Indice Capitolo primo – Carte di famiglia 1 ............................................................. 3 Lettera di Natale ............................................................................................... 5 Capitolo secondo – Carte di famiglia 2 .......................................................... 9 Testamenti.......................................................................................................... 9 Capitolo terzo – Carte di famiglia 3 ............................................................. 15 Lettera a una figlia .......................................................................................... 15 Capitolo quarto – Carte di famiglia 4 .......................................................... 25 Confidenze di un’allieva scrittrice ............................................................... 25 Capitolo quinto – Carte di famiglia 5........................................................... 35 L’autobiografia come educazione ................................................................ 35 Capitolo sesto – Carte di famiglia 6 ............................................................. 41 Un alfabeto per de Coubertin ....................................................................... 41 Capitolo settimo – Carte di famiglia 7 ......................................................... 53 Fiori di Pasqua ................................................................................................ 53 Capitolo ottavo – Carte di famiglia 8 ........................................................... 57 Se muore un amico ......................................................................................... 57 Capitolo nono – Carte di famiglia 9 ............................................................. 77 A Suor Michela Carrozzino, Opera «Don Guanella» Roma ..................... 77 Capitolo decimo – Carte di famiglia 10 ....................................................... 89 L’«Enciclopedia del familiare» di Norberto Galli ...................................... 90 Capitolo undicesimo – Carte di famiglia 11................................................ 97 Raccontini di casa propria e dintorni pedagogici ...................................... 97 Capitolo dodicesimo – Carte di famiglia 12 .............................................. 103 Un archivio-laboratorio ............................................................................... 105 Capitolo tredicesimo – Carte di famiglia 13.............................................. 117 Da Catanzaro alle Ande ............................................................................... 117 IV Capitolo quattordicesimo – Carte di famiglia 14 ...................................... 121 Lettera su lettera ............................................................................................ 121 Capitolo quindicesimo – Carte di famiglia 15 ........................................... 129 Gianni .............................................................................................................. 129 Capitolo sedicesimo – Carte di famiglia 16................................................ 137 Un progetto-pilota dal titolo “Comunicare la famiglia per educare alla famiglia, mediante archivi di carte di famiglia” ................. 138 Indice dei nomi ............................................................................................. 149 Indice delle tematiche ricorrenti ................................................................. 155 Capitolo primo Carte di famiglia 1* Dal dì che nozze e tribunali ed are diero alle umane belve esser pietose di se stesse e d’altrui… Ugo Foscolo Potrà forse interessare ai lettori di una rivista come “La Famiglia” la proposta di una sorta di Archivio di documenti i più diversi, “multilaterali”, “enciclopedici”, a più voci: però concernenti tutti, in ogni caso, l’istituzione famiglia nelle sue componenti specifiche e nei suoi aspetti pedagogicamente caratterizzanti. Un Archivio di situazioni familiari indicative, tra presente, passato e futuro. Un Archivio-parlatorio, un Archivio-laboratorio, senza limitazione preconcetta degli ammessi ad interloquire, a proporre linee di ricerca. Uno schedario concettualmente flessibile, volutamente lacunoso ed instabile, di testimonianze non predeterminate nei contenuti, ma al tempo stesso sempre finalizzate all’argomento familiar-formativo specifico. Un catalogo elastico, mutevole nei contenuti; uno scrigno di testi e contesti e pretesti d’indagine; un’arca di sentimenti ed idee. Di carte di famiglia. La proposta, d’altra parte, di una rubrica aperta, libera da condizionamenti immediatamente ideologici. Una finestra spalancata sullo scambio delle opinioni e delle esperienze. La rubrica di un I care, tra intenzioni e attuazioni, dell’essere e del poter essere della famiglia; delle responsabilità e delle corresponsabilità di famiglia. Del suo voler stare, meglio possibile, all’altezza dei suoi compiti. In famiglia e fuori. Unica restrizione elettiva di merito, nonostante la disponibilità e l’apertura programmatiche della rubrica: il “pedagogico”, l’“educativo”, l’“istruttivo”, il “formativo”, lo “scolastico”, il “didattico”, nella loro re- * Da «La famiglia. Bimestrale di problemi familiari», Brescia, La scuola, anno XXXVII, marzo-aprile 2003, n. 218, p. 85. 8 Capitolo primo lazione monografica con ciò che è evidentemente famiglia, familiare, familiarità. A più livelli. Tra cronaca e storia, tra pubblico e privato, l’offerta dunque di un documentario (termine che, com’è noto, rinvia al verbo latino docēre), in qualche modo esemplare. Un insieme di documenti che, per questa o quell’altra ragione pedagogica, sia ritenuto degno di essere segnalato all’attenzione del lettore. Un documentario-specchio di realtà e virtualità familiari significative, incisive. Un documento di documenti per così dire selezionato e trasmesso nelle forme letterarie opportune: ma tale da esercitare comunque per quel che è, direttamente o indirettamente, un ipotetico insegnamento/apprendimento in progress. Una specie di didattica della domanda e dell’offerta di ciò che si presenta come “elementarmente familiare”, nelle sue possibili dimensioni metodologiche ed assunzioni di merito. Né è da escludere che tra quanti, intervenendo a turno nella rubrica, faranno propria l’iniziativa, si possano stabilire corrispondenze e rapporti variamente colloquiali, dialogici: e ciò, come si diceva, in forza dall’evidenza pedagogica degli interventi di tutti; ma anche, si aggiunge, in virtù delle differenti, peculiari “tavole di valori” e “concezioni del mondo” di ciascuno. Di qui, a titolo di esempio, la seguente prima proposta per l’Archivio: I testi compresi sotto il titolo Lettera di Natale, escluse le prime righe dell’esordio che sono del Natale 2000, corrispondono per il resto alle pp. 194-201 di un’opera dal titolo Quasi un diario di Nonna Gio’, del 1986, mai pubblicata, di cui è autrice Giovanna Colosimo (signora calabrese di anni ottanta, attualmente residente a Trieste), che qui si ringrazia per il consenso a farne uso. L’opera, nella sua interezza, è ora depositata presso l’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano (Arezzo), nel reparto “Diari, Memorie, Epistolari Inediti”, dove è conservata con altri documenti analoghi, secondo le finalità dell’Archivio, “per la memoria degli italiani”. Di Quasi un diario di Nonna Gio’, della signora Colosimo e della sua famiglia, ebbe modo di occuparsi variamente Marina Cepeda Fuentes, in alcune puntate della trasmissione radiofonica da lei condotta al mattino presto su Radiodue tra il 1995 ed il 1996, Il tempo ritrovato: l’altra età della vita. La citazione che segue la Lettera di Natale, sotto il titolo Una risposta, è tratta dal volume Quello che ho da dirvi. Autoritratto delle ragazze e dei ragazzi italiani. A cura di Giuseppe Caliceti e Giulio Mozzi, Torino, Einaudi, 1998, p. 28. Carte di famiglia 1 9 Lettera di Natale Catanzaro, Natale 1986/Opicina (TS), Natale 2002 Caro Nino, non è per voglia matta di esibizionismo, ma solo nell’intento di fare capire a qualcuna delle persone a me care la mia strana personalità, prima che sia troppo tardi. Non affrettarti a leggere perché hai già tanti impegni. Questi strambi e modesti pensieri furono scritti nel lontano 1986. Non è cambiato nulla nel mio cervello, né intorno a me, anzi… 1. Sono evidentemente decrepita e un poco inacidita; le mie idee, i miei gusti non si sono decisamente aggiornati (con l’aggiunta del decadimento fisico e mentale), sanno di cassapanca tarlata, puzzano di polvere e ragnatele, di vecchio solaio. So bene quanto la memoria accresca la struggente dolcezza di ciò che abbiamo amato e perduto, ma per me il Natale è rimasto nell’antica, quieta casa di campagna tra gli ulivi e gli aranci, dove tutto era grande e caldo e ogni stanza ferveva di opere e di suoni. Arrivavano da Reggio Calabria il nonno, gli zii, i cugini, ci portavano la loro rumorosa allegria e le barrette di torrone di Bagnara, gialle, rosse, blu “made” in Delianova (R. C.), era l’ottava meraviglia una scatola quadrata di torrone finissimo, ricoperto di uno strato non commestibile, artisticamente dipinto, riproducente un quadro famoso; intorno decorazioni di tondi confetti argentati e fiori di zucchero dai tenui colori; per finire il tutto bordato da una delicata trina di carta bianca. Io ero piccola, guardavo estasiata quella cosa stupenda e soffrivo pensando che sarebbe stata demolita. 2. Nell’aria si mescolavano gli odori della legna arsa nel camino amico, del caffè tostato in casa, del pane caldo di forno, di fritto, di miele; penetravano le nari senza offenderle, con dolce prepotenza, facendo pregustare ciò che fra poco la vista e il palato avrebbero assaporato. La vasta cucina, lucente di rame, partoriva insieme alle altre pietanze rituali, piramidi di “panzerotti”, trionfi di bruni “crustuli” e di bionde “crispelle”. Nel piazzale davanti alla villa, oltre il pesante cancello, c’era un ulivo secolare, piantato nel bel mezzo di un tondo di pietra che di solito fungeva da sedile; per Natale mio padre lo faceva allestire per le famiglie 10 Capitolo primo dei nostri contadini; dai rami contorti pendevano pacchi di zucchero, di pasta, di caffè, torroni e liquori. Più in là, da giorni era stata innalzata una catasta di legna molto alta, la “fòcara” alla quale veniva dato fuoco la sera della vigilia. Il 23 dicembre compariva “u barraccu”, un vagabondo con la sua zampogna; per tre giorni, quasi interrottamente ci deliziava con inni sacri e nenie, in cambio di un piatto caldo, una bottiglia di buon vino, un giaciglio per la notte. Il 27 “u barraccu” spariva, così come era venuto, e per un anno chi ne sapeva più niente. Nell’antica cappella, adiacente alla villa, c’era il presepe con i rudimentali pastori dall’espressione estatica e un po’ tonta. Dopo la cena la campanella diffondeva il suo primo richiamo; accorrevano contadini e pastori veri anche dalla campagne limitrofe, gli uomini ravvolti nei mantelli di “frandina” marrone (lana di pecora tessuta in paese), le donne incappucciate in scuri scialli, entro i quali riparavano spesso anche un lattante, attaccato al seno, un altro paio di frugoli aggrappati alla gonna della madre. A mezzanotte un prete amico e nostro ospite abituale celebrava Messa. Nel silenzio la zampogna intonava “Tu scendi dalle stelle”. Lontana notte di un lontano, irripetibile Natale. C’erano tante stelle e tanta pace. 24 dicembre 1986 Oggi ci siamo scambiati i regali, pacchi e pacchetti da tutte le parti, da figli e nipoti a me e da me a loro. Stasera non sarò con gli altri presso l’albero, è giusto che stia con Nonna-bis, (come la chiamano i pronipoti); è la mia mamma, ha novant’anni, le gambe da tempo immobili, la mente perduta nella nebbia di irraggiungibili lontananze, e non ha altri che me. Ho atteso tanto il Natale per riabbracciare i figli e nipoti provenienti da lontane città, eppure non amo questi giorni: fantasmagorie di luci per le strade, teorie interminabili di auto, bombardamenti pubblicitari alla vista ed all’udito, assalto ai negozi, gente che corre, corre, in preda alla fretta con un occhio ai prodotti da acquistare un altro sulle lancette dell’orologio, sospetto che ne abbiano un terzo all’interno del borsellino che si alleggerisce in men che non si dica. Carte di famiglia 1 11 A giudicare dalle espressioni dei più che sprizzano nervosismo da tutti i pori, direi che la gente non si senta tanto natalizia “dentro”. Ci allontaniamo sempre più da ciò che in questo periodo vogliamo a tutti i costi rievocare. E allora cos’è questo? “La recita del S. Natale”? “La nevrosi del S. Natale”? Qualcosa di peggio: è la “rossa follia di ogni giorno”. Stamane in una gioielleria del centro della mia città c’è stata una rapina, una sparatoria e ci sono rimasti secchi due uomini: uno al servizio della legge, l’altro contro, erano due creature umane, per le quali non ci sarà più un Natale nella vita. 2 gennaio 1986 Come sono volati i giorni, tra poco le vacanze saranno finite e i “ragazzi” ripartiranno. Ci siamo visti ogni giorno, ma sempre di corsa, un saluto un bacio frettoloso, loro, i giovani, stretti tra un impegno e l’altro, anch’essi presi nella spirale, nel vortice, nella “bagarre”: ancora compere, interessi da curare, parenti e amici da salutare, da ricevere ed invitare, inviti a pranzo e a cena; pensare che dicevano di aver tanto bisogno di riposo… Non c’è stato un momento per poter disfare il mio pacchettone zeppo di cose da chiedere, da raccontare, forse domani… 6 gennaio 1987 Stamane sono ripartiti tutti, domani si torna al lavoro. Gli uni hanno mezza Italia da risalire, gli altri tutta intera: tanti chilometri da percorrere, tanta strada davanti a loro e davanti a me, prima che squilli due volte il telefono: - Mamma, siamo a casa. La sera è gelida, eppure ho voglia di uscire sul terrazzo; ho fra le braccia il “pacchettone”, ancora intonso, non c’è stato tempo per aprirlo e distribuire il contenuto; questo è il momento giusto, slego il nastrino, affondo le mani nell’interno: cose da dire, da ascoltare, progetti, dubbi, paure, sensazioni, domande, risposte… via nel vento della sera. Da domani ricomincerò a metter da parte altro materiale inutile: cose da dire, da ascoltare, domande, risposte… Sarà per un’altra volta… forse! Mamma 12 Capitolo primo Una risposta Consolazione. […] Vorrei, mamma, la tua mano sulla mia spalla e la tua voce che mi consola l’anima dicendomi: «Comunque vadano le cose troverai sempre in me la medicina giusta per guarire il tuo dolore spirituale, la tua ferita morale» […] (C., ragazza del Lazio). Capitolo secondo Carte di famiglia 2* Testamenti L’ipotesi di ricerca, che l’ultracenenario testamento qui di seguito riproposto vorrebbe suggerire, è in breve questa: che nelle pieghe del documento, insieme al motivo giuridico specifico della trasmissione di un asse ereditario dal padre ai figli, possano trovarsi elementi “ideali” e indicazioni morali di sicuro impatto pedagogico. E che, più in generale, dallo studio delle fonti testamentarie, si possano far scaturire indagini di interesse storiografico-educativo, per la comprensione di aspetti significativi di una pedagogia familiare. Ma non solo. Ci si chiede, in altri termini, se dalla considerazione di un determinato campione di atti notarili di questo genere, non si possa variamente ottenere un certo prospetto delle istanze domestiche, psicologiche, estetiche, sociali, economico-finanziarie, civili, etico-politiche, ecc., proprie di un ambiente culturale, anche al di là del fatto di legge cui i testamenti istituzionalmente rispondono. E ci si interroga se non sia per l’appunto nella chiave pedagogica additata, che si evidenzi un ordito di situazioni familiari, di idee e di valori generazionali, tali da consentire nella scuola un eventuale percorso formativo e didattico. Un percorso, si vuol dire, di storia locale ed al tempo stesso di storia nazionale, in un quadro che potrebbe essere europeo: e magari, tra analogie e differenze, con comparazioni possibili su un piano internazionale più ampio. Un pretesto, quindi, per una riflessione su un argomento controverso come la proprietà privata (il cosiddetto “terribile diritto”) e la sua trasmissione, da un punto di vista forse insolito. Per esempio, nell’ottica di un programma di “educazione alla legalità”. E sarebbe anche un’occasione, questa, per ragionare criticamente di noi stessi, del nostro modo di essere (“individualisti”? “familisti”?, “sociali”? “etici”?), nello stato di diritto che storicamente ci concerne. Ed è ciò che ci consentirebbe tra l’altro di richiamarci in qualche modo alle radici medesime della nostra cultura testamentaria più remota, ai suoi * Da «La famiglia. Bimestrale di problemi familiari», Brescia, La scuola, anno XXXVII, maggio-giugno 2003, n. 219, p. 83. 14 Capitolo secondo significati religiosi, sacrali, evocativi di un’“alleanza”, di un “patto” (per es. nel Vecchio e nel Nuovo Testamento). Un’alleanza e un patto che, nella “familiarità” del rapporto dell’umano con il divino, comporta sul piano storico una specialissima eredità di affetti, di valori, di abiti, di concezione del mondo, di idee pedagogiche, traduzioni didattiche, ecc. Cose tutte da approfondire, proprio nella dimensione testamentaria che qui interessa. E sarebbe da cercare anche, per questa strada, la possibilità di un itinerario filosofico e pedagogico, circa le concezioni della vita e le azioni personali e collettive, che costituiscono per così dire la filigrana teoretica e morale di questo o di quell’altro lascito testamentario; e la possibilità di uno studio sincronico-diacronico del cosiddetto “senso comune” (dei differenti “sensi comuni”). Com’è pure da considerare la eventualità di indagini di natura interdisciplinare, mediante osservazioni linguistiche, collegamenti di natura storica e geografica; e riferimenti ad altre possibili materie scolastiche, nonché alle nozioni di giusto e ingiusto, bello e brutto, vero o falso, utile e inutile, ecc. Sembra indubbio infatti che, come si accennava, dall’analisi puntuale di documenti di questo tipo, ben al di là della loro funzione giuridica primaria, sia possibile intravedere contestualmente indicazioni culturali, rimandi estetici, paradigmi etici, istruzioni e ammaestramenti, nessi ideologici e plessi motivazionali, più o meno espliciti, ma pur sempre legati alla situazione storica. E dunque riconducibili, sia all’interno sia all’esterno della dimensione familiare specifica, ai risvolti evidentemente educativi di essa. Si vuol dire, cioè, che questa ipotesi di ricerca qui appena abbozzata, potrebbe risultare in prospettiva assai feconda di risultati conoscitivi in qualche modo inediti. E, costruendo via via le sue concretizzazioni di merito tra storia e microstoria, biografia e autobiografia, storiografia e educazione, diventare l’oggetto di un’attenzione metodologica ulteriore. Il documento Quanto al documento qui appresso pubblicato, esso non è che un esempio, tra gli altri possibili, di testamento con precise valenze anche educative. In particolare, si tratta di una copia notarile trascritta «in conformità del suo originale alligato al verbale di apertura di testamento olografo del 28 aprile 1898 numero millecentodiciassette, rogato dal no- Carte di famiglia 2 15 taio Tommaso Capocasale e registrato in Petilia Policastro [Catanzaro] il quattro maggio milleottocentonovantotto». Il testo viene ora restituito secondo tale trascrizione, senza alcuna modifica nemmeno minima di forma. La copia utilizzata si trova nell’Archivio Vincenzo Colosimo, attualmente alloggiato nell’abitazione di chi scrive (Roma, via di Tor Fiorenza 41). L’originale olografo, non controllato per impedimenti dell’ufficio, sta nell’Archivio Notarile Distrettuale di Catanzaro (Fondo del notaio Tommaso Capocasale). In particolare, dal punto di vista strettamente pedagogico, questi, di primo acchito, i motivi del suo interesse: 1.Emilio Colosimo è un ricco proprietario terriero (classe 1830), che già avanti negli anni aveva deciso di mettere su famiglia. Evidente pertanto, nel testamento, la sua duplice preoccupazione di provvedere da un lato ai figli, da un altro lato di mantenere il più possibile unite le proprietà. Di qui, in prossimità della morte, le scelte testamentarie che egli viene operando rispetto ai beni da lasciare in eredità, all’uso non paritetico della “disponibile” e della “legittima”: e quindi rispetto alla consuetudine del maggiorascato. Da cui discendono: le scelte che il genitore viene operando e le cautele che usa, per tenere unita la famiglia; i modelli educativi che hanno ispirato la sua vita e vuol trasmettere ai figli; la pedagogia, in ultima analisi, del mantenimento e della crescita della ricchezza, anche mediante lo studio, che positivamente ne deriva. 2. Da notare quindi, nella filosofia di questo testamento, il ruolo familiare ausiliario del fratello Luciano, quello di virtuale comprimario del primogenito Vincenzo, quello gerarchicamente funzionale degli altri due figli, e quell’altro decisamente subalterno della consorte/“angelo del focolare” Giovannina. Quanto al desiderio che i figli, una volta laureati, vogliano dedicarsi alla diplomazia e all’avvocatura, questo si spiega, da un lato, per ragioni di contesto familiare (che – si informa - viene annoverando tra l’altro un importante uomo politico del tempo, Gaspare Colosimo); da un altro lato, perché la giurisprudenza, nell’amministrazione dei beni di famiglia, è comunque garanzia di sicurezza e segno di stabilità e ricchezza ulteriore. 3. Importanti pertanto le diverse sottolineature pedagogiche, che a più riprese, e soprattutto nella conclusione, si ritrovano nel testamento, a proposito dell’unità dell’intento economico-finanziario e insieme pedagogico e morale da perseguire. E dunque: quando si tratta della necessità di evitare liti tra fratelli, dell’importanza delle tradizioni “nobilissime” di famiglia, del rispetto da portare alla madre, del valore degli studi e delle laurea, dell’esemplarità dei comportamenti amministrativi del 16 Capitolo secondo “buon padre di famiglia”, del ruolo in certo qual modo anche educativo che assume la casa d’abitazione. E ciò soprattutto in presenza (diresti) dell’esperienza della prossima morte del vecchio capofamiglia e, contestualmente, della creazione di quanto serve alla nascita e alla formazione del nuovo capofamiglia. Il testo Testamento di Emilio Colosimo fatto a 19/Sett. 1897 Col presente mio testamento olografo scritto e sottoscritto di mio proprio pugno, io Emilio Colosimo fu Vincenzo nato in Colosimi, domiciliato in Petronà, ora che mi trovo sano di mente e di corso [sic], ad evitar discordia tra li miei figli ed eredi dopo la mia morte dispongo delle mie sostanze nel modo che segue: 1° Nomino mio erede universale e particolare su la disponibile il mio diletto figlio primogenito Vincenzino, e su la legittima chiamo eredi li tre miei cari figli Vincenzo, Nicola ed Angelo. 2° in caso che Vincenzo, che nominato erede della disponibile non voglia e non possa accettarla o muoia senza figli legittimi, prima di raggiungere la maggiore età, ci sostituisce il mio secondo figlio Nicola. Qualora poi nemmeno Nicola possa e voglia accettarla e muoia senza figli legittimi prima di raggiungere alla maggiore età sostituisce il mio diletto figlio Angelo. 3° Avvalendomi delle facoltà concessemi dall’art. 1044 del Codice Civile, e sempre co lo scopo di evitare liti fra li miei diletti figli ai quali raccomando di vivere sempre in buona armonia fra di loro divido io stesso il mio asse. 4° Il testo di tutte le mie proprietà, ascende a lire novecentomila circa delle quali lire seicentomila debbono formare la quota disponibile e la legittima di Vincenzo, e lire trecentomila la quota di riserva dei figli Nicola ed Angelo. a) A mio figlio Vincenzo per quota disponibile assegno 1° la tenuta Cappella che comprende li fondi Battaglia, Salinella, (territorio di Petronà), Driale, Sinore, Canonici Forestello, Falese, Forestello, Poerio, Scordillo, Vignali, Fregale, S. Domenico, Donatello, Piano della Cappella, Giardino della Cappella, Vignale Giampietro con le Fabbriche, Trappeti, Giardini o Villa Ogliastro Migliari, Cirimotta, Olivetella, Torre delle Forestelle, Mastro Amato, Jordano, Vignale, Pollizzi, e Vignale Balonia, Fondo Lesci, e Caporrusso, (territorio di Belcastro) Castaneti di Petronà. Carte di famiglia 2 17 Per quota legittima li assegno li fondi Silani Manulata e Donaglia I° Petronà e 2° Cerva. b) A mio figlio Nicola, per suo quota legittima assegno il fondo Antonio Mazza di recente comprato da Veraldi. Questo fondo, non si è ancora intieramente pagato, dovendo pagare la retta fra li tre anni stabiliti nell’ istrumento di acquisto. Detta resta di prezzo se all’epoca della mia morte non ancora sarà pagata dovrà soddisfarsi con le rendite della porzione disponibile assegnate a Vincenzo. Lascio pure a Nicola il piccolo uliveto Torre, vicino a Belcastro e mettà del fondo di Balzata. c) A mio figlio Angelo assegno per quota legittima li fondi Giordano, Seminario, S. Giacomo Giampaolo, Olessi, Visciglietto (Mesoraca) Lerose ed ulivi Prestia (Marcedusa) Trombetta, Chiusa della Madonna, Jannicone, Gabalese, giardino di Andali, e tutti gli altri vignali vicini alle medesime (Andali) Serre di Castello (Belcastro). Lascio pure ad Angelo il mulino ed orti e Torre di Belcastro, e l’altra metà del fondo Balzata. 5° Tutto quello che si trova nella mia casa di abitazione sia mobilia ori, argenti e gioie ed ogni altro oggetto prezioso tutto sarà diviso tra li miei figli in pro dei diritti di ciascuno a secondo dell’art. I° del presente testamento. Voglio che della metà disponibile assegnata a Vincenzo facciano parte tutte le argenterie, il concerto di brillanti e perle ed oro che si trovano, se il valore supererà la metà disponibile Vincenzo dovrà darne in denaro i dappiù ai fratelli. Voglio che siano attribuite a Vincenzo tutte le mie armi, il mio orologio, la lente di oro e i bottoni di camicia petto e polsi e li speroni di argento. 6° A [sic] mia intenzione di completare la casa di abitazione in Petronà con la costruzione degli altri due quarti già incominciati e mobiliarli decentemente. Però se all’epoca della mia morte ciò non potrà essere, dovrà Vicenzo a sue spese costruire li due quarti cominciati quando avrà raggiunto la maggiore età e consegnarne per ciascuno fratello Nicola ed Angelo, quali sino a che non sarà loro consegnata la loro parte del nuovo fabbricato, avranno diritto ad abitare col fratello Vincenzo la casa attualmente da me abitata. Ciascun quarto da costruirsi, sarà composto da N. 4 stanze oltre cucina e la sala da pranzo. Eseguita la consegna del nuovo fabbricato ri- 18 Capitolo secondo marrà di esclusiva proprietà ed uso di Vincenzo, il fabbricato ora esistente. 7° Tutti gli animali di qualunque specie, come le derrate di qualsiasi natura dovranno dividersi in proporzioni dei diritti di ciascuno dei miei figli, in conformità dell’articolo 1°. 8° Escludo dall’usufrutto legale della madre li beni lasciati a mio figlio Vincenzo, su la disponibile voglio che le rendite della porzione disponibile di cui ho disposto 1° e 2° di questo testamento, restino vincolate per servire alla esecuzione delle precedenti mie disposizioni, e la rimanenza sia depositata anno per anno in una pubblica Cassa, per averlo mio figlio Vincenzo o quello a lui sostituito all’epoca della maggiore età. 9° Nomino per curatore il mio caro fratello Luciano, con l’incarico di amministrare da buon padre di famiglia le sostanze che io trasmetto a mio figlio Vincenzo, o all’altro a lui sostituito, come porzione disponibile, a condizione di non portare in mia casa nessuno dei miei parenti come sorelle e nipoti. 10° Voglio che dopo la mia morte siano fittati tutti quei fondi che si possono, e che siano venduti gli animali ad eccezione di quell’accessori alla coltura, questa raccomandazione rivolgo tanto a mia moglie, quanto al curatore mio fratello deve tutto dirigere con sostituirmi. 11° Raccomando caldamente e vivamente a mia moglie Giovannina De Stefano di curare con ogni diligenza e con affetto materno l’educazione dei nostri figli cari. È mio ardente desiderio che tutti tre ottenessero una laurea adibendosi alla Diplomazia, ed uno particolarmente nella giurisprudenza per mantenere la tradizione nobilissima della nostra famiglia. 12° Raccomando ai miei figli di amarsi fra loro e mantenersi sempre in buona armonia, e di avere per la madre quel rispetto e quei riguardi e quella venerazione che le son dovute. Anco raccomando agli stessi tutto il rispetto come paterno al mio fratello loro zio Luciano quale e mia moglie debbono abitar la casa di Petronà e della Cappella. Voglio sperare che li miei figli rispetteranno le mie ultime volontà. Ma ove mai crederanno lesi i loro diritti desidero che per quanto sia possibile evitino tra di loro giudizio e ricorrono all’opera amichevole dell’affettuosa famiglia Scalfaro per comporre le questioni che potranno insorgere. Annullo qualsiasi altro precedente testamento. Fatto sottoscritto di mio proprio pugno = A. Petronà oggi diciannove del mese di Settembre 1897 = Firmati: Emilio Colosimo fu Vincenzo. Capitolo terzo Carte di famiglia 3* Lettera a una figlia Cara Maria Luisa, vuoi un ricordo di tuo padre, mio e di Annamaria? Un ricordo di Augusto Placanica*, personale, familiare, da famiglia a famiglia? “Nu mme para veru” / “Non mi sembra vero, non chiedo niente di meglio”, avrebbe detto lui: anche se da ciò che di Augusto serbiamo memoria, Annamaria ed io (con Daria, Lidia e Matteo, che “al professore Placanica” volevano bene), è impossibile escludere tua madre Vera, e te e Federico e Claudia, con le vostre rispettive famiglie. Proprio Augusto, del resto, quando ci vedevamo al mare in estate, incoraggiava quest’aria di famiglia allargata: che, se lo faceva un po’ apparire un patriarca con figli, nuora, generi, nipoti, ecc., gli permetteva di essere con il suo prossimo, anche a ferragosto, un intellettuale in servizio. Nel senso che la stessa sua famiglia, le nostre due famiglie e quelle che ci stavano attorno, continuavano ad essere per lui una buona occasione per ragionare dell’intero cosmo familiare, in termini storici, culturali, economico-sociali, religiosi, educativi. Insomma, per usare un’espressione a lui cara, della famiglia “in idea”. E citava in proposito Dante, il suo Dante, per dire che “Ogni erba si conosce per lo seme”; e, da buon moralista, soggiungeva: “Rade volte risurge per li rami / L’umana probitate”. E se accettava con soddisfazione personale i “doni dell’ara” (amava la sua famigliola, che gli piaceva), da storico ne additava la fisionomia culturale, le positure sociali, le dimensioni pedagogiche. ___________________ Da «La famiglia. Bimestrale di problemi familiari», Brescia, La scuola, anno XXXVII, novembre-dicembre 2003, n. 222, p. 79. * Augusto Placanica (1932-2002). Professore ordinario di Storia moderna all’Università di Salerno, dove ha fondato e diretto il Centro studi “Antonio Genovesi” per la storia economica e sociale e il CIRM (Centro interdipartimentale di ricerca sulla cultura meridionale). Autore di decine di volumi e saggi, individuali e/o collettivi, sulla storia della società meridionale in età moderna; e di numerosissime, * 20 Capitolo terzo importanti pubblicazioni anche d’altro argomento: per cui si rimanda, in generale, a Augusto Placanica. Bibliografia, a cura di Mirella Mafrici, Dipartimento di Teoria e Storia delle Istituzioni Giuridiche e Politiche nell’età moderna e contemporanea, Salerno, Edizioni Gutenberg, 2002. Titoli di maggiore impegno: Cassa Sacra e beni della Chiesa nella Calabria del Settecento, Napoli, Università degli Studi, 1970; Il patrimonio ecclesiastico calabrese nell’età moderna, I, Chiaravalle Centrale (Catanzaro), Frama’s, 1972; Uomini strutture economia in Calabria nei secoli XV-XVIII, I. Demografia e società, Reggio Calabria, Editori Meridionali Riuniti, 1974; (a cura di) Civiltà di Calabria. Studi in memoria di Filippo De Nobili, Cgiaravalle centrale, Effe Emme, 1975; Uomini strutture economia in Calabria nei secoli XV-XVIII. II, Clima, produzione, rapporti sociali, Chiaravalle Centrale (Catanzaro), Effe Emme, 1976; Alle origini dell’egemonia borghese in Calabria. La privatizzazione delle terre ecclesiastiche(1784-1815), SalernoCatanzaro, Società Editrice Meridionale, 1979; (a cura di) G. M. Galanti, Giornale di viaggio in Calabria (1792), seguito dalle relazioni e memorie scritte nell’occasione, Napoli, SEN, 1982; (a cura di, con P. Bevilacqua) La Calabria (“Storia d’Italia. Le regioni dall’Unità a oggi”, Torino, Einaudi, 1985; Il filosofo e la catastrofe.Un terremoto del Settecento, Torino, Einaudi, 1985; La Calabria nell’età moderna, I, Uomini strutture economie, Napoli, ESI , 1985; (a cura di) G. M. Galanti, Scritti sulla Calabria, Napoli, SEN, 1987; La Calabria nell’età moderna, II, Chiesa e società, Napoli, ESI, 1988; (a cura di) G. Leopardi, Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’ italiani, Venezia, Marsilio, 1989; Segni dei tempi. Il modello apocalittico nella tradizione occidentale, Venezia, Marsilio, 1990; Dal 1992 in avanti, ha diretto una Storia della Calabria moderna e contemporanea, in più volumi, Roma-Reggio Calabria, Gangemi; Storia dell’inquietudine. Metafore del destino dall’odissea alla guerra del Golfo, Roma, Donzelli, 1993; Storia della Calabria dall’antichità ai giorni nostri, Catanzaro, Meridiana Libri, 1993 (poi con integrazioni e modifiche, Roma, Donzelli, 1999); (a cura di) G.M. Galanti, Scritti sulla Calabria, Cava de’ Tirreni, Di Mauro, 1993; (a cura di) G. M. Galanti, Memorie storiche del mio tempo e altri scritti di natura autobiografica (1761-1806), Cava de’ Tirreni, Di Mauro, 1996; Millennio. Realtà e illusioni dell’anno epocale, Roma, Donzelli, 1997; L’età moderna. Alle radici del presente: persistenze e mutamenti, Milano, Bruno Mondatori, 2000; (a cura di, con M. R. Pellizzari, Novantanove in Idea. Linguaggi miti memorie, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2002. Riterrei in questo senso, che perfino la passione di Augusto per la fotografia, rientrasse nel suo bisogno storiografico elementare, fisiologico, quasi ancestrale, di misurarsi tangibilmente con l’immagine della famiglia nella natura, nella storia, come parte in causa ed effige di un universo più ampio. E sarei tentato di pensare che anche il romanzo che Augusto ci annunziava in lavorazione, se lo avesse compiuto, sarebbe Carte di famiglia 3 21 rientrato in questa sua esigenza d’approccio fondamentale, connaturato alla storia, alla vita degli altri. Ai suoi interlocutori più vicini. A tutti noi. Questo il motivo, probabilmente, del suo interesse per la mia “atavica aria di famiglia”, che gli faceva prendere di tanto in tanto il discorso sui “de Cumis”: e raccontare storie e aneddoti, ed avere tra mano documenti, antiche pergamene, stampe, che mi mostrava e di cui qualche volta mi faceva dono. Quanto ai “decumisini” di oggi, me compreso, essi lo stimolavano a ragionare da sociologo della cultura e, quasi persone di famiglia, lo coinvolgevano amichevolmente, sentimentalmente. Difficile, del resto, distinguere in Augusto i due livelli di attrazione. Così come, da un altro punto di vista, era impensabile che tra me e lui si consumasse un rapporto semplicemente “a due”: nel senso che, in mezzo a noi, c’era sempre un qualcosa o un qualcuno in più, ovvero un elemento naturale o culturale o sociale, che veniva ad aggiungersi. Che so io, la presenza o il pensiero di un altro amico, di un allievo, di un conoscente occasionale, dei nostri familiari stessi. Però non ammetteva condizionamenti psicologici di sorta, e volentieri poneva problemi su tutto e su tutti, definendosi “accademico di nulla accademia” e glorificando il “dover essere della differenza”. Ecco perché, nelle numerose estati passate sotto lo stesso cielo di Sellìa Marina, era proprio la famiglia, la famiglia come tema di ricerca, l’argomento prossimo che spesso e volentieri finiva col rappresentare il filo rosso delle nostre conversazioni su uomini, cose, libri, carte, epigrafi, dediche… Le dediche, soprattutto le dediche, come gioco dialogico e scambievole dono. Come segno di reciproca stima e “segno” di uno spazio culturale, vitale. A proposito, ne ho sotto gli occhi una, di dediche, dell’agosto 1990: “a Nino Siciliani in ricordo di due estati / Augusto”; e rivivo con commozione l’ultima delle mie, dell’agosto 2002: “Ad Augusto, Nino… con il terzo che ci cammina accanto”. Espressione di proposito un po’ misteriosa, ma che Augusto accolse amabilmente con un “capiscivi”, guardando di sottecchi Annamaria, e ripetendo a mezza voce un secondo “capiscivi” / “ho capito”, prima di mettersi a parlare del professore Mastroianni e a citare un versetto della Bibbia, che non ricordo. Ed è ciò che ora mi porta a pensare ad un libro come Segni dei tempi. Un’opera, che Augusto aveva dedicato “al mio nipotino Riccardo, per il suo quarto compleanno”, a che si apriva con alcune parole dagli Atti degli Apostoli, in tema di generazioni e famiglie: Negli ultimi giorni - dice il Signore -, io effonderò il mio Spirito sopra ogni persona; 22 Capitolo terzo i vostri figli e le vostre figlie prolifereranno, i vostri giovani avranno visioni e i vostri anziani faranno dei sogni. In vacanza, del resto, erano proprio di questo tipo i “sogni” e i “segni” di cui ci piaceva parlare tra noi: realtà e fantasie di ricerche storiche a nostro dire peregrine, originali (con buona pace degli eventuali colpi di sole). Come quelle, infinite, sui giornali… Che ci ponevano domande del tipo: come selezionarne gli articoli, come catalogarli, come conservarli, come leggerli, studiarli? “E se intanto li imbalsamassimo” - dicevo io -, “se li plastificassimo?”