Domenica Il tempo che abbiamo quotidianamente a nostra disposizione è elastico: le passioni che sentiamo lo espandono, quelle che ispiriamo lo contraggono; e l’abitudine riempie quello che rimane La DOMENICA 31 DICEMBRE 2006 di MARCEL PROUST All’ombra delle fanciulle in fiore Repubblica Storie altro anno di un Natale, Capodanno, Epifania. Due settimane di festa, consumi laici e riti religiosi, buoni sentimenti e impietosi rendiconti, faccia a faccia con gli anni che scorrono. Quanti modi ci sono per raccontarle? La smagliante decadenza delle capitali d’Occidente, come fa Bernardo Valli; o la festa dell’uomo più potente della Terra e di quello più misero, nei resoconti di Vittorio Zucconi e Paolo Rumiz; l’incrocio della Storia con queste date speciali, nella ricostruzione di Pino Corrias; l’avventura nomade di chi celebra cercando, come Gabriele Romagnoli o Arturo Pérez-Reverte; i dubbi morali e la curiosità rischiosa nei racconti inediti di Truman Capote e Daniele Del Giudice; le immagini e i sapori perduti, rievocati da Edmondo Berselli, Emanuela Audisio, Gianni Mura e Licia Granello; la novità dei regali dell’altro mondo, nei reportage di Federico Rampini e Enrico Franceschini; e il profilo di un protagonista di questo tempo sospeso, Babbo Natale visto da Francesco Merlo. Storie cucite dalle tavole di un grande illustratore, Mauro Evangelista Repubblica Nazionale 44 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 31 DICEMBRE 2006 il reportage Riti urbani L Parigi, Londra, Berlino. In questo scorcio d’anno le tre grandi capitali d’Europa sono accomunate dalle luci celebrative: immensi falò che illuminano una ricchezza mai vista nel passato e che coprono il loro ormai lungo declino. Sotto questa brillante euforia si nascondono, indelebili, le toppe della Storia e metropolie l’allegra BERNARDO VALLI PARIGI M i chiedo se Parigi, Londra, Berlino, le tre metropoli dell’Occidente europeo,sianolestesse in cui ho abitato o soggiornato decenni fa. Va da sé che non ci sia più la Parigi romantica e fuligginosa della Quarta Repubblica pregollista. Non c’è più, ma, con la vistosa eccezione della Torre di Montparnasse, il centro della Parigi d’oggi ha conservato l’originale impronta orizzontale. I grattacieli sono spuntati ai margini della città, in quartieri confinanti con la periferia, o nelle periferie comprese nella Grande Couronne, ossia nella Grande Parigi, le cui estremità sconfinano nella regione Ilede-France. Il cuore della capitale, quindi il cuore della Francia, ha finora respinto con successo, malgrado le tentazioni, l’assedio dell’edilizia verticale. La resistenza urbanistica sulle sponde storiche della Senna può essere usata come metafora. Essa rivelerebbe il caparbio orgoglio di una nazione, sempre illustre ma assai meno potente e influente, che continua a ritenersi depositaria di «una civiltà universale»: e che quindi si considera la naturale antagonista della superpotenza usurpatrice, che vanta un’identica ambizione e le ha rubato la ribalta. L’immutata immagine del cuore di Parigi, indomito di fronte all’arrogante dilagare dell’americanismo, sarebbe il simbolo di quell’orgoglio. Mi sembra un’interpretazione appallottolata. L’idea di una Parigi-Asterix, un po’ patetica, non convince. Va registrata e poi, a mio avviso, accantonata. Difendendo la propria immagine Parigi dà semplicemente prova di buon gusto. È un’Europa che difende la propria elegante impronta. È assai più introvabile (della Parigi pregollista) la Londra degli anni Sessanta, in cui vidi governare il conservatore Douglas-Home e poi il laburista Harold Wilson, e in cui imperavano Mary Quant e i Beatles. Anche quella Londra (come Parigi) era fuligginosa, romantica e austera. Per far funzionare il riscaldamento o avere l’acqua calda, negli appartamenti di Chelsea, bisognava mettere una moneta nel contatore del gas; e i gabinetti, in alcune case di Piccadilly, erano sospesi su ballatoi esposti al vento atlantico come la attigua Trafalgar Square. A differenza di Parigi, Londra non ha resistito all’assedio dell’edilizia verticale. Non ci ha neppure provato. Si è allargata e allungata. Ha perduto per questo l’anima e la faccia? Non troppo. Forse un po’ dell’una e dell’altra. Londra suscita vampate di gelosia nella Parigi virtuosa, colta a volte dal dubbio (ingiustificato) che l’incrollabile virtù possa imprigionarla nel ruolo di metropoli immobile, attardata. In quanto a Berlino ce ne è una nuova fiammante, e rincollata, dopo la lunga punitiva divisione postnazista. La capitale della Germania unita ha bisogno della patina che dà nobiltà ai monumenti. Berlino è comunque la metropoli europea più lanciata nel futuro. È naturale: più che conservare il passato, irrimediabilmente perduto, ha dovuto costruire l’avvenire. E per descriverlo e giudicarlo, bisogna aspettare che l’avvenire sia diventato il presente. queste occasioni si crea un’effimera unità europea delle immagini. Che fa dimenticare come le mitiche metropoli del Vecchio continente siano diventate da tempo provincia. È il destino dell’Europa detronizzata. Ma provincia di che cosa? Altre metropoli, poste al centro di imperi in pieno esercizio o in rapida ascesa, hanno sottratto o eguagliato il loro primato. New York, naturalmente, da un pezzo; e adesso, per fare un vistoso esempio, Shanghai. Ma il nostro discorso rifugge da paragoni tanto lontani e ambiziosi. È una semplice lettura. È lo sguardo di un lettore che associa il declino storico delle capitali europee a quello del grande romanzo nato in Europa. I tempi coincidono. Si tratta di una decadenza insolita. È opulenta, ricca, smagliante. Neppure la scomparsa del grande romanzo europeo lascia vuote le vetrine dei librai: al contrario esse non sono mai state tanto affollate di romanzi. Invece delle rovine, dei panorami desolati, dei centri urbani trasandati, immersi nell’oscurità, che dovrebbero accompagnare il declino, Londra, Berlino, Parigi si presentano nel XXI secolo in grande forma. Ho rovesciato l’ordine, ho messo Londra in testa, perché la capitale britannica non ha più un impero ma ha conquistato ed esibisce una ricchezza e una vitalità che, aggiunte al suo naturale aspetto, strano, fantastico, sorprendente (prendo i tre aggettivi da Guido Piovene, visitatore dei primissimi anni Settanta), creano una mi- scela non certo banale. Non a caso Londra esercita oggi una fortissima attrazione sulla vicina Parigi, ormai ad appena due ore e mezzo di treno grazie al tunnel sotto la Manica. Una prossimità di cui approfittano decine di migliaia di giovani parigini attirati dal “fun” londinese e altrettanti uomini d’affari francesi interessati dal dinamismo economico britannico. Ed è significativo che in senso inverso attraversino La Manica vecchi inglesi, pensionati, in cerca del clima mite della Vandea, del Gers, dell’Ardèche, della Loira, del Vaucluse, e di case a buon mercato che nella provincia francese non mancano. Si dice che vi siano più di duecentomila francesi a Londra e novemila inglesi a Parigi. Nella lunga storia comune le due capitali si sono amate e detestate, sono passate dalle guerre aperte alle intese cordiali, ma non si sono mai disprezzate. Il fair play non à mai venuto meno. L’attuale fascino londinese, al quale i francesi sono tanto sensibili, ricorda quello esercitato sul Secondo Impero, quando Napoleone Terzo ordinava al barone Haussmann di rinnovare Parigi prendendo come modello Londra. Penso che Amerigo, il principe romano di Henry James (in La Coppa d’oro), si aggirerebbe per Piccadilly ancora oggi, dopo più di un secolo, convinto di essere nella capitale ideale. Anche se nel frattempo l’aureola imperiale, che affascinava il frustrato nobile italiano, si è dissolta. * * * Quel che unisce le tre grandi capitali in questo scorcio d’anno sono le illuminazioni festive, i cui bagliori osservati da lontano, e dall’alto, nel buio precoce dell’inverno, quando infuria ancora la società motorizzata, fanno pensare a città in preda a inarrestabili incendi. Gli immensi falò ardono in boulevard Haussmann e sugli Champs-Elysées fino all’Arco di Trionfo, come in Regent Street e a Knightsbridge attorno a Harrods, e sulla Kudamm e la Unter den Linden fin sotto la Porta di Brandeburgo. È un’allegra catastrofe che festeggia una ricchezza senza eguali nel passato e che copre l’ormai lungo declino. Assomiglia a una ubriacatura che serve a dimenticare. Sotto la luminosa euforia ci sono, indelebili, le toppe della Storia. Le grandi ricorrenze, in cui si riversano il calore della tradizione e la frenesia del consumismo, sono in Europa celebrazioni che si svolgono nel quadro della famiglia, della casa, del quartiere. I quali sono luoghi fissi della memoria come quelli della Storia nazionale o universale. In Oggi le tre città-mito sono riservate ai benestanti: è troppo caro viverci. Dickens non riconoscerebbe la Londra popolare dei suoi racconti; Doeblin avrebbe le stesse difficoltà con Berlino; Hugo non troverebbe più Gavroche da mandare sulle barricate Repubblica Nazionale DOMENICA 31 DICEMBRE 2006 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 45 catastrofe delle feste Londra resta uno dei maggiori centri finanziari del mondo, e la metropoli più ambita da emigranti provenienti da tutti i continenti. È sull’onda di questi successi che le è stato assegnato il compito di ospitare e organizzare le Olimpiadi del 2012. Anche Parigi ci contava e ancora soffre per essere stata scartata. Londra è allo zenit della sua gloria economica, ma politicamente appare spesso come una provincia di Washington. Sulla carta il destino di Berlino è promettente. La sua posizione geopolitica è invidiabile: la fine del comunismo e l’allargamento dell’Unione europea a est l’hanno collocata al centro del Continente. Il posto le compete anche come capitale della principale potenza indu- striale d’Europa. E tuttavia la metropoli tedesca non esercita ancora quell’influenza che ci si aspettava e ci si aspetta. * * * Louis-Sébastien Mercier, ottimo giornalista e mediocre scrittore, pubblica nel 1771 un libro stravagante, L’anno 2440, sogno se mai ve ne fu, in cui sono messe a confronto due immagini di Parigi: quella contemporanea, non lontana dalla Rivoluzione, e quella del futuro che un sogno disegna luminosa e cattivante, ma che ci sembra, come spesso accade alle utopie, tanto saggia quanto noiosa. Nell’immaginare la Parigi di settecento anni dopo Mercier si ispira ai «lumi» e alla «philosophie» di cui è uno zelante seguace. La vede una capitale che, risolti tutti i problemi, realizzate le riforme vagheggiate dall’illuminismo progressista, fiducioso nell’avanzamento delle scienze e dell’uomo, offre infine uno spettacolo di armonia e di misura. In quel bagno utopistico le strade sono pulite e di sera illuminate, le biblioteche purgate da tutti i libri inutili, le locande abolite perché i ricchi forniscono gratuitamente buoni cibi e alloggi confortevoli, i tetti non più rabberciati sono terrazze fiorite, la giustizia non punisce, è paternalistica, e i criminali vanno al patibolo contenti di espiare. E così via. La troppa probità si accompagna al tedio. Anche il teatro, ad esempio, è rinsavito, e riservato a personaggi positivi. Corneille e Racine sono riveduti e corretti. Mercier può sbizzarrirsi perché tanto la sua Parigi perfetta è lontana sette secoli, e gli serve per contrapporle le miserie della Parigi settecentesca in cui vive. Queste miserie le descrive con la rigorosa pedanteria del moralista, ma anche con la precisione del buon cronista (Diderot e Grimm lo definivano un «infaticabile grattacarte») nei dodici volumi della sua opera successiva: Tableau de Paris. Nella Parigi che Mercier ha sotto gli occhi i pedoni sono schiacciati da un fiume di carri e carrozze; vi prevalgono i quartieri fetidi dove migliaia di uomini respirano un’aria avve- lenata; i miserabili vi muoiono senza cure; gli artigiani scaricano i resti delle loro botteghe nella Senna, sulla quale già galleggiano le immondizie dell’intera città; dopo il lavoro la gente del popolo si rifugia in bevande detestabili; nelle strade non illuminate si incontrano prostitute che con grinta militaresca offrono piaceri rudimentali e insapori... Il poligrafo Mercier guarda Parigi come un «mostro»; non il mostro favoloso alla maniera di Balzac e di Baudelaire; ma il mostro spaventoso per le sue realtà e contrasti. Siamo ben lontani dallo splendido «mito» di Parigi raccontato da Giovanni Macchia. * * * Oggi Parigi, Londra, Berlino non sono neppure a mezza strada, stando all’ordine cronologico, tra la metropoli reale di fine Settecento e la metropoli utopistica del 2440, descritte da Mercier. A che punto è la loro immagine? Tralascio i mutamenti dovuti ai progressi della scienza, della tecnica e all’evoluzione della società, anche sul piano politico, che sono sotto gli occhi di tutti. E mi soffermo su un aspetto che Mercier non poteva prevedere. Le tre metropoli sono sempre più riservate ai cittadini benestanti. È troppo caro viverci. Bisogna persino pagare un pedaggio per entrare in automobile nel centro di Londra. E ci vuole un reddito alto per abitare nei quartieri sul Tamigi dove un tempo era prudente non inoltrarsi dopo il tramonto. Dickens non riconoscerebbe più nella Londra d’oggi quella popolare dei suoi romanzi. Doeblin avrebbe la stessa difficoltà nella sua berlinese Alexanderplatz. Victor Hugo non troverebbe più Gavroche da mandare sulle barricate. Parigi si è sproletarizzata. Zola sarebbe smarrito. Céline ritroverebbe la sua periferia, ma abitata da un mosaico di comunità, per lo più africane. Alla mattina fiumi di uomini e donne si riversano nei centri delle metropoli, e la sera ritornano nelle periferie o nelle città satelliti. Restano in alcuni quartieri gli immigrati addetti ai servizi. Spesso sono diventati cittadini con tutti i diritti formali, ma soggetti a innumerevoli discriminazioni. Sono i servitori delle metropoli in cui gli abitanti privilegiati votano per sindaci progressisti. A Londra come a Parigi e a Berlino. * * * Patrick Modiano, passeggiatore sonnambulo, è uno scrittore che riesce ancora a fare di Parigi la protagonista dei suoi romanzi Una Parigi opaca, angosciata, lo sguardo rivolto al passato, dove la toponomastica dà il ritmo e crea l’atmosfera Topografo meticoloso e passeggiatore sonnambulo, Patrick Modiano è uno degli ultimi moicani: è uno scrittore che fa ancora della sua città, Parigi, la protagonista dei suoi romanzi. Una Parigi un po’ opaca, angosciata, con lo sguardo rivolto al passato, uno sguardo che non si alza per ammirare la Torre di Montpartnasse o i grattacieli della Defense. Modiano è uno dei pochi parigini in grado di capirmi quando indico i marciapiedi ben lastricati come il principale motivo per cui vale la pena di vivere (nel mio caso da più di trent’anni) nella sua metropoli. Nella Parigi che è la sua passione. Una passione doppia: perché è sofferenza e attrazione. Da decenni la percorre portando sulle spalle la croce di un passato che non è neppure il suo, che è precedente alla sua nascita. Tutti i libri di Modiano sono lunghi itinerari parigini. La sua letteratura (magnetica, secondo un critico letterario) è anche il frutto di interminabili passeggiate, credo notturne. Egli parte dai boulevards periferici: va da Place de L’Etoile a Denfert-Rochereau in Chien de printemps; percorre l’Avenue des Ternes in Une Jeunesse, Boulevard Soult in Voyage de Noces, l’Avenue Paul-Doumer in De si braves garçons; attraversa le Tuileries in Quartier Perdu; passa da Pigalle in Vestiaire de l’enfance; si ferma sul Quai Conti in Un cirque qui passe. In Pedigree, l’ultimo romanzo, c’è la drammatica sintesi di quelle camminate sui marciapiedi di Parigi popolati di fantasmi usciti dalle rovine del ‘45, dalla Francia occupata dai nazisti, ai quali Modiano dà la caccia da decenni. La toponomastica ritma le pagine di Modiano. Crea l’atmosfera. I nomi dei quartieri, i numeri degli arrondissements precisano la condizione sociale, sollecitano un ricordo storico, evocano la trama di un classico della letteratura. Attraversando la città, camminando sui marciapiedi larghi, lastricati con blocchi squadrati di pietra da taglio, o tappezzati con asfalto duro ma elastico, entri nel mito di Parigi, di Londra, di Berlino. Grazie a loro la metropoli diventa il grande romanzo che non c’è più. Repubblica Nazionale 46 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 31 DICEMBRE 2006 Il racconto Primi e ultimi VITTORIO ZUCCONI E WASHINGTON rala notte della pace sulla Terra, nella Casa Bianca del 1978. Appena quattro mesi prima Jimmy Carter aveva strappato il miracolo dell’abbraccio fra Begin e Sadat, tra Egitto e Israele, e nella Sala blu al pianterreno, le 550 lucine dell’albero decorato personalmente da Rosalynn Carter gettavano chiazze di luce allegre persino sul ritratto arcigno di Benjamin Harrison, il primo Presidente che avesse fatto l’albero di Natale dentro la Casa Bianca, nel 1889. Al piano superiore l’orchestrina dei Marines in alta uniforme eseguiva con marziale puntigliosità le lagne di stagione per gli ospiti a cena. Sarebbe stato il perfetto presepe di un “Power Christmas”, di un Natale dei potenti con ministri, consiglieri, dame ben infrollite della high society e finanzieri, se non fosse stato per un dettaglio. Mancava proprio l’uomo più potente del mondo. Gli ospiti guardavano nervosi Rosalynn che sorrideva rassicurante e alludeva a un «leggero incidente» occorso al marito mentre saliva la scalinata. Che cosa fosse stato il «leggero incidente», lo rivelò inopinatamente poche ore dopo il presidente egiziano Anwar Sadat, spiegando al mondo che «il caro Presidente americano, amico della pace e della nazione egiziana, è stato colpito da un attacco di emorroidi, dal quale preghiamo il Misericordioso affinché si risollevi presto». Il pensiero, la premura, la preghiera erano bene intenzionati, ma il Natale della pace passò per sempre alla storia come il «Natale delle emorroidi». Un fatto che lo stesso Carter ammise poi nelle proprie memorie aggiungendo che gli estintori farmacologici avevano risolto la crisi in ospedale e gli avevano permesso di tornare alla Casa Bianca il giorno dopo, il 25 dicembre, per festeggiare con Rosalynn e la figlia Amy. «Fu il più bel regalo natalizio che avessi mai ricevuto», scriverà con humour freddo. Carter era un uomo sfortunato. Ma anche senza umilianti varici, le feste comandate di fine anno alla Casa Bianca non sono mai un divertimento, soprattutto per le generalesse, le first lady. Dietro quelle foto ufficiali di elegantissime signore (esclusa Eleanor Roosevelt, che appare sempre vestita come una suffragetta appena tornata da una manifestazione), di presidenti gioviali e di frotte di marmocchi propri o presi in prestito, le “Holidays at the White House” sono un’operazione paramilitare che comincia molto prima che gli spot aggrediscano i nostri televisori con zampogne, palline e offerte speciali. Per Jacqueline Kennedy, che considerava ogni evento pubblico come una prima alla Scala, la scelta dell’abito per Natale e del menù per San Silvestro (zuppa vichyssoise obbligatoria, per dare quel tocco francese come il suo cognome Bouvier) cominciava in luglio, anche se il destino volle che lei trascorresse appena due Natali in quella casa maledetta, quello del 1961 e del 1962. Per l’inquilina di oggi, la signora Laura Bush, la decisione sull’architettura della immancabile gingerbread house, la casa di pan di zenzero decorata con la neve di zucchero glassato, è cominciata quest’anno addirittura in giugno e la compilazione della lista degli ospiti ai dodici party natalizi l’ha tenuta occupata da agosto. Avere quindicimila persone in due settimane a casa propria, con un solo ospite fisso, l’ufficiale con la valigetta dei codici nucleari incatenata al polso, non è il paradigma della tenerezza famigliare che il Natale vorrebbe. Soltanto Ronald Reagan, accanto alla sua Nancy drappeggiata negli abiti d’occasione (sempre rossi, anche lei come Jackie) tagliati in esclusiva da Oscar de la Renta e da Alphonse di Beverly Hills, riusciva a fingere di divertirsi, sguainando il sorriso da provino hollywoodiano. Mentre Richard Nixon si faceva ritrarre accanto alla moglie e alle due figlie Tricia e Julie, sempre con l’aria di chi avrebbe preferito un attacco di emorroidi a quei quadretti famigliari forzati. John Kennedy teneva ostinatamente le mani sprofondate nelle tasche della giacca, di fronte all’abete di tre metri e mezzo che la First Lady aveva decorato nel 1962 con nastrini e ritagli di carta inviati da bambini orfani, appendendoli personalmente, come Reagan fingeva di fare facendosi fotografare in maglioni western a motivi equestri, come se un presidente