L’ANNO DI GENOVESI
La vita e il pensiero ∗
Antonio Genovesi nacque il l° novembre 17131 in un borgo rurale
presso Salerno, che nel 1861 avrebbe aggiunto orgogliosamente al toponimo il cognome del suo più illustre figlio e si sarebbe chiamato
Castiglione del Genovesi.
Il padre Salvatore, la madre Adriana Alfinito e i tre fratelli minori
Adriano, Tommaso e Pietro ci vengono presentati nell’Autobiografia
con scultoria evidenza, grazie a un linguaggio in cui felicemente si accoppia all’efficacia della parola e alla forbitezza dello stile una precisione che potremmo dire scientifica nel cogliere e nel descrivere i caratteri fisici e psichici.
Il padre fu sempre pienamente responsabile dei suoi doveri: si deve
anche alla sua presenza vigile e costante, alla capacità di individuare e
attuare ponderate decisioni, se il figlio maggiore uscì indenne da momenti particolarmente difficili della sua vita. La madre, purtroppo, non
confortò per molto tempo la famiglia della sua premurosa e affettuosa
assistenza: mo rì alla giovane età di 28 anni, seguita successivamente
da Adriano e Tommaso. La sua perdita non poté non lasciare un vuoto
incolmabile nell’anima sensibile di Antonio, se in età matura
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Nel bicentenario della morte di Antonio Genovesi, la notizia forse più consolante
è stata data nel convegno tenutosi a Salerno il 23 e 24 settembre con l’annunzio di una
edizione critica delle sue opere che dovrebbe essere curata da un gruppo di studiosi in
cui emerge, a giusto tito lo, Franco Venturi, molto noto per le sue opere sul Settecento
illuministico italiano ed europeo. E’ un debito riconoscimento al pensiero del grande
economista che, pur vibrando per certi aspetti di una attualità non mai sconfessata, è
andato soggetto a periodi di temporanea eclisse; e denota, d’altra parte, tale annunzio,
un sintomatico orientamento degli studi, volti a ricercare nel secolo dei lumi le basi e i
problemi della società contemporanea.
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il ricordo era tanto vivo da ispirargli un ritratto di lei dai contorni netti
e vigorosi, testimonianza di una non spenta nostalgia: « ...aveva il volto bianco, in cui il rosso bastava ad animarlo: gli occhi negri: le membra assai proporzionate: era delle belle donne. Aveva l’animo dolce e
gentile: le maniere civili.., era piena di religione, ma tutta semplice ».
Toccò al padre, che esercitava il mestiere di calzolaio, addossarsi
completamente il peso dell’assistenza materiale, e dovette assumersi,
inoltre, la guida morale dei figli ancora piccoli. I proventi derivanti dal
suo lavoro, arrotondati dalla rendita che gli forniva la dote della moglie, erano tali da fargli pensare per tempo alla condizione ecclesiastica, tranquilla se non proprio lautamente remunerativa, come vera valvola di sicurezza per il figlio maggiore, che dimostrava intelligenza
acuta, memoria sorprendente, volontà tenace e attitudine particolare
allo studio.
Il Genovesi fece i suoi primi studi fino all’età di 14 anni sotto la
guida di ecclesiastici del paese, apprendendo in modo piuttosto superficiale le discipline umanistiche e la retorica. All’età di 15 anni vestì
l’abito clericale; ma un ostacolo si opponeva alla prosecuzione della
strada intrapresa: la costituzione del « sacro patrimonio », indispensabile per ottenere l’ordinazione sacerdotale. Gli venne incontro, in tale
circostanza, un suo parente, Giuseppe Ventura di Buccino, che contribuì con il padre alla donazione « durante la sua vita terrena et non ultra » di beni immobili ammontanti a un valore di 350 ducati, che avrebbero fruttato una rendita annua di 15 ducati.
Romanzi, amore e delusione.
Studiò poi, fino all’età di 18 anni, filosofia aristotelica e filosofia
cartesiana sotto la guida di un suo congiunto, Niccolò Genovesi. Da
questi studi, compiuti secondo una prassi ormai secolare, gli derivò
una deleteria tendenza alla disputa indiscriminata e cavillosa. Dice a
tal proposito nell’Autobiografia: « lo divenni sì contenzioso nella peri-patetica (della « setta dei Gesuiti »), per la continua cura che aveva
mio padre di farmi disputare con i frati, ch’io tutto che disputassi quasi sempre senza intendermi, n’era riputato peritissimo e avea posto
spavento a’ professori anche consumati. Io scriveva pro e contro sopra
tutto. Era vero scettico ». Ciò non era certo un risultato lusinghiero e
incoraggiante, né poteva essere la base di una maturazione autonoma e
critica di pensiero. Privo di un coerente e valido orientamento speculativo, ma mente potentemente assimilatrice, sosteneva dunque, senza
intima convinzione, l’una o l’altra dottrina, dando prova di spiccate
doti dialettiche ma prestandosi (e ne era purtroppo vittima inconsapevole) all’andazzo di vuote e sterili disquisizioni.
Si spiega così come in un animo non preparato moralmente, ma
ingenuamente disposto ad imbeversi di cultura, la lettura di romanzi
cavallereschi, pieni di amori e di avventure, si abbattesse quasi furioso
vento di tempesta ad infrangerne le deboli difese. « ...Io correvo alla
mia ruina — afferma lo stesso Genovesi —. I studii filosofici mi pare-
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vano insipidi. Io mi ero rallentato nello studio ». E' facile scorgere in
queste parole un senso di non ancora sopito sgomento. Come non ricordare l’analoga esperienza di Rousseau, che, in più tenera età e dotato anche di un temperamento più violentemente conflittuale, aveva
trovato nel padre, come il giovane Genovesi in don Saverio Parrilli, la
guida e l’ispiratore di un genere di letture che mordevano profondamente nella acuta sensibilità di una giovane anima? Ma la vigilanza
del rigido padre pose fine a questo periodo di dispersione, con la proibizione severa all’incauto giovane di ogni rapporto con il suo « direttore di romanzi », come il Parrilli viene da lui chiamato. Conseguenza
non prevista: « il gusto per i romanzi e l’oscurità della peripatetica »
gli resero cara la filosofia cartesiana e gli risvegliarono un grande amore per la storia e la letteratura.
Nel 1730 gli erano intanto stati conferiti gli ordini minori e, per
tal motivo, aveva l’obbligo di servire nella propria parrocchia. Mentre
studiava teologia e diritto canonico, a 18 anni « s’innamorò ardentissimamente di una bella giovane di nome Angela Dragone, vaga e gentile e di spirito amabile »: così dice nel suo Elogio storico in onore del
Genovesi il suo discepolo G. M. Galanti. Ma questo amore, che il pensatore salernitano ricorderà sempre quasi con angoscia, non lo allontanò dagli studi; anzi, per far cosa gradita alla sua amata, che egli elevava al rango di ispiratrice di nobili ed ardue imprese, si immerse con
rinnovata lena negli studi. Il padre, tuttavia, accortosi di quell’intesa
amorosa quando ormai era nota lippis et tonsoribus, con un atto di irrevocabile imperio lo relegò a Buccino (Salerno), presso un parente. E
fu la sua fortuna. Qui infatti strinse amicizia con il dotto arciprete don
Giovanni Abbamonte, ch’era stato allievo del rinomato seminario di
Aversa. Costui gli perfezionò la cultura umanistica e gli impartì anche
lezioni di teologia e di diritto sia canonico che civile, mentre la lettura
degli autori latini e greci conferiva al giovane allievo elette forme di
stile e avvincente capacità oratoria. Ma, proprio quando stava facendo
più profitto di una accurata revisione, selezione e integrazione delle
sue conoscenze, dopo un anno e mezzo, dovette ritornare al paese a
causa di una malattia del padre. Se non che, con sua grande gioia, trovò l’ammalato ristabilito abbastanza bene in salute. Trovò, tuttavia,
anche una brutta novità, nel suo paesello. Infatti, nonostante le reciproche promesse di fedeltà, la sua « pizzonchera », come teneramente
chiamava Angela Dragone, si era maritata a « un ispido e feroce capraio ». La sua amarezza fu pari alla sua sorpresa. Rifiutato ogni inutile e, data la natura del capraio, anche pericoloso chiarimento, cominciò a contribuire alle esigenze familiari con lezioni private di lingue
classiche.
Dopo aver sostenuto un esame di teologia dommatica, fu ordinato suddiacono il 24 settembre 1735. La solida preparazione lo imp ose
alla attenzione dell’arcivescovo di Salerno mons. Fabrizio Di Capua,
che concepì per lui un’affettuosa stima. Lo volle pertanto insegnante
di eloquenza nel suo seminario, « uno dei principali del Regno », come lo qualifica il Genovesi nell’Autobiografia.
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Qui egli apprese, sotto la guida di don Antonio Doti, vice rettore del
seminario, la lingua francese e perfezionò la lingua italiana e la lingua
latina. Si dedicava frattanto a una lettura assidua dei Padri della Chiesa, della S. Scrittura e di opere filosofiche, con conseguenze nocive
per la salute a causa della intensa applicazione. Dopo due anni fu ordinato sacerdote.
La morte dell’arcivescovo veniva intanto a spezzare il legame
che lo teneva a Salerno. Perciò, nel 1738, raccolta un’eredità dovuta a
un lascito dello zio don Sabato Alfinito, si trasferì a Napoli con il padre.
Influssi illuministici e fremiti di rinnovamento.
Il nuovo ambiente era percorso da profondi fremiti di rinnovamento filosofico, morale, politico e giuridico, impregnato di polemiche ideologiche e religiose. La poderosa statura morale e filosofica del
Vico, ancora tanto incompreso, impressionò il Genovesi che ne ascoltò le ormai sporadiche lezioni. Nonostante l’ammirazione tributatagli
come a uno dei suoi maestri2 , non si può dire, però, che lo abbia seguito. Il suo pensiero era molto più sensibile agli influssi che provenivano
d’oltralpe e d’oltremanica, da cui il verbo illuministico si irradiava pei
l’Europa intera, propugnando un uso spregiudicato della ragione ridotta nei limiti del mondo dell’esperienza, fuori dei quali non sussisterebbero che problemi insolubili o fittizi. La potente carica di sensibilizzazione degli ambienti culturali del tempo, che l’illuminismo portava con sé in virtù del suo programma di critica radicale e corrosiva nei
confronti di un passato esecrato, si incontrò nel Genovesi con l’innato
senso di equilibrio e con la sua preferenza del concreto contro i mirabili ma sterili equilibrismi della ragione. La cultura illuministica doveva fare il suo ingresso nel Regno di Napoli soprattutto per merito
suo, avendo ben compreso l’utilità di studiare le nuove idee anche per
aver la possibilità di combatterne gli errori con le stesse armi logiche.
La sua personalità già positivamente orientata verso una funzione sociale della cultura, trovava a Napoli quell’humus in cui avrebbe
potuto svilupparsi e corroborarsi. Qui infatti lo sperimentalismo galileiano. pur nel suo persistente connubio con una ispirazione platonica,
non aveva cessato di agire in profondità nel mondo accademico, insieme con il pensiero dei grandi filosofi meridionali. Inoltre, fin dal
primo Settecento aveva cominciato a diffondersi in Italia la filosofia
lockiana, anche se tra non poche difficoltà, a causa della ambigua posizione religiosa. Né si può tacere il formidabile impulso dato al problema dei rapporti tra le Stato e la Chiesa dal giurisdizionalismo giannoniano, specialmente per il carattere di missione che gli aveva conferito lo scrittore anticurialista. esponendosi a quella feroce persecuzione che non lo avrebbe abbandonato fino al termine dei suoi giorni nello squallore delle prigioni sabaude. Un ambiente quindi composito,
ma dove sui problemi di pura speculazione prevalevano quelli morali,
politici, sociali.
Intanto il giovanissimo re Carlo III di Borbone, sotto cui il Re-
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gno di Napoli riacquistava la propria indipendenza politica dopo la
guerra di successione polacca, ispirandosi alla politica del dispotismo
illuminato che trionfava da un capo all’altro dell’Europa, si accingeva
a un compito di gran lunga più arduo degli altri regnanti italiani, in
quanto il Mezzogiorno presentava delle condizioni oggettive di più
difficile soluzione, sia nei confronti della Chiesa per le pretese di dominio ch’essa vantava sulla base di antichi diritti di sovranità feudale
risalenti all’epoca dei Normanni, sia nei confronti della classe feudale
che con i suoi privilegi di casta, con i tribunali signorili e con le giurisdizioni particolari, costituiva un vero stato entro lo Stato, sia, ancora,
nei confronti della classe ecclesiastica che godeva di un gran numero
di immunità e possedeva estesi beni di manomorta difesi da statuti, diritti e consuetudini tali da paralizzare la stessa azione del governo centrale.
Data questa condizione di fatto, che molto schematicamente abbiamo cercato di delineare, non meraviglierà l’atteggiamento che il
Genovesi, vero figlio del proprio tempo, assumerà di fronte ai problemi più inquietanti della sua epoca.
Prima cattedra di economia politica.
Ben presto conosciuto anche a Napoli, dopo avervi tenuto privatamente un corso di filosofia da lui stesso abbozzato, ad appena 28
anni, il dotto prete di Castiglione fu incaricato dal prefetto degli studi
mons. Celestino Galiani di insegnare metafisica (1741) ed etica (1745)
alla Università. Ma le lotte non potevano mancare in un ambiente dove cozzavano diversi diritti e opposte organizzazioni, che rendevano la
atmosfera satura di sordi rancori, di intolleranze reciproche e di perenne ostilità. Perciò, la libertà d’insegnamento instaurata dal giovane filosofo non poteva essere apprezzata in siffatto contesto culturale gretto e reazionario, anzi lo espose addirittura a persecuzioni.Soltanto la
protezione autorevole del Galiani ne impedì l’arresto e la condanna
come eretico quando pubblicò la Metafisica (1743-47); gli venne peraltro sbarrata la strada alla cattedra di teologia nel 1747, perché uno
dei concorrenti alla stessa cattedra presentò a Roma una lista di 14
proposizioni che sembravano non del tutto ortodosse e che erano state
malevolmente estratte dai manoscritti di carattere teologico, largamente diffusi dai suoi discepoli. Fu così che il Genovesi, per non arrovellarsi e immalinconirsi inutilmente come aveva fatto il Vico allorché
s’era visto bocciato per la cattedra di diritto, decise di cambiare rotta
di studi e di non più trattare ex professo di teologia: infatti, l’opera
Universae christianae theologiae elementa dogmatica, historica, critica venne pubblicata a Venezia soltanto due anni dopo la sua morte,
nel 1771.
Proprio in seguito a questo scacco, tuttavia, cominciava la ricca
serie delle opere del nostro studioso, che, pur riguardando prevalentemente la logica e la metafisica, non esprimono affatto i titoli di suo
maggior merito, non essendo egli un filosofo originale, ma piuttosto
un
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felice divulgatore delle idee dominanti del tempo, e semp re rimanendo, in sostanza, ancorato all’insegnamento della Chiesa. Doveva viceversa acquistare fama europea, e non solo europea, dalla sua riflessione sul mondo dell’economia. Egli esprimeva con perspicuità
l’orientamento delle sue idee quando non a caso dichiarava « occupazione vana e nocevole ogni studio che non mira alla soda utilità degli
uomini ». E’ lo spirito dell’Enciclopedia nella sua formulazione più
concreta: « Una funzione della ragione è quella di dedurre partendo da
verità semplici ed evidenti, ma la sua funzione principale è quella di
osservare i fatti e di indurre le leggi. La ragione deve limitarsi alle conoscenze utili all’uomo, perché tutto ciò che non serve è vano, e va
bandita la pura curiosità » (R. Mousnier e E. Labrousse, Il XVIII secolo, Firenze 1959, pag. 69). Perciò l’economista di Castiglione provava
disdegno per la vecchia metafisica e voleva una filosofia « tutta cose
». Perciò professava un’incondizionata ammirazione per Galilei, « Ercole italico » che aveva fugato i mostri delle astrazioni e aveva fondato sulla sintesi di ragione e senso la scienza moderna. E per lo stesso
motivo esaltava Newton su Cartesio e i metafisici wolfiani: non ipotesi, desiderava, ma sapere organico e scienza basati sull’effettiva osservazione della realtà. A buon diritto, allora, Guido Della Valle definisce Antonio Genovesi « il più realista tra i filosofi meridionali del secolo XVIII ».
Indagatore spesso sagace e pensatore di eccezionale acutezza,
egli rigetta ogni narcisismo della ragione che lavori su premesse logicamente incontrovertibili ma sterili e incapaci di trasformare il mondo.
Una tendenza decisamente empiristica, insomma, costituisce l’anima
del suo pensiero. Fu questa tendenza a volgerlo, negli ultimi tre lustri
della sua vita, alla considerazione del mondo degli uomini e allo studio dei problemi economici, inserendolo nella storia del rinnovamento
sociale, politico ed economico specie del Regno di Napoli.
L’amicizia poi con Bartolomeo Intieri, matematico ed economista fiorentino dotato di elevata cultura e intelligenza, gli valse la designazione a professore della nuova cattedra di « Commercio e meccanica », che il toscano volle istituire nella Università di Napoli a condizione che ne fosse titolare il Genovesi, di cui aveva imparato ad apprezzare le dottrine in privati colloqui, dotandola di un assegno annuo
di 300 ducati. Era il 5 novembre 1754; per la prima volta entrava la
scienza economica nelle università e per la prima volta in Italia si abbandonava il latino accademico per la lingua italiana.
A proposito della sua prima lezione di scienza economica, il nostro professore in talare scriveva a Giuseppe De Sanctis: « Nel cinque
corrente, feci il mio discorso preliminare con uno straordinario concorso, tuttoché io non avessi fatto invito. Parlai un’ora non solo senza
aver mandato niente a memoria, ma senza aver scritto di quello che
dissi. Con tutto ciò, il discorso fu ricevuto con applauso e subito diffuso per tutta la città. È stata bella, che alcuni volevano copiarselo, ed
io non ho potuto loro dire che, dopo averlo detto, ne avevo perduto
anche l’originale.
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Il giorno seguente, cominciai anche a dettare. Grande fù la meraviglia in sentirmi dettare in italiano: sicché, essendomene accorto, nel
cominciare la spiegazione, dovetti cominciare dai pregi della lingua
italiana e urtar di fronte il pregiudizio delle scuole d’Italia... La mia
scuola è stata sempre piena in guisa che molti non ci han trovato luogo: e la maggior parte sono uditori di barba e vari ceti. Gli scriventi
sono quasi cento: i giovani non ancora intendono l’utilità di queste
materie, e dove non si sente citare Giustiniano o Galeno non troppo
sentono del gusto, ma si vuole andare avanti con coraggio e si vuole
rompere questo ghiaccio. Gran moto è nato da queste lezioni nella città; e tutti i ceri domandano libri di Economia, di Commercio, di Arti e
di Agricoltura: e questo è buon principio...
L’Università di Napoli, in cui avevano insegnato geni della statura di un Tommaso d’Aquino e di un Giambattista Vico, con
l’economista salernitano conobbe una fase di nuova e fulgida gloria. E
giustamente Michelangelo Schipa sostiene che il nuovo insegnamento
da lui impartito costituì « il maggiore avvenimento universitario del
secolo ».
Fama europea e tempestoso tramonto.
La fama di Antonio Genovesi si propagò rapida per tutta
l’Europa e crebbe quando un dieci anni più tardi furono pubblicate le
sue Lezioni di commercio. Il successo fu così strepitoso che « niun forestiero di conto giunse a Napoli, che non procurasse di ascoltarlo nella cattedra o di visitarlo per conoscere un tanto uomo ed avervi seco
discorso. Il principe di Brunsvik, quando fu in Napoli, si portò
all’Università insieme col duca Mechelburgo per ascoltar l’abate Genovesi » (cfr. Luigi Russo, Antologia di critica letteraria, Firenze
1964, pag. 527).
Con l’allontanamento dei gesuiti (1767) don Genovesi ebbe l’incarico dal re Carlo III, su suggerimento del Tanucci, di studiare un
progetto di riforma scolastica che prevedeva la fondazione di nuove
accademie, di studi superiori e di collegi. Si accinse all’opera con tutto
l’ardore del suo animo generoso e con tutta la sua lunga esperienza
della scuola. Patrocinò, tra l’altro, che l’istruzione elementare fosse
impartita gratuitamente, in scuole gestite dallo Stato, e che venissero
istituite scuole medie idonee a far varcare le soglie dell’Università.
« Spirito profondamente religioso, comprese l’importanza
dell’elemento soprannaturale nell’educazione della gioventù, ma anche qui egli portò la sua avversione per l’elaborazione scolastica della
dottrina rivelata e suggerì l’abolizione delle cattedre di teologia, proponendone una di Catechismo storico della dottrina cristiana, in cui si
esponessero i dommi e la morale secondo l’insegnamento della Scrittura, dei Padri e dei Concili.
« Mirando sempre all’elevazione delle classi popolari, propugnò,
ancora una volta, l’insegnamento in lingua italiana, per togliere la barriera della lingua latina, che rendeva l’istruzione patrimonio di pochi
privilegiati.
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« Egli stesso aveva intrapreso una collana di opere filosofiche in
italiano, pubblicando successivamente La logica per gli giovanetti
(1766), La scienza metafisica per gli giovanetti (1766), e la Diceosina
(1767), che è un vero trattato di filosofia del diritto, in cui spicca ancora la sua tendenza illuminista del diritto naturale che prescinde dalla
dottrina rivelata, tendenza però moderata e racchiusa nei limiti
dell’ortodossia». (Alfonso Tisi, Il pensiero religioso di Antonio Genovesi, « Luce Serafica », luglio-agosto 1969, pagg. 346-47).
Nel 1768 l’illustre economista ebbe una parte importante anche
nel provvedimento di abolizione della cattedra delle Decretali, prendendo occasione dalla morte dell’ultimo titolare. Egli asseriva, infatti:
« ...fino a tanto che il sistema canonico sarà disgiunto dal sistema politico, lo stato civile sarà un tutto precario e il conflitto di giurisdizione
persisterà sempre... ».
Di fronte alla sua decisa azione di riformatore si scatenò «
l’invelenita rabbia » dei suoi nemici personali e di quanti avevano «
interesse di odiar la filosofia e di perseguitare i filosofi ». Pasquale Cirillo ebbe addirittura l’impudenza di affermare che quel grande educatore 3 corrompeva i giovani con la sua « falsa scienza e malvagia morale », mentre egli aveva costantemente raccomandato loro di non studiare se non per il bene della Patria 4 e dell’umanità. E verso la fine
del sec. XVIII, in un opuscolo anonimo, dal titolo Giannone dai Campi Elisi, al geniale ma equilibrato riformatore si giunse a far lo sciocco
addebito di essere stato « il primo a svegliare imprudentissimamente il
gusto democratico tra noi ».
A rendergli tempestoso anche il tramonto dell’esistenza, scoppiò
una violenta polemica con un tal fra Mamachio che lo definiva in una
sua opera in difesa dei diritti della Chiesa « nimico di Dio e della religione », per aver osato mettere in discussione le pretese della Curia
nel Regno di Napoli.
Nel 1769 si ritirò per breve tempo a Ischia, con la speranza di
trovare un sollievo alla sua malferma salute, mentre la cattedra veniva
tenuta temporaneamente da Francesco Longano.
Forse presentendo l’imminente fine, volle rivedere i suoi cari discepoli. Poi l’idropisia e un vecchio mal di cuore, insieme con
l’eccesso di lavoro, lo portarono alla tomba il 23 settembre 1769.
Nobile testamento e influssi della scuola genovesiana.
Si era preparato alla morte con la lettura e la meditazione della
Bibbia e dei Santi Padri. « Ivi assopisco i miei mali; libri divini, libri
soli veramente consolatori », scriveva a un amico. (Lettere familiari,
II, 82).
« Il suo testamento — dice il Tisi nel citato articolo — contiene
nobili espressioni di fede, che dimostrano la rettitudine con cui egli
operò per la verità, anche se, talvolta, il suo attaccamento alle nuove
dottrine di riforma lo trascinò all’errore ».
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Ecco il testamento: « A Voi, che siete il Padre nostro, il cui nome
sia magnificato in eterno, e la cui volontà, a misura della vostra grazia e delle mie deboli forze, mi sono studiato di adempire, raccomando lo spirito mio. Voi siete il mio principio, Voi il mio fine. Ho amato
l’uomo, e ho cercato di essergli utile: so che questa è la Vostra legge.
Sono nelle mani della Vostra eterna giustizia, ma son Vostro figlio, e
Voi amate di esser chiamato mio Padre; non vogliate guardare alle
mie debolezze o alla mia ignoranza; ma alla vostra divina bontà, ed
alli meriti di Gesù Cristo figliuol Vostro, nostro Signore. Amen...
Ho creduto nei miei scritti di difendere la Religione verso il nostro Creatore, e la giustizia e l’amore verso gli uomini. Può stare che
mi sia ingannato in alcuni punti; priego i miei amici e scolari a voler
venerare il vero, e non già l’amico e il maestro. Uno è il nostro Maestro, che è Dio ».
Dopo le esequie, che mossero dalla sua modesta casetta alle pendici di Capodimonte e che costituirono una vera apoteosi, fu sepolto
nella Chiesa di S. Eframo nuovo o Chiesa dei Cappuccini nuovi,
all’inizio di via Matteo Renato Imbriani, in vista della notis sima via
napoletana Salvator Rosa.
Ci fu chi con ammirevole cura avrebbe voluto dare una migliore
sistemazione alle ossa di quel grande, ma non trovò tracce per poterle
identificare.
Del vasto programma di riforme da lui prospettato nei vari campi, ben piccola parte ne venne attuata durante la sua vita. Egli era mo rto, tuttavia, con la coscienza di lasciare dietro di sé molti valorosi e affezionati discepoli, che si sarebbero fatto un ineludibile dovere il continuare e sviluppare la sua opera. Tra essi basti citare il Galanti, il
Palmieri, il Delfico, il Filangieri, il Pagano, il Forges Davanzati,
l’Odazi e Pasquale Paoli.
A dirci in quale stima e venerazione fosse tenuto dai suoi discepoli è sufficiente ricordare che il Delfico lo definì « padre e creatore
dei nostri ingegni », il Forges Davanzati, che fu vescovo di Canosa, «
filosofo imperituro e arditamente moderno in nuovi campi dello scibile » e il Galanti al suo famoso Elogio storico premise queste commosse parole: « Scrivendo questo libro, non ebbi altro motivo che di rendere un omaggio di rispetto e di gratitudine, che la mia patria doveva
alla memoria di un cittadino illustre, che l’ha onorata e beneficata ».
« Questa singolare adorazione dei discepoli era determinata da
due motivi: la immensa cultura e la infinita bontà del maestro.
« Soprattutto a Genovesi è applicabile la famosa frase, con cui
Giovanni Bovio, nel 1884, chiuse il suo discorso, tenuto nell’aula magna dell’Università di Napoli, sull’insegnante di estetica Antonio Tari:
“La grande scienza è gran cuore” » (Saverio Cilibrizzi, Il pensiero,
l’azione e il martirio della città di Napoli nel Risorgimento italiano e
nelle due guerre mondiali, Conte Editore, Napoli 1961, Vol. I, pag.
77).
Gli influssi della scuola genovesiana quindi, così feconda di vividi ingegni e di devoti discepoli, si estesero ben oltre i ristretti confini
del Regno di Napoli e ben oltre il non lungo arco di vita del-
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l’illustre figlio del piccolo borgo rurale alle porte di Salerno5 . Le sue
idee, tanto per limitarci soltanto al settore della scuola, costituirono il
presupposto di importantissime riforme universitarie, con cui si «
provvide a creare varie cattedre più rispondenti alle necessità della
cultura moderna, come la cattedra di agricoltura, quella di storia naturale, quella di chimica e quella di geografia fisica » (S. Cilibrizzi, o.
cit., pag. 71).
L’ispirazione etica.
A sottolineare subito la viva esigenza etica che fa vibrare il pensiero genovesiano, ci piace riportare la parte iniziale della introduzione alle Lezioni di commercio. Vi si legge: « Comecché tutte le Scienze
sieno utilissime, e degne di essere fervorosamente coltivate, conciossiaché tutte sieno ordinate ad accrescere, e perfezionare il fondo della
ragione primo, e principale istrumento della vita umana, e d’ogni suo
bene; quelle nondimeno, dopo le divine contemplatrici della prima
Cagione, e dimostratrici dell’eterna felicità, sono, stim’io, più da
commendare, e seguire, e coltivare, le quali più da vicino riguardano
e intendono alla presente comodità e tranquillità nostra. Tra queste
per comun sentimento dei Savi in primo luogo e maestevole sono da
collocar quelle, che Etiche i Greci, e noi Scienze morali chiamiamo:
imperciocché elleno più dappresso, che l’altre non si fanno, l’occhio
tengono e proveggono ai nostri bisogni. In fatti queste Scienze per ogni verso mirano alla miglioria dell’uomo. Perciocché quella, che è
detta propriamente Etica, considerando l’uomo in generale, studiasi
di svilupparne l’impasto, con dimostrare la natura de’ nostri istinti,
affetti e forze, e sì ingegnasi di formarci al ben vivere. L’Economia il
riguarda come Capo, e Principe della sua famiglia, e istruiscelo a ben
reggerla, e procacciarle virtù, ricchezze, gloria.Finalmente la Politica
il contempla come gran Padre, e Sovrano del popolo, e ammaestralo
a governar con iscienza, prudenza, umanità ».
Le scienze, insomma, che il Genovesi chiama morali, riguardando l’uomo sia nella sua individualità sia nella totalità dei rapporti intersoggettivi o comunitari, sono le scienze autenticamente umane.
Precorrendo la dottrina di Augusto Comte, il quale, considerando inutile ogni indagine separata dai fenomeni sociali, avrebbe assegnato alla sociologia il compito di studiare tutti gli aspetti delle umane società,
il filosofo salernitano concepisce le scienze dell’uomo come un unico
organismo che si struttura nelle singole parti. Questa unità è realizzata
dall’etica. Infatti, l’economia civile è strettamente legata alla politica,
diretta come è a tutti coloro che governano una comunità e devono
pertanto sapere non solo l’arte del giusto e dell’ingiusto (giurisprudenza) ma anche la economia, che promuove, accresce e mantiene il
patrimonio della comunità. Perciò egli ritiene incapaci di esercitare le
loro funzioni coloro che « non hanno altro studiato che il solo Giustiniano e i suoi commentatori ». L’economia civile, d’altra parte, per lui
è strettamente vincolata
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all’etica, che egli, a Napoli, fu il primo a trattare come una disciplina
razionale e indipendente dalla teologia, pur dimostrando che è per sé
insufficiente e che è necessario che venga illuminata dalla luce della
Rivelazione.
Così scriveva nel Discorso sopra il vero fine delle lettere e delle
scienze: « ...Gente di mal costume non solo non esercita industria..,
ma attraversa ed impedisce eziandio in infinite maniere quella dei
buoni ». Il Genovesi, quindi, aveva nella massima considerazione
l’uomo integrale, l’uomo cioè che, pur inserito nel processo del lavoro
produttivo, non deprime le componenti spirituali della sua vita, che lo
fanno soggetto di legge morale e portatore di norme universali. Così,
nonostante facesse oggetto di preminente attenzione i rapporti della
vita economica, non intendeva abdicare ai titoli che pongono l’uomo
al sommo della gerarchia degli esseri viventi e respingeva ogni tendenziosa interpretazione del suo pensiero intesa ad avallare una concezione in cui l’uomo è visto solo come una componente della prassi
economica. Per lui l’uomo è sintesi di natura e ragione. Una volta rotto questo equilibrio a favore di uno dei due termini, ne deriva una mutilazione disumanizzante con la prevalenza della ragione astratta o
dell’alienante esteriorità fisica.
Inoltre, per il Genovesi la regola della virtù è « riconoscere a
ciascuno il suo diritto ». La giustizia, insostituibile fondamento della
società, comprende per lui tutte le altre virtù e si pone come base e
vertice di esse nello stesso tempo. Affermava che il primo punto di un
uomo onorato è di essere giusto e che dove non c’è giustizia non c’è
neppure ordine. Ed è indispensabile non dimenticare mai che i diritti
delle famiglie nascono dai diritti delle persone, e i diritti dei corpi politici dai diritti delle famiglie. Allo stesso modo si deve dire dei doveri, i quali trovano la loro prima scaturigine nel possesso che ogni uomo ha, per nascita, di determinati diritti, che vanno assolutamente rispettati. Però, bisogna tener presente che, per la necessità di formare
strutture politiche, gli individui, con il patto sociale, rinunziano in favore dello Stato a una parte della loro libertà, mentre lo Stato deve
impegnarsi, da parte sua, a perseguire la massima felicità dei singoli.
Ben diversa questa concezione dell’uomo e dello Stato, certamente non lesiva delle prerogative della persona umana, da quella
hobbesiana, in cui l’individuo inerme e indifeso viene sacrificato alla
potenza del biblico Leviatano.
Il fine dunque dello Stato è il benessere e la felicità dei cittadini,
perché i cittadini sono lo Stato. Però, per la realizzazione di questo fine, è necessario che i legislatori conoscano la natura umana con i suoi
istinti, bisogni, desideri. In questa indagine il Genovesi, che vagheggia
l’avvento del filosofo politico, elabora una dottrina che resterà poi la
base di future e più approfondite indagini.
Base della coscienza e segreto della felicità.
Nella prima parte della sua opera più importante, Lezioni di commercio o sia di Economia civile, il nostro pensatore esamina psico-
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EUGENIO D’ACUNTI___________________________________________________________________________
logicamente l’uomo prima di inserirlo nella sfera della produzione.
Base di ogni coscienza individuale e fonte prima di ogni azione sono
le sensazioni di piacere e dolore. Ogni uomo per sua natura « ama di
essere e di essere quanto più può senza dolore ». Il dolore è quindi il
principio motore che spinge l’uomo ad uscire dal suo stato di bisogno
per raggiungere il piacere; ma il piacere potenziale è un desiderio e, in
quanto desiderio, è una privazione.
L’uomo non si muove che quando il dolore lo spinge. Ora, le sensazioni di piacere e di dolore, che servono di guida all’uomo, lo costringono a cercare, saggiare, riflettere per scoprire e utilizzare ciò che
lo libera dal dolore e ciò che gli procura soddisfazione e piacere. Però,
come nell’universo esiste una gerarchia di forme e di valori, così
nell’uomo si dispiega, secondo un principio di priorità ascendente, una
serie di sensazioni e di sentimenti che hanno la loro radice nella elementare necessità naturale, nella energia simpatica o antipatica, nella
tensione verso l’affermazione di sé sia nell’ordine delle idee che nello
uso delle cose.
Sostanzialmente, due sono quindi le forze che costituiscono il fondo della natura umana, e dal loro dinamico rapporto nasce la dialettica
della vita individuale e collettiva: forza concentrativa o amor proprio e
forza espansiva o amore della specie, principio energetico e principio
simpatico. Questi principi sono alla base dell’attrazione reciproca non
solo dei congiunti di sangue ma anche dell’attrazione tra le persone
appartenenti a una stessa nazione; la loro forza diminuisce con
l’aumentare della distanza.
La natura umana non è egoismo, ma è basata su sentimenti di uguaglianza e di amicizia; la felicità dell’uomo e delle nazioni dipende
da una legge di equilibrio che è la sintesi dei due principi suddetti.
La legge dell’universo, dice il Genovesi, comanda di fare il proprio bene e quello degli altri: « Faticate per il vostro interesse: niuno
potrebbe operare diversamente, che per la sua felicità, ma non vogliate fare l’altrui miseria e, quando potete, studiatevj di fare gli altri felici» (Lettere accademiche, Lettera IX, Savioni, Venezia 1764).
La felicità dell’uomo è, insomma, parte dell’ordine dell’universo:
non c’è felicità del singolo senza felicità collettiva, in quanto nessuno è autosufficiente, ma ciascun uomo ha bisogno del concorso dei
suoi simili per necessità naturale e l’interesse di ciascuno è nella reciproca bontà e amicizia.
La formulazione più adeguata dell’imperativo morale umano si articola per Genovesi nelle norme: non trasgredire la legge di natura e
non infrangere i diritti di Dio, i nostri, quelli degli altri. Ma, in fondo,
la legge morale, che è la regola della ragione, e la legge di natura vengono a identificarsi, se rettamente intese, in quanto la prima non è che
la legge di natura operante nell’essere razionale e accettata dall’uomo
come norma della sua attività pratica. Perciò conclude che « la regola
generale, prima, insita, immutabile della vita umana, e sorgente di
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________________________________________________________________VITA E PENSIERO DI GENOVESI
ogni altra legge che possa giovarci, non possa essere che divina »
(Diceosina, Società tipografica classici italiani, Milano 1840, L.I.).
Non essendo l’uomo soltanto istintività naturale, l’ordine di cui
partecipa non può essere da lui subìto, deve essere invece da lui voluto
e costruito e mantenuto attraverso la fedeltà al suo compito morale.
Egli dispone della libertà del volere, che fonda il giudizio morale e
rende possibile la sanzione. «Un’azione o non azione sono degni di
pena o di premio se sono fatte con libertà e ragione » (Diceosina, p.
84). Non avrebbe senso infatti parlare di dovere, di fìni morali da raggiungere, di responsabilità, se all’individuo non si attribuisse il diritto
di agire liberamente. E la libertà, perché non sia soltanto un nome
vuoto, richiede anche una sfera giuridica di azione non impedibile e
quindi un complesso di rapporti in cui vige un principio di giustizia
distributiva come salvaguardia dell’ordine e condizione per l’agire libero del soggetto morale. Se le singole azioni costituiscono la materia
dell’attività pratica, l’imperativo morale nella sua universalità ne costituisce la forma.
Sembra di avvertire un singolare precorrimento di successive formulazioni, ma con una maggiore dose di umanità, che testimonia la libertà da rigide conclusioni sistematiche.
Il compito etico dello Stato.
Nella considerazione della comunità politica non cambia il tono di
profondo affiato etico che costituisce la linfa vitale del pensiero di A.
Genovesi. Il compito dello Stato si svolge entro le linee maestre delle
norme morali se esso fonda i suoi diritti su quelli delle famiglie che, a
loro volta, come sappiamo, hanno la loro ragion d’essere nel rispetto
dei diritti delle persone. Al di fuori degli individui che lo costituiscono, lo Stato non è che una vuota astrazione. Perciò assume
dagli individui il compito etico, a cui non può venir meno senza tradire la sua natura e la sua destinazione. Il Genovesi non amava le astrazioni dottrinarie e il suo insegnamento fu sempre il riflesso, sul piano
della meditazione critica, di un attento esame delle situazioni reali,
come già si diceva in antecedenza.
La concreta società in cui egli viveva, palpitava di gemiti, lacrime,
soprusi e ingiustizie secolari. Il Mezzogiorno andava soggetto con una
certa frequenza a crisi agricole che, data la natura prevalente del reddito, si risolvevano in periodici collassi di tutta l’economia del Regno.
Chi ne subiva le conseguenze più disastrose erano i contadini. Egli era
ben conscio che la dottrina illuministica poteva essere il manifesto
della borghesia, ma nell’Italia Meridionale non esisteva una media
borghesia tra i due estremi della scala sociale: a fronteggiare le classi
privilegiate c’erano le plebi schiacciate sotto il peso di un ordine economico politico e sociale iniquo. Perciò non l’astratto dottrinario,
chiuso nella sua torre d’avorio dell’« odi profanum vulgus et arceo »,
ma una anima sensibile che batte all’unisono con il cuore di
un’umanità dolorante ci viene incontro negli sfoghi non dettati dalla
preoccupazione di dare sistemazione scientifica alle sue intuizioni
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EUGENIO D’ACUNTI___________________________________________________________________________
delle leggi dell’economia. Egli affermava: « Vogliamo migliorare le
campagne? Facciamo prima che i contadini si persuadano di lavorare
per sé e per i loro figli. Finché dormiranno a terra nuda, e mangeranno gramigna, e si reputeranno schiavi, non è da aspettarsi di veder
miglioria. Si smetta, dunque, la vecchia massima tenuta dagli api, che
i contadini più sono poveri, più lavorano; quanto più sono avviliti,
tanto più sono migliori vassalli: la esperienza dovrebbe disingannare.
Il contadino troppo povero non ha né mezzi, né voglia di lavoro: fa
tutto a crepacuore e perciò male. Le terre, che potrebbero rendere
venti, non rendono dieci, e molte restano incolte. E' anche falso che il
più pezzente è il miglior vassallo. Il più pezzente sarà sempre il più
furbo e il più fiero. Si sentirà sempre dire: “Non ho che perdere”. E
di qui si legge, e si sa come al tempo dei nostri maggiori corsero le
schioppettate » (Lettere sopra i diversi oggetti di pubblica economia,
vol. X, pag. 331)6 .
In uno stato di avvilimento morale e fisico insieme, come avrebbe
potuto attuarsi il rinnovamento etico tanto sperato? La sperequazione,
le angherie e tutto il famigerato arsenale di immunità e privilegi medievali erano ancora diritti sacri di una minoranza che sostentava la vita dei poveri al solo scopo di intristirla ogni giorno di più. I fondamenti della morale crollavano miseramente sulla rovina dei diritti umani. Il passaggio della popolazione dallo stato di plebe alla dignità di
popolo civile, che era passaggio da una condizione subumana a una
coscienza etica e politica, era ostacolato dal feudalismo che, dominando e imperversando da secoli, oltre a stendere le radici dappertutto,
aveva improntato di sé l’organizzazione civile ed ecclesiastica, le associazioni particolari e il diritto sia pubblico che privato.
Il baronaggio esercitava ancora un quasi incontrastato potere, perché la sua giurisdizione si estendeva dal feudo ai comuni e ai diritti di
regalia. Il latifondo feudale, che si accresceva attraverso la trasmis sione per successive linee ereditarie difeso nella sua integrità da maggiorascati e fidecommessi, come pure quello ecclesiastico difeso dalla
manomorta e dall’immunità tributaria, erano venuti via via inghiottendo la piccola e media proprietà, favorendo l’insorgenza di un problema che non era soltanto economico.
D’altra parte, né l’orgogliosa classe feudale, insofferente di ogni
attività produttiva e adusa a una consuetudine di rapace spoliazione,
né la classe ecclesiastica, paga della sua posizione privilegiata, potevano avere interesse a una redenzione delle misere masse contadine o
a un miglioramento sia pur lieve della loro infelice esistenza. In questo
contesto socio -politico potrebbe sembrare priva di senso
l’affermazione del Genovesi che « la terra è un patrimonio di tutti »,
se non si tenesse conto del rapporto intercorrente tra terra e libertà nella dottrina illuministica. Per comprenderne la grande portata basta
leggere la definizione dello uomo data dal Diderot, direttore
dell’Enciclopedia: « Oltre l’uomo e la terra non vi sono vere ricchezze. L’uomo non vale niente senza la terra, e così la terra senza l’uomo.
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________________________________________________________________VITA E PENSIERO DI GENOVESI
L’uomo conta per il numero; una società in tanto è più potente in
quanto è più numerosa. Ma non bastano gli uomini; giacché questi devono anche essere industriosi e robusti; e tali saranno se conserveranno buoni costumi e se facilmente potranno raggiungere e mantenere il
benessere. Gli uomini saranno industriosi nella misura in cui saranno
liberi » (J. Touchard, Storia del pensiero politico, Milano 1963, pag.
329).
E' innegabile e rilevante, insomma, l’influsso dei fisiocratici sul
pensiero del Genovesi: l’agricoltura è considerata la prima fonte di
ricchezza, anche se non l’unica.
Rapporti tra Stato e Chiesa.
L’ispirazione etica del pensiero genovesiano investe anche il delicatissimo campo dei rapporti tra Chiesa e Stato. Molti non lo compresero e videro nell’abate di Castiglione un semplice continuatore dello
indirizzo giurisdizionalistico e anticuriale del Giannone. Di qui le continue persecuzioni e le polemiche che accompagnarono la sua vita. Ma
egli non intendeva minimamente mettere in dubbio la validità dei
dogmi e del patrimonio dottrinario della Chiesa; e come non accoglieva le posizioni iconoclaste dell’estremismo illuministico, così si opponeva alle pretese ingiustificate della potestà ecclesiastica sul terreno
della libera indagine e dei diritti civili.
A denunciare una situazione insostenibile, egli deplorava vivamente la penosa scissione della coscienza civile dalla coscienza religiosa:
« Si è quindi veduto quello, che giammai si sarebbe potuto i mmaginare negli antichi tempi, né fingere anche dai poeti, cioè che gli uomini
avessero due patrie, fossero sottomessi a due autorità, obbedissero a
due legislatori, e ondeggiassero in una contraddizione p erenne di doveri e di sentimenti. Un sistema sì fatto di due poteri così discordanti
per loro natura doveva necessariamente turbare l’armonia della società, con produrre dei gran contrasti e convulsioni tra il sacerdozio e
l’impero » (cfr. Russo, o. cit., pag. 328).
Il conflitto giuridico assumeva una nuova dimensione portato sul
piano della coscienza individuale, coinvolgendo una scelta di libertà
morale. L’opposizione costante alle ingerenze politiche del clero non
era semplice difesa di tesi giuridiche, ma di « una concezione organica
della Chiesa e della religione cristiana », che gli faceva vagheggiare
una purificazione degli istituti e una più completa libertà come base
del magistero spirituale della Chiesa e della sua funzione di guida religiosa e morale dei popoli. Perciò non apprezzava, come già si diceva, le sottili dispute teologiche e assegnava alla teologia un comp ito
pratico di educazione e di riforma morale. La sostanza del Vangelo era
per lui amore, e la religione cristiana amore di Dio, pratica del bene ed
educazione del genere umano. Per tale motivo asseriva: « Perché
quando la teologia non tende a far gli uomini più giusti, più moderati,
più umani, meno confidenti nella presente vita, più nell’altra e vera;
quando non tende ad unire non per forza, ma per amore, tutto il gene-
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EUGENIO D’ACUNTI___________________________________________________________________________
re umano, è o inutile o nocevole » (La logica, pag. 296).
Non possiamo, perciò, non sottoscrivere senza riserve quanto asserisce il Garin: « Profondamente umana, la filosofia del Genovesi tingeva così di una venatura non indegna della terra del Vico l’influenza
illuministica, e la chiara ispirazione lockiana in lui universalmente riconosciuta, ma da lui vissuta e valutata in quel significato profondamente morale che nel Locke stesso si manifestò con tanta efficacia,
soprattutto negli scritti religiosi e politici » (Eugenio Garin, Storia della filosofia italiana, Einaudi, Torino 1966, pag. 973).
Né si stancò di protestare energicamente contro chi voleva confonderlo con il panteista Spinoza o con « l’empio Tolando » o « con gli
spiriti forti », affermando che Dio e religione sono principi irrinunciabili della vita morale e civile. Anzi, tra gli apologisti sorti in Italia per
la difesa della religione cattolica, il sacerdote salernitano occupa un
posto di grande rilievo. La maggior parte, infatti, delle opere apologetiche che videro la luce in Italia nel secolo XVIII, sono posteriori alle
sue, e qualche volta ne rivelano una chiara dipendenza. Lo stesso santo Alfonso de’ Liguori, il sovrano genio della speculazione morale, attestava di aver consultato la « Metafisica del dotto Genovese » quando
aveva composto i suoi lavori apologetici. (cfr. Opere, 1871, v. 8°, pag.
3).
Nelle « Scienze metafisiche », poi, il Genovesi confuta efficacemente le reiterate obiezioni di Voltaire e dei suoi seguaci riguardo al
culto esterno della religione, sostenendo che esso è il naturale e necessario riflesso degli intimi sentimenti dell’uomo e serve ottimamente
alla elevazione del suo animo verso Dio.
« Io non amo la superstizione — affermava — ma son persuaso
che la Pietà o sia la vera Religione sia così vera come ogni teorema di
Archimede, e sì è più necessaria agli uomini che qui errano su questo
globo, che non è il cibo, né mi curo che altri mi tenga per ignorante »
(Delle scienze metafisiche, pag. 201).
Verso il tramonto dell’esistenza, il nostro pensatore aveva in animo di scrivere un’altra opera apologetica, che doveva avere come bersaglio specifico « una turba di ignoranti e baccanti Apollinetti, pieni di
superbia e di lusso, debosciati, pazzi, che minacciano di far la guerra a
Dio e agli uomini » (Lettera del 3 gennaio 1767, II, 82). La morte, però, gli impedì di tradurre in atto il suo magnanimo proposito.
Ci piace concludere questo nostro studio riportando il testo di una
lettera che il Genovesi scrisse ad Angelo Pavesi nel 1765 e che rivela
con superlativa chiarezza e con commovente efficacia il senso della
sua vita e l’orientamento del suo pensiero: « ...Io sono ormai vecchio,
né spero o pretendo nulla più dalla terra. Il mio fine sarebbe di vedere
se potessi lasciare i miei italiani un poco più illuminati che non gli ho
trovati venendovi, e anche un poco meglio affetti alla virtù, la quale
sola può essere la madre di ogni bene. È inutile di pensare ad arti, a
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commercio, a governo, se non si pensa a riformare la morale » (Raccolta di prose e lettere scritte nel secolo XVIII, tomo II, Ediz. Società
Classici Italiani, Milano).
EUGENIO D’A CUNTI
N O T E _________________________________________________
1 Il Genovesi afferma nella sua Autobiografia: « Io nacqui la notte del 1’ novembre
dell’anno 1712 », ma è risaputo che si tratta di un errore, come risulta inoppugnabilmente dal documento di battesimo, edito dal Potolicchio il 1960 nella rivista Il Picentino,
dove si legge: « Anno Domini millesimo septingentesimo decimo tertio (il corsivo è nostro), die vero primo mensis novembris, ego d. Dominicus Antonius Genovese, Canonicus Curatus Collegiatae Ecclesiae divi Michaelis Arcangeli Terrae Castileonis, baptizavi
infantem natum eodem die ex Salvatore Genovese, Terrae Castileonis, et Adriana Allìnito, coniugibus dictae terrae, cui nomen imposuj Michaelis, Sanctori, Antonii; compater fuit magnificus Joseph Antonius de Calce ».
Questi errori, riguardo all’anno di nascita, non erano affatto rari nei tempi passati.
Celebre, tra gli altri, è l’errore di G. B. Vico, che affermò di essere nato nel 1670, mentre era nato il 1668. Anche in quel caso, come in questo del Genovesi, l’atto di battesimo ci fece conoscere con certezza la data esatta.
2 Di lui dice nelle sue Lezioni di commercio: « ...l’illustre Giambattista Vico, uno
de’ fu miei maestri, uomo d’immortal fama per la sua Scienza nuova ». E un anonimo
biografo del Genovesi osserva che nel 1738 « era già quasi un anno che egli aveva letto
la “Scienza nuova” del Signor Giambattista Vico, celebre metafisico, filologo, critico
dei tempi suoi: il perché corse ad ascoltarlo, a cui avendo dedicato la sua servitù, ebbe
l’onore della sua amicizia ».
3 Per l’educazione della gioventù scrisse: Institutiones logicae in usum tironum
scriptae (Napoli 1759), De jure et officus in usum tironum (Napoli 1764), Institutiones
inetaphysicae in usu m tironum aptatae (Napoli 1768). Allora gli studenti sapevano il latino.
Ai giovani studenti di oggi, che dovrebbero sapere l’italiano, potrebbero giovare le
opere poco prima citate: La logica per gli giovanetti, La scienza metafisica per gli giovanetti e la Diceosina.
4 A testimoniare eloquentemente l’amor di Patria del Genovesi basterebbe una pagina meravigliosa che egli vergò traducendo in italiano la Storia del commercio della
Gran Bretagna di Giovanni Cary, in cui fa voti per la realizzazione dell’unità d’Italia.Vi
si legge tra l’altro: « Vorrei in questo luogo dire un pensiero che ho sempre meco
d’intorno all’animo avuto, e l’ho tuttavia; ma io temo che egli non sia per incontrar
male presso coloro, che niuno amore hanno e nessun zelo nutriscono per l’Italia, comune madre nostra... Ond’è dunque che ella sia non solo rimasta tanto addietro alle altre nazioni in tutto ciò che pare suo proprio, ma divenuta in certo modo serva di tutte
quelle che il vogliono?.., la vera cagione del suo avvilimento è stata quell’averla i suoi
figli medesimi in tante e sì piccole parti smembrata, ch’ella ne ha perduto il suo proprio
nome e l’antico suo vigore. Gran cagione è questa della ruina delle nazioni. Pur nondimeno ella potrebbe meno nuocerci, se quei tanti Principati, deposta ormai la non necessaria gelosia (la quale hanno spesse volte, e più che essi non vorrebbero, sperimentata, e al comune di Italia e a sé medesimi, funesta) volessero meglio considerare i propri e i comuni interessi, e in qualche forma di concordia e di unità ridursi.Questa sarebbe la sola maniera di veder rifiorire l’ingegno e il vigore degl’Italiani... (L’Italia)
potrebbe veder rinascere in tutti i suoi angoli le arti e le industrie; dilatarsi il suo commercio; e tutte le sue parti nuovo abito e la pristina bellezza prendere... Egli è per lo
meno certo che ella non può, come le cose sono al presente, sperare altronde la sua salute che dalla concordia e dalla unione dei suoi principi. Il comune e vero interesse suoi
unire anche i nemici: non avrà egli forza di riunire anche i gelosi? ».
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EUGENIO D’ACUNTI___________________________________________________________________________
E suggella la sua calda pagina con i noti versi petrarcheschi: « Rettor del Cielo, io
cheggio / che la pietà che ti condusse in terra, ,/ ti volga al tuo diletto almo paese ».
Giosuè Carducci fu impressionato dalle vibranti parole del Genovesi e le r produsse
nelle sue Letture del Risorgimento, facendole precedere da questa osservazione: « Piace
che anche questo sospiro all’unità venga pur da un meridionale
5 Castiglione del Genovesi, che adesso conta poco più di mille abitanti, all’inizio
del ‘700 ne poteva avere sì e no la metà.
6 In un’altra lettera, ribadendo lo stesso concetto, il nostro integro ecclesiastico non
teme di scrivere delle parole di fuoco anche riguardo ai frati: « La maggio parte dei contadini del regno — diceva con tutto lo sdegno del suo nobile animo —non hanno terreno proprio: la massima parte dei fondi è andata in mano ai frat, e continua ad andare a
precipizio; sicché i contadini, per la maggior parte, fatican per ingrassare le budella
dei frati. Come si vuole che pensino a migliorare l’agricoltura? ».
Ha pienamente ragione, perciò, il Guglielmucci di scrivere: « Egli dalla parol suadente e calda, verace e tagliente, parlava a tutti con lo stesso tono e la medesim obiettività, sferzando il mal costume del suo tempo, consigliando bontà e moderazione ai principi, proponendo sagge considerazioni scaturienti da umane comprensioni per gli umili
e per i deboli, tanto ai tutori della legge, come ai medesimi servi di Dio, dimentichi,
troppe volte, della loro vera missione » (Luigi Guglielmucci, Antonio Genovesi a pensatori lucani, Avigliano (Potenza) 1969, pag. 17).
L’ ente «Provincia» nello sviluppo
socio-economico della Capitanata
Sul finire del 1967, dopo un’ampia e vivace discussione, il nostro
Consiglio Provinciale decise di far redigere un documento programmatico dell’attività futura dell’Ente Provincia.
Nei nostri tempi, si fa un gran parlare di programmazione. Questo
nuovo strumento di politica economica va assumendo una molteplicità
di specificazioni sia di ordine settoriale che di ordine territoriale. In tale contesto, essendo molto probabile pervenire ad una inutile, a volte
dannosa duplicazione di documenti, s’impone una specie di autodisciplina, che garantisca maggior valore al documento e costituisca una
prova tangibile della serietà dell’intento di ispirare sempre più e sempre meglio l’attività dell’Amministrazione provinciale alla logica dello strumento programmatico.
Fu accolta, pertanto, la proposta del prof. Salvatore Garofalo, incaricato della stesura di uno dei documenti in oggetto, di assumere i
compiti di istituto dell’Ente Provincia quale base rigorosa di delimitazione della materia del programmare.
Questa scelta metodologica non vuole essere affatto una maniera
di ignorare o trascurare i vari problemi sociali ed economici che sono
posti dallo sviluppo in atto nella nostra Provincia (del resto, mai il nostro Consiglio ha dimostrato insensibilità verso i vari problemi di crescita della nostra Daunia), ma soltanto uno dei mezzi concreti, per uscire dallo stato di generica e vaga adesione allo strumento della programmazione.
A questo proposito, va subito detto anche per dissipare eventuali
equivoci che un documento programmatico non ha nulla di magico
od esoterico, capace forse per il ricorso a formule matematiche ed a
calcolatori elettronici di fornire la soluzione univoca e razionale di
tutti i problemi sul tappeto.
Ma se il margine di libertà delle scelte rimane intatto anche con
l’adozione di questo e di altri mille documenti programmatici, in
che cosa consiste la sua utilità?
Essa va ravvisata nella rigorosa documentazione statisticocontabile assunta a base delle nostre scelte future. In altri termini, è il
giudizio quantitativo che sostituisce, o quanto meno integra il giudizio
qualitativo.
E’ un segno dei tempi, un frutto della diffusione del metodo scientifico, che si avvale quasi esclusivamente dell’espressione quantitativa, proprio per il desiderio originario di tutto misurare e verificare.
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BERARDINO TIZZANI__________________________________________________________________________
Ma questa anima e questo involucro di razionalità, pur tanto congeniale alle esigenze culturali dei nostri tempi, non può mai sostituire
la difficile arte del politico, che deve trovare la conciliazione più accettabile tra le varie alternative di scelta.
Questo, però, non autorizza l’affrettata conclusione di poter fare a
meno di un piano pluriennale, stante l’insostituibilità dell’arte politica,
cui spetta dire l’ultima parola. Si tratta piuttosto di acquisire un atteggiamento molto equilibrato che ci consenta di aprire un dialogo con
un organo tecnico, che continuamente qualifichi le nostre singole proposte e le inquadri nel complesso della dinamica degli interventi del
nostro Ente.
Rispondendo alla logica di questa impostazione, si decise di affiancare al prof. Garofalo il Gruppo di Studio dell’Amministrazione
Provinciale, in modo da garantire l’agevole aggiornamento delle ricerche e delle rilevazioni compiute dal documento in esame.
Fu questa una prima indicazione programmatica del documento, or
ora passato alla stampa, che comporta una scelta amministrativa: la
costituzione di un Ufficio del Piano, quale organo permanente, interno, dell’Ente Provincia che funga da tramite tra le scelte politiche e
l’amministrazione ordinaria. Siamo convinti, infatti, che legare il Piano pluriennale ai bilanci annuali è il punto più delicato di tutta la programmazione economica. Infatti, anche a livello nazionale, vediamo
continuamente come sia difficile adeguare le previsioni programmatiche alle mutevoli esigenze della realtà effettuale.
A giusto titolo si afferma che la politica di piano costituisce una
scelta culturale. Si tratta di acquisire questa specie di nuova forma
mentis nella gestione della cosa pubblica. E quindi, volendo avviare
un ampio dibattito sul documento in esame, non si tratta di accettarlo
o respingerlo in blocco o parzialmente, ma piuttosto, di indugiare nei
particolari, per acquisire dubbi, interrogativi, spunti di approfondimento da trasmettere all’organo permanente, che è l’Ufficio del Piano. Questo, a sua volta, li recepirà per farne oggetto di tante memorie
particolari per il dibattito consiliare, in modo che si possa procedere
allo adattamento delle previsioni programmatiche.
Si configura così il dialogo tra tecnici e politici, che comporta sia
la contrapposizione dei due soggetti distinti ed autonomi, ciascuno dei
quali geloso custode del proprio ambito di competenza, sia la confluenza su conclusioni comuni.
E’ un lavoro difficile, perché facile è la tentazione di sopraffarsi
reciprocamente, l’uno in nome della maggiore competenza tecnica,
l’altro in nome del potere decisionale finale.
Il documento elaborato si sofferma a lungo su queste considerazioni di ordine generale, dedicando un capitolo alla necessità di legare
i bilanci annuali ad un piano pluriennale di sviluppo. Possono sembrare delle notazioni ovvie, forse anche per la chiarezza e limpidezza del-
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________________________________________L’ENTE « PROVINCIA » E SVILUPPO DELLA CAPITANATA
la forma, ma costituiscono delle severe ed ardue indicazioni, alle quali
sarà molto difficile tener fede, non tanto per scarsa buona volontà
quanto piuttosto per la nostra tendenza all’intuizione, che mal ci fa
sopportare la politica della minuziosa verifica quantitativa ed accurata
documentazione statistico-contabile. Come in tanti altri campi, siamo
in una fase di transizione, in cui le nuove generazioni, forse, troveranno loro più congeniale questa nuova forma di fare politica e pertanto si
può loro apprestare uno strumento che faciliti l’ingresso e la partecipazione delle nuove leve alla vita politica ed amministrativa.
Questa scelta di fondo, compiuta dal documento in esame, si combina con l’altra scelta precedente di vincolare rigorosamente il piano
ai compiti di istituto dell’Ente Provincia, dando vita alla vasta e dettagliata analisi delle spese e delle entrate dell’ultimo decennio. Per inciso, va detto che, con questa accurata ricostruzione dei bilanci consuntivi del periodo 1958-1967, secondo la nuova impostazione data dalla
legge sulla riforma del bilancio dello Stato (Legge 1-3-1964, n. 62),
l’Ente Provincia si trova agevolata nell’agganciare i dati dei bilanci
consuntivi degli anni prossimi a questa serie storica 1958-1967 per
tutti gli opportuni riferimenti.
L’esame delle vicende del passato costituisce una delle fonti più
preziose della previsione futura; anche il nostro documento si affida a
questo metodo, per fissare i livelli previsionali e della spesa, sia corrente che in conto capitale, sia dell’entrate sia correnti che provenienti
dall’assunzione di prestiti, dall’avanzo corrente nonché dei cespiti delegabili.
E’ da notare che la formulazione dei livelli previsionali avviene
con l’indicazione di due dati alternativi, proprio per esprimere — anche nella forma questa disponibilità al dialogo tra tecnici e politici.
Quel che si lamenta spesso, in tema di programmazione, è la suggestione tecnocratica. Ora, con questa scelta metodologica, il nostro
elaborato ha fatto proprio un insegnamento fondamentale della programmazione economica: proporre al dibattito politico delle indicazioni alternative su cui innestare le scelte ispirate alle varie scale dei
giudizi di valore. Anche questa notazione è fondamentale per convenire che il documento in esame intende solo avviare la nuova prassi
amministrativa, ispirata alla logica della programmazione, per cui occorre procedere ad una ragionata scelta, sulla base delle previsioni
contenute nel piano.
La ricerca positiva è bene che si tenga estranea il più possibile
all’adozione dei giudizi di valore ma per evitare la facile accusa di agnosticismo è bene che venga formulata, in modo da essere aperta ad
acquisire le scelte determinanti ispirate ai giudizi di valore. In questo
senso l’ultima parola spetta ai politici, proprio perché depositari della
scala dei giudizi di valore.
Come si vede, il documento programmatico si articola in una serie
—
21
BERARDINO TIZZANI__________________________________________________________________________
di scelte di metodo, di forma e di contenuti che si integrano e si avvalorano vicendevolmente, dando luogo ad un tutt’uno unitario. Vi è un
filo conduttore comune che lega le varie parti, evitando che esse costituiscano pezzi staccati. Vi è un discorso comune, un quadro logico cui
fanno rigorosamente riferimento le singole analisi e le singole notazioni.
Prima di concludere queste brevi note introduttive al dibattito, che
mi auguro proficuo ed interessante, mi corre obbligo di richiamare
un’altra parte molto significativa del documento programmatico in esame. Mi riferisco all’ultima parte dedicata alle direttive programmatiche, incentrata sul concetto di « polo di attrazione amministrativa
», intesa quale idea innovatrice « dotata di una tale carica da far gravitare attorno a sé le principali forme di spesa corrente e di spesa in conto capitale ».
Più che in un elenco dettagliato di proposte singole, tutte più o
meno giustificate e tra loro più o meno legate, il « polo di attrazione
amministrativa» consente di selezionare le varie proposte innovative,
per porre l’enfasi su quella che riesce veramente a mobilitare ed affiancare le varie attività dal pericolo del decadimento proprio della
routine e dell’ordinaria amministrazione.
E’ questa la dimensione « sviluppo » del documento programmatico che si integra con quella dell’efficienza, contenuta nella precedente parte analitica.
Coerentemente a tutto lo svolgimento logico, anche le direttive
programmatiche sono strettamente incardinate ai compiti di istituto
dell’Ente Provincia. L’istituzione di un centro universitario a Foggia
costituisce l’idea centrale delle direttive programmatiche. Siccome i
campi di operatività prevalenti dell’Ente provincia sono, oltre lo stradale, quello sanitario e quello agricolo, vengono avanzate diverse iniziative dirette a valorizzare e qualificare le attività di istituto dell’Ente
Provincia, per favorire il sorgere di una facoltà medica e di una ad indirizzo agricolo-forestale.
Ci piace concludere con le stesse parole della relazione:
« In conclusione, questo documento di studio ha inteso — anche
attraverso lo stile particolarmente scarno e sintetico — fissare, per la
attività futura dell’Amministrazione Provinciale di Foggia, una documentata base di lavoro, ispirata alla logica della programmazione economica. La prevalenza di indicazioni e di giudizi espressi in forma
quantitativa e la specificazione di nuovi strumenti di azione hanno inteso assicurare il massimo di operatività ad un documento di studio,
che, per sua natura, non può che essere l’atto iniziale di una nuova
prassi amministrativa ».
Infine, il piano, in quest’ultima parte dedicata alle iniziative innovative, individua una modalità specifica di azione che consente alla
« Provincia », pur senza uscire dai suoi compiti di istituto, di svolgere
una funzione di coordinamento dell’attività di vari Enti pubblici ope-
22
________________________________________L’ENTE « PROVINCIA » E SVILUPPO DELLA CAPITANATA
ranti nel settore dell’agricoltura. Una prima esperienza in questa direzione l’Amministrazione provinciale l’ha compiuta in occasione della
redazione del Piano zonale di sviluppo nel Subappennino dauno. Si
tratta di affinare questa prima esperienza, di ripeterla per meglio trarne
tutti i benefici effetti.
BERARDINO TIZZANI
QUADERNI DI « LA CAPITANATA » EDITI DALLA
AMMINISTRAZIONE PROVINCIALE DI FOGGIA
1. LUIGI TAMBURRANO, La Capitanata nell’opera
di Tommaso Fiore (con 9 ill.ni).
2. EUGENIO LEONE, La Madonna di Valleverde
(con 4 tavv. f. t.).
3. ALDO VALLONE. Correnti letterarie e studiosi di
Dante in Puglia (con 2 tavv. e 2 aut. f. t.).
4. ERMINIO P AOLETTA , Ignotum Oppidum « De acquadiensium oppugnatione atque aeneis neapolitani castelli foribus » (con 4 tavv. f. t.).
5. MICHELE MICHELE , Lingua e società in Capitanata
(Premio « Gargano » 1967).
6. VINCENZO T ERENZIO, Umberto Giordano cento anni
dalla nascita (con 4 tavv. f. t.).
7. ALFREDO PETRUCCI, Il Pellegrino al Gargano
(con 12 tavv. f. t).
8. ARMANDO PETRUCCI, Scrittura e cultura nella
Puglia altomedievale (con 6 tavv. f. t.).
9. la Mostra bibliografica del Gargano (con i11. nel t.
e 12 tavv. f.t.).
10. La Suddelegazione dei cambi presso la Regia Dogana di Foggia (con 4 tavv. f. t.).
Direzione di « La Capitanata » presso la Biblioteca Provinciale di Poggia, Piazza XX Settembre, Palazzo Dogana.
Tre centri dell’antica Daunia
Salapia – Herdonea - Ausculum
SALAPIA
Uno dei problemi più difficili dell’antica Daunia è quello riguardante l’ubicazione dell’antica Salapia, cioè della città che Strabone
chiama Elpie e dice colonia dei Rodi-Coi1 . La città doveva sorgere
nelle vicinanze del lago detto di Salpi, ma quando si tratta di identificare il sito preciso di essa varie sono le opinioni degli studiosi.
Prima di vedere se è possibile una risposta a questo quesito presentiamo brevemente la descrizione del lago e della zona vicina ad esso
a) Il lago di Salpi nell’antichità.
Il lago di Salpi, situato nella parte meridionale e in riva al golfo di
Manfredonia (sinus Sipuntinus), è un lago costiero, come quelli di Lesina e di Varano, diviso dall’Adriatico da una stretta lingua di terra ai
cui lati si aprono due piccoli canali, che lo mettono in comunicazione
col mare. Ha forma rettangolare e misura kmq 18,68, con una profondità di meno di 1 m. Prima della bonifica per colmata iniziata nel 1811
era sempre di forma rettangolare, di km. 7,5 x 4,4 con una superficie
di circa 37 kmq.2 , ma dai confini incerti. La bonifica per colmata ha
portato alla utilizzazione di circa 18 kmq., parte per colture agrarie e
parte per bacini di cristallizzazione del sale.
Il lago coincide con quello che gli antichi chiamavano Salpina p alus o, più raramente, Sala pina palus3 . Non possiamo dire con certezza
quanto grande fosse il lago dell’antichità, ma c’è chi sostiene che in
origine il lago di Salpi e il lago Salso, oggi distanti uno dal- l’altro,
formavano un unico grande lago, che doveva confinare a levante con
gli stagna Aufidi di Silio Italico e a ponente terminava con il lago della Contessa oggi prosciugato. Tutte le acque del Candelaro con i suoi
affluenti (Triolo, Salsola, Celone) che oggi si disperdono ad ovest del
lago Salso, come pure le acque del Cervaro (Cerbalus di Plinio il
Vecchio) e il Carapelle dovevano finire nel lago di Salpi. Soltanto in
un secondo tempo ed in epoca tarda si venne a parlare di due laghi distinti, e ciò avvenne quando le torbide del Candelaro formarono le paludi sipontine e quando il Cervaro e il Carapelle fecero emergere fuori
dalle acque tutto lo spazio che giace fra i laghi di Pantano Salso e di
Salpi. Attualmente il Cervaro continua ancora ad alzare il fondo del
lago Salso, mentre il Carapelle porta le sue torbide acque al mare.
Nulla di preciso si sa riguardo all’origine del lago, ma sicuramente
25
MELUTA D. MAR1N____________________________________________________________________________
si tratta di un lago di origine marina4 . Il nome del lago non viene ricordato nelle fonti antiche, motivo per cui tutti gli studiosi sono concordi nel considerare che il lago prese il nome dalla città che sorse sulle sue rive: l’antica città di Salpia o Salapia. D’altro lato, come già
detto sopra, i testi antichi sono concordi nel segnalare in questa regione una palude malsana.
Un’unica testimonianza antica, oltre a quelle che ricordano una palude, ci permette di ammettere l’esistenza in questa regione di una estesa superficie d’acqua, che dagli studiosi è stata il più delle volte
considerata palude e soltanto raramente lago marino o laguna. Si tratta
di un noto passo straboniano che dà la posizione topografica dei due
centri dauni situati nel golfo sipontino: Sipontum e Salapia. Da questo
brano apprendiamo che Siponto era distante da Salapia 140 stadi: 6
~itoù~ 8 LéX!W t~ ~ 8 00V T8tTc~p&xGvLt~ X~ &Xc~tòV
aT~CO’j~. Inoltre è detto che questi due centri erano separati per
mezzo di un fiume navigabile e della bocca di una grande laguna, sui
quali si trasportavano i prodotti di Siponto, principalmente il frumento: ~‘t~u 8e ~ ~~X~irC~ X~ rOO ~t7roOvto~ 7rOT~L6~ TS ~ x~ aTO~L~)O4LV?1
~syc~X~. 8~’&~epo~v ~& T& &x ~r~Ov~ro~ X’STcCL x~ ~Xtotc~ 6 at’~o~.
L’espressione che presenta per noi grande importanza perché ci
sembra riferirsi al lago di Salpi è « ato~X4iv,~ ~‘~X~» che abbiamo
tradotto con « la bocca di una grande laguna » 5 La parola ato~X(~v~
di solito viene tradotta con estuario, laguna. La traduzione estuario,
pero, non si adatta al nostro testo, perché l’estuario è la foce di un
fiume foggiata ad imbuto, caratteristica delle coste basse a forti maree.
Ma ciò non avviene nel golfo di Manfredonia. Il termine più indicato è
per noi quello di laguna, poiché si tratta di un bacino di acque lungo le
coste, poco profondo, separato dal mare da una striscia di terra.
Ci aiutano a sostenere che la traduzione più esatta sia quella di laguna le osservazioni e le conclusioni alle quali sono giunti altri studiosi per la stazione di Coppa Nevigata situata più a nord di Salapia.
Questa stazione archeologica sorgeva a quanto afferma il Puglisi « su
una collinetta ai margini di una palude alimentata dal corso del vicino
torrente Candelaro, un tempo sede di raccoglitori di molluschi quando
al posto della palude vi era una laguna aperta con acque salmastre » 6 .
Anche il prof. S. Ferri traduce nel brano straboniano citato l’espressione aTo~LccX~t~v,2 ~ con laguna. L’autore inoltre osserva che la antica laguna, il cui ricordo permane nella toponomastica (lago Salso,
Vasca del Tavoliere, ecc.), ha una grande importanza archeologica, in
quanto delimita a nord la cinta muraria in parte superstite della città
antica di Siponto e a sud e a ovest determina l’esistenza di numerose
stazioni preistoriche e protostoriche situate presso alcuni isolotti o rialzi di terreno, che al momento presente sono denominati « coppe »7
La più rinomata è Coppa Nevigata. Altre « cupole » o almeno dossi di
duna (quattro o cinque afferma il Ferri) erano disseminate ai bordi
~.
~.
26
____________________________________________________________TRE CENTRI DELL’ANTICA DAUNIA
della laguna; attorno ad uno di questi dossi è stato recuperato il materiale di una necropoli antica risalente ad un periodo compreso tra
l’VIII e il VI sec. a. C.
Se questa è la situazione nella zona di Coppa Nevigata situata a
nord del lago di Salpi, a non molti km. in linea d’aria dalla località conosciuta col nome di Monte di Salpi, non dissimile doveva essere la
situazione nella parte meridionale del lago. Infatti la sponda occidentale meridionale del lago è ricca di insediamenti preistorici e storici, come è stato individuato con l’aiuto della fotografia aerea.
Nella zona meridionale del lago di Salpi e precisamente a circa 13
km. andando verso occidente, su un meandro del Fosso Marana di Castello, anticamente sicuro corso d’acqua che sfociava nel mare, sorse
un grandioso recinto neolitico difeso ad oriente da un doppio fossato.
Date le dimensioni notevoli dell’insediamento (diametro massimo circa 1000 m.) si può pensare che fosse utilizzato come « stazzo ». Ad oriente di questo insediamento, a breve distanza si notano i resti di un
villaggio neolitico trincerato, mentre un altro villaggio avente un diametro di 250 m. circa si distingue chiaramente a sud-est del primo insediamento8 .
Seguendo l’andamento dello stesso Fosso Marana, e precisamente
a nord di Lupara e a sud della Masseria la Risaia, la fotografia aerea
ha individuato nella zona conosciuta col nome di Torretta dei Monaci
sul Fosso Marana di Lupara un insediamento che ripete le caratteristiche dell’abitato antico di Arpi (fig. 1). Si tratta, sembra, di un insediamento dauno di forma semilunata con la concavità rivolta verso un
antico specchio d’acqua idoneo ad abbeverare il bestiame (Marana di
Lupara) e difeso dal caratteristico « aggere ». Numerosissimi tratturi
antichi (linee tratteggiate della fig. 1) convergono verso questo abitato
nella stessa maniera in cui convergono i tratturi verso il centro dell’area urbana di Arpi. Questo insediamento potrebbe essere, come diremo in seguito, l’antica Salapia.
Un’altra zona, questa vicinissima al lago di Salpi, presenta
anch’essa tracce di vita preistorica e storica. Si tratta della regione situata immediatamente ad ovest della località chiamata monte di Salpi
che si trova in riva all’antico lago, là dove i Romani costruirono nel I
sec. a. C. la Salapia romana. Il centro romano, ben individuato dalla
fotografia aerea nei limiti dell’area urbana e dell’acropoli, come pure
nelle strade extraurbane che conducono al centro, sorse in una zona
dove la stessa fotografia aerea ha messo in luce l’esistenza di almeno
sette villaggi trincerati neolitici di varie dimensioni, come pure resti di
fattorie e di culture agricole romane (fig. 2). Tutti questi insediamenti
aspettano però che gli scavi archeologici possano metterli in luce9 .
Oltre a questi insediamenti che aspettano di essere scavati, altri sono stati già scoperti anteriormente: sono le stazioni preistoriche di Occhiopinto e di Scaloria rinvenute nella zona di Coppa Nevigata, come
pure la necropoli dauna della Masseria Cupola nella palude del
27
MELUTA D. MAR1N____________________________________________________________________________
Cervaro, a poca distanza dalla collinetta « Castelluzzo » scavata in parte dal Drago10 e ultimamente dalla sig.ra Tiné-Bertocchi. Tutte queste
stazioni si trovano a N del lago di Salpi. A sud del Monte di Salpi e
precisamente nella contrada S. Vito (Masseria Anzano) fu scoperta
una villa ellenistico-romana. Già conosciuta dall’Angelucci11 è stata in
parte scavata da un cantiere di lavoro nel 1953 e i risultati furono pubblicati nel 196412 .
Questa lunga serie di insediamenti preistorici e storici, che si protrae dalla stazione di Coppa Nevigata, anticamente lambita dal mare,
fino alla stazione di S. Vito (Masseria Anzano), ad un’attenta osservazione, risulta situata su un arco interno che si snoda parallelo
all’attuale costa del golfo di Manfredonia. Questò arco interno, in una
fase antichissima, poteva costituire la linea di costa dell’antico sinus
Sipontinus. Col passare dei secoli la costa subì varie modifiche a causa, da una parte, delle portate abbondanti dei fiumi Candelaro, Cervaro, Carapelle e, d’altra parte, delle correnti marine e dei cordoni di
sabbia che vennero continuamente depositati lungo la costa. In queste
condizioni il mare si ritira e gli insediamenti ivi esistenti decadono e
muoiono, oppure vengono abbandonati (così sembra sia avvenuto con
la stazione di Coppa Nevigata) o si spostano (il caso di Salapia, come
vedremo in seguito, o di Sipontum, se nella zona della Masseria Cupola si deve cercare la Sipontum pre-romana). Un esempio quanto mai
dimostrativo ci viene offerto, a nostro avviso, dagli stessi abitanti di
Coppa Nevigata i quali dopo il VI sec. a. C. sembra abbandonino
l’antica sede, ormai zona paludosa e malsana per la nuova città di Sipontum sorta più a sud, tra il Candelaro e il Cervaro nella zona della
Masserja Cupola. In seguito, in pieno periodo romano, anche questa
zona sarà abbandonata dopo il tentativo dei romani della deduzione di
una colonia romana a Sipontum nel 194 a. C., e una nuova città sarà
costruita nel 185 a. C. nell’attuale zona archeologica di S. Maria di
Siponto (fig. 3: zona archeologica scavata nel 1938, vista dall’alto;
fig. 4: le mura nella parte meridionale della città che rasentano la statale Foggia-Manfredonia),
Questo cambiamento è avvenuto crediamo in seguito alle mutate
condizioni ambientali della zona situata a N del lago di Salpi.
Simili modifiche della costa marina non sono un’eccezione; esse
avvengono, si può dire, ovunque esistano corsi d’acqua i quali con le
loro portate producono un impaludamento delle foci. Ciò, per citare un
esempio, è avvenuto nella zona dell’antica Ostia, alla foce del Tevere.
Con quanto abbiamo esposto sopra vogliamo sottolineare che in
tempi più antichi la laguna, molto più estesa, favorì una grande fioritura di insediamenti, tanto nel periodo preistorico, quanto in quello
storico. Col passare dei secoli la laguna andò diminuendo per le portate dei fiumi i quali riempirono o alzarono sempre più il fondo della laguna fino a trasformarla in una palude, in una massa di acque stagnanti, acquitrinose e pestilenziali.
28
____________________________________________________________TRE CENTRI DELL’ANTICA DAUNIA
Questa situazione sarà talmente accentuata nel I sec. che Cicerone (De
lege agraria, 71), cercando di dissuadere dal fondare una colonia « in
Sipontina siccitate, aut in Salapinorum pestilentiae finibus », mette in
risalto le condizioni peggiori della regione di Salapia.
Prima dei cambiamenti questa laguna doveva avere una grande
importanza economica per la regione, in quanto permetteva ai paesi
dell’interno della Daunia di mettersi in diretta relazione con il mare.
Una prova evidente di questa importanza ci viene offerta dalla città di
Arpi, situata nel centro del Tavoliere in riva al Celone, la quale ebbe
come porto per un lungo periodo, secondo le indicazioni delle fonti
antiche, Salapia 13 .
A quanto detto dobbiamo aggiungere inoltre che l’aria, prima dei
traboccamenti dei fiumi doveva essere sana, il clima mite (Annibale
conduce il suo esercito, dopo il disastro di Canne, a svernare a Salapia) e solo più tardi, in seguito alla formazione delle paludi e delle acque stagnanti, l’aria diventò pestifera, malsana e pericolosa alla popolazione. Sarà questa una delle cause della decadenza dei centri sorti
nella zona del lago di Salpi, come pure della ricostruzione di una nuova Salapia in sito più salubre.
b) Salpia vetus.
Soltanto adesso, dopo aver presentato la situazione geografica dell’antico lago di Salpi, possiamo affrontare il problema, affatto facile,
della ubicazione della Salapia greco-romana o meglio ancora della
Salpia vetus per adoperare l’espressione vitruviana14 .
L’antica città di Salapia occupò, si dice, come risulta dalle fonti
antiche, ben tre siti diversi, anche se vicini tra di loro. La più antica
città di Salapia si è concordi nel dirla fondata, secondo quanto afferma
Strabone, dai Rodi-Coi15 ; comunemente viene detta Salapia greca, ma
si potrebbe chiamare Salapia greco-romana, oppure per distinguerla
da quella romana, Salapia rodiese o anche l’antica Elpie. Personalmente preferisco l’espressione vitruviana Salpia vetus. Riguardo
all’ubicazione di questa prima città di Salapia, sebbene varie siano le
ipotesi degli studiosi, oggi si va orientando, come diremo più giù, verso l’insediamento dauno rivelato dalla fotografia aerea sul fosso Marana di Lupara nella contrada Torretta dei Monaci (fig. 1).
La seconda città trasferita in luogo più salubre, costruita dai romani nella seconda metà del I sec. a. C. (forse nel 29 a. C.) è detta Salapia romana e il suo sito è riconosciuto nei resti antichi situati sulla
piccola altura conosciuta col nome di Monte di Salpi e chiaramente
individuata dalla fotografia aerea (fig. 2); la terza città è invece una
tarda stazione industriale romana sulla litoranea adriatica conosciuta
col nome di Salinae.
Nelle fonti antiche la città che c’interessa viene chiamata in maniera diversa: presso gli scrittori greci riscontriamo ‘EXia (Strabone) o
‘EXi~L~ (Steph. Byz.), ma anche le forme ~Xtr~ e16. Nella bocca dei
latini il nome diventa Sala pia, però presso i gromatici le forme sono
29
MELUTA D. MAR1N____________________________________________________________________________
Salpia e Salpis. Sulle monete in rame coniate nel III sec. a. C. si trovano le leggende ~AAAHINQN o ~AAHINQN corrispondenti alle
forme Salapia e Salpia.
Se dovessimo credere alle fonti il nome di Eipie si spiegherebbe
dal suo possibile fondatore Elpio di Rodi.Riguardo al nome di Salapia
le ipotesi degli studiosi sono varie; alcuni sono d’accordo nel ritenere
che Salapia significhi « luogo del sale » 17 , per la produzione del sale
che il lago lasciava spontaneamente disseccandosi; altri sostengono
che il nome significhi « acqua salata » forse perché la città era situata
vicino al lago formato dall’inondazione del mare 18 . G. Alessio, occupandosi dell’etimologia dei termini Salentini e Calabri19 , osserva che
nella parola Salentini, come pure in Salapia. vi è la stessa radice mediterranea, (sal (a)—, base individuata già dal Battisti20 e ampiamente
documentata nella onomastica e nella toponomastica del bacino centrale del Mediterraneo. Si tratta, afferma il Battisti, di un idronimo, i
cui significati devono essere desunti dai relitti lessicali e dal valore
concettuale del toponimo. Salapia vuoi dire città che sorgeva presso la
« Salapina palus », cioè presso un corso d’acqua, un acquitrino. Molto
discutibile, invece, il significato del suffisso —pia, sul quale l’Alessio
non dice nulla di preciso. Quanto abbiamo detto serve soltanto come
orientamento, e giacché non è questo il nostro campo d’indagine, lasciamo agli specialisti la risoluzione del problema. Ci sembra però di
poter dire con certezza che il termine non è greco, come molti hanno
sostenuto, perché mettevano Salapia in relazione con la colonizzazione greca storica dell’VIII-VII sec, a. C., e che invece si tratta di un
termine pregreco, mediterraneo, che scende molto più indietro nel
tempo21 .
La prima città di Salapia, o Elpie, è detta da Strabone fondazione
dei Rodi-Coi e fino a non molto tempo fa, quando si interpretava il
brano straboniano riferentesi alla colonizzazione rodia in Italia e nell’occidente mediterraneo (XIV, 654) si considerava questa colonizzazione avvenuta in età storica e la si accostava a quella rodio-cretese di
Gela e di Agrigento22 . In realtà, come hanno dimostrato storici e archeologi nell’ultimo tempo, le due colonizzazioni non hanno nulla a
che fare l’una con l’altra. La fondazione di Elpie, da un rodio Elpias 23 ,
nel paese dei Dauni, per opera dei Rodi con l’aiuto dei Coi, ci riporta
ai tempi favolosi degli eponimi. Nell’interpretare la notizia di Strabone dobbiamo tener conto del contesto in cui l’autore viene ad occuparsi di questa fondazione. Egli, descrivendo l’isola di Rodi, racconta che
già in età remotissima, molto prima della istituzione delle Olimpiadi, i
suoi abitanti ebbero una flotta potente e inviarono spedizioni fin nella
lontana Iberia, dove fondarono Rode, poi fondarono Partenope nel paese degli Opici ed anche Elpie nel paese dei Dauni. Questa colonizzazione rodia, per gli antichi, non aveva nulla a che vedere con la colonizzazione storica dell’VIII-VII sec. a. C., essa rientra nel quadro della
colonizzazione leggendaria e in quel quadro dovrà essere studiata.
30
____________________________________________________________TRE CENTRI DELL’ANTICA DAUNIA
Ciò è stato suggerito soprattutto dal fatto che una parte delle ceramiche micenee trovate in Italia sono di origine rodia, specie quelle giunte
durante il Tardo Miceneo III B e i primi tempi del Tardo Miceneo III
C. Si tratta allora della colonizzazione antecedente al X sec. a. C. dovuta alle popolazioni portatrici della civiltà micenea e submicenea. Il
numero delle stazioni che hanno dato alla luce materiale miceneo e
submiceneo nell’Italia meridionale sta aumentando. Nella Puglia mo lte stazioni gravitano nell’orbita di Taranto preellenico (Scoglio del
Tonno), ma anche sul versante adriatico i rinvenimenti si fanno più
numerosi: grotta S. Martino (Brindisi), S. Cosimo presso Oria (Brindisi), ai quali dobbiamo aggiungere i frammenti di Coppa Nevigata e
quelli di Punta Manaccore.
Tra le fattorie commerciali create dai Rodi si deve annoverare Elpie nella Daunia; una fondazione identica, risalente allo stesso periodo, poteva essere la città di Rudiae nella penisola salentina, generalmente identificata con la località Rugge o Rusce a soli 2 km. sudovest da Lecce e che Strabone (VI, 281) indicava come « città greca »
senza specificare il perché di questo fatto (evidentemente
l’insediamento leggendario o era scomparso del tutto o aveva lasciato
ancora un vago ricordo).
In base a questi elementi possiamo sostenere che una Salapia greca
per opera dei Rodi-Coi nel VII sec, a. C. non è mai esistita, e che invece esisteva in un periodo anteriore per opera degli stessi una fattoria
commerciale di nome Elpie. Sul sito di questa o nelle sue vicinanze
possiamo pensare che si insediarono poi i Dauni i quali diedero vita a
quella città che Vitruvio chiama « Salpia vetus ». Tutto questo ragionamento aspetta però l’opera dell’archeologo, il solo che potrà confermare o respingere questa ipotesi. Il nome di Salapia o di Salpia, nel
quale entra sicuramente la base mediterranea sal(a)— e il suffisso —
pia (quest’ultimo si riscontra anche nel termine Elpia) mentre indica le
caratteristiche della zona dove sorse la città (acque marine, salmastre)
sta pure a dimostrare una più alta antichità, trattandosi di un termine
pregreco.
Concludendo possiamo dire che il problema delle origini di « Salpia vetus » potrà essere risolto soltanto con l’aiuto di scavi sistematici,
che sono stati iniziati nella zona di Torretta dei Monaci, che sembra la
più indicata a nascondere i resti di questa città antica, tanto ricercata
dagli studiosi.
Le notizie riguardanti questo centro oltre che in Strabone si trovano in vari scrittori antichi. La più antica indicazione si riscontra
nell’Alessandra di Licofrone, quando l’autore ricorda che nella Daunia
doveva essere eretto un tempio a Cassandra 24 . I versi sono stati tradotti
dal Ciaceri nel modo seguente: « che un tempio a me innalzeranno
sulla spiaggia di Salpi i principi della Daunia e quelli che abitano la
Città di Dardano vicino alle acque palustri ». In questo testo risulta però difficile precisare se si tratta del lago o della città di Salpi (Ciaceri
pensa alla città).
31
MELUTA D. MAR1N____________________________________________________________________________
Come risulta poi da T. Livio 25 e da Appiano26 la città di Salapia ebbe
un ruolo importante durante la seconda guerra punica quando fu occupata da Annibale dal 216 al 210 a. C.; durante la guerra sociale fu occupata e devastata da C. Cosconio. Vitruvio, come già detto, nomina «
oppidum Salpia vetus » mentre alla stessa città si riferisce Cicerone27 e
forse anche Plinio il Vecchio 28 .
La « Salapia romana » invece potrebbe essere la città che Strabone 29 dice distante « 140 stadi da Siponto » (circa 25-26 km.) e « separata da un fiume navigabile e da una grande laguna ». Ad ogni snodo una risposta precisa non è possibile darla fin quando non saranno
ubicati con precisione i siti della Sipontum preromana e della Salpia
vetus 30 .
Della Salapia romana ci dà invece notizie topografiche più precise
Vitruvio 31 , che la dice costruita in luogo salubre dopo che il senato accolse la richiesta dei Salapini fatta attraverso un certo M. Hostilius.
Dal testo di Vitruvio, che è poi l’unico, sappiamo che esisteva una
« Salpia vetus » situata in luogo insalubre. I cittadini chiesero a M. Hostilius di interessarsi di loro e costui ottenne dal senato romano il traferimento della città. La nuova Salapia, lontana quattuor milia passus
ab oppido veteri (circa 6 km.) situata in luogo salubre — salubri loco
— fu costruita con le sue mura ed ebbe il suo porto aperto in mare (His
confectis lacum aperuit in mare, et portum e lacu municipio perfecit).
Questa nuova città fu edificata dove oggi si trova il Monte di Salpi, o
vicino a quello che Kromayer sulla sua carta indica col nome di Posta
di Salpi. La città si trovava sulla sponda nord-occidentale del lago di
Salpi, mentre il suo porto fu costruito sul mare, presso l’attuale Torre
Pietra, dove affiorano resti di costruzioni romane (resti di un molo oggi in gran parte coperto dall’acqua).
Difficile è invece stabilire se il brano di Strabone che indica Salapia quale porto di Arpi (7rX~o~ov ~ x~ ~X~rCcc ‘rò ‘rGiv ‘ApTupu~nlvGw &vr~o~. )32 si riferisce a questa città oppure alla « Salpia
vetus ». A questo proposito gli storici non sono concordi: c’è chi pensa alla città antica, mentre altri non escludono che si tratti del porto
aperto in mare di cui parla Vitruvio; a noi sembra che la notizia sia da
riferire alla Salpia vetus, la quale diventò il porto di Arpi dopo il 194
a. C. quando i Romani dedussero la colonia di Sipontum con una parte
del territorio tolto ad Arpi, punita così per la sua infedeltà durante le
vicende della seconda guerra punica. Se questa nostra congettura è
giusta, allora pure questo passo straboniano (VI, 283) è da riferire alla
più antica città di Salapia. Ad ogni modo nell’età imperiale Arpi era
unita ai due centri tramite vie di traffico: si tratta della Aeca-ArpiSipontum indicata dagli itinerari antichi e della strada Arpi-Salapia rivelata almeno in parte dalla copertura aerea del Tavoliere 33 (fig. 17).
La Salapia romana compare ancora nei gromatici34 , come pure in
32
____________________________________________________________TRE CENTRI DELL’ANTICA DAUNIA
Tolomeo35 mentre non si riscontra negli itinerari antichi, in quanto la
città non veniva a trovarsi sulle grandi arterie di traffico dell’impero
romano. Gli itinerari invece segnano sulla litoranea adriatica la stazione Salinae che dista, secondo la Tabula Peutingeriana XII mp. da Anxanum, situata a nord e altre XII mp. da Aufidenum situata a sud presso la foce dell’Aufidus. Queste distanze non concordano con quelle
indicate dall’Itinerarium Antonini che mette Salinis a XV mp. da Siponto e a XL mp. da Aufidena36 . Anche l’Anonimo Ravennate37 e
Guido38 ricordano Salinis.
In questa rassegna delle fonti antiche due soltanto sono le indicazioni utili per affrontare il problema dell’ubicazione di Salapia. Di
queste due, una si riferisce sicuramente alla « Salpia vetus »: si tratta
del passo vitruviano che afferma che la nuova città di Salpia fu costruita lontano quattuor milia passus ah oppido veteri. Purtroppo lo
scrittore antico non precisa dove si trovasse « l’oppidum Salpia vetus
», né possiamo sapere se per raggiungere il nuovo sito si doveva andare a nord, a sud, ad est o ad ovest, ecc. Per questo motivo il testo di
Vitruvio rimane utile solo in parte. Una cosa è certa: la nuova Salapia
fu costruita a 4 milia passus dalla vecchia nell’interno, cioè sulla
sponda occidentale del lago di Salpi, altrimenti non si potrebbe capire
perché l’autore dice: lacum aperuit in mare, et portum e lacu municipio perfecit.
L’altra indicazione è di Strabone, il quale situa Salapia a 140 stadi
da Siponto, però non possiamo dire con certezza a quale delle due città di Salapia si riferisca questa distanza.
In base a questi due brani antichi gli studiosi moderni hanno risolto
in svariati modi il problema della ubicazione di « Salpia vetus », mentre sono quasi tutti concordi per l’ubicazione della Salapia romana.
Ecco brevemente le varie ubicazioni:
Secondo il Philipp39 l’antica Salpia. che continuò la sua esistenza
sino al tempo di Cicerone, deve essere ubicata presso Trinitapoli, perché questa città si trova a 4 mp. lontana dalla nttova (circa 4 km. ad
ovest di Trinitapoli etwa 4 km. westlich von Trinitapoli —). La seconda città sorge presso Posta di Salpi, ad ovest del lago. La terza
Salpia, identica con le Salinae degli itinerari antichi, si trova presso
l’attuale Torre delle Saline.
Il Nissen40 dopo aver collocato la Salapia romana presso la Posta
di Salpi, come il Philipp, a 16 m. s.l.m. aggiunge: « l’antica Salpi che
fu necessario abbandonare nel corso dell’ultimo secolo della repubblica a causa della cattiva aria, si trova 4 miglia più lontano verso sud
41
», cioè, aggiungiamo noi, verso Trinitapoli . Questi due studiosi considerano la « Salpia vetus » una città marinara, non perché si trovasse
in riva al mare, ma perché aveva il suo porto sul mare, pur essendo città interna.
Il Romanelli42 ed il Corcia 43 ritengono, diversamente dagli altri
studiosi, che l’antica città fosse costruita sulle rive del lago press’a
poco dove si ritiene situata la Salapia romana, mentre la seconda città
sorgeva sul mare.
—
33
MELUTA D. MAR1N____________________________________________________________________________
Secondo il Mingazzini44 , invece, il sito della Salapia antica si trova
sulla stretta striscia di terreno fra il lago e il mare e le rovine giacciono
lungo la strada costiera che da Zapponeta conduce alla località Torre
Pietra. La seconda città « il cui sito fu scelto, espropriato e distribuito
da un M. Hostilio, funzionario romano di cui null’altro sappiamo,
nemmeno l’età in cui visse (probabilmente nel II sec. a. C.) », viene situata dallo stesso presso l’angolo occidentale del lago e le rovine di
essa sono visibili nella località Monte di Salpi, fra Zapponeta e Trinitapoli. Come per il Philipp « il sito della terza città di Salapia, detta
anche Salinae, sembra corrispondere alla località Torre di Saline presso Trinitapoli, dove ancor oggi estese saline sono in attività ».
Il Riontino45 colloca la Salpia vetus che egli chiama « città greca
marinara » sulla costa come Mingazzini, ma sulla costa sommersa dal
mare e precisamente nel mezzo dell’arco semilunare che si forma tra
Torre di Rivoli e Torre Pietra, a km. 2.400 a ponente dell’odierna
Zapponeta, di fronte alla Posta Zezza; i resti della città giacciono a
500 m. circa dalla costa nel luogo detto S. Placida tra Torre di Rivoli e
Zapponeta46 I marinai del luogo chiamano ancora le rovine di questa
città Aspro di Santa Palacena. L’autore afferma inoltre, di aver intravisto i resti sepolti dalle acque marine ad una profondità di 8-9 m. e di
essere riuscito, calata l’ancora in mare di misurare grosso modo la
lunghezza e la larghezza del paese sommerso e addirittura ad individuare sei strade47 Per avvalorare la tesi del Riontino si potrebbe chiamare come testimonianza il Mola, il quale asserisce di aver trovato su
quel lido un bassorilievo di pietra cenericcia di fattura ellenica, su cui
era riprodotto press’a poco il quadro di Parrasio rappresentante Meleagro e Atalanta, come pure monete con la leggenda~lAAAllINQN e
~AAIIINQN48 .
La Salapia romana anche dal Riontino viene riconosciuta nei resti
esistenti nella località Monte di Salpi. L’autore precisa ancora che
questa Salapia romana è ricordata da E. Mola, il quale notò sulla collina pianeggiante l’intero perimetro delle mura della città, individuate
dal fossato corrispondente, inoltre si distinguono le strade, le porte e la
disposizione degli edifici49 . Lo stesso Riontino sostiene che, dopo
l’abbandono della città da parte degli abitanti nel VII sec., rimasero «
le mura grandiose, solidissime, intatte, alte un 10 e più metri dal fossato che le circondava all’intorno e larghe per quanto vi si può camminare con un carro ».
Nell’autunno del 1953 furono fatti alcuni saggi di scavo sul Monte
di Salpi. Vennero alla luce resti di mura formati da grandi blocchi, una
grande quantità di ossa, di tegole e numerosi frammenti di ceramica
grezza, insieme con alcuni vasetti interi dipinti con fasce e motivi floreali. Sembra si tratti di ceramica medioevale.
La nuova città di Salapia situata sulla sponda occidentale del lago
per avere uno sbocco marino, costruì il suo porto, come dice Vitruvio,
sul mare. Il Riontino crede di individuarlo in quello che i marinai del
~
~.
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~.
34
____________________________________________________________TRE CENTRI DELL’ANTICA DAUNIA
luogo chiamano il « porto di S. Ruggiero », il cui molo si inoltrava e si
inoltra tuttora per circa 100 m. in linea retta sul mare. I suoi resti si
notano sul lato destro di una diga che affiora quando c’è la bassa marea, diga costruita in pietra e mattoni con un forte calcestruzzo.
L’autore sostiene ancora che alcuni operai addetti nel passato al prosciugamento del lago per farne delle vasche salifere gli avevano riferito che sotto il fondo del lago di Salpi vi era un letto di mattoni e di
pietre, che in linea retta congiungeva la Salpi romana con la foce di
Torre Pietra. Sarebbe questa la prova dell’esistenza del canale costruito per unire la città situata nella zona Monte di Salpi con il suo porto.
Nel 1953 durante una nostra visita lungo la costa da Zapponeta fino a
Margherita di Savoia abbiamo visto i resti della diga presso la foce di
Torre Pietra.
Concludendo possiamo dire che la seconda città di Salapia o Salapia viene, da quasi tutti gli studiosi, ubicata a Monte di Salpi, dove esistono coperti i suoi resti, rilevati, però, come abbiamo già detto, dalla fotografia aerea (fig. 2), Fu costruita dai romani a quattro miglia
dalla « Salpia vetus », il cui sito era diventato poco salubre a causa
dell’impaludamento e della malaria. Il sito scelto si trovava in mediterraneis, cioè entro terra, e aspetta il piccone dell’archeologo per
mettere in luce l’antica città. Nella fotografia aerea che ci ha rivelato
questa seconda Salapia si distingue il circuito murario di un abitato di
forma allungata che segue l’andamento della sponda del lago. La zona
segnata nella fig. 2 con la lettera A può essere quella dell’acropoli o
meglio del presidio romano difeso da un grandioso « aggere »; ad ogni
modo è una zona con resti di costruzioni a rilievo o di scavo già effettuato. L’impianto urbano sembra quello di una città romana regolare,
come si può dedurre dalle tracce perpendicolari visibili che possono
essere vie della città. Molto chiare risultano le tracce delle vie extraurbane, di cui una proveniente da SE attraversa l’abitato e la zona centrale fortificata poi nella parte settentrionale della città piega ad est
verso la sponda del lago. Questa zona scelta per la costruzione della
Salapia romana, è interessante sottolinearlo ancora una volta, ebbe una
grande importanza non soltanto nel periodo storico, ma già in quello
preistorico, prova i diversi villaggi trincerati neolotici ubicati nei dintorni (fig. 2 lettere C, E, F, G, H, I, L).
Incerta è invece l’ubicazione della « Salpia vetus » che, come già
detto, fu collocata almeno in tre siti diversi, di cui due situati sulla costa adriatica e uno nella parte interna sulla sponda meridionale del lago nei pressi di Trinitapoli.
Chi è nel vero?
Nel 1966 quando veniva pubblicata la seconda parte del nostro articolo sugli « Scavi archeologici nella contrada di S. Vito presso il lago
di Salpi », eravamo dell’avviso che la prima Salapia doveva essere ricercata sulla sponda occidentale meridionale del lago di Salpi. Questa
nostra ipotesi oggi sembra poter essere scartata in seguito agli scavi e
35
MELUTA D. MAR1N____________________________________________________________________________
alle scoperte che nel 1968 ebbero luogo nel sito Torretta dei Monaci.
Ivi la fotografia aerea aveva rivelato, come già detto, un insediamento
dauno situato sul fosso Marana di Lupara, ad ovest di Monte di Salpi.
La forma di questo insediamento richiama alla mente quella di Arpi.
Vari antichi tratturi convergono verso questo abitato, dimostrando
l’importanza dell’insediamento. Gli scavi fatti in questa zona hanno
dato alla luce tombe con materiale funerario fatto di ceramica geometrica dauna, ceramica campana a vernice nera, ecc. La notizia è stata
resa pubblica dal dott. Tiné durante l’VIII Convegno di Studi sulla
Magna Grecia. Lo stesso mi pregò di prendere la parola al Convegno
per poter aggiungere qualche altra notizia in merito. Credo che la prova più convincente, oltre al materiale trovato, sia il brano vitruviano
già ricordato che dà la distanza tra le due città. Tra l’insediamento
dauno di Torretta dei Monaci e la città esistente su Monte di Salpi intercorre una distanza di circa 6 km., pari cioè alle 4 milia passus di Vitruvio. Non soltanto questo, ma se la Sipontum dauna è da ricercarsi
nella zona della Masseria Cupola a sud del Candelaro, unendo questa
Masseria con Torretta dei Monaci otteniamo una linea arcuata parallela alla costa attuale. I centri antichi di Sipontum e Salapia allora sorti
nell’interno in zone salubri si spostarono verso la costa quando queste
divennero paludose, malariche, pestilenziali, a causa della trasformazione della grande laguna in tanti piccoli laghi e zone facilmente inondabili.
Speriamo che gli scavi iniziati nella Masseria Cupola e a Torretta
dei Monaci possano essere continuati per portare luce comp leta sui
problemi riguardanti l’ubicazione della Sipontum preromana o dauna
e della « Salpia vetus » vitruviana o Elpie Straboniana.
c) Zona archeologica di S. Vito.
Prima di presentare un altro centro della Daunia ci sembra doveroso dare qualche notizia sui rinvenimenti avvenuti nella contrada S.
Vito che si trova in riva al lago di Salpi, a circa 2 km. a sud est di
Monte di Salpi. Chi viene da Trinitapoli può raggiungere la contrada
prendendo la carrozzabile che congiunge Trinitapoli con Zapponeta e
arrivato a Casale De Pasquale girando verso est entra subito nella contrada S. Vito.
La zona di S. Vito e dei dintorni fu ampiamente descritta nel 1838
da C. Afan de Rivera negli « Atti della Reale Società di Capitanata ». In
seguito la contrada fu visitata da A. Angelucci50 , il quale inviò ad Arturo Issel la seguente descrizione:
« Dicono che qui fosse un convento, ma io non mi perito di impugnare questa tradizione. Gli avanzi sono di fabbrica antica e non del
medio evo, e si compongono di frammenti di colonne di mattoni già
ricoperte di stucco che sono ancora sul posto ed in linea retta, indizio
di un portico, e vicino ad esse sta parallelamente il resto del muro di
un edificio a camerelle con intonachi levigati e dipinti a vivi colori a
fresco od all’encausto, proprio come quelli di Pompei. In una camerella si vede ancora un canaletto destinato forse a condurre l’acqua in un
bagno; dal
36
____________________________________________________________TRE CENTRI DELL’ANTICA DAUNIA
che trassi argomento di giudicare quello antico edifizio un luogo di
delizia, una villa suburbana di Salapia. Vi raccogliemmo vani pezzi
d’intonaco e di cornici di stucco, il tutto dipinto, ed un frammento di
capitello corinzio simile a quelli del tempio di Vesta a Tivoli. Questo
suburbio credo io di Salapia, donde è lontano circa 2 km. avrà certamente corso la sorte medesima della città mentovata, che fu presa dal
pretore romano C. Cosconio nel secondo anno della guerra sociale (90
a. C.) e distrutta sin dalle fondamenta ».
In seguito un’attenzione particolare al problema dell’antica Salapia
fu dato da un notaio di S. Ferdinando di Puglia, A. Riontino51 , il quale
descrive pure la zona di S. Vito e propone una identificazione per i ruderi ivi esistenti.
Nella contrada S. Vito però non erano mai stati eseguiti scavi archeologici. Soltanto nell’autunno del 1953, mentre era soprintendente
alle antichità di Puglia e Materano il defunto C. Drago, dopo alcuni
saggi di scavo iniziati il 5. XI. 1953 a Monte di Salpi, il 17. XI dello
stesso anno furono iniziati degli scavi a S. Vito, che proseguirono con
lunghe interruzioni fin verso l’autunno del 1954. Il cantiere di scavo,
chiuso una volta dal nuovo soprintendente alle antichità di Puglia prof.
Nevio Degrassi, fu in seguito riaperto come cantiere scuola 52 .
L’ubicazione precisa della zona archeologica di S. Vito si può fare
tenendo presente il foglio 165, III, Trinitapoli dell’I.G.M. Lungo la riva meridionale del lago di Salpi, ridotto ora a vasche salifere, a poco
più di 3 km. a levante delle rovine di Monte di Salpi si osserva come
tale riva rientra nel lago formando una specie di angolo acuto. Tirando
una parallela fra le due rive su cui si incunea tale angolo acuto, si forma un piccolo triangolo, nella cui base sono situati i resti antichi. La
zona archeologica di S. Vito è posta quasi interamente nell’attuale territorio della Salma ed è limitata a NE da un canale e a SE da un argine
che divide la proprietà della baronessa Anzano-De Michele 53 dagli acquitrini saturi di salsedine di proprietà del comune di Trinitapoli. Seguendo a piedi questo argine si incontrano i resti antichi presso il lago.
Nella parte centrale la zona presenta un leggero rilievo, che raggiunge
al massimo l’altezza di m. 2 rispetto al canale. Nell’angolo N vi è una
depressione, che, in qualche punto, si trova al di sotto del livello del
canale, motivo per cui si trova quasi sempre sott’acqua.
Le tracce di antiche costruzioni proseguono abbondanti anche al di
là dell’argine nella tenuta della baronessa Anzano, affiorano nel canale che ha distrutto la stazione archeologica per una lunghezza di almeno 2 km. Una nostra passeggiata lungo l’argine per circa 1 km. e mezzo ci permette di affermare che la zona archeologica è molto estesa.
Lungo quest’argine abbiamo raccolto vari frammenti di ceramica a
vernice nera, come pure frammenti preistorici di ceramica impressa a
crudo tipo Molfetta e abbondanti lame di selce.
La parte più ricca di resti antichi, quella descritta dall’Angelucci,
dove furono eseguiti gli scavi si potrebbe racchiudere in un rettangolo
di m. 100 x 70.
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MELUTA D. MAR1N____________________________________________________________________________
Gli scavi iniziati al di là dell'origine della proprietà Anzano-De
Michele e continuati dal prof. N. Degrassi portarono alla coperta di un
locale che sembra fosse adibito ad oleificio come risulterebbe dalle
impronte del torchio per le ulive riconoscibili su un pavimento e dalle
vasche di varia grandezza disposte in serie (se ne sono scoperte due).
Accanto vi era un grande edificio di m. 10 x 21,60. le vasche sono sicuramente di fabbrica antica, ma forse riadoprate nel periodo medioevale, prova il materiale archeologico antico e medioevale ivi ritrovato 54 .
Gli scavi, invece, eseguiti nella zona estesa tra l'argine e il canale
della salina, e limitati ad un rettangolo di m. 46 x 90, diedero alla luce
i resti cospicui di una grande domus ellenistica55 .
Si tratta di una grande cosa, forse una villa rustica, adibita tanto ad
abitazione quanto ai lavori agricoli, prova la presenza dei locali considerati come appartenenti ad un oleificio. Di questa abitazione conosciamo soltanto l'articolazione dell'atrio, del peristilio e di alcuni ambienti secondari non meglio identificati (fig. 5).
La domus di S. Vito è una casa ad atrio italico e a cortile con peristilio, articolata, per quello che riguarda questi ambienti, su un solo
asse longitudinale, ma con veri ambienti disposti tanto intorno all'atrio, quanto intorno al peristilio. La casa aveva forse pure un grande
giardino; un indizio potrebbe essere costituito dalla fila di 16 colonne.
I muri erano costituiti di ciottoli e malta, almeno per quello che riguarda la loro parte inferiore, conservata fino ad un'altezza massima di
m. 0,90. La parte superiore invece era costituita da una intelaiatura in
legno e da riempimento di argilla e paglia. Le pareti erano ricoperte da
intonaci tecnicamente ben fatti con più strati sovrapposti e dipinti in
superficie, così che gli ambienti risultano riccamente decorati con
stucchi e pitture.
Dai resti rinvenuti risulta che la parete si articolava sicuramente
nella parte inferiore in zoccolo e ortostati realizzati attraverso riseghe
o listelli. La parete presenta una duplice divisione: una in senso orizzontale che scompartiva la parete in zone, una inferiore e una superiore, separate da vari motivi: motivo alla greca fatto in stucco dipinto in
rosso e viola sul fondo chiaro, un semplice motivo vegetale, una fascia
di kymàtia dipinti in rosso, ecc., proprio come si riscontra nelle case
rinvenute a Penticapeo (Kertsch)56 .
L’altra divisione in senso verticale scompartiva la parete in vari riquadri per mezzo di listelli o linee di pittura, in modo che si alter. navano sia file orizzontali di riquadri in tinta unita di vari colori (rosso
con giallo, bianco con nero, rosso con nero o viola, ecc.) sia riquadri a
tinta unita e a sfondo marmoreggiato.
I colori adoperati sono vari e di diverse tonalità: nella parte inferiore per lo zoccolo il bianco, il grigio, l’azzurro; per gli ortostati in
tinta unita il rosso, il giallo, il viola, l’arancione, il rosa e il nero, il
verde, ecc., oppure nella gamma variata degli ortostati marmoreggiati.
Nell’atrio i frammenti marmoreggiati riproducono l’alabastro, cioè il
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____________________________________________________________TRE CENTRI DELL’ANTICA DAUNIA
fondo giallo veniva variegiato in rosso, azzurro, marrone e viola, oppure l’onice, oppure sul fondo bianco tutta una gamma di tonalità di
rosso. Non è escluso che la divisione in senso orizzontale fosse realizzata con delle mezze colonnine in stucco (ci sono almeno alcuni modesti resti in proposito). Molto più difficile è dire come si articolava la
parte superiore della parete. Di sicuro possiamo dire che nella parte alta correva un fregio dorico scompartito da triglifi e metope, nella stessa maniera come nella seconda tomba della necropoli di Mustafa Pascià ad Alessandria 57 . Le metope erano decorate da bucrani ornati con
bende (fig. 9) come si riscontra nelle case di Delo e nel fregio del propileo di Samotracia di Tolomeo III (246-221 a. C.).