. “Parra cu Maria Luisa, chi sti cosi i sapa” concludeva lui -, “Parla con Maria Luisa, che s’intende di queste cose”. Avrei dovuto cioè parlarti dei giornali, “diario collettivo di fatti e di idee”, e del modo di acquisirli in una biblioteca, come archivio a base emerografica… Dei giornali, che ci riguardavano. Fino all’ultima volta, che ci siamo sentiti per telefono: quando, essendo lui in partenza per Salerno, mi chiese di spedirgli le fotocopie di alcuni articoli dei quotidiani locali del giorno dopo, che lo avrebbero riguardato (si trattava di un premio appena ricevuto a Sellìa Marina), e che avrebbe voluto dedicare agli amici. Così, sempre a proposito di dediche, mi torna in mente quella volta che ci siamo detti: perché non formulare quest’ipotesi (ardita), di selezionare un campione significativo di dediche d’autore, giustificando i criteri della scelta e le modalità e i limiti della documentazione, per costruirci sopra un discorsetto (e magari un film, o una pièce teatrale) di storia della mentalità? Perché non vedere negli elementi dialogici delle trasmissione interpersonale di un prodotto intellettuale, i segni evidenti e invadenti di una “concezione del mondo”? Di uno stile? Dicevamo che sarebbe stato interessante e utile fare un lavoro del genere sulle opere di un autore o su quelle di un gruppo di autori, di un periodo storico, di un’area geografica, di uno spaccato culturale determinati. Raccogliere, per esempio, il maggior numero possibile di dediche, pubbliche e private, da una biblioteca di famiglia. E facevamo l’esempio della famiglia Leopardi… Utile e interessante - aggiungo adesso – potrebbe essere l’eseguire un’indagine del genere sulle dediche dei libri e degli estratti che Augusto donava ad amici e conoscenti. A cominciare da quelli conservati nella Biblioteca Comunale “F. De Nobili” di Catanzaro: per studiare, così facendo, la personalità di Augusto, in relazione alle opere a ai giorni; e Carte di famiglia 3 23 per coglierne i motivi ideologici e gli intenti eventualmente pedagogici. I suoi “segni dei tempi”. Come quella volta che, nel novembre del 1991, ci scrisse: “a Nino e Annamaria, con tanto affetto, offro questo aureo libretto di un tale che, un secolo e mezzo fa, aveva capito tutto / Augusto”. Dove il “tale”, altri non era che il Giacomo Leopardi del Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’ italiani. Il Leopardi, di cui Augusto, in un’altra occasione, ricordava la massima: “Circa i genitori pòrtati in quel modo appunto come tu vorresti che i tuoi figliuoli si portassero verso di te”. E del quale, in tema di “quantità e qualità dell’istruzione in Italia”, citava l’anticonformismo pedagogico: La maggior parte delle persone che deputiamo a educare i figliuoli, sappiamo di certo non essere state educate. Né dubitiamo che non possano dare quello che non hanno ricevuto, e che per altra via non si acquista […]. L’educazione che ricevono, specialmente in Italia, quelli che sono educati - che, a dir vero, non sono molti -, è un formale tradimento ordinato dalla debolezza contro la forza, dalla vecchiezza contro la gioventù […]. Frutto di tale cultura malefica […] si è, o che gli alunni, vissuti da vecchi nell’età florida, si rendono ridicoli e infelici alla vecchiezza, volendo vivere da giovani; ovvero, come accade più spesso, che la natura vince, e che i giovani, vivendo da giovani in dispetto dell’educazione, si fanno ribelli agli educatori. Sì, Leopardi a parte, c’era in Augusto una certa voglia di épater le bourgeois. E una sorta di radicalismo antipedagogico, che ci piaceva vedere in agitazione e di cui egli si compiaceva, per esempio quando giocava ad esagerare un po’: magari indossando con disinvoltura in pieno giorno, e sulla porta di casa perché intendeva proprio farsi vedere, una camicia da notte a mo’ di bianca uniforme estiva. Oppure quando, discorrendo del “migliore amico dell’uomo”, del cane, commentava: “il migliore amico dell’uomo… tu ‘nci mini e iddru ti vena appresso: ma si po’ essere chiù fissi e ccussì? / tu lo bastoni e lui ti segue passo passo: ma si può essere più stupidi di così?”. E scivolava a dire, con battute al vetriolo, di uomini impermeabili a critiche e rimbrotti, che era meglio perdere che trovare. E faceva nomi e cognomi. Annamaria ne era stupita, divertita, conquistata; e, nella sua ammirazione per l’immediatezza di Augusto, non era esclusa una punta polemica nei miei confronti (“Augusto sì che è simpatico, vedi come parla 24 Capitolo terzo chiaro, altro che mediare, mediare, come fai tu”). Da parte sua Vera, anche se qualche volta brontolava sull’onda di qualche eccesso verbale del marito, era chiaro che nutrisse per lui una fiducia assoluta. Una specie di venerazione, che ovviamente Augusto ricambiava. Le due coppie, le due famiglie, nonostante le differenze di età e tutte le altre peculiarità, inevitabilmente, si confrontavano. Ci confrontavamo: professore universitario lui, professore universitario io; tutti e due ex docenti di italiano e storia nell’Istituto Tecnico “B. Grimaldi” di Catanzaro (ricordavo di tanto in tanto ad Augusto, che se ne dimenticava, di averne ereditato la cattedra); insegnante Vera, insegnante Annamaria; calabresi della diaspora e loro e noi; e sia gli uni che gli altri, “padre e madre di tre figli tre”, per l’appunto due femmine e un maschio. E mentre si stava insieme era ovvio che mi ritornasse in mente l’Augusto giovane pater familias, che avevo conosciuto supplente al Liceo “P. Galluppi” di Catanzaro; e poi ritrovato precettore privato di amici, ai tempi della casa di Monte Corvino. E, in fatto di case, quanti ricordi, quante situazioni, nelle altre abitazioni della famiglia Placanica al Pianicello e a Madonna dei Cieli; poi a Salerno; quindi a Sellìa Marina, nelle diverse villette di Giorgio Brescia al mare… Ed era qui che la sera, qualche volta, che ci si trovava seduti in giardino con altri amici e congiunti morganatici: spesso e volentieri con i coniugi Sorrentino più figlio; altre volte, con Piero Bevilacqua, Franco Santopolo, Dino Vitale, ecc. E ce ne stavamo lì, tra gli alberi, a ricordare la Catanzaro di una volta, le nostre “meglio gioventù”, le possibili comuni esperienze: Filippo De Nobili (“Don Pippo”) e Giovanni Mastroianni in testa. Il Mastroianni, il Mastroianni “come il Sidol” (diceva Augusto), che una volta evocato, diventava per noi un’agognata meta di pellegrinaggio a Copanello, “il prossimo sabato o la prossima domenica”. Un’occasione di più per commemorare, per mescolare e sceverare ricordi di scuola e di vita catanzarese, tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta (“ahimè, del secolo scorso”). E per parlare dei propri studi, di politica e società. Prodigo di consigli ai più giovani di lui, sui libri da leggere, sulle ricerche da fare, l’Augusto attivissimo bibliotecario al Liceo è per me un ricordo indelebile. E fu lui, a casa sua, ad imprestare al sedicenne aspirante lettore Cristo s’è fermato a Eboli e L’orologio di Carlo Levi. Lui, a fornirmi le prime spiegazioni tecniche sull’uso di una biblioteca pubblica e sulla formazione di una biblioteca privata (con l’aiuto della celebre Guida di Delio Cantimori). Lui, a farmi capire che cosa sia un archivio stori- Carte di famiglia 3 25 co (nella specie, l’Archivio dello Stato di Catanzaro): e che cosa un repertorio, uno schedario, un faldone, una busta, una carta, ecc… Per Augusto erano gli anni dei suoi studi sulla Cassa sacra. Per me, quelli del primo impatto con bibliografie, citazioni, note a piè di pagina, schede di lettura, rassegne critiche, recensioni, bozze di stampa, ecc. Per tutti e due, in modi diversi, gli anni della militanza politica nel PCI. Gli anni della comune amicizia con Mastroianni, Sarino Maida, Totò Ameduri, il gruppo di “Regione Calabrese”, tutti gli altri delle passeggiate sul corso. Sicché, sbirciando nell’officina storiografica di Augusto (mentre cominciavo ad essere di casa in quella del professore Mastroianni), ho avuto modo di conoscere un laboratorio di storia, fatto di letture, scritture, immagini e numeri, statistiche, percentuali, consuntivi, giudizi. Ah! quella calcolatrice, quei rotoli, quelle cifre, quei protocolli: tutta roba ad Augusto essenziale e di cui, ora bonariamente ora burbanzosamente, mi faceva intendere il senso. Sono così arrivati per me gli anni della laurea, per Augusto quelli della docenza universitaria. Per entrambi, continuava ad essere tuttavia il tempo della Biblioteca Comunale “F. De Nobili” (musa familiare, allora, Maria Mazzocca); il tempo degli amichevoli incontri in episodi di ricerca e in corsi di aggiornamento per insegnanti (uno diretto da Pietro Borzomati), in conferenze e in presentazioni e recensioni di libri, in opere miscellanee e in varie altre situazioni scientifiche e didattiche. E, ovviamente, in diversi momenti di vita familiare. A cominciare dalla coincidenza, indimenticabile per me ed Annamaria, di due fatti: sempre in estate, in un pomeriggio di caldo torrido, l’estremo saluto al fratello, a tuo zio Maurizio, nella chiesa della Maddalena a Catanzaro e il primo benvenuto a Daria, la nostra primogenita. E ricorderei qui, tutt’insieme, i momenti in cui incontravo il Colonnello Placanica, tuo nonno, nella casa del Pianicello o nella Biblioteca Comunale, a far ricerche erudite guidate da Augusto. I momenti in cui tuo padre e tua madre parlavano di voi figli, dei vostri studi, della vostra vita; e quegli altri momenti, nei quali Annamaria ed io ci confidavamo a nostra volta con Vera ed Augusto sui nostri ragazzi, sui loro problemi scolastici, universitari, sentimentali. E sapevamo benissimo, le due coppie, che quel ritrovarci d’agosto in mezzo a tanti parenti, da un lato comportava qualche limitazione: come se, nel gruppo delle famiglie, le nostri voci personali, le nostre fisionomie individuali, non ci appartenessero più di tanto. Da un altro lato, però, quella duplice atmosfera di famiglia all’incrocio, quella doppia sen- 26 Capitolo terzo sazione d’appartenenza alla razza e al suolo calabresi, ci forniva una specie di alibi a fare di necessità virtù, valorizzando i dettagli; e questo un po’ ci esaltava. Potevamo così, senza perdere terreno, vantare i frutti del nostro stare insieme non da soli, ma in compagnia dei nostri cari. Indimenticabili, d’altra parte, le osservazioni di Augusto sulle famiglie degli ombrelloni accanto: “Ma un viditi comu parranu, comu parranu sempra d’istessi cosi: du mangiari, du mangiari e du viviri… ca i catanzarisi è sulu chistu chi vonnu” / “Ma non vi accorgete come parlano, come parlano sempre delle stesse cose: del cibo, del mangiare e del bere… che i catanzaresi è solo questo che vogliono”. E io: “Hai visto i giornali di oggi? è anche lì la stessa cosa: non sanno scrivere d’altro che di cibo, di cibo, di cose locali, di sottocultura…”. E lui, di rimando: “No, non vitti nenta: non vogghiu ma leju jornali… ma mi fai vidiri chisti chi dicisti?” / “No, non ho visto niente: non voglio leggere giornali… ma me li fai vedere, questi di cui hai parlato?”. E capivi che non era solo delle famiglie limitrofe d’ombrellone che Augusto intendeva dire, ma di tutta la società calabrese: del mancato sviluppo, della crescente invadenza del privato nella cittadinanza, delle perversioni dell’individualistico, della prevaricazione del localistico nel sociale, del campanilistico nella politica. Il che non toglieva, evidentemente, che egli ritrovasse nella sua famiglia quasi il compimento di se stesso: un compimento più grande del “sé”, esistente prima di lui e capace di sopravvivergli con quel che in lui c’era di meglio. E c’era in lui anche un certo edonismo familiare, che scivolava ludicamente addosso a tutti noi che gli stavamo attorno: una ricerca e una pratica di ciò che fa piacere, in famiglia, sul presupposto che i sentimenti e le abitudini che costituiscono la felicità pubblica, si formano in famiglia. E con gli amici di famiglia, magari in vacanza, al mare… Non che non capitasse altrimenti, nel corso dell’anno, di vederci o scriverci o sentirci per telefono. Ma l’estate era un’altra cosa. La certezza di sapere in luglio che ci saremmo visti in agosto, con Augusto e Vera, era per me ed Annamaria un modo di qualificare l’attesa delle ferie e, quasi, di celebrare un rito di famiglia. Si andava ad un appuntamento e la riuscita delle nostre vacanze sarebbe dipesa anche dal rinnovarsi di quel rendez-vous, dal ripetersi delle reciproche visite a casa o sulla spiaggia; dall’impegno a fare, che so io, una gita plurifamiliare a Serra San Bruno; o a partecipare a una serata didattica a Sellia Marina o danzante a Rivachiara (nonostante lo sgradevole incidente, una volta, dell’atterramento con rimbalzo di Augusto, per l’inciampo su una bici ballerina…). Carte di famiglia 3 27 E ci piaceva la promessa, qualche volta mantenuta, che “una di queste sere di luna piena”, ci saremmo ritrovati tutti a fare un bel bagno notturno, per sfatare il buio, ammirare il luccichio del plancton, sentire un coretto di denti infreddoliti, asciugarci in fretta con l’accappatoio e sorseggiare del buon cognac per scaldarci un po’. Ciao, Maria Luisa. Arrivederci ad agosto spero, a Sellìa Marina. Dove Augusto e Vera ci mancheranno certamente. Ma dove non potremo fare a meno di ricordarli. Affettuosamente, da famiglia a famiglie, Roma, luglio 2003 Nino con Annamaria. Capitolo quarto Carte di famiglia 4* Confidenze di un’allieva scrittrice A Marzia Castiglione Cara Marzia, ho letto il suo memorandum (nota autobiografica e appunto di lavoro), e lo ho trovato molto interessante e ricco di spunti di riflessione. Pagine davvero molto istruttive anche per me, come radiografia dell’“individuale” ed ecografia del “familiare” e del “sociale”, scuola compresa. Anche se è la famiglia, la famiglia il primo motivo poetico, meglio poematico, della sua narrazione. Makarenko docet. Infatti, mi sono venuti subito in mente i suoi ottimi rapporti col Poema pedagogico. Come se lei con il romanzo, in un modo o nell’altro, fosse in debito per qualcosa di più che per due esami universitari di Pedagogia generale. Quanto al risultato letterario, non avrei dubbi. Apprezzabile così com’è: un po’ saggetto narrativo, un po’ esercizio morale. Un repertorio di fatti, sentimenti, idee, concernente insieme le dimensioni del “personale” e dell’“interpersonale”, e dunque gli ambiti del formativo, dell’educativo. E questo, mediante l’effettiva capacità che lei ha di raccontare di sé, trasferendo l’esperienza soggettiva della differenza in un prontuario di elementare nuova umanità, che aiuta a crescere anche chi legge. Altro che Nulla di utile! Alquanto indispensabile, direi invece. Perché ci racconta della particolare diversità della singola persona, come ingresso ad una generalizzabile diversa uguaglianza di più alto profilo. Quasi a voler dire: a me una volta è successo questo e quest’altro di singolare; vediamo quindi, adesso, cosa fare di ulteriormente “altro”. Cosa fare pertanto di differente, anche nel senso di opposto ad indifferente, a noncurante, negligente, disinteressato? Capace di coinvolgerci, al contrario, in un’azione davvero importante, significativa, eminente? Ecco perché mi è venuta voglia di scriverle. E non tanto per dirle semplicemente bene!, brava! - quanto per chiederle e adesso? e dopo? Come vincere, cioè, lo sgomento della sproporzione che persiste, tra una * Da «La famiglia. Bimestrale di problemi familiari», Brescia, La scuola, anno XXXVIII, marzo-aprile 2004, n. 224, p. 77. 30 Capitolo quarto battaglia vinta e tutte le guerre che restano da combattere? Come fare di necessità virtù, per se stessi, per gli altri? Non è per l’appunto la differenza l’elemento discriminante dell’“umanamente nuovo”? Zadorov ritorna a sorridere degli schiaffi ricevuti… Come vede, la trattengo ancora nel clima “antipedagogico” dei due semestri di lavoro universitario comune su Makarenko e dintorni... Però se l’è voluta lei: per avermi indotto a leggerla, suggerendomi l’idea che tra la forma autobiografica del Poema pedagogico romanzo di formazione ed il “racconto d’infanzia” di Marzia Castiglione vi possa essere un qualche nesso. Una specie di “gioco” tra letteratura, pedagogia e vita. Una certa familiarità. Scherzi della prospettiva, probabilmente, di cui i makarenkologi sono ghiotti. Scherzi del collettivo e del senso di responsabilità e di corresponsabilità. Scherzi dei besprizorniki “moralmente deficienti” che, facendosi “uomini nuovi”, sembrano quasi voler transitare dal Poema pedagogico nei nostri stessi progetti educativi ed autoeducativi. In altre parole, ciò che più mi piace del suo scritto è questa sorta di humour makarenkiano che - fatte salve le differenze - mi pare di ritrovare, da un lato, nella sua raggiunta capacità di esorcizzare il “negativo”, e, da un altro lato, nell’attitudine ad attingere elementi formativi, che Makarenko potrebbe forse riconoscere come fattori di “stile”. Parola magica, questa dello stile, che - come lei sa bene -, viene a riassumere le due facce in cui, tra scrittura ed educazione, l’opera di Makarenko (pisatel’ e pedagog) organicamente consiste. Ma dovremo riparlarne ancora tra di noi: e proprio a partire dagli esiti riconoscibili della lezione makarenkiana. Perché lei, in questo senso, è un’allieva che sarebbe certo piaciuta al vecchio Anton. Il quale, se avesse potuto apprezzarla per le sue qualità di scrittrice, le avrebbe subito affidato il comando di un bel reparto: magari di un “misto d’avanguardia”, con il compito della realizzazione individuale-collettiva di una qualche “scrittura creativa” a fini ulteriormente pedagogici. E letterari. Che gliene pare? Le dico di più: che il circolo pedagogia-letteratura, in quanto tende a condensarsi in un esito stilisticamente significativo, non è solo l’effetto di un’azione formativa precedente, ma è anche l’avvio di ulteriori metamorfosi educative e addirittura la prova provata dell’educabilità umana. Con tutti i rischi che l’impresa comporta. In famiglia e fuori. E lei, Marzia, nel continuare a raccontare le sue storie, potrà confermarlo. Auguri affettuosi di buon lavoro, dal suo Nicola Siciliani de Cumis Carte di famiglia 4 31 P.S. Ho ricevuto il suo commento ai miei due scritti precedenti apparsi in questa rubrica, e la ringrazio dell’attenzione. Le sue osservazioni risultano appropriate. Tuttavia sarei del parere che, nella graduatoria dei valori “familiari” espressi nel testamento di Emilio Colosimo, quello relativo all’unità della proprietà e del maggiorascato occupi un posto privilegiato, forse il primo posto. Il che non toglie che, per lui, la famiglia “sia tutto”; ma lo è nel quadro della sua concezione del mondo di proprietario, e all’interno, per l’appunto, dei suoi valori economico-sociali. Sella Marina (Catanzaro), agosto 2003 Nulla di utile di Marzia Castiglione Quando ero piccola tutti mi dicevano che ero uguale agli altri bambini, poi crescendo mi è venuto qualche dubbio. Adesso mi domando quand’è che ho cominciato a capire che avevo qualcosa che mi “distingueva” dagli altri, qualcosa che non gli permetteva di accettarmi, li metteva a disagio. Non a tutti si intende, ma già dal modo in cui la gente si avvicinava a me, riuscivo subito a distinguere se una persona era sensibile, senza pregiudizi e senza imbarazzi, oppure no. Forse percepivo questo fin dall’asilo, visto che i miei primi ricordi risalgono a quegli anni, forse da molto, molto tempo prima, quando osservavo gli altri bambini sgambettare dall’interno dell’incubatrice. O forse l’avevo già intuito quando mi trovavo nella pancia di mia madre e avevo tutta quella fretta di uscire e tutta quella paura, non potevo non aver paura, «qui sono al sicuro», devo aver pensato. Non volevo ritrovarmi in un mondo troppo grande per me, troppo rumoroso, pieno di doveri e regole da rispettare. Dove tutti corrono e poche persone hanno tempo e voglia di aiutare chi resta indietro. «La nascita è un cambiamento troppo grande per me», devo essermi detta, e io ho sempre temuto i cambiamenti. Non so dire quando ho intuito che avevo qualcosa di “diverso”, ma so che la consapevolezza della mia diversità l’ho acquisita piano piano, crescendo, sentendo gli altri bambini che di nascosto ridevano e parlavano di me e dicevano «guarda i suoi scarabocchi». O quando rimanevo seduta ad osservare tutti gli altri muoversi, bambini che correvano, dispettosi e allegri, saltavano, salivano e scendevano dagli alberi, dalle altalene, dai muretti alti, ogni giorno sempre più alti. E poi c’erano i grandi che sempre dovevano andare da qualche parte, sempre avevano qual- 32 Capitolo quarto cuno da chiamare, da andare a cercare, qualcun altro con cui stare. Non capivo perché avessero bisogno di muoversi tanto. Forse sto meglio io, non mi stanco come loro, posso giocare qui per terra, potrei giocare qui in ginocchio per interi pomeriggi. Mi dicevo questo e non pensavo a quello che mi mancava. Quando avevo pochi mesi giocavo per terra con i miei coetanei: è normale, tutti i bambini giocano per terra, tutti i bambini iniziano giocando per terra. Poi un giorno, gli altri hanno prima cominciato a gattonare e dopo, piano piano, ad alzarsi in piedi, come i grandi. Decisi di provare anch’io, sembrava facile, ginocchia sul pavimento, mani giù per terra, guardare avanti, facile come è facile per tutti, ma io non ci riuscivo. Mi chiedevo come mai, visto che mi sentivo uguale a loro. Forse non ero abbastanza grande, forse non ero abbastanza uguale? Venivo invitata alle feste. Mamma mi comprava dei vestiti “eleganti” che sceglieva lei, mi preparava e mi ci portava: i medici le avevano spiegato che mi faceva bene stare in mezzo alla gente perché avevo bisogno di “essere stimolata”, dicevano. Io speravo solo di divertirmi, ma non sempre succedeva, non succedeva quasi mai in effetti. Anche dopo, da grande, andavo alle feste perché lo facevano tutti ma non mi divertivo. L’euforia dell’attesa svaniva subito lasciandomi annoiata e delusa. Credevo che andare alle feste fosse un modo per essere uguale agli altri, sentirmi uguale a loro, o diventare come loro. In realtà più mi sforzavo, più mi rendevo conto di essere diversa, e non era solo una diversità fisica, c’era dell’altro. Per anni ho cercato di capire cosa fosse, ero io che mi escludevo dagli altri o erano loro che mi escludevano? Ero io che non li capivo o erano loro che non capivano me? Più mi sforzavo di avvicinarmi e più mi sentivo lontana, più cercavo una risposta, più una risposta non c’era. La colpa però, la colpa mi sembrava soltanto mia. Da piccola, dunque, giocavo per terra con tutti, poi però i giochi si sono fatti sempre più complessi, bisognava muoversi sempre meglio, correre, saltare, strisciare per terra. Facevano dei giochi di squadra, delle staffette, mentre io rimanevo seduta in braccio a mamma. So che per lei non è stato facile tutto questo, forse è stato più difficile per lei che per me. Non lo so, io non me lo ricordo, ma lei sì. È stata lei a dirmi che lo faceva per me, per aiutarmi, ma le pesava stare insieme alle altre mamme a guardare i loro bambini. Dagli anni dell’asilo in poi, ho soprattutto ricordi legati a medici e fisioterapisti, ma non ne parlo più e non intendo parlarne neanche ora: mi c’è voluto tanto tempo e tanta fatica per accantonarli e adesso che ci sono riuscita non voglio assolutamente tirarli fuori. A ricordarli oggi, gli Carte di famiglia 4 33 anni dell’asilo sono stati quelli in cui ha semplicemente e disperatamente desiderato gattonare. Mamma, nonna, i medici che mi seguivano, non si accontentava nessuno: volevano tutti vedermi camminare. Io volevo solo spostarmi in qualche maniera, ma capivo che per loro non era sufficiente: dovevo camminare. Era un’ossessione, più mi impegnavo per riuscirci più diventava faticoso. «Non voglio camminare, voglio solo muovermi a carponi», mi dicevo. Più gli adulti insistevano per farmi camminare più io desideravo gattonare e non capivo perché mi chiedevano di fare una fatica che mi sembrava enorme, al di sopra delle mie forze. In verità osservavo con invidia gli altri bambini che si rincorrevano nel cortile della scuola, mi sembrava assurdo ed ingiusto che io non potessi fare quei giochi. Mentre correvano sembravano così soddisfatti, era la cosa più naturale del mondo, correre. Adesso sono grande, ho studiato, ho letto dei libri. Ho studiato che il gioco è l’attività più importate che un bambino possa fare, è uno “strumento” che gli permette di sviluppare la propria curiosità, conoscere, interagire col mondo che lo circonda e con gli altri. I bambini per crescere ed arricchirsi devono giocare: questo mi hanno insegnato i libri. Nessuno ci insegna a giocare: è l’attività che tutti fanno spontaneamente, dicono i libri, in qualsiasi paese del mondo i bambini giocano, dicono i libri, in modi diversi secondo gli usi e costumi dei popoli, dicono i libri. Se il bambino vede un adulto che va a caccia o raccoglie dei frutti, lui gioca ad imitarlo, dicono i libri: così facendo imparerà delle attività che gli serviranno da grande. Tutto questo lo dicono i libri e “questo meccanismo non varia col passare dei secoli”. Questo meccanismo è “uguale per tutti”. Non posso dire di non aver giocato, ma è stato diverso, ho solo avuto meno tempo e meno possibilità. Pensare che quando si cresce si debbano studiare sui libri dei comportamenti spontanei mi fa uno strano effetto. Adesso studio il gioco in tutte le sue forme e funzioni, e da piccola non ho potuto giocare perché dovevo “crescere e migliorarmi”. A proposito di miglioramenti ricordo una suora che mi diceva sempre: «Volere è potere». Dentro di me pensavo «ti sbagli. Io vorrei tanto camminare bene, ma non ci riesco e non ne so il motivo». Non sopportavo la sua affermazione, era sbagliata. Ma non avevo il coraggio di dirglielo in faccia, così mi limitavo a pensarlo. La cosa peggiore era che non riuscivo a farmene una ragione: nessuno mi aveva spiegato il motivo dei miei problemi. Mamma e nonna parlavano tra loro per ore interminabili, usando termini a me sconosciuti. E 34 Capitolo quarto poi si andava dal dottore, dallo “specialista”, da chi avrebbe dovuto risolverli, quei problemi. Io, in genere, mi annoiavo e non capivo. Capivo che parlavano di me, questo sì, ma anche il medico parlava quella loro lingua fatta di termini sconosciuti. Capivo anche che a quel dottore chiedevano di aiutarmi a camminare proprio come l’avevano chiesto a un’infinità di medici prima di lui e come avrebbero fatto con altrettanti dopo. «Facciamola camminare», dicevano. Per quanto riguarda me, quando finalmente sono riuscita a gattonare, mi sono sentita già soddisfatta. Potevo difendermi da tutti quegli adulti che mi chiedevano troppo, così appena non mi vedevano mi mettevo per terra e mi spostavo a carponi. Mi piaceva stare a terra. Trascorrevo tantissime ore a giocare in ginocchio appena rimanevo da sola, senza qualche fisioterapista che mi perseguitava con i suoi esercizi. Se poi mi dovevo spostare per casa lo facevo gattonando: avevo imparato bene e ne ero fiera. Ancora oggi ho le ginocchia segnate da quei lungi tragitti. Penso che negare le differenze non sia un’arma per combatterle: mi facevano terribilmente arrabbiare tutte quelle persone che si ostinavano a ripetermi che non esisteva nessuna differenza tra me e i mie coetanei. Avrei voluto dirgli «ma non capite… allora spiegatemelo voi perché non posso fare tante cose che le altre persone fanno normalmente. Come fate a dire che le mie differenze non esistono…». Oggi capisco che tutte quelle persone che mi ripetevano che ero una bambina assolutamente “normale”, lo facevano a fin di bene. Allora però, mi sembrava che nessuno riuscisse a comprendere gli sforzi che facevo per fare cose “normali”, della vita di tutti i giorni. Avrei voluto che qualcuno riconoscesse il mio impegno e le mie difficoltà, invece mi sembrava che ogni giorno dovevo impegnarmi al massimo per ottenere qualche cosa, e nessuno se ne rendeva conto. Più la gente mi diceva che ero normale più mi sentivo esclusa dalla “loro” classificazione di normalità. Ho sempre ritenuto la “normalità” un concetto astratto. Che cosa è normale? Niente. Chi è normale? Nessuno. Negavo la normalità forse, per legittima difesa. Un mio compagno di scuola era balbuziente, Luca. A ricreazione giocavamo a nascondino e Luca riusciva sempre a fare “tana libera tutti” che in questo gioco significa che l’ultimo che arriva alla tana può liberare quelli che sono stati catturati. Lui era molto più bravo di me. Per questo era il primo ad essere invitato a giocare, mentre per me c’era la maestra di sostegno che diceva agli altri bambini: «Aspettate, gioca anche Marzia» e mi aiutava a correre. Giocavo con tutti gli altri, ma capivo che il mio modo impacciato di correre faceva ridere. Volevo giocare e divertimi ma c’era sempre chi arri- Carte di famiglia 4 35 vava alla “tana” prima di me. Avevamo tutti e due dei problemi, ma per lui era più facile farsi accettare perché correva veloce. Luca è stato solo il primo di una lunga lista di persone più brave di me. Io sapevo che i miei compagni di classe non erano così bravi come sembravano, perché erano facilitati: loro non facevano molta fatica nel fare le cose, io lo sapevo, ma il fatto di saperlo non mi ha mai consolata più di tanto. Se giocare a nascondino non è mai stato il mio forte, Luca non riusciva molto bene nella lettura ad alta voce: quando leggeva s’inceppava su una parola o su una frase intera e i nostri compagni scoppiavano a ridere. Mi dispiaceva che lo prendessero in giro proprio quando si trovava in difficoltà, ma in un certo senso eravamo pari. Comunque mi sembrava che nonostante ciò, lui avesse meno problemi nel farsi accettare, dai coetanei ma anche dagli adulti. Forse la gente non considera la balbuzie un problema vero e proprio, una netta differenza, un handicap che la infastidisce; ma quando la cosa diventa un po’ più complicata, la gente tende a difendersi e ad allontanare il problema. Per me era un problema anche scrivere, così fin dall’asilo cominciai ad avere dei compiti. Dovevo riempire intere pagine di quaderno prima con dei segmenti e poi con delle lettere. Trascorrevo gran parte della mattinata a tentare di scrivere, poi il pomeriggio veniva un fisioterapista a casa e mi faceva fare altri esercizi preparatori per la scrittura. Nella mia stanza c’era una scrivania bassa, di legno, con della sporgenze fatte a posta per farmi appoggiare i gomiti, quelle sporgenze mi incastravano, non potevo scappare. Quando gli adulti non mi vedevano tentavo di svitare le viti: pensavo che se fossi riuscita a distruggere quel tavolo nessuno mi avrebbe costretta a “studiare”. Posso dire di avere cominciato a studiare prima ancora di andare a scuola e lo dovevo fare sempre. Anche in vacanza veniva la fisioterapista. La mattina ci mettevamo sulla veranda io e lei. Mamma non ci disturbava, sapeva che dovevo esercitarmi, lo sapevo anch’io. Non mi dovevo distrarre, non mi potevo distrarre, dovevamo essere sole io e la fisioterapista. Ricordo che un giorno iniziai a giocare con un fazzoletto, lei me lo tolse dalle mani esclamando: «anche con questo ti distrai». Un’altra volta avevo appena aperto il libro quando sentii al di là della siepe mia cugina gridare: «mamma sono pronta, andiamo al mare», non era giusto, pensai, anch’io volevo andare in spiaggia con mia madre, invece non potevo muovermi, dovevo rimanere lì seduta a esercitarmi nella scrittura. Gli adulti riuscivano a farmi fare sempre quello che dicevano loro, ma nessuno poteva impe- 36 Capitolo quarto dirmi di viaggiare con la fantasia. Quel giorno cominciai ad immaginare mia cugina in spiaggia, si divertiva, incontrava i nostri amici e costruivano con la sabbia una pista per le biglie, poi facevano una partita tutti insieme, e alla fine facevano il bagno, si schizzavano ed erano felici. Sapevo che per loro era così e desideravo stare anch’io tutto il giorno lì. Avrei giocato con i miei amici, avrei fatto quello che facevano tutti gli altri bambini, volevo solo andare al mare e non avere orari proprio come non li aveva mia cugina. Non mi sembrava giusto che la mia giornata fosse scandita dai doveri anche in vacanza. Ogni inverno aspettavo l’estate per essere finalmente libera e poi l’estate arrivava e con lei la fisioterapista e tutto il resto. Oggi capisco che dovevo tenermi in allenamento tutto l’anno, ma all’asilo tutto questo mi sembrava una condanna. Dovevo imparare a scrivere perché qualche dottore aveva detto che avrei avuto difficoltà, mentre per leggere avrei rispettato i tempi di tutti i bambini. Mi piacerebbe incontrarlo adesso e dirgli che potava anche risparmiarmi tutti quegli esercizi perché ormai uso il computer, la mia grafia non è molto chiara nonostante gli esercizi, mentre ho molte difficoltà nella lettura. Anche se all’asilo facevo fatica a scrivere, dall’elementari in poi mi è sempre piaciuto: riuscivo ad esprimermi scrivendo. Da piccola gli unici compiti che riuscivo a fare bene e che facevo quasi con piacere, erano i temi. In quel periodo però, non avrei mai immaginato che per me la scrittura sarebbe diventata una passione, una sorta di unico appiglio nei momenti più difficili della vita. Ho deciso di cominciare a scrivere su un quaderno per raccontare i momenti più importanti della mia vita, quelli che non volevo assolutamente dimenticare. Era l’autunno del 1994. L’idea mi è nata dopo la morte di Roby, quando mamma ha spiegato che Roby se n’era andato in cielo e che non l’avremmo più rivisto. Io avevo bisogno di non dimenticare nulla, così ho cominciato a scrivere per trattenere tutti i minimi dettagli. Roby non c’era più, questo è il fatto. Ma io conservo ricordi dentro di me e li scrivo sulla carta, in modo che non sbiadiscano con il tempo che passa. In questi ultimi tre anni sono cresciuta ed è cresciuta anche la consapevolezza che è tramite il dolore che diventiamo grandi. Quando Roby era vivo mi raccontava che in America esistono i teenagers; prima sei considerato un bambino e poi diventi teen-ager. Diventi adolescente e cominciano le cose piccole, ma importantissime, dell’adolescenza: le uscite il sabato, gli amici, i primi flirt. Io sono arriva- Carte di famiglia 4 37 ta a tredici anni e ho capito che non era vero niente. Sì, ho fatto delle cose da teen-ager, ma si contano sulle dita di una mano. Per me, ad esempio, il sabato è un giorno come gli altri, mentre per tutti i miei coetanei il sabato pomeriggio è il pomeriggio in cui si esce e ci si diverte. È il momento più atteso della settimana, per il quale ci si organizza dal lunedì precedente facendo una serie infinita di telefonate agli amici. Vi posso assicurare che è veramente triste rimanere a casa da sola e sapere che tutti i tuoi amici escono in gruppo, vanno a ballare e si vanno a divertire. Quando i miei amici cominciavano ad uscire io tentavo di unirmi al gruppo: facevo telefonate, cercavo di organizzare io le uscite, tentavo di lanciare idee che a me sembravano divertenti... ma i risultati erano a dir poco catastrofici. Non riuscivo ad rassegnarmi all’idea: non vedevo nessun motivo valido per questo isolamento forzato. Sono arrivata al punto di odiare queste quattro mura di casa mia. Volevo uscire da questa prigione. Avevo la stessa voglia di divertimi dei miei coetanei, e proprio non riuscivo a capire perché non avessi lo stesso diritto di godermi la mia età. Come la vogliamo chiamare questa “adolescenza”? Ti fai dei bei castelli in aria e poi ti crollano addosso. Teen-ager. In quegli anni trascorrevo interminabili pomeriggi in casa e scrivevo: era l’unica cosa che potevo fare senza l’aiuto di nessuno. Non potevo uscire da sola, tutti i pomeriggi veniva o la fisioterapista o qualche ragazza che mi faceva studiare. Non ero autonoma ed avevo molto tempo libero tra una cosa e l’altra; tempo in cui mi annoiavo, mi sentivo in colpa perché non facevo nulla di utile e mi deprimevo, quindi colmavo quei vuoti scrivendo. Sapevo che i miei amici trascorrevano i pomeriggi in modo diverso, ma facevo finta di non pensarci. Scrivere mi aiutava a non sentirmi inutile. Mi faceva compagnia. Ho sempre avuto paura della solitudine, ma ancora di più della noia. È la noia che porta la depressione, l’assenza di attività, la monotonia, la ripetizione del nulla. Per me era una vergogna, il mio peccato più grave: gli adulti mi hanno sempre richiesto tanto impegno e costanza e quando trascorrevo del tempo senza far niente era come se non mi sforzassi per migliorare. E questo non mi era permesso. Però potevo scrivere e ho imparato a farlo da sola. Non ho ancora capito cosa sto scrivendo, forse la mia autobiografia o forse solo qualche appunto che rimarrà in un file del mio computer; ma penso che per capire uno debba guardarsi bene dentro, pensando al futuro senza dimenticare mai il proprio passato. Per questo, forse, è meglio cominciare a raccontare tutto dall'inizio, cercando di mettere in ordine 38 Capitolo quarto quei ricordi che si accalcano nella mia memoria come la gente che fa ressa all'uscita di un brutto film. Capitolo quinto Carte di famiglia 5* L’autobiografia come educazione Può accadere che nel corso di una lezione universitaria, in cui si venga a parlare di giochi e giocattoli, di realtà e immaginazione, di motivazioni e interessi, di creatività e formazione di competenze, e dunque degli “stadi di sviluppo” secondo Jean Piaget e del concetto di “stasi” secondo Anton S. Makarenko, serva esemplificare in concreto. E che allo scopo, ritenendo di essere didatticamente efficace, il docente attinga autobiograficamente alla propria esperienza. Magari con la necessaria autoironia. E’ quel che è successo nel primo semestre di quest’anno, durante una lezione di Pedagogia generale sul Poema pedagogico di Makarenko (Insegnamento: “Terminologia pedagogica e di scienze dell’educazione”), nel Corso di laurea di scienze dell’educazione e della formazione della “Sapienza” di Roma. Quando, del romanzo makarenkiano, si leggevano e commentavano alcuni luoghi sul gioco. Il professore aveva aperto la sua brava parentesi autobiografico-educativa e s’era messo a raccontare. Uno studente ha registrato la storia, la ha sbobbinata e riconsegnata al mittente, chissà poi se se in segno di approvazione o di disapprovazione. Certo è, però, che tutti, studenti e docente, lì per lì sono scoppiati a ridere… Tanto che il professore ne ha approfittato didatticamente il giorno dopo, per ritornare sul concetto di “scoppio” nel Poema pedagogico (anche, cioè, dal punto di vista umoristico ed educativo). Ma ecco, qui di seguito, la storia “di famiglia” in questione. La macchinina Una volta - si era all’inizio degli anni Cinquanta del secolo scorso mio fratello Gianvincenzo, Gianni (da me ribattezzato Pupì) ed io (Nicola, Nino, però lui mi chiamava Ninnì), rispettivamente di quattro e sei anni, avemmo in dono da papà e mamma due giocattoli da noi molto desiderati: io, una automobilina a pedali, di color rosso, del tipo da corsa; Pupì, un cavalluccio di legno, verde, nero e bianco, anch’esso a * Da «La famiglia. Bimestrale di problemi familiari», Brescia, La scuola, anno XXXVIII, settembre-ottobre 2004, n. 227, p. 90. 