Domenica
Il tempo che abbiamo quotidianamente
a nostra disposizione è elastico: le passioni
che sentiamo lo espandono, quelle
che ispiriamo lo contraggono;
e l’abitudine riempie quello che rimane
La
DOMENICA 31 DICEMBRE 2006
di
MARCEL PROUST
All’ombra delle fanciulle in fiore
Repubblica
Storie
altro
anno
di
un
Natale, Capodanno, Epifania. Due settimane di festa, consumi laici e riti religiosi, buoni sentimenti
e impietosi rendiconti, faccia a faccia con gli anni che scorrono. Quanti modi ci sono
per raccontarle? La smagliante decadenza delle capitali d’Occidente, come fa Bernardo Valli;
o la festa dell’uomo più potente della Terra e di quello più misero, nei resoconti di Vittorio Zucconi
e Paolo Rumiz; l’incrocio della Storia con queste date speciali, nella ricostruzione di Pino Corrias;
l’avventura nomade di chi celebra cercando, come Gabriele Romagnoli o Arturo Pérez-Reverte;
i dubbi morali e la curiosità rischiosa nei racconti inediti di Truman Capote e Daniele Del Giudice;
le immagini e i sapori perduti, rievocati da Edmondo Berselli, Emanuela Audisio, Gianni Mura
e Licia Granello; la novità dei regali dell’altro mondo, nei reportage di Federico Rampini
e Enrico Franceschini; e il profilo di un protagonista di questo tempo sospeso, Babbo Natale
visto da Francesco Merlo. Storie cucite dalle tavole di un grande illustratore, Mauro Evangelista
Repubblica Nazionale
44 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 31 DICEMBRE 2006
il reportage
Riti urbani
L
Parigi, Londra, Berlino. In questo scorcio d’anno le tre grandi
capitali d’Europa sono accomunate dalle luci celebrative:
immensi falò che illuminano una ricchezza mai vista nel passato
e che coprono il loro ormai lungo declino. Sotto questa
brillante euforia si nascondono, indelebili, le toppe della Storia
e metropolie l’allegra
BERNARDO VALLI
PARIGI
M
i chiedo se Parigi, Londra, Berlino, le tre metropoli dell’Occidente
europeo,sianolestesse
in cui ho abitato o soggiornato decenni fa.
Va da sé che non ci sia più la Parigi romantica e fuligginosa della Quarta Repubblica pregollista. Non c’è più, ma,
con la vistosa eccezione della Torre di
Montparnasse, il centro della Parigi
d’oggi ha conservato l’originale impronta orizzontale. I grattacieli sono
spuntati ai margini della città, in quartieri confinanti con la periferia, o nelle
periferie comprese nella Grande Couronne, ossia nella Grande Parigi, le cui
estremità sconfinano nella regione Ilede-France. Il cuore della capitale, quindi il cuore della Francia, ha finora respinto con successo, malgrado le tentazioni, l’assedio dell’edilizia verticale.
La resistenza urbanistica sulle sponde storiche della Senna può essere usata come metafora. Essa rivelerebbe il
caparbio orgoglio di una nazione, sempre illustre ma assai meno potente e influente, che continua a ritenersi depositaria di «una civiltà universale»: e che
quindi si considera la naturale antagonista della superpotenza usurpatrice,
che vanta un’identica ambizione e le ha
rubato la ribalta. L’immutata immagine del cuore di Parigi, indomito di fronte all’arrogante dilagare dell’americanismo, sarebbe il simbolo di quell’orgoglio. Mi sembra un’interpretazione
appallottolata.
L’idea di una Parigi-Asterix, un po’
patetica, non convince. Va registrata e
poi, a mio avviso, accantonata. Difendendo la propria immagine Parigi dà
semplicemente prova di buon gusto. È
un’Europa che difende la propria elegante impronta.
È assai più introvabile (della Parigi
pregollista) la Londra degli anni Sessanta, in cui vidi governare il conservatore Douglas-Home e poi il laburista
Harold Wilson, e in cui imperavano
Mary Quant e i Beatles. Anche quella
Londra (come Parigi) era fuligginosa,
romantica e austera. Per far funzionare
il riscaldamento o avere l’acqua calda,
negli appartamenti di Chelsea, bisognava mettere una moneta nel contatore del gas; e i gabinetti, in alcune case di
Piccadilly, erano sospesi su ballatoi
esposti al vento atlantico come la attigua Trafalgar Square. A differenza di Parigi, Londra non ha resistito all’assedio
dell’edilizia verticale. Non ci ha neppure provato. Si è allargata e allungata. Ha
perduto per questo l’anima e la faccia?
Non troppo. Forse un po’ dell’una e dell’altra.
Londra suscita vampate di gelosia
nella Parigi virtuosa, colta a volte dal
dubbio (ingiustificato) che l’incrollabile virtù possa imprigionarla nel ruolo di
metropoli immobile, attardata. In
quanto a Berlino ce ne è una nuova
fiammante, e rincollata, dopo la lunga
punitiva divisione postnazista. La capitale della Germania unita ha bisogno
della patina che dà nobiltà ai monumenti. Berlino è comunque la metropoli europea più lanciata nel futuro. È
naturale: più che conservare il passato,
irrimediabilmente perduto, ha dovuto
costruire l’avvenire. E per descriverlo e
giudicarlo, bisogna aspettare che l’avvenire sia diventato il presente.
queste occasioni si crea un’effimera unità
europea delle immagini. Che fa dimenticare come le mitiche metropoli del Vecchio continente siano diventate da tempo provincia. È il destino dell’Europa detronizzata. Ma provincia di che cosa? Altre metropoli, poste al centro di imperi in
pieno esercizio o in rapida ascesa, hanno
sottratto o eguagliato il loro primato. New
York, naturalmente, da un pezzo; e adesso, per fare un vistoso esempio, Shanghai.
Ma il nostro discorso rifugge da paragoni
tanto lontani e ambiziosi. È una semplice
lettura. È lo sguardo di un lettore che associa il declino storico delle capitali europee a quello del grande romanzo nato in
Europa. I tempi coincidono.
Si tratta di una decadenza insolita. È
opulenta, ricca, smagliante. Neppure la
scomparsa del grande romanzo europeo
lascia vuote le vetrine dei librai: al contrario esse non sono mai state tanto affollate di romanzi. Invece delle rovine, dei
panorami desolati, dei centri urbani trasandati, immersi nell’oscurità, che dovrebbero accompagnare il declino, Londra, Berlino, Parigi si presentano nel XXI
secolo in grande forma. Ho rovesciato
l’ordine, ho messo Londra in testa, perché la capitale britannica non ha più un
impero ma ha conquistato ed esibisce
una ricchezza e una vitalità che, aggiunte al suo naturale aspetto, strano, fantastico, sorprendente (prendo i tre aggettivi da Guido Piovene, visitatore dei primissimi anni Settanta), creano una mi-
scela non certo banale.
Non a caso Londra esercita oggi una
fortissima attrazione sulla vicina Parigi,
ormai ad appena due ore e mezzo di treno grazie al tunnel sotto la Manica. Una
prossimità di cui approfittano decine di
migliaia di giovani parigini attirati dal
“fun” londinese e altrettanti uomini
d’affari francesi interessati dal dinamismo economico britannico. Ed è significativo che in senso inverso attraversino
La Manica vecchi inglesi, pensionati, in
cerca del clima mite della Vandea, del
Gers, dell’Ardèche, della Loira, del Vaucluse, e di case a buon mercato che nella
provincia francese non mancano. Si dice che vi siano più di duecentomila francesi a Londra e novemila inglesi a Parigi.
Nella lunga storia comune le due capitali si sono amate e detestate, sono passate dalle guerre aperte alle intese cordiali, ma non si sono mai disprezzate. Il
fair play non à mai venuto meno. L’attuale fascino londinese, al quale i francesi sono tanto sensibili, ricorda quello
esercitato sul Secondo Impero, quando
Napoleone Terzo ordinava al barone
Haussmann di rinnovare Parigi prendendo come modello Londra. Penso che
Amerigo, il principe romano di Henry James (in La Coppa d’oro), si aggirerebbe
per Piccadilly ancora oggi, dopo più di
un secolo, convinto di essere nella capitale ideale. Anche se nel frattempo l’aureola imperiale, che affascinava il frustrato nobile italiano, si è dissolta.
* * *
Quel che unisce le tre grandi capitali in
questo scorcio d’anno sono le illuminazioni festive, i cui bagliori osservati da
lontano, e dall’alto, nel buio precoce dell’inverno, quando infuria ancora la società motorizzata, fanno pensare a città
in preda a inarrestabili incendi. Gli immensi falò ardono in boulevard Haussmann e sugli Champs-Elysées fino all’Arco di Trionfo, come in Regent Street e
a Knightsbridge attorno a Harrods, e sulla Kudamm e la Unter den Linden fin sotto la Porta di Brandeburgo.
È un’allegra catastrofe che festeggia
una ricchezza senza eguali nel passato e
che copre l’ormai lungo declino. Assomiglia a una ubriacatura che serve a dimenticare. Sotto la luminosa euforia ci sono,
indelebili, le toppe della Storia.
Le grandi ricorrenze, in cui si riversano
il calore della tradizione e la frenesia del
consumismo, sono in Europa celebrazioni che si svolgono nel quadro della famiglia, della casa, del quartiere. I quali sono
luoghi fissi della memoria come quelli
della Storia nazionale o universale. In
Oggi le tre città-mito sono riservate
ai benestanti: è troppo caro viverci. Dickens
non riconoscerebbe la Londra popolare
dei suoi racconti; Doeblin avrebbe le stesse
difficoltà con Berlino; Hugo non troverebbe
più Gavroche da mandare sulle barricate
Repubblica Nazionale
DOMENICA 31 DICEMBRE 2006
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 45
catastrofe delle feste
Londra resta uno dei maggiori centri
finanziari del mondo, e la metropoli più
ambita da emigranti provenienti da tutti i continenti. È sull’onda di questi successi che le è stato assegnato il compito
di ospitare e organizzare le Olimpiadi
del 2012. Anche Parigi ci contava e ancora soffre per essere stata scartata.
Londra è allo zenit della sua gloria economica, ma politicamente appare
spesso come una provincia di Washington. Sulla carta il destino di Berlino è
promettente. La sua posizione geopolitica è invidiabile: la fine del comunismo
e l’allargamento dell’Unione europea a
est l’hanno collocata al centro del Continente. Il posto le compete anche come
capitale della principale potenza indu-
striale d’Europa. E tuttavia la metropoli tedesca non esercita ancora quell’influenza che ci si aspettava e ci si aspetta.
* * *
Louis-Sébastien Mercier, ottimo
giornalista e mediocre scrittore, pubblica nel 1771 un libro stravagante,
L’anno 2440, sogno se mai ve ne fu, in cui
sono messe a confronto due immagini
di Parigi: quella contemporanea, non
lontana dalla Rivoluzione, e quella del
futuro che un sogno disegna luminosa
e cattivante, ma che ci sembra, come
spesso accade alle utopie, tanto saggia
quanto noiosa. Nell’immaginare la Parigi di settecento anni dopo Mercier si
ispira ai «lumi» e alla «philosophie» di
cui è uno zelante seguace. La vede una
capitale che, risolti tutti i problemi, realizzate le riforme vagheggiate dall’illuminismo progressista, fiducioso nell’avanzamento delle scienze e dell’uomo,
offre infine uno spettacolo di armonia e
di misura. In quel bagno utopistico le
strade sono pulite e di sera illuminate, le
biblioteche purgate da tutti i libri inutili, le locande abolite perché i ricchi forniscono gratuitamente buoni cibi e alloggi confortevoli, i tetti non più rabberciati sono terrazze fiorite, la giustizia
non punisce, è paternalistica, e i criminali vanno al patibolo contenti di espiare. E così via. La troppa probità si accompagna al tedio. Anche il teatro, ad
esempio, è rinsavito, e riservato a personaggi positivi. Corneille e Racine sono riveduti e corretti.
Mercier può sbizzarrirsi perché tanto
la sua Parigi perfetta è lontana sette secoli, e gli serve per contrapporle le miserie della Parigi settecentesca in cui vive. Queste miserie le descrive con la rigorosa pedanteria del moralista, ma
anche con la precisione del buon cronista (Diderot e Grimm lo definivano un
«infaticabile grattacarte») nei dodici
volumi della sua opera successiva: Tableau de Paris. Nella Parigi che Mercier
ha sotto gli occhi i pedoni sono schiacciati da un fiume di carri e carrozze; vi
prevalgono i quartieri fetidi dove migliaia di uomini respirano un’aria avve-
lenata; i miserabili vi muoiono senza
cure; gli artigiani scaricano i resti delle
loro botteghe nella Senna, sulla quale
già galleggiano le immondizie dell’intera città; dopo il lavoro la gente del popolo si rifugia in bevande detestabili;
nelle strade non illuminate si incontrano prostitute che con grinta militaresca
offrono piaceri rudimentali e insapori...
Il poligrafo Mercier guarda Parigi come
un «mostro»; non il mostro favoloso alla maniera di Balzac e di Baudelaire; ma
il mostro spaventoso per le sue realtà e
contrasti. Siamo ben lontani dallo
splendido «mito» di Parigi raccontato
da Giovanni Macchia.
* * *
Oggi Parigi, Londra, Berlino non sono
neppure a mezza strada, stando all’ordine cronologico, tra la metropoli reale di
fine Settecento e la metropoli utopistica
del 2440, descritte da Mercier. A che punto è la loro immagine? Tralascio i mutamenti dovuti ai progressi della scienza,
della tecnica e all’evoluzione della società, anche sul piano politico, che sono
sotto gli occhi di tutti. E mi soffermo su
un aspetto che Mercier non poteva prevedere. Le tre metropoli sono sempre
più riservate ai cittadini benestanti. È
troppo caro viverci. Bisogna persino pagare un pedaggio per entrare in automobile nel centro di Londra. E ci vuole un
reddito alto per abitare nei quartieri sul
Tamigi dove un tempo era prudente non
inoltrarsi dopo il tramonto.
Dickens non riconoscerebbe più nella Londra d’oggi quella popolare dei
suoi romanzi. Doeblin avrebbe la stessa difficoltà nella sua berlinese Alexanderplatz. Victor Hugo non troverebbe
più Gavroche da mandare sulle barricate. Parigi si è sproletarizzata. Zola sarebbe smarrito. Céline ritroverebbe la
sua periferia, ma abitata da un mosaico
di comunità, per lo più africane. Alla
mattina fiumi di uomini e donne si riversano nei centri delle metropoli, e la
sera ritornano nelle periferie o nelle
città satelliti. Restano in alcuni quartieri gli immigrati addetti ai servizi. Spesso
sono diventati cittadini con tutti i diritti formali, ma soggetti a innumerevoli
discriminazioni. Sono i servitori delle
metropoli in cui gli abitanti privilegiati
votano per sindaci progressisti. A Londra come a Parigi e a Berlino.
* * *
Patrick Modiano, passeggiatore sonnambulo,
è uno scrittore che riesce ancora a fare
di Parigi la protagonista dei suoi romanzi
Una Parigi opaca, angosciata, lo sguardo
rivolto al passato, dove la toponomastica
dà il ritmo e crea l’atmosfera
Topografo meticoloso e passeggiatore sonnambulo, Patrick Modiano è uno
degli ultimi moicani: è uno scrittore che
fa ancora della sua città, Parigi, la protagonista dei suoi romanzi. Una Parigi un
po’ opaca, angosciata, con lo sguardo
rivolto al passato, uno sguardo che non
si alza per ammirare la Torre di Montpartnasse o i grattacieli della Defense.
Modiano è uno dei pochi parigini in grado di capirmi quando indico i marciapiedi ben lastricati come il principale
motivo per cui vale la pena di vivere (nel
mio caso da più di trent’anni) nella sua
metropoli. Nella Parigi che è la sua passione. Una passione doppia: perché è
sofferenza e attrazione. Da decenni la
percorre portando sulle spalle la croce
di un passato che non è neppure il suo,
che è precedente alla sua nascita. Tutti
i libri di Modiano sono lunghi itinerari
parigini. La sua letteratura (magnetica,
secondo un critico letterario) è anche il
frutto di interminabili passeggiate, credo notturne.
Egli parte dai boulevards periferici: va
da Place de L’Etoile a Denfert-Rochereau in Chien de printemps; percorre l’Avenue des Ternes in Une Jeunesse, Boulevard Soult in Voyage de Noces, l’Avenue
Paul-Doumer in De si braves garçons; attraversa le Tuileries in Quartier Perdu;
passa da Pigalle in Vestiaire de l’enfance;
si ferma sul Quai Conti in Un cirque qui
passe. In Pedigree, l’ultimo romanzo, c’è
la drammatica sintesi di quelle camminate sui marciapiedi di Parigi popolati di
fantasmi usciti dalle rovine del ‘45, dalla
Francia occupata dai nazisti, ai quali
Modiano dà la caccia da decenni.
La toponomastica ritma le pagine di
Modiano. Crea l’atmosfera. I nomi dei
quartieri, i numeri degli arrondissements precisano la condizione sociale,
sollecitano un ricordo storico, evocano
la trama di un classico della letteratura.
Attraversando la città, camminando sui
marciapiedi larghi, lastricati con blocchi
squadrati di pietra da taglio, o tappezzati con asfalto duro ma elastico, entri nel
mito di Parigi, di Londra, di Berlino. Grazie a loro la metropoli diventa il grande
romanzo che non c’è più.
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46 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 31 DICEMBRE 2006
Il racconto
Primi e ultimi
VITTORIO ZUCCONI
E
WASHINGTON
rala notte della pace sulla Terra, nella Casa Bianca del 1978.
Appena quattro mesi prima
Jimmy Carter aveva strappato il miracolo dell’abbraccio fra Begin e Sadat, tra Egitto e Israele, e nella Sala blu al
pianterreno, le 550 lucine dell’albero decorato personalmente da Rosalynn Carter
gettavano chiazze di luce allegre persino
sul ritratto arcigno di Benjamin Harrison,
il primo Presidente che avesse fatto l’albero di Natale dentro la Casa Bianca, nel
1889. Al piano superiore l’orchestrina dei
Marines in alta uniforme eseguiva con
marziale puntigliosità le lagne di stagione
per gli ospiti a cena. Sarebbe stato il perfetto presepe di un “Power Christmas”, di
un Natale dei potenti con ministri, consiglieri, dame ben infrollite della high society e finanzieri, se non fosse stato per un
dettaglio. Mancava proprio l’uomo più
potente del mondo. Gli ospiti guardavano
nervosi Rosalynn che sorrideva rassicurante e alludeva a un «leggero incidente»
occorso al marito mentre saliva la scalinata.
Che cosa fosse stato il «leggero incidente», lo rivelò inopinatamente poche ore
dopo il presidente egiziano Anwar Sadat,
spiegando al mondo che «il caro Presidente americano, amico della pace e della nazione egiziana, è stato colpito da un attacco di emorroidi, dal quale preghiamo il Misericordioso affinché si risollevi presto». Il
pensiero, la premura, la preghiera erano
bene intenzionati, ma il Natale della pace
passò per sempre alla storia come il «Natale delle emorroidi». Un fatto che lo stesso Carter ammise poi nelle proprie memorie aggiungendo che gli estintori farmacologici avevano risolto la crisi in ospedale e gli avevano permesso di tornare alla Casa Bianca il giorno dopo, il 25 dicembre, per festeggiare con Rosalynn e la figlia
Amy. «Fu il più bel regalo natalizio che
avessi mai ricevuto», scriverà con humour
freddo.
Carter era un uomo sfortunato. Ma anche senza umilianti varici, le feste comandate di fine anno alla Casa Bianca non sono mai un divertimento, soprattutto per le
generalesse, le first lady. Dietro quelle foto
ufficiali di elegantissime signore (esclusa
Eleanor Roosevelt, che appare sempre vestita come una suffragetta appena tornata
da una manifestazione), di presidenti gioviali e di frotte di marmocchi propri o presi in prestito, le “Holidays at the White
House” sono un’operazione paramilitare
che comincia molto prima che gli spot aggrediscano i nostri televisori con zampogne, palline e offerte speciali. Per Jacqueline Kennedy, che considerava ogni evento
pubblico come una prima alla Scala, la
scelta dell’abito per Natale e del menù per
San Silvestro (zuppa vichyssoise obbligatoria, per dare quel tocco francese come il
suo cognome Bouvier) cominciava in luglio, anche se il destino volle che lei trascorresse appena due Natali in quella casa maledetta, quello del 1961 e del 1962.
Per l’inquilina di oggi, la signora Laura Bush, la decisione sull’architettura della immancabile gingerbread house, la casa di
pan di zenzero decorata con la neve di zucchero glassato, è cominciata quest’anno
addirittura in giugno e la compilazione
della lista degli ospiti ai dodici party natalizi l’ha tenuta occupata da agosto. Avere
quindicimila persone in due settimane a
casa propria, con un solo ospite fisso, l’ufficiale con la valigetta dei codici nucleari
incatenata al polso, non è il paradigma
della tenerezza famigliare che il Natale
vorrebbe.
Soltanto Ronald Reagan, accanto alla
sua Nancy drappeggiata negli abiti d’occasione (sempre rossi, anche lei come
Jackie) tagliati in esclusiva da Oscar de la
Renta e da Alphonse di Beverly Hills, riusciva a fingere di divertirsi, sguainando il
sorriso da provino hollywoodiano. Mentre Richard Nixon si faceva ritrarre accanto alla moglie e alle due figlie Tricia e Julie,
sempre con l’aria di chi avrebbe preferito
un attacco di emorroidi a quei quadretti
famigliari forzati. John Kennedy teneva
ostinatamente le mani sprofondate nelle
tasche della giacca, di fronte all’abete di tre
metri e mezzo che la First Lady aveva decorato nel 1962 con nastrini e ritagli di carta inviati da bambini orfani, appendendoli personalmente, come Reagan fingeva di
fare facendosi fotografare in maglioni western a motivi equestri, come se un presidente avesse tempo di appendere cinquecento pendaglini all’albero.
