Classe II H Docente: Isa Lacasa ANNO SCOLASTICO 2006 / 2007 “Quando un popolo non ha più senso vitale del suo passato, si spegne” C. Pavese La storia permette confronti per la comprensione degli eventi, attraverso le categorie dello spazio e del tempo fornisce gli strumenti per la lettura delle trasformazioni che l’uomo opera per modificare l’ambiente che lo circonda al suo bisogno, l’evoluzione degli usi e dei costumi, nonché del pensiero e delle tradizioni. L’ambiente è “universo cognitivo” ovvero “alfabeto culturale”, luogo cioè dove è possibile leggere e interpretare le proprie origini, la propria appartenenza, le tracce degli uomini che hanno reso unico lo spazio dove hanno vissuto. 1 QUADRO STORICO DI RIFERIMENTO Tra il 1494 e il 1559 la penisola italiana risultava divisa in piccoli stati opposti tra loro a causa di forte rivalità. A combattere sul suolo italiano e a contendersi il Regno di Napoli e il Ducato di Milano, c’erano le due principali monarchie di Europa: Francia e Spagna. Il 6 aprile 1494 il re di Francia, Carlo VIII, oltrepassò le Alpi con un esercito numeroso e ben armato, deciso a conquistare il regno di Napoli governato dalla dinastia spagnola degli Aragonesi. Questi erano stati a Napoli i protagonisti di una svolta politica assai importante, mirata a rafforzare lo Stato contro il potere baronale pertanto negli ultimi decenni del Quattrocento c’era stato nell’Italia Meridionale un profondo ricambio delle classi dirigenti. Le vecchie famiglie baronali, soprattutto i Sanseverino e gli Orsini Del Balzo, tradizionalmente presenti in numerosi feudi anche lucani, subirono un duro colpo che apparve in tutta la sua evidenza negli anni della cosiddetta “congiura dei baroni”, della quale il re si servì abilmente per liberarsi dai condizionamenti ancora grandi di quelle antiche e potenti famiglie. Una volta indeboliti questi gruppi dominanti, gli aragonesi avevano favorito la formazione di nuovi gruppi dirigenti, per lo più mercanti e uomini d’affari, con i quali miravano a sostituire, offrendo loro anche titoli nobiliari, la feudalità di più antica origine.1 Carlo VIII, attraversata l’Italia senza incontrare resistenza, fu incoronato re di Napoli. 1 Giura Longo Raffaele, Nuova feudalità e lotte popolari, sta in AA.VV. Il castello di Matera, Edizioni B.M.G.. Matera 1987 2 Il fugace passaggio del re di Francia, riuscì fatale non solo all’Italia ma anche alla nostra città che, in quel triste 20 maggio del 1495, da città demaniale fu ceduta a Gilberto di Brunswich, nominato Duca di Lecce, Conte di Matera e Viceré del Salento; questo nonostante, nel marzo precedente, egli avesse restituito ai Materani ventiquattro carri di frumento rubati dai soldati e, con il decreto del 6 aprile2 di quello stesso anno, li aveva assicurati della perpetua demanialità. Gli stati Italiani: Venezia, lo Stato della Chiesa e Milano, si allearono contro Carlo VIII e a Fornovo, nell’attuale Emilia Romagna, lo sconfissero ed egli dovette lasciare l’Italia. Ferdinando II di Aragona tornò sul Regno di Napoli. Tuttavia lo scontro tra Francesi e Spagnoli per il controllo dell’Italia continuò negli anni successivi. In mezzo a questi tumulti e turbolenze emerse la figura di Carlo Tramontano. Nel 1500 cominciò per il Regno di Napoli il governo vicereale che, in poco tempo, estinse ogni forma di produzione e ogni vita di commercio. Cominciò un rincrudimento delle feudalità soprattutto dal punto di vista fiscale. Le cause di questo fatto nuovo furono molteplici: il deprezzamento del valore di acquisto del denaro dopo la scoperta dell’ America ; le nuove necessità dei Principati a garantirsi eserciti stabili; le necessità della Spagna che continuava a combattere senza sosta per terra, per mare in Italia, in Germania, nelle Fiandre contro i Barbareschi e contro i Turchi. 2 Giacomo Racioppi: Memorie Originali, sta in Storia dei popoli della Basilicata, Ed. Loescher. Roma, 1889 3 A tutto questo si aggiunse la nuova vita sfoggiata, pomposa, cortigianesca, oziosa venuta a noi dalla Spagna. Il governo centrale premeva sul popolo, i baroni gettavano la loro parte di “gravezza” sui popoli stessi, e ben presto i sintomi di questo nuovo stato di cose si manifestarono in tutta la loro crudezza. Giuliano Passaro riferisce nel suo “Giornale” che nel luglio del 1512 si rivolta la terra di Martorano al suo barone perché sarà “malosignore”. Nel dicembre dello stesso anno si rivolta S.Sanseverina contro Andrea Caraffa perché “detto signore, era multo tiranno”. Nel 1513 a Marmera, in Abruzzo, i cittadini ammazzarono il conte, occuparono il castello e uccisero la moglie e i sette figli. Nel 1514 sarà la volta di Matera. 4 BIOGRAFIA del CONTE Gian Carlo Tramontano, era nato a Sant’ Anastasia, un paesino nei pressi di Napoli, probabilmente tra 1465 e il 14703, di origine borghese, era figlio di Ottaviano e Fiola Penta e fratello di Silvestro,4 aveva sposato Elisabetta Restigliano, trovasi la notizia in un istrumento del Notar Pietro de Soxiis del 20 Agosto 1504: “ regnantibus inclytis Serenissimis Dominis nostris Comitibus Joanne Carlo Tramontano et eius Uxore Elisabetha Restigliani”, sorella di Paolo che, nel 1534, fu dichiarato ribelle. Il padre, banchiere a Napoli, aveva sempre avuto buone relazioni con la corte. Il figlio, banchiere egli stesso, non ricco ma audace, prepotente, ambizioso, conseguì i più alti uffici del regno e morì Conte di Matera. Aveva iniziato la sua carriera con un incarico alla Zecca dell’Aquila, inviato in qualità di soprintendente della Zecca di Napoli, quando la Corte era intervenuta, nel 1489, per la riorganizzazione di detto ufficio che batteva monete d’argento e di rame largamente diffuse in Abruzzo. “L’Amministrazione civica, che ne era stata informata, ne fu soddisfatta e accolse con i dovuti onori l’inviato regio. Ma prolungando questi il suo soggiorno all’Aquila, sorse il convincimento che egli intendesse gestire la zecca, della quale la città era gelosa, per conto dello stato. Ed il convincimento si mutò in malumore quando la zecca prese a coniare “cavallucci”5 in eccessiva 3 Nota degli autori: La data, che non è stata ritrovata in nessun documento consultato, è stata ipotizzata considerando sia le aspettative di vita dell’epoca sia il carattere vivace del Conte che certamente non avrebbe potuto fare alcune cose se fosse stato in età più avanzata. 