40 Capitolo quinto pedali, con il corpo a forma di biga, le ruote al posto degli zoccoli. Due regali tanto ambìti, quanto inaspettati. Due giocattoli straordinariamente belli per quei tempi, acquistati da Zincone alla Maddalena a Roma, e arrivati a Catanzaro giusto in tempo per la Befana. Ma di questo fummo informati solo in seguito, perché allora la Befana, essendo invisibile e volendo mantenere libertà di movimento e anonimato, non rivelava i suoi luoghi di residenza né i suoi itinerari. Sicché a noi non riusciva di pensarla in alcun posto preciso, ma la immaginavamo perennemente in viaggio per le vie del cielo, con una gran fretta addosso, proveniente da chissà dove e sempre sul punto di ripartire di gran carriera per un qualche altro luogo misterioso. Grande fu naturalmente la contentezza per i due doni ricevuti. E cominciammo a giocare con cavallo e automobile nelle stanze, nei corridoi, negli spiazzi fuori casa, sui marciapiedi, ai giardini pubblici, in campagna, dovunque ci fosse stato possibile. Tra me e mio fratello, scambi alla guida, gare di velocità e di bravura, giochi di ruolo, bisticci, riappacificazioni, turni, ecc. Massima soddisfazione, quindi, nel dirci tra di noi (fosse vero o meno ciò non importa), che solo noi, tra tutti gli altri bambini di nostra conoscenza, possedevamo due giocattoli così belli. Due giocattoli tanto diversi da tutti gli altri che avevamo avuto prima, da non sembrare quasi più dei giocattoli. Io mi sentivo il pilota di un’automobile da corsa, Pupì il cocchiere di una carrozza a motore. Una carrozza certo più importante di quelle che, in attesa di un cliente, stazionavano nella piazzetta davanti casa nostra. E andavamo avanti così, contenti dei nostri straordinari veicoli. E in cuor nostro sicuri del fatto che, con essi, avremmo potuto partecipare prima o poi al Giro della Calabria: e magari vincere un premio in questa gara automobilistica di cui ogni anno, alzandoci all’alba, vedevamo la partenza da casa nostra davanti all’albergo Centrale e, a tarda sera, l’arrivo da casa dei nonni, in piazza Matteotti. Passa il tempo. Altri giochi, altri giocattoli (meccano, costruzioni LEGO, penne e frecce da indiano, cappelli e pistole da caw boy, ecc.); ma l’automobilina e il cavalluccio a pedali non li avevamo, per così dire, smessi. Anche perché, a causa di una punta d’ernia che entrambi i fratelli avevamo, ci era rigorosamente vietato di andare in bicicletta. A otto anni Pupì, a dieci anni io, un giorno ci capitò di andare a passeggio sul Corso con papà e mamma e di vedere qualcosa che attrasse la nostra attenzione: cioè tanta gente accalcata di fronte alla vetrina di un concessionario di motocicli, e protesa a guardare il più possibile da vicino una Lambretta biposto color caffelatte, ma carrozzata come Carte di famiglia 5 41 un’utilitaria piccola piccola e di forma allungata, rassomigliante ad una canoa con ruote e tettuccio ovvero alla carlinga di un aereoplanino senz’ali. Insomma, qualcosa che non era più un giocattolo, ma che ci sembrò fatto apposta per essere posseduto da noi che già avevamo macchinina e cavalluccio a pedali. Tanto più che, al nostro ce la compri papà?, papà aveva risposto un va bene, ve la compro… non ci vuole nemmeno la patente, solo un po’ di pratica e l’altezza giusta per arrivare ai pedali e riuscire a vedere dal parabrezza. Insomma, bambini, ne riparliamo fra qualche anno… Come fra qualche anno? Sì, fra qualche anno e basta… Ora va detto che a me e a mio fratello, tutti i santi giorni, ci succedeva questo: che subito dopo pranzo, cadesse il mondo, nelle ore dell’abituale riposino pomeridiano di nostro padre, eravamo costretti a riposare anche noi nella sua stanza, distesi sul letto, al buio, fino alle le sedici. Poi ci facevano alzare e continuavamo così la nostra giornata, fino a sera. Nessuno però, di pomeriggio, poteva obbligarci a dormire: e, per quanto forzosamente supini, Pupì ed io parlavamo parlavamo tra di noi, raccontandoci le cose della nostra vita di tutti i giorni e inventando a due voci storie d’ogni tipo. Storie che ci piaceva buttarci addosso come biglie, passando allegramente dall’una all’altra. Storie senza confini tra realtà e fantasia, da cui c’era da aspettarsi qualunque finale. E difatti, di storie, ce ne venne in mente una nuova, sul tema della Lambretta-automobile oggetto dei nostri desideri. Cominciai io dicendo anzitutto che si sarebbe potuto non aspettare chissà quando l’acquisto della macchina in vetrina. E che, invece, la possibilità di avere presto prestissimo l’oggetto dei nostri desideri dipendeva soltanto da noi. Perché la macchinina ce la saremmo costruita con le nostre mani. Sarebbe pertanto bastato fare questo: prendere la mia automobilina e il cavalluccio di mio fratello, smontarne i pezzi e ricomporli in modo da fare venire fuori un unico veicolo. Il risultato: un nuovo mezzo di trasporto a pedali che, se non proprio identico, sarebbe risultato essere senz’altro molto simile all’automobile della vetrina. Pupì, che all’inizio non capiva, diceva no, noo, nooo; ma poi l’idea, poco alla volta, cominciò a piacergli; e prese a fare domande su domande, che non la finiva più: sul colore, sulla velocità, sull’ampiezza dell’abitacolo, sulla sua lunghezza, sul numero delle ruote, sulle foderine dei sedili, sull’uso che avremmo fatto della macchinina, sui suoi passeggeri abituali, su quelli occasionali, ecc. Per diversi pomeriggi non facemmo che parlare d’altro. Aspettavamo che la mamma chiudesse le 42 Capitolo quinto imposte e che papà si addormentasse, per riprendere il nostro discorso da un punto qualunque, per ripercorrerlo in lungo e in largo e ripeterne i passaggi principali. Pupì chiedeva ed io rispondevo, oppure ero io a proporre un argomento, a fare le domande e a sollecitare le sue risposte: quanto tempo ci sarebbe voluto per l’operazione smontaggio e montaggio? due o tre giorni al massimo. Dove avremmo tenuta l’automobile? ovviamente in garage. Chi avrebbe potuto guidarla? soltanto noi, nessun altro. Chi avremmo fatto salire a bordo e chi no: mamma e papà sì, i nonni pure; gli altri parenti, gli amici e conoscenti, le cameriere, l’autista, il lattaio, la portinaia, ecc., alcuni sì altri no. E via dicendo. Parlane oggi e parlane domani, il bel giorno arrivò. Fu una domenica mattina. Tutto era pronto. Entrammo nella stanza dei giochi, con l’aria di due chirurghi che entrano in sala operatoria. L’automobilina a pedali e il cavalluccio a pedali erano là. La sera prima li avevamo provati e riprovati: funzionavano perfettamente, sarebbero stati all’altezza del compito. Erano pronti per la trasformazione, per il salto di qualità. Prendemmo la scatola del meccano; tirammo fuori pinze, tenaglie e chiavi inglesi e cominciammo a smontare ogni cosa. Pupì era tutto compito nel guardare fare e nel fare. Io ero sì più veloce di lui, ma lui faceva prima di me a smontare questa o quella parte dei due giocattoli, perché io mi fermavo a riflettere e davo ordini su come raggruppare i pezzi, su come unire tra loro quelli del cavalluccio e quelli dell’automobilina, su come fare venire fuori il movimento da tutta quell’accozzaglia di frammenti. Certo è che dopo un paio d’ore di lavoro, al posto dei due ex veicoli funzionanti c’erano una cinquantina di pezzi (moduli di carrozzeria, ruote, staffe, sedili, molle, viti, ecc.), belli e pronti per essere montati e rifunzionare per la nuova auto. Avremmo avuto presto qualcosa di simile alla Lambretta-automobile. Forse di più bello. Cominciò pertanto la nuova fase della nostra impresa, quella ricostruttiva. Ma per quanto provassimo e riprovassimo, per quanti tentativi facessimo di combinare tra loro i diversi pezzi, mancava sempre qualcosa per arrivare al dunque. La nostra eccitazione era al massimo, i risultati meno che al minimo. Dei due precedenti giocattoli non rimaneva praticamente più niente. Della nuova macchinina, nemmeno l’ombra. Pupì cominciò a chiedere perché qui niente parte, perché adesso niente cammina, perché tutto sta sempre fermo. Io rispondevo: perché tutto è smontato, non lo capisci che tutto è smontato e non può ancora muoversi? E Pupì: ma perché è tutto smontato, rotto? io non volevo un caval- Carte di famiglia 5 43 lo tutto rotto, io voglio il mio cavallo… me lo hai rotto tu, me lo hai rotto tu. E io: ma nemmeno io ho più la mia macchinina! Testone che non sei altro, non vedi che nemmeno io ho la mia macchinina! E lui: il cavallo, il cavallo, io voglio il mio cavallo. E cominciò a strillare e a disperarsi in modo sempre più incontenibile. Tanto che dall’altra stanza arrivò la mamma urlando anche lei perché la smettessimo. Ma non riuscì a ripetere due volte la stessa cosa, perché vedendo quella scena era rimasta col fiato sospeso, senza riuscire a dire ah! Non finì bene. Perché mio fratello, singhiozzando, indicava me con la mano e rivolgendosi a mia madre urlava convulsamente: lui, lui… E’ stato Ninnì, Ninnì, che mi ha rotto il cavallo. Io pure cercavo di gridare più forte di lui: zitto! zitto! ma vuoi stare zitto? Cercavo di farmi ascoltare, dicendo a mia madre io pure la stessa cosa: lui, lui… Pupì ed io abbiamo fatto tutto insieme; lui ed io volevamo un’automobile come quella della vetrina; Ninnì è un bugiardo; Pupì è troppo piccolo e io non ci voglio giocare più, con lui. Lì per lì finì proprio male. Ma dimenticammo presto l’episodio, grazie ad altri giochi. Questo, per esempio, che però ci stufò quasi subito: Pupì, con nelle mani la testa-manubrio del cavallo e il lungo collo di legno in mezzo alle gambe, che correva per casa gridando hop, hop, hop. Io, col volante dell’automobilina in mano, che scorazzavo anch’io per casa, imitando il rumore del motore della nostra balilla: uuuuuuuuuu, uuuuuuuuuuuu, uuuuuuuuuuu. E poi ci piaceva correre a distanza ravvicinata, e gareggiare di velocità. Non dentro casa, ovviamente, perché pavimento e pareti ne risentivano e la zia del piano di sotto non sopportava quel frastuono: ma in campagna, la domenica mattina, quando ci andavamo con papà. In campagna, dove dopo qualche anno scoprimmo un altro gioco, con automobili vere (una Ford Consul e una seicento). Quando spingendo e guidando a turno, facevamo andare il veicolo lungo la strada, fino a dove ci riusciva, in prossimità della salita. Concludevamo quindi la manovra con una conversione ad U, rimettendo l’auto nella posizione di partenza; e via di nuovo a guidare e a spingere, ora Gianni (che non era più Pupì) ora io (niente più Ninnì, ma Nino). Finché un bel giorno, vedendo che nel cruscotto della Consul c’erano le chiavi, provammo ad accendere il motore, ad inserire la prima e a guidare l’auto, a turno, andata e ritorno. Un altro giorno, poi, facemmo la prova a usare la seconda e la terza. E non ci volle molto che ripercorressimo la stessa strada, a marcia indietro. Capitolo sesto Carte di famiglia 6* Un alfabeto per de Coubertin Caro Matteo, credo abbia ragione Rosella Frasca quando, nel regalarti le Memorie olimpiche di Pierre de Coubertin, nell’affettuosa dedica, ti invita a «cogliere gli innumerevoli spunti e insegnamenti che questo testo offre per la formazione professionale e umana di un COMUNICATORE». Aggiungerei da parte mia, che ciò è tanto più vero nel tuo caso, in quanto tu sei un comunicatore interessato alla comunicazione politica, e perché hai al tuo attivo anni e anni di pratica sportiva (calcetto, rugby, canottaggio, nuoto, palestra, vela)... Voglio dire, cioè, che questo dono coubertiniano mi sembra particolarmente azzeccato ed adatto, per così dire, ad interloquire nel modo giusto con te: e, a maggior ragione, in questo momento dei tuoi studi universitari, in cui ti vieni ponendo il problema dell’elaborato scritto per la laurea triennale in Tecniche pubblicitarie… Ma su quale argomento? Con quale professore? Per quale ulteriore prospettiva di studio? In funzione di quale profilo professionale? In vista di che lavoro? Avevamo del resto già incominciato a parlarne tra di noi, a Roma e a Perugia (l’ultima volta alla fine di luglio): e conosci il mio parere circa la delicatezza di questa fase formativa, l’importanza della scelta del tema d’indagine, l’atteggiamento da tenere nella conduzione del lavoro di compilazione dell’elaborato scritto… Che dovrebbe risultarti il più possibile interessante e intrigante, in ragione di una ricerca disinteressata da anteporre, quindi, agli aspetti più immediatamente utilitari della “laurea breve”. Anche se, con ciò, non dobbiamo escludere a priori ricadute professionalizzanti e possibili vantaggi pratici nel campo delle tecniche pubblicitarie. Una problematica, questa dell’interesse e del disinteresse, senza dubbio centrale in Coubertin, e variamente rintracciabile nelle Memorie olimpiche. Per esempio a partire dalle pp. 18-19, dove Coubertin, per spiegarsi, cita * Da «La famiglia. Bimestrale di problemi familiari», Brescia, La scuola, anno XXXIX, marzo-aprile 2005, n. 230, p. 81. 46 Capitolo sesto un passo significativo del 2° dei bollettini trimestrali del Congresso di Parigi per il ripristino dei Giochi Olimpici (1894): Ci si chiede di precisare bene il carattere della nostra impresa. Ecco la risposta in poche righe … Il nostro pensiero, nel far rivivere un’istituzione scomparsa da tanti secoli, è il seguente: l’atletismo ha acquistato un’importanza che cresce di anno in anno. Il suo ruolo sembra voler essere così considerevole e durevole nel mondo moderno come lo è stato nel mondo antico; riappare però con caratteri nuovi: è internazionale e democratico, adatto perciò alle idee e ai bisogni del tempo presente. Ma, oggi come ieri, la sua azione potrà essere benefica o nociva a seconda dell’uso che se ne vorrà fare e della direzione verso la quale verrà spinto. L’atletismo può suscitare le passioni più nobili come le più vili; può sviluppare il disinteresse e il sentimento dell’onore come l’amore del guadagno, può essere cavalleresco o corrotto, virile o bestiale; infine, può essere usato per consolidare la pace così come per preparare la guerra. Ora, la nobiltà dei sentimenti, il culto del disinteresse e dell’onore, lo spirito cavalleresco, l’energia virile e la pace sono i bisogni primari delle democrazie moderne, siano esse repubblicane o monarchiche … L’atletismo, insomma, ha una natura culturalmente e politicamente anfibia. Disinteressata e/o utilitaria. Una natura che, fatte salve le differenze, presenta un po’ la stessa doppiezza e ambivalenza delle nuove lauree, con l’ibridazione caratteristica, costitutiva, dell’elaborato scritto: un po’ didattica un po’ ricerca, tra cultura generale e competenze specifiche, tra dilettantismo e professionismo… Sicché adesso, avendo avuto modo di precederti nella lettura, davvero coinvolgente, di queste Memorie olimpiche, ti consiglierei vivamente di leggerle anche tu con l’attenzione che esse meritano, suggerendoti (come si dice) di farci sopra un pensierino per la tua tesina di laurea. Un pensierino che, traducendosi in un titolo, potrebbe essere formulato più o meno in questi termini: Pierre de Coubertin comunicatore politico. A proposito dei “Mémoires Olympiques” 1931-1932. Che te ne pare? Ragioniamoci su un momento. Anche se so bene che il tema dell’indagine da te individuato per la laurea (qualunque tema d’indagine), quando lo individuerai, dovrà pur sempre essere condiviso da un docente-relatore. Che avrà le sue idee in proposito. Ed è fisiologico che l’argomento di ricerca, durante il suo svolgimento, possa subire Carte di famiglia 6 47 delle variazioni; e che l’indice dell’elaborato scritto (che in ogni caso ti consiglierei di abbozzare prima possibile), e lo stesso titolo, possono subire in corso d’opera aggiustamenti e cambiamenti di diverso tipo. Talvolta anche sostanziali. Tuttavia, per cominciare a chiarirti le idee, devi pur partire da un qualche punto, fissando da te una certa tabella di marcia, delle scadenze, delle opzioni: come se l’ipotesi di lavoro che hai d’avanti, o un’altra al suo posto, potesse perfino essere quella “giusta”. Alla quale dedicarti con impegno. Perché l’esperienza scritta conclusiva della laurea, anche se si tratta di una laurea breve, è qualcosa di troppo importante, per non tentare di affrontarla nel migliore dei modi. Visto che, tra l’altro, essa serve a caratterizzare positivamente l’intero corso di studi universitari e a qualificare sensibilmente un po’ tutto il curriculum. Anche se va da sé che, nel redigere un testo universitario del genere, per quanto funzionale alla bisogna e dell’ampiezza giusta (direi dalle trenta alle cinquanta pagine), tu potrai seguire strade le più diverse. Il punto di vista iniziale come dicevo, leggendo e scrivendo, ti si aggiusterà e modificherà variamente; e, procedendo nella ricerca, potrai trovare il modo di introdurvi elementi di interdisciplinarità, provenienti da un po’ tutto il tuo corso di laurea. E poi (ti ripeto), non potrai non ascoltare il tuo relatore e seguirne i consigli. Fin dal principio, infatti, devi capire che cosa egli si aspetta da te, le ragioni del suo interesse per ciò che tu vieni facendo e a quali criteri di massima egli vuole che tu ti attenga nello svolgimento del compito. E sarà decisivo, per il buon esito della discussione di laurea, il seguirne le indicazioni di metodo ed il prestargli attenzione nelle questioni di merito. Il massimo sarebbe, insomma, che anche lui, in quanto docente e studioso, provasse interesse per la tua ricerca, un po’ come se fosse la sua. E che tu, proprio in virtù della disponibilità e delle cure del tuo professore, ed in forza delle tue buone scelte, raggiungessi la tua brava autonomia di studio e di scrittura. Un risultato didattico e di ricerca, quindi, che è impossibile da prevedere adesso, contenuti e forme. E per il quale possiamo solo abbozzare ipotesi, con la matita. Límitati allora a considerare questa mia lettera come niente altro che un semplice appunto pro memoria ed uno stimolo, sia pure indiretto, alle tue prossime scelte. Sarà almeno un modo, questo, di tenere viva tra noi la conversazione sull’esperienza universitaria perugina, sugli attuali tuoi interessi in tema di “comunicazione politica”, e dunque sulla ricerca in quanto tale: e cioè (insisto) anche indipendentemente dalle possibili rica- 48 Capitolo sesto dute di utilità per tuo prossimo futuro: per un inserimento nel mondo del lavoro? per una seconda laurea “di primo livello”? per un master? per una “laurea specialistica”? Chissà. Ecco perché, nelle more, ti consiglio di fare delle letture libere e felici, esplorative ed orientative. E per l’appunto del tipo di questa, che Rosella Frasca ed io ti stiamo consigliando: i Memoires Olympique di Pierre de Coubertin. Sicché, se tu fossi d’accordo e ti lasciassero fare, potresti procedere così: 1. Cominciando anzitutto a leggere il libro in tutte le sue parti, annotandolo nella tua ottica di comunicazione politica. E ciò allo scopo di capire anche, storicamente, i contenuti e le forme di un’opera che tende a configurarsi: a) come uno degli scritti più significativi di Coubertin, per la prima volta in traduzione italiana, nel quadro di una riscoperta più generale e completa della sua attività di comunicatore politico (vedi a riguardo alcuni spunti nella presentazione della curatrice); b) come un documento esemplare nel suo genere ed in sé chiarificatore di tutto un “tempo storico”, nel quadro di un’interpretazione complessiva del ruolo storico-sociale, economico-politico ed etico-culturale del corpo umano e delle sue attinenze strutturali e sovrastrutturali, dal Settecento ad oggi (vedi lo scritto introduttivo di Gaetano Bonetta); c)come un singolare pretesto d’indagine per una riflessione di ordine filosofico e pedagogico all’interno della nascente società di massa, coinvolgente la storia della cultura e la critica delle ideologie dominanti, tra indagini scientifiche e senso comune, concezioni del mondo emerse ed emergenti, analogie e differenze (vedi il saggio di Franco Cambi); d) come una rinnovata occasione di incontro con lo spirito Olimpico, da un tempo all’altro della sua vicenda millenaria, e dunque con l’esperienza di Coubertin che storicamente vi si connette, tra presente, passato e futuro. E, tra cronaca e storia, dal ieri all’oggi e dall’oggi al ieri, nell’intreccio delle “attualità” (vedi lo studio di Rosella Frasca). 2. Né trascurerei d’altro canto di considerare la pur breve nota biografica di Cubertin, e di scorrerne la bibliografia: in quanto e l’una e l’altra forniscono dati e date, elementi di giudizio e notizie, comunque utili a supportare la tematica politico-comunicativa di tuo interesse. Faccio quindi a proposito alcuni esempi: tre dalla nota biografica e tre dalla bibliografia. Segnalandoti: Carte di famiglia 6 49 a) la decisione del giovane Pierre di frequentare, dopo il liceo, l’École libre de Sciences politique: dov’è che, evidentemente, avviene la prima formazione di Coubertin in quanto comunicatore politico; b) la significativa lettura, da parte del giovane Coubertin, di alcuni classici del pensiero politico (maestri anche, a loro modo, di comunicazione politica: per es. Rousseau e Toqueville); c) la fitta rete di relazioni sociali, politiche e organizzative, intessuta dal diplomatico Pierre de Coubertin con personalità di tutto il mondo; α) l’opera di Coubertin come giornalista, pubblicista, pedagogista, divulgatore, comunicatore; β) la presenza, in bibliografia, di alcuni autori (teorici e pratici della comunicazione anche politica) quali, per esempio, F. Ferrarotti, U. Eco, A. Grasso, ecc. γ) la segnalazione di alcuni titoli specialmente significativi in tal senso. E cioè in particolare di: R. Frasca (a cura di), La multimedialità nella comunicazione educativa in Grecia e a Roma, Dedalo, Bari, 1996; J. M. Hoberman, Politica e sport: il corpo nelle ideologie politiche dell’800 e del ‘900, Il Mulino, Bologna, 1984; N. Porro, Identità, nazione e cittadinanza: sport, società e sistema politico, SEAM, Milano, 1995. 3. Andrei quindi avanti con una schedatura di quei luoghi della presente edizione delle Memorie olimpiche, nei quali tu potessi rintracciare alcunché di interessante, ai fini di una ricerca sulla comunicazione politica secondo il Coubertin delle Memorie olimpiche. Un argomento questo che, per ciò che a me risulta, è assai presente nel libro, e che viene configurandosi a ragion veduta almeno nei seguenti termini: a) Nei modi, anzitutto, sintetizzati da Rosella Frasca nel paragrafo dal titolo “L’atletismo ‘riappare con caratteri nuovi: è internazionale e democratico’” (pp. LVII-LIX). Dove si parla per esplicito, a proposito di Coubertin e dello sport olimpico, di comunicazione e di politica. Così come se ne dice nei paragrafi successivi, in tema di “Anacarsi, Solone e l’umanesimo critico” (pp. LIX-LXII), di “Modello agonistico” (pp. LXIILXIII), di “Gli spazi e i tempi della sacralità” (pp. LXVIII-LXXI), ecc. b) Ma si tratta di un’interpretazione, che rinvia direttamente alle pagine successive di Coubertin. Per es., alle pp. 59, 114-115, 183, 188 sgg., 206, ecc., in cui l’autore dei Memoires scrive delle possibili, nuove «grandi strade di comunicazione mondiale», di una distinzione (che è a suo modo comunicativa, politica) tra “geografia sportiva” e “geografia politica”; e parla di bandiere, brindisi, musiche, miti, riti, liti, ecc. variamente riconducibili nell’alveo dell’intellettualizzazione della comunicazione politica, 50 Capitolo sesto mediante la rinascita dello spirito sportivo (olimpico), in opposizione all’«estensione» e all’«aggravarsi dell’insufficienza intellettuale del tempo presente» (p. 189). c) Ecco perché, nell’economia complessiva delle Memorie olimpiche, risultano assolutamente essenziali i numerosi riferimenti alle dimensioni del mondialismo di Coubetin, come peculiare filosofia dell’“uomo nuovo” coubertiniano (ne discorre per esplicito Cambi) e come contenuto caratterizzante della sua pedagogia (vedi tutt’e tre le introduzioni di Bonetta, Cambi e Frasca). Quanto a ciò che ne scrive l’autore, del resto, non c’è pagina del suo libro che in qualche modo non tocchi questo punto; ma, ai fini specifici della comunicazione politica, sono soprattutto da considerare le pp. 7-8, 11, 18, 47, 54, 59, 62, 81, 110 sgg., 133-134, 164 sgg., 170 sgg., 192 e passim. Nelle quali pagine, Coubertin affronta diversi problemi, relativi alla trasmissione delle informazioni e alla comunicazione politica delle idee, alla preliminare conoscenza e valorizzazione dell’“elementarmente umano”, alla propaganda delle attività sportive idonee a coglierne la portata, alla internazionalizzazione delle iniziative atte a soddisfare i bisogni dello “spirito sportivo”, alla democratizzazione degli spazi di libertà in tale direzione, alla promozione planetaria del senso di moralità e di giustizia, alla affermazione del valore della pace in opposizione al disvalore della, al riconoscimento di precise dimensioni interculturali (in chiave per esplicito anticolonialistica), ecc. d) Centrale, in tale ottica, l’insistenza di Coubertin sul ruolo essenziale dell’opinione pubblica (vedi per es. le pp. 46, 51, 188, 199, ecc.). L’opinione pubblica, che va educata, formata. L’opinione pubblica, che sta “a monte” e “a valle” dello spirito sportivo. L’opinione pubblica che, in quanto tale, fa politica. Che è, essa stessa, comunicazione politica. E che, comunicando una certa politica, s’oppone ad un’altra politica. Ad un’altra comunicazione. La comunicazione, politica, del sacrificio e del disinteresse contro l’utilitarismo e la faciloneria agonistica. I Giochi Olimpici contro l’avvilimento del gioco, e, al limite, contro l’assenza di ogni gioco. e) Di qui, nella comunicazione politica secondo Coubertin, l’importanza di un’etica dell’«estetizzazione dello sport» (Cambi, p. XLIII). L’importanza dell’estetizzazione dello sport come parte dell’estetizzazione della politica, su cui ha richiamato lo sguardo Mosse [cfr. G. L. Mosse, La nazionalizzazione delle masse, Il Mulino, Bologna, 1978; id., L’immagine dell’uomo, Einaudi, Torino, 1997] e che è tipica della società contemporanea, massificata, ritualizzata, che - a sua volta - sta in funzione del controllo, della Carte di famiglia 6 51 socializzazione e della creazione di un’identità del e nel soggetto, di quel soggetto massa che è poi un individuo solo e disperso, incapace di fare da guida e da norma a se stesso. Lo sport come la politica (e la politica si allea allo sport, infatti, sottolinea Mosse) aggrega i soggetti e li ricostruisce eticamente. La “bellezza sportiva”, inoltre, rilancia il valore dell’euritmia […]. f) L’euritmia, la musica come comunicazione politica. Un tema, non a caso presentissimo in molti luoghi delle Memorie olimpiche. Così, alle pp. 5, 14, 26, 58, 75, 83, 106-107, 115, 117, 136, 149, 185, ecc. Là dove Coubertin rievoca particolari momenti dell’ascolto olimpico collettivo di inni e cori nazionali (la Marsigliese, l’inno russo, l’Inno ad Apollo, ecc.), ovvero della Nona sinfonia («quella che è sempre stata per me la sinfonia olimpica per eccellenza»), spiegandone le ragioni sociali contingenti e, a più riprese, il motivo pedagogico e politico di fondo (per es., alle pp. 58 e 107): Musica e sport sono stati sempre per me i migliori “isolatori”, i più fecondi strumenti di riflessione e di visione, come pure possenti incitatori alla perseveranza e, per così dire, “messaggi della volontà” […]. In questo senso, la civiltà aveva sbagliato strada e solo il “ritorno dell’euritmia” l’avrebbe rimessa nella giusta direzione: l’euritmia, cosa perduta, di cui si parla senza neanche sospettare in che cosa consiste. g) Ed è significativo che agli sport olimpici si connettano dimensioni artistiche plurime, coinvolgenti le arti visive e quelle plastiche, l’architettura e la letteratura, il teatro, ecc. Forme di comunicazione politica, concernenti insieme tanto gli sportivi, quanto i produttori e i fruitori di “opere d’arte”. E gli uni e gli altri come mittenti e come destinatari di forme di comunicazione e come soggetti politici. Così nel 1906: quando, tra una conferenza olimpica e un festival di sport e arte, si propose al CIO di creare cinque concorsi di architettura, scultura, musica, pittura e letteratura per opere inedite direttamente ispirate all’idea sportiva, dovendosi considerare questi concorsi ormai ammessi alla celebrazione dei Giochi Olimpici (p. 75). h) Di modo che si possono intendere anche certe caratteristiche uscite “filosofiche” di Coubertin, circa le “sublimità” comunicative del «servi- 52 Capitolo sesto zio religioso» (p. 119), le «qualità intellettuali e morali sviluppate in ogni sport» e il «germe di una filosofia pratica della vita», che «l’attività sportiva ha in sé» (p. 124). E si spiega, in occasione della settima Olimpiade di Anversa, nel 1920, la discrezione religiosa, filosofica ed eticopedagogica del diplomatico (e del politico) Coubertin. E la sua straordinaria sensibilità pedagogica, come spinta personale, essenziale, di una forma privilegiata di comunicazione politica (cfr. le pp. 145-152). i) La forma, le forme. I “modelli”. E qui riprenderei in mano le pagine illustrative di Rosella Frasca, sia nella sua introduzione all’edizione italiana dei Memoires (in particolare nei paragrafi intitolati “Il modello agonistico” e “Importante è vincere o partecipare? Philonikía e philoponía”), sia altrove (per es. R. Frasca, Il modello agonistico nell’antica Grecia, in AA.VV., L’educazione dell’uomo totale, a cura di A. Semeraro, RCS, Milano, 2001, pp. 13-28). Per arrivare a cogliere, con il modello pedagogico, il modello politico-comunicativo di Coubertin, e le sue complessità. j) Ciò da cui conseguono altri significativi profili di ricerca, pur sempre connessi alla tematica della comunicazione politica, che ora posso semplicemente elencarti, ma che tu dovresti vagliare criticamente, e quantunque nei limiti di un’eventuale tesina per una laurea di primo livello… Anche se io sono persuaso (anche Coubertin lo era: e sia Bonetta, sia Cambi, che Frasca, lo sottolineano), che un vero lavoro di ricerca non è mai chiuso in se stesso; e, se è ricerca, si apre sempre su altre possibili ricerche… Voglio dire, cioè, che anche l’elaborato scritto della “laurea breve” non può non contenere ulteriori elementi di indagine e, per l’appunto, aperture euristiche che lasciano intravedere certe prospettive (cfr. pp. XIII sgg., XXXIX sgg., LXVI sgg.). k) Così, per esempio, in tema di studenti, scuola, università (cfr. per es., le pp. 7, 37, 59). Ché la comunicazione politica, se coordinata allo “spirito olimpico”, consente di travalicare gli steccati generazionali; fa avvenire, ciò che non era mai avvenuto in precedenza (per es. la collaborazione di diversi sport); favorisce nei giovani come negli adulti il continuum gioco-lavoro; permette gli incontri e gli scambi di competenze, tra la scuola e lo sport, l’università e lo sport, la società civile e lo sport… l) O anche a proposito del rapporto tra attività intellettuali e attività manuali (vedi in particolare, verso la fine del libro, il capitolo “Leggende”). I lavori manuali, cioè, «anch’essi sono sport: attività del corpo» (Cambi, p. XLII). E (a p. 202), del resto, questa diffusione dello sport tra i lavoratori manuali è innegabilmente, per l’olimpismo, un pegno di sopravvivenza, quale che possa essere Carte di famiglia 6 53 l’esito del duello per il raggiungimento del potere, in tutto il mondo, di due formule sociali totalmente opposte. Ciò implica anche il riconoscimento di quel fatto primordiale appassionatamente negato fino a poco fa; lo sport non è uno oggetto di lusso, un’attività per la gente oziosa e neanche una compensazione muscolare del lavoro celebrale. Esso è per ogni uomo fonte di un eventuale perfezionamento interiore non condizionato dal mestiere. E’ appannaggio comune, allo stesso grado per tutti, e, se verrà a mancare nient’altro potrà sostituirlo. m) Un capitolo, “Leggende”, che, da un lato porta il discorso sulla comunicazione politica tra i paesi di tutto il mondo, da un altro lato continua a tenere aperti discorsi storicamente nuovi sull’Europa (Russia compresa), già incominciati nei capitoli precedenti contro «l’estensione e l’aggravarsi dell’insufficienza intellettuale del tempo presente» (p. 189). E del tempo passato. Infatti: I Giochi di oggi hanno, rispetto ai loro predecessori, una doppia superiorità: il carattere mondiale e la mobilità. Così risultano più flessibili e, insieme, più solidi. All’inizio hanno corso dei rischi; adesso la linfa è troppo vivace per esaurirsi. Se la guerra 1914-18 non li ha scossi, neanche una rivoluzione sociale li danneggerebbe. Del resto non è cosa da poco che insieme all’organizzazione “capitalista” funzioni già un’organizzazione “proletaria”. Ci sono state, a intervalli regolari, delle “Olimpiadi operaie” e il successo non è mancato. Mentre scrivo, pare che si stia costruendo a Mosca uno stadio colossale per la celebrazione della prossima e pare anche che si colga l’occasione per sbattezzare la manifestazione, il che sarebbe una puerilità lamentevole e sottolineerebbe un aspetto troppo frequente dell’azione rivoluzionaria: proprio mentre ci sono tante istituzioni da rinnovare necessariamente, ci si limita a cambiare il nome di quelle vecchie. Parole invece che azioni. n) L’Est europeo, d’altro canto, gode da parte di Coubertin di una speciale considerazione alle pp. 4, 11, 19, 22, 29, 84, 93, 101 sgg., 112, 130, 171, 188 sgg. Per cui si potrebbe addirittura formulare l’ipotesi che egli, nel suo tempo, abbia ragionato e tentato di comunicare idee politiche quotidianamente presenti nel nostro: dall’idea di una “grande Europa” (“casa comune” dell’Ovest e dell’Est) a quella di un’Europa-cuscinetto tra l’Occidente e l’Oriente… o) Ed è da notare come Coubertin, nel dare alle stampe le proprie Memorie olimpiche, voglia raccontare la formazione in itinere di siffatte i- 54 Capitolo sesto dee europeistiche e mondialistiche, dall’interno di un proprio progetto pedagogico politico-comunicativo dal “locale” all’“internazionale”, culminante nel crescendo negli ultimi sei capitoli del libro, dal XIX al XXIV. p) Un proposito politico-comunicativo, che tocca variamente altri argomenti e sotto-argomenti, che io qui non saprei nemmeno elencarti tutti… Però sei tu, che dal tuo punto di vista tecnico-pubblicitario, potresti provare a farlo. Ponendoti anzitutto la domanda: ma la pubblicità che hai studiato e continui a studiare all’università, è presente, in qualche modo, nell’esperienza di Coubertin? Dalle sue Memorie olimpiche, è possibile dedurre un modello di tecnica pubblicitaria? Quanti e quali i tipi di marketing, che se ne potrebbero dedurre? q) E anche su altri piani: ti riuscirà di consultare (almeno cursoriamente) qualche annata della “Revue Olympique”, varie volte citata da Coubertin nelle sue Memorie, per ritrovarvi esempi significativi dello “spirito olimpico”, in quanto peculiare modalità di comunicazione politica? Che posto ha nella rivista, in tale dimensione politico-comunicativa, la pubblicità? Quali, eventualmente, le tecniche pubblicitarie usate nella “Revue Olympique” e veicolanti per l’appunto comunicazione politica? r) All’epoca della Grande Guerra, tra il 1914 e il 1918, quale relazioni si possono intravedere tra le pagine delle Memorie Olimpiche e la “rosa” delle posizioni di pacifisti, neutralisti, bellicisti? s) C’è in Italia, nel ’15-’18, una qualche corrente di idee, definibile come olimpico-decoubertinana? t) Quali, in particolare, i rapporti tra Coubertin e Guglielmo Ferrero (prima e dopo il 1913)? u) C’è un modello pedagogico, più modelli pedagogici di comunicazione politica, che possono essere ricavati dalle pagine della “Revue Olympique” e dai bollettini periodici del CIO? v) Quale eventualmente l’immagine politica di Coubertin, veicolata in Italia, in Europa e nel mondo dalla stampa quotidiana e dai rotocalchi dell’epoca? w) Il fascismo, poi, attraverso i suoi organi di informazione, i suoi commentatori politici, i suoi strumenti di propaganda, come vede la figura e l’opera di Coubertin? x) E le donne, in particolare le donne che il regime “volle sportive”, hanno avuto modo di esprimere durante il fascismo, sui Giochi Olimpici e su Coubertin, un loro punto di vista? (vedi anzitutto Frasca, pp. LXXIII-LXXV, “L’altra metà del cielo di Olimpia”). y) Ma ancora dall’insieme delle introduzioni Bonetta-Cambi- Frasca, puoi ricavare una quantità di suggerimenti nella chiave di comunicazione Carte di famiglia 6 55 politica che ti interessa; così, per es., alle pp. IX sgg. (sul “nuovo corpo” e lo sport, come luoghi di “cultura” e di cultura politica in specie); alle pp. XXVI sgg. (sull’“olimpismo” come teatralizzazione del sentimento dell’evoluzione collettiva); alle pp. XXXI sgg., XL sgg., XLIV sgg. (sulla filosofia e pedagogia dello sport e dell’opera di Coubertin, essa stessa, come comunicazione politica); alle pp. XLVIII sgg. (sulle “antiche forme” di Olimpia e sulle occasioni culturali, comunicative e politiche, che il confronto agonale rappresentò); alle pp. LIV sgg. (sugli “stati d’animo”, sulle “metafore”, sui “profetismi” dell’olimpismo veicolo, in questo modo, di comunicazione politica); ecc. z) Resta infine la questione relativa alla celebre dichiarazione di Coubertin: «L’importante è partecipare, non vincere», sulla quale mi piacerebbe sentire da te come la spieghi… Non a caso Rosella Frasca (alle pp. LXIII sgg., LXXIII sgg. e passim) ne parla e riparla in termini problematici, interrogativi. Anche io ho qualche idea a riguardo; ma voglio rifletterci ancora un po’, prima di parlartene. Più in là. Magari, dopo la tua “laurea breve”, per quella “specialistica”… Insomma, Matteo, io penso che il tuo elaborato scritto per la laurea in Tecniche pubblicitarie potrebbe consistere esattamente in questo: in una sorta di breve monografia sulle Memorie olimpiche di Coubertin, nell’ottica di una comunicazione politica. Ovviamente dal tuo punto di vista: e tenendo nel debito conto le esperienze universitarie (lezioni, letture, studi specifici, suggestioni) dell’intero triennio perugino. È un’idea come un’altra, che però mi sembra trovare ampia giustificazione nei profili d’indagine affiorati. I quali, anzitutto alla luce della tua personale analisi del testo, di qualche puntuale osservazione di contesto e rapida ricerca di contorno, andrebbero da te controllati, confermati o contraddetti, e dunque integrati e svolti. Nella forma standardizzata che ti propongo: - Avvertenza [una paginetta, in cui si dice del motivo dell’elaborato e dei suoi limiti previsti, di ipotesi ed obiettivi, degli strumenti adoperati, degli eventuali sviluppi] - Introduzione[da scrivere come viene, nel corso dello svolgimento del lavoro, ma da stendere nella forma definitiva alla fine di esso] - Il testo della recensione [con un esordio, uno svolgimento, una conclusione. Da dividere in paragrafi e da redigere, come del resto le al- 56 Capitolo sesto tre parti dell’elaborato, adoperando i criteri di una scrittura scientifica, sia nel testo sia nelle note a piè di pagina; e facendo buon uso di un dizionario dei sinonimi e dei contrari: onde evitare le ripetizioni non volute e le possibili inesattezze verbali, e riuscire invece nell’intento di precisare ed arricchire il lessico. Un altro suggerimento: di servirsi di un po’ tutta la punteggiatura… ] - Appendice[se ce ne fosse bisogno] - Bibliografia - Indice analitico - Indice dei nomi Sarebbe infine opportuno arricchire il lavoro di qualche illustrazione, comunque funzionale alla trattazione del tema Pierre de Coubertin comunicatore politico. Ti abbraccio, papà Sellia Marina (Catanzaro), agosto 2003 Capitolo settimo Carte di famiglia 7* Fiori di Pasqua Grazie, mamma, di questi fiori che t’è venuto in mente di offrimi stasera, mentre lavoricchiavo con il computer alle mie solite cose di sempre. Grazie di questi fiori di Pasqua: fiori d’azzurro inchiostro sulle pagine di un largo quaderno a righe, allineati come in una piccola serra di carta. Fiori-fogli di diario, fiori-segnalibro, al posto della classica pansé o viola del ricordo. Tutt’altra cosa dal fiore del loto, o della dimenticanza. Proprio stamani, infatti, di ritorno dall’aver preso i giornali, avevo pensato di regalarti un bel mazzo di fiori di campo. Come quando, trenta e passa anni fa, insegnavo a Belcastro: e ti portavo la ginestra o i ciclamini, che mi regalavano i miei scolari o che raccoglievo io stesso strada facendo. Poi ho cambiato idea, rinviando i fiori ad un altro momento; e decidendomi piuttosto per un caratteristico dolce pasquale friulano, il “prestniz”, il cui ripieno ricorda un po’ quello della nostra “pitt’anchiusa” (che però è tutt’altra cosa). Non fiori, dunque, ma un’“opera buona”, nel senso puntualmente mangereccio dell’espressione. Stasera, invece, a prendere l’iniziativa “floreale” sei stata tu; e il tuo dono mi fa improvvisamente venire in mente una quantità di altri fiori della nostra vita. Fiori visti, sentiti, toccati, odorati, assaporati perfino… Quelli, per esempio, di zucchero o di marzapane, che decoravano un qualche dolce dei giorni di festa; oppure quei fiorellini bianchi a campanellino, profumatissimi, con lagrima dolciastra da ciucciare viziosamente con la tua disapprovazione, «perché i fiori sono fiori, e non sono da mangiare; e poi possono anche essere velenosi». Eppure sono ben altri i fiori che, ogni tanto, spuntano fuori dalle nostre carte di famiglia: fiori veri, fiori finti. Fiori i più diversi, nella loro perduta naturalezza e irrigidita fisionomia; eppure tuttora plausibili, come caratteristiche espressioni culturali della nostra storia familiarfloreale: rametti di mimosa secca tra le pagine di qualche libro o sotto il vetro della cornice di una fotografia; fiorellini di camomilla imbalsamati * Da «La famiglia. Bimestrale di problemi familiari», Brescia, La scuola, anno XXXIX, luglio-agosto 2005, n. 232, p. 86. 