Guido Acquaviva, Il gelataio, olio, cm 70 x 50. Dalla Mostra “I colori dell’artigianato”. [email protected] Collaboratori del 2° numero, anno 2005/06 Mario Alvisi - Emilio Baldini - Pinuccia Benelli Liberati - Elio Bianchi Pietro Giovanni Biondi - Piero Bonaguri - Angelo Chiaretti Giandomenico De Tommaso - Roberto Fambrini - David Giuliodori Anna Mariotti Biondi - Franco Palma - Simona Palma Battistini Raffaele Petrilli - Maddalena Santucci - Katia Savini Progetto grafico e impaginazione Anna Mariotti Biondi Vita di Club Anno lionistico 2005 – 2006 Numero 2 Rivista del Lions Club Rimini - Malatesta SOMMARIO: Incontri Conferenze Conviviali Servizi Viaggi Curiosità Novità Ricordi Arte Musica Poesia Amicizia Solidarietà Mostre Musei Gastronomia Posta Attualità Chiacchiere Pensieri Brevi Lionismo Anniversari Ospiti Atmosfere Nostalgie Progetti 4 La pagina del Presidente Di Terra non ne fanno più: rispettiamola! 5 Posta Riceviamo e pubblichiamo 6 Service Giocare in corsia 7 Attualità Brevi riflessioni 8 Rimini o cara! Una specie a rischio 9 Cronache della storia Donne in burka 16 Società La leva militare 19 Solidarietà Le banche del tempo 21 Viaggiando viaggiando Omnia vincit amor 24 Lezioni di musica Percorsi di musica e arte 28 Itinerari Una gita a Masca 31 Meeting n. 4 (con inserto) Il naufragio di un mondo 35 Rimini Malatestiana La cassa di Isotta 39 Meeting n. 5 L’Aquisgrana picena 41 Intermeeting Un amico di Melvin Jones 46 Curiosità Aneddoti di Romagna 47 Mondo Lions Tra il serio e il faceto 49 Rimini Arte Neri da Rimini 51 Arte in Mostra La via della seta da Xi’an a Treviso 55 Meeting n. 6 La voce della Radio 57 L’Europa di ieri I Celti 60 Mondo Lions Incontri e memorie LA PAGINA DEL PRESIDENTE di EMILIO BALDINI Le sfide del nuovo millennio DI TERRA NON NE FANNO PIÙ: RISPETTIAMOLA! D a sempre i Lions cercano di realizzare attività di servizio che rispondono al quadro dei bisogni dell’umanità, come la fame, la povertà, la malattia, che sono le grandi piaghe del consorzio umano. Per essere sempre aperti al mondo del nostro tempo, dobbiamo anche analizzare le nuove sfide, ed essere presenti là dove si impongono soluzioni ai problemi che emergono. Pensiamo ai danni provocati da un uso non corretto delle risorse naturali. Ecco perché dobbiamo riflettere anche sulla salute ambientale, per non dover assistere in un futuro molto prossimo al declino del nostro standard di vita, o peggio. L'effetto serra, i mutamenti climatici sono dovuti anche all'intervento umano. Dobbiamo chiederci: è possibile tamponare le crisi ecologiche che stiamo producendo? La distruzione dell' habitat, l'utilizzo sbagliato del suolo, l'eccesso di caccia, l'eccesso di pesca, l'accumulo di sostanze tossiche, la carenza delle risorse energetiche, l'esaurimento della capacità fotosintetica della terra. Da più di cinquant’anni gli scienziati cercano di farci capire quali pericoli corriamo. Oggi il mondo è più vulnerabile che in passato, perché con le tecnologie che abbiamo a disposizione, abbiamo un potenziale distruttivo spaventoso. I padroni del pensiero, i potenti della terra navigano a vista. I governi in genere tengono presente solo gli obiettivi a breve termine, sono interessati a risolvere i problemi immediati, non quelli futuri. Le generazioni del futuro non possono lamentarsi, protestare, votare! A tutti i Soci Come Direttore Responsabile della nostra rivista “VITA DI CLUB” Vi comunico, con giusto orgoglio, che la Giuria del premio per la miglior pubblicazione realizzata dai Lions Club italiani ha segnalato, dopo il vincitore, la nostra rivista, quale miglior pubblicazione con la seguente motivazione: “la vita lionistica e gli avvenimenti del Club si sposano con articoli di storia e di arte presentati in una veste tipografica di alto pregio in una rivista completa”. Esprimo orgoglio e soddisfazione per il lavoro svolto che ha visto impegnati, accanto ai componenti del Comitato di Redazione, tutti i Soci del Club e numerosi amici ed estimatori che, anche dall’esterno, hanno contribuito con i loro articoli a questo successo. Un particolare plauso all’amica Anna Mariotti Biondi cui va il merito del progetto grafico e dell’impaginazione coordinando il lavoro di questa fantastica realizzazione. A Voi tutti un cordiale saluto ed un invito a continuare a collaborare con entusiasmo e forte spirito lionistico. 4 Vita di Club SERVICE di DAVID GIULIODORI Service per il Reparto di Oncoematologia pediatrica GIOCARE IN CORSIA I l Service è lo scopo dell’essere Lions e i Lions sono sempre attenti alle esigenze della società. La premessa è d’obbligo, non perché ciò non sia noto, ma perché questa è la gioia di ogni Lions e quando si inizia, si sviluppa o si completa un Service tutto il Club ne è felice. E noi, a Rimini, presso il nostro ospedale, ne abbiamo iniziato uno di grande importanza e motivazione, voluto da me durante la mia presidenza e continuato dall’attuale Presidente Emilio Baldini. Il programma, di ampia durata, prevede un impegno presso il reparto di Oncoematologia Pediatrica, coordinato dal prof. Vico Vecchi e coadiuvato dal dott. Alberto Marsciani, per la costituzione della sala di ricreazione destinata ai piccoli degenti che sono costretti a passare gran parte del loro tempo presso il reparto per le lunghe sedute di chemio o per altre specifiche, ma sempre pesanti, cure. L’idea parte da lontano e i notevoli lavori di ristrutturazione del reparto hanno un poco rallentato la sua realizzazione, ma ciò non ha cancellato il nostro impegno e la parola data, e la prima “pietra” è stata posta. A questo punto bisogna parlare del contributo dei Leo. Il Leo Club è la struttura giovanile del Lions costituita da giovani che iniziano, in misura ridotta, ad avvicinarsi al mondo dei Club Service. Quando saranno più grandi e avranno raggiunto l’età limite, decideranno se unirsi ai Lions o vedere conclusa la loro esperienza, anche se questa seconda ipotesi ha percentuali di realizzazione molto basse. Durante la mia presidenza era stata lanciata una sfida al Leo Club di Morciano-Valle del Conca: se i Lions inizieranno il Service a favore dell’oncoematologia pediatrica donando un televisore per la saletta di ricreazione, i Leo devono metterci la Play Station e impegnarsi ad organizzare in reparto un torneo con i 6 Vita di Club piccoli degenti. Detto, fatto. Grazie alla buona volontà e alla tenacia di Enrico, Fabio e dei loro amici, è arrivata la telefonata che ci annunciava che la Play Station era stata acquistata e quindi la sfida era stata raccolta e pronta per essere…giocata! Il Lions Club Rimini Malatesta, con l’aiuto di un anonimo, generoso e munifico (oserei dire con il Cuore Grande) benefattore ha acquistato una bellissima TV Color LCD di ultima generazione e, convocato lo staff dirigenziale del reparto, si è recato in ospedale accompagnato da alcuni Leo. Ad accoglierli è stato il gentilissimo dott. Marsciani, emozionato quanto tutta la piccola delegazione ma riconoscente e visibilmente colpito da questo inizio di Service. Via gli imballi, via il cellophane, dentro con le batterie e i DVD e subito si è passati ai giochi, con una nitidezza da real vision! Dopo che i ragazzi hanno testato ben bene i vari comandi della Play Station, abbiamo invitato i primi piccoli degenti i quali mai si sarebbero aspettati di trovare nella stanza un tale insolito passatempo nosocomiale…e chi li muoveva più…!? I joystick ce li siamo scordati nelle loro mani e la TV, probabilmente avrà già mangiato qualche centinaio di DVD sul tema Cartoon. Per noi solo la prima gioia e l’inizio di una lunga strada che conduce alle soglie della felicità regalata ai più piccoli, già poco fortunati, ma che speriamo dimentichino per ATTUALITÀ un poco il male svagandosi nella sala da noi arredata e corredata. di RAFFAELE PETRILLI Abitudini e fenomeni di vita contemporanea BREVI RIFLESSIONI A volte, frequentando alcuni importanti aeroporti europei, non ci si spiega la spasmodica ricerca dell’uomo moderno di raggiungere nuovi mondi; di visitare nuove latitudini; di scoprire realtà storico - culturali, spesso ignote o sconosciute; di voler effettuare escursioni; di vivere avventure inebrianti in paesi lontani, più o meno esotici; o anche, più semplicemente, di voler regalare al proprio corpo il benessere di un clima mite, inesistente ed improbabile durante i periodi invernali, quando lo stesso uomo è attanagliato dalle morse del freddo delle proprie latitudini. A volte i discendenti di Adamo ed Eva si sottopongono a molteplici spostamenti o trasvolate, anche continentali, persino ai rischi di un viaggio pericoloso, pur di appagare quella inarrestabile forza interiore, presente in loro sin dalla “cacciata” dal paradiso terrestre. La ricerca incessante di un “nuovo paradiso” risiede quindi in ciascuno di noi. Ma, per l’uomo contemporaneo, tale anelito è acuito dalla presenza di due entità, per così dire, psicofisiche, da sempre insite in lui, però messe a dura prova nella vita di oggi: la mente ed il corpo. Nella civiltà contemporanea, infatti, la mente dell’uomo (come anche il suo corpo), provata ed affaticata da tanti impegni quotidiani, stressata da molteplici pressioni di ogni genere, da timori ed insicurezze di varia natura, sente il bisogno, di tanto in tanto, di una pausa rivitalizzante; di staccare momentaneamente la spina, come si suol dire. Insomma oggi più di ieri i discendenti di Adamo ed Eva hanno la necessità, sempre più spesso, di una rigenerazione fisico - cerebrale, salvifica in ogni senso. In effetti, oltre a realizzare concretamente una tale esigenza impellente, con il “peregrinare” in altri mondi e in altre realtà, l’uomo ottiene anche il risultato, non secondario, di meglio sperimentare una maggiore conoscenza di vita e un indispensabile arricchimento culturale, che, una volta acquisiti, producono ulteriori benefici da essi stessi. L’uomo contemporaneo, quindi, non può lasciar cadere nel vuoto questa opportunità, perché tradirebbe una sicura sua vocazione innata e si porrebbe in contrasto con se stesso, come con il noto verso dantesco che recita: “fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtude e canoscenza”. È molto sintomatico e sorprendente nello stesso tempo, infatti, scoprire - a volte - che esistono luoghi, oltre che fantastici, completamente inimmaginabili ai nostri occhi, perché spesso essi appaiono (e realmente lo sono) fuori del tempo e del tutto estranei alla nostra civiltà supersonica. Ognuno di noi, sicuramente ha nei meandri della propria memoria consapevoli conoscenze (più o meno recenti), o anche solo reminescenze di tali realtà. Chi invece, per disattenzione o per trascuratezza non è depositario di una tale fortunata sperimentazione di vita, farebbe bene a rimediare a tale carenza conoscitiva prima possibile, per poter usufruire anch’egli degli immensi vantaggi della maggior conoscenza e del più proficuo arricchimento culturale personale, connaturato alla stessa natura umana. Vita di Club 7 RIMINI O CARA! di PINUCCIA LIBERATI Appello per la salvaguardia del pedone riminese UNA SPECIE A RISCHIO D enunciare o criticare il caotico traffico riminese in questi tempi di “Befane” è un po’ come sparare sulla Croce Rossa, non mi unirò quindi al coro di lamentazioni sull’insostenibilità del traffico cittadino, per spendere invece due parole sul “pedone riminese “, specie non in via di estinzione, mi auguro, ma da proteggere e tutelare come tanti nobili animali che l’uomo maltratta e perseguita per il proprio tornaconto, togliendo loro lo spazio vitale e l’habitat naturale. Anche al pedone del centro storico hanno tolto lo spazio vitale e cioè la strada (o il marciapiedi nella migliore delle ipotesi) permettendo ad ogni sorta di veicolo di occupare illegalmente i luoghi che in una zona pomposamente chiamata ZTL (zona a traffico limitato) dovevano essere riservati ai pedoni. L’ordinanza comunale che istituisce la ZTL permette alle biciclette di andare dove vogliono, anche in senso vietato, considerando forse la bicicletta un’estensione naturale delle gambe, ma nelle ore centrali della giornata vieta a qualunque mezzo a motore il passaggio o la sosta nel centro storico; in realtà chi si trovasse a passare nelle vie del centro non potrebbe mai supporre che esista tale ordinanza, tanto intenso è il traffico di mezzi a motore di tutti i generi: dai semplici motorini agli imponenti motoroni che occupano più spazio di una cinquecento. La lotta per la sopravvivenza del pedone del centro storico inizia sulla soglia di casa: solo le persone snelle ed agili riescono ad oltrepassare la barriera di auto, motorette e biciclette che, parcheggiate abusivamente di fronte al cancello, impediscono l’accesso alla strada, certamente non potrebbe farlo una carrozzina, 8 Vita di Club ma si sa dei bambini ne nascono pochi, in centro poi!, e gli invalidi vanno di preferenza in macchina, vista la quantità di permessi per disabili. A proposito, chissà se fra le varie e bizzarre statistiche che ci dicono se siamo felici o infelici, ricchi o poveri, quanti polli mangiamo, quanto latte beviamo, ecc. ecc., chissà, dicevo, se la provincia di Rimini ha il primato della città più handicappata d’Italia; credo che potrebbe concorrere seriamente al titolo, perché, si sa, un permessino non lo si nega a nessuno! Uscito di casa, il nostro pedone ha il problema di dove collocarsi: le strade sono strette e a malapena trovano posto due auto affiancate; se un lato è regolarmente occupato da auto in divieto di sosta, il resto della carreggiata è terreno di scontro fra le biciclette nei due sensi di marcia, i motorini, le motorette, i motoroni, le auto dei residenti, dei disabili, degli “svaniti” che non sanno nulla della ZTL ed infine i pedoni. Chiaramente fra tutte le categorie citate sono quella più debole ed infatti li vedi percorrere brevi tratti di corsa, inseguiti da motoroni rombanti, intrufolarsi fra le biciclette che scampanellano imperiose, acquattarsi fra le auto in sosta per lasciar spazio, entrare nei negozi per far passare auto, furgoni ed anche camion, tutto questo nella ZTL, nel centro storico di Rimini, dove l’abuso è la normalità e il diritto un optional. Mi direte: “E i tutori del traffico?” Se ne vedono pochi, ma colpiscono scientificamente a giorni stabiliti con multe in serie per divieto di sosta; mai visto un vigile fermare, dissuadere o multare un motorone che avanza a forte velocità, un’auto che sbuca contromano, i motocicli che impediscono l’accesso al marciapiede; d’altra parte che dire di un parcheggio predisposto per motorini ed affini all’interno della ZTL, dove gli stessi non potrebbero entrare? Per ovviare all’incongruenza, sul cartello che indica tale parcheggio è vistosamente indicata una …bicicletta…; la legalità è salva! Penso che la legalità, l’osservanza delle regole, infine il rispetto per gli altri siano troppo importanti per la dignità delle persone e dei cittadini perché se ne possa fare un simile sistematico scempio. Penso che coloro che istituzionalmente sono tenuti a far rispettare certe regole da loro stessi fissate, abbiano una grande responsabilità soprattutto verso i giovani a cui si lascia credere che tutto è CRONACHE DELLA STORIA lecito e tutto è permesso. Non è con le multe occasionali, con un “ lasciar correre” diffuso per cercare di coprire gravi carenze strutturali, che le istituzioni fanno un buon servizio alla città, ma con la presenza costante, la dissuasione e la fermezza. Vorrei chiedere a chi ha stilato il bilancio comunale per il 2006, se oltre all’introito di una ragguardevole cifra procurata dalle multe, ha previsto la spesa di qualche spicciolo per la sicurezza stradale e soprattutto per la prevenzione, o questa parola è poco conosciuta da quelle parti? Ho scherzato, ma non troppo, le vicissitudini dei pedoni nel centro storico sono reali, così come gli abusi e l’indifferenza; se, ovviamente, non sarò riuscita a cambiare le cose, spero almeno di aver indotto un sentimento di maggior rispetto verso chi deve percorrere a piedi le strade della nostra città. di KATIA SAVINI La vita delle donne musulmane (continuazione) DONNE IN BURKA Somalia Questo paese del Corno africano è famoso per l'uso corrente dell'escissione (o ablazione del clitoride), usanza barbara, tabù in Africa, non soltanto utilizzata dai musulmani, ma anche dagli animisti. Il clitoride rappresenta una parte maschile (è un piccolo pene), che quindi bisogna eliminare dal corpo della donna. In verità è un modo per tenere sotto controllo le donne, soprattutto sessualmente, ridurle ad una condizione d'inferiorità. Questa pratica viene eseguita da una donna del villaggio, abituata a questo genere di intervento, su bambine dai due agli otto anni, in condizioni igieniche scadenti, senza anestesia, senza disinfettare, recidendo con un pezzo di vetro di bottiglia o un coltello da cucina e applicando, poi, delle erbe in cataplasma, oppure solo degli stracci da tenere per giorni. La mortalità infantile per sepsi e setticemia è molto elevata. Questa mutilazione ha, finora, fatto, nel mondo, 165 milioni di vittime. In Francia, paese di forte immigrazione africana (musulmani od animisti), 30000 bimbe vengono escisse nonostante esista una legge del 1983 che punisce i fautori davanti alla corte d'assise. Il Sudan l' ha bandito nel 1984 e il Senegal nel 1999, ma la pratica esiste ancora. Questa barbarie è ancora più grave quando le bambine vengono ricucite grossolanamente in tutto il perineo, con tutti i genitali esterni asportati, lasciando solo un piccolo orifizio per urinare; si chiama infibulazione, ed essa provoca dolori atroci alla giovane sposa durante la prima notte di nozze e durante il parto, dato che i tessuti, cicatrizzati, vengono lacerati. La donna, durante tutta la sua vita, avrà difficoltà di deambulazione, per i tessuti delle parti intime lacerati, completamente martirizzati. Da poco tempo un medico francese, che ha lavorato con Madre Teresa di Calcutta e con Medici del Mondo, il dott. Pierre Foldés ha inventato una tecnica rivoluzionaria per ricostruire il clitoride. Questo intervento è possibile in quanto la Vita di Club 9 mutilazione interessa solo la parte più esterna del clitoride che è un organo profondo. Pertanto si utilizza la parte nascosta, che si mette in risalto e si costruisce un nodulo. L 'intervento avviene anche in anestesia locale, ma le donne preferiscono l'anestesia generale perché l'intervento dell'escissione, senza anestesia, le ha traumatizzate. Pierre Foldés ha lavorato in Africa, Afghanistan, Asia del sud-est. Un rapporto allarmante del 1980 dell'ONS denuncia un alto tasso di mortalità delle africane durante il parto e 3-4 milioni di vittime di infezioni, di fistole vescico-vaginali, di perforazioni della vagina durante il travaglio, fatali per madre e figlio! Inoltre altre donne rimangono incontinenti a vita, essendo escluse dal villaggio e così condannate a morte. In seguito a questo rapporto il dott. Foldés parte in missione in Senegal, Mali, Niger, Eritrea ed Etiopia. Egli constata che la causa principale di queste patologie è l'escissione. Il chirurgo cura ed ascolta le donne che spiegano il dolore cronico durante i rapporti sessuali, le conseguenze psicologiche di tale atto e racconta come un giorno una paziente del Burkina Faso gli ha chiesto se era possibile riparare il clitoride. Questa domanda ha fatto scattare nel medico il desiderio di risolvere il problema e studiare fino a trovare la soluzione. Attualmente Foldés collabora con la signora Kumba Toure, presidente del Gams (gruppo di donne per l'abolizione delle mutilazioni sessuali), che svolge campagne di informazioni nelle scuole e presso le madri in Europa e soprattutto in Africa. Anche una famosa modella somala, Waris Dirie, fuggita dalla sua famiglia di nomadi, all'età di tredici anni, perché non voleva sposare un uomo anziano, diventata ambasciatrice dell' ONU nel 1997, lotta contro questa pratica inumana, in questo paese devastato dalla fame e dalle guerre tribali. Waris, anch'essa escissa all'età di cinque anni, racconta la sua esperienza nel libro "Fleur du desert" (Albin Michel Editeur). Attualmente, in Italia, il tribunale dei minori di Brescia è intervenuto in due casi di infibulazione praticati su due gemelline di otto anni della Costa d' Avorio che vivono regolarmente a Bergamo da sei anni presso una famiglia bergamasca, che da anni seguono le bambine per conto della Caritas e con l'aiuto del consigliere della regione Lombardia, Luciano Bertè. Il fatto è punibile con l'articolo 582 del 10 Vita di Club codice penale. Finora il giudice ha deciso il divieto di espatrio per genitori e figlie. Le gemelle lamentavano mal di pancia, vomito, insofferenza e cambiamento dell'umore. Sembra, inoltre, che il padre le obbligava a guardare filmati sull'infibulazione, che lui chiama "battesimo". Nigeria Questo paese, membro del Commonwealth, è costituito da trentasei stati: è quindi una federazione di 120 milioni di abitanti di cui 50% di musulmani (soprattutto nel nord del paese) e 50% di cristiani. È quindi il primo paese islamico del continente africano e da circa tre anni la shiarì'à è stata adottata da dodici stati, modificando profondamente il tessuto sociale; ad esempio i trasporti pubblici non sono più misti, le donne non possono usufruire dei taxis-moto individuali perché è impensabile che una donna stia su un motorino dietro un uomo, o accavallare le gambe o, infine, guidare da sola una motocicletta! Sono, quindi, obbligate a camminare anche per lunghe distanze! Nello stesso tempo aiuti finanziari statali sono versati agli imprenditori riciclati in un nuovo business: il trasporto unisex! La promiscuità è soltanto possibile nei circoli degli stranieri dove ancora si può vedere un film, bere alcool e ascoltare musica. Ma è sempre più difficile avere un'autorizzazione statale per una manifestazione culturale, come l' elezione di Miss Universo, che ha provocato numerose proteste, da parte degli integralisti, degenerate in violenze e morti. Altro esempio aberrante è la storia di Safiya Husaini, una nigeriana di 35 anni, divorziata, dopo tanti anni di matrimonio infelice, la quale viene violentata da un amico di suo padre. La donna fa causa, ma è lei che viene arrestata e accusata, dato che, secondo la legge islamica, una donna sposata, poi divorziata, commette adulterio se ha delle relazioni sessuali, senza essere risposata. Safiya è stata condannata e il suo violentatore è libero; rilasciata per mancanza di prove (vedi introduzione sulla zina), Safiya oggi è libera. Così come è libera, grazie anche alle pressioni internazionali, un'altra nigeriana vedova, Amine, che ha avuto un bimbo. Iraq Durante i trenta anni del regime di Saddam Hussein numerosissime donne (il loro numero è incerto) sono scomparse, uccise, violentate o torturate. Aida Ussayran, membro del comitato esecutivo dell'associazione dei democratici iracheni, esiliata a Londra da venticinque anni, racconta che in Iraq era militante dei diritti delle donne. È lei che ha scritto il nuovo codice della famiglia approvato dal regime. Ma come giornalista ha criticato S. Hussein ed è finita tre volte in prigione. Alla fine è fuggita a Londra, ma suo fratello, rimasto in Iraq, ha subito rappresaglie ed è stato imprigionato per nove anni. L'Iraq è stato il primo paese dove le donne sono diventate avvocato e avevano il permesso di guidare. Avevano il diritto di voto dal 1946 ed erano eleggibili. Per secoli l'Iraq è stato la culla della cultura, ma nonostante la costituzione laica del 1968, frutto del colpo di stato che porta il partito Baath al potere, si è assistito ad un ritorno dell'islam. Nel 1997 S. Hussein ha fatto aggiungere sulla bandiera regionale la scritta "Allah akbar" ovvero "Dio è grande". La situazione si è soprattutto deteriorata con l'embargo. La classe media, dato il ritorno massiccio delle donne attive ai lavori domestici (avvocati e ricercatrici comprese), si è impoverita. Addirittura le più povere, come le vedove di guerra contro l'Iran, sono state costrette a ritirare le bambine dalle scuole per farle lavorare. Per fatalismo queste madri insegnano l'islam ai figli da quando l'insegnamento religioso è stato reintrodotto a scuola. La reislamizzazione del paese permetteva a S. Hussein di riavvicinarsi agli altri paesi arabi ed ottenere così, eventualmente, il loro sostegno. Sono sempre più numerose le donne che portano il chador, ma sotto S. Hussein non era per un motivo religioso, bensì per nascondere una certa povertà, miseria, come quella estetica, dato che molte donne, ad esempio, vendevano i propri capelli per comprare del caffè o altri alimenti. Le irachene dell'occupazione americana vivono nel terrore che provoca l'anarchia e l'ascesa degli sciiti, e nella speranza di un'apertura del paese con l'aiuto degli occidentali e soprattutto sperano in un futuro e condizioni di vita migliori. Iran La repubblica, diventata islamica nel 1979 con i religiosi al potere (Allatoyah Komeini), regola con le sue leggi drastiche la vita delle donne. Per questo motivo le iraniane hanno capito che l'unico modo per uscirne è partecipare maggiormente alla vita pubblica. Infatti il 63% degli studenti universitari sono donne e rappresentano i 2/3 dei laureati. Nel 2001, quarantasette candidate si sono presentate alle elezioni presidenziali (la più giovane aveva diciannove anni) e la maggior parte di loro ha criticato le leggi islamiche pubblicamente. Le donne, presentandosi a queste elezioni, sapevano di non occupare posizioni posti chiave ed erano consapevoli di non essere autorizzate dal consiglio di sorveglianza. Tuttavia questa provocazione aveva lo scopo di scuotere la dirigenza politica ed ottenere l'uguaglianza. Le donne che hanno aiutato l'ascesa di Komeini sono in gran parte responsabili dell'elezione di Kathami, più moderato. Anche se con le leggi islamiche in vigore l'età di matrimonio e la responsabilità penale è di nove anni per la femmina (quindici per i maschi), le donne non possono maritarsi, viaggiare e lavorare senza la tutela di un uomo, gli uomini hanno il diritto al divorzio unilaterale, alla poligamia e alla tutela dei figli. Nonostante tutto il divorzio è giudiziario e la donna può chiederlo se: viene maltrattata (e lo è frequentemente, mutilata o uccisa); è in pericolo di vita; se suo marito le ha dato la procura al momento del matrimonio; se non è d'accordo che suo marito prenda una seconda moglie; se 1 'uomo è matto o affetto da una malattia incurabile; se è impotente o in prigione per più di cinque anni o assente dal tetto coniugale per più di quattro anni. Secondo il codice penale il prezzo del sangue di una donna vale la metà meno rispetto a quello di un uomo, eredita la metà rispetto all'uomo e la