4 Processo N. 289 Silvestro Tramontano contro il Regio fisco nota 2 in Nicola Faraglia: Giancarlo Tramontano, conte di Matera, in “Archivio Storico per le province Napoletane” pag. 98 - 115 5 Cfr. C. Ascari-O. Cardarelli, La dominazione spagnola nell’Italia Meridionale, Torino, 1978: Le monete in corso in quel periodo erano il “grano”, il “carlino”, il “cavallo”, il “tornese”, il “ducato” e la “piastra” moneta dei ricchi che valeva 5 lire e 10 centesimi dei nostri tempi d’oro (avanti la prima guerra mondiale). Sempre su questa base, un “grano” valeva 4 centesimi, 1 “carlino” 42 centesimi circa, un “cavallo” la dodicesima parte di un “grano” cioè poco più di un terzo di centesimo, il “tornese” 2 centesimi e il “ducato”, moneta d’argento simile alla piastra, 4 lire e 3 centesimi…Il 5 quantità, sì da provocare una inflazione della moneta in tutta l’area in cui era usata. Preoccupata dagli svantaggi che tale anomala gestione causava alla città la Camera finì col domandare il richiamo del Tramontano e la restituzione della Zecca alla città.”6 Tornato a Napoli il 23 ottobre 1494, Gian Carlo ottenne l’onorevole carica di Maestro delle Zecche di Napoli7, con la facoltà di poter imprimere sulle monete d’oro e d’argento le lettere iniziali del suo nome e cognome, come da una lettera del Re Alfonso II “direttami dal capo presso Terracina”8, per la fabbricazione dell’Alfonsino, del Ducato, del Coronato e dell’Armellino9. (doc. n. 1) Creato eletto del popolo 8 giugno 1495, come rappresentante del quartiere di Sant’Agostino della Zecca, ovvero assessore della città, per desiderio del re francese Carlo VIII che voleva far conoscere ai popolani quali diritti avessero, fu vittoria non senza rancore da parte dei nobili che avevano sempre governato da soli. Audace e ambizioso qual era, in breve divenne capo della città che seppe tenere in pace, ben approvvigionata di viveri e devota agli aragonesi, tanto che, dopo al morte di Carlo VIII, fu l’anima della congiura contro i francesi quando il re Ferdinando II decise di voler riconquistare il regno di Napoli. “Le cose furono condotte con grande prudenza: i francesi potenti in armi, occupavano le castelle, ed erano sostenuti dai baroni, invece l’armata del re non aveva forza a tentare un assalto, e i popolani inermi e diffidenti non osavano cominciare. “cavallo” e il “tornese” costituivano l’unità di misura per l’acquisto dei generi alimentari. Un “rotolo di pane (891 gr. circa) costava da sei a dodici “cavalli” circa. 6 E. Pontieri, Il Comune dell’Aquila nel declino del Medioevo, L’Aquila 1978 7 G. Bovi, Le monete di Napoli dal 1442 al 1516, “ Bollettino del Circolo Numismatico Napoletano: Giancarlo Tramontano, secondo Bovi, fu maestro di Zecca a Napoli e Aquila fra il 1488 e il 1514; siglò ( CT, T e IT ) monete di Ferdinando I, Alfonso II, Federico III e di Ferdinando il Cattolico; Faraglia, op. cit.,afferma invece che fu maestro di Zecca dal 1494 8 Trovasi questa lettera nell’Opuscolo prodotto dal Sig. Salvatore Fusco sul:Ducato del Re Ruggieri 9 Confr. Francesco Paolo Volpe: Memorie storiche, profane e religiose sulla città di Matera, Ed. Cifarelli Matera 1979 6 Ma Gian Carlo di nascosto li animava ed armava, ad ogni cosa provvedeva e, come era fama, spendeva in ciò molto suo denaro. Vedendo il re, che niun segno appariva di ribellione, levate le ancore, volse le prore a Pozzuoli, ma in quel punto udì suonare a stormo le campane ed apparve sul campanile del Carmine la bandiera aragonese, allora rifatto il cammino prese terra alla Maddalena, dove già molto popolo armato e commosso fino alle lacrime era accorso. Vedendo questo i francesi, e pensando che l’eletto del popolo era Gian Carlo Tramontano, grande aragonese, corsero alle castelle ed i popolani li inseguirono ferocemente con le spade.”10 Per questi fatti, il nostro Conte vide accrescere il suo potere, caro ai popolani e in grazia al re e, mentre questi si adoperava per riconquistare il regno, egli radunò un esercito di 500 popolani volenterosi ed esperti d’armi e, nel novembre, li condusse a Sarno al servizio del re, perché provvedessero alla sua difesa durante gli ultimi scontri con i francesi. Il piccolo esercito era pagato con il denaro che si raccoglieva tra gli stessi popolani perché nella banca di S. Agostino era stato posto un bacino e chi passava “vi gettava quel denaro che poteva”. “Così tanto seppe fare che sollevati gli animi del popolo, lo rese potentissimo, padrone della città, e lo condusse in armi al paro dei nobili e di coloro che si ritenevano nobilitati dallo studio delle cose militari.”11 Mentre si occupava delle cose della città come eletto del popolo e procurava armi al re, continuava nell’ufficio di mastro della zecca, ma la grande autorità che egli aveva conseguito in Napoli fu provata l’anno dopo, alla morte di Ferdinando II. 10 11 Giuliano Passaro ( o Passero ), Il Giornale,Napoli 1785, pag .76 e seg. Ibidem, pagg. 73 - 89 7 Il re non aveva figli per questo la reggenza fu data alla vecchia regina vedova di Ferdinando I e, al suo servizio, Gian Carlo Tramontano armò compagnie di popolani e, con gran dispendio