Poste Italiane SpA - Spedizione in Abbonamento Postale - 70% DR Commerciale Busines - RIMINI CPO - n. 11/2011 - Reg. al Tribunale di Pesaro il 27/09/2010 n. 581 - Iscr. al ROC n. 20758 Mensile d’Informazione Leggi il giornale on-line sul sito www.lavalmarecchia.it Agosto 2011 - n.11 Leggi, Scopri e Vivi la tua Valle IL PIACERE DI GIO CARE CO N ST I L E NUOVE SALE SLOT MACHINES. BINGO, KENO, BLACK JACK, VIDEO ROULETTE, BACCARAT, POKER ROOM LIVE. REPUBBLICA DI SAN MARINO Palazzo Diamond - Strada Dei Censiti 21 - Uscita Falciano - Tel. 0549 942011 1 “inValmarecchia” anno 1 - n° 11 Agosto 2011 Sommario 2 Libro fotografico della Valmarecchia 4 Un’idea, un comitato… un’impresa 5 Capitolo Sanità in Valmarecchia 6 Enrico Serpieri 7 La storia, l'ideale, il mito 8 I Signori della Valle 10 Vedute Rinascimentali 12 La fotografia al tempo del nonno Tullio www.invalmarecchia.it [email protected] 22 Il Tartufo nero estivo 26 Tutta una questione di fusibili 28 Museo di San Girolamo 32 I dialetti della nostra valle 33 Il Marecchia, la mia Africa 34 La bella di Cesena 38 L’olio della Gabriella 40 Le nostre erbe 42 Nato sotto il segno… dei pesci 14 L’arte russa a San Leo 44 L’avvocato risponde 16 Intervista a Stefano Cucci 45 La depressione bipolare 18 La cucina della Valmarecchia e 46 Isolamento sismico i suoi prodotti 20 Uno Scrigno di biodiversità 48 Novità neopatentati EDITO E STAMPATO DA GRAPH snc - San Leo (RN) Tel. e Fax 0541 923738 [email protected] DIRETTORE RESPONSABILE Ottavio Celli FOTOGRAFIE Ottavio Celli, Giampaolo Gili, autori vari. REDAZIONE Ottavio Celli, Rita Giannini, Giampaolo Gili. IMPAGINAZIONE E GRAFICA Matteo Donnini COLLABORATORI Rita Celli, Stefano Zanchini, Davide Cangini, Rita Giannini, Mara Mancini, Loris Bagli, Omar Podestà, Giampaolo Gili, Rino Salvi, Ivan Corbelli, Giovanni Tomei, Alessandro Piscaglia, Margherita Fraboni, Dott.ssa Serena Pironi, Avv. Cinzia Novelli, Dott.ssa Loretta Bezzi, Arch. Andrea Albini, Pierluigi Germani, Associazioni varie. IN COPERTINA Fuochi d'artificio a San Leo Festa del 2° Anniversario Gli inserzionisti sono responsabili dei marchi, dei loghi, delle immagini, ecc. pubblicati nei loro spazi. InValmarecchia non risponde per eventuali dichiarazioni, violazioni di diritti, malintesi, ecc. L’editore non è responsabile per eventuali errori di stampa. Tutti i diritti sono riservati. Ogni riproduzione anche parziale sarà perseguita a norma di legge. Il modo migliore per farsi conoscere. Lavalmarecchia.it è il portale di promozione turistica dell'entroterra di Rimini. È costantemente aggiornato con la pubblicazione di eventi e sagre. È seguito, attualmente, da oltre 5000 utenti al mese rappresentando un ottimo strumento di promozione per strutture ricettive, ristoranti e punti vendita di prodotti tipici. Per info e affiliazioni contatta ID-Lab, studio di comunicazione a Novafeltria, ai seguenti recapiti: Tel.: 0541 922095 Fax: 0541 1792008 Email: [email protected] www.id-lab.it Questo numero è stato stampato in 22.300 copie di cui 21.000 distribuite direttamente a casa delle famiglie della Valmarecchia, 700 copie nei negozi commerciali della città di Rimini, i restanti distribuiti ai vari inserzionisti. Comuni coperti dalla distribuzione: Casteldelci, Pennabilli, Sant’Agata, Maiolo, Novafeltria, Talamello, San Leo, Verucchio, Poggio Berni, Torriana, Santarcangelo e le frazioni Riminesi di Corpolò e Vergiano Per la tua PUBBLICITÀ su Chiama i numeri: 393 9758183 - 366 8030410 - 0541 923738 oppure scrivi a [email protected] Potrai sfogliare il giornale sul portale lavalmarecchia.it La distribuzione del giornale effettuata sul territorio è capillare e gratuita, è comunque possibile che ad alcune famiglie non venga consegnato. Il disguido è puramente casuale e non voluto. Chi vuole potrà ritirare la copia del giornale negli uffici comunali del proprio paese. Segnalare la mancata ricezione al numero 393 9758183. La carta usata per questo giornale è certificata per un corretto e massimo rispetto della natura. Ricicla al meglio questa rivista e potrai rileggerla sulla stessa carta. 2 Il libro fotografico Valmarecchia Un Fiume, una Valle "Undici perle sulle sponde" 400 pagine di immagini inedite che ritraggono lo spettacolare percorso del fiume Marecchia, dalla sorgente alla foce. Stampa e rilegatura di pregio, dimensione 24 b x 33,5 h cm è disponibile presso le seguenti attività commerciali e uffici pubblici. Carta & Fantasia di Celli Angelina Tabaccheria Lotto di Guerra Olivieri Roberta Cartolibreria La Moderna di Ugolini srl P.zza Vittorio Emanulele, 5 47863 Novafeltria (RN) tel. 0541 922779 –––––––––––– Via Umberto I, 146 47865 Pietracuta di San Leo (RN) tel. 0541 923062 –––––––––––– P.zza Tre Martiri, 3/a 47921 Rimini (RN) tel. 0541 27122 –––––––––––– Via Serpieri, 21 47921 Rimini (RN) tel. 0541 23518 –––––––––––– P.zza V. Emanuele, 33 47863 Novafeltria (RN) tel. 0541 921842 –––––––––––– P.zza Dante Alighieri, 14 47865 San Leo (RN) tel. 0541 926967 –––––––––––– Via Acquario, 32 47923 Rimini (RN) tel. 0541 772619 –––––––––––– Piazzetta Gregorio Da Rimini, 13 47921 Rimini (RN) tel. 0541 26417 –––––––––––– Piazzale I Maggio 1/2 47863 Novafeltria (RN) Tel. 0541 920168 –––––––––––– Via Toselli, 19 47865 San Leo (RN) Tel. 0541 916361 –––––––––––– Via Covignano, 150 47900 Rimini (RN) tel. 0541 773208 –––––––––––– Corso d'Augusto, 76 47921 Rimini (RN) Tel. 0541 28755 –––––––––––– Piazza Vittorio Emanuele, 1 47863 Novafeltria (RN) Tel. 0541 845620 –––––––––––– Via Montefeltro, 4 47863 Secchiano M. 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Gramsci, 31 47865 Pietracuta di San Leo (RN) tel. 0541 923169 P.zza Tre Martiri, 31/a 47921 Rimini (RN) tel. 0541 22334 Via Colonna, 17 47923 Rimini (RN) tel. 0541 383707 Edicola Crociani di Nanni Raffaella Edicola Videoteca Lilly Ufficio Turistico di Novafeltria L'antica Bottega Stazione di Posta Edicola Bar B.E.M. Artefumo di L. Di Matteo La Pergamena Ufficio del Turismo di San Leo Osteria Belvedere Edicola Tabacchi di Giulianelli Daniele Alimentari Gianotti Caterina Edicola Tabacchi di Bartolini Silvia Studio Fotografico Immaginiamo ABC Market di Brigliadori Eugenio Nicoletti Marisa Papini Andrea Polverelli Carmen Non solo giornali di Ancarani e Campidelli Via Tommaseo, 149/a 47924 Rimini (RN) tel. 0541 372015 –––––––––––– Santini Maurizio V.le Principe Amedeo, 2 47900 Rimini (RN) tel. 0541 22945 –––––––––––– Edicola Tommassoni Marco Urbinati Giuliana Edicola Libreria Doghieri Enrico La Nuova Cartolibreria snc Amorlibri srl Regala e regalati la Valmarecchia Libreria Riminese di Pecci Mirco Luisè Editore Tipicità Italiane di Mariapia Bartolucci P.zza Malatesta, 14 47826 Verucchio (RN) tel. 0541 671838 –––––––––––– Associazione ProLoco Verucchio P.zza Malatesta, 20 47826 Verucchio (RN) tel. 0541 670222 –––––––––––– Il Bello e il Buono da Verucchio P.zza Malatesta, 5 47826 Verucchio (RN) tel. 333 1653234 –––––––––––– Edicolè di Talozzi Giorgia P.zza Europa, 22/a 47826 Villa Verucchio (RN) tel. 0541 672028 –––––––––––– Libri in piazza P.zza Gramsci, 3 47822 Santarcangelo di R. (RN) tel. 0541 626350 –––––––––––– Ufficio del Turismo di Santarcangelo Via Cesare Battisti, 5 47822 Santarcangelo di R. (RN) –––––––––––– Ufficio del Turismo di Poggio Berni Via Roma, 25, Poggio Berni (RN) tel. 0541 629515 3 PROGRAMMA DAL 1980 LA QUALITÀ ...È DI CASA Via Fiume, 10 - 47865 Campiano di Talamello (RN) Tel. 0541 926046 - Fax 0541 920592 www.gengottisrl.net - [email protected] FUOCO A U T U N N O INVERNO 2011 NOVITà 2011 LIA-LISA C O M PAT T E & CANALIZZABILI La differenza SY VEDE SY SENTE SY SCEGLIE SY VIVE Con l'acquisto di una stufa a pellet entro il 31 settembre 2011 in omaggio 30 sacchi di pellet • CALDAIE E TERMOSTUFE A LEGNA O PELLET • REALIZZAZIONE CAMINI DI OGNI GENERE 4 Un’idea, un comitato… un’impresa A San Leo il 30 luglio si è festeggiato il passaggio dei 7 Comuni in Emilia Romagna, tra testimonianze, ricordi e tanta soddisfazione UNA GRANDE FESTA. Per continuare a ricordare questo storico passaggio di Regione. Giovani e meno giovani, mamme, papà, nonni, nipoti. Alla festa della Valmarecchia sabato 30 luglio a San Leo c’erano centinaia di persone. Nella città leontina il Comitato ‘Unavalmarecchia’ ha organizzato convegni, il concerto della Banda dei minatori di Perticara e anche una grande mostra fotografica: «Un fiume, una valle, undici perle sulle sponde» di Ottavio Celli, che ha inaugurato l’intera giornata. I coordinatori del Comitato, Settimio Bernardi e Bianca Barbieri, ricordano: «Siamo stati interpreti di un sogno che si è finalmente realizzato. La più grande soddisfazione è averne fatto parte e di aver fatto capire a tutti, che questa valle ha delle potenzialità. Il comitato con questa festa si scioglie, ma solo come ente. Siamo un gruppo molto unito e porteremo sicuramente avanti nuovi progetti. Soprattutto per continuare a coinvolgere i giovani in questo cambiamento». Affascinato dal passaggio dei ‘sette’ è il sindaco di Forlì, Roberto Balzani, accorso a San Leo per parlare di Unità d’Italia e Unità della Valmarecchia: «Scritti storici del periodo risorgimentale testimoniano il movimento anche in queste terre. Non solo per unire l’Italia, ma anche per dare alla Romagna una sua identità. Questa valle era già unita a fine ‘800. Mi piace molto l’operazione svolta dal Comitato: è stata un’operazione partita dal basso. La politica si è dovuta adattare. Un gruppo di poche persone ha compiuto un’impresa da molti ritenuta impossibile, che resterà nella storia». A due anni dalla legge che ha sancito il trasferimento definitivo dei sette Comuni in Emilia Romagna, anche i politici hanno voluto brindare al passaggio: dal presidente della Provincia Stefano Vitali, ai consiglieri regionali Marco Lombardi e Roberto Piva, dai sindaci della bassa Valmarecchia come Daniele Amati e Franco Antonini, al consigliere comunale di Rimini Gioenzo Renzi. «Anche noi dalla bassa valle abbiamo sempre condiviso questo passaggio - dichiara Antonini - l’azione intrapresa è stata molto importante. La valle è di nuovo unita». «Si festeggia un evento davvero unico. Una delle poche volte in cui si ascolta dall’alto ciò che viene dal basso» ricorda Renzi. «Il comitato rappresenta la cultura di questo territorio - dice Vitali - che va oltre gli steccati della politica. Per me il comitato non doveva sciogliersi, ma continuare a lavorare sul passaggio a livello culturale. Il processo sarà lungo. Il nostro compito sarà quello di non fermarsi alle lamentele, ma essere sempre propositivi». Il sindaco di Novafeltria Lorenzo Marani e quello di Pennabilli Lorenzo Valenti, ribattono: «Servono politiche speciali e va tutelato il nostro ospedale. Dobbiamo tener conto delle peculiarità del territorio». L’assessore provinciale Stefania Sabba assicura: «Dopo il passaggio abbiamo svolto azioni importanti su tutta la valle, dalle infrastrutture, alla pianificazione turistica. L’impegno più grosso ora sarà il passaggio del tribunale e una grande attenzione va rivolta all’ospedale di Novafeltria». Durante la giornata il Comitato ha voluto anche ricordare con una targa, tre grandi difensori del passaggio in Romagna: Sergio Valentini, Giorgio Valloni e Carlo Lotti. Oggi scomparsi, ma che hanno dato un contributo fondamentale all’attività del Comitato. Tra i presenti, anche Francesco Frattolin, fondatore dell’Unione Comuni Italiani per cambiare Regione e cittadino onorario di Sant’Agata Feltria: «Quando abbiamo formato questo movimento negli anni ’90 abbiamo coinvolto anche San Leo e Novafeltria. Personalmente volevo il passaggio del mio Comune, San Michele al Tagliamento, dal Veneto al Friuli. Non ce l’abbiamo fatta. Ma oggi festeggiare il passaggio dell’alta Valmarecchia dà senso anche al mio operato». Rita Celli Resta l’ira di Montecopiolo: «Nessuno ci vuole ascoltare» Presenti alla festa anche i residenti del Comune ancora marchigiano NON SONO mancati nemmeno loro alla festa dei ‘cugini’ della Valmarecchia. A San Leo sabato c’erano anche i rappresentanti di Montecopiolo, il Comune a confine con la Valmarecchia che da 4 anni attende il passaggio in Emilia Romagna. «Siamo stanchi e arrabbiati. L’iter è rimasto bloccato – dicono- al risultato del referendum. Abbiamo scritto anche al Prefetto di Pesaro che ha inviato una nota al Ministero degli Interni 15 giorni fa. L’onorevole marchigiano Massimo Vannucci, sta cercando di ostacolare il nostro passaggio. Anche sotto la giurisdizione del tribunale di Rimini, come richiesto in un emendamento dal senatore Filippo Berselli. Veniamo trattati come delle pedine, senza che nessuno ascolti il nostro parere». Il consigliere regionale Marco Lombardi è ottimista: «La condivisione da parte dell’Emilia Romagna di questo ulteriore passaggio di Montecopiolo e Sassofeltrio so che c’è già. Errani non vuole prendere l’iniziativa, solo perché si tratta di un distaccamento dalle Marche. Serve far ripartire l’iter al più presto. Queste popolazioni restano bloccate tra il Parlamento e le Regioni. Se il processo non venisse concluso, sarebbe una grave ingiustizia». Rita Celli 5 Capitolo Sanità in Valmarecchia Il Dott. Zanchini accoglie la nostra richiesta Dr S.Zanchini medico di medicina generale, resp. del NCP “La medicina territoriale ha subito una vera e propria riorganizzazione che ha visto i medici di medicina generale collaborare attivamente per migliorare prestazioni