L’ANNO DI GENOVESI La vita e il pensiero ∗ Antonio Genovesi nacque il l° novembre 17131 in un borgo rurale presso Salerno, che nel 1861 avrebbe aggiunto orgogliosamente al toponimo il cognome del suo più illustre figlio e si sarebbe chiamato Castiglione del Genovesi. Il padre Salvatore, la madre Adriana Alfinito e i tre fratelli minori Adriano, Tommaso e Pietro ci vengono presentati nell’Autobiografia con scultoria evidenza, grazie a un linguaggio in cui felicemente si accoppia all’efficacia della parola e alla forbitezza dello stile una precisione che potremmo dire scientifica nel cogliere e nel descrivere i caratteri fisici e psichici. Il padre fu sempre pienamente responsabile dei suoi doveri: si deve anche alla sua presenza vigile e costante, alla capacità di individuare e attuare ponderate decisioni, se il figlio maggiore uscì indenne da momenti particolarmente difficili della sua vita. La madre, purtroppo, non confortò per molto tempo la famiglia della sua premurosa e affettuosa assistenza: mo rì alla giovane età di 28 anni, seguita successivamente da Adriano e Tommaso. La sua perdita non poté non lasciare un vuoto incolmabile nell’anima sensibile di Antonio, se in età matura ∗ Nel bicentenario della morte di Antonio Genovesi, la notizia forse più consolante è stata data nel convegno tenutosi a Salerno il 23 e 24 settembre con l’annunzio di una edizione critica delle sue opere che dovrebbe essere curata da un gruppo di studiosi in cui emerge, a giusto tito lo, Franco Venturi, molto noto per le sue opere sul Settecento illuministico italiano ed europeo. E’ un debito riconoscimento al pensiero del grande economista che, pur vibrando per certi aspetti di una attualità non mai sconfessata, è andato soggetto a periodi di temporanea eclisse; e denota, d’altra parte, tale annunzio, un sintomatico orientamento degli studi, volti a ricercare nel secolo dei lumi le basi e i problemi della società contemporanea. 1 EUGENIO D’ACUNTI___________________________________________________________________________ il ricordo era tanto vivo da ispirargli un ritratto di lei dai contorni netti e vigorosi, testimonianza di una non spenta nostalgia: « ...aveva il volto bianco, in cui il rosso bastava ad animarlo: gli occhi negri: le membra assai proporzionate: era delle belle donne. Aveva l’animo dolce e gentile: le maniere civili.., era piena di religione, ma tutta semplice ». Toccò al padre, che esercitava il mestiere di calzolaio, addossarsi completamente il peso dell’assistenza materiale, e dovette assumersi, inoltre, la guida morale dei figli ancora piccoli. I proventi derivanti dal suo lavoro, arrotondati dalla rendita che gli forniva la dote della moglie, erano tali da fargli pensare per tempo alla condizione ecclesiastica, tranquilla se non proprio lautamente remunerativa, come vera valvola di sicurezza per il figlio maggiore, che dimostrava intelligenza acuta, memoria sorprendente, volontà tenace e attitudine particolare allo studio. Il Genovesi fece i suoi primi studi fino all’età di 14 anni sotto la guida di ecclesiastici del paese, apprendendo in modo piuttosto superficiale le discipline umanistiche e la retorica. All’età di 15 anni vestì l’abito clericale; ma un ostacolo si opponeva alla prosecuzione della strada intrapresa: la costituzione del « sacro patrimonio », indispensabile per ottenere l’ordinazione sacerdotale. Gli venne incontro, in tale circostanza, un suo parente, Giuseppe Ventura di Buccino, che contribuì con il padre alla donazione « durante la sua vita terrena et non ultra » di beni immobili ammontanti a un valore di 350 ducati, che avrebbero fruttato una rendita annua di 15 ducati. Romanzi, amore e delusione. Studiò poi, fino all’età di 18 anni, filosofia aristotelica e filosofia cartesiana sotto la guida di un suo congiunto, Niccolò Genovesi. Da questi studi, compiuti secondo una prassi ormai secolare, gli derivò una deleteria tendenza alla disputa indiscriminata e cavillosa. Dice a tal proposito nell’Autobiografia: « lo divenni sì contenzioso nella peri-patetica (della « setta dei Gesuiti »), per la continua cura che aveva mio padre di farmi disputare con i frati, ch’io tutto che disputassi quasi sempre senza intendermi, n’era riputato peritissimo e avea posto spavento a’ professori anche consumati. Io scriveva pro e contro sopra tutto. Era vero scettico ». Ciò non era certo un risultato lusinghiero e incoraggiante, né poteva essere la base di una maturazione autonoma e critica di pensiero. Privo di un coerente e valido orientamento speculativo, ma mente potentemente assimilatrice, sosteneva dunque, senza intima convinzione, l’una o l’altra dottrina, dando prova di spiccate doti dialettiche ma prestandosi (e ne era purtroppo vittima inconsapevole) all’andazzo di vuote e sterili disquisizioni. Si spiega così come in un animo non preparato moralmente, ma ingenuamente disposto ad imbeversi di cultura, la lettura di romanzi cavallereschi, pieni di amori e di avventure, si abbattesse quasi furioso vento di tempesta ad infrangerne le deboli difese. « ...Io correvo alla mia ruina — afferma lo stesso Genovesi —. I studii filosofici mi pare- 2 ________________________________________________________________VITA E PENSIERO DI GENOVESI vano insipidi. Io mi ero rallentato nello studio ». E' facile scorgere in queste parole un senso di non ancora sopito sgomento. Come non ricordare l’analoga esperienza di Rousseau, che, in più tenera età e dotato anche di un temperamento più violentemente conflittuale, aveva trovato nel padre, come il giovane Genovesi in don Saverio Parrilli, la guida e l’ispiratore di un genere di letture che mordevano profondamente nella acuta sensibilità di una giovane anima? Ma la vigilanza del rigido padre pose fine a questo periodo di dispersione, con la proibizione severa all’incauto giovane di ogni rapporto con il suo « direttore di romanzi », come il Parrilli viene da lui chiamato. Conseguenza non prevista: « il gusto per i romanzi e l’oscurità della peripatetica » gli resero cara la filosofia cartesiana e gli risvegliarono un grande amore per la storia e la letteratura. Nel 1730 gli erano intanto stati conferiti gli ordini minori e, per tal motivo, aveva l’obbligo di servire nella propria parrocchia. Mentre studiava teologia e diritto canonico, a 18 anni « s’innamorò ardentissimamente di una bella giovane di nome Angela Dragone, vaga e gentile e di spirito amabile »: così dice nel suo Elogio storico in onore del Genovesi il suo discepolo G. M. Galanti. Ma questo amore, che il pensatore salernitano ricorderà sempre quasi con angoscia, non lo allontanò dagli studi; anzi, per far cosa gradita alla sua amata, che egli elevava al rango di ispiratrice di nobili ed ardue imprese, si immerse con rinnovata lena negli studi. Il padre, tuttavia, accortosi di quell’intesa amorosa quando ormai era nota lippis et tonsoribus, con un atto di irrevocabile imperio lo relegò a Buccino (Salerno), presso un parente. E fu la sua fortuna. Qui infatti strinse amicizia con il dotto arciprete don Giovanni Abbamonte, ch’era stato allievo del rinomato seminario di Aversa. Costui gli perfezionò la cultura umanistica e gli impartì anche lezioni di teologia e di diritto sia canonico che civile, mentre la lettura degli autori latini e greci conferiva al giovane allievo elette forme di stile e avvincente capacità oratoria. Ma, proprio quando stava facendo più profitto di una accurata revisione, selezione e integrazione delle sue conoscenze, dopo un anno e mezzo, dovette ritornare al paese a causa di una malattia del padre. Se non che, con sua grande gioia, trovò l’ammalato ristabilito abbastanza bene in salute. Trovò, tuttavia, anche una brutta novità, nel suo paesello. Infatti, nonostante le reciproche promesse di fedeltà, la sua « pizzonchera », come teneramente chiamava Angela Dragone, si era maritata a « un ispido e feroce capraio ». La sua amarezza fu pari alla sua sorpresa. Rifiutato ogni inutile e, data la natura del capraio, anche pericoloso chiarimento, cominciò a contribuire alle esigenze familiari con lezioni private di lingue classiche. Dopo aver sostenuto un esame di teologia dommatica, fu ordinato suddiacono il 24 settembre 1735. La solida preparazione lo imp ose alla attenzione dell’arcivescovo di Salerno mons. Fabrizio Di Capua, che concepì per lui un’affettuosa stima. Lo volle pertanto insegnante di eloquenza nel suo seminario, « uno dei principali del Regno », come lo qualifica il Genovesi nell’Autobiografia. 3 EUGENIO D’ACUNTI___________________________________________________________________________ Qui egli apprese, sotto la guida di don Antonio Doti, vice rettore del seminario, la lingua francese e perfezionò la lingua italiana e la lingua latina. Si dedicava frattanto a una lettura assidua dei Padri della Chiesa, della S. Scrittura e di opere filosofiche, con conseguenze nocive per la salute a causa della intensa applicazione. Dopo due anni fu ordinato sacerdote. La morte dell’arcivescovo veniva intanto a spezzare il legame che lo teneva a Salerno. Perciò, nel 1738, raccolta un’eredità dovuta a un lascito dello zio don Sabato Alfinito, si trasferì a Napoli con il padre. Influssi illuministici e fremiti di rinnovamento. Il nuovo ambiente era percorso da profondi fremiti di rinnovamento filosofico, morale, politico e giuridico, impregnato di polemiche ideologiche e religiose. La poderosa statura morale e filosofica del Vico, ancora tanto incompreso, impressionò il Genovesi che ne ascoltò le ormai sporadiche lezioni. Nonostante l’ammirazione tributatagli come a uno dei suoi maestri2 , non si può dire, però, che lo abbia seguito. Il suo pensiero era molto più sensibile agli influssi che provenivano d’oltralpe e d’oltremanica, da cui il verbo illuministico si irradiava pei l’Europa intera, propugnando un uso spregiudicato della ragione ridotta nei limiti del mondo dell’esperienza, fuori dei quali non sussisterebbero che problemi insolubili o fittizi. La potente carica di sensibilizzazione degli ambienti culturali del tempo, che l’illuminismo portava con sé in virtù del suo programma di critica radicale e corrosiva nei confronti di un passato esecrato, si incontrò nel Genovesi con l’innato senso di equilibrio e con la sua preferenza del concreto contro i mirabili ma sterili equilibrismi della ragione. La cultura illuministica doveva fare il suo ingresso nel Regno di Napoli soprattutto per merito suo, avendo ben compreso l’utilità di studiare le nuove idee anche per aver la possibilità di combatterne gli errori con le stesse armi logiche. La sua personalità già positivamente orientata verso una funzione sociale della cultura, trovava a Napoli quell’humus in cui avrebbe potuto svilupparsi e corroborarsi. Qui infatti lo sperimentalismo galileiano. pur nel suo persistente connubio con una ispirazione platonica, non aveva cessato di agire in profondità nel mondo accademico, insieme con il pensiero dei grandi filosofi meridionali. Inoltre, fin dal primo Settecento aveva cominciato a diffondersi in Italia la filosofia lockiana, anche se tra non poche difficoltà, a causa della ambigua posizione religiosa. Né si può tacere il formidabile impulso dato al problema dei rapporti tra le Stato e la Chiesa dal giurisdizionalismo giannoniano, specialmente per il carattere di missione che gli aveva conferito lo scrittore anticurialista. esponendosi a quella feroce persecuzione che non lo avrebbe abbandonato fino al termine dei suoi giorni nello squallore delle prigioni sabaude. Un ambiente quindi composito, ma dove sui problemi di pura speculazione prevalevano quelli morali, politici, sociali. Intanto il giovanissimo re Carlo III di Borbone, sotto cui il Re- 4 ________________________________________________________________VITA E PENSIERO DI GENOVESI gno di Napoli riacquistava la propria indipendenza politica dopo la guerra di successione polacca, ispirandosi alla politica del dispotismo illuminato che trionfava da un capo all’altro dell’Europa, si accingeva a un compito di gran lunga più arduo degli altri regnanti italiani, in quanto il Mezzogiorno presentava delle condizioni oggettive di più difficile soluzione, sia nei confronti della Chiesa per le pretese di dominio ch’essa vantava sulla base di antichi diritti di sovranità feudale risalenti all’epoca dei Normanni, sia nei confronti della classe feudale che con i suoi privilegi di casta, con i tribunali signorili e con le giurisdizioni particolari, costituiva un vero stato entro lo Stato, sia, ancora, nei confronti della classe ecclesiastica che godeva di un gran numero di immunità e possedeva estesi beni di manomorta difesi da statuti, diritti e consuetudini tali da paralizzare la stessa azione del governo centrale. Data questa condizione di fatto, che molto schematicamente abbiamo cercato di delineare, non meraviglierà l’atteggiamento che il Genovesi, vero figlio del proprio tempo, assumerà di fronte ai problemi più inquietanti della sua epoca. Prima cattedra di economia politica. Ben presto conosciuto anche a Napoli, dopo avervi tenuto privatamente un corso di filosofia da lui stesso abbozzato, ad appena 28 anni, il dotto prete di Castiglione fu incaricato dal prefetto degli studi mons. Celestino Galiani di insegnare metafisica (1741) ed etica (1745) alla Università. Ma le lotte non potevano mancare in un ambiente dove cozzavano diversi diritti e opposte organizzazioni, che rendevano la atmosfera satura di sordi rancori, di intolleranze reciproche e di perenne ostilità. Perciò, la libertà d’insegnamento instaurata dal giovane filosofo non poteva essere apprezzata in siffatto contesto culturale gretto e reazionario, anzi lo espose addirittura a persecuzioni.Soltanto la protezione autorevole del Galiani ne impedì l’arresto e la condanna come eretico quando pubblicò la Metafisica (1743-47); gli venne peraltro sbarrata la strada alla cattedra di teologia nel 1747, perché uno dei concorrenti alla stessa cattedra presentò a Roma una lista di 14 proposizioni che sembravano non del tutto ortodosse e che erano state malevolmente estratte dai manoscritti di carattere teologico, largamente diffusi dai suoi discepoli. Fu così che il Genovesi, per non arrovellarsi e immalinconirsi inutilmente come aveva fatto il Vico allorché s’era visto bocciato per la cattedra di diritto, decise di cambiare rotta di studi e di non più trattare ex professo di teologia: infatti, l’opera Universae christianae theologiae elementa dogmatica, historica, critica venne pubblicata a Venezia soltanto due anni dopo la sua morte, nel 1771. Proprio in seguito a questo scacco, tuttavia, cominciava la ricca serie delle opere del nostro studioso, che, pur riguardando prevalentemente la logica e la metafisica, non esprimono affatto i titoli di suo maggior merito, non essendo egli un filosofo originale, ma piuttosto un 5 EUGENIO D’ACUNTI___________________________________________________________________________ felice divulgatore delle idee dominanti del tempo, e semp re rimanendo, in sostanza, ancorato all’insegnamento della Chiesa. Doveva viceversa acquistare fama europea, e non solo europea, dalla sua riflessione sul mondo dell’economia. Egli esprimeva con perspicuità l’orientamento delle sue idee quando non a caso dichiarava « occupazione vana e nocevole ogni studio che non mira alla soda utilità degli uomini ». E’ lo spirito dell’Enciclopedia nella sua formulazione più concreta: « Una funzione della ragione è quella di dedurre partendo da verità semplici ed evidenti, ma la sua funzione principale è quella di osservare i fatti e di indurre le leggi. La ragione deve limitarsi alle conoscenze utili all’uomo, perché tutto ciò che non serve è vano, e va bandita la pura curiosità » (R. Mousnier e E. Labrousse, Il XVIII secolo, Firenze 1959, pag. 69). Perciò l’economista di Castiglione provava disdegno per la vecchia metafisica e voleva una filosofia « tutta cose ». Perciò professava un’incondizionata ammirazione per Galilei, « Ercole italico » che aveva fugato i mostri delle astrazioni e aveva fondato sulla sintesi di ragione e senso la scienza moderna. E per lo stesso motivo esaltava Newton su Cartesio e i metafisici wolfiani: non ipotesi, desiderava, ma sapere organico e scienza basati sull’effettiva osservazione della realtà. A buon diritto, allora, Guido Della Valle definisce Antonio Genovesi « il più realista tra i filosofi meridionali del secolo XVIII ». Indagatore spesso sagace e pensatore di eccezionale acutezza, egli rigetta ogni narcisismo della ragione che lavori su premesse logicamente incontrovertibili ma sterili e incapaci di trasformare il mondo. Una tendenza decisamente empiristica, insomma, costituisce l’anima del suo pensiero. Fu questa tendenza a volgerlo, negli ultimi tre lustri della sua vita, alla considerazione del mondo degli uomini e allo studio dei problemi economici, inserendolo nella storia del rinnovamento sociale, politico ed economico specie del Regno di Napoli. L’amicizia poi con Bartolomeo Intieri, matematico ed economista fiorentino dotato di elevata cultura e intelligenza, gli valse la designazione a professore della nuova cattedra di « Commercio e meccanica », che il toscano volle istituire nella Università di Napoli a condizione che ne fosse titolare il Genovesi, di cui aveva imparato ad apprezzare le dottrine in privati colloqui, dotandola di un assegno annuo di 300 ducati. Era il 5 novembre 1754; per la prima volta entrava la scienza economica nelle università e per la prima volta in Italia si abbandonava il latino accademico per la lingua italiana. A proposito della sua prima lezione di scienza economica, il nostro professore in talare scriveva a Giuseppe De Sanctis: « Nel cinque corrente, feci il mio discorso preliminare con uno straordinario concorso, tuttoché io non avessi fatto invito. Parlai un’ora non solo senza aver mandato niente a memoria, ma senza aver scritto di quello che dissi. Con tutto ciò, il discorso fu ricevuto con applauso e subito diffuso per tutta la città. È stata bella, che alcuni volevano copiarselo, ed io non ho potuto loro dire che, dopo averlo detto, ne avevo perduto anche l’originale. 6 ________________________________________________________________VITA E PENSIERO DI GENOVESI Il giorno seguente, cominciai anche a dettare. Grande fù la meraviglia in sentirmi dettare in italiano: sicché, essendomene accorto, nel cominciare la spiegazione, dovetti cominciare dai pregi della lingua italiana e urtar di fronte il pregiudizio delle scuole d’Italia... La mia scuola è stata sempre piena in guisa che molti non ci han trovato luogo: e la maggior parte sono uditori di barba e vari ceti. Gli scriventi sono quasi cento: i giovani non ancora intendono l’utilità di queste materie, e dove non si sente citare Giustiniano o Galeno non troppo sentono del gusto, ma si vuole andare avanti con coraggio e si vuole rompere questo ghiaccio. Gran moto è nato da queste lezioni nella città; e tutti i ceri domandano libri di Economia, di Commercio, di Arti e di Agricoltura: e questo è buon principio... L’Università di Napoli, in cui avevano insegnato geni della statura di un Tommaso d’Aquino e di un Giambattista Vico, con l’economista salernitano conobbe una fase di nuova e fulgida gloria. E giustamente Michelangelo Schipa sostiene che il nuovo insegnamento da lui impartito costituì « il maggiore avvenimento universitario del secolo ». Fama europea e tempestoso tramonto. La fama di Antonio Genovesi si propagò rapida per tutta l’Europa e crebbe quando un dieci anni più tardi furono pubblicate le sue Lezioni di commercio. Il successo fu così strepitoso che « niun forestiero di conto giunse a Napoli, che non procurasse di ascoltarlo nella cattedra o di visitarlo per conoscere un tanto uomo ed avervi seco discorso. Il principe di Brunsvik, quando fu in Napoli, si portò all’Università insieme col duca Mechelburgo per ascoltar l’abate Genovesi » (cfr. Luigi Russo, Antologia di critica letteraria, Firenze 1964, pag. 527). Con l’allontanamento dei gesuiti (1767) don Genovesi ebbe l’incarico dal re Carlo III, su suggerimento del Tanucci, di studiare un progetto di riforma scolastica che prevedeva la fondazione di nuove accademie, di studi superiori e di collegi. Si accinse all’opera con tutto l’ardore del suo animo generoso e con tutta la sua lunga esperienza della scuola. Patrocinò, tra l’altro, che l’istruzione elementare fosse impartita gratuitamente, in scuole gestite dallo Stato, e che venissero istituite scuole medie idonee a far varcare le soglie dell’Università. « Spirito profondamente religioso, comprese l’importanza dell’elemento soprannaturale nell’educazione della gioventù, ma anche qui egli portò la sua avversione per l’elaborazione scolastica della dottrina rivelata e suggerì l’abolizione delle cattedre di teologia, proponendone una di Catechismo storico della dottrina cristiana, in cui si esponessero i dommi e la morale secondo l’insegnamento della Scrittura, dei Padri e dei Concili. « Mirando sempre all’elevazione delle classi popolari, propugnò, ancora una volta, l’insegnamento in lingua italiana, per togliere la barriera della lingua latina, che rendeva l’istruzione patrimonio di pochi privilegiati. 7 EUGENIO D’ACUNTI___________________________________________________________________________ « Egli stesso aveva intrapreso una collana di opere filosofiche in italiano, pubblicando successivamente La logica per gli giovanetti (1766), La scienza metafisica per gli giovanetti (1766), e la Diceosina (1767), che è un vero trattato di filosofia del diritto, in cui spicca ancora la sua tendenza illuminista del diritto naturale che prescinde dalla dottrina rivelata, tendenza però moderata e racchiusa nei limiti dell’ortodossia». (Alfonso Tisi, Il pensiero religioso di Antonio Genovesi, « Luce Serafica », luglio-agosto 1969, pagg. 346-47). Nel 1768 l’illustre economista ebbe una parte importante anche nel provvedimento di abolizione della cattedra delle Decretali, prendendo occasione dalla morte dell’ultimo titolare. Egli asseriva, infatti: « ...fino a tanto che il sistema canonico sarà disgiunto dal sistema politico, lo stato civile sarà un tutto precario e il conflitto di giurisdizione persisterà sempre... ». Di fronte alla sua decisa azione di riformatore si scatenò « l’invelenita rabbia » dei suoi nemici personali e di quanti avevano « interesse di odiar la filosofia e di perseguitare i filosofi ». Pasquale Cirillo ebbe addirittura l’impudenza di affermare che quel grande educatore 3 corrompeva i giovani con la sua « falsa scienza e malvagia morale », mentre egli aveva costantemente raccomandato loro di non studiare se non per il bene della Patria 4 e dell’umanità. E verso la fine del sec. XVIII, in un opuscolo anonimo, dal titolo Giannone dai Campi Elisi, al geniale ma equilibrato riformatore si giunse a far lo sciocco addebito di essere stato « il primo a svegliare imprudentissimamente il gusto democratico tra noi ». A rendergli tempestoso anche il tramonto dell’esistenza, scoppiò una violenta polemica con un tal fra Mamachio che lo definiva in una sua opera in difesa dei diritti della Chiesa « nimico di Dio e della religione », per aver osato mettere in discussione le pretese della Curia nel Regno di Napoli. Nel 1769 si ritirò per breve tempo a Ischia, con la speranza di trovare un sollievo alla sua malferma salute, mentre la cattedra veniva tenuta temporaneamente da Francesco Longano. Forse presentendo l’imminente fine, volle rivedere i suoi cari discepoli. Poi l’idropisia e un vecchio mal di cuore, insieme con l’eccesso di lavoro, lo portarono alla tomba il 23 settembre 1769. Nobile testamento e influssi della scuola genovesiana. Si era preparato alla morte con la lettura e la meditazione della Bibbia e dei Santi Padri. « Ivi assopisco i miei mali; libri divini, libri soli veramente consolatori », scriveva a un amico. (Lettere familiari, II, 82). « Il suo testamento — dice il Tisi nel citato articolo — contiene nobili espressioni di fede, che dimostrano la rettitudine con cui egli operò per la verità, anche se, talvolta, il suo attaccamento alle nuove dottrine di riforma lo trascinò all’errore ». 8 ________________________________________________________________VITA E PENSIERO DI GENOVESI Ecco il testamento: « A Voi, che siete il Padre nostro, il cui nome sia magnificato in eterno, e la cui volontà, a misura della vostra grazia e delle mie deboli forze, mi sono studiato di adempire, raccomando lo spirito mio. Voi siete il mio principio, Voi il mio fine. Ho amato l’uomo, e ho cercato di essergli utile: so che questa è la Vostra legge. Sono nelle mani della Vostra eterna giustizia, ma son Vostro figlio, e Voi amate di esser chiamato mio Padre; non vogliate guardare alle mie debolezze o alla mia ignoranza; ma alla vostra divina bontà, ed alli meriti di Gesù Cristo figliuol Vostro, nostro Signore. Amen... Ho creduto nei miei scritti di difendere la Religione verso il nostro Creatore, e la giustizia e l’amore verso gli uomini. Può stare che mi sia ingannato in alcuni punti; priego i miei amici e scolari a voler venerare il vero, e non già l’amico e il maestro. Uno è il nostro Maestro, che è Dio ». Dopo le esequie, che mossero dalla sua modesta casetta alle pendici di Capodimonte e che costituirono una vera apoteosi, fu sepolto nella Chiesa di S. Eframo nuovo o Chiesa dei Cappuccini nuovi, all’inizio di via Matteo Renato Imbriani, in vista della notis sima via napoletana Salvator Rosa. Ci fu chi con ammirevole cura avrebbe voluto dare una migliore sistemazione alle ossa di quel grande, ma non trovò tracce per poterle identificare. Del vasto programma di riforme da lui prospettato nei vari campi, ben piccola parte ne venne attuata durante la sua vita. Egli era mo rto, tuttavia, con la coscienza di lasciare dietro di sé molti valorosi e affezionati discepoli, che si sarebbero fatto un ineludibile dovere il continuare e sviluppare la sua opera. Tra essi basti citare il Galanti, il Palmieri, il Delfico, il Filangieri, il Pagano, il Forges Davanzati, l’Odazi e Pasquale Paoli. A dirci in quale stima e venerazione fosse tenuto dai suoi discepoli è sufficiente ricordare che il Delfico lo definì « padre e creatore dei nostri ingegni », il Forges Davanzati, che fu vescovo di Canosa, « filosofo imperituro e arditamente moderno in nuovi campi dello scibile » e il Galanti al suo famoso Elogio storico premise queste commosse parole: « Scrivendo questo libro, non ebbi altro motivo che di rendere un omaggio di rispetto e di gratitudine, che la mia patria doveva alla memoria di un cittadino illustre, che l’ha onorata e beneficata ». « Questa singolare adorazione dei discepoli era determinata da due motivi: la immensa cultura e la infinita bontà del maestro. « Soprattutto a Genovesi è applicabile la famosa frase, con cui Giovanni Bovio, nel 1884, chiuse il suo discorso, tenuto nell’aula magna dell’Università di Napoli, sull’insegnante di estetica Antonio Tari: “La grande scienza è gran cuore” » (Saverio Cilibrizzi, Il pensiero, l’azione e il martirio della città di Napoli nel Risorgimento italiano e nelle due guerre mondiali, Conte Editore, Napoli 1961, Vol. I, pag. 77). Gli influssi della scuola genovesiana quindi, così feconda di vividi ingegni e di devoti discepoli, si estesero ben oltre i ristretti confini del Regno di Napoli e ben oltre il non lungo arco di vita del- 9 EUGENIO D’ACUNTI___________________________________________________________________________ l’illustre figlio del piccolo borgo rurale alle porte di Salerno5 . Le sue idee, tanto per limitarci soltanto al settore della scuola, costituirono il presupposto di importantissime riforme universitarie, con cui si « provvide a creare varie cattedre più rispondenti alle necessità della cultura moderna, come la cattedra di agricoltura, quella di storia naturale, quella di chimica e quella di geografia fisica » (S. Cilibrizzi, o. cit., pag. 71). L’ispirazione etica. A sottolineare subito la viva esigenza etica che fa vibrare il pensiero genovesiano, ci piace riportare la parte iniziale della introduzione alle Lezioni di commercio. Vi si legge: « Comecché tutte le Scienze sieno utilissime, e degne di essere fervorosamente coltivate, conciossiaché tutte sieno ordinate ad accrescere, e perfezionare il fondo della ragione primo, e principale istrumento della vita umana, e d’ogni suo bene; quelle nondimeno, dopo le divine contemplatrici della prima Cagione, e dimostratrici dell’eterna felicità, sono, stim’io, più da commendare, e seguire, e coltivare, le quali più da vicino riguardano e intendono alla presente comodità e tranquillità nostra. Tra queste per comun sentimento dei Savi in primo luogo e maestevole sono da collocar quelle, che Etiche i Greci, e noi Scienze morali chiamiamo: imperciocché elleno più dappresso, che l’altre non si fanno, l’occhio tengono e proveggono ai nostri bisogni. In fatti queste Scienze per ogni verso mirano alla miglioria dell’uomo. Perciocché quella, che è detta propriamente Etica, considerando l’uomo in generale, studiasi di svilupparne l’impasto, con dimostrare la natura de’ nostri istinti, affetti e forze, e sì ingegnasi di formarci al ben vivere. L’Economia il riguarda come Capo, e Principe della sua famiglia, e istruiscelo a ben reggerla, e procacciarle virtù, ricchezze, gloria.Finalmente la Politica il contempla come gran Padre, e Sovrano del popolo, e ammaestralo a governar con iscienza, prudenza, umanità ». Le scienze, insomma, che il Genovesi chiama morali, riguardando l’uomo sia nella sua individualità sia nella totalità dei rapporti intersoggettivi o comunitari, sono le scienze autenticamente umane. Precorrendo la dottrina di Augusto Comte, il quale, considerando inutile ogni indagine separata dai fenomeni sociali, avrebbe assegnato alla sociologia il compito di studiare tutti gli aspetti delle umane società, il filosofo salernitano concepisce le scienze dell’uomo come un unico organismo che si struttura nelle singole parti. Questa unità è realizzata dall’etica. Infatti, l’economia civile è strettamente legata alla politica, diretta come è a tutti coloro che governano una comunità e devono pertanto sapere non solo l’arte del giusto e dell’ingiusto (giurisprudenza) ma anche la economia, che promuove, accresce e mantiene il patrimonio della comunità. Perciò egli ritiene incapaci di esercitare le loro funzioni coloro che « non hanno altro studiato che il solo Giustiniano e i suoi commentatori ». L’economia civile, d’altra parte, per lui è strettamente vincolata 10 ________________________________________________________________VITA E PENSIERO DI GENOVESI all’etica, che egli, a Napoli, fu il primo a trattare come una disciplina razionale e indipendente dalla teologia, pur dimostrando che è per sé insufficiente e che è necessario che venga illuminata dalla luce della Rivelazione. Così scriveva nel Discorso sopra il vero fine delle lettere e delle scienze: « ...Gente di mal costume non solo non esercita industria.., ma attraversa ed impedisce eziandio in infinite maniere quella dei buoni ». Il Genovesi, quindi, aveva nella massima considerazione l’uomo integrale, l’uomo cioè che, pur inserito nel processo del lavoro produttivo, non deprime le componenti spirituali della sua vita, che lo fanno soggetto di legge morale e portatore di norme universali. Così, nonostante facesse oggetto di preminente attenzione i rapporti della vita economica, non intendeva abdicare ai titoli che pongono l’uomo al sommo della gerarchia degli esseri viventi e respingeva ogni tendenziosa interpretazione del suo pensiero intesa ad avallare una concezione in cui l’uomo è visto solo come una componente della prassi economica. Per lui l’uomo è sintesi di natura e ragione. Una volta rotto questo equilibrio a favore di uno dei due termini, ne deriva una mutilazione disumanizzante con la prevalenza della ragione astratta o dell’alienante esteriorità fisica. Inoltre, per il Genovesi la regola della virtù è « riconoscere a ciascuno il suo diritto ». La giustizia, insostituibile fondamento della società, comprende per lui tutte le altre virtù e si pone come base e vertice di esse nello stesso tempo. Affermava che il primo punto di un uomo onorato è di essere giusto e che dove non c’è giustizia non c’è neppure ordine. Ed è indispensabile non dimenticare mai che i diritti delle famiglie nascono dai diritti delle persone, e i diritti dei corpi politici dai diritti delle famiglie. Allo stesso modo si deve dire dei doveri, i quali trovano la loro prima scaturigine nel possesso che ogni uomo ha, per nascita, di determinati diritti, che vanno assolutamente rispettati. Però, bisogna tener presente che, per la necessità di formare strutture politiche, gli individui, con il patto sociale, rinunziano in favore dello Stato a una parte della loro libertà, mentre lo Stato deve impegnarsi, da parte sua, a perseguire la massima felicità dei singoli. Ben diversa questa concezione dell’uomo e dello Stato, certamente non lesiva delle prerogative della persona umana, da quella hobbesiana, in cui l’individuo inerme e indifeso viene sacrificato alla potenza del biblico Leviatano. Il fine dunque dello Stato è il benessere e la felicità dei cittadini, perché i cittadini sono lo Stato. Però, per la realizzazione di questo fine, è necessario che i legislatori conoscano la natura umana con i suoi istinti, bisogni, desideri. In questa indagine il Genovesi, che vagheggia l’avvento del filosofo politico, elabora una dottrina che resterà poi la base di future e più approfondite indagini. Base della coscienza e segreto della felicità. Nella prima parte della sua opera più importante, Lezioni di commercio o sia di Economia civile, il nostro pensatore esamina psico- 11 EUGENIO D’ACUNTI___________________________________________________________________________ logicamente l’uomo prima di inserirlo nella sfera della produzione. Base di ogni coscienza individuale e fonte prima di ogni azione sono le sensazioni di piacere e dolore. Ogni uomo per sua natura « ama di essere e di essere quanto più può senza dolore ». Il dolore è quindi il principio motore che spinge l’uomo ad uscire dal suo stato di bisogno per raggiungere il piacere; ma il piacere potenziale è un desiderio e, in quanto desiderio, è una privazione. L’uomo non si muove che quando il dolore lo spinge. Ora, le sensazioni di piacere e di dolore, che servono di guida all’uomo, lo costringono a cercare, saggiare, riflettere per scoprire e utilizzare ciò che lo libera dal dolore e ciò che gli procura soddisfazione e piacere. Però, come nell’universo esiste una gerarchia di forme e di valori, così nell’uomo si dispiega, secondo un principio di priorità ascendente, una serie di sensazioni e di sentimenti che hanno la loro radice nella elementare necessità naturale, nella energia simpatica o antipatica, nella tensione verso l’affermazione di sé sia nell’ordine delle idee che nello uso delle cose. Sostanzialmente, due sono quindi le forze che costituiscono il fondo della natura umana, e dal loro dinamico rapporto nasce la dialettica della vita individuale e collettiva: forza concentrativa o amor proprio e forza espansiva o amore della specie, principio energetico e principio simpatico. Questi principi sono alla base dell’attrazione reciproca non solo dei congiunti di sangue ma anche dell’attrazione tra le persone appartenenti a una stessa nazione; la loro forza diminuisce con l’aumentare della distanza. La natura umana non è egoismo, ma è basata su sentimenti di uguaglianza e di amicizia; la felicità dell’uomo e delle nazioni dipende da una legge di equilibrio che è la sintesi dei due principi suddetti. La legge dell’universo, dice il Genovesi, comanda di fare il proprio bene e quello degli altri: « Faticate per il vostro interesse: niuno potrebbe operare diversamente, che per la sua felicità, ma non vogliate fare l’altrui miseria e, quando potete, studiatevj di fare gli altri felici» (Lettere accademiche, Lettera IX, Savioni, Venezia 1764). La felicità dell’uomo è, insomma, parte dell’ordine dell’universo: non c’è felicità del singolo senza felicità collettiva, in quanto nessuno è autosufficiente, ma ciascun uomo ha bisogno del concorso dei suoi simili per necessità naturale e l’interesse di ciascuno è nella reciproca bontà e amicizia. La formulazione più adeguata dell’imperativo morale umano si articola per Genovesi nelle norme: non trasgredire la legge di natura e non infrangere i diritti di Dio, i nostri, quelli degli altri. Ma, in fondo, la legge morale, che è la regola della ragione, e la legge di natura vengono a identificarsi, se rettamente intese, in quanto la prima non è che la legge di natura operante nell’essere razionale e accettata dall’uomo come norma della sua attività pratica. Perciò conclude che « la regola generale, prima, insita, immutabile della vita umana, e sorgente di 12 ________________________________________________________________VITA E PENSIERO DI GENOVESI ogni altra legge che possa giovarci, non possa essere che divina » (Diceosina, Società tipografica classici italiani, Milano 1840, L.I.). Non essendo l’uomo soltanto istintività naturale, l’ordine di cui partecipa non può essere da lui subìto, deve essere invece da lui voluto e costruito e mantenuto attraverso la fedeltà al suo compito morale. Egli dispone della libertà del volere, che fonda il giudizio morale e rende possibile la sanzione. «Un’azione o non azione sono degni di pena o di premio se sono fatte con libertà e ragione » (Diceosina, p. 84). Non avrebbe senso infatti parlare di dovere, di fìni morali da raggiungere, di responsabilità, se all’individuo non si attribuisse il diritto di agire liberamente. E la libertà, perché non sia soltanto un nome vuoto, richiede anche una sfera giuridica di azione non impedibile e quindi un complesso di rapporti in cui vige un principio di giustizia distributiva come salvaguardia dell’ordine e condizione per l’agire libero del soggetto morale. Se le singole azioni costituiscono la materia dell’attività pratica, l’imperativo morale nella sua universalità ne costituisce la forma. Sembra di avvertire un singolare precorrimento di successive formulazioni, ma con una maggiore dose di umanità, che testimonia la libertà da rigide conclusioni sistematiche. Il compito etico dello Stato. Nella considerazione della comunità politica non cambia il tono di profondo affiato etico che costituisce la linfa vitale del pensiero di A. Genovesi. Il compito dello Stato si svolge entro le linee maestre delle norme morali se esso fonda i suoi diritti su quelli delle famiglie che, a loro volta, come sappiamo, hanno la loro ragion d’essere nel rispetto dei diritti delle persone. Al di fuori degli individui che lo costituiscono, lo Stato non è che una vuota astrazione. Perciò assume dagli individui il compito etico, a cui non può venir meno senza tradire la sua natura e la sua destinazione. Il Genovesi non amava le astrazioni dottrinarie e il suo insegnamento fu sempre il riflesso, sul piano della meditazione critica, di un attento esame delle situazioni reali, come già si diceva in antecedenza. La concreta società in cui egli viveva, palpitava di gemiti, lacrime, soprusi e ingiustizie secolari. Il Mezzogiorno andava soggetto con una certa frequenza a crisi agricole che, data la natura prevalente del reddito, si risolvevano in periodici collassi di tutta l’economia del Regno. Chi ne subiva le conseguenze più disastrose erano i contadini. Egli era ben conscio che la dottrina illuministica poteva essere il manifesto della borghesia, ma nell’Italia Meridionale non esisteva una media borghesia tra i due estremi della scala sociale: a fronteggiare le classi privilegiate c’erano le plebi schiacciate sotto il peso di un ordine economico politico e sociale iniquo. Perciò non l’astratto dottrinario, chiuso nella sua torre d’avorio dell’« odi profanum vulgus et arceo », ma una anima sensibile che batte all’unisono con il cuore di un’umanità dolorante ci viene incontro negli sfoghi non dettati dalla preoccupazione di dare sistemazione scientifica alle sue intuizioni 13 EUGENIO D’ACUNTI___________________________________________________________________________ delle leggi dell’economia. Egli affermava: « Vogliamo migliorare le campagne? Facciamo prima che i contadini si persuadano di lavorare per sé e per i loro figli. Finché dormiranno a terra nuda, e mangeranno gramigna, e si reputeranno schiavi, non è da aspettarsi di veder miglioria. Si smetta, dunque, la vecchia massima tenuta dagli api, che i contadini più sono poveri, più lavorano; quanto più sono avviliti, tanto più sono migliori vassalli: la esperienza dovrebbe disingannare. Il contadino troppo povero non ha né mezzi, né voglia di lavoro: fa tutto a crepacuore e perciò male. Le terre, che potrebbero rendere venti, non rendono dieci, e molte restano incolte. E' anche falso che il più pezzente è il miglior vassallo. Il più pezzente sarà sempre il più furbo e il più fiero. Si sentirà sempre dire: “Non ho che perdere”. E di qui si legge, e si sa come al tempo dei nostri maggiori corsero le schioppettate » (Lettere sopra i diversi oggetti di pubblica economia, vol. X, pag. 331)6 . In uno stato di avvilimento morale e fisico insieme, come avrebbe potuto attuarsi il rinnovamento etico tanto sperato? La sperequazione, le angherie e tutto il famigerato arsenale di immunità e privilegi medievali erano ancora diritti sacri di una minoranza che sostentava la vita dei poveri al solo scopo di intristirla ogni giorno di più. I fondamenti della morale crollavano miseramente sulla rovina dei diritti umani. Il passaggio della popolazione dallo stato di plebe alla dignità di popolo civile, che era passaggio da una condizione subumana a una coscienza etica e politica, era ostacolato dal feudalismo che, dominando e imperversando da secoli, oltre a stendere le radici dappertutto, aveva improntato di sé l’organizzazione civile ed ecclesiastica, le associazioni particolari e il diritto sia pubblico che privato. Il baronaggio esercitava ancora un quasi incontrastato potere, perché la sua giurisdizione si estendeva dal feudo ai comuni e ai diritti di regalia. Il latifondo feudale, che si accresceva attraverso la trasmis sione per successive linee ereditarie difeso nella sua integrità da maggiorascati e fidecommessi, come pure quello ecclesiastico difeso dalla manomorta e dall’immunità tributaria, erano venuti via via inghiottendo la piccola e media proprietà, favorendo l’insorgenza di un problema che non era soltanto economico. D’altra parte, né l’orgogliosa classe feudale, insofferente di ogni attività produttiva e adusa a una consuetudine di rapace spoliazione, né la classe ecclesiastica, paga della sua posizione privilegiata, potevano avere interesse a una redenzione delle misere masse contadine o a un miglioramento sia pur lieve della loro infelice esistenza. In questo contesto socio -politico potrebbe sembrare priva di senso l’affermazione del Genovesi che « la terra è un patrimonio di tutti », se non si tenesse conto del rapporto intercorrente tra terra e libertà nella dottrina illuministica. Per comprenderne la grande portata basta leggere la definizione dello uomo data dal Diderot, direttore dell’Enciclopedia: « Oltre l’uomo e la terra non vi sono vere ricchezze. L’uomo non vale niente senza la terra, e così la terra senza l’uomo. 14 ________________________________________________________________VITA E PENSIERO DI GENOVESI L’uomo conta per il numero; una società in tanto è più potente in quanto è più numerosa. Ma non bastano gli uomini; giacché questi devono anche essere industriosi e robusti; e tali saranno se conserveranno buoni costumi e se facilmente potranno raggiungere e mantenere il benessere. Gli uomini saranno industriosi nella misura in cui saranno liberi » (J. Touchard, Storia del pensiero politico, Milano 1963, pag. 329). E' innegabile e rilevante, insomma, l’influsso dei fisiocratici sul pensiero del Genovesi: l’agricoltura è considerata la prima fonte di ricchezza, anche se non l’unica. Rapporti tra Stato e Chiesa. L’ispirazione etica del pensiero genovesiano investe anche il delicatissimo campo dei rapporti tra Chiesa e Stato. Molti non lo compresero e videro nell’abate di Castiglione un semplice continuatore dello indirizzo giurisdizionalistico e anticuriale del Giannone. Di qui le continue persecuzioni e le polemiche che accompagnarono la sua vita. Ma egli non intendeva minimamente mettere in dubbio la validità dei dogmi e del patrimonio dottrinario della Chiesa; e come non accoglieva le posizioni iconoclaste dell’estremismo illuministico, così si opponeva alle pretese ingiustificate della potestà ecclesiastica sul terreno della libera indagine e dei diritti civili. A denunciare una situazione insostenibile, egli deplorava vivamente la penosa scissione della coscienza civile dalla coscienza religiosa: « Si è quindi veduto quello, che giammai si sarebbe potuto i mmaginare negli antichi tempi, né fingere anche dai poeti, cioè che gli uomini avessero due patrie, fossero sottomessi a due autorità, obbedissero a due legislatori, e ondeggiassero in una contraddizione p erenne di doveri e di sentimenti. Un sistema sì fatto di due poteri così discordanti per loro natura doveva necessariamente turbare l’armonia della società, con produrre dei gran contrasti e convulsioni tra il sacerdozio e l’impero » (cfr. Russo, o. cit., pag. 328). Il conflitto giuridico assumeva una nuova dimensione portato sul piano della coscienza individuale, coinvolgendo una scelta di libertà morale. L’opposizione costante alle ingerenze politiche del clero non era semplice difesa di tesi giuridiche, ma di « una concezione organica della Chiesa e della religione cristiana », che gli faceva vagheggiare una purificazione degli istituti e una più completa libertà come base del magistero spirituale della Chiesa e della sua funzione di guida religiosa e morale dei popoli. Perciò non apprezzava, come già si diceva, le sottili dispute teologiche e assegnava alla teologia un comp ito pratico di educazione e di riforma morale. La sostanza del Vangelo era per lui amore, e la religione cristiana amore di Dio, pratica del bene ed educazione del genere umano. Per tale motivo asseriva: « Perché quando la teologia non tende a far gli uomini più giusti, più moderati, più umani, meno confidenti nella presente vita, più nell’altra e vera; quando non tende ad unire non per forza, ma per amore, tutto il gene- 15 EUGENIO D’ACUNTI___________________________________________________________________________ re umano, è o inutile o nocevole » (La logica, pag. 296). Non possiamo, perciò, non sottoscrivere senza riserve quanto asserisce il Garin: « Profondamente umana, la filosofia del Genovesi tingeva così di una venatura non indegna della terra del Vico l’influenza illuministica, e la chiara ispirazione lockiana in lui universalmente riconosciuta, ma da lui vissuta e valutata in quel significato profondamente morale che nel Locke stesso si manifestò con tanta efficacia, soprattutto negli scritti religiosi e politici » (Eugenio Garin, Storia della filosofia italiana, Einaudi, Torino 1966, pag. 973). Né si stancò di protestare energicamente contro chi voleva confonderlo con il panteista Spinoza o con « l’empio Tolando » o « con gli spiriti forti », affermando che Dio e religione sono principi irrinunciabili della vita morale e civile. Anzi, tra gli apologisti sorti in Italia per la difesa della religione cattolica, il sacerdote salernitano occupa un posto di grande rilievo. La maggior parte, infatti, delle opere apologetiche che videro la luce in Italia nel secolo XVIII, sono posteriori alle sue, e qualche volta ne rivelano una chiara dipendenza. Lo stesso santo Alfonso de’ Liguori, il sovrano genio della speculazione morale, attestava di aver consultato la « Metafisica del dotto Genovese » quando aveva composto i suoi lavori apologetici. (cfr. Opere, 1871, v. 8°, pag. 3). Nelle « Scienze metafisiche », poi, il Genovesi confuta efficacemente le reiterate obiezioni di Voltaire e dei suoi seguaci riguardo al culto esterno della religione, sostenendo che esso è il naturale e necessario riflesso degli intimi sentimenti dell’uomo e serve ottimamente alla elevazione del suo animo verso Dio. « Io non amo la superstizione — affermava — ma son persuaso che la Pietà o sia la vera Religione sia così vera come ogni teorema di Archimede, e sì è più necessaria agli uomini che qui errano su questo globo, che non è il cibo, né mi curo che altri mi tenga per ignorante » (Delle scienze metafisiche, pag. 201). Verso il tramonto dell’esistenza, il nostro pensatore aveva in animo di scrivere un’altra opera apologetica, che doveva avere come bersaglio specifico « una turba di ignoranti e baccanti Apollinetti, pieni di superbia e di lusso, debosciati, pazzi, che minacciano di far la guerra a Dio e agli uomini » (Lettera del 3 gennaio 1767, II, 82). La morte, però, gli impedì di tradurre in atto il suo magnanimo proposito. Ci piace concludere questo nostro studio riportando il testo di una lettera che il Genovesi scrisse ad Angelo Pavesi nel 1765 e che rivela con superlativa chiarezza e con commovente efficacia il senso della sua vita e l’orientamento del suo pensiero: « ...Io sono ormai vecchio, né spero o pretendo nulla più dalla terra. Il mio fine sarebbe di vedere se potessi lasciare i miei italiani un poco più illuminati che non gli ho trovati venendovi, e anche un poco meglio affetti alla virtù, la quale sola può essere la madre di ogni bene. È inutile di pensare ad arti, a 16 ________________________________________________________________VITA E PENSIERO DI GENOVESI commercio, a governo, se non si pensa a riformare la morale » (Raccolta di prose e lettere scritte nel secolo XVIII, tomo II, Ediz. Società Classici Italiani, Milano). EUGENIO D’A CUNTI N O T E _________________________________________________ 1 Il Genovesi afferma nella sua Autobiografia: « Io nacqui la notte del 1’ novembre dell’anno 1712 », ma è risaputo che si tratta di un errore, come risulta inoppugnabilmente dal documento di battesimo, edito dal Potolicchio il 1960 nella rivista Il Picentino, dove si legge: « Anno Domini millesimo septingentesimo decimo tertio (il corsivo è nostro), die vero primo mensis novembris, ego d. Dominicus Antonius Genovese, Canonicus Curatus Collegiatae Ecclesiae divi Michaelis Arcangeli Terrae Castileonis, baptizavi infantem natum eodem die ex Salvatore Genovese, Terrae Castileonis, et Adriana Allìnito, coniugibus dictae terrae, cui nomen imposuj Michaelis, Sanctori, Antonii; compater fuit magnificus Joseph Antonius de Calce ». Questi errori, riguardo all’anno di nascita, non erano affatto rari nei tempi passati. Celebre, tra gli altri, è l’errore di G. B. Vico, che affermò di essere nato nel 1670, mentre era nato il 1668. Anche in quel caso, come in questo del Genovesi, l’atto di battesimo ci fece conoscere con certezza la data esatta. 2 Di lui dice nelle sue Lezioni di commercio: « ...l’illustre Giambattista Vico, uno de’ fu miei maestri, uomo d’immortal fama per la sua Scienza nuova ». E un anonimo biografo del Genovesi osserva che nel 1738 « era già quasi un anno che egli aveva letto la “Scienza nuova” del Signor Giambattista Vico, celebre metafisico, filologo, critico dei tempi suoi: il perché corse ad ascoltarlo, a cui avendo dedicato la sua servitù, ebbe l’onore della sua amicizia ». 3 Per l’educazione della gioventù scrisse: Institutiones logicae in usum tironum scriptae (Napoli 1759), De jure et officus in usum tironum (Napoli 1764), Institutiones inetaphysicae in usu m tironum aptatae (Napoli 1768). Allora gli studenti sapevano il latino. Ai giovani studenti di oggi, che dovrebbero sapere l’italiano, potrebbero giovare le opere poco prima citate: La logica per gli giovanetti, La scienza metafisica per gli giovanetti e la Diceosina. 4 A testimoniare eloquentemente l’amor di Patria del Genovesi basterebbe una pagina meravigliosa che egli vergò traducendo in italiano la Storia del commercio della Gran Bretagna di Giovanni Cary, in cui fa voti per la realizzazione dell’unità d’Italia.Vi si legge tra l’altro: « Vorrei in questo luogo dire un pensiero che ho sempre meco d’intorno all’animo avuto, e l’ho tuttavia; ma io temo che egli non sia per incontrar male presso coloro, che niuno amore hanno e nessun zelo nutriscono per l’Italia, comune madre nostra... Ond’è dunque che ella sia non solo rimasta tanto addietro alle altre nazioni in tutto ciò che pare suo proprio, ma divenuta in certo modo serva di tutte quelle che il vogliono?.., la vera cagione del suo avvilimento è stata quell’averla i suoi figli medesimi in tante e sì piccole parti smembrata, ch’ella ne ha perduto il suo proprio nome e l’antico suo vigore. Gran cagione è questa della ruina delle nazioni. Pur nondimeno ella potrebbe meno nuocerci, se quei tanti Principati, deposta ormai la non necessaria gelosia (la quale hanno spesse volte, e più che essi non vorrebbero, sperimentata, e al comune di Italia e a sé medesimi, funesta) volessero meglio considerare i propri e i comuni interessi, e in qualche forma di concordia e di unità ridursi.Questa sarebbe la sola maniera di veder rifiorire l’ingegno e il vigore degl’Italiani... (L’Italia) potrebbe veder rinascere in tutti i suoi angoli le arti e le industrie; dilatarsi il suo commercio; e tutte le sue parti nuovo abito e la pristina bellezza prendere... Egli è per lo meno certo che ella non può, come le cose sono al presente, sperare altronde la sua salute che dalla concordia e dalla unione dei suoi principi. Il comune e vero interesse suoi unire anche i nemici: non avrà egli forza di riunire anche i gelosi? ». 17 EUGENIO D’ACUNTI___________________________________________________________________________ E suggella la sua calda pagina con i noti versi petrarcheschi: « Rettor del Cielo, io cheggio / che la pietà che ti condusse in terra, ,/ ti volga al tuo diletto almo paese ». Giosuè Carducci fu impressionato dalle vibranti parole del Genovesi e le r produsse nelle sue Letture del Risorgimento, facendole precedere da questa osservazione: « Piace che anche questo sospiro all’unità venga pur da un meridionale 5 Castiglione del Genovesi, che adesso conta poco più di mille abitanti, all’inizio del ‘700 ne poteva avere sì e no la metà. 6 In un’altra lettera, ribadendo lo stesso concetto, il nostro integro ecclesiastico non teme di scrivere delle parole di fuoco anche riguardo ai frati: « La maggio parte dei contadini del regno — diceva con tutto lo sdegno del suo nobile animo —non hanno terreno proprio: la massima parte dei fondi è andata in mano ai frat, e continua ad andare a precipizio; sicché i contadini, per la maggior parte, fatican per ingrassare le budella dei frati. Come si vuole che pensino a migliorare l’agricoltura? ». Ha pienamente ragione, perciò, il Guglielmucci di scrivere: « Egli dalla parol suadente e calda, verace e tagliente, parlava a tutti con lo stesso tono e la medesim obiettività, sferzando il mal costume del suo tempo, consigliando bontà e moderazione ai principi, proponendo sagge considerazioni scaturienti da umane comprensioni per gli umili e per i deboli, tanto ai tutori della legge, come ai medesimi servi di Dio, dimentichi, troppe volte, della loro vera missione » (Luigi Guglielmucci, Antonio Genovesi a pensatori lucani, Avigliano (Potenza) 1969, pag. 17). L’ ente «Provincia» nello sviluppo socio-economico della Capitanata Sul finire del 1967, dopo un’ampia e vivace discussione, il nostro Consiglio Provinciale decise di far redigere un documento programmatico dell’attività futura dell’Ente Provincia. Nei nostri tempi, si fa un gran parlare di programmazione. Questo nuovo strumento di politica economica va assumendo una molteplicità di specificazioni sia di ordine settoriale che di ordine territoriale. In tale contesto, essendo molto probabile pervenire ad una inutile, a volte dannosa duplicazione di documenti, s’impone una specie di autodisciplina, che garantisca maggior valore al documento e costituisca una prova tangibile della serietà dell’intento di ispirare sempre più e sempre meglio l’attività dell’Amministrazione provinciale alla logica dello strumento programmatico. Fu accolta, pertanto, la proposta del prof. Salvatore Garofalo, incaricato della stesura di uno dei documenti in oggetto, di assumere i compiti di istituto dell’Ente Provincia quale base rigorosa di delimitazione della materia del programmare. Questa scelta metodologica non vuole essere affatto una maniera di ignorare o trascurare i vari problemi sociali ed economici che sono posti dallo sviluppo in atto nella nostra Provincia (del resto, mai il nostro Consiglio ha dimostrato insensibilità verso i vari problemi di crescita della nostra Daunia), ma soltanto uno dei mezzi concreti, per uscire dallo stato di generica e vaga adesione allo strumento della programmazione. A questo proposito, va subito detto anche per dissipare eventuali equivoci che un documento programmatico non ha nulla di magico od esoterico, capace forse per il ricorso a formule matematiche ed a calcolatori elettronici di fornire la soluzione univoca e razionale di tutti i problemi sul tappeto. Ma se il margine di libertà delle scelte rimane intatto anche con l’adozione di questo e di altri mille documenti programmatici, in che cosa consiste la sua utilità? Essa va ravvisata nella rigorosa documentazione statisticocontabile assunta a base delle nostre scelte future. In altri termini, è il giudizio quantitativo che sostituisce, o quanto meno integra il giudizio qualitativo. E’ un segno dei tempi, un frutto della diffusione del metodo scientifico, che si avvale quasi esclusivamente dell’espressione quantitativa, proprio per il desiderio originario di tutto misurare e verificare. — — — — 19 BERARDINO TIZZANI__________________________________________________________________________ Ma questa anima e questo involucro di razionalità, pur tanto congeniale alle esigenze culturali dei nostri tempi, non può mai sostituire la difficile arte del politico, che deve trovare la conciliazione più accettabile tra le varie alternative di scelta. Questo, però, non autorizza l’affrettata conclusione di poter fare a meno di un piano pluriennale, stante l’insostituibilità dell’arte politica, cui spetta dire l’ultima parola. Si tratta piuttosto di acquisire un atteggiamento molto equilibrato che ci consenta di aprire un dialogo con un organo tecnico, che continuamente qualifichi le nostre singole proposte e le inquadri nel complesso della dinamica degli interventi del nostro Ente. Rispondendo alla logica di questa impostazione, si decise di affiancare al prof. Garofalo il Gruppo di Studio dell’Amministrazione Provinciale, in modo da garantire l’agevole aggiornamento delle ricerche e delle rilevazioni compiute dal documento in esame. Fu questa una prima indicazione programmatica del documento, or ora passato alla stampa, che comporta una scelta amministrativa: la costituzione di un Ufficio del Piano, quale organo permanente, interno, dell’Ente Provincia che funga da tramite tra le scelte politiche e l’amministrazione ordinaria. Siamo convinti, infatti, che legare il Piano pluriennale ai bilanci annuali è il punto più delicato di tutta la programmazione economica. Infatti, anche a livello nazionale, vediamo continuamente come sia difficile adeguare le previsioni programmatiche alle mutevoli esigenze della realtà effettuale. A giusto titolo si afferma che la politica di piano costituisce una scelta culturale. Si tratta di acquisire questa specie di nuova forma mentis nella gestione della cosa pubblica. E quindi, volendo avviare un ampio dibattito sul documento in esame, non si tratta di accettarlo o respingerlo in blocco o parzialmente, ma piuttosto, di indugiare nei particolari, per acquisire dubbi, interrogativi, spunti di approfondimento da trasmettere all’organo permanente, che è l’Ufficio del Piano. Questo, a sua volta, li recepirà per farne oggetto di tante memorie particolari per il dibattito consiliare, in modo che si possa procedere allo adattamento delle previsioni programmatiche. Si configura così il dialogo tra tecnici e politici, che comporta sia la contrapposizione dei due soggetti distinti ed autonomi, ciascuno dei quali geloso custode del proprio ambito di competenza, sia la confluenza su conclusioni comuni. E’ un lavoro difficile, perché facile è la tentazione di sopraffarsi reciprocamente, l’uno in nome della maggiore competenza tecnica, l’altro in nome del potere decisionale finale. Il documento elaborato si sofferma a lungo su queste considerazioni di ordine generale, dedicando un capitolo alla necessità di legare i bilanci annuali ad un piano pluriennale di sviluppo. Possono sembrare delle notazioni ovvie, forse anche per la chiarezza e limpidezza del- 20 ________________________________________L’ENTE « PROVINCIA » E SVILUPPO DELLA CAPITANATA la forma, ma costituiscono delle severe ed ardue indicazioni, alle quali sarà molto difficile tener fede, non tanto per scarsa buona volontà quanto piuttosto per la nostra tendenza all’intuizione, che mal ci fa sopportare la politica della minuziosa verifica quantitativa ed accurata documentazione statistico-contabile. Come in tanti altri campi, siamo in una fase di transizione, in cui le nuove generazioni, forse, troveranno loro più congeniale questa nuova forma di fare politica e pertanto si può loro apprestare uno strumento che faciliti l’ingresso e la partecipazione delle nuove leve alla vita politica ed amministrativa. Questa scelta di fondo, compiuta dal documento in esame, si combina con l’altra scelta precedente di vincolare rigorosamente il piano ai compiti di istituto dell’Ente Provincia, dando vita alla vasta e dettagliata analisi delle spese e delle entrate dell’ultimo decennio. Per inciso, va detto che, con questa accurata ricostruzione dei bilanci consuntivi del periodo 1958-1967, secondo la nuova impostazione data dalla legge sulla riforma del bilancio dello Stato (Legge 1-3-1964, n. 62), l’Ente Provincia si trova agevolata nell’agganciare i dati dei bilanci consuntivi degli anni prossimi a questa serie storica 1958-1967 per tutti gli opportuni riferimenti. L’esame delle vicende del passato costituisce una delle fonti più preziose della previsione futura; anche il nostro documento si affida a questo metodo, per fissare i livelli previsionali e della spesa, sia corrente che in conto capitale, sia dell’entrate sia correnti che provenienti dall’assunzione di prestiti, dall’avanzo corrente nonché dei cespiti delegabili. E’ da notare che la formulazione dei livelli previsionali avviene con l’indicazione di due dati alternativi, proprio per esprimere — anche nella forma questa disponibilità al dialogo tra tecnici e politici. Quel che si lamenta spesso, in tema di programmazione, è la suggestione tecnocratica. Ora, con questa scelta metodologica, il nostro elaborato ha fatto proprio un insegnamento fondamentale della programmazione economica: proporre al dibattito politico delle indicazioni alternative su cui innestare le scelte ispirate alle varie scale dei giudizi di valore. Anche questa notazione è fondamentale per convenire che il documento in esame intende solo avviare la nuova prassi amministrativa, ispirata alla logica della programmazione, per cui occorre procedere ad una ragionata scelta, sulla base delle previsioni contenute nel piano. La ricerca positiva è bene che si tenga estranea il più possibile all’adozione dei giudizi di valore ma per evitare la facile accusa di agnosticismo è bene che venga formulata, in modo da essere aperta ad acquisire le scelte determinanti ispirate ai giudizi di valore. In questo senso l’ultima parola spetta ai politici, proprio perché depositari della scala dei giudizi di valore. Come si vede, il documento programmatico si articola in una serie — 21 BERARDINO TIZZANI__________________________________________________________________________ di scelte di metodo, di forma e di contenuti che si integrano e si avvalorano vicendevolmente, dando luogo ad un tutt’uno unitario. Vi è un filo conduttore comune che lega le varie parti, evitando che esse costituiscano pezzi staccati. Vi è un discorso comune, un quadro logico cui fanno rigorosamente riferimento le singole analisi e le singole notazioni. Prima di concludere queste brevi note introduttive al dibattito, che mi auguro proficuo ed interessante, mi corre obbligo di richiamare un’altra parte molto significativa del documento programmatico in esame. Mi riferisco all’ultima parte dedicata alle direttive programmatiche, incentrata sul concetto di « polo di attrazione amministrativa », intesa quale idea innovatrice « dotata di una tale carica da far gravitare attorno a sé le principali forme di spesa corrente e di spesa in conto capitale ». Più che in un elenco dettagliato di proposte singole, tutte più o meno giustificate e tra loro più o meno legate, il « polo di attrazione amministrativa» consente di selezionare le varie proposte innovative, per porre l’enfasi su quella che riesce veramente a mobilitare ed affiancare le varie attività dal pericolo del decadimento proprio della routine e dell’ordinaria amministrazione. E’ questa la dimensione « sviluppo » del documento programmatico che si integra con quella dell’efficienza, contenuta nella precedente parte analitica. Coerentemente a tutto lo svolgimento logico, anche le direttive programmatiche sono strettamente incardinate ai compiti di istituto dell’Ente Provincia. L’istituzione di un centro universitario a Foggia costituisce l’idea centrale delle direttive programmatiche. Siccome i campi di operatività prevalenti dell’Ente provincia sono, oltre lo stradale, quello sanitario e quello agricolo, vengono avanzate diverse iniziative dirette a valorizzare e qualificare le attività di istituto dell’Ente Provincia, per favorire il sorgere di una facoltà medica e di una ad indirizzo agricolo-forestale. Ci piace concludere con le stesse parole della relazione: « In conclusione, questo documento di studio ha inteso — anche attraverso lo stile particolarmente scarno e sintetico — fissare, per la attività futura dell’Amministrazione Provinciale di Foggia, una documentata base di lavoro, ispirata alla logica della programmazione economica. La prevalenza di indicazioni e di giudizi espressi in forma quantitativa e la specificazione di nuovi strumenti di azione hanno inteso assicurare il massimo di operatività ad un documento di studio, che, per sua natura, non può che essere l’atto iniziale di una nuova prassi amministrativa ». Infine, il piano, in quest’ultima parte dedicata alle iniziative innovative, individua una modalità specifica di azione che consente alla « Provincia », pur senza uscire dai suoi compiti di istituto, di svolgere una funzione di coordinamento dell’attività di vari Enti pubblici ope- 22 ________________________________________L’ENTE « PROVINCIA » E SVILUPPO DELLA CAPITANATA ranti nel settore dell’agricoltura. Una prima esperienza in questa direzione l’Amministrazione provinciale l’ha compiuta in occasione della redazione del Piano zonale di sviluppo nel Subappennino dauno. Si tratta di affinare questa prima esperienza, di ripeterla per meglio trarne tutti i benefici effetti. BERARDINO TIZZANI QUADERNI DI « LA CAPITANATA » EDITI DALLA AMMINISTRAZIONE PROVINCIALE DI FOGGIA 1. LUIGI TAMBURRANO, La Capitanata nell’opera di Tommaso Fiore (con 9 ill.ni). 2. EUGENIO LEONE, La Madonna di Valleverde (con 4 tavv. f. t.). 3. ALDO VALLONE. Correnti letterarie e studiosi di Dante in Puglia (con 2 tavv. e 2 aut. f. t.). 4. ERMINIO P AOLETTA , Ignotum Oppidum « De acquadiensium oppugnatione atque aeneis neapolitani castelli foribus » (con 4 tavv. f. t.). 5. MICHELE MICHELE , Lingua e società in Capitanata (Premio « Gargano » 1967). 6. VINCENZO T ERENZIO, Umberto Giordano cento anni dalla nascita (con 4 tavv. f. t.). 7. ALFREDO PETRUCCI, Il Pellegrino al Gargano (con 12 tavv. f. t). 8. ARMANDO PETRUCCI, Scrittura e cultura nella Puglia altomedievale (con 6 tavv. f. t.). 9. la Mostra bibliografica del Gargano (con i11. nel t. e 12 tavv. f.t.). 10. La Suddelegazione dei cambi presso la Regia Dogana di Foggia (con 4 tavv. f. t.). Direzione di « La Capitanata » presso la Biblioteca Provinciale di Poggia, Piazza XX Settembre, Palazzo Dogana. Tre centri dell’antica Daunia Salapia – Herdonea - Ausculum SALAPIA Uno dei problemi più difficili dell’antica Daunia è quello riguardante l’ubicazione dell’antica Salapia, cioè della città che Strabone chiama Elpie e dice colonia dei Rodi-Coi1 . La città doveva sorgere nelle vicinanze del lago detto di Salpi, ma quando si tratta di identificare il sito preciso di essa varie sono le opinioni degli studiosi. Prima di vedere se è possibile una risposta a questo quesito presentiamo brevemente la descrizione del lago e della zona vicina ad esso a) Il lago di Salpi nell’antichità. Il lago di Salpi, situato nella parte meridionale e in riva al golfo di Manfredonia (sinus Sipuntinus), è un lago costiero, come quelli di Lesina e di Varano, diviso dall’Adriatico da una stretta lingua di terra ai cui lati si aprono due piccoli canali, che lo mettono in comunicazione col mare. Ha forma rettangolare e misura kmq 18,68, con una profondità di meno di 1 m. Prima della bonifica per colmata iniziata nel 1811 era sempre di forma rettangolare, di km. 7,5 x 4,4 con una superficie di circa 37 kmq.2 , ma dai confini incerti. La bonifica per colmata ha portato alla utilizzazione di circa 18 kmq., parte per colture agrarie e parte per bacini di cristallizzazione del sale. Il lago coincide con quello che gli antichi chiamavano Salpina p alus o, più raramente, Sala pina palus3 . Non possiamo dire con certezza quanto grande fosse il lago dell’antichità, ma c’è chi sostiene che in origine il lago di Salpi e il lago Salso, oggi distanti uno dal- l’altro, formavano un unico grande lago, che doveva confinare a levante con gli stagna Aufidi di Silio Italico e a ponente terminava con il lago della Contessa oggi prosciugato. Tutte le acque del Candelaro con i suoi affluenti (Triolo, Salsola, Celone) che oggi si disperdono ad ovest del lago Salso, come pure le acque del Cervaro (Cerbalus di Plinio il Vecchio) e il Carapelle dovevano finire nel lago di Salpi. Soltanto in un secondo tempo ed in epoca tarda si venne a parlare di due laghi distinti, e ciò avvenne quando le torbide del Candelaro formarono le paludi sipontine e quando il Cervaro e il Carapelle fecero emergere fuori dalle acque tutto lo spazio che giace fra i laghi di Pantano Salso e di Salpi. Attualmente il Cervaro continua ancora ad alzare il fondo del lago Salso, mentre il Carapelle porta le sue torbide acque al mare. Nulla di preciso si sa riguardo all’origine del lago, ma sicuramente 25 MELUTA D. MAR1N____________________________________________________________________________ si tratta di un lago di origine marina4 . Il nome del lago non viene ricordato nelle fonti antiche, motivo per cui tutti gli studiosi sono concordi nel considerare che il lago prese il nome dalla città che sorse sulle sue rive: l’antica città di Salpia o Salapia. D’altro lato, come già detto sopra, i testi antichi sono concordi nel segnalare in questa regione una palude malsana. Un’unica testimonianza antica, oltre a quelle che ricordano una palude, ci permette di ammettere l’esistenza in questa regione di una estesa superficie d’acqua, che dagli studiosi è stata il più delle volte considerata palude e soltanto raramente lago marino o laguna. Si tratta di un noto passo straboniano che dà la posizione topografica dei due centri dauni situati nel golfo sipontino: Sipontum e Salapia. Da questo brano apprendiamo che Siponto era distante da Salapia 140 stadi: 6 ~itoù~ 8 LéX!W t~ ~ 8 00V T8tTc~p&xGvLt~ X~ &Xc~tòV aT~CO’j~. Inoltre è detto che questi due centri erano separati per mezzo di un fiume navigabile e della bocca di una grande laguna, sui quali si trasportavano i prodotti di Siponto, principalmente il frumento: ~‘t~u 8e ~ ~~X~irC~ X~ rOO ~t7roOvto~ 7rOT~L6~ TS ~ x~ aTO~L~)O4LV?1 ~syc~X~. 8~’&~epo~v ~& T& &x ~r~Ov~ro~ X’STcCL x~ ~Xtotc~ 6 at’~o~. L’espressione che presenta per noi grande importanza perché ci sembra riferirsi al lago di Salpi è « ato~X4iv,~ ~‘~X~» che abbiamo tradotto con « la bocca di una grande laguna » 5 La parola ato~X(~v~ di solito viene tradotta con estuario, laguna. La traduzione estuario, pero, non si adatta al nostro testo, perché l’estuario è la foce di un fiume foggiata ad imbuto, caratteristica delle coste basse a forti maree. Ma ciò non avviene nel golfo di Manfredonia. Il termine più indicato è per noi quello di laguna, poiché si tratta di un bacino di acque lungo le coste, poco profondo, separato dal mare da una striscia di terra. Ci aiutano a sostenere che la traduzione più esatta sia quella di laguna le osservazioni e le conclusioni alle quali sono giunti altri studiosi per la stazione di Coppa Nevigata situata più a nord di Salapia. Questa stazione archeologica sorgeva a quanto afferma il Puglisi « su una collinetta ai margini di una palude alimentata dal corso del vicino torrente Candelaro, un tempo sede di raccoglitori di molluschi quando al posto della palude vi era una laguna aperta con acque salmastre » 6 . Anche il prof. S. Ferri traduce nel brano straboniano citato l’espressione aTo~LccX~t~v,2 ~ con laguna. L’autore inoltre osserva che la antica laguna, il cui ricordo permane nella toponomastica (lago Salso, Vasca del Tavoliere, ecc.), ha una grande importanza archeologica, in quanto delimita a nord la cinta muraria in parte superstite della città antica di Siponto e a sud e a ovest determina l’esistenza di numerose stazioni preistoriche e protostoriche situate presso alcuni isolotti o rialzi di terreno, che al momento presente sono denominati « coppe »7 La più rinomata è Coppa Nevigata. Altre « cupole » o almeno dossi di duna (quattro o cinque afferma il Ferri) erano disseminate ai bordi ~. ~. 26 ____________________________________________________________TRE CENTRI DELL’ANTICA DAUNIA della laguna; attorno ad uno di questi dossi è stato recuperato il materiale di una necropoli antica risalente ad un periodo compreso tra l’VIII e il VI sec. a. C. Se questa è la situazione nella zona di Coppa Nevigata situata a nord del lago di Salpi, a non molti km. in linea d’aria dalla località conosciuta col nome di Monte di Salpi, non dissimile doveva essere la situazione nella parte meridionale del lago. Infatti la sponda occidentale meridionale del lago è ricca di insediamenti preistorici e storici, come è stato individuato con l’aiuto della fotografia aerea. Nella zona meridionale del lago di Salpi e precisamente a circa 13 km. andando verso occidente, su un meandro del Fosso Marana di Castello, anticamente sicuro corso d’acqua che sfociava nel mare, sorse un grandioso recinto neolitico difeso ad oriente da un doppio fossato. Date le dimensioni notevoli dell’insediamento (diametro massimo circa 1000 m.) si può pensare che fosse utilizzato come « stazzo ». Ad oriente di questo insediamento, a breve distanza si notano i resti di un villaggio neolitico trincerato, mentre un altro villaggio avente un diametro di 250 m. circa si distingue chiaramente a sud-est del primo insediamento8 . Seguendo l’andamento dello stesso Fosso Marana, e precisamente a nord di Lupara e a sud della Masseria la Risaia, la fotografia aerea ha individuato nella zona conosciuta col nome di Torretta dei Monaci sul Fosso Marana di Lupara un insediamento che ripete le caratteristiche dell’abitato antico di Arpi (fig. 1). Si tratta, sembra, di un insediamento dauno di forma semilunata con la concavità rivolta verso un antico specchio d’acqua idoneo ad abbeverare il bestiame (Marana di Lupara) e difeso dal caratteristico « aggere ». Numerosissimi tratturi antichi (linee tratteggiate della fig. 1) convergono verso questo abitato nella stessa maniera in cui convergono i tratturi verso il centro dell’area urbana di Arpi. Questo insediamento potrebbe essere, come diremo in seguito, l’antica Salapia. Un’altra zona, questa vicinissima al lago di Salpi, presenta anch’essa tracce di vita preistorica e storica. Si tratta della regione situata immediatamente ad ovest della località chiamata monte di Salpi che si trova in riva all’antico lago, là dove i Romani costruirono nel I sec. a. C. la Salapia romana. Il centro romano, ben individuato dalla fotografia aerea nei limiti dell’area urbana e dell’acropoli, come pure nelle strade extraurbane che conducono al centro, sorse in una zona dove la stessa fotografia aerea ha messo in luce l’esistenza di almeno sette villaggi trincerati neolitici di varie dimensioni, come pure resti di fattorie e di culture agricole romane (fig. 2). Tutti questi insediamenti aspettano però che gli scavi archeologici possano metterli in luce9 . Oltre a questi insediamenti che aspettano di essere scavati, altri sono stati già scoperti anteriormente: sono le stazioni preistoriche di Occhiopinto e di Scaloria rinvenute nella zona di Coppa Nevigata, come pure la necropoli dauna della Masseria Cupola nella palude del 27 MELUTA D. MAR1N____________________________________________________________________________ Cervaro, a poca distanza dalla collinetta « Castelluzzo » scavata in parte dal Drago10 e ultimamente dalla sig.ra Tiné-Bertocchi. Tutte queste stazioni si trovano a N del lago di Salpi. A sud del Monte di Salpi e precisamente nella contrada S. Vito (Masseria Anzano) fu scoperta una villa ellenistico-romana. Già conosciuta dall’Angelucci11 è stata in parte scavata da un cantiere di lavoro nel 1953 e i risultati furono pubblicati nel 196412 . Questa lunga serie di insediamenti preistorici e storici, che si protrae dalla stazione di Coppa Nevigata, anticamente lambita dal mare, fino alla stazione di S. Vito (Masseria Anzano), ad un’attenta osservazione, risulta situata su un arco interno che si snoda parallelo all’attuale costa del golfo di Manfredonia. Questò arco interno, in una fase antichissima, poteva costituire la linea di costa dell’antico sinus Sipontinus. Col passare dei secoli la costa subì varie modifiche a causa, da una parte, delle portate abbondanti dei fiumi Candelaro, Cervaro, Carapelle e, d’altra parte, delle correnti marine e dei cordoni di sabbia che vennero continuamente depositati lungo la costa. In queste condizioni il mare si ritira e gli insediamenti ivi esistenti decadono e muoiono, oppure vengono abbandonati (così sembra sia avvenuto con la stazione di Coppa Nevigata) o si spostano (il caso di Salapia, come vedremo in seguito, o di Sipontum, se nella zona della Masseria Cupola si deve cercare la Sipontum pre-romana). Un esempio quanto mai dimostrativo ci viene offerto, a nostro avviso, dagli stessi abitanti di Coppa Nevigata i quali dopo il VI sec. a. C. sembra abbandonino l’antica sede, ormai zona paludosa e malsana per la nuova città di Sipontum sorta più a sud, tra il Candelaro e il Cervaro nella zona della Masserja Cupola. In seguito, in pieno periodo romano, anche questa zona sarà abbandonata dopo il tentativo dei romani della deduzione di una colonia romana a Sipontum nel 194 a. C., e una nuova città sarà costruita nel 185 a. C. nell’attuale zona archeologica di S. Maria di Siponto (fig. 3: zona archeologica scavata nel 1938, vista dall’alto; fig. 4: le mura nella parte meridionale della città che rasentano la statale Foggia-Manfredonia), Questo cambiamento è avvenuto crediamo in seguito alle mutate condizioni ambientali della zona situata a N del lago di Salpi. Simili modifiche della costa marina non sono un’eccezione; esse avvengono, si può dire, ovunque esistano corsi d’acqua i quali con le loro portate producono un impaludamento delle foci. Ciò, per citare un esempio, è avvenuto nella zona dell’antica Ostia, alla foce del Tevere. Con quanto abbiamo esposto sopra vogliamo sottolineare che in tempi più antichi la laguna, molto più estesa, favorì una grande fioritura di insediamenti, tanto nel periodo preistorico, quanto in quello storico. Col passare dei secoli la laguna andò diminuendo per le portate dei fiumi i quali riempirono o alzarono sempre più il fondo della laguna fino a trasformarla in una palude, in una massa di acque stagnanti, acquitrinose e pestilenziali. 28 ____________________________________________________________TRE CENTRI DELL’ANTICA DAUNIA Questa situazione sarà talmente accentuata nel I sec. che Cicerone (De lege agraria, 71), cercando di dissuadere dal fondare una colonia « in Sipontina siccitate, aut in Salapinorum pestilentiae finibus », mette in risalto le condizioni peggiori della regione di Salapia. Prima dei cambiamenti questa laguna doveva avere una grande importanza economica per la regione, in quanto permetteva ai paesi dell’interno della Daunia di mettersi in diretta relazione con il mare. Una prova evidente di questa importanza ci viene offerta dalla città di Arpi, situata nel centro del Tavoliere in riva al Celone, la quale ebbe come porto per un lungo periodo, secondo le indicazioni delle fonti antiche, Salapia 13 . A quanto detto dobbiamo aggiungere inoltre che l’aria, prima dei traboccamenti dei fiumi doveva essere sana, il clima mite (Annibale conduce il suo esercito, dopo il disastro di Canne, a svernare a Salapia) e solo più tardi, in seguito alla formazione delle paludi e delle acque stagnanti, l’aria diventò pestifera, malsana e pericolosa alla popolazione. Sarà questa una delle cause della decadenza dei centri sorti nella zona del lago di Salpi, come pure della ricostruzione di una nuova Salapia in sito più salubre. b) Salpia vetus. Soltanto adesso, dopo aver presentato la situazione geografica dell’antico lago di Salpi, possiamo affrontare il problema, affatto facile, della ubicazione della Salapia greco-romana o meglio ancora della Salpia vetus per adoperare l’espressione vitruviana14 . L’antica città di Salapia occupò, si dice, come risulta dalle fonti antiche, ben tre siti diversi, anche se vicini tra di loro. La più antica città di Salapia si è concordi nel dirla fondata, secondo quanto afferma Strabone, dai Rodi-Coi15 ; comunemente viene detta Salapia greca, ma si potrebbe chiamare Salapia greco-romana, oppure per distinguerla da quella romana, Salapia rodiese o anche l’antica Elpie. Personalmente preferisco l’espressione vitruviana Salpia vetus. Riguardo all’ubicazione di questa prima città di Salapia, sebbene varie siano le ipotesi degli studiosi, oggi si va orientando, come diremo più giù, verso l’insediamento dauno rivelato dalla fotografia aerea sul fosso Marana di Lupara nella contrada Torretta dei Monaci (fig. 1). La seconda città trasferita in luogo più salubre, costruita dai romani nella seconda metà del I sec. a. C. (forse nel 29 a. C.) è detta Salapia romana e il suo sito è riconosciuto nei resti antichi situati sulla piccola altura conosciuta col nome di Monte di Salpi e chiaramente individuata dalla fotografia aerea (fig. 2); la terza città è invece una tarda stazione industriale romana sulla litoranea adriatica conosciuta col nome di Salinae. Nelle fonti antiche la città che c’interessa viene chiamata in maniera diversa: presso gli scrittori greci riscontriamo ‘EXia (Strabone) o ‘EXi~L~ (Steph. Byz.), ma anche le forme ~Xtr~ e16. Nella bocca dei latini il nome diventa Sala pia, però presso i gromatici le forme sono 29 MELUTA D. MAR1N____________________________________________________________________________ Salpia e Salpis. Sulle monete in rame coniate nel III sec. a. C. si trovano le leggende ~AAAHINQN o ~AAHINQN corrispondenti alle forme Salapia e Salpia. Se dovessimo credere alle fonti il nome di Eipie si spiegherebbe dal suo possibile fondatore Elpio di Rodi.Riguardo al nome di Salapia le ipotesi degli studiosi sono varie; alcuni sono d’accordo nel ritenere che Salapia significhi « luogo del sale » 17 , per la produzione del sale che il lago lasciava spontaneamente disseccandosi; altri sostengono che il nome significhi « acqua salata » forse perché la città era situata vicino al lago formato dall’inondazione del mare 18 . G. Alessio, occupandosi dell’etimologia dei termini Salentini e Calabri19 , osserva che nella parola Salentini, come pure in Salapia. vi è la stessa radice mediterranea, (sal (a)—, base individuata già dal Battisti20 e ampiamente documentata nella onomastica e nella toponomastica del bacino centrale del Mediterraneo. Si tratta, afferma il Battisti, di un idronimo, i cui significati devono essere desunti dai relitti lessicali e dal valore concettuale del toponimo. Salapia vuoi dire città che sorgeva presso la « Salapina palus », cioè presso un corso d’acqua, un acquitrino. Molto discutibile, invece, il significato del suffisso —pia, sul quale l’Alessio non dice nulla di preciso. Quanto abbiamo detto serve soltanto come orientamento, e giacché non è questo il nostro campo d’indagine, lasciamo agli specialisti la risoluzione del problema. Ci sembra però di poter dire con certezza che il termine non è greco, come molti hanno sostenuto, perché mettevano Salapia in relazione con la colonizzazione greca storica dell’VIII-VII sec, a. C., e che invece si tratta di un termine pregreco, mediterraneo, che scende molto più indietro nel tempo21 . La prima città di Salapia, o Elpie, è detta da Strabone fondazione dei Rodi-Coi e fino a non molto tempo fa, quando si interpretava il brano straboniano riferentesi alla colonizzazione rodia in Italia e nell’occidente mediterraneo (XIV, 654) si considerava questa colonizzazione avvenuta in età storica e la si accostava a quella rodio-cretese di Gela e di Agrigento22 . In realtà, come hanno dimostrato storici e archeologi nell’ultimo tempo, le due colonizzazioni non hanno nulla a che fare l’una con l’altra. La fondazione di Elpie, da un rodio Elpias 23 , nel paese dei Dauni, per opera dei Rodi con l’aiuto dei Coi, ci riporta ai tempi favolosi degli eponimi. Nell’interpretare la notizia di Strabone dobbiamo tener conto del contesto in cui l’autore viene ad occuparsi di questa fondazione. Egli, descrivendo l’isola di Rodi, racconta che già in età remotissima, molto prima della istituzione delle Olimpiadi, i suoi abitanti ebbero una flotta potente e inviarono spedizioni fin nella lontana Iberia, dove fondarono Rode, poi fondarono Partenope nel paese degli Opici ed anche Elpie nel paese dei Dauni. Questa colonizzazione rodia, per gli antichi, non aveva nulla a che vedere con la colonizzazione storica dell’VIII-VII sec. a. C., essa rientra nel quadro della colonizzazione leggendaria e in quel quadro dovrà essere studiata. 30 ____________________________________________________________TRE CENTRI DELL’ANTICA DAUNIA Ciò è stato suggerito soprattutto dal fatto che una parte delle ceramiche micenee trovate in Italia sono di origine rodia, specie quelle giunte durante il Tardo Miceneo III B e i primi tempi del Tardo Miceneo III C. Si tratta allora della colonizzazione antecedente al X sec. a. C. dovuta alle popolazioni portatrici della civiltà micenea e submicenea. Il numero delle stazioni che hanno dato alla luce materiale miceneo e submiceneo nell’Italia meridionale sta aumentando. Nella Puglia mo lte stazioni gravitano nell’orbita di Taranto preellenico (Scoglio del Tonno), ma anche sul versante adriatico i rinvenimenti si fanno più numerosi: grotta S. Martino (Brindisi), S. Cosimo presso Oria (Brindisi), ai quali dobbiamo aggiungere i frammenti di Coppa Nevigata e quelli di Punta Manaccore. Tra le fattorie commerciali create dai Rodi si deve annoverare Elpie nella Daunia; una fondazione identica, risalente allo stesso periodo, poteva essere la città di Rudiae nella penisola salentina, generalmente identificata con la località Rugge o Rusce a soli 2 km. sudovest da Lecce e che Strabone (VI, 281) indicava come « città greca » senza specificare il perché di questo fatto (evidentemente l’insediamento leggendario o era scomparso del tutto o aveva lasciato ancora un vago ricordo). In base a questi elementi possiamo sostenere che una Salapia greca per opera dei Rodi-Coi nel VII sec, a. C. non è mai esistita, e che invece esisteva in un periodo anteriore per opera degli stessi una fattoria commerciale di nome Elpie. Sul sito di questa o nelle sue vicinanze possiamo pensare che si insediarono poi i Dauni i quali diedero vita a quella città che Vitruvio chiama « Salpia vetus ». Tutto questo ragionamento aspetta però l’opera dell’archeologo, il solo che potrà confermare o respingere questa ipotesi. Il nome di Salapia o di Salpia, nel quale entra sicuramente la base mediterranea sal(a)— e il suffisso — pia (quest’ultimo si riscontra anche nel termine Elpia) mentre indica le caratteristiche della zona dove sorse la città (acque marine, salmastre) sta pure a dimostrare una più alta antichità, trattandosi di un termine pregreco. Concludendo possiamo dire che il problema delle origini di « Salpia vetus » potrà essere risolto soltanto con l’aiuto di scavi sistematici, che sono stati iniziati nella zona di Torretta dei Monaci, che sembra la più indicata a nascondere i resti di questa città antica, tanto ricercata dagli studiosi. Le notizie riguardanti questo centro oltre che in Strabone si trovano in vari scrittori antichi. La più antica indicazione si riscontra nell’Alessandra di Licofrone, quando l’autore ricorda che nella Daunia doveva essere eretto un tempio a Cassandra 24 . I versi sono stati tradotti dal Ciaceri nel modo seguente: « che un tempio a me innalzeranno sulla spiaggia di Salpi i principi della Daunia e quelli che abitano la Città di Dardano vicino alle acque palustri ». In questo testo risulta però difficile precisare se si tratta del lago o della città di Salpi (Ciaceri pensa alla città). 31 MELUTA D. MAR1N____________________________________________________________________________ Come risulta poi da T. Livio 25 e da Appiano26 la città di Salapia ebbe un ruolo importante durante la seconda guerra punica quando fu occupata da Annibale dal 216 al 210 a. C.; durante la guerra sociale fu occupata e devastata da C. Cosconio. Vitruvio, come già detto, nomina « oppidum Salpia vetus » mentre alla stessa città si riferisce Cicerone27 e forse anche Plinio il Vecchio 28 . La « Salapia romana » invece potrebbe essere la città che Strabone 29 dice distante « 140 stadi da Siponto » (circa 25-26 km.) e « separata da un fiume navigabile e da una grande laguna ». Ad ogni snodo una risposta precisa non è possibile darla fin quando non saranno ubicati con precisione i siti della Sipontum preromana e della Salpia vetus 30 . Della Salapia romana ci dà invece notizie topografiche più precise Vitruvio 31 , che la dice costruita in luogo salubre dopo che il senato accolse la richiesta dei Salapini fatta attraverso un certo M. Hostilius. Dal testo di Vitruvio, che è poi l’unico, sappiamo che esisteva una « Salpia vetus » situata in luogo insalubre. I cittadini chiesero a M. Hostilius di interessarsi di loro e costui ottenne dal senato romano il traferimento della città. La nuova Salapia, lontana quattuor milia passus ab oppido veteri (circa 6 km.) situata in luogo salubre — salubri loco — fu costruita con le sue mura ed ebbe il suo porto aperto in mare (His confectis lacum aperuit in mare, et portum e lacu municipio perfecit). Questa nuova città fu edificata dove oggi si trova il Monte di Salpi, o vicino a quello che Kromayer sulla sua carta indica col nome di Posta di Salpi. La città si trovava sulla sponda nord-occidentale del lago di Salpi, mentre il suo porto fu costruito sul mare, presso l’attuale Torre Pietra, dove affiorano resti di costruzioni romane (resti di un molo oggi in gran parte coperto dall’acqua). Difficile è invece stabilire se il brano di Strabone che indica Salapia quale porto di Arpi (7rX~o~ov ~ x~ ~X~rCcc ‘rò ‘rGiv ‘ApTupu~nlvGw &vr~o~. )32 si riferisce a questa città oppure alla « Salpia vetus ». A questo proposito gli storici non sono concordi: c’è chi pensa alla città antica, mentre altri non escludono che si tratti del porto aperto in mare di cui parla Vitruvio; a noi sembra che la notizia sia da riferire alla Salpia vetus, la quale diventò il porto di Arpi dopo il 194 a. C. quando i Romani dedussero la colonia di Sipontum con una parte del territorio tolto ad Arpi, punita così per la sua infedeltà durante le vicende della seconda guerra punica. Se questa nostra congettura è giusta, allora pure questo passo straboniano (VI, 283) è da riferire alla più antica città di Salapia. Ad ogni modo nell’età imperiale Arpi era unita ai due centri tramite vie di traffico: si tratta della Aeca-ArpiSipontum indicata dagli itinerari antichi e della strada Arpi-Salapia rivelata almeno in parte dalla copertura aerea del Tavoliere 33 (fig. 17). La Salapia romana compare ancora nei gromatici34 , come pure in 32 ____________________________________________________________TRE CENTRI DELL’ANTICA DAUNIA Tolomeo35 mentre non si riscontra negli itinerari antichi, in quanto la città non veniva a trovarsi sulle grandi arterie di traffico dell’impero romano. Gli itinerari invece segnano sulla litoranea adriatica la stazione Salinae che dista, secondo la Tabula Peutingeriana XII mp. da Anxanum, situata a nord e altre XII mp. da Aufidenum situata a sud presso la foce dell’Aufidus. Queste distanze non concordano con quelle indicate dall’Itinerarium Antonini che mette Salinis a XV mp. da Siponto e a XL mp. da Aufidena36 . Anche l’Anonimo Ravennate37 e Guido38 ricordano Salinis. In questa rassegna delle fonti antiche due soltanto sono le indicazioni utili per affrontare il problema dell’ubicazione di Salapia. Di queste due, una si riferisce sicuramente alla « Salpia vetus »: si tratta del passo vitruviano che afferma che la nuova città di Salpia fu costruita lontano quattuor milia passus ah oppido veteri. Purtroppo lo scrittore antico non precisa dove si trovasse « l’oppidum Salpia vetus », né possiamo sapere se per raggiungere il nuovo sito si doveva andare a nord, a sud, ad est o ad ovest, ecc. Per questo motivo il testo di Vitruvio rimane utile solo in parte. Una cosa è certa: la nuova Salapia fu costruita a 4 milia passus dalla vecchia nell’interno, cioè sulla sponda occidentale del lago di Salpi, altrimenti non si potrebbe capire perché l’autore dice: lacum aperuit in mare, et portum e lacu municipio perfecit. L’altra indicazione è di Strabone, il quale situa Salapia a 140 stadi da Siponto, però non possiamo dire con certezza a quale delle due città di Salapia si riferisca questa distanza. In base a questi due brani antichi gli studiosi moderni hanno risolto in svariati modi il problema della ubicazione di « Salpia vetus », mentre sono quasi tutti concordi per l’ubicazione della Salapia romana. Ecco brevemente le varie ubicazioni: Secondo il Philipp39 l’antica Salpia. che continuò la sua esistenza sino al tempo di Cicerone, deve essere ubicata presso Trinitapoli, perché questa città si trova a 4 mp. lontana dalla nttova (circa 4 km. ad ovest di Trinitapoli etwa 4 km. westlich von Trinitapoli —). La seconda città sorge presso Posta di Salpi, ad ovest del lago. La terza Salpia, identica con le Salinae degli itinerari antichi, si trova presso l’attuale Torre delle Saline. Il Nissen40 dopo aver collocato la Salapia romana presso la Posta di Salpi, come il Philipp, a 16 m. s.l.m. aggiunge: « l’antica Salpi che fu necessario abbandonare nel corso dell’ultimo secolo della repubblica a causa della cattiva aria, si trova 4 miglia più lontano verso sud 41 », cioè, aggiungiamo noi, verso Trinitapoli . Questi due studiosi considerano la « Salpia vetus » una città marinara, non perché si trovasse in riva al mare, ma perché aveva il suo porto sul mare, pur essendo città interna. Il Romanelli42 ed il Corcia 43 ritengono, diversamente dagli altri studiosi, che l’antica città fosse costruita sulle rive del lago press’a poco dove si ritiene situata la Salapia romana, mentre la seconda città sorgeva sul mare. — 33 MELUTA D. MAR1N____________________________________________________________________________ Secondo il Mingazzini44 , invece, il sito della Salapia antica si trova sulla stretta striscia di terreno fra il lago e il mare e le rovine giacciono lungo la strada costiera che da Zapponeta conduce alla località Torre Pietra. La seconda città « il cui sito fu scelto, espropriato e distribuito da un M. Hostilio, funzionario romano di cui null’altro sappiamo, nemmeno l’età in cui visse (probabilmente nel II sec. a. C.) », viene situata dallo stesso presso l’angolo occidentale del lago e le rovine di essa sono visibili nella località Monte di Salpi, fra Zapponeta e Trinitapoli. Come per il Philipp « il sito della terza città di Salapia, detta anche Salinae, sembra corrispondere alla località Torre di Saline presso Trinitapoli, dove ancor oggi estese saline sono in attività ». Il Riontino45 colloca la Salpia vetus che egli chiama « città greca marinara » sulla costa come Mingazzini, ma sulla costa sommersa dal mare e precisamente nel mezzo dell’arco semilunare che si forma tra Torre di Rivoli e Torre Pietra, a km. 2.400 a ponente dell’odierna Zapponeta, di fronte alla Posta Zezza; i resti della città giacciono a 500 m. circa dalla costa nel luogo detto S. Placida tra Torre di Rivoli e Zapponeta46 I marinai del luogo chiamano ancora le rovine di questa città Aspro di Santa Palacena. L’autore afferma inoltre, di aver intravisto i resti sepolti dalle acque marine ad una profondità di 8-9 m. e di essere riuscito, calata l’ancora in mare di misurare grosso modo la lunghezza e la larghezza del paese sommerso e addirittura ad individuare sei strade47 Per avvalorare la tesi del Riontino si potrebbe chiamare come testimonianza il Mola, il quale asserisce di aver trovato su quel lido un bassorilievo di pietra cenericcia di fattura ellenica, su cui era riprodotto press’a poco il quadro di Parrasio rappresentante Meleagro e Atalanta, come pure monete con la leggenda~lAAAllINQN e ~AAIIINQN48 . La Salapia romana anche dal Riontino viene riconosciuta nei resti esistenti nella località Monte di Salpi. L’autore precisa ancora che questa Salapia romana è ricordata da E. Mola, il quale notò sulla collina pianeggiante l’intero perimetro delle mura della città, individuate dal fossato corrispondente, inoltre si distinguono le strade, le porte e la disposizione degli edifici49 . Lo stesso Riontino sostiene che, dopo l’abbandono della città da parte degli abitanti nel VII sec., rimasero « le mura grandiose, solidissime, intatte, alte un 10 e più metri dal fossato che le circondava all’intorno e larghe per quanto vi si può camminare con un carro ». Nell’autunno del 1953 furono fatti alcuni saggi di scavo sul Monte di Salpi. Vennero alla luce resti di mura formati da grandi blocchi, una grande quantità di ossa, di tegole e numerosi frammenti di ceramica grezza, insieme con alcuni vasetti interi dipinti con fasce e motivi floreali. Sembra si tratti di ceramica medioevale. La nuova città di Salapia situata sulla sponda occidentale del lago per avere uno sbocco marino, costruì il suo porto, come dice Vitruvio, sul mare. Il Riontino crede di individuarlo in quello che i marinai del ~ ~. — — ~. 34 ____________________________________________________________TRE CENTRI DELL’ANTICA DAUNIA luogo chiamano il « porto di S. Ruggiero », il cui molo si inoltrava e si inoltra tuttora per circa 100 m. in linea retta sul mare. I suoi resti si notano sul lato destro di una diga che affiora quando c’è la bassa marea, diga costruita in pietra e mattoni con un forte calcestruzzo. L’autore sostiene ancora che alcuni operai addetti nel passato al prosciugamento del lago per farne delle vasche salifere gli avevano riferito che sotto il fondo del lago di Salpi vi era un letto di mattoni e di pietre, che in linea retta congiungeva la Salpi romana con la foce di Torre Pietra. Sarebbe questa la prova dell’esistenza del canale costruito per unire la città situata nella zona Monte di Salpi con il suo porto. Nel 1953 durante una nostra visita lungo la costa da Zapponeta fino a Margherita di Savoia abbiamo visto i resti della diga presso la foce di Torre Pietra. Concludendo possiamo dire che la seconda città di Salapia o Salapia viene, da quasi tutti gli studiosi, ubicata a Monte di Salpi, dove esistono coperti i suoi resti, rilevati, però, come abbiamo già detto, dalla fotografia aerea (fig. 2), Fu costruita dai romani a quattro miglia dalla « Salpia vetus », il cui sito era diventato poco salubre a causa dell’impaludamento e della malaria. Il sito scelto si trovava in mediterraneis, cioè entro terra, e aspetta il piccone dell’archeologo per mettere in luce l’antica città. Nella fotografia aerea che ci ha rivelato questa seconda Salapia si distingue il circuito murario di un abitato di forma allungata che segue l’andamento della sponda del lago. La zona segnata nella fig. 2 con la lettera A può essere quella dell’acropoli o meglio del presidio romano difeso da un grandioso « aggere »; ad ogni modo è una zona con resti di costruzioni a rilievo o di scavo già effettuato. L’impianto urbano sembra quello di una città romana regolare, come si può dedurre dalle tracce perpendicolari visibili che possono essere vie della città. Molto chiare risultano le tracce delle vie extraurbane, di cui una proveniente da SE attraversa l’abitato e la zona centrale fortificata poi nella parte settentrionale della città piega ad est verso la sponda del lago. Questa zona scelta per la costruzione della Salapia romana, è interessante sottolinearlo ancora una volta, ebbe una grande importanza non soltanto nel periodo storico, ma già in quello preistorico, prova i diversi villaggi trincerati neolotici ubicati nei dintorni (fig. 2 lettere C, E, F, G, H, I, L). Incerta è invece l’ubicazione della « Salpia vetus » che, come già detto, fu collocata almeno in tre siti diversi, di cui due situati sulla costa adriatica e uno nella parte interna sulla sponda meridionale del lago nei pressi di Trinitapoli. Chi è nel vero? Nel 1966 quando veniva pubblicata la seconda parte del nostro articolo sugli « Scavi archeologici nella contrada di S. Vito presso il lago di Salpi », eravamo dell’avviso che la prima Salapia doveva essere ricercata sulla sponda occidentale meridionale del lago di Salpi. Questa nostra ipotesi oggi sembra poter essere scartata in seguito agli scavi e 35 MELUTA D. MAR1N____________________________________________________________________________ alle scoperte che nel 1968 ebbero luogo nel sito Torretta dei Monaci. Ivi la fotografia aerea aveva rivelato, come già detto, un insediamento dauno situato sul fosso Marana di Lupara, ad ovest di Monte di Salpi. La forma di questo insediamento richiama alla mente quella di Arpi. Vari antichi tratturi convergono verso questo abitato, dimostrando l’importanza dell’insediamento. Gli scavi fatti in questa zona hanno dato alla luce tombe con materiale funerario fatto di ceramica geometrica dauna, ceramica campana a vernice nera, ecc. La notizia è stata resa pubblica dal dott. Tiné durante l’VIII Convegno di Studi sulla Magna Grecia. Lo stesso mi pregò di prendere la parola al Convegno per poter aggiungere qualche altra notizia in merito. Credo che la prova più convincente, oltre al materiale trovato, sia il brano vitruviano già ricordato che dà la distanza tra le due città. Tra l’insediamento dauno di Torretta dei Monaci e la città esistente su Monte di Salpi intercorre una distanza di circa 6 km., pari cioè alle 4 milia passus di Vitruvio. Non soltanto questo, ma se la Sipontum dauna è da ricercarsi nella zona della Masseria Cupola a sud del Candelaro, unendo questa Masseria con Torretta dei Monaci otteniamo una linea arcuata parallela alla costa attuale. I centri antichi di Sipontum e Salapia allora sorti nell’interno in zone salubri si spostarono verso la costa quando queste divennero paludose, malariche, pestilenziali, a causa della trasformazione della grande laguna in tanti piccoli laghi e zone facilmente inondabili. Speriamo che gli scavi iniziati nella Masseria Cupola e a Torretta dei Monaci possano essere continuati per portare luce comp leta sui problemi riguardanti l’ubicazione della Sipontum preromana o dauna e della « Salpia vetus » vitruviana o Elpie Straboniana. c) Zona archeologica di S. Vito. Prima di presentare un altro centro della Daunia ci sembra doveroso dare qualche notizia sui rinvenimenti avvenuti nella contrada S. Vito che si trova in riva al lago di Salpi, a circa 2 km. a sud est di Monte di Salpi. Chi viene da Trinitapoli può raggiungere la contrada prendendo la carrozzabile che congiunge Trinitapoli con Zapponeta e arrivato a Casale De Pasquale girando verso est entra subito nella contrada S. Vito. La zona di S. Vito e dei dintorni fu ampiamente descritta nel 1838 da C. Afan de Rivera negli « Atti della Reale Società di Capitanata ». In seguito la contrada fu visitata da A. Angelucci50 , il quale inviò ad Arturo Issel la seguente descrizione: « Dicono che qui fosse un convento, ma io non mi perito di impugnare questa tradizione. Gli avanzi sono di fabbrica antica e non del medio evo, e si compongono di frammenti di colonne di mattoni già ricoperte di stucco che sono ancora sul posto ed in linea retta, indizio di un portico, e vicino ad esse sta parallelamente il resto del muro di un edificio a camerelle con intonachi levigati e dipinti a vivi colori a fresco od all’encausto, proprio come quelli di Pompei. In una camerella si vede ancora un canaletto destinato forse a condurre l’acqua in un bagno; dal 36 ____________________________________________________________TRE CENTRI DELL’ANTICA DAUNIA che trassi argomento di giudicare quello antico edifizio un luogo di delizia, una villa suburbana di Salapia. Vi raccogliemmo vani pezzi d’intonaco e di cornici di stucco, il tutto dipinto, ed un frammento di capitello corinzio simile a quelli del tempio di Vesta a Tivoli. Questo suburbio credo io di Salapia, donde è lontano circa 2 km. avrà certamente corso la sorte medesima della città mentovata, che fu presa dal pretore romano C. Cosconio nel secondo anno della guerra sociale (90 a. C.) e distrutta sin dalle fondamenta ». In seguito un’attenzione particolare al problema dell’antica Salapia fu dato da un notaio di S. Ferdinando di Puglia, A. Riontino51 , il quale descrive pure la zona di S. Vito e propone una identificazione per i ruderi ivi esistenti. Nella contrada S. Vito però non erano mai stati eseguiti scavi archeologici. Soltanto nell’autunno del 1953, mentre era soprintendente alle antichità di Puglia e Materano il defunto C. Drago, dopo alcuni saggi di scavo iniziati il 5. XI. 1953 a Monte di Salpi, il 17. XI dello stesso anno furono iniziati degli scavi a S. Vito, che proseguirono con lunghe interruzioni fin verso l’autunno del 1954. Il cantiere di scavo, chiuso una volta dal nuovo soprintendente alle antichità di Puglia prof. Nevio Degrassi, fu in seguito riaperto come cantiere scuola 52 . L’ubicazione precisa della zona archeologica di S. Vito si può fare tenendo presente il foglio 165, III, Trinitapoli dell’I.G.M. Lungo la riva meridionale del lago di Salpi, ridotto ora a vasche salifere, a poco più di 3 km. a levante delle rovine di Monte di Salpi si osserva come tale riva rientra nel lago formando una specie di angolo acuto. Tirando una parallela fra le due rive su cui si incunea tale angolo acuto, si forma un piccolo triangolo, nella cui base sono situati i resti antichi. La zona archeologica di S. Vito è posta quasi interamente nell’attuale territorio della Salma ed è limitata a NE da un canale e a SE da un argine che divide la proprietà della baronessa Anzano-De Michele 53 dagli acquitrini saturi di salsedine di proprietà del comune di Trinitapoli. Seguendo a piedi questo argine si incontrano i resti antichi presso il lago. Nella parte centrale la zona presenta un leggero rilievo, che raggiunge al massimo l’altezza di m. 2 rispetto al canale. Nell’angolo N vi è una depressione, che, in qualche punto, si trova al di sotto del livello del canale, motivo per cui si trova quasi sempre sott’acqua. Le tracce di antiche costruzioni proseguono abbondanti anche al di là dell’argine nella tenuta della baronessa Anzano, affiorano nel canale che ha distrutto la stazione archeologica per una lunghezza di almeno 2 km. Una nostra passeggiata lungo l’argine per circa 1 km. e mezzo ci permette di affermare che la zona archeologica è molto estesa. Lungo quest’argine abbiamo raccolto vari frammenti di ceramica a vernice nera, come pure frammenti preistorici di ceramica impressa a crudo tipo Molfetta e abbondanti lame di selce. La parte più ricca di resti antichi, quella descritta dall’Angelucci, dove furono eseguiti gli scavi si potrebbe racchiudere in un rettangolo di m. 100 x 70. 