MENSILE DELLA CARITAS ITALIANA - ORGANISMO PASTORALE DELLA CEI - ANNO XXXVII - NUMERO 8 - WWW.CARITASITALIANA.IT
Italia Caritas
ESCLUSIONE SOCIALE, RAPPORTO CARITAS
L’ITALIA DEGLI INCOMPIUTI
SERVIZIO CIVILE L’OBIEZIONE VA IN ARCHIVIO? NO, È UN PUNTO D’ARRIVO
DEBITO ESTERO SERVE PIÙ CORAGGIO. PER CANCELLARE DI PIÙ
IRAQ PARLA IL VESCOVO: «UN PAESE FRUSTRATO, TRA LIBERTÀ E ANARCHIA»
POSTE ITALIANE S.P.A. SPEDIZIONE IN ABBONAMENTO POSTALE - D.L. 353/2003 (CONV. IN L.27/02/2004 N.46) ART.1 COMMA 2 DCB - ROMA
ottobre 2004
sommario
ANNO XXXVII NUMERO 8
Mensile della Caritas Italiana
Organismo Pastorale della Cei
viale F. Baldelli, 41
00146 Roma
www.caritasitaliana.it
email:
[email protected]
IN COPERTINA
“Vuoti a perdere”: vite umane
messe ai margini, analizzate
dal quinto rapporto
sull’esclusione sociale
prodotto da Caritas Italiana
e Fondazione Zancan
foto Romano Siciliani
Italia Caritas
direttore
Don Vittorio Nozza
direttore responsabile
Ferruccio Ferrante
editoriale
di Vittorio Nozza
LA NEBBIA DEGLI ODI
E I TANTI RAMOSCELLI DI PACE
in redazione
Danilo Angelelli, Paolo Beccegato, Paolo Brivio,
Giuseppe Dardes, Marco lazzolino,
Renato Marinaro, Francesco Marsico,
Francesco Meloni, Giancarlo Perego,
Roberto Rambaldi, Domenico Rosati
editoriale di Vittorio Nozza
LA NEBBIA DEGLI ODI E I TANTI RAMOSCELLI DI PACE
parola e parole di Ina Siviglia
DIO, ALTRO PER ECCELLENZA. E LA DIFFERENZA SI FA RICCHEZZA
3
progetto grafico e impaginazione
5
Francesco Camagna ([email protected])
Simona Corvaia ([email protected])
stampa
nazionale
L’OBIEZIONE IN ARCHIVIO? NO, È UN PUNTO D’ARRIVO
di Giancarlo Perego
database di Walter Nanni
“VUOTI A PERDERE”, L’ITALIA MESSA DA PARTE
di Pietro Gava
dall’altro mondo di Franco Pittau
BOSSI-FINI, CINQUE RAGIONI PER UN “TAGLIANDO”
a cura dell’Area nazionale di Caritas Italiana
DUE ANNI DOPO IL SISMA LA SFIDA È LO SVILUPPO
di Francesco Carloni
contrappunto di Domenico Rosati
progetti DOPO LA GUERRA
Omnimedia
via del Policlinico, 131 - 00161 Roma
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sede legale
viale F. Baldelli, 41 - 00146 Roma
tel. 06 541921 (centralino)
06 54192226-7-77 (redazione)
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offerte
Paola Bandini ([email protected])
tel. 06 54192205
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inserimenti e modifiche nominativi
richiesta copie arretrate
Marina Olimpieri ([email protected])
tel. 06 54192202
20
spedizione
in abbonamento postale
D.L. 353/2003 (conv. in L.27/02/2004 n.46)
art.1 comma 2 DCB - Roma
Autorizzazione numero 12478
dell’8/2/1969 Tribunale di Roma
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internazionale
PAGINE PER CONOSCERE A CHE PUNTO È IL DEBITO
di Roberto Rambaldi
«CANCELLARE, CON CORAGGIO: L’ITALIA NON SIA RINUNCIATARIA»
di Paolo Brivio
casa comune di Gianni Borsa
«IRAQ, UN PAESE FRUSTRATO TRA LIBERTÀ E ANARCHIA»
di Paolo Brivio
conflitti dimenticati di F. Montenegro e T. Valentinetti
DIFFUSI E PERMANENTI, COSÌ CAMBIANO I CONFLITTI
di Paolo Beccegato
contrappunto di Alberto Bobbio
agenda territori
villaggio globale
Chiuso in redazione il 24/9/2004
26
AVVISO AI LETTORI
31
32
La Caritas Italiana, su autorizzazione della Cei, può
trattenere fino al massimo del 5% sulle offerte per
coprire i costi di organizzazione, funzionamento e
sensibilizzazione.
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ritratto d’autore di Bruno Pizzul
L’AUTISTA TARGATO RABAT E UN FIGLIO PERSO IN BRUTTI GIRI
Per ricevere Italia Caritas per un anno occorre versare un contributo alle spese di realizzazione di almeno 15 euro: causale contributo Italia Caritas.
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46
Le offerte vanno inoltrate a Caritas Italiana tramite:
Conto Corrente Postale n. 347013
Banca Popolare Etica, Piazzetta Forzaté, 2 Padova
Iban: IT23 S050 1812 1000 0000 0011 113
Bic: CCRTIT2T84A
Banca Intesa, Agenzia Rm P.le Gregorio VII
Iban: IT20 D030 6905 0320 0001 0080 707
Bic: BCITITMM700
Cartasì e Diners, telefonando al n. 06/541921,
orario d’ufficio.
tre anni dagli attentati dell’11 settembre, il pianeta
sembra scivolare sempre più nella spirale del terrorismo, della violenza, dello scontro. Ancora fresche sono le più recenti e terribili ferite: la strage di Beslan in Ossezia, la piaga dei rapimenti e i morti quotidiani in Iraq, gli attentati in Indonesia e in Terra Santa, la tragedia del Darfur.
Ferite che si sommano alle tante situazioni di crisi silenti o
conflitti dimenticati, ma non per questo meno letali.
accoglienza, di tolleranza, di collaborazione sui grandi temi etici e civili. Soprattutto una grande intercessione, un’invocazione a Dio, una
profonda e sentita preghiera.
Questi piccoli ramoscelli di ulivo
che spuntano da ogni angolo della
terra hanno in comune tra loro, in
formule e modalità diverse, alcune
grandi aree di pensiero e di comportamento: il riferimento a una realtà
trascendente, la percezione di
Lo squilibrio Nord-Sud, la necesIl pianeta sembra
un’immanenza nel cuore dell’uomo,
sità di commercio più equo e di un
scivolare in
l’anelito verso una suprema bellezrilancio della cooperazione e degli
un’interminabile spirale
za, verità, bontà, giustizia, da cui deaiuti allo sviluppo sono così finiti in
di violenza. Oggi la
riva un programma etico che comsecondo piano, sotto l’assedio delcolomba di Noè riposa
prende compassione, misericordia,
l’emergenza terrorismo, alimentata
sulla ricerca di pace
amore verso il prossimo anche londa strategie senza scrupoli, che non
che, nonostante tutto,
tano e diverso o, addirittura, nemiesitano a strumentalizzare religione
si diffonde nell’umanità.
co. Quando le religioni vanno al fone sete di riscatto del Sud del mondo.
Bisogna perseverare
do della loro genuina esperienza, si
Se la “logica di guerra” non è ancora
nell’aprire varchi
scoprono capaci di dialogo, di recidegenerata nello scontro delle cidi speranza
proco ascolto, capaci di favorire la
viltà, ciò è dovuto anzitutto alla testifratellanza tra gli uomini e di contrimonianza di Giovanni Paolo II, che
buire al superamento delle barriere
ha impedito l’abuso del nome di Dio
a copertura della violenza. Quindi al dispiegarsi, soprat- che li separano. Nei faticosi tentativi e processi di pacifitutto in Europa, di un forte movimento di contrasto alla cazione attualmente in atto in varie parti del mondo, le
guerra, e alla guerra preventiva in particolare.
grandi religioni possono e debbono svolgere un compito importantissimo: gettare ponti tra i singoli e i popoli.
A
Capaci di dialogo
Il Signore rivolga su di te il suo volto e ti conceda pace
(Nm. 6,26). Oggi la colomba di Noè, segno di pace, cerca riposo sul fragile ramoscello che è lo sforzo collettivo,
da parte di tanti, di testimoniare in numerosi luoghi della terra la propria volontà di pace. Oggi è come se la saggezza di tante persone tentasse di radunarsi per un
grande pellegrinaggio di pace, pellegrinaggio che vorrebbe coinvolgere i popoli della terra. Siamo certi che là
dove si avvia e si intensifica un cammino che tende alla
pace, parte sempre un segnale forte di dialogo, di mutua
***
La terra sulla quale viviamo é piena di sofferenze, ingiustizie e sopraffazioni. È uno spazio geografico conteso,
punteggiato da molte coabitazioni difficili, politiche, etniche, religiose. È un pianeta che si sta guastando, un
pianeta dove l’equilibrio è turbato dallo spreco delle risorse naturali e dall’inquinamento. Ogni giorno siamo
chiamati a considerare, a esaminare mali come l’isolamento e la frammentazione, la violenza e la guerra, l’ingiustizia e la povertà, l’oppressione e la discriminazioI TA L I A C A R I TA S
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OT TOBRE 2004
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editoriale
parola e parole
di Ina Siviglia
ne, la vita buttata via o calpestata con violenza disumana. Una spessa nebbia, una densa caligine di divisioni,
di odi e di egoismi avvolge il mondo. Orbene, è da questa terra avvolta dalla nebbia e dalla caligine che salgono le invocazioni a Dio ed è su questa terra che discende un raggio di luce: “Ogni credente - diceva papa Giovanni XXIII nella Pacem in terris - deve essere una scintilla di luce, un centro d’amore, un fermento vivificatore della massa: e tanto più lo sarà, quanto più nell’intimità di se stesso vive in comunione con Dio”. Questo
desiderio trova una conferma nell’intensa ricerca della
pace che si va diffondendo beneficamente nell’umanità
attuale, pur in mezzo ad avvenimenti che fanno rabbrividire e magari anche disperare. Occorre perseverare
nell’aprire varchi di speranza.
Rivoluzione delle coscienze
Dal punto di vista critico, è importante cogliere l’evoluzione avvenuta nel giudicare la guerra, il terrorismo e gli
armamenti. Ora si è convinti della tragica inutilità e immoralità di guerre condotte, come se fossero l’unica soluzione alle situazioni di tensione e conflittualità presenti nel mondo. Dobbiamo augurarci che la coscienza
critica di ogni uomo e donna di buona volontà faccia
passi ulteriori. Si può minacciare un intervento la cui
concreta attuazione è giudicata immorale? Quanto a
lungo si può resistere alla tentazione di passare dalla
minaccia all’uso delle armi nucleari? Quale valore
esemplare può avere contro la violenza una dissuasione
che minaccia essa stessa un ricorso alla violenza? La
corsa agli armamenti fatta in nome della dissuasione ha
concretamente allentato le tensioni, in questi anni, oppure le ha inasprite? Quali e quanti mezzi, energie e
possibilità ha assorbito la corsa agli armamenti, sottraendo forze preziose alla lotta contro la fame, la malattia e per la promozione della vita? Quali germi di violenza essa introduce nel costume e nel quotidiano vivere degli uomini?
Dobbiamo sperare che queste domande, che si levano da tante parti, generino una benefica rivoluzione
delle coscienze e producano anche condizioni esteriori
diverse, in cui la dissuasione violenta perda importanza
e plausibilità. Intanto occorre che l’opera critica verso
ogni espressione di violenza e distruzione sia accompagnata da un’opera di progetto, che dia una consistenza
nuova alla pace, alla sicurezza, alla stessa dissuasione:
la pace non deve limitarsi all’assenza di conflitti, ma
deve comportare una ricerca di giustizia, di uguaglianza, di attenzione a chi è maggiormente bisognoso;
la sicurezza non deve essere intesa solo come sicurezza militare, ma deve consolidarsi attraverso un
potenziamento del dialogo, dei sistemi democratici,
degli organismi di controllo internazionali;
la stessa dissuasione deve farsi forte non solo dell’atteggiamento disumano che è costituito dalla forza
violenta, ma anche e soprattutto di risorse più degne
dell’uomo: la solidarietà internazionale, le sanzioni
giuridiche, l’isolamento di chi usa prepotenza.
‘‘
C’è un’intensa ricerca di pace che si va diffondendo
nell’umanità, pur in mezzo ad avvenimenti
che fanno rabbrividire. E magari anche disperare
’’
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I TA L I A C A R I TA S
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DIO, ALTRO PER ECCELLENZA.
E LA DIFFERENZA SI FA RICCHEZZA
Quando uno straniero dimorerà presso di voi nel vostro paese, non gli farete torto. Lo
straniero che dimora fra di voi lo tratterete come colui che è nato fra di voi; tu l’amerai
come te stesso perché anche voi siete stati stranieri nel paese d’Egitto (Lv. 19, 33-34)
n un tempo in cui i fenomeni migratori hanno assunto caratteristiche macroscopiche a causa di difficoltà, problemi e disagi che
affliggono oggi numerose popolazioni nel mondo, riconsiderare il
messaggio della Scrittura sullo straniero può essere uno stimolo opportuno e utile. Centinaia di stranieri approdano ogni giorno sulle coste del
nostro paese: abbandonano la loro terra e i lori cari, si affidano spesso
al mare infido rischiando la vita, in cerca di condizioni di esistenza più
umane. La rilevanza del numero di tali immigrati e la complessità dei
I
problemi che li affliggono creano, a
Da ospite a nemico
L’imponenza
loro volta, preoccupazione e disagi in
L’alterità, come categoria antropodei fenomeni migratori
chi li accoglie.
logica, si presenta dunque nella
pone oggi seri problemi
Nella Bibbia la figura dello straBibbia come un doppio polo di vesociali e culturali.
niero mantiene sin dall’inizio una
rifica, inerente il rapporto tra
Ma cosa suggerisce
ambivalenza significativa, che tenIsraele e Jhavè, ma anche tra il pola Bibbia? Nell’Antico
de a risolversi positivamente e depolo e il prossimo.
Testamento ambivalenze
finitivamente solo nel Nuovo TeIl primo polo garantisce la consignificative. Risolte
stamento.
siderazione di Dio come l’Altro per
nella figura di Gesù.
Infatti mentre per un verso l’eseccellenza, indisponibile a ogni riChe si identifica
sere diversi, nella molteplicità delduzione e strumentalizzazione
con lo straniero
le razze e delle culture, può essere
(“Poiché noi siamo stati stranieri e
considerato il frutto della benediforestieri dinanzi a te come tutti i
zione genesiaca (“Siate fecondi e moltiplicatevi, riem- nostri padri”, 1 Cr. 29, 15). Il secondo versante esige il
pite la terra…”, Gn. 1, 28), per altro verso la pluralità di rispetto della differenza come ricchezza: la qual cosa
lingue incomprensibili è la conseguenza tragica del- impegna a un trattamento giusto, che non offenda in
l’arroganza e della superbia degli uomini, manifestata alcun modo la dignità della persona, e la rinuncia a
nell’episodio della torre di Babele (Gn. 11).
ogni pretesa di omologare l’altro rendendolo simile a
Il forestiero, nell’Antico Testamento, talvolta è con- sé, annullandone l’alterità. È, dunque, la qualità del
siderato come una minaccia alla purezza del culto re- rapporto con ambedue i termini di confronto, Dio e lo
ligioso in Israele e all’appartenenza al popolo eletto, straniero, che permette di verificare, in Israele, il gratalaltra costituisce uno stimolo costante a riflettere do di autenticità e di maturità religiosa.
sulla propria identità e a fare memoria della storia
Forse non è superfluo considerare il fatto che l’avdella salvezza, segnata dall’esperienza drammatica vento della civiltà, nella storia dei popoli, è stato, tra
della schiavitù in Egitto.
l’altro, connotato da un cambiamento radicale di proI TA L I A C A R I TA S
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parola e parole
spettiva, che ha condotto i popoli più avanzati a considerare hostis (nemico) un hospes (ospite) (da notare
la medesima radice hos).
Nel Nuovo Testamento, in Cristo l’ambivalenza del
termine è definitivamente risolta nella piena identificazione di Gesù con lo straniero: “Ero forestiero e mi avete
ospitato” (Mt. 25, 35). Anticipando nella storia l’eschaton, Paolo dichiara inoltre: “Tutti siete figli di Dio per la
fede in Cristo Gesù… Non c’è più né giudeo, né greco,
non più schiavo o libero, non c’è più uomo né donna,
perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Gal. 3, 28).
L’accoglienza incondizionata dell’ospite straniero
che, sin dall’antichità, in molte culture e in molte vi-
sioni religiose è stato considerato sacro, costituisce un
imperativo morale. Il quale, comunque, non esime
dall’elaborare progetti politici adeguati e, in una prospettiva più ampia, a riconsiderare insieme agli altri
paesi gli attuali assetti sociali ed economici mondiali,
per ristabilire un più equo ordine tra i popoli.
La parola di Dio, secondo cui Egli stesso dichiara
“La terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e inquilini” (Lv. 25, 23), costituisce per i cristiani un
criterio di scelta, che per un verso comporta una lotta
contro ogni prospettiva indebita di potere, ma d’altro
canto garantisce l’instaurarsi di una giustizia umana
fondata su quella divina.
Italia Caritas
le notizie che contano
‘‘
Per ricevere il nuovo Italia Caritas per un anno
occorre versare un contributo alle spese
di realizzazione, che ammonti ad almeno
15 euro. A partire dalla data di ricevimento
del contributo (causale “contributo Italia
Caritas”) sarà inviata un’annualità del mensile.
L’accoglienza incondizionata dell’ospite straniero
era un imperativo morale in molte culture antiche.
E la Parola di Dio ricorda:“Siete forestieri sulla mia terra”
’’
VERSO IL CONGRESSO EUCARISTICO
Nella primavera 2005 la Chiesa italiana è attesa da un importante appuntamento spirituale
e pastorale. Si svolgerà infatti a Bari, dal 21 al 29 maggio, il 24° Congresso eucaristico nazionale,
che collocandosi all’interno del cammino previsto per il decennio dagli orientamenti pastorali della Chiesa
italiana affronterà il tema “Senza la domenica non possiamo vivere”. L’appuntamento prevede nove giorni
di incontri, dibattiti e momenti di riflessione, ciascuno dedicato a una particolare componente della
comunità ecclesiale e civile. Ci saranno momenti destinati ai giovani, alle famiglie, agli educatori,
agli operatori pastorali, ai religiosi, agli operatori dell’economia e degli altri settori dell’attività umana.
Italia Caritas intende accompagnare il cammino di avvicinamento all’importante raduno, proponendo
– nei prossimi numeri – uno spazio fisso di riflessione sui temi che il Congresso affronterà.
Italia Caritas cambia volto
Sobrietà ed essenzialità, come da tradizione.
Ma più pagine. Più rubriche. Più colore.
Contenuti più incisivi.
Opinioni sempre più qualificate.
Dati sempre più capaci di sondare i fenomeni sociali.
Per informazioni sull’iniziativa, www.congressoeucaristico.it
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OT TOBRE 2004
LEGGI LA SOLIDARIETÀ, SOSTIENI ITALIA CARITAS
Per contribuire alle spese di realizzazione:
• Versamento su c/c postale n. 347013
• Bonifico una tantum o permanente a:
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telefonando al numero 06.54.19.21
(orario d’ufficio)
Cartasì anche on-line, sul sito
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Per informazioni
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nazionale
servizio civile
ca un milione di persone), che in oltre trent’anni ha costruito nuove forme di difesa della Patria, interpretando in maniera originale il dettato costituzionale. Servizio militare e servizio civile, in modo diverso e alternativo, hanno segnato in profondità un passaggio cruciale della storia dei giovani italiani: quasi una sorta di iniziazione alla vita, che passava attraverso un servizio allo stato e alla società.
FOTO DI SANDRO ARIU - SI RINGRAZIA CELIVO GENOVA
Valori costituzionali
L’OBIEZIONE IN ARCHIVIO?
NO, È UN PUNTO DI ARRIVO
di Giancarlo Perego
A fine anno termina la storia
del servizio militare obbligatorio.
Con essa, l’esperienza del servizio
civile legato all’obiezione
di coscienza. Il “no” alla guerra
e alle armi, però, deve diventare
esito di un percorso educativo
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on lo scaglione del 2 dicembre partiranno
gli ultimi militari di leva, che termineranno
il loro servizio nell’ottobre 2005. Una data
importante, nella storia d’Italia: finisce l’epoca del servizio militare obbligatorio. Come è noto, il Parlamento, ha deliberato dal
1° gennaio 2005 la sospensione del servizio
di leva: ma l’ultimo drappello di un esercito che in due
secoli di storia ha segnato profondamente il senso e i
modi di amare e difendere la Patria porta con sé, più che
nostalgie, alcune domande e alcune sfide.
