Guido Acquaviva, Il gelataio, olio, cm 70 x 50. Dalla Mostra “I colori dell’artigianato”.
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Collaboratori del 2° numero, anno 2005/06
Mario Alvisi - Emilio Baldini - Pinuccia Benelli Liberati - Elio Bianchi
Pietro Giovanni Biondi - Piero Bonaguri - Angelo Chiaretti
Giandomenico De Tommaso - Roberto Fambrini - David Giuliodori
Anna Mariotti Biondi - Franco Palma - Simona Palma Battistini
Raffaele Petrilli - Maddalena Santucci - Katia Savini
Progetto grafico e impaginazione
Anna Mariotti Biondi
Vita di Club
Anno lionistico 2005 – 2006
Numero 2
Rivista del Lions Club Rimini - Malatesta
SOMMARIO:
Incontri
Conferenze
Conviviali
Servizi
Viaggi
Curiosità
Novità
Ricordi
Arte
Musica
Poesia
Amicizia
Solidarietà
Mostre
Musei
Gastronomia
Posta
Attualità
Chiacchiere
Pensieri
Brevi
Lionismo
Anniversari
Ospiti
Atmosfere
Nostalgie
Progetti
4
La pagina del Presidente
Di Terra non ne fanno più: rispettiamola!
5
Posta
Riceviamo e pubblichiamo
6
Service
Giocare in corsia
7
Attualità
Brevi riflessioni
8
Rimini o cara!
Una specie a rischio
9
Cronache della storia
Donne in burka
16
Società
La leva militare
19
Solidarietà
Le banche del tempo
21
Viaggiando viaggiando
Omnia vincit amor
24
Lezioni di musica
Percorsi di musica e arte
28
Itinerari
Una gita a Masca
31
Meeting n. 4 (con inserto)
Il naufragio di un mondo
35
Rimini Malatestiana
La cassa di Isotta
39
Meeting n. 5
L’Aquisgrana picena
41
Intermeeting
Un amico di Melvin Jones
46
Curiosità
Aneddoti di Romagna
47
Mondo Lions
Tra il serio e il faceto
49
Rimini Arte
Neri da Rimini
51
Arte in Mostra
La via della seta da Xi’an a Treviso
55
Meeting n. 6
La voce della Radio
57
L’Europa di ieri
I Celti
60
Mondo Lions
Incontri e memorie
LA PAGINA DEL PRESIDENTE
di EMILIO BALDINI
Le sfide del nuovo millennio
DI TERRA NON NE
FANNO PIÙ:
RISPETTIAMOLA!
D
a sempre i Lions cercano di realizzare
attività di servizio che rispondono al
quadro dei bisogni dell’umanità,
come la fame, la povertà, la malattia, che sono
le grandi piaghe del consorzio umano. Per
essere sempre aperti al mondo del nostro
tempo, dobbiamo anche analizzare le nuove
sfide, ed essere presenti là dove si impongono
soluzioni ai problemi che emergono.
Pensiamo ai danni provocati da un uso non
corretto delle risorse naturali. Ecco perché
dobbiamo riflettere anche sulla salute
ambientale, per non dover assistere in un
futuro molto prossimo al declino del nostro
standard di vita, o peggio. L'effetto serra, i
mutamenti climatici sono dovuti anche
all'intervento umano. Dobbiamo chiederci: è
possibile tamponare le crisi ecologiche che
stiamo producendo? La distruzione dell'
habitat, l'utilizzo sbagliato del suolo, l'eccesso
di caccia, l'eccesso di pesca, l'accumulo di
sostanze tossiche, la carenza delle risorse
energetiche, l'esaurimento della capacità
fotosintetica della terra. Da più di
cinquant’anni gli scienziati cercano di farci
capire quali pericoli corriamo. Oggi il mondo
è più vulnerabile che in passato, perché con le
tecnologie che abbiamo a disposizione,
abbiamo un potenziale distruttivo spaventoso.
I padroni del pensiero, i potenti della terra
navigano a vista. I governi in genere tengono
presente solo gli obiettivi a breve termine,
sono interessati a risolvere i problemi
immediati, non quelli futuri. Le generazioni
del futuro non possono lamentarsi, protestare,
votare!
A tutti i Soci
Come Direttore Responsabile della nostra rivista “VITA DI CLUB” Vi comunico, con giusto
orgoglio, che la Giuria del premio per la miglior pubblicazione realizzata dai Lions Club italiani ha
segnalato, dopo il vincitore, la nostra rivista, quale miglior pubblicazione con la seguente
motivazione:
“la vita lionistica e gli avvenimenti del Club si sposano con articoli di storia e di arte
presentati in una veste tipografica di alto pregio in una rivista completa”.
Esprimo orgoglio e soddisfazione per il lavoro svolto che ha visto impegnati, accanto ai componenti
del Comitato di Redazione, tutti i Soci del Club e numerosi amici ed estimatori che, anche
dall’esterno, hanno contribuito con i loro articoli a questo successo.
Un particolare plauso all’amica Anna Mariotti Biondi cui va il merito del progetto grafico e
dell’impaginazione coordinando il lavoro di questa fantastica realizzazione.
A Voi tutti un cordiale saluto ed un invito a continuare a collaborare con entusiasmo e forte spirito
lionistico.
4
Vita di Club
SERVICE
di DAVID GIULIODORI
Service per il Reparto di Oncoematologia pediatrica
GIOCARE IN CORSIA
I
l Service è lo scopo dell’essere Lions e i
Lions sono sempre attenti alle esigenze
della società. La premessa è d’obbligo,
non perché ciò non sia noto, ma perché
questa è la gioia di ogni Lions e quando si
inizia, si sviluppa o si completa un Service
tutto il Club ne è felice. E noi, a Rimini,
presso il nostro ospedale, ne abbiamo iniziato
uno di grande importanza e motivazione,
voluto da me durante la mia presidenza e
continuato dall’attuale Presidente Emilio
Baldini. Il programma, di ampia durata,
prevede un impegno presso il reparto di
Oncoematologia Pediatrica, coordinato dal
prof. Vico Vecchi e coadiuvato dal dott.
Alberto Marsciani, per la costituzione della
sala di ricreazione destinata ai piccoli
degenti che sono costretti a passare gran parte
del loro tempo presso il reparto per le lunghe
sedute di chemio o per altre specifiche, ma
sempre pesanti, cure. L’idea parte da lontano
e i notevoli lavori di ristrutturazione del
reparto hanno un poco rallentato la sua
realizzazione, ma ciò non ha cancellato il
nostro impegno e la parola data, e la prima
“pietra” è stata posta. A questo punto bisogna
parlare del contributo dei Leo. Il Leo Club è
la struttura giovanile del Lions costituita da
giovani che iniziano, in misura ridotta, ad
avvicinarsi al mondo dei Club Service.
Quando saranno più grandi e avranno
raggiunto l’età limite, decideranno se unirsi ai
Lions o vedere conclusa la loro esperienza,
anche se questa seconda ipotesi ha percentuali
di realizzazione molto basse. Durante la mia
presidenza era stata lanciata una sfida al Leo
Club di Morciano-Valle del Conca: se i Lions
inizieranno
il
Service
a
favore
dell’oncoematologia pediatrica donando un
televisore per la saletta di ricreazione, i Leo
devono metterci la Play Station e impegnarsi
ad organizzare in reparto un torneo con i
6 Vita di Club
piccoli degenti. Detto, fatto. Grazie alla buona
volontà e alla tenacia di Enrico, Fabio e dei
loro amici, è arrivata la telefonata che ci
annunciava che la Play Station era stata
acquistata e quindi la sfida era stata raccolta e
pronta per essere…giocata! Il Lions Club
Rimini Malatesta, con l’aiuto di un anonimo,
generoso e munifico (oserei dire con il Cuore
Grande) benefattore ha acquistato una
bellissima TV Color LCD di ultima
generazione e, convocato lo staff dirigenziale
del reparto, si è recato in ospedale
accompagnato da alcuni Leo. Ad accoglierli è
stato il gentilissimo dott. Marsciani,
emozionato quanto tutta la piccola
delegazione ma riconoscente e visibilmente
colpito da questo inizio di Service. Via gli
imballi, via il cellophane, dentro con le
batterie e i DVD e subito si è passati ai giochi,
con una nitidezza da real vision! Dopo che i
ragazzi hanno testato ben bene i vari comandi
della Play Station, abbiamo invitato i primi
piccoli degenti i quali mai si sarebbero
aspettati di trovare nella stanza un tale insolito
passatempo nosocomiale…e chi li muoveva
più…!? I joystick ce li siamo scordati nelle
loro mani e la TV, probabilmente avrà già
mangiato qualche centinaio di DVD sul tema
Cartoon. Per noi solo la prima gioia e l’inizio
di una lunga strada che conduce alle soglie
della felicità regalata ai più piccoli, già poco
fortunati, ma che speriamo dimentichino per
ATTUALITÀ
un poco il male svagandosi nella sala da noi
arredata e corredata.
di RAFFAELE PETRILLI
Abitudini e fenomeni di vita contemporanea
BREVI RIFLESSIONI
A
volte,
frequentando
alcuni
importanti aeroporti europei, non
ci si spiega la spasmodica ricerca
dell’uomo
moderno
di
raggiungere nuovi mondi; di visitare nuove
latitudini; di scoprire realtà storico - culturali,
spesso ignote o sconosciute; di voler
effettuare escursioni; di vivere avventure
inebrianti in paesi lontani, più o meno esotici;
o anche, più semplicemente, di voler regalare
al proprio corpo il benessere di un clima mite,
inesistente ed improbabile durante i periodi
invernali, quando lo stesso uomo è
attanagliato dalle morse del freddo delle
proprie latitudini. A volte i discendenti di
Adamo ed Eva si sottopongono a molteplici
spostamenti o trasvolate, anche continentali,
persino ai rischi di un viaggio pericoloso, pur
di appagare quella inarrestabile forza
interiore, presente in loro sin dalla “cacciata”
dal paradiso terrestre. La ricerca incessante
di un “nuovo paradiso” risiede quindi in
ciascuno di noi. Ma, per l’uomo
contemporaneo, tale anelito è acuito dalla
presenza di due entità, per così dire, psicofisiche, da sempre insite in lui, però messe a
dura prova nella vita di oggi: la mente ed il
corpo. Nella civiltà contemporanea, infatti, la
mente dell’uomo (come anche il suo corpo),
provata ed affaticata da tanti impegni
quotidiani, stressata da molteplici pressioni di
ogni genere, da timori ed insicurezze di varia
natura, sente il bisogno, di tanto in tanto, di
una pausa rivitalizzante; di staccare
momentaneamente la spina, come si suol dire.
Insomma oggi più di ieri i discendenti di
Adamo ed Eva hanno la necessità, sempre più
spesso, di una rigenerazione fisico - cerebrale,
salvifica in ogni
senso. In effetti,
oltre a realizzare
concretamente una tale
esigenza impellente, con il
“peregrinare” in altri mondi e in altre realtà,
l’uomo ottiene anche il risultato, non
secondario, di meglio sperimentare una
maggiore conoscenza di vita e un
indispensabile arricchimento culturale, che,
una volta acquisiti, producono ulteriori
benefici da essi stessi.
L’uomo contemporaneo, quindi, non può
lasciar cadere nel vuoto questa opportunità,
perché tradirebbe una sicura sua vocazione
innata e si porrebbe in contrasto con se stesso,
come con il noto verso dantesco che recita:
“fatti non foste a viver come bruti, ma per
seguir virtude e canoscenza”.
È molto
sintomatico e sorprendente nello stesso
tempo, infatti, scoprire - a volte - che esistono
luoghi, oltre che fantastici, completamente
inimmaginabili ai nostri occhi, perché spesso
essi appaiono (e realmente lo sono) fuori del
tempo e del tutto estranei alla nostra civiltà
supersonica. Ognuno di noi, sicuramente ha
nei meandri della propria memoria
consapevoli conoscenze (più o meno recenti),
o anche solo reminescenze di tali realtà. Chi
invece, per disattenzione o per trascuratezza
non è depositario di una tale fortunata
sperimentazione di vita, farebbe bene a
rimediare a tale carenza conoscitiva prima
possibile, per poter usufruire anch’egli degli
immensi vantaggi della maggior conoscenza e
del più proficuo arricchimento culturale
personale, connaturato alla stessa natura
umana.
Vita di Club 7
RIMINI O CARA!
di PINUCCIA LIBERATI
Appello per la salvaguardia del pedone riminese
UNA SPECIE A RISCHIO
D
enunciare o criticare il caotico
traffico riminese in questi tempi di
“Befane” è un po’ come sparare
sulla Croce Rossa, non mi unirò
quindi
al
coro
di
lamentazioni
sull’insostenibilità del traffico cittadino, per
spendere invece due parole sul “pedone
riminese “, specie non in via di estinzione, mi
auguro, ma da proteggere e tutelare come
tanti nobili animali che l’uomo maltratta e
perseguita per il proprio tornaconto, togliendo
loro lo spazio vitale e l’habitat naturale.
Anche al pedone del centro storico hanno
tolto lo spazio vitale e cioè la strada (o il
marciapiedi nella migliore delle ipotesi)
permettendo ad ogni sorta di veicolo di
occupare illegalmente i luoghi che in una
zona pomposamente chiamata ZTL (zona a
traffico limitato) dovevano essere riservati ai
pedoni. L’ordinanza comunale che istituisce
la ZTL permette alle biciclette di andare dove
vogliono,
anche
in
senso
vietato,
considerando forse la bicicletta un’estensione
naturale delle gambe, ma nelle ore centrali
della giornata vieta a qualunque mezzo a
motore il passaggio o la sosta nel centro
storico; in realtà chi si trovasse a passare
nelle vie del centro non potrebbe mai
supporre che esista tale ordinanza, tanto
intenso è il traffico di mezzi a motore di tutti i
generi: dai semplici motorini agli
imponenti
motoroni
che
occupano più spazio di una
cinquecento. La lotta per la
sopravvivenza del pedone del centro
storico inizia sulla soglia di casa: solo
le persone snelle ed agili riescono ad
oltrepassare la barriera di auto, motorette
e
biciclette
che,
parcheggiate
abusivamente di fronte al cancello,
impediscono l’accesso alla strada,
certamente non potrebbe farlo una carrozzina,
8 Vita di Club
ma si sa dei
bambini ne
nascono
pochi,
in
centro poi!, e
gli
invalidi
vanno
di
preferenza in macchina, vista la quantità di
permessi per disabili. A proposito, chissà se
fra le varie e bizzarre statistiche che ci dicono
se siamo felici o infelici, ricchi o poveri,
quanti polli mangiamo, quanto latte beviamo,
ecc. ecc., chissà, dicevo, se la provincia di
Rimini ha il primato della città più
handicappata d’Italia; credo che potrebbe
concorrere seriamente al titolo, perché, si sa,
un permessino non lo si nega a nessuno!
Uscito di casa, il nostro pedone ha il problema
di dove collocarsi: le strade sono strette e a
malapena trovano posto due auto affiancate;
se un lato è regolarmente occupato da auto in
divieto di sosta, il resto della carreggiata è
terreno di scontro fra le biciclette nei due
sensi di marcia, i motorini, le motorette, i
motoroni, le auto dei residenti, dei disabili,
degli “svaniti” che non sanno nulla della ZTL
ed infine i pedoni. Chiaramente fra tutte le
categorie citate sono quella più debole ed
infatti li vedi percorrere brevi tratti di corsa,
inseguiti da motoroni rombanti, intrufolarsi
fra le biciclette che scampanellano imperiose,
acquattarsi fra le auto in sosta per
lasciar spazio, entrare nei negozi per
far passare auto, furgoni ed anche
camion, tutto questo nella
ZTL, nel centro storico
di Rimini, dove l’abuso
è la normalità e il diritto un optional. Mi
direte: “E i tutori del traffico?” Se ne
vedono pochi, ma colpiscono
scientificamente a giorni stabiliti
con multe in serie per divieto di sosta; mai
visto un vigile fermare, dissuadere o multare
un motorone che avanza a forte velocità,
un’auto che sbuca contromano, i motocicli
che impediscono l’accesso al marciapiede;
d’altra parte che dire di un parcheggio
predisposto per motorini ed affini all’interno
della ZTL, dove gli stessi non
potrebbero entrare? Per ovviare
all’incongruenza, sul cartello che
indica
tale
parcheggio
è
vistosamente
indicata
una
…bicicletta…; la legalità è salva!
Penso
che
la
legalità,
l’osservanza delle regole, infine il
rispetto per gli altri siano troppo
importanti per la dignità delle persone e dei
cittadini perché se ne possa fare un simile
sistematico scempio. Penso che coloro che
istituzionalmente sono tenuti a far rispettare
certe regole da loro stessi fissate, abbiano una
grande responsabilità soprattutto verso i
giovani a cui si lascia credere che tutto è
CRONACHE DELLA STORIA
lecito e tutto è permesso. Non è con le multe
occasionali, con un “ lasciar correre” diffuso
per
cercare di coprire gravi carenze
strutturali, che le istituzioni fanno un buon
servizio alla città, ma con la presenza
costante, la dissuasione e la fermezza. Vorrei
chiedere a chi ha stilato il bilancio
comunale per il 2006, se oltre
all’introito di una ragguardevole cifra
procurata dalle multe, ha previsto la
spesa di qualche spicciolo per la
sicurezza stradale e soprattutto per la
prevenzione, o questa parola è poco
conosciuta da quelle parti? Ho
scherzato, ma non troppo, le
vicissitudini dei pedoni nel centro storico
sono reali, così come gli abusi e
l’indifferenza; se, ovviamente, non sarò
riuscita a cambiare le cose, spero almeno di
aver indotto un sentimento di maggior rispetto
verso chi deve percorrere a piedi le strade
della nostra città.
di KATIA SAVINI
La vita delle donne musulmane (continuazione)
DONNE IN BURKA
Somalia
Questo paese del Corno africano è famoso per
l'uso corrente dell'escissione (o ablazione del
clitoride), usanza barbara, tabù in Africa, non
soltanto utilizzata dai musulmani, ma anche dagli
animisti. Il clitoride rappresenta una parte
maschile (è un piccolo pene), che quindi bisogna
eliminare dal corpo della donna. In verità è un
modo per tenere sotto controllo le donne,
soprattutto sessualmente, ridurle ad una
condizione d'inferiorità. Questa pratica viene
eseguita da una donna del villaggio, abituata a
questo genere di intervento, su bambine dai due
agli otto anni, in condizioni igieniche scadenti,
senza anestesia, senza disinfettare, recidendo con
un pezzo di vetro di bottiglia o un coltello da
cucina e applicando, poi, delle erbe in cataplasma,
oppure solo degli stracci da tenere per giorni. La
mortalità infantile per sepsi e setticemia è molto
elevata. Questa mutilazione ha, finora, fatto, nel
mondo, 165 milioni di vittime. In Francia, paese
di forte immigrazione africana (musulmani od
animisti), 30000 bimbe vengono escisse
nonostante esista una legge del 1983 che punisce i
fautori davanti alla corte d'assise. Il Sudan l' ha
bandito nel 1984 e il Senegal nel 1999, ma la
pratica esiste ancora. Questa barbarie è ancora più
grave quando le bambine vengono ricucite
grossolanamente in tutto il perineo, con tutti i
genitali esterni asportati, lasciando solo un piccolo
orifizio per urinare; si chiama infibulazione, ed
essa provoca dolori atroci alla giovane sposa
durante la prima notte di nozze e durante il parto,
dato che i tessuti, cicatrizzati, vengono lacerati. La
donna, durante tutta la sua vita, avrà difficoltà di
deambulazione, per i tessuti delle parti intime
lacerati, completamente martirizzati. Da poco
tempo un medico francese, che ha lavorato con
Madre Teresa di Calcutta e con Medici del
Mondo, il dott. Pierre Foldés ha inventato una
tecnica rivoluzionaria per ricostruire il clitoride.
Questo intervento è possibile in quanto la
Vita di Club 9
mutilazione interessa solo la parte più esterna del
clitoride che è un organo profondo. Pertanto si
utilizza la parte nascosta, che si mette in risalto e
si costruisce un nodulo. L 'intervento avviene
anche in anestesia locale, ma le donne
preferiscono
l'anestesia
generale
perché
l'intervento dell'escissione, senza anestesia, le ha
traumatizzate. Pierre Foldés ha lavorato in Africa,
Afghanistan, Asia del sud-est. Un rapporto
allarmante del 1980 dell'ONS denuncia un alto
tasso di mortalità delle africane durante il parto e
3-4 milioni di vittime di infezioni, di fistole
vescico-vaginali, di perforazioni della vagina
durante il travaglio, fatali per madre e figlio!
Inoltre altre donne rimangono incontinenti a vita,
essendo escluse dal villaggio e così condannate a
morte. In seguito a questo rapporto il dott. Foldés
parte in missione in Senegal, Mali, Niger, Eritrea
ed Etiopia. Egli constata che la causa principale di
queste patologie è l'escissione. Il chirurgo cura ed
ascolta le donne che spiegano il dolore cronico
durante i rapporti sessuali, le conseguenze
psicologiche di tale atto e racconta come un
giorno una paziente del Burkina Faso gli ha
chiesto se era possibile riparare il clitoride. Questa
domanda ha fatto scattare nel medico il desiderio
di risolvere il problema e studiare fino a trovare la
soluzione. Attualmente Foldés collabora con la
signora Kumba Toure, presidente del Gams
(gruppo di donne per l'abolizione delle mutilazioni
sessuali), che svolge campagne di informazioni
nelle scuole e presso le madri in Europa e
soprattutto in Africa. Anche
una famosa modella somala,
Waris Dirie, fuggita dalla sua
famiglia di nomadi, all'età di
tredici anni, perché non
voleva sposare un uomo
anziano,
diventata
ambasciatrice dell' ONU nel
1997, lotta contro questa
pratica inumana, in questo
paese devastato dalla fame e
dalle guerre tribali. Waris,
anch'essa escissa all'età di
cinque anni, racconta la sua
esperienza nel libro "Fleur du
desert"
(Albin
Michel
Editeur). Attualmente, in
Italia, il tribunale dei minori
di Brescia è intervenuto in
due casi di infibulazione praticati su due
gemelline di otto anni della Costa d' Avorio che
vivono regolarmente a Bergamo da sei anni presso
una famiglia bergamasca, che da anni seguono le
bambine per conto della Caritas e con l'aiuto del
consigliere della regione Lombardia, Luciano
Bertè. Il fatto è punibile con l'articolo 582 del
10 Vita di Club
codice penale. Finora il giudice ha deciso il
divieto di espatrio per genitori e figlie. Le gemelle
lamentavano mal di pancia, vomito, insofferenza e
cambiamento dell'umore. Sembra, inoltre, che il
padre le obbligava a guardare filmati
sull'infibulazione, che lui chiama "battesimo".
Nigeria
Questo paese, membro del Commonwealth, è
costituito da trentasei stati: è quindi una
federazione di 120 milioni di abitanti di cui 50%
di musulmani (soprattutto nel nord del paese) e
50% di cristiani. È quindi il primo paese islamico
del continente africano e da circa tre anni la
shiarì'à è stata adottata da dodici stati,
modificando profondamente il tessuto sociale; ad
esempio i trasporti pubblici non sono più misti, le
donne non possono usufruire dei taxis-moto
individuali perché è impensabile che una donna
stia su un motorino dietro un uomo, o accavallare
le gambe o, infine, guidare da sola una
motocicletta! Sono, quindi, obbligate a camminare
anche per lunghe distanze! Nello stesso tempo
aiuti finanziari statali sono versati agli
imprenditori riciclati in un nuovo business: il
trasporto unisex! La promiscuità è soltanto
possibile nei circoli degli stranieri dove ancora si
può vedere un film, bere alcool e ascoltare
musica. Ma è sempre più difficile avere
un'autorizzazione statale per una manifestazione
culturale, come l' elezione di Miss Universo, che
ha provocato numerose proteste, da parte degli
integralisti, degenerate in violenze e morti. Altro
esempio aberrante è la storia di Safiya Husaini,
una nigeriana di 35 anni, divorziata, dopo tanti
anni di matrimonio infelice, la quale viene
violentata da un amico di suo padre. La donna fa
causa, ma è lei che viene arrestata e accusata, dato
che, secondo la legge islamica, una donna sposata,
poi divorziata, commette adulterio se ha delle
relazioni sessuali, senza essere risposata. Safiya è
stata condannata e il suo violentatore è libero;
rilasciata per mancanza di prove (vedi
introduzione sulla zina), Safiya oggi è libera. Così
come è libera, grazie anche alle pressioni
internazionali, un'altra nigeriana vedova, Amine,
che ha avuto un bimbo.
Iraq
Durante i trenta anni del regime di Saddam
Hussein numerosissime donne (il loro numero è
incerto) sono scomparse, uccise, violentate o
torturate. Aida Ussayran, membro del comitato
esecutivo dell'associazione dei democratici
iracheni, esiliata a Londra da venticinque anni,
racconta che in Iraq era militante dei diritti delle
donne. È lei che ha scritto il nuovo codice della
famiglia approvato dal regime. Ma come
giornalista ha criticato S. Hussein ed è finita tre
volte in prigione. Alla fine è fuggita a Londra, ma
suo fratello, rimasto in Iraq, ha subito rappresaglie
ed è stato imprigionato per nove anni. L'Iraq è
stato il primo paese dove le donne sono diventate
avvocato e avevano il permesso di guidare.
Avevano il diritto di voto dal 1946 ed erano
eleggibili. Per secoli l'Iraq è stato la culla della
cultura, ma nonostante la costituzione laica del
1968, frutto del colpo di stato che porta il partito
Baath al potere, si è assistito ad un ritorno
dell'islam. Nel 1997 S. Hussein ha fatto
aggiungere sulla bandiera regionale la scritta
"Allah akbar" ovvero "Dio è grande". La
situazione si è soprattutto deteriorata con
l'embargo. La classe media, dato il ritorno
massiccio delle donne attive ai lavori domestici
(avvocati e ricercatrici comprese), si è impoverita.
Addirittura le più povere, come le vedove di
guerra contro l'Iran, sono state costrette a ritirare
le bambine dalle scuole per farle lavorare. Per
fatalismo queste madri insegnano l'islam ai figli
da quando l'insegnamento religioso è stato
reintrodotto a scuola. La reislamizzazione del
paese permetteva a S. Hussein di riavvicinarsi agli
altri paesi arabi ed ottenere così, eventualmente, il
loro sostegno. Sono sempre più numerose le
donne che portano il chador, ma sotto S. Hussein
non era per un motivo religioso, bensì per
nascondere una certa povertà, miseria, come
quella estetica, dato che molte donne, ad esempio,
vendevano i propri capelli per comprare del caffè
o altri alimenti. Le irachene dell'occupazione
americana vivono nel terrore che provoca
l'anarchia e l'ascesa degli sciiti, e nella speranza di
un'apertura del paese con l'aiuto degli occidentali
e soprattutto sperano in un futuro e condizioni di
vita migliori.
Iran
La repubblica, diventata islamica nel 1979 con i
religiosi al potere (Allatoyah Komeini), regola
con le sue leggi drastiche la vita delle donne. Per
questo motivo le iraniane hanno capito che l'unico
modo per uscirne è partecipare maggiormente alla
vita pubblica. Infatti il 63% degli studenti
universitari sono donne e rappresentano i 2/3 dei
laureati. Nel 2001, quarantasette candidate si sono
presentate alle elezioni presidenziali (la più
giovane aveva diciannove anni) e la maggior parte
di loro ha criticato le leggi islamiche
pubblicamente. Le donne, presentandosi a queste
elezioni, sapevano di non occupare posizioni posti
chiave ed erano consapevoli di non essere
autorizzate dal consiglio di sorveglianza. Tuttavia
questa provocazione aveva lo scopo di scuotere la
dirigenza politica ed ottenere l'uguaglianza. Le
donne che hanno aiutato l'ascesa di Komeini sono
in gran parte responsabili dell'elezione di
Kathami, più moderato. Anche se con le leggi
islamiche in vigore l'età di matrimonio e la
responsabilità penale è di nove anni per la
femmina (quindici per i maschi), le donne non
possono maritarsi, viaggiare e lavorare senza la
tutela di un uomo, gli uomini hanno il diritto al
divorzio unilaterale, alla poligamia e alla tutela
dei figli. Nonostante tutto il divorzio è giudiziario
e la donna può chiederlo se: viene maltrattata (e lo
è frequentemente, mutilata o uccisa); è in pericolo
di vita; se suo marito le ha dato la procura al
momento del matrimonio; se non è d'accordo che
suo marito prenda una seconda moglie; se 1 'uomo
è matto o affetto da una malattia incurabile; se è
impotente o in prigione per più di cinque anni o
assente dal tetto coniugale per più di quattro anni.