Ma il dovere è dovere e una prima famiglia alla Casa Bianca è «sempre in servizio,
anche quando va a fare pipì», come diceva
Lyndon Johnson, in verità usando un’espressione più pungente. «Non siamo qui
per divertirci», rimproverava Nixon ai giovani assistenti che si presentavano il 31 dicembre con fez di cartone, coriandoli e
trombette di carta, nella speranza che almeno la ricorrenza lo addolcisse. Da
quando la celebrazione della convenzionale Natività di Gesù è divenuta uno show
obbligatorio, ogni anno si complica e si fa
I
La slitta di Caroline e John John, i vestiti
rossi di Nancy Reagan, le emorroidi
di Jimmy Carter. Breve storia delle feste
comandate di fine anno nella White House,
la gabbia dorata dell’Aquila americana
l brindisidel potere
nella CasaGelida
più difficile, pattinando sul ghiaccio sottile della political correctness e della separazione fra Stato e Chiesa. Bandito da tempo il Buon Natale, troppo cristiano, abbandonato anche il più generico Happy
Holidays, perché holiday significa comunque “santo giorno”, anche i più fieri
crociati come Bush devono ricorrere al pirandelliano Season Greetings, “auguri di
stagione”, e che ciascuno li legga come gli
pare. Non ci sono presepi, di conseguenza, soltanto l’albero nazionale, l’abete-totem che ogni presidente deve accendere
sullo spiazzo pubblico oltre il giardino, da
quando lo fece Franklyn Delano Roosevelt
nel 1941 per sollevare il morale di una nazione che poche settimane prima aveva ricevuto la tremenda mazzata di Pearl Harbor.
Soltanto i bambini, naturalmente, riescono a salvare le sante o laiche feste del Signore americano. Erano loro, John John e
Caroline, che davano al Natale dei Ken-
“Non siamo qui
per divertirci”
Così Nixon
rimproverava
i giovani assistenti
che il 31 dicembre
si presentavano
con fez di cartone
e trombette
nedy, fin troppo chic e in posa, quel tocco
di spontaneità e di tenerezza domestica
che fa, appunto, Natale. La mistica kennedyana esplodeva in pieno grazie a loro,
quando a John John e a Caroline Babbo
Natale portò in regalo una slitta e complice il tempo, che trasformò il giardino della
Casa Bianca in una sequenza da Zivago, i
due bambini si divertirono a farsi trascinare sulla neve dal cavallo della madre,
Macaroni. Il Natale successivo lo avrebbero trascorso da orfani, mentre il successore del papà, Lyndon Johnson, spediva auguri natalizi listati di nero, primi e unici
nella storia americana, per ostentare il
proprio pubblico lutto.
Per salvarsi, per ritagliarsi una brace di
calore famigliare, si deve scappare da
quella Casa Gelida. Truman tornava a
Kansas City, da dove era partito come
commesso di abbigliamento, e riuniva in
albergo i vecchi amici cantando ballate
accompagnato dalla moglie al pianofor-
te. I Clinton volavano a Camp David, nel
rifugio alpino dell’aquila americana, in
Maryland. Carter correva a Plains, la sua
Betlemme in Georgia, per gustare la torta
di zucca e noccioline preparata dalla
mamma Lilian. Kennedy tornava naturalmente nel tempio di famiglia a Hyannisport. Bush si nasconde nel ranch texano di Crawford, dal quale finge di spedire
i biglietti di auguri che portano tutti il timbro dell’ufficio postale del paese. Quest’anno si porterà dietro da Washington il
magone dell’Iraq e di questa misteriosa
«nuova strategia per la vittoria» che ci rivelerà in gennaio. Laura ha convinto anche le figlie, le gemelle, a esserci quest’anno perché papà è un po’ scosso dalla brutta vicenda politica e militare e ha
bisogno di calore prima di tornare nel gelo della capitale, dove ormai risiede da
estraneo. Probabilmente preferirebbe
un Capodanno con le emorroidi, piuttosto che con l’Iraq.
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DOMENICA 31 DICEMBRE 2006
PAOLO RUMIZ
M
PIRANO (Slovenia)
ilan è un “sans papier”
fortunato. Per Natale
ha avuto un tetto, dopo
dodici anni di vita nei
cartoni. Una stanza di due metri per tre,
in fondo a un corridoio gelido, col cesso
intasato, ma pur sempre una stanza. Di
pomeriggio, quando tira la bora, può ficcarsi sotto una montagna di coperte e
dormicchiare fino al mattino dopo, accanto a una radiolina. L’inverno è una
brutta bestia; per venirne fuori sta diciotto ore a letto, ogni giorno, feste comprese. Per lui Natale e Capodanno sono
giorni come gli altri; anzi, peggio degli
altri. Le feste — si sa — fanno bene a chi
sta bene, male a chi sta male. E Milan
Makuc — celibe, anni 59, ex cameriere di
bordo — sta peggio che male. Ha un cancro in bocca che gli sfigura il volto come
una maschera greca e fa di lui l’icona terribile dell’insulto che ha subito.
Nessuno gli crede quando racconta la
sua storia. Milan non è un relitto della
guerra jugoslava. Non è un bosniaco o
un kosovaro in terra straniera. È uno sloveno, cancellato dall’anagrafe per aver
dimenticato — nel 1992 — di re-iscriversi alla propria nazionalità dopo l’indipendenza del Paese. Per questa svista gli
hanno tolto tutto: appartamento, lavoro, passaporto, diritti civili, pensione,
assistenza malattie. Quindici anni fa,
prima che una burocrazia fascista lo trasformasse in barbone, Milan era uno sti-
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 47
U
Le amare festività del “sans papier” Milan,
che - come altri diciottomila sloveni - ha perso
la cittadinanza per un cavillo amministrativo
all’indomani dell’indipendenza. E da allora
sopravvive allo sbando, escluso da ogni diritto
na patriadi cartone
al ventodella Storia
mato cittadino di Pirano. Oggi è un clandestino in patria. Per anni ha dormito
sulle panchine del suo quartiere e ha vissuto della carità dei vicini. E per anni
non ha trovato medici che lo curassero,
finché il cancro è diventato un cavolfiore.
Sulla riviera della piccola Montecarlo
slovena ragazze alte ancheggiano col
rosso cappello di Babbo Gelo, la Slovenia
gongola perché da domani, primo gennaio, diventa Europa anche come moneta. Milan non ci fa caso. Arranca verso
quella che è stata la sua casa, in via dei
Combattenti, poco oltre lo yacht club.
Oggi ci abita un’altra famigliola, al caldo,
col suo albero di natale. Racconta: «È
successo nel ‘94. Tornando a casa, ho visto due auto della polizia. Mi stavano
svuotando l’appartamento. Buttavano
tutto nei bottini delle immondizie. Anche i documenti. Volevo gridare, invece
ho pianto. Mi sono nascosto, per la ver-
gogna. Ho vagato per giorni, dormivo
sulle panchine, temevo di essere arrestato per qualcosa. Ma non capivo che cosa».
Gli avevano già tagliato la luce, portato via il lavoro e l’assicurazione malattie,
ma fino a quello sfratto coram populo lui
aveva ostinatamente pensato a uno sbaglio. Sapeva che, causa i suoi viaggi per
mare, non aveva fatto a tempo a spedire
quella fottuta domanda di cittadinanza,
ma era certo che tutto si sarebbe chiarito. «Ero sempre vissuto qui, i miei genitori erano sloveni, avevo votato l’indipendenza del mio Paese, avevo anche
combattuto contro l’Armata federale jugoslava. Ero stato studente modello e
avevo lavorato per il mio Paese». Ma
Makuc sottovalutava una “macchia” nel
pedigree. Era nato in Istria meridionale,
cioè Croazia, perché ai tempi di Tito suo
padre c’era andato come minatore per
qualche anno. Non sospettava, Milan,
che solo per questo il suo nome fosse stato segretamente cancellato dall’elenco
dei residenti permanenti, in nome del
Dio Nazione.
Andiamo in un bar tremolante di lumini natalizi. Fuori, l’Adriatico è striato
di schiume. Per Milan non è più tempo
di panettoni. Da quando ha il cancro,
non riesce a mangiare niente di solido.
Deglutisce a fatica un tè alle erbe e continua, ansimando, il suo racconto. Ecco:
a un tratto si rende conto di non esistere, di essere un “desaparecido”. Non ha
più passaporto, può essere espulso in
ogni momento. Smette di protestare, in
Comune gli hanno detto che è finita.
Racconta ad altri la sua storia, ma nessuno gli crede. Lui stesso non ci crede.
Sopravvive di carità, ma l’amarezza e lo
strapazzo gli producono lesioni alle ossa, poi un eczema alla bocca. Non dorme
più, si arrovella. Come in un racconto di
Kafka, è sicuro di essere vittima di una
Niente più casa
né lavoro,
passaporto, pensione,
assistenza malattie
Così uno stimato
abitante di Pirano,
con l’unica “colpa”
di essere nato
pur sempre in Istria,
ma in zona croata,
è stato trasformato
in un barbone
da una burocrazia
accecata dall’odio
etnico e dal razzismo
congiura, perseguitato da un singolo,
sadico funzionario.
E invece non è così. Nessuno sa che ci
sono migliaia di disperati nelle sue condizioni. “Sloveni impuri”, con piccoli
“nei” nella “fedina etnica”. E tutti, come
lui, convinti di essere uniche vittime di
un singolo mostruoso errore. Il signor
Makuc lo scopre appena nel ‘99, quando
la Corte costituzionale di Lubiana intima al governo di annullare le cancellazioni e di reintegrare i cittadini nei loro
diritti, con effetto retroattivo. Il governo
fa finta di niente e non legifera. Ma intanto comincia a venire a galla l’abominio. La storia di una pulizia etnica raffinatissima e senza sangue. Quella dei
“cancellati”.
Si scopre che le persone tolte segretamente dai registri nel ‘92 erano state diciottomila. Rapportate al totale della
popolazione, in Italia equivarrebbero a
mezzo milione. Poi con gli anni la questione s’è in parte risolta da sé. Oltre diecimila ce l’hanno fatta a mettersi in regola. Altri si sono tolti di mezzo da soli:
suicidati o morti di stenti. Altri erano già
stati deportati in Croazia e risucchiati
senza ritorno dalla guerra. Per i rimasti è
l’inferno: vagano per l’Europa come
apolidi, o vivono in Slovenia come
schiavi, lavorando gratis in cambio di un
letto. Altri si nascondono in tuguri, sostenuti dalla carità. La mannaia ha colpito a casaccio, ha spaccato persino le
famiglie, dato la cittadinanza a uno solo
dei coniugi o a uno solo dei figli. Tutto è
così inaudito che nemmeno a Bruxelles
ci credono. Dicono: non possono esistere profughi di un paese dove non c’è
guerra. Nessuno pensa che la giovane
democrazia mitteleuropea possa essersi macchiata di una simile porcheria. Gli
sloveni per primi ne sono convinti.
Milan s’illude che sia finita, chiede al
Comune di riavere i documenti, ma lo
cacciano via. A Lubiana il governo non
molla. Lo scheletro nell’armadio è troppo grande per essere ammesso. E poiché
in troppi hanno coperto l’oscenità, a destra come a sinistra, il parlamento fa un
fuoco di sbarramento e parla di montatura, congiura antislovena, nemico interno. L’11 settembre 2001 sposta poteri ancora più discrezionali sulla polizia,
che in Slovenia controlla l’anagrafe e
quindi può espellere chi vuole. Il Paese
sembra una Padania indipendente con
la Lega al potere: espulsioni arbitrarie,
ronde anti-zingari con fucili, cortei razzisti, esami di lingua agli individui etnicamente sospetti. La Chiesa, impegnata
a ricuperare dal governo il patrimonio
requisito dai comunisti, tace per opportunismo. E per i “sans papier” la clandestinità continua.
Nel bar entra un postino intabarrato,
le vetrate tremano nel vento. Milan ha il
fiato corto, raccontare lo stanca. Non ha
acrimonia, e poi per la prima volta da
qualche mese ha cominciato a sperare.
Una brava assistente sociale gli ha dato
una mano; un medico impegnato nell’assistenza barboni a Lubiana lo ha fatto ricoverare nel miglior centro clinico
del Paese. Ora è operato da poche settimane, la sua storia è finita sui giornali, e
da Lubiana gli hanno fatto avere il documento di residenza permanente, primo
passo verso la regolarizzazione. Per
averlo, ha dovuto portare tre persone a
testimoniare le sue radici. Cerca di sorridere, ma gli viene una smorfia: «Pensa,
tre testimoni — dice in veneto — per mi
che conosso qua ogni buseto de graia»,
per me che conosco ogni angolo di questa campagna.
Gli suona il cellulare, sono i compagni
di sventura in assemblea a Lubiana, in
una fabbrica abbandonata di biciclette.
In un capannone hanno messo un albero di Natale, anche per gli ortodossi che
celebrano il 6 gennaio. Con loro c’è Ursula Lipovec, una bionda antropologa
incinta di nove mesi che, col suo compagno italiano Roberto Pignoni e gli
amici del Movimento antirazzista sloveno, ha portato il caso al Parlamento europeo e alla Corte dei diritti umani di
Strasburgo. Ora i cancellati sono diventati movimento, hanno un leader che
compare in tv. E Milan, con la sua maschera, è diventato il simbolo di una battaglia europea contro l’esclusione.
«Ce la faremo» dice, per la prima volta
al plurale, quando ci separiamo. E poi,
prima di zoppicare via: «Mi telefoni ogni
tanto».
Repubblica Nazionale
48 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 31 DICEMBRE 2006
la memoria
Natali di sangue
È un attentato quasi dimenticato,
quello del 24 dicembre 1800
Eppure poteva cambiare il corso
dei secoli a venire e inaugurò
le atrocità del moderno terrorismo
di massa: un barile pieno di polvere
da sparo, sassi e chiodi esplose
nel centro di Parigi al passaggio
della carrozza del Primo console
Lui si salvò, morirono in ventidue
PINO CORRIAS
L
PARIGI
a carrozza di Napoleone Bonaparte passò al galoppo un minuto prima dell’esplosione che
avrebbe potuto cambiare il mondo e i secoli a seguire. Parigi si infiammò all’istante, illuminando urla, polvere e morti accatastati. Poi l’aria gelò. Tre congiurati erano in fuga. La notte era in frantumi, ma non la
Francia, non Napoleone che entrò indenne e furibondo nella splendore di cristallo del Teatro dell’Opera. Tutti si alzarono per lo spavento e per l’applauso: il Primo console è vivo e questa è la sua notte, la notte di Natale, anno XI dalla Rivoluzione, 24 dicembre 1800.
Napoleone è vivo per un colpo di mano del destino e per
l’acquavite che ha riscaldato i muscoli del suo cocchiere César Germani, che ha frustato più del solito le due coppie di
cavalli lanciandole lungo i giardini delle Tuileries e poi nella strada stretta dell’agguato, rue Saint-Nicaise*, in un frastuono completo di ruote che scheggiano il selciato, fanno
vibrare le vetrine dell’orologiaio Lepautre e tutti i passanti
imprigionati dal freddo e dalla luce gialla dei lampioni.
I congiurati aspettano da ore. Hanno piazzato un barile di
polvere nera e chiodi su un carro davanti al Café Apollon, tra
il cappellaio Ometz e il parrucchiere Vitry. Uno di loro ha ingaggiato una ragazzina che in rue du Bac vende piccoli pani
ai passanti. Si chiama Pensel, ha quattordici anni, indossa
una gonna pesante blu e bianca, una casacca di lana grigia.
Per dodici soldi deve fare la guardia al cavallo in modo che
non si sposti con il carro e con il barile di polvere esplosiva
che tra un po’ la ucciderà.
Quella di Napoleone è la prima di quattro carrozze. Viaggia con il ministro della guerra Berthier, con il generale Jean
Lannes e il colonnello Lauriston, il suo aiutante di campo.
Nella seconda carrozza ci sono la moglie, Joséphine de
Beauharnais, e la sorella Caroline, incinta all’ottavo mese.
Nelle altre viaggia il seguito. Ai lati galoppa la scorta di granatieri. Alle otto di quella sera al Teatro dell’Opera appena
La vittima più giovane ha quattordici anni,
è una ragazzina di nome Pensel
che vende pane per strada in rue du Bac
Uno dei terroristi l’ha ingaggiata per badare
al cavallo e al carro che nasconde la bomba
ribattezzato della Repubblica e delle Arti debutta La Creazione di Haydn. Sul palco centrale, hanno scritto i giornali
parigini, siederà Napoleone.
Napoleone ha trentuno anni, molti nemici, molto onore,
ma non ancora tutto il potere. Ha messo in fuga gli inglesi a
Tolone. Ha battuto i piemontesi a Millesimo. Gli austriaci a
Marengo. Ha conquistato Milano, Venezia e l’Egitto. Ha
sguinzagliato attraverso l’Europa le idee che hanno sbriciolato le mura della Bastiglia, annunciando la fine delle disuguaglianze feudali, dell’intolleranza religiosa e di tutte le tirannie dell’Ancien Régime. Ma in patria è il potere assoluto
che cerca e che pretende: ha appena liquidato il Direttorio,
coltiva la propria gloria, prepara il trono dell’impero. Così ha
raddoppiato i nemici: per aver tradito la Rivoluzione lo vogliono morto i giacobini; e tutte le case regnanti per averla
esportata.
Il segnale dice che la carrozza è in vista. Il tuono del galoppo lo conferma. L’innesco è acceso. Ma l’umidità della
notte lo rallenta: la carrozza corre più veloce della miccia. E
quando il barile e i ferri esplodono, la carrozza ha già voltato l’angolo di rue du Faubourg Saint-Honoré. Viene ferito
l’ultimo granatiere che chiude la scorta di Napoleone e muore il primo cavallo della carrozza che segue, quella della moglie Joséphine che sviene. In quell’intervallo di spazio, la
strage. Muoiono i passanti, i clienti del café, due donne alla
finestra, ventidue persone in tutto. E di Pensel, la ragazzina,
restano pezzi di carne sulla strada, tra i legni del carro sbriciolato, la testa intera del cavallo e altri cinquantasei feriti.
È il sangue del nuovo secolo che proprio la notte di Natale inaugura la parola “terrorismo”. È “la macchina infernale”, come diranno le gazzette disegnando l’esplosione in prima pagina, che dall’ombra versa il sangue innocente, ferisce
alle spalle la Francia e adesso chiede vendetta.
Napoleone accusa i giacobini. E in particolare un gruppo
chiamato Les Exclusifs. Scatena il pallido Fouché, ex seminarista, ex rivoluzionario, amico di Robespierre e adesso di
Napoleone, ministro di polizia, re di tutte le spie, re di tutti i
tradimenti. «Ci vuole un po’ di sangue», detta il Primo console al Consiglio di Stato. Il Senato ratifica. Fouché esegue.
Repubblica Nazionale
DOMENICA 31 DICEMBRE 2006
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 49
Il futuro Imperatore dei francesi
aveva molti nemici e l’indagine seguì
E
due strade diametralmente opposte
La prima, a fini di propaganda, colpì
i giacobini: centotrenta di loro,
senza processo, vennero imbarcati
per le colonie penali della Guyana
e delle Seychelles. La seconda scoprì
la verità: i congiurati, nostalgici
della monarchia, furono ghigliottinati
la notte santa
graziò Napoleone
L’ILLUSTRATORE
Mauro Evangelista, illustratore
del numero odierno della Domenica
di Repubblica (tutte le illustrazioni sono
realizzate a tecnica mista), è nato
a Macerata nel 1963. Uno zio pittore
lo avvicina all’arte fin da bambino. Poi,
dopo il diploma artistico, si trasferisce
a Venezia per frequentare l’Accademia.
Qui avviene un incontro “fondamentale”
per la sua formazione: le lezioni di Emilio
Vedova, “uno shock per potenza
e libertà del segno”. Di ritorno
a Macerata, attraverso l’opera
di Stephan Zavrel, inizia a guardare
l’illustrazione con occhio professionale.
Gli interessa ricreare la stessa “magia
da favola” che lo incantava da bambino.
Dopo una parentesi nella pubblicità,
decide così di dedicarsi ai libri
per ragazzi. Le pubblicazioni
si susseguono numerose, in Italia (tra gli
altri, per Gallucci e Fabbri) e all’estero
(Grimm Press, Dorling Kindersley,
Penguin, etc.). Evangelista è anche
direttore artistico di “Libriamoci”,
progetto didattico e mostra
di illustrazione per ragazzi di Macerata,
città in cui vive e lavora.
La ghigliottina torna in piazza. Tornano in piazza i plotoni. I
suoi uomini imprigionano centotrenta giacobini sospetti. E
senza processo li imbarcano verso le colonie penali della
Guyana e delle Seychelles da cui non torneranno mai più.
Ma quel che risarcisce Napoleone non accontenta Fouché, il quale incarica il suo migliore investigatore, il prefetto
Dubois, di cercare la luce nel buio, seguire gli indizi della verità e non gli inganni della propaganda. Si riparte dalla rue
Saint-Nicaise, dai resti del carro e dalla testa del cavallo aggiogato. Un tale Lamballe, mercante di grano, dichiara di
aver venduto per duecento franchi proprio quel carro e quel
cavallo a un ambulante che diceva di commerciare zucchero. Non lo aveva mai visto prima, ma ricorda il mantello, ricorda l’accento bretone, il corpo tozzo e specialmente la faccia, con la barba nera e una grossa cicatrice che gli spacca il
sopracciglio.
Venticinque giorni dopo l’attentato, il 18 gennaio, il fantasma ha i ferri ai polsi. Si chiama Jean Carbon, detto Petit
François. Lo arrestano dentro alle mura del convento di Notre-Dame des Champs, dove si era rifugiato. Ma non è affatto un giacobino. È un fervente monarchico che sogna Luigi
XVIII sul trono e l’usurpatore còrso nella polvere.
Lo interrogano con il fuoco e le tenaglie. Gli estraggono
tutti e sette i nomi della congiura e abbastanza sangue da
maledire la vita. Due nobili stanno in cima al complotto:
Pierre Robinault de Saint-Réjant, ex ufficiale della Marina
reale, e Joseph-Pierre Picot de Limoëlan, veterano della
guerra di Vandea. Hanno ricevuto ventimila sterline dagli
inglesi e istruzioni da Georges Caudoudal, monarchico, che
i servizi segreti britannici hanno riportato clandestinamente in Francia per uccidere Napoleone.