sua testimonianza, in un affare penale, è accettata soltanto se ne risponde un uomo! Durante i matrimoni, uomini e donne si divertono in stanze diverse, non c'è promiscuità nella società iraniana. Ma nelle case private si svolgono, di nascosto della polizia (che può fare irruzione in qualsiasi momento ed arrestare tutti i partecipanti), delle feste all'occidentale; in questo caso è facile vedere donne con tanto di minigonna, tacchi alti e trucco. D'altronde le iraniane sono molto civettuole: sotto il chador vestono capi di grandi firme o imitazioni (al momento di "Titanic" indossavano tee-shirt con scritto "Leonardo di Caperio" anziché Leonardo di Caprio), si tingono di biondo i capelli e, nonostante i divieti, si truccano: adorano lo smalto per le unghie in particolare. Al contrario nella città di Kom, paese natale di Komeini, (unica città iraniana dove i non mussulmani non possono entrare nelle moschee), alcune donne oltre al chador indossano una maschera di cuoio. Una donna può essere toccata solo da un medico donna (una radiografia costa 30000 vecchie lire, uno sciroppo per la tosse l'equivalente di 400 e un litro di benzina 80. Esiste, comunque, un sistema Vita di Club 11 mutualistico). Se una donna ha un malore per strada nessun uomo le porterà soccorso. Nonostante tutto, le donne sono eleggibili e hanno, quindi, diritto di voto; occupano il 38% dei posti amministrativi; troviamo tredici elette nel Parlamento e, infine, il vice presidente è una donna. La grande differenza (e quindi speranza) rispetto ad altri paesi musulmani fondamentalisti è che la cultura iraniana, e quindi le sue radici, sono persiane, non arabe. In questi anni due donne iraniane spiccano nello scenario internazionale: Shirin Ebadi, 56 anni, prima donna musulmana a ricevere un premio Nobel per la pace. Militante dei diritti dell'uomo, difende la condizione di donne e bambini e allo scopo ha creato la Lega dei Diritti dell'Uomo che conta 500 membri. Questa donna coraggiosa (in Iran ogni opinione espressa pubblicamente ha conseguenze penali) è stata la prima donna nominata presidente del tribunale di "grande istanza" di Teheran nel 1974. Ha sostenuto la rivoluzione islamica del 1979, ma i mollahs le vietano il diritto di esercitare con il pretesto che "una donna è troppo emotiva per rendere giustizia in modo imparziale". In seguito diventa avvocato nello studio di Karim Lahidji, rifugiato in Francia e ora vice presidente del fidg. Shirin è figlia di un giurista, sposata con un ingegnere, madre di due femmine di ventitre e ventuno anni, che studiano a Montreal e a Teheran. Insegna diritto all'Università di Teheran, pubblica regolarmente degli articoli sulla stampa e organizza dei seminari. È militante del partito del fronte nazionale, di tendenza liberale, vietato in Iran, vicino a Mossadegh, ex primo ministro, rovesciato nel 1953 dallo Shah (con l'aiuto degli americani). Secondo il premio Nobel (importante per la risonanza politica) "non c'è opposizione fondamentale fra religione islamica e diritti dell'uomo". È soltanto un'interpretazione patriarcale e maschilista che opprime le donne. Secondo lei i dirigenti di molti paesi musulmani utilizzano la religione per mascherare la propria corruzione. La seconda iraniana alla ribalta dell'attualità si chiama Chahdortt Djavann, di anni 35. Questo nome è uno pseudonimo, usato per paura di rappresaglie che potrebbero subire i parenti rimasti in Iran. Chahdortt lotta contro l'uso del velo (imposto alle bambine fin dall'età di nove anni) visto come una forma di mutilazione psicologica donne. Questo suo pensiero è espresso nel libro "Bas les voiles" (Ed. Gallinard). Quello che disprezza, questa iraniana, è la diffusione del velo nei paesi occidentali. L'autrice racconta che il regime di Khomeini imponeva d' autorità l'uso dello chador a tutte le donne, bimbe comprese, altrimenti le donne erano arrestate ed assassinate. Fuggì, quindi, dall'Iran all'età di tredici anni, andò due anni ad Istanbul e quindi in Francia. Per il 12 Vita di Club Corano la donna non ha anima, per questo motivo cammina sempre dietro, a distanza dal marito. Secondo la signora Djavann imporre il velo ad una minorenne è un abuso che impedisce alle donne di disporre del proprio corpo. I capelli, il corpo, la pelle possono suscitare il desiderio sessuale nell'uomo; è quindi colpa della donna se ciò avviene, anche se è piccolina. Si toglie loro, pertanto, lo statuto di essere umano (si è avuta la degenerazione in Afghanistan). "Non si mostra ciò che è vergognoso: si insegna alle bambine ad interiorizzare la loro inferiorità". Per Chahdortt le ragazze musulmane che vivono in occidente, e che sono a favore del velo, lo fanno per desiderio di provocazione e di esibizionismo. Coloro che attraverso il velo rivendicano una nuova identità (come se l'uso del velo fosse un'invenzione di oggi!) sono soltanto demagoghe. Chahdortt rimprovera alle democrazie occidentali che con la loro tolleranza aiutano inconsciamente l'espansione dell'islamismo. Pertanto lei (definita "stella gialla della condizione femminile") e la sua associazione chiedono che l'uso del velo sia vietato alle minorenni, e che sia riconosciuto nei diritti dell'uomo e considerato come violazione all'integrità psico-fisica della libertà delle donne. Afghanistan Negli anni sessanta del secolo scorso le afghane vivevano all'occidentale. Nelle strade di Kabul si potevano incontrare sia ragazze con la minigonna che, soprattutto, signore anziane con il tchadri. I talibani hanno tolto qualsiasi diritto alle donne, e per la prima volta nella storia si assiste a un genocidio, non contro un altro popolo, ma contro l'altro sesso, ovvero contro se stessi, dato che sono le donne a mettere al mondo gli uomini. Molte donne sotto i talibani si sono suicidate per la disperazione: per anni non sono potute uscire di casa, studiare, ascoltare musica; diventavano cieche e osteoporotiche per colpa dello tchadri. Attraverso la "griglia" del velo facevano molta fatica ad orientarsi. Ma quando uno dei capi dei talibani ha dovuto subire un intervento chirurgico che solo l'ex primario della chirurgia di Kabul poteva realizzare, è stata chiamata, di nascosto, questa donna che poteva salvargli la vita. Dopo la caduta dei talibani la vita delle donne torna lentamente alla normalità; ricominciano a guidare, a studiare, a lavorare, a sposare uomini che non appartengono alla stessa tribù, a viaggiare. Un'afghana ha partecipato quest'autunno, ai campionati mondiali di atletica e un'altra al concorso di miss mondo. Purtroppo questi lenti progressi si vedono solo nelle città, nelle campagne vige il peso della tradizione e le donne portano lo tchadri, vengono sposate a quattordici anni e finiscono dietro le sbarre se rifiutano un matrimonio combinato. Attualmente le donne che operano per la ricostruzione sono la dr.ssa Zinat Karzai moglie del presidente, il ministro della sanità la dr.ssa Sohila Sidiqi, il ministro della condizione femminile Habiba Sorabi e la presidentessa della commissione dei diritti dell'uomo Sima Samar. Per molte donne manager la situazione, pur essendo dotate di buona volontà, non è facile da gestire; lo spiega il ministro della pubblica istruzione Yunus Qanooni, tutto dipende dal budget. Quello del suo ministero assorbe il 25% delle spese dello stato (in Afghanistan mancano 2700 scuole e 20000 professori!). Ma questo paese completamente distrutto (non ha più né industrie né mezzi propri) si ritrova assolutamente dipendente dagli aiuti internazionali; aiuti che non sono stati versati integralmente e sono gestiti dall'ONG, che spesso ha un'opinione divergente su come utilizzare questi fondi. Ad esempio, spiega il ministro, potrebbe costruire un liceo di 100000 dollari, ma l'ONG, che si occupa di questo dossier, ha fatto un preventivo di 400000 dollari; e quindi anziché costruire quattro scuole se ne farà solo una. Oppure un ONG propone al ministro di distribuire dei computers in tutta la provincia ad est di Kabul quando nelle scuole non ci sono né tetti, né professori, ma l' Afghanistan non ha scelta: prendere o lasciare. Il problema è serio: se i bambini (e quindi le donne) non possono andare a scuola, non c'è avvenire, considerando che l'analfabetismo è dell'80% negli uomini, di nove donne su dieci. È vero che nella capitale, ad esempio in un liceo situato a nord della città, più del 60% degli 8500 allievi hanno tolto il tchadri, tutto ciò è dovuto al fatto che in quel quartiere la vita è sicura, ma nelle campagne, dove le mentalità sono retrograde, è molto difficile per una donna studiare o lavorare. Il peso della tradizione e soprattutto di quello che può pensare la gente caratterizzano la mentalità degli afghani: ad esempio è difficile trovare per un giornalista uomo un'interprete donna perché il marito di questa si rifiuta; oppure un padre afghano, che aiuta l'ONG a costruire una scuola, non ci manda le proprie figlie analfabete perché si vergogna di questo fatto. Nonostante tutto le mentalità evolvono: 35% degli studenti sono femmine, ma 1,5 milioni di bambini non sono ancora entrati in una scuola! Lo stesso pessimismo si riscontra nel ministro della condizione femminile, la signora Habiba Sorabi la quale spiega che all'inizio si è cercato di incentivare le compatriote a tornare a scuola e a lavorare, ma da circa dieci mesi, per mancanza di fondi la situazione è stazionaria e si ha l'impressione che il suo ministero servirà solo a soddisfare l'opinione pubblica internazionale. Il suo budget è solo 1'1% e le è stato chiesto di licenziare 300 donne sulle 1340 assunte nell'amministrazione e negli ateliers di couture per rifornire l'esercito. La maggior parte di queste lavoratrici sono vedove con prole; il ministro è riuscito a licenziare "solo" 150 donne. La colpa è dell'amministrazione e dell'ONG che preferiscono sempre assumere gli uomini, piuttosto che le donne che, inoltre, hanno il problema di chi può badare i figli mentre lavorano. La condizione delle afghane rimane ancora precaria; un rapporto della commissione dei diritti dell'uomo rivela questa realtà notando, ad esempio, che ad Herat le donne vivono allo stesso modo di quando erano dominate dai talibani. Per molti musulmani è un crimine accettare che la moglie si tolga il velo, e se possono andare all'università non possono però ascoltare le lezioni nelle stesse aule dei maschi e neppure nello spesso piano! Uno dei divertimenti che possono concedersi le donne è riunirsi nel centro di Kabul, in un giardino ben curato e fiorito, espressamente vietato agli uomini; completamente distrutto sotto i talibani, è stato rinnovato da una ONG. Le afghane sono libere anche di frequentare un bar gestito dalle donne; qui si truccano, si vestono con l'abito matrimoniale o in lamé o comunque di gala. Ad Herat la situazione cambia totalmente; la città appartiene a Ismael Khan, che rifiuta la sottomissione al presidente Hamid Karzai e non versa al governo centrale i dazi doganali (la provincia di Herat confina con Iran e soprattutto con Pakistan, da dove provengono la maggior parte delle merci). Nel palazzo di Herat le famiglie (uomini e donne insieme) organizzano picnic al calare del giorno, la città è pulita, le strade sono asfaltate (contrariamente a Kabul), ma le donne sono tutte rigorosamente velate col tchadri blu o lo chador nero iraniano. La legge del signore del paese autorizza le donne a togliersi il velo, ma queste non lo fanno per paura della pressione sociale e della polizia locale, che ogni tanto abusa del potere arrestando le donne e obbligandole a rimettere lo tchadri. Benin Questo paese presenta 15% di musulmani contro il 28,6% di cristiani e 54,7% di animisti. Le musulmane vivono la promiscuità nella loro vita quotidiana, possono sposare, anche se con difficoltà, un cristiano e conoscono bene la vita delle altre donne non musulmane. Nonostante ciò una bimba musulmana non viene educata come un maschietto; per esempio se è brava a scuola non viene spinta a continuare gli studi perché "una donna istruita non è brava sposa". Coloro che lavorano nei mass-media e nel mondo culturale hanno studiato all'estero e fino ad oggi c' è stata solo una donna deputato, e una sola donna ministro. Costa d' Avorio L'islam sta tornando con vigore in questo paese dove la poligamia benché abolita nel 1964 è Vita di Club 13 ancora molto frequente. "Il Corano autorizza la poligamia per gli uomini che pensano di essere giusti con due donne ed amarle nella stessa maniera" (cosa molto difficile); per Fatov Kelta, autrice del libro "Rebelle" (Ed. Nouvelles Editions Indiriennes) è impossibile. Questa quarantenne, professoressa alla facoltà d'Abidjan, ha scritto, tre anni fa, un libro che denuncia la poligamia e l'escissione. Il successo del libro, venduto in 10000 esemplari, ha portato la notorietà a Fatov, musulmana praticante, in Africa, USA ed Europa. Siria Lo status delle donne è notevolmente migliorato all'inizio degli anni '70. Più della metà delle siriane hanno un'attività professionale (16% al pubblico, 40% in altre attività) e sono protette da una legislazione del lavoro, possono diventare giudice, professori universitari, deputate o ministri (ma negli alberghi non possono essere cameriere a contatto con i turisti stranieri). Le studentesse universitarie sono in aumento, le donne si sposano più tardi (24 anni circa) e hanno meno figli. Una caratteristica delle siriane è che esse portano volentieri anche nelle città lo chador, tutto nero, e anche dei guanti. In questo stato laico, con un contesto economico difficile, sia le musulmane sia le cristiane ortodosse ritengono che l'occidente abbia perso i suoi valori famigliari e sociali e rivendicano una via propria; ricercano un segno d'identità e l'islam lo offre attraverso questo rigore. La giovane sposa di Bachar El Assadi, Asma, ventisei anni, offre un'immagine dinamica della donna siriana; proveniente dalla grande borghesia sunnita del nord della Siria, laureata in informatica alla prestigiosa Hing's College di Londra, poi alla Harvard Business School, Asma ha compreso il ruolo che le spetta come sposa del capo dello stato. In tailleur occidentale e tacchi alti, visita il paese, sostiene associazioni caritative, accompagna suo marito (cosa che non ha mai fatto la moglie di Hafe El Assadr) all'estero. È importante per il giovane Bachar incentivare il turismo in Siria (com'è stato fatto in Egitto prima) e per questo è fondamentale dare al mondo un'immagine di modernità; il petrolio, infatti, pur rappresentando il 40% degli introiti fra quindici anni sarà esaurito. Giordania La Giordania è governata da un giovane re Abdullah (di madre inglese) della famiglia degli ashemiti, importante dinastia discendente dal profeta. Questo re, moderno e istruito, che si traveste da semplice cittadino e va negli uffici amministrativi in incognito per verificare l'efficienza dei servizi, ha difficoltà ad eliminare la shiarì'à dal suo paese. In effetti, ogni anno una ventina di ragazze sono uccise da un famigliare per crimine d'onore. Il parlamento si oppone 14 Vita di Club all'abrogazione della legge e, per aggirare l'ostacolo, il re, durante una vacanza del parlamento, ha fatto adottare una nuova legge che limita tale fenomeno. Tuttavia le organizzazioni femminili trovano le misure insufficienti e chiedono l'annullamento della legge 98, sulla quale si appoggiano gli avvocati degli autori del reato, che prevede sentenze leggere per gli assassini "in stato di estrema furia". Oggi le giordane occupano tutti posti chiave (sono ministri, deputati, senatrici o ambasciatrici), non hanno nessun obbligo vestiario e ad Amman si vede di tutto. Nel deserto, invece, dirigendosi verso il Wadi Rum, le numerose popolazioni nomadi (il re di Giordania è soprattutto il loro re) presentano i vestiti tradizionali dei beduini che vogliono le donne con lunghe vesti colorate e il velo. Da qualche anno la Giordania ha un'ambasciatrice di grande charme nella persona della sua regina: Rania. Originaria di una ricca famiglia palestinese della Trans-Giordania, ha studiato gestione e informatica presso l'università americana del Cairo. Questa bella donna (alta 1,75 m) rappresenta perfettamente il suo paese all'estero: sempre vestita trend è diventata un'icona della moda nel suo paese e in occidente. Nei rotocalchi si parla, infatti, della sua partecipazione alle numerose serate vip, piuttosto che delle sue numerose attività contro l'infanzia infelice, l'osteoporosi, la partecipazione alle conferenze e l'aiuto alle donne musulmane, soprattutto sul piano professionale, con l'aiuto della signora Mubarak. Ha sostituito, in qualche modo, la principessa Diana d'Inghilterra e la sua immagine è quella di una donna emancipata (viene fotografata sul suo yacht a Saint Tropez in bikini); certamente la sua immagine non corrispondente completamente alla realtà che vivono le giordane di oggi. Palestina Le condizioni di vita dei palestinesi sono difficili (vedi il libro di Racha Sal ah, "L'an prochain à Tiberiade", Ed. Albin Michel) a causa della guerra incessante che ritma la loro vita (esilio nei campi, rifugiati, difficoltà nella vita quotidiana di ordine pratico ecc.). Paradossalmente la guerra ha permesso alle donne di godere di una maggior libertà, perché molte di loro sono costrette a lavorare e dividono con gli uomini la stessa ambizione: ritrovare il loro territorio. Le palestinesi sono attive anche nella politica e nel milieu artistico, anche se sono spesso frenate dal peso della tradizione. Libano Negli anni '60 il Libano era famoso in tutto il mondo per la sua bellezza e l'alta qualità della vita (soprattutto a Beirut), ma la guerra (1975-1992) lo ha rovinato. Il Libano è una democrazia multi- confessionale; si contano diciassette comunità religiose, di cui più del 60% di musulmani vivono in mezzo al liberismo di alcuni e l'ortodossia di altri. Durante la guerra il mercato del lavoro si è aperto alle donne, che erano confinate fra le mura domestiche. Erano obbligate ad avere un aspetto trascurato per la mancanza di acqua e portavano solo jeans. Attualmente, nonostante il deficit del paese e le difficoltà economiche della ricostruzione, le donne tornano dal parrucchiere e acquistano nei negozi di lusso. In tempo di guerra vendere i propri gioielli per sopravvivere era la prassi, oggi per le donne la difficoltà maggiore è trovare marito perché molti uomini sono morti o emigrati: si spiega, quindi, il successo dei "caschi blu", soprattutto italiani. In ogni caso il peso delle tradizioni, in questo paese del Mediterraneo orientale, resta forte, così come il peso delle religioni per cui il proprio status (matrimonio, divorzio, successione) dipende dalla comunità a cui si appartiene. Marocco In questo paese del Maghreb le condizioni delle donne rimangono ancora difficili. Su ventinove milioni di abitanti, più della metà della popolazione è analfabeta, di cui 2/3 sono donne e la situazione non sembra migliorare considerato il fatto che il sistema nazionale di pubblica istruzione è in crisi. La popolazione è giovane (70% ha meno di venti anni), più del 20% dei marocchini sono laureati e disoccupati (in maggioranza donne). Nell'Atlas marocchino, come nelle montagne yemenite o la regione d' Al Jejreel in Siria, le donne hanno pochissimi diritti, lavorano moltissimo nei campi, a casa e la loro frequenza scolastica si ferma a 12-13 anni. Una grande speranza di democrazia e di modernizzazione è nata dopo l'incoronazione del monarca Mohammed VI, definito dalla signora Aicha Ben Quld (unica donna del consiglio consultivo dei diritti dell'uomo) "vero democratico, convinto che i diritti dell'uomo e la giustizia sociale costituiscono la base di un vero stato di diritti, e un umanista molto vicino al suo popolo, e perfettamente al corrente di tutto quello che succede nel paese". Questo giovane monarca è, infatti, laureato in giurisprudenza, ha cooperato con Jacques Delors e, nel 1993, ha sostenuto a Nizza la cooperazione europa-maghrebina. Ha, inoltre, eseguito uno stage all'ONU sulle relazioni internazionali, ma la nuova speranza e il suo punto di forza è rappresentato dalla scelta della sua sposa Lalla Salma Bennani come sostiene la signora Nourredine Ayouch, presidentessa di Zakoura (una ONG che aiuta le donne povere con un sistema di piccoli prestiti finanziari). Lalla Salma (Lalla significa nobildonna) è nata nel 1978 (10 maggio), ha ottenuto la maturità (il baccalaureat con lode bene) all'età di diciassette anni al liceo Hassan Il e a Moulay-Youssef entra in classe preparatoria alle grandi scuole, due anni dopo è accettata all'Ensias (ecole nationale superieuse d'informatique et d'analyse des systèmes) una delle migliori del regno, dalla quale esce nel 2000 con il diploma d'ingegnere. Alla fine del 2000 viene assunta all'ONA, primo gruppo privato del Marocco con un progetto per riformare il sistema di controllo di gestione delle imprese. Probabilmente, dopo la sua maternità, sarà nominata alla presidenza della Fondazione Mohammed V per la solidarietà sociale. Ma quello che ha stupito positivamente il popolo marocchino è stata la rottura delle tradizioni secolari, che rappresenta questo matrimonio; in effetti, non è più d'attualità l'equilibrio fra la siba (dissidenza) fomentata dalle tribù e il makhzen (governo centrale). Suo padre, Hassan II, aveva sposato, come vuole la tradizione, Lalla Latifa, della prestigiosa tribù berbera dei guerrieri zalans del Medio-Atlas. Lalla Latifa non compariva mai a fianco del marito, non aveva il titolo di regina, ma quello di "madre dei figli del re", invece suo figlio, re Mohammed VI, diciottesimo monarca della dinastia Alaouita fondata nel 1666, discendente del profeta, terzo re dall'indipendenza del 1956, ha per la prima volta presentato la sua fidanzata al popolo. La ragazza discendente da una famiglia dignitosa, ma tutto sommato modesta, rispetto alla grande famiglia di Casablanca come i Bennani, ha perso la madre all'età di tre anni, è bellissima e molto istruita. I cambiamenti sono evidenti nel nuovo codice della famiglia varato recentemente. Questa riforma è un vero "schiaffo" per gli integralisti musulmani: infatti, l'obbedienza al marito viene sostituita con l'uguaglianza dei diritti e dei doveri e la famiglia è posta sotto la responsabilità di entrambi i coniugi. Le ragazze non si sposeranno più a partire da quindici anni, bensì a diciotto. La poligamia è ancora ammessa, ma severamente limitata, se la moglie non è d'accordo. Il ripudio verbale (avviene quando un uomo ripete per tre volte di seguito una formula), viene abolito, persino nell'affidamento dei figli prevale la figura materna e, infine, se il marito non rispetta il parere della sposa, questa può chiedere il divorzio. Altra novità il matrimonio, durato tre giorni (12-14 aprile 2002) che si è svolto in mezzo ad altre 200 coppie di giovani marocchini all'interno del palazzo, con gruppo rock e tradizionalisti. Inoltre la festa del terzo giorno è stata, esclusivamente, riservata alle donne. Nonostante le innovazioni, sulle foto ufficiali del primo nascituro Lalla Salma non è presente e si vede solo il re tenere in braccio il bambino. Vita di Club 15 SOCIETÀ di ROBERTO FAMBRINI C’era una volta… LA LEVA MILITARE I l primo gennaio 2005 la leva militare è stata collocata a riposo, dopo 143 anni di onorato servizio. Gli ultimi coscritti hanno lasciato caserme, navi ed aeroporti a luglio 2005. Ciò è stato reso possibile dalla legge 226 del 22 agosto 2004, "Sospensione anticipata del servizio obbligatorio di leva", che, oltre a venire incontro alle esigenze operative dello strumento militare, interpreta un bisogno di cambiamento maturato nella società negli ultimi decenni. Si chiude un'epoca e cessa di vivere un istituto che ha segnato il lento e difficile cammino unitario dell'Italia, nel suo processo di crescita sociale, culturale e democratica. Per renderci conto di quanto abbia inciso sulla vita del nostro Paese l'istituto della leva militare è necessario ripercorrerne velocemente le tappe essenziali. Breve storia L'uso della coscrizione obbligatoria viene solitamente fatto risalire alle "Ordinanze fiorentine" del Machiavelli (1505), adottate poi dalle Repubbliche di Venezia e Genova. Ma la chiamata obbligatoria alle armi trova la sua prima concreta attuazione nella Francia rivoluzionaria, estendendosi poi, con il sorgere e l'accreditarsi dell'idea di Nazione, a tutti gli stati dell'Europa moderna del XIX secolo. Il nuovo sistema di reclutamento trova terreno fertile soprattutto presso la classe militare prussiana, in quanto idoneo a sostenere la politica di potenza bismarckiana. Si va affermando così il concetto di "nazione armata", basato su una leva obbligatoria di massa che, superando i confini del pensiero giacobino ancora rigidamente ancorato all'entusiasmo rivoluzionario, punta anche a 16 Vita di Club finalità più ambiziose, ossia quelle di incidere sulla formazione civile e morale dei giovani e di svolgere una funzione di supporto e di sostegno nella società nazionale. Il modello prussiano viene fatto proprio da molti paesi, compreso il giovane Regno d'Italia, dove il principio di nazione armata già aveva trovato applicazione sulla base della legge di reclutamento dell’Armata Sarda, promossa e fatta approvare nel 1854 dal ministro Lamarmora, per fronteggiare le esigenze strategiche del momento nel regno sabaudo. Nel 1861 il ministro generale Manfredi Fanti estende la leva militare obbligatoria a tutto il territorio nazionale; nel 1871 vengono costituiti i “Distretti Militari”, con il compito di gestire la mobilitazione ed il reclutamento. Nel 1875 viene promulgata una nuova legge che, ispirandosi a criteri di maggiore equità, sancisce il principio che l'obbligo del servizio è generale e personale, introducendo per la prima volta gli esoneri per motivi di famiglia. Gli idonei non esonerati vengono ripartiti, mediante sorteggio, in una 1ª categoria, incorporata, e una 2ª categoria, sottoposta al solo addestramento di base e collocata in congedo quale riserva complementare. La ferma della 1ª categoria è di 3 anni (4 - 5 in cavalleria). Nel 1910 (Legge Spingardi) la ferma di leva viene ridotta a 18 mesi e vengono introdotti provvedimenti estensivi per ottenere gli esoneri. Durante la prima guerra mondiale si determinano varie e continue modifiche alle norme sulla leva, volte ad assicurare l’alimentazione di un esercito di circa tre milioni di uomini, interessando ben 27 classi di leva. Negli anni 1920 - 1940 si intensificano i corsi per la formazione di ufficiali di complemento, grazie ai quali si riesce a colmare la carenza di ufficiali in servizio permanente e soddisfare specifiche esigenze tecnico-logistiche (medici, veterinari, commissari, farmacisti, ingegneri, ecc). Anche