e servizi offerti ai nostri assistiti. Abbiamo completamente cambiato e sicuramente migliorato il nostro sistema informatico e oggi siamo collegati in rete con gli altri comparti della medicina aziendale; questo ci consente di ricevere aggiornamenti, referti ed esami ed inviare certificati e resoconti. Ci siamo fortemente impegnati sull’appropiatezza prescrittiva sia riguardo alla farmaceutica che alle prestazioni diagnostiche, consapevoli del nostro ruolo di parte attiva nelle dinamiche aziendali. Ci siamo aggregati funzionalmente in un unico Nucleo di Cure Primarie con periodici incontri al fine di condividere linee guida, percorsi operativi, aggiornamenti professionali e obiettivi di appropiatezza prescrittiva. Sperimenteremo progetti professionali su patologie croniche ad alto impatto nella nostra popolazione al fine di razionalizzare e migliorare le offerte prestative. Abbiamo assistito ad un netto miglioramento dei servizi rivolti ai disabili e invalidi anche grazie alla presenza costante degli infermieri nelle Case di Riposo e alla puntuale e appropriata erogazione dei presidi per le disabilità. Ancora da migliorare l’offerta di riabilitazione funzionale erogata a domicilio. L’ambito della medicina generale, ancorché strategico nell’erogazione delle cure ai cittadini, è solo un comparto dell’offerta di cure. Affinché i nostri assistiti godano di un buon livello di servizi socio-sanitari è fondamentale che tutti i comparti oltrechè presenti funzionino, interagiscano e dialoghino fra loro. Per restare ai servizi dell’Alta Valmarecchia, è fondamentale e improcrastinabile l’RSA in quanto struttura intermedia fra Territorio e Ospedale che può offrire quei servizi troppo impegnativi da prestare a domicilio e impropri per l’offerta ospedaliera. Aspettiamo che l’offerta chirurgica, tarata su prestazioni di bassa-media complessità e prevalentemente programmata, veda l’avvio così come anche recentemente e pubblicamente promesso, che l’offerta diagnostica sia puntuale e per molti aspetti completa, sia nell’orario, nel personale e nella dotazione strumentale. Fondamentale un Punto di Pronto Intervento veramente efficiente anche per evitare trasferimenti a volte inutili e per banali patologie che se fatti in ambulanza sguarniscono il territorio di un servizio fondamentale, un Consultorio in grado di seguire tutte le gravidanze, di fornire la diagnostica di I e II livello e di rispondere tempestivamente a tutte le problematiche legate alla sfera femminile. Auspichiamo la formazione di un tavolo tecnico/amministrativo locale che possa interfacciarsi continuamente con l’Azienda Sanitaria al fine di garantire insieme presenza e buon livello di prestazioni socio-sanitarie nella consapevolezza e nel rispetto della nostra specificità, della nostra orografia, delle nostre distanze.” Stefano Zanchini Con preghiera di avere un resoconto sull'argomento da altri ressponsabili del settore La redazione Annunci Gli annunci del mese VENDESI CASA A SCHIERA di 140 mq. Santarcangelo zona stazione. Cucina abitabile, 3 camere da letto, 2 bagni, mansarda con terrazzo panoramico e giardino. Taverna con camino, lavenderia, cantina e garage. Tel. 0541 622304 e 370.000 TEAM DI INSEGNANTI impartiscono lezioni di matematica, italiano, inglese e diritto per debiti di riparazione estivi. 347 5559976 AFFITTASI FINE SETTIMANA o per VACANZE RELAX, fresco mini appartamento indipendente in zona panoramica lago di Andreuccio. Arredato, con camino, giardino, barbeque. 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Con il tempo la vetreria divenne il centro delle cospirazioni riminesi fino a che Serpieri assunse il ruolo di riferimento dei Mazziniani di Romagna, sollevando i sospetti del legato apostolico di Forlì, cardinale Spada, il quale ordinò un attento ed assiduo controllo per i facinorosi riminesi Serpieri, Renzi, Brunelli e Lettimi. D’altra parte lo stesso Felice Orsini nelle sue memorie dirà di Serpieri “ estimazione appo i Romagnoli e lo si ebbe per uno de’ capi di molta influenza,attività e coraggio”. Nell’Aprile del 1844, nei pressi della piazzetta dell’onestà furono trucidati due volontari pontifici e fu allora che le autorità pontificie (giudice Pietro Piselli), autorizzarono l’arresto degli esponenti più in vista del liberalismo riminese, Serpieri venne arrestato la sera del 28 mentre usciva dal teatro. Dopo essere stato tradotto prima a Pesaro poi ad Urbino, dove incontrò Felice Orsini ed il vecchio padre Andrea, venne imprigionato per sei mesi nella fortezza di San Leo prima di essere inviato a Roma, dove il tribunale della sacra consulta condannò al carcere a vita tutti gli imputati. Serpieri rimase nelle prigioni di Civita Castellana poi di Castel Sant’Angelo fino al Luglio del 1846 quando, l’amnistia concessa ai detenuti politici (l’editto del perdono), quale primo atto del nuovo pontificato di Pio XI, lo ricondusse dopo due anni nella sua città. A Rimini Serpieri venne accolto in un tripudio di popolo, ed inaugurato il Circolo Popolare per il progresso sociale e civile della città ne divenne il presidente. Il 13 Dicembre 1848 partecipò a Forlì al congresso dei deputati delle provincie settentrionali e nel febbraio del 1849, con 6450 voti di preferenza, raggiunse Roma alla proclamazione della Repubblica Romana quale rappresentante di Rimini e Forlì alla costituente, dove assunse l’incarico di questore dell’assemblea. Caduta la repubblica seguì Garibaldi nel ripiegamento verso la Toscana, poi si trovò in carico alle accuse di lesa maestà, danni e guasti alla proprietà privata e furto di carrozze cardinalizie dal tribunale della sacra consulta, e per tale motivo chiese asilo politico ai Capitani Reggenti di San Marino dove rimase nei sei mesi concessi prima di raggiungere Genova. Partito dalla Liguria raggiunse la Sardegna dove trovò dapprima lavoro nella miniera di Gibbas, poi nell’azienda forestale del conte Pietro Beltrami di Bagnacavallo, con l’incarico di sovrintendere alla produzione ed al commercio del carbone di legna. Ispezionando le foreste presso Domusnovas, notò estese discariche di scarti da fonderia della età romana che ancora contenevano il 14-15% di piombo e 80-100 grammi per tonnellata di argento. Con grande intuizione, Serpieri, riutilizzò le scorie rifondendole con l’energia del carbone che lui stesso produceva a costi molto contenuti e che spesso doveva essere solamente svenduto nei porti del continente. Nel 1858, dopo averne acquistati i diritti, si trasferì nell’Iglesiente dove, con il sostegno finanziario di una ditta francese impiantò una moderna fonderia ed assunse 280 operai, e poco tempo dopo con l’aiuto della Banca di Marsiglia, dove nel frattempo lavorava con impegno il figlio Gianbattista, rilevò le quote dei francesi divenendo l’unico proprietario della fonderia. Il 31 Agosto 1862 venne fondata la Camera di Commercio e Arti di Cagliari, di cui Enrico fu eletto presidente con un incarico che venne confermato per altri cinque mandati consecutivi, fino alla sua morte. Nel 1863 impiantò una fonderia per il recupero delle scorie nella Attica Greca con alcuni finanzieri francesi, costituendo la società Serpieri- Roux, ed affidandone la direzione al figlio Gianbattista inviato per l’occasione in Grecia. Nel 1864 Serpieri fu tra coloro che fondarono il “Corriere di Cagliari”, mentre nel Novembre dell’anno seguente venne eletto Deputato al Parlamento per il collegio di Forli-Rimini, poi deluso dalla politica conservatrice e antisociale del regno, ritornò ai suoi interessi sulla Sardegna diventando consigliere al comune di Cagliari, nel frattempo la malaria gli aveva strappato due figli, Cimbro di 23 anni e Attilio di 33, che seguivano con il padre le attività minerarie. Nel 1869, in qualità di Presidente della Camera di Commercio, venne invitato alla inaugurazione del canale di Suez e lo stesso anno ospitò a Domusnovas il ministro Quintino Sella. Oramai le miniere dell’Iglesiente si andavano esaurendo, cosi come la vita di Enrico che fini a Cagliari l’otto di Novembre del 1872, appena in tempo per vedere Roma unita alla madrepatria. Davide Cangini 7 La storia, l'ideale, il mito Una mostra su Garibaldi nella Fortezza di San Leo Nell’ambito delle iniziative previste a San Leo in occasione della ricorrenza del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, è stata inaugurata sabato 4 Giugno presso la Fortezza di San Leo la mostra “Garibaldi: la storia, l’ideale, il mito” a cura di Paolo Mercati. L’esposizione vanta pregevoli cimeli risorgimentali provenienti dalla collezione privata di Paolo Mercati, orafo e antiquario di Sansepolcro, e grande appassionato del Risorgimento. Per comprendere al meglio il senso della collezione di Mercati, anima della mostra Garibaldi: la storia, l’ideale, il mito riportiamo qui di seguito la sua autopresentazione. "Tanti anni fa quando ero un bambino e i soldi in casa erano veramente pochi, il babbo mi portò in cartoleria per farmi un regalo; da appassionato di calcio quale tuttora è, mi propose un album di figurine di calciatori della Panini. Tutti i miei coetanei lo avevano ed era molto in voga lo scambio e il giocarsi i doppioni. Io, probabilmente deludendolo e andando contro corrente, scelsi un album sul Risorgimento che mi piaceva molto di più per gli eroici personaggi pieni di quell’alone, oserei dire da fumetto, che mi incuriosivano, ma così facendo mi esclusi anche da scambi e giochi con i miei coetanei con i quali non avevo nulla da contraccambiare! È da qui che è iniziata la mia collezione che con grande fatica, sacrificio e grande ricerca è cresciuta e sta ancora adesso ampliandosi. La smania che sollecita il collezionista è capibile solo da chi collezionista lo è veramente, vagando da mercatino in mercatino, sempre con la speranza di trovare un nuovo tassello al puzzle interminabile che è una collezione di questo genere, diventando un’ossessione e una ragione di vita! Mai, quando ho iniziato entusiasticamente questa raccolta, avrei pensato che i protagonisti di questa epopea, degli eroi senza uguali, venissero, come avviene oggi, sminuiti, denigrati ed offesi da personaggi privi di amor Patrio, cambiando o aggiustando a loro piacimento la storia e dimenticando coloro che spesso donarono il loro bene più prezioso, la vita, per un ideale di libertà, uguaglianza e fratellanza senza chiedere niente in cambio tranne il diritto di quella dignità che spetta ad ogni uomo! Per me non è cambiato assolutamente nulla, anzi, e spero di onorarli e ricordarli come meritano senza che finiscano tra le nebbie dei ricordi, raccogliendo appena possibile tutto il materiale in mio possesso in uno spazio espositivo permanente aperto al pubblico: “Il mio Museo”, il sogno di un bambino, il sogno della mia vita". La mostra è visitabile tutti giorni con orario continuato dalle 9.00 alle 18.30 dal 4 Giugno 2011 fino al 28 Agosto. Per informazioni: Ufficio Turistico Comunale I.A.T. Tel. 0541/926967, [email protected], www.san-leo.it. POGGIO BERNI (RN) - Via Santarcangiolese, 4259 Tel. 0541 629973 - Fax 0541 688136 www.tecnoisol.it - [email protected] SISTEMI E SERVIZI PER MASSETTI E SOTTOFONDI ISOLANTI 8 I Signori della Valle Mille storie di cappa e spada 1 Come si è fin qui raccontato, la nostra valle è una terra frequentata e vissuta dalla Preistoria in poi e le antiche vicende furono la premessa per una Valmarecchia medievale ricca di accadimenti. Infatti è più o meno attorno al Mille che, sulle pagine della Storia cominciarono a prendere posto singoli personaggi o famiglie su cui ancora oggi si effettuano studi e ricerche per chiarire e scoprire la loro storia. Fra i tanti si possono citare i principi di Carpegna, i Della Faggiola, i signori del Montefeltro, i Malatesti, padroni delle Romagne, i conti Oliva e così via. Dei signori di Carpegna, regnanti su un territorio ricco di carpini (da cui forse il nome di famiglia), si dice che furono gli avi di altri casati locali. Di essi si parla in documenti assai antichi; uno per esempio è datato all’882. Ma anche altri remoti eventi parlano dei Carpegna dall'oscurità sapiente di vecchi archivi. Autentici ricercatori e studiosi ai quali, chi scrive, deve la fonte di queste turistiche noterelle, recuperarono dal tempo che fu, preziose pergamene. Una di queste reca la data del 17 agosto 962. Fu vergata in Viterbo dai notabili della corte di Ottone I il Grande, sovrano germanico. Nell’occasione frotte di nobili italiani si inchinarono ai piedi del re sassone e perorarono le loro cause personali. Fra costoro anche il conte Ulderico di Carpegna, il quale vide finalmente accolta la sua istanza: Ottone lo infeudò signore di un lungo elenco di castelli locali fra cui Montescutolo, Albereto, Montegrimano, Serravalle, Pennabilli, Majolo, ecc. Da qui presero il via tutte le vicende che videro la stirpe dei Carpegna signoreggiare sui molti castelli della valle. Vicende che si sono perpetuate nel tempo, poiché i discendenti del casato ancora oggi vivono nella secolare dimora di famiglia, proprio in località Carpegna. Dei Montefeltro, invece, si narra che contesero aspramente le terre lungo il Marecchia ai loro nemici secolari, i Malatesta. I signori montefeltrani furono uno dei tre rami che originarono, nel 1140, dalla suddivisione dei possedimenti dei Carpegna. Una parte della famiglia dichiarò propria sede ufficiale la città di San Leo, che sorge sull’antico