I congiurati hanno impiegato due mesi a perfezionare il
piano, scartando il veleno o il pugnale, come gli odiati giacobini — lo scultore italiano Arena, i rivoluzionari TopinoLebrun e Demerville — arrestati e adesso pronti per la ghigliottina, avevano tentato cinque mesi prima. Hanno scelto
di usare la polvere da sparo, ma in forma di bomba, riempiendo un intero barile, aggiungendo i chiodi e i sassi per
renderla micidiale e poi sigillarla con dieci grossi anelli di
L’uomo che l’ha ingaggiata per dodici soldi
è un nobile: Joseph-Pierre Picot de Limoëlan
Riuscirà a imbarcarsi clandestinamente
per l’America ma finirà per farsi frate,
tormentato dal ricordo della piccola Pensel
Buone feste
e buona lettura
Variazioni selvagge
Hélène Grimaud
Traduzione
di Patrizia Farese
Collana «Varianti», 2006
pp. 169, euro 18,00
Una pianista bella, talentuosa
e di fama mondiale incontra
il mondo selvaggio e misterioso
dei lupi e se ne innamora.
Sembra una favola di Natale
ma è una storia vera, già best
seller in Francia e Germania,
che vi appassionerà.
ferro.
La certezza di uccidere uomini e donne innocenti neanche li sfiora. Anticipano il peggio dei secoli a venire inaugurando l’attentato di massa. Napoleone è il male assoluto. E
la ferocia è il suo rimedio. Dirà Saint-Réjant al processo: «La
polvere e la miccia non erano buone quanto avrebbero dovuto. Lo sbaglio è lì. Non nel complotto. E neppure nel piano».
È lui con Carbon che quel pomeriggio del 24 dicembre indossa la blusa dei carrettieri e parcheggia il carro a metà della strada. È Limoëlan che intorno alle sette di sera ingaggia
la più innocua tra la folla degli ambulanti, Pensel, la ragazzina, con i suoi pani in vendita. Deve solo tenere a bada il cavallo. Un’ora, dodici soldi, mentre lui, in fondo al carro, carica e scarica. Intanto Carbon e Saint-Réjant vanno all’imbocco della via per il segnale. Ecco, ci siamo. Appena il tempo di accendere la miccia nascosta, dire alla ragazzina di non
muoversi, allontanarsi senza correre. Poi l’ondata dei cavalli che il cocchiere Germani sprona. Gli evviva dei passanti
che hanno riconosciuto Napoleone. Anche se Napoleone,
che ha imparato a dormire a comando, si è appena addormentato. Poi il tuono, la luce, l’aria rovente. E il nero.
Carbon e Saint-Réjant saliranno sul patibolo in place de
Grève il 21 aprile 1801. Hanno il volto coperto da una stoffa
nera che il boia gli sfila prima di farli inginocchiare davanti
alla ghigliottina. Tutti e due gridano «Per il re!» e muoiono indossando la camicia rossa dei parricidi.
Limoëlan non verrà mai catturato. È riuscito a imbarcarsi
clandestino per gli Stati Uniti d’America. Lo consuma il ricordo di Pensel, la ragazzina. Nel 1816 si fa frate. Entra in
convento. Rispetterà per sempre la regola del silenzio, perseguendo l’oblio. A eccezione di ogni 24 dicembre, anniversario della strage. Quando andrà a sdraiarsi davanti all’altare per piangere, al buio, il tuono di Parigi e gli occhi di Pensel. Per tutta la notte, aspettando il Natale.
* La rue Saint-Nicaise oggi non esiste più. Il luogo
dell’attentato corrisponde, più o meno, a dove
è stata collocata la statua di Léon Gambetta
dentro ai nuovi confini dei giardini delle Tuileries
Bollati Boringhieri editore
Repubblica Nazionale
50 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 31 DICEMBRE 2006
il viaggio
Festa nomade
I
Un tuffo nella morte, un ritorno alla vita
quasi miracoloso. Poi un oceano
e un continente lasciati alle spalle per trovare
il veggente capace di indicargli la verità,
di vedere il volto del suo assassino nel buio
l cacciatoredi fulmini
GABRIELE ROMAGNOLI
l Viaggiatore
Il Viaggiatore arrivò al tramonto.
Parcheggiò la Mustang a noleggio
e si avviò all’albergo. Hotel La
Fonda: l’aveva scelto perché era il
più antico in città, perché ci aveva
dormito JFK in campagna elettorale, ma
soprattutto perché, a inizio secolo, un
corrispondente di guerra aveva scritto:
«Se stai cercando qualcuno a Santa Fe,
non lo troverai in nessun
altro posto». Lui stava
cercando qualcuno, verdàd. Aveva
attraversato apposta l’oceano prima e un continente
poi. Cercava il più prodigioso veggente d’America:
Manny Kline.
Prese la tessera magnetica
della sua stanza, ritirò la Visa di
platino, fissò il portiere, che era
calvo con gli occhi così chiari da
sembrare, a tratti, trasparenti e
glielo disse: «Sto cercando
Manny Kline». Aveva letto molto su di lui, e ancor più ascoltato: la volta in cui predisse il terremoto salvando la riserva indiana; quella in
cui individuò in sogno l’assassino dell’attore meticcio; quella in cui il
boss di Los Angeles pretese i suoi servizi
e ottenne un rifiuto, allora prese la limousine blindata, tre scagnozzi e andò a
casa di Manny Kline (allora ne aveva
una), lo fece trascinare fuori con la pistola alla tempia, aspettandolo seduto, aria
condizionata e whisky con ghiaccio, ma
Manny non aprì la portiera, posò una
mano sul finestrino, il vetro antiproiettile andò in frantumi e il boss via di nuovo
in California.
Il portiere disse: «Non lo cerchi, sarà
lui a trovarla».
Aggiunse: «Se vorrà».
I
to». Si aggrappò al bancone. Non aveva
idea di che cosa stesse parlando.
Prese il biglietto che non aveva mai
chiesto: era per la Santa Fe Opera House,
lo spettacolo di Natale, in programma la
sera seguente. Mitridate, di Mozart. L’aveva scritto a quattordici anni. Che cosa
sapeva fare suo figlio, a quell’età?
Il vecchio
Il Viaggiatore salì in auto all’imbrunire. Guidò verso il deserto.
Chi aveva costruito l’Opera House era
un genio: un teatro nel nulla, il firma-
L’indiana
Il Viaggiatore si svegliò molto tardi,
mezzogiorno era passato. Si affacciò al
balcone: indiani in costume svendevano perle, incantatori taroccavano il futuro e il cielo era vuoto. Il telefono non annunciava messaggi. Fece la doccia più
lunga del mondo, adesso che l’acqua
scivolava sulle cicatrici, lasciando una
domanda: «Chi era stato a sparargli nel
buio?». Indossò abiti di lana per affrontare l’inverno del New Mexico e uscì con
una sola parola in mente: «margarita». Se
Manny Kline l’avrebbe trovato senza che
fosse lui a cercarlo, tanto valeva che lo
trovasse allegro. Attraversò la piazza, entrò alla “Ore House”, due piani di bar con
terrazza, si arrampicò sullo sgabello davanti al cameriere e ci prese la residenza.
Quando si era seduta accanto a lui,
l’indiana? Fuori era buio, davanti a lui
c’era un tappeto di gusci d’arachide, i calici si davano il cambio.
L’indiana aveva una t-shirt rossa e
jeans neri, cuciti sulla pelle. Gli teneva la
mano e ne osservava il palmo: la linea
della vita era più corta del tempo che dimostrava, avrebbe dovuto essere morto
da un pezzo. Ma questo lo avevano detto anche i medici, il giorno in cui aveva
riaperto gli occhi, tornando da una vacanza non pagata. Era così ubriaco da
permettersi di chiederle: «Per che cosa
sono sopravvissuto?». Lei rispose: «Per
andare oltre, immagino». Poi si alzò e
scomparve. Lui provò a fare altrettanto.
Gli ci vollero venti minuti.
Quando rientrò all’hotel il portiere lo
fermò: «Signore, il suo biglietto è arriva-
L’indiana aveva una t-shirt rossa e jeans neri,
cuciti sulla pelle. Gli guardava la mano:
la linea della vita era più corta del tempo
che dimostrava, avrebbe dovuto essere morto
da un pezzo. Le chiese:“Per cosa
sono sopravvissuto?”
etesto Babbo Natale. Se un giorno decidessi di diventare uno psicopatico, un serial-killer, la mia serie di vittime sarebbe composta da ex-ministri e ministre della Cultura, e poi da sorridenti ciccioni vestiti di rosso e con la barba, e con le loro renne mangerei bistecche alla brace per un bel po’ di tempo. Anche se la Spagna va bene, come dice mio cugino, e siamo europei e internazionali e sgrulliamo il pisello al presidente americano quando a quel figlio di puttana viene voglia di pisciare sull’Iraq o su qualche altra parte, trovarmi davanti Babbo
Natale in una strada di Chamberí continua a crearmi le stesse difficoltà
che può avere uno dell’Arkansas a ballare il flamenco. Lo so, è qui da
quasi trent’anni, è più moderno e trendy dei magi d’Oriente, e con lui,
dicono, i bambini si godono più a lungo i giocattoli. Nonostante tutto,
quel ciccione con la barba — senza arrivare al limite insopportabile di
idiozia di Halloween, che adesso sostituisce anche la nostra secolare
notte dei defunti — continuo a vederlo fuori contesto: un gringo mercenario reclutato dai grandi magazzini per raddoppiare le vendite che
vale meno di un escremento del
cammello di re Gaspare.
Perché il sottoscritto è stato un
bambino monarchico, di quella
notte in cui tre re giungevano dall’Oriente per materializzare sogni.
Certo, erano altri anni e altri Natali.
E io ero un bambino, e i ragazzini vedono il mondo, assorbono sensazioni, odori, immagini, in modo diverso dagli adulti. Forse è per questo
che tutte quelle cose mi sembrano
oggi così belle. Ricordo i riflessi di
luce delle vetrine sul selciato umido
delle strade, la gente che scendeva
dai tram con il cappotto e la sciarpa, i vigili urbani — con quei meravigliosi caschi bianchi che qualche cretino gli ha tolto — e quelle cassette e bottiglie di vino che gli regalavano gli automobilisti. Ricordo i villancicos alla radio, i tamburi e i tamburelli, e quelle raganelle di legno
che giravano intorno a un perno. Ricordo le mie lacrime e quelle dei
D
Il lungo sentiero
di Re Gaspare
e degli altri Magi
ARTURO PÉREZ-REVERTE
mento come quinta. Perfino con dieci
gradi sottozero, i funghi caloriferi sul
palco e il pubblico in piumino era straordinario. Nel parcheggio uomini in
smoking e cappello da cowboy sparavano tappi di champagne.
Istintivamente portò la
mano al torace: un centimetro più su e avrebbe
perforato il cuore, uccidendolo, ma anche
così era vivo per miracolo.
Trovò il suo po-
miei fratelli quando ci ritrovammo arrosto il tacchino Federico, che
avevamo fatto ingrassare a casa del nonno. Ma, soprattutto, ricordo le
vetrine dei negozi, luoghi magici pieni di giocattoli, ai cui vetri noi bambini — che non conoscevamo la televisione — schiacciavamo il naso,
sognando di possedere uno di quei tesori: il meccano, la bambola di
pezza, la pistola di latta, il cavallo di cartone, la scatola di soldatini di
piombo, i giochi assortiti da tavolo Geyper.
Poi, con il tempo, imparai a interpretare altri segni che accompagnavano tutto questo e che allora ero incapace di capire: lo sguardo del
bambino che osservava la vetrina accanto a me, e che poi, quando il
giorno dell’Epifania io uscivo a giocare con la mia spada fiammante del
Cigno Nero, mi guardava fisso, le mani vuote nelle tasche dei pantaloni corti. La desolazione della povera donna che usciva dal negozio contando i soldi, insufficienti per la bambola che una bambina aspettava.
L’uomo con il cappotto logoro, fermo davanti alla vetrina di sogni e luci, che poi se ne andava a testa china, a casa, dove di nascosto, senza farsi scoprire dai suoi quattro o cinque figli, fabbricava con le sue mani,
con legno e vernice, l’umile giocattolo che il suo povero salario non gli
consentiva di acquistare... Tutti quegli esseri e quegli sguardi suscitano oggi in me rimorsi retrospettivi, perché ora so che cosa racchiudessero. Ma io, allora, ero un bambino ignorante. Un impertinente ragazzino fortunato.
Oggi non esistono più quelle care ombre familiari che scivolavano di
notte ai piedi del mio letto, sapendomi addormentato. Se ne sono andate quasi tutte, e non possono più proteggermi dal freddo che fa fuori, né ritardare il cancro inevitabile della lucidità. Eppure, quando torna di nuovo la notte magica e aspetto sveglio nel buio, sento entrare dolcemente nella mia stanza da letto tutti quei fantasmi del mio cuore e
riunirsi in silenzio, vegliandomi con un sorriso.
Per questo, quei tre tipi vestiti con porpora da guardaroba teatrale e
corone di carta dorata, che a dispetto di Santa Claus e del primo imbecille che lo portò, della modernità, delle serie televisive americane e di
tutto il parafernalia, continuano a scendere in strada ogni 5 gennaio,
con tre cammelli e due palle così, costituiscono l’unica causa monarchica alla quale davvero aderisco pienamente e senza condizioni, con
spada e daga. E al diavolo il ciccione straniero.
Traduzione di Luis Moriones Brugo
© Arturo Pérez-Reverte, XL Semanal 2006
Repubblica Nazionale
DOMENICA 31 DICEMBRE 2006
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 51
Il Viaggiatore aveva scelto
l’Hotel La Fonda:
Chi aveva costruito l’Opera
House era un genio:
un teatro nel nulla,
il firmamento come quinta,
in platea dieci gradi sottozero
se cerchi qualcuno
a Santa Fe, non lo troverai
in nessun altro posto...
nei giornidella cometa
sto: accanto gli sedeva un uomo così vecchio che gli parve impossibile fosse arrivato fin lì con le sue gambe.
Eppure si alzò perfino in piedi per farlo accomodare, esibendo un portamento militare. L’opera parve assorbirlo. Il
Viaggiatore, invece, era sperduto, faticava a seguire la storia. Questo Mitridate
era un re, sconfitto dai romani. Aveva
due figli che si disputavano l’amore della stessa donna e quando lui tornava al
suo regno scopriva che... il primo atto era
finito. Si unì agli applausi per inerzia. Restò seduto, accanto all’uomo troppo
Accanto a lui sedeva un uomo così vecchio
che gli parve impossibile fosse arrivato
fin lì con le sue gambe. Alla fine
dello spettacolo il vecchio scosse il capo:
“Lei cerca il senso nell’insieme, ma
è solo un particolare che glielo potrà dare”
ARTURO PÉREZ-REVERTE
È nato a Cartagena nel 1951. Giornalista
e scrittore di fama internazionale,
è membro della Real Academia Española
In Italia per la Marco Tropea Editore sono usciti
nove romanzi fra cui La tavola fiamminga,
Il maestro di scherma e Il club Dumas
(da cui Roman Polanski ha tratto il film
La nona porta, con Johnny Depp)
È anche autore del ciclo di romanzi d’avventura
del Capitano Alatriste (l’ultimo è L’oro del re),
da cui è stato tratto il film Alatriste con Viggo
Mortensen, che sarà nelle sale italiane nel 2007
vecchio.
«Piaciuta?», si sentì chiedere. Ammise difficoltà. Il vecchio scosse il capo:
«Lei cerca il senso nell’insieme, ma è
solo un particolare a poterglielo dare».
Si alzò senza fatica, lasciò sul sedile l’opuscolo che aveva in mano e si allontanò. Il Viaggiatore restò solo. Guardò
davanti a sé. Stelle, aria carica di elettricità. Notò l’opuscolo abbandonato al
suo fianco. Era una guida del New
Mexico, aperta alla pagina sul “Lighting Field”, il campo dei fulmini: quarantotto chilometri a nord-est di Que-
mado, quattrocento aghi d’acciaio
piantati in un fazzoletto di terra da un
ingegnere italiano, Walter De Maria,
cinque tende per passarci la notte, soli,
e vedere l’effetto che fa quando si scatena il temporale.
Uscì dal teatro anzitempo: l’indomani notte, solo questo sapeva per certo,
non avrebbe dormito all’Hotel La Fonda. E sotto una tempesta elettrica
avrebbe forse sognato, come Manny
Kline, il volto dell’assassino.
L’uomo senza volto
La mattina seguente aprì il giornale: i
meteorologi prevedevano il sereno, ma
decise di partire ugualmente. Quando
pagò il conto il portiere calvo gli augurò
buon viaggio. Aggiunse: «Veda di arrivare prima della tempesta». Risalì sulla
Mustang impolverata, direzione sud.
Arrivò al “Campo dei fulmini” per ultimo. Le altre quattro tende erano già
occupate, gli dissero. Da chi, non lo
seppe mai. Entrò nella sua, depose il
bagaglio, uscì a fare una passeggiata.
Nessuno si fece vedere. Un vento leggero scuoteva la stoffa dei coni
colorati piantati a terra, l’ingresso di uno parve aprirsi
per un istante, poi il lembo si ripiegò sull’assenza. Gli snelli pali d’acciaio vibravano.
Nell’aria promesse e
timori. Poi, solo silenzio. Andò a dormire
presto, confuso. Lo svegliò il tuono.
Scostò l’ingresso della
tenda e uscì. Pioveva a dirotto. I fulmini crepitavano,
accendendo di luce trasparente i quattrocento pali del
Campo, la scultura dell’ingegnere italiano prendeva energia e vita.
Quando il temporale finì si trovò,
fradicio, accanto a una tenda che non
era la sua. La voce dall’interno disse
soltanto: «Come Mitridate». Lui
aspettò: «Fu il figlio a tradirlo, desiderarne il regno, colpirlo». Portò la mano
alla cicatrice e capì, semplicemente.
La pioggia che gli rigava il volto si fece di lacrime. Chiese soltanto:
«Perché?». La voce rispose: «Era stato così lontano quando lui lo aspettava, così impegnato
in battaglia, il figlio
lo aveva creduto
morto. Non l’aveva ucciso, lo credeva già morto
da tempo». Si inginocchiò sulla
terra scossa,
aspettando altre parole: «Ma
l’amore tenne vivo il re, perdonò il
figlio e combatterono, infine, fianco a fianco».
Era sopravvissuto per andare oltre:
perdonare chi aveva cercato di ucciderlo, assolvere lui e se stesso, dimenticare, di più, fingere di non aver mai capito chi aveva sparato nel buio.
Si svegliò molto dopo l’alba. La terra
era secca. Uscì dalla tenda. Andò all’ingresso. Lo attendeva lo stesso ragazzo
che l’avevo accolto. Disse: «Mi dispiace
non abbia piovuto stanotte, signore, se
vuole tornare...». Lui si guardò intorno,
stupito. In lontananza, quattro figure
salivano sulle rispettive auto. Gli parvero un uomo calvo, uno molto vecchio,
un’indiana e qualcuno che non aveva
mai, davvero mai conosciuto.
Repubblica Nazionale
52 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 31 DICEMBRE 2006
Una signora attende la visita di una conoscente quasi dimenticata
che le ha offerto la sua vecchia pelliccia di visone. Per la prima
è un affare, per la seconda una necessità. La prima
programma la sua vita tra cocktail e viaggi a Parigi, la seconda ha perso
tutto tranne il cane. Ma niente è come appare. Si intitola “The Bargain”,
è un racconto inedito del grande scrittore americano
TRUMAN CAPOTE
erano varie cose, in suo marito, che irritavano la signora Chase. Per esempio la voce:
suonava sempre come se stesse puntando in
una partita a poker. Sentire quella cantilena
indifferente la esasperava sempre, e soprattutto in quel momento, al telefono, quando
la sua stessa voce strideva per l’eccitazione. «Certo che ne ho già
una, questo lo so. Ma non capisci, caro — è un’occasione», disse, accentuando l’ultima parola e facendo una pausa per lasciarle il tempo di sprigionare tutta la sua magia. Ma ci fu semplicemente il silenzio. «Beh, potresti almeno dire qualcosa. No,
non sono in un negozio, sono a casa. Alice Severn verrà a pranzo. È della sua pelliccia che stavo cercando di parlarti. Certo ricorderai Alice Severn». La lacunosa memoria del marito era
un’altra delle cose che la irritavano, e anche quando gli ebbe ricordato che a Greenwich li avevano incontrati spesso, Arthur e
Alice Severn, anzi, li avevano addirittura invitati ai loro ricevimenti, lui finse di non averli mai sentiti nominare. «Non importa», sospirò lei. «Voglio comunque darle un’occhiata, a quella
pelliccia. Buon appetito, caro».
Più tardi, mentre si agitava attorno alle precise ondulazioni
dei suoi capelli ritoccati, la signora Chase dovette ammettere
che non c’era ragione al mondo per cui suo marito dovesse ricordarsi dei Severn. Se ne rese conto mentre cercava, con scarso successo, di richiamare alla mente l’immagine di Alice Severn. Ci arrivò vicino: una donna rosea e allampanata, non ancora trentenne, che andava in giro in una station wagon con un
setter irlandese e due bei bambini dai capelli rosso-dorati. In giro si diceva che il marito bevesse: o era il contrario? E poi, ecco,
le pareva che la loro posizione creditizia fosse considerata ad alto rischio, o almeno la signora Chase ricordava di aver sentito dire che erano terribilmente indebitati e
qualcuno, o forse lei stessa?, aveva descritto Alice come un po’ troppo
bohémienne.
Prima di trasferirsi in città i
Chase avevano abitato a
Greenwich: una vera seccatura per la signora Chase,
che non amava quel tanto
di natura che c’era là e
preferiva il divertimento delle vetrine di New
York. A Greenwich, a
un cocktail, alla stazione ferroviaria
avevano conosciuto e poi incontrato di nuovo i Severn, ma la cosa non
era andata oltre. Non
eravamo nemmeno amici, concluse un po’ stupita.