37 MELUTA D. MAR1N____________________________________________________________________________ Gli scavi iniziati al di là dell'origine della proprietà Anzano-De Michele e continuati dal prof. N. Degrassi portarono alla coperta di un locale che sembra fosse adibito ad oleificio come risulterebbe dalle impronte del torchio per le ulive riconoscibili su un pavimento e dalle vasche di varia grandezza disposte in serie (se ne sono scoperte due). Accanto vi era un grande edificio di m. 10 x 21,60. le vasche sono sicuramente di fabbrica antica, ma forse riadoprate nel periodo medioevale, prova il materiale archeologico antico e medioevale ivi ritrovato 54 . Gli scavi, invece, eseguiti nella zona estesa tra l'argine e il canale della salina, e limitati ad un rettangolo di m. 46 x 90, diedero alla luce i resti cospicui di una grande domus ellenistica55 . Si tratta di una grande cosa, forse una villa rustica, adibita tanto ad abitazione quanto ai lavori agricoli, prova la presenza dei locali considerati come appartenenti ad un oleificio. Di questa abitazione conosciamo soltanto l'articolazione dell'atrio, del peristilio e di alcuni ambienti secondari non meglio identificati (fig. 5). La domus di S. Vito è una casa ad atrio italico e a cortile con peristilio, articolata, per quello che riguarda questi ambienti, su un solo asse longitudinale, ma con veri ambienti disposti tanto intorno all'atrio, quanto intorno al peristilio. La casa aveva forse pure un grande giardino; un indizio potrebbe essere costituito dalla fila di 16 colonne. I muri erano costituiti di ciottoli e malta, almeno per quello che riguarda la loro parte inferiore, conservata fino ad un'altezza massima di m. 0,90. La parte superiore invece era costituita da una intelaiatura in legno e da riempimento di argilla e paglia. Le pareti erano ricoperte da intonaci tecnicamente ben fatti con più strati sovrapposti e dipinti in superficie, così che gli ambienti risultano riccamente decorati con stucchi e pitture. Dai resti rinvenuti risulta che la parete si articolava sicuramente nella parte inferiore in zoccolo e ortostati realizzati attraverso riseghe o listelli. La parete presenta una duplice divisione: una in senso orizzontale che scompartiva la parete in zone, una inferiore e una superiore, separate da vari motivi: motivo alla greca fatto in stucco dipinto in rosso e viola sul fondo chiaro, un semplice motivo vegetale, una fascia di kymàtia dipinti in rosso, ecc., proprio come si riscontra nelle case rinvenute a Penticapeo (Kertsch)56 . L’altra divisione in senso verticale scompartiva la parete in vari riquadri per mezzo di listelli o linee di pittura, in modo che si alter. navano sia file orizzontali di riquadri in tinta unita di vari colori (rosso con giallo, bianco con nero, rosso con nero o viola, ecc.) sia riquadri a tinta unita e a sfondo marmoreggiato. I colori adoperati sono vari e di diverse tonalità: nella parte inferiore per lo zoccolo il bianco, il grigio, l’azzurro; per gli ortostati in tinta unita il rosso, il giallo, il viola, l’arancione, il rosa e il nero, il verde, ecc., oppure nella gamma variata degli ortostati marmoreggiati. Nell’atrio i frammenti marmoreggiati riproducono l’alabastro, cioè il 38 ____________________________________________________________TRE CENTRI DELL’ANTICA DAUNIA fondo giallo veniva variegiato in rosso, azzurro, marrone e viola, oppure l’onice, oppure sul fondo bianco tutta una gamma di tonalità di rosso. Non è escluso che la divisione in senso orizzontale fosse realizzata con delle mezze colonnine in stucco (ci sono almeno alcuni modesti resti in proposito). Molto più difficile è dire come si articolava la parte superiore della parete. Di sicuro possiamo dire che nella parte alta correva un fregio dorico scompartito da triglifi e metope, nella stessa maniera come nella seconda tomba della necropoli di Mustafa Pascià ad Alessandria 57 . Le metope erano decorate da bucrani ornati con bende (fig. 9) come si riscontra nelle case di Delo e nel fregio del propileo di Samotracia di Tolomeo III (246-221 a. C.). In base al materiale a noi noto possiamo affermare la completa mancanza delle pitture figurate; vi sono soltanto pitture decorative a zone e pochissime pitture decorative a soggetti ornamentali, ma con soggetti semplicissimi (motivo alla greca, kymatia, motivi vegetali — foglioline disposte lungo una serpentina —, la semplice serpentina, il motivo a zig-zag). Le decorazioni plastiche in stucco sono di gusto raffinato e di delicata esecuzione (fig. 10). Lo stucco è utilizzato soprattutto per le cornici, per la decorazione del fregio, per i dentelli, ecc. Nell’atrio la scoperta più importante fu quella dell’impluvium, in marmo, di m. 2,30 x 3,35 e profondo 15 cm. L’orlo della vasca dello impluvio largo cm. 38 è finemente sagomato nella parte interna (fig. 6 e 7) proprio come nella « Casa del Fauno » a Pompei. All’interno della vasca e sull’orlo di essa sono stati rinvenuti diversi frammenti di rilievi in terracotta, appartenenti alla grondaia (sima) del compluvium. t una grondaia che, a quanto ci risulta, costituisce un unicum, giacché era costituita da un fregio i cui rilievi sono interrotti da terracotte raffiguranti maschere tragiche, una diversa dall’altra (fig. 11, 12 e 13), le quali fungono da gocciolotti (~ ~opp6cc. Sono state trovate due maschere intere, una femminile e una maschile, quattro maschere maschili frammentarie, di cui una unita allo sfondo del rilievo, una maschera femminile è unita al rilievo che raffigura un ermafrodito. Tra i rilievi figure femminili riccamente drappeggiate, ma con una teda rovesciata sembra una menade, figure maschili e anche di fanciulli, ecc. Purtroppo gli elementi in nostro possesso sono troppo disparati per poter stabilire con certezza l’ordine che essi occupavano nella scena raffigurata nel fregio della grondaia. Sembrerebbe da vari elementi da noi raccolti che almeno su un lato del compluvium le scene erano in relazione con il culto di Dioniso. Un esame attento di questi frammenti di rilievi ci permette di sottolineare che essi presentano le stesse caratteristiche dei rilievi tarantini in pietra tenera del III sec. a. C. Colpisce nelle figure drappeggiate lo stesso straordinario allungamento nelle proporzioni del corpo, la stessa eccessiva snellezza di questo, accentuata ancora dalla posizione altissima della cintura, dalla 39 MELUTA D. MAR1N____________________________________________________________________________ lunghezza del collo e dalla piccolezza soprattutto della testa in rapporto al resto del corpo, elementi questi che si riscontrano nei rilievi tarantini Si tratta dello stesso allungamento esagerato, innaturale, che corrisponde senza dubbio al gusto del momento, giacché si trova in molte scu1ture del tempo e ricorre spesso nei rilievi tarantini. Il Bernabò Brea considera questo eccessivo allungamento una moda locale da ricercare nello stesso gusto apulo 58 . Notiamo inoltre che le figure, sebbene non abbiano tutte la stessa altezza, spingono alle sue ultime conseguenze la legge dell’isocefalia. Le persone sedute arrivano alla stessa altezza di quelle stanti, senza pensare che se queste fossero in piedi dovrebbero uscir fuori dai limiti concessi dalla larghezza del fregio. Il panneggio delle figure appare povero di espressione e molto uniforme. Le stoffe diventate più pesanti, più corporee, sono solcate da fitte pieghe, che occupano tutta la superficie, creando delle raffigurazioni stereotipe. Tutto ciò ci fa pensare non più ad opere d’arte, ma a prodotti artigianali di bottega. Questi elementi di rigidezza, asprezza, nei rilievi di S. Vito, venivano attenuati grazie all’argilla più malleabile e soprattutto all’aggiunta di colore. C’è, nei rilievi di S. Vito, una certa plasticità, un più efficace effetto pittorico. Consideriamo allora i rilievi di tradizione tarantina (si tratta di opere appositamente ordinate ad un artigiano tarantino) e per i loro caratteri artistici e stilistici da datare verso la fine del III sec. a. C. Non è possibile dire se l’atrio fosse del tipo detto tuscanico oppure tetrastilo (nella vasca dell’impluvio infatti furono trovati un capitello, varie foglie di acanto, e due angoli di capitello con decorazioni di ovuli e dentelli). Per la grondaia del compluvium si potrebbe pensare che la sua decorazione si articolasse nel modo seguente: negli angoli quattro teste leonine (la classica t~8poppò~), sui lati lunghi e corti tra le teste leonine si snodavano le varie scene di un solo o più soggetti, scene interrotte dalle maschere tragiche. L’ingresso nell’atrio doveva trovarsi sul lato situato a NE dove una strada poteva correre lungo la riva del lago di Salpi. Il peristilio è di forma quadrata (fig. 5), come molti delle case di Delo e di Pella 59 e giacché presenta colonne soltanto su due lati (fig. 8) mentre sugli altri due la presenza di basi rettangolari ci fanno pensare a dei pilastri, si tratterebbe di un peristilio incompleto a soli due portici. Ciò non fa meraviglia perché anche le case di Delo presentano peristili incompleti a tre, a due o ad un solo portico60 . Le colonne a fusto liscio, di stile dorico, in un numero di 15, sono fatte a S. Vito in laterizi e malta con rivestimento di stucco dipinto. La più antica casa a peristilio risale a Delo al III sec. a. C. (la casa di Kerdon) e diventa diffusa nel II sec, a. C. Strettamente unita al peristilio è la cisterna, la quale nelle case di Delo si trova al centro dell’impluvium o sotto il colonnato del peristilio. Nella domnus di S. Vito sembra che la cisterna non si trovi 40 ____________________________________________________________TRE CENTRI DELL’ANTICA DAUNIA sotto il colonnato, ma molto vicina ad esso (fig. 14). Il rinvenimento di un capitello dorico presso la cisterna ci permette di pensare che essa fosse protetta da un tetto sostenuto da pilastri. Della domus fanno ancora parte un gruppo di cinque camerelle poggianti sul lato N del peristilio e in prolungamento di questo verso ovest la zona della cisterna. Inoltre a sud è stata rinvenuta una fila di 16 colonne forse appartenente ad un altro peristilio più grande o viridarium (fig. 5). Per la datazione di questa domus indicativi ci sembrano il fregio in terracotta della grondaia del compluvium, il motivo decorativo del bucranio che nella sua espressione secca, asciutta, ma nello stesso tempo naturalista ci porta allo stesso ambiente ellenistico, come pure i frammenti di ceramica di tipo megarese, che sono la prova evidente della imitazione in argilla dei prodotti metallici tarantini (si datano al III sec. a. C.). Ci aiutano per la cronologia i resti di pavimenti, abbastanza numerosi: alcuni sono in opus signinum e uno a lithostroton. Non mancano quelli in opus tessellatum bianco e nero, oppure bianco con mo tivi lineari in nero e rosso. La ceramica più diffusa nell’area della domus è la ceramica verniciata in nero, di impasto fine, lucente, liscia o con bacellature; scarsissimi i frammenti di ceramica di tipo Gnathia; più numerosa la ceramica con ingubbiatura rossa con pareti sottili, come pure ceramica grossolana grigiastra, marrone o nerastra di uso comune. Moltissime inoltre le tegole, di cui alcune con marchio di fabbrica. Una segnalazione speciale meritano le piramidette o pesi abbastanza numerose. Risulta dunque che il materiale rinvenuto ci permette di far risalire la casa di S. Vito al III sec. a. C. Il momento più preciso, giacché èdistrutta da un incendio, che potrebbe essere quello del 210 a. C., quando Annibale occupò Salapia, sarebbe da collegare ad un periodo anteriore al 210 a. C. L’esistenza di questa domus potrebbe essere collocata in un periodo che va dal 235 al 210 a.C. Certo questa scoperta presenta un grande interesse ed è ricca di problemi. Ci auguriamo che altri scavi possano essere condotti per confermare o per correggere quanto abbiamo tracciato. HERDONIA L’antica città di Herdonia occupa una serie di colline situate a sud della pianura foggiana, lungo la riva destra del Carapelle, nei pressi dell’odierna cittadina di Ordona e precisamente ad ovest di questa, là dove va a finire dolcemente l’altopiano di Ascoli, lungi 7 miglia da questo. Il luogo è facilmente raggiungibile seguendo la statale n. 161. Al km. 25, per chi viene dalla parte di Castelluccio dei Sauri, si prende sulla destra una carreggiata che dopo un percorso di circa I km. porta al villino Cacciaguida, situato proprio ai limiti del perimetro urbano dell’antica Herdonia. 41 MELUTA D. MAR1N____________________________________________________________________________ L’antica città, individuata nel suo perimetro dalla fotografia aerea (fig. 15 e 16) e poi confermato dagli scavi eseguiti dalla missione belga sin dal 1962/63 e continuati negli anni successivi, ha la forma di un rettangolo allungato che termina a punta verso Nord ed è delimatata da una cerchia muraria, in parte ancora visibile, lunga circa m. 1980 e che racchiudeva una superficie di quasi 20 ettari di terreno. Questo rettangolo lungo circa 730 m. e largo m. 300 racchiude un gruppo di tre colline, molto spianate alla sommità e separate da valloni poco profondi dove sono collocate le porte di accesso alla città. Il nome della città si riscontra in diverse fonti antiche greche e latine. Esso presenta diverse varianti: le più correnti sono Herdonia e Herdoniae. Le fonti greche riportano la forma cEp~ttW 61 e Ksp8wv 62 Le fonti latine riportano la forma Herdonea63 (però troviamo in Livio pure l’espressione « ad Ardaneas » 64 in relazione con gli avvenimenti del 214 a. C., comunemente interpretata come Herdonea) oppure Herdonia 65 ; gli abitanti sono chiamati Herdonienses66 ; il « Liber Coloniarum» riporta due forme Herdona e Ardona; gli itinerari: Tabula Peutingeriana, itin. antonino e il gerosolimitano rispettivamente hanno Herdonia, Erdonias, Serdonis. Alcuni autori attribuiscono alla città le monete con la leggenda L~EP, come pure l’emissione con la leggenda~APAQ databile al IV sec. a. C. e quelle contemporanee con la leggenda EP~ANQN (oppure APz~ANQN); altre monete, datate al III sec. a. C. e presentanti nel campo la lettera H, sono, qualche volta, attribuite a Ordona67 . L’origine del nome è stata variamente interpretata: secondo alcuni è nome osco-sabellico; recentemente invece, si è parlato di una consonanza illyrico - iapygio – messapica68 . Un’ipotesi interessante è quella del Calderone il quale identifica i ~p~to~ menzionati in una iscrizione del VI sec. a. C. trovata ad Olimpia con gli abitanti di Herdonia 69 . Se questa ipotesi si dimostrerà esatta si potrà in avvenire dire qualche cosa in più sulla città dauna, in un periodo anteriore alla seconda guerra punica. Per il momento non è possibile dire altro sul nome di questa città situata sulla via Appia Traiana. a) Studi e scavi La zona archeologica di Herdonia è stata soltanto negli ultimi sette anni oggetto di scavi sistematici per opera della missione belga. Bis ogna però dire che molti studiosi si sono interessati alle sue rovine. Una descrizione del luogo è fatta dal Mola alla fine del ‘70070 , riconfermata poi da D. Romanelli. Il Corcia 71 parla « dei ruderi di una grande opera, creduta la sua acropoli, colla porta principale non ancora rovinata ». Inoltre nomina un tempio dedicato ad Iside posto ad oriente dell’acropoli ad un’estremità della città presso la lunga muraglia di antichissima costruzione... La città è poi ricordata in lavori che si limitano a studi di topografia generale 72 . Molti sono i rinvenimenti occasionali nella zona e il materiale 42 ____________________________________________________________TRE CENTRI DELL’ANTICA DAUNIA delle sue ricche necropoli è disperso in varie collezioni pubbliche e private in Europa e America. Una trentina di tombe furono studiate nel periodo 1872-1876 dall’Angelucci73 . Si tratta di tombe con materiale dell’età del ferro. Si ebbe così la certezza dell’esistenza di una estesa zona sepolcrale. Infatti Angelucci affermava: « tutto lo spazio tra l’antica Herdonia e la nuova Ordona, ed intorno a questa, è sparso di sepolcri di questa ricca e potente città ». I primi scavi sistematici nella necropoli sono dovuti al Quagliati e risalgono al 190274 . Questi afferma che la necropoli si stende per un raggio di circa 3 km. e deplora la noncuranza dimostrata nei confronti della zona75 . Segue poi un lungo silenzio su questa regione; ècurioso che neppure il Bradford si occupò di questa zona archeologica situata ai margini del Tavoliere. Nel dopoguerra, nel 1948 e 1953 sono apparse due pubblicazioni del Chieffo, una particolare su Herdonia, l’altra sulla Daunia in generale 76 . Infine una piccola collezione di ceramica dauna fu pubblicata da F. P. Johnson 77 e un’altra da F. G. Lo Porto78 . Nel 1954/55 si ebbe sotto la cura della Sopraintendenza alle antichità di Puglia una breve campagna di scavo. Alcuni saggi permisero di delimitare esattamente il perimetro della città antica. Fu liberato un tratto delle mura di cinta e la porta situata a SO. All’esterno delle mura, in questa zona, fu trovata una necropoli ad incinerazione, priva di suppellettile, di età tarda. Nell’area poi dove era supposto sorgesse il foro, gli scavi misero in luce una serie di costruzioni in laterizio o in opera reticolata con ammorzature di mattoni, probabilmente dell’inizio del II sec. d. C.79 . Nel 1957 nel tentativo di chiarire l’intricata rete stradale della Daunia mediante lo studio delle fotografie aeree della zona, la G. Alvisi scoprì l’esistenza di un nuovo impianto urbano sulla sinistra del Carapelle in località « Masseria delle Cruste », situata circa ad i km. e mezzo a N dell’impianto già conosciuto di Herdonia. Questo centro urbano delimitato, come si vedeva nella fotografia aerea, da un « aggere » visibile sui lati NO, O e SE, simile a quello di Arpi, presentava all’interno di esso un sovrapporsi di più strati urbani. L’Alvisi distingueva dentro e fuori dell’aggere numerose tracce di villaggi neolitici tipici del Tavoliere, poi sul lato nord un impianto irregolare con tracce di strade strette che si snodano e si incrociano con prevalente direzione NE-SO ed infine un impianto regolare sovrapposto al primo, con strade regolari ad incrocio ortogonale, orientate N-S, da datarsi al VI sec. a. C. Essa sosteneva che questo centro sito in pianura sia da considerarsi la Herdonia preromana, distrutta completamente da Annibale nel 210 a. C. e alla quale si deve riferire la necropoli col materiale che si data dallo inizio del VII alla fine del III sec. a. C.80 . La vastità della necropoli testimonierebbe l’esistenza di un centro molto grande, che secondo l’Alvisi non poteva essere messa in relazione con la zona archeologica di Herdonia conosciuta specialmente con i saggi 43 MELUTA D. MAR1N____________________________________________________________________________ del 1954/55 e che presentava materiale archeologico databile soltanto dal II sec. a. C. in poi. Gli scavi della missione belga nella città di Herdonia situata sulla destra del Carapelle hanno invece dimostrato, secondo quanto afferma il Mertens81 che la città ricostruita dai Romani non fu edificata in un altro luogo, come sosteneva l’Alvisi, ma nello stesso sito, come dimostrerebbero i resti delle mura del IV sec, a. C. ivi scoperte e formate ad aggere come ad Arpi. Il problema, secondo noi, rimane ancora aperto, soprattutto per quello che riguarda l’identificazione dell’insediamento che la fotografia aerea ha rivelato sulla sinistra del Carapelle nella masseria ricordata e sui rapporti di esso con l’Herdonia della destra dello stesso fiume. Forse una spiegazione potrebbe anche essere possibile. L’insediamento della Masseria delle Cruste costituiva in un periodo antico un tutt’uno con quello di Herdonia. La città poteva essere costituita da tanti nuclei sparsi gravitanti intorno ad tino più importante situato anticamente sulla destra del Carapelle. Questo centro era tutto difeso da un grande « aggere » che racchiudeva un vasto territorio utile pure per ricoverare il bestiame, seppellire i morti, ecc. Tra i motivi che ci spingono a questa affermazione è la posizione di Herdonia lungo la riva del Carapelle, su una delle tante vie che dal mare conducevano all’interno e risalivano i valichi dell’Appennino; ci sembra una situazione analoga alle coeve città di Arpi (sulla destra del Celone), di Canusium (sulla destra dell’Ofanto) o di Luceria (sulla destra del Salsola). Interessante notare che le più importanti città daune quali Luceria, Arpi, Canusium, Aeca, Ausculum, ecc, sorgono tutte sulla riva destra dei fiumi. Quindi, per un motivo che a noi sfugge, possiamo pensare che anche Herdonia era situata sulla riva destra del Carapelle. Come già detto, dal novembre del 1962 Herdonia fu oggetto di scavi sistematici per opera della missione belga con a capo il prof. J. Mertens dell’università di Lovanio. Delle varie campagne di scavo sono stati pubblicati vari articoli82 e due volumi 83 . b) Topografia della città. Le ricerche nelle prime due campagne ebbero come meta i seguenti problemi: 1) La topografia generale del luogo 2) La cinta muraria e la cronologia della città 3) La necropoli preromana. Le campagne successive del 1964/65 e del 1965/66 si occuparono del foro e delle costruzioni adiacenti e dell’anfiteatro. Furono inoltre continuati gli studi sulla cinta urbana, sulla collina sud dell’abitato e sulla necropoli di Herdonia. 44 ____________________________________________________________TRE CENTRI DELL’ANTICA DAUNIA 1. Le mura 84 La città di Herdonia situata lungo la riva destra del Carapelle, su tre colline, era in età storica (IV sec. a. C.) delimitata da una cinta muraria dal perimetro di circa m. 1980. Di forma quasi rettangolare, ma un rettangolo molto allungato, termina a N con una punta dove è situato un fortino detto « Castellum », costruzione tarda, in quanto il fossato del « castellum » ha distrutto la cinta di epoca romana. Sondaggi ulteriori hanno permesso di notare il percorso molto irregolare della cinta nel settore sud-est85 . Le colline racchiuse dalla cinta muraria sono separate da valli poco profonde, nelle quali sono disposte le porte di accesso alla città. Sono state localizzate tre porte: porta NE, la più importante, attraverso la quale passava la via Traiana, porta NO e SO (sulla pianta (flg. 16) rispettivamente b, d ed e). La cinta muraria fu sistemata su un agglomerato urbano-necropoli già esistente. Ciò si può notare soprattutto nella parte orientale dove una vasta zona sparsa di tombe e di resti di abitazioni è stata ritagliata in maniera arbitraria dalla cinta. Quindi riscontriamo in questa città come in molte altre città dell’antica Apulia (Altamura, Monte Sannace, Canosa, Arpi, Caeliae, Barium, Gnathia, ecc.) coesistenza di tombe ed abitazioni. La cinta muraria ha subìto in seguito diversi rifacimenti, alcuni radicali, tanto che il Mertens parla di otto fasi tra costruzioni, distruzioni e rifacimenti della cinta muraria. I vari elementi della cinta, quali la tecnica muraria, i materiali adoperati, la presenza di costruzioni precedenti, specialmente tombe, ci permettono di seguire i rifacimenti nelle varie fasi e quindi di stabilire lo sviluppo cronologico della città. Si deve sottolineare che le mura poggiano, quasi sempre, su un banco di breccia calcarea, formante il sottosuolo delle colline, oppure su tombe o abitazioni già esistenti. La fase più antica della cinta consiste in una semplice alzata di terra brunastra poggiante sulla roccia calcarea. Presso la porta NE si rinvennero alcune buche di pali disposte in modo da formare un quadrato, distrutto dal fossato posteriore. Forse servivano per le fondamenta di rudimentali opere di difesa: torri quadrate in legno. La porta risalente a questa primitiva fase era un semplice passaggio nel baluardo. Data della costruzione di questo « aggere » sarebbe fine IV sec., inizio III sec. a. C., quando la necropoli è stata abbandonata86 . Questa datazione viene confermata dalle notizie storiche che interessano la regione: le guerre di espansione di Taranto e la discesa di Alessandro il Molosso in Italia, che tra l’altro occupò Siponto e si spinse fino ad Arpi. Questi avvenimenti potevano spingere Herdonia a cingersi di una cerchia muraria. La seconda fase potrebbe mettersi in relazione con l’espansione delle genti sannitiche e con la conseguente avanzata dei Romani. Questa costruzione più solida, poggia in alcuni punti sul baluardo precedente, in altri sulla roccia. Essa ha per fondamenta diversi filari di ciottoli 45 MELUTA D. MAR1N____________________________________________________________________________ di fiume sormontati da una muraglia di mattoni crudi, regolarmente disposti e uniti coll’argilla; è la stessa tecnica riscontrata nell’aggere di Arpi. La larghezza delle fondamenta varia da m. 2,60 a 3,70, mentre l’altezza del filare di ciottoli varia da cm. 40 a cm. 60. Tutto questo costituisce soltanto il parametro esterno della cinta, perché verso l’interno si ha soltanto un rialzo di terra largo fino a m. 12,80 che serve a rinforzare il muro esterno. A sua volta questa alzata di terra è mantenuta da un muro di controscarpa fatto da ciottoli, terra e mattoni crudi. Le porte sono ancora semplici: un passaggio largo m. 6, profondo m. 13,20 per la porta di NE e uno largo m. 5,25 e profondo m. 15 per la porta di SO. Come sempre i muri che fiancheggiano le porte sono più larghi e più solidi. Sembra oramai sicuro che sin dalla prima fase si snodava intorno alla cinta un grande fossato. La datazione della seconda fase è data dai frammenti di ceramica apula tarda e protocampana, risalenti alla fine del IV inizio del III sec. a.C. La seconda guerra sannitica potrebbe essere la causa dei nuovi rifacimenti nella prima cinta. La terza e la quarta fase consistono in rafforzamenti del sistema esistente che potrebbero essere messe in relazione la prima con la discesa di Pirro e la battaglia di Ausculum, la seconda con la presenza di Annibale nella Daunia durante la seconda guerra punica. Queste quattro fasi sembrano costituire la prima epoca della storia di Herdonia che termina bruscamente nel 210 a. C. con la distruzione della città e la deportazione della popolazione nella zona di Metaponto e di Turioi. La quinta fase mostra una ricostruzione radicale della cinta in solida muratura. E' la fase più monumentale e meglio conservata; è una cinta a duplice cortina, quella esterna più solida e più massiva, con la parete interna meno larga e costituita da un muro di controscarpa. Il riempimento tra le cortine era di terra; le cortine non sono sempre parallele e la distanza tra esse varia da 4 a 6 m. La facciata esterna è in opus incertum di bella fattura, tendente talvolta d opus reticulatum. Qua e là la cinta è rafforzata da torri circolari. La datazione di questa cinta non è facile, potrebbe essere della fine del III sec. a. C., oppure del II sec. a. C., come anche del I sec. a. C. Comunemente si sostiene che essa rappresenti la seconda epoca della città di Herdonia e risalga alla fine del Il inizio del I sec, a. C. (tra 100 e 55 a. C.), alquanto tardi dopo la distruzione del 210 a. C. della città. Ad ogni modo il paramento in opus incertum, tendente qualche volta verso il reticolato, non ci permette di risalire al di là della fine del II sec. a. C. La sesta fase può essere situata nella seconda metà del I sec. a. C.; la settima fase, durante l’impero, dimostra che sul fianco est della collina la cinta è stata messa fuori servizio. Tra il materiale è presente la ceramica in terra sigillata e una moneta di Augusto datata all’anno 7 a. C.; nella zona situata a NE la costruzione dell’anfiteatro sulla cinta segna grandi trasformazioni. t questa la terza epoca della città di 46 ____________________________________________________________TRE CENTRI DELL’ANTICA DAUNIA Herdonia, divenuta stazione importante della via Traiana, fatta, probabilmente, sis temando un tracciato stradale più antico. Siamo nella epoca in cui sorgono importanti monumenti cittadini. L’ultima fase, l’ottava, segna un cambiamento radicale nella topografia della città, ora quasi completamente abbandonata e coperta di resti e terra. I frammenti ceramici rinvenuti indicano che l’abitato è esistito almeno fino al XV sec. 2. Strade extraurbane. A questo centro nel periodo imperiale giungevano varie arterie stradali. La più importante è l’Appia Traiana che da Aeca, dopo aver attraversato il Cervaro, passava il ponte sul Carapelle e poi giungeva sembra alla porta NO della città. Dopo aver attraversato l’abitato e poi girato ad angolo retto nelle vicinanze del foro herdonitano usciva dalla porta NE per dirigersi tramite Stornara e Masseria Capitolo a Canusium (v. fig. 16 pianta di Herdonia e fig. 17 rete stradale dauna). La strada ricalcava antichi tracciati percorsi dai Dauni. Nel tratto lastricato interno scoperto è larga m. 3,45 e sono ben visibili i solchi profondi lasciati dalle ruote dei carri. Forse alla stessa porta doveva giungere la via detta Herdonitana, oppure Aurelia - Aeclanensis costruita ex novo sotto Adriano, in un primo momento da Benevento fino ad Eclano, poi, su espressa richiesta degli eclanensi, rimasti tagliati fuori dalle grandi linee di traffico con l’abbandono dell’Appia antica, fu allacciata ad Herdonia con la Traiana (fig. 17). Notizie su questa strada si ricavano da varie iscrizioni che ci danno anche il nome dell avia: via Herdonitana, via ducente Herdonias, via ad Herdoniam87 . Sembra invece che ricalchi il tracciato di una strada esistente in età repubblicana la via Venusia - Herdonia che pare giungesse alla stessa porta NE della città. La strada, il cui tracciato rettilineo è perfettamente visibile nella fotografia aerea, necessaria per allacciare Ve nusia alla Traiana, considerata opera di Diocleziano dal Chieffo, e identificata da due iscrizioni e dai ruderi di un ponte sulla destra dell’Ofanto tra Camarda e ponte S. Nicola (fig. 17). 3. La città. Nell’interno della città è stato esplorato soprattutto il centro mo numentale intorno al foro, dove già nel 1954/55 N. Degrassi aveva iniziato a liberare alcuni ambienti in opus reticulatum che delimitavano sui lati NE, SE e SO una piazza più o meno rettangolare, che si dimostrerà in seguito essere la spianata del Tempio A e il foro. La zona monumentale è il risultato in ordine cronologico della sistemazione dei seguenti monumenti: Dell’età repubblicana il tempio B, sul lato ovest della grande spianata, risalente al II sec. a. C. e vari resti di botteghe e abitazioni sul 47 MELUTA D. MAR1N____________________________________________________________________________ lato N ed E della stessa. Segue la creazione di una terrazza ad esedra che permetterà la sistemazione del foro triangolare e della basilica situati a N della terrazza. Nel I sec. d. C. la zona centrale subì profonde modifiche. Fu tagliata una nuova spianata al centro della quale su un alto podio fu eretto il tempio A con grande scalinata. Accanto al tempio A, sul lato ovest, una costruzione rotonda sembra sia un macellum. Botteghe e varie altre costruzioni intorno alla spianata non sono meglio identificate. Dello stesso periodo è la costruzione dell’anfiteatro. Varie costruzioni tardive furono scoperte nella costruzione circolare a sud del tempio A, accanto al macellum, sul lato est a N del criptoportico, presso la fontana della via Traiana, nell’entrata assiale della basilica e nel tempio B. Dagli scavi e dalle ricerche condotte si possono tracciare diverse fasi di sviluppo di questa città. La fase più antica è costituita da un abitato indigeno dauno databile tra il VI e il IV sec. a. C. e molto più esteso della città racchiusa dalle fortificazioni che noi conosciamo. Case e tombe si mescolano come si può vedere sulla collina sud della città, per una vasta zona ad est della cerchia muraria, nei pressi del « castellum ». Si tratta di un abitato sparso, composto da più nuclei dove si associano abitazioni e necropoli. Prove sarebbero la tomba a dromos scoperta nella zona della basilica88 , i resti di abitazioni e tombe sulla collina est, le tombe nella zona dell’anfiteatro, ecc. Non è escluso, ma ciò si deve ancora dimostrare, che questo abitato fosse delimitato da un esteso aggere, come quello della città di Arpi, da datare forse al VI-V sec. a. C. In seguito la vallata, dove sorgerà il centro monumentale di Herdonia, sarà in parte colmata, nel momento della costruzione della cinta muraria e della sistemazione della prima terrazza, sistemazione che si può datare alla seconda metà del I sec. a. C.89 . E' da notare che presso l’angolo ovest di questa terrazza esisteva già a quest’epoca il piccolo tempio B eretto nel II sec, a. C. La prima sistemazione del forurn si allinea col tempio B e comporta la costruzione della basilica. Questo aspetto del centro viene completamente capovolto dalla costruzione del tempio A e della sua spianata.Gli scavi stratigrafici e lo studio del materiale e delle tecniche costruttive permettono una datazione generica dell’insieme alla fine del I, inizio del II sec. d. C.; questo il momento della costruzione pure della via Traiana. Alcuni rifacimenti secondari si ebbero nel Il e III sec. d. C.; nel basso impero nei secoli IV e V tutti questi monumenti pubblici sono abbandonati o alcuni restaurati; ‘si osserva in più punti, con l’aiuto del materiale di reimpiego l’erezione di nuove costruzioni, che per la loro forma absidata vengono chiamate cappelle. Di queste intorno al foro furono individuate cinque. In tutti questi casi, intorno alle cosiddette cappelle, furono scoperte tombe tardive ad inumazione. Nell’interpretarle si 48 TOPOGRAFIA DELLA DAUNIA ANTICA Fig. 1 – Insediamento dauno individuato dalla fotograf ia aerea ad ovest di Salapia romana, nella zona chiamata Torreta dei Monaci. Presenta forma semilunata con la concavità rivolta verso un antico specchio d’acqua (Marana di Lupara). TOPOGRAFIA DELLA DAUNIA ANTICA Fig. 2 – I resti della Salapia Romana. Fig. 3 – Foto aerea: Zona archeologica di S. Maria di Siponto. Fig. 4 – Foto aerea di Siponto Romana. Visibili le mura situate a sud dell’antico abitato. TOPOGRAFIA DELLA DAUNIA ANTICA Fig. 5 – Zona archeologica di S. Vito TOPOGRAFIA DELLA DAUNIA ANTICA Fig. 6 – S. VITO : L’atrio della domus ellenistica. TOPOGRAFIA DELLA DAUNIA ANTICA Fig. 7 – S. VITO: Particolare dell’impluvium in marmo. TOPOGRAFIA DELLA DAUNIA ANTICA Fig. 8 – S. VITO: Una fila di colonne del peristilio. Fig. 9 – S. VITO: Bucranio. TOPOGRAFIA DELLA DAUNIA ANTICA Fig. 10 – S. VITO: Vari frammenti di decorazione in stucco. TOPOGRAFIA DELLA DAUNIA ANTICA Fig. 11 – S. VITO: Fregio sottile del compluvium. TOPOGRAFIA DELLA DAUNIA ANTICA Fig. 12 – S. VITO: Capitello, maschera fittile e frammento del fregio. Fig. 13 – S. VITO: Maschera fittile . TOPOGRAFIA DELLA DAUNIA ANTICA Fig. 14 – S. VITO: La cisterna . TOPOGRAFIA DELLA DAUNIA ANTICA Fig. 15 – Foto aerea di Herdonia . TOPOGRAFIA DELLA DAUNIA ANTICA . Fig. 16 – Pianta dell’antica Herdonia . a = anfiteatro; b = porta NE; c = castellum; d = porta NO; e = porta SO; f = centro monumentale; g = necropoli; numeri romani = tombe TOPOGRAFIA DELLA DAUNIA ANTICA Fig. 17 – Ricostruzione della rete stradale secondo la foto aerea. TOPOGRAFIA DELLA DAUNIA ANTICA Fig. 18 – Cratere e askos proveniente da A scoli Satriano. TOPOGRAFIA DELLA DAUNIA ANTICA Fig. 19 – Vari oggetti rinvenuti nella necropoli di Ascoli Satriano. TOPOGRAFIA DELLA DAUNIA ANTICA Fig. 20 a – Cratere geometrico da Ascoli Satriano. Fig. 21b – Askos rustico e antefissa da Ascoli Satriano. TOPOGRAFIA DELLA DAUNIA ANTICA Fig. 21 – Bassorilievo funerario romano da Ascoli Satriano. TOPOGRAFIA DELLA DAUNIA ANTICA Fig. 23 – Millario della Via Appia Traiana (Ascoli Satriano). ____________________________________________________________TRE CENTRI DELL’ANTICA DAUNIA dovrebbe non dimenticare che secondo alcune informazioni Herdonia fu sede vescovile nel V sec. 4. Il centro monumentale. Tempio B. Situato nell’angolo ovest del foro; si conserva il podium e qualche tratto della parete di fondo della cella. Le sottostrutture poggiano direttamente sulla roccia. È un tempio con unica cella (m. 5,83 x 5,60), periptero del tipo a ambulatio sine postico. Il podium presenta una muratura fatta con ciottoli di fiume e frammenti di tegole di tipo laconico. Il tempio di pianta quasi quadrata (m. 15,81 x 13,19) presenta la facciata più larga della profondità. Le pareti del tempio, là dove si sono conservate, sono fatte di tegole. Per la sua costruzione furono distrutte varie abitazioni, costruite in mattoni crudi e miscuglio di argilla e paglia su basamento di muratura in argilla, e tombe. Ciò avvenne anche nella zona della basilica dove fu possibile ricuperare strati più antichi, come pure nella zona dell’anfiteatro sotto la cinta urbana e sulla collina meridionale della città. Le tombe scoperte sotto il tempio B si datano al IV sec. a. C., che costituisce il terminus post quem per la datazione del tempio. Il terminus ante quem è dato dalle costruzioni erette intorno al tempio, i cui elementi più antichi risalgono al I sec. d. C. Secondo la pianta, la tecnica di costruzione e la ceramica scoperta, il tempio si data al II sec. a. C. Il Foro. Al momento della sistemazione del foro il tempio fu fiancheggiato da due scalinate; esse costituivano il passaggio tra il foro e una stradella della città che costeggiava dietro il tempio B tutto il centro monumentale. Per ottenere il foro furono tagliati per una grande profondità i pendii che circondavano il centro di Herdonia costituendo vari terrazzamenti. Il dislivello tra il foro e il tempio B è di m. 2,92. Sullo stesso terrazzarnento furono collocati il fianco SO del colonnato del foro e il settore SO della basilica. Il foro, di pianta quasi triangolare, si presenta come una piazza lastricata, circondata da un marciapiede e sui lati O e N da un portico largo m. 5 e lungo m. 51, formato da 13 colonne. Questo portico con resti di basi per statue onorifiche unisce il tempio B alla via Traiana. La basilica. Sorge sul lato NO del foro sopra resti di antiche abitazioni e di tombe, di cui una a camera con dromos. La basilica è rettangolare, con la parete esterna di m. 41 x 27; la struttura lignea poggiava su un colonnato interno di 4 x 8 colonne. Le pareti sono in pseudo - reticulatum e con pilastri in mattoni. Nella facciata che costeggia il foro si aprono tre grandi porte; una quarta porta doveva trovarsi sul lato corto della basilica, aperta sulla via Traiana. Nell’entrata centrale in epoca tarda fu situata un cappella chiusa da abside. Tempio A e vari resti antichi. Già nel 1954/55 una serie di mura in opus reticulatum delimitavano verso NE, SE e SO uno spazio più o meno rettangolare che si dimostrerà poi essere la spianata del tempio A. Negli scavi successivi risultò che la spianata era una piazza lastricata 49 MELUTA D. MAR1N____________________________________________________________________________ di forma rettangolare, orientata NO-SE di m. 59 x 35. La piazza è fiancheggiata sui lati NE, SE e SO da un criptoportico largo m. 1,90. Questa galleria sotterranea è sormontata da un portico monumentale, le cui basi in parte si sono conservate in situ. Nell’asse della spianata, verso SE s’innalza il tempio A le cui sottostrutture esistono in parte. Il tempio, con alto podium, di m. 18 x 7,5 presenta un’unica cella, preceduta verso il foro da una larga scalinata e chiusa sul fondo da una nicchia monumentale. Su due lati del tempio, su un portico, si aprono vari ambienti. L’angolo NE del complesso fu trasformato in epoca più tarda in cappella con annessi. A sud del tempio A gli scavi del 1966/67 misero in luce un mercato o macellum formato da una sala circolare probabilmente a volta, circondata da 14 colonne che indicavano i muri di separazione di altrettante piccole stanze. Intorno alla spianata vari scavi misero in luce diversi gruppi di tabernae, ecc. Così nell’angolo formato dalla via Traiana dinanzi alla «fontana », come pure alle spalle di essa, si vedono varie costruzioni di diverse epoche in una stratigrafia già anticamente disturbata, perché qui furono sistemate cisterne e magazzini sotterranei. Tra questi è stato identificato un complesso composto di almeno 16 camere comunicanti tra loro tramite dei passaggi a volte. Tutto è orientato più o meno O-E, orientamento che è identico a quello della grande terrazza a exedra, sistemata anteriormente alla spianata del tempio A. Al centro di questa terrazza ad exedra si alza un monumento costruito su podium, di cui alcuni elementi furono messi in luce a NE del tempio A. L’abside della terrazza, costruita in tegole ha un raggio di 5 m. Nell’angolo occidentale dello stesso piano d’insieme s’inscrive una sala quadrata di m. 10 x 10, ricoperta più tardi dal complesso monumentale costruito in funzione del tempio A (si tratta della spianata rettangolare di m. 59 x 35 e i suoi portici). Nel fianco sud della spianata fu liberata una serie di botteghe che si apriva su essa e il portico che la circondava. Queste botteghe presentano l’orientamento generale del complesso, però si sovrappongono ad altre botteghe orientate secondo una anteriore sis temazione della quale fanno parte il tempio B, la basilica e il foro che abbiamo già descritto. Le due serie di tabernae presentano come unità urbanistica la bottega rettangolare, qualche volta a due stanze, separate dal portico da una larga porta chiusa da una inferriata scorrevole. 5. L’Anfiteatro.90 Il monumento sorge ad est della città e a sud della porta NE. Fu costruito sulla cerchia muraria, mentre il fossato fu adibito per l’arena. A sud dell’anfiteatro, extra muros, si stende una vastissima necropoli che si snoda sui due lati della via Herdonia - Venusia, il cui tracciato rettilineo è perfettamente visibile nella fotografia aerea (fig. 15). 50 ____________________________________________________________TRE CENTRI DELL’ANTICA DAUNIA L’anfiteatro del tipo seminterrato, come quello di Pompei, Venosa90 , Lucera 91 si presenta come un’ellisse con l’asse maggiore di m. 74,45 e quella minore di m. 59,40; l’arena, che occupa l’antico fossato, è d m. 44,60 x 28,90. L’ellisse non è molto regolare; essa si presenta più arrotondata e più larga sul lato rivolto ad est. Nella costruzione dell’edificio si possono distinguere due fasi. Tracce della prima riscontriamo soprattutto negli ingressi e nel muro della arena, dove si riconosce il suo paramento in opus incertum. Nulla di simile è stato riscontrato nel muro esterno dell’anfiteatro, per cui si può pensare che all’esterno il monumento fosse fatto in legno. Ad ogni modo, nel momento attuale delle nostre conoscenze possiamo dire soltanto che le fondamenta del muro esterno possono appartenere in parte alla costruzione primitiva. La parete dell’arena presenta una serie di nicchie, di cui alcune messe in luce si trovano approssimativamente nell’asse minore dell’ellisse. Non è escluso che altre siano disseminate lungo il percorso di questa parete. Forse sopra di esse sorgevano piccole tribune per le autorità cittadine. Nulla si è conservato della gradinata della cavea. Le carceres poste sotto il livello dell’arena erano raggiungibili per mezzo di una scala che sboccava nell’arena stessa. I due ingressi principali erano situati nell’asse maggiore dell’edificio e sorgevano nell’antico fossato; essi sono identici e costituiti da un corridoio lungo m. 15 che si allarga leggermente verso l’esterno. Il corridoio è largo verso l’arena m. 3,50, sulla facciata m. 4,65. I corridoi sono fiancheggiati da scalinate che conducono alle gradinate della cavea. Nella prima fase di costruzione queste scalinate costituivano gli unici accessi alla cavea e dovevano essere costituite di almeno 6 gradini. Gli spettatori accedevano agli ingressi principali dell’anfiteatro attraverso larghe scale sistemate nell’antico fossato. La cronologia di questa fase (verso la metà del I sec. d. C.) è data da alcuni frammenti di terra sigillata e dal corredo funebre della tomba XXI. La seconda fase presenta la ricostruzione dell’anfiteatro in bellis simo opus reticulatum con cordoni e catene in mattoni oppure in opus vittatum. Mentre le dimensioni dell’edificio restano immutate, vengono ingranditi gli ingressi. Quello nord presenta adesso un aspetto monumentale, mentre quello sud è meno accurato. I corridoi, che conducono all’arena, coperti per tre quarti della loro lunghezza da una volta, ricevono in parte un nuovo paramento in reticolato. Le scalinate laterali sono quasi completamente demolite e sostituite con delle stanze (carceres) coperte con volte schiacciate. Queste sono identiche nell’ingresso settentrionale, più piccole in quello meridionale. Gli ingressi centrali sono fiancheggiati da corridoi a volta, muniti all’inizio da una scalinata costruita sopra le volte delle carceres e che permette l’accesso alla cavea. Queste entrate laterali, per51 MELUTA D. MAR1N____________________________________________________________________________ fettamente simmetriche nell’ingresso nord sono lunghe rispettivamente m. 10,25 e 10,50 e larghe una da m. 3,85 a m. 3 e l’altra da m. 3,75 a m. 2,90. Le scalinate larghe m. 1,50 hanno sei gradini. Meno larghi e meno simmetrici i passaggi dell’ingresso meridionale (il corridoio orientale è lungo m. 9,65 e largo da m. 3 a m. 2,20; la scalinata larga m. 1,50 ha sette gradini; il corridoio occidentale è lungo m. 10,15 e largo da m. 2,90 a 1,80). Questi ingressi potevano essere raggiunti pure attraverso una scalinata costruita contro la facciata e di cui nello ingresso nord si conservano ancora 15 gradini. Questa scalinata costituiva il passaggio diretto tra la città e l’ingresso nord, attraversando un’apertura fatta nel muro di cinta della città. Le facciate esterne della seconda fase presentano un aspetto più monumentale. L’aspetto dell’arena è rimasto invece identico a quello della fase precedente; il paramento murarie è in parte rinnovato in opus reticulatum e ricoperto di uno strato di calce. Una nicchia sulla parete ovest dell’arena ci fa supporre la presenza di una tribuna situata a m. 3,30 sopra il livello dell’arena. Difficile stabilire l’altezza del muro esterno della facciata, per mancanza di elementi. In questa seconda fase l’anfiteatro aggiunse altri due ingressi secondari. Si tratta di qualche gradino sopra una massiccia opera in mu ratura che conduce a semplici corridoi larghi m. 1,60 e 1,45, situati sotto le gradinate e che si aprono direttamente nella parte superiore della cavea. Intra muros un acciottolato di strada, proveniente da SO, conduce ad uno di questi ingressi, mentre un secondo passaggio doveva essere accessibile alla strada proveniente da Venosa, il cui tracciato, probabilmente, fu spostato verso est al tempo della costruzione dell’anfiteatro. Nell’interno della città le case furono costruite nella immediata vicinanza del monumento, mentre il terreno situato ad est dell’anfiteatro continuerà a servire come necropoli. Le aperture fatte nella parete dell’arena, che permettevano l’accesso diretto alle carceres presso gli ingressi, sembrano appartenere ad una ulteriore sistemazione del monumento. Questa seconda fase dell’anfiteatro si situa cronologicamente sotto Traiano, quando la città diventa un importante nodo stradale sulla via Traiana finita nel 109 d. C. L’inserimento della città su una grande arteria di traffico porterà ad un intenso sviluppo architettonico che si può osservare non soltanto nell’anfiteatro, ma nella porta NE, come pure nella sistemazione generale del foro e dei monumenti adiacenti. A queste due fasi principali dell’anfiteatro si possono aggiungere altre due. Una quando l’anfiteatro fu in parte demolito durante il basso impero e gli ingressi chiusi con dei muri per costituire vari ambienti ad uso forse di abitazione. Il grande numero di tombe di età tarda scoperte in questa zona indicano che alla fine dell’età romana e nell’alto 52 ____________________________________________________________TRE CENTRI DELL’ANTICA DAUNIA medioevo la zona fu adibita a necropoli. L’altra fase è costituita dal seppellimento del tesoro, scoperto all’ingresso sud, tra il 976 e il 999. che costituisce il terminus ante quem per la completa distruzione del. l’anfiteatro e il riempimento degli ingressi con diversi rottami e terra. 6. La necropoli. Il problema della necropoli di Herdonia è tutt’ora aperto. Fino a questo momento nei due volumi apparsi è stata pubblicata per opera di R. Iker soltanto una parte delle tombe scoperte e sottolineamo che si tratta di tombe trovate all’interno della cinta della città romana. Delle tombe situate fuori le mura soltanto due furono pubblicate (tomba X93 situata nella necropoli che si stende ad est della città, a circa 150 m. dalla cinta e la tomba XX trovata nella necropoli a circa i km. a sud di Herdonia [v. fig. 16] ). Durante le prime quattro campagne di scavo furono scoperte una cinquantina di tombe. Nella loro maggioranza furono scoperte incidentalmente nelle trincee aperte sul territorio della città romana, la quale distrusse gran parte delle tombe anteriori94 . Le ricerche condotte fino ad oggi ci permettono di sostenere che la zona occupata dalla città antica delimitata dalla cerchia muraria fu abitata in un periodo anteriore al IV sec. a. C. Anzi le tombe si mescolano ad abitazioni che si stendono per grandi distanze al di fuori della cerchia muraria. La prova di una occupazione della nostra zona in un periodo anteriore al IV sec, a. C. è costituita dall’esistenza di uno strato archeologico contenente frammenti di ceramica geometrica simili a quelli rinvenuti nelle tombe e dalla presenza di grandi buche circolari scavate nella roccia. Queste buche, diverse dalle tombe hanno dato una grande quantità di materiale geometrico. Le tombe rettangolari e di piccole dimensioni sono costruite in due maniere: sia scavate nella roccia, sia costruite con ciottoli fluviali sopra la roccia. Coperte da una lastra di pietra, spesso presentano intorno ad essa, per una larghezza di circa 30 cm. una fascia fatta con grossi ciottoli fluviali. Generalmente sono orientate SO-NE, ma alcune hanno un orientamento diverso NO-SE. Lo scheletro rannicchiato poggia sul fianco destro, con la testa a SO poggiata su una pietra piatta; il corredo èdisposto di fronte allo scheletro, sul fondo della tomba. Nel maggior numero di casi i vasi sono depositati dinanzi al petto e al cranio, spesso con una piccola coppa messa presso il mento. Queste regole non sono rigorose se si tratta di tombe di bambini. In media il corredo è formato da 10-15 vasi, ma non mancano quelli molto ricchi, fino ad una ses santina di pezzi o molto poveri contenenti una semplice ella (fascina)95 . Il corredo non è formato da oggetti nuovi, ma molti di essi dimostrano che non erano più utilizzabili, altri presentano tracce di riparazioni. La cronologia delle tombe non è facile, specialmente se la stessa 53 MELUTA D. MAR1N____________________________________________________________________________ tomba è stata utilizzata per più seppellimenti. Interessante osservare che tra le pietre di una tomba furono rinvenute riutilizzate due teste di stele « daunie » e una pietra tagliata in forma vagamente umana96 . Ciò potrebbe costituire una prova che le tombe erano segnate da stele. Iker afferma che oltre le stele le tombe di Herdonia in origine fossero indicate da un’enorme fascina, come dimostrerebbero i numerosissimi frammenti che coprono la necropoli97 . Alcuni frammenti sono dipinti a mano, altri sono decorati con scene di caccia, corse di carri o con una composizione floreale, tutto imp resso a ruota. Oltre ai materiale ceramico si trovano nelle tombe collane di perle di vetro o di terracotta, braccialetti in bronzo, fibule in bronzo e ferro, anelli, cinturoni di bronzo, coltelli di ferro, ecc.; si riscontrano pure piccole figurine in osso. Sebbene difficile ed ancora aperto il problema della cronologia della ceramica geometrica dauna, possiamo affermare che almeno in alcuni casi ci troviamo di fronte a materiale anteriore alla ceramica campana a vernice vera. La maggior parte delle tombe pubblicate dal sig. Iker sono datate al IV-III sec. a. C. L’ubicazione delle tombe pubblicate nei due volumi, finora apparsi, della missione belga, è la seguente: (v. pure la nostra pianta fig. 16). La tomba I a fossa, scavata nella roccia, fu trovata ai piedi e all’esterno della cinta muraria del I sec. a. C. e nelle immediate vicinanze dell’anfiteatro 98 . Conteneva soltanto una brocca con alta ansa cornuta sopraelevata sul labbro, lavorata a mano con decorazione geometrica in nero sul fondo chiaro. Le pareti sottili, il disegno preciso ed accurato, la cottura perfetta, fanno del vaso un bel esemplare del monocromo dauno. La tomba VII, di un bambino, fu rinvenuta all’interno, nelle vicinanze della cinta muraria, nel settore sud-est della città. Di piccole dimensioni (cm. 80 x 50), coperta da un frammento di un grandissimo vaso avente un diametro di più di un metro. Il corredo era costituito da 4 vasi di tipo dauno: piccolo vaso ad un’ansa con decorazioni a fasce bruno-nerastre, un kyathos con decorazione bicroma, ad alta ansa cornuta, una brocca simile a quella della tomba I, ma meno accurata, ed un piccolo vasetto grezzo 99 . La tomba X fu individuata nella necropoli situata ad est della città, a circa 150 m. dalla cinta. Conteneva trentadue vasi, tutti lavorati a ruota, esclusa la fascina (grande olla). Si tratta di una tomba a fossa, scavata nella roccia, che si allarga leggermente verso il fondo100 . La tomba scoperta nella necropoli orientale a circa i km. a sud di Herdonia è una tomba a fossa, scavata nella roccia, orientata S-N e con un corredo di 27 vasi. Alla stessa apparteneva una serie di piramidette in terracotta che portano delle raffigurazioni che si possono catalogare in 6 tipi diversi. La tomba II, scoperta a m. 4,80 di profondità, a nord di porta NE e ad ovest delle mura di cinta, si data al IV sec. a. C. 54 ____________________________________________________________TRE CENTRI DELL’ANTICA DAUNIA La tomba III fu ritrovata durante lo scavo della porta NE. È costruita con ciottoli fluviali sopra la roccia. Furono rinvenute ossa di un adulto e frammenti di ossa di un bambino. Tra le ossa del bambino e le gambe dell’adulto furono scoperti i resti di un grande vaso globulare a due anse (fascina) con sul fondo una piccola scodella ad un'ansa. È questo un tipo particolare di corredo funebre assai diffuso nella necropoli di Herdonia 101 . Nella tomba sono presenti vari oggetti in bronzo, elementi di una fibula in ferro, perle in osso o avorio. La cronologia è data specialmente dalla piccola scodella, la quale non risale come altre al VII sec. a. C., secondo la cronologia del Pryce, che presentano pareti fini e decorazione geometrica formata da piccoli elementi geometrici, ma sembra più antica di quelle che si datano comunemente al IV sec. a. C. La nostra scodella si potrebbe datare al V sec, a. C. Nelle vicinanze della tomba III furono rinvenuti i resti di altre tre tombe completamente rovinate (tombe IV, V e VI). Già svuotata del suo materiale fu trovata presso la stessa porta NE la tomba VIII, a fossa, scavata nella roccia. La tomba IX, sul limite ovest della città, fu ditrutta quando fu costruita la cinta muraria. Costruita sulla roccia, in ciottoli fluviali, orientata SO-NE, con scheletro rannicchiato, non ha dato materiale ceramico. Le altre tombe, esclusa la tomba XXXV di un bambino, scoperta sotto l’anfiteatro e datata alla seconda metà del IV sec, a. C., si ubicano nel modo seguente entro la città: 1. La tomba XI fu scoperta a 3,80 m. di profondità sotto le fortificazioni primitive della città, a sud del centro monumentale; conteneva quattro scheletri e il materiale potrebbe essere datato in un periodo che va dalla seconda metà del IV sec, a. C. all’inizio del IV sec. a. C.102 . 2. La tomba XXV sorgeva nel settore SE della città nei pressi della cinta. Già saccheggiata, era scavata nella roccia e conteneva i frammenti di due vasi, di cui uno era la parte inferiore di uno skyphos vernice nera del tipo di Gnathia. Si data nella prima metà del IV sec, a. C. 3. Le tombe XXVI e XXXIV sono tomb e per bambini, individuate nei pressi della tomba IX, verso l’interno; hanno dato poco materiale. 4. La tomba XXVIII fu scoperta sotto il muro SO del tempio B; presenta materiale tardo che data la tomba alla fine del IV sec. a. C. 5. La tomba XXIX trovata sotto la strada che si snodava alle spalle del tempio B, per il decoro e la forma di una piccola coppa, come pure per la presenza di una brocca con decorazione in stile di Gnathia, si data alla seconda metà del IV sec. a. C. 6. La tomba XXXI, a fossa, in ciottoli fluviali, fu individuata allo interno della città, a sud-ovest del centro monumentale. Il corredo era costituito da tre vasi: parte di una fascina frammentaria, con ingubbiatura biancastra e tracce di pittura nera nella parte superiore, che conteneva una brocca ad ansa rialzata con decorazione monocroma nera 55 MELUTA D. MAR1N____________________________________________________________________________ composta da bande orizzontali e da piccoli motivi geometrici eseguiti a tracciati molto fini. L’autore avvicina questo vaso ad alcuni cocci di Torre Castelluccia classificati dal Biancofiore nel gruppo prete-geometrico databili al X-IX sec. a. C., e che Taylour invece chiama geometrico iapigio e data al VII sec. a. C. Frammenti con decorazione simile furono trovati anche a Saturo che Lo Porto classifica come geometrico iapigio e data al IX-VIII sec. a. C. Vasi che si avvicinano a questo gruppo furono trovati ad Arpi e ad Ancona103 . Un vaso simile al nostro proviene da Nela e fu considerato dal Pryce dauno del VII sec, a. C. Il signor Iker, incerto sulla datazione di questo vaso di Herdonia, lo colloca in un lungo periodo che va dal VI al IV sec. a. C. 7. La tomba XXXII, intatta, ‘sorgeva sul lato ovest della città, ad una ventina di metri dalla cinta. A fossa rettangolare, coperta da una lastra di tufo con una corona di ciottoli fluviali intorno ad essa, presentava lo scheletro di un adulto, adagiato sul lato destro lungo la parte NO della fossa e con la testa poggiata su una lastra piatta. Il corredo funebre, oltre la fascina con la piccola brocca situata nell’angolo est, era costituito da altri quattro vasi, tra cui una brocca di forma globulare e un vaso a pancia arrotondata, con ansa quasi verticale rialzata sul labbro del vaso. L’ultimo vaso dipinto a mano presenta una decorazione bicroma in nero e rosso-bruno. L’appartenenza della tomba ad una donna è data dalla presenza di un braccialetto in bronzo e di due fibule ad arco semplice, una in bronzo e l’altra in ferro. La tomba risale al IV sec. a. C. 8. La tomba XXXIII situata nell’angolo NO della cella del tempio B, di piccole dimensioni, orientata SSO-NNE, appartiene ad un bambino. Il corredo era costituito da tre vasi: uno a pancia arrotondata, collo obliquo con due anse a sezione cilindrica e decorazione bicroma, una brocchetta con decorazione monocroma in nero e una specie di askos bicromo. Il materiale metallico è costituito da due braccialetti in bronzo, una fibula in ferro ed altri oggetti. Si potrebbe collocare facilmente tutto nella seconda metà del V sec. a. C. 9. La tomba XXXV scoperta sotto l’anfiteatro è una piccola fossa scavata nella roccia che servì per il seppellimento di un bambino. Il corredo funebre era costituito da cinque vasi che si datano nella seconda metà del IV sec. a. C. Le tombe di Herdonia presentano una importanza particolare per lo studio della ceramica geometrica dauna. Fino adesso il materiale pubblicato non ci permette di trarre delle conclusioni al riguardo. Possiamo soltanto notare che i pezzi monocromi sono più antichi e di tecnica superiore. Dal punto di vista topografico, esclusa la zona situata a sud dell’anfiteatro, che si presenta come una vasta necropoli, possiamo dire che le tombe sono sparse ovunque. Ad ogni modo si può osservare che sono abbastanza numerose a sud e a sud-ovest del centro monumentale. Prima di finire questa descrizione sull’antica Herdonia vogliamo 56 ____________________________________________________________TRE CENTRI DELL’ANTICA DAUNIA sottolineare la grande importanza che acquista per la storia della città il rinvenimento di antiche epigrafi. Alle undici iscrizioni raccolte da Mommsen (CIL., IX, n. 686-696) si aggiungono una dozzina di iscri zioni complete e un grande numero di frammenti più o meno grandi trovati negli scavi eseguiti dal 1962 al 1966. Le iscrizioni complete nella maggior parte, provengono dal foro cittadino e si tratta di basi di statue onorifiche, riutilizzate nei periodi successivi, ma non molto allontanate dal posto di origine. Vi sono poi iscrizioni che provengono da edifici ed infine iscrizioni funerarie e vari frammenti di epigrafi104 . I dati nuovi che si ricavano dalle iscrizioni sono interessantissimi per l’antica Herdonia. Tutte le iscrizioni, tranne una, appartengono all’epoca imperiale. Le basi delle statue onorifiche si possono datare nella seconda metà del II sec. o nella prima età del III sec. d. C. La città appare come manicipium e la sua organizzazione dipende dall’aiuto finanziario dato in gran parte dai privati. Per i loro meriti i cittadini vengono onorati con delle statue elevate nel foro cittadino. Interessante l’epigrafe in onore di Lucius Arrenius Menander il quale percorse tutto il cursus honorum municipale. Egli fu successivamente aedilis, IIII vir iure dicundo e IIII vir quinquennalis; fu inoltre patrono del collegium fabrum tignuariorum. Nell’iscrizione appare il nome della città Herd(oniae), nome che fino ad oggi era attestato epigraficamente soltanto a Aeclanum, come pure l’indicazione della tribù di L. Arrenius. Si tratta della tribù Papiria, la stessa della vicina Ausculum, e non della tribù Cornelia, come fino ad oggi si sosteneva. Si può pensare che questa nuova attribuzione alla tribù Papiria sia avvenuta dopo la guerra sociale, quando anche le città di Ausculum e di Teanum Apuluin105 furono assegnate alla stessa tribù. L’esistenza di altre due corporazioni: il collegium canne phorum e il collegium iuvenum è rivelata da altre due basi onorarie, una in onore di Bruttia Nereis, moglie di L. Arrenius Menander e l’altra della figlia dello stesso, Arrenia Felicissima. Da un’iscrizione rinvenuta nell’anfiteatro conosciamo l’esistenza di terme ad Herdonia e i magistrati che furono incaricati per la loro erezione. La prosopografia municipale ha molto guadagnato da questa serie di rinvenimenti epigrafici, in quanto tutti i nomi gentilizi furono per la prima volta riscontrati ad Herdonia. Ci auguriamo che altri volumi saranno al più presto pubblicati e i vari problemi dell’antica Herdonia risolti o avviati verso una soluzione. Il problema più difficile rimane quello dell’origine del nostro centro; altrettanto mi sembra si presenti il problema della ceramica geometrica dauna. Soltanto quando tutto il materiale ceramico della vastissima necropoli sarà catalogato e studiato, si potrà dare un più preciso inquadramento cronologico, come pure una storia della evoluzione di questa ceramica dauna. 57 MELUTA D. MAR1N____________________________________________________________________________ A USCULUM L’attuale cittadina di Ascoli Satriano106 sorge a 410 m. s. l. m., su una altura ai cui piedi scorre il fiume Carapelle. Il Rosario 107 afferma che secondo una vecchia tradizione la città sorgeva prima un po’ più verso NE, a breve distanza da Ordona, e precisamente in quella contrada del territorio ascolano che si trova tra S. Pietro al Piano, Palazzo di Ascoli e Sedia di Orlando, lungo il fiume Carapelle. La città non è ricordata dagli itinerari perché si trovava fuori delle principali vie imperiali che attraversavano la Daunia; il Chieffo 108 sostiene che Ausculum si trovava sulla via Herdonitana (o Aurelia-Aeclanensis) costruita da Benevento ad Herdonia al tempo degli Antonini, come pure sulla via che univa Venusia ad Herdonia, in quanto considerava il tratto Ausculum-Herdonia unico per le due strade. In realtà, come abbiamo già detto nel capitolo su Herdonia, le due strade avevano un percorso indipendente (v. fig. 17). Il Nissen109 situa la città di Ausculum a XXII miglia da Aeca e a X miglia da Herdonia. Il Giustiniani110 e il Chieffo 111 la pongono nello stesso sito in cui sorge la cittadina moderna. D. Romanelli112 sosteneva che i resti della città antica si vedevano, ai suoi tempi, un po distanti dalla città moderna. C’è chi la vuole edificata su tre colline, come la città di Herdonia. La città antica sembra non essere conosciuta nelle fonti anteriormente al 279 a. C. Il nome appare negli scrittori greci sotto le forme ~AxXov113 e ‘AaxX~z~wv 114 ; presso latini riscontriamo per la città Asculum115 per gli abitanti Asculani116 per l’ager Asculinus. In una iscrizione117 riscontriamo Civit(as) Auscul(anorum). Il nome ci è noto inoltre dalle monete che portano la leggenda A~!KAA o Ar~KAIN. Il Rosario 118 pensava, partendo dal nome moderno Ascoli Satriano, che sui colli situati ad oriente del Carapelle si innalzassero ben due citta, una con l’acropoli sul colle del Castello e l’altra con l’acropoli sul coll’e della Torre Vecchia, chiamate rispettivamente Ausculum e Satrianum. L’autore, per sostenere l’esistenza delle due città, partiva da un noto passo pliniano in cui venivano elencate le popolazioni della seconda regione augustea119 e considerava che il termine « Atrani »nominato prima di « Aecani » fosse un nome corrotto e stesse al posto di « Satriani ». Sempre in Plinio il Rosario trovava i nomi di altre due città Apinam e Tricam. Quest’ultima fu considerata un’altra corruzione di Satrianum. Anche il Colamonico112 ammette che le città antiche furono due e che l’appellativo di Satriano fu aggiunto al nome Ascoli da una vicina città Satricum che sarebbe stata distrutta durante le guerre sannitiche121 . Oscura l’origine della città. Secondo alcuni studiosi il suo nome è da mettere in relazione con quello degli Ausoni, quindi la fondazione della città si dovrebbe attribuire a popolazioni predaune122 . Per il Chieffo invece, la città è di origine dauno-iapigio messapica123. Della storia di Ausculum ben poco sappiamo. La città è ricordata 58 ____________________________________________________________TRE CENTRI DELL’ANTICA DAUNIA durante il conflitto fra Pirro e Romani. L’esercito romano sconfitto una prima volta ad Eraclea (280 a. C.), nella primavera del 279 a. C., sotto il comando dei consoli P. Sulpicio e Decio Mure, si scontrò per la seconda volta con le armi di Pirro. La battaglia avvenne in Apulia, presso Ausculum124 , lungo il corso di un fiume non facilmente attraversabile, rapido e boscoso125 , fiume che secondo Pareti non può essere che l’Aufidus (Ofanto) che scorre a sud dell’attuale Ascoli Satriano 126 . Secondo il nostro storico lo schieramento delle forze epirote e romane era il seguente: i Romani che provenivano da sud, precis amente da Ve nusla, erano accampati sulla riva destra del fiume, mentre Pirro, prima della battaglia, era accampato a nord del fiume, cioè sulla sua riva sinistra, perché voleva aggirare il nemico, tagliandolo fuori dalle zone fedeli a Roma. Soltanto così si può spiegare come le truppe degli Arpani, che provenivano dal nord, giunsero direttamente alle spalle dello schieramento di Pirro distruggendone l’accampamento. Il campo di battaglia, dunque, viene situato dallo stesso sulla riva dell’Ofanto, a nord di Melfi, tra Ponte S. Venere e le pendici di M. Maggiore. Per più giorni le truppe avversarie si sorvegliarono da lontano senza venire a combattimento. La battaglia stessa durò due giorni (secondo altri soltanto uno); nel primo giorno le perdite furono grandi da ambedue le parti; sembra che lo scontro ebbe luogo intorno al guado di Ponte S. Venere (l’antico Pons Aufidi degli Itinerari). Secondo Zonara, dopo questo primo scontro indeciso, i consoli « chiesero a Pirro se volesse egli stesso attraversare impunemente il fiume, mentre essi arretravano, o preferisse lasciarlo passare ai Romani, in modo che con uno scontro equo, con forze integre, si potesse giudicare della fortezza di ognuno dei due eserciti ». Avendo i Romani concesso a Pirro quella opzione, egli, confidando negli elefanti, fece passare ai suoi il fiume. Qualunque sia il valore reale di queste trattative, che forse nascondono una prima vittoria di Pirro, lo scontro sarebbe incominciato dopo il passaggio degli Epiroti, ed in zona pianeggiante127 : in questo caso la battaglia si svolse a sud dell’Ofanto e, precisa Pareti, ai piedi dell’attuale Masseria Casella. La battaglia è descritta, anche se in maniera contraddittoria da Frontino e da Dionisio d’Alicarnasso128 , ed è certo che i Romani, nell’utilizzare i trecento carri a quattro ruote costruiti con congegni diversi per danneggiare gli elefanti, non ebbero il risultato che si aspettavano, perché Pirro fece in modo che gli elefanti agissero fuori dell’azione di quei carri. L’esito della lotta delle legioni romane contro la falange fu durissimo, e sarebbe stato ancora più duro se Pirro non fosse stato costretto a inviare una parte delle forze armate a nord del fiume, dove 4000 fanti e 400 cavalieri apuli di Arpi, giunti in ritardo per unirsi ai Romani, si trovarono alle spalle degli Epiroti, a nord del fiume, presso il loro accampamento che devastarono ed incendiarono. Pirro inviò contro di loro cavalleria ed elefanti, che passarono sulla riva sinistra del fiume, ma senza risultato, perché gli Arpani si erano ritirati sulla vetta di un monte impervio. A sera, sospesi gli at59 MELUTA D. MAR1N____________________________________________________________________________ tacchi, Pirro ripassò il fiume e trascorse la notte con le truppe all’addiaccio, perché non aveva più il suo accampamento; poi, prima del mattino, si ritirò verso Taranto. I Romani, al mattino, guadarono l’Ofanto, ma non incontrando più il nemico, ripassarono il fiume e ritornarono nella loro città, cioè a Venusia. Come vediamo, il nome di battaglia di Ausculum sembra improprio; più che della città si deve pensare che almeno alcuni momenti della battaglia ebbero luogo nel territorio ausculano. Per avere altre notizie sul nostro centro dobbiamo giungere alla guerra sociale, quando il territorio di Ausculum fu devastato dai Romani, come risulta da Appiano129 . La storia di Ausculum si deve rifare, come per molti altri centri dauni, con l’aiuto del materiale archeologico. Purtroppo gli scavi archeologici sono ancora pochissimi e gli ultimi non ancora pubblicati. Dalle epigrafi apprendiamo che Ausculum apparteneva alla tribù Papiria 130 ; dell’« Ordo decurionum » si trovano notizie in varie iscrizioni131 tra le cariche amministrative, oltre ad un patronus municipii et patronus civitatis Ausculanorum132 sono ricordati gli aediles iure dicundo 133 ; quattuorviri quinquennales e i quattuorviri iure dicundo dell’iscrizione 668 sono considerati dal Mommsen134 e dal De Ruggiero 135 da riferire alla città di Compsa. Dopo la guerra sociale Ausculum divenne colonia militare e l’agro fu diviso ed assegnato secondo la legge Sempronia e Giulia ai veterani romani. Dal punto di vista topografico ben poco sappiamo fino ad oggi. Intorno all’attuale città una vasta area è occupata dalla necropoli dell’antico centro. Purtroppo scavi non controllati sono avvenuti qui in varie epoche. Oggi materiale da Ascoli si può trovare nel museo di Bari, nel Museo nazionale di Taranto, nel museo di Foggia, presso collezionisti privati, nel museo locale di Barletta, ecc. Dall’ottobre 1965 fino al febbraio 1966 furono scavate 79 tombe del tipo a grotticella con dromos e a fossa rettangolare nella tenuta detta « Serpente » e in quella chiamata « Cimitero Vecchio ». Le tombe a fossa, scavate nella roccia, si presentano più larghe nella parte superiore e vanno restringendosi verso il fondo. Delimitate da un circolo di ciottoli fluviali, avevano il cadavere rannicchiato con il corredo disposto intorno. Tutto veniva racchiuso da un lastrone tufaceo o in travertino. I corredi, costituiti prevalentemente da vasi con decorazione geometrica di tipo dauno, tanto monocroma che bicroma, comprendono anche eccezionali pezzi di oreficeria e di bronzi, databili dal IV al III sec. a. C. Il materiale ceramico può essere datato ad un periodo che va dal V al III sec. a. C. Nella zona cimiteriale fu rinvenuto un mosaico fatto con piccoli ciottoli fluviali, simile a quelli rinvenuti ad Arpi oppure a Merino. Rinvenimenti casuali hanno messo in luce un mosaico in tessellato bianco e nero, purtroppo distrutto. Non si conoscono monumenti, né 60 ____________________________________________________________TRE CENTRI DELL’ANTICA DAUNIA fortificazioni. Esistono invece cippi miliari della via Appia Traiana: una colonna miliare è visibile ad Ascoli in via S. Maria (fig. 22). Da scavi clandestini provengono nel museo di Foggia vari pezzi. È presente la ceramica geometrica dauna monocroma e bicroma. Tra le forme le fascine, i crateri con figure umane stilizzate, ecc. Tra il materiale esistente nel museo di Taranto possiamo elencare alcuni pezzi: 1. Cratere con larga bocca e con due anse cilindriche impostate sulla spalla del vaso. La decorazione, che copre soltanto la parte superiore, è costituita da un motivo metopale tra fasce larghe in bruno (fig. 18, n. 1). 2. Askos di tipo canosino (ceramica listata) con decorazione costituita da vari motivi: spirali, linee ondulate, triangoli, ecc., che coprono tutta la superficie del vaso. Nella parte inferiore la figura stilizzata di un pesce (fig. 18, n. 2). 3. Kalathos decorato con un motivo stilizzato floreale tra fasce strette e larghe (fig. 19, n. 1). 4. Askos canosino molto simile al precedente: presenta nella parte inferiore una palmetta stilizzata (fig. 19, n. 2). 5. Uno specchio in bronzo sul cui manico è incisa una testa femminile di profilo (fig. 19, n. 3). 6. Disco in terracotta raffigurante un cavaliere a cavallo (fig. 19, n. 4). 7. Antefissa con la testa di gorgone (fig. 20 b). 8. Askos rustico privo di decorazione (fig. 20 b). 9. Cratere peucetico con larga bocca, avente due anse cilindriche sulla spalla e fra di esse due mani umane stilizzate. Un motivo floreale stilizzato divide in due la superficie del vaso coperto da semplici linee e fasce (fig. 20 a). Insieme a questi oggetti vi era anche una lucerna monolicne a vernice nera. Tutti questi oggetti furono donati al museo il 6-6-1921 dall’ispettore onorifico di Ascoli Satriano P. Rosario. Si tratta di materiale rinvenuto in scavi clandestini nelle tombe sparse nei dintorni della città moderna. Nelle tombe non mancava il materiale metallico, come si può vedere da un elenco di alcuni oggetti risalenti all’età del ferro, conservati nel museo di Bari e pubblicati da Antonio Jatta136 : amuleto in forma di ariete, fibule a doppio disco a spirale di varia grandezza, anello bracchiale, bracciale a lamina larga, frammento di armilla nastriforme a spirale ornata sulla faccia esteriore con graffiti geometrici a denti di lupo, fibule ad arco serpeggiante a doppio occhiello, pendaglio con protome di uccello, fibula di ferro formata da un cerchietto attraversato dall’ardiglione, anello digitale semplice di bronzo, due punte speronate: una larga cm. 4,2 con 12 speroni, l’altra con 18 speroni. Nella cittadina di Ascoli Satriano oltre al miliario della Appia 61 MELUTA D. MAR1N____________________________________________________________________________ Traiana si possono vedere due colonne di granito, presso la facciata del Duomo, con una iscrizione greca LHAO_scolpita sotto la raffigurazione di una città murata con tre torri. Le colonne antiche sembrano utilizzate in periodo tardo e la città raffigurata mi sembra che rappresenti la città medioevale di Ascoli. Vi sono inoltre alcune statue di leoni: una, alle spalle del Duomo, è considerata romana dal Caggese; altre due invece si vedono ai lati dell’arco dei Palazzo Comunale; queste potrebbero essere di un periodo più recente. Sulla facciata dello stesso arco si trova un bassorilievo funerario romano con due personaggi togati (fig. 21). È lavoro scadente di artigiani locali. Un frammento di mosaico si può vedere invece stilla pavimentazione stradale, proprio davanti al Convento di S. Potito. Il Rosario 137 ci informa, inoltre, dell’esistenza in Ascoli di cisterne, condotti sotterranei con pareti intonacate, ecc. Come possiamo vedere da questo poco che abbiamo detto, l’antica Ausculum è tutta da scoprire. Aspettiamo con ansia la pubblicazione del materiale archeologico rinvenuto nel 1965-66, che potrà dirci qualche cosa sulla vita di questa città in un periodo che va dal V al III sec, a. C. Topograficamente nulla conosciamo sulla città, la cerchia mu raria, i monumenti, le case, ecc. 62 ____________________________________________________________TRE CENTRI DELL’ANTICA DAUNIA CONCLUSIONI Sebbene non siano stati presi in esame che alcuni problemi di natura storico-topografica dell’antica Daunia, ci sembra che alcune considerazioni di carattere generale sia possibile tracciarle. Dobbiamo sottolineare che è rimasta completamente fuori la regione garganica con i suoi interessanti problemi, che speriamo possano essere oggetto di una prossima ricerca. Per il Tavoliere le conclusioni si potrebbero riassumere nei seguenti punti: 1) Difficile il problema delle origini dei centri che fioriscono nell’età storica. Per alcuni, come Arpi o Luceria, qualche spiraglio di luce si fa vedere. Per gli altri invece tutto è da scoprire. Ad ogni modo in alcuni casi il sito scelto per l’insediamento nell’età storica fu abitato dall’uomo anche nelle età anteriori (pensiamo a Monte Albano a Luceria, all’acropoli di Canusium, alle zone che si trovano nelle vicinanze di Salapia romana, ecc.). Certo, nello studio delle origini dei centri dauni, gli elementi più interessanti rimangono la scoperta della tomba a tumulo di Arpi con corredo databile all’VIII sec. a.C. e i rinvenimenti, in contrada Cupola vicino alla foce del Candelaro, di tombe e di ambienti relativi ad un impianto urbano che, iniziato nel IX sec., si protrasse fino al III sec. a. C. Questi ultimi elementi potrebbero essere validissimi per la ricerca della Sipontum preromana. Ancora avvolta nel mistero l’origine dell’antica Herdonia, anche se il materiale tombale qualche volta ci permette di risalire ad un periodo anteriore al V sec. a. C., come pure quella della Salpia vetus. Gli scavi iniziati a Torretta dei Monaci potranno nel futuro darci elementi più decisivi per l’origine di questa antica città. 2) Ben poco conosciamo sullo sviluppo urbanistico di questi centri dauni. Ad ogni modo di molti siamo ormai certi della forma e della estensione dell’abitato, come ci hanno dimostrato la fotografia aerea e poi l’indagine sul terreno. Gli insediamenti di Arpi e quello che ancora si nasconde nella zona della Torretta dei Monaci sono molto simili. Si tratta di insediamenti situati nelle vicinanze di antichi corsi d’acqua, delimitati da poderosi « aggeri » di terra. Tutti gli insediamenti del Tavoliere sorgono nei pressi di fiumi o torrenti; quelli delle zone di collina hanno affidato l’acropoli al colle 63 MELUTA D. MAR1N____________________________________________________________________________ più alto e meglio difeso naturalmente (v. Luceria, Canusium, Herdonia). La posizione dell’acropoli varia: occupa una zona centrale ad Arpi e a Salapia romana, occupa una zona periferica a Luceria e Canusium. Esclusa la città di Herdonia, che ci sta rivelando, almeno in parte, il centro monumentale della città, le altre ci dicono ben poco. Alcuni elementi interessanti abbiamo sottolineato in relazione con Canus~um. 3) Difficile stabilire un preciso rapporto fra abitato e necropoli. Possiamo però affermare con certezza che almeno nei periodi più antichi case e tombe si mescolavano, anche se non si può non sottolineare l’esistenza di alcune zone adibite soltanto a necropoli (si vedano le varie necropoli di Luceria, di Canusium, la zona ad est delle mura di Herdonia, ecc.). 4) Nulla sappiamo sul tipo di abitazione, sui templi o altri mo numenti civili. 5) Alcuni elementi nuovi cominciano ad avviare una diversa soluzione per il problema della ceramica geometrica dauna, le origini, la evoluzione, le forme, la cronologia, i vari influssi, la diffusione di detta ceramica. 6) Molti scavi sono stati iniziati. Speriamo che al più presto quello che è stato scavato sia pubblicato e che gli scavi possano continuare specialmente per rivelarci qualcosa in più sulla metropoli dauna di Arpi, oppure elementi più sicuri per l’ubicazione precisa della Sipontum preromana e della Salpia vetus. Soltanto gli scavi archeologici fatti con cura potranno metterci a disposizione elementi nuovi e validi per una più ricca e più precisa storia della regione dauna. M ELUTA D. M ARIN ____________________________________________________________TRE CENTRI DELL’ANTICA DAUNIA N O T E -------------------------------------------------------------------------1 STRABONE, XIV, 654: ~ o~ ~.t ~ ‘I~t~C ~ ~ l~ ~ Pb~r~v ix~taccv 1~v fa’~pov MRO Xt6c~L x ‘~éaxov, iv ~à ‘rot~ O~tnot~ ~v IIRp~e~ iv ~iuvto~ ~ss~ Kjwv EX~tCa~. 2 H. NISSEN afferma che il lago era lungo 11 km. e largo 4 km. e dai confini sempre imprecisi: cfr. Italische Landeskunde, vol. 112, Berlino, 1902, p. 849. Per A. ANGELUCCI il lago si estende da NO a SE per 20 km. e per 3 km. da SO a NE. La profondità del lago è di m. 0,93 e una duna di sabbia lo separa dal mare: cfr. A. ANGELUCCI, Una visita ai laghi di Salpi e di Lesina nella Capita -nata, Genova, 1872, p. 2. 3 LUCANO, Pharsalia, V v. 377 sqq. 4 L’Angelucci, op. cit., p. 2, sostiene che in tempi antichissimi il lago era certamente tutto mare, dal quale poi addivenne una baia. Solo piu tardi una duna di sabbia separerà il lago dal mare. L’autore afferma ancora che sulla sponda sud del lago sorgeva l’antica Salapia, che aveva un celebre porto, scalo delle vicine città di Canusio (Canosa) ed Arpi. 5 La stessa espressione fu variamente tradotta dagli studiosi di Salapia e Sipontum. Il Ciaceri lo traduce con « bocca di un grande lago marino », il RIONTINO (Cannae, Trani, 1942, p. 186) con « bocca di una grande palude ». Ci sembra che il termine « palude » si addica bene ad un’epoca più tarda, ma non a quella della fondazione della città. 6 S. M. PUGLISI, La civiltà appenninica, Firenze, 1959, p. 60. 7 S. FERRI, Stele « daunie », in « Bollettino d’Arte », an. XLVII, 1962, serie IV, nr. 2-3, p. 103. 8 G. SCHMIEDT, Contributo della foto -interpretazione alla ricostruzione della situazione geografico-topografica degli insediamenti antichi scomparsi in Italia, Firenze, 1964, p. 3. I villaggi sono segnati in ordine con le lettere A, B, C. 9 Ibidem, p. 30-31; v. pure M. MARIN, Scavi archeologici nella contrada di S. Vito presso il lago di Salpi, in « Arch. sI. pugl. », XIX, (1966), p. 8 e 10, fig. 1-4, come pure M. MARIN, in « Arch. st. pugl. », XVII (1964). 10 C. DRAGO, Scavi nella palude del Cervaro, in « Not. d. Scavi », serie VI, vol. XII, 1936, pp. 59-66. 11 A. ANGELUCCI, op. cit., p. 6; cfr. pure M. MARIN, in « Arch. st. pugl. », XVII, 1964, p. 169. 12 M. MARIN, Scavi archeologici nella contrada S. Vito presso il lago di Salpi, in « Arch. sI. pugl. », XVII, 1964, pp. 167-224. 13 STRABONE, VI, 283. 14 VITRUVIO, De arch., 1, 4, 12. 15 STRABONE, XIV, 654 già citato. 16 STRABONE, VI, 284: ~RX~t~ Tolomeo III, 1, 14 dà le forme: ~Xcu~tc~R ~X~tiRv, X~c~t APPIANO la chiama ~oXtG X~tL~. 17 N. CORCIA, Storia delle due Sicilie, Napoli, 1847, vol. III, p. 579; E. CIACERI, La Alessandra di Licofrone, Catania, 1901, p. 304-5; C. TAMMEO Daunia mistica, Conversano, 1928, p. 24. 18 S. LASORSA, Storia di Puglia, I, Bari, 1953, p. 92. 19 G. ALESSIO, Salentini e Calabri nel tallone d’Italia, estr. da Salento, an. Il, nr. 3-4, p. 4. 20 C. BATTISTI, La voce prelatina SALA e le sue possibili sopravvivenze, in « Studi Etruschi », VII, 1933, pp. 267-277, ma soprattutto C. BATTISTI, Ancora sul mediterraneo SALA e sui suoi possibili riflessi nell’etrusco, in « Studi Etruschi », XVI, 1942, pp. 369-385. 21 Interessante osservare che nei documenti etruschi esiste una parola sal il cui valore semantico, secondo il Battisti. è quello di « acqua del mare ». L’autore preferisce questo valore semantico a quello di « sale ». La base sala- in Sala pia ha, crediamo, lo stesso valore semantico e vuol dire città legata ad acqua di mare. 22 E. PAIS, Storia della Sicilia e della Magna Grecia, Torino, 1894, vol. I, pp. 313-14, 568-9, 291; E. CIACERI, Storia della Magna Grecia, Genova, 1927, 65 MELUTA D. MAR1N____________________________________________________________________________ vol. I, p. 337. Questa tesi è stata ripresa da J. PERRET, in « Revue Historique », CLXXXV (1939), pp. 23 segg. 23 VITRUVIO, (De Arch., I, 4, 12) afferma che il nome di Elpie deriva da un rodio Elpias, però subito dopo riferisce un’altra tradizione secondo la quale la città sarebbe stata fondata da Diomede al ritorno da Troia. Ai Rodi è attribuita pure da Stephano di Byzanzio (s.v. EX~CRv: •EXRCR i~6XL~ iv ~RUvtOL~ xiCa~s~ ‘Po~twv. 24 E. CIACERI, La Alessandra di Licofrone, Catania, 1901, vv. 1128-1130. 25 Livio, XXIV, 20, 47; XXVI, 38; XXVII, 1, 28. 26 APPIANO, Hann., 45, 50; Bell. civ., 1, 52. L’autore durante le guerre annibaliche nomina la ~6X~ ~ mentre durante la guerra sociale adopera semplicemente X~tc~. C’è chi vede in questo fatto una distinzione tra la città fiorente del III sec, a. C. (s~6X~) e la città oramai povera e decaduta del I sec. a. C. 27 CICER0, De lege agr., 71. 28 PLINIO, N.H., III, 103. 29 STRABONE, VI, 284. 30 Teniamo a sottolineare che le distanze odierne tra le rovine dell’antica Sipontum, esistenti nella zona archeologica di S. Maria di Siponto, e i resti antichi su Monte di Salpi sono di circa 26 km., cioè corrispondono ai 140 stadi indicati da Strabone. Quindi l’autore potrà benissimo riferirsi alla Salapia romana. 31 VITRUVIO, De arch., I, 4, 12: « Item in Apulia oppidum Salpia vetus, quod Diomedes ad Troia rediens constituit, sive, quemadmodum nonnulli scripserunt, Elpias Rhodius, in eiusmodi locis fuerat collocatum; ex quo irìcolae quotannis aegrotando laborantes, aliquando pervenerunt ad M. Hostllium, ab eoque publice petentes impetraverunt, uti his idoneum locum ad moenia transferenda con quireret eligeretque. Tunc is moratus non est, sed statim rationibus doctissime quaesitis secundum mare mercatus est possessionem loco salubri, ab senatuque populo Romano petiit, ut liceret transferre oppidum, costituitque moenia et areas divisit, numoque sestertio singulis municipibus mancipio dedit. His confectis lacum aperuit in mare, et portum e lacu municipio perfecit; itaque nunc Salpini quattuor milia passus progressi ad oppido veteri habitant in salubri loco ». 32 STRABONE, VI, 283. 33 G. ALVISI, Problemi di viabilità nell’Apulia settentrionale, in « Archeologia classica », XIV, 1962, p. 155, fig. 2. 34 Liber Coloniarum, 210 (Salpia), 261 Salpis colonia, litore terminatur. 35 TOLOMEO, III, 1, 14. 36 It. Ant., 314. 37 ANON, RAVEN., IV, 31; V, 1. 38 Guido, 22: Salinis quae et Sala pis; 71: Salinis quae et Salapia. 39 PHILIPP, in Pauly - Wissowa, R. E., s. v. Salapia. 40 H. NISSEN, Italische Landeskunde, vol. 112, Berlino, 1902, p. 849. 41 Misurando le quattro miglia a sud di Monte di Salpi si raggiunge un sito non molto lontano dalla odierna Trinitapoli. 42 Antica topografia istorica del Regno di Napoli, Napoli, 1818, p. 198. 43 Storia delle due Sicilie, Napoli, 1847, v. III. p. 578. 44 Enciclopedia Italiana Treccani, s. v. Sala pia. 45 A. RIONTINO, Canne, Trani, 1942, pp. 208-2 10. 46 Il nostro autore segue in tutto quanto si trova già detto da AFAN DI RIVERA negli Atti della Reale Società Economica di Capitanata del 1838 (cfr. MELUTA D. MARIN, Scavi arch. nella contrada S. Vito..., in « Arch. St. Pugl. », XVII, 1964, pp. 168-9, nota 1). 47 RIONTINO, op. cit., pp. 209-210. 48 E. MOLA, Sul cangiamento del lido appulo, in « Giornale letterario di Napoli », I giugno 1783, pp. 4-5. 49 IDEM, Peregrinazione letteraria per una parte dell’Appulia, Bari, 1796, p. 16. 50 A. ANGELUCCI, Una visita ai laghi di Salpi e di Lesina nella Capitanata, Genova, 1872, pp. 1-10; la descrizione è a p. 6. 51 A. RIONTINO, Canne, Trani, 1942, specialmente le pp. 183-266. 66 ____________________________________________________________TRE CENTRI DELL’ANTICA DAUNIA 52 Una breve notizia su questi rinvenimenti è stata pubblicata dai prof. N. DEGRASSI, in « F. A. », Xl, 1958, n. 2823. 53 Oggi si accede a questi resti dalla masseria Anzano - De Michele, erroneamente segnata, nel foglio 165 III Trinitapoli dell’I.G.M., col nome di Casale De Pasquale. 54 M. MARIN, in « Arch. st. pugl. », XVII, 1964, p. 172.3 e fig. 2-3. 55 La descrizione particolareggiata si trova in M. MARIN, op. cit., pp. 174-218, figg. 3-40. 56 V. D. BLAVATSKIY, in « Enc. dell’Arte antica », s. v. Crimea, p. 932. 57 A. ANDRIANI, in « Enc. dell’Arte antica », s. v. Alessandria, p. 208, fig. 302. 58 L. BERNABO' BREA, I rilievi tarantini in pietra tenera, in « Rivista dell’Ist. Naz. d’Archeologia e Storia dell’Arte », n. s., an. I, Roma, 1952, p. 160. 59 PHOTIOS PETSAS, Ten Years at Pella, in « Archeology », vol. 17, n. 2, giugno 1964, p. 76. 60 L. LAURENZI, art. Delo, in « Enc. d’Arte ant. », p. 56. 61 TOLOMEO, III, 1, 72; APPIANO, Hannib., 48 62 STRAB., VI, 282; secondo Meineke la forma straboniana è corrotta, perciò la corregge in Ep~aTtc~. 63 Livio, XXV, 20, 7; XXV, 22, 14; XXVII, I. 64 Livio, XXIV, 20, 3. 65 Silio, ITALICO, Punica, VIII, v. 562-67. 66 Plinio, N. H. III, 105. 67 H. A. GRUEBER, Coins of the Roman Republic, Il, p. 193; A. CHIEFFO, Preistoria e storia della Daunia, Foggia, 1953, pp. 136-7 e 153. 68 S. CALDERONE, Sybaris e i Serdaioi, in Helikon, III, 1963, pp. 232; IDEM, in Metropoli e colonie di Magna Grecia, « Atti III Conv. Studi sulla Magna Grecia », Napoli, 1964, pp. 141-143. 69 E. KUNZE, VII Bericht uber die Ausgrabungen in Olym pia, 1961, pp. 207 s. 70 E. MOLA, Peregrinazioni letterarie per una parte della Puglia con la descrizione delle sue sopravvanzanti antichità, Bari, 1796, p. 44 segg. 71 N. CORDA, Storia delle due Sicilie, v. III, Napoli, 1843, p. 588. 72 H. NISSEN, Italische Landeskunde, Il, p. 847; ANGELUCCI, Ricerche preistoriche e storiche nell’italia meridionale, Torino, 1876; M. MAYER, Apulien vor und wàhrend der Hellenisierung, Lipsia, 1914; Th. Ashby - R. GARDNER, The Via Trajana, in « Papers Brit. Sch. at Rome », VIII, 1916, pp. 149-50. 73 v. pure M. MAYER, Apulien..., pp. 64-67. 74 Q. QUAGLIATI, Tombe daune dei tempi sto rici, in « Not. d. Scavi », XXXII, 1907, p. 28 e segg.; M. MAYER, Apulien..., p. 67; I0EM, Die Keramik des vorgriechischen Apuliens, in « Rom. Mitteili. », XXIII, 1908, pp. 148 segg. 75 Dice QUAGLIATI (op. cit., p. 36-37): «E' doloroso che dopo l’Angelucci si sia lasciato in abbandono alla più ignorante e devastatrice speculazione antiquaria il vasto sepolcreto di Ordona, da cui preziose ed ampie cognizioni si sarebbero certamente potute attingere intorno all’antica etnografia deIl’Apulia settentrionale, dove la gente indigena, pur venuta in relazione di scambi, per mezzo dell’Apulia media, con la civiltà greca ed italiota, ha tenacemente mantenuto le sue tradizioni di origine nei tempi storici ». Tra queste tradizioni mette il rito funebre del rannicchiamento. 76 A. CHIEFFO, Herdonia, Foggia, 1948; IDEM, Preistoria... cit. 77 F. P. JOHNSON, The Farwell Collection, Cambridge, 1953. 78 F. G. LO PORTO, Collezioni archeologiche di provenienza daunia in Torino, in « Studi in onore di A. Calderini e di R. Paribeni », vol. III (1956). 79 N. DEGRASSI, in « Fasti Archeologici », XI, 1956, n. 4696, figg. 98-99; B. NEUTSCH, in « Archeologische Anzeiger », 1956, coli. 283-4. 80 G. ALVISI, Scoperta e distruzione di una città: Herdonia, in « Urbanistica », n. 40, I. N. U. 1966, pp. 127-134, fìgg. 1, 4, 5, 8; IDEM, Problemi di viabilità nell’A pulia settentrionale, in « Arch. Classica » XIV, 1962; IDEM, in Vie di Magno Grecia « Atti 2° convegno Studi sulla Magna Grecia », Napoli, 1962. 81 J. MERTENS, Ordona, I Rapport provisoire sur les travaux de la mission belge en 1962/63 et 1963/64, Bruxelles Rome, 1965, p. 10. 67 MELUTA D. MAR1N____________________________________________________________________________ 82 J. MERTENS, Ricerche archeologiche ad Ordona, Rapporto provvisoric della campagna del 1962/63, in « Not. d. Scavi », XVI, 1962 (1964), pp. 1-29; IDEM, Recherches archéologiques à Ordona (Antique Herdoniae en Apulie, Italie), Rapport sur Ies travaux entrepris en 1962 et 1963, in « Rend. Accad. Naz, Lincei», XIX, 1964, pp. 110-116; IDEM, Fouilles belges à Ordona (Italie), in « Archeologia » (Paris) 1965. 83 J. MERTENS (avec la collaboration de R. Iker et G. De Boe) Ordona,I Rapport provisoire sur les travanx de la mission belge en 1962/63 et 1963/64, Bruxelles - Rome, 1965; J. MERTENS (avec la collaboration di G. De Boe, R. Gurnet, R. Iker, J. Lallemand et F. Van Wonterghem), Ordona, Il Rapport provisoire sur les travaux de la mission belge en 1964/65 et 1965/66, Bruxelles - Rome, 1967, 84 Si tratta di un breve sunto; per le informazioni particolareggiate, piante, illustrazioni, si vedano le pubblicazioni elencate alle note 82 e 83. 85 J. MERTENS, Ordona, Il, p. 14. 86 IDEM, Ordona, I, p. 27. 87 CIL, IX, 670, 1156, 1414. 88 Ordona, Il, p. Il e nota 2. 89 Ordona, I, pp. 21-23, 26-29 e 30-31. 90 La descrizione particolareggiata del monumento, per opera di G. De Boe, si trova in J. MERTENS, Ordona, Il, pp. 89-125. 91 R. BARTOCCINI, in « Japigia », VII, 1936, pp. 11 segg. 92 G. PESCE, in « Not. d. Scavi », 1936, pp. 450 segg. 93 v. Ordona, I, pp. 44 segg. 94 Si veda l’elenco completo delle tombe in Ordona, Il, p. 32. 95 Il termine di lascino fu utilizzato da JOHN5ON, The Farwell Collection, Cambridge, 1953. Questo tipo di vaso decorato frequentemente tra le anse con motivi a testa d’animale o mani umane stilizzate è denominato da altri « orcio apulo, cratere, urna, sfagion, ecc. ». 96 Ordona, II, pp. 35 segg. 97 Ordona, I, p. 64. 98 Ordona, I, pp. 35 segg. 99 Ibidem, pp. 40 segg. 100 Per la descrizione particolareggiata si veda Ordona, I, pp. 44 segg. 101 Generalmente questo tipo di corredo è formato soltanto da due vasi: una grande olla a due anse con una decorazione monocroma in nero nella parte superiore, e un piccolo vaso ad un’ansa, con decorazione sempre monocroma, che si trova all’interno della grande olla. 102 Ordona, II, pp. 44-54. 103 Per tutta la bibliografia cfr. Ordona, II, p. 64, nota 1 e p. 65, note 1-6. 104 Per lo studio particolareggiato si veda in Ordona, Il, l’articolo di F. VAN WONTERGHEM, Les inscriptions découvertes pendant les quattre premières campognes de fouilles à Ordona (1962-1966), pp. 127-154, pi. XLVI -LXII. 105 G. SUSINI, Sulla tribù di Teanum Apulum, in « La Parola del Passato », fase. XCIX, nov.-dic. 1964, pp. 452-456. 106 L’appellativo di Satriano fu aggiunto al nome Ascoli nel 1860 per distinguerlo da Ascoli Piceno. 107 P. ROSARIO, Dall’Ofanto al Carapelle, Ascoli Satriano, 1898, p. 107. 108 A. CHIEFFO, Preistoria e storia della Daunia, Foggia, 1953, p. 149. 109 H. NISSEN, Ital. Landeskunde, v. Il, p. 845. 110 L. GIUSTINIANI, Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli, t. Il, Napoli, 1797-1816, p. 6. 111 A. CHIEFPO, op. cit., p. 150. 112 D. ROMANELLI, Ant. topogr. ist. del Regno di Napoli, Napoli, 1818, t. 11, p. 250. 113 PLUT., Pirro, 21, 6. 114 APPIANO, 1, 52. 115 FRONT., Strat., 2, 3, 21; FLORO, I, 13, 9; FESTO, De verb. Sig., 1. XIII, col. 1180, 5 3-56 da Osculana pugna. 116 PLINIO, N. H., III, 105. 117 CIL, IX, n. 665. 68 ____________________________________________________________TRE CENTRI DELL’ANTICA DAUNIA 118 P. ROSARIO, op. cit., p. 143. 119 PLINIO, N. H., III, 105. 120 COLAMONICO, in « Enc. Ital. Treccanl », s. v. Ascoli. 121 Queste ipotesi sull’esistenza di due città potranno essere respinte completamente o accettate se Scavi archeologici porteranno elementi tali da poter permetterci una discussione ampia intorno all’argomento.Per il momento sottolineano che in Lucania, ben lontano da Ascoli, esiste una città di nome Satriano. 122 G. COLELLA, Toponomastica pugliese, Trani, 1941, p. 117. 123 A. CHIEFFO, Op. Cit., p. 150. 124 PLUT., Pirro, 21, 6; FLORO, I, 13, 9; ZON., VIII, 5, p. 375; A. OROSIO, IV, 1, 19 (« in Apuliae finibus »). 125 PLUT., Pirro, 21, 6. 126 L. PARETI, Storia di Roma e del mondo rom ano, vol. II, Torino, 1952, pp. 20 segg. 127 PLUT., Pirro, 21, 7: 8L •6isaXoEi. 129 FRONTINO, Str., lI, 3, 21; Dion. Al., XX, 1, 1-12; 2, 1. 129 APPIANO, I, 52. 130 CIL, IX, 665 e 669. 131 CIL, IX, 661, 664-666, 669. 132 CIL, IX, 665. 133 CIL, IX, 666 e 669. 134 CIL, IX, p. 63. 135 E. DE RUGGIERO, Dizionario epigrafico di antichità romane, Roma, 1895, vol. I, s. v. Ausculum. 136 A. JATTA, La Puglia preistorica, Bari, 1914, p. 242. 137 P. ROSARIO, op. cit., p. 259. Il presente scritto e gli altri due della stessa Autrice, apparsi precedentemente in questa medesima rassegna (1968, parte I, n. 1-3 e 4-6), sono stati raccolti con il relativo corredo illustrativo nel volume: DAUNIA ANTICA che apre la collana « Civiltà della Daunia », miscellanea curata da Mario Simone per la Società Dauna di Cultura (Foggia). Il volume in 8°, di pp. 152 con tavole f. t. è la prima parte della serie DALLE ORIGINI ALL’ETÀ DEI ROMANI ed ha il seguente sommario: B. Tizzani, Presentazione; F. Biancofiore, Origine e sviluppo della civiltà daunia; M. D. Marin, Topografia storica della Daunia antica; O. Parlangèli, Testimonianze linguistiche della Daunia preromana. AMMINISTRAZIONE PROVINCIALE - FOGGIA - 1970 69 Movimenti popolari di sempre Onestà vuole che premetta qualche perplessità, non proprio personale, sui metodi odierni di indagine. Ma queste incertezze metodologiche nulla tolgono all’attendibilità di una ricerca, rivolta comunque a dare una fis ionomia a una realtà labile e dispersiva. Le oscillazioni dell’ultima sociologia dalla sponda di un rigido e frigido schematismo deterministico a quella di una fenomenologia fluida, contingente, pulviscolare, ci offrono un esempio di una scienza disperante che poggia su basi se non friabili, evidentemente mobili; ed è certo che la presunta solidità su cui si fondava questa scienza viene posta in discussione. Seri esami epistemologici e approfondite esperienze sconvolgono, quasi ogni decennio, schemi e fondamenti. Altrettanto si dica della psicologia. Una derivazione di questa o meglio ramificazione, la docimologia (da me seguita per interessi professionali, trattandosi, in parole povere e pompose insieme, della scienza degli esami), ha ormai una letteratura amplissima ma che è finita nel quadrivio o meglio, se mi è consentito un neologismo, nella polivia più ridicola del calcolo delle probabilità degli innumeri stati d’animo degli esaminandi e degli esaminatori; e con una casistica da fare invidia alla ben nota e prolifica letteratura secentesca dei padri gesuiti. Per converso, anche nel campo storico-filosofico le cose non vanno meglio. Gli oppositori dello storicismo assoluto, sia questo di Vico e di Herder, di Marx e di Croce, sono insoddisfatti da questa dottrina per la sua pretesa di risolvere la realtà umana, viva e palpitante, e che si disperde in rivoli non inalveabili nel grande canale collettore dell’idealismo e dello storicismo egualmente assoluti. Valga per tutti il dubbio di Karl Lòwith che ha destato anche la vigile attenzione di E. Montale. « Con questa critica si può essere o no d’accordo; tuttavia non si può prescindere da essa per rendersi conto del senso nuovo della storia che, in polemica con l’universalismo concettualistico della hegeliana “storia dello spirito”, si è formato nella coscienza contemporanea per influsso, specialmente, di suggerimenti dello storicismo di Dilthey ripensati da Heidegger nell’ambito della filosofia dell’esistenza ». (Critica dell’esistenza storica, dalla presentazione). 70 _____________________________________________________________MOVIMENTI POPOLARI DI SE MPRE Per mio conto devo aggiungere che, anche a usare metodi diversi, derivati dalla sporadicità fenomenologica, dalla caducità esistenzialistica e occasionalistica, non credo che se ne verrebbe ugualmente a capo; anzi lo smarrimento e la confusione sarebbero maggiori. Ma stando all’argomento che ci preme, cioè quello dei moti popolari meridionali, possiamo veramente dire che essi hanno una propria e originale fisionomia o, meglio, una individuabilità storicofenomenologica del tutto particolare? E dalla descrizione del fenomeno può evidenziarsi, se non una costante paradigmatica, almeno uno schema utile che ci permetta di risalire alla permanenza di certi mali del nostro Mezzogiorno? Anzitutto conosco bene l’ammonimento di Federico Chabod: la geopolitica o la geostoriografia è storia spuria fondata su uno schema vago e vano. Eppure non mi so cavare dalla testa l’immagine dello « sfasciume geologico » offertaci da Giustino Fortunato. L’avvertimento, poi, di maestri come Omodeo e Croce, rivolto a scansare il dogma teologico della causalità storica, avrà pure il suo peso contro lo stesso storicismo e contro la dispersività esistenzialistica; e tuttavia una individuabile permanenza di motivi o di caratteri comportamentistici, nel caso nostro mi pare di potersi rilevare. E se è vero, come è vero, sempre sulla scorta di Croce e di Omodeo, che non può sussistere un tribunale della storia e che la storia non è maestra della vita, mi si consenta almeno questa apparente boutade: se la colpa dei mali meridionali non è da attribuire a nessuno, cioè a un imputato fantasma, è anche vero che la storia non ha insegnato ancora nulla ai nostri governanti per una radicale e razionale estirpazione dei nostri mali, anzi dei nostri guai che sono, purtroppo, quelli di sempre. A questo punto una indicazione preliminare, sia pure sotto forma di tema o di problema, devo pur darla. Se, come vedremo, contadini andalusi, come frati degli ordini religiosi medievali, si danno al celibato per protesta sociale, questa praticamente rappresenta una fuga dalla esistenza? Se collettività ucraine rifiutano ogni contaminazione politica di sorta, rappresenta tale rifiuto una fuga dalla storia? D’altra parte i nostri moti popolari, aprendo ed estendendo le proprie aspirazioni a ventaglio (dall’immediato bisogno del pane e del lavoro quotidiani alle attese palingenetiche e chiliastiche, con un sottofondo o una premessa speculativa di grandi filosofi meridionali), rap- 71 PASQUALE SO CCIO____________________________________________________________________________ presentano una concreta volontà di esigenze pratiche, socioeconomiche e politiche, o sono anch’essi manifestazioni disperate di fuga dal reale? Entrando ora in argomento, mi propongo di ricercare l’essenza reale di tanti moti popolari, in particolare meridionali. Moti popolari se ne sono avuti e se ne hanno analogamente in ogni parte d’Europa e fuori. Dalla Ucraina dell’800 all’Irlanda del Nord in questi giorni, dalla Spagna, e in particolare Andalusia e Catalogna, all’Argentina e, specialmente in questi ultimi decenni, nel continente africano. Però nell’Italia meridionale questi fenomeni destano soprattutto l’attenzione di studiosi tedeschi, francesi, inglesi e, recentemente, anche americani. Sarebbe interessante, come si fa per i testi scolastici, o per le isole linguistiche dialettali, redigere per il mondo della cultura popolare un atlante che tenga conto degli avvenimenti nella loro distribuzione spaziale e cronologica, rivolto ad individuare affinità, identità o semplici analogie fra i moti popolari di sempre. E quando si dice di sempre ci si intende riferire non tanto ai moti sociali dell’antichità greco romano medievale, quanto ai tempi moderni e contemporanei. E’ relativamente recente la formazione di associazioni politiche e sindacali che spesso hanno coordinato le aspirazioni e organizzato i moti sulla spinta di ideologie politiche variamente rappresentate. Senonché, ed è qui il punto decisivo del nostro assunto o semplicemente ipotesi, del resto avvalorata da studiosi, specialmente inglesi e americani, si impongono due considerazioni d’ordine generale. La prima, che mi pare di estrema importanza, è che questi movimenti popolari sono anteriori alla fase anarchica, alla stessa organizzazione dei partiti politici a pretta base popolare d’ispirazione marxistica, o di vaghi e generici comunismi e socialismi. La seconda, è che l’esplosione di tali fenomeni ha caratteri peculiari e originali nell’Italia meridionale, per la varietà delle manifestazioni e per l’urto con la contingenza politica o la momentanea fenomenologia storica. Questo può spiegare la varia fisionomia dei movimenti popolari, nelle diverse regioni meridionali italiane dalla Sardegna alla Puglia, dalla Sicilia e Campania. Così nello spazio regionale e così nel tempo: dai fatti di Benevento del 1877 a quelli di Battipaglia dello scorso aprile. Quando nel secolo scorso a Lione si ebbe lo scoppio di un moto anarchico di ispirazione bakuniniana, Carlo Marx credette di individuare l’ingenuità di Bakunin nel non avere questi e i suoi compagni fatto i conti con lo Stato e precisamente con la polizia. - 72 - _____________________________________________________________MOVIMENTI POPOLARI DI SE MPRE Tuttavia se Bakunin fu un ingenuo, Marx, a sua volta, non si rendeva conto che si tratta di moti popolari scomposti, promossi da agitatori non esperti di tecniche organizzative e di moderni metodi di conquista. L’autentica natura di questi moti, insomma, sfuggiva ad entrambi: che i capi dei movimenti e di ogni sommossa, con tutti i partecipanti, hanno a che fare con la polizia, ora temendola ora intimidendola. La polizia è temuta nel 1877 a Gallo e Letino, in provincia di Benevento; è tenuta in soggezione, a distanza di circa un ‘secolo, a Battipaglia, :essendo i carabinieri consegnati in caserma e gli agenti di pubblica sicurezza in borghese dispersi, mentre di fronte alla sede del Commissariato è eretto a spregio un fantoccio-poliziotto. Battipaglia rappresenta oggi un esempio « da manuale », come ha autorevolmente osservato qualche giornalista, « dei limiti del possibile e dell’impossibile » dello sviluppo reale dell’Italia meridionale. Ha lo Stato capitolato a Battipaglia? Certo è stato in condizione di disagio. E se vi è stata una speculazione di parte politica e di autorità locali e sindacali, e pur vero che gli stessi rappresentanti politici di estrema sinistra sono stati sorpresi e travolti da quei popolani e dagli eventi. Siamo al nocciolo della questione: anche sotto la spinta di rappresentanti politici di ieri e di oggi, dai fratelli Bandiera a Malatesta, da Carlo Pisacane agli odierni sindacalisti e deputati estremisti, quasi sempre questo minuto popolo meridionale, anche quando non è riuscito a far scattare la molla dell’insurrezione, interviene e travolge partiti e sindacati organizzati, ideologie e idealità storiche e politiche. Ne han fatto le spese i fratelli Bandiera e Pisacane per primi e, poi, carbonari, liberali, filo-borbonici e garibaldini. Quale dunque la vera natura di questi movimenti nella loro fenomenologia confusionaria e scomposta? E’ stato giustamente notato (Spadolini, Montanelli), ancora una volta a proposito di Battipaglia, che ogni sommossa o insurrezione nell’Italia meridionale, dai tempi del cardinale Ruffo e dei suoi briganti, insorge, si accende, dilaga e straripa in incontenibile jacquerie o Vandea. E’ tale realtà di fondo che permane in questa parte d’Italia, che Giustino Fortunato chiamava uno « sfasciume geologico ». E, a mio parere, le condizioni di miseria spiegano gran parte del fenomeno, ma non tutto. E valga il vero. Anzitutto va notato e sottolineato, stando alla descrittiva, che si tratta di fenomeni che precedono la fase anarchica, alla quale segue quella politica ispirata dal socialismo o dal comunismo. Non sono il solo a dirlo: nell’Ottocento giornalisti socialisti come Adolfo Rossi e, recente- 73 PASQUALE SO CCIO____________________________________________________________________________ mente, l’inglese Hobsbawm, al quale soprattutto mi rifaccio. Circa la refrattarietà o la relativa permeabilità alle ideologie politiche, si tengano presenti le analoghe associazioni contadine ottocentesche dell’Ucraina, incontaminate da ogni « veleno politico ». Si tratta, insomma, di insorgenze ‘spontanee e talora sporadiche e occasionali, la cui contemporaneità o simultaneità d’azione ha dell’imprevisto e dell’irripetibile, pur nello schema generico di eventi e di aspirazioni; e tutto all’insegna della vaghezza, del velleitarismo e della inconsistenza di una ideologia ben individuabile. Sono fenomeni, quindi, che non hanno un contenuto specifico, né politico, né sociale, né religioso, e che tuttavia oscillano dal banditismo personale e di casta a quello schiettamente politico e sociale, da una aspirazione realisticamente economica e classista alla vaghezza di comunità sociali e religiose, dal bisogno immediato, urgente di sollevamento da uno stato di miseria e di abiezione a una aspirazione palingenetica e apocalittica, quasi fino alla distruzione del genere umano: si pensi ai contadini andalusi, che tuttavia già si aggirano in una fase anarchica e, quindi, successiva a quella che cerco di illustrare. Insomma, dal fondo della propria coscienza questo « profondo Sud » non ha mai smentito la sua realistica necessità del pane quotidiano, da una parte, e l’aspirazione millenaristica, dall’altra. Si può partire anche dalla camorra, dalla mafia siciliana, dal banditismo corso e sardo, da una sponda, e si può giungere a quella opposta della nobile utopia, della religiosità pura e del senso permanente di giustizia e libertà per tutti. Si tratta di forme primitive, arcaiche, vorrei dire archeologiche, che vengono prima di ogni moderna associazione, sindacato o partito, e della civile dialettica di concordia o discordia con le altre associazioni e soprattutto con lo Stato. La conferma ci è data dai fatti di Gallo e di Letino: « ...il più celebre tentativo degli anarchici di suscitare una rivolta, quella del 1877 a Benevento, si risolse in un insuccesso per difetto di sincronizzazione con lo stato di malcontento dei contadini. Se tale sincronizzazione si fosse verificata, i contadini di Letino e di Gallo non avrebbero risposto all’invito del nobile Malatesta a procedere all’esproprio dei terreni con questa osservazione così giudiziosa e contraria allo spirito spagnolo: “la nostra comunità non può difendersi da tutta l’Italia. Questa non è una sommossa generale. Domani i soldati saranno qui e saremo tutti fucilati” » (E. J. Hobsbawm, I ribelli, ed. Einaudi, Torino, 1966, pag. 130); e dei 74 _____________________________________________________________MOVIMENTI POPOLARI DI SE MPRE fatti dei contadini siciliani, e dal lazzarettismo: secondo Hobsbawm « non è sempre facile identificare la essenza logico-politica dei movimenti millenaristici, poiché l’assoluta loro spontaneità e la mancanza di una efficiente strategia o tattica rivoluzionaria fa sì che la logica della loro posizione rivoluzionaria venga esasperata fino all’assurdità o al paradosso. Essi sono illogici e utopistici » (pag. 89). Questo conformismo ideologico ci è confermato anche dagli ebrei di Sannicandro Garganico e dalla stessa morte di Davide Lazzaretti. Nell’agosto del 1878 tremila seguaci di Davide scendono dall’Amiata e ad Arcidosso si incontrano con la forza pubblica: questo il sintomatico discorso di Lazzaretti ai poliziotti: « “Se volete pace, vi porto pace, se volete pietà, avrete pietà, se volete sangue, eccomi”. Dopo un confuso scambio di parole, i carabinieri aprirono il fuoco e Lazzaretti fu tra i mo rti ». (Hobsbawm, pag. 102). Quel che si deve rilevare è che nell’Italia meridionale lo spiegabile interesse degli studiosi europei è da riportare alla presenza di due protagonisti di diversa estrazione, non solo sociale ma anche culturale: l’ingegno di grandi e nobili menti e la intelligenza, sia pure non proficuamente organizzata, del popolo. L’Italia meridionale, e soprattutto la Calabria, ha prodotto ingegni speculativi con specifiche teorie in merito, da Gioacchino da Fiore a Tommaso Campanella; e agitatori politici, contemporanei, ai moti, come il pugliese Carlo C’afiero. L’ideale di giustizia e di libertà, sia pure e proprio nella confusionaria società religiosa, è per la prima volta proclamato in modo imponente e profetico da Gioacchino da Fiore; mentre l’ideale di un comunismo di Stato, sia pure con un’aberrante deviazione razzistica e poco sociale, è teorizzato da Tommaso Campanella. Ma al di là di ogni teoria, durante le incandescenze delle agitazioni sociali, anche il popolo esprime la sua opinione o il suo modo di vedere o volere come dovrebbero andare le cose. Così una vecchietta di Corleone al giornalista Adolfo Rossi (1893): « Vogliamo che come lavoriamo noi, lavorino tutti. Che non vi siano più né ricchi né poveri. Che tutti abbiano del pane per sé e per i figli. Dobbiamo essere uguali. Io ho cinque bambini e una sola cameretta, dove siamo costretti a mangiare, a dormire e a far tutto, mentre tanti signori hanno dieci o dodici camere, dei palazzi interi. [Quanto alle case e alle terre] ... basta metterle in comune e distribuire con giustizia quello che rendono ... Ci deve essere la fratellanza e se qualcuno mancasse ci sarebbe il castigo. 