Registrazione al Tribunale di Velletri n. 9/2004 del 23.04.2004 - Redazione: C.so della Repubblica 343 - 00049 VELLETRI RM - 06.9630051 - fax 0696100596 - [email protected] Mensile a carattere divulgativo e ufficiale per gli atti della Curia
Curia e pastorale per la vita della Diocesi di Velletri -Segni Anno 8 - n. 9 (79) - Ottobre 2011
Ottobre
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Ecclesia in cammino
Bollettino Ufficiale per gli atti di Curia
Mensile a carattere divulgativo e ufficiale per gli atti
della Curia e pastorale per la vita della
Diocesi di Velletri-Segni
Direttore Responsabile
Mons. Angelo Mancini
Collaboratori
Stanislao Fioramonti
Tonino Parmeggiani
Mihaela Lupu
Vincenzo Apicella, vescovo
I
n apertura del Convegno diocesano, la verità più scomoda, ma anche più incisiva, l’ha
forse detta don Gigi Vari, ricordando un pensiero di Paolo VI. Noi cristiani ci siamo spesso abituati a parlare dei “lontani”, ma forse non ci siamo ancora accorti che i “lontani” siamo diventati proprio noi: lontani dalla gente, dai loro problemi,
dalle loro ansie, dalle loro preoccupazioni e dalle loro speranze, lontani nel nostro modo di parlare, di proporre, di organizzare.
Non si tratta certo di adeguarci al modo di pensare e di agire di questo mondo, ma la Chiesa,
come ci ha ricordato Ernesto Olivero, non è struttura che si deve aggiornare, quanto una presenza
a cui convertirsi.
Solo ritrovando il centro e il fondamento del nostro
essere cristiani potremo diventare credibili ed attraenti per tanti “lontani”, che aspettano solo di sentirci come loro “prossimo”, capaci di essere loro
vicini, di chinarci sulle loro ferite e di prenderci
cura di loro come il buon samaritano del Vangelo.
Per compiere questa conversione non abbiamo
bisogno di cercare molto lontano o di compiere
gesti eccezionali, di progetti pastorali complicati
e fantasiosi, basta riscoprire e vivere nella verità quanto diciamo e facciamo quotidianamente e
con tanta superficialità. Così scriveva Olivero, in
una pagina che ritengo opportuno citare anche
qui: “Credo che i cristiani possano fare una vera
rivoluzione. Una rivoluzione che non produce odio
e violenza, che non si sviluppa per miracolo, per
un gesto di magia, ma dallo sforzo sempre più
grande di collaborazione tra le persone.
Una rivoluzione che inizia con atti che a volte possono sembrare piccoli, ma sono semi di vita…
Un giorno sono andato in crisi a causa del Padre
nostro. L’avevo recitato migliaia di volte, ma un
giorno mi sono bloccato sulle prime due parole:
Padre nostro. Mi sono detto che non potevo continuare a pregare senza sentirmi ipocrita, perché
noi uomini e donne, in realtà, non siamo fratelli
e sorelle tra di noi. Per un po’ dissi basta,: non
avrei più pregato con il Padre nostro perché dalla mia bocca sarebbe uscita una bugia, una presa in giro. Poi, per bontà di Dio, ho capito che tutte le parole del Vangelo sono come dei semi e
ogni uomo è un terreno che li accoglie…
Ho capito che dovevo proporre a me e al mondo intero questa rivoluzione: ogni volta che parliamo di Dio come di un Padre pieno di amore per
i suoi figli, dobbiamo farci guardare in faccia, senza paura di essere smentiti, da quei figli, nostri
fratelli e sorelle, che questo amore non lo conoscono. Non lo conoscono perché ancora non sono
stati raggiunti dalla concretezza del mio amore,
che deve essere semplicemente risposta
all’Amore…
Padre nostro è: mi converto e amo gli altri come
vorrei essere amato io.
Padre nostro è: ascolto come vorrei essere ascoltato io.
Padre nostro è: non giudico come non vorrei essere giudicato io.
Padre nostro è: trasformarci in fratelli e sorelle capaci di aprire il cuore e di condividere i beni ricevuti
dal Signore. Non c’è bisogno di inventare alcuna ideologia. C’è bisogno di mettere al primo posto
Dio e l’altro.” (Per una Chiesa scalza, p.110s). Dovremmo
solo ricominciare a pregare, nella verità e sul serio,
quella preghiera che riassume tutta la risposta dell’uomo alla Parola di Dio e che ripetiamo ogni giorno nell’Eucarestia. Ogni volta che un cristiano si
lascia trasformare dalla Parola e prende coscienza di quanto vive nell’Eucarestia, come ci ha ricordato anche il recente Congresso eucaristico di Ancona,
diventa capace di “camminare sulle acque”, di compiere le opere di Gesù e “farne di più grandi”. Si
realizza quello che opportunamente sottolineava
don Dario Vitali, nell’ultimo numero di Ecclesia,
osservando il manifesto preparato per questo Convegno,
su cui è riportata la frase di Giovanni il Battista:
“Occorre che Egli cresca e io diminuisca”.
Veramente questo è il segreto che deve imparare chi vuol essere capace di Educare alla vita buona del Vangelo. Nei due giorni successivi, tale nucleo
centrale si sta approfondendo, concretizzando e
precisando attraverso il dialogo ed il confronto nei
quattro ambiti in cui il Consiglio pastorale diocesano ha pensato di articolare il nostro lavoro: la
parrocchia, la famiglia, i giovani, la carità e socialità.Ma di questo potremo parlare nel prossimo numero, a Convegno concluso.
Nella foto del titolo: l’intervento del vicario per la pastorale mons. Luigi Vari e S.E. Mons. Vincenzo Apicella,
nel secondo giorno del convegno diocesano.
Proprietà
Diocesi di Velletri-Segni
Registrazione del Tribunale di Velletri
n. 9/2004 del 23.04.2004
Stampa:
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Redazione
Corso della Repubblica 343
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06.9630051 fax 96100596
[email protected]
A questo numero hanno collaborato
inoltre: S.E. mons. Vincenzo Apicella, mons. Luigi Vari,
don Dario Vitali, mons. Franco Risi, mons. Franco Fagiolo,
don Claudio Sammartino, don Marco Nemesi, don Franco
Diamante, p. Vincenzo Molinaro, don Daniele Valenzi, Suore
Monastero Madonna delle Grazie, Suore Apostoline, diac.
Pietro Latini, fr. Riccardo Nuti, don Corrado Fanfoni, Angelo
Bottaro, Claudio Capretti, don Antonio Galati, Fabricio
Cellucci, T. Beccia, A. Leoni, Gregory Specchi, Rigel Langella,
Mara della Vecchia, Sara Calì, Federica Colaiacomo, Pier
Giorgio Liverani, Francesco Canali, Antonio Venditti, Sara
Gilotta, Sara Bruno, Giorgio Innocenti, Sara Bianchini, Maria
Carolina Onorati, Assoc. Amici dell’Aurora.
Consultabile online in formato pdf sul sito:
www.diocesi.velletri-segni.it
DISTRIBUZIONE GRATUITA
In copertina:
Bambini che svolgono attività di oratorio
presso la Parrocchia Regina Pacis Velletri
foto A. Mancini, 2010
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Stanislao Fioramonti
E
’ veramente difficile riassumere
in poche pagine i quattro giorni del viaggio – il terzo, dopo
la GMG di Colonia del 2005 e la visita alla sua Baviera del 2006 – compiuto da Benedetto XVI in Germania.
Viaggio difficile, perché anticipato da
proteste e prese di posizione di varie
categorie sociali tedesche e culminato
nei posti polemicamente lasciati vuoti da alcuni parlamentari durante il discorso papale al Reichstag.
Viaggio impegnativo, perché svolto per
la maggior parte in regioni settentrionali
(Brandeburgo, Turingia...), storicamente
separate dalla Chiesa romana fin dallo scisma di Martin Lutero. Viaggio coraggioso, perché ha affrontato apertamente
le difficoltà e i problemi, ma che si è
concluso anche stavolta con un successo. Impossibile riportare tutti i discorsi, una ventina, pronunciati da papa Ratzinger
in quelle giornate; alcuni sono stati bellissimi,
pieni di dottrina, come è solito fare il papa, ma
anche di ricordi della sua vita trascorsa in quella terra da giovane, sacerdote e vescovo prima
di venire a Roma. Dal primo, quello all’arrivo a
Berlino la sera di giovedì 22 settembre, in cui
ha precisato: “Non sono venuto qui per perseguire determinati obiettivi politici o economici,
come fanno altri uomini di stato, ma per incontrare la gente e parlare con lei di Dio”, all’ultimo alla partenza da Friburgo in Brisgovia la sera
di domenica 25... Le città visitate da papa Ratzinger
sono state tre: la capitale Berlino (22-23 settembre),
Erfurt culla della riforma luterana (23-24 settembre)
e la cattolica Friburgo nel sud della Germania
(24-25 settembre).
Nella capitale tedesca ha tenuto un discorso
al Parlamento federale (Reichstadt) – la prima
volta di un papa! – ed ha avuto incontri con rappresentanti delle comunità ebraiche e musulmane
tedesche; ai primi ha detto tra l’altro:
“Oggi mi trovo in un luogo centrale della memoria, di una memoria spaventosa: da qui fu progettata ed organizzata la Shoah, l’eliminazione
dei concittadini ebrei in Europa. (...) In questo
luogo bisogna anche richiamare alla memoria
il pogrom della “notte dei cristalli” dal 9 al 10 novembre 1938. Pochi percepirono tutta la portata di
tale atto di umano disprezzo come lo percepì
il prevosto del Duomo di Berlino, Bernhard Lichtenberg,
che, dal pulpito della cattedrale di Sant’Edvige,
gridò: “Fuori il Tempio è in fiamme – è anch’esso una casa di Dio”; e ai secondi: “Berlino è un
luogo opportuno per un tale incontro, non solo
perché qui si trova la moschea più antica sul
territorio della Germania, ma anche perché a Berlino
vive il numero più grande di musulmani rispetto a tutte le altre città della Germania. (...)
A partire dagli anni ‘70, la presenza di numerose famiglie musulmane è divenuta sempre di
più un tratto distintivo di questo Paese. Sarà tuttavia necessario impegnarsi costantemente per
una migliore reciproca conoscenza e comprensione”.
La sera del 22 settembre ha celebrato la messa all’ Olympiastadion e all’omelia ha parlato di
Chiesa: “Alcuni guardano la Chiesa fermandosi al suo aspetto esteriore. Allora la Chiesa appare solo come una delle tante organizzazioni in
una società democratica, secondo le cui norme
e leggi, poi, deve essere giudicata e trattata anche
una figura così difficile da comprendere come
la “Chiesa”. Se poi si aggiunge ancora l’esperienza dolorosa che nella Chiesa ci sono pesci
buoni e cattivi, grano e zizzania, e se lo sguardo resta fisso sulle cose negative, allora non si
schiude più il mistero grande e bello della Chiesa.
(...) Quindi, non sorge più alcuna gioia per il fatto di appartenere a questa vite che è la “Chiesa”.
Insoddisfazione e malcontento vanno diffondendosi,
se non si vedono realizzate le proprie idee superficiali ed erronee di “Chiesa” e i propri “sogni di
Chiesa”! Nel nostro tempo di inquietudine e di
qualunquismo, in cui così tanta gente perde l’orientamento e il sostegno; in cui la fedeltà dell’amore nel matrimonio e nell’amicizia è diventata così fragile e di breve durata, in questo tempo il Signore risorto ci offre un rifugio, un luogo di luce, di speranza e fiducia, di pace e sicurezza. (...) Rimanere in Cristo significa rimanere
anche nella Chiesa”.
A Erfurt, capitale della Turingia, Benedetto XVI
ha incontrato subito i rappresentanti della
Chiesa Evangelica Tedesca nell’antico convento
di S. Agostino, dove Lutero studiò teologia e fu
ordinato sacerdote. Dopo aver dichiarato la propria emozione di trovarsi, come Vescovo di Roma,
in quel luogo e di sapere che lì era nata la domanda che avrebbe sempre assillato Lutero (“Come
posso avere un Dio misericordioso?”), il papa
ha aggiunto: “Se si crede ancora in un al di là
e in un giudizio di Dio, allora quasi tutti presupponiamo
in pratica che Dio debba essere generoso e, alla
fine, nella sua misericordia, ignorerà le nostre
piccole mancanze. La questione non ci preoccupa più. Ma sono veramente così piccole le nostre
mancanze? Non viene forse devastato il mondo a causa della corruzione dei grandi, ma anche
dei piccoli, che pensano soltanto al proprio tornaconto? Non viene forse devastato a causa del
potere della droga, che vive, da una parte, della brama di vita e di denaro e, dall’altra, dell’avidità di piacere delle persone dedite ad essa?
Non è forse minacciato dalla crescente disposizione alla violenza che, non di rado, si maschera con l’apparenza della religiosità?
La fame e la povertà potrebbero devastare a tal
punto intere parti del mondo se in noi l’amore
di Dio e, a partire da Lui, l’amore per il prossimo, per le creature di Dio, gli uomini, fosse più
vivo? E le domande in questo senso potrebbero
continuare. No, il male non è un’inezia. Esso non
potrebbe essere così potente se noi mettessimo Dio veramente al centro della nostra vita.
La domanda: Qual è la posizione di Dio nei miei
confronti, come mi trovo io davanti a Dio? – questa scottante domanda di Lutero deve diventare di nuovo, e certamente in forma nuova, anche
la nostra domanda, non accademica, ma concreta. Penso che questo sia il primo appello che
dovremmo sentire nell’incontro con Martin
Lutero”. All’incontro ha fatto seguito, nello
stesso luogo, una celebrazione ecumenica, nel
corso della quale le parole del papa hanno chiarito ancora il significato di unione ecumenica nel
nostro tempo: “Il nostro primo servizio ecumenico in questo tempo deve essere di testimoniare insieme la presenza del Dio vivente e con
ciò dare al mondo la risposta di cui ha bisogno.
Naturalmente di questa testimonianza fondamentale
per Dio fa parte, in modo assolutamente centrale, la testimonianza per Gesù Cristo, vero Dio
e vero uomo, che è vissuto insieme con noi, ha
patito per noi, è morto per noi e, nella risurrezione, ha spalancato la porta della morte. Cari
amici, fortifichiamoci in questa fede! Aiutiamoci
a vicenda a viverla! Questo è un grande compito ecumenico che ci introduce nel cuore della preghiera di Gesù. Viviamo in un tempo in cui
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i criteri dell’essere uomini sono diventati incerti. L’etica viene sostituita con il calcolo delle conseguenze. Di fronte a ciò noi come cristiani dobbiamo difendere la dignità inviolabile dell’uomo,
dal concepimento fino alla morte – nelle questioni della diagnosi pre-impiantatoria fino
all’eutanasia. “Solo chi conosce Dio, conosce
l’uomo”, ha detto una volta Romano Guardini.
Senza la conoscenza di Dio, l’uomo diventa manipolabile. La fede in Dio deve concretizzarsi nel
nostro comune impegno per l’uomo. (...) Il Dio
giudice ci giudicherà secondo come ci siamo
comportati nei confronti di coloro che ci sono
prossimi, nei confronti dei più piccoli dei suoi fratelli. La disponibilità ad aiutare, nelle necessità di questo tempo, al di là del proprio ambiente di vita è un compito essenziale del cristiano”.
di lasciare Erfurt il pontefice ha raggiunto Etzelsbach
per pregare in un famoso santuario mariano della Turingia, quello dell’Addolorata
(“Una particolarità dell’immagine miracolosa di
Etzelsbach è la posizione del Crocifisso.
Nella maggior parte
delle rappresentazioni della Pietà,
Gesù morto giace con
il capo verso sinistra.
Così l’osservatore
può vedere la ferita
del costato del
Crocifisso. Qui a
Etzelsbach, invece,
la ferita del costato
è nascosta, perché
la salma, appunto, è
orientata verso l’altro lato.
A me sembra che in
tale rappresentazione si nasconda un
profondo significato,
che si svela solo ad
un’attenta contemplazione: nell’immagine miracolosa di Etzelsbach i cuori di Gesù
e di sua Madre sono rivolti l’uno verso l’altro; i
cuori s’avvicinano l’uno all’altro. Si scambiano
a vicenda il loro amore. Sappiamo che il cuore è anche l’organo della sensibilità più profonda
per l’altro, come pure l’organo dell’intima compassione. Nel cuore di Maria c’è lo spazio per
l’amore che il suo Figlio divino vuole donare al
mondo”); ed ha celebrato ancora una messa in
piazza Duomo, parlando di pioggia acida per la
fede cristiana:
“Cari fratelli e sorelle, qui in Turingia e nell’allora DDR avete dovuto sopportare una dittatura “bruna” [nazista] e una “rossa” [comunista],
che per la fede cristiana avevano l’effetto che
ha la pioggia acida. Tante conseguenze tardive di quel tempo sono ancora da smaltire, soprattutto nell’ambito intellettuale e in quello religioso. La maggioranza della gente in questa terra vive ormai lontana dalla fede in Cristo e dalla comunione della Chiesa. Gli ultimi due decenni, però, presentano anche esperienze positive: un orizzonte più ampio, uno scambio al di
là delle frontiere, una fiduciosa certezza che Dio
non ci abbandona e ci conduce per vie nuove.
(...)
Noi tutti siamo convinti che la nuova libertà abbia
aiutato a conferire all’uomo una dignità più grande e ad aprire molteplici nuove possibilità. (...)
Ma davanti a noi, naturalmente, si presenta la
domanda: queste possibilità ci hanno portato anche
a crescita nella fede? Non bisogna forse cercare il fondamento della fede e della vita cristiana
a un livello più profondo di quello della libertà
sociale? Molti cattolici risoluti sono rimasti fedeli a Cristo e alla Chiesa proprio nella difficile situazione di un’oppressione esteriore. E noi oggi dove
stiamo?”.
Infine a Friburgo in Brisgovia, nel sud della
Germania, il papa ha trovato un motto per le
sue giornate tedesche (“Dove c’è Dio, là c’è futuro!”) ed ha incontrato i rappresentanti delle Chiese
ortodosse dicendo tra l’altro: “In Germania – così
ho appreso – vivono oggi circa un milione e seicentomila cristiani ortodossi ed ortodossi orien-
tali. Essi sono diventati parte costitutiva della società, contribuendo a rendere più vivo il patrimonio delle culture cristiane e della fede cristiana
in Europa. Mi compiaccio dell’intensificazione
della collaborazione pan ortodossa, che negli
ultimi anni ha fatto progressi essenziali.
Rimane altrettanto importante la continuazione
del lavoro per chiarire le differenze teologiche,
perché il loro superamento è indispensabile per
il ristabilimento della piena unità, che auspichiamo
e per la quale preghiamo. Noi sappiamo che è
soprattutto sulla questione del primato che dobbiamo continuare, con pazienza e umiltà, gli sforzi nel confronto per la sua giusta comprensione”. Ha incontrato ancora i seminaristi (a Erfurt
aveva visto anche alcune persone vittime di abusi da parte di sacerdoti) e l’anziano ex- cancelliere
tedesco Helmuth Kohl, artefice della riunificazione delle due Germanie. Al Consiglio del Comitato
Centrale dei Cattolici tedeschi, ricordato il relativismo subliminale che penetra tutti gli ambiti
della nostra vita, ha parlato dell’urgenza di una
nuova evangelizzazione ed ha accennato alla
situazione tedesca in questi termini:
“Permettetemi di affrontare qui un punto della
situazione specifica tedesca. In Germania la Chiesa
è organizzata in modo ottimo. Ma, dietro le strutture, vi si trova anche la relativa forza spirituale, la forza della fede nel Dio vivente?
Sinceramente dobbiamo però dire che c’è un’eccedenza delle strutture rispetto allo Spirito.
Aggiungo: La vera crisi della Chiesa nel mondo occidentale è una crisi di fede. Se non arriveremo ad un vero rinnovamento nella fede, tutta la riforma strutturale resterà inefficace”.
C’è stata poi la veglia di preghiera con i giovani e la messa per il popolo nell’aeroporto turistico della città; ai primi ha indicato la resurrezione di Gesù come spiraglio di luce nelle tenebre dei nostri tempi; al secondo ha ricordato che,
diversamente da certi teologi moderni, i cattolici sono felici di credere in un Dio onnipotente
ma non al punto da toglierci la libertà, e che desidera la salvezza del suo popolo, concludendo:
“La Chiesa in Germania ha molte istituzioni sociali e caritative, nelle quali l’amore per il prossimo viene esercitato in una forma anche socialmente efficace e fino ai confini
della terra. (...)
Tale servizio richiede innanzitutto
una competenza oggettiva e professionale. Ma nello spirito dell’insegnamento di Gesù ci vuole di più: il cuore aperto, che si
lascia toccare dall’amore di
Cristo, e così dà al prossimo, che
ha bisogno di noi, più che un servizio tecnico: l’amore, in cui all’altro si rende visibile il Dio che ama,
Cristo. La Chiesa in Germania
supererà le grandi sfide del presente e del futuro e rimarrà lievito nella società, se i sacerdoti, le persone consacrate e i laici credenti in Cristo, in fedeltà alla
propria vocazione specifica, collaborano in unità; se le parrocchie, le comunità e i movimenti si sostengono e si arricchiscono
a vicenda; se i battezzati e cresimati, in unione con il Vescovo, tengono alta la fiaccola di una
fede inalterata e da essa lasciano illuminare le
loro ricche conoscenze e capacità.
La Chiesa in Germania continuerà ad essere una
benedizione per la comunità cattolica mondiale, se rimane fedelmente unita con i Successori
di san Pietro e degli Apostoli, se cura in molteplici modi la collaborazione con i Paesi di missione e si lascia anche “contagiare” in questo
dalla gioia nella fede delle giovani Chiese”.
Incontrati infine i cattolici impegnati nella
Chiesa e nella società. Nell’impossibilità di approfondire come meriterebbero almeno alcuni
degli interventi papali, pubblichiamo un estratto di quello che forse è stato “politicamente” il
più importante di tutti, il discorso al Parlamento
tedesco (Reichstag), tenuto a Berlino la mattina di venerdì 23 settembre. Eccolo: “Il criterio ultimo (del politico) e la motivazione per il
suo lavoro come politico non deve essere il suc-
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cesso e tanto meno il profitto materiale.
La politica deve essere un impegno per la giustizia e creare così le condizioni di fondo per la
pace. Naturalmente un politico cercherà il successo senza il quale non potrebbe mai avere
la possibilità dell’azione politica effettiva. Ma il
successo è subordinato al criterio della giustizia, alla volontà di attuare il diritto e all’intelligenza del diritto. Il successo può essere anche
una seduzione e così può aprire la strada alla
contraffazione del diritto, alla distruzione della
giustizia. “Togli il diritto – e allora che cosa distingue lo Stato da una grossa banda di briganti?”
ha sentenziato una volta sant’Agostino.
Noi tedeschi sappiamo per nostra esperienza
che queste parole non sono un vuoto spauracchio.
Noi abbiamo sperimentato il separarsi del potere dal diritto, il porsi del potere contro il diritto,
il suo calpestare il diritto, così che lo Stato era
diventato lo strumento per la distruzione del diritto – era diventato una banda di briganti molto
ben organizzata, che poteva minacciare il mondo intero e spingerlo sull’orlo del precipizio.
Servire il diritto e combattere il dominio dell’ingiustizia è e rimane il compito fondamentale del
politico. In un momento storico in cui l’uomo ha
acquistato un potere finora inimmaginabile, questo compito diventa particolarmente urgente.(...)
I combattenti della resistenza hanno agito contro il regime nazista e contro altri regimi totalitari, rendendo così un servizio al diritto e all’intera umanità. Per queste persone era evidente in modo incontestabile che il diritto vigente,
in realtà, era ingiustizia. Ma nelle decisioni di
un politico democratico, la domanda su che cosa
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ora corrisponda alla legge della verità, che cosa
sia veramente giusto e possa diventare legge
non è altrettanto evidente. Ciò che in riferimento
alle fondamentali questioni antropologiche sia
la cosa giusta e possa diventare diritto vigente, oggi non è affatto evidente di per sé. (...) Come
si riconosce ciò che è giusto?
Una concezione positivista di natura, che comprende la natura in modo puramente funzionale, così come le scienze naturali la riconoscono, non può creare alcun ponte verso l’ethos e
il diritto, ma suscitare nuovamente solo risposte funzionali. La stessa cosa, però, vale anche
per la ragione in una visione positivista, che da
molti è considerata come l’unica visione scientifica. In essa, ciò che non è verificabile o falsificabile non rientra nell’ambito della ragione
nel senso stretto. Per questo l’ethos e la religione devono essere assegnati all’ambito del
soggettivo e cadono fuori dall’ambito della ragione nel senso stretto della parola. Dove vige il
dominio esclusivo della ragione positivista – e
ciò è in gran parte il caso nella nostra coscienza pubblica – le fonti classiche di conoscenza
dell’ethos e del diritto sono messe fuori gioco.
Questa è una situazione drammatica che interessa tutti e su cui è necessaria una discussione
pubblica; invitare urgentemente ad essa è un’intenzione essenziale di questo discorso. (...)
Dove la ragione positivista si ritiene come la sola
cultura sufficiente, relegando tutte le altre realtà culturali allo stato di sottoculture, essa riduce l’uomo, anzi, minaccia la sua umanità. Lo dico
proprio in vista dell’Europa, in cui vasti ambienti cercano di riconoscere solo il positivismo come
Teodoro Beccia, Fabricio Cellucci,
Alessandro Leoni*
A Cristo appartiene questa Chiesa.
Per Lui qui è innalzata una
Cattedra sulla quale il Vescovo,
suo apostolo, in sua vece, parla;
per Lui tiene il suo posto; per Lui
riunisce la “ecclesia”, il popolo, ed
a Lui innalza il suo inno di gloria e
la sua preghiera; e da Lui questa
Chiesa acquista la sua misteriosa
bellezza.1
ueste le parole della preghiera
colletta del 2 aprile 2006 con
cui il nostro Vescovo Vincenzo
iniziava il suo ministero pastorale
in questa nostra Chiesa suburbicaria.
Nel cuore di ognuno quel giorno è ancora vivo
il ricordo di quella giornata in cui abbiamo potuto sperimentare con mano l’amore concreto del
Signore Gesù che nella sua misericordia divina non fa mancare alla sua Chiesa pastori secondo il Suo cuore. Da quel momento per noi Ecclesia
di Velletri-Segni si è creato un legame profondo con il Vescovo Vincenzo nostra guida nella fede come successore degli apostoli. In particolare quest’anno ricorre una data significativa per lui e per noi ovvero il 14 settembre 1996
veniva consacrato Vescovo per volontà divina
Q
e designazione apostolica del Beato Giovanni
Paolo II. Alla luce di questa data significativa
il Vescovo Emerito Andrea, il Vicario Generale,
il presbiterio tutto, i diaconi, i seminaristi, i religiosi e l’Ecclesia suburbicaria tutta vuole stringersi intorno al Vescovo Vincenzo per porgergli di cuore i più sentiti auguri in questo 15° anniversario di ordinazione Episcopale.
Vogliamo chiedere al Signore, per il nostro vescovo Vincenzo che possa essere sempre più icona di Gesù buon pastore che educa il suo popolo nella carità. Cercando di non dimenticare mai
cultura comune e come fondamento comune per
la formazione del diritto, riducendo tutte le altre
convinzioni e gli altri valori della nostra cultura
allo stato di una sottocultura. Con ciò si pone
l’Europa, di fronte alle altre culture del mondo,
in una condizione di mancanza di cultura e vengono suscitate, al contempo, correnti estremiste e radicali. (...) È veramente privo di senso
riflettere se la ragione oggettiva che si manifesta nella natura non presupponga una Ragione
creativa, un Creator Spiritus A questo punto dovrebbe venirci in aiuto il patrimonio culturale
dell’Europa. Sulla base della convinzione circa
l’esistenza di un Dio creatore sono state sviluppate
l’idea dei diritti umani, l’idea dell’uguaglianza di
tutti gli uomini davanti alla legge, la conoscenza dell’inviolabilità della dignità umana in ogni
singola persona e la consapevolezza della responsabilità degli uomini per il loro agire. Queste conoscenze della ragione costituiscono la nostra memoria culturale. Ignorarla o considerarla come mero
passato sarebbe un’amputazione della nostra
cultura nel suo insieme e la priverebbe della sua
interezza. La cultura dell’Europa è nata dall’incontro tra Gerusalemme, Atene e Roma – dall’incontro tra la fede in Dio di Israele, la ragione filosofica dei Greci e il pensiero giuridico di
Roma. Questo triplice incontro forma l’intima identità dell’Europa. Nella consapevolezza della responsabilità dell’uomo davanti a Dio e nel riconoscimento
della dignità inviolabile dell’uomo, di ogni
uomo, questo incontro ha fissato dei criteri del
diritto, difendere i quali è nostro compito in questo momento storico”.
che se nel cenacolo siamo stati messi in essere, come
sacerdoti, come
ministri di Cristo, la
nostra virtù operativa parte da questa
sorgente. La nostra
attività ha qui la
sua origine. “Operari
sequitur esse”.