Come accade spesso quando all’improvviso sentiamo nominare
una persona che appartiene al passato, una persona che abbiamo conosciuto in un contesto del tutto diverso, aveva provato
un senso d’intimità. Ma ripensandoci le sembrò straordinario
che Alice Severn, che non vedeva da più di un anno, l’avesse
chiamata per proporle di comprare il suo visone.
La signora Chase si fermò in cucina e ordinò il pranzo: zuppa
e insalata, non la sfiorava nemmeno l’idea che qualcuno potesse non essere a dieta. Riempì un decanter di sherry e lo portò in
salotto. La stanza era verde vetro e somigliava al suo gusto nel
vestire, un po’ troppo giovanile. Il vento scuoteva le finestre perché l’appartamento era a un piano alto e permetteva di ammirare il centro di Manhattan come da un aeroplano. Mise sul fonografo il disco di un corso di lingua e sedette rigida ad ascoltare la voce forzata che pronunciava le frasi in francese. In aprile,
per il loro ventesimo anniversario di matrimonio, i Chase avevano in programma di festeggiare con un viaggio a Parigi; per
questo la signora Chase aveva cominciato ad ascoltare quelle lezioni registrate, e sempre per questo aveva preso in considerazione l’acquisto della pelliccia di Alice Severn: viaggiare con un
visone di seconda mano le sembrava più pratico, e più tardi
avrebbe sempre potuto ricavarne una stola.
Alice Severn arrivò con qualche minuto di anticipo, certo per
caso perché, a giudicare dai modi controllati e dall’andatura
sciolta, non sembrava una persona ansiosa. Indossava delle
scarpe comode e un tailleur di tweed che aveva conosciuto giorni migliori, e in mano aveva una borsa dal cordoncino logoro.
«Che delizia stamattina, quando mi ha chiamata! Sa il Cielo,
sembra passato un secolo; ma ovviamente non ci capita mai di
passare da Greenwich».
L’ospite sorrise ma rimase in silenzio, e la signora Chase, accordata su uno stile più espansivo, si sentì respinta. Mentre si sedevano i suoi occhi studiarono la donna più giovane e le venne
in mente che, se l’incontro fosse stato casuale, probabilmente
non l’avrebbe riconosciuta; e non perché il suo aspetto fosse
molto cambiato, piuttosto perché, se ne rendeva conto solo in
quel momento, non l’aveva mai osservata bene, cosa abbastanza strana dato che Alice Severn era davvero una persona notevole. Se fosse stata meno allampanata e compatta, forse sarebbe stato possibile ignorarla, magari notando solo che era carina.
E di fatto lo era: con quei capelli rossi, quel senso di lontananza
negli occhi, quel viso lentigginoso, autunnale, e le mani forti e
ossute aveva una distinzione che non si poteva liquidare facilmente.
«Sherry?»
Alice Severn annuì e la sua testa, che sembrava reggersi in precario equilibrio sul collo sottile, faceva pensare alla corolla di un
crisantemo troppo pesante per il suo stelo.
«Un cracker?», offrì ancora la signora Chase, pensando che
una persona così lunga e magra doveva mangiare come un cavallo. La frugalità del suo zuppa-e-insalata le diede un istante di
panico, e così disse una bugia: «Non so proprio cosa stia preparando per pranzo, la nostra Marta. Lo sa com’è difficile organizzare qualcosa con un preavviso così breve. Ma dica, mia cara,
che novità ci sono a Greenwich?»
«A Greenwich?», disse l’altra, sbattendo le ciglia come se una
luce improvvisa avesse inondato la stanza. «Non ne ho idea. Non
siamo rimasti laggiù a lungo, più o meno sei mesi».
«Oh?», disse la signora Chase. «Vede come sono rimasta indietro. E adesso dove abitate, cara?»
Alice Severn alzò una delle sue mani ossute e goffe e la sventolò in direzione della finestra. «Là fuori», disse con espressione
peculiare. La sua voce era chiara, ma con una qualità esausta, come se le stesse venendo il raffreddore. «In città, voglio dire. Ma
non ci piace molto, soprattutto a Fred».
Con la più lieve delle inflessioni interrogative la signora Cha-
C’
O
ccasioni a perdere
il dubbiodi Capote
Quando si trattava di solidarietà
la signora Chase sapeva cos’è
la prudenza: prima di concedere
la sua prendeva sempre
la precauzione di attaccarvi
una cordicella, in modo da poterla
ritirare in caso di necessità. Mentre
guardava Alice Severn, però,
fu come se quella cordicella
si spezzasse e per la prima volta
in vita sua si trovò faccia a faccia
con gli obblighi della carità
se disse: «Fred?». Ricordava perfettamente che il marito della
sua ospite si chiamava Arthur.
«Sì, Fred: il mio cane, un setter irlandese, credo l’abbia visto.
È abituato ad avere più spazio, e l’appartamento è così piccolo,
in realtà una sola stanza».
Dovevano attraversare un periodo davvero difficile, i Severn,
se erano ridotti a vivere tutti quanti in una stanza sola. Pur essendo molto curiosa, la signora Chase si controllò e non fece altre domande. Assaggiò il suo sherry e disse: «Ma certo che ricordo il vostro cane, e anche i bambini, rivedo ancora le testoline
rosse di tutti e tre affacciate al finestrino della vostra station wagon».
«I miei figli non hanno i capelli rossi. Sono biondi, come
Arthur».
La correzione fu fatta con una tale mancanza di umorismo da
suscitare nella signora Chase un risatina piccata. «E Arthur come sta?», disse ancora, preparandosi ad alzarsi per fare strada all’ospite in sala da pranzo. Ma la risposta di Alice Severn la fece
sedere di nuovo. Formulata senza alcun mutamento nel tono
placidamente disadorno della voce, era composta da un’unica
parola: «Ingrassato».
«Ingrassato», ripeté un attimo dopo. «L’ultima volta che l’ho
visto, credo sia stato una settimana fa, stava attraversando la
strada e camminava ondeggiando un po’, come un papero. Se
mi avesse visto sarei stata costretta a ridere: era così pignolo sulla sua figura».
La signora Chase si sfiorò le labbra con un dito. «Lei e Arthur,
separati? Ma è semplicemente straordinario».
«Non siamo separati». E Alice Severn sventolò la mano come
per spazzar via una ragnatela. «Lo conosco da quando ero bambina, da quando eravamo entrambi bambini: pensa davvero»,
disse in tono pacato, «che potremmo mai essere separati l’uno
Repubblica Nazionale
DOMENICA 31 DICEMBRE 2006
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 53
L’INEDITO
Il racconto di queste pagine
si intitola The Bargain
(L’occasione) ed è stato scritto
da Truman Capote
nel 1950. Sarà pubblicato
in Italia nel giugno del 2007
da Garzanti libri, editore
delle altre opere dell’autore
di Colazione da Tiffany
e A sangue freddo,
in una raccolta dal titolo
La forma delle cose. Tutti
i racconti di Truman Capote
(traduzione
di Stefania Cherchi)
dall’altra, signora Chase?».
L’uso preciso del suo nome sembrò escludere la signora Chase; per un attimo si sentì tagliata fuori; e mentre accompagnava
l’ospite in sala da pranzo sentì un filo di ostilità muoversi fra loro due. Probabilmente fu la vista delle mani sgraziate di Alice Severn che spiegavano goffamente il tovagliolo a convincerla che
era solo frutto della sua immaginazione. A parte qualche scambio di cortesie mangiarono in silenzio, e la signora Chase cominciò a temere che non ci sarebbe stato alcun racconto.
Ma poi: «In realtà», disse Alice Severn sbottando, «abbiamo divorziato in agosto».
La signora Chase attese e poi, fra il saliscendi del cucchiaio,
disse: «Ma è terribile. Sarà perché beve, immagino».
«Arthur non ha mai bevuto», ribatté l’altra, con un sorriso
amabile ma stupito. «Cioè, bevevamo tutti e due. Ma bevevamo
per divertimento, per non essere meschini. Era molto piacevole, d’estate. Andavamo a raccogliere la menta giù al ruscello e
preparavamo cocktail con whisky e zucchero, grandi cocktail
nelle coppe da frutta. A volte, se di notte faceva caldo e non riuscivamo a dormire, riempivamo dei thermos di birra ghiacciata, svegliavamo i bambini e andavamo in macchina fino al mare: è divertente starsene lì a bere birra e nuotare e poi dormire
sulla sabbia. Erano bei tempi, quelli: ricordo che una volta restammo là fino allo spuntare del giorno. No», disse, mentre un
qualche grave pensiero le irrigidiva i tratti del viso, «le dirò io
com’è andata. Io sono più alta di Arthur di tutta la testa, e credo
che lui ne fosse infastidito. Quando eravamo piccoli lui era convinto che un giorno, crescendo, mi avrebbe sorpassato, ma poi
non è successo. Per questo non sopportava di ballare con me, e
sì che adorava ballare. E gli piaceva circondarsi di un mucchio di
gente, tutte persone piccole con vocette acute. Io non sono così, a me piaceva che fossimo soltanto noi due. In modi che non
mi rendevano piacevole per lui. Beh: si ricorda Jeannie Bjorkman? Una con il viso tondo e i ricci, alta un po’ come lei».
«Temo proprio di sì», disse la signora Chase. «Era nel comitato della Croce Rossa. Una donna orribile».
«No», disse Alice Severn riflettendo. «Jeannie non è orribile.
Eravamo buone amiche. La cosa strana è che Arthur diceva sempre che non la poteva soffrire: ma poi immagino che abbia perso la testa per lei, perlomeno adesso ne va pazzo, e i bambini anche. Credo sarei più contenta se ai bambini non piacesse così
tanto, anche se penso che in realtà dovrei esserne felice dato che
devono vivere insieme».
«Non può essere vero: suo marito ha sposato quell’orribile
Bjorkman!».
«In agosto».
Dopo una pausa per suggerire che si poteva passare in salotto per il caffè, la signora Chase disse: «Ma è una vergogna che lei
debba vivere qui a New York tutta sola. Dovrebbe avere perlomeno con sé i suoi figli».
«Arthur li ha voluti lui», disse Alice Severn con semplicità. «Ma
non sono sola: Fred è uno dei miei migliori amici».
La signora Chase ebbe un moto d’impazienza: non le piacevano le fantasie. «Un cane. Ma non ha senso. Riesco a pensare
solo che si è comportata da sciocca: se un uomo provasse a mettere i piedi in testa a me, se li ritroverebbe tagliuzzati in mille pezzi. Quindi immagino che non vi siate nemmeno accordati per un
eventuale…», esitò, «suo contributo».
«Lei non capisce: Arthur non ha un soldo», disse Alice Severn,
delusa come un bambino che abbia appena scoperto che gli
adulti, dopotutto, non sono poi così intelligenti. «Ha dovuto addirittura vendere l’auto, e ogni giorno va e torna dalla stazione a
piedi. Ma sa com’è, penso che sia felice».
«Lei meriterebbe un bel pizzicotto», disse la signora Chase,
quasi disponendosi a farlo lei stessa.
«È piuttosto Fred a preoccuparmi. È abituato ad avere più spazio, e una persona sola non lascia molti ossi. Lei pensa che, finito il corso, riuscirò a trovare lavoro in California? Frequento una
scuola commerciale, ma non sono particolarmente svelta, soprattutto con la dattilografia. Le mie dita sembrano odiarla. Credo sia un po’ come suonare il piano, bisogna imparare da giovani». E si osservò meditabonda le mani, con un sospiro. «Alle tre
avrei una lezione; le spiace se ora le mostro la pelliccia?»
Di solito per risollevare il morale alla signora Chase si poteva
contare sulle belle cose che vengono fuori da
scatole misteriose; ma non appena vide aprirsi i due lembi di carta velina si sentì messa alle corde da un malinconico senso di disagio.
«Era di mia madre».
La quale deve averla portata per sessant’anni di fila, pensò la signora Chase
guardandosi allo specchio. La pelliccia le
arrivava alle caviglie. Passò la mano sul
pelo privo di splendore, diradato, e lo
sentì acido e ammuffito come se fosse
stato conservato in una soffitta vicina
al mare. Dentro la pelliccia faceva
freddo e lei rabbrividì e al tempo
stesso sentì il rossore salirle alle
guance nel vedere che Alice Severn
la fissava da sopra la spalla con
un’espressione carica di un’aspettativa tesa e priva di dignità
che prima non aveva. Quando
si trattava di solidarietà la signora Chase sapeva cos’è la
prudenza: prima di concedere la sua prendeva sempre
la precauzione di attaccarvi
una cordicella, in modo da
poterla ritirare in caso di
necessità. Mentre guardava Alice Severn, però, fu come se quella cordicella si
spezzasse e per la prima
volta in vita sua la signora
Chase si trovò faccia a faccia con gli obblighi della carità. Ciononostante si divincolò alla ricerca di una
via d’uscita, ma quando i
suoi occhi incrociarono
quelli dell’altra donna
seppe che non ve n’era alcuna. Il ricordo di una
parola appresa dal corso
di francese le rese più facile la domanda cruciale:
«Combien?».
«Non vale niente, vero?». La domanda suonò
confusa, non schietta.
«No, in realtà no», disse la signora Chase stancamente, quasi
con stizza. «Ma credo che potrò comunque farne qualcosa». E
non fece altre domande: era evidente che fra i suoi doveri c’era
anche quello di fissare lei stessa il prezzo.
Tirandosi dietro la brutta pelliccia andò allo scrittoio posto in
un angolo del salotto e, scrivendo con stilettate cariche di risentimento, riempì un assegno del suo conto personale: il marito
non doveva saperne niente. Più di chiunque altro la signora Chase odiava il senso di perdita: una chiave che non si trovava più,
una moneta caduta ravvivavano in lei la consapevolezza dei furti e delle frodi che ci dispensa la vita. Una sensazione del genere
l’invase mentre tendeva l’assegno a Alice Severn, che lo piegò in
due senza guardarlo e l’infilò nella tasca della giacca. Era di cinquanta dollari.
«Mia cara», disse la signora Chase con un sorriso di finta
preoccupazione, «deve assolutamente chiamarmi al più presto
e tenermi informata su come vanno le cose. Non voglio che si
senta sola».
Alice Severn non ringraziò e, giunta alla porta, non salutò
nemmeno. Prese invece una mano della signora Chase fra le sue
e le diede qualche piccola pacca come chi premia gentilmente
un animale, un cane. Chiusa la porta, la signora Chase si guardò
la mano e se la portò alla bocca. La pelle conservava ancora la
sensazione di quell’altra mano. Rimase lì, aspettando che svanisse: di lì a poco sarebbe stata di nuovo fresca.
Traduzione di Stefania Cherchi
© 2004 by The Truman Capote Literary Trust
Published by Arrangement
with Roberto Santachiara Literary Agency
Repubblica Nazionale
54 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 31 DICEMBRE 2006
la lettura
Ammassare, vendere e comprare la merce più immateriale e preziosa che c’è
Inconcepibile, eppure basta “trovare il modo” e qualcuno l’ha fatto
Un celebre scrittore segue una pista dal Marocco alla Norvegia fino a quando...
DANIELE DEL GIUDICE
I
Rabat, Marocco, seconda settimana d’autunno
tra i prodotti esposti quel che preferisce».
«Mi piacerebbe comperare tempo… ishtara zaman…» ho detto scherzando.
«Ishtara zaman?… Tempo? Tempo, dice lei, Monsieur?… E chi potrebbe comperare tempo?
Chi potrebbe venderlo?».
«Lei», ho risposto in un cerimonioso falsetto. «Lei, l’altro giorno, non ha forse venduto tempo a quel vecchio?».
«No, Monsieur, lei scherza, questa è una bottega di cose semplici, cose di prima utilità».
«Vuol dire che il tempo non è di prima utilità? O forse ci sono negozi ben più avanzati del suo
“Au soulier moderne” in grado di vendere tempo?».
«No, no certamente. Non c’è nessun negozio di questo tipo, che io sappia». Il calzolaio mi
sembrò preoccupato, preoccupato all’idea che qualcuno potesse aver intuito il suo segreto;
magari, però non gli sarebbe dispiaciuto ammettere che tra le merci più sofisticate del suo “Au
soulier moderne” ci fosse il tempo. Forse per questo ha scelto un tono intermedio, ironico, un
parlare tutto al condizionale, delimitando rigorosamente il campo ipotetico con ampi svergolamenti delle braccia che poi si richiudevano in tutta onestà sul cuore: certo, diceva, sarebbe
bello vendere tempo, di tempo del resto qui ne avremmo molto, di tempo qui per noi ce n’è tanto quanto la sabbia, ce n’è a volontà, tempo di prima scelta, bello lungo e immobile. Eh, sì, se
vendessi tempo… si venderebbe bene secondo lei, si venderebbe lì da voi?… se avessi un commercio così potrei mostrarle anch’io fatture e ordini di chissà quale atelier europeo, ma come
dovrei venderlo questo tempo?, a minuti, a ore, a giorni, a mesi, o annate intere? E come lo imballerei il tempo, come lo spedirei all’acquirente? E poi i prezzi, chi li farebbe i prezzi del tempo… All’improvviso il calzolaio arrestò ogni suo movimento di gesti e di parole, rimase sospeso sui prezzi, illuminandosi alla sentenza ultimativa e indiscutibile che doveva essergli venuta
alla memoria come via d’uscita molto opportuna. Disse compìto: «Monsieur, per noi il tempo
non è dell’uomo ma di Dio, Allahu s-Samad, Dio è l’Eterno».
Giovane calzolaio nonché erede dell’“Au soulier moderne”, non me lo diresti mai, sento la tua
paura, eppure sento anche l’indecisione e il compiacimento dietro i tuoi tempi verbali obliqui,
come sento dietro di me il tuo sguardo inquieto che punta al riquadro della porta.
eri per la prima volta ho assistito a una transazione commerciale riguardante il tempo.
O meglio credo di aver percepito un commercio di tal genere in un negozietto, un bugigattolo sul versante occidentale della Medina cui si accede dalla rue des Consuls; intendo riferirmi con ciò alla mia personale sensazione d’aver assistito al semplice evento di
un uomo che vendeva tempo a un altro uomo. Ho visto il giovane calzolaio indicare un qualche
ordine di grandezza con le dita, ho visto l’anziano entrato nella bottega che pagava senza ricevere alcunché in contropartita. Il mio arabo, già fragile, prescinde dalla scrittura, è un arabo parlato, fonetico e non scritto, da me appreso come suoni e come suoni restituito. Dunque non è
detto che le parole che mi è sembrato di cogliere, e che trascriverei zaman, ishtara, cioè “tempo” e “comperare”, stessero insieme e siano proprio quelle che il giovane e il vecchio si sono
scambiati prima che l’uno scambiasse con l’altro soldi contro nulla.
Il calzolaio lo conosco da tempo, ed è difficile circoscrivere la sua attività alla sola fattura di
babuches e sandali di cuoio, entrambi i tipi mal conciati nella pelle come attesta il permanente
cattivo odore; il negozietto, oltre alle calzature, propone oggetti di altra e corrente utilità, corde, lampadine a baionetta, radioline Sony, accendini, spezie e minutaglie da cucina, ciò che
rende complesso definire cosa esattamente venda il calzolaio. All’ingresso del vecchio, il calzolaio aveva abbandonato subito il francese, volendo così mettere da parte quella lingua e me;
sia lui sia il nuovo cliente parlavano arabo rapidi imbarazzati e incerti per la mia presenza, o così appariva, fatto sta che la transazione è stata veloce, niente trattative o cerimonie, presupponendo prezzo, pagamento e consegna stabiliti per consuetudine. All’uscita del vecchio, il calzolaio è tornato al francese e a me, però assai meno disponibile di prima, preoccupato soprattutto di rassettare la bottega, quasi avesse dispiegato nel commercio precedente un intero campionario di merci. Nel suo teatrino dell’affaccendarsi mi rivolgeva periodicamente sorrisi complici e un sussurro: ce vieux fou. E questo, per lui e per me, è stato l’unico commento su quanto
probabilmente era accaduto poco prima. Ciò che più desiderava il calzolaio era che io sparissi
Treviso, Nordest dell’Italia, prima settimana d’inverno
all’istante; curiosamente, ero io a desiderarlo ancor più, stupito e perplesso avevo fretta di uscire dal negozio e di appartarmi con la mia personalissima e poco fondata sensazione di aver assistito per la prima volta a una transazione commerciale riguardante il tempo. Finalmente gli
Treviso, e con Treviso tutto il Trevigiano, più che Treviso il contorno, Veneto industriale e conho consegnato i sandali per la cui riparazione ero arrivato fin lì, nella rue des Consuls. Il calzotorno di Venezia, continuo di fabbriche e fabbrichette per miglia e leghe e strade e incroci, terra
laio li ha buttati in una cesta senza nemmeno guardarli, ha detto semplicemente: «domani».
continua dell’invenzione, prodotti d’ogni genere e misura, pasticche per freni a disco, caterpilMa per lui quel “domani” non indicava esattamente il giorno dopo, piuttosto un tempo prolar, climatizzatori, letti a scomparsa, macchinari di precisione per fabbricare altri macchinari,
crastinato, un’altra volta e non ora; infatti, quando oggi sono
tempo!, tutto celato in capannoni e capannette moderni e a colori, non come
tornato, i sandali non erano pronti. Pieno di persone il negole vecchie fabbriche di ferro e disastro, prefabbricati gradevoli all’aspetto, cozietto, indaffarato il calzolaio: ogni sentimento o agitazione
sì composti che non sembrano nemmeno capannoni, tempo!, e incistati nel
L’AUTORE
erano ricomposti nel suo sguardo, cancellati, niente da ritessuto dei capannoni i vecchi paesi e i loro nomi, puro riferimento geografiDaniele Del Giudice
cordare o da temere, la mia presenza sulla porta meritava apco, campanili e brevi piazze municipali per ricordare che lì dentro, nell’ordiha scritto i romanzi Lo stadio
pena un fugace «mi scusi, Monsieur, non c’è stato tempo».
nato mondo di frese e torni e anfratti industriosi e robotizzati, c’è ancora Nodi Wimbledon, Atlante
Naturalmente il tempo che non c’era mancava ai sandali o al
venta di Piave o Motta di Livenza e San Stino o San Donà o Preganziol o Camoccidentale, Staccando
calzolaio, eppure la frase lasciava una certa ambiguità e il fipo d’Arsego, città-paesi autofabbricanti e autoespandenti, a raggiera, a levanl’ombra da terra,Mania (tutti
lo di allusione lasciò me attestato sull’attesa, mentre il giovate e ponente a meridione e settentrione, tempo!, costruisci e assembla, investi
Einaudi). Questo racconto
ne calzolaio tornava al suo pubblico vociante. Quanto all’ate prevedi, inventa e vendi, economizza e rosica, erodi leggi e rosica fisco, lavoè inedito in Italia
tesa, se già era stata lunga e agitata quella della notte prima,
ra e spartisci il prodotto in plurimi lavori, il medesimo lampadario per quattro
più lunga ancora sarebbe stata quella dei giorni successivi,
o cinque imprese, tempo!, chi ci mette il vetro, chi ci mette il cavo elettrico, chi
che ho interposto prima di ripresentarmi nel negozio. Con
ci mette la cannula di alluminio che contiene il cavo elettrico medesimo, chi ci
chi potevo parlarne? A chi avrei potuto raccontare che avevo assistito, o peggio ancora credevo
mette le viti per bloccare il tutto, chi ci mette la scatola per imballare, chi ci mette la spedizione,
di aver assistito, a una transazione commerciale riguardante il tempo? A dire il vero facevo vae adesso tocca a te corriere, tempo!, corri corriere, corri veloce fino all’Oman o alla nuova e sdrughi sondaggi, lanciando esche generiche ai miei amici rabattini nelle conversazioni, tutti però
cita Russia, corri manufatto del Nordest, da Mogliano Veneto su su a Samarcanda, straight away.
intendevano il tempo come tempo meteorologico, e quando li riportavo al tempo cronologico
Quanto a me, vado piano nella nebbia del mattino verso l’azienda di un signore che conosco,
aprivano le mani o inclinavano leggermente la testa, indicando una serena e ovvia rassegnaguido lentamente per non sbagliare svincoli, tangenziali e raccordi fino alla sua piccola fabbrizione alla vastità dell’argomento, che oltretutto non si sapeva mai come prendere. Al più saca, vado piano ma perseguo la mia pista. La mia pista adesso è questo vecchio fondatore d’impiente di loro domandai a bruciapelo: «E se da qualche parte, qui in città, si potesse comperare
presa e fabbricante di tecnologie, ingegnere ma non laureato, poeta ma non riconosciuto, tratempo?».
pianto di sapienza contadina in astuzia manageriale. Mi è venuto incontro sulla porta del suo
«E dove?», disse lui.
ufficio, ha voluto accompagnarmi subito a vedere i nuovi impianti: «Vieni, femo un tour, ti fac«Al mercato, per esempio».
cio fare un giro, anzi guarda bene perché in realtà è la fabbrica che gira, deve girare, il nocciolo
«Come i fiori, le olive e il pesce?».