75 PASQUALE SO CCIO____________________________________________________________________________ Gesù era un vero socialista e voleva appunto quello che chiedono i Fasci, ma i preti non lo rappresentano bene, specialmente quando fanno gli usurai. Alla fondazione del Fascio, i nostri preti erano contrari e al confessionale ci dicevano che i socialisti sono scomunicati. Ma noi abbiamo risposto che sbagliavano. [Tra di noi i pregiudicati per reati commessi] non sono che tre o quattro su qualche migliaio di soci. E noi li abbiamo accettati per migliorarli, perché se hanno rubato qualche po’ di grano lo hanno fatto unicamente perché spinti dalla miseria. Il nostro presidente ci ha detto che lo scopo dei Fasci è di dare agli uomini tutte le condizioni per non delinquere ». (Adolfo Rossi, L’agitazione in Sicilia, Milano 1894, pp. 69 e sgg.). In Capitanata, cioè in casa nostra, le cose non vanno diversamente. Nell’ottobre del 1805 a Termoli il francese Courier è svegliato di notte dal popolo per un atto di giustizia, per uno stupido furto. Egli, tra l’altro assiste a tribunali di contadini e di briganti che ricordano ambienti e gesti sbrigativi alla Masaniello. Nell’agosto del 1818 il brigante Vardarelli, e nel 1861 sul Gargano sono ancora i briganti che, insieme con le Guardie Nazionali o contro di esse, tengono l’ordine e si oppongono alle depredazioni e ai saccheggi reali e temuti da parte dei garibaldini. Ho avuto modo di leggere qualche minaccioso biglietto di briganti ad Autorità e Guardie Nazionali, perché si facesse comunque « salvo il popolo », con minacce ben precise in caso contrario. E se ideologie nazionali e politiche si servono del popolo, è anche vero che il popolo, proprio per questo fenomeno che si cerca di individuare, si è, a sua volta, servito di politici e briganti. Ancora una volta, infine, come dimostra l’arco di un secolo di occupazioni di terre, di « dissodazioni », come si diceva allora, demaniali e private, emerge con evidenza questo desiderio o bisogno o preoccupazione di fondo di braccianti e contadini meridionali: più che di fame di terra si tratta di una permanente garanzia di lavoro duraturo. La fisionomia particolare di questi moti, la sua peculiare fenomenologia anche dopo un secolo di politica unitaria permane pressoché analoga in tutte le manifestazioni; come permane il divario tecnologico tra Nord e Sud, resiste ancora e si afferma una diversa mentalità e una più imprevedibile psicologia del popolo meridionale. Se è vera una certa refrattarietà o diffidenza del nostro popolo verso ogni forma di politica associata e di organizzazione sindacale è anche vero che i governi liberali, fascisti e democratici han fatto o fanno quel che hanno potuto; ma questo scottante problema rimane ancora aperto, sia per 76 _____________________________________________________________MOVIMENTI POPOLARI DI SE MPRE motivi ancestrali, antichissimi, storici e protostorici, sia per nuovi mo tivi sopraggiunti e che si sono inseriti ad appesantire un’atmosfera tutt’altro che serena, la cui nebulosità anzi può ancora dare frutti di cenere e tosco. Mi riferisco soprattutto al fenomeno di baronaggio politico attuale che si è sovrapposto, tenendo il campo, a quello feudale e nobiliare. Il clientelismo degli uomini politici con la pesantissima catena di raccomandazioni per un posto di lavoro o di impiego è sotto i nostri occhi. E se poi ci dobbiamo riferire ai tempi protostorici, come ha dimostrato in modo serio e convincente Salvatore M. Puglisi, in un suo apprezzatissimo libro sulla civiltà appenninica, vi scopriamo non una lotta di classe soltanto, ma anche di casta, di categoria, di mestiere, di attività comunque diverse. Un esame archeologico di certa stratiflcazione sociale pone in luce una vera guerra per il diverso uso della terra fra terramaricoli e montanari; e con la scoperta del grano ha inizio quella millenaria lotta, evidentissima anche nella Daunia e sul Gargano, tra la spiga del biondo frumento e la capra, tra l’aratro e il bastone, tra il contadino e il pastore. Quanto ai tempi storici, basta una breve rincorsa a conferma di quanto si vuol dire se ieri e l’altro ieri erano i seminatori di cereali a spingere caprai e pastori verso l’interno della montagna, oggi son questi a riguadagnare terreno, spazio vitale per il pascolo di greggi e armenti, a scacciare, a intimidire, a uccidere i contadini rivali e resistenti. Lo squallido fenomeno dell’abigeato è una piaga che tuttora affligge le nostre belle montagne, con un contrasto evidente tra turismo e delitto alla macchia. Si sa che con gli Aragonesi e con la mena delle pecore si ebbe una trasformazione profonda della nostra economia; ed è anche vero che i nostri più scottanti mali socio-economici cominciarono appunto da quando, in Puglia e in particolare nel Tavoliere, cominciò l’era in cui i pastori erano protetti dai re e i re si fecero pastori e non per motivi idilliaci e arcadici, ma per un sanguinoso bis ogno di danaro e di oro. Comunque l’inizio della ripresa economica, lenta ma perdurante, si ebbe da quando furono abolite le leggi capestro sulla mena delle pecore: la libertà, come si vede, è anche feconda di beni economici. Concludendo e tornando alle scomposte, disordinate manifestazioni popolari di qualsiasi natura, brigantesca, religiosa, politica, economica e sociale, sono fermamente convinto che a base di tutto v’è sì una santa aspirazione di pane e di lavoro, ma anche un grosso problema di educazione e di istruzione. Il nostro popolo agisce così perché, pur aspirando a una vita associata ben diversa, sente le 77 PASQUALE SO CCIO____________________________________________________________________________ manchevolezze della società presente e desidera essere informato, istruito, educato, organizzato per una civile partecipazione e collaborazione alla vita democratica. Dicevo or sono venti anni a Foggia: fabbriche e ciminiere sì per una radicale trasformazione della nostra economia, ma con la collaterale apertura di scuole e di biblioteche, giammai sufficienti per una effettiva penetrazione capillare nei vari strati della società. Proprio all’inizio dell’unità italiana (Garibaldi era a Napoli da pochi mesi) Luigi Settembrini in una circolare di nobilissimi accenti diceva ai nostri sindaci di aprire sempre più scuole, che nessuna sovvenzione sarebbe stata concessa dal Governo luogotenenziale se i sindaci non si impegnavano, tra l’altro, ad aprire scuole; e concludeva epigraficamente: « nessuno esercizio di libertà è possibile senza l’istruzione ». PASQUALE SOCCIO IN MEMORIA Mario Prignano Di questo vecchio operatore culturale pubblicammo un’accorata pagina in memoria del suo concittadino Umberto Onorato. Oggi soffriamo l’amarezza di accogliere qui il suo caro nome, dopo che il 24 ottobre di quest’anno egli fu stroncato nel suo Tribunale da improvviso malore. Con lui è sparito uno dei protagonisti più vivaci e gelosi del progresso della sua Lucera, nobile di tradizione culturale, oltre che per il passato storico e i monumenti che lo documentano. Rinunciamo alla facile retorica delle necrologie, per pubblicare i dati essenziali della lunga, varia e intensa attività dell’Uomo, che fu soprattutto sincero con se medesimo e con gli altri. Nato il 24 marzo 1895 da famiglia di giurisperiti, imparentata con quella dei Piemonte, che donò al Risorgimento nazionale il giovine Nunzio, caduto all’assedio di Mestre il 1848, avvocato sapiente e zelante, presiedette vent’anni l’Ordine avvocati e procuratori della sua città, dotandolo dal 1953 di un bollettino a stampa, « Il foro di Lacera », di un Centro studi giuridici, attivo di conferenze, di opuscoli e di un fastigio, « La Toga d’oro » per premiare i cinquanta anni di fedeltà professionale dei suoi colleghi al declino dell’esercizio forense. Questi connotati di grande rilievo, sebbene non rari tra la borghesia culta me ridionale, testimoniano del cittadino e dello ambiente in cui visse, e che gli consentì altre affermazioni, anche fuori dell’area giudiziaria, quale fondatore, e per lunghi anni factotum, della « Dante Alighieri » e della « Pro-loco », presidente della Commissione provinciale per la tutela delle bellezze naturali, ispettore ai monumenti e alle antichità, proboviro della Società Dauna di Cultura. Conferenziere e giornalista, da « Il Foglietto » a « Il Popolo Nuovo » e « Il Progresso Dauno », non si contano i suoi articoli proLuceria, che attendiamo di rileggere, raccolti in volume, per le cure del grato figlio, avv. Marcello, erede di tanto patrimonio culturale. Per queste note essenziali della sua personalità « Mario Prignano — ha rilevato il senatore prof. Leone nel discorso commemorativo — pur avendo espresso tutte le sue virtù nell’ambito di un distretto regionale, merita di assurgere al riconoscimento sul piano nazionale; sia perché noi abbiamo il dovere di muoverci alla scoperta di quelli che la propria missione hanno volontariamente costretta in una area delimitata, perfino angusta, per essere additata proprio per tale profilo a monito ed esempio, sia perché le sue doti fondamentali, possono e debbono essere messe in evidenza tra i valori più veri e duraturi di una civiltà ». S. la Capitanata Rassegna di vita e di studi della Provincia di Foggia Direttore: dott. Angelo Celuzza, direttore della Biblioteca Provinciale. Direttore responsabile: m 0 Mario Taronna Direzione tecnica di Mario Simone Tipografia Laurenziana Napoli Autorizzazioni del Tribunale di Foggia 6 giugno 1962 e 16 aprile 1963 Registrazione presso la Cancelleria del Tribunale di Foggia al n. 150 ILLU ST RA Z IO N I Nel testo: ANTONIO GENOVESI (p. 18). T RE CENTRI DELL ’ANTICA DAUNIA (Topografia della Daunia antica): 1) Insediamento dauno individuato dalla fotografia aerea ad ovest di Salapia romana, nella zona chiamata Torreta dei Monaci; 2) I resti della Salapia romana; 3) Zona archeologica di S. Maria di Siponto; 4) Foto aerea di Siponto romana; 5) Zona archeologica di S. Vito; 6) L’atrio della domus ellenistica; 7) Particolare dell’impluvium in marmo; 8) Una fila di colonne del peristilio; 9) Bucranio; 10) Vari frammenti di decorazione in stucco; 11) Fregio fittile del compluvium; 12) Capitello, maschera fittile e frammento del fregio; 13) Maschera fittile; 14) La cisterna; 15) Foto aerea di Herdonia; 16) Pianta dell’antica Herdonia; 17) Ricostruzione della rete stradale secondo la foto aerea; 18) Cratere e askos proveniente da Ascoli Satriano; 19) Vari oggetti rinvenuti nella necropoli di Ascoli Satriano; 20a) Cratere geometrico da Ascoli Satriano; 20b) Askos rustico e antefissa da Ascoli Satriano; 21) Bassorilievo funerario romano da Ascoli Satriano; 22) Milliario della via Appia Traiana (Ascoli Satriano). la Capitanata Rassegna di vita e di studi della Provincia di Foggia Anno VII (1969) N. 3-4 (mag.-ag.) Un “ difficile cammino„ Tra i tanti problemi nazionali, emersi dalla tragica fine del secondo conflitto mondiale, il più difficile ed angoscioso fu senza dubbio quello del Mezzogiorno. Per molti anni esso fu oggetto e soggetto di incontri e di polemiche, senza mai segnare una soluzione ed ora, a guerra conclusa, riappariva in tutta la sua drammaticità, economica e sociale, manifesta e comprensibile a tutti, specialmente per l'esperienza vissuta a causa della spaccatura, con il fronte di guerra quale invalicabile linea di demarcazione non solo militare tra il Nord e il Sud della Penisola. E' comunque di questo tempo la maturazione delle nuove idee e l'affermazione dei nuovi principi che, con la spinta delle prime lotte sociali, ebbero finalmente la possibilità di pretendere e di ottenere la riapertura di un discorso quasi secolare ma non più fatto soltanto di tesi ed antitesi, bensì di precise e chiare impostazioni quali dettava, ed in modo imperioso, la nuova coscienza popolare e democratica. Un discorso alimentato di concetti rispondenti all'ora storica presente ed alle sue istanze, non più rivolto ai sordi. Per la prima volta il problema del Mezzogiorno superava gli schemi tradizionali di lotte di campanile e di politica caritatevole, per prospettare le vere esigenze pubbliche in dimensioni nuove i cui confini non potevano che coincidere con quelli del Paese, essendo oramai ben chiaro ed a tutti i livelli, agli organi responsabili dello Stato democratico, che il mancato rilancio delle attività nel Sud d'Italia ed anche il solo prolungato ritardo per un suo positivo inserimento nello sviluppo economico nazionale avrebbe danneggiato e poi distrutto il sistema che aveva avuto, purtroppo, fino a quel tempo i piedi di argilla! Dopo tanti timidi ed inutili tentativi di soluzioni parziali e non coordinate, si reclamava e da ogni parte l'attuazione di una politica di interventi organici quali mai si erano registrati dall'unità d'Italia. Da queste esigenze validamente interpretate dai responsabili governativi ed autorevolmente recepite dal Parlamento, nacque il 10 agosto del 1950 la legge n. 646, meglio conosciuta come la legge della 81 Cassa per il Mezzogiorno, con la formulazione di un piano decennale di interventi straordinari a completamento di quanto già disposto per il Sud dall'Amministrazione dello Stato in via ordinaria. La tesi del progresso economico e sociale del Mezzogiorno costituì per anni, anche se con alterne vicende, il cavallo vittorioso della nuova democrazia che, a tal fine, non mancò di intensificare tutti gli sforzi e non solo per opere materiali, pur tanto necessarie! La rinascita dei sindacati, le lotte sociali, le competizioni elettorali furono la grande cornice delle prime realizzazioni che, dalla ricostruzione sulle rovine causate dalla guerra, alle nuove infrastrutture di case, strade e scuole, comprendono la riforma agraria e la normalizzazione di quel movimento popolare, passato alla storia d'Italia come la grande lotta dei contadini. Erano i primi passi difficili, ma ben indirizzati! Per conseguire migliori e più duraturi risultati, sulla strada del progresso economico e sociale, a favore delle popolazioni meridionali, si pensò di adottare strumenti più idonei alla creazione e al potenziamento di un efficiente apparato industriale, quale necessaria integrazione di una economia esclusivamente agricola, non sufficiente ad assorbire le nuove generazioni del dopo guerra in gran parte non rassegnate a calcare le orme paterne, per una vita senza domani, lontani dai centri della civiltà. Come primo riferimento a queste nuove esperienze non si mancò di chiamare in causa la legge 8 luglio 1904, n. 351, meglio conosciuta come la legge di Napoli la quale, in effetti, avendo come obiettivo il « risorgimento economico della città », prevedeva, e per la prima volta nella nostra legislazione, la creazione di speciali zone, destinate ad insediamenti produttivi. Nasceva così la « zona industriale », un istituto che pur circondato da tante provvidenze, non riusciva però ad ottenere uno sviluppo organico. Ritroviamo, infatti, nel corso degli anni « la zona », a volte con rilevanza meramente urbanistica e con funzioni quindi regolatrici della edificabilità ed a volte come elemento disciplinatore di incentivi dello sviluppo in generale con significati più ampiamente politico-economici. Questa caratteristica, spesso, venne posta in evidenza dalla presenza operativa del Comune o di altro pubblico organismo, ai quali erano affidati la gestione e lo sviluppo della zona stessa con facoltà di reperire le aree necessarie per le infrastrutture e per gli insediamenti industriali, pubblici o privati, anche in forme coattive. Dal 1904 al 1957, la creazione delle varie zone, sorte il più delle volte sotto la spinta di contingenti esigenze politiche o per superare situazioni congiunturali, non ha mai offerto una visione coordinata ed unitaria dei problemi dello sviluppo. A correzione del sistema, significative innovazioni si registrano nella creazione delle « zone industriali » costituite in virtù di leggi 82 regionali, con la n. 30 del 21 aprile 1953 in Sicilia e con la n. 22 del 7 maggio 1953 in Sardegna. Si era nella fase di completamento della opera di ricostruzione ed in presenza quindi di nuovi grandi problemi. Nelle citate normative, la « zona industriale » finalmente viene considerata in un contesto di norme dirette esplicitamente a favorire un grande processo di industrializzazione, come componente determinante per un efficace sviluppo economico-sociale. In questa nuova regolamentazione e con le esperienze inglese ed americana dei « consorzi per le zone depresse », può essere collocato il punto di transizione tra il sistema tradizionale instaurato dalla legge per Napoli del 1904 e quello attuale delle « Aree di sviluppo industriale » e dei « Nuclei di Industrializzazione » istituito nel Mezzogiorno in virtù dell'art. 21 della legge n. 634 del 29 luglio 1957. Le « aree », secondo le previsioni legislative ed in particolare sulla base delle successive norme di attuazione emanate dal Comitato dei Ministri per il Mezzogiorno, possono operare su di un comprensorio costituito dal territorio di più Comuni della provincia, mentre l'attività dei « nuclei » è limitata al territorio della circoscrizione comunale. Nei perimetri comprensoriali delle Aree e dei Nuclei, le iniziative industriali si concentrano in spazi, definiti « agglomerati », che non escludono l'espansione sul rimanente territorio del comprensorio, nel quale per altro operano le direttive del « Piano Regolatore ». Al fine di rendere più celere e coordinata la fase dell'industrializzazione, la legge 634 del 1957 e le successive numero 555 del 1959 e n. 717 del 1965, hanno previsto la istituzione dei « Consorzi » per le aree ed i Nuclei di Sviluppo Industriale nel Mezzogiorno. Il citato articolo 21 della legge n. 634 ha infatti stabilito che: allo scopo di favorire nuove iniziative di cui sia prevista la concentrazione in una determinata zona, i Comuni, la Provincia, la Camera di Commercio e tutti gli altri Enti interessati possono costituirsi in « consorzi », enti di diritto pubblico, con il compito di eseguire, sviluppare e gestire le opere di attrezzatura della zona ed assumere ogni altra iniziativa, ritenuta utile per lo sviluppo industriale della zona stessa. Sul piano operativo, per facilitare un razionale insediamento industriale, sono stati previsti appositi piani regolatori e la possibilità di promuovere l'esproprio delle aree necessarie per l'attuazione dei compiti istituzionali di tali Enti, con una procedura di favore, con la dichiarazione di pubblica utilità, di urgenza ed indifferibilità, ex lege. In una situazione non dissimile da quella di altre province del Mezzogiorno, sia sul piano economico che sociale, ha preso le mosse la dirigenza politico amministrativa della Capitanata, per iniziare lo avviamento della provincia a un processo di concreta evoluzione che ovviamente significhi uno sguardo ad una economia nuova che, pur 83 conservando come base le attività tradizionali agricole, non escluda un inserimento nel processo di sviluppo industriale del Mezzogiorno. L'iniziativa della Camera di Commercio di Foggia per la costituzione del Consorzio Industriale di Capitanata, risale agli anni 1960-61 ed il solo ricordo delle prime difficoltà sorte per l'interpretazione delle norme di attuazione della legge e per la incomprensione di alcuni enti locali, dovrebbe placare i critici dalla penna facile e dalla mente stanca, e convincere i responsabili dei vari settori della nostra vita provinciale, che a realizzare una industrializzazione vera, sana e duratura non bastano le leggi, e tanto meno le dichiarazioni programmatiche, ed occorre soprattutto una impostazione in armonia con i principi della legge economica che, essendo tale, è valida sia nelle intraprese private che pubbliche. All'iniziativa dettero immediata adesione in Capitanata l'Amministrazione provinciale, il Comune capoluogo, il Consorzio Generale di Bonifica, l'Ente del Turismo, l'Ente « Fiera di Foggia », l'Ente di Riforma Agraria, l'Associazione operatori economici di Foggia e, subito dopo, l'I.M.I., il Banco di Napoli e l'ISVEIMER. Dall'originaria proposta per l'Area di Sviluppo Industriale, si è passato, per decisione del Comitato dei Ministri per li Mezzogiorno, al Nucleo per l'industrializzazione e, pertanto, solo il 9 gennaio del 1962 era possibile redigere del Consorzio l'atto costitutivo che, insieme con lo statuto riceveva formale approvazione con decreto del Presidente della Repubblica in data 31 marzo 1962, acquisendo così la personalità giuridica di ente di diritto pubblico. La scelta del territorio, alle porte di Foggia, indubbiamente non fu felice ed in conseguenza anche lo studio del piano regolatore non tranquillizzò l'opinione pubblica e soprattutto i proprietari delle zone interessate. E' mia personale opinione, che da parte degli organi tecnici centrali, mancò un esame approfondito dell'ambiente nel quale si doveva operare, forse per la fretta « politica » con la quale si voleva concludere l'iter burocratico. Comunque la celerità iniziale fu distrutta dalle successive soste di natura giudiziaria ed a nulla servì il Piano approvato in fase di progetto preliminare il 29 luglio 1963 ed in via definitiva il 23 giugno 1964. Va dato atto ai tecnici del Piano, che pur costretti a progettare nell'angusto spazio del nucleo - non più di 420 ettari sulla statale n. 16 di via Bari -, non trascurarono di illustrare con valide argomentazioni le possibilità di ulteriori sviluppi e, fin dal primo momento, indicarono come zone idonee a localizzazioni industriali, quelle della Incoronata, di Giardinetto-Troia e di Manfredonia, unico porto funzionale della provincia. Mancarono molti mezzi agli inizi dell'attività consortile, ci vennero meno molti entusiasmi dopo le prime soste forzate, ma non mancarono mai la visione e la previsione di una più intensa dinamica industriale 84 che, indipendentemente da ogni polemica passata o presente, non poteva ignorare gli ambienti con spiccate e legittime vocazioni per utili insediamenti. La costituzione del Consorzio, non lo si può negare, aprì nuovi orizzonti ed impose anche a livelli locali revisioni programmatiche aziendali. Le prime richieste di suoli edificatori e le prime domande di trasferimento nel Sud di aziende del Nord, portarono il Consorzio ad iniziare gli atti di esproprio per i primi 141 ettari che così passavano nella disponibilità dell'Ente con decreto prefettizio del 9 settembre 1963 nelle more dell'approvazione definitiva del piano regolatore. A questa epoca risale la dichiarazione di guerra dei proprietari espropriati e purtroppo la legge per i Consorzi Industriali, fin dalle prime avvisaglie, manifestò la sua debolezza giuridico-costituzionale. Era una legge che entrava in circolazione senza rodaggio, erano i primi esperimenti di un metodo nuovo, purtroppo dal legislatore non protetto e non coordinato con tutta una serie di norme ancora in vigore e spesso in pieno contrasto con la nuova volontà legislativa. Né si mancò di mettere in dubbio la legittimità costituzionale delle norme stesse e non senza fondamento fu da alcuni ritenuto in contrasto con l'articolo 128 della Costituzione, l'articolo 8 della legge n. 555 del 18 luglio 1959, che equiparando i piani regolatori dei Consorzi Industriali ai Piani territoriali di coordinamento, veniva a violare l'autonomia dei Comuni in ordine a materie le quali, come quella urbanistica, presentano prevalente interesse locale. Altro motivo di illegittimità costituzionale era avanzato per lo art. 2 della legge 29 settembre 1962, n. 1462, secondo i ricorrenti, in contrasto con gli articoli 42 e 43 della Costituzione, in quanto esso articolo 2 prevedeva che i primi dieci anni dall'approvazione dello statuto consortile, l'indennità di esproprio doveva essere determinata sul valore che i beni avevano due anni prima della data di tale approvazione. Avvenne un vero e proprio terremoto: dal Consiglio di Stato si passò alla Corte Costituzionale, fino ad arrivare alla modifica in sede legislativa di alcuni degli articoli delle el ggi contestate. L'otto novembre del 1966, con la decisione del Consiglio di Stato, che accoglieva le istanze dei ricorrenti, cadevano nel nulla i decreti di esproprio, frutti di scrupolose applicazioni legislative, purtroppo non riconosciute costituzionali. Vani erano riusciti, nelle more della lunga vertenza, una serie di tentativi di bonaria composizione sulla base di una revisione delle indennità di esproprio, elevate fin oltre il limite dei prezzi di mercato. Si rivelò, infatti, un forte schieramento di opposizione che, pur non potendosi definire di natura politica, era ad essa molto vicina. Nel frattempo le prime annunziate attività industriali, come quella della « Frigodaunia » del gruppo Breda e della « Lane Rossi » gruppo ENI, andavano ad insediarsi altrove, pur sempre in agro di Foggia, ma fuori della zona così detta industriale. 86 Nasceva così, per iniziativa non coordinata, in zona Incoronata sulla via Foggia-Bari nelle adiacenze di un funzionante zuccherificio, un agglomerato che, ovviamente, non poteva essere ignorato dal Consorzio Industriale che, nel giugno 1964, proponeva al Comitato dei Ministri di comprendere nella sua area tutto il territorio del Comune di Foggia ed il decreto n. 1409 del 18 agosto 1964 del Presidente della Repubblica, modificando l'art. 3 dello Statuto Consortile, approvava il nuovo perimetro del nucleo nei termini suggeriti dal nucleo industriale. E' di questa epoca la notizia della Snia Viscosa sul ritrovamento di giacimenti metaniferi in provincia. Dopo anni di ricerche, finalmente un risultato positivo! Tra le concessioni della Snia, della Montecatini e dell'Agip mineraria, si valutò la potenzialità dei giacimenti intorno ai venti miliardi di mc. di metano oltre a piccoli quantitativi di petrolio. La presenza di tali giacimenti proiettò verso nuovi orizzonti le speranze della provincia e la programmazione del nucleo industriale. Il proposito della Snia Viscosa - Montecatini di creare un impianto per lo sfruttamento in loco di gran parte del metano, con l'individuazione di una ubicazione ottimale in zona Manfredonia, unico porto mercantile della provincia, orientò il Consiglio del Consorzio industriale a chiedere la trasformazione in area del nucleo e con un territorio di competenza che dalle zone di ritrovamento nel subappennino arrivasse al mare, passando per il primo agglomerato di Incoronata e creando il secondo a Manfredonia in zona limitrofa all'esistente stabilimento italogiapponese per la produzione di glutammati. Gli avvenimenti e le trasformazioni avvenute nella Società Montecatini, facevano però cadere l'accordo con la Snia e con esso anche il progettato impianto per la produzione della ammoniaca e del caprolattame. Mentre la Snia ripiegava sul progetto di uno stabilimento tessile da ubicarsi in zona giacimenti, al programma massimo subentrava la ANIC che, divenuta frattanto proprietaria di una notevole parte di metano, come contropartita a quello destinato in altre regioni, offriva uno stabilimento in agro di Biccari e la costruzione di un impianto petrolchimico in agro di Monte S. Angelo - Manfredonia con un investimento iniziale di 30 miliardi. Nell'ottobre 1967 il CIPE dava il suo assenso a tale progetto e di conseguenza, nel novembre, il Comitato dei Ministri approvava la proposta del Consorzio, trasformando il Nucleo in Area di sviluppo industriale. Il suo comprensorio, dopo alterne vicende, oggi comprende in tutto o in parte gli agri dei seguenti comuni: Foggia, Manfredonia, Rignano, Apricena, S. Severo, Torremaggiore, Lucera, Biccari, Troia, Castelluccio dei Sauri, Deliceto, Candela, Orsara, Bovino, Ascoli Satriano, Carapelle, Ortanova, Stornara, Stornarella, Cerignola, Trinitapoli, Margherita di Savoia, S. Ferdinando di Puglia, Poggio Imperiale, 87 Monte S. Angelo, S. Giovanni Rotondo, S. Marco in Lamis, Lesina, S. Agata, Accadia, Rocchetta S. Antonio: una superficie di ettari 487.145 con una popolazione residente di 539.923 abitanti. Questa la situazione alla quale è stato concesso il riconoscimento giuridico con il decreto del Presidente della Repubblica n. 287 del 5 maggio 1969, che non comprende per ora il comprensorio dei tre ultimi citati comuni per i quali per altro il Comitato di vigilanza del Ministero dell'Industria ha espresso parere favorevole per l'inclusione nell'area industriale. Attualmente attendiamo l'approvazione definitiva del piano regolatore per il quale la Commissione per i piani regolatori territoriali delle aree industriali del Comitato dei Ministri per il Mezzogiorno ha già dato voto favorevole di larga massima. Alla luce delle ultime decisioni, il piano prevede un agglomerato in zona Ascoli Satriano per l'insediamento di uno stabilimento tessile della Snia Viscosa ed una fascia di continuità territoriale che abbraccia tutta la zona subappenninica fino all'altezza del casello di Lesina della costruenda autostrada Bologna-Canosa. Lungo tale fascia ricade l'agglomerato in zona Giardinetto per industrie agricole. Quindi la ratifica dell'agglomerato di Incoronata con ulteriori ma particolari insediamenti, e infine l'agglomerato di Manfredonia ove, oltre al petrochimico dell'ANIC, vi saranno l'impianto ANIC-Snia Viscosa per ammoniaca e caprolattame e la costruenda centrale termoelettrica dell'ENEL. I grossi problemi di infrastrutture sono già allo studio, sia per il portoisola a nord dell'attuale porto di Manfredonia, sia per la viabilità ed i collegamenti autostradali e tra agglomerati e sia per il rifornimento idrico ad uso industriale. Ultima attesa, tra quelle comunque già previste, riguarda la scelta ubicazionale della Fiat che, dopo aver rinunciato al progetto per uno stabilimento per motori agricoli, riparla di industria aeronautica, in collegamento con gli insediamenti già annunciati di Termoli, di Bari, di Brindisi e di Nardò. Dal 18 luglio 1969, epoca del voto di massima, si è ni attesa della approvazione definitiva, pur se con provvedimenti stralci, sono già in progettazione esecutiva il porto e l'acquedotto industriale. Tutto il resto è dettaglio, per ora non coordinabile in una organica impostazione. Quanto detto però riteniamo sia più che sufficiente per capire il dramma di quanti, con i fatti e non solo con le parole, lungamente hanno lavorato per contribuire a creare una moderna piattaforma sulla quale permettere a tutti gli uomini di buona volontà di compiere il loro dovere per lo sviluppo materiale e morale delle nostre zone e della nostra gente, per far comprendere soprattutto agli enti locali ed ai loro amministratori ed amministrati ed ai responsabili politici locali e centrali di quanta unità morale c'è ancora bisogno, per percorrere e fino in fondo questa strada, indubbiamente la più giusta, ma anche la più lunga e la più difficile. GUSTAVO DE MEO 88 La Suddelegazione dei cambi presso la Regia Dogana di Foggia La Dogana delle Pecore costituisce un illustre esempio di una magistratura del regno di Napoli che trova il suo antico fondamento e la base del suo sviluppo plurisecolare in un unico atto normativo sovrano: quello di origine. Il diploma spedito da Alfonso I d'Aragona al Montluber, dal campo di Tivoli nel 1447 1 rappresenta, difatti, il caposaldo giuridico della lunga attività della Dogana, la pietra di paragone cui, in caso di controversia e di necessità di interpretazioni legali, rivolgevano l'attenzione tutti gli interessati. Le altre norme che, dal XV secolo in poi, tennero dietro al privilegio alfonsino, e che contribuirono a rendere corposo il codice doganale, nulla crearono e niente innovarono, in modo determinante, nella struttura del singolare istituto incentrato a Foggia. I privilegi di Ferrante I del 1470 e del 1480, di Carlo V del 1536, del Vicerè Pietro di Toledo del 1542, la prammatica del Cardinale di Granvela del 1574 e quella di Pietrantonio d'Aragona del 1668, dette rispettivamente dei 28 capitoli e dei 49 capitoli 2, per attenersi solo alla normazione doganale di più cospicuo rilievo, non fecero altro che confermare, solo formalmente arricchendoli o accrescendoli, i sostanziali caratteri costitutivi delineati dal primo sovrano aragonese per l'organismo preposto all'amministrazione del Tavoliere. La Dogana venne, pertanto, nel corso di tutta la sua esistenza, regolata essenzialmente dai principi che avevano informato il suo atto di costituzione, o meglio, di restaurazione su nuove e più sicure basi 3, e, benché ne fosse spesso minacciata e subisse attacchi da più parti, non soffrí modifiche delle sue antiche attribuzioni, sempre mantenutesi integre. L'unico campo in cui la Dogana dovette registrare nel tempo una certa diminuzione, intrinseca ed estrinseca, di competenza, fu quello della giurisdizione che varie volte fu oggetto di discussione per interessate iniziative di altri organismi giudiziari del regno. L'istituto della Suddelegazione dei cambi, impiantato nel corso del XVIII secolo presso la Dogana, fu la conseguenza e la testimonianza 89 di una lotta, dalle alterne vicende, svoltasi fra il Tribunale doganale di Foggia ed il Consiglio Collaterale di Napoli in materia di giurisdizione, lotta che si concluse con un ridimensionamento limitativo dei poteri del Tribunale, e, quindi, della Dogana in generale, di cui quello si atteggiava come la maggiore espressione 4. Ma, prima di descrivere nei loro particolari i diversi momenti di questo conflitto di giurisdizione fra le due magistrature, che fu tale da provocare l'intervento di molti poteri centrali del regno, non sarà inutile premettere qualche ragguaglio sulla potestà giurisdizionale della Dogana. Anch'essa, è noto, fu stabilita da Alfonso I d'Aragona, il quale, per dare una duratura sistemazione agli interessi fiscali collegati con la transumanza e con il suo incremento, invitò i pastori del regno a calare ogni anno con le loro greggi nel Tavoliere e promise loro un foro privilegiato e l'esenzione da ogni altro giudice che non fosse quello doganale, cui spettava conoscere tutte le loro cause civili, criminali e miste. La concessione di questa prerogativa mirò allo scopo di assicurare ai locati ed alle loro industrie quiete, tranquillità e sicurezza, necessarie ma difficilmente ottenibili se quelli fossero stati assoggettati alla competenza dei diversi giudici ordinari. L'adire questi, difatti, la cui sede era sovente lontana dai luoghi dove i locati attendevano alle proprie intraprese pastorali, avrebbe comportato di necessità dei danni. Il privilegio del foro fu concesso non solo ai locati, ma a tutte le persone in qualche modo legate alla Dogana, come i gargari, i conduttori, i pastori, i mercanti, i fattori ed a chiunque altro conduceva, o faceva condurre a fidare i suoi animali, fosse un regnicolo od uno straniero 5. Il principio giuridico della derogatio fori, stabilito con il diploma del 1447, -era enunciato dal sovrano con le parole « de quibus rixis, controversiis, et causis vos tantum cognoscere volumus », in virtù delle quali il solo doganiere, titolare del pieno ed effettivo potere giurisdizionale era facoltato a conoscere tutte le cause dei locati in modo esclusivo e generale, colla clausola privativa ed abdicativa, con mero et mixto imperio et gladii potestate, ossia con il potere di condannare i rei anche all'estremo supplizio. Dopo Alfonso d'Aragona, questo principio fu continuamente riconfermato a supplica dei locati. 90 Fra le grazie che questi chiesero a Ferrante I, e che furono concesse nel 1470, già è presente l'istanza di ottenere la convalida del foro speciale: Che niuno Officiale possa procedere contro pecorari, et homini di Dohana, salvo che ipso Dohanero, o vero soi Officiali 6. Il principio venne ribadito al tempo di Carlo V, ma l'avversione dei baroni contro questo foro speciale ne procurò una diminuzione che si manifestò nei capitoli del 30 luglio 1574 del Vicerè Cardinale di Granvela, ma solo temporaneamente 7. Nel 1574 il Doganiere Fabrizio di Sangro, precedente ordine del Vicerè e del Consiglio Collaterale, pubblicò bandi ed istruzioni in cui si proclamava la necessità dell'osservanza del foro doganale 8. Nel 1657 la Regia Camera della Sommaria con il generale arresto del 12 settembre decise che il Tribunale della Dogana aveva in prima istanza la conoscenza di tutte le cause dei suoi sudditi, attori o convenuti, con esclusione di ogni altro giudice, inferiore o superiore 9. Nel 1668, a seguito di real carta, fu emanata la prammatica del Vicerè Pietrantonio d'Aragona, la 79 de Officio Procuratoris Caesaris, il cui capitolo 38, volendo porre rimedio ad alcuni inconvenienti lamentati, ordinava il pieno rispetto della prerogativa giurisdizionale concessa ai locati, ed escludeva ogni ingerenza del Sacro Consiglio, della G. Corte della Vicaria e delle Regie Udienze. Ai magistrati di questi tribunali, anzi, s'imponeva l'osservanza delle ortatorie della Dogana, e la trasmissione gratuita di ogni atto processuale relativo ai suoi sudditi 10. Il privilegio del foro, rappresentato dal Tribunale doganale, non si configurava, però, come una graziosa concessione sovrana ma come una componente del contratto oneroso ed obbligatorio instaurato con i locati nel XV secolo, e tale fu dichiarato da Carlo III con real carta del 9 maggio 1743 11. Di esso usufruivano anche i massari di campo e gli affittatori di terre salde del Tavoliere 12. L'ambito giurisdizionale dello speciale magistrato foggiano non si restringeva alla sola Puglia, ma comprendeva tutto il territorio del regno: dovunque stessero sudditi di Dogana, colà arrivava la giurisdizione della Dogana, e qualsiasi altra competenza di corti regie o baronali cessava. Restava salvo solo il diritto d'appello alla Camera della Sommaria. Nel regno di Napoli, quindi, il Tribunale dei locati e dei massari di campo del Tavoliere presentava una statura pari a quella Gran Corte della Vicaria e del Sacro Regio Consiglio 13 91 Contro questa ampia giurisdizione del Tribunale doganale si ebbe nella prima metà del Settecento una forte azione limitatrice, che fu coronata dal successo. Essa fu promossa e perfezionata dal Consiglio Collaterale che volle sottrarre alla magistratura foggiana la titolarità autonoma dei giudizi per lettere di cambio protestate, ritenendo la stessa di sua specifica spettanza. Fino a tutto il XVII secolo il Tribunale della Dogana aveva proceduto senza difficoltà nell'espletamento delle controversie riguardanti le lettere di cambio stabilite tra locati, o fra locati e mercanti. Tutto il procedimento di esecuzione contro il firmatario insolvente di una lettera di cambio era stato sempre diretto, in piena indipendenza di azioni, ed in tutti i suoi riflessi dalla Dogana, che così come per ogni altra vertenza in cui fosse implicato un proprio suddito, considerava sua legittima e naturale attribuzione il conoscere anche queste cosiddette « cause esecutive » 14. Anzi, nell'esame giudiziale delle lettere di cambio, la Dogana aveva sempre agito con tale libertà, ponendo in essere le lettere esecutoriali, che qualche volta le aveva spedite anche se il debitore ed il creditore, il traente e l'accettante della lettera di cambio non erano doganati. Vale a dire che essa si rendeva talora colpevole di un eccesso di potere ed esorbitava dai limiti delle proprie antiche attibuzioni, che potevano essere legittime solo quando l'uno e l'altro protagonista della vicenda cambiaria fosse un suddito doganale. Ricevuta al riguardo un'apposita relazione dell'Uditore doganale Angelo Parise, il Consiglio Collaterale, con dispaccio del 30 novembre 1702, stabiliva che si ricercasse l'origine di questa ampliata competenza della Dogana e che, intanto, si continuasse a praticare il sistema in uso 15. Il Consiglio napoletano, cui il Parise s'era rivolto, era molto interessato dalla questione e direttamente impegnato alla sua soluzione. Per la prammatica V de literis cambii del 9 giugno 1617, difatti, esso, deteneva nel regno la giurisdizione esclusiva in fatto di esecuzione di lettere di cambio -e ne demandava l'esercizio ad uno dei suoi membri, un reggente che assumeva il titolo di Delegato Generale o di Commissario Generale dei Cambi 16. Agli occhi del Collaterale, il quale, si vedrà, non era disposto a permettere una competenza diretta della Dogana neppure nelle cause di cambio fra locati, l'ingerenza doganale in quelle fra i cittadini non 92 fruenti di un foro privilegiato rappresentava un attentato intollerabile alle proprie prerogative. Il Tribunale napoletano, pertanto, si adoperò con vigore per salvaguardare i diritti ritenuti propri e per puntualizzare le facoltà proprie e quelle della Dogana in tema di cambi. Nel 1705, il Delegato Generale dei Cambi presso il Consiglio Collaterale, Reggente Nicola Gascon, marchese di Acerno, stabilì, che la materia delle lettere di cambio era gelosa ed esclusiva pertinenza del Collaterale, ma che, in via subordinata e per delegazione, essa poteva affidarsi, per le vertenze dei locati del Tavoliere, all'Uditore Parise, che era abilitato ad agire, pertanto, come Suddelegato dei Cambi in Foggia 17. La decisione del Collaterale, quindi, non si limitava a fissare una suddelegazione in persona del Parise per i soli casi di lettere di cambio fra non locati, come era giusto che avvenisse, ma concedeva al Suddelegato il potere di conoscere anche i litigi cambiari vertenti fra locati. Il Collaterale, cioè, si arrogava facoltà che non gli spettavano, con l'intendimento di porre la Dogana in uno stato di dipendenza anche in quelle cause di cambio, che, per essere svolte fra locati, automaticamente rientravano nella legittima ed autonoma cognizione della Dogana, secondo il generale privilegio giurisdizionale. I locati ravvisarono subito nella determinazione del Consiglio Collaterale un'offesa alle loro prerogative, per le quali erano esenti dal giudizio di qualsiasi altro foro che non fosse quello doganale (l'ammissione del principio della suddelegazione implicava quello dell'appello al Delegato Generale) ed il 22 febbraio 1705 ricorsero al Vicerè, il Duca di Escalona e Marchese di Villena, per il riconoscimento del loro privilegio 18. Il ricorso fu trasmesso alla Regia Camera della Sommaria per esame e parere, e ne derivò, in data 12 maggio, una consulta che dichiarava la suddelegazione spedita dal Collaterale una innovazione nociva e pregiudizievole per gli interessi fiscali e doganali. Alla stessa, difatti, si addebitava il carico di creare ostacoli sia nell'esazione della fida sia nella concessione di prestiti da mercanti a locati e massari di campo 19. In conseguenza della consulta, il Vicerè con biglietto per Segreteria di guerra del 26 maggio ordinò che la Dogana conservasse intatta la sua competenza nelle cause di cambio fra locati, continuando a spedire le lettere esecutoriali, e che il Delegato Generale Gascon si aste93 nesse da ogni forma d'ingerenza, curando il ritiro della suddelegazione 20. Ma il Consiglio Collaterale non era disposto a darla vinta, e chiedeva ed otteneva la revoca dell'ordine del Vicerè, proprio allorquando la Sommaria si accingeva a ribadire il proprio punto di vista: il Parise, quindi, riceveva la conferma della sua mansione di Suddelegato, alle dipendenze del Collaterale, e la Dogana era dichiarata nuovamente incompetente 21. Alla fine di giugno 1705 il Presidente Governatore della Dogana, Francesco Milano, informava la Camera della Sommaria dei danni che sarebbero derivati dalle manovre del Collaterale sia per il fisco e la Dogana, sia anche per le Case Sante degli Incurabili e dell'Annunziata di Napoli, proprietarie della segreteria e mastrodattia doganali, i cui proventi, a causa della novità in fatto di cambi, già minacciavano di ridursi. Qualche giorno dopo, il 4 luglio, la Sommaria, con nuova consulta al Vicerè, riconferma la sua posizione, del tutto allineata con quella della Dogana: le pretese del Collaterale erano infondate e da rigettarsi, i locati avevano ragione di combattere l'istituto della Suddelegazione 22. Ricevuta poi una terza consulta della Sommaria, datata 12 luglio, il Vicerè con dispaccio del 18 luglio ordina che il Parise si astenga dal procedere quale Suddelegato, riconosce la competenza della Dogana, e, con biglietto della Segreteria di guerra del 21 dello stesso mese, informa dell'ordine dato sia il Collaterale, sia la Sommaria 23. Il Collaterale, tuttavia, non desiste, ed il 12 agosto inoltra una sua consulta al Duca d'Angiò, il futuro Filippo V di Spagna, che a sua volta la trasmette al Supremo Consiglio d'Italia in Madrid. La risoluzione dell'illustre consesso, emessa sotto la data del 3 novembre, è contraria alle ragioni del Collaterale, giacché stabilisce che esso non debba interferire in alcun modo nelle cause di lettere di cambio protestate dai locati, e che la trattazione di quelle spetta esclusivamente al tribunale doganale: « de ningun modo proceda a quel consejo en las causas de letras de cambos protestadas de los locados de la referida Dohana de Foxa per tocar privativamente su conocimiento al Tribunal de la misma Dohana » 24. Con la comunicazione, mediante reali carte, del tenore di questa risoluzione al Collaterale ed alla Sommaria sembra concludersi la vicenda della Suddelegazione dei Cambi, vicenda che ha visto sinora il 94 prevalere delle tesi doganali ed il consolidamento della vecchia prassi. Ma, in effetti, l'atto del 12 agosto non provoca altro che una breve pausa. Ciò appare chiaro qualche anno dopo, nel 1708, allorché alla Dogana perviene un dispaccio del Vicerè Conte Daun che informa essersi deciso nel Collaterale, previa relazione del Reggente Gascon, che il Tribunale di Foggia non possa conoscere delle cause cambiarie dei locati, la cognizione delle quali deve toccare al Commissario Generale presso il Collaterale 25. E' il ritorno semplice ed ostinato del Collaterale sulle vecchie posizioni, come se niente il Consiglio di Madrid avesse deciso. Nel dispaccio si afferma, altresì, che ogni ordine dato in contrario alle tesi del Collaterale, sia dal Marchese di Villena sia dal duca d'Angiò, è stato annullato dal nuovo sovrano, Carlo III. E' evidente che in Collaterale si è preferito trascurare la considerazione, alquanto ovvia, che la decisione del 12 agosto 1705, prodotta da una legittima magistratura, era valida anche dopo l'abolizione da parte del nuovo Re dei provvedimenti emanati da un potere considerato usurpatore come quello del duca d'Angiò. Al dispaccio del Daun del 1708 segue una consulta della Sommaria in risposta, ma senza frutto, ed il Collaterale si premura con altro suo decreto di rivendicare al proprio Delegato Generale i giudizi delle lettere di cambio (« ...che con effetti la Regia Dogana di Foggia si astenesse di procedere nelle cause di lettere di cambio, anche dei locati, spettando la loro cognizione al Reggente Commissario di quelle »). La Sommaria, la grande alleata della Dogana in questo acceso conflitto giurisdizionale, corre ai ripari inviando due nuove consulte direttamente al Re, una del 25 giugno 1708, l'altra del 16 ottobre 1709, con le quali, dopo aver menzionata la validità attuale dei principi che militano a favore della competenza doganale nella materia controversa, e dopo aver evidenziati gli interessi che sono in gioco, viene controbattuto come pretestuoso il criterio che ha permesso al Collaterale di ritornare a decidere in merito alla suddelegazione dei Cambi, contro il disposto del Supremo Consiglio d'Italia 26. La decisione presa dal Sovrano, per eccitamento delle due consulte della Sommaria, risulta piuttosto tardiva (è del 2 gennaio 1711) ma, in compenso, è molto chiara e precisa: « ...el Regente Delegado de los cambios presente, y que en adelante fuere, no se ponga, ni intromita con los locados de la Aduana de Foia en ninguna de las causas, ni en las de cambios, y que en ellas proceda, corno han procedido los 95 Aduaneros de la Aduana, y la Camera, tomo juez privativo de dichos locados; y en caso allarse procediendo, en virtud de dicho despacho de diez junio, que luego sin replica alguna desista de proceder el dicho Regente Delegado, o el Collateral, ni se oppongan al puntual complimiento de este mi real despacho con qualquiera pretexto, o motivo, que sea; pues quiero, que se observe, y execute precisamente segun su serie, y tenor, haviendo se prebenido de ello al Tribunal de la Camera; que, por ser de justicia, procede assi de mi real voluntad... ». Ma l'ordine, pur espresso categoricamente e pur non lasciando dubbi sul pensiero del Sovrano, rimase del tutto inascoltato, per la opposizione del Collaterale a quanto veniva stabilito 27. Si continuò, quindi, secondo il sistema imposto nel 1708, ed il Delegato Generale perseverò nel nominare un proprio Suddelegato in persona dell'Uditore della Dogana. A questi toccava curare le cause di cambio dei soli locati e sudditi doganali, ed avverso le sue determinazioni era possibile il gravame al Delegato di Napoli, cui in primo grado spettava la cognizione delle cause di cambio dei non doganati. In tal modo il Consiglio Collaterale, mediante la Delegazione o Commissione Generale, direttamente od in seconda istanza, riuscì ad atteggiarsi come il giudice generale del Regno in questioni connesse con le lettere di cambio. Presso la Dogana si trattarono ancora le vertenze originate dalle lettere di cambio, non a cura del Tribunale ed in forza del particolare privilegio del foro, ma dall'Uditore del Tribunale, quale longa manus del Reggente Commissario. Il sistema ricevette una leggera modifica nel 1719. In quell'anno infatti, l'Uditore della Dogana e Suddelegato dei cambi, Giuseppe Correale, eletto Giudice di Vicaria, lasciava Foggia per la capitale. Il Commissario Generale dei Cambi di allora, il Reggente Ottavio Gaeta, non spedì, secondo il solito praticato, la suddelegazione in persona del nuovo Uditore, ma nominò Suddelegato lo stesso Presidente Governatore, Giuseppe Aguirre 28. Ma tutta l'innovazione si ridusse a questo, perché la scelta e la nomina del Suddelegato rimasero attribuzioni del Consiglio Collaterale, ed al Commissario Generale di questo fu riservato il giudizio d'appello avverso le decisioni del magistrato foggiano. Al Presidente Governatore, nella veste di Suddelegato, era consentito, poi, così come già all'Uditore, trattare le cause di lettere di cambio dei soli locati. Da allora, continuando i Presidenti Governatori pro tempore ad 96 espletare le funzioni di Suddelegati, invalse la credenza comune che la Suddelegazione fosse un accessorio fisso della carica massima della Dogana. In realtà non era così, ed ogni nuovo Presidente Governatore diveniva Suddelegato solo a seguito di uno specifico provvedimento del Commissario Generale presso il Collaterale 29. I negozianti pugliesi intanto sopportavano a malincuore il sistema in vigore: ad essi non conveniva che il Suddelegato potesse conoscere, ed unicamente in prima istanza, le cause di cambio dei soli sudditi di Dogana, giacché avendo frequenti rapporti d'affari con cittadini non locati e non sudditi, si vedevano costretti ad adire il Commissario Generale in Napoli, per il giudizio di primo grado o d'appello, a secondo dei casi, ma sempre con perditempo e dispendi notevoli. Questa insoddisfazione del ceto mercantile, uno dei più vitali nel quadro dell'economia doganale e, quindi, molto sentito dalle autorità centrali, fu esternata in un ricorso al Presidente Governatore Troiano de Filippis, il quale mediante una relazione del 16 agosto 1738, ne informò il Sovrano. Questi decise sul ricorso con reale determinazione dell'8 ottobre successivo, e dichiarò la piena competenza del Suddelegato, in fase di prima istanza, in tutte le cause di lettere di cambio prodotte in Puglia e nei luoghi vicini, anche quando nessuna delle parti fosse suddito di Dogana 30. La determinazione, in realtà, serviva più che altro a dare il crisma sovrano ad una prassi, piuttosto illegale, che nel tempo doveva aver avuto qualche manifestazione: il testo stesso della determinazione, infatti, lascia supporre che il Suddelegato già in varie occasioni si era fatto giudice delle lettere di cambio dei non locati (...« il surriferito Commissario Generale dei Cambi non faccia novità alcuna sopra questa pendenza »). Essa, tuttavia, era importante giacché sanzionava legalmente lo ampliamento della giurisdizione del Suddelegato e la restrizione corrispondente di quella del Commissario Generale. Fra i due magistrati si riaprì il conflitto, che però, si mantenne discreto ed allo stato latente per diversi anni ancora. Solo nel 1747, infatti, il Commissario Generale Carlo Gaeta intervenne fattivamente con il proposito di far riacquistare alla Delegazione di Napoli la competenza piena nelle cause di cambio dei non doganati, e con un bando proibì ai pugliesi non sudditi di presentare in Suddelegazione le loro lettere di cambi, per poter dare inizio al procedimento di ese97 cuzione contro gli insolventi, e, nel contempo, spedì al Presidente Governatore la commissione di Suddelegato in termini più ristretti ed in forma più vincolante 31. Alcuni negozianti foggiani elevarono proteste lagnandosi dell'iniziativa del Gaeta, che si trovò nella necessità di riferire la questione al Sovrano, con rappresentanza del 30 gennaio 1747. Ed anche in questa occasione la volontà sovrana si manifestò favorevole ad un ampliamento di competenza del Suddelegato, al quale si riconfermava il potere di cognizione di tutte le cause di cambio promosse in Puglia dai sudditi e dai non sudditi di Dogana. La competenza, però, era sempre contenuta entro il primo grado del giudizio, mentre la decisione di appello era del Commissario Generale. Tuttavia, quale contentino per quest'ultimo, le cui tesi si rigettavano dal Sovrano per la seconda volta in un decennio, la real carta del 21 agosto 1747 ammetteva che, se fosse stato loro più comodo, i creditori per lettere di cambio protestate potessero rivolgersi anche in prima istanza alla Delegazione Generale dei Cambi 32. Dopo di allora e fino alla soppressione della Dogana nessun fatto nuovo caratterizzò la materia e le attribuzioni della Suddelegazione di Foggia 33. L'ufficio, diretto dal Presidente Governatore della Dogana, aveva una propria Cancelleria che si concedeva in fitto per parecchi anni mediante una gara d'asta. L'estaglio annuo sommava ad alcune migliaia di ducati (nel 1774 il Cancelliere dei cambi Saverio Malinconico pagava un fitto di 2500 ducati, e nel 1791 il Cancelliere Raffaele Guadagni corrispondeva un fitto « mai inteso per lo passato » di 4201 ducati), ma gli incassi connessi alla spedizione degli esecutori o lettere esecutoriali alle polizze e lettere di cambio consentivano al Cancelliere di rifarsi delle spese, in cui erano inclusi gli stipendi di vari impiegati attitanti 34. Dal 1771 al 1774 la Cancelleria rimase inaffittata, e quindi, come si diceva allora, in demanio, in conseguenza del sequestro fattone dal fisco a causa dell'arretrato dell'ultimo affittatore Nicola Scigliano 35. Le sue entrate subivano talora delle notevoli flessioni, per cause di vario genere, ma in generale dovevano essere così allettanti da richiedere per il loro affitto la forma dell'asta pubblica. Nel 1786 il dottor Carlo Sarno, per persona nominanda, si offrì di pagare annualmente 4801 ducati, « salvo il favore delle candele » 36. Per la legge del 21 maggio 1806 la Dogana delle Pecore fu abolita 98 in tutte le sue articolazioni, ed i poteri del suo Tribunale venivano trasferiti alla giurisdizione ordinaria. L'ultimo Uditore doganale Riola poneva il quesito se, soppressa la Dogana, dovesse continuare a sussistere la figura del Suddelegato dei Cambi. Con dispaccio dell'8 agosto 1806 il Barone Antonio Nolli, Consigliere di Stato e Presidente della Giunta di censuazione del Tavoliere, ricevette dal Sovrano l'incarico di riferire. La relazione del Nolli, trasmessa a distanza di una settimana, dopo aver tracciato un breve profilo della Suddelegazione nel tempo, concludeva che « ...per la facilitazione del pubblico commercio in Puglia necessita un ministro delegato de' cambi », e proponeva « ...potrebbesi adunque nella organizzazione de' Tribunali Supremi per la Provincia tal carica addossare ad uno de' ministri dello stesso Tribunale, che sarà prescelto per le Province di Puglia » 37. La proposta riscosse l'approvazione sovrana e le cause di lettere di cambio passarono al giudizio del Tribunale straordinario della Puglia, il cui Presidente assunse anche il titolo di Suddelegato dei Cambi 38. Sistemata, però, poco dopo dall'occupatore francese l'organizzazione giudiziaria del regno con la legge 20 maggio 1808, i Tribunali di Commercio assorbirono senza distinzione il giudizio di tutte le controversie attinenti ai traffici, alle mercature e negozi relativi, e della Suddelegazione dei Cambi si dissolsero anche le ultime tracce. PASQUALE DI CICCO NOTIZIE SULL'ARCHIVIO DELLA SUDDELEGAZIONE DEI CAMBI Le carte della Suddelegazione dei cambi sono comprese nell'archivio della Dogana, e si dividono in due fondamentali ripartizioni, denominate « Processi della Suddelegazione dei cambi » e « Polizze della Suddelegazione dei cambi ». Processi della Suddelegazione dei cambi. Le scritture incluse sotto questa dizione trovano la loro analitica inventariazione nelle serie III e VII del fondo Dogana, dette anche serie A e serie C della Suddelegazione dei cambi. La serie III presenta un raggruppamento di scritture in 271 fasci, secondo una sistemazione ricevuta nei primi decenni del secolo scorso. Il suo inventario, difatti, risulta completato il 15 gennaio 1824, per le cure di Giuseppe Benvenuto. Compongono la serie esattamente 12.712 fascicoli: di questi solo 11.247 contengono veri e propri processi, e riguardano gli anni 1747-1808. I rimanenti fascicoli, invece, segnati con i numeri 11248-12712 riflettono scritture diverse, come atti di dilazione quinquennale (dal n. 11248 al n. 11455, per gli anni 17211803), atti di prevenzione (dal n. 11456 al n. 12315, per gli anni 1740-1808), atti di patrimonio e concorsi di creditori (dal n. 12316 al n. 12450, per gli anni 1716-1806), atti di cessione di beni (dal n. 12451 al n. 12712, per gli anni 17381803). La serie VII (o serie C della Suddelegazione) si compone di soli 102 fasci, comprensivi di 4245 fascicoli, relativi agli anni 1793-1808. L'inventario di ambedue le serie è del tipo cronologico. Polizze della Suddelegazione dei cambi. Formano la serie VI e la serie VIII dell'archivio doganale, e sono dette anche serie B e serie D della Suddelegazione dei cambi. La serie VI, di fasci 95, contiene più di 76.000 polizze o lettere di cambio, elencate in quattro grossi registri, i quali sono articolati secondo una sistemazione cronologica ed alfabetica dei nomi dei creditori. Il primo registro comprende l'indicazione delle polizze dal n. 1 al n. 18921 (anni 1782-1787), il secondo dal n. 18922 al n. 37824 (anni 1787-1791), il terzo dal n. 37825 al n. 57026 (anni 1791-1794), il quarto dal n. 57027 al n. 76341 (anni 1794-1796). La serie VIII, di fasci 51, è formata da 25.160 polizze, relative agli anni 1790-1808, cronologicamente disposte nell'inventario. Queste due serie, conservate fino al 1846 nell'archivio suppletorio di Lucera, passarono in quello provinciale di Foggia negli anni 1847 e 1848, per ordine dell'Intendente di Capitanata del 21 gennaio 1847. 104 LA SUDDELEGAZIONE DEI CAMBI A 15 febraro 1740 Fogia - Docati 364 correnti argento ecc. Pagarò per questa mia di cambio in Fogia io Giovanni Colafiglio di Lucoli, al presente in questa città di Fogia, li sudetti docati trecento sessanta quattro di moneta corrente argento al signor Giuseppe Fasolo, o a chi per esso, in questo modo cioè docati duecento di essi per li venti cinque maggio prossimo, e li restanti docati cento sessanta quattro per la fine novembre anco prossimo di questo corrente anno mille settecento quaranta; e detti sono per la valuta di tanta quantità di grano per me ricevuto di tutta bontà, e perfezione, e cossi del prezzo, come della qualità, e misura renuncians exceptioni etc. quale grano mi deve servire per panezzarlo nella panetteria ch'in questa città io esercito, per lo cui effetto, pendenti detti pagamenti, l'obbligo in specie tutte le taglie faciende con locati della Regia Dogana, e persone particolari, stigli, et ogn'altro mio avere cum privilegio praelationis etc. ita quod specialitas etc.; et in genere obligo me, miei eredi, successori, e beni tutti presenti, e futuri, col costituto, e precario, rinuncia e giuramento in forma, e farò in detti tempi buoni pagamenti a Dio ecc. Giovanni Colafiglio Francesco Romito testimonio Giovanni Gratiano testimonio Michele Ricca testimonio Et in fidem ego notarius Carolus Antonius Ricca huius civitatis Fogiae rogatus signavi. (ST) DOCUMENTI I Dispaccio del Collaterale Consiglio del 30 novembre 1702. Philippus Dei Gratia rex. Magnifice vir fidelis dilecte. Dalla vostra relazione a noi fattaci havemo inteso che in codesta Real Dohana si sia stilato che a vista solamente di lettere di cambio si sono spedite le lettere esequtoriali ancorché né il debitore né il creditore siano sudditi di codesta predetta Regia Dohana, e se bene vi fusse uno di quelli suddito costumate il medesimo per non pregiudicare all'uso antico di detta Regia Dohana, con il di più, che detta vostra relatione si contiene; e considerato il tutto nel Regio Collaterale Consiglio ci è parso far la presente con la quale vi dicemo, et ordinamo che ci debbiate far relatione dell'origine, e causa di questo stile, e fra tanto debbiate osservare il solito; che tal'è nostra volontà. Datum Neapoli die 30 mensis novembris 1702. Vel. Marques. Vidit Gascon Regens. Vidit Guerrero Regens. Florillus sec. Massa. De officio. In Curiarum 46 fol. 50. Al Magnifico Auditore della Regia Dohana di Foggia in risposta della sudetta sua relatione, che esequa quanto da S.E. se li ordina ut supra (ASF., Dogana, serie I, fascio 4, fol. 429, già 382). II Decreto della Camera della Sommaria del 29 maggio 1705. Regia Dohana di Foggia saperete come havendo cotesto Signor Presidente Governatore fatta relatione a questo Tribunale, rappresentando il pregiuditio cagionato a codesta Regia Dohana e locati di essa per essersi introdotto che la Delegatione de Cambi spedisce l'esequtorii per le lettere mercantili protestate per cause d'industrie di pecore, lana, e altri animali tra negotianti locati, e che dal signor Delegato de Cambi se n'era commessa la subdelegatione in persona del magnifico Auditore di codesta Regia Dohana quando da che si fundò detta Regia Dohana, ha la medesima sempre proceduto in simili materie. Considerato dunque tanto gran pregiudizio, da questo Tribunale se ne fè consulta a S.E. acciò si fusse servita dar il rimedio opportuno, onde l'Eccellenza Sua si (è) degnata inviar viglietto dal tenor seguente videlicet. 105 Foris. Al Reggente D. Andreas Guerrero garde Dios del Cons. Coll. y Lugarteniente de la Camera. Intus vero. Haviendo visto el Marques mi senor el contenido de la consulta de el Tribunal de la Camera de 12 del corrente en que representa el grave prejuicio, que se sigue a el Real Patrimonio, y Tribunal de la Regia Aduana de Foxa como tambien a los locados de ella, de la novedad introduzida de que la Delegazion de Cambios expida los executorios, y conozca de las causas de lettras mercantiles protestadas entre negoziantes locados, por causa de industria de pecora, lana, y otros animales que se mantienen en aquel Tablero, a tempo que deste que se fundo la Aduana ha procedido el Tribunal de ella en todo lo deferido. Ha resuelto se conformarse con lo que la Camera representa de que se mantenga a el Tribunal de la Aduana en su antigua possession de expedir executorias, y conozer de las causas de letras de cambios mercantiles protetadas entre locados de intereses de sus industrias. Y me manda S.E. avisarlo a V.E. afinque en la Camera se tenga contendito, y que per la misma se partecipe a el Tribunale de la Aduana, y puesya ha ordenado S.E. a el Delegato de Cambios no se intrometa en esta dependenzia y que retire la subdelagacion que havea cometido a el Auditor de la Aduana. Dios garde a V.E. Palacio 26 de mayo de 1705. D. Juan Torres y Medrano. S. Regente Lugarteniente. Die 27 mai 1705. Domino cons. Qual viglietto lettosi in questo Tribunale è stato interposto decreto videlicet. Die 28 mensis mai 1705, Napoli. Facta relatione de omnibus contentis in retroscripto villetto S.E. per Dominum militem U.I. D. Bartholomeum Sierra Ossorio Presidentem Regiae Camerae et Commissarium coram speciali Domino regente locumtenente aliisque dominis Presidentibus ipsius, audito Domino Fisco patrono fuit per Cameram ipsam consultum provisum et decretum prout praesenti decreto decernitur et providetur quod registretur et conservetur in actis, et pro eius exequtione dentur ordines necessarii. Hoc suum etc. Sierra. Vidit Giovene ficus. Cons. Gervasi. Sec. De Bruno. Però li dicemo et ordinamo che in esequtione di detto preinserto viglietto di S.E., e decreto di questa Regia Camera nelle materie di esequtorii di lettere di cambii mercantili protestate tra li locati di codesta Regia Dohana debbiate procedere, e riconoscere le cause sudette. E così eseguirete ecc. Datum Neapoli die 29 mensis mai 1705. D. Andreas Guerrero de Torres R.M.C.L. Vidit Giovene fiscus. D. Bartholomeus de Sierra. Eufebius Girardus magister actorum. Cons. Gervasi sec. Bruno de Bruno. Alla Regia Dohana di Foggia acciò in esequtione di detto preinserto viglietto di S.E. proceda nell'esequtorii di lettere di cambio mercantili protestate tra li locati di detta Regia Dohana ut supra. (ASF., Dogana, serie I, fascio 4, fol. 441, già 395). 106 III Dispaccio del viceré marchese di Villena del 18 luglio 1705. Magnifico Senor. En vista de lo que me representais en carta de 4 de el corrente con motivo de la orden que recevisteis por Colateral para procedere como Subdelegado de el Regente Marques de Azerno (que supone ser lo de las letras de cambio) en todas las causas de esta calidad que se ofreciesen en essa Aduana, sin embargo de la pretension en contrario que tiene el mismo Tribunal de la Aduana: ha parecido decires que non comprendiendo la Pragmatica Quinta de Letras de Cambio publicada en el ano 1617 ese Tribunal de la Aduana, y sus locados, y haviendo otras en contrario precedentes ordenes de los Senores Reyes antecessores a su Magistad confirmando los Privilegios de la dicha Aduana, y no siendo mas que una mera comision, repartida por el mismo Colateral la que se da a los Regentes para proceder en estas dependencias de letras de Cambio, no se puede adjudicar la authoridad de nombrar Subdelegados maiormente en esse Tribunal, tan contra el antiguo solito, y sus Privilegios, y que asi os abstengais precisamente de proceder en esta materia oejando que el Tribunal de la Aduana con su Auditore data le execute como hasta aqui, por los incombenientes que ressultarian de esta inovazion, y el notable perjuizio que en sus Privilegios experimentarian los Locados, y asi lo oservareis puntualmente. Dandomes quenta de el recivo de este Despacho. Napoles 18 de Iulio de 1705. El Marques. Al Auditor de la Aduana de Foxa. Es copia sacada do el Registro original que se conserva en esta Secretaria de Estado, y Guerra, de que certifico Don Sebastian de Quiros, y Folch, de el Consilio de su Magistad su Secretario, y Ofizial de el numero de la menzionada Secretaria. Napoles 10 de agosto de 1705. Don Sebastian de Quiros Folch. (ASF., Dogana, serie I, volume 4, fol. 445, già 399). IV Comunicazione al governatore doganale del dispaccio vicereale del 18 luglio 1705. Muy magnifico Senor. Haviendo ordenado al Auditor de essa Aduana Angelo Parise se abstenga de proceder en las causas de letras de cambio corno subdelegado del Regente Marques de Azerno, y resuelto que en allas prosigua esse Tribunal os lo avisso para que os halleri con esta noticia. Napoles a 18 de lulio de 1705. A lo que mandare. Vel. Marques. Al Governador de la Aduana de Foxa. (ASF., Dogana, serie I, volume 4, fol. 444, già 398). 107 V Real cedola del 3 novembre 1705 e conseguente decreto della Sommaria. Magnifice miles consocieque noster carissime sig. D. Francesco Milano Presidente di questa Regia Camera, e Regio Governatore di codesta Regia Dohana di Foggia saperete come essendo stato li mesi passati rappresentato a questo Tribunale, e dal magnifico Segretario, e Mastro d'atti di codesta Regia Dohana con sua delli 22 Febraro del passato anno 1705 e dalli magnifici locati della medesima con loro memoriale dato a S.E. il gran pregiuditio, che detto Secretario riceveva nelli suoi interessi, e detti locati ne li loro privilegi dall'essersi introdotto, che nella liquidatione delle polise di cambi protestate tra negotianti di codesta Dohana pretendeva procedere codesto R. Uditore d. Angelo Parise, come subdelegato dell'illustre Sig. Marchese d'Acierno, spettabile sig. Regente Gascon Delegato delle lettere di cambio, colla specialità disse detto Secretario, che s'attitassero dette cause da Lorenzo Pepe uno delli scrivani di codesta Dohana, e perché detta introduttione era contro lo stile, e solito di essa R. Dohana che nella liquidatione di dette lettere di cambio tra negotianti della medesima haveva sempre ella proceduto, e ciò ridondava anco in danno anco del Real Patrimonio, stante che non osservandosi detto stile, e solito introdotto in essa R. Dohana di liquidarsi le polise de contratti nella medesima, con difficoltà essi locati trovano chi l'improntasse denaro per mantenere la masserie fino alla vendita delli frutti delle pecore. Per lo che a consulta di questo Tribunale delli 12 del passato Maggio, S. E. con suo dispaccio de 26 maggio uniformandosi con detta consulta, restò servita ordinare che codesta R. Dohana si mantenesse nell'antico possesso di spedir gl'esequtorii, conoscere le cause delle lettere di cambio mercantili protestate tra locati di essa. In esecuzione del qual dispaccio, speditosene le provisioni da questo Tribunale della data de 29 de detto mese di Maggio dirette a codesta Regia Dohana e perché ciò non ostante da codesto Regio Auditore si difficultava procedere in detta causa come Auditore di essa Regia Dohana, asserendo che teneve lettere di detto Spettabile Regente Delegato de Cambi, che non havesse dato esequtione a dette provisioni giusta anco il Dispaccio del Regio Collaterale Consiglio de 23 giugno di detto anno che dovesse detto Regio Auditore procedere come subdelegato, e che codesta Regia Dohana non si fusse intromessa, da Voi se ne fe' relatione a questo Tribunale della data de 30 giugno 1705 in vista della quale a 4 luglio di detto anno 1705 si fe' altra consulta a S.E. e poi altra delli 12 di detto mese, e venuto altro dispaccio di S.E. col quale si degnò avisare questo Tribunale haver dato ordine a detto Auditor Parise, che si astenesse di procedere, come subdelegato, ma che codesta Regia Dohana procedesse secondo l'antico solito, nella quale conformità se ne spedirno le provisioni a Voi dirette, e perché il Regio Collateral Conseglio rappresentò il tutto a Sua Maestà, Dio guardi, essa Real 108 Maestà si è degnata inviar sua Real carta a questo Tribunale quale è del tenor seguente videlicet. Copia etc. El Rey. Foris. A los Illustres Magnificos Nobles Fieles y Amados Consejeros nuestros el Gran Camerlengo, y su Lugartheniente, presidentes, y Racionales de nuestra Camera de la Summaria de Napoles. Illustres Magnificos Nobles y Amados Consejeros nuestros enterado de lo que ha rapresentado esse mi Consejo Colateral en carta de 12 agosto proximo passado manifestando el perjuicio que se esperimenta a quel Tribunal de entrometterse el de la Aduana de Foxa en el conocimiento de las causas de cambio. He tenido per bien mandarle en despacho de la data de este, que no obstante su propuesta de ningum modo proceda a quel consejo en las causas de letras de cambios protestadas de los locados de la referida Dohana de Foxa per tocar privativamente su conocimiento al Tribunal del la misma Dohana. De cuia resolucion a parecido enterares paraque la tengais presente. Datum en Madrid a 3 de Noviembre de 1705. Yo el Rey. Vidit Marchio de La Rosa cons. Vidit lurado Regens. Vidit Guerrero Regens. Vidit Fontinior Regens. Vidit Rubinus Regens. Vidit Zarate Regens. Vidit Aracial Regens. Vidit Iognulo Regens. Extracta est praesens copia a Volumine XVII Realium Cartarum, cum quo facta collatione concordat, meliori revisione semper salva, et in fidem etc. Neapoli die 9 mensis decembris 1705. U.D. Hyeronimus Gervasi Secretarius Regiae Camerae Summariae. In esequtione della quale Reale Cedola di questa Regia Camera è stato interposto decreto del tenor seguente videlicet. Die 9 mensis decembris 1705 Neapoli. Facta relatione de contentis omnibus in retroscripta Reali Cedula Suae Captolicae Maiestatis in Regia Camera Summariae per Dominum Militem Hispanum U.I.D. D. Michaelem Vargas Machuca Praesidentem Regiae Camerae Summariae et Commissarium coram Spectabili Domino Regenti D. Andrea Guerrero de Torres Locumtenenti aliisque Dominis Praesidentibus ipsius, audito Domino Fisci Patrono fuit per Cameram ipsam consultum provisum et decretum prout praesenti decreto decernitur, et providetur, quod exequatur ordo Realis, pro cuis exequtione dentur ordines opportuni cum insertione eiusdem. Hoc suum etc. D. Michael Vargas Machuca. Vidit Fiscus. Gerardus Magister actorum. Cons. Gervasi secretarius. De Bruno actuarius. Che però li dicemo, che in esequtione di detta Real Cedola, e Decreto di questa Regia Camera nelle cause delle lettere di cambio protestate delli locati di codesta Regia Dohana si compiaccia far proceder la medesima per tocar privativamente il conoscer di esse ad essa Regia Dohana e non ad altri, giusta l'ordinato da Sua Maestà con detta sua Real Cedola. Datum Neapoli die 6 mensis martii 1706. D. Andrea Guerrero de Torres M.C.L. Vidit Fiscus. D. Andres Siste pro Fisco. Eufebius Girardus magister actorum. Con. Gervasi sec. Bruno de Bruno attuarius. Registrata in attis fol. 40. 109 Al sudetto sig. Presidente d. Francesco Milano Presidente della R. Camera e Governatore Generale della R. Dohana di Foggia se li dice si compiaccia far procedere detta R. Dohana e toccar privativamente il conoscer di esse ad essa R. Dohana, non ad altri giusta l'ordinato da S.M. ut supra. (ASF., Dogana, serie I, volume 4, fol. 456, già 410). VI Dispaccio del viceré conte Daum del 10 gennaio 1708. Carolus Dei gratia Rex etc. Magnifici viri regii fideles dilectissimi. Essendosi a relatione dell'Illustre Regente D. Nicolas Gascon y Altavas Marchese d'Acerno Commissario Generale de Cambii maturamente discussa e considerata nel Regio Collaterale Consiglio la materia della controversia del procedersi nelle cause de' negotii de cambi le quali secondo la dispositione delle Regie Prammatiche e ordini in diversi tempi dati in tal materia, privative spettano al Regio Collaterale Consiglio e perciò non può né deve procedere codesto Tribunale della Regia Dohana di Foggia in dette lettere di cambio, né nessun altro del Regno, e questo accio restino evitati tutti quelli disordini che si cagiona alla negotiatione per non procedersi in esse cause con quelli termini prescritti da dette Regie Pramatiche. Habbiamo risoluto far la presente con la quale vi diciamo ed ordiniamo che in modo alcuno vi debbiate intromettere, né ingerire nelle cause di lettere di cambio, e dependentino da quelle, ma farete, che le parti accodiscano al detto Illustre Regente Marchese d'Acerno d. Nicolas Gastone y Altavas Commissario Generale da Noi destinato per tale effetto e a quelli che si destineranno in futurum, et penes acta delli Attuari di dette cause di lettere di cambio, e tutte le lettere esecutoriali forsi spedite, o che in futurum si spediranno, e altri atti che si facessero in detta materia di dette lettere di cambio, e dependentino da quelle, da codesto Tribunale non se n'habbia raggione alcuna, come spedite da Giudice non competente, e questo citra pregiuditio delle pene incorse dalli Attuari mastro d'atti, cioè scrivani che hanno attitato dette cause in controventione di detta Regia Pramatica, e ordini alias dati in tal negotio, e da hoggi avanti s'intendano incorsi li controvenienti alla pena di locati cinquecento per quemlibet fisco Regio etc. oltre delle nullità delli atti come fatti da Giudice non competente, non ostante qualsivogliano ordini in contrario in tal materia dati dal Governo passato, tanto dall'Illustre Marchese di Villena, quanto dal serenissimo Duca d'Angiò per esserno stati annullati con quelli di Sua Maestà, Dio guardi, dandoci aviso della ricevuta del presente per conservarsi negli atti per futura cautele del Regio fisco, e di chi spetta, atteso con altro nostro dispaccio tutto ciò habbiamo partecipato al Tribunale della Regia Camera della Summaria; che tale è nostra volontà. Datum Neapoli die 10 mensis lanuarii 1708. 110 El Conde de Daun. Vidit Gascon Regens. Vidit Gaeta Regens. Vidit Cito Regens. Florillus sec. In Curia II fol. 21 a t. Desanctis. Allevasius. (ASF., Dogana, serie V, fascio 71, incarto 4867). VII Relazione del governatore della Dogana al viceré. Con riverito dispaccio per Collaterale in data del 10 del corrente mese di gennaro si è servita V.E. ordinare a questo Tribunale che non dovesse procedere più nelle cause di lettere di cambio, e dipendentino da quelle; ma che le parti dovessero accudire dall'Illustre Regente Marchese d'Acervo Commissario Generale de Cambi, et penes acta dello Attuario di dette lettere de' cambi, sotto pena d'invalidità degli atti; e che tutte quelle lettere esecutoriali forse spedite, o spediende, ed ogni altro atto che si facesse in detta materia di lettere de cambi da questo Tribunale, siano di nissuno vigore, e non se ne debbia avere ragione alcuna, come fatto da Giudice non competente, non ostante qualsivogliono ordini in contrario in tal materia dati dal Governo passato, tanto dall'Illustre Marchese di Villena, quanto dal Serenissimo Duca d'Angiò, per esserno stati annullati con quello di S.M., che Dio guardi, e se li dovesse dare aviso del recivo di detto dispaccio per doversi conservare negli atti, atteso si era tutto ciò anco partecipato al Tribunale della Regia Camera. Devo perciò umilmente rappresentare a V.E., come il Tribunale di questa Dohana da tempo immemorabile (e forse da che fu il medesimo fondato) sempre è stato in possesso di procedere all'espedizione delle lettere esecutoriali in virtù di lettere di cambio protestate, come in ogn'altra causa dipendente da quelle, tanto ad istanza de' Locati, e d'altri suoi sudditi, quanto contro di quelli, come si riconosce dagli atti sistentino in questo Archivio; e quantunque l'anni passati dall'Auditore di questa Dohana si pretese procedere nelle dette cause di lettere di cambio, come subdelagato del sudetto Illustre Regente Marchese d'Acervo, li fu ciò poi impedito con dispaccio del Governo passato per Collaterale in data de 30 del mese di novembre dell'anno 1702, ordinante che si fusse fatta relazione dell'origine, e causa del stile per il quale haveva proceduto questo Tribunale nelle cause delle sudette lettere di cambio e fra tanto si fusse osservato il solito; e però si continuò a procedere nelle cause sudette; e poi con altro dispaccio per Scrittorio in data de 18 luglio 1705 fu ordinato che il sudetto Auditore di questa Dohana dovesse astenersi dal procedere nelle cause di lettere de cambii, come subdelegato del sudetto Illustre Commissario Generale de cambii, atteso la Prammatica 5° di lettere di cambio pubblicata nell'anno 1617 non comprendeva il Tribunale di questa Dohana, e suoi locati, ed essendovi altro in contrario, perché precedenti ordini de Serenissimi Re antecessori sono stati confirmati li Privileggi di questo Tribunale; e non essendo la Delegazione de Cambi altro, che una 111 Commissione data dal Collaterale ad uno de Spettabili Reggenti, per posser procedere nella dependenza delle sudette lettere di cambio, non può sostituirsi subdelegato; e maggiormente in questo Tribunale contro l'antico solito, e suoi Privileggi, e però avesse avuto a procedere nelle sudette cause di lettere di cambio questo Tribunale della Dohana con suo Mastrodatti, come per lo passato, anco per evitare l'inconvenienti, che possevano risultarne per questa innovazione, e notabil preggiuditio de suoi Privileggi, che sperementariano i Locati con che si conosce che la cedola ottenuta dal Serenissimo Duca d'Angiò, che questo predetto Tribunale avesse proceduto nelle cause di dette lettere di cambio, non fu Privileggio nuovamente concesso, che dovesse restarne abolito, ma confirmatione di quello che sempre ha goduto per mantenimento di questo Real Patrimonio tanto fruttuoso a S.M., che Dio guardi, e quanto effettivamente venisse impedito a questo Tribunale il dover procedere nelle sudette cause di cambio ciò ridonnarebbe in gran detrimento di esso Real Patrimonio per la difficoltà che s'incontrarebbe nella facile esattione tanto della Regia Fida, che si fa da' Locati, quanto dall'affitto di terre salde da' Massari di campo, i quali non trovarebbero più mercanti che li soccorressero di denaro per sodisfare la Regia Corte, sin a tanto che procedono alla vendita delle merci delle loro Masserie di pecore, ed anco delli grani ed orzi; attesoché in questa città, e luoghi convicini della Puglia, non corre altra scrittura che habbia l'esecuzione maggiormente parata, che le sudette lettere di cambio, e precise in tempo della Fiera di maggio che si fa la maggiore parte dell'esattione in beneficio della Regia Corte, e vi concorrono molti mercanti forastieri, che negotiano con Locati, e dalli di loro pagamenti si fanno l'introiti nella Regia Cassa; con che occorrendo di procedere all'espedizione di lettere esecutoriali in virtù della prenomata lettera di cambio, riuscirebbe molto malagevole alle parti il dover comparire per giustizia avanti il sudetto Illustre Commissario Generale de Cambi, per la distanza del luogo, ed in conseguenza ritardata l'esattione reale con preggiuditio della Regia Corte ed anco de Locati da' quali mi ne è stata fatta precisa istanza. Né tampoco possono evitarsi tali inconvenienti col destinarsi forse in questa Città dal sudetto Illustre Commissario Generale de Cambi suo subdelegato, poiché, in tal caso, s'incontrarebbe la difficoltà che i Locati, ed altri sudditi di questa Dohana in virtù de loro amplissimi Privileggi concessi da' Serenissimi retro Re, pretenderebbero esser riconosciuti nelle loro cause così civili, come criminali da questo Tribunale privative ad ogn'altro Giudice; ed i mercanti col dubio dell'altercazione, e competenza di foro, sarebbero renitenti a dare il loro denaro in soccorso di detti Locati e Massari, come han praticato per il passato, con la fiducia, che in virtù delle sudette lettere di cambio protestate, ottenevano in questo Tribunale la giustizia che li competeva con tutta celerità, e li sudetti Locati e Massari ritardando il pagamento, si avvalerebbero anco del pretesto di non poter pagare, per non ritrovare mercante, che li soccorresse di denaro, come al solito, per non haver luogo le lettere di cambio solite pratticarsi tra di loro. 112 Ho stimato intanto mia precisa obbligazione portar tutto alla notizia di V.E., ed insieme rimetterle copia delli precitati Dispacci, ed anco delle Provvisioni spedite dal Tribunale della Camera, con li motivi per li quali questo Tribunale deve procedere nelle suddette cause de cambii; acciò intesa di tutto, possa degnarsi destribuire gli ordini, che stimarà più proprii per il maggior accerto del Real Servizio, mentre resto a V.E. facendo umilissima riverenza. Foggia li, 28 del (gennaio) 1708. Umilissimo servitore d. Lorenzo Giordano. (ASF., Dogana, serie V, fascio 71, incarto 4867). VIII Dispaccio del vicerè (o Prammatica XVII de literis cambii). Al Cardenal mi senor ha representado D. Josepa Papa proprietaria del Oficio del Regio Cancelier de Cambios en este Reyno, como haviendose, a relacion del Senor Regente Marques de Acerno Comisario General de Cambios, considerado maduramente en el Consejo Colateral la materia de la controversia de procederse en las causas de negociantes de cambios, en 10 de enero del ano pasado per el Senor Conde de Daun, predecesor de Su Eminencia, se resolvio por el mismo Colateral que no se hubiesen intromitido en la cognicion de las causas de dichas letras de cambio, y dependientes de tal materia, assí el Sacro Consejo, Como el Tribunal de la Camera, y Aduana de Foxa, ni otros qualesquiera del Reyno; a los quales se les encarga que hiziesen acudir las partes al referido Senor Regente Comisario General destinado para tal efecto, y a aquellos, que se destineran en futuro, penes acta del Cancilier de dichas causas. Y que todas las letras executoriales, que se hubieren expedido, o que en futuro se expidieren, y otros autos, que se hiziesen en la materia de letras de cambio, y dependientes de ellas, no se tobiese razon alcuna, como expedidas de Juez incompetente. Y esto citra perjuicio de las penes incuridas de los Mastredatas y Actuarios, y Escrivanos, que han atitado dichas causa en contravencion de las Regias Pragmaticas, y ordenes dadas en tal nehocio: y esto, no obstante qualquera orden en contrario. Y aunque el Tribunal de la Camara hizieron consulta, y relacion la Regia Aduana de Foxa, al Senor Conde de Daun, expresando lo, que ocurria en esta materia; en vista de ellas, y de las escrituras, que remisieron, en data de 31 de Marzo del mismo ano, se les encargo la observancia de las Regias Pragmaticas, y ordenes dadas, aun a respecto de todas las causas de negocios de cambios pertenencientes a los subdidos de la Aduana de Foxa; no obstante la oposicion contenida en la consulta del dicho Tribunale de la Camara. En coroboracion de lo qual su Magestad, Dios le guarde, con su Real Despacho de la data de 10 de Junio proximo pasado, se ha servido ordenar que, respecto de no tocar a la Camara la decision de la controversia mencionada, encarga a su Eminencia distribuya la orden conveniente para lo 113 dispuesto por su Predecessor, por Colateral, a quien pertenece la determinacion de tal materia, segun la forma de la Pragmatica primiera de Cambios; no obstante la consulta hecha por el Tribunal de la Camara contra el pacto prometido por el Regio Fisco; y que no se moleste dicho oficio en la posession, que tiene, en virtud de las anunciadas ordenes, y contractos; a cayo-Real Despacho de Su Magestad, en fecha de 19 del caydo, se ha dado por Consejo Colateral el debido Exsequatur. Y me manda Su Eminencia dezir a V.S. disponga que por el Sacro Consejo se observe puntualmente lo, que su Magestad ha mandado en dicho Real Despacho, en observancia de las Regias Pragmaticas, y ordenes dadas precedentemente del Senor Conde de Daun, afin que la expresada d. Jusepa Papa no sen defraudada en su oficio. Dios Guarde a V.S. mucho anno, corno desseo. Palacio a 1 de Agosto 1709. Domingo Fiorito. Senor Regente Presidente del Sacro Consejo. (LORENZO GIUSTINIANI, Nuova collezione delle prammatiche del Regno di Napoli, tomo VII, pp. 114-115). IX Decreto del Collaterale Consiglio del 10 agosto 1709 (o Prammatica XVIII de literis cambii). Carolus Dei gratia Rex ect. Illustres, et magnifici viri regii Collaterales Consiliarii fideles dilectissimi. Essendosi a relazione dello Illustre Reggente Nicola Gascon y Altavas, Marchese de Acerno, Commisario Generale de' Cambi maturamente considerato nel Regio Colateral Consiglio la materia della controversia del procedersi nelle cause de' negozi de' cambi sotto li 10 di gennaro del caduto anno 1708, dallo Illustre predecessore fu risoluto nel Regio Collateral Consiglio che non si fosse intromesso nella cognizione delle cause di dette lettere di cambi, e dipendenti da quelle, così cotesto Tribunale, come quello della Regia Camera della Sommaria, Regia Dohana di Foggia, ed altri qualsivogliano del Regno, a' quali s'incaricò, che facessero accudire le parti al detto Illustre Reggente Marchese di Acerno Commissario Generale destinato per tal effetto, ed a quelli, che si destineranno in futurum, et penes acta del Cancelliere di dette cause; e tutte le lettere esecutoriali forse spedite, o che in futurum si spediranno, ed altri atti, che si facessero in detta materia di dette lettere di cambio, e dipendenti da quelle, non se ne avesse regione alcuna, come spedite da Giudice incompetente; e questo citra pregiudizio delle pene incorse dagli Attuari, Mastridatti, e scrivani, che hanno attitate le dette cause in contravenzioni della Regia Prammatica, ed ordini alias dati in tal negozio: dichiarandosi fin d'allora incorsi li controvenienti alla pena di docati 500 per ciascheduno a beneficio del Regio Fisco, oltre la nullità degli atti; e ciò non ostante qualsivoglia ordine in contrario. Ed avendo il Tribunale della Regia Camera, e Regia Dogana di Foggia, fatta consulta, e relazione rispettive 114 al detto Illustre Predecessore di quello le occorreva in tal materia, con vista di esse, e delle scritture rimessegli, in data de' 31 marzo di detto anno 1708 se le incaricò la osservazione della Regia Prammatica e delli ordini dati, anche a rispetto di tutte le cause de' negozi de' cambi pertinenti alli sudditi di detta Regia Dohana di Foggia, nonostante le opposizioni contenute nella detta consulta fatta dalla detta Regia Camera, e relazione della Regia Dogana di Foggia. Avutosene ricorso dalla Magnifica d. Giuseppa Papa proprietaria dello ufficio del Cancelliero de' Cambi a Sua Maesta, che Dio Guardi, e rappresentatole tutto ciò, ed il patto promessorio fattole dal Regio Fisco nella compra del detto ufficio, ed altro; con suo Regal Dispaccio della data de' 10 di giugno di questo corrente anno, si è servita ordinare, che rispetto di non toccare al detto Tribunale della Regia Camera la decisione della controversia sudetta ci ha incaricato dassimo l'ordine conveniente per la osservanza del disposto dal detto Illustre nostro Predecessore per Collaterale, a chi tocca la determinazione di tal materia secondo la forma della Prammatica I de Cambiis, la quale dispone che il Giudice privativo di esse cause de' cambi, con sue dipendenze, sia il Regio Collateral Consiglio, e Commissario Generale deputato e deputando, non ostante la consulta della detta Regia Camera contro il patto promesso per il Regio Fisco; e che non si molesti la detta magnifica d. Giuseppa Papa nella possessione, che tiene di detto ufficio, in virtù di detti ordini e contratti. Alla quale Regal Carta sotto la data del 10 luglio sta dato da noi, e Regio Collaterale Consiglio di debito exequatur. Che però vi facciamo la presente, colla quale vi diciamo, ed incarichiamo, che dobbiate puntualmente osservare, e far osservare, ed eseguire quanto dal detto illustre nostro predecessore sta disposto, e di sopra espressato, e confermato con detta Regal cedola da Sua Maestà, che Dio guardi; che tal'è la nostra volontà. Datum Neapoli die 10 mensis Augusti 1709. El Cardinal Grimani. Vidit Gascon Regens. Vidit Andrea Regens. Vidit Cito Regens. Vidit Gaeta Regens. D. Franciscus Ardia Secretarius. In Partium 9 fol. 153. Longobardus. Mastellonus. Al Sacro Regio Consiglio Sua Eminenza incarica ch'esegua quanto di sopra sta espressato. (LORENZO GIUSTINIANI, Nuova collezione delle prammatiche del Regno di Napoli, t. VII, pp. 115-116). X Relazione del governatore doganale del 20 ottobre 1710. Eccellentissimo Signore. In virtù di amplissimi Privileggi concessi, e confirmati dall'Aragonesi, e Austriaci Monarchi a Locati, e Sudditi di questa Regia Dohana, devono li medesimi essere privativamente a rispetto di tutti gli altri Giudici riconosciuti da questo Regio Tribunale, eretto assolutamente per il tal genere di sudditi, per qualsivogliano loro cause, civili, criminali, e miste, anco per delitti di campagna, o 115 eccettuati che fossero, e in grado d'appellazione al Tribunale della Regia Camera, siccome imperturbabilmente se ne mantiene il possesso, sostentandosi questo Real Patrimonio colla sola prerogativa del foro sin dal tempo che fu conceduto il primo Privileggio dal Serenissimo Re Alfonso primo d'Aragona nell'anno 1447 con quelle parole: « de quibus rixis, controversiis, et causis vos tantum cognoscere volumus, propterea vos Franciscum iudicem, et gubernatorem super eorum rixis, et controversiis statuimus, ac etiam ordinamus cum plena iurisditione civile, et criminali mero, et mixto imperio etc. » e poi confirmato dal Serenissimo Monarca Carlo quinto nel primo colle parole « Placet Cesariae Cattolicae Maestati, quod causae civiles, et criminales officialium, et hominum ipsius Dohanae tractentur coram iudicibus, qui de illis actenus cognoscere consueverunt, iuxta Privileggia, et consuetudines dictae Dohanae et in hoc nulla innovatio fiat », e così confirmato da altri Serenissimi retro Re, e con più provisioni del Regio Collaterale Conseglio, e Regia Camera; nell'anno passato poi, e proprio in data del 10 del mese di gennaio 1709 con dispaccio di S. E. per Collaterale, fu ordinato a questo sudetto Tribunale che non avesse più proceduto nelle cause di lettere di cambio, ma che le parti fossero comparse avanti il Spettabile Reggente Commissario Generale de Cambi non ostante qualsivoglia ordine in contrario dato tanto dall'illustre Marchese di Villena quanto dal Serenissimo Duca d'Angiò, per esserno stati quelli annullati con quello di S.M., che Dio guardi, quando questo Regio Tribunale da tempo immemorabile, e forsi da che fu fondato sempre è stato in possesso di procedere nelle sudette cause di lettere di cambio, e dipendenti da quelle, tanto ad istanza de locati, e sudditi di questa Dohana, quanto contro d'essi, come si riconosce degli atti sistenti nell'archivio, tanto in virtù dei sudetti antichissimi Privileggi; e quantunque nell'anno 1702 dallo Auditore di questa Dohana si fusse preteso procedere in dette cause de cambi, come suddelegato del Spettabile Regente Commissario, ne fu poi impedito con dispaccio di S.E. per Collaterale in data de 30 del mese di novembre de detto anno, e con altro dispaccio per Segreteria di Guerra in data de 18 luglio 1705 fu ordinato che il sudetto Auditore avesse osservato il solito con precedere nelle cause di lettere di cambio ed astenersi di procedere come Suddelegato del Spettabile Regente Delegato de Cambi, atteso la Prammatica V di lettere di cambio publicata nell'anno 1617 non comprendeva il Tribunale di questa Regia Dohana e suoi locati, nè v'era altro in contrario, perchè precedentino ordini de Serenissimi Re Antecessori sono stati confirmati li privilegi di questo Tribunale, quali non possono restare pregiudicati dalla suddetta Delegazione de Cambi contro l'antico solito, e però si continuò a procedere nelle dette cause de cambi, anco per evitare l'inconveniente, che potevano risultare per questa innovazione, che averebbero sperimentato li locati pregiudicati i loro Privilegi concesseli in tempo che fu fondato questo Real Patrimonio, con questa condizione di dover pagare la Regia fida ed essere riconosciuti da questo solo Tribunale, e non esser alienati dalle loro industrie, con comparire avanti l'altri giudici, anche superiori 116 che fussero, come s'è sempre praticato, e si prattica giornalmente, richiamandosi le cause de locati, e altri sudditi dal Sacro Regio Consiglio, né può aver luogo, che dovesse cessare questa Regia Dohana di procedere in dette lettere di cambio per essere stata abolita la cedola ottenuta dal Serenissimo Duca d'Angiò; mentre non fu quella concessione di Privileggio, ma confirmatione di quello, che sempre ha goduto, senza che fosse stato riconosciuto da S.M., che Dio guardi, mentre si stima di certo, che la sua santa mente intenda di confirmarlo per mantenimento del suo Real Patrimonio, tanto fruttuoso e da Locati ne viene fatta precisa istanza, come si riconosce da memoriali de' Deputati della Generalità di detti locati, cercandone il mantinimento de loro Privileggi, e precise quello della prerogativa del foro, quale verrebbe annullato, quando viene prohibito a questo Tribunale il procedere in dette lettere di cambio, mentre quantunque hoggi dal sudetto Spettabile Regente Commissario Generale de Cambi s'è spedita la Suddelegazione in persona dell'Auditore di questo Tribunale, però potrebbe in appresso darsi ad altri Ministri, o Governatori de Luoghi, e così si vedrebbero li locati astretti, e trapazzati da altri Giudici, e non dal loro competente, e in conseguenza annullato il sudetto Privileggio della prerogativa del foro, ed affatto alienati dalla conservatione delle loro industrie (che tanto importa conservarsi) per pagare la Regia fida, e con questa buona fede calono ogni anno nella Puglia da Paesi lontani, oltre il dover comparire in grado d'appellatione avanti detto Spettabile Regente Commissario Generale de Cambi, che li caggionarebbe grandissimo danno per la distanza del luogo, e inconvenienti, che ne nascono per le competenze del Giudice, quando si doverebbe procedere dal detto Suddelegato de Cambi, siccome è accaduto, mentre trattandosi causa in questa Regia Dohana tra locati e poi sopravenuto qualche creditore in virtù di lettere di cambio, ha preteso tirare la causa avanti detto Suddelegato, e con questa altercazione di Giudici si rende la causa immortale, oltre l'alterazione de diritti, che vengono a pagare detti locati, più di quello the sta stabilito dalla Pannetta di questa Regia Dohana, et antico solito, e sopra di ciò viene anche interessato il Regio fisco in somme considerabili ogn'anno, mentre per tutto il tempo che questa Regia Dohana ha proceduto in dette cause di lettere di cambio s'è servita nell'attitare dell'ordinario Segretario, e mastrodatti d'essa, e hora venendoli impedito dimanda escomputo dall'affitto, quale (è) della Regia Corte, e si fa nel Tribunale della Regia Camera, quantunque ne siano assignatari di giustizia le Case della SS.ma Annunziata, e delli Incorabili della città di Napoli, ma deteriorandosi detto affitto, va in danno del Regio fisco, e però stando tutte le cose sudette si supplica V.E. per gli ordini opportuni acciò questo Tribunale continui a procedere in dette cause de cambi in virtù dell'antico solito, e Reali Privileggi concessi a Locati (tutti appoggiati al Real Servizio) derogando però quelli concessi a vedue pupilli e miserabili persone, con derogatione della legge unica, anzi si puol dire, che le sudette lettere di cambio nella Puglia siano state' inventate tra locati, e sudditi di questa Dohana per il presto disbrigo 117 delle loro cause per la costumanza, che v'era in questo Tribunale di procedere in esse, poichè effettivamente non si possono chiamare a dirittura lettere di cambio, ma semplice polise, che si fanno tra locati, e sudditi per vendita delle merci de loro masserie di pecore, lane, cavalli, grani, e altro, quando le vere lettere di cambio dove si procede dal Spettabile Regente Commissario sono quelle tra mercanti inventate per trasportare il denaro da un luogo ad un altro, e non quelle che si pratticano nella Puglia per le sudette vendite di robbe, e per causa di mutuo tutto per accelerarsi il pagamento, e sodisfare la Regia fida, non costumandosi tra locati, e sudditi di questa Dohana quasi altra scrittura, ch'è quanto devo rapportare a V.E. alla quale fo umilissima reverenza. Foggia li 20 ottobre 1710. Di V.E. umilissimo servitore D. Andrea Guerrero de Torres. (ASF., Dogana, serie V, fascio 71, incarto 4867). XI Real carta del 2 gennaio 1711. Illustre Conde Carlo Borromeo, Primo Cavallero de la orden insigne del Toyson de oro, mi Virrey, lugarteniente, y Capitan General del Reyno de Napoles, en interim. Con Despacho de diez de Junio del año passado a instancia de D. Josepha Papa, tube per orden ordenar, que respecto de no tocar a la Camera la discussion de la controversia, expressada en el memorial, dado por parte de dicha D. Josepha, se diesse la orden, para que se executase el decreto del Collateral, interpuesto, segun la forma de la Pragmatica de cambiis, no obstante la consulta, hecha por la Camera contra el pacto prometido por el fisco, y que assi mismo no se molestase dicha D. Josepha en la possession de lo oficio de cambios, que tiene en virtud del mencionado decreto, y contracto: y porque por parte de los governadores de las Casas de la Annunciada y Incurables de essa mi fidelissima Ciudad, Assiñatarios de justicia en cinco mil novecientos, y veinte, y ocho ducados annuales sobre la mastrodattia, y secretaria de la Regia Adohana de Foja, se me ha presentato el memorial que siegue: Signore. Li Governadori delle Case Sante, ecc. Respecto de que por esse Tribunal de mi Regia Camera con consulta de diez, y seis de Octubre del año de 1709 renovando la primera de viente y cinco de Junio 1708, se me han reperesentado las razones, que asisten a los locados de la Adohana de Foja, y el prejuicio, que de la execucion de me citado despacho de diez de junio, resultaria a los privilegios, que les estan concedido por los Reyes, mis predecessores, y en particular a el del foro, de non ser reconocidos en todas sus causas de qualquiera genero da ningun juez, sino del Aduanero de la Aduana, y de la Regia Camera de que han estado siempre en pacifica possession, aun despues de la Pragmatica V 118 de cambiis, y que, aunque el Regente Gascon, como Delegado de los cambios, haya procurado alguna vez emburazar le dicha possession por las letras de cambios, destinando subdelegados de los cambios en Foja, siempre se la ha mandado desistir de su intento: y assi, vista la istancia de dichos Governadores, y dicha consulta, y la rayones, en allas expresada, y no siendo, ni haviendo sido mi animo, y voluntad prejudicar aun en la mas minima parte a los privilegios, y fueros de los locados de Foja, cuyo consuelo, y mayor alivio atendere siempre con particular propension; he tenido por bien ordenar por la presente, que, no obstante el mencionado despacho de diez de junio, y los decretos del Colateral, enunciados en el memorial de dicha Josepha Papa, el Regente Delegado de los cambios presente, y que en adelante fuere no se ponga, ni entromita con los locados de la Aduana de Foja en ninguna de las causas, ni en las de cambios, y que en ellas proceda, como han procedido los Aduaneros de la Aduana, y la Camera, como juez privativo de dichos locados; y en caso allarse procediendo, en virtud de dicho despacho de diez de junio, que luego sin replica alguna desista de preceder el dicho Regente Delegado, o el Colateral, ni se oppongan al puntual complimiento de este mi real despacho con qualquiera pretexto, o motivo, que sea; pues quiero, que se observe, y execute precisamente segun su serie, y tenor, haviendo se prebenido de ello al Tribunal de la Camera; que por ser de iusticia, procede assi de mi real voluntad. De Barzellona a dos de Henero de 1711. Yo el Rey. D. Antonio Romeo, y Anderaz. (STEFANO DI STEFANO, La ragion pastorale, vol. II, pp. 409-410). XII Reale determinazione del 8 ottobre 1738. Informato il Re di quello, V.S. Ill.ma, come Succommisario de' Cambi gli ha rappresentato con relazione de' 16 agosto passato sopra il ricorso di vari negozianti della Piazza mercantile di questa Città, lagnandosi che dal Commissario Generale de' Cambi non si permetta a V.S. Ill.ma la spedizione delle cause che occorrono indistintamente tra i locati, e gli non locati, né sudditi di Dogana; facendosi carico S.M. dei danni, che apportarebbe questa novità, ha risoluto che il riferito Commissario Generale de' Cambi non faccia novità alcuna sopra qusta pendenza, e permetta a V.S. Ill.ma Succommisario che proceda in prima istanza per tutte le cause delle lettere di cambio, che si fanno in Puglia, e nei luoghi convicini, tanto se i creditori, o i debitori sono sudditi di Dogana, quanto se non lo sono, ammettendo l'appellazione all'espressato Commissario Generale in caso di gravame; e che il medesimo rivochi, e ritratti qualunque ordine, che avesse dato in contrario sopra a questa dipendenza. Mi ha comandato S.M. parteciparlo a V.S. Ill.ma per sua intelligenza, essendosi passato il corrispondente allo 119 stesso Commissario Generale per l'adempimento di questa Reale deliberazione. Dio lo guardi per molti anni, come desidero. Napoli 8 ottobre 1738. D. Giovanni Brancaccio. Sig. D. Troiano de Philippis. (F. N. DE DOMINICIS Lo stato politico ed economico.... III, p. 325). XIII Reale determinazione del 12 maggio 1740. En consecuencia de haver resuelto el Rey en 12 de Enero de este año se aboliese el Oficio de Canciller, o sea Actuario de Cambios, que a titulo de compra possehia D. Josepha Papa tuvo por bien S.M. de ordenar en 15 del passado se pagasen a la misma quinientos ducados al año durante su vida por el Perceptor de los derechos, y proventos del Supremo Magistrado del Comercio, comenzando esta gratia desde el menzionado dia 12 de Enero en que se resoluio la extioncion de dicho oficio; Y en esta inteligencia me ha mandado S.M. dezir a V.S. disponga que por el Substituto o Afitador del menzionado oficio de Actuario de Cambios en esa Aduana se satisfago a la expressada D. Josepha Papa la rata del afito por todo el dia onze de dicho mes de Enero, y que desde el 12 de el en adelante, haia de depositarlo en poder del Perceptor del referido Magistrado, avisando V.S. al mismo tiempo por esta via, si la Interessada ha percivido alguna summa a cuenta de lo devengado desde el citado dia 12 de Enero para descontarsele del asignamento de los quinientos ducado; Dios guarde a V.S. muchos años como deseo. Napoles a 12 de Maio de 1740. D. Juan Brancacho. Senior D. Troiano de Filippis. (ASF., Dogana, serie I, volume 6, foglio 313). XIV Reale determinazione del 21 agosto 1747. Avendo il Re veduto tutto ciò, che V.S. Ill.ma rappresentò in data de' 30 del passato gennaio in vista dei ricorsi di alcuni negozianti della Città di Foggia, che si lagnavano di aver V.S. Ill.ma come Delegato de' Cambi fatte le Succommissioni al Presidente Governatore della Dogana di Foggia molto limitate, e ristrette, e diverse dal solito stile, mi comanda S.M. dire a V.S. Ill.ma che non faccia alcuna novità su tal dipendenza e permetta al Presidente Governatore della Dogana di Foggia Succommissario, che proceda in tutte le cause de' Cambi, che si formano nella Puglia, e ne' luoghi convicini in prima istanza, quanto se non lo siano; riservandosi l'appellazione in caso di gravame; e V.S. Ill.ma rivochi, e ritiri qualunque ordine avesse dato in contrario 120 LA SUDDELEGAZIONE DEI CAMBI A di 14 maggio 1781. In Viesti docati 100 correnti argento. Per la fine di luglio di questo corrente anno 1781 in Viesti pagarò per questa mia di cambio io Francesco Santoro di questa città di Viesti li sopradetti docati cento correnti argento alla signora D. Tomasa Solitro della medesima, o a chi per essa in pace ecc.; e detti sono per prezzo, e valuta di tanto grano vendutomi di tutta bontà, qualità, misura ecc. renuncians exceptioni rei non traditae, vel non receptae ecc.; e per l'effetto sudetto obligo me, miei eredi, successori, e beni tutti presenti, e futuri ecc. col costituto, e precario ecc. e così ne rinuncio, e giuro in fede ecc., e farò in detto tempo buon pagamento a Dio ecc. + Segno di croce di me Francesco Santoro mi obbligo, come sopra ecc. Cipriano Medina testimonio Lionardo Ranallo testimonio. Et in fidem ego Notarius Joseph Corradus Ranallo civitatis Vestarum rogatus signavi etc. (ST) su di tal materia; ben vero però, che resti in arbitrio de' creditori di poter anche in prima istanza comparire nella Delegazione de' Cambi, se così loro piacerà; e così V.S. Ill.ma eseguirà. Palazzo 21 agosto 1747. Il Marchese Tanucci. Sig. Consigliere D. Carlo Gaeta Commissario Generale de' Cambi. (F. N. DE DOMINICIS, Lo stato politico ed economico... III, p. 326). XV Esposto del cancelliere della Suddelegazione dei cambi. S.R.M. - Signore. Il Procuratore di D. Raffaele Guadagni Cancelliere della Suddelegazione de' Cambi di Foggia con supplica espone alla M.V., come il suo principale soffre il peso di annui ducati 4204 per l'estaglio di quella Cancelleria, che paga a favore del Regio Erario; e tale somma non altronde può introitare, che dalla spedizione degli esecutori sulle polise di cambio. Il Consolato di Barletta intanto benché non avesse che limitatissima giurisdizione, pure commettendo continuamente degli abusi, si arroga la facoltà di spedire gli esecutori, sol perchè le polise, che si fanno in bianco, s'intestano ad un estero, sia vero, sia anche finto; o pure perché il creditore si asserisce commessionato di un estero. In questa maniera, e col garantire li creditori nell'accordar loro maggior favore, che ne dà la legge, a se trae il Consolato grandissimo numero di polise, che sono frequentissime nella Provincia di Bari, non che in Barletta; e toglie quindi alla Suddelegazione de' Cambi di Foggia quel'introiti, che le spettano. Ciò che pratica il Consolato, è un vero abuso di giurisdizione, mentre il medesimo per poter procedere regolarmente deve verificare il concorso dell'interesse dell'estero, e la lite nata, o la polisa contenente merce estera; di maniera che se una delle due circostanze solamente concorresse, e non entrambe insieme, non può il Consolato procedere. Quel che il supplicante alla M.V. rappresenta, è fondato sulla grazia, che nel 1746 dal defonto Monarca Cattolico, Augusto Padre di V.M., che allora il nastro Regno felicitava, fu fatta a questa fedelissima Città. L'osservanza di questa grazia, che forma una Prammatica sotto il titolo De officio Magistratus Commercii, è stata inculcata ogni volta che il Consolato ha preteso di uscire da limiti di sua giurisdizione. Il supplicante umilia a V.M. tre copie stampate di regali dispacci dell'epoca del 1760, 1772, e 1787, da cui si prescrive quel che si è detto. Il primo dispaccio ordina al Consolato di non ingerirsi affatto sulle polise di cambio, almeno che non siano per mercatura estera, passata fra estero e regnicolo, o fra estero ed estero. Il secondo dispaccio d più dettagliato del primo, e fu emanato in seguito di consulta della Regal Camera. Si conferma col medesimo il prescritto della grazia del 1746, imponendosi il divieto di procedersi, quando non vi sia mercatura estera, ed interesse di estero insieme; e ad oggetto di togliersi gli 121 equivoci, si dichiara cosa s'intenda per mercatura estera. Il terzo dispaccio, che fu implorato dal principale del supplicante, emanato anche in seguito di consulta della Regal Camera, è parimenti del tenore de' due primi; ordinandosi che li Consolati più non s'ingeriscano in cause, che nascono da polise di cambio, che da regnicoli si fanno, per contratti di generi, o di manifatture del Regno a tenore de' suddetti due dispacci del 1760, e 1772. Benchè però chiari e precisi sieno li termini degli individuati regali ordini, pure il Consolato spedisce tutto giorno esecutori sopra polise, che da regnicoli si fanno per generi del Regno, come per grani, che nel Regno si consumano, per compra di animali, per danaro a mutuo, e cose simili; e tal abuso si commette col farsi le polise in bianco, che poi s'intestano come si è di sopra detto. Or tale abuso, Signore, pregiudicando assaissimo gl'interessi del principale del supplicante, questi implora perciò le Sovrane provvidenze, non permettendo la giustizia, e gl'interessi altresì del Real Erario, che alcuno eserciti quel potere, che la legge gli nega. Per rimediarsi pertanto a tale abuso, il supplicante prega la M.V. compiacersi non solo ordinare al Consolato l'esatta ed inviolabile osservanza de' citati Regali dispacci, ma ancora che il Supremo Magistrato faccia pubblicare in Barletta li bandi co' quali si faccia noto, che non si possa il Consolato adire, per la spedizione degli esecutori sulle polise fatte da regnicoli, che non siano per mercatura estera, e quando non vi abbia interesse un estero, sotto pena della perdita de' crediti a coloro, che nel Consolato presentassero polise di diverso tenore. E perchè tanto si possa prescrivere, si compiaccia la Sovrana giustizia distribuirne gli ordini opportuni al Supremo Magistrato. Tanto il supplicante implora; e così ecc. Il dr. Giuseppe Olivieri Procuratore supplica come sopra. (ASF., Dogana, serie I, volume 12, fogli 146-150). XVI Per la destinazione del Suddelegato della Banca dei Cambi. Eccellentissimo signore. Sua Maestà prima di risolvere sulla competenza promossa dall'Uditore Riola per l'esercizio della Suddelegazione de' cambi presso codesto Tribunale doganale di Foggia, mi ha imposto di domandare a V.E., come adempio, se dopo l'abolizione della Dogana necessita il Suddelegato de' Cambi. Nel suo Real nome lo partecipo a V.E. per sollecito riscontro. Napoli 8 agosto 1806. Il Principe di Bisignano. Eccellent.mo sig. Cons. di Stato Barone Nolli. S.R.M. Signore. Con dispaccio de' 8 dell'andante mese V.M. si è degnata comandarmi di riferire se dopo l'abolizione del Tribunale della Dogana di Foggia necessiti il Suddelegato de' cambi. Per rendere eseguito il Sovrano comando non ho mancato di prendere delle indagini intorno all'istituzione di detta Suddelegazione. Ho ravvisato difatti, che nel 1708 dal Regente del Collaterale Consiglio 122 D. Nicola Gascon Commissario Generale de' Cambi fu destinato un Suddelegato in questa Città di Foggia per le cause di lettere di cambio, e dipendenti di esse riguardanti l'interesse de' locati, e sudditi della Dogana di Foggia, coll'appello ad esso Commissario Generale. Due soli esempi ha rinvenuto di essersi affidata tale Suddelegazione agli Uditori della Dogana di Foggia, D. Giovanni de Ruggiero, e D. Giueppe Correale, giacchè sempre la suddelegazione è seguita in persona del Presidente Governatore pro tempore della Dogana di Foggia, anzi i rispettivi Commissari Generali han soluto rimettere due facultative, una al Presidente Governatore, e l'altra o all'Uditore, o al Fiscale della Dogana ne' soli casi di assenza o di impedimento di esso. Ho ravvisato ancora che nel 1738 il Presidente Governatore di Foggia de Filippis informando il governo su di una supplica del ceto de' negozianti della Piazza mercantile di Foggia gli fece presente che per la facilitazione del pubblico commercio in Puglia eravi stato sin dall'anno 1708 il Suddelegato de' cambi, che avea proceduto per le cause di lettere di cambio anche per coloro, che non erano nè locati, nè sudditi del Tribunale di Dogana, ed implorò l'oracolo, se egli qual Suddelegato de' Cambi potea giusta il solito pratticato per lo addietro continuare a procedere in prima istanza indistintamente per tutti i creditori, e debitori per causa di lettere di cambio per la Puglia, e luoghi convicini, dando luogo al gravame al Commissario Generale de' Cambi, ed il governo con dispaccio de' 8 ottobre dello stesso anno 1738 ordinò, che il Commissario Generale de' Cambi non avesse fatta alcuna novità per tale dipendenza, permettendo anzi al Presidente Governatore in qualità di Succommissario de' Cambi di procedere in tutte le cause di lettere di cambio, che si fanno per la Puglia anche tra li non locati e li non sudditi della Dogana di Foggia coll'appellazione al Commissario Generale. Tale sistema si è sinora pratticato per le cause di lettere de cambi riguardanti le quattro Province di Puglia, di Capitanata, Basilicata, Trani e Lecce. Dietro gli esposti fatti, e la seguita abolizione del Tribunale di Foggia, io son d'avviso, che per la facilitazione del pubblico commercio in Puglia necessita un ministro suddelegato de' cambi. Potrebbesi adunque nella organizzazione de' Tribunali Supremi per la provincia tal carica addossare ad uno de' ministri dello stesso Tribunale, che sarà prescelto per le Province di Puglia. Foggia 16 agosto 1806. (Il Presidente della Giunta di censuazione del Tavoliere, barone Antonio Nolli). (ASF., Tavoliere di Puglia, serie I, fascio 3, incarto 25). 