Mons Feretrius, da cui la denominazione di quel ramo familiare. Il personaggio di maggior rilievo della stirpe feltresca fu Federico di Urbino (1422-1482), che ebbe fama di coraggioso condottiero e di personaggio scaltro, infido e dedito alla calunnia 2 di chiunque lo potesse contrastare. Si dice, infatti, che oltre all’abilità nell’uso delle armi, la sua fortuna crebbe anche grazie al sapiente utilizzo di una pungente dialettica mirata al discredito degli avversari, (M.Simonetta 2010). Inoltre fu protettore di molti artisti del suo tempo. Per merito delle loro opere egli fece del suo palazzo urbinate la fastosa cornice che lo avrebbe visto insignito del titolo di duca nel 1474. Uno dei più noti artisti che lavorarono su commissione di Federico, fu Piero della Francesca. Famoso è il duplice ritratto del signore di Urbino e di sua moglie Battista Sforza, probabilmente eseguito nel 1474, quando Federico assunse il titolo di duca. Si tratta di due tavole di cm 47x33, oggi esposte agli Uffizi di Firenze. In esse gli sposi sono rappresentati di profilo, in un primo piano ricco di particolari descritti minuziosamente: dai difettucci della carnagione olivastra di lui (rughe e nei), all’aristocratico pallore del viso di lei; dalle acconciature, alla preziosità degli abiti. Sullo sfondo minuscoli paesaggi “fotografati” dal pennello di Piero con estrema precisione, (Ed. D.M. 2002). In precedenza, però, prima di essere nominato duca, vicende guerresche avevano contrapposto Federico l’urbinate ai Malatesta, soprattutto a Sigismondo Pandolfo, il grande signore di Rimini. Dei Malatesta si dice che discendessero dai Longobardi o, anche, da Scipione l’Africano di romana memoria. E questo giustificherebbe la presenza dell’elefante sul multiforme stemma di famiglia. Il primo grande rappresentante del casato fu certamente Malatesta da Verucchio, il Centenario; citato da Dante nella Divina Commedia con l’appellativo di “Mastin Vecchio”. Egli estese il potere della famiglia su un territorio molto ampio e dominò sulla città di Rimini durante gli ultimi diciotto anni della sua lunghissima vita. Quando morì (1312) volle essere sepolto, rivestito di un umile saio francescano, nel Tempio Malatestiano, la chiesa che all’epoca era ancora dedicata a San Francesco. Malatesta da Verucchio ebbe diverse mogli e un numero maggiore di concubine. Dei suoi numerosi figli vale la pena ricordare: Gianciotto che ebbe in moglie Francesca da Polenta, Paolo il Bello che fu l’amante di Francesca da Polenta, Malatestino soprannominato “dall’Occhio” perché era guercio a causa di un incidente occorsogli durante l’infanzia, Pandolfo, Rengarda, Simona,… Dopo il Mastin Vecchio lo scettro di famiglia passò a diversi suoi discendenti, fino a un suo pronipote chiamato Carlo, abile diplomatico oltre che uomo d’arme. Quando questi morì nel 1429 9 3 non lasciò eredi. L’onere del comando passò quindi ai tre figli naturali di un suo fratello: Galeotto Roberto, Sigismondo e Domenico. Fortunatamente nel 1428 essi erano stati riconosciuti e legittimati dallo zio Carlo, che per questa triplice legittimazione (pagata, però, con la cessione di alcuni feudi), ottenne il beneplacito pontificio come riconoscimento della sua fedeltà alla Chiesa. Galeotto Roberto morì giovanissimo, in odore di santità, per la sua vita dedita alle preghiere e alle privazioni. Gli succedettero Sigismondo Pandolfo nel governo di Rimini e Domenico a Cesena. Era il 1432. Nel frattempo, anche se ancora molto giovane, Sigismondo Pandolfo (1417-1468) aveva acquisito fama di valoroso uomo d’arme. Nel 1434 aveva sposato la sua prima moglie, Ginevra d’Este e nel 1440 era passato a seconde nozze con Polissena Sforza. Entrambe persero, per varie malattie o a causa della peste, i figli avuti da Sigismondo; ed entrambe passarono a miglior vita ancora giovani. All’epoca si mormorò che fosse stato proprio il consorte a decretarne la morte, ma non fu mai dimostrato. Nel frattempo la sua signoria si ampliò notevolmente e, disponendo di un vero e proprio esercito molto ben addestrato, egli offriva i suoi servigi alle città e alle signorie che in quegli anni si contendevano il potere sull’Italia. Anche Sigismondo fu amante delle arti e protettore di illustri letterati e artisti. Infatti nella cattedrale di Rimini o Tempio Malatestiano, è presente fra numerose altre opere d’arte, un affresco di Piero della Francesca databile al 1450-51, nel quale Sigismondo è in preghiera davanti al suo santo protettore, San Sigismondo di Borgogna. Si tratta di un affresco murale, ora trasferito su tela, di cm 257x345, in cui il nostro è raffigurato di profilo, (un profilo protervo e vagamente minaccioso quanto quello del suo antagonista di Urbino); l’abito che indossa è degno di un principe, così come la coppia di levrieri che gli guardano le spalle. Un dettaglio insolito nell’opera di Piero è la presenza di una ghirlanda decorativa che sovrasta la figura di Sigismondo: essa è composta di rami di alloro e quercia, arricchita di frutti, fava e … aglio! L’aglio era considerato un talismano contro gli influssi malefici, (A.Uccellini 2007). Certamente indispensabile per un uomo che aveva più antagonisti che alleati. Infatti, mentre si dedicava ad abbellire la sua città e i suoi palazzi, Sigismondo, oltre a guardarsi dai molti nemici dichiarati, dovette lottare duramente contro il più accanito e subdolo fra i suoi avversari: Federico di Urbino, che tramerà 4 tutta la vita contro il signore di Rimini. Tra una guerra e l’altra, ma anche tra una femmina e l’altra, Sigismondo fece costruire e/o restaurare il Castelsismondo e il Tempio Malatestiano a Rimini. Nel 1456 sposò Isotta degli Atti, una delle sue tante amanti. Il matrimonio fu celebrato con un cerimoniale piuttosto modesto per diversi motivi. Fra questi uno, non insignificante, fu che la sposa era già madre di diversi pargoli; poi, essendo di origini meno nobili, i parenti maschi di Sigismondo giudicarono l’unione non conveniente per gli interessi malatestiani. Per finire, i mormorii sul decesso delle due precedenti mogli, consigliarono di evitare chiassosi festeggiamenti. Malgrado tutto ciò, Isotta avrebbe dato a Sigismondo almeno sei figli. I maschi morirono in tenera età oppure assassinati in gioventù, forse su ordine del fratellastro maggiore, Roberto, nato da una concubina di Fano. Delle figlie femmine invece, Antonia data in moglie a un Este, fu dal marito in persona assassinata, appena ventenne, con l’accusa di infedeltà. Di almeno altre due figlie è noto che raggiunsero la vecchiaia: non si sa bene né come, né perché! Nel 1459 diventò papa un Piccolomini, Pio Secondo. Egli fu l’artefice della fine di Sigismondo. Temendo le mire espansionistiche del signore di Rimini lo accusò di eresia, omicidio, sacrilegio, adulterio, stupro, sodomia, incesto e quant’altro, mettendo in atto una negativa campagna d’opinione, pur di screditarlo e di minare il suo potere, (A.G.Luciani 1990). Inoltre Pio II organizzò una coalizione armata contro il signore di Romagna a cui parteciparono i Sammarinesi, Federico di Urbino, alcuni rappresentanti della consorteria dei Piccolomini, nobili senesi, i conti Guidi di Bagno e altri ancora. Lo scontro decisivo avvenne sul Cesano, nelle Marche, nel il 12-13 agosto 1462. Là, Sigismondo il grande, fu definitivamente sconfitto. Pio II, subito dopo, premiò tutti coloro che lo avevano sostenuto in quella guerra, soprattutto i suoi parenti, distribuendo i possedimenti requisiti al Malatesta. Era il 1463. La Repubblica del Santo Marino ampliò i suoi confini incamerando alcuni castelli appartenuti a Sigismondo. I Piccolomini e Federico furono infeudati su vaste porzioni dei territori strappati allo sconfitto signore di Rimini. I conti Guidi assorbirono i castelli di Montebello, Genestreto, Monte Tiffi, Saiano, Gatteo e altro ancora. A Sigismondo venne lasciata soltanto Rimini. Non poté più uscire da quei confini, né andare a combattere per terzi in cambio di denaro sonante. Dal castello di Talamello (cioè a distanza di sicurezza), gli inviati del papa lo sorvegliarono attentamente: ogni sua iniziativa fu spiata e riferita al pontefice. Nel 1464 le finanze di Sigismondo erano ormai agli sgoccioli, perciò accettò di andare in Grecia a combattere contro i Turchi, sperando così di incassare un lauto compenso e di ottenere il perdono papale, ma Pio II, ormai malato, morì. Anche il signore di Rimini fu costretto a rientrare in patria, due anni dopo, ammalato di malaria, dalla quale non guarì più. Infatti si spense nel 1468 a Castelsismondo, assistito fino alla fine da Isotta. Nel 1470 passò a miglior vita anche lei. Entrambi sono sepolti nel Tempio Malatestiano, come altri membri della famiglia, comprese la prima e la seconda moglie di Sigismondo. I corpi di Ginevra e Polissena, però, furono accolti da due tombe così semplici da passare inosservate. Nulla a che vedere con l’appariscente sarcofago di marmo che ospita i resti mortali di Isotta degli Atti in Malatesta! Quante donne nella vita di Sigismondo e degli altri signori di quel tempo, quante storie sconosciute! Parliamone la prossima volta. … continua … Mara Mancini 1 - Dittico dei Duchi di Urbino (Piero della Francesca 1474) 2 - Palazzo Ducale di Urbino 3 - Sigismondo P. Malatesta in preghiera davanti a san Sigismondo (Piero della Francesca 1451) 4 - Tempio Malatestiano di Rimini 10 Vedute Rinascimentali Il Montefeltro di Piero della Francesca rivive attraverso una ricerca scientifica che ora diventa progetto per il nostro territorio Quello che per cinquecento anni gli storici dell’arte di tutto il mondo hanno cercato di scoprire è sempre stato lì, sotto gli occhi di tutti! Almeno così pare e a noi piace crederlo. Da cinque secoli ci si interroga su dove siano stati collocati geograficamente i paesaggi che ispirarono a Piero della Francesca e ad altri artisti gli sfondi territoriali per i loro capolavori. Percorrendo le nostre vallate più volte ci siamo detti: ecco gli sfondi di Piero, ecco le quinte delle sue colline, ecco i molti profili, uno dietro l’altro, dolci e delicati, tra le brume e i colori del mattino. Si è studiato, analizzato, ipotizzato finché si è arrivati all’oggi, quando due indomite e determinate signore hanno presentato le loro indagini. La ricerca pare proprio abbia dato i suoi frutti: i paesaggi di Piero sono stati finalmente trovati. Li hanno scovati fra le colline del Montefeltro, fra Romagna e Marche, due amiche: Rosetta Borchia, pittrice, video maker e fotografa di paesaggi e Olivia Nesci, docente di Geomorfologia presso l’Università di Urbino. Due “cacciatrici” di paesaggi, si potrebbe affermare, unite dalla passione per il paesaggio e per l’arte ma distinte nelle rispettive competenze. 1 Ora, si afferma da ogni parte, che l’autorevolezza scientifica delle loro scoperte farà rumore nel mondo dell’arte. Intanto sulle loro ricerche, il Comune di San Leo, Provincia di Rimini e San Leo 2000, hanno scelto di innestare un innovativo e ambizioso progetto di marketing turistico-culturale curato da Davide Barbadoro, con l’obiettivo di valorizzare l’entroterra, in special modo sul fronte dei mercati internazionali, particolarmente sensibili al richiamo dell’arte rinascimentale italiana. Magnifico entroterra unito dal brand “Malatesta e Montefeltro” che, dalla Valconca alla Valmarecchia, unisce tre regioni: l’Emilia Romagna, le Marche e la Toscana. Per chi ne volesse sapere di più c’è anche un volume, Il paesaggio invisibile. La scoperta dei veri paesaggi di Piero della Francesca, curato dalle due ricercatrici, un’avventura tra i dip1 - Le due ricercatrici 2 - La copertina del libro "il paesaggio invisibile" 2 inti di Piero e le colline del Montefeltro affascinante come una detective story, nel quale si racconta di un anno di ricerche e si legge che i primi paesaggi ritrovati, sono stati quelli dipinti da Piero della Francesca nel Dittico dei Duchi di Urbino del 1475 conservato alla Galleria Nazionale degli Uffizi. Alle spalle dei ritratti di Federico da Montefeltro e della consorte Battista Sforza e dietro I Trionfi, le montagne, le rocce, i fiumi sono gli stessi che l’artista vedeva nelle terre del Ducato feltresco o meglio lungo la Valmarecchia, per la strada Ariminensis che percorreva per raggiungere il Malatesta, altro suo grande committente. Paesaggi resi riconoscibili nella contemporaneità grazie appunto al lavoro scientifico di Rosetta Borchia e Olivia Nesci. Il diario della loro avventura è anche la proposta per una nuova disciplina, l’archeologia dei paesaggi, e di una nuova passione, il landascape busting. La metodologia da loro utilizzata per individuare e ricostruire i paesaggi rappresenta un’assoluta innovazione in questo tipo di ricerche. E’ basata infatti sull’analisi d’immagine, tecnica ampiamente utilizzata nello studio delle fotografie satellitari e aeree per l’interpretazione della morfologia terrestre. Le immagini, informatizzate ad alta risoluzione, sono state sottoposte ad analisi del tono, tessitura, pattern e shape. In parallelo è stata effettuata l’analisi geomorfologica degli elementi pittorici non più perfettamente riconoscibili nella morfologia attuale in quanto modificati dalle successive variazioni climatiche: il risultato è un “paesaggio invisibile” che, grazie a una ricerca scientifica approfondita, torna oggi a manifestarsi. Rita Giannini 11 uomo e donna nuovi locali uomo donna atelier sposa Giorgia Boutique uomo e donna Via 5 Febbraio. 