58 Capitolo settimo tra le parole e i numeri, nei quaderni di quando eravamo ragazzi; ruvidi fiori giallo-bianco-sporco di palma benedetta, finiti nei cassetti dei comò, tra messali, santini e ritagli di giornale, dopo aver svolto in casa la loro salvifica funzione in chissà quante Domeniche delle Palme. Quindi inzeppati, per devozione e buon augurio, nei telai delle porte, o tenuti fermi alla parete dalla pressione dei quadri appesi sulla testiera dei letti; oppure infilati nei crocefissi, nell’enorme rosario lavorato in legno ai piedi del ferreo letto di Nonna Franca; ovvero sistemati alla ben meglio tra le reliquie, le foto e i vasi di fiori degli altarini damascati, quasi a garantire in eterno che «la pace sia con noi». Rammenterai d’altra parte, mamma, la commozione che provavo da piccolo nell’ascoltare la storia della «signorinella pallida» e del «buon Don Cesare» con «il mantello a rota», del «vecchio libro di latino» e dell’interrogante suo «bambino», e, dunque, della strizzalacrime pansé. Passò qualche anno e venne Nilla Pizzi, con le sue dolorose eppur gradite rose rosse di Grazie dei fior; cui seguirono i pretenziosi ma disgraziati papaveri di Papaveri e papere; ed i «fiori di lillà», che rendevano così bella la Casetta in Canadà... Poi arrivò Domenico Modugno, con la sua misteriosa e poeticissima «gardenia nell’occhiello» di Vecchio frak. E mentre nei miei pensieri gli stornellanti, peregrini fiori di «Fiorin Fiorello l’amore e bello vicino a te» si mescolavano ai morbidi grappoli di glicine di casa nostra, mi si facevano avanti i «vermigli fior», le «brocche di biancospino» e la «ginestra» di carducciana, pascoliana, leopardiana memoria, a loro volta coesistenti con margherite e girasoli: gli unici fiori, cioè, che nella scuola media riuscivo a disegnare onestamente, senza ricorrere agli espedienti del ricalco. Fu così infatti che ad un certo punto, per scarso rendimento artistico, mi toccò perfino riparare Disegno ad ottobre. Ad ogni modo, però, i fiori restavano e restano ancor oggi un bene culturale di famiglia. Tanto è vero che, nel gennaio scorso, rovistando nella casa di Catanzaro tra libri, giornali ed altre innumerevoli carte, sono saltati fuori reperti floreali di diverso tipo. Così per esempio, assolutamente a sorpresa, mi è venuto incontro uno dei fiori d’arancio del tuo sposalizio. Un fiore d’arancio, incollato da papà su una delle prime pagine di un ricco dossier sul vostro matrimonio: con l’atto di nozze, le “pubblicazioni”, la foto del “sì”, i biglietti ferroviari, i telegrammi, le lettere, i messaggi d’augurio di parenti, amici e di qualche tuo ex pretendente rimasto per sempre fuori gioco. Ancora: in una cassaforte (aperta con la fiamma ossidrica, perché se n’era smarrita la chiave), ho trovato tre garofani secchi, scoloriti, spilun- Carte di famiglia 7 59 goni e quasi dormienti su di un fianco, assicurati con un elastico al fascio dei nastri viola con scritte in oro delle corone e dei cestini del funerale del nonno Nicola. In un’altra scatola, poi, con il mucchietto delle foto della tua “Prima Comunione”, ho incontrato il fantasma di un candido giglio, ancora impercettibilmente incipriato di polline giallo. Lì accanto, con tanto di nastrino rosso, bianco e verde, la medaglia di bronzo conquistata al fronte dal nonno Vincenzo, durante la Grande Guerra. Con scritto, su un lato, «1915-1918 Guerra per l’Unità d’Italia»; sull’altro lato, «Coniata nel bronzo nemico»… Non è commuovente, mamma? Fiori, fiori e fiori. I fiori di una vita, i fiori di molte vite. «Jhuri, jhuri, jhuri e tuttu l’annu, l’amuri chi mi desti ti lu rendu». Ed ecco, infatti, degli altri fiori. I fiori della nostra Pasqua a Trieste, che anticipano i versi di questo libro. Fiori di penna, che trascrivo qui di seguito, proprio come me li hai consegnati stasera: Mio padre si spense nella sua casa di campagna in un giorno di maggio, tanti anni fa. Io non c’ero. Quando arrivai col mio dolore e con i miei poveri, bellissimi fiori di città, gelidamente predisposti in un preciso ordine, adatto alla circostanza, Papà riposava già tra tanti fiori, papaveri, margherite, bocche di leone, ultimo dono dei suoi campi, raccolto dai bimbi dei contadini al vecchio signore buono addormentato. Entrò una donna con un bimbetto di forse tre anni per mano; il piccolo stringeva nella manina libera il suo mazzetto; per nulla intimidito dalla scena insolita si staccò dalla mamma, posò i fiori accanto al feretro e, dopo un attimo, certo memore di una cara consuetudine, ordinò: «Paciù, levate e amme i ulci» («Padrone, alzati e dammi i dolci»). Ancora una memoria. Uno dei miei figli, insegnante pendolare in un paesino ad un’ora di macchina dalla città, attraverso la campagna… Spessissimo gli alunni, al momento in cui il professore saliva in macchina, gli ponevano tra le mani una piccola offerta gentile: una manciata di ciliegie o di more, sistemata abilmente in un cestello di foglie; un pugno di castagne, una “pitta” appena sfornata. Egli stesso, tornando a casa, raccoglieva per me rami di mandorlo in fiore e fasci di ginestra. Un giorno mi portò dei ciclamini selvatici con tutta la zolla; li sistemai in una cassetta con dell’altra terra, li innaffiai; è incredibile: il mio ciclamino da sedici anni continua a regalarmi la sua fioritura, da qualche tempo, però, più debole e scarsa. Stiamo invecchiando insieme. 60 Capitolo settimo Amo tanto questa piantina umile e gentile, è l’immagine di un momento sereno, di un atto d’amore. Proprio come i versi, i fiori, di questo libro, illustrato dagli splendidi disegni di un tuo generoso e ineffabile ammiratore. Che vuol mantenere l’incognito. Tuo figlio Nino Opicina (Trieste), Pasqua 2005 Capitolo ottavo Carte di famiglia 8* Se muore un amico… Cari amici, ora che Totò Ameduri non c’è più, mi piacerebbe fare un libro con voi: un libro, tutto e soltanto di nostre testimonianze su di lui. Quel libro, più che di semplici “ricordi”, di atti e propositi culturali “altri”, che senza volerlo, a partire da noi stessi, proprio Totò ha contribuito a progettare; e che, certo malgré lui, egli ha in un certo senso incominciato a redigere. Servendosi di noi. Un libro quindi che, già nel titolo, dovrebbe restituire il senso e l’eccezionalità di una vita. Della vita e della morte di Antonio Ameduri, oltre la morte, se riuscissimo nell’intento. Un libro, da cui risultasse non solo l’Ameduri professore, ma anche il Totò nostro amico di famiglia, il Totò esperto del “sociale”, il Totò cultore di relazioni educative le più varie, attento ai problemi della giustizia minorile, alle disabilità e ai “diversamente abili”, ecc. Il Totò, padre di famiglia sui generis: di nessun figlio, ma con tanti figli. Tanti, quanti sono stati i suoi scolari e giovani amici. Comincio pertanto, qui di seguito, col mettere assieme le prime sei testimonianze, che sono riuscito a raccogliere. Ma si potrebbe arrivare, presto, a chissà quante altre prove di memoria criticamente consapevole, affettuosa: visto che Totò s’era messo in rapporti di amicizia autentica e di collaborazione culturale con un’infinità di persone. Ecco perché mi chiedo e vi chiedo: nel ricordarlo per scripta, riusciremo a ritrovarci, tutti insieme, nel prisma unico della sua molteplice personalità? Possono bastare le presenti prove d’affetto, stima, gratitudine, a mettere in moto nel nostro “io” un possibile meccanismo di riappropriazione del “noi”, mediante l’attuale proposta di rievocazione del “lui”? Pensiamoci. E riparliamone. Un caro saluto, dal vostro Nicola Siciliani de Cumis * Da «La famiglia. Rivista di problemi familiari», Brescia, La scuola, anno XL, gennaio-marzo 2006, n. 235, p. 66. 62 Capitolo ottavo In ricordo di Antonio Ameduri Martedì 2 agosto, ore 11,30. Mi telefona Giovanni Mastroianni, per dirmi che Totò Ameduri è morto. Provvediamo, con altri amici, ad un necrologio su “la Repubblica”, ma non potrà finire qui. Sull’uomo e sull’insegnante Ameduri, sulla sua personalità di cittadino di spicco, ci sarà certo da dire non poco. Chi gli è stato amico avrà importanti ricordi da amministrare: e occorrerebbe metterli tutti insieme, questi ricordi, perché Ameduri è ormai tutto, o quasi tutto, nelle memorie di chi lo ha conosciuto ed ha avuto a che fare con lui… Il mese scorso, proprio Mastroianni mi aveva riferito di Totò: che stava molto male, ma che veniva definendosi come «il più allegro degli ammalati terminali». È l’Ameduri di sempre, ho pensato: l’Ameduri, che guarda la propria vita come attraverso un binocolo rovesciato: e, quindi, vede anche la morte incombente come un problema rimpicciolito. La morte che, pur galoppandogli incontro, non riesce a scontrarsi con il Totò, che invece l’aspetta come a teatro s’aspetta il finale chiarificatore dell’opera: l’agnizione, il “riconoscimento” del senso della vita che, scoperti gli altarini, consente tra gli applausi di mettere il binocolo dal verso giusto. A me, che gli avevo telefonato da Roma il 13 giugno scorso, per fargli gli auguri di buon onomastico e per anticipargli che sarei andato a trovarlo in agosto, aveva sussurrato: «Se mi trovi…». E nelle pieghe della sua voce, avevo colto la solita inflessione lievemente autoironica che gli apparteneva. Fu del resto, nel corso della telefonata, l’Ameduri di sempre, fino all’affettuoso, sorridente «ciao». Dopo di che, non ci siamo più sentiti. Per quanto desiderassi parlargli, io non gli ho più telefonato: un po’ per scaramanzia, un po’ per eccesso di ottimismo, coltivavo infatti la certezza che l’avrei rivisto. Invece, sono qui a far fronte allo scacco di non esserci riuscito; di non aver potuto incontrare un’ultima volta il «professore Ameduri», come talvolta mi capitava ancora di rivolgermi a lui - visto che gli avevo dato del «voi» fino a quando, non molti anni fa, non mi aveva invitato a chiamarlo Totò, perché i «vecchi amici», mi disse, «si danno del tu». Proprio così. Quella con Ameduri, è stata un’amicizia quasi semisecolare (indipendentemente dal fatto che ci si vedesse o meno). Ci eravamo infatti conosciuti alla fine degli anni Cinquanta: io, mediocre studente di liceo al “Galluppi”; lui giovane professore di Ginnasio nella stessa scuola, con fama di super-bravo. Tra me e lui, otto anni di differenza. Da parte mia, la scoperta, in Ameduri, di una figura di intellettuale da elegge- Carte di famiglia 8 63 re, con pochi altri, a preciso punto di riferimento professionale ed umano; addirittura, da imitare, visto che fin da ragazzo avevo deciso di fare l’insegnante. Ricordo il Totò degli anni Sessanta, a Catanzaro, professore di ginnasio al Galluppi, nei corridoi o davanti la porta dell’aula tra un’ora e l’altra di lezione. Lo ricordo all’uscita di scuola o all’edicola di Paparazzo, e poi sul Corso Mazzini, con Mastroianni e Augusto Placanica; e, in situazioni le più diverse, lo rivedo assieme a Don Giorgio Bonapace, Sarino Maida, Federico Procopio, Anna Brescia, Rosanna Siciliano, Attilio Borelli, Pasquale e Mario Alcaro, Amelia Paparazzo, Paolo Butera, Franco Piperno, Gianni Amelio, Piero Bevilacqua, Raffaele Teti, Mimmo Rafele, Giacomo Marramao, Lello Rauti, Gigi Daga, Franco Santopolo, Carlo Scalfaro, Maria Librandi, Sergio Bruni, Dino Vitale, Roberto Scarfone, Maria e Carmine Donzelli, Gregorio Di Paola, Roberto Galera, Marcello Furriolo, Nicola Ventura, e tanti altri. E lo vedo come se fosse ora al mare, sulla rotonda di Copanello: occhiali scuri, camiciola bianca inamovibile, con in mano l’altrettanto inamovibile “l’Unità”, attorniato da qualcuno degli amici su nominati. Ricordo il suo modo di porsi, con tutti noi; ed i pensieri che mi suscitavano la pacatezza e la esattezza del suo eloquio, l’equilibrio delle sue prese di posizione, la capacità di dire pane al pane vino al vino, la misura e lo stile nell’esprimere giudizi ora positivi ora riduttivi su persone e cose, il senso dello humour e delle prospettiva, la capacità di risoluzione di problemi. Ed era come se, nel suo modo di essere, sapessero coesistere insieme spazi limitati e spazi infiniti, tempi lunghi lunghissimi e tempi brevi brevissimi: e dunque, tra tali estremi, risaltasse in primo piano la sua capacità di starvi come nel mezzo, da sacerdote di verità assolute e, al tempo stesso, come semplice portavoce del buon senso. Ricordo gli interventi di Totò, in politica e nel sociale, sempre molto equilibrati e costruttivi: così nelle Sezioni e nella Federazione del PCI, al Centro “N. Vaccaro”, al “Galluppi”, in qualche sala cinematografica la domenica mattina, in piazza, in chiesa, in altre sedi pubbliche; e a casa Mastroianni o Placanica. Ricordo le attività di Ameduri per la CGIL/Scuola e per il Provveditorato agli studi di Catanzaro, in Commissione graduatorie, in Commissione nomine, in Commissione ricorsi, ecc. Ricordo, in varie occasioni, il suo modo attento e rigoroso di leggere i testi degli autori antichi, moderni e contemporanei; e i continui, opportuni riferimenti alle fonti: i collegamenti storici; la sua interdisciplinarità. La sua moralità storiografica, la sua pietas politica… Parlavamo spesso e volentieri, allora, del “dialogo” tra cattolici e comunisti, commentando 64 Capitolo ottavo talvolta gli articoli di Lucio Lombardo Radice su “l’Unità” o su “Rinascita”. E non dimenticherò mai, di fronte alla vetrina della libreria Mauro, la sua reazione alla strage di soldati belgi in Congo, l’anno che uccisero Lumumba: «Ma perché, Nino, perché succede tutto questo?». Lo chiedeva a me, quasi parlando tra sé e sé; ma capivi che non eravamo noi due, né lui, né io, il primo destinatario della sua domanda. Ricordo le case, dove ha abitato, il suo studio, i suoi libri. E le “sue” persone care: anzitutto Irene, gli altri familiari ed amici, che gli vivevano o gli erano morti accanto, come la cognata Annamaria, pittrice, scomparsa da giovane, cui era molto legato. Come Francesco, che mia moglie Annamaria ed io avevamo conosciuto e che morì tragicamente. Accadde negli stessi giorni in cui nasceva Matteo, il nostro terzo figlio; così che, come secondo nome, Annamaria ed io decidemmo di chiamarlo Matteo Francesco. Quel ragazzo, quando andiamo al Cimitero, è per noi, ancora oggi, uno dei nostri morti. Ho sempre sentito parlare di Totò come di un «un uomo buono». Come non essere d’accordo? La sua “bontà”, che assieme all’“onestà intellettuale”, all’“umanità”, alla “disponibilità”, al “disinteresse”, è la prima qualità che, pensando a lui, non può non venire in mente. Ma che significa, nel suo caso, “bontà”? Non solo, semplicemente, che egli non era capace di far del male nemmeno ad una mosca; e neanche, genericamente, che aspirasse a fare, come che sia, del bene. La bontà di Ameduri era un meccanismo molto complicato, che incominciava, sì, a funzionare mediante una miscela di originaria mitezza e di cultura acquisita; ma che, per dare il meglio di sé, esigeva l’ausilio di un’interattività umana elementare, fatta di reciproca disponibilità dialogica, mutua condivisione di obiettivi, aperta accondiscendenza collaborativa, positiva incidenza del dubbio, prudente ricerca di soluzioni, evidente senso della prospettiva. È in quest’ottica che si spiega, tra l’altro, la maieutica speciale del Professore Ameduri, che consisteva nell’apprendere dagli altri, prima che nell’insegnare agli altri; nell’azzerarsi, quasi, come uomo di cultura, per fare posto alla crescita della cultura altrui. Perché ciò che per lui, nei rapporti con il prossimo, veniva prima di ogni altra cosa era la motivazione dell’interlocutore, e quindi la spinta ad agire di conserva, in tale o tal’altro modo. Per questo la sua grande cultura non impauriva, incoraggiava soltanto. Per questo, tra timidezza del fare e coraggio del non fare, si situava la possibilità del “pedagogico”; sicché, dall’esterno, poteva addirittura sembrare che Totò volesse sparire, annullarsi come persona («E pigola sempre più piano», diceva di lui qualcuno): per ridurre, Carte di famiglia 8 65 così facendo, il peso della sproporzione che avvertiva, tra l’enorme bisogno di modificare in meglio il mondo, e la consapevolezza dei propri limiti ad operare in tale direzione. Accadeva allora che Ameduri facesse le proprie scelte da intellettuale, in senso radicalmente autocritico, anti-intellettuale; e che si rendesse esplicita più la sua volontà di alleggerirsi del peso della sua cultura acquisita, che non il desiderio di farsi in prima persona produttore di nuova, alta cultura. Ecco perché, forse, Totò non lascia, che io sappia, scritti di natura scientifica, documenti della sua bravura tecnica di filologo e di critico letterario. E quel poco che mi risulta avere pubblicato (magari «perché Sarino gli ha messo la penna in mano…»), rientra sempre, in un modo o nell’altro, nella sfera del “servizio culturale”: come articolo d’occasione, prefazione al libro di un amico, cura di testi di spiritualità evangelica, ecc. Ecco, probabilmente, dove nascono e convivono insieme la sua particolare religiosità e il suo peculiare laicismo. Il suo attivismo pedagogico, inversamente proporzionale al suo “sapere”, e calibrato invece sui bisogni degli altri e sul loro possibile soddisfacimento. Ecco, allora, l’attenzione e la cura da lui riservata a portatori di handicap, nelle diverse forme. Ecco, infine, il suo impacifico pacifismo: e quella sorta di profilassi culturale e interculturale che, rivolgendosi al tempo stesso agli individui, ai gruppi, virtualmente alle masse, tenta di prefigurare delicatamente, tra le pur evidenti contraddizioni, almeno l’immagine del “paese che non c’è”. Ed è così che il «buon Totò» finisce col rassomigliare un po’ allo zavattiniano Totò il buono, nella ricerca di «un paese dove buon giorno, vuol dire davvero buon giorno». Provo a integrare i miei pensieri “a braccio” ancora con un ricordo, di una quarantina d’anni fa. Solita situazione: uscita da scuola, siamo in tre, Mastroianni, Ameduri ed io. C’è un argomento di cui loro due discutono: se partecipare o meno, Ameduri, ad un certo concorso a cattedra… Totò è per il no; Mastroianni, per il sì. Quanto a me, che non ho voce in capitolo, li ascolto interessatissimo, un po’ per capire da quale parte stare nella situazione specifica, un po’ perché so che da lì a qualche anno mi troverò io stesso con il medesimo problema di Ameduri, da risolvere per me. Intuisco però che, dietro all’argomento in discussione, c’è un altro tema che rimane sullo sfondo; ma che, a ben vedere, è il vero motivo della discussione. Alla sua maniera, Mastroianni, che stimava moltissimo Totò, voleva stimolarlo a studiare, ad impegnarsi «scientificamente», su un qualche tema, nelle sue discipline. Ma Ameduri, che era molto intelligente, col- 66 Capitolo ottavo tissimo e fermo fermissimo nel seguire la propria strada, non era tipo da farsi condizionare più di tanto. E, se di fare carriera volle saperne solo quanto bastava per svolgere un ruolo istituzionale di insegnamento e di formazione culturale di alto profilo, al Ginnasio prima, al Liceo dopo, era l’idea di una didattica come mediazione culturale tra “indagini scientifiche” e “senso comune” ad intrigarlo totalmente. Anche se poi questo non lo soddisfaceva del tutto. Di qui, non solo la presenza e l’attività di Ameduri in altri luoghi pubblici cittadini (partito, sindacato, parrocchia, centri di cultura, sedi assistenziali), ma anche e soprattutto l’attenzione di Totò per le situazioni individuali, per le singole persone, per le richieste di aiuto culturale, morale e fisico a chiunque gli si fosse fatto avanti. Di qui, da un lato, la laboriosa pigrizia («mi siccu puru ma campu») dell’Ameduri non interessato a provare tutta la forza della propria intelligenza critica, mediante ricerche scientifiche e pubblicazioni di risultati, ma impegnato piuttosto a prestare aiuto agli altri in molteplici situazioni; da un altro lato, la pedagogia eccentrica, paradossale, etero-referenziale, dell’Ameduri dell’ascolto degli altri, piuttosto che dell’intervento monografico rigoroso, esclusivo, diretto verso gli altri: e quindi apertamente chiuso alle costrizioni disciplinari coincidenti con una qualche limitazione delle proprie urgenze altrui (se così si può dire). C’era in effetti, in Totò, un’istanza di tipo assistenziale verso il prossimo, di stampo religioso (il «pio Ameduri»!), che tuttavia non si acquietava nell’umbratile intimità del “sentimentale”; voleva invece uscire allo scoperto, come fatto di specifica rilevanza politico-sociale. In questo senso, la principale lezione di Totò Ameduri alla Città è stata proprio questa: di offrirle gratis tutta la cultura di cui egli poteva disporre, lasciando che ciascuno gliene richiedesse secondo i propri bisogni. In questo gioco di “domanda” e “offerta” della profusione del “sé” come un bene culturale vivente, si è consumato il senso di una presenza, che tanto più sembra oggi notevole e degna di memoria, quanto più, in una Catanzaro deprivata dei suoi “tafàni”, risulta essere come la perdita di una risorsa umana più “unica” che “rara”. Carte di famiglia 8 67 Don Vitaliano Smorfa, Omelia funebre1 A quest’ora più che le parole si addice il silenzio soprattutto per chi, come il Professore Antonio, ha assunto il silenzio come stile di vita. Il silenzio inteso come capacità di esprimere ciò che a volte le parole non possono dire. Vi confesso tutta la mia inadeguatezza a parlare oggi del Professore Antonio. Tre anni di liceo durante i quali sono stato alla scuola del Professore Antonio non sono sufficienti e qualcuno di voi che lo ha conosciuto per più tempo, certamente avrebbe detto meglio di me. Ma per un imperscrutabile disegno della volontà di Dio, oggi tocca a me cercare parole di luce e di speranza. Parole di luce e di speranza che io trovo in una espressione evangelica e che ci danno l'immagine più vera del Professore Antonio. Questa espressione evangelica la prendo dal cap. 25 del vangelo di Matteo dove concludendo la “parabola dei talenti” Gesù dice così: “Bene servo buono e fedele... prendi parte alla gioia del tuo Signore”. Servo: è l’appellativo più vero per chi come il professore Antonio ha concepito la vita, esclusivamente come servizio incarnando così l’ideale cristiano: essere per gli altri. Un servizio che non usò mai i segni del potere e da cui però scaturiva la sua autorevolezza oltre che la stima di chi lo ha conosciuto. Una vita dedicata agli altri nell'incessante sforzo di restituire ai segni il loro potere. Servo Buono: credo di non sbagliare se dico che la bontà del Professore Antonio traspariva dai suoi occhi. Il suo sorriso sempre accogliente, e la delicatezza dei suoi gesti ci dicevano non solo quanto per lui fosse necessario comunicare tanta bontà, ma ci diceva soprattutto quanto era profondo in lui il rispetto, l’amore e la capacità di ascoltare chi gli stava di fronte, frutto anche delle sue grandi doti umane. Possiamo davvero dire che tutta la sua vita è stata un elogio alla mitezza e l'incarnazione di quell’invito evangelico ad essere miti e umili di cuore. Buono e fedele: fedele ai valori umani fondamentali che aveva ricevuto da quelli che riteneva i pilastri, o come lui stesso disse mostrandomi i suoi libri, gli amori di una vita. Tenuta durante la Messa del 3 agosto 2005. Testi letti durante la liturgia: Ecclesiaste, 3, 1-10; e Matteo, 5, 1-12. 1 68 Capitolo ottavo Fedele soprattutto alla propria coscienza, sempre limpida. La sua vasta cultura, la sua onestà intellettuale, il suo rigore critico, la brillantezza e la lucidità delle sue analisi storiche, politiche e culturali mostrano certo la sua passione e l’entusiasmo con cui svolgeva la sua attività; ma non furono mai per lui motivo di vanto o di orgoglio, mantenendosi così sempre fedele al proposito dell'umiltà e della semplicità che la sua coscienza gli dettava. A questo servo buono e fedele oggi il Signore rivolge l’invito a prendere parte alla Sua gioia e con gioia gli dona la sua eredità. L'Apostolo Paolo ci ricorda infatti che se in Cristo Gesù siamo diventati figli... allora diventeremo anche eredi. Ma c'è anche un’altra parola che io sento in questo momento sgorgare in maniera prepotente dal mio cuore e che desidero comunicarvi. Non a caso è una parola eucaristica che ci da il senso di ciò che stiamo celebrando: Grazie: grazie a Dio per il dono della vita eterna segno della Sua bontà per noi, grazie per il dono che Egli ci ha voluto fare attraverso la presenza cara, discreta, ma sempre carica di tanta premura del Professore Antonio che per me è stato un vero dono di Dio. Una delle volte che ci siamo visti in questo periodo, era il mese di aprile, nel salutarmi mi strinse forte la mano, e senza farsi udire dai presenti mi disse: stammi vicino. Con tutta la mia inadeguatezza, in per una così bella testimonianza, e fieri di tanta preziosa eredità saremo capaci di affrontare la vita ricordando sempre il suo esempio ed il suo insegnamento. tutta sincerità non so se ci sono riuscito. Quello che invece so con certezza è che da oggi in poi sarà lui ad essere vicino al cuore di ognuno di noi. E noi profondamente riconoscenti. Paolo Butera, Questo amico Sfortunatamente i miei ricordi su Totò Ameduri risalgono a più di quaranta anni fa e quindi sono come sfocati e appiattiti dal tempo, coprono solo un segmento breve anche se importante della sua storia personale e pubblica e infine la mia comprensione di quella vicenda è in buona parte solo quella che poteva avere un ragazzo piuttosto acerbo. Non posso offrire una testimonianza personale delle vicende più recenti di Totò, e quindi della parte centrale della sua esperienza che mi è nota solo indirettamente e superficialmente. Carte di famiglia 8 69 Ho conosciuto Totò verso la metà degli anni Cinquanta e lo ho frequentato assiduamente per cinque o sei anni prima di lasciare definitivamente la città. Io avevo cominciato da poco il ginnasio e lui era di sei o sette anni più anziano. Totò veniva da un paesino della provincia. A Catanzaro viveva presso un’anziana zia e si pagava gli studi dando qualche lezione privata. Era iscritto a Lettere presso l’Università di Messina e, come molti della sua generazione e di quelle precedenti, non poteva permettersi di frequentare i corsi, ma andava solo due o tre volte all’anno a passare gli esami. Non ricordo le circostanze della nostra conoscenza. Forse ero stato trascinato da un compagno di scuola a uno dei convegni, che l’Azione Cattolica teneva annualmente al Supercinema. O più probabilmente l’avevo conosciuto insieme con Sarino Maida come locale Delegato Diocesano dell’ Azione Cattolica. Totò non amava ostentare le sue insegne, minimizzava come sempre, e non aveva mai ritenuto interessante dilungarsi sulle prerogative della sua carica né mi aveva spiegato in cosa differissero da quelle di Sarino che era il locale presidente dell’ Azione Cattolica. Mi riesce difficile separare nel ricordo le loro storie almeno per quegli anni, sebbene essi fossero diversissimi e tuttavia perfettamente complementari. Tanto sommesso, nemico di ogni forma di enfasi, indulgente, cauto era Totò, quanto irruento, deciso, insofferente e sempre in fermento era Sarino. L’Azione Cattolica era allora una struttura del tutto informale, forse più per difetto di mezzi, di una sede, che per scelta. Non ricordo neppure se ci fosse da qualche parte un oratorio cui i ragazzi potessero far riferimento, un ciclostile ecc., anzi sono quasi sicuro che non ci fosse; e comunque, se c’era, io non lo frequentavo. Per me la “sede” erano un giovane prete, Don Giorgio Bonapace; e quelle due persone. Totò e Sarino li si poteva incontrare la sera del sabato o della domenica al passeggio del corso, oppure a volte al mattino all’entrata del liceo Galluppi quando diffondevano “Il Sentiero”. Don Giorgio, ovviamente, non passeggiava; inoltre la sua parrocchia era un po’ fuori mano, e quindi lo conoscevo poco. “Il Sentiero” era un giornalino studentesco che usciva tre o quattro volte l’anno. Un’impresa difficile e frustrante, sia sotto gli aspetti materiali: le vendite non coprivano mai i costi di stampa, fra le 20 e le 30 mila lire che erano allora quasi la metà dello stipendio di un impiegato, sia per la difficoltà di realizzare il programma dei suoi due redattori che non volevan far piovere 70 Capitolo ottavo prediche sulle teste degli studenti, ma aiutarli a crescere coinvolgendoli nella scrittura e sopratutto nella riflessione su tutti i temi di possibile interesse comune, solo in minima parte di carattere religioso. Dubito che per molti il corso di Catanzaro sia stato una buona scuola. Per me lo diventò anche grazie alla frequentazione di Totò e (meno spesso) di Sarino, che mal tollerava l’apparente futilità del passeggio. Chiacchierando con Totò e con gli amici che via via si univano al gruppo, ci si sforzava di dare forma ai nostri pensieri, si facevano propri quelli altrui, si imparava e ci si confrontava quasi su tutto: la scuola, la politica, i libri letti, i film visti. Ma si rideva anche e si scherzava, perché Totò aveva uno spiccato senso dell’umorismo e si divertiva di tanto in tanto a lanciare una battuta accompagnandola con una risatina breve e silenziosa. Erano anni di grandi mutamenti: le rivolte ungherese e polacca mostravano i primi segni di crisi dell’Unione sovietica, il terzo mondo procedeva speditamente a liberarsi dai coloni. Era importante non vedere questi eventi con lo sguardo miope dei fogli reazionari come “Il Tempo”, “Il Messaggero”, il “Giornale d’Italia”, che allora era più facile trovare nelle nostre case sia perché riflettevano gli umori antipolitici del nostro ambiente sia perché riportavano un po’ di cronaca locale. Così Sarino e Totò ci stimolavano, quasi ci sfidavano a leggere, criticamente, i grandi giornali del nord. “Il Giorno” di Baldacci e Forcella, era il preferito, ma anche il “Corriere” e “La Stampa” venivano seguiti con attenzione anche se non sempre con simpatia. Dalle nostre chiacchiere era assente solo ciò che invece ossessionava molti miei coetanei: lo sport (allora quasi esclusivamente letto) di cui ben poco ci interessava (anche se l’Azione Cattolica aveva una sezione sportiva, di modeste prestazioni) e si sorvolava pure sulle nostre turbe ormonali giovanili, sopratutto per il ritegno che ci imponeva il carattere timido e riservato di Totò e la differenza di età. Ricordo bene comunque che né allora, né mai in seguito, avevo visto Totò fare del banale ‘proselitismo’, se non con l’esempio del suo modo di essere: credeva sul serio nella libertà e nella maturazione autonoma delle scelte di ciascuno. È difficile oggi rimpiangere la povertà dignitosa di quei tempi, quando la tv, il benessere economico e la motorizzazione di massa non avevano ancora travolto le tradizionali abitudini sociali del meridione. L’atmosfera era chiusa, soffocante, senza prospettive: fra i miei coetanei dominava una aperta irrisione verso ogni forma di “impegno”, che veniva lasciato agli “ingenui” o peggio agli “esaltati”, mentre pareva ovvio Carte di famiglia 8 71 che la gente “furba” dovesse “farsi i fatti suoi” e badare alla propria famiglia, unico vero punto di riferimento. Dalle famiglie veniva assorbito il disprezzo più profondo per la politica da utilizzarsi al più temporaneamente per ottenere la “raccomandazione” o “spintarella”, come si diceva, imprescindibile per insediarsi in uno di quei posti di lavoro più o meno immaginari, continuamente inventati dalla fantasia sbrigliata del sottogoverno, per creare clientele. Gli altri, quelli che, come me, provenivano da famiglie benestanti e ritenevano perciò di non averne bisogno, erano avvisati che la politica era un’attività amabilmente losca da cui la gente perbene doveva stare lontana. Prevaleva insomma il retroterra ideologico dell’atteggiamento che in seguito sarebbe stato indicato come il “familismo amorale” della società meridionale. Totò e Sarino ci avevano insegnato a riconoscere le origini di questa mentalità nell’arretrata situazione economica del sud, nei sentimenti antipolitici ereditati dal passato regime e nel degrado morale in cui il clientelismo dei partiti di governo (non meno che il cinismo dei loro elettori) avevano precipitato il confronto politico. A questo noi reagivamo, forse con ingiustificato ottimismo, condividendo la speranza che prima o poi anche il sud sarebbe diventato un “posto normale” e ci sentivamo impegnati a prefigurare culturalmente e sopratutto moralmente comportamenti adeguati. Non so come Totò abbia reagito alle tante delusioni che seguirono: fino alla più cocente e sorprendente, quando addirittura fu il resto del paese a scegliere di voltare le spalle alla ‘normalita’ e di affidarsi allo scalcinato mago di turno. Totò e Sarino avevano scelto come loro riferimento culturale e morale il “personalismo cristiano” di Emmanuel Mounier introdotto in Italia pochi anni prima dalle Edizioni di Comunità di Adriano Olivetti. Era un pensiero poco popolare allora, a parte nel gruppo di Dossetti, ed è stato completamente rimosso dagli aggressivi movimenti cattolici integralisti di oggi. Io credo tuttavia che quella ispirazione sia rimasta al fondo delle loro motivazioni esistenziali e anche delle loro successive scelte politiche così divergenti da quelle allora prevedibili. I miei due amici avevano dovuto ben presto rendersi conto che gli ambienti politici cattolici del meridione erano del tutto sordi a quelle istanze. Ricordo una serie di episodi, alcuni minori o soltanto curiosi, che segnarono le successive tappe del loro distacco da quegli ambienti. Una volta avevano chiesto udienza al vescovo Fares per rappresentargli il loro disagio e imbarazzo per quanto riguardava i rapporti con la locale Democrazia Cristiana sempre pronta a servirsi dell’Azione Catto- 72 Capitolo ottavo lica, ma del tutto indifferente alle sue sollecitazioni morali. Il vescovo li aveva ascoltati in silenzio, poi aveva donato a ciascuno una manciata di caramelle e li aveva congedati con la sua benedizione. Sarino era furibondo per quella che considerava un’umiliazione: «Ha voluto dirci che siamo solo dei bambini e che la politica va lasciata ai grandi», ripeteva raccontando l’episodio. Qualche tempo dopo era arrivato da una città operaia del nord un sindacalista della CISL. Se non ricordo male, si chiamava Roberto Pomini. Aveva fatto la Resistenza e militava nella sinistra democristiana, ma non era certo un sovversivo, anche se a noi allora appariva come un personaggio piuttosto esotico. Con lui, Totò e Sarino si erano intesi subito e avevano maturato il temerario progetto di portare un po’ di aria nuova al congresso cittadino della Democrazia Cristiana, che si sarebbe tenuto di lì a poco. Così candidarono il Pomini, come delegato di una piccola sezione apparentemente “facile”, dove non aveva mai votato più di una diecina di iscritti e sembrava quindi possibile raccogliere i pochi voti sufficienti. Questa iniziativa però non era sfuggita al segretario cittadino per il quale una voce fuori dal coro non era un segno di normalità democratica, ma l’inizio di una sedizione. Dalle urne uscì una sorprendente valanga di voti a favore di un altro candidato e il caso fu chiuso. Forse il “vento del Nord” faceva ancora paura. Non restava che lasciarlo soffiare fra la gente. Perciò Totò e Sarino si dedicarono instancabilmente ad organizzare una serie di lezioni-dibattito in tutti gli spazi disponibili, sui tanti nodi irrisolti della storia recente e meno recente del nostro paese: sopratutto la questione meridionale, i rapporti fra Stato unitario e Chiesa, l’emarginazione degli uomini e dei valori della Resistenza antifascista dalla vita politica del secondo dopoguerra. Si prendeva lo spunto dai libri importanti usciti solo pochi anni prima, di Guido Dorso, di Arturo C. Jemolo, dalle Lettere dei condannati della Resistenza. Non sempre c’erano specialisti a disposizione per questi incontri, e qualche volta la preparazione era affrettata, ma l’importante era diffondere informazione, sollevare dei problemi e mettere in circolazione delle idee, e non c’era la pretesa di dare anche autorevoli soluzioni. Non saprei valutare quale sia stato l’impatto di tutto quel lavoro. Certo il gruppetto di amici non diventò mai una folla, e forse quel lavoro servì solo a noi: è stato poi più facile per chi ha coltivato una speranza, dare un po’ di senso alla propria vita e mantenere un minimo di personale decenza. Carte di famiglia 8 73 Poi arrivò la primavera del ‘60 con il tentativo di Tambroni di portare i neofascisti al governo e allora sembrò chiaro definitivamente che l’unità politica dei cattolici era solo di ostacolo all’evoluzione democratica del paese e che nella rappresentanza politica dei cattolici non poteva esserci più spazio anche per Totò e Sarino. Così maturò la loro adesione a un diverso schieramento politico: ad altri uomini e ad un altra lotta più, io credo, che ad una visione del mondo radicalmente diversa. Giovanni Forte, Il Professore Ameduri: uno che non ha scritto, ha fatto Rigiro tra le dita la foto del Prof. Ameduri e leggo, dietro, citazioni dell’Ecclesiaste e dell’evangelista Matteo: lui è come averlo davanti, uguale alla sua figura di sempre, come era a scuola, fuori dovunque si incontrasse, a casa sua. Le parole sono adatte a lui, perché parlano del saggio e del giusto come di colui che ha aiutato i bisognosi come li incontrava, nella semplice quotidianità. La prima volta fu il primo giorno del mio quarto Ginnasio, altri tempi: dopo le elementari e le medie in classi rigorosamente maschili, ti trovavi improvvisamente in quel Monumento dell’immaginario collettivo che era il Liceo-Ginnasio “P. Galluppi” di Catanzaro, a iniziare la Scuola superiore, quella dove i tuoi fratelli prima di te andavano in giacca e cravatta, dove si finiva di essere ragazzi e si cominciava a pretendere da te di essere un uomo, dove si sapeva che si formava la nuova classe dirigente; in più c’erano le ragazze, sia pure con il grembiule nero obbligatorio: che emozione! E poi il Professore, anzi i Professori, diversi per le varie materie, senza quel pizzico di paternalismo che, evidente alle elementari, in fondo c’era anche alla scuola media. E riandavi a quei volti severi e gravi, con baffi o barbe accigliate, di cui alle vecchie foto delle classi di zii e genitori. In questa aspettativa incontravi invece un giovanotto, che non era un giovanotto perché era un Professore, serio quanto basta, ma poi non troppo, senza baffi, con i doverosi occhiali, ma con la scriminatura di lato ai capelli neri, che, usanza giovanile, non quadrava con quelle capigliature serie, spesso “alla Mascagni”, delle foto di cui sopra. Recuperava decisamente sul fronte della professoralità quando si rivolgeva alle ragazze dandole del “lei”: era uno di quei segni che noi alunni venivamo trattati in un rapporto tra adulti, che peraltro non veniva meno per il “tu” dato ai maschi. Anzi, ti colpiva di quest’uomo il fatto che ti prendesse sul serio, che rispettasse le tue opinioni, che in sostanza non si ponesse come un adulto di fronte a un ragazzo. E poi, nella 74 Capitolo ottavo quotidianità delle lezioni, come dimenticare quelle letture di Leopardi o di Manzoni, fatte passeggiando tra i banchi, a volte con la mano in tasca, come nella foto del ricordino, mentre il suo spiegare sempre pacato, sempre ugualmente preciso e puntuale, ti faceva scoprire idee, orizzonti, drammi, categorie di lettura della Storia, del mondo e dell’esistenza che neanche lontanamente sospettavi. Non ricordo, a mia memoria, che abbia mai alzato la voce, forse perché le sue lezioni ti catturavano, o forse perché era scontato che la disciplina si addicesse a quelle conversazioni. Anche se qualcuno era impreparato, non diventava un tira e molla tra controllore e controllato, bensì un evento che rivelava la mancanza di responsabilità e di “essere adulto” dell’interessato. E poi la bomba: si diceva che il Prof. Ameduri fosse comunista. Dai suoi discorsi non si trovava nulla che mostrasse questo, non faceva proselitismo, non parlava di politica, eppure era stato capace di farci capire in termini storico-politici per esempio la dinamica degli eventi che, dopo il Rubicone, portarono Cesare al potere assoluto e personale: sembrava di parlare di vicende attualissime, mentre la Storia prima ci sembrava una narrazione stantia, lontana e in fondo un po’ noiosa. Ma di comunismo, di marxismo, di proletariato, di fascismo/antifascismo neanche l’ombra. E poi non rispondeva all’immagine corrente del comunista tipo: era pacato, equilibrato, non fazioso, sempre ragionevole e acuto nel parlare e traspariva, anche se discretamente, quella tante volte sottolineata manzoniana attenzione alla “Provvidenza”. Dunque le due domande speculari che ti suscitava erano: E’ possibile che uno così sia comunista? Ma un comunista può essere così? Dopo i due anni di Ginnasio, non ebbi più lui come docente, ma il rapporto con lui non finì, anche perché con la famiglia di colei che nel frattempo era diventata sua moglie esistevano rapporti di familiarità con la mia. Capitava perciò ogni tanto di vedersi, anche se a volte fugacemente, di scambiare due chiacchiere, di poter continuare a sperimentare, magari in rare pillole, la sua lieve ironia, l’acutezza e l’originalità dei suoi giudizi, sempre sommessi, sempre sottovoce e ormai stemperati in un rapporto solo amicale. Anche negli ultimi anni, quando la sua salute era diventata un argomento di conversazione trovavi uno che ne parlava come per tutto il resto, semplicemente, senza pathos, quasi con la atarassia dei classici, anche se con grande umanità e sempre senza dismettere il suo lieve sorriso, come l’ultima volta che lo vidi, per le scale dell’Ospedale, un paio di mesi prima della morte. Questa foto che ho in mano lo ridà così com’era, forse con le tempie un po’ ingrigite, i capelli più radi, un po’ più magro nel vestito, ma è Carte di famiglia 8 75 come se lo sentissi mentre sta parlando dell’Innominato o della Natura in Leopardi, e come al solito parlando di queste cose, parla dell’uomo, della vita, di me, di ognuno di noi, forse come i grandi filosofi e maestri della Storia, non so, di questi non ne ho mai conosciuto. Lui lo ho conosciuto, è cresciuta in me una stima grande, prima che affetto, la certezza di avere di fronte un uomo non comune, forse ciò che sarebbe il prototipo dell’umano (una volta ci diede un tema su questa frase di Terenzio: Homo sum, nihil humani a me alienum puto), tanto che non sono mai riuscito a passare, benché sollecitato, dal “voi” al “tu”. Fin’ora. Perché adesso me la sento: grazie Totò per tutto quello che ci hai dato. E non è un addio, perché son convinto che quella stessa Provvidenza di cui ci parlava tante volte ci farà riincontrare e questa volta per sempre. Catanzaro 19 Ottobre 2005 Achille Rossi, Totò Ameduri, un incontro che permane Lo conobbi nell’ottobre del 1962, quando entrai come “matricola” del IV ginnasio del liceo “Galluppi” di Catanzaro. Mi ero iscritto nella sezione C, nella quale egli insegnava , su consiglio della mia professoressa di lettere della scuola media. Fu subito come un fratello maggiore per me – era giovanissimo - . Ricordo ancora a memoria la poesia Alla luna di Leopardi che egli ci presentò con grande passione e ricordo anche quella volta in cui il professore divenne rosso di imbarazzo perché il preside di allora era venuto in classe per chiedergli conto di un volume della Treccani che non si trovava (Ameduri in quegli anni era responsabile della biblioteca del liceo). Il professore era così: un padre amabile e timido che ci guidava all’amore per le lingue classiche quasi senza che ce ne accorgessimo. Mai alzava la voce con gli alunni o con chiunque altro, mai faceva pesare le carenze di noi studenti. Lo amavamo tutti, tanto che alla conclusione del biennio ginnasiale decidemmo di fargli un piccolo dono come segno della nostra riconoscenza. Andammo in delegazione a casa sua (allora abitava a Montecorvino) , ma egli , intuite le nostre intenzioni, non ci aprì la porta di casa. Vani furono i nostri tentativi di convincerlo ad accettare il presente: fu irremovibile! Alla fine dovemmo capitolare e togliere l’assedio “alle mura di Ilio”. Conseguita la maturità, decisi di iscrivermi alla facoltà di lettere classiche a Napoli. Naturalmente ne parlai col professore Ameduri , che si dimostrò entusiasta della mia scelta. 