123 Umberto Fraccacreta Fu « Il Poeta della Terra ». Ma « la Terra » cosa vuole dire? A parte una istanza locale, regionale, direttamente vissuta (malgrado la semplicità persistente dei toni), ed infine sociale - (l'uomo schiantato dal solleone ed il bambino che lascia la vita su un grappolo d'uva: desiderio di realismo poetico, emergenza d'impegno di sottofondo, già molto per decenni trascorsi) -, a parte ancora la tendenza all'idillio (per cui il canto georgico potrebbe non essere finalità assoluta, virgiliana e tradizionale), che cosa significa « la Terra »? Memoria più diretta per noi, istintivamente vibra al sapore di classicismo. Lo stesso U.F. ha scritto intorno al proprio « senso di trasparenza e di limpidezza che quasi tutti i critici hanno notato e messo in rilievo », e come tali qualità si potrebbero bene definire « mediterranee o solari », anche s'egli le riconosce a tutti i tempi e i luoghi di poesia. Sono comunque « felicemente native del pugliese... e del meridionale che ne hanno comune la - derivazione remota dall'antica Grecia, e cioè dalla fonte prima del classicismo più puro ». La « malinconia elementare che trae la sua origine dalla contemplazione della terra affaticata stenta e dura » emerge infine dall'animo di chi stenda lo sguardo - il poeta conchiude - sulla « affocata vasta e austera pianura del Tavoliere » in cui egli ha vissuto e s'ispira. Il motivo classico-italico rispunta perfino nella raccolta Un uomo canta nella notte (che debbo alla riscoperta del Caroli di vedere oggi sotto luce nuova). Forse qui si comprende perché il poeta abbia accordato al motivo anticoagreste, la propria malinconia. Si vede in Sole che torni, celebrazione di qualche secolare rito subconscio di rinascita: Una nuova tomba è da due anni nel camposanto: il marmo che la riveste stilla di lagrime. E tu, bel sole che scendi dalle vetrate, picchia il martello d'oro, oh, schiudi, scoperchia la cassa! .....la morte non ha guasto il suo viso; il suo viso (oh miracolo!) è ancora intatto. ………………………… 124 le labbra sigillate di cenere in eterno ti baceranno. …………………… picchia su quella tomba il tuo martello d'oro! Il Sole rimanda alla Terra. Ne era lo sposo ed il Carducci così lo intese: da « pagano » e non da « satanico » ché, se avesse creduto davvero nel Diavolo, avrebbe dovuto rivivere, inconciliabilmente con la propria natura, qualcosa delle medioevali credenze. L'inno, sostanzialmente panico, celebra il sorriso e l’« imene arcano » dei due principi essenziali dell'esperienza mediterranea e psicologica. In essa, la Terra è tutto: è la madre delle creature più elevate (Urano) e delle più strane e terribili. Titani, Centimani, Giganti, Ciclopi, sono figli della Terra, a diritto uguale degli esseri marini, di Nereo e di Forco, e perfino delle Furie. Gea è originale, ingenerata apparizione del Chaos, ma possiede gamma di avatar evidente: in Tellus, Cerere, Cibele, Rea, e specialmente in Demetra. Erda dei Nordici è ancora, ossia saggezza perenne e madre del Valhalla e di Freia-Vita come Proserpina. La evoluzione dal Chaos al Cosmos si adombra nella efflorescenza dei miti, ove figurano, accanto a Cibele, l'Oceano e le costellazioni (Iperione), e poi il titanismo di Giapeto e la impenetrabilità del Tempo. Esso è l'astratto immobile distruttore dell'individualità delle creature senza alcuna distinzione. Cronos ingoia i figli e, al posto di Giove, la Pietra. Giove è la intelligenza discriminante, è la nascita umana della storia: non potrà non spodestare il padre. La Pietra, tra gli antichi simboli, indica tutt'altro che la insensibilità amorfa; è il momento della presa di coscienza dell'uomo (la individualizzazione, l'embrione dell'esperienza). Per questo, il regno di Crono incomincia a capovolgersi, dall'assorbimento della Pietra (perchè la individualità si è congiunta all'astrattezza extrastorica). L'idea in sé genererà allora la storia e gli uomini, faticosamente, inizieranno il loro cammino. Né il clichè della tradizione georgica pura e semplice, né il dissolvimento oggettivistico-contemplativo, sono dunque in Fraccacreta, questa drammatica, teogonica Terra. Tommaso Fiore ha posto una differenza precisa, in perfetta diagnosi, tra il modello virgiliano e la impostazione georgica di Fraccacreta (La Gazzetta del Mezzogiorno. Bari, 19 maggio 1944). I tempi sono diversi: storicamente e romanticamente la nuova apertura di esperienze, attraverso duemila anni di Cristianesimo, non è dato ignorare. Con Stelle e lucerne, siamo dinanzi al contatto cielo-terra, alla circolarità della vita in seno al ritualismo italico del pane e della luce. Nella descrizione della sacralità rituale, U.F. ha compiuto una sintesi classico-romantica: la infusione della solarità nelle cose ed il tormento umano, il motivo terrigeno e laboriosamente concreto ed il ricordo dell'azzurro in mezzo alla notte, a speranza, preannunzio, sollievo. La pietas virgiliana si è trasfusa nella pietas cristiana: lavoro, rassegna- 125 zione, attesa. E' una sintesi storica operata dalla poesia. Ma cos'era, fino dai tempi di Orfeo (fondatore di religione), la fisionomia del poeta, se non quella del sacerdote e del mago, operatori di prodigi? Orfeo realizzava infatti, il collegamento animico con le forme della natura immobili, mute, o violente, trasfigurandole. Interpretazione dinamica del mondo: è il nuovo possibile significato del Poeta della Terra. Difficile però, credo, sia tracciarne in U.F., vere e proprie linee di storia. Inizio ideale potrebb'essere Il Rapsodo. Qualche affinità con la poesia conviviale del Pascoli, s'intravede, ma è relativa. Si tratta piuttosto di un canto narrativo, in qualità di evasione, senz'altra pretesa. Il problema comunque sarebbe ancora da studiare. La interpretazione della Terra, ricondotta sul filo interiore della conpotenza classica di poesia e natura, non esclude sviluppi. Demetra infatti che ha generato Zeus in Creta, sull'Ida (in uno dei punti dove l'uomo avrebbe fatto il proprio favoloso ingresso nella storia) - aveva tonalità belle ed insieme atroci, appassionanti e terribili. La Natura, per qualche consonanza evidente dello spirito mediterraneo, ha i due volti dannunziani di Alcyone e di Maia. Il suo volto è ugualmente: ….. la creatura celeste che ha nome Luna, trasparente come la medusa marina la mostruosa faccia d'un dio pandemio agitato da una innumerevole danza per un rito impuro e cruento. Sentii tornare nel vento l'antico delirio d'Astarte. Madre amorosa, la Natura adotta i bambini sperduti (Trittolemo) ed in essi sa scorgere il ricordo della figlia rapita. Per altro verso è la sfrenata amante di Sabazio, di Dioniso e di Attis (che conduce alla morte) o addirittura esercita minacce su Giove. Isthar preannunzia di trascinare i morti fuori dalle tombe a popolare il globo, cacciando i vivi nell'Averno: simbolo del rovesciamento delle leggi della vita nel fantastico quadro di una inversione universale. Forse per tale motivo, le Eleusinie si celebravano nei periodi più delicati della storia della natura: in Primavera e in Autunno, e Ceres era considerata la madre di Pluto (signore dell'abbondanza) e di Core-Persefone, la quale racchiudeva il rapporto luce-tenebra, essendo ella primavera risorta ed insieme regina avernale. Così, quando Freia scompare, prigioniera dei giganti Fafner e Fasolt, la nebbia invade le cose. Da essa uscirà forse un giorno, la Chimera di Dino Campana. La Terra dunque, perenne miracolo, porta in sé, attraverso la immagine di Core, l'idea dualistica e meglio ancora, il rapporto dialettico; solo che, nel temperamento di U.R, il senso doloroso della lacerazione, più che apparire attuale, è vissuto in spontanea tematica 126 contemplativa. Un Pascoli attenuato: è la critica che si potrebbe fare. Un Pascoli maggiormente ripiegato su di sé, per la stranezza di un diverso (ma sempre psicologicamente contrario) destino. Quando la impossibilità del padre, di continuare a reggere la proprietà della famiglia, costrinse il Fraccacreta a tornare a casa, abbandonando la letteratura, i corsi di perfezionamento all'estero e chi sa quanti altri sogni, egli narra di avere ricevuto dal sole della pianura, dal mondo dei contadini e dei pastori, dai profumi dell'aria, dal fondale violaceo del Gargano a Levante, la grande inattesa consolazione. Era forse il « consolamentum » dell'uomo rassegnato alla sorte di venticinque anni di esistere somigliante ad un esilio o ad una rinunzia? Certo, quando nel giugno errava in mezzo al grano alto, e si sentiva sperduto e serrato da tutte le parti, e agitava le braccia per aprirsi una strada, mentre il sole lo accecava nell'oro dell'aria, il poeta poteva dire di avere trovato il suo « primo naturale elemento, dopo tanto errare ». Infusione del panismo agreste, il ricelebrare l'antico mistero in cui la Terra, più che mai qui nelle vesti dell'antica madre, imbeve i figli fedeli fra i baleni di aerea ricchezza, quasi fosse pioggia che avesse fecondato Semele. S'intende sotto quel riflesso, ch'egli abbia scritto, prima di morire, « io devo tornare alla mia Terra ». Ma, pronunziata in quel tempo e sulle soglie di un futuro fatale, la frase significò altro ritorno, altro mistero, altra celebrazione. Ora infine, la problematica resta. Il volto della Terra ebbe sempre a trasparire dai suoi versi? Quale esso fu, o può essere stato, nella varietà inesauribile delle forze della natura? La natura è dialettica: ha il giorno e la notte, il caldo e il freddo, la liquidità del cielo e la durezza di zolle da dissodare, la maternità inesauribile della produzione della vita e la verginità rinnovata attimo per attimo nella potenzialità del vivente. La natura mostra soprattutto, il rapporto drammatico tra l'uomo e la propria origine, l'io ed il tutto, l'individualizzazione dell'essere e il fondale indistinto. Dualismo dunque: la sua interpretazione poetica s'imposta con la misteriosa emergenza de L'Assiolo dalla notte. Non per niente, lo autore si è rivolto a quanti fossero pervasi da malinconia, dinanzi a fenomeni naturali, e per essi si sentissero sollecitati alla meditazione. Pierino Caroli (L'itinerario lirico di U.F. La Rassegna Pugliese. S. Spirito, marzo-maggio 1968. Pag. 115 e segg.) ha colto incisivamente il momento dinamico, anzi lo sbocco duale della poesia della terra, quando ha preso spunto da L'Assiolo. La comunione, talvolta perfino formale, Leopardi-Fraccacreta, già dichiara il contenuto esistenziale del fenomeno poetico in genere, oltre che di tutta la scena. L'assiolo è un essere venuto dal mistero; ma entra nella cerchia delle mura, cioè nella realtà degli uomini, nella consistenza degl'individui. E' dunque il simbolo di un processo d'individuazione della vita è l'io che emerge - soffrendo - dal tutto indistinto. Ne consegue uno stato perenne d'angoscia che il canto avvia con sé e comunica agli umani. Siamo 127 dinanzi ad un « passero solitario » carico di tutta l'esperienza successiva ai tempi di Recanati. Portatore infinitamente piccolo di grandi misteri, l'assiolo ripropone il rapporto di macrocosmo e microcosmo nella sua prospettiva tragica. Qualcosa risalirebbe, da quel campanile, per congiungersi ad un focolare e, una volta sulla strada, il ciocco pascoliano ne sarebbe la terminale (e conseguente) stazione. Fraccacreta si è fermato alla « cosa vera » di Gozzano, alla Morte. Questo esistenzialismo conduce « noi vivi » a riscoprire la modernità del poeta, cosa che il Caroli ha evidenziato anche nella tecnica « tonale », rivalutando dopo dieci anni la mia ipotesi che il Fraccacreta fosse stato più che mai se stesso anche in Antea, in Vivi e morti e altrove. Dovunque si fosse scorto ad esempio, un sensualismo cromatico di origine dannunziana insieme al senso della sfumatura (e pure della spezzatura) contrapposta ai disegni ampi, alla solennità naturale del genere georgico, alla « terra » divenuta per tradizione - malgrado il merito di critica importante e la vastità di elevati contributi - il clichè definitivo di un uomo. Quell'aderenza letteraria, quegli arcaismi, quel chiudersi in versi oramai « storici », fanno oggi pensare - rileggendo - a qualche cosa da rivedere, anche se il classicismo vissuto implica la compostezza, l'equilibrio, l'armonia, il suono misurato (o scontato nella partenza). Ma la sensualità dannunziana è pure classicismo con la donna-amante e con il richiamo fiabesco di Ermione e di Undulna. Solo che l'attenuazione spontanea di certi motivi, si risolve, nel Fraccacreta, nel gioco magico di Amore e Psiche. Non solo la poesia equilibrata ed antica, ci ha dato dunque il poeta (ritorno al Caroli pag. 125), ma qualcosa di più; qualcosa di intimamente umano e sofferto. Malgrado forse il suo stesso convincimento, egli ha tentato di camminare per altre strade, di andare lontano. E' stato suo « sacrificio ». Dal punto di vista strettamente poetico, il Caroli ha prospettato ancora, qualcosa, nel Fraccacreta, di « sottaciuto », perché là dove esce dal tradizionale motivo, il poeta non approfondisce, ama i toni smorzati (sbozzati se si può dire). La sua musica sembra davvero sia di sottofondo; forse egli voleva volare davvero più innanzi ed è caduto: come la sua rondine. Ma si è prima aperto, a dare qualche cosa di sé; poi il suo dolore si è andato ad espandere e a rifondere nel dolore universale. Con Vivi e morti naturalmente, mentre con Un uomo canta nella notte, Caroli dice ch'è rimasto « solo a dilacerarsi con se stesso ». Il significato simbolico dell'uomo in mezzo alle tenebre notturne è il motivo del Passero solitario e de l'Assiolo: esistenzialismo, naufragio, indistinto e la eredità di Novalis, ossia la Notte, insieme materna e nuziale. Ma ancora dalla oscurità, la liberazione lirica è possibile. Si tratta sempre di un volo. Non è il lancio dell'uccello di Minerva (e della verità); meditando il poeta sullo strazio quotidiano e poi sulla guerra, quel volo - umanizzato nella figura del simbolico viandante - meglio si staglia e s'intende. Ci troviamo sulla linea co- 128 stante della storia della vita, da Leopardi all'Esistenzialismo. Non è infatti un « canto » di umana ebbrezza; è « lamento », « nenia » « riso beffardo » e « singhiozzo ». Direi anzi che la terza stanza venga appesantita proprio dalla evidente preoccupazione di dire tutto, scaricare il cuore, definire la situazione. Nulla del tenue, dell'accomodante, del dolcificato, di altre situazioni tipiche del Fraccacreta. La sintesi comunque è perfetta nella ripresa: E' la tua favola triste quella che narri, e il vero la rischiara d'un livido lampo. Il clichè di pesantezza discorsiva e di ritorno del colpo d'ala, e della immediatezza sintetica alla fine, si ripete più innanzi, ma è ricco di un'altra implicazione: la tendenza ad ingentilire sul piano formale, i fatti, a moderare e a prevenire le smarginature, ad usare (alquanto arcadici) diminuitivi. Può il Fraccacreta essere considerato un realista? Eppure qui, l'impasto del Fraccacreta tradizionale e dello sforzo di usare parole nuove e dure, si sente. Accanto alla « nidiata » ed ai « boccioli », è la dichiarazione amara: un rudere tu sei che solo la notte raccoglie. seguono, lo slancio d'ala finale e la musicalità « moderna », senza però cedimenti e squilibri: ma perduti, perduti, se fuor delle tue mura sei solo in questa notte di gennaio, e sul tuo dolore aperti non vedi ormai che gli occhi delle stelle. La dichiarazione esistenzialistica si ritrova in Un grillo, in Concerto e ne Il letto ricamato. Il grillo ha abbandonato, inesplicabilmente, la propria sfera naturale ed ora è là, « entro il cerchio del lume », umanamente « malinconico », che « guarda », dal « miraggio ingannevole tremendo » del « piccolo quadrato di carta bianca », come il pensiero del poeta. Torni il piccolo essere, ai cieli, agli spazi infiniti, perché scrivere è morire. La Natura si è individualizzata in sguardo brevissimo, nella rapida esperienza dell'animale simbolico (perché quello e non un altro fra tanti, perché una rondine in mezzo a miriadi? E' il costante interrogativo). La Natura ha tracciato profili analoghi al procedimento per il quale l'uomo si avvia alla consapevolezza ed in mezzo agli uomini, inesplicabile, si compie il « sacrificio » geniale. 129 Amore e morte dunque. Direi piuttosto, amore e non amore, un amore smorzato, quasi nella pietà di quella creatura che si riprepara il letto dell'imene, per scorgere all'improvviso, le tramature del velo funebre, e piangere la lontananza, e non dire nemmeno « O Guido, che cosa t'ho fatto / di male, per farmi così? ». Noi vogliamo credere nella consolazione di Umberto, e ch'egli sia stato veramente « buono » (non come l'altro poeta che confessava di apparire); perciò ci commoviamo su quei versi pregnanti e brevissimi, di risposta a qualche interrogazione muta: Ho il cuore alle labbra, ascolta ascolta: tuo sarò ancora. Ma l'essere l'uno dell'altro e per sempre, significa infine morire. Il motivo amore-non amore si rifonde con quello di amore e morte, come se il destino di Fraccacreta, il suo vero dramma, il suo presentimento anzi, lo inducesse a conchiudere ogni cosa nel nulla. E' Tristano e Isolda, è l'alcyonico perdersi rifatto in forma meno musicale, ma più profondo, è « la morte è questa », del pascoliano convivio, in Oh quanta musica (« E soli andiamo ») ed in Concerto, ove si sia detto ad una donna « Ti chiedo di morire »: E soli, soli ormai librati ci sentiamo nell'abisso dello spazio infinito, ove il dolore, della carne lo spasimo è abolito, e tutto è amore. Amore-nulla equivale leopardianamente, a infinito-naufragio. Dinanzi a tale equivalenza, il quadretto accorato de La Marta (un poco « servetta di monte » di Pascoli ed un poco « Canituccia » di Deledda), la canzonetta (originalissima, in mezzo a tanta malinconia) di Celestina, l'affresco musicale di O Aprile o Aprile, la tavola (quasi michettiana) de La Processione, il gioco fanciullesco de L'incenso (con il chierichetto che si diverte a roteare la piccola coppa di fuoco), restano per la verità un poco illanguiditi. Così Profumo donde emerge il motivo musicale, libero dallo sforzo delle locuzioni arcaicizzanti (altrove reperibili): Profumo di giardini a primavera: ……………….. Profumo di capelli alla mia alba: ……………….. Profumo di mani alla mia sera. 130 Sembra la musica compensi, con la completezza dell'autore, la incertezza di alcuni tentativi di questo nuovo Fraccacreta. Dai Due amanti « incontrati nel sogno », dai Riccioli sul mare, dal Ritratto di Signora (di Zuloaga), la forma evocatrice ed espressiva si va integrando musicalmente in Luna ed in Parole, con una punta lontana degl'irreali paesaggi dell'Isotteo: E' pallido giacinto il cielo ad occidente, e tu con l'unghia rosea lo incidi appena, o luna ……………………………... A rivedervi il cuore tramortisce e in brivido s'atterra. Chiome eravate belle, or siete molli e peste. In un fiume di tenebre precipitan le stelle. Siamo tornati alla Terra, per le strade del desiderio e del nulla. Di una contemplazione e di una ybris, intravediamo possibilità contemporanee. Una delle più musicali composizioni (dalle Rurali) dice appunto questa verità: Alle foglie. Nascono e muoiono quasi inosservate, lasciano le nude ramaglie e ritornano nel miracolo di una notte e di un'alba. Venute su « tremule dall'acqua », simili a « palpebre leggere » attraverso le quali è « dolce..... vedere il mondo », esse sono e non sono. Dal canto traspare la vita, poi tutto conchiude, una punta d'Arcadia. E' il motivo della Natura antica e duale; per esso l'uomo parlava con la terra (e con i viventi); era, la sua, « parola pia », quasi egli « mormorasse una preghiera / dinanzi ad un invisibile altare ». Ma la ripresa immediata dei motivi millenari (Astarte, Persefone, Ulisse evocatore delle ombre con sacrifici di animali colore della notte), mostra, - in dialettica coscienza - l'altro volto della Terra. Compare La Magalda (donna muta con la testa circondata d'infule scure). Ella fa bere all'uomo un mosto che ricorda il sangue, « affattura » e sparisce nella irrealtà del plenilunio. I motivi classici sono rivisti nella tessitura romantica popolare. Variazione della leggenda del vascello fantasma e del navigatore maledetto, compare Il gregge nero, macchia di colore con il suo « terrazzano bieco di rapina e di frode » in mezzo « alle fulve vampate della stoppia » e di notte, « al grido lugubre e selvaggio » di un pastore-predone, quasi licantropo o upupa. Giorno e sera così, inseguendo pascoli impossibili, irreale e pure affine al figurarsi psicoanalitico dell'incubo od alla popolare leggenda della maledizione. Il classicismo rurale ha rivelato la capacità di risveglio (o di assorbimento) degli spunti romantici della leggenda. Il Rapsodo quindi non è qualche antico « cantatore », né La ballata del Sire di Puglia può avere riscontro nella poesia conviviale. La loro chiave resta invece, proprio nella conclusione magico-evocativa, che meglio avrebbe 131 continuato a svolgersi in un canto popolato dai « falchi biondi » del Castello del Monte e dai corvi delle terre di Svevia ove il primo Federico appare ancora incarnato. Il Fraccacreta dovette pensarci quando disse: ..... sbarcati i bassi muri, sprofondate le volte, s'apri l’arce del diruto castello: dentro l'aula furon fiaccole funebri le luci, e nel mezzo, su tumolo di bronzo, ornato di corona e scettro apparve, cereo nel viso, il sire della Puglia. Giovanni Pascoli ha stabilito, nella poesia italiana contemporanea, l'esempio di una classicità rivissuta attraverso la storia, conciliata quindi con il mondo evangelico dei sentimenti che vanno dalla contemplazione delle immensità sopra le nostre teste, al comprendere i motivi umani della quotidiana sofferenza degli umili: una circolarità di cui siano davvero simbolo i « poveri bimbi in capelli » ed il loro « vivo Pane del Cielo ». Il perdono e la rassegnazione non escludono comunque lo sforzo di capire gli altri, la meditazione e il dubbio, la consapevolezza infine del fatale antagonismo dialettico con le « ali nere » o bende di cattiva magia spuntate sulla testa della Magalda. Poiché assomigliano ad ali, esse nascondono, nutrono sempre, il desiderio dei cieli nel cuore dell'Angelo caduto. Non è forse quella nostalgia, il ritorno del Titano di cui siamo tutti progenie? Il mondo resta dunque - specialmente in Sotto i Tuoi occhi e in Vivi e morti - la tragedia del volo. Si tratta delle prospettive più varie, dalle metafisiche alle reali. La commozione filiale sa dettare voli di sublimità innegabili (come ali d'Angeli), e parole di dolcezza, di preghiera, di speranza che: . . ... su da non so quali profondità del cuore il figlio buono venir sente, e che sulla bocca spezza. Qualcosa di tenero e di musicale scorre su piani invisibili e va dai suoni articolati alle semplici lacrime, se « Tu vivi in me con la anima tua vera ». Il culto della Natura sublimata conduce al culto della Donna e della Madre. Il pianto è segno di una elevazione universale. Come in Amore e Terra, ed anche qui (La grotta del cane e Il pianto nel bosco), il motivo si eterizza in volo. II cane tornato ferito, le carezze di Oliveta, il ritorno, la corsa con la donna in pianto. Finalmente, nella grotta, si ritrova Gildo (che poi sposerà la padrona alla festa di San Giovanni): ….. una selvatica colomba, di cima in cima, l'accompagna a volo: ode il pianto e all'acacie lo rinarra, all'oscillanti e mormoranti vette del bosco, e il pianto reca più in alto, nei bei cieli ..... 132 Sono ali, quelle del passero infreddolite in mezzo alla Nevicata, anche se appena lo reggono. Vi è l'idea della « elevazione », pure se il realismo della scena (che pienamente riscatta il tono di strofa cantata) non perde nulla del suo significato in fronte al bisogno dei viventi, al cospetto della fame degli uomini: trema dal freddo e cerca invano qualcosa intorno. ……………. Non un rumore, non una voce; forse il silenzio preme il dolore della miseria.... Ali sono quelle degli Uccelli d'oro (ventate dell'Apocalisse, mi diceva nella sua estrosità coltissima, ritrovatici dopo la tempesta - il Professore Campaniello, ma sembrano tradurre l'incubo di una maledizione (le conseguenze degli errori di tutti e la levata spettrale del fratricidio anonimo sul mondo. Punto d'arrivo resta sempre la espiazione dell'innocente (il bambino scalzo come il passerotto e tutte le giovinezze stroncate, con il ricordo - da fanciullo - di Graziano Fiore). Il significato (moderno) di angoscia esistenziale è plasticizzato nella catena delle immagini classico-popolari, attraverso Pianeta di Marte con il ricordo della faccia dannunziana di Medusa, e nell'Edera (dualismo di chioma in cammino e di corpo contorto e serpiforme, come le radici di piante da veleno). L'altro volto della Natura è nella « notte senza misura eterna » e « fosca di spettri », e nell'alito della tregenda per gli uccelli solitari dalle strida sinistre, mentre la terra « lampeggia e tuona e trema » ed il petto dell'uomo si rompe « con disumano grido ». La conclusione è pascoliana, rinnovata originalmente con una punta di solennità ancora troppo arcaica e ieraticamente invocativa: e di fra veli il pianto sciogli di tutte le tue stelle, che accolga come in un pietoso manto i vivi e i morti. Una rondine era caduta nella notte di S. Lorenzo, mentre tornava al nido, una rondine ha « perduto la gioia del nido » mentr'era « in ansia alla vigilia di migrare », mentre sognava inconsapevole, la vita di nuove spiagge e nuovi amori, figli e orizzonti: . . . . . ai lidi in vista per sempre addio respiri d'acque e cieli e selve in ombra sull'azzurro mare! Perché tutto questo? Perché si spezzano le ali: degli uccelli, dei poeti, e degli uomini? Dall'orgiastico tono solare, con la morte, il volo 133 si mischia al freddo notturno e al mistero. Torna il dramma de l'Assiolo: emersione dell'io dal Tutto ed angoscia di essere. Il maestro delle Miricae aveva detto che « venivano soffi di lampi » e « le stelle lucevano rare... Sonava lontano il singulto ». Forse qui è stato per U.F., il problema. Egli ha cercato di scioglierlo: con il risveglio dei volti buoni di Demetra immortale, con il senso materno della vita e quello sensuale e femmineo; significati che, malgrado le apparenze, possono benissimo non escludersi, se mai spiegarsi insieme. Due ansie di rifugio ne scaturiscono, sul piano estetico-emotivo; in se stesso a ritrovare l'amore, e nella Madre. E' sempre, per l'anima-rondine migrante, la evasione dall'angoscia; è il ricostruirsi dell'Io nella Donna, nella erede gentile e terribile dell'antichissimo culto terrigeno. Il conciliare motivi sui quali pesano tradizioni tanto diverse (ed anche pregiudizi di tempi e di ambiente), sarà stato difficile allora; specie per chi, nella infanzia malinconica, come Kant e Mazzini, ebbe sfogo di conforti squisitamente materni. Il poeta lascia intravedere le fonti umane della tristezza e conserva, nell'intero arco di svolgimento della poesia, un caratteristico tono. Non di occultamento, piuttosto di sincera compostezza. Si darebbe benissimo a lui, la definizione data dal Bontempelli ad un altro interprete del dramma contemporaneo: Pirandello o del Candore. Ora vorrei questo quadro si conchiudesse con le parole del poeta medesimo, con il giudizio che il Fraccacreta ha dato del proprio consistere estetico-psicologico nel tradizionale clichè della poesia della terra, come scriveva, discutendo il mio lavoro, il 20 ottobre 1945: « .. ... il motivo georgico sembra visto secondo il giudizio comune e non nella sua origine psicologica, come evasione cioè dello spirito verso un mondo diverso dal consueto, un mondo che, realistico in apparenza, è in sostanza fatto di evanescenti impressioni surrealistiche ». La liberazione dunque è nella poesia? Ma è una libertà effimera e sempre malinconica per i figli e le figlie della Terra. Una felicità intravista, una paternità ideale, che il tempo impedì di rendere in qualche modo concreta? Ultimo segno di voli dalla terra verso l'azzurro, si ha con Le cingallegre de L'arcolaio. Mi ricordano « le palomme » di un orfanotrofio, cantate, nel vernacolo alberonese, dalla delicata musa di Giacomo Strizzi. Rievocano il senso dell'olocausto con la immagine della offerta sacerdotale (Una donna che prega). Hanno ali invisibili come le loro lacrime. Pensandole, vedo in Alberobello, le figlie di Sante Vito Longo e dell'Opera sua, che Pietro e Silvana Sardaro di Barletta mi hanno insegnato ad amare. Ma forse tutto questo è divagazione: narra comunque il poeta così: Le cingallegre sono tre bambine che i sogni recan alla stessa foce. Hanno lasciato, dietro di loro, più di una « tomba a gemere nel vento », sembrano altrettante Madonnine rassegnate nel loro lutto, dopo 134 avere seminato « una scia di lagrime », non guardano più quasi alle « chiare vesti tessute d'aria », ma: Vien sullo stecco a rispuntare il fiore e forse già qualcuna pensa al nido, modula al canto l'altra le parole, e tal altra in un empito del cuore le finestre spalanca, e con un grido novellamente vi saluta il sole. CARLO GENTILE POSTILLA Di U.F. posseggo (risalendo a ritroso nel tempo): un ex-libris (di Bruno da Osimo) con il motto «sui culmini l'aurora m'inghirlanda» (Sans. 6.5.46..... « la sig. Anna Iannantuoni di qui, per la sua tesi di laurea sulla mia poesia, desidererebbe leggere il vostro lavoro »); un biglietto (Foggia, 17.9.65 ore 13..... « Vi ringrazio del lavoro che state facendo sulla mia poesia, e spero leggerlo nella stampa quanto prima » ...aggiunge saluti per l'Avv. Marcone); una lettera allo amico editore Mario Simone (Sansevero, 20 ottobre 45) che contiene impressioni e critica in merito alla prima stesura del mio saggio: « Ho avuto e letto il lavoro del dott. Gentile, e devo dirvi che la favorevole impressione che di esso ebbi alla prima puntata è stata pienamente confermata dal resto. Il Gentile ha letto con intelligenza pronta e ha scelto con gusto i versi citati. Si potrebbe discutere il metodo critico fatto per temi, ma il lavoro è impostato così, e del resto non dispiace. Ci sarebbe da osservare che la premessa sembra generica e che il motivo georgico sembra visto secondo il giudizio comune... La generalità si riflette anche nell'impressione, che dovrebbe essere rivista qua e là. Senza dubbio però la conclusione appare affrettata, e ciò nuoce assai. Vorrà il dott. Gentile, dopo di ciò, fare qualche lieve ritocco, e dare giusta proporzione al lavoro, ampliando la fine in rapporto all'ultima mia poesia? ». Mi rimisi al lavoro volentieri; ma non potetti raccogliere il suo punto di vista definitivo perché il Poeta ci lasciò presto. Gli ultimi canti hanno per me una dedica, non sua - come altri invece, su La ballata del Sire di Puglia e qualche traduzione - ma pure sempre affettuosa e gentile, di Augusto Fraccacreta. Completai quello studio dopo parecchi anni, ed esso vide la luce nel 1956 sotto il titolo Poesia di U.F. (con prefazione e bibliografia di Mario Simone. Società Dauna di Cultura, Foggia). Ne hanno parlato: Pasquale Soccio (in « La Gazzetta del Mezzogiorno », 7 marzo 1957), Cristanziano Serricchio (in « Voce del Popolo », Taranto, 6 aprile 1957), Casimiro Fabbri (in « La Fiera Letteraria », Roma, 27 ottobre 1957), Maria Brandon Albini (in « Les Langues Neolatines », Parigi, a. 52 n. 4), « Il Corriere Dauno », Foggia, 14 marzo 1960, e recentemente Carlo Salinari ad una sua discepola (la sig.na Cupaiuolo, laureanda in lettere presso l'Università di Roma, con la tesi su U.F.)*. 1968-69. * Sull'opuscolo del Gentile, oltre la Bibliografia di U.F., apparsa in questa rassegna (1968, parte 2a, nn. 1-3), veggasi anche il recentissimo volume di M. V. Venturo Lamedica: Umberto Fraccacreta, poeta del Tavoliere, curato dallo stesso M. Simone per i tipi del C.E.S.P. (n. d. d.). 135 L'istruzione pubblica in Capitanata Indagine a cura del Gruppo di studio dell'Amministrazione Provinciale I - ESAME DELLA SITUAZIONE 1 - L'esigenza di prevedere le forme di espansione dello sviluppo scolastico e programmare le forme di intervento dell'iniziativa pubblica rappresenta una realtà ineludibile. Questa esigenza importantissima è stata tenuta presente dalla Giunta dell'Amministrazione Provinciale di Capitanata e dal Gruppo di Studio, e si è configurata nell'affrontare ricerche, raccogliere dati, effettuare confronti e rapporti per la previsione di quelle forme di espansione e di sviluppo che consentano interventi pubblici meno empirici e scelte meno occasionali. Il presente lavoro scaturisce, perciò, da una indagine diretta particolareggiata, promossa dall'Amministrazione Provinciale di Foggia, col consenso del Provveditore agli Studi e la collaborazione dei Presidi degli istituti di istruzione secondaria e dei Direttori didattici. E' superfluo sottolineare che i «tecnici» nella redazione del presente studio non hanno inteso sostituire i politici, cui spettano tutte le decisioni in merito a questo importante problema. 2 - L'espansione scolastica di questi ultimi anni ha posto problemi assolutamente impensabili nel passato. Il numero sempre crescente di giovani, appartenenti a tutti i ceti sociali, che ricercano la scuola ai fini della loro formazione umana e del loro diritto politico - « homo sapiens » « homo faber » « homo civilis » - ha messo in crisi le strutture scolastiche, che già scricchiolavano sotto l'urto delle profonde trasformazioni del mondo moderno, in ordine alla concezione della vita e agli sviluppi della tecnica. Nell'accennare alla crisi delle istituzioni scolastiche - che non bisogna dimenticare di inquadrare nella crisi generale di tutti gli istituti e dell'intero ordinamento statale - non possiamo non sottolineare che tra le cause della insufficienza attuale delle strutture bisogna annoverare il ritardo e la mancata previsione di quanto sarebbe accaduto, mentre è risaputo che le «modifiche qualitative e quantitative, le riforme e le trasformazioni delle istituzioni scolastiche sono necessariamente di lenta 136 realizzazione; le loro influenza sulla struttura professionale delle forze di lavoro sarà graduale e di lungo momento». Essendo affidata, in ogni Paese fondamentalmente alle istituzioni scolastiche la preparazione delle forze di lavoro, si giustifica l'interesse dello Stato e degli Enti Locali alla Scuola, che dalla maniera come preparerà le nuove leve, potrà influenzare la struttura economica e produttiva in modo determinante. A proposito dell'importanza della formazione culturale di base, umana e scientifica, ci piace riportare quanto ha scritto in merito il Ferrarotti: « E' ormai riconosciuto che una preparazione tecnico-professionale, limitata a singoli settori e qualifiche, deve essere considerata inadeguata alle esigenze del processo tecnologico; sempre più viva si manifesta la necessità di una formazione culturale generale che costituisca la base sulla quale possano poi svolgersi le singole specializzazioni. E ciò perchè l'evoluzione tecnologica rende indispensabile il coordinamento e la collaborazione fra i vari gruppi professionali e, d'altra parte, i processi produttivi cambiano rapidamente e le nuove tecniche richiedono una preparazione polivalente che consenta ai lavoratori di porsi in grado di assolvere rapidamente i nuovi compiti di lavoro». 3 - Fino a pochi anni fa il problema scolastico è stato sempre ancorato alla parola «riforma» (struttura ottimale, ordinamento, programmi, etc.); oggi si è fatto strada il concetto «pianificazione» mutuato indubbiamente dal mondo economico, che ha ben compreso l'importanza della formazione del capitale umano che per operare bene deve poter essere utilizzato in ragione delle necessità presenti e future. Quindi questi studi mirano a far sì che l'investimento di capitale, nel settore della scuola e della cultura, sia il più proficuo possibile. E perchè ciò avvenga è necessario prevedere, almeno con un decennio di anticipo, certi fenomeni (afflusso di alunni); ogni diverso intervento è tardivo, precario e sterile. Nel nostro caso, per operare un buon investimento di capitale, dobbiamo innanzi tutto conoscere la nostra situazione attuale in tutte le sue componenti; come si è articolato nel corso di un decennio il suo divenire, anche nelle prospettive future, e poi intervenire nell'ambito delle nostre competenze, nella visione degli interessi generali della provincia e in vista della creazione di una organizzazione scolastica, efficiente a tutti i livelli e rispondente alle effettive necessità. 4 - Dall'esame dei dati relativi alla situazione scolastica della nostra provincia, si possono trarre, preliminarmente, le seguenti considerazioni di carattere generale: a) possiamo constatare la evoluzione, anche se lenta e faticosa e la graduale promozione dei ceti umili della popolazione; b) il continuo decrescere dell'analfabetismo e dell'analfabetismo di ritorno; c) il progressivo aumento degli alunni di età di obbligo scolastico, dal 1963 portato ai 14 anni, con la istituzione della scuola media d'ob- 137 bligo e con l'imminente prospettiva di allargare la fascia d'obbligo fino ai 16 anni; d) il progressivo affermarsi degli studi tecnici e scientifici contro la tendenza, fino a pochi anni orsono imperante, della corsa agli studi classici. E ciò è indice e testimonianza, tra l'altro, della trasformazione della nostra società da agricola in agricolo-industriale; e) il radicale capovolgimento della valutazione della spesa per la pubblica istruzione (per la cultura) che, da spesa improduttiva e non prioritaria è vista, negli anni sessanta, come investimento vero e proprio, che, appunto per essere tale, esige un piano organico e di distribuzione. Tale spesa, che per la scuola è passata in Italia dal 1900 al 1960 dal 2,9% al 14,4%, nell'anno 1967 ha raggiunto complessivamente il 20,2%,oltre un quinto della spesa dello Stato italiano. 5 - In Italia, nell'anno scolastico 1965-66, il 95% circa dei bambini sono iscritti alla scuola elementare. Di questi l'80% circa si è iscritto alla scuola media, e soltanto il 66, 2% ha ottenuto la licenza. In altri termini su 1000 iscritti alla scuola elementare: 772 hanno ottenuto la licenza elementare; 620 si sono iscritti alla scuola media; 460 hanno ottenuto la licenza media; 320 hanno raggiunto la maturità classica, scientifica, o l'abilitazione magistrale o quella tecnica. Di contro le previsioni contenute nel Piano Gui per l'anno 1969-70 sono le seguenti: 100% elementari; 90% almeno scuola media; 42% almeno scuola media superiore. Quale è la reale situazione nella nostra regione e, poi, nella nostra provincia? Nel « 1° schema regionale di sviluppo della Puglia per il quinquennio 1966-1970 » (Bari, 1968) il C.R.P.E. ha rivelato che la situazione delle strutture scolastiche nella regione «non è particolarmente confortante, soprattutto se la si confronta con quella della media nazionale ». Per la scuola d'obbligo, nonostante l'estensione della fascia dell'obbligo fino al 14° anno, l'indice di scolarità per la Puglia è di 61,4%, contro il 73,3% della media nazionale; per la scuola media superiore è del 25%, contro il 26,5%. Per quanto riguarda l'indice di affollamento delle classi per le scuole elementari, per la Puglia, è pari a 22,0, di contro a un indice nazionale che è di 16,0: esso è rappresentativo di una insufficienza delle attrezzature edilizie scolastiche. Tali previsioni sono state, successivamente ed al vaglio di più realistiche considerazioni, ridotte in sede di approvazione della legge n. 685 del 27-7-1967 sul programma economico quinquennale 1966-1970 (cfr. parte seconda -appendice). 1 138 Tali deficienze sono presenti in forme a volte drammatiche anche nelle scuole secondarie di I e di II grado. Per quanto riguarda gli istituiti tecnici è previsto, per l'anno scolastico 1970-71 un numero di iscritti superiore ai 50.000 alunni, per cui per la stessa data le aule occorrenti saranno ben 770. Di fronte a queste cifre che cosa è stato predisposto come programma d'intervento straordinario per l'edilizia scolastica, previsto dalla legge 28-71967, n° 641, dal Consiglio Provinciale di Capitanata per adeguare alla nuova realtà - che è già in atto - quelle che giustamente sono chiamate le strutture portanti del processo di sviluppo sociale ed economico del territorio? Il piano approvato dal Consiglio Provinciale dell'Amministrazione Provinciale di Capitanata, con l'onere derivante dai gravosi impegni finanziari che la sua realizzazione comporta, prevede: a Foggia il completamento dell'Istituto Tecnico Commerciale (L. 250.000.000); la costruzione dell'Istituto Tecnico Femminile (L. 925.000.000), dell'Istituto Tecnico Industriale (L. 1.760.000.000), l'ampliamento dell'Istituto Tecnico per Geometri (L. 120.000.000) e la costruzione ex novo del Liceo Scientifico (L. 925.000.000). a Cerignola la costruzione dell'Istituto Tecnico Commerciale (L. 845.000.000) e dell'Istituto Tecnico Industriale (L. 1.100.000.000). a San Severo la spesa di L. 1.100.000.000 per la costruzione dell'Istituto Tecnico Industriale; di L. 845.000.000 per l'Istituto Tecnico Commerciale; di L. 1.170.000.000 per l'Istituto Tecnico Agrario; di L. 150.000.000 per l'ampliamento del Liceo Scientifico. a Manfredonia L. 796.000.000 per la costruzione di un Istituto Tecnico Commerciale e L. 925.000.000 per il Liceo Scientifico. a Lucera l'ampliamento dell'Istituto Tecnico Commerciale e per geometri per complessive L. 420.000.000. a Vieste la costruzione della sede del Liceo Scientifico per complessive L. 485.000.000. a San Giovanni Rotondo la spesa di L. 875.000.000 per la costruzione della sede dell'Istituto Tecnico Industriale. Si tratta, in totale, della spesa di L. 12.641.000.000, di un onere massiccio che consentirebbe, a un limite accettabile, di far fronte al 139 complesso delle esigenze dei vari centri dauni e che testimonia non soltanto della volontà politica del consenso provinciale di dare una risposta adeguata a legittime esigenze, ma anche della sensibilità della Giunta Provinciale e dell'importanza ormai attribuita a tutti i problemi della istruzione e della cultura. La presente indagine è stata svolta allo scopo di determinare le dimensioni e la strutturazione dell'istruzione pubblica in provincia di Foggia. In particolare essa ha messo a fuoco i seguenti aspetti della problematica scolastica dauna: 1 -Variazione del numero degli alunni dall'anno scolastico 1957-58 all'anno scolastico 1967-68, nei vari gradi e tipi di istruzione; 2 - Esame del fenomeno dei « pendolari »; 3 - Lo stato dell'edilizia scolastica limitatamente agli istituti per i quali la Provincia è obbligata a fornire i locali. A tale scopo sono stati considerati i seguenti tipi di istruzione: a) Istruzione primaria; b) Istruzione secondaria di 1° grado; c) Istruzione secondaria di 2° grado comprendente i seguenti tipi di Istituti: 1 - Liceo Classico; 2 - Liceo Scientifico; 3 - Istituto Magistrale;.. 4 - Istituto Tecnico Commerciale; 5 - Istituto Tecnico per Geometri; 6 - Istituto Tecnico Industriale; 7 - Istituto Tecnico Agrario; 8 - Istituto Tecnico Nautico; 9 - Istituto Tecnico Femminile; d) Istruzione professionale comprendente i seguenti tipi di istituti: 1 - Istituto Professionale per il Commercio; 2 - Istituto Professionale per l'Agricoltura; 3 - Istituto Professionale per l'Industria e l'Artigianato. Non è stato preso in considerazione l'Istituto Professionale Alberghiero 2 che funziona a Pugnochiuso (Vieste) in quanto sezione staccata dell'Istituto di Bari. Inoltre la provincia è stato divisa nelle seguenti tre zone distinte tra loro sia sotto l'aspetto geografico, sia sotto quello socio-economico: 1 - Tavoliere, comprendente i comuni di Apricena, Carapelle, Cerignola, Foggia, Lucera, Manfredonia, Margherita di Savoia, Ortanova, L'Istituto Alberghiero ha ottenuto l'autonomia a partire dall'anno scolastico 1968-69. 2 140 Poggio Imperiale, San. Ferdinando di Puglia, San Severo, Stornara, Stornarella, Torremaggiore e Trinitapoli. 2 - Gargano, comprendente i comuni di Cagnano Varano, Carpino, Ischitella, Isole Tremiti, Lesina, Mattinata, Monte S. Angelo, Peschici, Rignano Garganico, Rodi Garganico, San Giovanni Rotondo, San Marco in Lamis, Sannicandro Garganico, Vico del Gargano e Vieste. 3 - Sub-Appennino, comprendente i comuni di Accadia, Alberona, Anzano di Puglia, Ascoli Satriano, Biccari, Bovino, Candela, Carlantino, Casalnuovo Monterotaro, Casalvecchio di Puglia, Castelluccio dei Sauri, Castelluccio Valmaggiore, Castelnuovo della Daunia, Celenza Valfortore, Celle S. Vito, Chieuti, Deliceto, Faeto, Monteleone di Puglia, Motta Montecorvino, Orsara di Puglia, Panni, Pietra Montecorvino, Rocchetta S. Antonio, Roseto Valfortore, S. Agata di Puglia, San Marco la Catola, San Paolo di Civitate, Serracapriola, Troia, Volturara Appula e Volturino. I dati della popolazione scolastica e quelli relativi all'edilizia sono stati rilevati direttamente a mezzo delle schede riprodotte in appendice; quelli relativi agli alunni «pendolari» sono stati messi a disposizione dal Provveditorato agli Studi di Foggia. Per ogni tipo di istruzione sono stati calcolati gli indici di variazione a base fissa (ponendo uguale a 100 i dati dell'anno scolastico 1957-58 e a base variabile; per gli Istituti sorti recentemente gli indici sono stati calcolati, dall'anno in cui essi hanno funzionato ad organico completo. Nelle rappresentazioni grafiche gli indici non sono stati interpolati allo scopo di rendere il più reale possibile l'aspetto dinamico del fenomeno. Inoltre non sono state effettuate estrapolazioni per le previsioni per i seguenti motivi: 1 - Perchè negli anni in considerazione è stato realizzato il prolungamento dell'obbligo scolastico a 14 anni, per cui gli incrementi registrati non continueranno a verificarsi in futuro con lo stesso ritmo e la stessa entità; 2 - Perchè l'istruzione secondaria di 2° grado ha subito un incremento per effetto del maggiore flusso di licenziati dalla scuola media nell'anno scolastico 1965-66 e pertanto non ha ancora raggiunto la fase di equilibrio tra nuovi iscritti e licenziati. Tale equilibrio sarà realizzato nell'anno scolastico 1970-71, al termine cioè del ciclo quinquennale trascorso il quale il maggior afflusso sarà compensato dal maggior deflusso di diplomati. * Questi e tutti gli altri documenti della indagine sono riprodotti nei due volumi, che raccolgono la presente parte dello studio, e la seconda, che apparirà nel successivo fascicolo della rassegna (n.d.d.). 141 Siamo consapevoli di aver considerato solo gli aspetti più macroscopici del problema scolastico. Pertanto non riteniamo di aver esaurito il discorso su questo importante argomento; esso, invece, va ripreso e arricchito esaminando tutti quegli altri fenomeni che condizionano la istruzione a monte ed a valle. I risultati della presente indagine vanno presi per quelli che sono; i dati emergenti non possono essere assolutamente assunti come base esclusiva per ipotizzare una diversa e più efficiente strutturazione dell'istruzione pubblica nella nostra provincia la quale deve essere considerata in un nuovo e diverso assetto urbanistico-territoriale onde meglio rispondere alle esigenze della sua popolazione attuale e futura. CONSIDERAZIONI GENERALI Negli anni scolastici 1957/59 - 1966/67 gli alunni iscritti ammessi a frequentare gli istituti di istruzione pubblica nella nostra provincia sono passati da 88.999 a 103.382, con un aumento di 13.383 unità, pari al 16,16%. Tale incremento non dipende dall'aumento della popolazione; esso, invece, è il risultato della maggiore diffusione dell'istruzione e dell'elevamento del livello di scolarità della popolazione foggiana. Infatti ad una contrazione degli alunni delle scuole elementari, i quali sono passati dal 79,41% al 60,25% dell'intera popolazione scolastico della provincia, ha corrisposto l'espansione degli alunni dell'istruzione secondaria di l° e 2° grado i quali sono passati rispettivamente dall'11,95% al 22,82% e dall'8,64% al 15,64%. I maggiori incrementi si sono verificati nella zona del Tavoliere dove si è avuto un aumento dei 23,49% e dove è concentrata il 66,77% della popolazione scolastica (nel 1956-57 essa era il 62,81%); nel Gargano, che raccoglie il 20,65% (1956-57 il 22,49%), l'aumento è stato del 6,65%, mentre nel Subappennino col 12,58% della popolazione (1956-57 il 14,70%) si è avuta una leggerissima flessione dello 0,60%, I dati della Tab. 1, però, non tengono conto della residenza degli alunni e pertanto non danno una visione concreta della diffusione della istruzione pubblica nei suoi ordini e gradi nella provincia. Infatti la concentrazione delle strutture scolastiche di 2° grado e professionale nei maggiori comuni del Tavoliere e la loro mancanza nelle altre due zone, fa in modo che un notevole numero di alunni del Gargano occidentale e del Sub Appennino raggiungano ogni giorno i comuni di San Severo, Lucera, Foggia, Cerignola e Manfredonia per frequentare gli istituti esistenti in questa città. Questo fenomeno, al quale è stato dedicato un apposito capitolo nell'indagine, nell'anno scolastico 1966-67 ha assunto le seguenti dimensioni: - Alunni che dai comuni dei Subappennino frequentano istituti 142 di II grado e professionali del Tavoliere: a Cerignola ......................................................…...... 12 a Foggia ................................................................... 556 a Lucera ................................................................... 575 a Torremaggiore ....….....................................…........11 a San Severo ..................................................…….. 269 Totale ................................................…..... 1.323 = - Alunni che dai comuni del Gargano si recano a frequentare istituto di II grado e professionale del Tavoliere: a San Severo ............................................................ 545 a Foggia .............................................….................... 122 a Manfredonia .....................................….................. 165 Totale ........................................................………........... 832 = Totale complessivo ........................………...............…..2.155 = La Tab. 3, elaborata tenendo presente questi spostamenti di alunni, conferma le tendenze risultanti dalla Tab. 1, anche se ne riduce i valori assoluti e percentuali. E' da aggiungere che la popolazione scolastica maschile ha sempre superato quella femminile e che questa va continuamente aumentando il suo peso specifico. ISTRUZIONE ELEMENTARE La popolazione scolastica dell'istruzione primaria ha registrato, nel periodo in considerazione, una diminuzione di 8.868 unità pari al 12,60% essendo passata da 70.672 unità del 1957-58 a 61.794 unità del 1967-68. Si è del parere che il fenomeno non sia da imputarsi ad aumento dell'evasione dell'obbligo scolastico, ma ad una obiettiva diminuzione naturale della popolazione in età scolastica. Infatti già nel decennio 19511961 la popolazione da 0 a 6 anni aveva subito una diminuzione di 12.732 unità, pari al 12,66% (1951 100.578 unità, 1961 87.846 unità); per cui si pensa che tale fenomeno abbia inciso nel periodo in considerazione. La diminuzione, tranne qualche lieve eccezione, è comune ai maschi e alle femmine, ed è comune a tutte e tre le zone le quali, però si comportano in modo diverso. Infatti mentre il Gargano ed il Tavoliere dopo aver toccato la massima flessione rispettivamente negli anni 1963-64 e 1962-63 con -2.298 unità (pari al 13,29%) e -7.567 unità pari al 19%) tendono a risalire, anche se lievemente, il Subappennino, nel periodo in considerazione, ha continuamente perduto alunni, passando da 12.133 unità a 8.652, con una diminuzione del 28,70%. E' da aggiungere che la popolazione scolastica maschile supera 143 quella femminile e che essa va sempre più concentrandosi nella zona del Tavoliere per effetto di quanto detto nelle considerazioni generali. ISTRUZIONE SECONDARIA DI PRIMO GRADO L'istruzione secondaria di primo grado ha subito un notevole aumento in tutta la provincia nel periodo considerato, passando dalle 10.637 unità dell'anno scolastico 1957-58 alle 23.401 unità dell'anno scolastico 1967-68, con un incremento del 120%. Tale incremento, che ha portato a più che raddoppiare la popolazione scolastica in poco più di dieci anni non ha avuto come causa esclusiva il prolungamento dell'obbligo scolastico, in quanto già prima dello anno scolastico 1963-64 questo tipo di istruzione era in espansione. Infatti ai notevoli incrementi degli anni 1961-62, 1962-63, sono seguiti aumenti meno rilevanti in dipendenza dell'equilibrio raggiunto tra nuovi iscritti e licenziati. Non è possibile determinare un rapporto tra gli alunni licenziati dalla scuola elementare e quelli iscritti alla prima classe della scuola media in quanto i dati relativi a questi ultimi erano al lordo dei ripetenti. Gli aumenti si sono verificati in tutte e tre le zone, Tavoliere, Gargano e Subappennino, anche se i maggiori incrementi percentuali si sono avuti nel Subappennino a causa dei dati di partenza molto bassi. E' da aggiungere che l'affluenza maggiore si è verificata da parte della popolazione femminile specie nel Gargano e nel Subappennino. Inoltre, ponendo uguale a 100 i dati dell'anno scolastico 1963-64, si nota come i maggiori incrementi si siano realizzati nel Tavoliere dove continua ad essere concentrato ancora il 63.68% della popolazione scolastica per quanto riguarda la istruzione di primo grado (nell'anno scolastico 195758 nel Tavoliere risiede il 71,78% della popolazione. Da notare , infine, che gli incrementi più bassi si sono verificati nel Gargano. ISTRUZIONE SECONDARIA DI SECONDO GRADO Gli Istituti di istruzione secondaria di II grado sono concentrati nei maggiori centri della provincia e in particolare nel Tavoliere (FoggiaCerignola-Lucera-Manfredonia-San Severo-Torremaggiore) e sul versante meridionale del Gargano( San Marco in Lamis-San Giovanni RotondoMonte S. Angelo-Vieste). Nella provincia di Foggia nell'anno scolastico 1967-68 hanno funzionato 30 istituti secondari di II grado così distribuiti: a) n° 7 Licei-ginnasi (Cerignola, Foggia; Lucera, Monte S. Angelo, San Marco in Lamis, San Severo e Torremaggiore); b) n° 3 Licei scientifici (Foggia, Manfredonia e San Severo. A Vieste funziona una sezione staccata del Liceo Scientifico di Manfredonia dall'anno scolastico 1961-62); 144 c) n° 6 Istituti Magistrali (Foggia, Lucera, Manfredonia, Monte S. Angelo, San Giovanni Rotondo e San Severo); d) n° 5 Istituti tecnico commerciale (Cerignola, Foggia, Lucera, Manfredonia e San Severo); e) n° 1 Istituto tecnico per geometri (Foggia. A Lucera ed a San Severo presso gli istituti tecnici commerciali funzionano sezioni per geometri); f) n° 4 Istituti tecnici industriali (Foggia, Cerignola, San Giovanni Rotondo e San Severo); g) n° 2 Istituti tecnici agrari (Cerignola e San Severo) ; h) n° 1 Istituto tecnico nautico (Manfredonia); i) n° 1 Istituto tecnico femminile (Foggia). La maggior parte dei suddetti istituti ha origine recente. Essi, infatti, nell'immediato dopoguerra e negli anni 50, sono sorti prima come sezioni staccate e poi hanno raggiunto l'autonomia. La loro localizzazione territoriale è dipesa dalla intraprendenza delle amministrazioni comunali. Inoltre, la concentrazione degli Istituti in poche città della pianura fa si che notevoli masse di studenti si spostino quotidianamente dal Gargano occidentale e dal Subappennino per raggiungere rispettivamente i centri di San Severo, Lucera e Foggia che raccolgono il maggior numero dei «pendolari». Nel periodo considerato la popolazione scolastica di questo tipo di istruzione è più che raddoppiata, essendo passata dalle 7.690 unità dell'anno scolastico 1957-58 alle 16.048 del 1967-68, con un incremento di 8.358 unità, pari al 108,69%. L'incremento è stato continuo e l'afflusso di popolazione femminile è stato più notevole di quella maschile, tanto che il rapporto maschi-femmine si è andato sempre più spostando a favore di queste ultime passando dal 2,10% del 1957-58 all'1,557% del 1964-65 ed all'1,455 del 1967-67. Per quanto riguarda l'incidenza dei due tipi di istruzione secondaria, quello classico e quello tecnico,la tab. 3 dimostra come l'ordine classico sia andato sempre diminuendo fino all'anno scolastico 1962-63; dallo anno scolastico 1963-64 la tendenza è stata interrotta. Ciò significa che i nuovi licenziati della scuola media, e in particolare le donne, si indirizzano verso l'ordine classico. Questi ultimi dati possono anche ipotizzare la circostanza che i nuovi licenziati dalla scuola media si dirigono prima verso l'istruzione classica e poi, costatatene le difficoltà, verso l'istruzione tecnica e professionale. Dall'esame della successiva Tab. 15, riportante la distinzione per sesso, si deduce che le variazioni negative delle femmine nell'istruzione tecnica sono da porsi in relazione al calo di alunne registrato dallo Istituto Tecnico Femminile. 145 ISTRUZIONE CLASSICA L'istruzione secondaria di ordine classico (Liceo classico, Liceo scientifico e Istituto magistrale), viene impartita in 16 istituti presenti singolarmente, o in combinazione, in tutti i maggiori centri della provincia. La diffusione più ampia spetta al liceo ginnasio (esiste in 7 comuni con esclusione di Manfredonia e San Giovanni Rotondo); segue l'Istituto magistrale (manca a Cerignola, San Marco in Lamis e Torremaggiore). Più limitata è invece la diffusione del Liceo scientifico che esiste solo a Foggia, Manfredonia, San Severo e Vieste). Nel periodo in considerazione, gli alunni di questo tipo di istruzione sono passati da 4.330 a 8.234 unità, con un aumento di 3.904 unità pari al 90,16%. L'84% di questo incremento (3.267 alunni su 3.904) si è verificato nella zona del Tavoliere per effetto dell'afflusso derivante dal Gargano occidentale e dal Subappennino la cui popolazione si sposta a San Severo, Lucera e Foggia per frequentare gli Istituti di II grado. Il Gargano, invece, non adempie ad alcuna funzione di richiamo nello ambito della propria zona per ovvie difficoltà di ordine geografico (l'unico polo di attrazione intercomunale è costituito dai Comune di San Marco in Lamis, Rignano e San Giovanni Rotondo). Dopo una prima fase di diminuzione, e poi di crescita molto lenta, i maggiori incrementi si sono realizzati a partire dall'anno scolastico 196465. Per quanto riguarda il peso specifico esercitato da ogni tipo di istituto nell'ambito dell'ordine classico, è da dire che mentre il liceo ginnasio va diminuendo di importanza (dal 46,26% della popolazione è passato al 28,9%), il Liceo scientifico e ancor più l'Istituto magistrale vanno aumentando la loro importanza (rispettivamente sono passati dal 10,28% al 18,41% e dal 43,46% al 53,80%). La conseguenza più immediata di questa modificazione di rapporti è la composizione per sesso della popolazione, per cui il rapporto M/F è passato dallo 0,996 del 1957-58 allo 0,678 del 1964-65 e allo 0,620 del 1967-68. I suddetti fenomeni, tranne qualche lieve variazione, si ritrovano sia nella zona del Tavoliere che in quella del Gargano. ISTRUZIONE TECNICA L'istruzione secondaria dell'ordine tecnico (Istituto tecnico commerciale per geometri, industriale, nautico, agrario e femminile) è concentrata nei maggiori cinque centri del Tavoliere (Foggia, Cerignola, Lucera, Manfredonia e San Severo). Nella zona del Gargano, a San Giovanni Rotondo, funziona dall'anno scolastico 1967-68, in modo autonomo, un istituto tecnico industriale. Rispetto alla diffusione, al primo posto figura l'istituto tecnico commerciale (5 istituti su 14); seguono l'istituto tecnico industriale con 4 146 sedi (2 autonome e 2 staccate), quello agrario (2 sedi). Gli istituti tecnici per geometri, nautico e femminile hanno rispettivamente una sede. La popolazione scolastica è più che raddoppiata nel periodo in considerazione ed è passata dalle 3.360 unità del 1957-58 alle 7.814 del 196767, con un aumento di 4.454 unità pari al 132,56%. Gli incrementi più rilevanti si sono realizzati negli anni 1960-61, 1961-62 e 1962-63, mentre molto scarsa è stata l'affluenza dei licenziati della nuova scuola media nell'anno scolastico 1966-67 (gli unici istituti che hanno registrato un saldo positivo rispetto all'anno precedente sono stati l'istituto tecnico per geometri e quello nautico). Tra i vari tipi di istituti, quello che ha registrato il maggior incremento nel periodo è l'istituto tecnico industriale; seguono quello nautico (che però funziona a Manfredonia), quello dei geometri, quello commerciale, quello agrario. L'Istituto tecnico femminile, sorto a seguito della soppressione della scuola di avviamento professionale femminile, dopo un brillante avvio va perdendo quota (nel giro di cinque anni ha perso oltre il 50% delle alunne). Quanto alla composizione per sesso, è da dire che questo tipo di istruzione richiama (per ovvii motivi) maggiormente i maschi. Non va però trascurato l'afflusso delle femmine che si orientano verso l'istituto tecnico commerciale dove costituiscono il 39,29% dell'intera popolazione scolastica. Infine, per quanto riguarda la distribuzione degli alunni nei vari tipi di istituti, la Tab. 26 mostra come da una fase di netto predominio dell'istituto tecnico commerciale (nell'anno scolastico 1957-58 raccoglieva il 55,62% dell'intera popolazione), si sia passati a una situazione più equilibrata che vede un leggerissimo predominio dell'istituto tecnico industriale. Si aggiunga che tale predominio si accentuerà negli anni a venire. ISTRUZIONE PROFESSIONALE L'istruzione professionale in provincia di Foggia fece la sua prima comparsa nell'anno scolastico 1960-61 con l'indirizzo agrario; successivamente si sono aggiunti gli indirizzi per l'industria e l'artigianato (anno scolastico 1961-62) e per il commercio (anno scolastico 1962-63). Nell'anno scolastico 1967-68 questo tipo di istruzione comprendeva i seguenti istituti e scuole coordinate: a) n. 1 istituto professionale per l'agricoltura con sede a Foggia e sezione coordinate nelle borgate rurali di Biccari, Cerignola, Manfredonia, Sannicandro Garganico, Trinitapoli e Foggia; nello anno scolastico 196465 funzionavano anche due sezioni ora soppresse a Chieuti ed a Lucera; b) n. 1 istituto professionale per il commercio con sede a Foggia e sezioni coordinate a Biccari, Casalnuovo e Lucera; 147 c) n. 2 istituti professionali per l'industria e l'artigianato con sedi a Foggia (sezione coordinate ad Accadia, Bovino, Monte S. Angelo e S. Agata) e a Lucera (con sezione coordinata ad Ischitella). Dal punto di vista territoriale il tipo più diffuso è quello ad indirizzo agrario; seguono quelli a tipo industriale e commerciale. Prendendo come indice base il numero degli alunni dell'anno scolastico 1964-65, allorquando tutti i tipi e le varie sezioni hanno funzionato a organico completo, si rileva che gli alunni sono aumentati del 45,02% (da 1.475 dell'anno scolastico 1964-65 a 2.139 dell'anno scolastico 1967-68, con un aumento assoluto di 664 unità). I maggiori incrementi si sono verificati nel tipo ad indirizzo agrario ed in quello per il commercio che richiama particolarmente le donne; l'istruzione professionale per l'industria, invece, dopo un brillante inizio, è rimasta ferma ai valori dell'anno scolastico 1964-65. Inoltre, gli incrementi annuali dello anno-base sono decrescenti. Dal punto di vista zonale, i comuni del Tavoliere forniscono il 76,02% della popolazione; seguono la zona del Subappennino col 16,08% ed il Gargano col 7,9%. E' da aggiungere che nel Gargano mentre è in espansione la scuola coordinata di Sannicandro, ad indirizzo agrario, quelle di Ischitella e di Monte S. Angelo, ad indirizzo industriale, non riescono ad affermarsi. PENDOLARI La concentrazione degli istituti secondari di II grado e professionali nei maggiori comuni del Tavoliere, del Gargano e del Subappennino, dà luogo allo spostamento di una massa notevole di alunni. Lo spostamento si verifica sia nell'ambito di ciascun comprensorio, all'interno del quale si realizza naturalmente una integrazione fra le varie strutture scolastiche esistenti, sia fra i 3 comprensori. Il primo tipo di spostamento avviene nel Tavoliere e nel Gargano e, in misura molto ridotta e limitata all'istruzione professionale, nel Subappennino. I centri di richiamo sono Cerignola e Foggia per il basso Tavoliere; San Severo per l'alto Tavoliere; Biccari, Bovino e Troia per il Subappennino; San Giovanni Rotondo e San Marco in Lamis per il Gargano. Al secondo tipo di spostamento sono, invece, interessati tutti i comuni dell'arco subappenninico che fanno capo a Cerignola, Foggia, Lucera, Torremaggiore e San Severo. A San Severo fanno capo anche gli alunni dei comuni del Gargano occidentale; mentre a Manfredonia si riversa il flusso derivante da Monte S. Angelo, Mattinata e San Giovanni Rotondo. Ai fini del calcolo dei pendolari, Manfredonia, Apricena e Poggio Imperiale sono state incluse nel comprensorio garganico; Lucera in quello subappenninico; Chieuti, San Paolo e Serracapriola nel Tavoliere. 3 148 Nell'anno scolastico 1967-68 gli alunni pendolari sono stati 4.496, pari a circa il 25% di tutta la popolazione dell'istruzione secondaria classica, tecnica e professionale (rispettivamente il 23,61%, il 26,93% e il 31,98%). Rispetto ai tipi di istruzione, il movimento dei pendolari per il 46,80% riguarda l'istruzione tecnica (1.063 alunni, pari al 23,64% frequentano istituti tecnici industriali), per il 37,99% riguarda l'istruzione classica (960 alunni, pari al 21,35% frequentano istituti magistrali, e per il 15,21% riguarda l'istruzione professionale (301 alunni frequentano istituti per l'agricoltura e usufruisce del trasporto gratuito effettuato con mezzi messi a disposizione dagli istituti. I comuni di Foggia, San Severo e Lucera accolgono complessivamente il 76,79% degli alunni pendolari (rispettivamente il 33,23%, il 29,07% ed il 14,50%); il rimanente 23,21% si dirige verso i comuni di Cerignola, San Giovanni Rotondo e Manfredonia (rispettivamente il 5,27%, il 4,85% ed il 4,38%) ed altri comuni che accolgono gli alunni pendolari dell'istruzione professionale. In termini assoluti il maggior numero di studenti proviene dai comuni del Gargano (1.732 alunni pari al 38,55%); seguono il Tavoliere (1.404 alunni pari al 31,25%) ed il Subappennino (1.357 alunni pari al 30,20%). Se però si stabilisce un rapporto tra la popolazione residente nei comuni di ciascuna zona e gli alunni pendolari, la graduatoria vede al primo posto il Subappennino con lo 0,981%; seguono il Gargano con lo 0,839% ed il Tavoliere con lo 0,417%. Nell'ambito di ogni zona i comuni da dove provengono il maggior numero di pendolari sono: 1 - Tavoliere: Torremaggiore (257), Orta Nova (168), Foggia (149), Cerignola (143), San Ferdinando (107) e San Severo (106). 2 - Gargano: Sannicandro Carganico (315), Apricena (303), San Marco in Lamis (227), San Giovanni Rotondo (142), Cagnano Varano (131), Manfredonia (123), Lesina (112) e Mattinata (111). 3 - Subappennino: Troia (223), Ascoli Satriano (139), Lucera (124), Orsara (76) e Biccari (74). Ci pare ovvio sottolineare i danni sia per quanto riguarda il profitto, sia per quanto riguarda gli oneri finanziari che sopportano gli alunni pendolari e la gravità dei problemi organizzativi per gli istituti che li accolgono, i quali raggiungono dimensioni anormali (Istituto Tecnico Industriale di Foggia). Si impone, quindi, la necessità di pervenire ad una ristrutturazione che non deve risolversi a livello comunale attraverso la moltiplicazione di strutture scolastiche asfittiche, ma proiettarsi in un ambito territoriale più vasto onde pervenire alla creazione di sub-comprensori intercomunali all'interno dei quali siano creati istituti adeguati alla realtà socio-economica attuale ed a quella derivante dalla sua prospettiva di evoluzione. A tale scopo il Provveditorato agli Studi di Foggia ha individuato 11 149 sub-comprensori gravitanti intorno ai poli di Foggia, Manfredonia, Cerignola, Ascoli Satriano, Bovino, Troia, Lucera, Motta Montecorvino, San Severo, Rodi Garganico e San Giovanni Rotondo. Della necessaria ristrutturazione ci occuperemo, più particolarmente, nella seconda parte dello studio, avente per titolo «Programma di interventi». (Continua) PROGRAMMAZIONE La “Marcia del Metano„ «I comitati popolari unitari dei comuni di Accadia, Ascoli Satriano, Candela, Deliceto, Rocchetta S. Antonio e S. Agata di Puglia, a conclusione della manifestazione svoltasi in Foggia e dell'incontro col Prefetto, esprimono il loro disappunto per la risposta evasiva alle richieste di: 1) un piano di sviluppo economico e sociale dell'intero comprensorio; 2) insediamenti industriali con utilizzazione in loco del metano; 3) come richiesta più urgente l'intervento straordinario per un piano di immediata e piena occupazione; decidono di continuare la lotta ad oltranza in modo fermo, deciso, responsabile e, pertanto, la centrale metanifera resterà occupata fino ad impegni precisi ed inequivocabili da parte delle autorità governative ». Con questo o.d.g. - trasmesso al Presidente della Repubblica, al Presidente del Consiglio, al Presidente del Comitato dei Ministri per il Mezzogiorno, ai Ministri per le Partecipazioni Statali, dell'Industria, dell'Agricoltura e del Lavoro – si è conclusa il 16 maggio la « marcia del metano », cioè l'adunata in Foggia di circa 30.000 cittadini (così il « Corriere della Sera ») dei Comuni su nominati. La manifestazione è seguita alla occupazione della centrale dei pozzi metaniferi del Subappenino dauno. L'avvenimento non ha stupito soltanto per il numero dei partecipanti e per la sua autentica spontaneità, ma anche per il senso di disciplina e di moderazione, essendosi svolta in maniera composta, per la serietà dei fini che si prefiggeva di raggiungere; una prova di alto civismo, al quale hanno dato il loro apporto di moderazione e hanno conferito la responsabilità i Sindacati tutti, i partiti politici, le amministrazioni, provinciale e comunali, oltre i cittadini dei paesi interessati, che sono scesi a valle, per esprimere la loro protesta, più che fondata, e il consapevole rifiuto di ripieghi e di « contentini », come la soluzione, annunciata dal Presidente del Consiglio, on. Rumor, che la fabbrica programmata per Foggia, in località Incoronata, (quella della «Cucirini Coacs») sarebbe stata dirottata nella zona del metano. « Non si tratta di volere una industria in un luogo anziché in un altro », ha scritto Gaetano Matrella « il problema è che si avvii un discorso responsabile, che si pensi seriamente e si adottino iniziative a carattere permanente per lo sviluppo di certe zone. Tale sviluppo si deve articolare non soltanto nei settori agricolo-turistico, ma anche e specialmente in quello industriale perché in queste zone, dotate di una ricchezza tanto importante per la civiltà di oggi, non si chiede, infatti, il trasferimento di una fabbrica, capace di occupare centocinquanta persone, dallo agglomerato di Incoronata alla zona del triangolo, ma di ottenere apprezzabili investimenti nel settore manifatturiero ad alto livello di occupazione. Si chiede allo Stato, che attraverso uno dei suoi Enti, proprietario del metano di Candela, Ascoli e Deliceto (inserito nella rete di metanodotti che alimentano vaste zone del Mezzogiorno o dell'Italia Centrale), si creino impianti che servano a limitare la emigrazione verso il Nord ». 151 Nello scorso quadrimestre circa ottomila cittadini hanno manifestato pacificamente nella zona metanifera di Candela, Ascoli Satriano e Deliceto, occupando la centrale dei pozzi in località Masseriole in agro di Deliceto ed interrompendo la erogazione del gas verso Salerno, Taranto e Foggia. Le autorità e i parlamentari di tutti i partiti hanno svolto opera di convinzione presso i dimostranti, che - guidati dai sindaci dei principali Comuni interessati, Di Nunzio di Candela, Iascone di Ascoli e Gentile di Rocchetta S. Antonio - volevano occupare e chiudere tutti i pozzi aperti del Sub-appennino. L'on. De Leonardis ha proposto che alla importante riunione fissata prendano parte oltre al sindaco di Ascoli Satriano, anche quelli di Candela, Deliceto e Rocchetta, il commissario prefettizio di Sant'Agata, il presidente dell'Amministrazione provinciale e i parlamentari dauni; si è poi recato a illustrare la richiesta al prefetto dott. Di Caprio, che l'ha trasmessa sollecitamente al ministro Restivo. Sulla manifestazione il parlamentare D.C. ha dato alla stampa una dichiarazione nella quale la definisce « espressione di un sentimento unanime delle popolazioni, la cui istanza corrisponde non solo ad un problema di occupazione in senso individuale, ma si inserisce nel quadro di un generale sviluppo economico-sociale di una delle più trascurate zone del Subappennino dauno nella quale esiste una tensione anche psicologica in quanto quelle popolazioni si sentono defraudate in una loro legittima aspirazione e considerano come un vero e proprio furto il fatto che il metano trovato nella loro terra debba essere utilizzato esclusivamente in altre contrade, senza che ci sia una contropartita. Occorre perciò provvedere con impegni concreti e precisi. Dall'incontro fissato per lunedì a Roma presso il ministro Restivo, ed al quale parteciperanno alti esponenti della Cassa per il Mezzogiorno e della società metanifera - ha concluso l'on. De Leonardis - le popolazioni attendono qualcosa che segni una volta alle lunghe attese e apra prospettive di reali e idonee soluzioni ». Tecnici, accompagnati da rappresentanti dei movimenti e dei comitati provvedevano intanto a chiudere le valvole dei pozzi: l'operazione è durata poco più di un'ora. La folla si è dispersa alle prime ore del pomeriggio. Nella zona sono restati soltanto picchetti di uomini dei comitati cittadini e tecnici della società metanifera. Com'era naturale e prevedibile, la « marcia » ha avuto larga eco anche nella stampa politica e d'informazione. Particolarmente significativo è apparso il commento editoriale, con particolare evidenza pubblicato da « Il progresso dauno », diretto dal presidente dell'Area industriale, on. Gustavo De Meo: « La marcia sui pozzi del metano e l'occupazione della centrale di erogazione del metano non è che l'ultima pagina di un travagliato romanzo che da oltre tre anni mantiene in agitazione le popolazioni di alcuni comuni del Sub-appennino interessati ai giacimenti metaniferi. «La pacifica dimostrazione non deve ingannare, perché il problema è molto serio e non esclude sviluppi preoccupanti. Per uscirne è inutile continuare a trastullarci con colpi di coda e con improvvise riunioni riservate solamente ad alcuni. Il Partito della Democrazia Cristiana che non ha nulla da rimproverarsi se alcune promesse sono cadute, perché non ha responsabilità alcuna, sia in sede locale che nazionale, pretenda che il problema sia con urgenza impostato come un grave problema sociale da affrontare con energia e con interlocutori capaci di trovare 152 idonee soluzioni. Inutile perdere tempo nell'invitare la Snia-Viscosa che ha manifestato il suo punto di vista negativo e che d'altronde ha ceduto il metano all'Eni! Si chieda l'intervento delle Partecipazioni Statali, dell'IRI e delle Aziende di Stato. « Quando per un motivo o l'altro l'iniziativa privata è assente o vien meno, si facciano tutte le osservazioni che si vuole, ma non si dimentichi che i guai restano e bisogna affrontarli! ». L'Ente Provinciale, com'era suo dovere, vocazione e capacità, ha preso occasione, per confermare l'assunta sua azione di pilota, mobilitato in permanenza per dare tutto il contributo, non solo di presenza, ma anche concreto e di ordine, garantendo col concorso degli altri protagonisti della pacifica occupazione, il carattere popolare, democratico, legale della manifestazione. Ad una riunione, che ha indetta subito dopo la « marcia », hanno preso parte molti parlamentari di Foggia e di Bari, rappresentanti sindacali, dei comitati civici unitari di agitazione, che hanno promosso la « marcia del metano ». Per la verità più che di un incontro si è trattato dell'epilogo, della conclusione sul piano effettuale di una costante azione svolta per settimane, e che ha posto concretamente le basi per l'ingresso nella fase risolutiva del problema del metano. Nella riunione il Presidente della Provincia, avv. Tizzani, che è stato chiamato a presiederla, ha affermato che la esigenza più avvertita, ai fini dello sviluppo armonico ed articolato della Capitanata, è che si approntino dei « piani coordinati di sviluppo », perché non sia negletta alcuna zona dell'intero comprensorio. Nel quadro di questa visione pianificatrice va inserito naturalmente il piano della viabilità, che è certamente una delle infrastrutture fondamentali per ogni iniziativa di industrializzazione di qualsiasi genere o tipo. A tale scopo ha annunciato che al Consiglio Provinciale sarà presentato e discusso un piano stradale che riguarda il Sub-Appennino. Sono seguiti altri interventi, altrettanto significativi ed interessanti, attraverso i quali è stata ribadita da parte di parlamentari, uomini politici e sindacali, oltre che amministratori locali, la esigenza di confermare nella azione di guida e di coordinamento di ogni azione intesa allo sviluppo del SubAppennino il ruolo insostituibile dell'Ente Provincia, che ha il dovere, il diritto oltre che il prestigio, l'autorità ed i mezzi per assolvere a tale importante compito di coordinamento e di guida. Questa opera di solidarietà non si è estrinsecata soltanto a parole ma si è tradotta anche in concreti provvedimenti a favore di quelle popolazioni. La Provincia ha infatti assegnato un contributo straordinario di 12 milioni di lire per i disoccupati della zona. Un altro provvedimento importante è stato deciso dalla Amministrazione di Palazzo Dogana per dare precedenza assoluta alla realizzazione dei progetti stradali interessanti il Sub-Appennino. Ma oltre queste decisioni che testimoniano le iniziative intraprese va ricordata l'azione svolta presso l'Ente di Sviluppo e l'Ente Irrigazione per la redazione di un piano comprensoriale agricolo che fornisca alle autorità governative elementi per valutare i problemi e che sia nel contempo un glossario completo della difficile situazione del Sub-Appennino e che è stato dallo stesso presidente della Provincia accennato nell'incontro con il presidente on. Rumor. 153 Il Piano Regolatore dell'Area Industriale Dauna Il 31 maggio, presso la Camera di Commercio I. e A. di Foggia, la presidenza dell'Area industriale della nostra provincia ha presentato il suo piano regolatore, alla cui elaborazione ha da tempo lavorato un nutrito gruppo di studiosi: gli architetti Enrico Nespega, Rocco Carlo Ferrari e Giuseppe Perugini, i professori Salvatore Garofalo e Ugo Ravaglioli, gli ingegneri Mario Altamura e Plinio Marconi. È da premettere che il Comitato dei Ministri per il Mezzogiorno, nella riunione del 18 febbraio u.s., aveva deliberato favorevolmente circa le seguenti modifiche statutarie dello statuto consortile in conseguenza della trasformazione del Nucleo in Area di sviluppo industriale: art. 1 - 1. comma:« Ai sensi e per gli effetti dell'art. 21 della legge 29 luglio 1957, n. 634 e successive modificazioni ed integrazioni è costituito, con sede in Foggia, il Consorzio per l'Area di Sviluppo Industriale di Foggia »; art. 3 - 1. comma: « Il Consorzio ha lo scopo di favorire il sorgere di nuove iniziative industriali nel comprensorio, di cui alla planimetria allegata al presente statuto, costituito dai territori dei Comuni di Manfredonia, Rignano Garganico, Apricena, S. Severo, Torremaggiore, Lucera, Foggia, Biccari, Troia, Castelluccio dei Sauri, Deliceto, Candela, Orsara, Bovino, Ascoli Satriano, Carapelle, Orta Nova, Stornara, Stornarella, Cerignola, Trinitapoli, Margherita di Savoia, S. Ferdinando di Puglia, Poggio Imperiale e da parte dei territori dei Comuni di Monte S. Angelo, S. Giovanni Rotondo, S. Marco in Lamis, Lesina ». Dal « Piano » presentato discende anzitutto l'indicazione dei luoghi più adatti per l'insediamento delle industrie. E’ evidente che un piano di questo tipo, anche se studiato ed organizzato solo ai fini industriali, deve proporre delle soluzioni per tutto il territorio e cioè per tutti i Comuni che fanno parte del Consorzio. Questo significa che, se anche le industrie non si potranno ubicare in tutti i Comuni, il Piano indica quali opere bisognerà fare per rendere le industrie più facilmente raggiungibili dai vari paesi del comprensorio. Non tutte le opere che il Piano indica saranno costruite dal Consorzio, ma dovranno essere tenute in debito conto nei programmi delle altre Amministrazioni (Provincia, Comuni, Regione, Cassa per il Mezzogiorno, ENEL, ANAS, ecc...). I progettisti del Piano hanno diviso il lavoro in due fasi ben distinte; nella prima, hanno rilevato tutti i fenomeni che esistono nell'Area, nella seconda, hanno indicato una soluzione di progetto. II disegno che si riferisce alla prima fase riporta, oltre a tanti altri elementi, tre fatti molto importanti che sono: l'ubicazione della zona dei pozzi di metano; l'indicazione della zona irrigua; l'ubicazione di tutti i paesi con il numero degli abitanti. Un altro elemento da tenere in conto è lo stabilimento E.N.I. con il porto consortile a Manfredonia e le industrie esistenti all'Incoronata. 154 Dovendo dare una risposta a tutti questi punti, il Piano Regolatore li ha risolti secondo questi principi: a) L'agricoltura, al centro della pianura, dovrà essere la principale protagonista del Piano in quanto, una volta completata la rete di irrigazione, darà un tale reddito da non essere più conveniente l'ubicazione dell'industria al suo posto. E dato che ci sarà bisogno di avere molti servizi per questo tipo di agricoltura (depositi, magazzini, stazioni di servizio per la riparazione di macchine agricole, silos, ecc.) tutti questi si sistemeranno al centro della pianura lungo la direttrice della statale n. 16 e cioè da S. Severo a Foggia e Cerignola. b) L'industria si dovrà sistemare al bordo della pianura e cioè in quelle zone lasciate libere dall'irrigazione e dove sarà più conveniente utilizzare i suoli per costruire fabbriche. Ubicare le industrie in questa posizione favorisce tutti i comuni del Subappennino che in tal modo non vedranno partire gli abitanti per andare a lavorare a Foggia. Essi potranno restare così nelle loro case ed avere il luogo di lavoro molto vicino alla propria abitazione. c) Il metano, si dovrà utilizzare sul luogo del ritrovamento; è infatti giusto che una grande risorsa di questo territorio, considerato fino ad ora depresso, non venga portata via ma dia possibilità di lavoro ad un'altra grande risorsa che fino ad oggi emigrava e cioè: la mano d'opera. Per far sì che in modo concreto si realizzino i tre principi del Piano sopra illustrati è necessaria una grande opera stradale. Il Piano prevede che, a carico della Cassa per il Mezzogiorno, venga eseguita una superstrada che colleghi S. Severo - Lucera - Giardinetto - Ascoli Satriano; questa superstrada, con caratteristiche autostradali ma senza pedaggio, costituirà un asse di sviluppo industriale e sarà facile, una volta costruita, ottenere che le industrie vi si localizzino. Detta strada, oltre a questa funzione, risolve anche il passaggio del traffico tra le due autostrade (Adriatica e Tirrenica) e così i territori potrebbero avere anche tutti i vantaggi che comporta un tale tipo di traffico. Una volta realizzata questa direttrice S. Severo - Ascoli, la si potrà completare sia verso Manfredonia che verso Cerignola migliorando la viabilità esistente. Per quanto riguarda il luogo dove sistemare le « zone industriali » dell'agglomerato direttrice, risultano i più ideali e convenienti esattamente i seguenti: San Severo, per le provenienze da Nord; Lucera-Biccari, per le provenienze dal Molise; Giardinetto, per le provenienze dall'Irpinia; AscoliCandela, per le provenienze da Potenza. La scelta effettiva dei terreni sarà fatta tenendo conto delle strade esistenti, della possibilità del raccordo ferroviario, e di altri elementi. L'Incoronata, oggi unico agglomerato industriale esistente, svolgerà la funzione di « zona industriale » di Foggia. Manfredonia, oltre la localizzazione dello stabilimento A.N.I.C., avrà una notevole importanza per il porto consortile che sarà a servizio di tutta l'Area. Per Cerignola, il Piano prevede che, data la vicinanza delle Saline, potranno essere localizzate delle industrie specializzate di tipo chimico, non escludendo che possa anche svolgere una funzione terziaria (depositi, magazzini, ecc...) data la sua vicinanza all'incrocio tra le due autostrade. 155 Una nota di rilievo è la funzione che il Piano affida al nuovo aeroporto di Foggia che potrebbe essere considerato un valido scalo-merci per tutta l'area industriale. Nell'aprire i lavori, il presidente del Consorzio dell'area industriale, on. Gustavo de Meo, ha spiegato che con la redazione del « piano » si è creato uno strumento senza del quale non è possibile mettere in moto il settore industriale che, appunto nel documento, trova definite le sue linee di sviluppo. Queste linee non hanno valore assoluto, ma indicano un indirizzo di massima. C'è pertanto da augurarsi che l'approvazione da parte delle autorità centrali non tardi, perché si possa, con sollecitudine ed impegno, avviare in Capitanata quel concreto processo di industrializzazione che imprima uno slancio nuovo a tutta l'economia dauna. È seguita una sintetica illustrazione del « piano » da parte dei tecnici. L'arch. Nespega ha sottolineato come nell'impostazione del « piano » si sia tenuto presente il rapporto urbanistico e socio-economico, secondo dimensioni non solo provinciali, ma regionali e interregionali. Individuate, inoltre, le tre zone del Tavoliere, del Gargano e del Subappennino, senza mai perdere di vista gli altri settori - agricolo e turistico - il « piano » ha previsto un assetto a struttura lineare aperta, con una zona centrale - quella dell'Incoronata (Foggia) -, una fascia che va da S. Severo a Candela e riguarda il Subappennino con la zona metanifera e con un settore che si estende alle pendici del Gargano e punta su Manfredonia. Il prof. Garofalo ha trattato l'aspetto occupazionale, insistendo su una oculata strategia di sviluppo attraverso un incremento del ramo manufatturiero che agisca da forza propulsiva e sia indirizzato in modo da frenare il fenomeno emigratorio e da garantire un più largo impiego della manodopera. Sono seguite due brevi illustrazioni da parte dell'arch. Ferrari (ha parlato della interdipendenza delle zone agricole e turistiche con le zone industriali) e del prof. Ravaglioli (nel presentare la progettazione del porto di Manfredonia, la più importante infrastruttura della provincia, ha rilevato che il movimento delle merci previsto è complessivamente di 2 milioni e 300 mila tonnellate, di cui un milione e 800 mila per l'Anic e 500 mila per l'altra industria). Subito dopo si è aperto il dibattito. L'on. Vincenzo Russo ha affermato che gli insediamenti vanno attuati, secondo una scelta politica, contemperando la duplice esigenza del livello tecnologico e della piena occupazione, non dimenticando che la regione pugliese ha il primato del più alto flusso emigratorio. Il presidente dell'Amministrazione provinciale, avv. Berardino Tizzani, ha rilevato che le individuazioni e le ipotesi dei tecnici (non concentrazione, ma sviluppo diffuso con l'inclusione del Subappennino dauno, collegamenti stradali, eliminazione di squilibri) coincidono con gli obiettivi già indicati, sia pure in forma vaga, dalla classe poltica. Pertanto - ha aggiunto Tizzani - il « piano », che va considerato nelle sue linee direttrici generali, ha un valore operativo perfettamente aderente alla realtà della Capitanata. Per il sindaco di Foggia, avv. Vittorio Salvatori, il « piano » ha tra l'altro un valore culturale di fondo. Ciò che è sempre mancato alla classe dirigente dauna - ha notato il sindaco - sono gli strumenti esecutivi. Il « piano » riempie in gran parte questa lacuna. Occorre ora farli funzionare, questi strumenti, tenendo presente che esiste oggi una pressione spontanea e irresistibile - e la recente « marcia » su Foggia dei 20 mila lavoratori ne è una prova - delle masse popolari 156 che stanno prendendo chiara, anche se amara conoscenza dei problemi di fondo, la cui soluzione s'impone oltre tutto per un alto senso di giustizia sociale. A conclusione del dibattito l'on. Giuseppe di Vagno, sottosegretario alla Cassa per il Mezzogiorno, ha puntualizzato il significato e la portata del documento, che si è ispirato ad una moderna ed ampia visione, ponendo le basi per una crescita armonica, venendo così incontro anche alle esigenze del Subappennino dauno - che in questi giorni è stato alla ribalta di un movimento popolare di notevole significato. Un significato - ha sottolineato Di Vagno - eminentemente democratico di una manifestazione di massa che costituisce un esempio nel nostro Paese e, proprio dopo i tragici avvenimenti di Battipaglia, un esempio di come i lavoratori possano inserirsi da attivi protagonisti nella realtà storica, senza che si giunga a forme di accesa esasperazione. Rilevato quindi che sta per avvicinarsi un nuovo boom economico e che pertanto sull'orizzonte dell'economia si aprono nuove e più ampie prospettive, l'on. Di Vagno ha osservato che l'esistenza di « piani » è condizione indispensabile per ottenere i finanziamenti statali. Ma ciò che è necessario - ha proseguito - è la attuazione di un tipo qualitativamente nuovo di incentivazione e la creazione, per quanto riguarda province del Sud come la Capitanata, di un ambiente favorevole alla piccola e media industria. Di Vagno ha concluso ribadendo la validità del « piano », che apre una fase decisiva per il decollo industriale dell'intera provincia. Il Comitato Direttivo del Consorzio, in prosieguo di seduta, ha approvato il Piano che, data la sua caratteristica di « preliminare », verrà inviato a Roma per essere sottoposto all'approvazione della Commissione interministeriale presso il Comitato dei Ministri per il Mezzogiorno. Il voto che risulterà dall'esame della Commissione sarà di guida ai progettisti per la stesura del Piano definitivo. MANIFESTAZIONI NAZIONALI I venti anni della rinnovata Fiera di Foggia dell'Agricoltura e della Zootecnia La XX edizione della Fiera dell'Agricoltura e della Zootecnia di Foggia rinnovata dopo la guerra sulla base della sua secolare tradizione, si è aperta anche quest'anno nell'attesa e nella speranza che da essa l'agricoltura italiana e particolarmente quella meridionale, tra le vicende che la stessa sta registrando, possa trovare una risposta alle numerose domande del mondo rurale caratterizzato da un complesso di fermenti, di iniziative, di ansie, di aspirazioni. L'ha inaugurata il Ministro dell'Agricoltura e Foreste sen. Athos Valsecchi, accompagnato dal direttore generale della produzione agricola, RigiLuperti. Egli ha condotto un'acuta analisi dei problemi agricoli del Sud nel contesto delle più vaste esigenze nazionali ed europee. Il recente dibattito parlamentare ed il conseguente impegno del Consiglio dei Ministri hanno posto in evidenza, in tale prospettiva, una rinnovata e generale volontà politica, espressione dell'impegno di tutto il Paese. Va assicurata, quindi, nel Mezzogiorno, la formazione di un sistema economico sicuramente autopropulsivo, in grado di proiettare in modo rapido e concreto queste regioni nei circuiti economici italiani ed europei e nel concerto sociale che si va delineando in Europa ... ... Quest'anno la Fiera di Foggia assume una importanza particolare in quanto viene a cadere in un momento, in cui, ancora una volta, la comune, responsabile attenzione converge, per una pluralità di motivi, sulla grande tematica dello sviluppo del Mezzogiorno. A tale proposito, il Ministro ha rapidamente richiamato i concreti risultati conseguiti dalla politica meridionalistica sviluppata negli scorsi decenni, che per quanto concerne il comparto agricolo, grazie anche all'impegno delle categorie interessate, ha fatto registrare, dal 1952 al 1967, aumenti della produzione lorda vendibile e del prodotto lordo dell'agricoltura del Sud che si ragguagliano, rispettivamente, in termini reali, al 52 ed al 50 per cento, largamente superiori a quelli delle altre regioni, talché la produttività ed il reddito pro-capite si vanno ormai avvicinando a quelli delle regioni del Centro-Nord. Il Ministro ha soggiunto che in un processo ascendente vi possono essere periodi di pausa: il 1968, ad esempio, non è stato favorevole per l'agricoltura meridionale. Negli indirizzi di fondo, il processo di crescita continua, grazie anche agli sforzi congiunti dello Stato e degli imprenditori, nei settori dello sviluppo della irrigazione, della diffusione della meccanizzazione agricola e dell'associazionismo: per quanto concerne, infatti, le opere pubbliche di bonifica e di irrigazione e di bonifica montana, si sono avuti finanziamenti a carico del Ministero dell'Agricoltura, dal 1952 a tutto il 1968, di oltre 546 miliardi di lire, con un onere a carico dello Stato di 530 miliardi. Nello stesso periodo gli interventi per i mi- 158 glioramenti fondiari avevano dato luogo ad investimenti, sempre nel Mezzogiorno, per quasi 372 miliardi, con un onere a carico dello Stato di 198 miliardi. Con riferimento soltanto al Primo Piano Verde, le opere di miglioramento fondiario finanziato al 31 dicembre 1967 hanno raggiunto oltre 120 miliardi. Così puntualizzata la situazione attuale, il Ministro è venuto a delineare le prospettive di sviluppo dell'economia meridionale, con particolare riferimento al comparto agricolo, in relazione, anche alle indicazioni del Piano Mansholt, la cui intuizione di fondo - ha detto - non può non essere condivisa: essa mira ad una politica agricola che, insieme alla organizzazione dei mercati, solleciti e finalizzi un generale processo di ammodernamento delle strutture, come presupposto indispensabile per un'avanzata su posizioni di maggiore efficienza. Occorre, dunque, un ripensamento ed il Governo - ha continuato - sta vagliando le indicazioni di Mansholt, che appaiono particolarmente interessanti per l'agricoltura del Mezzogiorno. Concludendo il suo caloroso discorso, il Ministro Valsecchi ha detto che « la Fiera di Foggia, divenuta il centro dell'agricoltura del Mezzogiorno, verso cui guardano con sempre maggiore interesse anche i Paesi del Bacino del Mediterraneo, assolve ad una funzione informativa e di stimolo che diventa ogni anno più importante. Proprio per questo va rinnovato anche a nome del Governo, il più vivo ringraziamento a tutti coloro che ad essa dedicano un sì valido impegno ». Durante la cerimonia di inaugurazione, dopo il saluto del Sindaco di Foggia, ha parlato il dott. Francesco Petrilli, vice presidente dell'Ente Fiera, per sottolineare come i problemi più attuali ed urgenti del mondo rurale meridionale esaminati a Foggia, rappresentino per l'Italia tutto un ideale punto di esame e di dibattito, ed al tempo stesso come la Fiera proponga sia dal punto di vista tecnologico che da quello economico e sociale una valida soluzione agli stessi problemi. Dopo aver fatto una rapida esposizione delle novità della XX edizione della Fiera, alle quali hanno validamente contribuito la partecipazione ufficiale della Repubblica Federale Tedesca, della Repubblica Francese, dell'Austria e degli Stati Uniti d'America, Petrilli ha concluso auspicando che questa edizione fieristica rappresenti una utile occasione d'incontro per gli operatori agricoli del Sud per trarre indicazioni e stimoli al servizio del progresso economico e civile del Mezzogiorno e del Paese. Alla manifestazione di chiusura il Governo è intervenuto con l'on.le Pertini, presidente della Camera. Nel suo discorso ufficiale egli ha esordito con i ricordi dei suoi rapporti fisici con la Capitanata. « Erano gli anni - ha detto - quando di passaggio dal carcere di Foggia, per raggiungere insieme con Antonio Gramsci il carcere di Turi (Bari) e poi, da solo, il confino delle Isole Tremiti, ci si convinceva sempre più della necessità di perseguire i due grandi ideali di libertà e di giustizia sociale che oggi sono comuni a tutti i partiti democratici ed al popolo italiano. E dopo 50 anni la più grande soddisfazione che possiamo registrare è che noi allora contestammo, pronti a pagare di persona, perché voi poteste contestare oggi: ma ricordate che ciò lo si deve proprio alle lotte ed ai sacrifici di quegli uomini che oggi hanno i capelli bianchi ». Il Presidente della Camera ha, quindi, raccontato l'episodio verificatosi a Cerignola dopo un comizio allorché un contadino, abbracciandolo, gli disse: « Tu 159 sei uno dei nostri ». « Questa frase - ha detto Pertini - è uno dei più cari ricordi della mia vita perché quel contadino volle dirmi che io uomo del Nord avevo compreso appieno la condizione umana e la tragica situazione delle genti del Sud, argomento questo di lunghissime discussioni avute con Antonio Gramsci, con il quale spessissimo si era creata l'unità geografica dell'Italia, ma purtroppo, sotto il profilo sociale ed economico le Italie erano ancora e sempre due ». Larghissimi accenni ha quindi fatto l'on. Pertini alla benemerita azione dei grandi meridionalisti come Tommaso Fiore, Gaetano Salvemini, Giustino Fortunato rammaricandosi che il loro modo di fare cultura non li legasse ai lavoratori. Dato atto che da allora passi innanzi indubbiamente sono stati compiuti, come dimostra, tra l'altro, la palpitante realtà della Fiera di Foggia, tappa decisiva sul cammino del progresso e della rinascita del Sud-Italia, l'on. Pertini ha accennato al recente dibattito parlamentare sulle gravi deficienze del Mezzogiorno di Italia. E ha detto che « non bisogna attendere solo l'aiuto del Governo, ma occorre un'azione comune e concorde di tutti gli uomini del Sud e soprattutto dei lavoratori e dei contadini, perché non è concepibile operare distaccati dalla massa lavoratrice ». Infatti, Ezio Vanoni nel presentare il suo piano economico e sociale ammoniva che non poteva essere portato a compimento senza la collaborazione dei Sindacati. A conclusione del suo discorso l'on. Pertini ha ribadito l'impegno del Parlamento italiano che cercherà di essere sensibile alle esigenze, attento alle istanze e, quindi, alacre nelle attività di istituto per la più rapida approvazione delle leggi presentate perché abbia a cessare nel Mezzogiorno questa atavica sete di giustizia. Subito dopo il Presidente della Camera ha compiuto un'attenta visita al padiglione, agli stand ed ai settori espositivi della Fiera di Foggia. Ed ecco alcuni dati di estremo interesse. Nel discorso del presidente, on. de Meo, leggiamo che: « la Fiera di Foggia è divenuta un fatto mercantile ed economico di grandi dimensioni. Ma essa è anche qualcosa di più e di diverso per la gente del Sud, qualcosa che si identifica con lo stesso suo modo di essere e di divenire... Una tradizione che di antico conserva soltanto l'origine ed ha immutata fiducia nella generosità della terra e nelle profonde capacità dell'uomo di elevarsi e progredire ». Possono « suonare » parole utili solo a creare effetti prestigiosi, ma la realtà stringe i fatti in linee definite. « La Fiera di Foggia non è più il vecchio mercato di Federico 2° non è più la Puglia terra di pastori, essa si trasforma in terra di agricoltori e di allevatori; è scomparsa la medioevale pastorizia transumante, oggi si tende all'allevamento intensivo, alla ricerca di prodotti migliori a costi più bassi. In tal modo la Fiera si inserisce come un punto fisso di riferimento di tutto il mercato zootecnico meridionale. « Ciò che si ricava dai lavori che si sviluppano nell'ambito delle giornate fieristiche è che la Fiera di Foggia prende una fisionomia nuova, propria. Diventa sede qualificata di incontri: lavoratori e tecnici agricoli, operatori commerciali e imprenditori esaminano le condizioni dell'agricoltura e quali i mezzi d rinnovamento e di miglioramento delle strutture perché il Sud come l'Italia tutta possa competere nell'ambito del mercato europeo. 