80 Fiorina R.S.M. Superstrada San Marino, Tel. 0549 900334 - www.giorgiaboutique.com aperto 9,00 - 12,30 / 15,00 - 19,30 * chiuso mercoledì e domenica 12 La fotografia al tempo del nonno Tullio In una mostra all’Oratorio di Santa Marina le immagini di com’era una volta Mercatino Marecchia. A cura di Lidia e Laura Masi Nata dalla volontà delle sorelle Masi, Laura e Lidia, la mostra La fotografia al tempo del nonno Tullio, è senza dubbio un evento gradito e non solo per chi vive a Novafeltria e nella Vallata del Marecchia. Le immagini, ora riprodotte da Lino Magnani, sono infatti uno spaccato di vita di cento anni fa, permettendo di compiere quei passi nella nostra storia che ci aiutano a guardare e vivere il futuro. Allestita con il patrocinio del Comune di Novafeltria e la collaborazione della Pro Loco, l’esposizione che è stata inaugurata il 5 Agosto e rimarrà aperta fino al 4 Settembre, riguarda immagini ricavate da negativi su lastra al bromuro d’argento che la famiglia Masi conserva da cento anni. Gli scatti raffigurano aspetti cittadini di Novafeltria, quando si chiamava Mercatino Marecchia, nonché momenti della vita privata della famiglia. A realizzarli il nonno delle sorelle Masi, Tullio Masi, nato nel 1884 e a conservarli è stato il padre Carlo che, a sua volta, le ha donate a Laura diversi anni fa. “Consapevoli del valore culturale del materiale conservato da così tanto tempo – affermano le due sorelle abbiamo deciso di esporne una parte”. E aggiungono: “Nostro nonno fotografava per diletto e iniziò questa passione nei primi decenni del novecento, fissando immagini del paese, spaccati di vita quotidiana ma anche pose ben studiate e momenti storici che oggi appaiono nostalgicamente appartenenti ad un passato irreversibile”. Esposti ci sono più di cinquanta ingrandimenti (30x40), accompagnati da tabelle didascaliche e da un opuscolo esplicativo, il cui contenuto proviene dalla memoria che è stata trasmessa oralmente, anch’esso illustrato con alcune delle foto in mostra. Orari di apertura: tutti i giorni dalle 10 alle 12 e dalle 17 alle 19. Rita Giannini Fratelli PAVESI Il primo forno a legna di Rimini il Panificio dei Fratelli PAVESI Eros, Devis e Floris Via F. Sapori, 30/B - Corpolò (RN) - Tel. 0541 750954 - Fax 0541 750837 Ferramenta Montefeltro 13 Via XXIV Maggio, 6 - 61015, Novafeltria RN - Tel. 0541 920126 - www.ferramentamontefeltro.it - [email protected] ...PENSARCI ADESSO CONVIENE Specializzati nella vendita di stufe vi invitiamo a visitare la più grande mostra della Valmarecchia con più di 90 esemplari delle migliori marche. Possiamo vantare un ampia gamma di termostufe a legna o pellet, camini e barbeque. Chiedi il tuo preventivo e sopraluogo gratuito, il nostro personale specializzato vi accompagnerà nella scelta e nell’istallazione della vostra stufa. - POSSIBILITÀ DI FINANZIAMENTO - Via XXIV Maggio, 6 - 61015, Novafeltria RN - Tel. 0541 920126 - www.ferramentamontefeltro.it - [email protected] 14 L’arte russa a San Leo Singolare mostra a firma del Direttore della Biennale d’Arte contemporanea di Mosca nell’anno di Italia Russia A San Leo fino all’11 Settembre è di casa l’Arte Russa. In mostra alla Fortezza le opere di quattro noti artisti, selezionati dal Direttore della Biennale di Mosca, Andrey Martynov. Il 2011 è l’anno di Italia Russia, cioè Anno della cultura e della lingua Russa in Italia e della Cultura e Lingua italiana in Russia, e per celebrare questo importante sodalizio culturale il Comune di San Leo, in collaborazione con la Regione Emilia–Romagna e la Provincia di Rimini, ha proposto nella magnifica cornice del castello di Francesco di Giorgio Martini, grande architetto senese del 1400, quattro interpreti dell’arte contemporanea russa. Si tratta di Oleg Kudryshov, Vladimir Martynov, Alexandra Mitl- yanskaya, Valery Orlov. L’esposizione è curata dal Direttore della Biennale d’Arte Contemporanea di Mosca, con l’organizzazione di Lorenzo Di Loreto e Davide Barbadoro. C’è anche il Catalogo, edito da Multimedia. Così il direttore della Biennale parla degli artisti: “La principale caratteristica è che nessuno di loro è esponente di una peculiare corrente artistica russa. Essi non sono alla convulsiva ricerca delle tendenze cosiddette in voga; seguono in maniera sequenziale il rispettivo percorso scelto all’inizio”. Li racconta uno ad uno. “Oleg Kudryashov è rimasto distaccato dalla società artistica “ufficiale” per la maggior parte della sua vita. Quando emigrò in Inghilterra, nel 1974, bruciò migliaia di opere che non gli fu consentito portare con sé. La sua opera creativa è divenuta sempre più immersione nel sé”. Una generazione separa Vladimir Martynov ma la stessa saggezza accomuna la sua vita artistica. “Da giovane – precisa il direttore - è rimasto impressionato dalla grande arte astratta russa e ne ha sviluppato le tradizioni attraverso l’uso di strumenti diversissimi, dalla matita al pennello, al computer, all’animazione grafica e digitale.” Le sue opere strutturali e piene di colore possono ricordare i totem degli indiani del nord America o anche le vetrate gotiche o le splendenti icone delle chiese ortodosse. “Usando carta artigianale come materiale, Valery Orlov crea la sua storia dell’arte russa”. Per la mostra leontina, in contrasto con le opere astratte degli altri due, suggerisce una serie di fotografie che mostrano il mondo delle cose semplici: un cavatappi e un pennello, una vecchia macchina da scrivere o anche solo scarpe consumate; comunque oggetti ordinari. Una parte dell’esposizione è dedicata al progetto a quattro mani di Orlov e Alexandra Mitlyanskaya. Insieme manipolano cibo e piatti o figure in porcellana, giocando con diversi simboli della vita sociale e periodi storici dell’arte russa. Il risultato, come spiega il curatore, “è che certi ricordi quasi cancellati risalgono così in superficie”. Poi c’è lo spazio videoarte, divenuta molto popolare in Russia negli ultimi decenni, grazie ad una collezione di opere della Mitlyanskaya. “Tra i vari artisti russi che si cimentano con la videoarte le sue opere sono le più private e liriche” – sostiene Martynov. Orario di apertura: tutti i giorni dalle 09.00 alle 19.00 Info: Tel. 0541 926967 Rita Giannini 15 16 Intervista a Stefano Cucci Direttore d'orchestra, di coro e del San Leo Festival, appena concluso con straordinario successo è il braccio destro di Ennio Morricone, di cui è assistente musicale da oltre dieci anni, è direttore di Coro, insegna al Conservatorio, al Dams, è direttore d’orchestra, fondatore del Coro Lirico Sinfonico Romano, ha avuto trecento allievi e forse più, e vive in sospensione, tra un aereo e l’altro, una città dell’Europa e una del nuovo continente passando per la Cina, il Giappone e l’Asia. amati e portati dentro non con nostalgica tenerezza ma con forte propulsione a viverli e farli vivere nel modo più appropriato e rispettoso. Sebbene passi da un concerto americano ad uno russo, o giapponese, coreano o cileno, passando per Roma o qualche altra capitale europea - stare accanto a Morricone lo porta ad essere un nomade della musica - la sua riflessione va è Stefano Cucci, diplomato in pianoforte e in composizione, in direzione d’orchestra e di coro, ma anche direttore artistico del San Leo Festival, che da decenni, nonostante qualche anno di intervallo, caratterizza, qualificandole, le estati della capitale del Montefeltro, all’insegna della musica classica ad altissimi livelli. L’edizione 2011 ha ottenuto un grande successo, di pubblico, di critica e lo si deve soprattutto al direttore che grazie alle sue relazioni e amicizie riesce a portare nel Festival i nomi più noti della musica classica. Quest’anno ha aperto con il grande violinista Uto Ughi e ha chiuso, il 28 luglio, con la Petite Messe Solennelle di Gioacchino Rossini, che lui stesso ha diretto. Lo aveva fatto nell’89, con grandissimo successo e pubblico straripante, e ciò è stato bissato. Sarà da ricordare questo evento, considerati gli interpreti d’eccezione, il Coro Goffredo Petrassi, il Quartetto vocale A.R.T. Musica, i pianisti Michele Reali e Mirco Roverelli, entrambi suoi ex allievi, Teodosio Bevilaqua all’harmonium, nella splendida cornice della Cattedrale di San Leone, a sottolineare il legame indissolubile tra suggestioni armoniche e visive, all’insegna della pura bellezza. Proprio questo anima il direttore, da sempre sensibile al rispetto dei luoghi carichi di storia e spiritualità affinché esse vengano esaltate e non mortificate. E sono le ragioni per cui predilige un repertorio classico come ci ha spiegato in questa intervista in cui è emerso il suo profondo legame con San Leo, dove hanno preso avvio le sue prime direzioni di coro, e con la terra dove è nato, Novafeltria, abitata ancora dalla sua famiglia. Luoghi che lo hanno visto scorazzare fino alla giovinezza, ai 22 anni, luoghi alla terra madre e a San Leo, dove ancora ragazzino dirigeva il Coro della Diocesi. Da qui ha preso corpo l’ideazione del Festival. “Sono partito dalla storia musicale a San Leo in questi 25 anni, per la precisione si è trattato di un percorso nel repertorio della musica occidentale dal ‘700 ad oggi. Musica che ha contraddistinto la nostra società, intesa come musica colta cameristica e d’orchestra, senza contaminazioni, adesso molto alla moda, ma non portatrici di benefici per la musica classica occidentale”. Il suo non è un tono polemico, solo una presa d’atto. “Tutte le musiche sono colte, perché sono espressione di momenti e ambienti culturali e sociali, seppur diversi, ciò a cui mi riferisco è quel patrimonio dell’umanità che va conservato 17 oggi più che mai, ed è un obbligo morale farlo, perché in questo momento c’è una grande disattenzione a livello nazionale verso la musica colta”. Per capire cosa bisognerebbe fare per non perdere tale patrimonio, Cucci ci viene in aiuto. “Bisogna puntare sul genere musicale al quale nella nostra terra non viene dato il giusto spazio, genere che non è morto, è vivo ma è uscito dai circuiti, è stato spinto in una nicchia. Servono spazi come questo soprattutto per i giovani che vogliono avvicinarsi ad un patrimonio della tradizione e San Leo ha dimostrato col suo pubblico, straripante ad esempio per Uto Ughi, e così per Salvatore Accardo, che c’è ampia richiesta, mentre l’offerta è in generale molto scarsa”. Se diamo un occhio alla nostra Romagna ecco che, nell’estate tra le proposte, emerge solo il Ravenna Festival, mentre a Rimini bisogna aspettare la Sagra Musicale Malatestiana nell’autunno. è proprio su una necessità quantitativa, oltre che naturalmente qualitativa, che pone l’accento Cucci. “Come si può sperare che la musica classica non muoia se non ci sono possibilità per eseguirla e per seguirla. Bisogna andare alla ricerca faticosa di spazi come questo a San Leo. Del resto questa musica appartiene alla nostra cultura e alla nostra tradizione, mentre oggi essa vive a scapito di altri generi, come il jazz o il rock che non ci appartengono. Ben vengano per carità, non vorrei essere frainteso, ma la gente ha bisogno anche di questo, il pubblico si nutre anche di musica classica. Basti dire che per il concerto inaugurale abbiamo dovuto respingere le persone, perché la Cattedrale più di tanto non può contenerne”. Pensa sempre alla qualità, anche se qui si fa tutto in modo artigianale, senza le macchine organizzative che stanno dietro ai grandi Festival. Ed è contento del risultato, anzi di più. Spera dunque che si continui a credere in questi concerti legati alla propria storia e cultura e si cerchino risorse, visti i tempi di magra. “Suggerisco che questo territorio punti a salvaguardare se stesso. Nello specifico deve individuare figure super partes, cioè direttori, che siano competenti e in grado di passare sopra al campanilismo che ancora resiste nei nostri comuni. Ogni realtà può presentare la sua caratteristica, proponendo le proprie manifestazioni in un grande contenitore dove c’è anche altro, ma il tutto deve armonizzarsi affinché si offra un’immagine intelligente del territorio. Dove le specificità e i prodotti siano tanti, dalla musica, agli itinerari storico-paesaggistici, all’enogastronomia. La nostra valle deve proporsi come alternativa ai luoghi della pseudo cultura, basati su salsiccia e discoteche. Questo modo di proporsi, aggiunto alla chiusura dei teatri, delle orchestre, dei musei e al degrado dei siti archeologici ecc… porterà ad una crisi di livello culturale pericolosissima. Ricordiamoci che le civiltà si sono sviluppate attraverso la cultura e senza di essa muoiono”. Un suggerimento, di fatto già divenuto realtà, Cucci lo ha avanzato per questa meravigliosa valle. “Stiamo tentando di dar seguito ad un esperimento di Corso di canto lirico, siamo al secondo anno; il primo è andato molto bene e si è chiuso con un concerto lirico di altissimo livello. Mettendo a punto dei corsi di perfezionamento a giugno e luglio per gruppi residenti, che fanno vivere il territorio, si crea continuità con l’attività del Festival. San Leo ha queste potenzialità ricettive intese in senso lato e può permettere un’educazione permanente. Inoltre bisogna uscire dalla logica del grande evento, è pericolosissima perché distoglie i finanziamenti e li concentra tutti non lasciando nulla agli altri. Noi tentiamo questa strada”. Rita Giannini