La sospensione della leva segna anche la fine del
servizio civile in alternativa al servizio militare. La fine,
cioè, dell’esperienza inaugurata dai giovani che dal
1972 si erano chiamati “obiettori di coscienza”. La fine
di un cammino di popolo (ha interessato, in effetti, cir-
C
La prima, tra le domande che sorgono, è molto semplice: quali potranno essere, dal 2005, le forme concrete di
amore e di difesa della Patria? In questi giorni cresce
l’ansia del mondo del volontariato, dell’associazionismo, del terzo settore, ma anche delle istituzioni, a proposito del finanziamento del nuovo servizio civile nazionale, istituito dalla legge 64/2001. La sospensione
della leva, se non comportasse immediatamente un maggior impeVIAGGIO
NON VIOLENTO
gno finanziario dello stato e sussiUn obiettore
diariamente, dopo la modifica del
in un centro
titolo V della Costituzione, da parte
per disabili:
delle regioni, porterebbe anche con
servizio in nome
sé la fine di un’esperienza popolare
della pace
di servizio alla Patria accanto a chi è
povero o in difficoltà (anziani, tossicodipendenti, immigrati, rifugiati, detenuti, minori abbandonati…). Un’esperienza arricchita anche da percorsi di educazione alla pace, esperienze di servizio all’estero e di difesa popolare nonviolenta, iniziative di attenzione all’ambiente e al territorio, di promozione della cultura.
La sospensione della leva pone dunque una sfida:
conservare e rafforzare nel servizio civile nazionale una
grande esperienza di educazione alla responsabilità, alla cittadinanza attiva e alla pace che coinvolge migliaia
di giovani ogni anno. Occorre investire ancora su un popolo di giovani tra i 18 e i 28 anni, che nelle nostre associazioni e istituzioni imparino a essere cittadini.
La seconda sfida riguarda la necessità di non disperdere il ricco patrimonio dell’obiezione di coscienza alle armi. Essa, in epoca contemporanea, è stata un
“segno dei tempi”: un luogo importante non solo per
dire, ma anche costruire nella quotidianità l’imperativo
del “non uccidere”. È quanto mai importante che il popolo della pace che in questi anni ha costruito il diritto
all’obiezione di coscienza alle armi, dentro una scelta
di servizio civile, continui a trovare le forme per esprimere il suo no alla guerra e il no alle armi come stru-
Domande di obiezione di coscienza
presentate al ministero della
Difesa e precettazioni effettuate
ANNO
1972
1973
1974
1975
1976
1977
1978
1979
1980
1981
1982
1983
1984
1985
1986
1987
1988
1989
1990
1991
1992
1993
1994
1995
1996
1997
1998
1999
2000
2001
2002
2003
TOTALE
DOMANDE
PRECETTAZIONI
200
400
500
900
1.100
1.500
2.000
4.000
7.000
6.917
7.557
9.093
7.430
4.282
4.986
5.697
13.746
16.767
18.254
23.490
28.910
33.339
44.342
47.824
57.284
72.169
108.371
62.524
64.059
54.882
43.224
752.747
500
512
683
950
1.250
1.875
2.023
6.011
8.050
6.306
8.413
8.170
5.188
5.948
9.595
13.869
17.898
18.522
24.142
26.798
31.063
49.212
51.748
61.893
78.841
55.059
64.084
55.442
614.045
Il numero delle precettazioni effettuate non corrisponde sempre al numero di domande presentate nello stesso anno, in quanto in un determinato anno possono essere assegnati obiettori che hanno presentato domanda negli anni precedenti. Quanto agli obiettori Caritas,
si calcola che nel periodo considerato siano stati più di 100 mila, in
servizio in più di 200 diocesi italiane.
I TA L I A C A R I TA S
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nazionale
servizio civile
menti di difesa. Così pure è urgente che l’Ufficio nazionale servizio civile, dando concretezza alle indicazioni
legislative, non smantelli l’attenzione all’obiezione di
coscienza alle armi, ma giunga finalmente alla costituzione dell’Albo nazionale degli obiettori di coscienza:
uno strumento che esprima la forza politica di una difesa della Patria che, con la sospensione della leva, non
è consegnata a un esercito di professionisti, ma è consegnata alla nascita di forme alternative di difesa nonviolenta, di “corpi civili di pace”.
Se l’obiezione di coscienza, nel sistema di obbligatorietà della leva, era il punto di partenza per affermare
un’alternativa alla difesa armata della Patria, con la sospensione della leva diventa un punto di arrivo nel percorso educativo al servizio civile come servizio di pace,
di impegno sociale, di responsabilità civile. Non si può
trasformare la fine della leva nella fine di alcuni valori
costituzionali!
Questo è l’impegno che da oggi ci attende. E che soprattutto ci attendiamo da chi ha cuore il bene comune.
«Risorse per il servizio civile? Tocca al governo. Ma non solo…»
Intervista all’onorevole Massimo Palombi, presidente dell’Ufficio nazionale. «Per
desso tocca a loro. All’Ufficio nazionale servizio
civile (Unsc), testa e cuore di un sistema chiamato a diffondere, tra i giovani italiani, una
nuova cultura di servizio alla collettività, non
più legata al fardello di un obbligo da assolvere.
Il Servizio civile volontario è collaudato da tre anni di sperimentazione, protagoniste soprattutto le ragazze. Saprà
ora “reclutare” anche i maschi? E affrancarsi dal rischio di
rimanere un’esperienza di èlite? Lo abbiamo chiesto all’onorevole Massimo Palombi (Udc), presidente dell’Unsc.
A
Onorevole,la stagione della leva obbligatoria è ormai
prossima alla fine.Come agirà l’Ufficio nazionale per
estenderne la portata del servizio civile volontario?
Il servizio civile volontario oggi è regolato, come si sa,
dalla legge 64. Quando fu approvata, nel 2001, si pensava
che la leva obbligatoria dovesse essere sospesa nel 2007.
Noi stessi abbiamo chiesto di abbreviare i tempi, anche
perché il lavoro di preparazione del nuovo sistema si è
concluso rapidamente. Il successo si deve anzitutto agli
organismi del terzo settore e agli enti locali, che hanno sviluppato l’offerta di opportunità di servizio civile volontario: sono quasi duemila i soggetti che hanno fatto richiesta di accreditamento. Inoltre anche le ragazze (con la
modesta inclusione dei riformati dalla leva) hanno dato
una risposta positiva: spesso le richieste di partecipazione
superano di molto il numero dei posti attivabili dai bandi.
Nel 2002 avevamo l’obiettivo di raccogliere 7-8 mila volontari, 18 mila nel 2003: quest’anno siamo saliti a 37.800.
Ma non tutti i posti messi a bando vengono occupati:
le risorse rese disponibili dal governo sono scarse…
In ogni caso lo sviluppo è stato notevole e l’obiettivo
2004 sarà raggiunto. È chiaro, comunque, che a determinare la possibilità di un’ulteriore crescita saranno i finan10
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OT TOBRE 2004
ziamenti. Un obiettore costava 90 euro al mese, il volontario ne costa 430. Con i fondi per i 60 mila obiettori finora
in servizio, non si impiegano 60 mila volontari...
Secondo matematica, saranno circa un quinto…
Quest’anno potevamo usufruire dei risparmi degli anni precedenti: abbiamo previsto di spendere 270 milioni
di euro, rispetto ai 120 milioni dello stanziamento annuale governativo. Ora abbiamo avanzato una richiesta formale al governo di stanziare per il 2005, nella finanziaria in
preparazione, 240 milioni di euro. Dovrebbero consentirci di mantenere il livello di quest’anno, attorno ai 30 mila
volontari effettivamente impiegati.
Poi bisognerà fare gli accordi con le regioni…
Il 2005 sarà un anno di transizione. La Corte costituzionale ha stabilito che il servizio civile è materia nazionale. Così è chiaro il quadro in cui, dal 1° gennaio 2005, attueremo il decreto legislativo 77, che prevede una certa
divisione di competenze e stabilisce che ci sono progetti
di interesse nazionale e altri di interesse regionale. Alcune
regioni stanno già preparando una propria legislazione. È
il momento di cominciare a discutere, anche sui criteri di
definizione dei progetti e sulle questioni finanziarie. Ma
intanto nulla vieta alle regioni di dedicare risorse proprie.
E poi abbiamo attivato una verifica con le Fondazioni
bancarie, cerchiamo nuove fonti di finanziamento…
Coinvolgendo altre istituzioni?
Si, c’è già un precedente. L’iniziativa del “custode sociale” a Milano. Sono solo 40 volontari, ma non pagati con
i fondi dell’Ufficio nazionale, perché reclutati fuori dai
bandi tradizionali. Noi abbiamo concesso la procedura,
ma il costo dell’attività lo pagano i ministeri interessati
(salute e welfare), regione e comune. È un esempio di co-
il 2005 confermiamo il tetto dei 30 mila volontari effettivamente in servizio»
me chi crede in questo tipo di attività possa sostenerla,
senza limitarsi a dire che lo stato deve dare di più.
comunque esiste: bisogna pensare a forme di autoregolamentazione da concordare con gli enti del servizio civile.
In passato il servizio civile, figlio dell’obiezione di coscienza, aveva un esplicito valore di educazione alla
nonviolenza. La nuova legge ha istituito un comitato
consultivo sulla difesa popolare nonviolenta: basta a
salvaguardare un patrimonio di cultura e valori?
Il comitato è già operativo e ha risorse sufficienti per
un’attività discreta. Sta programmando un convegno internazionale, c’è l’ipotesi di avviare borse di studio e sostenere attività di peacekeeping. Però serve un ragionamento
a monte: all’inizio l’obiezione di coscienza era una battaglia civile, poi è divenuta opportunità legislativa e quindi
diritto dei cittadini, tanto che la scelta di obiettare è stata
compiuta anche in base a considerazioni diverse da quelle legate alla nonviolenza. Il servizio civile è divenuto un
fenomeno di massa, un’opportunità per servire la patria
non necessariamente in nome di una sensibilità antimilitarista. Si è un po’ perduto, insomma, lo spirito originario,
presente tuttavia nella memoria storica e nell’attività di alcuni enti. Ora il servizio civile volontario non discende dal
rifiuto del servizio militare: la componente della nonviolenza è presente, ma non come componente generale, che
si rintraccia piuttosto nella volontà di servizio alla Patria, di
aiuto alla comunità. Bisogna tenerne conto.
Il servizio civile storico permetteva di intervenire in
casi di calamità ed emergenza. Ora sarà più difficile?
Si tratta di affinare la cultura dei progetti, integrandola
con le attività di protezione civile. C’è bisogno di fare un
discorso di sistema, magari riservando una quota dell’attività di servizio a impegni di protezione civile. La riflessione è un po’ ferma, perché bisogna affrontarla anche
con le regioni. Avevamo cominciato a discutere, con i vertici della Protezione civile, della possibilità di sviluppare
progetti incentrati sulla formazione, in vista di attività di
prevenzione che possano sfociare anche in iniziative di
pronto intervento. Abbiamo avviato un confronto anche
con i Vigili del fuoco. Bisognerà lavorarci sopra.
Il nuovo sistema di accreditamento degli enti di servizio civile permette di acquistare formazione e monitoraggio da altri enti di classe superiore. Sarà un
mercato, a scapito del controllo e della qualità?
Se si vuole un servizio civile di qualità, occorre prevedere condizioni di organizzazione e professionalità. Noi ci
proponiamo di controllare sempre più, attraverso un’attività di monitoraggio, la qualità dei progetti. Il problema
L’Albo nazionale degli obiettori, tenuto e promosso
dall’ufficio: partirà?
Si, partirà. E stiamo ragionando anche sul tipo di riconoscimento dell’attività dei volontari che lo stato deve fornire. Noi non siamo d’accordo, e la legge non lo consente,
con l’idea di considerare il servizio civile come attività di
formazione lavoro. Però ci siamo attivati per realizzare altre forme di riconoscimento. Interessa forse pochissimi
casi, ma le scuole superiori al momento dell’esame di maturità riconoscono già il servizio civile come fonte di crediti formativi. E la conferenza dei rettori e il ministero dell’università hanno stabilito un percorso - non vincolante,
perché le università sono autonome - in base a cui si possono attribuire crediti universitari a chi fa il servizio civile
se l’attività svolta è collegabile a un corso di studi. Esistono altre proposte di legge in materia. Il Presidente della repubblica ha detto che il servizio civile volontario è un’attività esemplare: come tale dev’essere riconosciuta.
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nazionale
esclusione
politiche
database
sociale
sociali
CITTADINI “INCOMPIUTI”
TRA LAVORO E DEPRESSIONE
di Walter Nanni ufficio studi e ricerche Caritas Italiana
no al medico di famiglia soffre di
depressione.
ALZHEIMER E DEMENZE SENILI. Il 60-70%
dei casi di grave deterioramento cognitivo in età avanzata sono ascrivibili alla demenza di tipo Alzheimer.
La prevalenza dell’Alzheimer è di circa l’1% nei soggetti di età compresa
tra 60 e 64 anni e raddoppia ogni cinque anni dopo i 65; negli ultraottantacinquenni raggiunge il 40%. In Italia
soffrono di Alzheimer più di 500 mila
anziani ultrasessantacinquenni e i
LAVORO FLESSIBILE. In Europa il lavocosti diretti e indiretti della malattia
ro part time coinvolge il 18% degli
sono stimati in 35-50 mila euro all’anCaritas Italiana e
occupati e l’insieme delle forme di
no per paziente.
Fondazione Zancan
lavoro atipico si attesta intorno al
DIPENDENZE SENZA SOSTANZE: GIOCO,
danno alle stampe
28%. In Italia dal 1999 al 2002 la perSHOPPING, INTERNET, CELLULARE. Nel
il Rapporto 2004
centuale di lavoro atipico è passata
2002 i proventi del gioco del lotto assull’esclusione sociale.
da circa l’11% a oltre il 16%. Sul totasommano in Italia al 2,7% delle entraDati e analisi su
le degli occupati, i lavoratori con
te statali totali (oltre 4 miliardi di euro),
fenomeni in crescita:
contratti di collaborazione coordisuperando le entrate fiscali derivate
effetti della flessibilità,
nata e continuativa costituiscono
dalla vendita dei tabacchi. In dieci
depressione e
l’11%, quelli occupati a tempo deanni, dal 1989 al 1999, si è passati da
Alzheimer, dipendenze
terminato quasi il 10%, quelli che launa spesa in giochi legali stimata pa“senza sostanza”
vorano part time quasi il 9%. Il lavori a 9 mila miliardi di vecchie lire, a una
ro nero o sommerso si presenta cospesa di 36 mila miliardi. Nel 2000 sono
me una componente strutturale dell’occupazione: inte- stati installati in Italia oltre 800 mila videopoker, per un giressa quasi il 20% delle persone che lavorano.
ro di affari di oltre 40 mila miliardi di vecchie lire.
DEPRESSIONE. Secondo dati Oms, la depressione è la
Lo shopping compulsivo riguarderebbe una quota
causa principale di invalidità globale ed è quarta fra le compresa tra l’1 e l’8% della popolazione adulta italiana.
dieci principali cause del peso mondiale dei disturbi. È Secondo dati Istat relativi al 2000, 2.948.000 persone (il
la prima causa di invalidità nel mondo (quasi il 12% dei 5,7% della popolazione italiana) dichiarano di utilizzare
casi) ed è dichiarata causa di invalidità per l’1% della po- internet tutti i giorni; il 4% dei ragazzi tra 11 e 14 anni dipolazione mondiale (64.963.000 di persone su oltre 6 chiarano di utilizzare internet tutti i giorni; lo stesso avviemiliardi). A livello mondiale, i disturbi neuropsichiatrici ne per il 7,5% dei soggetti tra 15 e 17 anni. Il 21% dei ragazsono causa di morte per 1.105.000 persone (anno 2002); zi tra 11 e 14 anni (510 mila soggetti) utilizza invece il celin 13 mila casi la principale causa di morte è diretta- lulare tutti i giorni. Il 28% dei giovani del primo anno di
mente correlata alla presenza di disturbi depressivi. Se- scuola media superiore non spegne mai il telefonino,
condo alcune ricerche, l’8,5% dei pazienti che si rivolgo- neanche di notte; il 33% lo spegne raramente.
enerdì 22 ottobre Caritas Italiana e Fondazione Zancan di
Padova presentano Vuoti a perdere. Rapporto 2004 su
esclusione sociale e cittadinanza incompiuta, edito da Feltrinelli. Giunto alla quinta edizione, il rapporto si sofferma su
alcune situazioni emergenti di disagio e vulnerabilità sociale;
vengono inoltre presentati i risultati di un’indagine sul rapporto
tra povertà delle famiglie italiane e accesso ai servizi sanitari,
condotta insieme alla Federazione italiana dei medici di medicina generale (Fimmg). Il rapporto contiene una voluminosa serie
di dati statistici e informazioni; eccone un’anticipazione.
V
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povertà
“VUOTI A PERDERE”,
L’ITALIA MESSA DA PARTE
di Pietro Gava
QUINTA
INDAGINE
Il volume
Feltrinelli curato
da Caritas Italiana
e Fondazione
Zancan
entesima su novanta. Così si classifica l’Italia nella graduatoria sulla sicurezza
economica dei lavoratori elaborata dall’Ufficio internazionale sul lavoro (Ilo).
Gli Stati Uniti sono al 25° posto, anche il loro mercato opta per il “dinamismo” a
scapito della sicurezza. Le principali economie europee sono invece tutte davanti, ma quanto la ricerca di competitività si sposa con la tutela dei lavoratori,
sempre più esposti a una precarietà che deriva da contratti flessibili?
Il prisma della povertà ha davvero tante facce. Anche in Italia. Le famiglie
con più figli risultano più povere. In certe aree del paese la disoccupazione giovanile è elevatissima. I problemi legati all’affitto mettono in crisi tanti nuclei familiari. Le persone in
condizioni abitative estreme sono circa 70 mila. E preoccupa anche l’area dei “quasi-poveri”: l’11,1% delle famiglie italiane ha avuto difficoltà nell’utilizzo dei servizi pubblici sanitari, il 6% a pagare le spese mediche, il 4,9% ha ricevuto almeno una forma di aiuto informale
per superare diversi disagi (Istat 2002).
V
Oggetti non riciclabili
Esce per Feltrinelli il quinto
Rapporto sull’esclusione sociale.
Ne emerge il volto di un paese
in cui molti sono condannati
alla “non autosufficienza”: non
riciclabili, dunque impossibilitati
a vedere garantiti i propri diritti
Molti di questi fenomeni sono analizzati, in termini statistici, da indagini di fonte istituzionale. Ma ci sono aree
di disagio che conducono all’esclusione sociale, non
necessariamente connessa a condizioni di povertà economica, che crescono, spesso nell’ombra, minando gli
equilibri di un gran numero di soggetti individuali e sociali. Di alcune di queste aree conduce un’analisi qualiquantitativa Vuoti a perdere. Rapporto 2004 su esclusione sociale e cittadinanza incompiuta, volume realizzato
da Caritas Italiana e Fondazione Zancan di Padova, edito da Feltrinelli, che sarà presentato il 22 ottobre.
Si tratta del quinto rapporto sull’esclusione sociale, dopo I bisogni dimenticati (1996), Gli ultimi della
fila (1997), La rete spezzata (2000) e Cittadini invisibili (2002). Caritas Italiana e Fondazione Zancan portano ancora una volta all’attenzione di tutti le esigenze
di chi non è protetto, uomini e donne troppo spesso
considerati un fardello. L’immagine del “vuoto” è associata a quella di un oggetto messo da parte, non riciclabile, abbandonato come un rifiuto in una discarica. Le situazioni illustrate nel Rapporto (vedi pagina
12) si riferiscono invece a particolari condizioni di
fragilità che le persone sperimentano nella società
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nazionale
povertà
contemporanea: “mali di vivere” molto moderni (dalla depressione alla demenza senile, dalle dipendenze
“senza sostanza” alla precarietà causata dal lavoro
flessibile all’impossibilità-incapacità di accedere ai
servizi sanitari), che inducono o accentuano una condizione di “non autosufficienza”. La quale non ha solo
basi mediche o fisiologiche, e sfocia in una forma di
“incompiutezza della cittadinanza” che non significa
solo abbandono o solitudine, ma prima ancora impossibilità a far valere e a vedere garantiti i propri diritti. La protezione sociale, in casi simili, è spesso
aleatoria. Ma considerarla un costo accessorio significa costruire una società più incerta, pericolosa e senza giustizia. Magari addirittura, concluderebbero alcuni, “un tessuto sociale non coeso, incapace di favorire lo sviluppo del mercato”.
‘‘
Ha presieduto la Commissione nazionale d’indagine sull’esclusione sociale.