dopo la seconda guerra mondiale gli Stati Maggiori delle Forze Armate non esitano a difendere la coscrizione obbligatoria, ritenendola ancora l’unica fonte di reclutamento atta a garantire la democrazia ed i nuovi impegni assunti. Posizione peraltro condivisa e sanzionata dalla “Assemblea Costituente” (con ferma ridotta a 12 mesi, poi innalzata a 18 mesi nel 1952, quindi riportata a 12 mesi nel 1975). L’istituto della leva diventa poi oggetto per più di un quarantennio di un dibattito vivace che ne sottolinea l’inefficacia, sia per le ragioni legate all’efficienza dello strumento (bilancio della Difesa sempre più insufficiente in relazione ai compiti e alle missioni assegnati per legge), sia per le azioni demagogiche intraprese da varie parti politiche che, un po’ alla volta, hanno maturato nel Paese il convincimento che il precetto costituzionale è ormai da considerarsi superato dagli eventi, costituendo solo un’inutile perdita di tempo per i giovani italiani. Gli effetti di tale campagna assumono vasta risonanza a livello parlamentare, tanto da provocare una serie continua di leggi e leggine tese a degradare sempre più la leva, con il proliferare degli esoneri e delle dispense e dell’espandersi del fenomeno dell’obiezione di coscienza. Questo scenario complesso (unitamente al cambiamento degli aspetti geo-politici mondiali dopo il 1989 ed il conseguente nuovo modello di difesa) porta lentamente, ma inesorabilmente alla decisione di trasformare le FF.AA. in senso interamente professionale. Il processo di trasformazione viene sancito con la legge 331 del 14 novembre 2000, attraverso un programma di riduzione nel tempo della forza bilanciata. L’importanza di un ruolo Al di là di ogni ideologia, la leva militare si connota come un potente strumento, per più di 140 anni, di aggregazione sociale e di progresso culturale. L’esercito, attraverso la coscrizione obbligatoria, contribuisce in maniera determinante all’unificazione sociale e politica del Paese. Generazione dopo generazione, gli abitanti dell’Italia cominciano a riconoscersi tra loro nei ranghi Vita di Club 17 dei Reparti sparsi sul territorio, a parlare un’unica lingua (perlomeno a capirsi…), a identificarsi nella stessa patria. Per la maggioranza degli Italiani la caserma diventa la prima casa in muratura, la prima mensa con stoviglie e tre pasti al giorno e, persino, il primo paio di scarpe e la prima alfabetizzazione. In proposito il regolamento di disciplina militare del 1872 così recita: “Qualunque soldato non avrà imparato a leggere e scrivere sarà trattenuto sotto la bandiera ancorché la sua classe sia stata congedata”! Nel 1863 il ministro della guerra Della Rovere istituisce la vaccinazione obbligatoria antivaiolo di tutti gli iscritti alla leva militare. Si tratta della prima vaccinazione di massa che avrà poi seguito con la visita medica obbligatoria di selezione psico-attitudinale di tutti i giovani di leva, screening sanitario prezioso per il rilevamento statistico sull’evoluzione delle nuove generazioni. Conclusioni Con le brevi considerazioni esposte abbiamo cercato di descrivere la fondamentale importanza di una presenza, la leva militare, nella vita sociale della nazione e del suo indubbio contributo alla crescita dei “valori” nel Paese. Le FF.AA. di oggi guardano al futuro senza rimpianti e/o nostalgie, ma non sottovalutano le problematiche 18 Vita di Club connesse con il cambiamento epocale. Sono però sicure di poter sempre contare su un autentico sentimento di rispetto e fiducia degli Italiani, i quali hanno piena consapevolezza che esse rappresentano un insostituibile Presidio di sicurezza e continuano ad essere una straordinaria Scuola di virtù civili, umanitarie e democratiche. SOLIDARIETÀ di MARIO ALVISI Il tempo è denaro LE BANCHE DEL TEMPO C e ne sono una cinquantina in Italia, quattro in provincia di Rimini: due in città, una a Coriano ed una a Santarcangelo. Sono banche speciali, dove non circolano banconote, ma ore e minuti. Vi aderiscono donne, soprattutto, pensionati, ma anche giovani desiderosi di sentirsi utili, che, alla fine, staccano veri e propri assegni con l’importo dovuto. A che cosa servono? Come funzionano? Ne ho parlato con Vittorio Silenzi, l’attuale presidente della Banca del Tempo di Santarcangelo che, dalle note trovate su internet, è una delle Banche meglio organizzate, la cui esperienza viene spesso richiesta da ogni parte d’Italia per avere informazioni sul come crearle. Vittorio Silenzi, pensionato, prima lavorava in un grande magazzino di materiali per edilizia, mi riceve in un ufficio tutto elettronicamente attrezzato messo a disposizione dal Comune, non gratuitamente, ma poi vedremo come viene compensato. Alla domanda a che cosa serva una simile Banca mi risponde molto candidamente: a recuperare quello che una volta erano le relazioni “di un buon vicinato”; quei gesti vicendevoli per rendere meno faticosa la vita quotidiana del nostro vicino di casa, per risolvere i problemi del tempo che ci assillano quotidianamente, per sentirsi utili al prossimo che può essere chiunque, non solo i più bisognosi. Io offro una parte del mio tempo, in cambio ricevo del tempo. Una catena virtuosa che aiuta a vivere meglio. Ma chi ha inventato tutto questo? É stata l’intelligenza di un gruppo di donne che ha pensato di creare un luogo solidale a misura della loro fame di tempo e per la necessità di far quadrare il bilancio di tempo quotidiano, che, specialmente per il carico familiare oltre che lavorativo, è sempre in rosso. E, difatti, la prima Banca del Tempo nasce a Parma per iniziativa della segreteria provinciale pensionate del sindacato UIL. Però la prima vera Banca del Tempo, che ha fatto da battistrada per tutte le altre oggi esistenti, nasce proprio a Santarcangelo nel 1995 per iniziativa dell’allora sindaco Cristina Garattoni coadiuvata da Anita Tognacci, Maria Rosa Antolini e altre signore, tutte impegnate nel sociale e alla conquista delle pari opportunità. Oggi vi aderiscono oltre trenta soci coordinati da un comitato di seisette persone che gestiscono un meccanismo molto semplice. Come funziona? Ogni socio che sa fare qualche cosa si mette a disposizione della Banca. Quando lui avrà bisogno di qualcosa potrà chiedere alla Banca che gli metta qualche socio a sua disposizione. E allora la Banca prende nota delle varie necessità dei singoli soci, trova la giusta soluzione e tiene conto delle ore date e ricevute da ognuno di essi. E come in una banca normale il socio ha un blocchetto di assegni sui quali si annotano le ore spese a favore di qualcuno o qualcosa e li consegna alla Banca. Una volta reso il servizio diventerà “creditore” del tempo dedicato a quei servizi. Si diventa soci senza alcuna formalità burocratica. Basta presentarsi al presidente per farsi conoscere, per dire quali sono le proprie disponibilità e per poter dare un segnale di serietà operativa, onde garantire l’effettiva disponibilità verso il prossimo in quanto, molto spesso, le qualità dei servizi richiesti o prestati possono essere di particolare delicatezza e sensibilità umana e sociale tanto da richiedere la massima serietà personale. Cioè il nuovo socio deve capire bene lo spirito della banca e se sia in grado di dare il proprio apporto con l’atteggiamento Vita di Club 19 giusto. Per questo ci sono anche momenti di socializzazione – una assemblea, una pizzata in cui i “correntisti” possono stare insieme, confrontarsi, raccontare le loro esperienze e, quindi, capire e far capire le motivazioni di una partecipazione. C’è una quota associativa modesta. Attenzione, si sta parlando di associazioni indipendenti, non legate a partiti politici o gruppi religiosi che in certe situazioni possono però contribuire con finanziamenti, in quanto le persone coinvolte sono “normali”, così come mi spiega il Presidente. Dalla Regione, per esempio, hanno avuto solamente un contributo di 500 euro che spesso servono per la pubblicazione di opuscoli o pagare semplicemente il telefono e le spese organizzative. Per fortuna, rimarca il presidente Silenzi, il Comune, come detto, offre gli uffici in cambio di duecentocinquanta ore dei propri soci; ore che il Comune destina all’assistenza della Casa Famiglia, per prestare la sorveglianza a qualche mostra o manifestazioni turistiche e così via. Le ore vengono spese nei modi più semplici, ma anche particolari. Non solo andare a prendere figli a scuola, fare del giardinaggio, aiutare un trasloco, tenere degli animali durante delle vacanze, o anziani da aiutare, ma anche che due finanzieri single insegnino a scrivere con il computer in cambio del lavare e stirare la loro biancheria; oppure che delle insegnanti s’impegnino a fare del dopo scuola per poi ottenere dai genitori dei ragazzi piaceri per l’assistenza domestica. E ancora mi racconta che gli risulti esserci una Banca del Tempo paragonabile ad un negozio dove gli oggetti hanno il prezzo in ore. Se un socio vuol comprare un oggetto lo pagherà mettendo a disposizione tante ore del suo tempo per tante ore pari al valore dato in ore a quell’oggetto. Un modo diverso, utile, economico, inconsueto, ma sicuramente non banale. Senza spendere una lira! Mentre m’interesso della Banca del Tempo il Signor Vittorio Silenzi ha davanti a sé un’agenda che continua a spuntare mentre parla con me. Sta scrivendo, fra una parola e l’altra, appunti spulciando dei fogliettini. Incuriosito cerco di guardali. Sembrano degli assegni. Oggi va di moda dire “pizzini”. Sono assegni giuntigli da altre Banche del Tempo a favore dei soci santarcangiolesi per un servizio prestato durante un convegno nazionale delle Banche 20 Vita di Club del Tempo: un assegno è per un importo di due ore e proviene da Forlì, sempre per due ore sono altri due assegni provenienti da una banca di Casarza Ligure e da una banca di Nichelino Torinese. Altrettanto da una banca di Roma. Vuol dire che sono crediti in ore che i soci di Santarcangelo vantano presso quelle banche. Ma, chiedo, come farete ad “incassarli”? Proprio in questo periodo il Signor Silenzi deve andare a Roma per un convegno. Ed allora riscuoterà questi “crediti” facendosi ospitare “gratuitamente” presso soci di banche romane. Insomma non solo uno scambio di ore a livello locale, ma addirittura a livello nazionale, cosa che Silenzi proporrà ufficialmente alla sede centrale delle Banche del Tempo. Perché, mi dice, il mio paese è piccolo, ma siamo a contatto con la riviera romagnola e quindi abbiamo la possibilità di scambiare favori con i tanti turisti che soggiornano qui da noi, e sono soci delle Banche del Tempo sparse per l’Italia. E allora mi dice che l’anno scorso, al mare, c’erano degli anziani che volevano visitare Santarcangelo e loro si sono offerti quali guide turistiche; che hanno prestato assistenza ospedaliera ad alcuni ospiti che avevano avuto bisogno di ricorrere ad interventi medici. Il tutto sempre pagati con uno scambio di assegni/ore per servizi e cortesie tutelati da un’associazione importante e sicura come la Banca del Tempo, che consente, complice anche internet e la comunicazione elettronica, di far diventare il tempo un bene sempre più esteso e fruibile con il rilascio di un semplice assegno. Nel normale mondo finanziario già si parla di banche etiche. E a Rimini ne abbiamo una. Ma ho la vaga impressione che le Banche del Tempo siano le banche del futuro! E lo dimostra la loro continua diffusione. In un sito internet ho trovato questa frase di un poeta dialettale marchigiano: “Si dice che il tempo sia denaro, ebbene scambiandoci quello che non ha loco mi sembra che sia una idea eccellente affinché del tempo nessuno sprechi niente”. VIAGGIANDO VIAGGIANDO di ANNA BIONDI L’appetito vien viaggiando OMNIA VINCIT AMOR Tornando in quel di Firenze, «Te beata – gridammo – per le felici aure piene di vita e le convalli festanti popolate di case e di uliveti!», chiedendo subito scusa al Foscolo per l’indegno contesto, ma solo i suoi versi rendono l’idea. Te beata anche perché, dopo quattro anni di doloroso proibizionismo, è stata finalmente liberata dalle vessatorie restrizioni la …fiorentina d.o.c. e anche per lei la voce dei (macellai) poeti si leva alta e sonora a celebrare l’atteso evento. Quindi animati dallo stesso entusiasmo dei poeti (quali che siano), in venticinque (eran giovani e… vecchi, forti e men forti), siamo partiti il 18 febbraio 2006 per un weekend all’insegna del collaudato abbinamento Arte – Cultura – Gastronomia – Natura, lionisticamente condito dall’affetto che lega i partecipanti e li raggruppa per queste esperienze collettive di grande significato. E Firenze risponde alla nostra ammirazione venendoci incontro con la Torre di Arnolfo, con il prospetto degli Uffizi, con la Cupola di Santa Maria del Fiore, «così vicina e così bella - scrive il Vasari - che le nuvole ne sono invidiose». Dopo una sosta necessaria per contemplarla dagli spalti del Belvedere, la stellata fortezza che il Buontalenti progettò per il suo signore perché i cannoni del granduca vigilassero sui sudditi riottosi (è impossibile immaginare un affaccio più eccitante e più emozionante), affrontiamo il menu di questo mini tour che prevede come antipasto la mostra di scultura che chiude il quadro delle celebrazioni espositive del VII centenario di Arnolfo di Cambio. Al grande architetto-scultore (Colle di Val d'Elsa 1240/50 - Firenze 1302/10) si devono i massimi monumenti di un’epoca che vide le origini del Rinascimento fiorentino: la chiesa di Santa Croce, Palazzo Vecchio e la nuova cattedrale di Santa Maria del Fiore eretta in sostituzione dell'antico duomo di Santa Reparata. Avendo in mente, quali componenti culturali, il gotico di Francia e la tradizione classica, egli diede vita a un rinnovamento artistico eccezionale, di cui, oltre un secolo dopo, avrebbero fatto tesoro artisti come Brunelleschi e Donatello. A lui è dedicata un’esposizione di sculture di dimensioni monumentali che appartengono al periodo dell’attività svolta tra Roma e l'Umbria e al cantiere della facciata della cattedrale fiorentina. Quanto eseguito da Arnolfo venne distrutto nel 1587 per volere proprio del Buontalenti, che forse coltivava la speranza di edificare una nuova facciata, ma le statue che la adornavano si sono conservate in numero cospicuo (bellissime la Natività, la Madonna in trono, l’Angelo). Arnolfo seppe coniugare il suo animo di architetto e di scultore a un gusto pittorico per i mosaici dai colori vivaci che aveva sviluppato negli anni romani e produsse un insieme armonioso ed equilibrato, in cui l'architettura e la pittura svolgevano il ruolo di sostegno, inquadramento ed esaltazione del programma scultoreo. Ci sistemiamo all’ Hotel Lorenzo il Magnifico; l’aggettivo è adatto a descrivere anche l’edificio, le camere, il trattamento, e ci prepariamo a gustare il piatto forte previsto per la serata. Al Teatro della Pergola va in scena un Don Chisciotte secondo Maurizio Vita di Club 21 Scaparro, il famoso regista che abbiamo preso ad inseguire come se fossimo la sua claque... perché ammiriamo la sapienza e la creatività del suo genio. «Lo spazio che ho scelto per i viaggi della mente di Don Chisciotte è molto semplicemente un “teatro”. Anzi un vecchio cadente rotto “ex teatro”, dove al posto della platea esiste solo una pista di terra battuta, quasi un circo, di palchi e di quinte, dove forse un giorno crescerà l’erba, e dove miracolosamente sopravvive un vecchio “ex palcoscenico”, nudo, con qualche ricordo residuo di macchinerie teatrali, povere e semplici macchine della illusione e della fantasia; che muovono il sipario, modificano le luci, creano il vento, la pioggia, i tuoni, gli antichi eterni “trucchi”, le illusioni del teatro di tutti i tempi. Un teatro, l’unico spazio dove possano agire contemporaneamente la verità vera e quella recitata, i due piani del viaggio di Don Chisciotte, appunto, e della sua “follia”». Così veniamo immediatamente catturati dal povero hidalgo cinquantenne, «di corporatura vigorosa, secco, col viso asciutto» che in un paese della Mancia vive leggendo libri di cavalleria e sognando di fare il cavaliere «per accrescere il proprio nome e servire la patria». Totalmente immerso in un mondo di fantasia, si convince di poter far rivivere gli antichi valori della cavalleria in una realtà degradata e antieroica dove i castelli sono taverne, le prostitute nobili dame, i giganti mulini a vento e Dulcinea, la donna amata di impareggiabile bellezza, non è altri che… una contadinotta. Nel pirotecnico, carnevalesco spettacolo che rivive sulla scena, Dulcinea è diventata un’inanimata marionetta; la follia di Don Chisciotte, frastornato, stravagante e delirante, mette a nudo le contraddizioni umane, ora è un eroe comico che dà vita ad uno spettacolo allegro e giocoso, ora si carica 22 Vita di Club di elementi tragici, zimbello di un gioco manovrato da abili burattinai. Siamo rapiti dai costumi, dalla scenografia, dalla superba recitazione di attori come Pino Micol (Don Chisciotte), Augusto Fornari (Sancho Panza), Marina Ninchi, dalla musica e dai pupi animati da Cuticchio. Anche la cena del dopo teatro è gaia e frizzante. Lady Liberati ha pensato a tutto, l’organizzazione è perfetta, la compagnia ottima. L’indomani si entra in Palazzo Pitti per un evento senza precedenti: una mostra, Mythologica et Erotica, dedicata all’Amore, all’Eros che leggero come un’ala di farfalla si posa su uomini e Dei, re e regine, giovani e vecchi, belli e brutti, sconvolgendo ogni loro azione e pensiero dai tempi dei tempi. Una rassegna infinita di preziosi cammei su gemme meravigliose, monete e medaglie d’oro e d’argento, tele, tavole e disegni, arazzi e oggetti d’arredo, statue e bassorilievi rimandano il piacere antico di raccontare storie d’amore tra inganni e seduzione, tra malizia e sentimento, tra desiderio e passione. E noi, di fronte al potere che il dio alato esercita sugli Dei, entriamo rapiti nell’olimpico mondo del mito, dove Zeus la fa da padrone, tradendo la moglie di continuo. Le più belle sono tutte sue: Io (trasformata in mucca dalla gelosa Hera), Callisto (uccisa da Artemide per aver perso la verginità con Zeus), Danae (quella della pioggia d’oro), Europa (quella del toro), Leda (quella del cigno)… Una morbida Leda, vestita solo di perle, mollemente adagiata su cangiante seta, accarezza con languido abbandono il cigno dal lungo collo in cui si è trasformato l’ingannevole Zeus. Questa preziosa, sensuale Leda del Tintoretto è quasi il logo della mostra, visto che gli artigiani fiorentini ne hanno riprodotto abilmente la delicata collana di perle e i fantasiosi orecchini. Le invidiamo i gioielli, ma non la sorte, visto che la notte in cui Zeus l’avvicinò, Leda dormì anche con il marito Tindaro e dopo nove mesi partorì Clitennestra e Castore figli di Tindaro, Elena e Polluce figli di Zeus. I due maschi, i Dioscuri, furono assunti in cielo a formare la costellazione dei Gemelli, ma le due sorelle riempirono le cronache con i loro amori e i loro misfatti…La mitologia ci affascina, le scene d’amore ci seducono, le opere d’arte da capogiro ci abbagliano. Ritorniamo alla realtà passeggiando in Boboli fra labirinti di alloro, statue e fontane; il grande giardino, un vero e proprio museo di scultura all’aperto, con opere tanto di epoca romana che del Cinquecento e Seicento, ci offre generosamente l’amenità dei suoi prati, viali e boschetti e bellissimi scorci di paesaggio. Ma non possiamo lasciare la Toscana senza un banchetto di grosse, larghe, succulente bistecche alla fiorentina. Le troviamo ad Arcetri, divine, generose di profumo e di gusto, un peccato di gola dopo la mostra erotica! Così a mo’ di penitenza affrontiamo la tappa successiva… In realtà rimaniamo sbalorditi dalla bellezza e dalla monumentalità della Certosa di Firenze situata sulla sommità del Monte Acuto, nelle vicinanze di Galluzzo a sud di Firenze; l’imponente complesso fu costruito nel Trecento per volontà di Niccolò Acciaioli, un ricchissimo e potente banchiere, che presso la corte angioina di Napoli ebbe incarichi prestigiosi. Palazzo Acciaioli, la dimora del fondatore, è l’unico edificio che abbia conservato i caratteri formali originari: l’essenzialità e la linearità del gotico, mentre la chiesa ha subito rimaneggiamenti nel corso dei secoli. Stupendi i due chiostri, suggestive le celle dei certosini, dove vivevano in solitudine eremitica rispettando rigorosamente il silenzio. Solo nelle festività si riunivano nel grande refettorio; solitamente ricevevano i pasti dai fratelli conversi da uno spioncino della cella. Visti gli immensi spazi la comunità religiosa doveva essere numerosissima. Oggi solo sette monaci cistercensi curano l’intero complesso che annovera opere di grande pregio come il ciclo della Passione di Pontormo. Lo spirito ascetico respirato in questo luogo riporta l’equilibrio e la sobrietà nel gruppo di gaudenti che tornano a casa con la sensazione di aver passato due giorni di completa… beatitudine. Grazie al Comitato Gite!!! Vita di Club 23 LEZIONI DI MUSICA di PIERO BONAGURI (docente di Chitarra presso il Conservatorio di Bologna) Ascoltando, leggendo, ammirando PERCORSI DI MUSICA E ARTE il titolo di un ciclo di tre lezioni concerto che ho iniziato ad effettuare alcuni anni fa. Ma devo dire che anche prima di inventare questo ciclo di lezioni - concerto già da tempo tenevo incontri d’introduzione all’ascolto della musica - principalmente, ma non solo, nelle scuole superiori italiane. Sono facilitato in queste iniziative dal fatto di suonare uno strumento, la chitarra, che si presta particolarmente allo scopo: anzitutto è maneggevole e si può portare dappertutto, pur essendo musicalmente completa - di una completezza forse insospettabile da parte di chi non ha mai sentito suonarla con proprietà - e assai versatile, potendo essere impiegata per interpretare musica d'ogni epoca, dalle complesse polifonie rinascimentali e bachiane alle opere strutturalistiche del ‘900 e postmoderne. Inoltre la chitarra piace ai giovani e a chi è stato giovane un po’ d’anni fa e può quindi fungere in modo eccellente da “ambasciatore” della musica colta (come diceva Oscar Ghiglia, uno dei miei maestri) anche presso persone che si ritengono poco o nulla interessate ad essa. Il motivo fondamentale per il quale mi impegno in questa opera di divulgazione, che si affianca alla mia attività concertistica tradizionale, è presto detto: sono profondamente convinto del fatto che la bellezza della musica colta occidentale sia “per tutti” e possa essere fruita anche dai non addetti ai lavori, avendo inoltre una grande ed insostituibile potenzialità educativa. Oggi invece la musica classica, ed in particolare la chitarra classica, spesso rischia di venire relegata in una specie di nicchia per “aficionados”; mi sembra un peccato, e poi se il pubblico è troppo ristretto c’è anche meno lavoro per i musicisti… Dopo vari assestamenti dovuti alla sperimentazione “sul campo” la forma attuale delle lezioni 24 Vita di Club È concerto è ora strutturata in un ciclo di tre incontri - ciascuno dei quali effettuabile autonomamente, ma anche profondamente collegati tra loro - che ripercorre sinteticamente la storia della musica e dell’arte occidentale dal rinascimento ad oggi. I titoli dei tre incontri sono: “Rinascimento e Barocco”, “Classicismo e Romanticismo”, “Da fine Ottocento ai giorni nostri”. La formula di ciascun incontro è basata sulla proposta dell’ascolto di una quindicina circa di brevi composizioni, originali per chitarra o trascritte da altri strumenti (utilizzo molto le bellissime trascrizioni realizzate da Andrés Segovia di celebri brani classici per liuto, clavicembalo, pianoforte, e io stesso ho fatto altre trascrizioni) ciascuna delle quali è eseguita dal vivo contemporaneamente alla proiezione su schermo della riproduzione di un’opera d’arte, generalmente coeva e comunque collegabile per contenuto espressivo al brano musicale ad essa abbinato. Ogni incontro risulta così incentrato su di un breve momento di “spettacolo” (cerco per questo di favorire il più possibile il crearsi di un attento clima d’ascolto, anche utilizzando al meglio le possibilità offerte dal luogo dove opero, per quanto riguarda il suono e l’illuminazione); in tale momento il mio tentativo è quello di fare incontrare il più possibile ad ogni ascoltatore la bellezza di ogni pezzo di musica da me eseguito, con l’ausilio della suggestione creata dalle immagini proiettate su schermo e della lettura, tra un brano e l’altro, di brevi aforismi letterari da me selezionati e scritti generalmente dagli stessi artisti e musicisti presenti nel programma. Di questa impostazione sono debitore anche alla mostra “La Perdita del Centro” allestita al Meeting di Rimini del 1999 (mostra che a sua volta riecheggiava il titolo del celebre saggio di Hans Sedlmayr) che abbinava opere d’arte contemporanea a brani letterari; essa mi suggerì l’idea di proporre un “percorso” simile coinvolgendo anche la musica, e ancora oggi utilizzo diverse immagini e testi letterari che facevano parte della mostra riminese. Solo successivamente ho elaborato gli altri due momenti del ciclo, relativi alle epoche più antiche. Un programma di sala distribuito ad ogni partecipante riporta autore e titolo di ogni opera d’arte e brano musicale proposto ed i testi letterari, alcuni dei quali vengono anche proiettati su schermo; i brani musicali sono numerati per favorire la veloce annotazione di appunti da parte degli ascoltatori. Il breve concerto (mezz’ora circa) è preceduto da una brevissima introduzione parlata di carattere soprattutto metodologico: essa tende a suggerire e privilegiare il metodo dell’ascolto, dell’impatto personale e aperto di ciascuno con quanto l’opera d’arte ed il brano musicale (e gli abbinamenti tra loro e con i testi da me proposti) potranno comunicarci. Infatti, non è per nulla scontato, specie in ambito scolastico, che si arrivi ad un momento di questo tipo disponibili ad un vero ascolto; può essere prevalente, addirittura favorita da una certa attitudine degli insegnanti a scuola, l’idea di usare l’ascolto e la visione come asettica e superficiale acquisizione di esemplificazioni di un discorso storico, filosofico o estetico. Ma “il metodo è imposto dall’oggetto” e l’arte non si può fruire in questo modo. Per fare un esempio banale, è molto più importante ascoltare la musica in raccolto silenzio che riuscire subito a “cogliere i nessi”: l’arte, infatti, certo ci fa conoscere il “tipo umano” da cui nasce - e, con buona pace dei teorici dell’“arte per l’arte”, non si vede come potrebbe non farlo -, ma lo fa attraverso il metodo che le è proprio, non cioè tenendoci un discorso, ma facendoci impattare con l’oggetto artistico