Secondo il codice penale il prezzo del sangue di
una donna vale la metà meno rispetto a quello di
un uomo, eredita la metà rispetto all'uomo e la sua
testimonianza, in un affare penale, è accettata
soltanto se ne risponde un uomo! Durante i
matrimoni, uomini e donne si divertono in stanze
diverse, non c'è promiscuità nella società iraniana.
Ma nelle case private si svolgono, di nascosto
della polizia (che può fare irruzione in qualsiasi
momento ed arrestare tutti i partecipanti), delle
feste all'occidentale; in questo caso è facile vedere
donne con tanto di minigonna, tacchi alti e trucco.
D'altronde le iraniane sono molto civettuole: sotto
il chador vestono capi di grandi firme o imitazioni
(al momento di "Titanic" indossavano tee-shirt
con scritto "Leonardo di Caperio" anziché
Leonardo di Caprio), si tingono di biondo i capelli
e, nonostante i divieti, si truccano: adorano lo
smalto per le unghie in particolare. Al contrario
nella città di Kom, paese natale di Komeini,
(unica città iraniana dove i non mussulmani non
possono entrare nelle moschee), alcune donne
oltre al chador indossano una maschera di cuoio.
Una donna può essere toccata solo da un medico
donna (una radiografia costa 30000 vecchie lire,
uno sciroppo per la tosse l'equivalente di 400 e un
litro di benzina 80. Esiste, comunque, un sistema
Vita di Club 11
mutualistico). Se una donna ha un malore per
strada nessun uomo le porterà soccorso.
Nonostante tutto, le donne sono eleggibili e
hanno, quindi, diritto di voto; occupano il 38% dei
posti amministrativi; troviamo tredici elette nel
Parlamento e, infine, il vice presidente è una
donna. La grande differenza (e quindi speranza)
rispetto ad altri paesi musulmani fondamentalisti è
che la cultura iraniana, e quindi le sue radici, sono
persiane, non arabe. In questi anni due donne
iraniane spiccano nello scenario internazionale:
Shirin Ebadi, 56 anni, prima donna musulmana a
ricevere un premio Nobel per la pace. Militante
dei diritti dell'uomo, difende la condizione di
donne e bambini e allo scopo ha creato la Lega dei
Diritti dell'Uomo che conta 500 membri. Questa
donna coraggiosa (in Iran ogni opinione espressa
pubblicamente ha conseguenze penali) è stata la
prima donna nominata presidente del tribunale di
"grande istanza" di Teheran nel 1974. Ha
sostenuto la rivoluzione islamica del 1979, ma i
mollahs le vietano il diritto di esercitare con il
pretesto che "una donna è troppo emotiva per
rendere giustizia in modo imparziale". In seguito
diventa avvocato nello studio di Karim Lahidji,
rifugiato in Francia e ora vice presidente del fidg.
Shirin è figlia di un giurista, sposata con un
ingegnere, madre di due femmine di ventitre e
ventuno anni, che studiano a Montreal e a
Teheran. Insegna diritto all'Università di Teheran,
pubblica regolarmente degli articoli sulla stampa e
organizza dei seminari. È militante del partito del
fronte nazionale, di tendenza liberale, vietato in
Iran, vicino a Mossadegh, ex primo ministro,
rovesciato nel 1953 dallo Shah (con l'aiuto degli
americani). Secondo il premio Nobel (importante
per la risonanza politica) "non c'è opposizione
fondamentale fra religione islamica e diritti
dell'uomo".
È
soltanto
un'interpretazione
patriarcale e maschilista che opprime le donne.
Secondo lei i dirigenti di molti paesi musulmani
utilizzano la religione per mascherare la propria
corruzione. La seconda iraniana alla ribalta
dell'attualità si chiama Chahdortt Djavann, di anni
35. Questo nome è uno pseudonimo, usato per
paura di rappresaglie che potrebbero subire i
parenti rimasti in Iran. Chahdortt lotta contro l'uso
del velo (imposto alle bambine fin dall'età di nove
anni) visto come una forma di mutilazione
psicologica donne. Questo suo pensiero è espresso
nel libro "Bas les voiles" (Ed. Gallinard). Quello
che disprezza, questa iraniana, è la diffusione del
velo nei paesi occidentali. L'autrice racconta che il
regime di Khomeini imponeva d' autorità l'uso
dello chador a tutte le donne, bimbe comprese,
altrimenti le donne erano arrestate ed assassinate.
Fuggì, quindi, dall'Iran all'età di tredici anni, andò
due anni ad Istanbul e quindi in Francia. Per il
12 Vita di Club
Corano la donna non ha anima, per questo motivo
cammina sempre dietro, a distanza dal marito.
Secondo la signora Djavann imporre il velo ad
una minorenne è un abuso che impedisce alle
donne di disporre del proprio corpo. I capelli, il
corpo, la pelle possono suscitare il desiderio
sessuale nell'uomo; è quindi colpa della donna se
ciò avviene, anche se è piccolina. Si toglie loro,
pertanto, lo statuto di essere umano (si è avuta la
degenerazione in Afghanistan). "Non si mostra ciò
che è vergognoso: si insegna alle bambine ad
interiorizzare la loro inferiorità". Per Chahdortt le
ragazze musulmane che vivono in occidente, e che
sono a favore del velo, lo fanno per desiderio di
provocazione e di esibizionismo. Coloro che
attraverso il velo rivendicano una nuova identità
(come se l'uso del velo fosse un'invenzione di
oggi!) sono soltanto demagoghe. Chahdortt
rimprovera alle democrazie occidentali che con la
loro
tolleranza
aiutano
inconsciamente
l'espansione dell'islamismo. Pertanto lei (definita
"stella gialla della condizione femminile") e la sua
associazione chiedono che l'uso del velo sia
vietato alle minorenni, e che sia riconosciuto nei
diritti dell'uomo e considerato come violazione
all'integrità psico-fisica della libertà delle donne.
Afghanistan
Negli anni sessanta del secolo scorso le afghane
vivevano all'occidentale. Nelle strade di Kabul si
potevano incontrare sia ragazze con la minigonna
che, soprattutto, signore anziane con il tchadri. I
talibani hanno tolto qualsiasi diritto alle donne, e
per la prima volta nella storia si assiste a un
genocidio, non contro un altro popolo, ma contro
l'altro sesso, ovvero contro se stessi, dato che sono
le donne a mettere al mondo gli uomini. Molte
donne sotto i talibani si sono suicidate per la
disperazione: per anni non sono potute uscire di
casa, studiare, ascoltare musica; diventavano
cieche e osteoporotiche per colpa dello tchadri.
Attraverso la "griglia" del velo facevano molta
fatica ad orientarsi. Ma quando uno dei capi dei
talibani ha dovuto subire un intervento chirurgico
che solo l'ex primario della chirurgia di Kabul
poteva realizzare, è stata chiamata, di nascosto,
questa donna che poteva salvargli la vita. Dopo la
caduta dei talibani la vita delle donne torna
lentamente alla normalità; ricominciano a guidare,
a studiare, a lavorare, a sposare uomini che non
appartengono alla stessa tribù, a viaggiare.
Un'afghana ha partecipato quest'autunno, ai
campionati mondiali di atletica e un'altra al
concorso di miss mondo. Purtroppo questi lenti
progressi si vedono solo nelle città, nelle
campagne vige il peso della tradizione e le donne
portano lo tchadri, vengono sposate a quattordici
anni e finiscono dietro le sbarre se rifiutano un
matrimonio combinato. Attualmente le donne che
operano per la ricostruzione sono la dr.ssa Zinat
Karzai moglie del presidente, il ministro della
sanità la dr.ssa Sohila Sidiqi, il ministro della
condizione femminile Habiba Sorabi e la
presidentessa della commissione dei diritti
dell'uomo Sima Samar. Per molte donne manager
la situazione, pur essendo dotate di buona volontà,
non è facile da gestire; lo spiega il ministro della
pubblica istruzione Yunus Qanooni, tutto dipende
dal budget. Quello del suo ministero assorbe il
25% delle spese dello stato (in Afghanistan
mancano 2700 scuole e 20000 professori!). Ma
questo paese completamente distrutto (non ha più
né industrie né mezzi propri) si ritrova
assolutamente
dipendente
dagli
aiuti
internazionali; aiuti che non sono stati versati
integralmente e sono gestiti dall'ONG, che spesso
ha un'opinione divergente su come utilizzare
questi fondi. Ad esempio, spiega il ministro,
potrebbe costruire un liceo di 100000 dollari, ma
l'ONG, che si occupa di questo dossier, ha fatto un
preventivo di 400000 dollari; e quindi anziché
costruire quattro scuole se ne farà solo una.
Oppure un ONG propone al ministro di distribuire
dei computers in tutta la provincia ad est di Kabul
quando nelle scuole non ci sono né tetti, né
professori, ma l' Afghanistan non ha scelta:
prendere o lasciare. Il problema è serio: se i
bambini (e quindi le donne) non possono andare a
scuola, non c'è avvenire, considerando che
l'analfabetismo è dell'80% negli uomini, di nove
donne su dieci. È vero che nella capitale, ad
esempio in un liceo situato a nord della città, più
del 60% degli 8500 allievi hanno tolto il tchadri,
tutto ciò è dovuto al fatto che in quel quartiere la
vita è sicura, ma nelle campagne, dove le
mentalità sono retrograde, è molto difficile per
una donna studiare o lavorare. Il peso della
tradizione e soprattutto di quello che può pensare
la gente caratterizzano la mentalità degli afghani:
ad esempio è difficile trovare per un giornalista
uomo un'interprete donna perché il marito di
questa si rifiuta; oppure un padre afghano, che
aiuta l'ONG a costruire una scuola, non ci manda
le proprie figlie analfabete perché si vergogna di
questo fatto. Nonostante tutto le mentalità
evolvono: 35% degli studenti sono femmine, ma
1,5 milioni di bambini non sono ancora entrati in
una scuola! Lo stesso pessimismo si riscontra nel
ministro della condizione femminile, la signora
Habiba Sorabi la quale spiega che all'inizio si è
cercato di incentivare le compatriote a tornare a
scuola e a lavorare, ma da circa dieci mesi, per
mancanza di fondi la situazione è stazionaria e si
ha l'impressione che il suo ministero servirà solo a
soddisfare l'opinione pubblica internazionale. Il
suo budget è solo 1'1% e le è stato chiesto di
licenziare 300 donne sulle 1340 assunte
nell'amministrazione e negli ateliers di couture
per rifornire l'esercito. La maggior parte di queste
lavoratrici sono vedove con prole; il ministro è
riuscito a licenziare "solo" 150 donne. La colpa è
dell'amministrazione e dell'ONG che preferiscono
sempre assumere gli uomini, piuttosto che le
donne che, inoltre, hanno il problema di chi può
badare i figli mentre lavorano. La condizione delle
afghane rimane ancora precaria; un rapporto della
commissione dei diritti dell'uomo rivela questa
realtà notando, ad esempio, che ad Herat le donne
vivono allo stesso modo di quando erano
dominate dai talibani. Per molti musulmani è un
crimine accettare che la moglie si tolga il velo, e
se possono andare all'università non possono però
ascoltare le lezioni nelle stesse aule dei maschi e
neppure nello spesso piano! Uno dei divertimenti
che possono concedersi le donne è riunirsi nel
centro di Kabul, in un giardino ben curato e
fiorito, espressamente vietato agli uomini;
completamente distrutto sotto i talibani, è stato
rinnovato da una ONG. Le afghane sono libere
anche di frequentare un bar gestito dalle donne;
qui si truccano, si vestono con l'abito
matrimoniale o in lamé o comunque di gala. Ad
Herat la situazione cambia totalmente; la città
appartiene a Ismael Khan, che rifiuta la
sottomissione al presidente Hamid Karzai e non
versa al governo centrale i dazi doganali (la
provincia di Herat confina con Iran e soprattutto
con Pakistan, da dove provengono la maggior
parte delle merci). Nel palazzo di Herat le
famiglie (uomini e donne insieme) organizzano
picnic al calare del giorno, la città è pulita, le
strade sono asfaltate (contrariamente a Kabul), ma
le donne sono tutte rigorosamente velate col
tchadri blu o lo chador nero iraniano. La legge del
signore del paese autorizza le donne a togliersi il
velo, ma queste non lo fanno per paura della
pressione sociale e della polizia locale, che ogni
tanto abusa del potere arrestando le donne e
obbligandole a rimettere lo tchadri.
Benin
Questo paese presenta 15% di musulmani contro
il 28,6% di cristiani e 54,7% di animisti. Le
musulmane vivono la promiscuità nella loro vita
quotidiana, possono sposare, anche se con
difficoltà, un cristiano e conoscono bene la vita
delle altre donne non musulmane. Nonostante ciò
una bimba musulmana non viene educata come un
maschietto; per esempio se è brava a scuola non
viene spinta a continuare gli studi perché "una
donna istruita non è brava sposa". Coloro che
lavorano nei mass-media e nel mondo culturale
hanno studiato all'estero e fino ad oggi c' è stata
solo una donna deputato, e una sola donna
ministro.
Costa d' Avorio
L'islam sta tornando con vigore in questo paese
dove la poligamia benché abolita nel 1964 è
Vita di Club 13
ancora molto frequente. "Il Corano autorizza la
poligamia per gli uomini che pensano di essere
giusti con due donne ed amarle nella stessa
maniera" (cosa molto difficile); per Fatov Kelta,
autrice del libro "Rebelle" (Ed. Nouvelles Editions
Indiriennes) è impossibile. Questa quarantenne,
professoressa alla facoltà d'Abidjan, ha scritto, tre
anni fa, un libro che denuncia la poligamia e
l'escissione. Il successo del libro, venduto in
10000 esemplari, ha portato la notorietà a Fatov,
musulmana praticante, in Africa, USA ed Europa.
Siria
Lo status delle donne è notevolmente migliorato
all'inizio degli anni '70. Più della metà delle
siriane hanno un'attività professionale (16% al
pubblico, 40% in altre attività) e sono protette da
una legislazione del lavoro, possono diventare
giudice, professori universitari, deputate o ministri
(ma negli alberghi non possono essere cameriere a
contatto con i turisti stranieri). Le studentesse
universitarie sono in aumento, le donne si sposano
più tardi (24 anni circa) e hanno meno figli. Una
caratteristica delle siriane è che esse portano
volentieri anche nelle città lo chador, tutto nero, e
anche dei guanti. In questo stato laico, con un
contesto economico difficile, sia le musulmane sia
le cristiane ortodosse ritengono che l'occidente
abbia perso i suoi valori famigliari e sociali e
rivendicano una via propria; ricercano un segno
d'identità e l'islam lo offre attraverso questo
rigore. La giovane sposa di Bachar El Assadi,
Asma, ventisei anni, offre un'immagine dinamica
della donna siriana; proveniente dalla grande
borghesia sunnita del nord della Siria, laureata in
informatica alla prestigiosa Hing's College di
Londra, poi alla Harvard Business School, Asma
ha compreso il ruolo che le spetta come sposa del
capo dello stato. In tailleur occidentale e tacchi
alti, visita il paese, sostiene associazioni
caritative, accompagna suo marito (cosa che non
ha mai fatto la moglie di Hafe El Assadr)
all'estero. È importante per il giovane Bachar
incentivare il turismo in Siria (com'è stato fatto in
Egitto prima) e per questo è fondamentale dare al
mondo un'immagine di modernità; il petrolio,
infatti, pur rappresentando il 40% degli introiti fra
quindici anni sarà esaurito.
Giordania
La Giordania è governata da un giovane re
Abdullah (di madre inglese) della famiglia degli
ashemiti, importante dinastia discendente dal
profeta. Questo re, moderno e istruito, che si
traveste da semplice cittadino e va negli uffici
amministrativi in incognito per verificare
l'efficienza dei servizi, ha difficoltà ad eliminare
la shiarì'à dal suo paese. In effetti, ogni anno una
ventina di ragazze sono uccise da un famigliare
per crimine d'onore. Il parlamento si oppone
14 Vita di Club
all'abrogazione della legge e, per aggirare
l'ostacolo, il re, durante una vacanza del
parlamento, ha fatto adottare una nuova legge che
limita tale fenomeno. Tuttavia le organizzazioni
femminili trovano le misure insufficienti e
chiedono l'annullamento della legge 98, sulla
quale si appoggiano gli avvocati degli autori del
reato, che prevede sentenze leggere per gli
assassini "in stato di estrema furia". Oggi le
giordane occupano tutti posti chiave (sono
ministri, deputati, senatrici o ambasciatrici), non
hanno nessun obbligo vestiario e ad Amman si
vede di tutto. Nel deserto, invece, dirigendosi
verso il Wadi Rum, le numerose popolazioni
nomadi (il re di Giordania è soprattutto il loro re)
presentano i vestiti tradizionali dei beduini che
vogliono le donne con lunghe vesti colorate e il
velo. Da qualche anno la Giordania ha
un'ambasciatrice di grande charme nella persona
della sua regina: Rania. Originaria di una ricca
famiglia palestinese della Trans-Giordania, ha
studiato gestione e informatica presso l'università
americana del Cairo. Questa bella donna (alta 1,75
m) rappresenta perfettamente il suo paese
all'estero: sempre vestita trend è diventata
un'icona della moda nel suo paese e in occidente.
Nei rotocalchi si parla, infatti, della sua
partecipazione alle numerose serate vip, piuttosto
che delle sue numerose attività contro l'infanzia
infelice, l'osteoporosi, la partecipazione alle
conferenze e l'aiuto alle donne musulmane,
soprattutto sul piano professionale, con l'aiuto
della signora Mubarak. Ha sostituito, in qualche
modo, la principessa Diana d'Inghilterra e la sua
immagine è quella di una donna emancipata
(viene fotografata sul suo yacht a Saint Tropez in
bikini); certamente la sua immagine non
corrispondente completamente alla realtà che
vivono le giordane di oggi.
Palestina
Le condizioni di vita dei palestinesi sono difficili
(vedi il libro di Racha Sal ah, "L'an prochain à
Tiberiade", Ed. Albin Michel) a causa della guerra
incessante che ritma la loro vita (esilio nei campi,
rifugiati, difficoltà nella vita quotidiana di ordine
pratico ecc.). Paradossalmente la guerra ha
permesso alle donne di godere di una maggior
libertà, perché molte di loro sono costrette a
lavorare e dividono con gli uomini la stessa
ambizione: ritrovare il loro territorio. Le
palestinesi sono attive anche nella politica e nel
milieu artistico, anche se sono spesso frenate dal
peso della tradizione.
Libano
Negli anni '60 il Libano era famoso in tutto il
mondo per la sua bellezza e l'alta qualità della vita
(soprattutto a Beirut), ma la guerra (1975-1992) lo
ha rovinato. Il Libano è una democrazia multi-
confessionale; si contano diciassette comunità
religiose, di cui più del 60% di musulmani vivono
in mezzo al liberismo di alcuni e l'ortodossia di
altri. Durante la guerra il mercato del lavoro si è
aperto alle donne, che erano confinate fra le mura
domestiche. Erano obbligate ad avere un aspetto
trascurato per la mancanza di acqua e portavano
solo jeans. Attualmente, nonostante il deficit del
paese e le difficoltà economiche della
ricostruzione, le donne tornano dal parrucchiere e
acquistano nei negozi di lusso. In tempo di guerra
vendere i propri gioielli per sopravvivere era la
prassi, oggi per le donne la difficoltà maggiore è
trovare marito perché molti uomini sono morti o
emigrati: si spiega, quindi, il successo dei "caschi
blu", soprattutto italiani. In ogni caso il peso delle
tradizioni, in questo paese del Mediterraneo
orientale, resta forte, così come il peso delle
religioni per cui il proprio status (matrimonio,
divorzio, successione) dipende dalla comunità a
cui si appartiene.
Marocco
In questo paese del Maghreb le condizioni delle
donne rimangono ancora difficili. Su ventinove
milioni di abitanti, più della metà della
popolazione è analfabeta, di cui 2/3 sono donne e
la situazione non sembra migliorare considerato il
fatto che il sistema nazionale di pubblica
istruzione è in crisi. La popolazione è giovane
(70% ha meno di venti anni), più del 20% dei
marocchini sono laureati e disoccupati (in
maggioranza donne). Nell'Atlas marocchino,
come nelle montagne yemenite o la regione d' Al
Jejreel in Siria, le donne hanno pochissimi diritti,
lavorano moltissimo nei campi, a casa e la loro
frequenza scolastica si ferma a 12-13 anni. Una
grande
speranza
di
democrazia e di
modernizzazione è nata dopo l'incoronazione del
monarca Mohammed VI, definito dalla signora
Aicha Ben Quld (unica donna del consiglio
consultivo
dei
diritti
dell'uomo)
"vero
democratico, convinto che i diritti dell'uomo e la
giustizia sociale costituiscono la base di un vero
stato di diritti, e un umanista molto vicino al suo
popolo, e perfettamente al corrente di tutto quello
che succede nel paese". Questo giovane monarca
è, infatti, laureato in giurisprudenza, ha cooperato
con Jacques Delors e, nel 1993, ha sostenuto a
Nizza la cooperazione europa-maghrebina. Ha,
inoltre, eseguito uno stage all'ONU sulle relazioni
internazionali, ma la nuova speranza e il suo
punto di forza è rappresentato dalla scelta della
sua sposa Lalla Salma Bennani come sostiene la
signora Nourredine Ayouch, presidentessa di
Zakoura (una ONG che aiuta le donne povere con
un sistema di piccoli prestiti finanziari). Lalla
Salma (Lalla significa nobildonna) è nata nel 1978
(10 maggio), ha ottenuto la maturità (il
baccalaureat con lode bene) all'età di diciassette
anni al liceo Hassan Il e a Moulay-Youssef entra
in classe preparatoria alle grandi scuole, due anni
dopo è accettata all'Ensias (ecole nationale
superieuse d'informatique et d'analyse des
systèmes) una delle migliori del regno, dalla quale
esce nel 2000 con il diploma d'ingegnere. Alla
fine del 2000 viene assunta all'ONA, primo
gruppo privato del Marocco con un progetto per
riformare il sistema di controllo di gestione delle
imprese. Probabilmente, dopo la sua maternità,
sarà nominata alla presidenza della Fondazione
Mohammed V per la solidarietà sociale. Ma
quello che ha stupito positivamente il popolo
marocchino è stata la rottura delle tradizioni
secolari, che rappresenta questo matrimonio; in
effetti, non è più d'attualità l'equilibrio fra la siba
(dissidenza) fomentata dalle tribù e il makhzen
(governo centrale). Suo padre, Hassan II, aveva
sposato, come vuole la tradizione, Lalla Latifa,
della prestigiosa tribù berbera dei guerrieri zalans
del Medio-Atlas. Lalla Latifa non compariva mai
a fianco del marito, non aveva il titolo di regina,
ma quello di "madre dei figli del re", invece suo
figlio, re Mohammed VI, diciottesimo monarca
della dinastia Alaouita fondata nel 1666,
discendente del profeta, terzo re dall'indipendenza
del 1956, ha per la prima volta presentato la sua
fidanzata al popolo. La ragazza discendente da
una famiglia dignitosa, ma tutto sommato
modesta, rispetto alla grande famiglia di
Casablanca come i Bennani, ha perso la madre
all'età di tre anni, è bellissima e molto istruita. I
cambiamenti sono evidenti nel nuovo codice della
famiglia varato recentemente. Questa riforma è un
vero "schiaffo" per gli integralisti musulmani:
infatti, l'obbedienza al marito viene sostituita con
l'uguaglianza dei diritti e dei doveri e la famiglia è
posta sotto la responsabilità di entrambi i coniugi.
Le ragazze non si sposeranno più a partire da
quindici anni, bensì a diciotto. La poligamia è
ancora ammessa, ma severamente limitata, se la
moglie non è d'accordo. Il ripudio verbale
(avviene quando un uomo ripete per tre volte di
seguito una formula), viene abolito, persino
nell'affidamento dei figli prevale la figura materna
e, infine, se il marito non rispetta il parere della
sposa, questa può chiedere il divorzio. Altra
novità il matrimonio, durato tre giorni (12-14
aprile 2002) che si è svolto in mezzo ad altre 200
coppie di giovani marocchini all'interno del
palazzo, con gruppo rock e tradizionalisti. Inoltre
la festa del terzo giorno è stata, esclusivamente,
riservata alle donne. Nonostante le innovazioni,
sulle foto ufficiali del primo nascituro Lalla Salma
non è presente e si vede solo il re tenere in braccio
il bambino.
Vita di Club 15
SOCIETÀ
di ROBERTO FAMBRINI
C’era una volta…
LA LEVA MILITARE
I
l primo gennaio 2005 la
leva militare è stata
collocata a riposo, dopo
143 anni di onorato
servizio. Gli ultimi coscritti
hanno lasciato caserme, navi
ed aeroporti a luglio 2005. Ciò
è stato reso possibile dalla
legge 226 del 22 agosto 2004,
"Sospensione anticipata del
servizio obbligatorio di leva",
che, oltre a venire incontro alle
esigenze
operative
dello
strumento militare, interpreta
un bisogno di cambiamento maturato nella
società negli ultimi decenni. Si chiude
un'epoca e cessa di vivere un istituto che ha
segnato il lento e difficile cammino unitario
dell'Italia, nel suo processo di crescita sociale,
culturale e democratica. Per renderci conto di
quanto abbia inciso sulla vita del nostro Paese
l'istituto della leva militare è necessario
ripercorrerne velocemente le tappe essenziali.
Breve storia
L'uso della coscrizione obbligatoria viene
solitamente fatto risalire alle "Ordinanze
fiorentine" del Machiavelli (1505), adottate
poi dalle Repubbliche di Venezia e Genova.
Ma la chiamata obbligatoria alle armi trova la
sua prima concreta attuazione nella Francia
rivoluzionaria, estendendosi poi, con il
sorgere e l'accreditarsi dell'idea di Nazione, a
tutti gli stati dell'Europa moderna del XIX
secolo. Il nuovo sistema di reclutamento trova
terreno fertile soprattutto presso la classe
militare prussiana, in quanto idoneo a
sostenere la politica di potenza bismarckiana.
Si va affermando così il concetto di "nazione
armata", basato su una leva obbligatoria di
massa che, superando i confini del pensiero
giacobino ancora rigidamente ancorato
all'entusiasmo rivoluzionario, punta anche a
16 Vita di Club
finalità più ambiziose, ossia quelle di incidere
sulla formazione civile e morale dei giovani e
di svolgere una funzione di supporto e di
sostegno nella società nazionale. Il modello
prussiano viene fatto proprio da molti paesi,
compreso il giovane Regno d'Italia, dove il
principio di nazione armata già aveva trovato
applicazione sulla base della legge di
reclutamento dell’Armata Sarda, promossa e
fatta approvare nel 1854 dal ministro
Lamarmora, per fronteggiare le esigenze
strategiche del momento nel regno sabaudo.
Nel 1861 il ministro generale Manfredi Fanti
estende la leva militare obbligatoria a tutto il
territorio nazionale; nel 1871 vengono
costituiti i “Distretti Militari”, con il compito
di gestire la mobilitazione ed il reclutamento.
Nel 1875 viene promulgata una nuova legge
che, ispirandosi a criteri di maggiore equità,
sancisce il principio che l'obbligo del servizio
è generale e personale, introducendo per la
prima volta gli esoneri per motivi di famiglia.
Gli idonei non esonerati vengono ripartiti,
mediante sorteggio, in una 1ª categoria,
incorporata, e una 2ª categoria, sottoposta al
solo addestramento di base e collocata in
congedo quale riserva complementare. La
ferma della 1ª categoria è di 3 anni (4 - 5 in
cavalleria). Nel 1910 (Legge Spingardi) la
ferma di leva viene ridotta a 18 mesi e
vengono introdotti provvedimenti estensivi
per ottenere gli esoneri.
Durante la prima guerra mondiale si
determinano varie e continue modifiche alle
norme sulla leva, volte ad assicurare
l’alimentazione di un esercito di circa tre
milioni di uomini, interessando ben 27 classi
di leva. Negli anni 1920 - 1940 si
intensificano i corsi per la formazione di
ufficiali
di
complemento,
grazie ai quali si riesce a
colmare la carenza di ufficiali
in servizio permanente e
soddisfare specifiche esigenze
tecnico-logistiche
(medici,
veterinari,
commissari,
farmacisti, ingegneri, ecc).
Anche dopo la seconda guerra
mondiale gli Stati Maggiori
delle Forze Armate non esitano
a difendere la coscrizione
obbligatoria,
ritenendola
ancora l’unica fonte di
reclutamento atta a garantire la
democrazia ed i nuovi impegni
assunti. Posizione peraltro condivisa e
sanzionata dalla “Assemblea Costituente”
(con ferma ridotta a 12 mesi, poi innalzata a
18 mesi nel 1952, quindi riportata a 12 mesi
nel 1975). L’istituto della leva diventa poi
oggetto per più di un quarantennio di un
dibattito vivace che ne sottolinea l’inefficacia,
sia per le ragioni legate all’efficienza dello
strumento (bilancio della Difesa sempre più
insufficiente in relazione ai compiti e alle
missioni assegnati per legge), sia per le azioni
demagogiche intraprese da varie parti
politiche che, un po’ alla volta, hanno
maturato nel Paese il convincimento che il
precetto costituzionale è ormai da considerarsi
superato dagli eventi, costituendo solo
un’inutile perdita di tempo per i giovani
italiani. Gli effetti di tale campagna assumono
vasta risonanza a livello parlamentare, tanto
da provocare una serie continua di leggi e
leggine tese a degradare sempre
più la leva, con il proliferare
degli esoneri e delle dispense e
dell’espandersi del fenomeno
dell’obiezione di coscienza.