di denaro, le tenne in armi a provvedere alla quiete della città fino all’arrivo del principe Federico a cui fu fedele e per cui si adoperò come aveva fatto per Ferdinando. Quando Federico d’Aragona, salì sul trono di Napoli, Giancarlo Tramontano volle essere tra i primi a rendere omaggio al nuovo Re e alla nuova Regina, che era Isabella Del Balzo. Si recò a Barletta dove la regina Isabella aveva fatto sosta, quando da Lecce si era mossa per raggiungere il Re a Napoli. Scoppiata di nuovo la guerra, i francesi occupano l’Italia Meridionale e nel 1501 Federico fu costretto ad abbandonare Napoli, Giancarlo Tramontano in quell’occasione prelevò dalla zecca un grosso quantitativo di argento ( pare si trattasse di 700 libbre ) per consegnarlo al re fuggiasco, non senza averne trattenuto una parte per sé. Pur non volendo seguire il re nella sua fuga, gli prestò la sua nave personale la “Ghila”, una galera che poi nel 1504 avrebbe fatto naufragio sulla costa genovese. Tre anni dopo, le sue ambizioni di potere, che si erano già manifestate nella sua capacità d’essere imprenditore commerciale, trovarono compimento politico con l’investitura di Conte. La richiesta di investitura fu avanzata forse per il credito di 60.000 ducati che avanzava dalle casse dello Stato, o forse perché il re, in ristrettezze economiche, nel 1497 fu costretto a vendere molte terre e città, tra cui la 8 Contea di Matera che era rimasta vacante per la morte del Brunswich, di cui lo scaltro Conte chiese l’assegnazione.12 La Contea di Matera era diretto demanio del Re e da sempre era stata agevolata nel pagamento delle tasse13, al Re ripugnava di tradire la parola data ai suoi fedeli sudditi di mantenerli nella demanialità, per cui subordinò la concessione della Contea al Tramontano al consenso dei materani. Questi negarono il consenso, tuttavia il furfante non si perse d’animo, raddoppiò presso i più distinti signori le premure e le preghiere promettendo esenzioni da tasse e da tributi al popolo e onori e doni ai nobili. Alla fine riuscì a indurre i poveri incauti materani, uniformatisi al sentimento del signor Battista Malvindi che disse:”Accettiamolo cosa di male ci possiamo attendere da un miserabile? se non marcia bene torneremo addietro”,14 a sottoscrivere un atto di accettazione di servitù feudale, atto che, presentato al Re, fruttò al Tramontano l’investitura della Contea, riportò sulla Città di Matera la sostituzione del titolo di Conte a quello di Governatore perpetuo. Era il 1° ottobre del 149715 e, il 4 giugno 1498 cavalcò per Napoli col titolo di Conte di Matera16, come si legge in un istrumento di Notar Pietro de Scioscis di Matera del 24 agosto 1504, che nota l’anno settimo del suo dominio. A Matera, Giancarlo Tramontano mirò ad impossessarsi del maggior numero di rendite, entrando in contrasto con gli imprenditori locali. Tra il 1498 e il 1500, ad esempio si sviluppò una controversia tra lui e gli esponenti della famiglia materana Scalcione, per il possesso della rendita dello scannaggio, cioè della tassa sulle carni macellate. 12 Faraglia riporta a pag. 104 che il Tramontano comprò la città di Matera e il titolo di Conte al prezzo di 25000 ducati Marcello Morelli: Storia di Matera, Fratelli Montemurro Editori Matera, 1963 14 Cavaliere Francesco Paolo Volpe op. cit. 15 Conte Giuseppe Gattini ,Note storiche sulla città di Matera, Perotti Editori, Napoli, 1882 16 Giuliano Passero, op. cit. 13 9 Più mercante che cavalleresco uomo d’armi, il Tramontano intese la carica di Conte come uno strumento in più concesso alla sua frenetica ricerca di ricchezza e di potere. Infatti, quando i francesi, per avverso destino non furono più in grado di giovargli, corse a promuoversi tra gli Aragonesi, si mantenne fedele ad essi fin quando credette di poterne ricavare profitto, ma persa la speranza in un loro trionfale ritorno, egli cambiò e si mise a disposizione degli spagnoli. Nel 1498 alla morte di Carlo VIII, sul trono di Francia era subentrato il Duca D’Orleans con il nome di Luigi XII che stipulò un trattato segreto con il Re di Spagna Ferdinando il Cattolico, in virtù del quale dovevano insieme invadere il Regno di Napoli, che sarebbe stato poi diviso assegnando alla Francia Napoli, terra di lavoro e Abruzzo, alla Spagna sarebbero state concesse la Calabria e la Puglia. Quando arrivarono i Francesi, Ferdinando II, Re di Napoli, chiese aiuto al Re di Spagna che gli inviò subito Consalvo di Cordova detto il Gran Capitano che conosceva l’accordo dei due Re perciò, occupò la Puglia e, il 20 settembre del 1501, passò con il suo esercito per Matera per recarsi nelle Calabrie. Il nostro Tramontano, accortosi della brillante ascesa del Capitano, corse ad abbracciare le armi spagnole. Il 20 settembre del 1502, il Gran Capitano trovatolo svelto e valoroso, gli affidò il comando di un manipolo di cento soldati. Quello stesso anno Giovancarlo Tramontano, trovandosi di guarnigione con il duca di Ferrandina: Giò Castriota Macedone, insieme effettuarono un’ incursione con 70 cavalli, 200 pedoni, avanzando da Castellaneta fino a Gravina, appropriandosi di numerosi animali. 