avesse tempo di appendere cinquecento pendaglini all’albero. Ma il dovere è dovere e una prima famiglia alla Casa Bianca è «sempre in servizio, anche quando va a fare pipì», come diceva Lyndon Johnson, in verità usando un’espressione più pungente. «Non siamo qui per divertirci», rimproverava Nixon ai giovani assistenti che si presentavano il 31 dicembre con fez di cartone, coriandoli e trombette di carta, nella speranza che almeno la ricorrenza lo addolcisse. Da quando la celebrazione della convenzionale Natività di Gesù è divenuta uno show obbligatorio, ogni anno si complica e si fa I La slitta di Caroline e John John, i vestiti rossi di Nancy Reagan, le emorroidi di Jimmy Carter. Breve storia delle feste comandate di fine anno nella White House, la gabbia dorata dell’Aquila americana l brindisidel potere nella CasaGelida più difficile, pattinando sul ghiaccio sottile della political correctness e della separazione fra Stato e Chiesa. Bandito da tempo il Buon Natale, troppo cristiano, abbandonato anche il più generico Happy Holidays, perché holiday significa comunque “santo giorno”, anche i più fieri crociati come Bush devono ricorrere al pirandelliano Season Greetings, “auguri di stagione”, e che ciascuno li legga come gli pare. Non ci sono presepi, di conseguenza, soltanto l’albero nazionale, l’abete-totem che ogni presidente deve accendere sullo spiazzo pubblico oltre il giardino, da quando lo fece Franklyn Delano Roosevelt nel 1941 per sollevare il morale di una nazione che poche settimane prima aveva ricevuto la tremenda mazzata di Pearl Harbor. Soltanto i bambini, naturalmente, riescono a salvare le sante o laiche feste del Signore americano. Erano loro, John John e Caroline, che davano al Natale dei Ken- “Non siamo qui per divertirci” Così Nixon rimproverava i giovani assistenti che il 31 dicembre si presentavano con fez di cartone e trombette nedy, fin troppo chic e in posa, quel tocco di spontaneità e di tenerezza domestica che fa, appunto, Natale. La mistica kennedyana esplodeva in pieno grazie a loro, quando a John John e a Caroline Babbo Natale portò in regalo una slitta e complice il tempo, che trasformò il giardino della Casa Bianca in una sequenza da Zivago, i due bambini si divertirono a farsi trascinare sulla neve dal cavallo della madre, Macaroni. Il Natale successivo lo avrebbero trascorso da orfani, mentre il successore del papà, Lyndon Johnson, spediva auguri natalizi listati di nero, primi e unici nella storia americana, per ostentare il proprio pubblico lutto. Per salvarsi, per ritagliarsi una brace di calore famigliare, si deve scappare da quella Casa Gelida. Truman tornava a Kansas City, da dove era partito come commesso di abbigliamento, e riuniva in albergo i vecchi amici cantando ballate accompagnato dalla moglie al pianofor- te. I Clinton volavano a Camp David, nel rifugio alpino dell’aquila americana, in Maryland. Carter correva a Plains, la sua Betlemme in Georgia, per gustare la torta di zucca e noccioline preparata dalla mamma Lilian. Kennedy tornava naturalmente nel tempio di famiglia a Hyannisport. Bush si nasconde nel ranch texano di Crawford, dal quale finge di spedire i biglietti di auguri che portano tutti il timbro dell’ufficio postale del paese. Quest’anno si porterà dietro da Washington il magone dell’Iraq e di questa misteriosa «nuova strategia per la vittoria» che ci rivelerà in gennaio. Laura ha convinto anche le figlie, le gemelle, a esserci quest’anno perché papà è un po’ scosso dalla brutta vicenda politica e militare e ha bisogno di calore prima di tornare nel gelo della capitale, dove ormai risiede da estraneo. Probabilmente preferirebbe un Capodanno con le emorroidi, piuttosto che con l’Iraq. Repubblica Nazionale DOMENICA 31 DICEMBRE 2006 PAOLO RUMIZ M PIRANO (Slovenia) ilan è un “sans papier” fortunato. Per Natale ha avuto un tetto, dopo dodici anni di vita nei cartoni. Una stanza di due metri per tre, in fondo a un corridoio gelido, col cesso intasato, ma pur sempre una stanza. Di pomeriggio, quando tira la bora, può ficcarsi sotto una montagna di coperte e dormicchiare fino al mattino dopo, accanto a una radiolina. L’inverno è una brutta bestia; per venirne fuori sta diciotto ore a letto, ogni giorno, feste comprese. Per lui Natale e Capodanno sono giorni come gli altri; anzi, peggio degli altri. Le feste — si sa — fanno bene a chi sta bene, male a chi sta male. E Milan Makuc — celibe, anni 59, ex cameriere di bordo — sta peggio che male. Ha un cancro in bocca che gli sfigura il volto come una maschera greca e fa di lui l’icona terribile dell’insulto che ha subito. Nessuno gli crede quando racconta la sua storia. Milan non è un relitto della guerra jugoslava. Non è un bosniaco o un kosovaro in terra straniera. È uno sloveno, cancellato dall’anagrafe per aver dimenticato — nel 1992 — di re-iscriversi alla propria nazionalità dopo l’indipendenza del Paese. Per questa svista gli hanno tolto tutto: appartamento, lavoro, passaporto, diritti civili, pensione, assistenza malattie. Quindici anni fa, prima che una burocrazia fascista lo trasformasse in barbone, Milan era uno sti- LA DOMENICA DI REPUBBLICA 47 U Le amare festività del “sans papier” Milan, che - come altri diciottomila sloveni - ha perso la cittadinanza per un cavillo amministrativo all’indomani dell’indipendenza. E da allora sopravvive allo sbando, escluso da ogni diritto na patriadi cartone al ventodella Storia mato cittadino di Pirano. Oggi è un clandestino in patria. Per anni ha dormito sulle panchine del suo quartiere e ha vissuto della carità dei vicini. E per anni non ha trovato medici che lo curassero, finché il cancro è diventato un cavolfiore. Sulla riviera della piccola Montecarlo slovena ragazze alte ancheggiano col rosso cappello di Babbo Gelo, la Slovenia gongola perché da domani, primo gennaio, diventa Europa anche come moneta. Milan non ci fa caso. Arranca verso quella che è stata la sua casa, in via dei Combattenti, poco oltre lo yacht club. Oggi ci abita un’altra famigliola, al caldo, col suo albero di natale. Racconta: «È successo nel ‘94. Tornando a casa, ho visto due auto della polizia. Mi stavano svuotando l’appartamento. Buttavano tutto nei bottini delle immondizie. Anche i documenti. Volevo gridare, invece ho pianto. Mi sono nascosto, per la ver- gogna. Ho vagato per giorni, dormivo sulle panchine, temevo di essere arrestato per qualcosa. Ma non capivo che cosa». Gli avevano già tagliato la luce, portato via il lavoro e l’assicurazione malattie, ma fino a quello sfratto coram populo lui aveva ostinatamente pensato a uno sbaglio. Sapeva che, causa i suoi viaggi per mare, non aveva fatto a tempo a spedire quella fottuta domanda di cittadinanza, ma era certo che tutto si sarebbe chiarito. «Ero sempre vissuto qui, i miei genitori erano sloveni, avevo votato l’indipendenza del mio Paese, avevo anche combattuto contro l’Armata federale jugoslava. Ero stato studente modello e avevo lavorato per il mio Paese». Ma Makuc sottovalutava una “macchia” nel pedigree. Era nato in Istria meridionale, cioè Croazia, perché ai tempi di Tito suo padre c’era andato come minatore per qualche anno. Non sospettava, Milan, che solo per questo il suo nome fosse stato segretamente cancellato dall’elenco dei residenti permanenti, in nome del Dio Nazione. Andiamo in un bar tremolante di lumini natalizi. Fuori, l’Adriatico è striato di schiume. Per Milan non è più tempo di panettoni. Da quando ha il cancro, non riesce a mangiare niente di solido. Deglutisce a fatica un tè alle erbe e continua, ansimando, il suo racconto. Ecco: a un tratto si rende conto di non esistere, di essere un “desaparecido”. Non ha più passaporto, può essere espulso in ogni momento. Smette di protestare, in Comune gli hanno detto che è finita. Racconta ad altri la sua storia, ma nessuno gli crede. Lui stesso non ci crede. Sopravvive di carità, ma l’amarezza e lo strapazzo gli producono lesioni alle ossa, poi un eczema alla bocca. Non dorme più, si arrovella. Come in un racconto di Kafka, è sicuro di essere vittima di una Niente più casa né lavoro, passaporto, pensione, assistenza malattie Così uno stimato abitante di Pirano, con l’unica “colpa” di essere nato pur sempre in Istria, ma in zona croata, è stato trasformato in un barbone da una burocrazia accecata dall’odio etnico e dal razzismo congiura, perseguitato da un singolo, sadico funzionario. E invece non è così. Nessuno sa che ci sono migliaia di disperati nelle sue condizioni. “Sloveni impuri”, con piccoli “nei” nella “fedina etnica”. E tutti, come lui, convinti di essere uniche vittime di un singolo mostruoso errore. Il signor Makuc lo scopre appena nel ‘99, quando la Corte costituzionale di Lubiana intima al governo di annullare le cancellazioni e di reintegrare i cittadini nei loro diritti, con effetto retroattivo. Il governo fa finta di niente e non legifera. Ma intanto comincia a venire a galla l’abominio. La storia di una pulizia etnica raffinatissima e senza sangue. Quella dei “cancellati”. Si scopre che le persone tolte segretamente dai registri nel ‘92 erano state diciottomila. Rapportate al totale della popolazione, in Italia equivarrebbero a mezzo milione. Poi con gli anni la questione s’è in parte risolta da sé. Oltre diecimila ce l’hanno fatta a mettersi in regola. Altri si sono tolti di mezzo da soli: suicidati o morti di stenti. Altri erano già stati deportati in Croazia e risucchiati senza ritorno dalla guerra. Per i rimasti è l’inferno: vagano per l’Europa come apolidi, o vivono in Slovenia come schiavi, lavorando gratis in cambio di un letto. Altri si nascondono in tuguri, sostenuti dalla carità. La mannaia ha colpito a casaccio, ha spaccato persino le famiglie, dato la cittadinanza a uno solo dei coniugi o a uno solo dei figli. Tutto è così inaudito che nemmeno a Bruxelles ci credono. Dicono: non possono esistere profughi di un paese dove non c’è guerra. Nessuno pensa che la giovane democrazia mitteleuropea possa essersi macchiata di una simile porcheria. Gli sloveni per primi ne sono convinti. Milan s’illude che sia finita, chiede al Comune di riavere i documenti, ma lo cacciano via. A Lubiana il governo non molla. Lo scheletro nell’armadio è troppo grande per essere ammesso. E poiché in troppi hanno coperto l’oscenità, a destra come a sinistra, il parlamento fa un fuoco di sbarramento e parla di montatura, congiura antislovena, nemico interno. L’11 settembre 2001 sposta poteri ancora più discrezionali sulla polizia, che in Slovenia controlla l’anagrafe e quindi può espellere chi vuole. Il Paese sembra una Padania indipendente con la Lega al potere: espulsioni arbitrarie, ronde anti-zingari con fucili, cortei razzisti, esami di lingua agli individui etnicamente sospetti. La Chiesa, impegnata a ricuperare dal governo il patrimonio requisito dai comunisti, tace per opportunismo. E per i “sans papier” la clandestinità continua. Nel bar entra un postino intabarrato, le vetrate tremano nel vento. Milan ha il fiato corto, raccontare lo stanca. Non ha acrimonia, e poi per la prima volta da qualche mese ha cominciato a sperare. Una brava assistente sociale gli ha dato una mano; un medico impegnato nell’assistenza barboni a Lubiana lo ha fatto ricoverare nel miglior centro clinico del Paese. Ora è operato da poche settimane, la sua storia è finita sui giornali, e da Lubiana gli hanno fatto avere il documento di residenza permanente, primo passo verso la regolarizzazione. Per averlo, ha dovuto portare tre persone a testimoniare le sue radici. Cerca di sorridere, ma gli viene una smorfia: «Pensa, tre testimoni — dice in veneto — per mi che conosso qua ogni buseto de graia», per me che conosco ogni angolo di questa campagna. Gli suona il cellulare, sono i compagni di sventura in assemblea a Lubiana, in una fabbrica abbandonata di biciclette. In un capannone hanno messo un albero di Natale, anche per gli ortodossi che celebrano il 6 gennaio. Con loro c’è Ursula Lipovec, una bionda antropologa incinta di nove mesi che, col suo compagno italiano Roberto Pignoni e gli amici del Movimento antirazzista sloveno, ha portato il caso al Parlamento europeo e alla Corte dei diritti umani di Strasburgo. Ora i cancellati sono diventati movimento, hanno un leader che compare in tv. E Milan, con la sua maschera, è diventato il simbolo di una battaglia europea contro l’esclusione. «Ce la faremo» dice, per la prima volta al plurale, quando ci separiamo. E poi, prima di zoppicare via: «Mi telefoni ogni tanto». Repubblica Nazionale 48 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 31 DICEMBRE 2006 la memoria Natali di sangue È un attentato quasi dimenticato, quello del 24 dicembre 1800 Eppure poteva cambiare il corso dei secoli a venire e inaugurò le atrocità del moderno terrorismo di massa: un barile pieno di polvere da sparo, sassi e chiodi esplose nel centro di Parigi al passaggio della carrozza del Primo console Lui si salvò, morirono in ventidue PINO CORRIAS L PARIGI a carrozza di Napoleone Bonaparte passò al galoppo un minuto prima dell’esplosione che avrebbe potuto cambiare il mondo e i secoli a seguire. Parigi si infiammò all’istante, illuminando urla, polvere e morti accatastati. Poi l’aria gelò. Tre congiurati erano in fuga. La notte era in frantumi, ma non la Francia, non Napoleone che entrò indenne e furibondo nella splendore di cristallo del Teatro dell’Opera. Tutti si alzarono per lo spavento e per l’applauso: il Primo console è vivo e questa è la sua notte, la notte di Natale, anno XI dalla Rivoluzione, 24 dicembre 1800. Napoleone è vivo per un colpo di mano del destino e per l’acquavite che ha riscaldato i muscoli del suo cocchiere César Germani, che ha frustato più del solito le due coppie di cavalli lanciandole lungo i giardini delle Tuileries e poi nella strada stretta dell’agguato, rue Saint-Nicaise*, in un frastuono completo di ruote che scheggiano il selciato, fanno vibrare le vetrine dell’orologiaio Lepautre e tutti i passanti imprigionati dal freddo e dalla luce gialla dei lampioni. I congiurati aspettano da ore. Hanno piazzato un barile di polvere nera e chiodi su un carro davanti al Café Apollon, tra il cappellaio Ometz e il parrucchiere Vitry. Uno di loro ha ingaggiato una ragazzina che in rue du Bac vende piccoli pani ai passanti. Si chiama Pensel, ha quattordici anni, indossa una gonna pesante blu e bianca, una casacca di lana grigia. Per dodici soldi deve fare la guardia al cavallo in modo che non si sposti con il carro e con il barile di polvere esplosiva che tra un po’ la ucciderà. Quella di Napoleone è la prima di quattro carrozze. Viaggia con il ministro della guerra Berthier, con il generale Jean Lannes e il colonnello Lauriston, il suo aiutante di campo. Nella seconda carrozza ci sono la moglie, Joséphine de Beauharnais, e la sorella Caroline, incinta all’ottavo mese. Nelle altre viaggia il seguito. Ai lati galoppa la scorta di granatieri. Alle otto di quella sera al Teatro dell’Opera appena La vittima più giovane ha quattordici anni, è una ragazzina di nome Pensel che vende pane per strada in rue du Bac Uno dei terroristi l’ha ingaggiata per badare al cavallo e al carro che nasconde la bomba ribattezzato della Repubblica e delle Arti debutta La Creazione di Haydn. Sul palco centrale, hanno scritto i giornali parigini, siederà Napoleone. Napoleone ha trentuno anni, molti nemici, molto onore, ma non ancora tutto il potere. Ha messo in fuga gli inglesi a Tolone. Ha battuto i piemontesi a Millesimo. Gli austriaci a Marengo. Ha conquistato Milano, Venezia e l’Egitto. Ha sguinzagliato attraverso l’Europa le idee che hanno sbriciolato le mura della Bastiglia, annunciando la fine delle disuguaglianze feudali, dell’intolleranza religiosa e di tutte le tirannie dell’Ancien Régime. Ma in patria è il potere assoluto che cerca e che pretende: ha appena liquidato il Direttorio, coltiva la propria gloria, prepara il trono dell’impero. Così ha raddoppiato i nemici: per aver tradito la Rivoluzione lo vogliono morto i giacobini; e tutte le case regnanti per averla esportata. Il segnale dice che la carrozza è in vista. Il tuono del galoppo lo conferma. L’innesco è acceso. Ma l’umidità della notte lo rallenta: la carrozza corre più veloce della miccia. E quando il barile e i ferri esplodono, la carrozza ha già voltato l’angolo di rue du Faubourg Saint-Honoré. Viene ferito l’ultimo granatiere che chiude la scorta di Napoleone e muore il primo cavallo della carrozza che segue, quella della moglie Joséphine che sviene. In quell’intervallo di spazio, la strage. Muoiono i passanti, i clienti del café, due donne alla finestra, ventidue persone in tutto. E di Pensel, la ragazzina, restano pezzi di carne sulla strada, tra i legni del carro sbriciolato, la testa intera del cavallo e altri cinquantasei feriti. È il sangue del nuovo secolo che proprio la notte di Natale inaugura la parola “terrorismo”. È “la macchina infernale”, come diranno le gazzette disegnando l’esplosione in prima pagina, che dall’ombra versa il sangue innocente, ferisce alle spalle la Francia e adesso chiede vendetta. Napoleone accusa i giacobini. E in particolare un gruppo chiamato Les Exclusifs. Scatena il pallido Fouché, ex seminarista, ex rivoluzionario, amico di Robespierre e adesso di Napoleone, ministro di polizia, re di tutte le spie, re di tutti i tradimenti. «Ci vuole un po’ di sangue», detta il Primo console al Consiglio di Stato. Il Senato ratifica. Fouché esegue. Repubblica Nazionale DOMENICA 31 DICEMBRE 2006 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 49 Il futuro Imperatore dei francesi aveva molti nemici e l’indagine seguì E due strade diametralmente opposte La prima, a fini di propaganda, colpì i giacobini: centotrenta di loro, senza processo, vennero imbarcati per le colonie penali della Guyana e delle Seychelles. La seconda scoprì la verità: i congiurati, nostalgici della monarchia, furono ghigliottinati la notte santa graziò Napoleone L’ILLUSTRATORE Mauro Evangelista, illustratore del numero odierno della Domenica di Repubblica (tutte le illustrazioni sono realizzate a tecnica mista), è nato a Macerata nel 1963. Uno zio pittore lo avvicina all’arte fin da bambino. Poi, dopo il diploma artistico, si trasferisce a Venezia per frequentare l’Accademia. Qui avviene un incontro “fondamentale” per la sua formazione: le lezioni di Emilio Vedova, “uno shock per potenza e libertà del segno”. Di ritorno a Macerata, attraverso l’opera di Stephan Zavrel, inizia a guardare l’illustrazione con occhio professionale. Gli interessa ricreare la stessa “magia da favola” che lo incantava da bambino. Dopo una parentesi nella pubblicità, decide così di dedicarsi ai libri per ragazzi. Le pubblicazioni si susseguono numerose, in Italia (tra gli altri, per Gallucci e Fabbri) e all’estero (Grimm Press, Dorling Kindersley, Penguin, etc.). Evangelista è anche direttore artistico di “Libriamoci”, progetto didattico e mostra di illustrazione per ragazzi di Macerata, città in cui vive e lavora. La ghigliottina torna in piazza. Tornano in piazza i plotoni. I suoi uomini imprigionano centotrenta giacobini sospetti. E senza processo li imbarcano verso le colonie penali della Guyana e delle Seychelles da cui non torneranno mai più. Ma quel che risarcisce Napoleone non accontenta Fouché, il quale incarica il suo migliore investigatore, il prefetto Dubois, di cercare la luce nel buio, seguire gli indizi della verità e non gli inganni della propaganda. Si riparte dalla rue Saint-Nicaise, dai resti del carro e dalla testa del cavallo aggiogato. Un tale Lamballe, mercante di grano, dichiara di aver venduto per duecento franchi proprio quel carro e quel cavallo a un ambulante che diceva di commerciare zucchero. Non lo aveva mai visto prima, ma ricorda il mantello, ricorda l’accento bretone, il corpo tozzo e specialmente la faccia, con la barba nera e una grossa cicatrice che gli spacca il sopracciglio. Venticinque giorni dopo l’attentato, il 18 gennaio, il fantasma ha i ferri ai polsi. Si chiama Jean Carbon, detto Petit François. Lo arrestano dentro alle mura del convento di Notre-Dame des Champs, dove si era rifugiato. Ma non è affatto un giacobino. È un fervente monarchico che sogna Luigi XVIII sul trono e l’usurpatore còrso nella polvere. Lo interrogano con il fuoco e le tenaglie. Gli estraggono tutti e sette i nomi della congiura e abbastanza sangue da maledire la vita. Due nobili stanno in cima al complotto: Pierre Robinault de Saint-Réjant, ex ufficiale della Marina reale, e Joseph-Pierre Picot de Limoëlan, veterano della guerra di Vandea. Hanno ricevuto ventimila sterline dagli inglesi e istruzioni da Georges Caudoudal, monarchico, che i servizi segreti britannici hanno riportato clandestinamente in Francia