e vibrare in sintonia con il suo contenuto espressivo, di cui “facciamo esperienza” invece di “sentirne parlare”. Per usare una felice espressione non mia, si tratta sì di una conoscenza (e non di un mero provare sensazioni ed emozioni), ma di una “conoscenza affettiva” in cui tutto il cuore dell’uomo, ragione e sentimento, e perfino in certa misura la fisicità, sono coinvolti. Certamente sarà utile anche svolgere in modo sistematico i nessi con la cultura, la filosofia, la storia, ma non è il lavoro principale da fare durante la lezione - concerto. Dopo il momento di “spettacolo” (che dura circa mezz’ora e durante il quale cerco di parlare il meno possibile per non interrompere il clima di ascolto) è comunque previsto anche un momento di “parola”, che prenda spunto però dalla esperienza fatta da ciascuno e insieme ascoltando, guardando e leggendo. In questo secondo momento, a partire preferibilmente da osservazioni e domande dei partecipanti, cerco anche di motivare gli abbinamenti tra i testi, i brani musicali e le opere d’arte che ho proposto e di fornire qualche elemento di comprensione dei diversi tipi di linguaggio musicale impiegati nei brani musicali che ho suonato. Così, nello svolgersi dell’intero ciclo, si può commentare la formazione del linguaggio tonale, i concetti di consonanza e dissonanza, scala, accordo, modo maggiore e minore, ritmo, timbro, modulazione; si possono illustrare alcune forme musicali (Fuga, Sonata, Variazioni, Romanza…), il passaggio dal linguaggio contrappuntistico alla melodia accompagnata e lo “sgretolarsi” del codice tonale che avviene nel passaggio alla musica del Novecento (cromatismo, impressionismo, espressionismo, dodecafonia, minimalismo…) fino alla proposta di una nuova costruttività da parte di qualche autore contemporaneo. Il parallelismo con il linguaggio dell’arte e della poesia è a volte assai evidente e aiuta la comprensione. Ho tenuto le mie lezioni - concerto in varie forme ed in ambiti diversi; principalmente nelle scuole secondarie superiori italiane, come dicevo, ma anche (spesso in forma di vero e proprio spettacolo e con la partecipazione dell’attrice Paola Contini) presso centri culturali in Italia e all’estero e università (a Bologna ed alla New York University). In totale avrò forse tenuto ormai un centinaio di incontri di questo tipo. L’esperienza mi ha portato a continui affinamenti del contenuto delle lezioni - concerto (ad esempio, ho imparato a parlare meno durante la parte dedicata allo spettacolo concentrando le “spiegazioni” alla fine; ed il repertorio di testi, musiche ed immagini impiegate si espande e contrae a seconda della opportunità e delle scoperte che continuo a fare). Pur con gli evidenti limiti della strutturazione del ciclo “Percorsi di Musica e Arte” rispetto alla sua Vita di Club 25 ambizione di coprire un arco temporale così vasto (il che porta alla scelta obbligata di inserire solo composizioni brevi ed al rischio di trasformare ogni momento in un eccessivo bombardamento di stimoli sonori, visivi e testuali - e del resto la fruizione di un capolavoro artistico possibilmente non andrebbe “bruciata” in un unico contatto, ma si avvantaggia di una frequentazione anche lunga nel tempo) sento di poter dire con soddisfazione che questo ciclo rappresenta un’utile opportunità di incontro introduttivo alla bellezza della musica classica occidentale, che facilita anche il cogliere i suoi nessi con la storia della cultura e dell’uomo. A questo proposito la risposta praticamente costante del pubblico negli anni smentisce l’obiezione, che a volte affiora in qualcuno, sulla opportunità di accostare linguaggi artistici differenti (musica, arte, letteratura). Mi sembra un’obiezione più riconducibile ad un pregiudizio di tipo ideologico che al guardare le cose come stanno; di fatto, anche dei ragazzini di scuola media inferiore - come è capitato - non hanno nessuna difficoltà a rapportare un pezzo di musica ad un’immagine, magari per contestare la mia scelta di abbinarli (mi va benissimo: la contestazione di un particolare accostamento non riguarda il metodo dell’abbinare arte e musica, anzi lo conferma). A volte sono proprio gli “specialisti” che invece non si rendono conto di questi evidentissimi nessi… Del resto io non intendo certo “tradurre” un pezzo di musica in un quadro o viceversa; uso le immagini ed i testi per favorire l’ascolto e mettere in luce aspetti contenuti nel brano musicale che propongo: si tratta di analogie linguistiche e comunanze di sensibilità che aiutano ad entrare meglio in rapporto con la musica. Andare a suonare nelle scuole (specialmente durante l’orario scolastico, e quindi di fronte ad un pubblico di ragazzi che non ha scelto spontaneamente di partecipare) è sempre un rischio - se non ci sono le condizioni giuste di ascolto non è che la cosa vada “un po’ meno bene”: rischia di essere inutile e quindi controproducente. Riguardo a questi casi (pochi, per fortuna) credo però di poter dire di dire che non si tratta generalmente di una “colpa” dei ragazzi quanto di un’insufficiente cura e proposta del 26 Vita di Club gesto da parte degli insegnanti, che dovrebbero essere personalmente, e loro per primi, interessati alla iniziativa per potere contagiare anche i propri studenti. E dipende anche da me riuscire a tenere vivo l’interesse e adattare volta per volta il mio intervento alla capacità di tenuta dei miei interlocutori. Viceversa, nelle molte occasioni in cui si crea il clima giusto (di regola accade quando c’è qualche insegnante che prende a cuore la cosa preparando e accompagnando i ragazzi) è molto bello vedere come giovani anche presumibilmente digiuni di studi musicali sappiano ammirare lo splendore della musica di Bach, Scarlatti e Haydn, vibrare con le melodie struggenti di Mendelssohn, Paganini e Chopin ed essere scossi dallo sgomento dei Klavierstucken di Schoenberg abbinati ad opere di Kandinski e Klee, dal grido espressionistico dei “Frammenti da Ungaretti” di Gilberto Cappelli abbinati a “Il Grido” di Munch e ai versi di Ungaretti (Cappelli ha composto il pezzo su mia richiesta e proprio per queste occasioni) o catturati dalla meccanica, minimalista e ossessiva ripetizione di “A Room” di John Cage (pezzo che ho trascritto dall’originale per pianoforte) abbinato al quadro “Bottiglie di Coca - Cola in verde” di Andy Warhol (tanto per fare solo qualche esempio; a questo proposito riporto in appendice il programma di sala dell’incontro sulla musica contemporanea). Anzi, capita a volte che proprio quel momento che potrebbe essere considerato a priori più ostico, l’incontro dedicato alla musica del Novecento (quella musica dissonante che può suscitare innervosite reazioni anche in qualche melomane adulto e acculturato), risulti particolarmente coinvolgente e stimolante per gli studenti. “Per la prima volta ho sentito che si parlava di me” ha detto uno studente al termine del momento di ascolto dedicato al ‘900. Io stesso ho modificato il mio giudizio sul pezzo di John Cage a partire dalla esperienza che ho fatto suonandolo in queste occasioni. Qui è particolarmente evidente l’utilità del nesso musica - immagine, che in certo modo aiuta a sciogliere la durezza dell’impatto con la musica contemporanea cui i giovani non sono generalmente avvezzi. Particolarmente bello è il crearsi, all’interno dalla “normalità” di un’aula scolastica, di quel clima di totale silenzio causato dall’essere colpiti da qualcosa di bello, esperienza di per sé inusuale e fortemente educativa (a volte il silenzio viene richiamato a scuola come fatto disciplinare o condizione per poter lavorare; ma quando il silenzio si crea per l’invadenza di qualcosa di bello che fa stare a bocca aperta e ad occhi spalancati non è vissuto dal ragazzo come una coartazione della sua personalità, ma è un’esperienza umanamente esemplare): “Non sembrava neanche di essere a scuola!” commentava qualcuno. Una bella frase del mio grande maestro Segovia potrebbe sintetizzare la motivazione dell’esperienza da me fatta in questi incontri; certo, essa esprime anche una concezione dell’attività concertistica in quanto tale, ma si adatta particolarmente bene a questo tipo di momenti in cui la preoccupazione educativa è esplicitamente centrale: “L’artista è un uomo come gli altri, e non deve mai innamorarsi di se stesso. Perderebbe irrimediabilmente qualcosa…Come gli altri, con in più un dono meraviglioso: e per questo dono dev’essere sempre vicino ad ogni altro uomo”. Impressionismo… Cl. Monet: L’Etang aux Nympheas (1904) M. De Falla: Homenaje a Debussy (1920) “Questi paesaggi d’acqua e di riflessi che sono diventati per me una vera ossessione” (Monet) *** Espressionismo… “Codesto solo oggi possiamo dirti/ ciò che non siamo, ciò che non vogliamo” (Montale) V. Kandinski: Primo acquarello astratto (1910) A. Schoenberg: Klavierstuck II, IV (1911) E tutto cospira a tacere di noi, un po' come si tace/ un'onta, forse, un po' come si tace una speranza / ineffabile (Rilke) P. Klee: Attacco di Paura (1939 ) A. Schoenberg: Klavierstuck VI (1911) E. Munch: Il Grido (1893) G. Cappelli : Frammenti da Ungaretti (1999) “Come questa pietra è il mio pianto che non si vede” (Ungaretti) “Io rimasi là, tremando d'angoscia, e sentivo come un grande e interminabile grido che attraversava la natura” (Munch) *** Guardando al passato… G. Rouault: Sarah (1956) F. Poulenc: Sarabande H. Matisse: Icaro (1944-1947) P. Ugoletti: Fuga (1999) “Non possiamo fare a meno di essere contemporanei” (Stravinski) *** Razionalizzazione… V. Kandinski: Accento in rosa (1926) K. Stockhausen : da " Tierkreis " P. Mondrian: Quadrato I (1921) C. Togni: Quasi una Serenata (I e IV movimento) “L'ascesa alle altezze dell'arte non oggettiva è faticosa e piena di tormenti, eppure rende felici” (Malevic) “Anche la mia arte è una forma d’ascensione, una trasformazione dal visibile all’invisibile, dalla materia allo spirito, dall’attimo all’eterno” (Stockhausen) *** Pop Art … A. Warhol: Bottiglie di Coca-Cola in verde (1962) J. Cage: A Room (1943) “perché non si rende conto, come me, che scrivendo, suonando o ascoltando musica non si porta a termine niente?” (Cage) *** Uno sguardo positivo… V. Van Gogh: Notte stellata sul Rodano H. Villa-Lobos: Tre Studi (1929) E. Munch : Notte di Stelle (1983) O. Kokoschka: Paesaggio Dolomitico (1913 ca) “L'avventura, la grande avventura, è il vedere sorgere qualcosa di sconosciuto, ogni giorno, nello stesso volto. Questo vale quanto tutti i viaggi intorno al mondo” (Giacometti) P. Klee: Il sorgere della luna a St. Germain (1915) V. Van Gogh: Paesaggio Dolomitico P. Picasso: Paesaggio Mediterraneo J. Rodrigo: Fandango (1954) W. Congdon : New York (1948) W. Congdon : Tre Alberi (1998) P. Molino : Frammento C (1996) “Ho fretta di scoprire chi sono e che sono” (Congdon) “Costruiremo con nuovo linguaggio” (Eliot ) *** Postludio… D. Frisoni : Controluce (2002) P. Ugoletti: Danza (versione 2002) Vita di Club 27 ITINERARI di RAFFAELE PETRILLI Un diario di viaggio UNA GITA A MASCA M asca è una rustica località a ovest di Tenerife, nell’arcipelago delle Canarie, costruita a terrazzate lungo il pendio della montagna, caratterizzata da singole casine a solo piano terra, adibite esclusivamente a trattorie, ristorantini, negozietti di souvenir e - in misura minore anche ad abitazioni dei pochi abitanti del luogo. La località è molto suggestiva dal punto di vista paesaggistico, data la sua collocazione geografica, la sua altitudine metrica, la sua conformazione geofisica e geoflorica, la purezza e leggerezza dell’aria, il silenzio profondo e totale, che regna sovrano sulle cose e sugli esseri viventi, ivi esistenti. Oggi è il primo di novembre, festa di Ognissanti, e, come già programmato da qualche giorno, vado in gita a Masca, con mia figlia Laura. La giornata, splendida dal punto di vista atmosferico, inizia alle otto del mattino. Soli soletti, usciti di casa, saltiamo sulla nostra “potente” Asia Rocsta e partiamo. Lasciato alle spalle l’azzurro mare di Las Americas, arriviamo a quello di colore blu intenso, quasi scuro, di Los Gigantes. Una breve sosta, alla prima periferia della località turistica, per osservare da vicino l’enorme scogliera altissima, che si staglia contro il cielo davanti a noi e che ripiomba a picco sul mare, e subito ci si accorge che l’affascinante viaggio tra realtà e sogno è appena iniziato. Girando lo sguardo verso sinistra s’intravede laggiù, in lontananza, l’isola de La Gomena, dove Cristoforo Colombo attese lungo tempo il favore degli alisei per il grande balzo verso… “le Indie”. In un attimo la fantasia corre al Settembre del 1492 e vede il grande navigatore che, dall’alto della prua, arringa la ciurma sottostante per accelerare gli ultimi preparativi, prima dell’immane traversata. Stropicciandomi gli occhi torno alla realtà 28 Vita di Club della mia… “bianca navicella” che quasi invita a sedersi per proseguire la più stabile ed agevole “traversata”. Ci si accorge così che la strada continua ad arrampicarsi su su, fino a Santiago del Teide. L’orologio della piazza principale segna le dieci del mattino. Attraversiamo lentamente tutto il paese, pulito e ben tenuto e, alla fine dello stesso, senza incontrare anima viva, giriamo a sinistra. Un cartello stradale con l’indicazione “Masca” ci segnala la direzione da seguire. Imperterrita la strada continua a salire sempre più in su, sin quasi alle “nuvole” (del tutto inesistenti ora, data la giornata completamente tersa). La “carretera”, regolarmente asfaltata e in perfetto stato di manutenzione, è costituita da un tornante dietro l’altro e si inerpica continuamente mettendo veramente a dura prova il nostro sempre valido “todoterreno”, al momento del tutto rassicurante, per via dei suoi 2200 cm. cubici di cilindrata. Giunti alla sommità della salita facciamo una sosta e due passi, per sgranchirci le gambe. Lo spettacolo circostante è stupendo. Il cielo è azzurro e terso, come solo capita a queste altitudini. Inspirando a pieni polmoni, ma con la bocca leggermente socchiusa, ci si accorge che qui l’aria è più fresca e rarefatta. Un senso di leggerezza ci assale, partendo dal basso e risalendo lungo tutto il corpo, dandoci una sensazione di totale benessere fisico. L’aria, leggermente frizzante e piuttosto piacevole, continua soavemente ad accarezzarci le mani, il volto, i capelli. Il paesaggio incantevole ci assorbe completamente. Allo scoccare del quarto d’ora di sosta stabilito, inebriati dalla il pendio del paese–montagna. Camminiamo natura circostante, abbiamo la sensazione di lentamente sui cubetti di porfido e di pietra, essere immersi in un “mare” di beatitudine e alcuni dei quali sconnessi ed irregolari anche serenità, che pervade tutto il nostro animo. Il se esteticamente piacevoli a vedersi. Teide comunque è lì, di fronte a noi; ci Ripromettendoci di visitarlo al ritorno, sovrasta dai suoi 3718 metri e sembra evitiamo il Museo archeologico per mancanza ammonirci a non osare di più. Il silenzio è assoluto e inviolabile tanto che a noi sembra sia il vero padrone di questi luoghi, da sempre. Solo in lontananza laggiù in basso, quasi a distanza siderale da noi, si intravede come unico segno di civiltà - un tratto di strada statale percorsa, di tanto in tanto, da qualche audace auto, del tutto silenziosa ai nostri orecchi e così di tempo e continuiamo la discesa. minuscola che i nostri Intervallando i passi alle soste, occhi non riuscirebbero guardiamo il paesaggio, le casine, le a vederla, qualora fosse montagne circostanti (che ora quasi completamente ferma. ci sovrastano tanto siamo scesi in L’ambiente circostante a noi è Vulcano Teide, 3718 m. basso) e l’incredibile strada tortuosa desertico e selvaggio nello stesso e ripida appena percorsa in auto. Solo ora tempo. Solo pochi arbusti ricoprono il terreno notiamo che questa si arrampica, arido e secco. Guardando però in lontananza aggrappandosi letteralmente e incredibilmente verso il nord dell’isola - appena sotto l’altezza alla montagna sin lassù in cima. Il sole delle dei nostri occhi, si scorge una vegetazione tredici è a picco su di noi. Il cielo è ancora lussureggiante, tipica della mezza-montagna, chiaro e limpido. I gradi di temperatura di un dove la pioggia cade abbondantemente piccolo display posto sulla facciata di una durante tutto l’anno. Ma quando lo sguardo casina segna 20 gradi. Siamo pur sempre al 1 s’innalza ancor più lontano, verso il Teide ed i di novembre ed alla rispettabile quota di 2000 picchi circostanti, il verde e gli alberi come metri. Si scende ancora, fermandoci di tanto d’incanto scompaiono. E così ti accorgi che la in tanto per un respiro profondo. L’aria ricca vegetazione ad un certo punto lascia il leggera ci penetra sin dentro i polmoni, posto al paesaggio arido e selvaggio, del tutto dandoci una sensazione di benessere e di simile a quello della latitudine ove noi ora ci tranquillità. Il profumo dell’ambiente troviamo. Il pensiero vola alle nostre circostante e gli odori provenienti dalle montagne amiche, compagne fedeli di tanti casine–trattorie, sparse qua e là stuzzicano anni passati sulle “Dolomiti”, al momento maggiormente l’appetito e ci costringono a lontane da qui. L’accostamento è spontaneo tavola. Un piatto di costatine di agnello con ed inevitabile, anche se ora l’ambiente “papas fritas” ed “insalada mixta”, unito ad circostante è completamente inusuale e un vinello obbligatoriamente “tinto”, ci fanno differente, ai nostri occhi, rispetto alla visione apprezzare ancor di più i piaceri della tavola, familiare del massiccio del Pordoi, del gruppo dando nel contempo un tocco di maggior Sella, al Catinaccio, alla Marmolada, all’Alpe suggestione al posto e aumentandone di Siusi, alle Tofane, al Cristallo. Risaliti in decisamente il fascino discreto. Al macchina riprendiamo la stretta stradina che ristorantino rustico Laura si siede di fronte a sembra tirata a lucido tanto è ben curata. Poi me e guarda alternativamente il paesaggio quasi d’improvviso inizia una discesa ripida e d’intorno ed il piatto appena servito, ancora tortuosa fino ad un tratto finale che si fumante. Incrociando per un attimo il suo attraversa quasi a precipizio e quindi sguardo, mi accorgo che i suoi occhi oggi giungiamo a Masca. Dopo alcune peripezie sono di uno splendore unico, colorati di un per parcheggiare la nostra auto, a causa dei azzurro più iridescente del solito. Senza farmi luoghi impervi e degli spazi alquanto ristretti, accorgere ed abbassando il mio sguardo mi ci avventuriamo a piedi scendendo verso le sorprendo a riflettere. Inevitabilmente il mio casine-trattorie-souvenir sparse qua e là lungo Vita di Club 29 pensiero torna al passato quando, cinque anni prima, sulla sedia accanto a noi, ora vuota, c’era un’altra persona che riposa a 4.000 Km. da qui. La tristezza mi assale pensando a Renata, al trauma della scomparsa, al vuoto lasciato intorno, al dolore infinito, ai problemi successivi... Con uno sforzo per non aggravare la situazione pre-pianto, torno alla realtà. Fortunatamente riesco a realizzare che oggi per Laura e per me è un giorno felice e sereno, come da un po’ di tempo non accade più tanto spesso. E così è, in effetti, per tutto il resto del giorno. Solo a notte inoltrata, svegliatomi di soprassalto, nel ricordare la felicità di ieri, devo allontanare da me il sottile pensiero che un giorno, non molto lontano, il papà non porterà più Laura in gita a Masca, per farle trascorrere una giornata altrettanto indimenticabile. Forse andrà da sola… chissà! Forse consapevolmente andrà per ricordare ancora la giornata felice di ieri. Forse inconsciamente lei si Los Gigantes 30 Vita di Club siederà al tavolo dello stesso ristorantino dove, accanto alla sedia vista ieri, troverà un’altra sedia vuota. Quel giorno per lei sarà un giorno pieno di tristezza. Chissà! Dio dirà! Così un velo di malinconia affievolisce la gioia e la felicità di ieri, fino a quando il sonno non ha il sopravvento su di me. Al mattino stranamente mi sveglio rasserenato al pensiero immediato del giorno felice trascorso ieri e alla consapevolezza che un altro giorno sta per cominciare. Piano piano nelle ore successive matura in me il fermo proposito che presto, forse già domenica prossima, sarà un giorno giusto per trascorrere altre ore serene e per fare un’altra gita indimenticabile, insieme a mia figlia. E così per tante altre domeniche ancora. Questo pensiero mi accompagna per ore ed ore ed il mio viso si rasserena sempre di più, fiducioso. MEETING n. 4 di GIANDOMENICO DE TOMMASO 14 febbraio: è di scena l’archeologia IL NAUFRAGIO DI UN MONDO N el 1968, nelle acque del Golfo di Baratti, nel cuore del litorale toscano, dominato dall’alto del promontorio dal borgo medievale sorto sul luogo dell’unica città etrusca costruita sul mare, Populonia, e su cui si affacciano - ancora oggi - le monumentali tombe ricche di tesori che parlano di un’antica opulenza, emerse, casualmente agganciato dall’ancora di una barca, uno strano ammasso di metallo, pressoché informe, appena scalfito della corrosione marina, parzialmente deformato dalla lunga permanenza sui fondali e dallo sbattere delle onde sulle rocce, che lasciava tuttavia intravedere tracce di una straordinaria decorazione figurata. Consegnato alle autorità competenti, sottoposto ad un accurato e lungo restauro che ha consentito il ripristino della forma originaria, l’ammasso informe si è rivelato un eccezionale vaso in argento quasi puro (94-96%). Che si tratti di un manufatto preziosissimo ed eccezionale è chiaramente indicato non solo dal materiale, ma anche dalle dimensioni inusitate (il vaso è alto 61,5 cm, con un diametro massimo di 35,45 cm e un peso di 7,563 kg, con una capacità di oltre 22 litri); che in origine si trattasse di un anfora (di un vaso, cioè, con due anse, destinato a contenere vino) è testimoniato dalla presenza sulla spalla e alla base del collo delle tracce delle saldature delle anse stesse, evidentemente applicate a parte e perdute nel corso dei lunghi secoli di giacenza sul fondo. L’anfora è oggi conservata presso il Museo del Territorio di Populonia a Piombino, recentemente allestito nell’area dell’antica cittadella degli Appiani, signori della città, lambita dalle mura di cinta costruite su progetto di Leonardo da Vinci. Nel Museo si può seguire, attraverso l’esposizione di manufatti archeologici di vario tipo (strumenti litici di età preistorica; ceramiche, bronzi, oreficerie, gemme di epoca etrusca; mosaici, monete, statue, iscrizioni funerarie del periodo romano) la storia del popolamento del territorio dell’antica città di Populonia, che dovette la sua fortuna allo sfruttamento delle risorse minerarie del comprensorio e dell’Isola d’Elba. La visita al museo costituisce il naturale completamento a quella del parco archeologico di Baratti, dove sono allestiti diversi percorsi attraverso le antiche necropoli etrusche e gli edifici destinati alle attività metallurgiche, e all’Acropoli di Populonia, dove la ripresa degli scavi archeologici ad opera della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana e delle Università di Siena, Pisa, Roma, L’Aquila e Milano sta riportando alla luce i grandiosi resti della città etrusca e romana. Del Museo l’Anfora è forse l’oggetto più prestigioso, al punto da esserne considerato il simbolo. La forma ovoide con alto collo, delimitato alla base da un collarino, è stata costruita da un abilissimo artigiano, che, partendo da un Vita di Club 31 suonano o danzano (registri I e VI) tra cilindro cavo in argento, attraverso una menadi, satiri e danzatori armati (coribanti: paziente lavorazione a martello, al vaso ha registri II e V), culmina nella visione delle conferito la sagoma definitiva; sulla base così divinità (nei registri centrali: Kronos, Zeus, ottenuta sono state poi realizzate le Cybele, Dioniso, Apollo, Aphrodite, il mito decorazioni, con una tecnica che rimane del giudizio di Paride), ancora incerta: mentre nella fascia probabilmente inferiore l'evocazione l’artista le ‘stampò’, della “favola” di impiegando una sorta Amore e Psiche di medaglioni conclude il percorso analoghi a quelli delle misterico. La gemme, con figure e complessa simbologia cornici rifinite poi a unisce motivi del culto cesello. Se la di Mitra, di Dioniso e morfologia della Grande Madre dell’anfora è nota in Cybele col suo prodotti in ceramica, compagno Attis in un vetro ed argento del IV viaggio iniziatico sec. d.C., unico ed universale, che vale nel eccezionale è proprio il tempo (i mesi, le stagioni) tipo di decorazione. Gli e nello spazio (le parti altri due esemplari in dell'universo) verso argento della stessa forma l'immortalità (Amore e (uno da Conçesti, in Psiche): cosicché appare Moldavia, oggi plausibile vedere conservata all’Ermitage di nell'anfora non un semplice San Pietroburgo, l’altra oggetto di ornamento, ma parte della preziosissima un vaso utilizzato durante suppellettile del tesoro di qualche particolare Seuso, cosiddetto dal cerimonia di culto pagano. nome del suo proprietario inciso su un vassoio e Necropoli del Parco Archeologico di Baratti Il rinvenimento dall’area orientale dell’Impero degli probabilmente e Populonia. altri due esemplari in proveniente dall’odierno argento a noi noti ha fatto pensare anche per Libano, confluito in anni recenti sul mercato l’anfora di Baratti ad un prodotto di origine antiquario) presentano una decorazione a orientale, forse di Antiochia di Siria rilievo disposta su un unico registro: qui (nell’odierna Turchia), alla fine del IV sec. invece è organizzata in clipei (in totale 132) a d.C. il centro mediterraneo più importante per sbalzo variamente ornati, in un insieme in cui la lavorazione artistica dell’argento. Non si anche le cadenze numeriche paiono avere può escludere, tuttavia, una provenienza dai precisi significati simbolici. Sul collo dodici centri produttivi dell’area danubiana, come busti con raffigurazioni del dio Mitra e di Sirmium o Naissus, ugualmente noti per le Attis si fronteggiano a coppie, suddivisi in loro officine di argenterie, o dalla stessa due registri, con allusione ai mesi o ai segni Roma, alla fine del IV sec. non più capitale zodiacali; altre quattro coppie di busti politica dell’Impero, ma ancora centro analoghi che decorano su un unico registro la morale, depositario degli antichi culti base del collo ripropongono i ritmi delle tradizionali in cui ancora si riconosceva gran stagioni. Sul corpo del vaso, sette registri parte dell’aristocrazia e dei membri (come le porte che gli iniziati al culto di Mitra dell’apparato politico della città, ancora dovevano attraversare) ognuno con sedici influenti in tutto il territorio dell’Impero. medaglioni (come le parti dell'universo del Molto