160 L'appuntamento a Foggia significa un incontro che collauda esperienze e di formazione per una cultura specifica in agricoltura. La Fiera si scopre visitandola! - questo è stato affermato. « Dai vari convegni specializzati è possibile ricavare molti elementi per indirizzare la politica agraria nel verso giusto - è una delle opinioni raccolte tra i visitatori; ma la presenza di illustri studiosi in agricoltura, le loro conferenze, comunicazioni ed altro, danno giusto credito a questo orientamento spicciolo e permettono, giustamente, di ricavare utilissime indicazioni perché Governo e cittadini, trovino insieme i mezzi per dare un assetto solido non solo all'economia meridionale ma all'agricoltura italiana se come ha precisato il ministragricoltura Valsecchi inaugurandola - « la Fiera di politica agraria comunitaria ». Su questi argomenti ed altri, tecnici, esperti, politici, agricoltori hanno lavorato nel periodo della manifestazione fieristica con una intensità eccezionale. Dalla presentazione stilata dal presidente De Meo si ricavano, appunto, elementi di base per concretare in termini reali il nostro discorso: « ... la nostra manifestazione avrà quest'anno come tema Foggia, divenuta il centro dell'agricoltura del Mezzogiorno e verso cui guardano con sempre maggiore interesse anche i Paesi del bacino del Mediterraneo, assolve ad una funzione informativa e di stimolo che diventa ogni anno più importante ». Su questo aspetto è giusto porre mente, affinché non si riducano i termini delle questioni nate all'ombra del trattore, della mietitrebbia, del frangizolle, del cavallo, degli agnelli pesanti da latte, al di là delle mostre-concorso del bestiame bovino della razza Bruno alpina o Frisona italiana. Non si esagera se si afferma che la Fiera di Foggia è diventata - nei suoi nove giorni - la sede per fare il punto sulla situazione dell'agricoltura meridionale e italiana, per confrontare esperienze, studi, esperimenti, per porre proposte di lavoro al Governo, ai tecnici, agli operatori, in genere al mondo rurale. Una Fiera della cultura agricola! Questi i principali temi trattati: « La cooperazione, forma associativa economica per l'agricoltura », « Per un contributo alla formulazione della nuova politica agricola comunitaria », « Industrializzazione nel Mezzogiorno e disponibilità delle forze del lavoro », « Le prospettive di produzione nelle nuove zone irrigue e la base: l'agricoltura del Mezzogiorno e le prospettive europee », incentrando il suo svolgimento e dibattendo i problemi sull'ammodernamento delle strutture. Impegnativo e costruttivo è dunque il ruolo che la Fiera si è assunto ed il suo significato più profondo coincide con il contributo che apposta al progresso agricolo del Mezzogiorno, in tutti i suoi diversi aspetti, un contributo che, nella scia delle tradizioni gloriose, mira a fare di un'arte antichissima - come ci confermano anche i recenti studi archeologici nel Metapontino - una realtà economica, dinamica, progredita e perfettamente al passo con le altre attività produttive. Alla Fiera di questa nuova dinamica dell'agricoltura - quella di studio - al fianco delle realizzazioni tecniche concretate dalla industria, ultimi i manufatti in plastica, era giusto che non restassero indifferenti i responsabili dei vari settori della politica, della produzione, della stampa specializzata. Rilevanti, pertanto tra l'altro, la conferenza del sen. Mansholt su l'Agricoltura meridionale ed il Convegno internazionale sull'ovicoltura (relatore ufficiale 161 l'on. De Leonardis, v. presidente della Federazione Intern.le dell'Olivicoltura). Nell'esame al piano Mansholt il sen. Scardaccione ha contrapposto alcune esatte valutazioni in relazione agli ambienti cui il piano deve riferirsi per essere positivo; nel convegno sull'olivicoltura, l'on. De Leonardis ha chiesto la solidarietà oleicola internazionale, richiamando le funzioni che possono svolgere il Consiglio oleicolo internazionale, la federazione internazionale e la CEE nell'intento di migliorare ed espandere la produzione ed il consumo dell'olio d'oliva. Tutto questo è importante non perché accade a Foggia durante la Fiera, ma per il fatto che accada, che si controllino i risultati, che si esaminino le cause di certi squilibri, oggi che l'economia italiana non può essere più amministrata con mezzi autarchici, che alcune credenze assumano dimensioni reali, che si agisca superando i deboli confini di un provincialismo deleterio, che l'analfabetismo sui problemi dell'agricoltura venga efficientemente debellato. Se la Fiera di Foggia è una delle basi per l'esame di questi valori, diventa. un atto di coraggio il sostenerla con i mezzi più fragili: la discussione, il confronto, le critiche, per una cultura valida e positiva nell'interesse dell'agricoltura. la Capitanata (Rassegna di vita e di studi della Provincia di Foggia) * Hanno collaborato a questo fascicolo: on. avv. GUSTAVO DE MEO, deputato al Parlamento; dott. PASQUALE DI CICCO, direttore dell'Archivio di Stato in Foggia; prof. CARLO GENTILE, docente nel Liceo classico « V. Lanza » di Foggia; GRUPPO DI STUDIO dell'Amministrazione Provinciale di Foggia . SOMMARIO GUSTAVO DE MEO: Un difficile cammino 81 PASQUALE DI CICCO: La Suddelegazione dei cambi presso la Regia Dogana di Foggia CARLO GENTILE: Umberto Fraccacreta 89 124 GRUPPO DI STUDIO DELL'AMMINISTRAZIONE PROVINCIALE DI FOGGIA - L'istruzione pubblica in Capitanata: 1) Esame della situazione (continua) 136 PROGRAMMAZIONE - 1) La « marcia del metano »; 2) Il Piano regolatore dell'Area industriale dauna 151 MANIFESTAZIONI NAZIONALI - I venti anni della rinnovata Fiera di Foggia dell’Agricoltura e della Zootecnica IN MEMORIA - Alfredo Petrucci 158 163 L’ ente Provincia nell’ ordinamento regionale Le elezioni regionali si terranno il 7 giugno prossimo, congiuntamente a quelle comunali e provinciali. In tempo utile sarà certamente approvata la legge finanziaria regionale. Dopo oltre un ventennio la Costituzione sarà, pertanto, attuata in una delle sue parti più democratiche e significative. Alla regione pugliese sono stati assegnati cinquanta Consiglieri, di cui dieci dovranno essere eletti nella nostra Provincia. Per le spese di impianto e di pronto funzionamento della Regione Pugliese saranno stanziati 815 milioni. Molti si chiedono che cosa praticamente succederà dopo le elezioni regionali e l’insediamento dei nuovi consessi, in pendenza dell’emanazione delle leggi-cornice e dell’attuazione — nel termine di un biennio — dell’art. 15 della legge finanziaria, che prevede la delega al Governo per il passaggio delle funzioni e del personale statali alle Regioni. Nel frattempo i Consigli regionali approveranno i propri statuti. Nel biennio dall’entrata in vigore delle leggi finanziarie regionali dovranno, perciò, essere fissati i compiti delle Regioni e, di conseguenza, dovranno essere riordinati i compiti degli altri enti locali (Province e Comuni), in modo che tutti possano operare in un contesto di certezze giuridiche e politiche. E' vero che i compiti delle Regioni sono già fissati dallo art. 117 della Costituzione, ma il Legislatore ordinario è chiamato a sciogliere, con le leggi cornice, molti nodi che si sono 165 BERARDINO TIZZANI__________________________________________________________________________ venuti formando dall’epoca dell’approvazione della Carta Costituzionale. Molte cose sono cambiate da allora ad oggi ed anche gli istituti dovranno registrare gli adattamenti imposti dalla evoluzione della società civile. Uno dei punti più delicati è costituito dal trasferimento di funzioni dallo Stato alle Regioni «per settori organici di materie » e riservando allo Stato « la funzione di indirizzo e coordinamento delle attività delle Regioni che attengano ad esigenze di carattere unitario, anche in riferimento agli obiettivi del programma economico nazionale ed agli impegni derivanti dagli obblighi nazionali ». Altro nodo da sciogliere è costituito dai rapporti tra Regione e Provincia. Va, innanzitutto, eliminata la falsa alternativa tra questi enti. Ha scritto di recente il prof. Feliciano Benvenuti, ordinario di diritto amministrativo dell’Università Cattolica di Milano, che la Regione è un’alternativa allo Stato e non agli enti locali minori. Il nuovo ente dovrà essere un sotto-Stato e non già un super-Comune ed avere funzioni legislative politiche e non amministrative. Occorre, comunque, pensare alla ristrutturazione della Provincia e scegliere la strada dell’ente a carattere generale, come il Comune, oppure quella dell’ente a carattere speciale, in grado di assolvere, in esclusiva, alcuni compiti in determinate materie, come ad esempio, l’assistenza, l’igiene e la sanità ecc. Per questi settori, da sottrarre alle competenze degli enti più vari per accentrarli nell’ente Provincia, alcune correnti di pensiero individuerebbero, come dimensione territoriale ottimale, le attuali circoscrizioni provinciali. Certo che la dimensione provinciale, malgrado la tesi abolizionistica, è davvero insopprimibile. Quale senso avrebbero, per esempio, senza la dimensione provinciale le lotte che tanti capoluoghi di provincia, (e tra questi, Foggia), stanno conducendo per ottenere la sede dell’Università? Persino la legge di riforma ospedaliera, in base alla quale sono stati ipotizzati gli ospedali regionali, al vertice dell’organizzazione sanitaria, si viene attuando con l’ubicazione dei 166 ________________________________________________________________________PROVINCIA E REGIONE detti ospedali regionali praticamente in ogni capoluogo di provincia. Ecco perché l’attuazione dell’ordinamento regionale rappresenta, oltre al punto più significativo del programma di Governo, un momento carico di speranze e di prospettive positive, ma non scevro di interrogativi. Dopo l’elezione dei Consigli Regionali, molto lavoro attende il legislatore, per definire l’assetto territoriale ed istituzionale del Paese, e dare una risposta ad attese che rimontano al secolo scorso, all’unificazione italiana. La speranza di quanti credono sinceramente nell’ordinamento democratico è che il Parlamento, il Governo, i partiti, l’intera classe politica nazionale sfruttino l’occasione storica che si presenta per riaffermare, nei fatti, la tendenza generale al decentramento, allo sviluppo delle autonomie locali, in cui si traduce la domanda di libertà, di autogoverno, di progresso che proviene dalla base dello Stato, dal cittadino. A questo punto cade opportuno esaudire la curiosità di coloro che, fatti perplessi dalle tesi di qualche parte politica, si chiedono quale sia per essere il futuro dell’ente Provincia. L’on. La Malfa, ad esempio, non desiste dal sostenere la tesi abolizionistica, nonostante che il P.R.I., del quale è segretario, partecipi al Governo, intento ad attuare il precetto costituzionale, non soltanto, ma... ad istituire nuove province. Ecco come suona il nostro Statuto, le cui norme a proposito della Provincia, in modifica di quelle progettate, rispecchiano la coscienza pubblica a suo tempo interpretata dalla Unione delle Province Italiane col suo memoriale ai Deputati all’Assemblea Costituente: art. 114: « La Repubblica si riparte in Regioni, Province e Comuni »; art. 118, all’ultimo capoverso: « La Regione esercita normalmente le sue funzioni amministrative, delegandole alle Province, ai Comuni o ad altri enti locali, o valendosi dei loro uffici » ... « le Province ed i Comuni sono enti autonomi nell’ambito dei principi fissati da leggi generali della Repubblica, che ne determinano la funzione »; art. 129: « Le Province ed i Comuni sono anche circoscrizioni di decentramento statale e regionale ». Inoltre, le Province sono citate in molti altri articoli della Costituzione. 167 BERARDINO TIZZANI__________________________________________________________________________ Ne consegue che, la soppressione dell’ente Provincia comporterebbe la revisione di mezza carta costituzionale, con la procedura di cui all’art. 138 e cioè con due successive deliberazioni, adottate da ciascuna Camera, ad intervallo non minore di tre mesi, ed approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione. Questa revisione non sarebbe possibile senza l’accordo preventivo di tutte le grosse formazioni politiche (democristiani, comunisti e socialisti) presenti in Parlamento. Ma a parte gli ostacoli procedurali, a me sembra che la tesi abolizionistica sia confutabile proprio nel merito. Siamo tutti, con qualche eccezione, assertori di una società pluralistica, con l’estensione del sistema democratico al maggior numero possibile di livelli e con il più ampio decentramento, in modo che ogni incontro della comunità possa influire, il più direttamente possibile, nelle decisioni che lo riguardano. Dalla divisione orizzontale dei poteri dello Stato (legislativo, esecutivo e giudiziario), ipotizzata dal Montesquieu e che costituì la grande conquista della rivoluzione francese, siamo passati, per successiva evoluzione, alla moderna divisione verticale del potere, attraverso la graduazione istituzionale a sfere concentriche, dalla più piccola, il Comune, alla maggiore, lo Stato. Una di queste sfere è costituita appunto dalla Provincia che in senso moderno coincide, come rileva il Solmi, con una più sviluppata « sociabilità umana », e quindi un perfezionamento dei bisogni collettivi, che si diffonde a più Comuni e ne richiede la organizzazione in un ente intermedio con lo Stato. Lo stesso concetto ispirò i primi tentativi di riforma amministrativa dell’età risorgimentale, costituiti dai disegni di legge Farmi e Minghetti del 1860, e fu operante e decisivo nel tempo e nello spazio, tanto che ancora oggi, se si conduce una indagine comparativa dell’organizzazione istituzionale nei Paesi del MEC, risulta che le province esistono in Francia, in Belgio, in Germania ed in Olanda. Ed anche fuor dei Paesi del MEC, nelle grandi nazioni a struttura confederale (Stati Uniti - URSS), sono livelli intermedi fra i Comuni e gli Stati, con strutture e giurisdizioni ter- 168 ________________________________________________________________________PROVINCIA E REGIONE ritoriali analoghe alle nostre province, sebbene con denominazioni e funzioni diverse. E che la dimensione territoriale provinciale sia ineliminabile è dimostrato dal fatto inoppugnabile che determinate istanze della nostra collettività non possono essere affatto realizzate dai Comuni senza la partecipazione provinciale. Basta ricordare le lotte delle popolazioni dei Comuni metaniferi che trovarono nella Provincia il loro costante punto di riferimento; e la battaglia per ottenere l’insediamento della Aeritalia non genericamente nella Regione pugliese, ma specificamente nella Capitanata. Esistono, poi, a dimensione territoriale, provinciale, numerose articolazioni burocratiche dello Stato (dalle Prefetture alle Questure, agli Uffici del Genio Civile, ai Provveditorati agli Studi, agli Ispettorati agrari, ecc.) che nessuno pensa di eliminare. Perché mai dovrebbe essere soppressa l’unica verace e legittima espressione a livello provinciale, che costituisce la rappresentanza democratica della collettività? In Sicilia, le Province, con l’avvento della Regione a statuto speciale, furono soppresse: ma poi sono state ricostituite, anche se i Consigli Provinciali sono eletti, con il sistema di secondo grado, dai Consigli Comunali. Il problema vero, perciò, non consiste tanto nella maggiore o minore utilità dei livelli istituzionali intermedi, ma piuttosto nel coordinamento dei vari livelli, per evitare duplicazioni e conflitti di comp etenza, per non creare, con i costi connessi, l’inconveniente di un quarto livello di burocrazia, in aggiunta a quelli esistenti. In questo senso e con tale precisazione, l’esigenza propugnata dall’on. La Malfa di razionalizzazione del sistema istituzionale può essere condivisa; per fare ciò non è, però, necessario modificare la Costituzione. Quello che chiede è contenuto nel disegno coerente e completo dello Statuto, del quale bisogna, perciò, applicare le norme programmatiche costituzionali con la promulgazione di leggi ordinarie di attuazione (le famose « leggi quadro »), che siano moderne, ben coordinate e, soprattutto, chiare. 169 BERARDINO TIZZANI__________________________________________________________________________ Il decentramento, poi, deve essere a senso unico: dallo Stato alla Regione, dalla Regione alle Province ed ai Comuni. A questo coerente indirizzo si è ispirato il progetto della legge sulla finanza regionale, il cui art. 17 ha per titolo « Delega al Governo per il passaggio delle funzioni e del personale statali alle Regioni ». Il paragrafo «D» di detto articolo stabilisce espressamente che « nel trasferimento delle funzioni di cui sopra dovranno essere rispettate le esigenze dell’autonomia e del decentramento, ai sensi degli articoli 5 e 118 della Costituzione, conservando, comunque, alle Province, ai Comuni e ad altri enti locali le funzioni di interesse esclusivamente locale, decentrate dalle norme vigenti, fino a quando non si sia provveduto al riordinamento ed alla distribuzione delle funzioni amministrative tra gli enti locali ». Alle Regioni dovrebbero, perciò, essere affidate le funzioni legislative (la legislazione minore, da sottrarre al Parlamento nazionale, sulle materie previste dall’art. 117 della Costituzione) le funzioni di direzione, disciplina, coordinamento e controllo delle attività locali; alle Province ed ai Comuni, ma soprattutto alle prime, le funzioni esecutive di amministrazione attiva, con l’accrescimento delle attuali competenze per mezzo della delega di funzioni, prevista dall’art. 118 ultimo comma della carta costituzionale. Quali potrebbero essere le funzioni delle Province nel nuovo ordinamento? 1) - Interventi nel settore della medicina sociale con particolare riferimento alla prevenzione ed all’assistenza per malattie diffusive o di particolare incidenza per morbilità e mortalità, dell’igiene e della sanità mentale, dell’attrezzatura sanitaria dispensariale e poliambulatoriale in coordinazione con le attribuzioni proprie dello Stato, della Regione e del Comune. 2) - Assistenza ed assecondamento formativo dei minori privi di famiglia, dei minorati per affezioni psichiche, degli inabili per menomazioni congenite nonché assistenza alla maternità ed alla prima infanzia ed agli anziani inidonei a proficuo lavoro; interventi di coordinamento di ogni altra attività assistenziale locale di natura pubblica. 170 ________________________________________________________________________PROVINCIA E REGIONE 3) - Formazione di piani comprensoriali di sviluppo e di urbanizzazione intercomunale, di intesa con i Comuni cointeressati. 4) - Interventi di studio e di propulsione nel settore della economia di pubblico interesse provinciale nel quadro dei principi e degli indirizzi legislativi, statali e regionali, e nel rispetto della programmazione economica, condizionatamente alle disponibilità finanziarie ed alla situazione economica dell’Ente, con particolare riferimento: a) allo sviluppo industriale; b) al potenziamento della rete e delle attrezzature delle comu nicazioni terrestri, marittima ed aerea; c) al miglioramento tecnologico dell’agricoltura. 5) - Assunzioni di servizi, purché di preminente interesse pubblico della comunità provinciale, nelle forme e nei limiti stabiliti dalla legislazione sull’assunzione diretta dei pubblici servizi da parte degli enti locali, intesa con i Comuni ed eventuali altri enti pubblici cointeressati. 6) - Incentivazione delle attività e delle infrastrutture turistiche e delle iniziative e degli impianti sportivi per la gioventù, secondo una appropriata distribuzione territoriale. 7) - Costruzione e manutenzione delle strade provinciali e disciplina della relativa circolazione e segnaletica in coordinazione con l’analoga attività statale, regionale e comunale. 8) - Tutela e disciplina della caccia e della pesca nelle acque interne nel quadro della normativa statale e regionale nella materia. Se questo ampio, organico e coordinato disegno venisse attuato, non vi sarebbero duplicazioni, prolificazioni di burocrazie, maggiori oneri a carico del contribuente. Di converso dovrebbero essere aboliti i compiti attuali delle Province, consistenti in puri e semplici conferimenti. Spesso, nel passato ed anche recentemente, il legislatore ha addossato alle Province dei semplici oneri, senza alcuna capacità decisionale. Valga l’esempio recente delle spese per il funzionamento delle sovrintendenze regionali alla P.I., messe a carico delle Province. 171 BERARDINO TIZZANI__________________________________________________________________________ Bisognerà anche evitare la proliferazione dei così detti enti pararegionali, di quelli che la legge 10 febbraio 1953, sulla costituzione e sul funzionamento degli organi regionali, chiama enti amministrativi dipendenti dalle Regioni. Se per certi settori essi potranno apparire indispensabili, una loro generalizzazione potrebbe aprire il varco (la Sicilia insegna) ad una indiscriminata proliferazione strutturale e burocratica, che mortificherebbe la Regione, le Province ed i contribuenti. Non è possibile esaurire in una breve nota, tutta la problematica dell’ente Provincia. Desidero soltanto portare, al dibattito in corso, un mio modesto e limitato contributo, frutto e conseguenza, più che di teoria, di esperienza vissuta. La conclusione da trarre non è certo quella della superfluità dell’ente, ma semmai della riforma dei limiti e delle attribuzioni, della modifica dei compiti di istituto, così come molti anni fa ebbe ad annunziare il Presidente della Repubblica on. Gronchi in un discorso a Belluno: « Non istituto provvisorio dunque la Provincia, ma ente che andrà completato ed adeguato alle nuove esigenze ». Se fin da allora si fosse pensato all’aggiornamento delle strutture dell’ente Provincia, nessuno oggi potrebbe discutere la sua funzionalità e la sua validità e fare su di esso ironia, definendolo un corpo « senza faccia ». Ritengo che siamo ancora in tempo per provvedere, affinché la Provincia rimanga l’ente protagonista e coordinatore di tutte le attività provinciali, l’unico insostituibile valido punto di riferimento e di incontro delle forze politiche e sociali dei Comuni che oggi la costituiscono. BERNARDINO TIZZANI 172 Le crisi dei Comuni e un progetto di riforma del sistema elettorale Nel centenario delle leggi sull’unificazione, un autorevole studioso del diritto pubblico, Massimo Severo Giannini, occupandosi dei problemi connessi alle attuali funzioni del Comune, si domandava che cosa testi più, in effetti, dell’autonomia comunale, e rilevava che tutti i progetti di riforma della legge comunale e provinciale « stanno di fronte ad un passato carico di errori e di velleità concludeva l’autore — e ad un futuro carico di oscurità e di incertezza ». La diagnosi ha molti punti di verità. Le prospettive delle autonomie comunali, per quel tanto che le funzioni attuali degli enti locali consentono ancora di ipotizzare, non sono allettanti. Basterà guardarsi intorno. La statizzazione di molti servizi pubblici — anche se è stata sempre ed incoerentemente accompagnata dall’accollo dei relativi oneri a carico dei Comuni — importa una costante ingerenza dello Stato nella fase realizzatoria delle attività proprie di quei servizi. Se questo sistema binario — diviso tra Stato e grandi enti del parastato da un lato e Comuni dall’altro — non troverà un adeguato sbocco nell’organizzazione regionale, saremo costretti ad assistere ad una burocratizzazione dell’autonomia comunale, il che vorrebbe dire ad una morte dolce e indolore dell’autonomia stessa. Il discorso si sposta così, necessariamente, dalle funzioni agli organi. E' evidente infatti, che tanto più intenso sarà il pericolo della burocratizzazione quanto meno diretto e più attutito sarà il legame tra le popolazioni amministrate e gli organi di esse rappresentativi a livello comunale. Ciò è dovuto in buona parte alla degenerazione del filtro che è costituito dalle formazioni di partiti o di gruppi. Si assiste quotidianamente alla impossibilità di funzionamento dei Consigli comunali, solo in base a preconcette formazioni di schieramenti, divisi non sulla politica delle cose, ma sulla impostazione della « formula », la quale prende a modello quella nazionale e vi si pone dialetticamente di fronte, in posizione di consenso o di dissenso. Il ricorso ai — 173 MICHELE SAVARESE__________________________________________________________________________ commissari prefettizi, nelle relazioni che la « Gazzetta Ufficiale » con ritmica frequenza offre alla meditazione del lettore, è sempre motivato dal punto inerziale che si verifica per effetto della contrapposizione paritetica di due gruppi politici, all’uno dei quali appartiene necessariamente anche il Sindaco. Quest’organo del Comune, cui la legge, fra l’altro, attribuisce funzioni di ufficiale di governo, e riconosce funzione di rappresentanza di tutta la comunità comunale, è venuto perdendo la sua posizione di preminenza garantista della continuità dell’amministrazione, per assumere un ruolo di preminenza solo nel gioco delle parti espresse nel Consiglio comunale. Eppure — se si eccettua la parentesi fascista durante la quale il Podestà assommava in sé tutte le funzioni deliberative, esecutive e rappresentative del Comune — la figura del Sindaco aveva, nell’ambito dell’autonomia comunale, una sua posizione particolarissima, che lo differenziava nettamente da tutti gli altri organi del Comune. Nel Regno del Piemonte, dopo la restaurazione, era stabilito che il Sindaco — e solo il Sindaco — venisse nominato dal Re. Questa norma fu successivamente trasfusa nella legge di unificazione del 20 marzo 1865, stabilendosi in questa che il Sindaco fosse scelto tra i consiglieri comunali, durasse in carica un triennio e potesse essere confermato se conservava la qualità di consigliere. Fu solo con la riforma Crispi del 1889 che la designazione del Sindaco, nei Comuni capoluoghi di provincia e di circondano, venne resa elettiva. Con la successiva legge del 1896 la riforma venne estesa a tutti i Comuni. Per quanto riguarda i rapporti fra Sindaco e Giunta comunale, può essere utile ricordare che nel Piemonte pre-unitario, era il Sindaco stesso che sceglieva i propri coadiutori, denominati vice-sindaci. Essi erano, in sostanza, gli antenati degli attuali assessori. Dopo l’unificazione, questa prerogativa del Sindaco non fu recepita nella legislazione del Regno. Ma il Cavour, in una lettera del 1861 al Minghetti, nel dichiararsi favorevole all’elezione consiliare del Sindaco, proponeva di affidare al medesimo la scelta dei « priori », cioè degli assessori, rilevando che il sistema elettivo avrebbe tolto alla designazione da parte del Sindaco ogni contenuto antiliberale. Il resto è noto: il Consiglio elegge nel suo seno il Sindaco e la Giunta. Questo è il sistema quasi centenario che disciplina il modo di provvista degli organi comunali. Ma che esso sia in grado di assicurare una funzionalità efficiente alle amministrazioni, non può dirsi un fatto acquisito con certezza pari alla lunga tradizione legislativa. 174 ________________________________________________________________CRISI DEL COMUNE E RIFORMA In questa situazione di incertezza assume una notevole carica di rilevanza una recente iniziativa parlamentare per una radicale riforma del sistema: si tratta della proposta (preparata dall’on. Ciccardini), che mira a disciplinare su basi completamente nuove il problema della formazione degli organi delle amministrazioni comunali. Va curiosamente osservato in proposito che anche per il passato, le riforme più « nuove » sono state frutto non tanto di iniziativa del Governo, quanto di iniziativa parlamentare: così la legge Di Rudinì del 1896 che estendeva, come si è detto, l’elezione del Sindaco a tutti i Comuni, prese l’avvio dalla proposta dell’on. Del Balzo; così, in altri campi, per restare più vicini ai nostri giorni, la legge lo marzo 1964 n. 62 sulla riforma del calendario della contabilità di Stato prese l’avvio da una proposta di iniziativa parlamentare (on. A. Curti). Sarebbe interessante, dal punto di vista della sociologia parlamentare, tentare delle spiegazioni su questo fenomeno, ed il discorso porterebbe troppo lontano; è certo comunque che le iniziative parlamentari hanno un quid di « fantasia » che probabilmente, per ragione dell’esercizio diuturno del potere, sfugge al Governo, ma che, nella sede naturale del Parlamento, può portare una coloritura di vivacità legislativa di natura indubbiamente positiva. Quali le linee della proposta di riforma? Il punto di rottura di ogni precedente schema è dato dalla proposta che l’elezione del Sindaco avvenga non più da parte del Consiglio comunale, bensì direttamente da parte del corpo elettorale. La elezione avrà luogo contemporaneamente a quella per il Consiglio comunale, fra cittadini iscritti nelle liste elettorali di qualsiasi Comune che abbiano presentato la loro candidatura. t prevista la votazione in due turni, nel caso che nessun candidato abbia riportato la maggioranza assoluta dei voti validi. In tal caso, si fa luogo a ballottaggio dopo due settimane, fra i due candidati che abbiano raggiunto le maggioranze relative più alte. Sono ammesse dichiarazioni di rinuncia preventiva o successiva, al ballottaggio, anche a favore di un determinato candidato. Nel secondo turno, sarà eletto Sindaco il candidato che avrà riportato il più alto numero di voti validi. Altro punto di estremo interesse della proposta concerne la nomina della Giunta comunale, che non viene più demandata, come nel sistema tradizionale, all’elezione del Consiglio comunale, ma al Sindaco. L’innovazione si qualifica ulteriormente con la possibilità di scegliere gli 175 MICHELE SAVARESE__________________________________________________________________________ assessori anche fuori del Consiglio comunale, tra i cittadini elettori del Comune. Per ciò che concerne, poi, il Consiglio, la proposta prevede l'istituzione della carica di presidente e di vice-presidente, distinti dalla persona del Sindaco, eletti dal Consiglio stesso a maggioranza assoluta di voti. Il contenuto veramente innovatore della proposta di riforma sta nell’esaltazione del corpo elettorale e nella « presidenzializzazione » della carica di Sindaco. Che questo principio possa costituire, in nuce, un germe suscettibile di estensione anche in sede politica è un pericolo da non sottovalutare. Ma è realmente un pericolo? Non da oggi la dottrina giuspubblicistica va cercando un più diretto raccordo tra il corpo elettorale, che esercita la sovranità popolare in conformità dell’art. 1 della Costituzione, e le cariche elettive più rappresentative: da quella del Presidente della Repubblica a quella dello stesso Presidente del Consiglio come Capo dell’Esecutivo. D’altra parte, almeno a livello della produzione legislativa, il disegno di legge (governativo) sul referendum, recentemente approvato dal Senato, costituisce anch’esso un deciso indirizzo in avanti verso la partecipazione diretta del corpo elettorale alla vita politica del Paese. Per restare, comunque, sul piano comunale, il principio che è alla base della proposta è originale nella misura in cui trasferisce al corpo elettorale un tipico esercizio di potere di sovranità, che un secolo addietro era prerogativa della Corona. Per il resto, nello stacco dell’ufficio del Sindaco dal Consiglio comunale, si ha un ritorno alle origini, ma con una esperienza ultrasecolare che ne rende auspicabile una sollecita attuazione. La proposta ha, oltre tutto, il merito di uscire dalla teoria e di investire, responsabilmente, del problema il Parlamento, In sede politica il discorso sulle Regioni è aperto ed avviato a soluzione; quale momento più adatto per introdurvi anche il discorso sulle strutture dei Comuni? M ICHELE SAVARESE 176 L’ istruzione pubblica in Capitanata Indagine a cura del Gruppo di studio dell’Amministrazione Provinciale II - PROGRAMMA D’INTERVENTO CONSIDERAZIONI GENERALI La seconda parte del presente lavoro, nato dall’esigenza di studiare la realtà della nostra scuola in ogni suo aspetto, per poter predisporre i più idonei strumenti operativi e correttivi, era già potenzialmente contenuta — quasi ipotizzata — nel precedente studio analitico relativo al periodo 1957/58-1967/68. Ma a quelle premesse dovevano seguire le deduzioni che questa « realtà » e quei problemi ponevano. Questo giudizio, insieme con l’analisi dei correttivi e delle proposte tendenti ad adeguare le strutture scolastiche della nostra provincia alle future esigenze socio-economiche della comunità, costituiranno l’argomento della presente trattazione. Dall’esame dei dati analitici in nostro possesso emerge, prioritario e imperativo, per quanto riguarda l’Amministrazione Provinciale di Foggia, l’impegno, di intesa anche con gli altri Enti interessati alla scuola, di fare tutto il possibile affinché gli indici di scolarità in Capitanata siano portati al livello delle percentuali previste dal programma nazionale di sviluppo; e poi di favorire un riequilibrio fra i vari tipi ed ordini di studi; di correggerne le distorsioni in atto, che, indubbiamente, in mancanza di interventi programmati, sfocerebbero nella mediocrità ed in un prevedibile scadimento qualitativo delle istituzioni scolastiche e si ripercuoterebbero in termini negativi sulle forze di lavoro. Una cattiva strutturazione delle scuole è destinata, infatti, a produrre la disoccupazione, la sotto occupazione delle giovani forze di lavoro, con le conseguenti frustrazioni di ordine psicologico e sociale che ne conseguono e con una accentuazione del fenomeno emigratorio che si risolve, come è ormai pacifico e assodato, in un grosso sperpero di ricchezza, inammissibile ed inconcepibile ancora oggi. Lo studio sulla scuola in Capitanata dovrà dare, perciò, una risposta ai molti interrogativi che sono emersi dalla indagine conoscitiva e che possono così sintetizzarsi: 177 L’ISTRUZIONE PUBBLICA IN CAPITANATA______________________________________________________ 1) necessità di istituire nuove scuole, a breve, a medio ed a lungo termine, per elevare l’indice di scolarità complessivo; 2) determinazione del numero delle nuove scuole; 3) determinazione delle specializzazioni dei nuovi istituti; 4) distribuzione territoriale degli stessi, con individuazione delle zone di influenza di ogni singolo nuovo istituto all’interno dei comprensori. Dai dati statistici rilevati dall’Ufficio Studi e Programmazioni del Ministero della Pubblica Istruzione risulta che, per l’anno scolastico 1966/67, il tasso di scolarità complessivo in provincia di Foggia — e cioè il rapporto fra gli iscritti (popolazione scolastica) ed i coetanei (popolazione scolarizzabile) — è inferiore alla media pugliese, calcolata con il coefficiente 273: inferiore, a sua volta, alla media nazionale (312) ed all’obiettivo di piano (316). Lo stesso Ministero ha stimato i tassi di scolarità per l’anno 1969/70, nella seguente misura: Obiettivo di piano 392; Media nazionale 370; Media pugliese 330. La media della provincia di Foggia risulta inferiore a quella regionale. Allo scopo di completare l’indagine, il Gruppo di Studio ha ritenuto necessario ed opportuno calcolare il tasso di scolarità della Provincia ed i tassi di scolarità all’interno dei tre comprensori in cui la Provincia stessa si divide, e cioè del Tavoliere, del Gargano e del Subappennino. Sono stati anche calcolati i tassi di scolarità prevedibili per il 1969/70 e per il 1973/74, in base alle attuali tendenze ed all’andamento demografico della popolazione in età scolastica. E’ stata, infine, effettuata una previsione demografica di stima della struttura per età della popolazione scolastica, compresa nella fascia dai 14 ed i 18 anni; ed è stata condotta a termine un’analisi strutturale della suddetta fascia di popolazione. E’ stato adottato il calcolo della proiezione, che, come è noto, consente allo studioso, nella ipotesi che resteranno ferme le attuali condizioni di tutta la vita sociale, di esaminare l’evoluzione futura di una popolazione. La proiezione per classi quinquennali di età porta ad ottenere risultati per intervalli di cinque in cinque anni. L’analisi ha richiesto la conoscenza di: a) una distribuzione-base della popolazione per classi di età; b) un riferimento ad un momento iniziale della proiezione. Per il punto « a », gli unici elementi disponibili sono quelli relativi al censimento ufficiale del 1961; per il punto « b » il momento iniziale della previsione è stato fissato alla data del 31-12-1968, dalla quale è stato possibile rilevare, attraverso le schede dell’Istat, i dati della popolazione complessiva di ogni Comune. 178 ______________________________________________________________II - PROGRAMMA D’INTERVENTO E’ stata, poi, calcolata, sui dati accertati della popolazione a tutto il 31-12-1968, la distribuzione della popolazione per classi e per anni di età, tenendo fermi i rapporti interni quali risultano alla data dell’ultimo censimento. E’ stata, successivamente, fissata, per il calcolo della proiezione, la configurazione della popolazione nella sua fase iniziale. Le stesse operazioni sono state effettuate in relazione alla popolazione complessiva di ogni comune al 31-12-1966 ed al 31-12-1969, in quanto i valori, relativi a tali dati, sono stati utilizzati per il calcolo dei tassi di scolarità. La successiva fase importante della proiezione è rappresentata dalla formulazione delle ipotesi sulla mortalità. Sono stati analizzati i quozienti specifici di mortalità al 1961 per ottenere i corrispondenti quozienti di sopravvivenza, che sono stati, poi, applicati alle relative classi di età per il conseguimento della proiezione desiderata. L’evoluzione naturale delle popolazioni per classi ed anni di età, nella fascia dell’istruzione secondaria di secondo grado, considerate le premesse metodologiche sopra indicate, si esprime, in sintesi, nei valori illustrati nelle tabelle che sono pubblicate nell’estratto. Il sistema di calcolo adoperato per i tassi di scolarità complessivi e settoriali è il medesimo utilizzato dall’Ufficio studi e Programmazione del Ministero della Pubblica Istruzione; allo scopo di giungere a confronti omogenei, sono stati usati gli stessi schemi previsti nelle tabelle predisposte dal Ministero. I dati relativi alla popolazione scolastica per gli anni scolastici 1966/67 e 1967/68, già indicati nella prima parte dello studio, sono stati rilevati per mezzo di schede trasmesse ai diversi istituti esistenti nella Provincia di Foggia, fatta esclusione per il settore artistico e per le Scuole magistrali. Risultano, pertanto, per gli anni scolastici 1966/67 e 1967/68, i seguenti valori certi, che rappresentano il numero degli iscritti: Anno scolastico 1966/67 - 1967/68 — Istruzione ordine classico 7.582 8.234 — Istruzione ordine tecnico 7.558 7.814 — Istruzione professionale 1.936 Totale complessivo degli iscritti 17.076 2.139 8.187 Dai dati sopra esposti si evince che l’incremento degli iscritti, nei vari settori, dall’anno scolastico 1966/67 all’anno scolastico 1967/68, è stato di 1.111 individui. 179 L’ISTRUZIONE PUBBLICA IN CAPITANATA______________________________________________________ Poiché è possibile stabilire, con una certa approssimazione, per gli anni scolastici 1968/69 e 1969/70 un incremento della popolazione scolastica pari a quello verificatosi fra gli anni scolastici 1966/67 e 1967/68, la popolazione scolastica interessata alla istruzione secondaria di secondo grado nella provincia di Foggia, nell’anno scolastico 1969/70, può essere stimata in 20.409 individui. La popolazione presunta in età scolastica tra i 14 ed i 18 anni (popolazione scolarizzabile) può essere calcolata, per le proiezioni effettuate con la tabella 13, rispettivamente: — — — al 31-12-1966 in 67.692 unità; al 31-12-1969 in 70.096 unità; al 31-12-1973 in 75.966 unità. I tassi complessivi di scolarità, che risultano dalla elaborazione dei calcoli effettuati sui suddetti dati, sono riportati nella tabella 14. Da questa tabella si rileva, infatti, il divario negativo fra il tasso di scolarità della provincia di Foggia e quello, rispettivamente, della regione pugliese, dell’Italia e dell’obiettivo di piano. A questo punto è doveroso precisare che, mentre per i tassi relativi all’anno scolastico 1969/70, il Ministero della Pubblica Istruzione ha effettuato dei calcoli di stima previsionali, i tassi di scolarità, calcolati per la provincia di Foggia con il presente studio, sono da considerarsi dati reali ed accertati. Ciò che maggiormente preoccupa è il fatto evidente che il divario negativo tenderà sempre più ad aumentare se non saranno introdotti dei correttivi, Costituiti principalmente dalla istituzione di nuove scuole, verso le quali possa rifluire quella aliquota della popolazione scolarizzabile, e non scolastica, necessaria al miglioramento dell’indice di scolarità complessiva. Ed in effetti si registrano petizioni sempre più pressanti, da parte delle popolazioni residenti in località sfornite di istituti di istruzione superiore, tendenti ad ottenere l’istituzione di nuove scuole. A tale importante esigenza sociale delle comunità deve, però, corrispondere un soddisfacente livello qualitativo degli studi, e ciò proprio per non incorrere in quelle distorsioni, già accertate, e che è doveroso eliminare. Da ciò la necessità di utilizzare, a breve termine, gli scarsi mezzi disponibili concentrandoli in poche iniziative, purché, però, queste garantiscano un soddisfacente livello qualitativo, anziché disperdere tali modeste risorse in molte iniziative di mediocre livello qualitativo. In definitiva si ritiene più opportuno istituire è ovviamente un esempio limite una sola nuova scuola, in grado di assicurare un gettito annuo di cento diplomati preparati, anziché istituire dieci nuove scuole che diano un gettito annuo di mille diplomati mediocri e impreparati e, perciò, destinati alla disoccupazione od alla sotto-occupazione. La politica di programmazione è intesa appunto a promuovere il coordinamento degli interventi sociali per eliminare determinati squilibri ed assicurare un ordinato sviluppo delle comunità. — — 180 ______________________________________________________________II - PROGRAMMA D’INTERVENTO Valutare i fabbisogni sociali, significa determinare gli scarti esistenti tra le situazioni sociali attuali ed i livelli desiderabili, sulla base di standards ottimali, predeterminati, dei consumi pubblici. Il problema si pone, oggi, maggiormente, a livello regionale e provinciale, sulla base della comparazione interregionale ed interprovinciale delle differenze fra valori esistenti e standards di riferimento. Già lo schema Vanoni considerava gli interventi nel campo della istruzione, strumenti diretti a superare molte strozzature (come ad esempio la scarsa disponibilità di mano d’opera qualificata, che porterebbe a limitare una ulteriore espansione dell’intero sistema economico). E’, d’altronde, a tutti noto come il mancato o insufficiente soddisfacimento di certi bisogni civili, con particolare riguardo alla scuola, abbia caratterizzato negativamente il tipo di sviluppo registrato negli ultimi anni: mancanza di tecnici e di formazione professionale; carenza di dirigenti, nei quadri superiori ed intermedi; carenze tecnologiche, ecc. Gli « standards » ottimali sono rappresentati, anche per la nostra Provincia, dagli obiettivi di sviluppo della scuola indicati nel capitolo VIII del Programma Economico Quinquennale, approvato con legge 27-7-1967, n. 685; obiettivi che consistono, a livello nazionale e nella fascia dell’istruzione secondaria di secondo grado, nell’aumento del numero dei licenziati da 50.000 ad oltre 100.000 negli istituti professionali; da 65.000 a circa 100.000 negli istituti tecnici; da 72.000 ad oltre 80.000 licenziati nel settore classico. La disaggregazione degli obiettivi di piano, a livello provinciale e comprensoriale, consente la determinazione degli standards ottimali nella provincia di Foggia ed all’interno dei tre comprensori in cui la Provincia stessa è divisa. - Si tratta, perciò, di inserire nei « trands » — risultanti dalla tabella 14 e dalla successiva tabella 20, con cui sono state disaggregate le tendenze a livello comprensoriale — gli interventi correttivi che non possono non estrinsecarsi nell’istituzione di nuove scuole, per le quali occorre effettuare le relative previsioni di spesa e valutare il fabbis ogno edilizio e di attrezzature. Ipotizzando che l’incremento della popolazione scolastica nei prossimi cinque anni, e cioè fino all’anno scolastico 1973/74, si verifichi nella stessa misura degli anni precedenti, il numero di studenti che frequenteranno la scuola secondaria di secondo grado nell’anno scolastico 1973/74, è stato calcolato in 24.853 unità; mentre la popolazione presunta in età scolastica, al 31-12-1973 sarà di 75.996 individui. Dai valori presunti relativi alla popolazione scolastica ed a quella scolarizzabile è stato ricavato il tasso presunto di scolarità complessivo relativo all’anno scolastico 1973/74, che risulta essere di 327 alunni su mille coetanei. Ciò significa che, senza interventi correttivi sulle tendenze in atto, la provincia di Foggia non riuscirà a raggiungere, per l’anno scolastico 181 L’ISTRUZIONE PUBBLICA IN CAPITANATA______________________________________________________ 1973/74, neanche il tasso di scolarità di 392 fissato come obiettivo di piano per l’anno scolastico 1969/70. Se fosse rispettato il suddetto obiettivo di piano, per l’anno scolastico 1969/70, in provincia di Foggia — ipotesi questa da considerarsi del tutto irrealizzabile la popolazione scolastica per il prossimo anno 1969/70 dovrebbe essere di 27.477 unità rispetto a quella reale dell’anno scolastico 1967/68 di 18.187 unità. Poiché ogni nuovo istituto dovrebbe avere una popolazione scolastica media di 700-800 alunni, tale obiettivo sarebbe raggiungibile soltanto se almeno 12 nuovi istituti scolastici di istruzione media superiore fossero istituiti in Capitanata. Se l’obiettivo di piano, fissato per l’anno scolastico 1969/70, potrà essere raggiunto almeno per l’anno scolastico 1973/74 (e cioè con cinque anni di ritardo) dovremmo avere, per il suddetto anno, una popolazione scolastica complessiva di 29.790 unità, con un aumento complessivo di circa 11.000 alunni, rispetto alla popolazione scolastica reale del 1967/68, che comporterà l’istituzione di 14 nuove scuole. E’ facile arguire che l’obiettivo di piano di 392 fissato per l’anno scolastico 1969/70, non sarà inferiore, certamente, a 450 per l’anno scolastico 1973/74. Dobbiamo, perciò, colmare degli squilibri gravissimi che tendono, per di più, ad aggravarsi. Tali squilibri sono ancora più sensibili all’interno della Provincia, se si procede alla disaggregazione dei dati a livello dei tre comprensori in cui si divide la Capitanata, in base ai dati reali relativi al numero degli studenti frequentanti nell’anno scolastico 1967/68. Dalla tabella risulta, infatti, che il tasso di scolarità complessivo del Gargano è di 146 e quello del Subappennino di 165, rispetto al tasso di 359 del Tavoliere. Nel Gargano sono stati inclusi gli alunni frequentanti gli istituti nella Città di Manfredonia, che è eccentrica rispetto al comprensorio, mentre per il Subappennino la popolazione scolastica considerata è costituita quasi esclusivamente dagli alunni delle scuole funzionanti nel Comune di Lucera, in quanto non esiste alcun altro istituto di istruzione secondaria di secondo grado nel resto del Subappennino, fatta eccezione per gli istituti professionali di Troia, Bovino, Biccari, S. Agata, Casalnuovo e Lucera. Anche i suddetti squilibri all’interno della Provincia, sono destinati ad aggravarsi, se non si provvederà a correggere le attuali tendenze. Abbiamo inserito nella tabella ti i dati della popolazione presunta in età scolastica dai 14 ai 18 anni, per l’anno scolastico 1973,’74 distinti per i tre comprensori. Per raggiungere l’obiettivo, per il 1973/74, del tasso di scolarità 392, anche all’interno dei tre comprensori (obiettivo di 392 che era fissato dal piano nazionale per l’anno 1969/70) la popolazione scola— 182 ______________________________________________________________II - PROGRAMMA D’INTERVENTO stica complessiva dovrebbe più che raddoppiare nel Gargano e nel Subappennino, ed aumentare almeno di un quarto nel Tavoliere. A tale conclusione si perviene dal confronto tra le tabelle 15 e 16. I quattordici nuovi istituti, da creare entro l’anno scolastico 1973/74, dovrebbero, perciò, essere ubicati: 3 nel Tavoliere, 7 nel Gargano e 4 nel Subappennino. Verrebbero così ad essere realizzati solo gli obiettivi a medio termine; non potendo, quelli a lungo termine, essere conseguiti se non con l’allineamento dei tassi di scolarità provinciale e comprensoriale a quelli regionale e nazionale, che verranno individuati dal « Progetto 80 ». Dopo aver determinato il numero delle nuove scuole da istituire a medio termine e la loro localizzazione di larga massima nei comprensori, la nostra attenzione deve essere rivolta alla individuazione delle specializzazioni dei nuovi istituti, tenendo presenti le tendenze in atto e gli obiettivi di piano adeguati alle esigenze del sistema economico provinciale. La tabella 14 contiene il raffronto tra i tassi di scolarità complessivi per gli anni scolastici 1966/67 e 1969/70, per la provincia di Foggia, per la regione pugliese e per l’intera nazione in rapporto all’obiettivo di piano. Le tabelle 17 e 18 riportano i raffronti della tabella 14, disaggregati per i tre settori di istruzione secondaria di secondo grado: (liceale, tecnica e professionale) ed all’interno dei tre settori. I dati della tabella 17 per la regione pugliese e l’Italia sono stati rilevati dall’Ufficio Studi e Programmi del Ministero della Pubblica Istruzione; per la provincia di Foggia sono stati calcolati dal Gruppo di studio dell’Amministrazione Provinciale con rilevazioni dirette sulla popolazione scolastica reale. I dati della tabella 18, riflettenti la regione pugliese e l’Italia sono a carattere previsionale e sono stati desunti dalle rilevazioni ministeriali; per la Provincia di Foggia sono stati calcolati, per extrapolazione, dal Gruppo di studio, sulla base delle tendenze in atto. Il Gruppo di studio ha poi calcolato per extrapolazione i valori previsionali complessivi e settoriali della popolazione scolastica nell’anno scolastico 1973/74, sulla base delle tendenze in atto. Nel calcolo delle tendenze, si è tenuto conto dell’andamento della popolazione scolastica, complessiva e settoriale, dall’anno scolastico 1956/57 all’anno scolastico 1967/68. Come è noto, a partire dall’anno scolastico 1962/63, è stata resa obbligatoria la frequenza alla scuola secondaria di primo grado, e tale fatto importante ha portato ad un aumento considerevole del gettito dei licenziati dalla scuola media. Il Gruppo ha, perciò, ritenuto opportuno effettuare la proiezione delle tendenze, tenendo conto anche dell’andamento della popolazione 183 L’ISTRUZIONE PUBBLICA IN CAPITANATA______________________________________________________ scolastica dell’ultimo quinquennio, e cioè dall’anno scolastico 1963/64 all’anno scolastico 1967/68. Questo secondo gruppo di proiezioni è riportato nella tabella 20, e tali previsioni devono essere ritenute più realistiche di quelle riportate nella tabella 19, in quanto scontano il maggior gettito di licenziati conseguente all’obbligatorietà scolastica. Dai dati previsionali ricavati dalle tendenze in atto raffrontati alla popolazione complessiva presunta in età scolare al 31-12-1973, sono stati calcolati i tassi di scolarità complessivi nel coefficiente di 322, in base alle tendenze degli anni dal 1957/58 al 1967/68, e di 350, in base alle tendenze dell’ultimo quinquennio 1963/64 - 1967/68. Ciò significa che, senza l’applicazione dei correttivi tendenti al conseguimento, nell’anno scolastico 1973/74, del tasso di scolarità ipotizzato del 392, avremo una popolazione scolastica complessiva, nel suddetto anno scolastico, inferiore, rispettivamente, di ben 5.320 alunni, con il calcolo delle tendenze effettuate sulla tabella 19; e di 3.196, con il calcolo effettuato in base alla tabella 20, rispetto alla popolazione scolastica complessiva programmata. Nella tabella 21 vengono poi indicate le due proiezioni, al 1973/74, delle tendenze in atto nella provincia di Foggia e la proiezione degli obiettivi di piano, stabiliti dal Ministero della P.I. in riferimento ai tassi di scolarità complessiva. Nella tabella 22 sono state, invece, disaggregate le suddette proiezioni in relazione ai tassi di scolarità settoriale, nei tre settori di istruzione secondaria di secondo grado ed all’interno dei settori stessi. In precedenza è stata considerata del tutto irrealizzabile l’ipotesi di far coincidere, a breve ed a medio termine, la situazione scolastica della provincia di Foggia con gli obiettivi del Piano nazionale; per cui i previsti interventi correttivi dovranno tendere al fine di realizzare, per l’anno scolastico 1973/74, almeno gli obiettivi di piano fissati dal Ministero della P.I. per l’anno scolastico 1969/70. La Capitanata — concludendo — pur con l’applicazione dei correttivi (e cioè con l’istituzione di n. 14 scuole di istruzione secondaria di secondo grado), si troverebbe, nell’anno scolastico 1973/74, con un quinquennio di ritardo rispetto agli obiettivi di piano stabiliti a livello nazionale. Ed a tale proposito è stata compilata la tabella 23 che contiene, pertanto, il raffronto fra i valori tendenziali della provincia di Foggia e lo standard indicato dall’obiettivo di piano per l’anno scolastico 1969/70, applicato, per la nostra Provincia, all’anno scolastico 1973/74, in relazione alla popolazione presunta in età scolastica per questa ultima data. Nella tabella 24 gli stessi dati sono riportati, non più in termini percentuali, ma con l’indicazione, in termini numerici, della popolazione scolastica, distinta per indirizzi, con il raffronto con i dati reali relativi all’anno scolastico 1967/68. 184 ______________________________________________________________II - PROGRAMMA D’INTERVENTO La suddetta tabella 24 è molto importante e merita un commento dettagliato. La popolazione scolastica complessiva dovrà aumentare, nell’anno scolastico 1973/74, rispetto a quella registrata nell’anno scolastico 1967/68: di 6.251 alunni, in base alla tendenza degli ultimi undici anni (Tendenza « A »); di 8.408 alunni, in base alla tendenza degli ultimi cinque anni (Tendenza « B »); di 11.604 alunni, per la realizzazione degli obiettivi di piano. La popolazione scolastica complessiva del settore liceale dovrà aumentare: di 1.655 alunni, in base alla tendenza « A »; di 4.614 alunni, in base alla tendenza « B »; di 2.042 alunni, per la realizzazione degli obiettivi di piano. Nelle tendenze dell’ultimo quinquennio vanno, perciò, introdotti dei disincentivi, per ridurre gli incrementi in atto ed attuare gli standard. All’interno del settore liceale, la popolazione dei licei classici dovrà aumentare: di 34 alunni, in base alla tendenza « A »; di 757 alunni, in base alla tendenza « B »; di 1.276 alunni per la realizzazione degli obiettivi di piano. La popolazione scolastica dei licei scientifici dovrà aumentare: di 186 alunni, in base alla tendenza « A »; di 1.108 alunni, in base alla tendenza « B »; di 1.046 alunni per la realizzazione degli obiettivi di piano. E’ necessario determinare una lieve flessione agli incrementi in atto nell’ultimo quinquennio. La popolazione scolastica degli Istituti Magistrali è soggetta a: aumentare di 1.435 alunni, in base alla tendenza « A »; aumentare di 2.749 alunni, in base alla tendenza « B »; diminuire di 980 alunni per la realizzazione degli obiettivi di piano. Per realizzare gli standard è necessario correggere notevolmente le tendenze in atto per gli istituti magistrali con la soppressione o conversione in altro indirizzo di una delle scuole esistenti. La popolazione scolastica complessiva del settore tecnico dovrà aumentare: di 2.812 alunni, in base alla tendenza « A »; di 2.574 alunni, in base alla tendenza « B »; di 4.965 alunni per la realizzazione degli obiettivi di piano. All’interno del settore tecnico, la popolazione scolastica degli istituti Industriali, Agrari e Nautici dovrà aumentare: di 2.072 alunni, in base alla tendenza « A »; di 1.553 alunni, in base alla tendenza « B »; di 2.985 alunni, per la realizzazione degli obiettivi di piano. — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — 185 L’ISTRUZIONE PUBBLICA IN CAPITANATA______________________________________________________ La popolazione scolastica dei rimanenti istituti tecnici (Commerciale, Geometri e Femminile) dovrà aumentare: - di 740 alunni, in base alla tendenza « A »; - di 1.021 alunni, in base alla tendenza « B » ; - di 1.980 alunni per la realizzazione degli obiettivi di piano. La popolazione scolastica del settore Istruzione professionale dovrà aumentare: di 1.784 alunni, in base alla tendenza « A »; di 1.220 alunni, in base alla tendenza « B »; di 4.597 alunni per la realizzazione degli obiettivi di piano. Le tabelle 25, 26 e 27 riportano i dati della tabella 24 disaggregati al livello delle tre zone di ripartizione del territorio della Provincia. Per il Tavoliere la popolazione scolastica del settore liceale nel suo complesso è soggetta ad: aumentare di 1.554 alunni, in base alla tendenza « A »; aumentare di 3.604 alunni, in base alla tendenza « B » ; diminuire di 115 alunni per la realizzazione degli obiettivi di piano. All’interno del settore liceale la popolazione scolastica dei licei classici dovrà aumentare: di 179 alunni, in base alla tendenza « A »; di 680 alunni, in base alla tendenza « B » ; di 716 alunni per la realizzazione degli obiettivi di piano. La popolazione scolastica dei licei scientifici dovrà aumentare: di 111 alunni, in base alla tendenza « A »; di 750 alunni in base alla tendenza « B » ; di 223 alunni per la realizzazione degli obiettivi di piano. La popolazione scolastica degli istituti magistrali è soggetta ad: aumentare di 1.264 alunni, in base alla tendenza « A »; aumentare di 2.174 alunni, in base alla tendenza « B »; diminuire di 1.056 alunni per la realizzazione degli obiettivi di piano. Per il settore tecnico nel suo complesso la popolazione scolastica dovrà aumentare: di 1.167 alunni, in base alla tendenza « A »; di 1.003 alunni, in base alla tendenza « B » ; di 250 alunni per la realizzazione degli obiettivi di piano. All’interno del settore tecnico la popolazione scolastica degli istituti industriali, agrari e nautici dovrà aumentare: di 998 alunni, in base alla tendenza « A »; di 639 alunni, in base alla tendenza « B » ; di 441 alunni per la realizzazione degli obiettivi di piano. La popolazione scolastica degli altri istituti tecnici (Commerciale, geometri e femminile) è soggetta ad: aumentare di 169 alunni, in base alla tendenza « A »; aumentare di 364 alunni, in base alla tendenza « B » ; diminuire di 191 alunni per la realizzazione degli obiettivi di piano. — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — 186 ______________________________________________________________II - PROGRAMMA D’INTERVENTO La popolazione scolastica degli istituti di istruzione professionale dovrà aumentare: di 1.611 alunni, in base alla tendenza « A»; di 1.220 alunni, in base alla tendenza « B » ; di 2.290 alunni per la realizzazione degli obiettivi di piano. Per il Gargano la popolazione scolastica del settore liceale nel suo complesso è soggetta a: diminuire di 258 alunni, in base alla tendenza « A »; aumentare di 258 alunni, in base alla tendenza « B »; aumentare di 1.089 alunni per la realizzazione degli obiettivi di piano. All’interno del settore liceale la popolazione scolastica dei licei classici è soggetta a: diminuire di 88 alunni, in base alla tendenza « A » ; aumentare di 38 alunni, in base alla tendenza « B »; aumentare di 784 alunni per la realizzazione degli obiettivi di piano. La popolazione scolastica dei licei scientifici è soggetta a: diminuire di 139 alunni, in base alla tendenza « A »; aumentare di 32 alunni, in base alla tendenza « B »; aumentare di 330 alunni per la realizzazione degli obiettivi di piano. La popolazione scolastica degli istituti magistrali è soggetta a: diminuire di 31 alunni, in base alla tendenza « A »; aumentare di 198 alunni, in base alla tendenza « B »; diminuire di 25 alunni per la realizzazione degli obiettivi di piano. La popolazione scolastica del settore tecnico nel suo complesso dovrà aumentare: di 916 alunni, in base alla tendenza « A »; di 874 alunni, in base alla tendenza « B »; di 2.882 alunni per la realizzazione degli obiettivi di piano. All’interno del settore tecnico la popolazione scolastica degli istituti industriali, agrari e nautici dovrà aumentare: di 327 alunni, in base alla tendenza « A »; di 236 alunni, in base alla tendenza « B » ; di 1.271 alunni per la realizzazione degli obiettivi di piano. La popolazione scolastica degli altri istituti tecnici (commerciale, geometri e femminile) dovrà aumentare: di 589 alunni, in base alla tendenza « A »; di 638 alunni, in base alla tendenza « B »; di 1.611 alunni per la realizzazione degli obiettivi di piano. La popolazione scolastica degli istituti di istruzione professionale dovrà aumentare: di 431 alunni, in base alla tendenza « A »; di 333 alunni, in base alla tendenza « B »; di 1.761 alunni per la realizzazione degli obiettivi di piano. Per il Subappennino la popolazione scolastica del settore liceale nel suo complesso dovrà aumentare: di 335 alunni, in base alla tendenza « A » ; — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — 187 L’ISTRUZIONE PUBBLICA IN CAPITANATA______________________________________________________ di 729 alunni, in base alla tendenza « B »; di 1.046 alunni per la realizzazione degli obiettivi di piano. All’interno del settore liceale la popolazione scolastica dei licei classici è soggetta a: diminuire di 57 alunni, in base alla tendenza « A »; aumentare di 39 alunni, in base alla tendenza « B »; aumentare di 476 alunni per la realizzazione degli obiettivi di piano. La popolazione scolastica dei licei scientifici dovrà aumentare: di 189 alunni, in base alla tendenza « A »; di 312 alunni, in base alla tendenza « B »; di 468 alunni per la realizzazione degli obiettivi di piano. La popolazione scolastica degli istituti magistrali dovrà aumentare: di 203 alunni, in base alla tendenza « A »; di 378 alunni, in base alla tendenza « B »; di 102 alunni per la realizzazione degli obiettivi di piano. La popolazione scolastica del settore tecnico nel suo complesso dovrà aumentare: di 503 alunni, in base alla tendenza « A »; di 471 alunni, in base alla tendenza « B »; di 1.607 alunni per la realizzazione degli obiettivi di piano. All’interno del settore tecnico, la popolazione scolastica degli istituti industriali, agrari e nautici dovrà aumentare: di 492 alunni, in base alla tendenza « A »; di 423 alunni, in base alla tendenza « B »; di 1.018 alunni, per la realizzazione degli obiettivi di piano. La popolazione scolastica degli altri istituti tecnici (commerciale, geometri e femminile) dovrà aumentare: di 11 alunni, in base alla tendenza « A »; di 48 alunni, in base alla tendenza « B »; di 589 alunni per la realizzazione degli obiettivi di piano. La popolazione scolastica degli istituti di istruzione professionale è soggetta a: diminuire di 8 alunni, in base alla tendenza « A »; diminuire di 84 alunni, in base alla tendenza « B »; aumentare di 796 alunni per la realizzazione degli obiettivi di piano. I risultati dello studio fin qui condotto, sia in ordine alle proiezioni delle tendenze che al conseguimento degli obiettivi di piano, non possono ancora costituire delle direttrici precise sulla attività da svolgere, per la presenza di molti fattori che spiegheranno la loro influenza sui risultati medesimi. Per la scolarità complessiva influirà, in aumento, la già progettata elevazione dell’obbligatorietà scolastica da quattordici a sedici anni. Per la scolarità settoriale e per la scelta degli indirizzi di studio, molte previsioni possono essere radicalmente modificate dall’ormai imminente riforma della scuola secondaria di secondo grado. — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — 188 ______________________________________________________________II - PROGRAMMA D’INTERVENTO L’istituzione del biennio unico, con conseguente spostamento al successivo triennio della scelta degli indirizzi di studio, la trasformazione dell’istituto magistrale in liceo pedagogico, la creazione del liceo linguistico, la ristrutturazione degli istituti professionali, la riforma degli studi universitari e l’istituzione delle regioni sono solo alcuni dei fattori che potranno spostare su basi nuove e diverse le previsioni ed i programmi del settore della scuola secondaria di ‘secondo grado. Per l’ubicazione territoriale delle nuove scuole da creare nei tre comprensori, si deve, poi, tener conto dell’indice di scolarità della scuola media. Il numero degli iscritti alla prima classe degli istituti superiori, esistenti o da istituire, non potrà certo essere uguale o superiore al numero dei licenziati della scuola media. Sono stati ipotizzati, in precedenza, nuovi Istituti, della dimensione ottimale di sette-ottocento alunni; in realtà la popolazione scolastica degli istituti esistenti varia dai 28 alunni dell’Istituto Professionale dell’Industria e l’Artigianato di Monte S. Angelo ai 1967 alunni dell’Istituto Industriale di Foggia (anno scolastico 1967/68). E’ necessario, perciò, tendere anche al ridimensionamento degli istituti esistenti che sono, per di più, concentrati in solo sedici dei sessantadue comuni della provincia di Foggia. Molti Istituti hanno consistenti aliquote di iscritti costituite da pendolari; con la riduzione del fenomeno della pendolarità, per questi istituti, si verificherebbe una riduzione della popolazione scolastica tale da determinare, in alcuni casi, addirittura la soppressione della scuola esistente. In questo quadro complesso e variabile, è indispensabile fissare pochi ma precisi obiettivi all’azione della pubblica amministrazione. Bisogna, prima di tutto, elevare, Comune per Comune, l’indice di scolarità della scuola d’obbligo, riducendo progressivamente a valori sempre più bassi il fenomeno dell’evasione all’obbligo scolastico. L’azione diretta a tal fine deve essere condotta dalle Autorità locali e, principalmente, dalle Amministrazioni Comunali. Senza il conseguimento di questo obiettivo di base, è illusorio fis sare qualsiasi programma per l’istruzione superiore. E’ necessario, contestualmente, ridimensionare gli istituti esistenti, programmando, con la riduzione progressiva della pendolarità, il potenziamento, lo sdoppiamento o la riduzione della popolazione scolastica di ogni singolo istituto, per avvicinarsi agli standards riportati nelle tabelle. E’ opportuno, poi, istituire le nuove scuole nei tre comprensori e nei Comuni in cui esistono le condizioni necessarie per il funzionamento delle scuole stesse, con limitazione delle nuove scuole, in un primo tempo, al solo biennio, per adottare decisioni definitive dopo l’avvenuta riforma dell’istruzione secondaria di secondo grado. 189 L’ISTRUZIONE PUBBLICA IN CAPITANATA______________________________________________________ Si rende indispensabile, infine, condurre due indagini collaterali: la prima indagine sul reperimento degli insegnanti nelle località prescelte per l’istituzione delle nuove scuole, per assicurare alle stesse un soddisfacente livello qualitativo degli studi; ed una seconda indagine, socio-economica, sul futuro inserimento dei diplomati delle nuove scuole, nelle attività produttive della Capitanata e nei successivi studi universitari. Alla luce di queste premesse, è stata esaminata la situazione di ogni Comune, all’interno dei tre comprensori, in relazione alla popolazione in età scolastica, ai tassi di scolarità nella scuola media, al gettito dei licenziati di detta scuola, agli iscritti al primo anno degli istituti superiori esistenti ed al numero dei pendolari complessivi per istituto, raffrontato alla popolazione scolastica complessiva di ogni istituto esistente: il tutto riferito all’anno scolastico 1966/67, per i licenziati, ed al 1967/68 per gli iscritti alla prima classe ed al totale delle classi del Superiore. Per i tre comprensori sono state redatte distinte graduatorie sulla base del gettito dei licenziati e del tasso di scolarità della scuola media. Per alcuni piccoli Comuni, il basso valore del gettito dei diplomati e del tasso di scolarità può trovare una spiegazione nella circostanza che la scuola media è stata istituita solo da qualche anno. E’ certo, tuttavia, che più bassi sono i tassi di scolarità, più grave è il fenomeno dell’evasione dell’obbligo scolastico. Bisogna, peraltro, tenere presente che, mentre il gettito dei diplomati costituisce un dato reale, il tasso di scolarità è il risultato di un calcolo percentuale, sulla base della popolazione, su un dato, cioè, più o meno attendibile nella misura in cui possono aver avuto influenza fattori anagrafici non considerati (primo, fra tutti, lo spostamento della popolazione). I dati ed i calcoli sono stati riassuntivamente raccolti nella tab. 31. Ciò premesso, è stata effettuata una disamina più approfondita per ogni singolo Comune dei tre Comprensori, a cominciare dai Comuni nei quali già funzionano Istituti Superiori. COMPRENSORIO DEL TAVOLIERE Comune di Foggia Nel Comune capoluogo le scuole medie, nell’anno scolastico 1967/1968, hanno avuto una popolazione scolastica complessiva di 5.854 alunni su 8.331 scolarizzabili, con un tasso di scolarità, nella scuola media, di 703. Il gettito dei diplomati nella scuola media, nell’anno precedente 1966/67, è stato di 1.312 unità; mentre il numero degli iscritti alla prima classe degli Istituti superiori (anno scolastico 1967/68) è stato di ben 2.388 alunni. Non è stato possibile calcolare il numero dei pendolari, iscritti alla prima classe. 190 ______________________________________________________________II - PROGRAMMA D’INTERVENTO Il numero dei pendolari iscritti a tutte le classi degli Istituti superiori è stato di 1.494, su una popolazione scolastica complessiva di 8.564 alunni. Il notevole scarto fra il numero (1.312) dei diplomati della scuola media (anno scolastico 196/67) e quello (2.388) degli iscritti alla prima classe degli Istituti superiori (anno scolastico 1967/68) è da attribuirsi, quindi, al notevole peso dei pendolari ed, in misura minore, ai ripetenti della prima classe. La conferma è data dal calcolo della popolazione presunta (classe d’età 14 anni) al 31-12-1967, che ammonta a 2.958 unità. Senza la sottrazione di una consistente aliquota di pendolari, risulterebbe un tasso di scolarità nella prima classe degli Istituti secondari di secondo grado di 807, maggiore di quello della scuola media. Dall’esame di questi dati, è evidente che nessun nuovo Istituto superiore deve essere creato a Foggia, se si vuol perseguire una politica di riduzione graduale degli alunni pendolari. La popolazione scolastica complessiva per singoli Istituti, nell’anno scolastico 1967/68, è stata la seguente, con a fianco indicato il numero degli alunni pendolari: ISTITUTI ISCRITTI A.S. 1967/68 Liceo Ginnasio 631 » Scientifico 691 Istituto Magistrale 1825 » Commerciale 1270 » Geometri 1033 » Industriale 1967 » Tecn. Femm.le 302 » Prof. Commercio 396 » » Ind. Artig. 365 » » Agricoltura 84 PENDOLARI 54 68 121 136 168 650 74 69 103 51 Di contro gli alunni residenti a Foggia che hanno frequentato, nello stesso anno, Istituti aventi sede in altri Comuni sono stati complessivamente 149, come risulta dalla tab. 38 della prima parte dello studio. La popolazione scolastica degli Istituti i cui oneri di finanziamento sono a carico della Provincia ha presentato il seguente andamento dall’anno scolastico 1965/66 all’anno scolastico 1968/69 (nella seconda colonna è indicato il numero delle classi che serve a determinare il coefficiente di affollamento): 1965/66 alunni classi Scientifico 397 14 Commerciale 1255 39 Geometri 700 24 Industriale 2534 91 Tecn. femmin. 438 16 1966/67 alunni classi 532 18 1296 40 849 28 2153 64 366 13 1967/68 1968/69 alunni classi alunni classi 691 22 868 27 1270 39 1233 39 1033 31 1097 33 1967 58 1664 52 302 12 223 10 I raffronti fra la situazione reale dell’anno scolastico 1967/68, al lordo ed al netto dei pendolari, la proiezione della tendenza « B » (ultimo quinquennio) all’anno 1973/74, al lordo dei pendolari e lo stan- 191 L’ISTRUZIONE PUBBLICA IN CAPITANATA______________________________________________________ dard, sono contenuti nella tabella 32. Dalla suddetta tabella 32 si deduce che la città di Foggia ha già da ora una popolazione scolastica complessiva, anche al netto dei pendolari, superiore allo standard. Per ottenere un riequilibrio interno fra i tre settori, è necessario frenare i settori liceale e tecnico, per aumentare notevolmente il settore professionale con l’obiettivo di triplicare la popolazione scolastica dei tre Istituti esistenti. In particolare il Liceo Classico dovrebbe essere incrementato fino a raggiungere una popolazione scolastica di 800-900 alunni, il Liceo Scientifico dovrebbe conservare l’attuale popolazione, compensando con nuovi iscritti le riduzioni dei pendolari, mentre il Magistrale dovrebbe essere ridotto per avere una popolazione scolastica ottimale di 800-900 alunni. La proposta di creare un secondo Istituto Magistrale a Foggia contrasta, perciò, con l’obiettivo di piano. Nel settore tecnico è evidente la convenienza all’istituzione di un secondo Istituto Industriale (istituzione ottenuta con l’anno 1968/69), che può funzionare anche con la riduzione della pendolarità, mentre non trova giustificazione l’istituzione, a breve termine, di un secondo Istituto Commerciale, se si dovrà tendere alla riduzione della pendolarità. L’istituto per Geometri potrà conservare l’attuale dimensione, mentre l’Istituto Tecnico Femminile dovrà essere opportunamente potenziato: in mancanza è destinato ad essere soppresso. Comune di San Severo Il tasso deve, perciò, essere aumentato, su impulso delle Autorità locali, con graduale riduzione del fenomeno dell’evasione dell’obbligo scolastico. Il gettito dei licenziati della scuola media è stato, nell’anno scolastico 1966/67, di 327; mentre gli iscritti alla prima classe degli istituti superiori nell’anno scolastico 1967/68 sono stati 808. Anche in questo Comune si verifica, quindi, il fenomeno dei pendolari, frequentanti gli Istituti superiori e provenienti da altri Comuni. Di contro 106 alunni abitati a San Severo hanno frequentato, nello stesso anno scolastico, Istituti siti in altri Comuni. La popolazione scolastica complessiva per Istituti superiori, nell’anno scolastico 1967/68, è stata di 2.831 alunni, di cui ben 1.307 pendolari: ISTITUTI ISCRITTI A.S.1967/68 Liceo Ginnasio 369 » Scientifico 380 Istituto Magistrale 958 Sezione Commerciale 460 » Geometri 176 Istituto Agrario 142 » Industriale 256 » Prof. Ind. Artig. 90 192 PENDOLARI 133 172 446 187 79 64 187 39 ______________________________________________________________II - PROGRAMMA D’INTERVENTO La popolazione scolastica degli Istituti, i cui oneri di funzionamento sono a carico della Provincia, ha avuto il seguente andamento, dall’anno scolastico 1965/66 all’anno scolastico 1968/69 (nella seconda colonna è indicato il numero delle classi che serve a determinare il coefficiente di affollamento): 1965/66 alunni Scientifico 213 Comm. e Geom. 587 Industriale 295 Agrario 149 classi 9 22 9 8 1966/67 alunni 281 556 263 138 classi 10 21 8 8 1967/68 1968/69 alunni classi alunni 380 13 430 636 22 612 256 8 278 142 8 143 classi 14 24 9 8 Per questo Comune è indispensabile realizzare l’aumento del tasso di scolarità della scuola media, per poter, poi, elevare quello dell’istruzione secondaria di secondo grado. Si otterrà, così, il potenziamento degli Istituti esistenti, senza creare alcuna nuova scuola, fatta eccezione per l’istruzione professionale. I raffronti fra la situazione reale dell’anno scolastico 1967/68, al lordo ed al netto dei pendolari, la proiezione della tendenza « B » (ultimo quinquennio) all’anno 1973/74, al lordo dei pendolari e lo standard, sono contenuti nella tabella 33. Dalla tabella suddetta si deduce che la popolazione scolastica del Comune di San Severo è superiore, già oggi, agli standard, al lordo dei pendolari, che, però, costituiscono poco meno della metà della popolazione complessiva. Con la riduzione dei pendolari, bisognerà elevare il tasso di scolarità degli Istituti superiori che, attualmente, al netto dei pendolari, è molto modesto (280 : 1000 coetanei). Le scuole esistenti, svuotandosi progressivamente di pendolari, dovranno essere utilizzate dagli alunni locali, grazie all’elevazione dei tassi di scolarità sia dell’istruzione secondaria di primo grado che di quella di secondo grado. Per ottenere un riequilibrio interno fra i tre settori è necessario frenare il settore liceale; potenziare il settore tecnico e creare, praticamente ex novo, l’istruzione professionale, il cui livello attuale deve essere decuplicato. In particolare il Liceo Classico dovrebbe stabilizzarsi su una popolazione scolastica di 400 alunni, al netto dei pendolari; anche la popolazione del Liceo Scientifico dovrebbe stabilizzarsi sul livello attuale, ma al netto dei pendolari; la popolazione scolastica del Magistrale dovrebbe, invece, subire una fortissima contrazione, anche dopo la progressiva riduzione dei pendolari. Nel settore tecnico sia l’Istituto Industriale che l’Agrario dovrebbero avere un forte incremento, anche dopo l’eliminazione della pendolarità. 193 L’ISTRUZIONE PUBBLICA IN CAPITANATA______________________________________________________ E’ stata, perciò, molto opportuna l’istituzione del triennio dell’Industriale, a partire dall’anno scolastico 1968/69, anche perché la maggior parte degli studenti pendolari provenienti da San Severo e diretti ad altri Comuni hanno frequentato l’Istituto Industriale. L’Istituto Commerciale e per Geometri, la cui popolazione scolastica dovrebbe stabilizzarsi sui 600 alunni, al netto dei pendolari, dovrebbe avere un incremento più modesto. Per l’istruzione professionale è necessario potenziare l’unico Istituto Professionale per l’Agricoltura. Comune di Cerignola La scuola media ha avuto, nell’anno scolastico 1967/68, una popolazione scolastica complessiva di 1.160 alunni, rispetto ad una popolazione presunta scolarizzabile di 3.003 unità, con un tasso di scolarità, nella scuola media, di 386, ancora più basso di quello di S. Severo. Anche a Cerignola il prioritario impegno delle Autorità locali deve essere finalizzato alla elevazione del tasso di scolarità nell’istruzione secondaria di primo grado. Il gettito dei licenziati della scuola media è stato, nell’anno scolastico 1966/67, di 204 unità; mentre gli iscritti alla prima classe degli Istituti superiori sono stati 258, fra i quali sono, certamente, compresi molti alunni pendolari, provenienti da altri Comuni. Di contro 143 alunni residenti a Cerignola hanno frequentato, nello stesso anno scolastico, Istituti aventi sede in altri Comuni, nelle suddivisioni indicate dalla tabella 38 della prima parte dello studio. La popolazione scolastica complessiva per tutti gli Istituti superiori è stata, nell’anno scolastico 1967/68, di 1.190 alunni, di cui 231 pendolari. ISTITUTI Liceo Ginnasio Istituto Commerciale » Industriale » Agrario » Prof. Agric. ISCRITTI A.S. 1967/68 328 263 194 174 231 PENDOLARI 28 46 101 16 40 Non sembra, perciò, opportuno istituire a Cerignola, a breve termine, nuovi Istituti superiori, senza aver prima ottenuto un soddisfacente aumento del tasso di scolarità nella scuola media. La creazione intempestiva di qualche nuovo Istituto si risolverebbe in un indebolimento degli Istituti esistenti, la cui popolazione scolastica va, invece, potenziata. La popolazione scolastica degli Istituti, i cui oneri di finanziamento sono a carico della Provincia, ha avuto il seguente andamento, dall’anno scolastico 1965/66 all’anno scolastico 1968/69 (nella seconda Co- 194 ______________________________________________________________II - PROGRAMMA D’INTERVENTO lonna è indicato il numero delle classi che serve a determinare il coefficiente di affollamento): 1965/66 1966/67 alunni classi Commerciale Industriale 275 162 11 5 1967/68 alunni classi 270 213 11 7 1968/69 alunni classi alunni classi 263 194 286 182 11 6 11 6 I raffronti fra la situazione reale dell’anno scolastico 1967/68, al lordo ed al netto dei pendolari, la proiezione della tendenza « B » (ultimo quinquennio) all’anno 1973/74, al lordo dei pendolari e lo standard, sono contenuti nella tabella 34. Dalla citata tabella 34 risulta evidente che la popolazione scolastica complessiva dell’istruzione superiore dovrebbe più che raddoppiare per la realizzazione degli standards; questo risultato non è, però, realizzabile senza un fortissimo incremento del tasso di scolarità della scuola media. Le carenze esistenti riguardano tutti i settori di istruzione superiore. La popolazione scolastica del settore liceale dovrebbe essere più che raddoppiata. Il Liceo Classico dovrebbe registrare un modesto incremento; mentre si rende necessario istituire il Liceo Scientifico, che sarà in grado di funzionare solo dopo un congruo aumento del gettito dei licenziati della scuola media. Per l’Istituto Magistrale è necessario tener conto dell’esistenza a Cerignola di un istituto privato legalmente riconosciuto che ha avuto, nell’anno scolastico 1967/68, una popolazione scolastica di 185 alunni. Il raddoppio della popolazione scolastica è necessario anche nel settore tecnico, con il potenziamento degli esistenti Istituti Industriale, Agrario e Commerciale. Nel settore professionale la popolazione scolastica dovrebbe essere triplicata, con il potenziamento dell’esistente Istituto per l’Agricoltura e con la creazione di due Istituti Professionali ad indirizzo Industriale e Commerciale. Il quarto Comune di questo Comprensorio, già dotato di Istituti Superiori, è Torremaggiore, che ha la peculiarietà di occupare una zona geograficamente emarginata sia dal Tavoliere che dal Subappennino ed è, quindi, in grado di svolgere, insieme ai vicini Comuni di Serracapriola, Chieuti e San Paolo di Civitate, una funzione di cerniera fra i due comprensori citati ed anche rispetto al terzo comprensorio e cioè a quello garganico. A Torremaggiore funzionano il Liceo Ginnasio, che ha avuto nell’anno scolastico 1967/68, una popolazione complessiva di 119 alunni di cui 24 pendolari, e l’Istituto Professionale per l’Agricoltura, con 99 iscritti, tutti residenti a Torremaggiore. 195 L’ISTRUZIONE PUBBLICA IN CAPITANATA______________________________________________________ Di contro, nello stesso anno scolastico, n. 257 alunni residenti a Torremaggiore hanno frequentato Istituti superiori aventi sede in altri Comuni. Il gettito dei diplomati dalla scuola media, nell’anno scolastico 1966/67, è stato di 81 unità, di cui solo 43 si sono poi iscritti, nel successivo anno scolastico 1967/68, alla prima classe degli Istituti superiori, funzionanti a Torremaggiore. La popolazione complessiva della scuola media, nell’anno scolastico 1967/68, è stata di 396 alunni, su una popolazione presunta scolarizzabile di 1.030 coetanei. Il risultante tasso di scolarità nella scuola media (coefficiente 384) e estremamente basso; tanto che Torremaggiore occupa l’ultimo posto nella graduatoria per tasso di scolarità nella scuola media dei Comuni del Tavoliere. Anche a Torremaggiore, più ancora che a Cerignola e San Severo, l’obiettivo di base è costituito dall’aumento del tasso di scolarità nella scuola media. Solo successivamente si potrà pensare all’istituzione di qualche scuola secondaria di secondo grado, di indirizzo ovviamente diverso rispetto alle due scuole esistenti, che dovrebbero essere potenziate, anche per avvicinarsi agli standards fissati, per i Licei Classici e gli Istituti Professionali, dalla tabella 22. Gli alunni pendolari di Torremaggiore dovranno, frattanto, continuare a viaggiare; ma non si tratta di un grande disagio data la vicinanza del Comune di San Severo, nel quale già funzionano gli Istituti superiori di quasi tutti i più diversi indirizzi. Il quinto ed ultimo Comune della piana, dotato già di un Istituto superiore, è Trinitapoli, nel quale ha funzionato, nell’anno scolastico 1967/68, un Istituto Professionale dell’Agricoltura, con 145 iscritti, di cui 51 pendolari. A Trinitapoli la scuola media ha avuto, nell’anno scolastico 1967/ 1968, 473 iscritti su una popolazione presunta scolarizzabile di 874 unità. Il risultante tasso di scolarità nella scuola media è di 541, da ritenersi discreto, anche se ulteriormente elevabile, con la riduzione dell’evasione all’obbligatorietà scolastica. Il gettito dei diplomati dalla scuola media è stato, nell’anno scolastico 1966/67, di 106 studenti, di cui 48 si sono iscritti, nel successivo anno scolastico 1967/68, alla prima classe del locale Istituto Professionale. Di contro 76 studenti di Trinitapoli hanno frequentato, nello stesso anno scolastico, Istituti superiori aventi sede in altri Comuni. L’eventualità della creazione, a Trinitapoli, di un secondo Istituto secondario di secondo grado, va, però, inquadrata in un contesto più ampio che comprende anche i limitrofi Comuni di Margherita di Savoia e San Ferdinando. 196 ______________________________________________________________II - PROGRAMMA D’INTERVENTO Nei rimanenti nove Comuni del Tavoliere non ha funzionato, nell’anno scolastico 1967/68, alcun Istituto superiore. Solo ad Ortanova è stato istituito, con decorrenza dal 1-10-1968, un Istituto Professionale per il Commercio con 67 alunni. Dei nove Comuni, tre (e precisamente Serracapriola, Poggio Imperiale e Chieuti) sono situati a Nord di San Severo; quattro (Ortanova, Carapelle, Stornara e Stornarella), fra Foggia e Cerignola; gli altri due (San Ferdinando e Margherita) a sud di Cerignola. Conviene, pertanto, esaminare la situazione di questi nove Comuni distinguendoli in tre gruppi. Nel primo gruppo va considerato anche il Comune di Torremaggiore, nel terzo gruppo anche il Comune di Trinitapoli. 1° GRUPPO. — A Chieuti non esiste la scuola media e gli alunni di questo Comune fanno capo a Serracapriola, la cui scuola media ha avuto, nell’anno scolastico 1967/68, una popolazione scolastica di 321 alunni su una popolazione presunta scolarizzabile complessiva di 637 coetanei, relativa ai due Comuni, e con un tasso di scolarità di 504, suscettibile di ulteriore elevazione1 . I licenziati della scuola media (anno scolastico 1966/67) sono stati 642 , 89 alunni residenti a Serracapriola e 5 residenti a Chieuti hanno frequentato, nell’anno scolastico 1967/68, istituti aventi sede in altri Comuni. A Poggio Imperiale la scuola media ha avuto (anno scolastico 1967/68) 142 is critti su una popolazione presunta scolarizzabile di 237 coetanei, con un tasso di scolarità di 599, notevolmente superiore a quello di Serracapriola. I licenziati dalla scuola media (anno scolastico 1966/67) sono stati 30, 97 alunni residenti a Poggio Imp eriale hanno frequentato, nell’anno scolastico 1967/68, Istituti superiori siti in altri Comuni. E’ evidente che si tratta di valori estremamente modesti per la localizzazione, a breve termine, in qualcuno di questi tre Comuni, di un Istituto di istruzione secondaria di secondo grado. Detta istituzione potrà essere prevista a medio termine, ad indirizzo professionale. Le distanze stradali fra i quattro Comuni sono le seguenti: — — — — — — Chieuti-Serracapriola Chieuti-S. Paolo di Civitate Chieuti-Torremaggiore Serracapriola-S. Paolo di C. Serracapriola-Torremaggiore Torremaggiore-S. Paolo di C. Km. » » » » » 4,5 23,7 31,3 16,7 24,3 7,6 1 Con la disaggregazione il tasso di scolarità risulta di 476 a Serracapriola e di 600 a Chieuti. 2 47 a Serracapriola e 17 a Chieuti. 197 L’ISTRUZIONE PUBBLICA IN CAPITANATA______________________________________________________ Ecco quali sono, invece, le distanze stradali con San Severo: — Chieuti Km. 36,5; San Paolo di Civitate Km. 12,8; Serracapriola Km. 29,5 e Torremaggiore Km. 7,6. La localizzazione di una nuova scuola, in grado di funzionare in uno dei quattro Comuni è resa difficile anche dall’attrazione che continuerebbero ad esercitare gli Istituti superiori già funzionanti nella vicina San Severo. 2° GRUPPO. — Ad Ortanova, su cui confluisce il Comune di Carapelle, privo di scuola media propria, la scuola media ha avuto, nell’anno scolastico 1967/68, una popolazione scolastica di 510 alunni su una popolazione presunta scolarizzabile complessiva di 1079 coetanei relativa ai due Comuni e con un tasso di scolarità, nella scuola media, di 4733 . A Stornara la popolazione scolastica della Media è stata di 137 alunni su 230 scolarizzabili, con un tasso di scolarità di 596; a Stornarella la popolazione scolastica della media è stata di 217 su 244 coetanei, con un tasso di scolarità di 889, il più alto fra tutti i Comuni del Tavoliere. Il gettito dei licenziati della Scuola Media è stato (anno scolastico 1966/67) di 131 ad Ortanova-Carapelle 4 , 14 a Stornara e 37 a Stornarella. Gli alunni pendolari, provenienti dai quattro Comuni sono stati 302 diretti parte a Foggia e parte a Cerignola. Le distanze stradali fra i quattro Comuni sono le seguenti: — — — — — — Ortanova-Carapelle Ortanova-Stornara Ortanova-Stornarella Stornarella-Stornara Stornarella-Carapelle Stornara-Carapelle Km. » » » » » 4,1 6,8 7,8 4,8 11,9 10,9 Le distanze stradali dei quattro Comuni con Foggia e Cerignola sono, invece: le seguenti: con Foggia: Ortanova Km. 20,5; Stornara Km. 27,7; Stornarella Km. 28,8 e Carapelle Km. 16,4. E con Cerignola: Ortanova Km. 20,7; Stornana Km. 11,9; Stornarella Km. 16,7 e Carapelle Km. 24,8. Con l’elevazione del tasso di scolarità della Scuola Media ad Ortanova ed a Stornara, si potrebbe programmare, a medio termine, l’istituzione di un biennio di Istituto superiore ad indirizzo professionale o tecnico, con localizzazione ad Ortanova. 3 Con la disaggregazione il tasso di scolarità risulta di 453 ad Ortanova e di 637 a Carapelle. 4 107 licenziati ad Ortanova, 24 a Carapelle. 198 ______________________________________________________________II - PROGRAMMA D’INTERVENTO E’ necessario, tuttavia, tener conto, ai fini della validità della nuova scuola, dell’attrazione che continuerebbero ad esercitare, sui licenziati della Scuola Media dei quattro Comuni, gli Istituti superiori già funzionanti a Foggia ed a Cerignola. 3° GRUPPO. — Come già rilevato a Trinitapoli la popolazione scolastica della scuola media è stata (anno scolastico 1967/68) di 473 iscritti su 874 presunti coetanei scolarizzabili, con un tasso di scolarità di 541; a Margherita di 460 iscritti su 841 presunti scolarizzabili, con tasso di scolarità di 547; a San Ferdinando di 443 iscritti su 854 scolarizzabili, con tasso di scolarità di 519. I licenziati della Scuola Media (anno scolastico 1966/67) sono stati rispettivamente 106 a Trinitapoli, 115 a Margherita e 79 a San Ferdinando. Gli alunni pendolari, iscritti agli Istituti superiori di altri Comuni, sono stati, nell’anno scolastico 1967/68, 76 provenienti da Trinitapoli, 74 da Margherita e 107 da San Ferdinando di Puglia. Le distanze stradali fra i tre Comuni sono le seguenti: — Trinitapoli-Margherita — Trinitapoli-San Ferdinando — Margherita-San Ferdinando Km. » » 6,8 5,6 12,4 Le distanze stradali con Cerignola e Foggia a nord, e Barletta a sud, sono, invece, le seguenti: — — — — — — — — — Trinitapoli-Cerignola Marghenita-Cerignola San Ferdinando-Cerignola Trinitapoli-Foggia Margherita-Foggia San Ferdinando-Foggia Tninitapoli-Barletta Margherita-Barletta San Ferdinando-Barletta Km. » » » » » » » » 23 29,8 15,2 48,2 55 54 17 18 19 Con una auspicabile elevazione del tasso di scolarità della Scuola Media, potrebbe essere istituito, a servizio dei tre Comuni, ed a medio termine, un biennio di Istituto superiore ad indirizzo tecnico o professionale, data anche la vicinanza di Istituti di istruzione classica e tecnica a Cerignola, Barletta ed Andria. In considerazione della presenza a Trinitapoli di un Istituto professionale è consigliabile ubicare la nuova scuola a Margherita di Savoia od a San Ferdinando di Puglia. 199 L’ISTRUZIONE PUBBLICA IN CAPITANATA______________________________________________________ COMPRENSORIO GARGANICO Dalla tabella 26 è stato rilevato che, per avvicinarsi agli standards, è necessario potenziare, nel comprensorio garganico, tutti gli indirizzi di studi, ad eccezione del Magistrale, nel quadro di una generale espansione della popolazione scolastica degli istituti secondari di secondo grado, con elevazione del tasso di scolarità e riassorbimento del fenomeno della pendolarità. Anche per il Gargano sono stati individuati quattro subcomprensori costituiti come segue: 1° Subcomprensorio, comprendente i Comuni di Manfredonia, Monte S. Angelo e Mattinata; 2° Subcomprensorio, comprendente i Comuni di San Marco in Lamis, S. Giovanni Rotondo e Rignano Garganico; 3° Subcomprensorio, comprendente i Comuni di Apricena, Lesina, Sannicandro Garganico e Cagnano Varano; 4° Subcomprensorio, comprendente i Comuni di Carpino, lschitella, Vico del Gargano, Rodi Garganico e Peschici. Al di fuori dei subcomprensori è stato considerato il Comune di Vieste, per la sua posizione eccentrica rispetto a tutti i possibili subcomprensori. Nel primo subcomprensorio la posizione preminente è occupata dal Comune di Manfredonia, in cui le scuole medie hanno avuto, nell’anno scolastico 1967/68, una popolazione scolastica complessiva di 1.537 iscritti, rispetto ad una popolazione scolarizzabile presunta di 2.699 unità. Il risultante tasso di scolarità nella scuola media è di 569, che può essere ulteriormente elevato. I licenziati della scuola media, nell’anno scolastico 1966/67, Sono stati 295; mentre gli iscritti al primo anno delle scuole superiori funzionanti a Manfredonia nel successivo anno scolastico 1967/68 sono stati 447. Anche Manfredonia ospita, perciò, una discreta aliquota di studenti pendolari, provenienti dai Comuni limitrofi. La popolazione scolastica complessiva degli Istituti superiori esistenti a Manfredonia è stata, nell’anno scolastico 1967/68, di 1.314 alunni, di cui 197 pendolari, distinta come segue: ISTITUTI Liceo Scientifico Istituto Magistrale » Commerciale » Nautico » Prof. Agricoltura 200 ISCRITTI A.S. 1967/68 255 437 310 229 83 PENDOLARI 54 50 69 24 - ______________________________________________________________II - PROGRAMMA D’INTERVENTO Gli Istituti, i cui oneri di funzionamento sono a carico della Provincia, hanno avuto la seguente popolazione scolastica dall’anno scolastico 1965/66 all’anno scolastico 1968/69. (Nella seconda colonna è indicato il numero delle classi che serve a determinare il coefficiente di affollamento): 1965/66 Scientifico Commerciale Nautico alunni classi 145 6 278 10 128 10 1966/67 alunni 177 317 179 classi 7 12 10 1967/68 1968/69 alunni classi alunni 255 8 256 310 11 329 229 Il 241 classi 9 11 11 Sempre nell’anno scolastico 1967/68 n. 123 alunni residenti a Manfredonia hanno frequentato Istituti aventi sede in altri Comuni (Tab. 39 - la parte). I raffronti fra la situazione reale dell’anno scolastico 1967/68, al lordo ed al netto dei pendolari, la proiezione della tendenza « B » (ultimo quinquennio) all’anno 1973/74, al netto dei pendolari e lo standard, sono contenuti nella tabella 35. Dalla suddetta tabella si deduce che la popolazione scolastica complessiva degli Istituti secondari di secondo grado dovrebbe essere quasi raddoppiata, con la riduzione graduale del numero degli alunni pendolari provenienti da altri Comuni. Il settore liceale dovrebbe essere fortemente potenziato; il settore tecnico dovrebbe essere pressoché raddoppiato; mentre l’istruzione professionale dovrebbe essere sestuplicata. In particolare, nel settore liceale, è necessario istituire un liceo classico, tenendo conto della esistenza di un Liceo privato legalmente riconosciuto; il Liceo scientifico dovrebbe stabilizzarsi sull’attuale popolazione al netto dei pendolari, mentre il Magistrale dovrebbe subire una forte contrazione, anche dopo la riduzione dei pendolari. Nel settore tecnico si rende necessario potenziare l’istituto Nautico, la cui popolazione scolastica dovrebbe essere raddoppiata. Per questo Istituto non è possibile ridurre i pendolari, in quanto si tratta dell’unico istituto del genere funzionante nella nostra Provincia. Si dovrebbe, altresi, istituire l’Industriale, anche per assorbire gli studenti residenti a Manfredonia, che frequentano, in altri Comuni, questo indirizzo di studio; e potenziare l’Istituto tecnico commerciale con l’eventuale creazione di una sezione per Geometri. Nel settore professionale, è necessario potenziare l’esistente Istituto professionale per l’agricoltura e creare, a breve termine, un Istituto professionale per l’industria ed un Istituto professionale alberghiero. Nel Comune di Monte S. Angelo la scuola media ha avuto, nello anno scolastico 1967/68, una popolazione scolastica di 643 alunni, rispetto ad una popolazione presunta scolarizzabile di 1.303 unità; il 201 L’ISTRUZIONE PUBBLICA IN CAPITANATA______________________________________________________ risultante tasso di scolarità nella scuola media è di 493 e dovrà essere notevolmente elevato su impulso delle Autorità locali. I licenziati della scuola media, nell’anno scolastico 1966/67, sono stati 100; mentre gli iscritti alle prime classi degli Istituti superiori esistenti a Monte S. Angelo sono stati 128 (inclusi i ripetenti). La popolazione scolastica complessiva degli Istituti Superiori, esistenti a Monte S. Angelo, è stata di 520 alunni, di cui 9 pendolari, distinti come segue: ISTITUTI Liceo Classico Magistrale Istituto Prof. Ind. Artig. ISCRITTI A.S. 1967/68 PENDOLARI 216 276 28 6 0 3 Sembra evidente che, senza una forte elevazione del tasso di scolarità nella scuola media non è possibile istituire, a breve termine, qualche altra scuola superiore, senza danneggiare le scuole esistenti. Nell’anno scolastico 1967/68, 42 alunni residenti a Monte S. Angelo hanno frequentato scuole superiori esistenti in altri Comuni. Ben 36 dei suddetti 42 pendolari hanno frequentato Istituti di Istruzione tecnica. Il terzo Comune incluso nel primo subcomprensorio, e cioè Mattinata, ha avuto una popolazione scolastica nella Scuola Media e nello anno scolastico 1967/68, di 230 alunni su 352 coetanei, con un tasso di scolarità di 663, da ritenersi abbastanza elevato. Il gettito dei diplomati della scuola media, nell’anno scolastico 1966/67, è stato di 35 unità. Poiché a Mattinata non esiste nessun Istituto di Istruzione Superiore, 111 alunni residenti nel suddetto Comune hanno frequentato, nell’anno scolastico 1967/68, Istituti Su- periori aventi sede nei Comuni limitrofi. Non sembra possibile, prevedere, a breve termine, l’istituzione di una scuola superiore a Mattinata, per il basso numero dei licenziati dalla Media; d’altra parte, una forte aliquota di pendolari frequenta l’Istituto Magistrale e cioè un indirizzo di studi da scoraggiare per le considerazioni di carattere generale già espresse. In prospettiva di medio termine si potrà, eventualmente, puntare sulla istituzione di un biennio ad indirizzo scientifico o tecnico. Si riportano le distanze stradali fra i tre Comuni: — Manfredonia-Monte S. Angelo — Manfredonia-Mattinata — Monte S. Angelo-Mattinata 202 Km. 15,8 » 19,2 » 10,3 ______________________________________________________________II - PROGRAMMA D’INTERVENTO Nel secondo subcomprensorio sono stati inclusi i Comuni di San Giovanni Rotondo, San Marco in Lamis e Rignano Garganico. A San Giovanni Rotondo le scuole medie hanno avuto, nell’anno scolastico 1967/68, una popolazione scolastica di 918 iscritti su 1287 presunti coetanei scolarizzabili, con un tasso di scolarità di 713, che è il più elevato fra tutti i Comuni garganici. Il gettito dei licenziati dalla scuola media è stato, nell’anno scolastico 1966/67, di 187 unità. A San Giovanni Rotondo funzionano due Istituti di istruzione secondaria di secondo grado: il Magistrale e l’Industriale. Gli iscritti alle prime classi dei suddetti Istituti, nell’anno scolastico 1967/68, sono stati complessivamente 261. Anche a San Giovanni Rotondo confluiscono, in una certa misura, studenti residenti nei Comuni limitrofi. La popolazione complessiva dei due Istituti Superiori è stata, nell’anno scolastico 1967/68, di 703 iscritti, di cui ben 218 pendolari, così distinti. ISTITUTI ISCRITTI A.S. 1967/68 Istituto Magistrale Istituto Industriale 335 368 PENDOLARI 93 125 In particolare la popolazione scolastica dell’Industriale, i cui oneri dì funzionamento sono a carico della Provincia, ha subito la seguente evoluzione dall’anno scolastico 1965/66 all’anno scolastico 1968/69: 1965/66 1966/67 alunni classi alunni 313 10 304 1967/68 classi alunni 11 368 1968/69 classi 13 alunni classi 391 14 Di contro 142 alunni residenti a San Giovanni Rotondo hanno frequentato, nell’anno scolastico 1967/68, Istituti esistenti in altri Comuni. Anche se è elevato il numero di questo secondo gruppo di pendolari, non sembra opportuna l’istituzione, a breve termine, di una terza scuola superiore che, se ad indirizzo classico, svuoterebbe il vicino Liceo Ginnasio di San Marco in Lamis; se, ad indirizzo tecnico, svuoterebbe il locale Istituto Industriale, che ha una forte aliquota di pendolari di immigrazione, da ridursi progressivamente. Bisognerebbe, perciò eventualmente orientarsi verso un Istituto professionale. E’, quindi, meritevole di appoggio la proposta del Comune di San Giovanni Rotondo di istituire, a breve termine, un Istituto Professionale Femminile, con specializzazione di maestra di sartoria, maglierista, disegnatrice, pubblicitaria, propagandista e dimostratrice pubblicitaria, accompagnatrice turistica, addetta alla vendita ed alla vetrina, cosmetica, preparatrice di laboratorio chimico e biologico. 203 L’ISTRUZIONE PUBBLICA IN CAPITANATA______________________________________________________ A San Marco in Lamis la Scuola Media ha avuto, nell’anno scolastico 1966/67, una popolazione scolastica di 559 iscritti, su 1.159 presunti coetanei scolarizzabili. Il tasso di scolarità è di 482, suscettibile di congrua elevazione. Il gettito dei licenziati dalla Scuola Media è stato di 157 unità nell’anno scolastico 1966/67. Nel Comune funziona un Liceo Ginnasio che ha avuto, nell’anno scolastico 1967/68, n. 281 iscritti, di cui 96 pendolari. Gli iscritti alla prima classe del Liceo sono stati, nello stesso anno scolastico, 80. Al contrario, ben 227 alunni residenti a San Marco in Lamis hanno frequentato, sempre nello stesso anno scolastico, Istituti aventi sede in altri Comuni. Praticamente si è determinato uno scambio di studenti fra S. Giovanni Rotondo e San Marco in Lamis, nel senso che alunni di San Giovanni frequentano a San Marco il Liceo Ginnasio ed alunni di San Marco in Lamis frequentano a San Giovanni l’Industriale ed il Magistrale. A questi pendolari si aggiungono, come vedremo fra poco, gli studenti di Rignano. L’istituzione di una seconda scuola superiore a San Marco in Lamis non può, perciò, essere programmata a breve termine, ma a medio od a lungo termine ed, in ogni caso, dovrà avere un indirizzo tecnico (commerciale o per geometra) o professionale (agricoltura). A Rignano la Scuola Media ha avuto una popolazione scolastica, nell’anno scolastico 1967/68, di 128 alunni, sui 204 presunti coetanei scolarizzabili. Il tasso di scolarità di 627 è discreto, anche se suscettibile di incremento. Il gettito dei diplomati della Scuola Media è stato, nell’anno scolastico 1966/67, di 20 unità. Gli studenti residenti a Rignano che hanno frequentato, nel successivo anno scolastico 1967/68, Istituti aventi sede in Comuni limitrofi sono stati 80. Data l’estrema modestia dei suddetti valori, non è ipotizzabile la istituzione a Rignano di alcuna Scuola Superiore. Si riportano le distanze stradali fra i vari Comuni: — San Giovanni Rotondo-San Marco in Lamis Km. 9 — San Giovanni Rotondo-Rignano Garganico » 16,5 — San Marco in Lamis -Rignano Garganico » 7,5 Nel terzo subcomprensorio sono stati inclusi i Comuni di Lesina, Apricena, Sannicandro Garganico e Cagnano Varano. In nessuno di questi Comu ni esiste un Istituto Superiore, ad eccezione di Sannicandro Garganico, dove funziona un Istituto Professionale dell’Agricoltura che ha avuto, nell’anno scolastico 1967/68, 106 iscritti, di cui ben 64 pendolari. 204 ______________________________________________________________II - PROGRAMMA D’INTERVENTO Nei quattro Comuni le scuole medie hanno avuto, nell’anno scolastico 1967/68, la seguente popolazione scolastica, con a fianco indicata la popolazione presunta scolarizzabile ed il tasso di scolarità: alunni LESINA APRICENA SANNICANDRO G. CAGNANO V. 161 336 545 178 scolarizzabili tasso di scolarità 368 839 1141 545 438 400 478 326 I tassi di scolarità sono suscettibili di congruo aumento per tutti i Comuni. Dai dati sopra esposti si rileva che il Comune con la più numerosa popolazione scolastica e con il tasso di scolarità più elevato è quello di Sannicandro Garganico. La posizione di preminenza di Sannicandro è confermata dal gettito dei licenziati dalla scuola media, nell’anno scolastico 1966/67, che è stato di 36 a Lesina, 64 ad Apricena, 137 a Sannicandro e 54 a Cagnano. 40 dei 137 licenziati di Sannicandro Garganico si sono, poi, iscritti, nel successivo anno scolastico 1967/68, alla prima classe del locale Istituto Professionale per l’Agricoltura. Nello stesso anno scolastico 1967/68 gli studenti pendolari sono stati 112 a Lesina, 303 ad Apricena, 315 a Sannicandro e 131 a Cagnano garganico. Le distanze stradali fra i quattro Comuni sono le seguenti: — — — — — — — — Lesina-Apricena Km. 14,2 Lesina-Sannicandro » 27 Lesina-Cagnano Varano » 39 Apricena-Sannicandro Garganico » 14 Apricena-Cagnano Varano » 25,4 Cagnano Varano-Sannicandro Garganico » 11,1 Sannicandro-S. Marco » 22 Cagnano Varano-San Giovanni Rotondo » 30,5 E’ doveroso far presente, agli effetti della pendolarità, che la maggior parte degli studenti di Sannicandro e Cagnano usufruisce della Ferrovia Garganica. Si rende opportuno, perciò, istituire, a breve termine, un Istituto Superiore a Sannicandro ed, a medio termine, bienni sia ad Apricena che a Cagnano Varano. A Sannicandro, dato il forte gettito dei diplomati della scuola media ed il notevole numero dei pendolari, un Istituto superiore potrebbe funzionare al più presto. Il Comune di Sannicandro ha proposto al Ministero della P.I. la istituzione di un Magistrale; di un indirizzo di studi che andrebbe, invece, scoraggiato. 