L’efficacia non solo,
ma la forma altresì
del nostro operare
si devono studiare
in funzione dei misteri che si sono compiuti nella cena del
Signore [...] la lavanda dei piedi indica il modo:
servire in umiltà, abbassarsi, curvarsi andando dritti ai bisogni degli altri [...] Tutto deve tendere all’amore, alla creazione d’un organismo
umano tenuto insieme dall’amore2.
*Seminaristi diocesani
Preghiera colletta del 2 aprile 2006, V domenica di Quaresima
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G.B. Montini, cardinale, il potere operante del
sacerdozio, lettera al clero, Milano Domenica
delle Palme 1959
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Sintesi curata da Stanislao Fioramonti
Cantiere Navale di Ancona,
Omelia alla santa Messa.
(...) “Nutrirsi di Cristo è la via per non restare
estranei o indifferenti alle sorti dei fratelli, ma
entrare nella stessa logica di amore e di dono
del sacrificio della Croce; chi sa inginocchiarsi
davanti all’Eucaristia, chi riceve il corpo del Signore
non può non essere attento, nella trama ordinaria dei giorni, alle situazioni indegne dell’uomo, e sa piegarsi in prima persona sul bisognoso,
sa spezzare il proprio pane con l’affamato, condividere l’acqua con l’assetato, rivestire chi è nudo,
visitare l’ammalato e il carcerato (cfr Mt 25,3436). In ogni persona saprà vedere quello stesso Signore che non ha esitato a dare tutto se
stesso per noi e per la nostra salvezza.
Una spiritualità eucaristica, allora, è vero antidoto all’individualismo e all’egoismo che spesso caratterizzano la vita quotidiana, porta alla
riscoperta della gratuità, della centralità delle relazioni, a partire dalla famiglia, con particolare attenzione a lenire le ferite di quelle disgregate.
Una spiritualità eucaristica è anima di una comunità ecclesiale che supera divisioni e contrapposizioni e valorizza le diversità di carismi e ministeri ponendoli a servizio dell’unità della Chiesa,
della sua vitalità e della sua missione. Una
spiritualità eucaristica è via per restituire dignità ai giorni dell’uomo e quindi al suo lavoro, nella ricerca della sua conciliazione con
i tempi della festa e della famiglia e nell’impegno
a superare l’incertezza del precariato e il problema della disoccupazione.
Una spiritualità eucaristica ci aiuterà anche
ad accostare le diverse forme di fragilità umana consapevoli che esse non offuscano il
valore della persona, ma richiedono prossimità, accoglienza e aiuto. Dal Pane della
vita trarrà vigore una rinnovata capacità educativa, attenta a testimoniare i valori fondamentali
dell’esistenza, del sapere, del patrimonio spi-
rituale e culturale; la sua vitalità ci farà abitare
la città degli uomini con la disponibilità a spenderci nell’orizzonte del bene comune per la costruzione di una società più equa e fraterna”.
Piazza del Plebiscito, discorso all’incontro
con 500 coppie di giovani fidanzati
(...) “Grazie anche per le domande che mi avete rivolto e che io accolgo confidando nella presenza in mezzo a noi del Signore Gesù: Lui solo
ha parole di vita eterna, parole di vita per voi e
per il vostro futuro! Quelli che ponete sono interrogativi che, nell’attuale contesto sociale, assumono un peso ancora maggiore. Vorrei offrirvi
solo qualche orientamento per una risposta. Per
certi aspetti, il nostro è un tempo non facile, soprattutto per voi giovani. La tavola è imbandita di
tante cose prelibate, ma, come nell’episodio evangelico delle nozze di Cana, sembra che sia venuto a mancare il vino della festa. Soprattutto la
difficoltà di trovare un lavoro stabile stende un
velo di incertezza sull’avvenire.
Questa condizione contribuisce a rimandare l’assunzione di decisioni definitive, e incide in modo
negativo sulla crescita della società, che non riesce
a valorizzare appieno la ricchezza di energie,
di competenze e di creatività della vostra generazione. Manca il vino della festa anche a una
cultura che tende a prescindere da chiari crite-
ri morali: nel disorientamento, ciascuno è spinto a muoversi in maniera individuale e autonoma, spesso nel solo perimetro del presente.
La frammentazione del tessuto comunitario si
riflette in un relativismo che intacca i valori essenziali; la consonanza di sensazioni, di stati d’animo e di emozioni sembra più importante della condivisione di un progetto di vita. Anche le
scelte di fondo allora diventano fragili, esposte
ad una perenne revocabilità, che spesso viene
ritenuta espressione di libertà, mentre ne
segnala piuttosto la carenza. Appartiene a una
cultura priva del vino della festa anche l’apparente esaltazione del corpo, che in realtà banalizza la sessualità e tende a farla vivere al di fuori di un contesto di comunione di vita e d’amore.
Cari giovani, non abbiate paura di affrontare queste sfide! Non perdete mai la speranza. Abbiate
coraggio, anche nelle difficoltà, rimanendo saldi nella fede. Siate certi che, in ogni circostanza, siete amati e custoditi dall’amore di Dio, che
è la nostra forza. Dio è buono. Per questo è importante che l’incontro con Dio, soprattutto nella preghiera personale e comunitaria, sia costante, fedele, proprio come è il cammino del vostro amore: amare Dio e sentire che Lui mi ama. Nulla
ci può separare dall’amore di Dio! Siate certi,
poi, che anche la Chiesa vi è vicina, vi sostiene, non cessa di guardare a voi con grande fiducia. Essa sa che avete sete di valori, quelli veri,
su cui vale la pena di costruire la vostra casa!
Il valore della fede, della persona, della famiglia, delle relazioni umane, della giustizia. Non
scoraggiatevi davanti alle carenze che sembrano
spegnere la gioia sulla mensa della vita. Come
fidanzati vi trovate a vivere una stagione unica, che apre alla meraviglia dell’incontro e fa scoprire la bellezza di esistere e di essere preziosi per qualcuno, di potervi dire reciprocamente: tu sei importante per me.
Vivete con intensità, gradualità e verità questo
cammino. Non rinunciate a perseguire un
ideale alto di amore, riflesso e testimonianza dell’amore di Dio! Ma come vivere questa fase della vostra vita, testimoniare l’amore nella comunità? Vorrei dirvi anzitutto di evitare di chiudervi in rapporti intimistici, falsamente rassicuranti; fate piuttosto che la vostra relazione diventi
lievito di una presenza attiva e responsabile nella comunità. Non dimenticate, poi, che, per essere autentico, anche l’amore richiede un cammino
di maturazione: a partire dall’attrazione iniziale e dal “sentirsi bene” con l’altro, educatevi
a “volere bene” all’altro, a “volere il bene” dell’altro. L’amore vive di gratuità, di sacrificio di
sé, di perdono e di rispetto dell’altro.
Preparatevi a scegliere con convinzione il “per
sempre” che connota l’amore: l’indissolubilità, prima che una condizione, è un dono che
va desiderato, chiesto e vissuto, oltre ogni mutevole situazione umana. E non pensate,
secondo una mentalità diffusa, che la convivenza sia garanzia per il futuro. Bruciare le
tappe finisce per “bruciare” l’amore, che invece ha bisogno di rispettare i tempi e la gradualità nelle espressioni; ha bisogno di dare
spazio a Cristo, che è capace di rendere un
Ottobre
2011
7
Don Dario Vitali*
D
opo aver presentato la funzione di Maria
nel mistero della salvezza
in relazione a Cristo
(nn. 55-59), la Lumen
Gentium chiarisce il rapporto di Maria con la
Chiesa (nn. 60-65). Si tratta di paragrafi brevi ma
densi, dove la ripresa dei
temi mariani più cari alla tradizione antica serve a prospettare con misura un tema del tutto
abbandonato nella mariologia del secondo millennio, concentrata invece sui privilegi personali
di Maria.
L’aspetto più sottolineato in questa sezione è la
maternità di Maria, alla luce della quale è compresa la funzione di Maria nella Chiesa. I nn. 6062 affrontano la questione delicata della partecipazione di Maria all’unica Mediazione di
Cristo; i nn. 63-65 illustrano invece il rapporto
di Maria con la Chiesa. Rimando questa parte
al prossimo numero di Ecclesia, concentrandomi invece sulla questione dell’unica Mediazione
di Cristo partecipata da Maria. Se la sezione precedente aveva ripercorso la vicenda di Maria, dall’eterno disegno del Padre che l’aveva predestinata
Immacolata Madre del Verbo fino all’assunzione in cielo, passando per i misteri della vita di
Cristo, dall’Incarnazione alla Pentecoste, questa sezione si sviluppa più sul registro teologico, nell’intento di fondare la funzione di Maria
nella Chiesa. Il punto di partenza di tutta l’argomentazione è l’unica mediazione di Cristo, alla
luce della quale è compresa la funzione materna di Maria nella Chiesa: «Unico è il nostro Mediatore,
secondo le parole dell’apostolo: “Uno solo è Dio
e uno solo è il Mediatore tra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù che ha dato se stesso in riscatto per tutti” (1Tm 2,5-6).
La funzione materna di Maria verso gli uomini
in nessun modo oscura o sminuisce quest’unica mediazione di Cristo, ma ne mostra l’efficacia. Ogni azione salutare della Beata Vergine Maria
sugli uomini non nasce da una qualche necessità, ma dalla volontà divina, e sgorga dalla sovrabbondanza dei meriti di Cristo, di sonda sulla sua
mediazione, dipende in tutto da essa e attinge
da quella tutto il suo valore; non impedisce minimamente l’unione immediata dei credenti con Cristo,
amore umano fedele, felice e indissolubile. La
fedeltà e la continuità del vostro volervi bene vi
renderanno capaci anche di essere aperti alla
vita, di essere genitori: la stabilità della vostra
unione nel Sacramento del Matrimonio permetterà
ai figli che Dio vorrà donarvi di crescere fiduciosi nella bontà della vita. Fedeltà, indissolubilità e trasmissione della vita sono i pilastri di
ogni famiglia, vero bene comune, patrimonio prezioso per l’intera società.Vorrei tornare ancora
su un punto essenziale: l’esperienza dell’amore ha al suo interno la tensione verso Dio. Il vero
ma la facilita» (LG 60). Può sorprendere tanta
insistenza su un dato così tradizionale nella dottrina cristiana come la mediazione assoluta e universale di Cristo. Bisogna tuttavia ricordare che
il testo si muoveva tra Scilla e Cariddi: da una
parte l’accusa, proveniente in particolare dall’area della Riforma, che attribuiva al cattolicesimo di esaltare a tal punto Maria, da farne una
Mediatrice accanto al Figlio; dall’altra, certa teologia dei privilegi e certe forme di devozione mariana, che esaltavano a tal punto il ruolo di Maria
nella storia della salvezza, da compromettere l’affermazione dell’unica mediazione di Cristo, o quantomeno di non sgombrare sufficientemente il campo da un simile pericolo.
D’altronde, molti esponenti del Movimento
mariano erano arrivati al concilio con la speranza
e l’intento di consacrare con una definizione solenne del magistero della Chiesa il titolo di Maria
come Corredentrice, che attiene direttamente al
tema della mediazione. Perciò il testo per un verso ribadisce l’unica mediazione di Cristo; tuttavia, non rinuncia ad affermare la «funzione materna» di Maria, e quindi la sua capacità attiva, la
sua «azione salutare» come partecipazione all’opera unica di Cristo Mediatore in ragione della
sua divina maternità. LG 61 sviluppa il filo del
discorso, affermando che Maria, «predestinata
come Madre di Dio fin dall’eternità», con
l’Incarnazione divenne Madre, compagna, ancella del Signore: «concependo Cristo, generandolo,
nutrendolo, presentandolo al Padre nel tempio,
soffrendo con il Figlio suo morente sulla croce,
ha cooperato in modo tutto speciale all’opera del
Salvatore con l’obbedienza, la fede, la speranza e l’ardente carità, per restaurare la vita soprannaturale delle anime. Per questo motivo fu per
noi madre nell’ordine della grazia». L’essere stata madre del Salvatore non solo nell’atto della
generazione ma in tutto l’arco dell’esistenza e
amore promette l’infinito! Fate, dunque, di questo vostro tempo di preparazione al matrimonio un itinerario di fede: riscoprite per la vostra
vita di coppia la centralità di Gesù
Cristo e del camminare nella Chiesa.
Maria ci insegna che il bene di ciascuno dipende dall’ascoltare con docilità la parola del Figlio. In chi si fida
di Lui, l’acqua della vita quotidiana
si muta nel vino di un amore che rende buona, bella e feconda la vita. (...)”.
in tutti gli eventi della vita del Figlio, fa di Maria
la madre dell’umanità redenta, ma anche la prima dei redenti, il modello di vita teologale nella fede, speranza e carità. «Questa maternità
di Maria sul piano della grazia – continua LG 62
– perdura ininterrottamente, dal consenso che
ha formulato nell’Annunciazione e che ha mantenuto senza esitazione sotto la croce fino al perpetuo coronamento di tutti gli eletti». L’azione di
Maria a favore della Chiesa è nell’ordine dell’intercessione, come ben riconosce il popolo cristiano che la onora con i titoli di Avvocata, Ausiliatrice,
Soccorritrice, Mediatrice. «Il che però – si affretta a precisare il testo – va inteso in modo che
nulla detragga e nulla aggiunga alla dignità e all’efficacia di Cristo unico Mediatore». E tuttavia, quest’unica mediazione «non esclude, ma suscita
nelle creature una diversificata cooperazione partecipata da un’unica fonte». Il testo procede con
una specie di moto pendolare, che permette di
fissare con sempre maggior precisione i due estremi del discorso: l’unica mediazione di Cristo, ma
partecipata anche da Maria. D’altronde, se il principio vale per tutti – come dimostra la partecipazione di tutti i battezzati al sacerdozio di Cristo
– a maggior ragione vale per Maria. Perciò, affermare che «con la sua materna carità si prende
cura dei fratelli del Figlio suo ancora peregrinanti
e in balia di pericoli e affanni», non è sminuire
in nulla l’unica mediazione del Figlio. Chiariti i
termini della questione, il tono si fa finalmente
solenne: «La Chiesa non dubita di riconoscere
questa funzione subordinata di Maria, continuamente
la sperimenta e la raccomanda al cuore dei fedeli, perché sostenuti da questa materna protezione,
aderiscano più intimamente al Mediatore e Salvatore».
Riecheggia qui l’adagio che attraversa tutta la
tradizione cattolica: ad Jesum per Mariam.
*docente ord. alla P.U.G. di Roma
Ottobre
2011
8
S
Mons. Luigi Vari*
embra semplice il mondo della Parola, ma dalle poche indicazioni offerte, appare, invece, complesso, come del resto lo
è la vita, che dalle parole nasce, con esse si esprime e si modifica. La nostra generazione sarà ricordata per l’uso massiccio della parole, essa ha scoperto la potenza della parola, la sua forza costruttiva e
anche, purtroppo, la sua capacità distruttiva. Già don Milani indicava
nella difficoltà a muoversi nel mondo delle parole, la causa dell’emarginazione e della sottomissione, e voleva, con la sua scuola di Barbiana,
rendere disponibile a tutti le parole. Seguendo il percorso di don Lorenzo
Milani, si tocca con mano che le parole, il loro uso, la capacità di padroneggiarle, facevano più paura di mille cortei e scioperi, che si potessero organizzare.
Chi parla pensa. È una grave emergenza di oggi quella della mancanza di capacità di orientarsi fra le parole; è un frutto velenoso dell’inflazione delle parole, quello che vede moltissimi, anche scolarizzati, subire le parole senza nessuna capacità critica. Sarà mica tornato il tempo di don Milani, per cui la Chiesa deve fare proprio il compito di aiutare le persone a parlare e ad ascoltare, comprendendo il senso di quanto dice e ascolta? Nella Bibbia è evidente l’importanza delle parole.
Quando il popolo d’Israele si trova alle pendici del monte Sinai, appare come un insieme di persone: ondivaghe, pronte a tutto e al contrario di tutto. Aronne non riesce a controllare bene le diverse opzioni di
quella gente, che cammina verso la libertà, ma rimpiange la schiavitù;
marcia in nome del Dio unico, ma trova più rassicurante affidarsi agli
idoli, come nel caso del vitello d’oro. Si può immaginare il linguaggio
confuso di quelle persone, che si dividevano fra loro secondo chi, al momento, le convincesse di più. Si possono immaginare le opinioni continuamente in cambiamento; certo se ci fossero state le agenzie di sondaggi avrebbero avuto da lavorare in maniera industriale.
La Bibbia definisce quella gente come non popolo; nell’impossibilità di
trovare una definizione, che descrivesse che cosa fossero, si preferi-
sce ricorrere a una definizione negativa relativa a quello che avrebbero dovuto essere. Nella scena Mosè è sul monte per imparare
come operare il passaggio da non popolo a popolo. È una lezione difficile, la Bibbia racconta che passò tanto di quel tempo che
nessuno più pensava che sarebbe sceso dal monte.
Il passaggio da fare è paragonabile a un terremoto, a un’eruzione vulcanica; fa paura. Che cosa rende possibile questo passaggio? Dieci parole. Le dieci parole, che Mosè riceve sul monte.
Tutti si ricordano che il primo tentativo non andò a buon fine, infatti, Mosè tornando e vedendo il popolo tornato alle abitudini dell’idolatria, distrusse le parole; non era possibile che quella massa
di gente esaltata divenisse un popolo. Ci fu bisogno di ridirle una
seconda volta, di riscriverle ancora e poi di custodirle gelosamente.
Si sa, dalla storia del popolo, che in molte altre occasioni si ebbe
necessità di fare memoria delle dieci parole: ogni ebreo le doveva portare come un pendaglio davanti agli occhi quando pregava.
Esse dovevano essere incise sugli stipiti delle porte, una memoria continua di che cosa avesse prodotto il passaggio da non popolo a popolo di Dio.
Le dinamiche della storia non cambiano, anche
oggi in molti desiderano un passaggio dalla negatività all’identità. Nessuno sa bene
definirsi per ciò che è; sembra più facile
descriversi per quello che non si è, per
le non appartenenze piuttosto che per le
appartenenze.
Più facile ascoltare persone che elencano le cose cui non credono che
trovarne poche capaci di dichiarare ciò che credono.
Bisogna ritrovare le parole
che producano il passaggio da
questo limbo che rivela angoli sempre più inquietanti, a
una vita che sia degna di
questo nome, vissuta da persone che sanno chi sono,
o, almeno, desidererebbero saperlo.
La Bibbia si propone di fare
questo, Dio, nella nostra percezione di Bibbia come parola
ispirata, si propone di parlarci per
darci le parole necessarie per essere e vuole cancellare dalle
nostre labbra le parole della stanchezza o inutilità del vivere, che,
anche se non dette, abitano nel
linguaggio di molti uomini di oggi.
*parroco e biblista
Ottobre
2011
Pier Giorgio Liverani
n quotidiano romano di mercoledì 14 settembre scorso aveva annunciato che è imminente la nascita di baby Settemiliardi, con
tutta probabilità in Africa. Arriverà entro questo mese
di ottobre e si tratterà, in un certo senso, di un
parto prematuro, perché l’evento era atteso per
l’inizio del 2012. Il piccolo, però, non sarà un gracile immaturo, ma solo il frutto di un inatteso incremento della fecondità mondiale. Invece il giorno
successivo, giovedì 15, tutti i quotidiani hanno dato
notizia dell’annuale rapporto dell’Istat sull’andamento demografico del nostro Paese: ahimè, le
nascite, che in Italia sembravano aver ripreso una
piccola spinta ad aumentare, sono di nuovo in discesa e con qualche particolarità diciamo così interessante (ma non positiva). Il confronto con il fenomeno a livello mondiale è tutto a svantaggio dell’Italia
e più avanti tenteremo di vedere per quale motivo. Per intanto riprendiamo qualche numero a entrambi i livelli, che ci aiuterà poi a capire meglio quello che, in campo demografico, accade da noi.
Perché baby Settemiliardi nascerà in Africa? Perché,
nonostante un certo calo delle nascite, la popolazione del continente africano si è moltiplicata
per otto dall’Ottocento a oggi: un miliardo e 50
milioni di abitanti. Il continente nero minaccia, sia
pure per un tempo non ancora prossimo, il primato di quello giallo: saranno gli africani – 4,8 figli
per donna – la futura maggioranza dell’umanità
e non più gli asiatici, anche in virtù (si fa per dire)
della legislazione cinese sul figlio unico. In ogni
caso, riferiva il quotidiano romano di cui sopra,
«il futuro sarà meticcio»: una specie di Brasile mondiale. Andando ancora avanti nei decenni prossimi, alcuni demografi prevedono che la popolazione mondiale arrivi a dieci miliardi e poi cominci a regredire per i medesimi motivi per cui l’Occidente
vede diminuire (l’Italia insegna) la propria presenza
numerica sul globo. Ancora qualche numero per
l’Italia e poi le riflessioni. Sono 561.944 i nati nel
2010 contro i 568.857 del 2009 e i 576.659 del
2008. In un caso su cinque il neo-nato è figlio di
una coppia di fatto. Il numero medio di figli per
donna italiana è di 1,31 quando sarebbe necessario un 2,1 solo per garantire la stabilità demografica. Arriva a 1,40 solo se si conta il contributo
U
9
di nascite
delle straniere (2,23
per donna),
ma anche
le nascite
straniere
sono in calo:
è il frutto
negativo dell’integrazione con gli aspetti peggiori della “cultura” nostrana. Non è più vero che il Sud sia più prolifico del
Nord. Il primato negativo (proporzionale) delle nascite non è più della Liguria, bensì della Basilicata.
Le nascite sono in piccola crescita solo nel Trentino
e in Sardegna. Cresce l’età delle madri (solo l’8,3
per cento sotto i 25 anni e un bel 6,7% sopra i
40, con un’età media di 31,2 anni – era di 29,8
nel 1995) per la tendenza o la necessità di preferire il lavoro e spesso la carriera al figlio.
Ma andiamo ai possibili e probabili motivi di questa progressiva caduta di nascite in casa nostra,
elencandoli senza un ordine di gravità. Uno è senza dubbio la crescente “cultura” pansessuale, godereccia ed “egotistica” (per “egotismo” s’intende l’eccessivo compiacimento con cui si guarda a se stessi, la tendenza a fare di se stessi l’oggetto privilegiato di ogni riflessione, il porre il proprio interesse come base di ogni motivazione e scelta,
un eccesso di narcisismo). In questo ambito va
considerata anche la diffusione delle coppie non
sposate, che spesso si fondano su una precarietà
scelta o temuta o sulla incapacità di un serio e
sostanzioso progetto di vita e, nella maggioranza dei casi, sulla “paura” del figlio.
Un altro motivo è costituito dalle difficoltà obiettive della vita e dalla prospettiva di un futuro temuto invece che sperato, che a sua volta spiega la
decisione di non mettere una nuova creatura in
un mondo così privo di valori e di sicurezze non
solo materiali, ma anche morali. Certamente le
crisi economica e politica che stiamo vivendo non
incoraggiano e, piuttosto, costituiscono un oggettivo ostacolo a mettere un figlio al mondo. Poi ci
sono le motivazioni più propriamente politiche, quelle che, per esempio, il Forum delle Associazioni
Familiari denuncia quasi ogni giorno: la pressoché totale mancanza di una politica di sostegno
delle famiglie, che dimostra l’incapacità di vederle come l’intelaiatura. E poi la mancanza di investimenti nel settore familiare, di una analoga economia e di strutture adatte a far crescere il Paese:
niente sostegni, asili, scuole, un fisco persecutorio invece che amico, nessuna politiche per la
casa, scarsissima attenzione ai giovani.
Purtroppo la politica sembra attenta soltanto all’immediatezza dell’oggi, alla ricerca del consenso elettorale, alla personalizzazione e ai personalismi
esasperati anche se giustificati, all’autocompiacimento. Per ultimo, ma non certamente per importanza, il gravissimo fenomeno degli aborti:
115.372 soltanto quelli legali del 2010 (in totale
5.220.651 dal varo della legge 194) più quelli clandestini e più, ancora, quelli precocissimi causati dalle varie pillole del giorno dopo…
Penso, però e in conclusione, che alle motivazioni
di questa crisi di natalità, che è crisi del futuro,
si adattino le «Considerazioni generali» del 44°
Rapporto annuale del Censis sulla situazione sociale del Paese relative al 2010. Il Rapporto, pubblicato prima dei dati dell’Istat, è assai severo, ma
concreto e vale la pena leggerlo nella sua integrità (il testo è disponibile on line: www.censis.it).
Eccone soltanto qualche citazione, che ci aiuta
a chiarire e convalida ciò che finora si è qui scritto. Il Censis parla di «un inconscio collettivo senza più legge né desiderio», di una società che «slitta sotto un’onda di pulsioni sregolate», di un «venir
meno della fiducia nelle lunghe derive e nell’efficacia delle classi dirigenti» e, sostanzialmente,
si conclude affermando la necessità di «tornare
a desiderare», vale a dire a quella «virtù civile necessaria per riattivare le dinamiche sociali […] Sorge
il dubbio che, anche se ripartisse la marcia dello sviluppo, la nostra società non avrebbe lo spessore e il vigore adeguati alle
sfide che dovremo affrontare».
Quella italiana – afferma infine il Rapporto del Censis
– è «una società appiattita […] e pericolosamente
segnata dal vuoto».
In conclusione,
ci troviamo
dinanzi a un
«declino parallelo della legge e del desiderio nell’inconscio collettivo» declino, che rende necessario un «un
rilancio del
desiderio,
individuale e
collettivo […]
per vincere il
nichilismo dell’indifferenza generalizzata».
Nell’immagine
in alto:scena
dal film “American
Life” d i S a m
Mendes
Ottobre
2011
10
Nell’immagine: da una
Miniatura della Bibbia,
di Norimberga;
si nota sulla sinistra
Aronne e Hur che
sostengono le braccia
di Mose per garantire
la vittoria degli Israeliti
sugli Amaleciti
Claudio Capretti
C
arissimo Aronne, giorni fa ho appreso la notizia che il mio vecchio parroco è tornato alla casa del Padre.
Ricordo molto bene la prima volta che incontrai Don Valerio, fu mia nonna a presentarmelo; in totale buona fede era convinta che da grande sarei stato un buon prete, quindi, all’insaputa di tutti, mi portò da lui per parlargliene.
Sai, non ero che un ragazzino e non capivo un
gran che di cose di Chiesa e di fede, ma di una
cosa ero certo più che mai: la vita da prete non
era fatta per me. Ma chi aveva il coraggio di
dirlo alla nonna? Ci pensò il parroco a liberarmi da questo peso e, dopo aver ascoltato l’accorato appello della nonna e avermi squadrato bene, le disse con paterna fermezza:
“Questo ragazzino potrà essere un buon chierichetto e chissà, forse un giorno un buon sacrestano. Ma prete, non se ne parla assolutamente”.
Caro Aronne, come lo avesse intuito non so proprio dirtelo, fatto sta che quel giorno fui promosso
sul campo di battaglia come chierichetto. Il buon
uomo, prima di inserirmi nel gruppo di ragazzi che già svolgevano questo servizio e liquidare bonariamente la nonna, mi affidò la prima missione, che fu anche la mia prima lezione di catechismo.
Mi diede una pezza e mi disse di andare a pulire i piedi della statua della Madonna, e
aggiunse: “Ogni volta che ti troverai in difficoltà, ricordati di aggrapparti alle gonne della Madonna,
vedrai, non ti deluderà mai”. Quanto vere fossero quelle parole, lo capii con gli anni. Con il
trascorrere del tempo noi ragazzi che frequentavamo
l’oratorio fummo conquistati dal giovane e accattivante vice parroco, sempre pieno di iniziative a favore dei ragazzi, e senza accorgermene don Valerio passò in secondo piano. Ma quel
primo insegnamento è rimasto vivo nel mio cuore. Ricordo che mi piaceva spiarlo mentre pre-
gava; sembrava che tutto il resto del mondo non
esistesse, era come se fosse in compagnia di
Qualcuno che tramite questo sacerdote, si stava rivelando anche a me. Rimanevo stupito nel
vedere che non si risparmiava mai, anche nello svolgere i lavori più umili in parrocchia.
Fu lui, con il suo esempio, a farmi capire che
lavorare nella vigna del Signore significava anche
lavare i pavimenti della chiesa. Mio buon Aronne,
so già cosa stai per dirmi, che tra il tuo sacerdozio, quello israelitico appunto, e quello cristiano del mio parroco c’è una bella differenza; è vero, lo riconosco. Nonostante ciò, avete dei tratti che vi rendono simili, in modo particolare l’umiltà e il servizio. Ed è proprio su queste caratteristiche comuni che tento di soffermarmi. Ricordi quello che provasti in cuor tuo
quando all’orizzonte vedesti ritornare Mosè, dopo
la sua fuga verso il deserto? Intuisti subito che
qualcosa sarebbe cambiato. Il cupo orizzonte
dell’oppressione del Faraone venne squarciato dal raggio di luce della speranza perché qualcosa di prodigioso stava per realizzarsi. Dio aveva ascoltato il grido del suo popolo; stava iniziando il cammino verso la libertà. Ma per una
missione così difficile Mosè da solo non
bastava, e così l’Onnipotente ti chiamò ad essere la voce di Mosè.