per uccidere Napoleone. I congiurati hanno impiegato due mesi a perfezionare il piano, scartando il veleno o il pugnale, come gli odiati giacobini — lo scultore italiano Arena, i rivoluzionari TopinoLebrun e Demerville — arrestati e adesso pronti per la ghigliottina, avevano tentato cinque mesi prima. Hanno scelto di usare la polvere da sparo, ma in forma di bomba, riempiendo un intero barile, aggiungendo i chiodi e i sassi per renderla micidiale e poi sigillarla con dieci grossi anelli di L’uomo che l’ha ingaggiata per dodici soldi è un nobile: Joseph-Pierre Picot de Limoëlan Riuscirà a imbarcarsi clandestinamente per l’America ma finirà per farsi frate, tormentato dal ricordo della piccola Pensel Buone feste e buona lettura Variazioni selvagge Hélène Grimaud Traduzione di Patrizia Farese Collana «Varianti», 2006 pp. 169, euro 18,00 Una pianista bella, talentuosa e di fama mondiale incontra il mondo selvaggio e misterioso dei lupi e se ne innamora. Sembra una favola di Natale ma è una storia vera, già best seller in Francia e Germania, che vi appassionerà. ferro. La certezza di uccidere uomini e donne innocenti neanche li sfiora. Anticipano il peggio dei secoli a venire inaugurando l’attentato di massa. Napoleone è il male assoluto. E la ferocia è il suo rimedio. Dirà Saint-Réjant al processo: «La polvere e la miccia non erano buone quanto avrebbero dovuto. Lo sbaglio è lì. Non nel complotto. E neppure nel piano». È lui con Carbon che quel pomeriggio del 24 dicembre indossa la blusa dei carrettieri e parcheggia il carro a metà della strada. È Limoëlan che intorno alle sette di sera ingaggia la più innocua tra la folla degli ambulanti, Pensel, la ragazzina, con i suoi pani in vendita. Deve solo tenere a bada il cavallo. Un’ora, dodici soldi, mentre lui, in fondo al carro, carica e scarica. Intanto Carbon e Saint-Réjant vanno all’imbocco della via per il segnale. Ecco, ci siamo. Appena il tempo di accendere la miccia nascosta, dire alla ragazzina di non muoversi, allontanarsi senza correre. Poi l’ondata dei cavalli che il cocchiere Germani sprona. Gli evviva dei passanti che hanno riconosciuto Napoleone. Anche se Napoleone, che ha imparato a dormire a comando, si è appena addormentato. Poi il tuono, la luce, l’aria rovente. E il nero. Carbon e Saint-Réjant saliranno sul patibolo in place de Grève il 21 aprile 1801. Hanno il volto coperto da una stoffa nera che il boia gli sfila prima di farli inginocchiare davanti alla ghigliottina. Tutti e due gridano «Per il re!» e muoiono indossando la camicia rossa dei parricidi. Limoëlan non verrà mai catturato. È riuscito a imbarcarsi clandestino per gli Stati Uniti d’America. Lo consuma il ricordo di Pensel, la ragazzina. Nel 1816 si fa frate. Entra in convento. Rispetterà per sempre la regola del silenzio, perseguendo l’oblio. A eccezione di ogni 24 dicembre, anniversario della strage. Quando andrà a sdraiarsi davanti all’altare per piangere, al buio, il tuono di Parigi e gli occhi di Pensel. Per tutta la notte, aspettando il Natale. * La rue Saint-Nicaise oggi non esiste più. Il luogo dell’attentato corrisponde, più o meno, a dove è stata collocata la statua di Léon Gambetta dentro ai nuovi confini dei giardini delle Tuileries Bollati Boringhieri editore Repubblica Nazionale 50 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 31 DICEMBRE 2006 il viaggio Festa nomade I Un tuffo nella morte, un ritorno alla vita quasi miracoloso. Poi un oceano e un continente lasciati alle spalle per trovare il veggente capace di indicargli la verità, di vedere il volto del suo assassino nel buio l cacciatoredi fulmini GABRIELE ROMAGNOLI l Viaggiatore Il Viaggiatore arrivò al tramonto. Parcheggiò la Mustang a noleggio e si avviò all’albergo. Hotel La Fonda: l’aveva scelto perché era il più antico in città, perché ci aveva dormito JFK in campagna elettorale, ma soprattutto perché, a inizio secolo, un corrispondente di guerra aveva scritto: «Se stai cercando qualcuno a Santa Fe, non lo troverai in nessun altro posto». Lui stava cercando qualcuno, verdàd. Aveva attraversato apposta l’oceano prima e un continente poi. Cercava il più prodigioso veggente d’America: Manny Kline. Prese la tessera magnetica della sua stanza, ritirò la Visa di platino, fissò il portiere, che era calvo con gli occhi così chiari da sembrare, a tratti, trasparenti e glielo disse: «Sto cercando Manny Kline». Aveva letto molto su di lui, e ancor più ascoltato: la volta in cui predisse il terremoto salvando la riserva indiana; quella in cui individuò in sogno l’assassino dell’attore meticcio; quella in cui il boss di Los Angeles pretese i suoi servizi e ottenne un rifiuto, allora prese la limousine blindata, tre scagnozzi e andò a casa di Manny Kline (allora ne aveva una), lo fece trascinare fuori con la pistola alla tempia, aspettandolo seduto, aria condizionata e whisky con ghiaccio, ma Manny non aprì la portiera, posò una mano sul finestrino, il vetro antiproiettile andò in frantumi e il boss via di nuovo in California. Il portiere disse: «Non lo cerchi, sarà lui a trovarla». Aggiunse: «Se vorrà». I to». Si aggrappò al bancone. Non aveva idea di che cosa stesse parlando. Prese il biglietto che non aveva mai chiesto: era per la Santa Fe Opera House, lo spettacolo di Natale, in programma la sera seguente. Mitridate, di Mozart. L’aveva scritto a quattordici anni. Che cosa sapeva fare suo figlio, a quell’età? Il vecchio Il Viaggiatore salì in auto all’imbrunire. Guidò verso il deserto. Chi aveva costruito l’Opera House era un genio: un teatro nel nulla, il firma- L’indiana Il Viaggiatore si svegliò molto tardi, mezzogiorno era passato. Si affacciò al balcone: indiani in costume svendevano perle, incantatori taroccavano il futuro e il cielo era vuoto. Il telefono non annunciava messaggi. Fece la doccia più lunga del mondo, adesso che l’acqua scivolava sulle cicatrici, lasciando una domanda: «Chi era stato a sparargli nel buio?». Indossò abiti di lana per affrontare l’inverno del New Mexico e uscì con una sola parola in mente: «margarita». Se Manny Kline l’avrebbe trovato senza che fosse lui a cercarlo, tanto valeva che lo trovasse allegro. Attraversò la piazza, entrò alla “Ore House”, due piani di bar con terrazza, si arrampicò sullo sgabello davanti al cameriere e ci prese la residenza. Quando si era seduta accanto a lui, l’indiana? Fuori era buio, davanti a lui c’era un tappeto di gusci d’arachide, i calici si davano il cambio. L’indiana aveva una t-shirt rossa e jeans neri, cuciti sulla pelle. Gli teneva la mano e ne osservava il palmo: la linea della vita era più corta del tempo che dimostrava, avrebbe dovuto essere morto da un pezzo. Ma questo lo avevano detto anche i medici, il giorno in cui aveva riaperto gli occhi, tornando da una vacanza non pagata. Era così ubriaco da permettersi di chiederle: «Per che cosa sono sopravvissuto?». Lei rispose: «Per andare oltre, immagino». Poi si alzò e scomparve. Lui provò a fare altrettanto. Gli ci vollero venti minuti. Quando rientrò all’hotel il portiere lo fermò: «Signore, il suo biglietto è arriva- L’indiana aveva una t-shirt rossa e jeans neri, cuciti sulla pelle. Gli guardava la mano: la linea della vita era più corta del tempo che dimostrava, avrebbe dovuto essere morto da un pezzo. Le chiese:“Per cosa sono sopravvissuto?” etesto Babbo Natale. Se un giorno decidessi di diventare uno psicopatico, un serial-killer, la mia serie di vittime sarebbe composta da ex-ministri e ministre della Cultura, e poi da sorridenti ciccioni vestiti di rosso e con la barba, e con le loro renne mangerei bistecche alla brace per un bel po’ di tempo. Anche se la Spagna va bene, come dice mio cugino, e siamo europei e internazionali e sgrulliamo il pisello al presidente americano quando a quel figlio di puttana viene voglia di pisciare sull’Iraq o su qualche altra parte, trovarmi davanti Babbo Natale in una strada di Chamberí continua a crearmi le stesse difficoltà che può avere uno dell’Arkansas a ballare il flamenco. Lo so, è qui da quasi trent’anni, è più moderno e trendy dei magi d’Oriente, e con lui, dicono, i bambini si godono più a lungo i giocattoli. Nonostante tutto, quel ciccione con la barba — senza arrivare al limite insopportabile di idiozia di Halloween, che adesso sostituisce anche la nostra secolare notte dei defunti — continuo a vederlo fuori contesto: un gringo mercenario reclutato dai grandi magazzini per raddoppiare le vendite che vale meno di un escremento del cammello di re Gaspare. Perché il sottoscritto è stato un bambino monarchico, di quella notte in cui tre re giungevano dall’Oriente per materializzare sogni. Certo, erano altri anni e altri Natali. E io ero un bambino, e i ragazzini vedono il mondo, assorbono sensazioni, odori, immagini, in modo diverso dagli adulti. Forse è per questo che tutte quelle cose mi sembrano oggi così belle. Ricordo i riflessi di luce delle vetrine sul selciato umido delle strade, la gente che scendeva dai tram con il cappotto e la sciarpa, i vigili urbani — con quei meravigliosi caschi bianchi che qualche cretino gli ha tolto — e quelle cassette e bottiglie di vino che gli regalavano gli automobilisti. Ricordo i villancicos alla radio, i tamburi e i tamburelli, e quelle raganelle di legno che giravano intorno a un perno. Ricordo le mie lacrime e quelle dei D Il lungo sentiero di Re Gaspare e degli altri Magi ARTURO PÉREZ-REVERTE mento come quinta. Perfino con dieci gradi sottozero, i funghi caloriferi sul palco e il pubblico in piumino era straordinario. Nel parcheggio uomini in smoking e cappello da cowboy sparavano tappi di champagne. Istintivamente portò la mano al torace: un centimetro più su e avrebbe perforato il cuore, uccidendolo, ma anche così era vivo per miracolo. Trovò il suo po- miei fratelli quando ci ritrovammo arrosto il tacchino Federico, che avevamo fatto ingrassare a casa del nonno. Ma, soprattutto, ricordo le vetrine dei negozi, luoghi magici pieni di giocattoli, ai cui vetri noi bambini — che non conoscevamo la televisione — schiacciavamo il naso, sognando di possedere uno di quei tesori: il meccano, la bambola di pezza, la pistola di latta, il cavallo di cartone, la scatola di soldatini di piombo, i giochi assortiti da tavolo Geyper. Poi, con il tempo, imparai a interpretare altri segni che accompagnavano tutto questo e che allora ero incapace di capire: lo sguardo del bambino che osservava la vetrina accanto a me, e che poi, quando il giorno dell’Epifania io uscivo a giocare con la mia spada fiammante del Cigno Nero, mi guardava fisso, le mani vuote nelle tasche dei pantaloni corti. La desolazione della povera donna che usciva dal negozio contando i soldi, insufficienti per la bambola che una bambina aspettava. L’uomo con il cappotto logoro, fermo davanti alla vetrina di sogni e luci, che poi se ne andava a testa china, a casa, dove di nascosto, senza farsi scoprire dai suoi quattro o cinque figli, fabbricava con le sue mani, con legno e vernice, l’umile giocattolo che il suo povero salario non gli consentiva di acquistare... Tutti quegli esseri e quegli sguardi suscitano oggi in me rimorsi retrospettivi, perché ora so che cosa racchiudessero. Ma io, allora, ero un bambino ignorante. Un impertinente ragazzino fortunato. Oggi non esistono più quelle care ombre familiari che scivolavano di notte ai piedi del mio letto, sapendomi addormentato. Se ne sono andate quasi tutte, e non possono più proteggermi dal freddo che fa fuori, né ritardare il cancro inevitabile della lucidità. Eppure, quando torna di nuovo la notte magica e aspetto sveglio nel buio, sento entrare dolcemente nella mia stanza da letto tutti quei fantasmi del mio cuore e riunirsi in silenzio, vegliandomi con un sorriso. Per questo, quei tre tipi vestiti con porpora da guardaroba teatrale e corone di carta dorata, che a dispetto di Santa Claus e del primo imbecille che lo portò, della modernità, delle serie televisive americane e di tutto il parafernalia, continuano a scendere in strada ogni 5 gennaio, con tre cammelli e due palle così, costituiscono l’unica causa monarchica alla quale davvero aderisco pienamente e senza condizioni, con spada e daga. E al diavolo il ciccione straniero. Traduzione di Luis Moriones Brugo © Arturo Pérez-Reverte, XL Semanal 2006 Repubblica Nazionale DOMENICA 31 DICEMBRE 2006 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 51 Il Viaggiatore aveva scelto l’Hotel La Fonda: Chi aveva costruito l’Opera House era un genio: un teatro nel nulla, il firmamento come quinta, in platea dieci gradi sottozero se cerchi qualcuno a Santa Fe, non lo troverai in nessun altro posto... nei giornidella cometa sto: accanto gli sedeva un uomo così vecchio che gli parve impossibile fosse arrivato fin lì con le sue gambe. Eppure si alzò perfino in piedi per farlo accomodare, esibendo un portamento militare. L’opera parve assorbirlo. Il Viaggiatore, invece, era sperduto, faticava a seguire la storia. Questo Mitridate era un re, sconfitto dai romani. Aveva due figli che si disputavano l’amore della stessa donna e quando lui tornava al suo regno scopriva che... il primo atto era finito. Si unì agli applausi per inerzia. Restò seduto, accanto all’uomo troppo Accanto a lui sedeva un uomo così vecchio che gli parve impossibile fosse arrivato fin lì con le sue gambe. Alla fine dello spettacolo il vecchio scosse il capo: “Lei cerca il senso nell’insieme, ma è solo un particolare che glielo potrà dare” ARTURO PÉREZ-REVERTE È nato a Cartagena nel 1951. Giornalista e scrittore di fama internazionale, è membro della Real Academia Española In Italia per la Marco Tropea Editore sono usciti nove romanzi fra cui La tavola fiamminga, Il maestro di scherma e Il club Dumas (da cui Roman Polanski ha tratto il film La nona porta, con Johnny Depp) È anche autore del ciclo di romanzi d’avventura del Capitano Alatriste (l’ultimo è L’oro del re), da cui è stato tratto il film Alatriste con Viggo Mortensen, che sarà nelle sale italiane nel 2007 vecchio. «Piaciuta?», si sentì chiedere. Ammise difficoltà. Il vecchio scosse il capo: «Lei cerca il senso nell’insieme, ma è solo un particolare a poterglielo dare». Si alzò senza fatica, lasciò sul sedile l’opuscolo che aveva in mano e si allontanò. Il Viaggiatore restò solo. Guardò davanti a sé. Stelle, aria carica di elettricità. Notò l’opuscolo abbandonato al suo fianco. Era una guida del New Mexico, aperta alla pagina sul “Lighting Field”, il campo dei fulmini: quarantotto chilometri a nord-est di Que- mado, quattrocento aghi d’acciaio piantati in un fazzoletto di terra da un ingegnere italiano, Walter De Maria, cinque tende per passarci la notte, soli, e vedere l’effetto che fa quando si scatena il temporale. Uscì dal teatro anzitempo: l’indomani notte, solo questo sapeva per certo, non avrebbe dormito all’Hotel La Fonda. E sotto una tempesta elettrica avrebbe forse sognato, come Manny Kline, il volto dell’assassino. L’uomo senza volto La mattina seguente aprì il giornale: i meteorologi prevedevano il sereno, ma decise di partire ugualmente. Quando pagò il conto il portiere calvo gli augurò buon viaggio. Aggiunse: «Veda di arrivare prima della tempesta». Risalì sulla Mustang impolverata, direzione sud. Arrivò al “Campo dei fulmini” per ultimo. Le altre quattro tende erano già occupate, gli dissero. Da chi, non lo seppe mai. Entrò nella sua, depose il bagaglio, uscì a fare una passeggiata. Nessuno si fece vedere. Un vento leggero scuoteva la stoffa dei coni colorati piantati a terra, l’ingresso di uno parve aprirsi per un istante, poi il lembo si ripiegò sull’assenza. Gli snelli pali d’acciaio vibravano. Nell’aria promesse e timori. Poi, solo silenzio. Andò a dormire presto, confuso. Lo svegliò il tuono. Scostò l’ingresso della tenda e uscì. Pioveva a dirotto. I fulmini crepitavano, accendendo di luce trasparente i quattrocento pali del Campo, la scultura dell’ingegnere italiano prendeva energia e vita. Quando il temporale finì si trovò, fradicio, accanto a una tenda che non era la sua. La voce dall’interno disse soltanto: «Come Mitridate». Lui aspettò: «Fu il figlio a tradirlo, desiderarne il regno, colpirlo». Portò la mano alla cicatrice e capì, semplicemente. La pioggia che gli rigava il volto si fece di lacrime. Chiese soltanto: «Perché?». La voce rispose: «Era stato così lontano quando lui lo aspettava, così impegnato in battaglia, il figlio lo aveva creduto morto. Non l’aveva ucciso, lo credeva già morto da tempo». Si inginocchiò sulla terra scossa, aspettando altre parole: «Ma l’amore tenne vivo il re, perdonò il figlio e combatterono, infine, fianco a fianco». Era sopravvissuto per andare oltre: perdonare chi aveva cercato di ucciderlo, assolvere lui e se stesso, dimenticare, di più, fingere di non aver mai capito chi aveva sparato nel buio. Si svegliò molto dopo l’alba. La terra era secca. Uscì dalla tenda. Andò all’ingresso. Lo attendeva lo stesso ragazzo che l’avevo accolto. Disse: «Mi dispiace non abbia piovuto stanotte, signore, se vuole tornare...». Lui si guardò intorno, stupito. In lontananza, quattro figure salivano sulle rispettive auto. Gli parvero un uomo calvo, uno molto vecchio, un’indiana e qualcuno che non aveva mai, davvero mai conosciuto. Repubblica Nazionale 52 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 31 DICEMBRE 2006 Una signora attende la visita di una conoscente quasi dimenticata che le ha offerto la sua vecchia pelliccia di visone. Per la prima è un affare, per la seconda una necessità. La prima programma la sua vita tra cocktail e viaggi a Parigi, la seconda ha perso tutto tranne il cane. Ma niente è come appare. Si intitola “The Bargain”, è un racconto inedito del grande scrittore americano TRUMAN CAPOTE erano varie cose, in suo marito, che irritavano la signora Chase. Per esempio la voce: suonava sempre come se stesse puntando in una partita a poker. Sentire quella cantilena indifferente la esasperava sempre, e soprattutto in quel momento, al telefono, quando la sua stessa voce strideva per l’eccitazione. «Certo che ne ho già una, questo lo so. Ma non capisci, caro — è un’occasione», disse, accentuando l’ultima parola e facendo una pausa per lasciarle il tempo di sprigionare tutta la sua magia. Ma ci fu semplicemente il silenzio. «Beh, potresti almeno dire qualcosa. No, non sono in un negozio, sono a casa. Alice Severn verrà a pranzo. È della sua pelliccia che stavo cercando di parlarti. Certo ricorderai Alice Severn». La lacunosa memoria del marito era un’altra delle cose che la irritavano, e anche quando gli ebbe ricordato che a Greenwich li avevano incontrati spesso, Arthur e Alice Severn, anzi, li avevano addirittura invitati ai loro ricevimenti, lui finse di non averli mai sentiti nominare. «Non importa», sospirò lei. «Voglio comunque darle un’occhiata, a quella pelliccia. Buon appetito, caro». Più tardi, mentre si agitava attorno alle precise ondulazioni dei suoi capelli ritoccati, la signora Chase dovette ammettere che non c’era ragione al mondo per cui suo marito dovesse ricordarsi dei Severn. Se ne rese conto mentre cercava, con scarso successo, di richiamare alla mente l’immagine di Alice Severn. Ci arrivò vicino: una donna rosea e allampanata, non ancora trentenne, che andava in giro in una station wagon con un setter irlandese e due bei bambini dai capelli rosso-dorati. In giro si diceva che il marito bevesse: o era il contrario? E poi, ecco, le pareva che la loro posizione creditizia fosse considerata ad alto rischio, o almeno la signora Chase ricordava di aver sentito dire che erano terribilmente indebitati e qualcuno, o forse lei stessa?, aveva descritto Alice come un po’ troppo bohémienne. Prima di trasferirsi in città i Chase avevano abitato a Greenwich: una vera seccatura per la signora Chase, che non amava quel tanto di natura che c’era là e preferiva il divertimento delle vetrine di New York. A Greenwich, a un cocktail, alla stazione ferroviaria avevano conosciuto e poi incontrato di nuovo i Severn, ma la cosa non era andata oltre. Non eravamo nemmeno amici, concluse un po’ stupita. Come accade spesso quando all’improvviso sentiamo nominare una persona che appartiene al passato, una persona che abbiamo conosciuto in un contesto del tutto diverso, aveva provato un senso d’intimità. Ma ripensandoci le sembrò straordinario che Alice Severn, che non vedeva da più di un anno, l’avesse chiamata per proporle di comprare il suo visone. La signora Chase si fermò in cucina e ordinò il pranzo: zuppa e insalata, non la sfiorava nemmeno l’idea che qualcuno potesse non essere a dieta. Riempì un decanter di sherry e lo portò in salotto. La stanza era verde vetro e somigliava al suo gusto nel vestire, un po’ troppo giovanile. Il vento scuoteva le finestre perché