10 I Francesi avvertiti della loro ardita impresa, con 600 cavalli impedirono la ritirata e, mentre il duca riuscì a fuggire, Tramontano fu fatto prigioniero e privato della contea di Matera. I Materani convinti che i Francesi sarebbero rimasti i soli padroni, ne approfittarono subito per chiedere al re di Francia la conferma dei loro privilegi e l’assicurazione ad essere Demanio del regno, che ottennero in data 19 novembre 1502. Ma quando la fortuna si rivoltò a favore degli Spagnoli grazie al valore del Gran Capitano nella celebre battaglia del 28 aprile del 1503, presso Canosa, il nostro Conte che non era uomo da restare in lunga prigionia, tolte molte migliaia di ducati a debito si riscattò e, fu tra i vincitori che passarono da Cerignola, Gravina, Matera e Montepeloso. Precedette il Gran Capitano a Napoli, con altri compagni d’armi e 200 cavalli, alcuni cittadini appena videro il conte, rotti gli indugi, abbatterono le porte della città ed egli vi irruppe gridando:” Napoli e Spagna”, era il 13 maggio del 1503. In cambio, ricevette la casa della zecca, le saline di Torre di Mare di Metaponto, il fondaco del ferro e dell’acciaio nella città di Matera; con diploma dato in Segovia l’8 maggio 1505, gli furono confermati tutti i privilegi. Conclusesi le operazioni militari, il Tramontano riprese le sue attività economiche e politiche a Napoli. In quale conto lo tenesse il gran Capitano nella guerra contro i francesi è provato da un altro episodio. Essendosi il 22 agosto 1506 radunati i consoli della lana ed altri uomini e maestri d’arte, Giacomo Rapario lesse un diploma nel quale si affermava che, 11 per la lunga guerra, essendo molto decadute le arti della seta e della lana, già tanto fiorenti in Napoli, si era decretato di restituirle ed incoraggiarle; e come al tempo di Ferdinando I d’Aragona, Luigi e Francesco Coppola avevano governato quelle arti, provvedendo a tutti i bisogni e tenendo in soggezione coloro che le esercitavano, così con gli stessi poteri ed autorità era nominato governatore e capo di esse il Conte di Matera.17 Come si sia comportato in questo incarico non è dato sapere, di certo confermò ulteriormente la sua autorità fra i popolani. Spendereccio e fastoso, all’arrivo del Re Cattolico a Napoli, il giorno di Ognissanti dell’anno 1506, si mise in evidenza elevando un arco trionfale, che gli costò 400 ducati, in Sant’Agostino della Zecca. Con la moglie Elisabetta Restigliano si piegò al baciamano del re e della regina. Al re presentò una moneta d’oro di 25 ducati che recava impressi il suo volto e le insegne di Marte, mentre alla regina fece donare dalla moglie una collana di 25 perle preziosissime, del valore ciascuna di 30 ducati,18e faceva lanciare , a piene mani da due suoi dipendenti, monete di mezzo carlino, sulle quali vi era l’effige del re come su quella d’oro. Inoltre, l’anno appresso, nel maggio del 1507, si tenne il Capitolo Generale degli Agostiniani in Napoli, durò quattro settimane con grandi apparati, cerimonie e pranzi; il nostro Conte, insieme al Gran Capitano e alla Banca del popolo, sostenne tutte le spese. Nel 1510, grazie al suo tempestivo e spregiudicato intervento, venne spento un tumulto appena iniziato contro l’introduzione, a Napoli, del Tribunale dell’Inquisizione. 17 18 N. Faraglia: Storia dei prezzi in Napoli pag. 167 e seg. Il diploma reca la data del 6 agosto 1506 N. Faraglia: Op.cit. 12 In questo modo egli faceva molto parlare di sé, manteneva il suo credito presso i popolani che ammiravano il suo lusso e in modo particolare le feste e gli spettacoli, però non era ben visto dai nobili che lo reputavamo ad ogni modo un “uomo nuovo”. Da queste spese pazze egli pensava di riottenere il possesso di Matera, ma il re, il 28 maggio 1507, confermò ai materani tutti i privilegi di cui erano in possesso. Partito il re, l’ambizioso conte, usando tutte le arti cortigianesche, convinse il Vicerè a ridargli la Contea di Matera, dove tornò indebitato e furente. Indispettito dalle pressioni fatte dai materani durante la sua prigionia al re di Francia per conquistare il regio demanio, decise di punirli. Trasferì a Matera il suo domicilio, nominò uomo di fiducia un certo Scipione Viccaro, figlio di Donato che aveva sposato Eleonora Verricelli, e cominciò ad avere un atteggiamento diverso da quello passato: cominciò a vessare i cittadini con violenza, concussione e crudeltà di ogni genere. Riprese i suoi affari e i suoi traffici: oltre che commerciare in prodotti agricoli (cereali) e d’allevamento (lana), egli traeva grandi profitti anche dalla concessione delle saline di Torre di Mare e dal fondaco dell’acciaio e del ferro. La sua esuberanza imprenditoriale era mal sopportata dalla società locale che aveva nel conte un terribile e soffocante concorrente. Per ingrandire il feudo, il 30 aprile del 1513, aveva acquistato, per la somma di quattromila ducati d’oro anche i diritti su Ginosa, oltre al feudo rustico di Girifalco quasi al confine di Matera. 13 Tale espansione economica ed imprenditoriale avvenne a tutto danno dei produttori e dei commercianti locali, che inasprirono le ostilità nei suoi confronti. Inoltre caricò di tasse ordinarie e straordinarie la città, soprattutto l’aristocrazia che era numerosa e ricchissima. Accortosi che il popolo ormai ridotto all’estrema miseria non l’amava, e che i nobili per spirito di indipendenza lo odiavano del tutto, pensò di premunirsi contro possibile sommosse, fabbricandosi una rocca di difesa sopra la collina del Lapillo,poi conosciuta come collina de Montigny19 che domina la città: ”Cominciò a fare il castello ad modo del Castel Novo di Napoli, anzi più superbo, et ni fee edificare solo una facciata con uno torrione grande in mezzo et uno per ciascuno lato più piccoli, a tempo che si pagava la giornata del homo sey grana et altrettanto del cavallo, et si ce spese con danno del populo ducati 25 milia, como oggi si può videre nelle scedde di notar Roberto Agato,il quale tenne conto di detta fabbrica.”20 Il castello è quello che ancora si ammira sulla collina materana, del tutto differente dall’antica Torre Metellana, sita nel Sasso Barisano, che ingenerò il madornale equivoco del Pratili.21 I 25 mila ducati furono versati tutti dall’Università di Matera, come si evince da un privilegio emesso dalla Cancelleria Regia, a Barcellona, in data 31 luglio 1519.22 19 Nel dicembre del 1810 il conte Charles de Montigny, generale francese mandato in Basilicata dal Re di Napoli G. Murat, per reprimere il brigantaggio, scelse Matera come sede del comando e sulla collina, insediò il suo quartier generale. La collina è ricca d’acqua che in un sistema di canali viene convogliata nel palombaro posto sotto la chiesa del Purgatorio vecchio 20 Eustachio Verricelli: Cronica de la città di Matera nel regno di Napoli, Editrice BMG, Matera 1987, pag 3 21 G. Gattini: op cit. 22 Sta in Francesco. Paolo Volpe: Raccolta di diplomi autorevoli spettanti alla contea di Matera. 