AVANGUA RD I A Centro Commerciale Pietracuta Tel. 0541 923666 uomo donna 18 La cucina della Valmarecchia e i suoi prodotti è l’ultima fatica dell’enogastronomo ravennate Graziano Pozzetto appena insignito del Premio Bancarella Il libro, La cucina e i prodotti della Valmarecchia da Santarcangelo di Romagna a Casteldelci, è quasi un tomo, grosso, grande, proprio come il suo autore che, da sempre definisco “l’orco buono” della gastronomia romagnola, tra i fondatori di Slow Food e studioso delle unicità gastronomiche a cui ha dedicato ampissime ricerche e studi. Lui sa di questo mio soprannome e non si offende, del resto non è uno permaloso. Nella sua vita, grazie al coraggio che lo contraddistingue e al fatto di non avere peli sulla lingua, se ne è fatto di nemici, ma lui prosegue nella sua strada, secondo il verso dantesco: “non ti curar di loro, guarda e passa”. Ed è ciò che fa lanciandosi in esplorazioni e progetti letterari che gli costano personalmente molto, anche in termini economici, senza attendere le lungaggini degli editori o le promesse dei politici di turno, come lui stesso ama ripetere. è accaduto con i libri sullo squacquerone di Romagna, sulle anguille, le rane e i ranocchi, sullo scalogno, sulla cucina romagnola ma nulla lo spaventa quando ha un’idea in testa. Stavolta è toccato alla nostra valle essere protagonista e lui è riuscito a farla assurgere a una terra anche gastronomicamente parlando tanto bella quanto ricca. Anche io gli ho dato una mano, come sempre ho fatto con le sue opere precedenti, e ne sono felice perché mi ritrovo nelle sue pagine laddove porta i suoi passi e volge i suoi percorsi tra i luoghi dell’anima di Tonino Guerra, da me approfonditi in diversi volumi, e tra i sentieri della vallata amati e raccontati nelle mie tante guide della valle partendo dal lontano 1995, quella guida si intitola appunto I sentieri magici della Valmarecchia. Pozzetto in questi giorni è in giro per la valle, presenta la sua opera e molti hanno avuto e avranno occasione di ascoltarlo, da Santarcangelo e Novafeltria e di comune in comune, nonostante 19 questo credo che del suo “librone” si debba parlare. Innanzi tutto per spiegare di cosa si tratta: non di un libro di ricette, lui non ne ha mai scritti, assolutamente, né vuole farlo. è un libro di cultura del cibo, soltanto di cultura in senso lato e nel senso più elevato del termine, che tra ricerca e tradizione si muove nei meandri di ciò che resta di ieri e ciò che potrebbe salvarsi domani. Un esempio il capitolo sul formaggio di fossa. L’autore ha combattuto contro tutto e tutti affermando che il formaggio di fossa non può né deve essere come quello che oggi si trova ovunque, che si produce e si vende a vagonate, perciò vale la pena andare a leggere ciò che scrive in proposito. Vi farete un’idea e conoscerete il “dequalificante ed esasperato mercantilismo” verso cui Pozzetto lancia i suoi strali. E tuona anche contro altri prodotti, fate attenzione ce n’è per tutti. Anche se devo dire che leggendo questo testo sulla nostra valle, si scopre che l’esperto ravennate è diventato più buono, sarà l’età, sarà l’aria della zona, che con la sua bellezza ammorbidisce anche gli “orchi”. Prodotti DOP a parte, da lui gettati o salvati, quello che lui fa da sempre è riportare sulle pagine una lunga, lunghissima ricerca di casa in casa, di ristorante in ristorante, di produttore in produttore, di amici in amici, insomma lui si informa, chiede, intervista, interroga, legge, scopre e poi riporta. Lo fa anche con Tonino Guerra di cui riporta i versi poetici che diventano una prefazione sulla vallata carica della sua suggestione poetica. Così come riporta i racconti dei suoi piatti di bambino e di adulto, gustati a Pennabilli, dalla Peppa prima e dalla figlia Maria poi, che prima di lasciare questo mondo, per decenni hanno ospitato gente in casa propria dandogli da mangiare quello “che passava il convento” come si usava dire anticamente. Anche le parole dello scrittore Piero Meldini rapiscono come quelle guerriane, perché lui parte da lontano, da quelle pietre da cui trasuda la storia del Marecchia e delle sue genti. è straordinario leggere tra gli altri il racconto di certi pranzi barocchi. Come i memorabili banchetti offerti al nipote di papa Clemente XI, l’abate Annibale Albani, che si era concesso una vacanza dalle nostre parti in compagnia di 15 prelati e gentiluomini tra cui il cardinale Tanara, Legato di Urbino, e l’archiatra pontificio Giovan Maria Lancisi, che ci ha lasciato un vivace resoconto del viaggio in forma epistolare. è da questo libretto che abbiamo appurato cosa si mangiò nel 1705 dal castellano di San Leo, dove, si legge “mangiammo più assai e stemmo più allegri che in ogni altra delle passate” scorpacciate. Ma narra anche del principesco servizio nel Palazzo dei Principi di Scavolino, in quel di San Marino dove i pranzi erano sia di carne che di pesce, con storioni giganteschi, linguattole e triglie, poi cioccolate e rosoli, senza trascurare “i vini più celebri dell’Europa e in sin condotti dalla isole Canarie”. E sempre tra gli apporti c’è quello del grande gastronomo fondatore di Slow Food Carlin Petrini, e ancora quello sulla cucina di vallata raccontata dall’Ingegner Pier Giacinto Celi, imparata dalla madre e divulgata in un periodico locale. Profumi e Sapori di una volta di Silvia Rufilli PRIMI E SECONDI DI CARNE PESCE E CAGGIAGIONE, POLLI ALLO SPIEDO PASTA FRESCA FATTA A MANO, PIADA E CASSONI, Piazza Europa n.11, 47827 - Villa Verucchio (RN) - Tel. 0541 670945 www.profumiesaporidiunavolta.it - E-mail: [email protected] E ancora la cucina delle erbe di Mara Valentini, che ha ereditato dal padre Ciro e dalla madre Gulmira la passione e l’amore per quest’arte antica, oggi perpetuata sempre a Rofelle di Badia Tedalda dal fratello Piero titolare di ErbHosteria. La prefazione poi è di Michele Marziani, un maestro in materia, uno di quei sapienti i cui testi sono qualcosa di cui non si può fare a meno e che consiglio vivamente di leggere. Insomma questo per dire che Pozzetto sa bene a chi rivolgersi e a chi spillare notizie e storie e non trascura nulla. Lui poi miscela tutto, ci aggiunge la sua saggezza gastronomica, condisce con gli ingredienti che lo caratterizzano, imprime il suo stile narrativo e il libro è completo. E lo è veramente, nel pieno significato della parola. Troverete tutto della nostra magnifica valle: dai frutti dimenticati alle erbe odorose, a quelle spontanee, dai legumi alle patate e tra i prodotti identitari i formaggi, le carni, la selvaggina, il miele, l’olio, le bevande, le conserve. E ancora moltissimo altro. Del resto questo volume gli ha fruttato un premio prestigiosissimo, il Baldassarre Molossi 2011 alla carriera, insignito dalla Giuria del Premio Bancarella cucina, che va ad aggiungersi ai tantissimi riconoscimenti ottenuti negli anni, grazie alla sua infaticabile produzione letteraria che lo ha portato a pubblicare oltre ottomila pagine sui prodotti della cucina italiana. Rita Giannini 20 Uno Scrigno di biodiversità La flora dei castagneti dei Monti Pincio e Perticara (1a parte) Osservando il paesaggio della media Valmarecchia da un punto panoramico privilegiato come ad esempio la rocca di Montebello, si nota un territorio tormentato, dalla morfologia complessa, ampi tratti boschivi, alternanze geometriche di coltivi e siepi di antica tradizione, castelli e borghi mirabilmente collocati lungo i due versanti. I castagneti si celano tra le pieghe del paesaggio, appartati, talvolta sovrastati da pareti rocciose, affioranti come isole dalla vegetazione boschiva spontanea che, negli ultimi decenni, ha subito un notevole incremento in estensione. La diffusione per opera umana ebbe inizio con gli antichi Greci ma la fortuna del castagno è iniziata in età Romana. Ciò è confermato anche dalla percentuale pollinica, incrementata sostanzialmente durante l’espansione dell’Impero romano, fino a raggiungere valori molto elevati all’inizio dell’era cristiana. I Romani apprezzavano in larga misura il frutto come anche il legno. Dagli Etruschi appresero tra l’altro l’uso di farne sostegni per le viti. I Romani trasferirono la pianta in varie aree del Mediterraneo, dalla Sardegna alle regioni d’Europa a nord delle Alpi, in territo- 2 1 La loro distribuzione è caratteristica in quanto legata a definite esigenze microclimatiche e di suolo. Il castagno è legato a suoli sciolti, profondi, permeabili e freschi, moderatamente acidi o neutri, impostati in genere su arenarie, calcareniti o terreni marnoso-arenacei. è assente su suoli decisamente calcarei. Il carattere mesofilo della specie fa sì che la combinazione di tali elementi edafici, con una adeguata e costante disponibilità idrica assicurata dalla esposizione settentrionale dei versanti, consenta una distribuzione limitata a settori circoscritti. è il caso dei castagneti del complesso Monte Pincio-Monte Perticara, dove troviamo nuclei di varia estensione sia sui ripidi versanti ormai prossimi alla vetta del Pincio che alla base del Perticara, dove le pendenze sono ormai decisamente attenuate e i versanti accessibili. Il castagno ha subito negli ultimi due millenni con alterne vicende una tale diffusione ad opera dell’uomo da rendere complesso risalire all’areale di origine della specie. Su questo problema le posizioni dei botanici differiscono. è certo che il castagno era presente nell’Era Terziaria o Cenozoico, in una Italia profondamente diversa dall’attuale. Foglie fossili sono state rinvenute, per citare un sito vicino, nei sedimenti di età Messiniana (tra 5 e 7 milioni di anni fa) di Monte Castellaro, presso Pesaro. La glaciazione quaternaria di Würm, terminata attorno a 10.000 anni fa, sembra aver determinato la scomparsa della specie dall’Italia settentrionale, mentre è probabile una permanenza nell’Italia meridionale. Si assume come certa invece la sua sopravvivenza nell’area balcanica. Da studi di paleobotanica basati sull’analisi del contenuto pollinico dei sedimenti, si è ricavato che attorno al 1000 a.C. nell’Italia centrale si registrava una presenza di pollini di castagno pari all’8% del totale della flora arborea. 1 - Castagneto alla base del Monte Perticara Foto L.B. 2 - SIC Rupi e Gessi della Valmarecchia, da Ermesambiente.it 3 - Fioritura di Orchidea macchiata nel castagneto Foto L.B. 4 - Vetusto castagno alla base di Monte Perticara Foto L.B. ri dal clima meno favorevole. In età medievale gli ordini monastici incentivarono costantemente la coltivazione del castagno, sia come fonte alimentare che come risorsa legnosa. Per la valle del Conca è nota una vasta documentazione relativa alle pergamene medievali del monastero benedettino di San Gregorio in Conca di Morciano, in cui le selve castanili sono ricorrentemente citate. Il castagno è in assoluto tra gli alberi europei più longevi. Alto 20-25 metri, ma può raggiungere i 35, a foglie caduche, i tronchi assumono talora dimensioni imponenti, in grado di sostenere una chioma espansa e ramificata. La pianta è monoica ovvero uno stesso individuo presenta sia fiori maschili che femminili. Le infiorescenze maschili sono formate da spighe di 10-20 cm di color giallo-verdastro. Quelle femminili da fiori singoli o riuniti a gruppi di 2-3, alla base delle infiorescenze maschili. La fioritura si ha in piena estate. L’impollinazione può avvenire per azione del vento (anemofila) o per azione di insetti (entomofila). Di particolare importanza la funzione delle api, dalle quali si ricava il tipico miele. Il castagno è tra le specie forestali più ampiamente distribuite in Italia, in ambienti mediterranei e submontani. è presente in tutte le regioni e nelle Isole, nell’Appennino e alla base delle Alpi, con una distribuzione altimetrica notevole, tra i 100 metri s.l.m. del Nord ed i 1.500 metri della Sicilia. La sopravvivenza del castagno è stata posta a dura prova da ondate di parassitosi di natura fungina. Tre le più importanti crittogame associate a questa specie, Phytophthora cambivora e, in tempi più recenti, Phytophthora cinnamoni, agenti del mal dell’inchiostro, e Cryphonectria parasitica, agente del cancro del castagno. A questo nobile albero non mancano altri parassiti; insetti fitofagi quali il balanino delle castagne, tra i lepidot- 21 3 teri la tignola del castagno, la carpocapsa delle castagne e il bombice dispari. Dal 2002 è presente in Italia anche il cinipide galligeno del castagno originario dell’Estremo oriente. I castagneti del nostro teritorio, ma il discorso è generalizzabile, si presentano sotto vari aspetti. Si va da cedui giovani o invecchiati, i cui fini sono legati essenzialmente alla produzione di legname, a fustaie da produzione (marroni, castagne), più o meno curati, dove accanto a individui plurisecolari si notano piante giovani destinate a sostituire quelle morte o deperienti. Non è raro notare nei castagneti da frutto grandi ceppaie, eloquenti resti di vetusti individui che hanno terminato il loro ciclo vitale. Ciò che determina la sopravvivenza dei castagneti sono le azioni colturali. La natura artificiale delle selve castanili obbliga tra l’altro alla conduzione di appropriati interventi di sfalcio periodico del sottobosco. Non si tratta, come potrebbe sembrare di primo acchito, di una azione utile alla sola agevole raccolta dei frutti. In assenza di interventi si verificherebbe a breve termine una