l’appartamento era a un piano alto e permetteva di ammirare il centro di Manhattan come da un aeroplano. Mise sul fonografo il disco di un corso di lingua e sedette rigida ad ascoltare la voce forzata che pronunciava le frasi in francese. In aprile, per il loro ventesimo anniversario di matrimonio, i Chase avevano in programma di festeggiare con un viaggio a Parigi; per questo la signora Chase aveva cominciato ad ascoltare quelle lezioni registrate, e sempre per questo aveva preso in considerazione l’acquisto della pelliccia di Alice Severn: viaggiare con un visone di seconda mano le sembrava più pratico, e più tardi avrebbe sempre potuto ricavarne una stola. Alice Severn arrivò con qualche minuto di anticipo, certo per caso perché, a giudicare dai modi controllati e dall’andatura sciolta, non sembrava una persona ansiosa. Indossava delle scarpe comode e un tailleur di tweed che aveva conosciuto giorni migliori, e in mano aveva una borsa dal cordoncino logoro. «Che delizia stamattina, quando mi ha chiamata! Sa il Cielo, sembra passato un secolo; ma ovviamente non ci capita mai di passare da Greenwich». L’ospite sorrise ma rimase in silenzio, e la signora Chase, accordata su uno stile più espansivo, si sentì respinta. Mentre si sedevano i suoi occhi studiarono la donna più giovane e le venne in mente che, se l’incontro fosse stato casuale, probabilmente non l’avrebbe riconosciuta; e non perché il suo aspetto fosse molto cambiato, piuttosto perché, se ne rendeva conto solo in quel momento, non l’aveva mai osservata bene, cosa abbastanza strana dato che Alice Severn era davvero una persona notevole. Se fosse stata meno allampanata e compatta, forse sarebbe stato possibile ignorarla, magari notando solo che era carina. E di fatto lo era: con quei capelli rossi, quel senso di lontananza negli occhi, quel viso lentigginoso, autunnale, e le mani forti e ossute aveva una distinzione che non si poteva liquidare facilmente. «Sherry?» Alice Severn annuì e la sua testa, che sembrava reggersi in precario equilibrio sul collo sottile, faceva pensare alla corolla di un crisantemo troppo pesante per il suo stelo. «Un cracker?», offrì ancora la signora Chase, pensando che una persona così lunga e magra doveva mangiare come un cavallo. La frugalità del suo zuppa-e-insalata le diede un istante di panico, e così disse una bugia: «Non so proprio cosa stia preparando per pranzo, la nostra Marta. Lo sa com’è difficile organizzare qualcosa con un preavviso così breve. Ma dica, mia cara, che novità ci sono a Greenwich?» «A Greenwich?», disse l’altra, sbattendo le ciglia come se una luce improvvisa avesse inondato la stanza. «Non ne ho idea. Non siamo rimasti laggiù a lungo, più o meno sei mesi». «Oh?», disse la signora Chase. «Vede come sono rimasta indietro. E adesso dove abitate, cara?» Alice Severn alzò una delle sue mani ossute e goffe e la sventolò in direzione della finestra. «Là fuori», disse con espressione peculiare. La sua voce era chiara, ma con una qualità esausta, come se le stesse venendo il raffreddore. «In città, voglio dire. Ma non ci piace molto, soprattutto a Fred». Con la più lieve delle inflessioni interrogative la signora Cha- C’ O ccasioni a perdere il dubbiodi Capote Quando si trattava di solidarietà la signora Chase sapeva cos’è la prudenza: prima di concedere la sua prendeva sempre la precauzione di attaccarvi una cordicella, in modo da poterla ritirare in caso di necessità. Mentre guardava Alice Severn, però, fu come se quella cordicella si spezzasse e per la prima volta in vita sua si trovò faccia a faccia con gli obblighi della carità se disse: «Fred?». Ricordava perfettamente che il marito della sua ospite si chiamava Arthur. «Sì, Fred: il mio cane, un setter irlandese, credo l’abbia visto. È abituato ad avere più spazio, e l’appartamento è così piccolo, in realtà una sola stanza». Dovevano attraversare un periodo davvero difficile, i Severn, se erano ridotti a vivere tutti quanti in una stanza sola. Pur essendo molto curiosa, la signora Chase si controllò e non fece altre domande. Assaggiò il suo sherry e disse: «Ma certo che ricordo il vostro cane, e anche i bambini, rivedo ancora le testoline rosse di tutti e tre affacciate al finestrino della vostra station wagon». «I miei figli non hanno i capelli rossi. Sono biondi, come Arthur». La correzione fu fatta con una tale mancanza di umorismo da suscitare nella signora Chase un risatina piccata. «E Arthur come sta?», disse ancora, preparandosi ad alzarsi per fare strada all’ospite in sala da pranzo. Ma la risposta di Alice Severn la fece sedere di nuovo. Formulata senza alcun mutamento nel tono placidamente disadorno della voce, era composta da un’unica parola: «Ingrassato». «Ingrassato», ripeté un attimo dopo. «L’ultima volta che l’ho visto, credo sia stato una settimana fa, stava attraversando la strada e camminava ondeggiando un po’, come un papero. Se mi avesse visto sarei stata costretta a ridere: era così pignolo sulla sua figura». La signora Chase si sfiorò le labbra con un dito. «Lei e Arthur, separati? Ma è semplicemente straordinario». «Non siamo separati». E Alice Severn sventolò la mano come per spazzar via una ragnatela. «Lo conosco da quando ero bambina, da quando eravamo entrambi bambini: pensa davvero», disse in tono pacato, «che potremmo mai essere separati l’uno Repubblica Nazionale DOMENICA 31 DICEMBRE 2006 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 53 L’INEDITO Il racconto di queste pagine si intitola The Bargain (L’occasione) ed è stato scritto da Truman Capote nel 1950. Sarà pubblicato in Italia nel giugno del 2007 da Garzanti libri, editore delle altre opere dell’autore di Colazione da Tiffany e A sangue freddo, in una raccolta dal titolo La forma delle cose. Tutti i racconti di Truman Capote (traduzione di Stefania Cherchi) dall’altra, signora Chase?». L’uso preciso del suo nome sembrò escludere la signora Chase; per un attimo si sentì tagliata fuori; e mentre accompagnava l’ospite in sala da pranzo sentì un filo di ostilità muoversi fra loro due. Probabilmente fu la vista delle mani sgraziate di Alice Severn che spiegavano goffamente il tovagliolo a convincerla che era solo frutto della sua immaginazione. A parte qualche scambio di cortesie mangiarono in silenzio, e la signora Chase cominciò a temere che non ci sarebbe stato alcun racconto. Ma poi: «In realtà», disse Alice Severn sbottando, «abbiamo divorziato in agosto». La signora Chase attese e poi, fra il saliscendi del cucchiaio, disse: «Ma è terribile. Sarà perché beve, immagino». «Arthur non ha mai bevuto», ribatté l’altra, con un sorriso amabile ma stupito. «Cioè, bevevamo tutti e due. Ma bevevamo per divertimento, per non essere meschini. Era molto piacevole, d’estate. Andavamo a raccogliere la menta giù al ruscello e preparavamo cocktail con whisky e zucchero, grandi cocktail nelle coppe da frutta. A volte, se di notte faceva caldo e non riuscivamo a dormire, riempivamo dei thermos di birra ghiacciata, svegliavamo i bambini e andavamo in macchina fino al mare: è divertente starsene lì a bere birra e nuotare e poi dormire sulla sabbia. Erano bei tempi, quelli: ricordo che una volta restammo là fino allo spuntare del giorno. No», disse, mentre un qualche grave pensiero le irrigidiva i tratti del viso, «le dirò io com’è andata. Io sono più alta di Arthur di tutta la testa, e credo che lui ne fosse infastidito. Quando eravamo piccoli lui era convinto che un giorno, crescendo, mi avrebbe sorpassato, ma poi non è successo. Per questo non sopportava di ballare con me, e sì che adorava ballare. E gli piaceva circondarsi di un mucchio di gente, tutte persone piccole con vocette acute. Io non sono così, a me piaceva che fossimo soltanto noi due. In modi che non mi rendevano piacevole per lui. Beh: si ricorda Jeannie Bjorkman? Una con il viso tondo e i ricci, alta un po’ come lei». «Temo proprio di sì», disse la signora Chase. «Era nel comitato della Croce Rossa. Una donna orribile». «No», disse Alice Severn riflettendo. «Jeannie non è orribile. Eravamo buone amiche. La cosa strana è che Arthur diceva sempre che non la poteva soffrire: ma poi immagino che abbia perso la testa per lei, perlomeno adesso ne va pazzo, e i bambini anche. Credo sarei più contenta se ai bambini non piacesse così tanto, anche se penso che in realtà dovrei esserne felice dato che devono vivere insieme». «Non può essere vero: suo marito ha sposato quell’orribile Bjorkman!». «In agosto». Dopo una pausa per suggerire che si poteva passare in salotto per il caffè, la signora Chase disse: «Ma è una vergogna che lei debba vivere qui a New York tutta sola. Dovrebbe avere perlomeno con sé i suoi figli». «Arthur li ha voluti lui», disse Alice Severn con semplicità. «Ma non sono sola: Fred è uno dei miei migliori amici». La signora Chase ebbe un moto d’impazienza: non le piacevano le fantasie. «Un cane. Ma non ha senso. Riesco a pensare solo che si è comportata da sciocca: se un uomo provasse a mettere i piedi in testa a me, se li ritroverebbe tagliuzzati in mille pezzi. Quindi immagino che non vi siate nemmeno accordati per un eventuale…», esitò, «suo contributo». «Lei non capisce: Arthur non ha un soldo», disse Alice Severn, delusa come un bambino che abbia appena scoperto che gli adulti, dopotutto, non sono poi così intelligenti. «Ha dovuto addirittura vendere l’auto, e ogni giorno va e torna dalla stazione a piedi. Ma sa com’è, penso che sia felice». «Lei meriterebbe un bel pizzicotto», disse la signora Chase, quasi disponendosi a farlo lei stessa. «È piuttosto Fred a preoccuparmi. È abituato ad avere più spazio, e una persona sola non lascia molti ossi. Lei pensa che, finito il corso, riuscirò a trovare lavoro in California? Frequento una scuola commerciale, ma non sono particolarmente svelta, soprattutto con la dattilografia. Le mie dita sembrano odiarla. Credo sia un po’ come suonare il piano, bisogna imparare da giovani». E si osservò meditabonda le mani, con un sospiro. «Alle tre avrei una lezione; le spiace se ora le mostro la pelliccia?» Di solito per risollevare il morale alla signora Chase si poteva contare sulle belle cose che vengono fuori da scatole misteriose; ma non appena vide aprirsi i due lembi di carta velina si sentì messa alle corde da un malinconico senso di disagio. «Era di mia madre». La quale deve averla portata per sessant’anni di fila, pensò la signora Chase guardandosi allo specchio. La pelliccia le arrivava alle caviglie. Passò la mano sul pelo privo di splendore, diradato, e lo sentì acido e ammuffito come se fosse stato conservato in una soffitta vicina al mare. Dentro la pelliccia faceva freddo e lei rabbrividì e al tempo stesso sentì il rossore salirle alle guance nel vedere che Alice Severn la fissava da sopra la spalla con un’espressione carica di un’aspettativa tesa e priva di dignità che prima non aveva. Quando si trattava di solidarietà la signora Chase sapeva cos’è la prudenza: prima di concedere la sua prendeva sempre la precauzione di attaccarvi una cordicella, in modo da poterla ritirare in caso di necessità. Mentre guardava Alice Severn, però, fu come se quella cordicella si spezzasse e per la prima volta in vita sua la signora Chase si trovò faccia a faccia con gli obblighi della carità. Ciononostante si divincolò alla ricerca di una via d’uscita, ma quando i suoi occhi incrociarono quelli dell’altra donna seppe che non ve n’era alcuna. Il ricordo di una parola appresa dal corso di francese le rese più facile la domanda cruciale: «Combien?». «Non vale niente, vero?». La domanda suonò confusa, non schietta. «No, in realtà no», disse la signora Chase stancamente, quasi con stizza. «Ma credo che potrò comunque farne qualcosa». E non fece altre domande: era evidente che fra i suoi doveri c’era anche quello di fissare lei stessa il prezzo. Tirandosi dietro la brutta pelliccia andò allo scrittoio posto in un angolo del salotto e, scrivendo con stilettate cariche di risentimento, riempì un assegno del suo conto personale: il marito non doveva saperne niente. Più di chiunque altro la signora Chase odiava il senso di perdita: una chiave che non si trovava più, una moneta caduta ravvivavano in lei la consapevolezza dei furti e delle frodi che ci dispensa la vita. Una sensazione del genere l’invase mentre tendeva l’assegno a Alice Severn, che lo piegò in due senza guardarlo e l’infilò nella tasca della giacca. Era di cinquanta dollari. «Mia cara», disse la signora Chase con un sorriso di finta preoccupazione, «deve assolutamente chiamarmi al più presto e tenermi informata su come vanno le cose. Non voglio che si senta sola». Alice Severn non ringraziò e, giunta alla porta, non salutò nemmeno. Prese invece una mano della signora Chase fra le sue e le diede qualche piccola pacca come chi premia gentilmente un animale, un cane. Chiusa la porta, la signora Chase si guardò la mano e se la portò alla bocca. La pelle conservava ancora la sensazione di quell’altra mano. Rimase lì, aspettando che svanisse: di lì a poco sarebbe stata di nuovo fresca. Traduzione di Stefania Cherchi © 2004 by The Truman Capote Literary Trust Published by Arrangement with Roberto Santachiara Literary Agency Repubblica Nazionale 54 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 31 DICEMBRE 2006 la lettura Ammassare, vendere e comprare la merce più immateriale e preziosa che c’è Inconcepibile, eppure basta “trovare il modo” e qualcuno l’ha fatto Un celebre scrittore segue una pista dal Marocco alla Norvegia fino a quando... DANIELE DEL GIUDICE I Rabat, Marocco, seconda settimana d’autunno tra i prodotti esposti quel che preferisce». «Mi piacerebbe comperare tempo… ishtara zaman…» ho detto scherzando. «Ishtara zaman?… Tempo? Tempo, dice lei, Monsieur?… E chi potrebbe comperare tempo? Chi potrebbe venderlo?». «Lei», ho risposto in un cerimonioso falsetto. «Lei, l’altro giorno, non ha forse venduto tempo a quel vecchio?». «No, Monsieur, lei scherza, questa è una bottega di cose semplici, cose di prima utilità». «Vuol dire che il tempo non è di prima utilità? O forse ci sono negozi ben più avanzati del suo “Au soulier moderne” in grado di vendere tempo?». «No, no certamente. Non c’è nessun negozio di questo tipo, che io sappia». Il calzolaio mi sembrò preoccupato, preoccupato all’idea che qualcuno potesse aver intuito il suo segreto; magari, però non gli sarebbe dispiaciuto ammettere che tra le merci più sofisticate del suo “Au soulier moderne” ci fosse il tempo. Forse per questo ha scelto un tono intermedio, ironico, un parlare tutto al condizionale, delimitando rigorosamente il campo ipotetico con ampi svergolamenti delle braccia che poi si richiudevano in tutta onestà sul cuore: certo, diceva, sarebbe bello vendere tempo, di tempo del resto qui ne avremmo molto, di tempo qui per noi ce n’è tanto quanto la sabbia, ce n’è a volontà, tempo di prima scelta, bello lungo e immobile. Eh, sì, se vendessi tempo… si venderebbe bene secondo lei, si venderebbe lì da voi?… se avessi un commercio così potrei mostrarle anch’io fatture e ordini di chissà quale atelier europeo, ma come dovrei venderlo questo tempo?, a minuti, a ore, a giorni, a mesi, o annate intere? E come lo imballerei il tempo, come lo spedirei all’acquirente? E poi i prezzi, chi li farebbe i prezzi del tempo… All’improvviso il calzolaio arrestò ogni suo movimento di gesti e di parole, rimase sospeso sui prezzi, illuminandosi alla sentenza ultimativa e indiscutibile che doveva essergli venuta alla memoria come via d’uscita molto opportuna. Disse compìto: «Monsieur, per noi il tempo non è dell’uomo ma di Dio, Allahu s-Samad, Dio è l’Eterno». Giovane calzolaio nonché erede dell’“Au soulier moderne”, non me lo diresti mai, sento la tua paura, eppure sento anche l’indecisione e il compiacimento dietro i tuoi tempi verbali obliqui, come sento dietro di me il tuo sguardo inquieto che punta al riquadro della porta. eri per la prima volta ho assistito a una transazione commerciale riguardante il tempo. O meglio credo di aver percepito un commercio di tal genere in un negozietto, un bugigattolo sul versante occidentale della Medina cui si accede dalla rue des Consuls; intendo riferirmi con ciò alla mia personale sensazione d’aver assistito al semplice evento di un uomo che vendeva tempo a un altro uomo. Ho visto il giovane calzolaio indicare un qualche ordine di grandezza con le dita, ho visto l’anziano entrato nella bottega che pagava senza ricevere alcunché in contropartita. Il mio arabo, già fragile, prescinde dalla scrittura, è un arabo parlato, fonetico e non scritto, da me appreso come suoni e come suoni restituito. Dunque non è detto che le parole che mi è sembrato di cogliere, e che trascriverei zaman, ishtara, cioè “tempo” e “comperare”, stessero insieme e siano proprio quelle che il giovane e il vecchio si sono scambiati prima che l’uno scambiasse con l’altro soldi contro nulla. Il calzolaio lo conosco da tempo, ed è difficile circoscrivere la sua attività alla sola fattura di babuches e sandali di cuoio, entrambi i tipi mal conciati nella pelle come attesta il permanente cattivo odore; il negozietto, oltre alle calzature, propone oggetti di altra e corrente utilità, corde, lampadine a baionetta, radioline Sony, accendini, spezie e minutaglie da cucina, ciò che rende complesso definire cosa esattamente venda il calzolaio. All’ingresso del vecchio, il calzolaio aveva abbandonato subito il francese, volendo così mettere da parte quella lingua e me; sia lui sia il nuovo cliente parlavano arabo rapidi imbarazzati e incerti per la mia presenza, o così appariva, fatto sta che la transazione è stata veloce, niente trattative o cerimonie, presupponendo prezzo, pagamento e consegna stabiliti per consuetudine. All’uscita del vecchio, il calzolaio è tornato al francese e a me, però assai meno disponibile di prima, preoccupato soprattutto di rassettare la bottega, quasi avesse dispiegato nel commercio precedente un intero campionario di merci. Nel suo teatrino dell’affaccendarsi mi rivolgeva periodicamente sorrisi complici e un sussurro: ce vieux fou. E questo, per lui e per me, è stato l’unico commento su quanto probabilmente era accaduto poco prima. Ciò che più desiderava il calzolaio era che io sparissi Treviso, Nordest dell’Italia, prima settimana d’inverno all’istante; curiosamente, ero io a desiderarlo ancor più, stupito e perplesso avevo fretta di uscire dal negozio e di appartarmi con la mia personalissima e poco fondata sensazione di aver assistito per la prima volta a una transazione commerciale riguardante il tempo. Finalmente gli Treviso, e con Treviso tutto il Trevigiano, più che Treviso il contorno, Veneto industriale e conho consegnato i sandali per la cui riparazione ero arrivato fin lì, nella rue des Consuls. Il calzotorno di Venezia, continuo di fabbriche e fabbrichette per miglia e leghe e strade e incroci, terra laio li ha buttati in una cesta senza nemmeno guardarli, ha detto semplicemente: «domani». continua dell’invenzione, prodotti d’ogni genere e misura, pasticche per freni a disco, caterpilMa per lui quel “domani” non indicava esattamente il giorno dopo, piuttosto un tempo prolar, climatizzatori, letti a scomparsa, macchinari di precisione per fabbricare altri macchinari, crastinato, un’altra volta e non ora; infatti, quando oggi sono tempo!, tutto celato in capannoni e capannette moderni e a colori, non come tornato, i sandali non erano pronti. Pieno di persone il negole vecchie fabbriche di ferro e disastro, prefabbricati gradevoli all’aspetto, cozietto, indaffarato il calzolaio: ogni sentimento o agitazione sì composti che non sembrano nemmeno capannoni, tempo!, e incistati nel L’AUTORE erano ricomposti nel suo sguardo, cancellati, niente da ritessuto dei capannoni i vecchi paesi e i loro nomi, puro riferimento geografiDaniele Del Giudice cordare o da temere, la mia presenza sulla porta meritava apco, campanili e brevi piazze municipali per ricordare che lì dentro, nell’ordiha scritto i romanzi Lo stadio pena un fugace «mi scusi, Monsieur, non c’è stato tempo». nato mondo di frese e torni e anfratti industriosi e robotizzati, c’è ancora Nodi Wimbledon, Atlante Naturalmente il tempo che non c’era mancava ai sandali o al venta di Piave o Motta di Livenza e San Stino o San Donà o Preganziol o Camoccidentale, Staccando calzolaio, eppure la frase lasciava una certa ambiguità e il fipo d’Arsego, città-paesi autofabbricanti e autoespandenti, a raggiera, a levanl’ombra da terra,Mania (tutti lo di allusione lasciò me attestato sull’attesa, mentre il giovate e ponente a meridione e settentrione, tempo!, costruisci e assembla, investi Einaudi). Questo racconto ne calzolaio tornava al suo pubblico vociante. Quanto all’ate prevedi, inventa