14 Quale fosse in quegli anni la residenza del castellano non si riscontra in nessun documento, tuttavia la sua presenza in Matera è testimoniata da un atto rogato dal notaio Spinelli, redatto nel castrum di Matera il 2 ottobre 1576.23 La costruzione del castello vide costretti al lavoro uomini e donne, trattati come bestie solo per sei soldi giornalieri, e poiché al re non mancano mai malvagi consiglieri, i suoi cortigiani e gli sgherri aggravavano la mano con ogni sorta di oppressioni, il popolo taceva e fremeva meditando la vendetta. 23 Fonseca- Demetrio- Guadagno, Matera, Editori Laterza, Bari 1999 15 L’ ECCIDIO Narra il cronista Passaro nel suo giornale citato dal Racioppi, che il 28 dicembre 1514, di giovedì, “lo detto conte fece un parlamento dei cittadini di Matera, con dire che voleva ducati 24 mila, per causa che esso deve dare ad uno Catalano nominato Paolo Tolosa; et l’idetti cittadini di questa notizia stavano mal contenti, pur non potendone fare a meno dissero che volevano fare tutto quello che era lo piacere di sua signoria”24 Il venerdì passò in un silenzio di tomba. Nobili e popolani durante la notte si radunarono alla spicciolata, in un angolo buio nei pressi dell’antica chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista nel Sasso Barisano, sotto l’ombra di un gran masso indigeno imminente a via dei Lombardi, che servì dopo come fondamento alla casa Adorisio, che in dialetto materano fu detto:“u pizzon du mmal consigghio” cioè il masso del mal consiglio, giurando di uccidere il tiranno. Chiesa di S. Giovanni Battista nel Sasso Barisano u pizzon du mmal consigghio 24 La casa di Adorisio prospiciente Via Lombardi Racioppi: Storia dei popoli della Basilicata, Edizione Loescher, Roma 1889, pag.180 - volume 2 16 “Vigeva l’abitudine di annotare sulle pareti o sulle colonne delle chiese gli avvenimenti più rimarchevoli ( criminosi per lo più ), come per l’uccisione del Conte Tramontano che fu inciso sia sulla base di una colonna in Santa Maria Nova (n.d.a. oggi San Giovanni Battista, la scritta “DIE 29 DEC…INTERFECTUS EST COMES M., si trova sulla base della colonnina a sinistra della statua di San Luigi), sia sull’affresco della Cattedrale recentemente rinvenuto”25. ( n.d.a. non è stato possibile fotografare l’affresco perché la Cattedrale è chiusa per restauro) Iscrizione della data della congiura posta sulla colonna della chiesa di San Giovanni Battista 25 E. Verricelli, op. cit. 17 Sulla data della morte del Conte Tramontano vi è una differenza tra il Copeti e il Gattini e il Volpe e il Morelli; i primi dicono che è avvenuta il 29 dicembre 1514, gli altri il 30 dicembre 1515. Nella nota n.53 di pagina 97, del testo di Eustachio Verricelli: Cronica della città di Matera nel Regno di Napoli, si legge che l’autore fissa l’omicidio del Conte Tramontano al 1515 al dì di San Silvestro. Allora l’anno solare incominciava dopo Natale, con il calendario attuale, la morte sarebbe avvenuta il 31 dicembre 1514. La mattina del 30 o del 29 ( a seconda degli autori), impettito e sicuro di sé, il Conte si recò a Messa, in Cattedrale, seguito dai suoi soldati che lasciarono le alabarde appoggiate agli stipiti della Porta Maggiore. I congiurati le afferrarono e attaccarono il drappello. Cattedrale di Matera 18 Ancora una volta egli dimostrò il suo valore, sfodera lo spadone e da valente spadaccino qual era, para i colpi e arretra. Rientra illeso nella Chiesa e esce dalla piccola porta, chiamata dello “strettile”26 che porta al Real Conservatorio di San Giuseppe. Via Riscatto Fuggendo di là aveva intenzione di raggiungere il palazzo del suo intimo amico, Alfonso Ferraù 27 , oggi del signor Cipolla, posto di prospetto alla porta d’ingresso del detto Real Conservatorio, e quindi mettersi in salvo. Ma la sua sorte era stata già determinata, il palazzo si trovò chiuso e i cospiratori ebbero la possibilità di consumare il delitto. Palazzo Ferraù 26 27 Arcangelo Copeti, Notizie della città e dei cittadini di Matera, Editrice BMG, matera, 1982 Francesco Paolo Volpe: Op.Cit. pag 167 19 I congiurati erano capeggiati, secondo il Passaro, da un certo schiavone28. Nel documento consultato è scritto con l’iniziale minuscola per cui trattasi non del cognome del feritore, bensì della condizione sociale, essendo stato tramandato l’avvenuto insediamento degli schiavoni nella città di Matera intorno al 15° secolo. Provenienti dall’Adriatico essi erano adoperati come conciatori di pelli e agricoltori, erano serbo-croati. Non si conoscono i nomi di tutti i congiurati, ma sembra, sempre secondo il Passaro, che, tra loro ci fossero Tassello di Cataldo e Cola di Selvaggio, nobili e altri del popolo. Si racconta che fu denudato e colpito ripetutamente con le pesanti alabarde sottratte ai suoi uomini prima di essere abbandonato a brandelli in una pozza di sangue. Secondo il Racioppi dopo il saccheggio del suo palazzo, gli fu data tarda sepoltura, secondo il Volpe il cadavere fu ridotto in piccoli pezzi e dispersi, questo spiegherebbe perché il suo cadavere non è stato mai ritrovato. Le campane suonate a martello annunciarono la morte del tiranno e il popolo ormai in tumulto, invase le strade correndo e gridando. Ci furono tentativi di incendio ai documenti della Pubblica Magistratura e dopo una violenta irruzione nel suo palazzo, fu arrestata sua moglie e saccheggiata ogni cosa. Gentiluomini e popolani corsero ai ripari e misero in salvo la Contessa che tre anni dopo, il 10 dicembre 1517, sarà tra le dame titolate che ricevettero in Napoli, Bona Sforza, regina di Polonia.. La strada palcoscenico dell’eccidio fu l’odierna “ Via Riscatto”. 