Questo
scenario
complesso
(unitamente al cambiamento
degli aspetti geo-politici mondiali
dopo il 1989 ed il conseguente
nuovo modello di difesa) porta
lentamente, ma inesorabilmente
alla decisione di trasformare le
FF.AA. in senso interamente
professionale. Il processo di
trasformazione viene sancito con
la legge 331 del 14 novembre
2000, attraverso un programma di
riduzione nel tempo della forza bilanciata.
L’importanza di un ruolo
Al di là di ogni ideologia, la leva militare si
connota come un potente strumento, per più
di 140 anni, di aggregazione sociale e di
progresso culturale. L’esercito, attraverso la
coscrizione obbligatoria, contribuisce in
maniera determinante all’unificazione sociale
e politica del Paese. Generazione dopo
generazione,
gli
abitanti
dell’Italia
cominciano a riconoscersi tra loro nei ranghi
Vita di Club 17
dei Reparti sparsi sul territorio, a parlare
un’unica lingua (perlomeno a capirsi…), a
identificarsi nella stessa patria. Per la
maggioranza degli Italiani la caserma diventa
la prima casa in muratura, la prima mensa con
stoviglie e tre pasti al giorno e, persino, il
primo paio di scarpe e la prima
alfabetizzazione. In proposito il regolamento
di disciplina militare del 1872 così recita:
“Qualunque soldato non avrà imparato a
leggere e scrivere sarà trattenuto sotto la
bandiera ancorché la sua classe sia stata
congedata”! Nel 1863 il ministro della
guerra Della Rovere istituisce la
vaccinazione obbligatoria antivaiolo di
tutti gli iscritti alla leva militare. Si tratta
della prima vaccinazione di massa che
avrà poi seguito con la visita medica
obbligatoria di selezione psico-attitudinale
di tutti i giovani di leva, screening
sanitario prezioso per il rilevamento
statistico sull’evoluzione delle nuove
generazioni.
Conclusioni
Con le brevi considerazioni
esposte abbiamo cercato di
descrivere
la
fondamentale
importanza di una presenza, la leva
militare, nella vita sociale della
nazione e del suo indubbio
contributo alla crescita dei “valori”
nel Paese. Le FF.AA. di oggi
guardano al futuro senza rimpianti
e/o
nostalgie,
ma
non
sottovalutano le problematiche
18 Vita di Club
connesse con il cambiamento epocale. Sono
però sicure di poter sempre contare su un
autentico sentimento di rispetto e fiducia degli
Italiani, i quali hanno piena consapevolezza
che esse rappresentano un insostituibile
Presidio di sicurezza e continuano ad essere
una straordinaria Scuola di virtù civili,
umanitarie e democratiche.
SOLIDARIETÀ
di MARIO ALVISI
Il tempo è denaro
LE BANCHE DEL
TEMPO
C
e ne sono una cinquantina in Italia,
quattro in provincia di Rimini: due
in città, una a Coriano ed una a
Santarcangelo.
Sono
banche
speciali, dove non circolano banconote, ma
ore e minuti. Vi aderiscono donne,
soprattutto, pensionati, ma anche giovani
desiderosi di sentirsi utili, che, alla fine,
staccano veri e propri assegni con l’importo
dovuto. A che cosa servono? Come
funzionano? Ne ho parlato con Vittorio
Silenzi, l’attuale presidente della Banca del
Tempo di Santarcangelo che, dalle note
trovate su internet, è una delle Banche meglio
organizzate, la cui esperienza viene spesso
richiesta da ogni parte d’Italia per avere
informazioni sul come crearle. Vittorio
Silenzi, pensionato, prima lavorava in un
grande magazzino di materiali per edilizia, mi
riceve in un ufficio tutto elettronicamente
attrezzato messo a disposizione dal Comune,
non gratuitamente, ma poi vedremo come
viene compensato. Alla domanda a che cosa
serva una simile Banca mi risponde molto
candidamente: a recuperare quello che una
volta erano le relazioni “di un buon vicinato”;
quei gesti vicendevoli per rendere meno
faticosa la vita quotidiana del nostro vicino di
casa, per risolvere i problemi del tempo che ci
assillano quotidianamente, per sentirsi utili al
prossimo che può essere chiunque, non solo i
più bisognosi. Io offro una parte del mio
tempo, in cambio ricevo del tempo. Una
catena virtuosa che aiuta a vivere meglio. Ma
chi ha inventato tutto questo? É stata
l’intelligenza di un gruppo di donne che ha
pensato di creare un luogo solidale a misura
della loro fame di tempo e per la necessità di
far quadrare il bilancio di tempo quotidiano,
che, specialmente per il carico familiare oltre
che lavorativo, è sempre in rosso. E, difatti, la
prima Banca del Tempo nasce a Parma per
iniziativa
della
segreteria
provinciale
pensionate del sindacato UIL. Però la prima
vera Banca del Tempo, che ha fatto da
battistrada per tutte le altre oggi esistenti,
nasce proprio a Santarcangelo nel 1995 per
iniziativa
dell’allora
sindaco
Cristina
Garattoni coadiuvata da Anita Tognacci,
Maria Rosa Antolini e altre signore, tutte
impegnate nel sociale e alla conquista delle
pari opportunità. Oggi vi aderiscono oltre
trenta soci coordinati da un comitato di seisette persone che gestiscono un meccanismo
molto semplice. Come funziona? Ogni socio
che sa fare qualche cosa si mette a
disposizione della Banca. Quando lui avrà
bisogno di qualcosa potrà chiedere alla Banca
che gli metta qualche socio a sua
disposizione. E allora la Banca prende nota
delle varie necessità dei singoli soci, trova la
giusta soluzione e tiene conto delle ore date e
ricevute da ognuno di essi. E come in una
banca normale il socio ha un blocchetto di
assegni sui quali si annotano le ore spese a
favore di qualcuno o qualcosa e li consegna
alla Banca. Una volta reso il servizio
diventerà “creditore” del tempo dedicato a
quei servizi. Si diventa soci senza alcuna
formalità burocratica. Basta presentarsi al
presidente per farsi conoscere, per dire quali
sono le proprie disponibilità e per poter dare
un segnale di serietà operativa, onde garantire
l’effettiva disponibilità verso il prossimo in
quanto, molto spesso, le qualità dei servizi
richiesti o prestati possono essere di
particolare delicatezza e sensibilità umana e
sociale tanto da richiedere la massima serietà
personale. Cioè il nuovo socio deve capire
bene lo spirito della banca e se sia in grado di
dare il proprio apporto con l’atteggiamento
Vita di Club 19
giusto. Per questo ci sono anche momenti di
socializzazione – una assemblea, una pizzata in cui i “correntisti” possono stare insieme,
confrontarsi, raccontare le loro esperienze e,
quindi, capire e far capire le motivazioni di
una partecipazione. C’è una quota associativa
modesta. Attenzione, si sta parlando di
associazioni indipendenti, non legate a partiti
politici o gruppi religiosi che in certe
situazioni possono però contribuire con
finanziamenti, in quanto le persone coinvolte
sono “normali”, così come mi spiega il
Presidente. Dalla Regione, per esempio,
hanno avuto solamente un contributo di 500
euro che spesso servono per la pubblicazione
di opuscoli o pagare semplicemente il
telefono e le spese organizzative. Per fortuna,
rimarca il presidente Silenzi, il Comune,
come detto, offre gli uffici in cambio di
duecentocinquanta ore dei propri soci; ore che
il Comune destina all’assistenza della Casa
Famiglia, per prestare la sorveglianza a
qualche mostra o manifestazioni turistiche e
così via. Le ore vengono spese nei modi più
semplici, ma anche particolari. Non solo
andare a prendere figli a scuola, fare del
giardinaggio, aiutare un trasloco, tenere degli
animali durante delle vacanze, o anziani da
aiutare, ma anche che due finanzieri single
insegnino a scrivere con il computer in
cambio del lavare e stirare la loro biancheria;
oppure che delle insegnanti s’impegnino a
fare del dopo scuola per poi ottenere dai
genitori dei ragazzi piaceri per l’assistenza
domestica. E ancora mi racconta che gli risulti
esserci una Banca del Tempo paragonabile ad
un negozio dove gli oggetti hanno il prezzo in
ore. Se un socio vuol comprare un oggetto lo
pagherà mettendo a disposizione tante ore del
suo tempo per tante ore pari al valore dato in
ore a quell’oggetto. Un modo diverso, utile,
economico, inconsueto, ma sicuramente non
banale. Senza spendere una lira! Mentre
m’interesso della Banca del Tempo il Signor
Vittorio Silenzi ha davanti a sé un’agenda
che continua a spuntare mentre parla con me.
Sta scrivendo, fra una parola e l’altra, appunti
spulciando dei fogliettini. Incuriosito cerco di
guardali. Sembrano degli assegni. Oggi va di
moda dire “pizzini”. Sono assegni giuntigli da
altre Banche del Tempo a favore dei soci
santarcangiolesi per un servizio prestato
durante un convegno nazionale delle Banche
20 Vita di Club
del Tempo: un assegno è per un importo di
due ore e proviene da Forlì, sempre per due
ore sono altri due assegni provenienti da una
banca di Casarza Ligure e da una banca di
Nichelino Torinese. Altrettanto da una banca
di Roma. Vuol dire che sono crediti in ore che
i soci di Santarcangelo vantano presso quelle
banche. Ma, chiedo, come farete ad
“incassarli”? Proprio in questo periodo il
Signor Silenzi deve andare a Roma per un
convegno. Ed allora riscuoterà questi “crediti”
facendosi ospitare “gratuitamente” presso soci
di banche romane. Insomma non solo uno
scambio di ore a livello locale, ma addirittura
a livello nazionale, cosa che Silenzi proporrà
ufficialmente alla sede centrale delle Banche
del Tempo. Perché, mi dice, il mio paese è
piccolo, ma siamo a contatto con la riviera
romagnola e quindi abbiamo la possibilità di
scambiare favori con i tanti turisti che
soggiornano qui da noi, e sono soci delle
Banche del Tempo sparse per l’Italia. E allora
mi dice che l’anno scorso, al mare, c’erano
degli anziani che volevano visitare
Santarcangelo e loro si sono offerti quali
guide turistiche; che hanno prestato assistenza
ospedaliera ad alcuni ospiti che avevano
avuto bisogno di ricorrere ad interventi
medici. Il tutto sempre pagati con uno
scambio di assegni/ore per servizi e cortesie
tutelati da un’associazione importante e sicura
come la Banca del Tempo, che consente,
complice anche internet e la comunicazione
elettronica, di far diventare il tempo un bene
sempre più esteso e fruibile con il rilascio di
un semplice assegno. Nel normale mondo
finanziario già si parla di banche etiche. E a
Rimini ne abbiamo una. Ma ho la vaga
impressione che le Banche del Tempo siano le
banche del futuro! E lo dimostra la loro
continua diffusione. In un sito internet ho
trovato questa frase di un poeta dialettale
marchigiano: “Si dice che il tempo sia denaro,
ebbene scambiandoci quello che non ha loco
mi sembra che sia una idea eccellente affinché
del tempo nessuno sprechi niente”.
VIAGGIANDO VIAGGIANDO
di ANNA BIONDI
L’appetito vien viaggiando
OMNIA VINCIT AMOR
Tornando in quel di Firenze, «Te beata –
gridammo – per le felici aure piene di vita e le
convalli festanti popolate di case e di
uliveti!», chiedendo subito scusa al Foscolo
per l’indegno contesto, ma solo i suoi versi
rendono l’idea. Te beata anche perché, dopo
quattro anni di doloroso proibizionismo, è
stata finalmente liberata dalle vessatorie
restrizioni la …fiorentina d.o.c. e anche per
lei la voce dei (macellai) poeti si leva alta e
sonora a celebrare l’atteso evento. Quindi
animati dallo stesso entusiasmo dei poeti
(quali che siano), in venticinque (eran giovani
e… vecchi, forti e men forti), siamo partiti il
18 febbraio 2006 per un weekend all’insegna
del collaudato abbinamento Arte – Cultura –
Gastronomia – Natura, lionisticamente
condito dall’affetto che lega i partecipanti e li
raggruppa per queste esperienze collettive di
grande significato. E Firenze risponde alla
nostra ammirazione venendoci incontro con la
Torre di Arnolfo, con il prospetto degli Uffizi,
con la Cupola di Santa Maria del Fiore, «così
vicina e così bella - scrive il Vasari - che le
nuvole ne sono invidiose». Dopo una sosta
necessaria per contemplarla dagli spalti del
Belvedere, la stellata fortezza che il
Buontalenti progettò per il suo signore perché
i cannoni del granduca vigilassero sui sudditi
riottosi (è impossibile immaginare un affaccio
più eccitante e più emozionante), affrontiamo
il menu di questo mini tour che prevede come
antipasto la mostra di scultura che chiude il
quadro delle celebrazioni espositive del VII
centenario di Arnolfo di Cambio. Al grande
architetto-scultore (Colle di Val d'Elsa
1240/50 - Firenze 1302/10) si devono i
massimi monumenti di un’epoca che vide le
origini del Rinascimento fiorentino: la chiesa
di Santa Croce, Palazzo Vecchio e la nuova
cattedrale di Santa Maria del Fiore eretta in
sostituzione dell'antico duomo di Santa
Reparata. Avendo in mente, quali componenti
culturali,
il
gotico di Francia
e la tradizione
classica,
egli
diede vita a un
rinnovamento
artistico
eccezionale, di
cui, oltre un
secolo
dopo,
avrebbero fatto tesoro artisti come
Brunelleschi e Donatello. A lui è dedicata
un’esposizione di sculture di dimensioni
monumentali che appartengono al periodo
dell’attività svolta tra Roma e l'Umbria e al
cantiere della facciata della cattedrale
fiorentina. Quanto eseguito da Arnolfo venne
distrutto nel 1587 per volere proprio del
Buontalenti, che forse coltivava la speranza di
edificare una nuova facciata, ma le statue che
la adornavano si sono conservate in numero
cospicuo (bellissime la Natività, la Madonna
in trono, l’Angelo). Arnolfo seppe coniugare
il suo animo di architetto e di scultore a un
gusto pittorico per i mosaici dai colori vivaci
che aveva sviluppato negli anni romani e
produsse un insieme armonioso ed
equilibrato, in cui l'architettura e la pittura
svolgevano
il
ruolo
di
sostegno,
inquadramento ed esaltazione del programma
scultoreo. Ci sistemiamo all’ Hotel Lorenzo il
Magnifico; l’aggettivo è adatto a descrivere
anche l’edificio, le camere, il trattamento, e ci
prepariamo a gustare il piatto forte previsto
per la serata. Al Teatro della Pergola va in
scena un Don Chisciotte secondo Maurizio
Vita di Club 21
Scaparro, il famoso regista che abbiamo
preso ad inseguire come se fossimo la sua
claque... perché ammiriamo la sapienza e la
creatività del suo genio. «Lo spazio che ho
scelto per i viaggi della mente di Don
Chisciotte
è
molto
semplicemente un “teatro”.
Anzi un vecchio cadente
rotto “ex teatro”, dove al
posto della platea esiste
solo una pista di terra
battuta, quasi un circo, di
palchi e di quinte, dove
forse un giorno crescerà
l’erba,
e
dove
miracolosamente sopravvive
un
vecchio
“ex
palcoscenico”, nudo, con
qualche ricordo residuo di
macchinerie teatrali, povere
e semplici macchine della
illusione e della fantasia;
che muovono il sipario,
modificano le luci, creano il
vento, la pioggia, i tuoni, gli
antichi eterni “trucchi”, le
illusioni del teatro di tutti i
tempi. Un teatro, l’unico
spazio dove possano agire
contemporaneamente
la
verità vera e quella recitata, i due piani del
viaggio di Don Chisciotte, appunto, e della
sua “follia”».
Così veniamo immediatamente catturati dal
povero hidalgo cinquantenne, «di corporatura
vigorosa, secco, col viso asciutto» che in un
paese della Mancia vive leggendo libri di
cavalleria e sognando di fare il cavaliere «per
accrescere il proprio nome e servire la patria».
Totalmente immerso in un mondo di fantasia,
si convince di poter far rivivere gli antichi
valori della cavalleria in una realtà degradata
e antieroica dove i castelli sono taverne, le
prostitute nobili dame, i giganti mulini a
vento e Dulcinea, la donna amata di
impareggiabile bellezza, non è altri che… una
contadinotta. Nel pirotecnico, carnevalesco
spettacolo che rivive sulla scena, Dulcinea è
diventata un’inanimata marionetta; la follia di
Don Chisciotte, frastornato, stravagante e
delirante, mette a nudo le contraddizioni
umane, ora è un eroe comico che dà vita ad
uno spettacolo allegro e giocoso, ora si carica
22 Vita di Club
di elementi tragici, zimbello di un gioco
manovrato da abili burattinai. Siamo rapiti dai
costumi, dalla scenografia, dalla superba
recitazione di attori come Pino Micol (Don
Chisciotte), Augusto Fornari (Sancho Panza),
Marina Ninchi, dalla musica e dai pupi
animati da Cuticchio. Anche la cena
del dopo teatro è gaia e frizzante. Lady
Liberati
ha
pensato
a
tutto,
l’organizzazione
è
perfetta,
la
compagnia ottima.
L’indomani si entra in Palazzo Pitti per
un evento senza precedenti: una
mostra, Mythologica et Erotica,
dedicata all’Amore, all’Eros che
leggero come un’ala di farfalla si posa
su uomini e Dei, re e regine, giovani e
vecchi, belli e brutti, sconvolgendo
ogni loro azione e pensiero dai tempi
dei tempi. Una rassegna infinita di
preziosi
cammei
su
gemme
meravigliose, monete e medaglie d’oro
e d’argento, tele, tavole e disegni,
arazzi e oggetti d’arredo, statue e
bassorilievi rimandano il piacere antico di
raccontare storie d’amore tra inganni e
seduzione, tra malizia e sentimento, tra
desiderio e passione. E noi, di fronte al potere
che il dio alato esercita sugli Dei, entriamo
rapiti nell’olimpico mondo del mito, dove
Zeus la fa da padrone, tradendo la moglie di
continuo. Le più belle sono tutte sue: Io
(trasformata in mucca dalla gelosa Hera),
Callisto (uccisa da Artemide per aver perso la
verginità con Zeus), Danae (quella della
pioggia d’oro), Europa (quella del toro), Leda
(quella del cigno)… Una morbida Leda,
vestita solo di perle, mollemente adagiata su
cangiante seta, accarezza con languido
abbandono il cigno dal lungo collo in cui si è
trasformato l’ingannevole Zeus.
Questa preziosa, sensuale Leda del
Tintoretto è quasi il logo della
mostra, visto che gli artigiani
fiorentini ne hanno riprodotto
abilmente la delicata collana di
perle e i fantasiosi orecchini. Le
invidiamo i gioielli, ma non la
sorte, visto che la notte in cui Zeus
l’avvicinò, Leda dormì anche con il
marito Tindaro e dopo nove mesi
partorì Clitennestra e Castore figli
di Tindaro, Elena e Polluce figli di
Zeus. I due maschi, i Dioscuri, furono assunti
in cielo a formare la costellazione dei
Gemelli, ma le due sorelle riempirono le
cronache con i loro amori e i loro
misfatti…La mitologia ci affascina, le scene
d’amore ci seducono, le opere d’arte da
capogiro ci abbagliano. Ritorniamo alla realtà
passeggiando in Boboli fra labirinti di alloro,
statue e fontane; il grande giardino, un vero e
proprio museo di scultura all’aperto, con
opere tanto di epoca romana che del
Cinquecento
e
Seicento,
ci
offre
generosamente l’amenità dei suoi prati, viali e
boschetti e bellissimi scorci di paesaggio. Ma
non possiamo lasciare la Toscana senza un
banchetto di grosse, larghe, succulente
bistecche alla fiorentina. Le troviamo ad
Arcetri, divine, generose di profumo e di
gusto, un peccato di gola dopo la mostra
erotica! Così a mo’ di penitenza affrontiamo
la tappa successiva… In realtà rimaniamo
sbalorditi
dalla
bellezza
e
dalla
monumentalità della Certosa di Firenze
situata sulla sommità del Monte Acuto, nelle
vicinanze di Galluzzo a sud di Firenze;
l’imponente complesso fu costruito nel
Trecento per volontà di Niccolò Acciaioli, un
ricchissimo e potente banchiere, che presso la
corte angioina di Napoli ebbe incarichi
prestigiosi. Palazzo Acciaioli, la dimora del
fondatore, è l’unico edificio che abbia
conservato i caratteri formali originari:
l’essenzialità e la linearità del gotico, mentre
la chiesa ha subito rimaneggiamenti nel corso
dei secoli. Stupendi i due chiostri, suggestive
le celle dei certosini, dove vivevano in
solitudine eremitica rispettando rigorosamente
il silenzio. Solo nelle festività si riunivano nel
grande refettorio; solitamente ricevevano i
pasti dai fratelli conversi da uno spioncino
della cella. Visti gli immensi spazi la
comunità
religiosa
doveva
essere
numerosissima. Oggi solo sette monaci
cistercensi curano l’intero complesso che
annovera opere di grande pregio come il ciclo
della Passione di Pontormo. Lo spirito
ascetico respirato in questo luogo riporta
l’equilibrio e la sobrietà nel gruppo di
gaudenti che tornano a casa con la sensazione
di aver passato due giorni di completa…
beatitudine. Grazie al Comitato Gite!!!
Vita di Club 23
LEZIONI DI MUSICA
di PIERO BONAGURI (docente di Chitarra
presso il Conservatorio di Bologna)
Ascoltando, leggendo, ammirando
PERCORSI DI MUSICA E ARTE
il titolo di un ciclo di tre lezioni concerto che ho iniziato ad effettuare
alcuni anni fa. Ma devo dire che anche
prima di inventare questo ciclo di
lezioni - concerto già da tempo tenevo
incontri d’introduzione all’ascolto della
musica - principalmente, ma non solo, nelle
scuole superiori italiane. Sono facilitato in
queste iniziative dal fatto di suonare uno
strumento, la chitarra, che si presta
particolarmente allo scopo: anzitutto è
maneggevole e si può portare dappertutto, pur
essendo musicalmente completa - di una
completezza forse insospettabile da parte di
chi non ha mai sentito suonarla con proprietà
- e assai versatile, potendo essere impiegata
per interpretare musica d'ogni epoca, dalle
complesse polifonie rinascimentali e bachiane
alle opere strutturalistiche del ‘900 e
postmoderne. Inoltre la chitarra piace ai
giovani e a chi è stato giovane un po’ d’anni
fa e può quindi fungere in modo eccellente da
“ambasciatore” della musica colta (come
diceva Oscar Ghiglia, uno dei miei maestri)
anche presso persone che si ritengono poco o
nulla interessate ad essa. Il motivo
fondamentale per il quale mi impegno in
questa opera di divulgazione, che si affianca
alla mia attività concertistica tradizionale, è
presto detto: sono profondamente convinto
del fatto che la bellezza della musica colta
occidentale sia “per tutti” e possa essere fruita
anche dai non addetti ai lavori, avendo inoltre
una grande ed insostituibile potenzialità
educativa. Oggi invece la musica classica, ed
in particolare la chitarra classica, spesso
rischia di venire relegata in una specie di
nicchia per “aficionados”; mi sembra un
peccato, e poi se il pubblico è troppo ristretto
c’è anche meno lavoro per i musicisti… Dopo
vari assestamenti dovuti alla sperimentazione
“sul campo” la forma attuale delle lezioni 24 Vita di Club
È
concerto è ora strutturata
in un ciclo di tre incontri - ciascuno dei quali
effettuabile autonomamente, ma anche
profondamente collegati tra loro - che
ripercorre sinteticamente la storia della
musica
e
dell’arte
occidentale
dal
rinascimento ad oggi. I titoli dei tre incontri
sono:
“Rinascimento
e
Barocco”,
“Classicismo e Romanticismo”, “Da fine
Ottocento ai giorni nostri”. La formula di
ciascun incontro è basata sulla proposta
dell’ascolto di una quindicina circa di brevi
composizioni, originali per chitarra o
trascritte da altri strumenti (utilizzo molto le
bellissime trascrizioni realizzate da Andrés
Segovia di celebri brani classici per liuto,
clavicembalo, pianoforte, e io stesso ho fatto
altre trascrizioni) ciascuna delle quali è
eseguita dal vivo contemporaneamente alla
proiezione su schermo della riproduzione di
un’opera d’arte, generalmente coeva e
comunque
collegabile
per
contenuto
espressivo al brano musicale ad essa abbinato.
Ogni incontro risulta così incentrato su di un
breve momento di “spettacolo” (cerco per
questo di favorire il più possibile il crearsi di
un attento clima d’ascolto, anche utilizzando
al meglio le possibilità offerte dal luogo dove
opero, per quanto riguarda il suono e
l’illuminazione); in tale momento il mio
tentativo è quello di fare incontrare il più
possibile ad ogni ascoltatore la bellezza di
ogni pezzo di musica da me eseguito, con
l’ausilio della suggestione creata dalle
immagini proiettate su schermo e della lettura,
tra un brano e l’altro, di brevi aforismi
letterari da me selezionati e scritti
generalmente dagli stessi artisti e musicisti
presenti nel programma. Di questa
impostazione sono debitore anche alla mostra
“La Perdita del Centro” allestita al Meeting di
Rimini del 1999 (mostra che a sua volta
riecheggiava il titolo del celebre saggio di
Hans Sedlmayr) che abbinava opere d’arte
contemporanea a brani letterari; essa mi
suggerì l’idea di proporre un “percorso”
simile coinvolgendo anche la musica, e
ancora oggi utilizzo diverse immagini e testi
letterari che facevano parte della mostra
riminese. Solo successivamente ho elaborato
gli altri due momenti del ciclo, relativi alle
epoche più antiche. Un programma di sala
distribuito ad ogni partecipante riporta autore
e titolo di ogni opera d’arte e brano musicale
proposto ed i testi letterari, alcuni dei quali
vengono anche proiettati su schermo; i brani
musicali sono numerati per favorire la veloce
annotazione di appunti da parte degli
ascoltatori. Il breve concerto (mezz’ora circa)
è preceduto da una brevissima introduzione
parlata di carattere soprattutto metodologico:
essa tende a suggerire e privilegiare il metodo
dell’ascolto, dell’impatto personale e aperto
di ciascuno con quanto l’opera d’arte ed il
brano musicale (e gli abbinamenti tra loro e
con i testi da me proposti) potranno
comunicarci. Infatti, non è per nulla scontato,
specie in ambito scolastico, che si arrivi ad un
momento di questo tipo disponibili ad un vero
ascolto; può essere prevalente, addirittura
favorita da una certa attitudine degli
insegnanti a scuola, l’idea di usare l’ascolto e
la visione come asettica e superficiale
acquisizione di esemplificazioni di un
discorso storico, filosofico o estetico. Ma “il
metodo è imposto dall’oggetto” e l’arte non si
può fruire in questo modo. Per fare un
esempio banale, è molto più importante
ascoltare la musica in raccolto silenzio che
riuscire subito a “cogliere i nessi”: l’arte,
infatti, certo ci fa conoscere il “tipo umano”
da cui nasce - e, con buona pace dei teorici
dell’“arte per l’arte”, non si vede come
potrebbe non farlo -, ma lo fa attraverso il
metodo che le è proprio, non cioè tenendoci
un discorso, ma facendoci impattare con
l’oggetto artistico e vibrare in sintonia con il
suo contenuto espressivo, di cui “facciamo
esperienza” invece di “sentirne parlare”. Per
usare una felice espressione non mia, si tratta
sì di una conoscenza (e non di un mero
provare sensazioni ed emozioni), ma di una
“conoscenza affettiva” in cui tutto il cuore
dell’uomo, ragione e sentimento, e perfino in
certa misura la fisicità, sono coinvolti.