Parla il sociologo Giovanni Sarpellon: «Meno poveri? Un effetto statistico...»
di Paolo Brivio
o sguardo del sociologo, cattedra a Venezia,
università di Ca’ Foscari. Allenato a tenere
sotto osservazione i microcosmi (forse
neanche tanto micro) delle varie forme di
povertà ed esclusione. Facendo oscillare l’analisi tra emergenze statistiche e valutazioni politiche. Giovanni Sarpellon, infatti, è
stato presidente della Commissione nazionale di indagine sull’esclusione sociale dal 1986 al 1993. Anni lontani.
Ma certi problemi restano: affondano le radici in un terreno culturale e ideologico, che il professore esamina con
disincanto.
L
Il nuovo rapporto sull’esclusione sociale di Caritas e
Fondazione Zancan mette a fuoco fenomeni di cosiddetta “cittadinanza incompiuta”. Professore, queste forme di esclusione sono residuali nella società
italiana, o sempre più diffuse?
Residuali nel senso di minoritarie. Ma la percezione è
che siano in aumento, perché la società (occidentale in
genere) produce necessariamente esclusione e marginalizzazione. Più aumenta la necessità di competere, anche
fra paesi, altrettanto aumenta la necessità di competere
all’interno delle società. Stiamo andando verso un mondo
in cui bisogna arrivare primi. Ovvero nel quale alcuni arrivano secondi e altri arrivano ultimi. E allora bisogna capire cosa si fa di coloro che arrivano ultimi.
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OT TOBRE 2004
L’attenzione nei loro confronti va diminuendo?
Sì. Da un lato a causa dell’atteggiamento culturale di
divinizzazione della competizione: è più importante sostenere chi deve vincere che aiutare chi perde. Così diventa accettabile la riduzione dell’impegno della collettività
nei confronti di chi resta indietro. Ma poi tutto ciò si traduce nel cambiamento delle politiche sociali in politiche
assistenziali. Ovvero: se rimane qualcosa, diamo qualcosa
a chi è in difficoltà. È un ritorno all’elemosina, che si fa con
ciò che abbiamo in più, con una parte di quello che resta.
Addio, dunque, alle politiche universalistiche inclusive che riguardano la generalità dei cittadini?
Il caso delle pensioni è tipico. Oggi ci si preoccupa di
mantenere in piedi il sistema, ed è contabilmente corretto. Si riducono le prestazioni, e questo si può capire da un
punto di vista economico. Ma la conseguenza è che le persone devono arrangiarsi. E chi non ha neanche da vivere?
Se uno fatica a campare, la pensione integrativa non la fa
e viene abbandonato…
Il panorama culturale e politico è così cupo?
Sicuramente oggi è diffusa una maggiore attenzione
da parte di molti riguardo ai problemi di tutti. In altre parole, rispetto a vent’anni fa l’idea della tutela dei diritti di
tutti è più diffusa: le trasformazioni non sono mai unilineari. Si esalta la competizione, e nel contempo c’è una
ROMANO SICILIANI
«Nel mondo della competizione
agli ultimi resta l’elemosina»
L’espressione “vuoti a perdere” richiama
l’assurdità di un’organizzazione sociale, che si
rassegna a buttare preziose risorse umane (…).
La persona viene trattata come oggetto, con lo stile
dell’usa e getta. Si tratta di un filosofia non
dichiarata, ma che è penetrata nella vita sociale
ed è diventata logica diffusa, che è uscita
dai cancelli dell’azienda ed è diventata tarlo
della società nel suo insieme. E la filosofia
dei “vuoti a perdere” è rintracciabile anche
nelle attuali tendenze delle politiche sociali
e previdenziali, che vanno nella direzione
di un sistema di protezione sociale a maglie
larghe, all’interno del quale alcuni soggetti
particolarmente problematici costituiscono
un surplus umano, di cui non è vantaggioso
accollarsi gli oneri socio-assistenziali.
dalla presentazione di monsignor Giuseppe Pasini,
presidente della Fondazione Zancan, e monsignor
Vittorio Nozza, direttore di Caritas Italiana
più diffusa consapevolezza della universalizzazione dei
diritti delle persone. Questa dinamica culturale in controtendenza ha una notevole importanza: alcuni decenni fa
si puntava piuttosto all’affermazione dei diritti dei lavoratori, comunque di categorie ben definite. Oggi il tema dei
diritti universali è molto più forte: una contrapposizione
tra culture, che diventa anche contrapposizione politica.
Quindi non si può dire che le opinioni pubbliche siano più distratte. O che pensino alla povertà solo se
toccate nel portafoglio...
L’opinione pubblica è un fenomeno complesso: è
l’opinione che riesce a farsi sentire. E oggi i ceti medi e
medio-inferiori, che vedono peggiorare drammaticamente la loro situazione, sono quelli che si fanno sentire di più. Però questo segmento sociale può diventare
molto egoista: l’impiegato che si vede diminuire il potere d’acquisto dello stipendio non ha tempo di preoccuparsi di chi sta peggio. Nelle situazioni di peggioramento generalizzato c’è sempre chi cerca di esaltare la propria difficoltà per tramutarla in domanda politica e avere sostegni e aiuti. Ma così a chi è senza voce non resta
che sprofondare. La contrapposizione tra chi ha poco (e
tenta di difenderlo) e chi ha niente era stata più o meno
dimenticata negli anni dell’aumento continuo della ricchezza. Adesso che la tendenza si è rovesciata, ecco riemergere gli egoismi settoriali.
I fenomeni di disagio relazionale,marginalità sociale
e povertà immateriale hanno un rapporto complesso con l’indigenza economica: a volte possono esserne l’effetto, a volte la causa. Rispetto al passato, i modi in cui si diventa poveri sono più vari, quindi meno
intercettabili?
Io tengo ben distinte le forme di disagio sociale dalla
povertà vera e propria. Certamente ci sono legami tra
questi fenomeni: la povertà economica è una causa molto efficiente di altre forme di disagio. Ma ce ne sono alcune che con la povertà non hanno niente a che vedere. Se
si considera la povertà economica assieme a forme di disagio non molto diffuse, si corre il rischio di trascurarla.
Un rischio, o una realtà?
È già successo, negli ultimi decenni. Il disagio sociale
colpisce infatti persone che appartengono ai ceti medi,
soprattutto se si tratta di problemi di salute, ma anche relazionali. E ciò fa sì che a questi problemi si dedichi un’attenzione molto maggiore, perché i portatori di questi bisogni sono persone che hanno un peso sociale. L’Aids, per
esempio: da noi è diventato un problema perché era una
malattia mortale del ceto medio. Dell’Aids dell’Africa, invece, non si preoccupa quasi nessuno.
C’è un problema di rappresentazione e rivendicazione che nasconde la povertà economica?
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OT TOBRE 2004
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nazionale
dall’altro mondo
povertà
La povertà economica colpisce persone che non hanno capacità di essere rappresentate. Anche per questo
motivo è opportuno mantenere una denominazione specifica per le forme di disagio sociale, perché altrettanto
specifiche devono essere le politiche. Spesso si mettono in
atto politiche contro il disagio e si dimentica la povertà
economica. Ma non sono problemi alternativi.
ROMANO SICILIANI
Secondo i più recenti dati Istat e della Commissione
di indagine, in Italia la povertà relativa è in diminuzione, la povertà assoluta è stabile. Però si parla molto di inflazione,prezzi,sfratti e caro affitti.Forse i metodi di analisi e misurazione sono da rivedere?
La povertà relativa è sostanzialmente stabile: la diminuzione misurata per il 2002 era un effetto statistico. Es-
‘‘
Il termine “non autosufficiente” è usato in
modo letterale: nel senso di non avere la
capacità di soddisfare bisogni primari in
modo autonomo, cioè facendo leva sulle
proprie capacità e potenzialità. Condizione di
non autosufficienza significa sostanzialmente
che senza aiuto, senza supporto di altri,
senza ulteriori responsabilizzazioni, non c’è
prospettiva di vita dignitosa. Se siamo
chiamati a misurarci con una socialità dove
si sta espandendo il numero delle persone
“non autosufficienti”, dei meno “inclusi”
nella corsa alle pari opportunità, vuol dire
che gli investimenti in cittadinanza solidale
devono aumentare.
dall’introduzione dei curatori Tiziano Vecchiato
(Fondazione Zancan) e Walter Nanni (Caritas)
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OT TOBRE 2004
sendosi abbassata la soglia di povertà (fissata dalla media
dei consumi pro capite), risultava una leggera diminuzione del numero dei poveri. Se uno ha gli stessi consumi
dell’anno precedente e la soglia si abbassa, risulta meno
povero: ma è una diminuzione che deriva appunto da un
rapporto statistico. Quanto alla povertà assoluta, è calcolata sulla base di un paniere di beni ritenuti essenziali. Intanto bisogna vedere come esso è costruito, ma comunque ci dice che in Italia c’è una fascia di persone con difficoltà gravi appena inferiore al 5%.
Dunque è difficile dire se siamo più o meno poveri?
Bisogna misurare le tendenze su periodi ampi, le variazioni annue sono lievi. Da vent’anni poco cambia: le
stagioni dello sviluppo non sono servite a ridurre l’area
della povertà e l’attenzione nei confronti dei poveri è stabile, probabilmente scarsa. D’altronde, se sconfiggere la
povertà significa eliminare la disuguaglianza, che misura
la povertà relativa, si va contro l’esaltazione della competizione. La disuguaglianza, infatti, è ideologicamente giustificata, perché fa da incentivo e stimola a competere.
Quindi non c’è da aspettarsi che le cose cambino.
Dalle analisi e dalle indagini sulla povertà rimangano escluse vaste aree di emarginazione. È un dato fisiologico, in una società contemporanea?
È fisiologico, perché la competizione produce esclusione. Ma la consistenza quantitativa di queste situazioni
non può essere rilevata; l’indagine Istat sulla povertà (per
esempio) è un sottoprodotto dell’indagine sui consumi e
per definizione non può intercettare chi ha una vita clandestina e non regolare. Così come i senza fissa dimora non
vengono rilevati dai censimenti, se non in misura minima. Le informazioni su queste aree di emarginazione vanno cercate per altre strade: così si scopre che, accanto al
mondo ufficiale, c’è un mondo più o meno nascosto, ma
per certi aspetti anche molto evidente.
Che si amplia?
Sì, proprio perché l’attenzione nei confronti dei “vuoti
a perdere” (o già persi) diminuisce, tranne che in certi ambienti. A meno che situazioni particolari non assumano
una consistenza tale da diventare problemi di ordine pubblico: allora la società perbene se ne accorge, e vuole regolarle. La presenza fisica delle persone emarginate disturba. Le proposte di leggi contro l’accattonaggio, per
esempio, nascono da questo disturbo. E sono la spia del
ritorno a un clima culturale di difesa.
L’OTTIMISMO DEL DOSSIER,
IMMIGRAZIONE UGUALE RICCHEZZA
di Franco Pittau
Q
uanti presenterebbero una riflessione sull’immigrazione con
un’iniezione di ottimismo, come fa il nuovo Dossier statistico immigrazione, giunto alla 14ª edizione, che verrà presentata il 27 ottobre? L’ottimismo è invece la nota dominante dell’introduzione, curata come di consueto dai direttori di Caritas Italiana (Vittorio Nozza),
Fondazione Migrantes (Luigi Petris) e Caritas diocesana di Roma (Guerino Di Tora), ovvero i promotori del dossier. Lo slogan scelto è coraggioso: “Società aperta, società sicura”, e riecheggia la strategia del dialogo, che costituisce un punto fondamentale del magistero della chiesa.
Nessuno è contro le norme e il loro rispetto, anche quando si tratta di
immigrazione. A stonare è però il fatto che si scade spesso nella diffidenza, nella repressione, nel pregiudizio
e anche nella xenofobia dichiarata.
Ciò ha un prezzo e anche in questo
caso prevenire costa meno che reprimere. Pensare positivamente significa dunque accettare le migrazioni come una dimensione strutturale, programmare quote ragionevoli senza
aspettare la regolarizzazione di turno,
dedicare più risorse alle politiche di
integrazione, immaginare il futuro con maggiore fantasia.
Sarà possibile, così, ridurre le enormi spese attualmente
sostenute per i centri di permanenza temporanea, per le
carceri, per l’apparato giudiziario, per l’utilizzo delle forze
dell’ordine, per i viaggi di rimpatrio e così via. Oltre tutto,
l’immigrazione è un’occasione per contrastare alcune linee negative nello sviluppo del nostro paese, a partire dall’andamento demografico e dal deficit di forze lavoro.
Sessanta capitoli, otto città
Il messaggio dell’edizione 2004 del “Dossier” trova supporto in una sessantina di capitoli, curati dalla redazione centrale, da quelle regionali e da molti collaboratori
esterni. Dal loro lavoro emergono molti motivi di curiosità e di approfondimento. Eccone alcuni:
la velocità di aumento della popolazione immigrata in Italia: in
quattro anni, con ormai 2.600.000
immigrati regolari, si è realizzato il
raddoppio;
la conoscenza delle caratteristiche
dei nuovi cittadini: emergono grazie
alle numerose banche dati e alle notizie fornite dall’ultimo censimento;
l’evidenza del loro ruolo: per il
mercato occupazionale sarebbe un
vero e proprio disastro se venisse a
mancare l’apporto degli stranieri.
Questo non vale solo per il settore
della collaborazione familiare: sono
tanti i settori dove l’incidenza degli
immigrati è crescente e il “Dossier”
lo documenta;
la provocazione al dialogo sul piano ecumenico e interreligioso: se non
ci fossero, oltre ai cristiani (i più numerosi, la metà delle presenze), i credenti di altre fedi, e specialmente i
musulmani, non penseremmo a
confrontarci, mentre ora siamo costretti a comporre il nostro riferimento a Gesù con il rispetto di chi è diverso da noi. Ciò implica non solo la condanna di chi invoca Dio per seminare l’odio, ma anche la
riserva di fronte a diversità che non possono essere fatte
valere quando ledono la dignità umana.
Il “Dossier” introduce altri elementi innovativi per
fornire aggiornamenti sul contesto delle migrazioni
mondiale ed europeo, sugli italiani nel mondo, sui minori figli di immigrati, sulla dispersione scolastica, sulle
modalità per “misurare” l’integrazione. Appuntamento
con la presentazione, dunque, a Roma, Milano, Torino,
Treviso, Prato, Napoli, Crotone e Palermo mercoledì 27
ottobre. Poi sarà la volta di altre città. In ogni caso è possibile richiedere il volume a [email protected], tel. 06.54.19.22.84, fax 06.54.19.22.52.
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nazionale
immigrazione
BOSSI-FINI, CINQUE RAGIONI
PER UN “TAGLIANDO”
oltre due anni di distanza dall’entrata in vigore dalla legge Bossi-Fini, quasi a
sorpresa, durante l’estate, autorevoli esponenti della maggioranza di governo
- in particolare il ministro degli interni Giuseppe Pisanu e il neocommissario
Ue Rocco Buttiglione - hanno parlato di revisione, di “tagliando” della legge
sull’immigrazione e delle norme sull’asilo in Italia. La politica, dunque,
prende atto di una realtà evidente. Nei due anni dall’approvazione della legge,
sono emerse svariate ragioni per provvedere non solo a un “tagliando”, ma
addirittura a un radicale cambiamento della legge sull’immigrazione. Per esigenze di sintesi,
potremmo sintetizzare queste ragioni in cinque considerazioni.
A
SBARCHI NOTTURNI
FOTO DI CLAUDIO SCALIA
In queste pagine, stranieri in arrivo sulle coste
dell’isola di Lampedusa, intercettati
dagli uomini delle forze dell’ordine
Due ministri avanzano
l’ipotesi di rivedere la legge
sull’immigrazione. Sarebbe
il momento di prendere atto della
realtà: la normativa ha bisogno
non di aggiornamenti, ma di un
radicale cambiamento. Ecco perché
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Una nuova area di irregolarità
Una prima ragione è di carattere generale. La legge Bossi-Fini è nata sull’onda di una protesta ideologica che ha
cavalcato alcuni luoghi comuni dell’opinione pubblica,
piuttosto che interpretare in termini politicamente realistici il fenomeno dell’immigrazione come si è andato
delineando negli ultimi anni. L’immigrazione ha cambiato il volto dell’Italia, che da paese di emigranti è diventato il terzo paese per immigrazione in Europa, nel
quale vivono ormai due milioni e mezzo di persone provenienti da circa 190 paesi del mondo, che hanno scelto
le nostre città e i nostri i paesi per effettuare un lavoro,
ottenere protezione sociale e umanitaria, avanzare richiesta d’asilo, compiere il ricongiungimento della propria famiglia, condurre attività di studio.
Una seconda ragione, molto importante, come ha
dimostrato la recente sentenza della Corte Costituzionale, rende necessario un cambiamento della legge: essa non salvaguarda un diritto fondamentale della persona, cioè il diritto alla difesa. L’immigrato che, in varie
maniere e per vari motivi, ha raggiunto illegalmente o
permane irregolarmente sul territorio italiano non riesce a far valere le proprie ragioni di fronte a un provvedimento di espulsione.
Una terza ragione rende necessario il superamento
della legge Bossi-Fini. In Italia il mercato del lavoro - sia
FOTO DI CLAUDIO SCALIA
a cura dell’Area nazionale Caritas Italiana
in riferimento alle aziende artigianali, industriali e agricole, sia nel settore dei servizi alla persona e alla famiglia - richiederebbe ogni anno l’apporto di circa 200 mila immigrati, per conservare la competitività delle
aziende, deistituzionalizzare gli anziani, aiutare le donne e accudire i bambini. Invece la legge ha abolito in
maniera miope l’unica possibilità di incontro tra domanda e offerta di lavoro, che era costituita dall’istituto
sperimentale dello sponsor, previsto dalla precedente
legge Turco-Napolitano. La Bossi-Fini ha inoltre ridotto
le quote d’ingresso tramite i decreti flussi e ne ha ritardato la concretizzazione; dopo un’importante regolarizzazione di oltre 650 mila persone immigrate (però
subita e malgestita, prima, durante e dopo) non ha studiato nuove forme - come per esempio i permessi per
ricerca di lavoro - per agevolare gli ingressi legali. Ciò ha
finito per favorire la formazione di una nuova area di illegalità e irregolarità, nella quale si ripropongono nuovamente sfruttamento, lavoro nero, evasione contributiva, mancata tutela di alcuni diritti fondamentali non
solo dei lavoratori, ma anche delle persone.
Fenomeno interculturale
Una quarta ragione per chiedere il cambiamento della
legge Bossi-Fini nasce dall’incapacità della legge di interpretare il nuovo fenomeno interculturale e di inte-
grazione sociale che l’immigrazione italiana ha imposto al nostro paese. Queste dinamiche chiedevano nuove attenzioni: agli oltre 200 mila studenti di 186 paesi
del mondo presenti nelle scuole italiane; ai titolari dei
numerosi permessi di soggiorno legati non tanto al lavoro, ma ai ricongiungimenti familiari; al milione (almeno) di persone che hanno diritto alla carta di soggiorno o alla richiesta di cittadinanza.
Una quinta e ultima ragione per cui la legge BossiFini va “rottamata” è l’incapacità di tutelare il diritto
d’asilo: il diritto alla tutela alla vita di persone che fuggono non solo da persecuzioni politiche, ma anche dalla fame, dalla guerra, da violenze diffuse. In una parola,
dalla morte.
In conclusione, il volto diverso che oggi mostra il nostro paese (ricco di esperienze, religioni e culture diverse), e con esso la nuova Europa (che finalmente torna a
“respirare a due polmoni”, l’occidentale e l’orientale),
chiede di reinterpretare politicamente il fenomeno dell’immigrazione. Lo impone anche la collocazione geografica dell’Italia, ormai “porta d’ingresso” all’area del
benessere europeo. È illusorio credere che la sicurezza
di un popolo e il suo sviluppo nascano da nuovi muri.
Anche nel campo dell’immigrazione, devono essere gettati nuovi ponti: economici, culturali e sociali. Non è solo una lezione di fede: è una lezione della storia.
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nazionale
terremoto
Terremoti 2002.
Interventi di Caritas Italiana
DUE ANNI DOPO IL SISMA
LA SFIDA È LO SVILUPPO
PROGETTI DI PRIMA EMERGENZA
Interventi per bisogni essenziali, individuali
e collettivi: tende, strutture e servizi comunitari,
materiali scolastici, ecc.
200 mila euro
CENTRI DELLA COMUNITÀ
Realizzazione di strutture prefabbricate
per attività sociali, ricreative e liturgiche
(Molise 12 centri, Sicilia 3, Puglia 1) 9,8 milioni euro
di Francesco Carloni
RICOMINCIO
DALLO STUDIO
La scuola di
Larino costruita
da Caritas.