In base al materiale a noi noto possiamo affermare la completa
mancanza delle pitture figurate; vi sono soltanto pitture decorative a
zone e pochissime pitture decorative a soggetti ornamentali, ma con
soggetti semplicissimi (motivo alla greca, kymatia, motivi vegetali —
foglioline disposte lungo una serpentina —, la semplice serpentina, il
motivo a zig-zag).
Le decorazioni plastiche in stucco sono di gusto raffinato e di delicata esecuzione (fig. 10). Lo stucco è utilizzato soprattutto per le cornici, per la decorazione del fregio, per i dentelli, ecc.
Nell’atrio la scoperta più importante fu quella dell’impluvium, in
marmo, di m. 2,30 x 3,35 e profondo 15 cm. L’orlo della vasca dello
impluvio largo cm. 38 è finemente sagomato nella parte interna (fig. 6
e 7) proprio come nella « Casa del Fauno » a Pompei. All’interno della
vasca e sull’orlo di essa sono stati rinvenuti diversi frammenti di rilievi in terracotta, appartenenti alla grondaia (sima) del compluvium. t
una grondaia che, a quanto ci risulta, costituisce un unicum, giacché
era costituita da un fregio i cui rilievi sono interrotti da terracotte raffiguranti maschere tragiche, una diversa dall’altra (fig. 11, 12 e 13), le
quali fungono da gocciolotti (~ ~opp6cc.
Sono state trovate due maschere intere, una femminile e una maschile, quattro maschere maschili frammentarie, di cui una unita allo
sfondo del rilievo, una maschera femminile è unita al rilievo che raffigura un ermafrodito. Tra i rilievi figure femminili riccamente drappeggiate, ma con una teda rovesciata sembra una menade, figure maschili e anche di fanciulli, ecc. Purtroppo gli elementi in nostro possesso sono troppo disparati per poter stabilire con certezza l’ordine
che essi occupavano nella scena raffigurata nel fregio della grondaia.
Sembrerebbe da vari elementi da noi raccolti che almeno su un lato
del compluvium le scene erano in relazione con il culto di Dioniso.
Un esame attento di questi frammenti di rilievi ci permette di sottolineare che essi presentano le stesse caratteristiche dei rilievi tarantini in pietra tenera del III sec. a. C.
Colpisce nelle figure drappeggiate lo stesso straordinario allungamento nelle proporzioni del corpo, la stessa eccessiva snellezza di
questo, accentuata ancora dalla posizione altissima della cintura, dalla
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MELUTA D. MAR1N____________________________________________________________________________
lunghezza del collo e dalla piccolezza soprattutto della testa in rapporto al resto del corpo, elementi questi che si riscontrano nei rilievi tarantini Si tratta dello stesso allungamento esagerato, innaturale, che
corrisponde senza dubbio al gusto del momento, giacché si trova in
molte scu1ture del tempo e ricorre spesso nei rilievi tarantini. Il Bernabò Brea considera questo eccessivo allungamento una moda locale
da ricercare nello stesso gusto apulo 58 .
Notiamo inoltre che le figure, sebbene non abbiano tutte la stessa
altezza, spingono alle sue ultime conseguenze la legge dell’isocefalia.
Le persone sedute arrivano alla stessa altezza di quelle stanti, senza
pensare che se queste fossero in piedi dovrebbero uscir fuori dai limiti
concessi dalla larghezza del fregio.
Il panneggio delle figure appare povero di espressione e molto uniforme. Le stoffe diventate più pesanti, più corporee, sono solcate da
fitte pieghe, che occupano tutta la superficie, creando delle raffigurazioni stereotipe. Tutto ciò ci fa pensare non più ad opere d’arte,
ma a prodotti artigianali di bottega. Questi elementi di rigidezza, asprezza, nei rilievi di S. Vito, venivano attenuati grazie all’argilla più
malleabile e soprattutto all’aggiunta di colore. C’è, nei rilievi di S. Vito, una certa plasticità, un più efficace effetto pittorico. Consideriamo
allora i rilievi di tradizione tarantina (si tratta di opere appositamente
ordinate ad un artigiano tarantino) e per i loro caratteri artistici e stilistici da datare verso la fine del III sec. a. C.
Non è possibile dire se l’atrio fosse del tipo detto tuscanico oppure
tetrastilo (nella vasca dell’impluvio infatti furono trovati un capitello,
varie foglie di acanto, e due angoli di capitello con decorazioni di ovuli e dentelli). Per la grondaia del compluvium si potrebbe pensare che
la sua decorazione si articolasse nel modo seguente: negli angoli quattro teste leonine (la classica t~8poppò~), sui lati lunghi e corti tra le
teste leonine si snodavano le varie scene di un solo o più soggetti, scene interrotte dalle maschere tragiche. L’ingresso nell’atrio doveva trovarsi sul lato situato a NE dove una strada poteva correre lungo la riva
del lago di Salpi.
Il peristilio è di forma quadrata (fig. 5), come molti delle case di
Delo e di Pella 59 e giacché presenta colonne soltanto su due lati (fig.
8) mentre sugli altri due la presenza di basi rettangolari ci fanno pensare a dei pilastri, si tratterebbe di un peristilio incompleto a soli due
portici. Ciò non fa meraviglia perché anche le case di Delo presentano
peristili incompleti a tre, a due o ad un solo portico60 . Le colonne a fusto liscio, di stile dorico, in un numero di 15, sono fatte a S. Vito in laterizi e malta con rivestimento di stucco dipinto. La più antica casa a
peristilio risale a Delo al III sec. a. C. (la casa di Kerdon) e diventa
diffusa nel II sec, a. C.
Strettamente unita al peristilio è la cisterna, la quale nelle case di
Delo si trova al centro dell’impluvium o sotto il colonnato del peristilio. Nella domnus di S. Vito sembra che la cisterna non si trovi
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____________________________________________________________TRE CENTRI DELL’ANTICA DAUNIA
sotto il colonnato, ma molto vicina ad esso (fig. 14). Il rinvenimento
di un capitello dorico presso la cisterna ci permette di pensare che essa
fosse protetta da un tetto sostenuto da pilastri.
Della domus fanno ancora parte un gruppo di cinque camerelle
poggianti sul lato N del peristilio e in prolungamento di questo verso
ovest la zona della cisterna. Inoltre a sud è stata rinvenuta una fila di
16 colonne forse appartenente ad un altro peristilio più grande o viridarium (fig. 5).
Per la datazione di questa domus indicativi ci sembrano il fregio in
terracotta della grondaia del compluvium, il motivo decorativo del bucranio che nella sua espressione secca, asciutta, ma nello stesso tempo
naturalista ci porta allo stesso ambiente ellenistico, come pure i frammenti di ceramica di tipo megarese, che sono la prova evidente della
imitazione in argilla dei prodotti metallici tarantini (si datano al III
sec. a. C.).
Ci aiutano per la cronologia i resti di pavimenti, abbastanza numerosi: alcuni sono in opus signinum e uno a lithostroton. Non mancano quelli in opus tessellatum bianco e nero, oppure bianco con mo tivi lineari in nero e rosso. La ceramica più diffusa nell’area della domus è la ceramica verniciata in nero, di impasto fine, lucente, liscia o
con bacellature; scarsissimi i frammenti di ceramica di tipo Gnathia;
più numerosa la ceramica con ingubbiatura rossa con pareti sottili, come pure ceramica grossolana grigiastra, marrone o nerastra di uso comune. Moltissime inoltre le tegole, di cui alcune con marchio di fabbrica. Una segnalazione speciale meritano le piramidette o pesi abbastanza numerose.
Risulta dunque che il materiale rinvenuto ci permette di far risalire
la casa di S. Vito al III sec. a. C. Il momento più preciso, giacché èdistrutta da un incendio, che potrebbe essere quello del 210 a. C., quando Annibale occupò Salapia, sarebbe da collegare ad un periodo anteriore al 210 a. C. L’esistenza di questa domus potrebbe essere collocata in un periodo che va dal 235 al 210 a.C.
Certo questa scoperta presenta un grande interesse ed è ricca di
problemi. Ci auguriamo che altri scavi possano essere condotti per
confermare o per correggere quanto abbiamo tracciato.
HERDONIA
L’antica città di Herdonia occupa una serie di colline situate a sud
della pianura foggiana, lungo la riva destra del Carapelle, nei pressi
dell’odierna cittadina di Ordona e precisamente ad ovest di questa, là
dove va a finire dolcemente l’altopiano di Ascoli, lungi 7 miglia da
questo. Il luogo è facilmente raggiungibile seguendo la statale n. 161.
Al km. 25, per chi viene dalla parte di Castelluccio dei Sauri, si prende
sulla destra una carreggiata che dopo un percorso di circa I km. porta
al villino Cacciaguida, situato proprio ai limiti del perimetro urbano
dell’antica Herdonia.
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MELUTA D. MAR1N____________________________________________________________________________
L’antica città, individuata nel suo perimetro dalla fotografia aerea
(fig. 15 e 16) e poi confermato dagli scavi eseguiti dalla missione belga sin dal 1962/63 e continuati negli anni successivi, ha la forma di un
rettangolo allungato che termina a punta verso Nord ed è delimatata
da una cerchia muraria, in parte ancora visibile, lunga circa m. 1980 e
che racchiudeva una superficie di quasi 20 ettari di terreno. Questo
rettangolo lungo circa 730 m. e largo m. 300 racchiude un gruppo di
tre colline, molto spianate alla sommità e separate da valloni poco profondi dove sono collocate le porte di accesso alla città.
Il nome della città si riscontra in diverse fonti antiche greche e latine. Esso presenta diverse varianti: le più correnti sono Herdonia e
Herdoniae. Le fonti greche riportano la forma cEp~ttW 61 e Ksp8wv 62 Le
fonti latine riportano la forma Herdonea63 (però troviamo in Livio pure l’espressione « ad Ardaneas » 64 in relazione con gli avvenimenti del
214 a. C., comunemente interpretata come Herdonea) oppure Herdonia 65 ; gli abitanti sono chiamati Herdonienses66 ; il « Liber Coloniarum» riporta due forme Herdona e Ardona; gli itinerari: Tabula Peutingeriana, itin. antonino e il gerosolimitano rispettivamente hanno
Herdonia, Erdonias, Serdonis.
Alcuni autori attribuiscono alla città le monete con la leggenda
L~EP, come pure l’emissione con la leggenda~APAQ databile al IV
sec. a. C. e quelle contemporanee con la leggenda EP~ANQN (oppure
APz~ANQN); altre monete, datate al III sec. a. C. e presentanti nel
campo la lettera H, sono, qualche volta, attribuite a Ordona67 .
L’origine del nome è stata variamente interpretata: secondo alcuni
è nome osco-sabellico; recentemente invece, si è parlato di una consonanza illyrico - iapygio – messapica68 . Un’ipotesi interessante è quella
del Calderone il quale identifica i ~p~to~ menzionati in una iscrizione
del VI sec. a. C. trovata ad Olimpia con gli abitanti di Herdonia 69 . Se
questa ipotesi si dimostrerà esatta si potrà in avvenire dire qualche cosa in più sulla città dauna, in un periodo anteriore alla seconda guerra
punica. Per il momento non è possibile dire altro sul nome di questa
città situata sulla via Appia Traiana.
a) Studi e scavi
La zona archeologica di Herdonia è stata soltanto negli ultimi sette
anni oggetto di scavi sistematici per opera della missione belga. Bis ogna però dire che molti studiosi si sono interessati alle sue rovine. Una
descrizione del luogo è fatta dal Mola alla fine del ‘70070 , riconfermata
poi da D. Romanelli. Il Corcia 71 parla « dei ruderi di una grande opera,
creduta la sua acropoli, colla porta principale non ancora rovinata ».
Inoltre nomina un tempio dedicato ad Iside posto ad oriente
dell’acropoli ad un’estremità della città presso la lunga muraglia di antichissima costruzione... La città è poi ricordata in lavori che si limitano a studi di topografia generale 72 .
Molti sono i rinvenimenti occasionali nella zona e il materiale
42
____________________________________________________________TRE CENTRI DELL’ANTICA DAUNIA
delle sue ricche necropoli è disperso in varie collezioni pubbliche e
private in Europa e America.
Una trentina di tombe furono studiate nel periodo 1872-1876 dall’Angelucci73 . Si tratta di tombe con materiale dell’età del ferro. Si
ebbe così la certezza dell’esistenza di una estesa zona sepolcrale. Infatti Angelucci affermava: « tutto lo spazio tra l’antica Herdonia e la
nuova Ordona, ed intorno a questa, è sparso di sepolcri di questa ricca
e potente città ».
I primi scavi sistematici nella necropoli sono dovuti al Quagliati e
risalgono al 190274 . Questi afferma che la necropoli si stende per un
raggio di circa 3 km. e deplora la noncuranza dimostrata nei confronti
della zona75 . Segue poi un lungo silenzio su questa regione; ècurioso
che neppure il Bradford si occupò di questa zona archeologica situata
ai margini del Tavoliere.
Nel dopoguerra, nel 1948 e 1953 sono apparse due pubblicazioni
del Chieffo, una particolare su Herdonia, l’altra sulla Daunia in generale 76 . Infine una piccola collezione di ceramica dauna fu pubblicata
da F. P. Johnson 77 e un’altra da F. G. Lo Porto78 .
Nel 1954/55 si ebbe sotto la cura della Sopraintendenza alle antichità di Puglia una breve campagna di scavo. Alcuni saggi permisero
di delimitare esattamente il perimetro della città antica. Fu liberato un
tratto delle mura di cinta e la porta situata a SO. All’esterno delle mura, in questa zona, fu trovata una necropoli ad incinerazione, priva di
suppellettile, di età tarda. Nell’area poi dove era supposto sorgesse il
foro, gli scavi misero in luce una serie di costruzioni in laterizio o in
opera reticolata con ammorzature di mattoni, probabilmente
dell’inizio del II sec. d. C.79 .
Nel 1957 nel tentativo di chiarire l’intricata rete stradale della Daunia
mediante lo studio delle fotografie aeree della zona, la G. Alvisi scoprì
l’esistenza di un nuovo impianto urbano sulla sinistra del Carapelle in
località « Masseria delle Cruste », situata circa ad i km. e mezzo a N
dell’impianto già conosciuto di Herdonia. Questo centro urbano delimitato, come si vedeva nella fotografia aerea, da un « aggere » visibile
sui lati NO, O e SE, simile a quello di Arpi, presentava all’interno di
esso un sovrapporsi di più strati urbani. L’Alvisi distingueva dentro e
fuori dell’aggere numerose tracce di villaggi neolitici tipici del Tavoliere, poi sul lato nord un impianto irregolare con tracce di strade strette che si snodano e si incrociano con prevalente direzione NE-SO ed
infine un impianto regolare sovrapposto al primo, con strade regolari
ad incrocio ortogonale, orientate N-S, da datarsi al VI sec. a. C. Essa
sosteneva che questo centro sito in pianura sia da considerarsi la Herdonia preromana, distrutta completamente da Annibale nel 210 a. C. e
alla quale si deve riferire la necropoli col materiale che si data dallo
inizio del VII alla fine del III sec. a. C.80 . La vastità della necropoli testimonierebbe l’esistenza di un centro molto grande, che secondo
l’Alvisi non poteva essere messa in relazione con la zona archeologica
di Herdonia conosciuta specialmente con i saggi
43
MELUTA D. MAR1N____________________________________________________________________________
del 1954/55 e che presentava materiale archeologico databile soltanto
dal II sec. a. C. in poi.
Gli scavi della missione belga nella città di Herdonia situata sulla
destra del Carapelle hanno invece dimostrato, secondo quanto afferma
il Mertens81 che la città ricostruita dai Romani non fu edificata in un
altro luogo, come sosteneva l’Alvisi, ma nello stesso sito, come dimostrerebbero i resti delle mura del IV sec, a. C. ivi scoperte e formate ad aggere come ad Arpi.
Il problema, secondo noi, rimane ancora aperto, soprattutto per
quello che riguarda l’identificazione dell’insediamento che la fotografia aerea ha rivelato sulla sinistra del Carapelle nella masseria ricordata e sui rapporti di esso con l’Herdonia della destra dello stesso fiume.
Forse una spiegazione potrebbe anche essere possibile. L’insediamento della Masseria delle Cruste costituiva in un periodo antico un
tutt’uno con quello di Herdonia. La città poteva essere costituita da
tanti nuclei sparsi gravitanti intorno ad tino più importante situato anticamente sulla destra del Carapelle. Questo centro era tutto difeso da
un grande « aggere » che racchiudeva un vasto territorio utile pure per
ricoverare il bestiame, seppellire i morti, ecc.
Tra i motivi che ci spingono a questa affermazione è la posizione
di Herdonia lungo la riva del Carapelle, su una delle tante vie che dal
mare conducevano all’interno e risalivano i valichi dell’Appennino; ci
sembra una situazione analoga alle coeve città di Arpi (sulla destra del
Celone), di Canusium (sulla destra dell’Ofanto) o di Luceria (sulla destra del Salsola). Interessante notare che le più importanti città daune
quali Luceria, Arpi, Canusium, Aeca, Ausculum, ecc, sorgono tutte
sulla riva destra dei fiumi. Quindi, per un motivo che a noi sfugge,
possiamo pensare che anche Herdonia era situata sulla riva destra del
Carapelle.
Come già detto, dal novembre del 1962 Herdonia fu oggetto di
scavi sistematici per opera della missione belga con a capo il prof. J.
Mertens dell’università di Lovanio. Delle varie campagne di scavo sono stati pubblicati vari articoli82 e due volumi 83 .
b) Topografia della città.
Le ricerche nelle prime due campagne ebbero come meta i seguenti problemi:
1) La topografia generale del luogo
2) La cinta muraria e la cronologia della città
3) La necropoli preromana.
Le campagne successive del 1964/65 e del 1965/66 si occuparono
del foro e delle costruzioni adiacenti e dell’anfiteatro. Furono inoltre
continuati gli studi sulla cinta urbana, sulla collina sud dell’abitato e
sulla necropoli di Herdonia.
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____________________________________________________________TRE CENTRI DELL’ANTICA DAUNIA
1. Le mura 84
La città di Herdonia situata lungo la riva destra del Carapelle, su
tre colline, era in età storica (IV sec. a. C.) delimitata da una cinta muraria dal perimetro di circa m. 1980. Di forma quasi rettangolare, ma
un rettangolo molto allungato, termina a N con una punta dove è situato un fortino detto « Castellum », costruzione tarda, in quanto il fossato del « castellum » ha distrutto la cinta di epoca romana. Sondaggi ulteriori hanno permesso di notare il percorso molto irregolare della cinta nel settore sud-est85 . Le colline racchiuse dalla cinta muraria sono
separate da valli poco profonde, nelle quali sono disposte le porte di
accesso alla città. Sono state localizzate tre porte: porta NE, la più importante, attraverso la quale passava la via Traiana, porta NO e SO
(sulla pianta (flg. 16) rispettivamente b, d ed e).
La cinta muraria fu sistemata su un agglomerato urbano-necropoli
già esistente. Ciò si può notare soprattutto nella parte orientale dove
una vasta zona sparsa di tombe e di resti di abitazioni è stata ritagliata
in maniera arbitraria dalla cinta. Quindi riscontriamo in questa città
come in molte altre città dell’antica Apulia (Altamura, Monte Sannace, Canosa, Arpi, Caeliae, Barium, Gnathia, ecc.) coesistenza di tombe
ed abitazioni.
La cinta muraria ha subìto in seguito diversi rifacimenti, alcuni radicali, tanto che il Mertens parla di otto fasi tra costruzioni, distruzioni
e rifacimenti della cinta muraria. I vari elementi della cinta, quali la
tecnica muraria, i materiali adoperati, la presenza di costruzioni precedenti, specialmente tombe, ci permettono di seguire i rifacimenti nelle
varie fasi e quindi di stabilire lo sviluppo cronologico della città. Si
deve sottolineare che le mura poggiano, quasi sempre, su un banco di
breccia calcarea, formante il sottosuolo delle colline, oppure su tombe
o abitazioni già esistenti.
La fase più antica della cinta consiste in una semplice alzata di terra brunastra poggiante sulla roccia calcarea. Presso la porta NE si rinvennero alcune buche di pali disposte in modo da formare un quadrato, distrutto dal fossato posteriore. Forse servivano per le fondamenta di rudimentali opere di difesa: torri quadrate in legno. La porta
risalente a questa primitiva fase era un semplice passaggio nel baluardo. Data della costruzione di questo « aggere » sarebbe fine IV sec.,
inizio III sec. a. C., quando la necropoli è stata abbandonata86 . Questa
datazione viene confermata dalle notizie storiche che interessano la
regione: le guerre di espansione di Taranto e la discesa di Alessandro
il Molosso in Italia, che tra l’altro occupò Siponto e si spinse fino ad
Arpi. Questi avvenimenti potevano spingere Herdonia a cingersi di
una cerchia muraria.
La seconda fase potrebbe mettersi in relazione con l’espansione
delle genti sannitiche e con la conseguente avanzata dei Romani. Questa costruzione più solida, poggia in alcuni punti sul baluardo precedente, in altri sulla roccia. Essa ha per fondamenta diversi filari di
ciottoli
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MELUTA D. MAR1N____________________________________________________________________________
di fiume sormontati da una muraglia di mattoni crudi, regolarmente
disposti e uniti coll’argilla; è la stessa tecnica riscontrata nell’aggere
di Arpi.
La larghezza delle fondamenta varia da m. 2,60 a 3,70, mentre
l’altezza del filare di ciottoli varia da cm. 40 a cm. 60. Tutto questo
costituisce soltanto il parametro esterno della cinta, perché verso l’interno si ha soltanto un rialzo di terra largo fino a m. 12,80 che serve a
rinforzare il muro esterno. A sua volta questa alzata di terra è mantenuta da un muro di controscarpa fatto da ciottoli, terra e mattoni crudi. Le porte sono ancora semplici: un passaggio largo m. 6, profondo
m. 13,20 per la porta di NE e uno largo m. 5,25 e profondo m. 15 per
la porta di SO. Come sempre i muri che fiancheggiano le porte sono
più larghi e più solidi. Sembra oramai sicuro che sin dalla prima fase
si snodava intorno alla cinta un grande fossato. La datazione della seconda fase è data dai frammenti di ceramica apula tarda e protocampana, risalenti alla fine del IV inizio del III sec. a.C. La seconda guerra
sannitica potrebbe essere la causa dei nuovi rifacimenti nella prima
cinta.
La terza e la quarta fase consistono in rafforzamenti del sistema esistente che potrebbero essere messe in relazione la prima con la discesa di Pirro e la battaglia di Ausculum, la seconda con la presenza di
Annibale nella Daunia durante la seconda guerra punica.
Queste quattro fasi sembrano costituire la prima epoca della storia
di Herdonia che termina bruscamente nel 210 a. C. con la distruzione
della città e la deportazione della popolazione nella zona di Metaponto
e di Turioi.
La quinta fase mostra una ricostruzione radicale della cinta in solida muratura. E' la fase più monumentale e meglio conservata; è una
cinta a duplice cortina, quella esterna più solida e più massiva, con la
parete interna meno larga e costituita da un muro di controscarpa. Il
riempimento tra le cortine era di terra; le cortine non sono sempre parallele e la distanza tra esse varia da 4 a 6 m. La facciata esterna è in
opus incertum di bella fattura, tendente talvolta d opus reticulatum.
Qua e là la cinta è rafforzata da torri circolari. La datazione di questa
cinta non è facile, potrebbe essere della fine del III sec. a. C., oppure
del II sec. a. C., come anche del I sec. a. C. Comunemente si sostiene
che essa rappresenti la seconda epoca della città di Herdonia e risalga
alla fine del Il inizio del I sec, a. C. (tra 100 e 55 a. C.), alquanto tardi
dopo la distruzione del 210 a. C. della città. Ad ogni modo il paramento in opus incertum, tendente qualche volta verso il reticolato, non ci
permette di risalire al di là della fine del II sec. a. C.
La sesta fase può essere situata nella seconda metà del I sec. a. C.;
la settima fase, durante l’impero, dimostra che sul fianco est della collina la cinta è stata messa fuori servizio. Tra il materiale è presente la
ceramica in terra sigillata e una moneta di Augusto datata all’anno 7 a.
C.; nella zona situata a NE la costruzione dell’anfiteatro sulla cinta segna grandi trasformazioni. t questa la terza epoca della città di
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____________________________________________________________TRE CENTRI DELL’ANTICA DAUNIA
Herdonia, divenuta stazione importante della via Traiana, fatta, probabilmente, sis temando un tracciato stradale più antico. Siamo nella
epoca in cui sorgono importanti monumenti cittadini.
L’ultima fase, l’ottava, segna un cambiamento radicale nella topografia della città, ora quasi completamente abbandonata e coperta di
resti e terra. I frammenti ceramici rinvenuti indicano che l’abitato è esistito almeno fino al XV sec.
2. Strade extraurbane.
A questo centro nel periodo imperiale giungevano varie arterie
stradali. La più importante è l’Appia Traiana che da Aeca, dopo aver
attraversato il Cervaro, passava il ponte sul Carapelle e poi giungeva
sembra alla porta NO della città. Dopo aver attraversato l’abitato e poi
girato ad angolo retto nelle vicinanze del foro herdonitano usciva dalla
porta NE per dirigersi tramite Stornara e Masseria Capitolo a Canusium (v. fig. 16 pianta di Herdonia e fig. 17 rete stradale dauna). La
strada ricalcava antichi tracciati percorsi dai Dauni. Nel tratto lastricato interno scoperto è larga m. 3,45 e sono ben visibili i solchi
profondi lasciati dalle ruote dei carri.
Forse alla stessa porta doveva giungere la via detta Herdonitana,
oppure Aurelia - Aeclanensis costruita ex novo sotto Adriano, in un
primo momento da Benevento fino ad Eclano, poi, su espressa richiesta degli eclanensi, rimasti tagliati fuori dalle grandi linee di traffico
con l’abbandono dell’Appia antica, fu allacciata ad Herdonia con la
Traiana (fig. 17). Notizie su questa strada si ricavano da varie iscrizioni che ci danno anche il nome dell avia: via Herdonitana, via ducente Herdonias, via ad Herdoniam87 .
Sembra invece che ricalchi il tracciato di una strada esistente in età
repubblicana la via Venusia - Herdonia che pare giungesse alla stessa
porta NE della città. La strada, il cui tracciato rettilineo è perfettamente visibile nella fotografia aerea, necessaria per allacciare Ve nusia alla Traiana, considerata opera di Diocleziano dal Chieffo, e identificata da due iscrizioni e dai ruderi di un ponte sulla destra
dell’Ofanto tra Camarda e ponte S. Nicola (fig. 17).
3. La città.
Nell’interno della città è stato esplorato soprattutto il centro mo numentale intorno al foro, dove già nel 1954/55 N. Degrassi aveva iniziato a liberare alcuni ambienti in opus reticulatum che delimitavano
sui lati NE, SE e SO una piazza più o meno rettangolare, che si dimostrerà in seguito essere la spianata del Tempio A e il foro.
La zona monumentale è il risultato in ordine cronologico della sistemazione dei seguenti monumenti:
Dell’età repubblicana il tempio B, sul lato ovest della grande spianata, risalente al II sec. a. C. e vari resti di botteghe e abitazioni sul
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MELUTA D. MAR1N____________________________________________________________________________
lato N ed E della stessa. Segue la creazione di una terrazza ad esedra
che permetterà la sistemazione del foro triangolare e della basilica situati a N della terrazza. Nel I sec. d. C. la zona centrale subì profonde
modifiche. Fu tagliata una nuova spianata al centro della quale su un
alto podio fu eretto il tempio A con grande scalinata. Accanto al tempio A, sul lato ovest, una costruzione rotonda sembra sia un macellum.
Botteghe e varie altre costruzioni intorno alla spianata non sono meglio identificate. Dello stesso periodo è la costruzione dell’anfiteatro.
Varie costruzioni tardive furono scoperte nella costruzione circolare a
sud del tempio A, accanto al macellum, sul lato est a N del criptoportico, presso la fontana della via Traiana, nell’entrata assiale della basilica e nel tempio B.
Dagli scavi e dalle ricerche condotte si possono tracciare diverse
fasi di sviluppo di questa città.
La fase più antica è costituita da un abitato indigeno dauno databile tra il VI e il IV sec. a. C. e molto più esteso della città racchiusa
dalle fortificazioni che noi conosciamo. Case e tombe si mescolano
come si può vedere sulla collina sud della città, per una vasta zona ad
est della cerchia muraria, nei pressi del « castellum ». Si tratta di un
abitato sparso, composto da più nuclei dove si associano abitazioni e
necropoli. Prove sarebbero la tomba a dromos scoperta nella zona della basilica88 , i resti di abitazioni e tombe sulla collina est, le tombe nella zona dell’anfiteatro, ecc. Non è escluso, ma ciò si deve ancora dimostrare, che questo abitato fosse delimitato da un esteso aggere, come quello della città di Arpi, da datare forse al VI-V sec. a. C.
In seguito la vallata, dove sorgerà il centro monumentale di Herdonia, sarà in parte colmata, nel momento della costruzione della cinta
muraria e della sistemazione della prima terrazza, sistemazione che si
può datare alla seconda metà del I sec. a. C.89 . E' da notare che presso
l’angolo ovest di questa terrazza esisteva già a quest’epoca il piccolo
tempio B eretto nel II sec, a. C.
La prima sistemazione del forurn si allinea col tempio B e comporta la costruzione della basilica.
Questo aspetto del centro viene completamente capovolto dalla costruzione del tempio A e della sua spianata.Gli scavi stratigrafici e lo
studio del materiale e delle tecniche costruttive permettono una datazione generica dell’insieme alla fine del I, inizio del II sec. d. C.; questo il momento della costruzione pure della via Traiana. Alcuni rifacimenti secondari si ebbero nel Il e III sec. d. C.; nel basso impero nei
secoli IV e V tutti questi monumenti pubblici sono abbandonati o alcuni restaurati; ‘si osserva in più punti, con l’aiuto del materiale di
reimpiego l’erezione di nuove costruzioni, che per la loro forma absidata vengono chiamate cappelle. Di queste intorno al foro furono individuate cinque. In tutti questi casi, intorno alle cosiddette cappelle,
furono scoperte tombe tardive ad inumazione. Nell’interpretarle si
48
TOPOGRAFIA DELLA DAUNIA ANTICA
Fig. 1 – Insediamento dauno individuato dalla fotograf ia aerea ad ovest di Salapia romana,
nella zona chiamata Torreta dei Monaci.
Presenta forma semilunata con la concavità rivolta verso un antico specchio d’acqua
(Marana di Lupara).
TOPOGRAFIA DELLA DAUNIA ANTICA
Fig. 2 – I resti della Salapia Romana.
Fig. 3 – Foto aerea: Zona archeologica di S. Maria di Siponto.
Fig. 4 – Foto aerea di Siponto Romana.
Visibili le mura situate a sud dell’antico abitato.
TOPOGRAFIA DELLA DAUNIA ANTICA
Fig. 5 – Zona archeologica di S. Vito
TOPOGRAFIA DELLA DAUNIA ANTICA
Fig. 6 – S. VITO : L’atrio della domus ellenistica.
TOPOGRAFIA DELLA DAUNIA ANTICA
Fig. 7 – S. VITO: Particolare dell’impluvium in marmo.
TOPOGRAFIA DELLA DAUNIA ANTICA
Fig. 8 – S. VITO: Una fila di colonne del peristilio.
Fig. 9 – S. VITO: Bucranio.
TOPOGRAFIA DELLA DAUNIA ANTICA
Fig. 10 – S. VITO: Vari frammenti di decorazione in stucco.
TOPOGRAFIA DELLA DAUNIA ANTICA
Fig. 11 – S. VITO: Fregio sottile del compluvium.
TOPOGRAFIA DELLA DAUNIA ANTICA
Fig. 12 – S. VITO: Capitello, maschera fittile e frammento del fregio.
Fig. 13 – S. VITO: Maschera fittile .
TOPOGRAFIA DELLA DAUNIA ANTICA
Fig. 14 – S. VITO: La cisterna .
TOPOGRAFIA DELLA DAUNIA ANTICA
Fig. 15 – Foto aerea di Herdonia .
TOPOGRAFIA DELLA DAUNIA ANTICA
.
Fig. 16 – Pianta dell’antica Herdonia .
a = anfiteatro; b = porta NE; c = castellum; d = porta NO; e = porta SO;
f = centro monumentale; g = necropoli; numeri romani = tombe
TOPOGRAFIA DELLA DAUNIA ANTICA
Fig. 17 – Ricostruzione della rete stradale secondo la foto aerea.
TOPOGRAFIA DELLA DAUNIA ANTICA
Fig. 18 – Cratere e askos proveniente da A scoli Satriano.
TOPOGRAFIA DELLA DAUNIA ANTICA
Fig. 19 – Vari oggetti rinvenuti nella necropoli di Ascoli Satriano.
TOPOGRAFIA DELLA DAUNIA ANTICA
Fig. 20 a – Cratere geometrico da Ascoli Satriano.
Fig. 21b – Askos rustico e antefissa da Ascoli Satriano.
TOPOGRAFIA DELLA DAUNIA ANTICA
Fig. 21 – Bassorilievo funerario romano da Ascoli Satriano.
TOPOGRAFIA DELLA DAUNIA ANTICA
Fig. 23 – Millario della Via Appia Traiana (Ascoli Satriano).
____________________________________________________________TRE CENTRI DELL’ANTICA DAUNIA
dovrebbe non dimenticare che secondo alcune informazioni Herdonia
fu sede vescovile nel V sec.
4.
Il centro monumentale.
Tempio B. Situato nell’angolo ovest del foro; si conserva il podium
e qualche tratto della parete di fondo della cella. Le sottostrutture poggiano direttamente sulla roccia. È un tempio con unica cella (m. 5,83 x
5,60), periptero del tipo a ambulatio sine postico. Il podium presenta
una muratura fatta con ciottoli di fiume e frammenti di tegole di tipo
laconico. Il tempio di pianta quasi quadrata (m. 15,81 x 13,19) presenta la facciata più larga della profondità. Le pareti del tempio, là dove si
sono conservate, sono fatte di tegole. Per la sua costruzione furono distrutte varie abitazioni, costruite in mattoni crudi e miscuglio di argilla
e paglia su basamento di muratura in argilla, e tombe. Ciò avvenne
anche nella zona della basilica dove fu possibile ricuperare strati più
antichi, come pure nella zona dell’anfiteatro sotto la cinta urbana e
sulla collina meridionale della città.
Le tombe scoperte sotto il tempio B si datano al IV sec. a. C., che
costituisce il terminus post quem per la datazione del tempio. Il terminus ante quem è dato dalle costruzioni erette intorno al tempio, i cui
elementi più antichi risalgono al I sec. d. C. Secondo la pianta, la tecnica di costruzione e la ceramica scoperta, il tempio si data al II sec. a.
C.
Il Foro. Al momento della sistemazione del foro il tempio fu fiancheggiato da due scalinate; esse costituivano il passaggio tra il foro e
una stradella della città che costeggiava dietro il tempio B tutto il centro monumentale. Per ottenere il foro furono tagliati per una grande
profondità i pendii che circondavano il centro di Herdonia costituendo
vari terrazzamenti. Il dislivello tra il foro e il tempio B è di m. 2,92.
Sullo stesso terrazzarnento furono collocati il fianco SO del colonnato
del foro e il settore SO della basilica.
Il foro, di pianta quasi triangolare, si presenta come una piazza lastricata, circondata da un marciapiede e sui lati O e N da un portico
largo m. 5 e lungo m. 51, formato da 13 colonne. Questo portico con
resti di basi per statue onorifiche unisce il tempio B alla via Traiana.
La basilica. Sorge sul lato NO del foro sopra resti di antiche abitazioni e di tombe, di cui una a camera con dromos. La basilica è rettangolare, con la parete esterna di m. 41 x 27; la struttura lignea poggiava su un colonnato interno di 4 x 8 colonne. Le pareti sono in
pseudo - reticulatum e con pilastri in mattoni. Nella facciata che costeggia il foro si aprono tre grandi porte; una quarta porta doveva trovarsi sul lato corto della basilica, aperta sulla via Traiana. Nell’entrata
centrale in epoca tarda fu situata un cappella chiusa da abside.
Tempio A e vari resti antichi. Già nel 1954/55 una serie di mura in
opus reticulatum delimitavano verso NE, SE e SO uno spazio più o
meno rettangolare che si dimostrerà poi essere la spianata del tempio
A. Negli scavi successivi risultò che la spianata era una piazza lastricata
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MELUTA D. MAR1N____________________________________________________________________________
di forma rettangolare, orientata NO-SE di m. 59 x 35. La piazza è
fiancheggiata sui lati NE, SE e SO da un criptoportico largo m. 1,90.
Questa galleria sotterranea è sormontata da un portico monumentale,
le cui basi in parte si sono conservate in situ. Nell’asse della spianata,
verso SE s’innalza il tempio A le cui sottostrutture esistono in parte. Il
tempio, con alto podium, di m. 18 x 7,5 presenta un’unica cella, preceduta verso il foro da una larga scalinata e chiusa sul fondo da una
nicchia monumentale. Su due lati del tempio, su un portico, si aprono
vari ambienti. L’angolo NE del complesso fu trasformato in epoca più
tarda in cappella con annessi.
A sud del tempio A gli scavi del 1966/67 misero in luce un mercato o macellum formato da una sala circolare probabilmente a volta,
circondata da 14 colonne che indicavano i muri di separazione di altrettante piccole stanze.
Intorno alla spianata vari scavi misero in luce diversi gruppi di tabernae, ecc. Così nell’angolo formato dalla via Traiana dinanzi alla
«fontana », come pure alle spalle di essa, si vedono varie costruzioni
di diverse epoche in una stratigrafia già anticamente disturbata, perché
qui furono sistemate cisterne e magazzini sotterranei. Tra questi è stato identificato un complesso composto di almeno 16 camere comunicanti tra loro tramite dei passaggi a volte. Tutto è orientato più o meno
O-E, orientamento che è identico a quello della grande terrazza a exedra, sistemata anteriormente alla spianata del tempio A. Al centro di
questa terrazza ad exedra si alza un monumento costruito su podium,
di cui alcuni elementi furono messi in luce a NE del tempio A.
L’abside della terrazza, costruita in tegole ha un raggio di 5 m.
Nell’angolo occidentale dello stesso piano d’insieme s’inscrive una
sala quadrata di m. 10 x 10, ricoperta più tardi dal complesso monumentale costruito in funzione del tempio A (si tratta della spianata rettangolare di m. 59 x 35 e i suoi portici).
Nel fianco sud della spianata fu liberata una serie di botteghe che
si apriva su essa e il portico che la circondava. Queste botteghe presentano l’orientamento generale del complesso, però si sovrappongono ad altre botteghe orientate secondo una anteriore sis temazione della
quale fanno parte il tempio B, la basilica e il foro che abbiamo già descritto.
Le due serie di tabernae presentano come unità urbanistica la bottega rettangolare, qualche volta a due stanze, separate dal portico da
una larga porta chiusa da una inferriata scorrevole.
5. L’Anfiteatro.90
Il monumento sorge ad est della città e a sud della porta NE. Fu
costruito sulla cerchia muraria, mentre il fossato fu adibito per l’arena.
A sud dell’anfiteatro, extra muros, si stende una vastissima necropoli
che si snoda sui due lati della via Herdonia - Venusia, il cui tracciato
rettilineo è perfettamente visibile nella fotografia aerea (fig. 15).
50
____________________________________________________________TRE CENTRI DELL’ANTICA DAUNIA
L’anfiteatro del tipo seminterrato, come quello di Pompei, Venosa90 , Lucera 91 si presenta come un’ellisse con l’asse maggiore di m.
74,45 e quella minore di m. 59,40; l’arena, che occupa l’antico fossato, è d m. 44,60 x 28,90. L’ellisse non è molto regolare; essa si presenta più arrotondata e più larga sul lato rivolto ad est.
Nella costruzione dell’edificio si possono distinguere due fasi.
Tracce della prima riscontriamo soprattutto negli ingressi e nel muro
della arena, dove si riconosce il suo paramento in opus incertum. Nulla di simile è stato riscontrato nel muro esterno dell’anfiteatro, per cui
si può pensare che all’esterno il monumento fosse fatto in legno. Ad
ogni modo, nel momento attuale delle nostre conoscenze possiamo dire soltanto che le fondamenta del muro esterno possono appartenere in
parte alla costruzione primitiva.
La parete dell’arena presenta una serie di nicchie, di cui alcune
messe in luce si trovano approssimativamente nell’asse minore dell’ellisse. Non è escluso che altre siano disseminate lungo il percorso di
questa parete. Forse sopra di esse sorgevano piccole tribune per le autorità cittadine.
Nulla si è conservato della gradinata della cavea. Le carceres poste
sotto il livello dell’arena erano raggiungibili per mezzo di una scala
che sboccava nell’arena stessa.
I due ingressi principali erano situati nell’asse maggiore dell’edificio e sorgevano nell’antico fossato; essi sono identici e costituiti da
un corridoio lungo m. 15 che si allarga leggermente verso l’esterno. Il
corridoio è largo verso l’arena m. 3,50, sulla facciata m. 4,65. I corridoi sono fiancheggiati da scalinate che conducono alle gradinate della
cavea. Nella prima fase di costruzione queste scalinate costituivano gli
unici accessi alla cavea e dovevano essere costituite di almeno 6 gradini. Gli spettatori accedevano agli ingressi principali dell’anfiteatro
attraverso larghe scale sistemate nell’antico fossato.
La cronologia di questa fase (verso la metà del I sec. d. C.) è data
da alcuni frammenti di terra sigillata e dal corredo funebre della tomba
XXI.
La seconda fase presenta la ricostruzione dell’anfiteatro in bellis simo opus reticulatum con cordoni e catene in mattoni oppure in opus
vittatum. Mentre le dimensioni dell’edificio restano immutate, vengono ingranditi gli ingressi. Quello nord presenta adesso un aspetto monumentale, mentre quello sud è meno accurato.
I corridoi, che conducono all’arena, coperti per tre quarti della loro
lunghezza da una volta, ricevono in parte un nuovo paramento in reticolato. Le scalinate laterali sono quasi completamente demolite e sostituite con delle stanze (carceres) coperte con volte schiacciate. Queste sono identiche nell’ingresso settentrionale, più piccole in quello
meridionale. Gli ingressi centrali sono fiancheggiati da corridoi a volta, muniti all’inizio da una scalinata costruita sopra le volte delle carceres e che permette l’accesso alla cavea. Queste entrate laterali, per51
MELUTA D. MAR1N____________________________________________________________________________
fettamente simmetriche nell’ingresso nord sono lunghe rispettivamente m. 10,25 e 10,50 e larghe una da m. 3,85 a m. 3 e l’altra da m. 3,75
a m. 2,90. Le scalinate larghe m. 1,50 hanno sei gradini. Meno larghi e
meno simmetrici i passaggi dell’ingresso meridionale (il corridoio orientale è lungo m. 9,65 e largo da m. 3 a m. 2,20; la scalinata larga m.
1,50 ha sette gradini; il corridoio occidentale è lungo m. 10,15 e largo
da m. 2,90 a 1,80). Questi ingressi potevano essere raggiunti pure attraverso una scalinata costruita contro la facciata e di cui nello ingresso nord si conservano ancora 15 gradini. Questa scalinata costituiva il
passaggio diretto tra la città e l’ingresso nord, attraversando
un’apertura fatta nel muro di cinta della città. Le facciate esterne della
seconda fase presentano un aspetto più monumentale.
L’aspetto dell’arena è rimasto invece identico a quello della fase
precedente; il paramento murarie è in parte rinnovato in opus reticulatum e ricoperto di uno strato di calce. Una nicchia sulla parete ovest
dell’arena ci fa supporre la presenza di una tribuna situata a m. 3,30
sopra il livello dell’arena.
Difficile stabilire l’altezza del muro esterno della facciata, per
mancanza di elementi.
In questa seconda fase l’anfiteatro aggiunse altri due ingressi secondari. Si tratta di qualche gradino sopra una massiccia opera in mu ratura che conduce a semplici corridoi larghi m. 1,60 e 1,45, situati
sotto le gradinate e che si aprono direttamente nella parte superiore
della cavea. Intra muros un acciottolato di strada, proveniente da SO,
conduce ad uno di questi ingressi, mentre un secondo passaggio doveva essere accessibile alla strada proveniente da Venosa, il cui tracciato, probabilmente, fu spostato verso est al tempo della costruzione
dell’anfiteatro.
Nell’interno della città le case furono costruite nella immediata vicinanza del monumento, mentre il terreno situato ad est dell’anfiteatro
continuerà a servire come necropoli.
Le aperture fatte nella parete dell’arena, che permettevano l’accesso diretto alle carceres presso gli ingressi, sembrano appartenere
ad una ulteriore sistemazione del monumento.
Questa seconda fase dell’anfiteatro si situa cronologicamente sotto
Traiano, quando la città diventa un importante nodo stradale sulla via
Traiana finita nel 109 d. C.
L’inserimento della città su una grande arteria di traffico porterà
ad un intenso sviluppo architettonico che si può osservare non soltanto
nell’anfiteatro, ma nella porta NE, come pure nella sistemazione generale del foro e dei monumenti adiacenti.
A queste due fasi principali dell’anfiteatro si possono aggiungere
altre due. Una quando l’anfiteatro fu in parte demolito durante il basso
impero e gli ingressi chiusi con dei muri per costituire vari ambienti
ad uso forse di abitazione. Il grande numero di tombe di età tarda scoperte in questa zona indicano che alla fine dell’età romana e nell’alto
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____________________________________________________________TRE CENTRI DELL’ANTICA DAUNIA
medioevo la zona fu adibita a necropoli. L’altra fase è costituita dal
seppellimento del tesoro, scoperto all’ingresso sud, tra il 976 e il 999.
che costituisce il terminus ante quem per la completa distruzione del.
l’anfiteatro e il riempimento degli ingressi con diversi rottami e terra.
6.
La necropoli.
Il problema della necropoli di Herdonia è tutt’ora aperto. Fino a
questo momento nei due volumi apparsi è stata pubblicata per opera di
R. Iker soltanto una parte delle tombe scoperte e sottolineamo che si
tratta di tombe trovate all’interno della cinta della città romana. Delle
tombe situate fuori le mura soltanto due furono pubblicate (tomba X93
situata nella necropoli che si stende ad est della città, a circa 150 m.
dalla cinta e la tomba XX trovata nella necropoli a circa i km. a sud di
Herdonia [v. fig. 16] ).
Durante le prime quattro campagne di scavo furono scoperte una
cinquantina di tombe. Nella loro maggioranza furono scoperte incidentalmente nelle trincee aperte sul territorio della città romana, la
quale distrusse gran parte delle tombe anteriori94 .
Le ricerche condotte fino ad oggi ci permettono di sostenere che la
zona occupata dalla città antica delimitata dalla cerchia muraria fu abitata in un periodo anteriore al IV sec. a. C. Anzi le tombe si mescolano ad abitazioni che si stendono per grandi distanze al di fuori
della cerchia muraria.
La prova di una occupazione della nostra zona in un periodo anteriore al IV sec, a. C. è costituita dall’esistenza di uno strato archeologico contenente frammenti di ceramica geometrica simili a quelli
rinvenuti nelle tombe e dalla presenza di grandi buche circolari scavate nella roccia. Queste buche, diverse dalle tombe hanno dato una
grande quantità di materiale geometrico.
Le tombe rettangolari e di piccole dimensioni sono costruite in due
maniere: sia scavate nella roccia, sia costruite con ciottoli fluviali sopra la roccia. Coperte da una lastra di pietra, spesso presentano intorno
ad essa, per una larghezza di circa 30 cm. una fascia fatta con grossi
ciottoli fluviali.
Generalmente sono orientate SO-NE, ma alcune hanno un orientamento diverso NO-SE. Lo scheletro rannicchiato poggia sul fianco
destro, con la testa a SO poggiata su una pietra piatta; il corredo èdisposto di fronte allo scheletro, sul fondo della tomba. Nel maggior
numero di casi i vasi sono depositati dinanzi al petto e al cranio, spesso con una piccola coppa messa presso il mento. Queste regole non
sono rigorose se si tratta di tombe di bambini. In media il corredo è
formato da 10-15 vasi, ma non mancano quelli molto ricchi, fino ad
una ses santina di pezzi o molto poveri contenenti una semplice ella
(fascina)95 . Il corredo non è formato da oggetti nuovi, ma molti di essi
dimostrano che non erano più utilizzabili, altri presentano tracce di riparazioni.
La cronologia delle tombe non è facile, specialmente se la stessa
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MELUTA D. MAR1N____________________________________________________________________________
tomba è stata utilizzata per più seppellimenti. Interessante osservare
che tra le pietre di una tomba furono rinvenute riutilizzate due teste di
stele « daunie » e una pietra tagliata in forma vagamente umana96 . Ciò
potrebbe costituire una prova che le tombe erano segnate da stele. Iker
afferma che oltre le stele le tombe di Herdonia in origine fossero indicate da un’enorme fascina, come dimostrerebbero i numerosissimi
frammenti che coprono la necropoli97 . Alcuni frammenti sono dipinti a
mano, altri sono decorati con scene di caccia, corse di carri o con una
composizione floreale, tutto imp resso a ruota.
Oltre ai materiale ceramico si trovano nelle tombe collane di perle
di vetro o di terracotta, braccialetti in bronzo, fibule in bronzo e ferro,
anelli, cinturoni di bronzo, coltelli di ferro, ecc.; si riscontrano pure
piccole figurine in osso.
Sebbene difficile ed ancora aperto il problema della cronologia
della ceramica geometrica dauna, possiamo affermare che almeno in
alcuni casi ci troviamo di fronte a materiale anteriore alla ceramica
campana a vernice vera. La maggior parte delle tombe pubblicate dal
sig. Iker sono datate al IV-III sec. a. C.
L’ubicazione delle tombe pubblicate nei due volumi, finora apparsi, della missione belga, è la seguente: (v. pure la nostra pianta fig.
16).
La tomba I a fossa, scavata nella roccia, fu trovata ai piedi e all’esterno della cinta muraria del I sec. a. C. e nelle immediate vicinanze dell’anfiteatro 98 . Conteneva soltanto una brocca con alta ansa cornuta sopraelevata sul labbro, lavorata a mano con decorazione geometrica in nero sul fondo chiaro. Le pareti sottili, il disegno preciso ed
accurato, la cottura perfetta, fanno del vaso un bel esemplare del monocromo dauno.
La tomba VII, di un bambino, fu rinvenuta all’interno, nelle vicinanze della cinta muraria, nel settore sud-est della città. Di piccole dimensioni (cm. 80 x 50), coperta da un frammento di un grandissimo
vaso avente un diametro di più di un metro. Il corredo era costituito da
4 vasi di tipo dauno: piccolo vaso ad un’ansa con decorazioni a fasce
bruno-nerastre, un kyathos con decorazione bicroma, ad alta ansa cornuta, una brocca simile a quella della tomba I, ma meno accurata, ed
un piccolo vasetto grezzo 99 .
La tomba X fu individuata nella necropoli situata ad est della città,
a circa 150 m. dalla cinta. Conteneva trentadue vasi, tutti lavorati a
ruota, esclusa la fascina (grande olla). Si tratta di una tomba a fossa,
scavata nella roccia, che si allarga leggermente verso il fondo100 .
La tomba scoperta nella necropoli orientale a circa i km. a sud di
Herdonia è una tomba a fossa, scavata nella roccia, orientata S-N e
con un corredo di 27 vasi. Alla stessa apparteneva una serie di piramidette in terracotta che portano delle raffigurazioni che si possono
catalogare in 6 tipi diversi.
La tomba II, scoperta a m. 4,80 di profondità, a nord di porta NE e
ad ovest delle mura di cinta, si data al IV sec. a. C.
54
____________________________________________________________TRE CENTRI DELL’ANTICA DAUNIA
La tomba III fu ritrovata durante lo scavo della porta NE. È costruita con ciottoli fluviali sopra la roccia. Furono rinvenute ossa di un
adulto e frammenti di ossa di un bambino. Tra le ossa del bambino e
le gambe dell’adulto furono scoperti i resti di un grande vaso globulare a due anse (fascina) con sul fondo una piccola scodella ad un'ansa.
È questo un tipo particolare di corredo funebre assai diffuso nella necropoli di Herdonia 101 .
Nella tomba sono presenti vari oggetti in bronzo, elementi di una
fibula in ferro, perle in osso o avorio. La cronologia è data specialmente dalla piccola scodella, la quale non risale come altre al VII sec.
a. C., secondo la cronologia del Pryce, che presentano pareti fini e decorazione geometrica formata da piccoli elementi geometrici, ma
sembra più antica di quelle che si datano comunemente al IV sec. a. C.
La nostra scodella si potrebbe datare al V sec, a. C.
Nelle vicinanze della tomba III furono rinvenuti i resti di altre tre
tombe completamente rovinate (tombe IV, V e VI). Già svuotata del
suo materiale fu trovata presso la stessa porta NE la tomba VIII, a fossa, scavata nella roccia. La tomba IX, sul limite ovest della città, fu ditrutta quando fu costruita la cinta muraria. Costruita sulla roccia, in
ciottoli fluviali, orientata SO-NE, con scheletro rannicchiato, non ha
dato materiale ceramico.
Le altre tombe, esclusa la tomba XXXV di un bambino, scoperta
sotto l’anfiteatro e datata alla seconda metà del IV sec, a. C., si ubicano nel modo seguente entro la città:
1. La tomba XI fu scoperta a 3,80 m. di profondità sotto le fortificazioni primitive della città, a sud del centro monumentale; conteneva quattro scheletri e il materiale potrebbe essere datato in un periodo
che va dalla seconda metà del IV sec, a. C. all’inizio del IV sec. a.
C.102 .
2. La tomba XXV sorgeva nel settore SE della città nei pressi della
cinta. Già saccheggiata, era scavata nella roccia e conteneva i frammenti di due vasi, di cui uno era la parte inferiore di uno skyphos vernice nera del tipo di Gnathia. Si data nella prima metà del IV sec, a. C.
3. Le tombe XXVI e XXXIV sono tomb e per bambini, individuate
nei pressi della tomba IX, verso l’interno; hanno dato poco materiale.
4. La tomba XXVIII fu scoperta sotto il muro SO del tempio B;
presenta materiale tardo che data la tomba alla fine del IV sec. a. C.
5. La tomba XXIX trovata sotto la strada che si snodava alle spalle
del tempio B, per il decoro e la forma di una piccola coppa, come pure
per la presenza di una brocca con decorazione in stile di Gnathia, si
data alla seconda metà del IV sec. a. C.
6. La tomba XXXI, a fossa, in ciottoli fluviali, fu individuata allo
interno della città, a sud-ovest del centro monumentale. Il corredo era
costituito da tre vasi: parte di una fascina frammentaria, con ingubbiatura biancastra e tracce di pittura nera nella parte superiore, che conteneva una brocca ad ansa rialzata con decorazione monocroma nera
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MELUTA D. MAR1N____________________________________________________________________________
composta da bande orizzontali e da piccoli motivi geometrici eseguiti
a tracciati molto fini. L’autore avvicina questo vaso ad alcuni cocci di
Torre Castelluccia classificati dal Biancofiore nel gruppo prete-geometrico databili al X-IX sec. a. C., e che Taylour invece chiama geometrico iapigio e data al VII sec. a. C. Frammenti con decorazione simile furono trovati anche a Saturo che Lo Porto classifica come geometrico iapigio e data al IX-VIII sec. a. C. Vasi che si avvicinano a
questo gruppo furono trovati ad Arpi e ad Ancona103 . Un vaso simile
al nostro proviene da Nela e fu considerato dal Pryce dauno del VII
sec, a. C. Il signor Iker, incerto sulla datazione di questo vaso di Herdonia, lo colloca in un lungo periodo che va dal VI al IV sec. a. C.
7. La tomba XXXII, intatta, ‘sorgeva sul lato ovest della città, ad
una ventina di metri dalla cinta. A fossa rettangolare, coperta da una
lastra di tufo con una corona di ciottoli fluviali intorno ad essa, presentava lo scheletro di un adulto, adagiato sul lato destro lungo la parte NO della fossa e con la testa poggiata su una lastra piatta. Il corredo
funebre, oltre la fascina con la piccola brocca situata nell’angolo est,
era costituito da altri quattro vasi, tra cui una brocca di forma globulare e un vaso a pancia arrotondata, con ansa quasi verticale rialzata sul
labbro del vaso. L’ultimo vaso dipinto a mano presenta una decorazione bicroma in nero e rosso-bruno. L’appartenenza della tomba ad
una donna è data dalla presenza di un braccialetto in bronzo e di due
fibule ad arco semplice, una in bronzo e l’altra in ferro. La tomba risale al IV sec. a. C.
8. La tomba XXXIII situata nell’angolo NO della cella del tempio
B, di piccole dimensioni, orientata SSO-NNE, appartiene ad un bambino. Il corredo era costituito da tre vasi: uno a pancia arrotondata,
collo obliquo con due anse a sezione cilindrica e decorazione bicroma,
una brocchetta con decorazione monocroma in nero e una specie di
askos bicromo. Il materiale metallico è costituito da due braccialetti in
bronzo, una fibula in ferro ed altri oggetti. Si potrebbe collocare facilmente tutto nella seconda metà del V sec. a. C.
9. La tomba XXXV scoperta sotto l’anfiteatro è una piccola fossa
scavata nella roccia che servì per il seppellimento di un bambino. Il
corredo funebre era costituito da cinque vasi che si datano nella seconda metà del IV sec. a. C.
Le tombe di Herdonia presentano una importanza particolare per lo
studio della ceramica geometrica dauna. Fino adesso il materiale pubblicato non ci permette di trarre delle conclusioni al riguardo. Possiamo soltanto notare che i pezzi monocromi sono più antichi e di tecnica superiore. Dal punto di vista topografico, esclusa la zona situata a
sud dell’anfiteatro, che si presenta come una vasta necropoli, possiamo dire che le tombe sono sparse ovunque. Ad ogni modo si può osservare che sono abbastanza numerose a sud e a sud-ovest del centro
monumentale.
Prima di finire questa descrizione sull’antica Herdonia vogliamo
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____________________________________________________________TRE CENTRI DELL’ANTICA DAUNIA
sottolineare la grande importanza che acquista per la storia della città
il rinvenimento di antiche epigrafi. Alle undici iscrizioni raccolte da
Mommsen (CIL., IX, n. 686-696) si aggiungono una dozzina di iscri
zioni complete e un grande numero di frammenti più o meno grandi
trovati negli scavi eseguiti dal 1962 al 1966. Le iscrizioni complete
nella maggior parte, provengono dal foro cittadino e si tratta di basi di
statue onorifiche, riutilizzate nei periodi successivi, ma non molto allontanate dal posto di origine. Vi sono poi iscrizioni che provengono
da edifici ed infine iscrizioni funerarie e vari frammenti di epigrafi104 .
I dati nuovi che si ricavano dalle iscrizioni sono interessantissimi
per l’antica Herdonia.
Tutte le iscrizioni, tranne una, appartengono all’epoca imperiale.
Le basi delle statue onorifiche si possono datare nella seconda metà
del II sec. o nella prima età del III sec. d. C. La città appare come manicipium e la sua organizzazione dipende dall’aiuto finanziario dato in
gran parte dai privati. Per i loro meriti i cittadini vengono onorati con
delle statue elevate nel foro cittadino.
Interessante l’epigrafe in onore di Lucius Arrenius Menander il
quale percorse tutto il cursus honorum municipale. Egli fu successivamente aedilis, IIII vir iure dicundo e IIII vir quinquennalis; fu inoltre
patrono del collegium fabrum tignuariorum. Nell’iscrizione appare il
nome della città Herd(oniae), nome che fino ad oggi era attestato epigraficamente soltanto a Aeclanum, come pure l’indicazione della tribù
di L. Arrenius. Si tratta della tribù Papiria, la stessa della vicina Ausculum, e non della tribù Cornelia, come fino ad oggi si sosteneva. Si
può pensare che questa nuova attribuzione alla tribù Papiria sia avvenuta dopo la guerra sociale, quando anche le città di Ausculum e di
Teanum Apuluin105 furono assegnate alla stessa tribù.
L’esistenza di altre due corporazioni: il collegium canne phorum e
il collegium iuvenum è rivelata da altre due basi onorarie, una in onore
di Bruttia Nereis, moglie di L. Arrenius Menander e l’altra della figlia
dello stesso, Arrenia Felicissima.
Da un’iscrizione rinvenuta nell’anfiteatro conosciamo l’esistenza
di terme ad Herdonia e i magistrati che furono incaricati per la loro erezione.
La prosopografia municipale ha molto guadagnato da questa serie
di rinvenimenti epigrafici, in quanto tutti i nomi gentilizi furono per la
prima volta riscontrati ad Herdonia.
Ci auguriamo che altri volumi saranno al più presto pubblicati e i
vari problemi dell’antica Herdonia risolti o avviati verso una soluzione. Il problema più difficile rimane quello dell’origine del nostro centro; altrettanto mi sembra si presenti il problema della ceramica geometrica dauna. Soltanto quando tutto il materiale ceramico della vastissima necropoli sarà catalogato e studiato, si potrà dare un più preciso inquadramento cronologico, come pure una storia della evoluzione di questa ceramica dauna.
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MELUTA D. MAR1N____________________________________________________________________________
A USCULUM
L’attuale cittadina di Ascoli Satriano106 sorge a 410 m. s. l. m., su
una altura ai cui piedi scorre il fiume Carapelle. Il Rosario 107 afferma
che secondo una vecchia tradizione la città sorgeva prima un po’ più
verso NE, a breve distanza da Ordona, e precisamente in quella contrada del territorio ascolano che si trova tra S. Pietro al Piano, Palazzo
di Ascoli e Sedia di Orlando, lungo il fiume Carapelle.
La città non è ricordata dagli itinerari perché si trovava fuori delle
principali vie imperiali che attraversavano la Daunia; il Chieffo 108 sostiene che Ausculum si trovava sulla via Herdonitana (o Aurelia-Aeclanensis) costruita da Benevento ad Herdonia al tempo degli Antonini, come pure sulla via che univa Venusia ad Herdonia, in quanto considerava il tratto Ausculum-Herdonia unico per le due strade. In realtà,
come abbiamo già detto nel capitolo su Herdonia, le due strade avevano un percorso indipendente (v. fig. 17).
Il Nissen109 situa la città di Ausculum a XXII miglia da Aeca e a X
miglia da Herdonia. Il Giustiniani110 e il Chieffo 111 la pongono nello
stesso sito in cui sorge la cittadina moderna. D. Romanelli112 sosteneva che i resti della città antica si vedevano, ai suoi tempi, un po
distanti dalla città moderna. C’è chi la vuole edificata su tre colline,
come la città di Herdonia.
La città antica sembra non essere conosciuta nelle fonti anteriormente al 279 a. C. Il nome appare negli scrittori greci sotto le forme
~AxXov113 e ‘AaxX~z~wv 114 ; presso latini riscontriamo per la città
Asculum115 per gli abitanti Asculani116 per l’ager Asculinus. In una iscrizione117 riscontriamo Civit(as) Auscul(anorum). Il nome ci è noto
inoltre dalle monete che portano la leggenda A~!KAA o Ar~KAIN.
Il Rosario 118 pensava, partendo dal nome moderno Ascoli Satriano,
che sui colli situati ad oriente del Carapelle si innalzassero ben due
citta, una con l’acropoli sul colle del Castello e l’altra con l’acropoli
sul coll’e della Torre Vecchia, chiamate rispettivamente Ausculum e
Satrianum. L’autore, per sostenere l’esistenza delle due città, partiva
da un noto passo pliniano in cui venivano elencate le popolazioni della
seconda regione augustea119 e considerava che il termine « Atrani
»nominato prima di « Aecani » fosse un nome corrotto e stesse al posto di « Satriani ». Sempre in Plinio il Rosario trovava i nomi di altre
due città Apinam e Tricam. Quest’ultima fu considerata un’altra corruzione di Satrianum. Anche il Colamonico112 ammette che le città antiche furono due e che l’appellativo di Satriano fu aggiunto al nome
Ascoli da una vicina città Satricum che sarebbe stata distrutta durante
le guerre sannitiche121 .
Oscura l’origine della città. Secondo alcuni studiosi il suo nome è
da mettere in relazione con quello degli Ausoni, quindi la fondazione
della città si dovrebbe attribuire a popolazioni predaune122 . Per il
Chieffo invece, la città è di origine dauno-iapigio messapica123.
Della storia di Ausculum ben poco sappiamo. La città è ricordata
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____________________________________________________________TRE CENTRI DELL’ANTICA DAUNIA
durante il conflitto fra Pirro e Romani. L’esercito romano sconfitto
una prima volta ad Eraclea (280 a. C.), nella primavera del 279 a. C.,
sotto il comando dei consoli P. Sulpicio e Decio Mure, si scontrò per
la seconda volta con le armi di Pirro. La battaglia avvenne in Apulia,
presso Ausculum124 , lungo il corso di un fiume non facilmente attraversabile, rapido e boscoso125 , fiume che secondo Pareti non può essere che l’Aufidus (Ofanto) che scorre a sud dell’attuale Ascoli Satriano 126 . Secondo il nostro storico lo schieramento delle forze epirote e
romane era il seguente: i Romani che provenivano da sud, precis amente da Ve nusla, erano accampati sulla riva destra del fiume, mentre
Pirro, prima della battaglia, era accampato a nord del fiume, cioè sulla
sua riva sinistra, perché voleva aggirare il nemico, tagliandolo fuori
dalle zone fedeli a Roma. Soltanto così si può spiegare come le truppe
degli Arpani, che provenivano dal nord, giunsero direttamente alle
spalle dello schieramento di Pirro distruggendone l’accampamento. Il
campo di battaglia, dunque, viene situato dallo stesso sulla riva
dell’Ofanto, a nord di Melfi, tra Ponte S. Venere e le pendici di M.
Maggiore. Per più giorni le truppe avversarie si sorvegliarono da lontano senza venire a combattimento. La battaglia stessa durò due giorni
(secondo altri soltanto uno); nel primo giorno le perdite furono grandi
da ambedue le parti; sembra che lo scontro ebbe luogo intorno al guado di Ponte S. Venere (l’antico Pons Aufidi degli Itinerari). Secondo
Zonara, dopo questo primo scontro indeciso, i consoli « chiesero a Pirro se volesse egli stesso attraversare impunemente il fiume, mentre essi arretravano, o preferisse lasciarlo passare ai Romani, in modo che
con uno scontro equo, con forze integre, si potesse giudicare della fortezza di ognuno dei due eserciti ». Avendo i Romani concesso a Pirro
quella opzione, egli, confidando negli elefanti, fece passare ai suoi il
fiume. Qualunque sia il valore reale di queste trattative, che forse nascondono una prima vittoria di Pirro, lo scontro sarebbe incominciato
dopo il passaggio degli Epiroti, ed in zona pianeggiante127 : in questo
caso la battaglia si svolse a sud dell’Ofanto e, precisa Pareti, ai piedi
dell’attuale Masseria Casella. La battaglia è descritta, anche se in maniera contraddittoria da Frontino e da Dionisio d’Alicarnasso128 , ed è
certo che i Romani, nell’utilizzare i trecento carri a quattro ruote costruiti con congegni diversi per danneggiare gli elefanti, non ebbero il
risultato che si aspettavano, perché Pirro fece in modo che gli elefanti
agissero fuori dell’azione di quei carri. L’esito della lotta delle legioni
romane contro la falange fu durissimo, e sarebbe stato ancora più duro
se Pirro non fosse stato costretto a inviare una parte delle forze armate
a nord del fiume, dove 4000 fanti e 400 cavalieri apuli di Arpi, giunti
in ritardo per unirsi ai Romani, si trovarono alle spalle degli Epiroti, a
nord del fiume, presso il loro accampamento che devastarono ed incendiarono. Pirro inviò contro di loro cavalleria ed elefanti, che passarono sulla riva sinistra del fiume, ma senza risultato, perché gli Arpani
si erano ritirati sulla vetta di un monte impervio. A sera, sospesi gli at59
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tacchi, Pirro ripassò il fiume e trascorse la notte con le truppe
all’addiaccio, perché non aveva più il suo accampamento; poi, prima
del mattino, si ritirò verso Taranto. I Romani, al mattino, guadarono
l’Ofanto, ma non incontrando più il nemico, ripassarono il fiume e ritornarono nella loro città, cioè a Venusia.
Come vediamo, il nome di battaglia di Ausculum sembra improprio; più che della città si deve pensare che almeno alcuni momenti
della battaglia ebbero luogo nel territorio ausculano.
Per avere altre notizie sul nostro centro dobbiamo giungere alla
guerra sociale, quando il territorio di Ausculum fu devastato dai Romani, come risulta da Appiano129 .
La storia di Ausculum si deve rifare, come per molti altri centri
dauni, con l’aiuto del materiale archeologico. Purtroppo gli scavi archeologici sono ancora pochissimi e gli ultimi non ancora pubblicati.
Dalle epigrafi apprendiamo che Ausculum apparteneva alla tribù
Papiria 130 ; dell’« Ordo decurionum » si trovano notizie in varie iscrizioni131 tra le cariche amministrative, oltre ad un patronus municipii et
patronus civitatis Ausculanorum132 sono ricordati gli aediles iure dicundo 133 ; quattuorviri quinquennales e i quattuorviri iure dicundo
dell’iscrizione 668 sono considerati dal Mommsen134 e dal De Ruggiero 135 da riferire alla città di Compsa.
Dopo la guerra sociale Ausculum divenne colonia militare e l’agro
fu diviso ed assegnato secondo la legge Sempronia e Giulia ai veterani
romani.
Dal punto di vista topografico ben poco sappiamo fino ad oggi.
Intorno all’attuale città una vasta area è occupata dalla necropoli
dell’antico centro. Purtroppo scavi non controllati sono avvenuti qui in
varie epoche. Oggi materiale da Ascoli si può trovare nel museo di
Bari, nel Museo nazionale di Taranto, nel museo di Foggia, presso
collezionisti privati, nel museo locale di Barletta, ecc.
Dall’ottobre 1965 fino al febbraio 1966 furono scavate 79 tombe
del tipo a grotticella con dromos e a fossa rettangolare nella tenuta
detta « Serpente » e in quella chiamata « Cimitero Vecchio ».
Le tombe a fossa, scavate nella roccia, si presentano più larghe
nella parte superiore e vanno restringendosi verso il fondo. Delimitate
da un circolo di ciottoli fluviali, avevano il cadavere rannicchiato con
il corredo disposto intorno. Tutto veniva racchiuso da un lastrone tufaceo o in travertino. I corredi, costituiti prevalentemente da vasi con
decorazione geometrica di tipo dauno, tanto monocroma che bicroma,
comprendono anche eccezionali pezzi di oreficeria e di bronzi, databili
dal IV al III sec. a. C. Il materiale ceramico può essere datato ad un
periodo che va dal V al III sec. a. C. Nella zona cimiteriale fu rinvenuto un mosaico fatto con piccoli ciottoli fluviali, simile a quelli rinvenuti ad Arpi oppure a Merino.
Rinvenimenti casuali hanno messo in luce un mosaico in tessellato
bianco e nero, purtroppo distrutto. Non si conoscono monumenti, né
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fortificazioni. Esistono invece cippi miliari della via Appia Traiana:
una colonna miliare è visibile ad Ascoli in via S. Maria (fig. 22).
Da scavi clandestini provengono nel museo di Foggia vari pezzi. È
presente la ceramica geometrica dauna monocroma e bicroma. Tra le
forme le fascine, i crateri con figure umane stilizzate, ecc.
Tra il materiale esistente nel museo di Taranto possiamo elencare
alcuni pezzi:
1. Cratere con larga bocca e con due anse cilindriche impostate
sulla spalla del vaso. La decorazione, che copre soltanto la parte superiore, è costituita da un motivo metopale tra fasce larghe in bruno (fig.
18, n. 1).
2. Askos di tipo canosino (ceramica listata) con decorazione costituita da vari motivi: spirali, linee ondulate, triangoli, ecc., che coprono
tutta la superficie del vaso. Nella parte inferiore la figura stilizzata di
un pesce (fig. 18, n. 2).
3. Kalathos decorato con un motivo stilizzato floreale tra fasce
strette e larghe (fig. 19, n. 1).
4. Askos canosino molto simile al precedente: presenta nella parte
inferiore una palmetta stilizzata (fig. 19, n. 2).
5. Uno specchio in bronzo sul cui manico è incisa una testa femminile di profilo (fig. 19, n. 3).
6. Disco in terracotta raffigurante un cavaliere a cavallo (fig. 19, n.
4).
7. Antefissa con la testa di gorgone (fig. 20 b).
8. Askos rustico privo di decorazione (fig. 20 b).
9. Cratere peucetico con larga bocca, avente due anse cilindriche
sulla spalla e fra di esse due mani umane stilizzate. Un motivo floreale
stilizzato divide in due la superficie del vaso coperto da semplici linee
e fasce (fig. 20 a).
Insieme a questi oggetti vi era anche una lucerna monolicne a vernice nera.
Tutti questi oggetti furono donati al museo il 6-6-1921 dall’ispettore onorifico di Ascoli Satriano P. Rosario.
Si tratta di materiale rinvenuto in scavi clandestini nelle tombe
sparse nei dintorni della città moderna. Nelle tombe non mancava il
materiale metallico, come si può vedere da un elenco di alcuni oggetti
risalenti all’età del ferro, conservati nel museo di Bari e pubblicati da
Antonio Jatta136 : amuleto in forma di ariete, fibule a doppio disco a
spirale di varia grandezza, anello bracchiale, bracciale a lamina larga,
frammento di armilla nastriforme a spirale ornata sulla faccia esteriore
con graffiti geometrici a denti di lupo, fibule ad arco serpeggiante a
doppio occhiello, pendaglio con protome di uccello, fibula di ferro
formata da un cerchietto attraversato dall’ardiglione, anello digitale
semplice di bronzo, due punte speronate: una larga cm. 4,2 con 12
speroni, l’altra con 18 speroni.
Nella cittadina di Ascoli Satriano oltre al miliario della Appia
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MELUTA D. MAR1N____________________________________________________________________________
Traiana si possono vedere due colonne di granito, presso la facciata
del Duomo, con una iscrizione greca LHAO_scolpita sotto la raffigurazione di una città murata con tre torri. Le colonne antiche sembrano
utilizzate in periodo tardo e la città raffigurata mi sembra che rappresenti la città medioevale di Ascoli.
Vi sono inoltre alcune statue di leoni: una, alle spalle del Duomo, è
considerata romana dal Caggese; altre due invece si vedono ai lati
dell’arco dei Palazzo Comunale; queste potrebbero essere di un periodo più recente.
Sulla facciata dello stesso arco si trova un bassorilievo funerario
romano con due personaggi togati (fig. 21). È lavoro scadente di artigiani locali.
Un frammento di mosaico si può vedere invece stilla pavimentazione stradale, proprio davanti al Convento di S. Potito.
Il Rosario 137 ci informa, inoltre, dell’esistenza in Ascoli di cisterne,
condotti sotterranei con pareti intonacate, ecc.
Come possiamo vedere da questo poco che abbiamo detto, l’antica
Ausculum è tutta da scoprire. Aspettiamo con ansia la pubblicazione
del materiale archeologico rinvenuto nel 1965-66, che potrà dirci qualche cosa sulla vita di questa città in un periodo che va dal V al III sec,
a. C. Topograficamente nulla conosciamo sulla città, la cerchia mu raria, i monumenti, le case, ecc.
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CONCLUSIONI
Sebbene non siano stati presi in esame che alcuni problemi di natura storico-topografica dell’antica Daunia, ci sembra che alcune considerazioni di carattere generale sia possibile tracciarle.
Dobbiamo sottolineare che è rimasta completamente fuori la regione garganica con i suoi interessanti problemi, che speriamo possano essere oggetto di una prossima ricerca.
Per il Tavoliere le conclusioni si potrebbero riassumere nei seguenti punti:
1) Difficile il problema delle origini dei centri che fioriscono nell’età storica. Per alcuni, come Arpi o Luceria, qualche spiraglio di luce
si fa vedere. Per gli altri invece tutto è da scoprire. Ad ogni modo in
alcuni casi il sito scelto per l’insediamento nell’età storica fu abitato
dall’uomo anche nelle età anteriori (pensiamo a Monte Albano a Luceria, all’acropoli di Canusium, alle zone che si trovano nelle vicinanze di Salapia romana, ecc.).
Certo, nello studio delle origini dei centri dauni, gli elementi più
interessanti rimangono la scoperta della tomba a tumulo di Arpi con
corredo databile all’VIII sec. a.C. e i rinvenimenti, in contrada Cupola
vicino alla foce del Candelaro, di tombe e di ambienti relativi ad un
impianto urbano che, iniziato nel IX sec., si protrasse fino al III sec. a.
C. Questi ultimi elementi potrebbero essere validissimi per la ricerca
della Sipontum preromana. Ancora avvolta nel mistero l’origine
dell’antica Herdonia, anche se il materiale tombale qualche volta ci
permette di risalire ad un periodo anteriore al V sec. a. C., come pure
quella della Salpia vetus. Gli scavi iniziati a Torretta dei Monaci potranno nel futuro darci elementi più decisivi per l’origine di questa antica città.
2) Ben poco conosciamo sullo sviluppo urbanistico di questi centri
dauni. Ad ogni modo di molti siamo ormai certi della forma e della estensione dell’abitato, come ci hanno dimostrato la fotografia aerea e
poi l’indagine sul terreno. Gli insediamenti di Arpi e quello che ancora
si nasconde nella zona della Torretta dei Monaci sono molto simili. Si
tratta di insediamenti situati nelle vicinanze di antichi corsi d’acqua,
delimitati da poderosi « aggeri » di terra.
Tutti gli insediamenti del Tavoliere sorgono nei pressi di fiumi o
torrenti; quelli delle zone di collina hanno affidato l’acropoli al colle
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più alto e meglio difeso naturalmente (v. Luceria, Canusium, Herdonia). La posizione dell’acropoli varia: occupa una zona centrale ad
Arpi e a Salapia romana, occupa una zona periferica a Luceria e Canusium.
Esclusa la città di Herdonia, che ci sta rivelando, almeno in parte,
il centro monumentale della città, le altre ci dicono ben poco. Alcuni
elementi interessanti abbiamo sottolineato in relazione con Canus~um.
3) Difficile stabilire un preciso rapporto fra abitato e necropoli.
Possiamo però affermare con certezza che almeno nei periodi più antichi case e tombe si mescolavano, anche se non si può non sottolineare l’esistenza di alcune zone adibite soltanto a necropoli (si vedano le
varie necropoli di Luceria, di Canusium, la zona ad est delle mura di
Herdonia, ecc.).
4) Nulla sappiamo sul tipo di abitazione, sui templi o altri mo numenti civili.
5) Alcuni elementi nuovi cominciano ad avviare una diversa soluzione per il problema della ceramica geometrica dauna, le origini, la
evoluzione, le forme, la cronologia, i vari influssi, la diffusione di detta ceramica.
6) Molti scavi sono stati iniziati. Speriamo che al più presto quello
che è stato scavato sia pubblicato e che gli scavi possano continuare
specialmente per rivelarci qualcosa in più sulla metropoli dauna di
Arpi, oppure elementi più sicuri per l’ubicazione precisa della Sipontum preromana e della Salpia vetus. Soltanto gli scavi archeologici
fatti con cura potranno metterci a disposizione elementi nuovi e validi
per una più ricca e più precisa storia della regione dauna.
M ELUTA D. M ARIN
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N O T E -------------------------------------------------------------------------1 STRABONE, XIV, 654: ~ o~ ~.t ~ ‘I~t~C ~ ~ l~ ~ Pb~r~v ix~taccv 1~v fa’~pov
MRO Xt6c~L x ‘~éaxov, iv ~à ‘rot~ O~tnot~ ~v IIRp~e~ iv ~iuvto~ ~ss~ Kjwv
EX~tCa~.
2 H. NISSEN afferma che il lago era lungo 11 km. e largo 4 km. e dai confini sempre imprecisi: cfr. Italische Landeskunde, vol. 112, Berlino, 1902, p. 849. Per A. ANGELUCCI il lago si estende da NO a SE per 20 km. e per 3 km. da SO a NE. La profondità del lago è di m. 0,93 e una duna di sabbia lo separa dal mare: cfr. A. ANGELUCCI, Una visita ai laghi di Salpi e di Lesina nella Capita -nata, Genova, 1872, p. 2.
3 LUCANO, Pharsalia, V v. 377 sqq.
4 L’Angelucci, op. cit., p. 2, sostiene che in tempi antichissimi il lago era certamente tutto mare, dal quale poi addivenne una baia. Solo piu tardi una duna di sabbia separerà il lago dal mare. L’autore afferma ancora che sulla sponda sud del lago sorgeva
l’antica Salapia, che aveva un celebre porto, scalo delle vicine città di Canusio (Canosa)
ed Arpi.
5 La stessa espressione fu variamente tradotta dagli studiosi di Salapia e Sipontum.
Il Ciaceri lo traduce con « bocca di un grande lago marino », il RIONTINO (Cannae,
Trani, 1942, p. 186) con « bocca di una grande palude ». Ci sembra che il termine « palude » si addica bene ad un’epoca più tarda, ma non a quella della fondazione della città.
6 S. M. PUGLISI, La civiltà appenninica, Firenze, 1959, p. 60.
7 S. FERRI, Stele « daunie », in « Bollettino d’Arte », an. XLVII, 1962, serie IV,
nr. 2-3, p. 103.
8 G. SCHMIEDT, Contributo della foto -interpretazione alla ricostruzione della situazione geografico-topografica degli insediamenti antichi scomparsi in Italia, Firenze,
1964, p. 3. I villaggi sono segnati in ordine con le lettere A, B, C.
9 Ibidem, p. 30-31; v. pure M. MARIN, Scavi archeologici nella contrada di S. Vito
presso il lago di Salpi, in « Arch. sI. pugl. », XIX, (1966), p. 8 e 10, fig. 1-4, come pure
M. MARIN, in « Arch. st. pugl. », XVII (1964).
10 C. DRAGO, Scavi nella palude del Cervaro, in « Not. d. Scavi », serie VI, vol.
XII, 1936, pp. 59-66.
11 A. ANGELUCCI, op. cit., p. 6; cfr. pure M. MARIN, in « Arch. st. pugl. »,
XVII, 1964, p. 169.
12 M. MARIN, Scavi archeologici nella contrada S. Vito presso il lago di Salpi, in
« Arch. sI. pugl. », XVII, 1964, pp. 167-224.
13 STRABONE, VI, 283.
14 VITRUVIO, De arch., 1, 4, 12.
15 STRABONE, XIV, 654 già citato.
16 STRABONE, VI, 284: ~RX~t~ Tolomeo III, 1, 14 dà le forme: ~Xcu~tc~R
~X~tiRv, X~c~t APPIANO la chiama ~oXtG X~tL~.
17 N. CORCIA, Storia delle due Sicilie, Napoli, 1847, vol. III, p. 579; E. CIACERI, La Alessandra di Licofrone, Catania, 1901, p. 304-5; C. TAMMEO Daunia mistica,
Conversano, 1928, p. 24.
18 S. LASORSA, Storia di Puglia, I, Bari, 1953, p. 92.
19 G. ALESSIO, Salentini e Calabri nel tallone d’Italia, estr. da Salento, an. Il, nr.
3-4, p. 4.
20 C. BATTISTI, La voce prelatina SALA e le sue possibili sopravvivenze, in «
Studi Etruschi », VII, 1933, pp. 267-277, ma soprattutto C. BATTISTI, Ancora sul mediterraneo SALA e sui suoi possibili riflessi nell’etrusco, in « Studi Etruschi », XVI,
1942, pp. 369-385.
21 Interessante osservare che nei documenti etruschi esiste una parola sal il cui valore semantico, secondo il Battisti. è quello di « acqua del mare ». L’autore preferisce
questo valore semantico a quello di « sale ». La base sala- in Sala pia ha, crediamo, lo
stesso valore semantico e vuol dire città legata ad acqua di mare.
22 E. PAIS, Storia della Sicilia e della Magna Grecia, Torino, 1894, vol. I, pp.
313-14, 568-9, 291; E. CIACERI, Storia della Magna Grecia, Genova, 1927,
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vol. I, p. 337. Questa tesi è stata ripresa da J. PERRET, in « Revue Historique »,
CLXXXV (1939), pp. 23 segg.
23 VITRUVIO, (De Arch., I, 4, 12) afferma che il nome di Elpie deriva da un rodio
Elpias, però subito dopo riferisce un’altra tradizione secondo la quale la città sarebbe
stata fondata da Diomede al ritorno da Troia. Ai Rodi è attribuita pure da Stephano di
Byzanzio (s.v. EX~CRv: •EXRCR i~6XL~ iv ~RUvtOL~ xiCa~s~ ‘Po~twv.
24 E. CIACERI, La Alessandra di Licofrone, Catania, 1901, vv. 1128-1130.
25 Livio, XXIV, 20, 47; XXVI, 38; XXVII, 1, 28.
26 APPIANO, Hann., 45, 50; Bell. civ., 1, 52. L’autore durante le guerre annibaliche nomina la ~6X~ ~ mentre durante la guerra sociale adopera semplicemente
X~tc~. C’è chi vede in questo fatto una distinzione tra la città fiorente del III sec, a. C.
(s~6X~) e la città oramai povera e decaduta del I sec. a. C.
27 CICER0, De lege agr., 71.
28 PLINIO, N.H., III, 103.
29 STRABONE, VI, 284.
30 Teniamo a sottolineare che le distanze odierne tra le rovine dell’antica Sipontum,
esistenti nella zona archeologica di S. Maria di Siponto, e i resti antichi su Monte di
Salpi sono di circa 26 km., cioè corrispondono ai 140 stadi indicati da Strabone. Quindi
l’autore potrà benissimo riferirsi alla Salapia romana.
31 VITRUVIO, De arch., I, 4, 12: « Item in Apulia oppidum Salpia vetus, quod
Diomedes ad Troia rediens constituit, sive, quemadmodum nonnulli scripserunt, Elpias
Rhodius, in eiusmodi locis fuerat collocatum; ex quo irìcolae quotannis aegrotando laborantes, aliquando pervenerunt ad M. Hostllium, ab eoque publice petentes impetraverunt, uti his idoneum locum ad moenia transferenda con quireret eligeretque. Tunc is
moratus non est, sed statim rationibus doctissime quaesitis secundum mare mercatus est
possessionem loco salubri, ab senatuque populo Romano petiit, ut liceret transferre oppidum, costituitque moenia et areas divisit, numoque sestertio singulis municipibus
mancipio dedit. His confectis lacum aperuit in mare, et portum e lacu municipio perfecit; itaque nunc Salpini quattuor milia passus progressi ad oppido veteri habitant in salubri loco ».
32 STRABONE, VI, 283.
33 G. ALVISI, Problemi di viabilità nell’Apulia settentrionale, in « Archeologia
classica », XIV, 1962, p. 155, fig. 2.
34 Liber Coloniarum, 210 (Salpia), 261 Salpis colonia, litore terminatur.
35 TOLOMEO, III, 1, 14.
36 It. Ant., 314.
37 ANON, RAVEN., IV, 31; V, 1.
38 Guido, 22: Salinis quae et Sala pis; 71: Salinis quae et Salapia.
39 PHILIPP, in Pauly - Wissowa, R. E., s. v. Salapia.
40 H. NISSEN, Italische Landeskunde, vol. 112, Berlino, 1902, p. 849.
41 Misurando le quattro miglia a sud di Monte di Salpi si raggiunge un sito non
molto lontano dalla odierna Trinitapoli.
42 Antica topografia istorica del Regno di Napoli, Napoli, 1818, p. 198.
43 Storia delle due Sicilie, Napoli, 1847, v. III. p. 578.
44 Enciclopedia Italiana Treccani, s. v. Sala pia.
45 A. RIONTINO, Canne, Trani, 1942, pp. 208-2 10.
46 Il nostro autore segue in tutto quanto si trova già detto da AFAN DI RIVERA
negli Atti della Reale Società Economica di Capitanata del 1838 (cfr. MELUTA D.
MARIN, Scavi arch. nella contrada S. Vito..., in « Arch. St. Pugl. », XVII, 1964, pp.
168-9, nota 1).
47 RIONTINO, op. cit., pp. 209-210.
48 E. MOLA, Sul cangiamento del lido appulo, in « Giornale letterario di Napoli »,
I giugno 1783, pp. 4-5.
49 IDEM, Peregrinazione letteraria per una parte dell’Appulia, Bari, 1796, p. 16.
50 A. ANGELUCCI, Una visita ai laghi di Salpi e di Lesina nella Capitanata, Genova, 1872, pp. 1-10; la descrizione è a p. 6.
51 A. RIONTINO, Canne, Trani, 1942, specialmente le pp. 183-266.
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52 Una breve notizia su questi rinvenimenti è stata pubblicata dai prof. N. DEGRASSI, in « F. A. », Xl, 1958, n. 2823.
53 Oggi si accede a questi resti dalla masseria Anzano - De Michele, erroneamente
segnata, nel foglio 165 III Trinitapoli dell’I.G.M., col nome di Casale De Pasquale.
54 M. MARIN, in « Arch. st. pugl. », XVII, 1964, p. 172.3 e fig. 2-3.
55 La descrizione particolareggiata si trova in M. MARIN, op. cit., pp. 174-218,
figg. 3-40.
56 V. D. BLAVATSKIY, in « Enc. dell’Arte antica », s. v. Crimea, p. 932.
57 A. ANDRIANI, in « Enc. dell’Arte antica », s. v. Alessandria, p. 208, fig. 302.
58 L. BERNABO' BREA, I rilievi tarantini in pietra tenera, in « Rivista dell’Ist.
Naz. d’Archeologia e Storia dell’Arte », n. s., an. I, Roma, 1952, p. 160.
59 PHOTIOS PETSAS, Ten Years at Pella, in « Archeology », vol. 17, n. 2, giugno
1964, p. 76.
60 L. LAURENZI, art. Delo, in « Enc. d’Arte ant. », p. 56.
61 TOLOMEO, III, 1, 72; APPIANO, Hannib., 48
62 STRAB., VI, 282; secondo Meineke la forma straboniana è corrotta, perciò la
corregge in Ep~aTtc~.
63 Livio, XXV, 20, 7; XXV, 22, 14; XXVII, I.
64 Livio, XXIV, 20, 3.
65 Silio, ITALICO, Punica, VIII, v. 562-67.
66 Plinio, N. H. III, 105.
67 H. A. GRUEBER, Coins of the Roman Republic, Il, p. 193; A. CHIEFFO, Preistoria e storia della Daunia, Foggia, 1953, pp. 136-7 e 153.
68 S. CALDERONE, Sybaris e i Serdaioi, in Helikon, III, 1963, pp. 232; IDEM, in
Metropoli e colonie di Magna Grecia, « Atti III Conv. Studi sulla Magna Grecia », Napoli, 1964, pp. 141-143.
69 E. KUNZE, VII Bericht uber die Ausgrabungen in Olym pia, 1961, pp. 207 s.
70 E. MOLA, Peregrinazioni letterarie per una parte della Puglia con la descrizione delle sue sopravvanzanti antichità, Bari, 1796, p. 44 segg.
71 N. CORDA, Storia delle due Sicilie, v. III, Napoli, 1843, p. 588.
72 H. NISSEN, Italische Landeskunde, Il, p. 847; ANGELUCCI, Ricerche preistoriche e storiche nell’italia meridionale, Torino, 1876; M. MAYER, Apulien vor und
wàhrend der Hellenisierung, Lipsia, 1914; Th. Ashby - R. GARDNER, The Via Trajana, in « Papers Brit. Sch. at Rome », VIII, 1916, pp. 149-50.
73 v. pure M. MAYER, Apulien..., pp. 64-67.
74 Q. QUAGLIATI, Tombe daune dei tempi sto rici, in « Not. d. Scavi », XXXII,
1907, p. 28 e segg.; M. MAYER, Apulien..., p. 67; I0EM, Die Keramik des vorgriechischen Apuliens, in « Rom. Mitteili. », XXIII, 1908, pp. 148 segg.
75 Dice QUAGLIATI (op. cit., p. 36-37): «E' doloroso che dopo l’Angelucci si sia
lasciato in abbandono alla più ignorante e devastatrice speculazione antiquaria il vasto
sepolcreto di Ordona, da cui preziose ed ampie cognizioni si sarebbero certamente potute attingere intorno all’antica etnografia deIl’Apulia settentrionale, dove la gente indigena, pur venuta in relazione di scambi, per mezzo dell’Apulia media, con la civiltà
greca ed italiota, ha tenacemente mantenuto le sue tradizioni di origine nei tempi storici
». Tra queste tradizioni mette il rito funebre del rannicchiamento.
76 A. CHIEFFO, Herdonia, Foggia, 1948; IDEM, Preistoria... cit.
77 F. P. JOHNSON, The Farwell Collection, Cambridge, 1953.
78 F. G. LO PORTO, Collezioni archeologiche di provenienza daunia in Torino, in
« Studi in onore di A. Calderini e di R. Paribeni », vol. III (1956).
79 N. DEGRASSI, in « Fasti Archeologici », XI, 1956, n. 4696, figg. 98-99; B.
NEUTSCH, in « Archeologische Anzeiger », 1956, coli. 283-4.
80 G. ALVISI, Scoperta e distruzione di una città: Herdonia, in « Urbanistica », n.
40, I. N. U. 1966, pp. 127-134, fìgg. 1, 4, 5, 8; IDEM, Problemi di viabilità nell’A pulia
settentrionale, in « Arch. Classica » XIV, 1962; IDEM, in Vie di Magno Grecia « Atti
2° convegno Studi sulla Magna Grecia », Napoli, 1962.
81 J. MERTENS, Ordona, I Rapport provisoire sur les travaux de la mission belge
en 1962/63 et 1963/64, Bruxelles Rome, 1965, p. 10.
67
MELUTA D. MAR1N____________________________________________________________________________
82 J. MERTENS, Ricerche archeologiche ad Ordona, Rapporto provvisoric della
campagna del 1962/63, in « Not. d. Scavi », XVI, 1962 (1964), pp. 1-29; IDEM, Recherches archéologiques à Ordona (Antique Herdoniae en Apulie, Italie), Rapport sur
Ies travaux entrepris en 1962 et 1963, in « Rend. Accad. Naz, Lincei», XIX, 1964, pp.
110-116; IDEM, Fouilles belges à Ordona (Italie), in « Archeologia » (Paris) 1965.
83 J. MERTENS (avec la collaboration de R. Iker et G. De Boe) Ordona,I Rapport
provisoire sur les travanx de la mission belge en 1962/63 et 1963/64, Bruxelles - Rome,
1965; J. MERTENS (avec la collaboration di G. De Boe, R. Gurnet, R. Iker, J. Lallemand et F. Van Wonterghem), Ordona, Il Rapport provisoire sur les travaux de la mission belge en 1964/65 et 1965/66, Bruxelles - Rome, 1967,
84 Si tratta di un breve sunto; per le informazioni particolareggiate, piante, illustrazioni, si vedano le pubblicazioni elencate alle note 82 e 83.
85 J. MERTENS, Ordona, Il, p. 14.
86 IDEM, Ordona, I, p. 27.
87 CIL, IX, 670, 1156, 1414.
88 Ordona, Il, p. Il e nota 2.
89 Ordona, I, pp. 21-23, 26-29 e 30-31.
90 La descrizione particolareggiata del monumento, per opera di G. De Boe, si trova in J. MERTENS, Ordona, Il, pp. 89-125.
91 R. BARTOCCINI, in « Japigia », VII, 1936, pp. 11 segg.
92 G. PESCE, in « Not. d. Scavi », 1936, pp. 450 segg.
93 v. Ordona, I, pp. 44 segg.
94 Si veda l’elenco completo delle tombe in Ordona, Il, p. 32.
95 Il termine di lascino fu utilizzato da JOHN5ON, The Farwell Collection, Cambridge, 1953. Questo tipo di vaso decorato frequentemente tra le anse con motivi a testa
d’animale o mani umane stilizzate è denominato da altri « orcio apulo, cratere, urna,
sfagion, ecc. ».
96 Ordona, II, pp. 35 segg.
97 Ordona, I, p. 64.
98 Ordona, I, pp. 35 segg.
99 Ibidem, pp. 40 segg.
100 Per la descrizione particolareggiata si veda Ordona, I, pp. 44 segg.
101 Generalmente questo tipo di corredo è formato soltanto da due vasi: una grande
olla a due anse con una decorazione monocroma in nero nella parte superiore, e un piccolo vaso ad un’ansa, con decorazione sempre monocroma, che si trova all’interno della
grande olla.
102 Ordona, II, pp. 44-54.
103 Per tutta la bibliografia cfr. Ordona, II, p. 64, nota 1 e p. 65, note 1-6.
104 Per lo studio particolareggiato si veda in Ordona, Il, l’articolo di F. VAN
WONTERGHEM, Les inscriptions découvertes pendant les quattre premières campognes de fouilles à Ordona (1962-1966), pp. 127-154, pi. XLVI -LXII.
105 G. SUSINI, Sulla tribù di Teanum Apulum, in « La Parola del Passato », fase.
XCIX, nov.-dic. 1964, pp. 452-456.
106 L’appellativo di Satriano fu aggiunto al nome Ascoli nel 1860 per distinguerlo
da Ascoli Piceno.
107 P. ROSARIO, Dall’Ofanto al Carapelle, Ascoli Satriano, 1898, p. 107.
108 A. CHIEFFO, Preistoria e storia della Daunia, Foggia, 1953, p. 149.
109 H. NISSEN, Ital. Landeskunde, v. Il, p. 845.
110 L. GIUSTINIANI, Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli, t. Il,
Napoli, 1797-1816, p. 6.
111 A. CHIEFPO, op. cit., p. 150.
112 D. ROMANELLI, Ant. topogr. ist. del Regno di Napoli, Napoli, 1818, t. 11, p.
250.
113 PLUT., Pirro, 21, 6.
114 APPIANO, 1, 52.
115 FRONT., Strat., 2, 3, 21; FLORO, I, 13, 9; FESTO, De verb. Sig., 1. XIII, col.
1180, 5 3-56 da Osculana pugna.
116 PLINIO, N. H., III, 105.
117 CIL, IX, n. 665.
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____________________________________________________________TRE CENTRI DELL’ANTICA DAUNIA
118 P. ROSARIO, op. cit., p. 143.
119 PLINIO, N. H., III, 105.
120 COLAMONICO, in « Enc. Ital. Treccanl », s. v. Ascoli.
121 Queste ipotesi sull’esistenza di due città potranno essere respinte completamente o accettate se Scavi archeologici porteranno elementi tali da poter permetterci una discussione ampia intorno all’argomento.Per il momento sottolineano che in
Lucania, ben lontano da Ascoli, esiste una città di nome Satriano.
122 G. COLELLA, Toponomastica pugliese, Trani, 1941, p. 117.
123 A. CHIEFFO, Op. Cit., p. 150.
124 PLUT., Pirro, 21, 6; FLORO, I, 13, 9; ZON., VIII, 5, p. 375; A. OROSIO, IV,
1, 19 (« in Apuliae finibus »).
125 PLUT., Pirro, 21, 6.
126 L. PARETI, Storia di Roma e del mondo rom ano, vol. II, Torino, 1952, pp. 20
segg.
127 PLUT., Pirro, 21, 7: 8L •6isaXoEi.
129 FRONTINO, Str., lI, 3, 21; Dion. Al., XX, 1, 1-12; 2, 1.
129 APPIANO, I, 52.
130 CIL, IX, 665 e 669.
131 CIL, IX, 661, 664-666, 669.
132 CIL, IX, 665.
133 CIL, IX, 666 e 669.
134 CIL, IX, p. 63.
135 E. DE RUGGIERO, Dizionario epigrafico di antichità romane, Roma, 1895,
vol. I, s. v. Ausculum.
136 A. JATTA, La Puglia preistorica, Bari, 1914, p. 242.
137 P. ROSARIO, op. cit., p. 259.
Il presente scritto e gli altri due della stessa Autrice, apparsi precedentemente in questa medesima
rassegna (1968, parte I, n. 1-3 e 4-6), sono stati raccolti con il relativo corredo illustrativo nel volume:
DAUNIA ANTICA
che apre la collana « Civiltà della Daunia », miscellanea curata da Mario Simone per la Società Dauna di
Cultura (Foggia). Il volume in 8°, di pp. 152 con tavole f. t. è la prima parte della serie
DALLE ORIGINI ALL’ETÀ DEI ROMANI
ed ha il seguente sommario: B. Tizzani, Presentazione; F. Biancofiore, Origine e sviluppo della civiltà
daunia; M. D. Marin, Topografia storica della Daunia
antica; O. Parlangèli, Testimonianze linguistiche della
Daunia preromana.
AMMINISTRAZIONE PROVINCIALE - FOGGIA - 1970
69
Movimenti popolari di sempre
Onestà vuole che premetta qualche perplessità, non proprio personale, sui metodi odierni di indagine. Ma queste incertezze metodologiche nulla tolgono all’attendibilità di una ricerca, rivolta comunque a
dare una fis ionomia a una realtà labile e dispersiva.
Le oscillazioni dell’ultima sociologia dalla sponda di un rigido e
frigido schematismo deterministico a quella di una fenomenologia
fluida, contingente, pulviscolare, ci offrono un esempio di una scienza
disperante che poggia su basi se non friabili, evidentemente mobili; ed
è certo che la presunta solidità su cui si fondava questa scienza viene
posta in discussione. Seri esami epistemologici e approfondite esperienze sconvolgono, quasi ogni decennio, schemi e fondamenti.
Altrettanto si dica della psicologia. Una derivazione di questa o
meglio ramificazione, la docimologia (da me seguita per interessi professionali, trattandosi, in parole povere e pompose insieme, della
scienza degli esami), ha ormai una letteratura amplissima ma che è finita nel quadrivio o meglio, se mi è consentito un neologismo, nella
polivia più ridicola del calcolo delle probabilità degli innumeri stati
d’animo degli esaminandi e degli esaminatori; e con una casistica da
fare invidia alla ben nota e prolifica letteratura secentesca dei padri
gesuiti.
Per converso, anche nel campo storico-filosofico le cose non vanno meglio. Gli oppositori dello storicismo assoluto, sia questo di Vico
e di Herder, di Marx e di Croce, sono insoddisfatti da questa dottrina
per la sua pretesa di risolvere la realtà umana, viva e palpitante, e che
si disperde in rivoli non inalveabili nel grande canale collettore
dell’idealismo e dello storicismo egualmente assoluti. Valga per tutti il
dubbio di Karl Lòwith che ha destato anche la vigile attenzione di E.
Montale. « Con questa critica si può essere o no d’accordo; tuttavia
non si può prescindere da essa per rendersi conto del senso nuovo della storia che, in polemica con l’universalismo concettualistico della
hegeliana “storia dello spirito”, si è formato nella coscienza contemporanea per influsso, specialmente, di suggerimenti dello storicismo di
Dilthey ripensati da Heidegger nell’ambito della filosofia
dell’esistenza ». (Critica dell’esistenza storica, dalla presentazione).
70
_____________________________________________________________MOVIMENTI POPOLARI DI SE MPRE
Per mio conto devo aggiungere che, anche a usare metodi diversi,
derivati dalla sporadicità fenomenologica, dalla caducità esistenzialistica e occasionalistica, non credo che se ne verrebbe ugualmente a
capo; anzi lo smarrimento e la confusione sarebbero maggiori.
Ma stando all’argomento che ci preme, cioè quello dei moti popolari meridionali, possiamo veramente dire che essi hanno una propria e originale fisionomia o, meglio, una individuabilità storicofenomenologica del tutto particolare? E dalla descrizione del fenomeno può evidenziarsi, se non una costante paradigmatica, almeno uno
schema utile che ci permetta di risalire alla permanenza di certi mali
del nostro Mezzogiorno?
Anzitutto conosco bene l’ammonimento di Federico Chabod: la
geopolitica o la geostoriografia è storia spuria fondata su uno schema
vago e vano. Eppure non mi so cavare dalla testa l’immagine dello «
sfasciume geologico » offertaci da Giustino Fortunato.
L’avvertimento, poi, di maestri come Omodeo e Croce, rivolto a
scansare il dogma teologico della causalità storica, avrà pure il suo peso contro lo stesso storicismo e contro la dispersività esistenzialistica;
e tuttavia una individuabile permanenza di motivi o di caratteri comportamentistici, nel caso nostro mi pare di potersi rilevare.
E se è vero, come è vero, sempre sulla scorta di Croce e di Omodeo, che non può sussistere un tribunale della storia e che la storia non
è maestra della vita, mi si consenta almeno questa apparente boutade:
se la colpa dei mali meridionali non è da attribuire a nessuno, cioè a
un imputato fantasma, è anche vero che la storia non ha insegnato ancora nulla ai nostri governanti per una radicale e razionale estirpazione
dei nostri mali, anzi dei nostri guai che sono, purtroppo, quelli di sempre.
A questo punto una indicazione preliminare, sia pure sotto forma
di tema o di problema, devo pur darla. Se, come vedremo, contadini
andalusi, come frati degli ordini religiosi medievali, si danno al celibato per protesta sociale, questa praticamente rappresenta una fuga dalla
esistenza? Se collettività ucraine rifiutano ogni contaminazione politica di sorta, rappresenta tale rifiuto una fuga dalla storia?
D’altra parte i nostri moti popolari, aprendo ed estendendo le proprie aspirazioni a ventaglio (dall’immediato bisogno del pane e del lavoro quotidiani alle attese palingenetiche e chiliastiche, con un sottofondo o una premessa speculativa di grandi filosofi meridionali), rap-
71
PASQUALE SO CCIO____________________________________________________________________________
presentano una concreta volontà di esigenze pratiche, socioeconomiche e politiche, o sono anch’essi manifestazioni disperate di
fuga dal reale?
Entrando ora in argomento, mi propongo di ricercare l’essenza reale di tanti moti popolari, in particolare meridionali. Moti popolari se
ne sono avuti e se ne hanno analogamente in ogni parte d’Europa e
fuori. Dalla Ucraina dell’800 all’Irlanda del Nord in questi giorni, dalla Spagna, e in particolare Andalusia e Catalogna, all’Argentina e,
specialmente in questi ultimi decenni, nel continente africano.
Però nell’Italia meridionale questi fenomeni destano soprattutto
l’attenzione di studiosi tedeschi, francesi, inglesi e, recentemente, anche americani. Sarebbe interessante, come si fa per i testi scolastici, o
per le isole linguistiche dialettali, redigere per il mondo della cultura
popolare un atlante che tenga conto degli avvenimenti nella loro distribuzione spaziale e cronologica, rivolto ad individuare affinità, identità
o semplici analogie fra i moti popolari di sempre. E quando si dice di
sempre ci si intende riferire non tanto ai moti sociali dell’antichità
greco romano medievale, quanto ai tempi moderni e contemporanei.
E’ relativamente recente la formazione di associazioni politiche e sindacali che spesso hanno coordinato le aspirazioni e organizzato i moti
sulla spinta di ideologie politiche variamente rappresentate.
Senonché, ed è qui il punto decisivo del nostro assunto o semplicemente ipotesi, del resto avvalorata da studiosi, specialmente inglesi
e americani, si impongono due considerazioni d’ordine generale. La
prima, che mi pare di estrema importanza, è che questi movimenti popolari sono anteriori alla fase anarchica, alla stessa organizzazione dei
partiti politici a pretta base popolare d’ispirazione marxistica, o di vaghi e generici comunismi e socialismi. La seconda, è che l’esplosione
di tali fenomeni ha caratteri peculiari e originali nell’Italia meridionale, per la varietà delle manifestazioni e per l’urto con la contingenza politica o la momentanea fenomenologia storica. Questo può
spiegare la varia fisionomia dei movimenti popolari, nelle diverse regioni meridionali italiane dalla Sardegna alla Puglia, dalla Sicilia e
Campania. Così nello spazio regionale e così nel tempo: dai fatti di
Benevento del 1877 a quelli di Battipaglia dello scorso aprile.
Quando nel secolo scorso a Lione si ebbe lo scoppio di un moto
anarchico di ispirazione bakuniniana, Carlo Marx credette di individuare l’ingenuità di Bakunin nel non avere questi e i suoi compagni
fatto i conti con lo Stato e precisamente con la polizia.
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72
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_____________________________________________________________MOVIMENTI POPOLARI DI SE MPRE
Tuttavia se Bakunin fu un ingenuo, Marx, a sua volta, non si rendeva conto che si tratta di moti popolari scomposti, promossi da agitatori non esperti di tecniche organizzative e di moderni metodi di conquista. L’autentica natura di questi moti, insomma, sfuggiva ad entrambi: che i capi dei movimenti e di ogni sommossa, con tutti i partecipanti, hanno a che fare con la polizia, ora temendola ora intimidendola. La polizia è temuta nel 1877 a Gallo e Letino, in provincia
di Benevento; è tenuta in soggezione, a distanza di circa un ‘secolo, a
Battipaglia, :essendo i carabinieri consegnati in caserma e gli agenti di
pubblica sicurezza in borghese dispersi, mentre di fronte alla sede del
Commissariato è eretto a spregio un fantoccio-poliziotto. Battipaglia
rappresenta oggi un esempio « da manuale », come ha autorevolmente
osservato qualche giornalista, « dei limiti del possibile e dell’impossibile » dello sviluppo reale dell’Italia meridionale. Ha lo Stato capitolato a Battipaglia? Certo è stato in condizione di disagio. E se vi è stata
una speculazione di parte politica e di autorità locali e sindacali, e pur
vero che gli stessi rappresentanti politici di estrema sinistra sono stati
sorpresi e travolti da quei popolani e dagli eventi.
Siamo al nocciolo della questione: anche sotto la spinta di rappresentanti politici di ieri e di oggi, dai fratelli Bandiera a Malatesta,
da Carlo Pisacane agli odierni sindacalisti e deputati estremisti, quasi
sempre questo minuto popolo meridionale, anche quando non è riuscito a far scattare la molla dell’insurrezione, interviene e travolge partiti
e sindacati organizzati, ideologie e idealità storiche e politiche.
Ne han fatto le spese i fratelli Bandiera e Pisacane per primi e, poi,
carbonari, liberali, filo-borbonici e garibaldini.
Quale dunque la vera natura di questi movimenti nella loro fenomenologia confusionaria e scomposta? E’ stato giustamente notato
(Spadolini, Montanelli), ancora una volta a proposito di Battipaglia,
che ogni sommossa o insurrezione nell’Italia meridionale, dai tempi
del cardinale Ruffo e dei suoi briganti, insorge, si accende, dilaga e
straripa in incontenibile jacquerie o Vandea. E’ tale realtà di fondo
che permane in questa parte d’Italia, che Giustino Fortunato chiamava
uno « sfasciume geologico ». E, a mio parere, le condizioni di miseria
spiegano gran parte del fenomeno, ma non tutto. E valga il vero. Anzitutto va notato e sottolineato, stando alla descrittiva, che si tratta di fenomeni che precedono la fase anarchica, alla quale segue quella politica ispirata dal socialismo o dal comunismo. Non sono il solo a dirlo:
nell’Ottocento giornalisti socialisti come Adolfo Rossi e, recente-
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PASQUALE SO CCIO____________________________________________________________________________
mente, l’inglese Hobsbawm, al quale soprattutto mi rifaccio.
Circa la refrattarietà o la relativa permeabilità alle ideologie politiche, si tengano presenti le analoghe associazioni contadine ottocentesche dell’Ucraina, incontaminate da ogni « veleno politico ». Si tratta, insomma, di insorgenze ‘spontanee e talora sporadiche e occasionali, la cui contemporaneità o simultaneità d’azione ha dell’imprevisto
e dell’irripetibile, pur nello schema generico di eventi e di aspirazioni;
e tutto all’insegna della vaghezza, del velleitarismo e della inconsistenza di una ideologia ben individuabile.
Sono fenomeni, quindi, che non hanno un contenuto specifico, né
politico, né sociale, né religioso, e che tuttavia oscillano dal banditismo personale e di casta a quello schiettamente politico e sociale, da
una aspirazione realisticamente economica e classista alla vaghezza di
comunità sociali e religiose, dal bisogno immediato, urgente di sollevamento da uno stato di miseria e di abiezione a una aspirazione palingenetica e apocalittica, quasi fino alla distruzione del genere umano: si pensi ai contadini andalusi, che tuttavia già si aggirano in una
fase anarchica e, quindi, successiva a quella che cerco di illustrare.
Insomma, dal fondo della propria coscienza questo « profondo Sud
» non ha mai smentito la sua realistica necessità del pane quotidiano,
da una parte, e l’aspirazione millenaristica, dall’altra.
Si può partire anche dalla camorra, dalla mafia siciliana, dal banditismo corso e sardo, da una sponda, e si può giungere a quella opposta
della nobile utopia, della religiosità pura e del senso permanente di
giustizia e libertà per tutti. Si tratta di forme primitive, arcaiche, vorrei
dire archeologiche, che vengono prima di ogni moderna associazione,
sindacato o partito, e della civile dialettica di concordia o discordia
con le altre associazioni e soprattutto con lo Stato. La conferma ci è
data dai fatti di Gallo e di Letino: « ...il più celebre tentativo degli anarchici di suscitare una rivolta, quella del 1877 a Benevento, si risolse in un insuccesso per difetto di sincronizzazione con lo stato di malcontento dei contadini. Se tale sincronizzazione si fosse verificata, i
contadini di Letino e di Gallo non avrebbero risposto all’invito del
nobile Malatesta a procedere all’esproprio dei terreni con questa osservazione così giudiziosa e contraria allo spirito spagnolo: “la nostra
comunità non può difendersi da tutta l’Italia. Questa non è una sommossa generale. Domani i soldati saranno qui e saremo tutti fucilati” »
(E. J. Hobsbawm, I ribelli, ed. Einaudi, Torino, 1966, pag. 130); e dei
74
_____________________________________________________________MOVIMENTI POPOLARI DI SE MPRE
fatti dei contadini siciliani, e dal lazzarettismo: secondo Hobsbawm «
non è sempre facile identificare la essenza logico-politica dei movimenti millenaristici, poiché l’assoluta loro spontaneità e la mancanza
di una efficiente strategia o tattica rivoluzionaria fa sì che la logica
della loro posizione rivoluzionaria venga esasperata fino all’assurdità
o al paradosso. Essi sono illogici e utopistici » (pag. 89).