Certamente sarà utile anche svolgere in modo
sistematico i nessi con la cultura, la filosofia,
la storia, ma non è il lavoro principale da fare
durante la lezione - concerto. Dopo il
momento di “spettacolo” (che dura circa
mezz’ora e durante il quale cerco di parlare il
meno possibile per non interrompere il clima
di ascolto) è comunque previsto anche un
momento di “parola”, che prenda spunto però
dalla esperienza fatta da ciascuno e insieme
ascoltando, guardando e leggendo. In questo
secondo momento, a partire preferibilmente
da osservazioni e domande dei partecipanti,
cerco anche di motivare gli abbinamenti tra i
testi, i brani musicali e le opere d’arte che ho
proposto e di fornire qualche elemento di
comprensione dei diversi tipi di linguaggio
musicale impiegati nei brani musicali che ho
suonato. Così, nello svolgersi dell’intero
ciclo, si può commentare la formazione del
linguaggio tonale, i concetti di consonanza e
dissonanza, scala, accordo, modo maggiore e
minore, ritmo, timbro, modulazione; si
possono illustrare alcune forme musicali
(Fuga, Sonata, Variazioni, Romanza…), il
passaggio dal linguaggio contrappuntistico
alla melodia accompagnata e lo “sgretolarsi”
del codice tonale che avviene nel passaggio
alla musica del Novecento (cromatismo,
impressionismo, espressionismo, dodecafonia,
minimalismo…) fino alla proposta di una
nuova costruttività da parte di qualche autore
contemporaneo. Il parallelismo con il
linguaggio dell’arte e della poesia è a volte
assai evidente e aiuta la comprensione. Ho
tenuto le mie lezioni - concerto in varie forme
ed in ambiti diversi; principalmente nelle
scuole secondarie superiori italiane, come
dicevo, ma anche (spesso in forma di vero e
proprio spettacolo e con la partecipazione
dell’attrice Paola Contini) presso centri
culturali in Italia e all’estero e università (a
Bologna ed alla New York University). In
totale avrò forse tenuto ormai un centinaio di
incontri di questo tipo. L’esperienza mi ha
portato a continui affinamenti del contenuto
delle lezioni - concerto (ad esempio, ho
imparato a parlare meno durante la parte
dedicata allo spettacolo concentrando le
“spiegazioni” alla fine; ed il repertorio di
testi, musiche ed immagini impiegate si
espande e contrae a seconda della opportunità
e delle scoperte che continuo a fare). Pur con
gli evidenti limiti della strutturazione del ciclo
“Percorsi di Musica e Arte” rispetto alla sua
Vita di Club 25
ambizione di coprire un arco temporale così
vasto (il che porta alla scelta obbligata di
inserire solo composizioni brevi ed al rischio
di trasformare ogni momento in un eccessivo
bombardamento di stimoli sonori, visivi e
testuali - e del resto la fruizione di un
capolavoro artistico possibilmente non
andrebbe “bruciata” in un unico contatto, ma
si avvantaggia di una frequentazione anche
lunga nel tempo) sento di poter dire con
soddisfazione che questo ciclo rappresenta
un’utile opportunità di incontro introduttivo
alla bellezza della musica classica
occidentale, che facilita anche il cogliere i
suoi nessi con la storia della cultura e
dell’uomo. A questo proposito la risposta
praticamente costante del pubblico negli anni
smentisce l’obiezione, che a volte affiora in
qualcuno, sulla opportunità di accostare
linguaggi artistici differenti (musica, arte,
letteratura). Mi sembra un’obiezione più
riconducibile ad un pregiudizio di tipo
ideologico che al guardare le cose come
stanno; di fatto, anche dei ragazzini di scuola
media inferiore - come è capitato - non hanno
nessuna difficoltà a rapportare un pezzo di
musica ad un’immagine, magari per
contestare la mia scelta di abbinarli (mi va
benissimo: la contestazione di un particolare
accostamento non riguarda il metodo
dell’abbinare arte e musica, anzi lo
conferma). A volte sono proprio gli
“specialisti” che invece non si rendono conto
di questi evidentissimi nessi… Del resto io
non intendo certo “tradurre” un pezzo di
musica in un quadro o viceversa; uso le
immagini ed i testi per favorire l’ascolto e
mettere in luce aspetti contenuti nel brano
musicale che propongo: si tratta di analogie
linguistiche e comunanze di sensibilità che
aiutano ad entrare meglio in rapporto con la
musica. Andare a suonare nelle scuole
(specialmente durante l’orario scolastico, e
quindi di fronte ad un pubblico di ragazzi che
non ha scelto spontaneamente di partecipare)
è sempre un rischio - se non ci sono le
condizioni giuste di ascolto non è che la cosa
vada “un po’ meno bene”: rischia di essere
inutile e quindi controproducente. Riguardo a
questi casi (pochi, per fortuna) credo però di
poter dire di dire che non si tratta
generalmente di una “colpa” dei ragazzi
quanto di un’insufficiente cura e proposta del
26 Vita di Club
gesto da parte degli insegnanti, che
dovrebbero essere personalmente, e loro per
primi, interessati alla iniziativa per potere
contagiare anche i propri studenti. E dipende
anche da me riuscire a tenere vivo l’interesse
e adattare volta per volta il mio intervento alla
capacità di tenuta dei miei interlocutori.
Viceversa, nelle molte occasioni in cui si crea
il clima giusto (di regola accade quando c’è
qualche insegnante che prende a cuore la cosa
preparando e accompagnando i ragazzi) è
molto bello vedere come giovani anche
presumibilmente digiuni di studi musicali
sappiano ammirare lo splendore della musica
di Bach, Scarlatti e Haydn, vibrare con le
melodie struggenti di Mendelssohn, Paganini
e Chopin ed essere scossi dallo sgomento dei
Klavierstucken di Schoenberg abbinati ad
opere di Kandinski e Klee, dal grido
espressionistico dei “Frammenti da Ungaretti”
di Gilberto Cappelli abbinati a “Il Grido” di
Munch e ai versi di Ungaretti (Cappelli ha
composto il pezzo su mia richiesta e proprio
per queste occasioni) o catturati dalla
meccanica,
minimalista
e
ossessiva
ripetizione di “A Room” di John Cage (pezzo
che ho trascritto dall’originale per pianoforte)
abbinato al quadro “Bottiglie di Coca - Cola
in verde” di Andy Warhol (tanto per fare solo
qualche esempio; a questo proposito riporto in
appendice il programma di sala dell’incontro
sulla musica contemporanea). Anzi, capita a
volte che proprio quel momento che potrebbe
essere considerato a priori più ostico,
l’incontro dedicato alla musica del Novecento
(quella musica dissonante che può suscitare
innervosite reazioni anche in qualche
melomane adulto e acculturato), risulti
particolarmente coinvolgente e stimolante per
gli studenti. “Per la prima volta ho sentito che
si parlava di me” ha detto uno studente al
termine del momento di ascolto dedicato al
‘900. Io stesso ho modificato il mio giudizio
sul pezzo di John Cage a partire dalla
esperienza che ho fatto suonandolo in queste
occasioni. Qui è particolarmente evidente
l’utilità del nesso musica - immagine, che in
certo modo aiuta a sciogliere la durezza
dell’impatto con la musica contemporanea cui
i giovani non sono generalmente avvezzi.
Particolarmente bello è il crearsi, all’interno
dalla “normalità” di un’aula scolastica, di quel
clima di totale silenzio causato dall’essere
colpiti da qualcosa di bello, esperienza di per
sé inusuale e fortemente educativa (a volte il
silenzio viene richiamato a scuola come fatto
disciplinare o condizione per poter lavorare;
ma quando il silenzio si crea per l’invadenza
di qualcosa di bello che fa stare a bocca aperta
e ad occhi spalancati non è vissuto dal
ragazzo come una coartazione della sua
personalità, ma è un’esperienza umanamente
esemplare): “Non sembrava neanche di essere
a scuola!” commentava qualcuno. Una bella
frase del mio grande maestro Segovia
potrebbe
sintetizzare
la
motivazione
dell’esperienza da me fatta in questi incontri;
certo, essa esprime anche una concezione
dell’attività concertistica in quanto tale, ma si
adatta particolarmente bene a questo tipo di
momenti in cui la preoccupazione educativa è
esplicitamente centrale: “L’artista è un uomo
come gli altri, e non deve mai innamorarsi di
se stesso. Perderebbe irrimediabilmente
qualcosa…Come gli altri, con in più un dono
meraviglioso: e per questo dono dev’essere
sempre vicino ad ogni altro uomo”.
Impressionismo…
Cl. Monet: L’Etang aux Nympheas (1904)
M. De Falla: Homenaje a Debussy (1920)
“Questi paesaggi d’acqua e di riflessi che sono diventati per me una vera ossessione” (Monet)
***
Espressionismo…
“Codesto solo oggi possiamo dirti/ ciò che non siamo, ciò che non vogliamo” (Montale)
V. Kandinski: Primo acquarello astratto (1910)
A. Schoenberg: Klavierstuck II, IV (1911)
E tutto cospira a tacere di noi, un po' come si tace/ un'onta, forse, un po' come si tace una speranza / ineffabile
(Rilke)
P. Klee: Attacco di Paura (1939 )
A. Schoenberg: Klavierstuck VI (1911)
E. Munch: Il Grido (1893)
G. Cappelli : Frammenti da Ungaretti (1999)
“Come questa pietra è il mio pianto che non si vede” (Ungaretti)
“Io rimasi là, tremando d'angoscia, e sentivo come un grande e interminabile grido che attraversava la natura”
(Munch)
***
Guardando al passato…
G. Rouault: Sarah (1956)
F. Poulenc: Sarabande
H. Matisse: Icaro (1944-1947)
P. Ugoletti: Fuga (1999)
“Non possiamo fare a meno di essere contemporanei” (Stravinski)
***
Razionalizzazione…
V. Kandinski: Accento in rosa (1926)
K. Stockhausen : da " Tierkreis "
P. Mondrian: Quadrato I (1921)
C. Togni: Quasi una Serenata (I e IV movimento)
“L'ascesa alle altezze dell'arte non oggettiva è faticosa e piena di tormenti, eppure rende felici” (Malevic)
“Anche la mia arte è una forma d’ascensione, una trasformazione dal visibile all’invisibile, dalla materia allo
spirito, dall’attimo all’eterno” (Stockhausen)
***
Pop Art …
A. Warhol: Bottiglie di Coca-Cola in verde (1962)
J. Cage: A Room (1943)
“perché non si rende conto, come me, che scrivendo, suonando o ascoltando musica non si porta a termine
niente?” (Cage)
***
Uno sguardo positivo…
V. Van Gogh: Notte stellata sul Rodano
H. Villa-Lobos: Tre Studi (1929)
E. Munch :
Notte di Stelle (1983)
O. Kokoschka: Paesaggio Dolomitico (1913 ca)
“L'avventura, la grande avventura, è il vedere sorgere qualcosa di sconosciuto, ogni giorno, nello stesso volto.
Questo vale quanto tutti i viaggi intorno al mondo” (Giacometti)
P. Klee:
Il sorgere della luna a St. Germain (1915)
V. Van Gogh: Paesaggio Dolomitico
P. Picasso: Paesaggio Mediterraneo
J. Rodrigo: Fandango (1954)
W. Congdon : New York (1948)
W. Congdon : Tre Alberi (1998)
P. Molino : Frammento C (1996)
“Ho fretta di scoprire chi sono e che sono” (Congdon)
“Costruiremo con nuovo linguaggio” (Eliot )
***
Postludio…
D. Frisoni : Controluce (2002)
P. Ugoletti: Danza (versione 2002)
Vita di Club 27
ITINERARI
di RAFFAELE PETRILLI
Un diario di viaggio
UNA GITA A MASCA
M
asca è una rustica località a
ovest
di
Tenerife,
nell’arcipelago delle Canarie,
costruita a terrazzate lungo il
pendio della montagna, caratterizzata da
singole casine a solo piano terra, adibite
esclusivamente a trattorie, ristorantini,
negozietti di souvenir e - in misura minore anche ad abitazioni dei pochi abitanti del
luogo. La località è molto suggestiva dal
punto di vista paesaggistico, data la sua
collocazione geografica, la sua altitudine
metrica, la sua conformazione geofisica e
geoflorica, la purezza e leggerezza dell’aria, il
silenzio profondo e totale, che regna sovrano
sulle cose e sugli esseri viventi, ivi esistenti.
Oggi è il primo di novembre, festa di
Ognissanti, e, come già programmato da
qualche giorno, vado in gita a Masca, con mia
figlia Laura. La giornata, splendida dal punto
di vista atmosferico, inizia alle otto del
mattino. Soli soletti, usciti di casa, saltiamo
sulla nostra “potente” Asia Rocsta e partiamo.
Lasciato alle spalle l’azzurro mare di Las
Americas, arriviamo a quello di colore blu
intenso, quasi scuro, di Los Gigantes. Una
breve sosta, alla prima periferia della località
turistica, per osservare da vicino l’enorme
scogliera altissima, che si staglia contro il
cielo davanti a noi e che ripiomba a picco sul
mare, e subito ci si accorge che l’affascinante
viaggio tra realtà e sogno è appena iniziato.
Girando lo sguardo verso sinistra s’intravede
laggiù, in lontananza, l’isola de La Gomena,
dove Cristoforo Colombo attese lungo tempo
il favore degli alisei per il grande balzo
verso… “le Indie”. In un attimo la fantasia
corre al Settembre del 1492 e vede il grande
navigatore che, dall’alto della prua, arringa
la ciurma sottostante per accelerare gli ultimi
preparativi, prima dell’immane traversata.
Stropicciandomi gli occhi torno alla realtà
28 Vita di Club
della mia… “bianca navicella” che quasi
invita a sedersi per proseguire la più stabile ed
agevole “traversata”. Ci si accorge così che la
strada continua ad arrampicarsi su su, fino a
Santiago del Teide. L’orologio della piazza
principale segna le dieci del mattino.
Attraversiamo lentamente tutto il paese,
pulito e ben tenuto e, alla fine dello stesso,
senza incontrare anima viva, giriamo a
sinistra. Un cartello stradale con l’indicazione
“Masca” ci segnala la direzione da seguire.
Imperterrita la strada continua a salire sempre
più in su, sin quasi alle “nuvole” (del tutto
inesistenti ora, data la giornata completamente
tersa). La “carretera”, regolarmente asfaltata e
in perfetto stato di manutenzione, è costituita
da un tornante dietro l’altro e si inerpica
continuamente mettendo veramente a dura
prova il nostro sempre valido “todoterreno”,
al momento del tutto rassicurante, per via dei
suoi 2200 cm. cubici di cilindrata. Giunti alla
sommità della salita facciamo una sosta e due
passi, per sgranchirci le gambe. Lo spettacolo
circostante è stupendo. Il cielo è azzurro e
terso, come solo capita a queste altitudini.
Inspirando a pieni polmoni, ma con la bocca
leggermente socchiusa, ci si accorge che qui
l’aria è più fresca e rarefatta. Un senso di
leggerezza ci assale, partendo dal basso e
risalendo lungo tutto il corpo, dandoci una
sensazione di totale benessere fisico. L’aria,
leggermente frizzante e piuttosto piacevole,
continua soavemente ad accarezzarci le mani,
il volto, i capelli. Il paesaggio incantevole ci
assorbe completamente. Allo scoccare del
quarto d’ora di sosta stabilito, inebriati dalla
il pendio del paese–montagna. Camminiamo
natura circostante, abbiamo la sensazione di
lentamente sui cubetti di porfido e di pietra,
essere immersi in un “mare” di beatitudine e
alcuni dei quali sconnessi ed irregolari anche
serenità, che pervade tutto il nostro animo. Il
se esteticamente piacevoli a vedersi.
Teide comunque è lì, di fronte a noi; ci
Ripromettendoci di visitarlo al ritorno,
sovrasta dai suoi 3718 metri e sembra
evitiamo il Museo archeologico per mancanza
ammonirci a non osare di più. Il silenzio è
assoluto e inviolabile tanto che a noi sembra
sia il vero padrone di questi luoghi, da
sempre. Solo in lontananza laggiù in basso,
quasi a distanza siderale da noi, si intravede come unico segno di civiltà - un tratto di
strada statale percorsa, di tanto in tanto, da
qualche audace auto,
del tutto silenziosa ai
nostri orecchi e così
di tempo e continuiamo la discesa.
minuscola che i nostri
Intervallando i passi alle soste,
occhi non riuscirebbero
guardiamo il paesaggio, le casine, le
a vederla, qualora fosse
montagne circostanti (che ora quasi
completamente ferma.
ci sovrastano tanto siamo scesi in
L’ambiente circostante a noi è Vulcano Teide, 3718 m.
basso) e l’incredibile strada tortuosa
desertico e selvaggio nello stesso
e ripida appena percorsa in auto. Solo ora
tempo. Solo pochi arbusti ricoprono il terreno
notiamo
che
questa
si
arrampica,
arido e secco. Guardando però in lontananza aggrappandosi letteralmente e incredibilmente
verso il nord dell’isola - appena sotto l’altezza
alla montagna sin lassù in cima. Il sole delle
dei nostri occhi, si scorge una vegetazione
tredici è a picco su di noi. Il cielo è ancora
lussureggiante, tipica della mezza-montagna,
chiaro e limpido. I gradi di temperatura di un
dove la pioggia cade abbondantemente
piccolo display posto sulla facciata di una
durante tutto l’anno. Ma quando lo sguardo
casina segna 20 gradi. Siamo pur sempre al 1
s’innalza ancor più lontano, verso il Teide ed i
di novembre ed alla rispettabile quota di 2000
picchi circostanti, il verde e gli alberi come
metri. Si scende ancora, fermandoci di tanto
d’incanto scompaiono. E così ti accorgi che la
in tanto per un respiro profondo. L’aria
ricca vegetazione ad un certo punto lascia il
leggera ci penetra sin dentro i polmoni,
posto al paesaggio arido e selvaggio, del tutto
dandoci una sensazione di benessere e di
simile a quello della latitudine ove noi ora ci
tranquillità. Il profumo dell’ambiente
troviamo. Il pensiero vola
alle nostre
circostante e gli odori provenienti dalle
montagne amiche, compagne fedeli di tanti
casine–trattorie, sparse qua e là stuzzicano
anni passati sulle “Dolomiti”, al momento
maggiormente l’appetito e ci costringono a
lontane da qui. L’accostamento è spontaneo
tavola. Un piatto di costatine di agnello con
ed inevitabile, anche se ora l’ambiente
“papas fritas” ed “insalada mixta”, unito ad
circostante è completamente inusuale e
un vinello obbligatoriamente “tinto”, ci fanno
differente, ai nostri occhi, rispetto alla visione
apprezzare ancor di più i piaceri della tavola,
familiare del massiccio del Pordoi, del gruppo
dando nel contempo un tocco di maggior
Sella, al Catinaccio, alla Marmolada, all’Alpe
suggestione al posto e aumentandone
di Siusi, alle Tofane, al Cristallo. Risaliti in
decisamente il fascino discreto. Al
macchina riprendiamo la stretta stradina che
ristorantino rustico Laura si siede di fronte a
sembra tirata a lucido tanto è ben curata. Poi
me e guarda alternativamente il paesaggio
quasi d’improvviso inizia una discesa ripida e
d’intorno ed il piatto appena servito, ancora
tortuosa fino ad un tratto finale che si
fumante. Incrociando per un attimo il suo
attraversa quasi a precipizio e quindi
sguardo, mi accorgo che i suoi occhi oggi
giungiamo a Masca. Dopo alcune peripezie
sono di uno splendore unico, colorati di un
per parcheggiare la nostra auto, a causa dei
azzurro più iridescente del solito. Senza farmi
luoghi impervi e degli spazi alquanto ristretti,
accorgere ed abbassando il mio sguardo mi
ci avventuriamo a piedi scendendo verso le
sorprendo a riflettere. Inevitabilmente il mio
casine-trattorie-souvenir sparse qua e là lungo
Vita di Club 29
pensiero torna al passato quando, cinque anni
prima, sulla sedia accanto a noi, ora vuota,
c’era un’altra persona che riposa a 4.000 Km.
da qui. La tristezza mi assale pensando a
Renata, al trauma della scomparsa, al vuoto
lasciato intorno, al dolore infinito, ai
problemi successivi... Con uno sforzo per non
aggravare la situazione pre-pianto, torno alla
realtà. Fortunatamente riesco a realizzare che
oggi per Laura e per me è un giorno felice e
sereno, come da un po’ di tempo non accade
più tanto spesso. E così è, in effetti, per tutto
il resto del giorno. Solo a notte inoltrata,
svegliatomi di soprassalto, nel ricordare la
felicità di ieri, devo allontanare da me il
sottile pensiero che un giorno, non molto
lontano, il papà non porterà più Laura in gita
a Masca, per farle trascorrere una giornata
altrettanto indimenticabile. Forse andrà da
sola… chissà! Forse consapevolmente
andrà per ricordare ancora la giornata
felice di ieri. Forse inconsciamente lei si
Los Gigantes
30 Vita di Club
siederà al tavolo dello stesso ristorantino
dove, accanto alla sedia vista ieri, troverà
un’altra sedia vuota. Quel giorno per lei sarà
un giorno pieno di tristezza. Chissà! Dio dirà!
Così un velo di malinconia affievolisce la
gioia e la felicità di ieri, fino a quando il
sonno non ha il sopravvento su di me. Al
mattino stranamente mi sveglio rasserenato al
pensiero immediato del giorno felice trascorso
ieri e alla consapevolezza che un altro giorno
sta per cominciare. Piano piano nelle ore
successive matura in me il fermo proposito
che presto, forse già domenica prossima, sarà
un giorno giusto per trascorrere altre ore
serene e per fare un’altra gita indimenticabile,
insieme a mia figlia. E così per tante altre
domeniche ancora. Questo pensiero mi
accompagna per ore ed ore ed il mio viso si
rasserena sempre
di più, fiducioso.
MEETING n. 4
di GIANDOMENICO DE TOMMASO
14 febbraio: è di scena l’archeologia
IL NAUFRAGIO
DI UN MONDO
N
el 1968, nelle acque del
Golfo di Baratti, nel cuore
del
litorale
toscano,
dominato
dall’alto
del
promontorio dal borgo medievale sorto
sul luogo dell’unica città etrusca
costruita sul mare, Populonia, e su cui si
affacciano - ancora oggi - le
monumentali tombe ricche di tesori che
parlano di un’antica opulenza, emerse,
casualmente agganciato dall’ancora di
una barca, uno strano ammasso di
metallo, pressoché informe, appena
scalfito della corrosione marina,
parzialmente
deformato
dalla
lunga
permanenza sui fondali e dallo sbattere delle
onde sulle rocce, che lasciava tuttavia
intravedere tracce di una straordinaria
decorazione figurata. Consegnato alle autorità
competenti, sottoposto ad un accurato e lungo
restauro che ha consentito il ripristino della
forma originaria, l’ammasso informe si è
rivelato un eccezionale vaso in argento quasi
puro (94-96%). Che si tratti di un manufatto
preziosissimo ed eccezionale è chiaramente
indicato non solo dal materiale, ma anche
dalle dimensioni inusitate (il vaso è alto 61,5
cm, con un diametro massimo di 35,45 cm e
un peso di 7,563 kg, con una capacità di oltre
22 litri); che in origine si trattasse di un anfora
(di un vaso, cioè, con due anse, destinato a
contenere vino) è testimoniato dalla presenza
sulla spalla e alla base del collo delle tracce
delle
saldature
delle
anse
stesse,
evidentemente applicate a parte e perdute nel
corso dei lunghi secoli di giacenza sul fondo.
L’anfora è oggi conservata presso il Museo
del Territorio di Populonia a Piombino,
recentemente allestito nell’area dell’antica
cittadella degli Appiani, signori della città,
lambita dalle mura di cinta costruite su
progetto di Leonardo da Vinci. Nel Museo si
può seguire, attraverso l’esposizione di
manufatti archeologici di vario tipo (strumenti
litici di età preistorica; ceramiche, bronzi,
oreficerie, gemme di epoca etrusca; mosaici,
monete, statue, iscrizioni funerarie del
periodo romano) la storia del popolamento del
territorio dell’antica città di Populonia, che
dovette la sua fortuna allo sfruttamento delle
risorse minerarie del comprensorio e
dell’Isola d’Elba. La visita al museo
costituisce il naturale completamento a quella
del parco archeologico di Baratti, dove sono
allestiti diversi percorsi attraverso le antiche
necropoli etrusche e gli edifici destinati alle
attività metallurgiche, e all’Acropoli di
Populonia, dove la ripresa degli scavi
archeologici ad opera della Soprintendenza
per i Beni Archeologici della Toscana e delle
Università di Siena, Pisa, Roma, L’Aquila e
Milano sta riportando alla luce i grandiosi
resti della città etrusca e romana. Del Museo
l’Anfora è forse l’oggetto più prestigioso, al
punto da esserne considerato il simbolo. La
forma ovoide con alto collo, delimitato alla
base da un collarino, è stata costruita da un
abilissimo artigiano, che, partendo da un
Vita di Club 31
suonano o danzano (registri I e VI) tra
cilindro cavo in argento, attraverso una
menadi, satiri e danzatori armati (coribanti:
paziente lavorazione a martello, al vaso ha
registri II e V), culmina nella visione delle
conferito la sagoma definitiva; sulla base così
divinità (nei registri centrali: Kronos, Zeus,
ottenuta sono state poi realizzate le
Cybele, Dioniso, Apollo, Aphrodite, il mito
decorazioni, con una tecnica che rimane
del giudizio di Paride),
ancora
incerta:
mentre nella fascia
probabilmente
inferiore l'evocazione
l’artista le ‘stampò’,
della
“favola”
di
impiegando una sorta
Amore
e
Psiche
di
medaglioni
conclude il percorso
analoghi a quelli delle
misterico.
La
gemme, con figure e
complessa simbologia
cornici rifinite poi a
unisce motivi del culto
cesello.
Se
la
di Mitra, di Dioniso e
morfologia
della Grande Madre
dell’anfora è nota in
Cybele
col
suo
prodotti in ceramica,
compagno Attis in un
vetro ed argento del IV
viaggio
iniziatico
sec. d.C., unico ed
universale, che vale nel
eccezionale è proprio il
tempo (i mesi, le stagioni)
tipo di decorazione. Gli
e nello spazio (le parti
altri due esemplari in
dell'universo)
verso
argento della stessa forma
l'immortalità (Amore e
(uno da Conçesti, in
Psiche): cosicché appare
Moldavia,
oggi
plausibile
vedere
conservata all’Ermitage di
nell'anfora non un semplice
San Pietroburgo, l’altra
oggetto di ornamento, ma
parte della preziosissima
un vaso utilizzato durante
suppellettile del tesoro di
qualche
particolare
Seuso, cosiddetto dal
cerimonia di culto pagano.
nome del suo proprietario
inciso su un vassoio e Necropoli del Parco Archeologico di Baratti Il rinvenimento dall’area
orientale dell’Impero degli
probabilmente
e Populonia.
altri due esemplari in
proveniente dall’odierno
argento a noi noti ha fatto pensare anche per
Libano, confluito in anni recenti sul mercato
l’anfora di Baratti ad un prodotto di origine
antiquario) presentano una decorazione a
orientale, forse di Antiochia di Siria
rilievo disposta su un unico registro: qui
(nell’odierna Turchia), alla fine del IV sec.
invece è organizzata in clipei (in totale 132) a
d.C. il centro mediterraneo più importante per
sbalzo variamente ornati, in un insieme in cui
la lavorazione artistica dell’argento. Non si
anche le cadenze numeriche paiono avere
può escludere, tuttavia, una provenienza dai
precisi significati simbolici. Sul collo dodici
centri produttivi dell’area danubiana, come
busti con raffigurazioni del dio Mitra e di
Sirmium o Naissus, ugualmente noti per le
Attis si fronteggiano a coppie, suddivisi in
loro officine di argenterie, o dalla stessa
due registri, con allusione ai mesi o ai segni
Roma, alla fine del IV sec. non più capitale
zodiacali; altre quattro coppie di busti
politica dell’Impero, ma ancora centro
analoghi che decorano su un unico registro la
morale, depositario degli antichi culti
base del collo ripropongono i ritmi delle
tradizionali in cui ancora si riconosceva gran
stagioni. Sul corpo del vaso, sette registri
parte dell’aristocrazia e dei membri
(come le porte che gli iniziati al culto di Mitra
dell’apparato politico della città, ancora
dovevano attraversare) ognuno con sedici
influenti in tutto il territorio dell’Impero.
medaglioni (come le parti dell'universo del
Molto sappiamo di questi ultimi pagani, della
sistema tolemaico) definiscono una sorta di
loro cultura, della loro ricchezza, del loro stile
corteo iniziatico che, aperto da fanciulli che
32 Vita di Club
di vita, delle loro dimore e delle statue, delle
suppellettili, dei pavimenti musivi, delle
decorazioni parietali che le abbellivano.