76 Capitolo ottavo Ottenuta la laurea , iniziai l’iter delle supplenze, finché bandirono i concorsi a cattedra. Ancora una volta Ameduri fu accanto a me, dandomi consigli preziosi. Superati i concorsi, iniziai ad insegnare negli istituti superiori , per poi essere trasferito al liceo “Galluppi”. Divenimmo colleghi. Non so dire chi dei due, tra lui e me, fosse più contento. Continuai, però, a rivolgermi a lui dandogli il “voi”. Anche da collega il caro professore continuò ad essere per me un punto di riferimento. Egli sapeva allentare ogni tensione con un sorriso o con una battuta di spirito. Gli avevo anche presentato la mia futura moglie ed anche con lei era nata una sincera amicizia. Perfino la mia figlioletta di pochi anni gli era affezionata ed aveva imparato a riconoscere il suo “maggiolino” che egli spesso parcheggiava in via Carlo V. Ameduri era uno di quei rari uomini che incarnano in sé il senso della giustizia e del dovere. Messo alle strette, dava giudizi anche severi su uomini e cose, ma distingueva sempre l’errore da condannare dalla persona da giudicare, invece, con misericordia. Era un giusto, un mite, un puro di cuore, un uomo che sapeva valutare con grande discernimento le azioni degli altri, ma che si chinava con profonda comprensione sulle miserie umane. Aveva la rara dote di saper ascoltare e accogliere l’altro senza mai erigersi a giudice. Possedeva un’immensa cultura, che però non faceva pesare a nessuno. Avendo preso coscienza del male che lo aveva colpito, lo affrontò con grande coraggio e determinazione, parlandone con distacco, come se esso riguardasse un’altra persona. Ha lasciato la vita in silenzio, così come l’aveva vissuta, preoccupato quasi che non si parlasse troppo di lui. A me lascia un esempio di estrema rettitudine morale, di grande capacità di accoglienza, di profondo desiderio di vivere appartato, secondo il noto precetto epicureo. Nel mondo di oggi, ammalato di protagonismo, l’esempio offerto dalla vita del professore Ameduri è ancora più apprezzabile. Amalia Angotti, Un legame indissolubile, una grande lezione di vita Non ho più rivisto il professore Ameduri dopo il Liceo, ad eccezione di pochi incontri casuali e fugaci. Per questo i miei sono ricordi di alunna, sedimentati nella memoria da venticinque anni. Ho conseguito la maturità al “Galluppi” nel 1980 e Ameduri è stato nei tre anni del liceo il mio professore di Lettere, nella sezione F. Faceva Carte di famiglia 8 77 parte di un “trio” eccezionale, Ameduri-Paparazzo-Sarpi, un corpo docente di straordinario livello sul piano professionale e sul piano umano. Di Ameduri ho sempre conservato come reliquie gli appunti di letteratura, intere agende scritte in modo fitto sulle quali ho preparato gli esami di maturità e che mi hanno poi seguito nei miei studi successivi all’Università di Pisa e alla Luiss di Roma. Le sue erano lezioni bellissime: ho imparato a scrivere velocemente perché ogni parola sembrava essenziale. Ameduri parlava di letteratura e di vita, legava il passato al presente, la poesia e il romanzo alla realtà, ai problemi quotidiani. Si sarebbe dovuto registrarle, quelle lezioni, perché aveva un modo speciale di parlare. Riusciva a catturare l’attenzione anche dei più recalcitranti senza usare il piglio del sergente e senza architettare strategie. Aveva una sorta di carisma che è un dono naturale, un tono di voce suadente, la capacità di raccontare senza mai annoiare, di dialogare e coinvolgere. Lezioni proposte quasi in punta di piedi, mai imposte, sempre fonte di arricchimento. Ameduri aveva un modo diverso di porsi nei confronti degli studenti, a cominciare da quel “lei” inusuale ma non distante, con cui ci apostrofava. Non era mai una controparte da cui difendersi magari barando un po’ a cui strappare lo sconto di un’ora di lezione, ma il maestro da seguire, il modello. Mi vengono in mente le sue battute, le sue definizioni precise, la capacità di ironia e di autoironia, il suoi sorriso, la sua presenza discreta, mai invadente. Oggi è inevitabile il rimpianto di non avere avuto altre occasioni di incontro, di dialogo. Ma ci sono persone che nella vita lasciano un segno profondo anche se le strade intraprese ti portano lontano da loro, impediscono il contatto. Quello che rimane non è una fotografia sfocata e un po’ ingiallita dal tempo, è il legame indissolubile creato da una grande lezione di vita. Capitolo nono Carte di famiglia 9* A Suor Michela Carrozzino, opera «Don Guanella» Cara Suor Michela, ti scrivo, sapendo di farti cosa gradita, per informarti dell’autografo di don Luigi Guanella che, nel corso delle mie ricerche su Antonio Labriola, è saltato fuori dalle Carte dell’Archivio Centrale dello Stato. Collocazione: ACS - MPI - Personale 1860-1880 - b. 1072, fasc. Guanella Luigi. E te ne scrivo “familiarmente”, non solo per prudenza di ricercatore; ma anche per altre ragioni di contesto: perché mi piace ampliare la dimensione delle possibili “familiarità” di questa rubrica; perché don Guanella, per il numero degli studenti che se ne occupano con me all’Università, è anche lui “uno di famiglia”; e perché tu, se me lo consenti, sei un po’ una sorella: e non solo in quanto “suora”, ma perché mi ricordi, in un modo impressionante, un’altra straordinaria consorella, madre Lidia Siciliani, dell’ordine di Nazareth, un familiare a cui voglio molto bene (ma questo è già un altro discorso)… Del resto, le stesse problematiche affioranti dalle Carte guanelliane di cui vengo a dirti (è tra l’altro del Saggio di ammonimenti famigliari per tutti, ma più per il popolo di campagna, che in esse si discute), mi erano già familiari proprio a partire dai “Cenni biografici” su don Guanella, nel tuo Don Guanella educatore, Roma, Nuove Frontiere, 1982, pp. 19 sgg. Un’opera della quale, come sai, ti sono grato; e nella quale (alle pp. 2630), tra l’altro si legge del forte impegno di don Guanella «nella lotta contro il liberalismo» (1866-1875); dei successivi «tre anni di esperienza salesiana» e, in particolare, del sodalizio con don Bosco (1875-1878); degli sfortunati tentativi di apertura di «una qualche istituzione» di tipo religioso, filantropico ed educativo a Traona, dove don Guanella si trovò ad operare come sacerdote (dal 19 settembre 1878); delle grandi difficoltà personali e delle forti avversioni politiche, che dovette sopportare nel successivo triennio (1879-1881); dello sbloccarsi quindi della situazione, con l’ordine del Vescovo Pietro Carsana a don Guanella di lasciare Tra- * Da «La famiglia. Rivista di problemi familiari», Brescia, La scuola, anno XL, lugliosettembre 2006, n. 237, p. 84. 82 Capitolo nono ona, per recarsi prima a Gravedona, poi ad Olmo, quindi a Pianello Lario, per prendersi cura della locale parrocchia. Ma per spiegare il senso delle Carte, che vengo a proporti a spiegazione e integrazione di ciò che hai scritto, comincerei col rierirmi al testo della lettera di don Guanella a mons. Carsana, del 16 settembre 1880 da Traona (a p. 28 del tuo libro): Appena misi piede in Traona i liberali d’ogni colore credettero che io fossi venuto in qualità di inquisitore e di emissario di propaganda clericale. Gli uffici della Provincia sindacarono per tempo la persona e gli atti miei e mi giurarono guerra a morte. Non trovando poi capi d’accusa, ricorsero per ultimo al libretto mio Ammonimenti [famigliari] al popolo di campagna, edito nel 1870, che passò liberamente la censura della procura di Torino e che in risposta ad un attentato di processo dalla Società Operaia di Chiavenna ottenne una nota di immunità. I liberali che di qui tengono mano inoltrarono rapporti per un discorso da me recitato e nel quale trovarono che poteva aver sparlato del governo. Tu, sempre a proposito, prosegui (a p. 28): Gli anni di Traona furono veramente amari per don Guanella, perché alle persecuzioni da parte dei liberali si aggiunse, il 16 novembre 1880, un decreto del prefetto di Sondrio, Breganze, il quale cedendo a pressioni massoniche, negò a don Guanella il diritto al frutto del suo lavoro, vietando illegalmente che gli fosse corrisposto il pagamento di quanto gli spettava dal 1878 come coadiutore; atto di ingiustizia questo che ridusse don Guanella letteralmente alla fame. Egli scriveva, in quel settembre particolarmente fitto di corrispondenze con il suo Vescovo: «Mi trovo nella impossibilità di sopperire alle spese del vitto». Tu stessa precisi quindi, in una nota (a p. 29): Di fronte a quel nuovo atto di persecuzione, don Guanella ricorse al Consiglio di Stato, che dopo due anni riconobbe i suoi diritti e con decreto del ministro De Pretis [Depretis], 7 dicembre 1882, concesse la somma di lire duecento e revocò il decreto del Prefetto di Sondrio del 16 novembre 1880. Questa, la cornice, lo sfondo in cui si inserisce il manoscritto di don Guanella di cui ti dicevo più sopra, assieme agli altri documenti che vor- Carte di famiglia 9 83 rei sottoporre alla tua attenzione di esperta: perché tu mi dica se i testi in questione sono già noti, o meno, tra gli studiosi; e se, in ogni caso, essi ti suggeriscono qualche ulteriore considerazione critica. Ed è davvero un peccato non potere restituire qui, per i lettori di “La Famiglia”, la trasparente calligrafia di questo don Guanella 1880; e doversi essi accontentare di una trascrizione che, per quanto esatta, non è esteticamente suggestiva come l’originale. E commuovente e intrigante. Perché il fascicolo dell’Archivio Centrale dello Stato, per quanto relativo ad un solo episodio della vita e dell’opera del sacerdote di Fraciscio (a Traona, nel 1880), ripropone una serie di interrogativi, utili a restituire in qualche modo nella sua interezza e complessità il problema “don Guanella”, nella situazione eticopolitico-sociale, religioso-assistenziale e scolastico-istituzionale del tempo. Mi chiedo, in altri termini, se non sia proprio l’invadenza del nuovo ordine risorgimentale (un’invadenza lì per lì assai dolorosa per don Guanella) e, insieme, il riconoscimento dei limiti di essa (che offre largo larghissimo spazio all’iniziativa del fondatore), a spiegare il senso in un primo momento dell’opposizione, quindi la scelta del suo operare “positivo” a favore degli ultimi. Una scelta, anzitutto intimamente religiosa. Quindi anche di natura etico-politico-sociale, dai risvolti esplicitamente pedagogici Mi domando, cioè, se a mettere in scena il contrasto tra la frenesia fondativa di don Guanella, da un lato, e la trionfante miopia delle autorità scolastiche locali e statali, da un altro lato, non siano stati per l’appunto (come suggerito da taluno, a difesa di don Guanella) il «timore di concorrenza» (per l’incapacità di essere laicamente all’altezza delle iniziative donguanelliane), il «titolo gratuito dell’impegno» (per favorire evidentemente il guadagno di qualcun altro) e il «carattere tranquillo del D. Guanella che tende a far bene senza occuparsi di politica» (un modo di servire la politica anche questo). Certo, poteva apparire del tutto normale che uno Stato, sorto da pochi anni dalle macerie di un altro Stato, tra difficoltà e contrasti d’ogni sorta, tendesse a difendere il proprio assetto dai suoi nemici dichiarati e/o virtuali (e don Guanella non mancava di titoli sia pure “giovanili”, per apparire tale). Per cui, almeno fino a un certo segno, si comprende l’atteggiamento del Provveditore agli Studi di Sondrio a contrastare l’iniziativa del prete, tutt’altro che in odore di fedeltà alle istituzioni. Però appariva altresì difendibile la posizione di don Guanella, nel respingere fermamente il puro e semplice, ed ingiusto, “processo alle intenzioni” delle autorità scolastiche locali; nell’evidenziare quindi tanto le 84 Capitolo nono contraddizioni insite nelle accuse dei propri detrattori, quanto i termini di legge e di regolamento, che avrebbero potuto e dovuto rendere positivamente attuabile il suo progetto. E, dunque, nell’affermare «nella sua vita pubblica e privata», non senza una certa dose di autocritica, l’esclusivo programma di far bene a tutti e mostrare ossequio alle leggi, senza immischiarsi nella politica […] in queste località che difettano di scuole ed è giovevole in specie in questo capoluogo di mandamento che per una popolazione numerosa e sparsa non ha che una scuola maschile ed una femminile ambedue di grado inferiore. Che te ne sembra, Suor Michela? Sarei lieto se tu ed io potessimo ragionarne, ancora un momento, insieme. Intanto, un caro saluto, dal tuo Nicola Siciliani de Cumis Roma, 1° marzo 2006 Primo documento All’Eccelso Ministero di pubblica Istruzione in Roma Il Sac. Luigi Guanella alla domanda di apertura di un Ospizio Collegiale per l’insegnamento del corso elementare completo, diretta al R. Provveditore agli studi in Sondrio ebbe in risposta addì 28 decorso Agosto: Non concedersi in persona propria al Sac. Guanella l’apertura del Ospizio in discorso perché in un opuscolo edito a Torino nel 1872 che ha per titolo Ammonimenti famigliari, professò principi ciontrarii a quelli che governano l’ordine pubblico dello stato, peperò giusta l’articolo 156 del Regolamento scolastico 15 Sett.bre 1860 non può in persona propria dirigere un istituto. Ora giudica il ricorrente che né l’arti. 156 del Regolamento 15 Sett.bre 1860 né alcun altra disposizione di legge possa autorizzare il divieto di apertura del Convitto basato sul semplice sospetto che il futuro suo Direttore e capo sia per manifestare ed insegnare idee avverse alle avverse alla istituzioni politiche del Regno. Del resto, fosse anche vera e legalmente provata (e non solo sospettata) tale avversione, l’art. 149 e gli art. 153; 154; 155 del Regolamento citato dimo- Carte di famiglia 9 85 strano come l’unica indagine che sia permessa all’Ispettore per veder di concedere o negare l’autorizzazione ad aprire il convitto riflette: I° Le condizioni della località in cui lo si vuole aprire II° il regolamento interno ad esso III° Il programma degli insegnamenti che vi saranno impertiti. IV° La moralità di chi fa la domanda. Ora non rientra punto nell’esame della moralità del richiedente l’andar cercando quali siano le sue idee politicoamministrative. Se una volta che il Convitto sia aperto, per mezzo della ispezione il Governo si accorgerà che vi si insinui od insegni il disprezzo delle patrie istituzioni, allora potrà anche, per constatato timore che ne sia turbato l’ordine normale delle cose e l’educazione, ordinarne la chiusura. Ma intanto e finché non si sia ciò verificato all’atto pratico, non pare conforme alla legge di negare il permesso d’apertura del Convitto. Per gli stessi motivi poi è a ritenersi che tanto più non si possa contestare a quel Direttore di dirigere in nome proprio un Convitto privato. L’art. 149 del Regolamento si contenta infatti della capacità adv eseguire scuola regolare privata e della provata moralità. Osserva di più il D. Guanella che il suo opuscolo passò senza osservazione l’esame della Procura in Torino che se tuttavia guidato da trasporto giovanile espose in quello qualche particolare opinione politicaamministrativa non ne discorse più in altri opuscoli editi dallo stesso, e tolse nella sua vita pubblica e privata a seguire il programma di far bene a tutti, e mostrare ossequio alle leggi, senza immischiarsi nella politica. Del che ne son convinti gli stessi funzionarii governativi, che lo stesso anno tutti i Sindaci di questo mandamento che son nove firmarono spontaneamente la domanda alla Ra. Pref.ra per ottenere il locale ad uso del convitto. Il sottoscritto ha già presentato al R.° Prov.re tutti i documenti di regola per dirigere un Istituto. Voglia ora questo Eccelso Ministero riformare il giudizio emesso dal R.° Prov.re , e concedere al sottoscritto l’apertura dell’Istituto di beneficenza succitata, che è creduto opportuno sovratutto in queste località che difettano di scuole ed è giovevole in specie in questo capoluogo di mandamento che per una popolazione numerosa e sparsa non ha che una scuola maschile ed una femminile ambedue di grado inferiore. Fiducioso di ottenere questa grazia si rassegna Obblmo servo Sacerdote Luigi Guanella Traona, (Valtellina) 16 ottobre 1880 86 Capitolo nono Secondo documento Lettera di trasmissione del precedente documento al Provveditore agli Studi di Sondrio, in data 21 ottobre 1880: Trasmetto a V. S. Ill a l’unita istanza del Sig. Guanella Sacerdote Luigi, perché si compiaccia di prenderla in esame e riferirne poscia a questo gabinetto sulle decisioni che Le parrà di prendere. Con tutta osservanza Il Capo del Gabinetto G. Nisio Terzo documento Su carta intestata: Prefettura della Provincia di Sondrio N. 349 Div. Provveditore agli Studi Risposta alla Nota 23 ottobre 1880 […] 2560 Oggetto: Istanza Guanella Alleg. N. 1 All’Ill. Sig. Comm. Girolamo Nisio Provveditore Centrale e Capo del Gabinetto del Ministro della Istruzione Pubblica Roma Sondrio, addì, 27 ottobre 1880 Sull’istanza del Sigr Guanella Sacte Luigi mi pregio di riferire alla S. V. Illa quanto segue. Fece Egli il 29 Luglio p. p. domanda a quest’Ufficio di aprire in una località detta di S. Francesco vicino a Traona, un Ospizio collegiale, dichiarando che in esso oltre del corso elementare completo avrebbero avuto luogo lezioni di calligrafia, di disegno lineare, di piano, di lingua francese, nonché dei primi rudimenti di latinità. Poi [dai] documenti che accompagnavano la medesima risultava, che tutta l’istruzione sarebbe Carte di famiglia 9 87 stata data da due soli individui; cioè dal Sigr Don Luigi Guanella e dal chierico Sigr Massetti Luigi di Asti. I titoli presentati comprovanti la capacità legale furono; per il Guanella da cui doveva esser dato l’insegnamento del francese. 1° Patente elementare di grado superiore ottenuta il 17 agosto 1877 in Mondovì. 2° Dichiarazione sua propria di avere tradotto dal francese un libretto, (non si sa quale) e l’aver fatti i suoi corsi di lingua nel Collegio Gallio di Como. Per il Massetti, cui dovere essere affidato l’insegnamento di buona parte del corso elementare, quello di calligrafia e disegno, dei primi rudimenti del latino, furono 1° Patente elementare inferiore ottenuta a Novara il 25 agosto 1873. 2° Certificato di aver egli fatto regolarmente il 1°, 2° e 3° corso fino a tutto il mese di Luglio nella scuola tecnica pareggiata di Asti. 3° Attestato del Direttore dell’Oratorio di S. Francesco di Sales in Torino di aver subito con esito favorevole nel mese di settembre dell’anno 1872 l’esame di promozione della quarta ginnasiale. Sebben già fin dall’anno 1879, da un rapporto ricevuto dalla Pubblica Sicurezza statomi comunicato dal Sigr Prefetto, mi fosse noto che il D. Guanella, stato per oltre cinque anni in Savogno, frazione del Comune di Piuro in quel di Chiavenna, e che abbandonò nel 1875, avesse colà perturbate le coscienze e fatto di tutto per creare nemici al Governo; essere riuscito in quella rozza frazione ad indurre più giovanette a farsi monache e pertanto in tutte le famiglie aver pel suo fanatismo tolta in esse la pace portandovi la discordia; e che buona parte di tali cose mi fossero state confermate da varie persone, quando fui in Campodolmo sua patria, ed nel Comune di Piuro ad ispezionare le scuole elementari, non mi curai gran fatto per allora di verificare il vero stato attuale delle cose, e con nota del 4 Agosto 1880, restituendo i documenti, faceva formale opposizione all’apertura di detto Convitto; sia perché ad uno stesso insegnante erano affidate più di due materie d’insegnamento, sia perché le persone da cui dovevano esser dati i diversi insegnamenti non avevano i requisiti voluti dalla legge, non potendosi come tali considerare i certificati sopra indicati. Il giorno 8 di detto mese fu dal Guanella rinnovata la domanda da aprire in detta località un Convitto, limitando l’insegnamento al Corso elementare completo. Non facendo più difetto i titoli comprovanti la capacità legale, credetti mio dovere prima di autorizzare l’apertura di un 88 Capitolo nono Convitto, a chi già era sospetto di poca osservanza alle leggi dello stato, di assumere al riguardo le più minute informazioni. La lettura del suo opuscolo intitolato, Saggio di ammaestramenti familiari per tutti, edito in Torino nel 1872, non solo mi confermò il suo fanatismo religioso, ma mi persuase del suo poco ossequio alle leggi dello Stato; tentando in esso non solo di gettare il disprezzo su tutti coloro che prepararono o compierono la grande opera del risorgimento italiano, avendo solo parole di lode pella setta dei Gesuiti e suoi seguaci, ma eziandio con arti subdole e logolesche di insinuare nel popolo avversione al Governo ora lamentando essere i poveri giovani del popolo strappati dalle pacifiche famiglie al servizio militare, ora chiamando impostori, traditori, ladri, assassini, e peggio chi osò spogliare il Papa del potere temporale e fare l’Italia una. Dal Sigr Consigliere Delegato ff. di Prefetto avendo saputo continuare egli nella sua missione, certo non patriottica, di professare e cercare di diffondere in Traona principi contrari all’ordine attuale delle cose, ed essere per tal ragione da S E il Ministro di grazia e giustizia, con dispaccio 13164/14131 negato il Regio Plauto alla Bolla dell’Ordinario Diocesano di Como, con cui fu colà nominato Economo Spirituale della vacante Parrocchia, mi convinsi pienamente essere non solo pericoloso ma al certo dannoso il concedere l’apertura di detto Convitto, e giovandomi delle disposizioni date dall’Art. 159 del Reg. 15 Sett. 1860 sottoposi i motivi dell’opposizione al giudizio di questo Consiglio Provinciale Scolastico. Questi nella sua adunanza sulle 24 del mese di Agosto p.p. ad unanimità deliberò non devesi dare tale autorizzazione, epperciò con nota delli 28 di detto mese N 248 scrissi al Sig Don Guanella quanto segue. «Partecipo alla S. V. che questo Consiglio Provinciale Scolastico nella sua adunanza delli 24 del corrente mese avendo dato parere sfavorevole a che le sia concesso di aprire in proprio nome nel Comune di Traona un Istituto privato comprendente il corso elementare completo con annessovi un Convitto faccio opposizione a che il medesimo possa essere aperto e ciò per la ragione seguente. Perché constando dall’opuscolo intitolato, Saggio di ammonimenti famigliari per tutti, da Lei pubblicato in Torino nel 1872 e da fatti posteriori, professare e cercare Ella di diffondere principî contrari a quelli che governano l’ordine pubblico dello Stato si trova in condizioni tali che, giusta l’Art. 156 del Reg.to 15 Sett. 1860, autorizzerebbero la chiusura di esso qualora gliene fosse stata precedentemente concessa l’apertura.» Ecco in breve Illo Sigr Comme il vero stato delle cose. Carte di famiglia 9 89 Convinto pienamente che in questa provincia, dove in generale è buono l’indirizzo dell’istituzione e dove al certo non fanno difetto i nobili e generosi sentimenti di amore patrio e l’ossequio alla legge dello Stato, l’opera del Guanella non possa mirare che a distrarre tale ordine di cose, sono d’avviso non essere in modo alcuno conveniente il permettere che il mal seme sia gettato, prevedendo difficile lo sradicarlo quando abbia messo radici. Con distinta stima ho l’onore di dirmi della S. V. Ill. Dev o R. Provveditore agli Studi Luino Quarto documento Su un biglietto da visita del Cav. Enrico Angelini, il seguente messaggio, diretto evidentemente a Girolamo Nisio: […] Girolamo Veggo che il Collegio non fu aperto come mi sembrava, ma […] se si potrà ottenere quanto ti chiede. Ti raccomando quest’affare. Quinto documento Il biglietto è quindi archivisticamente collegato ad un appunto, che potrebbe essere dello stesso don Guanella, e comunque da lui ispirato. Un appunto che suggerisce, verosimilmente allo stesso Girolamo Nisio, cosa obiettare alla decisione delle autorità scolastiche locali di negare l’approvazione alla richiesta di don Guanella: Promemoria Alle osservazioni che il R° Ministero potrebbe fare alla domanda di ricorso 15 8bre corrente si potrà rispondere: 1. che il D. Guanella per la sua istituzione popolare e di beneficenza potè suscitare timore di concorrenza nel Collegio convitto nazionale del capoluogo di Provincia, peperò non poté ottenere il favore ne’ della R. Prefettura ne’ del Consiglio Scolastico. 90 Capitolo nono 2. che specialmente è avversato da pochi maggiorenti per titolo gr a tuito di vile impegno. 3. Gioverà sovratutto far emergere il carattere tranquillo del D. Guanella che tende a far bene senza occupersi di politica. Sesto documento Al Sig. Cav. Enrico Angelini Corso 499 Roma Roma, addì 2 9bre 1880 Caro Angelini, Mi spiace doverti dire che non è possibile modificare la risoluzione presa dall’Autorità Scolastica di Sondrio sulla domanda del Sacerdote Luigi Guanella che tu mi hai raccomandato. M’auguro occasione per farti c osa gradita, e intanto con tutta stima mi professo tuo affezionato G. Nisio Caro Giuseppe, nemmeno a farlo apposta, è accaduto che io abbia letto dei tuoi silenzi, le tue poesie, negli stessi giorni un cui si laureava con me una brava studentessa, Simona Coppa, con una ricerca dal titolo Il silenzio e l’educazione. Un elaborato di laurea con diversi pregi, tra cui quello di giovarsi di un “Indice delle tematiche ricorrenti”: un apparato tecnico particolarmente utile ed istruttivo, stimolante per le ricerche. Un indicatore di idee sul silenzio ed un moltiplicatore di silenzi, che tende per così dire a fuoriuscire dalle pagine in cui si trova, per trasferirsi altrove. Nell’immaginazione critica del lettore e in altri silenzi. In altre complessità di senso. Perché nel silenzio c’è anche la maturità di chi sa accettare le proprie “ferite”, le proprie radici, le proprie ragioni profonde, c’è un sapersi guardare fino in fondo, saper ascoltare il proprio silenzio interiore, che può aiutare anche ad una migliore comprensione dell’altro. Può esserci quindi la capacità di stare bene con sé stessi, di capire il silenzio di chi ha accanto, di ascoltare più profondamente. Ed è qui che entri in scena tu, Giuseppe, con I miei silenzi, con i tuoi versi. Con l’arpa, che si “lamenta silenziosamente” e “urla di dolore” (p. 10). Con la notte, che vola “cantando in silenzio sulle acque inerti dell’eterno riposo” (p. 12). Col silenzio straziante dell’“urlo” della madre irakena “sventrata e martoriata perita insieme all’angelo del suo ventre” Carte di famiglia 9 91 (p. 19). Con il “Giano dalla duplice faccia”, che “con violenza silente ha colpito senza ascoltare o capire e nel silenzio si è perso nel vento” (p. 32). Col silenzio che “nutre” (p. 38). Con la “sirenetta” ascoltata “in silenzio” (p. 39). Col silenzio delle parole che non “si trovano” (p. 54). Col silenzio degli “strani destini”, delle “ferite”, del “terremoto”, del “cielo”, “del silenzio” (pp. 56 sgg.). Col silenzio ed il rumore dei tuoi silenzi. Perché Troppe parole sono state dette. Troppe lacrime sono state versate. Troppe banalità sono state scritte. Troppe volte è stato cantato l’amore. Non rovinerò con le parole ciò che si può dire con i miei silenzi. Che dirtene allora? Se i tuoi versi mi sono piaciuti? Direi di sì. Però non puoi accontentarti del mio parere, non puoi fidartene, perché io non ho le competenze del critico letterario o del poeta. Anche se una cosa forse la so: che la poesia, per chi la scrive per chi la legge, può essere davvero un’educazione. Un’educazione eloquente, rumorosa come il silenzio, silenziosa come la parola. La parola e il silenzio che, quasi educandosi reciprocamente, sembrano alimentarsi a vicenda, magari con il “cibo” della poesia… E a questo proposito, mi ritorna in mente quell’antica fiaba celtica, che racconta di due donne e di una ciotola di farina che va e viene dall’una all’altra, nutrendo entrambe per sempre, senza che se ne veda il fondo. La conosci? E’ questa qui: La ciotola di farina d’avena Una donna di Auchencreath, nel Nithsdale, stava setacciando della farina di avena appena presa al mulino, quando una donna piccina, vestita con proprietà e molto graziosa, le comparve dinanzi tenendo fra le mani una ciotola finemente lavorata e chiedendo con molta cortesia di poterla riempire con la farina appena macinata. La donna acconsentì di buon grado, e prima che fosse trascorsa una settimana la donnina era di ritorno per restituire la farina che le era stata prestata. Posandola sul tavolo esalò sulla ciotola e il suo contenuto un lieve alito, poi disse ad alta voce: “Non esser mai vuota”. 92 Capitolo nono La donna del Nithhsdale visse fino a un’età molto avanzata, e per tutta la sua vita non vide mai il fondo della ciotola di avena. La dice lunga, no? Anche perché le due donne erano di poche parole… Auguri di buon lavoro, il tuo Nicola Siciliani de Cumis Roma, 28 novembre 2003 Capitolo decimo Carte di famiglia 10* A Luigi Pati Caro Luigi, permettimi, questa volta, di proporti un’esemplificazione un po’ diversa dal solito dell’espressione «Carte di famiglia», che da alcuni anni fa da titolo alla nostra rubrica. Niente trascrizione di documenti inediti; niente storie di famiglia; niente autobiografia immediata. Carte di famiglia nel senso, piuttosto, che le “carte” di cui vengo a dirti sono carte che non attengono tanto all’archivio di una qualche famiglia, quanto si riferiscono proprio alla rivista «La Famiglia» da te diretta e ai suoi nessi, evidenti, con un’attività pedagogica ed educativa concernente la famiglia. Quella, appunto, di Norberto Galli, così come risulta dal volume che avete preparato sulla sua opera e che presenteremo oggi a Brescia. Carte di famiglia, quindi, perché le “carte” di cui cercherò di discorrere più sotto rispecchiano esperienze formative, appartenenti per così dire al DNA della rivista «La Famiglia». Esperienze variamente esemplari, nella misura in cui ripropongono significativamente i contenuti della ricerca e dell’attività didattica di Galli, precisamente sui temi della famiglia, dell’educazione e della pedagogia familiare, dell’educazione dei coniugi alla famiglia, della famiglia e dell’educazione alla salute, della pedagogia della famiglia e dell’educazione degli adulti alla famiglia, dell’educazione familiare nella società complessa, ecc. Un argomento, quest’ultimo della famiglia e della società complessa, che non a caso rinvia immediatamente al tema principale del convegno del 1° dicembre 2006 al Teatro San Carlino di Brescia, sul Progetto familiare tra difficoltà e risorse, in occasione dei quaranta anni della medesima rivista «La Famiglia» (cito dal depliant del convegno): «Una società sempre più complessa genera dibattiti impegnativi e stimolanti, ai quali la rivista partecipa da quarant’anni, sostenendo la famiglia come luogo di relazioni educative fondamentali». E multidisciplinari: a partire, proprio, dalla tua introduzione ai lavori, su La rivista e l’importanza di uno studio multidisciplinare della famiglia. * Da «La famiglia. Rivista di problemi familiari», Brescia, La scuola, anno XLI, gennaio-marzo 2007, n. 239, p. 90. 94 Capitolo decimo Ecco perché mi sembra del tutto naturale proporti, per la rubrica Carte di famiglia, il testo che segue. E sul presupposto, evidente, che tra la multidisciplinarità di «La Famiglia» e la multidisciplinarità di Galli possa non esserci, come in effetti non c’è, alcuna soluzione di continuità. Un caro saluto, Nicola Roma, 10 novembre 2006 L”Enciclopedia del familiare” di Norberto Galli2 Nel ringraziare delle amichevoli parole usate verso di me all’inizio dei lavori da Luigi Pati, e nell’essere lieto dell’opportunità che mi è data di ragionare - diciamo così - per interposta opera, dell’opera di Norberto Galli, verrei subito al “dunque”, cominciando da una domanda per me abituale, tutte le volte che leggo un libro: se cioè si possa dire, o meno, di un “centro” del testo che ho di fronte: del “centro”, quindi, di questo libro, che ha come titolo Percorsi pedagogici ed educativi nell’opera di Norberto Galli3. Intendo dire di un centro di natura ideale o ermeneutica o scientifica o pratico-operativa: il tema di maggiore rilievo, rispetto alle esplicite intenzioni dell’autore; oppure l’aspetto più significativo dell’insieme, da un qualche ipotetico punto di osservazione. Ovvero l’argomento di tipo extra o pre-testuale, riferibile ai suoi possibili ascendenti storicobibliografici: sicché nel caso del libro che qui interessa, potrei scegliere di indicare come “centro” addirittura un altro libro, quello - per esempio di tre anni fa su Ricerca pedagogica ed educazione familiare. Studi in onore di Norberto Galli4. Ma potrebbe trattarsi anche di un “centro” altrimenti decentrato, esterno al libro, di tipo con-testuale, se pensiamo ai possibili rapporti tra l’opera in questione e altri fatti culturali significativi circostanti: come Si tratta di un intervento svolto nell’Università Cattolica del Sacro Cuore, Sede di Brescia (Facoltà di Scienze della Formazione, Dipartimento di Pedagogia), il 10 novembre 2006, nel quadro della presentazione del volume Percorsi pedagogici ed educativi nell’opera di Norberto Galli, con contributi di A. Bellingreri, H. A. Cavallera, V. Iori, P. Malavasi, L. Pati, S. Polenghi, L.Prenna, D. Simeone, Milano, Vita e Pensiero, 2006. 3 Op. cit. 4 A cura di L. Pati, Milano, Vita e Pensiero, 2003. 2 Carte di famiglia 10 95 per esempio, nelle giornate di ieri e di oggi, qui a Brescia, il Convegno nazionale di studio su Conoscere la famiglia Tessere relazioni Costruire significati5. O, ancora, potrebbe trattarsi di un argomento, di un “centro” di natura formativa ulteriore, post-testuale: nel senso che ciascun lettore del libro qui oggetto di recensione, alla luce del proprio rapporto con esso, approderà leggendo ad una qualche “centralità” di fruizione, monologica o dialogica che possa essere. È, del resto, lo stesso titolo del libro, Percorsi pedagogici ed educativi nell’opera di Norberto Galli, ad incoraggiare subito siffatte possibilità di fruizione e le potenzialità interlocutorie della lettura. È l’opera di Galli, nei suoi moventi interni e movimenti esterni, a suggerirlo; è il suo mobile policentrismo di ricercatore, che autorizza a supporre e a rendere esplicita una pluralità non conclusa di percorsi pedagogici ed educativi, e quindi la sua conseguente, peculiare vitalità formativa in progress e «per cerchi concentrici» (è stato detto)… quel senso della novità dell’indagine e della rottura di schemi consolidati, di apertura euristica che è al tempo stesso fermezza etica. Un libro, allora, che è luogo d’arrivo di più tragitti storico-critici ed interpretativi, ma pur sempre riconducibili al tema unitario della trattazione. E, nondimeno, un libro che è luogo di partenza: posto che se ne vogliano considerare, da un lato, i percorsi retrospettivi, e cioè la storia culturale di ciascuno degli intervenuti; e, da un altro lato, gli intrecci dialogico-formativi, riferibili alla individuale esperienza di lifelong learning come coeducazione, testimoniata dai numerosi e diversi destinatari della semisecolare lezione di Galli, nei rapporti con lui e nelle relazioni con il proprio prossimo. Quali, d’altra parte, le “fonti” esplicite o implicite dell’opera di Galli, a partire dalle duecentonovanta pagine del libro? Tommaso d’Aquino e Rosmini, Braido e Agazzi, Peretti e Casotti; e Mounier e Maritain, e Allport, Erikson, Kohlberg, Dewey, Piaget, Wallon, Maslow, Ricoeur, Scheler… e quanti altri autori, fino a comprendere tra questi ultimi gli suoi stessi allievi: se è vera la conclusione di Lino Prenna, che «il magistero di Galli è però anche un’eredità culturale da raccogliere e la sua è una lezione da ri-dire»6, sia retrospettivamente sia prospetticamente; ed ora nell’ottica della componente storico-sociale (lucidamente messa a fuoco da Partecipanti, nell’ordine: R. Bindi, L. Pati, F. Belletti, M. Dutto, S. Nicolli, P. Soave, B. Rossi, E. Catarsi, L. Santelli Beccegato, C. Nanni, M. Santerini, M. Corsi, L. Cadei, C. Sità, A. Chionna, L. Formenti, L. Macario, F. Telleri. 6 Percorsi pedagogici ed educativi nell’opera di Norberto Galli, cit., p. 280. 