è questo, nessuna installazione fissa, quando un prodotto non tira più avanti un altro, per co«Magari in qualche negozio che sembra vendere tutt’altro, qualche bottega che vende temstruirlo devi girare la fabbrica come un guanto, veloce, adeguarla, come le terre una volta, rotapo sottobanco».
zione delle colture, rotazione dei prodotti, ma mai sfibrare la terra né i prodotti, per esempio el
«Tu lo compreresti?».
mercato del cyber se ga sfibrà, possiamo ancora andare avanti co tute ste chip e ste chop che se rin«Certamente. Adesso, per esempio, ne comprerei quanto basta per finire in tempo questo
core?, no, devi passare al corpo, intervenire sul corpo, adesso ho preso un’équipe coreana, li ho
racconto. Per tutto il resto, e in generale, preferisco attenermi al tempo che mi è dato. Però samessi qui a studiare, studiano dalla mattina alla sera, gli faccio studiare la corrente umana, la
rei molto curioso di un commercio di tempo, vorrei sapere tutto, come si svolge, chi fornisce la
corrente contenuta nel nostro corpo, si può usarla sai, si può usarla per trasmettere informamateria prima, chi lo acquista e perché, quanto costa, e chi lo mercanteggia». Ma queste conzioni, poca roba, pochi volt, ma bastano se trovemo el modo, basta trovare il modo, il trucco è
versazioni si svolgevano nell’alcool, ufficialmente proibito e privatamente consumato, e all’altutto lì, sempre trovare il modo». Non dubitavo che prima o poi “trovare il modo” gli sarebbe
cool finivano per essere attribuite da tutti.
riuscito anche questa volta; lo stesso modo che aveva trovato agli inizi, molti anni fa, per una fuA proposito di tempo, per quanto possa perderne, anch’io ho delle cose da fare, prima di lasione speciale di metalli, lega leggerissima e dura brevettata da lui nel Trevigiano e finita a Housciare Rabat. Come sempre le cose da fare attenuano i pensieri, e così anche quello del comston, Texas, dentro le sonde spaziali della Nasa.
mercio di tempo è stato accantonato come una stramberia, qualcosa che nel tempo sfuma e diUn uomo d’invenzione e di imprese come lui doveva sapere qualcosa, per questo sono veventa sempre più irreale. Anche i sandali da ritirare sono finiti in fondo alle mie preoccupazionuto a fargli visita; gli ho raccontato di Rabat e del sospetto che laggiù facessero commercio di
ni, e comunque per questa incombenza, vada come vada, ho lasciato libero l’ultimo giorno pritempo. Si è messo a ridere, «laggiù?» ha risposto, «mica solo laggiù, magari in tanti altri posti…»,
ma di partire, questo giorno, esattamente oggi. Nel pomeriggio ho imboccato la rue des Concome se la cosa fosse ovvia e risaputa, «ti ga rason, certo che c’è, ma cosa c’entri tu?».
suls, in salita, venendo dagli Oudaia, senza alcuna emozione, pronto anche a trovare il negoNon mi aspettavo una conferma così immediata, piena, e sono rimasto un po’ sorpreso: «Non
zietto chiuso. Mi sono lasciato prendere dal vecchio mercato, e da come il vecchio mercato e la
è un segreto?».
città cambiano di anno in anno a Rabat, anche questa volta c’era una maggiore dignità delle
«È un segreto sì, per ovvi motivi di competizione, e sicuramente anche militari, ma la voce gipersone, una diversa consapevolezza di sé, un interesse più composto, senza troppe aspettatira da parecchio, almeno in certi ambienti. Io posso dirti quello che so, ti conosco, e poi sei estrave o illusioni nei confronti di chi è straniero. Col calzolaio, solo nella bottega e tranquillo nel veneo al tutto, cosa potresti fartene? Diciamo che è un mercato di ricerca, ancora allo stato emdermi, ho usato da subito prudenza e naturalezza. Gli ho ricordato di quando avevo conosciubrionale, ma molto custodito. Non proibito, bada, nessuna legge vieta la vendita di tempo, ma
to anni prima suo padre, titolare e fondatore dell’attività che aveva chiamato “Au soulier motutto è rigorosamente protetto, inaccessibile».
derne”, insegna a smalto ancora fiammeggiante sulla porta della bottega, suo padre che ogni
Ne parlava dando alla questione un andamento di routine, eppure mi ha chiesto con insivolta mi mostrava nuove ordinazioni provenienti da celebri negozi francesi e italiani, o almestenza dettagli d’ogni tipo su quanto era accaduto “Au soulier moderne”. Poi ha accelerato il pasno celebri per lui. Ho detto al calzolaio che avevo scattato una foto di suo padre mentre lavoraso, prendendomi in disparte: a bassa a voce ha raccontato come all’inizio ci fossero stati prova una suola, lì nel negozio, e che la conservavo. Tentavo una confidenza attraverso la familiablemi di stoccaggio, riuscivano a trasformare il tempo naturale in tempo artificiale ma non c’erità e la memoria del calzolaio padre, ma il calzolaio erede restava sulla difensiva: «Se vuole, può
ra modo di accumularlo e conservarlo, tempo efficace, sì, ma instabile, dopo un po’ perdeva le
fare una foto anche a me», è tutto quello che ho ricevuto in cambio insieme ai sandali riparati.
caratteristiche, si contraeva.
Dovevo prendere tempo, ho comperato un rasoio elettrico Philips un po’ antiquato (che non
Ero così eccitato e curioso che lui mi ha prevenuto: «Adesso no star a domandarme, non chieuserò, abituato da sempre alle lame); ho comperato un abaco in legno e una Texas Instruments
dermi chi e come, perché ti giuro che non lo so neanch’io. Probabilmente lo prendono dai paedi plastica da pochi dirham; uno swatch prima maniera, un filtro circolare da farina, un pettisi dove ce n’è abbondanza, il Marocco, perché no, ma chissà dove ancora». Camminando fane, delle bustine di cardamomo. Passavo ogni nuovo acquisto al calzolaio, lui lo accantonava
ceva ogni tanto una sosta, ma il suo parlare era affrettato, sdrucciolo, «Sei proprio sicuro di quelscrivendo il relativo importo su un foglietto. Dopo le spezie ho finto di cercare a lungo tra gli scaflo che hai visto?» ripeteva, perché alla probabilità che io avessi visto giusto legava, nel suo rafali aerei e i pochi sacchi a terra; alla fine mi sono girato dalla sua parte, lentamente, ho teso le
gionamento, la possibilità che qualcuno avesse “trovato il modo”. Rabat comunque non era
mani vuote, concave e accostate, gli indici divaricati nella misura di un ordine di grandezza, imicertamente un punto di arrivo, piuttosto un punto di partenza del tempo, uno dei luoghi di ractazione goffa del gesto che gli avevo visto fare al vecchio arabo. Ho aggiunto senza importanza:
colta e di prelievo, magari gli arabi ne trattenevano un po’ per il commercio locale, e io dovevo
«…e, naturalmente, anche questo». Il calzolaio si è ritratto, fissando il vuoto tra le mie mani coessere incappato in uno di quei rivoli, ma il grosso, il grezzo, dovevano mandarlo fuori. «Già» ha
me un aspide velenoso. Poi, rapidamente, ha ritrovato il tono, sornione, sorridente: «Questo…
concluso «non sono loro a elaborare il tempo, i processi sono sicuramente altrove; tempo allo
cosa, Monsieur?».
stato sorgivo, questo possono offrire loro, tempo che scivola clandestinamente dai continenti
«Questo, …questo… zaman… Un po’ di zaman, non ce l’ha?».
lenti ai continenti veloci. Del resto, qui da noi, dove xe che ti trovi tempo?, dove troveresti anco«Ma certo che ho zamanper lei, abbiamo tutto il tempo che vuole, non che qui ci sia tanta rora non dico un’ora ma un secondo?».
ba, il negozio è piccolo, io sono prevalentemente un calzolaio, ma lei può scegliere con calma
Ho provato a valutare quanto dovesse valere il tempo che mi dedicava, vera elargizione, co-
Tutto si basa sul fatto
che un’ora di Rabat
e un’ora di Chicago
come consumo e resa
non valgono lo stesso
Repubblica Nazionale
DOMENICA 31 DICEMBRE 2006
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 55
M
ercanti del tempo
me per le informazioni che, a differenza dell’uomo di Rabat, concedeva copiose, sebbene le
congetture prevalessero sulle informazioni, sebbene il poeta prevaricasse l’ingegnere: «Vedi, il
tempo potrebbe derivare dai continenti lenti ai continenti veloci, e forse anche in direzione opposta. Tutto si basa sul fatto che un’ora di Rabat non è un’ora di Chicago. Per la cronometria sono uguali, ma al consumo e alla resa non sono la stessa cosa. È questo differenziale che conta.
Forse tempi lenti e tempi veloci si attraggono, come i fronti freddi e i fronti caldi in meteorologia, come l’alta e la bassa pressione e la circolazione conseguente, è possibile che anche le masse temporali si spostino così, sfruttando uno scompenso naturale».
Si è illuminato, acceso dal proprio paragone climatico: «Qualcuno deve avere trovato il modo!» ha esclamato sopra il poco rumore dei macchinari e degli addetti nel capannone, per poi
smorzarsi in un rammarico lieve, «beati loro, questo sì che è l’affare grande, chi c’è riuscito ha
per le mani l’affare grande».
Stavanger, Norvegia, terza settimana di primavera
“STAVANGER”. La prima volta che ho letto questa parola è stato nella lettera arrivata parecchio
tempo dopo, a dire il vero lettera di una sola parola scritta a stampatello dall’ingegnere stesso,
isolata al centro sotto l’intestazione dell’azienda. Sembrava un appunto preso al telefono, e al
telefono, quando l’ho chiamato per ringraziarlo, pur nella prudenza che la conversazione imponeva ha tenuto a precisare che quelle nove lettere dovevano intendersi come il risultato di
interrogazioni lunghissime e delicatissime, una catena che aveva valicato, in andata e in ritorno, diffidenze, garanzie, verifiche e legittimazioni.
“STAVANGER” non è un termine dialettale, né una chiave in codice, non un acronimo e neppure un anagramma, è semplicemente il nome della cittadina norvegese dove sono approdato
due giorni fa, al termine di quella catena di validazioni, in attesa di conoscere quanto mi è stato concesso. Ogni tanto penso con emozione che qui, da qualche parte, c’è la fine del mio viaggio e del mio scopo, nascosto magari in una di queste stradine a pavé e vecchie case di legno in
salita dal porto alla cattedrale, antichi insediamenti di balenieri ed emigrati, costa occidentale
della Norvegia, stesso parallelo delle Orcadi, aperto Atlantico, nordissimo Mare del Nord. Dalla cattedrale, nel sole ancora freddo, si vede bene come il mare entri in città dal Bokn Fjord, diramandosi poi in braccia e dita terminali e gerarchie di piccoli sottofiordi che disegnano la città
in forma di arcipelago.
Anch’io, come il mare, vorrei entrare dappertutto e aderire, parlare con chiunque, scuotere
l’austerità di questi norvegesi dagli occhi distanti, ma la presente circostanza non è adatta allo
scopo.
Ho fatto mio l’obbligo del segreto tassativamente imposto, ho deciso cioè di rispettarlo per
fondati motivi, la cui opportunità spero risulterà evidente. Nessun segreto invece sui due giorni di attesa previsti nella procedura d’ingaggio, due giorni di studio, non mio ovviamente, ma
di chi mi ha seguito e ha studiato ogni mio movimento, ogni uscita e entrata dall’albergo sul porto e le poche telefonate familiari in arrivo o in partenza. Quel che non avevano ancora era appunto questo, il mio comportamento, quanto al resto sapevano già tutto, e naturalmente sanno che mi occupo di discontinuità, e che della discontinuità — i salti, le rotture, quando una catena si spezza e riparte in modo imprevisto — mi occupo da un punto di vista strettamente conoscitivo. Un ricercatore, niente di più, niente commerci o traffici di sorta.
Discontinuità, già, ma è curioso come i luoghi al contrario siano spesso continui nelle loro vicende, sorprendentemente fedeli e coerenti. Ne ho avuto conferma anche qui, in questi due giorni di zonzo a Stavanger. Dai suoi musei ho appreso la storia dei vichinghi, pirati e non, la spada
confitta nella roccia, la poesia di Kipling dedicata alla città, la tradizione leggendaria delle balene bianche e la concreta e sterminata produzione di sardine, poi soppiantata dallo scavo del petrolio greggio in mare. Ma insieme a tutto questo ho appreso con stupore l’epopea nazionale di
Stavanger: e cioè il sabotaggio degli impianti installati qui dai nazisti per fabbricare l’acqua pesante, unico elemento mancante alla loro bomba atomica. L’Operazione Freshman, opera della popolazione locale che costò parecchi morti, fu un «episodio poco conosciuto ma cambiò i
destini del mondo», secondo i documenti del museo. E non è detto che adesso, in questo stesso
fiordo, in questi giorni, non avvengano magari per continuità altrettanti cambiamenti. Per il resto ho camminato a lungo, il mio lavoro è fatto anche di questo, camminare, il mio posto è dove
le cose si interrompono e prendono un’altra strada, fosse anche durante una passeggiata…
«Questa sua visita, lo sa, è un’eccezione molto particolare. Sa anche quali sono i vincoli». La
donna parlava con trattenuta dolcezza, per nulla contenta però della mia presenza così fuori dell’ordinario. «Ne sono consapevole» ho risposto, chiedendomi quali pressioni avessero reso accessibile tale privilegio, perché proprio io, e perché mai mi avessero lasciato arrivare fin qui e lasciato solo in piedi di fronte alla bella signora austera e convinta di sé, osservato dal suo irresistibile sguardo come il risultato misero dell’errore o della leggerezza commessi da qualcuno.
Il posto, comunque, è tutto diverso da come lo immaginavo: un ufficio piccolissimo e rialzato al termine di una scaletta, nemmeno un ufficio, piuttosto un’astanteria, visto il tavolo perfettamente sgombro, le pareti strette a losanghe di legno, e la porticina in fianco alla vetrata coperta da tende bianche. Quanto ai vincoli, temo sia giunta l’ora di rispettarli: sarò dunque generico nel raccontare come mi abbiano prelevato poco fa, a sera inoltrata e senza alcun preavviso, giusto allo scadere del secondo giorno, interrompendo bruscamente la mia passeggiata.
Sono stati rapidi e decisi ma non scortesi, la voce maschile aveva detto alle mie spalle in inglese: «Non abbia paura. E non si volti». Poi all’oscurità della notte si è aggiunta l’oscurità dell’interno di un furgone e il buio ermetico e definitivo di una mascherina da sub stretta e cieca. Breve il trasporto, disorientante però, con salite e discese e giravolte forse necessarie forse intenzionali, comunque senza più parole fino a queste della signora, bionda e bella e infastidita: «Vorrei che lei avesse ben chiare alcune cose. Primo: ciò che vedrà adesso è un esperimento, un prototipo, un modello sul quale stiamo lavorando. Secondo: ciò che vedrà non ha nulla a che fare
con un traffico clandestino, con i disdicevoli commerci che percorrono globalmente il pianeta, organi umani, ovuli femminili, corpi innocenti o non per perversioni sessuali, droga, avanzi di arsenali nucleari, tecnologie di dubbia destinazione. Terzo: non siamo…».
Apprezzavo l’ordine mentale nel preambolo della signora, ma aspettavo che le sue dita candide e snodate ultimassero l’elenco ad excludendum, per arrivare finalmente a ciò di cui si trattava. Quando è stato il momento, lei ha cambiato tono di voce, più sensibile, sottile: «Noi trattiamo tempo. Il tempo non è inquinante, non è tossico. Naturalmente ha un costo, ma contenuto se rapportato agli investimenti, per non parlare del nostro lavoro». Mi sono permesso di
domandare in cosa consistesse tale lavoro, e ha risposto che lo avrei visto tra poco; nel frattempo dovevo considerare molto significativo il fatto che qualcuno si fosse preso cura della distribuzione del tempo, sottraendola a interessi speculativi o più rischiosi ancora. Lasciava a me
d’immaginare cosa accadrebbe se tutti…, se alcuni poteri…, se certe finalità…, e alla somma
di tutti questi “se” mi invitava ad attribuire la saggia segretezza che circondava la loro attività, i
cui caratteri s’intendevano più simili all’iniziativa umanitaria che ai commerci di una holding.
Avevo in mente mille domande e mille curiosità, ma non volevo perdere altro tempo; ho lasciato al silenzio e al mio volto il compito di esprimere una statica, assoluta interrogatività. La
signora ha aperto di colpo le tende: al di là dei vetri ho percepito un enorme spazio sottostante,
con scaffalature e percorsi illuminati da una fortissima luce azzurra e liquida; così intensa la luce, che in realtà più dello spazio sotto si vede bene il sopra, il tetto in legno a poliedro con un aggetto più avanzato, e da com’è l’interno si può riconoscere benissimo l’esterno: era uno di quegli hangar alti e stretti che usavano cent’anni fa per smontare le balene, tagliare le carni, raccogliere il grasso, districare le ossa. Perfettamente restaurato, come gli altri che avevo visto camminando lungo il porto.
«Mi segua», ha detto la signora, e io l’ho seguita attraverso la porticina laterale. Ci siamo fermati alla fine di pochi gradini, al livello del grande padiglione. Per quanto mi sforzassi di ricon-
durre l’ambiente a qualsiasi altra natura, la disposizione dei percorsi, i contenitori, la segnaletica bilingue norvegese inglese, e insomma la sua specifica totalità poteva corrispondere a una
cosa sola: «Ma è un supermercato!».
Senza clienti, nel più perfetto silenzio delle merci, comunque un supermercato. Ho avuto la
sensazione che la signora stesse per esercitare nuovamente la sua vocazione alla premessa, ma
si è trattenuta, o deve aver scelto l’immersione immediata imboccando uno dei percorsi, non
senza precisare: «Sì, un supermercato, ma molto speciale. È molto più di un supermercato, è
quello che viene dopo…». Abbiamo fatto due o tre passi lungo il primo corridoio destinato ai
tempi Personals, nell’odore e nell’incontaminato che solo il nuovo emana: «È la simulazione di
un supermercato, la sua stessa rappresentazione. Ovviamente il tempo non si può vendere come ogni altra cosa. Questo grande magazzino è, diciamo, un sostegno psicologico: vede i registratori di cassa laggiù?, lei pagherebbe cifre piuttosto consistenti per non portare via niente? Il
nostro è un commercio del tutto nuovo, non si è mai comprato e venduto tempo fino ad ora;
per rendere psicologicamente credibile l’acquisto, o meglio per riportarlo all’esperienza abituale, abbiamo scelto la simulazione di ciò che è più familiare».
Le scatole negli scaffali erano di grandezze diverse, molto colorate, colori aggressivi e titoli da
fumetto, ma come ha spiegato la signora le dimensioni delle scatole non erano collegabili alla
quantità di tempo o al suo valore commerciale, piuttosto a qualcosa che lei stessa ha definito
“densità”.