Molto sappiamo del loro tentativo di
contrastare l’emergere del cristianesimo, il cui
culto era stato da poco sottratto alla
clandestinità e alle persecuzioni da Costantino
(313), destinato a diventare alla fine del
secolo, sotto l’Imperatore Teodosio, religione
di stato. Le loro fastose dimore sorgevano
sull’Aventino e sul Celio. Erano organizzate
intorno a vasti cortili colonnati cu cui si
affacciavano ampie aule absidate, destinate
alle pubbliche udienze, sul modello dei
palazzi imperiali. Le abbellivano pavimenti
riccamente decorati a mosaico o ad intarsi di
preziosi marmi policromi, figurati con scene
di vario genere (temi mitologici, soggetti
legati al mondo della caccia e dei giochi
circensi) tese ad esaltare la cultura e lo status
del proprietario: così, ad esempio, la caccia
celebra l’eroismo del dominus, quando è lui
stesso, a cavallo, ad uccidere animali feroci,
o, quando la caccia si conclude con la cattura
degli animali sospinti nelle reti da servi, la sua
liberalità nella partecipazione a sontuosi
banchetti o nell’apprestamento dei giochi
circensi, regolati da norme rigidissime,
condizione necessaria per accedere alle più
alte cariche politiche. Non a caso si tratta
degli stessi temi che compaiono su argenterie,
avori intarsiati, vetri incisi (materiale prezioso
come l’argento) e, soprattutto, sarcofagi, i
monumenti destinati a perpetuare le virtù del
defunto. Planimetrie ancora più complesse,
sebbene incentrate sugli stessi elementi
simbolici (aule absidate, cortili porticati),
caratterizzano anche le sontuose villae che nel
territorio dell’Impero offrivano dimora agli
aristocratici romani in visita ai loro latifondi:
così, ad esempio - e per restare in Italia, a
Desenzano, sul Lago di Garda, o a Piazza
Armerina, nel cuore della Sicilia. Qui il
complesso e raffinato repertorio decorativo
dei pavimenti a mosaico, opera di maestranze
originarie dall’Africa Settentrionale attive
intorno al 320 d.C., esibisce i soggetti
consueti della celebrazione della cultura e
delle virtù del dominus, purtroppo per noi non
più identificabile con certezza. Il tema della
caccia e dei giochi del circo sono strettamente
legati nel grande mosaico detto della Grande
Caccia, che decora un ampio ambiente,
concluso da due absidi della dimensione di
uno stadio e della forma di un circo, che
introduce alla vasta aula absidata destinata
alle udienze pubbliche. Il dominus, in vesti
sontuose che richiamano il suo ruolo di
magistrato, assiste allo sbarco di animali di
ogni tipo provenienti da tutte le parti del
mondo (gazzelle, antilopi, elefanti, tigri,
leoni, rinoceronti, cervi, giraffe) destinati, con
ogni evidenza, ad essere esibiti durante le
parate che precedevano i giochi circensi o
quelli gladiatori, alla cui realizzazione,
evidentemente, il dominus stesso avrebbe
sovrinteso. Nel pavimento di un’altra stanza
di forma quadrangolare e di dimensioni meno
inusitate, al centro il dominus offre agli amici
un banchetto all’aperto nel corso di una sosta
durante una battuta di caccia; intorno, vari
episodi legati alla sfera venatoria descrivono i
sacrifici alle divinità campestri, l’affannarsi
dei servi a sospingere un gruppo di cervi,
incalzati dai cani, entro delle reti distese tra
gli
alberi,
l’astuzia
del
dominus,
gloriosamente a cavallo, nello stanare una
piccola, ma furbissima lepre dal suo
nascondiglio tra i cespugli, il suo coraggio
nell’avventarsi contro un cinghiale che sta per
scagliarsi contro un suo amico caduto a terra.
I modelli iconografici, antichissimi, derivano
dalle opere create intorno al 340 a.C. (quasi
ottocento anni prima) per esaltare le imprese
venatorie di Alessandro Magno ed erano stati
utilizzati per tutta l’età imperiale per celebrare
imperatori e privati cittadini facoltosi. Li
ritroviamo secondo lo stesso modello, ad
esempio, nei tondi, poi utilizzati sull’arco di
Costantino, che descrivono le cacce di
Adriano o su molti sarcofagi di III e IV sec. o
su coppe in vetro inciso o in argento cesellato
o in dittici in avorio, tutti oggetti destinati ad
essere donati, in particolari cerimonie
pubbliche, a personaggi dell’aristocrazia. Il
riferimento ad Alessandro Magno, fonte
stessa di una determinata idea del potere,
rappresenta così la possibilità, per imperatori
e nobili, di sentirsi investiti – o meglio, di
farsi rappresentare investiti - dallo stesso
potere di origine quasi divina. Il proprietario
della villa di piazza Armerina era certo un
aristocratico di fede e cultura pagana: lo
dimostrano gli altri mosaici pavimentali con
scene mitologiche (Ulisse e Polifemo, la lotta
dei Titani, le molte scene che hanno come
protagonista Eros); ma è significativo che
analoghi temi di origine pagana possano
Vita di Club 33
decorare villae e domus di personaggi che
pagani non erano più: così ad esempio,
Giunio Basso, del quale conosciamo il
monumento funerario (uno splendido
sarcofago con la raffigurazione di scene della
vita di Cristo), nella sua fastosa dimora
romana decora le pareti con raffinatissime
tarsie in preziosi marmi policromi con scene
di soggetto pagano (un episodio tratto dalla
saga degli Argonauti) e celebrativo (le corse
nel circo); e Valerio Severo, che ricoprì la
carica di praefectus Urbis nel 380 e venne
raffigurato insieme all’Imperatore Graziano
su un vetro inciso, custodiva nella sua casa sul
Celio statue di Amore e Psiche, e Antinoo, ma
si era convertito al cristianesimo, come
testimonia l’iscrizione apposta sulla lucerna in
bronzo con la raffigurazione degli apostoli
Pietro e Paolo su una navicella donatagli a
momento del battesimo. Altri invece rimasero
pervicacemente legati alla religione degli avi,
in cui si riflettevano i valori della tradizione e
della gloria di Roma: così Vettio Agorio
Protestato, che nel 326 aveva partecipato ai
riti (pagani) di fondazione della nuova
capitale d’Oriente, Costantinopoli, e che
ricoprì nel corso dei decenni centrali del IV
secolo le più alte cariche politiche, assunse
ruoli di primo piano in numerosi collegi
religiosi pagani (lo testimonia l’epitaffio
funebre a lui dedicato dalla moglie),
rifiutando l’invito di convertirsi al
cristianesimo a lui più volte rivolto dal capo
della chiesa romana, Damaso; o Valerio
Simmaco,
ricchissimo
e
coltissimo
aristocratico, che risultò, nel 384, sconfitto
nella disputa contro Sant’Ambrogio per la
collocazione nel Senato di Roma del
simulacro della Vittoria, simbolo degli antichi
fasti della città, fatto rimuovere dalla sua sede
antichissima dai cristiani; o Rutilio
Namaziano, prefetto della città, costretto nel
415 a fuggire da Roma per raggiungere i suoi
possedimenti in Gallia minacciati dai Vandali:
nelle tormentate vicende dei suoi anni
(terremoti, inondazioni, il saccheggio di
Roma da parte delle orde barbare di Alarico),
egli vede nelle calamità che si abbattono sul
suo mondo la punizione degli dei aviti per
averli abbandonati e per aver abbracciato un
34 Vita di Club
nuovo Dio, una nuova religione. Di sua mano
ci è rimasto, purtroppo mutilo, il poema
dedicato al viaggio che affrontò, via mare
perché le antiche strade consolari erano
insicure e in parte interrotte, verso la Gallia.
Nel corso della sua navigazione, nel
novembre del 415, fa scalo per due giorni
anche nel promontorio di Populonia: prima a
Falesia, identificata nell’odierna Piombino,
dove assiste alle feste in onore di Osiride,
antica divinità di origine egiziana, poi a
Populonia stessa, dove viene raggiunto dalla
notizia dell’elezione a prefetto della città di
Roma del suo amico Albinio Rufo,
aristocratico pagano di origine etrusca la cui
dimora è stata identificata nei resti di una
grandiosa villa ancora oggi visitabili nei
pressi dell’odierna città di Cecina, a sud di
Livorno. Certo di tale notizia si rallegra come
segno di una sorta di rivalsa della tradizione
contro i cristiani, la cui presenza nell’isole
dell’arcipelago toscano aveva registrato con
angosciosa rassegnazione: ma la vista
dell’antica e nobile città etrusca ormai
abbandonata e diruta lo getta nello sconforto
più profondo:
Prossima, Populonia schiude il suo lido sicuro
portando il golfo naturale in mezzo ai campi.
………
Non si possono più riconoscere i monumenti
dell’epoca trascorsa.
Immensi spalti ha consunto il tempo vorace.
Restano solo tracce tra crolli e rovine di muri,
giacciono i tetti sepolti in vasti ruderi
Non indigniamoci che i corpi mortali si
disgreghino:
Ecco che possono anche le città morire.
(Rutilio Namaziano, Il ritorno, vv. 400-413)
Per una strana ironia della sorte, proprio negli
anni in cui Rutilio, di fronte al panorama
desolante della rovina di un’antica città,
meditava sul drammatico (e ormai
irreversibile) naufragio del suo mondo e della
sua cultura, nel mare a cui la stessa città aveva
legato la propria fortuna naufragava la nave
che trasportava (Dove? Per chi? Non lo
sapremo mai) un’anfora argentea che nella
decorazione cesellata sulle sue pareti celebra i
fasti degli antichi dei e dei loro riti.
L’anfora argentea di Porto Baratti
I
Scene da un mondo senza tempo
Tarsia in opus sectile con scena
di circo, 330 d.C., Roma,
Museo Nazionale.
Danzatori armati, particolari
dell’anfora Baratti.
Decorazioni
con scene
egiziane,
Roma, Museo
Nazionale.
Sarcofago di Giunio
Basso, 340 d.C.,
Grotte Vaticane.
II
- Cattura di un cinghiale,
Mosaico della Piccola
Caccia, 320 d.C., Piazza
Armerina, Villa del Casale.
- Cattura di un rinoceronte,
ibidem.
Ulisse e Polifemo, mosaico
pavimentale del vestibolo, Piazza
Armerina, Villa del Casale.
III
Scene da un mondo senza tempo
- Particolare del Mosaico della Piccola
Caccia, 320 d.C., Piazza Armerina, Villa
del Casale.
- Mosaico dello Zodiaco, III sec. d.C.,
Merida, Museo Archeologico.
- Esempi di argenteria del IV sec. d.C.
IV
RIMINI MALATESTIANA
di ANGELO CHIARETTI
Un’opera malatestiana a Montegridolfo
LA CASSA DI ISOTTA
F
in dal XIII secolo il castello di
Montegridolfo venne governato dalla
potente famiglia dei Gridolfi, nobili
fiorentini guelfi rifugiatisi, assieme a
molti altri, in queste terre ai tempi della
guerra fra Firenze e Siena, fra guelfi e
ghibellini, soprattutto dopo la battaglia di
Montaperti (1260). Uno dei più celebri
appartenenti a questa casata fu Filippo de’
Gridolfi, consigliere di Sigismondo Pandolfo
de’ Malatesti e con forti entrature anche nella
Curia diocesana riminese e nel Capitolo dei
francescani del Tempio Malatestiano, che,
come tutti sanno, diffidavano della piega con
cui la fabbrica andava ultimandosi. In tale
ottica appare molto probabile che Filippo sia
stato incaricato di mediare le posizioni e
smussare gli angoli. Inoltre, quando il
patrimonio di Sigismondo venne disgregato,
successivamente alla morte di Isotta, il nostro
era ancora più che mai attivo presso la corte
malatestiana. Dunque, visto e considerato che
egli poteva contare tanta credibilità presso la
corte riminese, che cosa vieta che, una volta
morto Sigismondo egli sia riuscito in qualche
maniera ad ottenere da Roberto de’ Malatesti,
di cui continuò ad essere Cancelliere, il
prezioso e compromettente mobile, che tanto
gli ricordava i gloriosi e militanti anni
riminesi, e poi l’abbia portato con sé una volta
tornato a Montegridolfo? Al fine di andare per
ordine e di creare un quadro articolato circa le
caratteristiche
generali
della
Cassa
malatestiana di Montegridolfo, conosciuta
anche come Cassetta dotale di Isotta,
iniziamo leggendo le apposite schede
realizzate da P.G. Pasini nel 1983, da G.
Barucca nel 2001. Dunque scrive Pier Giorgio
Pasini: “[…] La datazione di questo piccolo,
ma raffinato mobile, che per la tecnica
esecutiva è stato accostato a prodotti veneti
(Gregori) sarà da collocare intorno alla metà
del XV secolo”. Sentiamo ora Gabriele
Isotta degli Atti.
Barucca, che, oltre a tentare una
decodificazione dei simboli particolari e
dell’intera economia del pensiero organizzato
attraverso di essi, ha proceduto ad un’analisi
più dettagliata, soprattutto per quanto riguarda
la tecnica con cui l’ignoto artigiano ha
provveduto a costruire la cassa ed a realizzare
le incisioni sul legno: “[…] Intagliatore di
ambito veneto nord-orientale o friulano.
Metà del XV secolo. […] La cassa, trovata
dal Gerola nel 1918 presso il parroco di
Montegridolfo nel Montefeltro [sic!], venne
acquistata dalla Direzione delle Belle Arti per
il Museo Nazionale di Ravenna. Nel 1924,
grazie all’interessamento di Corrado Ricci, fu
invece depositata nel Museo Comunale di
Rimini […] dove tuttora si trova […].
Costruita in legno di cedro o di cipresso, la
cassa è di forma parallelepipeda con
coperchio piatto. L’esuberante apparato
ornamentale, realizzato a intaglio piatto su
fondo ribassato e bulinato, è limitato al
fronte, dove una cornice a racemi ricorrenti
delimita lungo il lato inferiore e quelli laterali
la superficie decorata, suddivisa in tre
riquadri listati da una bordura […]. Nello
scomparto centrale, di dimensioni minori,
figura in basso uno scudo appuntato con
Vita di Club 35
hanno una mera funzione decorativa ma si
l’arme di Sigismondo Malatesta (inquartato:
configurano, nel complesso, come celebrative
nel 1° e 4° la sigla di Sigismondo con la
delle virtù di Sigismondo, il cui stemma
bordatura cuneata; nel 2° e 3° a tre bande
personale e la prediletta impresa della rosa
scaccate di tre file). Cima lo scudo un ramo
quadripetala campeggiano, s’è detto, al
con tre fiori: le rose quadripetali, una delle
centro del fronte. Nel riquadro a sinistra i due
“imprese” care a Sigismondo, già usata da
suo padre Pandolfo III […]. Girali fitoformi
cerbiatti
che
corrono
contrapposti
guardandosi e i due uccelli lacustri affrontati
simmetrici completano la decorazione ai lati
ad ali spiegate alludono inequivocabilmente
dello scudo e dell’alloggiamento della
ad un tempo di pace, che la presenza al
serratura. In ognuno dei due riquadri laterali
centro delle rose malatestiane lega
un ricco intreccio di racemi circoscrive un
simbolicamente all’azione di governo del
medaglione centrale – occupato a sinistra da
principe, ispirata a filosofica saggezza. A
tre rose quadripetali, a destra da un’aquila
destra invece gli episodi del cerbiatto
con la preda fra gli artigli - da cui sortiscono
inseguito dal cane e della colomba insidiata
girali formanti quattro cerchi abitati da
da un rapace fanno corona alla scena
figure animali: tre cerbiatti, un cane, due
centrale dove l’aquila ghermisce con gli
volatili lacustri, un’aquila e una colomba,
artigli
un
cane:
figurazioni
che
che appaiono affrontati o addossati o intenti a
inseguirsi […]. Si tratta di un’opera di
simboleggiano le gesta vittoriose e potenti di
un signore della guerra, in cui Sigismondo si
eccezionale rilevanza sia per la qualità, sia,
identificava”. A grandi linee concordo con
soprattutto, per essere uno dei rarissimi
questa decodificazione di Barucca, tuttavia mi
esemplari superstiti degli arredi delle
sembrano doverose alcune precisazioni:
residenze di Sigismondo Malatesta (1417innanzitutto, i riquadri andrebbero chiamati
1468), principe che, nella sfrenata volontà di
“di destra” e “di sinistra” non tanto tenendo
autocelebrazione e di ricerca per sé di fama
conto del punto di vista dell’osservatore, ma
imperitura, fa apporre anche su questo
piuttosto di quello della cassa (parlante).
mobile domestico, come dappertutto sulle sue
Perciò nel riquadro di
cose,
lo
stemma
destra gli animali che
personale e gli emblemi
corrono contrapposti,
araldici
della
quasi ignorandosi, non
tradizione
familiare
sono due cerbiatti,
quali segni visibili del
bensì un cerbiatto ed
suo potere. La tecnica
un
cane-mastino,
di
esecuzione
sia
mentre quelli che sono
strutturale
che
genericamente definiti
decorativa della cassa
uccelli acquatici hanno
malatestiana rimanda
tutta l’aria di essere
alla
caratteristica
pellicani. Dunque il
produzione di impronta
riquadro starebbe a
tedesca
diffusa Cassa Malatestiana, Musei Civici di Rimini.
significare che i Malatesti (le rose
nell’ambito friulano e dell’entroterra veneto
quadripetale nel rosone) sono in grado di
nord-orientale […]. È comunque probabile
assicurare, con la benedizione celeste e
che il manufatto in questione sia stato
potendo contare sul sostegno della chiesa (i
realizzato in Romagna o nelle Marche da un
due pellicani, da sempre simboli del Cristo),
intagliatore originario del Friuli o
la convivenza civile anche fra parti
dell’entroterra orientale veneto, chiamato da
contrastanti ideologicamente (il cerbiatto
Sigismondo al suo servizio. Nella decorazione
innocente e il cane-mastino aggressivo).
della cassa con uccelli e quadrupedi, inseriti
Quanto al riquadro di sinistra, nel rosone la
nei consueti girali fitomorfi, è stata già
vittima degli artigli del falcone (non mi
notata una generica derivazione da tessuti
sembra un’aquila, come si vorrebbe, non
coevi. In realtà, se questi motivi appaiono
foss’altro per l’ideologia, il carattere e la
citazioni da stoffe lucchesi e veneziane […].
fisionomia che Sigismondo ha presentato di
Le varie figure intagliate sulla cassa non
36 Vita di Club
sé) non è un cane bensì il solito cerbiatto (si
notino le zampe e la coda), mentre il rapace
raffigurato in basso sembra piuttosto un
animale mitologico, tratto dai Bestiari così di
moda nel XV secolo. Pertanto il riquadro
potrebbe significare che quando la forza
dell’aggressione domina sulla ragione inerme,
gli istinti naturali tornano a scatenarsi ed
allora il cane-mastino insegue il cerbiatto e il
rapace artiglia l’ingenua colomba. In
definitiva si tratta di una concezione del
mondo, per così dire, manichea: l’uomo si
trova stretto, nel suo libero arbitrio, fra la
possibilità di vivere felicemente e scegliere il
bene (per l’uomo medioevale e rinascimentale
rappresentato da tutto ciò che sta a destra),
oppure di approdare al male (per l’uomo
medioevale e rinascimentale rappresentato da
tutto ciò che sta a sinistra), dove trionfa il
motto Homo homini lupus! Non si dimentichi
che, come tutti gli uomini del suo tempo,
Sigismondo credeva nella licantropia,
secondo cui ognuno di noi, per congiunzione
stellare, può trasformarsi in lupo e riprendere
successivamente il proprio aspetto umano.
Dunque la cassa di Montegridolfo diffonde
questo messaggio: nella storia malatestiana e
nella intenzione di Sigismondo (stemma fra i
due riquadri, con le rose, le bande oblique a
scacchiera e le sigle SI) c’è un tempo per la
pace (il tempus loquendi del Tempio!),
quando a trionfare sono le rose quadripetale e
cristiane, durante il quale il pellicano (la
Chiesa),
il
cane-mastino
(i Malatesti) e
il cerbiatto (le
persone
di
buona
volontà)
convivono
felici
(ogni
animale
è
orientato in
direzione
opposta
a
quello che ha di fianco, ma non il pellicano,
evidentemente) come se si trovassero in
Paradiso Terrestre (riquadro di destra della
cassa). C’è, poi, un tempo per la guerra (il
Tempus tacendi del Tempio!) quando il
falcone-astore malatestiano attacca in ogni
direzione, anche i pacifici, ed il cane-mastino
punta il cerbiatto ed il rapace la colomba.
Come non identificare in questo concetto la
figura di Sigismondo, che a detta di tutti i suoi
biografi fu sempre segnato da una doppia
anima, una doppia intenzione, un doppio
ruolo? Non sappiamo, forse, che la sua
nascita avvenne sotto il segno dei Gemelli?
Un proverbio popolare dice che O si è angeli
o diavoli, ma a noi piace aggiungere che ogni
eccezione conferma la regola: Sigismondo
Pandolfo de’ Malatesti era, è e sarà
considerato angelo e diavolo nello stesso
tempo! E veniamo ora al possibile autore
della cassa. Alla luce di tutto ciò sono
approdato alla convinzione (che mi sembra
facile e incontestabile come il celebre uovo di
Cristoforo Colombo), secondo cui egli debba
essere ricercato in uno dei due più grandi
scultori ed incisori che lavorarono al Tempio
per Sigismondo Pandolfo: Matteo de’ Pasti e
Agostino di Duccio! I conti tornano quasi
automaticamente. Infatti, come abbiamo visto,
Barucca dice che è probabile che il manufatto
in questione sia stato realizzato in Romagna o
nelle Marche da un intagliatore originario
del Friuli o dell’entroterra orientale veneto,
chiamato da Sigismondo al suo servizio. E
Pasini aggiunge: La datazione di questo
piccolo, ma raffinato mobile, che per la
tecnica esecutiva è stato accostato a prodotti
veneti (Gregori) sarà da collocare intorno
alla metà del XV secolo. A questo punto non
dovrebbero esserci più dubbi:
a) Per considerare Matteo de’ Pasti autore
Elaborazione grafica di Claudia Sfera.
della cassa, ci basti sottolineare che egli era
di origini venete, in quanto nativo della
città di Verona ed aveva alle proprie
dipendenze numerose maestranze friulane!
Ed a questa considerazione aggiungere che
molte sculture del Tempio e la stessa Tomba
di Isotta riportano testimonianze della stessa
mano della cassa di Montegridolfo.
Vita di Club 37
b) Identificando in Agostino di Duccio
l’autore della cassa, dovremo considerare che
egli fu sì fiorentino, ma ebbe alle proprie
dipendenze altrettanto numerose maestranze
venete e friulane, di cui conosciamo con
certezza nomi e cognomi: Giovanni di
Francesco e Pellegrino veneziani e Agostino
da Carona bergamasco!
c) infine, che si tratti di Matteo, di Agostino o
di qualcuno dei loro aiutanti di bottega,
potremmo trovarne la prova nei lacerti degli
affreschi due-trecenteschi della vecchia chiesa
di S. Francesco (sono ancora al loro posto:
vedere per credere!): l’autore si è ispirato ad
essi per i racemi, i girali fitoformi e gli altri
elementi vegetali che compaiono sulla cassa.
Ma la cassa di Montegridolfo ci riserva
ulteriori sorprese: a giudizio di P.G. Pasini e
secondo quanto riportato nelle Schede delle
Notizie storico-critiche dell’Istituto per i Beni
artistici, culturali e naturali della Regione
Emilia-Romagna, in Valconca e più
precisamente a Saludecio esiste un’opera
realizzata in legno intagliato che, oltre ad
appartenere allo stesso XV secolo (si
direbbero coeve), presenta
straordinarie
somiglianze con quella di Montegridolfo. Si
tratta dei due pannelli in legno che fino alla
fine del XVIII secolo rivestivano l’urna del
beato Amato Ronconi: [...] La cassa mostra
numerose analogie strutturali e decorative
con opere tedesche, diffuse nell’Italia nord
orientale. Potrebbe essere stata eseguita in
area malatestiana da un artista originario del
nord Italia. Al medesimo artefice vengano
inoltre riferiti i resti della cassa già
contenente il corpo del beato Amato Ronconi
di Saludecio, che con la medesima tecnica
narra diversi miracoli compiuti dal
personaggio. Quale sorpresa! Già nel 1996
Piergiorgio Pasini aveva notato qualche
collegamento fra i due manufatti, mentre oggi
noi ci sentiamo in grado di spingerci oltre e
costruire un teorema sufficientemente
articolato: come prima cosa partiamo dal
manoscritto n. 670 (XVIII secolo) della
Biblioteca Gambalunghiana di Rimini, in cui
a pagina 69 si afferma che l’opera saludecese
è opera del grande pittore fiorentino
Domenico Bagordi detto il Ghirlandaio
(1449-1494): […] I dodici miracoli segnati
38 Vita di Club
con penna, ed incisi che sono nel Coperchio
della Cassa interiore del Beato Amato sono
antichi prima del 1400 per opera del
Ghirlandaio di Firenze […]. E non possiamo
dimenticare, in tale contesto, che l'elezione
del beato Amato Ronconi a Protector et
Patronus di Saludecio viene riportata all'8
maggio 1444, proprio nell'anno in cui
Sigismondo Pandolfo diede avvio al periodo
più fulgido della propria signoria ed all'amore
per Isotta. Nella vita di ognuno di noi, ma
soprattutto in quella di quanti aspirano a
lasciare una traccia profonda del proprio
passaggio terreno, giungono puntuali
l'intenzione e la necessità di ricordare i
momenti più significativi dell'esistenza. E nel
fare ciò ci si impegna, senza troppo badare
alle spese. Perché, dunque, in quell’anno così
significativo, Sigismondo non potrebbe aver
fatto realizzare dalla stessa mano di artista la
cassa di Montegridolfo e l'urna di Saludecio?
Con l'una rendeva omaggio alla propria fede
di buon cristiano e allo splendore della santità
di Amato Ronconi,che concedeva grazie e
compiva miracoli, mentre con l'altra
affermava la potenza della propria casata ed il
successo personale raggiunto! Tuttavia
l’attribuzione della cassa saludecese al
Ghirlandaio non deve sorprenderci più di
tanto, poiché egli era di casa presso la corte
riminese, tanto che in una delle più
prestigiose tavole da lui dipinte nel suo ultimo
anno di vita (1494), la cosiddetta Pala di San
Vincenzo Ferreri,
rappresenta proprio la
famiglia di Pandolfo IV de’ Malatesti, con la
sposa Violante Bentivoglio, la madre di lui
Elisabetta Aldobrandini ed il fratello Carlo.
Tuttavia la suddetta attribuzione non viene
confortata dal ferreo gioco degli anni
anagrafici, dato che prima del 1400 il
Ghirlandaio non era ancora nato, poiché vide
la luce a Firenze nel 1449 e vi morì nel 1494 !
A questo punto, che si tratti di Matteo de’
Pasti o di Agostino di Duccio, una cosa è
certa: attraverso la cassa di Montegridolfo
essi si arricchiscono di un’ulteriore
paternità
e
contemporaneamente
forniscono al mondo, malatestiano e non,
risposte a domande che da oltre cinque
secoli le attendevano!
MEETING n. 5
di ANNA BIONDI
Carlo Magno in Val di Chienti
L’AQUISGRANA PICENA
L’
incontro del 28 febbraio ha
riportato alla nostra attenzione
un argomento che ci aveva
appassionati quando alcuni anni
fa conoscemmo il prof. Giovanni Carnevale,
l’insigne studioso che dello studio sui
Carolingi ha fatto una vocazione, tanto che
non solo gli dedicammo un primo articolo
(n.1/2001-2002, Viaggiando nella Storia), ma
anche
un
secondo
(n.1/2002-2003,
Viaggiando viaggiando) dopo essere andati
sul posto a verificare di persona la genialità di
un uomo e la validità della sua intuizione.
Problemi di salute hanno impedito al prof.
Carnevale di essere presente al meeting, ma il
dott. Giovanni Scoccianti, suo valido
collaboratore, ha perfettamente illustrato
l’enigmatico
interrogativo
storico,
affascinante come un romanzo gotico e
intrigante come un giallo poliziesco.
Riprendendo il metodo del relatore e riferendo
accuratamente
le
sue
informazioni,
schematizziamo seguendo una virtuale cartina
dell’Europa medievale.
Secondo la tesi del prof. Carnevale l'attuale
storiografia medievale si fonda ancora su tre
argomenti erronei e cioè che nel Medioevo
esistessero:
1. una sola Aquisgrana (cioè Aachen);
2. una sola Roma (cioè quella dei papi);
3. una sola Francia (cioè l'attuale).
In realtà nel Medioevo esistettero:
1. due successive "Aquisgrana". Una prima
in Italia, nel Piceno in Val di Chienti, ad
Aquas grani appunto; una seconda su suolo
germanico, ad Aachen. La prima fu fondata
da Carlo Magno, la seconda fu fondata dal
Barbarossa nel XII secolo dopo che ebbe
compiuto la Traslatio Imperii dall'Italia in
Germania.
2. continuò ad esistere la Roma classica, sede
esclusiva del Papato, ma dopo l'800 Carlo
Magno fondò in
Val di Chienti, a
circa 10 km
dalla Aquisgrana
picena,
una
Nuova Roma,
quale sede del
rinato
Impero
La Cappella palatina, oggi S. Claudio, adagiata
nella Val di Chienti. Sullo sfondo l'antico centro di
"Mons Ulmi", oggi Corridonia.