Di sicuro qualcuno avrà malignato affermando che eri “raccomandato”, in quanto fratello
di Mosè, ma sono certo che non te ne sarai fatto un cruccio. Dalle tue labbra uscirono le parole che ordinarono al Faraone di lasciare libero il popolo d’Israele. Fu la tua mano a reggere il bastone che Dio aveva dato a Mosè come
segno della Sua potenza; con esso le acque
del mar Rosso si aprirono e gli ebrei passarono all’asciutto e dalla roccia battuta ne scaturì l’acqua per popolo assetato. Furono le tue
mani a tenere alzate le braccia di Mosè mentre questi intercedeva presso il Signore duran-
te la battaglia sugli Amaleciti e a decretarne la
vittoria. Dinnanzi a tali prodigi, anche la debolezza del vitello d’oro è ridimensionata.
Un Midrashim racconta che in quella circostanza
cercasti di prendere tempo con il popolo, in modo
che Mosè, ritornato all’accampamento, avrebbe impedito la costruzione dell’idolo; ma fu tutto inutile (Es 32,1-6).
Questa tua debolezza ti fece capire che dovevate essere in due a guidare il popolo verso la
terra promessa e senza Mosè tutto questo non
sarebbe stato possibile. Un altro Midrashim, racconta che alla tua morte il popolo voleva linciare Mosè, perché pensava che ti avesse fatto fuori per tenersi il potere solo per lui.
L’intervento divino scongiurò il peggio per il povero Mosè, dimostrando al popolo quanto fosse
in errore. Nessuno degli israeliti aveva capito
che entrambi eravate servi inutili, cioè senza
nessun tornaconto, lontani e liberi da ogni interesse personale.
Mio caro Aronne, mi sono soffermato sulle tue
buone qualità e anche su qualche tuo limite perché pur essendo stato scelto da Dio, anche tu
non sei stato un uomo perfetto. Allo stesso modo
i nostri sacerdoti, pur essendo stati scelti per
donarci il Signore, insieme a tanti doni a volte
mostrano il lato debole della loro vita. Purtroppo
da un anno a questa parte, i mezzi di comunicazione non fanno che parlare quasi esclusivamente delle azioni aberranti di alcuni
sacerdoti, come se fossero le azioni di tutti, mentre tanti preti buoni che vivono tra noi e nella
nostra diocesi ci confermano quanto sia bello
appartenere al Signore. Ed è proprio la bellezza
– affermava Dostoevskij – a salvare il mondo.
E’ la bellezza della natura, degli innocenti, di
tanti buoni genitori la bellezza delle consacrate e di tutti quei sacerdoti che ogni giorno sanno essere il segno della carezza di Dio, del profumo e del sorriso di Dio, della consolazione
Ottobre
2011
11
Angelo Bottaro
a buio prima, l’estate è agli sgoccioli. Delle
vacanze resta il nostalgico ricordo, mentre svanisce per sempre il clamore di alcuni fatti di cronaca che per qualche giorno hanno calamitato l’attenzione dei media ed hanno
acceso animate discussioni sotto gli ombrelloni. A fine luglio è un pensionato milanese di 71
anni a balzare all’onore della cronaca : ha inseguito un motociclista di 35 anni con il quale era
venuto a diverbio per una precedenza non rispettata ed è accusato di averlo speronato con la
sua auto, uccidendolo sul colpo. Il giudice delle indagini preliminari, reputandolo pericoloso,
gli nega gli arresti domiciliari e lo trattiene in carcere. La vittima è un padre di famiglia con una
bambina di tre anni, l’automobilista un nonno con
tre nipotini. Come da rituale si formano due fazioni : quella che definisce il pensionato un folle
ed un cinico assassino e quella che lo vorrebbe subito in libertà.
Familiari, conoscenti e perfino condomini definiscono il pensionato uomo mite e bonario, una
persona che non farebbe male ad una mosca.
Di parere decisamente contrario soprattutto quattro testimoni che affermano di aver visto l’anziano passare con la sua auto sul corpo del malcapitato motociclista una seconda volta.
Mi assale un insistente e malizioso pensiero :
con qualche anno in meno quel pensionato automobilista avrei potuto essere io. Ritorno a quella sera, di molti anni fa, in viaggio con la mia
famiglia, alla guida del mio rimpianto Maggiolino.
All’uscita di una curva evitai miracolosamente
una Alfa in fase di sorpasso. Sfiorando un gigantesco platano finii fuori strada con lievi danni e
con uno spavento generale che svanì dopo settimane. Nella mia immaginazione quell’automobilista
lo inseguii per mesi e mesi con intenzioni inconfessabili,ora alla guida di un TIR, ora di un carro armato. Bisogna riconoscere che può essere davvero incontrollabile ed imprevedibile la linea
che separa un moto di rabbia, per quanto comprensibile, da un irrefrenabile quanto irreparabile reazione. Non è poi così difficile finire nel
carcere di San Vittore o di Regina Coeli.
Questa considerazione non mi fa sentire migliore di quel pensionato, anche se quel comportamento omicida non può e non deve restare
impunito. Provo per il malcapitato motociclista
una pena profonda, ma potenzialmente a
stroncare quella vita avrei potuto essere io.
A metà agosto è un gioielliere torinese al centro dell’attenzione : per difesa ha sparato al rapinatore che con un complice era entrato nel suo
negozio in cerca di bottino. La vittima è un uomo
disoccupato di trentacinque anni con moglie e
due bambini. La pistola risulta essere un arma
giocattolo. Il gioielliere, caduto in una crisi di rimorso e di depressione, riceve migliaia di attestazioni di solidarietà .Non mancano neppure in questa occasione sincere espressioni di incoraggiamento
” Hai fatto bene, quel delinquente se l’è cercata. Una carogna in meno in circolazione!”.
Nuovamente mi assale un pensiero insistente
e malizioso: anche io avrei potuto premere il grilletto di una pistola. Forse a causa di questa consapevolezza, alla morte di mio padre, mi precipitai nella caserma dei carabinieri a restituire
le tre pistole militari regolarmente detenute in
casa. Se non le avessi riconsegnate la tentazione di usarne una, quella calibro quarantacinque,
sarebbe stata davvero irresistibile quel giorno
in cui un balordo, puntandomi un taglierino sotto il naso, mi alleggerì dello stipendio appena
riscosso. Se in quel momento avessi avuto un’arma a portata di mano al di là di ogni ragionevole dubbio avrei scaricato su quel rapinatore
l’intero caricatore. Concludo, perciò, di non essere migliore neppure del gioielliere, anche se non
provo ammirazione per il suo comprensibile gesto.
Penso anche a quel rapinatore improvvisato e
forse disperato e alla sua famiglia e nonostante tutto provo una gran pena, ma a stroncare
la sua vita avrei potuto essere io.
Più o meno negli stessi giorni un terzo fatto di
cronaca : nel corso di una lite banale un diciassettenne con il collo di una bottiglia taglia la gola
ad un diciottenne. Anche in questa occasione
non si formano schieramenti contrapposti, tutti vorrebbero appendere al primo palo della luce
l’assassino, oltretutto persino straniero:
“Consegnatelo a noi!” gridano gli amici e i paesani della vittima, al passaggio dell’auto dei carabinieri che trasporta in carcere l’omicida. Una
sola voce a contrastare quelle grida, quella della madre del giovane ucciso : ”Piango anche per
quel ragazzino. Non vorrei essere nei suoi panni, chissà come si sente dentro! Mi ha portato
via Lorenzo per sempre, ma anche la sua vita
è rovinata per sempre”.
Questa volta nessun pensiero tormentoso e malizioso mi passa per la mente, ma una sola certezza : mai avrei potuto pronunciare le parole
di quella madre. No, non ne sono capace.
Mi sovviene un pensiero di David Maria
Turoldo: ”Nessuno uccida la speranza anche del
più feroce assassino perché ogni uomo è una
infinita possibilità”. Quella madre, contro ogni
aspettativa e contro ogni logica umana, ha avuto compassione per l’assassino di suo figlio, opponendo al male l’arma migliore, quella dell’amore.
Un amore grazie al quale la vita di quel diciassettenne, forse, non resterà segnata per sempre. Con un senso di sconfitta e di vergogna inseguo sull’orizzonte lontanissimo gli ultimi raggi
estivi di sole.
e della voce di Dio.
E’ la bellezza dei “pastori dell’unità nell’unità”
(Benedetto XVI), silenziosi operatori di miracoli
che non fanno rumore. Quel tipo di bellezza che
è resa manifesta quando dinnanzi al crocevia
della solitudine essi continuano a scegliere Cristo
crocifisso e risorto. Se ci soffermassimo un po’
di più su queste bellezze, e su molte altre ancora, quanto bene ne verrebbe al nostro cuore.
E’ da questa bellezza che dobbiamo farci attrar-
re, per il nostro bene e per il bene della Chiesa.
Mio caro Aronne, permettimi di congedarmi da
te con una preghiera di Don Primo Mazzolari,
queste parole aiutino tutti noi ad entrare di più
nella vita di un sacerdote, ed aiutarlo a trasformare
la sua vita in un canto di amore al buon Dio.
“Amore in ogni parola che si spegne sul mio
labbro; amore in ogni lacrima solitaria sparsa
nella disperazione di esistere singolarmente; amore in ogni desiderio che fugge verso l’impos-
sibile; amore in ogni sguardo di bimbo spensierato e libero; amore in ogni amarezza che
inonda la mia vita, arsa dal peso di essere me
stesso; amore in ogni paura di non essere ciò
che vuole l’Altissimo; amore nella vanità di ogni
sforzo sincero; amore nella dolcezza e nei ricordi della fanciullezza passata; amore nella sera
grigia di questo qualsiasi giorno. Ma al di sopra,
e al di dentro di questo amore voglio la pace
che supera ogni senso”.
F
Ottobre
2011
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Rigel Langella
“In una terra ospitale,
educhiamo all’accoglienza”:
Q
uesto il tema della VI Giornata per
la salvaguardia del creato, celebrata
in tutta Italia lo scorso primo settembre.
Il Messaggio dei Vescovi italiani era già stato
diffuso in anticipo e in coincidenza con la ricorrenza di Pentecoste, per favorirne l’approfondimento. Molte sono state le iniziative promosse
nelle varie diocesi, anche se eventi e incontri
di riflessione, non sono limitati a un giorno, ma
si protraggono nell’arco dell’anno, grazie all’attività delle Commissioni diocesane che offrono il contributo di esperti del settore e sollecitano quello di tutti affinché la società davvero diventi terreno favorevole all’educazione, prouovendo condizioni e stili di vita sani e rispettosi dei valori etici.
A Colleferro, la Giornata del Creato, si è svolta sabato 8 ottobre, con la presenza di S. E.
Mons. Vincenzo Apicella, l’evento diocesano è
stato promosso
da Claudio Gessi,
e si offrirà ulteriore
informazione in
altro spazio dedicato.
Il recente convegno nazionale di
Padova, dedicato
a Una Chiesa
custode della
terra, rappresenta – come sottolineato da mons.
Angelo Casile,
Direttore dell’Ufficio
CEI per i problemi sociali- il compimento di un percorso pluriennale
di riflessione teologica che valorizzi
la fede nel Creatore
e sostenga un
forte rinnovamento
delle pratiche di
cura del creato a
partire dall’educazione alla
responsabilità:
“Il nostro impegno
a custodire il creato è prevalentemente di evangelizzazione, nella convinzione
che il vangelo e la
dottrina sociale della Chiesa possiedono
una forte connotazione educativa , che
favorisce la crescita di una cultura attenta all’ambiente, rispettosa della persona, della famiglia dello sviluppo e di una
civiltà dell’amore cristiano capace di custodire con tenerezza il creato”.
In effetti si avvertiva una carenza nel pensiero teologico, che al contrario vanta una lunga
e radicata tradizione che, talora erroneamente, è stata considerata come meramente contemplativa. Oltre l’accentuazione di quella minaccia, associata alla situazione di crisi ecologica, il percorso teologico - come ribadito da
Simone Morandini, esperto e appassionato
animatore del gruppo, ha avuto come punto
di partenza la positività originaria:
“Quella che sorge dalla scoperta di essere in
un mondo che ci precede, e che sperimentiamo come dono che rimanda a un’origine che
lo trascende a un amore che lo fonda”.
La ricca tradizione cristiana ha molti tesori da
offrire e da questo scrigno prezioso molte sono
le cose antiche e le cose nuove che si possono trarre alla luce, rielaborare, aggiornare, senza rincorrere un’attualità scialba già superata
dalla storia.
Questo amore fondante è stato approfondito nell’opera di Luca De Rosa, che ha recentemen-
te pubblicato, per Cittadella Dalla teologia della creazione all’antropologia della bellezza.
Il saggio esplora il linguaggio simbolico, chiave interpretativa del pensiero di Bonaventura
da Bagnoregio, esempio di contemplativo che
ha elaborato nella sua riflessione una teologia
che è anche attenta ai fatti della vita, cioè della storia. De Rosa centra la sua indagine sul
tema della creazione, tanto minacciata nel nostro
tempo: la terra è dono prezioso affidato alla responsabilità dell’uomo, creato a immagine di Dio e
divenuto per grazia portatore della bellezza divina. Il pensiero di Bonaventura è estremamente attuale per il suo proporsi come umanesimo cristiano e solidale.
La conoscenza scientifica, che sembra l’unico
parametro di riferimento della cultura occidentale,
ha prodotto le sue distorsioni: ammaliati dal
potere dell’oggettivazione, delle analisi ne restiamo prigionieri, perdendo, anche come credenti
e teologi, quella capacità di stupore, incanto e
meraviglia per cercare qualcosa di nuovo e di
più grande, aldilà delle concettualizzazioni e definizioni.
Oltre il male, la morte, la sofferenza e il peccato Bonaventura articola in maniera originale, la questione relativa alla bontà naturale di
tutte le creature, in quanto prodotte da Dio, attraverso una ridefinizione,
in chiave cristologica e trinitaria, della
teologia della creazione.
Tra Dio, l’uomo e il
mondo si viene a stabilire un triangolo
che mostra il duplice legame:
Dio-creatura e
Dio-creato.
Bonaventura, nel sottolineare questo
stretto rapporto scrive: “non si può pervenire alla conoscenza della creatura, che attraverso ciò per cui è stata fatta, allora è
necessario che il
verbo di Verità ti
preceda” ( Hex.
Coll., I, 10).
Questo approfondimento che abbiamo
voluto offrire non è solo
teorico, ma potrebbe
avere una puntuale
ricaduta pastorale,
a partire dalla capacità di offrire, come
Isaia, una profetica e
luminosa visione del
divenire e della storia, in un contesto
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2011
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Sara Gilotta
“ Mi costruirete una casa di gesso col tetto ondulato
per riempirla con i rifiuti dei giornali della domenica ? ”
S
ono questi due versi tratti dall’opera di Tomas S. Eliot intitolata “Cori dalla Rocca” e mi sembrano, come del resto tutta la
produzione eliotiana, assai adatti per cercare di guardare al
mondo in cui viviamo, sempre più difficile da comprendere, sempre più,
soprattutto, lontano da Dio.
E fu proprio questo il centro ispiratore della poesia di questo poeta vissuto nella prima metà del secolo XX e che fu capace di anticipare il
mondo attuale “sempre più lontano da Dio e sempre più vicino alla polvere”. Come non considerare queste parole
come una sorta di sigillo dei nostri giorni, in cui
la vita sembra avere
sempre meno valore,
dove ciò che conta non
sono certo il sapere e la
saggezza, ma una continua, ininterrotta corsa all’informazione, che nulla può
aggiungere al nostro
bisogno di verità.
Siamo diventati tutti senza forma e senza colore, siamo, per citare
ancora Eliot, uomini di
paglia, che vivono nel nulla, avendo dimenticato di
“essere”.
E in uno dei Cori, in cui
come i grandi tragici
greci, il poeta americano
ha tracciato con parole
semplici il quadro drammatico del suo tempo, ahimè, tanto simile al nostro,
così si legge: “Quando la
straniera (è la morte) dice: “ Qual è il significato di questa città? Vi accalcate vicini perché vi amate l’un l’ altro? Cosa risponderete?” “Ci accalchiamo per trarre denaro l’uno dall’altro?” Oppure “Questa è una comunità”? Ma si può ancora parlare di comunità, per definire il mondo, le
città e talora persino le famiglie? Forse, e pur volendo e dovendo, considerare le eccezioni, di vere comunità non è possibile più parlare.
Siamo stati travolti dall’entusiasmo per conquiste sempre più mirabolanti e abbiamo dimenticato anche il significato di accoglienza, di vicinanza, di semplice ma vera umanità, quella che non si può non basare sulla condivisione. Siamo appunto diventati uomini di paglia pronti
ad entusiasmarci di tutto, ma incapaci di pensare veramente, pur convinti della grandezza dell’ingegno umano forse mai come oggi mal sfrut-
indubbiamente degradato, come quello presente.
Inoltre, nel progetto di formazione cristiana permanente, occorre acquisire la consapevolezza che l’essere umano, in quanto chiamato
a partecipare a un progetto di trascendenza,
sappia che la sua ricerca non si risolve in un
ambito puramente e fisico.
Un altro dei grandi Padri insegnava:
“è un gran libro la stessa bellezza del crea-
tato e male usato. Studioso di Dante e della sua Commedia, Eliot, come
il grande fiorentino, non cessa di guardare al suo presente, per assolutizzarlo e cercare di ricondurlo sulla “via del Tempio”, dove finalmente
gli uomini riescano a dimenticare “il frigorifero perfetto”o “a far progetti di felicità “ per tornare o forse cominciare a cercare se stessi, cercando Dio, anzi rimettendo al centro del tempo Dio, per dar vita ad una
storia, non fatta di rovine perenni, di stragi senza cause, di follie senza nome costituite da sfruttamenti di tutti contro tutti, in cui si perde l’intelligenza e viene annullata o screditata la grandezza umana.
Non è certo, al di là delle speranze, un percorso facile, per il semplice
fatto che di troppi di noi si è impossessato il desiderio di ridurre il libero arbitrio a scelte sconsiderate e a facili speculazioni in cui si rimane
intrappolati senza sapere come uscirne, travolti come siamo da una infinità di chiacchiere
che non hanno
capacità di dire,
né tanto meno sanno essere ascoltate. Perché le chiacchiere non costruiscono nulla, anzi
distruggono nel loro
turbinio anche le
menti migliori, quelle più desiderose di
ascoltare.
E forse anche per
questo il poeta
americano amò tanto la Commedia
di Dante, perché
anche il fiorentino
ben prima di lui sentì il bisogno di ricordare all’umanità
tutta il vero significato della vita dono
di Dio. Lo fa anche
nel Paradiso dove
incontra Adamo,
che gli rivela la
causa per cui fu allontanato dal paradiso terrestre, vivendo lunghi anni
in “esilio”. La causa su cui Adamo basa il concetto stesso di peccato
originale è “il trapassar del segno”, che non si può assolutamente ridurre, lo dice lui stesso, “al gustar del legno”cioè alla famosa mela, ma
ad un peccato di superbia, che lo condusse a superare i limiti imposti da Dio. E, appunto, anche gli uomini di oggi trapassano continuamente il segno travolti da miraggi che li allontanano da Dio, rendendoli purtroppo più soli e più infelici. Tornare a Dio, dunque, per tornare all’uomo.
E’ necessario se desideriamo iniziare un percorso di salvezza.
to: guarda, considera, leggi il mondo superiore e quello inferiore. Dio non ha tracciato con l’inchiostro lettere per mezzo delle quali tu lo potessi conoscere. Davanti
ai tuoi occhi ha posto ciò che Egli ha creato. Perché cerchi un voce più forte? Grida
verso di te il cielo e la terra: io sono opera di Dio” (Sermones II/1, 68,6).
Nell’immagine: Schizzo estemporaneo,
di Salvatore Amedei, 2004
www.chiesacattolica.it/lavoro
www.progettopolicoro.it
Luca De Rosa,
Dalla teologia della creazione
all’antropologia della bellezza,
Cittadella, Assisi 2011.
Ottobre
2011
14
da una nobile famiglia, fin da giovane aveva intrapreso la carriera militare e, fatto prigioniero nell’ambito di una guerra tra la Repubblica
veneta e la Lega di Cambrai (sotto la guida del Papa Giulio II, radunava le maggiori potenze europee, con il preciso intento di annientare la potenza della Serenissima e di spartirsi i suoi domini; nel
1511 la Lega si sciolse), venne rinchiuso nelle segrete del Castello
di Quero (Belluno) di cui era stato comandante lui stesso.
Incatenato con pesanti ceppi e catene, si rivolse alla Madonna di
Treviso chiedendo di essere liberato, promettendo un voto: nella
notte tra il 26 ed il 27 settembre 1511 gli apparve proprio la Madonna
che lo liberò dapprima dalle catene e poi lo fece passare attraverso
i soldati nemici senza che fosse visto.
Questa esperienza cambiò radicalmente la sua vita, donandosi, benché laico, all’amore verso gli orfani ed i poveri e promuovendo poi
la nascita della Compagnia dei servi dei poveri, con l’apertura di
case e istituti in varie parti. Morirà a Somasca (Lecco) l’8 febbraio
1537, dichiarato beato nel 1747 e canonizzato nel 1767.
Le celebrazioni per il giubileo hanno avuto inizio domenica 25 settembre proprio presso il Santuario di Santa Maria Maggiore a Treviso
e proseguirà lungo un intero anno; nell’immediato si svolgerà un
Convegno storico sulla figura di S. Girolamo nei giorni 6-7 ottobre. Per una informazione più precisa, vedere il sito internet della stessa Congregazione: www.somascos.org ed il periodico Vita
Somasca.
Nella città di Velletri i Padri Somaschi fecero il loro ingresso solenne il 1 aprile 1617, per cui questo Giubileo può essere recepito,
auspicato, come l’inizio di un risveglio di studi attorno alla loro presenza, essendo che nell’anno 2017 cadrà proprio il 400° anniversario
di attività nella nostra città, dove da sempre tengono la parrocchia
di S. Martino.
Nell’anno 1967 si svolsero le manifestazioni per il 350° e di tutte le iniziative con altri studi, venne stampato anche un libro, “La
Chiesa di S. Martino e i Padri Somaschi a Velletri, con note storiche di P. Italo Mario Laracca, per parecchi anni parroco di S. Martino.
Nell’immagine del titolo: San Girolamo con Madonna,
Cignaroli Giambettino
La Congregazione
somasca ricorda la conversione del loro
fondatore S. Girolamo Miani
Il Giubileo somasco
(1511-2011)
Fra sei anni inoltre
cadranno i 400 anni della presenza dei Padri
Somaschi a Velletri
Tonino Parmeggiani
D
a qualche mese i media nazionali hanno dato notizia della celebrazione del Giubileo somasco (1511 – 2011), ovvero del 500° anniversario “della liberazione” di S. Girolamo
Emiliani o Miani, un grande santo nella storia della Chiesa, fondatore
dell’ordine dei Chierici Regolari di Somasca, comunemente detti, per
brevità, Padri Somaschi, ovvero il 500° anniversario della sua conversione, dovuta ad un fatto miracoloso. Nato nell’anno 1486 a Venezia
Ottobre
2011
Mons. Luigi Vari*
arlare dell’educazione non è assolutamente
una perdita di tempo e nemmeno un’operazione destinata al fallimento. Già l’idea di un piano decennale fa venire i brividi,
ricorda tanto,
faceva osservare un giornalista, a proposito della
manovra di rilancio economico
prevista in Italia,
quello che faceva la Russia.
Quell’immensa
nazione, infatti,
faceva piani
decennali che
avevano il solo
scopo di coprire l’incapacità
cronica a risolvere i problemi
immediati.
Anche nella
Chiesa si ha
l’impressione
che questi progetti che si
espandono negli
anni e che, sommati insieme,
sono arrivati a
coprire mezzo secolo: lascino il tempo che trovano. La spinta a parlare dell’educazione, però,
sembra avere uno spessore diverso, non solo
perché riguarda la vita delle persone in maniera diretta; ma anche perché potrebbe essere
un campo che permette alleanze vaste e diffuse con tutti quanti si impegnano in essa.
C’è un’opinione sempre più diffusa che riguarda il contributo che le religioni possono dare
all’umanità in questo particolare periodo, un contributo che le può unire per conseguire un unico obiettivo, indicato con una parola “brutta” ma
significativa: l’umanizzazione.
C’è una mancanza di umanità, soprattutto nel
mondo occidentale, che fa impallidire e impaurire tutti quelli che si mettono a osservare le cose
con un po’ di attenzione. Nel tempo si è parlato di pensiero fragile, liquido; oggi si comincia a parlare di pensiero vuoto. La necessità
di umanizzare è evidente a tutti e si manifesta
soprattutto nel disprezzo della vita; non solamente intendendo quella che nasce e quella
che muore, ma la vita tutta intera. Comportamenti
sempre più diffusi, soprattutto fra i giovani, distruttivi per la vita, non mettono in gioco solamente punti di vista etici, ma la vita umana come
tale. La provvisorietà dei rapporti, la mancanza
di capacità a prendersi impegni oltre il sentimento e il vantaggio momentaneo e misurabile, non sono un problema per la Chiesa, ma
per l’intera comunità umana. Già san Paolo quan-
P
Speciale Convegno Diocesano
do parlava ai cristiani della chiese che aveva
fondato, poneva il tema del cristiano come di
un uomo nuovo. L’uomo nuovo non è un nevrotico, un complessato, non è uno che si differenzia dalla maggioranza delle persone perché
spende in libri spirituali quello che le altre per-
sone spendono in cosmetici. L’uomo nuovo non
è “uno” contro, perpetuamente arrabbiato perché non soffre abbastanza, ma è uno che cammina con un orizzonte che lo orienta e rende
significativo ogni passo, ogni sensazione,
ogni movimento.
L’uomo nuovo è nuovo perché non si muove
nel vuoto e quindi è sicuro dei suoi passi, non
è come quegli astronauti che galleggiano nello spazio legati all’astronave da un tubo, ma uno
che cammina sicuro.
L’orizzonte di quest’uomo nuovo è lo Spirito, è
Dio. Con questo orizzonte riesce a muoversi
con coraggio perché non si sente solo, con fiducia perché sente che le sue azioni hanno il mistero della presenza di Dio. È inutile dirgli che tutto è inutile poiché sa che Dio rende preziosi i
suoi istanti. L’uomo nuovo è uno con cui è bello stare perché è un viaggiatore che non si stanca mai e sa sempre ricominciare perché non
conosce l’inimicizia, ma è cordiale, riconciliato con se stesso e dunque capace di seminare riconciliazione. Tutto ciò che sa di pace e di
riconciliazione gli appartiene.
L’uomo nuovo è Cristo che sa essere amico sincero, che non lascia che nessuno affoghi nelle acque del suo mare, che supera i tradimenti
e dà sempre un appuntamento nuovo in Galilea
per ricominciare ancora. Gesù che si preoccupa
più degli altri che di se stesso e che, anche sulla croce, non si abbandona alla contemplazione
15
del proprio dolore e aggiusta le cose per sua
madre, per il discepolo che ama, per la Chiesa.
Cristo che non rinuncia a fare del bene nemmeno nell’orto degli ulivi e che, anche lì, continua a formare i suoi discepoli insegnando loro
la forza della preghiera e l’inutilità della via della violenza.
Cristo è un
uomo di cui
tutti vorrebbero essere
amici perché
non ti fa sconti, ma ti vuole bene.
Questo è l’uomo nuovo,
uno la cui
vita non è
semplice, ma
ti innamora.
Sulla promozione di questo
uomo la Chiesa
può trovare molti compagni di
strada e può dare
il suo contributo
perché ci crede e crede. Certamente non
bisogna illudersi quanto
alle possibili alleanze educative, bisogna essere grandi
per stringerle e trovare persone grandi che
sappiano cogliere la preziosità dell’impresa. Inutile
negarsi, liberandoci del perpetuo senso di colpa che ci assedia, che spesso non è facile trovare interlocutori validi, cioè privi di pregiudizi, appassionati e sinceri. Mi hanno raccontato che un Dirigente scolastico di fresca nomina abbia detto che bisognava smettere di relegare i concerti degli alunni fra quattro pareti spoglie e squallide di una Chiesa, suscitando lo sconcerto negli altri convenuti che la invitavano a
visitare la squallida costruzione a cui si riferiva. Figurarsi il Parroco di quelle quattro pareti spoglie che tremava in occasione di quei concerti per i danni che potevano essere arrecati
e qualche volta sono stati arrecati a una costruzione, che, prima che arrivasse la dirigente, pensava bella e preziosa.