205 L’ISTRUZIONE PUBBLICA IN CAPITANATA______________________________________________________ E’ più opportuno, perciò, far cadere la scelta su di un Istituto Industriale od, in subordine, su di un Istituto Commerciale e per Ge ometri. Ad Apricena si potrà istituire, a medio termine, un Istituto Commerciale, dopo l’istituzione a Sannicandro dell’industriale. In caso di localizzazione a Sannicandro del Commerciale, converrebbe localizzare ad Apricena l’Industriale. A Cagnano Varano si potrebbe creare, a medio termine, un biennio del Liceo Scientifico; ed a Lesina, sempre a medio termine, un Istituto Professionale ad indirizzo alberghiero. Nel quarto subcomprensorio i Comuni già dotati di Istituti Superiori sono Vico, nel quale funziona dall’anno scolastico 1968/69, un Liceo Ginnasio con 39 iscritti; ed Ischitella, nel quale funziona un Istituto Professionale che ha avuto, nell’anno scolastico 1967/68, 35 alunni di cui 12 pendolari. Gli iscritti alla Scuola Media dei cinque Comuni di questo quarto subcomprensorio, sono stati, nell’anno scolastico 1967/68, i seguenti, con a fianco indicata la presunta popolazione scolarizzabile ed il risultante tasso di scolarità nella scuola media: alunni CARPINO ISCHITELLA RODI G.CO VICO DEL G. PESCHICI 144 132 121 312 114 scolarizzabili tasso di scolarità 419 318 262 579 245 344 415 462 539 465 I licenziati dalla Scuola Media, nei suddetti Comuni e nell’anno scolastico 1966/67, sono stati 25 a Carpino, 38 ad Ischitella, 29 a Rodi, 53 a Vico e 13 a Peschici. Dei 38 diplomati di Ischitella, 21 si sono iscritti, nel successivo anno scolastico 1967/68, alla prima classe del locale Istituto Professionale per l’Industria e l’Artigianato. Non è possibile, in base ai dati raccolti, operare lo stesso raffronto per Vico del Gargano, nel quale Comune il Liceo Ginnasio è stato istituito — come sezione staccata di San Severo — dall’1-10-1968. Gli alunni pendolari, costretti a viaggiare, sono stati, nell’anno scolastico 1967/68, 20 con residenza a Carpino, 5 con residenza ad Ischitella, 3 a Rodi, 14 a Vico e 7 a Peschici. Si tratta, come è evidente, di valori molto bassi per ipotizzare la creazione di qualche altro Istituto Superiore. Per Vico del Gargano viene proposta, da alcuni anni, l’istituzione di un biennio dell’Industriale; è doveroso osservare che, dopo la creazione, nel suddetto Comune, di un Liceo-Ginnasio, l’eventuale funzionamento del biennio dell’Industriale, senza un congruo aumento del tasso di scolarità nella scuola media, si risolverebbe in una remora allo svi- 206 ______________________________________________________________II - PROGRAMMA D’INTERVENTO luppo del suddetto Liceo-Ginnasio. Sarebbe opportuno, tuttavia, creare ugualmente un biennio dell’Industriale in uno dei cinque Comuni di questo subcomprensorio per offrire un’alternativa di indirizzo scolastico agli studenti di questo gruppo di Comuni, che distano notevolmente dai centri in cui funzionano Istituti Superiori. Le distanze stradali fra i cinque Comuni sono le seguenti: — — — — — — — — — — Carpino-Ischitella Carpino-Rodi Carpino-Vico Carpino-Peschici Ischitella-Rodi Ischitella-Vico Ischitella-Peschici Rodi-Vico Rodi-Peschici Vico-Peschici Km. » » » » » » » » » 16,5 16,9 22,9 32,2 9,3 6,4 24,6 15,7 15,3 16 E’ anche importante considerare le distanze stradali fra i cinque Comuni ed i centri di San Severo e Vieste: — — — — — — — — — — Carpino-San Severo Ischitella-San Severo Rodi-San Severo Vico-San Severo Peschici-San Severo Carpino-Vieste Ischitella-Vieste Rodi-Vieste Vico-Vieste Peschici-Vieste Km. » » » » » » » » » 48,8 56 57,3 63 72,6 49,4 41,8 32,5 33,2 17,2 Il Comune di Vico dista da Monte S. Angelo Km. 43. Nel Comune di Vieste la Scuola Media ha avuto, nell’anno scolastico 1967/68, 431 iscritti su una popolazione presunta scolarizzabile di 811 unità. Il tasso di scolarità di 531 può essere ulteriormente elevato. Il gettito dei licenziati dalla Media è stato, nell’anno scolastico 1966/67, di 83 unità. Ben 55 dei suddetti diplomati si sono iscritti, nel successivo anno scolastico 1967/68, alla prima classe del locale Liceo Scientifico (sezione staccata di Manfredonia). La popolazione scolastica di detto Liceo ha avuto il seguente andamento dall’anno scolastico 1961/62 al 1967/68: — — — 1961/62 1962/63 1963/64 59 64 81 207 L’ISTRUZIONE PUBBLICA IN CAPITANATA______________________________________________________ — — — — 1964/65 1965/66 1966/67 1967/68 108 132 157 190 Da alcuni anni viene proposta la concessione dell’autonomia al Liceo Scientifico che, da tempo, si articola sulle previste cinque classi. Dall’1-10-1968 funziona, sempre a Vieste, un Istituto Professionale Alberghiero. che ha avuto, già dal primo anno, 85 iscritti. Vieste ha la singolarità — unico Comune della Provincia — di non essere stata tributario a nessun altro Comune, nell’anno scolastico 1967/68, di alunni pendolari. Gli studenti di Vieste, perciò, frequentano, tutti, gli Istituti locali. Da questa premessa si può trarre la conclusione che, anche per la eccentricità della posizione geografica, nessun nuovo Istituto di Istruzione Superiore va creato a Vieste, a breve termine; in una prospettiva di medio termine si potrà programmare l’istituzione, di un biennio di istruzione tecnica (preferibilmente un Tecnico per Geometri) per completare la gamma dei tre indirizzi di base. La suddivisione dei Comuni nei quattro subcomprensori potrebbe essere effettuata anche sulla base di accoppiamenti diversi. Qualsiasi altra suddivisione possibile finirebbe, inevitabilmente, per emarginare alcuni Comuni, che risulterebbero più vicini a centri inclusi in un subcomprensorio diverso rispetto ai Comuni inclusi nello stesso subcomprensorio. Tale è il caso, ad esempio, di Cagnano Varano, più vicino a Rodi e Carpino che ad Apricena e Lesina; o di Lesina, più vicino a Poggio Imperiale che a Cagnano. La funzione di questi Comuni, che si trovano in posizione di cerniera fra i vari subcomprensori deve essere, perciò, valutata anche prescindendo, in parte, dalla situazione della scuola media, ai fini della localizzazione a medio od a lungo termine di qualche Istituto Superiore in aggiunta alla localizzazione espressamente indicata nella precedente esposizione. COMPRENSORIO DEL SUBAPPENNINO Anche il Sub-appennino, come gli altri Comprensori, è stato suddiviso, ai soli fini del presente studio, in quattro subcomprensori. Nel primo subcomprensorio sono stati inclusi i Comuni di Casalnuovo, Casalvecchio e Castelnuovo, che gravitano su Torremaggiore e San Severo e, in parte, su Lucera; di Pietra, Motta, Celenza, Carlantino, San Marco la Catola, Volturara e Volturino, che gravitano tutti su Lucera. 208 ______________________________________________________________II - PROGRAMMA D’INTERVENTO Il secondo subcomprensorio raggruppa i Comuni di Alberona, Biccari e Roseto, che gravitano su Lucera ed, in parte, su Troia; ed i Comuni di Castelluccio Valmaggiore, Celle, Faeto ed Orsara, che gravitano tutti su Troia. Nel terzo comprensorio sono stati inclusi i Comuni di Castelluccio dei Sauri, Panni, Bovino, Accadia, S. Agata, Anzano e Monteleone; nel quarto i Comuni di Ascoli, Candela e Rocchetta. E’ evidente che, anche per la citata suddivisione, valgono le stesse considerazioni già espresse per i subcomprensori garganici e per i Comuni che vengono a trovarsi ai margini dei subcomprensori stessi. Prima di passare all’esame della situazione dei singoli Comuni è opportuno ripetere che, solo in sei dei trenta Comuni hanno funzionato, nell’anno scolastico 1967/68, Istituti di istruzione secondaria di secondo grado e precisamente nei Comuni di Lucera, Casalnuovo, Biccari, Troia, Bovino e S. Agata di Puglia. Dalla tabella 27 è stato rilevato che, per avvicinarsi agli obiettivi di piano, è necessario potenziare, nel Subappennino, in primo luogo, l’istruzione tecnica e la professionale e, in secondo luogo, l’istruzione liceale, con esclusione del Magistrale, al fine di aumentare considerevolmente la popolazione scolastica della Istruzione Superiore, nel suo complesso, attraverso l’elevazione — ed, in molti Comuni, il raddoppio — dell’attuale tasso presunto di scolarità nella media e l’eliminazione graduale della pendolarità. Lucera occupa una posizione geografica centripeta per quasi tutti i Comuni dei primi due subcomprensori. A Lucera le Scuole Medie hanno avuto, nell’anno scolastico 1967/ 1968, una popolazione scolastica complessiva di 1.155 alunni su una popolazione presunta scolarizzabile di 1.815, con un tasso di scolarità di 636, più basso di Foggia, ma più elevato dei tassi di Manfredonia, San Severo e Cerignola. I licenziati dalla scuola media, nell’anno scolastico 1966/67, sono stati 255; mentre gli iscritti alla prima classe dei locali Istituti Superiori sono stati, nel successivo anno scolastico 1967/68, ben 556. Anche a Lucera si verifica, come a Foggia, San Severo, Manfredonia e Cerignola, il fenomeno della pendolarità di immigrazione. La popolazione scolastica globale degli Istituti Superiori, funzionanti a Lucera, è stata, nell’anno scolastico 1967/68, di 1.860 alunni, di cui 652 pendolari, come risulta dalle seguenti suddivisioni, con a fianco indicato il numero dei pendolari: ISTITUTI Liceo ginnasio Magistrale Commerciale Prof. per il Commercio » Ind. Artig. ISCRITTI A.S. 1967/68 369 573 670 75 173 PENDOLARI 107 250 178 21 96 209 L’ISTRUZIONE PUBBLICA IN CAPITANATA______________________________________________________ Di contro 134 alunni, residenti a Lucera, hanno frequentato, nell’anno scolastico 1967/68, Istituti Superiori aventi sede in Comuni limitrofi. Fra gli Istituti Superiori esistenti a Lucera, il Tecnico Comm. e per Geometri che è l’unica scuola i cui oneri sono a carico della Provincia, ha avuto, negli anni scolastici dal 1965/66 al 1968/69: 1965/66: 561; 1966/67: 629; 1967/68: 670 e 1968/69: 707. I raffronti fra la situazione reale dell’anno scolastico 1967/68, al lordo ed al netto dei pendolari, la proiezione della tendenza « B » (ultimo quinquennio) all’anno 1973/74, al lordo dei pendolari e lo standard, sono contenuti nella tabella 36. Dalla suddetta tabella si desume che la popolazione scolastica complessiva degli Istituti secondari di secondo grado dovrebbe, per la realizzazione degli standards, aumentare moderatamente rispetto alla popolazione attuale, al netto dei pendolari; subire, addirittura, una contrazione rispetto alla popolazione scolastica attuale, al lordo dei pendolari. Il settore liceale dovrebbe subire una moderata contrazione; il Magistrale dovrebbe essere dimezzato, per dar vita, a medio termine, ad un Liceo Scientifico. Nel settore tecnico bisognerà creare, a breve termine, un biennio dell’Istituto Industriale, in modo da assorbire i pendolari che frequentano Istituti siti in Comuni limitrofi e contrarre moderatamente la popolazione scolastica del locale Istituto Tecnico Commerciale e per Geometri. Nel settore professionale è necessario potenziare fortemente i due Istituti esistenti e creare un terzo Istituto ad indirizzo agricolo. Le auspicate contrazioni degli Istituti esistenti possono essere ottenute anche mediante la riduzione graduale delle pendolarità provenienti dai Comuni limitrofi. In conclusione, a Lucera è necessario istituire, a breve termine, un biennio dell’industriale ed un Istituto Professionale per l’Agricoltura; ed, a medio termine, un Liceo Scientifico. Gli altri Comuni raggruppati nel primo subcomprensorio, hanno avuto la seguente popolazione scolastica, nell’anno scolastico 1967/68. con a fianco indicata la popolazione presunta scolarizzabile ed il risultante tasso di scolarità nella Scuola Media: — iscritti CASALNUOVO CASALVECCHIO CASTELNUOVO PIETRA M. MOTTA M. CELENZA V. CARLANTINO SAN MARCO LA C. VOLTURARA VOLTURINO 210 211 175 130 175 68 99 59 67 56 87 scolarizzabili 263 180 175 233 115 192 130 172 91 151 tasso di scolarità 802 972 743 751 591 516 454 390 615 576 ______________________________________________________________II - PROGRAMMA D’INTERVENTO Il gettito dei licenziati della scuola, nei suddetti Comuni e nell’anno scolastico 1966/67, è stato il seguente: Casalnuovo 39, Casalvecchio 35, Castelnuovo 25, Pietra M. 33, Motta M. 22, Celenza V. 25, Carlantino O (Istituto a.s. 1967/68), San Marco la Catola 19, Vo lturara 14 e Volturino 17. Nessuno di questi Comuni è dotato di Istituto Superiore, ad eccezione di Casalnuovo, in cui funziona un Istituto Professionale per il Commercio frequentato, nell’anno scolastico 1967/68, da 76 alunni, di cui 17 pendolari. I pendolari residenti nei Comuni suddetti e che hanno frequentato, nell’anno scolastico 1967/68, Istituti Superiori siti in Comuni limitrofi, sono stati, rispettivamente, 47 a Casalnuovo, 48 a Casalvecchio, 62 a Castelnuovo, 70 a Pietra, 52 a Motta, 13 a Celenza, 8 a Carlantino, 12 a S. Marco la Catola, 9 a Volturara e 65 a Volturino. Le distanze stradali fra i dieci Comuni sono riportate nella tab. 37. I valori sopra espressi in relazione al suddetto gruppo di Comuni sono troppo modesti per la localizzazione — a breve termine — di un Istituto Superiore; si potrà, eventualmente, istituire, a medio termine, un biennio ad indirizzo professionale a Pietra Montecorvino, in cui potranno confluire sia gli studenti di Casalvecchio, Casalnuovo e Castelnuovo, che gli studenti di Carlantino, Celenza e San Marco la Catola, dopo la imminente sistemazione della strada provinciale Scassabarile-Serralombardi. In alternativa, la nuova Scuola potrebbe essere localizzata a Celenza. Il secondo subcomprensorio comprende i Comuni di Alberona, Biccari, Roseto, Troia, Castelluccio Valmaggiore, Celle, Faeto ed Orsara, che hanno avuto, nell’anno scolastico 1967/68, la popolazione scolastica, la popolazione presunta scolarizzabile ed il tasso di scolarità nella Scuola Media, di seguito elencati: iscritti ALBERONA BICCARI ROSETO V. TROIA CASTELLUCCIO V. FAETO - CELLE scolarizzabili tasso di scolarità 39 179 79 494 94 64 142 259 200 566 144 157 275 691 391 872 653 408 206 320 644 (complessivi) ORSARA DI P. Il gettito dei licenziati dalla Scuola Media, nell’anno scolastico 1966/67 è stato di 42 a Biccari, 16 a Roseto, 104 a Troia, 26 a Castelluccio V. e 35 ad Orsara. Ad Alberona ed a Faeto la Scuola Media è stata istituita a partire dall’anno scolastico 1967/68; mentre a Celle non esiste ancora la Scuola Media. 211 L’ISTRUZIONE PUBBLICA IN CAPITANATA______________________________________________________ Per valutare più realisticamente la situazione di Troia, bisogna tener conto della presenza dei seminaristi, non considerati nel calcolo della popolazione presunta, che frequentano la Scuola Media, elevandone la popolazione scolastica, il tasso di scolarità ed il gettito dei diplomati. A Biccari hanno funzionato, nell’anno scolastico 1967/68, un Istituto Professionale dell’Agricoltura con 70 iscritti, di cui ben 54 pendolari ed un Istituto Professionale per il Commercio, con 66 iscritti, di cui 3 pendolari. A Troia ha funzionato, nello stesso anno scolastico, un Istituto Professionale dell’Agricoltura con 61 iscritti, di cui 35 pendolari. Gli alunni pendolari, residenti nei suddetti Comuni, che hanno frequentato, nell’anno scolastico 1967/68, Istituti aventi sede in Comuni limitrofi, sono stati 30 ad Alberona, 74 a Biccari, 14 a Roseto, 223 a Troia, 46 a Castelluccio Valmaggiore, 6 a Faeto, 1 a Celle S. Vito e 76 ad Orsara. Le distanze stradali fra gli 8 Comuni e con i centri di Lucera e Troia sono riportati nella tabella 38. Il Comune di Biccari ha chiesto l’istituzione di un Magistrale; mentre il Comune di Troia ha chiesto l’istituzione di un Liceo Ginnasio. La richiesta di Biccari non è meritevole di accoglimento: 1) perché riferita ad un indirizzo di studi da scoraggiare; 2) per l’esistenza, nello stesso Comune, di due Istituti Professionali il cui potenziamento verrebbe, certamente, compromesso dalla creazione di un terzo Istituto Superiore. La richiesta di Troia è meritevole di accoglimento; l’istituzione del Liceo preclude, tuttavia, la creazione, a breve termine, di un Istituto Superiore ad indirizzo tecnico. Nel caso che il Liceo Ginnasio non fosse più istituito, si rende necessario creare, a breve termine, un biennio ad indirizzo tecnico. E’ opportuno, infine, creare, a medio termine, un Istituto Professionale per l’Industria ad Orsara. Il terzo subcomprensorio abbraccia i Comuni di Bovino, Deliceto, Accadia, S. Agata, Anzano, Monteleone e Panni, che hanno avuto, nello anno scolastico 1967/68, la popolazione scolastica, la popolazione presunta scolarizzabile ed il tasso di scolarità, nella Scuola Media, di seguito indicati: iscritti BOVINO DELICETO ACCADIA S. AGATA DI P. ANZANO DI P. MONTELEONE PANNI 212 297 198 155 205 63 91 42 scolarizzabili 446 365 366 331 194 226 156 tasso di scolarità 666 542 423 619 325 403 269 ______________________________________________________________II - PROGRAMMA D’INTERVENTO I1 gettito dei licenziati dalla Scuola Media è stato (anno scolastico 1966/67) di 57 a Bovino, 36 a Deliceto, 39 ad Accadia, 37 a S. Agata, 10 ad Anzano, 17 a Monteleone e 9 a Panni. A Bovino ha funzionato, nell’anno scolastico 1967/68, un Istituto Professionale per l’Industria ed Artigianato con 43 iscritti, di cui 17 pendolari. Nello stesso Comune ha funzionato, nello stesso anno scolatico, un Istituto Tecnico Commerciale privato riconosciuto con 68 alunni. Dall’1-10-1968 è stato istituito, sempre a Bovino, un Istituto Magistrale privato autorizzato ma non riconosciuto. A S. Agata ha funzionato, nell’anno scolastico 1967/68, un Istituto Professionale per l’Industria e l’Artigianato con 33 iscritti, di cui 2 pendolari. Negli altri cinque Comuni non esistono Scuole Superiori. Gli alunni pendolari residenti nei suddetti Comuni, che hanno frequentato, nell’anno scolastico 1967/68, Istituti aventi sede in altri Comuni, sono stati 70 a Bovino, 31 a Deliceto, 8 ad Accadia, 3 ad Anzano e 13 a Panni. Nessun pendolare a Monteleone. I valori sopra esposti sono molto modesti per la localizzazione, in uno dei sette Comuni, di Istituti Superiori. Nel Comune più importante e cioè a Bovino, l’istituzione di una nuova Scuola finirebbe per danneggiare gli Istituti pubblici e privati già esistenti. Da qualche anno viene richiesta l’istituzione di un biennio dell’industriale ad Accadia. Anche se ad Accadia non sussistono, allo stato, le condizioni per mantenere in vita un Istituto Superiore, conviene insistere nella richiesta, nel tentativo di rompere lo stato di depressione esistente nei Comuni più lontani dai centri dotati di Scuole Superiori, al fine di elevare, per induzione, il tasso di scolarità nella scuola media, il cui livello è estremamente basso. A medio termine si potrà programmare l’istituzione a Bovino di un biennio ad indirizzo tecnico (anche a mezzo della statizzazione dell’Istituto pariflcato esistente) e di un Istituto Professionale per l’Industria a Deliceto. Nella tabella 39 sono riportate le distanze stradali fra i sette Comuni e le distanze di ogni singolo Comune con il capoluogo di Provincia. Il quarto ed ultimo subcomprensorio include i Comuni di Ascoli, Castelluccio, Candela e Rocchetta, nei quali sono stati registrati, nell’anno scolastico 1967/68, i seguenti dati in ordine alla popolazione scolastica, alla popolazione presunta scolarizzabile ed al tasso di scolarità nella Scuola Media: iscritti ASCOLI S. CASTELLUCCIO S. CANDELA ROCCHETTA S.A. 533 97 176 122 scolarizzabili 587 145 328 261 tasso di scolarità 908 669 537 467 213 L’ISTRUZIONE PUBBLICA IN CAPITANATA______________________________________________________ Il gettito dei licenziati dalla Scuola Media, nell’anno scolastico 1966/67, è stato di 103 ad Ascoli, 47 a Candela e 23 a Rocchetta. A Castelluccio dei Sauri la Scuola Media è stata istituita dall’anno scolastico 1967/68. In nessuno dei quattro Comuni esiste un Istituto Superiore, per cui gli alunni pendolari risultano 139 ad Ascoli, 12 a Castelluccio, 71 a Candela e 6 a Rocchetta. Nella tabella 40 sono riportate le distanze stradali fra i quattro Comuni e le distanze di ogni singolo Comune con il Capoluogo di Provincia. Dai dati sopra riportati risulta evidente la necessità di istituire, a brevis simo termine, un Istituto Superiore ad Ascoli Satriano. Per la scelta dell’indirizzo di studi è da disattendere la richiesta dell’Amministrazione Comunale di Ascoli intesa ad ottenere l’istituzione di un Magistrale o di un Liceo Ginnasio. Ben 95 dei 139 pendolari di Ascoli Satriano hanno frequentato, nell’anno scolastico 1967/68, Istituti di istruzione tecnica, per cui è opportuno scegliere per questo Comune un biennio ad indirizzo tecnico (industriale o, in subordine, commerciale). La suddetta scelta è conforme non solo agli obiettivi di piano, ma anche alle vocazioni industriali della zona. A Candela potrebbe essere istituito, a breve termine, un Istituto Professionale ad indirizzo industriale. L’indagine su L’ISTRUZIONE PUBBLICA IN CAPITANATA A CURA DEL GRUPPO DI STUDIO DELL’AMM.NE PROV.LE oltre che in questo e nel precedente fascicolo di «la Capitanata», è apparso con lo stesso titolo in due « Quaderni » dello stesso ente Provincia di Foggia: I - Esame della situazione di pp. 26, con 40 tabelle e 23 grafici; II- Programma d’intervento di pp. 46, con 42 tabelle e 4 allegati. Profilo di un giobertiano Ferdinando Villani (Con inediti del Tommaseo) Lungo il margine meno noto della nostra storia letteraria, quello regionale o, addirittura, provinciale, in un paese lungamente sfruttato e oppresso (non si vuole fare qui il dramma della storia meridionale), fortemente segnato dalla vita di tradizioni locali e popolari dell’economia agricola, vissuto all’ombra della egemonia culturale esercitata da Napoli su tutto il Mezzogiorno, in gran parte estraneo alla vivace fioritura della Penisola, imbattersi in un poligrafo non superficiale, quale fu Ferdinando Villani, significa poter delimitare un’area di cultura che, anche se non offre rilevanti documenti letterari, segna, tuttavia, una decorosa partecipazione, pur nei limiti di un debole riecheggiamento, agli spiriti più elevati e maturi della civiltà letteraria dell’Italia del tempo. Ferdinando Villani nacque a Foggia, il 27 febbraio 1822; la vita ci è piuttosto nota, grazie alle notizie forniteci dal figlio Carlo e dal Giusto 1 che ci informano più o meno dettagliatamente delle origini nobili della sua famiglia, consacrata alla pratica del Foro già da alcune generazioni. Compì i suoi primi studi sotto la guida di Niccolò Borrelli2 che « dettò scuola in Foggia parecchi anni, e fu per Foggia un’era di rinnovamento letterario pel gusto che diffuse quanto alla grazia della lingua e alla forma del dire, ond’egli intese scuotere le vecchie discipline e impiantò nell’animo dei giovani straordinario amore per le lettere italiane e pel culto di Dante » 3 . Poi, secondo le consuetudini d’ella società meridionale del tempo e di una cultura gravitante essenzialmente nell’area napoletana, perfezionò i suoi studi a Napoli; frequentò la scuola del marchese Puoti, presso il quale dové rimanere almeno fino al 454 le lezioni filosofiche del Galluppi e quelle giuridiche di C. Malpica, di R. Savarese, e di P. S. Mancini. Dopo la laurea in legge tornò a Foggia e fu avvocato in Lucera, poi presidente della Corte di Assise in Napoli; e le alte cariche della magistratura che ricoprì lo portarono a Trani, Lanciano, Salerno, Aquila, Sulmona, Chieti, Ariano ad esercitare un magistero di dottrina e di umanità. Nominato cattedratico nelle Scuole Pie di Foggia, insegnò filosofia e giurisprudenza; per le sue opere filosofiche e giuridiche ebbe ~, 215 CARMEN PRENCIPE DI DONNA_________________________________________________________________ lodi da Nicolini, Pisanelli, Tommaseo, Bonghi, Pessina, Bovio, P. S. Mancini. Nel 1875 per proposta fatta al Consiglio superiore della P. I. da B. Spaventa ebbe il diploma di professore di filosofia nei licei dal ministro Bonghi. Fu membro di numerose accademie; nel 1880 fu candidato al parlamento per il collegio elettorale di Foggia, vivamente sostenuto dal Minghetti. Morì nel 1888. Fin qui nelle grandi linee la sua vicenda umana che, per altro, non ricollegandosi ad eventi pubblici rilevanti, non appare neppure tra le più interessanti dei giureconsulti meridionali per poter giustificare una ricerca particolare quale la nostra vuole essere, che vada oltre i limiti di una frettolosa individuazione storica volta a riesumare nell’ambito della cultura locale, e magari per carità di patria, una figura minore del tutto ignorata5 Interessante, invece, si presenta la sua produzione, abbastanza cospicua, che abbraccia un arco di tempo, tra Risorgimento e Unità, di circa un cinquantennio, e che, nonostante gli interessi prevalentemente giuridici, sancisce un gusto e una sensibilità d’arte che restituiscono di lui l’immagine di un uomo aperto a molteplici interessi e intendimenti, di un calmo e quadrato intelletto, la cui statura, pur modesta, si imp one all’ammirazione dei suoi concittadini. La sua voce, che risuona con aristocratico decoro di affetti e di forme, il suo atteggiamento di buon senso e di ostentato ossequio agli istituti tradizionali, politici e religiosi, la sua esperienza di vita vissuta con amorevolezza di cittadino che alimenta una tradizione di virtù civiche che rimarrà operante a livello locale, la sua cultura lata e composita, che crea portali sontuosi e sovraccarichi di elementi aggiuntivi, ma pur sempre ausiliari e in qualche modo orientativi del concreto impegno di studio, rendono doverosa la verifica del giudizio desanctisiano (dopo il ‘67), in parte semp re valido, su « quella brillante avanguardia di liberali, filosofi, storici, eruditi » che consapevolmente o inconsapevolmente lastricava la via al gesuitismo al clericalismo, alla reazione6 , nel cui novero, e non solo per una coincidenza cronologica, si potrebbe frettolosamente collocare il Nostro. Una verifica che ci sembra tanto più indispensabile quanto più siamo convinti di essere di fronte ad un intelletto di modesta statura, la cui posizione è essenzialmente scolastica; è quella di un fruitore e di un organizzatore di cultura sul piano didattico e professionale, ma che proprio per le sue capacità espressive e divulgative, può fornirci l’indice di incidenza su quella parte della società che egli rappresenta, di quel particolare clima culturale napoletano, che, nella sua dimensione meridionale, dibattendosi tra le secche di una tradizione retriva e gli stimoli di rinnovamento, ripiega su impegni generali illanguidendo la funzione etico-politica delle coeve culture lombarda e toscana. F. Villani si forma nella Napoli prequarantottesca, la Napoli dei « nuovi credenti » che Leopardi « svillaneggiava », i quali « col lavorare a opere degne (pur) concorrevano al risveglio degli studi e dello zelo civile » 7 , quando salito al trono Ferdinando II, in quella generale ripresa di fiducia e di lietezza, in quella fertilità di pensieri, di sentimenti e di . 216 ________________________________________________________________________FERDINANDO VILLANI opere si attuava un processo di ricezione indiscriminata, ma pur sempre vitale nella sua vivacità polemica8 , di tutte le risultanze della cultura del tempo, che trovavano un loro comune denominatore nell’eclettismo spiritualistico del Cousin, inteso più come sistema che come metodo, e che quindi, finiva per divenire un vero e proprio sincretismo. Classicismo purista e romanticismo moderato in letteratura; sensismo, empirismo, diluito nella galluppiana « filosofia dell’esperienza » e prehegelismo nel campo della speculazione; moderatismo ideologico con tutti i crismi del legittimismo e del legalitarismo, con uno sfondo etico, quello fornito dai concetti di « civiltà cattolica » e di « progresso civile»: in questo fitto e variegato panorama culturale, infrenato dal romanticismo neocattolico, nel quadro della interpretazione storicistico-tradizionalistica di Vico e di Cuoco si preparava quel processo di moderazione conciliatrice che nel pensiero di V. Gioberti della cui formula Vico era considerato anticipatore, doveva trovare poi la sua chiarificazione e lo assestamento dottrinali. E ad accoglierlo era predisposto più di tutti proprio il ceto forense, che andava acquistando una influenza sempre più notevole negli organismi di governo, anche a livello locale, e un valido fondamento economico-sociale specialmente dopo l'eversione della feudalità9 La formazione culturale del Villani è, sotto questo aspetto, meridionale (il nome di Gioberti va subito fatto, perché fondamentale alla sua formazione); l’esperienza degli anni napoletani del Nostro non è di dati, di materiali, difatti storici, di gusti riproduttivi, ma di vera e propria derivazione estetica e morale. Pertanto, l’impostazione della sua opera va fatta sulla tradizione di quella scuola « classica », scuola di « studio e di cultura » cui appartenevano gli uomini più colti e di più alto prestigio, scuola che può definirsi cattolico-liberale o liberale-moderata, non solo perché gli uomini più rappresentativi di essa furono cattolici, ma soprattutto perché « l’idea della conciliazione tra cattolicesimo e civiltà moderna ne costituì il fondamento dottrinale » 10 . L’incasellamento preciso di uno scrittore nel novero di una scuola determinata è sempre arbitrario e artificioso, e varrebbe anche nel caso del Nostro se la collocazione di Ferdinando Villani nella « scuola moderata » non servisse a ricordarcene i limiti che, come scrisse il Croce, furono quelli di non avere efficacia diretta nel dominio scientifico e artistico. E' una precisazione che si impone ad una analisi obiettiva, eviteremo così di portare il discorso critico oltre una certa linea, ma che, comunque, va condotto su un duplice piano: in rapporto a esperienze storico-sociali e culturali circoscritte all’ambito della società locale e in rapporto alle vicende della vita letteraria nazionale. Certo non è agevole identificare entità culturali (e non solo per l’impossibilità di reperirne documenti) in una società segnata fortemente da interessi agricoli, quale è sempre stata la terra di Capitanata. Nella prima metà del secolo XIX la pastorizia e l’agricoltura sono le forme di economia più intensa e più sfruttate; il Tavoliere è simile a una immensa prateria che giunge a sostenere circa 50 mila pecore 11 , e proprio nel periodo tra Risorgimento e Unità la questione demaniale del ~. 217 CARMEN PRENCIPE DI DONNA_________________________________________________________________ Tavoliere con le conseguenti agitazioni sociali12 , mette in ombra perfino le istanze del Risorgimento unitario e nazionale, tanto essa è fortemente sentita e considerata nella prospettiva che la Puglia avrebbe dovuto rappresentare il banco di prova della riforma agraria. I motivi romantico risorgimentali quando si profilano, prendono forma e rilievo intorno alla figura di re Ferdinando in un connubio di ideali politici e religiosi, alla luce di un cattolicesimo moderato e liberal conservatore che alimenta la suggestione della locale tradizione umanistica, sebbene come eco di quella napoletana, e l’impossibilità di trasferire sul piano dell’azione rivoluzionaria qualsiasi forma di dottrinarismo 13 . Ad offrirci un quadro della città di Foggia, abbastanza efficace, è lo stesso Villani: « ...tu vedi in ogni paese della nostra Provincia, e specialmente in questa città nostra aumentare all’infinito la classe dei medici, degli architetti, e massime degli avvocati, mentre che Foro qui non abbiamo, per la qual cosa quando muniti di laurea ritornano i giovani dalla Metropoli del Regno alla casa paterna, privi di ogni clientela, e quel che rileva più, manchi di qualunque nobile palestra nelle scienze e nelle lettere, languiscono in un ozio più amaro che mille morti, e la pigrizia e lo scontentamento si guadagna i cuori di quanti più sono che venuti in bella voce di culto ed elegante ingegno si hanno il solo sterile tributo della pubblica estimazione »14 : un ambiente di ristagno, dunque, di vera e propria arcadia culturale come consueta norma di vita cui è agevole conformarsi, e che non muta tono neanche per la attività della Società economica di Capitanata, di alcune istituzioni quali la Biblioteca Comu nale, il Teatro Dauno, già San Ferdinando, né per la diffusione di alcuni organi di stampa15 . Soltanto nella seconda metà del secolo, dopo la bufera del ‘48, per quanto si debba essere cauti nel consentire all’esistenza di autentiche entità culturali, si può avvertire una certa ripresa in un fervore di studi dovuto alla istituzione di sette cattedre universitarie (tutte nel 1859) presso il Reale Collegio delle Scuole Pie, attraverso le quali Foggia offre un contributo di ripresa di certe costanti tradizionali (studi medici, giuridici, filosofici, economici) che, se ne evitano la risoluzione in una partizione geografica di assenze culturali, non la recuperano, però, in una chiara coscienza di autonomia 16 . Ferdinando Villani tenne la cattedra di diritto e procedura penale, e l’esperienza dell’insegnamento contribuì a rendere di maggior rilievo la sua figura che raccolse in misurata unità i fermenti di un rinnovamento degli studi e le suggestioni di pensiero saldamente esercitate dalla tradizione. La sua non fu la vita di un letterato, piuttosto fu quella di un lume di ingegno e di dottrina che ebbe un profondo culto per l’arte della parola, un culto che non permise ai suoi interessi prevalentemente giuridici di relegare nell’angolo delle memorie giovanili l’educazione umanistica; anzi essa si fonde con la vocazione legale e non sempre per finalità meramente giuridiche; pertanto, non ci sembra superfluo soffer- - 218 ________________________________________________________________________FERDINANDO VILLANI marci sui suoi interessi letterari che sono ben più di una marginale attività di applicazione del gusto per le belle lettere. Alla scuola del Puoti assimilò il tecnicismo grammaticale; ma non fu certo un purista tout-court; infatti, ben presto nel giovane alunno del Marchese il concetto di proprietà linguistica venne a sostituire quello di purezza. Nel 1841 vede la luce il Saggio di vocabolario familiare17 :nella prefazione il giovane Villani, considerando che in ciascuna città d’Italia, fatta eccezione per la Toscana, chi parla e deve indicare oggetti domestici manca alle convenienze civili perché è costretto a usare « parole di senso rozzo e vile », auspica la diffusione dei vocabolari domestici, che renderebbero comuni « le voci di buon suono che indicano oggetti familiari ». A conti fatti, il saggio non comprende che 950 vocaboli del dialetto dauno; esperienza giovanile del tutto trascurabile se non rivelasse già la ricerca di forme espressive, pel bisogno di comu nicare, fino al tentativo di filtrare i doviziosi apporti della lingua popolare in una lingua letteraria. Le numerose orazioni forensi e i vari discorsi di occasione, che accompagnarono la sua attività professionale, offrono al lettore paziente l’iter verso l’acquisizione di un modulo espressivo che si va facendo sempre più autentico e efficace; dai toni di una prosa classicamente atteggiata, intesa a un suo ideale di purismo attinto per lo più alla lingua del trecento, passa ad una forma che si svincola da una ormai esausta ambizione di belle forme per affidarsi tutta all’interesse del contenuto, e proprio per il contenuto lo stile è unico, sostenuto con estrema solennità, entro un tono unitario di eloquenza, che dà spesso al periodo un che di monotono. La pagina, in compenso, splende sovente di un discreto calore oratorio non troppo esuberante e frondoso, ma grave e composto. Alla tradizione letteraria locale F. Villani ha dato pagine di puris simo nitore espressivo, quando appunto non attribuisce eccessivo credito al mezzo letterario se non come il più pratico strumento per raggiungere fini di educazione morale e di dimostrazione dottrinaria. E' il caso di alcuni opuscoli che attestano il singolare interesse, il perentorio impegno per la vita amministrativa della sua città: Della necessità e utilità di ricoverare gli organi ed i poveri ad oggetto di pubblica educazione, discorso per le Sorelle di Carità, Della necessità di incoraggiare l’Agricoltura, Osservazioni sugli animali di macello e la salubrità delle loro carni, nei quali la preoccupazione di una forma funzionale alla finalità realistica del contenuto fa emergere sulla congerie del materiale raccolto con didascalica pedanteria, notazioni espositive precise e convincenti, dove pone il meglio della sua esperienza letteraria. Né il magistero della lingua e dello stile mette in ombra l’autenticità della sua ispirazione dottrinaria e morale, che mentre si riallaccia a quel moto umanitario di derivazione settecentesca, accoglie l’invito manzoniano ad una maggior attenzione al mondo degli umili e un inevitabile accento moralistico si insinua in ogni pagina alla ricerca di perenni valori che sopravvivano in qualche modo nel suo tempo. Così sostiene la necessità di emendare 219 CARMEN PRENCIPE DI DONNA_________________________________________________________________ i poveri, di inserirli nel contesto sociale, perché i diritti « ingeniti » e assoluti che ognuno ha nell’esercizio delle sue facoltà di Conoscere, di Volere e di Potere (Vico) si possono ritenere legittimi quando vadano contemperati con gli altri; ed è dovere dello Stato, scrive il Villani, provvedere, addestrando i poveri in qualche lavoro, perché il fondamento della ricchezza e dell’uguaglianza è riposto nella libertà del lavoro (« siamo disuguali di fortuna, perché siamo uguali di natura »). E’ l’anelito a ridestare energie latenti del paese senza negare l’intervento dello Stato, e questa prudente politica del « giusto mezzo » predicata dal Cavour, sarà condivisa da tutti i rappresentanti del liberismo agricolo meridionale (Spaventa, Poerio) che si dichiareranno sempre contrari alla dottrina della libertà in tutto e per tutto. Considera poi i rapporti tra l’istruzione e l’opulenza pubblica in quanto il problema della scuola rientra nei programmi di accrescimento della pubblica felicità, del benessere sociale mediante la diffusione del sapere tra tutti i membri della società, così che possano adempiere meglio ai loro doveri di cittadini. Inoltre, continua, « la disciplina di una buona educazione discompagnata dal culto religioso potrà fare buoni padri di famiglia, sommessi figliuoli, onesti cittadini, potrà dare alla società non solo l’uomo della legge, ma l’uomo del Vangelo »: è il senso etico pragmatico di una cultura che deve calarsi nell’ethos per farsi misura di operare, perché possa dirsi il solo bene vero e duraturo della vita, guida alla felicità e alla virtù. Né si deve sottacere la sua costante preoccupazione di adeguare le strutture scolastiche alle condizioni economiche e sociali della sua provincia; la proposta di istituire « colonie agricole », sul modello di altri paesi europei, è in stretta relazione alla istituzione di scuole professionali per l’agricoltura che, attraverso una formazione umana e civile, liberino il contadino da quello stato di schiavitù alla terra e gli facciano considerare l’agricoltura come la più nobile di tutte le arti, cui mirarono i legislatori dei popoli antichi. L’interesse obiettivo per i fatti economici e giuridici spesso si mescola ad una componente classica e classicistica (i frequenti excursus storici: Cicerone, Diodoro siculo ecc.) insieme ad un forte realismo a base regionale che tuttavia non evita le consuete pretese di una abbondanza di nozioni enciclopediche. Questo impegno etico sociale del Nostro merita di essere approfondito, sia come momento interessante la storia del costume locale, oltre che quella civile e letteraria, sia per la configurazione della società che ha per oggetto e in cui viene svolgendo lo stimolo morale che lo rimuove, nella quale nuovi motivi, nuovi valori si annunciano. Un temperamento moderato, oscillante tra un senso comune intinto di un certo umanitarismo e il tacito attaccamento ai privilegi di ceto, si manifesta quando affronta la trattazione del problema sociale: lo considera, ne discorre in quanto incide sulla vita della borghesia terriera e cittadina, ma all’atto di interessarsi per la vita del contadino, per le vicissitudini, per le inquietudini sociali, non si perita di pronunciarsi. 220 ________________________________________________________________________FERDINANDO VILLANI Il problema sociale è sentito come problema talvolta di umana solidarietà, più di consapevolezza umana che di senso di redenzione e di sollevamento delle classi meno abbienti. Ma ritornando agli aspetti letterari della sua opera, dove la percezione dei valori dello stile è non solo avvertita ma in gran parte realizzata, è nei Pensieri e bozzetti18 , pubblicati postumi dal figlio Carlo, e che ben si inquadrano in quella moda del tempo per il bozzetto, per il quadretto, per la narrazione cronachistico-aneddotica, in una direzione educativa sentimentale che risente di un certo manzonismo di base: una linea di bozzettismo esplicito che si avvale di consonanze col verismo, trasferendo però l’impegno della narrazione oggettiva in un gusto di bella pagina. Un lungo esercizio certamente anche orale, ha dati al Villani la possibilità di rifuggire dai toscanismi i quali spesso incapsulano la sua prosa giovanile; lo stilista si afferma con una singolare sicurezza, dirimendo le varietà lessicali assottigliando l’uso degli aggettivi e delle circonlocuzioni sintattiche. C’è tutto sommato, un maggior chiarimento della tecnica narrativa; il linguaggio ha rilasciato certi arcaismi per aderire ad una esposizione di carattere immediato, esplicito, come gli argomenti dei bozzetti: il ballo, le cerimonie d’uso, il notabile ecc. nei quali i motivi di osservazione e di riflessione sono coerenti alla sua coscienza della realtà. Il costante interesse ai fatti linguistici e letterari trova sistemazione teorica in alcuni scritti inediti: il discorso Intorno lo studo e l’uso necessari della lingua e le dodici Lezioni di lingua19 . Nel discorso, contro chi afferma che « dal soverchio studio della parola può dipendere la sterilità del pensiero » sostiene che il pensiero riesce impossibile senza l’aiuto necessario della lingua; esso non è pensiero se non va colto nella parola corrispondente che lo racchiude; e poiché trova la sua fonte inesauribile nella Idea, la parola finisce per essere rivelazione divina; tra l’idea e la parola vi è un intrinseco rapporto di comunione e di rispondenza intellettiva. A grandi linee sembra confermata la dottrina giobertiana del linguaggio inteso non come fatto convenzionale, ma come esplicazione riflessa del pensiero. Nelle Lezioni di lingua, fissati i criteri della purezza e della proprietà della lingua, la quale « nasce dal popolo e dall’uso sotto la guida della ragione », e il modo di arricchirla che spetta ai grandi scrittori che hanno « buon gusto », espone il suo pensiero che, alla luce di un congeniale moderatismo, oscilla tra la dottrina manzoniana dell’uso parlato e i criteri dei pregi della lingua scritta fissati dagli autori; « l’autorità degli scrittori che ci hanno tramandata la lingua una ed immacolata, quando sia avvalorata dall’uso, porgerà guida sicura a chi non manca di buon gusto e di ragione ». Posto quindi il fondamento della purità e proprietà nell’autorità degli scrittori, si chiede in quali scrittori « vuolsi studiare la lingua ». Occorre che l’esempio dei cinquecentisti, i quali studiavano sul Trecento, venga corretto dalla ragione, giacché in quel secolo la lingua era 221 CARMEN PRENCIPE DI DONNA_________________________________________________________________ nata e non fatta; lo stile del trecento non è imitabile poiché i trecentisti scrivevano tutti senz’arte, inoltre non sempre usavano parole italiane e niuna regola si trova osservata da essi. t necessario quindi un vaglio accurato che egli propone: « Si sceglierà fra tutti G. Villani per la purezza della lingua, evitando le sue sgrammaticature e i suoi gallicismi; la Vita di S. Giovanni Colombini; le Lettere di Feo Belcari, soavissimo nello stile, semplice nei legamenti e regolato in sintassi. Indi si passerà alle Vite dei S.S. Padri del Cavalca, dove oltre la purezza della lingua si potrà ammirare lo stile a quando a quando grave ed affettuoso. E precisi e forti si troveranno Dino Compagni, frate Bartolomeo di S. Concordio e Iacopo Passavanti, il quale si studiò di emulare il Boccaccio. Né si verrà a quest’ultimo scrittore se non quando, studiato il Pandolfini, e gli eletti scrittori del Cinquecento si è in grado di conoscere le bellezze del Decamerone e cansarne i difetti. Egli ama soverchio l’iperbato, e le congiunzioni; il suo periodo è troppo aggirato e contorto quando narra; il che più chiaro si vede nei suoi imitatori, che ne seguitano solo i vizi » (lez. XII). Ma la lingua non deve arrestarsi né al trecento nè al cinquecento perché « si fermerebbe a mezza via chi non procedesse oltre, studiando negli scrittori degli altri secoli tutti gli accrescimenti e perfezionamenti recati alla lingua ». Questi due scritti sono preceduti da « studi » su Cesari, Perticari, Cesarotti; ma più evidente, massime nel primo, è l’influenza della dottrina giobertiana, dei libri Del Bello e Del Buono e dei superstiti della scuola del Puoti, come quel Fornaciari del quale Villani annotava gli Esempi di bello scrivere.Segue un Catalogo cronologico degli scrittori italiani di ogni tempo; e ancora, « studi » nel significato particolare che Villani attribuisce alla parola, poiché si tratta di veri e propri « sunteggi » di opere intiere: la storia della letteratura italiana del Maffei, il Temistocle del Metastasio, l’Asino d’oro del Firenzuola, La Divina Commedia e il Convivio di Dante, il Dante e la filosofia cattolica di Ozanam; e ancora un dettagliato « studio » sul Furioso: un inventano di libri letti e studiati che attesta gli interessi verso le posizioni culturali più avanzate (la riscoperta ariostesca del De Sanctis certamente non fu ignota al Nostro) e la consuetudine con certa eredità arcadica (Metastasio): una coesistenza che si lascia sorprendere sebbene più a livello di catalogo che di operazione letteraria. Spesso, come abbiamo già sottolineato, il rifluire e la permanenza di interessi dottrinari in alcuni scritti, pongono la resa letteraria su un piano minore: è il caso della novella Messer Petronio20 nella quale il gusto del raccontare esigerebbe strumenti stilistici più idonei, mentre un amalgama espressivo, una permeabilità di forme è il risultato di un impegno di divulgazione dottrinaria che ha assorbito tutti gli elementi della riflessione. La leggenda di Messer Petronio che parla alle società operaie è volta a condannare la dottrina economica di Proudhon e ad esaltare il lavoro come fonte di ricchezza e di legittima proprietà. La influenza del Genovesi e delle letture del Corso di Economia politica di P. Rossi si manifesta chiaramente nella consapevolezza del declino 222 ________________________________________________________________________FERDINANDO VILLANI dei sistemi fisiocratico e mercantilistico di fronte all’affermarsi del liberismo economico che tuttavia non nega ai governi un intervento tutelare. Né a questa cospicua produzione mancò la luce della poesia, o meglio la capacità di verseggiare, che dalle giovanili rime a G. Bonghi (Per le nozze) a quelle per affetti più intimi (Sempre a te; Infioriamo la sua culla) segna un tributo a quella abbondante produzione lirica, tanto diffusa nel Meridione (si pensi ad un Parzanese, ad un Padula) che nei temi domestici, religiosi, patriottici stempera il saldo sentimento romantico in una oleografia sentimentale tendente all’idillio, alla facile cantabilità, pur negli echi foscoliani, leopardiani, montiani (nel caso del Nostro: la « speme aurata », il « nudo vero », il cuore « d’ogni speme isterilito »). Nel segno di una costanza e di una continuità di impegno letterario, sebbene in chiave dilettantistica, è il dramma Lucia Mondella ovvero i Promessi Sposi21 . Nella introduzione il Villani definisce i Promessi Sposi un’opera drammatica poiché i grandi lavori sono sintesi di storia, scienza, dramma, epopea e « in essi si rispecchia la dottrina ontologica dell’armonia del tutto ». Ma ci sia consentito anche ridurre i fatti letterari a documentarismo contenutistico per trarre qualche osservazione: mantenuto è lo schema dei dialoghi, a volte anche gli stessi concetti del Manzoni; spesso, invece, per gli effetti teatrali si concedono alcune licenze, come ad es.: padre Cristoforo ricompare sulla scena alla fine del dramma; il rapimento di Lucia avviene nella stessa sua casa; nulla di donna Prassede e di don Ferrante, nulla del Lazzaretto; la liberazione di Lucia avviene per volontà dello stesso don Rodrigo; e così tanti altri casi risultano modificati. L’aspetto più singolare, però, è che non si fa alcun riferimento agli episodi storici del Romanzo, tutto si riduce alla trama; segno, questo, della moda del tempo che aveva decretato l’abbandono del dramma romanzesco. Un raffronto di quest’opera col mondo manzoniano è davvero desolante: dinanzi alla vigoria morale e all’ampiezza quantitativa degli interessi umani del Manzoni, come di fronte alla ricchezza oggettiva dei fatti (anche esterni, nella meccanica del romanzo) è rimasto al Villani il possesso di una coscienza molto limitata e come vita morale e come ardore di uomo, per cui neppure il Manzoni sfugge alla sorte di essere usufruito a modello di una letteratura ispirata a sentimenti di restaurazione insieme cattolica e accademica. Il dramma fu edito a Lanciano nel 1869, e il Villani dové chiederne parere a Niccolò Tommaseo manifestandogli l’intenzione di rappresentarlo, come si desume dalla lettera autografa di risposta che abbiamo reperito tra i manoscritti: Preg. Sig., nel suo lavoro sentesi l’uomo di sani principi e di senno e di cuore, ma dubito ch’e’ possa avere accoglienza favorevole sulle scene odierne. Voglionsi rumori che stordiscano, lampi che abbaglino; scusata la passione, il pregiudizio abbellito. Aggiunga che i Promessi Sposi sono opera nota troppo; e il dipartirsene punto punto risica di parere licenza irriverente; il seguirla passo 223 CARMEN PRENCIPE DI DONNA_________________________________________________________________ passo, povertà d’ingegno che non sa fare da sé. Quei pregi che i savi e i buoni potrebbero nel dramma scorgere, da malevoli sarebbero forse sconoscentemente negati. Ella consulti più esperti di me; e voglia credere alla stima sincera del suo dev. Tommaseo. Firenze, 14 marzo ‘69. In calce alla stessa lettera si risponde altresì alla richiesta di informazioni su qualche collegio di buona fama. Forse Villani pensava alla educazione del figlio Carlo. La scrittura di questa lettera e delle altre reperite che riportiamo appresso è pensabile appartenga a qualcuno dei vari e numerosi copisti dei quali il Tommaseo si serviva. Infatti, la grafia del Tommaseo, dice il Ciampini, è di lettura molto difficile e quanto mai irregolare; inoltre il grave stato di cecità gli aveva reso stentato e quasi impossibile lo scrivere già da alcuni decenni. (vedi Diario intimo, a cura di R. Ciampini, Torino, Einaudi 1939, pag. 419, seg.). Il consiglio del Tommaseo fu accettato, giacché Villani accantonò l’idea per un periodo e il dramma fu rappresentato solo tre anni dopo 22 . La corrispondenza epistolare col Tommaseo però, ha inizio qualche anno prima, quando, in occasione della pubblicazione della Genesi del diritto di punire con un rispetto provinciale, Villani gli invia la seguente lettera: Illustre Signore, accettate vi prego, l’offerta di un libro che un vostro concittadino vi presenta umilmente, in testimonianza di poveri studi, che vengono a voi per ricovrarsi all’ombra di un gran nome italiano. La difficoltà del tema che io svolgo, non che riuscir prova di temerario ardire, potrà valere perché meritasi un benevolo giudizio, quando pue non abbia raggiunto lo scopo. Io però durai alla opera non poche fatighe, e scrissi allora che mi parve cogliere il vero; ché se ciò fu per me un inganno, avrà pregio la intenzione almeno. Trovare un principio scientifico che legittimi nel potere direttivo delle nazioni quel magistero penale a cui fa plauso la coscienza universale degli uomini, trovare il perché della urgente attuazione, non l’è certo una impresa da pigliare a gabbo ed io non ci avventurai, avvegna che vidi che i sistemi svolti dai filosofi meglio chiarivano la estensione o lo scopo del diritto che la sua origine. Più ancora quando impresi a discutere la questione sulla pena capitale parve che mi accingessi a combattere un oceano tempestoso per le contrarie opinioni di uomini forti e autorevoli nel culto della scienza che sostengono la difesa del boia e del patibolo. Ond’io debole per ingegno, come il naufrago tra i marosi e le sirti della procella, rischiava di affondare vittima della baldanza e dello ardire; senonché, Voi, uomo carissimo alle lettere e alla scienza, mi porgeste una tavola di salute coi famosi discorsi sulla pena di morte ed essi valsero perché venissi dal pelago alla riva, distenebrando nella mia mente non pochi dubbi, ond’io gli estimo come l’ultima parola della scienza. Tutta Italia vi sarà quindi gratissima del beneficio che promana dal vostro libro, ed io che me ne sono tanto aiutato vi esprimo del pari la mia riconoscenza » (12 ott. 1865). La Genesi del diritto di punire ripresenta i principi del diritto penale alla luce del pensiero giobertiano e precisamente dell’Etica, cosa del resto riscontrabile in altri scritti precedenti (vedi la Prolusione al 224 ________________________________________________________________________FERDINANDO VILLANI corso di diritto penale nelle Scuole Pie di Foggia) e sulle orme della tradizione platonica il Villani considera la pena come emenda, per cui meritò lodi dal Mancini, dal Pessina e perfino da studiosi stranieri quali Fabio Orelli di Locarno e il famoso criminalista Mittermayer. Nel novembre il Tommaseo rispose, così egli dice, « con frasi gentili e con una bontà non comuni, lodando i principi dell’opera e il loro svolgimento; senonché notava non parergli che traesse origine dai principi medesimi quello che io scrissi intorno al suicidio che io dichiarai imputabile moralmente soltanto, aggiungendo però che non cade sotto la sanzione del diritto » 23 . Non ci è stato possibile reperire la lettera, forse andata distrutta, ma il Villani ce la riporta integralmente per una parte: « Le confesserò (così egli scrive) che non veggo nei principi di lei, conseguire quel che Ella del suicidio ragiona, colpevole moralmente, ma non punibile dalla umana società. Non punibile concedo, nel grado dell’omicidio e nel modo che punisconsi altre offese più direttamente sociali, non punibile in quanto non si può quasi mai determinare qual parte si abbia la mente uscita di sé: ma che punibile non sia per questo che l’uomo non ne deve rendere conto se non a Dio, non mi pare. La società sulla vita di ciascuno uomo ha diritti, non perché questi si sia per contratto obbligato a Lei, ma perché ella ha il dovere di conservare e perfezionare le facoltà di quanti in lei vivono, siano concittadini o stranieri che da poche ore abbia gittati alle rive sue la tempesta » 24 . Il resto della lettera viene dal Villani sunteggiato, e scrive: « nel corso della sua lettera diceva pure che “non avrebbe voluto nemmeno di passaggio veder da me rammentato il Foscolo che nei Sepolcri e altrove nega l’immortalità dello spirito, e predica in più di un luogo la necessità della forca, disprezzatore delle moltitudini come sono (checché vantino in contrario) gli uomini irreligiosi” e le autorevoli parole del Tommaseo valsero come una nobile sfida per me, la quale proveniva da un tant’uomo, sicché mi avvisai scrivergli sull’obbietto due lettere, consecutive mostrandogli di essere fermo nella mia opinione e di non poter accogliere le sue osservazioni in contrasto » 25 . Le due lettere (26 nov. e 3 dic.) si conservano in bozze di stampa insieme al frontespizio dell’opera Il suicidio innanzi alla ragione del diritto26 cui avrebbero dovuto evidentemente fare da premessa; ma l’opera uscì nel 1866 senza le lettere. Eccone il testo: « Onorevole Signore, debbo innanzi tutto ringraziarvi della gentile e lieta accoglienza da Voi fatta al mio libro sulla genesi del diritto di punire, e ve ne sono tanto più grato per quanto men senta di meritare le vostre lodi. Mi rendeste così una specie di moral beneficio, e siate persuaso che le vostre parole riusciranno per me di valevole incoraggiamento a far cose migliori. Non posso darvene il cambio che accrescendo l’amore che ho per Voi, ed attestandovi sempre più la mia riconoscenza. 225 CARMEN PRENCIPE DI DONNA_________________________________________________________________ « Mi è giocoforza poi manifestarvi che le vostre pregevoli osservazioni su suicidio non si aggiusterebbero al sistema penale da me svolto, là dove dite non doversi il suicida riguardar colpevole moralmente soltanto, ma che anche la società possa e debba punirlo (ipotesi di punizione che si verificherebbe rispetto al conato solamente) comunque con castigo più mite di quello che darebbesi all’omicida avuto riguardo al concorso di umana mente inferma.E che sia degno di commiserazione lo stato di colui che si rende ingiusto contro se stesso, là è cosa in cui conveniamo entrambi, ond’io dissi perciò che il violento si trova in preda di una furibonda passione, sicché per l’impegno di fugare non altro che le sofferenze soltanto presceglie un mezzo il quale non corrisponde al fine, la punta cioè di un coltello, e col dolore distrugge la vita cui il dolore istesso ineriva.Mi affido però che abbia renduto con chiarezza il mio concetto sulla tesi proposta, in quella che io svolgo essere la società chiamata a contemperare gli umani diritti mercé la legge dell’equo buono, che al dir del Vico comanda l’astinenza dalle cose altrui e l’amore dell’uomo. Punisce perciò il malefizio, il quale si ha come un prevaricazione de’ tristi sui beni sensibili, e simboleggia l’egoismo di Fichte.Ond’è che il diritto risulta come disse il Kant « l’insieme delle condizioni sotto le quali la libertà esteriore di ciascuno può coesistere con la libertà di tutti »; ed è pure da questo che, esclusa la ipotesi della società, rimane esclusa del pari la ipotesi del Diritto, non potendo più aver luogo alcuna collisione tra gli umani arbitri, né abuso, e mancando in conseguenza la necessità di un dettame che insieme aggiusti e proporzioni tra gli uomini le utilità terrene. Il Diritto non è che l’utile per eterna misura uguale, come disse il Vico « jus est in natura utile aeterno commensu aequale » e perciò l’appella eziandio equo buono, e soggiunge che la forza del vero, cioè l’umana ragione in quanto eguaglia le utilità è diritto, siccome è Virtù in quanto combatte le cupidigie.Dalla quale metafisica derivazione della giustizia si ha quello che disse il Genovesi, cioè che essa si fonda sul principio di egualità tra le azioni e i diritti, e che essa è regola di equilibrio, sicché le parole aequum et justum de’ Latini, entrambe non significarono dapprima che egualità fisica e matematica. Or chi dice egualità dice misura tra due termini, per lo che non basterebbe un termine solo all’attuazione della legge di equilibrio, ed alla giusta distribuzione degli utili; ed è perciò che si richiede la esistenza di due uomini almeno, dal cui numero incomincia il concetto di società, e quando si può dire che lo imperativo morale, insidente nell’atto creativo, diviene giuridico per la conservazione dei nostri beni sensibili. Queste dottrine precisamente mi fecero escludere il suicidio dal campo del Diritto, rilegando in quello della sola morale, ed evitai così di confondere un’altra volta la Morale col Diritto. Voi stesso mercé le vostre osservazioni fate plauso alla enunciata teorica, poiché vista la necessità di un secondo termine, il quale per principio di egualità si riferisse al violento, mettete innanzi il Poter Sociale, ed il costui diritto sulla vita dell’uomo, esprimendo così il Vostro concetto. La società sulla vita di ciascun uomo ha diritti, non perché questi si sia per contratto obbligato a lei, ma perché essa ha il dovere di conservare e perfezionare le facoltà di quanti in lei vivono, siano concittadini o stranieri che da poche ore abbia gittati alle rive sue la tempesta. « Or qui mi soffermo alquanto, ed aggiungo utilmente che il concetto del Diritto (subiettivamente appreso, come facoltà) è per me concetto primario ed autonomo perché procede da Dio, che lo trasfonde con l’atto creativo negli esseri umani. Perciò io trovava nel solo diritto di esistenza la fonte di tutti gli umani diritti e nella infrazione di essi l’indole, o la ipotesi del malefizio. Quindi è che il concetto del dovere, a differenza di quello del diritto, è secondario e dipendente da questo, senza la cui preesistenza verrebbe meno la possibilità di un obbligo giuridico. In questo senso, e con queste leggi i diritti e i doveri sono corrispondenti tra gli uomini, e l’un l’altro si riconoscono secondo i casi. Dal che si desume che la idea del dovere non partorisce punto quella del diritto, ma che in modo contrario ne succede la genesi, cioè che il diritto crea il dovere, come l’Ente crea l’esistente, giusta la formula del Gioberti, il quale ben sul proposito affermava che il dovere non è intrinseco all’Ente, ma estrinsico, e che l’Ente è l’assoluto diritto da cui rampollano i doveri degli spiriti liberi in virtù dell’atto creativo. « Laonde se il concetto del diritto è primitivo perché appartiene intrinseca 226 ________________________________________________________________________FERDINANDO VILLANI mente a Dio, e quello del dovere è secondario del tutto perché riferibile all’uomo, direi metessico l’uno, mimetico l’altro, immanente il primo, successivo il secondo, e mentre entrambi per l’ordine ed il magistero del Giure si svolgono nel tempo e nello spazio, non però il diritto perderà mai la sua origine divina, o la sua quiddità primiera, ond’è sovrasensibile, sopraspaziale, ed estemporaneo. Che se in oltre mediante la metessi avviasi il passaggio dal moto allo stato, dalla successione alla immanenza, il diritto (sempre inteso subbiettivamente) accompagna l’uomo come creata entità nel palingenesiaco ritorno a Dio, il quale lo santifica sulle magioni celesti; laddove il dovere giuridico, versante quaggiù tra uomo ed uomo, avrà perduto col cessare della vita mortale la sua sfera mimetica, e cadrà giù nell’abisso del nulla insieme col Giure istesso, a cui sopravvive la Morale soltanto. Così il diritto che pluralizzavasi pe’ bisogni dell’uomo in tante facoltà, mercé le quali la vita, l’onore, la proprietà, ed il libero stato ricevon tutela e garentia, quel diritto, io dico, annullata la mimesi, ritorna all’unità di origine in grazia della metessi, ricovrandosi con lo spirito immortale dell’uomo sotto le ali di Dio. Che se la creazione trae l’essere dal nulla, quest’essere medesimo si rende moltiplice per le sue modalità, quindi moltiplici ancora i suoi diritti: ed ecco un passaggio dal meno al più. Avviene poi il contrario nell’abbandono della vita, o nella dissoluzione del mondo perché allora il molteplice ritorna all’uno.Ed è quindi che il diritto di ciascuno si riferma nello intero e pieno possesso della libera esistenza, la quale più non soffre collisione, ma è scevera da quelle contrarietà che nel mondo travagliano il riposo dell’uomo a causa del delitto. Da questo punto considerata la cosa risulta il vivere uno stato sofistico, ed una pugna continua, come disse il Gioberti. « Or nella tesi proposta la società non è che l’uomo istesso collettivamente considerato. Perciò io scrissi che quando facciasi astrazione dei singoli sparisce la famiglia, la nazione, e tutto l’aggregato civile, e che riesce allora impossibile più ritrovarli, come impossibile avere il prodotto di una somma, aggiungendo zero ad altro zero. Varranno quindi per la società come per l’uomo le stesse norme. E se il potere sociale estimato qual mezzo da Dio preposto perché la nazione che ne dipende consegna lo scopo del bene, ha il dovere di conservare e perfezionare i compatriotti, non può da questo dovere procedere un diritto per affermare in oltre che perciò la civile colleganza abbia de’ diritti sulla vita di ciascun uomo. I diritti della società sono quelli dell’uomo istesso, di cui si ha la tutela per le collisioni che possono tra essi avvenire, diritti che precedono ai doveri, come ho detto, e che ella garantisce col reggimento politico dello Stato. Ma che? ha forse l’uomo alcun ditto sull’altrui esistenza per dirsi offeso quando avviene il suicidio? più ancora dovrei dire sul proposito, trattandosi di dottrine che richiedono un lungo svolgimento, e lunga discussione; però mel vietano gli stretti confini assegnati ad alcuna lettera, come che la mia abbia già sopravvanzate coteste leggi. « Vi spiacque da ultimo che io abbia citato il Foscolo nel mio libro, volendo Voi che non fosse rammentato nemmen di passaggio, perché egli ne’ Sepolcri e altrove nega la immortalità dello spirito, e predica in più di un luogo la necessità della forca, disprezzatore delle moltitudini, come sono (checché ne vantino in contrario) gli uomini irreligiosi. Conosco ben io del pari quanto aveva egli a dispetto la specie umana ed il mondo, uomo di indole altera, sdegnosa, frenetica, e turbolenta, onde imitando il Goethe scrisse col sangue, al dir del Cesarotti, le sue ultime lettere, e fece l’apoteosi del suicidio. Ricordo altresì l’orrore della distruzione che inspira ne’ leggenti coi suoi Sepolcri, abbandonati all’eterno silenzio della morte, e da cui vuol che rifugga anche la speme, ultima dea! Funeste e pericolose dottrine, che inducono a stimare la virtù una chimera, la Vita un fuor di opera, e ne consigliano correre frattanto « ove al cor piace », come osò dire egli stesso, quando imprese a descrivere se medesimo in un sonetto. Ma non è già che il Foscolo si ebbe nel mio libro si leggiadro ospizio, come quello de’ lieti nidi dell’esca dolce, e dell’aure cortesi, che incontrò in terra straniera quando fuggì dall’Italia. Io la rammento nel libro due volte solo: la prima in via di mera erudizione, allorché accennando all’amore dell’uomo per la esistenza, dico che il morente volge sempre un ultimo sospiro alla luce, e poi che questo avea già espresso il Foscolo con poetica fantasia, credetti perciò segnare in piè di pagina il suo 227 CARMEN PRENCIPE DI DONNA_________________________________________________________________ nome. Lo cito da poi una seconda volta, ed è allora che mi fo anzi a riprendere in lui la erronea sentenza con la quale affermò che i diritti e i doveri degli uomini emergono dall’istinto di conservazione, quasi che la legge assoluta del bene sociale potesse derivare dal contingente. « Accettate intanto coteste spiegazioni, ed abbiatele in omaggio della autorità che fanno nell’animo mio il vostro nome e le vostre dittrine — sperare una risposta sarebbe ardimento, ma lo aver fiducia che Voi continuerete ad essermi largo della vostra benevolenza la è cosa che mi vien garantita dalla gentilezza di un tant’uomo, cui con profonda reverenza mi soscrivo Vostro devotissimo Ferdinando Villani -Trani, 26 di novembre 1865 ». « Onorevole Signore », Vi fo le mie scuse se oso scrivervi novellamente intorno la quistione del suicidio, portata ormai innanzi alla Ragione del Diritto. Io già vel dissi che allo svolgimento delle mie idee riusciva poco una lettera, il che dimostra che il dubbio da voi proposto non è certo da pigliare a gabbo; e ben’io mel so che trepido dinnanzi a Voi, sono ancor pronto a ricomporre i miei pensieri quando mi persuadessi d’essere caduto in abbaglio. Affermai che il diritto consiste in una legge di egualità, per la quale si richiede la esistenza di due uomini almeno fra cui avvenga la collisione o il delitto. Affermai che il Potere sociale rappresenta i diritti stessi de’ singoli e li contempera, come mezzo da Dio preposto ad ottenere lo scopo del bene, e che il dover che ha di perfezionare i concittadini non può essere scaturigine di alcun diritto sul viver loro; dal che deduco che il suicidio azione meramente solitaria non può cade sotto la sanzione del diritto. Ma che? diceva io sul proposito, ha forse l’uomo alcun diritto sulla altrui esistenza per dirsi offeso quando avviene un suicidio? « chiunque si uccide, risponde al caso per me il Beccaria, fa un minor male alla società che colui che n’esce per sempre dai suoi confini, perché quegli vi lascia tutta la sua sostanza, ma questi trasporta se stesso con parte del suo avere. Anzi se la forza della società consiste nel numero dei cittadini, col sottrarre se medesimo e darsi ad una vicina nazione fa un doppio danno di quello che lo faccia chi semplicemente con la morte si toglie alla società ». Cionondimeno quale legge potrebbe impedire ad un cittadino di abbandonare il suolo natio e condursi in terra straniera? o quale vigilanza varrebbe all’uopo che non venisse facilmente ingannata? « la legge che imprigiona i sudditi nel loro paese, soggiunge lo stesso Beccaria, è inutile ed ingiusta. Dunque lo sarà parimenti la pena del suicidio ». Oltre di che non mai preventrice potrebbe estimarsi la pena minacciata ne’ codic contro il suicida, e quindi inefficace, quando si consideri che colui che disprezza la vita e sta per affrontare impavidamente il dolore della morte, non troverà mai nel castogo delle leggi, sempre di minor danno, un ostacolo possente che trattenga la sua mano omicida.« Io consiglio la esperienza, scriveva il Filangieri, e questa mi fa vedere i suicidi non essere in alcun paese così frequenti come lo sono in quelli ove le leggi li puniscono con maggior rigore. Io consiglio la ragione, e questa mi dice che l’uomo che ha superato il più forte ostacolo non può essere trattenuto dal più debole; che l’uomo che abborrisce tanto la vita, fino a concepire il disegno di privarsene, non può avere alcun altra cosa così cara sulla terra che possa distogliernelo »; quali concetti l’illustre scrittore esprimeva allorché esaminando il suicidio da politico e non da moralista sentenzio cosi pure: — senza approvare il suicidio come lecito, condanno le leggi che lo puniscono come inutili e come ingiuste, — soggiungendo che una sanzione impotente è una sanzione tirannica. Quindi viene in esame l’esempio delle antiche e delle moderne legislazioni, che si piacquero quando statuir pene sepolcrali contro il suicida, quando castigar ne’ figli innocenti la colpa dei padri. Ed eccoti che in Atene veniva mozzata la mano del suicida, e tosto bruciata separatamente dal corpo; ed in Tebe era il cadavere di lui gittato ignominiosamente alle fiamme. Laonde giova ricordare per quanto Valerio Massimo riferisce che il diritto ad uccidersi era una concessione che in tempi remotissimi, ed in alcuni paesi, accordavasi dal governo e dallo stato a’ cittadini cui era in odio la vita, sicché la pubblica amministrazione (cosa veramente ridevole) dispensava ella medesima in Questi casi il velenifero liquore, quasi fosse suo privilegio somministra1 la morte. E come che il diritto di Roma distinto avesse il suicida delinquente, che distruggendo se medesimo sfuggiva un giudizio capitale, o disertava le bandiere essendo 228 ________________________________________________________________________FERDINANDO VILLANI soldato, da colui che per tutt’altra cagione scendea violentemente nel sepolcro, sicché nel primo caso avea per luogo la confiscazione dei suoi beni, esempi che furono poscia seguiti dall’Inghilterra e dalla Francia, devesi però affermare che tutte le leggi tal’uopo proposte venivano avvivate dall’unanime convinzione che lo stato od il Potere sociale avesse alcun diritto sulla vita dell’iomo.Né ciò rechi meraviglia, perochè quando le legislazioni abusarono dei principi della scienza dettero spettacolo al mondo di tatti non dirò ingiusti solamente, ma qualche volta ridicoli.Fù per questo che sotto il governo di Luigi IX venne appiccato un porco che aveva dilacerato un giovinetto; ed un giudizio si fece con tutte le norme del procedimento penale contro di alcuni capi che con impeto troppo violento avevano stogate le loro cupidigie, onde nella Grecia furono visti i giumenti condannati per delitto alla morte, ed i vasi, e le statue, e le colonne all’ultima distruzione, come attesta Pausania, fossero pure i capolavori di Fidia e di Prassitele, solo perché era qualche pietra da’ loro screpoli caduta e ferito aveva i passanti. Le leggi di Dracone, di Diomede, e di Solone ne fan fede. Platone stesso osò di assimilare allo uomo i giumenti omicidi, e volle per questi un giudizio, ed una pena. Ahi! che lo abuso dei principi fu sempre deplorabile per la scienza, e si oppose a’ suoi progressi del pari che la esagerazione del sommo impero, come io dissi nel mio libro. li che fece che Augusto Vera affermasse poi appartenere allo Stato la vita dell’uomo per dedurne, in sostegno del patibolo che perciò lo Stato medesimo può distruggerla; ed anche per questo andò in fallo l’istesso Vico quando assegnò al Sommo Impero non solo il diritto di costringere e difendere, ma quello eziandio di uccidere i cittadini, traendo ciò dalla dignità della tutela, Jus vitae ed necis, che avevano i nostri padri antichi. Ed oh! in quante altre assurdità cadrebbero le umane legislazioni se in sostegno della imputabilità giuridica del suicidio troppo si vagheggiasse l’addotta sentenza, che lo Stato cioè abbia diritti sull’uomo pel dovere che ha di difenderlo. La ingerenza stessa del Potere sociale verrebbe innanzi con assai più larghe proporzioni. E chi potrebbe allora sottrar quest’uomo da una perpetua vigilanza perché nulla incontri di sinistro, e mai non arrischi per qualsivoglia modo la sua esistenza? Quindi si vorrà che egli non si esponga a’ venti, alle brine, alle intemperie, e non metta punto a repentaglio una vita, di cui è quasi depositano da parte dello Stato. Per la stessa ragione dovrebbesi pretendere che egli non isciupi, né biscazzi il suo nome e le sue sostanze, altrettante proprietà giuridiche della personalità umana cui avrà lo Stato parimente il dovere di conservare. Che se per imprudenza avverrà che egli si arrechi un danno, o che si fregi, si mutili, si disonesti, o impoverisca, la Società, offesa ne’ diritti suoi, avrebbe allora la facoltà di sottoporlo a giudizio e dargli una pena, dipendente dalle stesse norme e dagli stessi principi che rendono imputabile il suicidio. Così in un’era di libertà si promulgherebbe un dettame di schiavitù, e porterebbesi l’occhio della vigilanza entro i recessi delle famiglie, quasi a spiar lor via, e lor fortuna o nelle pareti domestiche di quel cittadino, il quale cercando le garantie del governo riconosce in esse non altro che le assicurazioni più generose del suo libero stato. «Ma entriamo pur nella selva dei suicidi, ove senza veder persona sentia l’Alighieri tragger guai d’ogni parte. Evochiamo quelle ombre, e tosto ci si farà dinanzi un Pier delle Vigne chiedendo che si rinfreschi nel mondo la sua fama. Egli ci dirà che tenne ambo le chiavi del cuor di Federigo e che tolse ogni altro dal suo segreto. Ci dirà che poscia la invidia lo percosse, sicché ingiustamente accusato di infedeltà gli fu tolta la luce degli occhi, e che quando vide tornati in lutto i suoi prischi onori disperatamente si uccise. Eppure non si terrà per questo ammendato il suo fallo. Il Diritto criminale non giustifica i malefizi di sangue, che ne’ casi di violenta e legittima difesa, né permette indagare così di leggieri le riposte intenzioni. Egli premeditò la sua morte, e se ritornasse al mondo, riprendendo la spoglia, che appese al pruno dell’ombra sua molesta, sconterebbe un’altra morte per volere della legge. Ed eccoti venire appresso un Lano da Siena, che nel pugnare per la sua Firenze, non iscampando dall’oste Aretina, si scagliò precipitoso in mezzo ai ferri nemici, e vi lasciò la vita; e Iacopo da Sant’Andrea che dopo aver scialacquate le sue ricchezze si uccise e Rocco de’ Mozzi che per isfuggire la povertà si appiccò, quali giustificazioni o quali scuse addurrebbero costoro 229 CARMEN PRENCIPE DI DONNA_________________________________________________________________ innanzi la autorità del Diritto che imprendesse a giudicarli? Con queste massimi toccherebbe anche un severo giudizio Lucrezia Mazzanti dell’Ancisa che a cansal gli impuri amplessi di un barbaro soldato si gitta nell’Arno: così Pelagia che si precipita dall’alto di una torre per sottrarsi al turpe governo dei suoi carnefici. Tutti sarebbero gridati egualmente rei dalla voce del Diritto, né varrebbe fermare che suicida colpevole sia quegli solamente che in disprezzo dei propri doveri e in onta della legge di conservazione si distrugga nell’impeto di una passione riprensibile, come l’ira, l’ambizione, l’invidia, la gelosia. Lo attentato alla Società, giusta la ipotesi, si sarà sempre avverato, ed il danno sarà sempre lo stesso, la perdita cioè di un cittadino, su cui il Potere civile teneva i suoi diritti. In questi casi, avuto riguardo alla imparzialità del Giure, non vale di ammenda o di scusa l’eroismo della morte, onde anche quelli che per fine virtuoso deliberaron morire, conseguirebbero forse il giudizio medesimo di Servio Grammatico che si avvelenò per non aver potuto cansare i dolori della gotta, di Cornelio Rufo amico di Plinio il Giovine, che si morì di fame per la stessa ragione, e di Silio Italico che si dannò da se medesimo alla inedia per un ascesso incurabile; quel giudizio che toccherebbe in pari guisa gli Abissini, e gli abitanti di Suli, i quali alla vecchiezza si uccidon tutti per sottrarsi dalla noia e dal peso degli anni. Ma no; che si lasci pure a Dio la sentenza dell’eterno giudizio sulla sorte di costoro, e la Società ne allibri soltanto le perdite. applaudendo al coraggio di colui che in esempio di virtù pone per la patria la vita, o per lo scopo di pubblico bene, dichiarando per lo contrario codardi e vili coloro che, al dir del Montaigne, vanno ad appiattarsi sotto una lapide sepolcrale per evitare i colpi della sorte mentre la virtù, come disse egli stesso, non cangia il suo cammino né il suo passo per la tempesta che imperversa. Né mi si opponga l’esempio del duello in cui concorre del pari la volontà dei combattenti a mettere in rischio o a distruggere la loro esistenza, e che perciò dovrebbe costituire esso pure un fatto non imputabile. Sarebbe questo un esempio mal tolto, poiché il duello a differenza del suicidio, detrae allo investimento del Poter sociale. Il duello deriva da una cagione di ingiuria: ecco la collisione, ecco il delitto che già richiede quella misura di egualità, nella quale sta la essenza del Diritto, che è rappresentata dalla Sovranità dello Stato, solo mezzo legittimo posto innanzi per lo scopo del bene.Il duello sarebbe in luogo di pena, simiglianza che non si riscontra nel suicidio, e questa pena è quella che deve dare il solo potere sociale: altrimenti tutti i reati potrebbero punirsi col duello, siccome accennai nel mio libro della Genesi, sicché la ingiuria non solo, ma parimenti qualsivolgia altro offesa potrebbe provocare una sfida e mentre col duello il figlio avrebbe l’agio di vendicare la morte del proprio genitore, il marito l’oltraggio arrecato alla fede del talamo coniugale, ed il padre l’onor vilipeso della sua tradita figliuola, in si fatta guisa si permetterebbe per altro verso la punizione dell’omicidio dell’adulterio, dello stupro; ed ecco ricostituito il jus maiorum gentium degli antichi. Il duellante, che al dir del Rousseau, ripone nella sala delle armi a sede della giustizia, e nella forza il diritto è anche più reo, come avverte il Descuret, poiché sfida audacemente la sua vittima nella fiducia di potere opporre una maggior forza, e mentre uccide senza alcuna pietà, si gloria poi del misi atto per un voluto punto di onore affidato alla cieca sorte delle armi, e che il Barone di Saint Victor proponeva che si chiamasse invece punto d’insulto. Ciò dimostra come l’uomo, uso ad abusar di tutto, seppe pure abusare delle parole, dei concetti, e dei giudizi. Così del pari colui che si uccide crede tramandare a’ posteri un esempio di eroismo e di virtù, mentre il suicidio, quando non derivi da una mera pazzia, ben pu dirsi com’altri opinò, una spaventevole ipocrisia del coraggio, od un lusso romanzesco delle virtù pagane. «Qui poi finisco, non concenendo che abusi tutt’ora del vostro tempo prezioso; ond’io con questa seconda lettera non ho fatto che obbedire ad un impulso del cuore pel grande amore che porto alla scienza, ed ho stimato compiere, come per me si poteva, una discussione troppo importante, il cui obbietto ha richiamato a sé più volte il pensiero di giureconsulti. Entrambe le mie lettere dedico intanto alle vostre rarissime virtù e son certo che Voi, facendomi degno della vostra indulgenza, ne accetterete la offerta, e vorrete credermi pieno di ammirazione e 230 ________________________________________________________________________FERDINANDO VILLANI di perpetua riverenza per Voi. Vostro devotissimo Ferdinando Villani - Trani, li 3 dicembre 1865 ». Queste lettere dovettero certamente meritare una risposta, ce lo fa pensare l’impostazione apertamente giobertiana dell’argomentare, di fronte alla quale il rosminiano Tommaseo non poteva tacere; ci mancano comunque elementi di giudizio anche per quel che riguarda Il suicidio innanzi alla ragione del diritto, opera non del tutto trascurabile, in cui, si condanna il suicidio mo ralmente, oltre che giuridicamente, in base a una nuova concezione del valore dell’uomo. Ma a parte le controversie dottrinarie in cui Villani sembra pienamente immerso, l’impegno di queste pagine restituisce di lui l’immagine del giurista non isolato dal progresso della cultura, che cerca di illuminare lo studio della giurisprudenza con quello della filosofia, e di comprendere l’esperienza giuridica nelle prospettive innovatrici tracciate dai nuovi metodi. Nella cultura meridionale, il diritto è la prima scienza umana chi risente delle nuove intuizioni sul valore della filosofia, e per F. Villani è tutt’altro che pratica empirica; esso è nella vita della cultura, nella storia; per tanto come giurista egli merita un posto ragguardevole nel vasto panorama della cultura meridionale. Chi legge i numerosi manoscritti rintraccia nel paziente raccoglitore di « brani e sentenze da tenere a mente », è questo il suo modo di « impossessarsi », raccolti con una intensa motivazione didascalica, i dati sulla sua erudizione, e gli strumenti culturali in suo possesso. Sono da lui conosciute e utilizzate opere di umanisti, di illuministi, di contemporanei; in realtà senza un criterio preciso che lo guidi nella raccolta e nella scelta del materiale degli autori. Ad un attento esame però, la scelta e l’utilizzazione delle opere si ricollegano metodologicamente alla consueta tecnica di lavoro dei giureconsulti umanisti, che prendevano dagli scritti altrui affermazioni e testimonianze a sostegno di tesi, perché il discorso fosse fondato su elementi scientifici e sorretto da quella logica formale dietro la quale riposava il tradizionale bagaglio culturale della institutio giuridico-romanica. « Gli studi storici, venuti in onore come non mai e per la prima volta posti a capo delle scienze sociali e della stessa filosofia davano certezza del progresso incoercibile, ispiravano coraggio e fermezza » 27 dice il Croce, e rappresentavano il fondamento di quella scuola storica del diritto nella quale era considerato pienamente valido il canone umanistico della coniunctio intercorrente tra historia e jurisprudentia. Sulla base di questo legame gli interessi storici e filosofici del Nostro non appaiono collaterali: l’evoluzione storica serve all’interpretazione del diritto; le leggi non si possono intendere altrimenti che ricorrendo alla storia: è il canone dello storicismo giuridico che richiede applicazione integrale. E si giustifica anche la sua preparazione apparentemente affastellata e disorganica; citazioni erudite, varie per provenienza e contenuto: un repertorio vastissimo cui attinge con avidità di storico. 231 CARMEN PRENCIPE DI DONNA_________________________________________________________________ L’anno seguente la pubblicazione del Suicidio innanzi alla ragione del Diritto, Villani dà alle stampe uno scritto quasi agiografico: Schizzi sulla vita di Padre Andrea Villani (Salerno, 1887)28 , nel quale celebra gli esempi di virtù e di carità del Rettore della Congregazione del SS. Redentore in Nocera dei Pagani. La predisposizione spirituale verso li agiografia fa si che la storia si tramuti in leggenda, la biografia si risolvi nel gusto del miracoloso, del favoloso. L’intento moralistico prevali sulla realtà, e fortemente marcata è la natura pedagogica dell’exemplun’ che la vita del Padre vorrebbe rappresentare. A proposito di quest’opera Tommaseo risponde: « Preg. Sig., tanto rettamente Ella giudica coloro che pongono il vanto proprio nella nobiltà della schiatta, e tanto affettuosamente c’invita a onorare nell’uom da Lei lodato la nobiltà del sentire e dell’operare, che noi non l’ameremmo meno quand’anco dubitassimo se la famiglia di lui sia del ceppo stesso con quello d Giovanni Villani, storico meglio che cronachista, scrittore e cittadino d’onesti franca e di semplicità sapiente. Me lo farebbero credere congiunto di sangue agi antenati di Lei alcune parole, Signore, di questo scritto; come Colei che santificò per la sua maternita divina il dolore.Altri potrebbe desiderare sovente più parsi monia e proprietà di linguaggio; a me basta renderle grazie e del dono gradito e della cortese sua lettera. Dev. Tommaseo. 7 settembre ‘67 Fir. ». I rapporti epistolari, come è evidente, continuano ad essere improntati ad un rispetto reciproco, e Tommaseo ha toni di serena affettuosità anche nel sottolineare le scarse doti di parsimonia e di proprietà linguistica (grave per un ex alunno del Marchese Puoti!) del suo corrispondente. Giunti a questo punto, qualcosa possiamo dire della polemica filosofica che il Villani ebbe col Tommaseo, medita e ritenuta irreperibile non solo dal Giusto, ma anche dal De Crescenzo 29 , l’unico studioso che abbia finora rispolverato la memoria del Villani a proposito di altri giobertiani meridionali. E la nostra indagine poi, non è tanto precaria t intuitiva, giacché poggia sulla testimonianza di due lettere del Tommaseo 30 in data 21 marzo 1871 e 14 dicembre 1873, che riportiamo. « Preg. Sig., tardi rispondo perché, posto per isbaglio il volume mandatomi da Lei sotto un monte di libri da leggersi a miglior agio, io lo stavo sempre attendendo, e ero già per richiederglielo quando, avvisatomi di far meglio cercare, io che cieco non posso da me, l’ho ritrovato oggi appunto, e letto; e subito ne Li ringrazio, approvando lo zelo veramente paterno che Le dettò quella dedica schietta e modesta, e augurando che molti padri prendano de’ propri e degli altrui figli simile causa.Ella ben dice che dal non buono insegnamento dato da certi maestri è da accagionare non solo il poco sapere ma la poca esperienza altresì; ben dice che la comunicazione di qualsia disciplina, anco di quelle che paiono appartenere soltanto alla ragione severa, deve mirare all’educazione principalmente del cuore, agli uffici della domestica e della pubblica vita.In questo rispetto può la filosofia dirsi l’unico rimedio dell’anima, se intendesi per filosofia l’ordine di tutte le co232 ________________________________________________________________________FERDINANDO VILLANI gnizioni ridotte alla Suprema Unità. E il libro di Lei tende a questo senza la ciarlataneria solita dei novatorì, giacché sempre il suo dire si fonda sull’autorità di pensatori lodati, e mano mano li viene citando. « Qui rettamente distinguesi il principio supremo a cui deve la filosofia riuscire siccome a meta e i principi da’ quali essa può prendere le mosse e per cui deve quindi alla meta avviarsi. Io riconosco che la dottrina ontologica non si deve serbare all’ultimo, ma sin dalle prime farne intravvedere quel tanto che richiedesi alla sodezza degli elementi da porre; appunto come per insin dal momento che l’uomo si mette in cammino, deve indirizzare lo sguardo ai luogo a cui tende; ma non mi pare che ontologica per disteso abbia a essere la trattazione de’ primi elementi, perché questi suppongono molte idee solamente indimostrate, ma non intelligibili.E però credo che l’ab. Gioberti abbia reso servigio alla scienza inculcando la necessità del vero supremo; che molti filosofi avevano per più secoli perduto di vista, e quindi parecchi de’ loro successori consapevolmente o maliziosamente negato; ma che dei libri di lui non si possa comporre una scientifica dimostrazione neanche del vero supremo, e molto meno sciogliere tutti i dubbi che anco i pensatori di buona fede rincontrano nello scrutare l’umana coscienza e nell’arguire la storia delle idee. « Si rifaccia dall’Atto creativo; e pensi un po’ quante cose al maestro bisogni scientificamente provare quanto al discepolo intendere, acciocché queste due parole acquistino il dottrinale significato. Se le si danno per fede umana o divina, se si dice che la filosofia deve a questa verità condurre da ultimo, che giova tenere l’occhio fisso a qualche altezza intanto che si viene via via per la valle e per il piano e per l’erta movendo i passi, niente di meglio: e a questo giovano e i volumi dell’ab. Gioberti, e il libro compilato con senno, Signore, da Lei. Ma cotesta non può essere che una lontana promessa, o un simbolo filosofico imposto da credere. E certamente a persuadersi che il bambino ha l’intuito immanente dell’atto creativo, ci vuoi fede, massime se il principio sia annunziato in parole simili a queste: l’atto creativo nello stato immanente afferra la eternità, e s’in-volge nel Continuo, laddove nello stato successivo, afferra il Discreto. Confesso che il detto le esistenze mostrano la loro insidenza nell’Ente, non mi pare di tutta filosofica proprietà; né il finito insidente nell’infinito, mi vien fatto di immaginarlo neanco al modo che possonsi immaginare le astrazioni. E questo parrebbe contraddire all’altro, che al contingente manca la ragione intrinseca della sua esistenza, ragione che c’è, appunto in quanto ve la pone la provvida mente dell’Indito, il quale con meno improprietà potrebbesi dire nelle cose finite insidente. Ma per intrinseco Ella intende qui necessario; così come affermando che l’uomo è creatore, non confonde al resto i congegni o le attuazioni dell’idea umana coll’atto onnipotente. Senonché così fatti trapassi dall’uno all’altro significato sono la materia filosofica pericolosi: e l’abate Gioberti ne ha troppi. Lo stile figurato è concesso a Platone e a Bacone in quanto dissertano intorno al vero, un sistema non fanno; aiutano l’uditore o il lettore a ragionare da sé, non tessono in continuato ragionamento l’intera scienza. « Ella risponderà che cotesto è più profittevole de’ sistemi; né io vorrò certamente negarglielo; ma ripeto che la trattazione scientifica, a questo modo, lascia de’ vuoti molti, e promuove le obbiezioni piuttosto che scioglierle. Le obbiezioni mosse dal Piemontese ai filosofo Roveretano, mi paiono in gran parte 233 CARMEN PRENCIPE DI DONNA_________________________________________________________________ sofistiche; mi pare che il prete irritato abbia cercato nelle parole dell’altro prete appigli a fraintendere; e che, se si badasse a locuzioni men che proprie o con tradicenti fra sé, se ne troverebbe pur troppe, e forse più gravi, nella verbositì del facondo assalitore. Ella già saviamente notava che il Rosmini non nega né il vero ontologico, né la creazione; che dal soggetto fu distinto l’oggetto; che per conseguente si salva dal panteismo, del quale volendo por mente al senso ordina. rio de’ vocaboli, troverebbesi piuttosto nelle opere del Gioberti assai traccie. Ma quando dimandasi come è che alle prime parole sentite, appena intese, il bambine congiunga un’idea generale, e ne distenda il senso a tutti i casi somiglianti generalitando anzi troppo che poco; di grazia, che cosa risponde a questa interrogazione l’ab. Gioberti col suo intuito immanente; e come spiega egli tanti fatti del mondo spirituale, i quali ognun vede essere precedenti all’idea di creazione, le vede nella quotidiana apertissima esperienza? «Se l’intuito ci si dà per un semplice sentimento, anco il Rosmini pone che l’uomo ha della realtà un sentimento: ma se dell’intuito divino ragionasi come di visione intellettuale oggettiva, bisogna supporre intorno a quella una coorte di non so quante idee innate; dopo il quale supposto, rimane incomprensibile come dell’infinito non si possa l’uomo, se non per via d’esclusione, formare un’idea, Lento detrarre ai vanti di quella psicologia che dispregia tutte le altre indagini necessarie al compimento del vivere intellettuale; ma indarno sperasi conoscere pur quell’unica operazione intellettuale che si dà per inizio delle altre tutte, senza che dei fatti psicologici sia resa ragione.Or di tali osservazioni de’ fatti, nonchè delle loro dichiarazioni, i libri dell’ab. Gioberti scarseggiano, tanto che a lui, men che ad altri, s’addiceva trattare con tanto vilipendio l’avversario suo, così potente per la scienza, com’è venerabile per la vita. Non intendo con ciò scemare la debita lode al libro di Lei, che è notabile e per la temperanza, e per accenni a verità essenziali, da ingegni leggieri negate oggidì. E come padre e come autore, accolga gli auguri reverenti del suo dev. Tommaseo-21 marzo 1871 Firenze ». « Preg. Sig., buon esempio Ella porge a’ padri, ponendo lo studio a educare il figlio proprio da sé, il proprio ingegno al servizio di lui dedicando. Sani mi paiono i principii del suo libro filosofico, a quanto ne ho potuto vedere: ma credo che al Gioberti Ella troppo conceda, troppo neghi al Rosmini d’autorità. Meritava la dottrina di tale uomo essere meditata con più riverenza; giacché la stizza stessa con cui ne ragiona il Gioberti mette diffidenza di quegli spregi superbi. Ma questa mia è un’opinione che, interrogato, dico schiettamente; sentenza non è. Accolga, La prego, gli augurii del suo dev. Tommaseo - 14 dicembre ‘73 Firenze ». Le due lettere qui riportate si riferiscono a due opere filosofiche del Villani Principi di ontologia e Principi di filosofia31 , e la prima è quella che più apertamente dichiara le forti riserve del Tommaseo all’ontologismo giobertiano. Occorre precisare che gli interessi filosofici di F. Villani non vanno oltre un pronunciato fine didattico che possiede certamente un suo impegno, ma resta sempre al di qua di una impostazione di stretto rigore scientifico. Nei Principi di ontologia si propone di offrire ai giovani una « guida » per l’apprendimento della filosofia; l’opera è dedicata al figlio Carlo, perché completi la sua formazione. Nella prefazione « A chi 234 ________________________________________________________________________FERDINANDO VILLANI legge » egli lamenta alcuni metodi didattici, quelli usati dai Gesuiti, che aggravano la mente dei giovani, e citando il Tommaseo (Pensieri sulla educazione) ribadisce che « l’educazione la quale non bada che a imprimere, senza svolgere, preme ed opprime »; la finalità didattica della opera è confermata anche dal « Catechismo ontologico » in appendice, « ad esercitazione degli imparanti ». Tutto sommato, l’opera è un manuale propedeutico, nelle linee dell’ontologismo giobertiano, ortodossamente accettato, per i posteriori « Principi di filosofia », dove mostrerà di possedere con sufficiente padronanza il vastissimo panorama degli scritti del Gioberti. La mancanza di una « mente scientifica », sia pure relativamente alla tematica giobertiana, è confermata anche da altri scritti filosofici nei quali l’intento didattico cede il posto a indagini di natura confutativa, come « La Teorica dell’intuito », opera scritta per dimostrare la sostanziale consonanza del tomismo con l’ontologismo giobertiano (contro la convinzione dei Gesuiti) e che invece finisce per essere apologetica e scarsamente speculativa. Il Tommaso dové rendersi conto dei limiti del suo corrispondente e nella seconda lettera rinuncerà ad una confutazione su basi speculative, che pur è nella prima, limitandosi a sottolineare quel « troppo concede all’ab. Gioberti ». Che la posizione del Villani nei confronti dell’ontologismo giobertiano fosse solo di un impegno didattico-apologetico, come afferma il De Crescenzo, è innegabile, anzi, di scarso valore storiografico, oltre che speculativo; d’altra parte un episodio della sua vita è significativo a riguardo: nel 1875 relazionò la proposta al Consiglio Superiore del P.I. per il diploma di professore di filosofia, B. Spaventa che tanta intolleranza sempre mostrò verso i seguaci dell’abate torinese.Il giobertismo del Villani nasce da una cultura cattolica e per questa base è volto a riedificare un Gioberti consentaneo a molte sue istanze centrali (l’accordo tra scienza e fede), è impegnato in una unica difesa: dalla accusa di eredità immanentistica. A questo punto bisognerebbe approfondire la conoscenza dei rapporti di amicizia tra il Villani e Pietro Luciani, storico della dottrina giobertiana. Ma nella complementarità di un profilo storico, anche se rapido, non va certo trascurato il giurista che è l’aspetto più autentico della personalità del Villani. Abbiamo fissato tra il materiale sunteggiato da « tenere a mente » alcune opere la cui conoscenza dové essere certamente anteriore alla esperienza giobertiana: si tratta del vichiano Diritto Universale e di un’opera di G. Manna: Della giurisprudenza e del foro napoletano. Evidenti echi vichiani sono riscontrabili negli scritti giovanili (per es. l’orazione del 1844 Della necessità e utilità di ricoverare gli orfani) dove si fa aperto sostenitore dei diritti naturali o « ingeniti » e avanza una istanza giusnaturalistica di schietta derivazione vichiana (e non razonalistica illuministica). Almeno agli inizi, quindi, il pensiero filosoficogiuridico del Villani dové muoversi nella direttiva del vichismo storici- 235 CARMEN PRENCIPE DI DONNA_________________________________________________________________ stico-tradizionalistico, in quella particolare interpretazione cattolica che la cultura napoletana dette del Diritto Universale. Si tratta però di una posizione di onestà intellettuale che va evidenziata, giacché è lungi da lui la pretesa sincretistica predominante nella cultura meridionale della prima metà dell’800 di conciliare Vico con i vari sensismi, ideologismi, eclettismi; è un vichismo, il suo, che, assorbito il giobertismo come unica garanzia contro il soggettivismo moderno e il panteismo idealistico, rimarrà operante come fedeltà alla tradizione giuridica meridionale, donde gli deriverà quella istanza metodologica volta ad accordare storia e filosofia nella considerazione del diritto. Pur nella mancanza di una precisa originalità di pensiero e di un concreto discorso storiografico, la amplissima produzione del Villani muove da un fondo di sollecitazioni spirituali, di saldo impianto morale, come di chi voglia pagare la propria solida esperienza di cultura nei modi persuasivi della divulgazione dottrinaria tra più ampi stati sociali. Di fronte alla ricchezza e varietà della cultura napoletana, l’apporto è modesto ma non può dirsi inesistente, e testimonia la partecipazione attiva della cultura locale alle esperienze che a Napoli facevano capo. E non solo i giobertiani, i vari Troya e Baldacchini, esponenti di un romanticis mo moderato di ispirazione neocattolica, ma anche Villemain, Lamennais, Bentham, Chateaubriand, sono studiati e conosciuti dal Nostro, pur restando saldo in lui l’assunto giobertiano del concetto autoctono della cultura italiana.Se per le scarse doti speculative e storiografiche il Villani rimane in quella corrente del giobertismo meridionale che il Russo, per certi atteggiamenti retorici e edificanti, e per il notevole disimpegno politico, definisce « arcadia filosofica », a livello di una tematica squis itamente etica il suo giobertismo va rivalutato in quanto lo porta a caldeggiare una coscienza autonomistica locale, che anche se non si traduce sul piano amministrativogiuridico (i tempi non erano ancora maturi per una cosciente soluzione del problema) è un fatto impegnativo perché mira a svegliare energie e forze latenti nel paese, a riportare la cultura da una fase di divertissement accademico a più seri impegni su una base urbana. I suggerimenti, le riforme, gli istituti che propone per la sua città, non possono prescindere da una istruzione primaria estesa a tutti i cittadini; il fine è quello di mettere il popolo in condizioni di comprendere le leggi, di evitarne l’indifferenza verso la cosa pubblica, per il progresso e il benessere della città. Quando la legge Casati del ‘59 che attribuiva ai Comuni il compito di provvedere all’istruzione primaria, fu estesa a tutto il Regno, a livello locale essa trovò un anticipatore e un sostenitore in F. Villani. E se questo miglioramento delle classi inferiori della società, anche se agli strati della istruzione primaria, è un assunto che non può mancare in nessun programma dopo la Rivoluzione francese, per il Villani dopo la legge Rattazzi del ‘59 che escludeva dall’elettorato attivo e passivo chi non sapeva né leggere né scrivere, ha un intento preciso: combattere l’analfabetismo e l’assenteismo, due fenomeni tanto diffusi e accentuati in tutto il Sud, ma più marcati in una terra di confine, qual è stata la 236 ________________________________________________________________________FERDINANDO VILLANI Capitanata, col destino di tutte le terre di confine, di svolgere un ruolo tributario verso la Metropoli napoletana. Il suo autonomismo, quindi, si risolve in un vagheggiamento delle vecchie costituzioni municipali, per le quali le popolazioni dei comuni provvedevano ai loro bisogni con deliberazioni dei propri consigli che ne conoscessero gli interessi, e d’altra parte, dopo l’Unità, l’autoamministrazione dei comuni si ridusse alla sola designazione elettiva dei consiglieri. Né manca la configurazione che il suo autonomismo assume sul piano culturale, come difesa della tradizione locale, della storia passata. Sorge da questo intento « municipalistico » La Nuova Arpi, cenni storici, biografici riguardanti la città di Foggia (Salerno, 1876) e ne basti un brano della prefazione a farci riflettere sull’esplicita affermazione di un carattere progressivo della storia umana e di una realtà trascendente la storia stessa; « La storia che è senno di Dio, è pur testimonio della volontà degli uomini, e come tale esprime la linea che percorre la specie umana sulla via del progresso »; ed egli segue questa linea in uno spazio geografico ristrettissimo, quello della sua città natale, ma con una vigile attenzione al vero storico, al documento; « riferire le cose coi documenti costituisce la prima legge che uno storico deve imporre a se medesimo », dove senti efficacemente assimilata la lezione del positivismo. Attraverso questo nostro rapido profilo, che, per la sua limitatezza non ha visto esperite tutte le indagini necessarie, che competono a studiosi più tecnici, sul « filosofo » e sul « giurista », ci siamo venuti convincendo che Ferdinando Villani può essere assunto a testimonianza emblematica del nobile decoro e della serietà con cui, a livello locale, furono partecipate, se non vissute, le proposte della cultura nazionale e meridionale, e che quindi egli riscatta la sua terra dalla accusa di zona di totale assenza culturale.Una terra, la Capitanata, che nell’evolversi delle strutture sociali ed economiche cerca di elaborare una propria civiltà e offre all’attenzione dello studioso prove sempre più convincenti che un profilo della cultura meridionale, oggi, non può più ridursi al tracciato della cultura di un unico centro: Napoli, ma deve far posto a quelle zone d’ombra dove si profilano situazioni e vicende da studiare, almeno sino ad un certo discrimine, come proprie di ambienti dotati di caratteristiche distinte. CARMEN PRENCIPE DI DONNA N O T E _______________________________________________________________ 1 CARLO VILLANI, Scrittori pugliesi, antichi, moderni, contemporanei, Trani, 1904; DOMENICO Giusio, Dizionario bio-bibliografico degli scrittori pugliesi viventi e dei morti nel presente secolo, Napoli, 1893, pp. 205-212, 2 Niccolò Borrelli fu fratello di quel Pasquale Borrelli che tenne l’elogio funebre di Galluppi (v. MAZZONI, L’Ottocento, in « Storia letteraria d’Italia », pag. 1068), insegnò anche a Napoli nel collegio di S. Carlo alle Mortelle; fu in 237 CARMEN PRENCIPE DI DONNA_________________________________________________________________ amicizia col Puoti; poi passò al Nazareno di Roma; fu autore di numerose opere tra le quali le Istituzioni d’arte poetica, Roma, 1852. 3 F. VILLANI, La nuova Arpi, Salerno, Tip. Migliacci, 1876 pag. 404-405. 4 E' infatti la data di una lettera del Puoti, che il Villani ebbe il compito di trascrivere, al foggiano Domenicantonio Patroni per la morte della madre.Il Puoti nella lettera, altresi, raccomanda al Patroni « uomo di molte lettere » che sia ben accolta in Foggia la sua Arte dello scrivere. La lettera è riportata dal Villani, op. cit., pag. 385. 5 Il nome di F. Villani infatti non figura nemmeno nell’elenco di giobertiani più o meno ortodossi che ci fornisce Santino Caramella. 6 F. DE SANCTIS, La scuola cattolico-liberale e il Romanticismo a Napoli, Torino, Einaudi, 1953, pag. XVIII. 7 Cfr. B. CROCE, Aneddoti di varia letteratura, Bari, 1954, vol. III, pag. 452. 8 A proposito delle polemiche tra giobertiani, rosminiani, hegeliani ecc, si veda L. Russo, F. De Sanctis e la cultura napoletana, Bari, 1943. 9 E potremmo aggiungere anche la borghesia agraria che sotto la spinta degli eventi tra il 1799 e il 1806 si era resa consapevole della sua posizione di classe tra baroni e contadini, 10 Cfr. F. Da SANCTIS, op. cit., pag. XV. 11 Si veda L. Muscio, Del Tavoliere di Puglia, Foggia, Arpaia 1904 e l’essenziale bibliografia del CARUSO in: La Dohana Menae Pecudum o Dogana di Foggia e il suo Archivio. C.E.S.P. 1963, Napoli - Foggia - Bari. (« Miscellanea giuridico-economica meridionale » diretta da Mario Simone, 1). 12 IL periodo più fitto di agitazioni sociali è tra il 1840 e il 1847. 13 G. MASI, La partecipazione della Puglia alla rivoluzione liberal-unitaria, Estratto dall’«Archivio storico per le Provincie Napoletane», nuova serie - voI. XL Napoli 1960. 14 Per la costituzione del 1848 concessa da Ferdinando II furono indetti a Foggia festeggiamenti per tre giorni (14, 15 e 16 febbraio) che furono anche religiosi poiché bisognava rendere grazie a Dio che essendo Intelligenza e Amore aveva parlato al cuore del Magnanimo Ferdinando, e si imprecava I’anatema dal cielo su chi tentasse di infrangere il legame tra il Re e il suo popolo. Un antico caffè della città assumeva il nome di Caffè Nazionale, e tutti si sentivano uniti, tutti Italiani intorno a Ferdinando! 15 La Società Economica di Capitanata, insieme alla Camera di Commercio istituita nel 1828, provvedeva all’incremento dell’agricoltura, dell’industria e del commercio; il Teatro Dauno fu aperto nel 1828 e la Biblioteca Comunale nel 1834. Cfr. F. VILLANI, Miglioramento dell’agricoltura, Foggia, Tip. Russo, 1846, pagg. 23 e 24. Dal 1833 al 35 si pubblicò in Foggia il « Poligrafo di Capitanata, giornale di scienze, lettere e arti » diretto da Casimiro Perifano; e nel ‘48 dopo la Costituzione vide la luce perfino un foglio costituzionale « il Cittadino » per diffondere le nuove idee politiche. 16 Il consesso municipale chiese ed ottenne nel marzo del 1859 l’istituzione di 4 cattedre universitarie presso il Reale Collegio delle Scuole Pie: chimica e storia naturale, psicologia e anatomia comparata; diritto e procedura civile, diritto e procedura penale; nel settembre dello stesso anno quelle di medicina legale e medicina pratica; patologia, chimica e ostetricia; diritto romano e patrio che si 238 ________________________________________________________________________FERDINANDO VILLANI aggiunsero a quella di agricoltura preesistente a tutte. Tali cattedre però andarono soppresse dopo il 1862 per i nuovi ordinamenti e la nuova legge sulla pubblica istruzione. Ce ne dà notizia F. Villani in La Nuova Arpi, pag. 185-186. 17 F. VILLANI, Saggio di vocabolario familiare, Napoli, Borelli e Bemporad, 1841; il saggio è dedicato al maestro Niccolò Borrelli ed è menzionato da P. Martorana in Notizie biografiche e bibliografiche degli scrittori del dialetto napoletano. 18 F. VILLANI, Pensieri e bozzetti, Napoli, 1888. 