Romano d'Occidente, da contrapporre a
Bisanzio, nuova Roma d'Oriente. La
storiografia non si è mai occupata
dell'esistenza di questa "nuova Roma", perché
l' ha sempre confusa con la Roma dei papi.
Roma in Val di Chienti fu distrutta nel corso
della lotta per le investiture da Roberto il
Guiscardo, il 29 maggio 1084.
3. Quando infine Parigi sostituì la Aquisgrana
picena come sede dello Stato dei Franchi
verso il mille, anche la "Gallia" perse il suo
antico nome romano e divenne "Francia".
Dalle fonti risulta evidente che alle origini
l'Aquisgrana carolingia sorgeva in "Francia"
(Piceno), mentre la "Gallia" manteneva
ancora immutato l'antico nome romano di
Gallia. Ne deriva che non solo Aquisgrana ma
Vita di Club 39
anche la "Francia" era nel Piceno in Val di
Chienti. In seguito quando fu la "Gallia" ad
essere designata come Francia, per la
"Francia" delle origini si preferì utilizzare
l'espressione Bassa Lorena. È storicamente
noto che Carlo Magno avviò da Aquisgrana il
processo di unificazione politico-culturale
dell'Europa, ricollegandosi al prestigio
dell'antica Roma imperiale e utilizzando
l'enorme potenziale della Chiesa di Roma.
Allentatisi i legami con Bisanzio, "Nuova
Roma " d'Oriente, nel Piceno in Val di
Chienti si andò dunque affermando la
"Nuova Roma" d'Occidente, sede
politica e base militare dei Carolingi.
L'antica Roma, sede del papato e centro
religioso della cristianità, continuò a
dipendere esclusivamente dai papi, cui
competeva, in modo egualmente esclusivo,
consacrare i nuovi imperatori. Alla gestione
del territorio dell'Impero, che si estendeva dai
Pirenei ai fiumi dell'Europa centrale fino
all'Italia centrale, etnicamente e politicamente
frammentato ma culturalmente unitario,
provvidero l'apparato dell'Impero e la
gerarchia della Chiesa, due entità conflittuali
ma complementari, che si riconoscevano
vicendevolmente ma non riuscirono mai a
delimitare giuridicamente i rispettivi campi di
40 Vita di Club
azione. L'uno si riteneva depositario del
pragmatismo della ragione politica, l'altra
faceva leva sulle irrinunciabili esigenze dello
spirito. I due atteggiamenti mentali si
sedimentarono, col trascorrere dei secoli,
nell'inconscio
collettivo
dei
popoli
d'Occidente e ne hanno canalizzato, col
dinamismo dialettico che li accomuna e li
tiene distinti, la specifica evoluzione
culturale. L'idea di Europa germinò quindi e
andò prendendo forma nell'Alto Medioevo dal
dialettico rapporto che si stabilì fra
Aquisgrana e la Roma dei papi. A
questo punto va solo recuperata
la dislocazione geografica di
Aquisgrana nel Piceno, in Val di
Chienti, assurta al rango di centro
dell'Impero. E qui per esaltare il
prestigio della neonata dinastia
furono accolte alla corte di
Aquisgrana
le
migliori
intelligenze d'Europa e furono fatte affluire
nella Francia del Piceno e nel Palatium
carolingio
di
Aquisgrana
maestranze
specializzate di orientali. Si ebbe cosi in Val
di Chienti una straordinaria fioritura delle arti
e delle lettere, che la storia ha consacrato col
nome di "Rinascenza carolingia". In una
lettera a Carlo Magno, Alcuino ne parla come
se "in Francia fosse risorta una nuova Atene,
perfino superiore all'antica".
La mitica Aquisgrana, quindi, città capitale
del Sacro Romano Impero, che nessuno
storico ha mai localizzato; città nella cui sede
si incoronavano i re dei Romani; città dei
Carolingi prima e degli Ottoni poi, non è
quella di Aachen come si è creduto sino ad
ora, al contrario, non poteva trovarsi al di
sopra delle Alpi, ma collocata in ambiente
mediterraneo nella picena Val di Chienti
presso l’odierna città di Macerata.
INTERMEETING
di ELIO BIANCHI
Conferimento della Melvin Jones Fellowship
UN AMICO DI MELVIN JONES
N
el 25° anno dalla sua Fondazione il
nostro Club ha ritenuto di dover
compiere un gesto significativo
qual è il conferimento della
MELVIN JONES FELLOWSHIP che
viene attribuito dall’International Association
of Lions Clubs, di norma su proposta di un
Lions Club, a soci Lions o ad altre persone
viventi o in memoria di persone defunte, che
si siano distinte in importanti attività di
servizio a favore dell’Associazione o in azioni
di alto significato umanitario. Il Consiglio
Direttivo non ha avuto dubbi che dovesse
essere conferita ad una persona che è
universalmente nota per la sua naturale
propensione alla Solidarietà, che ha
condizionato il corso della sua vita, come gli
aveva preconizzato suo padre in un lontano
giorno, nella sua città natale, già allora, come
ora, alla ribalta mondiale nel campo
motociclistico ed automobilistico. Questo
l’antefatto: una cinquantina di anni fa, durante
una gara internazionale di motociclismo, ad
una delle curve del circuito di Imola, un
campione ai vertici delle classifiche, l’inglese
Joffrey Duke, a seguito di una piegata un po’
azzardata, rovina al suolo restando
pericolosamente esposto al rischio di
investimento da parte degli altri concorrenti.
Ma da dietro le classiche balle di paglia salta
fuori un ragazzino che si precipita in pista e
aiuta il campione a mettersi al riparo
esponendosi allo stesso rischio. Va fiero del
suo gesto eclissandosi in fretta nella speranza
di farla franca, di non incorrere nelle ire
paterne, rassicurato da una rabberciata
mimetizzazione. Ma a papà, il signor Checco,
che è un big in questo ambiente, l’episodio
non sfugge, o quanto meno qualcuno lo
informa e allora sono momenti difficili per
l’incosciente buon samaritano. Ma alla fine
della reprimenda, ricevendo giustificazioni
dal suo rampollo che esaltano la sua indole
generosa, ecco la sua profezia: “ e allora nella
tua vita farai questo di professione!” .
E così è stato ed è così tuttora per il dott.
Claudio Marcello Costa, Direttore, dopo
esserne stato l’ideatore e dinamico
propugnatore, della Clinica Mobile utilizzata
per l’assistenza ai piloti nei Circuiti
Internazionali di Motociclismo. L’episodio è
stato raccontato dallo stesso dott. Costa, (su
mia sollecitazione avendolo ascoltato in una
intervista televisiva nell’estate scorsa),
durante l’intermeeting che ci ha visti riuniti
presso il Grand Hotel di Rimini il 14 Marzo
2006 con i Lions Clubs Rimini Riccione Host
e Undistricted San Marino che si sono
affiancati al nostro Club per festeggiare
l’illustre ospite nel momento in cui riceveva il
massimo riconoscimento che viene conferito
dalla nostra Associazione.
Da conduttore della Cerimonia ho avuto
l’onore di leggerne pubblicamente la
motivazione:
Vita di Club 41
“Oggi, il nostro Club, intende rendere
onore ad una persona che ha posto la sua
elevata professionalità al servizio di una
umanità sofferente, andando oltre la soglia
della eccellenza vissuta come propria
esaltazione, pur rispettabile, per dedicarsi
alla realizzazione di una missione: amore
per l’uomo visto non come anonimo
paziente ma come persona, senza
distinzioni di censo né d’altra natura, da
prendere per mano per sollevarla dalle sue
sofferenze e dalle sue menomazioni. Tutto
ciò per noi Lions è la perfetta attuazione
del nostro codice etico”.
Al tavolo d’onore, assieme al dott. Costa,
sedevano Emilio Baldini, quale Presidente del
Club proponente, Ezio Angelini, Vice
Governatore Distrettuale, il Presidente
dell’Undistricted RSM Fabrizio Castiglioni, il
Vice Presidente del Rimini Riccione Host,
Vilfredo Marini, il Presidente della
Federazione Motociclistica Sammarinese,
Amedeo
Michelotti,
l’Amministratore
Delegato
e
Direttore
del
Circuito
Internazionale Santa Monica di Misano,
Maurizio Damerini, nonché gli Officer
Distrettuali Francesco Bertazzoni e Guido
Zangheri. Per primo ha preso la parola,
Amedeo Michelotti che ha esposto i problemi
che le Federazioni motociclistiche nazionali,
in particolare le più piccole, debbono
affrontare per far sì che i talenti possano
emergere, poi ripagate da esaltanti
soddisfazioni che si ricavano quando ci
riescono, come nel caso della Federazione
sammarinese che quest’anno ha in Alex De
Angelis una punta di diamante e Manuel
Poggiali pure a farsi onore nel Campionato
mondiale delle 250. Ha chiuso dando
42 Vita di Club
pubblico merito all’irrinunciabile lavoro di
alto significato professionale e morale che il
Dott. Costa e la sua equipe stanno svolgendo,
confermando le buone prospettive di un
secondo GP in Italia, da affiancare a quello
che si svolge al Mugello. La parola è poi
passata all’Ospite d’Onore, che ad inizio di
serata aveva ricevuto dalle mani di Emilio
Baldini ed Ezio Angelini la targa e il
distintivo pervenuti dalla nostra Sede centrale
di Oak Brook che conferiscono ufficialmente
al dott. Costa il titolo di Amico di Melvin
Jones. Non è la prima volta che il nome del
dott. Costa compare su questa Rivista che
recentemente ha dato l’opportunità di
avere una
conoscenza più in
profondità
di
questo
grande
professionista a chi ha letto,
sull’ultimo numero, l’interessante
articolo di Paolo Marani che vi ha
tracciato, da persona che ha vissuto a
suo stretto contatto da amico e
compagno di liceo e che ha continuato
a
frequentarlo,
il
percorso
professionale e ha riferito sulla
cerimonia del conferimento da parte
dell’Università di Genova, il 12
novembre 2005, della Laurea honoris
causa in scienze motorie, un mese dopo che il
Consiglio Direttivo del Club aveva deciso di
proporre la Melvin Jones Fellowship. Non
ripeto, quindi, quello che è stato già detto in
quella occasione sul dott. Costa e che gli
amici possono andare a rivedere; riferisco,
invece, di seguito ed integralmente, il suo
discorso per far comprendere, soprattutto a
chi non era presente, con il suo gradimento
del riconoscimento ricevuto, le sue idee, mi
vien da dire la sua filosofia, ebbene sì: il
Costa-pensiero.
«Prima di ringraziare per questa serata, vi
devo confessare che sono molto emozionato e
anche in una condizione, in uno stato di
felicità; emozione e felicità: credo che per
spiegare emozione e felicità ci voglia un bel
poeta e penso di fare fatica a fare questo, ma
credo anche che questo ve lo debba.
Emozione: quando da bambini incontriamo le
cose del mondo ci emozioniamo facendo
risuonare il nostro cervello che, pur essendo
molto, molto giovane, credo che ne abbia
nascosto, dentro, un altro, che forse nessuno
conosce: ribelle ed anarchico, da oltre 300
milioni di anni; ed è da 300 milioni di anni
che l’uomo si emoziona e quindi l’emozione è
nata con l’uomo.
Emozione: perché qui incontro un mondo,
anzi una parte del mondo; e che parte del
mondo! Una parte diciamo aristocratica del
mondo e quindi l’emozione è più
profonda, più completa. Poi se
in questa emozione interviene
uno dei sentimenti più belli che
accompagnano la nostra vita che
è la nostalgia, l’emozione
diviene più intensa. Io questa
sera ho sentito la nostalgia,
perché ho incontrato il dott.
Giorgio Liberati e il dott. Ettore
Ranocchi con cui, quando
pensavo che la vita fosse
innocente, lavoravo al Rizzoli e
pensavo che le mete dell’uomo
fossero ben altre che quelle che
poi mi sono capitate. Emozione
che diventa sicuramente, diciamo così, molto
sincera perché in questo mondo, qui, stasera,
c’è anche la mia famiglia: mia moglie, mia
madre mio fratello, che amo tantissimo. E se
poi aggiungiamo che trovo qui quello che è la
mia infanzia, gli amici più cari che ho avuto
in quella infanzia, in cui ero addirittura ancora
più innocente di quand’ero al Rizzoli, dove ci
sono la Franca e il mio compagno di banco
Paolo Marani, e che siamo stati sui banchi del
Liceo insieme e là abbiamo sognato tante
cose, e forse non questo ma qualcosa simile a
questo: che un giorno ci saremmo ritrovati per
godere un attimo di felicità e forse l’emozione
diventa anche più vera perché Franca e Paolo
hanno portato i figli: il figlio e le figlie, tra
queste, Elena, con cui ho avuto esperienza di
dolore e anche di felicità. Felicità che è uno
stato, è una condizione della nostra vita: credo
infatti che noi viviamo per la felicità, e
quindi: spiegare la felicità questa sera, perché
ho avuto questo premio, mi sembra molto
facile, ma voi meritate che io mi impegni un
poco di più anche per introdurre la mia serata.
Io credo che la felicità sia dovuta alla
condizione che l’uomo ricerca da quando ha
lasciato il Paradiso: quando ha lasciato il
Paradiso l’uomo ha pensato di andare
incontro alla coscienza, di andare incontro
alla consapevolezza, andare incontro ad una
cosa fondamentale: il suo riconoscimento.
Voi stasera mi avete dato un riconoscimento
ed io mi sono riconosciuto in questo Premio,
per cui vado nell’esperienza della felicità che
è uno stato di vita che noi vorremmo avere
anche se colui che mantiene in vita la felicità,
che è il dolore, molte volte si insinua nella
vita di tutti noi e anche tutti i giorni. Il
riconoscimento è quindi quel
qualcosa che l’uomo fa in
maniera, diciamo così, quasi
eroica: cerca di mettersi in gioco
per essere riconosciuto. E poi voi
potete capire: perché se voi siete
qui, Lions di Rimini, di Riccione
e di San Marino, vuol dire che
nella vostra vita vi siete messi in
gioco, avete osato qualcosa, avete
rischiato
qualcosa.
Quindi,
l’uomo che ha dignità e orgoglio
cerca il suo riconoscimento; gli
uomini che non ricercano il loro
riconoscimento sono quelli che
scambiano la felicità con la
sicurezza, come dice Sigmund Freud. Io credo
che nella vita bisogna avere il coraggio di
mettersi in gioco, avere il coraggio di
affrontare il rischio sulla tavola della vita e
usare il coraggio come bastone della vita; i
miei piloti fanno questo perché non è
sufficiente il loro nome perché possiamo
riconoscerli. Loro si mettono a giocare:
quando abbassano la visiera ad un partenza di
una corsa si mettono a giocare a scacchi con il
rischio, con il pericolo e con la morte; quindi
si mettono in gioco, e quindi aprono quello
che è la loro vita da eroi; l’eroe crea il suo
mito, la sua leggenda e a volte cerca anche la
sua riflessione artistica. Io credo che questi
eroi abbiano bisogno di una casa, di qualcuno
che li aiuti o che qualcuno gli crei quell’altare
dove loro celebrano quello che è il loro
eroismo; l’eroismo dei miei piloti è legato a
questa condizione umana, splendida e
sublime. Loro, mentre rincorrono i loro sogni,
nello stesso momento rincorrono anche il loro
dramma e la loro tragedia, e questo è la polpa,
il frutto della vita E quindi noi abbiamo
costruito la loro casa, la Clinica Mobile, che è
l’altare dove il pilota celebra questo rito, che è
il rito dell’eroe che vuole risorgere dalle
fratture, dalle ferite e dalle malattie proprio
per tornare presto a fare questa cosa
meravigliosa che noi abbiamo preso quando
abbiamo lasciato il Paradiso: il nostro
riconoscimento da eroi. E anche se loro sanno
Vita di Club 43
che possono andare incontro alla tragedia e
alla morte, continuano a rincorrere il loro
sogno. Ecco che io allora stasera li presento
come mia serata; le mie parole sono difficili, e
poiché diventano difficili a spiegare questo
mondo, ho pensato di farlo vedere con le
immagini, perché nel cervello, quel cervello
di 300 milioni di anni pieno di emozioni,
queste immagini potrebbero suscitare anche in
voi, stasera, delle emozioni che coltivo nella
mia mente».
E da questo momento si accende lo schermo
ed inizia una sarabanda di immagini dal vero,
spericolate, pazze, gioiose, dolorose in un
mix di poesia, di esaltazione, di rimpianto,
che ci immerge in quella realtà sovrumana
talmente da farci prendere da un forte
sentimento di compartecipazione e di
commozione. La voce registrata del dott.
Costa è il valore aggiunto che dà significato a
quelle immagini:
«La velocità è il messaggero fra la mente
degli dei e il cuore degli uomini. Anche nel
sogno la mente si slancia a velocità
vertiginosa per esplorare tutti i tempi: in un
istante la velocità consente di raggiungere gli
oggetti del desiderio.
E ora una poesia:
Adesso bisogna alzare le vele / e prendere i
venti del destino, / dovunque spingano la
barca. / Dare un senso alla vita può
condurre a follia / ma una vita senza senso
è la tortura / dell’inquietudine e del vano
desiderio. / È una barca che anela al mare
eppure lo teme.
Giocare a scacchi con il rischio, il pericolo e
la morte crea quella condizione perturbante
che rivela al pilota quella struttura
meravigliosa che è nascosta nel cuore di tutti
gli esseri umani e che solo gli eroi conoscono
come anima. Forse gli dei abitano in terra,
forse gli dei nascono e corrono sull’asfalto dei
circuiti. La moto non è freddo metallo,
elettronica od ostentata tecnologia ma il
simbolo sublime che permette al pilota di
inseguire il suo sogno. Il pilota ama la moto
come se stesso e talvolta la sfiora, la
accarezza fino a baciarla. La nuova
consapevolezza crea l’emozione più bella: la
gioia che si espande dentro e dappertutto
nasce la felicità che, guarda caso, ha la stessa
etimologia della parola fortuna. Il pilota tenta
di andare oltre il limite, di trascendere per
44 Vita di Club
raggiungere degli spazi senza incognite,
restando attaccato disperatamente al suo
simbolo, cioè alla moto. Lacerare la
coscienza, scatenare tutti gli dei che abitano
dentro l’essere umano, conquistare una nuova
coscienza eccentrica che soccorre quella
appena abbandonata, creano l’ebbrezza
dell’esistenza: la corsa diventa una danza fra
il mondo e Dio. In questa danza si incontrano
e si scoprono le emozioni esaltanti ma allo
stesso tempo inquietanti. L’inquietudine,
l’insieme intrecciato di meraviglia e angoscia,
crea la superstizione. I gesti che i piloti
eseguono prima della corsa si svolgono con
un rituale preciso, quasi sacro. In tale maniera
si vuole dominare la realtà e sconfiggere
l’assurdità dell’ignoto. I rituali sono la
memoria delle azioni ben riuscite in passato,
sono di buon auspicio prima di sfidare il
destino. Al di là del limite si nasconde il
segreto del successo, la delusione della
sconfitta, o peggio della caduta: la caduta
degli dei».
Poi prosegue il commento mentre scorrono le
immagini di spettacolari cadute dei
motociclisti, delle loro testimonianze
sull’attività della Clinica Mobile, per tutti
irrinunciabile garanzia di pronto e qualificato
intervento (simpatica la battuta di Capirossi: il
dott. Costa è come una bella donna che tutti
vogliono, con la differenza che lui non ti
tradisce mai), dei più eclatanti recuperi fisici e
morali e per ultimo della tragedia di Daijiro
Kato, perito a Suzuka e al cui nome è stata
intitolata la Via di accesso al Santamonica,
come segno di speranza per la sua famiglia e
per tutti noi che in un angolo del nostro spirito
tratteniamo il valore etico di quanto abbiamo
sentito e visto, per andarvi ad attingere forza e
coraggio in qualche momento difficile della
nostra vita.
Nella sua conclusione di serata il Vice
Governatore Ezio Angelini ha espresso il suo
apprezzamento per questo incontro dei tre
Clubs con l’illustre personaggio al quale ha
offerto il guidoncino del Governatore
Mataloni mentre doni significativi della nostra
zona sono stati offerti dai Clubs al Dott.
Costa. Anche la Clinica Mobile, a serata
inoltrata lasciava il Parco Fellini per ritornare
ad Imola, la sua tana naturale, mentre la sua
sorella più giovane e bella si trovava in
Spagna per assistere gli “eroi” nella loro
prima sfida dell’anno. Visitando nel
pomeriggio l’enorme automezzo attrezzato al
quale l’amico Graziosi aveva fatto da “follow
me” per condurlo sui percorsi obbligati, date
le dimensioni, avevo notato una scritta a
pennarello su un pannello posto al suo interno
e che dice:
«A tutti i piloti di moto, agli eroi del
motomondiale, ai centauri che racchiudono
nella vera vita l’immensa follia di Dionisio e
la splendida luce della ragione di Apollo».
Alla fine della serata non ho avuto dubbi
sull’identità del suo autore mentre non ho
acquisito certezze su quale dei due
componenti del binomio ormai inscindibile,
Costa-Piloti, sia quello che ha maggiore
influenza sull’altro. Comunque, buona fortuna
a tutti, saremo sempre con voi.
Vita di Club 45
CURIOSITÀ
di FRANCO PALMA
Il cervello fino dei popolani
ANEDDOTI DI ROMAGNA
T
utti i popoli del mondo diventano
nazione quando i cittadini hanno
leggi ed un linguaggio comune. La
lingua di un popolo quasi sempre si
divide in lingua ufficiale e dialetti, che sono
una collaterale deformazione dell'idioma
principale con creazione di frasi fatte, modi di
dire e proverbi. L'arguzia, l'intelligenza, la
prontezza dei popolani danno particolare
calore ai dialetti ed è di questo aspetto, che è
vivo tuttora, che voglio dare testimonianza,
anche se ultimamente si sta attenuando.
Anche anticamente presso greci e romani lo
sfottò, i frizzi, i motteggi erano il sale dei
discorsi nei mercati, nelle botteghe, nelle
viuzze delle città. La satira che ne derivava
ricopriva i muri di scritte durante le campagne
elettorali (vedi Pompei) fino a diventare satira
politica e letteraria. Già ai tempi di Roma
repubblicana l'utilizzo della satira era
largamente presente; il poeta Nevio è
destinatario di una minaccia per i suoi scritti,
che così recita: “Malum dabunt Metelli Nevio
poetae”. L'Impero romano ed il Medio Evo
sono ricchi di spunti salaci, quindi il popolo
collateralmente alla lingua ufficiale ha
continuato, con frizzi e motteggi, a colorire il
vivere quotidiano. Da questa vivacità ricca di
arguzia e di bonomia nascono ad esempio i
personaggi di Goldoni, che esprimono, nelle
situazioni liete e tristi, i comportamenti, la
filosofia del costume e del linguaggio
popolare. Mi limiterò ad esprimere quanto è
di mia conoscenza per la nostra Romagna per
un tempo relativamente recente. Lo sfottò
veniva dai campi, dalle botteghe, dalle osterie
e dai mercati; ma si consolidava, in
campagna, nella veglia che si svolgeva nelle
stalle. Mi spiego: la miseria, assai presente in
campagna, spingeva i contadini e qualche
residente ad andare a trascorrere le serate
invernali al caldo del calore animale nella
46 Vita di Club
stalla. Questa era la fucina degli scherzi, la
divulgazione del pettegolezzo, il luogo dove
ognuno poteva diventare bersaglio di feroci
battute. L'importante di quanto voglio dire è
che l'arguzia, l'intelligenza popolana si
esprimevano con un dialogo fatto di prontezza
e di immediatezza nelle risposte che oggi non
siamo più abituati a sentire. Vi racconto un
fatto di casa nostra, di Rimini porto, per
intenderci, certamente inedito. Una mattina
sul porto, dove scaricano il pesce per il
mercato, un gruppetto di marinai sta
parlottando del più e del meno; del gruppetto
fanno parte due personaggi particolari, uno
detto “Rigulet”, perché è gobbo (più del
Rigoletto!), espertissimo pescatore che va in
mare da solo con la sua lancia. Con lui sta
parlando “Ciccolatino”, detto così perché di
pelle scura, che ha un occhio solo. Il discorso
si sposta sul prezzo del pesce. Rigulet dice:
«Stamateina e pes e custeva un oc d’la testa!».
Senza un attimo di esitazione Ciccolatino gli
batte una mano sulla spalla e replica: «Alora
as magnerem un gob!». Sempre frequentando
il porto ho avuto modo di raccogliere un altro
episodio piccante che vi espongo. Quando le
barche da pesca andavano solo a vela, poteva
capitare che in agosto o settembre, periodo
della pesca delle triglie, per la caduta del
vento, le barche non riuscissero a rientrare in
porto e scaricare il pescato. Le triglie sono
particolarmente deperibili, non scaricarle
subito voleva dire buttare tutto in mare; allora
si ovviava con l'intervento di marinai di
Bellaria che per bisogno, a forza di remi, con
delle barchette leggere e veloci, dette
“sandali”, andavano in soccorso ai pescatori
fermi al largo, per portare a riva le cassette del
pesce. A terra le donne bellariesi, caricate tre
o quattro cassette sul manubrio, correvano
verso la pescheria di piazza Cavour. Capitò
che la velocità e la fretta di una marinaia che
pedalava, facessero volare le sottane indietro,
scoprendo e mostrando le cosce, rese più sexy
dal contrasto fra il nero delle calze fermate
dall'elastico e la “carnina” bianca. Un
vecchietto, che fumava la pipa seduto davanti
a casa, è colpito da tanta vista, si toglie la pipa
di bocca per guardare meglio. La donna a
rischio di cadere e di rovesciare il carico,
lascia il manubrio e con un movimento
MONDO LIONS
rapidissimo risistema le sottane. Il vecchietto
che sperava di vedere più in su esclama: «Eh
la madona, s’aviv paura ch’lav vola via?!».
Risposta immediata: «E mi pataca, com la ha
mess e pel, la po mett anca la penna!». Ne ho
ancora di questi aneddoti, ma non voglio
tediarvi, se vi sono piaciuti fatemelo sapere, ci
sentiremo nei prossimi numeri!
di PIETRO GIOVANNI BIONDI
Vita di Club
TRA IL SERIO E IL FACETO
Il primo semestre dell’anno sociale 2005-2006 si è felicemente
concluso con la Festa degli Auguri svoltasi all’Holiday Inn, ambiente
diventato così familiare da sembrare una grande casa accogliente
vestita a festa per l’occasione: l’argenteo albero di Natale luccicante di
mille riflessi, i doni per tutti, musica e canti, un tripudio di brindisi, di
saluti e di auguri. Ringraziamo il Presidente Emilio Baldini perché il
suo Savor, una vera prelibatezza, ha accompagnato arrosti e bolliti fino alla Befana!
L’anno nuovo è cominciato con un incontro fra soli Soci per una rivisitazione delle
motivazioni che ci animano nella nostra appartenenza al Club. Il Presidente ha voluto
dedicare la serata di martedì 10 Gennaio presso l’Hotel Holiday Inn a un momento di
riflessione collettiva, ricordando che «il club non è un Circolo di svago, ma un nucleo vivo
e vitale di una grande ed attiva Associazione Internazionale che ha Scopi ben precisi, un
codice di Etica comportamentale raccomandata ai singoli Soci, e che sintetizza il suo agire
nella formula “noi serviamo” e nella missione di: creare e promuovere fra tutti i popoli uno
spirito di comprensione per i bisogni umanitari attraverso volontari servizi coinvolgenti le
comunità e la cooperazione internazionale. Inoltre, poiché al termine di questo anno sociale
il Club festeggerà il 25° anniversario di fondazione, si presenta quanto mai opportuna una
riflessione su come rendere più incisiva l’azione del Club sulla realtà locale senza perdere di
vista il Suo contributo alle iniziative di carattere internazionale». È dunque necessario che
tutti i Soci portino idee, offrano collaborazione di servizio, promuovano iniziative atte ad
animare la vita del Club, come un gruppo veramente coeso.
Se c’è un…evento che raduna il maggior numero di partecipanti, questo è la cena della
Caccia. Il 31 gennaio al Ristorante “Tiro a volo” si è consumato il nobile sacrificio di
cacciagione di cui il prode Maurizio Graziosi, a dispetto dell’aviaria, ha riempito il suo
enorme carniere. Tra soci e ospiti il rito si è compiuto in un’atmosfera da allegra brigata a
cui nessuno si sottrae, neppure le Autorità cittadine, neppure quelle Lionistiche!
Sabato 4 marzo Intermeeting delle Zone D ed E al Terrasamba per una Festa Brasiliana in
piena regola; raggranellare fondi per i services, da gaudenti, è il massimo che si possa fare!
