per
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motivi legali la Chiesa Evangelica Libera mantenne la sua denominazione pubblica a Roma e a Firenze,
ma l’attività dei due pastori fu incorporata in quella della Chiesa Valdese.
Lo stesso anno si registrò un incremento di quasi 300 membri di chiesa, metà provenienti dalla Chiesa
Evangelica Libera e l’altra frutto di conversioni dalla Chiesa di Roma. Questo portò il totale a circa
2.000 membri in Italia
Sviluppi seguenti
Da quel momento il lavoro continuò a svilupparsi. Ogni anno si registrava un numero di nuovi
ingressi, sia in provenienza dalla chiesa romana, sia da altre classi della popolazione. Nel 1901 la
Missione pianse la perdita di due dei più anziani e più validi pastori Italiani, Giuseppe Moreno e
Alberigo Bossi, mentre un loro contemporaneo, Giacomo Roland, fu reso inabile a proseguire nel
servizio. Tutti furono impeccabili operai nel lavoro e la loro solida fedeltà, unita alle loro doti
intellettuali, furono di grande valore per la causa protestante in Italia.
Altri vennero a colmare i vuoti, giovani promettenti e di successo. Pochi campi di Missione hanno il
vantaggio dell’Italia in materia di reclutamento per il ministero.
Per fortuna, alla chiusura di questo rapporto, il lavoro ( 1913 N.d.T) del Rev. W. Burgess continua
ancora e sarà compito di qualche storico futuro renderne dettagliato conto.
E’ sufficiente dire qui che il suo lavoro è stato caratterizzato da larghezza di vedute, fermezza di
intenti e contagioso entusiasmo, caratteristiche che Burgess ha sempre messo a disposizione nel suo
compito, sia in India che in Italia. In una lettera privata egli fa un’ affermazione che può benissimo
essere la chiusura di questo rapporto:
L’Italia è un campo difficile. Le difficoltà che ho incontrato erano dieci volte maggiori di quello che ho
dovuto superare in India; ma allora ero giovane, avevo preferito lanciarmi in battaglia qui piuttosto che in un altro
posto. E’ qui che le vittorie della Croce contano di più per il bene del mondo, nei tempi a venire.
--------------------------------------------------------------------------------
TABELLE STATISTICHE
1867 1
Chiese ad altri luoghi di culto
1913
16
56
Missionari
2
2
Pastori Italiani
1
24
Membri
647
2756
Bambini Scuola Domenicale
179
1169
Bambini Scuola diurna
593
749
1 Le cifre dei membri di Chiesa in Italia compaiono per la prima volta questo anno
22
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