C’erano scatole di Change your chance, tempo in tagli diversi da minuti fino a poche ore, per
poter tornare a qualche bivio della propria vita e con questo tempo fare la scelta opposta, l’opportunità lasciata cadere, riaprire un amore che era stato chiuso, per esempio; confezioni di
How much more?, per chi avesse bisogno di un po’ di tempo ancora e Delays per chi intendesse saldamente ritardare. Meantime indicava invece un doppio canale temporale per fare simultaneamente due cose che non si possono fare nello stesso tempo, come cantare e bere, o
dire e contraddirsi nello stesso istante, o più genericamente dilatare fino al raddoppio la quantità di una giornata nelle medesime ventiquattr’ore. Lo stesso effetto, in verità, si poteva ottenere per contrario con gli Slow timesdegli scaffali successivi, tagli di tempo lento in diverse gradazioni di lentezza, che l’immagine sul dorso delle scatole iconizzava in forma di gocce poco
allungate, o più allungate, o allungatissime.
Poiché fissavo le gocce sulle confezioni, la donna ha detto: «Apra una scatola, se vuole. Dentro non c’è niente», con un primo sorriso da quando ero arrivato.
«E dunque?» ho chiesto, dopo aver constatato di persona.
«E dunque questo fa parte di quello che non potrà sapere, cioè il come, in ogni sua componente. Da come si produce artificialmente il tempo fino a come si trasferisce ai clienti».
«Saranno contenti di uscire con delle scatole vuote?».
«Pensiamo di sì. Il tempo acquistato è autentico, anche se lì dentro non c’è
niente».
Scale mobili dividevano l’hangar in più livelli sottostanti, uno dei quali tutto
dedicato ai tempi industriali e massivi, il grande reparto Economical, vasto e
prezioso tempo distinto in provenienze, con ingombranti e suggestivi contenitori di Indian Time o Northafrican Time o Subsaharian Time; ma anche Subatomic time, nel piano ancora più sotto, quello dei tempi infinitesimali per fisici delle particelle, scatoline di nanosecondi e picosecondi, e tempi reversibili in cui un evento può tornare indietro, seppure un evento fatto solo di pochissime particelle e non più. E giù giù, nel basamento del vecchio edificio da balene, un reparto ristrettissimo di tempi sorprendenti di cui non potrò mai parlare, tempi inimmaginabili, tanto che le scatole non avevano immagine, scatole
professionali grigie e severe, tempi da ricerca pura, tempi dalle proprietà che adesso, nel rispetto
dell’impegno preso, posso soltanto dare come “sconosciute”. Credere o non credere.
Credere o non credere, quel che avevo visto era davvero incredibile, inconcepibile; quando
siamo tornati al livello più alto e prossimi all’ufficio, tra quegli scaffali Personal che adesso mi
sembrano del tutto ovvi, ho trovato il coraggio di domandare alla signora «E chi mi dice che funziona?».
«Le piacerebbe provare?».
«Davvero? Lei davvero potrebbe…?».
«Sì, è stata prevista questa possibilità per lei. Che tipo di tempo vuole?».
«Posso sceglierne solo uno?».
«Sì, uno solo. Lo consideri un piccolo omaggio».
Voglio il tempo per finire questo racconto, ho pensato subito, schiacciato dalla sorpresa e dall’incertezza; poi d’istinto, venuto da chissà dove, mi è uscito: «Vorrei la prima ora. La mia prima
ora».
«Che ora era?».
«Non so, mi pare le due del pomeriggio».
«La prego, dica l’ora con precisione».
«Le due del pomeriggio».
«Che anno?».
«1949».
«Che giorno?».
«11 luglio».
«È sicuro?».
«Sicuro, sì, lo stesso giorno e mese di mio padre». Ma per un istante ho avuto il sospetto che
la sua domanda non riguardasse soltanto l’esattezza del momento della mia nascita ma più in
generale…, sì per un istante, anzi meno, anche meno, ho avuto solo il tempo di un sospetto, o
un sospetto non solo sul tempo, soprattutto su cosa mi fosse stato veramente chiesto in quel
momento…
Un supermercato
creato come sostegno
psicologico:
per rendere credibile
l’incredibile acquisto
…Altro che bello, era bellissimo, ma non potevo muovermi, vedevo tutto confuso, che fossi
già miope allora?, un freddo terribile, tutto umido, bagnato di liquami, ne avvertivo l’odore forte, avevo le mani ma non potevo toccarmi la pancia, lì c’era un sorprendente nodo del mio tessuto tenue, un tubicino che qualcuno aveva appena annodato come un fiocco, cosa ci faccio
adesso, pensavo, andrà via col tempo?, volevo chiederlo al calore femminile e familiare che avvertivo come un animale lì vicino, volevo chiederlo a quell’odore che è ancora mio, volevo parlarle, o parlare almeno alle voci che sentivo attorno, chiedere qualcosa, ma chissà cosa, e poi
non conoscevo le parole, nel cercarle mi strozzavo col mio stesso pianto, mi stancavo, ero stanchissimo. Sfinito.
…Tra tutte le cose che non so adesso, non so evidentemente cosa sia il tempo, ma ho una sensazione strana, chissà da dove viene, non conosco il tempo ma mi sembra di ricordarne vagamente alcune misure elementari, che il tempo sia una misura?, a mio parere l’ora dev’essere passata da un pezzo, l’ho detto alla signora? Era lei? Era tornata? Gliel’ho detto che l’ora è passata da
un pezzo o l’ho solo pensato? No, devo averglielo proprio detto alla signora, e forse la risposta è
questo suo filo di voce calda come un carezza: «Noi riponiamo in te la massima fiducia, ma a suo
tempo capirai perché non possiamo rischiare. Almeno non adesso, certamente non in questa
fase. Ci prenderemo cura di te. Tra qualche tempo tornerà tutto come prima, ma non subito, non
ora. Al momento opportuno sarai perfettamente uguale, perfino il tuo lavoro sarà lo stesso. Di
che cosa ti occupavi?… Di cosa hai detto che ti occupavi?… Ah sì, la discontinuità…». Non vedo
bene, ma se fossi più grande potrei dire che il suo volto si è illuminato a quell’idea o a quella parola: «Sì, la discontinuità, adesso potrai ricominciare. Proprio da questa…».
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Repubblica Nazionale
56 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 31 DICEMBRE 2006
Poteva essere un western, una storia
di ghostbusting, o l’immancabile Disney
Era prima delle multisale e prima che fosse
inventato il trash nazional-popolare. Un prodotto che riuniva
negli spettacolari anfiteatri dei vecchi cinema nonni e nipotini,
un apprendistato collettivo al gusto della settima arte
era il clima che si manifesta
dopo i lunghissimi pranzi, con le
famiglie
che si erano riunite: fuori
dalle finestre le immancabili bianchissime nevi
d’antan, gli alberi stilizzati
con i rami scheletrici e
ghiacciati, e dentro casa il
profumo dei mandarini e
lo spettacolo delle tavole imbandite, con le
stoviglie e le posate
migliori, lo spumante sprecato gioiosamente perché una
festa è una festa e
non si sta a sottilizzare sull’allegro
sciupio delle cose
insolite e preziose.
Così è naturale che
la memoria vada quasi per inerzia ad anni
che possono stare fra i
Cinquanta e i Sessanta,
ma che arrivano anche
molto più vicini, in ogni
caso quando fra gli addobbi, le stelle natalizie e
le decorazioni dell’albero cominciava a manifestarsi l’idea per eccellenza, l’assoluto che trasformava la festività religiosa
in un’attesissima festa laica. Che era il cinema per
tutta la famiglia, bambini
compresi.
Si trattava di una tradizione esplicitamente novecentesca, convenzionalissima e irrinunciabile, che trasferiva il momento capitale della riunione di famiglia dalla casa all’esterno, dal salotto
domestico alla platea del
cinema, quando i cinema
non erano le multisale di
oggi ma sterminate distese di poltrone disposte
spettacolarmente ad anfiteatro. L’occasione, ogni
anno, poteva essere il solito puntualissimo film della
Disney: perché nell’Italia
della stagione che precede
il vhs e il dvd i cartoni animati costituivano un appuntamento annuale, secondo una scansione ineluttabile stabilita dal mercato. Sta di fatto comunque che il film disneyano si
poteva vedere soltanto in
quei giorni benedetti, si
trattasse della riedizione di
Fantasia, dell’uscita della
Carica dei 101, o più tardi
dei fortunati Aladdin e Il Re
Leone.
Ma non c’era soltanto Disney, naturalmente. Con
qualche precauzione a tutela delle psicologie infantili, il film delle festività poteva essere un western, come
più tardi una di quelle
commedie catastrofiche e
pazzesche all’americana,
o una spettacolare storia
di ghostbusting. Non c’era ancora, è vero, il marketing implacabile e piuttosto ovvio che poi
avrebbe portato l’industria cinematografica nazionale a imporre ogni dodici
mesi la coppia, poi scoppiata, composta
da Massimo Boldi e Christian De Sica: anzi, quando le feste erano davvero le feste,
intervallo canonico fra due parti distinte
dell’anno, il trash nazional-romanesco e
nazional-milanese non era ancora stato
inventato, e l’industria si preoccupava di
consegnare al pubblico un’offerta di
spettacolo in cui dovevaesserci il prodotto per le famiglie, capace di raccogliere
un pubblico generalizzato, che accomunasse per un giorno le diverse generazioni, dai bambini ai nonni. Senza parolacce, senza cafonaggini e atti di maleducazione: il film doveva essere ricreativo e divertente ma senza scalfire i modelli di
educazione vigenti; e i genitori non dovevano poi passare l’intera serata a spiegare perché nei film ci si comporta diversamente dalla vita reale.
Occorre pensare infatti a un cinema
quasi sempre pomeridiano, con platee e
gallerie affollate di bambini che aspettavano tutti eccitati l’avvio della proiezione, con sciarpe e cuffie e cappottini appoggiati sugli schienali delle poltroncine
rosse, e coppie di genitori che per una volta si concedevano una tolleranza diverti-
C’
era
EDMONDO BERSELLI
C’
NAPOLI
C
Anno mondiale
per lo show
della pallastrada
EMANUELA AUDISIO
opacabana proprio no. Lì c’è la sabbia, la rovesciata è dolce. Qui c’è l’asfalto, la pietra lavica, l’assist
del marciapiede. Pelè non lo puoi fare. Sbagli il dribbling e ti accoppi un piede, toppi il rilancio e finisci in
cattedrale. Ognuno ha la sua pallastrada. Quella di Napoli è mondiale. È il sogno che ha portato Cannavaro in cima al mondo, con la spinta di tutti gli scugnizzi. Per Stefano Benni nella Compagnia dei Celestini le
regole sono semplici: ammessi gli sgambetti, il cianchetto, la gambarola, il ganascio, il pestone, il costolone, il raspasega, il placcaggio, il ponte, la cravatta, l’entrata a slitta. La palla deve essere stata rattoppata almeno tre volte e avere protuberanze. Guai a fermarsi per il passaggio di bici, auto, moto e camion, per il
carro funebre invece sì.
A Napoli la pallastrada si affolla al centro. Sbatte sull’arte concettuale, rimbalza sulle facciate delle chiese, s’incastra tra i monumenti e le decorazioni. Vola sull’anno nuovo, sulle feste della città, finisce tra i piedi di tutti, sul palco dove stasera canterà Ranieri. E quando piazza Plebiscito si illumina, con le frasi dell’artista americana Jerry Holzer che dovrebbero ingoiare la notte e le angosce dell’umanità, la vedi lì in alto, impiccata alla luna. È il vintage che non se n’è mai andato. Non manca una festa: c’era a Natale, con
Cannavaro e Ferrara, cercava traiettorie l’anno scorso tra le mura dell’installazione di Sol Lewitt. L’arte la
ispira, ne usa ogni spazio, sfrutta i suoi angoli. Le porte delle chiese spesso sconsacrate e le inferriate vengono ridisegnate con vernice bianca, i bidoni della spazzatura servono da pali. Si gioca in notturna sotto
la galleria Umberto, con squadre trasversali, in via Verdi, tra l’edifico appena restaurato del consiglio comunale e palazzo San Giacomo, con i cestini di immondizia piazzati verso il Municipio e verso il San Carlo e con l’edicola di Gennaro che è quasi palla al centro.
La pallastrada qui ha i suoi blues: auti nostro, come ha scritto Ciro Fusco, che in un bel libro ha fotografato i calciatori fuori campo. Auti, dall’inglese out. Il calcio di chi è fuori, escluso, senza campo. Il lessico familiare di chi rimastica tutto: pronuncia e regole. E se ne frega dei playground. Enz da hands, fallo di mani. Il gioco a lampione unico, perché in certe strade solo una porta era illuminata, l’altra al buio. Le partite
che finivano perché tra un rimpallo e l’altro il supersantos arancione scuro a righe nere non si trovava più.
Sparito nell’oscurità. Anzi il supersantòs, 280 grammi di gomma, evoluzione del supertele, a pentagoni
neri, che volava leggero come un pipistrello. E per questo la crudele guardia municipale lo bucava, anzi lo
schiattava con la penna Bic.
Non solo yesterday, ma anche cronaca, quotidianità. Ghezzi è il ct di piazza del Plebiscito. In realtà si chiama Tonino, ha 63 anni, è bidello alla scuola Vittorio Emanuele, niente moglie, né figli, capelli lunghi biondi, pochi denti, chiamato così perché da ragazzo giocava in porta e aveva la passione per l’Inter. Allenamenti
Repubblica Nazionale
DOMENICA 31 DICEMBRE 2006
Una tradizione novecentesca
ormai in gran parte perduta,
che trasferiva e prolungava
il momento capitale della riunione
familiare: dal salotto domestico
alle poltroncine di una platea
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 57
Erano i tempi della tv del monopolio,
la tv in bianco e nero che festeggiava
trasmettendo la danza dei panini
e il Natale solitario di Charlot:
si rideva fino a singhiozzare
e magari ci si sentiva più buoni...
una volta il film di famiglia
sotto il colonnato della chiesa, schemi sotto le statue. Una piccola nazionale di pulcini, a zero lire. A una certa ora della sera Ghezzi pare il Pifferaio Magico di Hamelin, gira per le strade del centro a raccattare bambini, a ogni curva la fila si allunga, quando sbuca in piazza Plebiscito è il momento di fare le squadre. Ghezzi allena e vigila, perché se vai in fuorigioco finisci tra Carlo e Ferdinando di Borbone, tossici, cani, e disperati. Si comincia sulla strada, si finisce a volte sull’erba di uno stadio. «Nocerino, che gioca con il Piacenza,
è cresciuto qui. Non è il solo, non tutte le famiglie hanno i soldi per mandare i figli a scuola di calcio».
La pallastrada viene dalla viscere. Napoli ha solo 12 campi da calcio regolari, Padova che è tredici volte
più piccola ne ha 65, Milano 153, Roma 232. Ciro Muro, 11 partite nell’anno del primo scudetto, un posto
in squadra, soprattutto in caso di assenza di Maradona: «Le buste dell’immondizia, quand’ero bambino,
erano le nostre porte. Si giocava quattro contro quattro dietro le palazzine di San Pietro a Patierno».
La strada insegnava: la palla non diventava più piccola, anche se bucava le mani, passava sulle teste, andava fuori, e soprattutto non in tv. Riccardo Siano, che da ragazzo passò una notte in cella con tutta la squadra, beccata a giocare nei vecchi quartieri, ha fotografato i palloni persi, affondati, vagabondi nella città.
Sono la mappa di un’infanzia sbagliata, ma mai in affanno davanti alla storia: sulla statua del maresciallo
Diaz c’è una palla di cuoio incastrata tra il ventre del cavallo e le sue zampe anteriori (complimenti all’autore del pallonetto), in piazza del Gesù accanto al chiostro di Santa Chiara c’è una terrazza con una ventina di supersantos orfani, in piazzetta Banchi Nuovi i tubi dell’acqua servivano come pali, altre sfere sono
infilzate sui cancelli dei giardini del lungomare da calciatori asini, incapaci di aprire spazio sulla fascia, e
sulle palme di Piazza Carità. L’anno scorso giocarono pure con le cape di morto davanti alla chiesetta di
Sant’Arcangelo a Baiano, chiusa da sedici anni per restauri. Non c’era niente da prendere a calci e i ragazzi scelsero come palla alcuni teschi del convento. Nelle dichiarazioni del dopo partita dissero: «Le ossa no,
le abbiamo lasciate, non andavano bene».
Napoli è tutta un campo, anche se le macchine, i parcheggi, i posteggi, cancellano le righe del calcio. Anzi è tutta una religione, basta cercare chiese, porte, porticati, colonne, andate in pace sì, ma soprattutto
andate in gol. Si gioca in piazzetta Montecalvario tra il profumo di chi sforna il pane e le urla degli scolari,
soffocati dalle auto che avanzano come famelici dinosauri, di sera ci si sfoga, evitando la vigilanza, in galleria Umberto, c’è chi si prende l’ala lunga e chi la corta. E gli alberi di Natale vanno a fuoco, perché certe
barriere sono fuori misura. La pallastrada disturba i sonni, non i sogni. Sennò Pasquale, stoppèr di piazza
Concordia, mastino classe 1946, terrore di tutti i vicoli come faceva? Moglie e tre figli, e nessun aiuto. Però
è vero che sotto il selciato c’è la spiaggia, e se la palla è rasoterra ci può stare anche Bahia. E il figlio di quello stoppèr si chiama Fabio. E la pallastrada vola. Anche oggi, con i cin-cin. E Cannavaro è number one. Auti nostro, ma nostro pure il mondo.
ta verso l’impazienza dei figlioletti. E poi,
a film cominciato, ecco la felicità e la paura nei momenti più emozionanti, le lacrime, le risate, la disperazione quando il Re
Leone muore o quando sembra che i cattivi siano capaci di sconfiggere i buoni,
prima dell’entusiasmante colpo di scena
che conduce alla catarsi finale.
Imperdibile, il film dei pomeriggi di fine anno. Quasi una cerimonia blandamente secolarizzata che tuttavia conservava una sua piccola sacralità, quasi fosse il riflesso mondano dei riti religiosi del
finale d’anno, dalla vigilia con la messa di
mezzanotte a Natale fino alle celebrazioni molto più pagane e spumeggianti della serata di San Silvestro.
Non ci sarebbero state infatti tante altre occasioni per ricostituire l’unità familiare davanti al grande schermo. E d’altronde negli anni di un’Italia ancora per
molti aspetti antica, l’atmosfera festiva
era creata non soltanto dalle luci e dalle
vetrine dei negozi: nelle case, i programmi televisivi della tv del monopolio erano
incentrati intorno ai film chapliniani
che venivano regolarmente
mandati in onda a Santo
Stefano, “comiche”
come L’evaso, Un
idillio di campagna
o Vita da cani, e lungometraggi come Il
circo, Il monello e La
febbre dell’oro. Si poteva restare indifferenti
davanti alla scena del Natale solitario di Charlot, e
alla festa da due soldi
della danza dei panini? No che non si
poteva. Si rideva fino a singhiozzare, e
magari ci si sentiva
più buoni, liberati dalle responsabilità, e dai compiti
delle vacanze.
C’era dunque quasi una
preparazione implicita, una
specie di sentimento filmico condiviso e quasi connaturato al periodo di festa: nel senso che nelle altre
stagioni erano poche per le famiglie le probabilità di assistere a
un film senza scene imbarazzanti, dato che ci si imbarazzava con poco, e le mamme scrivevano a Famiglia cristiana
chiedendo come avrebbero
dovuto comportarsi quando
sul teleschermo, durante un
film innocente, classificato
«per tutti», o al massimo «tutti con riserva» dalle schede
del Centro Cattolico Cinematografico, fosse apparsa
la scena di un bacio un po’
troppo esplicito e passionale.
E dunque l’attesa del film di
Natale e Capodanno si preparava con una serie di rituali
immodificabili, che facevano
del cinema la continuazione
dei cenoni e della liturgia dei regali sotto l’albero o accanto al
presepio.
Qualcosa è poi cambiato, anche senza che debba essere per
forza necessario ricorrere all’idea sarcastica delle festività come un incubo, una specie di Nightmare Before Christmas (dal titolo del film di Henry Selick scritto da Tim Burton) trasportato
con esattezza diabolica nel periodo fra le due feste, Natale e
Capodanno. Se si pensa che in
questo 2006, anno della computer animation, manca dalla programmazione “il” film della Disney, il cambiamento è radicale, che fa pensare come le
rivoluzioni possano nascere da una tradizione mancata. Decisione organizzativa e commerciale, quella della grande
multinazionale dell’intrattenimento,
ma che comunque intacca le abitudini e
in fondo lascia perplessi: niente cerbiatti, niente sette nani, sirenette, niente la
bella e la bestia, niente di niente.
Per questo conviene fare un tuffo nel
passato e pensare che il film delle feste
rappresentava a suo modo una specie di
apprendistato al gusto del cinema. Non è
un caso che ciascuno di noi sia in grado di
ricordare il primo film visto in compagnia dei genitori, nell’atmosfera ricca di
trepida magia delle sale del centro. La sala, il buio, il fascio luminoso del proiettore. Sarebbe facile ricamare sulla poeticità
del cinema di allora, quando per molti un
film era una spesa da valutare con attenzione, ma che apriva le porte a un mondo
di meraviglia e di incanto. Ma conviene
piuttosto recuperare quegli appuntamenti di allora e considerarli un frammento del nostro personale romanzo di
formazione: la piccola Bildung che abbiamo avuto grazie al Natale e alle festività, e grazie a quel semplice cinema realizzato per le famiglie.
Repubblica Nazionale
58 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 31 DICEMBRE 2006
i sapori
Tavole lontane
I
È il Natale del 1951 intere famiglie
sfollate dall’alluvione del Polesine
vengono aiutate a trascorrere le feste
in modo più degno. Sulla tavola di chi
può compaiono gli squisiti agnolotti
l profumo vintage
GIANNI MURA
n quel Natale del ‘51 avevo imparato molte parole nuove. Sfollato, per esempio, e me la ripetevo
in silenzio, trovando assonanze
con sfogliato, spogliato e svogliato. Avevamo traslocato da Santa
Maria della Versa (la Madòna per gli indigeni) a Brugherio giusto in tempo per
farmi cominciare lì la prima elementare. In Oltrepò avevo
lasciato gli amici e
anche un senso di libertà. Era un paese di
salite e discese, tolta
la strada principale. E
io ero sempre fuori,
per vigne o cascine. A
Brugherio la caserma
(mio padre era maresciallo dei carabinieri, di qui gli spostamenti) aveva un alto
muro di cinta coi cocci di bottiglia sopra, e
dentro c’era un orto,
qualche albero da
frutto, uno spiazzo
asfaltato dove girava
la jeep. Quando la
jeep non c’era, la porta del garage era quella di San Siro. Giocavo al chiuso sentendomi prigioniero.