Questo conformismo ideologico ci è confermato anche dagli ebrei
di Sannicandro Garganico e dalla stessa morte di Davide Lazzaretti.
Nell’agosto del 1878 tremila seguaci di Davide scendono dall’Amiata
e ad Arcidosso si incontrano con la forza pubblica: questo il sintomatico discorso di Lazzaretti ai poliziotti: « “Se volete pace, vi porto
pace, se volete pietà, avrete pietà, se volete sangue, eccomi”. Dopo un
confuso scambio di parole, i carabinieri aprirono il fuoco e Lazzaretti
fu tra i mo rti ». (Hobsbawm, pag. 102).
Quel che si deve rilevare è che nell’Italia meridionale lo spiegabile
interesse degli studiosi europei è da riportare alla presenza di due protagonisti di diversa estrazione, non solo sociale ma anche culturale:
l’ingegno di grandi e nobili menti e la intelligenza, sia pure non
proficuamente organizzata, del popolo. L’Italia meridionale, e soprattutto la Calabria, ha prodotto ingegni speculativi con specifiche teorie
in merito, da Gioacchino da Fiore a Tommaso Campanella; e agitatori
politici, contemporanei, ai moti, come il pugliese Carlo C’afiero.
L’ideale di giustizia e di libertà, sia pure e proprio nella confusionaria
società religiosa, è per la prima volta proclamato in modo imponente e
profetico da Gioacchino da Fiore; mentre l’ideale di un comunismo di
Stato, sia pure con un’aberrante deviazione razzistica e poco sociale, è
teorizzato da Tommaso Campanella.
Ma al di là di ogni teoria, durante le incandescenze delle agitazioni
sociali, anche il popolo esprime la sua opinione o il suo modo di vedere o volere come dovrebbero andare le cose. Così una vecchietta di
Corleone al giornalista Adolfo Rossi (1893): « Vogliamo che come lavoriamo noi, lavorino tutti. Che non vi siano più né ricchi né poveri.
Che tutti abbiano del pane per sé e per i figli. Dobbiamo essere uguali.
Io ho cinque bambini e una sola cameretta, dove siamo costretti a
mangiare, a dormire e a far tutto, mentre tanti signori hanno dieci o
dodici camere, dei palazzi interi. [Quanto alle case e alle terre] ... basta
metterle in comune e distribuire con giustizia quello che rendono ... Ci
deve essere la fratellanza e se qualcuno mancasse ci sarebbe il castigo.
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PASQUALE SO CCIO____________________________________________________________________________
Gesù era un vero socialista e voleva appunto quello che chiedono i Fasci, ma i preti non lo rappresentano bene, specialmente quando fanno
gli usurai. Alla fondazione del Fascio, i nostri preti erano contrari e al
confessionale ci dicevano che i socialisti sono scomunicati. Ma noi
abbiamo risposto che sbagliavano. [Tra di noi i pregiudicati per reati
commessi] non sono che tre o quattro su qualche migliaio di soci. E
noi li abbiamo accettati per migliorarli, perché se hanno rubato qualche po’ di grano lo hanno fatto unicamente perché spinti dalla miseria.
Il nostro presidente ci ha detto che lo scopo dei Fasci è di dare agli
uomini tutte le condizioni per non delinquere ». (Adolfo Rossi,
L’agitazione in Sicilia, Milano 1894, pp. 69 e sgg.).
In Capitanata, cioè in casa nostra, le cose non vanno diversamente.
Nell’ottobre del 1805 a Termoli il francese Courier è svegliato di notte
dal popolo per un atto di giustizia, per uno stupido furto. Egli, tra
l’altro assiste a tribunali di contadini e di briganti che ricordano ambienti e gesti sbrigativi alla Masaniello. Nell’agosto del 1818 il brigante Vardarelli, e nel 1861 sul Gargano sono ancora i briganti che,
insieme con le Guardie Nazionali o contro di esse, tengono l’ordine e
si oppongono alle depredazioni e ai saccheggi reali e temuti da parte
dei garibaldini. Ho avuto modo di leggere qualche minaccioso biglietto di briganti ad Autorità e Guardie Nazionali, perché si facesse comunque « salvo il popolo », con minacce ben precise in caso contrario.
E se ideologie nazionali e politiche si servono del popolo, è anche vero che il popolo, proprio per questo fenomeno che si cerca di individuare, si è, a sua volta, servito di politici e briganti. Ancora una volta, infine, come dimostra l’arco di un secolo di occupazioni di terre, di
« dissodazioni », come si diceva allora, demaniali e private, emerge
con evidenza questo desiderio o bisogno o preoccupazione di fondo di
braccianti e contadini meridionali: più che di fame di terra si tratta di
una permanente garanzia di lavoro duraturo.
La fisionomia particolare di questi moti, la sua peculiare fenomenologia anche dopo un secolo di politica unitaria permane pressoché
analoga in tutte le manifestazioni; come permane il divario tecnologico tra Nord e Sud, resiste ancora e si afferma una diversa mentalità e
una più imprevedibile psicologia del popolo meridionale. Se è vera
una certa refrattarietà o diffidenza del nostro popolo verso ogni forma
di politica associata e di organizzazione sindacale è anche vero che i
governi liberali, fascisti e democratici han fatto o fanno quel che hanno potuto; ma questo scottante problema rimane ancora aperto, sia per
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_____________________________________________________________MOVIMENTI POPOLARI DI SE MPRE
motivi ancestrali, antichissimi, storici e protostorici, sia per nuovi mo tivi sopraggiunti e che si sono inseriti ad appesantire un’atmosfera
tutt’altro che serena, la cui nebulosità anzi può ancora dare frutti di
cenere e tosco. Mi riferisco soprattutto al fenomeno di baronaggio politico attuale che si è sovrapposto, tenendo il campo, a quello feudale e
nobiliare. Il clientelismo degli uomini politici con la pesantissima catena di raccomandazioni per un posto di lavoro o di impiego è sotto i
nostri occhi. E se poi ci dobbiamo riferire ai tempi protostorici, come
ha dimostrato in modo serio e convincente Salvatore M. Puglisi, in un
suo apprezzatissimo libro sulla civiltà appenninica, vi scopriamo non
una lotta di classe soltanto, ma anche di casta, di categoria, di mestiere, di attività comunque diverse. Un esame archeologico di certa
stratiflcazione sociale pone in luce una vera guerra per il diverso uso
della terra fra terramaricoli e montanari; e con la scoperta del grano ha
inizio quella millenaria lotta, evidentissima anche nella Daunia e sul
Gargano, tra la spiga del biondo frumento e la capra, tra l’aratro e il
bastone, tra il contadino e il pastore.
Quanto ai tempi storici, basta una breve rincorsa a conferma di
quanto si vuol dire se ieri e l’altro ieri erano i seminatori di cereali a
spingere caprai e pastori verso l’interno della montagna, oggi son questi a riguadagnare terreno, spazio vitale per il pascolo di greggi e armenti, a scacciare, a intimidire, a uccidere i contadini rivali e resistenti. Lo squallido fenomeno dell’abigeato è una piaga che tuttora affligge le nostre belle montagne, con un contrasto evidente tra turismo e
delitto alla macchia. Si sa che con gli Aragonesi e con la mena delle
pecore si ebbe una trasformazione profonda della nostra economia; ed
è anche vero che i nostri più scottanti mali socio-economici cominciarono appunto da quando, in Puglia e in particolare nel Tavoliere,
cominciò l’era in cui i pastori erano protetti dai re e i re si fecero pastori e non per motivi idilliaci e arcadici, ma per un sanguinoso bis ogno di danaro e di oro. Comunque l’inizio della ripresa economica,
lenta ma perdurante, si ebbe da quando furono abolite le leggi capestro
sulla mena delle pecore: la libertà, come si vede, è anche feconda di
beni economici. Concludendo e tornando alle scomposte, disordinate
manifestazioni popolari di qualsiasi natura, brigantesca, religiosa, politica, economica e sociale, sono fermamente convinto che a base di
tutto v’è sì una santa aspirazione di pane e di lavoro, ma anche un
grosso problema di educazione e di istruzione. Il nostro popolo agisce
così perché, pur aspirando a una vita associata ben diversa, sente le
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PASQUALE SO CCIO____________________________________________________________________________
manchevolezze della società presente e desidera essere informato, istruito, educato, organizzato per una civile partecipazione e collaborazione alla vita democratica.
Dicevo or sono venti anni a Foggia: fabbriche e ciminiere sì per
una radicale trasformazione della nostra economia, ma con la collaterale apertura di scuole e di biblioteche, giammai sufficienti per una effettiva penetrazione capillare nei vari strati della società. Proprio
all’inizio dell’unità italiana (Garibaldi era a Napoli da pochi mesi)
Luigi Settembrini in una circolare di nobilissimi accenti diceva ai nostri sindaci di aprire sempre più scuole, che nessuna sovvenzione sarebbe stata concessa dal Governo luogotenenziale se i sindaci non si
impegnavano, tra l’altro, ad aprire scuole; e concludeva epigraficamente: « nessuno esercizio di libertà è possibile senza l’istruzione ».
PASQUALE SOCCIO
IN MEMORIA
Mario Prignano
Di questo vecchio operatore culturale pubblicammo un’accorata pagina in
memoria del suo concittadino Umberto
Onorato. Oggi soffriamo l’amarezza di
accogliere qui il suo caro nome, dopo
che il 24 ottobre di quest’anno egli fu
stroncato nel suo Tribunale da improvviso malore. Con lui è sparito uno dei
protagonisti più vivaci e gelosi del progresso della sua Lucera, nobile di tradizione culturale, oltre che per il passato
storico e i monumenti che lo documentano.
Rinunciamo alla facile retorica delle
necrologie, per pubblicare i dati essenziali della lunga, varia e intensa attività
dell’Uomo, che fu soprattutto sincero
con se medesimo e con gli altri.
Nato il 24 marzo 1895 da famiglia di
giurisperiti, imparentata con quella dei
Piemonte, che donò al Risorgimento nazionale il giovine Nunzio, caduto
all’assedio di Mestre il 1848, avvocato
sapiente e zelante, presiedette vent’anni
l’Ordine avvocati e procuratori della
sua città, dotandolo dal 1953 di un bollettino a stampa, « Il foro di Lacera », di
un Centro studi giuridici, attivo di conferenze, di opuscoli e di un fastigio, « La
Toga d’oro » per premiare i cinquanta
anni di fedeltà professionale dei suoi
colleghi al declino dell’esercizio forense.
Questi connotati di grande rilievo, sebbene non rari tra la borghesia culta me
ridionale, testimoniano del cittadino e
dello ambiente in cui visse, e che gli
consentì altre affermazioni, anche fuori
dell’area giudiziaria, quale fondatore, e
per lunghi anni factotum, della « Dante
Alighieri » e della « Pro-loco », presidente della Commissione provinciale per
la tutela delle bellezze naturali, ispettore
ai monumenti e alle antichità, proboviro
della Società Dauna di Cultura. Conferenziere e giornalista, da « Il Foglietto »
a « Il Popolo Nuovo » e « Il Progresso
Dauno », non si contano i suoi articoli
proLuceria, che attendiamo di rileggere,
raccolti in volume, per le cure del grato
figlio, avv. Marcello, erede di tanto patrimonio culturale.
Per queste note essenziali della sua
personalità « Mario Prignano — ha rilevato il senatore prof. Leone nel discorso commemorativo — pur avendo espresso tutte le sue virtù nell’ambito di
un distretto regionale, merita di assurgere al riconoscimento sul piano nazionale; sia perché noi abbiamo il dovere di
muoverci alla scoperta di quelli che la
propria missione hanno volontariamente
costretta in una area delimitata, perfino
angusta, per essere additata proprio per
tale profilo a monito ed esempio, sia
perché le sue doti fondamentali, possono
e debbono essere messe in evidenza tra i
valori più veri e duraturi di una civiltà ».
S.
la Capitanata
Rassegna di vita e di studi della Provincia di Foggia
Direttore: dott. Angelo Celuzza, direttore della Biblioteca Provinciale.
Direttore responsabile: m 0 Mario Taronna
Direzione tecnica di Mario Simone Tipografia Laurenziana Napoli
Autorizzazioni del Tribunale di Foggia 6 giugno 1962 e 16 aprile 1963
Registrazione presso la Cancelleria del Tribunale di Foggia al n. 150
ILLU ST RA Z IO N I
Nel testo: ANTONIO GENOVESI (p. 18).
T RE CENTRI DELL ’ANTICA DAUNIA (Topografia della Daunia antica): 1) Insediamento dauno individuato dalla fotografia aerea ad ovest di Salapia romana,
nella zona chiamata Torreta dei Monaci; 2) I resti della Salapia romana; 3)
Zona archeologica di S. Maria di Siponto; 4) Foto aerea di Siponto romana; 5)
Zona archeologica di S. Vito; 6) L’atrio della domus ellenistica; 7) Particolare
dell’impluvium in marmo; 8) Una fila di colonne del peristilio; 9) Bucranio;
10) Vari frammenti di decorazione in stucco; 11) Fregio fittile del compluvium; 12) Capitello, maschera fittile e frammento del fregio; 13) Maschera fittile; 14) La cisterna; 15) Foto aerea di Herdonia; 16) Pianta dell’antica Herdonia; 17) Ricostruzione della rete stradale secondo la foto aerea; 18) Cratere e
askos proveniente da Ascoli Satriano; 19) Vari oggetti rinvenuti nella necropoli di Ascoli Satriano; 20a) Cratere geometrico da Ascoli Satriano; 20b) Askos rustico e antefissa da Ascoli Satriano; 21) Bassorilievo funerario romano
da Ascoli Satriano; 22) Milliario della via Appia Traiana (Ascoli Satriano).
la Capitanata
Rassegna di vita e di studi della Provincia di Foggia
Anno VII (1969)
N. 3-4 (mag.-ag.)
Un “ difficile cammino„
Tra i tanti problemi nazionali, emersi dalla tragica fine del secondo
conflitto mondiale, il più difficile ed angoscioso fu senza dubbio quello del
Mezzogiorno. Per molti anni esso fu oggetto e soggetto di incontri e di
polemiche, senza mai segnare una soluzione ed ora, a guerra conclusa,
riappariva in tutta la sua drammaticità, economica e sociale, manifesta e
comprensibile a tutti, specialmente per l'esperienza vissuta a causa della
spaccatura, con il fronte di guerra quale invalicabile linea di demarcazione non
solo militare tra il Nord e il Sud della Penisola.
E' comunque di questo tempo la maturazione delle nuove idee e
l'affermazione dei nuovi principi che, con la spinta delle prime lotte sociali,
ebbero finalmente la possibilità di pretendere e di ottenere la riapertura di un
discorso quasi secolare ma non più fatto soltanto di tesi ed antitesi, bensì di
precise e chiare impostazioni quali dettava, ed in modo imperioso, la nuova
coscienza popolare e democratica. Un discorso alimentato di concetti
rispondenti all'ora storica presente ed alle sue istanze, non più rivolto ai sordi.
Per la prima volta il problema del Mezzogiorno superava gli schemi
tradizionali di lotte di campanile e di politica caritatevole, per prospettare le
vere esigenze pubbliche in dimensioni nuove i cui confini non potevano che
coincidere con quelli del Paese, essendo oramai ben chiaro ed a tutti i livelli,
agli organi responsabili dello Stato democratico, che il mancato rilancio delle
attività nel Sud d'Italia ed anche il solo prolungato ritardo per un suo positivo
inserimento nello sviluppo economico nazionale avrebbe danneggiato e poi
distrutto il sistema che aveva avuto, purtroppo, fino a quel tempo i piedi di
argilla!
Dopo tanti timidi ed inutili tentativi di soluzioni parziali e non
coordinate, si reclamava e da ogni parte l'attuazione di una politica di interventi
organici quali mai si erano registrati dall'unità d'Italia.
Da queste esigenze validamente interpretate dai responsabili governativi
ed autorevolmente recepite dal Parlamento, nacque il 10 agosto del 1950 la
legge n. 646, meglio conosciuta come la legge della
81
Cassa per il Mezzogiorno, con la formulazione di un piano decennale di
interventi straordinari a completamento di quanto già disposto per il Sud
dall'Amministrazione dello Stato in via ordinaria.
La tesi del progresso economico e sociale del Mezzogiorno costituì per
anni, anche se con alterne vicende, il cavallo vittorioso della nuova democrazia
che, a tal fine, non mancò di intensificare tutti gli sforzi e non solo per opere
materiali, pur tanto necessarie!
La rinascita dei sindacati, le lotte sociali, le competizioni elettorali furono
la grande cornice delle prime realizzazioni che, dalla ricostruzione sulle rovine
causate dalla guerra, alle nuove infrastrutture di case, strade e scuole,
comprendono la riforma agraria e la normalizzazione di quel movimento
popolare, passato alla storia d'Italia come la grande lotta dei contadini.
Erano i primi passi difficili, ma ben indirizzati!
Per conseguire migliori e più duraturi risultati, sulla strada del progresso
economico e sociale, a favore delle popolazioni meridionali, si pensò di
adottare strumenti più idonei alla creazione e al potenziamento di un efficiente
apparato industriale, quale necessaria integrazione di una economia
esclusivamente agricola, non sufficiente ad assorbire le nuove generazioni del
dopo guerra in gran parte non rassegnate a calcare le orme paterne, per una vita
senza domani, lontani dai centri della civiltà.
Come primo riferimento a queste nuove esperienze non si mancò di
chiamare in causa la legge 8 luglio 1904, n. 351, meglio conosciuta come la
legge di Napoli la quale, in effetti, avendo come obiettivo il « risorgimento
economico della città », prevedeva, e per la prima volta nella nostra
legislazione, la creazione di speciali zone, destinate ad insediamenti produttivi.
Nasceva così la « zona industriale », un istituto che pur circondato da
tante provvidenze, non riusciva però ad ottenere uno sviluppo organico.
Ritroviamo, infatti, nel corso degli anni « la zona », a volte con rilevanza
meramente urbanistica e con funzioni quindi regolatrici della edificabilità ed a
volte come elemento disciplinatore di incentivi dello sviluppo in generale con
significati più ampiamente politico-economici.
Questa caratteristica, spesso, venne posta in evidenza dalla presenza
operativa del Comune o di altro pubblico organismo, ai quali erano affidati la
gestione e lo sviluppo della zona stessa con facoltà di reperire le aree necessarie
per le infrastrutture e per gli insediamenti industriali, pubblici o privati, anche
in forme coattive.
Dal 1904 al 1957, la creazione delle varie zone, sorte il più delle volte
sotto la spinta di contingenti esigenze politiche o per superare situazioni
congiunturali, non ha mai offerto una visione coordinata ed unitaria dei
problemi dello sviluppo.
A correzione del sistema, significative innovazioni si registrano nella
creazione delle « zone industriali » costituite in virtù di leggi
82
regionali, con la n. 30 del 21 aprile 1953 in Sicilia e con la n. 22 del 7 maggio
1953 in Sardegna. Si era nella fase di completamento della opera di
ricostruzione ed in presenza quindi di nuovi grandi problemi.
Nelle citate normative, la « zona industriale » finalmente viene
considerata in un contesto di norme dirette esplicitamente a favorire un grande
processo di industrializzazione, come componente determinante per un
efficace sviluppo economico-sociale.
In questa nuova regolamentazione e con le esperienze inglese ed
americana dei « consorzi per le zone depresse », può essere collocato il punto di
transizione tra il sistema tradizionale instaurato dalla legge per Napoli del 1904
e quello attuale delle « Aree di sviluppo industriale » e dei « Nuclei di
Industrializzazione » istituito nel Mezzogiorno in virtù dell'art. 21 della legge n.
634 del 29 luglio 1957.
Le « aree », secondo le previsioni legislative ed in particolare sulla base
delle successive norme di attuazione emanate dal Comitato dei Ministri per il
Mezzogiorno, possono operare su di un comprensorio costituito dal territorio
di più Comuni della provincia, mentre l'attività dei « nuclei » è limitata al
territorio della circoscrizione comunale.
Nei perimetri comprensoriali delle Aree e dei Nuclei, le iniziative
industriali si concentrano in spazi, definiti « agglomerati », che non escludono
l'espansione sul rimanente territorio del comprensorio, nel quale per altro
operano le direttive del « Piano Regolatore ».
Al fine di rendere più celere e coordinata la fase dell'industrializzazione,
la legge 634 del 1957 e le successive numero 555 del 1959 e n. 717 del 1965,
hanno previsto la istituzione dei « Consorzi » per le aree ed i Nuclei di Sviluppo
Industriale nel Mezzogiorno.
Il citato articolo 21 della legge n. 634 ha infatti stabilito che: allo scopo
di favorire nuove iniziative di cui sia prevista la concentrazione in una
determinata zona, i Comuni, la Provincia, la Camera di Commercio e tutti gli
altri Enti interessati possono costituirsi in « consorzi », enti di diritto pubblico,
con il compito di eseguire, sviluppare e gestire le opere di attrezzatura della
zona ed assumere ogni altra iniziativa, ritenuta utile per lo sviluppo industriale
della zona stessa.
Sul piano operativo, per facilitare un razionale insediamento industriale,
sono stati previsti appositi piani regolatori e la possibilità di promuovere
l'esproprio delle aree necessarie per l'attuazione dei compiti istituzionali di tali
Enti, con una procedura di favore, con la dichiarazione di pubblica utilità, di
urgenza ed indifferibilità, ex lege.
In una situazione non dissimile da quella di altre province del
Mezzogiorno, sia sul piano economico che sociale, ha preso le mosse la
dirigenza politico amministrativa della Capitanata, per iniziare lo avviamento
della provincia a un processo di concreta evoluzione che ovviamente significhi
uno sguardo ad una economia nuova che, pur
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conservando come base le attività tradizionali agricole, non escluda un
inserimento nel processo di sviluppo industriale del Mezzogiorno.
L'iniziativa della Camera di Commercio di Foggia per la costituzione del
Consorzio Industriale di Capitanata, risale agli anni 1960-61 ed il solo ricordo
delle prime difficoltà sorte per l'interpretazione delle norme di attuazione della
legge e per la incomprensione di alcuni enti locali, dovrebbe placare i critici
dalla penna facile e dalla mente stanca, e convincere i responsabili dei vari
settori della nostra vita provinciale, che a realizzare una industrializzazione
vera, sana e duratura non bastano le leggi, e tanto meno le dichiarazioni
programmatiche, ed occorre soprattutto una impostazione in armonia con i
principi della legge economica che, essendo tale, è valida sia nelle intraprese
private che pubbliche.
All'iniziativa
dettero
immediata
adesione
in
Capitanata
l'Amministrazione provinciale, il Comune capoluogo, il Consorzio Generale di
Bonifica, l'Ente del Turismo, l'Ente « Fiera di Foggia », l'Ente di Riforma
Agraria, l'Associazione operatori economici di Foggia e, subito dopo, l'I.M.I., il
Banco di Napoli e l'ISVEIMER.
Dall'originaria proposta per l'Area di Sviluppo Industriale, si è passato,
per decisione del Comitato dei Ministri per li Mezzogiorno, al Nucleo per
l'industrializzazione e, pertanto, solo il 9 gennaio del 1962 era possibile redigere
del Consorzio l'atto costitutivo che, insieme con lo statuto riceveva formale
approvazione con decreto del Presidente della Repubblica in data 31 marzo
1962, acquisendo così la personalità giuridica di ente di diritto pubblico.
La scelta del territorio, alle porte di Foggia, indubbiamente non fu felice
ed in conseguenza anche lo studio del piano regolatore non tranquillizzò
l'opinione pubblica e soprattutto i proprietari delle zone interessate.
E' mia personale opinione, che da parte degli organi tecnici centrali,
mancò un esame approfondito dell'ambiente nel quale si doveva operare, forse
per la fretta « politica » con la quale si voleva concludere l'iter burocratico.
Comunque la celerità iniziale fu distrutta dalle successive soste di natura
giudiziaria ed a nulla servì il Piano approvato in fase di progetto preliminare il
29 luglio 1963 ed in via definitiva il 23 giugno 1964.
Va dato atto ai tecnici del Piano, che pur costretti a progettare
nell'angusto spazio del nucleo - non più di 420 ettari sulla statale n. 16 di via
Bari -, non trascurarono di illustrare con valide argomentazioni le possibilità di
ulteriori sviluppi e, fin dal primo momento, indicarono come zone idonee a
localizzazioni industriali, quelle della Incoronata, di Giardinetto-Troia e di
Manfredonia, unico porto funzionale della provincia.
Mancarono molti mezzi agli inizi dell'attività consortile, ci vennero meno
molti entusiasmi dopo le prime soste forzate, ma non mancarono mai la
visione e la previsione di una più intensa dinamica industriale
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che, indipendentemente da ogni polemica passata o presente, non poteva
ignorare gli ambienti con spiccate e legittime vocazioni per utili insediamenti.
La costituzione del Consorzio, non lo si può negare, aprì nuovi orizzonti
ed impose anche a livelli locali revisioni programmatiche aziendali. Le prime
richieste di suoli edificatori e le prime domande di trasferimento nel Sud di
aziende del Nord, portarono il Consorzio ad iniziare gli atti di esproprio per i
primi 141 ettari che così passavano nella disponibilità dell'Ente con decreto
prefettizio del 9 settembre 1963 nelle more dell'approvazione definitiva del
piano regolatore.
A questa epoca risale la dichiarazione di guerra dei proprietari
espropriati e purtroppo la legge per i Consorzi Industriali, fin dalle prime
avvisaglie, manifestò la sua debolezza giuridico-costituzionale.
Era una legge che entrava in circolazione senza rodaggio, erano i primi
esperimenti di un metodo nuovo, purtroppo dal legislatore non protetto e non
coordinato con tutta una serie di norme ancora in vigore e spesso in pieno
contrasto con la nuova volontà legislativa.
Né si mancò di mettere in dubbio la legittimità costituzionale delle
norme stesse e non senza fondamento fu da alcuni ritenuto in contrasto con
l'articolo 128 della Costituzione, l'articolo 8 della legge n. 555 del 18 luglio
1959, che equiparando i piani regolatori dei Consorzi Industriali ai Piani
territoriali di coordinamento, veniva a violare l'autonomia dei Comuni in
ordine a materie le quali, come quella urbanistica, presentano prevalente
interesse locale.
Altro motivo di illegittimità costituzionale era avanzato per lo art. 2 della
legge 29 settembre 1962, n. 1462, secondo i ricorrenti, in contrasto con gli
articoli 42 e 43 della Costituzione, in quanto esso articolo 2 prevedeva che i
primi dieci anni dall'approvazione dello statuto consortile, l'indennità di
esproprio doveva essere determinata sul valore che i beni avevano due anni
prima della data di tale approvazione.
Avvenne un vero e proprio terremoto: dal Consiglio di Stato si passò
alla Corte Costituzionale, fino ad arrivare alla modifica in sede legislativa di
alcuni degli articoli delle el ggi contestate. L'otto novembre del 1966, con la
decisione del Consiglio di Stato, che accoglieva le istanze dei ricorrenti,
cadevano nel nulla i decreti di esproprio, frutti di scrupolose applicazioni
legislative, purtroppo non riconosciute costituzionali.
Vani erano riusciti, nelle more della lunga vertenza, una serie di tentativi
di bonaria composizione sulla base di una revisione delle indennità di
esproprio, elevate fin oltre il limite dei prezzi di mercato. Si rivelò, infatti, un
forte schieramento di opposizione che, pur non potendosi definire di natura
politica, era ad essa molto vicina.
Nel frattempo le prime annunziate attività industriali, come quella della «
Frigodaunia » del gruppo Breda e della « Lane Rossi » gruppo ENI, andavano
ad insediarsi altrove, pur sempre in agro di Foggia, ma fuori della zona così
detta industriale.
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Nasceva così, per iniziativa non coordinata, in zona Incoronata sulla via
Foggia-Bari nelle adiacenze di un funzionante zuccherificio, un agglomerato
che, ovviamente, non poteva essere ignorato dal Consorzio Industriale che, nel
giugno 1964, proponeva al Comitato dei Ministri di comprendere nella sua area
tutto il territorio del Comune di Foggia ed il decreto n. 1409 del 18 agosto 1964
del Presidente della Repubblica, modificando l'art. 3 dello Statuto Consortile,
approvava il nuovo perimetro del nucleo nei termini suggeriti dal nucleo
industriale.
E' di questa epoca la notizia della Snia Viscosa sul ritrovamento di
giacimenti metaniferi in provincia. Dopo anni di ricerche, finalmente un
risultato positivo! Tra le concessioni della Snia, della Montecatini e dell'Agip
mineraria, si valutò la potenzialità dei giacimenti intorno ai venti miliardi di mc.
di metano oltre a piccoli quantitativi di petrolio.
La presenza di tali giacimenti proiettò verso nuovi orizzonti le speranze
della provincia e la programmazione del nucleo industriale. Il proposito della
Snia Viscosa - Montecatini di creare un impianto per lo sfruttamento in loco di
gran parte del metano, con l'individuazione di una ubicazione ottimale in zona
Manfredonia, unico porto mercantile della provincia, orientò il Consiglio del
Consorzio industriale a chiedere la trasformazione in area del nucleo e con un
territorio di competenza che dalle zone di ritrovamento nel subappennino
arrivasse al mare, passando per il primo agglomerato di Incoronata e creando il
secondo a Manfredonia in zona limitrofa all'esistente stabilimento italogiapponese per la produzione di glutammati.
Gli avvenimenti e le trasformazioni avvenute nella Società Montecatini,
facevano però cadere l'accordo con la Snia e con esso anche il progettato
impianto per la produzione della ammoniaca e del caprolattame.
Mentre la Snia ripiegava sul progetto di uno stabilimento tessile da
ubicarsi in zona giacimenti, al programma massimo subentrava la ANIC che,
divenuta frattanto proprietaria di una notevole parte di metano, come
contropartita a quello destinato in altre regioni, offriva uno stabilimento in agro
di Biccari e la costruzione di un impianto petrolchimico in agro di Monte S.
Angelo - Manfredonia con un investimento iniziale di 30 miliardi.
Nell'ottobre 1967 il CIPE dava il suo assenso a tale progetto e di
conseguenza, nel novembre, il Comitato dei Ministri approvava la proposta del
Consorzio, trasformando il Nucleo in Area di sviluppo industriale.
Il suo comprensorio, dopo alterne vicende, oggi comprende in tutto o in
parte gli agri dei seguenti comuni: Foggia, Manfredonia, Rignano, Apricena, S.
Severo, Torremaggiore, Lucera, Biccari, Troia, Castelluccio dei Sauri, Deliceto,
Candela, Orsara, Bovino, Ascoli Satriano, Carapelle, Ortanova, Stornara,
Stornarella, Cerignola, Trinitapoli, Margherita di Savoia, S. Ferdinando di
Puglia, Poggio Imperiale,
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Monte S. Angelo, S. Giovanni Rotondo, S. Marco in Lamis, Lesina, S. Agata,
Accadia, Rocchetta S. Antonio: una superficie di ettari 487.145 con una
popolazione residente di 539.923 abitanti.
Questa la situazione alla quale è stato concesso il riconoscimento
giuridico con il decreto del Presidente della Repubblica n. 287 del 5 maggio
1969, che non comprende per ora il comprensorio dei tre ultimi citati comuni
per i quali per altro il Comitato di vigilanza del Ministero dell'Industria ha
espresso parere favorevole per l'inclusione nell'area industriale.
Attualmente attendiamo l'approvazione definitiva del piano regolatore
per il quale la Commissione per i piani regolatori territoriali delle aree
industriali del Comitato dei Ministri per il Mezzogiorno ha già dato voto
favorevole di larga massima.
Alla luce delle ultime decisioni, il piano prevede un agglomerato in zona
Ascoli Satriano per l'insediamento di uno stabilimento tessile della Snia Viscosa
ed una fascia di continuità territoriale che abbraccia tutta la zona
subappenninica fino all'altezza del casello di Lesina della costruenda autostrada
Bologna-Canosa. Lungo tale fascia ricade l'agglomerato in zona Giardinetto per
industrie agricole. Quindi la ratifica dell'agglomerato di Incoronata con ulteriori
ma particolari insediamenti, e infine l'agglomerato di Manfredonia ove, oltre al
petrochimico dell'ANIC, vi saranno l'impianto ANIC-Snia Viscosa per
ammoniaca e caprolattame e la costruenda centrale termoelettrica dell'ENEL.
I grossi problemi di infrastrutture sono già allo studio, sia per il portoisola a nord dell'attuale porto di Manfredonia, sia per la viabilità ed i
collegamenti autostradali e tra agglomerati e sia per il rifornimento idrico ad
uso industriale.
Ultima attesa, tra quelle comunque già previste, riguarda la scelta
ubicazionale della Fiat che, dopo aver rinunciato al progetto per uno
stabilimento per motori agricoli, riparla di industria aeronautica, in
collegamento con gli insediamenti già annunciati di Termoli, di Bari, di Brindisi
e di Nardò.
Dal 18 luglio 1969, epoca del voto di massima, si è ni attesa della
approvazione definitiva, pur se con provvedimenti stralci, sono già in
progettazione esecutiva il porto e l'acquedotto industriale.
Tutto il resto è dettaglio, per ora non coordinabile in una organica
impostazione. Quanto detto però riteniamo sia più che sufficiente per capire il
dramma di quanti, con i fatti e non solo con le parole, lungamente hanno
lavorato per contribuire a creare una moderna piattaforma sulla quale
permettere a tutti gli uomini di buona volontà di compiere il loro dovere per lo
sviluppo materiale e morale delle nostre zone e della nostra gente, per far
comprendere soprattutto agli enti locali ed ai loro amministratori ed
amministrati ed ai responsabili politici locali e centrali di quanta unità morale
c'è ancora bisogno, per percorrere e fino in fondo questa strada,
indubbiamente la più giusta, ma anche la più lunga e la più difficile.
GUSTAVO DE MEO
88
La Suddelegazione dei cambi
presso la Regia Dogana di Foggia
La Dogana delle Pecore costituisce un illustre esempio di una
magistratura del regno di Napoli che trova il suo antico fondamento e la base
del suo sviluppo plurisecolare in un unico atto normativo sovrano: quello di
origine.
Il diploma spedito da Alfonso I d'Aragona al Montluber, dal campo di
Tivoli nel 1447 1 rappresenta, difatti, il caposaldo giuridico della lunga attività
della Dogana, la pietra di paragone cui, in caso di controversia e di necessità di
interpretazioni legali, rivolgevano l'attenzione tutti gli interessati.
Le altre norme che, dal XV secolo in poi, tennero dietro al privilegio
alfonsino, e che contribuirono a rendere corposo il codice doganale, nulla
crearono e niente innovarono, in modo determinante, nella struttura del
singolare istituto incentrato a Foggia.
I privilegi di Ferrante I del 1470 e del 1480, di Carlo V del 1536, del
Vicerè Pietro di Toledo del 1542, la prammatica del Cardinale di Granvela del
1574 e quella di Pietrantonio d'Aragona del 1668, dette rispettivamente dei 28
capitoli e dei 49 capitoli 2, per attenersi solo alla normazione doganale di più
cospicuo rilievo, non fecero altro che confermare, solo formalmente
arricchendoli o accrescendoli, i sostanziali caratteri costitutivi delineati dal
primo sovrano aragonese per l'organismo preposto all'amministrazione del
Tavoliere.
La Dogana venne, pertanto, nel corso di tutta la sua esistenza, regolata
essenzialmente dai principi che avevano informato il suo atto di costituzione, o
meglio, di restaurazione su nuove e più sicure basi 3, e, benché ne fosse spesso
minacciata e subisse attacchi da più parti, non soffrí modifiche delle sue antiche
attribuzioni, sempre mantenutesi integre. L'unico campo in cui la Dogana
dovette registrare nel tempo una certa diminuzione, intrinseca ed estrinseca, di
competenza, fu quello della giurisdizione che varie volte fu oggetto di
discussione per interessate iniziative di altri organismi giudiziari del regno.
L'istituto della Suddelegazione dei cambi, impiantato nel corso del
XVIII secolo presso la Dogana, fu la conseguenza e la testimonianza
89
di una lotta, dalle alterne vicende, svoltasi fra il Tribunale doganale di Foggia ed
il Consiglio Collaterale di Napoli in materia di giurisdizione, lotta che si
concluse con un ridimensionamento limitativo dei poteri del Tribunale, e,
quindi, della Dogana in generale, di cui quello si atteggiava come la maggiore
espressione 4.
Ma, prima di descrivere nei loro particolari i diversi momenti di questo
conflitto di giurisdizione fra le due magistrature, che fu tale da provocare
l'intervento di molti poteri centrali del regno, non sarà inutile premettere
qualche ragguaglio sulla potestà giurisdizionale della Dogana.
Anch'essa, è noto, fu stabilita da Alfonso I d'Aragona, il quale, per dare
una duratura sistemazione agli interessi fiscali collegati con la transumanza e
con il suo incremento, invitò i pastori del regno a calare ogni anno con le loro
greggi nel Tavoliere e promise loro un foro privilegiato e l'esenzione da ogni
altro giudice che non fosse quello doganale, cui spettava conoscere tutte le loro
cause civili, criminali e miste.
La concessione di questa prerogativa mirò allo scopo di assicurare ai
locati ed alle loro industrie quiete, tranquillità e sicurezza, necessarie ma
difficilmente ottenibili se quelli fossero stati assoggettati alla competenza dei
diversi giudici ordinari.
L'adire questi, difatti, la cui sede era sovente lontana dai luoghi dove i
locati attendevano alle proprie intraprese pastorali, avrebbe comportato di
necessità dei danni.
Il privilegio del foro fu concesso non solo ai locati, ma a tutte le persone
in qualche modo legate alla Dogana, come i gargari, i conduttori, i pastori, i
mercanti, i fattori ed a chiunque altro conduceva, o faceva condurre a fidare i
suoi animali, fosse un regnicolo od uno straniero 5.
Il principio giuridico della derogatio fori, stabilito con il diploma del
1447, -era enunciato dal sovrano con le parole « de quibus rixis, controversiis,
et causis vos tantum cognoscere volumus », in virtù delle quali il solo
doganiere, titolare del pieno ed effettivo potere giurisdizionale era facoltato a
conoscere tutte le cause dei locati in modo esclusivo e generale, colla clausola
privativa ed abdicativa, con mero et mixto imperio et gladii potestate, ossia con
il potere di condannare i rei anche all'estremo supplizio.
Dopo Alfonso d'Aragona, questo principio fu continuamente
riconfermato a supplica dei locati.
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Fra le grazie che questi chiesero a Ferrante I, e che furono concesse nel
1470, già è presente l'istanza di ottenere la convalida del foro speciale: Che
niuno Officiale possa procedere contro pecorari, et homini di Dohana, salvo
che ipso Dohanero, o vero soi Officiali 6.
Il principio venne ribadito al tempo di Carlo V, ma l'avversione dei
baroni contro questo foro speciale ne procurò una diminuzione che si
manifestò nei capitoli del 30 luglio 1574 del Vicerè Cardinale di Granvela, ma
solo temporaneamente 7.
Nel 1574 il Doganiere Fabrizio di Sangro, precedente ordine del Vicerè
e del Consiglio Collaterale, pubblicò bandi ed istruzioni in cui si proclamava la
necessità dell'osservanza del foro doganale 8.
Nel 1657 la Regia Camera della Sommaria con il generale arresto del 12
settembre decise che il Tribunale della Dogana aveva in prima istanza la
conoscenza di tutte le cause dei suoi sudditi, attori o convenuti, con esclusione
di ogni altro giudice, inferiore o superiore 9.
Nel 1668, a seguito di real carta, fu emanata la prammatica del Vicerè
Pietrantonio d'Aragona, la 79 de Officio Procuratoris Caesaris, il cui capitolo
38, volendo porre rimedio ad alcuni inconvenienti lamentati, ordinava il pieno
rispetto della prerogativa giurisdizionale concessa ai locati, ed escludeva ogni
ingerenza del Sacro Consiglio, della G. Corte della Vicaria e delle Regie
Udienze.
Ai magistrati di questi tribunali, anzi, s'imponeva l'osservanza delle
ortatorie della Dogana, e la trasmissione gratuita di ogni atto processuale
relativo ai suoi sudditi 10.
Il privilegio del foro, rappresentato dal Tribunale doganale, non si
configurava, però, come una graziosa concessione sovrana ma come una
componente del contratto oneroso ed obbligatorio instaurato con i locati nel
XV secolo, e tale fu dichiarato da Carlo III con real carta del 9 maggio 1743 11.
Di esso usufruivano anche i massari di campo e gli affittatori di terre salde del
Tavoliere 12.
L'ambito giurisdizionale dello speciale magistrato foggiano non si
restringeva alla sola Puglia, ma comprendeva tutto il territorio del regno:
dovunque stessero sudditi di Dogana, colà arrivava la giurisdizione della
Dogana, e qualsiasi altra competenza di corti regie o baronali cessava. Restava
salvo solo il diritto d'appello alla Camera della Sommaria.
Nel regno di Napoli, quindi, il Tribunale dei locati e dei massari di
campo del Tavoliere presentava una statura pari a quella Gran Corte della
Vicaria e del Sacro Regio Consiglio 13
91
Contro questa ampia giurisdizione del Tribunale doganale si ebbe nella
prima metà del Settecento una forte azione limitatrice, che fu coronata dal
successo. Essa fu promossa e perfezionata dal Consiglio Collaterale che volle
sottrarre alla magistratura foggiana la titolarità autonoma dei giudizi per lettere
di cambio protestate, ritenendo la stessa di sua specifica spettanza.
Fino a tutto il XVII secolo il Tribunale della Dogana aveva proceduto
senza difficoltà nell'espletamento delle controversie riguardanti le lettere di
cambio stabilite tra locati, o fra locati e mercanti. Tutto il procedimento di
esecuzione contro il firmatario insolvente di una lettera di cambio era stato
sempre diretto, in piena indipendenza di azioni, ed in tutti i suoi riflessi dalla
Dogana, che così come per ogni altra vertenza in cui fosse implicato un
proprio suddito, considerava sua legittima e naturale attribuzione il conoscere
anche queste cosiddette « cause esecutive » 14.
Anzi, nell'esame giudiziale delle lettere di cambio, la Dogana aveva
sempre agito con tale libertà, ponendo in essere le lettere esecutoriali, che
qualche volta le aveva spedite anche se il debitore ed il creditore, il traente e
l'accettante della lettera di cambio non erano doganati. Vale a dire che essa si
rendeva talora colpevole di un eccesso di potere ed esorbitava dai limiti delle
proprie antiche attibuzioni, che potevano essere legittime solo quando l'uno e
l'altro protagonista della vicenda cambiaria fosse un suddito doganale.
Ricevuta al riguardo un'apposita relazione dell'Uditore doganale Angelo
Parise, il Consiglio Collaterale, con dispaccio del 30 novembre 1702, stabiliva
che si ricercasse l'origine di questa ampliata competenza della Dogana e che,
intanto, si continuasse a praticare il sistema in uso 15.
Il Consiglio napoletano, cui il Parise s'era rivolto, era molto interessato
dalla questione e direttamente impegnato alla sua soluzione. Per la prammatica
V de literis cambii del 9 giugno 1617, difatti, esso, deteneva nel regno la
giurisdizione esclusiva in fatto di esecuzione di lettere di cambio -e ne
demandava l'esercizio ad uno dei suoi membri, un reggente che assumeva il
titolo di Delegato Generale o di Commissario Generale dei Cambi 16.
Agli occhi del Collaterale, il quale, si vedrà, non era disposto a
permettere una competenza diretta della Dogana neppure nelle cause di
cambio fra locati, l'ingerenza doganale in quelle fra i cittadini non
92
fruenti di un foro privilegiato rappresentava un attentato intollerabile alle
proprie prerogative.
Il Tribunale napoletano, pertanto, si adoperò con vigore per
salvaguardare i diritti ritenuti propri e per puntualizzare le facoltà proprie e
quelle della Dogana in tema di cambi.
Nel 1705, il Delegato Generale dei Cambi presso il Consiglio
Collaterale, Reggente Nicola Gascon, marchese di Acerno, stabilì, che la
materia delle lettere di cambio era gelosa ed esclusiva pertinenza del
Collaterale, ma che, in via subordinata e per delegazione, essa poteva
affidarsi, per le vertenze dei locati del Tavoliere, all'Uditore Parise, che era
abilitato ad agire, pertanto, come Suddelegato dei Cambi in Foggia 17.
La decisione del Collaterale, quindi, non si limitava a fissare una
suddelegazione in persona del Parise per i soli casi di lettere di cambio fra
non locati, come era giusto che avvenisse, ma concedeva al Suddelegato il
potere di conoscere anche i litigi cambiari vertenti fra locati. Il Collaterale,
cioè, si arrogava facoltà che non gli spettavano, con l'intendimento di porre
la Dogana in uno stato di dipendenza anche in quelle cause di cambio, che,
per essere svolte fra locati, automaticamente rientravano nella legittima ed
autonoma cognizione della Dogana, secondo il generale privilegio
giurisdizionale.
I locati ravvisarono subito nella determinazione del Consiglio
Collaterale un'offesa alle loro prerogative, per le quali erano esenti dal
giudizio di qualsiasi altro foro che non fosse quello doganale (l'ammissione
del principio della suddelegazione implicava quello dell'appello al Delegato
Generale) ed il 22 febbraio 1705 ricorsero al Vicerè, il Duca di Escalona e
Marchese di Villena, per il riconoscimento del loro privilegio 18.
Il ricorso fu trasmesso alla Regia Camera della Sommaria per esame e
parere, e ne derivò, in data 12 maggio, una consulta che dichiarava la
suddelegazione spedita dal Collaterale una innovazione nociva e
pregiudizievole per gli interessi fiscali e doganali. Alla stessa, difatti, si
addebitava il carico di creare ostacoli sia nell'esazione della fida sia nella
concessione di prestiti da mercanti a locati e massari di campo 19.
In conseguenza della consulta, il Vicerè con biglietto per Segreteria di
guerra del 26 maggio ordinò che la Dogana conservasse intatta la sua
competenza nelle cause di cambio fra locati, continuando a spedire le
lettere esecutoriali, e che il Delegato Generale Gascon si aste93
nesse da ogni forma d'ingerenza, curando il ritiro della suddelegazione 20.
Ma il Consiglio Collaterale non era disposto a darla vinta, e chiedeva
ed otteneva la revoca dell'ordine del Vicerè, proprio allorquando la
Sommaria si accingeva a ribadire il proprio punto di vista: il Parise, quindi,
riceveva la conferma della sua mansione di Suddelegato, alle dipendenze del
Collaterale, e la Dogana era dichiarata nuovamente incompetente 21.
Alla fine di giugno 1705 il Presidente Governatore della Dogana,
Francesco Milano, informava la Camera della Sommaria dei danni che
sarebbero derivati dalle manovre del Collaterale sia per il fisco e la Dogana,
sia anche per le Case Sante degli Incurabili e dell'Annunziata di Napoli,
proprietarie della segreteria e mastrodattia doganali, i cui proventi, a causa
della novità in fatto di cambi, già minacciavano di ridursi.
Qualche giorno dopo, il 4 luglio, la Sommaria, con nuova consulta al
Vicerè, riconferma la sua posizione, del tutto allineata con quella della
Dogana: le pretese del Collaterale erano infondate e da rigettarsi, i locati
avevano ragione di combattere l'istituto della Suddelegazione 22.
Ricevuta poi una terza consulta della Sommaria, datata 12 luglio, il
Vicerè con dispaccio del 18 luglio ordina che il Parise si astenga dal
procedere quale Suddelegato, riconosce la competenza della Dogana, e, con
biglietto della Segreteria di guerra del 21 dello stesso mese, informa
dell'ordine dato sia il Collaterale, sia la Sommaria 23.
Il Collaterale, tuttavia, non desiste, ed il 12 agosto inoltra una sua
consulta al Duca d'Angiò, il futuro Filippo V di Spagna, che a sua volta la
trasmette al Supremo Consiglio d'Italia in Madrid. La risoluzione
dell'illustre consesso, emessa sotto la data del 3 novembre, è contraria alle
ragioni del Collaterale, giacché stabilisce che esso non debba interferire in
alcun modo nelle cause di lettere di cambio protestate dai locati, e che la
trattazione di quelle spetta esclusivamente al tribunale doganale: « de ningun
modo proceda a quel consejo en las causas de letras de cambos protestadas de los locados de
la referida Dohana de Foxa per tocar privativamente su conocimiento al Tribunal de la
misma Dohana » 24.
Con la comunicazione, mediante reali carte, del tenore di questa
risoluzione al Collaterale ed alla Sommaria sembra concludersi la vicenda
della Suddelegazione dei Cambi, vicenda che ha visto sinora il
94
prevalere delle tesi doganali ed il consolidamento della vecchia prassi.
Ma, in effetti, l'atto del 12 agosto non provoca altro che una breve
pausa. Ciò appare chiaro qualche anno dopo, nel 1708, allorché alla
Dogana perviene un dispaccio del Vicerè Conte Daun che informa essersi
deciso nel Collaterale, previa relazione del Reggente Gascon, che il
Tribunale di Foggia non possa conoscere delle cause cambiarie dei locati,
la cognizione delle quali deve toccare al Commissario Generale presso il
Collaterale 25. E' il ritorno semplice ed ostinato del Collaterale sulle
vecchie posizioni, come se niente il Consiglio di Madrid avesse deciso.
Nel dispaccio si afferma, altresì, che ogni ordine dato in contrario
alle tesi del Collaterale, sia dal Marchese di Villena sia dal duca d'Angiò, è
stato annullato dal nuovo sovrano, Carlo III. E' evidente che in
Collaterale si è preferito trascurare la considerazione, alquanto ovvia, che
la decisione del 12 agosto 1705, prodotta da una legittima magistratura,
era valida anche dopo l'abolizione da parte del nuovo Re dei
provvedimenti emanati da un potere considerato usurpatore come quello
del duca d'Angiò.
Al dispaccio del Daun del 1708 segue una consulta della Sommaria
in risposta, ma senza frutto, ed il Collaterale si premura con altro suo
decreto di rivendicare al proprio Delegato Generale i giudizi delle lettere
di cambio (« ...che con effetti la Regia Dogana di Foggia si astenesse di procedere nelle
cause di lettere di cambio, anche dei locati, spettando la loro cognizione al Reggente
Commissario di quelle »).
La Sommaria, la grande alleata della Dogana in questo acceso
conflitto giurisdizionale, corre ai ripari inviando due nuove consulte
direttamente al Re, una del 25 giugno 1708, l'altra del 16 ottobre 1709,
con le quali, dopo aver menzionata la validità attuale dei principi che
militano a favore della competenza doganale nella materia controversa, e
dopo aver evidenziati gli interessi che sono in gioco, viene controbattuto
come pretestuoso il criterio che ha permesso al Collaterale di ritornare a
decidere in merito alla suddelegazione dei Cambi, contro il disposto del
Supremo Consiglio d'Italia 26.
La decisione presa dal Sovrano, per eccitamento delle due consulte
della Sommaria, risulta piuttosto tardiva (è del 2 gennaio 1711) ma, in
compenso, è molto chiara e precisa: « ...el Regente Delegado de los cambios
presente, y que en adelante fuere, no se ponga, ni intromita con los locados de la Aduana
de Foia en ninguna de las causas, ni en las de cambios, y que en ellas proceda, corno han
procedido los
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Aduaneros de la Aduana, y la Camera, tomo juez privativo de dichos locados; y en caso
allarse procediendo, en virtud de dicho despacho de diez junio, que luego sin replica
alguna desista de proceder el dicho Regente Delegado, o el Collateral, ni se oppongan al
puntual complimiento de este mi real despacho con qualquiera pretexto, o motivo, que
sea; pues quiero, que se observe, y execute precisamente segun su serie, y tenor, haviendo
se prebenido de ello al Tribunal de la Camera; que, por ser de justicia, procede assi de
mi real voluntad... ».
Ma l'ordine, pur espresso categoricamente e pur non lasciando dubbi
sul pensiero del Sovrano, rimase del tutto inascoltato, per la opposizione
del Collaterale a quanto veniva stabilito 27.
Si continuò, quindi, secondo il sistema imposto nel 1708, ed il
Delegato Generale perseverò nel nominare un proprio Suddelegato in
persona dell'Uditore della Dogana. A questi toccava curare le cause di
cambio dei soli locati e sudditi doganali, ed avverso le sue determinazioni
era possibile il gravame al Delegato di Napoli, cui in primo grado spettava
la cognizione delle cause di cambio dei non doganati.
In tal modo il Consiglio Collaterale, mediante la Delegazione o
Commissione Generale, direttamente od in seconda istanza, riuscì ad
atteggiarsi come il giudice generale del Regno in questioni connesse con le
lettere di cambio.
Presso la Dogana si trattarono ancora le vertenze originate dalle
lettere di cambio, non a cura del Tribunale ed in forza del particolare
privilegio del foro, ma dall'Uditore del Tribunale, quale longa manus del
Reggente Commissario.
Il sistema ricevette una leggera modifica nel 1719. In quell'anno
infatti, l'Uditore della Dogana e Suddelegato dei cambi, Giuseppe Correale,
eletto Giudice di Vicaria, lasciava Foggia per la capitale. Il Commissario
Generale dei Cambi di allora, il Reggente Ottavio Gaeta, non spedì,
secondo il solito praticato, la suddelegazione in persona del nuovo Uditore,
ma nominò Suddelegato lo stesso Presidente Governatore, Giuseppe
Aguirre 28.
Ma tutta l'innovazione si ridusse a questo, perché la scelta e la
nomina del Suddelegato rimasero attribuzioni del Consiglio Collaterale, ed
al Commissario Generale di questo fu riservato il giudizio d'appello avverso
le decisioni del magistrato foggiano. Al Presidente Governatore, nella veste
di Suddelegato, era consentito, poi, così come già all'Uditore, trattare le
cause di lettere di cambio dei soli locati.
Da allora, continuando i Presidenti Governatori pro tempore ad
96
espletare le funzioni di Suddelegati, invalse la credenza comune che la
Suddelegazione fosse un accessorio fisso della carica massima della
Dogana. In realtà non era così, ed ogni nuovo Presidente Governatore
diveniva Suddelegato solo a seguito di uno specifico provvedimento del
Commissario Generale presso il Collaterale 29.
I negozianti pugliesi intanto sopportavano a malincuore il sistema
in vigore: ad essi non conveniva che il Suddelegato potesse conoscere, ed
unicamente in prima istanza, le cause di cambio dei soli sudditi di
Dogana, giacché avendo frequenti rapporti d'affari con cittadini non locati
e non sudditi, si vedevano costretti ad adire il Commissario Generale in
Napoli, per il giudizio di primo grado o d'appello, a secondo dei casi, ma
sempre con perditempo e dispendi notevoli. Questa insoddisfazione del
ceto mercantile, uno dei più vitali nel quadro dell'economia doganale e,
quindi, molto sentito dalle autorità centrali, fu esternata in un ricorso al
Presidente Governatore Troiano de Filippis, il quale mediante una
relazione del 16 agosto 1738, ne informò il Sovrano.
Questi decise sul ricorso con reale determinazione dell'8 ottobre
successivo, e dichiarò la piena competenza del Suddelegato, in fase di
prima istanza, in tutte le cause di lettere di cambio prodotte in Puglia e nei
luoghi vicini, anche quando nessuna delle parti fosse suddito di Dogana 30.
La determinazione, in realtà, serviva più che altro a dare il crisma
sovrano ad una prassi, piuttosto illegale, che nel tempo doveva aver avuto
qualche manifestazione: il testo stesso della determinazione, infatti, lascia
supporre che il Suddelegato già in varie occasioni si era fatto giudice delle
lettere di cambio dei non locati (...« il surriferito Commissario Generale dei Cambi
non faccia novità alcuna sopra questa pendenza »).
Essa, tuttavia, era importante giacché sanzionava legalmente lo
ampliamento della giurisdizione del Suddelegato e la restrizione
corrispondente di quella del Commissario Generale.
Fra i due magistrati si riaprì il conflitto, che però, si mantenne
discreto ed allo stato latente per diversi anni ancora. Solo nel 1747, infatti,
il Commissario Generale Carlo Gaeta intervenne fattivamente con il
proposito di far riacquistare alla Delegazione di Napoli la competenza
piena nelle cause di cambio dei non doganati, e con un bando proibì ai
pugliesi non sudditi di presentare in Suddelegazione le loro lettere di
cambi, per poter dare inizio al procedimento di ese97
cuzione contro gli insolventi, e, nel contempo, spedì al Presidente
Governatore la commissione di Suddelegato in termini più ristretti ed in
forma più vincolante 31.
Alcuni negozianti foggiani elevarono proteste lagnandosi
dell'iniziativa del Gaeta, che si trovò nella necessità di riferire la questione
al Sovrano, con rappresentanza del 30 gennaio 1747.
Ed anche in questa occasione la volontà sovrana si manifestò
favorevole ad un ampliamento di competenza del Suddelegato, al quale si
riconfermava il potere di cognizione di tutte le cause di cambio promosse in
Puglia dai sudditi e dai non sudditi di Dogana. La competenza, però, era
sempre contenuta entro il primo grado del giudizio, mentre la decisione di
appello era del Commissario Generale.
Tuttavia, quale contentino per quest'ultimo, le cui tesi si rigettavano
dal Sovrano per la seconda volta in un decennio, la real carta del 21 agosto
1747 ammetteva che, se fosse stato loro più comodo, i creditori per lettere
di cambio protestate potessero rivolgersi anche in prima istanza alla
Delegazione Generale dei Cambi 32.
Dopo di allora e fino alla soppressione della Dogana nessun fatto
nuovo caratterizzò la materia e le attribuzioni della Suddelegazione di
Foggia 33.
L'ufficio, diretto dal Presidente Governatore della Dogana, aveva una
propria Cancelleria che si concedeva in fitto per parecchi anni mediante una
gara d'asta. L'estaglio annuo sommava ad alcune migliaia di ducati (nel 1774
il Cancelliere dei cambi Saverio Malinconico pagava un fitto di 2500 ducati,
e nel 1791 il Cancelliere Raffaele Guadagni corrispondeva un fitto « mai
inteso per lo passato » di 4201 ducati), ma gli incassi connessi alla
spedizione degli esecutori o lettere esecutoriali alle polizze e lettere di
cambio consentivano al Cancelliere di rifarsi delle spese, in cui erano inclusi
gli stipendi di vari impiegati attitanti 34.
Dal 1771 al 1774 la Cancelleria rimase inaffittata, e quindi, come si
diceva allora, in demanio, in conseguenza del sequestro fattone dal fisco a
causa dell'arretrato dell'ultimo affittatore Nicola Scigliano 35.
Le sue entrate subivano talora delle notevoli flessioni, per cause di
vario genere, ma in generale dovevano essere così allettanti da richiedere
per il loro affitto la forma dell'asta pubblica. Nel 1786 il dottor Carlo Sarno,
per persona nominanda, si offrì di pagare annualmente 4801 ducati, « salvo
il favore delle candele » 36.
Per la legge del 21 maggio 1806 la Dogana delle Pecore fu abolita
98
in tutte le sue articolazioni, ed i poteri del suo Tribunale venivano trasferiti
alla giurisdizione ordinaria.
L'ultimo Uditore doganale Riola poneva il quesito se, soppressa la
Dogana, dovesse continuare a sussistere la figura del Suddelegato dei
Cambi. Con dispaccio dell'8 agosto 1806 il Barone Antonio Nolli,
Consigliere di Stato e Presidente della Giunta di censuazione del Tavoliere,
ricevette dal Sovrano l'incarico di riferire.
La relazione del Nolli, trasmessa a distanza di una settimana, dopo
aver tracciato un breve profilo della Suddelegazione nel tempo, concludeva
che « ...per la facilitazione del pubblico commercio in Puglia necessita un ministro delegato
de' cambi », e proponeva « ...potrebbesi adunque nella organizzazione de' Tribunali
Supremi per la Provincia tal carica addossare ad uno de' ministri dello stesso Tribunale,
che sarà prescelto per le Province di Puglia » 37.
La proposta riscosse l'approvazione sovrana e le cause di lettere di
cambio passarono al giudizio del Tribunale straordinario della Puglia, il cui
Presidente assunse anche il titolo di Suddelegato dei Cambi 38. Sistemata,
però, poco dopo dall'occupatore francese l'organizzazione giudiziaria del
regno con la legge 20 maggio 1808, i Tribunali di Commercio assorbirono
senza distinzione il giudizio di tutte le controversie attinenti ai traffici, alle
mercature e negozi relativi, e della Suddelegazione dei Cambi si dissolsero
anche le ultime tracce.
PASQUALE DI CICCO
NOTIZIE SULL'ARCHIVIO
DELLA SUDDELEGAZIONE DEI CAMBI
Le carte della Suddelegazione dei cambi sono comprese nell'archivio
della Dogana, e si dividono in due fondamentali ripartizioni, denominate «
Processi della Suddelegazione dei cambi » e « Polizze della Suddelegazione dei cambi ».
Processi della Suddelegazione dei cambi. Le scritture incluse sotto questa
dizione trovano la loro analitica inventariazione nelle serie III e VII del fondo
Dogana, dette anche serie A e serie C della Suddelegazione dei cambi. La serie III
presenta un raggruppamento di scritture in 271 fasci, secondo una sistemazione
ricevuta nei primi decenni del secolo scorso. Il suo inventario, difatti, risulta
completato il 15 gennaio 1824, per le cure di Giuseppe Benvenuto.
Compongono la serie esattamente 12.712 fascicoli: di questi solo 11.247
contengono veri e propri processi, e riguardano gli anni 1747-1808. I rimanenti
fascicoli, invece, segnati con i numeri 11248-12712 riflettono scritture diverse,
come atti di dilazione quinquennale (dal n. 11248 al n. 11455, per gli anni 17211803), atti di prevenzione (dal n. 11456 al n. 12315, per gli anni 1740-1808), atti
di patrimonio e concorsi di creditori (dal n. 12316 al n. 12450, per gli anni
1716-1806), atti di cessione di beni (dal n. 12451 al n. 12712, per gli anni 17381803).
La serie VII (o serie C della Suddelegazione) si compone di soli 102 fasci,
comprensivi di 4245 fascicoli, relativi agli anni 1793-1808. L'inventario di
ambedue le serie è del tipo cronologico.
Polizze della Suddelegazione dei cambi. Formano la serie VI e la serie VIII
dell'archivio doganale, e sono dette anche serie B e serie D della Suddelegazione dei
cambi.
La serie VI, di fasci 95, contiene più di 76.000 polizze o lettere di
cambio, elencate in quattro grossi registri, i quali sono articolati secondo una
sistemazione cronologica ed alfabetica dei nomi dei creditori.
Il primo registro comprende l'indicazione delle polizze dal n. 1 al n.
18921 (anni 1782-1787), il secondo dal n. 18922 al n. 37824 (anni 1787-1791), il
terzo dal n. 37825 al n. 57026 (anni 1791-1794), il quarto dal n. 57027 al n.
76341 (anni 1794-1796). La serie VIII, di fasci 51, è formata da 25.160 polizze,
relative agli anni 1790-1808, cronologicamente disposte nell'inventario.
Queste due serie, conservate fino al 1846 nell'archivio suppletorio di
Lucera, passarono in quello provinciale di Foggia negli anni 1847 e 1848, per
ordine dell'Intendente di Capitanata del 21 gennaio 1847.
104
LA SUDDELEGAZIONE DEI CAMBI
A 15 febraro 1740 Fogia - Docati 364 correnti argento ecc.
Pagarò per questa mia di cambio in Fogia io Giovanni Colafiglio di Lucoli, al
presente in questa città di Fogia, li sudetti docati trecento sessanta quattro di
moneta corrente argento al signor Giuseppe Fasolo, o a chi per esso, in questo
modo cioè docati duecento di essi per li venti cinque maggio prossimo, e li restanti
docati cento sessanta quattro per la fine novembre anco prossimo di questo
corrente anno mille settecento quaranta; e detti sono per la valuta di tanta quantità
di grano per me ricevuto di tutta bontà, e perfezione, e cossi del prezzo, come della
qualità, e misura renuncians exceptioni etc. quale grano mi deve servire per
panezzarlo nella panetteria ch'in questa città io esercito, per lo cui effetto, pendenti
detti pagamenti, l'obbligo in specie tutte le taglie faciende con locati della Regia
Dogana, e persone particolari, stigli, et ogn'altro mio avere cum privilegio
praelationis etc. ita quod specialitas etc.; et in genere obligo me, miei eredi,
successori, e beni tutti presenti, e futuri, col costituto, e precario, rinuncia e
giuramento in forma, e farò in detti tempi buoni pagamenti a Dio ecc.
Giovanni Colafiglio
Francesco Romito testimonio
Giovanni Gratiano testimonio
Michele Ricca testimonio
Et in fidem ego notarius Carolus Antonius Ricca huius civitatis Fogiae rogatus
signavi.
(ST)
DOCUMENTI
I
Dispaccio del Collaterale Consiglio del 30 novembre 1702.
Philippus Dei Gratia rex.
Magnifice vir fidelis dilecte. Dalla vostra relazione a noi fattaci
havemo inteso che in codesta Real Dohana si sia stilato che a vista
solamente di lettere di cambio si sono spedite le lettere esequtoriali
ancorché né il debitore né il creditore siano sudditi di codesta predetta
Regia Dohana, e se bene vi fusse uno di quelli suddito costumate il
medesimo per non pregiudicare all'uso antico di detta Regia Dohana, con
il di più, che detta vostra relatione si contiene; e considerato il tutto nel
Regio Collaterale Consiglio ci è parso far la presente con la quale vi
dicemo, et ordinamo che ci debbiate far relatione dell'origine, e causa di
questo stile, e fra tanto debbiate osservare il solito; che tal'è nostra
volontà.
Datum Neapoli die 30 mensis novembris 1702.
Vel. Marques.
Vidit Gascon Regens. Vidit Guerrero Regens. Florillus sec.
Massa. De officio. In Curiarum 46 fol. 50.
Al Magnifico Auditore della Regia Dohana di Foggia in risposta
della sudetta sua relatione, che esequa quanto da S.E. se li ordina ut supra
(ASF., Dogana, serie I, fascio 4, fol. 429, già 382).
II
Decreto della Camera della Sommaria del 29 maggio 1705.
Regia Dohana di Foggia saperete come havendo cotesto Signor
Presidente
Governatore
fatta
relatione
a
questo
Tribunale,
rappresentando il pregiuditio cagionato a codesta Regia Dohana e locati di
essa per essersi introdotto che la Delegatione de Cambi spedisce
l'esequtorii per le lettere mercantili protestate per cause d'industrie di
pecore, lana, e altri animali tra negotianti locati, e che dal signor Delegato
de Cambi se n'era commessa la subdelegatione in persona del magnifico
Auditore di codesta Regia Dohana quando da che si fundò detta Regia
Dohana, ha la medesima sempre proceduto in simili materie.
Considerato dunque tanto gran pregiudizio, da questo Tribunale se
ne fè consulta a S.E. acciò si fusse servita dar il rimedio opportuno, onde
l'Eccellenza Sua si (è) degnata inviar viglietto dal tenor seguente videlicet.
105
Foris. Al Reggente D. Andreas Guerrero garde Dios del Cons. Coll. y
Lugarteniente de la Camera.
Intus vero. Haviendo visto el Marques mi senor el contenido de la
consulta de el Tribunal de la Camera de 12 del corrente en que representa el
grave prejuicio, que se sigue a el Real Patrimonio, y Tribunal de la Regia
Aduana de Foxa como tambien a los locados de ella, de la novedad
introduzida de que la Delegazion de Cambios expida los executorios, y
conozca de las causas de lettras mercantiles protestadas entre negoziantes
locados, por causa de industria de pecora, lana, y otros animales que se
mantienen en aquel Tablero, a tempo que deste que se fundo la Aduana ha
procedido el Tribunal de ella en todo lo deferido. Ha resuelto se
conformarse con lo que la Camera representa de que se mantenga a el
Tribunal de la Aduana en su antigua possession de expedir executorias, y
conozer de las causas de letras de cambios mercantiles protetadas entre
locados de intereses de sus industrias. Y me manda S.E. avisarlo a V.E.
afinque en la Camera se tenga contendito, y que per la misma se partecipe a
el Tribunale de la Aduana, y puesya ha ordenado S.E. a el Delegato de
Cambios no se intrometa en esta dependenzia y que retire la subdelagacion
que havea cometido a el Auditor de la Aduana. Dios garde a V.E. Palacio
26 de mayo de 1705. D. Juan Torres y Medrano. S. Regente Lugarteniente.
Die 27 mai 1705. Domino cons. Qual viglietto lettosi in questo Tribunale è
stato interposto decreto videlicet.
Die 28 mensis mai 1705, Napoli. Facta relatione de omnibus
contentis in retroscripto villetto S.E. per Dominum militem U.I. D.
Bartholomeum Sierra Ossorio Presidentem Regiae Camerae et
Commissarium coram speciali Domino regente locumtenente aliisque
dominis Presidentibus ipsius, audito Domino Fisco patrono fuit per
Cameram ipsam consultum provisum et decretum prout praesenti decreto
decernitur et providetur quod registretur et conservetur in actis, et pro eius
exequtione dentur ordines necessarii. Hoc suum etc. Sierra. Vidit Giovene
ficus. Cons. Gervasi. Sec. De Bruno.
Però li dicemo et ordinamo che in esequtione di detto preinserto
viglietto di S.E., e decreto di questa Regia Camera nelle materie di
esequtorii di lettere di cambii mercantili protestate tra li locati di codesta
Regia Dohana debbiate procedere, e riconoscere le cause sudette. E così
eseguirete ecc. Datum Neapoli die 29 mensis mai 1705. D. Andreas
Guerrero de Torres R.M.C.L. Vidit Giovene fiscus. D. Bartholomeus de
Sierra. Eufebius Girardus magister actorum. Cons. Gervasi sec. Bruno de
Bruno.
Alla Regia Dohana di Foggia acciò in esequtione di detto preinserto
viglietto di S.E. proceda nell'esequtorii di lettere di cambio mercantili
protestate tra li locati di detta Regia Dohana ut supra.
(ASF., Dogana, serie I, fascio 4, fol. 441, già 395).
106
III
Dispaccio del viceré marchese di Villena del 18 luglio 1705.
Magnifico Senor. En vista de lo que me representais en carta de 4 de
el corrente con motivo de la orden que recevisteis por Colateral para
procedere como Subdelegado de el Regente Marques de Azerno (que
supone ser lo de las letras de cambio) en todas las causas de esta calidad
que se ofreciesen en essa Aduana, sin embargo de la pretension en
contrario que tiene el mismo Tribunal de la Aduana: ha parecido decires
que non comprendiendo la Pragmatica Quinta de Letras de Cambio
publicada en el ano 1617 ese Tribunal de la Aduana, y sus locados, y
haviendo otras en contrario precedentes ordenes de los Senores Reyes
antecessores a su Magistad confirmando los Privilegios de la dicha Aduana,
y no siendo mas que una mera comision, repartida por el mismo Colateral
la que se da a los Regentes para proceder en estas dependencias de letras de
Cambio, no se puede adjudicar la authoridad de nombrar Subdelegados
maiormente en esse Tribunal, tan contra el antiguo solito, y sus Privilegios,
y que asi os abstengais precisamente de proceder en esta materia oejando
que el Tribunal de la Aduana con su Auditore data le execute como hasta
aqui, por los incombenientes que ressultarian de esta inovazion, y el notable
perjuizio que en sus Privilegios experimentarian los Locados, y asi lo
oservareis puntualmente. Dandomes quenta de el recivo de este Despacho.
Napoles 18 de Iulio de 1705. El Marques. Al Auditor de la Aduana de Foxa.
Es copia sacada do el Registro original que se conserva en esta
Secretaria de Estado, y Guerra, de que certifico Don Sebastian de Quiros, y
Folch, de el Consilio de su Magistad su Secretario, y Ofizial de el numero
de la menzionada Secretaria. Napoles 10 de agosto de 1705. Don Sebastian
de Quiros Folch.
(ASF., Dogana, serie I, volume 4, fol. 445, già 399).
IV
Comunicazione al governatore doganale
del dispaccio vicereale del 18 luglio 1705.
Muy magnifico Senor. Haviendo ordenado al Auditor de essa Aduana
Angelo Parise se abstenga de proceder en las causas de letras de cambio
corno subdelegado del Regente Marques de Azerno, y resuelto que en allas
prosigua esse Tribunal os lo avisso para que os halleri con esta noticia.
Napoles a 18 de lulio de 1705. A lo que mandare. Vel. Marques. Al
Governador de la Aduana de Foxa.
(ASF., Dogana, serie I, volume 4, fol. 444, già 398).
107
V
Real cedola del 3 novembre 1705
e conseguente decreto della Sommaria.
Magnifice miles consocieque noster carissime sig. D. Francesco
Milano Presidente di questa Regia Camera, e Regio Governatore di codesta
Regia Dohana di Foggia saperete come essendo stato li mesi passati
rappresentato a questo Tribunale, e dal magnifico Segretario, e Mastro d'atti
di codesta Regia Dohana con sua delli 22 Febraro del passato anno 1705 e
dalli magnifici locati della medesima con loro memoriale dato a S.E. il gran
pregiuditio, che detto Secretario riceveva nelli suoi interessi, e detti locati ne
li loro privilegi dall'essersi introdotto, che nella liquidatione delle polise di
cambi protestate tra negotianti di codesta Dohana pretendeva procedere
codesto R. Uditore d. Angelo Parise, come subdelegato dell'illustre Sig.
Marchese d'Acierno, spettabile sig. Regente Gascon Delegato delle lettere
di cambio, colla specialità disse detto Secretario, che s'attitassero dette
cause da Lorenzo Pepe uno delli scrivani di codesta Dohana, e perché detta
introduttione era contro lo stile, e solito di essa R. Dohana che nella
liquidatione di dette lettere di cambio tra negotianti della medesima haveva
sempre ella proceduto, e ciò ridondava anco in danno anco del Real
Patrimonio, stante che non osservandosi detto stile, e solito introdotto in
essa R. Dohana di liquidarsi le polise de contratti nella medesima, con
difficoltà essi locati trovano chi l'improntasse denaro per mantenere la
masserie fino alla vendita delli frutti delle pecore. Per lo che a consulta di
questo Tribunale delli 12 del passato Maggio, S. E. con suo dispaccio de 26
maggio uniformandosi con detta consulta, restò servita ordinare che
codesta R. Dohana si mantenesse nell'antico possesso di spedir
gl'esequtorii, conoscere le cause delle lettere di cambio mercantili protestate
tra locati di essa. In esecuzione del qual dispaccio, speditosene le provisioni
da questo Tribunale della data de 29 de detto mese di Maggio dirette a
codesta Regia Dohana e perché ciò non ostante da codesto Regio Auditore
si difficultava procedere in detta causa come Auditore di essa Regia
Dohana, asserendo che teneve lettere di detto Spettabile Regente Delegato
de Cambi, che non havesse dato esequtione a dette provisioni giusta anco il
Dispaccio del Regio Collaterale Consiglio de 23 giugno di detto anno che
dovesse detto Regio Auditore procedere come subdelegato, e che codesta
Regia Dohana non si fusse intromessa, da Voi se ne fe' relatione a questo
Tribunale della data de 30 giugno 1705 in vista della quale a 4 luglio di detto
anno 1705 si fe' altra consulta a S.E. e poi altra delli 12 di detto mese, e
venuto altro dispaccio di S.E. col quale si degnò avisare questo Tribunale
haver dato ordine a detto Auditor Parise, che si astenesse di procedere,
come subdelegato, ma che codesta Regia Dohana procedesse secondo
l'antico solito, nella quale conformità se ne spedirno le provisioni a Voi
dirette, e perché il Regio Collateral Conseglio rappresentò il tutto a Sua
Maestà, Dio guardi, essa Real
108
Maestà si è degnata inviar sua Real carta a questo Tribunale quale è del
tenor seguente videlicet.
Copia etc. El Rey. Foris. A los Illustres Magnificos Nobles Fieles y
Amados Consejeros nuestros el Gran Camerlengo, y su Lugartheniente,
presidentes, y Racionales de nuestra Camera de la Summaria de Napoles.
Illustres Magnificos Nobles y Amados Consejeros nuestros enterado
de lo que ha rapresentado esse mi Consejo Colateral en carta de 12 agosto
proximo passado manifestando el perjuicio que se esperimenta a quel
Tribunal de entrometterse el de la Aduana de Foxa en el conocimiento de
las causas de cambio. He tenido per bien mandarle en despacho de la data
de este, que no obstante su propuesta de ningum modo proceda a quel
consejo en las causas de letras de cambios protestadas de los locados de la
referida Dohana de Foxa per tocar privativamente su conocimiento al
Tribunal del la misma Dohana. De cuia resolucion a parecido enterares
paraque la tengais presente. Datum en Madrid a 3 de Noviembre de 1705.
Yo el Rey. Vidit Marchio de La Rosa cons. Vidit lurado Regens. Vidit
Guerrero Regens. Vidit Fontinior Regens. Vidit Rubinus Regens. Vidit
Zarate Regens. Vidit Aracial Regens. Vidit Iognulo Regens.
Extracta est praesens copia a Volumine XVII Realium Cartarum,
cum quo facta collatione concordat, meliori revisione semper salva, et in
fidem etc. Neapoli die 9 mensis decembris 1705. U.D. Hyeronimus Gervasi
Secretarius Regiae Camerae Summariae.
In esequtione della quale Reale Cedola di questa Regia Camera è
stato interposto decreto del tenor seguente videlicet.
Die 9 mensis decembris 1705 Neapoli. Facta relatione de contentis
omnibus in retroscripta Reali Cedula Suae Captolicae Maiestatis in Regia
Camera Summariae per Dominum Militem Hispanum U.I.D. D. Michaelem
Vargas Machuca Praesidentem Regiae Camerae Summariae et
Commissarium coram Spectabili Domino Regenti D. Andrea Guerrero de
Torres Locumtenenti aliisque Dominis Praesidentibus ipsius, audito
Domino Fisci Patrono fuit per Cameram ipsam consultum provisum et
decretum prout praesenti decreto decernitur, et providetur, quod exequatur
ordo Realis, pro cuis exequtione dentur ordines opportuni cum insertione
eiusdem. Hoc suum etc.
D. Michael Vargas Machuca. Vidit Fiscus. Gerardus Magister
actorum. Cons. Gervasi secretarius. De Bruno actuarius.
Che però li dicemo, che in esequtione di detta Real Cedola, e Decreto
di questa Regia Camera nelle cause delle lettere di cambio protestate delli
locati di codesta Regia Dohana si compiaccia far proceder la medesima per
tocar privativamente il conoscer di esse ad essa Regia Dohana e non ad
altri, giusta l'ordinato da Sua Maestà con detta sua Real Cedola.
Datum Neapoli die 6 mensis martii 1706. D. Andrea Guerrero de
Torres M.C.L. Vidit Fiscus. D. Andres Siste pro Fisco. Eufebius Girardus
magister actorum. Con. Gervasi sec. Bruno de Bruno attuarius. Registrata
in attis fol. 40.
109
Al sudetto sig. Presidente d. Francesco Milano Presidente della R.
Camera e Governatore Generale della R. Dohana di Foggia se li dice si
compiaccia far procedere detta R. Dohana e toccar privativamente il
conoscer di esse ad essa R. Dohana, non ad altri giusta l'ordinato da S.M. ut
supra.
(ASF., Dogana, serie I, volume 4, fol. 456, già 410).
VI
Dispaccio del viceré conte Daum del 10 gennaio 1708.
Carolus Dei gratia Rex etc. Magnifici viri regii fideles dilectissimi.
Essendosi a relatione dell'Illustre Regente D. Nicolas Gascon y Altavas
Marchese d'Acerno Commissario Generale de Cambii maturamente
discussa e considerata nel Regio Collaterale Consiglio la materia della
controversia del procedersi nelle cause de' negotii de cambi le quali
secondo la dispositione delle Regie Prammatiche e ordini in diversi tempi
dati in tal materia, privative spettano al Regio Collaterale Consiglio e
perciò non può né deve procedere codesto Tribunale della Regia Dohana
di Foggia in dette lettere di cambio, né nessun altro del Regno, e questo
accio restino evitati tutti quelli disordini che si cagiona alla negotiatione
per non procedersi in esse cause con quelli termini prescritti da dette
Regie Pramatiche. Habbiamo risoluto far la presente con la quale vi
diciamo ed ordiniamo che in modo alcuno vi debbiate intromettere, né
ingerire nelle cause di lettere di cambio, e dependentino da quelle, ma
farete, che le parti accodiscano al detto Illustre Regente Marchese
d'Acerno d. Nicolas Gastone y Altavas Commissario Generale da Noi
destinato per tale effetto e a quelli che si destineranno in futurum, et
penes acta delli Attuari di dette cause di lettere di cambio, e tutte le lettere
esecutoriali forsi spedite, o che in futurum si spediranno, e altri atti che si
facessero in detta materia di dette lettere di cambio, e dependentino da
quelle, da codesto Tribunale non se n'habbia raggione alcuna, come
spedite da Giudice non competente, e questo citra pregiuditio delle pene
incorse dalli Attuari mastro d'atti, cioè scrivani che hanno attitato dette
cause in controventione di detta Regia Pramatica, e ordini alias dati in tal
negotio, e da hoggi avanti s'intendano incorsi li controvenienti alla pena di
locati cinquecento per quemlibet fisco Regio etc. oltre delle nullità delli
atti come fatti da Giudice non competente, non ostante qualsivogliano
ordini in contrario in tal materia dati dal Governo passato, tanto
dall'Illustre Marchese di Villena, quanto dal serenissimo Duca d'Angiò per
esserno stati annullati con quelli di Sua Maestà, Dio guardi, dandoci aviso
della ricevuta del presente per conservarsi negli atti per futura cautele del
Regio fisco, e di chi spetta, atteso con altro nostro dispaccio tutto ciò
habbiamo partecipato al Tribunale della Regia Camera della Summaria;
che tale è nostra volontà. Datum Neapoli die 10 mensis lanuarii 1708.
110
El Conde de Daun. Vidit Gascon Regens. Vidit Gaeta Regens. Vidit Cito
Regens. Florillus sec.
In Curia II fol. 21 a t. Desanctis. Allevasius.
(ASF., Dogana, serie V, fascio 71, incarto 4867).
VII
Relazione del governatore della Dogana al viceré.
Con riverito dispaccio per Collaterale in data del 10 del corrente
mese di gennaro si è servita V.E. ordinare a questo Tribunale che non
dovesse procedere più nelle cause di lettere di cambio, e dipendentino da
quelle; ma che le parti dovessero accudire dall'Illustre Regente Marchese
d'Acervo Commissario Generale de Cambi, et penes acta dello Attuario di
dette lettere de' cambi, sotto pena d'invalidità degli atti; e che tutte quelle
lettere esecutoriali forse spedite, o spediende, ed ogni altro atto che si
facesse in detta materia di lettere de cambi da questo Tribunale, siano di
nissuno vigore, e non se ne debbia avere ragione alcuna, come fatto da
Giudice non competente, non ostante qualsivogliono ordini in contrario
in tal materia dati dal Governo passato, tanto dall'Illustre Marchese di
Villena, quanto dal Serenissimo Duca d'Angiò, per esserno stati annullati
con quello di S.M., che Dio guardi, e se li dovesse dare aviso del recivo di
detto dispaccio per doversi conservare negli atti, atteso si era tutto ciò
anco partecipato al Tribunale della Regia Camera. Devo perciò umilmente
rappresentare a V.E., come il Tribunale di questa Dohana da tempo
immemorabile (e forse da che fu il medesimo fondato) sempre è stato in
possesso di procedere all'espedizione delle lettere esecutoriali in virtù di
lettere di cambio protestate, come in ogn'altra causa dipendente da quelle,
tanto ad istanza de' Locati, e d'altri suoi sudditi, quanto contro di quelli,
come si riconosce dagli atti sistentino in questo Archivio; e quantunque
l'anni passati dall'Auditore di questa Dohana si pretese procedere nelle
dette cause di lettere di cambio, come subdelagato del sudetto Illustre
Regente Marchese d'Acervo, li fu ciò poi impedito con dispaccio del
Governo passato per Collaterale in data de 30 del mese di novembre
dell'anno 1702, ordinante che si fusse fatta relazione dell'origine, e causa
del stile per il quale haveva proceduto questo Tribunale nelle cause delle
sudette lettere di cambio e fra tanto si fusse osservato il solito; e però si
continuò a procedere nelle cause sudette; e poi con altro dispaccio per
Scrittorio in data de 18 luglio 1705 fu ordinato che il sudetto Auditore di
questa Dohana dovesse astenersi dal procedere nelle cause di lettere de
cambii, come subdelegato del sudetto Illustre Commissario Generale de
cambii, atteso la Prammatica 5° di lettere di cambio pubblicata nell'anno
1617 non comprendeva il Tribunale di questa Dohana, e suoi locati, ed
essendovi altro in contrario, perché precedenti ordini de Serenissimi Re
antecessori sono stati confirmati li Privileggi di questo Tribunale; e non
essendo la Delegazione de Cambi altro, che una
111
Commissione data dal Collaterale ad uno de Spettabili Reggenti, per
posser procedere nella dependenza delle sudette lettere di cambio, non
può sostituirsi subdelegato; e maggiormente in questo Tribunale contro
l'antico solito, e suoi Privileggi, e però avesse avuto a procedere nelle
sudette cause di lettere di cambio questo Tribunale della Dohana con suo
Mastrodatti, come per lo passato, anco per evitare l'inconvenienti, che
possevano risultarne per questa innovazione, e notabil preggiuditio de
suoi Privileggi, che sperementariano i Locati con che si conosce che la
cedola ottenuta dal Serenissimo Duca d'Angiò, che questo predetto
Tribunale avesse proceduto nelle cause di dette lettere di cambio, non fu
Privileggio nuovamente concesso, che dovesse restarne abolito, ma
confirmatione di quello che sempre ha goduto per mantenimento di
questo Real Patrimonio tanto fruttuoso a S.M., che Dio guardi, e quanto
effettivamente venisse impedito a questo Tribunale il dover procedere
nelle sudette cause di cambio ciò ridonnarebbe in gran detrimento di esso
Real Patrimonio per la difficoltà che s'incontrarebbe nella facile esattione
tanto della Regia Fida, che si fa da' Locati, quanto dall'affitto di terre salde
da' Massari di campo, i quali non trovarebbero più mercanti che li
soccorressero di denaro per sodisfare la Regia Corte, sin a tanto che
procedono alla vendita delle merci delle loro Masserie di pecore, ed anco
delli grani ed orzi; attesoché in questa città, e luoghi convicini della
Puglia, non corre altra scrittura che habbia l'esecuzione maggiormente
parata, che le sudette lettere di cambio, e precise in tempo della Fiera di
maggio che si fa la maggiore parte dell'esattione in beneficio della Regia
Corte, e vi concorrono molti mercanti forastieri, che negotiano con
Locati, e dalli di loro pagamenti si fanno l'introiti nella Regia Cassa; con
che occorrendo di procedere all'espedizione di lettere esecutoriali in virtù
della prenomata lettera di cambio, riuscirebbe molto malagevole alle parti
il dover comparire per giustizia avanti il sudetto Illustre Commissario
Generale de Cambi, per la distanza del luogo, ed in conseguenza ritardata
l'esattione reale con preggiuditio della Regia Corte ed anco de Locati da'
quali mi ne è stata fatta precisa istanza. Né tampoco possono evitarsi tali
inconvenienti col destinarsi forse in questa Città dal sudetto Illustre
Commissario Generale de Cambi suo subdelegato, poiché, in tal caso,
s'incontrarebbe la difficoltà che i Locati, ed altri sudditi di questa Dohana
in virtù de loro amplissimi Privileggi concessi da' Serenissimi retro Re,
pretenderebbero esser riconosciuti nelle loro cause così civili, come
criminali da questo Tribunale privative ad ogn'altro Giudice; ed i mercanti
col dubio dell'altercazione, e competenza di foro, sarebbero renitenti a
dare il loro denaro in soccorso di detti Locati e Massari, come han
praticato per il passato, con la fiducia, che in virtù delle sudette lettere di
cambio protestate, ottenevano in questo Tribunale la giustizia che li
competeva con tutta celerità, e li sudetti Locati e Massari ritardando il
pagamento, si avvalerebbero anco del pretesto di non poter pagare, per
non ritrovare mercante, che li soccorresse di denaro, come al solito, per
non haver luogo le lettere di cambio solite pratticarsi tra di loro.
112
Ho stimato intanto mia precisa obbligazione portar tutto alla notizia di
V.E., ed insieme rimetterle copia delli precitati Dispacci, ed anco delle
Provvisioni spedite dal Tribunale della Camera, con li motivi per li quali questo
Tribunale deve procedere nelle suddette cause de cambii; acciò intesa di tutto,
possa degnarsi destribuire gli ordini, che stimarà più proprii per il maggior
accerto del Real Servizio, mentre resto a V.E. facendo umilissima riverenza.
Foggia li, 28 del (gennaio) 1708.
Umilissimo servitore d. Lorenzo Giordano.
(ASF., Dogana, serie V, fascio 71, incarto 4867).
VIII
Dispaccio del vicerè (o Prammatica XVII de literis cambii).
Al Cardenal mi senor ha representado D. Josepa Papa proprietaria del
Oficio del Regio Cancelier de Cambios en este Reyno, como haviendose, a
relacion del Senor Regente Marques de Acerno Comisario General de
Cambios, considerado maduramente en el Consejo Colateral la materia de la
controversia de procederse en las causas de negociantes de cambios, en 10 de
enero del ano pasado per el Senor Conde de Daun, predecesor de Su
Eminencia, se resolvio por el mismo Colateral que no se hubiesen intromitido
en la cognicion de las causas de dichas letras de cambio, y dependientes de tal
materia, assí el Sacro Consejo, Como el Tribunal de la Camera, y Aduana de
Foxa, ni otros qualesquiera del Reyno; a los quales se les encarga que hiziesen
acudir las partes al referido Senor Regente Comisario General destinado para
tal efecto, y a aquellos, que se destineran en futuro, penes acta del Cancilier de
dichas causas. Y que todas las letras executoriales, que se hubieren expedido, o
que en futuro se expidieren, y otros autos, que se hiziesen en la materia de
letras de cambio, y dependientes de ellas, no se tobiese razon alcuna, como
expedidas de Juez incompetente. Y esto citra perjuicio de las penes incuridas de
los Mastredatas y Actuarios, y Escrivanos, que han atitado dichas causa en
contravencion de las Regias Pragmaticas, y ordenes dadas en tal nehocio: y
esto, no obstante qualquera orden en contrario. Y aunque el Tribunal de la
Camara hizieron consulta, y relacion la Regia Aduana de Foxa, al Senor Conde
de Daun, expresando lo, que ocurria en esta materia; en vista de ellas, y de las
escrituras, que remisieron, en data de 31 de Marzo del mismo ano, se les
encargo la observancia de las Regias Pragmaticas, y ordenes dadas, aun a
respecto de todas las causas de negocios de cambios pertenencientes a los
subdidos de la Aduana de Foxa; no obstante la oposicion contenida en la
consulta del dicho Tribunale de la Camara. En coroboracion de lo qual su
Magestad, Dios le guarde, con su Real Despacho de la data de 10 de Junio
proximo pasado, se ha servido ordenar que, respecto de no tocar a la Camara la
decision de la controversia mencionada, encarga a su Eminencia distribuya la
orden conveniente para lo
113
dispuesto por su Predecessor, por Colateral, a quien pertenece la
determinacion de tal materia, segun la forma de la Pragmatica primiera de
Cambios; no obstante la consulta hecha por el Tribunal de la Camara contra
el pacto prometido por el Regio Fisco; y que no se moleste dicho oficio en
la posession, que tiene, en virtud de las anunciadas ordenes, y contractos; a
cayo-Real Despacho de Su Magestad, en fecha de 19 del caydo, se ha dado
por Consejo Colateral el debido Exsequatur. Y me manda Su Eminencia
dezir a V.S. disponga que por el Sacro Consejo se observe puntualmente lo,
que su Magestad ha mandado en dicho Real Despacho, en observancia de
las Regias Pragmaticas, y ordenes dadas precedentemente del Senor Conde
de Daun, afin que la expresada d. Jusepa Papa no sen defraudada en su
oficio.
Dios Guarde a V.S. mucho anno, corno desseo.
Palacio a 1 de Agosto 1709. Domingo Fiorito. Senor Regente Presidente del
Sacro Consejo.
(LORENZO GIUSTINIANI, Nuova collezione delle prammatiche del Regno di
Napoli, tomo VII, pp. 114-115).
IX
Decreto del Collaterale Consiglio del 10 agosto 1709
(o Prammatica XVIII de literis cambii).
Carolus Dei gratia Rex ect. Illustres, et magnifici viri regii Collaterales
Consiliarii fideles dilectissimi. Essendosi a relazione dello Illustre Reggente
Nicola Gascon y Altavas, Marchese de Acerno, Commisario Generale de'
Cambi maturamente considerato nel Regio Colateral Consiglio la materia
della controversia del procedersi nelle cause de' negozi de' cambi sotto li 10
di gennaro del caduto anno 1708, dallo Illustre predecessore fu risoluto nel
Regio Collateral Consiglio che non si fosse intromesso nella cognizione
delle cause di dette lettere di cambi, e dipendenti da quelle, così cotesto
Tribunale, come quello della Regia Camera della Sommaria, Regia Dohana
di Foggia, ed altri qualsivogliano del Regno, a' quali s'incaricò, che facessero
accudire le parti al detto Illustre Reggente Marchese di Acerno
Commissario Generale destinato per tal effetto, ed a quelli, che si
destineranno in futurum, et penes acta del Cancelliere di dette cause; e tutte
le lettere esecutoriali forse spedite, o che in futurum si spediranno, ed altri
atti, che si facessero in detta materia di dette lettere di cambio, e dipendenti
da quelle, non se ne avesse regione alcuna, come spedite da Giudice
incompetente; e questo citra pregiudizio delle pene incorse dagli Attuari,
Mastridatti, e scrivani, che hanno attitate le dette cause in contravenzioni
della Regia Prammatica, ed ordini alias dati in tal negozio: dichiarandosi fin
d'allora incorsi li controvenienti alla pena di docati 500 per ciascheduno a
beneficio del Regio Fisco, oltre la nullità degli atti; e ciò non ostante
qualsivoglia ordine in contrario. Ed avendo il Tribunale della Regia Camera,
e Regia Dogana di Foggia, fatta consulta, e relazione rispettive
114
al detto Illustre Predecessore di quello le occorreva in tal materia, con vista di
esse, e delle scritture rimessegli, in data de' 31 marzo di detto anno 1708 se le
incaricò la osservazione della Regia Prammatica e delli ordini dati, anche a
rispetto di tutte le cause de' negozi de' cambi pertinenti alli sudditi di detta
Regia Dohana di Foggia, nonostante le opposizioni contenute nella detta
consulta fatta dalla detta Regia Camera, e relazione della Regia Dogana di
Foggia. Avutosene ricorso dalla Magnifica d. Giuseppa Papa proprietaria dello
ufficio del Cancelliero de' Cambi a Sua Maesta, che Dio Guardi, e
rappresentatole tutto ciò, ed il patto promessorio fattole dal Regio Fisco nella
compra del detto ufficio, ed altro; con suo Regal Dispaccio della data de' 10 di
giugno di questo corrente anno, si è servita ordinare, che rispetto di non
toccare al detto Tribunale della Regia Camera la decisione della controversia
sudetta ci ha incaricato dassimo l'ordine conveniente per la osservanza del
disposto dal detto Illustre nostro Predecessore per Collaterale, a chi tocca la
determinazione di tal materia secondo la forma della Prammatica I de Cambiis,
la quale dispone che il Giudice privativo di esse cause de' cambi, con sue
dipendenze, sia il Regio Collateral Consiglio, e Commissario Generale deputato
e deputando, non ostante la consulta della detta Regia Camera contro il patto
promesso per il Regio Fisco; e che non si molesti la detta magnifica d.
Giuseppa Papa nella possessione, che tiene di detto ufficio, in virtù di detti
ordini e contratti. Alla quale Regal Carta sotto la data del 10 luglio sta dato da
noi, e Regio Collaterale Consiglio di debito exequatur. Che però vi facciamo la
presente, colla quale vi diciamo, ed incarichiamo, che dobbiate puntualmente
osservare, e far osservare, ed eseguire quanto dal detto illustre nostro
predecessore sta disposto, e di sopra espressato, e confermato con detta Regal
cedola da Sua Maestà, che Dio guardi; che tal'è la nostra volontà. Datum
Neapoli die 10 mensis Augusti 1709. El Cardinal Grimani. Vidit Gascon
Regens. Vidit Andrea Regens. Vidit Cito Regens. Vidit Gaeta Regens. D.
Franciscus Ardia Secretarius.
In Partium 9 fol. 153. Longobardus. Mastellonus.
Al Sacro Regio Consiglio Sua Eminenza incarica ch'esegua quanto di
sopra sta espressato.
(LORENZO GIUSTINIANI, Nuova collezione delle prammatiche del Regno di
Napoli, t. VII, pp. 115-116).
X
Relazione del governatore doganale del 20 ottobre 1710.
Eccellentissimo Signore. In virtù di amplissimi Privileggi concessi, e
confirmati dall'Aragonesi, e Austriaci Monarchi a Locati, e Sudditi di questa
Regia Dohana, devono li medesimi essere privativamente a rispetto di tutti gli
altri Giudici riconosciuti da questo Regio Tribunale, eretto assolutamente per il
tal genere di sudditi, per qualsivogliano loro cause, civili, criminali, e miste,
anco per delitti di campagna, o
115
eccettuati che fossero, e in grado d'appellazione al Tribunale della Regia
Camera, siccome imperturbabilmente se ne mantiene il possesso,
sostentandosi questo Real Patrimonio colla sola prerogativa del foro sin
dal tempo che fu conceduto il primo Privileggio dal Serenissimo Re
Alfonso primo d'Aragona nell'anno 1447 con quelle parole: « de quibus
rixis, controversiis, et causis vos tantum cognoscere volumus, propterea
vos Franciscum iudicem, et gubernatorem super eorum rixis, et
controversiis statuimus, ac etiam ordinamus cum plena iurisditione civile,
et criminali mero, et mixto imperio etc. » e poi confirmato dal
Serenissimo Monarca Carlo quinto nel primo colle parole « Placet
Cesariae Cattolicae Maestati, quod causae civiles, et criminales officialium,
et hominum ipsius Dohanae tractentur coram iudicibus, qui de illis
actenus cognoscere consueverunt, iuxta Privileggia, et consuetudines
dictae Dohanae et in hoc nulla innovatio fiat », e così confirmato da altri
Serenissimi retro Re, e con più provisioni del Regio Collaterale Conseglio,
e Regia Camera; nell'anno passato poi, e proprio in data del 10 del mese di
gennaio 1709 con dispaccio di S. E. per Collaterale, fu ordinato a questo
sudetto Tribunale che non avesse più proceduto nelle cause di lettere di
cambio, ma che le parti fossero comparse avanti il Spettabile Reggente
Commissario Generale de Cambi non ostante qualsivoglia ordine in
contrario dato tanto dall'illustre Marchese di Villena quanto dal
Serenissimo Duca d'Angiò, per esserno stati quelli annullati con quello di
S.M., che Dio guardi, quando questo Regio Tribunale da tempo
immemorabile, e forsi da che fu fondato sempre è stato in possesso di
procedere nelle sudette cause di lettere di cambio, e dipendenti da quelle,
tanto ad istanza de locati, e sudditi di questa Dohana, quanto contro
d'essi, come si riconosce degli atti sistenti nell'archivio, tanto in virtù dei
sudetti antichissimi Privileggi; e quantunque nell'anno 1702 dallo Auditore
di questa Dohana si fusse preteso procedere in dette cause de cambi,
come suddelegato del Spettabile Regente Commissario, ne fu poi impedito
con dispaccio di S.E. per Collaterale in data de 30 del mese di novembre
de detto anno, e con altro dispaccio per Segreteria di Guerra in data de 18
luglio 1705 fu ordinato che il sudetto Auditore avesse osservato il solito
con precedere nelle cause di lettere di cambio ed astenersi di procedere
come Suddelegato del Spettabile Regente Delegato de Cambi, atteso la
Prammatica V di lettere di cambio publicata nell'anno 1617 non
comprendeva il Tribunale di questa Regia Dohana e suoi locati, nè v'era
altro in contrario, perchè precedentino ordini de Serenissimi Re
Antecessori sono stati confirmati li privilegi di questo Tribunale, quali
non possono restare pregiudicati dalla suddetta Delegazione de Cambi
contro l'antico solito, e però si continuò a procedere nelle dette cause de
cambi, anco per evitare l'inconveniente, che potevano risultare per questa
innovazione, che averebbero sperimentato li locati pregiudicati i loro
Privilegi concesseli in tempo che fu fondato questo Real Patrimonio, con
questa condizione di dover pagare la Regia fida ed essere riconosciuti da
questo solo Tribunale, e non esser alienati dalle loro industrie, con
comparire avanti l'altri giudici, anche superiori
116
che fussero, come s'è sempre praticato, e si prattica giornalmente,
richiamandosi le cause de locati, e altri sudditi dal Sacro Regio Consiglio,
né può aver luogo, che dovesse cessare questa Regia Dohana di procedere
in dette lettere di cambio per essere stata abolita la cedola ottenuta dal
Serenissimo Duca d'Angiò; mentre non fu quella concessione di
Privileggio, ma confirmatione di quello, che sempre ha goduto, senza che
fosse stato riconosciuto da S.M., che Dio guardi, mentre si stima di certo,
che la sua santa mente intenda di confirmarlo per mantenimento del suo
Real Patrimonio, tanto fruttuoso e da Locati ne viene fatta precisa istanza,
come si riconosce da memoriali de' Deputati della Generalità di detti
locati, cercandone il mantinimento de loro Privileggi, e precise quello
della prerogativa del foro, quale verrebbe annullato, quando viene
prohibito a questo Tribunale il procedere in dette lettere di cambio,
mentre quantunque hoggi dal sudetto Spettabile Regente Commissario
Generale de Cambi s'è spedita la Suddelegazione in persona dell'Auditore
di questo Tribunale, però potrebbe in appresso darsi ad altri Ministri, o
Governatori de Luoghi, e così si vedrebbero li locati astretti, e trapazzati
da altri Giudici, e non dal loro competente, e in conseguenza annullato il
sudetto Privileggio della prerogativa del foro, ed affatto alienati dalla
conservatione delle loro industrie (che tanto importa conservarsi) per
pagare la Regia fida, e con questa buona fede calono ogni anno nella
Puglia da Paesi lontani, oltre il dover comparire in grado d'appellatione
avanti detto Spettabile Regente Commissario Generale de Cambi, che li
caggionarebbe grandissimo danno per la distanza del luogo, e
inconvenienti, che ne nascono per le competenze del Giudice, quando si
doverebbe procedere dal detto Suddelegato de Cambi, siccome è
accaduto, mentre trattandosi causa in questa Regia Dohana tra locati e poi
sopravenuto qualche creditore in virtù di lettere di cambio, ha preteso
tirare la causa avanti detto Suddelegato, e con questa altercazione di
Giudici si rende la causa immortale, oltre l'alterazione de diritti, che
vengono a pagare detti locati, più di quello the sta stabilito dalla Pannetta
di questa Regia Dohana, et antico solito, e sopra di ciò viene anche
interessato il Regio fisco in somme considerabili ogn'anno, mentre per
tutto il tempo che questa Regia Dohana ha proceduto in dette cause di
lettere di cambio s'è servita nell'attitare dell'ordinario Segretario, e
mastrodatti d'essa, e hora venendoli impedito dimanda escomputo
dall'affitto, quale (è) della Regia Corte, e si fa nel Tribunale della Regia
Camera, quantunque ne siano assignatari di giustizia le Case della SS.ma
Annunziata, e delli Incorabili della città di Napoli, ma deteriorandosi
detto affitto, va in danno del Regio fisco, e però stando tutte le cose
sudette si supplica V.E. per gli ordini opportuni acciò questo Tribunale
continui a procedere in dette cause de cambi in virtù dell'antico solito, e
Reali Privileggi concessi a Locati (tutti appoggiati al Real Servizio)
derogando però quelli concessi a vedue pupilli e miserabili persone, con
derogatione della legge unica, anzi si puol dire, che le sudette lettere di
cambio nella Puglia siano state' inventate tra locati, e sudditi di questa
Dohana per il presto disbrigo
117
delle loro cause per la costumanza, che v'era in questo Tribunale di procedere
in esse, poichè effettivamente non si possono chiamare a dirittura lettere di
cambio, ma semplice polise, che si fanno tra locati, e sudditi per vendita delle
merci de loro masserie di pecore, lane, cavalli, grani, e altro, quando le vere
lettere di cambio dove si procede dal Spettabile Regente Commissario sono
quelle tra mercanti inventate per trasportare il denaro da un luogo ad un altro, e
non quelle che si pratticano nella Puglia per le sudette vendite di robbe, e per
causa di mutuo tutto per accelerarsi il pagamento, e sodisfare la Regia fida, non
costumandosi tra locati, e sudditi di questa Dohana quasi altra scrittura, ch'è
quanto devo rapportare a V.E. alla quale fo umilissima reverenza.
Foggia li 20 ottobre 1710.
Di V.E. umilissimo servitore D. Andrea Guerrero de Torres.
(ASF., Dogana, serie V, fascio 71, incarto 4867).
XI
Real carta del 2 gennaio 1711.
Illustre Conde Carlo Borromeo, Primo Cavallero de la orden insigne del
Toyson de oro, mi Virrey, lugarteniente, y Capitan General del Reyno de
Napoles, en interim. Con Despacho de diez de Junio del año passado a
instancia de D. Josepha Papa, tube per orden ordenar, que respecto de no tocar
a la Camera la discussion de la controversia, expressada en el memorial, dado
por parte de dicha D. Josepha, se diesse la orden, para que se executase el
decreto del Collateral, interpuesto, segun la forma de la Pragmatica de cambiis,
no obstante la consulta, hecha por la Camera contra el pacto prometido por el
fisco, y que assi mismo no se molestase dicha D. Josepha en la possession de lo
oficio de cambios, que tiene en virtud del mencionado decreto, y contracto: y
porque por parte de los governadores de las Casas de la Annunciada y
Incurables de essa mi fidelissima Ciudad, Assiñatarios de justicia en cinco mil
novecientos, y veinte, y ocho ducados annuales sobre la mastrodattia, y
secretaria de la Regia Adohana de Foja, se me ha presentato el memorial que
siegue: Signore. Li Governadori delle Case Sante, ecc. Respecto de que por esse
Tribunal de mi Regia Camera con consulta de diez, y seis de Octubre del año
de 1709 renovando la primera de viente y cinco de Junio 1708, se me han
reperesentado las razones, que asisten a los locados de la Adohana de Foja, y el
prejuicio, que de la execucion de me citado despacho de diez de junio,
resultaria a los privilegios, que les estan concedido por los Reyes, mis
predecessores, y en particular a el del foro, de non ser reconocidos en todas sus
causas de qualquiera genero da ningun juez, sino del Aduanero de la Aduana, y
de la Regia Camera de que han estado siempre en pacifica possession, aun
despues de la Pragmatica V
118
de cambiis, y que, aunque el Regente Gascon, como Delegado de los
cambios, haya procurado alguna vez emburazar le dicha possession por
las letras de cambios, destinando subdelegados de los cambios en Foja,
siempre se la ha mandado desistir de su intento: y assi, vista la istancia de
dichos Governadores, y dicha consulta, y la rayones, en allas expresada, y
no siendo, ni haviendo sido mi animo, y voluntad prejudicar aun en la
mas minima parte a los privilegios, y fueros de los locados de Foja, cuyo
consuelo, y mayor alivio atendere siempre con particular propension; he
tenido por bien ordenar por la presente, que, no obstante el mencionado
despacho de diez de junio, y los decretos del Colateral, enunciados en el
memorial de dicha Josepha Papa, el Regente Delegado de los cambios
presente, y que en adelante fuere no se ponga, ni entromita con los
locados de la Aduana de Foja en ninguna de las causas, ni en las de
cambios, y que en ellas proceda, como han procedido los Aduaneros de la
Aduana, y la Camera, como juez privativo de dichos locados; y en caso
allarse procediendo, en virtud de dicho despacho de diez de junio, que
luego sin replica alguna desista de preceder el dicho Regente Delegado, o
el Colateral, ni se oppongan al puntual complimiento de este mi real
despacho con qualquiera pretexto, o motivo, que sea; pues quiero, que se
observe, y execute precisamente segun su serie, y tenor, haviendo se
prebenido de ello al Tribunal de la Camera; que por ser de iusticia,
procede assi de mi real voluntad.
De Barzellona a dos de Henero de 1711. Yo el Rey. D. Antonio Romeo, y
Anderaz.
(STEFANO DI STEFANO, La ragion pastorale, vol. II, pp. 409-410).
XII
Reale determinazione del 8 ottobre 1738.
Informato il Re di quello, V.S. Ill.ma, come Succommisario de'
Cambi gli ha rappresentato con relazione de' 16 agosto passato sopra il
ricorso di vari negozianti della Piazza mercantile di questa Città,
lagnandosi che dal Commissario Generale de' Cambi non si permetta a
V.S. Ill.ma la spedizione delle cause che occorrono indistintamente tra i
locati, e gli non locati, né sudditi di Dogana; facendosi carico S.M. dei
danni, che apportarebbe questa novità, ha risoluto che il riferito
Commissario Generale de' Cambi non faccia novità alcuna sopra qusta
pendenza, e permetta a V.S. Ill.ma Succommisario che proceda in prima
istanza per tutte le cause delle lettere di cambio, che si fanno in Puglia, e
nei luoghi convicini, tanto se i creditori, o i debitori sono sudditi di
Dogana, quanto se non lo sono, ammettendo l'appellazione all'espressato
Commissario Generale in caso di gravame; e che il medesimo rivochi, e
ritratti qualunque ordine, che avesse dato in contrario sopra a questa
dipendenza. Mi ha comandato S.M. parteciparlo a V.S. Ill.ma per sua
intelligenza, essendosi passato il corrispondente allo
119
stesso Commissario Generale per l'adempimento di questa Reale
deliberazione.
Dio lo guardi per molti anni, come desidero.
Napoli 8 ottobre 1738.
D. Giovanni Brancaccio. Sig. D. Troiano de Philippis.
(F. N. DE DOMINICIS Lo stato politico ed economico.... III, p. 325).
XIII
Reale determinazione del 12 maggio 1740.
En consecuencia de haver resuelto el Rey en 12 de Enero de este año
se aboliese el Oficio de Canciller, o sea Actuario de Cambios, que a titulo
de compra possehia D. Josepha Papa tuvo por bien S.M. de ordenar en 15
del passado se pagasen a la misma quinientos ducados al año durante su
vida por el Perceptor de los derechos, y proventos del Supremo Magistrado
del Comercio, comenzando esta gratia desde el menzionado dia 12 de
Enero en que se resoluio la extioncion de dicho oficio; Y en esta
inteligencia me ha mandado S.M. dezir a V.S. disponga que por el
Substituto o Afitador del menzionado oficio de Actuario de Cambios en esa
Aduana se satisfago a la expressada D. Josepha Papa la rata del afito por
todo el dia onze de dicho mes de Enero, y que desde el 12 de el en
adelante, haia de depositarlo en poder del Perceptor del referido
Magistrado, avisando V.S. al mismo tiempo por esta via, si la Interessada ha
percivido alguna summa a cuenta de lo devengado desde el citado dia 12 de
Enero para descontarsele del asignamento de los quinientos ducado; Dios
guarde a V.S. muchos años como deseo.
Napoles a 12 de Maio de 1740.
D. Juan Brancacho. Senior D. Troiano de Filippis.
(ASF., Dogana, serie I, volume 6, foglio 313).
XIV
Reale determinazione del 21 agosto 1747.
Avendo il Re veduto tutto ciò, che V.S. Ill.ma rappresentò in data de'
30 del passato gennaio in vista dei ricorsi di alcuni negozianti della Città di
Foggia, che si lagnavano di aver V.S. Ill.ma come Delegato de' Cambi fatte
le Succommissioni al Presidente Governatore della Dogana di Foggia molto
limitate, e ristrette, e diverse dal solito stile, mi comanda S.M. dire a V.S.
Ill.ma che non faccia alcuna novità su tal dipendenza e permetta al
Presidente Governatore della Dogana di Foggia Succommissario, che
proceda in tutte le cause de' Cambi, che si formano nella Puglia, e ne'
luoghi convicini in prima istanza, quanto se non lo siano; riservandosi
l'appellazione in caso di gravame; e V.S. Ill.ma rivochi, e ritiri qualunque
ordine avesse dato in contrario
120
LA SUDDELEGAZIONE DEI CAMBI
A di 14 maggio 1781. In Viesti docati 100 correnti argento.