Certo il parroco ringrazia perché avrà d’ora in
poi una buona scusa per dire di no a tutti questi concerti scolastici e sottrarsi a un impegno
che riteneva doveroso e segno di collaborazione;
ma … parlare di alleanze educative! Non riduciamo questa espressione a
un altro slogan, ci vuole
pazienza per convincere tutti, noi per primi, a uscire dal
proprio ufficio e visitare la casa
degli altri.
*parroco e Vicario Ep.le
per la Pastorale
Nell’immagine: foto di Franco Voglino
e Annalisa Porporato
16
Speciale Convegno Diocesano
I
Fr. Riccardo Nuti*
l documento della
CEI sugli orientamenti
pastorali 2010-2020,
“Educare alla vita buona del
Vangelo”, esprime perfettamente la conclusione di una lunga riflessione che la Chiesa ha portato avanti per decenni. Parole come novità, adattamento, apertura,
dialogo, alleanza, radicate nella solida tradizione,
sono l’espressione delle linee guida per poter
affermare al giorno d’oggi, in modo comprensibile, attuale ed efficace, il mistero della sal-
vezza.
La Chiesa ha molte risorse per poter continuare a esprimere la sua maternità verso ogni fedele e verso qualsiasi uomo e donna.
Anche nella stanca Europa la Chiesa continua
ad essere promotrice di una vitalità che, anche
se un po’ persa e in affanno (pur essendo iperorganizzata), è capace di promuovere alternative alla visione consumistica globalizzante che
ci attanaglia.
La Chiesa italiana, dandosi dieci anni di tempo
per studiare e realizzare progetti secondo le direttive di questo documento, sottolinea di aver messo a fuoco il nuovo punto di leva per essere fortemente una realtà viva ed efficace, fedele e presente nel mondo: l’educazione. In maniera particolare, in questo contesto, ci vogliamo domandare quali sono gli strumenti o le strutture che
compongono la Chiesa e che diventano elementi
fondamentali per la riuscita della sua missione,
missione che, in conseguenza a ciò che abbiamo appena considerato, passa inesorabilmente attraverso l’espressione dell’ ars educandi.
Proprio come un’arte, l’educazione è supportata
da codifiche, esperienze, relazioni e sicuramente
dal genio, ossia da quel tocco di personale e
originale che “funziona” nella misura in cui viene anche colto dall’ “altro”.
Ancor più di qualsiasi altra arte, l’educazione è
rivolta all’altro, perché non solo l’altro ne è fruitore ma perché è contemporaneamente termine ultimo e anche costitutivo, ossia nella persona si realizza la finalità dell’azione e al contempo ne è la stessa espressione. Perciò la Chiesa
si rivolge all’uomo come persona a cui fare un
dono, il più grande dono, il dono del bello.
L’impegno è enorme: educare al
bello, a ciò che crea armonia.
Ecco come si coglie la “vita buona del Vangelo”.
Ogni parte della Chiesa deve convergere in questa azione educativa, all’unica forma del bello, del buono che si riconosce
nella pratica del Vangelo.
È importante partire da questa
visione d’insieme particolarmente sottolineata dal documento
della CEI che abbiamo di riferimento e dobbiamo anche
tener presente in modo fermo che
la categoria utilizzata per rap-
Ottobre
2011
presentare questa unità è quella biblica dell’alleanza.
La Chiesa come corpo mistico realizza la sua missione
educatrice attraverso l’alleanza
delle parti che concorrono a
costituirla nelle varie strutture
ecclesiali.
Prima di analizzare quella parte che ci interessa in modo
precipuo, quella dell’oratorio, è necessario mettere in evidenza che la struttura fondamentale che la Chiesa riconosce, anche
nel documento, come struttura “prima e indispensabile” è la
“comunità educante” costituita
dalla famiglia.
Realisticamente i
vescovi italiani affermano che “educare
in famiglia oggi è
un’arte davvero
difficile.
Ciò ci aiuta a comprendere due cose:
la prima è che il primo sforzo educativo va fatto nella
famiglia e per la
famiglia e la seconda è che non esiste la panacea di
tutti i mali così
che l’oratorio sarà
sempre una struttura efficace nella
misura in cui l’intero contesto è
più o meno efficace.Dolorosa premessa ma è vero che la verità
rende liberi e tra l’altro, come dice un mio saggio e anziano amico sacerdote, “ricordati che
le anime le salva il Signore”.
Quindi senza farci prendere dall’ansia di salvezza,
non confondiamo la nostra partecipazione, la nostra
parte di dono (che è già partecipazione al bello e al buono e già ci realizza), alla smania di
risultato.
È fondamentale quindi che non perdiamo di vista
il senso oggettivo delle cose per un’azione educativa efficace e contemporaneamente soddisfacente. L’oratorio si affianca, e difficilmente si
può sostituire, a quel lavoro che spetta alla principale “agenzia educatrice”: la famiglia.
La parrocchia deve offrire, per carisma, il supporto necessario alla crescita di fede e, visto il
nostro contesto, anche gli strumenti per sviluppare
le capacità educative.
Scrivono ancora i vescovi nei riguardi della famiglia: “dobbiamo ribadire con chiarezza che c’è
un’impronta che essa sola [ndr la famiglia] può
dare e che rimane nel tempo.
La Chiesa, pertanto, si impegna a sostenere i
genitori nel loro ruolo di educatori, promuovendone
la competenza mediante corsi di formazione, incontri, gruppi di confronto e di mutuo sostegno.”
Ottobre
2011
Compreso meglio il contesto in cui si inserisce
il discorso sulla Chiesa quale comunità educante,
al n° 42 del documento CEI i vescovi italiani scrivono relativamente all’oratorio:
“Un ambito in cui tale approccio ha permesso
di compiere passi significativi è quello dei giovani e dei ragazzi. La necessità di rispondere
alle loro esigenze porta a superare i confini parrocchiali e ad allacciare alleanze con le altre agenzie educative.
Tale dinamica incide anche su quell’espressione, tipica dell’impegno educativo di tante parrocchie, che è l’oratorio. Esso accompagna nel-
la crescita umana e spirituale le nuove generazioni e rende i laici protagonisti, affidando loro
responsabilità educative.
Adattandosi ai diversi contesti, l’oratorio esprime il volto e la passione educativa della comunità, che impegna animatori, catechisti e genitori in un progetto volto a condurre il ragazzo
a una sintesi armoniosa tra fede e vita. I suoi
strumenti e il suo linguaggio sono quelli dell’esperienza quotidiana dei più giovani: aggregazione, sport, musica, teatro, gioco, studio.”
L’oratorio si rivolge essenzialmente ai giovani
secondo uno schema proprio.
Le caratteristiche fondamentali
che sembrano emergere sono quelle legate a una certa sana laicità
capace di interagire ad intra e ad
extra della parrocchia e a tutto il
contesto ecclesiale al fine di
accompagnare nella “crescita
umana e spirituale le nuove generazioni”. Ritornano alla mente le
parole giovannee del Signore
che ci dicono che non siamo del
mondo ma siamo nel mondo.
L’oratorio col suo “spirito laico” deve
essere capace d’intessere quella
rete che aiuta i ragazzi a non essere emarginati dal mondo (tanto non
c’è pericolo che lo siano) ma a vive-
Speciale Convegno Diocesano
re nel mondo come protagonisti con la propria
fede che fa da lucerna per le strade del mondo.
Conoscere il mondo per sapere scegliere, rimanere nel mondo sapendo che siamo fatti per un
altro mondo. È fondamentale comprendere che
la gestione non può essere autonoma, col rischio
di rendere inefficace qualsiasi sforzo, bensì capaci di collaborazione e unità d’intenti.
L’oratorio deve essere per i giovani quel ponte
tra la vita ecclesiale e tutto il contesto quotidiano
di un giovane per aiutarlo a crescere e a integrare tutti i vari spazi in cui il giovane vive.
Perciò è importante che si compiano le “alleanze con le altre agenzie educative”.
Anzitutto “animatori, catechisti e genitori” sono
coinvolti a collaborare perché si possa realizzare “una sintesi armoniosa tra fede e vita”.
I principali educatori dei ragazzi sono chiamati a evitare dicotomie tra fede e vita ma a integrarle fino al punto in cui il ragazzo, sempre protagonista principale della propria vita, riesca a
compiere, per la propria vita, quelle scelte per
cui la sua esistenza integri coerentemente tutti i valori fondamentali.
È ancora importante notare che deve esserci
quell’attenzione all’adattamento (e mai adeguamento)
al contesto particolare in cui vivono i ragazzi.
Ciò permette di sottolineare, nell’azione educativa,
il buono e il giusto presente nel contesto vitale, senza fittizie separazioni, ma al contrario suscitando l’impegno là dove il contesto sociale lo
richieda. “Adattandosi ai diversi contesti” i ragazzi imparano dai loro educatori e con i loro educatori, a essere protagonisti della vita personale
e sociale diventando responsabili del proprio ambiente, senza escludersi o, viceversa, senza accettare tutto in modo incondizionato.
Gli strumenti a disposizione degli educatori e
dei ragazzi sono quelli tipici di ogni contesto sociale: dallo sport al teatro, dallo studio al gioco, dalla musica all’aggregazione.
Non ci sono nuovi strumenti da inventare, bensì è necessario rendere questi strumenti, che
in sé sono universali e comprensibili da qualsiasi ragazzo, ricchi di contenuti e vissuti in modo
naturale e stimolante.
È fondamentale che sia chiara la finalità da cui
scaturisca il progetto su cui lavorare, altrimen-
17
ti si rischia di costruire delle situazioni attraenti per avvicinare i
ragazzi ma ci si dimentica della parte costitutiva di qualsiasi azione oratoriale: l’educazione.
In questo senso è molto utile
porsi la domanda: con questo
progetto cosa voglio ottenere?
E ancora: il progetto è realmente
efficace per ciò che ci siamo
proposti?
Inoltre sono necessarie le verifiche in corso e
alla fine della realizzazione di un progetto, senza mai dimenticarsi che ogni iniziativa oratoriale
ha come fine la collaborazione alla costruzione della personalità dei ragazzi e in ultima istanza a loro bisogna guardare e a loro è necessario riferirsi.
L’oratorio allora può veramente diventare un luogo di aggregazione efficace in cui i ragazzi possano fare le proprie esperienze per una maturazione arricchente senza tralasciare i momenti di svago, affiancando la vera e semplice amicizia a momenti di riflessione e impegno.
Qui allora è nelle mani degli educatori esercitare quel “genio” sopra menzionato per realizzare, nei diversi contesti in cui
una comunità vive, quelle iniziative
che si ritengono più interessanti
e che sono preparate opportunamente e stabilire quei rapporti
che rendono saldo il gruppo costituito da educatori e ragazzi che
compongono il vero oratorio: l’oratorio così non è soltanto un
luogo vicino alla chiesa, ma un
gruppo di amici che, uniti dall’unica fede, condividono prospettive, progetti e speranze.
*membro dell’Ufficio
Catechistico Diocesano
18
Speciale Convegno Diocesano
Sara Bianchini
A
l convegno diocesano, la domanda rivolta ad Ernesto Olivero
da uno degli operatori della Caritas diocesana, intendeva – più
o meno – indicare che la mancanza di risorse in qualche modo
va a pregiudicare la possibilità della Caritas di avviare o meno dei servizi. Olivero ha - ovviamente – risposto di no.
I soldi sono l’ultimo dei problemi. Ho cominciato allora a pensare: educare alla vita buona del Vangelo, non potrebbe forse volere dire anche
educare le persone ad essere buone secondo uno stile che è quello proposto dal Vangelo? La questione del denaro, della proprietà, etc etc etc,
sono state da sempre dibattute nel corso della vita della Chiesa (tanto
più se al termine “denaro” sostituiamo il suo corrispettivo traslato di “potere”). Non ci interessa ora discutere di tutto ciò. Ci riguarda maggiormente
riflettere sullo specifico del rapporto fra i soldi e l’impegno.
È vero, come dice Olivero suffragato dalle sue personali esperienze di
bilanci “fantasmagorici” se commisurati alle nostre Caritas, che i soldi
sono l’ultimo dei problemi? Anche perché, quanto spesso la loro mancanza viene presa a pretesto per la chiusura o la mancata attivazione
di un servizio?
Una delle prime
cose che ho
imparato facendo servizio in
Caritas è a perdere la faccia.
Che significa
tecnicamente
“chiedere”.
È un perdere la
faccia perché
significa ammet-
Ottobre
2011
tere che un servizio, una competenza, una realtà, tu – operatore o volontario – non la possiedi, ma poiché è necessaria per la persona povera
che stai incontrando, devi trovare un modo di procurartela.
E poiché non hai soldi per “comprarla”, devi chiedere a chi invece ce
l’ha. Un po’ di umiltà dunque sia nel riconoscere la propria povertà o mancanza, sia nel accettare di esporsi alla “dipendenza” (di un’accettazione o di un rifiuto) di chi ha ciò che ci manca.
Pochi (o niente) o soldi significano dunque tentare di coinvolgere altre
persone nel nostro servizio. Offrire cioè un’occasione concreta per un
altro, di essere buono, secondo lo stile del Vangelo.
Un’interpretazione troppo semplicistica delle
parole di Olivero?
Quanta gente – lui stesso ce lo ricordava –
aspetta di essere coinvolta?
E a che condizioni si lascerà coinvolgere?
O perché non si è coinvolta finora?
Per Olivero la risposta sta
nella credibilità.Nella
nostra. Quanto siamo
credibili, perché coerenti e seri, come cristiani.
E spesso la credibilità si
gioca proprio nel nostro
modo di usare il denaro
o le risorse di ogni tipo.
Perché denaro, risorsa o
ricchezza, è un termine
che viene letto come
continua a pag. 19
Ottobre
2011
Speciale Convegno Diocesano
19
Don Corrado Fanfoni
R
iflettere sul tema dell’educazione non può non far pensare
alla realtà giovanile, realtà in
continua evoluzione che richiede dedizione e tempo. Il Convegno Pastorale
Diocesano ci ha aiutato a riflettere su
come la Chiesa di oggi (soprattutto quella locale) sia chiamata ad occuparsi e
preoccuparsi della cosiddetta emergenza
educativa, ossia della necessità di
porre delle solide fondamenta nel cuore dell’uomo che per sua natura tende
ad “uscire fuori di sé”, in un certo senso ad essere educato.
Nei contesti più disparati si può assistere
al desiderio continuo dei giovani e degli
adolescenti di avere al proprio fianco persone significative che possano illuminare e guidare la loro esistenza.
Sempre più viene richiesto agli enti educativi quali la scuola, la politica, la Chiesa
coerenza e testimonianza che restano
i linguaggi universalmente riconosciuti come i più convincenti.
Si può constatare come nel cammino
di crescita di ogni individuo sia più importante avere davanti a sé una vita esemplare e
semplice rispetto ad una vita incoerente e “grande”. Il giovane è molto attento, nel suo percorso
di crescita, alle persone di cui è circondato ed
è capace a tirare fuori le parti migliori di sé in
contesti positivi, stimolanti e arricchenti piuttosto
che in situazioni deludenti che peraltro reprimono i sogni di chi si affaccia alla vita e fanno sembrare impossibili progetti invece realizzabili. Nel cammino proposto annualmente dal
Servizio di Pastorale Giovanile, cerchiamo sempre di puntare a temi che innanzitutto interessino la platea, trattati secondo modalità che mettiamo spesso in discussione, verificando i frutti, i commenti, i risultati di ogni partecipante.
Non occorre sforzarsi molto per comprendere
che per verificare un momento di preghiera o
una catechesi non ci si può basare soltanto sul
numero dei partecipanti o dal silenzio in ogni
singolo incontro…
È necessario verificare se allo stimolo dato corrisponde poi un arricchimento di ognuno e un
riscontro positivo nelle comunità parrocchiali.
È necessario, ancora, chiedersi sempre se lo
scopo da noi prefissato è adatto alle fasce d’età a cui viene proposta ogni iniziativa.
I nostri giovani cercano nella Chiesa un luogo
nel quale poter crescere “in compagnia” di qualcuno di cui fidarsi. Essi desiderano poter credere che a qualcosa di migliore si può sempre
puntare e molto spesso lasciano cadere barriere, poste dai cosiddetti adulti, come le differenze di razza, religione, cultura.
Le Giornate Mondiali della Gioventù, pensate
dal Beato Giovanni Paolo II, non sono soltanto mega raduni in cui i ragazzi possano diver-
tirsi o vivere un’esperienza di fede bella, diversa da quella che possono fare ogni giorno…
Esse sono l’occasione di crescita per tante persone che verificano i propri ideali, i loro stili di
vita, il loro rapporto col denaro, l’appartenenza politica, incontrando altre persone che vengono da parti diverse del mondo.
È auspicabile che, sempre più, la Chiesa investa tempo, energia e denaro perché le nuove
generazioni possano essere educate dall’incontro
con culture diverse, dalla verifica concreta di
ciò che produce una società rispetto ad un’altra (pensiamo a quello che il l’Occidente decide per il resto del mondo!), dall’esperienza della Comunione vera e duratura che si può vivere ogni qual volta si incontra un fratello.
segue da pag. 18
contrario di gratuità e dunque di serietà e coerenza profonde. Ecco forse perché tanta insistenza da parte sua sulla pubblicazione dei bilanci.
Non dobbiamo pretendere di fare le nozze coi fichi secchi, cioè di affrontare le esigenze senza risorse, ma dobbiamo ampliare il nostro giro di
“fonti” da cui raccogliere queste risorse. Risorse non
sono solo i fondi, ma soprattutto le capacità delle
persone. Coinvolgere una persona nuova in un servizio significa però riscaldare la sua motivazione in
base alla nostra testimonianza, e poi accoglierla,
seguirla, prenderci cura di lei che è diventata una
delle membra dell’unico corpo che serve.
E forse qui che noi sbagliamo?
Forse che nell’attenzione al povero perdiamo la cura
per la persona del volontario? Forse dalla mancanza
di soldi può trarre nuova energia il nostro modo specifico di fare evangelizzazione?
Ottobre
2011
20
Don Dario Vitali*
L
a
Scuola
di
Formazione
Teologica è al III
anno del suo programma.
Dopo aver messo a tema
la figura e l’opera di Cristo
(anno I) e la sua salvezza per l’Uomo (anno II), i
percorsi di quest’anno
mettono a fuoco la Chiesa,
comunità di salvezza, che
«è in Cristo come sacramento, cioè segno e strumento dell’intima unione
con Dio e dell’unità del genere umano» (LG 1).
L’attenzione si concentrerà
anzitutto sulla Costituzione
dogmatica Lumen Gentium,
che costituisce la magna charta dell’ecclesiologia conciliare. Il
corso servirà da introduzione allo studio della Chiesa, nel corso di gennaio-febbraio-marzo, nel quale verranno delineati i termini di comprensione del mistero della Chiesa, così come la Scrittura,
la Tradizione e il magistero della Chiesa ce ne parla.
Alla comprensione del mistero della Chiesa servirà anche l’altro corso introduttorio, quello di Storia della Chiesa, che illustrerà
il cammino della Chiesa dalla sua fondazione ad oggi, cogliendo soprattutto i passaggi più significativi che hanno segnato la
sua storia. Accanto a questo, la Sacra Scrittura: quest’anno lo
studio sarà sui Vangeli, in modo da approfondire la conoscenza di Gesù di Nazareth, della sua predicazione e della sua opera messianica, fino al mistero pasquale, sorgente della nostra
salvezza.Dopo Pasqua, le Esercitazioni di Dialogo sul tema della Libertà. Nell’anno in cui la diocesi riflette su come “educare
alla vita buona del Vangelo”, la Scuola di Formazione intende
offrire il suo contributo, attraverso il confronto con esperti che ci
aiutino a maturare nella crescita umana e cristiana attraverso
un percorso di educazione alla libertà. Per quanto riguarda i laboratori, incentrati anch’essi sull’educazione, sarà data comunicazione
su Ecclesia e nelle parrocchie a gennaio, quando sarà messo
a punto l’intero programma. La Scuola intende in questo modo
essere un “luogo” di crescita della comunità ecclesiale, attraverso
lo studio e il confronto, la discussione e il dialogo: a chi vorrà
partecipare, l’augurio di un percorso fruttuoso nella conoscenza di sé, di Dio, degli altri, nella linea del pensiero cristiano che
continua ad offrirsi come chiave di comprensione «antico e sempre nuovo» della realtà che viviamo.
Il CENTRO DIOCESANO DI FORMAZIONE PERMANENTE è una struttura a servizio della Diocesi. La sua principale iniziativa è la Scuola di Formazione
Teologica, in continuità con una esperienza ormai trentennale, prima con la
Scuola di Teologia «SS. Clemente e Bruno» e poi con l’Istituto di Scienze Religiose
«Mons. Giuseppe Centra».
Il suo scopo è di proporre percorsi di iniziazione alla teologia, con particolare
attenzione al vissuto di fede e alle esigenze di formazione della Chiesa locale di Velletri-Segni.
La Scuola di Formazione Teologica si articola su tre percorsi distinti:
A) corso di formazione teologica,
B) percorso tematico annuale,
C) laboratori di comunicazione. In questo modo, la Scuola si offre come un
luogo aperto a tutti i membri del Popolo di Dio che possono trovare iniziative
corrispondenti alle loro esigenze di formazione e/o di aggiornamento.
Il Percorso A è impostato secondo un Ciclo quadriennale di iniziazione alla
teologia, con approfondimento in particolare della Sacra Scrittura e della Dottrina
cristiana alla luce del Concilio Vaticano II e del Catechismo della Chiesa Cattolica.
Ogni anno prevede un corso di introduzione generale, la presentazione di una
delle costituzioni del concilio Vaticano II, un corso di Sacra Scrittura, un corso di teologia sistematica, secondo il seguente quadro:
Anno I
- Introduzione alla Storia della salvezza
8 incontri
- Introduzione generale alla Sacra Scrittura
12 incontri
- Costituzione Dogmatica Dei Verbum
8 incontri
- Dottrina cristiana: Cristologia
12 incontri
Anno II
- Introduzione al pensiero cristiano
8 incontri
- Sacra Scrittura: Antico Testamento
12 incontri
- Costituzione pastorale Gaudium et Spes
8 incontri
Ottobre
2011
- Dottrina cristiana: Antropologia teologica
12 incontri
Anno III
- Introduzione alla storia della Chiesa
8 incontri
- Sacra Scrittura: NT I: i Vangeli
12 incontri
- Costituzione dogmatica Lumen Gentium
8 incontri
- Dottrina cristiana: Ecclesiologia
12 incontri
Anno IV
- Introduzione ai Padri della Chiesa
8 incontri
- Sacra Scrittura: NT II: le Lettere
12 incontri
- Costituzione liturgica “Sacrosanctum Concilium”
8 incontri
- Dottrina cristiana: Sacramentaria
12 incontri
Il Percorso B consiste in un percorso annuale su un tema di interesse generale, nella forma del dialogo con uno o più esperti.
Oltre ai contenuti, il percorso vuole essere una vera e propria scuola del dialogo, dove ogni incontro diventi uno spazio in cui il confronto sereno delle idee
su un tema di grande rilevanza per chiunque – credente o meno – si traduca
in stile di pensiero e di vita.
Il Percorso C è un ulteriore spazio di confronto, dove esperti nelle scienze
della comunicazione offriranno brevi percorsi educativi nei diversi ambiti della vita civile ed ecclesiale.
Destinatari:
Il Percorso A è aperto a tutti ed è diretto in maniera particolare a quanti si
devono formare nel servizio ecclesiale: diaconi permanenti; operatori della catechesi, della liturgia e della carità;
Il Percorso B è aperto a tutti ed è diretto in maniera particolare a quanti –
sacerdoti e laici – intendono aggiornarsi in un tema di particolare interesse
ecclesiale;
Il Percorso C è aperto a tutti ed è diretto in maniera particolare a quanti sono
sensibili ai temi della Dottrina Sociale della Chiesa.
Gli incontri si terranno nella Sede del Centro Diocesano di Formazione Permanente,
a Velletri, presso la Chiesa del Crocifisso, Viale Salvo D’Acquisto, 51,
il martedì e il giovedì dalle ore 18.30 alle 20.00. I
l mercoledì si terranno i laboratori e i seminari.
Note informative:
I Corsi organizzati dal Centro Diocesano di Formazione Permanente sono indirizzati a tutti, senza richiesta di titoli o competenze specifiche;
La Scuola di Formazione Teologica non conferisce titoli accademici; a quanti lo richiedono, rilascia un attestato di frequenza;
Per il corso di Formazione Teologica è possibile sostenere gli esami: per chi
deve o intende sostenerlo, la prova consisterà in un elaborato concordato con
il docente. I corsi possono valere, per le Scuole di ogni ordine e grado, come
corsi di aggiornamento. Per la partecipazione a più corsi, è richiesto un contributo di 50 Euro, a titolo di rimborso spese; per la partecipazione a un cor-
INCONTRI DI FORMAZIONE
PER CATECHISTI
DELL’INIZIAZIONE
CRISTIANA
Valmontone
S. Maria Assunta 17-18 ottobre 21.00
Gavignano-Montelanico
Montelanico 24 -25 ottobre 21.00
Gavignano
Velletri San Clemente 7 - 8 novembre 21,00
Lariano
S. Maria Intemerata 13 - 14 febbraio 21.00
Artena
S. Stefano 27-28 febbraio 21.00
Colleferro
San Bruno 12-13 marzo 21.00
Segni S. Maria Assunta 26 - 27 marzo 21,00
Destinatari: i catechisti
Durata dell’incontro: 1 ora
21
so è richiesto invece un contributo di 20 Euro; è esente da contributo il percorso B.Le iscrizioni si fanno, su apposito modulo, a inizio corso.
SEGRETERIA: VELLETRI, Chiesa del Crocefisso, Viale Salvo D’Acquisto, 51
Martedì, venerdì, orario incontri
Direttore: Don Dario Vitali:
[email protected]
* Docente Ord. alla P.U.G. di Roma
Modalità:
primo incontro
Presentazione dello schema di un’unita di catechesi
10 minuti
Individuazione degli obiettivi (aiutando i catechisti a conoscere meglio i contenuti della fede e la
scelta dei metodi)
20 minuti
Ricerca materiali per elaborarla
20 minuti
secondo incontro
Elaborazione dell’unità di catechesi in gruppi di
5/6 persone dei partecipanti
30 minuti
Presentazione dell’unità di catechesi e confronto
assembleare
30 minuti
Tematiche:
Venite con me CREDO LA CHIESA unità 8
Sarete miei testimoni
LA CHIESA VIVE NEL MONDO unità 5
Ottobre
2011
22
Con questo numero di “Ecclesìa” e
con il contributo di don Antonio Galati iniziamo un cammino di approfondimento biblico, teologico, liturgico e pastorale sui sacramenti.
don Antonio Galati
«Ecco, io sono con voi tutti i giorni,
fino alla fine del mondo» (Mt 28, 20).
a promessa che il Signore ha fatto ai suoi
Apostoli e, tramite essi, agli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi si realizza in vari
modi. La storia e la vita della Chiesa ci mostrano continuamente che il Signore è presente sempre, «dove sono due o tre riuniti nel mio nome,
io sono in mezzo a loro» (Mt 18, 20). Ma questa presenza costante del Signore in mezzo ai
suoi viene significata in maniera particolarmente forte nella Liturgia. Quando la Chiesa celebra,
compie cioè un’azione liturgica, esercita propriamente
l’«ufficio sacerdotale di Gesù Cristo, mediante il
quale con segni sensibili viene significata e, in
modo proprio a ciascuno, realizzata la santificazione
dell’uomo, e viene esercitato dal corpo mistico
di Gesù Cristo, cioè dal capo e dalle sue membra, il culto pubblico integrale. Perciò ogni celebrazione liturgica, in quanto opera di Cristo sacerdote e del suo corpo, che è la Chiesa, è azione
sacra per eccellenza, e nessun’altra azione della Chiesa ne uguaglia l’efficacia allo stesso titolo e allo stesso grado»1.
A partire da questa affermazione del Concilio Vaticano
II è possibile sottolineare che la Liturgia è «azione sacra per eccellenza» perché è Cristo stesso, Capo e Corpo insieme, che celebra in maniera «pubblica e integrale», cioè perfettamente e
per tutto il mondo.
Questo culto che Cristo offre al Padre si realizza nella storia «con segni sensibili», cioè con le
realtà materiali proprie e accessibili all’uomo, in
primis parole e azioni, che Cristo stesso “rende
idonei”, con la potenza santificatrice dello Spirito
Santo, per rendere culto al Padre. L’azione liturgica, cioè i segni sensibili che Cristo compie con
la Chiesa per rendere culto a Dio, realizzano «la
santificazione dell’uomo».
Ma sappiamo bene che la santificazione dell’uomo
è stata compiuta da Cristo con la sua Pasqua,
cioè con il suo passaggio dalla morte alla vita con
la Risurrezione,
quindi l’azione
liturgica è la
celebrazione e
la partecipazione della
Chiesa al mistero pasquale.