intensa colonizzazione da parte della Felce aquilina (Pteridium aquilinum), nei punti più umidi anche dell’Equiseto (Equisetum telmateja). La felce è una costante accompagnatrice del castagno in virtù di analoghe esigenze trofiche. Sembra anzi che in passato i popolamenti di questa felce venissero utilizzati per localizzare i luoghi idonei a nuove piantagioni. In assenza di controllo e a maggior ragione di perdurante abbandono, si attuerebbe poi un ingresso graduale ma inesorabile di specie forestali caratteristiche della fascia in cui il castagneto è situato, con l’esito a lungo termine della scomparsa completa dei castagni e la riaffermazione del bosco circostante o più adatto al luogo. Tale processo è alla base della scomparsa di numerosi antichi castagneti, la cui esistenza è oggi verificabile unicamente sulla base di documenti di archivio. Possiamo affermare che i castagneti maggiormante curati a fini produttivi, ovvero quelli che subiscono uno sfalcio del sottobosco in periodo precedente la caduta dei frutti, sono quelli più ricchi di flora nemorale, in quanto lasciano l’intero periodo primaverile-estivo alla indisturbata crescita e riproduzione delle piante erbacee spontanee. Il valore botanico incrementa sensibilmente quando i residui dello sfalcio ma anche delle potature e i ricci delle castagne vengono asportati, lasciando il più ampio spazio alle piante che sul terreno libero da ostacoli si concentrano in gran numero e varietà di specie. Nei casi in cui le azioni ricordate non avvengano, il valore floristico dei castagneti diminuisce drasticamente. Il castagneti secolari racchiudono chiari significati paesaggistici ed estetici, costituiscono rari esempi di boschi annosi confrontabili solo con le più vetuste faggete appenniniche, esprimono una diversità floristica e faunistica grazie alla loro natura storicizzata e alle cure cui devono essere regolarmente sottoposti. Per questi motivi la castanicoltura da frutto costituisce un raro esempio di elevata compatibilità tra attività produttive ed esigenze di conservazione della biodiversità. Il rilievo Pincio-Perticara, per i valori naturalistici e ambientali, è stato di recente inserito all’interno di un territorio riconosciuto come Sito di Interesse Comunitario (SIC) e Zona di Protezione Speciale (ZPS), denominato “Rupi e Gessi della Valmarecchia”. L’istituzione formale ha seguito specifiche direttive della Comunità Europea che, in tal modo, colloca il valore di questo territorio su un piano sovranazionale. Nello specifico, la Direttiva “Habitat” del 1992, finalizzata alla tutela di una serie di habitat e di specie animali e vegetali particolarmente rari indicati nei relativi Allegati I e II, prevede che gli Stati dell’Unione Europea contribuiscano alla costituzione della rete ecologica europea Natura 2000 in funzione della presenza e della rappresentatività sul proprio territorio di questi ambienti e delle specie, individuando aree di particolare pregio ambientale denominate Siti di Importanza Comunitaria (SIC). Esse affiancano le Zone di Protezione Speciale (ZPS), previste dalla Direttiva del 1979, denominata “Uccelli”. Con il passaggio dei comuni della Valmarecchia alla Provincia di Rimini, l’area individuata dalla Regione Emilia-Romagna concentra nello stesso SIC-ZPS i precedenti SIC individuati dalla Provincia di Pesaro di Monte della Perticara - Monte Pincio, Calanchi di Maioletto e ZPS Esotici della Valmarecchia, complessivamente 2526 ettari, modificandone il perimetro ed espandendo l’area verso settentrione alla rupe di San Leo e ai rilievi di Monte San Severino e Monte Gregorio, fino a Montefotogno. Si pensi che nel SIC sono compresi 16 diversi habitat d’interesse comunitario, dei quali 6 prioritari, per oltre il 50% del territorio, con prevalenza per i tipi forestali e prativi. ...continua nel prossimo numero... Loris Bagli Ass. WWF Provincia di Rimini 4 22 Il Tartufo nero estivo Stretto parente del prezioso tubero bianco A Pereto di Sant’Agata Feltria il 21 Agosto 2011 all’interno del IV PALIO DI PERETO si svolgerà la 1a Sagra del Tartufo nero estivo. Dopo il grande successo di S.Agata Feltria nel rappresentare e valorizzare il Re dei Tartufi, ovvero il Tartufo bianco pregiato (Tuber Magnatum Pico), tartufo dalle nobili caratteristiche, dal colore chiaro e dal profumo inconfondibile, forte e unico, anche Pereto ha voluto metterci del suo sperando di rappresentare degnamente lo stretto parente del prezioso tubero bianco, ovvero il tartufo nero estivo (Tuber aestivum) detto volgarmente Scorzone. Il Tuber Aestivum è il più comune dei tartufi perché cresce facilmente, ovunque ci siano dei terreni calcarei. Può essere facilmente rilevabile la sua presenza perché forma i cosiddetti “pianelli”, ovvero un’area più o meno vicina al fusto dell’albero in cui non cresce vegetazione, fatto provocato da sostanze probabilmente emesse dal tartufo stesso. Si può trovare anche in grossi quantitativi, soprattutto sotto querce, noccioli, faggi, pini e pioppi. La forma è solitamente rotondeggiante e la pezzatura varia, anche oltre il mezzo chilo di peso. La gleba è solitamente color nocciola, più o meno giallastra nei tartufi maturi, divisa da venature chiare molto ramificate. Il profumo è leggero e ricorda un po’ quello dei funghi, ma può essere valorizzato in cucina con i giusti abbinamenti. Può essere consumato sia cotto che crudo, sia solamente lavato con acqua e idoneo spazzolino, sia sbucciato come una patata, per gustare al meglio la “polpa” interna. Lo scorzone è il tartufo più comune, ma nonostante ciò un vero e proprio vanto per i tartufai che lo trovano, in quanto, a causa del suo profumo gradevole ma non molto forte, è uno dei tuberi più difficili da fiutare anche per i cani più esperti. Il periodo di raccolta del “tartufo nero estivo” va dal 1 Giugno al 31 Agosto (salvo diverse disposizioni regionali) da qui possiamo capire il perché del suo nome. Podestà Omar 1a Gara amatoriale di ricerca al tartufo nero estivo La gara organizzata dall'Associazione A.T.F.A. avrà luogo all'interno del IV PALIO DI PERETO con ritrovo per i partecipanti il 21 Agosto 2011 alle ore 8.30 a Pereto di S.agata Feltria di fronte alla Trattoria Ciccioni. Modalità di iscrizione: Pre-iscrizioni allo 3386789200 Oppure iscrizioni alla mattina stessa presso l’apposito banco indicando: - Nome, Cognome e recapito telefonico del tartufaio - Nome del cane - Età e razza del cane - Sesso del cane Quota di iscrizione: la quota di iscrizione sarà di euro 10,00 per ogni cane partecipante, con gadget assicurato per tutti gli iscritti. Programma: La gara si svolgerà a Pereto di Sant’Agata Feltria vicino alla Trattoria Ciccioni con inizio alle ore 9,00 e terminerà non oltre le ore 13,00. I campi di gara saranno suddivisi in due: uno per cani di sesso maschile e uno per cani di sesso femminile. Modalità della gara: I concorrenti dovranno effettuare una prova di ricerca del tartufo guidando, a distanza regolamentare, il proprio cane in un settore appositamente delimitato. Dopo il sorteggio effettuato sul campo di gara tra tutti i cani partecipanti, sarà stabilito l’ordine di partecipazione. Tempo limite: 4 minuti Chi tra i partecipanti riuscirà a trovare 4 tartufi nel minor tempo possibile, si aggiudicherà la vittoria. è vietato il riporto del tartufo da parte del cane ed è obbligatoria la richiusura del buco del tartufo da parte del tartufaio. Solo dopo aver estratto il 4° tartufo e richiuso il 4° buco, verrà bloccato il tempo.Nel caso in cui nessun partecipante trovasse i 4 tuberi, verrà giudicato chi ne troverà 3 nel minor tempo. In caso di parità tra 2 o più concorrenti, verrà effettuato uno spareggio con un limite di tempo massimo di 4 minuti, e vincerà chi per primo troverà altri 4 tuberi. Il regolamento potrebbe subire variazioni che sarà nostra cura illustrarvi prima dell’inizio della gara. Premi per entrambe le categorie: 1°) 1 prosciutto + trofeo 2°) Coppa di suino + trofeo 3°) Salame + trofeo Stiamo organizzando corsi di micologia per tartufai e fungaioli. Se sei interessato e vuoi partecipare: [email protected] oppure 3386789200 23 A novAFeltriA, in viA SABBioni, lA tuA CASA in “ClASSe A” OFFICINAIMMAGINE.IT un nuovo QuArtiere Con vArie tipologie CASA “A” AppArtAmenti Con metrAture vArie ed AttiCo pAnorAmiCo CASA “B” CASe A SChierA e Alloggi Con ingreSSi indipendenti CASA “C” Alloggi Con ingreSSi indipendenti Alloggi A pArtire dA 116.000 euro ! A lA noStr SA nuovA CA iCurA e verde, S tutto viCinA A VIA ANTONIO E LEONIDA VALENTINI, 11/A RIMINI - Tel. 0541 777001 W W W. M U R R I . I T 25 Con lA CooperAtivA murri e telAmon dAgli SpAZi Agli Arredi progetti lA CASA in poChi pASSi! 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I fratelli Riccardo e Francesco Valli, dell’azienda ‘ERREFFE’, hanno lasciato in "eredità" l’azienda qualche mese fa a un loro dipendente, dopo 34 anni di attività. Ora sono tutti e due in pensione, anche se la passione per il mondo dei motori è ancora molto viva in loro. Per Riccardo la prima paghetta da elettrauto è arrivata all’età di 13 anni. “Non avendo tanta voglia di studiare sono stato assunto a Rimini da un elettrauto”. Mentre Francesco, dal rientro dal militare, non avendo più un lavoro ha deciso di prendere in affitto un pezzo di terreno in zona Libiano a Pietracuta. “Con mio fratello ho costruito una baracca in lamiera nel 1976. Avevamo appena 20 e 22 anni. Sono partito prima da solo, con pochi attrezzi e il macchinario di un vecchio elettrauto. Nel frattempo, per avere la copertura della mutua, ho fatto anche il fabbro per due mesi”. Il lavoro era duro. Poche auto e moto in giro, e un altro elettrauto poco distante. La concorrenza si sentiva. “Quando ho visto arrivare il mio primo cliente poche settimane dopo l’apertura, mi sono quasi commosso -racconta Francesco-: era Ernesto Carli, uno degli uomini più conosciuti del paese. Aveva bisogno di sistemare un motorino d’avviamento di un trattore. Ma io avevo un appuntamento a Rimini con una ragazza. Carli è stato così comprensivo, che mi ha lasciato il lavoro fino al giorno dopo. Questo è altro per amore!”. Poi nel 1979 Riccardo ha deciso di lasciare il lavoro a Rimini e di unirsi al fratello. “L'aumento di lavoro ci portava in officina anche la domenica mattina. Non c’erano festività, pause. Una volta abbiamo lavorato anche il giorno di Natale” confida il fratello maggiore. Nel 1981 la decisione di trasferirsi nel capannone a fianco del gommista Magnani. “Un anno dopo, ci siamo decisi e abbiamo costruito con le nostre mani un capannone tutto nostro. Così sono arrivati i debiti. Ma non ci importava. Avevamo un’azienda tutta nostra. Eravamo soddisfatti e pieni di entusiasmo” continua il più piccolo dei Valli. Oggi sono entrambi in pensione. “Abbiamo lasciato tutto in mano al nostro dipendente Loris, da luglio. I nostri tre figli (Erika, Eros e Veris) hanno scelto strade diverse. È la vita. Prima eravamo gli esperti di auto, moto, autotrasportatori e macchinari agricoli. Ora nessuno ci batte nel giardinaggio, nell’orto e nella caccia. Anche se qualche lavoretto tra fusibili e bulloni lo facciamo ancora…”. Rita Celli 27 natura e tecnologia al servizio dell’uomo Riscaldamento Centrali Termiche Condizionamento Termosolare Idrosanitari Fotovoltaico Pannelli radianti Mini eolico Irci SpA - SP 258 Marecchiese 60 - 47685 Pietracuta di S. Leo (RN) Tel. 0541 923550 - Fax 0541 923414 - www.ircispa.com - [email protected] 28 Museo di San Girolamo 3 Anni dopo i “Girolamini” Santagatesi fanno il punto “A S.Agata Feltria correva l’anno 2002...” sembra voler dire l’ex convento dei Frati Girolamini, adagiato sul colle che domina la ridente cittadina dell’Alto Montefeltro: l’allora Sindaco Polidori, in occasione della tradizionale Festa dell’8 settembre davanti alla Chiesa della Madonna delle Grazie annunciava pubblicamente l’avvio del Progetto Museale, presenti il Parroco don Erminio, il responsabile della “Città dei Ragazzi” Michele Mariano, il Presidente dell’Associazione “Il Giardino della Speranza” Ugolini G.P.; una solenne promessa ai Santagatesi e allo scomparso Padre Marella, (l’illustre “pedagogista di strada” fondatore ivi di una delle sue comunità assistenziali), perchè il complesso storico ritornasse alla comunità. La scelta concluse Il progetto San Girolamo, così come presentato nel 2002, prevedeva un Museo interattivo, non solo da contemplare, ma anche da utilizzare, con una serie di laboratori a disposizione di tutti, sopratutto delle fasce socialmente più deboli. un percorso costellato da tante idee (non prive di costi a carico dei cittadini) sul riutilizzo dell’immobile, rimasto abbandonato dopo essere stato adibito per anni a casa di riposo per anziani; l'elaborazione del Progetto da parte dell’Associazione di volontariato “Il Giardino della Speranza”, fu approvato in Consiglio Comunale e in Regione; con lo sgravio di costi pubblici locali attingendo a Fondi Europei, si pervenne al recupero dello stabile con il primo allestimento di sale museali nell’agosto 2008. Una decina i volontari che dapprima, sacrificando ferie e tempo libero, si alternarono alla pulizia e alla rivisitazione di pezzi da esporre, dapprima abbandonati e ritenuti comunemente irrecuperabili. Successivamente con l’aiuto anche dall’Amministrazione Comunale il 20 Dicembre 2008 fu inaugurato l’attuale Museo delle “Arti Antiche”. Con la passione e