19 Tutti gli inediti di F. Villani si conservano nella Biblioteca Provinciale di Foggia e presso il Museo Comunale. 20 MESSER PETRONIO, Leggenda di F. Villani di Foggia, Salerno, 1874. 21 Lucia Mondella ovvero i Promessi Sposi - Dramma di F. V. Lanciano, 1869. 22 Il lavoro fu scritto per il concorso drammatico dell’anno 1869, apertosi in Firenze; che stabiliva « l’assegnazione di un premio di L. 2.000 a quella produzione nuova e non mai rappresentata, la quale per concetto, e per forma più risponda al fine di avvantaggiare moralmente e letterariamente il teatro italiano », v. « Gaz. Uff. del Regno d’Italia», 24, 26, 28, 31 dic. 1868. Il dramma del Villani fu rappresentato a Foggia il 27 luglio 1872 dalla Società filodrammatica « Torelli ». 23 F. VILLANI, Manoscritti, vol. II. 24 Si confronti questa lettera del Tommaseo con alcuni capitoli dei Discorsi sulla pena di morte, Firenze, Le Monnier, 1865, capitoli II e III e infine pag. 17 « l’uomo non ha diritto, nonché sulla vita, sopra nessuna facoltà dell’altr’uomo, se non in quanto a’ doveri di conservare le proprie facoltà ». 25 F. VILLANI, Manoscritti, vol. II. 26 Il suicidio innanzi alla ragione del diritto per l’avv. F. V. di Foggia, giudice presso il Tribunale di brani - Trani, 1866, è dedicato alla « cara e onorata memeoria » dei suoi illustri antenati Giovanni, Matteo, Filippo Villani « fiorentini pregevolissimi ». 27 B. CROCE, Aneddoti di varia letteratura, Bari, 1954, vol. III pag. 461. 28 F. VILLANI, Schizzi sulla vita del Padre Andrea Villani, Salerno, 1867. 29 G. DE CRESCENZO, La fortuna di V. Gioberti nel Mezzogiorno d’Italia, Brescia, Morcelliana, 1964. 30 Anche queste due lettere si conservano nella Biblioteca Provinciale di Foggia tra i manoscritti di F. Villani. 31 F. VILLANI, Principi di ontologia, Salerno, 1870; Principi di filosofia, Salerno, 1872. 239 QUADERNI DI «LA CAPITANATA» EDITI DALLA AMMINISTRAZIONE PROVINCIALE DI FOGGIA 1. LUIGI TAMBURRANO, La Capitanata nell’opera di Tommaso Fiore (con 9 ill.ni). 2. EUGENIO LEONE, La Madonna di Valleverde (con 4 tavv. f. t.). 3. ALDO VALLONE, Correnti letterarie e studiosi di Dante in Puglia (con 2 tavv. e 2 aut. f. t.). 4. ERMINIO PAOLETTA, Ignotum Oppidum « De acquadiensium oppugnatione atque aeneis neapolitani castelli foribus » (con 4 tavv. f. t.). 5. MICHELE MELILLO, Lingua e società in Capitanata (Premio « Gargano » 1967). 6. VINCENZO TERENZIO, Umberto Giordano cento anni dalla nascita (con 4 tavv. f. t.). 7. ALFREDO PETRUCCI, Il Pellegrino al Gargano (con 12 tavv. f. t.). 8. ARMANDO PETRUCCI, Scrittura e cultura nella Puglia altomedievale (con 6 tavv. f. t.). 9 1 a Mostra bibliografica del Gargano (con ill. nel t. e 12 tavv. f. t.). 10. La Suddelegazione dei cambi presso la Regia Dogana di Foggia (con 4 tavv. f. t.). Direzione di « La Capitanata » presso la Biblioteca Provinciale di Foggia, Piazza XX Settembre, Palazzo Dogana. La poesia di Emilio Ricci e un giudizio del Croce Emilio (Ludovico) RICCI nacque a Torremaggiore (Foggia) il 17 gennaio 1891 e morì nella chiesetta alpina di Doberdò, alle falde del Monte Sei Busi, il 27 agosto 1915. Ufficiale medico, mentre compiva la sua missione di bene ed apprestava fraterne cure ai commilitoni feriti, una granata austriaca tutto travolse e ne schiantò la giovane esistenza (Medaglia d’argento alla memoria). Tumulata a Redipuglia, allora, la salma fu traslata nella sua città natale nel 1922, ove popolo, autorità, estimatori e familiari ne resero l’estremo omaggio, ammirati e commossi. Emilio Ricci affrontò gli studi medi nel seminario di Capua, da dove si allontanò per dissapori con i «superiori», e li concluse al Liceo di Santa Maria di Capua Vetere, da privatista. A Napoli, nel 1914, conseguì la Laurea in Medicina e Chirurgia. Studioso serio e appassionato (tradusse poeti greci e latini, imparò diverse lingue moderne, ecc.); mente vivida e cuore generoso (fu infermiere volontario nell’Ospedale della Maddalena di Napoli, ove erano stati ricoverati i terremotati della Sicilia e della Calabria); amante della libertà e della democrazia (chiese di prendere parte alla spedizione di Ricciotti Garibaldi per l’indipendenza albanese); difensore degli umili («siamo tutti uguali»), egli ebbe una fede profonda nella giustizia e nell’amore tra gli uomini, e tradusse i suoi alti sentimenti in una poesia profondamente umana. Fu una di quelle «...anime dirà il Croce che debbono «essere chiamate, quali veramente sono, anime religiose... »1; una « ...anima nobile e pura...» che, « ...per il vigore morale che ne informa l’attività di pensiero, (è) compagnia che innalza e migliora...» (Giuseppe Lombardo-Radice); una delle « ...anime veramente religiose, nel più alto senso della parola...» (Antonio Salandra); un’anima che lascia «...la traccia della sua forza e della sua bontà» (Gaetano Salvemini) e da una sì bella anima sgorgarono dei versi, donde « .prorompe un’onda di sentimenti e di pensieri che rivela la bontà... dell’autore, e ne mette in luce - - .. 1 CROCE B., Prefazione ai Versi e lettere di Emilio Ricci. Bari, Laterza, 1916, VII. 241 PASQUALE RICCIARDELLI_____________________________________________________________________ la bella cultura» (Paolo Boselli); versi che « ...ispireranno sensi generosi alle nuove generazioni» (Antonino Anile); che «...commuovono fino alle lagrime» (Giustino Fortunato); che «...attestano la sua non comune attitudine alla poesia...» (Francesco Torraca); che «...manifestano i suoi profondi sentimenti umani e i suoi dritti e saldi propositi di bene...» (Domenico Bulferetti)2 . Il ventiquattrenne poeta Emilio Ricci lasciò i seguenti scritti: - La Georgica di Virgilio (Traduzione in versi), 1908; - Luigi Serio, eroe della Repubblica Partenopea (Tragedia in versi), 1908; - Il Sonno (Commedia in prosa. Bozza), 1906; - La Passione di Gesù Cristo (In prosa. Opera incompiuta),190506; - Il Vesuvio (Poemetto - Frammenti), 1913; - Titanic (Poemetto), 1912; - Epistolario; - Canti: Onomastikon, 1904; In morte del fratellino, 1904; A Teofora, 1905; Fede e scienza, 1906; Per il terremoto di Reggio e Messina, 1909; In morte di Vincenzino Leccisotti, 1909; Sullo stesso soggetto, 1909; Il forte di Vigliena, 1910; Gli studenti di Medicina dell’ospedale degli « Incurabili », 1911; Lodi di San Severo, 1911; Lodi di Foggia, 1911; A Ricciotti Garibaldi per l’impedita spedizione garibaldina in Albania, 1911; A la mia donna, 1912; Per nozze (2 sonetti), 1913. L’opera più significativa del Ricci, a parere del Croce3 , è il poemetto «Il Vesuvio», ma anche le altre composizioni hanno un notevole valore artistico e, di certo, il poeta sarebbe entrato nell’olimpo dei grandi se la guerra esecrata non l’avesse ucciso. «Il Vesuvio», forse, ritrae e riassume meglio la personalità umana e poetica del Ricci, scanzonata e apparentemente contraddittoria, ma in verità seria e salda nei suoi principi di libertà e di giustizia, di fede e di bontà; forse perchè lì il suo concezionismo storico risalta di più, ancorchè soffuso di intuizioni a volte alquanto nebulose. Sì perchè il Ricci non ebbe una definita ideologia politica, né una particolare filosofia morale. Egli ebbe l’intuizione dei giusti e la sua tesi sociale fu semplice e talora timida, epperò originata dalla realtà umana. Essa si svolse mediante una dialettica non proprio emblematica, ma enucleata per concetti moderni e spoglia d’artificiosi sofismi. Egli credette sempre nella giustizia, nella fratellanza umana e nello amore per il prossimo, in quell’amore che gli farà esclamare: …amor che al mondo esser dovresti solo virtute, dio, religione, tutto!4 2 Tutte le citazioni sono riprese dalle lettere, dirette alla madre del poeta, che, in originale, conservano gli eredi. 3 Op. e loco cit., IX. 4 L’ospedale della Maddalena, strofa IV, sta in: Versi e Lettere, op. cit., p. 99. 242 ___________________________________________________________________________LA POESIA DI RI CCI La poesia di Emilio Ricci fu piuttosto tradizionale, con lieve tendenza al classico. I movimenti letterari e poetici coevi (scapigliatura, simbolismo, ermetismo, futurismo, ecc.) non lo ebbero nè discepolo, né militante. Preferì la poesia aulica e anche quella del migliore Romanticismo, accostandosi a volte al realismo, al verismo, al purismo. Nella metrica, non ebbe una costante. Abbeveratosi alle fonti dei cantori dell’antica Grecia e di Roma che non poche volte diventano modelli ispiratori delle sue composizioni, anche se il ritmo è diverso, moderno, alfieriano o foscoliano, pariniano o leopardiano, ecc. - egli fu un poeta sincero e geniale. La sua lirica è calda, potente, espressiva e quasi sempre nasce dal vero. Essa poi, si addolcisce in modo straordinario di fronte ai sentimenti umani e la sua facondia diviene commovente, elegiaca, idilliaca quando descrive la natura. Par di vedere dei quadri teocritei: tanta sincerità vi spira! Egli canta la generosa terra ed i frutti rigogliosi, il lavoro santificato dal sudore ed i campi belli, che premiano l’infaticato uomo che li coltiva e la sua poesia, allora, è davvero elevata. Egli esalta l’onore e la bontà, la gloria dell’intelletto dell’uomo e delle sue opere produttive e benefiche, la libertà nella giustizia, la schiettezza dei moti affettivi dell’animo e le virtù civiche: ed i suoi canti, allora, raggiungono una pateticità universale, comune a tutti gli uomini onesti e di buona volontà. Anche le debolezze e le passioni, il dolore e la gioia della vita, lo inganno la menzogna e l’ipocrisia trovano posto nei suoi versi. I quali versi, a volte, hanno un tono enfatico e mistico che invita a certe analogie con i primitivi della fede: tono che, quando vi è, non ne altera il senso umano. Or vedi in essi il poeta cristiano e apostolo, ora il gentile pseudo pagano alla ricerca della verità da conquistare col rigore della scienza, ma l’autore non porta mai alle estreme conseguenze il tormentato processo. Finanche la verità rivelata lo affascina, ma non lo conquista, e si preserva quindi poeta fondamentalmente umano. Per questo, nel suo canto, talora disuguale, vi aleggia sempre una soave armonia; per questo il ritmo, talora monotono ed uniforme, è subito seguito quasi misteriosamente da versi d’alto lirismo; per questo, infine, sia che sorrida al mondo o che pianga sulle miserie dell’umanità, nel suo entusiasmo e nei suoi patemi, il suo verso resiste sempre per il verismo che l’informa, sia quando è rozzo e pedestre, sia quando è elegante e fine. E parimenti, per converso, ai brani di affascinante poesia fanno seguito discontinuità estetiche, ma l’orchestra ha sempre il suo colorito immediato respiro lirico, ora abbondevole e fastoso e gorgheggiante, ora scarno e asciutto e disarmonico, ma sempre il panorama poetico conserva la sua suggestività ed il paesaggio non nasconde le sue meraviglie. Questa una prima valutazione dell’espressività artistica del Ricci. Per l’altro aspetto modernistico, la sua poesia, della cui collocazione storico-letteraria si è detto che si ricollega per certe tendenze e per 243 PASQUALE RICCIARDELLI_____________________________________________________________________ taluni effetti anche col Romanticismo, non sosta nei beati giardini della arte, confortata dalla cetra oziosa, ma s’incanala subito in quella corrente della rivolta romantica, in quel moto dello spirito europeo che rappresenta la verità, la verità della natura e del positivismo. Essa s’inserisce in quella grande disputa, impetuosa e piuttosto disordinata, cominciata in Italia nel 1816, soprattutto con la «Lettera semiseria di Grisostomo» di Giovanni Berchet, in seguito al discorso di Madame di Stael, continuata da Ludovico di Breme con le «Osservazioni», e ripresa dal Leopardi nel «Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica». Movimento profondo, indiscutibilmente, che segna una svolta decisiva per la conquista di una più equilibrata sincerità di estetica e di vita, che è impulso di rinnovamento del mondo sociale, civile e religioso. E sul filo di tale spirito innovatore, la poesia del Ricci, romantica solo in alcune e per alcune immagini, guarda lontano, ad un orizzonte ideale, ma non perciò meno reale, sulla cui corona essa pare accompagni, per farle rincontrare e poi accomunarle, l’indipendenza letteraria e quella delle Nazioni, la libertà di pensiero dell’uomo e quella dei popoli. Fors’anche per la vastità dell’orizzonte e per la pluralità dei contesti, la versificazione del Ricci è duttile e non soggiace costantemente alle rigide leggi della metrica e delle sue forme armoniche, che spesso sono violate per rendere più efficaci i quadri immateriali, le sublimi contemplazioni, i bozzetti estatici e ancor più per rappresentare degnamente la verità illibata della natura e la realtà umana, logica e storica. Malgrado ciò, la poesia del Ricci ha i crismi per sfidare il tempo, e, anche se vuole essere dotta, essa rimane popolare e persuasiva. In merito allo stile, vi è solo da aggiungere che esso, in genere, si caratterizza nell’antico, quasi che il linguaggio ed il ricordo dell’antichità creassero una più delicata poesia: donde certe affinità classiche nelle movenze, nei costrutti, nella fraseologia. Il tutto, però, più per lezio tecnico, perchè il Ricci considerò la poesia, a parte determinate sfumature, un’attività creatrice dell’artista, e l’arte come verità, non come finzione, illusione, diletto. Ogni oggetto artistico è, per lui, una scaturigine della verità e comunque un motivo reale, anche quando pare agisca la fantasia. E se il Ricci, come tanti e non meno di tanti altri, ha la sua immaginazione, per portato poetico naturale, egli sa anche come reprimerla o contenerla o relegarla, come spesso fa, nei confini della ragione. Così quando il dramma umano per il conflitto tra natura e sentimento, tra passione e sensibilità, tra amore e morte alimenta un certo suo estetismo poetico ed i versi inondano la sua mente, egli non vede tale tormentata problematicità nè scientificamente, nè filosoficamente, siccome egli spera nel bene e crede negli uomini illuminati dalla ragione, dal vero, dal giusto che solo possono condurre alla riconciliazione dell’uomo con la vita. Perciò, egli parla sempre alle cose, qualifica gli oggetti, gli eventi e le cronache, e con questo si spiega esaurientemente come la sua produzione sia palpitante di umanità, di oggettività, di storicismo. - - 244 ___________________________________________________________________________LA POESIA DI RI CCI Soltanto a volte la sua verità poetica è riflessa e, nella tessitura, compare una filosofia quasi innocente, specie in taluni scontri tra concetti e categorie con eventi accaduti, tra individui e storia, ma anche qui egli non trascura di creare un raccordo tra il particolare e l’universale. Laddove è innegabile che la sua arte risenta degli influssi della estetica crociana che, mediando i termini originari del romantico col classico, dello umano reale col fantastico, ne sintetizza l’essenza. La poesia del Ricci, adunque, resta e si conserva sostanzialmente semplice, senza eccessi di colori, o digradamenti e crescendi tonali, o vaghezze inquinanti che se non mancano non vanno mai oltre misura ed essa ha una geniale architettura di concenti che la rende viva. Il linguaggio che essa traduce è quello corrente degli uomini; il suo canovaccio è lineare e si enuclea a parte qualche scompenso ritmico per sezioni simmetriche accessibili ad ogni sorta di cultura; le sue rapresentazioni, il nesso musicale e la sintassi lirica si rivelano immediatamente intuitivi. E’ una poesia che sa giungere direttamente al cuore e, sia che si presenti in veste polemica, sia che reciti in chiave emotiva o erudita o ideale, essa conquista subito la ragione, l’animo, la mente. Per le considerazioni espresse, e per i tanti meriti della sua opera e dell’insito messaggio, Emilio Ricci è poeta vero, siccome seppe esprimere le sue e le umani passioni traducendole in canto, siccome possedette il dono dell’arte con cui poterle cantare. E codest’arte egli seppe elevare a momento importante del vivere suo, perché la poesia degli altri, ritrovata negli studi ed espressa nelle traduzioni, non fu sufficiente a saturare il suo animo traboccante di affetti e la sua mente affollata di immagini. Egli avvertì la necessità di sprigionarla da sè, per chetare il tumulto dei sentimenti erompente nel suo io interiore, per elaborare e purificare concetti in sè racchiusi allo stato grezzo: e nei canti ed altri componimenti appaiono, così, trasfuse, scolpite ed eternate le trasformate immagini del suo pensiero. « Sono versi scritti dice il Croce5 , tra i quindici e i ventidue anni, non generati da semplice accaloramento di giovanile immaginazione letteraria, ma prorompenti impetuosi da sentimenti e pensieri che rispondevano all’effettivo carattere del suo autore; osservabili altresì per la mancanza di qualsiasi traccia d’imitazione della letteratura contemporanea e di moda, in cambio della quale vi si notano le chiare impronte dello Alfieri e del Panni, del Leopardi e del Manzoni; e che, sia per questo, che è ormai caso raro tra i giovani, sia per la già detta realtà di contenuto, escono dal consueto. Senza dubbio la forma ne è sovente intralciata e impropria; ma nè l’autore li aveva dati alla luce, nè pensava di darli: salvo forse, quando l’avesse compiuto, l’ultimo, il poemetto sul Vesuvio, che rimane in frammenti, e nel quale si può vedere (particolar- - - - - 5 «Per un giovane medico e poeta caduto in guerra », sta in: L’Italia dal 1914 al 1918 (Pagine sulla guerra). Bari, Laterza, 1950, pp. 144-145. 245 PASQUALE RICCIARDELLI_____________________________________________________________________ mente nel capitolo primo) a quanta freschezza di versificazione e pienezza di ritmo egli si fosse via via levato...». Sebbene non si voglia contestare l’autorevole giudizio del Croce, proprio per esso, tuttavia, è da considerare che - immaginazioni o sentimenti del Ricci a parte ogni opera poetica è storia, perché non esiste una totalità di poesia circoscritta, come uno stagno, chiusa in un sistema. E se lo storicismo insegna che la storia è un infinito, e cioè senza principio e senza fine nel tempo, l’esame delle opere del Ricci non può esaurirsi nè con Croce qui, né con altri, nè mai, quale che sia l’esegesi dello storiografo, dell’esteta, del critico. Ché nemmeno l’estetica contempla un assoluto poetico, ma vi esiste un universale poetico, che trae essenza dai particolari delle cose, dalla natura e dalla società umana, che poi va a tradursi in poesia con una purezza di linguaggio più o meno alta, epperò sempre con immagini nitide, senza ipocriti compromessi col vero reale ed anzi ad esso ispirate, nel culto della libertà. Ed Emilio Ricci, così come egli è, proprio perchè a quei postulati umani s’ispirò e da tali precetti estetici fu guidato - è poeta vero ed ha il suo meritato posto nel limpido firmamento della poetica e nel cuore leale degli uomini semplici. - - PASQUALE RICCIARDELLI DE VIA un antico abitato garganico Devia sorgeva sul versante meridionale di monte d’Elio, uno sperone roccioso che si protende verso l’Adriatico, dividendo il lago di Lesina da quello di Varano, circa nove chilometri a N.N.E. di Sannicandro Garganico. Anche qui, come in tutto il Gargano, persistono tracce delle antiche popolazioni che fin dal Paleolitico abitavano queste contrade. Il precursore delle ricerche archeologiche su monte d’Elio è stato lo Squinabol, il quale rinvenne sul pendio verso la torre di Calarossa antichi resti umani, tra cui alcuni crani giudicati poi erroneamente come « neanderthaloidi » . In seguito il Rellini notò tracce di capanne, forse eneolitiche, in contrada Perazzola, dove raccolse strumenti di selce ed un mazzuolo di pietra levigata; scoprì anche una necropoli presso una grotta nel fondo Giacchetta1 . Nella vicina grotta dell’Angelo, che si apre su un costone roccioso rivolto ad occidente, sono stati eseguiti nel 1967-1968 degli scavi diretti dalla dott.ssa Mara Guerri, dell’Istituto di Paletnologia dell’Università di Firenze. Alla profondità di circa due metri è stato individuato un livello con strumenti del Paleolitico superiore, sottoposto a vari strati con resti di epoca dauna, romana e medievale 2 . Sulla parete destra di questa caverna si possono osservare alcuni tratti rettilinei ed un motivo serpeggiante, profondamente incisi nella roccia calcarea, che richiamano analoghe manifestazioni a scopo rituale o magico praticate dalle genti paleolitiche della cultura « romanelliana ». Qualche selce e frammenti di vasi di impasto grezzo si trovano anche mescolati a ceramica preromana a vernice nera e a quella rossa romana tra i ruderi sparsi intorno alla chiesa di S. Maria di monte d’Elio, su una propaggine difesa su tre lati da scoscesi pendii che degradano verso la « Difensola », dove sorgeva l’antichissima Devia. Vi si accede per una mulattiera che sale tra ulivi e macchioni di ginepro; più in alto la vegetazione si fa più fitta e appaiono i resti sgretolati delle mura, nascosti tra i rovi che hanno invaso la sommità del colle. Al centro di una spianata sorge la chiesa, con la facciata rivolta verso sud; nei pressi si scorgono i ruderi di varie costruzioni, tra cui un’altra chiesetta absidata situata sul pendio orientale; numerose 1 2 VITTORIO RUSSI, Il casale di Devia, in « Il Gargano », 30 aprile 1965. Russi, La grotta dell’Angelo, in « Il Gargano », 31 ottobr e 1967. 247 VITTORIO RU SSI______________________________________________________________________________ cisterne scavate nella roccia ricordano l’antico problema dell’acqua, che ancora oggi assilla il Gargano. Il lato più vulnerabile di Devia era quello settentrionale, unico tratto quasi pianeggiante tra due ripidi valloni; a difenderlo c’era una muraglia collegata al centro, presso una delle porte, ad una grande costruzione ora in completa rovina. Nei dintorni sono state rinvenute numerose tombe coperte da lastroni di pietra o da tabelloni di terracotta, contenenti vasi e oggetti di epoca preromana e romana; altre sepolture, più recenti, recano incise delle croci. Tutto ciò indica le remote origini dell’abitato, che anticamente era collegato ad una strada che proveniva da Teanum Apulum3 , costeggiando la riva meridionale del lago di Lesina, e continuava verso oriente attraverso la piana di Sagri, in direzione di un’altra antichissima città: Uria 4 Una mulattiera portava da Devia a Torre Mileto, dove anticamente c’era un porticciolo; anche qui sono evidenti le tracce di remoti insediamenti, che l’erosione marina ha portato alla luce lungo la costa. Sul piccolo promontorio si rinvengono strumenti litici di vario tipo, quali asce levigate, tranchets, cuspidi di freccia, lame e raschiatoi di selce, insieme a frammenti di vasi di impasto bruno decorati nel caratteristico stile « appenninico » 5 L’attività umana in questa zona è perdurata a lungo, come dimostrano i vasi della tarda età del Bronzo, del periodo dauno e romano, oltre alle varie tombe rinvenute nei dintorni. Qui nel medioevo c’era il piccolo casale di Maletta, di cui erano visibili fino a pochi anni or sono alcuni ruderi a breve distanza dalla torre omonima. Su Devia si hanno notizie fin dall’XI secolo; il Di Taranto scrive che l’abitato fu fortificato per ordine del catapano Basilio Boioannes nel 1018, contemporaneamente a Civitate, Dragonara, Troia ed altre città lungo i confini del territorio bizantino6 . Il primo dato storico sicuro risale però al 1036, quando l’abbazia benedettina di Tremiti ottiene dal vescovo di Lucera, Giovanni, la chiesa di « S. Maria iuxta litus marinus » in territorio di Devia 7 . In un documento del 1043, in cui risulta preposto alla suddetta chiesa il monaco Leone, appare come testimone uno « juppano » slavo di nome Andrea8 . Un « juppano » Glubizzo compare in documenti ~. ~. 3 Russi, Tiati-Teanum Apulum -Civitate, in « Il Corriere di Foggia », 6-7-1967. Notizie cortesemente fornite dalla dott.ssa Giovanna Alvisi, della Aerofototeca del Ministero P.I., la quale ha recentemente compiuto un ampio studio sul sistema stradale romano nella Daunia. 5 Cfr. le note di V. Russi nel notiziario della « Rivista di Scienze Preistoriche ». Firenze, vol. XXII (1967), pag. 450 e vol. XXIII (1968), pag. 419. 6 CONSALVO DI TARANTO, La Capitanata al tempo dei Normanni e degli Svevi, Matera, 1925, pag. 14. 7 ARMANDO PETRUCCI, Codice diplomatico del monastero benedettino di S. Maria di Tremiti, Roma, 1960, doc. 14. 8 Petrucci, Op. Cit., doc. 32. 4 248 DEVIA DEVIA DEVIA DEVIA ______________________________________________________________________________________D E V I A redatti in Devia nel 1053 e 1054, mentre altri slavi vi risultano possedere case e terreni; probabilmente si tratta di ex mercenari dell’esercito bizantino, stabilitisi da tempo sul Gargano. Sono gli anni che vedono tramontare in Puglia il dominio dei Bizantini; i Normanni hanno in mano quasi tutta la Capitanata e solo qualche abitato costiero del Gargano, come Vieste, rimane ancora per poco sotto il controllo greco. In tale situazione può sorprendere la constatazione che in alcuni documenti di questo periodo i Normanni mostrano di rispettare, sia pure formalmente, l’autorità dell’imperatore di Bisanzio; in realtà può trattarsi di una precauzione dettata dalla instabilità della situazione politica del momento. Il primo « senior » normanno di Devia è Roberto, ricordato nel 1051 per una donazione all’abbazia di Tremiti9 ; in questo documento traspare la netta divisione di classe esistente tra i cittadini, distinti in « homines majores, medianos et minores » . Questo Roberto, figlio di Costante, lo ritroviamo in un documento del marzo 105410 , mentre il « senior » con lo stesso nome che tiene Devia nel 1081 è probabilmente un’altra persona. Nel 1104, Rao o (Raone) di Devia, cognato di Enrico conte di Monte S. Angelo, restituisce all’abbazia di Tremiti la chiesa di S. Maria al Mare, di cui si era indebitamente appropriato11 Come vedremo, queste usurpazioni avvengono piuttosto frequentemente e spesso si risolvono solo dopo lunghe controversie. Nell’elenco dei Baroni, compilato dal cancelliere Matteo D’Ajello, risulta che tra il 1154 ed il 1161 un Raul è signore di Devia, mentre nella successiva lista dei Feudatari (1167-1169) è riportato che: « ...magister Herricus tenet Sanctum Nicandrum et Devia, quae sunt feuda Il militum ». Un feudo tenuto a fornire al re due cavalieri corrisponde ad un reddito annuo di quaranta once d’oro; ciò dimostra che le condizioni economiche dei due abitati non sono molto fonde, malgrado il periodo di pace attraversato durante il regno di Guglielmo II il Buono. Data la natura impervia del Gargano, dove le uniche vie di comu nicazione sono rappresentate da mulattiere, il mare è il mezzo più idoneo per gli scambi commerciali. Sannicandro e Devia possono usufruire quasi unicamente del modesto scalo di Maletta, che ha però il vantaggio di essere l’approdo più vicino alle isole Tremiti; si svolge perciò un piccolo traffico di battelli tra l’abbazia ed i suoi possedimenti in terraferma, ma non mancano i contatti commerciali con le opposte coste adriatiche e con i territori controllati dalla repubblica veneta. Verso il confine col territorio di Lesina c’è un altro scalo, la foce di S. Andrea, già indicata come « vetere » nei documenti medievali; attualmente è insabbiata ma un tempo tramite questo canale i ~ 9 DI TARANTO, op. cit., pag. 56. PETRUCCI, op. cit., doc. 51. PETRUCCI, op. cit ., doc. 89. 10 11 249 VITTORIO RU SSI______________________________________________________________________________ battelli attraversavano l’istmo e penetravano nel lago di Lesina, dove vi erano vari punti di approdo sulla riva meridionale. In contrada « Metilde » c’è una lieve altura che conserva il significativo toponimo di « Porto di Vico »; vi sono stati trovati resti romani ed alcune tombe, forse altomedievali, scavate nel banco di sabbia argillosa in forma vagamente antropomorfica. Altro probabile approdo interno era la foce del fiume Lauro, ora un semplice ruscello, che Paolo, signore di Devia, vende all’abbazia « S. Petri Opinae Novae » di Ischitella, insieme al fiume Folonia, il castello del beato Nicandro (Sannicandro) e alcune terre e case in « castro Deviae » 12 . Nel 1172 il papa Alessandro III conferma a S. Maria di Tremiti le chiese di S. Angelo de Rocca, S. Mania de Mare, S. Nicola de Gregorio, S. Nicola de Launis, tutte site in territorio di Devia 13 Nell’anno seguente una sentenza della Magna Curia pone fine ad una lunga controversia tra il feudatario di Devia, Rao, e l’abate Mattia di S. Maria di Calena, presso Peschici, riguardante una parte del tenimento di Imbuti che era stato ceduto da Roberto, padre di Rao, alla suddetta abbazia e che il figlio aveva usurpato14 . In questo interessante documento del 1173 sono indicati i confini del territorio in causa, con gli antichi nomi di varie località del territorio di Devia, tra i laghi di Lesina e di Varano. Questo confine inizia dal « portus Sancti Andree » e lungo l’istmo di Lesina giunge a « petram Ticzoli », passa per il « montem Sancti Helye (monte d’Elio) e continua fino al « montem Zizano », di qui arriva al « lacum Cernuli » e passando per « petram Corvi » giunge ad tin pantano che segna il confine con il tenimento di Ischitella, infine termina nella località « Imbuti », comprendendo la chiesa di S. Giovanni. Si può facilmente notare che non vi è alcun cenno del lago di Varano, il cui nome non compare neppure negli altri documenti dell’epoca. Probabilmente la laguna è ancora in formazione e vari specchi d’acqua occupano i punti più bassi dell’attuale alveo, come il « lacum Cernuli » ed il pantano sopra ricordati. Un altro « lacum » compare nella concessione dell’abate Giovanni di Montecassino al monaco Trasani (997-1010): « ...sancto Focato in Barano, cum ipsa piscatione de lacu Romani » 15 . Alcuni storici lo identificano col lago di Varano, data l’associazione con S. Focato in Barano16 , ma c’è da notare che in altri documenti della stessa epoca questa chiesa è invece indicata sulla sponda meridionale del lago di Lesina, presso la foce del fiume Lauro: « ...in Launi et in ipsa foce ad Sanctum Focato » (doc. VIII ~. 12 UGHELLI, Italia Sacra, Venezia, 1721, t. VII, 833. PETRUCCI, Op. Cit., doc. 115. 14 EVELYN JAMISON, La carriera del logotheta Riccardo Di Taranto, In « Archivio Storico Pugliese », Bari, 1952, app. II, pag. 188-189. 15 TOMMASO LECCISOTTI, Le colonie cassinesi in Capitanata – Lesina - Montecassino, 1937, doc. XX della « Chronica Casinensis ». 16 Baranum o Bayranum era un piccolo abitato fortificato che sorgeva sulla sponda orientale del lago di Varano, presso la chiesetta del Crocifisso. 13 250 ______________________________________________________________________________________D E V I A Chron. Gasin.) e ancora « ...fluvio Launi ex civitate Lisina... cum ipsa foce et piscania ad Sanctum Focatum » (doc. XIV Chron. Casin.). Di difficile identificazione è anche la chiesa di S. Maria al mare, a cui è preposto nel 1174 il monaco Basilio 17 ; forse sorgeva presso Torre Mileto, ma il suo nome non è mai associato a quello di Maletta e probabilmente è da localizzare a poca distanza dalla antica foce di S. Andrea, sull’istmo di Lesina, dove si conserva il toponimo « S. Maria ». Più sicura appare l’ubicazione della chiesa di S. Nicola de Launis, vicino l’attuale sorgente di Lauro, nei cui pressi era un molino ed un castello; vi rimane ancora una « taverna », che ricorda l’antichissima strada solo da poco riadattata. Nel XIII secolo le notizie su Devia sono piuttosto scarse: il Di Taranto riporta che i Veneziani, sobillati dal papa Gregorio IX contro l’imperatore Federico II, saccheggiano diversi abitati costieri della Puglia, tra cui il casale di Maletta18 E’ tradizione che questo casale sia stato distrutto, contemporaneamente a Devia, durante una incursione di Saraceni nel 1245, ma la notizia non è confermata e probabilmente questi abitati subiscono solo un saccheggio. Maletta, più esposta alle razzie, viene ben presto abbandonata, mentre Devia decade lentamente e forse solo nel secolo successivo gli ultimi suoi abitanti si trasferiscono nella più sicura Sannicandro. Nel 1256, nell’elenco dei beni dell’abbazia di Tremiti, che passa dai Benedettini ai Cistercensi, compaiono le stesse chiese di Devia già indicate nella bolla del 117219 . Tra i feudatari dei territori concessi nel 1272 dal re Carlo I d’Angiò al figlio primogenito, il futuro Carlo II detto lo Zoppo, e ricordato un « Rudulfus de Colant pro Sancto Nicandro » 20 il quale possiede senz’altro anche Devia, dato che in un documento di qualche anno più tardi troviamo: « .mandatum pro nob. viro Bertoldo de Culant mil. contra vassallos suos casalis Devie » 21 . Devia è ridotta ormai ad un piccolo casale, pochi anni ancora ed anche gli ultimi abitanti lasciano la collina divenuta ormai inospitale. I campi abbandonati si coprono di rovi e la boscaglia invade le strade e le case dirute, finché dell’abitato un tempo fiorente non rimangono che ruderi tra rocce e cespugli spinosi. Solo qualcuna delle chiese sparse nel suo territorio sopravvive ancora per un certo tempo; tra queste è la chiesa rupestre di S. Angelo, situata nella grotta omonima, dove fino a qualche decennio fa era conservata una statuetta di S. Michele Arcangelo. Durante gli scavi archeologici eseguiti nella caverna sono state rinvenute delle tombe ~ .. 17 PETRUCCI, op. cit., doc. 116. DI TARANTO, op. cit., pag. 143. 19 F. CEVA GRIMALDI, Memorie storiche delle isole e della badia di Tremiti, in « Giorn. Atti R. Soc. Econ. di Capitanata », IX - 1844. 20 RICCARDO FILANGIERI, I Registri della Cancelleria Angioina, vol. VIII, Napoli, 1957, doc. 464. 21 FILANGIERI, op. cit., vol. XI, Napoli, 1958, pag. 53. 18 251 VITTORIO RU SSI______________________________________________________________________________ medievali delimitate da muri a secco, oltre a blocchi squadrati di arenania con motivi ornamentali incisi a forma di palma stilizzata. Attualmente rimane in piedi solo la chiesa di S. Maria di monte d’Elio, custodita fino al 1744 da eremiti22 e poi abbandonata; il sacro edificio era originariamente in stile romanico, a pianta basilicale, con tre navate divise da colonne con capitelli cubici e tre absidi coronate esternamente da Iesene collegate con archetti ciechi. La facciata è sormontata da un campaniletto a vela e lateralmente si aprono delle finestrelle monofore. La chiesa ha subito evidenti rimaneggiamenti dopo il crollo di tutto il lato occidentale, forse causato da un forte terremoto; la navata sinistra è stata chiusa sul fondo per ricavarvi un locale forse adibito a sacrestia, mentre della absidiola corrispondente non rimane più alcuna traccia. Le altre due absidi sono state murate ed al centro è stato sistemato un altare di stile barocco, ornato con marmi e stucchi policromi. Originariamente le pareti erano completamente affrescate, comprese le absidi, ma in un’epoca imprecisata, posteriore al parziale rifacimento della chiesa, i muri sono stati coperti da un sottile strato di calce; solo recentemente, dopo il crollo del tetto, l’intonaco ha cominciato a distaccarsi, riportando alla luce i dipinti nascosti. Sul lato sinistro della chiesa si nota una Madonna con bambino e tracce di altre figure, forse rifatte dopo il crollo della parete, mentre sul lato destro appaiono gli affreschi più antichi, di stile bizantineggiante, che sembrano risalire al XIII secolo: una serie di santi in grandezza naturale che occupano la parete, quasi tutti nell’identica posizione, nell’atteggiamento statico caratteristico della tradizione bizantina. Si distinguono alcuni vescovi e pontefici raffigurati sotto un porticato con piccoli archi decorati poggianti su esili colonnine. I primi due verso l’abside sembrano S. Pietro e S. Paolo, più oltre si legge stentatamente un « S. Leonardus », poi c’è un San Giorgio a cavallo che si intravvede appena sotto il fatiscente intonaco. Questi affreschi hanno conservata quasi intatta la vividezza dei colori, pur essendo rimasti per lunghi anni esposti alle intemperie. Recentemente la Soprintendenza ai Monumenti della Puglia ha provveduto ai lavori di consolidamento della chiesa ed al rifacimento del tetto; ora è previsto il restauro di questo ciclo pittorico, che pare sia l’unico, nel suo stile, ancora esistente in Capitanata. Fino a qualche decennio fa i cittadini di Sannicandro si recavano ogni anno, all’inizio dell’estate, a festeggiare S. Mania di monte d’Elio e per un giorno l’antico casale pareva risvegliarsi. E’ una vecchia tradizione popolare che potrebbe rinnovarsi, a perenne ricordo del luogo dove sorgeva uno dei più antichi abitati del Gargano. VITTORIO RUSSI 22 BENIAMINO GABRIELI, Gli eremiti di Sannicandro Garganico, in « Il Gargano », 12 febbraio 1969. 252 OPINIONI E NOTIZIE Le autonomie locali Dalle vicende, che lo scorso anno accompagnarono la discussione della legge elettorale regionale nei due rami del Parlamento italiano, risultò un atteggiamento che non soltanto vorrebbe impedire la costituzione delle Regioni a statuto ordinario ma vorrebbe anche, come venne praticato durante il ventennio fascista, la soppressione di piccoli Comuni e di altri enti locali minori. Tale atteggiamento ha trovato facili argomentazioni, sia per quanto riguarda le Regioni, sia per quanto riguarda i Comuni nelle notizie che vanno sempre più diffondendosi sulla dilatazione delle spese e della pesante situazione deficitaria dei Comuni. Si sostiene che, essendo oramai mutate le condizioni economiche e sociali dell’Italia, non sia più necessario procedere ad una ristrutturazione dello Stato attraverso il trasferimento di alcune funzioni alla Regione, di cui si calcola solo il costo economico, mentre si dovrebbe procedere ad una revisione delle circoscrizioni comunali, per sopprimere alcuni Comuni che sarebbero « sopravvivenze storiche » e costituirebbero un « anacronismo » oppure si dovrebbe promuovere l’unificazione delle « piccole unità amministrative omogenee » che poi sarebbe la stessa cosa. Si mena infatti scandalo perché dalia revisione operata dopo il censimento del 21-4-1936 alla fine del 1966 il numero dei Comuni è salito da 7.339 a 8.054. Si sostiene che lo Stato non ha i mezzi per finanziare le Regioni e si minaccia l’ostruzionismo alla proposta di legge della finanza regionale, e non ne hanno i piccoli Comuni, per fronteggiare le notevoli spese richieste dai servizi municipali (scuole, strade, trasporti, acqua, luce, riscaldamento, mercati, macelli, condotte sanitarie ecc..) per cui sarebbe opportuno mantenere da una parte il potere degli organi centrali dello Stato e dall’altro inserire i Comuni piccoli in enti maggiori, che possano disporre di ampie risorse. Non si vuole insomma riconoscere che lo Stato ha dovuto iniziare il processo di decentramento funzionale ed amministrativo sotto la spinta delle mutate esigenze della vita sociale italiana e per meglio assistere localmente le popolazioni. Si continua cioè ad invocare, da ristretti gruppi e da determinati ambienti, un accentramento del potere locale senza considerare che un quinto dell’intero disavanzo dei Comuni, calcolato in circa 8.000 miliardi per tutta l’Italia, appartiene al solo Comune di Roma e la maggior parte del resto è diviso tra i grandi Comuni. E ci si guarda bene dall’indicare chi debba sostenere la spesa per sopperire, in modo giusto per tutti, alle necessità delle Regioni più depresse del Mezzogiorno e di quei piccoli centri abitati che oggi si amministrano come Comuni autonomi o come frazioni di Comuni più grandi e tuttora sprovviste di servizi elementari. Purtroppo a molti critici non interessano le sorti delle popolazioni, accontentandosi di ricercare il pareggio dei bilanci nella più esasperante delle economie. Ma l’esperienza del passato ha dimostrato che le Regioni, anche se realizzate finora solo a statuto speciale e quindi propense a spendere un po’ più del necessario, ha costituito un notevole impulso per il progresso delle loro popolazioni 253 OPINIONI E NOTIZIE___________________________________________________________________________ amministrative e che, aggregando il Comune piccolo ad altro Comune piccolo o grande, o si facevano aumentare i disavanzi in proporzione all’importanza del nuovo ente risultante dalla fusione oppure le esigenze del Comune aggregato e retrocesso al rango di frazione venivano mortificate ed ignorate del tutto. In provincia di Foggia abbiamo esempi eloquenti, sia per il progresso realizzato dalle popolazioni in conseguenza dell’autonomia sia per le condizioni di arretratezza in cui vivono le popolazioni di alcune grosse frazioni. Le popolazioni dei piccoli centri in passato vivevano nella rassegnazione, ora non si rassegnano più. I cittadini italiani del Nord o del Sud, siano addetti alla agricoltura, all’industria o al commercio, chiamati ad osservare gli stessi doveri, reclamano gli stessi diritti, lo stesso progresso perché si sentono tutti egualmente figli di una sola Madre. Per contrastare l’atteggiamento contrario all’autonomia degli enti locali vi è non solo l’azione politica dei partiti democratici, impegnati a raggiungere una vasta intesa intorno ad un programma di espansione delle autonomie locali, ma anche l’approfondimento degli studi tecnici, che regionalmente vengono condotti dai Comitati per la programmazione economica: e un serio e costruttivo contributo per lo sviluppo democratico e per il progresso economico e civile delle regioni. L’autonomia degli enti locali può e deve rappresentare una significativa componente dell’azione politica rivolta a costruire in Italia una democrazia pluralistica attraverso la quale si possa assicurare l’effettiva partecipazione del cittadino alla cosa pubblica. Si potrà parlare, e certamente ne parleremo in avvenire, di una diversa articolazione politico-organizzativa da fare agli enti locali di piccola entità, salvaguardandone sempre l’autonomia, e di una netta definizione dei compiti, dello Ente Regionale, per promuovere l’indispensabile progresso dei Comuni, delle Province e delle Regioni. F.B. Assistenza e servizi scolastici Prima ancora di enunciare le potenzialità dei servizi scolastici della Capitanata vogliamo tracciare una panoramica sulla situazione della popolazione studentesca della Provincia. I dati statistici li stralciamo da quel « compendio statistico della provincia di Foggia - 1968 », che costituisce una fonte inesauribile di notizie, oltre a rappresentare uno dei meriti indiscutibili per gli organi della Camera di Commercio, che ne hanno promosso la iniziativa, Al censimento del 1961 la popolazione residente nella Daunia in età dai 6 anni in poi, senza alcun titolo di studio, alfabeta era di 121.827 mentre quella degli analfabeti era di 92.994, su una popolazione complessiva appartenente alla età suddetta di 577.220. Perciò, in percentuale, il fenomeno dell’analfabetismo dei soggetti dai 6 anni in poi, per la provincia di Foggia era del 16,1, rispetto ai 14,6 254 ________________________________________________________________________ASSISTENZA E SCUOLA di Taranto; ai 19,5 di Brindisi; ai 16,0 di Lecce; mentre l’indice medio della regione è del 15,7, e dell’intero territorio nazionale dell’8,3. L’alto indice di analfabeti non è quindi da attribuirsi unicamente agli evasori dell’obbligo per ragioni connesse con l’avviamento precoce al lavoro, ma le cause della cosiddetta mortalità scolastica ricadono anche sul numero degli affetti da precarietà di indole sociale od in condizione di menomazione di varia natura, impossibilitati a seguire i regolari cicli di studio. Altri dati utili al nostro impegno, anche in ordine alle considerazioni finali, riguardano l’entità degli alunni iscritti alle scuole di grado inferiore per l’anno scolastico ‘67-68. In cifre assolute i minori che frequentano le scuole della Provincia del grado preparatorio sono 17.796, i frequentanti delle elementari sono 66.635, delle scuole medie inf. 24.470, e degli istituti professionali e scuole tecniche 2.235. Gli alunni delle scuole non statali per le elementari sono 5.867; mentre per le medie inferiori sono 254. Benché non esistono dati completi, per la provincia di Capitanata, relativi ai « disadattati» sociali, per quanto concerne l’intera popolazione scolastica italiana; gli esperti concordano nell’affermare che assomma ad una percentuale pari al 20-25 per cento. Di essi, indica la relazione alla proposta di legge per « l’organizzazione del settore assistenza sociale », fortunatamente una percentuale altissima può essere proficuamente inserita nella società, sempre che si provveda in modo tempestivo e con interventi idonei. E’ questo uno dei motivi, aggiunge il documento, per i quali non si può ulteriormente tollerare la indifferenza dei pubblici poteri di fronte a tanto grave problema. Ma veniamo alla realtà sociale che più direttamente ci interessa. In ordine ai minori « disadattati » in età scolastica, apprendiamo dal Provveditore agli Studi che in Provincia funzionano: a) n. 43 scuole speciali, nelle quali viene impartito l’insegnamento elementare ai fanciulli aventi determinanti minorazioni fisiche o psichiche o psicofisiche (spastici ecc.): b) a. 73 classi differenziali, nelle quali sono accolti gli alunni tardivi, nervosi, inabili ecc., i quali rivelano inadattabilità alla disciplina comune od ai normali metodi e ritmi di insegnamento possono raggiungere un livello normale solo se l’insegnamento viene ad essi impartito con modi e forme particolari. Il Provveditore agli Studi di Foggia, non nasconde il compiacimento per i risultati fin ora conseguiti, ed aggiunge che questi « sono abbastanza soddisfacenti sia per quanto riguarda gli alunni falsi anormali, accolti nelle classi differenziali, e sia per quanto riguarda gli alunni anormali accolti nelle scuole speciali, dotate di apposite, idonee attrezzature a secondo della minorazione ». Sottolinea, inoltre, che « particolari attenzioni sono state rivolte alle sezioni per bambini spastici funzionanti presso il Centro Spastici di Foggia-Segezia ». Nella sua interessante esposizione, il dott. Mastrorilli, rileva, infine, che, ultimamente, per diretto intervento presso il Ministero della Pubblica Istruzione, è stato possibile istituire due classi per spastici nel Comune di Manfredonia. Gli scottanti temi posti in discussione terminano con un impegno ben preciso, in quanto si forniscono da parte del responsabile dell’organo periferico del Ministero della Pubblica Istruzione, « le più ampie assicurazioni circa la possibi- 255 OPINIONI E NOTIZIE___________________________________________________________________________ lità di istituzione delle predette classi e scuole in tutti i Comuni, qualora ve ne fosse bisogno, e di favorire la stipula di convenzioni con tutti gli istituti ed enti interessati ai problemi dei minori in questione.. F. P. Un bilancio della “Previdenza Sociale” E’ sempre più avvertita l’esigenza di una continua e maggiore comunicativa con i lavoratori assicurati, i datori di lavoro e la pubblica opinione in genere, come espressione di un costume democratico che impone all’I.N.P.S. il dovere, da un lato, di rendere esatto e chiaro conto delle sue competenze, dei suoi atti, dell’ordinamento dei suoi servizi, dell’andamento delle sue gestioni e, dall’altro, di raccogliere e vagliare, ai fini degli opportuni rimedi da adottare, le critiche al suo operato. L’I.N.P.S. opera nell’interesse della collettività ai fini di realizzare, in prospettiva, la sicurezza sociale e, quindi, in particolare nell’interesse dei lavoratori i quali debbono, pertanto, considerarlo strumento efficiente e sollecito per l’esercizio dei loro diritti previdenziali. Potranno ritenerlo tale soltanto se avranno — in effetti — conoscenza della legittimità delle sue azioni, della economicità dei suoi servizi, della mole di lavoro che svolge, delle difficoltà che deve superare, della posizione estremamente delicata — per non dire impopolare — assunta quando è costretto a negare prestazioni non dovute o ad esigere i contributi di legge. Questo comunicato-stampa vuol significare un impegno per un dialogo con la pubblica opinione allo scopo di rendere sempre più ampi quei rapporti che devono mantenersi tra Istituto e assicurati, tra Stato e cittadini. Servono al dialogo alcuni elementi di fondo, al di sopra dei vari interventi del legislatore, perché — ab initio — l’uomo della strada, chiamato a giudicare su tanti fatti spesso riportati incompleti o distorti, possa esprimersi con serenità e nella piena consapevolezza di ciò che I’I.N.P.S. rappresenta nel Paese e quali i suoi compiti delicati e indispensabili affidati ad esso per il raggiungimento della auspicata sicurezza sociale. Esaminiamo — per la provincia di Foggia — il movimento registrato nelle singole gestioni nei confronti di 542.545 iscritti nelle assicurazioni generali obbligatorie: 1) Assicurazione obbligatoria per la disoccupazione involontaria Un aspetto importante dell’attività dell’I.N.P.S. è quello che interessa l’assicurazione contro la disoccupazione. Nel rapporto con l’anno 1966 1 miliardo e 183 milioni erogati), a chiusura 1968 vi è un lieve spostamento dell’indice per effetto della più completa assistenza nel settore agricolo. Nell’anno, infatti, risul- 256 MONS. ANDREA CESARANO MONS. ANDREA CESARANO ________________________________________________________________________BILANCIO DELL’I.N.P.S. tano pagati — per l’indennità disoccupazione — oltre 274 milioni a lavoratori dei vari settori (industria, commercio, artigianato), L. 1 milione 217 mila per emigranti, L. 86 milioni circa in regime di convenzione internazionale e L. 1.011.508.719 per disoccupazione agricola, per un totale generale di L. I miliardo 373 milioni circa. I settori competenti hanno trattato in totale n. 49.913 pratiche di assistenza. 2) Assicurazione obbligatoria contro la T.B.C. E’ questa una forma assicurativa di così notevole portata per la quale l’I.N.P.S. dedica particolare attenzione ed impegno economico. Anche per il 1968 per spese di gestione, per accertamenti sanitari, per indennità giornaliera ai ricoverati e post-sanatoriale, per assistenza straordinaria natalizia, per colonie marine e montane ai figli dei ricoverati, per cure in case in convenzione, il totale delle uscite si aggira intorno ai 760 milioni. 3) Cassa integrazione guadagni Nel periodo di calamità atmosferiche e per motivi vari di sospensione di attività, l’I.N.P.S. è intervenuto con la Cassa erogando ad operai sospesi o a orario ridotto di lavoro la somma di L. 62 milioni e meno. 4) Assegni familiari E’ evidente che la Cassa Unica Assegni Familiari rappresenta — tra le gestioni dell’istituto — la più cospicua e, particolarmente per la provincia di Foggia in cui è ben elevato il coefficiente demografico, una provvidenza indispensabile per elevare il bilancio familiare. Distinti per settori nei quali è suddivisa la gestione, si hanno — come dal prospetto — i seguenti dati: Settore contr. riscossi assegni erogati INDUSTRIA 1259.363372 3.912.533.047 4.385.815 congedi matrim. ARTIGIANATO 96.825.249 231.685.763 413.208 congedi matrim. AGRICOLTURA 16.520327 2.762.704.558 COMMERCIO 492.598.395 780.845.029 CREDITO 24.977335 33.036.810 ASSICURAZIONI 6.263.938 6.258.000 SERV. TRIB. APPALT . 27.580.962 42.973.290 TOTALI 2.524131.578 6.374.835.520 5) Pensioni invalidità, vecchiaia e superstiti Le pensioni in essere passano da 66.872 nel 1967 a 71309 nel 1968, per le quali, sotto forma di ratei di pensione, l’Istituto ha erogato la somma di oltre 15 miliardi. Gli uffici addetti alla istruttoria di pratiche di pensione hanno definito 21.412 posizioni oltre a 6.500 circa pratiche relative a ricostituzioni e supplementi. 257 OPINIONI E NOTIZIE___________________________________________________________________________ Una sintesi dell’attività per la provincia di Foggia può completarsi — sia pure per cenni — con i dati che si ricavano nei vari settori ed in relazione ai molteplici compiti attribuiti all’I.N.P.S. Se — dicevamo — vi sono n. 542.545 posizioni assicurative in essere e n. 71.909 pensioni, sono iscritte ad operare a conguaglio con la Cassa Unica Assegni Familiari n. 8000 ditte pubbliche e private con un incremento rispetto al 1967 di n. 1105 aziende di nuova costituzione. Ne deriva, quindi, una emissione di Modelli GS2; i rendiconti mensili, il relativo controllo (definiti a. 62 mila), rilasci di autorizzazioni per la concessione di assegni familiari per unità familiari a carico (n. 9933), liquidazioni dirette di assegni familiari a lavoratori agricoli (a. 119.880), trattazioni ricorsi per pratiche di disoccupazione (a. 6.763), definizione di richieste per prevenzione e cura dell’invalidità (n. 1833), accertamenti effettuati da] gabinetto diagnostico (n. 12.465). Nel rapido cenno di cui sopra resta ancora una volta dimostrato come l’attività dell’INPS costituisca un potente mezzo d’equilibrio dell’economia nazionale che esso attua con la perequazione dei redditi e con redistribuzione di essi dalle regioni industrialmente progredite ed attive per l’Istituto a quelle, come la nostra, a prevalente ordinamento agricolo tradizionale ed economicamente non del tutto sviluppate. IN MEMORIA Mons. Andrea Cesarano Ultimo della lunga e nobile serie dei vescovi ed arcivescovi sipontini, mons. Andrea Carmine Cesarano (Pagani 16.7.1880-Manfredonia 19.12.1969) è affidato alla storia da due avvenimenti, rari nella vita di una diocesi, sia pure di eccezionale tradizione, come quelle della Città sveva dove il compianto Presule — eletto il 30 giugno 1931 e consacrato il 15 agosto —, dal 20 dicembre di quello stesso anno al 4 novembre 1967, data delle sue dimissioni, svolse il ministero pastorale affidatogli. Nel drammatico scorcio di vita cittadina tra la dominazione nazista e quella alleata, mons. Cesarano si prodigò per evitare assurde rappresaglie e distruzioni, meritandosi la medaglia d’argento al valor civile con la seguente motivazione: « Durante il periodo dell’occupazione tedesca di Manfredonia, dal 9 al 26 settembre 1943, sprezzante di ogni minaccia, ovunque amorosamente si prodigava e accorreva, ove fossero in pericolo vite umane. Sotto bombardamenti e mitragliamenti da aerei, ponendosi anche a braccia aperte dinanzi ad una postazione di mitragliatrice, pronta a far fuoco sulla folla, salvava numerose vite umane, aiutava fuggiaschi, riusciva ad impedire che si operassero distruzioni e rovine, con conseguenti eventi sanguinosi. Mirabile esempio di abnegazione e di altissima virtù cristiana ». Il 23 agosto 1955 il cardinale Roncalli, patriarca di Venezia, delegato a Manfredonia per incoronare la Madonna di Siponto, disse la famosa ome- lia, che annunciò le linee madri nel suo apostolato per la pace e per l’incontro ecumenico tra i popoli. A testimonianza del fausto incontro a Manfredonia, per la incoronazione predetta, Mons. Cesarano, che già aveva fatto restaurare la tavola bizantina di S. Maria di Siponto, diè un prospetto nuovo al Duomo sulla Piazza omonima, oggi Giovanni XXIII, collocandovi con la sua effige anche quella del grande Pontefice. E’ anche ricordevole la sua opera spesa a favore dell’istruzione — con l’impianto di scuole affidate a suore e a sacerdoti, dalla materna alle elementari e al ginnasio-liceo, tutte pareggiate — e dei fanciulli malati, contribuendo al finanziamento del Centro Spastici, che a lui s’intitola, e degli anziani bisognosi, acquistando per loro una villa. Mons. Cesarano proveniva dall’ambiente diplomatico della S. Sede. Con Mons. Dolce, delegato apostolico in Turchia, si recò in quel paese dove fu segretario della Delegazione apostolica e vicario generale della comunità cattolica turca. Particolarmente proficua fu l’attività svolta nel corso del primo conflitto mondiale, quando alle dirette dipendenze del Pontefice organizzò l’assistenza ai profughi ed ai prigionieri. Gli ultimi anni di permanenza in quella sede lo videro alle dirette dipendenze di Mons. Angelo Giuseppe Roncalli e tra i due, sino da allora, si strinse una fraterna amicizia. 259 la Capitanata Rassegna di vita e di studi della Provincia di Foggia Direttore: dott. Angelo Celuzza, direttore della Biblioteca Provinciale. Direttore responsabile: m 0 Mario Taronna Direzione tecnica di Mario Simone - Tipografia Laurenziana Napoli Autorizzazioni del Tribunale di Foggia 6 giugno 1962 e 16 aprile 1963 Registrazione presso la Cancelleria del Tribunale di Foggia al n. 150 ILLUSTRAZIONI DEVIA: 1-2) S. Maria di Monte D’Elio, facciata e lato posteriore; 3-4) Affreschi della stessa Chiesa (fot. Russi). IN MEMORIA: 5-6) Mons. Andrea Cesarano. la Capitanata Rassegna di vita e di studi della Provincia di Foggia BOLLETTINO D'INFORMAZIONE della Biblioteca Provinciale di Foggia Anno VII (1969) n. 1-6 (gen.-dic.) POLITICA CULTURALE La lettura pubblica in Italia a traverso gli interventi ministeriali Se c'è un organo dello Stato cui non può essere contestata la mancanza di una « politica culturale », è proprio la Direzione Generale delle Biblioteche e per la diffusione della Cultura. Si tratterà di un caso isolato, ma è certo che questa Direzione Generale offre l'esempio di un'azione tenace e conseguente, intrapresa sulla base di una chiara elaborazione teorica e programmatica subito dopo la guerra, e proseguita, tra difficoltà gravissime di ordine legislativo e finanziario, fino ai nostri giorni. Vediamo dunque come si delineò fin dall'inizio il « progetto » della Direzione Generale; in che misura il progetto anticipava e svolgeva per proprio conto il dibattito apertosi poi nel paese sulle giustificazioni e sui metodi dell'educazione degli adulti; quali risultati concreti siano stati conseguiti in 18 anni di lenta attuazione e quali ostacoli si frappongano all'ulteriore sviluppo del piano. 1 GLI OBIETTIVI Le prime enunciazioni della tematica della Biblioteca Pubblica come istituto educativo della comunità furono proposte da me al VII Congresso dell'Associazione Italiana Biblioteche nel 1951. Dopo 20 anni di isolamento politico e culturale, i bibliotecari italiani riscoprivano per loro conto ciò che era ormai chiaro ai loro colleghi americani, inglesi e d'altri paesi europei più avanzati: cioè che la generica definizione di « biblioteca » copre - e confonde - tre istituti fondamentalmente diversi nei fini e nei metodi: la biblioteca di conservazione o biblioteca-museo, monumento del passato; la biblioteca di alti studi o biblioteca-officina, strumento duttile e aggiornato della ricerca scientifica; infine la biblioteca pubblica, istituto della comunità, suo focolare intellettuale, sua agenzia di informazione critica, sede e occasione e stimolo di un processo educativo autonomo e indefinito dei singoli membri e dei gruppi 1. La prima, e lunga, battaglia dovette essere combattuta per affermare questa tricotomia e per farla accettare, anzitutto dai tecnici. Parallelamente bisognava riprendere e approfondire il discorso sui caratteri distintivi dei tre istituti. Che cosa fosse la biblioteca di conservazione era chiaro a tutti in Italia; un po' meno chiaro che cosa fosse, e soprattutto che cosa dovesse essere, la biblioteca universitaria e di ricerca; niente affatto chiari la natura e i compiti della biblioteca pubblica che i più confondevano con l'ottocentesca biblioteca popolare. Si può dire che tra il 1952 e il 1955, nel duplice confronto con le biblioteche di conservazione e di alti studi da una parte, con le biblioteche popolari dall'altra, la « biblioteca pubblica » scoprì le sue motivazioni, riconobbe e delimitò il suo spazio operativo, elaborò il suo piano di interventi. Quanto alle motivazioni, era proprio la realtà politica ed economica del paese a suggerirle. Dal presupposto, in teoria accettato da tutti, che non può esistere democrazia, senza cultura diffusa e senza informazione oggettiva, discendeva logicamente l'affermazione che occorresse sviluppare degli istituti capaci di diffondere la cultura tra i cittadini adulti, capaci di contribuire al formarsi di un'opinione pubblica informata: la Biblioteca Pubblica si presentava come uno di quegli istituti, forse il più importante, e rivendicava il suo posto nel processo di consolidamento e di sviluppo delle istituzioni democratiche. Altrettanto ovvio era l'altro presupposto: che non può esistere né svilupparsi una società industriale senza un continuo aggiornamento culturale e tecnico-professionale e che un tale aggiornamento, nella realtà del nostro paese, oggi E' opportuno avvertire una volta per tutte che solo per un espediente stenografico si distinguono sempre, nel corso della trattazione, «biblioteche di conservazione», «biblioteche di alti studi» e «biblioteche pubbliche», poiché nella realtà non di biblioteche diverse si tratta, ma di funzioni diverse che possono coesistere e per lo più coesistono - nello stesso istituto. 1 2 come 20 anni fa, resta essenzialmente affidato alla volontà e allo sforzo dei singoli, in un processo autonomo e permanente di cui la parola scritta, e dunque la biblioteca, costituisce lo strumento primario. In queste motivazioni di fondo erano implicite decisive scelte di principio e metodologiche sulle quali torneremo fra poco; vediamo prima quale spazio operativo, in relazione alle sue motivazioni, la Biblioteca Pubblica assegnava a se stessa. Anzitutto è chiaro che la democrazia si costruisce e si conserva solo con la partecipazione di tutto il paese, dalle grandi città ai più modesti comuni rurali, e che tutto il territorio è coinvolto nel processo di trasformazione di una società agricola in società industriale; perciò la Biblioteca Pubblica affermò subito la propria responsabilità nei confronti di tutto il paese, anzi, prefigurando a distanza di 20 anni l'attuale evoluzione dei rapporti tra nuclei urbani e territorio, affermò il proprio impegno di cooperare al progressivo livellamento delle esperienze anche culturali e del tono di vita tra città e comuni rurali. Non meno attuale (anzi precorritore, come oggi appare) era l'altro criterio adottato dalla Biblioteca Pubblica per individuare il proprio spazio operativo: si trattava di accogliere, quasi prima che fossero espresse, le esigenze di informazione e di partecipazione dei giovani e dei ragazzi, di riconoscere il loro diritto ad un « servizio » culturale, di offrire loro l'opportunità di venire a contatto, attraverso esperienze culturali autonome, con la realtà intellettuale, politica e pratica del loro paese. In conclusione la Biblioteca Pubblica riconosceva come destinatari potenziali della sua attività i ragazzi, i giovani, gli adulti a tutti i livelli di cultura, dalla cultura elementare alle soglie della cultura universitaria; in tutte le parti del paese, dalle città ai più sperduti comuni. A questo punto l'istituto della Biblioteca Pubblica si era ormai configurato come una struttura culturale fondamentale per tutto il paese, e nell'elaborazione di un piano di interventi, pur restando primaria la preoccupazione contenutistica e metodologica, anche i problemi dell'organizzazione assumevano un'importanza rilevante. Rimandiamo ancora una volta, e per poco, il discorso sui contenuti e accenniamo brevemente allo schema organizzativo che, elaborato nell'azione pratica e discusso in più congressi, diventò alla fine parte integrante del piano della Direzione Generale. Esso si riassume in pochi cenni: accettato il principio che il servizio della Biblioteca Pubblica è essenziale per i cittadini di una democrazia industriale e che pertanto deve essere disponibile per tutta la popolazione su tutto il territorio; accettato il principio che per rendere un « servizio » bisogna disporre di una « struttura », ne discendeva la necessità di prevedere e promuovere, su tutto il territorio, l'organizzazione di « unità di servizio », almeno una per ogni nucleo di popolazione. Ma come risolvere il contrasto evidente tra questa esigenza pratica e il principio tecnicamente ineccepibile che un'unità di servizio - nel 3 nostro caso una Biblioteca Pubblica - ha una dimensione ottimale e una dimensione minima, in relazione all'area di servizio che le è assegnata e che a sua volta ha una dimensione ottimale e una dimensione minima? In altre parole, l'unità di servizio, per realizzare certi livelli di funzionamento, deve avere certi standards, di personale e di finanziamento, e l'area di servizio costituisce l'humus economico-culturale-sociale in cui l'unità di servizio (la Biblioteca Pubblica, nel nostro caso) affonda le sue radici, presta i suoi servizi e trova le sue risorse. Era un contrasto che bisognava risolvere sotto pena di restare vittime della vecchia e risorgente illusione che da un secolo si esprimeva nello slogan: « Una biblioteca per ogni comune ». Per questa via si imposero a noi, come elementi di uno schema organizzativo irrecusabile, il « sistema » e la « rete » che del resto costituiscono il normale meccanismo di distribuzione di quasi tutti i servizi civili. Fu convenuto che l'istituzione e il mantenimento di biblioteche autonome non si dovessero incoraggiare se non in comuni aventi un'ampiezza e un reddito sufficienti a costituire un'area di servizio, e a tutti gli altri dovesse essere consigliato di allacciarsi ad una rete di alimentazione, gestita in un'area determinata da una biblioteca centrale ben organizzata e ben diretta. Quanto alle dimensioni dell'area, si esitò un poco tra la dimensione regionale e la dimensione provinciale. Parve dapprima più opportuno ancorare il servizio alle Soprintendenze, non solo perchè troppe biblioteche di capoluogo erano ancora impreparate al nuovo compito; ma anche perchè, nel gran vuoto in cui cominciavamo ad operare, sembrava preferibile tentare una vasta disseminazione di sollecitazioni e di stimoli e attendere i risultati che potevano essere scarsi e sporadici. Ma a poco a poco la provincia finì per imporsi come base tradizionale di organizzazione di un servizio pubblico, ed effettivamente in un secolo di unità nazionale anche le province storicamente meno unitarie e geograficamente meno compatte hanno finito per diventare strutture precostituite difficilmente rifiutabili, con le loro linee interne di comunicazione e di clivaggio lungo le quali si muove la popolazione e si irradiano quasi tutte le attività e i servizi, anche culturali. Naturalmente era previsto che in molti casi anche la provincia dovesse ancora articolarsi in sistemi parziali, o in sub-reti, o cedere il posto alla « zona omogenea », come la « vallata » o il « comprensorio di riforma ». Nel sistema l'organizzazione è, più o meno, costante: una biblioteca maggiore, chiamata ad essere biblioteca-centro, e in tutta l'area - assistite e alimentate dal sistema - biblioteche di varia dimensione e di vario tipo, in relazione alle dimensioni e alle condizioni geografiche ed economiche dei comuni minori. Anche il fine dell'organizzazione è sempre lo stesso: accentrare le procedure e decentrare il servizio al pubblico, assicurare in ogni più piccolo e remoto comune dell'area la presenza, l'assistenza, la consulenza del gruppo tecnicamente e culturalmente preparato che opera al centro, e quindi garantire l'esistenza e l'efficienza della biblioteca locale, qualunque sia la sua dimensione. 4 I CONTENUTI Ogni istituto mira a darsi un'organizzazione e una struttura per esercitare un'azione o per rendere un servizio. In questo senso l'organizzazione e la struttura sono al tempo stesso pregiudiziali e secondarie. Sono pregiudiziali in quanto danno all'azione o al servizio ordine e continuità, e la possibilità di uno sviluppo programmato. Ciò è dimostrato del resto dall'esperienza ventennale delle associazioni e degli enti che operano nel settore dell'educazione dell'adulto e che, per mancanza di un'infrastruttura, si sono per lo più dispersi in un'attività disorganica e discontinua. Pregiudiziali, dicevamo, ma anche secondarie giacchè la misura della loro legittimità e convenienza è nella qualità e nella dimensione dell'azione svolta o del servizio reso. Chiedere ad una Biblioteca Pubblica quale azione intende svolgere o quale servizio rendere, può sembrare ozioso; per l'uomo della strada la Biblioteca Pubblica è quell'istituto che ha i libri e che li dà in lettura e in prestito; eppure l'uomo della strada ha torto e la domanda è pertinente, tanto pertinente che i bibliotecari di tutto il mondo hanno continuato a cercare la risposta attraverso un dibattito che dura da quasi un secolo negli Stati Uniti e in Inghilterra, e da quasi sessant'anni in Francia e fra noi 1 . Le vicende di quel dibattito coincidono con lo sviluppo della teoria dell'educazione degli adulti e dell'educazione permanente. Come i teorici dell'educazione degli adulti, così i bibliotecari posero inizialmente alla base della loro attività la convinzione, confortata dagli studi sulla fisiologia umana, che l'uomo può continuare a coltivarsi, ad apprendere e a progredire, fino all'età più avanzata. Come gli educatori degli adulti, così i bibliotecari non tardarono a rendersi conto che bisognava spostare l'accento dal mezzo al fine, che cioè il fine della animazione culturale e dell'educazione permanente doveva essere perseguito con tutti gli strumenti di comunicazione delle idee, dal libro al disco, al film, all'incontro culturale poichè il libro, nell'esperienza dell'uomo di cultura elementare, è sovente, più che un punto di partenza, un punto d'arrivo, un'acquisizione che aprirà la via a nuove esperienze e a nuove conquiste. Come l'attività di educazione degli adulti, così l'azione della biblioteca ha trovato via via giustificazioni sempre più ampie: le due giustificazioni, dell'utilità politica ed economica che, al principio furono le sole offerte, appaiono sempre legittime, ma non esauriscono più le motivazioni del servizio; pur operando in primo luogo per aiutare ogni uomo ad essere un cittadino informato e a migliorare la qualità e il rendimento del proprio lavoro. La Biblioteca Pubblica dà ormai alla sua azione il fine più ambizioso di concorrere a restaurare continuamente l'integrità della persona umana, di aiutare i 2 Nel segnare questi limiti mi riferisco all'azione solitaria di alcuni pionieri: il Morel e i due Grolier in Francia, il Fabietti, il De Gregori e pochi altri in Italia. 5 singoli ad arricchire la propria vita individuale, e i gruppi sociali a partecipare alla costruzione continua della vita collettiva in tutti i suoi aspetti, non solo politici ed economici, ma anche spirituali, culturali ed espressivi. Su questi presupposti programmatici, in ogni paese, la Biblioteca Pubblica, appena raggiunta una certa organizzazione e funzionalità, si è qualificata come istituto di educazione degli adulti, o - come noi preferiamo dire, con una definizione meno ambigua - di educazione permanente: vorremmo aggiungere: di educazione autonoma e permanente. Nel 1938, negli Stati Uniti, Alvin Johnson, allora direttore della New School for Social Research, in un suo libro divenuto famoso, dopo aver ricordato alla Biblioteca Pubblica che essa ha responsabilità inderogabili nel campo dell'educazione degli adulti, le riconosceva almeno tre requisiti essenziali per esercitarvi una « leadership »: « 1° - dispone dei libri che contengono la miglior parte di ciò che è essenziale all'educazione degli adulti; 2° - ha costituito il suo schema di comportamento per corrispondere alle esigenze di un pubblico che non accetta la costrizione scolastica, e l'educazione degli adulti ha appunto come caratteristica fondamentale la libertà e la volontarietà; 3° - infine ha un raggio d'azione più largo di quello di qualsiasi altra istituzione fuorchè la scuola ». Da allora la responsabilità della Biblioteca Pubblica come istituto educativo, operante nella comunità nel rigoroso rispetto dei principi fondamentali della democrazia, è stata più volte ribadita, e non solo negli Stati Uniti ma anche in Europa, e in documenti che impegnano direttamente il nostro paese. L'ultimo di questi fu elaborato nel 1966, con la nostra partecipazione, dal Consiglio d'Europa 3 e testimonia di una realtà molto diversa da quella del 1938, una realtà che è condizionata dai due fenomeni della riduzione (attuale o in prospettiva) degli orari di lavoro, e della massificazione e commercializzazione dell'informazione e delle attività del tempo libero (siano pure gestite teoricamente dalla collettività come la Radio e la Televisione). Per aiutare l'uomo a fare del suo tempo libero non solo una legittima pausa di distensione, ma anche un'occasione di arricchimento e di partecipazione; per aiutare l'uomo a sottrarsi al « divertimento » commercializzato che è poi un complesso scoraggiante di inviti alla passività, al livellamento, e alla dipendenza nei confronti di chi « confeziona il prodotto », è necessario organizzare ed offrire quelle attività culturali-sociali che sono le vere occupazioni « attive » del tempo libero, e tra esse acquista una dimensione impensata, un'importanza pregiudiziale, la Biblioteca Pubblica: non solo perchè essa offre in via primaria i materiali per un'attività autonoma di Cfr. V. Carini-Dainotti, Biblioteca Pubblica, tempo libero e educazione permanente, in A.I.B., Bollettino d'informazione, 7 (1967): 3-17. 3 6 informazione e di formazione, ma anche perchè l'uso dei libri e degli audiovisivi che la Biblioteca raccoglie, costituisce condizione e premessa di quasi tutte le altre occupazioni attive del tempo libero: i cineclubs, i tele-clubs, le attività teatrali e musicali, le mostre, le riunioni d'informazione e discussione, persino lo sport inteso come pratica attiva. Per queste ragioni il documento riafferma la responsabilità primaria della Biblioteca Pubblica « nel campo dell'educazione permanente e dell'utilizzazione intelligente del tempo libero »; ammette pregiudizialmente che « per essere veramente utile, la biblioteca dev'essere bene organizzata », ma ribadisce che solo l'attività culturale « completa il rendimento della Biblioteca Pubblica », e aggiunge: « Si definiscono attività culturali da un lato quelle che sono organizzate da gruppi esterni in certi locali della Biblioteca e con mezzi tecnici da essa forniti, dall'altro le attività organizzative direttamente dalla Biblioteca, per la collettività ». E' aperta così la via ad ogni proficua collaborazione, in un auspicato processo di catalizzazione delle iniziative e degli sforzi. Non sono che un chiarimento della definizione ora citata queste altre formulazioni contenute nel progetto del documento: « Le attività culturali della Biblioteca Pubblica devono essere concepite anche in funzione di coloro che non leggono e che tuttavia devono essere informati »; « Il bibliotecario organizzerà la collaborazione con gli altri gruppi culturali operanti nella comunità e nella regione: egli sarà attento a tutti gli aspetti della vita culturale, teatri, concerti, films, radio e televisione. Per certe attività culturali il bibliotecario ricorrerà agli specialisti, in particolare il film, il disco ecc. ». A questo punto l'interpretazione della Biblioteca Pubblica come centro comunitario non è più dubbia, e solo in considerazione della varietà delle situazioni reali esistenti in alcuni paesi europei, il documento ha scelto di esprimere questa esigenza in una forma attenuata: « Alcune Biblioteche possono già essere considerate per se stesse come centri culturali efficienti, mentre altre lavorano in stretta collaborazione con le istituzioni locali ». I RISULTATI CONCRETI Partiti in grave ritardo, non solo rispetto agli Stati Uniti e all'Inghilterra, ma anche rispetto a tutte le democrazie industriali europee, i bibliotecari italiani non avrebbero neppure incominciato ad operare se non avessero avuto il coraggio di prefiggersi come una meta lontana quella che per gli altri era già una quotidiana realtà, e se nel tendere a quella avessimo dimenticato che mancavano frattanto tutte le condizioni di successo del nostro lavoro sicchè noi non dovevamo attenderci che la realtà prendesse forma da presupposti legislativi, finanziari, professionali già esistenti; ma invece dovevamo dar vita a una realtà e in nome di quella ottenere i provvedimenti legislativi, finanziari e tecnici 7 che soli possono evitare, ancor oggi, che 20 anni di lavoro siano perduti. Fu proprio questa la procedura - poco « burocratica » e molto illuminata - che la Direzione Generale delle Biblioteche decise di adottare. Nel 1952 la situazione delle Biblioteche in Italia era la seguente: a) vi erano 43 biblioteche mantenute direttamente dallo Stato, quasi tutte di conservazione o di alti studi; b) vi era, nei comuni capoluogo di provincia, una settantina di biblioteche comunali e provinciali, generalmente povere e inattive, collocate in sedi inidonee, affidate a personale non qualificato. Ovviamente vi erano molte eccezioni, anche illustri, comunque tutte quelle Biblioteche si sforzavano di configurarsi come biblioteche di conservazione e di alti studi mentre sdegnavano di servire il lettore comune e ignoravano i problemi della diffusione della cultura; c) vi erano poi, sparse in tutto il paese, biblioteche comunali minori che si differenziavano dalle maggiori solo per un'esasperazione dei mali e dei difetti di quelle; d) vi erano infine alcune centinaia di « biblioteche popolari », piccoli nuclei isolati e provvisori che nascevano dalla buona volontà di piccoli gruppi ma invecchiavano e morivano per mancanza di mezzi e d'incremento, per l'instabilità e l'incompetenza tecnica dei loro volenterosi zelatori. A tutti quegli istituti la Direzione Generale delle Biblioteche concedeva contributi e sussidi nei limiti degli stanziamenti irrisori di cui disponeva: nel 1952 ventisei milioni per intervenire in quasi 8.000 comuni. Si può affermare che da allora è stato percorso un lungo cammino. Anzitutto i bibliotecari si sono ormai convertiti alla teoria della Biblioteca Pubblica e sono sempre numerosi quelli che scoprono in sé la vocazione educativo-sociale del bibliotecario-educatore. Parallelamente la distinzione concettuale tra i tipi di biblioteche è ormai affermata e la presenza di una « sezione di conservazione », anche preziosa, non impedisce più alle Biblioteche provinciali o comunali di porsi come istituti di educazione permanente e come agenzie di informazione della comunità. Inoltre l'opinione pubblica qualificata, e i politici, incominciano a rendersi conto che è davvero un'esigenza della nostra società disporre di un'attrezzatura culturale capillare; che il sistema bibliotecario costituisce il tipo meglio elaborato (grazie anche all'esperienza internazionale) di una tale attrezzatura, e il più economico, in ragione della sua polivalenza; che dall'organizzazione del sistema dipendono largamente anche le sorti dell'editoria e la possibilità per gli scrittori e gli editori di entrare in contatto con la grande massa della popolazione 4. Questo concetto è espresso nell'ordine del giorno sullo sviluppo delle Biblioteche Pubbliche che in Italia, approvato all'unanimità dalla Commissione Nazionale dell'UNESCO il 31 marzo 1965. Cfr. V. Carini-Dainotti, La Biblioteca Pubblica in Italia tra cronaca e storia (1947-1967). Scritti, discorsi e documenti. Firenze, Olschki, 1969, vol. 2°, doc. n. 63. 4 8 Infine l'ininterrotta azione di chiarimento e di dimostrazione condotta dalla Direzione Generale ci ha consentito di passare dai 26 milioni del 1952 agli stanziamenti attuali. Il Programma quinquennale di sviluppo economico, dopo aver recepito formalmente il piano della Direzione Generale per l'organizzazione del Servizio Nazionale di Lettura, prevedeva - per l'azione da svolgere nel settore, nel quinquennio - una spesa di 10 miliardi. Purtroppo le difficoltà che ritardarono l'iter parlamentare del progetto e il sopravvenuto ostacolo di una congiuntura economica sfavorevole persuasero il Ministero della P.I. a presentare con urgenza una « Legge di finanziamento del Piano di sviluppo della Scuola nel quinquennio 1966-1970 » con la quale, per evitare contestazioni e ritardi, il Ministero riduceva al 50% la previsione del Programma. Fu un grave sacrificio, tuttavia la Direzione Generale si trovò a poter disporre globalmente, per l'estensione dell'organizzazione nel quinquennio, di un fondo di L. 6.575.000.000 ed è stato questo certamente il più importante risultato concreto conseguito da noi in quasi 20 anni di elaborazione teorica e di azione pratica per dotare il nostro paese di un'attrezzatura culturale che ne secondi lo sviluppo civile. In che misura il piano della Direzione Generale sia entrato in attuazione è possibile dedurre dai pochi dati che seguono, e che tuttavia devono sempre essere valutati confrontandoli sia con i dati di partenza (la condizione delle biblioteche italiane nel 1952), sia con i mezzi a disposizione (26 milioni all'anno nel 1952-53, 205 milioni a partire dal 1955-56, 605 milioni nel 1962-63, solo nel 1967 i fondi straordinari del Piano), sia infine con la generale condizione di scarso sviluppo delle biblioteche dei comuni capoluogo. In una prima fase furono organizzate « reti di posti di prestito » in una quarantina di province: era l'offerta di un servizio embrionale, più che un servizio una dimostrazione, un invito alle Biblioteche dei Comuni capoluogo e agli enti locali a esaminare la possibilità di darsi un'organizzazione. In una seconda fase la Direzione Generale, potendo disporre di maggiori mezzi, si impegnò a sviluppare il servizio in quelle province o zone dove si fossero manifestate le condizioni più favorevoli: biblioteche ben organizzate, amministratori consci delle potenzialità del servizio. Parallelamente venivano abbandonate quelle « reti » che apparivano incapaci di svilupparsi. Così diminuivano le zone di intervento; ma in esse il servizio si ampliava e migliorava, evolvendo dalla « rete di posti di prestito » al « sistema bibliotecario ». Attualmente le province nelle quali è completata o avviata o programmata per il '71 l'organizzazione del sistema (una biblioteca in ogni comune e le biblioteche minori allacciate ad una funzionante ed efficiente biblioteca-centro) sono 22 5; ma in altre. 25 6 funzionano e si Torino - Cuneo - Vercelli - Milano - Bergamo - Brescia - Cremona - Mantova - Treviso - Pordenone - Trento - Gorizia - La Spezia - Bologna - Arezzo – 5 9 sviluppano le reti in attesa che maturino certe condizioni e, per molte di esse, che il ministero possa assumere l'onere della trasformazione in sistemi. La costruzione dei sistemi ha finora promosso il potenziamento o lo sviluppo di 22 biblioteche centro-rete, e il rinnovamento o l'istituzione di circa 650 biblioteche alimentate: forse troppe in considerazione dei fondi a disposizione e della incapacità finanziaria di un gran numero di Comuni. OSTACOLI E PREVISIONI FUTURE La Biblioteca Pubblica - come ho accennato più volte - si riallaccia alla Biblioteca popolare in un singolare rapporto di derivazione-negazione: entrambe si rivolgono alla massa della popolazione, ma la biblioteca popolare, istituto di una società ancora basata sulla diseguaglianza e operante in una realtà economico-culturale estremamente depressa, assume nei confronti di quella massa atteggiamenti autoritari, o almeno paternalistici, e comunque censorii; la Biblioteca Pubblica, istituto della democrazia, operante in una società in rapida espansione economica e culturale, si organizza per rendere a quella massa un « servizio pubblico ». Una contrapposizione totale dunque, e tuttavia un rapporto di derivazione storica che spiega perchè lo Stato abbia tardato tanto a riconoscere una propria responsabilità anche finanziaria nella organizzazione delle biblioteche per tutti. Fin dall'unità lo Stato riconobbe per suo l'obbligo di mantenere biblioteche in funzione della conservazione o al servizio degli alti studi e delle professioni, ma fu indotto a considerare la diffusione della cultura come un'attività filantropica da affidare all'iniziativa privata, al più sotto l'egida e con qualche aiuto delle comunità locali. Solo al principio del '900, quando già agli impulsi filantropici s'erano andati aggiungendo i fermenti sociali e alle biblioteche popolari organizzate da membri della borghesia illuminata s'erano aggiunte le biblioteche popolari delle cooperative e delle società di mutuo soccorso, lo Stato s'indusse a intervenire con una politica di modesti sussidi a favore dei Comuni che decidessero di istituire biblioteche popolari. Anche se la rapida fioritura provocata da quel modesto intervento Firenze - Latina - Rieti - Viterbo - Chieti - Campobasso - L'Aquila - Foggia - Lecce - Matera - Potenza - Cagliari. 6 Pavia - Genova - Forlì - Modena - Parma - Ravenna - Reggio E. - Pisa Perugia - Terni - Ascoli P. - Pesaro - Pescara - Teramo - Napoli - Avellino - Benevento - Caserta - Salerno - Catanzaro - Cosenza - Reggio C. - Bari - Brindisi - Nuoro. Sono anche elaborati i piani e avviati i contatti con gli enti locali e i bibliotecari delle biblioteche maggiori in molte altre province tra le quali si possono citare come più prossime ad un avvio: Massa Carrara - Livorno - Pistoia e in genere le province della Sicilia. 10 si dimostrò fragile ed effimera, come era da prevedere, tuttavia la formula: iniziativa dei Comuni, contributo dello Stato - non fu più messa in discussione. Attraverso gli anni, dal Decr. Leg. Luog. 2 settembre 1917, n. 1521, alle « relazioni finali » della Commissione Nazionale d'Inchiesta per la riforma della Scuola, pubblicate nel giugno 1949, restò acquisito che spettasse ai Comuni istituire le Biblioteche per la generalità dei cittadini (ancora nel 1949 si dicevano « popolari »!) e allo Stato concedere qualche sussidio (il documento del 1949 diceva: « adeguati sussidi »). Al più, nel 1949 la Commissione per la Riforma della Scuola riferiva: « si invocano provvedimenti intesi ad obbligare i Comuni a stanziare appositi fondi a favore delle biblioteche del popolo ». In questa situazione si inseriva il progetto della Direzione Generale delle Biblioteche. Ma obbligare per legge i Comuni ad istituire e a finanziare le Biblioteche, non era a nostro avviso una soluzione. Proprio perché miravamo ad assicurare il servizio a tutto il paese, noi eravamo in grado di renderci conto che quella proposta era nata da una considerazione tutta teorica della nostra realtà amministrativa ed economico-sociale. Chi l'avanzava sembrava che non sapesse che su 7.751 Comuni (quanti ne contava allora l'Italia), ben 7.059 avevano una popolazione inferiore ai 10.000 abitanti (e la proporzione non è mutata): erano cioè piccoli organismi ad economia strettamente rurale, generalmente deficitari e incapaci di provvedere ai bisogni fondamentali della vita di comunità. E poi, quale tassa perchè bastasse a mantenere un servizio come quello della Biblioteca Pubblica che non è fra i meno costosi? In quegli stessi anni l'Associazione dei bibliotecari americani arrivava alla conclusione che una Biblioteca Pubblica, per rendere un buon servizio restando autonoma cioè operando isolatamente, doveva disporre di una dotazione annua almeno pari a 15 milioni e ne deduceva che solo un comune che avesse almeno 25.000 abitanti poteva mantenere da solo una Biblioteca Pubblica. A sua volta l'Associazione dei bibliotecari inglesi parlava di circa 35 milioni e di 40.000 abitanti. Vero è che la progettata costruzione dei sistemi avrebbe notevolmente ridotto il gravame per i singoli Comuni; ma i sistemi bisognava prima costruirli, e quel gravame calcolarlo realisticamente, e persuadere gli enti locali dell'opportunità di sopportarlo, per non proporre e sostenere un provvedimento legislativo che - quand'anche per pura ipotesi fosse stato adottato - sarebbe rimasto lettera morta. D'altra parte se era inaccettabile, o almeno inattuale, l'idea di una legge per il finanziamento obbligatorio delle Biblioteche Pubbliche da parte dei Comuni, anche il progetto di chiamare lo Stato ad assumere l'onere rilevante d'un'organizzazione interamente da fare della quale era perfino difficile offrire ai profani un'immagine, o illustrare l'azione futura, parve a noi che equivalesse a spingere l'iniziativa in un vicolo cieco: bisognava fare e dimostrare per poi chiedere ed ottenere. E poi, era davvero desiderabile, nelle mutate condizioni storiche, 11 che lo Stato assumesse interamente l'onere del servizio sostituendosi agli enti locali, espressione immediata delle comunità? Al bibliotecario, come educatore, non può sfuggire che un istituto come la Biblioteca Pubblica prende radici nella comunità e ne diventa un lievito culturale nella misura in cui matura dall'interno, voluto, e in qualche modo pagato, dalla comunità con qualche sia pur modesto contributo di buona volontà, di sforzo, di sacrificio. Seguendo la via (ardua, del resto) della statizzazione del servizio, poteva accadere che le nuove biblioteche (e quali stanziamenti sarebbero occorsi per farle?), sorgendo per esclusiva benevolenza e concessione dall'esterno e dall'alto, prima che le comunità manifestassero l'esigenza di disporne, rimanessero come sterile testimonianza di un indirizzo paternalistico, o come soprastrutture non apprezzate e non utilizzate. Del resto quando l'Unesco raccomanda di organizzare campagne di propaganda per l'istituzione delle biblioteche, ad altro non mira che a suscitare nelle popolazioni il desiderio e il bisogno di disporre del nuovo servizio, e un fine non diverso ha la pratica largamente adottata altrove, in URSS, in India e nei paesi emergenti, di chiamare la comunità alla costruzione della sede stessa della biblioteca e dei suoi arredi. Stretta fra contrastanti considerazioni di opportunità pratica e di coerenza metodologica, la Direzione Generale scelse alla fine una via intermedia: rivolgere ogni insistenza ad ottenere dallo Stato più larghi mezzi per promuovere e stimolare le iniziative locali; sovvenzionare la costruzione dei primi sistemi solo dove la biblioteca maggiore dell'area fosse tanto ben organizzata e ben diretta da sostenerne il peso, e gli enti locali tanto lungimiranti da accettare di impegnare la loro biblioteca nel territorio; vigilare perchè si allacciassero ad un sistema solo quei Comuni che avessero mostrato di apprezzare e di desiderare il servizio; limitare il proprio intervento alla preparazione del personale, alla consulenza tecnica, al coordinamento, e a finanziamenti programmati e limitati nel tempo. Tuttavia quei finanziamenti non potevano che essere rilevanti, e del tutto sproporzionati alla spesa sopportata dai Comuni che beneficiavano del servizio: e infatti al comune capo-rete bisognava assegnare un finanziamento press'a poco pari alla spesa giacchè gli si chiedeva di operare fuori dei propri confini; quanto ai Comuni minori, veniva loro richiesto un contributo, ma si accettava che fosse ridotto ad una misura del tutto simbolica quando si riconosceva che erano troppo poveri, o ancora troppo poco persuasi per accettare di contribuire. Se ho tanto insistito sul problema dei rapporti tra lo Stato e gli enti locali nell'organizzazione e nella gestione del Servizio Nazionale di Lettura, si è perchè alla soluzione adottata sono connessi i tre principali ostacoli che bloccano ormai lo sviluppo ulteriore del piano e minacciano gravemente la istituzionalizzazione del servizio. Questi ostacoli sono: il personale, le sedi, i finanziamenti ordinari. Le biblioteche capo-rete devono poter disporre di un nucleo di 12 personale idoneo e preparato che accentri le procedure per tutta l'area (scelta, acquisizione e preparazione del materiale); che assista tutti i depositari e i dirigenti periferici (anche nei loro rapporti con gli enti locali); che assicuri la circolazione dei libri e degli altri materiali, il prestito diretto, la consulenza bibliografica, la guida alle letture; che prepari al centro ed esporti in tutta l'area una buona parte delle attività culturali del sistema. Si può calcolare che occorrano in media 5 persone, fra bibliotecari e impiegati, in ogni sistema, oltre al direttore. Ma i Comuni capo-rete che prestano già al territorio la propria biblioteca, non hanno alcuna ragione di assumere l'onere del personale, nè lo potrebbero volendo, nè lo può la Direzione Generale. Le biblioteche minori allacciate devono avere un dirigente capace di svolgere, alla periferia del sistema, un delicato lavoro di animazione culturale e di mediazione tra il materiale e gli utenti, mentre poi devono essere in grado di collaborare, anche tecnicamente, col centro-rete. Si può calcolare che occorra in media un animatore per ogni comune: si tratta cioè di alcune migliaia di animatori culturali a pieno e a mezzo tempo che i Comuni non sono in grado di assumere e di retribuire convenientemente, sia per mancanza di mezzi, sia per difficoltà inerenti alla gestione amministrativa dei comuni. Tutte le biblioteche poi, devono affrontare il problema della sede: un problema che ha naturalmente dimensioni ben diverse secondochè si tratti di grandi e medi comuni o di comuni fino ai 10.000 abitanti; ma ad ogni modo un problema che gli enti locali non sono in grado di risolvere da soli. Infine tutte le biblioteche, in dimensione diversa devono trovare i mezzi per provvedere alla gestione ordinaria del servizio e - dopo averli trovati - devono ottenere dall'autorità tutoria di poterli stanziare: perchè è bene non dimenticare che la Direzione Generale delle Biblioteche, con i contributi che è oggi in grado di assegnare, può aiutare i Comuni nella prima fase, dell'impianto delle biblioteche e dei sistemi, ma già adesso, e tanto più via via che i sistemi si moltiplicheranno, non può coprire, se non in piccola parte e provvisoriamente, le spese di gestione. Il piano della Direzione Generale ha dimostrato in quasi 20 anni la sua validità; ma attuandosi ha rivelato pienamente i suoi limiti. Da numerose province e zone sub-provinciali gli enti locali, che un tempo bisognava stimolare e persuadere, premono per ottenere gli aiuti necessari all'organizzazione del sistema e all'avvio del servizio; ma le richieste non possono essere accolte perchè i finanziamenti a disposizione sono interamente impegnati. E' stato fatto qualche tentativo per ottenere che gli Enti locali assumano ormai, completamente o in buona parte, l'onere dei sistemi già organizzati ed avviati: in alcuni casi è stato possibile, ma in altri il sistema, privato dei rilevanti contributi dello Stato, è entrato in crisi. D'altra parte le province o zone che chiedono l'organizzazione di nuovi sistemi devono quasi sempre affrontare anche 13 il problema delle sedi, e quello gravissimo dell'assunzione del personale, e con ciò siamo tornati ai problemi di fondo dei quali parlavamo prima. Anzi il problema del personale è all'origine delle più gravi carenze del servizio. Noi vediamo che anche i sistemi già organizzati tardano a sviluppare l'azione di animazione culturale che è il vero fine del servizio, e ci rendiamo conto che ciò accade proprio perchè, non potendo il personale essere assunto con garanzie di stabilità e con retribuzioni accettabili, nelle biblioteche-centro si instaura una condizione di incertezza e di inquietudine che impedisce il lavoro più propriamente culturale, alla periferia si determina un continuo avvicendamento dei depositari, una fuga dei migliori e più idonei, con la conseguenza che anche la preparazione e l'addestramento di quel personale diventa problematico, ed è gravemente compromesso il contatto tra la Biblioteca e la comunità. Ai mali denunciati sarebbe possibile, a nostro avviso, apportare subito qualche rimedio: a patto di concentrare gli sforzi e di utilizzare organicamente i finanziamenti pubblici già disponibili. Mi riferisco qui alla urgenza di coordinare gli interventi della Direzione Generale delle Biblioteche e della Direzione Generale dell'Educazione Popolare, e - nelle province meridionali - gli interventi dell'amministrazione ordinaria e quelli della Cassa per il Mezzogiorno. Per risolvere il problema delle sedi in tutto il paese è certamente necessario un provvedimento legislativo. Nel quadro del primo piano quinquennale, la Legge 28 luglio 1967, n. 641, modificata e integrata dal Decreto-Legge 24 ottobre 1969, n. 701, ha provveduto a fornire ai Comuni i mezzi per un rinnovamento e adeguamento delle strutture scolastiche; ma ha trascurato la attrezzatura culturale dei Comuni. Questa lacuna dovrà essere colmata con il secondo piano quinquennale. La Legge 3 agosto 1949, n. 589: « Provvedimenti per agevolare la esecuzione di opere pubbliche di interesse degli Enti locali », più volte integrata, ha dato ai Comuni la possibilità di contrarre mutui per la costruzione o l'ampliamento o la sistemazione di strade, acquedotti, ospedali, asili, scuole e sedi comunali; ma una ulteriore integrazione dovrà certamente riguardare la biblioteca come centro culturale della comunità. Secondo gli indirizzi generali contenuti nelle leggi citate, lo Stato, mentre potrà limitarsi a concorrere alle spese dell'attrezzatura culturale nei grandi comuni facilitando la stipulazione dei mutui, dovrà invece intervenire direttamente nei piccoli comuni per dotarli, a spese della collettività, come delle scuole dell'obbligo, così della Biblioteca-centro culturale che è da un lato la naturale sede delle attività integrative della scuola e del tempo pieno scolastico, dall'altro la scuola permanente, l'indispensabile centro d'informazione e di azione culturale del cittadino adulto. Però fin da ora, almeno nelle province meridionali, la Cassa per il Mezzogiorno potrebbe affrontare il problema. Mancano, nelle zone di intervento della Cassa, circa 700 Biblioteche-centri culturali, e tra esse 498 biblioteche minime e 185 biblioteche medie. Un intervento program- 14 mato per dotare circa 700 Comuni della loro piccola ma accogliente « casa della cultura », permetterebbe all'amministrazione ordinaria di promuovere l'organizzazione dei sistemi, indurrebbe gli enti locali al massimo sforzo di partecipazione, sarebbe insomma uno di quegli interventi straordinari per i quali appunto la Cassa del Mezzogiorno è stata istituita, e si risolverebbe in un'impensata accelerazione del processo di trasformazione civile di quella parte del nostro paese. Per risolvere il problema del personale è certamente necessario che lo Stato riconosca finalmente che il servizio dell'informazione e dell'animazione culturale assicurato dalla Biblioteca Pubblica (intesa come centro culturale, come appunto dev'essere), è nella nostra società democratica e industriale altrettanto utile e necessario quanto poteva esserlo la scuola elementare e l'insegnamento dell'alfabeto al principio del secolo in un'Italia agricola e governata sulla base del suffragio limitato. Però in tutto il paese lo Stato già retribuisce alcune migliaia di maestri addetti ai vecchi Centri di lettura, oggi ribattezzati « Centri di educazione permanente », ed è in atto un processo per cui, mentre larghe zone del paese sono ancora prive di qualunque attrezzatura culturale, in un comune dell'Italia meridionale e insulare (per fare il caso limite) potrebbero coesistere e duplicarsi una Biblioteca Pubblica, autonoma o alimentata, un Centro di Servizi Culturali della Cassa per il Mezzogiorno e uno o più « centri di educazione permanente », tutti mantenuti con denaro pubblico. Non è chi non veda quale vantaggio potrebbe venire alla comunità dalla convergenza di queste iniziative e quanto ne guadagnerebbe in efficienza l'unità di servizio che derivasse dalla fusione dei tre istituti. Quanto ai finanziamenti è da sperare che nell'ordinamento regionale il problema della diffusione della cultura acquisti un rilievo nuovo e trovi, nella responsabilità degli amministratori locali, soluzioni diverse. Quale sarà, con l'avvento delle Regioni, il compito dello Stato, e per esso della Direzione Generale delle Biblioteche? Negli Stati Uniti il Governo centrale ha ricevuto dal Congresso importanti stanziamenti per un « programma federale » in materia di biblioteche e di diffusione della cultura. Quel programma gli consente di svolgere, nei confronti degli Stati, l'azione che gli compete di coordinamento, di indirizzo generale, di stimolo e di compensazione degli squilibrii culturali ed economici. lo credo che il piano attuato fin qui dalla Direzione Generale abbia già percorso e prefigurato quella che deve essere, nell'ordinamento regionale, la funzione benefica e necessaria dell'amministrazione centrale. V. CARINI DAINOTTI L'articolo che pubblichiamo - con la cortese autorizzazione della rivista dell'ENAIP: «Formazione e Lavoro» - è stato scritto nel giugno 1970, col titolo: L'azione educativa svolta in Italia dalla Direzione Generale delle Accademie e 15 delle Biblioteche e per la diffusione della cultura nel settore della lettura pubblica: obiettivi, contenuti, realizzazioni, previsioni di sviluppo. In seguito i termini del problema sono in parte mutati: in particolare l'attività della Cassa per il Mezzogiorno è sospesa e si ignora ancora se la legge di rifinanziamento destinerà fondi a progetti regionali di attrezzatura culturale. Tutti sappiamo che gli indirizzi adottati dalla Cassa in questo settore hanno suscitato perplessità e riserve; ma tutti, anche, sappiamo che un intervento straordinario, per l'organizzazione di una fitta rete di « biblioteche-centri culturali » nei più che 2.500 Comuni delle regioni meridionali, è necessario e indifferibile (n. d. r.). BILANCIA Cultura pugliese contemporanea in un pacchetto di schede bibliografiche Dovremmo ormai chiederci tutti se nelle Puglie è esistita una cultura che abbia storicamente agito nel contesto più ampio della cultura nazionale. Sappiamo quanto sia arduo tentare di fare un bilancio in tal senso e come siano necessarie conoscenze, oltre che storiche, soprattutto antropologiche. Il materiale c'è, è vero, ma non ha ancora avuto la necessaria filtrazione critica, perché si possa pretendere di tessere un discorso storicamente definito; possiamo, comunque, proporre delle indicazioni o suggerire delle ipotesi di lavoro. II fatto più caratteristico della nostra cultura è la crisi del crocianesimo, che mai forse, come da noi, ha subito un'incrinatura rilevante per la ben nota rigidità di schemi dell'ideologia del filosofo di Pescasseroli. E' tornata di moda la metodologia marxista, tanto nel campo strettamente speculativo che nel campo letterario; e questa fruizione di nuove idee è stata possibile attuare sulla base della matrice verista, oggi riconoscibile nella parte più valida e duratura della nostra narrativa. Nelle pagine degli scrittori pugliesi e meridionali, in particolare, del Novecento c'è il fermento di una seria passione, di un senso di umanità frustrata che non manca mai di far capolino, anche se attraverso un tono ilare o satirico, giocoso o farsesco. Il Mezzogiorno, insomma, è come una malattia che lo scrittore sconta sulla pagina, la quale, quando è sincera, non può passare sotto silenzio - come bene osserva Walter Mauro in Cultura e società nella narrativa meridionale (Roma, Ed. Ateneo, 1967) -, bensì deve affiorare come sintesi ideale e poeticissima di messaggio di giustizia pretermessa e violata, di dolente aspettazione. In poesia, d'altro canto, il discorso da farsi è lo stesso, anche se qui bisogna avere più chiare idee sulla situazione spirituale, politica e sociale del Mezzogiorno in questo dopoguerra, per poter pretendere di entrare nel non facile mondo artistico dei poeti d'oggi. Se, infine, si vuole comprendere l'atteggiamento spirituale dei poeti pugliesi verso il passato, è pur sempre a tutta la tradizione del meridione che bisogna richiamarsi. « La nostra posizione critica - scrive Vittorio Fiore, in Mezzogiorno e poesia (« Gazzetta del Mezzogiorno », 30 aprile 1967), tradotti in termini poetici, verso un passato di antica civiltà, retoricizzato dal fascismo, deriva da un atteggiamento di chiara consapevolezza critica verso la nostra storia più recente (il trapasso 17 dall'epoca liberale al fascismo) quale è possibile riscontrare nell'opera dei due meridionalisti pugliesi che maggiormente hanno avuto un'influenza, anche indiretta, sulla formazione dei poeti, dei narratori scrittori, degli urbanisti pugliesi: Gaetano Salvemini e Tommaso Fiore ». I poeti pugliesi hanno dunque appreso dai meridionalisti che li hanno preceduti gli strumenti culturali per poter demistificare il passato e per poter conoscere meglio i mali che affliggono la nostra società. « Eravamo stati educati ad un falso sentimento di grandezza. Bisognava partire da zero, utilizzando molte delle interpretazioni dei meridionalisti riferite al paesaggio storico pugliese... Di qui la grande importanza che ha per i poeti pugliesi il paesaggio, che hanno per noi il sole, il cielo, come ha acutamente notato Mario Boselli. E non è senza significato che un autentico poeta quale è Vittorio Bodini e che io stesso abbiamo cantato la nostra terra e l'Europa, in una congiunzione ideale che ha una profonda ragione storica ». Gabriele Pepe è stato il continuatore più autorevole, in quest'ultimo quarantennio, dello spirito laico, repubblicano e socialista in Puglia. Nato ad Ostuni, ha insegnato per moltissimo tempo all'Università di Bari. Sono in un certo senso vicini al suo pensiero Vincenzo Tangaro di Trinitapoli, Mario Simone di Manfredonia, Leonardo Sacco di Matera e Michele Cifarelli di Bari. E, sempre nel campo storico, vantiamo nomi di un certo rilievo: Antonio Lucarelli, Giovanni Masi, Giuseppe Tamburrano, Guido De Ruggiero, Franco Cagnetta, Domenico Zuccaro. In Alfredo Petrucci « abbiamo incontrato un'anima candida di poeta », oltre che un fine studioso di storia dell'arte ed incisore; notissimo il suo libro, Cattedrali di Puglia. In uno studio che ha avuto scarsa risonanza per la tempestività con la quale è stato dato alle stampe, Tommaso Fiore ha affermato, qualche anno fa, che Lecce resta la città letteraria per eccellenza. « La cultura salentina è un fatto di antica data, autonomo, aggiornato da gran tempo alla cultura nazionale ed europea e partecipe dei suoi conati di libertà » (La Puglia nel momento presente, Cosenza, 1967). Prima dei vari Bodini e Fiore, c'è stato però in Puglia (precisamente nel Salento) Girolamo Comi, che, anche se ha operato in una sfera prettamente ermetica (è stato seguace di Arturo Onofri), ha conservato, comunque, il purissimo linguaggio di casa nostra. Vittorio Pagano sembra possa reggere il confronto tanto con il Bodini che con l'ormai « antico » Comi. Animatore del discorso culturale salentino è Francesco Lala, ma con maggiore e più acuta esegesi critica Nicola Carducci, professore di Letteratura italiana nell'Università di Lecce. Ispanisti di fama internazionale sono: Vittorio Bodini (già noto, del resto, come sperimentatore di poesia) e Oreste Macrì. Altri valenti studiosi di problemi letterari e storici vanno indicati nei nomi di Mario Sansone, Aldo Vallone, Mario Marti, Oronzo Parlangéli, Arcangelo Leone De Castris, Carlo Prato, Luciano De Rosa, Giovanni Bernardini, Francesco Gabrieli, Giuseppe Guerra, ecc. 18 Spostando il nostro cannocchiale su Foggia e provincia ci imbattiamo in Giuseppe Tamburrano, studioso di Antonio Gramsci, Pasquale Soccio, preside del Liceo classico di Lucera da tanti anni, uomo solitario, propenso a considerare la cultura come un fatto che deve necessariamente uscir fuori da certe cittadelle olimpiche dove si trova arroccata ed essere portata tra il popolo con un esercizio che ci impegni totalmente, « in scrinio pectoris », senza nulla concedere ai malinconici abbandoni e ai falsi paternalismi di parole suadenti; Michele Melillo, che sta cercando da vari anni di recuperare il dialetto nel magma di una lingua in continua evoluzione; Cristanziano Serricchio, interprete intelligente e sottile di tanta buona poesia italiana e pugliese contemporanea ed egli stesso poeta di un certo talento; Giacomo Strizzi, poeta in vernacolo alberonese, tra i più vivi, che rende in un linguaggio efficacissimo, pregno di tanta saggezza popolare e di tanta gagliarda risonanza, la vita di paese, in ogni sua più autentica dimensione umana; Giuseppe Cassieri, di Rodi Garganico, ormai scrittore di fama nazionale, « ricco di umori vari, erotici, satirici, beffardi, tragici, civili »: in lui c'è un accostamento cordiale alla natura, specie a quella tanto suggestiva del litorale garganico. Cassieri esordisce nel 1952 con Aria Cupa, un romanzo la cui prosa ha il caratteristico sapore di casa nostra, sa cioè di «salinità » e di mediterraneità; in esso mette in luce come « una provincia pugliese risulti chiusa ai suoi pregiudizi ed inibita ad ogni possible sviluppo ». Il romanzo sembra essere il risvolto ideologico dell'ultima sua opera, annunziata dalla Feltrinelli e intitolata Offerta speciale: qui, infatti, c'è il netto rifiuto per la costruzione di un campo boe per superpetroliere di fronte alla costa di una cittadina del Mezzogiorno, a difesa del patrimonio naturale; un rimpasto di temi, come si vede, non più originale, ma asservito ad un processo di involuzione del pensiero che va pericolosamente fuorviandosi, perdendo il contatto vivo con la dimensione umana dei fatti; intendiamo dire che quel Cassieri prima maniera, autobiografico, capace cioè di osservare la società con l'occhio spietato di chi giudica col distacco e con la partecipazione dolorosa ad un dramma i cui fili nascosti si occultano nel rappreso mondo degli affetti domestici e dei sentimenti privati e famigliari, quel Cassieri, ripetiamo, sembra ormai parlare un linguaggio insincero, privo di comunicabilità. Certo è che le prove più compiute e meglio riuscite dello scrittore pugliese restano sempre: La siesta, Notturno d'albergo, I delfini sulle tombe, Le trombe e, soprattutto, La cocuzza, Notturno d'albergo e Il calcinaccio. In queste ultime il Cassieri dà sfogo ad una sua vena satirica, « prima del tutto compressa »; la lingua passa con sicurezza e disinvoltura dai toni ironici a quelli drammatici; il sondaggio psicologico viene anch'esso condotto in chiave umoristica, un umorismo amaro, intendiamoci, che non ha né precedenti letterari (è ormai superata la tentazione di richiamarci ai generi), né trova agganci o termini di confronto nell'esperienza poetica e narrativa dei contemporanei. 