Pagina a fianco,
l’inaugurazione
ra il 31 ottobre di due anni fa. Alle 11.32 una scossa di terremoto dell’ottavo grado della scala Mercalli scuoteva per quattro, cinque secondi l’entroterra molisano. Danni
diffusi nell’area, una tragedia immane concentrata in un fazzoletto di terra: il solaio
della scuola “Francesco Jovine” di San Giuliano di Puglia cedeva, interrompendo tragicamente la vita di 27 bambini e tre adulti. Un’intera generazione del piccolo centro
molisano, poco più di mille abitanti, veniva decimata: l’Italia manifestava un dolore
immenso, ma anche un fortissimo slancio di solidarietà.
Il terremoto del 31 ottobre 2002 ha interessato un territorio in cui la propensione ad abbandonare i piccoli centri abitati era già molto sviluppata: come ha dimostrato un’indagine svolta
dal Centro di coordinamento interregionale Caritas, individui e famiglie sperimentano un forte attaccamento alla propria terra, ma nello stesso tempo il bisogno di costruirsi altrove prospettive sicure e una posizione sociale migliore. Nelle regioni limitrofe, Abruzzo e Puglia, i giovani trovano ancora opportunità di lavoro, anche se con crescente difficoltà; per i residenti in
Molise, invece, “sgonfiatosi” lo sviluppo industriale nelle aree di Campobasso e Termoli, le prospettive di lavoro al di fuori dei settori tradizionali già da tempo risultavano scarse. Anche perché la professionalità non risultava elevata, a causa di fenomeni di bassa scolarizzazione delle generazioni precedenti. E a questa condizione socio-economica di sfondo il Molise aggiungeva,
come tante altre regioni d’Italia, un progressivo invecchiamento della popolazione (ma per gli anziani e le
categorie svantaggiate i livelli di assistenza sono scarsi).
E
Progettazione sociale
Il terremoto ha acuito i mali storici
di cui soffrono le comunità del
Molise. Dopo i lutti e le distruzioni,
è venuto il tempo di progettare
il futuro.Tenendo conto delle
risorse naturali e culturali
del territorio. Il ruolo della Caritas
20
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OT TOBRE 2004
In questa realtà il terremoto ha prodotto un’amplificazione di problemi storici e portato alla luce disagi tendenzialmente nascosti, come il crescente fenomeno
dell’alcolismo e della disgregazione familiare. Ma se il
terremoto ha agito sul tessuto sociale come un coltello,
causando profonde ferite, d’altro canto costituisce anche una opportunità per i singoli e per le comunità,
chiamati a prendere coscienza dei propri limiti e delle
proprie ricchezze, per progettare il futuro non più con
una mentalità di mera conservazione, ma di sviluppo e
di crescita mirata e sostenibile.
È a questo modo di vedere e vivere la sofferenza
creata dal terremoto che la chiesa locale, supportata da
15 gemellaggi con Caritas diocesane di tutta Italia, ha
ispirato tutte le proprie iniziative di solidarietà per aiutare i singoli e le comunità. L’obiettivo, sul piano umano e spirituale, è molto chiaro: occorre riattivare i meccanismi che consentono di scorgere le ricchezze (almeno potenziali) e la bellezza del proprio territorio e del
proprio patrimonio culturale, senza dovere per forza
cercare altrove spiragli di futuro.
Anche la Caritas, nelle sue espressioni locali e nazionale, ha fatto la sua parte. Attraverso un costante
monitoraggio dei bisogni, tramite la rete capillare delle
parrocchie e le aggregazioni giovanili, ha interagito con
le amministrazioni locali, offrendo contributi per uno
sviluppo del territorio secondo cinque filoni prioritari
individuati in una vera e propria “piattaforma per la
progettazione sociale”: agricoltura, turismo, aggregazione e servizi alla persona, formazione e sostegno al
credito. Per questi ambiti di intervento, dopo avere
condotto la ricerca Fenice, mappato le risorse esistenti,
avviato tavoli di lavoro con gli enti locali, attivato strutture ecclesiali (a cominciare da centri d’ascolto, osservatori della povertà e l’osservatorio sulla ricostruzione
e la legalità) Caritas Italiana ha reso disponibili risorse
economiche consistenti - circa 2 milioni di euro -, a cui
si aggiungono fondi a disposizione delle realtà ecclesiali e di soggetti economici e sociali locali.
Agricoltura, turismo, servizi alla persona
Sul versante dell’agricoltura, l’intenzione è promuovere produzioni che da estensive diventino sempre più
intensive, puntando a colture più remunerative (prodotti biologici e tipici), magari attivando anche canali
di vendita diretta. Quanto al turismo, si intende sostenere soggetti disposti a promuovere iniziative di turi-
EDILIZIA SCOLASTICA
Realizzazione di 5 plessi per 9 scuole dell’infanzia,
elementari e medie in Molise
5,5 milioni di euro
PROGETTI SOCIALI
2 milioni di euro
Le cifre indicano la destinazione dei fondi raccolti da Caritas Italiana
dopo i terremoti in Sicilia, Molise e Puglia: a due anni di distanza,
la somma spesa per i progetti è pari al 75% del totale raccolto.
smo responsabile: la logica è passare dallo sviluppo del
turismo al turismo dello sviluppo, un’attività in grado
di trasformarsi in volano di sviluppo per la piccola e la
micro-imprenditoria locale, l’artigianato, la produzione di prodotti tipici.
Sul fronte dell’aggregazione e dei servizi alla persona, l’obiettivo è dare vita a occasioni formative e informative per promuovere una nuova cultura d’impresa
tra giovani e disoccupati, affinché attivino servizi oggi
mancanti, in grado di dare una concreta risposta alle
esigenze delle persone. Altre iniziative saranno proposte nel campo della formazione professionale e del sostegno al credito (per fornire concrete disponibilità di
capitale alle nascenti iniziative imprenditoriali, secondo logiche solidali e non speculative).
Non è ancora possibile, oggi, stabilire se i processi di
sviluppo progettati e in parte realizzati (sono dieci i progetti già decollati, a favore di anziani, minori, disabili, famiglie, pazienti psichiatrici e ambiente) avranno un’efficacia reale. Sicuramente va affinato il rapporto con le amministrazioni locali, che hanno la responsabilità di non
sottostimare la spinta di riscatto ancora viva in gran parte
della popolazione. Perdere questa occasione significherebbe ancora una volta frustrare le speranze e le aspettative di intere comunità, lasciando il Molise con i suoi problemi atavici. Oltre al ricordo di giorni tragici.
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nazionale
contrappunto
terremoto
L’olio, l’ansia, la cooperativa:
«Aiutateci a non andarcene»
Voci da una terra schiaffeggiata dal terremoto. Ma già alle prese da decenni
con gravi problemi socio-economici.Tre testimonianze dalla ricerca Fenice
opo aver studiato a Milano ho scelto di vivere nel
mio paese natale per ragioni familiari e ambientali.
Questa scelta è legata al desiderio di intraprendere progetti economici tesi a valorizzare le risorse del nostro
circondario: così spero di soddisfare interessi personali in un quadro di interessi collettivi. Gli stimoli mi sono dati dalle mie conoscenze e dalle risorse agricole
che quest’area possiede. L’olio extravergine che si produce da noi è di buona qualità, pur mancando di piccoli accorgimenti in tutte le fasi della filiera produttiva:
produzione e commercializzazione richiedono di superare una mentalità imprenditoriale statica, priva di
innovazione, formazione e investimento. Tutti gli operatori locali dovrebbero
impegnarsi, sulla base di corsi di formazione, a creare un consorzio di tutela
che introduca protocolli e disciplinari
che facciano elevare qualità e prezzo, in
modo tale che tutti gli addetti del settore abbiano una buona retribuzione, pena un esodo ampio dell’agricoltura di
quest’area già considerata depressa
(…). Altre risorse da valorizzare sono
l’agriturismo e le attività di bed and
breakfast. Siamo sul lago di Occhito, a
un’ora dal Gargano, da Sepino e da Castel San Vincenzo, un sito archeologico
scoperto da poco. Siamo vicinissimi a Larino, la capitale dei Frentani, uno dei popoli sanniti…
Un abitante di Colletorto (37 anni)
D
***
opo il sisma avverto profondi stati ansiosi, non mi
sento molto sicura di vivere in questo territorio altamente sismico e vorrei quindi trasferirmi in un posto
più sicuro come Castellino Nuovo. Noi abitanti di Castellino ci sentiamo abbandonati a noi stessi, in quanto
subito dopo il sisma abbiamo avuto soccorsi e numerose persone accanto pronte ad aiutarci, ma ora siamo di
D
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nuovo soli e con una nuova paura che giorno dopo giorno dobbiamo affrontare. Castellino è un piccolo paese
dove si vive bene, ma sicuramente se ci fossero più
strutture si vivrebbe meglio. Se ci fossero altri enti, altre
istituzioni e attività produttive non si andrebbe incontro al fenomeno dello spopolamento che oggi affligge
Castellino come tanti altri piccoli centri del Molise.
Una giovane di Castellino del Biferno (18 anni)
***
isognerebbe costituire cooperative di giovani che
siano capaci di sfruttare le risorse del territorio, per
esempio i prodotti della terra. Qualche
anno fa era sorta una cooperativa che
produceva lamponi e fragole e li trasformava in marmellata. Purtroppo
non ha fatto fortuna, perché nessuno si
è preoccupato di darle una mano per il
sostentamento e l’immissione sul mercato, ovviamente non quello locale.
Due anni fa, un’altra cooperativa ci ha
riprovato. Produceva frutta e la essiccava per esportarla. Nei primi mesi si è arrangiata nei locali messi a disposizione
dai soci; successivamente, quando è
sorta la necessità di ingrandirsi, sono
cominciati i problemi. Si è cercato un
locale (a Casacalenda ce ne sono tanti) da attrezzare
per la produzione, ma i privati hanno chiesto cifre esorbitanti per l’affitto. Ci si è rivolti al comune (…): mesi di
attesa, mentre l’attività era ferma, per una risposta che
non arrivava mai; mesi di insistenze per far sì che “chi
di dovere” si alzasse dalla sedia e si rimboccasse le maniche; mesi di illusioni... Finale della storia: la cooperativa è stata costretta a spostare l’attività a Termoli, dove
è stata accolta a braccia aperte. Probabilmente le famiglie operanti nella cooperativa si trasferiranno anche
loro a Termoli... E secondo me fanno bene!
Un abitante di Casacalenda (49 anni)
B
I CATTOLICI DI NUOVO UNITI?
LASCIAMO PARLARE LA STORIA...
di Domenico Rosati
bandonò il tavolo. Né gli altri si stracciarono le vesti per l’accaduto.
Seguirono i tempi acuti dello
scontro tra “cristiani della presenza”
(Comunione e liberazione e don
Giussani) e “cristiani della mediazione” (Azione cattolica e Lazzati), con il
contorno variamente dislocato delle
altre organizzazioni. E con un risultato: l’oggettivo depotenziamento della
capacità dei cattolici di affermare se
stessi e di interagire con gli altri. In
quella fase Cl si attirò censure per un
che su La civiltà cattolica di giugno
“totalitarismo identitario” che negadescriveva una comunità cristiana
va… il resto del mondo, mentre Ac,
Movimenti
in preda alle convulsioni della diaattestata sulla “scelta religiosa”, incase associazioni
spora e della concorrenza. Improvsava accuse di indifferenza, se non di
si incontrano. I giornali
visamente tutti paiono vogare all’u“deriva protestante”. Al momento del
parlano di ritrovata
nisono: effetto di un fortissimo desicollasso dc, il mondo cattolico non
sintonia. I soggetti
derio della Gerarchia, o di un moviriuscì a issare la bandiera della bonidel mondo cattolico
mento più profondo?
fica politica né a funzionare da baciitaliano tornano
no di ricambio della classe dirigente:
a remare nella stessa
Presenza e mediazione
coltivò la nostalgia dell’unità perdudirezione? In realtà, la
Un lavoro di attenuazione delle
ta, senza essere in grado di governare
dinamica unità-pluralità
asperità (agevolato da sapienti avviil pluralismo secondo una scala di vanon è questione nuova
cendamenti di persone) era in corso
lori che orientasse la responsabilità
da tempo e si era manifestato in indei laici. I quali non riuscirono a
contri destinati a mettere “in rete” un certo numero di esprimere linee di autonomia e di rischio tali da costituire
opere. Con l’intenzione di dar vita a un “noi cattolico”, punti credibili di riferimento per l’azione pratico-politica.
che marcava una volontà di presenza: non sempre preciLa carenza di una ricostruzione storica adeguata consata negli obiettivi, ma esplicita nelle intenzioni.
diziona sempre i processi (e i sogni) del presente. Per queIl fenomeno merita attenzione. A patto di partire da sto sarebbe auspicabile un corso accelerato di purificazioqualche precedente. All’indomani del primo convegno ne della “memoria interna”: il pericolo più serio, oggi, è
ecclesiale (1976) padre Bartolomeo Sorge promosse un’i- considerare come novità fenomeni che hanno già avuto il
niziativa di collegamento per la “ricomposizione dell’a- loro corso nel passato. La dialettica unità-pluralità apparrea cattolica”: era il tentativo informale di dar vita al “luo- tiene al vissuto dei cattolici italiani e ha risvolti ecclesiali
go di incontro e confronto” tra realtà ecclesiali che aveva non meno che politici. La miniera delle forme e delle
rappresentato la domanda più forte del convegno, ma esperienze unitarie e delle corrispondenti lacerazioni è
che la Cei non aveva patrocinato. La cosa andò avanti con più ricca di quanto non si immagini. Frequentarla aiuta a
crescente fatica fino a quando una delle componenti ab- evitare illusioni e a dare fondamento alle speranze.
state di tensioni unitarie, o “unitive” come si disse una volta, nel
grande arcipelago cattolico italiano. I giornali laici sono prodighi
di notizie e retroscena. E si rincorrono dichiarazioni dei vertici associativi che plaudono alla ritrovata sintonia. Con una larga varietà di fini: dalla promozione degli interessi pratici comuni alla riproposizione di
una convergenza politica che non sia (o non ancora) anche partitica. Ufficiosamente, si raccolgono stimoli per aggregare una vasta area “centrale”, mentre ufficialmente ci si ferma al compiacimento per il superamento dei contrasti e si incoraggiano più intense collaborazioni. Forse
ha avuto un effetto miracoloso l’articolo di padre Giuseppe De Rosa,
E
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internazionale
progetti > dopo la guerra
a cura dell’Area internazionale
Donne autonome, per una vita senza violenza
Un lusso (e un sogno) chiamato scuola
Caritas Italiana, in collaborazione con la Caritas diocesana di Verona, supporta da un anno il team
terapeutico del Centro per le donne autonome, organizzazione locale con sede a Belgrado, che
attraverso un team terapeutico aiuta le donne vittime di violenza, per favorire la loro autonomia.
Viene fornito sostegno ai gruppi della popolazione femminile più vulnerabili e oggetto in passato
di episodi di violenza, discriminati e molto poveri; il team terapeutico riserva particolare attenzione alle
donne della minoranza rom. Le attività offerte sono counselling individuale, sostegno sociale in diversi
ambiti, sostegno psicoterapeutico, supporto psichiatrico, ecc. Il principio base dell’azione del centro
è la sussidiarietà rispetto ai servizi offerti dalle istituzioni e da altre organizzazioni, con le quali esiste
una forte interrelazione. Il centro vive per ora grazie al contributo di organizzazioni estere, ma la
prospettiva è crescere in termini di qualità, per poter usufruire anche di opportunità di finanziamento locali.
> Beneficiari donne rom (8%), di nazionalità non serba (4%),
rifugiate (4%), in povertà (12%), violentate (72%)
> Costo 50.000 euro > Causale Serbia e Montenegro
Ufficialmente il conflitto è finito, ma in Afghanistan la pace
non ha mai regnato, soprattutto fuori da Kabul. Nei distretti
meridionali della provincia di Ghor, a ovest di Kabul,
gli scontri tra gli insurgent (talebani ma non solo)
e le truppe dei vari signori della guerra sono all’ordine
del giorno. In queste terre remote la vita quotidiana scorre
tra mille difficoltà, ostacolata in ogni suo aspetto, anche
il più banale. A Ghor non sono mai esistite scuole
in muratura e per i bambini anche studiare è un lusso
non sempre possibile, mentre per le bambine è un sogno,
da sempre negato. In questa provincia la Caritas Italiana,
in collaborazione con una ong locale
e il ministero, ha realizzato una prima
scuola (nella foto) nella città di Taywara,
inaugurata lo scorso maggio,
e ha elaborato un progetto
per costruirne un’altra a Pasaband.
> Beneficiari circa 500 alunni ogni anno
> Costo circa 100.000 euro
> Causale Afghanistan
Sfollati, traumatizzati, donne, bambini
e intere famiglie vittime di violenze e soprusi.
Sono le code devastanti di ogni situazione di conflitto.
Ferite che sanguinano ancora a lungo
e che necessitano di interventi mirati, più delicati
e importanti di ogni ricostruzione materiale.
[ ]
PER LE
MODALITÀ
DELLE
OFFERTE,
SI VEDA
A PAGINA 7
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Nella diocesi di Kindu si rilancia l’agricoltura
“Well baby”, ripartire dai bambini
Cinque anni di guerra (agosto 1998 - giugno 2003) hanno causato terribili conseguenze
per la popolazione della Repubblica Democratica del Congo: morti e sfollati a milioni,
malnutrizione, mancanza di accesso alle cure mediche e all’istruzione. La diocesi di Kindu
(nella Provincia del Maniema, nell’est del paese) è stata teatro di gravi scontri e per lungo
tempo isolata dal resto del paese. La fine del conflitto sta permettendo il rientro nei propri
villaggi degli sfollati e la ripresa di una vita normale. L’ufficio sviluppo della diocesi di Kindu
si propone di rilanciare le attività agro-pastorali di 700 famiglie fra le più vulnerabili
e bisognose. I beneficiari selezionati costituiranno associazioni e riceveranno una
formazione nel settore delle tecniche di gestione e produzione. Successivamente saranno concessi
crediti in natura (attrezzi agricoli e per la pesca, sementi, animali per l’allevamento), in vista
della ripresa delle attività. Al termine dei periodi produttivi il rimborso delle associazioni permetterà
di sostenere altri gruppi di famiglie.
> Beneficiari 700 famiglie > Costo 61.000 euro > Causale Grandi Laghi / Congo-Kindu
Il programma nutrizionale “Well Baby” di Caritas Iraq è iniziato nel 2000. Durante
la guerra e nel periodo successivo il normale accesso delle donne e dei bambini ai centri
Caritas è stato impedito a causa della mancanza di sicurezza e pertanto le strutture
hanno funzionato come centri di emergenza. Ora, sia pure in un clima di generale
insicurezza, stanno gradualmente riprendendo le attività secondo il programma stabilito.
Esso consiste in iniziative di integrazione alimentare, assistenza farmaceutica e sanitaria,
prevenzione attraverso la formazione individuale o corsi a gruppi di donne incinte
e di madri che allattano. L’obiettivo è impedire il peggioramento dello stato di salute
dei bambini malnutriti. In media, il 62,5% dei beneficiari del programma sono bambini
sotto i 5 anni e il 37,5% sono donne incinte e madri che allattano. Il costo per persona
per nove mesi è circa 50 euro.
> Beneficiari 43.000 persone per nove mesi
> Costo circa 2.150.000 euro > Causale Iraq
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OT TOBRE 2004
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internazionale
economia e giustizia
Paesi ammissibili all’iniziativa Hipc: 38
Paesi che hanno ricevuto riduzione
del debito: 27 (di cui 23 in Africa)
PAGINE PER CONOSCERE
A CHE PUNTO È IL DEBITO
di Roberto Rambaldi
e parlavano, quattro anni fa, persino le rock star più famose. Oggi sembra
un tema archiviato, una buona intenzione parcheggiata in un cassetto. Ma
forse è solo un effetto di distorsione, legato al fatto che l’agenda dei timori
e delle emergenza sembra presentare, a livello internazionale, ben altre
priorità. Le iniziative di remissione del debito estero dei paesi poveri, in
realtà, non si sono arrestate. Sono lente, insufficienti, dipendono da parametri di sostenibilità inadeguati. Ma nelle sedi internazionali qualcosa si
muove. E l’impegno dei soggetti della società civile - determinante, all’epoca del Giubileo, per forzare istituzioni finanziarie e creditori a farsi carico di iniziative di cancellazione ben più incisive di quelle del passato - non si è affatto smorzato. Anzi, è vigile e vitale.