Per la fine di luglio di questo corrente anno 1781 in Viesti pagarò per questa mia
di cambio io Francesco Santoro di questa città di Viesti li sopradetti docati cento
correnti argento alla signora D. Tomasa Solitro della medesima, o a chi per essa
in pace ecc.; e detti sono per prezzo, e valuta di tanto grano vendutomi di tutta
bontà, qualità, misura ecc. renuncians exceptioni rei non traditae, vel non
receptae ecc.; e per l'effetto sudetto obligo me, miei eredi, successori, e beni tutti
presenti, e futuri ecc. col costituto, e precario ecc. e così ne rinuncio, e giuro in
fede ecc., e farò in detto tempo buon pagamento a Dio ecc.
+ Segno di croce di me Francesco Santoro mi obbligo, come sopra ecc.
Cipriano Medina testimonio
Lionardo Ranallo testimonio.
Et in fidem ego Notarius Joseph Corradus Ranallo civitatis Vestarum rogatus
signavi etc.
(ST)
su di tal materia; ben vero però, che resti in arbitrio de' creditori di poter
anche in prima istanza comparire nella Delegazione de' Cambi, se così
loro piacerà; e così V.S. Ill.ma eseguirà.
Palazzo 21 agosto 1747. Il Marchese Tanucci.
Sig. Consigliere D. Carlo Gaeta Commissario Generale de' Cambi.
(F. N. DE DOMINICIS, Lo stato politico ed economico... III, p. 326).
XV
Esposto del cancelliere della Suddelegazione dei cambi.
S.R.M. - Signore. Il Procuratore di D. Raffaele Guadagni
Cancelliere della Suddelegazione de' Cambi di Foggia con supplica espone
alla M.V., come il suo principale soffre il peso di annui ducati 4204 per
l'estaglio di quella Cancelleria, che paga a favore del Regio Erario; e tale
somma non altronde può introitare, che dalla spedizione degli esecutori
sulle polise di cambio. Il Consolato di Barletta intanto benché non avesse
che limitatissima giurisdizione, pure commettendo continuamente degli
abusi, si arroga la facoltà di spedire gli esecutori, sol perchè le polise, che
si fanno in bianco, s'intestano ad un estero, sia vero, sia anche finto; o
pure perché il creditore si asserisce commessionato di un estero. In questa
maniera, e col garantire li creditori nell'accordar loro maggior favore, che
ne dà la legge, a se trae il Consolato grandissimo numero di polise, che
sono frequentissime nella Provincia di Bari, non che in Barletta; e toglie
quindi alla Suddelegazione de' Cambi di Foggia quel'introiti, che le
spettano. Ciò che pratica il Consolato, è un vero abuso di giurisdizione,
mentre il medesimo per poter procedere regolarmente deve verificare il
concorso dell'interesse dell'estero, e la lite nata, o la polisa contenente
merce estera; di maniera che se una delle due circostanze solamente
concorresse, e non entrambe insieme, non può il Consolato procedere.
Quel che il supplicante alla M.V. rappresenta, è fondato sulla grazia,
che nel 1746 dal defonto Monarca Cattolico, Augusto Padre di V.M., che
allora il nastro Regno felicitava, fu fatta a questa fedelissima Città.
L'osservanza di questa grazia, che forma una Prammatica sotto il titolo
De officio Magistratus Commercii, è stata inculcata ogni volta che il
Consolato ha preteso di uscire da limiti di sua giurisdizione. Il supplicante
umilia a V.M. tre copie stampate di regali dispacci dell'epoca del 1760,
1772, e 1787, da cui si prescrive quel che si è detto. Il primo dispaccio
ordina al Consolato di non ingerirsi affatto sulle polise di cambio, almeno
che non siano per mercatura estera, passata fra estero e regnicolo, o fra
estero ed estero. Il secondo dispaccio d più dettagliato del primo, e fu
emanato in seguito di consulta della Regal Camera. Si conferma col
medesimo il prescritto della grazia del 1746, imponendosi il divieto di
procedersi, quando non vi sia mercatura estera, ed interesse di estero
insieme; e ad oggetto di togliersi gli
121
equivoci, si dichiara cosa s'intenda per mercatura estera. Il terzo
dispaccio, che fu implorato dal principale del supplicante, emanato anche
in seguito di consulta della Regal Camera, è parimenti del tenore de' due
primi; ordinandosi che li Consolati più non s'ingeriscano in cause, che
nascono da polise di cambio, che da regnicoli si fanno, per contratti di
generi, o di manifatture del Regno a tenore de' suddetti due dispacci del
1760, e 1772. Benchè però chiari e precisi sieno li termini degli individuati
regali ordini, pure il Consolato spedisce tutto giorno esecutori sopra
polise, che da regnicoli si fanno per generi del Regno, come per grani, che
nel Regno si consumano, per compra di animali, per danaro a mutuo, e
cose simili; e tal abuso si commette col farsi le polise in bianco, che poi
s'intestano come si è di sopra detto.
Or tale abuso, Signore, pregiudicando assaissimo gl'interessi del
principale del supplicante, questi implora perciò le Sovrane provvidenze,
non permettendo la giustizia, e gl'interessi altresì del Real Erario, che
alcuno eserciti quel potere, che la legge gli nega. Per rimediarsi pertanto a
tale abuso, il supplicante prega la M.V. compiacersi non solo ordinare al
Consolato l'esatta ed inviolabile osservanza de' citati Regali dispacci, ma
ancora che il Supremo Magistrato faccia pubblicare in Barletta li bandi co'
quali si faccia noto, che non si possa il Consolato adire, per la spedizione
degli esecutori sulle polise fatte da regnicoli, che non siano per mercatura
estera, e quando non vi abbia interesse un estero, sotto pena della perdita
de' crediti a coloro, che nel Consolato presentassero polise di diverso
tenore. E perchè tanto si possa prescrivere, si compiaccia la Sovrana
giustizia distribuirne gli ordini opportuni al Supremo Magistrato. Tanto il
supplicante implora; e così ecc. Il dr. Giuseppe Olivieri Procuratore
supplica come sopra.
(ASF., Dogana, serie I, volume 12, fogli 146-150).
XVI
Per la destinazione del Suddelegato della Banca dei Cambi.
Eccellentissimo signore. Sua Maestà prima di risolvere sulla
competenza promossa dall'Uditore Riola per l'esercizio della
Suddelegazione de' cambi presso codesto Tribunale doganale di Foggia,
mi ha imposto di domandare a V.E., come adempio, se dopo l'abolizione
della Dogana necessita il Suddelegato de' Cambi. Nel suo Real nome lo
partecipo a V.E. per sollecito riscontro. Napoli 8 agosto 1806.
Il Principe di Bisignano. Eccellent.mo sig. Cons. di Stato Barone Nolli.
S.R.M.
Signore. Con dispaccio de' 8 dell'andante mese V.M. si è degnata
comandarmi di riferire se dopo l'abolizione del Tribunale della Dogana di
Foggia necessiti il Suddelegato de' cambi.
Per rendere eseguito il Sovrano comando non ho mancato di
prendere delle indagini intorno all'istituzione di detta Suddelegazione. Ho
ravvisato difatti, che nel 1708 dal Regente del Collaterale Consiglio
122
D. Nicola Gascon Commissario Generale de' Cambi fu destinato un
Suddelegato in questa Città di Foggia per le cause di lettere di cambio, e
dipendenti di esse riguardanti l'interesse de' locati, e sudditi della Dogana
di Foggia, coll'appello ad esso Commissario Generale.
Due soli esempi ha rinvenuto di essersi affidata tale Suddelegazione
agli Uditori della Dogana di Foggia, D. Giovanni de Ruggiero, e D.
Giueppe Correale, giacchè sempre la suddelegazione è seguita in persona
del Presidente Governatore pro tempore della Dogana di Foggia, anzi i
rispettivi Commissari Generali han soluto rimettere due facultative, una al
Presidente Governatore, e l'altra o all'Uditore, o al Fiscale della Dogana
ne' soli casi di assenza o di impedimento di esso.
Ho ravvisato ancora che nel 1738 il Presidente Governatore di
Foggia de Filippis informando il governo su di una supplica del ceto de'
negozianti della Piazza mercantile di Foggia gli fece presente che per la
facilitazione del pubblico commercio in Puglia eravi stato sin dall'anno
1708 il Suddelegato de' cambi, che avea proceduto per le cause di lettere
di cambio anche per coloro, che non erano nè locati, nè sudditi del
Tribunale di Dogana, ed implorò l'oracolo, se egli qual Suddelegato de'
Cambi potea giusta il solito pratticato per lo addietro continuare a
procedere in prima istanza indistintamente per tutti i creditori, e debitori
per causa di lettere di cambio per la Puglia, e luoghi convicini, dando
luogo al gravame al Commissario Generale de' Cambi, ed il governo con
dispaccio de' 8 ottobre dello stesso anno 1738 ordinò, che il Commissario
Generale de' Cambi non avesse fatta alcuna novità per tale dipendenza,
permettendo anzi al Presidente Governatore in qualità di Succommissario
de' Cambi di procedere in tutte le cause di lettere di cambio, che si fanno
per la Puglia anche tra li non locati e li non sudditi della Dogana di Foggia
coll'appellazione al Commissario Generale. Tale sistema si è sinora
pratticato per le cause di lettere de cambi riguardanti le quattro Province
di Puglia, di Capitanata, Basilicata, Trani e Lecce.
Dietro gli esposti fatti, e la seguita abolizione del Tribunale di
Foggia, io son d'avviso, che per la facilitazione del pubblico commercio in
Puglia necessita un ministro suddelegato de' cambi.
Potrebbesi adunque nella organizzazione de' Tribunali Supremi per
la provincia tal carica addossare ad uno de' ministri dello stesso Tribunale,
che sarà prescelto per le Province di Puglia.
Foggia 16 agosto 1806.
(Il Presidente della Giunta di censuazione del Tavoliere, barone Antonio
Nolli).
(ASF., Tavoliere di Puglia, serie I, fascio 3, incarto 25).
123
Umberto Fraccacreta
Fu « Il Poeta della Terra ». Ma « la Terra » cosa vuole dire? A parte una
istanza locale, regionale, direttamente vissuta (malgrado la semplicità persistente dei toni), ed infine sociale - (l'uomo schiantato dal solleone ed il bambino
che lascia la vita su un grappolo d'uva: desiderio di realismo poetico, emergenza d'impegno di sottofondo, già molto per decenni trascorsi) -, a parte ancora
la tendenza all'idillio (per cui il canto georgico potrebbe non essere finalità assoluta, virgiliana e tradizionale), che cosa significa « la Terra »?
Memoria più diretta per noi, istintivamente vibra al sapore di classicismo. Lo stesso U.F. ha scritto intorno al proprio « senso di trasparenza e di
limpidezza che quasi tutti i critici hanno notato e messo in rilievo », e come tali
qualità si potrebbero bene definire « mediterranee o solari », anche s'egli le riconosce a tutti i tempi e i luoghi di poesia. Sono comunque « felicemente native del pugliese... e del meridionale che ne hanno comune la - derivazione remota
dall'antica Grecia, e cioè dalla fonte prima del classicismo più puro ». La « malinconia
elementare che trae la sua origine dalla contemplazione della terra affaticata
stenta e dura » emerge infine dall'animo di chi stenda lo sguardo - il poeta conchiude - sulla « affocata vasta e austera pianura del Tavoliere » in cui egli ha
vissuto e s'ispira.
Il motivo classico-italico rispunta perfino nella raccolta Un uomo canta
nella notte (che debbo alla riscoperta del Caroli di vedere oggi sotto luce nuova).
Forse qui si comprende perché il poeta abbia accordato al motivo anticoagreste, la propria malinconia. Si vede in Sole che torni, celebrazione di qualche
secolare rito subconscio di rinascita:
Una nuova tomba
è da due anni
nel camposanto:
il marmo che la riveste
stilla di lagrime.
E tu, bel sole
che scendi dalle vetrate,
picchia il martello d'oro,
oh, schiudi, scoperchia la cassa!
.....la morte
non ha guasto il suo viso;
il suo viso (oh miracolo!)
è ancora intatto.
…………………………
124
le labbra sigillate
di cenere in eterno
ti baceranno.
……………………
picchia su quella tomba
il tuo martello d'oro!
Il Sole rimanda alla Terra. Ne era lo sposo ed il Carducci così lo intese: da « pagano » e non da « satanico » ché, se avesse creduto davvero nel
Diavolo, avrebbe dovuto rivivere, inconciliabilmente con la propria natura, qualcosa delle medioevali credenze. L'inno, sostanzialmente panico,
celebra il sorriso e l’« imene arcano » dei due principi essenziali dell'esperienza mediterranea e psicologica. In essa, la Terra è tutto: è la madre delle creature più elevate (Urano) e delle più strane e terribili. Titani, Centimani, Giganti, Ciclopi, sono figli della Terra, a diritto uguale degli esseri
marini, di Nereo e di Forco, e perfino delle Furie. Gea è originale, ingenerata apparizione del Chaos, ma possiede gamma di avatar evidente: in Tellus, Cerere, Cibele, Rea, e specialmente in Demetra. Erda dei Nordici è
ancora, ossia saggezza perenne e madre del Valhalla e di Freia-Vita come
Proserpina. La evoluzione dal Chaos al Cosmos si adombra nella efflorescenza dei miti, ove figurano, accanto a Cibele, l'Oceano e le costellazioni
(Iperione), e poi il titanismo di Giapeto e la impenetrabilità del Tempo.
Esso è l'astratto immobile distruttore dell'individualità delle creature senza alcuna distinzione. Cronos ingoia i figli e, al posto di Giove, la
Pietra. Giove è la intelligenza discriminante, è la nascita umana della storia: non potrà non spodestare il padre. La Pietra, tra gli antichi simboli,
indica tutt'altro che la insensibilità amorfa; è il momento della presa di
coscienza dell'uomo (la individualizzazione, l'embrione dell'esperienza).
Per questo, il regno di Crono incomincia a capovolgersi, dall'assorbimento
della Pietra (perchè la individualità si è congiunta all'astrattezza extrastorica). L'idea in sé genererà allora la storia e gli uomini, faticosamente, inizieranno il loro cammino. Né il clichè della tradizione georgica pura e semplice, né il dissolvimento oggettivistico-contemplativo, sono dunque in
Fraccacreta, questa drammatica, teogonica Terra.
Tommaso Fiore ha posto una differenza precisa, in perfetta diagnosi, tra il modello virgiliano e la impostazione georgica di Fraccacreta (La
Gazzetta del Mezzogiorno. Bari, 19 maggio 1944). I tempi sono diversi:
storicamente e romanticamente la nuova apertura di esperienze, attraverso
duemila anni di Cristianesimo, non è dato ignorare. Con Stelle e lucerne,
siamo dinanzi al contatto cielo-terra, alla circolarità della vita in seno al
ritualismo italico del pane e della luce. Nella descrizione della sacralità
rituale, U.F. ha compiuto una sintesi classico-romantica: la infusione della
solarità nelle cose ed il tormento umano, il motivo terrigeno e laboriosamente concreto ed il ricordo dell'azzurro in mezzo alla notte, a speranza,
preannunzio, sollievo. La pietas virgiliana si è trasfusa nella pietas cristiana: lavoro, rassegna-
125
zione, attesa. E' una sintesi storica operata dalla poesia. Ma cos'era, fino dai
tempi di Orfeo (fondatore di religione), la fisionomia del poeta, se non quella
del sacerdote e del mago, operatori di prodigi? Orfeo realizzava infatti, il collegamento animico con le forme della natura immobili, mute, o violente, trasfigurandole. Interpretazione dinamica del mondo: è il nuovo possibile significato del
Poeta della Terra.
Difficile però, credo, sia tracciarne in U.F., vere e proprie linee di storia.
Inizio ideale potrebb'essere Il Rapsodo. Qualche affinità con la poesia conviviale
del Pascoli, s'intravede, ma è relativa. Si tratta piuttosto di un canto narrativo,
in qualità di evasione, senz'altra pretesa. Il problema comunque sarebbe ancora
da studiare. La interpretazione della Terra, ricondotta sul filo interiore della
conpotenza classica di poesia e natura, non esclude sviluppi. Demetra infatti che ha generato Zeus in Creta, sull'Ida (in uno dei punti dove l'uomo avrebbe
fatto il proprio favoloso ingresso nella storia) - aveva tonalità belle ed insieme
atroci, appassionanti e terribili. La Natura, per qualche consonanza evidente
dello spirito mediterraneo, ha i due volti dannunziani di Alcyone e di Maia. Il
suo volto è ugualmente:
….. la creatura
celeste che ha nome
Luna, trasparente come
la medusa marina
la mostruosa faccia
d'un dio pandemio agitato
da una innumerevole danza
per un rito impuro e cruento.
Sentii tornare nel vento
l'antico delirio d'Astarte.
Madre amorosa, la Natura adotta i bambini sperduti (Trittolemo) ed in
essi sa scorgere il ricordo della figlia rapita. Per altro verso è la sfrenata amante
di Sabazio, di Dioniso e di Attis (che conduce alla morte) o addirittura esercita
minacce su Giove. Isthar preannunzia di trascinare i morti fuori dalle tombe a
popolare il globo, cacciando i vivi nell'Averno: simbolo del rovesciamento delle
leggi della vita nel fantastico quadro di una inversione universale. Forse per tale
motivo, le Eleusinie si celebravano nei periodi più delicati della storia della natura: in Primavera e in Autunno, e Ceres era considerata la madre di Pluto (signore dell'abbondanza) e di Core-Persefone, la quale racchiudeva il rapporto
luce-tenebra, essendo ella primavera risorta ed insieme regina avernale. Così,
quando Freia scompare, prigioniera dei giganti Fafner e Fasolt, la nebbia invade
le cose. Da essa uscirà forse un giorno, la Chimera di Dino Campana.
La Terra dunque, perenne miracolo, porta in sé, attraverso la immagine
di Core, l'idea dualistica e meglio ancora, il rapporto dialettico; solo che, nel
temperamento di U.R, il senso doloroso della lacerazione, più che apparire attuale, è vissuto in spontanea tematica
126
contemplativa. Un Pascoli attenuato: è la critica che si potrebbe fare. Un
Pascoli maggiormente ripiegato su di sé, per la stranezza di un diverso
(ma sempre psicologicamente contrario) destino. Quando la impossibilità
del padre, di continuare a reggere la proprietà della famiglia, costrinse il
Fraccacreta a tornare a casa, abbandonando la letteratura, i corsi di perfezionamento all'estero e chi sa quanti altri sogni, egli narra di avere ricevuto dal sole della pianura, dal mondo dei contadini e dei pastori, dai profumi dell'aria, dal fondale violaceo del Gargano a Levante, la grande inattesa consolazione.
Era forse il « consolamentum » dell'uomo rassegnato alla sorte di
venticinque anni di esistere somigliante ad un esilio o ad una rinunzia?
Certo, quando nel giugno errava in mezzo al grano alto, e si sentiva sperduto e serrato da tutte le parti, e agitava le braccia per aprirsi una strada,
mentre il sole lo accecava nell'oro dell'aria, il poeta poteva dire di avere
trovato il suo « primo naturale elemento, dopo tanto errare ». Infusione
del panismo agreste, il ricelebrare l'antico mistero in cui la Terra, più che
mai qui nelle vesti dell'antica madre, imbeve i figli fedeli fra i baleni di
aerea ricchezza, quasi fosse pioggia che avesse fecondato Semele.
S'intende sotto quel riflesso, ch'egli abbia scritto, prima di morire, «
io devo tornare alla mia Terra ». Ma, pronunziata in quel tempo e sulle soglie di un futuro fatale, la frase significò altro ritorno, altro mistero, altra
celebrazione. Ora infine, la problematica resta. Il volto della Terra ebbe
sempre a trasparire dai suoi versi? Quale esso fu, o può essere stato, nella
varietà inesauribile delle forze della natura? La natura è dialettica: ha il
giorno e la notte, il caldo e il freddo, la liquidità del cielo e la durezza di
zolle da dissodare, la maternità inesauribile della produzione della vita e la
verginità rinnovata attimo per attimo nella potenzialità del vivente. La
natura mostra soprattutto, il rapporto drammatico tra l'uomo e la propria
origine, l'io ed il tutto, l'individualizzazione dell'essere e il fondale indistinto.
Dualismo dunque: la sua interpretazione poetica s'imposta con la
misteriosa emergenza de L'Assiolo dalla notte. Non per niente, lo autore si
è rivolto a quanti fossero pervasi da malinconia, dinanzi a fenomeni naturali, e per essi si sentissero sollecitati alla meditazione. Pierino Caroli (L'itinerario lirico di U.F. La Rassegna Pugliese. S. Spirito, marzo-maggio 1968.
Pag. 115 e segg.) ha colto incisivamente il momento dinamico, anzi lo
sbocco duale della poesia della terra, quando ha preso spunto da L'Assiolo.
La comunione, talvolta perfino formale, Leopardi-Fraccacreta, già dichiara il contenuto esistenziale del fenomeno poetico in genere, oltre che di
tutta la scena. L'assiolo è un essere venuto dal mistero; ma entra nella cerchia delle mura, cioè nella realtà degli uomini, nella consistenza degl'individui. E' dunque il simbolo di un processo d'individuazione della vita è l'io che
emerge - soffrendo - dal tutto indistinto. Ne consegue uno stato perenne d'angoscia che il canto avvia con sé e comunica agli umani. Siamo
127
dinanzi ad un « passero solitario » carico di tutta l'esperienza successiva ai
tempi di Recanati. Portatore infinitamente piccolo di grandi misteri, l'assiolo ripropone il rapporto di macrocosmo e microcosmo nella sua prospettiva tragica. Qualcosa risalirebbe, da quel campanile, per congiungersi
ad un focolare e, una volta sulla strada, il ciocco pascoliano ne sarebbe la
terminale (e conseguente) stazione.
Fraccacreta si è fermato alla « cosa vera » di Gozzano, alla Morte.
Questo esistenzialismo conduce « noi vivi » a riscoprire la modernità del poeta, cosa che il Caroli ha evidenziato anche nella tecnica « tonale », rivalutando dopo dieci anni la mia ipotesi che il Fraccacreta fosse stato più che
mai se stesso anche in Antea, in Vivi e morti e altrove. Dovunque si fosse
scorto ad esempio, un sensualismo cromatico di origine dannunziana insieme al senso della sfumatura (e pure della spezzatura) contrapposta ai
disegni ampi, alla solennità naturale del genere georgico, alla « terra » divenuta per tradizione - malgrado il merito di critica importante e la vastità
di elevati contributi - il clichè definitivo di un uomo. Quell'aderenza letteraria, quegli arcaismi, quel chiudersi in versi oramai « storici », fanno oggi
pensare - rileggendo - a qualche cosa da rivedere, anche se il classicismo
vissuto implica la compostezza, l'equilibrio, l'armonia, il suono misurato
(o scontato nella partenza). Ma la sensualità dannunziana è pure classicismo con la donna-amante e con il richiamo fiabesco di Ermione e di Undulna. Solo che l'attenuazione spontanea di certi motivi, si risolve, nel
Fraccacreta, nel gioco magico di Amore e Psiche.
Non solo la poesia equilibrata ed antica, ci ha dato dunque il poeta
(ritorno al Caroli pag. 125), ma qualcosa di più; qualcosa di intimamente
umano e sofferto. Malgrado forse il suo stesso convincimento, egli ha tentato di camminare per altre strade, di andare lontano. E' stato suo « sacrificio ». Dal punto di vista strettamente poetico, il Caroli ha prospettato
ancora, qualcosa, nel Fraccacreta, di « sottaciuto », perché là dove esce dal
tradizionale motivo, il poeta non approfondisce, ama i toni smorzati
(sbozzati se si può dire). La sua musica sembra davvero sia di sottofondo;
forse egli voleva volare davvero più innanzi ed è caduto: come la sua rondine.
Ma si è prima aperto, a dare qualche cosa di sé; poi il suo dolore si è
andato ad espandere e a rifondere nel dolore universale. Con Vivi e morti
naturalmente, mentre con Un uomo canta nella notte, Caroli dice ch'è rimasto
« solo a dilacerarsi con se stesso ».
Il significato simbolico dell'uomo in mezzo alle tenebre notturne è
il motivo del Passero solitario e de l'Assiolo: esistenzialismo, naufragio, indistinto e la eredità di Novalis, ossia la Notte, insieme materna e nuziale.
Ma ancora dalla oscurità, la liberazione lirica è possibile. Si tratta sempre
di un volo. Non è il lancio dell'uccello di Minerva (e della verità); meditando il poeta sullo strazio quotidiano e poi sulla guerra, quel volo - umanizzato nella figura del simbolico viandante - meglio si staglia e s'intende.
Ci troviamo sulla linea co-
128
stante della storia della vita, da Leopardi all'Esistenzialismo. Non è infatti
un « canto » di umana ebbrezza; è « lamento », « nenia » « riso beffardo » e
« singhiozzo ». Direi anzi che la terza stanza venga appesantita proprio
dalla evidente preoccupazione di dire tutto, scaricare il cuore, definire la
situazione. Nulla del tenue, dell'accomodante, del dolcificato, di altre situazioni tipiche del Fraccacreta. La sintesi comunque è perfetta nella ripresa:
E' la tua favola triste
quella che narri,
e il vero la rischiara
d'un livido lampo.
Il clichè di pesantezza discorsiva e di ritorno del colpo d'ala, e della
immediatezza sintetica alla fine, si ripete più innanzi, ma è ricco di un'altra
implicazione: la tendenza ad ingentilire sul piano formale, i fatti, a moderare e a prevenire le smarginature, ad usare (alquanto arcadici) diminuitivi.
Può il Fraccacreta essere considerato un realista? Eppure qui, l'impasto
del Fraccacreta tradizionale e dello sforzo di usare parole nuove e dure, si
sente. Accanto alla « nidiata » ed ai « boccioli », è la dichiarazione amara:
un rudere tu sei
che solo la notte raccoglie.
seguono, lo slancio d'ala finale e la musicalità « moderna », senza però
cedimenti e squilibri:
ma perduti, perduti,
se fuor delle tue mura
sei solo in questa notte di gennaio,
e sul tuo dolore
aperti non vedi ormai
che gli occhi delle stelle.
La dichiarazione esistenzialistica si ritrova in Un grillo, in Concerto e
ne Il letto ricamato. Il grillo ha abbandonato, inesplicabilmente, la propria
sfera naturale ed ora è là, « entro il cerchio del lume », umanamente « malinconico », che « guarda », dal « miraggio ingannevole tremendo » del «
piccolo quadrato di carta bianca », come il pensiero del poeta. Torni il
piccolo essere, ai cieli, agli spazi infiniti, perché scrivere è morire.
La Natura si è individualizzata in sguardo brevissimo, nella rapida
esperienza dell'animale simbolico (perché quello e non un altro fra tanti,
perché una rondine in mezzo a miriadi? E' il costante interrogativo). La
Natura ha tracciato profili analoghi al procedimento per il quale l'uomo si
avvia alla consapevolezza ed in mezzo agli uomini, inesplicabile, si compie
il « sacrificio » geniale.
129
Amore e morte dunque. Direi piuttosto, amore e non amore, un
amore smorzato, quasi nella pietà di quella creatura che si riprepara il letto
dell'imene, per scorgere all'improvviso, le tramature del velo funebre, e
piangere la lontananza, e non dire nemmeno « O Guido, che cosa t'ho
fatto / di male, per farmi così? ». Noi vogliamo credere nella consolazione
di Umberto, e ch'egli sia stato veramente « buono » (non come l'altro poeta che confessava di apparire); perciò ci commoviamo su quei versi pregnanti e brevissimi, di risposta a qualche interrogazione muta:
Ho il cuore alle labbra,
ascolta ascolta:
tuo sarò ancora.
Ma l'essere l'uno dell'altro e per sempre, significa infine morire. Il motivo amore-non amore si rifonde con quello di amore e morte, come se il
destino di Fraccacreta, il suo vero dramma, il suo presentimento anzi, lo
inducesse a conchiudere ogni cosa nel nulla. E' Tristano e Isolda, è l'alcyonico perdersi rifatto in forma meno musicale, ma più profondo, è « la morte è
questa », del pascoliano convivio, in Oh quanta musica (« E soli andiamo »)
ed in Concerto, ove si sia detto ad una donna « Ti chiedo di morire »:
E soli, soli ormai
librati ci sentiamo nell'abisso
dello spazio infinito,
ove il dolore,
della carne lo spasimo è abolito,
e tutto è amore.
Amore-nulla equivale leopardianamente, a infinito-naufragio. Dinanzi a tale equivalenza, il quadretto accorato de La Marta (un poco « servetta di monte » di Pascoli ed un poco « Canituccia » di Deledda), la canzonetta (originalissima, in mezzo a tanta malinconia) di Celestina, l'affresco
musicale di O Aprile o Aprile, la tavola (quasi michettiana) de La Processione,
il gioco fanciullesco de L'incenso (con il chierichetto che si diverte a roteare
la piccola coppa di fuoco), restano per la verità un poco illanguiditi. Così
Profumo donde emerge il motivo musicale, libero dallo sforzo delle locuzioni arcaicizzanti (altrove reperibili):
Profumo di giardini
a primavera:
………………..
Profumo di capelli
alla mia alba:
………………..
Profumo di mani
alla mia sera.
130
Sembra la musica compensi, con la completezza dell'autore, la incertezza di alcuni tentativi di questo nuovo Fraccacreta. Dai Due amanti «
incontrati nel sogno », dai Riccioli sul mare, dal Ritratto di Signora (di Zuloaga), la forma evocatrice ed espressiva si va integrando musicalmente in
Luna ed in Parole, con una punta lontana degl'irreali paesaggi dell'Isotteo:
E' pallido giacinto
il cielo ad occidente,
e tu con l'unghia rosea
lo incidi appena, o luna
……………………………...
A rivedervi il cuore tramortisce
e in brivido s'atterra.
Chiome eravate belle,
or siete molli e peste.
In un fiume di tenebre
precipitan le stelle.
Siamo tornati alla Terra, per le strade del desiderio e del nulla. Di
una contemplazione e di una ybris, intravediamo possibilità contemporanee. Una delle più musicali composizioni (dalle Rurali) dice appunto questa verità: Alle foglie. Nascono e muoiono quasi inosservate, lasciano le
nude ramaglie e ritornano nel miracolo di una notte e di un'alba. Venute
su « tremule dall'acqua », simili a « palpebre leggere » attraverso le quali è
« dolce..... vedere il mondo », esse sono e non sono. Dal canto traspare la
vita, poi tutto conchiude, una punta d'Arcadia. E' il motivo della Natura
antica e duale; per esso l'uomo parlava con la terra (e con i viventi); era, la
sua, « parola pia », quasi egli « mormorasse una preghiera / dinanzi ad un
invisibile altare ». Ma la ripresa immediata dei motivi millenari (Astarte,
Persefone, Ulisse evocatore delle ombre con sacrifici di animali colore
della notte), mostra, - in dialettica coscienza - l'altro volto della Terra.
Compare La Magalda (donna muta con la testa circondata d'infule scure).
Ella fa bere all'uomo un mosto che ricorda il sangue, « affattura » e sparisce nella irrealtà del plenilunio. I motivi classici sono rivisti nella tessitura
romantica popolare. Variazione della leggenda del vascello fantasma e del
navigatore maledetto, compare Il gregge nero, macchia di colore con il suo «
terrazzano bieco di rapina e di frode » in mezzo « alle fulve vampate della
stoppia » e di notte, « al grido lugubre e selvaggio » di un pastore-predone,
quasi licantropo o upupa. Giorno e sera così, inseguendo pascoli impossibili, irreale e pure affine al figurarsi psicoanalitico dell'incubo od alla popolare leggenda della maledizione.
Il classicismo rurale ha rivelato la capacità di risveglio (o di assorbimento) degli spunti romantici della leggenda. Il Rapsodo quindi non è
qualche antico « cantatore », né La ballata del Sire di Puglia può avere riscontro nella poesia conviviale. La loro chiave resta invece, proprio nella
conclusione magico-evocativa, che meglio avrebbe
131
continuato a svolgersi in un canto popolato dai « falchi biondi » del Castello del Monte e dai corvi delle terre di Svevia ove il primo Federico
appare ancora incarnato. Il Fraccacreta dovette pensarci quando disse:
..... sbarcati i bassi muri,
sprofondate le volte, s'apri l’arce
del diruto castello: dentro l'aula
furon fiaccole funebri le luci,
e nel mezzo, su tumolo di bronzo,
ornato di corona e scettro apparve,
cereo nel viso, il sire della Puglia.
Giovanni Pascoli ha stabilito, nella poesia italiana contemporanea,
l'esempio di una classicità rivissuta attraverso la storia, conciliata quindi
con il mondo evangelico dei sentimenti che vanno dalla contemplazione
delle immensità sopra le nostre teste, al comprendere i motivi umani della
quotidiana sofferenza degli umili: una circolarità di cui siano davvero simbolo i « poveri bimbi in capelli » ed il loro « vivo Pane del Cielo ». Il perdono e la rassegnazione non escludono comunque lo sforzo di capire gli
altri, la meditazione e il dubbio, la consapevolezza infine del fatale antagonismo dialettico con le « ali nere » o bende di cattiva magia spuntate
sulla testa della Magalda. Poiché assomigliano ad ali, esse nascondono,
nutrono sempre, il desiderio dei cieli nel cuore dell'Angelo caduto. Non è
forse quella nostalgia, il ritorno del Titano di cui siamo tutti progenie? Il
mondo resta dunque - specialmente in Sotto i Tuoi occhi e in Vivi e morti - la
tragedia del volo. Si tratta delle prospettive più varie, dalle metafisiche alle
reali. La commozione filiale sa dettare voli di sublimità innegabili (come
ali d'Angeli), e parole di dolcezza, di preghiera, di speranza che:
. . ... su da non so quali
profondità del cuore il figlio buono
venir sente, e che sulla bocca spezza.
Qualcosa di tenero e di musicale scorre su piani invisibili e va dai
suoni articolati alle semplici lacrime, se « Tu vivi in me con la anima tua
vera ». Il culto della Natura sublimata conduce al culto della Donna e della Madre. Il pianto è segno di una elevazione universale. Come in Amore e
Terra, ed anche qui (La grotta del cane e Il pianto nel bosco), il motivo si eterizza in volo. II cane tornato ferito, le carezze di Oliveta, il ritorno, la corsa
con la donna in pianto. Finalmente, nella grotta, si ritrova Gildo (che poi
sposerà la padrona alla festa di San Giovanni):
….. una selvatica colomba,
di cima in cima, l'accompagna a volo:
ode il pianto e all'acacie lo rinarra,
all'oscillanti e mormoranti vette
del bosco, e il pianto reca più in alto,
nei bei cieli .....
132
Sono ali, quelle del passero infreddolite in mezzo alla Nevicata, anche se appena lo reggono. Vi è l'idea della « elevazione », pure se il realismo della scena (che pienamente riscatta il tono di strofa cantata) non
perde nulla del suo significato in fronte al bisogno dei viventi, al cospetto
della fame degli uomini:
trema dal freddo
e cerca invano
qualcosa intorno.
…………….
Non un rumore,
non una voce;
forse il silenzio
preme il dolore
della miseria....
Ali sono quelle degli Uccelli d'oro (ventate dell'Apocalisse, mi diceva nella sua estrosità coltissima, ritrovatici dopo la tempesta - il Professore
Campaniello, ma sembrano tradurre l'incubo di una maledizione (le conseguenze degli errori di tutti e la levata spettrale del fratricidio anonimo
sul mondo. Punto d'arrivo resta sempre la espiazione dell'innocente (il
bambino scalzo come il passerotto e tutte le giovinezze stroncate, con il
ricordo - da fanciullo - di Graziano Fiore).
Il significato (moderno) di angoscia esistenziale è plasticizzato nella
catena delle immagini classico-popolari, attraverso Pianeta di Marte con il
ricordo della faccia dannunziana di Medusa, e nell'Edera (dualismo di
chioma in cammino e di corpo contorto e serpiforme, come le radici di
piante da veleno). L'altro volto della Natura è nella « notte senza misura
eterna » e « fosca di spettri », e nell'alito della tregenda per gli uccelli solitari dalle strida sinistre, mentre la terra « lampeggia e tuona e trema » ed il
petto dell'uomo si rompe « con disumano grido ».
La conclusione è pascoliana, rinnovata originalmente con una punta
di solennità ancora troppo arcaica e ieraticamente invocativa:
e di fra veli il pianto
sciogli di tutte le tue stelle,
che accolga come in un pietoso manto
i vivi e i morti.
Una rondine era caduta nella notte di S. Lorenzo, mentre tornava al
nido, una rondine ha « perduto la gioia del nido » mentr'era « in ansia alla
vigilia di migrare », mentre sognava inconsapevole, la vita di nuove spiagge e nuovi amori, figli e orizzonti:
. . . . . ai lidi in vista
per sempre addio respiri d'acque e cieli
e selve in ombra sull'azzurro mare!
Perché tutto questo? Perché si spezzano le ali: degli uccelli, dei poeti, e degli uomini? Dall'orgiastico tono solare, con la morte, il volo
133
si mischia al freddo notturno e al mistero. Torna il dramma de l'Assiolo:
emersione dell'io dal Tutto ed angoscia di essere. Il maestro delle Miricae
aveva detto che « venivano soffi di lampi » e « le stelle lucevano rare...
Sonava lontano il singulto ». Forse qui è stato per U.F., il problema. Egli
ha cercato di scioglierlo: con il risveglio dei volti buoni di Demetra immortale, con il senso materno della vita e quello sensuale e femmineo;
significati che, malgrado le apparenze, possono benissimo non escludersi,
se mai spiegarsi insieme. Due ansie di rifugio ne scaturiscono, sul piano estetico-emotivo; in se stesso a ritrovare l'amore, e nella Madre. E' sempre,
per l'anima-rondine migrante, la evasione dall'angoscia; è il ricostruirsi
dell'Io nella Donna, nella erede gentile e terribile dell'antichissimo culto
terrigeno. Il conciliare motivi sui quali pesano tradizioni tanto diverse (ed
anche pregiudizi di tempi e di ambiente), sarà stato difficile allora; specie
per chi, nella infanzia malinconica, come Kant e Mazzini, ebbe sfogo di
conforti squisitamente materni.
Il poeta lascia intravedere le fonti umane della tristezza e conserva,
nell'intero arco di svolgimento della poesia, un caratteristico tono. Non di
occultamento, piuttosto di sincera compostezza. Si darebbe benissimo a
lui, la definizione data dal Bontempelli ad un altro interprete del dramma
contemporaneo: Pirandello o del Candore.
Ora vorrei questo quadro si conchiudesse con le parole del poeta
medesimo, con il giudizio che il Fraccacreta ha dato del proprio consistere
estetico-psicologico nel tradizionale clichè della poesia della terra, come
scriveva, discutendo il mio lavoro, il 20 ottobre 1945: « .. ... il motivo georgico sembra visto secondo il giudizio comune e non nella sua origine
psicologica, come evasione cioè dello spirito verso un mondo diverso dal
consueto, un mondo che, realistico in apparenza, è in sostanza fatto di
evanescenti impressioni surrealistiche ».
La liberazione dunque è nella poesia? Ma è una libertà effimera e
sempre malinconica per i figli e le figlie della Terra. Una felicità intravista,
una paternità ideale, che il tempo impedì di rendere in qualche modo concreta? Ultimo segno di voli dalla terra verso l'azzurro, si ha con Le cingallegre de L'arcolaio. Mi ricordano « le palomme » di un orfanotrofio, cantate,
nel vernacolo alberonese, dalla delicata musa di Giacomo Strizzi. Rievocano il senso dell'olocausto con la immagine della offerta sacerdotale (Una
donna che prega). Hanno ali invisibili come le loro lacrime. Pensandole, vedo
in Alberobello, le figlie di Sante Vito Longo e dell'Opera sua, che Pietro e
Silvana Sardaro di Barletta mi hanno insegnato ad amare. Ma forse tutto
questo è divagazione: narra comunque il poeta così:
Le cingallegre sono tre bambine
che i sogni recan alla stessa foce.
Hanno lasciato, dietro di loro, più di una « tomba a gemere nel vento », sembrano altrettante Madonnine rassegnate nel loro lutto, dopo
134
avere seminato « una scia di lagrime », non guardano più quasi alle « chiare
vesti tessute d'aria », ma:
Vien sullo stecco a rispuntare il fiore
e forse già qualcuna pensa al nido,
modula al canto l'altra le parole,
e tal altra in un empito del cuore
le finestre spalanca, e con un grido
novellamente vi saluta il sole.
CARLO GENTILE
POSTILLA
Di U.F. posseggo (risalendo a ritroso nel tempo): un ex-libris (di Bruno
da Osimo) con il motto «sui culmini l'aurora m'inghirlanda» (Sans. 6.5.46..... «
la sig. Anna Iannantuoni di qui, per la sua tesi di laurea sulla mia poesia, desidererebbe leggere il vostro lavoro »); un biglietto (Foggia, 17.9.65 ore 13..... «
Vi ringrazio del lavoro che state facendo sulla mia poesia, e spero leggerlo
nella stampa quanto prima » ...aggiunge saluti per l'Avv. Marcone); una lettera
allo amico editore Mario Simone (Sansevero, 20 ottobre 45) che contiene
impressioni e critica in merito alla prima stesura del mio saggio: « Ho avuto e
letto il lavoro del dott. Gentile, e devo dirvi che la favorevole impressione
che di esso ebbi alla prima puntata è stata pienamente confermata dal resto. Il
Gentile ha letto con intelligenza pronta e ha scelto con gusto i versi citati. Si
potrebbe discutere il metodo critico fatto per temi, ma il lavoro è impostato
così, e del resto non dispiace. Ci sarebbe da osservare che la premessa sembra
generica e che il motivo georgico sembra visto secondo il giudizio comune...
La generalità si riflette anche nell'impressione, che dovrebbe essere rivista
qua e là. Senza dubbio però la conclusione appare affrettata, e ciò nuoce assai. Vorrà il dott. Gentile, dopo di ciò, fare qualche lieve ritocco, e dare giusta
proporzione al lavoro, ampliando la fine in rapporto all'ultima mia poesia? ».
Mi rimisi al lavoro volentieri; ma non potetti raccogliere il suo punto di vista
definitivo perché il Poeta ci lasciò presto. Gli ultimi canti hanno per me una
dedica, non sua - come altri invece, su La ballata del Sire di Puglia e qualche
traduzione - ma pure sempre affettuosa e gentile, di Augusto Fraccacreta.
Completai quello studio dopo parecchi anni, ed esso vide la luce nel 1956
sotto il titolo Poesia di U.F. (con prefazione e bibliografia di Mario Simone.
Società Dauna di Cultura, Foggia). Ne hanno parlato: Pasquale Soccio (in «
La Gazzetta del Mezzogiorno », 7 marzo 1957), Cristanziano Serricchio (in «
Voce del Popolo », Taranto, 6 aprile 1957), Casimiro Fabbri (in « La Fiera
Letteraria », Roma, 27 ottobre 1957), Maria Brandon Albini (in « Les Langues
Neolatines », Parigi, a. 52 n. 4), « Il Corriere Dauno », Foggia, 14 marzo 1960,
e recentemente Carlo Salinari ad una sua discepola (la sig.na Cupaiuolo, laureanda in lettere presso l'Università di Roma, con la tesi su U.F.)*. 1968-69.
* Sull'opuscolo del Gentile, oltre la Bibliografia di U.F., apparsa in questa rassegna (1968, parte 2a, nn. 1-3), veggasi anche il recentissimo volume di M. V. Venturo
Lamedica: Umberto Fraccacreta, poeta del Tavoliere, curato dallo stesso M. Simone per i
tipi del C.E.S.P. (n. d. d.).
135
L'istruzione pubblica in Capitanata
Indagine a cura del Gruppo di studio
dell'Amministrazione Provinciale
I - ESAME DELLA SITUAZIONE
1 - L'esigenza di prevedere le forme di espansione dello sviluppo
scolastico e programmare le forme di intervento dell'iniziativa pubblica
rappresenta una realtà ineludibile.
Questa esigenza importantissima è stata tenuta presente dalla Giunta dell'Amministrazione Provinciale di Capitanata e dal Gruppo di Studio,
e si è configurata nell'affrontare ricerche, raccogliere dati, effettuare confronti e rapporti per la previsione di quelle forme di espansione e di sviluppo che consentano interventi pubblici meno empirici e scelte meno
occasionali.
Il presente lavoro scaturisce, perciò, da una indagine diretta particolareggiata, promossa dall'Amministrazione Provinciale di Foggia, col consenso del Provveditore agli Studi e la collaborazione dei Presidi degli istituti di istruzione secondaria e dei Direttori didattici.
E' superfluo sottolineare che i «tecnici» nella redazione del presente
studio non hanno inteso sostituire i politici, cui spettano tutte le decisioni
in merito a questo importante problema.
2 - L'espansione scolastica di questi ultimi anni ha posto problemi
assolutamente impensabili nel passato. Il numero sempre crescente di
giovani, appartenenti a tutti i ceti sociali, che ricercano la scuola ai fini
della loro formazione umana e del loro diritto politico - « homo sapiens »
« homo faber » « homo civilis » - ha messo in crisi le strutture scolastiche,
che già scricchiolavano sotto l'urto delle profonde trasformazioni del
mondo moderno, in ordine alla concezione della vita e agli sviluppi della
tecnica.
Nell'accennare alla crisi delle istituzioni scolastiche - che non bisogna dimenticare di inquadrare nella crisi generale di tutti gli istituti e dell'intero ordinamento statale - non possiamo non sottolineare che tra le
cause della insufficienza attuale delle strutture bisogna annoverare il ritardo e la mancata previsione di quanto sarebbe accaduto, mentre è risaputo
che le «modifiche qualitative e quantitative, le riforme e le trasformazioni
delle istituzioni scolastiche sono necessariamente di lenta
136
realizzazione; le loro influenza sulla struttura professionale delle forze di
lavoro sarà graduale e di lungo momento».
Essendo affidata, in ogni Paese fondamentalmente alle istituzioni
scolastiche la preparazione delle forze di lavoro, si giustifica l'interesse dello
Stato e degli Enti Locali alla Scuola, che dalla maniera come preparerà le
nuove leve, potrà influenzare la struttura economica e produttiva in modo
determinante.
A proposito dell'importanza della formazione culturale di base, umana e scientifica, ci piace riportare quanto ha scritto in merito il Ferrarotti: «
E' ormai riconosciuto che una preparazione tecnico-professionale, limitata
a singoli settori e qualifiche, deve essere considerata inadeguata alle esigenze del processo tecnologico; sempre più viva si manifesta la necessità di una
formazione culturale generale che costituisca la base sulla quale possano poi
svolgersi le singole specializzazioni. E ciò perchè l'evoluzione tecnologica
rende indispensabile il coordinamento e la collaborazione fra i vari gruppi
professionali e, d'altra parte, i processi produttivi cambiano rapidamente e
le nuove tecniche richiedono una preparazione polivalente che consenta ai
lavoratori di porsi in grado di assolvere rapidamente i nuovi compiti di lavoro».
3 - Fino a pochi anni fa il problema scolastico è stato sempre ancorato alla parola «riforma» (struttura ottimale, ordinamento, programmi, etc.);
oggi si è fatto strada il concetto «pianificazione» mutuato indubbiamente
dal mondo economico, che ha ben compreso l'importanza della formazione
del capitale umano che per operare bene deve poter essere utilizzato in ragione delle necessità presenti e future.
Quindi questi studi mirano a far sì che l'investimento di capitale, nel
settore della scuola e della cultura, sia il più proficuo possibile.
E perchè ciò avvenga è necessario prevedere, almeno con un decennio di anticipo, certi fenomeni (afflusso di alunni); ogni diverso intervento è
tardivo, precario e sterile.
Nel nostro caso, per operare un buon investimento di capitale, dobbiamo innanzi tutto conoscere la nostra situazione attuale in tutte le sue
componenti; come si è articolato nel corso di un decennio il suo divenire,
anche nelle prospettive future, e poi intervenire nell'ambito delle nostre
competenze, nella visione degli interessi generali della provincia e in vista
della creazione di una organizzazione scolastica, efficiente a tutti i livelli e
rispondente alle effettive necessità.
4 - Dall'esame dei dati relativi alla situazione scolastica della nostra
provincia, si possono trarre, preliminarmente, le seguenti considerazioni di
carattere generale:
a) possiamo constatare la evoluzione, anche se lenta e faticosa e la
graduale promozione dei ceti umili della popolazione;
b) il continuo decrescere dell'analfabetismo e dell'analfabetismo di ritorno;
c) il progressivo aumento degli alunni di età di obbligo scolastico, dal
1963 portato ai 14 anni, con la istituzione della scuola media d'ob-
137
bligo e con l'imminente prospettiva di allargare la fascia d'obbligo fino ai 16
anni;
d) il progressivo affermarsi degli studi tecnici e scientifici contro la
tendenza, fino a pochi anni orsono imperante, della corsa agli studi classici.
E ciò è indice e testimonianza, tra l'altro, della trasformazione della nostra
società da agricola in agricolo-industriale;
e) il radicale capovolgimento della valutazione della spesa per la pubblica istruzione (per la cultura) che, da spesa improduttiva e non prioritaria
è vista, negli anni sessanta, come investimento vero e proprio, che, appunto
per essere tale, esige un piano organico e di distribuzione.
Tale spesa, che per la scuola è passata in Italia dal 1900 al 1960 dal
2,9% al 14,4%, nell'anno 1967 ha raggiunto complessivamente il
20,2%,oltre un quinto della spesa dello Stato italiano.
5 - In Italia, nell'anno scolastico 1965-66, il 95% circa dei bambini
sono iscritti alla scuola elementare. Di questi l'80% circa si è iscritto alla
scuola media, e soltanto il 66, 2% ha ottenuto la licenza.
In altri termini su 1000 iscritti alla scuola elementare:
772 hanno ottenuto la licenza elementare;
620 si sono iscritti alla scuola media;
460 hanno ottenuto la licenza media;
320 hanno raggiunto la maturità classica, scientifica, o l'abilitazione magistrale o quella tecnica.
Di contro le previsioni contenute nel Piano Gui per l'anno 1969-70
sono le seguenti:
100% elementari;
90% almeno scuola media;
42% almeno scuola media superiore.
Quale è la reale situazione nella nostra regione e, poi, nella nostra
provincia?
Nel « 1° schema regionale di sviluppo della Puglia per il quinquennio
1966-1970 » (Bari, 1968) il C.R.P.E. ha rivelato che la situazione delle strutture scolastiche nella regione «non è particolarmente confortante, soprattutto se la si confronta con quella della media nazionale ». Per la scuola d'obbligo, nonostante l'estensione della fascia dell'obbligo fino al 14° anno, l'indice di scolarità per la Puglia è di 61,4%, contro il 73,3% della media nazionale; per la scuola media superiore è del 25%, contro il 26,5%.
Per quanto riguarda l'indice di affollamento delle classi per le scuole
elementari, per la Puglia, è pari a 22,0, di contro a un indice nazionale che è
di 16,0: esso è rappresentativo di una insufficienza delle attrezzature edilizie
scolastiche.
Tali previsioni sono state, successivamente ed al vaglio di più realistiche
considerazioni, ridotte in sede di approvazione della legge n. 685 del 27-7-1967 sul
programma economico quinquennale 1966-1970 (cfr. parte seconda -appendice).
1
138
Tali deficienze sono presenti in forme a volte drammatiche anche nelle
scuole secondarie di I e di II grado.
Per quanto riguarda gli istituiti tecnici è previsto, per l'anno scolastico
1970-71 un numero di iscritti superiore ai 50.000 alunni, per cui per la stessa
data le aule occorrenti saranno ben 770.
Di fronte a queste cifre che cosa è stato predisposto come programma
d'intervento straordinario per l'edilizia scolastica, previsto dalla legge 28-71967, n° 641, dal Consiglio Provinciale di Capitanata per adeguare alla nuova
realtà - che è già in atto - quelle che giustamente sono chiamate le strutture
portanti del processo di sviluppo sociale ed economico del territorio?
Il piano approvato dal Consiglio Provinciale dell'Amministrazione Provinciale di Capitanata, con l'onere derivante dai gravosi impegni finanziari che
la sua realizzazione comporta, prevede:
a Foggia
il completamento dell'Istituto Tecnico Commerciale (L. 250.000.000); la costruzione dell'Istituto Tecnico Femminile (L. 925.000.000), dell'Istituto Tecnico
Industriale (L. 1.760.000.000), l'ampliamento dell'Istituto Tecnico per Geometri (L. 120.000.000) e la costruzione ex novo del Liceo Scientifico (L.
925.000.000).
a Cerignola
la costruzione dell'Istituto Tecnico Commerciale (L. 845.000.000) e dell'Istituto
Tecnico Industriale (L. 1.100.000.000).
a San Severo
la spesa di L. 1.100.000.000 per la costruzione dell'Istituto Tecnico Industriale;
di L. 845.000.000 per l'Istituto Tecnico Commerciale; di L. 1.170.000.000 per
l'Istituto Tecnico Agrario; di L. 150.000.000 per l'ampliamento del Liceo Scientifico.
a Manfredonia
L. 796.000.000 per la costruzione di un Istituto Tecnico Commerciale e L.
925.000.000 per il Liceo Scientifico.
a Lucera
l'ampliamento dell'Istituto Tecnico Commerciale e per geometri per complessive L. 420.000.000.
a Vieste
la costruzione della sede del Liceo Scientifico per complessive L. 485.000.000.
a San Giovanni Rotondo
la spesa di L. 875.000.000 per la costruzione della sede dell'Istituto Tecnico
Industriale.
Si tratta, in totale, della spesa di L. 12.641.000.000, di un onere massiccio
che consentirebbe, a un limite accettabile, di far fronte al
139
complesso delle esigenze dei vari centri dauni e che testimonia non soltanto
della volontà politica del consenso provinciale di dare una risposta adeguata
a legittime esigenze, ma anche della sensibilità della Giunta Provinciale e
dell'importanza ormai attribuita a tutti i problemi della istruzione e della
cultura.
La presente indagine è stata svolta allo scopo di determinare le dimensioni e la strutturazione dell'istruzione pubblica in provincia di Foggia.
In particolare essa ha messo a fuoco i seguenti aspetti della problematica
scolastica dauna:
1 -Variazione del numero degli alunni dall'anno scolastico 1957-58 all'anno scolastico 1967-68, nei vari gradi e tipi di istruzione;
2 - Esame del fenomeno dei « pendolari »;
3 - Lo stato dell'edilizia scolastica limitatamente agli istituti per i quali
la Provincia è obbligata a fornire i locali.
A tale scopo sono stati considerati i seguenti tipi di istruzione:
a) Istruzione primaria;
b) Istruzione secondaria di 1° grado;
c) Istruzione secondaria di 2° grado comprendente i seguenti tipi
di Istituti:
1 - Liceo Classico;
2 - Liceo Scientifico;
3 - Istituto Magistrale;..
4 - Istituto Tecnico Commerciale;
5 - Istituto Tecnico per Geometri;
6 - Istituto Tecnico Industriale;
7 - Istituto Tecnico Agrario;
8 - Istituto Tecnico Nautico;
9 - Istituto Tecnico Femminile;
d) Istruzione professionale comprendente i seguenti tipi di istituti:
1 - Istituto Professionale per il Commercio;
2 - Istituto Professionale per l'Agricoltura;
3 - Istituto Professionale per l'Industria e l'Artigianato.
Non è stato preso in considerazione l'Istituto Professionale Alberghiero 2 che funziona a Pugnochiuso (Vieste) in quanto sezione staccata
dell'Istituto di Bari.
Inoltre la provincia è stato divisa nelle seguenti tre zone distinte tra
loro sia sotto l'aspetto geografico, sia sotto quello socio-economico:
1 - Tavoliere, comprendente i comuni di Apricena, Carapelle, Cerignola, Foggia, Lucera, Manfredonia, Margherita di Savoia, Ortanova,
L'Istituto Alberghiero ha ottenuto l'autonomia a partire dall'anno scolastico 1968-69.
2
140
Poggio Imperiale, San. Ferdinando di Puglia, San Severo, Stornara, Stornarella, Torremaggiore e Trinitapoli.
2 - Gargano, comprendente i comuni di Cagnano Varano, Carpino,
Ischitella, Isole Tremiti, Lesina, Mattinata, Monte S. Angelo, Peschici, Rignano Garganico, Rodi Garganico, San Giovanni Rotondo, San Marco in
Lamis, Sannicandro Garganico, Vico del Gargano e Vieste.
3 - Sub-Appennino, comprendente i comuni di Accadia, Alberona,
Anzano di Puglia, Ascoli Satriano, Biccari, Bovino, Candela, Carlantino,
Casalnuovo Monterotaro, Casalvecchio di Puglia, Castelluccio dei Sauri,
Castelluccio Valmaggiore, Castelnuovo della Daunia, Celenza Valfortore,
Celle S. Vito, Chieuti, Deliceto, Faeto, Monteleone di Puglia, Motta Montecorvino, Orsara di Puglia, Panni, Pietra Montecorvino, Rocchetta S. Antonio, Roseto Valfortore, S. Agata di Puglia, San Marco la Catola, San Paolo
di Civitate, Serracapriola, Troia, Volturara Appula e Volturino.
I dati della popolazione scolastica e quelli relativi all'edilizia sono stati
rilevati direttamente a mezzo delle schede riprodotte in appendice; quelli
relativi agli alunni «pendolari» sono stati messi a disposizione dal Provveditorato agli Studi di Foggia.
Per ogni tipo di istruzione sono stati calcolati gli indici di variazione a
base fissa (ponendo uguale a 100 i dati dell'anno scolastico 1957-58 e a base
variabile; per gli Istituti sorti recentemente gli indici sono stati calcolati,
dall'anno in cui essi hanno funzionato ad organico completo.
Nelle rappresentazioni grafiche gli indici non sono stati interpolati allo scopo di rendere il più reale possibile l'aspetto dinamico del fenomeno.
Inoltre non sono state effettuate estrapolazioni per le previsioni per i seguenti motivi:
1 - Perchè negli anni in considerazione è stato realizzato il prolungamento dell'obbligo scolastico a 14 anni, per cui gli incrementi registrati non
continueranno a verificarsi in futuro con lo stesso ritmo e la stessa entità;
2 - Perchè l'istruzione secondaria di 2° grado ha subito un incremento per effetto del maggiore flusso di licenziati dalla scuola media nell'anno
scolastico 1965-66 e pertanto non ha ancora raggiunto la fase di equilibrio
tra nuovi iscritti e licenziati. Tale equilibrio sarà realizzato nell'anno scolastico 1970-71, al termine cioè del ciclo quinquennale trascorso il quale il
maggior afflusso sarà compensato dal maggior deflusso di diplomati.
* Questi e tutti gli altri documenti della indagine sono riprodotti nei due volumi, che raccolgono la presente parte dello studio, e la seconda, che apparirà nel
successivo fascicolo della rassegna (n.d.d.).
141
Siamo consapevoli di aver considerato solo gli aspetti più macroscopici
del problema scolastico. Pertanto non riteniamo di aver esaurito il discorso su questo importante argomento; esso, invece, va ripreso e arricchito
esaminando tutti quegli altri fenomeni che condizionano la istruzione a
monte ed a valle.
I risultati della presente indagine vanno presi per quelli che sono; i
dati emergenti non possono essere assolutamente assunti come base esclusiva per ipotizzare una diversa e più efficiente strutturazione dell'istruzione pubblica nella nostra provincia la quale deve essere considerata
in un nuovo e diverso assetto urbanistico-territoriale onde meglio rispondere alle esigenze della sua popolazione attuale e futura.
CONSIDERAZIONI GENERALI
Negli anni scolastici 1957/59 - 1966/67 gli alunni iscritti ammessi a
frequentare gli istituti di istruzione pubblica nella nostra provincia sono
passati da 88.999 a 103.382, con un aumento di 13.383 unità, pari al
16,16%.
Tale incremento non dipende dall'aumento della popolazione; esso,
invece, è il risultato della maggiore diffusione dell'istruzione e dell'elevamento del livello di scolarità della popolazione foggiana. Infatti ad una
contrazione degli alunni delle scuole elementari, i quali sono passati dal
79,41% al 60,25% dell'intera popolazione scolastico della provincia, ha
corrisposto l'espansione degli alunni dell'istruzione secondaria di l° e 2°
grado i quali sono passati rispettivamente dall'11,95% al 22,82% e dall'8,64% al 15,64%.
I maggiori incrementi si sono verificati nella zona del Tavoliere dove si è avuto un aumento dei 23,49% e dove è concentrata il 66,77% della
popolazione scolastica (nel 1956-57 essa era il 62,81%); nel Gargano, che
raccoglie il 20,65% (1956-57 il 22,49%), l'aumento è stato del 6,65%,
mentre nel Subappennino col 12,58% della popolazione (1956-57 il
14,70%) si è avuta una leggerissima flessione dello 0,60%,
I dati della Tab. 1, però, non tengono conto della residenza degli
alunni e pertanto non danno una visione concreta della diffusione della
istruzione pubblica nei suoi ordini e gradi nella provincia. Infatti la concentrazione delle strutture scolastiche di 2° grado e professionale nei
maggiori comuni del Tavoliere e la loro mancanza nelle altre due zone, fa
in modo che un notevole numero di alunni del Gargano occidentale e del
Sub Appennino raggiungano ogni giorno i comuni di San Severo, Lucera,
Foggia, Cerignola e Manfredonia per frequentare gli istituti esistenti in
questa città.
Questo fenomeno, al quale è stato dedicato un apposito capitolo
nell'indagine, nell'anno scolastico 1966-67 ha assunto le seguenti dimensioni:
- Alunni che dai comuni dei Subappennino frequentano istituti
142
di II grado e professionali del Tavoliere:
a Cerignola ......................................................…...... 12
a Foggia ................................................................... 556
a Lucera ................................................................... 575
a Torremaggiore ....….....................................…........11
a San Severo ..................................................…….. 269
Totale ................................................….....
1.323 =
- Alunni che dai comuni del Gargano si recano a frequentare istituto di II grado e professionale del Tavoliere:
a San Severo ............................................................
545
a Foggia .............................................….................... 122
a Manfredonia .....................................….................. 165
Totale ........................................................………........... 832 =
Totale complessivo ........................………...............…..2.155 =
La Tab. 3, elaborata tenendo presente questi spostamenti di alunni,
conferma le tendenze risultanti dalla Tab. 1, anche se ne riduce i valori
assoluti e percentuali.
E' da aggiungere che la popolazione scolastica maschile ha sempre
superato quella femminile e che questa va continuamente aumentando il
suo peso specifico.
ISTRUZIONE ELEMENTARE
La popolazione scolastica dell'istruzione primaria ha registrato, nel
periodo in considerazione, una diminuzione di 8.868 unità pari al 12,60%
essendo passata da 70.672 unità del 1957-58 a 61.794 unità del 1967-68.
Si è del parere che il fenomeno non sia da imputarsi ad aumento
dell'evasione dell'obbligo scolastico, ma ad una obiettiva diminuzione naturale della popolazione in età scolastica. Infatti già nel decennio 19511961 la popolazione da 0 a 6 anni aveva subito una diminuzione di 12.732
unità, pari al 12,66% (1951 100.578 unità, 1961 87.846 unità); per cui si
pensa che tale fenomeno abbia inciso nel periodo in considerazione.
La diminuzione, tranne qualche lieve eccezione, è comune ai maschi
e alle femmine, ed è comune a tutte e tre le zone le quali, però si comportano in modo diverso. Infatti mentre il Gargano ed il Tavoliere dopo aver
toccato la massima flessione rispettivamente negli anni 1963-64 e 1962-63
con -2.298 unità (pari al 13,29%) e -7.567 unità pari al 19%) tendono a
risalire, anche se lievemente, il Subappennino, nel periodo in considerazione, ha continuamente perduto alunni, passando da 12.133 unità a
8.652, con una diminuzione del 28,70%.
E' da aggiungere che la popolazione scolastica maschile supera
143
quella femminile e che essa va sempre più concentrandosi nella zona del
Tavoliere per effetto di quanto detto nelle considerazioni generali.
ISTRUZIONE SECONDARIA DI PRIMO GRADO
L'istruzione secondaria di primo grado ha subito un notevole aumento in tutta la provincia nel periodo considerato, passando dalle 10.637 unità
dell'anno scolastico 1957-58 alle 23.401 unità dell'anno scolastico 1967-68,
con un incremento del 120%.
Tale incremento, che ha portato a più che raddoppiare la popolazione scolastica in poco più di dieci anni non ha avuto come causa esclusiva il
prolungamento dell'obbligo scolastico, in quanto già prima dello anno scolastico 1963-64 questo tipo di istruzione era in espansione. Infatti ai notevoli incrementi degli anni 1961-62, 1962-63, sono seguiti aumenti meno rilevanti in dipendenza dell'equilibrio raggiunto tra nuovi iscritti e licenziati.
Non è possibile determinare un rapporto tra gli alunni licenziati dalla
scuola elementare e quelli iscritti alla prima classe della scuola media in
quanto i dati relativi a questi ultimi erano al lordo dei ripetenti.
Gli aumenti si sono verificati in tutte e tre le zone, Tavoliere, Gargano e Subappennino, anche se i maggiori incrementi percentuali si sono avuti nel Subappennino a causa dei dati di partenza molto bassi. E' da aggiungere che l'affluenza maggiore si è verificata da parte della popolazione
femminile specie nel Gargano e nel Subappennino.
Inoltre, ponendo uguale a 100 i dati dell'anno scolastico 1963-64, si
nota come i maggiori incrementi si siano realizzati nel Tavoliere dove continua ad essere concentrato ancora il 63.68% della popolazione scolastica
per quanto riguarda la istruzione di primo grado (nell'anno scolastico 195758 nel Tavoliere risiede il 71,78% della popolazione.
Da notare , infine, che gli incrementi più bassi si sono verificati nel
Gargano.
ISTRUZIONE SECONDARIA DI SECONDO GRADO
Gli Istituti di istruzione secondaria di II grado sono concentrati nei
maggiori centri della provincia e in particolare nel Tavoliere (FoggiaCerignola-Lucera-Manfredonia-San Severo-Torremaggiore) e sul versante
meridionale del Gargano( San Marco in Lamis-San Giovanni RotondoMonte S. Angelo-Vieste).
Nella provincia di Foggia nell'anno scolastico 1967-68 hanno funzionato 30 istituti secondari di II grado così distribuiti:
a) n° 7 Licei-ginnasi (Cerignola, Foggia; Lucera, Monte S. Angelo,
San Marco in Lamis, San Severo e Torremaggiore);
b) n° 3 Licei scientifici (Foggia, Manfredonia e San Severo. A Vieste
funziona una sezione staccata del Liceo Scientifico di Manfredonia dall'anno scolastico 1961-62);
144
c) n° 6 Istituti Magistrali (Foggia, Lucera, Manfredonia, Monte S. Angelo, San Giovanni Rotondo e San Severo);
d) n° 5 Istituti tecnico commerciale (Cerignola, Foggia, Lucera, Manfredonia e San Severo);
e) n° 1 Istituto tecnico per geometri (Foggia. A Lucera ed a San Severo presso gli istituti tecnici commerciali funzionano sezioni per geometri);
f) n° 4 Istituti tecnici industriali (Foggia, Cerignola, San Giovanni Rotondo e San Severo);
g) n° 2 Istituti tecnici agrari (Cerignola e San Severo) ;
h) n° 1 Istituto tecnico nautico (Manfredonia);
i) n° 1 Istituto tecnico femminile (Foggia).
La maggior parte dei suddetti istituti ha origine recente. Essi, infatti,
nell'immediato dopoguerra e negli anni 50, sono sorti prima come sezioni
staccate e poi hanno raggiunto l'autonomia. La loro localizzazione territoriale è dipesa dalla intraprendenza delle amministrazioni comunali.
Inoltre, la concentrazione degli Istituti in poche città della pianura fa
si che notevoli masse di studenti si spostino quotidianamente dal Gargano
occidentale e dal Subappennino per raggiungere rispettivamente i centri di
San Severo, Lucera e Foggia che raccolgono il maggior numero dei «pendolari».
Nel periodo considerato la popolazione scolastica di questo tipo di
istruzione è più che raddoppiata, essendo passata dalle 7.690 unità dell'anno
scolastico 1957-58 alle 16.048 del 1967-68, con un incremento di 8.358 unità, pari al 108,69%.
L'incremento è stato continuo e l'afflusso di popolazione femminile è
stato più notevole di quella maschile, tanto che il rapporto maschi-femmine
si è andato sempre più spostando a favore di queste ultime passando dal
2,10% del 1957-58 all'1,557% del 1964-65 ed all'1,455 del 1967-67.
Per quanto riguarda l'incidenza dei due tipi di istruzione secondaria,
quello classico e quello tecnico,la tab. 3 dimostra come l'ordine classico sia
andato sempre diminuendo fino all'anno scolastico 1962-63; dallo anno
scolastico 1963-64 la tendenza è stata interrotta. Ciò significa che i nuovi
licenziati della scuola media, e in particolare le donne, si indirizzano verso
l'ordine classico.
Questi ultimi dati possono anche ipotizzare la circostanza che i nuovi
licenziati dalla scuola media si dirigono prima verso l'istruzione classica e
poi, costatatene le difficoltà, verso l'istruzione tecnica e professionale. Dall'esame della successiva Tab. 15, riportante la distinzione per sesso, si deduce che le variazioni negative delle femmine nell'istruzione tecnica sono da
porsi in relazione al calo di alunne registrato dallo Istituto Tecnico Femminile.
145
ISTRUZIONE CLASSICA
L'istruzione secondaria di ordine classico (Liceo classico, Liceo
scientifico e Istituto magistrale), viene impartita in 16 istituti presenti singolarmente, o in combinazione, in tutti i maggiori centri della provincia.
La diffusione più ampia spetta al liceo ginnasio (esiste in 7 comuni con
esclusione di Manfredonia e San Giovanni Rotondo); segue l'Istituto magistrale (manca a Cerignola, San Marco in Lamis e Torremaggiore). Più
limitata è invece la diffusione del Liceo scientifico che esiste solo a Foggia, Manfredonia, San Severo e Vieste).
Nel periodo in considerazione, gli alunni di questo tipo di istruzione sono passati da 4.330 a 8.234 unità, con un aumento di 3.904 unità pari
al 90,16%. L'84% di questo incremento (3.267 alunni su 3.904) si è verificato nella zona del Tavoliere per effetto dell'afflusso derivante dal Gargano occidentale e dal Subappennino la cui popolazione si sposta a San Severo, Lucera e Foggia per frequentare gli Istituti di II grado. Il Gargano,
invece, non adempie ad alcuna funzione di richiamo nello ambito della
propria zona per ovvie difficoltà di ordine geografico (l'unico polo di attrazione intercomunale è costituito dai Comune di San Marco in Lamis,
Rignano e San Giovanni Rotondo).
Dopo una prima fase di diminuzione, e poi di crescita molto lenta, i
maggiori incrementi si sono realizzati a partire dall'anno scolastico 196465.
Per quanto riguarda il peso specifico esercitato da ogni tipo di istituto
nell'ambito dell'ordine classico, è da dire che mentre il liceo ginnasio va diminuendo di importanza (dal 46,26% della popolazione è passato al 28,9%), il
Liceo scientifico e ancor più l'Istituto magistrale vanno aumentando la loro
importanza (rispettivamente sono passati dal 10,28% al 18,41% e dal 43,46% al
53,80%).
La conseguenza più immediata di questa modificazione di rapporti è
la composizione per sesso della popolazione, per cui il rapporto M/F è
passato dallo 0,996 del 1957-58 allo 0,678 del 1964-65 e allo 0,620 del
1967-68.
I suddetti fenomeni, tranne qualche lieve variazione, si ritrovano sia
nella zona del Tavoliere che in quella del Gargano.
ISTRUZIONE TECNICA
L'istruzione secondaria dell'ordine tecnico (Istituto tecnico commerciale per geometri, industriale, nautico, agrario e femminile) è concentrata nei maggiori cinque centri del Tavoliere (Foggia, Cerignola, Lucera,
Manfredonia e San Severo). Nella zona del Gargano, a San Giovanni Rotondo, funziona dall'anno scolastico 1967-68, in modo autonomo, un istituto tecnico industriale.
Rispetto alla diffusione, al primo posto figura l'istituto tecnico
commerciale (5 istituti su 14); seguono l'istituto tecnico industriale con 4
146
sedi (2 autonome e 2 staccate), quello agrario (2 sedi). Gli istituti tecnici
per geometri, nautico e femminile hanno rispettivamente una sede.
La popolazione scolastica è più che raddoppiata nel periodo in considerazione ed è passata dalle 3.360 unità del 1957-58 alle 7.814 del 196767, con un aumento di 4.454 unità pari al 132,56%.
Gli incrementi più rilevanti si sono realizzati negli anni 1960-61,
1961-62 e 1962-63, mentre molto scarsa è stata l'affluenza dei licenziati
della nuova scuola media nell'anno scolastico 1966-67 (gli unici istituti che
hanno registrato un saldo positivo rispetto all'anno precedente sono stati
l'istituto tecnico per geometri e quello nautico).
Tra i vari tipi di istituti, quello che ha registrato il maggior incremento nel periodo è l'istituto tecnico industriale; seguono quello nautico
(che però funziona a Manfredonia), quello dei geometri, quello commerciale, quello agrario.
L'Istituto tecnico femminile, sorto a seguito della soppressione della
scuola di avviamento professionale femminile, dopo un brillante avvio va
perdendo quota (nel giro di cinque anni ha perso oltre il 50% delle alunne).
Quanto alla composizione per sesso, è da dire che questo tipo di istruzione richiama (per ovvii motivi) maggiormente i maschi. Non va però
trascurato l'afflusso delle femmine che si orientano verso l'istituto tecnico
commerciale dove costituiscono il 39,29% dell'intera popolazione scolastica.
Infine, per quanto riguarda la distribuzione degli alunni nei vari tipi
di istituti, la Tab. 26 mostra come da una fase di netto predominio dell'istituto tecnico commerciale (nell'anno scolastico 1957-58 raccoglieva il
55,62% dell'intera popolazione), si sia passati a una situazione più equilibrata che vede un leggerissimo predominio dell'istituto tecnico industriale.
Si aggiunga che tale predominio si accentuerà negli anni a venire.
ISTRUZIONE PROFESSIONALE
L'istruzione professionale in provincia di Foggia fece la sua prima
comparsa nell'anno scolastico 1960-61 con l'indirizzo agrario; successivamente si sono aggiunti gli indirizzi per l'industria e l'artigianato (anno scolastico 1961-62) e per il commercio (anno scolastico 1962-63).
Nell'anno scolastico 1967-68 questo tipo di istruzione comprendeva
i seguenti istituti e scuole coordinate:
a) n. 1 istituto professionale per l'agricoltura con sede a Foggia e
sezione coordinate nelle borgate rurali di Biccari, Cerignola, Manfredonia,
Sannicandro Garganico, Trinitapoli e Foggia; nello anno scolastico 196465 funzionavano anche due sezioni ora soppresse a Chieuti ed a Lucera;
b) n. 1 istituto professionale per il commercio con sede a Foggia e
sezioni coordinate a Biccari, Casalnuovo e Lucera;
147
c) n. 2 istituti professionali per l'industria e l'artigianato con sedi a
Foggia (sezione coordinate ad Accadia, Bovino, Monte S. Angelo e S. Agata) e a Lucera (con sezione coordinata ad Ischitella).
Dal punto di vista territoriale il tipo più diffuso è quello ad indirizzo agrario; seguono quelli a tipo industriale e commerciale.
Prendendo come indice base il numero degli alunni dell'anno scolastico 1964-65, allorquando tutti i tipi e le varie sezioni hanno funzionato a
organico completo, si rileva che gli alunni sono aumentati del 45,02% (da
1.475 dell'anno scolastico 1964-65 a 2.139 dell'anno scolastico 1967-68,
con un aumento assoluto di 664 unità). I maggiori incrementi si sono verificati nel tipo ad indirizzo agrario ed in quello per il commercio che richiama particolarmente le donne; l'istruzione professionale per l'industria,
invece, dopo un brillante inizio, è rimasta ferma ai valori dell'anno scolastico 1964-65. Inoltre, gli incrementi annuali dello anno-base sono decrescenti.
Dal punto di vista zonale, i comuni del Tavoliere forniscono il
76,02% della popolazione; seguono la zona del Subappennino col 16,08%
ed il Gargano col 7,9%. E' da aggiungere che nel Gargano mentre è in
espansione la scuola coordinata di Sannicandro, ad indirizzo agrario, quelle di Ischitella e di Monte S. Angelo, ad indirizzo industriale, non riescono
ad affermarsi.
PENDOLARI
La concentrazione degli istituti secondari di II grado e professionali
nei maggiori comuni del Tavoliere, del Gargano e del Subappennino, dà
luogo allo spostamento di una massa notevole di alunni.
Lo spostamento si verifica sia nell'ambito di ciascun comprensorio,
all'interno del quale si realizza naturalmente una integrazione fra le varie
strutture scolastiche esistenti, sia fra i 3 comprensori.
Il primo tipo di spostamento avviene nel Tavoliere e nel Gargano e,
in misura molto ridotta e limitata all'istruzione professionale, nel Subappennino. I centri di richiamo sono Cerignola e Foggia per il basso Tavoliere; San Severo per l'alto Tavoliere; Biccari, Bovino e Troia per il Subappennino; San Giovanni Rotondo e San Marco in Lamis per il Gargano.
Al secondo tipo di spostamento sono, invece, interessati tutti i comuni
dell'arco subappenninico che fanno capo a Cerignola, Foggia, Lucera, Torremaggiore e San Severo. A San Severo fanno capo anche gli alunni dei comuni
del Gargano occidentale; mentre a Manfredonia si riversa il flusso derivante da
Monte S. Angelo, Mattinata e San Giovanni Rotondo.
Ai fini del calcolo dei pendolari, Manfredonia, Apricena e Poggio Imperiale
sono state incluse nel comprensorio garganico; Lucera in quello subappenninico;
Chieuti, San Paolo e Serracapriola nel Tavoliere.
3
148
Nell'anno scolastico 1967-68 gli alunni pendolari sono stati 4.496,
pari a circa il 25% di tutta la popolazione dell'istruzione secondaria classica, tecnica e professionale (rispettivamente il 23,61%, il 26,93% e il
31,98%).
Rispetto ai tipi di istruzione, il movimento dei pendolari per il
46,80% riguarda l'istruzione tecnica (1.063 alunni, pari al 23,64% frequentano istituti tecnici industriali), per il 37,99% riguarda l'istruzione classica
(960 alunni, pari al 21,35% frequentano istituti magistrali, e per il 15,21%
riguarda l'istruzione professionale (301 alunni frequentano istituti per l'agricoltura e usufruisce del trasporto gratuito effettuato con mezzi messi a
disposizione dagli istituti.
I comuni di Foggia, San Severo e Lucera accolgono complessivamente il 76,79% degli alunni pendolari (rispettivamente il 33,23%, il
29,07% ed il 14,50%); il rimanente 23,21% si dirige verso i comuni di Cerignola, San Giovanni Rotondo e Manfredonia (rispettivamente il 5,27%,
il 4,85% ed il 4,38%) ed altri comuni che accolgono gli alunni pendolari
dell'istruzione professionale.
In termini assoluti il maggior numero di studenti proviene dai comuni del Gargano (1.732 alunni pari al 38,55%); seguono il Tavoliere
(1.404 alunni pari al 31,25%) ed il Subappennino (1.357 alunni pari al
30,20%). Se però si stabilisce un rapporto tra la popolazione residente nei
comuni di ciascuna zona e gli alunni pendolari, la graduatoria vede al primo posto il Subappennino con lo 0,981%; seguono il Gargano con lo
0,839% ed il Tavoliere con lo 0,417%.
Nell'ambito di ogni zona i comuni da dove provengono il maggior
numero di pendolari sono:
1 - Tavoliere: Torremaggiore (257), Orta Nova (168), Foggia (149),
Cerignola (143), San Ferdinando (107) e San Severo (106).
2 - Gargano: Sannicandro Carganico (315), Apricena (303), San Marco in Lamis (227), San Giovanni Rotondo (142), Cagnano Varano (131),
Manfredonia (123), Lesina (112) e Mattinata (111).
3 - Subappennino: Troia (223), Ascoli Satriano (139), Lucera (124),
Orsara (76) e Biccari (74).
Ci pare ovvio sottolineare i danni sia per quanto riguarda il profitto,
sia per quanto riguarda gli oneri finanziari che sopportano gli alunni pendolari e la gravità dei problemi organizzativi per gli istituti che li accolgono, i quali raggiungono dimensioni anormali (Istituto Tecnico Industriale
di Foggia).
Si impone, quindi, la necessità di pervenire ad una ristrutturazione
che non deve risolversi a livello comunale attraverso la moltiplicazione di
strutture scolastiche asfittiche, ma proiettarsi in un ambito territoriale più
vasto onde pervenire alla creazione di sub-comprensori intercomunali all'interno dei quali siano creati istituti adeguati alla realtà socio-economica
attuale ed a quella derivante dalla sua prospettiva di evoluzione.
A tale scopo il Provveditorato agli Studi di Foggia ha individuato 11
149
sub-comprensori gravitanti intorno ai poli di Foggia, Manfredonia, Cerignola, Ascoli Satriano, Bovino, Troia, Lucera, Motta Montecorvino, San Severo, Rodi Garganico e San Giovanni Rotondo.
Della necessaria ristrutturazione ci occuperemo, più particolarmente,
nella seconda parte dello studio, avente per titolo «Programma di interventi».
(Continua)
PROGRAMMAZIONE
La “Marcia del Metano„
«I comitati popolari unitari dei comuni di Accadia, Ascoli Satriano, Candela, Deliceto, Rocchetta S. Antonio e S. Agata di Puglia, a conclusione della manifestazione svoltasi
in Foggia e dell'incontro col Prefetto, esprimono il loro disappunto per la risposta evasiva alle
richieste di: 1) un piano di sviluppo economico e sociale dell'intero comprensorio; 2) insediamenti industriali con utilizzazione in loco del metano; 3) come richiesta più urgente l'intervento straordinario per un piano di immediata e piena occupazione; decidono di continuare la
lotta ad oltranza in modo fermo, deciso, responsabile e, pertanto, la centrale metanifera resterà occupata fino ad impegni precisi ed inequivocabili da parte delle autorità governative ».
Con questo o.d.g. - trasmesso al Presidente della Repubblica, al Presidente del Consiglio, al Presidente del Comitato dei Ministri per il Mezzogiorno,
ai Ministri per le Partecipazioni Statali, dell'Industria, dell'Agricoltura e del Lavoro – si è conclusa il 16 maggio la « marcia del metano », cioè l'adunata in
Foggia di circa 30.000 cittadini (così il « Corriere della Sera ») dei Comuni su
nominati. La manifestazione è seguita alla occupazione della centrale dei pozzi
metaniferi del Subappenino dauno.
L'avvenimento non ha stupito soltanto per il numero dei partecipanti e
per la sua autentica spontaneità, ma anche per il senso di disciplina e di moderazione, essendosi svolta in maniera composta, per la serietà dei fini che si
prefiggeva di raggiungere; una prova di alto civismo, al quale hanno dato il
loro apporto di moderazione e hanno conferito la responsabilità i Sindacati
tutti, i partiti politici, le amministrazioni, provinciale e comunali, oltre i cittadini dei paesi interessati, che sono scesi a valle, per esprimere la loro protesta,
più che fondata, e il consapevole rifiuto di ripieghi e di « contentini », come la
soluzione, annunciata dal Presidente del Consiglio, on. Rumor, che la fabbrica programmata per Foggia, in località Incoronata, (quella della «Cucirini Coacs») sarebbe stata dirottata nella zona del metano.
« Non si tratta di volere una industria in un luogo anziché in un altro »,
ha scritto Gaetano Matrella « il problema è che si avvii un discorso responsabile, che si pensi seriamente e si adottino iniziative a carattere permanente per
lo sviluppo di certe zone. Tale sviluppo si deve articolare non soltanto nei
settori agricolo-turistico, ma anche e specialmente in quello industriale perché
in queste zone, dotate di una ricchezza tanto importante per la civiltà di oggi,
non si chiede, infatti, il trasferimento di una fabbrica, capace di occupare centocinquanta persone, dallo agglomerato di Incoronata alla zona del triangolo,
ma di ottenere apprezzabili investimenti nel settore manifatturiero ad alto
livello di occupazione. Si chiede allo Stato, che attraverso uno dei suoi Enti,
proprietario del metano di Candela, Ascoli e Deliceto (inserito nella rete di
metanodotti che alimentano vaste zone del Mezzogiorno o dell'Italia Centrale), si creino impianti che servano a limitare la emigrazione verso il Nord ».
151
Nello scorso quadrimestre circa ottomila cittadini hanno manifestato pacificamente nella zona metanifera di Candela, Ascoli Satriano e Deliceto, occupando la centrale dei pozzi in località Masseriole in agro di Deliceto ed interrompendo la erogazione del gas verso Salerno, Taranto e Foggia.
Le autorità e i parlamentari di tutti i partiti hanno svolto opera di convinzione presso i dimostranti, che - guidati dai sindaci dei principali Comuni
interessati, Di Nunzio di Candela, Iascone di Ascoli e Gentile di Rocchetta S.
Antonio - volevano occupare e chiudere tutti i pozzi aperti del Sub-appennino.
L'on. De Leonardis ha proposto che alla importante riunione fissata
prendano parte oltre al sindaco di Ascoli Satriano, anche quelli di Candela, Deliceto e Rocchetta, il commissario prefettizio di Sant'Agata, il presidente dell'Amministrazione provinciale e i parlamentari dauni; si è poi recato a illustrare
la richiesta al prefetto dott. Di Caprio, che l'ha trasmessa sollecitamente al ministro Restivo.
Sulla manifestazione il parlamentare D.C. ha dato alla stampa una dichiarazione nella quale la definisce « espressione di un sentimento unanime delle
popolazioni, la cui istanza corrisponde non solo ad un problema di occupazione in senso individuale, ma si inserisce nel quadro di un generale sviluppo economico-sociale di una delle più trascurate zone del Subappennino dauno nella
quale esiste una tensione anche psicologica in quanto quelle popolazioni si sentono defraudate in una loro legittima aspirazione e considerano come un vero e
proprio furto il fatto che il metano trovato nella loro terra debba essere utilizzato esclusivamente in altre contrade, senza che ci sia una contropartita. Occorre
perciò provvedere con impegni concreti e precisi. Dall'incontro fissato per lunedì a Roma presso il ministro Restivo, ed al quale parteciperanno alti esponenti della Cassa per il Mezzogiorno e della società metanifera - ha concluso
l'on. De Leonardis - le popolazioni attendono qualcosa che segni una volta alle
lunghe attese e apra prospettive di reali e idonee soluzioni ».
Tecnici, accompagnati da rappresentanti dei movimenti e dei comitati
provvedevano intanto a chiudere le valvole dei pozzi: l'operazione è durata poco più di un'ora.
La folla si è dispersa alle prime ore del pomeriggio. Nella zona sono restati soltanto picchetti di uomini dei comitati cittadini e tecnici della società
metanifera. Com'era naturale e prevedibile, la « marcia » ha avuto larga eco anche nella stampa politica e d'informazione. Particolarmente significativo è apparso il commento editoriale, con particolare evidenza pubblicato da « Il progresso dauno », diretto dal presidente dell'Area industriale, on. Gustavo De
Meo: « La marcia sui pozzi del metano e l'occupazione della centrale di erogazione del metano non è che l'ultima pagina di un travagliato romanzo che da oltre tre
anni mantiene in agitazione le popolazioni di alcuni comuni del Sub-appennino
interessati ai giacimenti metaniferi.
«La pacifica dimostrazione non deve ingannare, perché il problema è molto
serio e non esclude sviluppi preoccupanti. Per uscirne è inutile continuare a trastullarci con colpi di coda e con improvvise riunioni riservate solamente ad alcuni.
Il Partito della Democrazia Cristiana che non ha nulla da rimproverarsi se alcune promesse sono cadute, perché non ha responsabilità alcuna, sia in sede locale
che nazionale, pretenda che il problema sia con urgenza impostato come un grave
problema sociale da affrontare con energia e con interlocutori capaci di trovare
152
idonee soluzioni. Inutile perdere tempo nell'invitare la Snia-Viscosa che ha manifestato il suo punto di vista negativo e che d'altronde ha ceduto il metano all'Eni!
Si chieda l'intervento delle Partecipazioni Statali, dell'IRI e delle Aziende di
Stato.
« Quando per un motivo o l'altro l'iniziativa privata è assente o vien meno, si facciano tutte le osservazioni che si vuole, ma non si dimentichi che i guai
restano e bisogna affrontarli! ».
L'Ente Provinciale, com'era suo dovere, vocazione e capacità, ha preso
occasione, per confermare l'assunta sua azione di pilota, mobilitato in permanenza per dare tutto il contributo, non solo di presenza, ma anche concreto e
di ordine, garantendo col concorso degli altri protagonisti della pacifica occupazione, il carattere popolare, democratico, legale della manifestazione. Ad
una riunione, che ha indetta subito dopo la « marcia », hanno preso parte
molti parlamentari di Foggia e di Bari, rappresentanti sindacali, dei comitati
civici unitari di agitazione, che hanno promosso la « marcia del metano ».
Per la verità più che di un incontro si è trattato dell'epilogo, della conclusione sul piano effettuale di una costante azione svolta per settimane, e
che ha posto concretamente le basi per l'ingresso nella fase risolutiva del
problema del metano.
Nella riunione il Presidente della Provincia, avv. Tizzani, che è stato
chiamato a presiederla, ha affermato che la esigenza più avvertita, ai fini dello
sviluppo armonico ed articolato della Capitanata, è che si approntino dei «
piani coordinati di sviluppo », perché non sia negletta alcuna zona dell'intero
comprensorio. Nel quadro di questa visione pianificatrice va inserito naturalmente il piano della viabilità, che è certamente una delle infrastrutture fondamentali per ogni iniziativa di industrializzazione di qualsiasi genere o tipo.
A tale scopo ha annunciato che al Consiglio Provinciale sarà presentato e
discusso un piano stradale che riguarda il Sub-Appennino.
Sono seguiti altri interventi, altrettanto significativi ed interessanti, attraverso i quali è stata ribadita da parte di parlamentari, uomini politici e sindacali, oltre che amministratori locali, la esigenza di confermare nella azione
di guida e di coordinamento di ogni azione intesa allo sviluppo del SubAppennino il ruolo insostituibile dell'Ente Provincia, che ha il dovere, il diritto oltre che il prestigio, l'autorità ed i mezzi per assolvere a tale importante
compito di coordinamento e di guida.
Questa opera di solidarietà non si è estrinsecata soltanto a parole ma si
è tradotta anche in concreti provvedimenti a favore di quelle popolazioni. La
Provincia ha infatti assegnato un contributo straordinario di 12 milioni di lire
per i disoccupati della zona. Un altro provvedimento importante è stato deciso dalla Amministrazione di Palazzo Dogana per dare precedenza assoluta
alla realizzazione dei progetti stradali interessanti il Sub-Appennino. Ma oltre
queste decisioni che testimoniano le iniziative intraprese va ricordata l'azione
svolta presso l'Ente di Sviluppo e l'Ente Irrigazione per la redazione di un
piano comprensoriale agricolo che fornisca alle autorità governative elementi
per valutare i problemi e che sia nel contempo un glossario completo della
difficile situazione del Sub-Appennino e che è stato dallo stesso presidente
della Provincia accennato nell'incontro con il presidente on. Rumor.
153
Il Piano Regolatore
dell'Area Industriale Dauna
Il 31 maggio, presso la Camera di Commercio I. e A. di Foggia, la presidenza dell'Area industriale della nostra provincia ha presentato il suo piano
regolatore, alla cui elaborazione ha da tempo lavorato un nutrito gruppo di
studiosi: gli architetti Enrico Nespega, Rocco Carlo Ferrari e Giuseppe Perugini, i professori Salvatore Garofalo e Ugo Ravaglioli, gli ingegneri Mario Altamura e Plinio Marconi.
È da premettere che il Comitato dei Ministri per il Mezzogiorno, nella
riunione del 18 febbraio u.s., aveva deliberato favorevolmente circa le seguenti modifiche statutarie dello statuto consortile in conseguenza della trasformazione del Nucleo in Area di sviluppo industriale: art. 1 - 1. comma:« Ai
sensi e per gli effetti dell'art. 21 della legge 29 luglio 1957, n. 634 e successive
modificazioni ed integrazioni è costituito, con sede in Foggia, il Consorzio
per l'Area di Sviluppo Industriale di Foggia »; art. 3 - 1. comma: « Il Consorzio ha lo scopo di favorire il sorgere di nuove iniziative industriali nel comprensorio, di cui alla planimetria allegata al presente statuto, costituito dai
territori dei Comuni di Manfredonia, Rignano Garganico, Apricena, S. Severo, Torremaggiore, Lucera, Foggia, Biccari, Troia, Castelluccio dei Sauri, Deliceto, Candela, Orsara, Bovino, Ascoli Satriano, Carapelle, Orta Nova, Stornara, Stornarella, Cerignola, Trinitapoli, Margherita di Savoia, S. Ferdinando
di Puglia, Poggio Imperiale e da parte dei territori dei Comuni di Monte S.
Angelo, S. Giovanni Rotondo, S. Marco in Lamis, Lesina ».
Dal « Piano » presentato discende anzitutto l'indicazione dei luoghi più
adatti per l'insediamento delle industrie.
E’ evidente che un piano di questo tipo, anche se studiato ed organizzato solo ai fini industriali, deve proporre delle soluzioni per tutto il territorio
e cioè per tutti i Comuni che fanno parte del Consorzio. Questo significa che,
se anche le industrie non si potranno ubicare in tutti i Comuni, il Piano indica
quali opere bisognerà fare per rendere le industrie più facilmente raggiungibili
dai vari paesi del comprensorio.
Non tutte le opere che il Piano indica saranno costruite dal Consorzio,
ma dovranno essere tenute in debito conto nei programmi delle altre Amministrazioni (Provincia, Comuni, Regione, Cassa per il Mezzogiorno, ENEL,
ANAS, ecc...).
I progettisti del Piano hanno diviso il lavoro in due fasi ben distinte;
nella prima, hanno rilevato tutti i fenomeni che esistono nell'Area, nella seconda, hanno indicato una soluzione di progetto.
II disegno che si riferisce alla prima fase riporta, oltre a tanti altri elementi, tre fatti molto importanti che sono: l'ubicazione della zona dei pozzi di metano; l'indicazione della zona irrigua; l'ubicazione di tutti i paesi con il numero degli abitanti.
Un altro elemento da tenere in conto è lo stabilimento E.N.I. con il
porto consortile a Manfredonia e le industrie esistenti all'Incoronata.
154
Dovendo dare una risposta a tutti questi punti, il Piano Regolatore li
ha risolti secondo questi principi:
a) L'agricoltura, al centro della pianura, dovrà essere la principale protagonista del Piano in quanto, una volta completata la rete di irrigazione, darà un
tale reddito da non essere più conveniente l'ubicazione dell'industria al suo posto. E dato che ci sarà bisogno di avere molti servizi per questo tipo di agricoltura (depositi, magazzini, stazioni di servizio per la riparazione di macchine
agricole, silos, ecc.) tutti questi si sistemeranno al centro della pianura lungo la
direttrice della statale n. 16 e cioè da S. Severo a Foggia e Cerignola.
b) L'industria si dovrà sistemare al bordo della pianura e cioè in quelle
zone lasciate libere dall'irrigazione e dove sarà più conveniente utilizzare i
suoli per costruire fabbriche. Ubicare le industrie in questa posizione favorisce tutti i comuni del Subappennino che in tal modo non vedranno partire gli
abitanti per andare a lavorare a Foggia. Essi potranno restare così nelle loro
case ed avere il luogo di lavoro molto vicino alla propria abitazione.
c) Il metano, si dovrà utilizzare sul luogo del ritrovamento; è infatti
giusto che una grande risorsa di questo territorio, considerato fino ad ora
depresso, non venga portata via ma dia possibilità di lavoro ad un'altra grande
risorsa che fino ad oggi emigrava e cioè: la mano d'opera.
Per far sì che in modo concreto si realizzino i tre principi del Piano
sopra illustrati è necessaria una grande opera stradale. Il Piano prevede che, a
carico della Cassa per il Mezzogiorno, venga eseguita una superstrada che
colleghi S. Severo - Lucera - Giardinetto - Ascoli Satriano; questa superstrada, con caratteristiche autostradali ma senza pedaggio, costituirà un asse di
sviluppo industriale e sarà facile, una volta costruita, ottenere che le industrie
vi si localizzino.
Detta strada, oltre a questa funzione, risolve anche il passaggio del
traffico tra le due autostrade (Adriatica e Tirrenica) e così i territori potrebbero avere anche tutti i vantaggi che comporta un tale tipo di traffico.
Una volta realizzata questa direttrice S. Severo - Ascoli, la si potrà
completare sia verso Manfredonia che verso Cerignola migliorando la viabilità esistente.
Per quanto riguarda il luogo dove sistemare le « zone industriali » dell'agglomerato direttrice, risultano i più ideali e convenienti esattamente i seguenti: San Severo, per le provenienze da Nord; Lucera-Biccari, per le provenienze dal Molise; Giardinetto, per le provenienze dall'Irpinia; AscoliCandela, per le provenienze da Potenza.
La scelta effettiva dei terreni sarà fatta tenendo conto delle strade esistenti, della possibilità del raccordo ferroviario, e di altri elementi.
L'Incoronata, oggi unico agglomerato industriale esistente, svolgerà la
funzione di « zona industriale » di Foggia.
Manfredonia, oltre la localizzazione dello stabilimento A.N.I.C., avrà
una notevole importanza per il porto consortile che sarà a servizio di tutta
l'Area.
Per Cerignola, il Piano prevede che, data la vicinanza delle Saline, potranno essere localizzate delle industrie specializzate di tipo chimico, non escludendo che possa anche svolgere una funzione terziaria (depositi, magazzini, ecc...) data la sua vicinanza all'incrocio tra le due autostrade.
155
Una nota di rilievo è la funzione che il Piano affida al nuovo aeroporto
di Foggia che potrebbe essere considerato un valido scalo-merci per tutta
l'area industriale.
Nell'aprire i lavori, il presidente del Consorzio dell'area industriale, on.
Gustavo de Meo, ha spiegato che con la redazione del « piano » si è creato
uno strumento senza del quale non è possibile mettere in moto il settore industriale che, appunto nel documento, trova definite le sue linee di sviluppo.
Queste linee non hanno valore assoluto, ma indicano un indirizzo di massima. C'è pertanto da augurarsi che l'approvazione da parte delle autorità centrali non tardi, perché si possa, con sollecitudine ed impegno, avviare in Capitanata quel concreto processo di industrializzazione che imprima uno slancio
nuovo a tutta l'economia dauna.
È seguita una sintetica illustrazione del « piano » da parte dei tecnici.
L'arch. Nespega ha sottolineato come nell'impostazione del « piano » si sia
tenuto presente il rapporto urbanistico e socio-economico, secondo dimensioni non solo provinciali, ma regionali e interregionali. Individuate, inoltre,
le tre zone del Tavoliere, del Gargano e del Subappennino, senza mai perdere
di vista gli altri settori - agricolo e turistico - il « piano » ha previsto un assetto
a struttura lineare aperta, con una zona centrale - quella dell'Incoronata (Foggia) -, una fascia che va da S. Severo a Candela e riguarda il Subappennino
con la zona metanifera e con un settore che si estende alle pendici del Gargano e punta su Manfredonia.
Il prof. Garofalo ha trattato l'aspetto occupazionale, insistendo su una
oculata strategia di sviluppo attraverso un incremento del ramo manufatturiero che agisca da forza propulsiva e sia indirizzato in modo da frenare il fenomeno emigratorio e da garantire un più largo impiego della manodopera.
Sono seguite due brevi illustrazioni da parte dell'arch. Ferrari (ha parlato della interdipendenza delle zone agricole e turistiche con le zone industriali) e del prof. Ravaglioli (nel presentare la progettazione del porto di Manfredonia, la più importante infrastruttura della provincia, ha rilevato che il movimento delle merci previsto è complessivamente di 2 milioni e 300 mila tonnellate, di cui un milione e 800 mila per l'Anic e 500 mila per l'altra industria).
Subito dopo si è aperto il dibattito. L'on. Vincenzo Russo ha affermato
che gli insediamenti vanno attuati, secondo una scelta politica, contemperando la duplice esigenza del livello tecnologico e della piena occupazione, non
dimenticando che la regione pugliese ha il primato del più alto flusso emigratorio.
Il presidente dell'Amministrazione provinciale, avv. Berardino Tizzani,
ha rilevato che le individuazioni e le ipotesi dei tecnici (non concentrazione,
ma sviluppo diffuso con l'inclusione del Subappennino dauno, collegamenti
stradali, eliminazione di squilibri) coincidono con gli obiettivi già indicati, sia
pure in forma vaga, dalla classe poltica. Pertanto - ha aggiunto Tizzani - il «
piano », che va considerato nelle sue linee direttrici generali, ha un valore operativo perfettamente aderente alla realtà della Capitanata.
Per il sindaco di Foggia, avv. Vittorio Salvatori, il « piano » ha tra l'altro
un valore culturale di fondo. Ciò che è sempre mancato alla classe dirigente
dauna - ha notato il sindaco - sono gli strumenti esecutivi. Il « piano » riempie
in gran parte questa lacuna. Occorre ora farli funzionare, questi strumenti,
tenendo presente che esiste oggi una pressione spontanea e irresistibile - e la
recente « marcia » su Foggia dei 20 mila lavoratori ne è una prova - delle masse popolari
156
che stanno prendendo chiara, anche se amara conoscenza dei problemi di fondo, la cui soluzione s'impone oltre tutto per un alto senso di giustizia sociale.
A conclusione del dibattito l'on. Giuseppe di Vagno, sottosegretario alla
Cassa per il Mezzogiorno, ha puntualizzato il significato e la portata del documento, che si è ispirato ad una moderna ed ampia visione, ponendo le basi per
una crescita armonica, venendo così incontro anche alle esigenze del Subappennino dauno - che in questi giorni è stato alla ribalta di un movimento popolare di notevole significato. Un significato - ha sottolineato Di Vagno - eminentemente democratico di una manifestazione di massa che costituisce un esempio nel nostro Paese e, proprio dopo i tragici avvenimenti di Battipaglia, un
esempio di come i lavoratori possano inserirsi da attivi protagonisti nella realtà
storica, senza che si giunga a forme di accesa esasperazione.
Rilevato quindi che sta per avvicinarsi un nuovo boom economico e che
pertanto sull'orizzonte dell'economia si aprono nuove e più ampie prospettive,
l'on. Di Vagno ha osservato che l'esistenza di « piani » è condizione indispensabile per ottenere i finanziamenti statali. Ma ciò che è necessario - ha proseguito - è la attuazione di un tipo qualitativamente nuovo di incentivazione e la
creazione, per quanto riguarda province del Sud come la Capitanata, di un ambiente favorevole alla piccola e media industria. Di Vagno ha concluso ribadendo la validità del « piano », che apre una fase decisiva per il decollo industriale dell'intera provincia.
Il Comitato Direttivo del Consorzio, in prosieguo di seduta, ha approvato il Piano che, data la sua caratteristica di « preliminare », verrà inviato a Roma
per essere sottoposto all'approvazione della Commissione interministeriale
presso il Comitato dei Ministri per il Mezzogiorno. Il voto che risulterà dall'esame della Commissione sarà di guida ai progettisti per la stesura del Piano definitivo.
MANIFESTAZIONI NAZIONALI
I venti anni della rinnovata Fiera di Foggia
dell'Agricoltura e della Zootecnia
La XX edizione della Fiera dell'Agricoltura e della Zootecnia di Foggia
rinnovata dopo la guerra sulla base della sua secolare tradizione, si è aperta anche quest'anno nell'attesa e nella speranza che da essa l'agricoltura italiana e
particolarmente quella meridionale, tra le vicende che la stessa sta registrando,
possa trovare una risposta alle numerose domande del mondo rurale caratterizzato da un complesso di fermenti, di iniziative, di ansie, di aspirazioni.
L'ha inaugurata il Ministro dell'Agricoltura e Foreste sen. Athos Valsecchi, accompagnato dal direttore generale della produzione agricola, RigiLuperti. Egli ha condotto un'acuta analisi dei problemi agricoli del Sud nel contesto delle più vaste esigenze nazionali ed europee. Il recente dibattito parlamentare ed il conseguente impegno del Consiglio dei Ministri hanno posto in
evidenza, in tale prospettiva, una rinnovata e generale volontà politica, espressione dell'impegno di tutto il Paese. Va assicurata, quindi, nel Mezzogiorno, la
formazione di un sistema economico sicuramente autopropulsivo, in grado di
proiettare in modo rapido e concreto queste regioni nei circuiti economici italiani ed europei e nel concerto sociale che si va delineando in Europa ...
... Quest'anno la Fiera di Foggia assume una importanza particolare in
quanto viene a cadere in un momento, in cui, ancora una volta, la comune, responsabile attenzione converge, per una pluralità di motivi, sulla grande tematica dello sviluppo del Mezzogiorno.
A tale proposito, il Ministro ha rapidamente richiamato i concreti risultati conseguiti dalla politica meridionalistica sviluppata negli scorsi decenni, che
per quanto concerne il comparto agricolo, grazie anche all'impegno delle categorie interessate, ha fatto registrare, dal 1952 al 1967, aumenti della produzione
lorda vendibile e del prodotto lordo dell'agricoltura del Sud che si ragguagliano,
rispettivamente, in termini reali, al 52 ed al 50 per cento, largamente superiori a
quelli delle altre regioni, talché la produttività ed il reddito pro-capite si vanno
ormai avvicinando a quelli delle regioni del Centro-Nord.
Il Ministro ha soggiunto che in un processo ascendente vi possono essere periodi di pausa: il 1968, ad esempio, non è stato favorevole per l'agricoltura
meridionale. Negli indirizzi di fondo, il processo di crescita continua, grazie
anche agli sforzi congiunti dello Stato e degli imprenditori, nei settori dello sviluppo della irrigazione, della diffusione della meccanizzazione agricola e dell'associazionismo: per quanto concerne, infatti, le opere pubbliche di bonifica e di
irrigazione e di bonifica montana, si sono avuti finanziamenti a carico del Ministero dell'Agricoltura, dal 1952 a tutto il 1968, di oltre 546 miliardi di lire, con
un onere a carico dello Stato di 530 miliardi. Nello stesso periodo gli interventi
per i mi-
158
glioramenti fondiari avevano dato luogo ad investimenti, sempre nel Mezzogiorno, per quasi 372 miliardi, con un onere a carico dello Stato di 198 miliardi.
Con riferimento soltanto al Primo Piano Verde, le opere di miglioramento fondiario finanziato al 31 dicembre 1967 hanno raggiunto oltre 120 miliardi.
Così puntualizzata la situazione attuale, il Ministro è venuto a delineare
le prospettive di sviluppo dell'economia meridionale, con particolare riferimento al comparto agricolo, in relazione, anche alle indicazioni del Piano Mansholt,
la cui intuizione di fondo - ha detto - non può non essere condivisa: essa mira
ad una politica agricola che, insieme alla organizzazione dei mercati, solleciti e
finalizzi un generale processo di ammodernamento delle strutture, come presupposto indispensabile per un'avanzata su posizioni di maggiore efficienza.
Occorre, dunque, un ripensamento ed il Governo - ha continuato - sta
vagliando le indicazioni di Mansholt, che appaiono particolarmente interessanti
per l'agricoltura del Mezzogiorno.
Concludendo il suo caloroso discorso, il Ministro Valsecchi ha detto che
« la Fiera di Foggia, divenuta il centro dell'agricoltura del Mezzogiorno, verso
cui guardano con sempre maggiore interesse anche i Paesi del Bacino del Mediterraneo, assolve ad una funzione informativa e di stimolo che diventa ogni
anno più importante. Proprio per questo va rinnovato anche a nome del Governo, il più vivo ringraziamento a tutti coloro che ad essa dedicano un sì valido impegno ».
Durante la cerimonia di inaugurazione, dopo il saluto del Sindaco di
Foggia, ha parlato il dott. Francesco Petrilli, vice presidente dell'Ente Fiera, per
sottolineare come i problemi più attuali ed urgenti del mondo rurale meridionale esaminati a Foggia, rappresentino per l'Italia tutto un ideale punto di esame e
di dibattito, ed al tempo stesso come la Fiera proponga sia dal punto di vista
tecnologico che da quello economico e sociale una valida soluzione agli stessi
problemi.
Dopo aver fatto una rapida esposizione delle novità della XX edizione
della Fiera, alle quali hanno validamente contribuito la partecipazione ufficiale
della Repubblica Federale Tedesca, della Repubblica Francese, dell'Austria e
degli Stati Uniti d'America, Petrilli ha concluso auspicando che questa edizione
fieristica rappresenti una utile occasione d'incontro per gli operatori agricoli del
Sud per trarre indicazioni e stimoli al servizio del progresso economico e civile
del Mezzogiorno e del Paese.
Alla manifestazione di chiusura il Governo è intervenuto con l'on.le Pertini, presidente della Camera. Nel suo discorso ufficiale egli ha esordito con i
ricordi dei suoi rapporti fisici con la Capitanata.
« Erano gli anni - ha detto - quando di passaggio dal carcere di Foggia,
per raggiungere insieme con Antonio Gramsci il carcere di Turi (Bari) e poi, da
solo, il confino delle Isole Tremiti, ci si convinceva sempre più della necessità
di perseguire i due grandi ideali di libertà e di giustizia sociale che oggi sono
comuni a tutti i partiti democratici ed al popolo italiano. E dopo 50 anni la più
grande soddisfazione che possiamo registrare è che noi allora contestammo,
pronti a pagare di persona, perché voi poteste contestare oggi: ma ricordate che
ciò lo si deve proprio alle lotte ed ai sacrifici di quegli uomini che oggi hanno i
capelli bianchi ».
Il Presidente della Camera ha, quindi, raccontato l'episodio verificatosi a
Cerignola dopo un comizio allorché un contadino, abbracciandolo, gli disse: «
Tu
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sei uno dei nostri ». « Questa frase - ha detto Pertini - è uno dei più cari ricordi
della mia vita perché quel contadino volle dirmi che io uomo del Nord avevo
compreso appieno la condizione umana e la tragica situazione delle genti del
Sud, argomento questo di lunghissime discussioni avute con Antonio Gramsci,
con il quale spessissimo si era creata l'unità geografica dell'Italia, ma purtroppo,
sotto il profilo sociale ed economico le Italie erano ancora e sempre due ». Larghissimi accenni ha quindi fatto l'on. Pertini alla benemerita azione dei grandi
meridionalisti come Tommaso Fiore, Gaetano Salvemini, Giustino Fortunato
rammaricandosi che il loro modo di fare cultura non li legasse ai lavoratori.
Dato atto che da allora passi innanzi indubbiamente sono stati compiuti,
come dimostra, tra l'altro, la palpitante realtà della Fiera di Foggia, tappa decisiva sul cammino del progresso e della rinascita del Sud-Italia, l'on. Pertini ha
accennato al recente dibattito parlamentare sulle gravi deficienze del Mezzogiorno di Italia. E ha detto che « non bisogna attendere solo l'aiuto del Governo, ma occorre un'azione comune e concorde di tutti gli uomini del Sud e soprattutto dei lavoratori e dei contadini, perché non è concepibile operare distaccati dalla massa lavoratrice ». Infatti, Ezio Vanoni nel presentare il suo piano economico e sociale ammoniva che non poteva essere portato a compimento senza la collaborazione dei Sindacati.
A conclusione del suo discorso l'on. Pertini ha ribadito l'impegno del
Parlamento italiano che cercherà di essere sensibile alle esigenze, attento alle
istanze e, quindi, alacre nelle attività di istituto per la più rapida approvazione
delle leggi presentate perché abbia a cessare nel Mezzogiorno questa atavica
sete di giustizia.
Subito dopo il Presidente della Camera ha compiuto un'attenta visita al
padiglione, agli stand ed ai settori espositivi della Fiera di Foggia.
Ed ecco alcuni dati di estremo interesse. Nel discorso del presidente, on.
de Meo, leggiamo che: « la Fiera di Foggia è divenuta un fatto mercantile ed
economico di grandi dimensioni. Ma essa è anche qualcosa di più e di diverso
per la gente del Sud, qualcosa che si identifica con lo stesso suo modo di essere
e di divenire... Una tradizione che di antico conserva soltanto l'origine ed ha
immutata fiducia nella generosità della terra e nelle profonde capacità dell'uomo di elevarsi e progredire ». Possono « suonare » parole utili solo a creare effetti prestigiosi, ma la realtà stringe i fatti in linee definite.
« La Fiera di Foggia non è più il vecchio mercato di Federico 2° non è
più la Puglia terra di pastori, essa si trasforma in terra di agricoltori e di allevatori; è scomparsa la medioevale pastorizia transumante, oggi si tende all'allevamento intensivo, alla ricerca di prodotti migliori a costi più bassi. In tal modo la
Fiera si inserisce come un punto fisso di riferimento di tutto il mercato zootecnico meridionale.
« Ciò che si ricava dai lavori che si sviluppano nell'ambito delle giornate
fieristiche è che la Fiera di Foggia prende una fisionomia nuova, propria. Diventa sede qualificata di incontri: lavoratori e tecnici agricoli, operatori commerciali e imprenditori esaminano le condizioni dell'agricoltura e quali i mezzi
d rinnovamento e di miglioramento delle strutture perché il Sud come l'Italia
tutta possa competere nell'ambito del mercato europeo.