Il ricavato sarà interamente devoluto in favore del service distrettuale “realizzazione del
villaggio di Wolisso in Etiopia”.
Il 18 marzo va in scena la solidarietà al Teatro Novelli: “UDÓR AD GÉRANIE” è il titolo
della Commedia brillante in tre atti che l’autrice e regista GIOVANNA PULZONI
GROSSI ha magnificamente interpretato con la Compagnia Teatro Dialettale “QUII DE
PORT”. La ringraziamo ancora perché l’intero incasso servirà ad acquistare due cuccioli
Vita di Club 47
per il Centro Cani Guida per Ciechi di Limbiate (MI), in memoria dei soci Giancarlo
Cecchi e Vitale Vitale.
Il 28 marzo si è tenuta l’Assemblea Elettiva. Dal segreto delle urne… è uscito il seguente
responso:
CONSIGLIO DIRETTIVO ANNO LIONISTICO 2006-2007
presidente
Massimo Mancini
past presidente
Emilio Baldini
vicepresidente
Mauro Tercon
2° vicepresidente
Paolo Giulio Gianessi
segretario
Mario Alvisi
tesoriere
Mario Gori
cerimoniere
Nevio Rossi
comitato soci
Mario Alvisi, Luigi D’Elia, David Giuliodori
collegio dei revisori
Sergio De Sio, Daniele Pozzi, Gabriele Zanini
collegio dei probiviri Stefano Cavallari, Mario De Giampietro, Fernando Santucci
consiglieri
Elio Bianchi, Pietro Giovanni Biondi, Andrea Morri
addetto stampa
Giorgio Liberati
responsabile informatico
Erwin Feduzi
RIMINI ARTE
di MARIO ALVISI
Il Trecento riminese tra pittura e scrittura
NERI DA RIMINI
Q
uest’anno
ricorre
il
decimo
anniversario della bellissima mostra
promossa dalla Fondazione della
Cassa di Risparmio di Rimini sul più
noto
miniatore
trecentesco
dell’Italia
settentrionale, vanto del nostro territorio. Mi
sembra utile ricordare quell’evento attraverso
la nostra rivista, perché veramente di grande
rilevanza. Ricordo ancora le sensazioni
provate nel vedere per la prima volta gli
indimenticabili fogli degli antifonari, dei
corali, dei commentari e gli splendidi
capolettera dai colori vivaci e tenui insieme,
dove sul fondo generalmente blu risaltano
personaggi e ghirigori. Ritengo però più
appropriato
parlare
di
quell’incontro
straordinario attraverso le parole degli autori
che hanno spiegato la mostra sul catalogo
48 Vita di Club
edito dalla casa editrice Electa, scusandomi
anticipatamente con gli stessi per l’arbitraria
scelta di passi che mi serviranno per esternare
le mie sensazioni e i miei ricordi di
quell’evento. “La mostra è stata di per sé un
evento eccezionale, perché era forse la prima
volta in Italia che veniva dedicata alla
conoscenza e all’illuminazione dell’opera di
un solo miniatore” - scrive Andrea Emiliani,
autore dell’introduzione con la storia
dell’officina scrittoria - “nelle cui intimità
nasce segretamente il gioco tra pagina e
miniatore, e la creazione artistica assume
forma grazie al rapporto tra l’artista e
l’utensile, e tra la mano e la materia di cui si
serve. Il tutto favorito dall’utilità alla liturgia
e alla spiritualità degli oratori e dei
monasteri”.
Quanti
giganteschi
e
monumentali messali, issati su grandi leggii
delle chiese e delle sacrestie ancora oggi
vediamo nei nostri lionistici viaggi culturali?
Ma forse ancora per poco, perché sempre più
frequentemente verranno collocati “nelle sale
freddine di un museo civico, un archivio
capitolare o una biblioteca”. Emiliani compie,
poi, una vastissima carrellata sulla storia della
miniatura con una ricognizione dal mondo
antico ad oggi, soffermandosi “sulla
peculiarità di Rimini che si trovava in una
particolare condizione geografica, perché
punto obbligato di transito tra due culture:
espressiva, immediata e violenta quella
dell’Italia del Po, e più attenta agli stili grecobizantini e rispettosi di un antico potere di
tradizioni quella della penisola bizantina.”
Da questo snodo passò Giotto che permise
alla Scuola Riminese del Trecento di “elevarsi
in una superiore grazia esemplare”. Così
l’Autore descrive che cosa produsse l’arrivo
di Giotto. “…All’arrivo sulle colline riminesi,
alla vista del mare, la severa e compatta forma
giottesca – lei stessa, volume e imminente
spaziosità della materia – poteva disciogliere
per mano dei nuovi allievi il suo dettato in un
patetismo settentrionale, e accentuare nel
guscio cromatico una più docile e perfino
seducente
visione
sentimentale”.
“Anticipazione dell’esperienza di Neri da
Rimini, quale segno della tempestiva presenza
di Giotto, e poi lui stesso caposaldo della
Scuola Riminese” e “inizio di una mutazione
epocale della storia dell’arte”. Mutazione
epocale nella quale s’inserisce Neri da Rimini
che, nell’anno santo 1300, segna un momento
chiave nella storia della miniatura italiana,
firmando e datando “una superba pagina di
antifonario”.
Cosa certa, perché “per la prima volta un
miniatore sentiva l’esigenza di dichiarare
esplicitamente la propria identità sul foglio
dipinto ed indicare con esattezza il momento
dell’esecuzione” - come spiega Giordana
Mariani Canova nel suo “Neri da Rimini
miniatore”.
Una curiosità: come firmava? Simonetta
Nicolini, ne “Le firme di Neri”, segnala che
una delle firme, oggi disperse, quella sul
primo antifonario del 1300, era OPUS NERI
MINIATORIS DE ARIMINO M°CCC°. La
loro collocazione è generalmente su cartigli
retti da figure umane entro le iniziali figurate
o ai margini nelle carte di apertura dei volumi.
Riprendendo Mariani Canova: “Egli è altresì
il primo miniatore in Italia padana a esibire , a
una data precoce come il 1300, un linguaggio
ormai decisamente plasmato dalla lezione di
Giotto”. Questo forse perché aveva una “sua
familiarità con l’ambiente dei notai”, e ciò si
desume perché, nell’ultima parte della sua
vita si è dedicato “ad una professione più
autorevole”. Ambiente, poi, che spiegherebbe
“il carattere indubbiamente colto del suo
linguaggio e la sua alta classe stilistica”. Ed è
ancora ipotizzabile che apprenda da Giotto
una cultura d’impresa evoluta in senso
moderno, propria del grande maestro, in
quanto, firmando, si assumeva il ruolo non
più subordinato, ma principale nella
realizzazione dei libri miniaturizzati. A lui si
deve “il gusto della scrittura dipinta che si
afferma nell’ambiente riminese, come ci
dimostra Pietro da Rimini nel cappellone di
San Nicola a Tolentino”, recentemente da noi
visitato, guidati dalla superba mano della
Franca Marani. Quel Pietro da Rimini che come segnala Pier Giorgio Pasini “subentrando a Neri sembra aver voluto
dimostrare che per decorare libri non occorre
essere specialisti… però così facendo, forse
inconsapevolmente, uccideva una delle forme
d’arte in cui più strettamente si uniscono
bellezza e fantasia, rigore e libertà; una forma
d’arte che a Rimini non ha più attecchito”. La
pittura giottesca si evolve e si rinnova
rapidamente, così anche Neri da Rimini dà
una impostazione moderna ai libri di canto
liturgico con un linguaggio che esprime “una
nuova umanità, di ampio volume e di intenso
sentire… ed acquisisce realismo e più
consapevole misura interiore”. Da tutto ciò
“nasce un effetto raffinatissimo il cui fascino,
al di là della qualità straordinariamente alta
dell’esecuzione, sta nel mirabile fondersi del
nuovo realismo giottesco… con una nobiltà
ellenizzante”. La continua mutazione pittorica
del trecento coinvolge anche il nostro
miniatore.
“Da
artista
nient’affatto
provinciale, ma anzi di squisita cultura e
raffinata
inventiva,
da
considerarsi
d’avanguardia” si nota, dopo qualche anno,
“un
ritorno
alla
vecchia
miniatura
romagnola”. Per poi riaprirsi alla lezione
giottesca con nuove e più mature soluzioni,
pur distinguendosi, ancora una volta, “con un
mobile linearismo che lo differenzia dal
linguaggio dei pittori riminesi legati alla
Vita di Club 49
ortodossa pienezza dei volumi di Giotto”.
Nasce così “un nuovo mondo singolare di
figure ampie un po’ remote, di assorta nobiltà
ed una partecipazione più affabile e
commossa all’evento sacro che la coinvolge”.
“È questo un momento bellissimo di Neri nel
quale egli persegue con amore una autentica
austerità
religiosa,
aprendosi
tuttavia
timidamente a toccare corde di sottile
intimismo”. Siamo nel 1314. Però “il modo di
procedere del miniatore nel suo percorso
stilistico avviene senza scatti, sul filo di una
costante tensione a rendere sempre più
affinato e leggero il linguaggio, così da
meglio esprimere l’emotività interiore dei
personaggi
e
la
loro
appassionata
partecipazione alla sacralità dell’evento”.
“conferendo precisa individualità agli attori
della sacra rappresentazione…preferendo
immergerli tutti in una medesima atmosfera di
trepida ed estatica commozione nella quale
evidentemente egli ravvisa la dimensione
perfetta dell’approccio alla rivelazione
divina”. Unico legame con il passato resta il
suo “persistere a collocare i suoi personaggi
sullo sfondo blu unito o dorato delle iniziali”,
ma “questo tratto arcaicizzante sortisce
l’effetto di dare maggiore risalto alle figure”.
Qualche esempio di queste figurazioni dipinte
50 Vita di Club
“con un altissimo senso della decorazione
applicata alla pagina e alla scrittura, per
illuminarle e illustrarle, e un eccezionale
senso della misura ornamentale” lo indica
Pasini nel trattato “Fra scrittura e pittura:
fortuna e arte di Neri da Rimini miniatore
notaio”: una H diventa la grotta di Betlemme;
la traversa della A la base del trono
dell’Eterno, o, più spesso una simbolica
separazione fra cielo e terra; mentre le lettere
rotonde si trasformano in splendidi cammei
animati da piccole scene; o da miracolose
apparizioni di figure solenni con un gioco
abile pieno di favole misteriose e di fantasiosi
miracoli”. Dopo il 1322 l’attività di Neri da
Rimini miniatore sembra chiudersi per
dedicarsi alla probabile professione di notaio;
si perde così un grandissimo artista che ha
prodotto pagine importanti della storia
dell’arte trecentesca riminese. Prima di
concludere vorrei segnalare che un particolare
merito della conoscenza biografica del Neri si
deve a Oreste Delucca che ha portato alla
luce un numero cospicuo di documenti che
testimoniano la presenza del Neri, “miniator
de contrata Sancti Simonis”, attivo a Rimini
fino al 1337 e, forse, fino al 1342
testimoniando altresì la sua qualifica di notaio
e la sua attività di maestro miniatore.
ARTE IN MOSTRA
di SIMONA PALMA BATTISTINI
Sognando il Celeste Impero
LA VIA DELLA SETA DA XI’AN…
A TREVISO
L
a Cina rappresenta oggi, nel
panorama
internazionale,
una
presenza ingombrante e che pone
nuove ed inaspettate sfide. Se
pensiamo alla Cina ci vengono in mente i vasi
Ming, le porcellane bianche e blu, le
immagini dell'inquinamento e del caos delle
grandi città; l'invasione di articoli cinesi senza
il marchio CE; i capi di abbigliamento che
mani laboriose e sottopagate preparano per
l'assemblaggio da eseguire nei paesi europei;
gli sciami di biciclette con numerosi e
squillanti campanelli appesi al manubrio; i
gesti lenti ed antichi della ginnastica
mattutina nei parchi, le polemiche sulla facile
vendita degli organi per trapianti, le immagini
di Mao e tanto altro! La conoscenza delle
radici culturali di questo lontano ed immenso
paese dalla storia millenaria rappresenta il
primo passo per riallacciare quel dialogo che
per secoli ha caparbiamente percorso la via
della seta unendo l'Oriente all'Occidente. A
Treviso la Cina apre una finestra sull'Europa
raccontando la sua cultura millenaria in
quattro mostre previste per il 2005, il 2007, il
2009 e il 2011. Ripercorrendo idealmente la
via della seta, si propone un incontro tra
mondi lontani ed è proprio la Cina ad aprirsi
verso l'Italia continuando i rapporti già
intrapresi dai Romani che acquistavano dai
Parti la seta per le tuniche dei senatori e per le
vesti eleganti delle matrone, e poi da Venezia,
la repubblica marinara da cui era partito
Marco Polo per la grande avventura verso
l'ignoto. Le quattro mostre previste a Treviso
sono divise per periodi storici: nel 2005 "La
nascita del Celeste Impero" (dal 221 a.C. al
960 d.C.); nel 2007 "Il tesoro dei Mongoli"
(dal 960 d.C. al 1368); nel 2009 "Lo
splendore dei Ming" (dal 1368 al 1644); nel
2011 "Mancia: l'ultimo impero" (dinastia
Qing dal 1644 al 1911). "La nascita del
Celeste Impero", attualmente in mostra alla
Casa dei Carraresi, raggruppa reperti
archeologici che coprono un arco di tempo
che va dal primo imperatore Qin Shih
Huangolì, il costruttore della grande muraglia,
fino al tramonto della dinastia Tang: tredici
secoli di arte e storia testimoniati da reperti
sensazionali, molti dei quali escono per la
prima volta dalla Cina. Il viaggio che
intraprendiamo entrando nella sala, dove su di
un grande pannello è raffigurato l'itinerario
della via della seta, è un viaggio a ritroso nel
tempo quando carovane di cammelli carichi di
seta percorrevano migliaia di chilometri
attraverso le vaste regioni dell'Asia Centrale.
La via della seta è un termine moderno,
coniato nel 1939 da Ferdinando von
Richtofen, ma ancora oggi è sinonimo di
esotismo, avventura e terre lontane: è la lunga
via carovaniera attraverso la quale hanno
marciato eserciti, ambasciatori, uomini di
fede, mercanti, artisti che hanno permesso
non solo lo scambio delle merci ma anche
delle idee, della fede e degli stili artistici.
Alcuni itinerari seguiti dai viaggiatori sono
cambiati nel tempo, seguendo le alterne
fortune delle guerre e delle vicende politiche;
altri percorsi sono rimasti invariati nei secoli.
Seimila chilometri partendo da XI' AN in
Cina si inoltravano verso l'Asia Centrale
dirigendosi verso l’oasi di Dunhuang per
attraversare poi il deserto di Taklamakan ed
arrivare a Kastigar per poter accedere ai
valichi del Pamir e raggiungere l'Iran. Il
potere di evocare fantasie, di suscitare
Vita di Club 51
emozioni,
di
fare
viaggiare
con
l'immaginazione su magici scenari naturali e
girare in affollati e rumorosi caravanserragli è
il segreto della via della seta! L’itinerario del
bacino del Mediterraneo verso Oriente è stato
percorso anche da Marco Polo, che insieme
allo zio Matteo e al padre Nicolò, mercanti
veneziani, intraprese il periglioso viaggio per
raggiungere
XI'AN,
l'antica
capitale
dell'Impero di Kublai-can, attraversando città
leggendarie come Palmira, Baghdad e i
caravanserragli di Damasco e Samarcanda. Il
primo oggetto in mostra è il Drago Long ed
incarna il più famoso mito cinese: il drago è il
simbolo dell'imperatore e si identifica con
l'imperatore stesso. In realtà l'oggetto, che è
formato da due draghi in bronzo attorcigliati
tra loro, testimonia l'inizio del Celeste Impero
e costituisce una delle più antiche
rappresentazioni dell'emblema imperiale. Da
qui il percorso museale si snoda attraverso gli
oggetti rinvenuti nelle tombe dei notabili della
dinastia QIN e scopriamo che non solo gli
Egizi e gli Etruschi desideravano essere
accompagnati nel cammino ultraterreno da
cibi, abiti e corredi, mentre ammiriamo
oggetti preziosi, statuette di servitori e
immagini di leggiadre fanciulle che
accennano la "danza della manica lunga".
A migliaia di chilometri di distanza dal bacino
del Mediterraneo i dignitari, i collaboratori
stretti dell'imperatore cinese nascondono nelle
tombe le corazze, le statuette di terracotta,
abiti e cinture di seta e modellini in miniatura
del loro palazzi. Molti di questi reperti fanno
parte del tesoro di Stato (appartenevano
52 Vita di Club
addirittura a Mao Tse Tung!) e non erano mai
usciti dai caveaux blindati dei musei cinesi.
Essi aiutano a tracciare un percorso storico,
artistico ed ambientale che ripercorre
idealmente la via della seta con statuette ed
immagini di carovane di cammellieri, carri, le
suggestioni suggerite dalle danzatrici, i
musicanti, soldati, servitori, mercanti
raffigurati nella vita quotidiana o nel fasto
delle corti imperiali. I tessuti in seta sono
conservati in modo impressionante: è
possibile
ammirare
un
esempio
di
abbigliamento completo in seta
rinvenuto nella cosiddetta
"tomba della marchesa", una
donna di alto rango vissuta del
periodo della dinastia HAN
(206 a.C. - 8 d.C.). La seta è
dipinta o è ricamata con motivi
geometrici, floreali ed i colori
sono
accostati in maniera così originale da
sembrare manufatti attuali per sfilate
prestigiose di stilisti famosi. Colpisce per la
sua
originalità
l'armatura
di
giada
dell'imperatore, le cui placchette verdi sono
tenute insieme da una fitta rete di fili d'oro
assemblati con raffinate tecniche di tessitura
che sono state lungamente oggetto di studio e
di sperimentazione da parte degli archeologi.
Nella tomba di un generale della dinastia
HAN (206-220 a.C.) sono stati rinvenuti
modellini raffiguranti le antiche abitazioni in
legno multipiani, le tipiche pagode, e
preziosissime statuette in bronzo che mimano
l'aspetto di antichi
guerrieri, servitori,
cavalli,
carri
sormontati
da
ampi parasoli. Le
ruote dei carri
sono
di
progettazione così tecnicamente avanzata
(raggi sottili, battistrada snelli) che nemmeno
i Romani coevi ne conoscevano una
altrettanto efficace e funzionale. Molti reperti
catalogati
come
"Tesori
di
Stato"
appartengono al periodo della
dinastia TANG: è il momento del
dominio delle arti e può essere
avvicinato al Rinascimento europeo.
Ecco allora vetrine con statuette di
terracotta coloratissime e di raffinata
fattura tra le quali, indimenticabile,
la raffigurazione di una banda di
allegri suonatori in groppa ad un
elefante seduti su un tappeto
svolazzante e coloratissimo. Le
tecniche impiegate per colorare le
statuette sono state svelate solo in
parte: nel manto di un cavallo sono
state ottenute venature chiare e
scure attraverso un complesso e
segreto procedimento! E che dire
dei guerrieri di XI' AN? Nel 1974 in
una fossa attigua della tomba
dell'imperatore
QIN
SHI
HUANGDI, il mitico Imperatore
Giallo, dopo 22 secoli di sepoltura
sono tornati alla luce i guerrieri, i
cavalli ed i servitori dell'esercito di
XI' AN. Gli arcieri e i balestrieri,
armati anche di spada, erano in
prima
linea:
tale
posizione
consentiva loro di scagliare frecce
contro i nemici in rapida
successione e di difendere le
retrovie dell'esercito. Le statue
indossano lunghi calzoni protetti da
gambali, una lunga camicia ed una
corazza costituita da tessere di
pietra tenute insieme da una
complessa tessitura di lacci di cuoio
e metallo. I guerrieri, alti m. 1,80, sono
imponenti: i corpi erano fabbricati in serie con
stampi, mentre i visi sono tutti diversi l'uno
dall'altro e testimoniano l'altissimo livello
artistico raggiunto dalle maestranze che
lavoravano alla creazione del potente
"esercito di terracotta" e che sembra siano
state sepolte insieme al loro imperatore
perché non venissero svelati i segreti dei
quali, loro malgrado, erano venuti a
conoscenza. Il grande tema religioso del
Buddhismo conclude la mostra spaziando per
di un millennio (dal IV al X secolo) e
testimonia le influenze sull'arte statuaria
cinese da parte della "cultura di
GANDHARA" originatasi alle foci del fiume
Indo. In mostra sono esposti Buddha arcaici e
le loro evoluzioni fino alle rappresentazioni
dei "Buddha" con la pancia che tutti
abbiamo in mente. Troviamo
raffigurati anche i Bodhisattva, i
futuri Buddha principianti, che,
rinunciando temporaneamente al
Nirvana, si votano alla redenzione di
tutte le creature: è un trionfo di oro e
di luce. L'ultimo oggetto esposto è
nuovamente un drago, molto
stilizzato, sottile, sinuoso ed
aggressivo. È lui che, appartenendo
al periodo che arriva al 960 d.C., ci
dà appuntamento alla Casa dei
Carraresi per le esposizioni previste
nei prossimi anni e ci fa rimanere
con la voglia di saperne di più su
questa misteriosa e millenaria
cultura cinese. Perché questa mostra
in Italia? L'Italia è accomunata alla
Cina da una lunga storia e da una
grande civiltà. Roma dominava il
Mediterraneo e non solo, e la
dinastia QIN e HAN estendevano il
loro dominio sull’est del mondo;
entrambe, a migliaia di chilometri di
distanza, dominavano un immenso
territorio e davano il loro contributo
alla civilizzazione dei popoli. Queste
due parti del mondo iniziarono a
conoscersi e ad intrattenere rapporti
e scambi fin dal IV secolo a.C.
quando sia la Grecia che Roma
chiamavano la Cina "SERES", il
paese della seta. La seta prodotta dai
Seri (i Cinesi) era un materiale
straordinariamente bello e lucente,
talmente prezioso che a Roma costava come
l’oro, talmente ambito da scatenare la guerra
con i Parti (abitanti dell'odierno Iran)
intermediari nel commercio con i Seri
(battaglia di Carre, 53 a.C. con sconfitta
disastrosa delle truppe di Crasso). Perché
Treviso è il capolinea occidentale della via
della seta? Innanzi tutto perché storicamente è
stata la capitale della sericoltura d'Italia e di
Europa anche se la bachicoltura è stata
abbandonata nel secondo dopoguerra e
l'ultima azienda manifatturiera della seta ha
chiuso i battenti nel 1972. Fin dal XIII secolo
Vita di Club 53
la bachicoltura è stata introdotta nel Veneto
dalla Repubblica di Venezia e per questo
motivo nelle campagne del Trevigiano e del
Vicentino sono state impiantate attività votate
alla produzione e lavorazione della seta quali
la coltivazione dei gelsi e la filatura della seta.
Le prime filande sorsero nel 1700 e possono
essere considerate il primo nucleo di
industrializzazione trevigiana. La Casa dei
Carraresi a Treviso è pertanto il capolinea
ideale ad occidente della via della seta, ponte
per le relazioni diplomatiche e per gli scambi
culturali tra Cina ed Europa. Vorrei
concludere con una leggenda cinese: la dea
protettrice della seta e delle persone che
lavorano la stessa è NEI-XU: si narra che
scoprisse il baco perché le era caduto nella
tazza del tè rimanendo appeso al suo filo.
Anche noi rimaniamo appesi con la fantasia e
con la curiosità a questo strano e
contraddittorio paese che è la Cina e le diamo
appuntamento a presto… a Treviso!
Corazza QIN
Guerriero QIN
Balestriere Inginocchiato QIN
Cacciatore a cavallo TANG
Altare buddista SUI
54 Vita di Club
MEETING n. 6
di MADDALENA SANTUCCI
Tema: Il giornalismo radiofonico
LA VOCE DELLA RADIO
C’
è stata una certa emozione da
parte mia, lo scorso 11 aprile,
nel trovarmi ad una serata
Lions in veste di relatrice. Io
che ho parlato di quello che sono diventata:
una giornalista. Io che però per tutti gli amici
Lions dei miei genitori, sono e resto Mody, la
figlia di Fernando e dell’Antonietta. Un invito
che ho accolto con grande piacere, a distanza
di tanto tempo dal mio ultimo incarico
‘importante’ in una delle vostre serate: una
festa degli auguri di tanti anni fa quando,
bambina timidissima (ma in questo sono
cambiata poco), cantai la ninna nanna di
Brahms, accompagnata al flauto da un
musicista d’eccezione, Giorgino Cavallari. Di
tempo ne è passato. E tutti noi siamo diventati
un po’ più grandi. Oggi non canto più ma per
lavorare uso ancora la mia voce. Sono
diventata una giornalista radiofonica. La mia
trincea è Radio Rai. Parlo di ‘trincea’ perché
questo mestiere, per me, è stato davvero una
conquista. Un percorso accidentato e
impervio, con tante, tante deviazioni, che ho
seguito caparbia anche quando tutte le strade
sembravano chiuse, anche quando non ce
n’erano le condizioni. Sostenuta da una
famiglia che ha creduto in me. Meglio, ha
investito su di me. Quella sera, insomma, vi
ho raccontato la storia del mio sogno
realizzato. Con rapidissimi cenni ho cercato di
dare uno spaccato della specificità della radio,
sperando di aver comunicato il fascino che
questo mezzo di comunicazione di massa
esercita su chi lo fa ma anche su chi lo
ascolta. La radio nasce contemporaneamente
al cinema. Ma a differenza dell’immagine in
movimento, che mantiene inalterata la sua
funzione sociale di spettacolo, la radio
‘cambia pelle’ di continuo. Prima è un utile
strumento di comunicazione ‘punto a punto’
(il telegrafo di Marconi), negli anni ’20 con la
nascita della programmazione diventa
sostanzialmente
quello che conosciamo oggi.
Con il sonoro nel cinema sembra decretata la
fine della radio perché studi e investimenti si
concentrano sulla televisione. La seconda
guerra mondiale segna però una stasi ed esalta
ancora il ruolo della radio come strumento di
propaganda, di informazione ma anche e
soprattutto di controinformazione. Nel 1948
l’invenzione del transistor, messo a punto
dalla Bell per potenziare i collegamenti
telefonici, cambia ancora una volta la
funzione sociale della radio: l’apparecchio
diventa piccolo e trasportabile tanto da
guadagnarsi il ‘primato’ di primo mezzo di
comunicazione di massa mobile e, soprattutto,
personale. Così la radio esce dalle case ed
esprime in pieno la sua natura di essere
‘sempre e solo adesso’. In questo consiste il
fascino del flusso radiofonico, sostenuto
unicamente dalla parola e dalla musica.
Grazie alla facilità e velocità di produzione
poi la radio può, molto più di altri media,
aprire in qualsiasi momento un canale di
comunicazione per raccontare gli eventi in
presa diretta. Sì, la televisione ha il valore
aggiunto delle immagini. Ma la radio stimola,
arriva sulla notizia con una velocità che
nemmeno Internet può garantire e quando
l’evento è passato stimola l’analisi e il
pensiero. Con altrettanto rapidi cenni ho poi
illustrato l’organizzazione del lavoro a Radio
Rai chiarendo la differenza tra ‘rete’ (i tre
canali con vocazioni differenti e programmi
non sempre curati da personale giornalistico)
e ‘testata’, il regno dell’informazione
‘suddivisa’ in due grandi aree: i giornali radio
(Gr1, Gr2 e Gr3) e le rubriche di
approfondimento che toccano tantissimi
aspetti. Al Giornale Radio lavorano redazioni
cosiddette di ‘fascia’ con personale che segue
il flusso informativo delle 24 ore con
aggiornamenti, per Radio Uno, ogni mezz’ora
Vita di Club 55
e che confeziona le edizioni cosiddette
‘lunghe’ dei GR (tra i 15 e i 30 minuti). Su
questa intelaiatura si innestano le redazioni
tematiche (Politica, esteri, economia, cronaca
etc.). In questo caso i giornalisti
approfondiscono gli argomenti di propria
competenza e forniscono a Gr1, Gr2 e Gr3
servizi e interviste confezionati. Nelle
redazioni rubriche il lavoro è invece tutto
votato all’approfondimento, all’analisi. Dopo
una lunga esperienza nel settore delle nuove
tecnologie, dall’anno scorso sono entrata nel
‘cuore’ del giornale radio Rai. La stagione
2004/2005 al Gr1, la stagione 2005/2006 nella
redazione tematica ‘Scienze e società’ del Gr.