Non conoscevo nessuno. Per farmi passare il magone mio
padre m’aveva regalato un piccolo riccio
raccolto per strada,
probabilmente orfano. L’avevo chiamato
Pippo. Mangiava di
tutto, tranne che patate e carote crude
(cotte sì) e il veterinario aveva detto di dargli poco latte, altrimenti sarebbe stato
male. In novembre
era sparito. «Sarà andato in letargo», diceva mio padre.
Gli sfollati veri erano arrivati in treno,
sui camion, qualcuno in bicicletta da Milano. Dormivano all’oratorio e anche
nella scuola, brandine lungo i corridoi,
uscivano prima che
entrassimo noi per le
lezioni, tornavano
quando uscivamo.
Ricordo i giornali-radio ascoltati in cucina (l’unico locale riscaldato) e le parole
nuove: Polesine, Occhiobello, terreni golenali, esodo. Sfollati.
«Hanno perso tutto,
proprio tutto», diceva mia madre. E in casa, come in altre case,
si cercavano vestiti
vecchi, giocattoli dimenticati, cose da
dare agli sfollati, coperte, andavano bene anche i soldi ma
non è che ne avessimo molti. Quasi mi
sentivo un privilegiato, grembiulino nero,
colletto bianco e nastro blu. Togliere il
quasi. Il fatto che agli
sfollati fossero andati i vestitini di
quand’ero più piccolo mi faceva pensare che non avrei avuto fratelli o sorelle e
la cosa vagamente non mi dispiaceva.
E comunque era Natale e Gesù Bambino mi aveva fatto trovare ai piedi del
letto un paio di scarponcini con la suola di para e due torroni. Magnifico, l’unica preoccupazione era per Pippo,
sparito la sera prima, ma era molto più
alta l’aspettativa del pranzo, durante la
messa continuavo a guardare l’orologio. Per me Natale era antipasto e dolci,
del resto avrei fatto volentieri a meno.
Un padre sardo, una madre di MilanoLambrate, una nonna lomellina, di Garlasco, il menù tradizionale non esisteva. Ossia: a mio padre sarebbe piaciuto
l’agnello al forno, ma solo se sardo garantito. Non era facile, forse andando a
I
Monza in corriera si sarebbe trovato,
ma era già un piccolo viaggio. Dunque,
il maledetto cappone. Sempre meglio
dello stramaledetto tacchino, bestia
che mi terrorizzava più dei babau inventati da mia nonna, tanto più da
quando mi ero preso una beccata in faccia. Bestia feroce, avvoltoio domestico,
boicottato usque ad mortem (mia, non
sua). Cappone maledetto non tanto in
sé, poveraccio. Era pur sempre un pol-
Il cucciolo Pippo,
un minuscolo riccio
raccolto in strada,
era sparito
senza lasciare traccia
lo, e un pezzetto di petto magrissimo mi
sarebbe toccato. Maledetto perché significava brodo, agnolotti in brodo, e io
(ma anche mio padre, però se stava zitto lui non potevo protestare) li avrei preferiti col ragù di carne, e magari qualche
fungo secco.
Mia madre aveva preparato il ripieno
la sera della vigilia, mia nonna aveva tirato la sfoglia. «E il brodo è squisito, come si fa a buttar via il bene del Signore?».
Carlìn Petrini
e il cenone slow
fatto di spiccioli
LICIA GRANELLO
Mia nonna era molto religiosa e tirava in
ballo il cielo nelle cose di tutti i giorni. Se
smarriva qualcosa (un bottone, una
moneta) il ritornello era: «Sant’Antoni e
bon Gesù fèmm trovà quel ch’ho
perdù». Quando mi lamentavo del grasso del prosciutto (ci avrei messo anni a
capire quant’era buono) mi diceva:
«Pensa ai moretti, in Africa, che non
hanno il prosciutto». Già, i moretti per
cui si raccoglieva la carta stagnola, ri-
l menù delle feste secondo Terra Madre. Che sarebbe poi il menù delle
feste di Carlìn Petrini, il più tradizionalista dei contadini langaroli, ma
anche il più aperto, visionario, accelerato tra gli intellettuali terzo-quartomondisti. Una bella miscellanea, capace di sortire effetti esplosivi, quanto e più dei mortaretti di Capodanno. Come conciliare la secolare, intoccabile cultura alimentare del basso Piemonte con le mille e mille ritualità
gastronomiche del pianeta?
«Semplice, rispettandole tutte», risponde il padre nobile di Slow Food
con voce allegra. E perentoria. «Perché non deve venire in mente a nessuno di fare opera di globalizzazione con la tavola delle feste: sarebbe una bestemmia nei confronti di chi aspetta tutto l’anno per offrire ai suoi cari i cibi più buoni e affettuosi — sì, c’è un’affezione nel cibo, altroché! —, quelli
che ha imparato a cucinare dietro il grembiule delle donne di famiglia. Che
a loro volta li hanno mandati a memoria durante l’infanzia. La memoria del
cibo è straordinariamente resistente».
Se tutto il mondo è paese, insomma, non esiste momento più di questo
in cui il paese si frammenta in enclaves tanto minute e pervicaci da rasentare il fortino. «Sento fare grandi discorsi sulla trasversalità delle feste di fine anno. Balle. Secondo me, invece, sono momenti di vita intima, che tocca corde molto consuetudinarie e tradizionali. Ogni popolo, ogni persona,
ogni etnia ha codificato piatti dedicati. E il cerchio potrebbe stringersi ancora fino a diventare un anellino da niente, se pensiamo che in un posto
minuscolo come l’Italia i menù delle feste sono totalmente diversi da un
I
Repubblica Nazionale
DOMENICA 31 DICEMBRE 2006
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 59
In Lombardia il pranzo comincia
con salumi e sottaceti, si assaggia
l’insalata russa e il paté. Il piccolo
della famiglia preferisce il ragù,
ma va rispettata la tradizione...
E poi arrivano i dolci: cioccolatini,
torroni e panettone. Le bucce sottili
dei mandarini finiscono sulla stufa
di ghisa e il loro profumo resta
nella memoria come il profumo delle feste
del maledettocappone
piegandola con cura, e poi la si consegnava in parrocchia, e mi era difficile
capire come la carta stagnola risolvesse
i problemi alimentari dei moretti, ma
così si doveva fare, anche a scuola ce lo
dicevano. Se piangevo perché mi ero
sbucciato un ginocchio o avevo dato
una testata contro un mobile, mia nonna diceva: «Pensa ai mutilatini di don
Gnocchi». Come se non ci pensassi già,
una fetta di risparmi era per loro. Don
Gnocchi era considerato quasi di casa:
mi aveva battezzato e prima aveva sposato i miei genitori, di nascosto, nella
villa dei Visconti di Modrone a Macherio, quando mio padre era ricercato in
quanto partigiano.
In Lombardia, almeno qui eravamo
rispettosi della tradizione, si comincia
con i salumi e «ghe voeur el brusc», ossia i sottaceti. Con prosciutto, coppa (di
Santa Maria, come il salame) mangia-
luogo all’altro. Non dico il nostro brodo di cappone e i mustazzoli siciliani,
sarebbe troppo facile. Penso alle diversità che si accumulano da una famiglia all’altra: a Napoli, la ricetta delle melanzane col cioccolato viene tramandata di madre in figlia con la consegna di segretezza assoluta. Due mesi dopo Terra Madre, mi piace immaginare le migliaia di comunità che sono venute a Torino impegnate a perpetrare la loro diversità, la loro unicità
nei piatti delle feste. Ma non scordiamo che molte di loro hanno rituali diversi dai nostri: il Ramadan musulmano, il Capodanno buddista... Smettiamola di pensare che esistano solo le festività della nostra parte di mondo. Anche perché il sincretismo gastronomico stenta a decollare».
Infatti, in virtù della memoria del cibo, popoli e paesi sono vincolati a
materie prime precise: il maiale è la pietanza delle feste in tutto il Nord
Europa. Puoi declinarlo in mille modi diversi, ma l’ingrediente-base resta quello, immutabile. Succede anche per il tacchino in America o il baccalà in Portogallo.
«E poi bisogna parlare delle feste degli emigranti. La loro memoria del cibo è speciale, perché fa parte di quei brandelli di cultura rimasti attaccati
alle dita. Un siciliano di terza generazione in Argentina non parla più italiano, ma il piatto della memoria ce l’ha ancora lì, in testa, in bocca. Questo
vale per tutti: mi ricordo un Capodanno armeno a Brooklyn, fatto con tutti i crismi della gastronomia originale, dai mezès, i ricchi antipasti, alla
pakhlava, la sfoglia di noci della festa. Un’altra volta ero a Sidney, invitato
al cenone da una famiglia di italiani. Orgogliosi, portarono in tavola un bel
Solo a pasto finito
arriva la rivelazione
dolorosa: Pippo
è stato catturato
e mangiato dai vicini
vamo cipolle sottaceto e quei peperoncini verdi e lunghi. Ma c’era anche il
paté di fegatini, comprato dal salumiere, e l’insalata russa, tutt’e due coperti
da uno strato di gelatina di cui ero molto ghiotto. Gli agnolotti cercavo di averli quasi asciutti, con abbondante grattata di formaggio, perché gli occhi del
grasso, nel brodo, mi ispiravano diffidenza. Il cappone si accompagnava con
la mostarda, che non mi piaceva per via
cotechino fumante. Solo che in Australia a dicembre è estate e fuori c’erano trenta gradi!».
Eppure, un filo che leghi i riti gastronomici di fine anno da una parte all’altra del pianeta deve pur esserci. Forse, dire: per fortuna il Natale non è
ancora globalizzato, è una bella frase ma non basta.
«È vero, la vera festa della biodiversità deve avere un approccio diverso.
Ma è il contenitore che ci deve accomunare, più che il contenuto. È quello,
che deve essere protetto... E il contenitore, che si richiami alla stalla della
tradizione cristiana o ad altre iconografie, mal si concilia con le mangiate
pantagrueliche di questi giorni. L’intimità esige una ritualità diversa. Non
mi tiro indietro: mi piace mangiare bene, in compagnia, anche più del necessario, a volte. Ma bisogna distinguere. Nel giorno del bue grasso, un appuntamento che mi è molto caro, si celebra la civiltà contadina. Il brodo col
vino bevuto all’alba, la sfilata dei buoi e la condivisione della tavola con il
bollito fumante: non è ostentazione, ma un rito della memoria. Il menù delle feste non dovrebbe essere così. Tutto questo esagerare ricorda antropologicamente i pasti del riscatto dalla fame. Eppure, dai tempi in cui si lasciavano giorno dopo giorno gli spiccioli del resto al bottegaio per raggranellare a fine anno i soldi per il cenone è cambiato tanto. Diciamo che mi
unisco agli inviti alla moderazione dei dietologi per motivi di buon gusto».
Dia un suggerimento. «Mi piacerebbe un menù locale ed ecosostenibile. Più capponi e meno salmoni. E se il cappone sotto le feste costa il
triplo, sostituiamolo con la gallina».
del pizzicore al naso. Altri contorni: finocchi al forno e purea di patate, che mi
usciva dagli occhi. Il vino era una Bonarda, ancora proveniente dall’Oltrepò, di cui ricordo perfettamente colore e profumi, ma non potevo berla. Arrivava in damigiane, mio padre la imbottigliava seguendo calcoli che mi
sfuggivano, ma mi piaceva assistere alla cerimonia dell’imbottigliamento per
via dell’odore d’olio che assumevano i
tappi di sughero.
Guardavo gli altri
mangiare con grande piacere un gorgonzola più verde
che bianco (che disgusto, che roba: me
ne sarei innamorato
negli anni del liceo).
E arrivava il mio vero
momento: quello
dei dolci. Il panettone (Motta, di rigore),
i torroni, i cioccolatini, ma anche la
frutta secca, che nel
resto dell’anno si vedeva raramente. E
poi la frutta: l’uva
detta luglienga, appassita in Oltrepò, il
melograno che porta fortuna, le arance
e i mandarini. Poi si
mettevano le bucce
sui cerchi di ghisa
della stufa e quel
profumo per me era
Natale e pateticamente continua a
esserlo, altro che le
madeleines di Proust. Natale era, anche, quel caldo delizioso, mentre nelle
altre stanze il gelo
faceva fiori sui vetri e
la notte si andava a
dormire col mattone caldo di forno,
per tenere buoni almeno i piedi. Dopo il
battesimo del vino a
quattro anni, avevo
diritto a un goccio di
moscato annacquato, mentre mia nonna beveva un goccino di alchermes e
mio padre un Millefiori Cucchi, che mi
attirava per via dei
rametti di zucchero
che ricordavano
quelli degli alberi,
fuori. Fuori ero andato, dopo il pranzo,
negli angoli preferiti
da Pippo, ma non
c’era. Strano che
mio padre mi seguisse con un’aria
tra dolce e severa.
«Prova a dimenticarlo, perché non lo
vedrai più. Ormai sei
un ometto e puoi superare certi piccoli
dolori. Pippo è morto». E lui come lo sapeva? Lo sapeva perché aveva sentito
qualcosa tra il grugnito e lo squittio venire dalla cascina
dietro la caserma, e
passando dalla cascina aveva chiesto.
Visto un riccio? Sì, e
anche mangiato.
Pare siano buonissimi. Ma è bruttissimo
sapere che l’usanza è di bollirli vivi.
Questo mi fece piangere come un disperato. «Ma era mio». «Non potevano
saperlo, non aveva il collarino e la medaglietta, un riccio è di chi lo trova. Sono bestiole curiose, qui nessuno gli faceva niente, ha voluto vedere dall’altra
parte, è stato sfortunato». Poi aggiunse:
«Potresti avere un cucciolo di cane lupo, per la Befana». Passai dal pianto al
riso in un secondo. «Lo chiamerò Alì».
Alì morì serenamente di vecchiaia.
Mi era rimasta dentro la voglia di spaccare a sassate qualche vetro della cascina, ma il figlio di un maresciallo certe
cose non le deve fare, peccato. Di molti
altri Natali non ricordo assolutamente
nulla, quello del ‘51 era il primo con un
dolore.
Repubblica Nazionale
60 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 31 DICEMBRE 2006
le tendenze
Made in China
In uno stabilimento
gelido, un centinaio
di operaie-ragazzine
assembla i decori
Tra luminarie, alberi
di Natale, mezzelune
musulmane e immagini
di Vishnu iridescenti
si riempiono scatoloni
luminosi destinati
ad allietare
le ricorrenze cristiane,
buddiste e islamiche
ordinati da ogni angolo
del pianeta. “Vogliamo
produrre 365 giorni
all’anno, 24 ore su 24”
Una fatica senza soste
FEDERICO RAMPINI
C’
PECHINO
è un luogo dove Natale,
Befana e il nostro Capodanno non hanno senso eppure si ripetono
ogni giorno dell’anno, senza tregua.
Fuori la temperatura è a meno sette, nella fabbrica una stufetta elettrica è impotente contro il gelo. Una mattina di fine
dicembre un centinaio di ragazze con le
guance violacee sono sedute attorno a
un bancone, afferrano velocemente i
sottili fasci di fibre ottiche trasparenti, li
intrecciano con nastri di foglie di plastica verde (gli aghi dei pini), li annodano
con precisione attorno al fil di ferro che
fa il rametto dell’albero. Legando i rami
sintetici col nastro adesivo prendono
forma gli alberi. Da questo stabilimento
nella zona industriale Xi Zhuang, a sessanta chilometri dal centro di Pechino,
sono già partiti nel 2006 quaranta container navali carichi di decorazioni per le
feste di fine anno, destinazione Europa e
America. Il lavoro non conosce pause tra
un Natale e l’altro, le ragazze stanno già
riempiendo scatoloni per il dicembre
2007. L’ultima moda in Occidente sono i
micro-materiali iridescenti che s’illuminano con pochi watt di corrente e cambiano colore cento volte al minuto. Il 95
per cento degli alberi di Natale sintetici è
made in China, così come i personaggi e
le luminarie per tutte le altre feste del
mondo, dalla Befana italiana al Natale
ortodosso russo, dai riti induisti ai matrimoni e funerali americani.
La società Ok Tree Company si trova
su Internet, ha il suo catalogo di telemarketing dove sono esposti otto formati di alberi natalizi e poi pupazzi di
Santa Klaus, elfi e fate e ogni divinità pagana. Tutto è fabbricato usando materiali sintetici che sono scarti di altri settori della tecnologia cinese. Le fibre ottiche che le ragazze annodano negli aghi
di pino artificiali sono un sottoprodotto
dei cavi che la Cina sta usando per costruire la nuova autostrada informatica
sotto l’Oceano Pacifico, il cablaggio che
Pechino.L’officina
delle festivitàaltrui
moltiplicherà per cento la potenza dei
collegamenti Internet fra Pechino e gli
Stati Uniti. Queste giovani operaie non
lo sanno. Né immaginano a cosa servano gli alberelli, i festoni, i fiori finti, i personaggi colorati che escono dalle loro
mani, a migliaia ogni giorno, con la fibra
ottica che s’illumina, cambia i colori, diventa fosforescente al buio. Sono oggetti insensati, destinati a mondi lontani,
per ubbidire a usanze misteriose.
Natale? Capodanno? Epifania? Mi
guardano smarrite, fanno scena muta di
fronte alle domande, abbozzano timidi
sorrisi d’incomprensione. Il Natale non
è una festa cinese salvo che per le minoranze cristiane. Il business del grande
commercio da qualche anno sta provando a importare anche qui l’usanza dei regali; come per Halloween e la festa della
mamma gli shopping mall copiano le
decorazioni occidentali; per ora solo una
élite di cinesi ricchi adotta queste mode
straniere. Con qualche tensione. In questi giorni imperversa una polemica antiNatale, dieci studenti dell’università di
Pechino hanno scritto una lettera aperta
al quotidiano China Dailyper denunciare l’infiltrazione. «Natale è una festa cristiana importata dall’Occidente — scrivono i firmatari — e noi cinesi dovremmo restare fedeli alle tradizioni e festività
della nostra cultura. Esortiamo solennemente i nostri connazionali a risvegliarsi dal loro coma ideologico per restituire
alla cultura cinese il ruolo dominante».
La polemica interessa solo pochi eletti. La festa nazionalpopolare per il 99 per
cento dei cinesi resta il Capodanno lunare, a fine febbraio, che ha iconografie
e colori tutti diversi dai nostri. Del resto
col loro misero salario le operaie di Ok
Tree non avranno il privilegio di celebrare neppure il Capodanno cinese con una
vacanza. Cento euro al mese per lavorare almeno sessanta ore a settimana, sabati e domeniche inclusi. Le ragazze indossano maglioni di lana sporchi sotto i
grembiuli verdi d’ordinanza; una ha il
vezzo di mostrare una collanina sopra la
tuta di lavoro; un’altra porta il passamontagna per coprire le orecchie dal
freddo.
Fuori dalla finestra appannata s’intravede lo squallore di una periferia industriale disseminata di ciminiere, discariche industriali, qualche campo agricolo
abbandonato e pronto per essere invaso
da nuove fabbriche. Una latrina all’aper-
I fasci di fibre ottiche
intrecciati accendono
migliaia di simboli
copiati su Internet
e destinati a usanze
che le lavoranti
non conoscono
to segna il confine di questa ditta. Nel
cortile dello stabilimento le operaie tengono un orticello dove spuntano una
dozzina di cavoli congelati e coperti di
brina, un passatempo per arrotondare il
salario con una razione di verdure. Il fotografo batte i denti mentre ritrae le operaie; loro resistono sorseggiando acqua
bollente da un thermos, le dita arrossate
non rallentano il balletto sul bancone.
Un vecchio mangianastri gracchia canzoni pop americane: l’unico legame con
l’atmosfera festiva dell’Occidente sono
queste note che invadono lo stanzone,
riempiono le ore troppo uguali.
L’apice della stagione sul mercato europeo è già passato da un pezzo ma qui si
lavora a pieno ritmo per il Natale ortodosso dei russi che arriva più tardi, e poi
per il nostro Natale del 2007: centomila
alberi ordinati dai grossisti con dodici
mesi di anticipo. Ogni albero viene incellofanato e imballato a mano per la
spedizione sui mari. I metodi di produzione restano semiartigianali. In miriadi
di fabbriche-botteghe come questa un
esercito proletario — per lo più giovani
donne, a volte bambine — anima catene
di montaggio dove ancora il lavoro è tutto a mano. Attorciglia, lega, incolla, è
un’opera di attenzione, cura, manualità,
precisione certosina. Le macchine non
sono arrivate in questo universo. Milioni di alberi natalizi, tonnellate di corone
di fiori sintetici con la scritta Happy New
Year, Buon 2007, escono annodati uno
per uno da tanti alveari femminili come
questo, dove s’intrecciano fili di plastica
colorati, seguendo forme progetti e
istruzioni presi dai magazine stranieri,
copiati su Internet.
Al centro della fabbrica dentro un gabbiotto di vetro c’è l’ufficio del padrone,
riscaldato più generosamente. Computer, collegamento Adsl, è un universo virtuale dove convivono tutte le feste del
mondo. «Posso assumere più ragazze —
dice l’imprenditore Li Xiaoyue —, il mio
progetto è eliminare i tempi morti e le
basse stagioni, produrre 365 giorni all’anno, 24 ore su 24». Il capo è immerso
nel suo piano di espansione sui mercati
internazionali, mostra le divinità indù
che i clienti di Mumbai hanno cominciato a ordinargli nello stesso materiale
che lui usa per Befane e Santa Klaus. Le
microlampadine che cambiano colore,
le fibre ottiche come capocchie di spillo
sono una trovata che i cinesi convertono
per tutti gli usi. La decorazione di cui il
manager va più orgoglioso ha successo
nella South Carolina e nel Texas, nel
profondo Sud americano del protestantesimo fondamentalista: è una croce immacolata e splendente per celebrare
l’anno nuovo nelle chiese dei “teocon”.