N
REMISSIONE TROPPO LENTA
Un duplice compito
Le iniziative di cancellazione del debito
non sono ancora estese a tutti i paesi poveri,
che non riescono a investire in promozione
della piccola imprenditoria, sanità e scuola
In vista del Giubileo, e poi per tutto l’anno 2000, il lavoro
svolto dal Comitato ecclesiale italiano per la riduzione
del debito estero dei paesi più poveri, promosso dalla
Conferenza episcopale, ha fatto molto parlare di sé e ha
centrato importanti obiettivi. Da novembre 2001 il comitato si è trasformato nella fondazione Giustizia e Solidarietà, chiamata a un duplice compito: portare a buon fine le operazioni in Zambia e Guinea Conakry (destinando i proventi della raccolta di fondi giubilare, promuovendo e monitorando i progetti nell’ambito degli accordi
intergovernativi, definendo opportunità di collaborazione fra realtà ecclesiali italiane e dei due paesi africani);
sviluppare un’azione culturale di ricerca e divulgazione
intorno al tema del debito, e più in generale della giustizia economica internazionale.
Della fondazione fanno parte la Cei, che nomina anche il presidente (monsignor Fernando Charrier, vescovo
di Alessandria), le diocesi di Milano e di Conversano-Monopoli, Caritas Italiana, la Conferenza italiana dei superiori maschili in rappresentanza del mondo dei religiosi e
delle religiose, Azione Cattolica, Acli, Comunità di Sant’Egidio, Compagnia delle Opere, Confcooperative e Focsiv.
Diretta dall’economista Riccardo Moro, la fondazione sta
per condensare tre anni di lavoro e studio in un impegno
editoriale importante: il “Rapporto sul debito”, annunciato in uscita per la fine del 2004.
La fondazione Giustizia
e Solidarietà sta per dare alle
stampe un aggiornato Rapporto
sulla situazione del debito estero
che soffoca i paesi poveri.
Un modo anche per documentare
i contenuti dell’impegno ecclesiale
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OT TOBRE 2004
1. Benin
2. Bolivia
3. Burkina Faso
4. Camerun
5. Ciad
6. Etiopia
7. Gambia
8. Ghana
9. Guiana
10. Guinea
11. Guinea-Bissau
12. Honduras
13. Madagascar
14. Malawi
15. Mali
16. Mauritaina
17. Mozambico
18. Nicaragua
19. Niger
20. Repubblica dem. del Congo
21. Ruanda
22. São Tomé e Príncipe
23. Senegal
24. Sierra Leone
25. Tanzania
26. Uganda
27. Zambia
28. Burundi
29. Repubblica Centrafricana
30. Isole Comore
31. Congo
32. Costa d’Avorio
33. Laos
34. Myanmar
35. Togo
36. Liberia
37. Somalia
38. Sudan
Complessivamente è stato cancellato il debito dei 27 paesi per circa 31
miliardi di dollari (dati Fmi e Banca mondiale 2004). Il debito nel 1998, prima
dell’avvio della seconda fase dell’iniziativa Hipc, era per il totale dei paesi
ammessi 205 miliardi di dollari (Global development finance)
Coscienza informata
Quattro anni dopo il Giubileo, la comunità ecclesiale e l’opinione pubblica italiana avranno, tramite il Rapporto,
uno strumento pensato come atto di trasparenza nei confronti di tutti coloro che alla campagna ecclesiale hanno
prestato attenzione e contribuito con una donazione. Si
tratterà di un modo per dire come vengono impiegati, nei
due paesi africani che la campagna aveva individuato nel
2000, gli oltre 17 milioni di euro resi disponibili da fedeli e
cittadini italiani. Ma soprattutto sarà uno strumento per
informare, documentare, sensibilizzare: uno sguardo aggiornato ai meccanismi finanziari che strozzano tanti
paesi poveri o medio-poveri del mondo (si calcola per
esempio che negli ultimi dieci anni molti paesi africani
abbiano pagato per il servizio del debito somme quattro o
cinque volte superiori a quelle che riuscivano a destinare
a scuola e sanità) e alle iniziative che la comunità internazionale sta conducendo per allentare questo cappio.
Il Rapporto avrà sicuramente un’eco meno dirompen-
te delle iniziative pastorali o festivaliere dell’anno del Giubileo. Ma segnerà un passo avanti rilevante, sulla strada
dell’affinamento di una coscienza informata intorno a
problemi da cui dipende, in ultima analisi, il destino comune delle popolazioni che abitano il pianeta. Un passo
in continuità con i traguardi già tagliati dall’iniziativa ecclesiale, che in quattro anni ha raggiunto e sensibilizzato
(sul versante pastorale ed educativo) centinaia di gruppi e
comunità locali e - si calcola - cinque milioni di persone,
ha fatto determinanti pressioni su governo e parlamento
prima per ottenere la legge di cancellazione del debito (la
209 del 2000) e oggi per applicarla celermente e correttamente, che infine ha coinvolto singoli individui e soggetti
associati in un’assunzione di responsabilità, di cui si spera possano beneficiare presto (grazie ai progetti avviati o
programmati) le popolazioni di Guinea Conakry e Zambia. Con il Rapporto, tutto ciò diverrà di dominio pubblico. Nella speranza che degli effetti perversi del debito estero si debba, in futuro, parlare sempre meno.
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| OT TOBRE
2004
27
internazionale
economia e giustizia
In Guinea progetti già avviati,
per lo Zambia si tratta ancora
«Cancellare, con più coraggio:
l’Italia non sia rinunciataria»
di Stefano Verdecchia
Riccardo Moro, economista, dirige le iniziative ecclesiali sul debito.
«Si è fatto molto. Ma tanti paesi poveri rimangono abbandonati a se stessi»
di Paolo Brivio
a partita del debito, la sta giocando a tutto campo
dai tempi del Giubileo, quando i vescovi italiani gli
affidarono il coordinamento della campagna ecclesiale per la remissione. Oggi Riccardo Moro,
economista, dirige la fondazione “Giustizia e Solidarietà”,
che di quella campagna è prosecuzione. E che non solo
gestisce gli interventi di riduzione della povertà in Zambia
e Guinea Conakry, paesi ai quali sono stati destinati i proventi della raccolta giubilare di fondi. Ma continua a fare
opera di ricerca, sensibilizzazione e promozione culturale
intorno a temi che, nella prassi delle comunità cristiane
italiane, oltre che della società civile del nostro paese, devono ancora conquistare uno spazio consolidato.
L
Dottor Moro, a quattro anni dal Giubileo di debito si
parla ormai raramente: le campagne e la mobilitazione della società civile hanno fallito?
Direi di no. Il clima del Giubileo non è ripetibile, ma è
stato prezioso per riuscire a fare una semina molto visibile, i cui risultati vanno ricercati in atti e gesti che appartengono alla laboriosità del quotidiano. E su questo piano
esistono segnali incoraggianti: nelle nostre comunità si è
accresciuta, rispetto al passato, l’attenzione agli stili di vita e alla questione della giustizia economica internazionale. Sul versante istituzionale italiano e internazionale
l’iniziativa c’è stata, ma la riteniamo ancora insufficiente.
Sul piano politico e finanziario, come procedono le
iniziative di cancellazione del debito?
In questi anni è stato fatto molto. L’iniziativa Hipc (per
la remissione del debito di paesi poveri altamente indebitati, ndr), proposta nel 1996 in una forma inadeguata e significativamente migliorata dal 1999 proprio sotto la pressione delle campagne giubilari, ha effettuato riduzioni del
debito per una trentina di paesi. Si tratta di decisioni importanti, anche perché legate all’avvio di sinceri programmi di riduzione della povertà. Rimangono però aspetti
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fortemente critici, a cominciare dal fatto che la riduzione
del debito rimane parziale. Infatti non viene cancellato
tutto il debito dei paesi poveri, ma solo quello più antico.
E non tutti i paesi poveri ottengono la cancellazione: i
paesi a basso reddito, nel mondo, sono circa un’ottantina,
ma solo una quarantina hanno accesso all’iniziativa Hipc.
I Programmi di riduzione della povertà (Prsp) che
succedono alle cancellazioni funzionano a dovere?
Lo strumento è innovativo rispetto al passato. Per la
prima volta si incentra l’attenzione sulla lotta alla povertà,
sull’aumento delle spese sociali e infrastrutturali, sul raggiungimento degli Obiettivi del millennio fissati dall’Onu,
sul coinvolgimento - cosa molto importante - della società civile locale. In passato invece le cancellazioni dei
debiti erano funzionali a programmi di liberalizzazione
selvaggia di intere economie nazionali. Però anche i Prsp
mostrano limiti: rischiano di rimanere un esercizio scolastico, una lista di pie esortazioni disattese nella pratica.
Significa che le risorse liberate dalla cancellazione
dei debiti vengono impiegate male?
È un problema di debolezza nell’attuazione dei programmi di riduzione della povertà. Un paese può non riuscire a far fronte a tutte le spese che aveva previsto, magari incomincia con iniziative che vengono onorate ma poi
altre spese, persino più determinanti, non trovano risorse.
Sono stati stilati programmi troppo generosi, non del tutto realistici quanto alla stima delle risorse disponibili.
Le cancellazioni rischiano di restare improduttive?
Secondo alcuni il fatto che i Prsp debbano comunque
ottenere il placet di Banca mondiale, Fondo finanziario internazionale e creditori del nord del mondo, senza cui
non si accede all’iniziativa Hipc, li rende documenti ancora viziati dal cosiddetto Washington consensus. A me sembra che lo sforzo per redigere i Prsp dialogando con la po-
polazione sia stato autentico. Ma anche da queste dinamiche di dialogo emerge una retorica dello sviluppo e della lotta alla povertà non sempre efficace e spesso immutata rispetto al passato. Generalmente permane un’enfasi
sul ruolo del mercato, che rischia di far dimenticare l’importanza del quadro infrastrutturale di un paese e di sottovalutare la necessità di investimenti sulla formazione
umana e la scolarizzazione. In molti casi i Prsp mirano a
promuovere imprenditoria diffusa e piccole imprese: non
è più il mercato di una volta, liberalizzato e consegnato alle multinazionali. Ma la ricetta resta un po’ semplicistica.
Dei paesi Hipc si è detto. E quelli poveri non Hipc, restano abbandonati a se stessi?
Per loro esistono strumenti, ma inadeguati. I creditori
hanno elaborato modalità di riduzione del debito che
fondamentalmente eliminano il peso annuale degli interessi: il fardello debitorio che rimane è eccessivamente
oneroso per molti paesi.
In Italia la legge 209, da molti giudicata all’avanguardia nel mondo, viene applicata efficacemente?
La legge approvata durante il Giubileo diceva in modo
esplicito che tutti i crediti vantati dall’Italia sono annullati. Ma poi il ministro Visco ha scritto un regolamento che
vincola le cancellazioni italiane al raggiungimento delle
intese al Club di Parigi, cioè la riunione periodica dei paesi creditori. Ciò significa che l’Italia sta cancellando correttamente i debiti dei paesi Hipc, ma solo dopo l’assenso
di tutti. Invece i paesi poveri non Hipc, un’altra quarantina almeno, non sono oggetto di alcuna cancellazione italiana. Non solo: nel 2003 il governo Berlusconi ha ottenuto dal parlamento di eliminare ogni limite temporale,
mentre la legge imponeva le cancellazioni entro tre anni.
Secondo la classificazione del Programma Onu per lo sviluppo,
la Guinea Conakry è un paese a basso reddito pro capite, uno
tra i più poveri al mondo. Come accade a molti paesi africani il
potenziale economico è notevole, soprattutto per la disponibilità
di risorse minerarie (principalmente bauxite - dalla Guinea arriva
il 25% della produzione mondiale -, ma anche oro e diamanti).
Però l’economia del paese non decolla, frenata da condizioni
di instabilità politica e sociale e da un debito estero pubblico
consistente: il pagamento degli interessi finisce per assorbire
buona parte degli introiti delle esportazioni; gli aiuti internazionali
che arrivano al paese non superano le quote che la Guinea
versa ogni anno ai creditori internazionali. Se a ciò si aggiunge
la carenza di infrastrutture adeguate, si capisce perché l’80%
della popolazione (dato Banca mondiale) vive sotto il livello
di povertà.
L’intervento della fondazione “Giustizia e Solidarietà” nel paese
africano (alimentato da un fondo di contropartita di 7,5 milioni
di euro, 6 messi a disposizione dalla fondazione e 1,5 versati
dal governo locale) è ormai ben avviato. I progetti riguardano
le regioni di Kankan e ‘Nzérékoré, mentre da Conakry si tirano
le fila di quelli di respiro nazionale: si svolgono in campo
sanitario, rurale, della tutela dell’ambiente, della promozione
della microimpresa e della formazione delle organizzazioni
di base della società civile. I partner locali sono ong,
associazioni di produttori, Caritas, missionari. Caritas Italiana,
in quanto membro della fondazione, considera gli interventi
in Guinea come parte di un approccio integrato all’intera regione
dell’Africa occidentale: anche in Sierra Leone, Guinea Bissau
e Liberia, infatti, sono attivi diversi progetti Caritas.
Lo Zambia, pur essendo uno dei paesi con il debito più pesante
in rapporto alle proprie condizioni economiche e sociali, non
ha invece ancora potuto godere di effettive riduzioni del debito
da parte italiana, a causa dei ritardi causati, all’interno del Club
di Parigi, da un veto della Russia, che per un paio d’anni
ha ostacolato l’iniziativa di cancellazione proposta dagli altri
creditori. Il negoziato tra governo italiano, governo zambiano
e fondazione “Giustizia e Solidarietà” per creare il fondo
di contropartita è dunque ripreso nel 2003, ma è ancora difficile
preventivare il momento in cui il fondo sarà operativo. Nel
frattempo è proseguito il dialogo con la chiesa e la società civile
locali: le indicazioni suggeriscono di concentrare gli interventi
in alcuni distretti del paese a favore dei piccoli contadini.
Allora anche l’Italia ha fatto passi indietro?
La legge, votata all’unanimità dopo un grande dibattiI TA L I A C A R I TA S
| OT TOBRE
2004
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internazionale
internazionale
economia e giustizia
to, era molto coraggiosa. Ma oggi il nostro paese sembra
avere un atteggiamento rinunciatario. L’Italia ha sin qui
cancellato con una certa buona lena: ha siglato accordi
con una trentina di paesi, cancellando tutto, e questo è
più di quanto fanno gli altri paesi. Ma quando l’iniziativa
internazionale è pigra o inesistente, l’Italia non va oltre. E
un ulteriore punto interrogativo riguarda i paesi a medio
reddito, non considerati dalla 209. Nazioni come Perù,
Brasile o Argentina, che dispongono di risorse certamente maggiori, dal punto di vista finanziario, rispetto ai paesi a basso reddito, sono però segnati da fasce di povertà
diffuse, gravi, molto estese. L’Italia ha fatto qualche timido
gesto a vantaggio del Perù, ma sarebbe auspicabile un’iniziativa più decisa, concordata con la società civile locale,
finalizzata a favorire progetti di sviluppo e non grandi programmi che privilegino le imprese italiane.
Una volta ridotto o cancellato il debito, sappiamo
controllare come vengono spese le risorse liberate?
Anche in questo caso l’iniziativa
italiana appare rinunciataria. Si tratta,
è vero, di un monitoraggio difficile,
però altri paesi creditori mostrano un
certo impegno. Invece l’Italia deve ancora dotarsi di strumenti e strutture
per verificare che dopo una cancellazione il denaro sia usato correttamente. Se non si provvede, in parte si tradisce spirito e lettera della legge.
no precedente, pur comprendendo nella cifra degli aiuti le
somme dovute alla cancellazione dei debiti. Ovviamente
la questione non riguarda solo l’Italia, ma nella classifica
percentuale restiamo penultimi, tra i paesi industrializzati. Dietro di noi, solo gli Stati Uniti.
In termini di legalità internazionale, è ammissibile
che siano i creditori a decidere del contenzioso sui
debiti, e non un’autorità terza, neutrale?
Bisogna essere realisti: non esiste, a livello internazionale, una volontà politica di creare un’autorità terza. Da
tempo è in corso un lavorio intorno alla creazione di una
procedura che consenta un arbitrato indipendente in casi di insolvenza, dia la parola a tutti (non solo ai creditori
ma anche alla comunità locale e alla società civile del paese debitore) e provi magari a prevenire le crisi attraverso il
dialogo istituzionale. Il dibattito ha visto le istituzioni finanziarie internazionali e persino le grandi banche adottare un atteggiamento amletico, contraddittorio, senza
che finora siano scaturiti passi avanti.
Tutti i tentativi di adire a corti di giustizia internazionali, in questo campo, non hanno avuto grande portata.
Per il momento, è importante che il
lavorio dal basso prosegua.
Oggi il dibattito internazionale è
catalizzato dai temi della sicurezza e dello scontro tra civiltà e religioni. Il problema del debito è
È vero che le cancellazioni italiaestraneo a questi temi?
ne vengono “compensate”da una
Dal punto di vista tecnico è relatiriduzione dei fondi destinati alla
vamente slegato. Ma la questione del
cooperazione allo sviluppo?
debito non è grave in quanto tale,
È una questione contabile combensì perché impedisce la lotta alla
plessa. Ma certamente il governo dopovertà o impone povertà. E allora il
vrebbe evidenziare bene la differenza
dibattito attorno all’uscita dal debito
SVILUPPO IN GABBIA
tra i montanti che derivano dalle canè lo stesso che esiste attorno alla pace:
Il debito frena la crescita di paesi
cellazioni e quelli destinati a nuovi fila priorità non è far tacere un feroce
poveri, ma anche a medio reddito
nanziamenti. Questi ultimi dovrebbedittatore o azzerare un conto corrente
ro inoltre aumentare rispetto ai livelli precedenti le can- che produce sangue, ma produrre un sistema di gesti, colcellazioni: lo raccomandano persino Banca mondiale e locati in un sistema di regole, che consentano di costruire
Fondo monetario ai paesi creditori! Purtroppo, una recen- la pace in modo equilibrato e sostenibile. In una condite ricerca Ocse relativa all’aiuto pubblico allo sviluppo zione di diffusa e devastante povertà, il canto delle sirene
mostra che il dato italiano resta non solo ben lontano dal- del terrorismo trova più facilmente proseliti. Per costruire
lo 0,7% del Pil fissato a livello internazionale, ma anche la pace, nel lungo periodo è più efficace agire perché squidallo 0,39% promesso dal governo due anni fa. E nel 2003 libri economici e sociali gravi vengano ridotti, piuttosto
si è addirittura scesi allo 0,14%, rispetto allo 0,16% dell’an- che ricorrere a qualunque tipo di strumento militare.
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casa comune
L’EUROPA RITORNA A ROMA,
“TIFIAMO” PER LA COSTITUZIONE
di Gianni Borsa inviato agenzia Sir a Bruxelles
a cerimonia della firma del Trattato costituzionale dell’Unione
Europea riporta Roma al centro del continente. Quasi mezzo secolo fa, esattamente il 25 marzo 1957, i rappresentanti di Italia,
Germania, Francia, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo posero in Campidoglio il sigillo ai trattati istitutivi della Cee (Comunità economica
europea) e della Ceea (Comunità europea dell’energia atomica, più
nota come Euratom), avviando il processo di integrazione. Allo stesso
modo, il 29 ottobre, nella medesima sede, i leader dei 25 stati aderenti
all’Unione, “figlia legittima” della Cee, metteranno nero su bianco la
L
Tempi nuovi, diritti nuovi
Tra gli elementi positivi che vanno
messi nel conto, deve essere rimarcato l’inserimento della Carta
dei diritti fondamentali nel testo
costituzionale. Approvata a Nizza
nel 2000, la Carta dei diritti non
aveva avuto sinora alcun riconoscimento giuridico, rimanendo
una semplice affermazione di
principi. Ora essa costituisce senza
volontà di proseguire il cammino
variazioni la parte seconda della
tracciato dai “padri fondatori”.
Costituzione, sancendo definitivaA fine ottobre
Non solo. Confermeranno l’immente i diritti cardine: dignità delil Campidoglio torna
pegno per un ulteriore “avvicinala persona, diritto alla vita, libertà
a ospitare la firma
mento” sul piano economico, socia(declinata nei suoi differenti
di un trattato storico.
le e culturale dei rispettivi paesi,
aspetti), uguaglianza, solidarietà,
La scommessa europea
cittadinanza e giustizia. Vengono
progetto che oggi appare ancora più
si spinge oltre la fase
inoltre sanciti diritti e doveri “nuoambizioso: dal 1957 a oggi, infatti,
dei pionieri: incorpora
vi”, generati da “tempi nuovi”: il risono state ampliate le “materie di
e riconosce la Carta
spetto della privacy, la protezione
competenza” della Ue, mentre si è
dei diritti. E aspetta
dei dati personali, la tutela speciacomplicato - grazie alla globalizzala ratifica di parlamenti
le dei bambini e degli anziani, l’inzione - il contesto in cui operare.
e cittadini
serimento nella società dei disabiLa scommessa comunitaria, suli, la sicurezza sul luogo di lavoro,
perata la fase del progetto e anche
quella pionieristica delle fondamenta, entra nel vivo: l’assistenza sociale, la protezione dei consumatori...