sappiamo di questi ultimi pagani, della sistema tolemaico) definiscono una sorta di loro cultura, della loro ricchezza, del loro stile corteo iniziatico che, aperto da fanciulli che 32 Vita di Club di vita, delle loro dimore e delle statue, delle suppellettili, dei pavimenti musivi, delle decorazioni parietali che le abbellivano. Molto sappiamo del loro tentativo di contrastare l’emergere del cristianesimo, il cui culto era stato da poco sottratto alla clandestinità e alle persecuzioni da Costantino (313), destinato a diventare alla fine del secolo, sotto l’Imperatore Teodosio, religione di stato. Le loro fastose dimore sorgevano sull’Aventino e sul Celio. Erano organizzate intorno a vasti cortili colonnati cu cui si affacciavano ampie aule absidate, destinate alle pubbliche udienze, sul modello dei palazzi imperiali. Le abbellivano pavimenti riccamente decorati a mosaico o ad intarsi di preziosi marmi policromi, figurati con scene di vario genere (temi mitologici, soggetti legati al mondo della caccia e dei giochi circensi) tese ad esaltare la cultura e lo status del proprietario: così, ad esempio, la caccia celebra l’eroismo del dominus, quando è lui stesso, a cavallo, ad uccidere animali feroci, o, quando la caccia si conclude con la cattura degli animali sospinti nelle reti da servi, la sua liberalità nella partecipazione a sontuosi banchetti o nell’apprestamento dei giochi circensi, regolati da norme rigidissime, condizione necessaria per accedere alle più alte cariche politiche. Non a caso si tratta degli stessi temi che compaiono su argenterie, avori intarsiati, vetri incisi (materiale prezioso come l’argento) e, soprattutto, sarcofagi, i monumenti destinati a perpetuare le virtù del defunto. Planimetrie ancora più complesse, sebbene incentrate sugli stessi elementi simbolici (aule absidate, cortili porticati), caratterizzano anche le sontuose villae che nel territorio dell’Impero offrivano dimora agli aristocratici romani in visita ai loro latifondi: così, ad esempio - e per restare in Italia, a Desenzano, sul Lago di Garda, o a Piazza Armerina, nel cuore della Sicilia. Qui il complesso e raffinato repertorio decorativo dei pavimenti a mosaico, opera di maestranze originarie dall’Africa Settentrionale attive intorno al 320 d.C., esibisce i soggetti consueti della celebrazione della cultura e delle virtù del dominus, purtroppo per noi non più identificabile con certezza. Il tema della caccia e dei giochi del circo sono strettamente legati nel grande mosaico detto della Grande Caccia, che decora un ampio ambiente, concluso da due absidi della dimensione di uno stadio e della forma di un circo, che introduce alla vasta aula absidata destinata alle udienze pubbliche. Il dominus, in vesti sontuose che richiamano il suo ruolo di magistrato, assiste allo sbarco di animali di ogni tipo provenienti da tutte le parti del mondo (gazzelle, antilopi, elefanti, tigri, leoni, rinoceronti, cervi, giraffe) destinati, con ogni evidenza, ad essere esibiti durante le parate che precedevano i giochi circensi o quelli gladiatori, alla cui realizzazione, evidentemente, il dominus stesso avrebbe sovrinteso. Nel pavimento di un’altra stanza di forma quadrangolare e di dimensioni meno inusitate, al centro il dominus offre agli amici un banchetto all’aperto nel corso di una sosta durante una battuta di caccia; intorno, vari episodi legati alla sfera venatoria descrivono i sacrifici alle divinità campestri, l’affannarsi dei servi a sospingere un gruppo di cervi, incalzati dai cani, entro delle reti distese tra gli alberi, l’astuzia del dominus, gloriosamente a cavallo, nello stanare una piccola, ma furbissima lepre dal suo nascondiglio tra i cespugli, il suo coraggio nell’avventarsi contro un cinghiale che sta per scagliarsi contro un suo amico caduto a terra. I modelli iconografici, antichissimi, derivano dalle opere create intorno al 340 a.C. (quasi ottocento anni prima) per esaltare le imprese venatorie di Alessandro Magno ed erano stati utilizzati per tutta l’età imperiale per celebrare imperatori e privati cittadini facoltosi. Li ritroviamo secondo lo stesso modello, ad esempio, nei tondi, poi utilizzati sull’arco di Costantino, che descrivono le cacce di Adriano o su molti sarcofagi di III e IV sec. o su coppe in vetro inciso o in argento cesellato o in dittici in avorio, tutti oggetti destinati ad essere donati, in particolari cerimonie pubbliche, a personaggi dell’aristocrazia. Il riferimento ad Alessandro Magno, fonte stessa di una determinata idea del potere, rappresenta così la possibilità, per imperatori e nobili, di sentirsi investiti – o meglio, di farsi rappresentare investiti - dallo stesso potere di origine quasi divina. Il proprietario della villa di piazza Armerina era certo un aristocratico di fede e cultura pagana: lo dimostrano gli altri mosaici pavimentali con scene mitologiche (Ulisse e Polifemo, la lotta dei Titani, le molte scene che hanno come protagonista Eros); ma è significativo che analoghi temi di origine pagana possano Vita di Club 33 decorare villae e domus di personaggi che pagani non erano più: così ad esempio, Giunio Basso, del quale conosciamo il monumento funerario (uno splendido sarcofago con la raffigurazione di scene della vita di Cristo), nella sua fastosa dimora romana decora le pareti con raffinatissime tarsie in preziosi marmi policromi con scene di soggetto pagano (un episodio tratto dalla saga degli Argonauti) e celebrativo (le corse nel circo); e Valerio Severo, che ricoprì la carica di praefectus Urbis nel 380 e venne raffigurato insieme all’Imperatore Graziano su un vetro inciso, custodiva nella sua casa sul Celio statue di Amore e Psiche, e Antinoo, ma si era convertito al cristianesimo, come testimonia l’iscrizione apposta sulla lucerna in bronzo con la raffigurazione degli apostoli Pietro e Paolo su una navicella donatagli a momento del battesimo. Altri invece rimasero pervicacemente legati alla religione degli avi, in cui si riflettevano i valori della tradizione e della gloria di Roma: così Vettio Agorio Protestato, che nel 326 aveva partecipato ai riti (pagani) di fondazione della nuova capitale d’Oriente, Costantinopoli, e che ricoprì nel corso dei decenni centrali del IV secolo le più alte cariche politiche, assunse ruoli di primo piano in numerosi collegi religiosi pagani (lo testimonia l’epitaffio funebre a lui dedicato dalla moglie), rifiutando l’invito di convertirsi al cristianesimo a lui più volte rivolto dal capo della chiesa romana, Damaso; o Valerio Simmaco, ricchissimo e coltissimo aristocratico, che risultò, nel 384, sconfitto nella disputa contro Sant’Ambrogio per la collocazione nel Senato di Roma del simulacro della Vittoria, simbolo degli antichi fasti della città, fatto rimuovere dalla sua sede antichissima dai cristiani; o Rutilio Namaziano, prefetto della città, costretto nel 415 a fuggire da Roma per raggiungere i suoi possedimenti in Gallia minacciati dai Vandali: nelle tormentate vicende dei suoi anni (terremoti, inondazioni, il saccheggio di Roma da parte delle orde barbare di Alarico), egli vede nelle calamità che si abbattono sul suo mondo la punizione degli dei aviti per averli abbandonati e per aver abbracciato un 34 Vita di Club nuovo Dio, una nuova religione. Di sua mano ci è rimasto, purtroppo mutilo, il poema dedicato al viaggio che affrontò, via mare perché le antiche strade consolari erano insicure e in parte interrotte, verso la Gallia. Nel corso della sua navigazione, nel novembre del 415, fa scalo per due giorni anche nel promontorio di Populonia: prima a Falesia, identificata nell’odierna Piombino, dove assiste alle feste in onore di Osiride, antica divinità di origine egiziana, poi a Populonia stessa, dove viene raggiunto dalla notizia dell’elezione a prefetto della città di Roma del suo amico Albinio Rufo, aristocratico pagano di origine etrusca la cui dimora è stata identificata nei resti di una grandiosa villa ancora oggi visitabili nei pressi dell’odierna città di Cecina, a sud di Livorno. Certo di tale notizia si rallegra come segno di una sorta di rivalsa della tradizione contro i cristiani, la cui presenza nell’isole dell’arcipelago toscano aveva registrato con angosciosa rassegnazione: ma la vista dell’antica e nobile città etrusca ormai abbandonata e diruta lo getta nello sconforto più profondo: Prossima, Populonia schiude il suo lido sicuro portando il golfo naturale in mezzo ai campi. ……… Non si possono più riconoscere i monumenti dell’epoca trascorsa. Immensi spalti ha consunto il tempo vorace. Restano solo tracce tra crolli e rovine di muri, giacciono i tetti sepolti in vasti ruderi Non indigniamoci che i corpi mortali si disgreghino: Ecco che possono anche le città morire. (Rutilio Namaziano, Il ritorno, vv. 400-413) Per una strana ironia della sorte, proprio negli anni in cui Rutilio, di fronte al panorama desolante della rovina di un’antica città, meditava sul drammatico (e ormai irreversibile) naufragio del suo mondo e della sua cultura, nel mare a cui la stessa città aveva legato la propria fortuna naufragava la nave che trasportava (Dove? Per chi? Non lo sapremo mai) un’anfora argentea che nella decorazione cesellata sulle sue pareti celebra i fasti degli antichi dei e dei loro riti. L’anfora argentea di Porto Baratti I Scene da un mondo senza tempo Tarsia in opus sectile con scena di circo, 330 d.C., Roma, Museo Nazionale. Danzatori armati, particolari dell’anfora Baratti. Decorazioni con scene egiziane, Roma, Museo Nazionale. Sarcofago di Giunio Basso, 340 d.C., Grotte Vaticane. II - Cattura di un cinghiale, Mosaico della Piccola Caccia, 320 d.C., Piazza Armerina, Villa del Casale. - Cattura di un rinoceronte, ibidem. Ulisse e Polifemo, mosaico pavimentale del vestibolo, Piazza Armerina, Villa del Casale. III Scene da un mondo senza tempo - Particolare del Mosaico della Piccola Caccia, 320 d.C., Piazza Armerina, Villa del Casale. - Mosaico dello Zodiaco, III sec. d.C., Merida, Museo Archeologico. - Esempi di argenteria del IV sec. d.C. IV RIMINI MALATESTIANA di ANGELO CHIARETTI Un’opera malatestiana a Montegridolfo LA CASSA DI ISOTTA F in dal XIII secolo il castello di Montegridolfo venne governato dalla potente famiglia dei Gridolfi, nobili fiorentini guelfi rifugiatisi, assieme a molti altri, in queste terre ai tempi della guerra fra Firenze e Siena, fra guelfi e ghibellini, soprattutto dopo la battaglia di Montaperti (1260). Uno dei più celebri appartenenti a questa casata fu Filippo de’ Gridolfi, consigliere di Sigismondo Pandolfo de’ Malatesti e con forti entrature anche nella Curia diocesana riminese e nel Capitolo dei francescani del Tempio Malatestiano, che, come tutti sanno, diffidavano della piega con cui la fabbrica andava ultimandosi. In tale ottica appare molto probabile che Filippo sia stato incaricato di mediare le posizioni e smussare gli angoli. Inoltre, quando il patrimonio di Sigismondo venne disgregato, successivamente alla morte di Isotta, il nostro era ancora più che mai attivo presso la corte malatestiana. Dunque, visto e considerato che egli poteva contare tanta credibilità presso la corte riminese, che cosa vieta che, una volta morto Sigismondo egli sia riuscito in qualche maniera ad ottenere da Roberto de’ Malatesti, di cui continuò ad essere Cancelliere, il prezioso e compromettente mobile, che tanto gli ricordava i gloriosi e militanti anni riminesi, e poi l’abbia portato con sé una volta tornato a Montegridolfo? Al fine di andare per ordine e di creare un quadro articolato circa le caratteristiche generali della Cassa malatestiana di Montegridolfo, conosciuta anche come Cassetta dotale di Isotta, iniziamo leggendo le apposite schede realizzate da P.G. Pasini nel 1983, da G. Barucca nel 2001. Dunque scrive Pier Giorgio Pasini: “[…] La datazione di questo piccolo, ma raffinato mobile, che per la tecnica esecutiva è stato accostato a prodotti veneti (Gregori) sarà da collocare intorno alla metà del XV secolo”. Sentiamo ora Gabriele Isotta degli Atti. Barucca, che, oltre a tentare una decodificazione dei simboli particolari e dell’intera economia del pensiero organizzato attraverso di essi, ha proceduto ad un’analisi più dettagliata, soprattutto per quanto riguarda la tecnica con cui l’ignoto artigiano ha provveduto a costruire la cassa ed a realizzare le incisioni sul legno: “[…] Intagliatore di ambito veneto nord-orientale o friulano. Metà del XV secolo. […] La cassa, trovata dal Gerola nel 1918 presso il parroco di Montegridolfo nel Montefeltro [sic!], venne acquistata dalla Direzione delle Belle Arti per il Museo Nazionale di Ravenna. Nel 1924, grazie all’interessamento di Corrado Ricci, fu invece depositata nel Museo Comunale di Rimini […] dove tuttora si trova […]. Costruita in legno di cedro o di cipresso, la cassa è di forma parallelepipeda con coperchio piatto. L’esuberante apparato ornamentale, realizzato a intaglio piatto su fondo ribassato e bulinato, è limitato al fronte, dove una cornice a racemi ricorrenti delimita lungo il lato inferiore e quelli laterali la superficie decorata, suddivisa in tre riquadri listati da una bordura […]. Nello scomparto centrale, di dimensioni minori, figura in basso uno scudo appuntato con Vita di Club 35 hanno una mera funzione decorativa ma si l’arme di Sigismondo Malatesta (inquartato: configurano, nel complesso, come celebrative nel 1° e 4° la sigla di Sigismondo con la delle virtù di Sigismondo, il cui stemma bordatura cuneata; nel 2° e 3° a tre bande personale e la prediletta impresa della rosa scaccate di tre file). Cima lo scudo un ramo quadripetala campeggiano, s’è detto, al con tre fiori: le rose quadripetali, una delle centro del fronte. Nel riquadro a sinistra i due “imprese” care a Sigismondo, già usata da suo padre Pandolfo III […]. Girali fitoformi cerbiatti che corrono contrapposti guardandosi e i due uccelli lacustri affrontati simmetrici completano la decorazione ai lati ad ali spiegate alludono inequivocabilmente dello scudo e dell’alloggiamento della ad un tempo di pace, che la presenza al serratura. In ognuno dei due riquadri laterali centro delle rose malatestiane lega un ricco intreccio di racemi circoscrive un simbolicamente all’azione di governo del medaglione centrale – occupato a sinistra da principe, ispirata a filosofica saggezza. A tre rose quadripetali, a destra da un’aquila destra invece gli episodi del cerbiatto con la preda fra gli artigli - da cui sortiscono inseguito dal cane e della colomba insidiata girali formanti quattro cerchi abitati da da un rapace fanno corona alla scena figure animali: tre cerbiatti, un cane, due centrale dove l’aquila ghermisce con gli volatili lacustri, un’aquila e una colomba, artigli un cane: figurazioni che che appaiono affrontati o addossati o intenti a inseguirsi […]. Si tratta di un’opera di simboleggiano le gesta vittoriose e potenti di un signore della guerra, in cui Sigismondo si eccezionale rilevanza sia per la qualità, sia, identificava”. A grandi linee concordo con soprattutto, per essere uno dei rarissimi questa decodificazione di Barucca, tuttavia mi esemplari superstiti degli arredi delle sembrano doverose alcune precisazioni: residenze di Sigismondo Malatesta (1417innanzitutto, i riquadri andrebbero chiamati 1468), principe che, nella sfrenata volontà di “di destra” e “di sinistra” non tanto tenendo autocelebrazione e di ricerca per sé di fama conto del punto di vista dell’osservatore, ma imperitura, fa apporre anche su questo piuttosto di quello della cassa (parlante). mobile domestico, come dappertutto sulle sue Perciò nel riquadro di cose, lo stemma destra gli animali che personale e gli emblemi corrono contrapposti, araldici della quasi ignorandosi, non tradizione familiare sono due cerbiatti, quali segni visibili del bensì un cerbiatto ed suo potere. La tecnica un cane-mastino, di esecuzione sia mentre quelli che sono strutturale che genericamente definiti decorativa della cassa uccelli acquatici hanno malatestiana rimanda tutta l’aria di essere alla caratteristica pellicani. Dunque il produzione di impronta riquadro starebbe a tedesca diffusa Cassa Malatestiana, Musei Civici di Rimini. significare che i Malatesti (le rose nell’ambito friulano e dell’entroterra veneto quadripetale nel rosone) sono in grado di nord-orientale […]. È comunque probabile assicurare, con la benedizione celeste e che il manufatto in questione sia stato potendo contare sul sostegno della chiesa (i realizzato in Romagna o nelle Marche da un due pellicani, da sempre simboli del Cristo), intagliatore originario del Friuli o la convivenza civile anche fra parti dell’entroterra orientale veneto, chiamato da contrastanti ideologicamente (il cerbiatto Sigismondo al suo servizio. Nella decorazione innocente e il cane-mastino aggressivo). della cassa con uccelli e quadrupedi, inseriti Quanto al riquadro di sinistra, nel rosone la nei consueti girali fitomorfi, è stata già vittima degli artigli del falcone (non mi notata una generica derivazione da tessuti sembra un’aquila, come si vorrebbe, non coevi. In realtà, se questi motivi appaiono foss’altro per l’ideologia, il carattere e la citazioni da stoffe lucchesi e veneziane […]. fisionomia che Sigismondo ha presentato di Le varie figure intagliate sulla cassa non 36 Vita di Club sé) non è un cane bensì il solito cerbiatto (si notino le zampe e la coda), mentre il rapace raffigurato in basso sembra piuttosto un animale mitologico, tratto dai Bestiari così di moda nel XV secolo. Pertanto il riquadro potrebbe significare che quando la forza dell’aggressione domina sulla ragione inerme, gli istinti naturali tornano a scatenarsi ed allora il cane-mastino insegue il cerbiatto e il rapace artiglia l’ingenua colomba. In definitiva si tratta di una concezione del mondo, per così dire, manichea: l’uomo si trova stretto, nel suo libero arbitrio, fra la possibilità di vivere felicemente e scegliere il bene (per l’uomo medioevale e rinascimentale rappresentato da tutto ciò che sta a destra), oppure di approdare al male (per l’uomo medioevale e rinascimentale rappresentato da tutto ciò che sta a sinistra), dove trionfa il motto Homo homini lupus! Non si dimentichi che, come tutti gli uomini del suo tempo, Sigismondo credeva nella licantropia, secondo cui ognuno di noi, per congiunzione stellare, può trasformarsi in lupo e riprendere successivamente il proprio aspetto umano. Dunque la cassa di Montegridolfo diffonde questo messaggio: nella storia malatestiana e nella intenzione di Sigismondo (stemma fra i due riquadri, con le rose, le bande oblique a scacchiera e le sigle SI) c’è un tempo per la pace (il tempus loquendi del Tempio!), quando a trionfare sono le rose quadripetale e cristiane, durante il quale il pellicano (la Chiesa), il cane-mastino (i Malatesti) e il cerbiatto (le persone di buona volontà) convivono felici (ogni animale è orientato in direzione opposta a quello che ha di fianco, ma non il pellicano, evidentemente) come se si trovassero in Paradiso Terrestre (riquadro di destra della cassa). C’è, poi, un tempo per la guerra (il Tempus tacendi del Tempio!) quando il falcone-astore malatestiano attacca in ogni direzione, anche i pacifici, ed il cane-mastino punta il cerbiatto ed il rapace la colomba. Come non identificare in questo concetto la figura di Sigismondo, che a detta di tutti i suoi biografi fu sempre segnato da una doppia anima, una doppia intenzione, un doppio ruolo? Non sappiamo, forse, che la sua nascita avvenne sotto il segno dei Gemelli? Un proverbio popolare dice che O si è angeli o diavoli, ma a noi piace aggiungere che ogni eccezione conferma la regola: Sigismondo Pandolfo de’ Malatesti era, è e sarà considerato angelo e diavolo nello stesso tempo! E veniamo ora al possibile autore della cassa. Alla luce di tutto ciò sono approdato alla convinzione (che mi sembra facile e incontestabile come il celebre uovo di Cristoforo Colombo), secondo cui egli debba essere ricercato in uno dei due più grandi scultori ed incisori che lavorarono al Tempio per Sigismondo Pandolfo: Matteo de’ Pasti e Agostino di Duccio! I conti tornano quasi automaticamente. Infatti, come abbiamo visto, Barucca dice che è probabile che il manufatto in questione sia stato realizzato in Romagna o nelle Marche da un intagliatore originario del Friuli o dell’entroterra orientale veneto, chiamato da Sigismondo al suo servizio. E Pasini aggiunge: La datazione di questo piccolo, ma raffinato mobile, che per la tecnica esecutiva è stato accostato a prodotti veneti (Gregori) sarà da collocare intorno alla metà del XV secolo. A questo punto non dovrebbero esserci più dubbi: a) Per considerare Matteo de’ Pasti autore Elaborazione grafica di Claudia Sfera. della cassa, ci basti sottolineare che egli era di origini venete, in quanto nativo della città di Verona ed aveva alle proprie dipendenze numerose maestranze friulane! Ed a questa considerazione aggiungere che molte sculture del Tempio e la stessa Tomba di Isotta riportano testimonianze della stessa mano della cassa di Montegridolfo. Vita di Club 37 b) Identificando in Agostino di Duccio l’autore della cassa, dovremo considerare che egli fu sì fiorentino, ma ebbe alle proprie dipendenze altrettanto numerose maestranze venete e friulane, di cui conosciamo con certezza nomi e cognomi: Giovanni di Francesco e Pellegrino veneziani e Agostino da Carona bergamasco! c) infine, che si tratti di Matteo, di Agostino o di qualcuno dei loro aiutanti di bottega, potremmo trovarne la prova nei lacerti degli affreschi due-trecenteschi della vecchia chiesa di S. Francesco (sono ancora al loro posto: vedere per credere!): l’autore si è ispirato ad essi per i racemi, i girali fitoformi e gli altri elementi vegetali che compaiono sulla cassa. Ma la cassa di Montegridolfo ci riserva ulteriori sorprese: a giudizio di P.G. Pasini e secondo quanto riportato nelle Schede delle Notizie storico-critiche dell’Istituto per i Beni artistici, culturali e naturali della Regione Emilia-Romagna, in Valconca e più precisamente a Saludecio esiste un’opera realizzata in legno intagliato che, oltre ad appartenere allo stesso XV secolo (si direbbero coeve), presenta straordinarie somiglianze con quella di Montegridolfo. Si tratta dei due pannelli in legno che fino alla fine del XVIII secolo rivestivano l’urna del beato Amato Ronconi: [...] La cassa mostra numerose analogie strutturali e decorative con opere tedesche, diffuse nell’Italia nord orientale. Potrebbe essere stata eseguita in area malatestiana da un artista originario del nord Italia. Al medesimo artefice vengano inoltre riferiti i resti della cassa già contenente il corpo del beato Amato Ronconi di Saludecio, che con la medesima tecnica narra diversi miracoli compiuti dal personaggio. Quale sorpresa! Già nel 1996 Piergiorgio Pasini aveva notato qualche collegamento fra i due manufatti, mentre oggi noi ci sentiamo in grado di spingerci oltre e costruire un teorema sufficientemente articolato: come prima cosa partiamo dal manoscritto n. 670 (XVIII secolo) della Biblioteca Gambalunghiana di Rimini, in cui a pagina 69 si afferma che l’opera saludecese è opera del grande pittore fiorentino Domenico Bagordi detto il Ghirlandaio (1449-1494): […] I dodici miracoli segnati 38 Vita di Club con penna, ed incisi che sono nel Coperchio della Cassa interiore del Beato Amato sono antichi prima del 1400 per opera del Ghirlandaio di Firenze […]. E non possiamo dimenticare, in tale contesto, che l'elezione del beato Amato Ronconi a Protector et Patronus di Saludecio viene riportata all'8 maggio 1444, proprio nell'anno in cui Sigismondo Pandolfo diede avvio al periodo più fulgido della propria signoria ed all'amore per Isotta. Nella vita di ognuno di noi, ma soprattutto in quella di quanti aspirano a lasciare una traccia profonda del proprio passaggio terreno, giungono puntuali l'intenzione e la necessità di ricordare i momenti più significativi dell'esistenza. E nel fare ciò ci si impegna, senza troppo badare alle spese. Perché, dunque, in quell’anno così significativo, Sigismondo non potrebbe aver fatto realizzare dalla stessa mano di artista la cassa di Montegridolfo e l'urna di Saludecio? Con l'una rendeva omaggio alla propria fede di buon cristiano e allo splendore della santità di Amato Ronconi,che concedeva grazie e compiva miracoli, mentre con l'altra affermava la potenza della propria casata ed il successo personale raggiunto! Tuttavia l’attribuzione della cassa saludecese al Ghirlandaio non deve sorprenderci più di tanto, poiché egli era di casa presso la corte riminese, tanto che in una delle più prestigiose tavole da lui dipinte nel suo ultimo anno di vita (1494), la cosiddetta Pala di San Vincenzo Ferreri, rappresenta proprio la famiglia di Pandolfo IV de’ Malatesti, con la sposa Violante Bentivoglio, la madre di lui Elisabetta Aldobrandini ed il fratello Carlo. Tuttavia la suddetta attribuzione non viene confortata dal ferreo gioco degli anni anagrafici, dato che prima del 1400 il Ghirlandaio non era ancora nato, poiché vide la luce a Firenze nel 1449 e vi morì nel 1494 ! A questo punto, che si tratti di Matteo de’ Pasti o di Agostino di Duccio, una cosa è certa: attraverso la cassa di Montegridolfo essi si arricchiscono di un’ulteriore paternità e contemporaneamente forniscono al mondo, malatestiano e non, risposte a domande che da oltre cinque secoli le attendevano! MEETING n. 5 di ANNA BIONDI Carlo Magno in Val di Chienti L’AQUISGRANA PICENA L’ incontro del 28 febbraio ha riportato alla nostra attenzione un argomento che ci aveva appassionati quando alcuni anni fa conoscemmo il prof. Giovanni Carnevale, l’insigne studioso che dello studio sui Carolingi ha fatto una vocazione, tanto che non solo gli dedicammo un primo articolo (n.1/2001-2002, Viaggiando nella Storia), ma anche un secondo (n.1/2002-2003, Viaggiando viaggiando) dopo essere andati sul posto a verificare di persona la genialità di un uomo e la validità della sua intuizione. Problemi di salute hanno impedito al prof. Carnevale di essere presente al meeting, ma il dott. Giovanni Scoccianti, suo valido collaboratore, ha perfettamente illustrato l’enigmatico interrogativo storico, affascinante come un romanzo gotico e intrigante come un giallo poliziesco. Riprendendo il metodo del relatore e riferendo accuratamente le sue informazioni, schematizziamo seguendo una virtuale cartina dell’Europa medievale. Secondo la tesi del prof. Carnevale l'attuale storiografia medievale si fonda ancora su tre argomenti erronei e cioè che nel Medioevo esistessero: 1. una sola Aquisgrana (cioè Aachen); 2. una sola Roma (cioè quella dei papi); 3. una sola Francia (cioè l'attuale). In realtà nel Medioevo esistettero: 1. due successive "Aquisgrana". Una prima in Italia, nel Piceno in Val di Chienti, ad Aquas grani appunto; una seconda su suolo germanico, ad Aachen. La prima fu fondata da Carlo Magno, la seconda fu fondata dal Barbarossa nel XII secolo dopo che ebbe compiuto la Traslatio Imperii dall'Italia in Germania. 