il sacrificio dei Volontari dell’Associazione “Il Giardino della Speranza” quel Progetto si è concretamente realizzato: grazie ai numerosi reperti che sono stati prestati, ma anche a moltissimi che sono stati donati dai cittadini, metodicamente “revisionati” e rimessi quasi a nuovo, il Museo San Girolamo ha continuato a progredire, superando il suo primitivo intento di Museo della Civiltà Contadina e divenendo, con gran soddisfazione di tutti (sopratutto dei numerosi turisti) il più interessante “Museo dei ricordi” della Valmarecchia. Ad esempio vale la pena indicare: nell’agosto 2009 è stato restaurato un presepe in gesso del ‘700, praticamente in frantumi, “dimenticato” in un angolo nascosto perchè troppo costoso e troppo difficile da risistemare: grazie all’abilità di alcuni volontari dotati di esperienza nel settore, è ritornato al vecchio splendore; nel mese di giugno dello stesso anno è stato inaugurato il primo corso pratico di tessitura, dapprima su telai da tavolo, poi su quelli antichi da pavimento restaurati. L’anno successivo si è pensato anche alla sicurezza esterna, dato che San Girolamo ubicato sulla cima di una altura, era circondato da pendii; quindi esisteva la necessità di sostituire la vecchia staccionata con una nuova che, grazie ai volontari e ai donatori del legname, è stato possibile realizzare. Nel mese di giugno poi si è svolto il primo corso di ceramica, reso possibile anche dall’acquisto del tornio e del forno, con le prime 6 persone che hanno sperimentato la tecnica per la produzione di terrecotte . Dello stesso anno la definitiva collocazione del presepe in gesso e del se- 29 condo in legno - e l’ampliamento dedicato all’arte sacra- grazie anche alla donazione delle vetrine protettive da parte del nostro Comune. Siamo giunti quindi a quest’anno: i volontari hanno “ripulito” la zona sottostante e iniziato l’allestimento del parco con piante antiche; in mezzo al parco sta sorgendo un campo di bocce, utilizzato come mezzo di divertimento e socializzazione, a pochi metri dall’antica osteria ricavata nell’ex convento. Ancora una nuova sala è in allestimento: grazie ai reperti ritrovati, si sta preparando quella dedicata al vecchio ospedale, sorto a Sant’Agata nei primi anni dell’’800; tutti i reperti vengono catalogati e restaurati dagli appassionati volontari. Il mese di Marzo ha visto il raduno nazionale delle moto storiche che in collaborazione con l’Associazione riminese “Il Velocifero”, ha permesso l’arrivo a San Girolamo di circa 100 equipaggi provenienti da tutta Italia; l’amicizia e la stima formatasi tra le due Associazioni ha permesso di consolidare questo tipo di esperienza e la realizzazione di altre; infatti il 31 luglio, assieme a molti paesani ed anche ad esponenti della vicina località di Sartiano è stata sperimentata la prima festa della trebbiatura, intesa non solamente come festa contadina, ma anche come festa della comunità: colazione nell’osteria, mietitura, trebbiatura e festa serale. Ed infine l’apertura dell’ultimo laboratorio, ultimo solo in senso temporale ma non per importanza: quello di ricamo e cucito, aperto a tutti; giusto in tempo per preparare la solennità della Madonna delle Grazie, che si festeggia a San Girolamo l’8 settembre di ogni anno. A cura dei Volontari de “Il Giardino della Speranza" Sant’Agata Feltria In collaborazione con G. Gili 30 dal 1982 Via Ugo Braschi, 40/b 47822 Santarcangelo di Romagna (RN) Tel. 0541 621351 - Fax 0541 621754 www.acerboliviaggi.com - [email protected] PRENOTA SERENO LE TUE VACANZE CON LE NOSTRE ESCLUSIVE FORMULE: PREZZI FINITI il prezzo include visti consolari, quote iscrizione, tasse aeroportuali, assicurazioni sanitaria e bagaglio, garanzia annullamento. BLOCCATI & FINITI il prezzo oltre ad essere “FINITO” è anche BLOCCATO: non subirà incrementi valutari, carburante e tasse sui voli FORMENTERA FORMENTERA 8 GIORNI / 7 NOTTI MEZZA PENSIONE CON BEV. 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VOUCHER VIAGGIO DI E 50,00 - Organizzazione tecnica Acerboli Viaggi Santarcangelo di R. - Comunicazione obbligatoria ai sensi dell’art. 17 Della legge 6 febbraio 2006, n. 38 – La legge italiana punisce con la reclusione i reati concernenti la prostituzione e la pornografia minorile, anche se commessi all’estero. 32 I dialetti della nostra Valle Poggio Berni - Santarcangelo Rino Salvi parla e scrive nel dialetto di Poggio Berni dove è nato. Attualmente vive a Santarcangelo. È un maestro elementare in pensione, ha scritto un libro dal titolo “Mò tè chi t’ci? A sò e’ fiùl dla Giordana” edito da Pazzini Editore. Il Periodico della Schürr “La Ludla” gli ha pubblicato numerose “storie”. Quest’anno con: “Cla zóbia dé zincventòt” ha vinto il premio letterario “Sauro Spada”. Su YouTube digitando "E’ gàurgh dla Garisénda" è possibile vedere il video di questo racconto con la voce ed immagini create dall’autore. E’ gàurgh dla Garisénda Il gorgo della Garisenda Andìmi ad là dé fiéun, d’instæda, a fæ e’ bagn té gàurgh dla Garisénda. A caminìmi tl’òmbra di piôpp, tra i cantìr ancàura zal, sé prufôm dé græn péna tajæd pu, incæva la calæra, s i sandli tal mæni, a travarsìmi e’ raz, salténd, s i pi néud, sàura i sass chi scutæva, sguazénd tal piscòli d’aqua cælda cmè e’ péss, passénd sàura la cròsta tóta spàca dé sabiàun. Al sgrignédi a gl’impóiva e’ silénzi dla Marècia indurmantæda tla caléura de’ solleàun. L’aria férma, cælda, pìna ’d lùce, la t gupléva cmè tna cvérta e la t’imbarbaiæva j’ôcc. Pu i tóff da e’ zviràun, sla s-ciafa dl’àcva ciæra pina ’d scvézz, la béssa dal mudàndi, di sàndli, di calzéun e di panciótt sàura j’arbazèun. A n’imi gnénca zincvènt’an in si, e a sìmi béll, béll a t che silénzi, sòta e’ saul, intænt ch’a s’asughìmi néud e strach, stôis sé sabiàun ad ór, a guardæ e’ zil bló sàura e’ nòst fiéu. Andavamo di là del fiume, d’estate, a fare il bagno nel gorgo della Garisenda. Camminavamo nell’ombra dei pioppi tra i campi ancor gialli, pieni del profumo di grano appena tagliato poi, in fondo al viottolo, coi sandali nelle mani, attraversavamo il letto del fiume, saltando coi piedi nudi sui sassi che scottavano, sguazzando nelle pozze d’acqua calda come il piscio, passando sopra la crosta tutta screpolata del sabbione. Le risate riempivano il silenzio della Marecchia addormentata nella calura del solleone. L’aria ferma, calda, piena di luce ti avvolgeva come in una coperta e ti abbagliava gli occhi. Poi i tuffi dalla massicciata, lo schiaffo dell’acqua chiara piena di schizzi, la biscia delle mutande, dei sandali, dei calzoncini, delle canottiere sopra i cespugli. Non avevamo neanche cinquant’anni in sei, ed eravamo belli, belli in quel silenzio, sotto il sole, intanto che ci asciugavamo nudi e stanchi, stesi sulla sabbia d’oro, a guardare il cielo blu sopra il nostro fiume. 33 Il Marecchia, la mia Africa Ricordi, emozioni e avventure di estati passate Erano fine anni '60 primi anni '70, il fiume Marecchia adiacente a villa Verucchio era molto incolto e selvaggio, l'alveo era piatto e sassoso e c'erano molti gorghi colmi di fango dove le anguille trovavano l'hàbitat ideale per vivere e riprodursi. Sentivamo parlare gli adulti di leggende legate al fiume che per noi bambini parevano realtà. Raccontavano che all'interno dei canneti adiacenti al fiume vivesse un serpente di nome Fischione (è fisciàun) che se disturbato emetteva un sibilo simile ad un fischio molto acuto sino a spaventare gli avventori e se non fosse bastato usciva dal canneto per mordere i disturbatori. Poi sempre gli anziani raccontavano di un altro serpente di nome Rebiscio (è Ribès) che era il re delle bisce e come tale era di colore nero e di dimensioni enormi, sproporzionate, si muoveva lentamente ma minacciosamente e a bocca aperta verso le persone, al pari di un mostro che voleva colpire gli avventori. Poi ancora a detta degli anziani esiteva la presenza di un terzo serpente che si chiamava il Frustone (è Frustàun). Anche questo era nero, molto sottile, lunghissimo e nervosissimo che se ti incontrava sulla sua strada ti avrebbe rincorso e quando ti era vicino si impennava facendo leva con la testa, prendeva forza e ti frustava con la coda con tale violenza da lasciarti i lividi sul corpo. Per noi bambini questi racconti parevano verosimili e ci piaceva ascoltarli perchè ci incuriosivano sino al punto che d'estate quando in compagnia si andava a pescare nel fiume o nei laghi adiacenti, eravamo come in preda ad una sorta di pericolosa e allucinante avventura perchè non si sapeva come sarebbe andata a finire. All’epoca nel fiume c’era il Barbo che per noi bambini era il pesce più ambito ed importante del Marecchia e quando qualcuno di noi riusciva a pescarlo lo si guardava come un eletto e diventava come una sorta di capogruppo da rispettare. Poi c’era il Cavedano in grosse quantità, qualche Carasso e poi c’era lei, la regina del fiume Marecchia…l’anguilla. Bisognava andarla a cercare nei gorghi perché era li che viveva nascosta nel fango di un’acqua torbida. Anche lei se pescata dava prestigio e qualche punto in più alla nostra graduatoria di avventurieri. Poi c’era il lago detto del “Barone” e il lago di “Furèl”, laghi all’epoca pescosissimi dove regnavano molte carpe e pesci colorati soprattutto rossi, ma c’erano anche molti Socialisti (Persico Sole), fastidiosissimi per noi avventurieri perché beccavano l’esca con estrema facilità, la ingoiavano tutta sino allo stomaco al punto che per slamarlo si doveva aprire con le forbici il pesce in due parti squartandolo (povero Socialista) e questo richiedeva molto tempo e in cambio qualche puntura molto dolorosa provocata dalle sue pinne dorsali molto irte e dure. I laghi erano attorniati da canneti e da numerosi Ammazzagatti (Amazagàt) una pianta a lungo e sottile stelo con in cima un cordone cilindrico compatto, vellutato e duro dalle sembianze di un’arma e pensavamo che con questo bastone si potesse veramente uccidere un gatto con facilità. Vi era qualche sporadica sorgente dove l’acqua era buona da bere perché pulita. Qualcuno portava nelle proprie tasche un po’ di carta igienica perché poteva sempre servire e che per nesusna ragione al mondo l’avrebbe ceduta ad altri in caso di bisogno. Non si sa da dove, ma ogni tanto saltava fuori un giornalino pornografico tutto stropicciato e consumato. Complice anche il grande caldo ogni tanto qualcuno silenziosamente spariva, non si sa per quale bisogno, lo si intuiva al suo ritorno dal colore del viso e dagli occhi. Il più affezionato a tale pratica l’avevamo soprannominato seghina. Comunque a disposizione vi erano due capanni fatti dai cacciatori di anatre. Io ero sempre in apprensione perché avevo il timore che da un momento all’altro saltasse fuori uno di quei serpenti tanto favoleggiati dagli adulti, però ero in compagnia e questo mi rassicurava. In piena estate le giornate erano molto lunghe, quasi interminabili e si tornava a casa in bicicletta con le canne da pesca posizionate alla meno peggio un po ovunque, eravamo stanchi e contenti. Stanchi perché l’avventura nel nostro fiume era stata vissuta molto intensamente e contenti perché si era arrivati a casa sani e salvi perché come si sa l’Africa è piena di insidie e pericoli estremi. Ricordo ancora con piacere quei momenti, quelle sensazioni, quei profumi estivi che la campagna regala e quei timori vissuti da avventuriero. Oggi cinquantenne in estate torno ancora nel mio fiume Marecchia. Lui come me è molto cambiato. L’alveo non è più piatto perché le fiumane invernali con il passare dei decenni lo hanno scavato sino a farlo diventare un “Canion”. I suoi lati sono stati bonificati e il suo vestito non è più incolto e selvaggio. Dei Barbi e delle Anguille non vi è più traccia è rimasto solo qualche Cavedano confuso così come degli Ammazzagati. Come babbo natale è svanita anche la leggenda dei serpenti spaventosi che all’epoca disturbavano piacevolmente i miei pensieri. Il lago di Furèl non c’è più e così anche i gorghi, i pesci rossi e colorati. L’acqua sorgiva non è più potabile perché contiene veleno. I coetanei di quei tempi e di quelle emozioni sono ognuno per il proprio destino chissà dove e se provi ad inventarti delle leggende i ragazzini di oggi ti spernacchiano contro sostenendo che su internet non hanno trovato riscontro alle tue favole. Naturalmente non ci sono più neppure le stagioni che con i loro profumi ed umori dettavano i 4 ritmi principali della Natura e dei suoi cicli annuali. Sono solo sulla sponda del Fiume con spirito disincantato e maturo per consegnargli i miei pensieri, confidargli i miei programmi ed esorcizzare le mie ansie e preoccupazioni di persona da tempo consapevole. Quando torno a casa sono sereno ed in pace perché nell’alveo mutato del fiume Marecchia prosciugato dalla siccità e dalla calura estiva c’è sempre un filo d’acqua che scorre silente verso il mare portando comunque con sé nuove storie, nuove leggende, fantasie e speranze anche se filtrate e manipolate da questo tempo tecnologico ed appariscente. Ivan Corbelli 34 La bella di Cesena La vera storia che diede il nome al succoso frutto cesenate Da maggio a settembre, il verde della pianta che le nutre è reso più smagliante per il giallo della loro buccia setosa che sfuma sul rosso arancione, profuma i campi per tutto il tempo fino a dare il meglio di sé verso la fine di luglio primi agosto. Forse il raccolto più amato, succoso