5 96 Capitolo decimo Pierluigi Malavasi e da Hervé A. Cavallera, nelle chiavi socioculturale e storiografica7), ora nell’ottica teorico-pratica della coeducazione (nelle diverse variazioni semantiche del termine e con tutte le conseguenze, perfino polemiche, acutamente rilevate nei loro interventi da Luigi Pati, Domenico Simeone, Vanna Iori e Simonetta Polenghi). Egualmente significativi, in tal senso, i contributi più d’insieme sull’opera di Galli, dai loro distinti ma non distanti punti di vista, di Pati, Iori, Antonio Bellingreri, Prenna8. E, a monte e a valle del libro, l’Introduzione dello stesso Pati9 e gli Appunti per una conclusione, su La lezione di Norberto Galli di Prenna10. Percorsi su percorsi quindi, come momenti di un unico viaggio individuale-collettivo in corso. Percorsi iniziali, allora, della personalità oggetto di studio; percorsi successivi, proprio a partire dagli otto autoriinterlocutori di questo libro; e dunque: questi stessi percorsi pedagogici ed educativi ulteriori, in una giornata di studio come quella odierna; e la mia stessa breve escursione in atto, in ambiti di ricerca, di cui mi intendo appena un po’: quanto basta, però, per formulare domande e avanzare una qualche proposta di lettura sull’opera di Galli e sul suo ipotetico “centro”. Ipotizzerei, allora, che il luogo teoretico e pratico-pedagogico di maggiore spicco del libro potrebbe essere quello che sta a sua volta al centro dell’intervento degli stessi Pati e Iori, e che circola in un po’ tutti gli interventi e viene ad evidenziarsi per esplicito, proprio al centro del libro, e cioè nel bel mezzo della disamina critica di Bellingreri: ed è il tema dell’«autonomia dell’etica razionale rispetto a quella religiosa»11, che consente a noi di «parlare, al riguardo, dell’“atteggiamento laico” di Galli nel campo della ricerca pedagogica»; e a Galli «di assumere un atteggiamento euristico sollecitato non già dalla convinzione di possedere la verità bensì dall’intenzione di voler investigare sempre più la verità nella quale si riconosce, disponendosi al confronto con altre Weltan7 Rispettivamente, nei capitoli su Il rinnovamento della pedagogia familiare in Italia nel contesto socioculturale degli anni Sessanta, alle pp. 3-32; e su La componente storicosociale nella concezione della famiglia di Norberto Galli, alle pp. 33-62. 8 Nell’ordine, con i seguenti interventi: Il contributo di Norberto Galli alla pedagogia della famiglia in Italia (pp. 63-98), L’educazione nelle età della vita (pp. 99-130), L’educazione morale nello sviluppo della persona (pp. 131-176), L’educazione religiosa: compito della famiglia e della scuola (pp. 177-210). 9 Alle pp. IX-XVII. 10 Alle pp. 279-280. 11 Ivi, p. 83 e cfr. 61. Carte di famiglia 10 97 schauung e al reperimento di tracce di verità nell’universo concettuale di coloro i quali si muovono in contesti valoriali differenti»12. Qui mi sento chiamato doppiamente in causa: una prima volta, come interlocutore di ambiti disciplinari e culturali per me insoliti, tecnicamente “altri” rispetto a quelli da me coltivati in proprio; una seconda volta, come persona che, ciononostante, può dire di riconoscersi largamente nella verità del principio inter-valoriale affermato. Un principio, che – sebbene Kant non venga mai menzionato nel libro - a me parrebbe filosoficamente compatibile con il kantiano opera in modo da trattare l’umanità, nella tua e nell’altrui persona, sempre come fine, mai come mezzo; e, dunque, metodologicamente riconducibile alla presenza di singoli interlocutori da benvolere e bentrattare… (“bentrattare”: un verbo, quest’ultimo, che nella nostra lingua, in quanto verbo esprimente l’azione opposta al maltrattare, non esiste; chissà poi perché...). Voglio dire, in altri termini, che i percorsi pedagogici ed educativi di Galli, intanto hanno acquistato ed acquistano per me un senso pieno, in quanto ne acquisteranno probabilmente di nuovi, posto che la prossemica etica (una prossemetica, se si potesse dire) di Galli non si acquieti nell’incontro umano e interumano del già accaduto, ma tenda ad estendersi a quello che sta per avvenire ed avverrà. Gli apprendimenti di Galli a partire dal proprio prossimo, in questo senso, precedono il suo insegnamento stesso, giacché vale anche per lui la medesima benevolentia che egli ritiene debba valere per qualsiasi rapporto educativo, come «interiorizzazione del sapere, nello stesso momento in cui “edifica” la persona, permettendole di trovare ed esprimere la sua forma»13, e dunque il suo “centro” pedagogico, inteso come «progettazione di itinerari educativi moralmente sostenuti»14. Benevolentia, che a me fa pensare subito, per quanto tra possibili analogie e ineludibili differenze, al volere buono di Antonio Labriola o al concetto di sforzo etico, che è al centro del Poema pedagogico di Anton Makarenko (tra parentesi - a proposito di ciò che diceva prima Polenghi - curiosa la coincidenza di una battaglia analoga a quella di Galli, sostenuta da Makarenko sulla coeducazione dei sessi e sui gruppi giovanili)… Benevolentia, dicevo, che fa pensare al senso di una religiosità perfettamente compatibile con il laicismo che ne deriva, e viceversa, con specifico ri- Ibidem. A. Bellingreri, ivi, p. 163. 14 L. Pati, ivi, p. XIII. 12 13 98 Capitolo decimo ferimento, anche, «alla “laicità” della cultura, delle istituzioni pubbliche e della scuola»15. Si spiegano del resto in tal modo le peculiari opzioni specialistiche della “enciclopedia pedagogica” di Galli: quel particolarissimo “sapere in circolo”, cioè, che da un lato alimenta la sua personale concezione del mondo e la sua proclamata religiosità; e, da un altro lato, si traduce autonomamente nelle ricerche di natura disciplinare e interdisciplinare, che attraversano un po’ tutta l’esperienza dello studioso, dagli scritti dei primi anni Sessanta, a quelli più recenti. A partire dai contributi degli inizi sulla caratterologia, per arrivare a quelli successivi, in chiave interindividuale, sociale e sociologica; dagli interventi in ambito metodologico a quelli, tra loro correlati, di contenuto psicopedagogico, psicosociologico, etico-sociale, antroplologico, interculturale, socio-politico, scolastico, didattico, ecc. La stessa scelta di Galli di privilegiare, da un certo momento in poi (fin dalla metà degli anni Sessanta), le tematiche pedagogico-familiari e quindi, via via, le connesse tematiche della coeducazione, della genatorialità, dell’amore, dell’autorità parentale, dell’educazione sessuale, dei rapporti tra le generazioni, dell’amicizia, della trasmissione e della produzione dei valori, ecc., questa scelta, è una scelta congiuntamente tecnica ed etica, deontologica e axiologica, oltre che, per esplicito, religiosa. Una scelta che ha, al tempo stesso, un che di disciplinare nel senso di una specializzazione della ricerca pedagogica, che viene a spiegarsi in concreto mediante circostanziati spaccati monografici; ed un che di generalisticopluridisciplinare, di enciclopedicamente disponibile, fino al limite, forse, di un’aperta incompiutezza metodologica, perseguita, voluta, acquisita come moralmente necessaria. L’enciclopedia del familiare e, se posso dire così, la familiologia di Galli, per questa strada, è il centro dei centri della sua opera e il percorso dei percorsi formativi che presume e di quelli che ne discendono. Dei quali, il libro di cui ho provato a parlare è un resoconto tanto aderente, quanto criticamente avvertito… oltre che effettivamente augurale, nella prospettiva di ulteriori sviluppi dell’opera di Norberto Galli. Ibidem. E più oltre, a p. 164: «In sintesi, l’educazione morale “laica” nella scuola pubblica consiste nel favorire un’adesione critica e libera a valori comuni, intesi come “credo umano temporale” che possa essere in linea di principio accettabile da parte di tutti». 15 Capitolo undicesimo Carte di famiglia 11* Raccontini di casa propria e dintorni pedagogici Capita talvolta (o spesso?) che nella vita di tutti i giorni, con i propri familiari e amici più cari, ci si possa sentire individualmente inadeguati e socialmente non all’altezza del nostro stesso desiderio di comunicazione e compartecipazione. E che quindi, nemmeno senza un motivo preciso, ci si pensi al di qua delle aspettative ed al di sotto di quella stessa parte di noi che, per l’appunto, vorrebbe dire e dare qualcosa di più… Può succedere allora, in famiglia, di volersi mettere alla prova con mezzi espressivi diversi da quelli abituali. E, pasticciando con i pensieri,e sentimenti e le parole, di trovarsi ad usare un registro dialogico insolito,quasi involontariamente eccentrico e,almeno nelle intenzioni, spiazzante, accattivante, pedagogico al limite dell’antipedagogia; con la conseguenza di volere interagire con chi ci sta personalmente a cuore, con emozioni e segni inusuali: un po’ per ravvivare l’attenzione verso di noi di quel prossimo familiare o/e amicale a cui si tiene tanto, un po’ per non smettere di sentirsi compresenti e vivi di fronte a se stessi. Così ci si mette a raccontare una storia; ci si inventa scrittore (si fa per dire) di racconti (in diciottesimo). E si pretende che gli altri ci ascoltino e riascoltino; e addirittura ci leggano e rileggano, anche a costo di annoiare: insomma, dalla padella nella brace, anche se è qualcosa che gli altri sembrano talvolta gradire (o fanno finta di gradire?), questo è il problema. Che lo scrivere raccontini dialogici, interlocutori, ad uso familiare, sia soprattutto un fatto ludico, un divertissiment come un altro, non v’è dubbio. E ciò, tanto nel senso di un giocare con se stessi e con chi ci sta accanto ad un qualcosa di “diverso”; sia nel senso di un mettersi per un momento volontaristicamente in gioco, con il proposito di suscitare attenzione, ammirazione, ma anche con il serio (e attraente) rischio di perdere la faccia. Ecco perché, nell’incertezza del risultato, può perfino accadere che, per una sorta di non controllato narcisismo (o autolesionismo?), il pater familias provi ad alzare la posta in gioco; e, se ha l’occasione, a rendere partecipe delle sue performances ludico-narrative un pubblico più ampio. Questo, per esempio, delle Carte di famiglia. * Da «La famiglia. Rivista di problemi familiari», Brescia, La scuola, anno XLI, lugliosettembre 2007, n. 241, p. 85. 102 Capitolo undicesimo Di qui, tanto per esemplificare, le “prove a carico” che seguono. Raccontini minimi per ampiezza e qualità, stimolati da esperienze di vita e occasioni autobiografico-formative le più diverse; e ispirati da e rivolti a familiari e ad amici, per l’appunto con l’intento di dire e dare loro qualcosa di più (o di meno?) delle “solite cose”: e di spiegare quindi meglio il senso dei propri comportamenti, delle proprie astrazioni e, dunque, di quella sorta di pedagogia indiretta, intrinsecamente ludica, di cui chi scrive sembra non possa fare a meno in ogni momento della sua giornata. Come provano un po’ tutti i testi qui appresso proposti, come si diceva, a titolo di esempio. A cominciare dal primo, di alcuni decenni fa (ora con alcune varianti)16: 1. Una storiella che ripropone, in forma di favola, un’esperienza educativa realmente vissuta “da figlio”, decenni fa, secondo i canoni tradizionali di una pedagogia dello sforzo imposto; e rivissuta “da padre”, anni dopo, in un contesto familiare, scolastico e amicale gioioso e pedagogicamente molto produttivo... (Grazie mamma, troppo giovane e inesperta per fare da maestra; grazie Carmela, maestra montessoriana di comprovata bravura; grazie Daria, Lidia e Matteo, tenerissime cavie del mio avventuroso laboratorio pedagogico). Citina e le tabelline C’era una volta, milioni e milioni di anni fa, molto prima che gli uomini cominciassero a derivare da scimmie che però scimmie non erano, una bambina di nome Citina. Stava sotto l’albero di un bel giardino, con la sua mamma. Però non era per niente contenta. Infatti doveva imparare le tabelline, e non ne aveva affatto voglia. Era una splendida giornata di primavera, e Citina avrebbe preferito andare a giocare con il suo sauro Dino, che se la portava in groppa di foresta in foresta, e le faceva vedere un sacco di cose straordinarie: il paese sui pali fitti fitti, che galleggiava sul fiume; un’altalena alta alta come una cascata; i bambini che giocavano con la palla di fuoco-neve. E invece niente. Erano ancora alla tabellina del 6. La mamma faceva le domande: - 6 x 1? 6 x 2? - E Citina, senza convinzione, ripeteva e rispondeva: - 6 x 1?... 6… 6 x 2… 12 -. La mamma andava avanti: - 6 x 3?... E Ci16 Già pubblicato su Paese sera, 15 maggio 1984; quindi ristampato in N. Siciliani de Cumis, Il giornale e le ricerche in classe, Loescher, Torino, 1986, p. 61. Carte di famiglia 11 103 tina, aiutandosi con le dita, rispondeva: - 6 x 3 = 18. 6 x 4 era l’operazione più facile, perché faceva rima: 6 x 4?... Ventiquattro… Però Citina era sempre più distratta e triste. Si era ormai bloccata al 6 x 5. Restava muta, non faceva più i conti con le dita, e questa volta fu la mamma a dire, per incoraggiarla: 30, 6 x 5 = 30. Ma andava avanti; - 6 x 6, Citina, quanto fa 6 x 6? -. E Citina non rispondeva. Diceva soltanto: Basta, basta, ora voglio andare a giocare, voglio andare a giocare -. Ma la mamma si era impuntata: - No, niente «basta»: prima dici quanto fa 6 x 6 e poi vai a giocare. Citina diceva: - Non lo so, voglio andare a giocare. Poi disse: - Adesso non parlerò più, non dirò più niente… -. - E io ti chiudo in cantina, così ti si rinfresca la memoria – minacciò la mamma – Quanto fa 6 x 6? Nessuna risposta. Citina restava muta come un pesce, e la mamma la rinchiuse in cantina. Da dietro la porta chiedeva: - 6 x 6?, quanto fa? -. Nessuna risposta. E così pure il giorno dopo: - 6 x 6? Quanto fa 6 x 6? -. Niente. Citina stava zitta. Così dopo tre giorni, dopo una settimana, dopo un mese, dopo un anno… Sempre zitta. E venne il giorno che la mamma sentì nostalgia della sua bambina. Così decise di farla uscire dalla cantina. Aprì la porta: e cosa vide? Citina non c’era e, al suo posto, c’era invece una coda lunga lunga, un sederino lucido e rosso come un palloncino, due manine e due piedini rosa, due occhietti tristi e allegri che erano proprio quelli di Citina… La mamma, nel vedere quella bestiolina, restò molto male, e si pentì amaramente di ciò che era successo: - Al diavolo il 6 x 6, al diavolo il 6 x 6 - pianse. E mentre piangeva, attraverso le lacrime, vide che Citina agitava la coda nell’aria, in un modo curioso, ripetendo verso l’alto lo stesso movimento, come se volesse attirare l’attenzione su qualcosa, come se le volesse comunicare con insistenza qualcosa. La mamma cercò di capire, guardò con attenzione la coda, e cosa vide? Vide che Citina con la coda faceva come un disegno, un disegno di numeri per l’aria: e questi numeri erano adesso un 6, poi un altro 6, ma in mezzo c’era stato un x. Poi vide un 3 e subito un 6, sicché tutto sembrava davvero un… 36. 2. Testo composto alcuni anni fa su richiesta di amici, per lo spot di una nota marca di capperi di Pantelleria. Una redazione avvenuta con il contestuale avallo dei familiari dello scrivente che, pazienti, hanno sopportato varie stesure e letture della favoletta (qui in versione ridotta, rispetto ad un’ ben più lunga e… 104 Capitolo undicesimo rischiosa); e che, infine, non potendone più si sono espressi favorevolmente per l’attuale punto d’arrivo. Capperi! Gli dei e i demoni si contendevano il predominio di Pantelleria. Pantelleria, che allora era un’isola grande, grandissima, sconfinata. Nella contesa intervennero i Capperi, che in massa si schierarono con i demoni. I demoni che, strisciando come serpenti, avevano organizzato una propaganda terra-terra tra gli arbusti dei Capperi. Alcuni Capperi, di quelli a mezz’aria, non li ascoltarono e si schierarono invece dalla parte degli dei che, quando ebbero sconfitto i demoni, vollero premiarli. “Suvvia!” - dissero gli dei - “Trasferiamo in questi Capperi buoni le migliori qualità di tutti i Capperi del mondo…”. “Capperi!” - dissero i Capperi buoni - “Però non ci va di restare con quei Capperacci amici dei demoni. Vorremmo avere una patria più piccola, ma tutta nostra, benedetta dagli dei”. “Capperi!” - acconsentirono gli dei. Fu così che i Capperi migliori del mondo si trovano ancor oggi nell’isola di Pantelleria… Capperi esclamativi! Capperi prodigiosi dalle virtù apotropaiche, perché scacciano i demoni e li sconfiggono per sempre. Il raccontino è la trasposizione fantastica di un viaggio e di un sogno realmente accaduti. E risente, in particolare, da un lato, delle ricorrenti discussioni convivial-familiari sull’importanza o meno del viaggiare (posizione difesa da moglie e figli) o dello stare fermi (punto di vista esibito, salvo eccezioni, dal marito-padre); e, da un altro lato, di alcune riflessioni sul tema della traduzione del Poema pedagogico di A. S. Makarenko. Capitolo dodicesimo Carte di famiglia 12* Carissimo Luigi, permettermi, questa volta, di servirmi della rivista (ma nessuna sede potrebbe essere migliore di questa), come tramite con la comunità scientifica e con il pubblico più ampio degli archivi storici (a valenza pedagogica), per informare di ciò che risulta dall’allegato documento: che, cioè, il luogo archivistico personal-familiare, cui il più delle volte attingo per la rubrica, ha ricevuto ufficialmente un titolo di nobiltà “culturale”. La benemerenza, che ben si attaglia alla natura buona (vorrei) del “bene culturale”, comporta come vedi qualche limitazione dell’arbitrio individuale. Ma non mi dispiace. Anzi. Starà a me, a noi, mettere adesso a miglior frutto le mie e, se permetti, le nostre - visto che sono alcuni anni che “La Famiglia” garantisce per me - “Carte di famiglia”. Ho qualche idea, di cui vorrei parlarti presto.. Intanto, un caro saluto, Nicola Il Soprintendente archivistico per il Lazio Visti gli articoli 13 e 14 del decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 41 (modificato in n. 42 dall’errata corrige pubblicata nella G.U. n. 47 del 26 febbraio 2004) recante il Codice dei beni culturali e del paesaggio, ai sensi dell’art. 10 della legge 6 luglio 2002, n. 137 (Supplemento ordinario alla “Gazzetta ufficiale” Serie generale n. 45 del 24 febbraio 2004) DICHIARA Che le carte conservate presso l’abitazione del professore di Pedagogia generale presso l’Università “La Sapienza” di Roma Nicola Siciliani de Cumis in via di Tor Fiorenza, 41 Roma, consistenti in diversi nuclei documentari sia familiari che di natura professionale e più precisamente: 1) carteggi dagli anni ’70 con i massimi esponenti della cultura filosofica e letteraria del ‘900 tra cui Eugenio Garin, Italo Calvino e Cesare Zavattini; 2) manoscritti e dattiloscritti delle sue pubblicazioni; 3) materiale di lavoro per “scritture bambine” compresa una no* Da «La famiglia. Rivista di problemi familiari», Brescia, La scuola, anno XLII, gennaio-marzo 2008, n. 243, p. 85. 108 Capitolo dodicesimo tevole collezione di quaderni scolastici appartenenti alla famiglia; 4) materiale raccolto e prodotto nel corso della sua attività di professore universitario tra cui la raccolta di tesi di laurea pubblicate; 5) carte di famiglia: carteggio del padre avvocato, documentazione relativa al pastificio di proprietà del nonno in Calabria dagli anni ‘50 agli anni ’70, documentazione relativa alla Cassa agricola fondata dal nonno materno Vincenzo Colosimo che praticava il micro credito ai contadini poveri senza garanzia già negli anni ‘30, volumi rilegati di corrispondenza in occasione di eventi familiari; testamenti; ca 10 voll. manoscritti databili tra il ‘700 e l’ ‘800 contenenti testi giuridici; 6) una grande quantità non quantificabile (ca 100 m. lineari) di materiale a stampa raccolto per “studi possibili in vari campi di indagine, inerenti all’informazione, nelle sue numerose e diverse dimensioni formative (comunicative, storico culturali, educative, linguistiche, economico-finanziarie, tecnico-scientifiche, estetiche, tecnologiche, commerciali, letterarie, artistiche, etico-giuridiche, pubblicitarie, di senso comune, ecc.)” con l’intento di costituire un “archivio laboratorio” di cui si allega il progetto che fa parte integrante di questo atto amministrativo; sono di interesse storico particolarmente importante perché rappresentano una fonte preziosa per la storia sociale e culturale del ‘900 italiano e pertanto sottoposto alla disciplina del decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42 per la loro rilevanza storica. Notifica in particolare al prof. Nicola Siciliani de Cumis in via di Tor Fiorenza 41 00100 Roma, – ai sensi e per gli effetti della normativa vigente e, in particolare, delle disposizioni del d. leg.vo n. 42/2004 di seguito indicate, l’obbligo di: • Conservare, ordinare e inventariare la documentazione sopra descritta ( artt. 27, 30, 32-37, 43); • Chiedere l’autorizzazione di questa Soprintendenza per la realizzazione di interventi di riordinamento, inventariazione e restauro, che si intendono eseguire sulla suddetta documentazione (art. 21, comma 4, e 31); • Permettere agli studiosi, che ne facciano motivata richiesta tramite il Soprintendente archivistico, la consultazione dei documenti secondo modalità concordate con lo stesso Soprintendente, (art. 127); • Dare preventiva notizia a questa Soprintendenza dello spostamento dell’archivio, qualora ciò avvenga in conseguenza del cambiamento di dimora o di sede del detentore (art. 21, comma 2): • Chiedere l’autorizzazione di questa Soprintendenza per lo spostamento, anche temporaneo, dell’archivio dalla propria sede (art. 21, comma 1, lettera b), fatto salvo quanto previsto dall’art. 21, comma 2; • Denunciare a questa Soprintendenza, entro 30 giorni, il trasferimento della proprietà o detenzione dell’archivio (artt. 59-62); Carte di famiglia 12 109 • Chiedere l’autorizzazione di questa Soprintendenza per procedere all’alienazione dell’archivio (art. 56, comma 1, lettera b e comma 3), fatto salvo quanto dichiarato nel comma 4 del medesimo art. 56 (solo per gli archivi appartenenti a persone giuridiche private senza fini di lucro); • Chiedere l’autorizzazione di questa Soprintendenza per il trasferimento ad altre persone giuridiche di complessi organici di documentazione di archivi (art. 21, comma 1, lettera e) (solo per persone giuridiche private); • Chiedere l’autorizzazione di questa Soprintendenza per procedere a scarti (art. 21, comma 1, lettera d); • Chiedere l’autorizzazione di questa Soprintendenza per far uscire temporaneamente dal territorio della Repubblica l’archivio e i singoli documenti per manifestazioni, mostre o esposizioni d’arte di alto interesse culturale (art. 66) e per gli altri casi indicati nell’art. 67, sempre che ne siano garantiti l’integrità e la sicurezza; per tale uscita si deve ottenere il rilascio dell’attestato di circolazione temporanea (art. 71); • Consentire al Soprintendente archivistico, in seguito a preavviso non inferiore a cinque giorni, di procedere ad ispezioni per accertare lo stato di conservazione e di custodia dell’archivio (art. 19); • e il divieto di : • Smembrare l’archivio (art. 20, comma 2); • Far uscire in modo definitivo dal territorio della Repubblica l’archivio o i singoli documenti ad esso appartenenti (art. 65). Avverso il presente provvedimento è consentito ricorso, nei termini di trenta giorni, al Ministero per i Beni e le Attività Culturali – Direzione Generale per gli Archivi – Servizio II Vigilanza - Via Gaeta, 8/A - 00185 Roma AD, ai sensi dell’art. 16 del decreto legislativo 42/2004 Roma, 30 ottobre 2007 IL SOPRINTENDENTE ( Lucia Salvatori Principe) Un Archivio-Laboratorio tra Beni culturali, ricerche storicoemerografiche e didattiche multimediali del quotidiano. Presupposti storico-teorici ed operativi. In via di ipotesi, le ragioni di un Archivio-Laboratorio storiograficoeducativo, sulla base di una raccolta iniziale di circa centomila articoli di giornali tra cronaca e storia lungo l’arco dell’ultimo trentennio (1975-2005), secondo una acquisizione sistematica, interdisciplinare ed aperta, di tipo enciclopedico, ed in funzione sia didattica che di ricerca - risiedono 110 Capitolo dodicesimo anzitutto in talune precise indicazioni pedagogiche, provenienti da esplicite teorizzazioni da parte di autori variamente “classici”, i quali valorizzano per l’appunto come metodologicamente essenziale la dimensione della quotidianità, dell’uso del quotidiano, e dunque dei giornali: da Kant a Hegel, da Marx-Engels a Weber, da Labriola a Credaro (a Visalberghi-Corda Costa), da Dewey a Cantril, da Croce e Gentile a Gramsci, da Dostoevskij a Tolstoj, da Makarenko a Kilpatrick, a Freinet, da Fleck a Piaget, da Popper a Kuhn, a Feyerabend, da Chagall e Picasso a Miró e Klee, da Warburg a Pasquali, da Gadda a Savinio, da Buzzati e Zavattini a Rodari, da Chaplin a Brecht, a Ejzenštejn, da Borges a Calvino (e a Perec), da Bloch a Lefebvre, a Braudel (e a Furet e a Duby), da Lovejoy a Vygotskij, a Bachtin a Lotman, da Lévi-Strauss a McLuhan, da Hauser a Sachs, a Panofsky, a Munari, ecc. ecc. Né si vogliono qui tralasciare, sulla linea di un ipotetico costruzionismo storiografico ed educativo di “principio”, le fonti del “quotidiano” e le significative, “croniche” argomentazioni in proposito di storici, filosofi, scrittori, pedagogisti, sociologi, psicologi, artisti, linguisti, semiologi, giornalisti, epistemologi, politici dei nostri giorni: così, risulterebbero molto perspicue ai fini del presente ragionamento in tema di metodologia della cronaca con finalità educative, le posizioni teorizzate o/e sperimentate a riguardo - poniamo - da Garin, Gadamer, Visalberghi, De Bartolomeis, Petter, Bruner, Habermas, Prigogine, Ferrarotti, Cantrill, Rotella, Berio, Eco, Morin, De Mauro, Marquez, Vattimo, Ginzburg e Ginzborg, Tranfaglia, Angela, Altan ecc. (per fare non moltissimi nomi). D’altra parte risultano evidenti, nell’ambito delle scritture di storia con finalità esplicitamente educative, le produzioni monografiche di storici specialisti e di insegnanti e studenti, proprio a partire dai testi della quotidianità. Esistono a questo proposito intere collane editoriali, per la scuola e non, specifiche riviste tra storia ed educazione, e una saggistica specializzata di lunga lena; mentre, sul terreno più propriamente pedagogico-operativo, non mancano in tutto il mondo, Italia compresa, importanti esperienze didattiche con il “giornale in classe” (cfr. per esemplificare nell’immediato, quelle di venti-quindici di anni fa dei quotidiani “Paese sera”, “Il Messaggero”, “Il Tempo”, “Il Secolo XIX”, “Le Monde”, ecc.; e, dei nostri giorni, queste tuttora in corso di “La Sampa”, “Il Tempo”, “La Gazzetta del Mezzogiorno”, ecc.). Di più, le stesse auspicabili, crescenti utilizzazioni dell’informatica, la produzione di ipertesti e CD Rom a scuola e per la scuola, e le raccomandazioni del Ministro della pubblica istruzione sul rinnovamento della didattica nella direzione dell’ “oggi”, si giovano certamente, a loro Carte di famiglia 12 111 volta, di testi della quotidianità: e cioè, anzitutto, del giornale come risorsa educativa, dei documentari di origine giornalistica per l’insegnamento/apprendimento della storia (del Novecento, ma non solo), e dunque delle cronache di fatti culturali utili alla ricostruzione storica del tempo presente nella chiave formativa che qui interessa. Da ricordare a questo proposito, proprio in Calabria a cura della “Fondazione Galiano” (ma con collegamenti di livello internazionale) talune sperimentazioni su dischetto audio per non vedenti, ai fini della lettura in tempo reale del “quotidiano in classe”. In questo senso, è proprio il concetto di “bene culturale” che viene produttivamente ad estendersi alla dimensione emerografica, anche e soprattutto in quanto quest’ultima si legittima in chiave educativa e didattica. Le esperienze dell’”arte a scuola” e della “scuola al museo”, i “gemellaggi tra classi e scuole”, le “visite di studio”, le “adozioni di monumenti” ecc. rientrano, per varie ragioni, in tale ambito... Ed è per un verso, sul piano locale - nel contatto con le scuole, con gli insegnanti e con gli studenti, con i centri di mantenimento e di sviluppo di cultura medio-alta “sul posto”, con le biblioteche, i conservatori, i musei, con le università regionali e con gli I.R.R.E., ecc. -, che si andrebbe in tal modo alla radice dell’uso e della fruizione del mezzo tecnico-formativo; per un altro verso, è nella importazione ed esportazione del risultato “positivo” di conoscenza procedurale in atto (ciò che al “bene culturale” induce, e ciò che il “bene culturale” produce), da luogo a luogo, che si misurerebbe la validità dell’ipotizzata operazione pedagogica nel suo complesso. Inoltre, nello stesso ordine di idee, non devono essere trascurati da un lato i valori dell’interdisciplinarità (le “due culture”, quella cosiddetta “umanistica” e quell’altra cosiddetta “scientifica” passano infatti in larga misura nelle pagine culturali e negli inserti speciali dei giornali), e da un altro lato i valori dell’intercultura (i rapporti di scambio e ricambio tra diverse civiltà, la reciprocità paritetica dell’alterità culturale, e l’approdo - su tali basi - al concetto di “beni interculturali”). Ed è della Calabria, di uno dei luoghi effettivamente esemplari della questione meridionale, che qui si vuol dire in specie. (Ma è evidente l’apertura sul Mondo, e la ricaduta planetaria di un ragionamento di questo tipo, ove esso fosse preso in seria considerazione, nelle sue premesse di metodo e nelle sue conseguenze di merito). In altri termini se è una crescita di cultura in Calabria che si intende attivare o riattivare, non sembra dubbio che la “bontà” dell’iniziativa promozionale, e la sua efficacia, risiedono proprio nella qualità vivente del “bene culturale”, nella misura in cui esso non risulta disgiunto dalla 112 Capitolo dodicesimo quantità dell’utenza. Un incremento, uno sviluppo, un’educazione insomma, in “quantità” e “qualità”. Ecco perché alla domanda di una qualificata e qualificante cultura di massa nella regione, non può non corrispondere una riqualificazione delle modalità d’uso degli stessi mass media. Il cinema, il teatro, la televisione, le mostre di arti plastiche e visive, la radio, le nuove tecnologie informatiche, i giornali, i libri ecc. rappresentano gli elementi, e gli strumenti, di un quadro culturale unitario. E’ l’atto iniziale per lo svolgimento di un compito “critico” enorme: che intanto, nella proposta di questo archivio didattico, comincia con il privilegiare i giornali, in quanto essi sono, immediatamente, il luogo forse più polivalente e complesso della mediazione culturale, nonché uno dei luoghi privilegiati del rispecchiamento critico-autocritico dei movimenti della realtà, e dunque della loro ipotetica crescita per il “meglio”. E sono la sede quasi “naturale” di una storicizzazione in progress, a più voci, e di una riflessione collettiva in atto: sul tema dei giornali, certo; ma, fisiologicamente, anche sugli altri media (cinema, teatro, televisione, arte, radio, tecnologie informatiche, musei, archivi, libri, ecc.). Di qui, per incominciare, il senso della presente scelta archivisticoemerografica in funzione esplicitamente didattico-educativa; e l’idea, per l’appunto, di un Archivio-emeroteca come ambito di raccolta selezionata, del controllo e dell’incremento storico-critico, e dunque della diffusione e produzione di documenti giornalistici, nell’ottica dei Beni culturali che interessano. Centomila articoli di giornale come “base” documentaria d’indagine Conviene quindi procedere ad una descrizione sommaria delle attuali disponibilità archivistiche, dalle quali prendere le mosse per un allargamento ed un approfondimento dell’impresa sia storiograficoemerografico-documentativa sia pedagogico-didattico-educativa. E difatti, l’Archivio già esistente consiste intanto dei seguenti articolidocumenti, provvisoriamente così raggruppati e riordinati (o in via di essere selezionati e messi in ordine), in vista di un auspicabile uso non solo privato (del tipo di quello odierno). Calabria Circa diecimila articoli su la storia della regione, la sua civiltà, le personalità di spicco in vari campi della cultura, i luoghi notevoli, le opere Carte di famiglia 12 113 d’arte, e più in generale musei, libri, giornali, mass media, ecc. Rientrano, per esempio, in questa categoria particolari documentazioni sulla Questione meridionale, sui primi numeri di giornali calabresi, sulla Calabria in prima pagina, sui Beni culturali, sui Bronzi di Riace, sull’Associazione nazionale per gli interessi del Mezzogiorno d’Italia (e su Zanotti Bianco in specie), su artisti, filosofi, storici, scienziati, letterati e scrittori, politici, cineasti (Gianni Amelio), sul brigantaggio, sull’ambiente (acqua, mare, aria, alberi, ecc.), sull’economia, su lavoro e divisione sociale del lavoro, su talune professioni e mestieri, su città e campagna (agricoltura), sui calabresi nel mondo, sull’Università della Calabria, su scuola e insegnanti di diverso ordine e grado, sul pubblico dei giornali (con specifica attenzione alle lettere al direttore), ecc. Divulgazione scientifica Circa diecimila articoli sul tema della cultura di massa (interventi relativi a convegni, dibattiti, iniziative di vario tipo). Soprattutto significativi alcuni dossier sulla comunicazione, sulla lingua/le lingue, su informatica e telematica, sui musei, su arti e artisti, su scrittori e scritture, su singole discipline scientifiche, sui concetti e le pratiche della cultura e dell’intercultura, sulle diverse materie scolastiche in quanto entrano in rapporto con i rispettivi ambiti di ricerca, sui competenti (scrittori, storici, filosofi, scienziati, politici, sindacalisti, giornalisti, ecc.) in quanto collaborano con le scuole, sui giornali e sul giornale in classe, sugli insegnanti-studenti produttori-originali di un qualche sapere specifico, ecc. Scuola e università Circa diecimila articoli sull’argomento, da diversi punti di vista: insegnanti, studenti, genitori, esperti, società politica, società civile, ministri, riforme, editoria, analfabetismo, infrastrutture, edilizia scolastica e universitaria, didattica, valutazione, sperimentazione, disciplinarità e interdisciplinarietà, le singole materie di insegnamento-apprendimento a scuola (e all’Università), istruzione-educazione extrascolastica, l’uso didattico del museo, il cinema a scuola/la scuola al cinema, il teatro, la musica, la danza ecc. (come il cinema), abilitazioni e concorsi, pedagogia e scienze dell’educazione, il viaggio come risorsa educativa e la visita di studio, cultura e intercultura, educazione allo sviluppo, rapporti scuolauniversità, libri di testo, il tema scritto e la recensione, scrittori per 114 Capitolo dodicesimo l’infanzia (a cominciare da Collodi, fino a Zavattini, Calvino, Rodari, ecc.), il nesso didattica-ricerca (nelle sue forme possibili), ecc. Tempi e luoghi Circa cinquemila articoli, suddivisi e raggruppati, da un lato, attorno a date storiche rilevanti, periodi di tempo variamente significativi, e ore, giorni, mesi, anni, secoli, millenni, momenti, periodi, epoche ecc. di una qualche importanza rispetto agli avvenimenti della storia; da un altro lato, su paesi, città, regioni, nazioni, continenti, e sul Mondo, come categoria geografica costitutiva del carattere relativamente planetario dei diversi luoghi oggetto di documentazione giornalistica. Di particolare rilievo, per esemplificare quanto ai “tempi” e alle “date”, le raccolte su 1789, 1799, 1860 e 1870, 1915-18, 1943, 1968, sugli anni Dieci, Venti, Trenta, Cinquanta, Sessanta, Settanta ecc. del Novecento; sul o sui Quarantotto da un secolo all’altro; su Medioevo, Umanesimo e Rinascimento, Illuminismo, Risorgimento, il Settecento, l’Ottocento, il Novecento, il Duemila ecc. Quanto ai “luoghi”, e sempre a titolo di esempio: documentazioni (oltre che sulla Calabria, di cui s’è detto), su Lazio e Roma, e Sicilia, Lombardia, Campania, Puglie, ecc., sull’Italia (e le sue località), su Europa, America del Nord e del Sud, Africa, Asia, Australia; sul Terzo Mondo in generale e i singoli paesi in via di sviluppo; e inoltre, in particolare, su Stati Uniti, Germania, Russia URSS Russia, Cina, Sudafrica, Giappone, Canada, Francia, Cuba, Spagna, Paesi arabi, ecc. ecc. Personalità storiche ed autori-chiave Circa diecimila articoli, anno per anno, autore per autore nei campi più svariati della cultura e della vita, ed ordinati alfabeticamente. Così, a mo’ di ampia esemplificazione: Abbagnano, Adorno, Allende, Altan, Althusser, Amelio, Antonioni, Ariosto, Aristotele, Bacone, Barthes, Baudelaire, Beckett, Beethoven, Benjamin, Bergson, Berlinguer (Enrico, Luigi, Giovanni), Bernari, Bertolucci (Attilio, Giuseppe), Bobbio, Bogdanov, Borges, Braudel, Brecht, Bruner, Bucharin, Buñuel, Buzzati, Calvino (Italo), Campana, Campanella, Camus, Capote, Cartesio, Chiappori, Chomsky, Colletti, Colombo (Cristoforo), Comte, Contini, Credaro, Croce, D’Annunzio, Darwin, Debenedetti, De Andrè, De Sica, Dewey, Disney, Dostoevskij, Duras, Dylan, Einstein, Ejzenštejn, Engels, Enzensberger, Fellini, Fenoglio, Fermi, Feuerbach, Fichte, Flaubert, Fo, Fortini, Carte di famiglia 12 115 Freud, Gadda, Gandhi, Garcia Marquez, Garin, Gentile, Geymonat, Giovanni XXIII, Goethe, Gogol’, Gombrich, Gor’kij, Gould (Stephen J.), Gramsci, Habermas, Hegel, Hemingway, Herzen, Hitchcock, Hobbes, Hume, Husserl, Ionesco, James (Henry e William), Joyce, Jung, Kafka, Kant, Kierkegaard, Klee, Koestler, Kuhn, Labriola (Antonio), Lacan, Lakatos, Lawrence, Le Corbusier, Lenin, Leopardi, Levi (Carlo e Primo), Lévi-Strauss, Liala, Locke, Lombardo Radice (Giuseppe e Lucio), Lombroso, London, Lorca, Lorenz, Lukács, Lutero, Luxenburg, Luzi, Machiavelli, Magritte, Mainardi, Majakovskij, Mallarmé, Mandel’štam, Manganelli, Mann (Thomas), Manzoni, Mao Tse-tung, Marcuse, Marineti, Marx, Matteotti, Mazzini, Milani (Lorenzo), Mill (John Stuart), Modigliani (Amedeo), Montale, Montesquieu, Montessori, Morante, Moravia, Morin, Mussolini, Nietzsche, Omero, Orwell, Owen, Paci, Papini, Pareto, Pascoli, Pasolini, Pavese, Pestalozzi, Piaget, Picasso, Pico della Mirandola, Pirandello (Luigi e Fausto), Platone, Poe, Popper, Pound, Pratolini, Propp, Proust, Quasimodo, Rabelais, Raimondi (Ezio), Ricardo, Robespierre, Robbe-Grillet, Rodčenko, Romeo, Rosselli (fratelli), Rossellini, Rossi (Paolo, Pasquale, Pietro), Rousseau (Jean-Jacques), Russell (Bertrand), Saba, Sacharov, Salvemini, Sanguineti, Sartre, Savinio, Schelling, Schopenhauer, Sciascia, Snow (Charles Percy), Solgenitzin, Sorel (Georges), Spinoza, Stalin, Steiner (George), Teilhard de Chardin, Togliatti, Twain, Vargas Llosa, Verga, Vico, Vittorini, Volponi, Warburg, Weber, Wells, Wittgenstein, Zavattini, ecc. ecc. Questo elenco di nomi si completa e concresce via via, d’altra parte, in presenza di quanti altri vengono ad occuparsi sui giornali, con cognizione di causa, dei suddetti “autori-chiave” e delle diverse “personalità storiche”, trasmettendo informazioni, scrivendo le cronache, producendo analisi critiche, talvolta sostenendo polemiche, ovvero storicizzando idee e fatti, uomini e cose, testi e contesti, ecc. Rientrano pertanto nel numero anche quelle “firme” che, sui giornali, hanno avuto e/o hanno la responsabilità di rilevanti settori delle pagine culturali, oppure sono stati e/o sono titolari di rubriche periodiche a scadenza fissa, ovvero sono risultati e/o risultano sistematicamente presenti come esperti di determinate materie (così per es. Luigi Firpo, Guido Aristarco, Aldo Visalberghi, Giovanni Macchia, Oreste del Buono, Umberto Eco, Claudio Magris, Nello Ajello, Giovanni Reale, Francesco Alberoni, Pietro Citati, Tullio De Mauro, Alberto Asor Rosa, Luciano Canfora, Vittorio Strada, Tullio Gregory, Andrea Giardina, Umberto Galimberti, ecc. ecc.). 