28 Giuseppe Matarazzo, Una città nei secoli, Ed.Tecnostampa, Matera 1996 20 21 MATERA LIBERA Sulla cima del Lapillo in costruzione v’era un castello lì non v’era un menestrello v’era un regno che finiva un governo poco bello e Matera che moriva. Triste era la vita nella città dei Sassi buia e nata sotto i massi per voler del Tramontano chi li pagava a sei soldi al giorno. Ma i ribelli con prode ardita dietro la chiesa gli tolsero la vita e le anime non più codarde catturarono le guardie. Davanti alla porta chiusa il conte tremava e la gente fremeva ma mentre un rifugio cercava il sangue suo perdeva mentre il corpo in pezzi andava. I popolani gridavan in festa più facile divenì la vita ma l’episodio nel cuor ci resta è il maniero che ce lo ricorda. La città si riprendeva dopo la fine funesta cantando a voce alta Matera è liberata gli alunni della II H La ballata sarà musicata con l’aiuto della Professoressa Agnese Manicone 22 IL PROFILO PSICOLOGICO DEL CONTE IL Conte Tramontano, dal punto di vista psicologico può essere considerato uomo degno di non comune attenzione in quanto presenta una diversità tale che sembra il rovescio di ogni contraddizione. Seconda le circostanze si mostra ardito e astuto, ma allo stesso tempo“ doppio e leggero” e se per alcuni versi è prodigo e generoso, per altri si dimostra avido e crudele. Di certo va ammirato che, nato umile e povero, seppe diventare ricco ed onorato attraverso una carriera che gli permise di far parte dei gran signori della Corte di Napoli e tra i feudatari più potenti, grazie al possesso della Contea di Matera. Uomo dalle mille facce lo vediamo tra gli eletti del popolo al governo della città di Napoli, al tempo dei francesi, si mantenne fedele agli aragonesi fin quando credette di poterne ricavare qualcosa. Lo ritroviamo nell’esercito spagnolo nelle Puglie, cadde prigioniero dei francesi in un agguato presso Taranto, ma pagato il riscatto eccolo tra i vincitori nella battaglia di Cerignola, al soldo del Gran Capitano che lo considerava “ svelto e valoroso”. Come il nostro Conte riuscì ad avere il titolo di conte, come abbiamo esaminato, ci sono diverse opinioni, tutte convengono nel dimostrare l’astuzia e la scaltrezza. Intelligente, audace e senza scrupoli; quando il Re tergiversava a causa della promessa fatta ai Materani di mantenerli nella demanialità, e aveva subordinato la concessione al loro consenso, che naturalmente gli negarono, il furfante non si perse d’animo e con audace accortezza convinse nobili e popolani promettendo esenzioni da tasse e da tributi nonché onori e doni. 23 Riuscì a spuntarla e indusse i cittadini a sottoscrivere un atto di accettazione dalla servitù feudale, atto che presentò al Re e lo costrinse all’investitura della contea. Spendereccio e fastoso, di quali spese fosse capace, e di quanto lusso superasse i patrizi napoletani, se ne ha riscontro all’arrivo dei nuovi sovrani di Napoli: feste, luminarie, spari di bombarde, il nostro Conte fece costruire un Arco di Trionfo in piazza che gli costò più di 400 ducati e spargeva moneta come un Re. Fece inoltre regalare da sua moglie, Elisabetta Restigliano, una collana di 25 perle dal valore di 30 ducati l’una, alla regina. Questa larghezza di vivere, come osserva il Racioppi, lo portò ad indebitarsi per cui quando arrivò a Matera caricò i cittadini di molte tasse. Accortosi del malvolere del popolo, decise di costruirsi una specie di fortezza sopra la collina del Lapillo, dominante la città, un castello che doveva essere l’espressione della sua grandezza e per questo doveva superare per superba e grandezza il Maschio Angioino di Napoli, detto “ Castel Novo”, doveva avere un torrione al centro, due laterali e molte altre torri intorno. Le spese si sarebbero aggirate intorno ai 25 mila ducati e pagava la giornata lavorativa appena 6 soldi. Poiché al suo sguardo linceo nulla sfuggiva, alienò il popolo con molta crudeltà, con tasse straordinarie e abbassò l’orgoglio dell’aristocrazia. Per questo, stanchi e vessati, i materani decisero di ucciderlo. 24 Ritratto del Conte come l’ha immaginato la classe con l’aiuto della prof.ssa Graziana Ciarloni 25 L’INDULTO L’assassinio del Conte Tramontano, in un primo momento, passò per un misfatto atroce perché al suono delle campane a martello il popolo si era levato a tumulto, inalberato la bandiera del Re e corso ad aprire le carceri, aveva bruciato gli atti della Pubblica Magistratura e fatto irruzione e saccheggiato il palazzo del Conte e ne aveva arrestato la moglie. Vennero nominati dei pubblici ufficiali per scoprire e giudicare i colpevoli, ma non furono individuati né gli assassini né i loro mandanti. L’assassinio del Conte Tramontano vide la città schierata su un fronte di solidarietà: gli esecutori materiali del delitto furono occultati, così, il fatto di sangue non apparve più un episodico incidente di delinquenza privata, ma acquistò un preciso significato di rivolta popolare tanto più che gentiluomini e popolani corsero ai ripari mettendo in salvo la contessa. Intanto sulla città di Matera si abbattè la vendetta del Re, che inviò come regio commissario Giovanni Villano con una buona scorta di soldati. Quattro, probabilmente innocenti, furono impiccati. Alcuni privati comprarono la libertà versando 2 mila ducati. L’università fu accusata di aver favorito la sommossa e di non aver punito subito i colpevoli, c’era il sospetto che “ dictum homicidium fuisse commissus de voluntate, consensu, et ordinazione eiusdem universitatis”, si legge nel testo dell’indulto, emesso a Napoli dalla cancelleria del re Ferdinando d’Aragona alla città, datato 28 maggio 1515, a conclusione del processo intentato subito dopo. (doc. n. 2, 2a) Prevalse però il buon senso, si capì che era inumano condannare la folla innocente, il procedimento giudiziario implicò, perciò, una transazione tra la Regia Curia e l’Università. 