Il mio ambito di competenza è principalmente
scientifico (dall’influenza aviaria a tutte le
nuove scoperte mediche, all’ambiente, agli
animali e così via) ma anche di cosiddetto
‘appoggio’ al lavoro dei colleghi delle altre
tematiche. Mi occupo insomma di servizi e
interviste per fornire un punto di vista, un
approfondimento su un tema salito agli onori
della cronaca. La copertura delle notizie è
scandita dal succedersi degli eventi. Il lavoro
è organizzato attraverso una serie di riunioni
che si tengono durante la giornata. La
supervisione è garantita dalla direzione e dalla
presenza di caporedattori e vicedirettori che si
alternano nelle diverse fasce orarie. Prima di
concludere vorrei ringraziare tutti i presenti
per la qualità del dibattito seguito alla mia
relazione e per le domande che mi sono state
poste. Ho cercato di rispondere con onestà
intellettuale. Tenendo presente che non è tutto
oro quello che luccica e che sono tante le
contraddizioni della Rai, che pure resta una
grande azienda, ricca di professionalità
straordinarie. Un grazie particolare a Stefano
Cavallari perché nel suo intervento c’era
amore per la radio e perché ha elevato a
‘letteratura’ il buon giornalismo. Un grazie
particolare ed affettuosissimo anche ad
Eugenia, che ha commosso tutti, ma
soprattutto me, con il suo intervento finale.
POSTA
Nota redazionale
C
on estremo piacere abbiamo ricevuto dall’Ufficio
Nazionale per le Comunicazioni Sociali un secondo
encomio per la rivista “Vita di Club”, indirizzato al Past
Presidente David Giuliodori. La Redazione ringrazia
vivamente Mons. Claudio Giuliodori per le belle parole
espresse in merito al nostro operato e per il grande
apprezzamento dimostrato nei confronti della nostra
rivista di Club. Questo non fa che aumentare il nostro
stimolo a proporre ai lettori una rivista sempre più
curata ed accattivante, che sappia trattare tutti i temi del
Lionismo, ma che possa anche guardare oltre. Le parole
espresse nei nostri confronti ci lusingano ancora di più
sapendo che la Conferenza Episcopale Italiana edita una
rivista dal titolo “Osservatorio Comunicazione &
Cultura” (che si può leggere on line sul sito
www.chiesacattolica.it – Ufficio Nazionale per le
Comunicazioni Sociali), la quale ospita grandi firme e
tratta di tutti gli argomenti che riguardano i media in
relazione alle moderne esigenze delle parrocchie
Italiane. Mons. Giuliodori è invitato a Rimini come
nostro ospite e relatore prossimamente qui.
56 Vita di Club
L’EUROPA DI IERI
di FRANCO PALMA
Un popolo che non fu mai nazione
I CELTI
S
e qualche tempo fa mi aveste
chiesto a bruciapelo: chi erano i
Celti? Sicuramente non avrei
risposto in maniera concreta. A
scuola non se n'è mai parlato con
informazione esauriente, in seguito nei
nostri studi tutte le attenzioni e
conoscenze si sono polarizzate sulla
cultura romana, sulla caduta dell'Impero,
sul Medio Evo, cui hanno fatto seguito
Umanesimo, Rinascimento e quanto ne è
derivato fino ai nostri giorni. Quanto detto
sopra ha costituito una specie di barriera, una
divisione nel sapere e non ci ha permesso di
considerare
quanto
di
altrettanto
culturalmente importante si è sviluppato
nell'Europa non ancora romanizzata e in
quella rimanente. Oggi, in un’Europa che fa
appello continuamente alle comuni radici
culturali delle sue popolazioni, è opportuno
risalire lontano, anche aldilà dei Cristiani e
aldilà dei Romani. Allora chi erano i Celti?
All’inizio dell’età del Ferro (3200 anni fa) in
un’Europa con pochi e sperduti insediamenti
umani alle rade popolazioni aborigene si
sovrapposero gradatamente popolazioni di
razza ariana (un gruppo di più di 150 tribù
legate tra di loro per lingua, costumi e
religione comuni, ma senza una ben definita
organizzazione politica), giunte in Europa da
una regione prossima all’attuale Afghanistan.
Erano i Celti che si insediarono nella regione
comprendente le sorgenti del Reno, del
Rodano e del Danubio, estendendosi poi
(2800 anni fa) nell’attuale Francia e nella
penisola Iberica dove diedero origine ai
Celtiberi; successivamente (2700 anni fa) si
espansero nell’attuale Belgio, Inghilterra,
Irlanda, Cecoslovacchia. Nei due secoli
seguenti si realizzò il periodo di massima
fioritura della civiltà celtica. I Celti erano
dunque genti europee (15 milioni)
notevolmente sviluppate dal punto di vista
culturale,
Prime migrazioni celtiche in Europa.
ma
diverse dai Romani e che questi definivano
"barbari" nel senso letterale della parola
greca. I Greci identificavano alcune
popolazioni barbare originarie dell’Asia
minore, come Keltoi (dal greco "eroi" o "gli
uomini in alto") e anche Galatai, i primi
insediati nelle aree settentrionali, i secondi
nelle zone meridionali. I Romani in seguito li
chiamarono tutti Galli. Successivamente
romanizzati, conservarono e coltivarono la
civiltà celtica lasciando segni visibili della
matrice latina, ma senza fondersi (che è
confondersi) in una madre comune di cui
possiamo ricostruire i caratteri e trarne la
continua presenza. I Celti condizionarono in
maniera determinante la vita, i costumi, la
lingua delle genti preesistenti e la loro
influenza fu lunga e duratura. La loro storia
non terminò con la conquista romana. I Celti
infatti continuarono ad esistere in tutta Europa
e, sebbene le loro lingue siano scomparse in
molti luoghi, sono rimaste vive le loro idee, le
loro superstizioni, le loro feste popolari, i
nomi che hanno dato alle località. Ad esempio
le parole di origine celtica oggi sopravvissute
nei dialetti dell’Italia settentrionale sono
moltissime, pur se in seguito modificate o
alterate dal latino dei Romani conquistatori.
Vediamone alcune. Anzitutto i nomi di
località: Mediolanum (Milano) deve la sua
Vita di Club 57
mai fatto venir meno le caratteristiche delle
origine alla parola medio e lan(n)o.
differenti radici. Quale migliore occasione di
Quest’ultima in celtico significava “spazio
rievocare questa antica “comune cultura” ora
recintato e piano”, forse un luogo consacrato,
che l'integrazione europea occidentale sta
quindi Mediolanum voleva dire “luogo di
diventando una realtà evidenziata dalla
mezzo, paese in mezzo a una pianura”.
connotazione unica della
Brianza deriva da brig
civiltà dei Celti? Questa,
(luogo elevato); Lecco deve
infatti, irradiandosi dalle
il proprio nome alla radice
regioni centro orientali fino
celtica leukos (bosco).
all’Atlantico e al Mare del
Inoltre, in quelle regioni
nord, ci dice che il riscontro
che
i
Romani
non
fra quel passato e questo
riuscirono a conquistare
presente non è artificioso,
come l’Irlanda, la Scozia,
ma
essenziale
per
alcune zone nel Galles e
richiamarci a radici comuni.
nell’isola di Man, la cultura
Il fatto che la civiltà celtica
celtica
continuò
a
sia stata sprovvista di una
sussistere, e con essa l’arte,
propria tradizione scritta
la religione e le lingue
conferisce alla tradizione di
celtiche.
L'arte
celtica
Erodoto
un
valore
sopravvissuta nelle isole
straordinario perché è stato il
Britanniche
influenzerà
primo ad inserirla in un
notevolmente l'arte cristiana
preciso periodo di tempo,
del medioevo irlandese. Un
con un processo formativo
segno evidente della loro
che ha avuto radici protoabilità e maturità artistica si
storiche
nel
continente
constata nei meravigliosi
dall’Atlantico
all'Europa
reperti lapidei, bronzei o di
orientale. Giulio Cesare,
oreficeria rinvenuti nelle
prima di Livio, nel “De bello
tombe. Vasi di bronzo,
gallico” aveva dato una
bracieri,
statuette
di
precisazione
geografica
divinità, monili femminili
Motivi
ornamentali
della
cultura
di
La
distributiva rilevando che
come collane o braccialetti
Tène.
l'intera Gallia era divisa in
in oro di squisita fattura, con
tre parti: una abitata dai Belgi, la seconda
una caratteristica propria e non in contrasto
dagli Aquitani, la terza da quelli che vengono
con quanto confezionato in ambiente romano.
chiamati Celti, quindi con una individualità
Tutti i popoli che vissero nel continente
etnica distinta sia dai Belgi che dagli
europeo
dagli
Urali
all’Atlantico
Aquitani. Tito Livio, nel V libro di “Ab Urbe
conservarono le proprie caratteristiche
condita”, indica nella nostra cultura la
primigenie che si rifacevano alle aggregazioni
presenza dei Celti che si sincronizza con
di origine (latini, germanici, anglosassoni,
l'occupazione di Roma. I Celti già 200 anni
slavi) con tutte le loro distinzioni, e
prima della presa di Roma erano scesi in
mantennero caratteri distintivi non solo nel
Italia, e spesso le forze galliche si erano
conservare ceppi linguistici ma anche
scontrate con gli Etruschi, stanziandosi fra
tendenze di spirito, di religione e di arte. Le
Alpi e Appennino. Ai tempi di Tarquinio
culture che caratterizzano i vari popoli hanno
Prisco i Biturigi ebbero "in sorte" la
origini diverse, ma spesso hanno sequenzialità
migrazione,
resa
necessaria
dalla
da comuni radici. La cultura latina dalla
sovrappopolazione, che li divise in due
greca, la cultura cristiana da quella ebraica e
gruppi: uno si stanziò in Germania e in
da questa la cultura islamica; da tutte queste
Boemia, l’altro in Italia. La narrazione di Tito
hanno avuto origine culture diverse dove
Livio ci pone lo stanziamento dei Massalioti,
elementi comuni, spesso, non hanno dato
provenienti dalla Focea ionica, aiutati a
origine ad azioni unificanti ma a "ponti",
rimanere dagli stessi Galli. Ci parla di Galli
momenti di comunicazione, che non hanno
58 Vita di Club
che varcate le Alpi attraverso il paese dei
Taurini, vinti i Tusci sul Ticino, si stanziarono
in un territorio chiamato degli "Insubri"
omofoni con un (pagus) territorio degli
Aedui, che fonderanno Mediolanum. Dà
notizia
dei
Cenomani
fissatisi fra Brescia e Verona, dei Libui e
Salluviii che occuparono la zona attigua ai
Liguri collocati sul Ticino. Tutta questa
narrazione di un'Italia "preannibalica"
evidenzia la conoscenza storica dei
movimenti delle popolazioni galliche che si
sono succedute in una fase di assestamento
storico-territoriale, prima della prevalenza di
Roma. Ma una esatta tematica ci riporta a
spaziare più largamente di quanto detto fin
qui. Un grande "celtista", Duval, dice che
l’origine dei Celti si perde nella notte dei
tempi, senza scrittura, con fasi in cui
Popolazioni celtiche in Italia.
emergono lingua, cultura, modi di vita da
occidente a oriente e dalla proto-storia all’età
medievale. Una forza viva del passato precristiano ha lasciato, per maturazione,
profonde radici fino al cristianesimo
medievale, che con uno sviluppo nel tempo
coinvolgerà genti di Iberia, Liguria, Pannonia,
Gotiche, Daciche, Tracie ecc. fino ai Carpazi
e ai Balcani. Alla caduta dell'Impero romano
le varie etnie sono tenute debolmente unite
dal cristianesimo, da queste organizzate in
comunità ecclesiastiche (le pievi) nate per
necessità
legale
e
difensiva.
Contemporaneamente c'è un risveglio;
rivisitando il passato nasce il Romanico con la
sua grande suggestiva spiritualità. Ma anche il
Gotico nasce dalla stessa mistica ispirazione
con i suoi archi a sesto acuto e le sue guglie.
Nel pensiero si sviluppano in Italia
Umanesimo e Rinascimento mentre in Europa
scismi religiosi prima ed Illuminismo poi
pongono le basi per nuovi stili di vita. In
questi giorni c'è il dibattito per stabilire se
l'Europa sia fondata su basi cristiane; nel bene
e nel male direi di sì, ma non oso dare un
parere definitivo che non sarebbe accettabile
da tutti. I Celti sono oggi l'Europa che, se non
è ancora fatta, si farà! Il primo risultato è stato
raggiunto:
sessant'anni
senza
guerre
sanguinose e distruttrici dettate solo da odi
etnici e da contese territoriali.
Vita di Club 59
MONDO LIONS
di ELIO BIANCHI
Sul finire di un anno lionistico
INCONTRI E MEMORIE
L
a partecipazione di soci o
rappresentanti del nostro Club ad
incontri ed iniziative coinvolgenti
altri Club è iniziata, nel 2006, il 4
Marzo. Mattina e pomeriggio a L’Aquila, un
importante Convegno sul Tema di Studio
distrettuale “Lo sport come strumento di
integrazione sociale dei disabili” ha
impegnato il nostro David Giuliodori quale
membro del Comitato organizzatore e
moderatore in una delle sessioni dei lavori. A
sera ci siamo ritrovati a Miramare con la
Festa al Terrasamba che ha aggregato un bel
numero di Lions delle due Zone D ed E con i
loro amici, e che ha consentito di raccogliere
una somma, non esaltante ma pur sempre
significativa, a favore del service distrettuale
per Wolisso. Su questa bella iniziativa di
solidarietà in terra d’Africa, più precisamente
in Etiopia a poco più di 100 Km da Addis
Abeba, e che si collega con quanto abbiamo
fatto in Sierra Leone con la costruzione
dell’ospedale di Emergency, con quanto sta
facendo SO.SAN. in vari stati africani e con
quanto ci si appresta a fare “contro le malattie
killer dei bambini” in Burkina Faso con
l’omonimo service, è interessante leggere
sulla Rivista Distrettuale di Marzo-Aprile
quanto ha riferito la dinamica coordinatrice
distrettuale Lion Carla Cifola sul viaggio che
vi ha effettuato a metà Febbraio un nutrito
gruppo di nostri Amici che hanno avuto,
assieme al Governatore Mataloni, incontri
determinanti per lo sviluppo dell’iniziativa.
Nel frattempo, impegno lionistico anche per
Nino Biondi che per il Servizio Cani Guida
dei Lions per non vedenti, del quale è
responsabile distrettuale, ha ottenuto la
collaborazione della Compagnia Teatro
Dialettale “Quii de Port” che hanno messo in
scena gratuitamente, il 18 Marzo al Teatro
Novelli, la commedia “Udor ad Geranie”
60 Vita di Club
composta ed interpretata dalla concittadina
Giovanna Pulzoni Grossi; a lei e a tutta la
compagnia va la nostra gratitudine. Il
Presidente Emilio Baldini e il Presidente
incoming, appena eletto, Massimo Mancini,
hanno potuto ascoltare le relazioni del
Presidente di Circoscrizione, Enrico Conti, di
alcuni Delegati di Zona, di Presidenti di Club
e di Officer vari, su problematiche riguardanti
in particolare l’attività dei Clubs nella nostra
Circoscrizione, il 2 Aprile durate il 3°
Incontro della 1ª Circoscrizione a Forlì,
concluso dall’intervento del Governatore. Il
23 Aprile, nell’ospitale Senigallia, ci siamo
incontrati in una bella, meteorologicamente e
lionisticamente,
Giornata
Distrettuale
dell’Amicizia nel corso della quale sono stati
commemorati
quattro
Governatori
marchigiani scomparsi e forte è stata per me
l’emozione che ho provata nel ripercorrere,
ascoltando gli oratori, la vita familiare e
soprattutto quella lionistica di due di loro con
i quali mi sono trovato strettamente a
collaborare.
Gisleno
Leopardi,
il
Governatore che ha consegnato la Charter al
nostro Club nel 1981, mi ha gratificato ed
onorato in più occasioni, e anche
pubblicamente, della sua stima e della sua
considerazione quando era Direttore della
Rivista ed io Addetto Stampa distrettuale;
Agostino Nino Felicetti mi è rimasto nel
cuore per l’amicizia, la fiducia e la simpatia
nell’anno in cui con Lui,Governatore, andavo
in giro per i Club della Romagna, anzi delle
Romagne come amava ripetere, da suo
Presidente di Circoscrizione; con i suoi fedeli
collaboratori e grandi amici, Lello
Francesconi e Gianfranco Buscarini, si cercò
di alleviare le sue sofferenze per le perdite
della amata consorte e del fratello e per la
grave malattia contro cui lottò con
ammirevole dignità; ogni volo di gabbiani, a
Lui simbolicamente estremamente caro, me lo
fa sentire ancora vicino. Questa emozione si è
rinnovata il giorno dopo a Castelraimondo,
una bella cittadina dell’alto maceratese, dove
ho avuto l’onore di rappresentare la
Fondazione dei Lions Club per la Solidarietà
alla Cerimonia di inaugurazione di un
moderno Asilo intercomunale che accoglierà i
piccoli dei sei comuni consorziati. Alla nostra
Fondazione fu affidata le gestione, grazie
all’intervento del PDG Marco Scaini, della
cospicua eccedenza di quanto stanziato e
raccolto per l’emergenza sismica del ’97,
affrontata dall’allora Governatore Enzo
Rivizzigno con tempestività e determinazione,
rispetto a quanto impiegato per edificare il
Villaggio della Solidarietà di Corgneto; fondi
da destinare ad un ulteriore service che fu
individuato dal Club di Camerino Alto
Maceratese nella costruzione di questo Asilo.
Dopo anni di progettazioni ed ipotesi
controverse, si è giunti alla completa
realizzazione dell’opera grazie ai fondi
europei ottenuti dal Comune ed ora, in una
delle sale dell’edificio ottimamente attrezzato
anche per fungere da asilo-nido, una targa
ricorda questa sinergia Istituzioni-LCIF. La
Cerimonia ha avuto momenti davvero
commoventi quando, dopo gli interventi del
Sindaco di Castelraimondo, del Presidente
della Comunità di altre autorità civili e del
nostro Governatore, è stato scoperto un
ritratto di Federica Bartolini alla cui memoria
è dedicato l’Asilo. Questa giovane signora,
figlia del PDG Sergio Bartolini, madre di due
bellissimi bambini e ai quali è stata tolta da
inesorabile
malattia
quando
erano
piccolissimi, è stata un attivo Leo di Ancona e
quindi membro della nostra famiglia; per
questo
atto
di
sensibilità
della
Amministrazione Comunale, mi sono sentito
in dovere di esprimere, nel mio intervento, la
gratitudine della Fondazione e dei Lions con
la certezza che Federica sarà la celeste
protettrice di tutti i bambini che qui, negli
anni a venire, saranno educati ad avere una
vita sana nel corpo e nello spirito. Riguardo
alla Fondazione Lions Clubs per la
Solidarietà, della quale il nostro Club è Socio
Fondatore, giova ricordare che essa è stata
inserita fra gli Enti che possono essere
destinatari del 5 X 1000 in sede di
dichiarazione dei redditi del 2005, indicando
il suo codice fiscale: 92041830396. Le
manifestazioni curate dai Lions Clubs sono in
questo periodo molto frequenti ed è
impossibile seguirle tutte; tralasciando quelle
organizzate fuori Circoscrizione, meritava di
partecipare il 30 Aprile al Lions Day con la
sfornata e connessa asta delle Ceramiche in
Piazza a Faenza che ogni anno si ripete e che
permette ai Clubs faentini di finanziare
services importanti e di offrire una calda
accoglienza con giornate di svago a chi vi
partecipa per le interessanti manifestazioni
collaterali: quest’anno era di scena il gioco
del “pallone a bracciale” che fu anche nella
tradizione riminese fino a quando la
sciagurata decisione di seppellire sotto il
solito implacabile mattone lo Sferisterio, lo ha
cancellato dal novero degli sport cittadini.
Questi incontri sono una occasione per
rivedere vecchi Amici e anche per soffrire
nell’averne appena persi; a Faenza quest’anno
è venuta a mancare la simpatia e l’ottimismo
che spontaneamente nasceva dal viso sempre
sorridente di Stefano Ferrucci, un Lions di
sicuri principi e che mai venne meno al suo
impegno, nemmeno nei momenti difficili
delle grave malattia che lo sottrasse alla sua e
alla nostra famiglia ai primi di Aprile. E
questa sensazione si è ripetuta il 7 Maggio;
infatti la X edizione del Premio di Poesia
“Edgardo Cantone”, con la quale il Lions
Club Rubicone rinnova la memoria del suo
esimio Socio che fu membro e segretario della
Rubiconia
Accademia dei Filopatridi,
quest’anno è stato connotato da una nota di
rimpianto per la recente scomparsa di Corrado
Bellavista che fin dall’origine della
manifestazione, ne è stato l’attivo e
determinato organizzatore, senza con questo
sottovalutare l’importante apporto di soci e
consorti che lo hanno per anni coadiuvato e
che si sono ora fatti carico di fare proseguire
questo qualificante service alla cui riuscita
hanno contribuito anche persone non
appartenenti alla famiglia dei Lions, di
levatura culturale umanistica di prim’ordine.
Nella sede della Accademia dei Filopatridi di
Savignano sul Rubicone, presso cui da
qualche anno si svolge la cerimonia di
premiazione dei dieci giovani meglio
classificati nel certame poetico, ci si è trovati
in tanti, Lions e cittadinanza, ad ascoltare
alcuni interventi su questo evento e che ha
avuto nel Presidente della Accademia
ospitante, il Senatore Lorenzo Cappelli e nel
Vita di Club 61
Governatore Giorgio Mataloni le massime
autorità al tavolo d’onore.
Gli intervalli musicali, offerti al pianoforte
con scelta mirata dei brani e con la nota
valentia dal Lion M° Benedetto Morri, hanno
disposto gli animi ad un attento ascolto dei
due giovani che hanno letto le poesie man
mano che la premiazione procedeva.
Ascoltando i luoghi di provenienza dei dieci
giovani, ci si è resi conto come questo
Concorso abbia, grazie all’opera divulgatrice
del Comitato organizzatore, una rilevanza
nazionale. Infatti Elisa Brandi, la vincitrice, è
di Foligno, Elisa Geroni, la seconda
classificata è di Lodi, Jonata Sabbioni, il
terzo, di Fermo, Michele Placuzzi, al quale è
stata conferita la menzione speciale “Corrado
Bellavista”, di Cesena. Le 33 poesie di questi
undici finalisti sono pubblicate, come di
consueto, nel manualetto del Premio mentre
ne sono pervenute ed esaminate altre 129; si
ritiene far cosa gradita trascrivere una delle
tre poesie della vincitrice. Successivamente, il
14 Maggio, il Club è stato rappresentato al
10° Congresso Distrettuale di Primavera ad
Osimo dai cinque delegati designati che
hanno onorato il loro impegno prendendo
parte, dopo aver ascoltato la relazione del
Governatore Giorgio Mataloni e che
comparirà sulla prossima Rivista Distrettuale,
alle votazioni che hanno eletto Ezio Angelini,
del Club Morciano Valle del Conca, alla
carica di Governatore, e Loredana
Sabatucci Di Matteo, del Club di Val
Vibrata, a quella di Vice Governatore del
Distretto 108 A per l’anno 2006/07. Su Ezio
Angelini, nostro vecchio Amico, non occorre
spendere parole; di Loredana, che conosco da
dieci anni avendo con lei condiviso nel ’96
l’incarico di Delegato di Zona, posso
testimoniare il costante, attivo ed intelligente
impegno nei vari incarichi che ha
successivamente ricoperto, avendo una ottima
capacità di coinvolgimento. Il giorno
precedente,
dopo
la
cerimonia
di
inaugurazione e gli adempimenti rituali che
l’ODG di norma fa seguire a quella, sono
state proposte, dai PDG Guido Alberto
Scoponi, Lanfranco Simonetti, Eolo Ruta,
Antonio
Maggioli,
riflessioni
su
problematiche varie di vita lionistica.
Successivamente l’Assemblea ha scelto il
Tema di Studio e quello Operativo (Service)
62 Vita di Club
Ieri, oggi, domani, e poi domani
ancora
Siamo germinati come sterpi
tra le macerie
del vostro sessantotto.
Siamo figli dell'ardore
di carta e di veleno
dei vostri anni liberi.
Ce ne stiamo
accovacciati tra i rottami
di polverosi sogni
tra le rovine di giorni celebri.
Noi non lo sappiamo
che cos'è il nemico
se ci attaccherà da destra
o da sinistra
o dai cieli o dai mari
o dalle cavità della nostra insicurezza.
Siamo nascosti
tra i divani, sembriamo immobili.
Nessuno sa
che siamo vivi
e pronti
e che siamo in allerta
e attenti.
Cigolano le frontiere
le bandiere bruciano
le torri si sbriciolano
e tamburi in avvicinamento
battono sulle pelli
sempre più profondi
sempre più incalzanti.
Noi siamo pronti
e svegli
non temete padri, madri
sapremo il nostro dovere qual è,
Voi volete fracassare
il mondo.
Noi tutt'al più tenerlo insieme.
La nostra cinica dolcezza
ci farà approdare vivi
ai confusi deserti.
ELISA BRANDI
ai quali i Clubs del Distretto debbono
riservare
prioritaria
attenzione
nel
programmare la propria attività per l’anno
prossimo.
Tema di Studio distrettuale:
TECNOLOGIE
INFORMATICHE;
DOMINARLE O ESSERNE DOMINATI –
È stato presentato dal LC Ravenna Host
affinché i Lions contribuiscano a porre in
attenzione, per sé e per la società in cui
operano, i rischi, a dare risposte ai tanti
interrogativi e a proporre soluzioni, riguardo a
questa vasta materia che coinvolge il vivere
quotidiano di tutti noi.
Tema Operativo distrettuale:
ADOTTIAMO IL VILLAGGIO DI
WOLISSO – Unanime la decisione di
confermare il service di quest’anno in modo
da realizzare ulteriori strutture da aggiungere
a quelle fin qui programmate.
Fra le relazioni degli Officers coordinatori dei
vari Comitati, si è avuta l’opportunità di
ascoltare anche l’interessante intervento del
PDG del Lazio, Enrico Cesarotti, coordinatore
per i Distretti Lions dell’Italia centrale della
Campagna Sight First due che impegnerà i
Clubs mondiali sui problemi della vista per
ancora due anni. Ha confidato sulla
ripetizione del successo che ebbe dieci anni fa
la prima Campagna, che consentì a LCIF di
attuare importanti operazioni di prevenzione e
cura delle patologie della vista che
endemicamente colpiscono molte popolazioni
del pianeta. Il 20 Maggio si è tenuto l’esame
finale e la cerimonia di chiusura del Corso per
aspiranti manager d’azienda e giovani
imprenditori che la Scuola Superiore dei
Lions Clubs “Maurizio Panti” ha tenuto in
Cattolica per il secondo anno consecutivo; il
Corso del 2006/07, il cui Bando è stato
pubblicato con termine di presentazione
domande al 31 Luglio, avrà inizio il
20 Ottobre prossimo.
La collaborazione fra l’Amministrazione
Comunale di Cattolica ed il nostro Distretto,
tramite la Fondazione, sta dando buoni frutti
che non verranno meno se i Lions Clubs,
soprattutto quelli ubicati nelle Zone limitrofe,
faranno avere il loro sostegno.
(www.masterlions.org)
Sono già con la valigia in mano, non solo in
senso figurato, i cinque delegati che
rappresentano il Club al 54° Congresso
Nazionale che dal 26 al 28 Maggio a Verona
dibatterà argomenti di interesse comune. Nel
pomeriggio del 27 vi si svolgeranno le
votazioni per l’elezione del Direttore
Internazionale di competenza della nostra
Area e che, unitamente ad una trentina di
omologhi di altre Aree mondiali, farà parte
per due anni del Board Internazionale, il
massimo consesso della nostra Associazione;
il nostro Club è impegnato a sostenere il PDG
Peppino Potenza, il candidato scelto dal
nostro Distretto nell’ultimo Congresso
d’Autunno di Riccione. E in Giugno, come di
consueto, il rush finale di questo anno
lionistico con manifestazioni alle quali è
doveroso, ed anche piacevole, partecipare:
il 4 Giugno, Corri per chi non può a Villa
Torlonia a S. Mauro Pascoli il mattino, e
Cerimonia di premiazione dei partecipanti al
Latinus Ludus, nel pomeriggio, a Saludecio.
il 10 Giugno, Giornata del Tricolore ad
Ancona. Infine, dopo aver presenziato al
nostro meeting del 25 Giugno per celebrare la
nostra 25.a Charter Night, il Governatore
Distrettuale, l’Amico Giorgio Mataloni,
volerà a Boston dove, dal 30 Giugno al 4
Luglio, si tiene l’ 89ª Convention
Internazionale. Prima della sua chiusura,
staccherà il “ticket” per consentire il decollo
di Ezio Angelini, al quale il 16 Luglio a
Saludecio trasferirà i poteri di Governatore
Distrettuale per il 2006/07 nel segno dei
Leoni per un altro anno non di ruggiti ma di
Solidarietà a tutto campo.
Vita di Club 63
Freddy Veroni, Il bagnino, Tecnica mista, cm 70 x 50. Dalla Mostra “I colori dell’artigianato”.
Scarica

Guido Acquaviva, Il gelataio, olio, cm 70 x 50. Dalla Mostra “I