19 Ma ci preme parlare ancora di Nino Palumbo, originario di Trani, residente ormai da tempo a Milano, assurto alla notorietà con Pane verde, un libro che narra le vicende dolorose che hanno accompagnato lo scrittore e la sua famiglia nei primi anni di vita trascorsi in Puglia. Bellissimi i quattro racconti raccolti in volume e pubblicati nel 1967 dalla Mursia Editrice di Milano, sotto il titolo di Giocare di coda: l'avvicendamento delle situazioni consente uno scandaglio psicologico che risulta valido, non tanto perché il Palumbo si riallaccia ad esempi ormai classici della letteratura occidentale (Dostojevskji o Kafka), ma perché riesce ad avvincere l'interesse del lettore (e questa ci sembra essere la prova più indiscutibile della sua attualità); anch'egli, dunque, come d'altra parte tutti quelli che sono usciti dal proprio guscio ed hanno assimilato nuove esperienze di vita e di cultura, è nella rosa dei migliori scrittori pugliesi contemporanei. Scrittrice di indubbio talento è Rina Durante, nata a Melendugno, in provincia di Lecce, nel 1928. E' insegnante di lettere, risiede a Roma, è collaboratrice di varie riviste letterarie e di cultura. E' redattrice del periodico letterario « Critone ». Alcuni anni fa fece parlare bene di sé: vinse il « premio Salento » (1966). Il suo romanzo, La malapianta, ha già riscosso lusinghieri consensi dalla critica ufficiale: ne hanno parlato Nicola Carducci (« Gazzetta del Mezzogiorno », 15 settembre 1964); Giacinto Spagnoletti (« ABC », agosto 1964); Maria Bellonci (« Il Messaggero », 21 ottobre 1965); Tommaso Fiore (« Gazzetta del Mezzogiorno », 1965). Si possono apprezzare le sue originali e svariate capacità narrative in molte pagine del romanzo. Anche Claudio Berardino ha ottenuto un notevole successo di critica con due suoi racconti lunghi: La strada e la montagna, Bari, Resta, 1958 e L'eredità degli esclusi, Bologna, Cappelli, 1965. Nato a Molfetta nel 1931, vive a Roma da vari anni. Francesco Boneschi, in « Idea », luglio 1966, parlò della sua prosa in termini entusiastici, proiettando in un futuro non troppo lontano la sua auspicata ed ora quasi raggiunta maturità di artista. Una promessa è Giorgio Saponaro, scrittore che, in maniera sanguigna, sa rendere chiara ed efficace la fisionomia spirituale dei suoi personaggi, adoperando prosa scarna, originale, priva di imbellettamenti e di involuzioni sintattiche. L'acchiappanuvole, Dedica e Protagonisti della nuova Bari sono il segno evidente di una ricerca espressiva che va al fondo delle « res »; lo scrittore adopera anche, quando è necessario, stilemi e inflessioni tipicamente dialettalí. Instancabile viaggiatrice europea e mondiale, assimilatrice delle più svariate esperienze folcloristiche, etnografiche, sociali ed antropologiche è Anna Maria Salerno, nativa di Bari (1940), collaboratrice presso varie riviste letterarie e quotidiani, tra cui « La Gazzetta del Mezzogiorno » e « La Giustizia ». Gli ultimi uomini di Berlino (Roma, Trevi, 1967), tra un procedimento stilistico a volte diaristico a volte fotografico, testimoniano l'aderenza della scrittrice alle più suggestive e varie vicende della vita umana del mondo. 20 Abbiamo conosciuto Maria Ricci Marcone nella sua nativa Foggia, in occasione della presentazione del suo secondo libro di racconti, Gli anni lunghi (Roma, Il Sagittario, 1968); il primo libro, Le stanze vuote, venne edito nel 1967 dalla Cappelli di Bologna. La scrittrice è laureata in lettere classiche ed insegna nelle scuole medie di Bari. Ciò che va particolarmente sottolineato nella sua prosa è la linearità del dettato; ella è fine descrittrice di ambienti ed ha un'indubbia capacità mimetica del racconto. Sentiremo parlare ancora a lungo di lei, se la semplicità dei suoi mezzi espressivi troverà, come contrappunto, altrettanta forza di contenuti, da rappresentare. Ma consideriamo anche la poesia. Certo qui il discorso si fa irto di difficoltà, che si sa con quanta facilità si è sempre scritto e si scrive di poesia: tutti siamo poeti, se solo fermiamo sulla carta impressioni o suggestioni sentimentali che per un poco hanno riempito la nostra anima di tediosa malinconia. Sappiamo anche a quale operazione di scarto è necessario far ricorso, se si vuole alla fine cavar fuori un briciolo di vera poesia! Qualche anno fa, l'Adriatica Editrice di Bari pubblicava, a cura di Ferruccio Ulivi ed Ezio Filippo Accrocca, un'antologia di Lirici pugliesi del Novecento; Tommaso Fiore, recensendo il libro, si trovò d'accordo con il Lala e con noi nel denunciare la mancata citazione di poeti nostrani di una certa risonanza, tanto in lingua che dialettali: gli antologisti, l'uno docente universitario di letteratura moderna e contemporanea, l'altro noto come poeta e critico letterario, avevano trascurato di inserire in quel discorso, molto crestomatico per la verità, nomi come Giacomo Strizzi e Michele Caruso di Alberona, Umberto Fraccacreta di S. Severo, Carlo Luigi Torelli di Apricena. Eppure, a parte il fatto che il volume era stato concepito ad uso e consumo dell'Università (si sa quanto sia carente per la maggior parte della gioventù moderna la conoscenza della letteratura contemporanea), i propositi con i quali il lavoro si presentava al lettore erano veramente nobili: « il loro scopo è di offrire il materiale per la conveniente sistemazione e il giudizio di un cospicuo e rappresentativo gruppo di autori nel più ampio sfondo della letteratura nazionale. Un carattere di liricità ci è sembrato che inerisca in modo tipico alla poesia pugliese dei nostri anni... Di un forte e spiccato lirismo, dovuto all'impianto originale genuino dei discorsi, nei casi dello spiritualismo orfico di un Corni e dell'ermetismo di un Fallacara e di un Pierri, del surrealismo di un Carrieri, o, per venire ai più recenti, nel sortilegio barocco di un Bodini o nell'incremento discorsivo di un Vittore Fiore ». Nel volume, oltre ai già citati Girolamo Corni e Vittore Fiore, figuravano Michele Pierri, Raffaele Carrieri, Giacinto Spagnoletti ed altri noti poeti. Preghiera e rivolta di Michele Pierri, nativo di Taranto, restano ancora, a giudizio di Oreste Macrì, « i termini di un poeta franto in espressioni fulminate di colpe e di amore, di fuoco e di speranza ». Nel Lamento di Raffaele Carrieri, di Taranto, « c'è una movimentatissima orche- 21 strazione di sangue e di fantasia, e paesaggio, memorie, immagini, tutto si adempie con un intento e favoloso diario di un uomo vivo, elementare, nuovo nella sua sensibilità ma antico nel suo dramma » (Giancarlo Vigorelli); « Il vento cammina di notte, / la luna siede sulla soglia, / all'alba il gallo fa il buco, / la donna si finge tortora / e il vecchio sonno morte ». A proposito, poi, di Giacinto Spagnoletti, tarantino, noto più come studioso e critico di letteratura moderna e contemporanea che come poeta, è necessario sottolineare il fatto che i suoi versi, più che essere tramati di « crepuscolarismo », come ha detto il poeta ermetico Giorgio Caproni, sono il segno di una raggiunta maturità, espressa quasi sempre in veste di commossa cordialità e di dimessa essenzialità prosastica. Ma, oltre a questi, potremmo fare entrare nel nostro discorso anche altri nomi, certamente non trascurabili per una rassegna condotta in questo senso. Li ricordiamo solamente: Giuseppe d'Alessandro, Vito Carofiglio, Biagia Marniti, Ennio Bonnea; i già citati Fraccacreta, Strizzi, Caruso, voci che vanno lette ed ascoltate con attenzione e che possono essere meritatamente accolte nel contesto della cultura letteraria italiana contemporanea. GIUSEPPE DE MATTEIS Com'era certamente nelle intenzioni del suo autore in questo articolo egli volge un rapido sguardo alla cultura dauna che, invero, si sviluppa in una panoramica molto più larga e profonda. Va rilevato, anzitutto, che non solo una produzione letteraria, anche essa, peraltro, molto più voluminosa di quella esaminata, caratterizza la nostra nuova stagione culturale, ma anche una intensa operosità nei vari settori degli studi, della editoria e della educazione permanente. E diciamo questo senza nulla concedere alle manifestazioni - purtroppo numerose - del tutto velleitarie e diffamatorie, riferendoci solo a quelle, che possono salvarsi da un giudizio severo. Noi contiamo di poter pagare il debito assuntoci con i lettori, pubblicando un sistematico repertorio bibliografico della Capitanata per il decennio 1960-70. Al momento, mentre ringraziamo l'amico De Matteis di averci offerta l'occasione di comunicarlo, rimandiamo alle molte centinaia di titoli compresi nello « Schedario », sezione « Regno di Napoli - Puglia - Capitanata », che da sette anni si pubblica ininterrottamente in questo bollettino, e al catalogo della « 1 ° Mostra bibliografica del Gargano », apparso tra i « Quaderni » di questa rassegna. (n. d. r.). 22 DAUNIA BIBLIOGRAFICA Gli scritti di Michelangelo Manicone Oggi più che mai la terra di Capitanata è al centro dell'interesse speculativo nel campo della cultura. Continue scoperte vengono a meravigliare gli amatori del passato. La Capitanata non finisce di stupire per la ricchezza della sua cultura e, che la incuria dei nostri predecessori ha tenuto per molto tempo in ombra. E' questa la volta di Michelangelo Manicone. Tutto il merito della scoperta del suddetto va al dott. Francesco Javicoli di Vico del Gargano, uomo di non comune talento, innamoratissimo della terra dauna; ha trovato dei preziosi manoscritti del Manicone, salvandoli dalla solita fine, riservata da incompetenti profani a numerose opere di tanti nostri scrittori. Grazie a questi « inediti », che al più presto vedranno la luce, potremo avere un quadro meno incompleto della grande figura di Michelangelo Manicone. Costui finora non ha goduto di una adeguata conoscenza, che pur meriterebbe per le indiscusse multiformi qualità di scrittore. Quei pochi meriti che gli si attribuivano erano desunti dall'unica sua opera conosciuta: La fisica appula, 1806/7, in cinque grossi volumi di importanza capitale per la Daunia antica e moderna. Bisogna pur riconoscere, e nella nostra ricerca ci stiamo rendendo conto di persona, che gli scrittori posteriori fanno grandissimo uso di questa sua opera; ma non tutti sono sinceri: molti partono da lui, prendendo materiale senza però fare un accenno della fonte. Questo certo non fa onore a tali autorelli, mentre costituisce un pregio per Manicone. Tuttavia non mancano riferimenti di plauso e di stima profonda nei migliori scrittori pugliesi e napoletani, quali G. M. Galanti, M. Fraccacreta, G. De Leonardis, M. De Angelis, C. Villani, G. Checchia-Rispoli, A. Lucarelli, S. La Sorsa, G. M. Monti, V. Ricchioni, M. Vocino ... A questi Manicone appare lo scrittore dalle idee chiare che hanno il loro riflesso nella storia e nella vita della Daunia. Ma colui che ha rischiarato con maggior luce questa figura di scrit23 tore è p. Doroteo Forte sia in articoli su periodici, sia in Testimonianze francescane nella Puglia dauna 1. E' nostra viva speranza che il Manicone possa avere altri numerosi studiosi, onde essere conosciuto nel suo vero valore. PROFILO BIOGRAFICO Michelangelo Manicone appartiene al Settecento, uno dei secoli più decisivi per la storia della umana civiltà; fu uno dei tanti personaggi che rifulsero nelle vicende di quel periodo, quando le migliori intelligenze erano intente a distruggere il passato e ricostruire tutto, non più sull'ignoranza e sul dispotismo politico, morale e religioso, ma sopra la schietta e autonoma ragione umana. E' sintomatico il quadro che ne dà il Checchia-Rispoli, da tempo scomparso, professore di Paleontologia e Storia della Geologia all'Università di Roma: « Michelangelo Manicone, naturalista pugliese, si occupò di ricerche scientifiche e si distinse oltre che nel campo della geologia, della geografia fisica, della metereologia, della botanica, anche in quello dell'agricoltura, della medicina e della storia » 2. Ma già nel 1844 il Moroni nel suo « Dizionario » 3 annovera il Manicone tra gli uomini celebri per lettere e scienze « che hanno fiorito e reso famoso e utile al mondo l'ordine francescano ». Noi per i lettori di « Capitanata » ne presenteremo un profilo biografico e culturale per farne ammirare l'opera e il pensiero. Manicone nacque in Vico del Gargano il 4 marzo 1745 da una agiata famiglia. Nei primi anni gli fu maestro della grammatica don Pietro Finis, canonico della insigne Collegiata di Vico, come lui stesso ci riferisce 4. Completati gli studi inferiori gli venne l'ispirazione, forse perché già c'era un suo zio, di diventare sacerdote tra i Francescani. Il 24 maggio 1760 fu ricevuto nel Convento di Manfredonia per aggregarsi alla milizia francescana. Vestì l'abito il 19 luglio 1760 a S. Maria di Stignano, presso S. Marco in Lamis, ove nel 1761 emise la sua professione religiosa 5 . 1 FORTE D. Testimonianze francescane nella Puglia Dauna, S. Severo, Organizzazione Dauna Arti Grafiche, 1967, pp. 188-195. 2 CHECCHIA-RISPOLI G., in Enciclopedia Italiana, XXII, col. 125. 3 MORONI R., Dizionario, 26, 142, Venezia, 1844. pp. 142-143. 4 MANICONE M., La Fisica appula, Foggia, Stab. Lito Leone, 1967, II ed., p. 519. 5 ARCHIVIO Provinciale dei Frati Minori di Foggia: Cartella « Libro di vestizioni e professioni », a. 1749-1791, p. 105. 24 Non si sa con certezza ove abbia frequentato gli studi di filosofia e teologia; probabilmente, stando a quanto riferisce Doroteo Forte 6 , studiò a S. Maria la Nova a Napoli, ove venivano inviati i giovani studenti della Provincia di S. Angelo di Foggia. Volendo dar credito invece alla tradizione di famiglia, raccolta dal canonico Antonio Miglionico 7, sarebbe stato mandato a studiare a Roma nel convento di Aracoeli. Inoltre secondo un'altra tradizione, ancor viva a Vico tra il clero e i familiari, Manicone sostenne esami di laurea a Napoli e a Roma; viaggiò molto per l'Europa; andò a studiare medicina a Vienna e a Berlino, scienze fisiche a Londra e scienze naturali a Bruxelles: ne sarebbero prova i molti accenni ben dettagliati nelle sue opere, di luoghi, scritti ed autori di suddette nazioni. Dovette senz'altro frequentare l'Università di Napoli e addottorarsi in Filosofia, Teologia e scienze naturali; senza un titolo non avrebbe potuto mai insegnare, secondo le disposizioni vigenti negli Studi Generali. Lo dimostra anche il titolo di « Lettor » 8, riservato ai soli laureati, e la « Giubilazione » che ricevette per l'insegnamento svolto. In più la simpatia e la competenza per tali discipline, come appare dall'analisi delle sue opere, ci offre un valido argomento a credere in una sua laurea in dette materie. Comunque una cosa è certa, che le opere stampate e inedite del Manicone dimostrano in lui una indubbia formazione scientifica non inferiore a quella filosofica e teologica. Dopo essersi laureato professore inaugurò il suo insegnamento nel 1773 con la pubblicazione di un opuscolo, dal titolo Teoremi antropologici e antropologico-theologici, edito a Napoli e dedicato a Girolamo Trisorio 9, in cui egli delinea il suo programma di pensiero e d'azione. Insegnò per 12 anni nello studio generale di Gesù-Maria in Foggia durante i quali maturò e svolse tutto il suo pensiero e il suo programma, affinando il suo metodo didattico per far presa sugli allievi. Considerava la cattedra come un servizio pubblico culturale; da qui il suo impegno FORTE D., op. cit., p. 189. Anche costui meriterebbe uno studio a parte; fu un sacerdote colto; ha lasciata inedita una Monografia di Vico Gargano ove si legge: « Fra' Michele Manicone avendo saputo che un suo nipote Michelangelo Manicone era scolaro di grammatica di Don Pietro Finis, lo inviò a Roma per studiare ad Aracoeli ». Ricerche fatte nel suddetto convento non ci hanno dato risultato positivo. 8 FRACCACRETA M., Teatro topografico-storico-poetico della Capitanata, Napoli, 1904, p. 53. 9 MANICONE M., Teoremi antropologici, e antropologico-teologici, Napoli 1773. E' un'operetta in cui l'autore propone una filosofia antropologica. 6 7 25 e la sua riservatezza: « io quantunque un uomo di cattedra, pure non ho mai amato di dogmatizzare... » 10. Amava inoltre evitare le affermazioni perentorie nelle materie opinabili: « Io diffido di troppo le assolute asserzioni; e non mi abbandono mai a giudizi estremi » 1 1 . Partecipò prima e durante l'insegnamento a vari concorsi di filosofia e teologia, ove venivano assegnate le cattedre, per l'insegnamento: nel 1770 lo troviamo a Napoli per la filosofia, e nel 1775 a Bari per la teologia; in entrambi i concorsi risulta tra i concorrenti col punteggio più alto. Il 20 gennaio 1786 ottenne la giubilazione con decreto del Ministro Generale P. Pasquale da Varese e con diploma del re Ferdinando IV 12. La giubilazione avveniva dopo 12 anni di insegnamento. Foggia fu il luogo che lo ospitò per lunghi anni e ne vide l'affermarsi; il convento infatti di Gesù-Maria era il centro culturale, ove si formavano le varie menti francescane sia nel campo filosofico sia nel campo teologico. Tale convento già dal 1618 era sede di uno Studio Generale; fu dichiarato poi Real Convento, come si può leggere ancor oggi sulla facciata della chiesa: « Regalis hic Conventus regio extat diplomate » 13. SCRITTI Si devono proprio al periodo dell'insegnamento le sue varie pubblicazioni; in ordine cronologico appaiono prima i su menzionati Teoremi antropologici... stampati a Napoli nel 1773, e oggetto di pubblica disputa nella regal chiesa di Gesù-Maria della città di Foggia; opera a carattere filosofico e teologico il cui centro è l'uomo. In essa si vede già un tentativo di rinnovamento della filosofia incentrata tutta sui valori umani. Appare poi una Orazione di ringraziamento, di cui egli parla così bene e spesso negli inediti, in nostro possesso. Nell'opera l'autore ringrazia il re Ferdinando IV per avere limitato « il soverchio numero dei frati ». Eppure, egli dice, le leggi dell'augusto figlio del gloriosissimo e MANICONE M., La Fisica Appula, p. 36. MANICONE M., ivi, p. 794. 12 ARCHIVIO Provinciale dei Frati Minori di Foggia: «Acta Capitularia Prov. S. Angeli », vol. I, p. 115. ARCHIVIO Generale dell'Ordine dei Frati Minori, Roma: Fascicolo « Concorsi »: I/49, 1758-1852; e I/109. 13 VINCITORIO L., L'alma Provincia di S. Angelo in Puglia, Lucera, Frattarolo, Ed. Coda, 1828, vol. II, p. 116. 10 11 26 piissimo Carlo sopra i Regolari non favoriscono punto l'insolenza delle penne tinte di veleno » 14 . In essa vi sono « poche galanterie e assai verità interessanti »; fu questa che gli procurò « censure e biasimi » 15 . L'opera è databile ai primi anni del regno di Ferdinando IV (1751-1825), quando il governo era tenuto dal Ministro Bernardo Tanucci, di tendenze anticlericali. L'opera è andata perduta, però l'autore ne parla ripetutamente ne Il trionfo del Buon Senso. Viene poi La Dottrina pacifica, edita a Napoli. Opera di carattere politico, in cui dà consigli a Re e Papi sul modo di governare i popoli. Tutto ciò che in essa è scritto, di pura e vera sostanza, è quanto oggi abbiamo nella pratica, dice il De Grazia 16 . Fu proprio quest'opera ad immettere il Manicone nel mondo dei grandi scrittori. Basta dire che il Fraccacreta nel suo Teatro, lasciando sotto silenzio le varie opere del Manicone, ci riferisce una certa polemica, da parte di alcuni scrittori, sorta proprio contro « la Dottrina pacifica » del « degno p. Manicone o Lettor Vico » come egli lo chiama 17 . Quest'opera noi non ancora abbiamo la fortuna di vederla; ma chi l'ha vista riferisce che in essa appare « lo scrittore di vaglia, l'acuto politico, lo studioso sagace e affezionato, dalla cultura monumentale 18 . « Nell'opera è affrontato il grande tema della pace, che per il Manicone non può essere senza la libertà, e la libertà senza la comprensione e la giustizia... » 19 . « L'opera parve ai Regnanti di Napoli addirittura rivoluzionaria: forse di qui le ostilità che il frate incontrò da parte del governo borbonico » 20. Si potrebbe mettere intorno al 1780 l'opera inedita Il trionfo del Buon Senso, in sei libri in folio, con 86 capitoli. L'opera incompleta presenta una buona chiarezza; vi sono esaminati problemi di ordine filosofico, religioso, sociale; come dice lo stesso titolo l'autore vuol far vedere la vittoria del « Buon Senso », della verità sull'ignoranza e sulla superstizione nella rassegna dei più grandi filosofi della storia. A questa fa seguito immediatamente Il Breviario dei teologi in quattro tomi, con 10 libri suddivisi in 11 capitoli, anch'essa inedita; MANICONE M., Il trionfo del Buon Senso, Ms. pp. 18-19. MANICONE M., ivi, p. 6 sg. 16 DE GRAZIA M., Appunti storici sul Gargano, V. Caputo, Torremaggiore 1930, vol. II, p. 58. 17 FRACCACRETA M., op. cit., vol. II, p. 173. 18 MARATEA G., in « Il Tabor », a. II, n. 2 (1966), p. 3. 19 MARATEA G., ivi, p. 3. 20 MARATEA G., ivi, p. 3. 14 15 27 porta l'anno 1788. In questa domina per lo più il tema teologico con continui sconfinamenti nel campo politico e sociale; l'autore vi auspica un rinnovamento nello studio della teologia con un'apertura alle scienze naturali, le « quali c'insegnano a leggere nel gran libro della natura » 2 1 . In quest'opera si fa accenno anche a certe « Note » che egli avrebbe scritto per ribattere alcuni punti contestatigli. Nel 1795 escono le Riflessioni chimico-fisiche sopra il cimitero di Vico Gargano edita a Napoli; l'opera non si trova; di essa si parla nella Fisica Appula 2 2 . L'attività scientifica non era la sola che assorbiva il p. Manicone; egli fu varie volte superiore, coadiutore nel governo della Provincia già dal 1776; nel 1790 veniva eletto Superiore Provinciale, carica che tenne fino al 9 gennaio 1794 23. Alla scuola alternava l'oratoria; ma il suo grande amore era il « viaggiare »; la filosofia gli faceva intraprendere peregrinazioni per gli spaziosi campi appuli, per le scoscese rupi garganiche; faceva osservazioni locali e scriveva; i libri gl'insegnarono l'ampia via, le osservazioni gli additarono la vera strada. Nel 1799 abbiamo una parentesi tragica nella vita del Manicone; lo troviamo assieme al vescovo della città, Gaetano Del Muscio, nella Rivoluzione di S. Severo tra Francesi e Borbonici. Manicone e Del Muscio per poco non ci rimisero la vita; per le loro idee liberali furono presi di mira dai reazionari, per cui dovettero fuggire travestiti da contadini nelle campagne di Castelpagano 24. Manicone fu favorevole al governo « bonapartista » e alle idee di libertà e progresso; ebbe pertanto buona fortuna col nuovo re di Napoli Giuseppe Bonaparte, sotto cui nel 1806/7 pubblicò la sua voluminosa opera La fisica appula, in cinque tomi; per questa egli poté essere annoverato tra i membri della « Società d'incoraggiamento alle scienze », eretta nel 1806 allo scopo di incrementare le scienze utili 25. MANICONE M., Il Breviario de' teologi, Ms., p. 41. MANICONE M., op . cit., p. 809. 2 3 FORTE D., op . cit., pp. 254-255. 24 DE AMBROSIO F., Memorie storiche della città di S. Severo in Capitanata, Napoli, Stab. Tip. De Angelis, 1875. Pag. 151; « ARCHIVIO Pugliese del Risorgimento italiano », an. 1914-15: a. I fasc. II-III, p. 173; BOTTA C., Storia d'Italia dal 1789 al 1814, Milano, G. Silvestri, 1844. Vol. III, pp. 157-160: FRACCACRETA M., Una pagina di amore e di lagrime - Brano di storia della rivoluzione dell'89, Trani, La passione di S. Severo, Foggia, Tip. Cappetta, 1929, pagg. 4-26; SCORTICATI E., V. Vecchi Ed., 1882, pagg. 206-212. 2 5 SCACCHI A., Cenno storico del Real Istituto di Incoraggiamento di Napoli, Napoli, Tip. dell'Acc. delle scienze, 1888. 21 22 28 La Fisica appula, frutto di molti anni di ricerca, contiene una ricca e sistematica serie di notizie riguardanti la Mineralogia, la Botanica, la Zoologia, l'Agricoltura, l'Igiene... della Capitanata, come anche sulla Geologia e Geografia fisica di detta regione. E' una preziosa miniera - scrive M. Papa 26 - per chiunque volesse conoscere e sfruttare le naturali risorse di questi luoghi. Fu un'opera molto studiata all'estero ed elevata al cielo dal padre Denza, dice il De Grazia 27. L'opera proprio per la sua utilità e la sua originalità è stata ristampata in un unico volume nel 1967. Frattanto il Manicone si dedicò a un altro suo lavoro: Statistica generale della Daunia, come ci riferiscono vari autori. La morte forse non gli permise di portarla a termine, avendo già pronto il materiale, che andò perduto per incuria di coloro che non seppero apprezzarlo 28. L'elenco delle opere non finisce qui. Verso il 1920 Domenico Maselli, insegnante di Vico del Gargano, dettò già vecchio, delle notizie al prof. Francesco Javicoli intorno al Manicone; in queste si fa cenno ad un'altra opera: La storia dei Concili in 19 volumi, la quale sarebbe stata bruciata per ordine del vescovo di Vieste, Mons. Domenico Arcaroli 29, prelato di natura affabile e zelante nella cura delle anime, col quale le idee spinte del Manicone non si armonizzavano, per cui tale fonte, anche se non trova riscontro in altre, potrebbe essere attendibile. UN INTERROGATIVO SUGLI « INEDITI » Il numero delle opere del Manicone, stando a quanto appare dagli « inediti » e dalla voce della tradizione, possiamo credere che doveva essere molto più largo. Solo ulteriori ricerche potranno accertare la quantità. Ma perché il Manicone non ha dato alla stampa tutti i suoi scritti? Nel periodo in cui egli visse, l'Inquisizione faceva sentire ancora il suo influsso, tanto che a volte dire la verità era esporsi a « oggetto di ca26 PAPA M., Economia ed economisti di Foggia (1089-1865), Foggia 1933, p. 27 DE GRAZIA M., I dimenticati, in « Il Foglietto », a. XXV, n. 15, (1922), 167. p. 1. 28 CHECCHIA-RISPOLI, Un frate naturalista pugliese, S. Severo, Tip. Dotoli, 1916, p. 15. DE GRAZIA M., op. cit., p. 59. 29 Mons. Arcaroli (1731-1826), nativo di Vico Gargano, vescovo di Lavello e Vieste; scrisse varie opere, lasciò inedita una Autobiografia; se ne occupò anche F. Carabellese sulla « Rassegna Pugliese », vol. XXI, n. 11-12, 1904. Cfr.:D'ADDETTA G., Vagabondaggi garganici, Quaderni de « Il Gargano », 12, Foggia 1960, p. 41 seg. 29 lunnie, e ad essere gettato nelle prigioni » 30, sebbene l'autore scriva che la « superstizione » aveva cessato d'incrudelire contro gli amatori della pura verità 31: mentre il Clero di Napoli aveva la mente illuminata per cui non c'era pericolo di persecuzioni ... Egli lascia le sue opere come testamento ai giovani, convinto che « solo la gioventù prenderà la sua parte, perché essa parteggia coloro che pensano. I soli giovani rendono testimonianza alle verità nuove; e ciò perché questi non sentono il puntiglio dell'invidia » 32. Dovette però sperimentare il potere dell'Inquisizione; se la Orazione di ringraziamento gli procurò molta amarezza: « Alcuni dei miei fratelli - egli scrive - mi hanno, ahimé, ascritto tra i felloni, mi han fatto reo ... mi hanno chiamato cieco nemico dello Scettro e dell'Incensiere » 33. In un altro punto confessa che « la verità è sempre utile agli uomini, mentre sovente è nocevolissima a chi la manifesta. Essa è come una medicina, la quale giovando si fa detestare » 34. Una cosa è certa, che il Cardinale di Napoli, Arcivescovo Spinelli, per invito di Papa Benedetto XIV, aveva o era in procinto di ristabilire nel Regno di Napoli il Tribunale dell'Inquisizione 35. Il ricordo di Galilei, di Giannone ... è troppo vivo nella mente del Manicone; la prudenza gli avrà suggerito di attendere tempi migliori in cui i suoi scritti avrebbero potuto circolare liberamente. La soluzione alla mancata stampa degli « inediti » potrebbe venire analizzando i rapporti del Manicone col Governo Borbonico? Nei confronti di questo il Manicone, all'inizio della sua attività, fu ricco di entusiasmo; in seguito amante com'era di ogni libertà e sotto la spinta dei princìpi rivoluzionari, passati dalla Francia nel Regno di Napoli, prese un atteggiamento di ostilità contro il dispotismo. Dopo lo scampato pericolo del febbraio 1799 a S. Severo, lo troviamo nel solitario convento di Ischitella, forse relegatovi da Ferdinando IV. Coinvolto nuovamente in reati politici per aver favorito il governo francese, nel 1815 fu condannato alla ghigliottina, secondo MANICONE M., Ms. cit., p. 9. MANICONE M., ivi, p. 9. 32 MANICONE M., ivi, p. 22. 33 MANICONE M., ivi, p. 22. L'opera è perduta, l'A. però ne parla ripetutamente ne Il trionfo del Buon Senso; siccome questa è databile tra il 1786 (anno della sua giubilazione) e il 1788 (data in cui scrisse Il Breviario dei teologi) l'altra deve essere anticipata di qualche anno. 34 MANICONE M., Ms. cit., pagg. 67-69. 35 LUCARELLI A., La Puglia nel Risorgimento, vol. l, p. 200. 30 31 30 quanto riporta De Grazia 36 , dal monarca Ferdinando, il quale poi lo graziò a premura del Principe di Ischitella, Francesco Emanuele Pinto. Lo stesso De Grazia 37 ci riferisce un altro scontro tra Manicone e il vecchio re Ferdinando. Costui infatti nel 1821, durante i moti carbonari, riprese i processi a carico dei liberali, sul rapporto del ministro di polizia, Principe Canosa, e tra le tante sottoscrisse la sentenza di morte anche per il nostro Manicone; la sentenza non fu eseguita, ma il Manicone in cambio, dai dirigenti borbonici, venne fatto girare a frustate per Ischitella senza alcun rispetto della sua dottrina e del suo abito religioso. « Fra gli atti di accusa contro il Manicone - prosegue il De Grazia eravi quello d'aver dato rifugio al suo amico e conterraneo avvocato Domenico De Grazia, terribile carbonaro ». E' certo che il Manicone era simpatizzante del movimento carbonaro, anche se non appariva tra gli iscritti alla vendita dei carbonari di Ischitella; ne ebbe lo spirito e lo diffuse nel paese 38. Fonti sicure ci testimoniano che tra il Manicone e Ferdinando IV non correva buon sangue; già nel 1794 il Manicone ricevette da parte di Ferdinando il « veto » alla rielezione a Superiore Provinciale dei Francescani di Foggia; in quanto, secondo il dispaccio reale, si doveva « badare che gli elegendi fossero sgombri da qualunque macchia per causa delle passate calamità » 39. Il motivo dunque di questo attrito tra i due era semplicemente di ordine politico. Ma di che macchia intenda parlare Ferdinando è difficile precisare; sarà stato un motivo religioso? sociale? amministrativo? ideologico? Manicone era uno spirito aperto, spregiudicato ed amante di ogni civile progresso, come lo dipinge il Checchia-Rispoli 40 . Nelle varie opere egli scrive come avrebbe scritto un rivoluzionario del 1789: « Ai dì nostri il Facitor dei miracoli è l'Eroe della guerra e della Pace, è il Nume del Continente, è Napoleone il Grande. I suoi miracoli sono le sue vittorie e i suoi trionfi ne additano esser Egli il Favorito del Cielo » 41. I suoi studi sempre profondi erano coordinati al fine nobilissimo di migliorare le condizioni dell'umanità 42 . Purtroppo il mondo tradizionalista e dispoDE GRAZIA M., in: « Il Foglietto » cit., p. 1. DE GRAZIA M., op. cit., pagg. 58-59. 38 CANNAROZZI C., Ischitella, Tip. A. Ciliberti, Candela, pagg. 91-93. 39 FORTE D., op. cit., p. 204. 40 CHECCHIA-RISPOLI, op. cit., p. 14. 41 MANICONE M., La Fisica appula, op. cit., pagg. 699-700. 42 MANICONE M., ivi, p. 5. 36 37 31 tico dei Borboni era in netto contrasto con il suo impulso innovatore; da qui forse le opposizioni da parte del re Ferdinando. Le varie ricerche personali fatte nell'Archivio di Stato di Napoli e Foggia non hanno avuto in merito nessun risultato. Eppure una conoscenza più documentata di questi rapporti Manicone-Ferdinando IV ci aiuterebbe a proiettare un fascio di luce sulla fine del Settecento e i primi anni dell'Ottocento con tutti i problemi connessi, specialmente sulle ingerenze dei Borboni nel pensiero dei più validi scrittori del Regno delle Due Sicilie e nell'ideale filantropico da questi proposto e difeso. Gli ultimi anni della vita del Manicone restano nel buio; con certezza lo troviamo nel 1808 vicario del convento di S. Francesco in Ischitella 43; poi, secondo le notizie scritte e orali, la sua vita trascorre tra il romanzesco e il leggendario. Rifacendoci alle notizie inedite del canonico Miglionico più volte fu braccato dai briganti, che numerosi scorazzavano nel Gargano e famosi fino a pochi anni or sono; fu sempre tenuto d'occhio dalla Polizia Borbonica. Durante i Moti del 1820 sarebbe andato a Vico, sua patria, in qualità di Duce della Repubblica, investito di tutte le autorità; qui fece accomodare le strade della città e abbatté l'albero della libertà sostituendolo con quello della Croce 44. LA MORTE La morte del p. Manicone è un enigma. L'atto di morte non esiste in nessun registro di parrocchia e di comune. Pertanto nulla sappiamo quando e come abbia finito la sua esistenza terrena. Esiste il Necrologio di lui nel registro dei Morti dal 1688 in poi dell'Archivio Provinciale dei Frati Minori di Foggia, nel quale a pag. 77 si legge: « 17 aprile 1810 ad Ischitella Convento S. Francesco: P. M. Manicone da Vico Gargano Lettore Giubilato, ex Ministro Provinciale, scrittore e scienziato celebre » 45. Gli autori non sono d'accordo con questa data. Il Checchia-Rispoli lo dice morto il 1807, senza determinare il giorno 46. Il De Grazia lo fa 43 ARCHIVIO Provinciale Frati Minori di Foggia: Acta Capitularia Prov. S. Angeli, vol. I, p. 374. 44 MASELLI D., L'albero della libertà a Vico Gargano, in « Il Tabor » a. II, n. 3 (1966), pagg. 3-4. 45 VINCITORIO L., Necrologia della Provincia di S. Michele Arcangelo in Puglia, Ms., 1921. 46 CHECCHIA-RISPOLI G., in Enciclopedia Italiana, XXII, c. 125; e Un frate naturalista pugliese, in « Il Foglietto », a. XIX, n. 29 (1916). 32 morire ad Ischitella il 26 settembre 1826 47. La stessa data è riportata dal Cannarozzi 4 8 . Il Miglionico nei suoi manoscritti ne fissa la morte al 15 giugno 1826. Contesta queste date Doroteo Forte per il quale Manicone è morto ad Ischitella il 18 aprile 1810 4 9 . Perché, ci chiediamo, questa disparità di date? Su che cosa si sono fondati coloro che ci riferiscono la morte del Manicone? Perché i Registri non ne danno accenno? Dice bene F. Javicoli: « l'accennato silenzio dei registri parrocchiale e comunale fa quasi sospettare che quello sia qualcosa come una dichiarazione di morte presunta e che il Monacello rivoluzionario, combattuto e perseguitato in campo ecclesiastico e politico, sia stato fatto sparire senza lasciare traccia dell'anno di morte » 50. La tradizione raccolta all'inizio del Novecento da D. Maselli a proposito della morte del Manicone ci dice che il nostro autore proprio per le sue idee rivoluzionarie era ricercato dalla polizia; durante uno scontro con questa sulle montagne del Gargano, dopo aver sparato un colpo di pistola, sparì in mezzo al fumo col cavallo; da allora nessun'altra notizia della sua persona. Un racconto quasi da fantascienza! Altre voci hanno tramandato che il Manicone fu esule spontaneo in Germania e in Francia e perciò sarebbe morto all'estero. Intorno a questa figura quindi c'è tanto mistero, che solo fonti sicure e chiare potrebbero chiarire. Fu forse questa enigmatica fine a gettare nella penombra la personalità di così fecondo scrittore? 5 1 . Vico, sua patria, gli intitolò la fontana pubblica e la biblioteca dei Cappuccini, ricca di pregevoli opere, e Ischitella una strada dell'abitato. « Troppa poca cosa - commenta De Grazia 5 2 - per chi sì altamente onorò il Gargano ». Egli nonostante la dimenticanza resta uno dei più illustri figli della regione garganica. Di questa gloria paesana possiamo, come dice il Checchia-Rispoli, giustamente andare orgogliosi 5 3 . SALVATORE CAPPABIANCA DE GRAZIA M., o p . cit., pag. 59. CANNAROZZI C., op . cit., pag. 91. 49 FORTE D., op . cit., pag. 192. 50 IAVICOLI F., Prefazione a La Fisica appula, II ed., VII-VIII. 5 1 PAPA M., o p . c i t . , pag. 167. 5 2 DE GRAZIA M., op . cit., pag. 60. 53 CHECCHIA-RISPOLI G., o p . c i t . , pag. 15. 47 48 33 ATTI DOCUMENTI E STUDI DAUNI QUADERNI DELL'AMMINISTRAZIONE PROVINCIALE DI CAPITANATA In 8° (cm. 17 x 25) figg. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 L'Amministrazione Provinciale, ente pilota della rinascita dauna (Programma del Centro-sinistra e dichiarazioni del presidente avv. Gabriele Consiglio). Pp. 24, 1 ritr., 1962. Sul Bilancio di previsione del 1963 (Discorso del presidente avv. Gabriele Consiglio). Pp. 22, 1963. Per un'azione amministrativa del Centro-sinistra - Appunti, considerazioni e indirizzi (Programma della nuova Giunta di C. S. e discorsi del presidente, avv. Berardino Tizzani). Pp. 44, 1967. Questioni di finanza e di economia degli enti locali (di Primiano Magnocavallo). Pp. 39, 1967. Primiano Magnocavallo. Una vita spesa al servizio della fede e della comunità. (Onoranze in Memoria rese dal Consiglio Provinciale). Pp. 42, ritr., 4 tavv. e 1 autogr., 1969. La potestà legislativa della Regione a statuto speciale nei rapporti di diritto privato (di Luigi Ciliberto). Pp. 31, 1969. L'Ente « Provincia » nello sviluppo socio-economico della Capitanata (di Salvatore Garofalo con la collaborazione del Gruppo di studio dell'Amministrazione Provinciale). Pp. 58, tab. 35, graf. 49, 1969. L'Istruzione pubblica in Capitanata (Indagine a cura del predetto Gruppo). Parte I: Esame della situazione. Pp. 26, tab. 40, graf. 23, 1970. L'Istruzione pubblica in Capitanata (Indagine a cura dello stesso Gruppo). Parte II: Programma d'intervento. Pp. 46, tab. 42, all. 4, 1970. Il bilancio di previsione 1971 nel quadro dell'attività quinquennale della Giunta di Centro-sinistra (Relazione morale e finanziaria - Discussione e voto del Consiglio). Pp. 48 e 12 tavv. f.t., 1971. L'ipotesi di sviluppo dell'economia dauna e l'assetto territoriale della Regione pugliese (di Salvatore Garofalo). Pp. 28, 1 carta, 1971. ALIGHIERI, D. 2950 ANCESCHI, L. 2990 ANTONELLI, L. 2951 ARDIGÒ, A. 3032 ARIOSTO, L. 2952, 2953 ARNOLD, F.S. 2954 AVENA, A. 3069 BALDI, G.M. 3033 BALDUINO, A. 2991 BARBANO, F. 3034, 3035 BARBERA, L. 2992 BARILLI, R. 2993 BELLI D'ELIA, P. 3070 BELLUCCI, M. 3071 BERARDINI, L.M. 3072 BERTO, G. 2994 BIANCOFIORE, F. 3073 BILANCI energetici sotto lo aspetto statistico economico. 3049 BINNI, W. 2941, 3074 BOCCACCIO, G. 2955 BOLDRINI, M. 3050, 3051, 3052, 3053, 3054 BONETTI, R.M.G. 2956 BRITISH MUSEUM. LONDRA. 2940 BRUNO, G. 2957 BRUNO, V. 3036 BULGAKOV, M. 2995 BULLO, G. S. 3075 CAGGESE, R. 3076 CALABRESE, S. 3077 CAMACCHIOLI, E. 2958 CAMERA DI COMMERCIO INDUSTRIA ARTIGIANATO E AGRICOLTURA FOGGIA. 3078 Indice per Autori delle nuove accessioni CAMPANELLA, T. 2959 CANALETTI-GAUDENTI, A. 3055 CANNAVIELLO, E.F. 3079, 3080, 3081 CAPUANO, M. 3082 CARRER, A. 3056 CASTELLANI, C. 3057 CASTIGLIONE, B. 2960 CATALANO, G. 2996 CATI, B. 3156 CATTANEI, G. 2997 CAVALLI, L. 3037 CELLINI, B. 2961 CELUZZA, A. 3089 CENTONZA, R. 3090 CESARI, C. 3091 CHALANDON, F. 3083 CHECCHIARISPOLI, G. 3084, 3085, 3086, 3087, 3088 CHIARELLI, L. 2962 COLOMBO, B. 3052 COLOZZI, M. 3092 COMITATO REGIONALE PER LA PROGRAMMA ZIONE ECONOMICA IN PUGLIA - BARI. 3093 COMUNE DI CAGNANO VARANO. 3095 COMUNE DI FOGGIA. 3094 CONSIGLIO, G. 3096 COSTANZO, M. 2998 CRESPI, F. 3038, 3039 CRESPI, P. 3040 CROCE, B. 2937, 2939, 2963 CURI, F. 2999 CURTÒ, D. 3000 DACONTO, S. 3097 D'ADDETTA, G. 3098 DANCENKO, B.I. N. 3001 D'ANNUNZIO, G. 3002 DAUNIA ANTICA. 3099 DAVID, M. 3003 DE LEONARDIS, D. 3157 D'ELIA, M. 3102, 3103, 3104 DELLA CASA, G. 2964 DE MAIO, B. 3100 DE SANCTIS, F. 2965 DE SANTIS, M. 3101 DIZIONARIO Enciclopedico della Letteratura Italiana. 2932 DOUWES DEKKER, E. 2966 FALABRINO, L. 3004 FALETTI, N. 3058 FALQUI, E. 2967 FILIPPONE, V. 2938 FIORE, T. 3106 FORMICA, C. 3107, 3108 FORTI, M. 3005 FRACCACRETA, A. 3109 GALIMBERTI, C. 3006 GANDOLFI, P.D. 3041 GAY, T. 3110 GIULIANI, V. 3111 GIURA-LONGO, R. 2943 GOETHE, J. W. 2968 70 GORKIJ, M. 2969 GUGLIELMINETTI, M. 3007 IMPAGNATIELLO, G. 3112 JACOBS, F. 3113 JACOMUZZI, S. 3008 LECCISOTTI, D. T. 3114 LECLERCQ, J. 2935 LENTI, L. 3059 LENTI, R. 3060 LEOPARDI G. 2970 LINEAMENTI economici e prospettive di sviluppo delle Province Italiane. 3042 LISI, N. 3009 LIVI, L. 3043 LIVIO, G. 2971 LOMBARDI, G. 3010 LOMONACO, L. V. 3115 LONGOBARDI, F. 3011 LUZATTO-FEGIZ, P. 3044 MACCHIONI TODI, R. 3012 MACHIAVELLI, N. 2972 MAJOLO, D. 3143 MALECORE, I. M. 3116 MANFRIDI, G. 3117 MARCANTONIO, M. 3118, 3119, 3120, 3121, 3122 MAROS DELL'ORO, A. 3061 MAZZOLENI, J. 2973 MELILLO, M. 3123 MIANI-CALABRESE, D. 3062, 3063, 3064 MINIERI RICCIO, C. 3124 MONDO, L. 3013 MONGARDINI, C. 3045 MORENO, P. 3125 MURATORI, L. A. 2974 MUSCA, G. 3126, 3127 MUTTERLE, A. M. 3014 NADDEO, A. 3053 NAPOLITANO, A. 2933 NARDELLA, T. 3128 NICEFORO, A. 3046 NICOLA ZINGARELLI. 3129 OPERE di Baldassarre Ca stiglione - Giovanni Della Casa - Benvenuto Cellini. 2975 OPERE di Giordano Bruno e Tommaso Campanella. 2976 OSTUNI, P. 2977 PANERAI, A. 3158 PARISE, G. 3015 PARLAMENTO ITALIANO. 3130 PEDIO, T. 2944, 2945, 2946, 3131, 3132, 3133 PELLIZZI, C. 3047 PESCIO BOTTINO, G. 3016 PETROCCHI, G. 3017 PETRUCCI, ALFREDO 3134 PETRUCCI, ARMANDO 3135 POLVERINI, G. 3018 PORTINARI, F. 3019 PREDETTI, A. 3065 PRENCIPE, S. 3136 PROVINCIA DI FOGGIA. 3137, 3138 PULCI, L. 2978 POLLINI, G. 3020 PUPPO, M. 3021 QUADRI Economici delle Province Italiane 3048 RAGNO, L. 3139 RANIERI, L. 2947, 3140, 3141 REBREANU, L. 3022 RELLINI, U. 3142 ROSANO, D. 3143 ROSSI, A. 2948 ROSSO DI SAN SECONDO 2979 ROVIT, E. 3023 RUSSI, A. 3024 RUSSO, G. 2949, 3144 SALZANO, A. 3145 SANGUINETI, E. 3025, 3026 SELMI, L. 3066 SERONI, A. 3027 SMOLLET, T. 2980 SPINELLI, M. 3146 STRAFFORELLO, G. 3147 SURCHI, S. 3148 TAGLIACARNE, G. 3149 TAGORE, R. 2981, 2982 TANCREDI, G. 3150 TASSO, T. 2983 TEORIA e Metodi della Statistica. 3067 THEOPHYLACTUS SIMOCATAE 2984 TH I LS, G. 2936 TIZZANI, B. 3151 TOMMASEO, N. 2985 TORTONE, A. 3152 TS'AO, H. 2986 TURGENEV, I. S. 2987 TUTTITALIA. 2934 UGGÈ, A. 3052, 3054 ULIVI, F. 3028 UMBERTO GIORDANO. 3153 VERGA, G. 2988 VERZÌ, G. 3068 VIRDIA, F. 3029 VITALE, M. 2989 WAGNER, R. 3031 WALTON LITZ, A. 3030 ZACCAGNINO, D. 3143 ZACCAGNINO, M. 3154 ZALLONE, A. 3155 71 QUADERNI DI « LA CAPITANATA » EDITI DALLA AMMINISTRAZIONE PROVINCIALE DI FOGGIA 1. LUIGI TAMBURRANO, La Capitanata nell'opera di Tommaso Fiore (con 9 ill.ni). 2. EUGENIO LEONE, La Madonna di Valleverde (con 4 tavv. f. t.). 3. ALDO VALLONE, Correnti letterarie e studiosi di Dante in Puglia (con 2 tavv. e 2 aut. f. t.). 4. ERMINIO PAOLETTA, Ignotum Oppidum « De acquadiensium oppugnatione atque aeneis neapolitani castelli foribus » (con 4 tavv. f. t.). 5. MICHELE MELILLO, Lingua e società in Capitanata (Premio « Gargano » 1967). 6. VINCENZO TERENZIO, Umberto Giordano cento anni dalla nascita (con 4 tavv. f. t.). 7. ALFREDO PETRUCCI, Il Pellegrino al Gargano (con 12 tavv. f. t.). 8. ARMANDO PETRUCCI, Scrittura e cultura nella Puglia altomedievale (con 6 tavv. f. t.). 9. 1a Mostra bibliografica del Gargano (con ill. nel t. e 12 tavv. f. t.). 10. La Suddelegazione dei cambi presso la Regia Dogana di Foggia (con 4 tavv. f. t.). Direzione di « La Capitanata » presso la Biblioteca Provinciale di Foggia, Piazza XX Settembre, Palazzo Dog ana. SQUILLI E RINTOCCHI Biblioteche (o quasi) daune (Continuazione da: a. VI (1968), parte 2a, n. 1-3) 4 Cerignola « STATO DI COMPLETO ABBANDONO DELLA BIBLIOTECA COMUNALE » Lo stato di abbandono regolamentare in cui si trova la biblioteca co munale, che funziona senza che si sia mai proceduto alla nomina del Comitato previsto dal Regolamento, è stato oggetto di una seconda interrogazione del Consigliere avv. Michele D'Emilio al sindaco di Cerignola. Richiamando il precedente, diremo che l'interrogante aveva sollevato la questione alcuni mesi fa; il sindaco, in quella circo stanza aveva manifestato interesse alla soluzione del problema sollevato; però, come è nelle cose degli amministratori comunisti, tutto era caduto nell'oblìo. Ora l'avv. D'Emilio risolleva la questione e avanza proposte concrete perchè si proceda alla nomina di un Comitato Provvisorio, che resti in carica sino all'approvazione del nuovo Regolamento. Tale Comitato dovrebbe essere così composto: un rappresentante della Giunta Comunale, un rappresentante della C.G.I.L. ed uno della C.I.S.L. un rappresentante della « Dante Alighieri » un giovane eletto nell'ambito di ciascuno degli Istituti Superiori di Cerignola (Liceo, Istituto Commerciale, Agrario, Magistrale), un rappresentante del Lions Club; un rappresentante del mondo culturale cittadino a scelta del sindaco. « A tale comitato – prosegue la interrogazione, proposta del consigliere D'Emilio - potrebbero commettersi i compiti previsti dal Regolamento in vigore e potrebbe, quindi, vigilare acchè la decadenza della Biblioteca non abbia ulteriormente a progredire ». Inoltre il Consigliere D'Emilio chiede se la Giunta non ritenga di stanziare, nel nuovo bilancio, una cifra di almeno l0 milioni per coprire le vistose lacune dei libri necessari agli studiosi e agli studenti, oltre che di quelli indispensabili alla storia cittadina ed a ricordare gli uomini eminenti di Cerignola, a partire dall'onorevole Di Vittorio fino a Zingarelli, Terenzio etc. Luigi Metta (da « Il Progresso Dauno » di Foggia, 5-41969). *** «ANGUSTIE DELLA BIBLIOTECA CIVICA ». Fervono i lavori per costituire l'auspicata Commissione comunale sul funzionamento della Biblioteca Comunale. Come è noto, diversi enti civici e culturali sono stati invitati a designare propri rappresentanti, per rendere ope- 73 rante la commissione per la Biblioteca Comunale, commissione che dovrà risolvere numerosi problemi, primo fra tutti quello della adeguata e confortevole nuova allocazione della Biblioteca. Si parla di una sistemazione provvisoria nel Palazzo delle Poste. A tale proposito, il consigliere avvocato Michele D'Emilio ha scritto una lettera al sindaco, con la quale, dopo avere giudicato « precaria » la sistemazione nel palazzo delle Poste, con una spesa infruttuosa per la collettività, suggerisce proposte che vale la pena riportare. L'avv. D'Emilio consiglia di lasciare alla Biblioteca gli attuali locali, con l'aggiunta di altri locali ad essa adiacenti, per i quali il Comune dispose opportuni rifacimenti affidandone l'appalto alla nota e attrezzata ditta Nicola Lopane. Questa sistemazione potrebbe provvisoriamente risolvere il problema per un paio d'anni. La risoluzione definitiva, sempre secondo il Consigliere D'Emilio, viene rimandata alla costruzione di un vero e proprio Palazzo della Cultura, nel quale sistemare definitivamente la Biblioteca, modernamente intesa, con sezioni di Storia Patria, discografica, filmistica, con annessa pinacoteca, museo cittadino, sala per conferenze e proiezione cinematografica, sede di Università Popolare. La costruzione di tale centro di cultura potrebbe essere effettuata, con più piani, sulla parte perimetrale del chiostro comunale prospicente lo ingresso. I pianterreni di tale parte perimetrale sono già di proprietà co munale: si tratterebbe di definire l'acquisto di due appartamentini con ingresso da Via Vittorio Veneto. A giustificazione di tale spesa, il Consigliere D'Emilio fa presente che vi sono possibilità di larghi contributi e crediti da parte del Ministero della Pubblica Istruzione in forza di leggi esistenti in materia. La soluzione del problema della Biblioteca si potrebbe anche avere, nei sensi sopra desiderati, con la sollecita costruzione del nuovo palazzo comunale, per il quale sono stati stanziati, nel bilancio del corrente anno ben 500 milioni. Il trasferimento degli attuali uffici comunali ad altra nuova, deco rosa e dignitosa sede può rendere disponibili numerosi locali dell'attuale sede, da destinare alla biblioteca. Nell'uno e nell'altro caso, insomma, la definitiva sistemazione della biblioteca, il suo totale rinnovamento, il suo aggiornamento e potenziamento sono obiettivi che si possono raggiungere. Luigi Metta (da « Il Progresso Dauno » di Foggia, 1810-1969). 5 Mattinata « PER LA NUOVA BIBLIO T ECA » Risale al 26 agosto 1967 il primo accesso a Mattinata del Consulente del Centro Servizi Culturali del comprensorio garganico, per creare una prima indagine di ambiente e per promuovere l'animazione cu lturale. Presso il Comune - ha ricordato lo avvocato Simone, nella presente occasione -, intermediario convinto il maestro Antonio Bisceglia, assessore alla P. I. « pro-tempore », si riunirono numerosi amministratori, col sindaco avv. Francesco Prencipe, e giovani attivi, e fu esaminato anche il problema di dotare il Comune di una pubblica biblioteca e di immettervi un gruppo di animatori. 74 Un secondo accesso fu effettuato il settembre di quell'anno medesimo. A queste premesse si è riportato il Consulente nell'introdurre il tema, al fine di spianargli la strada, non facile a percorrersi in ambienti come Mattinata, tuttora impreparati nella vessata materia. Infatti, se al servizio della pubblica lettura non v'è Garganico il quale osi negare consenso, è anche vero che l'adesione non va oltre la forma, perché alla prova decisiva pochi si muovono e nessuno tra essi nella giusta direzione, con idee chiare, con mezzi idonei e con continuità. Quello della lettura è un servizio che lo Stato e gli enti locali mostrano - sia pure spesso senza convinzione - di voler adempiere, ma non sempre adempiono e bene; che non tutti i cittadini pretendono nella stessa misura di altri servizi; che gli enti preposti a volte esplicano in modo addirittura co ntroproducente, come rilevasi in alcune pubbliche biblioteche comunali. Il Consulente ha delineato a grandi linee il profilo della biblioteca moderna e dell'animazione relative, sottolineando la sua particolare funzione nei piccoli centri. Ha ricordato che le attività culturali debbono esaudire anche le esigenze sociali dell'ambiente, ed ha stimolato l'uditorio a formulare le più urgenti istanze di carattere generale. A proposito della biblioteca locale, nel tempo trascorso dai primi incontri (agosto-sett. 1967) la situazione ristagna. Si ottenne che il Comune ne deliberasse l'istituzione. Non essendo disponibili altri locali, s'è atteso che il Centro di lettura, trasferendosi nel nuovo edificio scolastico, rilasciasse la sede a disposizione del Comune. Poi non se ne fece più nulla. L'avv. Simone, rammaricato dall'assenza in sala degli amministratori, ha in- citato i giovani a collaborare, perché finalmente si faccia il punto della situazione, che non accresce certamente il prestigio del Comune. E' tempo che i cittadini prendano essi l'iniziativa, là dove sono assenti i pubblici poteri. L'educazione permanente è tuttora nulla più di una espressione verbale sul Gargano, dove le attività culturali sono in gran parte irrazionali e, comunque, disordinate e improduttive, quando non sono addirittura controproducenti. (da un ciclostilato locale). EDIZIONI PROVINCIALI « Atti dell'Amministrazione Provinciale di Capitanata » (Voll. 14) « Quaderni dell'Amministrazione Provinciale di Capitanata » (nn. 11) « La Biblioteca Provinciale di Foggia », bollettino d'informazioni bibliografiche (1962) «La Capitanata », rassegna di vita e di studi della Provincia di Foggia, con il « Bollettino della Biblioteca Provinciale » (dal 1.963) «Quaderni di La Capitanata » (nn. 10) « Documenti e Monografie della Biblioteca Provinciale» (voll. 2) « La Capitanata eretta a provincia dello Stato Italiano - Nel primo centenario (1861-1961) » (di Mario Simone) « La Biblioteca Provinciale di Foggia » « Realtà, esigenze, prospettive della Biblioteca Provinciale di Foggia» (di Angelo Celuzza) « La pubblica lettura in Capitanata e l'opera dell'Amministrazione Provinciale » (di Angelo Celuzza) « Miscellanea per il XIV Centenario del Convento di S. Matteo sul Gargano (volumi 2) «Civiltà della Daunia » (vol. 1) 75 6 Monte S. Angelo « NELLA BIBLIOTECA PUBBLICA NUOVO CICLO D'INCONTRI CULTURALI ». Sabato sera l'alacre sindaco, ins. Mazzamurro, ha dato il via al nuovo ciclo di manifestazioni, destinate a risvegliare la nostra Biblioteca pubblica, che vivacchia dalla data della sua inaugurazione, risalente al novembre del 1967. Alle 18 circa l'ampia sala di lettura della « Angelillis » era affollata di vecchi e nuovi frequentatori, ai quali il primo cittadino ha spiegato lo scopo dell'incontro, promosso con la collaborazione del Centro di Servizi Culturali del Comprensorio garganico della Società Umanitaria, convenzionata con la Cassa per il Mezzogiorno. Il suo consulente, avv. Mario Simone, così come aveva annunziato il manifesto, ha illustrato i piani del Servizio nazionale di lettura, apprestati rispettivamente dal Ministero della P.I. e dalla Cassa per il Mezzogiorno, e in corso di esecuzione anche nella nostra provincia, attraverso la Soprintendenza bibliografica e la Biblioteca provinciale da una parte, la « Umanitaria » e il Centro, dall'altra. E' seguito il giornalista Salvatore Ciccone, che, prendendo lo spunto dai concetti di nuova biblioteca e di educazione permanente, ha svolto il tema propostogli: Tradizione e nuova cultura tra piazza e biblioteca. La discussione, che ha fatto protrarre l'incontro fino alle 21 circa, è stata ampia, vivacissima, e ciò non pertanto serena. Ragioni di spazio non consentono che un resoconto sommario e, pertanto, ci limitiamo a riferire che, in linea generale, tutti sono stati d'accordo nel riconoscere i nuovi valori contenu- tistici e metodologici, che informano la azione culturale odierna, proposta dalla così detta nuova cultura, e in via di attuazione attraverso la Scuola e la Biblioteca. In particolare, esaminando la situazione della « Angelillis », si è auspicato che presto siano rimosse le cause della sua crisi da tutti al mentata. Urge provvedere, anzitutto, al... rimpasto delle due commissioni, a suo tempo nominate, che, eccezione fatta di qualche componente, hanno brillato per la loro assenza, impedendo l'impiego delle somme stanziate in bilancio per i nuovi acquisti. Lo stesso carattere di urgenza, è stato riconosciuto all'atto - giacente da un anno in Prefettura -, con il quale il Consiglio comunale ha deliberato di istituire, per concorso, il posto di bibliotecario, per sanare la situazione di una biblioteca senza testa. Situazione assurda (anche se sofferta da altri istituti simili, come quello del comune di Manfredonia, che però non ha mai deliberato), perchè inconciliabile con la legislazione, con le « ministeriali », con la letteratura socioeducativa e meridionalistica, che altrimenti si potrebbe confondere con la demagogia politica. Un accenno, tra i tanti altri, è stato fatto all'acquisto della Biblioteca di Giovanni Tancredi, per la quale da oltre un decennio non si è ancora riusciti a conciliare la buona volontà pubblica con la pretesa di chi ha ereditato il modesto patrimonio dell'amato educatore, filantropo e studioso montanaro. Nel concludere la riunione, il sindaco Mazzamurro, ringraziando la Società Umanitaria di quanto, non da oggi, opera nel comune di Monte S. Angelo, designato quale sub-Centro dell'azione comunitaria, si è compiaciuto della riuscita riunione, lieto della partecipazione dei numerosi studenti. Ha proposto che gli incontri si svolgano settimanalmente con manifestazioni varie, attuandosi il 76 concetto della nuova biblioteca; si è augurato, inoltre, che vi partecipino anche gli uomini e i giovani di estrazione operaia, contadina e artigiana, affinchè si attui l'affermato concetto della educazione permanente. Per ultimo, l'avv. Simone, ricordando come il dialogo tra la Umanitaria e Monte S. Angelo siasi iniziato (agosto 1967) proprio nella « Angelillis », ha dato atto della dichiarata adesione del Comune a far svolgere le direttive dell'intervento straordinario, che indicano appunto le biblioteche pubbliche quali sedi naturali delle attività programmate dai Centri Servizi Culturali. Quindi ha proposta una serie di iniziative da sperimentare con l'attuazione di un calendario, a concordarsi tra il Comune, la Scuola e l'Umanitaria. Senza adagiarci sul comodo cuscino miracolistico, sul quale di solito sfumano tutti i sogni meridionali, consideriamo questo incontro una seria premessa di serio lavoro e, senza aggiungere chiosa, rimandiamo i nostri lettori a venerdì, 8 novembre, quando, esaurito il periodo delle ricorrenze liete e tristi, il nuovo ciclo continuerà con un altro incontro, che auguriamo ancora più produttivo di utili risultati. Oltre i predetti intervenuti, hanno partecipato alla riunione: Nicola Alfieri, Antonio Ciuffreda, Giuseppe Ciuffreda, Matteo Di Iasio, Tommaso Di Iasio, Tommaso Di Padova, Franco Fischetti, Maria Fusilli, Angela Gentile, Orlando Giuffreda, Domenico Guerra, Giuseppe La Marca, Raffaella La Torre, Marziliano Giovanni, Angelo Mazzamurro, Giuseppe Mazzamurro, Leonardo Mazzone, Nicola Palmieri, Ettore Palomba, Matteo Potenza, Michele Renzulli, Pasquale Rinaldi, Pietro Rinaldi, Giovanni Simone, Anna Maria Trufini, Michele Vaira e Pasquale Vaira. Della Umanitaria, erano presenti Lui- gi Mancino, direttore del Centro Servizi Culturali, il prof. Marco Liguori, direttore del I Circolo didattico, l'ins. Raffaella La Torre e l'univ. Michele Falcone, i quali hanno collaborato alla organizzazione dell'incontro. (da « Il Progresso Dauno » di Foggia, del 711-1968). *** « DA OLTRE TRE MESI CHIUSA AL PUBBLICO LA BIBLIOTECA » Da circa tre mesi, e precisamente dal 1. luglio scorso, la Biblioteca Comunale « Ciro Angelillis », è chiusa al pubblico senza che sia stata data debita comunicazione. II Regolamento della Biblioteca, all'art. 20, prevede: « Ogni anno in epoca da stabilirsi da parte dell'Amministrazione comunale, ma per un periodo non superiore ai quindici giorni, la Biblioteca resterà chiusa al pubblico per la pulizia generale dei locali, dei mobili e dei libri, per la revisione inventariale e il riordinamento del materiale librario, per lo scarto dei libri deteriorati e divenuti inutili ». Ma a tre mesi dalla chiusura (avrebbero dovuto essere 15 giorni!) non è stato nemmeno fatto alcun lavoro di cui parla l'articolo su riportato. Si vede che i nostri amministratori non sono del tutto co nvinti delle funzioni socio-culturali della Biblioteca Comunale! Per convincercene basta ricordare ch e fin dalla sua inaugurazione (1966) le uniche nuove accessioni sono stati solo alcuni omaggi... ed un quadro... da... 40.000 lire (!) (Non sappiamo se questo indispensabile acquisto sia stato fatto più per giustificare un'opera di... beneficenza o... per creare un pò di colore tra i grigi scaffali... vuoti!). 77 Mentre si attende l'entrata in carica del Consiglio Direttivo e della Commissione per la segnalazione di nuovi eventuali acquisti, rinnovati nei mesi scorsi (dopo un difficile parto politico), si rischia di perdere un contributo di 700 mila, già stanziato da tempo dal Ministero P. I., per l'acquisto della sezione di storia patria della Biblioteca del compianto prof. Giovanni Tancredi (il comune dovrebbe spendere 500.000). Sarebbe opportuno che con la riapertura della Biblioteca (che ci auguriamo presto) si provveda a darne il giusto valore. Giovanni R e n z u l l i (da « Il Progresso Dauno » di Foggia, 410-1969). 7 S. Marco in Lamis « FAR PRESTO PER LA BIBLIOTECA » Circa dieci anni fa l'Amministrazione comunale dell'epoca decise di istituire una biblioteca pubblica. Questa esigenza era nata dal fatto che il nostro comune conta oltre mille studenti fra universitari e delle medie inferiori e superiori. Il palazzo dove ha sede il Comune una volta apparteneva alla Abbazia di San Giovanni in Lamis e di qui l'Abbate Commendatario emanava i suoi decreti. Molti di questi documenti sono ammucchiati in soffitta, altri sono andati perduti, altri ancora sono stati presi da privati e adoperati per cartaccia. Molti di questi documenti e precisamente quelli del periodo di Gioacchino Murat, del regno Borbonico e del Regno d'Italia erano per gli appassio- nati di storia locale un tesoro di inestimabile valore. L'Amministrazione dell'epoca iniziò a dar vita alla biblioteca affidando l'incarico a due professionisti locali, il prof. Tommaso Nardella e l'avv. Aniello Nardella, i quali iniziarono un ottimo lavoro di catalogazione e di sistemazione di tutti i documenti e libri esistenti. Intanto l'Amministrazione aveva ottenuto dall'organo tutorio la approvazione della pianta organica per un direttore di biblioteca e di un applicato. Per l'applicato ci fu il concorso, mentre per il bibliotecario si pensò bene di rinviare il concorso per non sottoporre l’Amministrazione ad altre spese. Così il lavoro iniziato fu sospeso e tutto è continuato a rimanere allo « statu quo ». Potrebbe l’Amministrazione attuale far riprendere quel lavoro di sistemazione, assumendo, sia pure con delibere trimestrali, un bibliotecario che possa almeno sistemare quei quintali di documenti storici importantissimi che rischiano di essere divorati dai topi. Successivamente, una volta sistemato tutto il materiale ora esistente, si dovrebbe bandire il concorso per bibliotecario. Ed è necessario far presto, perché ci sono alcuni professionisti che vorrebbero lasciare la loro raccolta di libri alla biblioteca del comune. Ma non lo fanno perché non esiste, alme- 78 no fino ad oggi, un responsabile a cui ressamento di chi scrive, fin dal lontano 1956, affidare i libri. l'Amministrazione Palatella approvò l'organico Giriamo la proposta al Sindaco e alla per la realizzazione dell'istituto; ma alla buona Giunta per sapere cosa ne pensa. volontà di quella amministrazione, sia pure a Giuseppe Giuliani fine gestione, non fece riscontro, nella realtà dei (da «Il Progresso Dauno » di Foggia, del fatti, come è anche dimostrabile dalla lettura dei 15-11-1969). verbali delle successive giunte municipali, alcun impegno da parte dei diversi «professionisti» NOTA N. 1 amministratori che ora finalmente si accorgono del tempo perduto. Chiara risulta la confusione che il Giuliani fa E il Giuliani fu consigliere comunale. dell'archivio e della biblioteca che sono, come è La biblioteca, è ovvio, si realizzerà bandirà il noto, due istituti con fisionomia giuridica proconcorso per il direttore della medesima, mentre pria. Perciò bisogna preliminarmente dividerli e altre soluzioni, come quelle indicate dal cronista, fare due precisazioni separate. non servono che a confondere gli esatti termini Lo stato di abbandono in cui erano tenuti i del problema. fasci dell'archivio comunale fu segnalato, dal Tommaso Nardella compilatore della presente nota, al Ministero dell'Interno che, attraverso le ispezioni di un suo funzionario, provvide a far ripristinare i due locali entro cui oggi tutte le « carte » sono ordinatamente custodite. NOTA N. 2 Nel pomeriggio dell'11 aprile di questo anno, si svolse un incontro con la cittadinanza, promosso dal Centro Servizi Culturali del Comprensorio Garganico, presente col suo direttore Luigi Mancino e col consulente, avv. Mario Simone, che svolse la relazione. Tra gli intervenuti il dr. Angelo Celuzza, direttore della « Provinciale » e del Centro Rete, e il prof. Tommaso Nardella, che apportarono la loro esperienza. Il Sindaco, che nel suo ufficio volle ospitare la riunione, informò come i locali e la scaffalatura erano già pronti, per accogliere il primo fondo e le prime nuove accessioni, non attendendosi che l'espletamento del concorso, da tempo deliberato, per l'assunzione del bibliotecario. La convocaI fasci, previa autorizzazione del Sindaco, zione era stata preceduta dal seguente ciclostilato possono essere consultati e studiati da chi desidedel Centro Servizi Culturali di Manfredonia ra compiere ricerche di interesse storico locale. operante - allora - nel comprensorio culturale Per quanto riguarda invece la biblioteca c'è da garganico. dire che, sempre su inte- 79 « SERVIZIO DI PUBBLICA LETTURA» Un gruppo di provvedimenti legislativi, confermando la validità dell'azione meridionalistica, ha incrementato notevolmente la promozione e la diffusione della cultura nelle provincie del Sud, attraverso la Scu ola, i Centri comunitari e un sistema capillare di biblioteche, facente capo a una biblioteca autonoma per ogni capoluogo di provincia, in grado di soddisfare le esigenze di tutti gli abitanti dei comuni, per una apposita rete di diffusione. Dette leggi sono: 1) la n. 685 del 27 luglio 1967, che approva il piano quinquennale di sviluppo nazionale; 2) la numero 717 del 26 giugno 1965, che proroga per un quinquennio l'intervento straordinario dello Stato nel Mezzogiorno; 3) la legge 31 ottobre 1966, n. 942 che agli artt. 24 e 25 promuove il finanziamento nel settore delle biblioteche pubbliche. L'art. 20 della legge n. 717 ha affidato l'espletamento dei preveduti compiti alla Cassa per il Mezzogiorno, autorizzandola a utilizzare enti ed istituti specializzati, operanti nel settore. Pertanto, dal giugno 1967 è attivo il Centro Servizi Culturali di Manfredonia - affidato alla Società Umanitaria di Milano , che fa capo a un vasto co mprensorio garganico, ivi co mpresi i comuni di S. Marco e di Rignano, dove conta numerosi animatori culturali, reduci dai suoi corsi residenziali. In esecuzione dei programmi esecu tivi, predisposti in attuazione del piano di coordinamento approvati dal Ministro per gli interventi straordinari nel Mezzogiorno, il Centro è impegnato in modo particolare alla realizzazione di un moderno servizio di biblioteca e per ciò ha svolto numerosi corsi residenziali per animatori culturali e per dirigenti di biblioteche po- polari e scolastiche, e lezioni di tipografia, bibliografia e biblioteconomia. Queste attività hanno avuto origine da una indagine storico -statistica condotta dal Centro sul servizio di lettura pubblica e nelle scuole del Comprensorio. In base ai suoi risultati, l'azione in tale settore procede su due direttrici: 1) animazione delle biblioteche esistenti; 2) concorso alla istituzione di biblioteche nuove, in collaborazione con il Centro-rete provinciale. Dopo i corsi residenziali di Siponto, Stignano e S. Giovanni e gli interventi sulla pubblica lettura in quest'ultimo Comune, a Monte S. Angelo, Mattinata, Vieste, Zapponeta, oltre che a Manfredonia, saremo a S. Marco, per incontrarci in un democratico dibattito con i rappresentanti della P.A., della Politica, della Scu ola, della Cultura e del Lavoro, nella certezza che dalla loro determinante collaborazione sortirà il risultato da tutti auspicato: una biblioteca nuova per la nuova S. Marco. La relazione sarà tenuta dall'editore Mario Simone, consulente di questo Centro, il cui direttore Mancino introdurrà i lavori. Ad essi parteciperà il professor Angelo Celuzza, direttore della Biblioteca Provinciale, incaricato della organizzazione del Centro-rete da parte del Ministero della P.I. All'incontro, che si svolgerà venerdì 11 c.m., dalle ore 16,30 nell'aula consiliare del Comune, per gentile ospitalità dell'Amministrazione, sarà molto gradita la presenza dei cittadini, che vorranno co nferire il tributo della loro esperienza. 80 8 S. Giovanni Rotondo « PER UNA BIBLIOTECA MODERNA » Una certa attività culturale va riempiendo alcuni degli uggiosi pomeriggi paesani: si svolge nel salone ospitale dell'opera di S. Giuseppe Artigiano, con pubblico attento e vivace, tanto da animare interessanti dibattiti. Ultimamente è intervenuto l'editore avv. Mario Simone. Ha preso l'avvio dalle recenti novità di letteratura per ragazzi, che manifestano un capovolgimento dei valori contenutistici e grafici in materia. Ha proseguito il discorso iniziato in un precedente incontro, che fu rapido viaggio dalle prime espressioni dell'uomo alla moderna tipografia. Questa volta, seguendo il libro quale protagonista dalla tipografia alle diverse categorie dei lettori, si è occupato della biblioteca, rilevando il concetto informatore, la organizzazione e i servizi di quella « pubblica » moderna, in contrapposizione all'altra di vecchio tipo e in relazione ai piani di intervento, sia del Ministero della P.I., tramite la Biblioteca Prov. di Foggia, sia della Cassa per il Mezzogiorno, tramite il Centro Servizi Culturali del Comprensorio garganico, del quale il Simone è co nsulente. E questo lo ha detto con la competenza specifica, co llaudata in molti anni di esperienza nella sua qualità di pubblicista-editore e di promotore e sistematore di biblioteche, come documentano i quaderni finora editi su alcuni istituti bibliografici della nostra provincia. Aperta la discussione, il prof. d. Fini, della locale Scuola Media, incari- cato da molti anni di ordinare la biblioteca civica, attraverso la sua peregrinazione dal primo al quarto magazzino, ha opportunamente ritessuta la cronaca dei numerosi e sterili tentativi da lui sperimentati, fino alla odierna assegnazione della quinta sede, a piano terra del palazzo civico. Intorno alle sue dichiarazioni si è acceso il dibattito. Vi hanno contribuito, oltre l'avv. Simone, numerosi presenti. Il primo ha fondatamente ritenuto che le dichiarazioni di d. Fini delineavano il profilo di una biblioteca di tipo umanistico e, comunque, incapace di assolvere i compiti di una biblioteca moderna, una istituzione condannata sul nascere a vita di angustie per mancanza dei fondi richiesti da un impegno erudito, e di personale all'uopo stipendiato (a d. Fini, per suo detto, si corrispondono lire 15.000 mensili). Quindi, alcuni giovani hanno confermato la loro attesa, perchè l'animazione culturale, promossa col circolo « Lo Sperone », trovi nella biblioteca il suo naturale centro d'incontro e d'irradiazione in tutti gli ambienti cittadini. Essa, infatti, deluderebbe se dovesse servire soltanto a soddisfare una piccola aliquota di intellettuali. Hanno co ntestato questi rilievi sia d. Fini che altri uomini di scuola, per dichiararsi convinti e sicuri che lungo il corso delle sue prime esperienze, la biblioteca potrà adeguarsi alle esigenze più varie e diverse. Dai loro interventi sono risultati la proposta di nomina di una commissione consultiva di tutela dell'istituto e il voto che ne faccia parte anche un rappresentante dei giovani. (da « Il Mattino » di Napoli, 22-1-1969) 81 9 San Severo « PROGETTO PER LA COSTRUZIONE DELLA BIBLIOTECA COMUNALE IN VIA SPERANZA - ANGOLO VIA FEDE - APPROVAZIONE ». Amministrazione avrà esperito gli indispensabili sondaggi presso Enti statali ed Istituti di credito onde poter reperire i fondi necessari con il minor peso economico -finanziario per questo Comune. Il Sindaco sottopone quindi ad eventuale esame e votazione il progetto in parola per la relativa approvazione. Il Consiglio: Tenute presenti le sempre crescenti necessità di spazio idoneo ad una razionale allocazione della biblioteca comunale; riscontrata la fondatezza e validità delle argomentazioni addotte dal Sindaco; riconosciuto il progetto esecutivo in esame pienamente rispondente alle effettive esigenze del servizio che la Biblioteca comunale deve assolvere per il pubblico interesse; ritenuto il progetto degno di approvazione; con voti unanimi espressi per alzata di mano da 37 consiglieri presenti e votanti,, Delibera: di approvare, per i motivi di cui in narrativa, il progetto esecutivo, compilato da questo Ufficio Tecnico comunale in data 22-4-1967, per la co struzione di uno stabile, da adibire a biblioteca comunale, in via Speranza angolo via Fede, comportante una spesa complessiva di L. 75.000.000, di cui L. 58.050.000, per lavori a base d'asta, e L. 16.950.000 per somme a disposizione dell'Amministrazione appaltante; provvedere con separato atto deliberativo al finanziamento della spesa. Il Sindaco -Presidente chiarisce che col sempre crescente patrimonio di libri ed altre pubblicazioni di pubblico interesse, la biblioteca comunale non trova più idonea sistemazione nei locali co munali da decenni destinati a tale servizio. Infatti si è reso necessario assumere in fitto altri locali di privati, ed altri ne occorrerebbero per sistemare alcune altre migliaia di volumi che illustri professionisti locali hanno inteso devolvere alla Biblioteca comunale tramite i loro eredi. Va inoltre posto in rilievo la irrazionale e poco igienica condizione dei locali attualmente in uso per il servizio in parola e la loro scarsa ricettività. Tali valutazioni ed altre di carattere sociale, culturale ed economico, hanno orientato questa Amministrazione verso la costruzione di uno stabile da destinare ad un servizio tanto importante diretto al miglioramento e potenziamento del livello culturale di queste popolazioni, favorendone il progresso civile. E' stato perciò predisposto da questo Ufficio Tecnico Comunale un progetto esecutivo, la cui realizzazione è stata preventi(Consiglio Comunale di San Severo, delivata in una spesa complessiva di L. bera n. 130 del 27-6-1967). 75.000.000, di cui L. 58.050.000 a base d'asta e L. 16.950.000 per somme a disposizione. Il finanziamento di tale spesa, che in linea di massima si presume di perfezionare con un mutuo di pari importo, costituirà oggetto di separato atto deliberativo da adottarsi dopo che questa 10 Vieste « L'ATTIVITÀ DELLA SOCIETÀ UMANITARIA - LE INIZIATIVE CULTURALI NEL COMPRENSORIO GARGANICO ». alle scuole di ogni grado. Sarà messa a punto una didattica della scuola popolare. Inoltre saranno fatti esperimenti di « doposcuola di arricchimento culturale » per gli allievi e si creeranno comitati scuola-famiglia. Terzo intervento, quello mirante alla formazione di una classe operaia consapevole della realtà sociale nuova che si sta determinando nella regione pugliese, e che sia quindi in grado di affrontare l'industrializzazione, conoscendone i processi ed avendo una coscienza associativa. Nessuna società nuova - ha aggiunto il prof. Melino - può reggersi senza la presenza e la collaborazione di una classe lavoratrice dinamica, viva, partecipe e perciò garanzia di progresso e democrazia. L'ultimo settore d'intervento riguarda l'assistenza tecnico culturale alle libere associazioni che potranno godere di aiuti finanziari ove coordinino i loro programmi a quello generale di intervento per evitare la inutile ed inefficace polverizzazione delle iniziative. Il direttore generale della Società Umanitaria ha concluso, ricordando co me già siano in atto numerosi corsi residenziali per la formazione dei quadri nei settori indicati, sia in Puglia che a Meina, sul lago Maggiore, ed ha auspicato che « le Amministrazioni comunali e le forze vive del comprensorio garganico cooperino, offrendo il minimo indispensabile di assistenza e di aiuto per lo svolgimento di un così impegnativo programma ». Ha altresì annunciato che per diffondere più capillarmente la propria attività, l'Umanitaria si propone di individuare e istituire nell'ambito del comprensorio garganico cinque subcentri in altrettanti Comuni. Le iniziative socio-culturali che saranno prese dalla Società Umanitaria nel comprensorio garganico, dipendente dal Centro dei servizi culturali di Manfredonia, convenzionato con la Cassa per il Mezzogiorno, sono state esaminate nel corso di una riunione svoltasi a Vieste. Vi hanno preso parte il prof. Mario Melino, direttore generale della Società Umanitaria, il suo consulente avv. Mario Simone, e l'avv. Giovanni Il prof. Melino, illustrando i criteri del programma di intervento della Cassa del Mezzogiorno, ha sottolineato la im portanza e la necessità che allo sviluppo economico corrisponda l'elevazione culturale delle popolazioni. Quattro - ha detto - le linee d'intervento: nel settore delle biblioteche con la creazione di biblioteche comunali aperte a tutti, che funzionino come veri e propri centri di animazione culturale in cui possono svilupparsi le attività più varie, dai circoli di lettura alla scuola popolare, dai corsi di educazione per gli adulti ai cine-club. Il bibliotecario, in questo caso, sarà un animatore di cultura per la comunità. Egli dovrà inoltre collegarsi strettamente con la Scuola per sovvenire soprattutto alle esigenze della Media e a quelle degli altri istituti di istruzione. Il secondo tipo d'intervento - ha continuato l'oratore - si svilupperà verso le scuole con corsi di aggiornamento pedagogico -didattico per L. R. gli insegnanti delle scuole medie e delle (da « La Gazzetta del Mezzogiorno » di scuole superiori, in modo da unificare i Bari del 31-7-1968, p. 2). sistemi didattici e dare unitarietà di indi(Continua) rizzo 83 EDIZIONI DEL MEZZOGIORNO QUADERNI DI « RISORGIMENTO MERIDIONALE » (in 8°, cop. fig.) - DOMENICO PACE , Vincenzo Lanza e la vita universitaria e ospedaliera a Napoli nel primo Ottocento. Presentazione di Raffaele Chiarolanza. Contributo documentario di Alfredo Zazo. Note, bibliografia, indice dei nomi. Pp. 80, tav. f.t. L. 600. - CRISTANZIANO SERRICCHIO, Gian Tommaso Giordani e il liberalismo dauno nel 1820. Note, appendice di documenti ined., indice dei nomi. Pp. 124, tav. f.t. L. 1.000. 3. G. e E. TEDESCHI, Ascoli Satriano dal 1799 al 1829. Diario. Avvertenza e notazioni di Mario Simone, Bibliografia e indice dei nomi. Pp. 152, tavv. f.t. L. 1.000. SERIE « RESISTENZA E LIBERAZIONE » - PASQUALE SCHIANO, La resistenza nel Napoletano. Presentazione di FERRUCCIO PARRI , con 12 profili, 24 testimonianze, documenti, indice dei nomi. Pp. 232, 10 sanguigne di Cristiano, 24 illustrazioni. L. 2.000. BIBLIOTECA DEL RISORGIMENTO PUGLIESE, sotto gli auspici dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano (in 16°). - 1. ANTONIO LUCARELLI , I moti carbonari della Daunia alla luce di nuovi documenti. Pp. 38. - 2. FRANCESCO GIORDANI, Francesco Paolo Bozzelli. Pp. 64 con ritr. e autogr. f.t. - 3. ERNESTO PONTIERI, I fatti lucerini del 1848. Pp. 58 con 4 tavv. f.t. - CARLO GENTILE , Giuseppe Ricciardi, Pp. 52 con ritr. f.t. Ciascun opuscolo L. 500. P U G L I A 1 9 6 1 - Celebrazione del Centenario dell'Unità nazionale (in 8°, cop. fig.) - MARIO SIMONE, La Capitanata eretta a pr ovincia dello Stato italiano, Pres. del prefetto E. Cerza. Largo corredo di note. In 4°, pp. 24, ritr. f.t. L. 500. MISCELLANEA GIURIDICO-ECONOMICA MERIDIONALE SERIE IL PENSIERO DEI NOVATORI (in 8 ° , sopracc. fig.) - ANGELO FRACCACRETA, Scritti meridionali (a cura di Mario Simone). Pref. di Mario De Luca. Pp. 328, 2 tavv., f.t. sopracc. di Lucia Fraccacreta. L. 3.000. - SERIE DOGANA E TAVOLIERE DI PUGLIA (in 16 °) - l. ANGELO CARUSO, La Dohana menae pecundum, o Dogana di Foggia, e il suo Archivio, con nota bibliografica. Pp. 52, n. 4 tavv. f.t. L. 500 - GIUSEPPE CONIGLIO, La Dogana di Foggia nel sec. XVII Documenti ined. dagli archivi spagnuoli. Pp. 148, n. 4 tavv. f.t. L. 1.500. - 3. ADDOLORATA SINISI , I beni dei Gesuiti in Capitanata nei sec. XVII-XVII e l'origine dei centri abitati di Orta, Ordona, Carapelle, Stornarella e Stornara. Documenti inediti e bibliografia. Pp. 132, n. 8 tavv. f.t. L. 1.500. TEMI e TEMPI. “ Biografie del Sud ” (in 8°, cop. fig.) - DOMENICO LAMURA, Terra salda. Pres. di Raffaele Ciasca. Note e schiarimenti. Pp. 132, cop. e 4 tavv. orig. f.t. di Francesco Galante. L. 700. - 2 . M. BRANDON ALBINI, TOMMASO FIORE, ALFREDO PETRUCCI. MICHELE VOCINO, « FRANCE - OBSERVATEUR », La « Legge » di Vailland, con Due parole dell'editare (Mario Simone). Pp. 80, cop. di Luigi Pellegrino, dis. nel t. di Petrucci e Vocino. L. 500. Commissioni A: Laurenziana IN Napoli (Via Tribunali, 316), C.C.P. 6/23302. BOLLETTINI EDITORIALI A RICHIESTA ALFREDO PETRUCCI LE PAROLE PER TUTTE LE ORE AVVENTURA SPIRITUALE DI QUESTO E D'OGNI ALTRO TEMPO SCHEDA DI LETTURA COMPILATA DA MARIO SIMONE CON I GIOVANI LUIGI MANCINO E MICHELE FERRI - APRILE 1968 Premessa. Nella mesta rubrica « In memoria » di quest'anno (parte 1°, n. 3-4) abbiamo detto in breve di Alfredo Petrucci, a conclusione della sua lunga e operosa giornata. Siamo sicuri che uffici, enti, amici, con propositi e programmi unitari, sul piano degli studi e dell'arte sapranno attuare iniziative, che sarebbero accettate da Chi, pur sdegnando gli echei pubblicitari, si riscaldava, commuovendosi anche, ai consapevoli e dignitosi apprezzamenti della critica. Nell'attesa di registrare i contributi così auspicati, paghiamo un'altra rata del nostro debito in una forma, che ci sembra la più fedele all'impegno particolare, che intorno a «la Capitanata », tiene noi e i nostri amici intenti ad attuare in provincia il servizio della pubblica lettura. Il racconto lungo di A.P. - Le parole per tutte le ore - come le altre sue opere letterarie, in prosa e in versi, non fu convenientemente presentato e diffuso dal suo editore; nè l'autore mosse un dito, per eccitare intorno a sè l'opinione pubblica. Non si esagererebbe, affermando che, senza la mediazione di un suo maturo allievo, non professionista di belle lettere ed arti, « Duccio del Gargano » nella sua stessa terra sarebbe oggi poco più di un « nome illustre » e soltanto per la parte meno distratta degli intellettuali. La « Settimana della lettura », svoltasi l'anno scorso anche in Puglia, lambì appena il Promontorio alla sua radice con le manifestazioni di Manfredonia, dove il Centro Ser87 vizi Culturali, animato allora da quel sodale di Petrucci, il 6 aprile svolse con successo un « Circolo di lettura » appunto su Le parole per tutte le ore, che più tardi (6 maggio) fu ripetuto presso l'Oasi di Stignano, in uno dei Corsi residenziali per animatori culturali (v. « la Capitanata », 1968, parte 1a, n. 4-6), svolti da Mario Simone, primo recensore del libro nel 1931. La materia di quei circoli fu una rivelazione per gli stessi tecnici, mandati nel Sud a burocr atizzare l'animazione culturale, ed ha stimolato l'interesse degli operatori volontari nell'ambito del nuovo sistema bibliotecario. Pertanto abbiamo scelto la « scheda di lettura » compilata in quella occasione, per onorare la memoria di Alfredo Petrucci nel modo più effettuale; essa rileva un aspetto originale e quasi inedito della sua personalità e sensibilizza coloro, che son chiamati a rendere efficienti le biblioteche, vecchie, nuove e nuovissime. Nel dare alla stampa l'eccezionale documento, avvertiamo che, nell'estratto a pubblicarsi, appariranno altri tagli dell'opera, per una più larga lettura, e la bibliografia completa del Petrucci e sul Petrucci, anche con la scorta delle schede, a suo tempo da lui medesimo fornite con la collaborazione del figlio Armando, come si legge nell'autografo qui riprodotto. 88 ALFREDO PETRUCCI : « Il mio paese » ALFREDO PETRUCCI : « Castello di Monte 5. Angelo » Descrizione formale del volume. Il testo è contenuto in un libro-brossura, del formato cm. 13 X 18.30 (rifilato). E' composto con tipo mobile comune « fantasia » nero di corpo 10 interlineato, che forma pagine 234 di righe 24 nella giustezza di punti 18, esclusa la numerazione. E' impresso su carta avorio da edizione; la copertina stampata a due colori, nero e rosso, reca una vignetta ornamentale (tre spighe a raggiera in semicerchio, circoscritte in triangolo col vertice in alto). Editrice è « La Italiana » di Roma, indicata sul frontespizio (modesta ditta individuale di un D'Alessandro, pugliese, bravo e probo); la stampa di una « Prem. Officina Tipografia A. De Robertis e F. - Putignano ». Omessa è la data di pubblicazione, che si rileva dalle prime recensioni (1931). La composizione, impaginata ariosamente, è divisa in 47 brevi capitoli preceduti da numeri romani, ai quali corrispondono cifre arabiche. Il prezzo è di L. 10, estero L. 15. 1 Ambiente e generalità I primi trenta capitoli hanno a teatro una grande biblioteca pubblica di città dove, quando s'apre il sipario, la avventura spirituale è da poco iniziata. Dagli altri capitoli si apprende ciò che, con riferimento ad opere narrative e teatrali, si usa definire « antefatto » (l'A. preferisce farlo intuire). La stazione di partenza del suo decisivo viaggio verso il mondo è Sannicandro Garganico, dove P., avendone avuto i natali, ha trascorso, incantato e cantore di malinconia e di bellezza, il primo periodo della sua formazione spirituale e culturale. Va questo considerato per l'esatta comprensione della trama e del suo autore, che riconosciamo nel protagonista del racconto. Per documentazione di quanto si afferma, e integrazione delle pa91 gine di quest'opera, leggasi dello stesso P.: Il romanzo di una primavera (Roma, Danesi, 1945). L'istituto bibliografico, descritto con perfetta aderenza alla realtà, risulta ordinato e funzionante sullo schema tradizionale del deposito librario, carico di polvere, aggredito dalla muffa e dalle tarme, amministrato con la politica della lesina, diretto da burocrati, sia pure eruditi e poligrafi, con impiegati disamorati o sensibili appena a una stantìa erudizione, quando non cedono alla seduzione di un libro di magia e delle tavole illustrate di un trattato di ostetricia. 2 Riassunto Luciano del Monte, giovane intellettuale di provincia, approda a una grande biblioteca pubblica di città (Roma), per intraprendere la carriera cui è vocato. In quello eccezionale market, dove un pubblico eterogeneo consuma la sua razione di lettura, ha il primo approccio con tanti libri, con tanti personaggi. Ogni giorno centinaia di volumi sono richiesti dai più disparati frequentatori: il dr. Cardosi, che da anni cerca la possibilità di spostare sensibilmente la data di un sonetto di Michelangelo, sì da poter arrivare alla precisa determinazione dei modi di sviluppo dell'elemento platonico nella poesia michelangiolesca; il dr. Orlandi, celebre scrittore, che fa rare apparizioni in biblioteca, preoccupandosi di cacciare in un cantuccio recondito le sue opere, impedendo la loro schedatura e, quindi, prima di esaurirsi l'edizione, che siano lette dal pubblico della biblioteca. Una folla di tipi più o meno interessanti: da due Spagnoli, che ogni mattina bisticciano per la lettura dell'ABC, fino alla sig.na Presbitero, in arte Elettra Correnti, scrittrice futurista, che afferma di aver trovato un punto d'incontro con la cultura tradizionale. E che dire degli impiegati, tutti caratteristici, dal direttore ai capiservizio, ai commessi? Luciano vive la 92 straordinaria esperienza in uno stato quasi febbrile, alla ricerca di opere sconosciute, aggirandosi continuamente tra le sale di consultazione e i magazzini. Sicuro di trovare sempre qualcosa di nuovo per i suoi studi, egli attuffa lo sguardo in ogni palchetto, scorrendo i titoli dei libri. Lentamente, però, si insinua in lui la consapevolezza di sentirsi un estraneo a questo ambiente, dove è da tutti poco compreso. In ogni momento della giornata, il solo colloquio che riesce ad intavolare avviene coi libri, fino a quando avverte un sentimento di viva simpatia per Cristina, una delle impiegate, molto diversa dagli altri, che lavorano in biblioteca, indifferenti verso i libri: lo ubriacone Antonacci, addetto alla « burbera »; Catalano, fattorino addetto alla sala delle signore; Paniglia, un po' cinico, il vanesio Camely, la presuntuosa e cattiva Gentilucci, il Tarletti, invero volgaruccio e, infine, il direttore, frigido e angustioso, comm. Anobi. Luciano è ossessionato da questo ambiente: la vista degli innumerevoli libri gli tiene perpetuamente occupata la mente; dall'alto degli scaffali gli autori sembrano perseguitarlo. Il tormento spirituale si ripercuote sul fisico, tanto da costringerlo a chiedere un breve permesso e rifugiarsi qualche tempo nel suo paese natìo sul Gargano. Partito febbricitante, trascorre qualche giorno a letto, per guarire e, quindi, rituffarsi nel mondo, che rese tanto felice la primavera della sua vita. Ristabilitosi, decide di ritornare alla biblioteca, questa volta, però, con l'intento di non cadere nel medesimo errore, e non avere la mente contesa da tutti quei libri. Raccoglie i volumi della sua pur modesta libreria e li sistema, uno accanto all'altro, in una cassa da imballaggio. Ha deciso di portarli con sé, avendo finalmente capito che le loro pagine custodiscono il più sincero e commovente linguaggio che il suo cuore potesse accogliere, appunto per « tutte le ore ». (f ) 93 3 Punto di vista dell'autore Il sentimento cristiano, che informa la vita e l'opera del P., affida anche a questo libro un messaggio di fede. I valori morali e culturali personificati dal protagonista sono, infatti, quelli originari degli ultimi venti secoli di civiltà pertanto con il loro linguaggio universale ed eterno assicurano vitalità al documento anche fuori del suo tempo. La vita è missione di bellezza, che pochi riescono ad intuire e pochissimi ad adempiere, vincendo preclusioni interne ed esterne, come capita al nostro giovane provinciale. La sua indole è sensibile alle voci della natura e alle sollecitazioni culturali: le une e le altre, rendendolo avido di amore e di sapere, gli fanno assumere un compito di lavoro. Egli lo affronta sprovveduto della necessaria saggezza e, acquistatala, può realizzarlo, grazie al senso poetico e religioso, che è riuscito a salvare nel suo primo scontro con la realtà pratica. Questa è costituita dalla biblioteca « vecchio stile », sulla quale evidente è la condanna dell'A., che nell'ansia e nella delusione di Luciano descrive la delusione e il risentimento suscitati dalle sue prime esperienze nei pubblici istituti bibliografici. Al P. appaiono muti e paurosi i mastodontici scaffali con lo schieramento di una erudizione, che di certo non possono servire le leggi stantìe e i burocrati, non formati all'animazione culturale. E' così che l'A. si pone quale arbitro nel conflitto tra istanza individuale o di apprendimento e servizio pubblico di lettura, adombrando una conclusione, che accettiamo e indichiamo quale tesi. Dalla descrizione della biblioteca, edificio e istituto, degli uomini che la popolano e della vita che vi scorre, si ricava il giudizio critico che il P., uomo di modernissima levatura culturale, magistralmente stimola sulla istituzione e l'organizzazione bibliotecaria dello Stato. 94 4 La lingua e lo stile L'opera è di lettura facile e gradevole. Il linguaggio, letterario ma corrente, rivela capacità espressive, che testimoniano una ricchezza non comune di lessico. Un ritmo narrativo, dal tempo preciso, ci scopre una sapienza della parola asciutta e incisiva nel taglio dei personaggi: documento di una esperienza culturale iniziata in provincia e ampliatasi in un ambito storico modernamente vivo. Nella rievocazione nostalgica del natìo Gargano, le effusioni liriche bene esprimono il colore e il profumo del paesaggio e della vita, descritti senza che sia tradita mai la nobiltà dello stile. (m) « Oggi Petrucci è un esempio di letteraria libertà, uno scrittore indipendente il quale non vede più sul foglio bianco che ha davanti l'ombra molesta delle opere altrui, ma immagina e scrive a tutto il suo talento, franco di ogni soggezione spirituale, senza altra disciplina formale che quella del suo gusto sopraffino. Lavorando così, ci fa sentire il piacere che prova, il più raro e invidiabile piacere, quello di muoversi liberamente nel mondo delle idee, di poggiare su di esse e di guardarle vivere da una altezza che consente la serenità senza indurre all'indifferenza. Acquafortista e incisore, avendo avuto anche dell'Uomo conoscenza attentissima, io credo che il suo passaggio dall'una all'altra parte abbia preceduto, come tutti i più impensati mutamenti spirituali, da ragioni interiori e da ragioni occasionali. Con l'esperienza e con la riflessione e il suo temperamento di artista, s'è in qualche modo spiritualizzato, destinato sempre più a spiritualizzarsi; poiché, non sapendo più fermarsi alle forme esterne, egli ha potuto penetrare addentro in quel segreto della coscienza e degli animi che S. Francesco stimava il più oscuro dei misteri, e nelle sue visioni abbracciare troppe più cose che con l'arte figurativa non possa rap95 presentare. Ed ora, riprendendo dagli scaffali i suoi libri, di tanta arte, studi faticati, non posso ripensare al contemplatore solitario che sa tutta la storia della sua terra ov'è nata la sua contemplazione, che ascolta il linguaggio del suo Gargano pittoresco e incontaminato, e intende quel che vibra e canta nell'aria del suo paese, e si ritrova artista finissimo, che conosce tutte le virtù della parola e del ritmo: una scrittura spontanea, una poesia che il sentimento e la natura ispirano immediatamente, ove la poetica del mito si svolge nel felice tentativo di superare l'urto della esistenza con la fuga nel passato e nella storia del sangue » (Renzo Frattarolo, da Per un saggio su Alfredo Petrucci ). 5 Qualche opinione sull'opera. « Le parole per tutte le ore racchiudono un'avventura spirituale di questo e di ogni altro tempo: un racconto che artisticamente pone e risolve il conflitto tra due posizioni contrastanti dello spirito, impersonato da un individuo, Luciano, nel quale può riconoscersi ognuno di noi, che nell'ora antelucana della vita cerchi, come lui, avidamente la « bellezza dell'universo ». Il senso di una umanità superiore informa l'arte del P., aristocratica e semplice nello stesso tempo, che sugge la sua linfa vitale dal più profondo ceppo dei sentimenti tradizionali, che lievita le più generose aspirazioni ed eleva lo spirito insonne sui misteri della natura, tramata di parole che hanno la magia di volatilizzarsi e perdere le forme e i suoni profani, subito dopo aver risvegliata l'immagine, prodotta la vibrazione, che avrà, invece, vita eterna in noi. Un'arte totale, dunque, in cui la coscienza dell'uomo è interamente impegnata e che, in uno con la potenza fantastica del contenuto, suppone il superamento, a contatto della moderna sensibilità, di uno dei più ardui problemi dello stile. Un'arte sì fatta è lontana così dalle degenerazioni di 96 un malinteso frammentismo come dalle calligrafiche esercitazioni di un indifferentismo intelligente » (Mario Simone, da « Il Pensiero », Bergamo, a. IV, n. 5, marzo 1931). 6 Notizie sull'autore Alfredo Petrucci da S. Nicandro Garganico (12 marzo 1888 - Roma, 15 giugno 1969), scrittore e acquafortista, a 16 anni pubblicava i primi ardimentosi disegni e le prime novelle e liriche su « Il Foglietto » di Lucera. La sua vera attività s'inizia nel 1910, quando ormai l'autore si sente pronto a spiegare la multiforme natura del suo ingegno versato a trattazioni storiche, alla narrativa, alla poesia, alla incisione. Numerose sono le acqueforti e i disegni che egli ha pubblicato su riviste, giornali, ove l'indimenticato Gargano è il soggetto costante. Le sue più celebri acqueforti sono quelle raffiguranti Beethoven e Leopardi, fortemente espressive e scaturite da un gusto finissimo di incisione. Con La casa della sapienza, titolo originario di Le parole per tutte le ore, vince nel 1923 il Concorso Nazionale del romanzo bandito dal Ministro della P. I.; nel 1924 organizza a Roma la Mostra degli Artisti Pugliesi. Ricca è la sua attività letteraria: del 1914 è La povera vita, del 1921 La luce che non si spegne e dello stesso anno Le illustrazioni della Divina Commedia. Del 1934 è Forme d'arte paesana in Puglia. Pubblica nel 1931 Le parole per tutte le ore (avventura spirituale di questo e di ogni altro tempo) ; nel 1932 Stefano Della Bella; nel 1942 L'incisione italiana: l’800 e nel 1943 Due scarpette di panno rosso ed altre novelle. Ha diretto collezioni di monografie di arte e di storia pugliese e collaborato a numerosissimi giornali. E' stato direttore effettivo e poi conservatore onorario a vita del Gabinetto Nazionale delle Stampe del M.ro della P. I. Altre opere che si segnalano sono Il Quattrocento, I maestri incisori, Il Caravaggio, Il Mondo calcolatore romano, 97 Le magnificenze di Roma, L'Ottocento, Le Cattedrali di Puglia, e il sontuoso volume dedicato dalla Libreria dello Stato agli Incisori italiani dal sec. XV al sec. XIX, nella collezione « Il genio italiano all'estero ». Citiamo alcuni fra i molti di coloro che si sono interessati alla opera del Petrucci: Luigi Tonelli, Aldo Vallone, Francesco Sapori e, tra i conterranei, Michele Vocino, Mario Simone, Ciro Angelillis, Renzo Frattarolo, Giuseppe Cassieri e Michele Capuano. 7 Bibliografia critica sull'autore (in ordine cronologico) Giuseppe Bortone, Alfredo Petrucci, in « La Prima Mostra d'Arte Pugliese », Bari, STEB, 1917; Pasquale Ceravolo, Alfredo Petrucci, in « Uomini e cose », a. III, n. 3, Bari, agosto 1921 (con acquaforte di A.P. ed un ritratto inciso a due legni da Armando Cermignani); Raffaello Biordi, Alfredo Petrucci, in « Humanitas », Bari, 9-6-1921; Paolo Toschi, Alfredo Petrucci, in « Arricatori », Livorno, 1922; Michelangelo De Grazia, Uno scrittore ed artista garganico: A.P., in « Appunti storici sul Gargano », Torremaggiore, Caputo, 1930; Idem, Attuale ed eterno nella poesia di A.P., in « Puglia Letteraria », Roma, 10-5-1931; Cansinos Assens, L'usignolo e il pellicano, in « La Libertad », Madrid, 1931; Mario Simone, Ritorno di Alfredo Petrucci, ne « Il Pensiero », Bergamo, a. IV, n. 5, marzo 1931; Samek Ludovici, Storici, teorici e critici delle arti figurative, in « Enciclopedia biografica e bibliografica italiana », Roma, Tosi, 1942; Michele Vocino, Il Gargano nel giudizio degli scrittori, in « Quaderni dell'E.P.T. », Foggia, 1949; Renzo Frattarolo, L'ultimo libro di Alfredo Petrucci, in « Fiera letteraria », Roma, 13 gennaio 1952; Idem, Alfredo Petrucci, in « Il Gargano », Carpino, 15-9-1951; Idem, Interpretazioni di A.P., in « Note per una letteratura », Bergamo, ed. San Marco, 98 1967, pp. 128-36; Giuseppe Gabrieli, La nuova poesia di A.P., in « Atti dell'Arcadia », Roma, 1952; Aldo Vallone, Petrucci poeta, in «La Gazzetta del Mezzogiorno», Bari, 1-8-1954; Idem, O Roma nobilis, in « Uomini e paesaggi del Sud », Milano-Napoli, Ricciardi, 1960. 8 Consigli per la lettura La lettura va fatta con voce preferibilmente maschile, regolata sui moduli delle diverse situazioni psicologiche della vicenda. Si presti attenzione al ritmo narrativo, per tradurlo senza indugiare in accenti enfatici o appiattirlo con timbro monotono. 9 A quale pubblico Il libro si apre alla lettura di un pubblico preparato e sensibile, esibendo alla sua curiosità personaggi e situazioni anche caricaturali, che possono impegnarlo, col rischio di deluderlo al sopraggiungere dell'imprevedibile catarsi. In ambiente saturo di esperienze culturali, può apparire un po' greve la coloritura ambientale, pur scoprendo a prima vista la fine tessitura demopsichica. Coloritura che, sebbene sia uno degli elementi costitutivi dell'opera letteraria, per affidarsi troppo alla fedeltà del lettore, può agevolare evasioni dal testo soprattutto da parte dei giovani. Sono essi, invece, i naturali destinatari di queste pagine, nelle quali riconosciamo l'occasione letteraria più propizia a discutere in chiave moderna il problema della pubblica lettura, oltre che la posizione spirituale del giovane bibliolatra, vincitore della eccezionale esperienza da lui vissuta. 10 Consigli per la discussione Un libro come questo, dove tutto è lineare, definito e chiaro - ambiente, figure, sentimenti, linguaggio - sembra rifiutare l'ipotesi di una discussione. Purtuttavia, a 99 distanza di tanti anni dalla sua comparsa, mentre si svolge una civiltà che trasforma opinioni e gusti, creando e proponendo nuove problematiche, quello che una volta poteva essere, se non accettato, capito, dai lettori odierni potrebbe non riscuotere che rispetto. Nel confronto ragionato tra i due mondi reali e morali di ieri (epoca del fatto) e di oggi (lettura) sta, invece, proprio l'attualità dell'avventura, con tutto quello che oggi sembra caduco e quell'altro, che annunzia il tempo nuovo auspicato. Taglio delle pagine Il dottor Paniglia lo introdusse per una porticina in uno stanzone cieco malamente rischiarato e si fermò presso un tavolo, su cui erano ammonticchiati due o trecento volumi tornati dalla lettura: bisognava rimetterli a posto. Quest'è l'abicì della nostra scienza. Il comm. Anobi sostiene che non si possa giungere a dirigere una biblioteca senza aver prima imparato a ordinare uno scaffale. Gli spiegò il modo della ricollocazione: ogni libro recava sul dorso «la segnatura», la quale stava a indicare, per via di numeri e di lettere alfabetiche, il posto che gli spettava nella stanza, nello scaffale e nel palchetto. Luciano si accinse al lavoro; ma il fatto di dover individuare un libro, senza nemmeno guardarne il frontespizio, dal cartellino che gli avevano applicato alle terga, lo irritò. Gli parve anzi che quelle cifre, nitidamente stampigliate, stessero li a deturpare l'aspetto dei libri, e le sentì ostili. Prima di situarli, egli sfogliava ad uno ad uno i volumi e ne scorreva avidamente le pagine. Una dolcezza voluttuosa gli scendeva nell'anima. Ed un ricordo improvvisamente lo illuminò. Quando era fanciullo e viveva ancora in provincia, egli aveva scoperto un giorno un deposito di libri in soffitta. Nessuno di casa forse vi pensava più, ma per lui era come aver trovato un tesoro. Per due ore stette lì a frugare nella polvere e nell'ombra, finché non ebbe toccato con le sue dita e accarezzato col suo sguardo ciascun volume. Poi, ghermitone uno 100 a casaccio, aveva raggiunto il finestrino che dava sui tetti delle case adiacenti e con le gambe penzoloni lungo il muro, le spalle nell'ombra e il viso nell'azzurro, era rimasto a leggere fino al tramonto. (10-11) Quell'occupazione era per lui una fonte inesauribile di gioia. Che felicità trovare la mattina sulle grandi tavole dell'ufficio le opere nuove che, stando in paese, era abituato ad apprendere solo dai giornali o, soggiornando in città, a guardare con occhi cupidi nelle vetrine dei librai! Ma le proporzioni della sua fortuna non gli erano del tutto note. Bastava a volte la richiesta di un lettore, venuta per caso fra le sue mani, per rivelargli l'esistenza di una pubblicazione sconosciuta o per guidarlo a un nascondiglio non ancora esplorato. Le sue letture allora si convertivano in vere e proprie ebbrezze. E poiché un libro ne richiamava sempre altri dieci, da un capo della biblioteca passava all'altro. La sua coscienza diveniva, volta a volta, il campo di cento possibilità simultanee, alla cui attuazione non si sarebbe neppure sognato di rinunziare. (63-64) Che cos'è un anno che passa? Ecco, egli pensava; noi facciamo caso ai nostri cangiamenti esteriori, ma non ci fermiamo su quel che muta dentro di noi. Infiliamo i calzoni lunghi, entriamo in società, mettiamo i baffi, siamo presi in considerazione... E vigiliamo, coscienti, questa nostra quotidiana metamorfosi, quando un bel giorno, per caso o per forza, gettiamo uno sguardo nel nostro interno, e ci accorgiamo che il tempo non è passato soltanto per i calzoni e per i baffi e che molto è mutato sotto la volubile scorza! Ah, vi era un fanciullo spensierato e sognante. ero io? Come l'ho lasciato lontano! (75) Egli aveva pensato talvolta che una visione della vita, basata su una reazione in letizia al flusso degli avvenimenti, sarebbe stata salutare all'umanità ed aveva intravveduta una teoria dell'umorismo che conducesse ad un'arte dell'indirizzo spirituale, la quale fosse per i moderni quel che fu la ragion temperante per i Greci, teoria che certamente ora avrebbe potuto approfondire ed esporre 101 con ampiezza, sorretto dalla vasta letteratura che la biblioteca gli offriva al riguardo. La decisione era presa; afferrò un foglio di carta protocollo, vi scrisse in testa, a grandi caratteri, un titolo e vi faccio dentro gli appunti. (84) Luciano rivede nella fantasia le inesauribili feste gastronomiche dei lontani stercorari, intenti a trinciarsi la loro parte di vivanda e a passarla senza indugio alla filiera, per restituirla subito in una corda fine ed uniforme di trascrizioni, di varianti, di glosse. Il loro cervello tutto un intestino, attraverso i cui molteplici rigiri il materiale ammucchiato sulla tavola e quello che presto giungerà dalle più dissimili plaghe dell'edificio sarà elaborato ed utilizzato fino all'estrema particola. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . La spietata immagine a grado a grado si dilegua e Luciano ritorna sorridente al suo libro. Non potendo adagiarsi a filar la corda come gli altri, ed inibitagli dalla presenza continua e inesorabile delle nozioni coatte l'ispirazione inventiva, egli era giunto in biblioteca al punto di diffidare delle sue stesse letture; e poiché non si sarebbe rassegnato giammai alla rinuncia, né forse avrebbe potuto più giungervi, preso com'era dall'ingranaggio della macchina gigantesca, tutte le volte che leggeva un libro pareva che si battesse con un nemico. L'abbandono fidente, in fondo a cui vibran le ali d'oro della grazia che appaga e che consola, gli era ormai ignoto. Ed ecco a un tratto gli ritorna. Nel suo spirito brilla l'aurora e al regno della morte subentra di nuovo il regno della vita. Fanciullo, non sai tu dunque che cos'hai tra le mani? In codesto libro che ti fa piangere e ridere e in certi momenti ti solleva alla serenità degli Dei, rivivi tu stesso che l'hai eletto. Nessuno te l'ha imposto e tu lo crei nel momento stesso che lo leggi. Non ti accorgi dunque di che specie è il canto che da esso si sprigiona? Se poni l'orecchio sul tuo cuore odi lo stesso suono. Fanciullo, i libri li facciamo noi! (183) Sì, Sì, - dicevano - perché cercarne altri? Son qui le parole per tutte le ore: per quella della gioia e per quella del dolore, per 102 quella della compagnia e per quella dell'esilio, per quella dell'orgoglio sacrosanto e per quella dell'umanità accorata. Ve ne sono per quando hai un segreto che non sai a chi confidare e per quando aspetti che qualcuno si curvi sulla tua spalla oppressa dalla disgrazia per dirti: fratello! Ve ne sono per quando vuoi tentare le vie dell'infinito e per quando ami rinchiuderti, con le ali raccolte, nel tuo piccolo involucro mortale. E se la tua vita è vuota e per uscire dal nulla che ti agghiaccia vuoi navigare verso i ricordi, noi soli ne siam pieni, noi soli possiamo aiutarti. Perché cercarne altri? Qui ce ne sono per quando vuoi ridere e per quando vuoi piangere. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . La biblioteca continuava a funzionare con la tranquillità di una macchina enorme, un po' pigra ma infallibile, indifferente alla qualità della gente che vi dimorava per mandarla avanti e di quella che vi conveniva per farne uso. L'umanità entrava, con la strada, nelle sue fauci ed essa la ingoiava impassibilmente, per restituirla a sera un po' stanca e con l'illusione che l'anima le fosse cresciuta un tantino. (223) Aprì il cassetto e ne cavò fuori el cartelle degli appunti presi in biblioteca: erano spaventosamente gravide: eppure gli pareva che, a pungerle con uno spillo, si sarebbero sgonfiate come vesciche cariche di vento. Ecco la gran mole delle notizie che per un certo tempo gli si erano aggirate vertiginosamente nel cervello e che egli aveva scambiate per l'attività sostanziale dello spirito. Ecco la mole della sapienza coatta che l'aveva lasciato per tanto tempo senza iniziativa e sotto cui il lievito della sua vita originale aveva , corso il pericolo di corrompersi e di perire per sempre. Quale consolazione poteva aspettarsi da quelle carte? (230) la Capitanata Rassegna di vita e di studi della Provincia di Foggia * Hanno collaborato a questo fascicolo: dott.ssa. V. CARINIDAINOTTI, ispettrice centrale del M.ro della P. I.; prof. GIUSEPPE DE MATTEIS; SALVATORE CAPPABIANCA; MARIO SIMONE. SOMMARIO POLITICA CULTURALE - V. CARINI-DAINOTTI: La lettura pubblica in Italia a traverso gli interventi ministeriali 1 BILANCIA - GIUSEPPE DE MATTEIS: Cultura pugliese contemporanea in un pacchetto di schede bibliografiche 17 DAUNIA BIBLIOGRAFICA - SALVATORE CAPPABIANCA: Gli scritti di Michelangelo Manicone 23 ANNALI - A Foggia un corso di preparazione agli uffici ed ai servizi delle biblioteche popolari e scolastiche 34 SCHEDARIO: 1) Fondo « Regno di Napoli - Puglia – Capitanata » posseduto dalla Biblioteca Provinciale di Foggia; 2) Nuove accessioni 35 SQUILLI E RINTOCCHI - Biblioteche (o quasi) daune: Cerignola, Mattinata, Monte S. Angelo, S. Marco in Lamis, S. Giovanni Rotondo, S. Severo, Vieste 75 SCHEDE DI LETTURA - ALFREDO PETRUCCI: « Le parole per tutte le ore » (a cura di MARIO SIMONE) 85