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L'appuntamento a Foggia significa un incontro che collauda esperienze e
di formazione per una cultura specifica in agricoltura. La Fiera si scopre visitandola! - questo è stato affermato.
« Dai vari convegni specializzati è possibile ricavare molti elementi per
indirizzare la politica agraria nel verso giusto - è una delle opinioni raccolte tra i
visitatori; ma la presenza di illustri studiosi in agricoltura, le loro conferenze,
comunicazioni ed altro, danno giusto credito a questo orientamento spicciolo e
permettono, giustamente, di ricavare utilissime indicazioni perché Governo e
cittadini, trovino insieme i mezzi per dare un assetto solido non solo all'economia meridionale ma all'agricoltura italiana se come ha precisato il ministragricoltura Valsecchi inaugurandola - « la Fiera di politica agraria comunitaria ».
Su questi argomenti ed altri, tecnici, esperti, politici, agricoltori hanno lavorato nel periodo della manifestazione fieristica con una intensità eccezionale.
Dalla presentazione stilata dal presidente De Meo si ricavano, appunto,
elementi di base per concretare in termini reali il nostro discorso: « ... la nostra
manifestazione avrà quest'anno come tema Foggia, divenuta il centro dell'agricoltura del Mezzogiorno e verso cui guardano con sempre maggiore interesse
anche i Paesi del bacino del Mediterraneo, assolve ad una funzione informativa
e di stimolo che diventa ogni anno più importante ».
Su questo aspetto è giusto porre mente, affinché non si riducano i termini delle questioni nate all'ombra del trattore, della mietitrebbia, del frangizolle, del cavallo, degli agnelli pesanti da latte, al di là delle mostre-concorso del
bestiame bovino della razza Bruno alpina o Frisona italiana.
Non si esagera se si afferma che la Fiera di Foggia è diventata - nei suoi
nove giorni - la sede per fare il punto sulla situazione dell'agricoltura meridionale e italiana, per confrontare esperienze, studi, esperimenti, per porre proposte di lavoro al Governo, ai tecnici, agli operatori, in genere al mondo rurale.
Una Fiera della cultura agricola! Questi i principali temi trattati: « La cooperazione, forma associativa economica per l'agricoltura », « Per un contributo alla
formulazione della nuova politica agricola comunitaria », « Industrializzazione
nel Mezzogiorno e disponibilità delle forze del lavoro », « Le prospettive di
produzione nelle nuove zone irrigue e la base: l'agricoltura del Mezzogiorno e
le prospettive europee », incentrando il suo svolgimento e dibattendo i problemi sull'ammodernamento delle strutture.
Impegnativo e costruttivo è dunque il ruolo che la Fiera si è assunto ed il
suo significato più profondo coincide con il contributo che apposta al progresso agricolo del Mezzogiorno, in tutti i suoi diversi aspetti, un contributo che,
nella scia delle tradizioni gloriose, mira a fare di un'arte antichissima - come ci
confermano anche i recenti studi archeologici nel Metapontino - una realtà economica, dinamica, progredita e perfettamente al passo con le altre attività
produttive.
Alla Fiera di questa nuova dinamica dell'agricoltura - quella di studio - al
fianco delle realizzazioni tecniche concretate dalla industria, ultimi i manufatti
in plastica, era giusto che non restassero indifferenti i responsabili dei vari settori della politica, della produzione, della stampa specializzata.
Rilevanti, pertanto tra l'altro, la conferenza del sen. Mansholt su l'Agricoltura meridionale ed il Convegno internazionale sull'ovicoltura (relatore ufficiale
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l'on. De Leonardis, v. presidente della Federazione Intern.le dell'Olivicoltura).
Nell'esame al piano Mansholt il sen. Scardaccione ha contrapposto alcune esatte valutazioni in relazione agli ambienti cui il piano deve riferirsi per essere positivo; nel convegno sull'olivicoltura, l'on. De Leonardis ha chiesto la solidarietà
oleicola internazionale, richiamando le funzioni che possono svolgere il Consiglio oleicolo internazionale, la federazione internazionale e la CEE nell'intento
di migliorare ed espandere la produzione ed il consumo dell'olio d'oliva.
Tutto questo è importante non perché accade a Foggia durante la Fiera,
ma per il fatto che accada, che si controllino i risultati, che si esaminino le cause di certi squilibri, oggi che l'economia italiana non può essere più amministrata con mezzi autarchici, che alcune credenze assumano dimensioni reali, che si
agisca superando i deboli confini di un provincialismo deleterio, che l'analfabetismo sui problemi dell'agricoltura venga efficientemente debellato.
Se la Fiera di Foggia è una delle basi per l'esame di questi valori, diventa.
un atto di coraggio il sostenerla con i mezzi più fragili: la discussione, il confronto, le critiche, per una cultura valida e positiva nell'interesse dell'agricoltura.
la Capitanata
(Rassegna di vita e di studi della Provincia di Foggia)
* Hanno collaborato a questo fascicolo: on. avv. GUSTAVO DE MEO,
deputato al Parlamento; dott. PASQUALE DI CICCO, direttore
dell'Archivio di Stato in Foggia; prof. CARLO GENTILE, docente nel
Liceo classico « V. Lanza » di Foggia; GRUPPO DI STUDIO
dell'Amministrazione Provinciale di Foggia .
SOMMARIO
GUSTAVO DE MEO: Un difficile cammino
81
PASQUALE DI CICCO: La Suddelegazione dei cambi presso la
Regia Dogana di Foggia
CARLO GENTILE: Umberto Fraccacreta
89
124
GRUPPO DI STUDIO DELL'AMMINISTRAZIONE PROVINCIALE
DI FOGGIA - L'istruzione pubblica in Capitanata: 1) Esame della situazione
(continua)
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PROGRAMMAZIONE - 1) La « marcia del metano »; 2) Il Piano regolatore
dell'Area industriale dauna
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MANIFESTAZIONI NAZIONALI - I venti anni della rinnovata Fiera di Foggia
dell’Agricoltura e della Zootecnica
IN MEMORIA - Alfredo Petrucci
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L’ ente Provincia
nell’ ordinamento regionale
Le elezioni regionali si terranno il 7 giugno prossimo, congiuntamente a quelle comunali e provinciali. In tempo utile sarà certamente
approvata la legge finanziaria regionale.
Dopo oltre un ventennio la Costituzione sarà, pertanto, attuata in
una delle sue parti più democratiche e significative.
Alla regione pugliese sono stati assegnati cinquanta Consiglieri, di
cui dieci dovranno essere eletti nella nostra Provincia.
Per le spese di impianto e di pronto funzionamento della Regione
Pugliese saranno stanziati 815 milioni.
Molti si chiedono che cosa praticamente succederà dopo le elezioni regionali e l’insediamento dei nuovi consessi, in pendenza
dell’emanazione delle leggi-cornice e dell’attuazione —
nel termine
di un biennio — dell’art. 15 della legge finanziaria, che prevede la delega al Governo per il passaggio delle funzioni e del personale statali
alle Regioni. Nel frattempo i Consigli regionali approveranno i propri
statuti.
Nel biennio dall’entrata in vigore delle leggi finanziarie regionali
dovranno, perciò, essere fissati i compiti delle Regioni e, di conseguenza, dovranno essere riordinati i compiti degli altri enti locali
(Province e Comuni), in modo che tutti possano operare in un contesto
di certezze giuridiche e politiche.
E' vero che i compiti delle Regioni sono già fissati dallo art. 117
della Costituzione, ma il Legislatore ordinario è chiamato a sciogliere,
con le leggi cornice, molti nodi che si sono
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BERARDINO TIZZANI__________________________________________________________________________
venuti formando dall’epoca dell’approvazione della Carta Costituzionale. Molte cose sono cambiate da allora ad oggi ed anche gli
istituti dovranno registrare gli adattamenti imposti dalla evoluzione
della società civile.
Uno dei punti più delicati è costituito dal trasferimento di funzioni
dallo Stato alle Regioni «per settori organici di materie » e riservando
allo Stato « la funzione di indirizzo e coordinamento delle attività delle Regioni che attengano ad esigenze di carattere unitario, anche in riferimento agli obiettivi del programma economico nazionale ed agli
impegni derivanti dagli obblighi nazionali ».
Altro nodo da sciogliere è costituito dai rapporti tra Regione e
Provincia.
Va, innanzitutto, eliminata la falsa alternativa tra questi enti. Ha
scritto di recente il prof. Feliciano Benvenuti, ordinario di diritto amministrativo dell’Università Cattolica di Milano, che la Regione è
un’alternativa allo Stato e non agli enti locali minori. Il nuovo ente
dovrà essere un sotto-Stato e non già un super-Comune ed avere funzioni legislative politiche e non amministrative.
Occorre, comunque, pensare alla ristrutturazione della Provincia e
scegliere la strada dell’ente a carattere generale, come il Comune, oppure quella dell’ente a carattere speciale, in grado di assolvere, in esclusiva, alcuni compiti in determinate materie, come ad esempio,
l’assistenza, l’igiene e la sanità ecc.
Per questi settori, da sottrarre alle competenze degli enti più vari
per accentrarli nell’ente Provincia, alcune correnti di pensiero individuerebbero, come dimensione territoriale ottimale, le attuali circoscrizioni provinciali.
Certo che la dimensione provinciale, malgrado la tesi abolizionistica, è davvero insopprimibile. Quale senso avrebbero, per esempio,
senza la dimensione provinciale le lotte che tanti capoluoghi di provincia, (e tra questi, Foggia), stanno conducendo per ottenere la sede
dell’Università?
Persino la legge di riforma ospedaliera, in base alla quale sono stati ipotizzati gli ospedali regionali, al vertice dell’organizzazione sanitaria, si viene attuando con l’ubicazione dei
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________________________________________________________________________PROVINCIA E REGIONE
detti ospedali regionali praticamente in ogni capoluogo di provincia.
Ecco perché l’attuazione dell’ordinamento regionale rappresenta,
oltre al punto più significativo del programma di Governo, un momento carico di speranze e di prospettive positive, ma non scevro di interrogativi.
Dopo l’elezione dei Consigli Regionali, molto lavoro attende il legislatore, per definire l’assetto territoriale ed istituzionale del Paese, e
dare una risposta ad attese che rimontano al secolo scorso,
all’unificazione italiana.
La speranza di quanti credono sinceramente nell’ordinamento democratico è che il Parlamento, il Governo, i partiti, l’intera classe politica nazionale sfruttino l’occasione storica che si presenta per riaffermare, nei fatti, la tendenza generale al decentramento, allo sviluppo
delle autonomie locali, in cui si traduce la domanda di libertà, di autogoverno, di progresso che proviene dalla base dello Stato, dal cittadino.
A questo punto cade opportuno esaudire la curiosità di coloro che,
fatti perplessi dalle tesi di qualche parte politica, si chiedono quale sia
per essere il futuro dell’ente Provincia. L’on. La Malfa, ad esempio,
non desiste dal sostenere la tesi abolizionistica, nonostante che il
P.R.I., del quale è segretario, partecipi al Governo, intento ad attuare il
precetto costituzionale, non soltanto, ma... ad istituire nuove province.
Ecco come suona il nostro Statuto, le cui norme a proposito della
Provincia, in modifica di quelle progettate, rispecchiano la coscienza
pubblica a suo tempo interpretata dalla Unione delle Province Italiane
col suo memoriale ai Deputati all’Assemblea Costituente: art. 114: «
La Repubblica si riparte in Regioni, Province e Comuni »; art. 118,
all’ultimo capoverso: « La Regione esercita normalmente le sue funzioni amministrative, delegandole alle Province, ai Comuni o ad altri
enti locali, o valendosi dei loro uffici » ... « le Province ed i Comuni
sono enti autonomi nell’ambito dei principi fissati da leggi generali
della Repubblica, che ne determinano la funzione »; art. 129: « Le
Province ed i Comuni sono anche circoscrizioni di decentramento statale e regionale ». Inoltre, le Province sono citate in molti altri articoli
della Costituzione.
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Ne consegue che, la soppressione dell’ente Provincia comporterebbe la revisione di mezza carta costituzionale, con la procedura di
cui all’art. 138 e cioè con due successive deliberazioni, adottate da
ciascuna Camera, ad intervallo non minore di tre mesi, ed approvate a
maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione. Questa revisione non sarebbe possibile senza
l’accordo preventivo di tutte le grosse formazioni politiche (democristiani, comunisti e socialisti) presenti in Parlamento.
Ma a parte gli ostacoli procedurali, a me sembra che la tesi abolizionistica sia confutabile proprio nel merito.
Siamo tutti, con qualche eccezione, assertori di una società pluralistica, con l’estensione del sistema democratico al maggior numero
possibile di livelli e con il più ampio decentramento, in modo che ogni
incontro della comunità possa influire, il più direttamente possibile,
nelle decisioni che lo riguardano.
Dalla divisione orizzontale dei poteri dello Stato (legislativo, esecutivo e giudiziario), ipotizzata dal Montesquieu e che costituì la
grande conquista della rivoluzione francese, siamo passati, per successiva evoluzione, alla moderna divisione verticale del potere, attraverso
la graduazione istituzionale a sfere concentriche, dalla più piccola, il
Comune, alla maggiore, lo Stato.
Una di queste sfere è costituita appunto dalla Provincia che in senso moderno coincide, come rileva il Solmi, con una più sviluppata «
sociabilità umana », e quindi un perfezionamento dei bisogni collettivi, che si diffonde a più Comuni e ne richiede la organizzazione in un
ente intermedio con lo Stato. Lo stesso concetto ispirò i primi tentativi
di riforma amministrativa dell’età risorgimentale, costituiti dai disegni
di legge Farmi e Minghetti del 1860, e fu operante e decisivo nel tempo e nello spazio, tanto che ancora oggi, se si conduce una indagine
comparativa dell’organizzazione istituzionale nei Paesi del MEC, risulta che le province esistono in Francia, in Belgio, in Germania ed in
Olanda.
Ed anche fuor dei Paesi del MEC, nelle grandi nazioni a struttura
confederale (Stati Uniti - URSS), sono livelli intermedi fra i Comuni e
gli Stati, con strutture e giurisdizioni ter-
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________________________________________________________________________PROVINCIA E REGIONE
ritoriali analoghe alle nostre province, sebbene con denominazioni e
funzioni diverse.
E che la dimensione territoriale provinciale sia ineliminabile è dimostrato dal fatto inoppugnabile che determinate istanze della nostra
collettività non possono essere affatto realizzate dai Comuni senza la
partecipazione provinciale.
Basta ricordare le lotte delle popolazioni dei Comuni metaniferi
che trovarono nella Provincia il loro costante punto di riferimento; e la
battaglia per ottenere l’insediamento della Aeritalia non genericamente nella Regione pugliese, ma specificamente nella Capitanata.
Esistono, poi, a dimensione territoriale, provinciale, numerose articolazioni burocratiche dello Stato (dalle Prefetture alle Questure, agli
Uffici del Genio Civile, ai Provveditorati agli Studi, agli Ispettorati
agrari, ecc.) che nessuno pensa di eliminare.
Perché mai dovrebbe essere soppressa l’unica verace e legittima
espressione a livello provinciale, che costituisce la rappresentanza
democratica della collettività?
In Sicilia, le Province, con l’avvento della Regione a statuto speciale, furono soppresse: ma poi sono state ricostituite, anche se i Consigli Provinciali sono eletti, con il sistema di secondo grado, dai Consigli Comunali.
Il problema vero, perciò, non consiste tanto nella maggiore o minore utilità dei livelli istituzionali intermedi, ma piuttosto nel coordinamento dei vari livelli, per evitare duplicazioni e conflitti di comp etenza, per non creare, con i costi connessi, l’inconveniente di un quarto livello di burocrazia, in aggiunta a quelli esistenti.
In questo senso e con tale precisazione, l’esigenza propugnata
dall’on. La Malfa di razionalizzazione del sistema istituzionale può
essere condivisa; per fare ciò non è, però, necessario modificare la Costituzione. Quello che chiede è contenuto nel disegno coerente e completo dello Statuto, del quale bisogna, perciò, applicare le norme programmatiche costituzionali con la promulgazione di leggi ordinarie di
attuazione (le famose « leggi quadro »), che siano moderne, ben coordinate e, soprattutto, chiare.
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Il decentramento, poi, deve essere a senso unico: dallo Stato alla
Regione, dalla Regione alle Province ed ai Comuni.
A questo coerente indirizzo si è ispirato il progetto della legge sulla finanza regionale, il cui art. 17 ha per titolo « Delega al Governo
per il passaggio delle funzioni e del personale statali alle Regioni ». Il
paragrafo «D» di detto articolo stabilisce espressamente che « nel trasferimento delle funzioni di cui sopra dovranno essere rispettate le esigenze dell’autonomia e del decentramento, ai sensi degli articoli 5 e
118 della Costituzione, conservando, comunque, alle Province, ai
Comuni e ad altri enti locali le funzioni di interesse esclusivamente locale, decentrate dalle norme vigenti, fino a quando non si sia provveduto al riordinamento ed alla distribuzione delle funzioni amministrative tra gli enti locali ».
Alle Regioni dovrebbero, perciò, essere affidate le funzioni
legislative (la legislazione minore, da sottrarre al Parlamento
nazionale, sulle materie previste dall’art. 117 della Costituzione) le
funzioni di direzione, disciplina, coordinamento e controllo delle
attività locali; alle Province ed ai Comuni, ma soprattutto alle prime,
le funzioni esecutive di amministrazione attiva, con l’accrescimento
delle attuali competenze per mezzo della delega di funzioni, prevista
dall’art. 118 ultimo comma della carta costituzionale.
Quali potrebbero essere le funzioni delle Province nel nuovo ordinamento?
1) - Interventi nel settore della medicina sociale con particolare riferimento alla prevenzione ed all’assistenza per malattie diffusive o di
particolare incidenza per morbilità e mortalità, dell’igiene e della sanità mentale, dell’attrezzatura sanitaria dispensariale e poliambulatoriale
in coordinazione con le attribuzioni proprie dello Stato, della Regione
e del Comune.
2) - Assistenza ed assecondamento formativo dei minori privi di
famiglia, dei minorati per affezioni psichiche, degli inabili per menomazioni congenite nonché assistenza alla maternità ed alla prima infanzia ed agli anziani inidonei a proficuo lavoro; interventi di coordinamento di ogni altra attività assistenziale locale di natura pubblica.
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3) - Formazione di piani comprensoriali di sviluppo e di urbanizzazione intercomunale, di intesa con i Comuni cointeressati.
4) - Interventi di studio e di propulsione nel settore della economia
di pubblico interesse provinciale nel quadro dei principi e degli indirizzi legislativi, statali e regionali, e nel rispetto della programmazione
economica, condizionatamente alle disponibilità finanziarie ed alla situazione economica dell’Ente, con particolare riferimento: a) allo sviluppo industriale; b) al potenziamento della rete e delle attrezzature
delle comu nicazioni terrestri, marittima ed aerea; c) al miglioramento
tecnologico dell’agricoltura.
5) - Assunzioni di servizi, purché di preminente interesse pubblico
della comunità provinciale, nelle forme e nei limiti stabiliti dalla legislazione sull’assunzione diretta dei pubblici servizi da parte degli enti
locali, intesa con i Comuni ed eventuali altri enti pubblici cointeressati.
6) - Incentivazione delle attività e delle infrastrutture turistiche e
delle iniziative e degli impianti sportivi per la gioventù, secondo una
appropriata distribuzione territoriale.
7) - Costruzione e manutenzione delle strade provinciali e disciplina della relativa circolazione e segnaletica in coordinazione con
l’analoga attività statale, regionale e comunale.
8) - Tutela e disciplina della caccia e della pesca nelle acque interne nel quadro della normativa statale e regionale nella materia.
Se questo ampio, organico e coordinato disegno venisse attuato,
non vi sarebbero duplicazioni, prolificazioni di burocrazie, maggiori
oneri a carico del contribuente.
Di converso dovrebbero essere aboliti i compiti attuali delle Province, consistenti in puri e semplici conferimenti. Spesso, nel passato
ed anche recentemente, il legislatore ha addossato alle Province dei
semplici oneri, senza alcuna capacità decisionale. Valga l’esempio recente delle spese per il funzionamento delle sovrintendenze regionali
alla P.I., messe a carico delle Province.
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Bisognerà anche evitare la proliferazione dei così detti enti pararegionali, di quelli che la legge 10 febbraio 1953, sulla costituzione e sul
funzionamento degli organi regionali, chiama enti amministrativi dipendenti dalle Regioni. Se per certi settori essi potranno apparire indispensabili, una loro generalizzazione potrebbe aprire il varco (la Sicilia insegna) ad una indiscriminata proliferazione strutturale e burocratica, che mortificherebbe la Regione, le Province ed i contribuenti.
Non è possibile esaurire in una breve nota, tutta la problematica
dell’ente Provincia. Desidero soltanto portare, al dibattito in corso, un
mio modesto e limitato contributo, frutto e conseguenza, più che di teoria, di esperienza vissuta.
La conclusione da trarre non è certo quella della superfluità
dell’ente, ma semmai della riforma dei limiti e delle attribuzioni, della
modifica dei compiti di istituto, così come molti anni fa ebbe ad annunziare il Presidente della Repubblica on. Gronchi in un discorso a
Belluno: « Non istituto provvisorio dunque la Provincia, ma ente che
andrà completato ed adeguato alle nuove esigenze ».
Se fin da allora si fosse pensato all’aggiornamento delle strutture
dell’ente Provincia, nessuno oggi potrebbe discutere la sua funzionalità e la sua validità e fare su di esso ironia, definendolo un corpo « senza faccia ».
Ritengo che siamo ancora in tempo per provvedere, affinché la
Provincia rimanga l’ente protagonista e coordinatore di tutte le attività
provinciali, l’unico insostituibile valido punto di riferimento e di incontro delle forze politiche e sociali dei Comuni che oggi la costituiscono.
BERNARDINO TIZZANI
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Le crisi dei Comuni
e un progetto di riforma del sistema elettorale
Nel centenario delle leggi sull’unificazione, un autorevole studioso
del diritto pubblico, Massimo Severo Giannini, occupandosi dei problemi connessi alle attuali funzioni del Comune, si domandava che
cosa testi più, in effetti, dell’autonomia comunale, e rilevava che tutti i
progetti di riforma della legge comunale e provinciale « stanno di fronte ad un passato carico di errori e di velleità concludeva l’autore — e
ad un futuro carico di oscurità e di incertezza ».
La diagnosi ha molti punti di verità. Le prospettive delle autonomie comunali, per quel tanto che le funzioni attuali degli enti locali
consentono ancora di ipotizzare, non sono allettanti. Basterà guardarsi
intorno. La statizzazione di molti servizi pubblici — anche se è stata
sempre ed incoerentemente accompagnata dall’accollo dei relativi oneri a carico dei Comuni — importa una costante ingerenza dello Stato nella fase realizzatoria delle attività proprie di quei servizi.
Se questo sistema binario — diviso tra Stato e grandi enti del parastato da un lato e Comuni dall’altro — non troverà un adeguato sbocco nell’organizzazione regionale, saremo costretti ad assistere ad una
burocratizzazione dell’autonomia comunale, il che vorrebbe dire ad
una morte dolce e indolore dell’autonomia stessa.
Il discorso si sposta così, necessariamente, dalle funzioni agli organi. E' evidente infatti, che tanto più intenso sarà il pericolo della burocratizzazione quanto meno diretto e più attutito sarà il legame tra le
popolazioni amministrate e gli organi di esse rappresentativi a livello
comunale. Ciò è dovuto in buona parte alla degenerazione del filtro
che è costituito dalle formazioni di partiti o di gruppi.
Si assiste quotidianamente alla impossibilità di funzionamento dei
Consigli comunali, solo in base a preconcette formazioni di schieramenti, divisi non sulla politica delle cose, ma sulla impostazione della
« formula », la quale prende a modello quella nazionale e vi si pone
dialetticamente di fronte, in posizione di consenso o di dissenso. Il ricorso ai
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MICHELE SAVARESE__________________________________________________________________________
commissari prefettizi, nelle relazioni che la « Gazzetta Ufficiale » con
ritmica frequenza offre alla meditazione del lettore, è sempre motivato
dal punto inerziale che si verifica per effetto della contrapposizione
paritetica di due gruppi politici, all’uno dei quali appartiene necessariamente anche il Sindaco.
Quest’organo del Comune, cui la legge, fra l’altro, attribuisce funzioni di ufficiale di governo, e riconosce funzione di rappresentanza di
tutta la comunità comunale, è venuto perdendo la sua posizione di preminenza garantista della continuità dell’amministrazione, per assumere un ruolo di preminenza solo nel gioco delle parti espresse nel Consiglio comunale. Eppure — se si eccettua la parentesi fascista durante
la quale il Podestà assommava in sé tutte le funzioni deliberative, esecutive e rappresentative del Comune — la figura del Sindaco aveva,
nell’ambito dell’autonomia comunale, una sua posizione particolarissima, che lo differenziava nettamente da tutti gli altri organi del Comune.
Nel Regno del Piemonte, dopo la restaurazione, era stabilito che il
Sindaco — e solo il Sindaco — venisse nominato dal Re. Questa norma fu successivamente trasfusa nella legge di unificazione del 20
marzo 1865, stabilendosi in questa che il Sindaco fosse scelto tra i
consiglieri comunali, durasse in carica un triennio e potesse essere
confermato se conservava la qualità di consigliere. Fu solo con la riforma Crispi del 1889 che la designazione del Sindaco, nei Comuni
capoluoghi di provincia e di circondano, venne resa elettiva. Con la
successiva legge del 1896 la riforma venne estesa a tutti i Comuni.
Per quanto riguarda i rapporti fra Sindaco e Giunta comunale, può
essere utile ricordare che nel Piemonte pre-unitario, era il Sindaco
stesso che sceglieva i propri coadiutori, denominati vice-sindaci. Essi
erano, in sostanza, gli antenati degli attuali assessori. Dopo
l’unificazione, questa prerogativa del Sindaco non fu recepita nella legislazione del Regno. Ma il Cavour, in una lettera del 1861 al Minghetti, nel dichiararsi favorevole all’elezione consiliare del Sindaco,
proponeva di affidare al medesimo la scelta dei « priori », cioè degli
assessori, rilevando che il sistema elettivo avrebbe tolto alla designazione da parte del Sindaco ogni contenuto antiliberale.
Il resto è noto: il Consiglio elegge nel suo seno il Sindaco e la
Giunta. Questo è il sistema quasi centenario che disciplina il modo di
provvista degli organi comunali. Ma che esso sia in grado di assicurare una funzionalità efficiente alle amministrazioni, non può dirsi un
fatto acquisito con certezza pari alla lunga tradizione legislativa.
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________________________________________________________________CRISI DEL COMUNE E RIFORMA
In questa situazione di incertezza assume una notevole carica di rilevanza una recente iniziativa parlamentare per una radicale riforma
del sistema: si tratta della proposta (preparata dall’on. Ciccardini), che
mira a disciplinare su basi completamente nuove il problema della formazione degli organi delle amministrazioni comunali.
Va curiosamente osservato in proposito che anche per il passato, le
riforme più « nuove » sono state frutto non tanto di iniziativa del Governo, quanto di iniziativa parlamentare: così la legge Di Rudinì del
1896 che estendeva, come si è detto, l’elezione del Sindaco a tutti i
Comuni, prese l’avvio dalla proposta dell’on. Del Balzo; così, in altri
campi, per restare più vicini ai nostri giorni, la legge lo marzo 1964 n.
62 sulla riforma del calendario della contabilità di Stato prese l’avvio
da una proposta di iniziativa parlamentare (on. A. Curti). Sarebbe interessante, dal punto di vista della sociologia parlamentare, tentare delle
spiegazioni su questo fenomeno, ed il discorso porterebbe troppo lontano; è certo comunque che le iniziative parlamentari hanno un quid di
« fantasia » che probabilmente, per ragione dell’esercizio diuturno del
potere, sfugge al Governo, ma che, nella sede naturale del Parlamento,
può portare una coloritura di vivacità legislativa di natura indubbiamente positiva.
Quali le linee della proposta di riforma?
Il punto di rottura di ogni precedente schema è dato dalla proposta
che l’elezione del Sindaco avvenga non più da parte del Consiglio
comunale, bensì direttamente da parte del corpo elettorale. La elezione
avrà luogo contemporaneamente a quella per il Consiglio comunale,
fra cittadini iscritti nelle liste elettorali di qualsiasi Comune che abbiano presentato la loro candidatura. t prevista la votazione in due turni,
nel caso che nessun candidato abbia riportato la maggioranza assoluta
dei voti validi. In tal caso, si fa luogo a ballottaggio dopo due settimane, fra i due candidati che abbiano raggiunto le maggioranze relative
più alte. Sono ammesse dichiarazioni di rinuncia preventiva o successiva, al ballottaggio, anche a favore di un determinato candidato. Nel
secondo turno, sarà eletto Sindaco il candidato che avrà riportato il più
alto numero di voti validi.
Altro punto di estremo interesse della proposta concerne la nomina
della Giunta comunale, che non viene più demandata, come nel sistema tradizionale, all’elezione del Consiglio comunale, ma al Sindaco.
L’innovazione si qualifica ulteriormente con la possibilità di scegliere
gli
175
MICHELE SAVARESE__________________________________________________________________________
assessori anche fuori del Consiglio comunale, tra i cittadini elettori del
Comune.
Per ciò che concerne, poi, il Consiglio, la proposta prevede l'istituzione della carica di presidente e di vice-presidente, distinti dalla
persona del Sindaco, eletti dal Consiglio stesso a maggioranza assoluta di voti.
Il contenuto veramente innovatore della proposta di riforma sta
nell’esaltazione del corpo elettorale e nella « presidenzializzazione »
della carica di Sindaco. Che questo principio possa costituire, in nuce,
un germe suscettibile di estensione anche in sede politica è un pericolo
da non sottovalutare. Ma è realmente un pericolo?
Non da oggi la dottrina giuspubblicistica va cercando un più diretto raccordo tra il corpo elettorale, che esercita la sovranità popolare in
conformità dell’art. 1 della Costituzione, e le cariche elettive più rappresentative: da quella del Presidente della Repubblica a quella dello
stesso Presidente del Consiglio come Capo dell’Esecutivo. D’altra
parte, almeno a livello della produzione legislativa, il disegno di legge
(governativo) sul referendum, recentemente approvato dal Senato, costituisce anch’esso un deciso indirizzo in avanti verso la partecipazione diretta del corpo elettorale alla vita politica del Paese.
Per restare, comunque, sul piano comunale, il principio che è alla
base della proposta è originale nella misura in cui trasferisce al corpo
elettorale un tipico esercizio di potere di sovranità, che un secolo addietro era prerogativa della Corona. Per il resto, nello stacco
dell’ufficio del Sindaco dal Consiglio comunale, si ha un ritorno alle
origini, ma con una esperienza ultrasecolare che ne rende auspicabile
una sollecita attuazione.
La proposta ha, oltre tutto, il merito di uscire dalla teoria e di investire, responsabilmente, del problema il Parlamento, In sede politica il
discorso sulle Regioni è aperto ed avviato a soluzione; quale momento
più adatto per introdurvi anche il discorso sulle strutture dei Comuni?
M ICHELE SAVARESE
176
L’ istruzione pubblica in Capitanata
Indagine a cura del Gruppo di studio
dell’Amministrazione Provinciale
II - PROGRAMMA D’INTERVENTO
CONSIDERAZIONI GENERALI
La seconda parte del presente lavoro, nato dall’esigenza di studiare
la realtà della nostra scuola in ogni suo aspetto, per poter predisporre i
più idonei strumenti operativi e correttivi, era già potenzialmente contenuta — quasi ipotizzata — nel precedente studio analitico relativo al
periodo 1957/58-1967/68. Ma a quelle premesse dovevano seguire le
deduzioni che questa « realtà » e quei problemi ponevano.
Questo giudizio, insieme con l’analisi dei correttivi e delle proposte tendenti ad adeguare le strutture scolastiche della nostra provincia
alle future esigenze socio-economiche della comunità, costituiranno
l’argomento della presente trattazione.
Dall’esame dei dati analitici in nostro possesso emerge, prioritario
e imperativo, per quanto riguarda l’Amministrazione Provinciale di
Foggia, l’impegno, di intesa anche con gli altri Enti interessati alla
scuola, di fare tutto il possibile affinché gli indici di scolarità in Capitanata siano portati al livello delle percentuali previste dal programma
nazionale di sviluppo; e poi di favorire un riequilibrio fra i vari tipi ed
ordini di studi; di correggerne le distorsioni in atto, che, indubbiamente, in mancanza di interventi programmati, sfocerebbero nella mediocrità ed in un prevedibile scadimento qualitativo delle istituzioni scolastiche e si ripercuoterebbero in termini negativi sulle forze di lavoro.
Una cattiva strutturazione delle scuole è destinata, infatti, a produrre la disoccupazione, la sotto occupazione delle giovani forze di lavoro, con le conseguenti frustrazioni di ordine psicologico e sociale
che ne conseguono e con una accentuazione del fenomeno emigratorio
che si risolve, come è ormai pacifico e assodato, in un grosso sperpero
di ricchezza, inammissibile ed inconcepibile ancora oggi.
Lo studio sulla scuola in Capitanata dovrà dare, perciò, una risposta ai molti interrogativi che sono emersi dalla indagine conoscitiva e che possono così sintetizzarsi:
177
L’ISTRUZIONE PUBBLICA IN CAPITANATA______________________________________________________
1) necessità di istituire nuove scuole, a breve, a medio ed a lungo
termine, per elevare l’indice di scolarità complessivo;
2) determinazione del numero delle nuove scuole;
3) determinazione delle specializzazioni dei nuovi istituti;
4) distribuzione territoriale degli stessi, con individuazione delle
zone di influenza di ogni singolo nuovo istituto all’interno dei comprensori.
Dai dati statistici rilevati dall’Ufficio Studi e Programmazioni del
Ministero della Pubblica Istruzione risulta che, per l’anno scolastico
1966/67, il tasso di scolarità complessivo in provincia di Foggia — e
cioè il rapporto fra gli iscritti (popolazione scolastica) ed i coetanei
(popolazione scolarizzabile) — è inferiore alla media pugliese, calcolata con il coefficiente 273: inferiore, a sua volta, alla media nazionale
(312) ed all’obiettivo di piano (316).
Lo stesso Ministero ha stimato i tassi di scolarità per l’anno
1969/70, nella seguente misura:
Obiettivo di piano 392; Media nazionale 370; Media pugliese 330.
La media della provincia di Foggia risulta inferiore a quella regionale.
Allo scopo di completare l’indagine, il Gruppo di Studio ha ritenuto necessario ed opportuno calcolare il tasso di scolarità della Provincia ed i tassi di scolarità all’interno dei tre comprensori in cui la Provincia stessa si divide, e cioè del Tavoliere, del Gargano e del Subappennino.
Sono stati anche calcolati i tassi di scolarità prevedibili per il
1969/70 e per il 1973/74, in base alle attuali tendenze ed
all’andamento demografico della popolazione in età scolastica.
E’ stata, infine, effettuata una previsione demografica di stima della struttura per età della popolazione scolastica, compresa nella fascia
dai 14 ed i 18 anni; ed è stata condotta a termine un’analisi strutturale
della suddetta fascia di popolazione.
E’ stato adottato il calcolo della proiezione, che, come è noto, consente allo studioso, nella ipotesi che resteranno ferme le attuali condizioni di tutta la vita sociale, di esaminare l’evoluzione futura di una
popolazione.
La proiezione per classi quinquennali di età porta ad ottenere risultati per intervalli di cinque in cinque anni.
L’analisi ha richiesto la conoscenza di:
a) una distribuzione-base della popolazione per classi di età;
b) un riferimento ad un momento iniziale della proiezione.
Per il punto « a », gli unici elementi disponibili sono quelli relativi
al censimento ufficiale del 1961; per il punto « b » il momento iniziale
della previsione è stato fissato alla data del 31-12-1968, dalla quale è
stato possibile rilevare, attraverso le schede dell’Istat, i dati della popolazione complessiva di ogni Comune.
178
______________________________________________________________II - PROGRAMMA D’INTERVENTO
E’ stata, poi, calcolata, sui dati accertati della popolazione a tutto il
31-12-1968, la distribuzione della popolazione per classi e per anni di
età, tenendo fermi i rapporti interni quali risultano alla data dell’ultimo censimento.
E’ stata, successivamente, fissata, per il calcolo della proiezione, la
configurazione della popolazione nella sua fase iniziale.
Le stesse operazioni sono state effettuate in relazione alla popolazione complessiva di ogni comune al 31-12-1966 ed al 31-12-1969, in
quanto i valori, relativi a tali dati, sono stati utilizzati per il calcolo dei
tassi di scolarità.
La successiva fase importante della proiezione è rappresentata dalla formulazione delle ipotesi sulla mortalità.
Sono stati analizzati i quozienti specifici di mortalità al 1961 per
ottenere i corrispondenti quozienti di sopravvivenza, che sono stati,
poi, applicati alle relative classi di età per il conseguimento della
proiezione desiderata.
L’evoluzione naturale delle popolazioni per classi ed anni di età,
nella fascia dell’istruzione secondaria di secondo grado, considerate le
premesse metodologiche sopra indicate, si esprime, in sintesi, nei valori illustrati nelle tabelle che sono pubblicate nell’estratto.
Il sistema di calcolo adoperato per i tassi di scolarità complessivi e
settoriali è il medesimo utilizzato dall’Ufficio studi e Programmazione
del Ministero della Pubblica Istruzione; allo scopo di giungere a confronti omogenei, sono stati usati gli stessi schemi previsti nelle tabelle
predisposte dal Ministero.
I dati relativi alla popolazione scolastica per gli anni scolastici
1966/67 e 1967/68, già indicati nella prima parte dello studio, sono
stati rilevati per mezzo di schede trasmesse ai diversi istituti esistenti
nella Provincia di Foggia, fatta esclusione per il settore artistico e per
le Scuole magistrali.
Risultano, pertanto, per gli anni scolastici 1966/67 e 1967/68, i seguenti valori certi, che rappresentano il numero degli iscritti:
Anno scolastico 1966/67
-
1967/68
— Istruzione ordine classico
7.582
8.234
— Istruzione ordine tecnico
7.558
7.814
— Istruzione professionale
1.936
Totale complessivo degli iscritti
17.076
2.139
8.187
Dai dati sopra esposti si evince che l’incremento degli iscritti, nei
vari settori, dall’anno scolastico 1966/67 all’anno scolastico 1967/68,
è stato di 1.111 individui.
179
L’ISTRUZIONE PUBBLICA IN CAPITANATA______________________________________________________
Poiché è possibile stabilire, con una certa approssimazione, per gli
anni scolastici 1968/69 e 1969/70 un incremento della popolazione
scolastica pari a quello verificatosi fra gli anni scolastici 1966/67 e
1967/68, la popolazione scolastica interessata alla istruzione secondaria di secondo grado nella provincia di Foggia, nell’anno scolastico
1969/70, può essere stimata in 20.409 individui.
La popolazione presunta in età scolastica tra i 14 ed i 18 anni (popolazione scolarizzabile) può essere calcolata, per le proiezioni effettuate con la tabella 13, rispettivamente:
—
—
—
al 31-12-1966 in 67.692 unità;
al 31-12-1969 in 70.096 unità;
al 31-12-1973 in 75.966 unità.
I tassi complessivi di scolarità, che risultano dalla elaborazione dei
calcoli effettuati sui suddetti dati, sono riportati nella tabella 14.
Da questa tabella si rileva, infatti, il divario negativo fra il tasso di
scolarità della provincia di Foggia e quello, rispettivamente, della regione pugliese, dell’Italia e dell’obiettivo di piano. A questo punto è
doveroso precisare che, mentre per i tassi relativi all’anno scolastico
1969/70, il Ministero della Pubblica Istruzione ha effettuato dei calcoli
di stima previsionali, i tassi di scolarità, calcolati per la provincia di
Foggia con il presente studio, sono da considerarsi dati reali ed accertati.
Ciò che maggiormente preoccupa è il fatto evidente che il divario
negativo tenderà sempre più ad aumentare se non saranno introdotti
dei correttivi, Costituiti principalmente dalla istituzione di nuove
scuole, verso le quali possa rifluire quella aliquota della popolazione
scolarizzabile, e non scolastica, necessaria al miglioramento
dell’indice di scolarità complessiva.
Ed in effetti si registrano petizioni sempre più pressanti, da parte
delle popolazioni residenti in località sfornite di istituti di istruzione
superiore, tendenti ad ottenere l’istituzione di nuove scuole.
A tale importante esigenza sociale delle comunità deve, però, corrispondere un soddisfacente livello qualitativo degli studi, e ciò proprio per non incorrere in quelle distorsioni, già accertate, e che è doveroso eliminare.
Da ciò la necessità di utilizzare, a breve termine, gli scarsi mezzi
disponibili concentrandoli in poche iniziative, purché, però, queste garantiscano un soddisfacente livello qualitativo, anziché disperdere tali
modeste risorse in molte iniziative di mediocre livello qualitativo.
In definitiva si ritiene più opportuno istituire è ovviamente un esempio limite una sola nuova scuola, in grado di assicurare un gettito
annuo di cento diplomati preparati, anziché istituire dieci nuove scuole
che diano un gettito annuo di mille diplomati mediocri e impreparati e,
perciò, destinati alla disoccupazione od alla sotto-occupazione.
La politica di programmazione è intesa appunto a promuovere il
coordinamento degli interventi sociali per eliminare determinati squilibri ed assicurare un ordinato sviluppo delle comunità.
—
—
180
______________________________________________________________II - PROGRAMMA D’INTERVENTO
Valutare i fabbisogni sociali, significa determinare gli scarti esistenti tra le situazioni sociali attuali ed i livelli desiderabili, sulla base
di standards ottimali, predeterminati, dei consumi pubblici.
Il problema si pone, oggi, maggiormente, a livello regionale e provinciale, sulla base della comparazione interregionale ed interprovinciale delle differenze fra valori esistenti e standards di riferimento.
Già lo schema Vanoni considerava gli interventi nel campo della
istruzione, strumenti diretti a superare molte strozzature (come ad esempio la scarsa disponibilità di mano d’opera qualificata, che porterebbe a limitare una ulteriore espansione dell’intero sistema economico).
E’, d’altronde, a tutti noto come il mancato o insufficiente soddisfacimento di certi bisogni civili, con particolare riguardo alla scuola,
abbia caratterizzato negativamente il tipo di sviluppo registrato negli
ultimi anni: mancanza di tecnici e di formazione professionale; carenza di dirigenti, nei quadri superiori ed intermedi; carenze tecnologiche,
ecc.
Gli « standards » ottimali sono rappresentati, anche per la nostra
Provincia, dagli obiettivi di sviluppo della scuola indicati nel capitolo
VIII del Programma Economico Quinquennale, approvato con legge
27-7-1967, n. 685; obiettivi che consistono, a livello nazionale e nella
fascia dell’istruzione secondaria di secondo grado, nell’aumento del
numero dei licenziati da 50.000 ad oltre 100.000 negli istituti professionali; da 65.000 a circa 100.000 negli istituti tecnici; da 72.000 ad
oltre 80.000 licenziati nel settore classico.
La disaggregazione degli obiettivi di piano, a livello provinciale e
comprensoriale, consente la determinazione degli standards ottimali
nella provincia di Foggia ed all’interno dei tre comprensori in cui la
Provincia stessa è divisa.
- Si tratta, perciò, di inserire nei « trands » — risultanti dalla tabella 14 e dalla successiva tabella 20, con cui sono state disaggregate le
tendenze a livello comprensoriale — gli interventi correttivi che non
possono non estrinsecarsi nell’istituzione di nuove scuole, per le quali
occorre effettuare le relative previsioni di spesa e valutare il fabbis ogno edilizio e di attrezzature.
Ipotizzando che l’incremento della popolazione scolastica nei
prossimi cinque anni, e cioè fino all’anno scolastico 1973/74, si verifichi nella stessa misura degli anni precedenti, il numero di studenti che
frequenteranno la scuola secondaria di secondo grado nell’anno scolastico 1973/74, è stato calcolato in 24.853 unità; mentre la popolazione
presunta in età scolastica, al 31-12-1973 sarà di 75.996 individui.
Dai valori presunti relativi alla popolazione scolastica ed a quella
scolarizzabile è stato ricavato il tasso presunto di scolarità complessivo relativo all’anno scolastico 1973/74, che risulta essere di 327 alunni su mille coetanei.
Ciò significa che, senza interventi correttivi sulle tendenze in atto,
la provincia di Foggia non riuscirà a raggiungere, per l’anno scolastico
181
L’ISTRUZIONE PUBBLICA IN CAPITANATA______________________________________________________
1973/74, neanche il tasso di scolarità di 392 fissato come obiettivo di
piano per l’anno scolastico 1969/70.
Se fosse rispettato il suddetto obiettivo di piano, per l’anno scolastico 1969/70, in provincia di Foggia — ipotesi questa da considerarsi
del tutto irrealizzabile la popolazione scolastica per il prossimo anno
1969/70 dovrebbe essere di 27.477 unità rispetto a quella reale
dell’anno scolastico 1967/68 di 18.187 unità.
Poiché ogni nuovo istituto dovrebbe avere una popolazione scolastica media di 700-800 alunni, tale obiettivo sarebbe raggiungibile soltanto se almeno 12 nuovi istituti scolastici di istruzione media superiore fossero istituiti in Capitanata.
Se l’obiettivo di piano, fissato per l’anno scolastico 1969/70, potrà
essere raggiunto almeno per l’anno scolastico 1973/74 (e cioè con cinque anni di ritardo) dovremmo avere, per il suddetto anno, una popolazione scolastica complessiva di 29.790 unità, con un aumento complessivo di circa 11.000 alunni, rispetto alla popolazione scolastica reale del 1967/68, che comporterà l’istituzione di 14 nuove scuole.
E’ facile arguire che l’obiettivo di piano di 392 fissato per l’anno
scolastico 1969/70, non sarà inferiore, certamente, a 450 per l’anno
scolastico 1973/74.
Dobbiamo, perciò, colmare degli squilibri gravissimi che tendono,
per di più, ad aggravarsi.
Tali squilibri sono ancora più sensibili all’interno della Provincia,
se si procede alla disaggregazione dei dati a livello dei tre comprensori in cui si divide la Capitanata, in base ai dati reali relativi al numero
degli studenti frequentanti nell’anno scolastico 1967/68.
Dalla tabella risulta, infatti, che il tasso di scolarità complessivo
del Gargano è di 146 e quello del Subappennino di 165, rispetto al tasso di 359 del Tavoliere.
Nel Gargano sono stati inclusi gli alunni frequentanti gli istituti
nella Città di Manfredonia, che è eccentrica rispetto al comprensorio,
mentre per il Subappennino la popolazione scolastica considerata è
costituita quasi esclusivamente dagli alunni delle scuole funzionanti
nel Comune di Lucera, in quanto non esiste alcun altro istituto di istruzione secondaria di secondo grado nel resto del Subappennino, fatta eccezione per gli istituti professionali di Troia, Bovino, Biccari, S.
Agata, Casalnuovo e Lucera.
Anche i suddetti squilibri all’interno della Provincia, sono destinati
ad aggravarsi, se non si provvederà a correggere le attuali tendenze.
Abbiamo inserito nella tabella ti i dati della popolazione presunta
in età scolastica dai 14 ai 18 anni, per l’anno scolastico 1973,’74 distinti per i tre comprensori.
Per raggiungere l’obiettivo, per il 1973/74, del tasso di scolarità
392, anche all’interno dei tre comprensori (obiettivo di 392 che era
fissato dal piano nazionale per l’anno 1969/70) la popolazione scola—
182
______________________________________________________________II - PROGRAMMA D’INTERVENTO
stica complessiva dovrebbe più che raddoppiare nel Gargano e nel Subappennino, ed aumentare almeno di un quarto nel Tavoliere.
A tale conclusione si perviene dal confronto tra le tabelle 15 e 16.
I quattordici nuovi istituti, da creare entro l’anno scolastico
1973/74, dovrebbero, perciò, essere ubicati: 3 nel Tavoliere, 7 nel
Gargano e 4 nel Subappennino.
Verrebbero così ad essere realizzati solo gli obiettivi a medio termine; non potendo, quelli a lungo termine, essere conseguiti se non
con l’allineamento dei tassi di scolarità provinciale e comprensoriale a
quelli regionale e nazionale, che verranno individuati dal « Progetto 80
».
Dopo aver determinato il numero delle nuove scuole da istituire a
medio termine e la loro localizzazione di larga massima nei comprensori, la nostra attenzione deve essere rivolta alla individuazione delle
specializzazioni dei nuovi istituti, tenendo presenti le tendenze in atto
e gli obiettivi di piano adeguati alle esigenze del sistema economico
provinciale.
La tabella 14 contiene il raffronto tra i tassi di scolarità complessivi per gli anni scolastici 1966/67 e 1969/70, per la provincia di Foggia, per la regione pugliese e per l’intera nazione in rapporto all’obiettivo di piano.
Le tabelle 17 e 18 riportano i raffronti della tabella 14, disaggregati per i tre settori di istruzione secondaria di secondo grado: (liceale,
tecnica e professionale) ed all’interno dei tre settori.
I dati della tabella 17 per la regione pugliese e l’Italia sono stati rilevati dall’Ufficio Studi e Programmi del Ministero della Pubblica Istruzione; per la provincia di Foggia sono stati calcolati dal Gruppo di
studio dell’Amministrazione Provinciale con rilevazioni dirette sulla
popolazione scolastica reale.
I dati della tabella 18, riflettenti la regione pugliese e l’Italia sono a
carattere previsionale e sono stati desunti dalle rilevazioni ministeriali;
per la Provincia di Foggia sono stati calcolati, per extrapolazione, dal
Gruppo di studio, sulla base delle tendenze in atto.
Il Gruppo di studio ha poi calcolato per extrapolazione i valori
previsionali complessivi e settoriali della popolazione scolastica
nell’anno scolastico 1973/74, sulla base delle tendenze in atto. Nel
calcolo delle tendenze, si è tenuto conto dell’andamento della popolazione scolastica, complessiva e settoriale, dall’anno scolastico
1956/57 all’anno scolastico 1967/68.
Come è noto, a partire dall’anno scolastico 1962/63, è stata resa
obbligatoria la frequenza alla scuola secondaria di primo grado, e tale
fatto importante ha portato ad un aumento considerevole del gettito
dei licenziati dalla scuola media.
Il Gruppo ha, perciò, ritenuto opportuno effettuare la proiezione
delle tendenze, tenendo conto anche dell’andamento della popolazione
183
L’ISTRUZIONE PUBBLICA IN CAPITANATA______________________________________________________
scolastica dell’ultimo quinquennio, e cioè dall’anno scolastico
1963/64 all’anno scolastico 1967/68.
Questo secondo gruppo di proiezioni è riportato nella tabella 20, e
tali previsioni devono essere ritenute più realistiche di quelle riportate
nella tabella 19, in quanto scontano il maggior gettito di licenziati
conseguente all’obbligatorietà scolastica.
Dai dati previsionali ricavati dalle tendenze in atto raffrontati alla
popolazione complessiva presunta in età scolare al 31-12-1973, sono
stati calcolati i tassi di scolarità complessivi nel coefficiente di 322, in
base alle tendenze degli anni dal 1957/58 al 1967/68, e di 350, in base
alle tendenze dell’ultimo quinquennio 1963/64 - 1967/68.
Ciò significa che, senza l’applicazione dei correttivi tendenti al
conseguimento, nell’anno scolastico 1973/74, del tasso di scolarità ipotizzato del 392, avremo una popolazione scolastica complessiva, nel
suddetto anno scolastico, inferiore, rispettivamente, di ben 5.320 alunni, con il calcolo delle tendenze effettuate sulla tabella 19; e di 3.196,
con il calcolo effettuato in base alla tabella 20, rispetto alla popolazione scolastica complessiva programmata.
Nella tabella 21 vengono poi indicate le due proiezioni, al
1973/74, delle tendenze in atto nella provincia di Foggia e la proiezione degli obiettivi di piano, stabiliti dal Ministero della P.I. in riferimento ai tassi di scolarità complessiva.
Nella tabella 22 sono state, invece, disaggregate le suddette proiezioni in relazione ai tassi di scolarità settoriale, nei tre settori di istruzione secondaria di secondo grado ed all’interno dei settori stessi.
In precedenza è stata considerata del tutto irrealizzabile l’ipotesi di
far coincidere, a breve ed a medio termine, la situazione scolastica della provincia di Foggia con gli obiettivi del Piano nazionale; per cui i
previsti interventi correttivi dovranno tendere al fine di realizzare, per
l’anno scolastico 1973/74, almeno gli obiettivi di piano fissati dal Ministero della P.I. per l’anno scolastico 1969/70.
La Capitanata — concludendo — pur con l’applicazione dei correttivi (e cioè con l’istituzione di n. 14 scuole di istruzione secondaria
di secondo grado), si troverebbe, nell’anno scolastico 1973/74, con un
quinquennio di ritardo rispetto agli obiettivi di piano stabiliti a livello
nazionale.
Ed a tale proposito è stata compilata la tabella 23 che contiene,
pertanto, il raffronto fra i valori tendenziali della provincia di Foggia e
lo standard indicato dall’obiettivo di piano per l’anno scolastico
1969/70, applicato, per la nostra Provincia, all’anno scolastico
1973/74, in relazione alla popolazione presunta in età scolastica per
questa ultima data.
Nella tabella 24 gli stessi dati sono riportati, non più in termini
percentuali, ma con l’indicazione, in termini numerici, della popolazione scolastica, distinta per indirizzi, con il raffronto con i dati reali
relativi all’anno scolastico 1967/68.
184
______________________________________________________________II - PROGRAMMA D’INTERVENTO
La suddetta tabella 24 è molto importante e merita un commento
dettagliato.
La popolazione scolastica complessiva dovrà aumentare, nell’anno
scolastico 1973/74, rispetto a quella registrata nell’anno scolastico
1967/68:
di 6.251 alunni, in base alla tendenza degli ultimi undici anni
(Tendenza « A »);
di 8.408 alunni, in base alla tendenza degli ultimi cinque anni
(Tendenza « B »);
di 11.604 alunni, per la realizzazione degli obiettivi di piano.
La popolazione scolastica complessiva del settore liceale dovrà
aumentare:
di 1.655 alunni, in base alla tendenza « A »;
di 4.614 alunni, in base alla tendenza « B »;
di 2.042 alunni, per la realizzazione degli obiettivi di piano. Nelle
tendenze dell’ultimo quinquennio vanno, perciò, introdotti dei disincentivi, per ridurre gli incrementi in atto ed attuare gli standard.
All’interno del settore liceale, la popolazione dei licei classici dovrà
aumentare:
di 34 alunni, in base alla tendenza « A »;
di 757 alunni, in base alla tendenza « B »;
di 1.276 alunni per la realizzazione degli obiettivi di piano.
La popolazione scolastica dei licei scientifici dovrà aumentare:
di 186 alunni, in base alla tendenza « A »;
di 1.108 alunni, in base alla tendenza « B »;
di 1.046 alunni per la realizzazione degli obiettivi di piano.
E’ necessario determinare una lieve flessione agli incrementi in atto nell’ultimo quinquennio.
La popolazione scolastica degli Istituti Magistrali è soggetta a:
aumentare di 1.435 alunni, in base alla tendenza « A »;
aumentare di 2.749 alunni, in base alla tendenza « B »;
diminuire di 980 alunni per la realizzazione degli obiettivi di piano.
Per realizzare gli standard è necessario correggere notevolmente
le tendenze in atto per gli istituti magistrali con la soppressione o conversione in altro indirizzo di una delle scuole esistenti.
La popolazione scolastica complessiva del settore tecnico dovrà
aumentare:
di 2.812 alunni, in base alla tendenza « A »;
di 2.574 alunni, in base alla tendenza « B »;
di 4.965 alunni per la realizzazione degli obiettivi di piano.
All’interno del settore tecnico, la popolazione scolastica degli istituti
Industriali, Agrari e Nautici dovrà aumentare:
di 2.072 alunni, in base alla tendenza « A »;
di 1.553 alunni, in base alla tendenza « B »;
di 2.985 alunni, per la realizzazione degli obiettivi di piano.
—
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185
L’ISTRUZIONE PUBBLICA IN CAPITANATA______________________________________________________
La popolazione scolastica dei rimanenti istituti tecnici (Commerciale, Geometri e Femminile) dovrà aumentare:
- di 740 alunni, in base alla tendenza « A »;
- di 1.021 alunni, in base alla tendenza « B » ;
- di 1.980 alunni per la realizzazione degli obiettivi di piano.
La popolazione scolastica del settore Istruzione professionale dovrà aumentare:
di 1.784 alunni, in base alla tendenza « A »;
di 1.220 alunni, in base alla tendenza « B »;
di 4.597 alunni per la realizzazione degli obiettivi di piano.
Le tabelle 25, 26 e 27 riportano i dati della tabella 24 disaggregati
al livello delle tre zone di ripartizione del territorio della Provincia.
Per il Tavoliere la popolazione scolastica del settore liceale nel suo
complesso è soggetta ad:
aumentare di 1.554 alunni, in base alla tendenza « A »;
aumentare di 3.604 alunni, in base alla tendenza « B » ;
diminuire di 115 alunni per la realizzazione degli obiettivi di piano.
All’interno del settore liceale la popolazione scolastica dei licei
classici dovrà aumentare:
di 179 alunni, in base alla tendenza « A »;
di 680 alunni, in base alla tendenza « B » ;
di 716 alunni per la realizzazione degli obiettivi di piano.
La popolazione scolastica dei licei scientifici dovrà aumentare:
di 111 alunni, in base alla tendenza « A »;
di 750 alunni in base alla tendenza « B » ;
di 223 alunni per la realizzazione degli obiettivi di piano.
La popolazione scolastica degli istituti magistrali è soggetta ad:
aumentare di 1.264 alunni, in base alla tendenza « A »;
aumentare di 2.174 alunni, in base alla tendenza « B »;
diminuire di 1.056 alunni per la realizzazione degli obiettivi di piano.
Per il settore tecnico nel suo complesso la popolazione scolastica
dovrà aumentare:
di 1.167 alunni, in base alla tendenza « A »;
di 1.003 alunni, in base alla tendenza « B » ;
di 250 alunni per la realizzazione degli obiettivi di piano.
All’interno del settore tecnico la popolazione scolastica degli istituti
industriali, agrari e nautici dovrà aumentare:
di 998 alunni, in base alla tendenza « A »;
di 639 alunni, in base alla tendenza « B » ;
di 441 alunni per la realizzazione degli obiettivi di piano.
La popolazione scolastica degli altri istituti tecnici (Commerciale, geometri e femminile) è soggetta ad:
aumentare di 169 alunni, in base alla tendenza « A »;
aumentare di 364 alunni, in base alla tendenza « B » ;
diminuire di 191 alunni per la realizzazione degli obiettivi di piano.
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186
______________________________________________________________II - PROGRAMMA D’INTERVENTO
La popolazione scolastica degli istituti di istruzione professionale
dovrà aumentare:
di 1.611 alunni, in base alla tendenza « A»;
di 1.220 alunni, in base alla tendenza « B » ;
di 2.290 alunni per la realizzazione degli obiettivi di piano.
Per il Gargano la popolazione scolastica del settore liceale nel suo
complesso è soggetta a:
diminuire di 258 alunni, in base alla tendenza « A »;
aumentare di 258 alunni, in base alla tendenza « B »;
aumentare di 1.089 alunni per la realizzazione degli obiettivi di piano.
All’interno del settore liceale la popolazione scolastica dei licei
classici è soggetta a:
diminuire di 88 alunni, in base alla tendenza « A » ;
aumentare di 38 alunni, in base alla tendenza « B »;
aumentare di 784 alunni per la realizzazione degli obiettivi di piano.
La popolazione scolastica dei licei scientifici è soggetta a:
diminuire di 139 alunni, in base alla tendenza « A »;
aumentare di 32 alunni, in base alla tendenza « B »;
aumentare di 330 alunni per la realizzazione degli obiettivi di piano.
La popolazione scolastica degli istituti magistrali è soggetta a:
diminuire di 31 alunni, in base alla tendenza « A »;
aumentare di 198 alunni, in base alla tendenza « B »;
diminuire di 25 alunni per la realizzazione degli obiettivi di piano.
La popolazione scolastica del settore tecnico nel suo complesso dovrà
aumentare:
di 916 alunni, in base alla tendenza « A »;
di 874 alunni, in base alla tendenza « B »;
di 2.882 alunni per la realizzazione degli obiettivi di piano.
All’interno del settore tecnico la popolazione scolastica degli istituti
industriali, agrari e nautici dovrà aumentare:
di 327 alunni, in base alla tendenza « A »;
di 236 alunni, in base alla tendenza « B » ;
di 1.271 alunni per la realizzazione degli obiettivi di piano.
La popolazione scolastica degli altri istituti tecnici (commerciale, geometri e femminile) dovrà aumentare:
di 589 alunni, in base alla tendenza « A »;
di 638 alunni, in base alla tendenza « B »;
di 1.611 alunni per la realizzazione degli obiettivi di piano.
La popolazione scolastica degli istituti di istruzione professionale dovrà aumentare:
di 431 alunni, in base alla tendenza « A »;
di 333 alunni, in base alla tendenza « B »;
di 1.761 alunni per la realizzazione degli obiettivi di piano.
Per il Subappennino la popolazione scolastica del settore liceale nel
suo complesso dovrà aumentare:
di 335 alunni, in base alla tendenza « A » ;
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187
L’ISTRUZIONE PUBBLICA IN CAPITANATA______________________________________________________
di 729 alunni, in base alla tendenza « B »;
di 1.046 alunni per la realizzazione degli obiettivi di piano.
All’interno del settore liceale la popolazione scolastica dei licei
classici è soggetta a:
diminuire di 57 alunni, in base alla tendenza « A »;
aumentare di 39 alunni, in base alla tendenza « B »;
aumentare di 476 alunni per la realizzazione degli obiettivi di piano.
La popolazione scolastica dei licei scientifici dovrà aumentare:
di 189 alunni, in base alla tendenza « A »;
di 312 alunni, in base alla tendenza « B »;
di 468 alunni per la realizzazione degli obiettivi di piano.
La popolazione scolastica degli istituti magistrali dovrà aumentare:
di 203 alunni, in base alla tendenza « A »;
di 378 alunni, in base alla tendenza « B »;
di 102 alunni per la realizzazione degli obiettivi di piano.
La popolazione scolastica del settore tecnico nel suo complesso
dovrà aumentare:
di 503 alunni, in base alla tendenza « A »;
di 471 alunni, in base alla tendenza « B »;
di 1.607 alunni per la realizzazione degli obiettivi di piano.
All’interno del settore tecnico, la popolazione scolastica degli istituti industriali, agrari e nautici dovrà aumentare:
di 492 alunni, in base alla tendenza « A »;
di 423 alunni, in base alla tendenza « B »;
di 1.018 alunni, per la realizzazione degli obiettivi di piano.
La popolazione scolastica degli altri istituti tecnici (commerciale,
geometri e femminile) dovrà aumentare:
di 11 alunni, in base alla tendenza « A »;
di 48 alunni, in base alla tendenza « B »;
di 589 alunni per la realizzazione degli obiettivi di piano.
La popolazione scolastica degli istituti di istruzione professionale è
soggetta a:
diminuire di 8 alunni, in base alla tendenza « A »;
diminuire di 84 alunni, in base alla tendenza « B »;
aumentare di 796 alunni per la realizzazione degli obiettivi di piano.
I risultati dello studio fin qui condotto, sia in ordine alle proiezioni
delle tendenze che al conseguimento degli obiettivi di piano, non possono ancora costituire delle direttrici precise sulla attività da svolgere,
per la presenza di molti fattori che spiegheranno la loro influenza sui
risultati medesimi.
Per la scolarità complessiva influirà, in aumento, la già progettata
elevazione dell’obbligatorietà scolastica da quattordici a sedici anni.
Per la scolarità settoriale e per la scelta degli indirizzi di studio,
molte previsioni possono essere radicalmente modificate dall’ormai
imminente riforma della scuola secondaria di secondo grado.
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188
______________________________________________________________II - PROGRAMMA D’INTERVENTO
L’istituzione del biennio unico, con conseguente spostamento al
successivo triennio della scelta degli indirizzi di studio, la trasformazione dell’istituto magistrale in liceo pedagogico, la creazione del liceo linguistico, la ristrutturazione degli istituti professionali, la riforma degli studi universitari e l’istituzione delle regioni sono solo alcuni
dei fattori che potranno spostare su basi nuove e diverse le previsioni
ed i programmi del settore della scuola secondaria di ‘secondo grado.
Per l’ubicazione territoriale delle nuove scuole da creare nei tre
comprensori, si deve, poi, tener conto dell’indice di scolarità della
scuola media.
Il numero degli iscritti alla prima classe degli istituti superiori, esistenti o da istituire, non potrà certo essere uguale o superiore al numero dei licenziati della scuola media.
Sono stati ipotizzati, in precedenza, nuovi Istituti, della dimensione
ottimale di sette-ottocento alunni; in realtà la popolazione scolastica
degli istituti esistenti varia dai 28 alunni dell’Istituto Professionale
dell’Industria e l’Artigianato di Monte S. Angelo ai 1967 alunni
dell’Istituto Industriale di Foggia (anno scolastico 1967/68).
E’ necessario, perciò, tendere anche al ridimensionamento degli istituti esistenti che sono, per di più, concentrati in solo sedici dei sessantadue comuni della provincia di Foggia.
Molti Istituti hanno consistenti aliquote di iscritti costituite da pendolari; con la riduzione del fenomeno della pendolarità, per questi istituti, si verificherebbe una riduzione della popolazione scolastica tale
da determinare, in alcuni casi, addirittura la soppressione della scuola
esistente.
In questo quadro complesso e variabile, è indispensabile fissare
pochi ma precisi obiettivi all’azione della pubblica amministrazione.
Bisogna, prima di tutto, elevare, Comune per Comune, l’indice di
scolarità della scuola d’obbligo, riducendo progressivamente a valori
sempre più bassi il fenomeno dell’evasione all’obbligo scolastico.
L’azione diretta a tal fine deve essere condotta dalle Autorità locali
e, principalmente, dalle Amministrazioni Comunali.
Senza il conseguimento di questo obiettivo di base, è illusorio fis sare qualsiasi programma per l’istruzione superiore.
E’ necessario, contestualmente, ridimensionare gli istituti esistenti,
programmando, con la riduzione progressiva della pendolarità, il potenziamento, lo sdoppiamento o la riduzione della popolazione scolastica di ogni singolo istituto, per avvicinarsi agli standards riportati
nelle tabelle.
E’ opportuno, poi, istituire le nuove scuole nei tre comprensori e
nei Comuni in cui esistono le condizioni necessarie per il funzionamento delle scuole stesse, con limitazione delle nuove scuole, in un
primo tempo, al solo biennio, per adottare decisioni definitive dopo
l’avvenuta riforma dell’istruzione secondaria di secondo grado.
189
L’ISTRUZIONE PUBBLICA IN CAPITANATA______________________________________________________
Si rende indispensabile, infine, condurre due indagini collaterali: la
prima indagine sul reperimento degli insegnanti nelle località prescelte
per l’istituzione delle nuove scuole, per assicurare alle stesse un soddisfacente livello qualitativo degli studi; ed una seconda indagine, socio-economica, sul futuro inserimento dei diplomati delle nuove scuole, nelle attività produttive della Capitanata e nei successivi studi universitari.
Alla luce di queste premesse, è stata esaminata la situazione di ogni Comune, all’interno dei tre comprensori, in relazione alla popolazione in età scolastica, ai tassi di scolarità nella scuola media, al gettito dei licenziati di detta scuola, agli iscritti al primo anno degli istituti superiori esistenti ed al numero dei pendolari complessivi per istituto, raffrontato alla popolazione scolastica complessiva di ogni istituto
esistente: il tutto riferito all’anno scolastico 1966/67, per i licenziati,
ed al 1967/68 per gli iscritti alla prima classe ed al totale delle classi
del Superiore.
Per i tre comprensori sono state redatte distinte graduatorie sulla
base del gettito dei licenziati e del tasso di scolarità della scuola media.
Per alcuni piccoli Comuni, il basso valore del gettito dei diplomati
e del tasso di scolarità può trovare una spiegazione nella circostanza
che la scuola media è stata istituita solo da qualche anno.
E’ certo, tuttavia, che più bassi sono i tassi di scolarità, più grave è
il fenomeno dell’evasione dell’obbligo scolastico.
Bisogna, peraltro, tenere presente che, mentre il gettito dei diplomati costituisce un dato reale, il tasso di scolarità è il risultato di un
calcolo percentuale, sulla base della popolazione, su un dato, cioè, più
o meno attendibile nella misura in cui possono aver avuto influenza
fattori anagrafici non considerati (primo, fra tutti, lo spostamento della
popolazione).
I dati ed i calcoli sono stati riassuntivamente raccolti nella tab. 31.
Ciò premesso, è stata effettuata una disamina più approfondita
per ogni singolo Comune dei tre Comprensori, a cominciare dai
Comuni nei quali già funzionano Istituti Superiori.
COMPRENSORIO DEL TAVOLIERE
Comune di Foggia
Nel Comune capoluogo le scuole medie, nell’anno scolastico
1967/1968, hanno avuto una popolazione scolastica complessiva di
5.854 alunni su 8.331 scolarizzabili, con un tasso di scolarità, nella
scuola media, di 703.
Il gettito dei diplomati nella scuola media, nell’anno precedente
1966/67, è stato di 1.312 unità; mentre il numero degli iscritti alla
prima classe degli Istituti superiori (anno scolastico 1967/68) è stato di
ben 2.388 alunni. Non è stato possibile calcolare il numero dei pendolari, iscritti alla prima classe.
190
______________________________________________________________II - PROGRAMMA D’INTERVENTO
Il numero dei pendolari iscritti a tutte le classi degli Istituti superiori è stato di 1.494, su una popolazione scolastica complessiva di
8.564 alunni.
Il notevole scarto fra il numero (1.312) dei diplomati della scuola
media (anno scolastico 196/67) e quello (2.388) degli iscritti alla prima classe degli Istituti superiori (anno scolastico 1967/68) è da attribuirsi, quindi, al notevole peso dei pendolari ed, in misura minore, ai
ripetenti della prima classe.
La conferma è data dal calcolo della popolazione presunta (classe
d’età 14 anni) al 31-12-1967, che ammonta a 2.958 unità. Senza la
sottrazione di una consistente aliquota di pendolari, risulterebbe un
tasso di scolarità nella prima classe degli Istituti secondari di secondo
grado di 807, maggiore di quello della scuola media.
Dall’esame di questi dati, è evidente che nessun nuovo Istituto superiore deve essere creato a Foggia, se si vuol perseguire una politica
di riduzione graduale degli alunni pendolari.
La popolazione scolastica complessiva per singoli Istituti,
nell’anno scolastico 1967/68, è stata la seguente, con a fianco indicato
il numero degli alunni pendolari:
ISTITUTI
ISCRITTI A.S. 1967/68
Liceo Ginnasio
631
»
Scientifico
691
Istituto Magistrale
1825
»
Commerciale
1270
»
Geometri
1033
»
Industriale
1967
»
Tecn. Femm.le
302
»
Prof. Commercio
396
»
» Ind. Artig.
365
»
» Agricoltura
84
PENDOLARI
54
68
121
136
168
650
74
69
103
51
Di contro gli alunni residenti a Foggia che hanno frequentato, nello
stesso anno, Istituti aventi sede in altri Comuni sono stati complessivamente 149, come risulta dalla tab. 38 della prima parte dello studio.
La popolazione scolastica degli Istituti i cui oneri di finanziamento
sono a carico della Provincia ha presentato il seguente andamento dall’anno scolastico 1965/66 all’anno scolastico 1968/69 (nella seconda
colonna è indicato il numero delle classi che serve a determinare il coefficiente di affollamento):
1965/66
alunni classi
Scientifico
397
14
Commerciale 1255
39
Geometri
700
24
Industriale 2534
91
Tecn. femmin. 438
16
1966/67
alunni classi
532
18
1296
40
849
28
2153
64
366
13
1967/68
1968/69
alunni classi alunni classi
691
22
868 27
1270
39 1233 39
1033
31 1097 33
1967
58 1664 52
302
12
223 10
I raffronti fra la situazione reale dell’anno scolastico 1967/68, al
lordo ed al netto dei pendolari, la proiezione della tendenza « B » (ultimo quinquennio) all’anno 1973/74, al lordo dei pendolari e lo stan-
191
L’ISTRUZIONE PUBBLICA IN CAPITANATA______________________________________________________
dard, sono contenuti nella tabella 32.
Dalla suddetta tabella 32 si deduce che la città di Foggia ha già da
ora una popolazione scolastica complessiva, anche al netto dei pendolari, superiore allo standard.
Per ottenere un riequilibrio interno fra i tre settori, è necessario
frenare i settori liceale e tecnico, per aumentare notevolmente il settore professionale con l’obiettivo di triplicare la popolazione scolastica
dei tre Istituti esistenti.
In particolare il Liceo Classico dovrebbe essere incrementato fino
a raggiungere una popolazione scolastica di 800-900 alunni, il Liceo
Scientifico dovrebbe conservare l’attuale popolazione, compensando
con nuovi iscritti le riduzioni dei pendolari, mentre il Magistrale dovrebbe essere ridotto per avere una popolazione scolastica ottimale di
800-900 alunni.
La proposta di creare un secondo Istituto Magistrale a Foggia contrasta, perciò, con l’obiettivo di piano.
Nel settore tecnico è evidente la convenienza all’istituzione di un
secondo Istituto Industriale (istituzione ottenuta con l’anno 1968/69),
che può funzionare anche con la riduzione della pendolarità, mentre
non trova giustificazione l’istituzione, a breve termine, di un secondo
Istituto Commerciale, se si dovrà tendere alla riduzione della pendolarità. L’istituto per Geometri potrà conservare l’attuale dimensione,
mentre l’Istituto Tecnico Femminile dovrà essere opportunamente potenziato: in mancanza è destinato ad essere soppresso.
Comune di San Severo
Il tasso deve, perciò, essere aumentato, su impulso delle Autorità
locali, con graduale riduzione del fenomeno dell’evasione dell’obbligo
scolastico.
Il gettito dei licenziati della scuola media è stato, nell’anno scolastico 1966/67, di 327; mentre gli iscritti alla prima classe degli istituti superiori nell’anno scolastico 1967/68 sono stati 808. Anche in
questo Comune si verifica, quindi, il fenomeno dei pendolari, frequentanti gli Istituti superiori e provenienti da altri Comuni. Di contro 106
alunni abitati a San Severo hanno frequentato, nello stesso anno scolastico, Istituti siti in altri Comuni.
La popolazione scolastica complessiva per Istituti superiori, nell’anno scolastico 1967/68, è stata di 2.831 alunni, di cui ben 1.307
pendolari:
ISTITUTI
ISCRITTI A.S.1967/68
Liceo Ginnasio
369
» Scientifico
380
Istituto Magistrale
958
Sezione Commerciale
460
»
Geometri
176
Istituto Agrario
142
»
Industriale
256
»
Prof. Ind. Artig.
90
192
PENDOLARI
133
172
446
187
79
64
187
39
______________________________________________________________II - PROGRAMMA D’INTERVENTO
La popolazione scolastica degli Istituti, i cui oneri di funzionamento sono a carico della Provincia, ha avuto il seguente andamento, dall’anno scolastico 1965/66 all’anno scolastico 1968/69 (nella seconda
colonna è indicato il numero delle classi che serve a determinare il coefficiente di affollamento):
1965/66
alunni
Scientifico
213
Comm. e Geom. 587
Industriale
295
Agrario
149
classi
9
22
9
8
1966/67
alunni
281
556
263
138
classi
10
21
8
8
1967/68
1968/69
alunni classi alunni
380
13 430
636
22 612
256
8 278
142
8 143
classi
14
24
9
8
Per questo Comune è indispensabile realizzare l’aumento del tasso
di scolarità della scuola media, per poter, poi, elevare quello dell’istruzione secondaria di secondo grado. Si otterrà, così, il potenziamento
degli Istituti esistenti, senza creare alcuna nuova scuola, fatta eccezione per l’istruzione professionale.
I raffronti fra la situazione reale dell’anno scolastico 1967/68, al
lordo ed al netto dei pendolari, la proiezione della tendenza « B » (ultimo quinquennio) all’anno 1973/74, al lordo dei pendolari e lo standard, sono contenuti nella tabella 33.
Dalla tabella suddetta si deduce che la popolazione scolastica del
Comune di San Severo è superiore, già oggi, agli standard, al lordo dei
pendolari, che, però, costituiscono poco meno della metà della popolazione complessiva.
Con la riduzione dei pendolari, bisognerà elevare il tasso di scolarità degli Istituti superiori che, attualmente, al netto dei pendolari, è
molto modesto (280 : 1000 coetanei).
Le scuole esistenti, svuotandosi progressivamente di pendolari, dovranno essere utilizzate dagli alunni locali, grazie all’elevazione dei
tassi di scolarità sia dell’istruzione secondaria di primo grado che di
quella di secondo grado.
Per ottenere un riequilibrio interno fra i tre settori è necessario frenare il settore liceale; potenziare il settore tecnico e creare, praticamente ex novo, l’istruzione professionale, il cui livello attuale deve
essere decuplicato.
In particolare il Liceo Classico dovrebbe stabilizzarsi su una popolazione scolastica di 400 alunni, al netto dei pendolari; anche la popolazione del Liceo Scientifico dovrebbe stabilizzarsi sul livello attuale,
ma al netto dei pendolari; la popolazione scolastica del Magistrale dovrebbe, invece, subire una fortissima contrazione, anche dopo la progressiva riduzione dei pendolari.
Nel settore tecnico sia l’Istituto Industriale che l’Agrario dovrebbero avere un forte incremento, anche dopo l’eliminazione della pendolarità.
193
L’ISTRUZIONE PUBBLICA IN CAPITANATA______________________________________________________
E’ stata, perciò, molto opportuna l’istituzione del triennio dell’Industriale, a partire dall’anno scolastico 1968/69, anche perché la maggior parte degli studenti pendolari provenienti da San Severo e diretti
ad altri Comuni hanno frequentato l’Istituto Industriale.
L’Istituto Commerciale e per Geometri, la cui popolazione scolastica dovrebbe stabilizzarsi sui 600 alunni, al netto dei pendolari, dovrebbe avere un incremento più modesto.
Per l’istruzione professionale è necessario potenziare l’unico Istituto Professionale per l’Agricoltura.
Comune di Cerignola
La scuola media ha avuto, nell’anno scolastico 1967/68, una popolazione scolastica complessiva di 1.160 alunni, rispetto ad una popolazione presunta scolarizzabile di 3.003 unità, con un tasso di scolarità, nella scuola media, di 386, ancora più basso di quello di S. Severo.
Anche a Cerignola il prioritario impegno delle Autorità locali deve
essere finalizzato alla elevazione del tasso di scolarità nell’istruzione
secondaria di primo grado.
Il gettito dei licenziati della scuola media è stato, nell’anno scolastico 1966/67, di 204 unità; mentre gli iscritti alla prima classe degli
Istituti superiori sono stati 258, fra i quali sono, certamente, compresi
molti alunni pendolari, provenienti da altri Comuni.
Di contro 143 alunni residenti a Cerignola hanno frequentato, nello
stesso anno scolastico, Istituti aventi sede in altri Comuni, nelle suddivisioni indicate dalla tabella 38 della prima parte dello studio.
La popolazione scolastica complessiva per tutti gli Istituti superiori
è stata, nell’anno scolastico 1967/68, di 1.190 alunni, di cui 231 pendolari.
ISTITUTI
Liceo Ginnasio
Istituto Commerciale
» Industriale
» Agrario
» Prof. Agric.
ISCRITTI A.S. 1967/68
328
263
194
174
231
PENDOLARI
28
46
101
16
40
Non sembra, perciò, opportuno istituire a Cerignola, a breve termine, nuovi Istituti superiori, senza aver prima ottenuto un soddisfacente aumento del tasso di scolarità nella scuola media.
La creazione intempestiva di qualche nuovo Istituto si risolverebbe
in un indebolimento degli Istituti esistenti, la cui popolazione scolastica va, invece, potenziata.
La popolazione scolastica degli Istituti, i cui oneri di finanziamento sono a carico della Provincia, ha avuto il seguente andamento,
dall’anno scolastico 1965/66 all’anno scolastico 1968/69 (nella seconda Co-
194
______________________________________________________________II - PROGRAMMA D’INTERVENTO
lonna è indicato il numero delle classi che serve a determinare il coefficiente di affollamento):
1965/66
1966/67
alunni classi
Commerciale
Industriale
275
162
11
5
1967/68
alunni classi
270
213
11
7
1968/69
alunni classi
alunni classi
263
194
286
182
11
6
11
6
I raffronti fra la situazione reale dell’anno scolastico 1967/68, al
lordo ed al netto dei pendolari, la proiezione della tendenza « B » (ultimo quinquennio) all’anno 1973/74, al lordo dei pendolari e lo standard, sono contenuti nella tabella 34.
Dalla citata tabella 34 risulta evidente che la popolazione scolastica complessiva dell’istruzione superiore dovrebbe più che raddoppiare per la realizzazione degli standards; questo risultato non è, però,
realizzabile senza un fortissimo incremento del tasso di scolarità della
scuola media.
Le carenze esistenti riguardano tutti i settori di istruzione superiore.
La popolazione scolastica del settore liceale dovrebbe essere più
che raddoppiata. Il Liceo Classico dovrebbe registrare un modesto incremento; mentre si rende necessario istituire il Liceo Scientifico, che
sarà in grado di funzionare solo dopo un congruo aumento del gettito
dei licenziati della scuola media. Per l’Istituto Magistrale è necessario
tener conto dell’esistenza a Cerignola di un istituto privato legalmente
riconosciuto che ha avuto, nell’anno scolastico 1967/68, una popolazione scolastica di 185 alunni.
Il raddoppio della popolazione scolastica è necessario anche nel
settore tecnico, con il potenziamento degli esistenti Istituti Industriale,
Agrario e Commerciale.
Nel settore professionale la popolazione scolastica dovrebbe essere
triplicata, con il potenziamento dell’esistente Istituto per l’Agricoltura
e con la creazione di due Istituti Professionali ad indirizzo Industriale
e Commerciale.
Il quarto Comune di questo Comprensorio, già dotato di Istituti
Superiori, è Torremaggiore, che ha la peculiarietà di occupare una zona geograficamente emarginata sia dal Tavoliere che dal Subappennino ed è, quindi, in grado di svolgere, insieme ai vicini Comuni di
Serracapriola, Chieuti e San Paolo di Civitate, una funzione di cerniera fra i due comprensori citati ed anche rispetto al terzo comprensorio e cioè a quello garganico.
A Torremaggiore funzionano il Liceo Ginnasio, che ha avuto nell’anno scolastico 1967/68, una popolazione complessiva di 119 alunni
di cui 24 pendolari, e l’Istituto Professionale per l’Agricoltura, con 99
iscritti, tutti residenti a Torremaggiore.
195
L’ISTRUZIONE PUBBLICA IN CAPITANATA______________________________________________________
Di contro, nello stesso anno scolastico, n. 257 alunni residenti a
Torremaggiore hanno frequentato Istituti superiori aventi sede in altri
Comuni.
Il gettito dei diplomati dalla scuola media, nell’anno scolastico
1966/67, è stato di 81 unità, di cui solo 43 si sono poi iscritti, nel successivo anno scolastico 1967/68, alla prima classe degli Istituti superiori, funzionanti a Torremaggiore.
La popolazione complessiva della scuola media, nell’anno scolastico 1967/68, è stata di 396 alunni, su una popolazione presunta scolarizzabile di 1.030 coetanei.
Il risultante tasso di scolarità nella scuola media (coefficiente 384)
e estremamente basso; tanto che Torremaggiore occupa l’ultimo posto
nella graduatoria per tasso di scolarità nella scuola media dei Comuni
del Tavoliere.
Anche a Torremaggiore, più ancora che a Cerignola e San Severo,
l’obiettivo di base è costituito dall’aumento del tasso di scolarità nella
scuola media. Solo successivamente si potrà pensare all’istituzione di
qualche scuola secondaria di secondo grado, di indirizzo ovviamente
diverso rispetto alle due scuole esistenti, che dovrebbero essere potenziate, anche per avvicinarsi agli standards fissati, per i Licei Classici e
gli Istituti Professionali, dalla tabella 22.
Gli alunni pendolari di Torremaggiore dovranno, frattanto, continuare a viaggiare; ma non si tratta di un grande disagio data la vicinanza del Comune di San Severo, nel quale già funzionano gli Istituti
superiori di quasi tutti i più diversi indirizzi.
Il quinto ed ultimo Comune della piana, dotato già di un Istituto
superiore, è Trinitapoli, nel quale ha funzionato, nell’anno scolastico
1967/68, un Istituto Professionale dell’Agricoltura, con 145 iscritti, di
cui 51 pendolari.
A Trinitapoli la scuola media ha avuto, nell’anno scolastico 1967/
1968, 473 iscritti su una popolazione presunta scolarizzabile di 874
unità. Il risultante tasso di scolarità nella scuola media è di 541, da ritenersi discreto, anche se ulteriormente elevabile, con la riduzione
dell’evasione all’obbligatorietà scolastica.
Il gettito dei diplomati dalla scuola media è stato, nell’anno scolastico 1966/67, di 106 studenti, di cui 48 si sono iscritti, nel successivo anno scolastico 1967/68, alla prima classe del locale Istituto Professionale.
Di contro 76 studenti di Trinitapoli hanno frequentato, nello stesso
anno scolastico, Istituti superiori aventi sede in altri Comuni.
L’eventualità della creazione, a Trinitapoli, di un secondo Istituto
secondario di secondo grado, va, però, inquadrata in un contesto più
ampio che comprende anche i limitrofi Comuni di Margherita di Savoia e San Ferdinando.
196
______________________________________________________________II - PROGRAMMA D’INTERVENTO
Nei rimanenti nove Comuni del Tavoliere non ha funzionato, nell’anno scolastico 1967/68, alcun Istituto superiore. Solo ad Ortanova è
stato istituito, con decorrenza dal 1-10-1968, un Istituto Professionale
per il Commercio con 67 alunni.
Dei nove Comuni, tre (e precisamente Serracapriola, Poggio Imperiale e Chieuti) sono situati a Nord di San Severo; quattro (Ortanova, Carapelle, Stornara e Stornarella), fra Foggia e Cerignola; gli altri
due (San Ferdinando e Margherita) a sud di Cerignola.
Conviene, pertanto, esaminare la situazione di questi nove Comuni
distinguendoli in tre gruppi. Nel primo gruppo va considerato anche il
Comune di Torremaggiore, nel terzo gruppo anche il Comune di Trinitapoli.
1° GRUPPO. — A Chieuti non esiste la scuola media e gli alunni
di questo Comune fanno capo a Serracapriola, la cui scuola media ha
avuto, nell’anno scolastico 1967/68, una popolazione scolastica di 321
alunni su una popolazione presunta scolarizzabile complessiva di 637
coetanei, relativa ai due Comuni, e con un tasso di scolarità di 504, suscettibile di ulteriore elevazione1 .
I licenziati della scuola media (anno scolastico 1966/67) sono stati
642 , 89 alunni residenti a Serracapriola e 5 residenti a Chieuti hanno
frequentato, nell’anno scolastico 1967/68, istituti aventi sede in altri
Comuni.
A Poggio Imperiale la scuola media ha avuto (anno scolastico
1967/68) 142 is critti su una popolazione presunta scolarizzabile di 237
coetanei, con un tasso di scolarità di 599, notevolmente superiore a
quello di Serracapriola.
I licenziati dalla scuola media (anno scolastico 1966/67) sono stati
30, 97 alunni residenti a Poggio Imp eriale hanno frequentato,
nell’anno scolastico 1967/68, Istituti superiori siti in altri Comuni.
E’ evidente che si tratta di valori estremamente modesti per la localizzazione, a breve termine, in qualcuno di questi tre Comuni, di un
Istituto di istruzione secondaria di secondo grado. Detta istituzione potrà essere prevista a medio termine, ad indirizzo professionale.
Le distanze stradali fra i quattro Comuni sono le seguenti:
—
—
—
—
—
—
Chieuti-Serracapriola
Chieuti-S. Paolo di Civitate
Chieuti-Torremaggiore
Serracapriola-S. Paolo di C.
Serracapriola-Torremaggiore
Torremaggiore-S. Paolo di C.
Km.
»
»
»
»
»
4,5
23,7
31,3
16,7
24,3
7,6
1
Con la disaggregazione il tasso di scolarità risulta di 476 a Serracapriola e di 600 a
Chieuti.
2
47 a Serracapriola e 17 a Chieuti.
197
L’ISTRUZIONE PUBBLICA IN CAPITANATA______________________________________________________
Ecco quali sono, invece, le distanze stradali con San Severo:
—
Chieuti Km. 36,5; San Paolo di Civitate Km. 12,8; Serracapriola
Km. 29,5 e Torremaggiore Km. 7,6.
La localizzazione di una nuova scuola, in grado di funzionare in
uno dei quattro Comuni è resa difficile anche dall’attrazione che continuerebbero ad esercitare gli Istituti superiori già funzionanti nella vicina San Severo.
2° GRUPPO. — Ad Ortanova, su cui confluisce il Comune di Carapelle, privo di scuola media propria, la scuola media ha avuto, nell’anno scolastico 1967/68, una popolazione scolastica di 510 alunni su
una popolazione presunta scolarizzabile complessiva di 1079 coetanei
relativa ai due Comuni e con un tasso di scolarità, nella scuola media,
di 4733 .
A Stornara la popolazione scolastica della Media è stata di 137 alunni su 230 scolarizzabili, con un tasso di scolarità di 596; a Stornarella la popolazione scolastica della media è stata di 217 su 244 coetanei, con un tasso di scolarità di 889, il più alto fra tutti i Comuni del
Tavoliere.
Il gettito dei licenziati della Scuola Media è stato (anno scolastico
1966/67) di 131 ad Ortanova-Carapelle 4 , 14 a Stornara e 37 a Stornarella.
Gli alunni pendolari, provenienti dai quattro Comuni sono stati
302 diretti parte a Foggia e parte a Cerignola.
Le distanze stradali fra i quattro Comuni sono le seguenti:
—
—
—
—
—
—
Ortanova-Carapelle
Ortanova-Stornara
Ortanova-Stornarella
Stornarella-Stornara
Stornarella-Carapelle
Stornara-Carapelle
Km.
»
»
»
»
»
4,1
6,8
7,8
4,8
11,9
10,9
Le distanze stradali dei quattro Comuni con Foggia e Cerignola
sono, invece: le seguenti: con Foggia: Ortanova Km. 20,5; Stornara
Km. 27,7; Stornarella Km. 28,8 e Carapelle Km. 16,4. E con Cerignola: Ortanova Km. 20,7; Stornana Km. 11,9; Stornarella Km. 16,7 e
Carapelle Km. 24,8.
Con l’elevazione del tasso di scolarità della Scuola Media ad Ortanova ed a Stornara, si potrebbe programmare, a medio termine, l’istituzione di un biennio di Istituto superiore ad indirizzo professionale o
tecnico, con localizzazione ad Ortanova.
3
Con la disaggregazione il tasso di scolarità risulta di 453 ad Ortanova e di 637 a
Carapelle.
4
107 licenziati ad Ortanova, 24 a Carapelle.
198
______________________________________________________________II - PROGRAMMA D’INTERVENTO
E’ necessario, tuttavia, tener conto, ai fini della validità della nuova scuola, dell’attrazione che continuerebbero ad esercitare, sui licenziati della Scuola Media dei quattro Comuni, gli Istituti superiori già
funzionanti a Foggia ed a Cerignola.
3° GRUPPO. — Come già rilevato a Trinitapoli la popolazione
scolastica della scuola media è stata (anno scolastico 1967/68) di 473
iscritti su 874 presunti coetanei scolarizzabili, con un tasso di scolarità
di 541; a Margherita di 460 iscritti su 841 presunti scolarizzabili, con
tasso di scolarità di 547; a San Ferdinando di 443 iscritti su 854 scolarizzabili, con tasso di scolarità di 519.
I licenziati della Scuola Media (anno scolastico 1966/67) sono stati
rispettivamente 106 a Trinitapoli, 115 a Margherita e 79 a San Ferdinando.
Gli alunni pendolari, iscritti agli Istituti superiori di altri Comuni,
sono stati, nell’anno scolastico 1967/68, 76 provenienti da Trinitapoli,
74 da Margherita e 107 da San Ferdinando di Puglia.
Le distanze stradali fra i tre Comuni sono le seguenti:
— Trinitapoli-Margherita
— Trinitapoli-San Ferdinando
— Margherita-San Ferdinando
Km.
»
»
6,8
5,6
12,4
Le distanze stradali con Cerignola e Foggia a nord, e Barletta a
sud, sono, invece, le seguenti:
—
—
—
—
—
—
—
—
—
Trinitapoli-Cerignola
Marghenita-Cerignola
San Ferdinando-Cerignola
Trinitapoli-Foggia
Margherita-Foggia
San Ferdinando-Foggia
Tninitapoli-Barletta
Margherita-Barletta
San Ferdinando-Barletta
Km.
»
»
»
»
»
»
»
»
23
29,8
15,2
48,2
55
54
17
18
19
Con una auspicabile elevazione del tasso di scolarità della Scuola
Media, potrebbe essere istituito, a servizio dei tre Comuni, ed a medio
termine, un biennio di Istituto superiore ad indirizzo tecnico o professionale, data anche la vicinanza di Istituti di istruzione classica e tecnica a Cerignola, Barletta ed Andria.
In considerazione della presenza a Trinitapoli di un Istituto professionale è consigliabile ubicare la nuova scuola a Margherita di Savoia od a San Ferdinando di Puglia.
199
L’ISTRUZIONE PUBBLICA IN CAPITANATA______________________________________________________
COMPRENSORIO GARGANICO
Dalla tabella 26 è stato rilevato che, per avvicinarsi agli standards,
è necessario potenziare, nel comprensorio garganico, tutti gli indirizzi
di studi, ad eccezione del Magistrale, nel quadro di una generale espansione della popolazione scolastica degli istituti secondari di secondo grado, con elevazione del tasso di scolarità e riassorbimento del
fenomeno della pendolarità.
Anche per il Gargano sono stati individuati quattro subcomprensori costituiti come segue:
1° Subcomprensorio, comprendente i Comuni di Manfredonia,
Monte S. Angelo e Mattinata;
2° Subcomprensorio, comprendente i Comuni di San Marco in
Lamis, S. Giovanni Rotondo e Rignano Garganico;
3° Subcomprensorio, comprendente i Comuni di Apricena, Lesina, Sannicandro Garganico e Cagnano Varano;
4° Subcomprensorio, comprendente i Comuni di Carpino, lschitella, Vico del Gargano, Rodi Garganico e Peschici.
Al di fuori dei subcomprensori è stato considerato il Comune di
Vieste, per la sua posizione eccentrica rispetto a tutti i possibili subcomprensori.
Nel primo subcomprensorio la posizione preminente è occupata
dal Comune di Manfredonia, in cui le scuole medie hanno avuto, nell’anno scolastico 1967/68, una popolazione scolastica complessiva di
1.537 iscritti, rispetto ad una popolazione scolarizzabile presunta di
2.699 unità. Il risultante tasso di scolarità nella scuola media è di 569,
che può essere ulteriormente elevato.
I licenziati della scuola media, nell’anno scolastico 1966/67, Sono
stati 295; mentre gli iscritti al primo anno delle scuole superiori funzionanti a Manfredonia nel successivo anno scolastico 1967/68 sono
stati 447.
Anche Manfredonia ospita, perciò, una discreta aliquota di studenti
pendolari, provenienti dai Comuni limitrofi.
La popolazione scolastica complessiva degli Istituti superiori esistenti a Manfredonia è stata, nell’anno scolastico 1967/68, di 1.314 alunni, di cui 197 pendolari, distinta come segue:
ISTITUTI
Liceo Scientifico
Istituto Magistrale
» Commerciale
» Nautico
» Prof. Agricoltura
200
ISCRITTI A.S. 1967/68
255
437
310
229
83
PENDOLARI
54
50
69
24
-
______________________________________________________________II - PROGRAMMA D’INTERVENTO
Gli Istituti, i cui oneri di funzionamento sono a carico della Provincia, hanno avuto la seguente popolazione scolastica dall’anno scolastico 1965/66 all’anno scolastico 1968/69. (Nella seconda colonna è
indicato il numero delle classi che serve a determinare il coefficiente
di affollamento):
1965/66
Scientifico
Commerciale
Nautico
alunni classi
145
6
278
10
128
10
1966/67
alunni
177
317
179
classi
7
12
10
1967/68
1968/69
alunni classi alunni
255
8 256
310
11 329
229
Il 241
classi
9
11
11
Sempre nell’anno scolastico 1967/68 n. 123 alunni residenti a
Manfredonia hanno frequentato Istituti aventi sede in altri Comuni
(Tab. 39 - la parte).
I raffronti fra la situazione reale dell’anno scolastico 1967/68, al
lordo ed al netto dei pendolari, la proiezione della tendenza « B » (ultimo quinquennio) all’anno 1973/74, al netto dei pendolari e lo standard, sono contenuti nella tabella 35.
Dalla suddetta tabella si deduce che la popolazione scolastica complessiva degli Istituti secondari di secondo grado dovrebbe essere quasi raddoppiata, con la riduzione graduale del numero degli alunni pendolari provenienti da altri Comuni.
Il settore liceale dovrebbe essere fortemente potenziato; il settore
tecnico dovrebbe essere pressoché raddoppiato; mentre l’istruzione
professionale dovrebbe essere sestuplicata.
In particolare, nel settore liceale, è necessario istituire un liceo
classico, tenendo conto della esistenza di un Liceo privato legalmente
riconosciuto; il Liceo scientifico dovrebbe stabilizzarsi sull’attuale
popolazione al netto dei pendolari, mentre il Magistrale dovrebbe subire una forte contrazione, anche dopo la riduzione dei pendolari.
Nel settore tecnico si rende necessario potenziare l’istituto Nautico, la cui popolazione scolastica dovrebbe essere raddoppiata. Per
questo Istituto non è possibile ridurre i pendolari, in quanto si tratta
dell’unico istituto del genere funzionante nella nostra Provincia. Si
dovrebbe, altresi, istituire l’Industriale, anche per assorbire gli studenti
residenti a Manfredonia, che frequentano, in altri Comuni, questo indirizzo di studio; e potenziare l’Istituto tecnico commerciale con
l’eventuale creazione di una sezione per Geometri.
Nel settore professionale, è necessario potenziare l’esistente Istituto professionale per l’agricoltura e creare, a breve termine, un Istituto
professionale per l’industria ed un Istituto professionale alberghiero.
Nel Comune di Monte S. Angelo la scuola media ha avuto, nello
anno scolastico 1967/68, una popolazione scolastica di 643 alunni, rispetto ad una popolazione presunta scolarizzabile di 1.303 unità; il
201
L’ISTRUZIONE PUBBLICA IN CAPITANATA______________________________________________________
risultante tasso di scolarità nella scuola media è di 493 e dovrà essere
notevolmente elevato su impulso delle Autorità locali.
I licenziati della scuola media, nell’anno scolastico 1966/67, sono
stati 100; mentre gli iscritti alle prime classi degli Istituti superiori esistenti a Monte S. Angelo sono stati 128 (inclusi i ripetenti).
La popolazione scolastica complessiva degli Istituti Superiori, esistenti a Monte S. Angelo, è stata di 520 alunni, di cui 9 pendolari, distinti come segue:
ISTITUTI
Liceo Classico
Magistrale
Istituto Prof. Ind. Artig.
ISCRITTI A.S. 1967/68
PENDOLARI
216
276
28
6
0
3
Sembra evidente che, senza una forte elevazione del tasso di scolarità nella scuola media non è possibile istituire, a breve termine,
qualche altra scuola superiore, senza danneggiare le scuole esistenti.
Nell’anno scolastico 1967/68, 42 alunni residenti a Monte S. Angelo hanno frequentato scuole superiori esistenti in altri Comuni. Ben
36 dei suddetti 42 pendolari hanno frequentato Istituti di Istruzione
tecnica.
Il terzo Comune incluso nel primo subcomprensorio, e cioè Mattinata, ha avuto una popolazione scolastica nella Scuola Media e nello
anno scolastico 1967/68, di 230 alunni su 352 coetanei, con un tasso
di scolarità di 663, da ritenersi abbastanza elevato.
Il gettito dei diplomati della scuola media, nell’anno scolastico
1966/67, è stato di 35 unità. Poiché a Mattinata non esiste nessun Istituto di Istruzione Superiore, 111 alunni residenti nel suddetto Comune
hanno frequentato, nell’anno scolastico 1967/68, Istituti Su- periori
aventi sede nei Comuni limitrofi.
Non sembra possibile, prevedere, a breve termine, l’istituzione di
una scuola superiore a Mattinata, per il basso numero dei licenziati
dalla Media; d’altra parte, una forte aliquota di pendolari frequenta
l’Istituto Magistrale e cioè un indirizzo di studi da scoraggiare per le
considerazioni di carattere generale già espresse. In prospettiva di medio termine si potrà, eventualmente, puntare sulla istituzione di un
biennio ad indirizzo scientifico o tecnico.
Si riportano le distanze stradali fra i tre Comuni:
— Manfredonia-Monte S. Angelo
— Manfredonia-Mattinata
— Monte S. Angelo-Mattinata
202
Km. 15,8
»
19,2
»
10,3
______________________________________________________________II - PROGRAMMA D’INTERVENTO
Nel secondo subcomprensorio sono stati inclusi i Comuni di San
Giovanni Rotondo, San Marco in Lamis e Rignano Garganico.
A San Giovanni Rotondo le scuole medie hanno avuto, nell’anno
scolastico 1967/68, una popolazione scolastica di 918 iscritti su 1287
presunti coetanei scolarizzabili, con un tasso di scolarità di 713, che è
il più elevato fra tutti i Comuni garganici.
Il gettito dei licenziati dalla scuola media è stato, nell’anno scolastico 1966/67, di 187 unità. A San Giovanni Rotondo funzionano due
Istituti di istruzione secondaria di secondo grado: il Magistrale e l’Industriale. Gli iscritti alle prime classi dei suddetti Istituti, nell’anno
scolastico 1967/68, sono stati complessivamente 261. Anche a San
Giovanni Rotondo confluiscono, in una certa misura, studenti residenti
nei Comuni limitrofi.
La popolazione complessiva dei due Istituti Superiori è stata, nell’anno scolastico 1967/68, di 703 iscritti, di cui ben 218 pendolari, così distinti.
ISTITUTI
ISCRITTI A.S. 1967/68
Istituto Magistrale
Istituto Industriale
335
368
PENDOLARI
93
125
In particolare la popolazione scolastica dell’Industriale, i cui oneri
dì funzionamento sono a carico della Provincia, ha subito la seguente
evoluzione dall’anno scolastico 1965/66 all’anno scolastico 1968/69:
1965/66
1966/67
alunni classi alunni
313
10
304
1967/68
classi
alunni
11
368
1968/69
classi
13
alunni
classi
391
14
Di contro 142 alunni residenti a San Giovanni Rotondo hanno frequentato, nell’anno scolastico 1967/68, Istituti esistenti in altri Comuni.
Anche se è elevato il numero di questo secondo gruppo di pendolari, non sembra opportuna l’istituzione, a breve termine, di una terza
scuola superiore che, se ad indirizzo classico, svuoterebbe il vicino
Liceo Ginnasio di San Marco in Lamis; se, ad indirizzo tecnico, svuoterebbe il locale Istituto Industriale, che ha una forte aliquota di pendolari di immigrazione, da ridursi progressivamente.
Bisognerebbe, perciò eventualmente orientarsi verso un Istituto
professionale. E’, quindi, meritevole di appoggio la proposta del Comune di San Giovanni Rotondo di istituire, a breve termine, un Istituto
Professionale Femminile, con specializzazione di maestra di sartoria,
maglierista, disegnatrice, pubblicitaria, propagandista e dimostratrice
pubblicitaria, accompagnatrice turistica, addetta alla vendita ed alla
vetrina, cosmetica, preparatrice di laboratorio chimico e biologico.
203
L’ISTRUZIONE PUBBLICA IN CAPITANATA______________________________________________________
A San Marco in Lamis la Scuola Media ha avuto, nell’anno scolastico 1966/67, una popolazione scolastica di 559 iscritti, su 1.159 presunti coetanei scolarizzabili. Il tasso di scolarità è di 482, suscettibile
di congrua elevazione.
Il gettito dei licenziati dalla Scuola Media è stato di 157 unità
nell’anno scolastico 1966/67.
Nel Comune funziona un Liceo Ginnasio che ha avuto, nell’anno
scolastico 1967/68, n. 281 iscritti, di cui 96 pendolari. Gli iscritti alla
prima classe del Liceo sono stati, nello stesso anno scolastico, 80.
Al contrario, ben 227 alunni residenti a San Marco in Lamis hanno
frequentato, sempre nello stesso anno scolastico, Istituti aventi sede in
altri Comuni.
Praticamente si è determinato uno scambio di studenti fra S. Giovanni Rotondo e San Marco in Lamis, nel senso che alunni di San
Giovanni frequentano a San Marco il Liceo Ginnasio ed alunni di San
Marco in Lamis frequentano a San Giovanni l’Industriale ed il Magistrale. A questi pendolari si aggiungono, come vedremo fra poco, gli
studenti di Rignano.
L’istituzione di una seconda scuola superiore a San Marco in Lamis non può, perciò, essere programmata a breve termine, ma a medio
od a lungo termine ed, in ogni caso, dovrà avere un indirizzo tecnico
(commerciale o per geometra) o professionale (agricoltura).
A Rignano la Scuola Media ha avuto una popolazione scolastica,
nell’anno scolastico 1967/68, di 128 alunni, sui 204 presunti coetanei
scolarizzabili.
Il tasso di scolarità di 627 è discreto, anche se suscettibile di incremento.
Il gettito dei diplomati della Scuola Media è stato, nell’anno scolastico 1966/67, di 20 unità. Gli studenti residenti a Rignano che hanno frequentato, nel successivo anno scolastico 1967/68, Istituti aventi
sede in Comuni limitrofi sono stati 80.
Data l’estrema modestia dei suddetti valori, non è ipotizzabile la
istituzione a Rignano di alcuna Scuola Superiore.
Si riportano le distanze stradali fra i vari Comuni:
— San Giovanni Rotondo-San Marco in Lamis
Km. 9
— San Giovanni Rotondo-Rignano Garganico
» 16,5
— San Marco in Lamis -Rignano Garganico
»
7,5
Nel terzo subcomprensorio sono stati inclusi i Comuni di Lesina,
Apricena, Sannicandro Garganico e Cagnano Varano. In nessuno di
questi Comu ni esiste un Istituto Superiore, ad eccezione di Sannicandro Garganico, dove funziona un Istituto Professionale
dell’Agricoltura che ha avuto, nell’anno scolastico 1967/68, 106 iscritti, di cui ben 64 pendolari.
204
______________________________________________________________II - PROGRAMMA D’INTERVENTO
Nei quattro Comuni le scuole medie hanno avuto, nell’anno scolastico 1967/68, la seguente popolazione scolastica, con a fianco indicata la popolazione presunta scolarizzabile ed il tasso di scolarità:
alunni
LESINA
APRICENA
SANNICANDRO G.
CAGNANO V.
161
336
545
178
scolarizzabili tasso di scolarità
368
839
1141
545
438
400
478
326
I tassi di scolarità sono suscettibili di congruo aumento per tutti i
Comuni.
Dai dati sopra esposti si rileva che il Comune con la più numerosa
popolazione scolastica e con il tasso di scolarità più elevato è quello di
Sannicandro Garganico.
La posizione di preminenza di Sannicandro è confermata dal gettito dei licenziati dalla scuola media, nell’anno scolastico 1966/67, che
è stato di 36 a Lesina, 64 ad Apricena, 137 a Sannicandro e 54 a Cagnano.
40 dei 137 licenziati di Sannicandro Garganico si sono, poi, iscritti, nel successivo anno scolastico 1967/68, alla prima classe del locale
Istituto Professionale per l’Agricoltura.
Nello stesso anno scolastico 1967/68 gli studenti pendolari sono
stati 112 a Lesina, 303 ad Apricena, 315 a Sannicandro e 131 a Cagnano garganico.
Le distanze stradali fra i quattro Comuni sono le seguenti:
—
—
—
—
—
—
—
—
Lesina-Apricena
Km.
14,2
Lesina-Sannicandro
»
27
Lesina-Cagnano Varano
»
39
Apricena-Sannicandro Garganico
»
14
Apricena-Cagnano Varano
»
25,4
Cagnano Varano-Sannicandro Garganico
»
11,1
Sannicandro-S. Marco
»
22
Cagnano Varano-San Giovanni Rotondo
»
30,5
E’ doveroso far presente, agli effetti della pendolarità, che la maggior parte degli studenti di Sannicandro e Cagnano usufruisce della
Ferrovia Garganica.
Si rende opportuno, perciò, istituire, a breve termine, un Istituto
Superiore a Sannicandro ed, a medio termine, bienni sia ad Apricena
che a Cagnano Varano.
A Sannicandro, dato il forte gettito dei diplomati della scuola media ed il notevole numero dei pendolari, un Istituto superiore potrebbe
funzionare al più presto.
Il Comune di Sannicandro ha proposto al Ministero della P.I. la istituzione di un Magistrale; di un indirizzo di studi che andrebbe, invece, scoraggiato.
205
L’ISTRUZIONE PUBBLICA IN CAPITANATA______________________________________________________
E’ più opportuno, perciò, far cadere la scelta su di un Istituto Industriale od, in subordine, su di un Istituto Commerciale e per Ge ometri.
Ad Apricena si potrà istituire, a medio termine, un Istituto Commerciale, dopo l’istituzione a Sannicandro dell’industriale. In caso di
localizzazione a Sannicandro del Commerciale, converrebbe localizzare ad Apricena l’Industriale.
A Cagnano Varano si potrebbe creare, a medio termine, un biennio
del Liceo Scientifico; ed a Lesina, sempre a medio termine, un Istituto
Professionale ad indirizzo alberghiero.
Nel quarto subcomprensorio i Comuni già dotati di Istituti Superiori sono Vico, nel quale funziona dall’anno scolastico 1968/69, un
Liceo Ginnasio con 39 iscritti; ed Ischitella, nel quale funziona un Istituto Professionale che ha avuto, nell’anno scolastico 1967/68, 35 alunni di cui 12 pendolari.
Gli iscritti alla Scuola Media dei cinque Comuni di questo quarto
subcomprensorio, sono stati, nell’anno scolastico 1967/68, i seguenti,
con a fianco indicata la presunta popolazione scolarizzabile ed il risultante tasso di scolarità nella scuola media:
alunni
CARPINO
ISCHITELLA
RODI G.CO
VICO DEL G.
PESCHICI
144
132
121
312
114
scolarizzabili tasso di scolarità
419
318
262
579
245
344
415
462
539
465
I licenziati dalla Scuola Media, nei suddetti Comuni e nell’anno
scolastico 1966/67, sono stati 25 a Carpino, 38 ad Ischitella, 29 a Rodi, 53 a Vico e 13 a Peschici.
Dei 38 diplomati di Ischitella, 21 si sono iscritti, nel successivo
anno scolastico 1967/68, alla prima classe del locale Istituto Professionale per l’Industria e l’Artigianato.
Non è possibile, in base ai dati raccolti, operare lo stesso raffronto
per Vico del Gargano, nel quale Comune il Liceo Ginnasio è stato istituito — come sezione staccata di San Severo — dall’1-10-1968.
Gli alunni pendolari, costretti a viaggiare, sono stati, nell’anno
scolastico 1967/68, 20 con residenza a Carpino, 5 con residenza ad Ischitella, 3 a Rodi, 14 a Vico e 7 a Peschici.
Si tratta, come è evidente, di valori molto bassi per ipotizzare la
creazione di qualche altro Istituto Superiore.
Per Vico del Gargano viene proposta, da alcuni anni, l’istituzione
di un biennio dell’Industriale; è doveroso osservare che, dopo la creazione, nel suddetto Comune, di un Liceo-Ginnasio, l’eventuale funzionamento del biennio dell’Industriale, senza un congruo aumento
del tasso di scolarità nella scuola media, si risolverebbe in una remora
allo svi-
206
______________________________________________________________II - PROGRAMMA D’INTERVENTO
luppo del suddetto Liceo-Ginnasio. Sarebbe opportuno, tuttavia, creare ugualmente un biennio dell’Industriale in uno dei cinque Comuni di
questo subcomprensorio per offrire un’alternativa di indirizzo scolastico agli studenti di questo gruppo di Comuni, che distano notevolmente dai centri in cui funzionano Istituti Superiori.
Le distanze stradali fra i cinque Comuni sono le seguenti:
—
—
—
—
—
—
—
—
—
—
Carpino-Ischitella
Carpino-Rodi
Carpino-Vico
Carpino-Peschici
Ischitella-Rodi
Ischitella-Vico
Ischitella-Peschici
Rodi-Vico
Rodi-Peschici
Vico-Peschici
Km.
»
»
»
»
»
»
»
»
»
16,5
16,9
22,9
32,2
9,3
6,4
24,6
15,7
15,3
16
E’ anche importante considerare le distanze stradali fra i cinque
Comuni ed i centri di San Severo e Vieste:
—
—
—
—
—
—
—
—
—
—
Carpino-San Severo
Ischitella-San Severo
Rodi-San Severo
Vico-San Severo
Peschici-San Severo
Carpino-Vieste
Ischitella-Vieste
Rodi-Vieste
Vico-Vieste
Peschici-Vieste
Km.