116 Capitolo dodicesimo I fatti, le idee Circa ventimila articoli di tipo “culturologico” (tra cronaca e storia delle idee, e produzione sincronico-diacronica dei fatti portatori di nuova cultura). In altri termini, tutta una amplissima serie di tematiche e problematiche sono seguite e documentate nell’Archivio enciclopedicamente, nella loro genesi e nelle loro trasformazioni, lungo l’arco dell’ultimo quarto di secolo. E ciò sul presupposto che tra i “fatti” e le “idee” non solo non vi sia alcuna soluzione di continuità, ma che tra i due livelli d’esperienza si determini piuttosto una sorta di sinergia portatrice di molteplici possibilità e potenzialità culturali e pratico-operative da sfruttare variamente, a seconda delle circostanze e degli obiettivi. Risultano pertanto notevoli in tale ambito, in via esemplificativa, consistenti dossier filologici su: rubriche giornalistiche periodiche; battaglia delle idee e discussioni sui sentimenti; resoconti dei diversi ambiti professionali e consulenze di esperti; pubblicità di prodotti i più vari; cronache e commenti di fatti naturali e culturali; avvisi, schede e recensioni di libri; servizi e documentazioni a valenza storica; interviste con esperti; lettere di competenti e non al direttore; statistiche periodiche di tipo monotematico; numeri monografici di quotidiani e periodici; immagini di figure reali e espressioni simboliche ricorrenti; l’umorismo e la satira; abiti intellettuali e morali; valori e disvalori individuali e/o sociali; quantità delle esperienze e qualità della vita; “questioni” variamente “aperte” (razziale, femminile, sessuale, sanitaria, ecc.); riforme e rivoluzioni; le scienze dell’educazione e la pedagogia, la formazione e la scuola, nelle loro forme esplicite o implicite possibili, ecc. ecc. L’immaginario Circa cinquemila articoli su temi che vanno dalle fiabe all’utopia; dai laboratori della fantasia alle determinazioni delle poetiche d’autore; dalle elaborazioni immaginative individuali a quelle collettive; dalla interna vitalità del rapporto realtà-immaginazione ai “superamenti” della realtà (in senso soggettivo) della stessa immaginazione (in senso oggettivo). Essenziali, a questo riguardo, le antologie di articoli ottenute dalla schedatura delle rubriche di critica estetica militante; e l’individuazione, in un ambito siffatto, di precisi nodi problematici ricorrenti (vita, morte e trasfigurazione del romanzo, del cinema, del teatro, ecc.; poetiche ed e- Carte di famiglia 12 117 stetiche del brutto; omologazioni culturali; il “pensiero unico”; la televisione “cattiva maestra”, ecc.). Rientrano d’altra parte in questo gruppo nutritissime raccolte di articoli in fatto di notizie straordinarie; e ricchi dossier su talune idee-tipo: per es. su l’uomo seduto, l’acqua, la spazzatura, il gatto, la mamma, il mondo ecc. E la stesse “idee” di idea, di filosofia, di poesia, di arte, di teatro, di fantasia, di cinema (animazione, effetti speciali, fantascienza ecc.) ampliano ed approfondiscono il quadro. Di rilievo pure, qui, gli articoli su computer, informatica (interattività, virtualità, ecc. E, su un altro piano, le documentazioni dell’immaginario pubblicitario, le raccolte di vignette (politiche, di costume), le prove laboratoriali dei diversi linguaggi del “quotidiano”, ecc. L’infanzia Circa diecimila articoli concernenti direttamente e/o indirettamente l’universo infantile. Specificazione delle raccolte per temi e problemi: bambini; bambini in prima pagina; bambini abbandonati in Italia e nel mondo; schiavi-bambini; pedofilia; educazione sessuale; il lavoro minorile e lo sfruttamento dell’infanzia; scrittori, pittori, cineasti ecc. per l’infanzia; Pinocchio (e dintorni); dimensioni enciclopediche dell’infanzia; adulti e bambini; i filosofi e i bambini (i filosofi da bambini) e i bambini e i filosofi (la filosofia dei bambini); giochi e giocattoli; bambini disabili e bambini superdotati; primati d’infanzia, pubblicità e bambini; televisione e bambini; guerra e bambini, i bambini e la guerra; le scritture bambine (poeti-bambini, bambini-artisti, il bambino con la macchina da presa), ecc. ecc. Metafore dell’infanzia: articoli sul mondo “bambino”; sugli scrittori, i poeti, gli artisti ecc. come “bambini”; sui popoli “bambini”; sui vecchi “bambini”, ecc. Editoria: articoli in tema di libri sui bambini, libri per i bambini, libri di bambini (anche nel senso di scritti dai bambini), ecc. Giornali: articoli (e spesso intere pagine) di, su, per bambini (giornalini scritti dai bambini). La storia, le storie Circa diecimila articoli d’argomento (a vario titolo) “storico” e/o “storiografico”. Tra di essi: recensioni di libri di storia; cronache di avvenimenti concernenti le discipline storiche; servizi giornalistici firmati 118 Capitolo dodicesimo da storici-specialisti ovvero da divulgatori di materie storiche; inchieste, dibattiti, interventi critici, polemici ecc. su problematiche storiche e storiografiche le più diverse; interviste a noti storici su argomenti e testi di rilevanza storiografica; la storia in prima pagina (sui quotidiani); l’uso proprio e/o improprio della “storia” (vignette di storia; la pubblicità mediante l’uso della storia; la lettera di storia) ecc. Ed inoltre: dossier tematici, per es., su fatti, personaggi, periodi storici; su programmi ed esami di storia (“la storia nell’esame di stato”, il “tema di storia”, ecc.); su storia antica sì e no; su la cultura storica dei giovani; su la storia del Novecento a scuola; su l’insegnamento della storia oggi; su film storici; su cinema e apprendimento della storia; su teatro e storia a scuola; la storia in televisione (“in prima serata”, o meno); sui libri di testo di storia; su testi di storia scritti da insegnanti e studenti, ecc. ecc. E poi: le possibili dimensioni storiche di tutte quante le “materie” di insegnamento/apprendimento; storia e letteratura; storia e microstoria; le storie delle diverse narrazioni possibili (la storia e la fiction), ecc. Dimensioni formative del “pedagogico” Circa diecimila articoli di giornale concernenti via via i seguenti profili di ricerca specializzata in campo educativo e didattico: - la storia del “formativo” in tutte le sue possibili forme, direttamente e indirettamente pedagogiche, in quanto passa tra l’altro sulle pagine dei giornali; - i “classici” della pedagogia (interventi giornalistici di vario impegno e qualità, per es., Socrate, Platone, Comenio, Pestalozzi, Rousseau, Herbart, Labriola, Makarenko, Dewey, Montessori, Gramsci, ecc.); - le singole “scienze dell’educazione” (dal punto di vista psicologico, sociologico, metodologico, e dei contenuti disciplinari specifici); la didattica delle distinte materie scolastiche, nei loro rapporti con le rispettive, connesse “indagini scientifiche” ed il più ampio “senso comune”; le cronache della legislazione scolastica (i dibattiti sulle riforme: dalla Riforma Gentile nei giornali dell’epoca, alla Riforma Berlinguer, nei quotidiani dei nostri giorni); - le strutture della conservazione e dell’accrescimento di Beni culturali, in quanto si rispecchiano sulle pagine dei giornali: e, da un lato, in rapporto alle istituzioni scolastiche ed universitarie, da un altro lato in relazione con i diversi ambiti della “società civile”; Carte di famiglia 12 119 - i nessi di cronache e storie del “formativo” e dell’”educativo”, del “pedagogico” e del “didattico” nelle loro forme attuali nelle varie epoche (e nelle loro distanti, rispettive “quotidianità”); - le comparazioni internazionali dell’istruzione e dell’educazione, in quanto arrivano anche, in qualche misura, sulle pagine dei giornali italiani; gli strumenti giornalistici della trasmissione e della produzione culturale (con particolare riferimento ai compiti della scuola); - le procedure del farsi di un’esperienza di ricerca/didattica, diretta in via di ipotesi a conseguire congiuntamente risultati scientifici ed insieme educativi; - i valori (le finalità possibili dell’educazione, i fini propri della scuola e dell’università, gli scopi dell’autonomia scolastica e universitaria, ecc.); le valutazioni del prodotto scolastico (gli interventi giornalistici in corso, e taluni precedenti); le sperimentazioni (ciò che sui giornali, relativamente al “pedagogico”, tende a farsi valere come “sperimentale” in senso tecnico-scientifico, ovvero come semplicemente “sostanziato di esperienza”, “esperienziato”, ecc.). Capitolo tredicesimo Carte di famiglia 13* Ammesso che la “rete” sia, tra l’altro, un formidabile archivio di documenti per la ricerca storica (di prima, seconda e, terza mano ecc.); e che dentro un siffatto archivio trovino un loro posto anche le “Carte” relative alle famiglie e alla loro storia (tra pubblico e privato), ciò che segue offre qualche spunto per un’indagine d’un certo interesse storiografico, su uno dei “frutti” certo più “succosi” dell’albero genealogico della famiglia de Cumis (“de” in minuscolo): Joan Antonio Cumis (senza il “de”), nato a Catanzaro nel 1537 e morto a Lima nel 1618… Ma chi era questo Cumis? Vale la pena di soffermarcisi, in una rubrica come questa? Nell’eventualità di una risposta positiva a queste domande, ecco intanto, con alcuni tagli tecnici relativi a informazioni di contorno e alle illustrazioni del testo, ciò che ad nomen ne registra Wikipedia, l’enciclopedia libera, tra l’altro fornendo una quantità notevole di link per lo sviluppo delle indagini (link indicati, qui appresso, in grassetto, a cominciare dalle seguenti: 1. Notizie biografiche – 2. Investigazioni recenti – 3. Avvertenze – 4. Voci correlate). E dunque: Joan Antonio Cumis […] Discendente da una antica e nobile famiglia di Catanzaro di origine francese, appunto i Cumis, era entrato nell’Ordine dei Gesuiti in età avanzata, nel 1588, avendo già passato la cinquantina ed era stato destinato in Perù. Nei Monumenta peruana, l’edizione moderna in cui i Gesuiti hanno raccolto e reso pubblico, a partire dal 1954, tutti i documenti della storia peruviana dell'Ordine, sono pochi gli accenni che lo riguardano. Apprendiamo comunque che conosceva personalmente il Generale dei Gesuiti, Claudio Aquaviva che, nel 1589, lo raccomandò al Padre Provinciale di Lima, suggerendo di aiutarlo in una bisogna che, però, non è dato di conoscere. Nel Catalogo dell’Ordine, datato 1595, viene descritto come coadjutor. Si tratta quindi di un confratello che aveva pronunciato i soli voti minori * Da «La famiglia. Rivista di problemi familiari», Brescia, La scuola, anno XLIII, lugio-settembre 2009, n. 249, p. 89. 122 Capitolo tredicesimo di castità, povertà ed obbedienza ed era perciò escluso dall'esercizio delle funzioni sacerdotali. Solitamente questi religiosi erano utilizzati per particolari attitudini, come dipingere, costruire edifici, insegnare materie tecniche o per funzioni amministrative, ma non sappiamo quale fosse l’attività in cui Cumis eccelleva. Intorno al 1590, Cumis si trovò coinvolto in qualche avvenimento contrario alle regole dell’Ordine. Ancora una volta non sappiamo di che cosa si tratti, ma in una lettera di Aquaviva in persona e a lui indirizzata, si fa riferimento a questo suo comportamento negativo. Doveva trattarsi di una difficoltà già superata perché il Generale dell’Ordine prende atto del suo ritorno sulla retta via e lo incita a riparare il passato. Cumis maturò comunque la decisione di abbandonare il Perù e nel 1594 scrisse ad Aquaviva per chiedere di essere inviato in Cina. Non conosciamo il testo della sua lettera, ma ci è pervenuta la risposta fermamente negativa del suo superiore che lo invita all'obbedienza. Cumis era destinato a restare in Perù dove finalmente si spense, in Lima, nel 1618 senza lasciare altre tracce rilevanti di sé. […] Queste scarse notizie, anche piuttosto banali, non giustificano l'interesse che si è levato, negli ultimi tempi, intorno al gesuita italiano morto quasi 400 anni fa in Perù. In effetti la memoria di Cumis sarebbe stata, con ogni probabilità, destinata a rimanere sepolta nell'oblio se la scoperta di alcuni documenti non ne avesse fatto rimbalzare il nome agli onori della cronaca. Si tratta dei documenti della contestata "Collezione Miccinelli" e in particolare di uno dei manoscritti ivi conservati, quello dal titolo Historia et rudimenta linguae piruanorum. Due gesuiti vi hanno trascritto, usando un pseudonimo, le loro segrete riflessioni e uno dei due sembra essere proprio Joan Antonio Cumis. Dietro alla sigla "JAC" si nasconde in effetti il gesuita catanzarese riconosciuto per alcuni accenni alla sua vita e alla riproduzione del suo stemma di famiglia. Una relazione di fatti del 500 non comporterebbe, di per sé, tanta risonanza, ma quella di Cumis è sconcertante. Vi si sostiene che Francisco Pizarro il conquistatore del Perù, avrebbe avuto ragione degli Inca di Atahuallpa grazie a del vino avvelenato confezionato da due frati domenicani al suo seguito. Nello scritto figurano anche altre rivelazioni sulla figura enigmatica di Blas Valera e sul suo scontro con i Gesuiti peruviani. Infine vengono rivelate le linee guida per la transliterazione dei quipu, i misteriosi nodi degli Inca, e si trascrive una grammatica della lingua quechua, semplice ma efficace. Carte di famiglia 13 123 L’autenticità dei documenti in questione è attualmente al centro di accese dispute nel mondo accademico per cui, allo stato, è azzardoso riconoscere a Cumis la paternità di quelle sorprendenti rivelazioni. Segue, come “voci correlate” ed “espansioni” per la ricerca, una serie di link, introdotta dall’indicazione: “Per un’analisi approfondita del contenuto dei documenti, consultare la voce Blas Valera”. E poi: 1. Impero Inca – 2. Conquistadores – 3. Storia del Perù – 4. Atahuallpa – 5. Francisco Pizarro – 6. Joan Anello Oliva – 7. Compagnia di Gesù (Portale Biografie – Portale Cattolicesimo - Portale storia: Categorie a) Biografie; b) Gesuiti italiani; c) Nati nel 1537; d) Morti nel 1618; e) Personalità legate agli Inca. Ce ne è allora abbastanza per una qualche indagine ulteriore, a più livelli, “a partire da”… E l’appunto-promemoria che segue, a mo’ di questionario iniziale, potrà essere integrato dallo stesso lettore eventualmente interessato ai contenuti e alle forme dello studio della personalità umana ed ecclesiastica di Cumis, degna - come sembra - di essere per più versi disvelata e approfondita. E dunque: 1. Quanti e quali altri motori di ricerca, siti internet, link, luoghi di documentazione cartacei, ecc., veicolano il nome di Joan (o Juan, ovvero Giovanni) Antonio Cumis? E la stessa sigla JAC, dietro cui si cela il gesuita catanzarese, presenta possibili distinti motivi di documentazione e di indagine? 2. Quali e quante ricerche si possono condurre su Joan Antonio Cumis, prendendo le mosse dagli altri siti internet raggiungibili mediante le attuali evidenziazioni dei link già predisposti ancora dalla stessa Wikipedia (Lima, Francisco Pizarro, Atahuallpa, Blas Valera, quipu, lingua quechua)? 3. La medesima Wikipedia registra in altri suoi luoghi il nome di Joan Antonio Cumis? Se sì, a che proposito? 4. Come cambia, nella lingua italiana e in lingue altre da quella italiana, lo scenario quantitativo e qualitativo dei siti internet e dei link relativi a Joan Antonio Cumis? 5. Cosa cambia, d’altra parte, se la ricerca prende le mosse da una determinata, diversa digitazione (coi nomi e cognome tra virgolette, senza le virgolette, in italiano, in spagnolo, in inglese, col solo cognome, col cognome combinato con altre parole, ecc.)? 6. Dove e come rintracciare una qualche presenza di Joan Antonio Cumis in Italia, in Perù e altrove (perfino in Cina, considerate le sue in- 124 Capitolo tredicesimo tenzioni di trasferirvisi)? E a Catanzaro, negli archivi pubblici e privati, cosa è possibile rinvenirvi, di manoscritto e/o a stampa? 7. Cosa e come cercare, negli archivi e nelle biblioteche dell’Ordine dei Gesuiti, in Italia e all’estero? Quali gli elementi della formazione a Catanzaro, che concorrono alla sua vocazione religiosa? C’è un qualche legame tra la storia della famiglia Cumis, la vicenda della Compagnia di Gesù nel Mezzogiorno d’Italia e in Calabria in specie e l’esito ecclesiastico, missionario, di Joan Antonio Cumis? 8. Come colmare la lacuna di conoscenza sulla vita di Joan Antonio Cumis, per il periodo precedente il 1588? Quale la formazione (in famiglia, nella società, nelle istituzioni laiche ed ecclesiastiche, ecc.), quali le esperienze e le mancate esperienze, dell’uomo e del sacerdote, prima dell’entrata nell’Ordine dei Gesuiti? 9. E dopo? Come spiegare, cioè, la sua vocazione tardiva? Come metterla in relazione con la Compagnia di Gesù, con singoli Padri Gesuiti (a Catanzaro e in Calabria e altrove in Italia e in altre parti del mondo)? 10. Proprio a partire dalle precedenti domande, per l’appunto in rapporto al documento di Wikipedia registrato nella presente rubrica “Carte di famiglia”, quali e quante ricerche possono essere avviate e/o portate avanti per uno studio unitario sulla personalità e l’opera di cronista, ecc. di Joan Antonio Cumis? Capitolo quattordicesimo Carte di famiglia 14* Lettera su lettera A Natascia Lucarini Cara Natascia, volevo ritornare ancora una volta sul suo elaborato scritto per la laurea triennale, dal titolo Il carattere nei caratteri. Prime note su grafologia e educazione (Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, Anno Accademico 2008-2009. Relatore: Nicola Siciliani de Cumis. Correlatore: Corrado Veneziano). In particolare, mi interessava dire di una delle appendici, la seconda, Analisi di una lettera venuta da lontano, in quanto si rifà proprio alla precedente puntata di questa rubrica di Carte di Famiglia, dal titolo Da Catanzaro alle Ande (cfr. “La Famiglia”, 249, luglio-settembre 2009, pp. 89-92). Ma per capire meglio di che si tratta, ricordo l’Indice generale del suo lavoro. E dunque: Premessa ..................................................................................................... IX Introduzione ............................................................................................... XI Parte prima ................................................................................................. 1 Capitolo primo – La grafologia nell’educazione. .................................. 3 1.1. La grafologia in età evolutiva. ........................................................... 3 1.2. Altre applicazioni. ............................................................................... 6 1.3. Il metodo morettiano. .......................................................................... 7 Capitolo secondo – Dimensioni grafologiche e pedagogiche. ............. 9 2.1. La formazione del grafologo. ............................................................. 9 2.2. L’AGP. ................................................................................................ 14 Capitolo terzo –Tra “grammatica” e didattica elementare: segni grafici fondamentali. ...................................................................... 21 3.1. Come interpretare una lettera. ......................................................... 21 3.2. Nozioni per una buona autoanalisi. ................................................ 23 * Da «La famiglia. Rivista di problemi familiari», Brescia, La scuola, anno XLIV, aprile-giugno 2010, n. 252, p. 82. 126 Capitolo quattordicesimo Parte seconda ............................................................................................ 27 Capitolo primo – Una esemplificazione di Cattedra: come scriveva Antonio Labriola. . ........................................................... 29 1.1. La vita di Labriola in pillole: spunti grafologici. ........................... 29 1.2. Quello che già sappiamo, quello che cerchiamo. .......................... 31 Capitolo secondo – Analisi grafologica. ................................................ 35 2.1. Labriola diciannovenne ...................................................................... 35 2.2. Labriola anni ’70. ................................................................................ 38 2.3. Labriola anni ’80. ................................................................................ 41 2.4. Labriola tra 1890 e 1900. .................................................................... 43 2.5. Labriola e la malattia. ......................................................................... 46 Capitolo terzo – Cattedre pedagogiche a confronto. ............................ 49 3.1. Antonio Labriola. ............................................................................... 49 3.2. Luigi Credaro. ..................................................................................... 51 3.3. Aldo Visalberghi. ................................................................................ 54 3.4. Nicola Siciliani de Cumis. ................................................................. 57 Conclusioni. ................................................................................................ 61 Appendice I. La grafologia nell’orientamento scolastico: attuazione di un progetto. ............................................................................ 63 Appendice II. Analisi di una lettera venuta da lontano. ............................... 67 Appendice III. Tariffario grafologico. ............................................................ 79 Riferimenti biblio-sitografici. ....................................................................... 81 Indice dei nomi. ............................................................................................ 85 Indice delle tematiche. . ................................................................................. 87 Su questa base, ripropongo quindi qui di seguito una parte della suddetta Appendice II: e cioè l’essenziale, per proseguire la ricerca da me proposta sul numero su citato di “La Famiglia”; e, così facendo, per ringraziarla della consulenza grafologica offerta; e per invitarla a non per- Carte di famiglia 14 127 dere di vista le indagini su Joan Antonio Cumis, che proseguono a più livelli: e di cui, intanto, proprio la lettera oggetto della sua attenzione, è un risultato. Lei, Natascia, scrive infatti a proposito del mio testo di “La Famiglia” e del testo della lettera manoscritta, da Catanzaro, 21 marzo 1580, conservata presso l’Archivio della Casa Generalizia della Compagnia di Roma (Archivium Romanum Societatis Iesu/ARSI, Ital. 156. 1580. ff. 6566; 70 - Epistolae III – 4 – 288 - Cullio). Ecco il suo testo (in parte): [… ] Sul web le notizie riguardanti Cumis non sono molte e quanto esse possano essere attendibili è ancora da capire. Vengono di seguito pubblicate due traduzioni di una stessa lettera: traduzioni, che hanno aspetti comuni, ma che si differenziano sotto alcuni aspetti. Joan Anton Cumis scrive questa lettera al Padre Claudio Acquaviva, si definisce malato ma di cosa è ancora da comprendere con precisione. Questi ed altri quesiti sono al centro della storia di JAC che è ancora tutta o quasi tutta da scoprire. Analisi17 paleografica del testo della epistola inviata dal gesuita coadiutore Joan Anton Cumis (Jac) da Catanzaro a Roma al generale della compagnia di Gesù Padre Claudio Acquaviva il 21.3.1580 (A chi e dove è inviata l’Epistola viene ricavato solo indirettamente dai toni usati, esprimenti una devozione particolare e dal tipo di permesso richiesto che poteva essere accordato solo dal Generale della Compagnia di Gesù, che al tempo era appunto il Padre Claudio Acquaviva). La Epistola è composta da 17 righe: 1. Catanzaro 21 marzo 1580 Jo. Anton Cumis 57 2. Molto Rev.do in Dio Padre 3. Pax Xsti (Saluto fra religiosi tratto da una frase di S. Paolo, adottata da S. Ignazio da Loyola) 4. Io Giò. Ant. ° Cumis fratello coagiusore della Comp.a di Gesù proponendo humiltade 5. fo intendere a S. R. garantiti (?) essendo tredici anni (*) che sto nella Comp.a 17 Prima traduzione e annotazioni, a cura di Gianvincenzo Siciliani de Cumis. Consulenze del Padre Saveriano Mimmo Calarco e del prof. Franco Porsia (sulla base di una propria traduzione). 128 Capitolo quattordicesimo 6. di Gesù, adesso (?) essendo incorso in una grave infermità de paralisi e per causa 7. delli esercizi della Comp.a et essendo che mi risono credibile (?) per li esercizi 8. mi La penso in Dio facendo intendere, et repareria in gran opere di Charità 9. di concedermi che mi si riposi in casa di miei fratelli per quattro anni sana, 10. che mi guarisca di detta infermità pigliando favori per servir meglio la Comp.a Interrigo di annotazione: ciò che patisco d’epilessia, cioè di pazzia (nel ‘500 le malattie neurologiche erano considerate un tutt’uno, e quindi confuse con quelle psichiatriche, il che spiega l’usa di quel doppio cioè). 11. l’alma di dui miei fratelli, che sono in estrema necessità, et hanno bisogno 12. grandemente del mio agiuso, pure se farà quello che ordinava S. R. (Sua Reverenza) 13. et La preghiamo, come graditissimo da Dio (**). Non altro da Catanzaro. 14. Adì 21 di Marzo delli ‘80 15. D. S. R. P (Di Sua Reverenda Paternità) 16. Suo in XSto ( Stesso saluto di S. Ignazio) 17. Jo. Anton Cumis Annotazioni: (*) JAC entrò nella Compagnia di Gesù il 1567 come si evince dalla stessa presente Epistola. (**) Dal contesto della Epistola si evince che JAC chiede a Padre Acquaviva quella che si chiama tecnicamente una “eclaustrazione”, cioè un permesso temporaneo di abitare fuori dal Collegio Romano di Catanzaro, presso cui evidentemente era ospitato di norma JAC, per circa quattro anni; e questo, non tanto per poter curarsi, quanto per essere di aiuto ai suoi fratelli che erano nel bisogno. Carte di famiglia 14 129 L’analisi che segue18 vuole essere uno tra i tanti esempi possibili di applicazione grafologica. Si è scelto di realizzarla proprio su questa lettera, poiché raccoglie in sé i seguenti fattori dominanti. 1. Rappresenta il materiale iniziale di una ricerca appena avviata e che ha come suo oggetto la conoscenza di un autore del quale pochissimo o niente si conosce. 2. La grafologia può essere uno strumento di aiuto per la comprensione della psicologia di Jo. Anton Cumis e per la ricostruzione del testo, dei contesti e delle indagini che vi sono correlate. 3. Tale analisi ha inoltre una doppia valenza pedagogica: a. contribuire a ricostruire la formazione della personalità oggetto di studio; b. ottenere un risultato storiografico in via di ipotesi nuovo. Dal punto di vista di un completamento e sviluppo della ricerca vengono registrati nelle pagine seguenti i punti di arrivo. A prima vista la grafia risulta allungata, accurata, artificiale, confusa, disordinata, dritta; e mantiene il rigo. Nello specifico, allungata ossia sproporzionata, tra le ampiezze letterali e le loro dimensioni orizzontali e verticali indica narcisismo e mania di fare bella figura. La grafia studiata e artificiosa sostiene la tesi appena esposta in quanto le caratteristiche esposte si manifestano in scritture in cui il soggetto analizzato mostra una tendenza all’artificio, all’esibizionismo, un bisogno di fare buona figura. Uno scritto confuso in grafologia sta a indicare un pensiero indistinto, imprevedibili cambiamenti di umore e smemoratezza che porta al disordine ovvero alla mancanza di chiarezza e all’istintività. La scrittura avendo poca pendenza è definita dritta e indica senso del dovere, orgoglio, freddezza e scarsa presenza del sentimento. Va inoltre detto che lo scrivente che mantiene il rigo (come in questo caso) manifesta fermezza e rifiuto dei compromessi, oltre che temperamento molto volitivo e difficoltà di adattamento. Ricapitolando, il soggetto qui analizzato è una persona estremamente egocentrica, esibizionista, con le idee poco chiare ma anche razionale e ligia al dovere. È possibile asserire che tra l’analisi grafologica e l’analisi paleografica si rilevano informazioni caratteriali che trovano congruenze con il contesto in cui è stata scritta la lettera. 18 A cura di Natascia Lucarini. Sono state qui tolte le immagini dei manoscritti. 130 Capitolo quattordicesimo La necessità di fare una bella figura è giustificata dal destinatario della lettera e dal tipo di permesso che viene chiesto. I repentini cambiamenti di umore e la fermezza possono essere giustificati dal suo dichiararsi pazzo. Il suo esserne cosciente attribuisce una specifica valenza alla sua malattia. Dunque, Natascia, l’Appendice II al suo elaborato di laurea, finisce qui. Se come mi ha preannunziato si iscriverà alla “magistrale”, potremo riprendere il discorso. Mio fratello Gianvincenzo ed io stiamo portando avanti le ricerche su Joan Anton e disponiamo di nuovi manoscritti anche epistolari. Ne riparleremo. E, alla luce dei nuovi testi, potremo ragionare ancora delle sue ipotesi grafologiche. Se può avere avuto ragione, o meno, sul carattere di questo Cumis, così come si evince dai caratteri della sua scrittura. Un caro saluto e auguri, Nicola Siciliani de Cumis Roma, 20 dicembre 2009 Capitolo quindicesimo Carte di famiglia 15* Gianni La mamma: – Ecco il fratellino, Nino… Nino ha un anno e mezzo, e guarda il piccolo dormire immobile nel lettone. Lo osserva interessato. Quindi fa, con prudenza: – Biiiglia… (vuole dire “bottiglia”). – No, Nino, non è una bottiglia per l’acqua calda, non è uno scaldino... Il neonato si muove un po’ tra le coperte... Nino continua a guardarlo, e dice con più sicurezza: – Micio… Micio… – No, Nino, non è un micio, non è un gatto! A questo punto, il neonato vagisce. E il fratellino, con voce trionfante: – Pupì... pupì… pupì... (vuole dire “pupo”, “pupetto”: come la bambolina di fichi secchi che c’è in cucina). E la mamma, felice: – Un pupììì… Sì, Nino, è un “pupì”, il tuo fratellino è un “pupì”… Fu così che, per molti anni, Gianvincenzo fu chiamato in famiglia Pupì. Solo dopo… Gianni. A Luigi Pati Caro Luigi, in fin dei conti, se qualcuno avesse voluto registrarla e trascriverla, la nostra lunga telefonata di alcune domeniche fa su Gianni mio fratello, morto improvvisamente per un infarto il 29 maggio, quella telefonata avrebbe potuto essere anch’essa una “carta di famiglia”… Un po’ come una lettera o una pagina di diario… Oppure un certificato di Nascita, di Battesimo, di Prima Comunione, di Cresima, di Matrimonio e di Morte... * Da «La famiglia. Rivista di problemi familiari», Brescia, La scuola, anno XLIV, ottobre-dicembre 2010, n. 254, p. 88. 134 Capitolo quindicesimo Per me, un dolore assolutamente nuovo, immenso. Un dolore, che cerco di sublimare nel lavoro, obiettivandolo nei miei pensieri… E penso, che è proprio di fronte alla durezza di una tale esperienza, mai vissuta né soltanto immaginata prima, che si misura la forza del carattere, l’utilità della propria cultura, la buona qualità di una prospettiva. La fede che riesci ad avere… L’impegno a dare di te, a te stesso e agli altri, il meglio, non può venire meno. Ancora di più adesso, direi, nel ricordo di Gianni. In memoria delle sue migliori qualità, della nostra vita trascorsa sempre insieme per i primi diciannove anni. Poi, per un quarantennio, ognuno per suo conto (tranne che nelle Feste comandate e, talvolta d’estate, in vacanza). Infine di nuovo accanto, a Roma: intensamente vicini, negli ultimi cinque anni, prima di questa morte repentina, inaspettata, difficile da elaborare. Ecco perché, Luigi, ripenso alle nostre “Carte di famiglia” come a una risorsa. Vi trovo in qualche modo un aiuto, un conforto, una possibilità di oggettivazione di un “male personale”. Una trasparenza di sentimenti e, insieme, la costruzione di un percorso “storico”, la possibilità di non perdere le tracce del Gianni vivente, ancora, nelle “carte” del suo e del nostro coesistere quotidiano. Come le schegge di uno specchio andato in frantumi. Come i frammenti della sua storia d’uomo… Ricordi il vecchio Dewey, di Logica, teoria dell’indagine? I dati posson essere memorie e documenti, leggende e storie trasmesse oralmente, sepolcri ed iscrizioni, urne, monete, medaglie, sigilli, utensili e ornamenti, carte, diplomi, manoscritti, rovine, edifici e opere d’arte, situazioni dell’ambiente geografico, e così via indefinitamente. Se il passato non ha lasciato traccia o vestigio alcuno che perdurino nel presente, la sua storia è irrecuperabile. Le “Carte di famiglia”. Le “bustine di Minerva”. La “grande” e la “piccola” storia… Addirittura, quella minuta, minima storia di persone e cose… in cui ritrovi gli “indizi” di tutta un’esistenza: che so io, nella carta d’identità, nella patente automobilistica, nella tessera sanitaria o dell’autobus, nel passaporto, nei diplomi e in ogni altro tipo di documento pubblico o privato, riguardante direttamente e/o indirettamente Gianni… Gianvincenzo Siciliani de Cumis, figlio di Felice e di Giovanna Colosimo, dichiarato all’anagrafe di Catanzaro il 1° gennaio 1945 (ma nato il 28 dicembre 1944). Residente e domiciliato a Roma. Laurea in medicina. Specializzazione in Chirurgia ricostruttiva. Coniugato con Giulia Bova. Padre di Felice, Francesco, Vittorio. Ospedaliero a Catanza- Carte di famiglia 15 135 ro. Libero professionista, per un breve periodo. Quindi dipendente dell’Università di Trieste. Da poco in pensione. Deceduto a Roma il 29 maggio 2010… Un dolore tuttavia non “di carta”. Perché la vita non è di carta, come non lo è la morte, di nessun uomo. Gianni ed io, per così dire, all’incrocio delle nostre comuni matrici biologiche e culturali, come appartenenti alla stessa famiglia. Alla sua storia vissuta. Alla sua “filologia vivente”. Alla struttura di un albero genealogico e dei suoi rami, tra ascendenze e discendenze, tra date a quo e date ad quem. La messa a punto cronologica e topografica di un “lui” e di un “me”, di un “io” e di un “tu”: e dunque, l’immenso ricordo delle infinite “cose” che ci hanno riguardato e continuano a riguardarci come persone, come fratelli. Le “carte di famiglia” di noi due, accomunati e separati dallo stesso e diverso destino. Destini tuttavia imperfetti, incompiuti. Come quello di chi, fuori d’ogni retorica, “non c’è più” e “continua ad esserci”. Per l’appunto, a partire da questa massa pressoché incalcolabile di documenti, d’ambito personale, familiare e civile, che ha accompagnato l’arco di tutta una vita, le sue varie tappe e, ora, il frangente della scomparsa: cartoline, biglietti, lettere di diverso tipo, immaginette di Santi, fogli e quaderni di scuola, album di disegno, marginalia e foglietti di appunti nei libri di testo e di lettura, figurine di calciatori, pagelle scolastiche e diplomi di maturità, di laurea e di specializzazione; le pubblicazioni di nozze, gli attestati professionali; i “titoli” di diverso genere, a stampa o non a stampa; le ricerche universitarie, individuali o collettive, pubblicate o meno con la propria firma, ovvero “a firma congiunta”, con altri ricercatori; le fotografie, le registrazioni audio e i filmati di esperienze familiari e sociali, le più diverse; le carte della scrivania e i file del computer… Insomma, le “prove tangibili”, di tutto un universo vivente umano nelle sue caratterizzazioni spirituali e materiali, storicamente circoscrivibili, databili, riassumibili nei fatti e negli atti di un’esistenza: testamenti, contratti, estratti catastali, ricevute, cartelle cliniche, ricette mediche, pratiche sanitarie, fotocopie e fotocopie da libri, da giornali, da internet (spesso non conservate, disperse), su un’enorme quantità di argomenti… A cominciare, proprio, dalla storia della nostra famiglia e dalla caccia alla notizia e alla produzione di informazioni e testi, su questo o quell’altro parente, più o meno illustre, vivente e non. Un tipo di storia, questa familiare, che Gianni si dilettava di coltivare da autodidatta e, negli ultimi anni, parlandone spesso e volentieri con me… Una vicenda umana che, per ciò che lo ha riguardato e riguarda 136 Capitolo quindicesimo come “credente in Cristo e in Dio Padre Onnipotente”, non si è conclusa su questa Terra... Non nel referto dell’unità sanitaria mobile, che lo ha inutilmente soccorso quel sabato pomeriggio. Non nello strazio di una morte senza addii. Non nell’avviso cittadino listato a lutto. Non nella fraterna benedizione del sacerdote durante la messa funebre, nella Chiesa di San Giovanni, a Catanzaro. Egualmente non si è conclusa, l’esistenza personale di Gianni, nelle tante parole di stima e d’affetto, che la sua morte ha stimolato nei suoi cari e conoscenti. Né nella toccante preghiera ad alta voce di familiari ed amici, intorno alla bara, il giorno dopo la sua morte… Né nei nastri neri e viola delle corone e dei cuscini di fiori, con nomi e frasi in oro; e nemmeno negli innumerevoli messaggi di condoglianza, nelle telefonate, negli sms, nelle e-mail, nei telegrammi, nei carteggi e sulla lapide in marmo nella tomba di famiglia… Non si conclude la vita di Gianni, come dicevo: anzitutto perché egli era un credente, un cattolico, un uomo “di pace” come amava proporsi agli altri, nella sua peculiare religiosità. Era stato da poco ad Assisi, dove, come negli anni passati, aveva partecipato alla “Marcia della pace”... Lo avrebbe umanamente commosso e spiritualmente edificato il messaggio di “sentite condoglianze”, che mi ha fatto pervenire un’amica, Ersilia, con riferimento ad alcuni particolari della morte: Mi dispiace per il dolore che avrà provato per la perdita di suo fratello, ma penso che quel “sto bene”, che ha detto prima di lasciarvi, può significare che Dio gli ha dato la possibilità di salutare i propri cari in modo sereno. Forse poi suo fratello sapeva che Gesù, che con “il tuo braccio potente ci conduca a un approdo di salvezza e di pace”, stava venendo a prenderlo con sé, in un mondo meraviglioso ed eterno. La vita di Gianni continua perché lascia “eredità di affetti” a tutti noi, che gli abbiamo voluto e continuiamo a volergli bene, per come era: per le parole dette e per i suoi silenzi, per le cose fatte e per quelle che avrebbe voluto fare, per le ricerche compiute, incompiute o solo avviate... Per i tanti ricordi che conserviamo di lui. Per l’amabilità di qualcuno, di volermene scrivere… Così, tra i tanti altri, un mio caro amico che vive a Catanzaro, Alfonso. Che, con la sua solita sensibilità, ha voluto sottolineare l’essenziale del rapporto con mio fratello; e a sua volta fraternamente additare alcune delle cose “più giuste” da fare oggi per Gianni, per i suoi familiari, per me: Carte di famiglia 15 137 Caro Nino, come stai? Ho appreso che è venuto a mancare improvvisamente tuo fratello. La scomparsa del tuo Gianni è stato un dolore per te, come per i tuoi cari, perché un fratello è qualcosa che ci tiene uniti, come ho saputo che tu lo eri con lui. Mio padre mi ha detto che per te era qualcosa di più, che lo trattavi un po’ in modo paterno. Ma la vita non finisce per lui; non lo conoscevo, ma credo sia stata una persona amabile. Lo so che è faticoso da accettare, ma pensalo nelle cose belle della sua e della vostra vita; condividevate oltre all’affetto, interessi di filosofia e di storia. Pensa a quando eravate bambini. Mi torna alla mente quel racconto su te e lui, della macchinina che dovevate costruire. La memoria passata porta malinconia, ma è una presenza che ti è rimasta nel cuore. E se ti riesce fai una piccola cosa, che a lui avrebbe fatto piacere. Non ti voglio stancare oltremodo, ti porgo, come ai tuoi familiari, un sentimento di cordoglio e un abbraccio affettuoso, il tuo caro Alfonso Così, la straordinaria vicinanza e il fermo incoraggiamento di un altro mio caro amico, Franco: Carissimo Nino, […] poche note scritte a caldo […] per il bisogno di esserti immediatamente vicino e aiutarti a gestire il dolore e tutte le equazioni non risolte con un fratello più piccolo, che ha fatto un percorso che, per molto tempo, vi ha tenuti lontani. È sicuramente terribile che sia successo proprio quando cominciavate a riavvicinarvi per ritrovare gli incantamenti propri dell’infanzia, e riabituarvi ad esserci, per scoprire, ognuno di voi, l’universo dell’altro, inimmaginabile quando si vive un distacco così lungo […]. Adesso, dovrai trovare dentro di te la forza di fare quello che tuo fratello pensava tu fossi capace di fare. Hai qualcosa di più, che è la scoperta dell’universo di Gianni di cui, come dici nella tua lettera, avevi “riincontrato una personalità complessissima, contraddittoria, tormentata, ma capace di volare alto”. Aspetto