Inoltre la Liturgia,
essendo «opera di Cristo
sacerdote e del
suo corpo, che
è la Chiesa», è
azione di Cristo
e azione della
Chiesa. È azione di Cristo
perché da Lui
L
sgorga la salvezza e la santificazione che vengono donate. È azione della Chiesa per un duplice motivo: perché attraverso la Chiesa Cristo opera e rende culto al Padre; perché la celebrazione liturgica edifica la Chiesa e la rende quello
che è, assemblea dei credenti e corpo mistico
di Cristo. In questa vita e azione liturgica della
Chiesa si possono distinguere i sette sacramenti.
n quanto azioni liturgiche vale quanto detto sopra
circa la Liturgia in genere: sono azioni sacre per
eccellenza perché espressione del sacerdozio di
Cristo, il quale li compie insieme con la sua Chiesa
e, attraverso segni sensibili, realizzano la santificazione dell’uomo, facendolo partecipare al mistero pasquale del Signore. La peculiarità dei sacramenti sta nel fatto che essi «sono stati istituiti tutti da Gesù Cristo nostro Signore»2.
Quest’affermazione non vuol dire che Gesù, durante la sua vita terrena, ha strutturato ogni singolo sacramento insegnando poi agli Apostoli e ai
loro successori come fare, ma che i sette sacramenti trovano nel mistero della vita di Cristo il
loro fondamento. È la vita di Cristo – la sua vita
nascosta, il ministero pubblico e la sua Pasqua
– che è salvifica e i sacramenti possono essere salvifici nell’oggi del battezzato e della Chiesa
perché attingono dalla vita salvifica di Cristo riproponendola nell’attualità della vita dei credenti e
del mondo3. Essendo la riproposizione del dono
di salvezza di Cristo all’uomo, i sacramenti non
dipendono dalla giustizia dell’uomo che lo celebra o lo riceve. Essi sono validi ex opere operato, cioè per il fatto stesso che sono stati celebrati nel modo in cui la Chiesa indica che vadano celebrati e secondo la sua intenzione.
Volendo ridire lo stesso concetto in maniera differente si può dire con san Paolo: «Noi riteniamo infatti che l’uomo è giustificato per la fede indipendentemente dalle opere della legge» (Rm 3,
28). Non è l’azione umana che permette all’uomo di salvarsi, ma è grazie alla libera iniziativa
di Dio, che ci dona questa salvezza. E visto che
i sacramenti attingono alla vita stessa di Dio fatto uomo, Gesù Cristo, e che questa vita è tutta
sotto la luce del dono libero di sé, i sacramenti
continuano nella storia questa donazione di Dio
all’uomo, che avviene per la sola e libera iniziativa dello stesso Dio. Quindi, nei sacramenti, è
Dio che si dona. Allo stesso tempo, però, l’uomo ha un suo ruolo nella dinamica sacramentale. Egli è sì il destinatario della salvezza donata attraverso i sacramenti, ma non lo è in maniera passiva. L’uomo è chiamato ad accogliere la
salvezza che Dio gli dona. Il Signore gli propone un progetto gratuito di salvezza, ma rispetta
anche i tempi e le scelte dell’uomo. Dio non gli
impone la salvezza, ma aspetta che sia l’uomo ad accoglierla. Ciò significa che, se è
vero che i sacramenti hanno valore ex opere operato, è pur vero che la salvezza donata all’uomo resta sterile e non porta frutto
se l’uomo non è disposto ad accoglierla. Per
concludere, allora, i sacramenti possono essere definiti come: l’incontro tra la libertà di Dio
che si dona e la libertà dell’uomo che accoglie questo dono4.
Nell’immagine: Pala di Altare I Sette Sacramenti,
1445-50, Rogier van der WEYDEN, Antwerp
1
CONCILIO VATICANO II, Costituzione
Sacrosanctum Concilium, num. 7.
2
CONCILIO DI TRENTO, Canones de sacramentis in
genere, can. 1.
3
Cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, num.
1115.
4
Cfr. A. DONGHI, Tu hai parole di vita eterna.
Dalla celebrazione liturgica all’agire morale,
LEV, Città del Vaticano 2004, pag. 44.
Ottobre
2011
I
23
Gregory Specchi
l giorno 10 Agosto 2011, centosessanta ragazzi della Diocesi VelletriSegni partivano insieme verso la Spagna per partecipare alla Giornata
Mondiale della Gioventù di Madrid. Ognuno con le proprie aspettative, ognuno con le proprie speranze, con i propri sogni. Per molti di
loro, come per il sottoscritto, era la prima partecipazione ad un evento simile. Ci aspettavano due giorni di viaggio in autobus, due giorni
in cui i gruppi delle diverse parrocchie della Diocesi hanno iniziato a
conoscersi. Benifaiò è la città che ci ha accolto nella prima settimana
del nostro pellegrinaggio, mettendo a nostra disposizione una enorme
palestra dove passare la notte. Da qui, durante il giorno ci trasferivamo a Valencia, dove abbiamo trascorso delle giornate indimenticabili
tra preghiera, divertimento e scambio interculturale.
Non c’era angolo della città che non fosse invaso da gruppi provenienti
da ogni parte del mondo. Ritrovarsi mano nella mano a ballare con ragazzi dell’Egitto, del Canada e dell’Australia, scattare foto con giovani del
Perù, del Guadalupe e della Polonia, cantare insieme a brasiliani, giapponesi e sloveni... queste esperienze uniche ti toccano nel profondo
del cuore e ti fanno riflettere.
Dopo il grande saluto di addio a base di paella, offerta dalla città di
Valencia a tutti i giovani pellegrini, e dopo aver ringraziato di cuore la
città di Benifaiò per la straordinaria accoglienza riservataci, ci siamo
rimessi in viaggio in direzione di Torres de la Alameda, un paesino vicino Madrid. Qui ci è stato messo a disposizione un grande teatro dove
trascorrere la notte, ma stavolta con noi avrebbero dormito altri 350
pellegrini provenienti dal Brasile, dall’Ungheria, dall’Argentina e anche
dall’Italia. Ricordo il terrore sui nostri visi al solo pensiero di condividere così poco spazio con così tante persone, e ricordo benissimo come
in breve tempo la paura ha lasciato spazio all’allegria nelle serate passate insieme a chicchierare e cantare fino a tardi. Solo una volta giunti a Madrid abbiamo iniziato a renderci conto della portata dell’evento.
Le enormi strade e le immense piazze della città pullulavano di colori, bandiere, musica, cori, balli e gioia.
Grande è stata l’emozione per l’arrivo del Papa. Finalmente anche lui
veniva in mezzo a noi, in quelle strade e in quelle piazze che insieme
a migliaia di altri giovani per lunghi giorni avevamo fatto nostre nel nome
dell’amore di Gesù Cristo. In quei giorni abbiamo partecipato alle cate-
chesi, tra cui quella diretta da Mons. Simone Giusti. E’ stato uno dei
momenti spiritualmente più intensi dell’intero pellegrinaggio. Il 20 Agosto
ci siamo diretti all’aeroporto di Cuatro Vientos, dove la mattina successiva
il Santo Padre avrebbe celebrato la Messa.
Tutti i pellegrini si sono riuniti in questo luogo che, pur essendo enorme, con il passare delle ore ci sembrava divenire sempre più insufficiente ad ospitare i due milioni di giovani attesi.
Purtroppo, prima il sole battente, poi il forte vento, poi la pioggia, uniti alle precarie condizioni di spazio, hanno fatto sì che alcuni di noi si
sentissero poco bene. Abbiamo così deciso di tornare al nostro alloggio prima del tempo, rinunciando alla Veglia ed alla Messa. Il mattino
seguente ci siamo riuniti nella chiesetta di Torres de la Alameda per
celebrare l’Eucarestia.
Il rammarico e la delusione per non aver partecipato all’evento che rappresentava il culmine della GMG si leggevano chiaramente sui nostri
volti scuri. Poi, lentamente, grazie anche al nostro vescovo Vincenzo
Apicella, abbiamo realizzato che il vero scopo, la vera essenza, il traguardo più grande della GMG noi l’avevamo raggiunto: riscoprire sé
stessi come parte di qualcosa di speciale, di quell’immensa famiglia
che è la Chiesa, fondata sull’amore di Cristo per ognuno di noi e ricambiato da noi stessi con l’amore verso i nostri fratelli, quindi verso di Lui.
Quei giorni in Spagna ci hanno mostrato come l’amore di Dio può trasformare in buono tutto ciò che non lo è.
E guardando indietro all’estenuante viaggio in autobus, le pochissime
ore di sonno, le file interminabili per andare in bagno, le docce fredde
alle due di notte, le corse con gli zaini nella metro di Madrid e gli innumerevoli altri ostacoli e imprevisti che abbiamo affrontato insieme, mi
accorgo che proprio grazie a tutto questo siamo tornati a casa più ricchi anche se più poveri, più sazi anche se più affamati, più forti anche
se sfiniti.
Tanto che già l’indomani del nostro arrivo a casa, curiosando sui social
network era possibile leggere di ragazzi e ragazze che rimpiangevano le docce fredde e la pasta in scatola. Ringrazio il Signore con tutto me stesso per aver dato a me ed a moltissimi altri giovani la possibilità di partecipare a questa esperienza indimenticabile, che ha cambiato il mio modo di vedere il mondo e di vivere la vita di tutti i giorni,
con la consapevolezza di avere molti più fratelli di quanti avrei potuto
immaginare... aspettando la prossima GMG a Rio!
Ottobre
2011
24
La Giornata Missionaria
ravvivi in ciascuno il desiderio e la
gioia di “andare” incontro
all’umanità portando a tutti Cristo.
(dal messaggio di Benedetto XVI )
don Franco Diamante*
“Testimoni di Dio” è lo slogan di questo ottobre
missionario. Testimoni del suo amore misericordioso,
testimoni della vita buona del Vangelo. La scelta di questo termine ci ricorda subito l’affermazione di Paolo VI: ” L’uomo contemporaneo ascol-
ta più volentieri i testimoni che i maestri, o, se ascolta i maestri, lo fa perché sono dei testimoni”. (Esort. ap. Evangelii
nuntiandi, n.41).Alla luce della “testimonianza” ci possiamo risparmiare tante diatribe se la missione è annuncio
del messaggio o condivisione delle condizioni di vita. Testimonianza comprende
l’uno e l’altra. La componente di concretezza del termine testimonianza mette in discussione la presunta missionarietà
di cui tanti si fregiano senza presentare riscontri oggettivi.
La testimonianza ci scomoda perché
non si rende a parole né con la lingua
, ma con i fatti e in verità (1Gv 3,18).Per
essere concreti accogliamo l’auspicio
del Santo Padre e in questo mese ravviviamo in noi e nelle nostre comunità “il desiderio e la gioia di andare incontro all’umanità portando a tutti Cristo”.
Se il Santo Padre usa il termine “ravvivare”, mi sembra ovvio che intenda
che questo “desiderio di andare” sia ridotto a un lucignolo fumante (Mt 12,20),
una fiamma smorta.
Come per il servo cantato da Isaia e
come per Gesù così per noi: non ci appartiene mollare tutto, ma piuttosto impegnarci di più in prima persona. Possiamo
provare a ravvivare il desiderio e la gioia
di andare cominciando dal confrontarci con la divina parola “Andate”.
Ogni popolo nomade con il passare del tempo
rischia di diventare stanziale, per comodità o per
stanchezza, per contagio culturale o per sopravvenuta paura. Può capitare anche alle comunità cristiane. Invece di rimpiangere il latino o i bei
tempi andati caratterizzati dalla cristianità o neomisticismi pseudomonastici, sentiamo nostalgia
della Chiesa delle origini, della Chiesa giovane
e dinamica, incapace di star ferma, dell’Antiochia
delle partenze, dove fummo riconosciuti e chiamati cristiani. Il Risorto ha ordinato di andare e
i suoi discepoli si sono mossi davvero, spiritualmente
e con le gambe, e hanno annunciato, hanno sof-
ferto, hanno guarito: sono stati testimoni. Andate.
La missione ad gentes non è un anacronismo.
A margine della Giornata Mondiale della
Gioventù Kiko Arguello ha chiesto al Cammino
neocatecumenale 20.000 missionari per la Cina,
non per aver preso un colpo di sole nell’incandescente agosto madrileno, ma perché ha una
fede viva. La nostra Chiesa diocesana deve essere aperta e favorevole a nuove partenze, o almeno accompagnare con maggior vicinanza coloro che sono partiti in forza di questa specifica vocazione. Andate.
La missione è possibile anche a casa nostra perché una parte di umanità è venuta a vivere tra
noi. C’è chi ha paura e chi sospetta, chi è diffidente e chi è chiuso verso gli stranieri (quelli poveri, naturalmente), ma essi sono una ricchezza in
generale e un’opportunità per esercitare la nostra
vocazione missionaria.
Andiamo incontro a tutti portando Cristo, nell’ascolto e nella conoscenza reciproca, nella condivisione e nel rispetto delle differenze.
Andate. Ci sono piccole cose che possiamo fare
da subito e senza particolare difficoltà. Nelle nostre
celebrazioni possiamo inserire intenzioni di preghiera missionarie. Nella nostra catechesi possiamo aprire i ragazzi alla mondialità e mettere in essere azioni pedagogiche per coinvolgerli
a loro misura nell’attività missionaria della Chiesa.
Le giornate istituzionali (GMM, Giornata dei ragazzi missionari, Memoria dei Missionari martiri) anziché essere svolte svogliatamente o addirittura
con fastidio, possono essere celebrate con zelo
missionario nella preghiera, nella riflessione, nella carità concreta. Nei campiscuola, nei ritiri dei
movimenti, negli incontri per famiglie e attività simili, perché non inserire tematiche relative alla missione, magari accompagnati dall’Ufficio missionario diocesano? Andate. Ravviviamo il desiderio
e la gioia di andare, cominciando a fare qualche
passo non fatto prima. Ogni comunità cristiana
e ogni discepolo del Signore possa registrare alla
fine di questo mese qualcosa di nuovo, una crescita nella testimonianza cristiana.
* Dir. Spirituale Uff. Missionario diocesano
Ottobre
2011
Giorgio Innocenti
P
reghiera, Città e Giovani, questi i tre ambiti in cui le Caritas parrocchiali di
Colleferro, unitamente con l’Equipe della Caritas Diocesana, vogliono cimentarsi nell’iniziativa che si terrà nella cittadina della Valle
del Sacco. Il nome “Laboratorio della Carità”, vuole significare la tensione verso il fare, e la necessità di sperimentare mezzi nuovi per percorrere una via angusta tracciata un paio di millenni orsono.
La preghiera vedrà due momenti salienti ad inizio e conclusione di queste tre giornate. Il primo, l’Adorazione Eucaristica, sarà curata dai gruppi Caritas in ogni parrocchia e rappresenta idealmente l’origine del percorso di apertura di ogni
comunità verso la propria città. Il secondo, la
messa della domenica, presenziata dal Vescovo
Vincenzo Apicella, sarà comune e concluderà
l’esperienza. I giovani sono uno dei temi che torna più spesso incontrando le Caritas parrocchiali. Il “problema” dei giovani.
Perché giovani non se ne vedono o se ne vedono pochi. Magari ci si fa caso quando c’è da portare qualche pacco pesante e l’età si fa sentire. Qualcuno più avveduto pensa che “se i giovani stanno alla larga, c’è qualcosa che non va
in ciò che facciamo, o in come lo facciamo”.
Quest’anno il tema è già stato oggetto dell’incontro con Ernesto Oliviero del SERMIG di Torino
tenutosi il 10 febbraio scorso a Valmontone; si
è poi approfondito nell’annuale incontro delle Caritas
parrocchiali che ha avuto luogo 10 aprile presso il Centro Santa Maria dell’Acero, ed al quale ha partecipato Gianni Pizzuti,
coordinatore del Settore
Volontariato della
Caritas diocesana di
Roma.
25
A continuare questo percorso, giovedì 28 i giovani delle scuole superiori di Colleferro saranno invitati ad incontrare Oliviero Bettinelli
responsabile del settore educazione, pace e mondialità di Caritas Roma.
In quest’occasione i ragazzi saranno esortati anche
a partecipare il sabato pomeriggio alla raccolta di viveri che si terrà davanti al supermercato Coop per poter subito testare in un’attività
pratica e di immediata utilità la loro voglia di mettersi in gioco e sporcarsi le mani. La Città, la
società civile.
La tentazione per le comunità cristiane può essere quella di fare da sé, prescindere da una società nei cui valori non ci si riconosce. A ben pensare però il Signore in una parabola paragonava
il regno dei cieli al lievito che, mischiato alla farina, fa crescere tutta la pasta. E allora, se anche
il lievito delle nostre comunità fosse della migliore qualità, come potremmo fare del buon pane
se non mischiandoci ed impastandoci con la
farina della società?
Un bell’impasto di realtà diverse si preannuncia essere l’appuntamento di venerdì 29; pensato proprio per rendere partecipe la città delle iniziative che nascono sui tre punti d’impegno della Caritas: poveri, mondo e Chiesa.
Così ci sarà l’occasione per festeggiare i compleanni dei due progetti diocesani, Casa
Nazareth e Progetto San Lorenzo, che cadono
proprio in questo periodo e di conoscere il lavoro di varie associazioni e delle parrocchie.
Il tutto teso ad esplorare
punti di contatto e
sinergie anche con quella parte di volontariato
che non ha come riferimento del proprio agire
il messaggio cristiano ma condivide con il volontariato cattolico obbiettivi e spesso mezzi.
Il sabato poi sarà il momento dell’azione:i volontari Caritas, assieme a quanti vorranno partecipare ed agli studenti si impegneranno in una
raccolta di viveri in collaborazione con il supermercato Coop di Colleferro.
Una raccolta che vuole essere un modo per coinvolgere i tanti cittadini che fanno la spesa il sabato nell’attività di sostegno alle famiglie più povere che le Caritas parrocchiali svolgono durante tutto l’anno.
Questa proposta arriva in un anno particolare,
l’anno europeo dedicato al volontariato; anno
in cui cade anche un altro anniversario: il quarantennale della fondazione di Caritas Italiana,
fortemente voluta da Paolo VI all’indomani del
concilio Vaticano secondo.
E proprio le parole pronunciate di lì a qualche
anno da quel pontefice suonano come un suggello alla volontà di sperimentare e cercare modi
nuovi di comunicare e vivere l’impegno cristiano. Diceva nel ‘73 Papa Montini:
“Non saremmo cristiani fedeli, se non fossimo cristiani in continua fase di rinnovamento!
La lezione sul rinnovamento della vita cristiana è una lezione ricorrente […]
Procuriamo che non sia vana per noi, ma
che piuttosto ringiovanisca in noi il senso del dovere di dare al nostro modo
di vivere la fede cristiana un’espressione nuova, autentica, adeguata alla drammaticità del
nostro tempo”.
Ottobre
2011
26
L
Suore del monastero
“Madonna delle Grazie”
a festa in onore della Santa Croce, che
attualmente si celebra il 14 settembre,
commemora il recupero della Vera Croce
dalle mani dei Persiani, nel 628 ad opera dell’imperatore d’Oriente Eraclio I, che sconfisse i persiani e trattò con l’imperatore Kavadh II, la restituzione della Croce, che fu portata prima a
Costantinopoli e poi riportata
a Gerusalemme.
1
San Tommaso d’Aquino dice che era conveniente che Cristo morisse in croce:
-per dare esempio di sovrana fortezza;
-perché questo era il modo più conveniente di
riparare il peccato del primo uomo che si cibò
dei frutti dell’albero proibito cosicché Cristo, frutto di vita, ha voluto essere inchiodato sull’albero della croce;
-perché in questo modo Cristo, dopo aver santificato la terra dove ha camminato, santificasse
anche l’aria nel momento in cui sarebbe stato innalzato sull’albero della croce;
-perché dall’alto della croce ha preparato per
noi l’ascesa in cielo;
-perché la figura della croce, col suo centro unico che si irradia verso i quattro estremi, aiuta
a capire che colui che doveva morire su di
essa avrebbe beneficato tutta l’umanità.
La morte in croce di Cristo si rinnova
sacramentalmente nella Santa
Messa facendosi presente
nella consacrazione del
pane e del vino, perpetuando così la sua
Redenzione.
Facendo il paragone fra la
Croce e il
Sacrificio dell’altare, possiamo
domandarci:
- Che cosa è successo nella croce? Cristo ha sofferto duramente
per noi di modo che i suoi patimenti, specialmente il suo sangue versato, hanno procurato non
solo sufficientemente ma in sovrabbondanza
la salvezza per tutti gli uomini e tutte le donne d’ogni tempo e luogo (redenzione universale);
- Che cosa succede nella Messa? Nella Messa
avviene lo stesso sacrificio della Croce e gli stessi patimenti di Cristo che operano in modo efficace per coloro i quali si offre la Messa. In breve: c’è una stessa causa; c’è uno stesso effetto. Nella Croce tutto questo era visibile mentre nella Messa è invisibile e sacramentale ma
sempre veritiero e reale.
Il sacrificio della croce, che era visibile ai contemporanei di Gesù, è lo stesso Santo
Sacrificio della Messa, che non è visibile agli
occhi umani ma a quelli della fede sotto i veli
sacramentali. Tuttavia, come afferma un Padre
della Chiesa, non serve solamente amare la
Croce ma dobbiamo anche portarla senza, peraltro, andare a cercarla molto lontano: “La Croce
– si legge nell’Imitazione di Cristo – si trova sempre, da qualunque parte guardiamo, sia in alto
sia in basso, dobbiamo amarla con tutto l’affetto del nostro cuore”.
Se vogliamo imitare il Nostro Divin Maestro, dobbiamo portare la nostra croce quotidiana e seguirlo: “Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”
(Mt. 16, 24).
L’amore per Nostro Signore è quello che ci renderà capaci di arrivare fino al Calvario. La passione di Gesù è la manifestazione più grande
del suo amore per noi, come diceva Santa Gemma
Galgani: “Gesù, Ti ha ucciso l’amore. Le spine, la croce, i chiodi… tutto è opera d’amore”
e noi dobbiamo cercare di corrispondere il suo
amore con magnanimità sapendo che “Nessuno
ha un amore più grande di questo: dare la vita
per i suoi amici” ( Gv. 15, 13).
Gesù dalla croce guardava ognuno di noi come
lo fa adesso dall’Eucaristia perché il sacrificio
della croce si perpetua nella santa Messa e,
dunque, nell’Eucaristia dove Gesù stesso si fa
presente per noi. Nel tabernacolo, infatti, Cristo
è presente realmente, con il suo Corpo, Anima,
Sangue e Divinità, e ci aspetta desideroso come
egli stesso ci ha rivelato: “Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò” (Mt. 11, 28).
Approfittiamo di questa festa, dove la Croce del
Nostro Divin Maestro è esaltata, per raccoglierci
in preghiera e unendo alla Croce di Cristo tutte le nostre croci, sapendo che Gesù Cristo già
l’ha portata per noi, e vuole che anche noi la
portiamo per assomigliare sempre più a lui.
Diceva un santo che “chi guarda la croce di Cristo,
tutto soffre e tutto sopporta” perché vedendo
le sue sofferenze possiamo soffrire anche noi
con Lui. Ave Crux, Spes unica!
Nell’immagine: Esaltazione della
Croce,
Piero della Francesca,
1452-66, Arezzo
1
Catena Aurea,tomo II
(San Matteo,
2º parte)
Ottobre
2011
27
Mons. Franco Risi
L
a pastorale “globale” ha il compito di
creare nel Popolo di Dio un clima in
cui le differenti vocazioni possano crescere. La vocazione e le vocazioni devono diventare tema fondamentale della predicazione, della preghiera e della catechesi. Non basta, infatti, che il tema sia trattato in forma diretta: esso
deve essere presente, come annuncio indiretto, anche in altri momenti di predicazione, preghiera e catechesi. Il primo riguarda la natura
e la funzione specifica del fenomeno vocazionale nella Chiesa, fondamentale proprio per realizzare la diffusione dell’annuncio del Vangelo
nel mondo. Nel secondo aspetto, è necessario
tener presente gli obiettivi, le vie ed i mezzi della funzione mediatrice della Chiesa particolare,
in ordine alle vocazioni: essa si identifica con
le vocazioni da cui viene costituita; ha il dovere essenziale, per la sua missione, di favorire,
accogliere, discernere, valorizzare ed accompagnare fino alla giusta maturazione tutte le vocazioni. Per quanto riguarda il terzo aspetto è opportuno che si attui la mediazione vocazionale con
compiti specifici, rispettando le chiamate delle
singole persone che la compongono. Con l’attuazione di questi principi, la pastorale vocazionale
si è inserita nella pastorale d’insieme. E quest’ultima, con i suoi metodi, con i suoi contenuti
rinnovati e con le sue ampie collaborazioni con
tutti i vari programmi pastorali esistenti nella chiesa locale, fa sentire veramente l’efficacia della
sua presenza a tutti i livelli: diocesano, regionale e nazionale.
Il suo influsso non si è esteso soltanto al settore della promozione vocazionale, ma anche
a quello della selezione dei candidati, con evidenti riflessi in un più regolare ed efficiente funzionamento dei Seminari, anche a vantaggio delle vocazioni di speciale consacrazione.
La Chiesa italiana, a livello di pastorale vocazionale, vede la parrocchia come il luogo in cui
la Chiesa diventa comunità adulta nella fede e
tutta ministeriale nel servizio. E’ la comunità parrocchiale che può offrire gli strumenti più idonei, le esperienze più vive, mediante la catechesi,
la vita liturgica, il servizio della carità, affinché
tutti i cristiani giungano a comprendere la loro
vita come vocazione, forti di una esperienza di
fede da coltivare ed approfondire costantemente.
Nel rispondere con pienezza a questa sfida, la
parrocchia non può
non tener presente lo scenario sociale sempre
mutevole in cui è chiamata ad operare, spesso non di aiuto alla sua
opera evangelizzatrice. Basti pensare alla
crisi della famiglia, un
tempo alveo fondamentale per la crescita nella fede dei figli, oggi
molto spesso disgregata
ed in difficoltà. Il Centro
Diocesano Vocazioni, poi,
si propone come il giusto organismo di comunione, di animazione vocazionale e di coordinamento di tutto quello che si fa nelle comunità parrocchiali nel campo della pastorale vocazionale. Questo sforzo e impegno di attuare in
tutte le Chiese locali il piano pastorale per le vocazioni, fa guardare con fiducia alla fioritura di tutte le vocazioni, in particolare quelle di speciale consacrazione, per il bene di tutta la Chiesa
di Dio. La sintesi qui espressa può essere verificata negli articoli che in questi due anni hanno accompagnato la rubrica “Vocazioni” pubblicate
in “Ecclesia”. Per una facile consultazione propongo un riferimento dei singoli titoli degli articoli proposti:
1) L’impegno cristiano di tutti i fedeli laici;
2) La Trinità chiama la persona nella Chiesa e nel
mondo;
3) Il ruolo della Chiesa Particolare nella Pastorale
Vocazionale;
4) La famiglia e la pastorale vocazionale;
5)La parrocchia: luogo di annuncio di proposta e di
accompagnamento vocazionale;
6.1) Catechesi e liturgia: azioni privilegiate per la pastorale vocazionale parrocchiale;
6.2) La parrocchia è missionaria solo se è aperta a
tutte le vocazioni;
7) La parrocchia chiama tutti a dare una risposta alla
proposta vocazionale;
8) La parrocchia aiuta tutti a fare un cammino di fede;
9) La parrocchia: comunità di accompagnamento;
10) Il Centro Diocesano Vocazioni: Natura e fini;
11) Una rete di relazioni;
12) La scommessa della pastorale vocazionale;
13) Cammini di formazione;
14) La Pastorale Vocazionale: Attuale raccolta di esperienze promosse dai C.D.V.;
15) La direzione Spirituale;
16) L’accompagnamento dei gruppi giovanili parrocchiali;
17) L’annuncio del vangelo esige una pastorale vocazionale.
Spero che con queste indicazioni, in questo nostro
percorso nella Pastorale vocazionale, di aver suscitato anzitutto l’interesse di tutti e di aver fatto
cosa gradita a tutte le comunità parrocchiali, esistenti nelle nostre Chiese locali. D’altra parte,
l’obiettivo che mi ero prefissato non era quello
di offrire un trattato teologico su questi temi, ma
di presentare il tema a titolo esperienziale, con
il desiderio di gettare un piccolo seme nel cuore del lettore, per suscitare l’impegno nella vigna
del Signore.
L’auspicio è, quindi, di sentirsi uniti, nell’unico
Corpo di Cristo, ai presbiteri, affiancandoli nella costruzione dell’unica Chiesa di Cristo per il
bene del mondo.
Ottobre
2011
28
S
Diacono Pietro Latini
ono Pietro, diacono
sposato con Miriam
ed ho due figli. Ho 63
anni, sono in pensione dopo una
vita lavorativa passata prima in
aeronautica e poi in ENAV come
controllore di volo. Mia moglie
Miriam è insegnante di scuola
primaria. I miei figli uno è libero professionista ed anch’egli
sposato con un figlio in arrivo,
Christian; l’altra è Francesca professoressa sposata con figlia e
vive a Brescia, dove il marito
lavora. Quest’anno celebreremo 35 anni di matrimonio.