La stessa plastica, gli stessi aghi iridescenti intrecciati dalle mani delle bambine-operaie compongono anche svastiche indù per gli Om-Tree, gli alberi sacri per le case degli immigrati indiani a
Londra. Mezzelune islamiche di aghi di
pino partono da qui per il mercato dei
paesi arabi, Dubai e gli Emirati. Ikebana
luminosi sono stati ordinati dai giapponesi. L’Italia riceverà duemila bouquet
di orchidee che sembrano fuochi d’artificio: la luce attraversa le venature dei
fiori, i petali assumono colori diversi
ogni istante, dal celeste al rosa shocking.
Sono stati ordinati per cerimonie di nozze, i primi sposi italiani del 2007 avranno
i centro-tavola del banchetto di nozze illuminati da questi colori, nati in una spoglia fabbrica cinese. Babbo Natale e la
Befana, Capodanno e Pasqua, l’Islam e
Vishnu, tutte le tradizioni e tutte le religioni del mondo, le corone floreali e le
piante finte per le divinità del Pantheon
di quattro continenti hanno in comune
l’odore di cavolo in una periferia di Pechino, le dita rapide e attente delle operaie cinesi.
Repubblica Nazionale
DOMENICA 31 DICEMBRE 2006
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 61
L’“Emma Maersk”
è la nave cargo
più grande
mai costruita
A ogni viaggio lascia
negli scali europei
undicimila container
pieni di prodotti
imbarcati a Hong Kong
ENRICO FRANCESCHINI
«M
LONDRA
erry Christmas», ripete
incessante,
agitando un
campanaccio che fa din-don, l’immenso Babbo Natale all’ingresso di
Hamley’s, il negozio di giocattoli più
grande del mondo, cinque piani di
bambole, trenini, soldatini, pupazzi,
giochi elettronici, giochi di società,
giochi di prestigio, giochi intelligenti,
giochi scemi, giochi fai-da-te, giochi
per tutte le età e giochi per tutti i gusti,
fra le luci, i rumori, l’incredibile pigia
pigia di Regent’s Street, alle sei di un
pomeriggio qualche giorno prima del
fatidico 25 dicembre. Una fiumana di
bambini e genitori straripa dall’interno allargandosi come una macchia
d’olio sul marciapiede circostante,
bloccando il traffico di pedoni, rallentando auto e bus. Schiacciato tra mamma e papà, apparentemente a rischio
di venire stritolato ma in realtà perfettamente a suo agio, un bimbetto riesce
faticosamente a conquistare la postazione di fronte al finto omone vestito di
rosso e, non arrivando alla barba, lo tira per un lembo del vestito. «Sei il vero
Santa Klaus?», domanda perentorio il
bimbo. «Certo», risponde l’omone. «E
come hai fatto a portare fin qui tutti
questi giocattoli?», insiste il piccoletto.
«Con la mia slitta, naturalmente», replica Santa Klaus. «E hai fatto tutto in
una notte?», chiede ancora il ragazzino. «Tutto in una notte».
Ebbene, sul marciapiede in quel momento c’ero anch’io e non ho voluto distruggere di colpo l’innocente fantasia
di quel simpatico moccioso; ma a voi,
bambini ed ex-bambini di Repubblica,
posso confidarlo: il Santa Klaus davanti ad Hamley’s racconta frottole. La slitta che distribuisce regali in tutto il
mondo in una sola notte è una balla,
buona solo per le fiabe. O meglio, magari può anche darsi che un tempo,
Londra.Il bastimento
dei regali d’Oriente
quando il mondo era più arcaico e meno popolato, funzionasse più o meno
così. Ma oggi, nel frenetico mondo globalizzato, Babbo Natale non usa una
slitta: usa una nave. E non fa tutto in
una notte: gli ci vogliono tre settimane.
Il tempo necessario a circumnavigare
il globo, dal mar della Cina alla Malesia,
poi risalendo l’oceano Indiano fino al
mar Rosso, quindi passando per il canale di Suez, attraversando l’intero
Mediterraneo fino a Gibilterra, per
sbucare nell’oceano Atlantico, costeggiare Portogallo e Francia, entrare nel
canale della Manica, fermandosi infine nel porto di destinazione, Felixtowne, sulla costa sud-orientale dell’Inghilterra.
I giocattoli sfavillanti di Hamleys, almeno in buona parte, provengono da
quella nave, così come parecchi di
quelli che la mattina del 25 dicembre
verranno febbrilmente scartati da un
capo all’altro del Regno Unito e di altre
nazioni d’Europa, Italia compresa.
Non ci credete? Allora continuate a leggere. Perché tre settimane fa, quando
la nave di Babbo Natale ha attraccato a
Felixtowne, c’ero anch’io, a guardare il
suo arrivo da terra.
Non ero solo. Avete presente la celebre scena di Amarcord in cui tutto il
paese va ad aspettare il passaggio del
Rex, il mitico transatlantico, grande
come una montagna? Ho partecipato a
qualcosa di simile, quel giorno a Felixtowne. Uomini, donne, molti con i figlioletti tenuti per mano o in braccio,
avvolti in una coperta, perché calava il
tramonto e faceva freddo: una folla
muta, raccolta, emozionata, come chi
si prepara ad assistere a uno storico
evento. Anche fotografi, telecamere,
cronisti armati di penna e taccuino, come il vostro inviato. Ogni tanto una voce: «Eccola». Poi la smentita: ma no, la
nave avvistata era troppo piccola per
essere quella che aspettavamo. Nell’attesa, qualcuno canticchiava Jingle
Bells.
A un tratto, un fischio di sirena da far
tremare il suolo. Illuminata come un
albero di Natale, l’Emma Maersk appare all’orizzonte. La nave cargo più
grande del pianeta e della storia. Quattrocento metri di lunghezza, cinquanta di larghezza, ottanta di altezza. Più
lunga del parlamento di Westminster,
della torre Eiffel o dell’Empire State
Trecento facchini
e trenta gru
computerizzate
hanno impiegato tre
giorni per scaricare
le merci comprate
dalla Gran Bretagna
Building, grande come quattro campi
da football, alta come un grattacielo di
venti piani. Appena tredici uomini a
bordo, insieme a undicimila container. E dentro i container, tutto quello
che non starebbe dentro il sacco e sopra la slitta di Santa Klaus: 1.886.000
decorazioni natalizie, 12.880 lettori
Mp3, 40 scatoloni di reggiseni, 742 scatoloni di borsette, 9.000 paia di scarpe
da jogging, 195 scatole di jeans da donna, 34 di magliette, 12 flipper, sei dinosauri elettronici, e poi scatole di puzzle, di sudoku, di automobili radiocomandate, di pupazzetti di pelouche, di
libri di favole, di calendari, di bicchieri
di Martini, di dvd, di televisori al plasma, di occhiali da sole, di profumi,
deodoranti, schiuma da bagno, saponette, di cornici e di lampade, di divani
in pelle e tostapane, e dieci tonnellate
di cozze congelate, due tonnellate di tè
verde e tè nero, 87.000 spazzole per capelli, 590 forni a microonde, 5.000 cornici per fotografie, 138.000 scatolette
di cibo per gatti, 150 tonnellate di
agnello neozelandese, 1.939 paia di
scarpe da sera, e mi fermo qui con l’elenco perché se no occuperebbe tutto
il resto dell’articolo. Basti dire che una
squadra di trecento facchini, assistita
da trenta gru computerizzate, ha impiegato da un sabato sera al seguente
lunedì mattina a scaricare tutta questa
roba destinata alla Gran Bretagna, per
un totale di tremila container: poi la
nave è ripartita, con ottomila container pieni ancora a bordo, per andare a
distribuire giocattoli, regali e beni di
consumo a Rotterdam, e da lì in mezza
Europa continentale.
L’Emma Maersk è oggi la nave più
grande del mondo, ma non lo sarà per
molto: entro fine 2007 la società di armatori olandesi che la controlla ne
avrà completate altre undici, grandi
uguali; e le statistiche indicano che la
domanda di spazio su queste superimbarcazioni, chiamate “post-Panamax” perché troppo grandi per passare dal canale di Panama, cresce del dieci per cento annuo, per cui si prevede
che tra non molto ne verranno costruite di ancora più grandi. La loro rotta tipica è sempre la stessa: dalla Cina verso l’Europa e l’America. Il carico è sempre identico: container, pieni di merci
prodotte a basso prezzo in Asia e rivendute in Occidente. Il costo del viaggio è
infinitesimale: spedire un container da
Southampton a Leeds, hanno calcolato gli esperti, costa come spedirne uno
da Hong Kong a Southampton. «Questi
sono i beni che avrebbero potuto essere prodotti in Europa, sono la prova che
interi settori del commercio globale
sono dominati dalla Cina, sono il risultato di milioni di lavori perduti in Occidente», si arrabbia Caroline Lucas, europarlamentare dei Verdi per l’Inghilterra del sud.
Ma c’è poco da arrabbiarsi con l’ineluttabile realtà del progresso. «Senza
quel bastimento carico di doni», ha
scritto scherzando ma non troppo il
Guardian di Londra, «quest’anno in
Inghilterra sarebbe saltato il Natale».
Bisognerebbe spiegarlo al bambinetto
davanti ad Hamley’s, e ai suoi coetanei
sparsi per ogni dove, che Santa Klaus
ormai non arriva più dal Polo Nord:
bensì casomai dalla Cina. Solo che il
bambinetto, i suoi coetanei nelle immediate vicinanze e i rispettivi genitori, sono già stati risucchiati all’interno
del negozio: glielo diremo un’altra volta. Din-don, din-don, continua a fare
incessante il Babbo Natale all’ingresso, e finalmente comprendo il suo
messaggio: non chiediamoci per chi
suona la campana della globalizzazione, perché essa suona per noi. Merry
Christmas.
Repubblica Nazionale
62 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 31 DICEMBRE 2006
l’incontro
È a pezzi dopo il superlavoro
della notte santa ma arriva puntuale,
lui e le renne, all’appuntamento
Chiede che gli si dia del tu, non vuole
domande sulla vita privata, promette
di non fare rivelazioni
sulla sua ubiquità
Spesso parla al telefono
portatile, praticando tutte
le lingue del pianeta
ma, a quel che sembra,
senza conoscerne bene
nessuna. Dice di sé:
“ Sono uno smemorato gremito
di memorie altrui. L’amnesia
è il mio legame con l’eternità”
Uomini mito
Babbo Natale
C
PARIGI
i vediamo dopo Natale perché prima — mi ha fatto sapere con un sms — «non ho
tempo da perdere con te». Mi
dà dunque appuntamento il 28 di dicembre in cima alla Torre Eiffel e mi fa subito
arrabbiare. Lui ci arriva con le renne volanti, ma a me tocca fare la coda per l’ascensore e constatare ancora una volta
quanto sia diffusa questa maledetta mania
di arrampicarsi sugli edifici più alti, e mai
per scrutare il cielo e le stelle alla ricerca del
segreto dell’universo, ma sempre per
guardare in giù alla ricerca del segreto della città. Poi chiede un’intervista «all’italiana». Pretende che gli mandi le domande e
vorrebbe correggere il testo finale: «Così
fanno Prodi, Berlusconi, Fassino, Montezemolo, Tremonti... Perché io, Babbo Natale, dovrei essere trattato peggio?». Rispondo che non faccio interviste in questo
modo, e gli racconto che Spadolini, buonanima, cambiava non solo le risposte, ma
anche le domande. E mandava al giornale
pure la smentita.
Di nuovo mi irrito, perché non so come
chiamarlo. Gli dico che al Tg1 lo chiamerebbero «Presidente». «Tagliamo corto:
dammi del tu». Gli faccio notare che se, nella vita, ci si dà del tu, poi al Tg1 si finge il lei.
«Beh, quelle sono interviste false, e la nostra è vera, no?».
Per fargli accettare un’intervista vera,
devo promettergli che parlerò male della
Pasqua e che non insisterò sulla sua vita
privata. Per esempio non gli chiederò come mai non ha moglie, figli, amanti: «E tu
che ne sai?». Beh, non fai certo vita di coppia. «Le persone vicine vanno tenute lontane». Ho letto in un affascinante saggio
americano, La solitudine del simbolo, che
negli alberghi, per sentirsi meno solo, Babbo Natale prende sempre una stanza a due
letti. Quel libro gli era sfuggito. Prodotto
dell’immaginazione collettiva, non gli è facile aggiornare se stesso. Nordico o barese? Cristiano o pagano? Assume un’aria da
Michelangelo e dice: «Sono uno smemorato gremito di memorie altrui. L’amnesia
è il mio legame con l’eternità». Aggiunge
che non mi farà rivelazioni sulla sua capa-
‘‘
cità di passare attraverso i camini, e neppure mi spiegherà la sua ubiquità alla mezzanotte del 25 dicembre, ma io replico che
se mi interessasse questa roba intervisterei il mago Silvan o Giucas Casella.
Sulla Pasqua ha ragione. «Non c’è confronto — spiega — tra la festa della nascita
del mondo e il giustizialismo vendicativo
della resurrezione, tra la santificazione
della generosità, del dono, e quella della
vendetta che comincia tre giorni dopo l’assassinio». Sospira: «Ecco il regalo che quest’anno avrei dovuto fare al tuo Paese se
fossi stato buono come dicono: bambini.
All’Italia manca la fertilità». E difatti in Italia il dibattito si accende solo sulla morte,
ci si infiamma ai funerali, c’è una letteratura sui reparti di rianimazione, e persino
quel terribile sacrosanto diritto naturale
che è il suicidio non viene protetto dal pudore e dal riserbo ma viene collettivizzato
come un bene sociale, diventa una vendetta ideologica: «Nessuno fa lo sciopero
della fame per una Carta dei diritti del
bambino o per nuove leggi sulle adozioni.
L’Italia è un paese di vecchi, malato e colpevole: le speranze sono ricordi, si progetta il passato. A un paese che si spegne avrei
voluto regalare la luce. Ma io non rifaccio il
mondo, esaudisco desideri».
Gli racconto che mia moglie, quando ha
sentito che dovevo intervistare Papà Natale, mi ha detto: «Così ti sei ridotto?». Alza il
sopracciglio: «Tua moglie ha ragione. Ho
un enorme archivio di interviste. Un famoso giornalista italiano mi immaginò direttore di un supermarket: “Ho chiesto all’illustre commesso barbuto — scrisse — di
incartarmi mezzo chilo di bontà, tre chili di
pace, due etti di amicizia. Mi ha risposto
che era merce da tempo esaurita, anche in
cielo”. Ecco una prosa esemplare dei vostri
giornali: tempeste di retorica». D’altra parte, cosa chiedere a Babbo Natale? Un parere sul matrimonio tra omosessuali? «In Italia c’è sempre “un matrimonio che non
s’ha da fare”». E un parere sulla Chiesa che
si sente assediata? E qui, inaspettatamente, Papà Natale mi fa l’elogio di Milingo: «È
il solo vescovo che ride». E mentre parla, io
accosto quel viso nero e solare ai visi grifagni e lunari dei cardinali romani, penso a
Camillo Ruini, per esempio, e subito Babbo Natale mi dice: «Quale dei due porta Dio
dipinto sulla faccia?». Aggiunge che Milingo, nonostante sia stato recluso e costretto
all’autocritica «come un dissidente sovietico», non ha perso né la fede né il buon
umore, «ha preferito perdere la fiducia della Chiesa piuttosto che tradirla», e persino
i suoi esorcismi «somigliano più alla danza
africana che alla violenza». Insomma Babbo Natale è affascinato dal cattolicesimo
africano di Milingo, così vivo e gravido di
futuro: «Vedo come una fortuna della
Chiesa quel che la Chiesa vede come una
disgrazia. A Milingo ho portato un bellissimo dono d’amore per la sua Maria».
Scommetto che anche quest’anno non
hai avuto il coraggio — gli dico — di portare regali agli estremisti islamici. Come minimo, ti avrebbero sgozzato: «Non è me
che cercano, neppure per sgozzarmi. Ci
vorrebbe una Mamma Natale che restituisca alle donne islamiche quello sguardo
che gli uomini nascondono per non annegarvi». Però, la barba ce l’hai politicamente corretta. «Ci sono barbe che nascondono, e barbe che esaltano il volto». È vero:
Babbo Natale non ha l’aria del mendicante di montagna, dei mullah e degli imam,
fattucchieri precocemente incartapecoriti, corpi che rivelano nella anoressia o nella bulimia vizi dell’anima. «Giovanotto,
ammetti che è difficile portare una barba
da profeta senza degradarla a maschera».
Papà Natale dice queste cose senza va-
Ecco il regalo
che farei al tuo Paese
se fossi buono come
dicono: bambini
L’Italia è una terra
di vecchi, le speranze
sono ricordi,
si progetta il passato
nità né arroganza, energico e cristallino,
con una vaga espressione di burla canzonatoria senza mai però ostentare superiorità: non è nel suo stile. Mi colpisce la rapidità della sue reazioni, il suo fare imperioso e al tempo stesso insinuante, a tratti mi
ricorda Eugenio Scalfari, con una fede che
non conosce cielo, e con la barba esagerata, non solo per la lunghezza, ma soprattutto perché è trattata come un capello,
non è ruvida e non è ispida, insomma è vera ma non è credibile.
Spesso parla al telefono portatile. Ne ha
due: uno comunissimo, con la specialità
però di una soneria intermedia tra il ruggito, il barrito e il muggito; l’altro è un sofisticato satellitare ed ha per soneria il ritornello dell‘ultimo successo del gruppo americano Suspicious Characters: «I like all the
girls / all the girls like me». Dice che il telefonino è democratico: «Nel secolo scorso, quando si diffuse il telefono fisso nelle
case, i super-raffinati si scandalizzarono:
pensavano che con la voce passassero anche le malattie, e odiavano le suonerie perché equiparavano il gentiluomo al domestico che corre appena sente il campanello. Proprio come oggi. Chi irride il telefono
portatile è uno snob cretino-cognitivo».
Sento che pratica tutte le lingue. Ma ho il
sospetto che non ne conosca bene nessuna: «Io da solo sono come un’assemblea
dell’Onu».
Per esempio non sapeva che solo in Toscana “babbo” sta per padre, perciò io preferisco chiamarlo “Papà Natale”. Al Sud
babbo vuol dire sciocco. Conveniamo che
sia di origine onomatopeica, come barbari, “bar-bar”, che per i greci erano quelli
che incespicavano nelle parole. Anche i
bambini incespicano nelle parole: in fondo, pure pa-pà è un balbettio. Nei paesi
della Sicilia c’era u babbu di l’ova, lo scemo
che aveva appunto il compito di distribuire le uova, lavoro adattissimo a uno scemo
o a un bambino. Anche Babbo Natale in un
certo senso distribuisce “uova”.
Lo diverte l’idea di essere uno scemo: è
l’idea che sta nascosta nelle omelie contro
il Natale consumista, quelle del Papa che
ad ogni Natale vorrebbe che non si distribuissero doni ma perdoni: «Insomma non
avrei dovuto regalare giocattoli, libri, telefonini, dischi e macchine fotografiche,
ma atti di contrizione, indulti, sanatorie,
condoni, indulgenze, clemenze e remissioni». Gli ricordo che cinquant’anni fa,
proprio in Francia i preti lo bruciarono vivo (si fa per dire): diedero fuoco a un Babbo Natale di paglia sul sagrato della chiesa,
e su quei roghi Lévi-Strauss scrisse un libro
piccolo ma importante per due generazioni; e così Babbo Natale divenne dei nostri:
laico e sovversivo.
Eppure adesso lo prendono per scemo
anche gli anticonsumisti per ideologia,
tutti gli antiglobal, quelli che ci spiegano
sussiegosi come il Natale sia la festa dell’avida industria che ci avvelena, ci rimpinza
di falsi bisogni e di illusori desideri: «Pensano e scrivono che i miei doni fioccano
come bastonate, e che per ogni uomo, anche quest’anno, c’è stato un diavolo di
Babbo Natale con il compito di stordirlo di
regali e di logorarlo di festeggiamenti finché di lui non rimane più nulla, tranne i debiti: vecchie frottole». Hanno scritto libri
per dimostrare che Babbo Natale è stato
imposto dalla Coca-cola, ma sono demagogie da black block, «sono marxisti frustrati che stanno ancora aspettando la caduta tendenziale del saggio di profitto».
Chiama le renne e mi invita a volare su
Parigi: il flusso luminoso e sensuale delle
auto, le strade che serpeggiano in deviazioni incomprensibili, edifici, spazi verdi,
ponti, monumenti: «Dall’alto hai l’illusione di “leggere” la città. E Parigi diventa più
Parigi, un’Iperparigi caricaturale». Dove
sta il segreto di una città? L’imprevedibile
Babbo Natale cita il Nobel Orhan Pamuk:
«In realtà ogni frase sulle caratteristiche
generali di una città, sulla sua anima e sulla sua essenza, si trasforma in un discorso
sulla nostra vita, e soprattutto sul nostro
stato d’animo. La città non ha altro centro
che noi stessi». Gli dico: se leggi i Nobel vuol
dire che sei politicamente corretto. «Come
tutti, non leggo i Nobel. Ma Pamuk è un’altra cosa». Mentre parla, passiamo attraverso una tempesta di neve e in un minuto
siamo sopra Istanbul: «La sua malinconica bellezza non è ascrivibile, come per Parigi, alla conservazione dell’architettura,
ma alla sua rovina». Con l’abolizione del
Califfato e con le riforme occidentalizzanti «Istanbul, dove sono stato vescovo con il
nome di Nicola e dove feci il mio primo regalo a una prostituta bambina, perse la sua
vecchia connotazione plurilinguistica,
vittoriosa e magnifica e si trasformò in un
luogo spopolato, vuoto, bianco e nero, con
una sola lingua, in cui tutto pian piano diventava datato». Mi fa scendere. «Conosco
un posticino dove fanno i migliori massaggi del mondo. Da qualche anno ci vengo dopo le fatiche del Natale. Sono stato
così vecchio, quando ero giovane, che
adesso, da vecchio, mi permetto i piaceri
dei giovani».
‘‘
FRANCESCO MERLO
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