e vendi, economizza e rosica, erodi leggi e rosica fisco, lavoè inedito in Italia tesa, se già era stata lunga e agitata quella della notte prima, ra e spartisci il prodotto in plurimi lavori, il medesimo lampadario per quattro più lunga ancora sarebbe stata quella dei giorni successivi, o cinque imprese, tempo!, chi ci mette il vetro, chi ci mette il cavo elettrico, chi che ho interposto prima di ripresentarmi nel negozio. Con ci mette la cannula di alluminio che contiene il cavo elettrico medesimo, chi ci chi potevo parlarne? A chi avrei potuto raccontare che avevo assistito, o peggio ancora credevo mette le viti per bloccare il tutto, chi ci mette la scatola per imballare, chi ci mette la spedizione, di aver assistito, a una transazione commerciale riguardante il tempo? A dire il vero facevo vae adesso tocca a te corriere, tempo!, corri corriere, corri veloce fino all’Oman o alla nuova e sdrughi sondaggi, lanciando esche generiche ai miei amici rabattini nelle conversazioni, tutti però cita Russia, corri manufatto del Nordest, da Mogliano Veneto su su a Samarcanda, straight away. intendevano il tempo come tempo meteorologico, e quando li riportavo al tempo cronologico Quanto a me, vado piano nella nebbia del mattino verso l’azienda di un signore che conosco, aprivano le mani o inclinavano leggermente la testa, indicando una serena e ovvia rassegnaguido lentamente per non sbagliare svincoli, tangenziali e raccordi fino alla sua piccola fabbrizione alla vastità dell’argomento, che oltretutto non si sapeva mai come prendere. Al più saca, vado piano ma perseguo la mia pista. La mia pista adesso è questo vecchio fondatore d’impiente di loro domandai a bruciapelo: «E se da qualche parte, qui in città, si potesse comperare presa e fabbricante di tecnologie, ingegnere ma non laureato, poeta ma non riconosciuto, tratempo?». pianto di sapienza contadina in astuzia manageriale. Mi è venuto incontro sulla porta del suo «E dove?», disse lui. ufficio, ha voluto accompagnarmi subito a vedere i nuovi impianti: «Vieni, femo un tour, ti fac«Al mercato, per esempio». cio fare un giro, anzi guarda bene perché in realtà è la fabbrica che gira, deve girare, il nocciolo «Come i fiori, le olive e il pesce?». è questo, nessuna installazione fissa, quando un prodotto non tira più avanti un altro, per co«Magari in qualche negozio che sembra vendere tutt’altro, qualche bottega che vende temstruirlo devi girare la fabbrica come un guanto, veloce, adeguarla, come le terre una volta, rotapo sottobanco». zione delle colture, rotazione dei prodotti, ma mai sfibrare la terra né i prodotti, per esempio el «Tu lo compreresti?». mercato del cyber se ga sfibrà, possiamo ancora andare avanti co tute ste chip e ste chop che se rin«Certamente. Adesso, per esempio, ne comprerei quanto basta per finire in tempo questo core?, no, devi passare al corpo, intervenire sul corpo, adesso ho preso un’équipe coreana, li ho racconto. Per tutto il resto, e in generale, preferisco attenermi al tempo che mi è dato. Però samessi qui a studiare, studiano dalla mattina alla sera, gli faccio studiare la corrente umana, la rei molto curioso di un commercio di tempo, vorrei sapere tutto, come si svolge, chi fornisce la corrente contenuta nel nostro corpo, si può usarla sai, si può usarla per trasmettere informamateria prima, chi lo acquista e perché, quanto costa, e chi lo mercanteggia». Ma queste conzioni, poca roba, pochi volt, ma bastano se trovemo el modo, basta trovare il modo, il trucco è versazioni si svolgevano nell’alcool, ufficialmente proibito e privatamente consumato, e all’altutto lì, sempre trovare il modo». Non dubitavo che prima o poi “trovare il modo” gli sarebbe cool finivano per essere attribuite da tutti. riuscito anche questa volta; lo stesso modo che aveva trovato agli inizi, molti anni fa, per una fuA proposito di tempo, per quanto possa perderne, anch’io ho delle cose da fare, prima di lasione speciale di metalli, lega leggerissima e dura brevettata da lui nel Trevigiano e finita a Housciare Rabat. Come sempre le cose da fare attenuano i pensieri, e così anche quello del comston, Texas, dentro le sonde spaziali della Nasa. mercio di tempo è stato accantonato come una stramberia, qualcosa che nel tempo sfuma e diUn uomo d’invenzione e di imprese come lui doveva sapere qualcosa, per questo sono veventa sempre più irreale. Anche i sandali da ritirare sono finiti in fondo alle mie preoccupazionuto a fargli visita; gli ho raccontato di Rabat e del sospetto che laggiù facessero commercio di ni, e comunque per questa incombenza, vada come vada, ho lasciato libero l’ultimo giorno pritempo. Si è messo a ridere, «laggiù?» ha risposto, «mica solo laggiù, magari in tanti altri posti…», ma di partire, questo giorno, esattamente oggi. Nel pomeriggio ho imboccato la rue des Concome se la cosa fosse ovvia e risaputa, «ti ga rason, certo che c’è, ma cosa c’entri tu?». suls, in salita, venendo dagli Oudaia, senza alcuna emozione, pronto anche a trovare il negoNon mi aspettavo una conferma così immediata, piena, e sono rimasto un po’ sorpreso: «Non zietto chiuso. Mi sono lasciato prendere dal vecchio mercato, e da come il vecchio mercato e la è un segreto?». città cambiano di anno in anno a Rabat, anche questa volta c’era una maggiore dignità delle «È un segreto sì, per ovvi motivi di competizione, e sicuramente anche militari, ma la voce gipersone, una diversa consapevolezza di sé, un interesse più composto, senza troppe aspettatira da parecchio, almeno in certi ambienti. Io posso dirti quello che so, ti conosco, e poi sei estrave o illusioni nei confronti di chi è straniero. Col calzolaio, solo nella bottega e tranquillo nel veneo al tutto, cosa potresti fartene? Diciamo che è un mercato di ricerca, ancora allo stato emdermi, ho usato da subito prudenza e naturalezza. Gli ho ricordato di quando avevo conosciubrionale, ma molto custodito. Non proibito, bada, nessuna legge vieta la vendita di tempo, ma to anni prima suo padre, titolare e fondatore dell’attività che aveva chiamato “Au soulier motutto è rigorosamente protetto, inaccessibile». derne”, insegna a smalto ancora fiammeggiante sulla porta della bottega, suo padre che ogni Ne parlava dando alla questione un andamento di routine, eppure mi ha chiesto con insivolta mi mostrava nuove ordinazioni provenienti da celebri negozi francesi e italiani, o almestenza dettagli d’ogni tipo su quanto era accaduto “Au soulier moderne”. Poi ha accelerato il pasno celebri per lui. Ho detto al calzolaio che avevo scattato una foto di suo padre mentre lavoraso, prendendomi in disparte: a bassa a voce ha raccontato come all’inizio ci fossero stati prova una suola, lì nel negozio, e che la conservavo. Tentavo una confidenza attraverso la familiablemi di stoccaggio, riuscivano a trasformare il tempo naturale in tempo artificiale ma non c’erità e la memoria del calzolaio padre, ma il calzolaio erede restava sulla difensiva: «Se vuole, può ra modo di accumularlo e conservarlo, tempo efficace, sì, ma instabile, dopo un po’ perdeva le fare una foto anche a me», è tutto quello che ho ricevuto in cambio insieme ai sandali riparati. caratteristiche, si contraeva. Dovevo prendere tempo, ho comperato un rasoio elettrico Philips un po’ antiquato (che non Ero così eccitato e curioso che lui mi ha prevenuto: «Adesso no star a domandarme, non chieuserò, abituato da sempre alle lame); ho comperato un abaco in legno e una Texas Instruments dermi chi e come, perché ti giuro che non lo so neanch’io. Probabilmente lo prendono dai paedi plastica da pochi dirham; uno swatch prima maniera, un filtro circolare da farina, un pettisi dove ce n’è abbondanza, il Marocco, perché no, ma chissà dove ancora». Camminando fane, delle bustine di cardamomo. Passavo ogni nuovo acquisto al calzolaio, lui lo accantonava ceva ogni tanto una sosta, ma il suo parlare era affrettato, sdrucciolo, «Sei proprio sicuro di quelscrivendo il relativo importo su un foglietto. Dopo le spezie ho finto di cercare a lungo tra gli scaflo che hai visto?» ripeteva, perché alla probabilità che io avessi visto giusto legava, nel suo rafali aerei e i pochi sacchi a terra; alla fine mi sono girato dalla sua parte, lentamente, ho teso le gionamento, la possibilità che qualcuno avesse “trovato il modo”. Rabat comunque non era mani vuote, concave e accostate, gli indici divaricati nella misura di un ordine di grandezza, imicertamente un punto di arrivo, piuttosto un punto di partenza del tempo, uno dei luoghi di ractazione goffa del gesto che gli avevo visto fare al vecchio arabo. Ho aggiunto senza importanza: colta e di prelievo, magari gli arabi ne trattenevano un po’ per il commercio locale, e io dovevo «…e, naturalmente, anche questo». Il calzolaio si è ritratto, fissando il vuoto tra le mie mani coessere incappato in uno di quei rivoli, ma il grosso, il grezzo, dovevano mandarlo fuori. «Già» ha me un aspide velenoso. Poi, rapidamente, ha ritrovato il tono, sornione, sorridente: «Questo… concluso «non sono loro a elaborare il tempo, i processi sono sicuramente altrove; tempo allo cosa, Monsieur?». stato sorgivo, questo possono offrire loro, tempo che scivola clandestinamente dai continenti «Questo, …questo… zaman… Un po’ di zaman, non ce l’ha?». lenti ai continenti veloci. Del resto, qui da noi, dove xe che ti trovi tempo?, dove troveresti anco«Ma certo che ho zamanper lei, abbiamo tutto il tempo che vuole, non che qui ci sia tanta rora non dico un’ora ma un secondo?». ba, il negozio è piccolo, io sono prevalentemente un calzolaio, ma lei può scegliere con calma Ho provato a valutare quanto dovesse valere il tempo che mi dedicava, vera elargizione, co- Tutto si basa sul fatto che un’ora di Rabat e un’ora di Chicago come consumo e resa non valgono lo stesso Repubblica Nazionale DOMENICA 31 DICEMBRE 2006 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 55 M ercanti del tempo me per le informazioni che, a differenza dell’uomo di Rabat, concedeva copiose, sebbene le congetture prevalessero sulle informazioni, sebbene il poeta prevaricasse l’ingegnere: «Vedi, il tempo potrebbe derivare dai continenti lenti ai continenti veloci, e forse anche in direzione opposta. Tutto si basa sul fatto che un’ora di Rabat non è un’ora di Chicago. Per la cronometria sono uguali, ma al consumo e alla resa non sono la stessa cosa. È questo differenziale che conta. Forse tempi lenti e tempi veloci si attraggono, come i fronti freddi e i fronti caldi in meteorologia, come l’alta e la bassa pressione e la circolazione conseguente, è possibile che anche le masse temporali si spostino così, sfruttando uno scompenso naturale». Si è illuminato, acceso dal proprio paragone climatico: «Qualcuno deve avere trovato il modo!» ha esclamato sopra il poco rumore dei macchinari e degli addetti nel capannone, per poi smorzarsi in un rammarico lieve, «beati loro, questo sì che è l’affare grande, chi c’è riuscito ha per le mani l’affare grande». Stavanger, Norvegia, terza settimana di primavera “STAVANGER”. La prima volta che ho letto questa parola è stato nella lettera arrivata parecchio tempo dopo, a dire il vero lettera di una sola parola scritta a stampatello dall’ingegnere stesso, isolata al centro sotto l’intestazione dell’azienda. Sembrava un appunto preso al telefono, e al telefono, quando l’ho chiamato per ringraziarlo, pur nella prudenza che la conversazione imponeva ha tenuto a precisare che quelle nove lettere dovevano intendersi come il risultato di interrogazioni lunghissime e delicatissime, una catena che aveva valicato, in andata e in ritorno, diffidenze, garanzie, verifiche e legittimazioni. “STAVANGER” non è un termine dialettale, né una chiave in codice, non un acronimo e neppure un anagramma, è semplicemente il nome della cittadina norvegese dove sono approdato due giorni fa, al termine di quella catena di validazioni, in attesa di conoscere quanto mi è stato concesso. Ogni tanto penso con emozione che qui, da qualche parte, c’è la fine del mio viaggio e del mio scopo, nascosto magari in una di queste stradine a pavé e vecchie case di legno in salita dal porto alla cattedrale, antichi insediamenti di balenieri ed emigrati, costa occidentale della Norvegia, stesso parallelo delle Orcadi, aperto Atlantico, nordissimo Mare del Nord. Dalla cattedrale, nel sole ancora freddo, si vede bene come il mare entri in città dal Bokn Fjord, diramandosi poi in braccia e dita terminali e gerarchie di piccoli sottofiordi che disegnano la città in forma di arcipelago. Anch’io, come il mare, vorrei entrare dappertutto e aderire, parlare con chiunque, scuotere l’austerità di questi norvegesi dagli occhi distanti, ma la presente circostanza non è adatta allo scopo. Ho fatto mio l’obbligo del segreto tassativamente imposto, ho deciso cioè di rispettarlo per fondati motivi, la cui opportunità spero risulterà evidente. Nessun segreto invece sui due giorni di attesa previsti nella procedura d’ingaggio, due giorni di studio, non mio ovviamente, ma di chi mi ha seguito e ha studiato ogni mio movimento, ogni uscita e entrata dall’albergo sul porto e le poche telefonate familiari in arrivo o in partenza. Quel che non avevano ancora era appunto questo, il mio comportamento, quanto al resto sapevano già tutto, e naturalmente sanno che mi occupo di discontinuità, e che della discontinuità — i salti, le rotture, quando una catena si spezza e riparte in modo imprevisto — mi occupo da un punto di vista strettamente conoscitivo. Un ricercatore, niente di più, niente commerci o traffici di sorta. Discontinuità, già, ma è curioso come i luoghi al contrario siano spesso continui nelle loro vicende, sorprendentemente fedeli e coerenti. Ne ho avuto conferma anche qui, in questi due giorni di zonzo a Stavanger. Dai suoi musei ho appreso la storia dei vichinghi, pirati e non, la spada confitta nella roccia, la poesia di Kipling dedicata alla città, la tradizione leggendaria delle balene bianche e la concreta e sterminata produzione di sardine, poi soppiantata dallo scavo del petrolio greggio in mare. Ma insieme a tutto questo ho appreso con stupore l’epopea nazionale di Stavanger: e cioè il sabotaggio degli impianti installati qui dai nazisti per fabbricare l’acqua pesante, unico elemento mancante alla loro bomba atomica. L’Operazione Freshman, opera della popolazione locale che costò parecchi morti, fu un «episodio poco conosciuto ma cambiò i destini del mondo», secondo i documenti del museo. E non è detto che adesso, in questo stesso fiordo, in questi giorni, non avvengano magari per continuità altrettanti cambiamenti. Per il resto ho camminato a lungo, il mio lavoro è fatto anche di questo, camminare, il mio posto è dove le cose si interrompono e prendono un’altra strada, fosse anche durante una passeggiata… «Questa sua visita, lo sa, è un’eccezione molto particolare. Sa anche quali sono i vincoli». La donna parlava con trattenuta dolcezza, per nulla contenta però della mia presenza così fuori dell’ordinario. «Ne sono consapevole» ho risposto, chiedendomi quali pressioni avessero reso accessibile tale privilegio, perché proprio io, e perché mai mi avessero lasciato arrivare fin qui e lasciato solo in piedi di fronte alla bella signora austera e convinta di sé, osservato dal suo irresistibile sguardo come il risultato misero dell’errore o della leggerezza commessi da qualcuno. Il posto, comunque, è tutto diverso da come lo immaginavo: un ufficio piccolissimo e rialzato al termine di una scaletta, nemmeno un ufficio, piuttosto un’astanteria, visto il tavolo perfettamente sgombro, le pareti strette a losanghe di legno, e la porticina in fianco alla vetrata coperta da tende bianche. Quanto ai vincoli, temo sia giunta l’ora di rispettarli: sarò dunque generico nel raccontare come mi abbiano prelevato poco fa, a sera inoltrata e senza alcun preavviso, giusto allo scadere del secondo giorno, interrompendo bruscamente la mia passeggiata. Sono stati rapidi e decisi ma non scortesi, la voce maschile aveva detto alle mie spalle in inglese: «Non abbia paura. E non si volti». Poi all’oscurità della notte si è aggiunta l’oscurità dell’interno di un furgone e il buio ermetico e definitivo di una mascherina da sub stretta e cieca. Breve il trasporto, disorientante però, con salite e discese e giravolte forse necessarie forse intenzionali, comunque senza più parole fino a queste della signora, bionda e bella e infastidita: «Vorrei che lei avesse ben chiare alcune cose. Primo: ciò che vedrà adesso è un esperimento, un prototipo, un modello sul quale stiamo lavorando. Secondo: ciò che vedrà non ha nulla a che fare con un traffico clandestino, con i disdicevoli commerci che percorrono globalmente il pianeta, organi umani, ovuli femminili, corpi innocenti o non per perversioni sessuali, droga, avanzi di arsenali nucleari, tecnologie di dubbia destinazione. Terzo: non siamo…». Apprezzavo l’ordine mentale nel preambolo della signora, ma aspettavo che le sue dita candide e snodate ultimassero l’elenco ad excludendum, per arrivare finalmente a ciò di cui si trattava. Quando è stato il momento, lei ha cambiato tono di voce, più sensibile, sottile: «Noi trattiamo tempo. Il tempo non è inquinante, non è tossico. Naturalmente ha un costo, ma contenuto se rapportato agli investimenti, per non parlare del nostro lavoro». Mi sono permesso di domandare in cosa consistesse tale lavoro, e ha risposto che lo avrei visto tra poco; nel frattempo dovevo considerare molto significativo il fatto che qualcuno si fosse preso cura della distribuzione del tempo, sottraendola a interessi speculativi o più rischiosi ancora. Lasciava a me d’immaginare cosa accadrebbe se tutti…, se alcuni poteri…, se certe finalità…, e alla somma di tutti questi “se” mi invitava ad attribuire la saggia segretezza che circondava la loro attività, i cui caratteri s’intendevano più simili all’iniziativa umanitaria che ai commerci di una holding. Avevo in mente mille domande e mille curiosità, ma non volevo perdere altro tempo; ho lasciato al silenzio e al mio volto il compito di esprimere una statica, assoluta interrogatività. La signora ha aperto di colpo le tende: al di là dei vetri ho percepito un enorme spazio sottostante, con scaffalature e percorsi illuminati da una fortissima luce azzurra e liquida; così intensa la luce, che in realtà più dello spazio sotto si vede bene il sopra, il tetto in legno a poliedro con un aggetto più avanzato, e da com’è l’interno si può riconoscere benissimo l’esterno: era uno di quegli hangar alti e stretti che usavano cent’anni fa per smontare le balene, tagliare le carni, raccogliere il grasso, districare le ossa. Perfettamente restaurato, come gli altri che avevo visto camminando lungo il porto. «Mi segua», ha detto la signora, e io l’ho seguita attraverso la porticina laterale. Ci siamo fermati alla fine di pochi gradini, al livello del grande padiglione. Per quanto mi sforzassi di ricon- durre l’ambiente a qualsiasi altra natura, la disposizione dei percorsi, i contenitori, la segnaletica bilingue norvegese inglese, e insomma la sua specifica totalità poteva corrispondere a una cosa sola: «Ma è un supermercato!». Senza clienti, nel più perfetto silenzio delle merci, comunque un supermercato. Ho avuto la sensazione che la signora stesse per esercitare nuovamente la sua vocazione alla premessa, ma si è trattenuta, o deve aver scelto l’immersione immediata imboccando uno dei percorsi, non senza precisare: «Sì, un supermercato, ma molto speciale. È molto più di un supermercato, è quello che viene dopo…». Abbiamo fatto due o tre passi lungo il primo corridoio destinato ai tempi Personals, nell’odore e nell’incontaminato che solo il nuovo emana: «È la simulazione di un supermercato, la sua stessa rappresentazione. Ovviamente il tempo non si può vendere come ogni altra cosa. Questo grande magazzino è, diciamo, un sostegno psicologico: vede i registratori di cassa laggiù?, lei pagherebbe cifre piuttosto consistenti per non portare via niente? Il nostro è un commercio del tutto nuovo, non si è mai comprato e venduto tempo fino ad ora; per rendere psicologicamente credibile l’acquisto, o meglio per riportarlo all’esperienza abituale, abbiamo scelto la simulazione di ciò che è più familiare». Le scatole negli scaffali erano di grandezze diverse, molto colorate, colori aggressivi e titoli da fumetto, ma come ha spiegato la signora le dimensioni delle scatole non erano collegabili alla quantità di tempo o al suo valore commerciale, piuttosto a qualcosa che lei stessa ha definito “densità”. C’erano scatole di Change your chance, tempo in tagli diversi da minuti fino a poche ore, per poter tornare a qualche bivio della propria vita e con questo tempo fare la scelta