La mia vocazione al diaconato nasce dentro un
movimento spirituale molto ampio, fatto di ricerca spirituale, di travaglio interiore, di adesione
a iniziative sempre più forti.
Dopo il matrimonio, ho seguito con altre coppie percorsi formativi parrocchiali particolari. Ma
questi non sono stati mai adeguati alle aspettative: ero sempre in parrocchia a cercare di fare,
nei corsi di formazione ad imparare, nei movimenti spirituali a cercare esperienze nuove …
finché un seminarista non mi ha prima proposto e poi di fatto concretizzato l’iscrizione al corso istituzionale di teologia per seminaristi che
egli seguiva per diventare sacerdote. Detto fatto, dapprima un po’ reticente poi pienamente
convinto, ho accettato l’invito ed
ho aderito con entusiasmo alla
nuova esperienza per me non
solo culturale ma anche di
fede. Mi sono così ritrovato a
fare gli esami di teologia e a dirlo al Vescovo della Diocesi Mons.
Dante Bernini.
Ero soddisfatto di questo, ma
il Vescovo mi ha proposto orizzonti più impegnativi e mi ha incoraggiato verso il cammino diaconale. E così ho prima fatto la
domanda per diventare diacono, poi ho percorso tutti gli itinerari della formazione previsti
ed infine sono stato ordinato diacono l’otto dicembre del 1980
nella chiesa S. Anna in Valmontone. L’ordinazione
insieme a quella del diacono Vito avvenuta la
sera precedente, a quella del diacono Rita, ora
nella gloria del Padre, seguita di qualche giorno e a quella del diacono Angelo subito successiva ha segnato non tanto la data di inizio
dei nostri ministeri quanto la reintroduzione del
diaconato nella nostra diocesi, perché così è stata pensata e voluta dal vescovo e così nei fatti è avvenuta. Infatti i quattro insieme si sono
formati ed insieme sono stati ordinati.
Ho trovato lungo la strada ottimi formatori che
sono stati impareggiabili guide spirituali. Innanzi
tutto il Vescovo Mons. Dante Bernini, convinto
istitutore del diaconato nella nostra diocesi; il padre
spirituale del gruppo dei candidati al diacona-
to Mons. Fernando De Mei, grande sostenitore dei diaconi nei
momenti di crisi e ottima guida spirituale, sempre intento
ad indicare la strada da prendere e soprattutto la comunione
da difendere e conservare come
bene prezioso; quindi d.
Giorgio Cappucci, il parroco che
mi ha accolto, che mi ha curato la vocazione e mi ha avviato alla missione.
Mi è stata sempre accanto nella esperienza pastorale mia
moglie: lei mi ha sostenuto nei
momenti di difficoltà, mi ha aiutato ad individuare le scelte da
fare nei momenti incerti, ma
soprattutto lei ed i figli mi hanno aiutato ad uscire da una visione uni-prospettica della vita e della pastorale ed a capire che c’è sempre un rovescio della medaglia, sia quando ci sembra che
solo la nostra sia l’unica scelta giusta sia quando ci sembra che gli altri stiano dalla parte sbagliata. Sul mio servizio posso dire che ci sono
state espressioni diverse a seconda dei periodi e dei luoghi nei quali mi son trovato ad operare.In un primo periodo sono andato a svolgere
il servizio in un quartiere di campagna di una
parrocchia vicina. Forse per la novità, forse perché la gente si è sentita importante, forse anche
per uno spirito di corpo l’iniziativa ha riscosso
molto successo al punto che il parroco di quel-
la contrada ha arricchito l’esperienza mandando un sacerdote.Successivamente mi son ritrovato nella parrocchia dove intanto ero andato
ad abitare, San Cesareo.
Parrocchia simile a tante borgate romane, con
analoghi problemi di immigrazione ma con meno
risorse. Forse si son ripetuti i motivi del quartiere di campagna, certo si son replicate le risposte positive. Sia lode a Dio.
Terza iniziativa: sul posto di lavoro tra i controllori
di volo. Iniziative proposte: ritiri spirituali, messe di ricorrenza a Natale e Pasqua ed incontri
su problematiche forti: intercultura, famiglia, religione. Iniziative sempre ben pubblicizzate, risposte sempre adeguate.
Quarta esperienza, servizio diocesano come diret-
tore Caritas dal 1990 al 2003. Risultato: trasformazione
del precedente servizio diocesano POA (Pontificia
Opera Assistenza) in servizio Caritas e parallelamente fondazione della Caritas in ogni parrocchia. La nascita della Caritas in ogni parrocchia
ha richiesto un impegno particolare di sensibilizzazione e di animazione a cui sono stati chiamati a partecipare anche i diaconi diocesani impegnati in altri settori. Sono stati organizzati corsi di formazione sia in sede che nel territorio,
assemblee diocesane e parrocchiali, incontri con
dirigenti della Caritas di Roma e della Caritas
Italiana. E’ stato un bel momento per la Caritas
e per la Diocesi ma anche per il Diaconato e
per ciascuno di noi. Perché da quella esperienza
siamo usciti, istituzioni e persone, tutti un po’ più
arricchiti.Da ultimo membro del gruppo diocesano di formazione dei candidati al diaconato.
Ci son da fare due considerazioni: una sul ruolo della moglie nel servizio del diacono sposato ed una sul ruolo del diaconato permanente
nella nostra diocesi.
Sulla moglie si può dire che ci sia stato un progresso a livello di comprensione ecclesiale da
quando il diaconato è stato reistituito nella nostra
diocesi. All’inizio infatti sembrava che l’apertura al servizio diaconale degli uomini sposati dovesse essere dettata da ragioni di convenienza e
di necessità della chiesa rispetto alla crisi delle vocazioni sacerdotali. Alla luce della mia esperienza posso dire che niente di più sbagliato ci
fosse in questa impostazione e che il ruolo della moglie nella figura del diacono recuperi oggi
una prospettiva positiva, del
resto già presente nel Nuovo
Testamento come la lettura delle compagne di viaggio degli apostoli ci autorizza a pensare e come
la lettura dei segni, che lo Spirito
ci dona, sempre più ci conferma.
Sullo stato del diaconato permanente
nella nostra diocesi sembra
essere arrivati ad una pausa di
riflessione.
Certamente oggi nella nostra diocesi il diacono ha uno spazio nelle cerimonie in cattedrale e nelle messe solenni, nella benedizione pasquale delle famiglie, in
qualche caso nei centri di ascolto e sporadicamente nella catechesi. È un bel passo rispetto all’inizio, ma non
basta! Credo che il diacono nella società di oggi
debba essere prima pensato e poi ritagliato su
un ruolo di mediazione come la figura e la condizione lavorativa e sociale suggeriscono e come
tante volte nei fatti avviene. Un diacono che sia
testimonianza credibile del Vangelo ed immagine nella quale i colleghi di lavoro possano scoprire la chiesa come sacramento ma anche come
istituzione credo sia il miglior servizio che possa essere offerto all’uomo di oggi smarrito e alla
ricerca di quella salvezza che solo la chiesa, che
il diacono incarna, può dare. Lo stato di sposato e la condizione di lavoratore favoriscono
questo ruolo; è una buona premessa per l’ulteriore comprensione futura.
Ottobre
2011
A cura delle Suore Apostoline, Velletri
D
on Nico Dal Molin, nel numero di settembre, richiamava con forza che:
«scegliere è una via ‘possibile e percorribile’, e che solo accettando di vivere le resistenze e le paure (che spesso accompagnano le scelte più importanti e decisive), così tipiche del cuore umano, troverete la serenità e
la pace interiore».
Scegliere è espressione della nostra libertà, del
nostro essere persone capaci di dare alla vita
una direzione e di realizzare pienamente ciò
che siamo.Ma come comprendere qual è la scelta che davvero mi fa essere in pienezza ciò che
sono, mi permette di amare e di essere amato nella modalità che sento essere più mia?
Questa capacità affonda le sue radici in una
realtà profonda e troppo spesso trascurata e
dimenticata: prima di
essere persone che
scelgono, siamo persone che sono state
scelte!
In un’epoca che sembra privilegiare il ‘fare’
rispetto all’ ‘essere’ dobbiamo riscoprire la
nostra identità più
profonda.
Ciascuno di noi è
invitato a porsi la
domanda che un giorno fu rivolta dai sacerdoti e dai leviti a
Giovanni Battista sulle sponde del fiume
Giordano «Tu, chi
sei?» (Gv 1,19).
«Io, chi sono?».
Una domanda centrale
per la vita di una persona, di ogni età, di
ogni cultura, di ogni
condizione sociale.
Una domanda che ci
invita a riscoprire il significato più profondo di una parola “antica” ma
sempre “nuova”: vocazione.
«L’uomo viene alla vita perché amato, pensato e voluto da una Volontà buona che l’ha preferito alla non esistenza, che l’ha amato ancor
prima che fosse, conosciuto prima di formarlo nel seno materno» ricorda il documento “Nuove
vocazioni per una nuova Europa”.
29
Ecco chi siamo!
Persone amate, pensate e volute da Colui
che è all’origine di tutta l’esistenza.
Questa consapevolezza da senso e luce alla
nostra vita. Come ci ricorda sant’Agostino: Dio
ci ha fatti per Lui, e il nostro cuore è inquieto
finché non riposa in Lui.
Una verità fondamentale che esprime l’identità più vera di ogni essere umano. La vita è così
la prima vocazione, la prima “chiamata” che ci
raggiunge in modo totalmente gratuito e libero e che esprime il desiderio di Dio, Creatore
e Padre, di coinvolgerci nel suo progetto creativo di amore.
Come afferma p. Cesare Falletti:
«La vita non la si gestisce, la si riceve!».
Questa consapevolezza, talvolta offuscata, messa in discussione e continuamente da riscoprire,
si arricchisce per noi cristiani della Parola che
Gesù stesso sentì pronunciare su di Lui il giorno del Suo Battesimo nel fiume Giordano: «Tu
sei il Figlio mio, l’amato» (Mc1,11).
La stessa Parola che Dio Padre ha pronunciato
su ciascuno di noi il giorno del nostro
Battesimo: «Tu sei mio figlio, l’amato / Tu sei
mia figlia, l’amata».
Ecco un’altra indicazione preziosa sulla nostra
identità e che risponde alla domanda: di chi
sono? Se ci pensiamo bene infatti non ci basta
sapere “chi siamo”! Abbiamo bisogno di sen-
vezza e di amore che Dio porta avanti nella storia e che in Gesù ci è stato rivelato.
Scegliere “cosa fare” della propria vita diventa allora scegliere “chi essere” con la propria
vita per essere coerenti al nostro essere figli
di Dio. Tutto questo a partire dalla consapevolezza che è dentro la nostra storia personale
che Dio stesso ci comunica il sogno che ha su
di noi e che solo può realizzare in pienezza la
nostra vita.
Lo ha ricordato anche Papa Benedetto XVI ai
giovani riuniti a Madrid per la GMG: «Sì, cari
amici, Dio ci ama. Questa è la grande verità
della nostra vita e che dà senso a tutto il resto.
Non siamo frutto del caso o dell’irrazionalità,
ma all’origine della nostra esistenza c’è un progetto d’amore di Dio.
Rimanere nel suo amore significa quindi vivere radicati nella fede, perché la fede non è la
semplice accettazione di alcune verità astratte, bensì una relazione intima con Cristo che
ci porta ad aprire il nostro cuore a questo mistero di amore e a vivere come persone che si
riconoscono amate da Dio»… e come tali capaci di fare scelte fondate sull’amore!
tire che apparteniamo a qualcuno, che non siamo soli. E questo bisogno così forte in noi trova risposta nel nostro essere figli.
Noi apparteniamo al Padre, da Lui veniamo e a Lui ritorniamo.
Non siamo in questo mondo per uno strano gioco del destino o per un caso. Il caso e il destino non esistono: esiste solo il progetto di sal-
Alcuni libri per continuare la riflessione:
Qualche pro-vocazione per te…
* Come percepisci e coltivi questa identità/vocazione nella tua vita?
* Nella tua giornata fatta di tanti impegni, di tanti incontri, di tanti servizi non dimenticare
che ogni istante ti
è donato e che
ciò che da senso alla
tua vita è scoprirti
amato, pensato e
voluto da Colui che
sempre ti custodisce.
A fine giornata prova a rileggere quanto hai vissuto ricercando i “mezzi”
che il Signore ha utilizzato per farti
sentire amato.
* Prenditi del tempo per rileggere il
salmo 139 (138) e
impara a guardare
a te stesso e agli
altri come “una
meraviglia stupenda”.
Richard Bach – Il gabbiano Jonathan
Livingston
Martin Buber – Il cammino dell’uomo
Henry Nouwen – Sentirsi amati
Ottobre
2011
30
Don Daniele Valenzi
N
el commento al trentatreesimo capitolo del libro dei numeri, dove troviamo le tappe dell’esodo del popolo di Dio nel deserto, Bruno di Segni coglie l’occasione per ribadire l’importanza della Scrittura
nella vita del cristiano, la indica come via privilegiata per chi vuole giungere all’incontro con il
Signore della vita. Accedere
a questa sorgente inesauribile di grazia è fondamentale per avere la possibilità di sentirsi saziati dalla Parola e sostenuti da essa.
La familiarità con la Sacra
Scrittura aiuta a leggere i
segni dei tempi e ci permette
di cogliere la continuità dell’azione salvifica di Dio nell’oggi. La sua parola infatti è destinata a irrompere
nella storia, per rivelare a
ogni uomo la sua vera voca-
zione e dargli modo di realizzarla. La sua autorità, grazie alla presenza dinamica dello Spirito,
raggiunge il cuore e ci forma interiormente, aiutandoci a gestire, nei modi e nelle forme più idonee, anche i problemi educativi.
La Bibbia svela al credente anche il suo volto.
Chi legge le pagine bibliche apprende pian piano a leggere se stesso e a scoprirsi dentro una
storia più grande: quella del
Signore con gli uomini e degli
uomini con Dio. Tutti possono
ritrovarsi nelle pagine della
Scrittura. L’antica tradizione
rabbinica dice:
“Gira e rigira la Torah, perché
tutto vi è in essa e anche tu stesso sei in lei tutto intero” e Gregorio
Magno scrive: “La Sacra Scrittura
si presenta agli occhi della nostra
anima come uno specchio, in
cui possiamo contemplare il nostro
volto interiore”. Ascoltiamo allora dalla viva voce del vescovo
di Segni quest’invito a fare della Scrittura il rifugio delle nostre
Sara Calì
P
roprio nei giorni in cui Artena festeggia la nascita della Madonna
ed il suo SS. mo Nome, uno dei pochi periodi dell’anno in cui
i suoi abitanti possono vedere la statua della Madonna delle Grazie,
la parrocchia di S. Maria di Gesù saluta il parroco P. Pasquale Veglianti,
cui succede P. Osvaldo Salvi. Ho raccolto qualche impressione dei due
sacerdoti.
P. Pasquale da quanto tempo sei ad Artena?
“Come parroco dal 1° settembre 1993, sono diciotto anni che sto ad Artena,
ma già sono stato qui per 5 anni durante il seminario e ancora per altri
6 anni come vicario parrocchiale, dopo l’ordinazione”.
Tra qualche giorno ti trasferirai
al santuario francescano di
Poggiobostone, in provincia di
Rieti, quali ricordi porterai con
te di Artena?
“L’accoglienza e la grandissima
disponibilità degli artenesi e poi
la forza di tanti anziani malati che
accettano e sopportano la loro condizione con grande fede”.
Leggo negli occhi di P. Pasquale
un po’ di commozione, la stessa
che ha suscitato in tutti noi
P. Pasquale Veglianti
anime.
Qui Mosè descrive le quaranta tappe che il
popolo fece per giungere alla terra promessa. A questo proposito, se qualcuno volesse
trattare secondo l’interpretazione degli uomini, o secondo le imprese in esse, nel lungo
commento potrà trovarle in modo esteso. Tuttavia,
circa il numero poche cose abbiamo dette.
Il numero quaranta infatti è composto da quattro e dieci (quattro volte dieci o dieci volte quattro fa quaranta).
Dieci e quattro come spesso abbiamo già detto, indicano il Vecchio ed il Nuovo Testamento,
poiché l’uno in dieci parole, l’altro in quattro
vangeli è racchiuso. Così come, dunque, quelli attraverso quaranta tappe raggiunsero la
terra promessa, così anche noi attraverso i
dieci comandamenti della legge e passando
per i quattro vangeli, siamo introdotti , guidati da Gesù, nella terra dei viventi.
Beati quelli che in questi tappe dimorano ed
abitano. Beati quelli che nei sacri testi di entrambi i testamenti si dilettano: avranno sempre
una manna abbondante, mai saranno privi del
pane celeste, non mancherà mai loro il pane
vivo che scende dal cielo.
Saranno nutriti di cibo spirituale, si disseteranno con l’acqua dalla roccia, li coprirà la
grazia dello Spirito Santo di giorno e li illuminerà di notte, potranno realmente dire: il
Signore mi sostiene, nulla mi manca, in un
luogo di pascolo mi conduce (salmo 22,1).
Nell’immagine: San Girolamo
Gerges de La Tour, 1621- 23, Hampton Court
quando ha salutato i parrocchiani, durante la messa dell’11 settembre,
celebrata alla presenza di Sua Eccellenza mons. Vincenzo Apicella e
del molto rev. do Padre Giovanni Rossi, per l’insediamento del nuovo
parroco, P. Osvaldo Salvi.
P. Osvaldo quali sono le idee e i progetti per la parrocchia e chi ti
affiancherà?
“Già da sei anni sono viceparroco e finora abbiamo agito sempre seguendo una linea comune, non ci saranno grossi cambiamenti, ma spero di
portare a termine i progetti già intrapresi. Vicario parrocchiale sarà P.
Giulio Calcagna, ex parroco di Greccio”.
Prima di venire ad Artena eri parroco a
San Sebastiano a Roma, ma conoscevi
già il nostro paese, vero?
“Sono stato ad Artena per 11 anni dal
1967 al 1978, prima come maestro e poi
come rettore del Collegio, in quel
periodo anche P. Pasquale era studente
al ginnasio. Inoltre ho insegnato religione
nella locale scuola media”.
La parrocchia è come una grande famiglia, ci si conosce, si collabora, ci si confronta, e sicuramente lo spostamento di
P. Pasquale ha generato in tutti i parrocchiani un po’ di dispiacere, mitigato
dal fatto che il nuovo parroco è già conosciuto e apprezzato da tutti noi.
P. Osvaldo Salvi
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da una raffinata balaustra in marmo; particolari, infine, le decorazione
pittoriche e le tele, che hanno tutte come tema principale il Rosario. Al
centro della cappella, su un altare in marmi pregiati e racchiusa in un’elegante edicola vi è la tela, dipinta ad olio e raffigurante la Madonna che
dona il rosario a S. Domenico.
L’opera è stata da alcuni attribuita a Pietro Berrettini, meglio noto come
Pietro da Cortona, ma la maggior parte attribuiscono il dipinto a un valente artista romano della scuola del Maratti e operante negli ultimi decenni del secolo XVII. Ad A. Generoli, pittore minore affacciatosi sulla scena romana verso la metà del XVII secolo, sono attribuiti i due grandi dipinti laterali della cappella. A destra è raffigurata la Dormitio Mariae e la
sua ascesa in cielo, in alto quattro piccoli riquadri, sorretti da angeli, raffigurano la Resurrezione, l’Ascensione, la Pentecoste e la Gloria degli
Angeli e dei Santi, che con l’Assunzione costituiscono la serie dei cinque misteri gloriosi del Rosario.
Nella parete di sinistra vi è raffigurata La Nascita del Signore. Allo stesso modo, in alto vi sono i quattro piccoli pannelli raffiguranti
l’Annunciazione, la visita della Madonna a S. Elisabetta, la presentazione
di Gesù Bambino al tempio e il ritrovamento di Gesù nel tempio, che
costituiscono i misteri gaudiosi del Rosario. Alcuni studiosi ritengono che
l’autore di quest’ultimo dipinto sia un pittore del XVII secolo diverso per
tecnica e valore artistico dal Generoli.
La Cappella del Rosario della Cattedrale di S. Maria Assunta di Segni
è un piccolo scrigno di tesori d’arte che ci catturano e ci accompagnano con la loro vivacità e il loro dinamismo nella preghiera più bella che
è quella del Rosario.
L
Federica Colaiacomo
a Cattedrale di Segni, dedicata a Santa Maria Assunta, fu edificata verso la metà del XVII secolo. L’edificio fu ricostruito dalle fondamenta, poiché la Cattedrale medievale era ridotta in cattivo stato, danneggiata probabilmente durante l’assalto delle truppe del
Duca d’Alba, che, capitanate da Marcantonio Colonna, distrussero e incendiarono Segni nell’agosto del 1557.
I lavori della nuova Cattedrale iniziarono nel giugno del 1626, anno in
cui era Vescovo LUDOVICO ATTI e Sindaco della città GIOVANNI BATTISTA
LAURI e si protrassero fino al 1657, ma soltanto il 23 aprile 1684 il Vescovo
FRANCESCO MARIA GIANNOTTI la consacrò. Il progetto fu affidato all’architetto GIOVANNI BATTISTA RODERI, che realizzò il moderno edificio con
forme monumentali, a croce greca, con sette cappelle, compreso il presbiterio e quattro altari, tutti riccamente decorati.
Le ampie e sontuose cappelle erano di proprietà delle famiglie più influenti dell’epoca, fatta eccezione per quella dedicata a San Bruno, Patrono
di Segni e per questo di proprietà della Comunità. La seconda cappella, entrando, sulla destra, apparteneva alla Confraternita del Rosario,
da sempre una delle più facoltose della città.
Nella Cappella del Rosario molti sono i lavori che furono eseguiti su commissione della Confraternita: nell’anno 1642, tutte le decorazione in stucco, opera degli artisti romani Francesco Vaiani e di suo figlio Valerio; nell’anno santo del 1700, come ricordano le epigrafi, la cappella fu chiusa
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l 17 maggio 1809 dal “Campo Imperiale
di Vienna”, Napoleone Bonaparte Imperatore
dei Francesi, Re d’Italia, Protettore della
Confederazione del Reno, decretava la fine del
millenario potere temporale dei papi con l’annessione
dello Stato della Chiesa all’Impero; Roma veniva dichiarata città libera, dove il papa poteva risiedere solo come Capo Supremo della Chiesa. Al
pontefice veniva concessa una rendita annua di
due milioni di franchi e l’immunità dei palazzi apo-
dell’Imperatore, fu generalmente molto più tollerante. Infatti, furono proprio i rappresentanti del
clero a pagare il prezzo più alto con numerose
deportazioni nella Corsica anche se non mancarono
anche alcuni coraggiosi amministratori pubblici
i quali, come il priore di Gavignano, Bartolomeo
Sinibaldi, si rifiutarono di giurare fedeltà al “Dio
Pagano”.
Chi era questo sconosciuto priore che aveva osato sfidare l’Aquila Imperiale pagando di persona con il carcere, la confisca dei beni e l’esilio la
sua fedeltà alla Chiesa di Roma ?
stolici. A nulla valsero le proteste e la scomunica fatta affiggere alle porte delle basiliche romane. La reazione di Napoleone fu, come al solito,
rapida ed energica; nella notte tra il 5 e il 6 luglio
il generale Radet arrestava il pontefice che nella circostanza diede ordine di non opporre resistenza. Aveva così inizio il travagliato esilio di papa
PioVII conclusosi solo il 24 maggio 1814.
Durissime anche le sanzioni.
Il papa fu costretto al pagamento di ingenti somme di denaro, così come innumerevoli opere d’arte varcarono i confini della Francia. Ma l’imposizione più dolorosa e traumatica, fu l’obbligo di giuramento di fedeltà al nuovo regime imposto agli
amministratori e soprattutto al clero, mezzo attraverso il quale Napoleone mirava al totale controllo
della Chiesa sottraendo gli ecclesiastici al potere di Roma.
Quello del giuramento, rappresentò in verità, un
profondo problema di coscienza. Bisognava
scegliere tra il giuramento imposto da Napoleone
o rifiutarsi come chiedeva il Papa. Nel primo caso
si potevano godere e conservare tutti i benefici
e incarichi senza incorrere nel timore di “rappresaglie”, in caso contrario, per i laici significava la
decadenza e la rinuncia da tutte le cariche pubbliche mentre per ecclesiastici, in particolare per
i curati, l’esilio.
In verità il decreto intendeva colpire maggiormente
il clero mentre con gli amministratori pubblici, sia
i Prefetti che i Sotto-Prefetti, la manus longa
Bartolomeo Sinibaldi nasce a Gavignano nel 1759
da Rocco e Angela Nardi quarto di otto figli. Nel
giro di pochi anni sposa e rimane vedovo di Lucia
Ferrari, Olimpia Branca e Caterina Candida dalle quali avrà dieci figli tutti deceduti in tenerissima età ad eccezione di Antonio (1797-1856), ordinato poi sacerdote e di Giuseppe.
Grazie alle sue indubbie capacità di “negoziatore di campagna” e agronomo, Bartolomeo diventa uno dei personaggi più in vista del paese.
Prima consigliere, poi anziano, nel 1810 viene eletto alla massima carica pubblica come priore. In
una nota informativa conservata nell’archivio comunale, viene rievocata minuziosamente tutta la triste vicenda del coraggioso priore dall’arresto
fino al rientro dall’esilio; “Bartolomeo Sinibaldi
di ba. me. della terra di Gavignano, diocesi di Segni,
trovandosi priore di detto comune nel gennaio dell’anno 1811, su richiesta del governo francese di
prestare giuramento di fedeltà all’Imperatore Napoleone
e, poiché era di scrupolosa coscienza, ricusò di
prestarlo affermando che egli non riconosceva altro
Sovrano se non il solo Papa il quale proibiva a
tutti di prestare tale giuramento e pertanto sia per
il Papa che per la Chiesa, era disposto a soffrire qualunque martirio fino alla morte, poiché non
dovevasi offendere né Iddio né il Sommo
Pontefice con tale infedeltà. Alla risposta negativa, gli venne intimato l’esilio e la confisca dei
beni.
Il 22 gennaio del 1811, nottetempo fu arrestato
I
Francesco Canali
dalla forza francese con il consenso del Giudice
di Pace del Governo distrettuale di Segni e gli presero tutto ciò che egli possedeva sia di cose stabili che di mobili e fu portato nelle carceri di Segni
dove fu rinchiuso per quattro mesi.
Dopo aver venduto tutti i beni, fu trasferito a Civitavecchia
e imbarcato nell’isola di Calvi a Bastia dove rimase per tre anni e cinque mesi. In quella prigione
sperimentò i più tristi effetti di quella calamitosa
vicenda, anche perché sprovvisto di mezzi umani per il suo mantenimento. Per tale deportazione dovette abbandonare la moglie e la famiglia composta di cinque figli e cioè tre femmine e due maschi (gli altri figli erano deceduti) tutti inabili a procacciarsi il vitto per cui
la moglie per sfamarli, dovette creare dei debiti che ritrovò il vecchio priore al suo ritorno in
Gavignano il 15 giugno dell’anno 1814.
“Non più in grado di poter lavorare in quanto malato e pieno di incomodi e acciacchi a causa dei
patimenti sofferti, per sopravvivere fu costretto
a creare altri debiti.” Il vecchio priore si rivolse
allora a due ex compagni di prigionia, mons.Testa,
Segretario delle Lettere Latine di papa Pio VII
e mons. Candido Maria Frattini Vice-Gerente al
fine di ottenere “qualche sovvenimento per la
famiglia essendo inabile al lavoro” e per mantenere il figlio Antonio negli studi e prossimo alla
tonsura.
Grazie all’intervento dei due alti prelati, l’ex priore riuscì ad ottenere una pensione mensile di
scudi quattro versata in un primo tempo dalla
Dataria Apostolica (la “cassa” personale del papa)
e in seguito dalla Cassa dei Sussidi, con la speciale clausola di reversibilità in favore del figlio
Antonio sacerdote, al fine di essere di aiuto alla
famiglia fino a quando questi non si fosse dotato di un qualche beneficio “donec provideatur de
alio beneficio ecclesiastico”.
Dopo la morte del padre avvenuta il 7 febbraio
1822, il figlio don Antonio (che nel frattempo si
era ben guardato dal dotarsi di benefici goduti “ufficialmente”), per molti anni continuerà a percepire il vitalizio con il quale poté saldare i vecchi
debiti di famiglia e mantenersi fino alla sua morte avvenuta il 2 luglio 1856. A questo punto della vicenda subentra l’altro figlio di Bartolomeo, Giuseppe:
nato il 3 aprile 1811, giovanissimo sposa Angela
Maria Salvi dalla quale avrà sei femmine e un
maschio, Angelo che in seguito vestirà l’abito talare. Come il padre Bartolomeo, Giuseppe è una
delle persone più in vista del paese.