La Costituzione avrà bisogno, nei prossimi mesi, di
nel vecchio continente è ormai convinzione diffusa che
nessuna nazione presa singolarmente possa affrontare convinti sostenitori. Dopo la cerimonia romana prenle sfide prodotte dalle grandi trasformazioni in atto (ad derà infatti avvio il lungo iter di ratifica: per diventare
esempio in campo finanziario, demografico, della sicu- operativa, la Carta dovrà ottenere il semaforo verde
rezza, della salute). Dell’Europa non si può fare a meno; dai 25 stati aderenti, mediante approvazione parlaanzi, c’è bisogno – come si dice – di “più Europa”.
mentare o mediante referendum popolare. Un solo
Per questa ragione la Costituzione che verrà sigla- “no” ne bloccherebbe l’attuazione. E con l’aria che tita a Roma ha un valore essenziale, benché presenti (è ra nel continente, con il crescente euroscetticismo in
già stato scritto su queste stesse pagine) più di un li- circolazione, c’è davvero il pericolo di un moltiplicarmite. Il corposo articolato, conferendo personalità si dei “nemici” della Costituzione. Il primo impegno
giuridica ai Venticinque, stabilendone i valori e gli di chi crede in un’Europa unita, al servizio dello sviobiettivi comuni, realizzando alcune riforme necessa- luppo, dei diritti e della pace, sarà dunque quello di
rie per il buon funzionamento delle istituzioni Ue, “tifare” per la Costituzione. Perché, dopo Roma, non
non può che essere accolto con favore.
conosca navigazioni interrotte.
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internazionale
iraq
musulmano, non possiamo ignorare i preacher (predicatori, ndr) fondamentalisti americani o d’altra origine che
hanno invaso il campo iracheno, a danno dei rapporti con
l’Islam e a scapito dell’unità delle chiese cristiane. Le sette
sono più pericolose del fondamentalismo!
«UN PAESE FRUSTRATO,
TRA LIBERTÀ E ANARCHIA»
Nel clima di instabilità che caratterizza il paese, la libertà religiosa è assicurata? La Chiesa cattolica, specie dopo gli attentati di inizio agosto, oggi è più o meno libera di esprimere la propria azione?
La libertà oggi è teoricamente totale: la costituzione
provvisoria riconosce addirittura la libertà di coscienza,
cosa mai riconosciuta prima in Iraq, come nella maggior
parte dei paesi arabo-islamici. Ma le condizioni per goderne non esistono ancora. Non solo a causa della violenza e del fondamentalismo che si va diffondendo, ma anche della mentalità comune.
Parla mons. Jean Sleiman, presidente di Caritas Iraq. «Il fondamentalismo
islamico si diffonde. Ma anche le sette cristiane sono pericolose...»
di Paolo Brivio
I
l suo gregge è composto da poche migliaia di anime: i cattolici, in Iraq, sono soprattutto di rito caldeo, e lui a Bagdad, da fine 2000, è Arcivescovo dei latini. Ma
non per questo il suo sguardo sulla realtà del paese mediorientale soffre di ristrettezze. Anzi, appare lucido e coraggioso. Dopo la guerra monsignor Jean
Benjamin Sleiman, carmelitano, 58 anni, ha assunto la carica di presidente di
Caritas Iraq. Un ruolo che lo autorizza a parlare con competenza, oltre che con
passione, dei bisogni della popolazione irachena.
Eccellenza, la situazione dell’ordine pubblico e della sicurezza, in Iraq, rimane
drammatica. La chiesa teme che l’instabilità duri ancora a lungo, e magari possa
accentuarsi?
Certo, l’instabilità e l’insicurezza sono ancora dominanti. Bisogna però riconoscere
che il governo ha ottenuto alcuni risultati e sta affrontando questa emergenza. Lo svol- PRESIDENTE CARITAS
gimento del Congresso nazionale e l’elezione di un parlamento provvisorio sono stati Monsignor Jean Sleiman.
A destra, l’Iraq che ha sete
due passi importanti lungo una strada che resta ripida e
angusta. Prima di ristabilire l’ordine, comunque, ci saranno purtroppo ancora molte violenze.
fiosi, a bande di criminali, e così anche a organizzazioni
politico-militari. Il vuoto creatosi dopo i primi mesi dalla
Una nuova stagione istituzionale e politica si è aper- caduta del regime è stato micidiale per tutti. Le infrastrutta con l’insediamento del governo Allawi. Gli irache- ture di base non sono state veramente risanate, anche se
ni si sentono ancora un popolo a sovranità limitata?
sono state comunque realizzate tante opere, anche nei
Sono certo che molti iracheni hanno fiducia nel gover- settori dell’educazione e della sanità. Ma la ricostruzione
no Allawi, anche se riconoscono con realismo che la loro non è decollata completamente. Così i “liberatori” sono
sovranità è ancora lungi dall’essere autentica e compiuta. stati presto demitizzati. Il sentimento di delusione, esasperato da un cumulo di fatiche profonde, si è talvolta traE allora perché in molti si dimostrano ostili ai propri sformato in sentimento di odio. Tuttavia, quelli che manifestano e insorgono rimangono una minoranza.
“liberatori”?
Bisogna analizzare la questione con serenità. Gli iracheni, nella loro stragrande maggioranza, vogliono bene
Quali cambiamenti percepibili,anche nella vita quoai “liberatori”. Le ragioni sono numerose: molti connaziotidiana, si sono determinati grazie al passaggio dei
nali vivono (e bene) negli Usa, da dove stanno aiutando le
poteri agli iracheni?
loro famiglie. D’altra parte, la ricchezza e la potenza statuI cambiamenti nella vita quotidiana non sono ancora
nitensi seducono molti. Però c’è stata una delusione: il granché visibili. Ma molti iracheni sono oggi soddisfatti di
paese “liberato” è stato dato in preda all’anarchia, ai ma- sapersi di nuovo collegati con il resto del mondo. Bisogna
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riconoscere al nuovo governo di avere riaperto decine di
ambasciate, di cui una buona parte era stata chiusa a seguito della prima guerra del Golfo. Gli iracheni oggi possono avere passaporti e quindi viaggiare liberamente.
Possono acquistare, se ne hanno i mezzi, tutto quello che
desiderano. Prima non accadeva in alcun modo.
Il conflitto ha spalancato le porte del paese alle infiltrazioni del terrorismo di matrice fondamentalista
islamica: ci sono segnali di islamizzazione forzata e
violenta anche dei costumi sociali?
Il fondamentalismo è un affare molto serio e pericoloso. Aveva però cominciato a diffondersi già sotto il regime
saddamista. Lo zelo religioso mostrato negli ultimi anni
dal leader decaduto lo ha favorito, la liberazione gli ha poi
spalancato le porte. Gli effetti nella società sono evidenti e
generali. La politica ne è più che contaminata. Alle volte
ne è anche bloccata. Ma parlando del fondamentalismo
La popolazione irachena è ancora portatrice di
drammatici bisogni umanitari. La risposta della comunità internazionale si è rivelata all’altezza?
La popolazione continua a patire una situazione generale ancora difficile. Le infrastrutture fondamentali
per la vita quotidiana, nella maggior parte del paese, sono tuttora trascurate. Il problema della fame è superato,
ma la situazione sanitaria rimane molto grave: gli interventi governativi non bastano, non vi sono assicurazioni
o altre forme di copertura, e così molte famiglie non riescono a curarsi. Tanti giovani non riescono a sposarsi:
anche il problema degli alloggi è acuto. E si potrebbero
fare molti altri esempi. In sintesi, gli iracheni sono frustrati: sanno di avere un paese ricco, ma constatano di
vivere poveramente. Perfino la benzina manca spesso,
nel paese del petrolio!
Caritas Iraq ha una fitta rete di centri nel paese. La
guerra e le violenze successive hanno vanificato il lavoro condotto negli anni precedenti?
Caritas Iraq prosegue nella realizzazione dei progetti
avviati negli anni scorsi. Non potendo aiutare direttamente certe zone a causa delle violenze, lo sta facendo tramite
il Crescente Rosso (la Croce Rossa dei paesi musulmani,
ndr). Così sta mandando medicinali e viveri nelle zone
provate dalla guerra. Bisogna riconoscere alla nuova dirigenza Caritas di avere mantenuto il ritmo degli interventi,
riducendo i costi, evitando gli sprechi e il cattivo impiego
delle risorse. E di essere sempre nel cuore dei bisogni della gente e degli avvenimenti che li causano.
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internazionale
conflitti dimenticati
iraq
Cibo, acqua, sanità e case:
la capillare azione della Caritas
Fondata nel 1992, Caritas Iraq è stata uno dei primi organismi indipendenti
del paese. Oggi prosegue il suo lavoro, in risposta ai bisogni della gente
instabilità che percorre buona parte dei terriferite del conflitto e avviare azioni di sviluppo locale. Sotori dell’Iraq rende ancora più precaria che in
stenuta dalla rete di Caritas Internationalis, con il concorpassato l’opera di chi intende portare aiuto also anche di Caritas Italiana (che nell’ultimo anno e mezla popolazione civile (come dimostra la vicenzo ha stanziato 165 mila euro), l’azione di Caritas Iraq si
da del rapimento delle due volontarie italiane
sviluppa ancora nel quadro del “Well baby programm”
di “Un ponte per…”, avvenuto pochi giorni dopo l’interviper bambini e mamme: condotto in 14 centri sanitari in
sta a monsignor Sleiman che compare in queste pagine).
tutto il paese (dodici nei governatorati di Bagdad, Mosul,
Caritas Iraq è attiva dal 1992; fondata dai vescovi iraQarakoush, Kirkuk e Bassora, altri due gestiti in collabocheni, opera sotto gli auspici del Patriarcato caldeo, la più
razione con la Mezzaluna Rossa), funziona grazie al lavoalta autorità della chiesa cattolica in Iraq. Considerata
ro di cento nutrizionisti, ingegneri e tecnici (nonché di
dalle autorità organizzazione eccentinaia di volontari), grazie a
clesiale indipendente, ha sempre
un piano di intervento di quasi 2
rivestito (e ancora riveste) una
milioni di euro, che comprende
sorta di ruolo-pilota in una soanche la fornitura di medicine a
cietà civile impossibilitata, almetre ospedali di Mosul, a uno di
no fino a prima della caduta di
Bagdad e a sette dispensari.
Saddam, a esprimere soggetti
Un milione e 300 mila euro
non governativi e indipendenti.
sono invece destinati al programFino al 1999 Caritas Iraq si è
ma alimentare, che fornisce cibo
concentrata sulla distribuzione di
a gruppi particolarmente vulnealimenti alle famiglie povere, con
rabili: sfollati, anziani, disabili, orrazioni supplementari mensili,
fani, pazienti negli ospedali e veintegrando gli insufficienti sussidi
dove senza reddito con famiglie a
governativi: il programma sostecarico. Proseguono anche gli inMAMME E BAMBINI
neva circa 240 mila persone e ha
terventi nel settore idrico, per una
Gli interventi contro la malnutrizione: una
delle principali preoccupazioni di Caritas Iraq
contribuito a lenire gli effetti delspesa di 142 mila euro: fornitura
l’embargo internazionale. Sotto
di acqua potabile attraverso autola supervisione Onu, Caritas Iraq ha poi affrontato i due
cisterne, riparazione dei sistemi di depurazione dell’acmaggiori problemi del popolo iracheno: la mancanza di
qua già esistenti; acquisto e installazione di nuovi sistemi
acqua potabile (fornita a 750 mila persone in 14 aree urdi depurazione e di pompe idriche. È stato inoltre avviato
bane) e la malnutrizione dell’infanzia (cibo supplemenanche un intervento per la costruzione e riparazione di
tare o terapeutico a 23.697 bambini e oltre 10 mila mamabitazioni a favore di un centinaio di famiglie sfollate dume e donne in gravidanza, destinatarie di interventi di
rante la guerra: a questa attività, per il momento molto
formazione in materia di nutrizione, salute e igiene).
difficile da realizzare a causa della mancanza di sicurezza,
sono destinati quasi 500 mila euro. Caritas Iraq intende
Anche durante la guerra
infine ristrutturare e attrezzare alcuni centri sanitari di
L’intervento Caritas, praticamente mai interrotto durante
base, per garantire il servizio fino a quando non sarà rii mesi di guerra, prosegue ora con l’obiettivo di guarire le
pristinata l’amministrazione sanitaria pubblica.
L’
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UN OSSERVATORIO PERMANENTE
PER NON DIMENTICARE LE GUERRE
di Francesco Montenegro e Tommaso Valentinetti, vescovi, presidenti di Caritas Italiana e Pax Christi Italia
a grande attenzione dell’opinione pubblica registrata negli ultimi tempi e tradottasi nelle grandi mobilitazioni di piazza contro la guerra, se da un lato testimonia di un’importante presa di
coscienza generale, tuttavia ci fa riflettere sulla drammaticità delle
guerre, che rischiano di diventare tragica quotidianità alla quale non
ci si può abituare. La realtà diventa ancor più agghiacciante se pensiamo che la guerra che vediamo in tv oggi (in questi mesi, ad esempio, il conflitto in Iraq) non è l’unica guerra a mietere vittime nel
mondo. Infatti, per un conflitto che riceve tanta accoglienza
Pax Christi, che cercherà anzitutto
di offrire continuità all’impegno
profuso dai due organismi rispetto
ai conflitti armati e alle loro tragiche conseguenze. Obiettivo del
progetto è rafforzare la linea di impegno verso una migliore informazione, rivolta prevalentemente alle
realtà impegnate nello sforzo missionario e pastorale, e svolgere un
ruolo educativo nel porre le basi e
(“copertura”, direbbero i giornalisti)
le condizioni per una crescita della
in tv e sulla stampa, ve ne sono tante
consapevolezza delle minacce alla
Caritas Italiana
altre (oltre una ventina, attualmente)
pace e dei segnali di speranza che
e Pax Christi danno vita
di cui non si sa quasi nulla, che non
nonostante tutto si accendono nela un nuovo strumento,
raggiungono nemmeno le pagine inle situazioni di conflitto.
che intende fare opera
terne dei quotidiani. E magari poi le
L’Osservatorio si situa in contidi informazione,
si scopre per qualche giorno, quando
nuità
con la ricerca sui conflitti didenuncia e animazione
un fatto eclatante rimuove l’oblio in
menticati
cominciata da Caritas Itasui conflitti in corso
cui sono immerse, com’è avvenuto
liana,
trasformandone
i risultati in un
nel mondo.
recentemente per l’inquieto Caucaso
impegno
responsabilizzante,
non
Presto sarà on line
con la tragedia di Beslan.
soltanto
di
denuncia,
e
facendo
tesoun sito internet
Di fronte a questo soffocante paro delle esperienze e delle “reti” interdedicato all’argomento
norama, facile è la tentazione di arnazionali in cui sono attivi i due sogrendersi, data anche la vastità dei
getti promotori. Strumento principaproblemi e la sproporzione tra gli attori in campo (prima le dell’Osservatorio sarà un sito web (www.conflittidifra tutti, l’industria mondiale dell’informazione). Eppure menticati.org, on line dai prossimi mesi), che offrirà inforproprio quelle manifestazioni di piazza, con il loro diffuso mazioni dettagliate sui conflitti in corso e strumenti per
anelito per la pace, così come il crescente coinvolgimento l’animazione pastorale delle comunità, per far crescere
delle comunità ecclesiali, spinte in questo dal profetico una cultura di pace e d’impegno per essa.
magistero pontificio, inducono ad avere speranza e a metSi tratta di un piccolo segno, di uno di quei gesti di
tere in campo nuovi strumenti e percorsi, rivolti a quanti pace che, ricordava Giovanni Paolo II nel messaggio
non intendono considerare episodico il proprio impegno per la Giornata mondiale della pace 2003, “creano una
per la pace e la giustizia, a quanti non si arrendono all’i- tradizione e una cultura di pace”. Questo progetto
nevitabilità della guerra, a quanti non accettano che ci sia- vuole essere un contributo ad accogliere l’invito rivolno guerre di “serie A” e guerre di “serie B”.
to agli inizi del 2003 dai vescovi italiani alle comunità
cristiane, “per una più attenta e ordinaria educazione
alla pace, mediante un impegno più deciso a costruiIn continuità con la ricerca
Nasce così il progetto di un “Osservatorio permanente re concreti itinerari pedagogici in grado di sviluppare
sui conflitti dimenticati” promosso da Caritas Italiana e sempre più mentalità e testimonianze di pace”.
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internazionale
guerre contemporanee
Le guerre in corso nel mondo
DIFFUSI E PERMANENTI,
COSÌ CAMBIANO I CONFLITTI
Quante sono le guerre in corso nel mondo? Gli analisti usano definire “conflitto armato maggiore” o “guerra”
uno scontro armato per il controllo del potere o del territorio tra due o più fazioni (di cui una è il governo in carica),
con almeno 100 vittime nell’anno solare e 1.000 in uno qualsiasi degli anni precedenti.
Il rapporto tra morti militari e morti civili, nelle guerre contemporanee, è salito gradualmente dagli anni Cinquanta
a oggi fino a raggiungere la quota di 1 a 9. Il Sipri, autorevole centro di ricerca svedese, a settembre 2003
censiva 24 guerre, secondo la definizione sopra elencata, in corso nelle zone illustrate dalla cartina.
FEDERAZIONE RUSSA
Nuova ricerca sulla natura dei processi bellici odierni e sulla percezione
che ne ha l’opinione pubblica. Sappiamo capire le guerre infinite?
IRAQ
ZONE DEL KURDISTAN
AFGHANISTAN
PAKISTAN
ISRAELE
INDIA
distanza di quasi due anni dalla ricerca sul rapporto tra informazione e conflit- di Paolo Beccegato
ti dimenticati (Feltrinelli, 2003), Caritas Italiana, Famiglia Cristiana e Il Regno
hanno avviato un nuovo percorso di studio sulle guerre e i conflitti nel mondo,
sulla disattenzione da parte di larghi strati dell’opinione pubblica e su alcune
ipotesi interpretative. La precedente indagine si era soffermata in modo particolare su cinque studi di caso (Guinea-Bissau, Sri Lanka, Colombia, Angola, CONFLITTO
Sierra Leone), messi a confronto con due guerre “celebri” (Palestina e Kosovo), TRADIZIONALE
giungendo a evidenziare una diffusa “dimenticanza” di opinione pubblica, mass media e istitu- Combattenti di
zioni nei confronti di tali conflitti. Tale fenomeno era stato ricondotto ad alcune ipotesi inter- una guerriglia:
oggi sono sempre
pretative: erano emerse variabili strategiche in grado di esercitare una certa influenza sulla pre- più frequenti
senza/assenza dei conflitti nell’arena comunicativa (presenza di militari italiani coinvolti nel guerre “protratte
conflitto, grado di letalità dello stesso, rilevanza degli scambi economico-commerciali, presen- e diffuse”
za di legami storico-culturali con il paese in questione, ecc).
Dalla data di pubblicazione del
volume si è registrata una crescente
primo grappolo di interrogativi riguarda l’attuale contesto internaattenzione, all’interno del dibattito
zionale: in esso è ancora rintracpubblico, al tema dei conflitti diciabile empiricamente un modello
menticati. Purtroppo, è difficile stabilire in quale misura sia stata realdi conflitto inteso in senso tradimente recepita la necessità (etica,
zionale, scandito dalla sequenza
politica, culturale) di dedicare mag“pace-guerra-pace”? Oppure, cogiore spazio alle aree geopolitiche di
me insegnano i più recenti eventi
“secondo piano”, oggetto di crisi e
internazionali, è sempre più diffuconflitto. In effetti, a partire dal crolsa una tipologia di guerra “protratlo delle torri gemelle a New York lo
ta e diffusa” (in-finita), nella quale
scenario mediatico ha fatto registrare un’anomala con- l’esplosione bellica rappresenta solamente un episocentrazione di notizie e immagini su un numero ristret- dio “acuto” all’interno di una situazione endemica di
to di situazioni di crisi internazionale. Ma anche in que- tensione e conflitto tendenzialmente permanenti,
sti è emersa l’esigenza - sempre più condivisa - di anali- con forti connessioni internazionali? Siamo di fronte
si più attente.
a una sorta di a-temporalità e a-spazialità delle guerre (note e meno note)? Gli sviluppi del terrorismo internazionale, con le sue deflagranti manifestazioni e
A-temporali e a-spaziali
La nuova indagine, la cui conclusione è prevista per le sue connessioni a conflitti più o meno dimenticati,
l’autunno 2004, si muove in riferimento a tre interro- contribuiscono a connotare le guerre come “universagativi di fondo, obiettivi conoscitivi dello studio. Un li”, a-spaziali?