2. continuò ad esistere la Roma classica, sede esclusiva del Papato, ma dopo l'800 Carlo Magno fondò in Val di Chienti, a circa 10 km dalla Aquisgrana picena, una Nuova Roma, quale sede del rinato Impero La Cappella palatina, oggi S. Claudio, adagiata nella Val di Chienti. Sullo sfondo l'antico centro di "Mons Ulmi", oggi Corridonia. Romano d'Occidente, da contrapporre a Bisanzio, nuova Roma d'Oriente. La storiografia non si è mai occupata dell'esistenza di questa "nuova Roma", perché l' ha sempre confusa con la Roma dei papi. Roma in Val di Chienti fu distrutta nel corso della lotta per le investiture da Roberto il Guiscardo, il 29 maggio 1084. 3. Quando infine Parigi sostituì la Aquisgrana picena come sede dello Stato dei Franchi verso il mille, anche la "Gallia" perse il suo antico nome romano e divenne "Francia". Dalle fonti risulta evidente che alle origini l'Aquisgrana carolingia sorgeva in "Francia" (Piceno), mentre la "Gallia" manteneva ancora immutato l'antico nome romano di Gallia. Ne deriva che non solo Aquisgrana ma Vita di Club 39 anche la "Francia" era nel Piceno in Val di Chienti. In seguito quando fu la "Gallia" ad essere designata come Francia, per la "Francia" delle origini si preferì utilizzare l'espressione Bassa Lorena. È storicamente noto che Carlo Magno avviò da Aquisgrana il processo di unificazione politico-culturale dell'Europa, ricollegandosi al prestigio dell'antica Roma imperiale e utilizzando l'enorme potenziale della Chiesa di Roma. Allentatisi i legami con Bisanzio, "Nuova Roma " d'Oriente, nel Piceno in Val di Chienti si andò dunque affermando la "Nuova Roma" d'Occidente, sede politica e base militare dei Carolingi. L'antica Roma, sede del papato e centro religioso della cristianità, continuò a dipendere esclusivamente dai papi, cui competeva, in modo egualmente esclusivo, consacrare i nuovi imperatori. Alla gestione del territorio dell'Impero, che si estendeva dai Pirenei ai fiumi dell'Europa centrale fino all'Italia centrale, etnicamente e politicamente frammentato ma culturalmente unitario, provvidero l'apparato dell'Impero e la gerarchia della Chiesa, due entità conflittuali ma complementari, che si riconoscevano vicendevolmente ma non riuscirono mai a delimitare giuridicamente i rispettivi campi di 40 Vita di Club azione. L'uno si riteneva depositario del pragmatismo della ragione politica, l'altra faceva leva sulle irrinunciabili esigenze dello spirito. I due atteggiamenti mentali si sedimentarono, col trascorrere dei secoli, nell'inconscio collettivo dei popoli d'Occidente e ne hanno canalizzato, col dinamismo dialettico che li accomuna e li tiene distinti, la specifica evoluzione culturale. L'idea di Europa germinò quindi e andò prendendo forma nell'Alto Medioevo dal dialettico rapporto che si stabilì fra Aquisgrana e la Roma dei papi. A questo punto va solo recuperata la dislocazione geografica di Aquisgrana nel Piceno, in Val di Chienti, assurta al rango di centro dell'Impero. E qui per esaltare il prestigio della neonata dinastia furono accolte alla corte di Aquisgrana le migliori intelligenze d'Europa e furono fatte affluire nella Francia del Piceno e nel Palatium carolingio di Aquisgrana maestranze specializzate di orientali. Si ebbe cosi in Val di Chienti una straordinaria fioritura delle arti e delle lettere, che la storia ha consacrato col nome di "Rinascenza carolingia". In una lettera a Carlo Magno, Alcuino ne parla come se "in Francia fosse risorta una nuova Atene, perfino superiore all'antica". La mitica Aquisgrana, quindi, città capitale del Sacro Romano Impero, che nessuno storico ha mai localizzato; città nella cui sede si incoronavano i re dei Romani; città dei Carolingi prima e degli Ottoni poi, non è quella di Aachen come si è creduto sino ad ora, al contrario, non poteva trovarsi al di sopra delle Alpi, ma collocata in ambiente mediterraneo nella picena Val di Chienti presso l’odierna città di Macerata. INTERMEETING di ELIO BIANCHI Conferimento della Melvin Jones Fellowship UN AMICO DI MELVIN JONES N el 25° anno dalla sua Fondazione il nostro Club ha ritenuto di dover compiere un gesto significativo qual è il conferimento della MELVIN JONES FELLOWSHIP che viene attribuito dall’International Association of Lions Clubs, di norma su proposta di un Lions Club, a soci Lions o ad altre persone viventi o in memoria di persone defunte, che si siano distinte in importanti attività di servizio a favore dell’Associazione o in azioni di alto significato umanitario. Il Consiglio Direttivo non ha avuto dubbi che dovesse essere conferita ad una persona che è universalmente nota per la sua naturale propensione alla Solidarietà, che ha condizionato il corso della sua vita, come gli aveva preconizzato suo padre in un lontano giorno, nella sua città natale, già allora, come ora, alla ribalta mondiale nel campo motociclistico ed automobilistico. Questo l’antefatto: una cinquantina di anni fa, durante una gara internazionale di motociclismo, ad una delle curve del circuito di Imola, un campione ai vertici delle classifiche, l’inglese Joffrey Duke, a seguito di una piegata un po’ azzardata, rovina al suolo restando pericolosamente esposto al rischio di investimento da parte degli altri concorrenti. Ma da dietro le classiche balle di paglia salta fuori un ragazzino che si precipita in pista e aiuta il campione a mettersi al riparo esponendosi allo stesso rischio. Va fiero del suo gesto eclissandosi in fretta nella speranza di farla franca, di non incorrere nelle ire paterne, rassicurato da una rabberciata mimetizzazione. Ma a papà, il signor Checco, che è un big in questo ambiente, l’episodio non sfugge, o quanto meno qualcuno lo informa e allora sono momenti difficili per l’incosciente buon samaritano. Ma alla fine della reprimenda, ricevendo giustificazioni dal suo rampollo che esaltano la sua indole generosa, ecco la sua profezia: “ e allora nella tua vita farai questo di professione!” . E così è stato ed è così tuttora per il dott. Claudio Marcello Costa, Direttore, dopo esserne stato l’ideatore e dinamico propugnatore, della Clinica Mobile utilizzata per l’assistenza ai piloti nei Circuiti Internazionali di Motociclismo. L’episodio è stato raccontato dallo stesso dott. Costa, (su mia sollecitazione avendolo ascoltato in una intervista televisiva nell’estate scorsa), durante l’intermeeting che ci ha visti riuniti presso il Grand Hotel di Rimini il 14 Marzo 2006 con i Lions Clubs Rimini Riccione Host e Undistricted San Marino che si sono affiancati al nostro Club per festeggiare l’illustre ospite nel momento in cui riceveva il massimo riconoscimento che viene conferito dalla nostra Associazione. Da conduttore della Cerimonia ho avuto l’onore di leggerne pubblicamente la motivazione: Vita di Club 41 “Oggi, il nostro Club, intende rendere onore ad una persona che ha posto la sua elevata professionalità al servizio di una umanità sofferente, andando oltre la soglia della eccellenza vissuta come propria esaltazione, pur rispettabile, per dedicarsi alla realizzazione di una missione: amore per l’uomo visto non come anonimo paziente ma come persona, senza distinzioni di censo né d’altra natura, da prendere per mano per sollevarla dalle sue sofferenze e dalle sue menomazioni. Tutto ciò per noi Lions è la perfetta attuazione del nostro codice etico”. Al tavolo d’onore, assieme al dott. Costa, sedevano Emilio Baldini, quale Presidente del Club proponente, Ezio Angelini, Vice Governatore Distrettuale, il Presidente dell’Undistricted RSM Fabrizio Castiglioni, il Vice Presidente del Rimini Riccione Host, Vilfredo Marini, il Presidente della Federazione Motociclistica Sammarinese, Amedeo Michelotti, l’Amministratore Delegato e Direttore del Circuito Internazionale Santa Monica di Misano, Maurizio Damerini, nonché gli Officer Distrettuali Francesco Bertazzoni e Guido Zangheri. Per primo ha preso la parola, Amedeo Michelotti che ha esposto i problemi che le Federazioni motociclistiche nazionali, in particolare le più piccole, debbono affrontare per far sì che i talenti possano emergere, poi ripagate da esaltanti soddisfazioni che si ricavano quando ci riescono, come nel caso della Federazione sammarinese che quest’anno ha in Alex De Angelis una punta di diamante e Manuel Poggiali pure a farsi onore nel Campionato mondiale delle 250. Ha chiuso dando 42 Vita di Club pubblico merito all’irrinunciabile lavoro di alto significato professionale e morale che il Dott. Costa e la sua equipe stanno svolgendo, confermando le buone prospettive di un secondo GP in Italia, da affiancare a quello che si svolge al Mugello. La parola è poi passata all’Ospite d’Onore, che ad inizio di serata aveva ricevuto dalle mani di Emilio Baldini ed Ezio Angelini la targa e il distintivo pervenuti dalla nostra Sede centrale di Oak Brook che conferiscono ufficialmente al dott. Costa il titolo di Amico di Melvin Jones. Non è la prima volta che il nome del dott. Costa compare su questa Rivista che recentemente ha dato l’opportunità di avere una conoscenza più in profondità di questo grande professionista a chi ha letto, sull’ultimo numero, l’interessante articolo di Paolo Marani che vi ha tracciato, da persona che ha vissuto a suo stretto contatto da amico e compagno di liceo e che ha continuato a frequentarlo, il percorso professionale e ha riferito sulla cerimonia del conferimento da parte dell’Università di Genova, il 12 novembre 2005, della Laurea honoris causa in scienze motorie, un mese dopo che il Consiglio Direttivo del Club aveva deciso di proporre la Melvin Jones Fellowship. Non ripeto, quindi, quello che è stato già detto in quella occasione sul dott. Costa e che gli amici possono andare a rivedere; riferisco, invece, di seguito ed integralmente, il suo discorso per far comprendere, soprattutto a chi non era presente, con il suo gradimento del riconoscimento ricevuto, le sue idee, mi vien da dire la sua filosofia, ebbene sì: il Costa-pensiero. «Prima di ringraziare per questa serata, vi devo confessare che sono molto emozionato e anche in una condizione, in uno stato di felicità; emozione e felicità: credo che per spiegare emozione e felicità ci voglia un bel poeta e penso di fare fatica a fare questo, ma credo anche che questo ve lo debba. Emozione: quando da bambini incontriamo le cose del mondo ci emozioniamo facendo risuonare il nostro cervello che, pur essendo molto, molto giovane, credo che ne abbia nascosto, dentro, un altro, che forse nessuno conosce: ribelle ed anarchico, da oltre 300 milioni di anni; ed è da 300 milioni di anni che l’uomo si emoziona e quindi l’emozione è nata con l’uomo. Emozione: perché qui incontro un mondo, anzi una parte del mondo; e che parte del mondo! Una parte diciamo aristocratica del mondo e quindi l’emozione è più profonda, più completa. Poi se in questa emozione interviene uno dei sentimenti più belli che accompagnano la nostra vita che è la nostalgia, l’emozione diviene più intensa. Io questa sera ho sentito la nostalgia, perché ho incontrato il dott. Giorgio Liberati e il dott. Ettore Ranocchi con cui, quando pensavo che la vita fosse innocente, lavoravo al Rizzoli e pensavo che le mete dell’uomo fossero ben altre che quelle che poi mi sono capitate. Emozione che diventa sicuramente, diciamo così, molto sincera perché in questo mondo, qui, stasera, c’è anche la mia famiglia: mia moglie, mia madre mio fratello, che amo tantissimo. E se poi aggiungiamo che trovo qui quello che è la mia infanzia, gli amici più cari che ho avuto in quella infanzia, in cui ero addirittura ancora più innocente di quand’ero al Rizzoli, dove ci sono la Franca e il mio compagno di banco Paolo Marani, e che siamo stati sui banchi del Liceo insieme e là abbiamo sognato tante cose, e forse non questo ma qualcosa simile a questo: che un giorno ci saremmo ritrovati per godere un attimo di felicità e forse l’emozione diventa anche più vera perché Franca e Paolo hanno portato i figli: il figlio e le figlie, tra queste, Elena, con cui ho avuto esperienza di dolore e anche di felicità. Felicità che è uno stato, è una condizione della nostra vita: credo infatti che noi viviamo per la felicità, e quindi: spiegare la felicità questa sera, perché ho avuto questo premio, mi sembra molto facile, ma voi meritate che io mi impegni un poco di più anche per introdurre la mia serata. Io credo che la felicità sia dovuta alla condizione che l’uomo ricerca da quando ha lasciato il Paradiso: quando ha lasciato il Paradiso l’uomo ha pensato di andare incontro alla coscienza, di andare incontro alla consapevolezza, andare incontro ad una cosa fondamentale: il suo riconoscimento. Voi stasera mi avete dato un riconoscimento ed io mi sono riconosciuto in questo Premio, per cui vado nell’esperienza della felicità che è uno stato di vita che noi vorremmo avere anche se colui che mantiene in vita la felicità, che è il dolore, molte volte si insinua nella vita di tutti noi e anche tutti i giorni. Il riconoscimento è quindi quel qualcosa che l’uomo fa in maniera, diciamo così, quasi eroica: cerca di mettersi in gioco per essere riconosciuto. E poi voi potete capire: perché se voi siete qui, Lions di Rimini, di Riccione e di San Marino, vuol dire che nella vostra vita vi siete messi in gioco, avete osato qualcosa, avete rischiato qualcosa. Quindi, l’uomo che ha dignità e orgoglio cerca il suo riconoscimento; gli uomini che non ricercano il loro riconoscimento sono quelli che scambiano la felicità con la sicurezza, come dice Sigmund Freud. Io credo che nella vita bisogna avere il coraggio di mettersi in gioco, avere il coraggio di affrontare il rischio sulla tavola della vita e usare il coraggio come bastone della vita; i miei piloti fanno questo perché non è sufficiente il loro nome perché possiamo riconoscerli. Loro si mettono a giocare: quando abbassano la visiera ad un partenza di una corsa si mettono a giocare a scacchi con il rischio, con il pericolo e con la morte; quindi si mettono in gioco, e quindi aprono quello che è la loro vita da eroi; l’eroe crea il suo mito, la sua leggenda e a volte cerca anche la sua riflessione artistica. Io credo che questi eroi abbiano bisogno di una casa, di qualcuno che li aiuti o che qualcuno gli crei quell’altare dove loro celebrano quello che è il loro eroismo; l’eroismo dei miei piloti è legato a questa condizione umana, splendida e sublime. Loro, mentre rincorrono i loro sogni, nello stesso momento rincorrono anche il loro dramma e la loro tragedia, e questo è la polpa, il frutto della vita E quindi noi abbiamo costruito la loro casa, la Clinica Mobile, che è l’altare dove il pilota celebra questo rito, che è il rito dell’eroe che vuole risorgere dalle fratture, dalle ferite e dalle malattie proprio per tornare presto a fare questa cosa meravigliosa che noi abbiamo preso quando abbiamo lasciato il Paradiso: il nostro riconoscimento da eroi. E anche se loro sanno Vita di Club 43 che possono andare incontro alla tragedia e alla morte, continuano a rincorrere il loro sogno. Ecco che io allora stasera li presento come mia serata; le mie parole sono difficili, e poiché diventano difficili a spiegare questo mondo, ho pensato di farlo vedere con le immagini, perché nel cervello, quel cervello di 300 milioni di anni pieno di emozioni, queste immagini potrebbero suscitare anche in voi, stasera, delle emozioni che coltivo nella mia mente». E da questo momento si accende lo schermo ed inizia una sarabanda di immagini dal vero, spericolate, pazze, gioiose, dolorose in un mix di poesia, di esaltazione, di rimpianto, che ci immerge in quella realtà sovrumana talmente da farci prendere da un forte sentimento di compartecipazione e di commozione. La voce registrata del dott. Costa è il valore aggiunto che dà significato a quelle immagini: «La velocità è il messaggero fra la mente degli dei e il cuore degli uomini. Anche nel sogno la mente si slancia a velocità vertiginosa per esplorare tutti i tempi: in un istante la velocità consente di raggiungere gli oggetti del desiderio. E ora una poesia: Adesso bisogna alzare le vele / e prendere i venti del destino, / dovunque spingano la barca. / Dare un senso alla vita può condurre a follia / ma una vita senza senso è la tortura / dell’inquietudine e del vano desiderio. / È una barca che anela al mare eppure lo teme. Giocare a scacchi con il rischio, il pericolo e la morte crea quella condizione perturbante che rivela al pilota quella struttura meravigliosa che è nascosta nel cuore di tutti gli esseri umani e che solo gli eroi conoscono come anima. Forse gli dei abitano in terra, forse gli dei nascono e corrono sull’asfalto dei circuiti. La moto non è freddo metallo, elettronica od ostentata tecnologia ma il simbolo sublime che permette al pilota di inseguire il suo sogno. Il pilota ama la moto come se stesso e talvolta la sfiora, la accarezza fino a baciarla. La nuova consapevolezza crea l’emozione più bella: la gioia che si espande dentro e dappertutto nasce la felicità che, guarda caso, ha la stessa etimologia della parola fortuna. Il pilota tenta di andare oltre il limite, di trascendere per 44 Vita di Club raggiungere degli spazi senza incognite, restando attaccato disperatamente al suo simbolo, cioè alla moto. Lacerare la coscienza, scatenare tutti gli dei che abitano dentro l’essere umano, conquistare una nuova coscienza eccentrica che soccorre quella appena abbandonata, creano l’ebbrezza dell’esistenza: la corsa diventa una danza fra il mondo e Dio. In questa danza si incontrano e si scoprono le emozioni esaltanti ma allo stesso tempo inquietanti. L’inquietudine, l’insieme intrecciato di meraviglia e angoscia, crea la superstizione. I gesti che i piloti eseguono prima della corsa si svolgono con un rituale preciso, quasi sacro. In tale maniera si vuole dominare la realtà e sconfiggere l’assurdità dell’ignoto. I rituali sono la memoria delle azioni ben riuscite in passato, sono di buon auspicio prima di sfidare il destino. Al di là del limite si nasconde il segreto del successo, la delusione della sconfitta, o peggio della caduta: la caduta degli dei». Poi prosegue il commento mentre scorrono le immagini di spettacolari cadute dei motociclisti, delle loro testimonianze sull’attività della Clinica Mobile, per tutti irrinunciabile garanzia di pronto e qualificato intervento (simpatica la battuta di Capirossi: il dott. Costa è come una bella donna che tutti vogliono, con la differenza che lui non ti tradisce mai), dei più eclatanti recuperi fisici e morali e per ultimo della tragedia di Daijiro Kato, perito a Suzuka e al cui nome è stata intitolata la Via di accesso al Santamonica, come segno di speranza per la sua famiglia e per tutti noi che in un angolo del nostro spirito tratteniamo il valore etico di quanto abbiamo sentito e visto, per andarvi ad attingere forza e coraggio in qualche momento difficile della nostra vita. Nella sua conclusione di serata il Vice Governatore Ezio Angelini ha espresso il suo apprezzamento per questo incontro dei tre Clubs con l’illustre personaggio al quale ha offerto il guidoncino del Governatore Mataloni mentre doni significativi della nostra zona sono stati offerti dai Clubs al Dott. Costa. Anche la Clinica Mobile, a serata inoltrata lasciava il Parco Fellini per ritornare ad Imola, la sua tana naturale, mentre la sua sorella più giovane e bella si trovava in Spagna per assistere gli “eroi” nella loro prima sfida dell’anno. Visitando nel pomeriggio l’enorme automezzo attrezzato al quale l’amico Graziosi aveva fatto da “follow me” per condurlo sui percorsi obbligati, date le dimensioni, avevo notato una scritta a pennarello su un pannello posto al suo interno e che dice: «A tutti i piloti di moto, agli eroi del motomondiale, ai centauri che racchiudono nella vera vita l’immensa follia di Dionisio e la splendida luce della ragione di Apollo». Alla fine della serata non ho avuto dubbi sull’identità del suo autore mentre non ho acquisito certezze su quale dei due componenti del binomio ormai inscindibile, Costa-Piloti, sia quello che ha maggiore influenza sull’altro. Comunque, buona fortuna a tutti, saremo sempre con voi. Vita di Club 45 CURIOSITÀ di FRANCO PALMA Il cervello fino dei popolani ANEDDOTI DI ROMAGNA T utti i popoli del mondo diventano nazione quando i cittadini hanno leggi ed un linguaggio comune. La lingua di un popolo quasi sempre si divide in lingua ufficiale e dialetti, che sono una collaterale deformazione dell'idioma principale con creazione di frasi fatte, modi di dire e proverbi. L'arguzia, l'intelligenza, la prontezza dei popolani danno particolare calore ai dialetti ed è di questo aspetto, che è vivo tuttora, che voglio dare testimonianza, anche se ultimamente si sta attenuando. Anche anticamente presso greci e romani lo sfottò, i frizzi, i motteggi erano il sale dei discorsi nei mercati, nelle botteghe, nelle viuzze delle città. La satira che ne derivava ricopriva i muri di scritte durante le campagne elettorali (vedi Pompei) fino a diventare satira politica e letteraria. Già ai tempi di Roma repubblicana l'utilizzo della satira era largamente presente; il poeta Nevio è destinatario di una minaccia per i suoi scritti, che così recita: “Malum dabunt Metelli Nevio poetae”. L'Impero romano ed il Medio Evo sono ricchi di spunti salaci, quindi il popolo collateralmente alla lingua ufficiale ha continuato, con frizzi e motteggi, a colorire il vivere quotidiano. Da questa vivacità ricca di arguzia e di bonomia nascono ad esempio i personaggi di Goldoni, che esprimono, nelle situazioni liete e tristi, i comportamenti, la filosofia del costume e del linguaggio popolare. Mi limiterò ad esprimere quanto è di mia conoscenza per la nostra Romagna per un tempo relativamente recente. Lo sfottò veniva dai campi, dalle botteghe, dalle osterie e dai mercati; ma si consolidava, in campagna, nella veglia che si svolgeva nelle stalle. Mi spiego: la miseria, assai presente in campagna, spingeva i contadini e qualche residente ad andare a trascorrere le serate invernali al caldo del calore animale nella 46 Vita di Club stalla. Questa era la fucina degli scherzi, la divulgazione del pettegolezzo, il luogo dove ognuno poteva diventare bersaglio di feroci battute. L'importante di quanto voglio dire è che l'arguzia, l'intelligenza popolana si esprimevano con un dialogo fatto di prontezza e di immediatezza nelle risposte che oggi non siamo più abituati a sentire. Vi racconto un fatto di casa nostra, di Rimini porto, per intenderci, certamente inedito. Una mattina sul porto, dove scaricano il pesce per il mercato, un gruppetto di marinai sta parlottando del più e del meno; del gruppetto fanno parte due personaggi particolari, uno detto “Rigulet”, perché è gobbo (più del Rigoletto!), espertissimo pescatore che va in mare da solo con la sua lancia. Con lui sta parlando “Ciccolatino”, detto così perché di pelle scura, che ha un occhio solo. Il discorso si sposta sul prezzo del pesce. Rigulet dice: «Stamateina e pes e custeva un oc d’la testa!». Senza un attimo di esitazione Ciccolatino gli batte una mano sulla spalla e replica: «Alora as magnerem un gob!». Sempre frequentando il porto ho avuto modo di raccogliere un altro episodio piccante che vi espongo. Quando le barche da pesca andavano solo a vela, poteva capitare che in agosto o settembre, periodo della pesca delle triglie, per la caduta del vento, le barche non riuscissero a rientrare in porto e scaricare il pescato. Le triglie sono particolarmente deperibili, non scaricarle subito voleva dire buttare tutto in mare; allora si ovviava con l'intervento di marinai di Bellaria che per bisogno, a forza di remi, con delle barchette leggere e veloci, dette “sandali”, andavano in soccorso ai pescatori fermi al largo, per portare a riva le cassette del pesce. A terra le donne bellariesi, caricate tre o quattro cassette sul manubrio, correvano verso la pescheria di piazza Cavour. Capitò che la velocità e la fretta di una marinaia che pedalava, facessero volare le sottane indietro, scoprendo e mostrando le cosce, rese più sexy dal contrasto fra il nero delle calze fermate dall'elastico e la “carnina” bianca. Un vecchietto, che fumava la pipa seduto davanti a casa, è colpito da tanta vista, si toglie la pipa di bocca per guardare meglio. La donna a rischio di cadere e di rovesciare il carico, lascia il manubrio e con un movimento MONDO LIONS rapidissimo risistema le sottane. Il vecchietto che sperava di vedere più in su esclama: «Eh la madona, s’aviv paura ch’lav vola via?!». Risposta immediata: «E mi pataca, com la ha mess e pel, la po mett anca la penna!». Ne ho ancora di questi aneddoti, ma non voglio tediarvi, se vi sono piaciuti fatemelo sapere, ci sentiremo nei prossimi numeri! di PIETRO GIOVANNI BIONDI Vita di Club TRA IL SERIO E IL FACETO Il primo semestre dell’anno sociale 2005-2006 si è felicemente concluso con la Festa degli Auguri svoltasi all’Holiday Inn, ambiente diventato così familiare da sembrare una grande casa accogliente vestita a festa per l’occasione: l’argenteo albero di Natale luccicante di mille riflessi, i doni per tutti, musica e canti, un tripudio di brindisi, di saluti e di auguri. Ringraziamo il Presidente Emilio Baldini perché il suo Savor, una vera prelibatezza, ha accompagnato arrosti e bolliti fino alla Befana! L’anno nuovo è cominciato con un incontro fra soli Soci per una rivisitazione delle motivazioni che ci animano nella nostra appartenenza al Club. Il Presidente ha voluto dedicare la serata di martedì 10 Gennaio presso l’Hotel Holiday Inn a un momento di riflessione collettiva, ricordando che «il club non è un Circolo di svago, ma un nucleo vivo e vitale di una grande ed attiva Associazione Internazionale che ha Scopi ben precisi, un codice di Etica comportamentale raccomandata ai singoli Soci, e che sintetizza il suo agire nella formula “noi serviamo” e nella missione di: creare e promuovere fra tutti i popoli uno spirito di comprensione per i bisogni umanitari attraverso volontari servizi coinvolgenti le comunità e la cooperazione internazionale. Inoltre, poiché al termine di questo anno sociale il Club festeggerà il 25° anniversario di fondazione, si presenta quanto mai opportuna una riflessione su come rendere più incisiva l’azione del Club sulla realtà locale senza perdere di vista il Suo contributo alle iniziative di carattere internazionale». È dunque necessario che tutti i Soci portino idee, offrano collaborazione di servizio, promuovano iniziative atte ad animare la