Più volte membro del consiglio comunale, promotore,
tra l’altro, dell’ingrandimento della chiesa della Madonna
delle Grazie in occasione del colera del 1854, intraprende anch’egli la professione di “agente di campagna” e agrimensore. Ad un anno dalla morte
del fratello, il 3 aprile 1857, fa istanza direttamente
al Santo Padre affinché gli venga corrisposto il
vitalizio di quattro scudi mensili già goduto dal
padre e dal fratello sacerdote deceduto “trovandosi
nella miseria con una famiglia di nove individui
e particolarmente per servire da educazione e mantenimento nel seminario del proprio figlio Angelo
Bartolomeo dell’età di anni otto”, in seguito ordinato sacerdote.
Ottobre
2011
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p. Vincenzo Molinaro
L
’attenzione della nostra Diocesi al tema
della educazione, facilita in un certo
senso il cammino della nostra commissione
di pastorale familiare. Quale infatti è la prima
agenzia educativa se non la famiglia?
La famiglia è il luogo naturale dell’incontro educativo, possiamo dire la culla dove fin dai primi momenti della nostra esistenza comincia a
svilupparsi la persona, trovando il clima più adatto per la crescita e l’affermazione di ogni individuo. Riconoscere questo ruolo alla famiglia
vuol dire dedicare ad essa tutte le attenzioni perché possa accogliere la vita e portarla al compimento naturale, senza strappi e con continuità.
Nella nostra Diocesi siamo ai primi passi nella proposta e nell’accoglienza di un movimento di interesse alla pastorale familiare che si muova su basi condivise.
Anche quest’anno vogliamo comunque tracciare
un itinerario al quale possano ispirarsi le parrocchie e coloro che all’interno di esse si sentono interessati a questo ambito così importante
della pastorale.
Si tratterà soprattutto di incontri serali, dedicati ai temi che la commissione nazionale di Pastorale
della famiglia ha elaborato, non solo per questo anno, ma anche negli anni passati e che
noi non abbiamo approfondito. In quella sede,
e con la partecipazione diretta degli interessati, saranno individuate altre attività, magari a più
largo raggio, che possano appunto allargare l’interesse verso la famiglia.
Abbiamo sperimentato, infatti, che le proposte
devono nascere dalla base perché questa sia
E ciò in ragione del fatto che non solo suo padre
Bartolomeo al tempo di Napoleone “soffrì carcerazione,
esilio e confisca dei beni”, ma che anche egli stesso aveva subito non “pochi patimenti nei passati sconvolgimenti” ( il riferimento è alle burrascose
vicende della Repubblica Romana ).
Anche l’arciprete e parroco, don Domenico Gorga,
con tutto il peso della sua indiscussa autorità e
influenza, inviò una minuta alla Curia Vescovile
di Segni elogiando le doti umane del richiedente: “Il Sig. Giuseppe Sinibaldi è padre
di famiglia numerosa composta da
quasi tutte donne ad eccezione di un
solo maschio, famiglia stimata di lodevoli e specchiati costumi, tutti adorni
di Religiosa Pietà, famiglia tra le più esemplari e virtuose della presente parrocchia…” sottolineando ancora una volta come,
emulando il padre Bartolomeo, anch’egli aveva mostrato “attaccamento” al Sommo
Pontefice nei moti del 1848-49.
Nucleo familiare che non “ poteva contare
sopra i femminili lavori delle figlie in quanto di poco lucro” e non potendo il genitore
sostenere con “la sua industria a tutti i bisogni di una casa piena di gente”.
disposta a farle sue.In attesa degli indirizzi che
il Convegno Pastorale Diocesano ci lascerà, riteniamo che sia meglio attendere le sue conclusioni prima di fissare i singoli argomenti e le modalità. “Educare alla vita buona del Vangelo” sarà
trasportata all’interno della pastorale familiare
e da qui prenderemo le mosse per rimanere fedeli al cammino della diocesi.
Quello che si può fin d’ora stabilire è la scelta
del giorno. Proponiamo il quarto venerdì di ogni
mese, da ottobre a maggio, e la sede che quest’anno vorremmo fissare in un luogo centrale
(abbastanza), ossia Lariano.
Gli incontro saranno fissati alle ore 21.00.
L’esperimento dello scorso anno non si è dimostrato molto comodo e soprattutto non è stato
facile informare le varie comunità.Questo infatti il neo, il fatto di trovarci spesso con pochissime persone. La speranza è appunto di superare questa impasse, migliorando l’offerta e la
stessa organizzazione.
A partire dal mese di ottobre, il quarto venerdì
del mese alle ore 21.00
Ma, nonostante la “raccomandazione” dell’arciprete,
la domanda di reversibilità fu respinta in quanto il richiedente risultava che “vivesse coll’industria
e se anche non comodamente, non era da
considerarsi così povero che il Governo gli
passasse la pensione, possedendo egli il bisognevole, essendo peraltro la maggioranza delle famiglie del paese ristrette nella possidenza”.
Giuseppe Sinibaldi nell’elenco dei Contribuenti per
l’anno 1854, risultava infatti iscritto come “agro-
nomo”, professione che, nella povertà generale che regnava nel paese, gli consentiva condurre
un’esistenza discretamente agiata.
La “raccomandazione” del potente arciprete non
aveva sortito il suo effetto, i bilanci dello Stato andavano rispettati. Erano tempi nei quali la certezza della pena era garantita e i responsabili della cosa pubblica pagavano di persona fino alla
carcerazione, eventuali brogli e “leggerezze” nei
conti pubblici.
Per la cronaca, Giuseppe morirà nel
1888 e con lui si estinguerà la famiglia non essendoci più eredi ... che non
potranno così più vantare diritti di reversibilità su quel “beneficio” tanto meritato dal loro avo Bartolomeo.
Incontro di Pastorale della famiglia
a Lariano, S. Maria Intemerata
Calendario 2011:
28 ottobre ; 25 novembre; 30 dicembre.
Calendario 2012:
27 gennaio; 24 febbraio; 23 marzo;
27 aprile; 25 maggio.
Nell’immagine del titolo:
Timbro del “Maire della Commune di
Gavignano” con l’aquila imperiale al centro; tra i firmatari il maire Francesco Antonio
Nardi e Bartolomeo Sinibaldi.
Nella foto: La Chiesa di S. Rocco, in
Gavignano, con sullo sfondo la Parrocchia
di S. Maria Assunta.
Ottobre
2011
34
Prof. Antonio Venditti
L’insegnamento della Religione cattolica nella scuola pubblica , dopo l’ennesima contestazione, è stato riconosciuto nella sua piena legittimità dalla Sentenza
della sesta sezione del Consiglio di Stato, pubblicata in data 7 maggio 2010. Si tratta davvero
di una questione infinita, se si pensa che, prima
ancora della nascita dello Stato unitario, il problema
esisteva e si è protratto nel tempo, fino a giungere al presente – con il ricorso presentato nel
2009 al T.A.R. del Lazio – come motivo di divisione e di aspra ed irriducibile contestazione da
parte della minoranza ostile non solo ai valori religiosi ma anche a quelli culturali che ne sono derivati nella storia , non solo d’Italia, ma d’Europa.
Per una piena comprensione delle ultime vicende, è opportuno un breve excursus sullo sviluppo della vicenda, dalla formazione del Regno d’Italia
al Concordato tra Stato e Chiesa, alla Revisione
del medesimo ed all’applicazione delle nuove norme negli ultimi decenni.
Prima parte
Fin dalla Legge Casati del 1859 (Legge piemontese di riforma della pubblica istruzione), estesa
nel 1961 a tutto il territorio del nuovo Stato unitario, l’insegnamento della Religione cattolica è riconosciuto come “fondamento dell’educazione
nazionale” ed è ammesso come “insegnamento
ordinario” impartito in ogni ordine di studi : nelle
scuole elementari dal maestro, con il ruolo di “esaminatore” assegnato al parroco ; nelle scuole secondarie dal sacerdote “direttore spirituale”; nelle Università
dove sono presenti facoltà teologiche. Pur non venendo mai abolite esplicitamente tali norme, collegate
al pieno riconoscimento della funzione della Chiesa, c’è
stato sempre il tentativo di ridimensionare ed emarginare, se
non abolire del tutto, l’ insegnamento della Religione cattolica nelle scuole pubbliche.
Nel 1870, tale insegnamento
da obbligatorio è mutato in “facoltativo”; nel 1873, sono soppresse
le facoltà teologiche nelle
Università; nel 1877 la “legge
Coppino” nella scuola elementare
sostituisce l’insegnamento
religioso con le “prime nozioni dell’uomo e del cittadino” e
nelle scuole secondarie scompaiono i “direttori spirituali”; nel
1908, la “mozione Bissolati” chiede la completa abolizione
dell’insegnamento religioso,
riguardante oltre il 90% della
popolazione . La lieve inversione di tendenza si verifica a partire dal 1913 con
il “Patto Gentiloni”, dal nome del Conte Ottorino
Gentiloni, Presidente dell’Unione elettorale cattolica,
che con il Capo del Governo, Giovanni Giolitti, promotore del rientro dei cattolici nella vita politica ,
s’impegna a far votare , nella maggioranza dei Collegi
elettorali, quei candidati liberali non ostili alla dottrina cattolica. Il Concordato tra Stato e Chiesa,
firmato l’11 febbraio 1929 e recepito nella Legge
27/V/1929 n. 810, pone fine alla situazione di conflittualità permanente, con la nota formula dell’art.
36 : “L’Italia considera fondamento e coronamento
dell’Istruzione pubblica l’insegnamento della dottrina cristiana secondo la forma ricevuta dalla tradizione cattolica. E perciò consente che l’insegnamento
religioso ora impartito nelle scuole pubbliche elementari abbia un ulteriore sviluppo nelle scuole
medie, secondo programmi da stabilirsi d’accordo tra la Santa Sede e lo Stato. Tale insegnamento
sarà dato a mezzo di maestri e professori, sacerdoti o religiosi, approvati dall’autorità ecclesiastica, e sussidiariamente a mezzo di maestri e professori laici, che siano a questo fine muniti di un
certificato di idoneità da rilasciarsi dall’ordinario diocesano”. Soluzione questa che, sul piano giuridico, mette fine al contenzioso tra Stato e Chiesa,
anche se permane la profonda diversità delle concezioni educative. Infatti il regime totalitario, non
riconoscendo alcuna libertà, controllava rigidamente
tutti gli insegnamenti della scuola ed anche la Religione
era concepita come “cinghia di trasmissione” dell’ideologia fascista. La Costituzione della Repubblica
della nuova Italia democratica, entrata in vigore
il 1° gennaio 1948, riconosce il valore storico del
Concordato che ha posto fine al gravoso conflit-
to e nell’art. 7 riconosce i diversi ruoli dello Stato
laico e della libera Chiesa : “Lo Stato e la Chiesa
cattolica sono, ciascuno nel suo ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti
Lateranensi”. Considerato il radicale cambiamento
del quadro istituzionale e politico, la disponibilità
alla revisione di alcune parti del Concordato si è
presto manifestata da parte dello Stato come da
parte della Chiesa, in particolare dopo i fermenti
innovatori del Concilio Ecumenico Vaticano II (19621965), lungo le linee direttrici dello sviluppo democratico, del pluralismo confessionale ed ideologico della società, della laicità dello Stato. Il suddetto impegnativo dibattito si è concretizzato nel
1976 con la prima bozza di revisione del
Concordato tra Stato e Chiesa, a cui ne sono seguite altre cinque; l’ultima è sottoscritta definitivamente
dalle parti nel 1984 e, approvata dal Parlamento,
diviene Legge dello Stato Italiano : la n. 121 del
25 marzo 1985. L’art. 9 riconosce il profondo significato che ha la Religione cattolica nella storia e
nella vita della nazione e la derivante legittimazione dell’insegnamento, a pieno titolo, nelle pubbliche scuole : “La Repubblica Italiana, riconoscendo
il valore della cultura religiosa e tenendo conto che
i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano, continuerà ad
assicurare, nel quadro delle finalità della scuola,
l’insegnamento della religione cattolica nelle
scuole pubbliche non universitarie di ogni ordine
e grado. Nel rispetto della libertà di coscienza e
della responsabilità educativa dei genitori, è garantito a ciascuno il diritto di scegliere se avvalersi o
non avvalersi di detto insegnamento. All’atto dell’iscrizione gli studenti o i loro genitori eserciteranno
tale diritto su richiesta dell’autorità scolastica, senza che la loro scelta possa dar luogo ad alcuna
forma di discriminazione”.
Per l’attuazione della nuova normativa e l’elaborazione dei nuovi “programmi dell’IRC”, c’è stata
la cosiddetta “Intesa” tra il Ministro della P.I. e la
C.E.I, che è divenuto D.P.R. n. 751 del 16 dicembre 1985. Il Parlamento ha svolto un ruolo di controllo ulteriore, con la “Risoluzione della Camera
dei Deputati del 16/ I / 1986”, nella quale ha impegnato il Governo a seguire particolari direttive, come
quella di “predisporre apposito modulo, distinto dalla pagella, per la valutazione del profitto sia per
quanto attiene all’insegnamento religioso, sia per
le attività alternative, al fine di evitare che le diverse scelte possano rappresentare motivo di discriminazione”; inoltre il Governo è stato sollecitato a concludere gli “accordi con la Tavola Valdese”
e le “intese con l’Unione delle Comunità Israelitiche
e con le altre confessioni religiose che ne abbiano fatto richiesta”, sottoponendo “preventivamente
al Parlamento ogni proposta o ipotesi di accordo
concernente materie concordatarie”.
Mara Della Vecchia
G
abriel Fauré inizia a comporre il suo Requiem in RE m op. 48 nel 1887
e arriva alla stesura finale nel 1901, solo dopo diversi interventi e
aggiustamenti, esso costituisce una sorta di manifesto delle posizioni
religiose dell’autore se consideriamo quanto egli stesso disse a proposito in una
sua lettera: “Tutto ciò che potevo possedere d’illusione religiosa l’ho messo nel mio Requiem, che d’altronde è dominato per intero da questo
sentimento molto umano: la speranza nel riposo eterno”. Nella scelta del
testo Faurè elimina la Sequenza (Dies irae), che tanto caratterizza l’ncipit dei
Requiem più conosciuti, quali quello di Mozart e quello di Verdi, mentre introduce il Libera me (libera me, Domine, de morte aeterna, in dia illa tremenda…)
che contiene solo un’eco dell’atmosfera terrificante del Die irae e termina con
continua a pag. 35
Ottobre
2011
C
Don Claudio Sammartino
aro e stimato (almeno da noi) reverendo,
ci perdoni se ci “facciamo vivi” con ritardo, ma abbiamo atteso a bella posta
il mese di ottobre per manifestarle la nostra riconoscenza, dato che lei è uno tra i pochi che si ricordano del grande e salvifico evento che il 7 ottobre dell’anno di Grazia 1571 si verificò nelle acque
di Lepanto. Come avrà sicuramente compreso, siamo i combattenti di quello che Miguel Cervantes,
che in quell’occasione fu ferito ad una mano, definì “il più grande evento che i secoli videro”. Ci ha
fatto veramente sentire meno dimenticati quel suo
ricordo delle grande battaglia che è oggi causa
di imbarazzo presso voi cristiani dell’era post-moderna, spesso intossicati da quel complesso di colpa universale che vi porta sovente a considerare tutta la nostra storia come un succedersi di atti
nefandi e criminali. Ma non vogliamo rattristarla,
romantico curato, con le nostre semiamare considerazioni, ma le vogliamo trasmettere gli apprezzamenti del nostro comandante in capo, il giovane don Juan d’Austria, il quale si comportò egregiamente nonostante la sua “scarsa” esperienza
di comando.
Grazie a Dio (e all’Auxilium Christianorum) questo giovane principe, invece di usare prudenza,
come consigliavano i suoi capitani, accolse il suggerimento dell’anziano Sebastiano Venier, ruvido
ammiraglio della Serenissima, che lo esortava ad
attaccare senza indugio la flotta ottomana avvistata dai nostri all’alba di quell’epico 7 ottobre. E
fu una decisione veramente ardita, considerando
che noi disponevamo di 207 navi, mentre la Sublime
Porta ne schierava circa 300, di cui (alla fine della battaglia) però180 ne furono affondate e catturate. Non vogliamo poi turbarla con il racconto
di ciò che fu quello scontro epocale che vide purtroppo la morte di circa 7.000
nostri marinai e soldati,
mentre di feriti ne
contammo, sempre tra i nostri
soldati, circa
5.000.
Queste tragiche cifre
furono,
diciamo
così, compensate dal
fatto che circa
14.000 schiavi
cristiani vennero liberati dalla voga forzata sulle
galee ottomane e poterono far ritorno presso le
35
loro famiglie, accolti come veri “risorti”. Pensi che
circa 10.000 erano Italiani, e questo la dice lunga sulla sicurezza delle nostre coste,continuamente
visitate dai pirati “barbareschi”. Sappia inoltre, curioso curato, che alla vittoria della Lega Santa contribuirono anche i buoni frati cappuccini, presenti sulle nostre navi come assistenti spirituali, alcuni dei quali nel momento del bisogno non disdegnarono (per l’estrema e legittima difesa della causa cristiana) di impugnare le armi ed usarle con
profitto. Ma a dar man forte ai nostri furono anche
i “buonavoglia”, cioè quei liberi rematori che nel
vivo della battaglia si trasformarono in ottima forza combattente.
E’ giusto e doveroso poi ricordare quei “galeotti”
che scontavano come rematori coatti le loro vicende giudiziarie; anch’essi seppero farsi valere riscattando il loro passato e riconquistando in molti la
libertà. Mai però ringrazieremo come dovuto quei
14.000 rematori forzati cristiani che rifiutarono la
libertà in cambio di un loro intervento contro i “fratelli”nella fede. Meditabondo curato, a Lepanto per
circa quattro ore assistemmo al miracolo di cattolici europei, spesso feroci rivali tra di loro, che
combatterono uniti dalla loro fede e dalla consapevolezza di essere chiamati a fermare la continua marcia trionfale della Mezza Luna in Europa.
Mai ringrazierete a dovere il Papa S. Pio V che
si prodigò anche finanziariamente per creare la
Lega Santa;mai dovreste dimenticare i combattenti dello Stato Vaticano (molti dei quali provenivano dai paesi dei Monti Lepini!), di Venezia e
Genova, di Firenze, della Spagna, del ducato di
Savoia e dei cavalieri di Malta.
Forse è grazie anche al loro valore e sacrificio
se ancora oggi respirate da occidentali! Purtroppo,
all’indomani della vittoria, ripresero tra i nostri fratelli europei le solite incomprensioni e rivalità, favorite questa volta dalla spartizione del bottino di guerra, che vide fortemente penalizzati i Veneziani, che
pure avevano impegnato nello scontro la bellezza di 105 navi su un totale di 207!).
“O esecranda auri fames” scriveva il buon Virgilio,
in un baleno riuscisti a dissolvere i vincoli della Lega
Santa! Deluso reverendo, all’indomani di Lepanto
gli Ottomani, approfittando delle forti rivalità dei
Cristiani, continuarono nel loro tentativo di fagocitare l’Europa. Dovemmo attendere la battaglia
di Vienna nel 1683 per fermare definitivamente il
loro sogno di “azzannare” la Mela Rossa e la Mela
d’Oro. Devoto curato, non si vergogni di ricordare ai suoi “cristiani adulti e disincantati”, che sicuramente molto ci aiutarono i rosari recitati in Roma
e anche tra i nostri combattenti. A proposito, sappia anche che mentre la notizia della nostra vittoria giunse a Madrid, Venezia e nel resto
d’Europa dopo circa un mese, il buon S. Pio V ne
informò Roma nello stesso giorno con il festoso
scampanio di tutte le chiese dell’Urbe, in un modo
così veloce da far arrossire i nostri telegiornali, cellulari e Internet associati. Quel buon papa sì che
viaggiava in “rete”! Ma questa è “un’altra storia”,
vero Auxilium Christianorun”?
Lo Stendardo di Lepanto
Nel 1571 salpò da Gaeta una parte della flotta cristiana, al
comando di Marcantonio Colonna, per affrontare le navi turche che ormai dilagavano nel Mediterraneo, attaccavano e
depredavano le coste della penisola italiana. Fu proprio il cardinale Caetani che fece dipingere al pittore di fiducia della sua
famiglia, Girolamo Siciolante da Sermoneta, uno stendardo
che doveva incoraggiare i cristiani e incutere timore tra i nemici. Esso fu benedetto dal papa Pio V e consegnato a Marcantonio
Colonna il quale radunò la flotta pontificia a Gaeta prima di
congiungerla con quella spagnola a Messina.
Lo stendardo era un vessillo a fiamma rossa bordata d’oro,
nel quale la scena sacra Gesù crocifisso tra S. Pietro e S.
Paolo e la scritta "in hoc signo vinces" (dipinte su entrambe
le facce, ovviamente) apparivano vicino all’albero, una volta
issato, mentre il vessillo proseguiva in colori uniformi per circa altri otto metri. Esso fu issato sull’albero poppiero della nave
di don Giovanni d’Austria, comandante dell'Armata Cristiana,
pendente sul mare fin quasi a lambire le onde. L’aspetto originale è noto da vari dipinti ed affreschi coevi, in cui i pittori
si avvalsero d elle descrizioni di testimoni oculari.
segue da pag. 34
In Paradisum. Tale particolare scelta è esplicativa delle intenzione dell’autore infatti egli toglie all’opera la drammaticità plateale ed esasperata delle messe per i defunti convenzionali per rivestirla, al contrario, dell’intima umana aspirazione al raggiungimento della Gerusalemme celeste attraverso un passaggio sereno e lieve.Il Requiem si avvia con il Sanctus, nel quale si alternano le
voci maschili e voci femminili, con una sonorità sommessa: le voci accompagnate dal suono lieve degli archi e dell’arpa, il canto procede con un crescendo
costante appena percettibile, fino a che con un accordo orchestrale inaspettato e l’entrata vigorosa degli ottoni, le voci maschili cantano fortissimo Osanna,
allora è come l’apparire del primo sole all’orizzonte, di colpo il cielo si rischiara. L’effetto è sorprendente e balenante, perché il forte delle voci virili è subito seguito dall’ingresso delle voci femminili che dal forte giungono, con un bellissimo diminuendo, al pianissimo finale lasciando l’ultima parola agli archi che
ripetono, anch’essi in diminuendo, il loro tema. Nel Libera me è la voce del
baritono che leva la sua preghiera di misericordia, mentre l’orchestra accompagna con un ostinato pizzicato degli archi, ma ecco che entra pianissimo il coro, con gli archi dell’orchestra in evidenza, e finalmente il fortissimo con gli squilli degli ottoni sulle parole “Dies illa, dies irae, calamitatis et miseriae. Dies illa, magna et amara valde”.
Il coro ritorna su sonorità più deboli, unendosi alla fine nuovamente alla
voce del baritono per l’invocazione finale: “Libera me Domine”.
Con In paradisum davvero siamo avvolti dalla luce eterna, cullati dal canto dei soprani e dall’accompagnamento arpeggiato dell’orchestra dove
spicca il suono delle arpe, sempre utilizzato per evocare atmosfere celestiali. La conclusione sulle parole habeas requiem che scivola via senza sussulti come gli uomini sperano di lasciare questa vita.
Ottobre
2011
36
Stanislao Fioramonti
L
’ottavo mese dell’antico calendario romano è il classico mese autunnale, e Roma antica dedicava tutta la stagione dell’autunno al dio
Bacco, come la primavera a Mercurio, l’estate ad Apollo e Cerere,
l’inverno a Ercole. Perché a Bacco? Ma è ovvio, perché è il dio del vino e
ottobre è il mese della vendemmia, del vino nuovo, dell’allegria per un prodotto cui si attribuivano anche proprietà medicamentose; e infatti l’11 del
mese si celebravano le Meditrinalia, feste del vino nuovo e della divinità
Meditrina, la Guaritrice; esse e le Fontinalia, che cadevano due giorni dopo
(il 13 ottobre) e festeggiavano le acque sorgive e il dio Fonte, figlio di Giano
e loro protettore, erano le feste più importanti dell’ottobre romano.
Questo mese dunque, corrispondente al segno zodiacale della Bilancia (23
settembre-22 ottobre), dal punto di vista sociale è sempre stato molto importante, per l’importanza sempre attribuita al frutto della vite; perfino i capi della Rivoluzione Francese, nel riformare il calendario secondo i loro criteri,
chiamarono ottobre Vendemmiaio, includendo però i suoi ultimi giorni nel
mese successivo di Brumaio. Rito collettivo, la vedemmia, che oggi si svolge con metodi tecnologici ma un tempo coinvolgeva tutta una comunità.
Anche per quella valmontonese era un evento. Scrive Carlo De Romanis,
storico valmontonese della metà del Settecento, che “la parte piana dei colli che circondano il paese e più vicina all’abitato si coltivava a vigneto, che
dà vini assai noti”.
Una notorietà che purtroppo si è perduta con il trascorrere dei secoli, ma
è rimasta la tradizione della vendemmia, festeggiata un tempo nelle vigne
con grandi raduni, pranzi, canti e balli fino a notte fonda: erano queste le
“ottobrate”, che per qualche giorno facevano dimenticare la realtà dichiarata dal proverbio: “Chi tè la vigna, tè la tigna”. I grappoli d’uva tagliati lungo i filari (“filetti”) si ponevano in secchi che, riempiti, si rovesciavano nei
bigonci di legno (“bigunzi”); lì venivano pigiati da una o due persone a piedi nudi. Il mosto (“sugo”) era posto nelle botti, che potevano contenere da
12 a 20 barili, o nei caratelli, capaci di 6-8 barili (1 barile = 50 litri).
Ogni venti-trenta giorni, ma solo con la “luna buona”, il vino nuovo si assaggiava e poi veniva cambiato di recipiente perché si pulisse dei suoi depositi (morva). Il vino nuovo poi in gran parte si vendeva; il contadino-produttore beveva il “mezzo vino” (= vinaccia + acqua) o l’”acquato”, ottenuto unendo per la seconda volta la vinaccia con l’acqua.Se passiamo a considerare il calendario cattolico del mese di ottobre, vi troviamo feste molto signi-
ficative, dedicate ad angeli (gli Angeli custodi il 2, l’arcangelo Raffaele il 24),
ad apostoli (Simone e Giuda il 28) a un evangelista (Luca, il 18), a un moderno missionario dei nostri territori (S. Gaspare del Bufalo, il 21) e a tanti altri
testimoni di Cristo Re, festeggiato (dal 1925) nell’ultima domenica del mese.
Indubbiamente però le feste più “sentite” sono le due dedicate alla Madonna
e quella di S. Francesco d’Assisi.
Delle prime, il 7 ottobre si celebra la Madonna del Rosario. La recita del
rosario risale almeno al secolo XII, ma l’Ordine dei Frati Predicatori (i Domenicani)
ne fecero la devozione più popolare della cristianità occidentale. La festa
mariana fu istituita nel secolo XVI dal papa domenicano S. Pio V, per ricordare la vittoria navale della flotta cristiana contro i turchi a Lepanto (7 ottobre 1571); nel 1716 fu poi estesa alla Chiesa universale.
Nella Collegiata di Valmontone alla Madonna del Rosario è dedicata una
cappella (quella di destra più vicina all’altare maggiore) che ha una bella
pala seicentesca del siciliano Agostino Scilla; in essa si portava l’arciprete-parroco, dopo la messa cantata della domenica più vicina al 7 ottobre,
per recitare la Supplica alla Madonna di Pompei, cioè la preghiera mariana nata dal famoso santuario campano.
L’11 ottobre invece, in singolare coincidenza con la romana Meditrina, si
festeggia la Maternità di Maria, celebrazione voluta da papa Pio XI nel 1931
per ricordare il XV centenario del Concilio di Efeso, che il 22 giugno del 431
aveva proclamato Maria Madre di Dio (Theotòcos).
La festa di S. Francesco d’Assisi, il 4 ottobre, ha una rilevanza nazionale da quando il Poverello fu proclamato da Pio XII, nel 1939, Patrono d’Italia
insieme a S. Caterina da Siena. A Valmontone è la festa del Convento S.
Angelo e dei Terziari francescani; le celebrazioni si rinviano di solito al fine
settimana successivo al 4 ottobre, e il sabato si snodava lungo le vie del
paese una grandiosa processione serale, con partenza e arrivo al convento, con sosta obbligata davanti al palazzo comunale e discorso del Sindaco.
Ricordo anch’io quelle antiche manifestazioni di pietà popolare, predicate
dal p. Annibale Mancini e accompagnate dai canti del p. Mario Sperduti,
con le donne in fila per due prima della statua del santo, che reggevano
ceri talvolta pesantissimi e alcune, per penitenza o per chiedere o sciogliere
un voto, che facevano l’intero percorso a piedi scalzi e vestite a lutto, incuranti dei sassi della strada non asfaltata e della curiosità della gente.
In questi ultimi anni purtroppo la processione ha rischiato di essere soppressa per difficoltà contingenti, mentre le messe domenicali sono tuttora
molto frequentate dai valmontonesi, che intendono esprimere così il loro attaccamento non solo al santo, ma anche ai frati suoi seguaci che stanno a Valmontone
dal secolo (il XIII) della loro istituzione.