A
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OT TOBRE 2004
MAROCCO
ALGERIA
BIRMANIA
SENEGAL
SRI LANKA
FILIPPINE
INDONESIA
SOMALIA
SIERRA LEONE
SUDAN
LIBERIA
NIGERIA
CIAD
ZIMBABWE
REPUBBLICA
DEMOCRATICA
DEL CONGO
UGANDA
RUANDA
BURUNDI
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internazionale
contrappunto
guerre contemporanee
Sulla base di tale riflessione si determinano due suc- ni). Se il numero “minimo” di morti necessario per
cessivi interrogativi. Ammesso che il modello di guerra sancire come “guerra” una determinata situazione di
(in)finita costituisca il modello più diffuso di conflitto conflitto è puntualmente superato dal numero di vittinel mondo, in quale misura l’attenzione pubblica tiene me registrato in periodi caratterizzati da bassa inciconto di tale particolare configurazione, cogliendo la denza di eventi bellici, la cosiddetta “pace” diventa più
cronicità e il periodico riacutizzarsi dei conflitti? E infi- “guerra” della stessa guerra.
ne, è possibile evidenziare e in qualche modo quantifiMa, ammesso che la guerra (in)finita costituisca il
care e valutare il “residuo” conoscitivo delle guerre infi- modello più diffuso di conflitto nel mondo, in quale
nite nella coscienza pubblica italiana? Dopo la tempe- misura l’attenzione pubblica tiene conto di tale confista mediatica sui conflitti armati, cosa resta nella me- gurazione? Attraverso una serie di rilevazioni ad hoc, in
moria e nella coscienza collettiva? Quali immagini, qua- riferimento a una serie di aree problematiche e di attoli percezioni emotive sono più spesso frequenti riguar- ri sociali, la ricerca tenta di definire e quantificare le
do al tema della guerra?
modalità attraverso le quali i conA partire da questi interrogativi è
flitti sono trattati e presi in esame
stata approntata una ricerca comdalla sfera massmediale, politica ed
plessa e multidimensionale, alla
ecclesiale. A questo scopo sarà conquale seguirà una parte conclusiva
dotta una complessa raccolta di dacentrata su aspetti normativi (la geti e informazioni, in riferimento a
stione del conflitto, il ruolo della
quattro macro-arene di interesse: le
Chiesa, esperienze e testimonianze,
istituzioni pubbliche, italiane ed
ecc.). Rispetto alla ricerca preceeuropee; i mass media (agenzie
dente, gli obiettivi conoscitivi spostampa, stampa quotidiana, tv e rastano il focus dello studio dal grado
dio); la rete internet; la Chiesa catdi presenza/assenza del tema dei
tolica (locale e universale).
conflitti nell’arena pubblica, alla diIn queste arene si cercherà di comensione della temporalità dei
gliere la presenza di notizie e inforconflitti, evidenziandone (almeno
mazioni su alcuni conflitti in un arper una buona parte di essi) la natuco temporale piuttosto lungo (giura sostanzialmente “permanente”,
gno 2001 - giugno 2004), evidenanche a causa di precise scelte e reziando la capacità degli attori coinsponsabilità.
volti di documentare la cronicità del
SCENARI CRONICI
Nei conflitti odierni, diventa
conflitto, evidenziandone le diverse
sempre più difficile distinguere
Più guerra della guerra
fasi di sviluppo. Come nella ricerca
le fasi di guerra da quelle di pace
Alcune esperienze recenti evidenprecedente, per offrire uno sguardo
ziano in effetti scenari caratterizzati da una sempre realistico si è scelto di considerare un numero ristretto
più diffusa cronicità dei conflitti, all’interno dei quali di casi di guerra (Repubblica Democratica del Congo,
diventa difficile distinguere le fasi di guerra da quelle Sri Lanka, Colombia, Afghanistan, Palestina, Iraq), seledi “pace”, se non altro secondo i tradizionali indicatori zionati in base a parametri di rappresentatività macroutilizzati per differenziare tali situazioni. Ad esempio, geografica, grado di severità (letalità e impatto in terminon è raro che il numero di morti (casualties) durante ni di fenomeni associati), eterogeneità delle cause supazioni di guerra, misurato in riferimento a determina- poste e delle dinamiche di conflitto. I centri e gli istituti
te unità di tempo (indicatore diffusamente accettato di ricerca coinvolti sono numerosi e agiscono sotto una
dalla comunità scientifica allo scopo di differenziare le rigorosa supervisione scientifica, in costante riferimensituazioni di pace e guerra), sia superato dal numero di to con i promotori della ricerca. Un impegno rilevante,
morti registrato prima e dopo le fasi acute di un con- che però va inteso come servizio all’opinione pubblica,
flitto, o che la percezione e le dinamiche belliche siano perché sappia maturare orientamenti più documentati,
avvertite e praticate anche da stati in pace (si pensi al- meno emotivi e superficiali, riguardo a temi cruciali per
le politiche per garantire la sicurezza ai propri cittadi- la nostra epoca.
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CAUCASO SENZA NEGOZIATO,
NON È UNO SCONTRO DI CIVILTÀ
di Alberto Bobbio
a questione del Caucaso non è mai entrata nell’agenda internazionale, in virtù della divisione del mondo stabilita a
Yalta, assecondata da anni di Guerra Fredda e riproposta con
grande temerarietà sulla scena geopolitica dopo l’11 settembre. È
una di quelle crisi che ha rafforzato l’incubo del terrorismo solo
perché è stata dimenticata. Il massacro della scuola di Beslan ne è
stato un capitolo, una tappa verso il baratro di terrore e orrore in
cui è precipitata una regione che alle spalle, e purtroppo anche
davanti, ha solo funerali. Neppure si fa un buon servizio alla verità
e alla soluzione del problema se si tratta la partita cecena, che del
radici. È troppo facile liquidare tutto
come scontro di civiltà. Tuttavia
conviene: ognuno ha le mani più libere e governi, guerriglieri e terroristi infilano senza tentennamenti orrori sempre maggiori. L’opinione
pubblica piange, marcia, si indigna:
pronta a digerire la prossima ferocia.
Il problema ceceno, e quello più
ampio del Caucaso, traggono origine
della pagine più tragiche della storia
russa. Nessuno è mai riuscito, da Mosca, a normalizzare la Cecenia. Putin
Caucaso è un piccolo pezzetto, coha deciso di applicarvisi perché un
Una crisi dimenticata.
me se fosse la frontiera della civiltà
eventuale successo restituirebbe alla
Che alimenta l’incubo
occidentale opposta all’Islam, baRussia il ruolo di grande potenza che
del terrorismo.
luardo dei valori democratici contro
solo pochi amici, di solito interessati e
E una tremenda discesa
la barbarie. L’oblìo delle memorie
poco amanti della verità, oggi le riconel baratro dell’orrore.
porta allo scontro di civiltà e alla
noscono. Il momento può essere buoCiviltà occidentale
guerra di religione, fa solo il gioco
no e il clima di scontro di civiltà e di recontro Islam?
del terrorismo e di chi intende comligioni è in grado di favorire tale diseLe responsabilità
batterlo con la guerra. Dall’11 setgno. Così Putin ha presentato la lotta
sono più complesse.
tembre in poi ogni nefandezza e
di un popolo come parte di un comE non riguardano solo
ogni risposta alla nefandezza viene
plotto del “terrorismo internazionale”.
le parti in lotta
giustificata chiamando in causa l’eMa anche gli indipendentisti caustremismo jihadista, sicché c’è una
casici hanno sfruttato l’occasione per
parte del mondo che applaude, una che subisce e una giustificare il ricorso a forme sempre più estreme di vioparte consistente (dalla Cina all’India all’America Lati- lenza per far parlare della questione. Attorno si gioca una
na) che resta a vedere se alla fine può lucrare qualcosa.
partita diplomatica cinica e a volte anche meschina. Francia e Germania appoggiano Putin ed esibiscono l’amicizia
Diplomazia cinica
come una solida alleanza da sbattere in faccia a Bush. L’IIl Caucaso è uno di quei luoghi dove nessuno ha voluto talia, con la sua diplomazia da Costa Smeralda, si preoccusperimentare una soluzione attraverso il negoziato. Il pa di mediare, dati anche i nostri interessi petroliferi nelmondo ha delegato la questione ai nuovi zar di Mosca, l’area. Gli americani tacciono, perché le azioni dei terroriprima Eltsin poi Putin. In Iraq almeno ci sono state di- sti e le risposte militari di Putin servono alla causa della lotscussioni sulla guerra, alcuni paesi hanno espresso dis- ta globale al terrorismo, alla politica dell’attuale inquilino
senso. Invece la crisi del Caucaso assomiglia più a quel- della Casa Bianca e alla sua rielezione. L’Europa, come
la mediorientale: in pochi accettano di capire (senza in- sempre, è assente. Mentre nel Caucaso ci sono bambini
dulgenza verso le forme barbare di un terrorismo dispe- che si rifiutano di aprire gli occhi per vedere il mondo che
rato) la posta in gioco e il terreno dove la crisi affonda le gli ha ucciso mamma, papà, fratelli e sorelle.
L
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agenda territori
oltre il campanile
ANDRIA
Il fondo di Progetto Barnaba
promuove giovani imprenditori
Un progetto innovativo, pensato
per promuovere l’imprenditorialità giovanile
contro la piaga della disoccupazione,
e figlio di una lunga riflessione pastorale.
Caritas Andria ha cominciato a pensarci
dal 2002, esaminando la realtà giovanile
della diocesi, spesso costretta a emigrare
per mancanza di opportunità di lavoro o per
eccesso di specializzazione, non spendibile
nel territorio. Dall’analisi si è passati alla prassi con Progetto Barnaba,
che coinvolge anche gli uffici diocesani per la pastorale sociale e del lavoro
e per la pastorale giovanile. Caritas Andria ha svolto all’inizio, durante l’anno
pastorale 2002-2003, un’attività di animazione delle comunità parrocchiali,
per creare un fondo rotativo di garanzia acceso presso la Banca Popolare Etica.
A esso possono accedere giovani, italiani o immigrati, residenti nei comuni
della diocesi. Il progetto intende promuovere un’imprenditorialità attenta
alla crescita umana dei soggetti coinvolti e dei fruitori dei prodotti; l’accesso
al lavoro di chi ne è oggi escluso; la riduzione degli impatti ambientali e la
rinnovabilità delle risorse naturali del territorio; il recupero delle tradizioni locali;
una maggior attenzione verso scelte di consumo rispettose dell’uomo
e dell’ambiente. Il progetto (nella foto, lo sportello) ha già finanziato le prime
quattro realtà, altre sono attesa di essere finanziate.
CUNEO
Con “L’approdo”
le diocesi in rete
per gli immigrati
Il fenomeno migratorio
e le conseguenti problematiche
sociali necessitano sempre
più di una risposta specialistica
e soprattutto non occasionale.
Per questo motivo le Caritas
diocesane della provincia di Cuneo
hanno creato tra loro una rete
interdiocesana per fornire risposte
coordinate e sistematiche.
Dopo l’esperienza decennale
del Centro migranti di Cuneo e degli
sportelli decentralizzati che a livello
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zonale hanno accompagnato gli
stranieri nell’istruzione di pratiche
burocratiche, è stato recentemente
stipulato un accordo, a seguito
del quale tali mansioni saranno
espletate dagli sportelli locali delle
Acli. «Per anni - riferisce don Marco
Riba, direttore di Caritas Cuneo con il nostro Centro migranti
abbiamo prestato un utile servizio
alla collettività. Ma oggi i tempi
sono cambiati, occorre essere
attenti, presenti e maggiormente
efficaci nel cammino
di accompagnamento alle persone,
per garantire loro il riconoscimento
dei diritti umani e di cittadinanza
irrinunciabili». Il progetto
interdiocesano, denominato
“L’approdo”, tiene conto dell’ormai
mutato contesto storico e sociale
anche in una provincia, come quella
di Cuneo, non particolarmente
esposta ai gravi problemi causati
dai flussi migratori (35 mila cittadini
stranieri su 550 mila residenti,
pari al 6,3% della popolazione)
di cittadinanza. «Questa scelta continua don Riba - è per noi punto
di partenza ma anche d’arrivo, frutto
di lungo tempo di maturazione».
PER INFORMAZIONI
[email protected]
BRESCIA
Nasce “Intessere”,
coordinamento contro
il disagio dei minori
La Caritas diocesana è tra
i promotori del comitato “Intessere”,
costituitosi in provincia tra
le strutture e le organizzazioni che
si occupano di minori in situazione
di disagio. Il comitato, che
comprende anche i rappresentanti
delle fondazioni locali finanziatrici
del terzo settore, intende coordinare
gli sforzi dei soggetti che si
occupano di disagio minorile,
con lo scopo di migliorare le risposte
offerte ai ragazzi. Il progetto
“Intessere” coinvolge venti sigle
del volontariato e del privato sociale:
il comitato diventerà interlocutore
unico degli enti erogatori e avrà
il compito di presentare loro
un progetto coordinato, valutare
problemi e risorse presenti
nel territorio, far condividere tra i vari
soggetti coinvolti competenze
ed esperienze, infine suddividere
le risorse stanziate dagli enti
erogatori.
di Monica Tola
Quattro comunità, due parroci e il disagio:
«La sofferenza psichica si affronta meglio insieme»
Pomarance, Lustignano, Serrazzano, Libbiano. Quattro parrocchie e due parroci. «Meglio, co-parroci», precisano
don Renzo Chesi e don Paolo Ferrini, che da circa due anni guidano insieme le quattro comunità, riunite
in un’unità pastorale della diocesi di Volterra (Pisa). «Non vuol dire tanto che ci alterniamo nelle celebrazioni,
ma che lavoriamo ogni giorno per costruire uno stile comune di lettura delle situazioni,
di attenzione e di azione». A Serrazzano abitano circa 500 persone. Si tratta per
la maggior di anziani, un po’ isolati, anche per difficoltà di spostamento, dai centri
più grandi. Qualcuno rischia la solitudine, una tristezza profonda che può diventare
vera e propria depressione. La parrocchia di Serrazzano è dedicata a San Donato.
La Caritas parrocchiale è costituita da due animatori. Sono stati loro ad accorgersi
di alcune donne sole, in disagio, sofferenti per problemi di salute mentale. «Abbiamo
deciso di andare incontro a queste persone», racconta don Paolo. In che modo,
lo spiega Graziella Cavallo, che ha preso parte al progetto fin dal suo inizio: «Abbiamo
PARROCCHIE
proposto a queste signore di trascorrere con noi il pomeriggio due volte la settimana.
APERTE
Riunite in canonica ci scambiamo le ricette e prepariamo dei dolci. Li mangiamo insieme
Sopra e sotto,
e insieme li portiamo ad altre persone sole o a famiglie della parrocchia che per diversi
gruppi delle
quattro comunità
motivi rimanevano sempre escluse dai momenti di aggregazione della comunità».
parrocchiali della
provincia di Pisa
(Pomarance,
Lustignano, Serrazzano,
Libbiano), che oltre
a condividere
una unità pastorale
hanno avviato
esperienze comuni
di vicinanza
e condivisione
con le persone
segnate
da disagio psichico
È domenica, non solo messa
L’esperienza ha gradualmente portato alla costruzione di una rete tra parrocchia,
servizi sociali, medico di base e famiglie delle stesse persone in difficoltà. «Quello che
volevamo - precisa don Renzo - era leggere più da vicino il disagio legato alla solitudine
e alla sofferenza psichica. Ma ci interessava soprattutto aprire la parrocchia, portarla
alle persone. La gente ha scoperto che parrocchia non è solo messa alla domenica».
Anche perché di domenica, una volta al mese, i laici di tutte le parrocchie dell’unità
pastorale sono invitati a ritrovarsi con i parroci per affrontare questioni di interesse
comune, compresa la costituzione dei consigli pastorali parrocchiali, per ora sostituiti
da commissioni pastorali. «È un modo per valorizzare il giorno del Signore con
un’esperienza concreta di confronto in comunità», sottolinea don Paolo. Inoltre,
gli animatori delle quattro Caritas parrocchiali vivono insieme gli stessi momenti
formativi. Per don Renzo si tratta di una scelta precisa: «I risultati si vedono.
Anche se non lo avevamo previsto, l’esperienza di Serrazzano è stata contagiosa.
A Pomarance (3.400 abitanti), la parrocchia ha coinvolto nel sostegno al disagio
psichico il servizio di salute mentale della Asl, la Banca del tempo e una cooperativa
sociale. Ma obiettivi e metodo sono molto simili a quelli degli incontri di Serrazzano».
E dopo Pomarance è stata la volta di Lustignano: 213 abitanti e il desiderio di fare
comunità. Graziella tiene a precisarlo: «Non è sempre facile stare con persone che
vivono disagi di tipo psichico: se basta un sorriso ad avvicinarle, è sufficiente uno
sguardo male interpretato per compromettere tutta la relazione. Ma non abbiamo
avuto bisogno di grandi competenze. Solo di un po’ di tempo e di voglia vera
di stare insieme».
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agenda territori
sto in campagna
bacheca
a cura di Stefano Verdecchia
a cura dell’Ufficio comunicazione
EMERGENZE
Un’Alleanza internazionale
per combattere l’incubo della fame
Il problema
“Oggi il pianeta possiede le capacità di produrre
risorse sufficienti per garantire una vita adeguata alla
popolazione mondiale”. I summit internazionali, negli
ultimi anni, vanno continuamente ripetendo questo messaggio. Ma
la realtà appare completamente diversa: circa 840 milioni di persone
(800 nei paesi del Sud del mondo) non hanno infatti i mezzi necessari
per la sopravvivenza, a cominciare da cibo e acqua. E circa 6 milioni
di bambini sotto i cinque anni muoiono ogni anno a causa della
malnutrizione. Il problema è gigantesco, come ha riconosciuto
il Summit mondiale sull’alimentazione del 1996. E come si ribadisce
nei Millennium development goals (Obiettivi di sviluppo del millennio)
messi a punto dall’Onu, che affermano obiettivi di lungo termine,
a cominciare dal dimezzamento del numero dei poveri, nel mondo,
entro il 2015, e dalla drastica diminuzione di coloro che soffrono
la fame o malattie a causa della malnutrizione.
La campagna
Nel 2001, in una nuova edizione del Summit sull’alimentazione,
è stata lanciata dalla Fao una iniziativa mondiale denominata Alleanza
internazionale contro la fame (International alliance against hunger Iaah). La campagna ha come obiettivo intensificare il processo
e le azioni di lotta contro denutrizione e malnutrizione. La strategia,
sia nel nord che nel sud del mondo, prevede la costituzione
di “Alleanze nazionali contro la povertà e la malnutrizione” attraverso
una forte partecipazione della società civile. In ogni paese,
associazioni di contadini, sindacati, organizzazioni non governative
e organismi come Caritas possono contribuire a fare pressioni
sulle organizzazioni internazionali e i rispettivi governi, per aumentare
l’attenzione nei confronti delle politiche di riduzione della povertà e
di adeguate politiche sociali. Caritas Internationalis, oltre ad avere lo
status di osservatore permanente presso la Fao, ha siglato nel luglio
2003 una lettera d’intenti e di collaborazione, In essa si impegna,
anche grazie alla sollecitazione dei membri del suo network, presente
in 169 paesi del mondo, a favorire alleanze locali per potenziare
la partecipazione della società civile alla lotta contro la povertà.
Per saperne di più
www.fao.org
oppure: [email protected]
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OT TOBRE 2004
Interventi ad Haiti
per portare aiuto
dopo le inondazioni
La tempesta
tropicale Jeanne
si è abbattuta
a settembre su
Haiti, nella vasta
zona montagnosa,
di pianura
e della costa
dei dipartimenti dell’Artibonite, del Nord
e del nordovest, provocando
inondazioni che hanno causato
la morte di migliaia di persone
e la distruzione di centinaia di villaggi.
Haiti, la nazione più povera di
America e Caraibi, ancora alle prese
con gli effetti di una grave crisi
politico-sociale, è periodicamente
colpita da inondazioni, anche
in seguito ai danni causati dalla
deforestazione. Il ciclone Jeanne
ha colpito anche la Repubblica
Dominicana, come segnala
la Caritas locale.
Medicine, acqua pulita e alimenti
sono i bisogni su cui si concentra
l’azione della Caritas ad Haiti in
favore delle popolazioni colpite.
Le strutture di intervento e
accoglienza, già attivate in seguito
alle inondazioni di maggio, sono state
utilizzate per far fronte alla nuova
crisi. Anche la Conferenza episcopale
italiana ha stanziato un milione di
euro, invitando le comunità ecclesiali
a “sostenere le varie iniziative di
solidarietà, come quelle già attivate
dalla Caritas Italiana”.
Per sostenere gli interventi in corso
si possono inviare offerte a Caritas
Italiana tramite i conti segnalati
alle pagine 2 e 7, specificando
nella causale “Emergenza Caraibi”.