»
»
»
»
»
»
»
»
»
48,8
56
57,3
63
72,6
49,4
41,8
32,5
33,2
17,2
Il Comune di Vico dista da Monte S. Angelo Km. 43.
Nel Comune di Vieste la Scuola Media ha avuto, nell’anno scolastico 1967/68, 431 iscritti su una popolazione presunta scolarizzabile
di 811 unità. Il tasso di scolarità di 531 può essere ulteriormente elevato.
Il gettito dei licenziati dalla Media è stato, nell’anno scolastico
1966/67, di 83 unità.
Ben 55 dei suddetti diplomati si sono iscritti, nel successivo anno
scolastico 1967/68, alla prima classe del locale Liceo Scientifico (sezione staccata di Manfredonia).
La popolazione scolastica di detto Liceo ha avuto il seguente andamento dall’anno scolastico 1961/62 al 1967/68:
—
—
—
1961/62
1962/63
1963/64
59
64
81
207
L’ISTRUZIONE PUBBLICA IN CAPITANATA______________________________________________________
—
—
—
—
1964/65
1965/66
1966/67
1967/68
108
132
157
190
Da alcuni anni viene proposta la concessione dell’autonomia al Liceo Scientifico che, da tempo, si articola sulle previste cinque classi.
Dall’1-10-1968 funziona, sempre a Vieste, un Istituto Professionale Alberghiero. che ha avuto, già dal primo anno, 85 iscritti.
Vieste ha la singolarità — unico Comune della Provincia — di non
essere stata tributario a nessun altro Comune, nell’anno scolastico
1967/68, di alunni pendolari. Gli studenti di Vieste, perciò, frequentano, tutti, gli Istituti locali.
Da questa premessa si può trarre la conclusione che, anche per la
eccentricità della posizione geografica, nessun nuovo Istituto di Istruzione Superiore va creato a Vieste, a breve termine; in una prospettiva
di medio termine si potrà programmare l’istituzione, di un biennio di
istruzione tecnica (preferibilmente un Tecnico per Geometri) per completare la gamma dei tre indirizzi di base.
La suddivisione dei Comuni nei quattro subcomprensori potrebbe
essere effettuata anche sulla base di accoppiamenti diversi. Qualsiasi
altra suddivisione possibile finirebbe, inevitabilmente, per emarginare
alcuni Comuni, che risulterebbero più vicini a centri inclusi in un subcomprensorio diverso rispetto ai Comuni inclusi nello stesso subcomprensorio.
Tale è il caso, ad esempio, di Cagnano Varano, più vicino a Rodi e
Carpino che ad Apricena e Lesina; o di Lesina, più vicino a Poggio
Imperiale che a Cagnano.
La funzione di questi Comuni, che si trovano in posizione di cerniera fra i vari subcomprensori deve essere, perciò, valutata anche prescindendo, in parte, dalla situazione della scuola media, ai fini della
localizzazione a medio od a lungo termine di qualche Istituto Superiore in aggiunta alla localizzazione espressamente indicata nella precedente esposizione.
COMPRENSORIO DEL SUBAPPENNINO
Anche il Sub-appennino, come gli altri Comprensori, è stato suddiviso, ai soli fini del presente studio, in quattro subcomprensori.
Nel primo subcomprensorio sono stati inclusi i Comuni di Casalnuovo, Casalvecchio e Castelnuovo, che gravitano su Torremaggiore e
San Severo e, in parte, su Lucera; di Pietra, Motta, Celenza, Carlantino, San Marco la Catola, Volturara e Volturino, che gravitano tutti su
Lucera.
208
______________________________________________________________II - PROGRAMMA D’INTERVENTO
Il secondo subcomprensorio raggruppa i Comuni di Alberona, Biccari e Roseto, che gravitano su Lucera ed, in parte, su Troia; ed i Comuni di Castelluccio Valmaggiore, Celle, Faeto ed Orsara, che gravitano tutti su Troia.
Nel terzo comprensorio sono stati inclusi i Comuni di Castelluccio
dei Sauri, Panni, Bovino, Accadia, S. Agata, Anzano e Monteleone;
nel quarto i Comuni di Ascoli, Candela e Rocchetta.
E’ evidente che, anche per la citata suddivisione, valgono le stesse
considerazioni già espresse per i subcomprensori garganici e per i Comuni che vengono a trovarsi ai margini dei subcomprensori stessi.
Prima di passare all’esame della situazione dei singoli Comuni è
opportuno ripetere che, solo in sei dei trenta Comuni hanno funzionato, nell’anno scolastico 1967/68, Istituti di istruzione secondaria di secondo grado e precisamente nei Comuni di Lucera, Casalnuovo, Biccari, Troia, Bovino e S. Agata di Puglia.
Dalla tabella 27 è stato rilevato che, per avvicinarsi agli obiettivi di
piano, è necessario potenziare, nel Subappennino, in primo luogo,
l’istruzione tecnica e la professionale e, in secondo luogo, l’istruzione
liceale, con esclusione del Magistrale, al fine di aumentare considerevolmente la popolazione scolastica della Istruzione Superiore, nel suo
complesso, attraverso l’elevazione — ed, in molti Comuni, il raddoppio —
dell’attuale tasso presunto di scolarità nella media e
l’eliminazione graduale della pendolarità.
Lucera occupa una posizione geografica centripeta per quasi tutti i
Comuni dei primi due subcomprensori.
A Lucera le Scuole Medie hanno avuto, nell’anno scolastico 1967/
1968, una popolazione scolastica complessiva di 1.155 alunni su una
popolazione presunta scolarizzabile di 1.815, con un tasso di scolarità
di 636, più basso di Foggia, ma più elevato dei tassi di Manfredonia,
San Severo e Cerignola.
I licenziati dalla scuola media, nell’anno scolastico 1966/67, sono
stati 255; mentre gli iscritti alla prima classe dei locali Istituti Superiori sono stati, nel successivo anno scolastico 1967/68, ben 556.
Anche a Lucera si verifica, come a Foggia, San Severo, Manfredonia e Cerignola, il fenomeno della pendolarità di immigrazione.
La popolazione scolastica globale degli Istituti Superiori, funzionanti a Lucera, è stata, nell’anno scolastico 1967/68, di 1.860 alunni,
di cui 652 pendolari, come risulta dalle seguenti suddivisioni, con a
fianco indicato il numero dei pendolari:
ISTITUTI
Liceo ginnasio
Magistrale
Commerciale
Prof. per il Commercio
» Ind. Artig.
ISCRITTI A.S. 1967/68
369
573
670
75
173
PENDOLARI
107
250
178
21
96
209
L’ISTRUZIONE PUBBLICA IN CAPITANATA______________________________________________________
Di contro 134 alunni, residenti a Lucera, hanno frequentato, nell’anno scolastico 1967/68, Istituti Superiori aventi sede in Comuni limitrofi.
Fra gli Istituti Superiori esistenti a Lucera, il Tecnico Comm. e per
Geometri che è l’unica scuola i cui oneri sono a carico della Provincia, ha avuto, negli anni scolastici dal 1965/66 al 1968/69: 1965/66:
561; 1966/67: 629; 1967/68: 670 e 1968/69: 707.
I raffronti fra la situazione reale dell’anno scolastico 1967/68, al
lordo ed al netto dei pendolari, la proiezione della tendenza « B » (ultimo quinquennio) all’anno 1973/74, al lordo dei pendolari e lo standard, sono contenuti nella tabella 36.
Dalla suddetta tabella si desume che la popolazione scolastica
complessiva degli Istituti secondari di secondo grado dovrebbe, per la
realizzazione degli standards, aumentare moderatamente rispetto alla
popolazione attuale, al netto dei pendolari; subire, addirittura, una
contrazione rispetto alla popolazione scolastica attuale, al lordo dei
pendolari.
Il settore liceale dovrebbe subire una moderata contrazione; il Magistrale dovrebbe essere dimezzato, per dar vita, a medio termine, ad
un Liceo Scientifico.
Nel settore tecnico bisognerà creare, a breve termine, un biennio
dell’Istituto Industriale, in modo da assorbire i pendolari che frequentano Istituti siti in Comuni limitrofi e contrarre moderatamente la popolazione scolastica del locale Istituto Tecnico Commerciale e per
Geometri.
Nel settore professionale è necessario potenziare fortemente i due
Istituti esistenti e creare un terzo Istituto ad indirizzo agricolo.
Le auspicate contrazioni degli Istituti esistenti possono essere ottenute anche mediante la riduzione graduale delle pendolarità provenienti dai Comuni limitrofi.
In conclusione, a Lucera è necessario istituire, a breve termine, un
biennio dell’industriale ed un Istituto Professionale per
l’Agricoltura; ed, a medio termine, un Liceo Scientifico.
Gli altri Comuni raggruppati nel primo subcomprensorio, hanno
avuto la seguente popolazione scolastica, nell’anno scolastico
1967/68. con a fianco indicata la popolazione presunta scolarizzabile
ed il risultante tasso di scolarità nella Scuola Media:
—
iscritti
CASALNUOVO
CASALVECCHIO
CASTELNUOVO
PIETRA M.
MOTTA M.
CELENZA V.
CARLANTINO
SAN MARCO LA C.
VOLTURARA
VOLTURINO
210
211
175
130
175
68
99
59
67
56
87
scolarizzabili
263
180
175
233
115
192
130
172
91
151
tasso di scolarità
802
972
743
751
591
516
454
390
615
576
______________________________________________________________II - PROGRAMMA D’INTERVENTO
Il gettito dei licenziati della scuola, nei suddetti Comuni e
nell’anno scolastico 1966/67, è stato il seguente: Casalnuovo 39, Casalvecchio 35, Castelnuovo 25, Pietra M. 33, Motta M. 22, Celenza V.
25, Carlantino O (Istituto a.s. 1967/68), San Marco la Catola 19, Vo lturara 14 e Volturino 17.
Nessuno di questi Comuni è dotato di Istituto Superiore, ad eccezione di Casalnuovo, in cui funziona un Istituto Professionale per il
Commercio frequentato, nell’anno scolastico 1967/68, da 76 alunni, di
cui 17 pendolari.
I pendolari residenti nei Comuni suddetti e che hanno frequentato, nell’anno scolastico 1967/68, Istituti Superiori siti in Comuni limitrofi, sono stati, rispettivamente, 47 a Casalnuovo, 48 a Casalvecchio, 62 a Castelnuovo, 70 a Pietra, 52 a Motta, 13 a Celenza, 8 a Carlantino, 12 a S. Marco la Catola, 9 a Volturara e 65 a Volturino.
Le distanze stradali fra i dieci Comuni sono riportate nella tab. 37.
I valori sopra espressi in relazione al suddetto gruppo di Comuni
sono troppo modesti per la localizzazione — a breve termine — di un
Istituto Superiore; si potrà, eventualmente, istituire, a medio termine,
un biennio ad indirizzo professionale a Pietra Montecorvino, in cui
potranno confluire sia gli studenti di Casalvecchio, Casalnuovo e Castelnuovo, che gli studenti di Carlantino, Celenza e San Marco la Catola, dopo la imminente sistemazione della strada provinciale Scassabarile-Serralombardi. In alternativa, la nuova Scuola potrebbe essere
localizzata a Celenza.
Il secondo subcomprensorio comprende i Comuni di Alberona,
Biccari, Roseto, Troia, Castelluccio Valmaggiore, Celle, Faeto ed Orsara, che hanno avuto, nell’anno scolastico 1967/68, la popolazione
scolastica, la popolazione presunta scolarizzabile ed il tasso di scolarità nella Scuola Media, di seguito elencati:
iscritti
ALBERONA
BICCARI
ROSETO V.
TROIA
CASTELLUCCIO V.
FAETO - CELLE
scolarizzabili
tasso di scolarità
39
179
79
494
94
64
142
259
200
566
144
157
275
691
391
872
653
408
206
320
644
(complessivi)
ORSARA DI P.
Il gettito dei licenziati dalla Scuola Media, nell’anno scolastico
1966/67 è stato di 42 a Biccari, 16 a Roseto, 104 a Troia, 26 a Castelluccio V. e 35 ad Orsara. Ad Alberona ed a Faeto la Scuola Media è
stata istituita a partire dall’anno scolastico 1967/68; mentre a Celle
non esiste ancora la Scuola Media.
211
L’ISTRUZIONE PUBBLICA IN CAPITANATA______________________________________________________
Per valutare più realisticamente la situazione di Troia, bisogna tener conto della presenza dei seminaristi, non considerati nel calcolo
della popolazione presunta, che frequentano la Scuola Media, elevandone la popolazione scolastica, il tasso di scolarità ed il gettito dei diplomati.
A Biccari hanno funzionato, nell’anno scolastico 1967/68, un Istituto Professionale dell’Agricoltura con 70 iscritti, di cui ben 54 pendolari ed un Istituto Professionale per il Commercio, con 66 iscritti, di
cui 3 pendolari.
A Troia ha funzionato, nello stesso anno scolastico, un Istituto
Professionale dell’Agricoltura con 61 iscritti, di cui 35 pendolari.
Gli alunni pendolari, residenti nei suddetti Comuni, che hanno frequentato, nell’anno scolastico 1967/68, Istituti aventi sede in Comuni
limitrofi, sono stati 30 ad Alberona, 74 a Biccari, 14 a Roseto, 223 a
Troia, 46 a Castelluccio Valmaggiore, 6 a Faeto, 1 a Celle S. Vito e 76
ad Orsara.
Le distanze stradali fra gli 8 Comuni e con i centri di Lucera e
Troia sono riportati nella tabella 38.
Il Comune di Biccari ha chiesto l’istituzione di un Magistrale;
mentre il Comune di Troia ha chiesto l’istituzione di un Liceo Ginnasio.
La richiesta di Biccari non è meritevole di accoglimento:
1) perché riferita ad un indirizzo di studi da scoraggiare;
2) per l’esistenza, nello stesso Comune, di due Istituti Professionali
il cui potenziamento verrebbe, certamente, compromesso dalla creazione di un terzo Istituto Superiore.
La richiesta di Troia è meritevole di accoglimento; l’istituzione del
Liceo preclude, tuttavia, la creazione, a breve termine, di un Istituto
Superiore ad indirizzo tecnico.
Nel caso che il Liceo Ginnasio non fosse più istituito, si rende necessario creare, a breve termine, un biennio ad indirizzo tecnico.
E’ opportuno, infine, creare, a medio termine, un Istituto Professionale per l’Industria ad Orsara.
Il terzo subcomprensorio abbraccia i Comuni di Bovino, Deliceto,
Accadia, S. Agata, Anzano, Monteleone e Panni, che hanno avuto,
nello anno scolastico 1967/68, la popolazione scolastica, la popolazione presunta scolarizzabile ed il tasso di scolarità, nella Scuola Media,
di seguito indicati:
iscritti
BOVINO
DELICETO
ACCADIA
S. AGATA DI P.
ANZANO DI P.
MONTELEONE
PANNI
212
297
198
155
205
63
91
42
scolarizzabili
446
365
366
331
194
226
156
tasso di scolarità
666
542
423
619
325
403
269
______________________________________________________________II - PROGRAMMA D’INTERVENTO
I1 gettito dei licenziati dalla Scuola Media è stato (anno scolastico
1966/67) di 57 a Bovino, 36 a Deliceto, 39 ad Accadia, 37 a S. Agata,
10 ad Anzano, 17 a Monteleone e 9 a Panni.
A Bovino ha funzionato, nell’anno scolastico 1967/68, un Istituto
Professionale per l’Industria ed Artigianato con 43 iscritti, di cui 17
pendolari. Nello stesso Comune ha funzionato, nello stesso anno scolatico, un Istituto Tecnico Commerciale privato riconosciuto con 68
alunni. Dall’1-10-1968 è stato istituito, sempre a Bovino, un Istituto
Magistrale privato autorizzato ma non riconosciuto.
A S. Agata ha funzionato, nell’anno scolastico 1967/68, un Istituto
Professionale per l’Industria e l’Artigianato con 33 iscritti, di cui 2
pendolari.
Negli altri cinque Comuni non esistono Scuole Superiori.
Gli alunni pendolari residenti nei suddetti Comuni, che hanno frequentato, nell’anno scolastico 1967/68, Istituti aventi sede in altri
Comuni, sono stati 70 a Bovino, 31 a Deliceto, 8 ad Accadia, 3 ad Anzano e 13 a Panni. Nessun pendolare a Monteleone.
I valori sopra esposti sono molto modesti per la localizzazione, in
uno dei sette Comuni, di Istituti Superiori.
Nel Comune più importante e cioè a Bovino, l’istituzione di una
nuova Scuola finirebbe per danneggiare gli Istituti pubblici e privati
già esistenti.
Da qualche anno viene richiesta l’istituzione di un biennio dell’industriale ad Accadia.
Anche se ad Accadia non sussistono, allo stato, le condizioni per
mantenere in vita un Istituto Superiore, conviene insistere nella richiesta, nel tentativo di rompere lo stato di depressione esistente nei
Comuni più lontani dai centri dotati di Scuole Superiori, al fine di elevare, per induzione, il tasso di scolarità nella scuola media, il cui livello è estremamente basso.
A medio termine si potrà programmare l’istituzione a Bovino di un
biennio ad indirizzo tecnico (anche a mezzo della statizzazione
dell’Istituto pariflcato esistente) e di un Istituto Professionale per
l’Industria a Deliceto.
Nella tabella 39 sono riportate le distanze stradali fra i sette Comuni e le distanze di ogni singolo Comune con il capoluogo di Provincia.
Il quarto ed ultimo subcomprensorio include i Comuni di Ascoli,
Castelluccio, Candela e Rocchetta, nei quali sono stati registrati, nell’anno scolastico 1967/68, i seguenti dati in ordine alla popolazione
scolastica, alla popolazione presunta scolarizzabile ed al tasso di scolarità nella Scuola Media:
iscritti
ASCOLI S.
CASTELLUCCIO S.
CANDELA
ROCCHETTA S.A.
533
97
176
122
scolarizzabili
587
145
328
261
tasso di scolarità
908
669
537
467
213
L’ISTRUZIONE PUBBLICA IN CAPITANATA______________________________________________________
Il gettito dei licenziati dalla Scuola Media, nell’anno scolastico
1966/67, è stato di 103 ad Ascoli, 47 a Candela e 23 a Rocchetta. A
Castelluccio dei Sauri la Scuola Media è stata istituita dall’anno scolastico 1967/68.
In nessuno dei quattro Comuni esiste un Istituto Superiore, per cui
gli alunni pendolari risultano 139 ad Ascoli, 12 a Castelluccio, 71 a
Candela e 6 a Rocchetta.
Nella tabella 40 sono riportate le distanze stradali fra i quattro
Comuni e le distanze di ogni singolo Comune con il Capoluogo di
Provincia.
Dai dati sopra riportati risulta evidente la necessità di istituire, a
brevis simo termine, un Istituto Superiore ad Ascoli Satriano. Per la
scelta dell’indirizzo di studi è da disattendere la richiesta dell’Amministrazione Comunale di Ascoli intesa ad ottenere l’istituzione di un
Magistrale o di un Liceo Ginnasio.
Ben 95 dei 139 pendolari di Ascoli Satriano hanno frequentato,
nell’anno scolastico 1967/68, Istituti di istruzione tecnica, per cui è
opportuno scegliere per questo Comune un biennio ad indirizzo tecnico (industriale o, in subordine, commerciale).
La suddetta scelta è conforme non solo agli obiettivi di piano, ma
anche alle vocazioni industriali della zona.
A Candela potrebbe essere istituito, a breve termine, un Istituto
Professionale ad indirizzo industriale.
L’indagine su
L’ISTRUZIONE PUBBLICA IN CAPITANATA
A CURA DEL GRUPPO DI STUDIO DELL’AMM.NE PROV.LE
oltre che in questo e nel precedente fascicolo di «la Capitanata», è
apparso con lo stesso titolo in due « Quaderni » dello stesso ente
Provincia di Foggia:
I - Esame della situazione di pp. 26, con 40 tabelle e 23 grafici;
II- Programma d’intervento di pp. 46, con 42 tabelle e 4 allegati.
Profilo di un giobertiano
Ferdinando Villani
(Con inediti del Tommaseo)
Lungo il margine meno noto della nostra storia letteraria, quello
regionale o, addirittura, provinciale, in un paese lungamente sfruttato e
oppresso (non si vuole fare qui il dramma della storia meridionale),
fortemente segnato dalla vita di tradizioni locali e popolari
dell’economia agricola, vissuto all’ombra della egemonia culturale esercitata da Napoli su tutto il Mezzogiorno, in gran parte estraneo alla
vivace fioritura della Penisola, imbattersi in un poligrafo non superficiale, quale fu Ferdinando Villani, significa poter delimitare un’area di
cultura che, anche se non offre rilevanti documenti letterari, segna, tuttavia, una decorosa partecipazione, pur nei limiti di un debole riecheggiamento, agli spiriti più elevati e maturi della civiltà letteraria
dell’Italia del tempo.
Ferdinando Villani nacque a Foggia, il 27 febbraio 1822; la vita ci
è piuttosto nota, grazie alle notizie forniteci dal figlio Carlo e dal Giusto 1 che ci informano più o meno dettagliatamente delle origini nobili
della sua famiglia, consacrata alla pratica del Foro già da alcune generazioni.
Compì i suoi primi studi sotto la guida di Niccolò Borrelli2 che «
dettò scuola in Foggia parecchi anni, e fu per Foggia un’era di rinnovamento letterario pel gusto che diffuse quanto alla grazia della lingua
e alla forma del dire, ond’egli intese scuotere le vecchie discipline e
impiantò nell’animo dei giovani straordinario amore per le lettere italiane e pel culto di Dante » 3 .
Poi, secondo le consuetudini d’ella società meridionale del tempo
e di una cultura gravitante essenzialmente nell’area napoletana, perfezionò i suoi studi a Napoli; frequentò la scuola del marchese Puoti,
presso il quale dové rimanere almeno fino al 454 le lezioni filosofiche
del Galluppi e quelle giuridiche di C. Malpica, di R. Savarese, e di P.
S. Mancini.
Dopo la laurea in legge tornò a Foggia e fu avvocato in Lucera, poi
presidente della Corte di Assise in Napoli; e le alte cariche della magistratura che ricoprì lo portarono a Trani, Lanciano, Salerno, Aquila,
Sulmona, Chieti, Ariano ad esercitare un magistero di dottrina e di
umanità. Nominato cattedratico nelle Scuole Pie di Foggia, insegnò filosofia e giurisprudenza; per le sue opere filosofiche e giuridiche ebbe
~,
215
CARMEN PRENCIPE DI DONNA_________________________________________________________________
lodi da Nicolini, Pisanelli, Tommaseo, Bonghi, Pessina, Bovio, P. S.
Mancini. Nel 1875 per proposta fatta al Consiglio superiore della P. I.
da B. Spaventa ebbe il diploma di professore di filosofia nei licei dal
ministro Bonghi. Fu membro di numerose accademie; nel 1880 fu
candidato al parlamento per il collegio elettorale di Foggia, vivamente
sostenuto dal Minghetti. Morì nel 1888.
Fin qui nelle grandi linee la sua vicenda umana che, per altro, non
ricollegandosi ad eventi pubblici rilevanti, non appare neppure tra le
più interessanti dei giureconsulti meridionali per poter giustificare una
ricerca particolare quale la nostra vuole essere, che vada oltre i limiti
di una frettolosa individuazione storica volta a riesumare nell’ambito
della cultura locale, e magari per carità di patria, una figura minore del
tutto ignorata5
Interessante, invece, si presenta la sua produzione, abbastanza cospicua, che abbraccia un arco di tempo, tra Risorgimento e Unità, di
circa un cinquantennio, e che, nonostante gli interessi prevalentemente
giuridici, sancisce un gusto e una sensibilità d’arte che restituiscono di
lui l’immagine di un uomo aperto a molteplici interessi e intendimenti,
di un calmo e quadrato intelletto, la cui statura, pur modesta, si imp one all’ammirazione dei suoi concittadini. La sua voce, che risuona con
aristocratico decoro di affetti e di forme, il suo atteggiamento di buon
senso e di ostentato ossequio agli istituti tradizionali, politici e religiosi, la sua esperienza di vita vissuta con amorevolezza di cittadino che
alimenta una tradizione di virtù civiche che rimarrà operante a livello
locale, la sua cultura lata e composita, che crea portali sontuosi e sovraccarichi di elementi aggiuntivi, ma pur sempre ausiliari e in qualche modo orientativi del concreto impegno di studio, rendono doverosa la verifica del giudizio desanctisiano (dopo il ‘67), in parte semp re
valido, su « quella brillante avanguardia di liberali, filosofi, storici, eruditi » che consapevolmente o inconsapevolmente lastricava la via al
gesuitismo al clericalismo, alla reazione6 , nel cui novero, e non solo
per una coincidenza cronologica, si potrebbe frettolosamente collocare
il Nostro. Una verifica che ci sembra tanto più indispensabile quanto
più siamo convinti di essere di fronte ad un intelletto di modesta statura, la cui posizione è essenzialmente scolastica; è quella di un fruitore
e di un organizzatore di cultura sul piano didattico e professionale, ma
che proprio per le sue capacità espressive e divulgative, può fornirci
l’indice di incidenza su quella parte della società che egli rappresenta,
di quel particolare clima culturale napoletano, che, nella sua dimensione meridionale, dibattendosi tra le secche di una tradizione retriva e
gli stimoli di rinnovamento, ripiega su impegni generali illanguidendo
la funzione etico-politica delle coeve culture lombarda e toscana.
F. Villani si forma nella Napoli prequarantottesca, la Napoli dei «
nuovi credenti » che Leopardi « svillaneggiava », i quali « col lavorare a
opere degne (pur) concorrevano al risveglio degli studi e dello zelo civile » 7 , quando salito al trono Ferdinando II, in quella generale ripresa
di fiducia e di lietezza, in quella fertilità di pensieri, di sentimenti e di
.
216
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opere si attuava un processo di ricezione indiscriminata, ma pur sempre vitale nella sua vivacità polemica8 , di tutte le risultanze della cultura del tempo, che trovavano un loro comune denominatore
nell’eclettismo spiritualistico del Cousin, inteso più come sistema che
come metodo, e che quindi, finiva per divenire un vero e proprio sincretismo.
Classicismo purista e romanticismo moderato in letteratura; sensismo, empirismo, diluito nella galluppiana « filosofia dell’esperienza »
e prehegelismo nel campo della speculazione; moderatismo ideologico
con tutti i crismi del legittimismo e del legalitarismo, con uno sfondo
etico, quello fornito dai concetti di « civiltà cattolica » e di « progresso
civile»: in questo fitto e variegato panorama culturale, infrenato dal
romanticismo neocattolico, nel quadro della interpretazione storicistico-tradizionalistica di Vico e di Cuoco si preparava quel processo di
moderazione conciliatrice che nel pensiero di V. Gioberti della cui
formula Vico era considerato anticipatore, doveva trovare poi la sua
chiarificazione e lo assestamento dottrinali. E ad accoglierlo era predisposto più di tutti proprio il ceto forense, che andava acquistando una
influenza sempre più notevole negli organismi di governo, anche a livello locale, e un valido fondamento economico-sociale specialmente
dopo l'eversione della feudalità9 La formazione culturale del Villani è,
sotto questo aspetto, meridionale (il nome di Gioberti va subito fatto,
perché fondamentale alla sua formazione); l’esperienza degli anni napoletani del Nostro non è di dati, di materiali, difatti storici, di gusti
riproduttivi, ma di vera e propria derivazione estetica e morale. Pertanto, l’impostazione della sua opera va fatta sulla tradizione di quella
scuola « classica », scuola di « studio e di cultura » cui appartenevano
gli uomini più colti e di più alto prestigio, scuola che può definirsi cattolico-liberale o liberale-moderata, non solo perché gli uomini più
rappresentativi di essa furono cattolici, ma soprattutto perché « l’idea
della conciliazione tra cattolicesimo e civiltà moderna ne costituì il
fondamento dottrinale » 10 .
L’incasellamento preciso di uno scrittore nel novero di una scuola
determinata è sempre arbitrario e artificioso, e varrebbe anche nel caso
del Nostro se la collocazione di Ferdinando Villani nella « scuola moderata » non servisse a ricordarcene i limiti che, come scrisse il Croce,
furono quelli di non avere efficacia diretta nel dominio scientifico e
artistico. E' una precisazione che si impone ad una analisi obiettiva,
eviteremo così di portare il discorso critico oltre una certa linea, ma
che, comunque, va condotto su un duplice piano: in rapporto a esperienze storico-sociali e culturali circoscritte all’ambito della società
locale e in rapporto alle vicende della vita letteraria nazionale.
Certo non è agevole identificare entità culturali (e non solo per
l’impossibilità di reperirne documenti) in una società segnata fortemente da interessi agricoli, quale è sempre stata la terra di Capitanata.
Nella prima metà del secolo XIX la pastorizia e l’agricoltura sono le
forme di economia più intensa e più sfruttate; il Tavoliere è simile a
una immensa prateria che giunge a sostenere circa 50 mila pecore 11 , e
proprio nel periodo tra Risorgimento e Unità la questione demaniale
del
~.
217
CARMEN PRENCIPE DI DONNA_________________________________________________________________
Tavoliere con le conseguenti agitazioni sociali12 , mette in ombra perfino le istanze del Risorgimento unitario e nazionale, tanto essa è fortemente sentita e considerata nella prospettiva che la Puglia avrebbe
dovuto rappresentare il banco di prova della riforma agraria.
I motivi romantico risorgimentali quando si profilano, prendono
forma e rilievo intorno alla figura di re Ferdinando in un connubio di
ideali politici e religiosi, alla luce di un cattolicesimo moderato e liberal conservatore che alimenta la suggestione della locale tradizione
umanistica, sebbene come eco di quella napoletana, e l’impossibilità
di trasferire sul piano dell’azione rivoluzionaria qualsiasi forma di
dottrinarismo 13 .
Ad offrirci un quadro della città di Foggia, abbastanza efficace, è
lo stesso Villani: « ...tu vedi in ogni paese della nostra Provincia, e
specialmente in questa città nostra aumentare all’infinito la classe dei
medici, degli architetti, e massime degli avvocati, mentre che Foro qui
non abbiamo, per la qual cosa quando muniti di laurea ritornano i giovani dalla Metropoli del Regno alla casa paterna, privi di ogni clientela, e quel che rileva più, manchi di qualunque nobile palestra nelle
scienze e nelle lettere, languiscono in un ozio più amaro che mille
morti, e la pigrizia e lo scontentamento si guadagna i cuori di quanti
più sono che venuti in bella voce di culto ed elegante ingegno si hanno
il solo sterile tributo della pubblica estimazione »14 : un ambiente di ristagno, dunque, di vera e propria arcadia culturale come consueta
norma di vita cui è agevole conformarsi, e che non muta tono neanche
per la attività della Società economica di Capitanata, di alcune istituzioni quali la Biblioteca Comu nale, il Teatro Dauno, già San Ferdinando, né per la diffusione di alcuni organi di stampa15 .
Soltanto nella seconda metà del secolo, dopo la bufera del ‘48, per
quanto si debba essere cauti nel consentire all’esistenza di autentiche
entità culturali, si può avvertire una certa ripresa in un fervore di studi
dovuto alla istituzione di sette cattedre universitarie (tutte nel 1859)
presso il Reale Collegio delle Scuole Pie, attraverso le quali Foggia
offre un contributo di ripresa di certe costanti tradizionali (studi medici, giuridici, filosofici, economici) che, se ne evitano la risoluzione in
una partizione geografica di assenze culturali, non la recuperano, però,
in una chiara coscienza di autonomia 16 .
Ferdinando Villani tenne la cattedra di diritto e procedura penale, e
l’esperienza dell’insegnamento contribuì a rendere di maggior rilievo
la sua figura che raccolse in misurata unità i fermenti di un rinnovamento degli studi e le suggestioni di pensiero saldamente esercitate
dalla tradizione.
La sua non fu la vita di un letterato, piuttosto fu quella di un lume
di ingegno e di dottrina che ebbe un profondo culto per l’arte della parola, un culto che non permise ai suoi interessi prevalentemente giuridici di relegare nell’angolo delle memorie giovanili l’educazione umanistica; anzi essa si fonde con la vocazione legale e non sempre per
finalità meramente giuridiche; pertanto, non ci sembra superfluo soffer-
-
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marci sui suoi interessi letterari che sono ben più di una marginale attività di applicazione del gusto per le belle lettere.
Alla scuola del Puoti assimilò il tecnicismo grammaticale; ma non
fu certo un purista tout-court; infatti, ben presto nel giovane alunno
del Marchese il concetto di proprietà linguistica venne a sostituire
quello di purezza. Nel 1841 vede la luce il Saggio di vocabolario familiare17 :nella prefazione il giovane Villani, considerando che in ciascuna città d’Italia, fatta eccezione per la Toscana, chi parla e deve indicare oggetti domestici manca alle convenienze civili perché è costretto a usare « parole di senso rozzo e vile », auspica la diffusione dei
vocabolari domestici, che renderebbero comuni « le voci di buon suono che indicano oggetti familiari ». A conti fatti, il saggio non comprende che 950 vocaboli del dialetto dauno; esperienza giovanile del
tutto trascurabile se non rivelasse già la ricerca di forme espressive,
pel bisogno di comu nicare, fino al tentativo di filtrare i doviziosi apporti della lingua popolare in una lingua letteraria.
Le numerose orazioni forensi e i vari discorsi di occasione, che accompagnarono la sua attività professionale, offrono al lettore paziente
l’iter verso l’acquisizione di un modulo espressivo che si va facendo
sempre più autentico e efficace; dai toni di una prosa classicamente atteggiata, intesa a un suo ideale di purismo attinto per lo più alla lingua
del trecento, passa ad una forma che si svincola da una ormai esausta
ambizione di belle forme per affidarsi tutta all’interesse del contenuto,
e proprio per il contenuto lo stile è unico, sostenuto con estrema solennità, entro un tono unitario di eloquenza, che dà spesso al periodo un
che di monotono. La pagina, in compenso, splende sovente di un discreto calore oratorio non troppo esuberante e frondoso, ma grave e
composto.
Alla tradizione letteraria locale F. Villani ha dato pagine di puris simo nitore espressivo, quando appunto non attribuisce eccessivo credito al mezzo letterario se non come il più pratico strumento per raggiungere fini di educazione morale e di dimostrazione dottrinaria. E' il
caso di alcuni opuscoli che attestano il singolare interesse, il perentorio impegno per la vita amministrativa della sua città: Della necessità
e utilità di ricoverare gli organi ed i poveri ad oggetto di pubblica educazione, discorso per le Sorelle di Carità, Della necessità di incoraggiare l’Agricoltura, Osservazioni sugli animali di macello e la salubrità delle loro carni, nei quali la preoccupazione di una forma funzionale alla finalità realistica del contenuto fa emergere sulla congerie
del materiale raccolto con didascalica pedanteria, notazioni espositive
precise e convincenti, dove pone il meglio della sua esperienza letteraria. Né il magistero della lingua e dello stile mette in ombra
l’autenticità della sua ispirazione dottrinaria e morale, che mentre si
riallaccia a quel moto umanitario di derivazione settecentesca, accoglie l’invito manzoniano ad una maggior attenzione al mondo degli
umili e un inevitabile accento moralistico si insinua in ogni pagina alla
ricerca di perenni valori che sopravvivano in qualche modo nel suo
tempo. Così sostiene la necessità di emendare
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CARMEN PRENCIPE DI DONNA_________________________________________________________________
i poveri, di inserirli nel contesto sociale, perché i diritti « ingeniti » e
assoluti che ognuno ha nell’esercizio delle sue facoltà di Conoscere,
di Volere e di Potere (Vico) si possono ritenere legittimi quando vadano contemperati con gli altri; ed è dovere dello Stato, scrive il Villani, provvedere, addestrando i poveri in qualche lavoro, perché il
fondamento della ricchezza e dell’uguaglianza è riposto nella libertà
del lavoro (« siamo disuguali di fortuna, perché siamo uguali di natura
»). E’ l’anelito a ridestare energie latenti del paese senza negare
l’intervento dello Stato, e questa prudente politica del « giusto mezzo »
predicata dal Cavour, sarà condivisa da tutti i rappresentanti del liberismo agricolo meridionale (Spaventa, Poerio) che si dichiareranno
sempre contrari alla dottrina della libertà in tutto e per tutto. Considera
poi i rapporti tra l’istruzione e l’opulenza pubblica in quanto il problema della scuola rientra nei programmi di accrescimento della pubblica felicità, del benessere sociale mediante la diffusione del sapere
tra tutti i membri della società, così che possano adempiere meglio ai
loro doveri di cittadini. Inoltre, continua, « la disciplina di una buona
educazione discompagnata dal culto religioso potrà fare buoni padri di
famiglia, sommessi figliuoli, onesti cittadini, potrà dare alla società
non solo l’uomo della legge, ma l’uomo del Vangelo »: è il senso etico
pragmatico di una cultura che deve calarsi nell’ethos per farsi misura
di operare, perché possa dirsi il solo bene vero e duraturo della vita,
guida alla felicità e alla virtù.
Né si deve sottacere la sua costante preoccupazione di adeguare le
strutture scolastiche alle condizioni economiche e sociali della sua
provincia; la proposta di istituire « colonie agricole », sul modello di
altri paesi europei, è in stretta relazione alla istituzione di scuole professionali per l’agricoltura che, attraverso una formazione umana e civile, liberino il contadino da quello stato di schiavitù alla terra e gli
facciano considerare l’agricoltura come la più nobile di tutte le arti,
cui mirarono i legislatori dei popoli antichi.
L’interesse obiettivo per i fatti economici e giuridici spesso si mescola ad una componente classica e classicistica (i frequenti excursus
storici: Cicerone, Diodoro siculo ecc.) insieme ad un forte realismo a
base regionale che tuttavia non evita le consuete pretese di una abbondanza di nozioni enciclopediche.
Questo impegno etico sociale del Nostro merita di essere approfondito, sia come momento interessante la storia del costume locale,
oltre che quella civile e letteraria, sia per la configurazione della società che ha per oggetto e in cui viene svolgendo lo stimolo morale che lo
rimuove, nella quale nuovi motivi, nuovi valori si annunciano.
Un temperamento moderato, oscillante tra un senso comune intinto
di un certo umanitarismo e il tacito attaccamento ai privilegi di ceto, si
manifesta quando affronta la trattazione del problema sociale: lo considera, ne discorre in quanto incide sulla vita della borghesia terriera e
cittadina, ma all’atto di interessarsi per la vita del contadino, per le vicissitudini, per le inquietudini sociali, non si perita di pronunciarsi.
220
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Il problema sociale è sentito come problema talvolta di umana solidarietà, più di consapevolezza umana che di senso di redenzione e di
sollevamento delle classi meno abbienti.
Ma ritornando agli aspetti letterari della sua opera, dove la percezione dei valori dello stile è non solo avvertita ma in gran parte realizzata, è nei Pensieri e bozzetti18 , pubblicati postumi dal figlio Carlo,
e che ben si inquadrano in quella moda del tempo per il bozzetto, per
il quadretto, per la narrazione cronachistico-aneddotica, in una direzione educativa sentimentale che risente di un certo manzonismo di
base: una linea di bozzettismo esplicito che si avvale di consonanze
col verismo, trasferendo però l’impegno della narrazione oggettiva in
un gusto di bella pagina.
Un lungo esercizio certamente anche orale, ha dati al Villani la
possibilità di rifuggire dai toscanismi i quali spesso incapsulano la sua
prosa giovanile; lo stilista si afferma con una singolare sicurezza, dirimendo le varietà lessicali assottigliando l’uso degli aggettivi e delle
circonlocuzioni sintattiche.
C’è tutto sommato, un maggior chiarimento della tecnica narrativa;
il linguaggio ha rilasciato certi arcaismi per aderire ad una esposizione
di carattere immediato, esplicito, come gli argomenti dei bozzetti: il
ballo, le cerimonie d’uso, il notabile ecc. nei quali i motivi di osservazione e di riflessione sono coerenti alla sua coscienza della realtà.
Il costante interesse ai fatti linguistici e letterari trova sistemazione
teorica in alcuni scritti inediti: il discorso Intorno lo studo e l’uso necessari della lingua e le dodici Lezioni di lingua19 .
Nel discorso, contro chi afferma che « dal soverchio studio della
parola può dipendere la sterilità del pensiero » sostiene che il pensiero
riesce impossibile senza l’aiuto necessario della lingua; esso non è
pensiero se non va colto nella parola corrispondente che lo racchiude;
e poiché trova la sua fonte inesauribile nella Idea, la parola finisce per
essere rivelazione divina; tra l’idea e la parola vi è un intrinseco rapporto di comunione e di rispondenza intellettiva. A grandi linee sembra confermata la dottrina giobertiana del linguaggio inteso non come
fatto convenzionale, ma come esplicazione riflessa del pensiero.
Nelle Lezioni di lingua, fissati i criteri della purezza e della proprietà della lingua, la quale « nasce dal popolo e dall’uso sotto la guida
della ragione », e il modo di arricchirla che spetta ai grandi scrittori
che hanno « buon gusto », espone il suo pensiero che, alla luce di un
congeniale moderatismo, oscilla tra la dottrina manzoniana dell’uso
parlato e i criteri dei pregi della lingua scritta fissati dagli autori; «
l’autorità degli scrittori che ci hanno tramandata la lingua una ed immacolata, quando sia avvalorata dall’uso, porgerà guida sicura a chi
non manca di buon gusto e di ragione ».
Posto quindi il fondamento della purità e proprietà nell’autorità
degli scrittori, si chiede in quali scrittori « vuolsi studiare la lingua ».
Occorre che l’esempio dei cinquecentisti, i quali studiavano sul Trecento, venga corretto dalla ragione, giacché in quel secolo la lingua
era
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nata e non fatta; lo stile del trecento non è imitabile poiché i trecentisti
scrivevano tutti senz’arte, inoltre non sempre usavano parole italiane e
niuna regola si trova osservata da essi. t necessario quindi un vaglio
accurato che egli propone:
« Si sceglierà fra tutti G. Villani per la purezza della lingua, evitando le
sue sgrammaticature e i suoi gallicismi; la Vita di S. Giovanni Colombini; le
Lettere di Feo Belcari, soavissimo nello stile, semplice nei legamenti e regolato in sintassi. Indi si passerà alle Vite dei S.S. Padri del Cavalca, dove oltre la
purezza della lingua si potrà ammirare lo stile a quando a quando grave ed affettuoso. E precisi e forti si troveranno Dino Compagni, frate Bartolomeo di S.
Concordio e Iacopo Passavanti, il quale si studiò di emulare il Boccaccio. Né
si verrà a quest’ultimo scrittore se non quando, studiato il Pandolfini, e gli eletti scrittori del Cinquecento si è in grado di conoscere le bellezze del Decamerone e cansarne i difetti. Egli ama soverchio l’iperbato, e le congiunzioni; il
suo periodo è troppo aggirato e contorto quando narra; il che più chiaro si vede nei suoi imitatori, che ne seguitano solo i vizi » (lez. XII).
Ma la lingua non deve arrestarsi né al trecento nè al cinquecento perché «
si fermerebbe a mezza via chi non procedesse oltre, studiando negli scrittori
degli altri secoli tutti gli accrescimenti e perfezionamenti recati alla lingua ».
Questi due scritti sono preceduti da « studi » su Cesari, Perticari,
Cesarotti; ma più evidente, massime nel primo, è l’influenza della dottrina giobertiana, dei libri Del Bello e Del Buono e dei superstiti della
scuola del Puoti, come quel Fornaciari del quale Villani annotava gli
Esempi di bello scrivere.Segue un Catalogo cronologico degli scrittori italiani di ogni tempo; e ancora, « studi » nel significato particolare che Villani attribuisce alla parola, poiché si tratta di veri e propri «
sunteggi » di opere intiere: la storia della letteratura italiana del Maffei, il Temistocle del Metastasio, l’Asino d’oro del Firenzuola, La Divina Commedia e il Convivio di Dante, il Dante e la filosofia cattolica
di Ozanam; e ancora un dettagliato « studio » sul Furioso: un inventano
di libri letti e studiati che attesta gli interessi verso le posizioni culturali più avanzate (la riscoperta ariostesca del De Sanctis certamente
non fu ignota al Nostro) e la consuetudine con certa eredità arcadica
(Metastasio): una coesistenza che si lascia sorprendere sebbene più a
livello di catalogo che di operazione letteraria.
Spesso, come abbiamo già sottolineato, il rifluire e la permanenza
di interessi dottrinari in alcuni scritti, pongono la resa letteraria su un
piano minore: è il caso della novella Messer Petronio20 nella quale il
gusto del raccontare esigerebbe strumenti stilistici più idonei, mentre
un amalgama espressivo, una permeabilità di forme è il risultato di un
impegno di divulgazione dottrinaria che ha assorbito tutti gli elementi
della riflessione. La leggenda di Messer Petronio che parla alle società
operaie è volta a condannare la dottrina economica di Proudhon e ad
esaltare il lavoro come fonte di ricchezza e di legittima proprietà. La
influenza del Genovesi e delle letture del Corso di Economia politica
di P. Rossi si manifesta chiaramente nella consapevolezza del declino
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dei sistemi fisiocratico e mercantilistico di fronte all’affermarsi del liberismo economico che tuttavia non nega ai governi un intervento tutelare.
Né a questa cospicua produzione mancò la luce della poesia, o
meglio la capacità di verseggiare, che dalle giovanili rime a G. Bonghi
(Per le nozze) a quelle per affetti più intimi (Sempre a te; Infioriamo
la sua culla) segna un tributo a quella abbondante produzione lirica,
tanto diffusa nel Meridione (si pensi ad un Parzanese, ad un Padula)
che nei temi domestici, religiosi, patriottici stempera il saldo sentimento romantico in una oleografia sentimentale tendente all’idillio, alla facile cantabilità, pur negli echi foscoliani, leopardiani, montiani
(nel caso del Nostro: la « speme aurata », il « nudo vero », il cuore «
d’ogni speme isterilito »).
Nel segno di una costanza e di una continuità di impegno letterario, sebbene in chiave dilettantistica, è il dramma Lucia Mondella ovvero
i Promessi Sposi21 . Nella introduzione il Villani definisce i Promessi
Sposi un’opera drammatica poiché i grandi lavori sono sintesi di storia, scienza, dramma, epopea e « in essi si rispecchia la dottrina ontologica dell’armonia del tutto ».
Ma ci sia consentito anche ridurre i fatti letterari a documentarismo contenutistico per trarre qualche osservazione: mantenuto è lo
schema dei dialoghi, a volte anche gli stessi concetti del Manzoni;
spesso, invece, per gli effetti teatrali si concedono alcune licenze, come ad es.: padre Cristoforo ricompare sulla scena alla fine del dramma; il rapimento di Lucia avviene nella stessa sua casa; nulla di donna
Prassede e di don Ferrante, nulla del Lazzaretto; la liberazione di Lucia avviene per volontà dello stesso don Rodrigo; e così tanti altri casi
risultano modificati. L’aspetto più singolare, però, è che non si fa alcun riferimento agli episodi storici del Romanzo, tutto si riduce alla
trama; segno, questo, della moda del tempo che aveva decretato
l’abbandono del dramma romanzesco. Un raffronto di quest’opera col
mondo manzoniano è davvero desolante: dinanzi alla vigoria morale e
all’ampiezza quantitativa degli interessi umani del Manzoni, come di
fronte alla ricchezza oggettiva dei fatti (anche esterni, nella meccanica
del romanzo) è rimasto al Villani il possesso di una coscienza molto
limitata e come vita morale e come ardore di uomo, per cui neppure il
Manzoni sfugge alla sorte di essere usufruito a modello di una letteratura ispirata a sentimenti di restaurazione insieme cattolica e accademica.
Il dramma fu edito a Lanciano nel 1869, e il Villani dové chiederne parere a Niccolò Tommaseo manifestandogli l’intenzione di
rappresentarlo, come si desume dalla lettera autografa di risposta che
abbiamo reperito tra i manoscritti:
Preg. Sig., nel suo lavoro sentesi l’uomo di sani principi e di senno e di
cuore, ma dubito ch’e’ possa avere accoglienza favorevole sulle scene odierne.
Voglionsi rumori che stordiscano, lampi che abbaglino; scusata la passione, il pregiudizio abbellito. Aggiunga che i Promessi Sposi sono opera nota
troppo; e il dipartirsene punto punto risica di parere licenza irriverente; il seguirla passo
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passo, povertà d’ingegno che non sa fare da sé. Quei pregi che i savi e i buoni
potrebbero nel dramma scorgere, da malevoli sarebbero forse sconoscentemente negati. Ella consulti più esperti di me; e voglia credere alla stima sincera del suo dev. Tommaseo. Firenze, 14 marzo ‘69.
In calce alla stessa lettera si risponde altresì alla richiesta di informazioni su qualche collegio di buona fama. Forse Villani pensava
alla educazione del figlio Carlo.
La scrittura di questa lettera e delle altre reperite che riportiamo
appresso è pensabile appartenga a qualcuno dei vari e numerosi copisti
dei quali il Tommaseo si serviva. Infatti, la grafia del Tommaseo, dice
il Ciampini, è di lettura molto difficile e quanto mai irregolare; inoltre
il grave stato di cecità gli aveva reso stentato e quasi impossibile lo
scrivere già da alcuni decenni. (vedi Diario intimo, a cura di R. Ciampini, Torino, Einaudi 1939, pag. 419, seg.).
Il consiglio del Tommaseo fu accettato, giacché Villani accantonò
l’idea per un periodo e il dramma fu rappresentato solo tre anni dopo 22 .
La corrispondenza epistolare col Tommaseo però, ha inizio qualche anno prima, quando, in occasione della pubblicazione della Genesi del diritto di punire con un rispetto provinciale, Villani gli invia la
seguente lettera:
Illustre Signore, accettate vi prego, l’offerta di un libro che un vostro concittadino vi presenta umilmente, in testimonianza di poveri studi, che vengono
a voi per ricovrarsi all’ombra di un gran nome italiano. La difficoltà del tema
che io svolgo, non che riuscir prova di temerario ardire, potrà valere perché
meritasi un benevolo giudizio, quando pue non abbia raggiunto lo scopo. Io
però durai alla opera non poche fatighe, e scrissi allora che mi parve cogliere
il vero; ché se ciò fu per me un inganno, avrà pregio la intenzione almeno.
Trovare un principio scientifico che legittimi nel potere direttivo delle nazioni
quel magistero penale a cui fa plauso la coscienza universale degli uomini,
trovare il perché della urgente attuazione, non l’è certo una impresa da pigliare a gabbo ed io non ci avventurai, avvegna che vidi che i sistemi svolti dai filosofi meglio chiarivano la estensione o lo scopo del diritto che la sua origine.
Più ancora quando impresi a discutere la questione sulla pena capitale parve
che mi accingessi a combattere un oceano tempestoso per le contrarie opinioni
di uomini forti e autorevoli nel culto della scienza che sostengono la difesa del
boia e del patibolo. Ond’io debole per ingegno, come il naufrago tra i marosi e
le sirti della procella, rischiava di affondare vittima della baldanza e dello ardire; senonché, Voi, uomo carissimo alle lettere e alla scienza, mi porgeste
una tavola di salute coi famosi discorsi sulla pena di morte ed essi valsero
perché venissi dal pelago alla riva, distenebrando nella mia mente non pochi
dubbi, ond’io gli estimo come l’ultima parola della scienza. Tutta Italia vi sarà
quindi gratissima del beneficio che promana dal vostro libro, ed io che me ne
sono tanto aiutato vi esprimo del pari la mia riconoscenza » (12 ott. 1865).
La Genesi del diritto di punire ripresenta i principi del diritto penale alla luce del pensiero giobertiano e precisamente dell’Etica, cosa del
resto riscontrabile in altri scritti precedenti (vedi la Prolusione al
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corso di diritto penale nelle Scuole Pie di Foggia) e sulle orme della
tradizione platonica il Villani considera la pena come emenda, per cui
meritò lodi dal Mancini, dal Pessina e perfino da studiosi stranieri
quali Fabio Orelli di Locarno e il famoso criminalista Mittermayer.
Nel novembre il Tommaseo rispose, così egli dice, « con frasi gentili e
con una bontà non comuni, lodando i principi dell’opera e il loro svolgimento; senonché notava non parergli che traesse origine dai principi
medesimi quello che io scrissi intorno al suicidio che io dichiarai imputabile moralmente soltanto, aggiungendo però che non cade sotto la
sanzione del diritto » 23 .
Non ci è stato possibile reperire la lettera, forse andata distrutta,
ma il Villani ce la riporta integralmente per una parte:
« Le confesserò (così egli scrive) che non veggo nei principi di lei, conseguire quel che Ella del suicidio ragiona, colpevole moralmente, ma non punibile dalla umana società. Non punibile concedo, nel grado dell’omicidio e nel
modo che punisconsi altre offese più direttamente sociali, non punibile in
quanto non si può quasi mai determinare qual parte si abbia la mente uscita di
sé: ma che punibile non sia per questo che l’uomo non ne deve rendere conto
se non a Dio, non mi pare. La società sulla vita di ciascuno uomo ha diritti,
non perché questi si sia per contratto obbligato a Lei, ma perché ella ha il dovere di conservare e perfezionare le facoltà di quanti in lei vivono, siano concittadini o stranieri che da poche ore abbia gittati alle rive sue la tempesta » 24 .
Il resto della lettera viene dal Villani sunteggiato, e scrive: « nel
corso della sua lettera diceva pure che “non avrebbe voluto nemmeno
di passaggio veder da me rammentato il Foscolo che nei Sepolcri e altrove nega l’immortalità dello spirito, e predica in più di un luogo la
necessità della forca, disprezzatore delle moltitudini come sono (checché vantino in contrario) gli uomini irreligiosi” e le autorevoli parole
del Tommaseo valsero come una nobile sfida per me, la quale proveniva da un tant’uomo, sicché mi avvisai scrivergli sull’obbietto due
lettere, consecutive mostrandogli di essere fermo nella mia opinione e
di non poter accogliere le sue osservazioni in contrasto » 25 .
Le due lettere (26 nov. e 3 dic.) si conservano in bozze di stampa
insieme al frontespizio dell’opera Il suicidio innanzi alla ragione del
diritto26 cui avrebbero dovuto evidentemente fare da premessa; ma
l’opera uscì nel 1866 senza le lettere.
Eccone il testo:
« Onorevole Signore, debbo innanzi tutto ringraziarvi della gentile e lieta
accoglienza da Voi fatta al mio libro sulla genesi del diritto di punire, e ve ne
sono tanto più grato per quanto men senta di meritare le vostre lodi. Mi rendeste così una specie di moral beneficio, e siate persuaso che le vostre parole riusciranno per me di valevole incoraggiamento a far cose migliori. Non posso
darvene il cambio che accrescendo l’amore che ho per Voi, ed attestandovi
sempre più la mia riconoscenza.
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« Mi è giocoforza poi manifestarvi che le vostre pregevoli osservazioni su
suicidio non si aggiusterebbero al sistema penale da me svolto, là dove dite
non doversi il suicida riguardar colpevole moralmente soltanto, ma che anche
la società possa e debba punirlo (ipotesi di punizione che si verificherebbe rispetto al conato solamente) comunque con castigo più mite di quello che darebbesi all’omicida avuto riguardo al concorso di umana mente inferma.E che
sia degno di commiserazione lo stato di colui che si rende ingiusto contro se
stesso, là è cosa in cui conveniamo entrambi, ond’io dissi perciò che il violento si trova in preda di una furibonda passione, sicché per l’impegno di fugare
non altro che le sofferenze soltanto presceglie un mezzo il quale non corrisponde al fine, la punta cioè di un coltello, e col dolore distrugge la vita cui il
dolore istesso ineriva.Mi affido però che abbia renduto con chiarezza il mio
concetto sulla tesi proposta, in quella che io svolgo essere la società chiamata
a contemperare gli umani diritti mercé la legge dell’equo buono, che al dir del
Vico comanda l’astinenza dalle cose altrui e l’amore dell’uomo. Punisce perciò il malefizio, il quale si ha come un prevaricazione de’ tristi sui beni sensibili, e simboleggia l’egoismo di Fichte.Ond’è che il diritto risulta come disse
il Kant « l’insieme delle condizioni sotto le quali la libertà esteriore di ciascuno può coesistere con la libertà di tutti »; ed è pure da questo che, esclusa la
ipotesi della società, rimane esclusa del pari la ipotesi del Diritto, non potendo
più aver luogo alcuna collisione tra gli umani arbitri, né abuso, e mancando in
conseguenza la necessità di un dettame che insieme aggiusti e proporzioni tra
gli uomini le utilità terrene. Il Diritto non è che l’utile per eterna misura uguale, come disse il Vico « jus est in natura utile aeterno commensu aequale » e
perciò l’appella eziandio equo buono, e soggiunge che la forza del vero, cioè
l’umana ragione in quanto eguaglia le utilità è diritto, siccome è Virtù in quanto combatte le cupidigie.Dalla quale metafisica derivazione della giustizia si
ha quello che disse il Genovesi, cioè che essa si fonda sul principio di egualità
tra le azioni e i diritti, e che essa è regola di equilibrio, sicché le parole aequum et justum de’ Latini, entrambe non significarono dapprima che egualità
fisica e matematica. Or chi dice egualità dice misura tra due termini, per lo
che non basterebbe un termine solo all’attuazione della legge di equilibrio, ed
alla giusta distribuzione degli utili; ed è perciò che si richiede la esistenza di
due uomini almeno, dal cui numero incomincia il concetto di società, e quando si può dire che lo imperativo morale, insidente nell’atto creativo, diviene
giuridico per la conservazione dei nostri beni sensibili. Queste dottrine precisamente mi fecero escludere il suicidio dal campo del Diritto, rilegando in
quello della sola morale, ed evitai così di confondere un’altra volta la Morale
col Diritto. Voi stesso mercé le vostre osservazioni fate plauso alla enunciata
teorica, poiché vista la necessità di un secondo termine, il quale per principio
di egualità si riferisse al violento, mettete innanzi il Poter Sociale, ed il costui
diritto sulla vita dell’uomo, esprimendo così il Vostro concetto. La società sulla vita di ciascun uomo ha diritti, non perché questi si sia per contratto obbligato a lei, ma perché essa ha il dovere di conservare e perfezionare le facoltà
di quanti in lei vivono, siano concittadini o stranieri che da poche ore abbia
gittati alle rive sue la tempesta.
« Or qui mi soffermo alquanto, ed aggiungo utilmente che il concetto del
Diritto (subiettivamente appreso, come facoltà) è per me concetto primario ed
autonomo perché procede da Dio, che lo trasfonde con l’atto creativo negli esseri umani. Perciò io trovava nel solo diritto di esistenza la fonte di tutti gli
umani diritti e nella infrazione di essi l’indole, o la ipotesi del malefizio.
Quindi è che il concetto del dovere, a differenza di quello del diritto, è secondario e dipendente da questo, senza la cui preesistenza verrebbe meno la possibilità di un obbligo giuridico. In questo senso, e con queste leggi i diritti e i
doveri sono corrispondenti tra gli uomini, e l’un l’altro si riconoscono secondo
i casi. Dal che si desume che la idea del dovere non partorisce punto quella del
diritto, ma che in modo contrario ne succede la genesi, cioè che il diritto crea
il dovere, come l’Ente crea l’esistente, giusta la formula del Gioberti, il quale
ben sul proposito affermava che il dovere non è intrinseco all’Ente, ma estrinsico, e che l’Ente è l’assoluto diritto da cui rampollano i doveri degli spiriti liberi in virtù dell’atto creativo.
« Laonde se il concetto del diritto è primitivo perché appartiene intrinseca
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mente a Dio, e quello del dovere è secondario del tutto perché riferibile
all’uomo, direi metessico l’uno, mimetico l’altro, immanente il primo, successivo il secondo, e mentre entrambi per l’ordine ed il magistero del Giure si
svolgono nel tempo e nello spazio, non però il diritto perderà mai la sua origine divina, o la sua quiddità primiera, ond’è sovrasensibile, sopraspaziale, ed
estemporaneo. Che se in oltre mediante la metessi avviasi il passaggio dal moto allo stato, dalla successione alla immanenza, il diritto (sempre inteso subbiettivamente) accompagna l’uomo come creata entità nel palingenesiaco ritorno a Dio, il quale lo santifica sulle magioni celesti; laddove il dovere giuridico, versante quaggiù tra uomo ed uomo, avrà perduto col cessare della vita
mortale la sua sfera mimetica, e cadrà giù nell’abisso del nulla insieme col
Giure istesso, a cui sopravvive la Morale soltanto. Così il diritto che pluralizzavasi pe’ bisogni dell’uomo in tante facoltà, mercé le quali la vita, l’onore, la
proprietà, ed il libero stato ricevon tutela e garentia, quel diritto, io dico, annullata la mimesi, ritorna all’unità di origine in grazia della metessi, ricovrandosi con lo spirito immortale dell’uomo sotto le ali di Dio. Che se la creazione
trae l’essere dal nulla, quest’essere medesimo si rende moltiplice per le sue
modalità, quindi moltiplici ancora i suoi diritti: ed ecco un passaggio dal meno
al più. Avviene poi il contrario nell’abbandono della vita, o nella dissoluzione
del mondo perché allora il molteplice ritorna all’uno.Ed è quindi che il diritto
di ciascuno si riferma nello intero e pieno possesso della libera esistenza, la
quale più non soffre collisione, ma è scevera da quelle contrarietà che nel
mondo travagliano il riposo dell’uomo a causa del delitto. Da questo punto
considerata la cosa risulta il vivere uno stato sofistico, ed una pugna continua,
come disse il Gioberti.
« Or nella tesi proposta la società non è che l’uomo istesso collettivamente
considerato. Perciò io scrissi che quando facciasi astrazione dei singoli sparisce la famiglia, la nazione, e tutto l’aggregato civile, e che riesce allora impossibile più ritrovarli, come impossibile avere il prodotto di una somma, aggiungendo zero ad altro zero. Varranno quindi per la società come per l’uomo le
stesse norme. E se il potere sociale estimato qual mezzo da Dio preposto perché la nazione che ne dipende consegna lo scopo del bene, ha il dovere di conservare e perfezionare i compatriotti, non può da questo dovere procedere un
diritto per affermare in oltre che perciò la civile colleganza abbia de’ diritti
sulla vita di ciascun uomo. I diritti della società sono quelli dell’uomo istesso,
di cui si ha la tutela per le collisioni che possono tra essi avvenire, diritti che
precedono ai doveri, come ho detto, e che ella garantisce col reggimento politico dello Stato. Ma che? ha forse l’uomo alcun ditto sull’altrui esistenza per
dirsi offeso quando avviene il suicidio? più ancora dovrei dire sul proposito,
trattandosi di dottrine che richiedono un lungo svolgimento, e lunga discussione; però mel vietano gli stretti confini assegnati ad alcuna lettera, come che
la mia abbia già sopravvanzate coteste leggi.
« Vi spiacque da ultimo che io abbia citato il Foscolo nel mio libro, volendo Voi che non fosse rammentato nemmen di passaggio, perché egli ne’
Sepolcri e altrove nega la immortalità dello spirito, e predica in più di un luogo la necessità della forca, disprezzatore delle moltitudini, come sono (checché ne vantino in contrario) gli uomini irreligiosi. Conosco ben io del pari
quanto aveva egli a dispetto la specie umana ed il mondo, uomo di indole altera, sdegnosa, frenetica, e turbolenta, onde imitando il Goethe scrisse col sangue, al dir del Cesarotti, le sue ultime lettere, e fece l’apoteosi del suicidio.
Ricordo altresì l’orrore della distruzione che inspira ne’ leggenti coi suoi Sepolcri, abbandonati all’eterno silenzio della morte, e da cui vuol che rifugga
anche la speme, ultima dea! Funeste e pericolose dottrine, che inducono a stimare la virtù una chimera, la Vita un fuor di opera, e ne consigliano correre
frattanto « ove al cor piace », come osò dire egli stesso, quando imprese a descrivere se medesimo in un sonetto. Ma non è già che il Foscolo si ebbe nel
mio libro si leggiadro ospizio, come quello de’ lieti nidi dell’esca dolce, e
dell’aure cortesi, che incontrò in terra straniera quando fuggì dall’Italia. Io la
rammento nel libro due volte solo: la prima in via di mera erudizione, allorché
accennando all’amore dell’uomo per la esistenza, dico che il morente volge
sempre un ultimo sospiro alla luce, e poi che questo avea già espresso il Foscolo con poetica fantasia, credetti perciò segnare in piè di pagina il suo
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nome. Lo cito da poi una seconda volta, ed è allora che mi fo anzi a riprendere
in lui la erronea sentenza con la quale affermò che i diritti e i doveri degli uomini emergono dall’istinto di conservazione, quasi che la legge assoluta del
bene sociale potesse derivare dal contingente.
« Accettate intanto coteste spiegazioni, ed abbiatele in omaggio della autorità che fanno nell’animo mio il vostro nome e le vostre dittrine — sperare
una risposta sarebbe ardimento, ma lo aver fiducia che Voi continuerete ad essermi largo della vostra benevolenza la è cosa che mi vien garantita dalla gentilezza di un tant’uomo, cui con profonda reverenza mi soscrivo Vostro devotissimo Ferdinando Villani -Trani, 26 di novembre 1865 ».
« Onorevole Signore », Vi fo le mie scuse se oso scrivervi novellamente
intorno la quistione del suicidio, portata ormai innanzi alla Ragione del Diritto. Io già vel dissi che allo svolgimento delle mie idee riusciva poco una lettera, il che dimostra che il dubbio da voi proposto non è certo da pigliare a gabbo; e ben’io mel so che trepido dinnanzi a Voi, sono ancor pronto a ricomporre i miei pensieri quando mi persuadessi d’essere caduto in abbaglio. Affermai
che il diritto consiste in una legge di egualità, per la quale si richiede la esistenza di due uomini almeno fra cui avvenga la collisione o il delitto. Affermai che il Potere sociale rappresenta i diritti stessi de’ singoli e li contempera,
come mezzo da Dio preposto ad ottenere lo scopo del bene, e che il dover che
ha di perfezionare i concittadini non può essere scaturigine di alcun diritto sul
viver loro; dal che deduco che il suicidio azione meramente solitaria non può
cade sotto la sanzione del diritto. Ma che? diceva io sul proposito, ha forse
l’uomo alcun diritto sulla altrui esistenza per dirsi offeso quando avviene un
suicidio? « chiunque si uccide, risponde al caso per me il Beccaria, fa un minor male alla società che colui che n’esce per sempre dai suoi confini, perché
quegli vi lascia tutta la sua sostanza, ma questi trasporta se stesso con parte
del suo avere. Anzi se la forza della società consiste nel numero dei cittadini,
col sottrarre se medesimo e darsi ad una vicina nazione fa un doppio danno di
quello che lo faccia chi semplicemente con la morte si toglie alla società ».
Cionondimeno quale legge potrebbe impedire ad un cittadino di abbandonare
il suolo natio e condursi in terra straniera? o quale vigilanza varrebbe all’uopo
che non venisse facilmente ingannata? « la legge che imprigiona i sudditi nel
loro paese, soggiunge lo stesso Beccaria, è inutile ed ingiusta. Dunque lo sarà
parimenti la pena del suicidio ». Oltre di che non mai preventrice potrebbe estimarsi la pena minacciata ne’ codic contro il suicida, e quindi inefficace,
quando si consideri che colui che disprezza la vita e sta per affrontare impavidamente il dolore della morte, non troverà mai nel castogo delle leggi, sempre
di minor danno, un ostacolo possente che trattenga la sua mano omicida.« Io
consiglio la esperienza, scriveva il Filangieri, e questa mi fa vedere i suicidi
non essere in alcun paese così frequenti come lo sono in quelli ove le leggi li
puniscono con maggior rigore. Io consiglio la ragione, e questa mi dice che
l’uomo che ha superato il più forte ostacolo non può essere trattenuto dal più
debole; che l’uomo che abborrisce tanto la vita, fino a concepire il disegno di
privarsene, non può avere alcun altra cosa così cara sulla terra che possa distogliernelo »; quali concetti l’illustre scrittore esprimeva allorché esaminando
il suicidio da politico e non da moralista sentenzio cosi pure: — senza approvare il suicidio come lecito, condanno le leggi che lo puniscono come inutili e
come ingiuste, — soggiungendo che una sanzione impotente è una sanzione
tirannica. Quindi viene in esame l’esempio delle antiche e delle moderne legislazioni, che si piacquero quando statuir pene sepolcrali contro il suicida,
quando castigar ne’ figli innocenti la colpa dei padri. Ed eccoti che in Atene
veniva mozzata la mano del suicida, e tosto bruciata separatamente dal corpo;
ed in Tebe era il cadavere di lui gittato ignominiosamente alle fiamme. Laonde giova ricordare per quanto Valerio Massimo riferisce che il diritto ad uccidersi era una concessione che in tempi remotissimi, ed in alcuni paesi, accordavasi dal governo e dallo stato a’ cittadini cui era in odio la vita, sicché la
pubblica amministrazione (cosa veramente ridevole) dispensava ella medesima in Questi casi il velenifero liquore, quasi fosse suo privilegio somministra1
la morte. E come che il diritto di Roma distinto avesse il suicida delinquente,
che distruggendo se medesimo sfuggiva un giudizio capitale, o disertava le
bandiere essendo
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soldato, da colui che per tutt’altra cagione scendea violentemente nel sepolcro,
sicché nel primo caso avea per luogo la confiscazione dei suoi beni, esempi
che furono poscia seguiti dall’Inghilterra e dalla Francia, devesi però affermare che tutte le leggi tal’uopo proposte venivano avvivate dall’unanime convinzione che lo stato od il Potere sociale avesse alcun diritto sulla vita
dell’iomo.Né ciò rechi meraviglia, perochè quando le legislazioni abusarono
dei principi della scienza dettero spettacolo al mondo di tatti non dirò ingiusti
solamente, ma qualche volta ridicoli.Fù per questo che sotto il governo di
Luigi IX venne appiccato un porco che aveva dilacerato un giovinetto; ed un
giudizio si fece con tutte le norme del procedimento penale contro di alcuni
capi che con impeto troppo violento avevano stogate le loro cupidigie, onde
nella Grecia furono visti i giumenti condannati per delitto alla morte, ed i vasi,
e le statue, e le colonne all’ultima distruzione, come attesta Pausania, fossero
pure i capolavori di Fidia e di Prassitele, solo perché era qualche pietra da’ loro screpoli caduta e ferito aveva i passanti. Le leggi di Dracone, di Diomede, e
di Solone ne fan fede. Platone stesso osò di assimilare allo uomo i giumenti
omicidi, e volle per questi un giudizio, ed una pena. Ahi! che lo abuso dei
principi fu sempre deplorabile per la scienza, e si oppose a’ suoi progressi del
pari che la esagerazione del sommo impero, come io dissi nel mio libro. li che
fece che Augusto Vera affermasse poi appartenere allo Stato la vita dell’uomo
per dedurne, in sostegno del patibolo che perciò lo Stato medesimo può distruggerla; ed anche per questo andò in fallo l’istesso Vico quando assegnò al
Sommo Impero non solo il diritto di costringere e difendere, ma quello eziandio di uccidere i cittadini, traendo ciò dalla dignità della tutela, Jus vitae ed
necis, che avevano i nostri padri antichi. Ed oh! in quante altre assurdità cadrebbero le umane legislazioni se in sostegno della imputabilità giuridica del
suicidio troppo si vagheggiasse l’addotta sentenza, che lo Stato cioè abbia diritti sull’uomo pel dovere che ha di difenderlo. La ingerenza stessa del Potere
sociale verrebbe innanzi con assai più larghe proporzioni. E chi potrebbe allora sottrar quest’uomo da una perpetua vigilanza perché nulla incontri di sinistro, e mai non arrischi per qualsivoglia modo la sua esistenza? Quindi si vorrà che egli non si esponga a’ venti, alle brine, alle intemperie, e non metta
punto a repentaglio una vita, di cui è quasi depositano da parte dello Stato. Per
la stessa ragione dovrebbesi pretendere che egli non isciupi, né biscazzi il suo
nome e le sue sostanze, altrettante proprietà giuridiche della personalità umana cui avrà lo Stato parimente il dovere di conservare. Che se per imprudenza
avverrà che egli si arrechi un danno, o che si fregi, si mutili, si disonesti, o
impoverisca, la Società, offesa ne’ diritti suoi, avrebbe allora la facoltà di sottoporlo a giudizio e dargli una pena, dipendente dalle stesse norme e dagli
stessi principi che rendono imputabile il suicidio. Così in un’era di libertà si
promulgherebbe un dettame di schiavitù, e porterebbesi l’occhio della vigilanza entro i recessi delle famiglie, quasi a spiar lor via, e lor fortuna o nelle pareti domestiche di quel cittadino, il quale cercando le garantie del governo riconosce in esse non altro che le assicurazioni più generose del suo libero stato.
«Ma entriamo pur nella selva dei suicidi, ove senza veder persona sentia
l’Alighieri tragger guai d’ogni parte. Evochiamo quelle ombre, e tosto ci si farà dinanzi un Pier delle Vigne chiedendo che si rinfreschi nel mondo la sua
fama. Egli ci dirà che tenne ambo le chiavi del cuor di Federigo e che tolse
ogni altro dal suo segreto. Ci dirà che poscia la invidia lo percosse, sicché ingiustamente accusato di infedeltà gli fu tolta la luce degli occhi, e che quando
vide tornati in lutto i suoi prischi onori disperatamente si uccise. Eppure non si
terrà per questo ammendato il suo fallo. Il Diritto criminale non giustifica i
malefizi di sangue, che ne’ casi di violenta e legittima difesa, né permette indagare così di leggieri le riposte intenzioni. Egli premeditò la sua morte, e se
ritornasse al mondo, riprendendo la spoglia, che appese al pruno dell’ombra
sua molesta, sconterebbe un’altra morte per volere della legge. Ed eccoti venire appresso un Lano da Siena, che nel pugnare per la sua Firenze, non iscampando dall’oste Aretina, si scagliò precipitoso in mezzo ai ferri nemici, e vi lasciò la vita; e Iacopo da Sant’Andrea che dopo aver scialacquate le sue ricchezze si uccise e Rocco de’ Mozzi che per isfuggire la povertà si appiccò,
quali giustificazioni o quali scuse addurrebbero costoro
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CARMEN PRENCIPE DI DONNA_________________________________________________________________
innanzi la autorità del Diritto che imprendesse a giudicarli? Con queste massimi toccherebbe anche un severo giudizio Lucrezia Mazzanti dell’Ancisa che
a cansal gli impuri amplessi di un barbaro soldato si gitta nell’Arno: così Pelagia che si precipita dall’alto di una torre per sottrarsi al turpe governo dei
suoi carnefici. Tutti sarebbero gridati egualmente rei dalla voce del Diritto, né
varrebbe fermare che suicida colpevole sia quegli solamente che in disprezzo
dei propri doveri e in onta della legge di conservazione si distrugga
nell’impeto di una passione riprensibile, come l’ira, l’ambizione, l’invidia, la
gelosia. Lo attentato alla Società, giusta la ipotesi, si sarà sempre avverato, ed
il danno sarà sempre lo stesso, la perdita cioè di un cittadino, su cui il Potere
civile teneva i suoi diritti. In questi casi, avuto riguardo alla imparzialità del
Giure, non vale di ammenda o di scusa l’eroismo della morte, onde anche
quelli che per fine virtuoso deliberaron morire, conseguirebbero forse il giudizio medesimo di Servio Grammatico che si avvelenò per non aver potuto cansare i dolori della gotta, di Cornelio Rufo amico di Plinio il Giovine, che si
morì di fame per la stessa ragione, e di Silio Italico che si dannò da se medesimo alla inedia per un ascesso incurabile; quel giudizio che toccherebbe in
pari guisa gli Abissini, e gli abitanti di Suli, i quali alla vecchiezza si uccidon
tutti per sottrarsi dalla noia e dal peso degli anni. Ma no; che si lasci pure a
Dio la sentenza dell’eterno giudizio sulla sorte di costoro, e la Società ne allibri soltanto le perdite. applaudendo al coraggio di colui che in esempio di virtù pone per la patria la vita, o per lo scopo di pubblico bene, dichiarando per
lo contrario codardi e vili coloro che, al dir del Montaigne, vanno ad appiattarsi sotto una lapide sepolcrale per evitare i colpi della sorte mentre la virtù,
come disse egli stesso, non cangia il suo cammino né il suo passo per la tempesta che imperversa.
Né mi si opponga l’esempio del duello in cui concorre del pari la volontà
dei combattenti a mettere in rischio o a distruggere la loro esistenza, e che
perciò dovrebbe costituire esso pure un fatto non imputabile. Sarebbe questo
un esempio mal tolto, poiché il duello a differenza del suicidio, detrae allo investimento del Poter sociale. Il duello deriva da una cagione di ingiuria: ecco
la collisione, ecco il delitto che già richiede quella misura di egualità, nella
quale sta la essenza del Diritto, che è rappresentata dalla Sovranità dello Stato,
solo mezzo legittimo posto innanzi per lo scopo del bene.Il duello sarebbe in
luogo di pena, simiglianza che non si riscontra nel suicidio, e questa pena è
quella che deve dare il solo potere sociale: altrimenti tutti i reati potrebbero
punirsi col duello, siccome accennai nel mio libro della Genesi, sicché la ingiuria non solo, ma parimenti qualsivolgia altro offesa potrebbe provocare una
sfida e mentre col duello il figlio avrebbe l’agio di vendicare la morte del proprio genitore, il marito l’oltraggio arrecato alla fede del talamo coniugale, ed il
padre l’onor vilipeso della sua tradita figliuola, in si fatta guisa si permetterebbe per altro verso la punizione dell’omicidio dell’adulterio, dello stupro; ed
ecco ricostituito il jus maiorum gentium degli antichi. Il duellante, che al dir
del Rousseau, ripone nella sala delle armi a sede della giustizia, e nella forza il
diritto è anche più reo, come avverte il Descuret, poiché sfida audacemente la
sua vittima nella fiducia di potere opporre una maggior forza, e mentre uccide
senza alcuna pietà, si gloria poi del misi atto per un voluto punto di onore affidato alla cieca sorte delle armi, e che il Barone di Saint Victor proponeva
che si chiamasse invece punto d’insulto. Ciò dimostra come l’uomo, uso ad
abusar di tutto, seppe pure abusare delle parole, dei concetti, e dei giudizi. Così del pari colui che si uccide crede tramandare a’ posteri un esempio di eroismo e di virtù, mentre il suicidio, quando non derivi da una mera pazzia, ben
pu dirsi com’altri opinò, una spaventevole ipocrisia del coraggio, od un lusso
romanzesco delle virtù pagane.
«Qui poi finisco, non concenendo che abusi tutt’ora del vostro tempo prezioso; ond’io con questa seconda lettera non ho fatto che obbedire ad un impulso del cuore pel grande amore che porto alla scienza, ed ho stimato compiere, come per me si poteva, una discussione troppo importante, il cui obbietto ha richiamato a sé più volte il pensiero di giureconsulti. Entrambe le mie
lettere dedico intanto alle vostre rarissime virtù e son certo che Voi, facendomi degno della vostra indulgenza, ne accetterete la offerta, e vorrete credermi
pieno di ammirazione e
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________________________________________________________________________FERDINANDO VILLANI
di perpetua riverenza per Voi. Vostro devotissimo Ferdinando Villani - Trani,
li 3 dicembre 1865 ».
Queste lettere dovettero certamente meritare una risposta, ce lo fa
pensare l’impostazione apertamente giobertiana dell’argomentare, di
fronte alla quale il rosminiano Tommaseo non poteva tacere; ci mancano comunque elementi di giudizio anche per quel che riguarda Il
suicidio innanzi alla ragione del diritto, opera non del tutto trascurabile, in cui, si condanna il suicidio mo ralmente, oltre che giuridicamente, in base a una nuova concezione del valore dell’uomo.
Ma a parte le controversie dottrinarie in cui Villani sembra pienamente immerso, l’impegno di queste pagine restituisce di lui
l’immagine del giurista non isolato dal progresso della cultura, che
cerca di illuminare lo studio della giurisprudenza con quello della filosofia, e di comprendere l’esperienza giuridica nelle prospettive innovatrici tracciate dai nuovi metodi.
Nella cultura meridionale, il diritto è la prima scienza umana chi
risente delle nuove intuizioni sul valore della filosofia, e per F. Villani
è tutt’altro che pratica empirica; esso è nella vita della cultura, nella
storia; per tanto come giurista egli merita un posto ragguardevole nel
vasto panorama della cultura meridionale.
Chi legge i numerosi manoscritti rintraccia nel paziente raccoglitore di « brani e sentenze da tenere a mente », è questo il suo modo di «
impossessarsi », raccolti con una intensa motivazione didascalica, i dati
sulla sua erudizione, e gli strumenti culturali in suo possesso. Sono da
lui conosciute e utilizzate opere di umanisti, di illuministi, di contemporanei; in realtà senza un criterio preciso che lo guidi nella raccolta e nella scelta del materiale degli autori. Ad un attento esame però, la scelta e l’utilizzazione delle opere si ricollegano metodologicamente alla consueta tecnica di lavoro dei giureconsulti umanisti, che
prendevano dagli scritti altrui affermazioni e testimonianze a sostegno
di tesi, perché il discorso fosse fondato su elementi scientifici e sorretto da quella logica formale dietro la quale riposava il tradizionale bagaglio culturale della institutio giuridico-romanica.
« Gli studi storici, venuti in onore come non mai e per la prima volta posti a capo delle scienze sociali e della stessa filosofia davano certezza del progresso incoercibile, ispiravano coraggio e fermezza » 27 dice
il Croce, e rappresentavano il fondamento di quella scuola storica del
diritto nella quale era considerato pienamente valido il canone umanistico della coniunctio intercorrente tra historia e jurisprudentia.
Sulla base di questo legame gli interessi storici e filosofici del Nostro non appaiono collaterali: l’evoluzione storica serve all’interpretazione del diritto; le leggi non si possono intendere altrimenti che ricorrendo alla storia: è il canone dello storicismo giuridico che richiede
applicazione integrale. E si giustifica anche la sua preparazione apparentemente affastellata e disorganica; citazioni erudite, varie per provenienza e contenuto: un repertorio vastissimo cui attinge con avidità
di storico.
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CARMEN PRENCIPE DI DONNA_________________________________________________________________
L’anno seguente la pubblicazione del Suicidio innanzi alla ragione
del Diritto, Villani dà alle stampe uno scritto quasi agiografico: Schizzi
sulla vita di Padre Andrea Villani (Salerno, 1887)28 , nel quale celebra
gli esempi di virtù e di carità del Rettore della Congregazione del SS.
Redentore in Nocera dei Pagani. La predisposizione spirituale verso li
agiografia fa si che la storia si tramuti in leggenda, la biografia si risolvi nel gusto del miracoloso, del favoloso. L’intento moralistico
prevali sulla realtà, e fortemente marcata è la natura pedagogica
dell’exemplun’ che la vita del Padre vorrebbe rappresentare.
A proposito di quest’opera Tommaseo risponde:
« Preg. Sig., tanto rettamente Ella giudica coloro che pongono il vanto
proprio nella nobiltà della schiatta, e tanto affettuosamente c’invita a onorare
nell’uom da Lei lodato la nobiltà del sentire e dell’operare, che noi non
l’ameremmo meno quand’anco dubitassimo se la famiglia di lui sia del ceppo
stesso con quello d Giovanni Villani, storico meglio che cronachista, scrittore
e cittadino d’onesti franca e di semplicità sapiente. Me lo farebbero credere
congiunto di sangue agi antenati di Lei alcune parole, Signore, di questo scritto; come Colei che santificò per la sua maternita divina il dolore.Altri potrebbe desiderare sovente più parsi monia e proprietà di linguaggio; a me basta
renderle grazie e del dono gradito e della cortese sua lettera. Dev. Tommaseo.
7 settembre ‘67 Fir. ».
I rapporti epistolari, come è evidente, continuano ad essere improntati ad un rispetto reciproco, e Tommaseo ha toni di serena affettuosità anche nel sottolineare le scarse doti di parsimonia e di proprietà linguistica (grave per un ex alunno del Marchese Puoti!) del suo
corrispondente.
Giunti a questo punto, qualcosa possiamo dire della polemica filosofica che il Villani ebbe col Tommaseo, medita e ritenuta irreperibile
non solo dal Giusto, ma anche dal De Crescenzo 29 , l’unico studioso
che abbia finora rispolverato la memoria del Villani a proposito di altri giobertiani meridionali. E la nostra indagine poi, non è tanto precaria t intuitiva, giacché poggia sulla testimonianza di due lettere del
Tommaseo 30 in data 21 marzo 1871 e 14 dicembre 1873, che riportiamo.
« Preg. Sig., tardi rispondo perché, posto per isbaglio il volume mandatomi da Lei sotto un monte di libri da leggersi a miglior agio, io lo stavo sempre attendendo, e ero già per richiederglielo quando, avvisatomi di far meglio
cercare, io che cieco non posso da me, l’ho ritrovato oggi appunto, e letto; e
subito ne Li ringrazio, approvando lo zelo veramente paterno che Le dettò
quella dedica schietta e modesta, e augurando che molti padri prendano de’
propri e degli altrui figli simile causa.Ella ben dice che dal non buono insegnamento dato da certi maestri è da accagionare non solo il poco sapere ma la
poca esperienza altresì; ben dice che la comunicazione di qualsia disciplina,
anco di quelle che paiono appartenere soltanto alla ragione severa, deve mirare all’educazione principalmente del cuore, agli uffici della domestica e della
pubblica vita.In questo rispetto può la filosofia dirsi l’unico rimedio
dell’anima, se intendesi per filosofia l’ordine di tutte le co232
________________________________________________________________________FERDINANDO VILLANI
gnizioni ridotte alla Suprema Unità. E il libro di Lei tende a questo senza la
ciarlataneria solita dei novatorì, giacché sempre il suo dire si fonda
sull’autorità di pensatori lodati, e mano mano li viene citando.
« Qui rettamente distinguesi il principio supremo a cui deve la filosofia riuscire siccome a meta e i principi da’ quali essa può prendere le mosse e per
cui deve quindi alla meta avviarsi. Io riconosco che la dottrina ontologica non
si deve serbare all’ultimo, ma sin dalle prime farne intravvedere quel tanto che
richiedesi alla sodezza degli elementi da porre; appunto come per insin dal
momento che l’uomo si mette in cammino, deve indirizzare lo sguardo ai luogo a cui tende; ma non mi pare che ontologica per disteso abbia a essere la
trattazione de’ primi elementi, perché questi suppongono molte idee solamente indimostrate, ma non intelligibili.E però credo che l’ab. Gioberti abbia reso
servigio alla scienza inculcando la necessità del vero supremo; che molti filosofi avevano per più secoli perduto di vista, e quindi parecchi de’ loro successori consapevolmente o maliziosamente negato; ma che dei libri di lui non si
possa comporre una scientifica dimostrazione neanche del vero supremo, e
molto meno sciogliere tutti i dubbi che anco i pensatori di buona fede rincontrano nello scrutare l’umana coscienza e nell’arguire la storia delle idee.
« Si rifaccia dall’Atto creativo; e pensi un po’ quante cose al maestro bisogni scientificamente provare quanto al discepolo intendere, acciocché queste due parole acquistino il dottrinale significato. Se le si danno per fede umana o divina, se si dice che la filosofia deve a questa verità condurre da ultimo,
che giova tenere l’occhio fisso a qualche altezza intanto che si viene via via
per la valle e per il piano e per l’erta movendo i passi, niente di meglio: e a
questo giovano e i volumi dell’ab. Gioberti, e il libro compilato con senno, Signore, da Lei. Ma cotesta non può essere che una lontana promessa, o un simbolo filosofico imposto da credere. E certamente a persuadersi che il bambino
ha l’intuito immanente dell’atto creativo, ci vuoi fede, massime se il principio
sia annunziato in parole simili a queste: l’atto creativo nello stato immanente
afferra la eternità, e s’in-volge nel Continuo, laddove nello stato successivo,
afferra il Discreto. Confesso che il detto le esistenze mostrano la loro insidenza nell’Ente, non mi pare di tutta filosofica proprietà; né il finito insidente
nell’infinito, mi vien fatto di immaginarlo neanco al modo che possonsi immaginare le astrazioni. E questo parrebbe contraddire all’altro, che al contingente manca la ragione intrinseca della sua esistenza, ragione che c’è, appunto in quanto ve la pone la provvida mente dell’Indito, il quale con meno improprietà potrebbesi dire nelle cose finite insidente. Ma per intrinseco Ella intende qui necessario; così come affermando che l’uomo è creatore, non confonde al resto i congegni o le attuazioni dell’idea umana coll’atto onnipotente.
Senonché così fatti trapassi dall’uno all’altro significato sono la materia filosofica pericolosi: e l’abate Gioberti ne ha troppi. Lo stile figurato è concesso a
Platone e a Bacone in quanto dissertano intorno al vero, un sistema non fanno;
aiutano l’uditore o il lettore a ragionare da sé, non tessono in continuato ragionamento l’intera scienza.
« Ella risponderà che cotesto è più profittevole de’ sistemi; né io vorrò
certamente negarglielo; ma ripeto che la trattazione scientifica, a questo modo,
lascia de’ vuoti molti, e promuove le obbiezioni piuttosto che scioglierle. Le
obbiezioni mosse dal Piemontese ai filosofo Roveretano, mi paiono in gran
parte
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CARMEN PRENCIPE DI DONNA_________________________________________________________________
sofistiche; mi pare che il prete irritato abbia cercato nelle parole dell’altro prete appigli a fraintendere; e che, se si badasse a locuzioni men che proprie o
con tradicenti fra sé, se ne troverebbe pur troppe, e forse più gravi, nella verbositì del facondo assalitore. Ella già saviamente notava che il Rosmini non
nega né il vero ontologico, né la creazione; che dal soggetto fu distinto
l’oggetto; che per conseguente si salva dal panteismo, del quale volendo por
mente al senso ordina. rio de’ vocaboli, troverebbesi piuttosto nelle opere del
Gioberti assai traccie. Ma quando dimandasi come è che alle prime parole
sentite, appena intese, il bambine congiunga un’idea generale, e ne distenda il
senso a tutti i casi somiglianti generalitando anzi troppo che poco; di grazia,
che cosa risponde a questa interrogazione l’ab. Gioberti col suo intuito immanente; e come spiega egli tanti fatti del mondo spirituale, i quali ognun vede
essere precedenti all’idea di creazione, le vede nella quotidiana apertissima
esperienza?
«Se l’intuito ci si dà per un semplice sentimento, anco il Rosmini pone
che l’uomo ha della realtà un sentimento: ma se dell’intuito divino ragionasi
come di visione intellettuale oggettiva, bisogna supporre intorno a quella una
coorte di non so quante idee innate; dopo il quale supposto, rimane incomprensibile come dell’infinito non si possa l’uomo, se non per via d’esclusione,
formare un’idea, Lento detrarre ai vanti di quella psicologia che dispregia tutte
le altre indagini necessarie al compimento del vivere intellettuale; ma indarno
sperasi conoscere pur quell’unica operazione intellettuale che si dà per inizio
delle altre tutte, senza che dei fatti psicologici sia resa ragione.Or di tali osservazioni de’ fatti, nonchè delle loro dichiarazioni, i libri dell’ab. Gioberti scarseggiano, tanto che a lui, men che ad altri, s’addiceva trattare con tanto vilipendio l’avversario suo, così potente per la scienza, com’è venerabile per la
vita. Non intendo con ciò scemare la debita lode al libro di Lei, che è notabile
e per la temperanza, e per accenni a verità essenziali, da ingegni leggieri negate oggidì. E come padre e come autore, accolga gli auguri reverenti del suo
dev. Tommaseo-21 marzo 1871 Firenze ».
« Preg. Sig., buon esempio Ella porge a’ padri, ponendo lo studio a educare il figlio proprio da sé, il proprio ingegno al servizio di lui dedicando. Sani
mi paiono i principii del suo libro filosofico, a quanto ne ho potuto vedere: ma
credo che al Gioberti Ella troppo conceda, troppo neghi al Rosmini d’autorità.
Meritava la dottrina di tale uomo essere meditata con più riverenza; giacché la
stizza stessa con cui ne ragiona il Gioberti mette diffidenza di quegli spregi
superbi. Ma questa mia è un’opinione che, interrogato, dico schiettamente;
sentenza non è. Accolga, La prego, gli augurii del suo dev. Tommaseo - 14 dicembre ‘73 Firenze ».
Le due lettere qui riportate si riferiscono a due opere filosofiche del
Villani Principi di ontologia e Principi di filosofia31 , e la prima è quella che più apertamente dichiara le forti riserve del Tommaseo
all’ontologismo giobertiano. Occorre precisare che gli interessi filosofici di F. Villani non vanno oltre un pronunciato fine didattico che
possiede certamente un suo impegno, ma resta sempre al di qua di una
impostazione di stretto rigore scientifico.
Nei Principi di ontologia si propone di offrire ai giovani una « guida » per l’apprendimento della filosofia; l’opera è dedicata al figlio
Carlo, perché completi la sua formazione. Nella prefazione « A chi
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________________________________________________________________________FERDINANDO VILLANI
legge » egli lamenta alcuni metodi didattici, quelli usati dai Gesuiti,
che aggravano la mente dei giovani, e citando il Tommaseo (Pensieri
sulla educazione) ribadisce che « l’educazione la quale non bada che a
imprimere, senza svolgere, preme ed opprime »; la finalità didattica
della opera è confermata anche dal « Catechismo ontologico » in appendice, « ad esercitazione degli imparanti ». Tutto sommato, l’opera
è un manuale propedeutico, nelle linee dell’ontologismo giobertiano,
ortodossamente accettato, per i posteriori « Principi di filosofia », dove mostrerà di possedere con sufficiente padronanza il vastissimo panorama degli scritti del Gioberti.
La mancanza di una « mente scientifica », sia pure relativamente
alla tematica giobertiana, è confermata anche da altri scritti filosofici
nei quali l’intento didattico cede il posto a indagini di natura confutativa, come « La Teorica dell’intuito », opera scritta per dimostrare la
sostanziale consonanza del tomismo con l’ontologismo giobertiano
(contro la convinzione dei Gesuiti) e che invece finisce per essere apologetica e scarsamente speculativa.
Il Tommaso dové rendersi conto dei limiti del suo corrispondente e
nella seconda lettera rinuncerà ad una confutazione su basi speculative, che pur è nella prima, limitandosi a sottolineare quel « troppo
concede all’ab. Gioberti ».
Che la posizione del Villani nei confronti dell’ontologismo giobertiano fosse solo di un impegno didattico-apologetico, come afferma il
De Crescenzo, è innegabile, anzi, di scarso valore storiografico, oltre
che speculativo; d’altra parte un episodio della sua vita è significativo
a riguardo: nel 1875 relazionò la proposta al Consiglio Superiore del
P.I. per il diploma di professore di filosofia, B. Spaventa che tanta intolleranza sempre mostrò verso i seguaci dell’abate torinese.Il giobertismo del Villani nasce da una cultura cattolica e per questa base è
volto a riedificare un Gioberti consentaneo a molte sue istanze centrali
(l’accordo tra scienza e fede), è impegnato in una unica difesa: dalla
accusa di eredità immanentistica. A questo punto bisognerebbe approfondire la conoscenza dei rapporti di amicizia tra il Villani e Pietro Luciani, storico della dottrina giobertiana.
Ma nella complementarità di un profilo storico, anche se rapido,
non va certo trascurato il giurista che è l’aspetto più autentico della
personalità del Villani. Abbiamo fissato tra il materiale sunteggiato da
« tenere a mente » alcune opere la cui conoscenza dové essere certamente anteriore alla esperienza giobertiana: si tratta del vichiano Diritto Universale e di un’opera di G. Manna: Della giurisprudenza e del
foro napoletano.
Evidenti echi vichiani sono riscontrabili negli scritti giovanili (per
es. l’orazione del 1844 Della necessità e utilità di ricoverare gli orfani) dove si fa aperto sostenitore dei diritti naturali o « ingeniti » e avanza una istanza giusnaturalistica di schietta derivazione vichiana (e
non razonalistica illuministica). Almeno agli inizi, quindi, il pensiero
filosoficogiuridico del Villani dové muoversi nella direttiva del vichismo storici-
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CARMEN PRENCIPE DI DONNA_________________________________________________________________
stico-tradizionalistico, in quella particolare interpretazione cattolica
che la cultura napoletana dette del Diritto Universale. Si tratta però di
una posizione di onestà intellettuale che va evidenziata, giacché è lungi da lui la pretesa sincretistica predominante nella cultura meridionale della prima metà dell’800 di conciliare Vico con i vari sensismi, ideologismi, eclettismi; è un vichismo, il suo, che, assorbito il giobertismo come unica garanzia contro il soggettivismo moderno e il panteismo idealistico, rimarrà operante come fedeltà alla tradizione giuridica
meridionale, donde gli deriverà quella istanza metodologica volta ad
accordare storia e filosofia nella considerazione del diritto. Pur nella
mancanza di una precisa originalità di pensiero e di un concreto discorso storiografico, la amplissima produzione del Villani muove da
un fondo di sollecitazioni spirituali, di saldo impianto morale, come di
chi voglia pagare la propria solida esperienza di cultura nei modi persuasivi della divulgazione dottrinaria tra più ampi stati sociali. Di
fronte alla ricchezza e varietà della cultura napoletana, l’apporto è
modesto ma non può dirsi inesistente, e testimonia la partecipazione
attiva della cultura locale alle esperienze che a Napoli facevano capo.
E non solo i giobertiani, i vari Troya e Baldacchini, esponenti di
un romanticis mo moderato di ispirazione neocattolica, ma anche Villemain, Lamennais, Bentham, Chateaubriand, sono studiati e conosciuti dal Nostro, pur restando saldo in lui l’assunto giobertiano del
concetto autoctono della cultura italiana.Se per le scarse doti speculative e storiografiche il Villani rimane in quella corrente del giobertismo meridionale che il Russo, per certi atteggiamenti retorici e edificanti, e per il notevole disimpegno politico, definisce « arcadia filosofica », a livello di una tematica squis itamente etica il suo giobertismo
va rivalutato in quanto lo porta a caldeggiare una coscienza autonomistica locale, che anche se non si traduce sul piano amministrativogiuridico (i tempi non erano ancora maturi per una cosciente soluzione
del problema) è un fatto impegnativo perché mira a svegliare energie e
forze latenti nel paese, a riportare la cultura da una fase di divertissement accademico a più seri impegni su una base urbana. I suggerimenti, le riforme, gli istituti che propone per la sua città, non possono prescindere da una istruzione primaria estesa a tutti i cittadini; il fine è
quello di mettere il popolo in condizioni di comprendere le leggi, di
evitarne l’indifferenza verso la cosa pubblica, per il progresso e il benessere della città. Quando la legge Casati del ‘59 che attribuiva ai
Comuni il compito di provvedere all’istruzione primaria, fu estesa a
tutto il Regno, a livello locale essa trovò un anticipatore e un sostenitore in F. Villani. E se questo miglioramento delle classi inferiori della
società, anche se agli strati della istruzione primaria, è un assunto che
non può mancare in nessun programma dopo la Rivoluzione francese,
per il Villani dopo la legge Rattazzi del ‘59 che escludeva
dall’elettorato attivo e passivo chi non sapeva né leggere né scrivere,
ha un intento preciso: combattere l’analfabetismo e l’assenteismo, due
fenomeni tanto diffusi e accentuati in tutto il Sud, ma più marcati in
una terra di confine, qual è stata la
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________________________________________________________________________FERDINANDO VILLANI
Capitanata, col destino di tutte le terre di confine, di svolgere un ruolo
tributario verso la Metropoli napoletana.
Il suo autonomismo, quindi, si risolve in un vagheggiamento delle
vecchie costituzioni municipali, per le quali le popolazioni dei comuni
provvedevano ai loro bisogni con deliberazioni dei propri consigli che
ne conoscessero gli interessi, e d’altra parte, dopo l’Unità, l’autoamministrazione dei comuni si ridusse alla sola designazione elettiva
dei consiglieri.
Né manca la configurazione che il suo autonomismo assume sul
piano culturale, come difesa della tradizione locale, della storia passata. Sorge da questo intento « municipalistico » La Nuova Arpi, cenni
storici, biografici riguardanti la città di Foggia (Salerno, 1876) e ne
basti un brano della prefazione a farci riflettere sull’esplicita affermazione di un carattere progressivo della storia umana e di una realtà trascendente la storia stessa; « La storia che è senno di Dio, è pur testimonio della volontà degli uomini, e come tale esprime la linea che
percorre la specie umana sulla via del progresso »; ed egli segue questa
linea in uno spazio geografico ristrettissimo, quello della sua città natale, ma con una vigile attenzione al vero storico, al documento; « riferire le cose coi documenti costituisce la prima legge che uno storico deve imporre a se medesimo », dove senti efficacemente assimilata la lezione del positivismo.
Attraverso questo nostro rapido profilo, che, per la sua limitatezza
non ha visto esperite tutte le indagini necessarie, che competono a studiosi più tecnici, sul « filosofo » e sul « giurista », ci siamo venuti
convincendo che Ferdinando Villani può essere assunto a testimonianza emblematica del nobile decoro e della serietà con cui, a livello locale, furono partecipate, se non vissute, le proposte della cultura nazionale e meridionale, e che quindi egli riscatta la sua terra dalla accusa
di zona di totale assenza culturale.Una terra, la Capitanata, che
nell’evolversi delle strutture sociali ed economiche cerca di elaborare
una propria civiltà e offre all’attenzione dello studioso prove sempre
più convincenti che un profilo della cultura meridionale, oggi, non può
più ridursi al tracciato della cultura di un unico centro: Napoli, ma deve far posto a quelle zone d’ombra dove si profilano situazioni e vicende da studiare, almeno sino ad un certo discrimine, come proprie di
ambienti dotati di caratteristiche distinte.
CARMEN PRENCIPE DI DONNA
N O T E _______________________________________________________________
1 CARLO VILLANI, Scrittori pugliesi, antichi, moderni, contemporanei, Trani,
1904; DOMENICO Giusio, Dizionario bio-bibliografico degli scrittori pugliesi viventi
e dei morti nel presente secolo, Napoli, 1893, pp. 205-212,
2 Niccolò Borrelli fu fratello di quel Pasquale Borrelli che tenne l’elogio funebre di
Galluppi (v. MAZZONI, L’Ottocento, in « Storia letteraria d’Italia », pag. 1068), insegnò anche a Napoli nel collegio di S. Carlo alle Mortelle; fu in
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CARMEN PRENCIPE DI DONNA_________________________________________________________________
amicizia col Puoti; poi passò al Nazareno di Roma; fu autore di numerose opere tra le
quali le Istituzioni d’arte poetica, Roma, 1852.
3 F. VILLANI, La nuova Arpi, Salerno, Tip. Migliacci, 1876 pag. 404-405.
4 E' infatti la data di una lettera del Puoti, che il Villani ebbe il compito di trascrivere, al foggiano Domenicantonio Patroni per la morte della madre.Il Puoti nella lettera,
altresi, raccomanda al Patroni « uomo di molte lettere » che sia ben accolta in Foggia la
sua Arte dello scrivere. La lettera è riportata dal Villani, op. cit., pag. 385.
5 Il nome di F. Villani infatti non figura nemmeno nell’elenco di giobertiani più o
meno ortodossi che ci fornisce Santino Caramella.
6 F. DE SANCTIS, La scuola cattolico-liberale e il Romanticismo a Napoli, Torino, Einaudi, 1953, pag. XVIII.
7 Cfr. B. CROCE, Aneddoti di varia letteratura, Bari, 1954, vol. III, pag. 452.
8 A proposito delle polemiche tra giobertiani, rosminiani, hegeliani ecc, si veda L.
Russo, F. De Sanctis e la cultura napoletana, Bari, 1943.
9 E potremmo aggiungere anche la borghesia agraria che sotto la spinta degli eventi
tra il 1799 e il 1806 si era resa consapevole della sua posizione di classe tra baroni e
contadini,
10 Cfr. F. Da SANCTIS, op. cit., pag. XV.
11 Si veda L. Muscio, Del Tavoliere di Puglia, Foggia, Arpaia 1904 e l’essenziale
bibliografia del CARUSO in: La Dohana Menae Pecudum o Dogana di Foggia e il suo
Archivio. C.E.S.P. 1963, Napoli - Foggia - Bari. (« Miscellanea giuridico-economica
meridionale » diretta da Mario Simone, 1).
12 IL periodo più fitto di agitazioni sociali è tra il 1840 e il 1847.
13 G. MASI, La partecipazione della Puglia alla rivoluzione liberal-unitaria, Estratto dall’«Archivio storico per le Provincie Napoletane», nuova serie - voI. XL Napoli 1960.
14 Per la costituzione del 1848 concessa da Ferdinando II furono indetti a Foggia
festeggiamenti per tre giorni (14, 15 e 16 febbraio) che furono anche religiosi poiché bisognava rendere grazie a Dio che essendo Intelligenza e Amore aveva parlato al cuore
del Magnanimo Ferdinando, e si imprecava I’anatema dal cielo su chi tentasse di infrangere il legame tra il Re e il suo popolo. Un antico caffè della città assumeva il nome
di Caffè Nazionale, e tutti si sentivano uniti, tutti Italiani intorno a Ferdinando!
15 La Società Economica di Capitanata, insieme alla Camera di Commercio istituita nel 1828, provvedeva all’incremento dell’agricoltura, dell’industria e del commercio;
il Teatro Dauno fu aperto nel 1828 e la Biblioteca Comunale nel 1834. Cfr. F. VILLANI, Miglioramento dell’agricoltura, Foggia, Tip. Russo, 1846, pagg. 23 e 24. Dal 1833
al 35 si pubblicò in Foggia il « Poligrafo di Capitanata, giornale di scienze, lettere e arti
» diretto da Casimiro Perifano; e nel ‘48 dopo la Costituzione vide la luce perfino un
foglio costituzionale « il Cittadino » per diffondere le nuove idee politiche.
16 Il consesso municipale chiese ed ottenne nel marzo del 1859 l’istituzione di 4
cattedre universitarie presso il Reale Collegio delle Scuole Pie: chimica e storia naturale, psicologia e anatomia comparata; diritto e procedura civile, diritto e procedura penale; nel settembre dello stesso anno quelle di medicina legale e medicina pratica; patologia, chimica e ostetricia; diritto romano e patrio che si
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aggiunsero a quella di agricoltura preesistente a tutte. Tali cattedre però andarono soppresse dopo il 1862 per i nuovi ordinamenti e la nuova legge sulla pubblica istruzione.
Ce ne dà notizia F. Villani in La Nuova Arpi, pag. 185-186.
17 F. VILLANI, Saggio di vocabolario familiare, Napoli, Borelli e Bemporad,
1841; il saggio è dedicato al maestro Niccolò Borrelli ed è menzionato da P. Martorana
in Notizie biografiche e bibliografiche degli scrittori del dialetto napoletano.
18 F. VILLANI, Pensieri e bozzetti, Napoli, 1888.
19 Tutti gli inediti di F. Villani si conservano nella Biblioteca Provinciale di Foggia
e presso il Museo Comunale.
20 MESSER PETRONIO, Leggenda di F. Villani di Foggia, Salerno, 1874.
21 Lucia Mondella ovvero i Promessi Sposi - Dramma di F. V. Lanciano, 1869.
22 Il lavoro fu scritto per il concorso drammatico dell’anno 1869, apertosi in Firenze; che stabiliva « l’assegnazione di un premio di L. 2.000 a quella produzione nuova e
non mai rappresentata, la quale per concetto, e per forma più risponda al fine di avvantaggiare moralmente e letterariamente il teatro italiano », v. « Gaz. Uff. del Regno
d’Italia», 24, 26, 28, 31 dic. 1868. Il dramma del Villani fu rappresentato a Foggia il 27
luglio 1872 dalla Società filodrammatica « Torelli ».
23 F. VILLANI, Manoscritti, vol. II.
24 Si confronti questa lettera del Tommaseo con alcuni capitoli dei Discorsi sulla
pena di morte, Firenze, Le Monnier, 1865, capitoli II e III e infine pag. 17 « l’uomo non
ha diritto, nonché sulla vita, sopra nessuna facoltà dell’altr’uomo, se non in quanto a’
doveri di conservare le proprie facoltà ».
25 F. VILLANI, Manoscritti, vol. II.
26 Il suicidio innanzi alla ragione del diritto per l’avv. F. V. di Foggia, giudice
presso il Tribunale di brani - Trani, 1866, è dedicato alla « cara e onorata memeoria »
dei suoi illustri antenati Giovanni, Matteo, Filippo Villani « fiorentini pregevolissimi ».
27 B. CROCE, Aneddoti di varia letteratura, Bari, 1954, vol. III pag. 461.
28 F. VILLANI, Schizzi sulla vita del Padre Andrea Villani, Salerno, 1867.
29 G. DE CRESCENZO, La fortuna di V. Gioberti nel Mezzogiorno d’Italia, Brescia, Morcelliana, 1964.
30 Anche queste due lettere si conservano nella Biblioteca Provinciale di Foggia tra
i manoscritti di F. Villani.
31 F. VILLANI, Principi di ontologia, Salerno, 1870; Principi di filosofia, Salerno,
1872.
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QUADERNI DI «LA CAPITANATA» EDITI DALLA
AMMINISTRAZIONE PROVINCIALE DI FOGGIA
1. LUIGI TAMBURRANO, La Capitanata nell’opera di Tommaso
Fiore (con 9 ill.ni).
2. EUGENIO LEONE, La Madonna di Valleverde (con 4 tavv. f. t.).
3. ALDO VALLONE, Correnti letterarie e studiosi di Dante in
Puglia (con 2 tavv. e 2 aut. f. t.).
4. ERMINIO PAOLETTA, Ignotum Oppidum « De acquadiensium
oppugnatione atque aeneis neapolitani castelli foribus » (con 4
tavv. f. t.).
5. MICHELE MELILLO, Lingua e società in Capitanata (Premio «
Gargano » 1967).
6. VINCENZO TERENZIO, Umberto Giordano cento anni dalla
nascita (con 4 tavv. f. t.).
7. ALFREDO PETRUCCI, Il Pellegrino al Gargano (con 12 tavv. f.
t.).
8. ARMANDO PETRUCCI, Scrittura e cultura nella Puglia altomedievale (con 6 tavv. f. t.).
9 1 a Mostra bibliografica del Gargano (con ill. nel t. e 12 tavv. f.
t.).
10. La Suddelegazione dei cambi presso la Regia Dogana di
Foggia (con 4 tavv. f. t.).
Direzione di « La Capitanata » presso la Biblioteca Provinciale di Foggia, Piazza
XX Settembre, Palazzo Dogana.
La poesia di Emilio Ricci
e un giudizio del Croce
Emilio (Ludovico) RICCI nacque a Torremaggiore (Foggia) il 17
gennaio 1891 e morì nella chiesetta alpina di Doberdò, alle falde del
Monte Sei Busi, il 27 agosto 1915.
Ufficiale medico, mentre compiva la sua missione di bene ed apprestava fraterne cure ai commilitoni feriti, una granata austriaca tutto
travolse e ne schiantò la giovane esistenza (Medaglia d’argento alla
memoria).
Tumulata a Redipuglia, allora, la salma fu traslata nella sua città
natale nel 1922, ove popolo, autorità, estimatori e familiari ne resero
l’estremo omaggio, ammirati e commossi.
Emilio Ricci affrontò gli studi medi nel seminario di Capua, da
dove si allontanò per dissapori con i «superiori», e li concluse al Liceo
di Santa Maria di Capua Vetere, da privatista.
A Napoli, nel 1914, conseguì la Laurea in Medicina e Chirurgia.
Studioso serio e appassionato (tradusse poeti greci e latini, imparò
diverse lingue moderne, ecc.); mente vivida e cuore generoso (fu infermiere volontario nell’Ospedale della Maddalena di Napoli, ove erano stati ricoverati i terremotati della Sicilia e della Calabria); amante
della libertà e della democrazia (chiese di prendere parte alla spedizione di Ricciotti Garibaldi per l’indipendenza albanese); difensore
degli umili («siamo tutti uguali»), egli ebbe una fede profonda nella
giustizia e nell’amore tra gli uomini, e tradusse i suoi alti sentimenti in
una poesia profondamente umana.
Fu una di quelle «...anime dirà il Croce che debbono «essere
chiamate, quali veramente sono, anime religiose... »1; una « ...anima
nobile e pura...» che, « ...per il vigore morale che ne informa l’attività
di pensiero, (è) compagnia che innalza e migliora...» (Giuseppe Lombardo-Radice); una delle « ...anime veramente religiose, nel più alto
senso della parola...» (Antonio Salandra); un’anima che lascia «...la
traccia della sua forza e della sua bontà» (Gaetano Salvemini) e da una
sì bella anima sgorgarono dei versi, donde « .prorompe un’onda di
sentimenti e di pensieri che rivela la bontà... dell’autore, e ne mette in
luce
-
-
..
1
CROCE B., Prefazione ai Versi e lettere di Emilio Ricci. Bari, Laterza, 1916, VII.
241
PASQUALE RICCIARDELLI_____________________________________________________________________
la bella cultura» (Paolo Boselli); versi che « ...ispireranno sensi generosi alle nuove generazioni» (Antonino Anile); che «...commuovono
fino alle lagrime» (Giustino Fortunato); che «...attestano la sua non
comune attitudine alla poesia...» (Francesco Torraca); che
«...manifestano i suoi profondi sentimenti umani e i suoi dritti e saldi
propositi di bene...» (Domenico Bulferetti)2 .