Scomparse invece le
feste popolari che si svolgevano la domenica
pomeriggio in piazza
Brodolini (una volta
chiamata semplicemente “la piazzetta”):
albero della cuccagna, corsa dei sacchi,
scocciapignatte, maccheronata e alla fine,
tra i botti dei mortaretti,
il calzolaio Pietro
“Calicchia” che faceva
volare il pallone aerostatico di carta colorata
da lui stesso fabbricato,
mentre di notte gli
immancabili fuochi artificiali, “sparati” proprio dal colle S. Angelo,
concludevano la festa.
Nell’immagine:
Matrimonio contadino ,
part.: mescita del vino,
Pieter Bruegel the Elder,
1567, Vienna
Ottobre
2011
37
Sara Bruno*
N
ella tipologia di Madonna
del Rosario, la Vergine è
sempre raffigurata insieme a San Domenico, inginocchiato
davanti a lei e al Bambino mentre riceve dall’una o dall’altro il rosario.
Proprio a San Domenico è attribuita l’invenzione del rosario dai primi
storici dell’ordine fondato dallo stesso santo; l’apparizione di Maria a San
Domenico sarebbe avvenuta nel 1208
a Prouille, nel primo convento da lui
fondato.
Secondo il racconto la Vergine
apparve al Santo consegnandogli una
corona che egli chiamò la “corona di
rose di Nostra Signora”. Il nome deriva probabilmente dall’usanza che nel
medioevo voleva che i servi offrissero ai loro padroni delle corone di
rose, simbolo della loro obbedienza
e del loro rispetto. Nei secoli successivi
si sostenne che il primo a diffondere l’uso del rosario fosse stato un frate domenicano, ma solo verso la fine
del XV secolo.
Anche se la tradizione non concorda sul periodo è comunque chiaro
il legame tra l’ordine dei domenicani e la corona del rosario, cui sempre a loro è legata, che cominciò ad
acquistare grande popolarità nel XV
secolo, diventando l’emblema di
molti ordini religiosi e laici, anche per
il suo uso “miracoloso”: soprattutto
quello di combattere l’Islam e le eresie protestanti. Sempre nello stesso
periodo compaiono le prime raffigurazioni legate al tema che vedono la Vergine inscritta in una
mandorla di luce, formata o incorniciata da rose,
che spesso, ad imitazione proprio del rosario,
presenta una rosa di dimensioni maggiori ogni
dieci rose più piccole.
Dal secolo successivo comincia a predominare l’iconografia della visione di San Domenico,
spesso raffigurata proprio per opere commissionate
dal suo ordine. L’uso di questa iconografia venne promosso e incoraggiato molto durante il periodo della Controriforma, per contrastare il protestantesimo e nel 1571 la vittoria dei cristiani
sui turchi a Lepanto venne attribuita al potere
del rosario.
La Chiesa cattolica celebra la festa della
Madonna del Rosario il 7 ottobre di ogni anno.
Istituita con il nome di “Madonna della Vittoria”
da papa Pio V in ricordo della battaglia di Lepanto
(7 ottobre del 1571) nella quale la flotta della
Lega Santa sconfisse quella dell’Impero
Ottomano, fu trasformata da papa Gregorio XIII
in festa della “Madonna del Rosario”.
I cristiani attribuirono il merito della vittoria alla
protezione di Maria, che avevano invocato reci
Spesso nel tema compare la figura di Santa Caterina
da Siena, patrona d’Italia, perché è una delle
più importanti patrone del suo ordine, in questo caso, sembra probabile la presenza con questo significato o per celebrare una omonimia con
qualche membro della famiglia committente del
dipinto. Domenico, fondatore dell’ordine dei Frati
Predicatori, conosciuti in seguito come domenicani, nacque in Spagna da una nobile famiglia e divenuto canonico, passò la vita a predicare contro le eresie.
Predicando, percorse tutta l’Europa e giunto a
Bologna vi morì; nella città si trova la sua tomba, decorata con scene tratte dalla sua vita.
Tra gli artisti, numerosi, furono quelli che facevano parte del suo ordine, come Beato Angelico
e Fra Bartolomeo. Il santo è sempre raffigurato con la divisa del suo ordine: tonaca e scapolare di colore bianco con cappa e cappuccio
neri. In mano tiene un giglio, simbolo di castità, e un libro, il vangelo.
Un cane bianco e nero con una torcia accesa
in bocca si riferisce al sogno avuto dalla madre
del santo, nel quale le fu preannunciato che lo
avrebbe dato alla luce.
La spiegazione più probabile è quella del gioco di parole “Domini canis” (cane di Dio).
Nella versione del museo diocesano di Velletri,
realizzata da Sebastiano Conca per la cappel-
la del Rosario della Cattedrale dei
Fiscari, la struttura piramidale classica della composizione è controbilanciata dalla teatralità dei gesti e
dalla cura dei dettagli.
La simmetria è leggermente alterata
dalla posizione di San Giovanni Battista,
collocato più in alto di Santa
Caterina da Siena, forse per mettere in risalto il titolo della cappella, dedicata anche al Santo oltre che
al Rosario.
L’opera fu realizzata nel 1741 in seguito ad una visita pastorale durante la quale il cardinale Ruffo chiese alla famiglia di realizzare una
nuova tela dell’altare della cappella perché quella collocata in quel
momento era in cattive condizioni.
E proprio il cardinale Ruffo sembra
essere il tramite tra la famiglia e l’artista; forse egli, di origini napoletane, conosceva Sebastiano dagli anni
in cui questi a Napoli si formava nella bottega di Francesco Solimena.
Sempre il cardinale aveva commissionato al Conca una tela per una
cappella della chiesa romana di San
Lorenzo in Damaso.
La tela sembra essere una commissione della sola famiglia Fiscari
e non della confraternita del Rosario,
la cosa è evidente per la presenza
del solo stemma della famiglia in basso a sinistra.
L’opera, pur con richiami classici e
giovanili della pittura del maestro,
si concilia bene con gli anni della
maturità dell’artista, quando giunto
da Napoli a Roma assorbe e rielabora la maniera romana influenzata soprattutto dal contatto con il Maratta.
* Conservatore Museo Diocesano di Velletri
38
Il Pontificio Comitato di
Scienze Storiche a Segni
Maria Carolina Onorati*
L
o scorso 1° luglio l’Archivio Storico
“Innocenzo III” ha ricevuto nella propria
sede una visita del Pontificio Comitato di
Scienze Storiche.Un evento questo, considerato l’alto valore scientifico dell’istituzione vaticana a livello internazionale, che non può sfuggire all’attenzione né degli organismi culturali, né
degli studiosi del territorio: sicuramente denso di
significati, in quanto potrebbe alludere a future
e significative collaborazioni! Il Pontificio Comitato
di Scienze Storiche è nato ufficialmente nel 1954
per volontà di Pio XII, ereditando la prestigiosa
tradizione della Commissione Cardinalizia per gli
studi storici, voluta da Leone XIII per imprimere
un impulso fattivo al rinnovamento della ricerca
storica, specialmente dopo l’apertura agli studiosi
(fra il 1879 e il 1880) dell’Archivio Segreto Vaticano.
Al 1938 risale, invece, l’adesione della Città
del Vaticano al Comité International des Sciences
Historiques (CISH), cui seguì nel 1955, dopo
gli eventi bellici, la sua formalizzazione con la partecipazione del Pontificio Comitato di Scienze Storiche,
appena costituito, ai lavori del Congresso
Internazionale di Roma dello stesso CISH. Il nascente Dicastero pontificio si trovava ad operare secondo una prospettiva radicalmente rinnovata dal progresso nel frattempo compiuto dalle scienze storiche, che esigeva un rinnovamento altrettanto radicale nel settore della storia
ecclesiastica.
Innumerevoli sono state le
iniziative che hanno segnato mezzo secolo di vita del
Comitato al servizio delle scienze storiche: accanto all’attività di ufficio, fatta di consulenze
e di collaborazioni con i vari
organismi della Santa Sede,
la sua opera si è caratterizzata per la costante attenzione riservata al patrimonio
archivistico ecclesiastico, e
in misura particolarmente rilevante per gli archivi vaticani. Numerosi sono stati gli
appelli indirizzati ai Pontefici
(Pio XII, Giovanni XXIII,
Paolo VI, Giovanni Paolo II)
allo scopo di consentire
una maggiore e migliore consultazione, da parte degli studiosi, dei fondi archivistici facenti capo
alla Santa Sede. Il contributo del Comitato si è
esteso, poi, anche alla cooperazione attuata insieme ad altri enti ed istituzioni ecclesiastiche ed extraecclesiali oltre alla collaborazione prestata per iniziative scientifiche sovranazionali (UNESCO), per
l’aggiornamento dei manuali di storia, per il programma e la realizzazione dei vari congressi storici internazionali. Il Comitato stesso si è fatto
promotore di numerosi congressi, convegni, colloqui, simposi e incontri di studio, il cui apporto
storiografico è facilmente riconoscibile ed edito
nei volumi della collana “Atti e documenti” edita
presso la Libreria Editrice Vaticana.
È doveroso, inoltre, porre in evidenza l’incenti-
vo da esso fornito al dialogo ecumenico. Spesso
le sue iniziative hanno consentito il sereno e rispettoso incontro fra cattolici, ortodossi e protestanti, insieme protesi verso la ricerca della verità storica, nella consapevolezza che questa forma di
comunione scientifica avrebbe incoraggiato e contribuito al cammino verso l’unità.
Infine il Comitato sostiene e stimola con svariati mezzi didattici lo sviluppo dello studio delle discipline umanistiche, in particolare delle lingue classiche (latino e greco), in funzione della necessaria applicazione alla storia; segue con comprensibile
dedizione e interesse anche il settore dei
manuali di storia.
Nei cinquant’anni di vita si sono succeduti alla
sua presidenza illustri personalità delle scienze
storiche ecclesiastiche: Pio Paschini (1954 – 1962),
Michele Maccarrone (1963 – 1989), Victor Saxer
(1989 – 1998), Walter Brandmüller (1998-2009)
e dal 2009 Bernard Ardura. Così pure si sono susseguiti i Segretari: Michele Maccarrone (1954 –
1963), Josè Ruysschaert (1963 – l973), Pietro
Amato Frutaz (1973 – 1980), Raffaele Farina (1981
– 1989), Vittorino Grossi (1989 – 2002) e dal 2002
Cosimo Semeraro. Quasi una cinquantina sono
stati i membri chiamati a far parte del Comitato,
prescelti per le loro speciali competenze dalle numerose Università pontificie, ecclesiastiche, cattoliche e civili dei vari continenti (fra questi ricor-
diamo: Hubert Jedin, Henri-Irenée Marrou, Giulio
Battelli, Miguel Batllori, Angelo Mercati, David Knowles).
Il 1° luglio scorso il Pontificio Comitato era presente a Segni con il suo organico al completo:
Padre Bernard Ardura1, il presidente; Prof. D. Cosimo
Semeraro2, il segretario; e gli officiali dr.
Pierantonio Piatti e dr. Alessandro Valentini.
Evidentemente l’Archivio Storico “Innocenzo III”
deve aver fatto un lungo cammino dal giorno della sua inaugurazione, il 27 giugno del 1998!
Non a caso ha arricchito i suoi fondi, grazie anche
a generose e non casuali donazioni, sensibili al
suo crescente prestigio, quali: quella delle Suore
Sacramentine di Segni con il loro intero archivio;
quella degli eredi del Card. Angelo Felici con una
buona parte della biblioteca personale del car-
Ottobre
2011
dinale; quella del dr. Filippo Turli con carte, libri
ed oggetti appartenuti al prof. Aminta Milani, medico personale di Pio XI; quella del Maestro Giuseppe
Cherubini con gli originali in gesso delle stazioni della via Crucis, utilizzati per le fusioni in bronzo collocate nella concattedrale di Segni.
Ed ancora la donazione Romoli con documenti
originali dei secc. XVII-XIX appartenuti alla
famiglia Lauri così importante per la storia di Segni,
fino a quella più recente di Stefano Maggi che si
sta rivelando davvero sorprendente.
L’Archivio dopo una profonda ristrutturazione, succeduta ad un cinquantennio di abbandono e degrado, ha così salvaguardato una importante eredità culturale, svolgendo una intensissima attività che ha visto un impegno su due fronti: da un
lato il riordino ed il recupero dei documenti per
la loro fruizione, dall’altro l’attività di promozione
culturale. A questo si è unita l’attività scientifica
vera e propria, con numerose pubblicazioni, che
hanno visto, in alcuni casi, anche l’interessamento
ed il coinvolgimento dell’Archivio di Stato di Roma.
Più recentemente, nel corso dell’anno 2007, La
Biblioteca del Seminario Vescovile, ossia l’eredità culturale più evidente del Seminario Vescovile
di Segni, è stata affidata dal nostro vescovo Mons.
Vincenzo Apicella all’Archivio.
Questa biblioteca è stata il supporto essenziale
della scuola dello stesso seminario vescovile dove
per duecentocinquant’anni si è formato non soltanto il clero locale e regionale – da cui uscirono alcuni vescovi e cardinali di Santa Romana Chiesa
(Oreste Giorgi, Pericle Felici, Vincenzo
Fagiolo, Angelo Felici) – ma anche
eminenti rappresentanti di classi dirigenti di varie epoche, quali il prof.
Aminta Milani (archiatra di Pio XI),
il prof. Giovanni Biancone (pschiatra) o il drammaturgo Pietro Cossa.
Oggi la biblioteca conserva circa 15.000
tra volumi, opuscoli e periodici, ivi compreso un prezioso fondo antico di 4.000
opere. La sua composizione riflette
pienamente le esigenze di fruizione,
succedutesi nei secoli, con gli aggiornamenti via via sviluppatisi.
È evidente il suo carattere eminentemente ecclesiastico ma con livelli culturali davvero elevati e l’esigenza
di una conoscenza a tutto campo, facilmente rilevabile soprattutto nel fondo antico, dove troviamo opere filosofiche, teologiche, giuridiche, storiche, geografiche, letterarie, di matematica e, finanche, di astronomia
e di medicina. A far da cornice all’incontro, svoltosi nella serena atmosfera della Segni medievale: il fascino discreto del sorprendente patrimonio
dell’Archivio; gli splendidi, anche se ancora poco
noti affreschi di Palazzo Conti; il tripudio dei colori della Cattedrale, cui si è poi unita l’eccellenza
dei sapori della cucina locale, che l’esperienza
e la bravura del maestro chef Marco Graziosi hanno reso un momento conviviale unico. E la mente non ha potuto esimersi dal riandare ai simposi
di platoniana memoria!
Ad accogliere le personalità vaticane c’erano il
Vescovo S.E. Mons. Vincenzo Apicella, il diretcontinua a pag. 39
Ottobre
2011
39
Ass. Amici dell’Aurora
te dei medici che la clownterapia
sia una vera e propria cura non è
mai stata data, ma basta pensare
a quanto è bello vedere un bimbo
che soffre e piange per una malattia smettere perché qualcuno è riuscito a farlo ridere e poi come dice qualcuno “il riso fa buon sangue”.
Nel ringraziare sin d’ora tutti coloro i quali con la loro collaborazione,
a partire da S. E. mons. Vincenzo
Apicella Vescovo di Velletri-Segni,
il Sindaco, le Istituzioni tutte ed il
pubblico Veliterno, hanno creduto
in questa manifestazione e la
hanno resa possibile, ci auguriamo che per questa edizione i collaboratori siano sempre più numerosi. Il Festival sta quasi per iniziare
, infatti domenica 23 ottobre p.v. andrà
in scena la Compagnia dei Cocci
di Lavinio che ci farà sorridere con
la commedia : “L’albergo del buon
riposo” , a seguire altre quattordici compagnie ci proporranno i loro
lavori, tra cui “Cyranò de Bergeraç”,
“Lisistrata”, “Il Giorno del Giudizio”
ecc. ecc. Quest’ hanno ci saranno alcune piccole novità una tra tutte il premio
al migliore spettacolo, premio che sarà assegnato da una giuria composta dal pubblico, perché a teatro anche il pubblico è protagonista
; chiunque sia interessato a partecipare come
giurato e pregato quindi di recarsi a teatro mezz’ora prima dell’inizio dello spettacolo.
Come già detto gli spettacoli si svolgono presso il Teatro Aurora sito in prossimità della Cattedrale
di S. Clemente , nel giorno della domenica alle
ore 18:00 , sperando in un affluenza sempre
maggiore vi aspettiamo … “a sipario aperto”.
N
on c’è due senza tre, anche quest’anno
infatti si svolgerà il Festival del Teatro
“Guglielmo Bongianni“. La manifestazione
nasce nel 2009 per volontà di Guglielmo Bongianni
e si tiene a Velletri presso il Teatro Aurora, il
suo amore per il teatro gli fece tentare questo
esperimento che, nonostante alcune difficoltà,
ebbe un discreto successo.
Il Festival è nato fondamentalmente per due motivi: inserire nella stagione teatrale un cartellone di spettacoli selezionati, raccogliere danaro per beneficenza. Infatti l’intero ricavato viene devoluto a scopi benefici. Il primo anno questo fu destinato alla ricostruzione del Teatro dell’Aquila,
gravemente danneggiato dopo il terremoto dell’Aprile
2009. La scorsa stagione l’intera somma è stata inviata alla comunità H.E.W.O. che opera
in Etiopia.
La comunità è stata fondata nel 1974 da due
italiani i sig.ri Franca e Carlo Travaglino, all’inizio lo scopo primario della comunità era il ricovero e la cura dei malati da morbo di Halsens,
che ha causa dell’ignoranza del male e la mancanza di esperienza e di risorse per la sua cura,
si traduceva per gli ammalati in emarginazione dal gruppo ed abbandono alla morte certa,
poi nel corso degli anni, come ci hanno spiegato gli stessi fondatori nostri ospiti nella serata di domenica 13 febbraio, l’attenzione si è spostata su altre problematiche, infatti oggi la H.E.W.O.
è un insieme di comunità che si occupano a
trecentosessanta gradi dei giovani abitanti di
Quihà e delle città vicine nel territorio del Tigrai,
una zona molto isolata dove alcuni paesi distanti solo trenta chilometri l’uno dall’altro non si conoscevano, anzi ignoravano la presenza di altri
uomini. I giovani vengono seguiti nelle varie fasi
della crescita non solo con le cure mediche,
segue da pag. 38
tore dell’Archivio dr. Alfredo Serangeli, il parroco della cattedrale Monsignor Franco Fagiolo e
non da ultimi due collaboratrici dell’Archivio Storico
“Innocenzo III” che prestano la propria opera in
campo storico, archivistico e bibliotecario, ossia
le dott.sse Anna Maria Pennese e Maria Carolina
Onorati. Lo storico dell’arte dr. Luca Calenne, collaboratore dell’Archivio sin dagli inizi, ha edotto
i presenti attraverso una straordinaria illustrazione
storico-artistica degli affreschi di palazzo Conti
e della cattedrale facendo, tra l’altro, giustizia di
alcune poco avvedute tesi sulla sua costruzione
nel sec. XVII.
L’atmosfera quasi surreale offriva un’immagine
di intimità, come se dei vecchi amici si fossero
ritrovati per dissertare e riscoprire le ricchezze
artistiche e storiche della città di Segni. Soprattutto
è stata un’occasione unica che ha permesso di
condividere le proprie conoscenze con un’istituzione di così grande importanza e prestigio.
Una giornata all’insegna del sapere ma anche della ricerca e della curiosità, della condivisione ma
anche di una istintiva amicizia, il tutto nello spirito cattolico.
* Collab. Archivio Storico “Innocenzo III”
ma anche con scuole ed istituti necessari a dare
un’istruzione e la preparazione per un futuro
lavoro, in modo da migliorare la loro condizione di vita.
Per questa edizione il ricavato verrà destinato all’Associazione Applausi VIP Onlus - Roma
, l’associazione fa parte della VIP –Viviamo in
Positivo- Italia Onlus che si impegna, con oltre
3.000 volontari in tutta Italia, a portare un po’
di allegria e gioia dove ce né bisogno: ospedali , case di cura, centri accoglienza per bambini diversamente abili ecc. La conferma da par1 Padre Bernard Ardura è nato a
Bordeaux (Francia) ed ha ricevuto l’incarico da Benedetto XVI il 3 dicembre del 2009.
Canonico Regolare Premostratense,
si è licenziato in Teologia dogmatica alla Pontificia Università Gregoriana
in Roma (1974-1976). Nel 1987 ha
conseguito il Dottorato in Teologia
all’Institut Catholique di Lyon e il Dottorato
in Storia religiosa all’Università
Statale di Saint-Etienne. E’ stato
Professore di Teologia dogmatica e
di Teologia spirituale dal 1976 al 1987.
E’ Bibliotecario ed Archivista della Curia
Generalizia dell’Ordine Premostratense
a Roma dal 1987. Già consultore della Congregazione delle Cause dei Santi.
E’ stato Rappresentante della Santa Sede al Comitato della Cultura del Consiglio d’Europa dal 1990 al 2002 e Segretario
del Pontificio Consiglio della Cultura dal 1997 al 2009. E’
autore di varie opere e numerosi articoli e collabora con
diverse Riviste e Dizionari: la sua consistente bibliografia personale vanta oltre 180 titoli!
2 Ha ricevuto l’incarico da Giovanni Paolo II il 31 ottobre
2002. Ha conseguito: la licenza in S. Teologia, con indirizzo storico; il Diploma di Archeologia Cristiana, presso
l’Istituto di Archeologia Cristiana a Roma e la Laurea in
Storia della Chiesa presso la Facoltà di Storia della Chiesa
della Pontificia Università Gregoriana
di Roma nel 1978. Ha conseguito il
dottorato di ricerca a Parigi dopo lo
stage di ricerca presso gli Archives
Nationales nel 1992. Ha ricoperto vari
incarichi accademici, tra i quali: segretario dell’Associazione Archivisti
Ecclesiastici presso la Città del
Vaticano nel 1978; direttore del
Centro Studi Don Bosco della
Pontificia Università Salesiana nel 1985;
direttore dell’Archivio Storico
dell’Università Salesiana dal 1987;
segretario dell’Istituto Superiore di Scienze
Religiose presso la stessa Università
Salesiana nel 1991; membro del
Consiglio di redazione della Revista
de Investigación y cultura di Vitoria
(Spagna), marzo 1991. E’ attualmente ordinario (dal 1994)
di Metodologia critica e di storia moderna e contemporanea presso la Pontificia Università Salesiana di Roma, dove
insegna dal 1973.
Foto 1 : Porta Maggiore
(da sinistra a destra) D. Cosimo Semeraro,
AlessandroValentini, S. E. Mons. Vincenzo Apicella, P. Bernard
Ardura, Alfredo Serangeli, Pierantonio Piatti, Maria Carolina
Onorati, Anna Maria Pennese.
Foto 2: Visita al Palazzo Conti
(da sinistra a destra) P. Bernard Ardura, D. Cosimo Semeraro,
Alessandro Valentini, Luca Calenne
Paul Gauguin,
La visione dopo il
sermone,
1888, National Gallery of Scotland,
Edimburgo
don Marco Nemesi*
P
aul Gauguin è stato uno dei protagonisti della fase artistica che definiamo
post-impressionismo. Egli incarna un
altro archetipo di artista: l’artista che vuole evadere dalla società e dai suoi problemi per ritrovare un mondo più puro ed incontaminato e al
pari di tutti gli altri artisti e poeti francesi di fine
secolo, Gauguin, vive sullo stesso piano la sua
vita privata e la sua attività artistica. E le vive
con quello spirito di continua insoddisfazione e
di continua ricerca di qualcosa d’altro che lo portò a girovagare per mezzo mondo, attratto soprattutto dalle isole del Pacifico del Sud.
La pittura di Gauguin è una
sintesi delle principali correnti che attraversano il variegato e complesso panorama della pittura francese di
fine secolo. Egli partì dalle
stesse posizioni impressioniste, comuni a tutti i protagonisti delle nuove ricerche pittoriche di quegli
anni. Superò l’Impressionismo
per ricercare una pittura più
intensa sul piano espressivo. Fornì, dunque, soprattutto per i suoi colori forti e
intensi, stesi a campiture piatte, notevoli suggestioni agli
Espressionisti francesi del
gruppo dei «Fauves», ma,
soprattutto per l’intensa
spiritualità delle sue immagini, diede un importante contributo a quella pittura
«Simbolista», che si sviluppò
in Francia e oltre, in polemica con il Naturalismo letterario di Zola e Flaubert
e con il Realismo pittorico di Courbet, Manet e
degli impressionisti.
Il suo contributo al «Simbolismo» avvenne attraverso la formazione del gruppo detto «Scuola
di Pont-Aven». Fonte d’ispirazione per questa
pittura erano le vetrate gotiche e gli smalti cloisonne medievali.
Prendendo spunto da essi i pittori di Pont-Aven
stendevano colori puri e uniformi, contornati da
un netto segno nero. Ne derivò una pittura dai
toni intimistici che rifiutava la copia dal vero e
l’imitazione della visione naturalistica.
Nella Bretagna degli ultimi quindici anni del secolo l’artista trova un primo compiuto esempio della possibilità di riscoprire, attraverso forme dure
e semplificate (che derivano da esempi arcaici, medievali e popolari) nuovi valori autentici e
primordiali da contrapporre alla fatuità delle mode
culturali parigine.
Concepito e realizzato a Pont-Aven tra la metà
di agosto e la fine di settembre 1888, “La visione dopo il sermone” dimostra ormai una piena
padronanza, da parte di Gauguin, dei suoi peculiari strumenti stilistici e conferma con grande
incisività il suo definitivo orientamento simbolista. Pensando di farne un vero e proprio quadro “da chiesa“, Gauguin affronta esplicitamente
per la prima volta un tema di derivazione religiosa: un ambito che trattato con una potente
carica evocativa, antinaturalistica e primordiale resterà centrale anche nella sua produzione
successiva. Il soggetto biblico illustrato nella parte superiore della scena è ispirato all’episodio
della Genesi in cui Giacobbe incontra un uomo,
che si rivelerà poi figura intermediaria del Signore,
e lotta lungamente con lui senza uscirne scon-
fitto, in un confronto paritetico tra l’essere umano e Dio - e quindi, entro certi termini, tra religione naturale e Rivelazione -, che per la sua
complessità esegetica si è prestato a una grande varietà d’interpretazioni.
Il quadro «La visione dopo il sermone», appartiene alla fase simbolista e sintetista dell’arte di
Paul Gauguin. L’opera è idealmente divisa in due
parti dalla diagonale del tronco d’albero. Nella
parte in alto a destra compare Giacobbe che combatte con un angelo. Nella metà inferiore sinistra vi sono le donne che assistono alla scena.
Il quadro è costruito con la stessa tecnica di scor-
cio che utilizzava Degas per rappresentare il palco di un teatro visto dai palchetti degli spettatori. Solo che, in Degas, le immagini conservano
un preciso naturalismo. Qui non vi è assolutamente naturalismo, il rapporto prospettico tra le
figure è molto equivoco e dubbio. Il quadro si
presenta con un’evidente bidimensionalità che
nega qualsiasi costruzione naturalistica e prospettica. Ciò è ulteriormente confermato dal colore rosso steso con tale uniformità da non far capire se rappresenta un piano orizzontale, verticale,
o di altra inclinazione.
Già il soggetto, di per sé, non può essere considerato naturalistico. Non appartiene alla normale esperienza visiva vedere un angelo e un
demonio che lottano. Se si ha una tale visione,
essa proviene di certo dalla propria interiorità
psichica. Interiorità che, come il titolo ci suggerisce,
è stata stuzzicata dall’ascolto di un sermone.
Il contenuto dell’opera è quindi un’allegoria dell’eterna lotta tra il bene e il male che è uno dei
fondamenti su cui si basano tutte le religioni. In
questo senso il simbolismo dell’opera è evidente.
Il quadro cerca un significato che va di là di un
semplice episodio: vuole proporre una riflessione più universale sulla capacità di penetrazione, anche delle persone semplici come le donne raffigurate sul quadro, di quei misteri invisibili e insondabili quali
la lotta tra il bene e il male che
governa la reale dinamica della vita e dell’universo. Il quadro è pertanto pervaso da una
religiosità mistica molto evidente.
Linee e colori cercano equilibri solo sul piano del quadro,
equilibri che volutamente ignorano il naturalismo per tendere
al puro e semplice decorativismo. Esso, infatti, ha un’evidente bidimensionalità che
sarà una delle costanti di tutta la pittura di Gauguin.
Il quadro si costruisce solo di
simboli. Anche il colore diviene un simbolo acquistando una
capacità di significazione che
ignora ogni imitazione naturalistica. Il colore è
steso con campiture piatte e uniforme, prendendo
in ciò spunto dall’arte francese gotica che si poteva ritrovare nelle vetrate delle cattedrali realizzate con colori puri e non sfumati.
Questo colore puro, steso senza passaggi chiaroscurali e senza alcuna ricerca di profondità prospettica, sarà una delle maggiori eredità che Gauguin
lascerà ai pittori successivi, soprattutto ai
«Fauves».
* Direttore Ufficio Diocesano per i
Beni Culturali e l’Arte Sacra
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