con ansia che tu possa parlarmene e sono sicuro che riuscirai a ritrovare nella dimensione dialogica (vedi, 138 Capitolo quindicesimo abuso di un termine che ti appartiene) le ragioni di un rapporto ancora aperto. Con l’affetto di sempre, Franco. Sì, Luigi, credo proprio che questo amico abbia bene inteso molte cose di Gianni, di me e del nostro modo di essere fratelli. E mi gioverà certo riprendere con lui l’argomento, quando ci rivedremo in Calabria, il prossimo agosto… Mi fa bene però intanto ricordare, che proprio su “La Famiglia”, mi è già accaduto di raccontare di Gianni e di me, da bambini… Anni fa, per esempio, ne ho parlato proprio in quella storiellina pedagogica sul gioco, più sopra ricordata, La macchinina. Oppure, nella puntata precedente a questa delle “Carte di famiglia”, a proposito della prima trascrizione, a cura di Gianni, di una lettera di Joan Antonio Cumis, il nostro congiunto gesuita catanzarese del Cinquecento, missionario in Perù… D’altra parte, non sono state poche, né irrilevanti, le indagini avviate e/o condotte a buon fine dallo stesso Gianni sul medesimo tema: 1. nella prima decifrazione di un altro manoscritto cinquecentesco, concernente Joan Antonio; 2. nella ricostruzione del contesto familiare e catanzarese, entro cui si è storicamente situata la personalità del nostro antenato; 3. nella supposizione, sulla base di plausibili differenze e analogie, dei motivi di fede e di ragione, che possono avere ispirato la scelta missionaria del Cumis… Ripenso con commozione, a questo riguardo, alle nostre interminabili e ora interrotte conversazioni in automobile, andando a far visita a nostra madre a Sutri; agli incontri con Padre Domenico Calarco, dell’ordine dei Francescani Severiani; alle comuni frequentazioni della Biblioteca della Casa Generalizia a Borgo Pio nella Città del Vaticano; alle nostre sortite nella Biblioteca del Collegio Romano, nella Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, nell’Archivio Centrale dello Stato, ecc. Ma c’erano anche altri ambiti di ricerca di Gianni… C’era il Gianni ordinatore di ingarbugliate carte di famiglia… Il Gianni indagatore e recensore delle erbe officinali presenti in certi angoli della Presila catanzarese… Il Gianni, un tempo apprezzato pittore e, da ultimo, studioso della “malaria dipinta”… Il Gianni, paziente “terapista occupazionale” di nostra madre… Il Gianni dalle lunghe dissertazioni sulla natura, sulla religione, su santi e chiese, sulle scienze, sulla storia e sull’arte, sulla famiglia, sull’amicizia, sull’infanzia, sulla salute, sulla sicurezza, sulla pace e sulla guerra, sulla Festa della Repubblica e sulla bandiera italiana, Carte di famiglia 15 139 su Catanzaro e su Trieste, sulla scuola e sull’università, sulla politica, sull’antropologia, sul folklore, sul tango, su cibi e vini, su uomini e cose della sua e della nostra vita… Il Gianni, autore di un dossier autobiografico e di deontologia professionale: due anni di resoconti minuziosi sui metodi e nel merito all’essere “un medico”; e la ricerca del titolo e del sottotitolo “giusti”… Ecco mio fratello, Luigi. Le “Carte di famiglia” di Gianni, Gianvincenzo. Del mio fratellino Pupì. Un caro abbraccio, Nicola Roma, 29 giugno 2010 Capitolo sedicesimo Carte di famiglia 16* La vita di famiglia perde ogni libertà e bellezza, quando si fonda sul principio dell’io ti do e tu mi dai. Ibsen, H., Casa di bambola Il 13 giugno[2011] verranno presentate a Roma le “Norme italiane per l’elaborazione dei record di autorità archivistici di enti, persone, famiglie”. “L’Osservatore Romano”, 12 giugno 2011 Oggetto del seguente resoconto sommario è una pluridecennale esperienza archivistica di natura storiografico-educativa, della famiglia e sulla famiglia, in famiglia e con la famiglia, tra famiglie e per la famiglia, svoltasi nell’arco di oltre mezzo secolo anzitutto tra la Calabria e Roma, quindi a Milano, Bergamo, Brescia, Sondrio, Asti, ancora Roma, la Calabria, Milano ecc., tra gli anni Sessanta del Novecento e il primo decennio del Duemila. Un’esperienza di “invenzione”, raccolta sistematica e trasmissione delle Carte di un Archivio di famiglia, tra cronaca e storia (familiare, ma non solo), che si è ora tradotta in un progetto-pilota di “comunicazione della famiglia”, nelle sue specifiche dimensioni documentaristiche ed enciclopediche, etico-pedagogiche e praticoconoscitive, “politiche” nel senso più alto della parola, tra indagini scientifiche e divulgazione, università e società, ricerca e didattica. A partire dalle “Carte di famiglia” di una determinata famiglia (tra le infinite altre possibili aggregazioni archivistico-familiari dello stesso tipo), si prefigura pertanto un itinerario individuale e collettivo di esperienze familiari ulteriori, che vogliono essere insieme “scientifiche” e di “senso comune”. L’educazione alla famiglia che ne risulta è quindi, anzitutto, quella che viene documentata intanto nell’Archivio delle “Carte” di una certa famiglia calabrese e romana con le altre famiglie-partner, che vi si sono coordinate tra Sondrio, Asti, Petronà (Catanzaro); ma va ben al di là di tali ambiti familistici ristretti, aprendosi invece ad un modello di famiglia, criticamente e autocriticamente consapevole delle proprie radici spirituali e tracce materiali pregresse, di un “prima” che viene facendosi “dopo” nell’“adesso”. * 329. Da «La famiglia. Rivista di problemi familiari», Brescia, La scuola, 45/255, 2011, p. 142 Capitolo sedicesimo Ed è per l’appunto muovendo da qui, cioè dalla realizzazione dell’attuale progetto-pilota concernente la peculiarità delle “Carte” del suddetto Archivio di Famiglia, che dall’autunno del 2012 comincerà a prendere corpo e a vivere di vita propria il portale internet, che ne riassumerà e divulgherà i risultati a vario titolo formativi più degni di nota. E simultaneamente, per alcuni mesi, la mostra documentaria che, tra l’inverno del 2012 e la primavera del 2013, a Milano, ne esprimerà tangibilmente una sintesi. Un progetto-pilota dal titolo “Comunicare la famiglia per educare alla famiglia, mediante archivi di Carte di famiglia Come i lettori di “La Famiglia” ricorderanno19, l’archivio delle “Carte di famiglia” della famiglia Siciliani de Cumis ha una sua prima, sommaria descrizione ufficiale nel Decreto del Soprintendente Archivistico per il Lazio del 30 ottobre 2007, a firma Lucia Salvatori Principe; e quindi, conformemente ad esso, nella Descrizione sommaria dell’Archivio delle “Carte di famiglia” Siciliani de Cumis, dal titolo Un Archivio-Laboratorio tra Beni culturali, ricerche storico-emerografiche e didattiche multimediali del quotidiano, di cui questa rivista ha dato per l’appunto ampio ragguaglio. La presente ulteriore descrizione, benché necessariamente sommaria – dato che il Fondo archivistico in oggetto, ai sensi del Progetto pilota condiviso dai partner20 e cofinanziato dalla Fondazione Cariplo21, comincia solo adesso ad essere descritto in dettaglio, ordinato archivisticamente e messo in rete in un portale internet e, per exempla, in mostra22 –, si limita a soddisfare le condizioni minime per effettuare l’operazione preliminare del trasferimento delle “Carte di famiglia” della famiglia Siciliani de Cumis, dalla abitazione del prof. Nicola Siciliani de Cumis (via di Tor Fiorenza, 41 – 00199-Roma) e della loro prima, provvisoria collocazione Cfr. Un archivio-laboratorio, in Carte di Famiglia, rubrica a cura di N. Siciliani de Cumis, in “La Famiglia”, gennaio-marzo 2008, pp. 85-94). 20 Capofila: l’Istituto Sondriese per la Storia della Resistenza di Sondrio, l’Università di Roma “La Sapienza”, l’Archivio di Stato di Asti, il Comune di Petronà (Catanzaro) (con l’apporto dell’ora estinta Comunità montana della Presila Catanzarese). 21 Vedi gli atti ufficiali nel sito della Fondazione CARIPLO, trasmessi ai partner del progetto, nonché le cronache della manifestazione pubblica nella Sala del consiglio provinciale di Sondrio, in occasione dell’attribuzione dei fondi al progetto medesimo (18 gennaio 2011). 22 Se ne prevede infatti una a Milano, tra il dicembre 2012 e il marzo 2013. 19 Carte di famiglia 16 143 nell’Archivio di Stato di Asti (via Generale Giuseppe Govone, 9 – 14100Asti). Di qui, la successiva, conveniente sistemazione del suddetto archivio nella medesima sede archivistica astigiana, al fine di renderne possibile la fruizione al pubblico; e, dunque, la messa in rete dei propri caratteristici documenti, intanto nei limiti e nei modi previsti dal Progetto pilota, quindi nella logica propria, archivistica, documentaristica, formativa e divulgativa, dell’Archivio-Laboratorio. L’archivio in questione Il Fondo archivistico in oggetto risulta pertanto provvisoriamente allocato in n. 450 scatole di cartone (quasi tutte di cm 30 X 30 X 40, ovvero di cm 33 X 33 X 46), divise per gruppi di documenti di natura sia monografica sia enciclopedica, la più parte ordinati alfabeticamente, datati ora per decennio ora per biennio, il più delle volte per anno (talvolta per mese e per giorno), grossomodo omogenei per tipologia di consistenza cartacea e/o multimediale (manoscritti, dattiloscritti, intere o parziali annate di giornali, intere o parziali annate di riviste, ritagli già ordinati alfabeticamente o non ancora ordinati in alcun modo, dossier monografici su diverse tematiche, a base prevalentemente emerografica, oppure altrimenti cartacea (manoscritti, dattiloscritti, fotografie, cartoline, manifesti, stampe, cartelloni, disegni; ovvero variamente abbinata a dischi, audiocassette, videocassette, CD, DVD, ecc.). Né sono esclusi in più casi, nei singoli scatoli, documentazioni materiali di diverso altro tipo: libri, riviste, cataloghi, diplomi, targhe, bomboniere di laurea, gadget vari, riferibili ad eventi e attività universitarie, ma pur sempre direttamente coordinabili con le tematiche della documentazione cartaceo-archivistica prevalente. Di ciò è stato redatto un elenco dettagliato (che fa parte integrante del contratto di comodato, sottoscritto ad Asti il 30 maggio 2011), che rispecchia pertanto l’attuale stato di costruzione in progress del Fondo d’archivio, sulla base del progetto pilota archivistico-formativo, da cui deriva e a cui si coordina strutturalmente. Il che avviene, intanto, secondo un certo ordine cronologico-tematico provvisoriamente determinabile alla luce della consistenza materiale attuale del Fondo archivistico, nonché dei sui ipotizzati incrementi di documentazione, delle finalità ulteriormente formative e archivistico-progettuali, già programmate e realizzate o che si intendono programmare e realizzare; e, dunque, delle selezioni ulteriori e dei dossier tematici che via via ne risultano. 144 Capitolo sedicesimo L’ordine delle “Carte di famiglia” Siciliani de Cumis (e delle scatole che le contengono) considerata soprattutto la caratteristica composita, nonché decisamente in fieri, del Fondo dei documenti che le costituiscono e che sono da archiviare nei modi tecnicamente più convenienti per la loro conservazione e fruizione risulta pertanto determinato da un complesso di fattori: cronologici, tematici, materiali, multimediali, scientifici, storiografici, formativi, familiari, individuali, biografici e autobiografici, professionali, universitari, sociali ecc. I motivi storiografico-educativi preminenti della composizione del Fondo delle “Carte di famiglia” Siciliani de Cumis trovano pertanto la loro esplicitazione e il loro completamento ai seguenti livelli: 1. nella storia distinta-congiunta delle famiglie de Cumis, Siciliani, Siciliani de Cumis e Colosimo. In questo senso, il Fondo delle “Carte di famiglia” Siciliani de Cumis, oggetto della presente descrizione, si prolunga “naturalmente” in quello comunale di Petronà/Catanzaro; e, in forme più indirette (che non riguardano tecnicamente le attività culturali concordate tra i partner del presente progetto Cariplo), in fondi archivistici di famiglie con gli stessi cognomi, ma allocati in altre sedi (Catanzaro, Cirò/Crotone, Roma, Bari, Ostuni ecc.); 2. nella vicenda culturale, scolastica e universitaria di chi scrive23, documentata anno per anno, mese per mese, e addirittura, per certi periodi, quotidianamente: con la conseguenza che le “Carte di famiglia” Siciliani de Cumis, nella loro attuale configurazione archivistica, non sono evidentemente separabili dal punto di vista e dalle attività culturali di chi le ha raccolte e, dunque, dall’insieme dei materiali scientifici e didat- Cfr. in un volume a parte, ma altrettanto chiarificatore dell’insieme della suddetta Descrizione sommaria dell’Archivio delle “Carte di famiglia” Siciliani de Cumis, il volume di N. Siciliani de Cumis, Dossier. Giornali/Archivio-Laboratorio /Educazione, Roma, Nuova Cultura, 2007. Volume, che è un’antologia comprendente un’essenziale raccolta di testi, da un lato relativi alla costituzione del rapporto con la Fondazione Cariplo, al fine di ottenerne un contributo, nei modi previsti dai bandi per i finanziamenti agli Archivi; e, da un altro lato, concernenti le pluridecennali attività emerografiche, documentative, comunicative, formative, scientifiche del proponente, che spiegano le peculiari ragioni dell’Archivio-Laboratorio e, dunque, i contenuti e le forme della presente Descrizione sommaria dell’Archivio delle “Carte di famiglia” Siciliani de Cumis. 23 Carte di famiglia 16 145 tici che ne sono scaturiti e a cui variamente si collegano, dagli anni Sessanta a oggi; 3. nella documentazione, su basi prevalentemente emerografiche (ma con precisi e continuativi riferimenti a dimensioni manoscritte, dattiloscritte, librarie, filmiche, informatiche ed altrimenti massmediologiche), di alcuni particolari momenti storico-familiari, dal basso medioevo al Cinque-Seicento, al Settecento, all’Otto-Novecento, al primo decennio degli anni Duemila, fino a tutt’oggi, con previsioni di attività documentative e formative anche in futuro. 4. nella dimensione storiografica, come “interfaccia” della dimensione formativa, che trova la sua ragion d’essere nei seguenti motivi di metodo e di merito (procedurali e contenutistici): – sul piano dell’interdisciplinarità (tra “scienze della natura” e “scienze della cultura”), dell’enciclopedia come “sapere in circolo”, delle genesi di ibridazioni intra/inter-disciplinari; – sul piano della crescita di un “sapere specifico”, in stretto rapporto con la formazione individuale e collettiva del nesso insegnamentoapprendimento e dei suoi risultati sia pratico-conoscitivi (“scientifici”), sia educativi ed autoeducativi; – sul piano dello strutturarsi di esigenze umane e di valori elementari, quali la formazione del linguaggio, la genesi delle motivazione e la crescita della curiosità, della creatività e della capacità critica; l’attuazione di “buone prassi”, fondate sui principi di equità giuridica ed eguaglianza reale (e non solo “di opportunità”), trasparenza, giustizia, reciprocità, flessibilità, senso della distinzione, valorizzazione delle analogie, rispetto delle differenze, progettualità condivise, ecc. – sul piano dell’incremento di produzione e fruizione della cultura generale, del moltiplicarsi dei rapporti formativi possibili tra didattica e ricerca, dello sviluppo delle modalità d’uso delle documentazioni prodotte e/o producibili/riproducibili nell’insegnamento-apprendimento “materie specifiche”. Lo “stato dell’arte” 1. L’Archivio di Stato di Asti si sta adoperando già da tempo, per rendere materialmente possibile nella sua Sede il trasferimento delle “Carte di famiglia Siciliani de Cumis”, da Roma (dove attualmente esse si trovano, nell’abitazione del prof. Nicola Siciliani de Cumis), ad Asti, 146 Capitolo sedicesimo in locali idonei al loro iniziale deposito per una successiva, conveniente fruizione del pubblico. Detto trasferimento che avverrà nei primi quindici giorni del luglio 2011; e sarà reso giuridicamente possibile da un atto pubblico di “comodato” che si è stipulato in Asti, tra l’Archivio di Stato di Asti e il prof. Nicola Siciliani de Cumis, il 30 maggio del 2011. 2. Il prof. Nicola Siciliani de Cumis, ai sensi della Dichiarazione della Sovrintendenza regionale per il Lazio del 30 ottobre 2007 circa l’importanza culturale delle “Carte di famiglia” in possesso della famiglia Siciliani de Cumis che verranno trasferite nell’Archivio di Stato di Asti, ha intanto provveduto, alle seguenti, indispensabili operazioni: a. quale docente dell’Università di Roma “La Sapienza” (partner nel progetto) ha costituto e fatto in modo di alimentare scientificamente e adoperare didatticamente la dotazione documentaria del suo archivio a base prevalentemente emerografica; b. ai fini della realizzazione del progetto, ha continuato a selezionare, integrare, tematizzare, unificare e coordinare le dotazioni pregresse ed in progress delle “Carte di famiglia” di sua proprietà per: c. creare le pre-condizioni di fattibilità del progetto di comunicazione e di educazione alla famiglia per mezzo delle suddette “Carte di famiglia”; d. effettuare l’inscatolamento delle “Carte di famiglia” e rendere materialmente possibile il trasferimento delle stesse, dalla sua abitazione romana nella sede dell’Archivio di Stato di Asti. Tutto ciò ha comportato e comporta: e. una descrizione minima ma tecnicamente perspicua dei contenuti delle “Carte di famiglia” da trasferire e depositare nell’Archivio di Stato di Asti, mediante il suddetto atto di comodato, nel mese di maggio 2011; f. l’effettivo trasferimento delle medesime “Carte di famiglia”, elencate, inscatolate, numerate e indicizzate quanto basta per rendere possibile il loro trasferimento nell’Archivio di Stato di Asti nelle prima quindicina di luglio 2011 e dunque far procedere le successive attività tra i partner per il 2011 e il 2012. 3. Tali attività vengono pertanto così programmate: g. nel mese di maggio 2011, nella sede dell’Archivio di Stato di Asti, in occasione della stipula del contratto di comodato di cui si è detto più sopra (al punto 1.), si è svolto un seminario ai fini organizzativi delle at- Carte di famiglia 16 147 tività dei mesi successivi (ad Asti, a Roma, a Petronà): un seminario operativo, ristretto ai partner del progetto o a loro delegati, svoltosi negli orari di lavoro, sì da non impegnare il personale interno dell’Archivio. h. nella prima quindicina del mese di luglio 2011, nella sede dell’Archivio di Stato di Asti, in occasione del trasferimento delle “Carte di famiglia” Siciliani de Cumis da Roma ad Asti, si svolgerà un secondo seminario ai fini organizzativi, in previsione soprattutto dell’attiva partecipazione dei partner al Convegno dell’ottobre 2011. Anche questo seminario, come quello precedente, si svolgerà in orari di lavoro, impegnando comunque la persona del Direttore in chiarimenti sul tema della “Tutela e valorizzazione degli Archivi di famiglia nel Codice dei beni culturali”: chiarimenti che, considerata la loro importanza ai fini dell’intero progetto, potrebbero tradursi utilmente nel testo di una relazione per il Convegno dell’ottobre 2011, a Sondrio. i. nella stessa occasione seminariale di Asti della prima quindicina del mese di luglio 2011, si farà quindi il punto circa i modi di presentazione di antologie e dossier di documenti (di varia tipologia), realizzati o realizzabili a Asti, Roma, Petronà, e per l’appunto relativi a “Carte di famiglia” conservate nell’Archivio di Stato di Asti, tra le “Carte della famiglia” Siciliani de Cumis, nella “Sapienza” Università di Roma e nel Comune di Petronà; l. un ruolo essenziale, nel corso del seminario del luglio 2011 ad Asti, verrà svolto dal prof. Marco Antonio D’Arcangeli, esperto dell’opera e delle Carte Credaro, nel configurare dossier di carte d’archivio, per così dire di raccordo, tra le attività di comunicazione e di educazione evidentemente in comune tra Sondrio e Roma e riconducibili all’opera di Luigi Credaro (pedagogista, ministro dell’Istruzione pubblica, organizzatore culturale, uomo); m. se i partner saranno tutti d’accordo, in previsione del Convegno di ottobre 2011, si potranno prendere accordi con il Prof. Aldo G. Ricci, che con Aldo A. Mola ha curato di recente i volumi degli atti parlamentari e delle lettere di Giovanni Giolitti, concernenti tra l’altro il Luigi Credaro deputato in Parlamento e ministro dell’Istruzione (in particolare per il Convegno di ottobre a Sondrio, a Ricci si potrebbe chiedere una relazione sulle Carte Credaro-Carte Giolitti, conservate nell’Archivio Centrale dello Stato); n. si aggiunge a ciò la partecipazione di chi scrive e di Marco Antonio D’Arcangeli, rispettivamente su Labriola e su Credaro (con riferimento alle “Carte di famiglia”), al Convegno del 10-11 novembre 2011 a cura dell’Istituto di Studi Germanici, in occasione delle celebrazioni per i 150 148 Capitolo sedicesimo anni dell’Unità d’Italia, dal titolo La nascita delle “Scienze umane” nell’Italia post-unitaria (coordinato da Guido Cimino, Nino Dazzi, Giovanni Pietro Lombardo - Roma, Villa Sciarra-Wurts sul Gianicolo): di modo che da Cimino, Dazzi, Lombardo e D’Arcangeli (essendosi dichiarati disponibili in tal senso) si potranno ottenere preziose anticipazioni sul tema Credaro-Scienze umane-dimensioni risorgimentali varie; o. quanto al sottoscritto, nel Convegno dell’ottobre p. v. a Sondrio, egli potrebbe riferire sulle attività di ricerca e didattiche della Cattedra di Pedagogia generale I nel corso dell’ultimo anno (con particolare riferimento ad un campione di tesi di laurea della “Sapienza”, relative in chiave variamente risorgimentale (pubblica istruzione, analfabetismo, questione meridionale, brigantaggio, ecc.); p. in tale ottica, nell’Università di Roma, tra maggio, giugno e luglio p. v., si prevede un ciclo di lezioni/seminari agli/con gli studenti della Laurea magistrale, utili a saldare le attività pedagogiche della Prima Cattedra di Pedagogia generale della “Sapienza” (Cattedra universitaria che fu di Luigi Credaro, per oltre un trentennio), con le attività didattiche e scolastiche previste a Sondrio, in occasione del Convegno dell’ottobre 2011; q. siffatte attività dell’anno accademico 2010-2011 si salderanno quindi con quelle dell’anno accademico 2011-2012: per le quali si prevedono esperienze di comunicazione e di educazione concernenti specificamente l’istituto familiare… Dalle Carte Credaro alle Carte Labriola, dalle Carte della famiglia Siciliani de Cumis alle “Carte di famiglia” del Comune di Petronà… r. di qui la necessità di un primo incontro di tipo seminariale (ristretto) a Petronà, nella prima quindicina di agosto 2011, allo scopo di configurare la specifica attività culturale e archivistica di questo paese della Presila catanzarese, nel quadro del progetto dei partner su “Comunicare la famiglia ed educare alla famiglia” (mediante “Carte di famiglia”)… s. in particolare, il Comune di Petronà intende mettere ordine in un prezioso archivio distribuito in ambienti del Municipio e in altri luoghi del paese (parrocchia, circoli sociali, case private ecc.), sui temi dell’emigrazione, del brigantaggio, della biodiversità, delle erbe officinali ecc.; t. in questo quadro (con riferimento soprattutto ai temi dell’intercultura, dell’infanzia e dell’emigrazione), a Petronà, sono interessati a costruire un archivio emerografico sull’opera del regista Gianni Amelio (nato per l’appunto nella Presila catanzarese); Carte di famiglia 16 149 u. sempre a Petronà, si prevede quindi un incontro di piazza con tutto il paese, nella seconda quindicina di agosto 2011… un incontro che sarà la prosecuzione, però allargata, dell’incontro ristretto della prima quindicina di agosto 2011 nella Casa comunale… sia all’uno sia all’altro potranno partecipare (e sarebbe auspicabile partecipassero) rappresentanti di tutti i partner coinvolti nel progetto delle “Carte di famiglia”; v. in tutti gli incontri verrà sempre tenuto presente il problema degli strumenti più idonei alla comunicazione dei risultati delle varie attività (singole e collegiali) dei partner: Sondrio, Roma, Asti, Petronà; e si tenterà di tradurre in tangibili documentazioni e visibili siti internet tutto ciò che di “comunicativo”, di “formativo” e di “educativo” potrà emergere sul tema “Comunicare la famiglia ed educare alla famiglia” (ai sensi del progetto cumune); z. tutto questo, per arrivare al giugno 2012 (Convegno di Sondrio e Portale del costituito “Centro di documentazione pedagogica”), disponendo ciascun partner di analoghi prodotti comunicativi ed educativi: magari fino al punto di allestire tutti insieme nell’autunno 2012, a Milano, nella sede della Fondazione CARIPLO una Mostra selettiva e al tempo stesso organica alle dimensioni del web e, dunque, al/ai Portale/Portali di “Comunicare la famiglia ed educare alla famiglia, mediante Carte di famiglia”. Sapienza Università di Roma, 15 giugno 2011 Tra storiografia e educazione, realtà e fantasia, un racconto di formazione. Margherita Grassini Sarfatti e Luigi Siciliani, Umberto Boccioni, Michele Bianchi, Corrado Alvaro. Sullo sfondo, il Dux Benito Mussolini, la poesia, l’arte, la guerra, la pace, il giornalismo, la politica: e le interferenze, ora esplicite ora recondite, di una Calabria dai molti volti, nonché “pedagoga” sui generis di sentimenti e cultura. Indice dei nomi ABBAGNANO NICOLA, 110 ADORNO THEODOR, 110 AGAZZI ROSA, 91 AJELLO NELLO, 111 ALBERONI FRANCESCO, 111 ALCARO MARIO, 59 ALCARO PASQUALE, 59 ALLENDE IBABEL, 110 ALLPORT GORDON, 91 ALTAN CARLO TULLIO, 106, 110 ALTHUSSER LOUIS, 110 AMEDURI ANTONIO, 21, 57 sgg. AMELIO GIANNI, 59, 109, 110, 144 ANELLO OLIVA JOAN, 119 ANGOTTI AMALIA, 72 ANTONIONI MICHELANGELO, 110 AQUAVIVA CLAUDIO, 117, 118 ARIOSTO LUDOVICO, 110 ARISTARCO GUIDO, 111 ARISTOTELE, 110 ASOR ROSA ALBERTO, 111 BACHTIN MICHAIL MICHAILOVIČ, 106 BACONE FRANCESCO, 110 BARTHES ROLAND, 110 BAUDELAIRE CHARLES, 110 BECKETT SAMUEL, 110 BEETHOVEN LUDWIG VAN, 110 BELLINGRERI ANTONIO 92 BENJAMIN FRANKLIN, 110 BERGSON HENRI, 110 BERLINGUER ENRICO, 110, 114 BERLINGUER GIOVANNI, 110 BERLINGUER LUIGI, 110 BERNARI CARLO, 110 BERTOLUCCI ATTILIO, 110 BERTOLUCCI GIUSEPPE, 110 BEVILACQUA PIERO, 16, 20, 59 BLAS VALERA, 118, 119 BLOCH ERNST, 106 BOBBIO NORBERTO, 110 BOGDANOV ALEKSANDR ALEKSANDROVIČ, 110 BONAPACE DON GIORGIO, 59, 65 BONETTA GAETANO, 44, 46, 48, 50 BORELLI ATTILIO, 59 BORGES JORGE LUIS, 106, 110 BORZOMATI PIETRO, 21 BOVA GIULIA, 130 BRAIDO PIETRO, 91 BRAUDEL FERNAND, 106 BRECHT BERTOLT, 106, 110 BRESCIA ANNA, 59 BRESCIA GIORGIO, 20 BRUNER JEROME, 106 BRUNI SERGIO, 59 BUCHARIN NIKOLAJ IVANOVIČ, 110 BUÑUEL LUIS, 110 BUTERA PAOLO, 59, 64 BUZZATI DINO, 106, 110 CALARCO DOMENICO, 123, 134 CALICETI GIUSEPPE, 4 CALVINO ITALO, 103, 106, 110 CAMBI FRANCO, 44, 46, 48, 50 CAMPANA DINO, 110 CAMPANELLA TOMMASO, 110 CAMUS ALBERT,110 CANFORA LUCIANO, 111 CANTIMORI DELIO, 20 CANTRIL HADLEY, 106 CAPOCASALE TOMMASO, 11 CAPOTE TRUMAN, 110 CARROZZINO SUOR MICHELA, 77, 80 154 Indice dei nomi CARSANA VESCOVO PIETRO, 77 CARTESIO RENATO, 110 CASTIGLIONE MARZIA, 25, 26, 27, 30 CEPEDA FUENTES MARINA, 4 CHAGALL MARC, 106 CHAPLIN CHARLIE, 106 CHIAPPORI ALFREDO, 110 CHOMSKY NOAM, 110 CIMINO GUIDO, 144 CITATI PIETRO, 111 COLLETTI LUCIO, 110 COLLODI CARLO, 110 COLOMBO CRISTOFORO, 110 COLOSIMO ANGELO, 12, 13 COLOSIMO EMILIO, 11, 12, 13, 14 COLOSIMO GASPARE, 11 COLOSIMO GIOVANNA, 4, 130 COLOSIMO LUCIANO, 11, 14 COLOSIMO NICOLA, 12, 13 COLOSIMO VINCENZO, 11, 12, 13, 14, 55, 104 COMTE AUGUSTE, 110 CONTINI GIANFRANCO, 110 CORDA COSTA MARIA, 106 CUMIS JUAN ANTONIO, 117, 118, 119, 120, 123, 134 CREDARO LUIGI, 106, 110, 122, 143, 144 CROCE BENEDETTO, 106, 110 DAGA GIGI, 59 D’ANNUNZIO GABRIELE, 110 D’AQUINO TOMMASO, 91 D’ARCANGELI MARCO ANTONIO, 143, 144 DARWIN CHARLES, 110 DAZZI NINO, 144 DE ANDRÈ FABRIZIO, 110 DEBENEDETTI GIACOMO, 110 DE COUBERTIN PIERRE, 41, 42, 44, 45, 52, DEL BUONO ORESTE, 111 DE MAURO TULLIO, 106, 111 DE NOBILI FILIPPO, 16, 18, 20, 21 DE SICA VITTORIO, 110 DE STEFANO GIOVANNINA, 14 DEWEY JOHN, 91, 106, 110, 114, 130 DI PAOLA GREGORIO, 59 DISNEY WALTER ELIAS, 110 DONZELLI CARMINE, 59 DONZELLI MARIA, 59 DORSO GUIDO, 68 DOSTOEVSKIJ FЁDOR, 106, 110 DUBY GEORGES, 106 DURAS MARGUERITE, 110 DYLAN BOB, 110 ECO UMBERTO, 44, 106, 111 EINSTEIN ALBERT, 110 EJZENŠTEJN SERGEJ MICHAJLOVIČ, 106, 110 ERIKSON ERIK, 91 ENGELS FRIEDERICH, 106, 110 ENZENSBERGER HANS MAGNUS, 110 FELLINI FEDERICO, 110 FENOGLIO BEPPE, 110 FERMI ENRICO, 110 FERRAROTTI FRANCO, 45, 106 FEYERABEND PAUL, 106 FEUERBACH LUDWIG, 110 FICHTE JOHANN GOTTLIEB, 110 FIRPO LUIGI, 111 FORTE GIOVANNI, 69 FLAUBERT GUSTAVE, 110 FLECK HEINRICH, 106 FO DARIO, 110 FORTINI FRANCO, 110 FRASCA ROSELLA, 41, 44, 45, 46, 48-51 FREINET CELESTIN, 106 FREUD SIGMUD, 111 Indice dei nomi FURET FRANÇOIS, 106 FURRIOLO MARCELLO, 59 IONESCO EUGÈNE, 111 IORI VANNA, 92 GADDA CARLO EMILIO, 106, 111 GALERA ROBERTO, 59 GALIMBERTI UMBERTO, 111 GALLI NORBERTO, 89, 90, 91, 92, 93, 94 GANDHI MOHANDAS KARAMCHAND, 111 GARCÍA MARQUEZ GABRIEL, 111 GARIN EUGENIO, 103, 106, 111 GENOVESI ANTONIO, 15 GENTILE GIOVANNI, 106, 111, 114 GEYMONAT LUDOVICO, 111 GIARDINA ANDREA, 111 GIOLITTI GIOVANNI, 143 GIOVANNI XXIII, 111 GOETHE JOHANN WOLFGANG VON, 111 GOGOL’ NIKOLAJ, 111 GOMBRICH ERNST, 111 GOR’KIJ MAKSIM, 111 GOVONE GIUSEPPE, 139 GOULD STEPHEN, 111 GRAMSCI ANTONIO, 106, 111, 114 GRASSO ALDO, 45 GREGORY TULLIO, 111 GUANELLA LUIGI, 77-86 JAMES HENRY, 111 JAMES WILLIAM, 111 JOYCE JAMES, 111 JUNG CARL GUSTAV, 111 JEMOLO C. ARTURO, 68 HABERMAS JÜRGEN, 106, 111 HAUSER ARNOLD, 106 HEGEL FRIEDRICH, 106, 111 HEMINGWAY ERNEST, 111 HERBART JOHANN FRIEDRICH, 114 HERVE’ A. CAVALLERA, 92 HERZEN ALEKSANDR IVANOVIČ, 111 HITCHCOCK ALFRED, 111 HOBBES THOMAS, 111 HUME DAVID, 111 HUSSERL EDMUND, 111 155 KAFKA FRANZ, 111 KANT IMMANUEL, 93, 106, 111 KIERKEGAARD SØREN ABYE, 111 KILPATRICK WILLIAM, 106 KLEE PAUL, 106, 111 KOESTLER ARTHUR, 111 KOHLBERG LOWRENCE, 91 KUHN THOMAS, 106, 111 LABRIOLA ANTONIO, 77, 93, 106, 111, 114, 122, 143, 144 LACAN JACQUES, 111 LAKATOS IMRE, 111 LAWRENCE DAVID HERBERT, 111 LE CORBUSIER CHARLES, 111 LEFEBVRE HENRI, 106 LENIN VLADIMIR, 111 LEOPARDI GIACOMO, 16, 18, 19, 70, 71, 111 LEVI CARLO, 20, 111 LEVI PRIMO, 111 LÉVI STRAUSS CLAUDE, 106, 111 LIALA, 111 LIBRANDI MARIA, 59 LOCKE JOHN, 111 LOMBARDO RADICE LUCIO, 60, 111, 144 LOMBARDO PIETRO, 144 LOMBROSO CESARE, 111 LONDON JACK, 111 LORCA FEDERICO GARCÌA, 111 LORENZ KONRAD, 111 156 Indice dei nomi LOTMAN JURIJ MICHAJLOVIČ, 106 LOVEJOY ARTHUR ONCKEN, 106 LUCARINI NATASCIA, 121, 125 LUKÀCS GYÖRGY, 111 LUTERO MARTIN, 111 LUXENBURG ROSA, 111 LUZI MARIO, 111 MACCHIA GIOVANNI, 111 MACHIAVELLI NICCOLÒ, 111 MAFRICI MIRELLA, 16 MAGRIS CLAUDIO, 111 MAGRITTE RENÉ, 111 MAINARDI DANILO, 111 MAJAKOVSKIJ VLADIMIR, 111 MAKARENKO ANTON SEMENOVIČ, 25, 26, 35, 93, 106, 114 MALAVASI PIERLUIGI, 92 MALLARMÉ STÉPHANE, 111 MANDEL’ŠTAM OSIP, 111 MANGANELLI GIORGIO, 111 MANN THOMAS, 111 MANZONI ALESSANDRO, 70, 111 MAO TSE-TUNG, 111 MARCUSE HERBERT, 111 MARINETTI FILIPPO TOMMASO, 111 MARITAIN JACQUES, 91 MARRAMAO GIACOMO, 59 MARX CARL, 111 MASLOW ABRAHAM, 91 MASTROIANNI GIOVANNI, 17, 20, 21, 58, 59, 61 MATTEOTTI GIACOMO, 36, 111 MAZZINI GIUSEPPE, 59, 111 MAZZOCCA MARIA, 21 MCLUHAN HERBERT MARSHALL, 106 MILANI LORENZO, 111 MILL JOHN STUART, 111 MIRÒ JOAN, 106 MODIGLIANI AMEDEO, 111 MODUGNO DOMENICO, 55 MOLA ALDO A., 143 MONTALE EUGENIO, 111 MONTESQUIEU CHARLES-LOUIS, 111 MONTESSOTI MARIA, 111, 114 MORANTE ELSA, 111 MORAVIA ALBERTO, 111 MORIN EDGAR, 106, 111 MOUNIER EMMANUEL, 67, 91 MOZZI GIULIO, 4 MUNARI BRUNO, 106 MUSSOLINI BENITO, 111, 145 NIETZSCHE FRIEDRICH, 111 OMERO, 111 ORWELL GEORGE, 111 OWEN ROBERT, 111 PACI ENZO, 111 PANOFSKY ERWIN, 106 PAPARAZZO AMELIA, 59, 73 PAPINI GIOVANNI, 111 PARETO VILFREDO, 111 PASCOLI GIOVANNI, 111 PASOLINI PIER PAOLO, 111 PASQUALI 106 PATI LUIGI, 89, 90, 92, 129 PAVESE CESARE, 111 PEREC GEORGES, 106 PERETTI NANDO, 91 PESTALOZZI JOHANN HEINRICH, 111, 114 PIAGET JEAN, 35, 91, 106, 111 PICASSO PABLO, 106, 111 PICO DELLA MIRANDOLA GIOVANNI, 111 PIPERNO FRANCO, 59 PIRANDELLO FAUSTO, 111 PIRANDELLO LUIGI, 111 Indice dei nomi PIZARRO FRANCISCO, 118, 119 PIZZI NILLA, 54 PLATONE, 111, 114 PLACANICA AUGUSTO, 15, 16, 20, 21, 59 POLENGHI SIMONETTA, 92, 93 POE EDGAR ALLAN, 111 POPPER KARL, 106, 111 PORSIA FRANCO, 123 POUND EZRA, 111 PRATOLINI VASCO, 111 PROCOPIO FEDERICO, 59 PROPP VLADIMIR, 111 PROUST MARCEL, 111 PRENNA LINO, 91, 92 QUASIMODO SALVATORE, 111 RABELAIS FRANÇOIS, 111 RAFELE MIMMO, 59 RAIMONDI EZIO, 111 RAUTI LELLO, 59 REALE GIOVANNI, 111 RICARDO DAVID, 111 RICCI ALDO G., 143 RICOEUR PAUL, 91 ROBBE-GRILLET ALAIN, 111 ROBESPIERRE MAXIMILIEN, 111 RODARI GIANNI, 106, 110 RODČENKO ALEKSANDR MICHAJLOVIČ, 111 ROMEO ROSARIO, 111 ROSMINI ANTONIO, 91 ROSSELLI CARLO, 111 ROSSELLI NELLO, 111 ROSSI ACHILLE, 71 ROSSI PAOLO, 111 ROSSI PASQUALE, 111 ROSSI PIETRO, 111 ROUSSEAU JEAN-JACQUES, 45, 111, 114 157 RUSSEL BERTRAND, 111 SABA UMBERTO, 111 SACHAROV ANDREJ DMITRIEVIČ,111 SALVATORI PRINCIPE LUCIA, 105, 138 SALVEMINI GAETANO, 111 SANGUINETI EDOARDO, 111 SANTOPOLO FRANCO, 20, 59 SARINO MAIDA, 21, 59, 65 SAVINIO ALBERTO, 106, 111 SCALFARO CARLO, 14, 59 SCARFONE ROBERTO, 59 SCHELER MAX, 91 SCHELLING FRIEDRICH, 111 SCHOPENHAUER ARTHUR, 111 SCIASCIA LEONARDO, 111 SICILIANI DE CUMIS DARIA, 15, 98 SICILIANI DE CUMIS FELICE, 130 SICILIANI DE CUMIS FRANCESCO, 130 SICILIANI DE CUMIS GIANVINCENZO, 35, 125, 129, 130, 135 SICILIANI DE CUMIS LIDIA, 15, 98 SICILIANI DE CUMIS MATTEO, 15, 41, 51, 60, 98 SICILIANI DE CUMIS VITTORIO, 130 SICILIANO ROSANNA, 59 SIMEONE DOMENICO, 92 SMORFA DON VITALIANO, 63 SNOW CHARLES PERCY, 111 SOCRATE, 114 SOLGENITZIN ALEKSANDR, 111 SOREL GEORGES, 111 SPINOZA BARUCH, 111 STALIN JOSEPH, 111 STEINER GEORGE, 111 STRADA VITTORIO, 111 TEILHARD DE CHARDIN PIERRE, 111 TETI RAFFAELE, 59 TOGLIATTI PALMIRO, 111 TOLSTOJ LEV, 106 158 Indice dei nomi TOQUEVILLE ALEXIS DE, 45 TWAIN MARK, 111 VARGAS LLOSA MARIO, 111 VENEZIANO CORRADO, 121 VERGA GIOVANNI, 111 VENTURA NICOLA, 59 VYGOTSKIJ LEV SEMËNOVIČ, 106 VICO GIAMBATTISTA, 111 VISALBERGHI ALDO, 106, 111, 122 VITALE DINO, 20, 59 VITTORINI ELIO, 111 VOLPONI PAOLO, 111 WARBURG ABRAHAM MORITZ, 106, 111 WALLON HENRY, 91 WEBER MAX, 106, 111 WELLS GEORGE, 111 WITTGENSTEIN LUDWIG, 111 ZAVATTINI CESARE, 103, 106, 110, 111 Indice delle tematiche ricorrenti Affetto, 10, 14, 19, 57, 71, 132, 133, 134 Amicizia, 21, 57, 58, 72, 94, 134 Amore, 42, 54, 55, 63, 71, 85, 87, 93, Anzianità, 18, 19, 65 Archivio, 3, 4, 11, 18, 20, 77, 79, 89, 104, 105, 108, 112, 117, 138, 140, 143, 144 Arte, 105, 107, 108, 109, 130, 134, 145 Atletismo, 42, 45 Autobiografia, 10, 33, 35, 89 Bibliografia, 16, 44, 45, 51 Bontà, 60, 63, 64, 107 Calabria, 5, 16, 36, 104, 107-110, 120, 134, 137, 145 Carattere, 42, 66, 79, 86, 110, 121, 126, 130 Cinema, 59, 65, 108, 109, 112, 113, 114 Collettivo, 18, 26, 47, 69, 92 Comunicazione, 41 sgg., 97, 109, 137, 142-145 Confronto, 51, 67, 92 Crescita, 11, 60, 107, 108, 141 Cronaca, 4, 44, 66, 105, 106, 112, 118, 137 Democrazia, 42, 67, 68 Didattica, 4, 22, 35, 42, 62, 89, 105, 106, 107, 109, 110, 114, 115, 121, 137, 141, 142 Differenza, 9, 17, 20, 25, 26, 30, 31, 42, 44, 58, 66, 93, 134, 141, Difficoltà, 30, 31, 32, 65, 77, 79, 89, 118, 125 Diplomazia, 11, 14 Diritti, 13, 14, 78 Diversità, 25, 27, 28, 144 Dono, 15, 17, 18, 35, 36, 41, 53, 55, 64, 68, 71, 73 Economia, 16, 45, 109 Educazione, 9, 10, 13, 19, 26, 35, 48, 81, 86, 87, 89 sgg., 106, 108, 109, 112-115, 121, 137, 142-145 Emozione, 69, 97 Eredità, 10, 11, 64, 91, 132 Estetica, 9, 10, 46, 79, 104, 112, 113 Etica, 46, 47, 79, 91-94 Famiglia, 3, 4, 11, 13 sgg., 20-23, 2527, 35, 53, 54, 57, 67, 70, 77, 78, 80, 84, 89, 90, 91, 97, 104, 117, 118, 120, 129, 131, 132, 134, 137, 138, 140, 142 sgg. Fede, 130, 134 Ferita, 8, 86, 87 Festività (festa), 28, 53, 130, 134 Figli, 6, 9, 11 sgg., 18-21, 55, 57, 60, 64, 72, 98, 100, 130 Filosofia, 11, 46, 47, 50, 113, 133, Futuro, 3, 33, 43, 44, 80, 141 Genealogia, 117, 131 Genitorialità, 11, 12, 19, 69, 109 Gioco, 17, 26, 29, 30, 35, 38, 46, 48, 54, 62, 97, 134 Giornale, 16, 18, 22, 45, 53, 54, 65, 66, 105, 106, 107, 108, 109 sgg., 131, 139, 145 Gioventù, 19, 20, 44, 45, 48, 57, 58, 60, 65, 66, 69, 71, 79, 81, 83, 84, 93, 98, 114 Giustizia, 46, 57, 72, 78, 84, 141 160 Indice delle tematiche ricorrenti Grafologia, 121, 122, 125, 126 Guerra, 16, 42, 46, 49, 50, 55, 68, 78, 113, 114, 134, 145 Indagine, 3, 18, 41, 42, 44, 48, 51, 81, 91, 104, 108, 117, 119, 130 Infanzia, 26, 110, 113, 133, 134, 144 Informatica, 106, 109, 113 Insegnamento, 4, 35, 62, 64, 80, 83, 93, 107, 109, 114, 141 Intercultura, 46, 61, 93, 107, 109, 144 Interdisciplinarità, 43, 59, 107, 141 Istruzione, 19, 80, 82, 106, 109, 114, 143, 144 Laboratorio, 3, 21, 98, 104, 105, 138, 139 Laurea, 11, 14, 21, 35, 41-44, 48, 51, 72, 86, 104, 121, 126, 130, 131, 139, 144 Lavoro, 7, 18, 25, 26, 38, 41, 43, 44, 48, 49, 51, 52, 67, 68, 78, 88, 103, 109, 113, 121, 130, 143 Legge 7, 9, 14, 80, 81, 83, 85, 103 Letteratura, 26, 47, 73, 114 Lettura, 21, 31, 32, 42, 45, 70, 84, 91, 92, 107, 131 Libertà, 36, 46, 66, 137 Madre, 6, 11, 14, 15, 20, 21, 27, 31, 39, 77, 86, 134 Mediazione (Mass media), 20, 45, 62, 105, 108, 109, 138-141 Memoria, 4, 5, 15, 16, 34, 43, 54, 55, 57, 62, 70, 71, 72, 85, 99, 118, 119, 130, 133 Meridione (Mezzogiorno), 66, 67, 106, 109, 120 Morte, 70, 78, 112, 129-132 Nascita, 12, 27, 45, 60, 129, 144 Natale, 4, 5 sgg. Natura, 10, 14, 16, 19, 29, 42, 61, 71, 79, 90, 91, 94, 103, 112, 134, 137, 139, 141 Nipoti, 6, 14, 15, 17 Pace, 6, 18, 22, 42, 46, 54, 83, 132, 134, 145 Padre, 5, 9, 12, 14, 15, 20, 21, 37, 55, 57, 71, 98, 100, 104, 117, 123, 124, 130, 132, 133, 134 Passato, 3, 33, 44, 49, 67, 73, 117, 118, 130 Paura, 27, 33, 68 Pedagogia, 9, 11, 25, 26, 35, 46, 50, 62, 89, 97, 98, 103, 109, 112, 114, 144 Poesia, 71, 73, 87, 113, 145 Politica, 20, 21, 22, 41 sgg., 59, 66-70, 79, 80, 81, 86, 109, 134, 145 Privato, 4, 20, 22, 81, 84, 108, 117, 130 Progetto, 7, 26, 49, 57, 68, 80, 89, 93, 104, 122, 137, 138, 139, 140 sgg. Prospettiva, 10, 26, 41, 59, 60, 94, 130 Psicologia, 9, 17, 106, 114, 125 Pubblico, 4, 80, 84, 97, 103, 109, 117, 130, 139, 142 Qualità, 19, 26, 38, 47, 60, 78, 98, 100, 107, 108, 112, 114, 130 Quantità, 19, 50, 53, 104, 108, 112, 117, 131 Quotidianità, 69, 70, 106, 107, 114 Raccolta, 104, 105, 107, 110, 113, 137, 140 “Radici”, 9, 16, 85, 86, 137 Rapporti, 4, 16, 25, 50, 57, 60, 67, 68, 70, 78, 90, 91, 93, 107, 109, 114, 141 Relazioni, 16, 46, 50, 57, 89, 91, 114 Religione, 10, 15, 47, 48, 61, 66, 77, 79, Indice delle tematiche ricorrenti 84, 92-94, 118, 120, 123, 132, 134 “Rete” (internet, web), 45, 117, 119, 123, 131, 138, 139, 145 Ricerca, 135, 137, 141, 144 Ricordo, 15, 17, 20, 28, 29, 31, 53, 58, 59, 60, 61, 65-68, 71, 121, 130, 131 Rinnovamento, 22, 45, 50, 106 Risorse, 62, 89, 107, 109, 130 Rivoluzione, 49, 112 Salute, 70, 80, 134 Scelte, 11, 18, 19, 41, 43, 61, 65, 66, 67, 71, 79, 94, 108, 134 Sentimenti, 65, 85, 97, 112, 125, 130, 133, 145 Scambio, 3, 6, 17, 36, 48, 70, 107 Scienza, 109, 134, 141, 144 Scrittura, 21, 26, 31, 32, 43, 51, 66, 103, 106, 109, 113, 125, 126 Scuola, 29, 30, 31, 48, 54, 58, 59, 61, 63, 65, 66, 69, 71, 80, 81, 83, 94, 106, 107, 109, 112, 114, 115, 131, 134 Sociale, 15, 18, 22, 25, 44, 49, 57, 59, 62, 79, 91, 94, 104, 109 Società, 15, 16, 20, 22, 44, 45, 46, 48, 67, 78, 89, 109, 114, 120, 137 Sogno, 18, 100 Sport, 41, 45 sgg., 50, 66 Storia, 4, 9, 10, 15-18, 20, 21, 35, 44, 53, 54, 64, 68, 70, 71, 91, 97, 104, 105, 106, 107, 108, 110, 112, 113, 114, 117, 118, 119, 120, 123, 130, 131, 133, 134, 137, 140 Sviluppo, 22, 35, 51, 94, 107, 108, 109, 110, 117, 125, 141 Teatro, 47, 58, 89, 108, 109, 112, 113, 114 Televisione, 108, 113, 114 Tesi, 42, 48, 104, 125, 144 161 Testamenti, 9 sgg., 27, 104, 131 Testimonianza, 3, 57, 64 Umanità, 25, 60, 70, 93 Università, 15, 16, 48, 50, 65, 73, 77, 103, 107, 109, 115, 121, 131, 134, 137, 142, 143, 144, 145 Valori, 46, 63, 68, 93, 94, 106, 107, 112, 115, 141, 143 Vecchiaia, 12, 19, 26, 54, 55, 58, 69, 113, 130 Viaggio, 16, 32, 36, 92, 100, 109