opposta, l’opportunità lasciata cadere, riaprire un amore che era stato chiuso, per esempio; confezioni di How much more?, per chi avesse bisogno di un po’ di tempo ancora e Delays per chi intendesse saldamente ritardare. Meantime indicava invece un doppio canale temporale per fare simultaneamente due cose che non si possono fare nello stesso tempo, come cantare e bere, o dire e contraddirsi nello stesso istante, o più genericamente dilatare fino al raddoppio la quantità di una giornata nelle medesime ventiquattr’ore. Lo stesso effetto, in verità, si poteva ottenere per contrario con gli Slow timesdegli scaffali successivi, tagli di tempo lento in diverse gradazioni di lentezza, che l’immagine sul dorso delle scatole iconizzava in forma di gocce poco allungate, o più allungate, o allungatissime. Poiché fissavo le gocce sulle confezioni, la donna ha detto: «Apra una scatola, se vuole. Dentro non c’è niente», con un primo sorriso da quando ero arrivato. «E dunque?» ho chiesto, dopo aver constatato di persona. «E dunque questo fa parte di quello che non potrà sapere, cioè il come, in ogni sua componente. Da come si produce artificialmente il tempo fino a come si trasferisce ai clienti». «Saranno contenti di uscire con delle scatole vuote?». «Pensiamo di sì. Il tempo acquistato è autentico, anche se lì dentro non c’è niente». Scale mobili dividevano l’hangar in più livelli sottostanti, uno dei quali tutto dedicato ai tempi industriali e massivi, il grande reparto Economical, vasto e prezioso tempo distinto in provenienze, con ingombranti e suggestivi contenitori di Indian Time o Northafrican Time o Subsaharian Time; ma anche Subatomic time, nel piano ancora più sotto, quello dei tempi infinitesimali per fisici delle particelle, scatoline di nanosecondi e picosecondi, e tempi reversibili in cui un evento può tornare indietro, seppure un evento fatto solo di pochissime particelle e non più. E giù giù, nel basamento del vecchio edificio da balene, un reparto ristrettissimo di tempi sorprendenti di cui non potrò mai parlare, tempi inimmaginabili, tanto che le scatole non avevano immagine, scatole professionali grigie e severe, tempi da ricerca pura, tempi dalle proprietà che adesso, nel rispetto dell’impegno preso, posso soltanto dare come “sconosciute”. Credere o non credere. Credere o non credere, quel che avevo visto era davvero incredibile, inconcepibile; quando siamo tornati al livello più alto e prossimi all’ufficio, tra quegli scaffali Personal che adesso mi sembrano del tutto ovvi, ho trovato il coraggio di domandare alla signora «E chi mi dice che funziona?». «Le piacerebbe provare?». «Davvero? Lei davvero potrebbe…?». «Sì, è stata prevista questa possibilità per lei. Che tipo di tempo vuole?». «Posso sceglierne solo uno?». «Sì, uno solo. Lo consideri un piccolo omaggio». Voglio il tempo per finire questo racconto, ho pensato subito, schiacciato dalla sorpresa e dall’incertezza; poi d’istinto, venuto da chissà dove, mi è uscito: «Vorrei la prima ora. La mia prima ora». «Che ora era?». «Non so, mi pare le due del pomeriggio». «La prego, dica l’ora con precisione». «Le due del pomeriggio». «Che anno?». «1949». «Che giorno?». «11 luglio». «È sicuro?». «Sicuro, sì, lo stesso giorno e mese di mio padre». Ma per un istante ho avuto il sospetto che la sua domanda non riguardasse soltanto l’esattezza del momento della mia nascita ma più in generale…, sì per un istante, anzi meno, anche meno, ho avuto solo il tempo di un sospetto, o un sospetto non solo sul tempo, soprattutto su cosa mi fosse stato veramente chiesto in quel momento… Un supermercato creato come sostegno psicologico: per rendere credibile l’incredibile acquisto …Altro che bello, era bellissimo, ma non potevo muovermi, vedevo tutto confuso, che fossi già miope allora?, un freddo terribile, tutto umido, bagnato di liquami, ne avvertivo l’odore forte, avevo le mani ma non potevo toccarmi la pancia, lì c’era un sorprendente nodo del mio tessuto tenue, un tubicino che qualcuno aveva appena annodato come un fiocco, cosa ci faccio adesso, pensavo, andrà via col tempo?, volevo chiederlo al calore femminile e familiare che avvertivo come un animale lì vicino, volevo chiederlo a quell’odore che è ancora mio, volevo parlarle, o parlare almeno alle voci che sentivo attorno, chiedere qualcosa, ma chissà cosa, e poi non conoscevo le parole, nel cercarle mi strozzavo col mio stesso pianto, mi stancavo, ero stanchissimo. Sfinito. …Tra tutte le cose che non so adesso, non so evidentemente cosa sia il tempo, ma ho una sensazione strana, chissà da dove viene, non conosco il tempo ma mi sembra di ricordarne vagamente alcune misure elementari, che il tempo sia una misura?, a mio parere l’ora dev’essere passata da un pezzo, l’ho detto alla signora? Era lei? Era tornata? Gliel’ho detto che l’ora è passata da un pezzo o l’ho solo pensato? No, devo averglielo proprio detto alla signora, e forse la risposta è questo suo filo di voce calda come un carezza: «Noi riponiamo in te la massima fiducia, ma a suo tempo capirai perché non possiamo rischiare. Almeno non adesso, certamente non in questa fase. Ci prenderemo cura di te. Tra qualche tempo tornerà tutto come prima, ma non subito, non ora. Al momento opportuno sarai perfettamente uguale, perfino il tuo lavoro sarà lo stesso. Di che cosa ti occupavi?… Di cosa hai detto che ti occupavi?… Ah sì, la discontinuità…». Non vedo bene, ma se fossi più grande potrei dire che il suo volto si è illuminato a quell’idea o a quella parola: «Sì, la discontinuità, adesso potrai ricominciare. Proprio da questa…». © Copyright Daniele Del Giudice 2000-2006 Repubblica Nazionale 56 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 31 DICEMBRE 2006 Poteva essere un western, una storia di ghostbusting, o l’immancabile Disney Era prima delle multisale e prima che fosse inventato il trash nazional-popolare. Un prodotto che riuniva negli spettacolari anfiteatri dei vecchi cinema nonni e nipotini, un apprendistato collettivo al gusto della settima arte era il clima che si manifesta dopo i lunghissimi pranzi, con le famiglie che si erano riunite: fuori dalle finestre le immancabili bianchissime nevi d’antan, gli alberi stilizzati con i rami scheletrici e ghiacciati, e dentro casa il profumo dei mandarini e lo spettacolo delle tavole imbandite, con le stoviglie e le posate migliori, lo spumante sprecato gioiosamente perché una festa è una festa e non si sta a sottilizzare sull’allegro sciupio delle cose insolite e preziose. Così è naturale che la memoria vada quasi per inerzia ad anni che possono stare fra i Cinquanta e i Sessanta, ma che arrivano anche molto più vicini, in ogni caso quando fra gli addobbi, le stelle natalizie e le decorazioni dell’albero cominciava a manifestarsi l’idea per eccellenza, l’assoluto che trasformava la festività religiosa in un’attesissima festa laica. Che era il cinema per tutta la famiglia, bambini compresi. Si trattava di una tradizione esplicitamente novecentesca, convenzionalissima e irrinunciabile, che trasferiva il momento capitale della riunione di famiglia dalla casa all’esterno, dal salotto domestico alla platea del cinema, quando i cinema non erano le multisale di oggi ma sterminate distese di poltrone disposte spettacolarmente ad anfiteatro. L’occasione, ogni anno, poteva essere il solito puntualissimo film della Disney: perché nell’Italia della stagione che precede il vhs e il dvd i cartoni animati costituivano un appuntamento annuale, secondo una scansione ineluttabile stabilita dal mercato. Sta di fatto comunque che il film disneyano si poteva vedere soltanto in quei giorni benedetti, si trattasse della riedizione di Fantasia, dell’uscita della Carica dei 101, o più tardi dei fortunati Aladdin e Il Re Leone. Ma non c’era soltanto Disney, naturalmente. Con qualche precauzione a tutela delle psicologie infantili, il film delle festività poteva essere un western, come più tardi una di quelle commedie catastrofiche e pazzesche all’americana, o una spettacolare storia di ghostbusting. Non c’era ancora, è vero, il marketing implacabile e piuttosto ovvio che poi avrebbe portato l’industria cinematografica nazionale a imporre ogni dodici mesi la coppia, poi scoppiata, composta da Massimo Boldi e Christian De Sica: anzi, quando le feste erano davvero le feste, intervallo canonico fra due parti distinte dell’anno, il trash nazional-romanesco e nazional-milanese non era ancora stato inventato, e l’industria si preoccupava di consegnare al pubblico un’offerta di spettacolo in cui dovevaesserci il prodotto per le famiglie, capace di raccogliere un pubblico generalizzato, che accomunasse per un giorno le diverse generazioni, dai bambini ai nonni. Senza parolacce, senza cafonaggini e atti di maleducazione: il film doveva essere ricreativo e divertente ma senza scalfire i modelli di educazione vigenti; e i genitori non dovevano poi passare l’intera serata a spiegare perché nei film ci si comporta diversamente dalla vita reale. Occorre pensare infatti a un cinema quasi sempre pomeridiano, con platee e gallerie affollate di bambini che aspettavano tutti eccitati l’avvio della proiezione, con sciarpe e cuffie e cappottini appoggiati sugli schienali delle poltroncine rosse, e coppie di genitori che per una volta si concedevano una tolleranza diverti- C’ era EDMONDO BERSELLI C’ NAPOLI C Anno mondiale per lo show della pallastrada EMANUELA AUDISIO opacabana proprio no. Lì c’è la sabbia, la rovesciata è dolce. Qui c’è l’asfalto, la pietra lavica, l’assist del marciapiede. Pelè non lo puoi fare. Sbagli il dribbling e ti accoppi un piede, toppi il rilancio e finisci in cattedrale. Ognuno ha la sua pallastrada. Quella di Napoli è mondiale. È il sogno che ha portato Cannavaro in cima al mondo, con la spinta di tutti gli scugnizzi. Per Stefano Benni nella Compagnia dei Celestini le regole sono semplici: ammessi gli sgambetti, il cianchetto, la gambarola, il ganascio, il pestone, il costolone, il raspasega, il placcaggio, il ponte, la cravatta, l’entrata a slitta. La palla deve essere stata rattoppata almeno tre volte e avere protuberanze. Guai a fermarsi per il passaggio di bici, auto, moto e camion, per il carro funebre invece sì. A Napoli la pallastrada si affolla al centro. Sbatte sull’arte concettuale, rimbalza sulle facciate delle chiese, s’incastra tra i monumenti e le decorazioni. Vola sull’anno nuovo, sulle feste della città, finisce tra i piedi di tutti, sul palco dove stasera canterà Ranieri. E quando piazza Plebiscito si illumina, con le frasi dell’artista americana Jerry Holzer che dovrebbero ingoiare la notte e le angosce dell’umanità, la vedi lì in alto, impiccata alla luna. È il vintage che non se n’è mai andato. Non manca una festa: c’era a Natale, con Cannavaro e Ferrara, cercava traiettorie l’anno scorso tra le mura dell’installazione di Sol Lewitt. L’arte la ispira, ne usa ogni spazio, sfrutta i suoi angoli. Le porte delle chiese spesso sconsacrate e le inferriate vengono ridisegnate con vernice bianca, i bidoni della spazzatura servono da pali. Si gioca in notturna sotto la galleria Umberto, con squadre trasversali, in via Verdi, tra l’edifico appena restaurato del consiglio comunale e palazzo San Giacomo, con i cestini di immondizia piazzati verso il Municipio e verso il San Carlo e con l’edicola di Gennaro che è quasi palla al centro. La pallastrada qui ha i suoi blues: auti nostro, come ha scritto Ciro Fusco, che in un bel libro ha fotografato i calciatori fuori campo. Auti, dall’inglese out. Il calcio di chi è fuori, escluso, senza campo. Il lessico familiare di chi rimastica tutto: pronuncia e regole. E se ne frega dei playground. Enz da hands, fallo di mani. Il gioco a lampione unico, perché in certe strade solo una porta era illuminata, l’altra al buio. Le partite che finivano perché tra un rimpallo e l’altro il supersantos arancione scuro a righe nere non si trovava più. Sparito nell’oscurità. Anzi il supersantòs, 280 grammi di gomma, evoluzione del supertele, a pentagoni neri, che volava leggero come un pipistrello. E per questo la crudele guardia municipale lo bucava, anzi lo schiattava con la penna Bic. Non solo yesterday, ma anche cronaca, quotidianità. Ghezzi è il ct di piazza del Plebiscito. In realtà si chiama Tonino, ha 63 anni, è bidello alla scuola Vittorio Emanuele, niente moglie, né figli, capelli lunghi biondi, pochi denti, chiamato così perché da ragazzo giocava in porta e aveva la passione per l’Inter. Allenamenti Repubblica Nazionale DOMENICA 31 DICEMBRE 2006 Una tradizione novecentesca ormai in gran parte perduta, che trasferiva e prolungava il momento capitale della riunione familiare: dal salotto domestico alle poltroncine di una platea LA DOMENICA DI REPUBBLICA 57 Erano i tempi della tv del monopolio, la tv in bianco e nero che festeggiava trasmettendo la danza dei panini e il Natale solitario di Charlot: si rideva fino a singhiozzare e magari ci si sentiva più buoni... una volta il film di famiglia sotto il colonnato della chiesa, schemi sotto le statue. Una piccola nazionale di pulcini, a zero lire. A una certa ora della sera Ghezzi pare il Pifferaio Magico di Hamelin, gira per le strade del centro a raccattare bambini, a ogni curva la fila si allunga, quando sbuca in piazza Plebiscito è il momento di fare le squadre. Ghezzi allena e vigila, perché se vai in fuorigioco finisci tra Carlo e Ferdinando di Borbone, tossici, cani, e disperati. Si comincia sulla strada, si finisce a volte sull’erba di uno stadio. «Nocerino, che gioca con il Piacenza, è cresciuto qui. Non è il solo, non tutte le famiglie hanno i soldi per mandare i figli a scuola di calcio». La pallastrada viene dalla viscere. Napoli ha solo 12 campi da calcio regolari, Padova che è tredici volte più piccola ne ha 65, Milano 153, Roma 232. Ciro Muro, 11 partite nell’anno del primo scudetto, un posto in squadra, soprattutto in caso di assenza di Maradona: «Le buste dell’immondizia, quand’ero bambino, erano le nostre porte. Si giocava quattro contro quattro dietro le palazzine di San Pietro a Patierno». La strada insegnava: la palla non diventava più piccola, anche se bucava le mani, passava sulle teste, andava fuori, e soprattutto non in tv. Riccardo Siano, che da ragazzo passò una notte in cella con tutta la squadra, beccata a giocare nei vecchi quartieri, ha fotografato i palloni persi, affondati, vagabondi nella città. Sono la mappa di un’infanzia sbagliata, ma mai in affanno davanti alla storia: sulla statua del maresciallo Diaz c’è una palla di cuoio incastrata tra il ventre del cavallo e le sue zampe anteriori (complimenti all’autore del pallonetto), in piazza del Gesù accanto al chiostro di Santa Chiara c’è una terrazza con una ventina di supersantos orfani, in piazzetta Banchi Nuovi i tubi dell’acqua servivano come pali, altre sfere sono infilzate sui cancelli dei giardini del lungomare da calciatori asini, incapaci di aprire spazio sulla fascia, e sulle palme di Piazza Carità. L’anno scorso giocarono pure con le cape di morto davanti alla chiesetta di Sant’Arcangelo a Baiano, chiusa da sedici anni per restauri. Non c’era niente da prendere a calci e i ragazzi scelsero come palla alcuni teschi del convento. Nelle dichiarazioni del dopo partita dissero: «Le ossa no, le abbiamo lasciate, non andavano bene». Napoli è tutta un campo, anche se le macchine, i parcheggi, i posteggi, cancellano le righe del calcio. Anzi è tutta una religione, basta cercare chiese, porte, porticati, colonne, andate in pace sì, ma soprattutto andate in gol. Si gioca in piazzetta Montecalvario tra il profumo di chi sforna il pane e le urla degli scolari, soffocati dalle auto che avanzano come famelici dinosauri, di sera ci si sfoga, evitando la vigilanza, in galleria Umberto, c’è chi si prende l’ala lunga e chi la corta. E gli alberi di Natale vanno a fuoco, perché certe barriere sono fuori misura. La pallastrada disturba i sonni, non i sogni. Sennò Pasquale, stoppèr di piazza Concordia, mastino classe 1946, terrore di tutti i vicoli come faceva? Moglie e tre figli, e nessun aiuto. Però è vero che sotto il selciato c’è la spiaggia, e se la palla è rasoterra ci può stare anche Bahia. E il figlio di quello stoppèr si chiama Fabio. E la pallastrada vola. Anche oggi, con i cin-cin. E Cannavaro è number one. Auti nostro, ma nostro pure il mondo. ta verso l’impazienza dei figlioletti. E poi, a film cominciato, ecco la felicità e la paura nei momenti più emozionanti, le lacrime, le risate, la disperazione quando il Re Leone muore o quando sembra che i cattivi siano capaci di sconfiggere i buoni, prima dell’entusiasmante colpo di scena che conduce alla catarsi finale. Imperdibile, il film dei pomeriggi di fine anno. Quasi una cerimonia blandamente secolarizzata che tuttavia conservava una sua piccola sacralità, quasi fosse il riflesso mondano dei riti religiosi del finale d’anno, dalla vigilia con la messa di mezzanotte a Natale fino alle celebrazioni molto più pagane e spumeggianti della serata di San Silvestro. Non ci sarebbero state infatti tante altre occasioni per ricostituire l’unità familiare davanti al grande schermo. E d’altronde negli anni di un’Italia ancora per molti aspetti antica, l’atmosfera festiva era creata non soltanto dalle luci e dalle vetrine dei negozi: nelle case, i programmi televisivi della tv del monopolio erano incentrati intorno ai film chapliniani che venivano regolarmente mandati in onda a Santo Stefano, “comiche” come L’evaso, Un idillio di campagna o Vita da cani, e lungometraggi come Il circo, Il monello e La febbre dell’oro. Si poteva restare indifferenti davanti alla scena del Natale solitario di Charlot, e alla festa da due soldi della danza dei panini? No che non si poteva. Si rideva fino a singhiozzare, e magari ci si sentiva più buoni, liberati dalle responsabilità, e dai compiti delle vacanze. C’era dunque quasi una preparazione implicita, una specie di sentimento filmico condiviso e quasi connaturato al periodo di festa: nel senso che nelle altre stagioni erano poche per le famiglie le probabilità di assistere a un film senza scene imbarazzanti, dato che ci si imbarazzava con poco, e le mamme scrivevano a Famiglia cristiana chiedendo come avrebbero dovuto comportarsi quando sul teleschermo, durante un film innocente, classificato «per tutti», o al massimo «tutti con riserva» dalle schede del Centro Cattolico Cinematografico, fosse apparsa la scena di un bacio un po’ troppo esplicito e passionale. E dunque l’attesa del film di Natale e Capodanno si preparava con una serie di rituali immodificabili, che facevano del cinema la continuazione dei cenoni e della liturgia dei regali sotto l’albero o accanto al presepio. Qualcosa è poi cambiato, anche senza che debba essere per forza necessario ricorrere all’idea sarcastica delle festività come un incubo, una specie di Nightmare Before Christmas (dal titolo del film di Henry Selick scritto da Tim Burton) trasportato con esattezza diabolica nel periodo fra le due feste, Natale e Capodanno. Se si pensa che in questo 2006, anno della computer animation, manca dalla programmazione “il” film della Disney, il cambiamento è radicale, che fa pensare come le rivoluzioni possano nascere da una tradizione mancata. Decisione organizzativa e commerciale, quella della grande multinazionale dell’intrattenimento, ma che comunque intacca le abitudini e in fondo lascia perplessi: niente cerbiatti, niente sette nani, sirenette, niente la bella e la bestia, niente di niente. Per questo conviene fare un tuffo nel passato e pensare che il film delle feste rappresentava a suo modo una specie di apprendistato al gusto del cinema. Non è un caso che ciascuno di noi sia in grado di ricordare il primo film visto in compagnia dei genitori, nell’atmosfera ricca di trepida magia delle sale del centro. La sala, il buio, il fascio luminoso del proiettore. Sarebbe facile ricamare sulla poeticità del cinema di allora, quando per molti un film era una spesa da valutare con attenzione, ma che apriva le porte a un mondo di meraviglia e di incanto. Ma conviene piuttosto recuperare quegli appuntamenti di allora e considerarli un frammento del nostro personale romanzo di formazione: la piccola Bildung che abbiamo avuto grazie al Natale e alle festività, e grazie a quel semplice cinema realizzato per le famiglie. Repubblica Nazionale 58 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 31 DICEMBRE 2006 i sapori Tavole lontane I È il Natale del 1951 intere famiglie sfollate dall’alluvione del Polesine vengono aiutate a trascorrere le feste in modo più degno. Sulla tavola di chi può compaiono gli squisiti agnolotti l profumo vintage GIANNI MURA n quel Natale del ‘51 avevo imparato molte parole nuove. Sfollato, per