A Pergola cortometraggi formato festival,
da un’idea Caritas immagini per raccontare la pace
Quattro sezioni. Decine di opere in concorso, provenienti da autori di tutta
Italia. Non si può dire che sia passata inosservata, la prima edizione
del festival del cortometraggio “Città di Pergola”. Nata dall’idea del circolo
cinematografico “La Tarantola”, associazione culturale costituita a maggio
2003 con il preciso intento di incentivare la cultura cinematografica e l’uso
della cinematografia come mezzo di comprensione della società moderna,
l’iniziativa ha ottenuto il supporto di enti, aziende e associazioni
del territorio marchigiano: una cooperazione fruttuosa, che ha consentito
agli organizzatori non solo di raccogliere ed esaminare un numero di opere
che è andato ben oltre le attese, ma ha anche portato nell’antico centro
in provincia di Pesaro e Urbino un folto pubblico, in occasione
delle giornate di premiazione, svoltesi dal 23 al 25 settembre.
“Dialoghi di pace”, per abbattere i muri
FOTOGRAMMI
CONTRO LA GUERRA
La locandina del festival
di Pergola (Pu) e i protagonisti
di Iris, primo premio nella
sezione “Dialoghi di pace”.
Info: [email protected]
www.festivaldelcortopergola.it
Tra le sigle che hanno sostenuto il festival, c’è stata anche la delegazione
regionale Caritas. Non si è trattato di una vicinanza di maniera: Caritas Marche ha
proposto di dare vita a una sezione, intitolata “Dialoghi di pace”, che raccogliesse
opere di giovani autori impegnati a mettere in immagini i temi del dialogo come
strumento di conoscenza e della capacità di immedesimarsi nelle ragioni
dell’altro, in un tempo storico che sente, come non mai, il bisogno di abbattere
muri di odio e steccati di inimicizia. “Parlare di pace tra nazioni, tra popoli
e all’interno delle nostre stesse comunità - hanno scritto i responsabili Caritas,
presentando la sezione - significa animare le realtà, i gruppi, i comuni, gli enti
e fare un lavoro di quotidianità tanto bello quanto difficile”. Al quale può
contribuire in maniera più che efficace, soprattutto per raggiungere i giovani,
la forza delle storie e il linguaggio delle immagini.
“Iris” e “Ciottolo”, le opere premiate
L’invito di Caritas Marche è stato così raccolto da ben sedici autori: otto
cortometraggi sono stati selezionati per la proiezione nelle giornate finali del
festival. Il primo premio è andato a Iris, “corto” drammatico di Samantha Casella,
che racconta gli ultimi momenti di vita di un soldato, un kamikaze e una vittima civile: “Illustra con immagini forti
ed espressive e con parole adeguate - scrive la motivazione della giuria Caritas - l’urlo che ogni coscienza umana
sente dentro di sé di fronte alla violenza della guerra e al sangue innocente versato. (…) Iris lancia un chiaro
messaggio (…) e fa capire molto bene come la guerra e la violenza non potranno mai distruggere la quotidianità
del vivere e quindi la speranza”. Una menzione speciale è invece stata assegnata a Ciottolo, opera di Roberto
Campili e Stefano Carbone, che evidenzia come la fantasia e l’innocenza dei bambini possono cambiare l’aggressività
della prospettiva e dei comportamenti adulti: “Anche un ciottolo raccolto in un ruscello - recita la motivazione - può
essere strumento di violenza o di pace. La mano anonima, che disegna il volto arrabbiato e negativo, rende il ciottolo
pericoloso e dannoso, finché una mano amica e un cuore innocente sanno mutare il destino della piccola pietra”.
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OT TOBRE 2004
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villaggio globale
a tu per tu
TEATRO E SOLIDARIETÀ
Trasmissione su Sky
racconta i volontari:
Bonacina torna in tv
Dalla discarica al palcoscenico,
successo per “Pinocchio nero”
“Senza Patricio”, l’autoanalisi di Veltroni:
«Cinque storie sull’assenza e sulla memoria»
Si è conclusa intorno a metà settembre la prima
tourneé italiana di Pinocchio nero, adattamento
teatrale della favola di Collodi messo in scena
da venti ex ragazzi di strada di Nairobi. Un vero
esperimento di “solidarietà artistica”, promosso
dall’attore Marco Baliani, Amref (Fondazione
africana per la medicina e la ricerca) e Teatro delle Briciole - Teatro stabile
di innovazione. «È stata un’esperienza memorabile», ha dichiarato il regista
Baliani che, dopo due anni di lavoro, ha trasformato un gruppo di ragazzi
abbandonati e costretti a vivere nelle discariche della capitale del Kenya
in una compagnia di piccoli ma straordinari attori. E, ancor più, in venti
ragazzi consapevoli, che utilizzeranno l’esperienza vissuta per aiutare altri
ragazzi di strada. Le prime quattro serate italiane, a Roma e Palermo, hanno
fatto registrare il tutto esaurito. «Dopo questo successo - assicura
John Muiruri, responsabile del progetto Amref - “Pinocchio Nero” tornerà
in Italia». I bambini sono rientrati a Nairobi per frequentare la scuola:
il reinserimento scolastico è uno degli obiettivi del progetto Amref.
Un padre che dichiara il proprio amore a un figlio. E lo fa con una scritta su un muro di Buenos Aires: “Patricio, te
amo. Papá”. Nasce da quel graffito Senza Patricio, un libro che per l’autore, Walter Veltroni, sindaco di Roma, è
anche un percorso di autoanalisi. Veltroni perse il padre quando aveva solo un anno: un’assenza che ha fatto
diventare più teso il filo dell’immaginazione su cui viaggiano le cinque storie che costituiscono il libro.
Una rubrica televisiva (da maggio in
onda il sabato intorno alle 13,45 su Sky
TG24) racconta cosa significa essere
volontari e come lo si diventa, perché
si compie quella scelta. Ma soprattutto
da quale vissuto provengono, che storia
hanno e in quali associazioni agiscono
gli oltre tre milioni di italiani che
dedicano una parte del loro tempo
agli altri. Si tratta di uno spazio dedicato
al mondo non profit, nato da
una collaborazione tra Sky TG24
e “Vitachannel”, il progetto televisivo
del settimanale Vita. Le testimonianze
vengono raccolte e presentate
da Riccardo Bonacina, da dieci anni
direttore di Vita, la rivista del sociale.
Per Bonacina è un ritorno in tv: aveva
infatti lavorato negli anni ‘90 al primo tg
delle reti private, “Studio aperto”, e in
Rai alla prima testata di informazione
sociale, “Il coraggio di vivere”.
LIBRI
“Zorro”, il borbottio
di un randagio
finito sul marciapiede
Un libretto di poco
più di 60 pagine,
che nasce come
monologo di un
homeless romano
per essere
recitato in teatro
da Sergio
Castellitto, che l’ha infatti portato
in teatro qualche mese fa ed è marito
dell’autrice, Margaret Mazzantini. Zorro
(Mondadori, Milano 2004, pagine 66,
euro 6,50) propone il borbottio, un po’
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di Danilo Angelelli
TELEVISIONE
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OT TOBRE 2004
PER INFORMAZIONI
Amref Italia, ufficio stampa, tel. 06.32.02.222; www.amref.it
rabbioso, un po’ risentito e un po’
autoconsolatorio, di un uomo solo,
un randagio scappato dalle nostre
case, che beve, puzza, protesta.
Ma anche uno che potremmo essere
tutti noi, finito ai margini a causa di
un incidente. Rimugina dolorosamente
sulla sua vita familiare, su quando
era bambino, sul suo fallimento,
sociale e professionale. Un uomo che
rivendica la sua dignità non chiedendo
l’elemosina, anzi rifiutandola dai
“cormorani”, i passanti che osserva,
sempre borbottando, a metà tra
il risentimento e l’ironia. Che mangia e
si veste nelle mense e si lava ai bagni
pubblici della stazione. Ma anche un
uomo completamente libero, che se ne
frega sia del tempo meteorologico, sia
di quello dell’orologio. Un brandello di
carne umana sul selciato dell’umanità.
LIBRI
Editori Riuniti:
una nuova collana
fa “Il giro del mondo”
Una nuova collana per rispondere
all’esigenza crescente di un ampio
pubblico, che vuole comprendere
le dinamiche e gli sviluppi storici,
politici, economici e sociali di questioni
internazionali di particolare rilievo.
Editori Riuniti ha lanciato in estate
Il giro del mondo, sorta di enciclopedia
tascabile, facilmente consultabile,
composta da una serie di volumi
di divulgazione e approfondimento
su paesi e regioni del mondo. Lo spirito
che anima l’iniziativa è accompagnare
il lettore a comprendere le radici
e gli sviluppi di molti avvenimenti
che la grande stampa e l’informazione
Quanto incidono la memoria e il lutto nelle sue riflessioni?
Più che il lutto, nella mia vita è importante la memoria. Il lutto è determinato da un evento che
schiaccia e può annullare ogni energia, la memoria è invece la capacità di costruire una catena
potenzialmente infinita di eventi, e di comprendere le ragioni, a volte nascoste, per cui l’uno richiama
l’altro. Il lutto è un momento di smarrimento, il segno di una perdita; la memoria è una conquista.
In Senza Patricio parla di “fragile ragione sociale”. Come rafforzarla?
UN GRAFFITO
UN LIBRO
La copertina di
“Senza Patricio”,
libro di racconti
che Walter
Veltroni ha
pubblicato dopo
“Forse Dio è
malato”, dedicato
ai problemi
dell’Africa.
Sotto, il sindaco
di Roma sullo
sfondo dei tetti
della sua città
Non si può costruire un futuro sereno sull’ingiustizia, la miseria e la sofferenza. Noi mascheriamo
spesso le nostre paure con l’indifferenza, e questo ci rende deboli, esposti alle reazioni estreme
inumane e violente del terrorismo, religioso, politico, nazionalista. Nessuno oggi è più al sicuro:
chi muore di Aids in Africa e chi spera di proteggersi alzando ponti levatoi e trincerandosi dietro
il proprio benessere. Occorre prendere coscienza degli errori fatti e avere il coraggio di cambiare,
cercando una regola capace di conciliare libertà sociale e responsabilità dell’individuo, aspirazione
al benessere e crescita di quello che viene chiamato “indice di sviluppo umano”.
I suoi libri raccolgono le suggestioni dei viaggi in Africa e Sud America. E l’impegno politico?
Ho maturato una maggiore profondità dei progetti che cerco di realizzare come amministratore. E un
sano senso di realismo, che convince a non voltare la testa davanti all’abisso di dolore, di povertà
e di discriminazione di chi vive lontano da noi, e mi spinge a cercare di farmene carico per costruire
nuove opportunità dove si soffre. Senza dimenticare che anche a Roma, dove esistono condizioni
di diffuso benessere, si incontrano vite destinate a un’esistenza dura se lasciate a se stesse.
Dunque occuparsi di chi è lontano non distoglie dal prendersi cura del vicino di casa…
Esistono diritti inviolabili, che valgono a Roma e in Sudan, a partire dai quali bisogna costruire un
destino comune. A Roma vivono circa 300 mila persone straniere - quelle con regolare permesso
di soggiorno -, molte delle quali hanno sofferto persecuzioni, povertà estreme, dittature. Persone
spinte ad abbandonare il proprio paese dalla sola speranza di offrire una vita migliore ai figli.
Persone che hanno portato, con grande dignità, questa loro speranza davanti ai nostri occhi,
mettendoci di fronte a una nuova responsabilità di uomini.
I suoi libri raccontano anche l’ansia di trovare un Dio. Lo ha trovato?
Non mi sento di dire di avere trovato Dio, ma mi sento costantemente impegnato nella ricerca di
una dimensione ampia, alta. Ho un grande rispetto per la cultura cattolica e sono affascinato dalle
persone di fede. Penso che ogni uomo di buona volontà possa sinceramente credere di avvicinarsi
a Dio mettendosi al servizio degli altri.
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ritratto d’autore
villaggio globale
sussidi
a cura dell’Ufficio comunicazione
Avvento di accoglienza:
un poster dal Ruanda,
speranza oltre il genocidio
Accoglietevi! Sarà chiamato Dio-con-noi. All’insegna di questo
messaggio, Caritas Italiana e l’Ufficio nazionale per la pastorale
familiare della Cei hanno predisposto per l’Avvento e Natale 2004
un kit didattico per l’animazione pastorale e liturgica, costituito da
un poster, un opuscolo dedicato alle famiglie, un album per bambini, un
salvadanaio, una scheda per l’animazione. Nell’anno pastorale in cui la
Chiesa italiana riflette sulla parrocchia, la riflessione si incentra sulla
promessa della venuta di Emanuele, Dio-con-noi. La sua incarnazione
in un bambino piccolo, in un piccolo villaggio di
un piccolo paese, spinge all’accoglienza reciproca,
all’attenzione ai più dimenticati. L’accoglienza non
è però solo un fatto individuale: è l’intera comunità
- famiglie e singoli - che viene interpellata, perché
sia evidente il suo essere “famiglia di Dio”,
dove ogni povero si senta “a casa”.
In tema di accoglienza, il poster realizzato dai due
organismi pastorali propone un’immagine eloquente.
Nel 1994 in Ruanda il genocidio provocò un milione
di morti e tre milioni di profughi. Nel decimo
anniversario di quella tragedia, dal piccolo paese
africano arriva una foto che sa di ripresa, di
speranza, di vita, di colore. L’accoglienza del
bambino da parte della sua mamma, in un quotidiano
fatto di gesti qualunque, dentro una comunità di cui si intravedono sullo
sfondo alcune persone, diventa segno di riconoscimento dell’Avvento
del Salvatore, nonostante il male sembri sempre vincente. Accogliamo
questo bambino, Dio-con-noi, e impariamo ad accoglierci tra noi.
Nell’opuscolo ogni giorno alcune famiglie che hanno scelto
l’accoglienza come stile di vita, propongono brevi riflessioni,
proponimenti e preghiere scaturite da un quotidiano composto
da mille fatti, mille gesti, dolori e gioie piccoli e grandi. Dall’opuscolo
derivano proposte e suggerimenti per una vita solidale e comunitaria.
“Chiamati per nome” è invece il titolo dell’album per i bambini.
Emanuele è un bimbo che scopre il significato del suo nome e di
quello di tanti amici. Per questo si mette in viaggio seguendo una
stella: un percorso interattivo in cinque tappe, in cui ogni bambino
può portare il proprio contributo di idee e sentimenti. Rivolto in
particolare a gruppi e classi di bambini in età di scuola elementare,
può anche essere utilizzato in famiglia.
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OT TOBRE 2004
televisiva tendono a illustrare solo a
intermittenza. I primi tre numeri della
collana sono stati dedicati a Repubblica
Democratica del Congo e Grandi Laghi,
Kashmir e Cecenia, seguiranno volumi
dedicati a Afghanistan, Arabia Saudita,
Argentina, Balcani, Brasile, Cina, Cuba,
Egitto, Germania, India, IndonesiaFilippine, Iran, Iraq, Irlanda, Israele,
Kashmir, Libia, Maghreb, Paesi Baschi,
Pakistan, Palestina, Polonia, Russia
Siria-Libano-Giordania, Spagna,
Sudafrica, Sudan, Turchia e Usa.
CINEMA
Ragazzi a Santiago,
amicizie e scontri
nel Cile del “golpe”
Cile, 1973. Gonzalo Infante e Pedro
Machuca sono due undicenni che
vivono a Santiago. Un invisibile muro
li divide, un muro che alcune persone,
prese dal fervore rivoluzionario
dell’epoca, vorrebbero abbattere.
Padre McEnroe, preside della scuola
parrocchiale, è un attivo idealista, che
tenta di favorire l’integrazione tra i due
mondi contrapposti. Così Pedro viene a
trovarsi nella stessa classe di Gonzalo.
L’amicizia che
nasce tra loro
sarà piena
di sorprese
e scoperte.
Ma presto
insorgeranno difficoltà causate dalle
differenze culturali e sociali e dagli
scontri politici che sconvolgono
la società cilena che si prepara al golpe
Pinochet: le loro vite si divideranno.
Diretto dal regista cileno Andres Wood,
Machuca ha partecipato con successo
a una delle rassegne di Cannes 2004:
un delicato affresco delle contraddizioni
sociali e umane in cui è maturata
una tragica stagione politica.
di Bruno Pizzul giornalista e telecronista Rai
L’AUTISTA TARGATO RABAT
E UN FIGLIO PERSO IN BRUTTI GIRI
i presentò un mattino nel piccolo bar sotto casa mia, a Milano. Un paio di fieri
baffoni, il sorriso contagioso, la palandrana color cachi, uno sdrucito berretto
da autista. Nordafricano, eccone un altro, decidemmo un po’ infastiditi noi
abituali e un po’ assonnati consumatori del cappuccio mattutino. Solo che ci prese
in contropiede, presentando verbalmente, in un più che decoroso italiano, le sue
credenziali: era il guidatore della corriera di linea Rabat-Milano, mica scherzi.
Inutile dire che salì immediatamente nella nostra considerazione: uno capace di
fare su e giù un viaggio così lungo e, supponevamo, avventuroso meritava la nostra
attenzione. Si chiamava Mustafà e, conscio di averci impressionato, ci raccontò
con qualche inevitabile ricamo le peripezie vissute nei percorsi, magnificò le sue
doti di meccanico, indispensabili per rimettere in sesto il suo scassatissimo
veicolo, garantì di trasportare solo gente in regola, nessun clandestino a bordo.
Anche perché i viaggiatori paganti erano perlopiù marocchini già residenti in Italia
e che tornavano a far visita ai parenti nel paese d’origine.
Era un buon narratore, e quando capì di averci in mano cominciò a cavar fuori dalle
capaci tasche del pastrano un vasto assortimento di accendini, nacchere e ventagli
spagnoli, scatolette di fois gras francese, freschissimo basilico ligure garantito. A suo
dire, tutta roba acquistata durante il viaggio verso l’Italia e destinata proprio a noi,
suoi nuovi amici. In quel primo contatto, per la verità, non fece grandi affari, ma
aveva costituito una testa di ponte per le successive puntate, con cadenza più o
meno quindicinale. E noi ci abituammo alla sua presenza, ogni volta ci
raccontava qualcosa di nuovo, tentava di venderci la sua mercanzia, così,
giusto per arrotondare, prese a parlarci della sua famiglia, giù in Marocco,
Guidava la corriera
dura tirare avanti, due figli ormai cresciuti che sognava di portare in Italia,
dal Marocco a Milano.
per un avvenire migliore.
Vendeva nacchere
Dopo un po’, infatti, arrivò raggiante assieme al primogenito, un bel
spagnole e basilico
ragazzone col sorriso del padre. Gli aveva trovato un posto come sguattero
in un ristorante della zona, Alì si adattò molto bene, quando arrivava il
ligure. Portò in Italia
genitore, orgogliosissimo, era festa anche per noi. Qualche mese dopo
i suoi ragazzi, trovando
Mustafà portò con sé l’altro figlio, Aleph. Aveva scovato anche per lui una
loro un lavoro. Finché
sistemazione, sperava tanto, ma ci raccomandò di tenerlo d’occhio, era un
il più giovane cominciò
tipo un po’ vivace, una testa calda. Preoccupazioni purtroppo fondate: ben
a scantonare. Così
presto Aleph cominciò a scantonare, lasciò il posto di lavoro, non si faceva
abbiamo perso un amico
più vedere, nemmeno dal fratello. Praticamente scomparso, inghiottito in
qualche brutto giro.
Mustafà tornò ancora un paio di volte, sempre più avvilito, perso il sorriso,
gli occhi tristi quasi a rimproverarci di non avere aiutato abbastanza il figlio ribelle.
Poi non si fece più vedere e se ne andò dal quartiere anche il figlio buono, provava
vergogna per il fratello. Invano, abbiamo cercato di ritrovare Mustafà e Alì, ma
avevano preferito uscire dalla nostra vita. Lasciandoci con un senso di rimorso,
di colpa: fossimo stati più vicini ad Aleph, lo avessimo indirizzato nei posti giusti,
forse avremmo potuto salvarlo. E avremmo conservato l’amicizia e la stima
di un padre e di un fratello che tanto avevamo apprezzato.
S
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Sezione manifesti annuncio stampa
TERZO CLASSIFICATO EX AEQUO
Serena Coppola
Centro studi Ilas - Napoli
www.creativisinasce.it
Terza edizione
Premiazione
a Salerno
il 3 giugno 2004
I lettori, utilizzando il c.c.p. allegato e specificandolo nella causale, possono contribuire ai costi di realizzazione,
stampa e spedizione di Italia Caritas, come pure a progetti e interventi di solidarietà, con offerte da far pervenire a:
Caritas Italiana - c.c.p. 347013 - viale F. Baldelli, 41 - 00146 Roma - www.caritasitaliana.it
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Numero 8 - Caritas Italiana