vita del Club, come un gruppo veramente coeso. Se c’è un…evento che raduna il maggior numero di partecipanti, questo è la cena della Caccia. Il 31 gennaio al Ristorante “Tiro a volo” si è consumato il nobile sacrificio di cacciagione di cui il prode Maurizio Graziosi, a dispetto dell’aviaria, ha riempito il suo enorme carniere. Tra soci e ospiti il rito si è compiuto in un’atmosfera da allegra brigata a cui nessuno si sottrae, neppure le Autorità cittadine, neppure quelle Lionistiche! Sabato 4 marzo Intermeeting delle Zone D ed E al Terrasamba per una Festa Brasiliana in piena regola; raggranellare fondi per i services, da gaudenti, è il massimo che si possa fare! Il ricavato sarà interamente devoluto in favore del service distrettuale “realizzazione del villaggio di Wolisso in Etiopia”. Il 18 marzo va in scena la solidarietà al Teatro Novelli: “UDÓR AD GÉRANIE” è il titolo della Commedia brillante in tre atti che l’autrice e regista GIOVANNA PULZONI GROSSI ha magnificamente interpretato con la Compagnia Teatro Dialettale “QUII DE PORT”. La ringraziamo ancora perché l’intero incasso servirà ad acquistare due cuccioli Vita di Club 47 per il Centro Cani Guida per Ciechi di Limbiate (MI), in memoria dei soci Giancarlo Cecchi e Vitale Vitale. Il 28 marzo si è tenuta l’Assemblea Elettiva. Dal segreto delle urne… è uscito il seguente responso: CONSIGLIO DIRETTIVO ANNO LIONISTICO 2006-2007 presidente Massimo Mancini past presidente Emilio Baldini vicepresidente Mauro Tercon 2° vicepresidente Paolo Giulio Gianessi segretario Mario Alvisi tesoriere Mario Gori cerimoniere Nevio Rossi comitato soci Mario Alvisi, Luigi D’Elia, David Giuliodori collegio dei revisori Sergio De Sio, Daniele Pozzi, Gabriele Zanini collegio dei probiviri Stefano Cavallari, Mario De Giampietro, Fernando Santucci consiglieri Elio Bianchi, Pietro Giovanni Biondi, Andrea Morri addetto stampa Giorgio Liberati responsabile informatico Erwin Feduzi RIMINI ARTE di MARIO ALVISI Il Trecento riminese tra pittura e scrittura NERI DA RIMINI Q uest’anno ricorre il decimo anniversario della bellissima mostra promossa dalla Fondazione della Cassa di Risparmio di Rimini sul più noto miniatore trecentesco dell’Italia settentrionale, vanto del nostro territorio. Mi sembra utile ricordare quell’evento attraverso la nostra rivista, perché veramente di grande rilevanza. Ricordo ancora le sensazioni provate nel vedere per la prima volta gli indimenticabili fogli degli antifonari, dei corali, dei commentari e gli splendidi capolettera dai colori vivaci e tenui insieme, dove sul fondo generalmente blu risaltano personaggi e ghirigori. Ritengo però più appropriato parlare di quell’incontro straordinario attraverso le parole degli autori che hanno spiegato la mostra sul catalogo 48 Vita di Club edito dalla casa editrice Electa, scusandomi anticipatamente con gli stessi per l’arbitraria scelta di passi che mi serviranno per esternare le mie sensazioni e i miei ricordi di quell’evento. “La mostra è stata di per sé un evento eccezionale, perché era forse la prima volta in Italia che veniva dedicata alla conoscenza e all’illuminazione dell’opera di un solo miniatore” - scrive Andrea Emiliani, autore dell’introduzione con la storia dell’officina scrittoria - “nelle cui intimità nasce segretamente il gioco tra pagina e miniatore, e la creazione artistica assume forma grazie al rapporto tra l’artista e l’utensile, e tra la mano e la materia di cui si serve. Il tutto favorito dall’utilità alla liturgia e alla spiritualità degli oratori e dei monasteri”. Quanti giganteschi e monumentali messali, issati su grandi leggii delle chiese e delle sacrestie ancora oggi vediamo nei nostri lionistici viaggi culturali? Ma forse ancora per poco, perché sempre più frequentemente verranno collocati “nelle sale freddine di un museo civico, un archivio capitolare o una biblioteca”. Emiliani compie, poi, una vastissima carrellata sulla storia della miniatura con una ricognizione dal mondo antico ad oggi, soffermandosi “sulla peculiarità di Rimini che si trovava in una particolare condizione geografica, perché punto obbligato di transito tra due culture: espressiva, immediata e violenta quella dell’Italia del Po, e più attenta agli stili grecobizantini e rispettosi di un antico potere di tradizioni quella della penisola bizantina.” Da questo snodo passò Giotto che permise alla Scuola Riminese del Trecento di “elevarsi in una superiore grazia esemplare”. Così l’Autore descrive che cosa produsse l’arrivo di Giotto. “…All’arrivo sulle colline riminesi, alla vista del mare, la severa e compatta forma giottesca – lei stessa, volume e imminente spaziosità della materia – poteva disciogliere per mano dei nuovi allievi il suo dettato in un patetismo settentrionale, e accentuare nel guscio cromatico una più docile e perfino seducente visione sentimentale”. “Anticipazione dell’esperienza di Neri da Rimini, quale segno della tempestiva presenza di Giotto, e poi lui stesso caposaldo della Scuola Riminese” e “inizio di una mutazione epocale della storia dell’arte”. Mutazione epocale nella quale s’inserisce Neri da Rimini che, nell’anno santo 1300, segna un momento chiave nella storia della miniatura italiana, firmando e datando “una superba pagina di antifonario”. Cosa certa, perché “per la prima volta un miniatore sentiva l’esigenza di dichiarare esplicitamente la propria identità sul foglio dipinto ed indicare con esattezza il momento dell’esecuzione” - come spiega Giordana Mariani Canova nel suo “Neri da Rimini miniatore”. Una curiosità: come firmava? Simonetta Nicolini, ne “Le firme di Neri”, segnala che una delle firme, oggi disperse, quella sul primo antifonario del 1300, era OPUS NERI MINIATORIS DE ARIMINO M°CCC°. La loro collocazione è generalmente su cartigli retti da figure umane entro le iniziali figurate o ai margini nelle carte di apertura dei volumi. Riprendendo Mariani Canova: “Egli è altresì il primo miniatore in Italia padana a esibire , a una data precoce come il 1300, un linguaggio ormai decisamente plasmato dalla lezione di Giotto”. Questo forse perché aveva una “sua familiarità con l’ambiente dei notai”, e ciò si desume perché, nell’ultima parte della sua vita si è dedicato “ad una professione più autorevole”. Ambiente, poi, che spiegherebbe “il carattere indubbiamente colto del suo linguaggio e la sua alta classe stilistica”. Ed è ancora ipotizzabile che apprenda da Giotto una cultura d’impresa evoluta in senso moderno, propria del grande maestro, in quanto, firmando, si assumeva il ruolo non più subordinato, ma principale nella realizzazione dei libri miniaturizzati. A lui si deve “il gusto della scrittura dipinta che si afferma nell’ambiente riminese, come ci dimostra Pietro da Rimini nel cappellone di San Nicola a Tolentino”, recentemente da noi visitato, guidati dalla superba mano della Franca Marani. Quel Pietro da Rimini che come segnala Pier Giorgio Pasini “subentrando a Neri sembra aver voluto dimostrare che per decorare libri non occorre essere specialisti… però così facendo, forse inconsapevolmente, uccideva una delle forme d’arte in cui più strettamente si uniscono bellezza e fantasia, rigore e libertà; una forma d’arte che a Rimini non ha più attecchito”. La pittura giottesca si evolve e si rinnova rapidamente, così anche Neri da Rimini dà una impostazione moderna ai libri di canto liturgico con un linguaggio che esprime “una nuova umanità, di ampio volume e di intenso sentire… ed acquisisce realismo e più consapevole misura interiore”. Da tutto ciò “nasce un effetto raffinatissimo il cui fascino, al di là della qualità straordinariamente alta dell’esecuzione, sta nel mirabile fondersi del nuovo realismo giottesco… con una nobiltà ellenizzante”. La continua mutazione pittorica del trecento coinvolge anche il nostro miniatore. “Da artista nient’affatto provinciale, ma anzi di squisita cultura e raffinata inventiva, da considerarsi d’avanguardia” si nota, dopo qualche anno, “un ritorno alla vecchia miniatura romagnola”. Per poi riaprirsi alla lezione giottesca con nuove e più mature soluzioni, pur distinguendosi, ancora una volta, “con un mobile linearismo che lo differenzia dal linguaggio dei pittori riminesi legati alla Vita di Club 49 ortodossa pienezza dei volumi di Giotto”. Nasce così “un nuovo mondo singolare di figure ampie un po’ remote, di assorta nobiltà ed una partecipazione più affabile e commossa all’evento sacro che la coinvolge”. “È questo un momento bellissimo di Neri nel quale egli persegue con amore una autentica austerità religiosa, aprendosi tuttavia timidamente a toccare corde di sottile intimismo”. Siamo nel 1314. Però “il modo di procedere del miniatore nel suo percorso stilistico avviene senza scatti, sul filo di una costante tensione a rendere sempre più affinato e leggero il linguaggio, così da meglio esprimere l’emotività interiore dei personaggi e la loro appassionata partecipazione alla sacralità dell’evento”. “conferendo precisa individualità agli attori della sacra rappresentazione…preferendo immergerli tutti in una medesima atmosfera di trepida ed estatica commozione nella quale evidentemente egli ravvisa la dimensione perfetta dell’approccio alla rivelazione divina”. Unico legame con il passato resta il suo “persistere a collocare i suoi personaggi sullo sfondo blu unito o dorato delle iniziali”, ma “questo tratto arcaicizzante sortisce l’effetto di dare maggiore risalto alle figure”. Qualche esempio di queste figurazioni dipinte 50 Vita di Club “con un altissimo senso della decorazione applicata alla pagina e alla scrittura, per illuminarle e illustrarle, e un eccezionale senso della misura ornamentale” lo indica Pasini nel trattato “Fra scrittura e pittura: fortuna e arte di Neri da Rimini miniatore notaio”: una H diventa la grotta di Betlemme; la traversa della A la base del trono dell’Eterno, o, più spesso una simbolica separazione fra cielo e terra; mentre le lettere rotonde si trasformano in splendidi cammei animati da piccole scene; o da miracolose apparizioni di figure solenni con un gioco abile pieno di favole misteriose e di fantasiosi miracoli”. Dopo il 1322 l’attività di Neri da Rimini miniatore sembra chiudersi per dedicarsi alla probabile professione di notaio; si perde così un grandissimo artista che ha prodotto pagine importanti della storia dell’arte trecentesca riminese. Prima di concludere vorrei segnalare che un particolare merito della conoscenza biografica del Neri si deve a Oreste Delucca che ha portato alla luce un numero cospicuo di documenti che testimoniano la presenza del Neri, “miniator de contrata Sancti Simonis”, attivo a Rimini fino al 1337 e, forse, fino al 1342 testimoniando altresì la sua qualifica di notaio e la sua attività di maestro miniatore. ARTE IN MOSTRA di SIMONA PALMA BATTISTINI Sognando il Celeste Impero LA VIA DELLA SETA DA XI’AN… A TREVISO L a Cina rappresenta oggi, nel panorama internazionale, una presenza ingombrante e che pone nuove ed inaspettate sfide. Se pensiamo alla Cina ci vengono in mente i vasi Ming, le porcellane bianche e blu, le immagini dell'inquinamento e del caos delle grandi città; l'invasione di articoli cinesi senza il marchio CE; i capi di abbigliamento che mani laboriose e sottopagate preparano per l'assemblaggio da eseguire nei paesi europei; gli sciami di biciclette con numerosi e squillanti campanelli appesi al manubrio; i gesti lenti ed antichi della ginnastica mattutina nei parchi, le polemiche sulla facile vendita degli organi per trapianti, le immagini di Mao e tanto altro! La conoscenza delle radici culturali di questo lontano ed immenso paese dalla storia millenaria rappresenta il primo passo per riallacciare quel dialogo che per secoli ha caparbiamente percorso la via della seta unendo l'Oriente all'Occidente. A Treviso la Cina apre una finestra sull'Europa raccontando la sua cultura millenaria in quattro mostre previste per il 2005, il 2007, il 2009 e il 2011. Ripercorrendo idealmente la via della seta, si propone un incontro tra mondi lontani ed è proprio la Cina ad aprirsi verso l'Italia continuando i rapporti già intrapresi dai Romani che acquistavano dai Parti la seta per le tuniche dei senatori e per le vesti eleganti delle matrone, e poi da Venezia, la repubblica marinara da cui era partito Marco Polo per la grande avventura verso l'ignoto. Le quattro mostre previste a Treviso sono divise per periodi storici: nel 2005 "La nascita del Celeste Impero" (dal 221 a.C. al 960 d.C.); nel 2007 "Il tesoro dei Mongoli" (dal 960 d.C. al 1368); nel 2009 "Lo splendore dei Ming" (dal 1368 al 1644); nel 2011 "Mancia: l'ultimo impero" (dinastia Qing dal 1644 al 1911). "La nascita del Celeste Impero", attualmente in mostra alla Casa dei Carraresi, raggruppa reperti archeologici che coprono un arco di tempo che va dal primo imperatore Qin Shih Huangolì, il costruttore della grande muraglia, fino al tramonto della dinastia Tang: tredici secoli di arte e storia testimoniati da reperti sensazionali, molti dei quali escono per la prima volta dalla Cina. Il viaggio che intraprendiamo entrando nella sala, dove su di un grande pannello è raffigurato l'itinerario della via della seta, è un viaggio a ritroso nel tempo quando carovane di cammelli carichi di seta percorrevano migliaia di chilometri attraverso le vaste regioni dell'Asia Centrale. La via della seta è un termine moderno, coniato nel 1939 da Ferdinando von Richtofen, ma ancora oggi è sinonimo di esotismo, avventura e terre lontane: è la lunga via carovaniera attraverso la quale hanno marciato eserciti, ambasciatori, uomini di fede, mercanti, artisti che hanno permesso non solo lo scambio delle merci ma anche delle idee, della fede e degli stili artistici. Alcuni itinerari seguiti dai viaggiatori sono cambiati nel tempo, seguendo le alterne fortune delle guerre e delle vicende politiche; altri percorsi sono rimasti invariati nei secoli. Seimila chilometri partendo da XI' AN in Cina si inoltravano verso l'Asia Centrale dirigendosi verso l’oasi di Dunhuang per attraversare poi il deserto di Taklamakan ed arrivare a Kastigar per poter accedere ai valichi del Pamir e raggiungere l'Iran. Il potere di evocare fantasie, di suscitare Vita di Club 51 emozioni, di fare viaggiare con l'immaginazione su magici scenari naturali e girare in affollati e rumorosi caravanserragli è il segreto della via della seta! L’itinerario del bacino del Mediterraneo verso Oriente è stato percorso anche da Marco Polo, che insieme allo zio Matteo e al padre Nicolò, mercanti veneziani, intraprese il periglioso viaggio per raggiungere XI'AN, l'antica capitale dell'Impero di Kublai-can, attraversando città leggendarie come Palmira, Baghdad e i caravanserragli di Damasco e Samarcanda. Il primo oggetto in mostra è il Drago Long ed incarna il più famoso mito cinese: il drago è il simbolo dell'imperatore e si identifica con l'imperatore stesso. In realtà l'oggetto, che è formato da due draghi in bronzo attorcigliati tra loro, testimonia l'inizio del Celeste Impero e costituisce una delle più antiche rappresentazioni dell'emblema imperiale. Da qui il percorso museale si snoda attraverso gli oggetti rinvenuti nelle tombe dei notabili della dinastia QIN e scopriamo che non solo gli Egizi e gli Etruschi desideravano essere accompagnati nel cammino ultraterreno da cibi, abiti e corredi, mentre ammiriamo oggetti preziosi, statuette di servitori e immagini di leggiadre fanciulle che accennano la "danza della manica lunga". A migliaia di chilometri di distanza dal bacino del Mediterraneo i dignitari, i collaboratori stretti dell'imperatore cinese nascondono nelle tombe le corazze, le statuette di terracotta, abiti e cinture di seta e modellini in miniatura del loro palazzi. Molti di questi reperti fanno parte del tesoro di Stato (appartenevano 52 Vita di Club addirittura a Mao Tse Tung!) e non erano mai usciti dai caveaux blindati dei musei cinesi. Essi aiutano a tracciare un percorso storico, artistico ed ambientale che ripercorre idealmente la via della seta con statuette ed immagini di carovane di cammellieri, carri, le suggestioni suggerite dalle danzatrici, i musicanti, soldati, servitori, mercanti raffigurati nella vita quotidiana o nel fasto delle corti imperiali. I tessuti in seta sono conservati in modo impressionante: è possibile ammirare un esempio di abbigliamento completo in seta rinvenuto nella cosiddetta "tomba della marchesa", una donna di alto rango vissuta del periodo della dinastia HAN (206 a.C. - 8 d.C.). La seta è dipinta o è ricamata con motivi geometrici, floreali ed i colori sono accostati in maniera così originale da sembrare manufatti attuali per sfilate prestigiose di stilisti famosi. Colpisce per la sua originalità l'armatura di giada dell'imperatore, le cui placchette verdi sono tenute insieme da una fitta rete di fili d'oro assemblati con raffinate tecniche di tessitura che sono state lungamente oggetto di studio e di sperimentazione da parte degli archeologi. Nella tomba di un generale della dinastia HAN (206-220 a.C.) sono stati rinvenuti modellini raffiguranti le antiche abitazioni in legno multipiani, le tipiche pagode, e preziosissime statuette in bronzo che mimano l'aspetto di antichi guerrieri, servitori, cavalli, carri sormontati da ampi parasoli. Le ruote dei carri sono di progettazione così tecnicamente avanzata (raggi sottili, battistrada snelli) che nemmeno i Romani coevi ne conoscevano una altrettanto efficace e funzionale. Molti reperti catalogati come "Tesori di Stato" appartengono al periodo della dinastia TANG: è il momento del dominio delle arti e può essere avvicinato al Rinascimento europeo. Ecco allora vetrine con statuette di terracotta coloratissime e di raffinata fattura tra le quali, indimenticabile, la raffigurazione di una banda di allegri suonatori in groppa ad un elefante seduti su un tappeto svolazzante e coloratissimo. Le tecniche impiegate per colorare le statuette sono state svelate solo in parte: nel manto di un cavallo sono state ottenute venature chiare e scure attraverso un complesso e segreto procedimento! E che dire dei guerrieri di XI' AN? Nel 1974 in una fossa attigua della tomba dell'imperatore QIN SHI HUANGDI, il mitico Imperatore Giallo, dopo 22 secoli di sepoltura sono tornati alla luce i guerrieri, i cavalli ed i servitori dell'esercito di XI' AN. Gli arcieri e i balestrieri, armati anche di spada, erano in prima linea: tale posizione consentiva loro di scagliare frecce contro i nemici in rapida successione e di difendere le retrovie dell'esercito. Le statue indossano lunghi calzoni protetti da gambali, una lunga camicia ed una corazza costituita da tessere di pietra tenute insieme da una complessa tessitura di lacci di cuoio e metallo. I guerrieri, alti m. 1,80, sono imponenti: i corpi erano fabbricati in serie con stampi, mentre i visi sono tutti diversi l'uno dall'altro e testimoniano l'altissimo livello artistico raggiunto dalle maestranze che lavoravano alla creazione del potente "esercito di terracotta" e che sembra siano state sepolte insieme al loro imperatore perché non venissero svelati i segreti dei quali, loro malgrado, erano venuti a conoscenza. Il grande tema religioso del Buddhismo conclude la mostra spaziando per di un millennio (dal IV al X secolo) e testimonia le influenze sull'arte statuaria cinese da parte della "cultura di GANDHARA" originatasi alle foci del fiume Indo. In mostra sono esposti Buddha arcaici e le loro evoluzioni fino alle rappresentazioni dei "Buddha" con la pancia che tutti abbiamo in mente. Troviamo raffigurati anche i Bodhisattva, i futuri Buddha principianti, che, rinunciando temporaneamente al Nirvana, si votano alla redenzione di tutte le creature: è un trionfo di oro e di luce. L'ultimo oggetto esposto è nuovamente un drago, molto stilizzato, sottile, sinuoso ed aggressivo. È lui che, appartenendo al periodo che arriva al 960 d.C., ci dà appuntamento alla Casa dei Carraresi per le esposizioni previste nei prossimi anni e ci fa rimanere con la voglia di saperne di più su questa misteriosa e millenaria cultura cinese. Perché questa mostra in Italia? L'Italia è accomunata alla Cina da una lunga storia e da una grande civiltà. Roma dominava il Mediterraneo e non solo, e la dinastia QIN e HAN estendevano il loro dominio sull’est del mondo; entrambe, a migliaia di chilometri di distanza, dominavano un immenso territorio e davano il loro contributo alla civilizzazione dei popoli. Queste due parti del mondo iniziarono a conoscersi e ad intrattenere rapporti e scambi fin dal IV secolo a.C. quando sia la Grecia che Roma chiamavano la Cina "SERES", il paese della seta. La seta prodotta dai Seri (i Cinesi) era un materiale straordinariamente bello e lucente, talmente prezioso che a Roma costava come l’oro, talmente ambito da scatenare la guerra con i Parti (abitanti dell'odierno Iran) intermediari nel commercio con i Seri (battaglia di Carre, 53 a.C. con sconfitta disastrosa delle truppe di Crasso). Perché Treviso è il capolinea occidentale della via della seta? Innanzi tutto perché storicamente è stata la capitale della sericoltura d'Italia e di Europa anche se la bachicoltura è stata abbandonata nel secondo dopoguerra e l'ultima azienda manifatturiera della seta ha chiuso i battenti nel 1972. Fin dal XIII secolo Vita di Club 53 la bachicoltura è stata introdotta nel Veneto dalla Repubblica di Venezia e per questo motivo nelle campagne del Trevigiano e del Vicentino sono state impiantate attività votate alla produzione e lavorazione della seta quali la coltivazione dei gelsi e la filatura della seta. Le prime filande sorsero nel 1700 e possono essere considerate il primo nucleo di industrializzazione trevigiana. La Casa dei Carraresi a Treviso è pertanto il capolinea ideale ad occidente della via della seta, ponte per le relazioni diplomatiche e per gli scambi culturali tra Cina ed Europa. Vorrei concludere con una leggenda cinese: la dea protettrice della seta e delle persone che lavorano la stessa è NEI-XU: si narra che scoprisse il baco perché le era caduto nella tazza del tè rimanendo appeso al suo filo. Anche noi rimaniamo appesi con la fantasia e con la curiosità a questo strano e contraddittorio paese che è la Cina e le diamo appuntamento a presto… a Treviso! Corazza QIN Guerriero QIN Balestriere Inginocchiato QIN Cacciatore a cavallo TANG Altare buddista SUI 54 Vita di Club MEETING n. 6 di MADDALENA SANTUCCI Tema: Il giornalismo radiofonico LA VOCE DELLA RADIO C’ è stata una certa emozione da parte mia, lo scorso 11 aprile, nel trovarmi ad una serata Lions in veste di relatrice. Io che ho parlato di quello che sono diventata: una giornalista. Io che però per tutti gli amici Lions dei miei genitori, sono e resto Mody, la figlia di Fernando e dell’Antonietta. Un invito che ho accolto con grande piacere, a distanza di tanto tempo dal mio ultimo incarico ‘importante’ in una delle vostre serate: una festa degli auguri di tanti anni fa quando, bambina timidissima (ma in questo sono cambiata poco), cantai la ninna nanna di Brahms, accompagnata al flauto da un musicista d’eccezione, Giorgino Cavallari. Di tempo ne è passato. E tutti noi siamo diventati un po’ più grandi. Oggi non canto più ma per lavorare uso ancora la mia voce. Sono diventata una giornalista radiofonica. La mia trincea è Radio Rai. Parlo di ‘trincea’ perché questo mestiere, per me, è stato davvero una conquista. Un percorso accidentato e impervio, con tante, tante deviazioni, che ho seguito caparbia anche quando tutte le strade sembravano chiuse, anche quando non ce n’erano le condizioni. Sostenuta da una famiglia che ha creduto in me. Meglio, ha investito su di me. Quella sera, insomma, vi ho raccontato la storia del mio sogno realizzato. Con rapidissimi cenni ho cercato di dare uno spaccato della specificità della radio, sperando di aver comunicato il fascino che questo mezzo di comunicazione di massa esercita su chi lo fa ma anche su chi lo ascolta. La radio nasce contemporaneamente al cinema. Ma a differenza dell’immagine in movimento, che mantiene inalterata la sua funzione sociale di spettacolo, la radio ‘cambia pelle’ di continuo. Prima è un utile strumento di comunicazione ‘punto a punto’ (il telegrafo di Marconi), negli anni ’20 con la nascita della programmazione diventa sostanzialmente quello che conosciamo oggi. Con il sonoro nel cinema sembra decretata la fine della radio perché studi e investimenti si concentrano sulla televisione. La seconda guerra mondiale segna però una stasi ed esalta ancora il ruolo della radio come strumento di propaganda, di informazione ma anche e soprattutto di controinformazione. Nel 1948 l’invenzione del transistor, messo a punto dalla Bell per potenziare i collegamenti telefonici, cambia ancora una volta la funzione sociale della radio: l’apparecchio diventa piccolo e trasportabile tanto da guadagnarsi il ‘primato’ di primo mezzo di comunicazione di massa mobile e, soprattutto, personale. Così la radio esce dalle case ed esprime in pieno la sua natura di essere ‘sempre e solo adesso’. In questo consiste il fascino del flusso radiofonico, sostenuto unicamente dalla parola e dalla musica. Grazie alla facilità e velocità di produzione poi la radio può, molto più di altri media, aprire in qualsiasi momento un canale di comunicazione per raccontare gli eventi in presa diretta. Sì, la televisione ha il valore aggiunto delle immagini. Ma la radio stimola, arriva sulla notizia con una velocità che nemmeno Internet può garantire e quando l’evento è passato stimola l’analisi e il pensiero. Con altrettanto rapidi cenni ho poi illustrato l’organizzazione del lavoro a Radio Rai chiarendo la differenza tra ‘rete’ (i tre canali con vocazioni differenti e programmi non sempre curati da personale giornalistico) e ‘testata’, il regno dell’informazione ‘suddivisa’ in due grandi aree: i giornali radio (Gr1, Gr2 e Gr3) e le rubriche di approfondimento che toccano tantissimi aspetti. Al Giornale Radio lavorano redazioni cosiddette di ‘fascia’ con personale che segue il flusso informativo delle 24 ore con aggiornamenti, per Radio Uno, ogni mezz’ora Vita di Club 55 e che confeziona le edizioni cosiddette ‘lunghe’ dei GR (tra i 15 e i 30 minuti). Su questa intelaiatura si innestano le redazioni tematiche (Politica, esteri, economia, cronaca etc.). In questo caso i giornalisti approfondiscono gli argomenti di propria competenza e forniscono a Gr1, Gr2 e Gr3 servizi e interviste confezionati. Nelle redazioni rubriche il lavoro è invece tutto votato all’approfondimento, all’analisi. Dopo una lunga esperienza nel settore delle nuove tecnologie, dall’anno scorso sono entrata nel ‘cuore’ del giornale radio Rai. La stagione 2004/2005 al Gr1, la stagione 2005/2006 nella redazione