esempio, e me la ripetevo in silenzio, trovando assonanze con sfogliato, spogliato e svogliato. Avevamo traslocato da Santa Maria della Versa (la Madòna per gli indigeni) a Brugherio giusto in tempo per farmi cominciare lì la prima elementare. In Oltrepò avevo lasciato gli amici e anche un senso di libertà. Era un paese di salite e discese, tolta la strada principale. E io ero sempre fuori, per vigne o cascine. A Brugherio la caserma (mio padre era maresciallo dei carabinieri, di qui gli spostamenti) aveva un alto muro di cinta coi cocci di bottiglia sopra, e dentro c’era un orto, qualche albero da frutto, uno spiazzo asfaltato dove girava la jeep. Quando la jeep non c’era, la porta del garage era quella di San Siro. Giocavo al chiuso sentendomi prigioniero. Non conoscevo nessuno. Per farmi passare il magone mio padre m’aveva regalato un piccolo riccio raccolto per strada, probabilmente orfano. L’avevo chiamato Pippo. Mangiava di tutto, tranne che patate e carote crude (cotte sì) e il veterinario aveva detto di dargli poco latte, altrimenti sarebbe stato male. In novembre era sparito. «Sarà andato in letargo», diceva mio padre. Gli sfollati veri erano arrivati in treno, sui camion, qualcuno in bicicletta da Milano. Dormivano all’oratorio e anche nella scuola, brandine lungo i corridoi, uscivano prima che entrassimo noi per le lezioni, tornavano quando uscivamo. Ricordo i giornali-radio ascoltati in cucina (l’unico locale riscaldato) e le parole nuove: Polesine, Occhiobello, terreni golenali, esodo. Sfollati. «Hanno perso tutto, proprio tutto», diceva mia madre. E in casa, come in altre case, si cercavano vestiti vecchi, giocattoli dimenticati, cose da dare agli sfollati, coperte, andavano bene anche i soldi ma non è che ne avessimo molti. Quasi mi sentivo un privilegiato, grembiulino nero, colletto bianco e nastro blu. Togliere il quasi. Il fatto che agli sfollati fossero andati i vestitini di quand’ero più piccolo mi faceva pensare che non avrei avuto fratelli o sorelle e la cosa vagamente non mi dispiaceva. E comunque era Natale e Gesù Bambino mi aveva fatto trovare ai piedi del letto un paio di scarponcini con la suola di para e due torroni. Magnifico, l’unica preoccupazione era per Pippo, sparito la sera prima, ma era molto più alta l’aspettativa del pranzo, durante la messa continuavo a guardare l’orologio. Per me Natale era antipasto e dolci, del resto avrei fatto volentieri a meno. Un padre sardo, una madre di MilanoLambrate, una nonna lomellina, di Garlasco, il menù tradizionale non esisteva. Ossia: a mio padre sarebbe piaciuto l’agnello al forno, ma solo se sardo garantito. Non era facile, forse andando a I Monza in corriera si sarebbe trovato, ma era già un piccolo viaggio. Dunque, il maledetto cappone. Sempre meglio dello stramaledetto tacchino, bestia che mi terrorizzava più dei babau inventati da mia nonna, tanto più da quando mi ero preso una beccata in faccia. Bestia feroce, avvoltoio domestico, boicottato usque ad mortem (mia, non sua). Cappone maledetto non tanto in sé, poveraccio. Era pur sempre un pol- Il cucciolo Pippo, un minuscolo riccio raccolto in strada, era sparito senza lasciare traccia lo, e un pezzetto di petto magrissimo mi sarebbe toccato. Maledetto perché significava brodo, agnolotti in brodo, e io (ma anche mio padre, però se stava zitto lui non potevo protestare) li avrei preferiti col ragù di carne, e magari qualche fungo secco. Mia madre aveva preparato il ripieno la sera della vigilia, mia nonna aveva tirato la sfoglia. «E il brodo è squisito, come si fa a buttar via il bene del Signore?». Carlìn Petrini e il cenone slow fatto di spiccioli LICIA GRANELLO Mia nonna era molto religiosa e tirava in ballo il cielo nelle cose di tutti i giorni. Se smarriva qualcosa (un bottone, una moneta) il ritornello era: «Sant’Antoni e bon Gesù fèmm trovà quel ch’ho perdù». Quando mi lamentavo del grasso del prosciutto (ci avrei messo anni a capire quant’era buono) mi diceva: «Pensa ai moretti, in Africa, che non hanno il prosciutto». Già, i moretti per cui si raccoglieva la carta stagnola, ri- l menù delle feste secondo Terra Madre. Che sarebbe poi il menù delle feste di Carlìn Petrini, il più tradizionalista dei contadini langaroli, ma anche il più aperto, visionario, accelerato tra gli intellettuali terzo-quartomondisti. Una bella miscellanea, capace di sortire effetti esplosivi, quanto e più dei mortaretti di Capodanno. Come conciliare la secolare, intoccabile cultura alimentare del basso Piemonte con le mille e mille ritualità gastronomiche del pianeta? «Semplice, rispettandole tutte», risponde il padre nobile di Slow Food con voce allegra. E perentoria. «Perché non deve venire in mente a nessuno di fare opera di globalizzazione con la tavola delle feste: sarebbe una bestemmia nei confronti di chi aspetta tutto l’anno per offrire ai suoi cari i cibi più buoni e affettuosi — sì, c’è un’affezione nel cibo, altroché! —, quelli che ha imparato a cucinare dietro il grembiule delle donne di famiglia. Che a loro volta li hanno mandati a memoria durante l’infanzia. La memoria del cibo è straordinariamente resistente». Se tutto il mondo è paese, insomma, non esiste momento più di questo in cui il paese si frammenta in enclaves tanto minute e pervicaci da rasentare il fortino. «Sento fare grandi discorsi sulla trasversalità delle feste di fine anno. Balle. Secondo me, invece, sono momenti di vita intima, che tocca corde molto consuetudinarie e tradizionali. Ogni popolo, ogni persona, ogni etnia ha codificato piatti dedicati. E il cerchio potrebbe stringersi ancora fino a diventare un anellino da niente, se pensiamo che in un posto minuscolo come l’Italia i menù delle feste sono totalmente diversi da un I Repubblica Nazionale DOMENICA 31 DICEMBRE 2006 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 59 In Lombardia il pranzo comincia con salumi e sottaceti, si assaggia l’insalata russa e il paté. Il piccolo della famiglia preferisce il ragù, ma va rispettata la tradizione... E poi arrivano i dolci: cioccolatini, torroni e panettone. Le bucce sottili dei mandarini finiscono sulla stufa di ghisa e il loro profumo resta nella memoria come il profumo delle feste del maledettocappone piegandola con cura, e poi la si consegnava in parrocchia, e mi era difficile capire come la carta stagnola risolvesse i problemi alimentari dei moretti, ma così si doveva fare, anche a scuola ce lo dicevano. Se piangevo perché mi ero sbucciato un ginocchio o avevo dato una testata contro un mobile, mia nonna diceva: «Pensa ai mutilatini di don Gnocchi». Come se non ci pensassi già, una fetta di risparmi era per loro. Don Gnocchi era considerato quasi di casa: mi aveva battezzato e prima aveva sposato i miei genitori, di nascosto, nella villa dei Visconti di Modrone a Macherio, quando mio padre era ricercato in quanto partigiano. In Lombardia, almeno qui eravamo rispettosi della tradizione, si comincia con i salumi e «ghe voeur el brusc», ossia i sottaceti. Con prosciutto, coppa (di Santa Maria, come il salame) mangia- luogo all’altro. Non dico il nostro brodo di cappone e i mustazzoli siciliani, sarebbe troppo facile. Penso alle diversità che si accumulano da una famiglia all’altra: a Napoli, la ricetta delle melanzane col cioccolato viene tramandata di madre in figlia con la consegna di segretezza assoluta. Due mesi dopo Terra Madre, mi piace immaginare le migliaia di comunità che sono venute a Torino impegnate a perpetrare la loro diversità, la loro unicità nei piatti delle feste. Ma non scordiamo che molte di loro hanno rituali diversi dai nostri: il Ramadan musulmano, il Capodanno buddista... Smettiamola di pensare che esistano solo le festività della nostra parte di mondo. Anche perché il sincretismo gastronomico stenta a decollare». Infatti, in virtù della memoria del cibo, popoli e paesi sono vincolati a materie prime precise: il maiale è la pietanza delle feste in tutto il Nord Europa. Puoi declinarlo in mille modi diversi, ma l’ingrediente-base resta quello, immutabile. Succede anche per il tacchino in America o il baccalà in Portogallo. «E poi bisogna parlare delle feste degli emigranti. La loro memoria del cibo è speciale, perché fa parte di quei brandelli di cultura rimasti attaccati alle dita. Un siciliano di terza generazione in Argentina non parla più italiano, ma il piatto della memoria ce l’ha ancora lì, in testa, in bocca. Questo vale per tutti: mi ricordo un Capodanno armeno a Brooklyn, fatto con tutti i crismi della gastronomia originale, dai mezès, i ricchi antipasti, alla pakhlava, la sfoglia di noci della festa. Un’altra volta ero a Sidney, invitato al cenone da una famiglia di italiani. Orgogliosi, portarono in tavola un bel Solo a pasto finito arriva la rivelazione dolorosa: Pippo è stato catturato e mangiato dai vicini vamo cipolle sottaceto e quei peperoncini verdi e lunghi. Ma c’era anche il paté di fegatini, comprato dal salumiere, e l’insalata russa, tutt’e due coperti da uno strato di gelatina di cui ero molto ghiotto. Gli agnolotti cercavo di averli quasi asciutti, con abbondante grattata di formaggio, perché gli occhi del grasso, nel brodo, mi ispiravano diffidenza. Il cappone si accompagnava con la mostarda, che non mi piaceva per via cotechino fumante. Solo che in Australia a dicembre è estate e fuori c’erano trenta gradi!». Eppure, un filo che leghi i riti gastronomici di fine anno da una parte all’altra del pianeta deve pur esserci. Forse, dire: per fortuna il Natale non è ancora globalizzato, è una bella frase ma non basta. «È vero, la vera festa della biodiversità deve avere un approccio diverso. Ma è il contenitore che ci deve accomunare, più che il contenuto. È quello, che deve essere protetto... E il contenitore, che si richiami alla stalla della tradizione cristiana o ad altre iconografie, mal si concilia con le mangiate pantagrueliche di questi giorni. L’intimità esige una ritualità diversa. Non mi tiro indietro: mi piace mangiare bene, in compagnia, anche più del necessario, a volte. Ma bisogna distinguere. Nel giorno del bue grasso, un appuntamento che mi è molto caro, si celebra la civiltà contadina. Il brodo col vino bevuto all’alba, la sfilata dei buoi e la condivisione della tavola con il bollito fumante: non è ostentazione, ma un rito della memoria. Il menù delle feste non dovrebbe essere così. Tutto questo esagerare ricorda antropologicamente i pasti del riscatto dalla fame. Eppure, dai tempi in cui si lasciavano giorno dopo giorno gli spiccioli del resto al bottegaio per raggranellare a fine anno i soldi per il cenone è cambiato tanto. Diciamo che mi unisco agli inviti alla moderazione dei dietologi per motivi di buon gusto». Dia un suggerimento. «Mi piacerebbe un menù locale ed ecosostenibile. Più capponi e meno salmoni. E se il cappone sotto le feste costa il triplo, sostituiamolo con la gallina». del pizzicore al naso. Altri contorni: finocchi al forno e purea di patate, che mi usciva dagli occhi. Il vino era una Bonarda, ancora proveniente dall’Oltrepò, di cui ricordo perfettamente colore e profumi, ma non potevo berla. Arrivava in damigiane, mio padre la imbottigliava seguendo calcoli che mi sfuggivano, ma mi piaceva assistere alla cerimonia dell’imbottigliamento per via dell’odore d’olio che assumevano i tappi di sughero. Guardavo gli altri mangiare con grande piacere un gorgonzola più verde che bianco (che disgusto, che roba: me ne sarei innamorato negli anni del liceo). E arrivava il mio vero momento: quello dei dolci. Il panettone (Motta, di rigore), i torroni, i cioccolatini, ma anche la frutta secca, che nel resto dell’anno si vedeva raramente. E poi la frutta: l’uva detta luglienga, appassita in Oltrepò, il melograno che porta fortuna, le arance e i mandarini. Poi si mettevano le bucce sui cerchi di ghisa della stufa e quel profumo per me era Natale e pateticamente continua a esserlo, altro che le madeleines di Proust. Natale era, anche, quel caldo delizioso, mentre nelle altre stanze il gelo faceva fiori sui vetri e la notte si andava a dormire col mattone caldo di forno, per tenere buoni almeno i piedi. Dopo il battesimo del vino a quattro anni, avevo diritto a un goccio di moscato annacquato, mentre mia nonna beveva un goccino di alchermes e mio padre un Millefiori Cucchi, che mi attirava per via dei rametti di zucchero che ricordavano quelli degli alberi, fuori. Fuori ero andato, dopo il pranzo, negli angoli preferiti da Pippo, ma non c’era. Strano che mio padre mi seguisse con un’aria tra dolce e severa. «Prova a dimenticarlo, perché non lo vedrai più. Ormai sei un ometto e puoi superare certi piccoli dolori. Pippo è morto». E lui come lo sapeva? Lo sapeva perché aveva sentito qualcosa tra il grugnito e lo squittio venire dalla cascina dietro la caserma, e passando dalla cascina aveva chiesto. Visto un riccio? Sì, e anche mangiato. Pare siano buonissimi. Ma è bruttissimo sapere che l’usanza è di bollirli vivi. Questo mi fece piangere come un disperato. «Ma era mio». «Non potevano saperlo, non aveva il collarino e la medaglietta, un riccio è di chi lo trova. Sono bestiole curiose, qui nessuno gli faceva niente, ha voluto vedere dall’altra parte, è stato sfortunato». Poi aggiunse: «Potresti avere un cucciolo di cane lupo, per la Befana». Passai dal pianto al riso in un secondo. «Lo chiamerò Alì». Alì morì serenamente di vecchiaia. Mi era rimasta dentro la voglia di spaccare a sassate qualche vetro della cascina, ma il figlio di un maresciallo certe cose non le deve fare, peccato. Di molti altri Natali non ricordo assolutamente nulla, quello del ‘51 era il primo con un dolore. Repubblica Nazionale 60 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 31 DICEMBRE 2006 le tendenze Made in China In uno stabilimento gelido, un centinaio di operaie-ragazzine assembla i decori Tra luminarie, alberi di Natale, mezzelune musulmane e immagini di Vishnu iridescenti si riempiono scatoloni luminosi destinati ad allietare le ricorrenze cristiane, buddiste e islamiche ordinati da ogni angolo del pianeta. “Vogliamo produrre 365 giorni all’anno, 24 ore su 24” Una fatica senza soste FEDERICO RAMPINI C’ PECHINO è un luogo dove Natale, Befana e il nostro Capodanno non hanno senso eppure si ripetono ogni giorno dell’anno, senza tregua. Fuori la temperatura è a meno sette, nella fabbrica una stufetta elettrica è impotente contro il gelo. Una mattina di fine dicembre un centinaio di ragazze con le guance violacee sono sedute attorno a un bancone, afferrano velocemente i sottili fasci di fibre ottiche trasparenti, li intrecciano con nastri di foglie di plastica verde (gli aghi dei pini), li annodano con precisione attorno al fil di ferro che fa il rametto dell’albero. Legando i rami sintetici col nastro adesivo prendono forma gli alberi. Da questo stabilimento nella zona industriale Xi Zhuang, a sessanta chilometri dal centro di Pechino, sono già partiti nel 2006 quaranta container navali carichi di decorazioni per le feste di fine anno, destinazione Europa e America. Il lavoro non conosce pause tra un Natale e l’altro, le ragazze stanno già riempiendo scatoloni per il dicembre 2007. L’ultima moda in Occidente sono i micro-materiali iridescenti che s’illuminano con pochi watt di corrente e cambiano colore cento volte al minuto. Il 95 per cento degli alberi di Natale sintetici è made in China, così come i personaggi e le luminarie per tutte le altre feste del mondo, dalla Befana italiana al Natale ortodosso russo, dai riti induisti ai matrimoni e funerali americani. La società Ok Tree Company si trova su Internet, ha il suo catalogo di telemarketing dove sono esposti otto formati di alberi natalizi e poi pupazzi di Santa Klaus, elfi e fate e ogni divinità pagana. Tutto è fabbricato usando materiali sintetici che sono scarti di altri settori della tecnologia cinese. Le fibre ottiche che le ragazze annodano negli aghi di pino artificiali sono un sottoprodotto dei cavi che la Cina sta usando per costruire la nuova autostrada informatica sotto l’Oceano Pacifico, il cablaggio che Pechino.L’officina delle festivitàaltrui moltiplicherà per cento la potenza dei collegamenti Internet fra Pechino e gli Stati Uniti. Queste giovani operaie non lo sanno. Né immaginano a cosa servano gli alberelli, i festoni, i fiori finti, i personaggi colorati che escono dalle loro mani, a migliaia ogni giorno, con la fibra ottica che s’illumina, cambia i colori, diventa fosforescente al buio. Sono oggetti insensati, destinati a mondi lontani, per ubbidire a usanze misteriose. Natale? Capodanno? Epifania? Mi guardano smarrite, fanno scena muta di fronte alle domande, abbozzano timidi sorrisi d’incomprensione. Il Natale non è una festa cinese salvo che per le minoranze cristiane. Il business del grande commercio da qualche anno sta provando a importare anche qui l’usanza dei regali; come per Halloween e la festa della mamma gli shopping mall copiano le decorazioni occidentali; per ora solo una élite di cinesi ricchi adotta queste mode straniere. Con qualche tensione. In questi giorni imperversa una polemica antiNatale, dieci studenti dell’università di Pechino hanno scritto una lettera aperta al quotidiano China Dailyper denunciare l’infiltrazione. «Natale è una festa cristiana importata dall’Occidente — scrivono i firmatari — e noi cinesi dovremmo restare fedeli alle tradizioni e festività della nostra cultura. Esortiamo solennemente i nostri connazionali a risvegliarsi dal loro coma ideologico per restituire alla cultura cinese il ruolo dominante». La polemica interessa solo pochi eletti. La festa nazionalpopolare per il 99 per cento dei cinesi resta il Capodanno lunare, a fine febbraio, che ha iconografie e colori tutti diversi dai nostri. Del resto col loro misero salario le operaie di Ok Tree non avranno il privilegio di celebrare neppure il Capodanno cinese con una vacanza. Cento euro al mese per lavorare almeno sessanta ore a settimana, sabati e domeniche inclusi. Le ragazze indossano maglioni di lana sporchi sotto i grembiuli verdi d’ordinanza; una ha il vezzo di mostrare una collanina sopra la tuta di lavoro; un’altra porta il passamontagna per coprire le orecchie dal freddo. Fuori dalla finestra appannata s’intravede lo squallore di una periferia industriale disseminata di ciminiere, discariche industriali, qualche campo agricolo abbandonato e pronto per essere invaso da nuove fabbriche. Una latrina all’aper- I fasci di fibre ottiche intrecciati accendono migliaia di simboli copiati su Internet e destinati a usanze che le lavoranti non conoscono to segna il confine di questa ditta. Nel cortile dello stabilimento le operaie tengono un orticello dove spuntano una dozzina di cavoli congelati e coperti di brina, un passatempo per arrotondare il salario con una razione di verdure. Il fotografo batte i denti mentre ritrae le operaie; loro resistono sorseggiando acqua bollente da un thermos, le dita arrossate non rallentano il balletto sul bancone. Un vecchio mangianastri gracchia canzoni pop americane: l’unico legame con l’atmosfera festiva dell’Occidente sono queste note che invadono lo stanzone, riempiono le ore troppo uguali. L’apice della stagione sul mercato europeo è già passato da un pezzo ma qui si lavora a pieno ritmo per il Natale ortodosso dei russi che arriva più tardi, e poi per il nostro Natale del 2007: centomila alberi ordinati dai grossisti con dodici mesi di anticipo. Ogni albero viene incellofanato e imballato a mano per la spedizione sui mari. I metodi di produzione restano semiartigianali. In miriadi di fabbriche-botteghe come questa un esercito proletario — per lo più giovani donne, a volte bambine — anima catene di montaggio dove ancora il lavoro è tutto a mano. Attorciglia, lega, incolla, è un’opera di attenzione, cura, manualità, precisione certosina. Le macchine non sono arrivate in questo universo. Milioni di alberi natalizi, tonnellate di corone di fiori sintetici con la scritta Happy New Year, Buon 2007, escono annodati uno per uno da tanti alveari femminili come questo, dove s’intrecciano fili di plastica colorati, seguendo forme progetti e istruzioni presi dai magazine stranieri, copiati su Internet. Al centro della fabbrica dentro un gabbiotto di vetro c’è l’ufficio del padrone, riscaldato più generosamente. Computer, collegamento Adsl, è un universo virtuale dove convivono tutte le feste del mondo. «Posso assumere più ragazze — dice l’imprenditore Li Xiaoyue —, il mio progetto è eliminare i tempi morti e le basse stagioni, produrre 365 giorni all’anno, 24 ore su 24». Il capo è immerso nel suo piano di espansione sui mercati internazionali, mostra le divinità indù che i clienti di Mumbai hanno cominciato a ordinargli nello stesso materiale che lui usa per