Il ventiquattrenne poeta Emilio Ricci lasciò i seguenti scritti:
- La Georgica di Virgilio (Traduzione in versi), 1908;
- Luigi Serio, eroe della Repubblica Partenopea (Tragedia in versi),
1908;
- Il Sonno (Commedia in prosa. Bozza), 1906;
- La Passione di Gesù Cristo (In prosa. Opera incompiuta),190506;
- Il Vesuvio (Poemetto - Frammenti), 1913;
- Titanic (Poemetto), 1912;
- Epistolario;
- Canti: Onomastikon, 1904; In morte del fratellino, 1904; A Teofora, 1905; Fede e scienza, 1906; Per il terremoto di Reggio e Messina, 1909; In morte di Vincenzino Leccisotti, 1909; Sullo stesso soggetto, 1909; Il forte di Vigliena, 1910; Gli studenti di Medicina
dell’ospedale degli « Incurabili », 1911; Lodi di San Severo, 1911; Lodi di Foggia, 1911; A Ricciotti Garibaldi per l’impedita spedizione
garibaldina in Albania, 1911; A la mia donna, 1912; Per nozze (2 sonetti), 1913.
L’opera più significativa del Ricci, a parere del Croce3 , è il poemetto «Il Vesuvio», ma anche le altre composizioni hanno un notevole
valore artistico e, di certo, il poeta sarebbe entrato nell’olimpo dei
grandi se la guerra esecrata non l’avesse ucciso.
«Il Vesuvio», forse, ritrae e riassume meglio la personalità umana
e poetica del Ricci, scanzonata e apparentemente contraddittoria, ma
in verità seria e salda nei suoi principi di libertà e di giustizia, di fede e
di bontà; forse perchè lì il suo concezionismo storico risalta di più, ancorchè soffuso di intuizioni a volte alquanto nebulose. Sì perchè il
Ricci non ebbe una definita ideologia politica, né una particolare filosofia morale. Egli ebbe l’intuizione dei giusti e la sua tesi sociale fu
semplice e talora timida, epperò originata dalla realtà umana. Essa si
svolse mediante una dialettica non proprio emblematica, ma enucleata
per concetti moderni e spoglia d’artificiosi sofismi.
Egli credette sempre nella giustizia, nella fratellanza umana e nello
amore per il prossimo, in quell’amore che gli farà esclamare:
…amor che al mondo esser dovresti solo
virtute, dio, religione, tutto!4
2
Tutte le citazioni sono riprese dalle lettere, dirette alla madre del poeta, che, in originale, conservano gli eredi.
3
Op. e loco cit., IX.
4
L’ospedale della Maddalena, strofa IV, sta in: Versi e Lettere, op. cit., p. 99.
242
___________________________________________________________________________LA POESIA DI RI CCI
La poesia di Emilio Ricci fu piuttosto tradizionale, con lieve tendenza al classico. I movimenti letterari e poetici coevi (scapigliatura,
simbolismo, ermetismo, futurismo, ecc.) non lo ebbero nè discepolo,
né militante. Preferì la poesia aulica e anche quella del migliore Romanticismo, accostandosi a volte al realismo, al verismo, al purismo.
Nella metrica, non ebbe una costante.
Abbeveratosi alle fonti dei cantori dell’antica Grecia e di Roma che non poche volte diventano modelli ispiratori delle sue composizioni, anche se il ritmo è diverso, moderno, alfieriano o foscoliano,
pariniano o leopardiano, ecc. - egli fu un poeta sincero e geniale.
La sua lirica è calda, potente, espressiva e quasi sempre nasce dal
vero. Essa poi, si addolcisce in modo straordinario di fronte ai sentimenti umani e la sua facondia diviene commovente, elegiaca, idilliaca
quando descrive la natura. Par di vedere dei quadri teocritei: tanta sincerità vi spira!
Egli canta la generosa terra ed i frutti rigogliosi, il lavoro santificato dal sudore ed i campi belli, che premiano l’infaticato uomo che li
coltiva e la sua poesia, allora, è davvero elevata.
Egli esalta l’onore e la bontà, la gloria dell’intelletto dell’uomo e
delle sue opere produttive e benefiche, la libertà nella giustizia, la
schiettezza dei moti affettivi dell’animo e le virtù civiche: ed i suoi
canti, allora, raggiungono una pateticità universale, comune a tutti gli
uomini onesti e di buona volontà.
Anche le debolezze e le passioni, il dolore e la gioia della vita, lo
inganno la menzogna e l’ipocrisia trovano posto nei suoi versi. I quali
versi, a volte, hanno un tono enfatico e mistico che invita a certe analogie con i primitivi della fede: tono che, quando vi è, non ne altera il
senso umano. Or vedi in essi il poeta cristiano e apostolo, ora il gentile
pseudo pagano alla ricerca della verità da conquistare col rigore della
scienza, ma l’autore non porta mai alle estreme conseguenze il tormentato processo. Finanche la verità rivelata lo affascina, ma non lo
conquista, e si preserva quindi poeta fondamentalmente umano. Per
questo, nel suo canto, talora disuguale, vi aleggia sempre una soave
armonia; per questo il ritmo, talora monotono ed uniforme, è subito
seguito quasi misteriosamente da versi d’alto lirismo; per questo, infine, sia che sorrida al mondo o che pianga sulle miserie dell’umanità,
nel suo entusiasmo e nei suoi patemi, il suo verso resiste sempre per il
verismo che l’informa, sia quando è rozzo e pedestre, sia quando è elegante e fine. E parimenti, per converso, ai brani di affascinante poesia fanno seguito discontinuità estetiche, ma l’orchestra ha sempre il
suo colorito immediato respiro lirico, ora abbondevole e fastoso e
gorgheggiante, ora scarno e asciutto e disarmonico, ma sempre il panorama poetico conserva la sua suggestività ed il paesaggio non nasconde le sue meraviglie.
Questa una prima valutazione dell’espressività artistica del Ricci.
Per l’altro aspetto modernistico, la sua poesia, della cui collocazione storico-letteraria si è detto che si ricollega per certe tendenze e per
243
PASQUALE RICCIARDELLI_____________________________________________________________________
taluni effetti anche col Romanticismo, non sosta nei beati giardini della arte, confortata dalla cetra oziosa, ma s’incanala subito in quella
corrente della rivolta romantica, in quel moto dello spirito europeo che
rappresenta la verità, la verità della natura e del positivismo. Essa
s’inserisce in quella grande disputa, impetuosa e piuttosto disordinata,
cominciata in Italia nel 1816, soprattutto con la «Lettera semiseria di
Grisostomo» di Giovanni Berchet, in seguito al discorso di Madame di
Stael, continuata da Ludovico di Breme con le «Osservazioni», e ripresa dal Leopardi nel «Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica». Movimento profondo, indiscutibilmente, che segna una
svolta decisiva per la conquista di una più equilibrata sincerità di estetica e di vita, che è impulso di rinnovamento del mondo sociale, civile
e religioso. E sul filo di tale spirito innovatore, la poesia del Ricci,
romantica solo in alcune e per alcune immagini, guarda lontano, ad un
orizzonte ideale, ma non perciò meno reale, sulla cui corona essa pare
accompagni, per farle rincontrare e poi accomunarle, l’indipendenza
letteraria e quella delle Nazioni, la libertà di pensiero dell’uomo e
quella dei popoli. Fors’anche per la vastità dell’orizzonte e per la pluralità dei contesti, la versificazione del Ricci è duttile e non soggiace
costantemente alle rigide leggi della metrica e delle sue forme armoniche, che spesso sono violate per rendere più efficaci i quadri immateriali, le sublimi contemplazioni, i bozzetti estatici e ancor più per rappresentare degnamente la verità illibata della natura e la realtà umana,
logica e storica. Malgrado ciò, la poesia del Ricci ha i crismi per sfidare il tempo, e, anche se vuole essere dotta, essa rimane popolare e persuasiva.
In merito allo stile, vi è solo da aggiungere che esso, in genere, si
caratterizza nell’antico, quasi che il linguaggio ed il ricordo
dell’antichità creassero una più delicata poesia: donde certe affinità
classiche nelle movenze, nei costrutti, nella fraseologia. Il tutto, però,
più per lezio tecnico, perchè il Ricci considerò la poesia, a parte determinate sfumature, un’attività creatrice dell’artista, e l’arte come verità, non come finzione, illusione, diletto. Ogni oggetto artistico è, per
lui, una scaturigine della verità e comunque un motivo reale, anche
quando pare agisca la fantasia. E se il Ricci, come tanti e non meno di
tanti altri, ha la sua immaginazione, per portato poetico naturale, egli
sa anche come reprimerla o contenerla o relegarla, come spesso fa, nei
confini della ragione. Così quando il dramma umano per il conflitto
tra natura e sentimento, tra passione e sensibilità, tra amore e morte
alimenta un certo suo estetismo poetico ed i versi inondano la sua
mente, egli non vede tale tormentata problematicità nè scientificamente, nè filosoficamente, siccome egli spera nel bene e crede negli uomini illuminati dalla ragione, dal vero, dal giusto che solo possono condurre alla riconciliazione dell’uomo con la vita.
Perciò, egli parla sempre alle cose, qualifica gli oggetti, gli eventi
e le cronache, e con questo si spiega esaurientemente come la sua produzione sia palpitante di umanità, di oggettività, di storicismo.
-
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___________________________________________________________________________LA POESIA DI RI CCI
Soltanto a volte la sua verità poetica è riflessa e, nella tessitura,
compare una filosofia quasi innocente, specie in taluni scontri tra concetti e categorie con eventi accaduti, tra individui e storia, ma anche
qui egli non trascura di creare un raccordo tra il particolare e
l’universale. Laddove è innegabile che la sua arte risenta degli influssi
della estetica crociana che, mediando i termini originari del romantico
col classico, dello umano reale col fantastico, ne sintetizza l’essenza.
La poesia del Ricci, adunque, resta e si conserva sostanzialmente
semplice, senza eccessi di colori, o digradamenti e crescendi tonali, o
vaghezze inquinanti che se non mancano non vanno mai oltre misura
ed essa ha una geniale architettura di concenti che la rende viva.
Il linguaggio che essa traduce è quello corrente degli uomini; il suo
canovaccio è lineare e si enuclea a parte qualche scompenso ritmico
per sezioni simmetriche accessibili ad ogni sorta di cultura; le sue rapresentazioni, il nesso musicale e la sintassi lirica si rivelano immediatamente intuitivi. E’ una poesia che sa giungere direttamente al cuore
e, sia che si presenti in veste polemica, sia che reciti in chiave emotiva
o erudita o ideale, essa conquista subito la ragione, l’animo, la mente.
Per le considerazioni espresse, e per i tanti meriti della sua opera e
dell’insito messaggio, Emilio Ricci è poeta vero, siccome seppe esprimere le sue e le umani passioni traducendole in canto, siccome possedette il dono dell’arte con cui poterle cantare. E codest’arte egli seppe
elevare a momento importante del vivere suo, perché la poesia degli
altri, ritrovata negli studi ed espressa nelle traduzioni, non fu sufficiente a saturare il suo animo traboccante di affetti e la sua mente affollata di immagini. Egli avvertì la necessità di sprigionarla da sè, per
chetare il tumulto dei sentimenti erompente nel suo io interiore, per
elaborare e purificare concetti in sè racchiusi allo stato grezzo: e nei
canti ed altri componimenti appaiono, così, trasfuse, scolpite ed eternate le trasformate immagini del suo pensiero.
« Sono versi scritti dice il Croce5 , tra i quindici e i ventidue anni,
non generati da semplice accaloramento di giovanile immaginazione
letteraria, ma prorompenti impetuosi da sentimenti e pensieri che rispondevano all’effettivo carattere del suo autore; osservabili altresì
per la mancanza di qualsiasi traccia d’imitazione della letteratura contemporanea e di moda, in cambio della quale vi si notano le chiare impronte dello Alfieri e del Panni, del Leopardi e del Manzoni; e che, sia
per questo, che è ormai caso raro tra i giovani, sia per la già detta realtà di contenuto, escono dal consueto. Senza dubbio la forma ne è sovente intralciata e impropria; ma nè l’autore li aveva dati alla luce, nè
pensava di darli: salvo forse, quando l’avesse compiuto, l’ultimo, il
poemetto sul Vesuvio, che rimane in frammenti, e nel quale si può vedere (particolar-
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5
«Per un giovane medico e poeta caduto in guerra », sta in: L’Italia dal 1914 al
1918 (Pagine sulla guerra). Bari, Laterza, 1950, pp. 144-145.
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PASQUALE RICCIARDELLI_____________________________________________________________________
mente nel capitolo primo) a quanta freschezza di versificazione e pienezza di ritmo egli si fosse via via levato...».
Sebbene non si voglia contestare l’autorevole giudizio del Croce,
proprio per esso, tuttavia, è da considerare che - immaginazioni o sentimenti del Ricci a parte ogni opera poetica è storia, perché non esiste
una totalità di poesia circoscritta, come uno stagno, chiusa in un sistema. E se lo storicismo insegna che la storia è un infinito, e cioè senza
principio e senza fine nel tempo, l’esame delle opere del Ricci non
può esaurirsi nè con Croce qui, né con altri, nè mai, quale che sia
l’esegesi dello storiografo, dell’esteta, del critico. Ché nemmeno
l’estetica contempla un assoluto poetico, ma vi esiste un universale
poetico, che trae essenza dai particolari delle cose, dalla natura e dalla
società umana, che poi va a tradursi in poesia con una purezza di linguaggio più o meno alta, epperò sempre con immagini nitide, senza
ipocriti compromessi col vero reale ed anzi ad esso ispirate, nel culto
della libertà.
Ed Emilio Ricci, così come egli è, proprio perchè a quei postulati
umani s’ispirò e da tali precetti estetici fu guidato - è poeta vero ed ha
il suo meritato posto nel limpido firmamento della poetica e nel cuore
leale degli uomini semplici.
-
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PASQUALE RICCIARDELLI
DE VIA
un antico abitato garganico
Devia sorgeva sul versante meridionale di monte d’Elio, uno sperone roccioso che si protende verso l’Adriatico, dividendo il lago di
Lesina da quello di Varano, circa nove chilometri a N.N.E. di Sannicandro Garganico.
Anche qui, come in tutto il Gargano, persistono tracce delle antiche popolazioni che fin dal Paleolitico abitavano queste contrade. Il
precursore delle ricerche archeologiche su monte d’Elio è stato lo
Squinabol, il quale rinvenne sul pendio verso la torre di Calarossa antichi resti umani, tra cui alcuni crani giudicati poi erroneamente come
« neanderthaloidi » . In seguito il Rellini notò tracce di capanne, forse
eneolitiche, in contrada Perazzola, dove raccolse strumenti di selce ed
un mazzuolo di pietra levigata; scoprì anche una necropoli presso una
grotta nel fondo Giacchetta1 .
Nella vicina grotta dell’Angelo, che si apre su un costone roccioso
rivolto ad occidente, sono stati eseguiti nel 1967-1968 degli scavi diretti dalla dott.ssa Mara Guerri, dell’Istituto di Paletnologia
dell’Università di Firenze. Alla profondità di circa due metri è stato
individuato un livello con strumenti del Paleolitico superiore, sottoposto a vari strati con resti di epoca dauna, romana e medievale 2 . Sulla
parete destra di questa caverna si possono osservare alcuni tratti rettilinei ed un motivo serpeggiante, profondamente incisi nella roccia calcarea, che richiamano analoghe manifestazioni a scopo rituale o magico praticate dalle genti paleolitiche della cultura « romanelliana ».
Qualche selce e frammenti di vasi di impasto grezzo si trovano anche mescolati a ceramica preromana a vernice nera e a quella rossa
romana tra i ruderi sparsi intorno alla chiesa di S. Maria di monte
d’Elio, su una propaggine difesa su tre lati da scoscesi pendii che degradano verso la « Difensola », dove sorgeva l’antichissima Devia.
Vi si accede per una mulattiera che sale tra ulivi e macchioni di ginepro; più in alto la vegetazione si fa più fitta e appaiono i resti sgretolati delle mura, nascosti tra i rovi che hanno invaso la sommità del colle. Al centro di una spianata sorge la chiesa, con la facciata rivolta
verso sud; nei pressi si scorgono i ruderi di varie costruzioni, tra cui
un’altra chiesetta absidata situata sul pendio orientale; numerose
1
2
VITTORIO RUSSI, Il casale di Devia, in « Il Gargano », 30 aprile 1965.
Russi, La grotta dell’Angelo, in « Il Gargano », 31 ottobr e 1967.
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cisterne scavate nella roccia ricordano l’antico problema dell’acqua,
che ancora oggi assilla il Gargano.
Il lato più vulnerabile di Devia era quello settentrionale, unico tratto quasi pianeggiante tra due ripidi valloni; a difenderlo c’era una muraglia collegata al centro, presso una delle porte, ad una grande costruzione ora in completa rovina. Nei dintorni sono state rinvenute numerose tombe coperte da lastroni di pietra o da tabelloni di terracotta,
contenenti vasi e oggetti di epoca preromana e romana; altre sepolture,
più recenti, recano incise delle croci. Tutto ciò indica le remote origini
dell’abitato, che anticamente era collegato ad una strada che proveniva
da Teanum Apulum3 , costeggiando la riva meridionale del lago di Lesina, e continuava verso oriente attraverso la piana di Sagri, in direzione di un’altra antichissima città: Uria 4
Una mulattiera portava da Devia a Torre Mileto, dove anticamente
c’era un porticciolo; anche qui sono evidenti le tracce di remoti insediamenti, che l’erosione marina ha portato alla luce lungo la costa. Sul
piccolo promontorio si rinvengono strumenti litici di vario tipo, quali
asce levigate, tranchets, cuspidi di freccia, lame e raschiatoi di selce,
insieme a frammenti di vasi di impasto bruno decorati nel caratteristico stile « appenninico » 5 L’attività umana in questa zona è perdurata a
lungo, come dimostrano i vasi della tarda età del Bronzo, del periodo
dauno e romano, oltre alle varie tombe rinvenute nei dintorni.
Qui nel medioevo c’era il piccolo casale di Maletta, di cui erano
visibili fino a pochi anni or sono alcuni ruderi a breve distanza dalla
torre omonima.
Su Devia si hanno notizie fin dall’XI secolo; il Di Taranto scrive
che l’abitato fu fortificato per ordine del catapano Basilio Boioannes
nel 1018, contemporaneamente a Civitate, Dragonara, Troia ed altre
città lungo i confini del territorio bizantino6 .
Il primo dato storico sicuro risale però al 1036, quando l’abbazia
benedettina di Tremiti ottiene dal vescovo di Lucera, Giovanni, la
chiesa di « S. Maria iuxta litus marinus » in territorio di Devia 7 .
In un documento del 1043, in cui risulta preposto alla suddetta
chiesa il monaco Leone, appare come testimone uno « juppano » slavo
di nome Andrea8 . Un « juppano » Glubizzo compare in documenti
~.
~.
3
Russi, Tiati-Teanum Apulum -Civitate, in « Il Corriere di Foggia », 6-7-1967.
Notizie cortesemente fornite dalla dott.ssa Giovanna Alvisi, della Aerofototeca del
Ministero P.I., la quale ha recentemente compiuto un ampio studio sul sistema stradale
romano nella Daunia.
5
Cfr. le note di V. Russi nel notiziario della « Rivista di Scienze Preistoriche ». Firenze, vol. XXII (1967), pag. 450 e vol. XXIII (1968), pag. 419.
6
CONSALVO DI TARANTO, La Capitanata al tempo dei Normanni e degli Svevi,
Matera, 1925, pag. 14.
7
ARMANDO PETRUCCI, Codice diplomatico del monastero benedettino di S.
Maria di Tremiti, Roma, 1960, doc. 14.
8
Petrucci, Op. Cit., doc. 32.
4
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redatti in Devia nel 1053 e 1054, mentre altri slavi vi risultano possedere case e terreni; probabilmente si tratta di ex mercenari dell’esercito bizantino, stabilitisi da tempo sul Gargano.
Sono gli anni che vedono tramontare in Puglia il dominio dei Bizantini; i Normanni hanno in mano quasi tutta la Capitanata e solo
qualche abitato costiero del Gargano, come Vieste, rimane ancora per
poco sotto il controllo greco. In tale situazione può sorprendere la
constatazione che in alcuni documenti di questo periodo i Normanni
mostrano di rispettare, sia pure formalmente, l’autorità dell’imperatore
di Bisanzio; in realtà può trattarsi di una precauzione dettata dalla instabilità della situazione politica del momento.
Il primo « senior » normanno di Devia è Roberto, ricordato nel
1051 per una donazione all’abbazia di Tremiti9 ; in questo documento
traspare la netta divisione di classe esistente tra i cittadini, distinti in «
homines majores, medianos et minores » . Questo Roberto, figlio di Costante, lo ritroviamo in un documento del marzo 105410 , mentre il «
senior » con lo stesso nome che tiene Devia nel 1081 è probabilmente
un’altra persona.
Nel 1104, Rao o (Raone) di Devia, cognato di Enrico conte di
Monte S. Angelo, restituisce all’abbazia di Tremiti la chiesa di S. Maria al Mare, di cui si era indebitamente appropriato11 Come vedremo,
queste usurpazioni avvengono piuttosto frequentemente e spesso si risolvono solo dopo lunghe controversie.
Nell’elenco dei Baroni, compilato dal cancelliere Matteo D’Ajello,
risulta che tra il 1154 ed il 1161 un Raul è signore di Devia, mentre
nella successiva lista dei Feudatari (1167-1169) è riportato che: «
...magister Herricus tenet Sanctum Nicandrum et Devia, quae sunt
feuda Il militum ».
Un feudo tenuto a fornire al re due cavalieri corrisponde ad un
reddito annuo di quaranta once d’oro; ciò dimostra che le condizioni
economiche dei due abitati non sono molto fonde, malgrado il periodo
di pace attraversato durante il regno di Guglielmo II il Buono.
Data la natura impervia del Gargano, dove le uniche vie di comu nicazione sono rappresentate da mulattiere, il mare è il mezzo più idoneo per gli scambi commerciali. Sannicandro e Devia possono usufruire quasi unicamente del modesto scalo di Maletta, che ha però il
vantaggio di essere l’approdo più vicino alle isole Tremiti; si svolge
perciò un piccolo traffico di battelli tra l’abbazia ed i suoi possedimenti in terraferma, ma non mancano i contatti commerciali con le
opposte coste adriatiche e con i territori controllati dalla repubblica
veneta.
Verso il confine col territorio di Lesina c’è un altro scalo, la foce
di S. Andrea, già indicata come « vetere » nei documenti medievali; attualmente è insabbiata ma un tempo tramite questo canale i
~
9
DI TARANTO, op. cit., pag. 56.
PETRUCCI, op. cit., doc. 51.
PETRUCCI, op. cit ., doc. 89.
10
11
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battelli attraversavano l’istmo e penetravano nel lago di Lesina, dove
vi erano vari punti di approdo sulla riva meridionale. In contrada «
Metilde » c’è una lieve altura che conserva il significativo toponimo di
« Porto di Vico »; vi sono stati trovati resti romani ed alcune tombe,
forse altomedievali, scavate nel banco di sabbia argillosa in forma vagamente antropomorfica. Altro probabile approdo interno era la foce
del fiume Lauro, ora un semplice ruscello, che Paolo, signore di Devia, vende all’abbazia « S. Petri Opinae Novae » di Ischitella, insieme
al fiume Folonia, il castello del beato Nicandro (Sannicandro) e alcune
terre e case in « castro Deviae » 12 .
Nel 1172 il papa Alessandro III conferma a S. Maria di Tremiti le
chiese di S. Angelo de Rocca, S. Mania de Mare, S. Nicola de Gregorio, S. Nicola de Launis, tutte site in territorio di Devia 13
Nell’anno seguente una sentenza della Magna Curia pone fine ad
una lunga controversia tra il feudatario di Devia, Rao, e l’abate Mattia
di S. Maria di Calena, presso Peschici, riguardante una parte del tenimento di Imbuti che era stato ceduto da Roberto, padre di Rao, alla
suddetta abbazia e che il figlio aveva usurpato14 .
In questo interessante documento del 1173 sono indicati i confini
del territorio in causa, con gli antichi nomi di varie località del territorio di Devia, tra i laghi di Lesina e di Varano. Questo confine inizia
dal « portus Sancti Andree » e lungo l’istmo di Lesina giunge a « petram Ticzoli », passa per il « montem Sancti Helye (monte d’Elio) e
continua fino al « montem Zizano », di qui arriva al « lacum Cernuli » e
passando per « petram Corvi » giunge ad tin pantano che segna il confine con il tenimento di Ischitella, infine termina nella località « Imbuti
», comprendendo la chiesa di S. Giovanni.
Si può facilmente notare che non vi è alcun cenno del lago di Varano, il cui nome non compare neppure negli altri documenti dell’epoca. Probabilmente la laguna è ancora in formazione e vari specchi
d’acqua occupano i punti più bassi dell’attuale alveo, come il « lacum
Cernuli » ed il pantano sopra ricordati. Un altro « lacum » compare nella concessione dell’abate Giovanni di Montecassino al monaco Trasani (997-1010): « ...sancto Focato in Barano, cum ipsa piscatione de lacu Romani » 15 . Alcuni storici lo identificano col lago di Varano, data
l’associazione con S. Focato in Barano16 , ma c’è da notare che in altri
documenti della stessa epoca questa chiesa è invece indicata sulla
sponda meridionale del lago di Lesina, presso la foce del fiume Lauro:
« ...in Launi et in ipsa foce ad Sanctum Focato » (doc. VIII
~.
12
UGHELLI, Italia Sacra, Venezia, 1721, t. VII, 833.
PETRUCCI, Op. Cit., doc. 115.
14
EVELYN JAMISON, La carriera del logotheta Riccardo Di Taranto, In « Archivio Storico Pugliese », Bari, 1952, app. II, pag. 188-189.
15
TOMMASO LECCISOTTI, Le colonie cassinesi in Capitanata – Lesina - Montecassino, 1937, doc. XX della « Chronica Casinensis ».
16
Baranum o Bayranum era un piccolo abitato fortificato che sorgeva sulla sponda
orientale del lago di Varano, presso la chiesetta del Crocifisso.
13
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Chron. Gasin.) e ancora « ...fluvio Launi ex civitate Lisina... cum ipsa
foce et piscania ad Sanctum Focatum » (doc. XIV Chron. Casin.).
Di difficile identificazione è anche la chiesa di S. Maria al mare, a
cui è preposto nel 1174 il monaco Basilio 17 ; forse sorgeva presso Torre
Mileto, ma il suo nome non è mai associato a quello di Maletta e probabilmente è da localizzare a poca distanza dalla antica foce di S. Andrea, sull’istmo di Lesina, dove si conserva il toponimo « S. Maria ».
Più sicura appare l’ubicazione della chiesa di S. Nicola de Launis,
vicino l’attuale sorgente di Lauro, nei cui pressi era un molino ed un
castello; vi rimane ancora una « taverna », che ricorda l’antichissima
strada solo da poco riadattata.
Nel XIII secolo le notizie su Devia sono piuttosto scarse: il Di Taranto riporta che i Veneziani, sobillati dal papa Gregorio IX contro
l’imperatore Federico II, saccheggiano diversi abitati costieri della
Puglia, tra cui il casale di Maletta18 E’ tradizione che questo casale sia
stato distrutto, contemporaneamente a Devia, durante una incursione
di Saraceni nel 1245, ma la notizia non è confermata e probabilmente
questi abitati subiscono solo un saccheggio. Maletta, più esposta alle
razzie, viene ben presto abbandonata, mentre Devia decade lentamente
e forse solo nel secolo successivo gli ultimi suoi abitanti si trasferiscono nella più sicura Sannicandro.
Nel 1256, nell’elenco dei beni dell’abbazia di Tremiti, che passa
dai Benedettini ai Cistercensi, compaiono le stesse chiese di Devia già
indicate nella bolla del 117219 .
Tra i feudatari dei territori concessi nel 1272 dal re Carlo I
d’Angiò al figlio primogenito, il futuro Carlo II detto lo Zoppo, e ricordato un « Rudulfus de Colant pro Sancto Nicandro » 20 il quale possiede senz’altro anche Devia, dato che in un documento di qualche
anno più tardi troviamo: « .mandatum pro nob. viro Bertoldo de Culant mil. contra vassallos suos casalis Devie » 21 .
Devia è ridotta ormai ad un piccolo casale, pochi anni ancora ed
anche gli ultimi abitanti lasciano la collina divenuta ormai inospitale. I
campi abbandonati si coprono di rovi e la boscaglia invade le strade e
le case dirute, finché dell’abitato un tempo fiorente non rimangono
che ruderi tra rocce e cespugli spinosi.
Solo qualcuna delle chiese sparse nel suo territorio sopravvive ancora per un certo tempo; tra queste è la chiesa rupestre di S. Angelo,
situata nella grotta omonima, dove fino a qualche decennio fa era conservata una statuetta di S. Michele Arcangelo. Durante gli scavi archeologici eseguiti nella caverna sono state rinvenute delle tombe
~
..
17
PETRUCCI, op. cit., doc. 116.
DI TARANTO, op. cit., pag. 143.
19
F. CEVA GRIMALDI, Memorie storiche delle isole e della badia di Tremiti, in «
Giorn. Atti R. Soc. Econ. di Capitanata », IX - 1844.
20
RICCARDO FILANGIERI, I Registri della Cancelleria Angioina, vol. VIII, Napoli, 1957, doc. 464.
21
FILANGIERI, op. cit., vol. XI, Napoli, 1958, pag. 53.
18
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medievali delimitate da muri a secco, oltre a blocchi squadrati di arenania con motivi ornamentali incisi a forma di palma stilizzata.
Attualmente rimane in piedi solo la chiesa di S. Maria di monte
d’Elio, custodita fino al 1744 da eremiti22 e poi abbandonata; il sacro
edificio era originariamente in stile romanico, a pianta basilicale, con
tre navate divise da colonne con capitelli cubici e tre absidi coronate
esternamente da Iesene collegate con archetti ciechi. La facciata è
sormontata da un campaniletto a vela e lateralmente si aprono delle finestrelle monofore.
La chiesa ha subito evidenti rimaneggiamenti dopo il crollo di tutto il lato occidentale, forse causato da un forte terremoto; la navata sinistra è stata chiusa sul fondo per ricavarvi un locale forse adibito a
sacrestia, mentre della absidiola corrispondente non rimane più alcuna
traccia. Le altre due absidi sono state murate ed al centro è stato sistemato un altare di stile barocco, ornato con marmi e stucchi policromi.
Originariamente le pareti erano completamente affrescate, comprese le absidi, ma in un’epoca imprecisata, posteriore al parziale rifacimento della chiesa, i muri sono stati coperti da un sottile strato di
calce; solo recentemente, dopo il crollo del tetto, l’intonaco ha cominciato a distaccarsi, riportando alla luce i dipinti nascosti.
Sul lato sinistro della chiesa si nota una Madonna con bambino e
tracce di altre figure, forse rifatte dopo il crollo della parete, mentre
sul lato destro appaiono gli affreschi più antichi, di stile bizantineggiante, che sembrano risalire al XIII secolo: una serie di santi in grandezza naturale che occupano la parete, quasi tutti nell’identica posizione, nell’atteggiamento statico caratteristico della tradizione bizantina. Si distinguono alcuni vescovi e pontefici raffigurati sotto un porticato con piccoli archi decorati poggianti su esili colonnine. I primi due
verso l’abside sembrano S. Pietro e S. Paolo, più oltre si legge stentatamente un « S. Leonardus », poi c’è un San Giorgio a cavallo che si
intravvede appena sotto il fatiscente intonaco.
Questi affreschi hanno conservata quasi intatta la vividezza dei colori, pur essendo rimasti per lunghi anni esposti alle intemperie. Recentemente la Soprintendenza ai Monumenti della Puglia ha provveduto ai lavori di consolidamento della chiesa ed al rifacimento del
tetto; ora è previsto il restauro di questo ciclo pittorico, che pare sia
l’unico, nel suo stile, ancora esistente in Capitanata.
Fino a qualche decennio fa i cittadini di Sannicandro si recavano
ogni anno, all’inizio dell’estate, a festeggiare S. Mania di monte
d’Elio e per un giorno l’antico casale pareva risvegliarsi. E’ una vecchia tradizione popolare che potrebbe rinnovarsi, a perenne ricordo del
luogo dove sorgeva uno dei più antichi abitati del Gargano.
VITTORIO RUSSI
22
BENIAMINO GABRIELI, Gli eremiti di Sannicandro Garganico, in « Il Gargano », 12 febbraio 1969.
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OPINIONI E NOTIZIE
Le autonomie locali
Dalle vicende, che lo scorso anno accompagnarono la discussione della
legge elettorale regionale nei due rami del Parlamento italiano, risultò un atteggiamento che non soltanto vorrebbe impedire la costituzione delle Regioni
a statuto ordinario ma vorrebbe anche, come venne praticato durante il ventennio fascista, la soppressione di piccoli Comuni e di altri enti locali minori.
Tale atteggiamento ha trovato facili argomentazioni, sia per quanto riguarda le Regioni, sia per quanto riguarda i Comuni nelle notizie che vanno
sempre più diffondendosi sulla dilatazione delle spese e della pesante situazione deficitaria dei Comuni. Si sostiene che, essendo oramai mutate le condizioni economiche e sociali dell’Italia, non sia più necessario procedere ad una
ristrutturazione dello Stato attraverso il trasferimento di alcune funzioni alla
Regione, di cui si calcola solo il costo economico, mentre si dovrebbe procedere ad una revisione delle circoscrizioni comunali, per sopprimere alcuni
Comuni che sarebbero « sopravvivenze storiche » e costituirebbero un « anacronismo » oppure si dovrebbe promuovere l’unificazione delle « piccole unità
amministrative omogenee » che poi sarebbe la stessa cosa. Si mena infatti
scandalo perché dalia revisione operata dopo il censimento del 21-4-1936 alla
fine del 1966 il numero dei Comuni è salito da 7.339 a 8.054. Si sostiene che
lo Stato non ha i mezzi per finanziare le Regioni e si minaccia l’ostruzionismo
alla proposta di legge della finanza regionale, e non ne hanno i piccoli Comuni, per fronteggiare le notevoli spese richieste dai servizi municipali (scuole,
strade, trasporti, acqua, luce, riscaldamento, mercati, macelli, condotte sanitarie ecc..) per cui sarebbe opportuno mantenere da una parte il potere degli organi centrali dello Stato e dall’altro inserire i Comuni piccoli in enti maggiori,
che possano disporre di ampie risorse. Non si vuole insomma riconoscere che
lo Stato ha dovuto iniziare il processo di decentramento funzionale ed amministrativo sotto la spinta delle mutate esigenze della vita sociale italiana e per
meglio assistere localmente le popolazioni. Si continua cioè ad invocare, da
ristretti gruppi e da determinati ambienti, un accentramento del potere locale
senza considerare che un quinto dell’intero disavanzo dei Comuni, calcolato
in circa 8.000 miliardi per tutta l’Italia, appartiene al solo Comune di Roma e
la maggior parte del resto è diviso tra i grandi Comuni. E ci si guarda bene
dall’indicare chi debba sostenere la spesa per sopperire, in modo giusto per
tutti, alle necessità delle Regioni più depresse del Mezzogiorno e di quei piccoli centri abitati che oggi si amministrano come Comuni autonomi o come
frazioni di Comuni più grandi e tuttora sprovviste di servizi elementari. Purtroppo a molti critici non interessano le sorti delle popolazioni, accontentandosi di ricercare il pareggio dei bilanci nella più esasperante delle economie.
Ma l’esperienza del passato ha dimostrato che le Regioni, anche se realizzate finora solo a statuto speciale e quindi propense a spendere un po’ più del
necessario, ha costituito un notevole impulso per il progresso delle loro popolazioni
253
OPINIONI E NOTIZIE___________________________________________________________________________
amministrative e che, aggregando il Comune piccolo ad altro Comune piccolo
o grande, o si facevano aumentare i disavanzi in proporzione all’importanza
del nuovo ente risultante dalla fusione oppure le esigenze del Comune aggregato e retrocesso al rango di frazione venivano mortificate ed ignorate del tutto.
In provincia di Foggia abbiamo esempi eloquenti, sia per il progresso realizzato dalle popolazioni in conseguenza dell’autonomia sia per le condizioni
di arretratezza in cui vivono le popolazioni di alcune grosse frazioni.
Le popolazioni dei piccoli centri in passato vivevano nella rassegnazione,
ora non si rassegnano più. I cittadini italiani del Nord o del Sud, siano addetti
alla agricoltura, all’industria o al commercio, chiamati ad osservare gli stessi
doveri, reclamano gli stessi diritti, lo stesso progresso perché si sentono tutti
egualmente figli di una sola Madre.
Per contrastare l’atteggiamento contrario all’autonomia degli enti locali vi
è non solo l’azione politica dei partiti democratici, impegnati a raggiungere
una vasta intesa intorno ad un programma di espansione delle autonomie locali, ma anche l’approfondimento degli studi tecnici, che regionalmente vengono condotti dai Comitati per la programmazione economica: e un serio e costruttivo contributo per lo sviluppo democratico e per il progresso economico
e civile delle regioni.
L’autonomia degli enti locali può e deve rappresentare una significativa
componente dell’azione politica rivolta a costruire in Italia una democrazia
pluralistica attraverso la quale si possa assicurare l’effettiva partecipazione del
cittadino alla cosa pubblica. Si potrà parlare, e certamente ne parleremo in avvenire, di una diversa articolazione politico-organizzativa da fare agli enti locali di piccola entità, salvaguardandone sempre l’autonomia, e di una netta definizione dei compiti, dello Ente Regionale, per promuovere l’indispensabile
progresso dei Comuni, delle Province e delle Regioni.
F.B.
Assistenza e servizi scolastici
Prima ancora di enunciare le potenzialità dei servizi scolastici della Capitanata vogliamo tracciare una panoramica sulla situazione della popolazione
studentesca della Provincia. I dati statistici li stralciamo da quel « compendio
statistico della provincia di Foggia - 1968 », che costituisce una fonte inesauribile di notizie, oltre a rappresentare uno dei meriti indiscutibili per gli organi
della Camera di Commercio, che ne hanno promosso la iniziativa,
Al censimento del 1961 la popolazione residente nella Daunia in età dai 6
anni in poi, senza alcun titolo di studio, alfabeta era di 121.827 mentre quella
degli analfabeti era di 92.994, su una popolazione complessiva appartenente
alla età suddetta di 577.220. Perciò, in percentuale, il fenomeno
dell’analfabetismo dei soggetti dai 6 anni in poi, per la provincia di Foggia era
del 16,1, rispetto ai 14,6
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________________________________________________________________________ASSISTENZA E SCUOLA
di Taranto; ai 19,5 di Brindisi; ai 16,0 di Lecce; mentre l’indice medio della
regione è del 15,7, e dell’intero territorio nazionale dell’8,3.
L’alto indice di analfabeti non è quindi da attribuirsi unicamente agli evasori dell’obbligo per ragioni connesse con l’avviamento precoce al lavoro, ma
le cause della cosiddetta mortalità scolastica ricadono anche sul numero degli
affetti da precarietà di indole sociale od in condizione di menomazione di varia natura, impossibilitati a seguire i regolari cicli di studio. Altri dati utili al
nostro impegno, anche in ordine alle considerazioni finali, riguardano l’entità
degli alunni iscritti alle scuole di grado inferiore per l’anno scolastico ‘67-68.
In cifre assolute i minori che frequentano le scuole della Provincia del
grado preparatorio sono 17.796, i frequentanti delle elementari sono 66.635,
delle scuole medie inf. 24.470, e degli istituti professionali e scuole tecniche
2.235. Gli alunni delle scuole non statali per le elementari sono 5.867; mentre
per le medie inferiori sono 254.
Benché non esistono dati completi, per la provincia di Capitanata, relativi
ai « disadattati» sociali, per quanto concerne l’intera popolazione scolastica italiana; gli esperti concordano nell’affermare che assomma ad una percentuale
pari al 20-25 per cento. Di essi, indica la relazione alla proposta di legge per «
l’organizzazione del settore assistenza sociale », fortunatamente una percentuale altissima può essere proficuamente inserita nella società, sempre che si
provveda in modo tempestivo e con interventi idonei.
E’ questo uno dei motivi, aggiunge il documento, per i quali non si può ulteriormente tollerare la indifferenza dei pubblici poteri di fronte a tanto grave
problema.
Ma veniamo alla realtà sociale che più direttamente ci interessa.
In ordine ai minori « disadattati » in età scolastica, apprendiamo dal Provveditore agli Studi che in Provincia funzionano: a) n. 43 scuole speciali, nelle
quali viene impartito l’insegnamento elementare ai fanciulli aventi determinanti minorazioni fisiche o psichiche o psicofisiche (spastici ecc.): b) a. 73
classi differenziali, nelle quali sono accolti gli alunni tardivi, nervosi, inabili
ecc., i quali rivelano inadattabilità alla disciplina comune od ai normali metodi
e ritmi di insegnamento possono raggiungere un livello normale solo se
l’insegnamento viene ad essi impartito con modi e forme particolari.
Il Provveditore agli Studi di Foggia, non nasconde il compiacimento per i
risultati fin ora conseguiti, ed aggiunge che questi « sono abbastanza soddisfacenti sia per quanto riguarda gli alunni falsi anormali, accolti nelle classi differenziali, e sia per quanto riguarda gli alunni anormali accolti nelle scuole
speciali, dotate di apposite, idonee attrezzature a secondo della minorazione ».
Sottolinea, inoltre, che « particolari attenzioni sono state rivolte alle sezioni
per bambini spastici funzionanti presso il Centro Spastici di Foggia-Segezia ».
Nella sua interessante esposizione, il dott. Mastrorilli, rileva, infine, che, ultimamente, per diretto intervento presso il Ministero della Pubblica Istruzione, è
stato possibile istituire due classi per spastici nel Comune di Manfredonia.
Gli scottanti temi posti in discussione terminano con un impegno ben preciso, in quanto si forniscono da parte del responsabile dell’organo periferico
del Ministero della Pubblica Istruzione, « le più ampie assicurazioni circa la
possibi-
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OPINIONI E NOTIZIE___________________________________________________________________________
lità di istituzione delle predette classi e scuole in tutti i Comuni, qualora ve ne
fosse bisogno, e di favorire la stipula di convenzioni con tutti gli istituti ed enti interessati ai problemi dei minori in questione..
F. P.
Un bilancio della “Previdenza Sociale”
E’ sempre più avvertita l’esigenza di una continua e maggiore comunicativa con i lavoratori assicurati, i datori di lavoro e la pubblica opinione in genere, come espressione di un costume democratico che impone all’I.N.P.S. il
dovere, da un lato, di rendere esatto e chiaro conto delle sue competenze, dei
suoi atti, dell’ordinamento dei suoi servizi, dell’andamento delle sue gestioni
e, dall’altro, di raccogliere e vagliare, ai fini degli opportuni rimedi da adottare, le critiche al suo operato.
L’I.N.P.S. opera nell’interesse della collettività ai fini di realizzare, in prospettiva, la sicurezza sociale e, quindi, in particolare nell’interesse dei lavoratori i quali debbono, pertanto, considerarlo strumento efficiente e sollecito per
l’esercizio dei loro diritti previdenziali.
Potranno ritenerlo tale soltanto se avranno — in effetti — conoscenza della legittimità delle sue azioni, della economicità dei suoi servizi, della mole di
lavoro che svolge, delle difficoltà che deve superare, della posizione estremamente delicata — per non dire impopolare — assunta quando è costretto a negare prestazioni non dovute o ad esigere i contributi di legge.
Questo comunicato-stampa vuol significare un impegno per un dialogo
con la pubblica opinione allo scopo di rendere sempre più ampi quei rapporti
che devono mantenersi tra Istituto e assicurati, tra Stato e cittadini.
Servono al dialogo alcuni elementi di fondo, al di sopra dei vari interventi
del legislatore, perché — ab initio — l’uomo della strada, chiamato a giudicare su tanti fatti spesso riportati incompleti o distorti, possa esprimersi con
serenità e nella piena consapevolezza di ciò che I’I.N.P.S. rappresenta nel Paese e quali i suoi compiti delicati e indispensabili affidati ad esso per il raggiungimento della auspicata sicurezza sociale.
Esaminiamo — per la provincia di Foggia — il movimento registrato nelle
singole gestioni nei confronti di 542.545 iscritti nelle assicurazioni generali
obbligatorie:
1)
Assicurazione obbligatoria per la disoccupazione involontaria
Un aspetto importante dell’attività dell’I.N.P.S. è quello che interessa
l’assicurazione contro la disoccupazione. Nel rapporto con l’anno 1966 1 miliardo e 183 milioni erogati), a chiusura 1968 vi è un lieve spostamento
dell’indice per effetto della più completa assistenza nel settore agricolo.
Nell’anno, infatti, risul-
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MONS. ANDREA CESARANO
MONS. ANDREA CESARANO
________________________________________________________________________BILANCIO DELL’I.N.P.S.
tano pagati — per l’indennità disoccupazione — oltre 274 milioni a lavoratori
dei vari settori (industria, commercio, artigianato), L. 1 milione 217 mila per
emigranti, L. 86 milioni circa in regime di convenzione internazionale e L.
1.011.508.719 per disoccupazione agricola, per un totale generale di L. I miliardo 373 milioni circa.
I settori competenti hanno trattato in totale n. 49.913 pratiche di assistenza.
2)
Assicurazione obbligatoria contro la T.B.C.
E’ questa una forma assicurativa di così notevole portata per la quale
l’I.N.P.S. dedica particolare attenzione ed impegno economico. Anche per il
1968 per spese di gestione, per accertamenti sanitari, per indennità giornaliera
ai ricoverati e post-sanatoriale, per assistenza straordinaria natalizia, per colonie marine e montane ai figli dei ricoverati, per cure in case in convenzione, il
totale delle uscite si aggira intorno ai 760 milioni.
3)
Cassa integrazione guadagni
Nel periodo di calamità atmosferiche e per motivi vari di sospensione di
attività, l’I.N.P.S. è intervenuto con la Cassa erogando ad operai sospesi o a
orario ridotto di lavoro la somma di L. 62 milioni e meno.
4)
Assegni familiari
E’ evidente che la Cassa Unica Assegni Familiari rappresenta — tra le gestioni dell’istituto — la più cospicua e, particolarmente per la provincia di
Foggia in cui è ben elevato il coefficiente demografico, una provvidenza indispensabile per elevare il bilancio familiare.
Distinti per settori nei quali è suddivisa la gestione, si hanno — come dal
prospetto — i seguenti dati:
Settore
contr. riscossi assegni erogati
INDUSTRIA
1259.363372 3.912.533.047
4.385.815 congedi matrim.
ARTIGIANATO
96.825.249 231.685.763
413.208 congedi matrim.
AGRICOLTURA
16.520327 2.762.704.558
COMMERCIO
492.598.395 780.845.029
CREDITO
24.977335
33.036.810
ASSICURAZIONI
6.263.938
6.258.000
SERV. TRIB. APPALT . 27.580.962
42.973.290
TOTALI
2.524131.578 6.374.835.520
5)
Pensioni invalidità, vecchiaia e superstiti
Le pensioni in essere passano da 66.872 nel 1967 a 71309 nel 1968, per le
quali, sotto forma di ratei di pensione, l’Istituto ha erogato la somma di oltre
15 miliardi. Gli uffici addetti alla istruttoria di pratiche di pensione hanno definito 21.412 posizioni oltre a 6.500 circa pratiche relative a ricostituzioni e
supplementi.
257
OPINIONI E NOTIZIE___________________________________________________________________________
Una sintesi dell’attività per la provincia di Foggia può completarsi — sia
pure per cenni — con i dati che si ricavano nei vari settori ed in relazione ai
molteplici compiti attribuiti all’I.N.P.S.
Se — dicevamo — vi sono n. 542.545 posizioni assicurative in essere e n.
71.909 pensioni, sono iscritte ad operare a conguaglio con la Cassa Unica Assegni Familiari n. 8000 ditte pubbliche e private con un incremento rispetto al
1967 di n. 1105 aziende di nuova costituzione. Ne deriva, quindi, una emissione di Modelli GS2; i rendiconti mensili, il relativo controllo (definiti a. 62
mila), rilasci di autorizzazioni per la concessione di assegni familiari per unità
familiari a carico (n. 9933), liquidazioni dirette di assegni familiari a lavoratori agricoli (a. 119.880), trattazioni ricorsi per pratiche di disoccupazione (a.
6.763), definizione di richieste per prevenzione e cura dell’invalidità (n.
1833), accertamenti effettuati da] gabinetto diagnostico (n. 12.465).
Nel rapido cenno di cui sopra resta ancora una volta dimostrato come
l’attività dell’INPS costituisca un potente mezzo d’equilibrio dell’economia
nazionale che esso attua con la perequazione dei redditi e con redistribuzione
di essi dalle regioni industrialmente progredite ed attive per l’Istituto a quelle,
come la nostra, a prevalente ordinamento agricolo tradizionale ed economicamente non del tutto sviluppate.
IN MEMORIA
Mons. Andrea Cesarano
Ultimo della lunga e nobile serie dei
vescovi ed arcivescovi sipontini, mons.
Andrea Carmine Cesarano (Pagani
16.7.1880-Manfredonia 19.12.1969) è
affidato alla storia da due avvenimenti,
rari nella vita di una diocesi, sia pure di
eccezionale tradizione, come quelle della
Città sveva dove il compianto Presule —
eletto il 30 giugno 1931 e consacrato il
15 agosto —, dal 20 dicembre di quello
stesso anno al 4 novembre 1967, data
delle sue dimissioni, svolse il ministero
pastorale affidatogli.
Nel drammatico scorcio di vita cittadina tra la dominazione nazista e quella alleata, mons. Cesarano si prodigò
per evitare assurde rappresaglie e distruzioni, meritandosi la medaglia d’argento al valor civile con la seguente motivazione: « Durante il periodo dell’occupazione tedesca di Manfredonia,
dal 9 al 26 settembre 1943, sprezzante di
ogni minaccia, ovunque amorosamente
si prodigava e accorreva, ove fossero in
pericolo vite umane. Sotto bombardamenti e mitragliamenti da aerei, ponendosi anche a braccia aperte dinanzi ad
una postazione di mitragliatrice, pronta a
far fuoco sulla folla, salvava numerose
vite umane, aiutava fuggiaschi, riusciva
ad impedire che si operassero distruzioni
e rovine, con conseguenti eventi sanguinosi. Mirabile esempio di abnegazione e
di altissima virtù cristiana ».
Il 23 agosto 1955 il cardinale Roncalli, patriarca di Venezia, delegato a
Manfredonia per incoronare la Madonna di Siponto, disse la famosa ome-
lia, che annunciò le linee madri nel suo
apostolato per la pace e per l’incontro
ecumenico tra i popoli.
A testimonianza del fausto incontro
a Manfredonia, per la incoronazione
predetta, Mons. Cesarano, che già aveva
fatto restaurare la tavola bizantina di S.
Maria di Siponto, diè un prospetto nuovo
al Duomo sulla Piazza omonima, oggi
Giovanni XXIII, collocandovi con la sua
effige anche quella del grande Pontefice.
E’ anche ricordevole la sua opera
spesa a favore dell’istruzione — con
l’impianto di scuole affidate a suore e a
sacerdoti, dalla materna alle elementari
e al ginnasio-liceo, tutte pareggiate — e
dei fanciulli malati, contribuendo al finanziamento del Centro Spastici, che a
lui s’intitola, e degli anziani bisognosi,
acquistando per loro una villa.
Mons. Cesarano proveniva dall’ambiente diplomatico della S. Sede. Con
Mons. Dolce, delegato apostolico in
Turchia, si recò in quel paese dove fu
segretario della Delegazione apostolica
e vicario generale della comunità cattolica turca.
Particolarmente proficua fu l’attività
svolta nel corso del primo conflitto mondiale, quando alle dirette dipendenze del
Pontefice organizzò l’assistenza ai profughi ed ai prigionieri.
Gli ultimi anni di permanenza in
quella sede lo videro alle dirette dipendenze di Mons. Angelo Giuseppe
Roncalli e tra i due, sino da allora, si
strinse una fraterna amicizia.
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la Capitanata
Rassegna di vita e di studi della Provincia di Foggia
Direttore: dott. Angelo Celuzza, direttore della Biblioteca Provinciale.
Direttore responsabile: m 0 Mario Taronna
Direzione tecnica di Mario Simone - Tipografia Laurenziana Napoli
Autorizzazioni del Tribunale di Foggia 6 giugno 1962 e 16 aprile 1963
Registrazione presso la Cancelleria del Tribunale di Foggia al n. 150
ILLUSTRAZIONI
DEVIA: 1-2) S. Maria di Monte D’Elio, facciata e lato posteriore; 3-4) Affreschi della stessa Chiesa (fot. Russi). IN MEMORIA: 5-6) Mons. Andrea Cesarano.
la Capitanata
Rassegna di vita e di studi della Provincia di Foggia
BOLLETTINO D'INFORMAZIONE
della
Biblioteca Provinciale di Foggia
Anno VII (1969)
n. 1-6 (gen.-dic.)
POLITICA CULTURALE
La lettura pubblica in Italia
a traverso gli interventi ministeriali
Se c'è un organo dello Stato cui non può essere contestata la mancanza di una « politica culturale », è proprio la Direzione Generale delle
Biblioteche e per la diffusione della Cultura. Si tratterà di un caso isolato,
ma è certo che questa Direzione Generale offre l'esempio di un'azione
tenace e conseguente, intrapresa sulla base di una chiara elaborazione teorica e programmatica subito dopo la guerra, e proseguita, tra difficoltà
gravissime di ordine legislativo e finanziario, fino ai nostri giorni.
Vediamo dunque come si delineò fin dall'inizio il « progetto » della
Direzione Generale; in che misura il progetto anticipava e svolgeva per
proprio conto il dibattito apertosi poi nel paese sulle giustificazioni e sui
metodi dell'educazione degli adulti; quali risultati concreti siano stati conseguiti in 18 anni di lenta attuazione e quali ostacoli si frappongano all'ulteriore sviluppo del piano.
1
GLI OBIETTIVI
Le prime enunciazioni della tematica della Biblioteca Pubblica come
istituto educativo della comunità furono proposte da me al VII Congresso
dell'Associazione Italiana Biblioteche nel 1951. Dopo 20 anni di isolamento
politico e culturale, i bibliotecari italiani riscoprivano per loro conto ciò che
era ormai chiaro ai loro colleghi americani, inglesi e d'altri paesi europei più
avanzati: cioè che la generica definizione di « biblioteca » copre - e confonde - tre istituti fondamentalmente diversi nei fini e nei metodi: la biblioteca
di conservazione o biblioteca-museo, monumento del passato; la biblioteca
di alti studi o biblioteca-officina, strumento duttile e aggiornato della ricerca scientifica; infine la biblioteca pubblica, istituto della comunità, suo focolare intellettuale, sua agenzia di informazione critica, sede e occasione e
stimolo di un processo educativo autonomo e indefinito dei singoli membri
e dei gruppi 1.
La prima, e lunga, battaglia dovette essere combattuta per affermare
questa tricotomia e per farla accettare, anzitutto dai tecnici. Parallelamente
bisognava riprendere e approfondire il discorso sui caratteri distintivi dei
tre istituti. Che cosa fosse la biblioteca di conservazione era chiaro a tutti in
Italia; un po' meno chiaro che cosa fosse, e soprattutto che cosa dovesse
essere, la biblioteca universitaria e di ricerca; niente affatto chiari la natura e
i compiti della biblioteca pubblica che i più confondevano con l'ottocentesca biblioteca popolare.
Si può dire che tra il 1952 e il 1955, nel duplice confronto con le
biblioteche di conservazione e di alti studi da una parte, con le biblioteche
popolari dall'altra, la « biblioteca pubblica » scoprì le sue motivazioni, riconobbe e delimitò il suo spazio operativo, elaborò il suo piano di interventi.
Quanto alle motivazioni, era proprio la realtà politica ed economica
del paese a suggerirle. Dal presupposto, in teoria accettato da tutti, che non
può esistere democrazia, senza cultura diffusa e senza informazione oggettiva, discendeva logicamente l'affermazione che occorresse sviluppare degli
istituti capaci di diffondere la cultura tra i cittadini adulti, capaci di contribuire al formarsi di un'opinione pubblica informata: la Biblioteca Pubblica
si presentava come uno di quegli istituti, forse il più importante, e rivendicava il suo posto nel processo di consolidamento e di sviluppo delle istituzioni democratiche. Altrettanto ovvio era l'altro presupposto: che non può
esistere né svilupparsi una società industriale senza un continuo aggiornamento culturale e tecnico-professionale e che un tale aggiornamento, nella
realtà del nostro paese, oggi
E' opportuno avvertire una volta per tutte che solo per un espediente stenografico si distinguono sempre, nel corso della trattazione, «biblioteche di conservazione», «biblioteche di alti studi» e «biblioteche pubbliche», poiché nella realtà
non di biblioteche diverse si tratta, ma di funzioni diverse che possono coesistere e per lo più coesistono - nello stesso istituto.
1
2
come 20 anni fa, resta essenzialmente affidato alla volontà e allo sforzo dei
singoli, in un processo autonomo e permanente di cui la parola scritta, e
dunque la biblioteca, costituisce lo strumento primario.
In queste motivazioni di fondo erano implicite decisive scelte di
principio e metodologiche sulle quali torneremo fra poco; vediamo prima
quale spazio operativo, in relazione alle sue motivazioni, la Biblioteca Pubblica assegnava a se stessa.
Anzitutto è chiaro che la democrazia si costruisce e si conserva solo
con la partecipazione di tutto il paese, dalle grandi città ai più modesti comuni rurali, e che tutto il territorio è coinvolto nel processo di trasformazione di una società agricola in società industriale; perciò la Biblioteca Pubblica affermò subito la propria responsabilità nei confronti di tutto il paese,
anzi, prefigurando a distanza di 20 anni l'attuale evoluzione dei rapporti tra
nuclei urbani e territorio, affermò il proprio impegno di cooperare al progressivo livellamento delle esperienze anche culturali e del tono di vita tra
città e comuni rurali. Non meno attuale (anzi precorritore, come oggi appare) era l'altro criterio adottato dalla Biblioteca Pubblica per individuare il
proprio spazio operativo: si trattava di accogliere, quasi prima che fossero
espresse, le esigenze di informazione e di partecipazione dei giovani e dei
ragazzi, di riconoscere il loro diritto ad un « servizio » culturale, di offrire
loro l'opportunità di venire a contatto, attraverso esperienze culturali autonome, con la realtà intellettuale, politica e pratica del loro paese.
In conclusione la Biblioteca Pubblica riconosceva come destinatari
potenziali della sua attività i ragazzi, i giovani, gli adulti a tutti i livelli di cultura, dalla cultura elementare alle soglie della cultura universitaria; in tutte le
parti del paese, dalle città ai più sperduti comuni. A questo punto l'istituto
della Biblioteca Pubblica si era ormai configurato come una struttura culturale fondamentale per tutto il paese, e nell'elaborazione di un piano di interventi, pur restando primaria la preoccupazione contenutistica e metodologica, anche i problemi dell'organizzazione assumevano un'importanza rilevante.
Rimandiamo ancora una volta, e per poco, il discorso sui contenuti e
accenniamo brevemente allo schema organizzativo che, elaborato nell'azione pratica e discusso in più congressi, diventò alla fine parte integrante del
piano della Direzione Generale. Esso si riassume in pochi cenni: accettato il
principio che il servizio della Biblioteca Pubblica è essenziale per i cittadini
di una democrazia industriale e che pertanto deve essere disponibile per
tutta la popolazione su tutto il territorio; accettato il principio che per rendere un « servizio » bisogna disporre di una « struttura », ne discendeva la
necessità di prevedere e promuovere, su tutto il territorio, l'organizzazione
di « unità di servizio », almeno una per ogni nucleo di popolazione.
Ma come risolvere il contrasto evidente tra questa esigenza pratica e
il principio tecnicamente ineccepibile che un'unità di servizio - nel
3
nostro caso una Biblioteca Pubblica - ha una dimensione ottimale e una
dimensione minima, in relazione all'area di servizio che le è assegnata e che
a sua volta ha una dimensione ottimale e una dimensione minima? In altre
parole, l'unità di servizio, per realizzare certi livelli di funzionamento, deve
avere certi standards, di personale e di finanziamento, e l'area di servizio costituisce l'humus economico-culturale-sociale in cui l'unità di servizio (la Biblioteca Pubblica, nel nostro caso) affonda le sue radici, presta i suoi servizi
e trova le sue risorse.
Era un contrasto che bisognava risolvere sotto pena di restare vittime
della vecchia e risorgente illusione che da un secolo si esprimeva nello slogan: «
Una biblioteca per ogni comune ». Per questa via si imposero a noi, come elementi di uno schema organizzativo irrecusabile, il « sistema » e la « rete » che
del resto costituiscono il normale meccanismo di distribuzione di quasi tutti i
servizi civili. Fu convenuto che l'istituzione e il mantenimento di biblioteche
autonome non si dovessero incoraggiare se non in comuni aventi un'ampiezza
e un reddito sufficienti a costituire un'area di servizio, e a tutti gli altri dovesse
essere consigliato di allacciarsi ad una rete di alimentazione, gestita in un'area
determinata da una biblioteca centrale ben organizzata e ben diretta.
Quanto alle dimensioni dell'area, si esitò un poco tra la dimensione
regionale e la dimensione provinciale. Parve dapprima più opportuno ancorare il servizio alle Soprintendenze, non solo perchè troppe biblioteche di
capoluogo erano ancora impreparate al nuovo compito; ma anche perchè,
nel gran vuoto in cui cominciavamo ad operare, sembrava preferibile tentare una vasta disseminazione di sollecitazioni e di stimoli e attendere i risultati che potevano essere scarsi e sporadici. Ma a poco a poco la provincia
finì per imporsi come base tradizionale di organizzazione di un servizio
pubblico, ed effettivamente in un secolo di unità nazionale anche le province storicamente meno unitarie e geograficamente meno compatte hanno
finito per diventare strutture precostituite difficilmente rifiutabili, con le
loro linee interne di comunicazione e di clivaggio lungo le quali si muove la
popolazione e si irradiano quasi tutte le attività e i servizi, anche culturali.
Naturalmente era previsto che in molti casi anche la provincia dovesse ancora articolarsi in sistemi parziali, o in sub-reti, o cedere il posto alla « zona
omogenea », come la « vallata » o il « comprensorio di riforma ».
Nel sistema l'organizzazione è, più o meno, costante: una biblioteca
maggiore, chiamata ad essere biblioteca-centro, e in tutta l'area - assistite e
alimentate dal sistema - biblioteche di varia dimensione e di vario tipo, in
relazione alle dimensioni e alle condizioni geografiche ed economiche dei
comuni minori. Anche il fine dell'organizzazione è sempre lo stesso: accentrare le procedure e decentrare il servizio al pubblico, assicurare in ogni più
piccolo e remoto comune dell'area la presenza, l'assistenza, la consulenza
del gruppo tecnicamente e culturalmente preparato che opera al centro, e
quindi garantire l'esistenza e l'efficienza della biblioteca locale, qualunque
sia la sua dimensione.
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I CONTENUTI
Ogni istituto mira a darsi un'organizzazione e una struttura per esercitare un'azione o per rendere un servizio. In questo senso l'organizzazione e la struttura sono al tempo stesso pregiudiziali e secondarie. Sono
pregiudiziali in quanto danno all'azione o al servizio ordine e continuità, e
la possibilità di uno sviluppo programmato. Ciò è dimostrato del resto
dall'esperienza ventennale delle associazioni e degli enti che operano nel
settore dell'educazione dell'adulto e che, per mancanza di un'infrastruttura, si sono per lo più dispersi in un'attività disorganica e discontinua. Pregiudiziali, dicevamo, ma anche secondarie giacchè la misura della loro legittimità e convenienza è nella qualità e nella dimensione dell'azione svolta o del servizio reso.
Chiedere ad una Biblioteca Pubblica quale azione intende svolgere
o quale servizio rendere, può sembrare ozioso; per l'uomo della strada la
Biblioteca Pubblica è quell'istituto che ha i libri e che li dà in lettura e in
prestito; eppure l'uomo della strada ha torto e la domanda è pertinente,
tanto pertinente che i bibliotecari di tutto il mondo hanno continuato a
cercare la risposta attraverso un dibattito che dura da quasi un secolo negli Stati Uniti e in Inghilterra, e da quasi sessant'anni in Francia e fra noi 1 .
Le vicende di quel dibattito coincidono con lo sviluppo della teoria
dell'educazione degli adulti e dell'educazione permanente.
Come i teorici dell'educazione degli adulti, così i bibliotecari posero
inizialmente alla base della loro attività la convinzione, confortata dagli
studi sulla fisiologia umana, che l'uomo può continuare a coltivarsi, ad
apprendere e a progredire, fino all'età più avanzata. Come gli educatori
degli adulti, così i bibliotecari non tardarono a rendersi conto che bisognava spostare l'accento dal mezzo al fine, che cioè il fine della animazione
culturale e dell'educazione permanente doveva essere perseguito con tutti
gli strumenti di comunicazione delle idee, dal libro al disco, al film, all'incontro culturale poichè il libro, nell'esperienza dell'uomo di cultura elementare, è sovente, più che un punto di partenza, un punto d'arrivo, un'acquisizione che aprirà la via a nuove esperienze e a nuove conquiste.
Come l'attività di educazione degli adulti, così l'azione della biblioteca ha
trovato via via giustificazioni sempre più ampie: le due giustificazioni, dell'utilità politica ed economica che, al principio furono le sole offerte, appaiono sempre legittime, ma non esauriscono più le motivazioni del servizio; pur operando in primo luogo per aiutare ogni uomo ad essere un cittadino informato e a migliorare la qualità e il rendimento del proprio lavoro. La Biblioteca Pubblica dà ormai alla sua azione il fine più ambizioso di
concorrere a restaurare continuamente l'integrità della persona umana, di
aiutare i
2 Nel segnare questi limiti mi riferisco all'azione solitaria di alcuni pionieri: il
Morel e i due Grolier in Francia, il Fabietti, il De Gregori e pochi altri in Italia.
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singoli ad arricchire la propria vita individuale, e i gruppi sociali a partecipare alla costruzione continua della vita collettiva in tutti i suoi aspetti, non
solo politici ed economici, ma anche spirituali, culturali ed espressivi.
Su questi presupposti programmatici, in ogni paese, la Biblioteca
Pubblica, appena raggiunta una certa organizzazione e funzionalità, si è
qualificata come istituto di educazione degli adulti, o - come noi preferiamo
dire, con una definizione meno ambigua - di educazione permanente: vorremmo aggiungere: di educazione autonoma e permanente.
Nel 1938, negli Stati Uniti, Alvin Johnson, allora direttore della New
School for Social Research, in un suo libro divenuto famoso, dopo aver
ricordato alla Biblioteca Pubblica che essa ha responsabilità inderogabili nel
campo dell'educazione degli adulti, le riconosceva almeno tre requisiti essenziali per esercitarvi una « leadership »: « 1° - dispone dei libri che contengono la miglior parte di ciò che è essenziale all'educazione degli adulti;
2° - ha costituito il suo schema di comportamento per corrispondere alle
esigenze di un pubblico che non accetta la costrizione scolastica, e l'educazione degli adulti ha appunto come caratteristica fondamentale la libertà e la
volontarietà; 3° - infine ha un raggio d'azione più largo di quello di qualsiasi
altra istituzione fuorchè la scuola ».
Da allora la responsabilità della Biblioteca Pubblica come istituto educativo, operante nella comunità nel rigoroso rispetto dei principi fondamentali della democrazia, è stata più volte ribadita, e non solo negli Stati
Uniti ma anche in Europa, e in documenti che impegnano direttamente il
nostro paese.
L'ultimo di questi fu elaborato nel 1966, con la nostra partecipazione,
dal Consiglio d'Europa 3 e testimonia di una realtà molto diversa da quella
del 1938, una realtà che è condizionata dai due fenomeni della riduzione
(attuale o in prospettiva) degli orari di lavoro, e della massificazione e
commercializzazione dell'informazione e delle attività del tempo libero (siano pure gestite teoricamente dalla collettività come la Radio e la Televisione). Per aiutare l'uomo a fare del suo tempo libero non solo una legittima
pausa di distensione, ma anche un'occasione di arricchimento e di partecipazione; per aiutare l'uomo a sottrarsi al « divertimento » commercializzato
che è poi un complesso scoraggiante di inviti alla passività, al livellamento,
e alla dipendenza nei confronti di chi « confeziona il prodotto », è necessario organizzare ed offrire quelle attività culturali-sociali che sono le vere
occupazioni « attive » del tempo libero, e tra esse acquista una dimensione
impensata, un'importanza pregiudiziale, la Biblioteca Pubblica: non solo
perchè essa offre in via primaria i materiali per un'attività autonoma di
Cfr. V. Carini-Dainotti, Biblioteca Pubblica, tempo libero e educazione permanente, in
A.I.B., Bollettino d'informazione, 7 (1967): 3-17.
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informazione e di formazione, ma anche perchè l'uso dei libri e degli audiovisivi che la Biblioteca raccoglie, costituisce condizione e premessa di quasi
tutte le altre occupazioni attive del tempo libero: i cineclubs, i tele-clubs, le
attività teatrali e musicali, le mostre, le riunioni d'informazione e discussione, persino lo sport inteso come pratica attiva.
Per queste ragioni il documento riafferma la responsabilità primaria
della Biblioteca Pubblica « nel campo dell'educazione permanente e dell'utilizzazione intelligente del tempo libero »; ammette pregiudizialmente che «
per essere veramente utile, la biblioteca dev'essere bene organizzata », ma
ribadisce che solo l'attività culturale « completa il rendimento della Biblioteca Pubblica », e aggiunge: « Si definiscono attività culturali da un lato quelle
che sono organizzate da gruppi esterni in certi locali della Biblioteca e con
mezzi tecnici da essa forniti, dall'altro le attività organizzative direttamente
dalla Biblioteca, per la collettività ».
E' aperta così la via ad ogni proficua collaborazione, in un auspicato
processo di catalizzazione delle iniziative e degli sforzi. Non sono che un
chiarimento della definizione ora citata queste altre formulazioni contenute
nel progetto del documento: « Le attività culturali della Biblioteca Pubblica
devono essere concepite anche in funzione di coloro che non leggono e che
tuttavia devono essere informati »; « Il bibliotecario organizzerà la collaborazione con gli altri gruppi culturali operanti nella comunità e nella regione:
egli sarà attento a tutti gli aspetti della vita culturale, teatri, concerti, films,
radio e televisione. Per certe attività culturali il bibliotecario ricorrerà agli
specialisti, in particolare il film, il disco ecc. ».
A questo punto l'interpretazione della Biblioteca Pubblica come centro comunitario non è più dubbia, e solo in considerazione della varietà delle situazioni reali esistenti in alcuni paesi europei, il documento ha scelto di
esprimere questa esigenza in una forma attenuata: « Alcune Biblioteche
possono già essere considerate per se stesse come centri culturali efficienti,
mentre altre lavorano in stretta collaborazione con le istituzioni locali ».
I RISULTATI CONCRETI
Partiti in grave ritardo, non solo rispetto agli Stati Uniti e all'Inghilterra, ma anche rispetto a tutte le democrazie industriali europee, i bibliotecari italiani non avrebbero neppure incominciato ad operare se non avessero avuto il coraggio di prefiggersi come una meta lontana quella che per gli
altri era già una quotidiana realtà, e se nel tendere a quella avessimo dimenticato che mancavano frattanto tutte le condizioni di successo del nostro
lavoro sicchè noi non dovevamo attenderci che la realtà prendesse forma da
presupposti legislativi, finanziari, professionali già esistenti; ma invece dovevamo dar vita a una realtà e in nome di quella ottenere i provvedimenti
legislativi, finanziari e tecnici
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che soli possono evitare, ancor oggi, che 20 anni di lavoro siano perduti. Fu
proprio questa la procedura - poco « burocratica » e molto illuminata - che
la Direzione Generale delle Biblioteche decise di adottare.
Nel 1952 la situazione delle Biblioteche in Italia era la seguente:
a) vi erano 43 biblioteche mantenute direttamente dallo Stato, quasi
tutte di conservazione o di alti studi;
b) vi era, nei comuni capoluogo di provincia, una settantina di biblioteche comunali e provinciali, generalmente povere e inattive, collocate in
sedi inidonee, affidate a personale non qualificato. Ovviamente vi erano
molte eccezioni, anche illustri, comunque tutte quelle Biblioteche si sforzavano di configurarsi come biblioteche di conservazione e di alti studi mentre sdegnavano di servire il lettore comune e ignoravano i problemi della
diffusione della cultura;
c) vi erano poi, sparse in tutto il paese, biblioteche comunali minori
che si differenziavano dalle maggiori solo per un'esasperazione dei mali e
dei difetti di quelle;
d) vi erano infine alcune centinaia di « biblioteche popolari », piccoli
nuclei isolati e provvisori che nascevano dalla buona volontà di piccoli
gruppi ma invecchiavano e morivano per mancanza di mezzi e d'incremento, per l'instabilità e l'incompetenza tecnica dei loro volenterosi zelatori. A
tutti quegli istituti la Direzione Generale delle Biblioteche concedeva contributi e sussidi nei limiti degli stanziamenti irrisori di cui disponeva: nel
1952 ventisei milioni per intervenire in quasi 8.000 comuni.
Si può affermare che da allora è stato percorso un lungo cammino.
Anzitutto i bibliotecari si sono ormai convertiti alla teoria della Biblioteca
Pubblica e sono sempre numerosi quelli che scoprono in sé la vocazione
educativo-sociale del bibliotecario-educatore. Parallelamente la distinzione
concettuale tra i tipi di biblioteche è ormai affermata e la presenza di una «
sezione di conservazione », anche preziosa, non impedisce più alle Biblioteche provinciali o comunali di porsi come istituti di educazione permanente
e come agenzie di informazione della comunità. Inoltre l'opinione pubblica
qualificata, e i politici, incominciano a rendersi conto che è davvero un'esigenza della nostra società disporre di un'attrezzatura culturale capillare; che
il sistema bibliotecario costituisce il tipo meglio elaborato (grazie anche all'esperienza internazionale) di una tale attrezzatura, e il più economico, in
ragione della sua polivalenza; che dall'organizzazione del sistema dipendono
largamente anche le sorti dell'editoria e la possibilità per gli scrittori e gli
editori di entrare in contatto con la grande massa della popolazione 4.
Questo concetto è espresso nell'ordine del giorno sullo sviluppo delle Biblioteche Pubbliche che in Italia, approvato all'unanimità dalla Commissione Nazionale
dell'UNESCO il 31 marzo 1965. Cfr. V. Carini-Dainotti, La Biblioteca Pubblica in Italia
tra cronaca e storia (1947-1967). Scritti, discorsi e documenti. Firenze, Olschki, 1969,
vol. 2°, doc. n. 63.
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Infine l'ininterrotta azione di chiarimento e di dimostrazione condotta dalla
Direzione Generale ci ha consentito di passare dai 26 milioni del 1952 agli
stanziamenti attuali.
Il Programma quinquennale di sviluppo economico, dopo aver recepito formalmente il piano della Direzione Generale per l'organizzazione del
Servizio Nazionale di Lettura, prevedeva - per l'azione da svolgere nel settore, nel quinquennio - una spesa di 10 miliardi. Purtroppo le difficoltà che
ritardarono l'iter parlamentare del progetto e il sopravvenuto ostacolo di
una congiuntura economica sfavorevole persuasero il Ministero della P.I. a
presentare con urgenza una « Legge di finanziamento del Piano di sviluppo
della Scuola nel quinquennio 1966-1970 » con la quale, per evitare contestazioni e ritardi, il Ministero riduceva al 50% la previsione del Programma.
Fu un grave sacrificio, tuttavia la Direzione Generale si trovò a poter disporre globalmente, per l'estensione dell'organizzazione nel quinquennio, di
un fondo di L. 6.575.000.000 ed è stato questo certamente il più importante
risultato concreto conseguito da noi in quasi 20 anni di elaborazione teorica
e di azione pratica per dotare il nostro paese di un'attrezzatura culturale che
ne secondi lo sviluppo civile.
In che misura il piano della Direzione Generale sia entrato in attuazione è possibile dedurre dai pochi dati che seguono, e che tuttavia devono
sempre essere valutati confrontandoli sia con i dati di partenza (la condizione delle biblioteche italiane nel 1952), sia con i mezzi a disposizione (26
milioni all'anno nel 1952-53, 205 milioni a partire dal 1955-56, 605 milioni
nel 1962-63, solo nel 1967 i fondi straordinari del Piano), sia infine con la
generale condizione di scarso sviluppo delle biblioteche dei comuni capoluogo.
In una prima fase furono organizzate « reti di posti di prestito » in
una quarantina di province: era l'offerta di un servizio embrionale, più che
un servizio una dimostrazione, un invito alle Biblioteche dei Comuni capoluogo e agli enti locali a esaminare la possibilità di darsi un'organizzazione.
In una seconda fase la Direzione Generale, potendo disporre di maggiori
mezzi, si impegnò a sviluppare il servizio in quelle province o zone dove si
fossero manifestate le condizioni più favorevoli: biblioteche ben organizzate, amministratori consci delle potenzialità del servizio. Parallelamente venivano abbandonate quelle « reti » che apparivano incapaci di svilupparsi.
Così diminuivano le zone di intervento; ma in esse il servizio si ampliava e
migliorava, evolvendo dalla « rete di posti di prestito » al « sistema bibliotecario ».
Attualmente le province nelle quali è completata o avviata o programmata per il '71 l'organizzazione del sistema (una biblioteca in ogni comune e le biblioteche minori allacciate ad una funzionante ed efficiente biblioteca-centro) sono 22 5; ma in altre. 25 6 funzionano e si
Torino - Cuneo - Vercelli - Milano - Bergamo - Brescia - Cremona - Mantova - Treviso - Pordenone - Trento - Gorizia - La Spezia - Bologna - Arezzo –
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sviluppano le reti in attesa che maturino certe condizioni e, per molte di
esse, che il ministero possa assumere l'onere della trasformazione in sistemi.
La costruzione dei sistemi ha finora promosso il potenziamento o lo
sviluppo di 22 biblioteche centro-rete, e il rinnovamento o l'istituzione di
circa 650 biblioteche alimentate: forse troppe in considerazione dei fondi a
disposizione e della incapacità finanziaria di un gran numero di Comuni.
OSTACOLI E PREVISIONI FUTURE
La Biblioteca Pubblica - come ho accennato più volte - si riallaccia alla Biblioteca popolare in un singolare rapporto di derivazione-negazione:
entrambe si rivolgono alla massa della popolazione, ma la biblioteca popolare, istituto di una società ancora basata sulla diseguaglianza e operante in
una realtà economico-culturale estremamente depressa, assume nei confronti di quella massa atteggiamenti autoritari, o almeno paternalistici, e
comunque censorii; la Biblioteca Pubblica, istituto della democrazia, operante in una società in rapida espansione economica e culturale, si organizza
per rendere a quella massa un « servizio pubblico ». Una contrapposizione
totale dunque, e tuttavia un rapporto di derivazione storica che spiega perchè lo Stato abbia tardato tanto a riconoscere una propria responsabilità
anche finanziaria nella organizzazione delle biblioteche per tutti.
Fin dall'unità lo Stato riconobbe per suo l'obbligo di mantenere biblioteche in funzione della conservazione o al servizio degli alti studi e delle
professioni, ma fu indotto a considerare la diffusione della cultura come
un'attività filantropica da affidare all'iniziativa privata, al più sotto l'egida e
con qualche aiuto delle comunità locali. Solo al principio del '900, quando
già agli impulsi filantropici s'erano andati aggiungendo i fermenti sociali e
alle biblioteche popolari organizzate da membri della borghesia illuminata
s'erano aggiunte le biblioteche popolari delle cooperative e delle società di
mutuo soccorso, lo Stato s'indusse a intervenire con una politica di modesti
sussidi a favore dei Comuni che decidessero di istituire biblioteche popolari.
Anche se la rapida fioritura provocata da quel modesto intervento
Firenze - Latina - Rieti - Viterbo - Chieti - Campobasso - L'Aquila - Foggia
- Lecce - Matera - Potenza - Cagliari.
6 Pavia - Genova - Forlì - Modena - Parma - Ravenna - Reggio E. - Pisa Perugia - Terni - Ascoli P. - Pesaro - Pescara - Teramo - Napoli - Avellino - Benevento - Caserta - Salerno - Catanzaro - Cosenza - Reggio C. - Bari - Brindisi - Nuoro.
Sono anche elaborati i piani e avviati i contatti con gli enti locali e i bibliotecari delle biblioteche maggiori in molte altre province tra le quali si possono citare come più prossime ad un avvio: Massa Carrara - Livorno - Pistoia e in genere le
province della Sicilia.
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si dimostrò fragile ed effimera, come era da prevedere, tuttavia la formula: iniziativa dei Comuni, contributo dello Stato - non fu più messa in
discussione. Attraverso gli anni, dal Decr. Leg. Luog. 2 settembre 1917, n.
1521, alle « relazioni finali » della Commissione Nazionale d'Inchiesta per la
riforma della Scuola, pubblicate nel giugno 1949, restò acquisito che
spettasse ai Comuni istituire le Biblioteche per la generalità dei cittadini
(ancora nel 1949 si dicevano « popolari »!) e allo Stato concedere qualche
sussidio (il documento del 1949 diceva: « adeguati sussidi »). Al più, nel
1949 la Commissione per la Riforma della Scuola riferiva: « si invocano
provvedimenti intesi ad obbligare i Comuni a stanziare appositi fondi a
favore delle biblioteche del popolo ».
In questa situazione si inseriva il progetto della Direzione Generale
delle Biblioteche. Ma obbligare per legge i Comuni ad istituire e a finanziare
le Biblioteche, non era a nostro avviso una soluzione. Proprio perché
miravamo ad assicurare il servizio a tutto il paese, noi eravamo in grado di
renderci conto che quella proposta era nata da una considerazione tutta
teorica della nostra realtà amministrativa ed economico-sociale. Chi
l'avanzava sembrava che non sapesse che su 7.751 Comuni (quanti ne
contava allora l'Italia), ben 7.059 avevano una popolazione inferiore ai
10.000 abitanti (e la proporzione non è mutata): erano cioè piccoli
organismi ad economia strettamente rurale, generalmente deficitari e
incapaci di provvedere ai bisogni fondamentali della vita di comunità. E
poi, quale tassa perchè bastasse a mantenere un servizio come quello della
Biblioteca Pubblica che non è fra i meno costosi? In quegli stessi anni
l'Associazione dei bibliotecari americani arrivava alla conclusione che una
Biblioteca Pubblica, per rendere un buon servizio restando autonoma cioè
operando isolatamente, doveva disporre di una dotazione annua almeno
pari a 15 milioni e ne deduceva che solo un comune che avesse almeno
25.000 abitanti poteva mantenere da solo una Biblioteca Pubblica. A sua
volta l'Associazione dei bibliotecari inglesi parlava di circa 35 milioni e di
40.000 abitanti. Vero è che la progettata costruzione dei sistemi avrebbe
notevolmente ridotto il gravame per i singoli Comuni; ma i sistemi
bisognava prima costruirli, e quel gravame calcolarlo realisticamente, e
persuadere gli enti locali dell'opportunità di sopportarlo, per non proporre
e sostenere un provvedimento legislativo che - quand'anche per pura ipotesi
fosse stato adottato - sarebbe rimasto lettera morta.
D'altra parte se era inaccettabile, o almeno inattuale, l'idea di una
legge per il finanziamento obbligatorio delle Biblioteche Pubbliche da parte
dei Comuni, anche il progetto di chiamare lo Stato ad assumere l'onere
rilevante d'un'organizzazione interamente da fare della quale era perfino
difficile offrire ai profani un'immagine, o illustrare l'azione futura, parve a
noi che equivalesse a spingere l'iniziativa in un vicolo cieco: bisognava fare
e dimostrare per poi chiedere ed ottenere.
E poi, era davvero desiderabile, nelle mutate condizioni storiche,
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che lo Stato assumesse interamente l'onere del servizio sostituendosi agli
enti locali, espressione immediata delle comunità? Al bibliotecario, come
educatore, non può sfuggire che un istituto come la Biblioteca Pubblica
prende radici nella comunità e ne diventa un lievito culturale nella misura in
cui matura dall'interno, voluto, e in qualche modo pagato, dalla comunità
con qualche sia pur modesto contributo di buona volontà, di sforzo, di
sacrificio. Seguendo la via (ardua, del resto) della statizzazione del servizio,
poteva accadere che le nuove biblioteche (e quali stanziamenti sarebbero
occorsi per farle?), sorgendo per esclusiva benevolenza e concessione
dall'esterno e dall'alto, prima che le comunità manifestassero l'esigenza di
disporne, rimanessero come sterile testimonianza di un indirizzo
paternalistico, o come soprastrutture non apprezzate e non utilizzate. Del
resto quando l'Unesco raccomanda di organizzare campagne di propaganda
per l'istituzione delle biblioteche, ad altro non mira che a suscitare nelle
popolazioni il desiderio e il bisogno di disporre del nuovo servizio, e un
fine non diverso ha la pratica largamente adottata altrove, in URSS, in India
e nei paesi emergenti, di chiamare la comunità alla costruzione della sede
stessa della biblioteca e dei suoi arredi.
Stretta fra contrastanti considerazioni di opportunità pratica e di
coerenza metodologica, la Direzione Generale scelse alla fine una via
intermedia: rivolgere ogni insistenza ad ottenere dallo Stato più larghi mezzi
per promuovere e stimolare le iniziative locali; sovvenzionare la costruzione
dei primi sistemi solo dove la biblioteca maggiore dell'area fosse tanto ben
organizzata e ben diretta da sostenerne il peso, e gli enti locali tanto
lungimiranti da accettare di impegnare la loro biblioteca nel territorio;
vigilare perchè si allacciassero ad un sistema solo quei Comuni che avessero
mostrato di apprezzare e di desiderare il servizio; limitare il proprio
intervento alla preparazione del personale, alla consulenza tecnica, al
coordinamento, e a finanziamenti programmati e limitati nel tempo.
Tuttavia quei finanziamenti non potevano che essere rilevanti, e del tutto
sproporzionati alla spesa sopportata dai Comuni che beneficiavano del
servizio: e infatti al comune capo-rete bisognava assegnare un
finanziamento press'a poco pari alla spesa giacchè gli si chiedeva di operare
fuori dei propri confini; quanto ai Comuni minori, veniva loro richiesto un
contributo, ma si accettava che fosse ridotto ad una misura del tutto
simbolica quando si riconosceva che erano troppo poveri, o ancora troppo
poco persuasi per accettare di contribuire.
Se ho tanto insistito sul problema dei rapporti tra lo Stato e gli enti
locali nell'organizzazione e nella gestione del Servizio Nazionale di Lettura,
si è perchè alla soluzione adottata sono connessi i tre principali ostacoli che
bloccano ormai lo sviluppo ulteriore del piano e minacciano gravemente la
istituzionalizzazione del servizio. Questi ostacoli sono: il personale, le sedi,
i finanziamenti ordinari.
Le biblioteche capo-rete devono poter disporre di un nucleo di
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personale idoneo e preparato che accentri le procedure per tutta l'area
(scelta, acquisizione e preparazione del materiale); che assista tutti i
depositari e i dirigenti periferici (anche nei loro rapporti con gli enti locali);
che assicuri la circolazione dei libri e degli altri materiali, il prestito diretto,
la consulenza bibliografica, la guida alle letture; che prepari al centro ed
esporti in tutta l'area una buona parte delle attività culturali del sistema. Si
può calcolare che occorrano in media 5 persone, fra bibliotecari e impiegati,
in ogni sistema, oltre al direttore. Ma i Comuni capo-rete che prestano già
al territorio la propria biblioteca, non hanno alcuna ragione di assumere
l'onere del personale, nè lo potrebbero volendo, nè lo può la Direzione
Generale.
Le biblioteche minori allacciate devono avere un dirigente capace di
svolgere, alla periferia del sistema, un delicato lavoro di animazione
culturale e di mediazione tra il materiale e gli utenti, mentre poi devono
essere in grado di collaborare, anche tecnicamente, col centro-rete. Si può
calcolare che occorra in media un animatore per ogni comune: si tratta cioè
di alcune migliaia di animatori culturali a pieno e a mezzo tempo che i
Comuni non sono in grado di assumere e di retribuire convenientemente,
sia per mancanza di mezzi, sia per difficoltà inerenti alla gestione
amministrativa dei comuni.
Tutte le biblioteche poi, devono affrontare il problema della sede: un
problema che ha naturalmente dimensioni ben diverse secondochè si tratti
di grandi e medi comuni o di comuni fino ai 10.000 abitanti; ma ad ogni
modo un problema che gli enti locali non sono in grado di risolvere da soli.
Infine tutte le biblioteche, in dimensione diversa devono trovare i
mezzi per provvedere alla gestione ordinaria del servizio e - dopo averli
trovati - devono ottenere dall'autorità tutoria di poterli stanziare: perchè è
bene non dimenticare che la Direzione Generale delle Biblioteche, con i
contributi che è oggi in grado di assegnare, può aiutare i Comuni nella
prima fase, dell'impianto delle biblioteche e dei sistemi, ma già adesso, e
tanto più via via che i sistemi si moltiplicheranno, non può coprire, se non
in piccola parte e provvisoriamente, le spese di gestione.
Il piano della Direzione Generale ha dimostrato in quasi 20 anni la
sua validità; ma attuandosi ha rivelato pienamente i suoi limiti. Da
numerose province e zone sub-provinciali gli enti locali, che un tempo
bisognava stimolare e persuadere, premono per ottenere gli aiuti necessari
all'organizzazione del sistema e all'avvio del servizio; ma le richieste non
possono essere accolte perchè i finanziamenti a disposizione sono
interamente impegnati. E' stato fatto qualche tentativo per ottenere che gli
Enti locali assumano ormai, completamente o in buona parte, l'onere dei
sistemi già organizzati ed avviati: in alcuni casi è stato possibile, ma in altri
il sistema, privato dei rilevanti contributi dello Stato, è entrato in crisi.
D'altra parte le province o zone che chiedono l'organizzazione di nuovi
sistemi devono quasi sempre affrontare anche
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il problema delle sedi, e quello gravissimo dell'assunzione del personale, e
con ciò siamo tornati ai problemi di fondo dei quali parlavamo prima.
Anzi il problema del personale è all'origine delle più gravi carenze del
servizio. Noi vediamo che anche i sistemi già organizzati tardano a
sviluppare l'azione di animazione culturale che è il vero fine del servizio, e
ci rendiamo conto che ciò accade proprio perchè, non potendo il personale
essere assunto con garanzie di stabilità e con retribuzioni accettabili, nelle
biblioteche-centro si instaura una condizione di incertezza e di inquietudine
che impedisce il lavoro più propriamente culturale, alla periferia si
determina un continuo avvicendamento dei depositari, una fuga dei migliori
e più idonei, con la conseguenza che anche la preparazione e
l'addestramento di quel personale diventa problematico, ed è gravemente
compromesso il contatto tra la Biblioteca e la comunità.
Ai mali denunciati sarebbe possibile, a nostro avviso, apportare
subito qualche rimedio: a patto di concentrare gli sforzi e di utilizzare
organicamente i finanziamenti pubblici già disponibili. Mi riferisco qui alla
urgenza di coordinare gli interventi della Direzione Generale delle
Biblioteche e della Direzione Generale dell'Educazione Popolare, e - nelle
province meridionali - gli interventi dell'amministrazione ordinaria e quelli
della Cassa per il Mezzogiorno.
Per risolvere il problema delle sedi in tutto il paese è certamente
necessario un provvedimento legislativo. Nel quadro del primo piano
quinquennale, la Legge 28 luglio 1967, n. 641, modificata e integrata dal
Decreto-Legge 24 ottobre 1969, n. 701, ha provveduto a fornire ai Comuni
i mezzi per un rinnovamento e adeguamento delle strutture scolastiche; ma
ha trascurato la attrezzatura culturale dei Comuni. Questa lacuna dovrà
essere colmata con il secondo piano quinquennale. La Legge 3 agosto 1949,
n. 589: « Provvedimenti per agevolare la esecuzione di opere pubbliche di
interesse degli Enti locali », più volte integrata, ha dato ai Comuni la
possibilità di contrarre mutui per la costruzione o l'ampliamento o la
sistemazione di strade, acquedotti, ospedali, asili, scuole e sedi comunali;
ma una ulteriore integrazione dovrà certamente riguardare la biblioteca
come centro culturale della comunità. Secondo gli indirizzi generali
contenuti nelle leggi citate, lo Stato, mentre potrà limitarsi a concorrere alle
spese dell'attrezzatura culturale nei grandi comuni facilitando la stipulazione
dei mutui, dovrà invece intervenire direttamente nei piccoli comuni per
dotarli, a spese della collettività, come delle scuole dell'obbligo, così della
Biblioteca-centro culturale che è da un lato la naturale sede delle attività
integrative della scuola e del tempo pieno scolastico, dall'altro la scuola
permanente, l'indispensabile centro d'informazione e di azione culturale del
cittadino adulto.
Però fin da ora, almeno nelle province meridionali, la Cassa per il
Mezzogiorno potrebbe affrontare il problema. Mancano, nelle zone di
intervento della Cassa, circa 700 Biblioteche-centri culturali, e tra esse 498
biblioteche minime e 185 biblioteche medie. Un intervento program-
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mato per dotare circa 700 Comuni della loro piccola ma accogliente « casa
della cultura », permetterebbe all'amministrazione ordinaria di promuovere
l'organizzazione dei sistemi, indurrebbe gli enti locali al massimo sforzo di
partecipazione, sarebbe insomma uno di quegli interventi straordinari per i
quali appunto la Cassa del Mezzogiorno è stata istituita, e si risolverebbe in
un'impensata accelerazione del processo di trasformazione civile di quella
parte del nostro paese.
Per risolvere il problema del personale è certamente necessario che lo
Stato riconosca finalmente che il servizio dell'informazione e
dell'animazione culturale assicurato dalla Biblioteca Pubblica (intesa come
centro culturale, come appunto dev'essere), è nella nostra società
democratica e industriale altrettanto utile e necessario quanto poteva
esserlo la scuola elementare e l'insegnamento dell'alfabeto al principio del
secolo in un'Italia agricola e governata sulla base del suffragio limitato.
Però in tutto il paese lo Stato già retribuisce alcune migliaia di maestri
addetti ai vecchi Centri di lettura, oggi ribattezzati « Centri di educazione
permanente », ed è in atto un processo per cui, mentre larghe zone del
paese sono ancora prive di qualunque attrezzatura culturale, in un comune
dell'Italia meridionale e insulare (per fare il caso limite) potrebbero
coesistere e duplicarsi una Biblioteca Pubblica, autonoma o alimentata, un
Centro di Servizi Culturali della Cassa per il Mezzogiorno e uno o più «
centri di educazione permanente », tutti mantenuti con denaro pubblico.
Non è chi non veda quale vantaggio potrebbe venire alla comunità dalla
convergenza di queste iniziative e quanto ne guadagnerebbe in efficienza
l'unità di servizio che derivasse dalla fusione dei tre istituti.
Quanto ai finanziamenti è da sperare che nell'ordinamento regionale
il problema della diffusione della cultura acquisti un rilievo nuovo e trovi,
nella responsabilità degli amministratori locali, soluzioni diverse.
Quale sarà, con l'avvento delle Regioni, il compito dello Stato, e per
esso della Direzione Generale delle Biblioteche? Negli Stati Uniti il
Governo centrale ha ricevuto dal Congresso importanti stanziamenti per un
« programma federale » in materia di biblioteche e di diffusione della
cultura. Quel programma gli consente di svolgere, nei confronti degli Stati,
l'azione che gli compete di coordinamento, di indirizzo generale, di stimolo
e di compensazione degli squilibrii culturali ed economici. lo credo che il
piano attuato fin qui dalla Direzione Generale abbia già percorso e
prefigurato quella che deve essere, nell'ordinamento regionale, la funzione
benefica e necessaria dell'amministrazione centrale.
V. CARINI DAINOTTI
L'articolo che pubblichiamo - con la cortese autorizzazione della rivista
dell'ENAIP: «Formazione e Lavoro» - è stato scritto nel giugno 1970, col titolo:
L'azione educativa svolta in Italia dalla Direzione Generale delle Accademie e
15
delle Biblioteche e per la diffusione della cultura nel settore della lettura pubblica:
obiettivi, contenuti, realizzazioni, previsioni di sviluppo.
In seguito i termini del problema sono in parte mutati: in particolare l'attività
della Cassa per il Mezzogiorno è sospesa e si ignora ancora se la legge di
rifinanziamento destinerà fondi a progetti regionali di attrezzatura culturale.
Tutti sappiamo che gli indirizzi adottati dalla Cassa in questo settore hanno
suscitato perplessità e riserve; ma tutti, anche, sappiamo che un intervento
straordinario, per l'organizzazione di una fitta rete di « biblioteche-centri culturali » nei
più che 2.500 Comuni delle regioni meridionali, è necessario e indifferibile (n. d. r.).
BILANCIA
Cultura pugliese contemporanea
in un pacchetto di schede bibliografiche
Dovremmo ormai chiederci tutti se nelle Puglie è esistita una cultura
che abbia storicamente agito nel contesto più ampio della cultura nazionale.
Sappiamo quanto sia arduo tentare di fare un bilancio in tal senso e come
siano necessarie conoscenze, oltre che storiche, soprattutto antropologiche.
Il materiale c'è, è vero, ma non ha ancora avuto la necessaria filtrazione
critica, perché si possa pretendere di tessere un discorso storicamente
definito; possiamo, comunque, proporre delle indicazioni o suggerire delle
ipotesi di lavoro. II fatto più caratteristico della nostra cultura è la crisi del
crocianesimo, che mai forse, come da noi, ha subito un'incrinatura rilevante
per la ben nota rigidità di schemi dell'ideologia del filosofo di Pescasseroli.
E' tornata di moda la metodologia marxista, tanto nel campo
strettamente speculativo che nel campo letterario; e questa fruizione di
nuove idee è stata possibile attuare sulla base della matrice verista, oggi
riconoscibile nella parte più valida e duratura della nostra narrativa. Nelle
pagine degli scrittori pugliesi e meridionali, in particolare, del Novecento c'è
il fermento di una seria passione, di un senso di umanità frustrata che non
manca mai di far capolino, anche se attraverso un tono ilare o satirico,
giocoso o farsesco.
Il Mezzogiorno, insomma, è come una malattia che lo scrittore
sconta sulla pagina, la quale, quando è sincera, non può passare sotto
silenzio - come bene osserva Walter Mauro in Cultura e società nella narrativa
meridionale (Roma, Ed. Ateneo, 1967) -, bensì deve affiorare come sintesi
ideale e poeticissima di messaggio di giustizia pretermessa e violata, di
dolente aspettazione.
In poesia, d'altro canto, il discorso da farsi è lo stesso, anche se qui
bisogna avere più chiare idee sulla situazione spirituale, politica e sociale del
Mezzogiorno in questo dopoguerra, per poter pretendere di entrare nel non
facile mondo artistico dei poeti d'oggi.
Se, infine, si vuole comprendere l'atteggiamento spirituale dei poeti
pugliesi verso il passato, è pur sempre a tutta la tradizione del meridione
che bisogna richiamarsi. « La nostra posizione critica - scrive Vittorio Fiore,
in Mezzogiorno e poesia (« Gazzetta del Mezzogiorno », 30 aprile 1967),
tradotti in termini poetici, verso un passato di antica civiltà, retoricizzato
dal fascismo, deriva da un atteggiamento di chiara consapevolezza critica
verso la nostra storia più recente (il trapasso
17
dall'epoca liberale al fascismo) quale è possibile riscontrare nell'opera dei
due meridionalisti pugliesi che maggiormente hanno avuto un'influenza,
anche indiretta, sulla formazione dei poeti, dei narratori scrittori, degli
urbanisti pugliesi: Gaetano Salvemini e Tommaso Fiore ».
I poeti pugliesi hanno dunque appreso dai meridionalisti che li
hanno preceduti gli strumenti culturali per poter demistificare il passato e
per poter conoscere meglio i mali che affliggono la nostra società.
« Eravamo stati educati ad un falso sentimento di grandezza.
Bisognava partire da zero, utilizzando molte delle interpretazioni dei
meridionalisti riferite al paesaggio storico pugliese... Di qui la grande
importanza che ha per i poeti pugliesi il paesaggio, che hanno per noi il
sole, il cielo, come ha acutamente notato Mario Boselli. E non è senza
significato che un autentico poeta quale è Vittorio Bodini e che io stesso
abbiamo cantato la nostra terra e l'Europa, in una congiunzione ideale che
ha una profonda ragione storica ».
Gabriele Pepe è stato il continuatore più autorevole, in quest'ultimo
quarantennio, dello spirito laico, repubblicano e socialista in Puglia. Nato
ad Ostuni, ha insegnato per moltissimo tempo all'Università di Bari. Sono
in un certo senso vicini al suo pensiero Vincenzo Tangaro di Trinitapoli,
Mario Simone di Manfredonia, Leonardo Sacco di Matera e Michele
Cifarelli di Bari. E, sempre nel campo storico, vantiamo nomi di un certo
rilievo: Antonio Lucarelli, Giovanni Masi, Giuseppe Tamburrano, Guido
De Ruggiero, Franco Cagnetta, Domenico Zuccaro. In Alfredo Petrucci «
abbiamo incontrato un'anima candida di poeta », oltre che un fine
studioso di storia dell'arte ed incisore; notissimo il suo libro, Cattedrali di
Puglia.
In uno studio che ha avuto scarsa risonanza per la tempestività con
la quale è stato dato alle stampe, Tommaso Fiore ha affermato, qualche
anno fa, che Lecce resta la città letteraria per eccellenza.
« La cultura salentina è un fatto di antica data, autonomo,
aggiornato da gran tempo alla cultura nazionale ed europea e partecipe dei
suoi conati di libertà » (La Puglia nel momento presente, Cosenza, 1967).
Prima dei vari Bodini e Fiore, c'è stato però in Puglia (precisamente
nel Salento) Girolamo Comi, che, anche se ha operato in una sfera
prettamente ermetica (è stato seguace di Arturo Onofri), ha conservato,
comunque, il purissimo linguaggio di casa nostra.
Vittorio Pagano sembra possa reggere il confronto tanto con il
Bodini che con l'ormai « antico » Comi. Animatore del discorso culturale
salentino è Francesco Lala, ma con maggiore e più acuta esegesi critica
Nicola Carducci, professore di Letteratura italiana nell'Università di
Lecce.
Ispanisti di fama internazionale sono: Vittorio Bodini (già noto, del
resto, come sperimentatore di poesia) e Oreste Macrì.
Altri valenti studiosi di problemi letterari e storici vanno indicati nei
nomi di Mario Sansone, Aldo Vallone, Mario Marti, Oronzo Parlangéli,
Arcangelo Leone De Castris, Carlo Prato, Luciano De Rosa, Giovanni
Bernardini, Francesco Gabrieli, Giuseppe Guerra, ecc.
18
Spostando il nostro cannocchiale su Foggia e provincia ci imbattiamo
in Giuseppe Tamburrano, studioso di Antonio Gramsci, Pasquale Soccio,
preside del Liceo classico di Lucera da tanti anni, uomo solitario, propenso
a considerare la cultura come un fatto che deve necessariamente uscir fuori
da certe cittadelle olimpiche dove si trova arroccata ed essere portata tra il
popolo con un esercizio che ci impegni totalmente, « in scrinio pectoris »,
senza nulla concedere ai malinconici abbandoni e ai falsi paternalismi di
parole suadenti; Michele Melillo, che sta cercando da vari anni di recuperare
il dialetto nel magma di una lingua in continua evoluzione; Cristanziano
Serricchio, interprete intelligente e sottile di tanta buona poesia italiana e
pugliese contemporanea ed egli stesso poeta di un certo talento; Giacomo
Strizzi, poeta in vernacolo alberonese, tra i più vivi, che rende in un
linguaggio efficacissimo, pregno di tanta saggezza popolare e di tanta
gagliarda risonanza, la vita di paese, in ogni sua più autentica dimensione
umana; Giuseppe Cassieri, di Rodi Garganico, ormai scrittore di fama
nazionale, « ricco di umori vari, erotici, satirici, beffardi, tragici, civili »: in
lui c'è un accostamento cordiale alla natura, specie a quella tanto suggestiva
del litorale garganico.
Cassieri esordisce nel 1952 con Aria Cupa, un romanzo la cui prosa
ha il caratteristico sapore di casa nostra, sa cioè di «salinità » e di
mediterraneità; in esso mette in luce come « una provincia pugliese risulti
chiusa ai suoi pregiudizi ed inibita ad ogni possible sviluppo ». Il romanzo
sembra essere il risvolto ideologico dell'ultima sua opera, annunziata dalla
Feltrinelli e intitolata Offerta speciale: qui, infatti, c'è il netto rifiuto per la
costruzione di un campo boe per superpetroliere di fronte alla costa di una
cittadina del Mezzogiorno, a difesa del patrimonio naturale; un rimpasto di
temi, come si vede, non più originale, ma asservito ad un processo di
involuzione del pensiero che va pericolosamente fuorviandosi, perdendo il
contatto vivo con la dimensione umana dei fatti; intendiamo dire che quel
Cassieri prima maniera, autobiografico, capace cioè di osservare la società
con l'occhio spietato di chi giudica col distacco e con la partecipazione
dolorosa ad un dramma i cui fili nascosti si occultano nel rappreso mondo
degli affetti domestici e dei sentimenti privati e famigliari, quel Cassieri,
ripetiamo, sembra ormai parlare un linguaggio insincero, privo di
comunicabilità.
Certo è che le prove più compiute e meglio riuscite dello scrittore
pugliese restano sempre: La siesta, Notturno d'albergo, I delfini sulle tombe, Le
trombe e, soprattutto, La cocuzza, Notturno d'albergo e Il calcinaccio. In queste
ultime il Cassieri dà sfogo ad una sua vena satirica, « prima del tutto
compressa »; la lingua passa con sicurezza e disinvoltura dai toni ironici a
quelli drammatici; il sondaggio psicologico viene anch'esso condotto in
chiave umoristica, un umorismo amaro, intendiamoci, che non ha né
precedenti letterari (è ormai superata la tentazione di richiamarci ai generi),
né trova agganci o termini di confronto nell'esperienza poetica e narrativa
dei contemporanei.
19
Ma ci preme parlare ancora di Nino Palumbo, originario di Trani,
residente ormai da tempo a Milano, assurto alla notorietà con Pane verde, un
libro che narra le vicende dolorose che hanno accompagnato lo scrittore e
la sua famiglia nei primi anni di vita trascorsi in Puglia.
Bellissimi i quattro racconti raccolti in volume e pubblicati nel 1967
dalla Mursia Editrice di Milano, sotto il titolo di Giocare di coda:
l'avvicendamento delle situazioni consente uno scandaglio psicologico che
risulta valido, non tanto perché il Palumbo si riallaccia ad esempi ormai
classici della letteratura occidentale (Dostojevskji o Kafka), ma perché
riesce ad avvincere l'interesse del lettore (e questa ci sembra essere la prova
più indiscutibile della sua attualità); anch'egli, dunque, come d'altra parte
tutti quelli che sono usciti dal proprio guscio ed hanno assimilato nuove
esperienze di vita e di cultura, è nella rosa dei migliori scrittori pugliesi
contemporanei.
Scrittrice di indubbio talento è Rina Durante, nata a Melendugno, in
provincia di Lecce, nel 1928. E' insegnante di lettere, risiede a Roma, è
collaboratrice di varie riviste letterarie e di cultura. E' redattrice del
periodico letterario « Critone ». Alcuni anni fa fece parlare bene di sé: vinse
il « premio Salento » (1966). Il suo romanzo, La malapianta, ha già riscosso
lusinghieri consensi dalla critica ufficiale: ne hanno parlato Nicola Carducci
(« Gazzetta del Mezzogiorno », 15 settembre 1964); Giacinto Spagnoletti («
ABC », agosto 1964); Maria Bellonci (« Il Messaggero », 21 ottobre 1965);
Tommaso Fiore (« Gazzetta del Mezzogiorno », 1965). Si possono
apprezzare le sue originali e svariate capacità narrative in molte pagine del
romanzo.
Anche Claudio Berardino ha ottenuto un notevole successo di critica
con due suoi racconti lunghi: La strada e la montagna, Bari, Resta, 1958 e
L'eredità degli esclusi, Bologna, Cappelli, 1965. Nato a Molfetta nel 1931, vive
a Roma da vari anni.
Francesco Boneschi, in « Idea », luglio 1966, parlò della sua prosa in
termini entusiastici, proiettando in un futuro non troppo lontano la sua
auspicata ed ora quasi raggiunta maturità di artista.
Una promessa è Giorgio Saponaro, scrittore che, in maniera
sanguigna, sa rendere chiara ed efficace la fisionomia spirituale dei suoi
personaggi, adoperando prosa scarna, originale, priva di imbellettamenti e
di involuzioni sintattiche. L'acchiappanuvole, Dedica e Protagonisti della nuova Bari
sono il segno evidente di una ricerca espressiva che va al fondo delle « res »;
lo scrittore adopera anche, quando è necessario, stilemi e inflessioni
tipicamente dialettalí.
Instancabile viaggiatrice europea e mondiale, assimilatrice delle più
svariate esperienze folcloristiche, etnografiche, sociali ed antropologiche è
Anna Maria Salerno, nativa di Bari (1940), collaboratrice presso varie riviste
letterarie e quotidiani, tra cui « La Gazzetta del Mezzogiorno » e « La
Giustizia ». Gli ultimi uomini di Berlino (Roma, Trevi, 1967), tra un
procedimento stilistico a volte diaristico a volte fotografico, testimoniano
l'aderenza della scrittrice alle più suggestive e varie vicende della vita umana
del mondo.
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Abbiamo conosciuto Maria Ricci Marcone nella sua nativa Foggia, in
occasione della presentazione del suo secondo libro di racconti, Gli anni
lunghi (Roma, Il Sagittario, 1968); il primo libro, Le stanze vuote, venne edito
nel 1967 dalla Cappelli di Bologna. La scrittrice è laureata in lettere
classiche ed insegna nelle scuole medie di Bari. Ciò che va particolarmente
sottolineato nella sua prosa è la linearità del dettato; ella è fine descrittrice
di ambienti ed ha un'indubbia capacità mimetica del racconto. Sentiremo
parlare ancora a lungo di lei, se la semplicità dei suoi mezzi espressivi
troverà, come contrappunto, altrettanta forza di contenuti, da
rappresentare.
Ma consideriamo anche la poesia. Certo qui il discorso si fa irto di
difficoltà, che si sa con quanta facilità si è sempre scritto e si scrive di poesia:
tutti siamo poeti, se solo fermiamo sulla carta impressioni o suggestioni
sentimentali che per un poco hanno riempito la nostra anima di tediosa
malinconia. Sappiamo anche a quale operazione di scarto è necessario far
ricorso, se si vuole alla fine cavar fuori un briciolo di vera poesia!
Qualche anno fa, l'Adriatica Editrice di Bari pubblicava, a cura di
Ferruccio Ulivi ed Ezio Filippo Accrocca, un'antologia di Lirici pugliesi del
Novecento; Tommaso Fiore, recensendo il libro, si trovò d'accordo con il Lala
e con noi nel denunciare la mancata citazione di poeti nostrani di una certa
risonanza, tanto in lingua che dialettali: gli antologisti, l'uno docente
universitario di letteratura moderna e contemporanea, l'altro noto come
poeta e critico letterario, avevano trascurato di inserire in quel discorso,
molto crestomatico per la verità, nomi come Giacomo Strizzi e Michele
Caruso di Alberona, Umberto Fraccacreta di S. Severo, Carlo Luigi Torelli
di Apricena.
Eppure, a parte il fatto che il volume era stato concepito ad uso e
consumo dell'Università (si sa quanto sia carente per la maggior parte della
gioventù moderna la conoscenza della letteratura contemporanea), i
propositi con i quali il lavoro si presentava al lettore erano veramente
nobili: « il loro scopo è di offrire il materiale per la conveniente
sistemazione e il giudizio di un cospicuo e rappresentativo gruppo di autori
nel più ampio sfondo della letteratura nazionale. Un carattere di liricità ci è
sembrato che inerisca in modo tipico alla poesia pugliese dei nostri anni...
Di un forte e spiccato lirismo, dovuto all'impianto originale genuino dei
discorsi, nei casi dello spiritualismo orfico di un Corni e dell'ermetismo di
un Fallacara e di un Pierri, del surrealismo di un Carrieri, o, per venire ai
più recenti, nel sortilegio barocco di un Bodini o nell'incremento discorsivo
di un Vittore Fiore ». Nel volume, oltre ai già citati Girolamo Corni e
Vittore Fiore, figuravano Michele Pierri, Raffaele Carrieri, Giacinto
Spagnoletti ed altri noti poeti. Preghiera e rivolta di Michele Pierri, nativo di
Taranto, restano ancora, a giudizio di Oreste Macrì, « i termini di un poeta
franto in espressioni fulminate di colpe e di amore, di fuoco e di speranza ».
Nel Lamento di Raffaele Carrieri, di Taranto, « c'è una movimentatissima
orche-
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strazione di sangue e di fantasia, e paesaggio, memorie, immagini, tutto si
adempie con un intento e favoloso diario di un uomo vivo, elementare,
nuovo nella sua sensibilità ma antico nel suo dramma » (Giancarlo
Vigorelli); « Il vento cammina di notte, / la luna siede sulla soglia, / all'alba
il gallo fa il buco, / la donna si finge tortora / e il vecchio sonno morte ».