26 Con il capitano marittimo Conte di Capaccio, che sostituiva il vicerè Raimondo di Cardona, (quello che aveva fatto costruire a Matera la fabbrica delle Beccherie, fuora della Città, la quale ampliata dipoi, se la chiuse, come oggi si vede, in mezzo),29 occupato nella guerra di Lombardia, si venne” a transazione con la Regia Corte” con il versamento all’erario di una ammenda di 10 mila ducati compresi i 2 mila già pagati dai privati. Con la vendita dei beni pubblici, delle gabelle e dei dazi della città, specialmente di quelli del forno, in tre settimane fu raccolta e pagata la somma. Il Vicerè, inteso il Consiglio Collaterale, ammette la città a transazione, e poiché esso dice ”solia per clemenciam roborantur”, intasca per clemenza i quattrini, cassa ogni accusa contro l’Università e i suoi cittadini.30 Così ebbe fine quella terribile tragedia. 29 30 F.P. Volpe, op. cit. Giacomo Racioppi: Op. cit. 27 I FALSI NELLA STORIA DEL CONTE DI MATERA Vessò certamente i cittadini materani, nobili e popolani con molte tasse, ma non si arrogò il diritto “ primae noctis”, perché sebbene portò nella città una nuova infeudualità, ormai si era alle porte del Rinascimento e le nuove idee già cominciavano a circolare. Lo storico Racioppi riferisce su certe corrispondenze amorose di giovani aristocratici materani con le figlie del Conte, il quale venutone a conoscenza, avrebbe indetto una caccia nel bosco di Girifalco per disfarsene a tradimento; le ragazze ne avrebbero avvertito i giovani e il disegno sarebbe andato a vuoto. Dai documenti pubblicati dal Faraglia nell’Archivio storico delle Provincie napoletane ( anno 1880, pag. 80 ), si rileva che il Conte non aveva figlie e “fo morto senza figlioli intestato, superstite ab ipso conte missere Silvestro, frate del prate et matre,…” Morelli fa coincidere l’abitazione del Conte a Matera con il palazzo Ferraù, dove lui cercò scampo quando lo ammazzarono, che era invece di un suo amico. Circa la leggenda popolare che racconta di un passaggio segreto presente sotto il Castello e che portava direttamente dentro la cattedrale, o di altri che portavano dentro il Convento dell’Annunziata, durante i recenti lavori di restauro del Castello e del boschetto antistante, è stato trovato un cunicolo, che è stato restaurato, che è percorribile, ma serviva come percorso di raccolta acque, convogliate verso il Palombaro grande, sito in Piazza Vittorio Veneto.31 31 Fonte: Ufficio del territorio del Comune di Matera 28 IL CASTELLO Segno materiale e memoria storica della presenza del Tramontano a Matera è il castello esterno alla pianta cinquecentesca, sorto “ a brevissima distanza e quasi a cavaliere della città di Matera”, avrebbe scritto il medico e archeologo materano Domenico Ridola, senatore del Regno d’Italia ( la lettera è datata 28 marzo 1927 ), al Ministro dell’Educazione nazionale. E “sebbene non intieramente completato si presenta come una salda e severa (eccellente) costruzione tecnica.[…] Vi si ammira un colossale maschio a quattro piani, torri laterali, un ingresso a ponte levatoio, corridoio, fossato, e muro che lo circondano”. (doc. n. 3, 3a, 3b) Il Verricelli così annotava “ La città è tutta ad murata con alcune altissime torri, quali all’antica quale a tempo che si combatteva con balestri hera espugnabile cossì come oggi sarebbe a guerre senza artiglieria et a tempo che la maestà di Re Ferante donò questa Città a Carlo Tramontano di Santo Nastasio casal di Napoli con farlo Conte; il detto Conte si sforzò ad murarla tutta con lli borghi et parte di colline dentro et già cominciò a fare il Castello ad modo del Castel Novo di Napoli, anzi più superbo et ei fè edificare solo una faciata con uno torrione grande in mezzo e uno per ciascun lato più piccolo, a tempo che si pagava la giornata de l’homi sey grana et altre tanto del cavallo et si despese con danno del populo docati vinti cinque milia como oggi si puo videre nelle scadde di Notar Roberto Agato il quale tenne conto di detta fabbrica”.32 Castello Tramontano situato sulla collina del Lapillo (de Montigny) 32 Verricelli, op. cit. 29 Si può stimare che per la costruzione del castello occorsero complessivamente, tra uomini e animali, tra maestranze impiegate nella preparazione e trasporto dei materiale e maestranze impiegate nella costruzione vera e propria, circa 300.000 giornate lavorative, come dire a titolo esemplificativo che 300 uomini e 100 cavalli vi lavorarono per tre anni di seguito.33 Il maniero riflette i parametri costruttivi dell’ingegneria militare dell’epoca, in particolare attraverso gli scritti e i progetti del senese Francesco di Giorgio Martini: una torre circolare, muri di controscarpa e due torri minori ai lati, costruiti con il tufo delle cave materane, fossato e ponte levatoio. Nel manoscritto di D.N. Nelli, Cronache di Matera 1751, si afferma che il castello era stato iniziato da Giancarlo Orsini Del Balzo e continuato dal Tramontano,”perché voleva che detta città fosse stata dominata da detto castello, che poi meditava far edificare le mura da tutte le parti, e mettersi dentro detto castello, ma