Befane e Santa Klaus. Le microlampadine che cambiano colore, le fibre ottiche come capocchie di spillo sono una trovata che i cinesi convertono per tutti gli usi. La decorazione di cui il manager va più orgoglioso ha successo nella South Carolina e nel Texas, nel profondo Sud americano del protestantesimo fondamentalista: è una croce immacolata e splendente per celebrare l’anno nuovo nelle chiese dei “teocon”. La stessa plastica, gli stessi aghi iridescenti intrecciati dalle mani delle bambine-operaie compongono anche svastiche indù per gli Om-Tree, gli alberi sacri per le case degli immigrati indiani a Londra. Mezzelune islamiche di aghi di pino partono da qui per il mercato dei paesi arabi, Dubai e gli Emirati. Ikebana luminosi sono stati ordinati dai giapponesi. L’Italia riceverà duemila bouquet di orchidee che sembrano fuochi d’artificio: la luce attraversa le venature dei fiori, i petali assumono colori diversi ogni istante, dal celeste al rosa shocking. Sono stati ordinati per cerimonie di nozze, i primi sposi italiani del 2007 avranno i centro-tavola del banchetto di nozze illuminati da questi colori, nati in una spoglia fabbrica cinese. Babbo Natale e la Befana, Capodanno e Pasqua, l’Islam e Vishnu, tutte le tradizioni e tutte le religioni del mondo, le corone floreali e le piante finte per le divinità del Pantheon di quattro continenti hanno in comune l’odore di cavolo in una periferia di Pechino, le dita rapide e attente delle operaie cinesi. Repubblica Nazionale DOMENICA 31 DICEMBRE 2006 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 61 L’“Emma Maersk” è la nave cargo più grande mai costruita A ogni viaggio lascia negli scali europei undicimila container pieni di prodotti imbarcati a Hong Kong ENRICO FRANCESCHINI «M LONDRA erry Christmas», ripete incessante, agitando un campanaccio che fa din-don, l’immenso Babbo Natale all’ingresso di Hamley’s, il negozio di giocattoli più grande del mondo, cinque piani di bambole, trenini, soldatini, pupazzi, giochi elettronici, giochi di società, giochi di prestigio, giochi intelligenti, giochi scemi, giochi fai-da-te, giochi per tutte le età e giochi per tutti i gusti, fra le luci, i rumori, l’incredibile pigia pigia di Regent’s Street, alle sei di un pomeriggio qualche giorno prima del fatidico 25 dicembre. Una fiumana di bambini e genitori straripa dall’interno allargandosi come una macchia d’olio sul marciapiede circostante, bloccando il traffico di pedoni, rallentando auto e bus. Schiacciato tra mamma e papà, apparentemente a rischio di venire stritolato ma in realtà perfettamente a suo agio, un bimbetto riesce faticosamente a conquistare la postazione di fronte al finto omone vestito di rosso e, non arrivando alla barba, lo tira per un lembo del vestito. «Sei il vero Santa Klaus?», domanda perentorio il bimbo. «Certo», risponde l’omone. «E come hai fatto a portare fin qui tutti questi giocattoli?», insiste il piccoletto. «Con la mia slitta, naturalmente», replica Santa Klaus. «E hai fatto tutto in una notte?», chiede ancora il ragazzino. «Tutto in una notte». Ebbene, sul marciapiede in quel momento c’ero anch’io e non ho voluto distruggere di colpo l’innocente fantasia di quel simpatico moccioso; ma a voi, bambini ed ex-bambini di Repubblica, posso confidarlo: il Santa Klaus davanti ad Hamley’s racconta frottole. La slitta che distribuisce regali in tutto il mondo in una sola notte è una balla, buona solo per le fiabe. O meglio, magari può anche darsi che un tempo, Londra.Il bastimento dei regali d’Oriente quando il mondo era più arcaico e meno popolato, funzionasse più o meno così. Ma oggi, nel frenetico mondo globalizzato, Babbo Natale non usa una slitta: usa una nave. E non fa tutto in una notte: gli ci vogliono tre settimane. Il tempo necessario a circumnavigare il globo, dal mar della Cina alla Malesia, poi risalendo l’oceano Indiano fino al mar Rosso, quindi passando per il canale di Suez, attraversando l’intero Mediterraneo fino a Gibilterra, per sbucare nell’oceano Atlantico, costeggiare Portogallo e Francia, entrare nel canale della Manica, fermandosi infine nel porto di destinazione, Felixtowne, sulla costa sud-orientale dell’Inghilterra. I giocattoli sfavillanti di Hamleys, almeno in buona parte, provengono da quella nave, così come parecchi di quelli che la mattina del 25 dicembre verranno febbrilmente scartati da un capo all’altro del Regno Unito e di altre nazioni d’Europa, Italia compresa. Non ci credete? Allora continuate a leggere. Perché tre settimane fa, quando la nave di Babbo Natale ha attraccato a Felixtowne, c’ero anch’io, a guardare il suo arrivo da terra. Non ero solo. Avete presente la celebre scena di Amarcord in cui tutto il paese va ad aspettare il passaggio del Rex, il mitico transatlantico, grande come una montagna? Ho partecipato a qualcosa di simile, quel giorno a Felixtowne. Uomini, donne, molti con i figlioletti tenuti per mano o in braccio, avvolti in una coperta, perché calava il tramonto e faceva freddo: una folla muta, raccolta, emozionata, come chi si prepara ad assistere a uno storico evento. Anche fotografi, telecamere, cronisti armati di penna e taccuino, come il vostro inviato. Ogni tanto una voce: «Eccola». Poi la smentita: ma no, la nave avvistata era troppo piccola per essere quella che aspettavamo. Nell’attesa, qualcuno canticchiava Jingle Bells. A un tratto, un fischio di sirena da far tremare il suolo. Illuminata come un albero di Natale, l’Emma Maersk appare all’orizzonte. La nave cargo più grande del pianeta e della storia. Quattrocento metri di lunghezza, cinquanta di larghezza, ottanta di altezza. Più lunga del parlamento di Westminster, della torre Eiffel o dell’Empire State Trecento facchini e trenta gru computerizzate hanno impiegato tre giorni per scaricare le merci comprate dalla Gran Bretagna Building, grande come quattro campi da football, alta come un grattacielo di venti piani. Appena tredici uomini a bordo, insieme a undicimila container. E dentro i container, tutto quello che non starebbe dentro il sacco e sopra la slitta di Santa Klaus: 1.886.000 decorazioni natalizie, 12.880 lettori Mp3, 40 scatoloni di reggiseni, 742 scatoloni di borsette, 9.000 paia di scarpe da jogging, 195 scatole di jeans da donna, 34 di magliette, 12 flipper, sei dinosauri elettronici, e poi scatole di puzzle, di sudoku, di automobili radiocomandate, di pupazzetti di pelouche, di libri di favole, di calendari, di bicchieri di Martini, di dvd, di televisori al plasma, di occhiali da sole, di profumi, deodoranti, schiuma da bagno, saponette, di cornici e di lampade, di divani in pelle e tostapane, e dieci tonnellate di cozze congelate, due tonnellate di tè verde e tè nero, 87.000 spazzole per capelli, 590 forni a microonde, 5.000 cornici per fotografie, 138.000 scatolette di cibo per gatti, 150 tonnellate di agnello neozelandese, 1.939 paia di scarpe da sera, e mi fermo qui con l’elenco perché se no occuperebbe tutto il resto dell’articolo. Basti dire che una squadra di trecento facchini, assistita da trenta gru computerizzate, ha impiegato da un sabato sera al seguente lunedì mattina a scaricare tutta questa roba destinata alla Gran Bretagna, per un totale di tremila container: poi la nave è ripartita, con ottomila container pieni ancora a bordo, per andare a distribuire giocattoli, regali e beni di consumo a Rotterdam, e da lì in mezza Europa continentale. L’Emma Maersk è oggi la nave più grande del mondo, ma non lo sarà per molto: entro fine 2007 la società di armatori olandesi che la controlla ne avrà completate altre undici, grandi uguali; e le statistiche indicano che la domanda di spazio su queste superimbarcazioni, chiamate “post-Panamax” perché troppo grandi per passare dal canale di Panama, cresce del dieci per cento annuo, per cui si prevede che tra non molto ne verranno costruite di ancora più grandi. La loro rotta tipica è sempre la stessa: dalla Cina verso l’Europa e l’America. Il carico è sempre identico: container, pieni di merci prodotte a basso prezzo in Asia e rivendute in Occidente. Il costo del viaggio è infinitesimale: spedire un container da Southampton a Leeds, hanno calcolato gli esperti, costa come spedirne uno da Hong Kong a Southampton. «Questi sono i beni che avrebbero potuto essere prodotti in Europa, sono la prova che interi settori del commercio globale sono dominati dalla Cina, sono il risultato di milioni di lavori perduti in Occidente», si arrabbia Caroline Lucas, europarlamentare dei Verdi per l’Inghilterra del sud. Ma c’è poco da arrabbiarsi con l’ineluttabile realtà del progresso. «Senza quel bastimento carico di doni», ha scritto scherzando ma non troppo il Guardian di Londra, «quest’anno in Inghilterra sarebbe saltato il Natale». Bisognerebbe spiegarlo al bambinetto davanti ad Hamley’s, e ai suoi coetanei sparsi per ogni dove, che Santa Klaus ormai non arriva più dal Polo Nord: bensì casomai dalla Cina. Solo che il bambinetto, i suoi coetanei nelle immediate vicinanze e i rispettivi genitori, sono già stati risucchiati all’interno del negozio: glielo diremo un’altra volta. Din-don, din-don, continua a fare incessante il Babbo Natale all’ingresso, e finalmente comprendo il suo messaggio: non chiediamoci per chi suona la campana della globalizzazione, perché essa suona per noi. Merry Christmas. Repubblica Nazionale 62 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 31 DICEMBRE 2006 l’incontro È a pezzi dopo il superlavoro della notte santa ma arriva puntuale, lui e le renne, all’appuntamento Chiede che gli si dia del tu, non vuole domande sulla vita privata, promette di non fare rivelazioni sulla sua ubiquità Spesso parla al telefono portatile, praticando tutte le lingue del pianeta ma, a quel che sembra, senza conoscerne bene nessuna. Dice di sé: “ Sono uno smemorato gremito di memorie altrui. L’amnesia è il mio legame con l’eternità” Uomini mito Babbo Natale C PARIGI i vediamo dopo Natale perché prima — mi ha fatto sapere con un sms — «non ho tempo da perdere con te». Mi dà dunque appuntamento il 28 di dicembre in cima alla Torre Eiffel e mi fa subito arrabbiare. Lui ci arriva con le renne volanti, ma a me tocca fare la coda per l’ascensore e constatare ancora una volta quanto sia diffusa questa maledetta mania di arrampicarsi sugli edifici più alti, e mai per scrutare il cielo e le stelle alla ricerca del segreto dell’universo, ma sempre per guardare in giù alla ricerca del segreto della città. Poi chiede un’intervista «all’italiana». Pretende che gli mandi le domande e vorrebbe correggere il testo finale: «Così fanno Prodi, Berlusconi, Fassino, Montezemolo, Tremonti... Perché io, Babbo Natale, dovrei essere trattato peggio?». Rispondo che non faccio interviste in questo modo, e gli racconto che Spadolini, buonanima, cambiava non solo le risposte, ma anche le domande. E mandava al giornale pure la smentita. Di nuovo mi irrito, perché non so come chiamarlo. Gli dico che al Tg1 lo chiamerebbero «Presidente». «Tagliamo corto: dammi del tu». Gli faccio notare che se, nella vita, ci si dà del tu, poi al Tg1 si finge il lei. «Beh, quelle sono interviste false, e la nostra è vera, no?». Per fargli accettare un’intervista vera, devo promettergli che parlerò male della Pasqua e che non insisterò sulla sua vita privata. Per esempio non gli chiederò come mai non ha moglie, figli, amanti: «E tu che ne sai?». Beh, non fai certo vita di coppia. «Le persone vicine vanno tenute lontane». Ho letto in un affascinante saggio americano, La solitudine del simbolo, che negli alberghi, per sentirsi meno solo, Babbo Natale prende sempre una stanza a due letti. Quel libro gli era sfuggito. Prodotto dell’immaginazione collettiva, non gli è facile aggiornare se stesso. Nordico o barese? Cristiano o pagano? Assume un’aria da Michelangelo e dice: «Sono uno smemorato gremito di memorie altrui. L’amnesia è il mio legame con l’eternità». Aggiunge che non mi farà rivelazioni sulla sua capa- ‘‘ cità di passare attraverso i camini, e neppure mi spiegherà la sua ubiquità alla mezzanotte del 25 dicembre, ma io replico che se mi interessasse questa roba intervisterei il mago Silvan o Giucas Casella. Sulla Pasqua ha ragione. «Non c’è confronto — spiega — tra la festa della nascita del mondo e il giustizialismo vendicativo della resurrezione, tra la santificazione della generosità, del dono, e quella della vendetta che comincia tre giorni dopo l’assassinio». Sospira: «Ecco il regalo che quest’anno avrei dovuto fare al tuo Paese se fossi stato buono come dicono: bambini. All’Italia manca la fertilità». E difatti in Italia il dibattito si accende solo sulla morte, ci si infiamma ai funerali, c’è una letteratura sui reparti di rianimazione, e persino quel terribile sacrosanto diritto naturale che è il suicidio non viene protetto dal pudore e dal riserbo ma viene collettivizzato come un bene sociale, diventa una vendetta ideologica: «Nessuno fa lo sciopero della fame per una Carta dei diritti del bambino o per nuove leggi sulle adozioni. L’Italia è un paese di vecchi, malato e colpevole: le speranze sono ricordi, si progetta il passato. A un paese che si spegne avrei voluto regalare la luce. Ma io non rifaccio il mondo, esaudisco desideri». Gli racconto che mia moglie, quando ha sentito che dovevo intervistare Papà Natale, mi ha detto: «Così ti sei ridotto?». Alza il sopracciglio: «Tua moglie ha ragione. Ho un enorme archivio di interviste. Un famoso giornalista italiano mi immaginò direttore di un supermarket: “Ho chiesto all’illustre commesso barbuto — scrisse — di incartarmi mezzo chilo di bontà, tre chili di pace, due etti di amicizia. Mi ha risposto che era merce da tempo esaurita, anche in cielo”. Ecco una prosa esemplare dei vostri giornali: tempeste di retorica». D’altra parte, cosa chiedere a Babbo Natale? Un parere sul matrimonio tra omosessuali? «In Italia c’è sempre “un matrimonio che non s’ha da fare”». E un parere sulla Chiesa che si sente assediata? E qui, inaspettatamente, Papà Natale mi fa l’elogio di Milingo: «È il solo vescovo che ride». E mentre parla, io accosto quel viso nero e solare ai visi grifagni e lunari dei cardinali romani, penso a Camillo Ruini, per esempio, e subito Babbo Natale mi dice: «Quale dei due porta Dio dipinto sulla faccia?». Aggiunge che Milingo, nonostante sia stato recluso e costretto all’autocritica «come un dissidente sovietico», non ha perso né la fede né il buon umore, «ha preferito perdere la fiducia della Chiesa piuttosto che tradirla», e persino i suoi esorcismi «somigliano più alla danza africana che alla violenza». Insomma Babbo Natale è affascinato dal cattolicesimo africano di Milingo, così vivo e gravido di futuro: «Vedo come una fortuna della Chiesa quel che la Chiesa vede come una disgrazia. A Milingo ho portato un bellissimo dono d’amore per la sua Maria». Scommetto che anche quest’anno non hai avuto il coraggio — gli dico — di portare regali agli estremisti islamici. Come minimo, ti avrebbero sgozzato: «Non è me che cercano, neppure per sgozzarmi. Ci vorrebbe una Mamma Natale che restituisca alle donne islamiche quello sguardo che gli uomini nascondono per non annegarvi». Però, la barba ce l’hai politicamente corretta. «Ci sono barbe che nascondono, e barbe che esaltano il volto». È vero: Babbo Natale non ha l’aria del mendicante di montagna, dei mullah e degli imam, fattucchieri precocemente incartapecoriti, corpi che rivelano nella anoressia o nella bulimia vizi dell’anima. «Giovanotto, ammetti che è difficile portare una barba da profeta senza degradarla a maschera». Papà Natale dice queste cose senza va- Ecco il regalo che farei al tuo Paese se fossi buono come dicono: bambini L’Italia è una terra di vecchi, le speranze sono ricordi, si progetta il passato nità né arroganza, energico e cristallino, con una vaga espressione di burla canzonatoria senza mai però ostentare superiorità: non è nel suo stile. Mi colpisce la rapidità della sue reazioni, il suo fare imperioso e al tempo stesso insinuante, a tratti mi ricorda Eugenio Scalfari, con una fede che non conosce cielo, e con la barba esagerata, non solo per la lunghezza, ma soprattutto perché è trattata come un capello, non è ruvida e non è ispida, insomma è vera ma non è credibile. Spesso parla al telefono portatile. Ne ha due: uno comunissimo, con la specialità però di una soneria intermedia tra il ruggito, il barrito e il muggito; l’altro è un sofisticato satellitare ed ha per soneria il ritornello dell‘ultimo successo del gruppo americano Suspicious Characters: «I like all the girls / all the girls like me». Dice che il telefonino è democratico: «Nel secolo scorso, quando si diffuse il telefono fisso nelle case, i super-raffinati si scandalizzarono: pensavano che con la voce passassero anche le malattie, e odiavano le suonerie perché equiparavano il gentiluomo al domestico che corre appena sente il campanello. Proprio come oggi. Chi irride il telefono portatile è uno snob cretino-cognitivo». Sento che pratica tutte le lingue. Ma ho il sospetto che non ne conosca bene nessuna: «Io da solo sono come un’assemblea dell’Onu». Per esempio non sapeva che solo in Toscana “babbo” sta per padre, perciò io preferisco chiamarlo “Papà Natale”. Al Sud babbo vuol dire sciocco. Conveniamo che sia di origine onomatopeica, come barbari, “bar-bar”, che per i greci erano quelli che incespicavano nelle parole. Anche i bambini incespicano nelle parole: in fondo, pure pa-pà è un balbettio. Nei paesi della Sicilia c’era u babbu di l’ova, lo scemo che aveva appunto il compito di distribuire le uova, lavoro adattissimo a uno scemo o a un bambino. Anche Babbo Natale in un certo senso distribuisce “uova”. Lo diverte l’idea di essere uno scemo: è l’idea che sta nascosta nelle omelie contro il Natale consumista, quelle del Papa che ad ogni Natale vorrebbe che non si distribuissero doni ma perdoni: «Insomma non avrei dovuto regalare giocattoli, libri, telefonini, dischi e macchine fotografiche, ma atti di contrizione, indulti, sanatorie, condoni, indulgenze, clemenze e remissioni». Gli ricordo che cinquant’anni fa, proprio in Francia i preti lo bruciarono vivo (si fa per dire): diedero fuoco a un Babbo Natale di paglia sul sagrato della chiesa, e su quei roghi Lévi-Strauss scrisse un libro piccolo ma importante per due generazioni; e così Babbo Natale divenne dei nostri: laico e sovversivo. Eppure adesso lo prendono per scemo anche gli anticonsumisti per ideologia, tutti gli antiglobal, quelli che ci spiegano sussiegosi come il Natale sia la festa dell’avida industria che ci avvelena, ci rimpinza di falsi bisogni e di illusori desideri: «Pensano e scrivono che i miei doni fioccano come bastonate, e che per ogni uomo, anche quest’anno, c’è stato un diavolo di Babbo Natale con il compito di stordirlo di regali e di logorarlo di festeggiamenti finché di lui non rimane più nulla, tranne i debiti: vecchie frottole». Hanno scritto libri per dimostrare che Babbo Natale è stato imposto dalla Coca-cola, ma sono demagogie da black block, «sono marxisti frustrati che stanno ancora aspettando la caduta tendenziale del saggio di profitto». Chiama le renne e mi invita a volare su Parigi: il flusso luminoso e sensuale delle auto, le strade che serpeggiano in deviazioni incomprensibili, edifici, spazi verdi, ponti, monumenti: «Dall’alto hai l’illusione di “leggere” la città. E Parigi diventa più Parigi, un’Iperparigi caricaturale». Dove sta il segreto di una città? L’imprevedibile Babbo Natale cita il Nobel Orhan Pamuk: «In realtà ogni frase sulle caratteristiche generali di una città, sulla sua anima e sulla sua essenza, si trasforma in un discorso sulla nostra vita, e soprattutto sul nostro stato d’animo. La città non ha altro centro che noi stessi». Gli dico: se leggi i Nobel vuol dire che sei politicamente corretto. «Come tutti, non leggo i Nobel. Ma Pamuk è un’altra cosa». Mentre parla, passiamo attraverso una tempesta di neve e in un minuto siamo sopra Istanbul: «La sua malinconica bellezza non è ascrivibile, come per Parigi, alla conservazione dell’architettura, ma alla sua rovina». Con l’abolizione del Califfato e con le riforme occidentalizzanti «Istanbul, dove sono stato vescovo con il nome di Nicola e dove feci il mio primo regalo a una prostituta bambina, perse la sua vecchia connotazione plurilinguistica, vittoriosa e magnifica e si trasformò in un luogo spopolato, vuoto, bianco e nero, con una sola lingua, in cui tutto pian piano diventava datato». Mi fa scendere. «Conosco un posticino dove fanno i migliori massaggi del mondo. Da qualche anno ci vengo dopo le fatiche del Natale. Sono stato così vecchio, quando ero giovane, che adesso, da vecchio, mi permetto i piaceri dei giovani». ‘‘ FRANCESCO MERLO Repubblica Nazionale