A proposito, poi, di Giacinto Spagnoletti, tarantino, noto più come
studioso e critico di letteratura moderna e contemporanea che come poeta,
è necessario sottolineare il fatto che i suoi versi, più che essere tramati di «
crepuscolarismo », come ha detto il poeta ermetico Giorgio Caproni, sono
il segno di una raggiunta maturità, espressa quasi sempre in veste di
commossa cordialità e di dimessa essenzialità prosastica. Ma, oltre a questi,
potremmo fare entrare nel nostro discorso anche altri nomi, certamente
non trascurabili per una rassegna condotta in questo senso. Li ricordiamo
solamente: Giuseppe d'Alessandro, Vito Carofiglio, Biagia Marniti, Ennio
Bonnea; i già citati Fraccacreta, Strizzi, Caruso, voci che vanno lette ed
ascoltate con attenzione e che possono essere meritatamente accolte nel
contesto della cultura letteraria italiana contemporanea.
GIUSEPPE DE MATTEIS
Com'era certamente nelle intenzioni del suo autore in questo articolo egli volge un
rapido sguardo alla cultura dauna che, invero, si sviluppa in una panoramica molto più
larga e profonda.
Va rilevato, anzitutto, che non solo una produzione letteraria, anche essa, peraltro,
molto più voluminosa di quella esaminata, caratterizza la nostra nuova stagione culturale,
ma anche una intensa operosità nei vari settori degli studi, della editoria e della educazione
permanente. E diciamo questo senza nulla concedere alle manifestazioni - purtroppo
numerose - del tutto velleitarie e diffamatorie, riferendoci solo a quelle, che possono salvarsi
da un giudizio severo.
Noi contiamo di poter pagare il debito assuntoci con i lettori, pubblicando un
sistematico repertorio bibliografico della Capitanata per il decennio 1960-70. Al
momento, mentre ringraziamo l'amico De Matteis di averci offerta l'occasione di
comunicarlo, rimandiamo alle molte centinaia di titoli compresi nello « Schedario », sezione
« Regno di Napoli - Puglia - Capitanata », che da sette anni si pubblica ininterrottamente
in questo bollettino, e al catalogo della « 1 ° Mostra bibliografica del Gargano », apparso
tra i « Quaderni » di questa rassegna. (n. d. r.).
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DAUNIA BIBLIOGRAFICA
Gli scritti di Michelangelo Manicone
Oggi più che mai la terra di Capitanata è al centro dell'interesse
speculativo nel campo della cultura. Continue scoperte vengono a meravigliare gli amatori del passato. La Capitanata non finisce di stupire per la
ricchezza della sua cultura e, che la incuria dei nostri predecessori ha tenuto per molto tempo in ombra. E' questa la volta di Michelangelo Manicone.
Tutto il merito della scoperta del suddetto va al dott. Francesco Javicoli di Vico del Gargano, uomo di non comune talento, innamoratissimo della terra dauna; ha trovato dei preziosi manoscritti del Manicone,
salvandoli dalla solita fine, riservata da incompetenti profani a numerose
opere di tanti nostri scrittori. Grazie a questi « inediti », che al più presto
vedranno la luce, potremo avere un quadro meno incompleto della grande
figura di Michelangelo Manicone.
Costui finora non ha goduto di una adeguata conoscenza, che pur
meriterebbe per le indiscusse multiformi qualità di scrittore. Quei pochi
meriti che gli si attribuivano erano desunti dall'unica sua opera conosciuta: La fisica appula, 1806/7, in cinque grossi volumi di importanza capitale
per la Daunia antica e moderna.
Bisogna pur riconoscere, e nella nostra ricerca ci stiamo rendendo
conto di persona, che gli scrittori posteriori fanno grandissimo uso di
questa sua opera; ma non tutti sono sinceri: molti partono da lui, prendendo materiale senza però fare un accenno della fonte. Questo certo non
fa onore a tali autorelli, mentre costituisce un pregio per Manicone. Tuttavia non mancano riferimenti di plauso e di stima profonda nei migliori
scrittori pugliesi e napoletani, quali G. M. Galanti, M. Fraccacreta, G. De
Leonardis, M. De Angelis, C. Villani, G. Checchia-Rispoli, A. Lucarelli, S.
La Sorsa, G. M. Monti, V. Ricchioni, M. Vocino ... A questi Manicone
appare lo scrittore dalle idee chiare che hanno il loro riflesso nella storia e
nella vita della Daunia.
Ma colui che ha rischiarato con maggior luce questa figura di scrit23
tore è p. Doroteo Forte sia in articoli su periodici, sia in Testimonianze francescane nella Puglia dauna 1.
E' nostra viva speranza che il Manicone possa avere altri numerosi
studiosi, onde essere conosciuto nel suo vero valore.
PROFILO BIOGRAFICO
Michelangelo Manicone appartiene al Settecento, uno dei secoli più
decisivi per la storia della umana civiltà; fu uno dei tanti personaggi che rifulsero nelle vicende di quel periodo, quando le migliori intelligenze erano
intente a distruggere il passato e ricostruire tutto, non più sull'ignoranza e
sul dispotismo politico, morale e religioso, ma sopra la schietta e autonoma
ragione umana. E' sintomatico il quadro che ne dà il Checchia-Rispoli, da
tempo scomparso, professore di Paleontologia e Storia della Geologia all'Università di Roma: « Michelangelo Manicone, naturalista pugliese, si occupò di ricerche scientifiche e si distinse oltre che nel campo della geologia,
della geografia fisica, della metereologia, della botanica, anche in quello dell'agricoltura, della medicina e della storia » 2. Ma già nel 1844 il Moroni nel
suo « Dizionario » 3 annovera il Manicone tra gli uomini celebri per lettere e
scienze « che hanno fiorito e reso famoso e utile al mondo l'ordine francescano ».
Noi per i lettori di « Capitanata » ne presenteremo un profilo biografico e culturale per farne ammirare l'opera e il pensiero.
Manicone nacque in Vico del Gargano il 4 marzo 1745 da una agiata
famiglia. Nei primi anni gli fu maestro della grammatica don Pietro Finis,
canonico della insigne Collegiata di Vico, come lui stesso ci riferisce 4.
Completati gli studi inferiori gli venne l'ispirazione, forse perché già c'era
un suo zio, di diventare sacerdote tra i Francescani. Il 24 maggio 1760 fu
ricevuto nel Convento di Manfredonia per aggregarsi alla milizia francescana. Vestì l'abito il 19 luglio 1760 a S. Maria di Stignano, presso S. Marco in
Lamis, ove nel 1761 emise la sua professione religiosa 5 .
1 FORTE D. Testimonianze francescane nella Puglia Dauna, S. Severo, Organizzazione Dauna Arti Grafiche, 1967, pp. 188-195.
2 CHECCHIA-RISPOLI G., in Enciclopedia Italiana, XXII, col. 125.
3 MORONI R., Dizionario, 26, 142, Venezia, 1844. pp. 142-143.
4 MANICONE M., La Fisica appula, Foggia, Stab. Lito Leone, 1967, II ed.,
p. 519.
5 ARCHIVIO Provinciale dei Frati Minori di Foggia: Cartella « Libro di vestizioni e professioni », a. 1749-1791, p. 105.
24
Non si sa con certezza ove abbia frequentato gli studi di filosofia e
teologia; probabilmente, stando a quanto riferisce Doroteo Forte 6 , studiò a
S. Maria la Nova a Napoli, ove venivano inviati i giovani studenti della Provincia di S. Angelo di Foggia. Volendo dar credito invece alla tradizione di
famiglia, raccolta dal canonico Antonio Miglionico 7, sarebbe stato mandato
a studiare a Roma nel convento di Aracoeli. Inoltre secondo un'altra tradizione, ancor viva a Vico tra il clero e i familiari, Manicone sostenne esami
di laurea a Napoli e a Roma; viaggiò molto per l'Europa; andò a studiare
medicina a Vienna e a Berlino, scienze fisiche a Londra e scienze naturali a
Bruxelles: ne sarebbero prova i molti accenni ben dettagliati nelle sue opere,
di luoghi, scritti ed autori di suddette nazioni.
Dovette senz'altro frequentare l'Università di Napoli e addottorarsi in
Filosofia, Teologia e scienze naturali; senza un titolo non avrebbe potuto
mai insegnare, secondo le disposizioni vigenti negli Studi Generali. Lo dimostra anche il titolo di « Lettor » 8, riservato ai soli laureati, e la « Giubilazione » che ricevette per l'insegnamento svolto. In più la simpatia e la competenza per tali discipline, come appare dall'analisi delle sue opere, ci offre
un valido argomento a credere in una sua laurea in dette materie.
Comunque una cosa è certa, che le opere stampate e inedite del Manicone dimostrano in lui una indubbia formazione scientifica non inferiore
a quella filosofica e teologica.
Dopo essersi laureato professore inaugurò il suo insegnamento nel
1773 con la pubblicazione di un opuscolo, dal titolo Teoremi antropologici e
antropologico-theologici, edito a Napoli e dedicato a Girolamo Trisorio 9, in cui
egli delinea il suo programma di pensiero e d'azione. Insegnò per 12 anni
nello studio generale di Gesù-Maria in Foggia durante i quali maturò e svolse tutto il suo pensiero e il suo programma, affinando il suo metodo didattico per far presa sugli allievi. Considerava la cattedra come un servizio
pubblico culturale; da qui il suo impegno
FORTE D., op. cit., p. 189.
Anche costui meriterebbe uno studio a parte; fu un sacerdote colto; ha lasciata
inedita una Monografia di Vico Gargano ove si legge: « Fra' Michele Manicone avendo
saputo che un suo nipote Michelangelo Manicone era scolaro di grammatica di Don
Pietro Finis, lo inviò a Roma per studiare ad Aracoeli ». Ricerche fatte nel suddetto
convento non ci hanno dato risultato positivo.
8 FRACCACRETA M., Teatro topografico-storico-poetico della Capitanata, Napoli,
1904, p. 53.
9 MANICONE M., Teoremi antropologici, e antropologico-teologici, Napoli 1773. E'
un'operetta in cui l'autore propone una filosofia antropologica.
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e la sua riservatezza: « io quantunque un uomo di cattedra, pure non ho mai
amato di dogmatizzare... » 10. Amava inoltre evitare le affermazioni perentorie nelle materie opinabili: « Io diffido di troppo le assolute asserzioni; e
non mi abbandono mai a giudizi estremi » 1 1 .
Partecipò prima e durante l'insegnamento a vari concorsi di filosofia
e teologia, ove venivano assegnate le cattedre, per l'insegnamento: nel 1770
lo troviamo a Napoli per la filosofia, e nel 1775 a Bari per la teologia; in
entrambi i concorsi risulta tra i concorrenti col punteggio più alto. Il 20
gennaio 1786 ottenne la giubilazione con decreto del Ministro Generale P.
Pasquale da Varese e con diploma del re Ferdinando IV 12. La giubilazione
avveniva dopo 12 anni di insegnamento.
Foggia fu il luogo che lo ospitò per lunghi anni e ne vide l'affermarsi;
il convento infatti di Gesù-Maria era il centro culturale, ove si formavano le
varie menti francescane sia nel campo filosofico sia nel campo teologico.
Tale convento già dal 1618 era sede di uno Studio Generale; fu dichiarato
poi Real Convento, come si può leggere ancor oggi sulla facciata della chiesa: « Regalis hic Conventus regio extat diplomate » 13.
SCRITTI
Si devono proprio al periodo dell'insegnamento le sue varie pubblicazioni; in ordine cronologico appaiono prima i su menzionati Teoremi antropologici... stampati a Napoli nel 1773, e oggetto di pubblica disputa nella regal
chiesa di Gesù-Maria della città di Foggia; opera a carattere filosofico e teologico il cui centro è l'uomo. In essa si vede già un tentativo di rinnovamento della filosofia incentrata tutta sui valori umani.
Appare poi una Orazione di ringraziamento, di cui egli parla così bene e
spesso negli inediti, in nostro possesso. Nell'opera l'autore ringrazia il re
Ferdinando IV per avere limitato « il soverchio numero dei frati ». Eppure,
egli dice, le leggi dell'augusto figlio del gloriosissimo e
MANICONE M., La Fisica Appula, p. 36.
MANICONE M., ivi, p. 794.
12 ARCHIVIO Provinciale dei Frati Minori di Foggia: «Acta Capitularia
Prov. S. Angeli », vol. I, p. 115. ARCHIVIO Generale dell'Ordine dei Frati
Minori, Roma: Fascicolo « Concorsi »: I/49, 1758-1852; e I/109.
13 VINCITORIO L., L'alma Provincia di S. Angelo in Puglia, Lucera,
Frattarolo, Ed. Coda, 1828, vol. II, p. 116.
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piissimo Carlo sopra i Regolari non favoriscono punto l'insolenza delle
penne tinte di veleno » 14 . In essa vi sono « poche galanterie e assai verità
interessanti »; fu questa che gli procurò « censure e biasimi » 15 . L'opera è
databile ai primi anni del regno di Ferdinando IV (1751-1825), quando il
governo era tenuto dal Ministro Bernardo Tanucci, di tendenze anticlericali.
L'opera è andata perduta, però l'autore ne parla ripetutamente ne Il trionfo
del Buon Senso.
Viene poi La Dottrina pacifica, edita a Napoli. Opera di carattere politico, in cui dà consigli a Re e Papi sul modo di governare i popoli. Tutto ciò
che in essa è scritto, di pura e vera sostanza, è quanto oggi abbiamo nella
pratica, dice il De Grazia 16 . Fu proprio quest'opera ad immettere il Manicone nel mondo dei grandi scrittori. Basta dire che il Fraccacreta nel suo
Teatro, lasciando sotto silenzio le varie opere del Manicone, ci riferisce una
certa polemica, da parte di alcuni scrittori, sorta proprio contro « la Dottrina pacifica » del « degno p. Manicone o Lettor Vico » come egli lo chiama
17 . Quest'opera noi non ancora abbiamo la fortuna di vederla; ma chi l'ha
vista riferisce che in essa appare « lo scrittore di vaglia, l'acuto politico, lo
studioso sagace e affezionato, dalla cultura monumentale 18 .
« Nell'opera è affrontato il grande tema della pace, che per il Manicone non può essere senza la libertà, e la libertà senza la comprensione e la
giustizia... » 19 . « L'opera parve ai Regnanti di Napoli addirittura rivoluzionaria: forse di qui le ostilità che il frate incontrò da parte del governo borbonico » 20.
Si potrebbe mettere intorno al 1780 l'opera inedita Il trionfo del Buon
Senso, in sei libri in folio, con 86 capitoli. L'opera incompleta presenta una
buona chiarezza; vi sono esaminati problemi di ordine filosofico, religioso,
sociale; come dice lo stesso titolo l'autore vuol far vedere la vittoria del «
Buon Senso », della verità sull'ignoranza e sulla superstizione nella rassegna
dei più grandi filosofi della storia.
A questa fa seguito immediatamente Il Breviario dei teologi in quattro
tomi, con 10 libri suddivisi in 11 capitoli, anch'essa inedita;
MANICONE M., Il trionfo del Buon Senso, Ms. pp. 18-19.
MANICONE M., ivi, p. 6 sg.
16 DE GRAZIA M., Appunti storici sul Gargano, V. Caputo, Torremaggiore
1930, vol. II, p. 58.
17 FRACCACRETA M., op. cit., vol. II, p. 173.
18 MARATEA G., in « Il Tabor », a. II, n. 2 (1966), p. 3.
19 MARATEA G., ivi, p. 3.
20 MARATEA G., ivi, p. 3.
14
15
27
porta l'anno 1788. In questa domina per lo più il tema teologico con continui sconfinamenti nel campo politico e sociale; l'autore vi auspica un rinnovamento nello studio della teologia con un'apertura alle scienze naturali, le «
quali c'insegnano a leggere nel gran libro della natura » 2 1 .
In quest'opera si fa accenno anche a certe « Note » che egli avrebbe
scritto per ribattere alcuni punti contestatigli.
Nel 1795 escono le Riflessioni chimico-fisiche sopra il cimitero di Vico Gargano edita a Napoli; l'opera non si trova; di essa si parla nella Fisica Appula 2 2 .
L'attività scientifica non era la sola che assorbiva il p. Manicone; egli
fu varie volte superiore, coadiutore nel governo della Provincia già dal
1776; nel 1790 veniva eletto Superiore Provinciale, carica che tenne fino al
9 gennaio 1794 23. Alla scuola alternava l'oratoria; ma il suo grande amore
era il « viaggiare »; la filosofia gli faceva intraprendere peregrinazioni per gli
spaziosi campi appuli, per le scoscese rupi garganiche; faceva osservazioni
locali e scriveva; i libri gl'insegnarono l'ampia via, le osservazioni gli additarono la vera strada.
Nel 1799 abbiamo una parentesi tragica nella vita del Manicone; lo
troviamo assieme al vescovo della città, Gaetano Del Muscio, nella Rivoluzione di S. Severo tra Francesi e Borbonici. Manicone e Del Muscio per
poco non ci rimisero la vita; per le loro idee liberali furono presi di mira dai
reazionari, per cui dovettero fuggire travestiti da contadini nelle campagne
di Castelpagano 24.
Manicone fu favorevole al governo « bonapartista » e alle idee di libertà e progresso; ebbe pertanto buona fortuna col nuovo re di Napoli
Giuseppe Bonaparte, sotto cui nel 1806/7 pubblicò la sua voluminosa opera La fisica appula, in cinque tomi; per questa egli poté essere annoverato tra
i membri della « Società d'incoraggiamento alle scienze », eretta nel 1806
allo scopo di incrementare le scienze utili 25.
MANICONE M., Il Breviario de' teologi, Ms., p. 41.
MANICONE M., op . cit., p. 809.
2 3 FORTE D., op . cit., pp. 254-255.
24 DE AMBROSIO F., Memorie storiche della città di S. Severo in Capitanata,
Napoli, Stab. Tip. De Angelis, 1875. Pag. 151; « ARCHIVIO Pugliese del Risorgimento italiano », an. 1914-15: a. I fasc. II-III, p. 173; BOTTA C., Storia d'Italia dal
1789 al 1814, Milano, G. Silvestri, 1844. Vol. III, pp. 157-160: FRACCACRETA
M., Una pagina di amore e di lagrime - Brano di storia della rivoluzione dell'89, Trani,
La passione di S. Severo, Foggia, Tip. Cappetta, 1929, pagg. 4-26; SCORTICATI E.,
V. Vecchi Ed., 1882, pagg. 206-212.
2 5 SCACCHI A., Cenno storico del Real Istituto di Incoraggiamento di Napoli,
Napoli, Tip. dell'Acc. delle scienze, 1888.
21
22
28
La Fisica appula, frutto di molti anni di ricerca, contiene una ricca e sistematica serie di notizie riguardanti la Mineralogia, la Botanica, la Zoologia, l'Agricoltura, l'Igiene... della Capitanata, come anche sulla Geologia e
Geografia fisica di detta regione. E' una preziosa miniera - scrive M. Papa 26
- per chiunque volesse conoscere e sfruttare le naturali risorse di questi luoghi. Fu un'opera molto studiata all'estero ed elevata al cielo dal padre Denza, dice il De Grazia 27. L'opera proprio per la sua utilità e la sua originalità
è stata ristampata in un unico volume nel 1967.
Frattanto il Manicone si dedicò a un altro suo lavoro: Statistica generale
della Daunia, come ci riferiscono vari autori. La morte forse non gli permise
di portarla a termine, avendo già pronto il materiale, che andò perduto per
incuria di coloro che non seppero apprezzarlo 28.
L'elenco delle opere non finisce qui. Verso il 1920 Domenico Maselli,
insegnante di Vico del Gargano, dettò già vecchio, delle notizie al prof.
Francesco Javicoli intorno al Manicone; in queste si fa cenno ad un'altra
opera: La storia dei Concili in 19 volumi, la quale sarebbe stata bruciata per
ordine del vescovo di Vieste, Mons. Domenico Arcaroli 29, prelato di natura
affabile e zelante nella cura delle anime, col quale le idee spinte del Manicone non si armonizzavano, per cui tale fonte, anche se non trova riscontro in
altre, potrebbe essere attendibile.
UN INTERROGATIVO SUGLI « INEDITI »
Il numero delle opere del Manicone, stando a quanto appare dagli «
inediti » e dalla voce della tradizione, possiamo credere che doveva essere
molto più largo. Solo ulteriori ricerche potranno accertare la quantità.
Ma perché il Manicone non ha dato alla stampa tutti i suoi scritti?
Nel periodo in cui egli visse, l'Inquisizione faceva sentire ancora il suo influsso, tanto che a volte dire la verità era esporsi a « oggetto di ca26
PAPA M., Economia ed economisti di Foggia (1089-1865), Foggia 1933, p.
27
DE GRAZIA M., I dimenticati, in « Il Foglietto », a. XXV, n. 15, (1922),
167.
p. 1.
28 CHECCHIA-RISPOLI, Un frate naturalista pugliese, S. Severo, Tip. Dotoli, 1916, p. 15. DE GRAZIA M., op. cit., p. 59.
29 Mons. Arcaroli (1731-1826), nativo di Vico Gargano, vescovo di Lavello e Vieste; scrisse varie opere, lasciò inedita una Autobiografia; se ne occupò anche F. Carabellese sulla « Rassegna Pugliese », vol. XXI, n. 11-12, 1904.
Cfr.:D'ADDETTA G., Vagabondaggi garganici, Quaderni de « Il Gargano », 12,
Foggia 1960, p. 41 seg.
29
lunnie, e ad essere gettato nelle prigioni » 30, sebbene l'autore scriva che la «
superstizione » aveva cessato d'incrudelire contro gli amatori della pura verità 31: mentre il Clero di Napoli aveva la mente illuminata per cui non c'era
pericolo di persecuzioni ...
Egli lascia le sue opere come testamento ai giovani, convinto che «
solo la gioventù prenderà la sua parte, perché essa parteggia coloro che
pensano. I soli giovani rendono testimonianza alle verità nuove; e ciò perché questi non sentono il puntiglio dell'invidia » 32.
Dovette però sperimentare il potere dell'Inquisizione; se la Orazione di
ringraziamento gli procurò molta amarezza: « Alcuni dei miei fratelli - egli
scrive - mi hanno, ahimé, ascritto tra i felloni, mi han fatto reo ... mi hanno
chiamato cieco nemico dello Scettro e dell'Incensiere » 33. In un altro punto
confessa che « la verità è sempre utile agli uomini, mentre sovente è nocevolissima a chi la manifesta. Essa è come una medicina, la quale giovando si
fa detestare » 34.
Una cosa è certa, che il Cardinale di Napoli, Arcivescovo Spinelli, per
invito di Papa Benedetto XIV, aveva o era in procinto di ristabilire nel Regno di Napoli il Tribunale dell'Inquisizione 35.
Il ricordo di Galilei, di Giannone ... è troppo vivo nella mente del
Manicone; la prudenza gli avrà suggerito di attendere tempi migliori in cui i
suoi scritti avrebbero potuto circolare liberamente.
La soluzione alla mancata stampa degli « inediti » potrebbe venire analizzando i rapporti del Manicone col Governo Borbonico?
Nei confronti di questo il Manicone, all'inizio della sua attività, fu
ricco di entusiasmo; in seguito amante com'era di ogni libertà e sotto la
spinta dei princìpi rivoluzionari, passati dalla Francia nel Regno di Napoli,
prese un atteggiamento di ostilità contro il dispotismo.
Dopo lo scampato pericolo del febbraio 1799 a S. Severo, lo troviamo nel solitario convento di Ischitella, forse relegatovi da Ferdinando IV.
Coinvolto nuovamente in reati politici per aver favorito il governo francese,
nel 1815 fu condannato alla ghigliottina, secondo
MANICONE M., Ms. cit., p. 9.
MANICONE M., ivi, p. 9.
32 MANICONE M., ivi, p. 22.
33 MANICONE M., ivi, p. 22. L'opera è perduta, l'A. però ne parla ripetutamente ne Il trionfo del Buon Senso; siccome questa è databile tra il 1786 (anno della
sua giubilazione) e il 1788 (data in cui scrisse Il Breviario dei teologi) l'altra deve
essere anticipata di qualche anno.
34 MANICONE M., Ms. cit., pagg. 67-69.
35 LUCARELLI A., La Puglia nel Risorgimento, vol. l, p. 200.
30
31
30
quanto riporta De Grazia 36 , dal monarca Ferdinando, il quale poi lo graziò a premura del Principe di Ischitella, Francesco Emanuele Pinto.
Lo stesso De Grazia 37 ci riferisce un altro scontro tra Manicone e il
vecchio re Ferdinando. Costui infatti nel 1821, durante i moti carbonari,
riprese i processi a carico dei liberali, sul rapporto del ministro di polizia,
Principe Canosa, e tra le tante sottoscrisse la sentenza di morte anche per
il nostro Manicone; la sentenza non fu eseguita, ma il Manicone in cambio, dai dirigenti borbonici, venne fatto girare a frustate per Ischitella
senza alcun rispetto della sua dottrina e del suo abito religioso.
« Fra gli atti di accusa contro il Manicone - prosegue il De Grazia eravi quello d'aver dato rifugio al suo amico e conterraneo avvocato Domenico De Grazia, terribile carbonaro ».
E' certo che il Manicone era simpatizzante del movimento carbonaro, anche se non appariva tra gli iscritti alla vendita dei carbonari di Ischitella; ne ebbe lo spirito e lo diffuse nel paese 38.
Fonti sicure ci testimoniano che tra il Manicone e Ferdinando IV
non correva buon sangue; già nel 1794 il Manicone ricevette da parte di
Ferdinando il « veto » alla rielezione a Superiore Provinciale dei Francescani di Foggia; in quanto, secondo il dispaccio reale, si doveva « badare
che gli elegendi fossero sgombri da qualunque macchia per causa delle
passate calamità » 39. Il motivo dunque di questo attrito tra i due era semplicemente di ordine politico.
Ma di che macchia intenda parlare Ferdinando è difficile precisare;
sarà stato un motivo religioso? sociale? amministrativo? ideologico?
Manicone era uno spirito aperto, spregiudicato ed amante di ogni
civile progresso, come lo dipinge il Checchia-Rispoli 40 . Nelle varie opere
egli scrive come avrebbe scritto un rivoluzionario del 1789: « Ai dì nostri
il Facitor dei miracoli è l'Eroe della guerra e della Pace, è il Nume del Continente, è Napoleone il Grande. I suoi miracoli sono le sue vittorie e i suoi
trionfi ne additano esser Egli il Favorito del Cielo » 41. I suoi studi sempre
profondi erano coordinati al fine nobilissimo di migliorare le condizioni
dell'umanità 42 . Purtroppo il mondo tradizionalista e dispoDE GRAZIA M., in: « Il Foglietto » cit., p. 1.
DE GRAZIA M., op. cit., pagg. 58-59.
38 CANNAROZZI C., Ischitella, Tip. A. Ciliberti, Candela, pagg. 91-93.
39 FORTE D., op. cit., p. 204.
40 CHECCHIA-RISPOLI, op. cit., p. 14.
41 MANICONE M., La Fisica appula, op. cit., pagg. 699-700.
42 MANICONE M., ivi, p. 5.
36
37
31
tico dei Borboni era in netto contrasto con il suo impulso innovatore; da
qui forse le opposizioni da parte del re Ferdinando.
Le varie ricerche personali fatte nell'Archivio di Stato di Napoli e
Foggia non hanno avuto in merito nessun risultato. Eppure una conoscenza
più documentata di questi rapporti Manicone-Ferdinando IV ci aiuterebbe a
proiettare un fascio di luce sulla fine del Settecento e i primi anni dell'Ottocento con tutti i problemi connessi, specialmente sulle ingerenze dei Borboni nel pensiero dei più validi scrittori del Regno delle Due Sicilie e nell'ideale filantropico da questi proposto e difeso.
Gli ultimi anni della vita del Manicone restano nel buio; con certezza
lo troviamo nel 1808 vicario del convento di S. Francesco in Ischitella 43;
poi, secondo le notizie scritte e orali, la sua vita trascorre tra il romanzesco
e il leggendario. Rifacendoci alle notizie inedite del canonico Miglionico più
volte fu braccato dai briganti, che numerosi scorazzavano nel Gargano e
famosi fino a pochi anni or sono; fu sempre tenuto d'occhio dalla Polizia
Borbonica. Durante i Moti del 1820 sarebbe andato a Vico, sua patria, in
qualità di Duce della Repubblica, investito di tutte le autorità; qui fece accomodare le strade della città e abbatté l'albero della libertà sostituendolo
con quello della Croce 44.
LA MORTE
La morte del p. Manicone è un enigma. L'atto di morte non esiste in
nessun registro di parrocchia e di comune. Pertanto nulla sappiamo quando
e come abbia finito la sua esistenza terrena. Esiste il Necrologio di lui nel
registro dei Morti dal 1688 in poi dell'Archivio Provinciale dei Frati Minori
di Foggia, nel quale a pag. 77 si legge: « 17 aprile 1810 ad Ischitella Convento S. Francesco: P. M. Manicone da Vico Gargano Lettore Giubilato, ex
Ministro Provinciale, scrittore e scienziato celebre » 45.
Gli autori non sono d'accordo con questa data. Il Checchia-Rispoli lo
dice morto il 1807, senza determinare il giorno 46. Il De Grazia lo fa
43 ARCHIVIO Provinciale Frati Minori di Foggia: Acta Capitularia Prov. S.
Angeli, vol. I, p. 374.
44 MASELLI D., L'albero della libertà a Vico Gargano, in « Il Tabor » a. II, n. 3
(1966), pagg. 3-4.
45 VINCITORIO L., Necrologia della Provincia di S. Michele Arcangelo in Puglia, Ms., 1921.
46 CHECCHIA-RISPOLI G., in Enciclopedia Italiana, XXII, c. 125; e Un frate
naturalista pugliese, in « Il Foglietto », a. XIX, n. 29 (1916).
32
morire ad Ischitella il 26 settembre 1826 47. La stessa data è riportata dal
Cannarozzi 4 8 . Il Miglionico nei suoi manoscritti ne fissa la morte al 15 giugno 1826. Contesta queste date Doroteo Forte per il quale Manicone è
morto ad Ischitella il 18 aprile 1810 4 9 .
Perché, ci chiediamo, questa disparità di date? Su che cosa si sono
fondati coloro che ci riferiscono la morte del Manicone? Perché i Registri
non ne danno accenno?
Dice bene F. Javicoli: « l'accennato silenzio dei registri parrocchiale e
comunale fa quasi sospettare che quello sia qualcosa come una dichiarazione di
morte presunta e che il Monacello rivoluzionario, combattuto e perseguitato in
campo ecclesiastico e politico, sia stato fatto sparire senza lasciare traccia dell'anno di morte » 50.
La tradizione raccolta all'inizio del Novecento da D. Maselli a proposito della morte del Manicone ci dice che il nostro autore proprio per le sue
idee rivoluzionarie era ricercato dalla polizia; durante uno scontro con questa sulle montagne del Gargano, dopo aver sparato un colpo di pistola, sparì in mezzo al fumo col cavallo; da allora nessun'altra notizia della sua persona. Un racconto quasi da fantascienza!
Altre voci hanno tramandato che il Manicone fu esule spontaneo in
Germania e in Francia e perciò sarebbe morto all'estero.
Intorno a questa figura quindi c'è tanto mistero, che solo fonti sicure
e chiare potrebbero chiarire. Fu forse questa enigmatica fine a gettare nella
penombra la personalità di così fecondo scrittore? 5 1 .
Vico, sua patria, gli intitolò la fontana pubblica e la biblioteca dei
Cappuccini, ricca di pregevoli opere, e Ischitella una strada dell'abitato. «
Troppa poca cosa - commenta De Grazia 5 2 - per chi sì altamente onorò il
Gargano ».
Egli nonostante la dimenticanza resta uno dei più illustri figli della
regione garganica. Di questa gloria paesana possiamo, come dice il Checchia-Rispoli, giustamente andare orgogliosi 5 3 .
SALVATORE CAPPABIANCA
DE GRAZIA M., o p . cit., pag. 59.
CANNAROZZI C., op . cit., pag. 91.
49 FORTE D., op . cit., pag. 192.
50 IAVICOLI F., Prefazione a La Fisica appula, II ed., VII-VIII.
5 1 PAPA M., o p . c i t . , pag. 167.
5 2 DE GRAZIA M., op . cit., pag. 60.
53 CHECCHIA-RISPOLI G., o p . c i t . , pag. 15.
47
48
33
ATTI DOCUMENTI E STUDI DAUNI
QUADERNI DELL'AMMINISTRAZIONE PROVINCIALE DI CAPITANATA
In 8° (cm. 17 x 25) figg.
1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
11
L'Amministrazione Provinciale, ente pilota della rinascita dauna (Programma
del Centro-sinistra e dichiarazioni del presidente avv. Gabriele
Consiglio). Pp. 24, 1 ritr., 1962.
Sul Bilancio di previsione del 1963 (Discorso del presidente avv.
Gabriele Consiglio). Pp. 22, 1963.
Per un'azione amministrativa del Centro-sinistra - Appunti, considerazioni e
indirizzi (Programma della nuova Giunta di C. S. e discorsi del
presidente, avv. Berardino Tizzani). Pp. 44, 1967.
Questioni di finanza e di economia degli enti locali (di Primiano
Magnocavallo). Pp. 39, 1967.
Primiano Magnocavallo. Una vita spesa al servizio della fede e della comunità.
(Onoranze in Memoria rese dal Consiglio Provinciale). Pp. 42, ritr.,
4 tavv. e 1 autogr., 1969.
La potestà legislativa della Regione a statuto speciale nei rapporti di diritto
privato (di Luigi Ciliberto). Pp. 31, 1969.
L'Ente « Provincia » nello sviluppo socio-economico della Capitanata (di
Salvatore Garofalo con la collaborazione del Gruppo di studio
dell'Amministrazione Provinciale). Pp. 58, tab. 35, graf. 49, 1969.
L'Istruzione pubblica in Capitanata (Indagine a cura del predetto
Gruppo). Parte I: Esame della situazione. Pp. 26, tab. 40, graf. 23,
1970.
L'Istruzione pubblica in Capitanata (Indagine a cura dello stesso
Gruppo). Parte II: Programma d'intervento. Pp. 46, tab. 42, all. 4, 1970.
Il bilancio di previsione 1971 nel quadro dell'attività quinquennale della Giunta
di Centro-sinistra (Relazione morale e finanziaria - Discussione e voto
del Consiglio). Pp. 48 e 12 tavv. f.t., 1971.
L'ipotesi di sviluppo dell'economia dauna e l'assetto territoriale della Regione
pugliese (di Salvatore Garofalo). Pp. 28, 1 carta, 1971.
ALIGHIERI, D. 2950 ANCESCHI, L. 2990 ANTONELLI, L. 2951 ARDIGÒ,
A. 3032 ARIOSTO, L. 2952,
2953 ARNOLD, F.S. 2954
AVENA, A. 3069
BALDI, G.M. 3033 BALDUINO, A. 2991 BARBANO, F. 3034, 3035 BARBERA, L. 2992 BARILLI, R.
2993
BELLI D'ELIA, P. 3070
BELLUCCI, M. 3071
BERARDINI, L.M. 3072
BERTO, G. 2994 BIANCOFIORE, F. 3073 BILANCI
energetici sotto lo
aspetto statistico economico. 3049
BINNI, W. 2941, 3074
BOCCACCIO, G. 2955
BOLDRINI, M. 3050, 3051,
3052, 3053, 3054 BONETTI, R.M.G. 2956 BRITISH
MUSEUM. LONDRA. 2940 BRUNO, G. 2957 BRUNO,
V. 3036 BULGAKOV,
M. 2995 BULLO, G. S.
3075
CAGGESE, R. 3076 CALABRESE, S. 3077 CAMACCHIOLI, E. 2958 CAMERA
DI COMMERCIO
INDUSTRIA ARTIGIANATO E AGRICOLTURA FOGGIA. 3078
Indice per Autori
delle
nuove accessioni
CAMPANELLA, T. 2959
CANALETTI-GAUDENTI,
A. 3055
CANNAVIELLO, E.F. 3079,
3080, 3081
CAPUANO, M. 3082 CARRER, A. 3056 CASTELLANI, C. 3057 CASTIGLIONE,
B. 2960 CATALANO, G.
2996
CATI, B. 3156
CATTANEI, G. 2997 CAVALLI, L. 3037 CELLINI, B.
2961 CELUZZA, A. 3089
CENTONZA, R. 3090 CESARI, C. 3091 CHALANDON, F. 3083 CHECCHIARISPOLI, G.
3084, 3085, 3086, 3087,
3088
CHIARELLI, L. 2962 COLOMBO, B. 3052 COLOZZI, M. 3092 COMITATO
REGIONALE
PER LA PROGRAMMA
ZIONE ECONOMICA
IN PUGLIA - BARI. 3093
COMUNE DI CAGNANO
VARANO. 3095
COMUNE DI FOGGIA.
3094
CONSIGLIO, G. 3096
COSTANZO, M. 2998
CRESPI, F. 3038, 3039
CRESPI, P. 3040
CROCE, B. 2937, 2939,
2963
CURI, F. 2999
CURTÒ, D. 3000
DACONTO, S. 3097 D'ADDETTA, G. 3098 DANCENKO, B.I. N. 3001
D'ANNUNZIO, G. 3002
DAUNIA
ANTICA. 3099
DAVID, M. 3003
DE LEONARDIS, D. 3157
D'ELIA, M. 3102, 3103,
3104
DELLA CASA, G. 2964
DE MAIO, B. 3100
DE SANCTIS, F. 2965
DE SANTIS, M. 3101
DIZIONARIO
Enciclopedico della
Letteratura Italiana.
2932
DOUWES DEKKER, E.
2966
FALABRINO, L. 3004
FALETTI, N. 3058
FALQUI, E. 2967
FILIPPONE, V. 2938
FIORE, T. 3106
FORMICA, C. 3107, 3108
FORTI, M. 3005
FRACCACRETA, A. 3109
GALIMBERTI, C. 3006
GANDOLFI, P.D. 3041
GAY, T. 3110
GIULIANI, V. 3111
GIURA-LONGO, R. 2943
GOETHE, J. W. 2968
70
GORKIJ, M. 2969
GUGLIELMINETTI, M.
3007
IMPAGNATIELLO, G. 3112
JACOBS, F. 3113
JACOMUZZI, S. 3008
LECCISOTTI, D. T. 3114
LECLERCQ, J. 2935
LENTI, L. 3059
LENTI, R. 3060
LEOPARDI G. 2970
LINEAMENTI
economici e prospettive di sviluppo delle
Province Italiane.
3042
LISI, N. 3009
LIVI, L. 3043
LIVIO, G. 2971
LOMBARDI, G. 3010
LOMONACO, L. V. 3115
LONGOBARDI, F. 3011
LUZATTO-FEGIZ, P. 3044
MACCHIONI TODI, R.
3012
MACHIAVELLI, N. 2972
MAJOLO, D. 3143
MALECORE, I. M. 3116
MANFRIDI, G. 3117
MARCANTONIO, M. 3118,
3119, 3120, 3121, 3122
MAROS DELL'ORO, A.
3061
MAZZOLENI, J. 2973
MELILLO, M. 3123
MIANI-CALABRESE, D.
3062, 3063, 3064
MINIERI RICCIO, C. 3124
MONDO, L. 3013
MONGARDINI, C. 3045
MORENO, P. 3125
MURATORI, L. A. 2974
MUSCA, G. 3126, 3127
MUTTERLE, A. M. 3014
NADDEO, A. 3053
NAPOLITANO, A. 2933
NARDELLA, T. 3128
NICEFORO, A. 3046
NICOLA
ZINGARELLI.
3129
OPERE
di Baldassarre Ca
stiglione - Giovanni
Della Casa - Benvenuto Cellini. 2975
OPERE
di Giordano Bruno e
Tommaso Campanella.
2976
OSTUNI, P. 2977
PANERAI, A. 3158
PARISE, G. 3015
PARLAMENTO ITALIANO. 3130
PEDIO, T. 2944, 2945, 2946,
3131, 3132, 3133
PELLIZZI, C. 3047
PESCIO BOTTINO, G.
3016
PETROCCHI, G. 3017
PETRUCCI, ALFREDO
3134
PETRUCCI, ARMANDO
3135
POLVERINI, G. 3018
PORTINARI, F. 3019
PREDETTI, A. 3065
PRENCIPE, S. 3136
PROVINCIA DI FOGGIA.
3137, 3138
PULCI, L. 2978
POLLINI, G. 3020
PUPPO, M. 3021
QUADRI
Economici delle Province Italiane 3048
RAGNO, L. 3139
RANIERI, L. 2947, 3140,
3141
REBREANU, L. 3022
RELLINI, U. 3142
ROSANO, D. 3143
ROSSI, A. 2948
ROSSO DI SAN SECONDO 2979
ROVIT, E. 3023
RUSSI, A. 3024
RUSSO, G. 2949, 3144
SALZANO, A. 3145
SANGUINETI, E. 3025,
3026
SELMI, L. 3066
SERONI, A. 3027
SMOLLET, T. 2980
SPINELLI, M. 3146
STRAFFORELLO, G. 3147
SURCHI, S. 3148
TAGLIACARNE, G.
3149
TAGORE, R. 2981, 2982
TANCREDI, G. 3150
TASSO, T. 2983
TEORIA
e Metodi della Statistica. 3067
THEOPHYLACTUS SIMOCATAE 2984
TH I LS, G. 2936
TIZZANI, B. 3151
TOMMASEO, N. 2985
TORTONE, A. 3152
TS'AO, H. 2986
TURGENEV, I. S. 2987
TUTTITALIA. 2934
UGGÈ, A. 3052, 3054
ULIVI, F. 3028
UMBERTO
GIORDANO. 3153
VERGA, G. 2988
VERZÌ, G. 3068
VIRDIA, F. 3029
VITALE, M. 2989
WAGNER, R. 3031
WALTON LITZ, A. 3030
ZACCAGNINO, D. 3143
ZACCAGNINO, M. 3154
ZALLONE, A. 3155
71
QUADERNI DI « LA CAPITANATA » EDITI DALLA
AMMINISTRAZIONE PROVINCIALE DI FOGGIA
1. LUIGI TAMBURRANO, La Capitanata nell'opera
di Tommaso Fiore (con 9 ill.ni).
2. EUGENIO LEONE, La Madonna di Valleverde
(con 4 tavv. f. t.).
3. ALDO VALLONE, Correnti letterarie e studiosi
di Dante in Puglia (con 2 tavv. e 2 aut. f. t.).
4. ERMINIO PAOLETTA, Ignotum Oppidum « De
acquadiensium oppugnatione atque aeneis neapolitani castelli foribus » (con 4 tavv. f. t.).
5. MICHELE MELILLO, Lingua e società in Capitanata (Premio « Gargano » 1967).
6. VINCENZO TERENZIO, Umberto Giordano cento
anni dalla nascita (con 4 tavv. f. t.).
7. ALFREDO PETRUCCI, Il Pellegrino al Gargano
(con 12 tavv. f. t.).
8. ARMANDO PETRUCCI, Scrittura e cultura nella
Puglia altomedievale (con 6 tavv. f. t.).
9. 1a Mostra bibliografica del Gargano (con ill. nel t. e 12
tavv. f. t.).
10. La Suddelegazione dei cambi presso la Regia Dogana di
Foggia (con 4 tavv. f. t.).
Direzione di « La Capitanata » presso la Biblioteca Provinciale di Foggia, Piazza XX Settembre, Palazzo Dog ana.
SQUILLI E RINTOCCHI
Biblioteche (o quasi) daune
(Continuazione da: a. VI (1968), parte 2a, n. 1-3)
4
Cerignola
« STATO DI COMPLETO ABBANDONO
DELLA BIBLIOTECA COMUNALE »
Lo stato di abbandono regolamentare
in cui si trova la biblioteca co munale, che
funziona senza che si sia mai proceduto
alla nomina del Comitato previsto dal
Regolamento, è stato oggetto di una
seconda interrogazione del Consigliere
avv. Michele D'Emilio al sindaco di Cerignola. Richiamando il precedente, diremo che l'interrogante aveva sollevato
la questione alcuni mesi fa; il sindaco, in
quella circo stanza aveva manifestato
interesse alla soluzione del problema
sollevato; però, come è nelle cose degli
amministratori comunisti, tutto era caduto nell'oblìo.
Ora l'avv. D'Emilio risolleva la questione e avanza proposte concrete perchè si proceda alla nomina di un Comitato Provvisorio, che resti in carica sino
all'approvazione del nuovo Regolamento. Tale Comitato dovrebbe essere così
composto: un rappresentante della Giunta Comunale, un rappresentante della
C.G.I.L. ed uno della C.I.S.L. un rappresentante della « Dante Alighieri » un
giovane eletto nell'ambito di ciascuno
degli Istituti Superiori di Cerignola (Liceo, Istituto Commerciale, Agrario, Magistrale), un
rappresentante del Lions Club; un rappresentante del mondo culturale cittadino
a scelta del sindaco.
« A tale comitato – prosegue la interrogazione, proposta del consigliere D'Emilio - potrebbero commettersi i compiti
previsti dal Regolamento in vigore e potrebbe, quindi, vigilare acchè la decadenza
della Biblioteca non abbia ulteriormente
a progredire ».
Inoltre il Consigliere D'Emilio chiede
se la Giunta non ritenga di stanziare, nel
nuovo bilancio, una cifra di almeno l0
milioni per coprire le vistose lacune dei
libri necessari agli studiosi e agli studenti,
oltre che di quelli indispensabili alla storia
cittadina ed a ricordare gli uomini eminenti di Cerignola, a partire dall'onorevole Di Vittorio fino a Zingarelli, Terenzio etc.
Luigi Metta
(da « Il Progresso Dauno » di Foggia, 5-41969).
***
«ANGUSTIE DELLA BIBLIOTECA CIVICA ».
Fervono i lavori per costituire l'auspicata Commissione comunale sul funzionamento della Biblioteca Comunale.
Come è noto, diversi enti civici e culturali
sono stati invitati a designare propri rappresentanti, per rendere ope-
73
rante la commissione per la Biblioteca
Comunale, commissione che dovrà risolvere numerosi problemi, primo fra
tutti quello della adeguata e confortevole
nuova allocazione della Biblioteca.
Si parla di una sistemazione provvisoria nel Palazzo delle Poste.
A tale proposito, il consigliere avvocato Michele D'Emilio ha scritto una
lettera al sindaco, con la quale, dopo
avere giudicato « precaria » la sistemazione nel palazzo delle Poste, con una
spesa infruttuosa per la collettività, suggerisce proposte che vale la pena riportare.
L'avv. D'Emilio consiglia di lasciare
alla Biblioteca gli attuali locali, con l'aggiunta di altri locali ad essa adiacenti, per
i quali il Comune dispose opportuni
rifacimenti affidandone l'appalto alla
nota e attrezzata ditta Nicola Lopane.
Questa sistemazione potrebbe provvisoriamente risolvere il problema per un
paio d'anni. La risoluzione definitiva,
sempre secondo il Consigliere D'Emilio,
viene rimandata alla costruzione di un
vero e proprio Palazzo della Cultura, nel
quale sistemare definitivamente la Biblioteca, modernamente intesa, con sezioni di Storia Patria, discografica, filmistica, con annessa pinacoteca, museo
cittadino, sala per conferenze e proiezione cinematografica, sede di Università
Popolare. La costruzione di tale centro
di cultura potrebbe essere effettuata, con
più piani, sulla parte perimetrale del
chiostro comunale prospicente lo ingresso. I pianterreni di tale parte perimetrale
sono già di proprietà co munale: si tratterebbe di definire l'acquisto di due appartamentini con ingresso da Via Vittorio
Veneto. A giustificazione di tale spesa, il
Consigliere D'Emilio fa presente che vi
sono possibilità di larghi contributi e
crediti
da parte del Ministero della Pubblica
Istruzione in forza di leggi esistenti in
materia.
La soluzione del problema della Biblioteca si potrebbe anche avere, nei
sensi sopra desiderati, con la sollecita
costruzione del nuovo palazzo comunale, per il quale sono stati stanziati, nel
bilancio del corrente anno ben 500 milioni. Il trasferimento degli attuali uffici
comunali ad altra nuova, deco rosa e
dignitosa sede può rendere disponibili
numerosi locali dell'attuale sede, da destinare alla biblioteca. Nell'uno e nell'altro caso, insomma, la definitiva sistemazione della biblioteca, il suo totale rinnovamento, il suo aggiornamento e potenziamento sono obiettivi che si possono raggiungere.
Luigi Metta
(da « Il Progresso Dauno » di Foggia, 1810-1969).
5
Mattinata
« PER LA NUOVA BIBLIO T ECA »
Risale al 26 agosto 1967 il primo accesso a Mattinata del Consulente del
Centro Servizi Culturali del comprensorio garganico, per creare una prima indagine di ambiente e per promuovere
l'animazione cu lturale.
Presso il Comune - ha ricordato lo
avvocato Simone, nella presente occasione -, intermediario convinto il maestro
Antonio Bisceglia, assessore alla P. I. «
pro-tempore », si riunirono numerosi
amministratori, col sindaco avv. Francesco Prencipe, e giovani attivi, e fu esaminato anche il problema di dotare il
Comune di una pubblica biblioteca e di
immettervi un gruppo di animatori.
74
Un secondo accesso fu effettuato il
settembre di quell'anno medesimo.
A queste premesse si è riportato il
Consulente nell'introdurre il tema, al
fine di spianargli la strada, non facile a
percorrersi in ambienti come Mattinata, tuttora impreparati nella vessata
materia. Infatti, se al servizio della
pubblica lettura non v'è Garganico il
quale osi negare consenso, è anche
vero che l'adesione non va oltre la
forma, perché alla prova decisiva pochi si muovono e nessuno tra essi nella giusta direzione, con idee chiare,
con mezzi idonei e con continuità.
Quello della lettura è un servizio che
lo Stato e gli enti locali mostrano - sia
pure spesso senza convinzione - di
voler adempiere, ma non sempre adempiono e bene; che non tutti i cittadini pretendono nella stessa misura di
altri servizi; che gli enti preposti a volte esplicano in modo addirittura co ntroproducente, come rilevasi in alcune
pubbliche biblioteche comunali.
Il Consulente ha delineato a grandi
linee il profilo della biblioteca moderna e dell'animazione relative, sottolineando la sua particolare funzione nei
piccoli centri. Ha ricordato che le attività culturali debbono esaudire anche
le esigenze sociali dell'ambiente, ed ha
stimolato l'uditorio a formulare le più
urgenti istanze di carattere generale.
A proposito della biblioteca locale,
nel tempo trascorso dai primi incontri
(agosto-sett. 1967) la situazione ristagna. Si ottenne che il Comune ne deliberasse l'istituzione.
Non essendo disponibili altri locali,
s'è atteso che il Centro di lettura, trasferendosi nel nuovo edificio scolastico, rilasciasse la sede a disposizione
del Comune. Poi non se ne fece più
nulla.
L'avv. Simone, rammaricato dall'assenza in sala degli amministratori, ha
in-
citato i giovani a collaborare, perché
finalmente si faccia il punto della situazione, che non accresce certamente il
prestigio del Comune.
E' tempo che i cittadini prendano
essi l'iniziativa, là dove sono assenti i
pubblici poteri. L'educazione permanente è tuttora nulla più di una espressione verbale sul Gargano, dove le
attività culturali sono in gran parte
irrazionali e, comunque, disordinate e
improduttive, quando non sono addirittura controproducenti.
(da un ciclostilato locale).
EDIZIONI PROVINCIALI
« Atti dell'Amministrazione Provinciale di
Capitanata » (Voll. 14)
« Quaderni dell'Amministrazione Provinciale di Capitanata » (nn. 11)
« La Biblioteca Provinciale di Foggia »,
bollettino d'informazioni bibliografiche
(1962)
«La Capitanata », rassegna di vita e di studi
della Provincia di Foggia, con il
« Bollettino della Biblioteca Provinciale »
(dal 1.963)
«Quaderni di La Capitanata » (nn. 10)
« Documenti e Monografie della Biblioteca
Provinciale» (voll. 2)
« La Capitanata eretta a provincia dello
Stato Italiano - Nel primo centenario
(1861-1961) » (di Mario Simone)
« La Biblioteca Provinciale di Foggia »
« Realtà, esigenze, prospettive della Biblioteca Provinciale di Foggia» (di Angelo
Celuzza)
« La pubblica lettura in Capitanata e l'opera
dell'Amministrazione Provinciale » (di
Angelo Celuzza)
« Miscellanea per il XIV Centenario del
Convento di S. Matteo sul Gargano (volumi 2)
«Civiltà della Daunia » (vol. 1)
75
6
Monte S. Angelo
« NELLA BIBLIOTECA PUBBLICA NUOVO
CICLO D'INCONTRI CULTURALI ».
Sabato sera l'alacre sindaco, ins. Mazzamurro, ha dato il via al nuovo ciclo di
manifestazioni, destinate a risvegliare la
nostra Biblioteca pubblica, che vivacchia
dalla data della sua inaugurazione, risalente al novembre del 1967. Alle 18 circa
l'ampia sala di lettura della « Angelillis »
era affollata di vecchi e nuovi frequentatori, ai quali il primo cittadino ha spiegato lo scopo dell'incontro, promosso con
la collaborazione del Centro di Servizi
Culturali del Comprensorio garganico
della Società Umanitaria, convenzionata
con la Cassa per il Mezzogiorno. Il suo
consulente, avv. Mario Simone, così
come aveva annunziato il manifesto, ha
illustrato i piani del Servizio nazionale di
lettura, apprestati rispettivamente dal
Ministero della P.I. e dalla Cassa per il
Mezzogiorno, e in corso di esecuzione
anche nella nostra provincia, attraverso
la Soprintendenza bibliografica e la Biblioteca provinciale da una parte, la «
Umanitaria » e il Centro, dall'altra. E'
seguito il giornalista Salvatore Ciccone,
che, prendendo lo spunto dai concetti di
nuova biblioteca e di educazione permanente,
ha svolto il tema propostogli: Tradizione e
nuova cultura tra piazza e biblioteca.
La discussione, che ha fatto protrarre
l'incontro fino alle 21 circa, è stata ampia, vivacissima, e ciò non pertanto serena. Ragioni di spazio non consentono
che un resoconto sommario e, pertanto,
ci limitiamo a riferire che, in linea generale, tutti sono stati d'accordo nel riconoscere i nuovi valori contenu-
tistici e metodologici, che informano la
azione culturale odierna, proposta dalla
così detta nuova cultura, e in via di attuazione attraverso la Scuola e la Biblioteca. In particolare, esaminando la
situazione della « Angelillis », si è auspicato che presto siano rimosse le cause
della sua crisi da tutti al mentata. Urge
provvedere, anzitutto, al... rimpasto delle
due commissioni, a suo tempo nominate,
che, eccezione fatta di qualche componente, hanno brillato per la loro assenza,
impedendo l'impiego delle somme stanziate in bilancio per i nuovi acquisti. Lo
stesso carattere di urgenza, è stato riconosciuto all'atto - giacente da un anno in
Prefettura -, con il quale il Consiglio
comunale ha deliberato di istituire, per
concorso, il posto di bibliotecario, per
sanare la situazione di una biblioteca
senza testa. Situazione assurda (anche se
sofferta da altri istituti simili, come quello del comune di Manfredonia, che però
non ha mai deliberato), perchè inconciliabile con la legislazione, con le « ministeriali », con la letteratura socioeducativa e meridionalistica, che altrimenti si potrebbe confondere con la
demagogia politica. Un accenno, tra i
tanti altri, è stato fatto all'acquisto della
Biblioteca di Giovanni Tancredi, per la
quale da oltre un decennio non si è ancora riusciti a conciliare la buona volontà
pubblica con la pretesa di chi ha ereditato il modesto patrimonio dell'amato educatore, filantropo e studioso montanaro.
Nel concludere la riunione, il sindaco
Mazzamurro, ringraziando la Società
Umanitaria di quanto, non da oggi, opera
nel comune di Monte S. Angelo, designato quale sub-Centro dell'azione comunitaria, si è compiaciuto della riuscita riunione, lieto della partecipazione dei numerosi studenti. Ha proposto che gli
incontri si svolgano settimanalmente con
manifestazioni varie, attuandosi il
76
concetto della nuova biblioteca; si è augurato, inoltre, che vi partecipino anche gli
uomini e i giovani di estrazione operaia,
contadina e artigiana, affinchè si attui
l'affermato concetto della educazione
permanente.
Per ultimo, l'avv. Simone, ricordando
come il dialogo tra la Umanitaria e Monte
S. Angelo siasi iniziato (agosto 1967)
proprio nella « Angelillis », ha dato atto
della dichiarata adesione del Comune a
far svolgere le direttive dell'intervento straordinario, che indicano appunto le biblioteche pubbliche quali sedi naturali delle
attività programmate dai Centri Servizi
Culturali. Quindi ha proposta una serie di
iniziative da sperimentare con l'attuazione
di un calendario, a concordarsi tra il Comune, la Scuola e l'Umanitaria.
Senza adagiarci sul comodo cuscino miracolistico, sul quale di solito sfumano
tutti i sogni meridionali, consideriamo
questo incontro una seria premessa di
serio lavoro e, senza aggiungere chiosa,
rimandiamo i nostri lettori a venerdì, 8
novembre, quando, esaurito il periodo
delle ricorrenze liete e tristi, il nuovo ciclo
continuerà con un altro incontro, che
auguriamo ancora più produttivo di utili
risultati.
Oltre i predetti intervenuti, hanno partecipato alla riunione: Nicola Alfieri, Antonio Ciuffreda, Giuseppe Ciuffreda,
Matteo Di Iasio, Tommaso Di Iasio,
Tommaso Di Padova, Franco Fischetti,
Maria Fusilli, Angela Gentile, Orlando
Giuffreda, Domenico Guerra, Giuseppe
La Marca, Raffaella La Torre, Marziliano
Giovanni, Angelo Mazzamurro, Giuseppe Mazzamurro, Leonardo Mazzone,
Nicola Palmieri, Ettore Palomba, Matteo
Potenza, Michele Renzulli, Pasquale Rinaldi, Pietro Rinaldi, Giovanni Simone,
Anna Maria Trufini, Michele Vaira e Pasquale Vaira.
Della Umanitaria, erano presenti Lui-
gi Mancino, direttore del Centro Servizi
Culturali, il prof. Marco Liguori, direttore
del I Circolo didattico, l'ins. Raffaella La
Torre e l'univ. Michele Falcone, i quali
hanno collaborato alla organizzazione
dell'incontro.
(da « Il Progresso Dauno » di Foggia, del 711-1968).
***
« DA OLTRE TRE MESI CHIUSA AL PUBBLICO LA BIBLIOTECA »
Da circa tre mesi, e precisamente dal 1.
luglio scorso, la Biblioteca Comunale «
Ciro Angelillis », è chiusa al pubblico
senza che sia stata data debita comunicazione. II Regolamento della Biblioteca,
all'art. 20, prevede: « Ogni anno in epoca
da stabilirsi da parte dell'Amministrazione comunale, ma per un periodo non
superiore ai quindici giorni, la Biblioteca
resterà chiusa al pubblico per la pulizia
generale dei locali, dei mobili e dei libri,
per la revisione inventariale e il riordinamento del materiale librario, per lo
scarto dei libri deteriorati e divenuti inutili ».
Ma a tre mesi dalla chiusura (avrebbero
dovuto essere 15 giorni!) non è stato
nemmeno fatto alcun lavoro di cui parla
l'articolo su riportato. Si vede che i nostri
amministratori non sono del tutto co nvinti delle funzioni socio-culturali della
Biblioteca Comunale! Per convincercene
basta ricordare ch e fin dalla sua inaugurazione (1966) le uniche nuove accessioni
sono stati solo alcuni omaggi... ed un
quadro... da... 40.000 lire (!) (Non sappiamo se questo indispensabile acquisto
sia stato fatto più per giustificare un'opera di... beneficenza o... per creare un pò
di colore tra i grigi scaffali... vuoti!).
77
Mentre si attende l'entrata in carica del
Consiglio Direttivo e della Commissione
per la segnalazione di nuovi eventuali
acquisti, rinnovati nei mesi scorsi (dopo
un difficile parto politico), si rischia di
perdere un contributo di 700 mila, già
stanziato da tempo dal Ministero P. I.,
per l'acquisto della sezione di storia patria della Biblioteca del compianto prof.
Giovanni Tancredi (il comune dovrebbe
spendere 500.000).
Sarebbe opportuno che con la riapertura della Biblioteca (che ci auguriamo presto) si provveda a darne il giusto valore.
Giovanni R e n z u l l i
(da « Il Progresso Dauno » di Foggia, 410-1969).
7
S. Marco in Lamis
« FAR PRESTO PER LA BIBLIOTECA »
Circa dieci anni fa l'Amministrazione
comunale dell'epoca decise di istituire
una biblioteca pubblica. Questa esigenza
era nata dal fatto che il nostro comune
conta oltre mille studenti fra universitari
e delle medie inferiori e superiori. Il palazzo dove ha sede il Comune una volta
apparteneva alla Abbazia di San Giovanni in Lamis e di qui l'Abbate Commendatario emanava i suoi decreti.
Molti di questi documenti sono ammucchiati in soffitta, altri sono andati
perduti, altri ancora sono stati presi da
privati e adoperati per cartaccia. Molti di
questi documenti e precisamente quelli
del periodo di Gioacchino Murat, del
regno Borbonico e del Regno d'Italia
erano per gli appassio-
nati di storia locale un tesoro di inestimabile valore.
L'Amministrazione dell'epoca iniziò a
dar vita alla biblioteca affidando l'incarico a due professionisti locali, il
prof. Tommaso Nardella e l'avv. Aniello
Nardella, i quali iniziarono un ottimo lavoro di catalogazione e di sistemazione di
tutti i documenti e libri esistenti. Intanto
l'Amministrazione aveva ottenuto dall'organo tutorio la approvazione della pianta
organica per un direttore di biblioteca e di
un applicato. Per l'applicato ci fu il concorso, mentre per il bibliotecario si pensò
bene di rinviare il concorso per non sottoporre l’Amministrazione ad altre spese.
Così il lavoro iniziato fu sospeso e tutto è
continuato a rimanere allo « statu quo ».
Potrebbe l’Amministrazione attuale far
riprendere quel lavoro di sistemazione,
assumendo, sia pure con delibere trimestrali, un bibliotecario che possa almeno
sistemare quei quintali di documenti storici importantissimi che rischiano di essere
divorati dai topi. Successivamente, una
volta sistemato tutto il materiale ora esistente, si dovrebbe bandire il concorso
per bibliotecario.
Ed è necessario far presto, perché ci sono alcuni professionisti che vorrebbero
lasciare la loro raccolta di libri alla biblioteca del comune. Ma non lo fanno perché
non esiste, alme-
78
no fino ad oggi, un responsabile a cui ressamento di chi scrive, fin dal lontano 1956,
affidare i libri.
l'Amministrazione Palatella approvò l'organico
Giriamo la proposta al Sindaco e alla per la realizzazione dell'istituto; ma alla buona
Giunta per sapere cosa ne pensa.
volontà di quella amministrazione, sia pure a
Giuseppe Giuliani
fine gestione, non fece riscontro, nella realtà dei
(da «Il Progresso Dauno » di Foggia, del fatti, come è anche dimostrabile dalla lettura dei
15-11-1969).
verbali delle successive giunte municipali, alcun
impegno da parte dei diversi «professionisti»
NOTA N. 1
amministratori che ora finalmente si accorgono
del tempo perduto.
Chiara risulta la confusione che il Giuliani fa
E il Giuliani fu consigliere comunale.
dell'archivio e della biblioteca che sono, come è
La biblioteca, è ovvio, si realizzerà bandirà il
noto, due istituti con fisionomia giuridica proconcorso per il direttore della medesima, mentre
pria. Perciò bisogna preliminarmente dividerli e
altre soluzioni, come quelle indicate dal cronista,
fare due precisazioni separate.
non servono che a confondere gli esatti termini
Lo stato di abbandono in cui erano tenuti i
del problema.
fasci dell'archivio comunale fu segnalato, dal
Tommaso Nardella
compilatore della presente nota, al Ministero
dell'Interno che, attraverso le ispezioni di un suo
funzionario, provvide a far ripristinare i due
locali entro cui oggi tutte le « carte » sono ordinatamente custodite.
NOTA N. 2
Nel pomeriggio dell'11 aprile di questo anno,
si svolse un incontro con la cittadinanza, promosso dal Centro Servizi Culturali del Comprensorio Garganico, presente col suo direttore
Luigi Mancino e col consulente, avv. Mario
Simone, che svolse la relazione. Tra gli intervenuti il dr. Angelo Celuzza, direttore della «
Provinciale » e del Centro Rete, e il prof. Tommaso Nardella, che apportarono la loro esperienza.
Il Sindaco, che nel suo ufficio volle ospitare la
riunione, informò come i locali e la scaffalatura
erano già pronti, per accogliere il primo fondo e le
prime nuove accessioni, non attendendosi che
l'espletamento del concorso, da tempo deliberato,
per l'assunzione del bibliotecario. La convocaI fasci, previa autorizzazione del Sindaco,
zione era stata preceduta dal seguente ciclostilato
possono essere consultati e studiati da chi desidedel Centro Servizi Culturali di Manfredonia
ra compiere ricerche di interesse storico locale.
operante - allora - nel comprensorio culturale
Per quanto riguarda invece la biblioteca c'è da garganico.
dire che, sempre su inte-
79
« SERVIZIO DI PUBBLICA LETTURA»
Un gruppo di provvedimenti legislativi, confermando la validità dell'azione
meridionalistica, ha incrementato notevolmente la promozione e la diffusione
della cultura nelle provincie del Sud,
attraverso la Scu ola, i Centri comunitari
e un sistema capillare di biblioteche,
facente capo a una biblioteca autonoma
per ogni capoluogo di provincia, in grado di soddisfare le esigenze di tutti gli
abitanti dei comuni, per una apposita
rete di diffusione. Dette leggi sono: 1) la
n. 685 del 27 luglio 1967, che approva il
piano quinquennale di sviluppo nazionale; 2) la numero 717 del 26 giugno 1965,
che proroga per un quinquennio l'intervento straordinario dello Stato nel Mezzogiorno; 3) la legge 31 ottobre 1966, n.
942 che agli artt. 24 e 25 promuove il
finanziamento nel settore delle biblioteche pubbliche.
L'art. 20 della legge n. 717 ha affidato
l'espletamento dei preveduti compiti alla
Cassa per il Mezzogiorno, autorizzandola a utilizzare enti ed istituti
specializzati, operanti nel settore. Pertanto, dal giugno 1967 è attivo il Centro
Servizi Culturali di Manfredonia - affidato alla Società Umanitaria di Milano , che fa capo a un vasto co mprensorio
garganico, ivi co mpresi i comuni di S.
Marco e di Rignano, dove conta numerosi animatori culturali, reduci dai suoi
corsi residenziali.
In esecuzione dei programmi esecu tivi,
predisposti in attuazione del piano di
coordinamento approvati dal Ministro
per gli interventi straordinari nel Mezzogiorno, il Centro è impegnato in modo
particolare alla realizzazione di un moderno servizio di biblioteca e per ciò ha
svolto numerosi corsi residenziali per
animatori culturali e per dirigenti di biblioteche po-
polari e scolastiche, e lezioni di tipografia, bibliografia e biblioteconomia.
Queste attività hanno avuto origine da
una indagine storico -statistica condotta
dal Centro sul servizio di lettura pubblica
e nelle scuole del Comprensorio. In base
ai suoi risultati, l'azione in tale settore
procede su due direttrici: 1) animazione
delle biblioteche esistenti; 2) concorso
alla istituzione di biblioteche nuove, in
collaborazione con il Centro-rete provinciale.
Dopo i corsi residenziali di Siponto,
Stignano e S. Giovanni e gli interventi
sulla pubblica lettura in quest'ultimo
Comune, a Monte S. Angelo, Mattinata,
Vieste, Zapponeta, oltre che a Manfredonia, saremo a S. Marco, per incontrarci in un democratico dibattito con
i rappresentanti della P.A., della Politica,
della Scu ola, della Cultura e del Lavoro,
nella certezza che dalla loro determinante collaborazione sortirà il risultato da
tutti auspicato: una biblioteca nuova per
la nuova S. Marco.
La relazione sarà tenuta dall'editore
Mario Simone, consulente di questo
Centro, il cui direttore Mancino introdurrà i lavori. Ad essi parteciperà il professor Angelo Celuzza, direttore della
Biblioteca Provinciale, incaricato della
organizzazione del Centro-rete da parte
del Ministero della P.I.
All'incontro, che si svolgerà venerdì 11
c.m., dalle ore 16,30 nell'aula consiliare
del Comune, per gentile ospitalità dell'Amministrazione, sarà molto gradita la
presenza dei cittadini, che vorranno co nferire il tributo della loro esperienza.
80
8
S. Giovanni Rotondo
« PER UNA BIBLIOTECA MODERNA »
Una certa attività culturale va riempiendo alcuni degli uggiosi pomeriggi
paesani: si svolge nel salone ospitale
dell'opera di S. Giuseppe Artigiano, con
pubblico attento e vivace, tanto da animare interessanti dibattiti.
Ultimamente è intervenuto l'editore
avv. Mario Simone. Ha preso l'avvio
dalle recenti novità di letteratura per
ragazzi, che manifestano un capovolgimento dei valori contenutistici e grafici
in materia. Ha proseguito il discorso
iniziato in un precedente incontro, che
fu rapido viaggio dalle prime espressioni
dell'uomo alla moderna tipografia. Questa volta, seguendo il libro quale protagonista dalla tipografia alle diverse categorie dei lettori, si è occupato della biblioteca, rilevando il concetto informatore, la organizzazione e i servizi di quella «
pubblica » moderna, in contrapposizione
all'altra di vecchio tipo e in relazione ai
piani di intervento, sia del Ministero
della P.I., tramite la Biblioteca Prov. di
Foggia, sia della Cassa per il Mezzogiorno, tramite il Centro Servizi Culturali del
Comprensorio garganico, del quale il
Simone è co nsulente. E questo lo ha
detto con la competenza specifica, co llaudata in molti anni di esperienza nella
sua qualità di pubblicista-editore e di
promotore e sistematore di biblioteche,
come documentano i quaderni finora
editi su alcuni istituti bibliografici della
nostra provincia.
Aperta la discussione, il prof. d. Fini,
della locale Scuola Media, incari-
cato da molti anni di ordinare la biblioteca civica, attraverso la sua peregrinazione dal primo al quarto magazzino, ha opportunamente ritessuta la
cronaca dei numerosi e sterili tentativi da
lui sperimentati, fino alla odierna assegnazione della quinta sede, a piano terra
del palazzo civico.
Intorno alle sue dichiarazioni si è acceso il dibattito. Vi hanno contribuito,
oltre l'avv. Simone, numerosi presenti. Il
primo ha fondatamente ritenuto che le
dichiarazioni di d. Fini delineavano il
profilo di una biblioteca di tipo umanistico e, comunque, incapace di assolvere
i compiti di una biblioteca moderna, una
istituzione condannata sul nascere a vita
di angustie per mancanza dei fondi richiesti da un impegno erudito, e di personale all'uopo stipendiato (a d. Fini, per
suo detto, si corrispondono lire 15.000
mensili).
Quindi, alcuni giovani hanno confermato la loro attesa, perchè l'animazione culturale, promossa col circolo
« Lo Sperone », trovi nella biblioteca il
suo naturale centro d'incontro e d'irradiazione in tutti gli ambienti cittadini.
Essa, infatti, deluderebbe se dovesse
servire soltanto a soddisfare una piccola
aliquota di intellettuali.
Hanno co ntestato questi rilievi sia d.
Fini che altri uomini di scuola, per dichiararsi convinti e sicuri che lungo il
corso delle sue prime esperienze, la biblioteca potrà adeguarsi alle esigenze più
varie e diverse. Dai loro interventi sono
risultati la proposta di nomina di una
commissione consultiva di tutela dell'istituto e il voto che ne faccia parte anche
un rappresentante dei giovani.
(da « Il Mattino » di Napoli, 22-1-1969)
81
9
San Severo
« PROGETTO PER LA COSTRUZIONE
DELLA BIBLIOTECA COMUNALE IN VIA
SPERANZA - ANGOLO VIA FEDE - APPROVAZIONE ».
Amministrazione avrà esperito gli indispensabili sondaggi presso Enti statali ed
Istituti di credito onde poter reperire i
fondi necessari con il minor peso economico -finanziario per questo Comune.
Il Sindaco sottopone quindi ad eventuale
esame e votazione il progetto in parola
per la relativa approvazione.
Il Consiglio: Tenute presenti le sempre crescenti necessità di spazio idoneo
ad una razionale allocazione della biblioteca comunale; riscontrata la fondatezza e validità delle argomentazioni
addotte dal Sindaco; riconosciuto il progetto esecutivo in esame pienamente rispondente alle effettive esigenze del servizio che la Biblioteca comunale deve
assolvere per il pubblico interesse; ritenuto il progetto degno di approvazione; con voti unanimi espressi per
alzata di mano da 37 consiglieri presenti
e votanti,,
Delibera: di approvare, per i motivi di
cui in narrativa, il progetto esecutivo,
compilato da questo Ufficio Tecnico
comunale in data 22-4-1967, per la co struzione di uno stabile, da adibire a
biblioteca comunale, in via Speranza
angolo via Fede, comportante una spesa
complessiva di L. 75.000.000, di cui L.
58.050.000, per lavori a base d'asta, e L.
16.950.000 per somme a disposizione
dell'Amministrazione appaltante; provvedere con separato atto deliberativo al
finanziamento della spesa.
Il Sindaco -Presidente chiarisce che
col sempre crescente patrimonio di libri
ed altre pubblicazioni di pubblico interesse, la biblioteca comunale non trova
più idonea sistemazione nei locali co munali da decenni destinati a tale servizio. Infatti si è reso necessario assumere
in fitto altri locali di privati, ed altri ne
occorrerebbero per sistemare alcune
altre migliaia di volumi che illustri professionisti locali hanno inteso devolvere
alla Biblioteca comunale tramite i loro
eredi. Va inoltre posto in rilievo la irrazionale e poco igienica condizione dei
locali attualmente in uso per il servizio in
parola e la loro scarsa ricettività.
Tali valutazioni ed altre di carattere sociale, culturale ed economico, hanno
orientato questa Amministrazione verso
la costruzione di uno stabile da destinare
ad un servizio tanto importante diretto
al miglioramento e potenziamento del
livello culturale di queste popolazioni,
favorendone il progresso civile. E' stato
perciò predisposto da questo Ufficio
Tecnico Comunale un progetto esecutivo, la cui realizzazione è stata preventi(Consiglio Comunale di San Severo, delivata in una spesa complessiva di L.
bera n. 130 del 27-6-1967).
75.000.000, di cui L. 58.050.000 a base
d'asta e L. 16.950.000 per somme a disposizione.
Il finanziamento di tale spesa, che in
linea di massima si presume di perfezionare con un mutuo di pari importo,
costituirà oggetto di separato atto deliberativo da adottarsi dopo che questa
10
Vieste
« L'ATTIVITÀ DELLA SOCIETÀ UMANITARIA - LE INIZIATIVE CULTURALI NEL
COMPRENSORIO GARGANICO ».
alle scuole di ogni grado. Sarà messa a
punto una didattica della scuola popolare. Inoltre saranno fatti esperimenti di «
doposcuola di arricchimento culturale »
per gli allievi e si creeranno comitati
scuola-famiglia. Terzo intervento, quello
mirante alla formazione di una classe
operaia consapevole della realtà sociale
nuova che si sta determinando nella regione pugliese, e che sia quindi in grado
di affrontare l'industrializzazione, conoscendone i processi ed avendo una coscienza associativa. Nessuna società
nuova - ha aggiunto il prof. Melino - può
reggersi senza la presenza e la collaborazione di una classe lavoratrice dinamica,
viva, partecipe e perciò garanzia di progresso e democrazia. L'ultimo settore
d'intervento riguarda l'assistenza tecnico
culturale alle libere associazioni che potranno godere di aiuti finanziari ove coordinino i loro programmi a quello generale di intervento per evitare la inutile ed
inefficace polverizzazione delle iniziative.
Il direttore generale della Società Umanitaria ha concluso, ricordando co me
già siano in atto numerosi corsi residenziali per la formazione dei quadri
nei settori indicati, sia in Puglia che a
Meina, sul lago Maggiore, ed ha auspicato che « le Amministrazioni comunali e
le forze vive del comprensorio garganico
cooperino, offrendo il minimo indispensabile di assistenza e di aiuto per
lo svolgimento di un così impegnativo
programma ». Ha altresì annunciato che
per diffondere più capillarmente la propria attività, l'Umanitaria si propone di
individuare e istituire nell'ambito del
comprensorio garganico cinque subcentri in altrettanti Comuni.
Le iniziative socio-culturali che saranno prese dalla Società Umanitaria nel
comprensorio garganico, dipendente dal
Centro dei servizi culturali di Manfredonia, convenzionato con la Cassa
per il Mezzogiorno, sono state esaminate
nel corso di una riunione svoltasi a Vieste. Vi hanno preso parte il prof. Mario
Melino, direttore generale della Società
Umanitaria, il suo consulente avv. Mario
Simone, e l'avv. Giovanni
Il prof. Melino, illustrando i criteri
del programma di intervento della Cassa
del Mezzogiorno, ha sottolineato la im portanza e la necessità che allo sviluppo
economico
corrisponda
l'elevazione
culturale delle popolazioni. Quattro - ha
detto - le linee d'intervento: nel settore
delle biblioteche con la creazione di biblioteche comunali aperte a tutti, che
funzionino come veri e propri centri di
animazione culturale in cui possono
svilupparsi le attività più varie, dai circoli
di lettura alla scuola popolare, dai corsi
di educazione per gli adulti ai cine-club.
Il bibliotecario, in questo caso, sarà un
animatore di cultura per la comunità.
Egli dovrà inoltre collegarsi strettamente
con la Scuola per sovvenire soprattutto
alle esigenze della Media e a quelle degli
altri istituti di istruzione. Il secondo tipo
d'intervento - ha continuato l'oratore - si
svilupperà verso le scuole con corsi di
aggiornamento pedagogico -didattico per
L. R.
gli insegnanti delle scuole medie e delle
(da
«
La
Gazzetta
del
Mezzogiorno
» di
scuole superiori, in modo da unificare i
Bari
del
31-7-1968,
p.
2).
sistemi didattici e dare unitarietà di indi(Continua)
rizzo
83
EDIZIONI DEL MEZZOGIORNO
QUADERNI DI « RISORGIMENTO MERIDIONALE » (in 8°, cop.
fig.) - DOMENICO PACE , Vincenzo Lanza e la vita universitaria e ospedaliera a Napoli nel primo Ottocento. Presentazione di Raffaele
Chiarolanza. Contributo documentario di Alfredo Zazo. Note, bibliografia, indice dei nomi. Pp. 80, tav. f.t. L. 600. - CRISTANZIANO SERRICCHIO, Gian Tommaso Giordani e il liberalismo dauno nel
1820. Note, appendice di documenti ined., indice dei nomi. Pp.
124, tav. f.t. L. 1.000. 3. G. e E. TEDESCHI, Ascoli Satriano dal
1799 al 1829. Diario. Avvertenza e notazioni di Mario Simone, Bibliografia e indice dei nomi. Pp. 152, tavv. f.t. L. 1.000.
SERIE « RESISTENZA E LIBERAZIONE » - PASQUALE SCHIANO,
La resistenza nel Napoletano. Presentazione di FERRUCCIO PARRI ,
con 12 profili, 24 testimonianze, documenti, indice dei nomi. Pp.
232, 10 sanguigne di Cristiano, 24 illustrazioni. L. 2.000.
BIBLIOTECA DEL RISORGIMENTO PUGLIESE, sotto gli auspici dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano (in 16°). - 1.
ANTONIO LUCARELLI , I moti carbonari della Daunia alla luce di
nuovi documenti. Pp. 38. - 2. FRANCESCO GIORDANI, Francesco
Paolo Bozzelli. Pp. 64 con ritr. e autogr. f.t. - 3. ERNESTO PONTIERI, I fatti lucerini del 1848. Pp. 58 con 4 tavv. f.t. - CARLO
GENTILE , Giuseppe Ricciardi, Pp. 52 con ritr. f.t. Ciascun opuscolo
L. 500.
P U G L I A 1 9 6 1 - Celebrazione del Centenario dell'Unità nazionale (in 8°, cop. fig.) - MARIO SIMONE, La Capitanata eretta a pr ovincia dello Stato italiano, Pres. del prefetto E. Cerza. Largo corredo
di note. In 4°, pp. 24, ritr. f.t. L. 500.
MISCELLANEA GIURIDICO-ECONOMICA MERIDIONALE SERIE IL PENSIERO DEI NOVATORI (in 8 ° , sopracc. fig.) - ANGELO FRACCACRETA, Scritti meridionali (a cura di Mario Simone).
Pref. di Mario De Luca. Pp. 328, 2 tavv., f.t. sopracc. di Lucia Fraccacreta. L. 3.000. - SERIE DOGANA E TAVOLIERE DI PUGLIA (in
16 °) - l. ANGELO CARUSO, La Dohana menae pecundum, o Dogana
di Foggia, e il suo Archivio, con nota bibliografica. Pp. 52, n. 4 tavv.
f.t. L. 500 - GIUSEPPE CONIGLIO, La Dogana di Foggia nel sec.
XVII Documenti ined. dagli archivi spagnuoli. Pp. 148, n. 4 tavv.
f.t. L. 1.500. - 3. ADDOLORATA SINISI , I beni dei Gesuiti in Capitanata nei sec. XVII-XVII e l'origine dei centri abitati di Orta, Ordona, Carapelle, Stornarella e Stornara. Documenti inediti e bibliografia. Pp. 132, n. 8 tavv. f.t. L. 1.500.
TEMI e TEMPI. “ Biografie del Sud ” (in 8°, cop. fig.) - DOMENICO LAMURA, Terra salda. Pres. di Raffaele Ciasca. Note e schiarimenti. Pp. 132, cop. e 4 tavv. orig. f.t. di Francesco Galante. L.
700. - 2 . M. BRANDON ALBINI, TOMMASO FIORE, ALFREDO
PETRUCCI. MICHELE VOCINO, « FRANCE - OBSERVATEUR », La
« Legge » di Vailland, con Due parole dell'editare (Mario Simone). Pp.
80, cop. di Luigi Pellegrino, dis. nel t. di Petrucci e Vocino. L. 500.
Commissioni A: Laurenziana IN Napoli (Via Tribunali, 316), C.C.P. 6/23302.
BOLLETTINI EDITORIALI A RICHIESTA
ALFREDO PETRUCCI
LE PAROLE PER
TUTTE LE ORE
AVVENTURA SPIRITUALE
DI QUESTO E D'OGNI ALTRO TEMPO
SCHEDA DI LETTURA
COMPILATA DA MARIO SIMONE
CON I GIOVANI LUIGI MANCINO
E MICHELE FERRI - APRILE 1968
Premessa.
Nella mesta rubrica « In memoria » di quest'anno (parte 1°, n. 3-4) abbiamo detto in
breve di Alfredo Petrucci, a conclusione della sua lunga e operosa giornata. Siamo sicuri
che uffici, enti, amici, con propositi e programmi unitari, sul piano degli studi e dell'arte
sapranno attuare iniziative, che sarebbero accettate da Chi, pur sdegnando gli echei pubblicitari, si riscaldava, commuovendosi anche, ai consapevoli e dignitosi apprezzamenti
della critica. Nell'attesa di registrare i contributi così auspicati, paghiamo un'altra rata
del nostro debito in una forma, che ci sembra la più fedele all'impegno particolare, che
intorno a «la Capitanata », tiene noi e i nostri amici intenti ad attuare in provincia il
servizio della pubblica lettura.
Il racconto lungo di A.P. - Le parole per tutte le ore - come le altre sue opere letterarie,
in prosa e in versi, non fu convenientemente presentato e diffuso dal suo editore; nè l'autore mosse un dito, per eccitare intorno a sè l'opinione pubblica. Non si esagererebbe, affermando che, senza la mediazione di un suo maturo allievo, non professionista di belle
lettere ed arti, « Duccio del Gargano » nella sua stessa terra sarebbe oggi poco più di un
« nome illustre » e soltanto per la parte meno distratta degli intellettuali.
La « Settimana della lettura », svoltasi l'anno scorso anche in Puglia, lambì appena il
Promontorio alla sua radice con le manifestazioni di Manfredonia, dove il Centro Ser87
vizi Culturali, animato allora da quel sodale di Petrucci, il 6 aprile svolse con
successo un « Circolo di lettura » appunto su Le parole per tutte le ore, che più
tardi (6 maggio) fu ripetuto presso l'Oasi di Stignano, in uno dei Corsi residenziali per animatori culturali (v. « la Capitanata », 1968, parte 1a, n. 4-6),
svolti da Mario Simone, primo recensore del libro nel 1931. La materia di quei
circoli fu una rivelazione per gli stessi tecnici, mandati nel Sud a burocr atizzare
l'animazione culturale, ed ha stimolato l'interesse degli operatori volontari nell'ambito del nuovo sistema bibliotecario.
Pertanto abbiamo scelto la « scheda di lettura » compilata in quella occasione,
per onorare la memoria di Alfredo Petrucci nel modo più effettuale; essa rileva
un aspetto originale e quasi inedito della sua personalità e sensibilizza coloro,
che son chiamati a rendere efficienti le biblioteche, vecchie, nuove e nuovissime.
Nel dare alla stampa l'eccezionale documento, avvertiamo che, nell'estratto a
pubblicarsi, appariranno altri tagli dell'opera, per una più larga lettura, e la
bibliografia completa del Petrucci e sul Petrucci, anche con la scorta delle schede,
a suo tempo da lui medesimo fornite con la collaborazione del figlio Armando,
come si legge nell'autografo qui riprodotto.
88
ALFREDO PETRUCCI : « Il mio paese »
ALFREDO PETRUCCI : « Castello di Monte 5. Angelo »
Descrizione formale del volume.
Il testo è contenuto in un libro-brossura, del formato cm. 13 X 18.30 (rifilato).
E' composto con tipo mobile comune « fantasia » nero di corpo 10 interlineato,
che forma pagine 234 di righe 24 nella giustezza di punti 18, esclusa la
numerazione. E' impresso su carta avorio da edizione; la copertina stampata a
due colori, nero e rosso, reca una vignetta ornamentale (tre spighe a raggiera in
semicerchio, circoscritte in triangolo col vertice in alto). Editrice è « La Italiana
» di Roma, indicata sul frontespizio (modesta ditta individuale di un
D'Alessandro, pugliese, bravo e probo); la stampa di una « Prem. Officina
Tipografia A. De Robertis e F. - Putignano ». Omessa è la data di
pubblicazione, che si rileva dalle prime recensioni (1931). La composizione,
impaginata ariosamente, è divisa in 47 brevi capitoli preceduti da numeri
romani, ai quali corrispondono cifre arabiche. Il prezzo è di L. 10, estero L. 15.
1 Ambiente e generalità
I primi trenta capitoli hanno a teatro una grande biblioteca pubblica di città
dove, quando s'apre il sipario, la avventura spirituale è da poco iniziata.
Dagli altri capitoli si apprende ciò che, con riferimento ad opere narrative e
teatrali, si usa definire « antefatto » (l'A. preferisce farlo intuire). La stazione
di partenza del suo decisivo viaggio verso il mondo è Sannicandro
Garganico, dove P., avendone avuto i natali, ha trascorso, incantato e
cantore di malinconia e di bellezza, il primo periodo della sua formazione
spirituale e culturale. Va questo considerato per l'esatta comprensione della
trama e del suo autore, che riconosciamo nel protagonista del racconto. Per
documentazione di quanto si afferma, e integrazione delle pa91
gine di quest'opera, leggasi dello stesso P.: Il romanzo di una primavera (Roma,
Danesi, 1945).
L'istituto bibliografico, descritto con perfetta aderenza alla realtà, risulta
ordinato e funzionante sullo schema tradizionale del deposito librario,
carico di polvere, aggredito dalla muffa e dalle tarme, amministrato con la
politica della lesina, diretto da burocrati, sia pure eruditi e poligrafi, con
impiegati disamorati o sensibili appena a una stantìa erudizione, quando
non cedono alla seduzione di un libro di magia e delle tavole illustrate di un
trattato di ostetricia.
2 Riassunto
Luciano del Monte, giovane intellettuale di provincia, approda a una grande
biblioteca pubblica di città (Roma), per intraprendere la carriera cui è
vocato. In quello eccezionale market, dove un pubblico eterogeneo consuma
la sua razione di lettura, ha il primo approccio con tanti libri, con tanti
personaggi. Ogni giorno centinaia di volumi sono richiesti dai più disparati
frequentatori: il dr. Cardosi, che da anni cerca la possibilità di spostare
sensibilmente la data di un sonetto di Michelangelo, sì da poter arrivare alla
precisa determinazione dei modi di sviluppo dell'elemento platonico nella
poesia michelangiolesca; il dr. Orlandi, celebre scrittore, che fa rare
apparizioni in biblioteca, preoccupandosi di cacciare in un cantuccio
recondito le sue opere, impedendo la loro schedatura e, quindi, prima di
esaurirsi l'edizione, che siano lette dal pubblico della biblioteca. Una folla di
tipi più o meno interessanti: da due Spagnoli, che ogni mattina bisticciano
per la lettura dell'ABC, fino alla sig.na Presbitero, in arte Elettra Correnti,
scrittrice futurista, che afferma di aver trovato un punto d'incontro con la
cultura tradizionale. E che dire degli impiegati, tutti caratteristici, dal
direttore ai capiservizio, ai commessi? Luciano vive la
92
straordinaria esperienza in uno stato quasi febbrile, alla ricerca di opere
sconosciute, aggirandosi continuamente tra le sale di consultazione e i
magazzini. Sicuro di trovare sempre qualcosa di nuovo per i suoi studi, egli
attuffa lo sguardo in ogni palchetto, scorrendo i titoli dei libri. Lentamente,
però, si insinua in lui la consapevolezza di sentirsi un estraneo a questo
ambiente, dove è da tutti poco compreso. In ogni momento della giornata,
il solo colloquio che riesce ad intavolare avviene coi libri, fino a quando
avverte un sentimento di viva simpatia per Cristina, una delle impiegate,
molto diversa dagli altri, che lavorano in biblioteca, indifferenti verso i libri:
lo ubriacone Antonacci, addetto alla « burbera »; Catalano, fattorino addetto
alla sala delle signore; Paniglia, un po' cinico, il vanesio Camely, la
presuntuosa e cattiva Gentilucci, il Tarletti, invero volgaruccio e, infine, il
direttore, frigido e angustioso, comm. Anobi.
Luciano è ossessionato da questo ambiente: la vista degli innumerevoli libri
gli tiene perpetuamente occupata la mente; dall'alto degli scaffali gli autori
sembrano perseguitarlo. Il tormento spirituale si ripercuote sul fisico, tanto
da costringerlo a chiedere un breve permesso e rifugiarsi qualche tempo nel
suo paese natìo sul Gargano. Partito febbricitante, trascorre qualche giorno
a letto, per guarire e, quindi, rituffarsi nel mondo, che rese tanto felice la
primavera della sua vita.
Ristabilitosi, decide di ritornare alla biblioteca, questa volta, però, con
l'intento di non cadere nel medesimo errore, e non avere la mente contesa
da tutti quei libri. Raccoglie i volumi della sua pur modesta libreria e li
sistema, uno accanto all'altro, in una cassa da imballaggio. Ha deciso di
portarli con sé, avendo finalmente capito che le loro pagine custodiscono il
più sincero e commovente linguaggio che il suo cuore potesse accogliere,
appunto per « tutte le ore ». (f )
93
3 Punto di vista dell'autore
Il sentimento cristiano, che informa la vita e l'opera del P., affida anche a
questo libro un messaggio di fede. I valori morali e culturali personificati
dal protagonista sono, infatti, quelli originari degli ultimi venti secoli di
civiltà pertanto con il loro linguaggio universale ed eterno assicurano
vitalità al documento anche fuori del suo tempo. La vita è missione di
bellezza, che pochi riescono ad intuire e pochissimi ad adempiere, vincendo
preclusioni interne ed esterne, come capita al nostro giovane provinciale. La
sua indole è sensibile alle voci della natura e alle sollecitazioni culturali: le
une e le altre, rendendolo avido di amore e di sapere, gli fanno assumere un
compito di lavoro. Egli lo affronta sprovveduto della necessaria saggezza e,
acquistatala, può realizzarlo, grazie al senso poetico e religioso, che è
riuscito a salvare nel suo primo scontro con la realtà pratica.
Questa è costituita dalla biblioteca « vecchio stile », sulla quale evidente è la
condanna dell'A., che nell'ansia e nella delusione di Luciano descrive la
delusione e il risentimento suscitati dalle sue prime esperienze nei pubblici
istituti bibliografici. Al P. appaiono muti e paurosi i mastodontici scaffali
con lo schieramento di una erudizione, che di certo non possono servire le
leggi stantìe e i burocrati, non formati all'animazione culturale. E' così che
l'A. si pone quale arbitro nel conflitto tra istanza individuale o di
apprendimento e servizio pubblico di lettura, adombrando una conclusione,
che accettiamo e indichiamo quale tesi.
Dalla descrizione della biblioteca, edificio e istituto, degli uomini che la
popolano e della vita che vi scorre, si ricava il giudizio critico che il P.,
uomo di modernissima levatura culturale, magistralmente stimola sulla
istituzione e l'organizzazione bibliotecaria dello Stato.
94
4 La lingua e lo stile
L'opera è di lettura facile e gradevole. Il linguaggio, letterario ma corrente,
rivela capacità espressive, che testimoniano una ricchezza non comune di
lessico.
Un ritmo narrativo, dal tempo preciso, ci scopre una sapienza della parola
asciutta e incisiva nel taglio dei personaggi: documento di una esperienza
culturale iniziata in provincia e ampliatasi in un ambito storico
modernamente vivo.
Nella rievocazione nostalgica del natìo Gargano, le effusioni liriche bene
esprimono il colore e il profumo del paesaggio e della vita, descritti senza
che sia tradita mai la nobiltà dello stile. (m)
« Oggi Petrucci è un esempio di letteraria libertà, uno scrittore indipendente
il quale non vede più sul foglio bianco che ha davanti l'ombra molesta delle
opere altrui, ma immagina e scrive a tutto il suo talento, franco di ogni
soggezione spirituale, senza altra disciplina formale che quella del suo gusto
sopraffino. Lavorando così, ci fa sentire il piacere che prova, il più raro e
invidiabile piacere, quello di muoversi liberamente nel mondo delle idee, di
poggiare su di esse e di guardarle vivere da una altezza che consente la
serenità senza indurre all'indifferenza. Acquafortista e incisore, avendo
avuto anche dell'Uomo conoscenza attentissima, io credo che il suo
passaggio dall'una all'altra parte abbia preceduto, come tutti i più impensati
mutamenti spirituali, da ragioni interiori e da ragioni occasionali. Con
l'esperienza e con la riflessione e il suo temperamento di artista, s'è in
qualche modo spiritualizzato, destinato sempre più a spiritualizzarsi;
poiché, non sapendo più fermarsi alle forme esterne, egli ha potuto
penetrare addentro in quel segreto della coscienza e degli animi che S.
Francesco stimava il più oscuro dei misteri, e nelle sue visioni abbracciare
troppe più cose che con l'arte figurativa non possa rap95
presentare. Ed ora, riprendendo dagli scaffali i suoi libri, di tanta arte, studi
faticati, non posso ripensare al contemplatore solitario che sa tutta la storia
della sua terra ov'è nata la sua contemplazione, che ascolta il linguaggio del
suo Gargano pittoresco e incontaminato, e intende quel che vibra e canta
nell'aria del suo paese, e si ritrova artista finissimo, che conosce tutte le
virtù della parola e del ritmo: una scrittura spontanea, una poesia che il
sentimento e la natura ispirano immediatamente, ove la poetica del mito si
svolge nel felice tentativo di superare l'urto della esistenza con la fuga nel
passato e nella storia del sangue » (Renzo Frattarolo, da Per un saggio su
Alfredo Petrucci ).
5 Qualche opinione sull'opera.
« Le parole per tutte le ore racchiudono un'avventura spirituale di questo e di
ogni altro tempo: un racconto che artisticamente pone e risolve il conflitto
tra due posizioni contrastanti dello spirito, impersonato da un individuo,
Luciano, nel quale può riconoscersi ognuno di noi, che nell'ora antelucana
della vita cerchi, come lui, avidamente la « bellezza dell'universo ». Il senso
di una umanità superiore informa l'arte del P., aristocratica e semplice nello
stesso tempo, che sugge la sua linfa vitale dal più profondo ceppo dei
sentimenti tradizionali, che lievita le più generose aspirazioni ed eleva lo
spirito insonne sui misteri della natura, tramata di parole che hanno la
magia di volatilizzarsi e perdere le forme e i suoni profani, subito dopo aver
risvegliata l'immagine, prodotta la vibrazione, che avrà, invece, vita eterna
in noi. Un'arte totale, dunque, in cui la coscienza dell'uomo è interamente
impegnata e che, in uno con la potenza fantastica del contenuto, suppone il
superamento, a contatto della moderna sensibilità, di uno dei più ardui
problemi dello stile. Un'arte sì fatta è lontana così dalle degenerazioni di
96
un malinteso frammentismo come dalle calligrafiche esercitazioni di un
indifferentismo intelligente » (Mario Simone, da « Il Pensiero », Bergamo, a.
IV, n. 5, marzo 1931).
6 Notizie sull'autore
Alfredo Petrucci da S. Nicandro Garganico (12 marzo 1888 - Roma, 15
giugno 1969), scrittore e acquafortista, a 16 anni pubblicava i primi
ardimentosi disegni e le prime novelle e liriche su « Il Foglietto » di Lucera.
La sua vera attività s'inizia nel 1910, quando ormai l'autore si sente pronto a
spiegare la multiforme natura del suo ingegno versato a trattazioni storiche,
alla narrativa, alla poesia, alla incisione. Numerose sono le acqueforti e i
disegni che egli ha pubblicato su riviste, giornali, ove l'indimenticato
Gargano è il soggetto costante. Le sue più celebri acqueforti sono quelle
raffiguranti Beethoven e Leopardi, fortemente espressive e scaturite da un
gusto finissimo di incisione. Con La casa della sapienza, titolo originario di Le
parole per tutte le ore, vince nel 1923 il Concorso Nazionale del romanzo
bandito dal Ministro della P. I.; nel 1924 organizza a Roma la Mostra degli
Artisti Pugliesi. Ricca è la sua attività letteraria: del 1914 è La povera vita, del
1921 La luce che non si spegne e dello stesso anno Le illustrazioni della Divina
Commedia. Del 1934 è Forme d'arte paesana in Puglia. Pubblica nel 1931 Le
parole per tutte le ore (avventura spirituale di questo e di ogni altro tempo) ;
nel 1932 Stefano Della Bella; nel 1942 L'incisione italiana: l’800 e nel 1943 Due
scarpette di panno rosso ed altre novelle. Ha diretto collezioni di monografie di
arte e di storia pugliese e collaborato a numerosissimi giornali. E' stato
direttore effettivo e poi conservatore onorario a vita del Gabinetto
Nazionale delle Stampe del M.ro della P. I. Altre opere che si segnalano
sono Il Quattrocento, I maestri incisori, Il Caravaggio, Il Mondo calcolatore romano,
97
Le magnificenze di Roma, L'Ottocento, Le Cattedrali di Puglia, e il sontuoso
volume dedicato dalla Libreria dello Stato agli Incisori italiani dal sec. XV al
sec. XIX, nella collezione « Il genio italiano all'estero ». Citiamo alcuni fra i
molti di coloro che si sono interessati alla opera del Petrucci: Luigi Tonelli,
Aldo Vallone, Francesco Sapori e, tra i conterranei, Michele Vocino, Mario
Simone, Ciro Angelillis, Renzo Frattarolo, Giuseppe Cassieri e Michele
Capuano.
7 Bibliografia critica sull'autore
(in ordine cronologico)
Giuseppe Bortone, Alfredo Petrucci, in « La Prima Mostra d'Arte Pugliese »,
Bari, STEB, 1917; Pasquale Ceravolo, Alfredo Petrucci, in « Uomini e cose »,
a. III, n. 3, Bari, agosto 1921 (con acquaforte di A.P. ed un ritratto inciso a
due legni da Armando Cermignani); Raffaello Biordi, Alfredo Petrucci, in «
Humanitas », Bari, 9-6-1921; Paolo Toschi, Alfredo Petrucci, in « Arricatori »,
Livorno, 1922; Michelangelo De Grazia, Uno scrittore ed artista garganico: A.P.,
in « Appunti storici sul Gargano », Torremaggiore, Caputo, 1930; Idem,
Attuale ed eterno nella poesia di A.P., in « Puglia Letteraria », Roma, 10-5-1931;
Cansinos Assens, L'usignolo e il pellicano, in « La Libertad », Madrid, 1931;
Mario Simone, Ritorno di Alfredo Petrucci, ne « Il Pensiero », Bergamo, a. IV,
n. 5, marzo 1931; Samek Ludovici, Storici, teorici e critici delle arti figurative, in «
Enciclopedia biografica e bibliografica italiana », Roma, Tosi, 1942; Michele
Vocino, Il Gargano nel giudizio degli scrittori, in « Quaderni dell'E.P.T. »,
Foggia, 1949; Renzo Frattarolo, L'ultimo libro di Alfredo Petrucci, in « Fiera
letteraria », Roma, 13 gennaio 1952; Idem, Alfredo Petrucci, in « Il Gargano »,
Carpino, 15-9-1951; Idem, Interpretazioni di A.P., in « Note per una
letteratura », Bergamo, ed. San Marco,
98
1967, pp. 128-36; Giuseppe Gabrieli, La nuova poesia di A.P., in « Atti
dell'Arcadia », Roma, 1952; Aldo Vallone, Petrucci poeta, in «La Gazzetta
del Mezzogiorno», Bari, 1-8-1954; Idem, O Roma nobilis, in « Uomini e
paesaggi del Sud », Milano-Napoli, Ricciardi, 1960.
8 Consigli per la lettura
La lettura va fatta con voce preferibilmente maschile, regolata sui moduli
delle diverse situazioni psicologiche della vicenda. Si presti attenzione al
ritmo narrativo, per tradurlo senza indugiare in accenti enfatici o appiattirlo
con timbro monotono.
9 A quale pubblico
Il libro si apre alla lettura di un pubblico preparato e sensibile, esibendo alla
sua curiosità personaggi e situazioni anche caricaturali, che possono
impegnarlo, col rischio di deluderlo al sopraggiungere dell'imprevedibile
catarsi. In ambiente saturo di esperienze culturali, può apparire un po' greve
la coloritura ambientale, pur scoprendo a prima vista la fine tessitura
demopsichica. Coloritura che, sebbene sia uno degli elementi costitutivi
dell'opera letteraria, per affidarsi troppo alla fedeltà del lettore, può
agevolare evasioni dal testo soprattutto da parte dei giovani. Sono essi,
invece, i naturali destinatari di queste pagine, nelle quali riconosciamo
l'occasione letteraria più propizia a discutere in chiave moderna il problema
della pubblica lettura, oltre che la posizione spirituale del giovane
bibliolatra, vincitore della eccezionale esperienza da lui vissuta.
10 Consigli per la discussione
Un libro come questo, dove tutto è lineare, definito e chiaro - ambiente,
figure, sentimenti, linguaggio - sembra rifiutare l'ipotesi di una discussione.
Purtuttavia, a
99
distanza di tanti anni dalla sua comparsa, mentre si svolge una civiltà che
trasforma opinioni e gusti, creando e proponendo nuove problematiche,
quello che una volta poteva essere, se non accettato, capito, dai lettori
odierni potrebbe non riscuotere che rispetto. Nel confronto ragionato tra
i due mondi reali e morali di ieri (epoca del fatto) e di oggi (lettura) sta,
invece, proprio l'attualità dell'avventura, con tutto quello che oggi sembra
caduco e quell'altro, che annunzia il tempo nuovo auspicato.
Taglio delle pagine
Il dottor Paniglia lo introdusse per una porticina in uno stanzone cieco
malamente rischiarato e si fermò presso un tavolo, su cui erano ammonticchiati
due o trecento volumi tornati dalla lettura: bisognava rimetterli a posto. Quest'è
l'abicì della nostra scienza. Il comm. Anobi sostiene che non si possa giungere a
dirigere una biblioteca senza aver prima imparato a ordinare uno scaffale. Gli
spiegò il modo della ricollocazione: ogni libro recava sul dorso «la segnatura»,
la quale stava a indicare, per via di numeri e di lettere alfabetiche, il posto che
gli spettava nella stanza, nello scaffale e nel palchetto.
Luciano si accinse al lavoro; ma il fatto di dover individuare un libro, senza
nemmeno guardarne il frontespizio, dal cartellino che gli avevano applicato alle
terga, lo irritò. Gli parve anzi che quelle cifre, nitidamente stampigliate, stessero
li a deturpare l'aspetto dei libri, e le sentì ostili.
Prima di situarli, egli sfogliava ad uno ad uno i volumi e ne scorreva
avidamente le pagine.
Una dolcezza voluttuosa gli scendeva nell'anima. Ed un ricordo
improvvisamente lo illuminò. Quando era fanciullo e viveva ancora in
provincia, egli aveva scoperto un giorno un deposito di libri in soffitta.
Nessuno di casa forse vi pensava più, ma per lui era come aver trovato un
tesoro. Per due ore stette lì a frugare nella polvere e nell'ombra, finché non
ebbe toccato con le sue dita e accarezzato col suo sguardo ciascun volume. Poi,
ghermitone uno
100
a casaccio, aveva raggiunto il finestrino che dava sui tetti delle case adiacenti e
con le gambe penzoloni lungo il muro, le spalle nell'ombra e il viso
nell'azzurro, era rimasto a leggere fino al tramonto.
(10-11)
Quell'occupazione era per lui una fonte inesauribile di gioia. Che felicità trovare
la mattina sulle grandi tavole dell'ufficio le opere nuove che, stando in paese,
era abituato ad apprendere solo dai giornali o, soggiornando in città, a guardare
con occhi cupidi nelle vetrine dei librai!
Ma le proporzioni della sua fortuna non gli erano del tutto note. Bastava a
volte la richiesta di un lettore, venuta per caso fra le sue mani, per rivelargli
l'esistenza di una pubblicazione sconosciuta o per guidarlo a un nascondiglio
non ancora esplorato. Le sue letture allora si convertivano in vere e proprie
ebbrezze. E poiché un libro ne richiamava sempre altri dieci, da un capo della
biblioteca passava all'altro. La sua coscienza diveniva, volta a volta, il campo di
cento possibilità simultanee, alla cui attuazione non si sarebbe neppure sognato
di rinunziare.
(63-64)
Che cos'è un anno che passa? Ecco, egli pensava; noi facciamo caso ai nostri
cangiamenti esteriori, ma non ci fermiamo su quel che muta dentro di noi.
Infiliamo i calzoni lunghi, entriamo in società, mettiamo i baffi, siamo presi in
considerazione... E vigiliamo, coscienti, questa nostra quotidiana metamorfosi,
quando un bel giorno, per caso o per forza, gettiamo uno sguardo nel nostro
interno, e ci accorgiamo che il tempo non è passato soltanto per i calzoni e per
i baffi e che molto è mutato sotto la volubile scorza! Ah, vi era un fanciullo
spensierato e sognante. ero io? Come l'ho lasciato lontano!
(75)
Egli aveva pensato talvolta che una visione della vita, basata su una reazione in
letizia al flusso degli avvenimenti, sarebbe stata salutare all'umanità ed aveva
intravveduta una teoria dell'umorismo che conducesse ad un'arte dell'indirizzo
spirituale, la quale fosse per i moderni quel che fu la ragion temperante per i
Greci, teoria che certamente ora avrebbe potuto approfondire ed esporre
101
con ampiezza, sorretto dalla vasta letteratura che la biblioteca gli offriva al
riguardo. La decisione era presa; afferrò un foglio di carta protocollo, vi
scrisse in testa, a grandi caratteri, un titolo e vi faccio dentro gli appunti. (84)
Luciano rivede nella fantasia le inesauribili feste gastronomiche dei lontani
stercorari, intenti a trinciarsi la loro parte di vivanda e a passarla senza
indugio alla filiera, per restituirla subito in una corda fine ed uniforme di
trascrizioni, di varianti, di glosse. Il loro cervello tutto un intestino, attraverso
i cui molteplici rigiri il materiale ammucchiato sulla tavola e quello che presto
giungerà dalle più dissimili plaghe dell'edificio sarà elaborato ed utilizzato
fino all'estrema particola.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
La spietata immagine a grado a grado si dilegua e Luciano ritorna sorridente
al suo libro. Non potendo adagiarsi a filar la corda come gli altri, ed inibitagli
dalla presenza continua e inesorabile delle nozioni coatte l'ispirazione
inventiva, egli era giunto in biblioteca al punto di diffidare delle sue stesse
letture; e poiché non si sarebbe rassegnato giammai alla rinuncia, né forse
avrebbe potuto più giungervi, preso com'era dall'ingranaggio della macchina
gigantesca, tutte le volte che leggeva un libro pareva che si battesse con un
nemico.
L'abbandono fidente, in fondo a cui vibran le ali d'oro della grazia che appaga
e che consola, gli era ormai ignoto. Ed ecco a un tratto gli ritorna. Nel suo
spirito brilla l'aurora e al regno della morte subentra di nuovo il regno della
vita. Fanciullo, non sai tu dunque che cos'hai tra le mani? In codesto libro
che ti fa piangere e ridere e in certi momenti ti solleva alla serenità degli Dei,
rivivi tu stesso che l'hai eletto. Nessuno te l'ha imposto e tu lo crei nel
momento stesso che lo leggi. Non ti accorgi dunque di che specie è il canto
che da esso si sprigiona? Se poni l'orecchio sul tuo cuore odi lo stesso suono.
Fanciullo, i libri li facciamo noi!
(183)
Sì, Sì, - dicevano - perché cercarne altri? Son qui le parole per tutte le ore: per
quella della gioia e per quella del dolore, per
102
quella della compagnia e per quella dell'esilio, per quella dell'orgoglio
sacrosanto e per quella dell'umanità accorata. Ve ne sono per quando hai un
segreto che non sai a chi confidare e per quando aspetti che qualcuno si curvi
sulla tua spalla oppressa dalla disgrazia per dirti: fratello! Ve ne sono per
quando vuoi tentare le vie dell'infinito e per quando ami rinchiuderti, con le
ali raccolte, nel tuo piccolo involucro mortale. E se la tua vita è vuota e per
uscire dal nulla che ti agghiaccia vuoi navigare verso i ricordi, noi soli ne siam
pieni, noi soli possiamo aiutarti. Perché cercarne altri? Qui ce ne sono per
quando vuoi ridere e per quando vuoi piangere.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
La biblioteca continuava a funzionare con la tranquillità di una macchina
enorme, un po' pigra ma infallibile, indifferente alla qualità della gente che vi
dimorava per mandarla avanti e di quella che vi conveniva per farne uso.
L'umanità entrava, con la strada, nelle sue fauci ed essa la ingoiava
impassibilmente, per restituirla a sera un po' stanca e con l'illusione che
l'anima le fosse cresciuta un tantino.
(223)
Aprì il cassetto e ne cavò fuori el cartelle degli appunti presi in biblioteca:
erano spaventosamente gravide: eppure gli pareva che, a pungerle con uno
spillo, si sarebbero sgonfiate come vesciche cariche di vento. Ecco la gran
mole delle notizie che per un certo tempo gli si erano aggirate
vertiginosamente nel cervello e che egli aveva scambiate per l'attività
sostanziale dello spirito. Ecco la mole della sapienza coatta che l'aveva
lasciato per tanto tempo senza iniziativa e sotto cui il lievito della sua vita
originale aveva , corso il pericolo di corrompersi e di perire per sempre.
Quale consolazione poteva aspettarsi da quelle carte?
(230)
la Capitanata
Rassegna di vita e di studi della Provincia di Foggia
* Hanno collaborato a questo fascicolo: dott.ssa. V. CARINIDAINOTTI, ispettrice centrale del M.ro della P. I.; prof. GIUSEPPE DE
MATTEIS; SALVATORE CAPPABIANCA; MARIO SIMONE.
SOMMARIO
POLITICA CULTURALE - V. CARINI-DAINOTTI: La
lettura pubblica in Italia a traverso gli interventi ministeriali
1
BILANCIA - GIUSEPPE DE MATTEIS: Cultura pugliese contemporanea in un pacchetto di schede bibliografiche
17
DAUNIA BIBLIOGRAFICA - SALVATORE CAPPABIANCA:
Gli scritti di Michelangelo Manicone
23
ANNALI - A Foggia un corso di preparazione agli uffici ed ai
servizi delle biblioteche popolari e scolastiche
34
SCHEDARIO: 1) Fondo « Regno di Napoli - Puglia – Capitanata » posseduto dalla Biblioteca Provinciale di Foggia;
2) Nuove accessioni
35
SQUILLI E RINTOCCHI - Biblioteche (o quasi) daune: Cerignola, Mattinata, Monte S. Angelo, S. Marco in Lamis,
S. Giovanni Rotondo, S. Severo, Vieste
75
SCHEDE DI LETTURA - ALFREDO PETRUCCI: « Le parole per
tutte le ore » (a cura di MARIO SIMONE)
85
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