tematica ‘Scienze e società’ del Gr. Il mio ambito di competenza è principalmente scientifico (dall’influenza aviaria a tutte le nuove scoperte mediche, all’ambiente, agli animali e così via) ma anche di cosiddetto ‘appoggio’ al lavoro dei colleghi delle altre tematiche. Mi occupo insomma di servizi e interviste per fornire un punto di vista, un approfondimento su un tema salito agli onori della cronaca. La copertura delle notizie è scandita dal succedersi degli eventi. Il lavoro è organizzato attraverso una serie di riunioni che si tengono durante la giornata. La supervisione è garantita dalla direzione e dalla presenza di caporedattori e vicedirettori che si alternano nelle diverse fasce orarie. Prima di concludere vorrei ringraziare tutti i presenti per la qualità del dibattito seguito alla mia relazione e per le domande che mi sono state poste. Ho cercato di rispondere con onestà intellettuale. Tenendo presente che non è tutto oro quello che luccica e che sono tante le contraddizioni della Rai, che pure resta una grande azienda, ricca di professionalità straordinarie. Un grazie particolare a Stefano Cavallari perché nel suo intervento c’era amore per la radio e perché ha elevato a ‘letteratura’ il buon giornalismo. Un grazie particolare ed affettuosissimo anche ad Eugenia, che ha commosso tutti, ma soprattutto me, con il suo intervento finale. POSTA Nota redazionale C on estremo piacere abbiamo ricevuto dall’Ufficio Nazionale per le Comunicazioni Sociali un secondo encomio per la rivista “Vita di Club”, indirizzato al Past Presidente David Giuliodori. La Redazione ringrazia vivamente Mons. Claudio Giuliodori per le belle parole espresse in merito al nostro operato e per il grande apprezzamento dimostrato nei confronti della nostra rivista di Club. Questo non fa che aumentare il nostro stimolo a proporre ai lettori una rivista sempre più curata ed accattivante, che sappia trattare tutti i temi del Lionismo, ma che possa anche guardare oltre. Le parole espresse nei nostri confronti ci lusingano ancora di più sapendo che la Conferenza Episcopale Italiana edita una rivista dal titolo “Osservatorio Comunicazione & Cultura” (che si può leggere on line sul sito www.chiesacattolica.it – Ufficio Nazionale per le Comunicazioni Sociali), la quale ospita grandi firme e tratta di tutti gli argomenti che riguardano i media in relazione alle moderne esigenze delle parrocchie Italiane. Mons. Giuliodori è invitato a Rimini come nostro ospite e relatore prossimamente qui. 56 Vita di Club L’EUROPA DI IERI di FRANCO PALMA Un popolo che non fu mai nazione I CELTI S e qualche tempo fa mi aveste chiesto a bruciapelo: chi erano i Celti? Sicuramente non avrei risposto in maniera concreta. A scuola non se n'è mai parlato con informazione esauriente, in seguito nei nostri studi tutte le attenzioni e conoscenze si sono polarizzate sulla cultura romana, sulla caduta dell'Impero, sul Medio Evo, cui hanno fatto seguito Umanesimo, Rinascimento e quanto ne è derivato fino ai nostri giorni. Quanto detto sopra ha costituito una specie di barriera, una divisione nel sapere e non ci ha permesso di considerare quanto di altrettanto culturalmente importante si è sviluppato nell'Europa non ancora romanizzata e in quella rimanente. Oggi, in un’Europa che fa appello continuamente alle comuni radici culturali delle sue popolazioni, è opportuno risalire lontano, anche aldilà dei Cristiani e aldilà dei Romani. Allora chi erano i Celti? All’inizio dell’età del Ferro (3200 anni fa) in un’Europa con pochi e sperduti insediamenti umani alle rade popolazioni aborigene si sovrapposero gradatamente popolazioni di razza ariana (un gruppo di più di 150 tribù legate tra di loro per lingua, costumi e religione comuni, ma senza una ben definita organizzazione politica), giunte in Europa da una regione prossima all’attuale Afghanistan. Erano i Celti che si insediarono nella regione comprendente le sorgenti del Reno, del Rodano e del Danubio, estendendosi poi (2800 anni fa) nell’attuale Francia e nella penisola Iberica dove diedero origine ai Celtiberi; successivamente (2700 anni fa) si espansero nell’attuale Belgio, Inghilterra, Irlanda, Cecoslovacchia. Nei due secoli seguenti si realizzò il periodo di massima fioritura della civiltà celtica. I Celti erano dunque genti europee (15 milioni) notevolmente sviluppate dal punto di vista culturale, Prime migrazioni celtiche in Europa. ma diverse dai Romani e che questi definivano "barbari" nel senso letterale della parola greca. I Greci identificavano alcune popolazioni barbare originarie dell’Asia minore, come Keltoi (dal greco "eroi" o "gli uomini in alto") e anche Galatai, i primi insediati nelle aree settentrionali, i secondi nelle zone meridionali. I Romani in seguito li chiamarono tutti Galli. Successivamente romanizzati, conservarono e coltivarono la civiltà celtica lasciando segni visibili della matrice latina, ma senza fondersi (che è confondersi) in una madre comune di cui possiamo ricostruire i caratteri e trarne la continua presenza. I Celti condizionarono in maniera determinante la vita, i costumi, la lingua delle genti preesistenti e la loro influenza fu lunga e duratura. La loro storia non terminò con la conquista romana. I Celti infatti continuarono ad esistere in tutta Europa e, sebbene le loro lingue siano scomparse in molti luoghi, sono rimaste vive le loro idee, le loro superstizioni, le loro feste popolari, i nomi che hanno dato alle località. Ad esempio le parole di origine celtica oggi sopravvissute nei dialetti dell’Italia settentrionale sono moltissime, pur se in seguito modificate o alterate dal latino dei Romani conquistatori. Vediamone alcune. Anzitutto i nomi di località: Mediolanum (Milano) deve la sua Vita di Club 57 mai fatto venir meno le caratteristiche delle origine alla parola medio e lan(n)o. differenti radici. Quale migliore occasione di Quest’ultima in celtico significava “spazio rievocare questa antica “comune cultura” ora recintato e piano”, forse un luogo consacrato, che l'integrazione europea occidentale sta quindi Mediolanum voleva dire “luogo di diventando una realtà evidenziata dalla mezzo, paese in mezzo a una pianura”. connotazione unica della Brianza deriva da brig civiltà dei Celti? Questa, (luogo elevato); Lecco deve infatti, irradiandosi dalle il proprio nome alla radice regioni centro orientali fino celtica leukos (bosco). all’Atlantico e al Mare del Inoltre, in quelle regioni nord, ci dice che il riscontro che i Romani non fra quel passato e questo riuscirono a conquistare presente non è artificioso, come l’Irlanda, la Scozia, ma essenziale per alcune zone nel Galles e richiamarci a radici comuni. nell’isola di Man, la cultura Il fatto che la civiltà celtica celtica continuò a sia stata sprovvista di una sussistere, e con essa l’arte, propria tradizione scritta la religione e le lingue conferisce alla tradizione di celtiche. L'arte celtica Erodoto un valore sopravvissuta nelle isole straordinario perché è stato il Britanniche influenzerà primo ad inserirla in un notevolmente l'arte cristiana preciso periodo di tempo, del medioevo irlandese. Un con un processo formativo segno evidente della loro che ha avuto radici protoabilità e maturità artistica si storiche nel continente constata nei meravigliosi dall’Atlantico all'Europa reperti lapidei, bronzei o di orientale. Giulio Cesare, oreficeria rinvenuti nelle prima di Livio, nel “De bello tombe. Vasi di bronzo, gallico” aveva dato una bracieri, statuette di precisazione geografica divinità, monili femminili Motivi ornamentali della cultura di La distributiva rilevando che come collane o braccialetti Tène. l'intera Gallia era divisa in in oro di squisita fattura, con tre parti: una abitata dai Belgi, la seconda una caratteristica propria e non in contrasto dagli Aquitani, la terza da quelli che vengono con quanto confezionato in ambiente romano. chiamati Celti, quindi con una individualità Tutti i popoli che vissero nel continente etnica distinta sia dai Belgi che dagli europeo dagli Urali all’Atlantico Aquitani. Tito Livio, nel V libro di “Ab Urbe conservarono le proprie caratteristiche condita”, indica nella nostra cultura la primigenie che si rifacevano alle aggregazioni presenza dei Celti che si sincronizza con di origine (latini, germanici, anglosassoni, l'occupazione di Roma. I Celti già 200 anni slavi) con tutte le loro distinzioni, e prima della presa di Roma erano scesi in mantennero caratteri distintivi non solo nel Italia, e spesso le forze galliche si erano conservare ceppi linguistici ma anche scontrate con gli Etruschi, stanziandosi fra tendenze di spirito, di religione e di arte. Le Alpi e Appennino. Ai tempi di Tarquinio culture che caratterizzano i vari popoli hanno Prisco i Biturigi ebbero "in sorte" la origini diverse, ma spesso hanno sequenzialità migrazione, resa necessaria dalla da comuni radici. La cultura latina dalla sovrappopolazione, che li divise in due greca, la cultura cristiana da quella ebraica e gruppi: uno si stanziò in Germania e in da questa la cultura islamica; da tutte queste Boemia, l’altro in Italia. La narrazione di Tito hanno avuto origine culture diverse dove Livio ci pone lo stanziamento dei Massalioti, elementi comuni, spesso, non hanno dato provenienti dalla Focea ionica, aiutati a origine ad azioni unificanti ma a "ponti", rimanere dagli stessi Galli. Ci parla di Galli momenti di comunicazione, che non hanno 58 Vita di Club che varcate le Alpi attraverso il paese dei Taurini, vinti i Tusci sul Ticino, si stanziarono in un territorio chiamato degli "Insubri" omofoni con un (pagus) territorio degli Aedui, che fonderanno Mediolanum. Dà notizia dei Cenomani fissatisi fra Brescia e Verona, dei Libui e Salluviii che occuparono la zona attigua ai Liguri collocati sul Ticino. Tutta questa narrazione di un'Italia "preannibalica" evidenzia la conoscenza storica dei movimenti delle popolazioni galliche che si sono succedute in una fase di assestamento storico-territoriale, prima della prevalenza di Roma. Ma una esatta tematica ci riporta a spaziare più largamente di quanto detto fin qui. Un grande "celtista", Duval, dice che l’origine dei Celti si perde nella notte dei tempi, senza scrittura, con fasi in cui Popolazioni celtiche in Italia. emergono lingua, cultura, modi di vita da occidente a oriente e dalla proto-storia all’età medievale. Una forza viva del passato precristiano ha lasciato, per maturazione, profonde radici fino al cristianesimo medievale, che con uno sviluppo nel tempo coinvolgerà genti di Iberia, Liguria, Pannonia, Gotiche, Daciche, Tracie ecc. fino ai Carpazi e ai Balcani. Alla caduta dell'Impero romano le varie etnie sono tenute debolmente unite dal cristianesimo, da queste organizzate in comunità ecclesiastiche (le pievi) nate per necessità legale e difensiva. Contemporaneamente c'è un risveglio; rivisitando il passato nasce il Romanico con la sua grande suggestiva spiritualità. Ma anche il Gotico nasce dalla stessa mistica ispirazione con i suoi archi a sesto acuto e le sue guglie. Nel pensiero si sviluppano in Italia Umanesimo e Rinascimento mentre in Europa scismi religiosi prima ed Illuminismo poi pongono le basi per nuovi stili di vita. In questi giorni c'è il dibattito per stabilire se l'Europa sia fondata su basi cristiane; nel bene e nel male direi di sì, ma non oso dare un parere definitivo che non sarebbe accettabile da tutti. I Celti sono oggi l'Europa che, se non è ancora fatta, si farà! Il primo risultato è stato raggiunto: sessant'anni senza guerre sanguinose e distruttrici dettate solo da odi etnici e da contese territoriali. Vita di Club 59 MONDO LIONS di ELIO BIANCHI Sul finire di un anno lionistico INCONTRI E MEMORIE L a partecipazione di soci o rappresentanti del nostro Club ad incontri ed iniziative coinvolgenti altri Club è iniziata, nel 2006, il 4 Marzo. Mattina e pomeriggio a L’Aquila, un importante Convegno sul Tema di Studio distrettuale “Lo sport come strumento di integrazione sociale dei disabili” ha impegnato il nostro David Giuliodori quale membro del Comitato organizzatore e moderatore in una delle sessioni dei lavori. A sera ci siamo ritrovati a Miramare con la Festa al Terrasamba che ha aggregato un bel numero di Lions delle due Zone D ed E con i loro amici, e che ha consentito di raccogliere una somma, non esaltante ma pur sempre significativa, a favore del service distrettuale per Wolisso. Su questa bella iniziativa di solidarietà in terra d’Africa, più precisamente in Etiopia a poco più di 100 Km da Addis Abeba, e che si collega con quanto abbiamo fatto in Sierra Leone con la costruzione dell’ospedale di Emergency, con quanto sta facendo SO.SAN. in vari stati africani e con quanto ci si appresta a fare “contro le malattie killer dei bambini” in Burkina Faso con l’omonimo service, è interessante leggere sulla Rivista Distrettuale di Marzo-Aprile quanto ha riferito la dinamica coordinatrice distrettuale Lion Carla Cifola sul viaggio che vi ha effettuato a metà Febbraio un nutrito gruppo di nostri Amici che hanno avuto, assieme al Governatore Mataloni, incontri determinanti per lo sviluppo dell’iniziativa. Nel frattempo, impegno lionistico anche per Nino Biondi che per il Servizio Cani Guida dei Lions per non vedenti, del quale è responsabile distrettuale, ha ottenuto la collaborazione della Compagnia Teatro Dialettale “Quii de Port” che hanno messo in scena gratuitamente, il 18 Marzo al Teatro Novelli, la commedia “Udor ad Geranie” 60 Vita di Club composta ed interpretata dalla concittadina Giovanna Pulzoni Grossi; a lei e a tutta la compagnia va la nostra gratitudine. Il Presidente Emilio Baldini e il Presidente incoming, appena eletto, Massimo Mancini, hanno potuto ascoltare le relazioni del Presidente di Circoscrizione, Enrico Conti, di alcuni Delegati di Zona, di Presidenti di Club e di Officer vari, su problematiche riguardanti in particolare l’attività dei Clubs nella nostra Circoscrizione, il 2 Aprile durate il 3° Incontro della 1ª Circoscrizione a Forlì, concluso dall’intervento del Governatore. Il 23 Aprile, nell’ospitale Senigallia, ci siamo incontrati in una bella, meteorologicamente e lionisticamente, Giornata Distrettuale dell’Amicizia nel corso della quale sono stati commemorati quattro Governatori marchigiani scomparsi e forte è stata per me l’emozione che ho provata nel ripercorrere, ascoltando gli oratori, la vita familiare e soprattutto quella lionistica di due di loro con i quali mi sono trovato strettamente a collaborare. Gisleno Leopardi, il Governatore che ha consegnato la Charter al nostro Club nel 1981, mi ha gratificato ed onorato in più occasioni, e anche pubblicamente, della sua stima e della sua considerazione quando era Direttore della Rivista ed io Addetto Stampa distrettuale; Agostino Nino Felicetti mi è rimasto nel cuore per l’amicizia, la fiducia e la simpatia nell’anno in cui con Lui,Governatore, andavo in giro per i Club della Romagna, anzi delle Romagne come amava ripetere, da suo Presidente di Circoscrizione; con i suoi fedeli collaboratori e grandi amici, Lello Francesconi e Gianfranco Buscarini, si cercò di alleviare le sue sofferenze per le perdite della amata consorte e del fratello e per la grave malattia contro cui lottò con ammirevole dignità; ogni volo di gabbiani, a Lui simbolicamente estremamente caro, me lo fa sentire ancora vicino. Questa emozione si è rinnovata il giorno dopo a Castelraimondo, una bella cittadina dell’alto maceratese, dove ho avuto l’onore di rappresentare la Fondazione dei Lions Club per la Solidarietà alla Cerimonia di inaugurazione di un moderno Asilo intercomunale che accoglierà i piccoli dei sei comuni consorziati. Alla nostra Fondazione fu affidata le gestione, grazie all’intervento del PDG Marco Scaini, della cospicua eccedenza di quanto stanziato e raccolto per l’emergenza sismica del ’97, affrontata dall’allora Governatore Enzo Rivizzigno con tempestività e determinazione, rispetto a quanto impiegato per edificare il Villaggio della Solidarietà di Corgneto; fondi da destinare ad un ulteriore service che fu individuato dal Club di Camerino Alto Maceratese nella costruzione di questo Asilo. Dopo anni di progettazioni ed ipotesi controverse, si è giunti alla completa realizzazione dell’opera grazie ai fondi europei ottenuti dal Comune ed ora, in una delle sale dell’edificio ottimamente attrezzato anche per fungere da asilo-nido, una targa ricorda questa sinergia Istituzioni-LCIF. La Cerimonia ha avuto momenti davvero commoventi quando, dopo gli interventi del Sindaco di Castelraimondo, del Presidente della Comunità di altre autorità civili e del nostro Governatore, è stato scoperto un ritratto di Federica Bartolini alla cui memoria è dedicato l’Asilo. Questa giovane signora, figlia del PDG Sergio Bartolini, madre di due bellissimi bambini e ai quali è stata tolta da inesorabile malattia quando erano piccolissimi, è stata un attivo Leo di Ancona e quindi membro della nostra famiglia; per questo atto di sensibilità della Amministrazione Comunale, mi sono sentito in dovere di esprimere, nel mio intervento, la gratitudine della Fondazione e dei Lions con la certezza che Federica sarà la celeste protettrice di tutti i bambini che qui, negli anni a venire, saranno educati ad avere una vita sana nel corpo e nello spirito. Riguardo alla Fondazione Lions Clubs per la Solidarietà, della quale il nostro Club è Socio Fondatore, giova ricordare che essa è stata inserita fra gli Enti che possono essere destinatari del 5 X 1000 in sede di dichiarazione dei redditi del 2005, indicando il suo codice fiscale: 92041830396. Le manifestazioni curate dai Lions Clubs sono in questo periodo molto frequenti ed è impossibile seguirle tutte; tralasciando quelle organizzate fuori Circoscrizione, meritava di partecipare il 30 Aprile al Lions Day con la sfornata e connessa asta delle Ceramiche in Piazza a Faenza che ogni anno si ripete e che permette ai Clubs faentini di finanziare services importanti e di offrire una calda accoglienza con giornate di svago a chi vi partecipa per le interessanti manifestazioni collaterali: quest’anno era di scena il gioco del “pallone a bracciale” che fu anche nella tradizione riminese fino a quando la sciagurata decisione di seppellire sotto il solito implacabile mattone lo Sferisterio, lo ha cancellato dal novero degli sport cittadini. Questi incontri sono una occasione per rivedere vecchi Amici e anche per soffrire nell’averne appena persi; a Faenza quest’anno è venuta a mancare la simpatia e l’ottimismo che spontaneamente nasceva dal viso sempre sorridente di Stefano Ferrucci, un Lions di sicuri principi e che mai venne meno al suo impegno, nemmeno nei momenti difficili delle grave malattia che lo sottrasse alla sua e alla nostra famiglia ai primi di Aprile. E questa sensazione si è ripetuta il 7 Maggio; infatti la X edizione del Premio di Poesia “Edgardo Cantone”, con la quale il Lions Club Rubicone rinnova la memoria del suo esimio Socio che fu membro e segretario della Rubiconia Accademia dei Filopatridi, quest’anno è stato connotato da una nota di rimpianto per la recente scomparsa di Corrado Bellavista che fin dall’origine della manifestazione, ne è stato l’attivo e determinato organizzatore, senza con questo sottovalutare l’importante apporto di soci e consorti che lo hanno per anni coadiuvato e che si sono ora fatti carico di fare proseguire questo qualificante service alla cui riuscita hanno contribuito anche persone non appartenenti alla famiglia dei Lions, di levatura culturale umanistica di prim’ordine. Nella sede della Accademia dei Filopatridi di Savignano sul Rubicone, presso cui da qualche anno si svolge la cerimonia di premiazione dei dieci giovani meglio classificati nel certame poetico, ci si è trovati in tanti, Lions e cittadinanza, ad ascoltare alcuni interventi su questo evento e che ha avuto nel Presidente della Accademia ospitante, il Senatore Lorenzo Cappelli e nel Vita di Club 61 Governatore Giorgio Mataloni le massime autorità al tavolo d’onore. Gli intervalli musicali, offerti al pianoforte con scelta mirata dei brani e con la nota valentia dal Lion M° Benedetto Morri, hanno disposto gli animi ad un attento ascolto dei due giovani che hanno letto le poesie man mano che la premiazione procedeva. Ascoltando i luoghi di provenienza dei dieci giovani, ci si è resi conto come questo Concorso abbia, grazie all’opera divulgatrice del Comitato organizzatore, una rilevanza nazionale. Infatti Elisa Brandi, la vincitrice, è di Foligno, Elisa Geroni, la seconda classificata è di Lodi, Jonata Sabbioni, il terzo, di Fermo, Michele Placuzzi, al quale è stata conferita la menzione speciale “Corrado Bellavista”, di Cesena. Le 33 poesie di questi undici finalisti sono pubblicate, come di consueto, nel manualetto del Premio mentre ne sono pervenute ed esaminate altre 129; si ritiene far cosa gradita trascrivere una delle tre poesie della vincitrice. Successivamente, il 14 Maggio, il Club è stato rappresentato al 10° Congresso Distrettuale di Primavera ad Osimo dai cinque delegati designati che hanno onorato il loro impegno prendendo parte, dopo aver ascoltato la relazione del Governatore Giorgio Mataloni e che comparirà sulla prossima Rivista Distrettuale, alle votazioni che hanno eletto Ezio Angelini, del Club Morciano Valle del Conca, alla carica di Governatore, e Loredana Sabatucci Di Matteo, del Club di Val Vibrata, a quella di Vice Governatore del Distretto 108 A per l’anno 2006/07. Su Ezio Angelini, nostro vecchio Amico, non occorre spendere parole; di Loredana, che conosco da dieci anni avendo con lei condiviso nel ’96 l’incarico di Delegato di Zona, posso testimoniare il costante, attivo ed intelligente impegno nei vari incarichi che ha successivamente ricoperto, avendo una ottima capacità di coinvolgimento. Il giorno precedente, dopo la cerimonia di inaugurazione e gli adempimenti rituali che l’ODG di norma fa seguire a quella, sono state proposte, dai PDG Guido Alberto Scoponi, Lanfranco Simonetti, Eolo Ruta, Antonio Maggioli, riflessioni su problematiche varie di vita lionistica. Successivamente l’Assemblea ha scelto il Tema di Studio e quello Operativo (Service) 62 Vita di Club Ieri, oggi, domani, e poi domani ancora Siamo germinati come sterpi tra le macerie del vostro sessantotto. Siamo figli dell'ardore di carta e di veleno dei vostri anni liberi. Ce ne stiamo accovacciati tra i rottami di polverosi sogni tra le rovine di giorni celebri. Noi non lo sappiamo che cos'è il nemico se ci attaccherà da destra o da sinistra o dai cieli o dai mari o dalle cavità della nostra insicurezza. Siamo nascosti tra i divani, sembriamo immobili. Nessuno sa che siamo vivi e pronti e che siamo in allerta e attenti. Cigolano le frontiere le bandiere bruciano le torri si sbriciolano e tamburi in avvicinamento battono sulle pelli sempre più profondi sempre più incalzanti. Noi siamo pronti e svegli non temete padri, madri sapremo il nostro dovere qual è, Voi volete fracassare il mondo. Noi tutt'al più tenerlo insieme. La nostra cinica dolcezza ci farà approdare vivi ai confusi deserti. ELISA BRANDI ai quali i Clubs del Distretto debbono riservare prioritaria attenzione nel programmare la propria attività per l’anno prossimo. Tema di Studio distrettuale: TECNOLOGIE INFORMATICHE; DOMINARLE O ESSERNE DOMINATI – È stato presentato dal LC Ravenna Host affinché i Lions contribuiscano a porre in attenzione, per sé e per la società in cui operano, i rischi, a dare risposte ai tanti interrogativi e a proporre soluzioni, riguardo a questa vasta materia che coinvolge il vivere quotidiano di tutti noi. Tema Operativo distrettuale: ADOTTIAMO IL VILLAGGIO DI WOLISSO – Unanime la decisione di confermare il service di quest’anno in modo da realizzare ulteriori strutture da aggiungere a quelle fin qui programmate. Fra le relazioni degli Officers coordinatori dei vari Comitati, si è avuta l’opportunità di ascoltare anche l’interessante intervento del PDG del Lazio, Enrico Cesarotti, coordinatore per i Distretti Lions dell’Italia centrale della Campagna Sight First due che impegnerà i Clubs mondiali sui problemi della vista per ancora due anni. Ha confidato sulla ripetizione del successo che ebbe dieci anni fa la prima Campagna, che consentì a LCIF di attuare importanti operazioni di prevenzione e cura delle patologie della vista che endemicamente colpiscono molte popolazioni del pianeta. Il 20 Maggio si è tenuto l’esame finale e la cerimonia di chiusura del Corso per aspiranti manager d’azienda e giovani imprenditori che la Scuola Superiore dei Lions Clubs “Maurizio Panti” ha tenuto in Cattolica per il secondo anno consecutivo; il Corso del 2006/07, il cui Bando è stato pubblicato con termine di presentazione domande al 31 Luglio, avrà inizio il 20 Ottobre prossimo. La collaborazione fra l’Amministrazione Comunale di Cattolica ed il nostro Distretto, tramite la Fondazione, sta dando buoni frutti che non verranno meno se i Lions Clubs, soprattutto quelli ubicati nelle Zone limitrofe, faranno avere il loro sostegno. (www.masterlions.org) Sono già con la valigia in mano, non solo in senso figurato, i cinque delegati che rappresentano il Club al 54° Congresso Nazionale che dal 26 al 28 Maggio a Verona dibatterà argomenti di interesse comune. Nel pomeriggio del 27 vi si svolgeranno le votazioni per l’elezione del Direttore Internazionale di competenza della nostra Area e che, unitamente ad una trentina di omologhi di altre Aree mondiali, farà parte per due anni del Board Internazionale, il massimo consesso della nostra Associazione; il nostro Club è impegnato a sostenere il PDG Peppino Potenza, il candidato scelto dal nostro Distretto nell’ultimo Congresso d’Autunno di Riccione. E in Giugno, come di consueto, il rush finale di questo anno lionistico con manifestazioni alle quali è doveroso, ed anche piacevole, partecipare: il 4 Giugno, Corri per chi non può a Villa Torlonia a S. Mauro Pascoli il mattino, e Cerimonia di premiazione dei partecipanti al Latinus Ludus, nel pomeriggio, a Saludecio. il 10 Giugno, Giornata del Tricolore ad Ancona. Infine, dopo aver presenziato al nostro meeting del 25 Giugno per celebrare la nostra 25.a Charter Night, il Governatore Distrettuale, l’Amico Giorgio Mataloni, volerà a Boston dove, dal 30 Giugno al 4 Luglio, si tiene l’ 89ª Convention Internazionale. Prima della sua chiusura, staccherà il “ticket” per consentire il decollo di Ezio Angelini, al quale il 16 Luglio a Saludecio trasferirà i poteri di Governatore Distrettuale per il 2006/07 nel segno dei Leoni per un altro anno non di ruggiti ma di Solidarietà a tutto campo. Vita di Club 63 Freddy Veroni, Il bagnino, Tecnica mista, cm 70 x 50. Dalla Mostra “I colori dell’artigianato”.