non li bastò il tempo, mentre poi lui fu ucciso in Matera nel principio dell’anno 1515…” Il castello e la cinta muraria sarebbero stati costruiti interamente a spesa dell’Università di Matera, come si evince da un privilegio emesso dalla Cancelleria Regia, a Barcellona, in data 31 luglio 1519. La costruzione del castello non fu portata a termine per la morte di chi ne era stato committente, per cui fu abbandonato e restò incustodito. Rimosso dalla coscienza collettiva cittadina, in quel clima di abolitio memoriae che seguì l’assassinio del Tramontano, l’Università di Matera chiese al re Ferdinando il Cattolico di 33 AA.VV. Il Castello di Matera, op. cit 30 “concedere, et permettere, ut ipsa, eiusque homines possint dictum castrum demolire, et destriere, et de lapidibus eius reparare moenia civitatis predicte Mathere, cuius expensis fabbrica ipsa constructa fuit.”34 La richiesta ottenne il placet sovrano, condizionato però all’approvazione del Vicerè, che in quegli anni era Raimondo di Cardona, che aveva ricevuto aiuti finanziari dal Tramontano durante le sue imprese belliche, l’autorizzazione auspicata non fu evidentemente concessa. 34 Privilegio concesso alla Città di Matera dal re Ferdinando il Cattolico, emesso a Barcellona il 31 luglio 1519 31 DOC n. 1 CARATTERISTICHE DELLA MONETA - Valore: un coronato Anno di emissione: 1494 Prodotte dalla Zecca dal 1488 al 1494 Metallo: Argento Diametro: 26 mm Altezza: 5 mm Peso: 3,63 grammi FACCIA ANTERIORE Busto coronato di Ferdinando I d’Aragona. La scritta compresa fra i due anelli concentrici recita: + FERANDVS :D:G:R: SICILIE ossia “FERANDVS Deo Gratia Rex SICILIE” La lettera T a sinistra del busto è l’iniziale del nome del Mastro della Zecca, Gian Carlo Tramontano. RETRO San Michele Arcangelo, in piedi, che regge nella mano sinistra uno scudo e nella destra una lancia cruciforme che trapassa la gola di un dragone. La scritta compresa fra i due anelli concentrici recita: IVSTA° T - VENDA In italiano si può rendere con: “Le cose giuste noi proteggiamo”. 32 IMMAGINI DI ALTRE MONETE CONIATE DAL CONTE Ducato d'oro (3,50 gr.) Alfonso II d’Aragona (1495-1496) Carlino d'argento (gr. 3,93) Federico III d’Aragona (1496-1501) Ducato d'oro (3,48 gr.) Federico III d’Aragona (1496-1501) Ducato d'oro (3.48 gr.) Ferdinando di Aragona "il Cattolico" ed Elisabetta di Castiglia (1503-1504) 33 DOC n. 2 Indulto concesso alla città di Matera nel 1515 (trovasi presso l’Archivio Comunale di Matera, pergamena in buono stato di conservazione, cm 59 x 71) 34 DOC n. 2a 35 36 37 38 Dal testo A.A.V.V. Il castello di Matera (a cura di Franco Di Pede) pag.64-70 39 DOC n. 3 Pianta del torrione centrale del castello 40 DOC. n. 3a 41 DOC n. 3b 42 BIBLIOGRAFIA A.A.V.V., Il Castello di Matera, Edizioni Paternoster, Matera 1987 ASCARI C.- CARDARELLI O. La dominazione spagnola nell’ Italia Meridionale, Torino 1978 COPETI A. Notizie della città e dei cittadini di Matera, Editrice BMG, Matera 1982 BOVI G. Le monete di Napoli dal 1442 al 1516, sta in Bollettino del Circolo Numismatico Napoletano FARAGLIA N. Giancarlo Tramontano Conte di Matera, Archivio Storico Per le Province Napoletane, 1880, pagg, 98 - 115 Storia dei prezzi in Napoli FUSCO S. Opuscolo sul Ducato del Re Ruggieri FONSECA-DEMETRIO-GUADAGNO, Matera, Laterza Editori, Bari 1999 GATTINI G. Note storiche sulla Città di Matera, Perotti Editore, Napoli 1882 GIURA LONGO R. I beni ecclesiastici nella Storia economica di Matera, Montemurro Editori, Matera 1961 MATARAZZO G. Una Città nei secoli, Editrice Tecnostampa, Matera 1996 MORELLI M. Storia di Matera, Montemurro Editori, Matera 1963 NELLI D,N. Cronache di Matera, 1751 PASSARO G. Il Giornale, Napoli 1785 PONTIERI E. Il Comune dell’Aquila Nel declino del Medioevo. L’Aquila 1978 PANNUTI M. La monetazione a Napoli dal 1442 al 1556, in “Un secolo di grande arte…”, Napoli 1973 RACIOPPI G. Memorie originali sta in Storia dei popoli della Basilicata, 43 Edizioni Loescher, Roma 1889 TUTINI C. Origine et fondatione dei Seggi di Napoli VERRICELLI E. Cronaca de la città di Matera nel Regno di Napoli, 1595 e 1596, Edizione e Stampa B.M.G., Matera 1987 VOLPE F.P. Memorie storiche, profane e religiose sulla Citta di Matera, Bologna 1978 Documenti: Indulto, Napoli 28 maggio 1515 Privilegio, Barcellona 31 luglio 1519 Il Castello, lavoro degli alunni della II D/E della Scuola Media Pascoli, Matera 1981/82 Siti web consultati http://www.sassiweb.it http://www.lamonetapedia.it Si ringraziano per l’aiuto e la disponibilità Il personale della Biblioteca Provinciale di Matera La Direttrice e il personale dell’Archivio di Stato di Matera 44 Alunni che hanno partecipato alla ricerca: Ambrosecchia Angela, Amenta Michele, Andrisani Caterina, Cocca Oriana, D’Aspro Marika, Giordano Federica, Grieco Daniela, Lo Izzo Daniele, Longo Roberta, Marcosano Marilena, Monaco Leonardo, Montemurro Alessandro, Montemurro Antonella, Pelaggi Maria Letizia, Ricciardi Eustachio, Ruggieri Erica, Santeramo Andrea, Scazzariello Mariano, Schiuma Giovanni, Staffieri Michele, Viggiano Margherita, Ye Jing Jing. Nota della docente Isa Lacasa: Il lavoro nella sua stesura informatica è stato realizzato dall’alunno Mariano Scazzariello, a cui il plauso per la bravura nell’uso del computer. Si ringrazia inoltre la disponibilità delle colleghe Ciarloni e Manicone e del capo d’istituto Leonardo Iannuzzi per la comprensione verso le nostre innumerevoli uscite e per aver creduto nel nostro lavoro. 45 INDICE • QUADRO STORICO DI RIFERIMENTO pag. 2 • BIOGRAFIA del CONTE pag. 4 • L’ ECCIDIO pag. 13 • IL PROFILO PSICOLOGICO DEL CONTE pag. 19 • L’INDULTO pag. 22 • I FALSI NELLA STORIA DEL pag. 24 CONTE DI MATERA • IL CASTELLO pag. 25 • DOCUMENTI pag. 27 • BIBLIOGRAFIA pag. 39 46