e prediletto da grandi e piccini. Sono certo che pochi di voi conoscono la storia vera del nome che assunse questo frutto così amato, la pesca, che cresce e matura polposo nel territorio cesenate, come in nessun altro luogo. Siamo ormai nella sua stagione e di quel suo nome, voglio dirvene l’origine. Nacque settimino con la facilità di uno stappo, un cestino con poca frutta poteva essere il suo peso. Tearino fu il suo nome, per via del padre, il quale, dopo averlo presentato alla vita, si era rivolto al non più tanto giovane e brusco parroco chiedendo suggerimenti sul come chiamarlo esternando il desiderio… «Mi raccomando, veh, Don Gaudenzo, un nome che al nominarlo ‘e porta ben’, (porti bene) che ricordi l’estate!»Quel nome stimava appunto l’avvio della stagione con il mese che la designava, e l’inizio della calura con dar battesimo al figlio che aveva lasciato il ventre materno agli sgoccioli di giugno. Quella nascita pareva avere favorito anche i raccolti, perché mai tanto copiosi sulla loro terra coltivata a pesche e in piccola parte meleti «Se dura così» diceva gongolante rivolto al cielo il genitore «i nostri campi continueranno a dare fino alle prime brinate». Il buon’umore sovrano in quella casa creava equilibrio e accordo, il lavoro che i rustici ma buoni padroni condividevano con braccianti, donne di servizio e garzone, dava ad ognuno serena operosità dall’alba al tramonto. Con un successore maschio, la certezza di continuità accrebbe la gioia di un figlio ricevuto, e i genitori furono come trascinati da una sorta di beatitudine che coinvolse davvero salariati, comunità parrocchiale e prete stesso. Ora i Matasoni avevano tutto! Il bimbo crebbe e divenne grande, poi adulto così come era venuto al mondo, minuto fino a parer gracile e per le troppe coccole grazioso, di tanto in tanto mostrava atteggiamenti femminili, che però lo incivilivano; vanto dei genitori, ancora di una vigoria di corpo e d’animo come quando nacque: la madre con una forzaccia, tette come angurie e una platea di sederone, il padre polputo e muscoloso al pari di un lottatore, senza essere pingue, in tutto il contado non vi era coppia più gagliarda, adeguata e seria di Pompeo e Dorotea, e un figlio tanto bello. Passarono gli anni, e a Tearino trentenne gli venne trovata, perché quella volta usava così, una matura donna del posto con la quale si fidanzò, convolando dopo pochi mesi a nozze. La signora… era una signora sì, che poteva dirsi ancora giovane, anche se sposata giunta poi a vedovanza precoce e con qualche anno di più, appena otto non mostrati, donna di campagna, un ‘torsolotto’ mezza contadina, ma parlava bene, pur con qualche strafalcione simpatico e permissivo; il prete rappresentandola belloccia e di una verecondia eccitante giunse quasi a promuoverla… Pompeo, confidando nell’esperienza del sacerdote, sottoscrisse compiaciuto. Era la delicatezza di Tearino, che facendolo apparire ancor più giovane sciupava un po’ la coppia. Entrambi possidenti e figli unici, con il matrimonio avevano unito i loro terreni, lei recando anche quelli del marito defunto, denari, forza lavoro e tutta la sua esperienza agricola, lui, non avendo mai strafatto nell’impegno e fatiche, era però molto bravo nei conteggi e assai preparato nella conduzione commerciale dei possedimenti, capace di ricorrere ad aiuti di braccia operose anche molto lontano, retribuendole profumatamente, onorando per questo la memoria di Pompeo e Dorotea con la stessa sua famiglia, anche se la provvidenza non aveva ancora dato loro la felicità di un erede. La terra sotto la basilica del monte, attorno e più in là era loro in unico corpo, fertile e rigogliosa con i frutti più grossi e succosi; insieme alle viti poi, poche, ma dal vino nero più schietto, giusto per i lavoratori stagionali e fresche bevute in compagnia dei vicini ospiti nelle veglie d’estate, con un rincalzo destinato agli scottanti ristoratori ‘brulé’, gustati davanti al grande camino in inverno. La Madonna della Basilica, doveva avere steso la mano su quelle campagne, perché pesche tanto grosse, saporose, piene e prive della calugine incerta di cui la maggior parte delle qualità di quei frutti sono ricoperte, erano prodotte solo dai possedimenti Matasoni. In quegli anni il tempo trascorreva a ‘tocchi’ e le stagioni nell’alacrità, che tralascia di contare i giorni. Ed ecco che, non certo vecchio, ma con anni che sentiva di portare come un fardello si era trovato per la seconda volta negli ‘anta’: godendosi la messa domenicale, girando per le sue terre con un baio di bellezza ineguagliabile che però pareva non amasse il calesse a cui veniva attaccato… forse per il nome imposto ‘ardito’, il mercoledì a Cesena nel giorno di mercato e pranzetti in casa sua con la compagnia della Fedora, che da tempo, poverina, non 35 stava tanto bene. Quando lei morì si diede pace e prese a recarsi al cimitero, dove anche i loro vecchi riposavano, portando a termine quelle visite settimanali come una ‘via crucis’ più che un dovere. Il male del vedovo lo sentì davvero, ma durò poco perché stimoli di desiderio scavalcavano la tristezza e divagavano dalla morte, ma senza mancanza del rispetto opportuno alla dipartita. Il via vai di inservienti, molti dei quali non più saltuari perché le incombenze giornaliere di cui la casa, le stalle, i fienili i magazzini e le terre necessitavano, riempivano la sua giornata di occupazioni perfino insolite. La grande casa poi, anche se non reclamava attenzioni e opere esclusivamente femminili, per l’austerità in cui la povera Fedora l’aveva lasciata; di cui lui veramente non aveva mai confessato il disagio, accettandolo, ma senza mai prenderne costume, doveva pur essere servita. Le tre donne quindi, conosciute, ma nuove per la dimora, ne presero un possesso discreto e sicuro sin dall’arrivo, tanto che, non riusciva a vederle ancor meno considerarle delle serve, ma semplicemente e parlandone scherzosamente,‘le mie ragazze’. Non era mai accaduto che le finestre, socchiuse al far del giorno, ora, venissero spalancate di primo mattino e alla buona riaccostate all’imbrunire, esclusa quella della sua camera: Caterina una delle donne, di una attenzione sempre composta delicata e rispettosa, aveva detto che il buio della notte non è mai del tutto buio anche se coperto di nuvole, se poi al cielo cosparso di stelle si aggiunge la luna, allora è una meraviglia goderselo dal letto prima del sonno. Il dialogare con la ragazza lo metteva a suo agio, il pensiero di trovare parole a cui non era avvezzo non lo affaticava, anzi, si accorse di usare espressioni che accendevano fervori facendogli drizzare la schiena nel cammino e modellare sorrisi, sorrisi che non so da quanto non scuotevano le poche rughe, in breve, tutto l’intorno si vivacizzava con quella presenza. Da molto tempo non stava più in poltrona, davanti al camino, nel solito ‘slamato’ abbandono, ma rilassato e a busto eretto, con la gamba destra che ancora bene accavallava e senza più il polpaccio sodo e villoso svilito da calzetti privi di elastico e ‘smolli’ sulla caviglia. Ogni volta in attesa, pronto con sguardi che invitavano a rivolgerglisi e atteggiamenti che manifestavano ascolto. Il fruscio della sua gonna non era l’arricciarsi di vesti della Cesira e della Carola. Quello di Caterina, svelta e vitale, bisbigliava come folatine attraverso la siepe di melograno davanti all’uscio; la sua giovinezza ‘scriccava’ come il fuoco dei sarmenti nel camino, illuminando la delicatezza del viso e dei modi… gradevoli, seducenti; più leggeri del venticello che accarezzava quella siepe, ispirandolo a scorrere col pensiero parole che conosceva ma non aveva mai letto in intenzioni rivolte a Fedora. Tearino si accomunava alla sua età, capendo e cogliendo sentimenti che distingueva senza averli provati. Fra poco ne avrebbe compiuti cinquanta, ma avvertiva che quella creatura gliene toglieva almeno quindici… anzi, venti. Senza esser mai stato un dongiovanni, figuriamoci, neppure aveva mai pensato quella parola; sentiva quello stormir di fronde come un sibilo stuzzicante. Se il padre era ricorso all’allora giovane prete per il suo nome, lui poteva recarsi dallo stesso, diventato vecchio e acidoso curato, per un consiglio, sicuro che dopo una vita di confidenze confessionali, dovesse saperne di più su questo suo agitarsi dentro. La pioggia torrenziale che in quell’alba cruda lo accompagnò, pareva averlo spogliato, lavato e ripulito di ogni pensiero, e alla scrollata vigorosa seguì una bussata decisa alla porta della canonica che lo ammantò di una fermezza sconosciuta. Ne sentì il ‘sarocchio’ distante e subito dopo il prete, apparire a capolino con lo sguardo cisposo e imbambolato, e le lunghe sopraciglia arruffate sbilenche nello spiraglio della portaccia trascinata. Schizzi e scuotersi dell’ombrello, spalancarono di soprassalto quegli occhi sonnacchiosi livellandoli. Senza pre- amboli col viso incastrato nello spiraglio Tearino avviò il discorso «Non voglio dire d’esser stanco di andare al cimitero ogni domenica, Dio me ne guardi, ma potrei farlo… che so! Di tanto in tanto, e con una messa nella cappella nel mese dei morti, non le pare arciprete? E poi dare qualcosina a Venusto per tenerla in ordine» Il prete si riebbe con una nuova raschiatina di gola. -Bravo, così mi piace- Aveva un che di contentezza ruvida nel proferir quelle parole, e risolutivo. -Avrei voluto dirtelo io da tempo di smettere di fare quelle esperienze domenicali dolorose, i morti sono sempre con noi e ci proteggono, se potessero parlare te lo direbbero loro vé, di non fare tante visite, ma tenerne un rispettoso ricordo. Lavori tanto, impiega il tempo che Dio dà di quella giornata, per riposare… un marafone, una partita a bocce, che ti divaghino un po’; è un consiglio che ti viene dal Signore, io sono il suo ministro-. Tearino fissava ciuffi pelosi di carciofo selvatico che venivano fuori dalle orecchie e senza fargli tirare un secondo fiato… «Due palle… il marafone e la partita a bocce! I vecchi e i preti hanno quei passatempo, io…io» tentennò, poi con espressione a discolpa ma risoluto «E se avessi deciso di riprender moglie?» Il prete sussultò fermando di botto movimenti, pensieri, e parola, congiunse le mani come in preghiera e con un viso reclinato e contrito -Tearino…figliolo, in sostanza, non hai avuto una gran vita, ricca sì, di denaro, affari, faccende, per il resto, anche la tua povera moglie, sia in gloria, diceva, in confessione vero, che eri buono, premuroso e io più di una volta senza tanto ‘sgrotare’… pacioso? Mo non è mica un cane! Lei ribatteva. Noo no, volevo dire che è tranquillo, sereno, mo io capii che voleva intendere che non eri un gran ché in quella roba là… anche se mi guardai bene di chiedere a cosa volesse riferirsi. Alora figliolo mio, in vedovanza da due anni, lì lì con la giovinezza… che io dico che patisce un po, se non è gia secco come una ‘carobola’, ci mancherà poco! Non volermene, va la, cerca di capire che devo essere esplicito, noi preti, delle volte ‘dobiamo’ occuparci anche del corpo oltre lo spirito-. Tearino, teso come un elastico, drizzatosi con indice e pollice della mano destra congiunti a formare un occhiello, e con le tre dita dritte come rebbi «Carobola un cazzo!» Puntualizzò con la mano che saliva e scendeva davanti ai loro visi «Ha resistito per più di vent’anni e adesso che si maturato come un asse di noce… il Signore mi perdonerà per le parolacce, menando ora l’indice come a redarguire, ma ci volevano, che ne so delle altre ma non le ho mai potute dire, lei mi capirà» -Dio perdona se ci metti il cuore, ma non ti alterare, mi hai chiesto un consiglio; io credo però che tu volessi sentire quello che sapevi già e alora sposala! So chi è, le simpatie si dimostrano e le chiacchiere volano; dirà di sì, dirà di sì, stai sicuro, e sii anche certo che non ti sposerà per amore, tu vedi la sua ‘belezza’; la sua povertà guarda ai tuoi soldi…però! Tutto può essere. Comunque sia, te non ci badare, la sostanza c’è, é brava in campagna é un angelo in casa, bella, mite e modesta, divaghi 36 non dovrebbe cercarne, mo se anche li trovasse non sarà un gran danno: intanto la notte dorme nel letto morbido con te, hehehe… sarà pur meglio sentir l’odore del pane fresco e il calore della giovinezza, ‘che ne’ la puzza di muffa e i piedi freddi della povera Fedora, pace all’anima sua… non era anche più vecchia di te? Eppoi, io sono un prete, ma nato uomo, e con i miei ‘otanta’ pasati, ti dico che è meglio mangiare una ciambella divisa in due che ne un ‘troccolo’ di pane secco da solo, eheh… se peccati ci saranno… li farà lei!-. Tearino prese tutto questo come un assenso, e quello dei religiosi ha molto valore. Lasciò l’arciprete sbadato senza salutare con una ‘calata’ di dieci anni, un passo dritto come una schioppettata che pareva condurlo nella grotta di Alì Babà. Le nozze si svolsero discrete e distinte: lei, un fiore, con quell’abito bianco fatto fare a Bologna dai Pedroni. Non contrastava per niente col ramato che il sole aveva dipinto sul suo viso, anzi, a Tearino sembrò ancor più delicata, come il calicanto accostato al muro di calce della sua casa. Pochi mesi, fecero di Tearino un uomo robusto, e con la felicità nuova di seguire spesso la moglie in campagna, si era preso un colore che gli conferiva aria da marina. Non appariva più tosato come un chierico, sfoggiava un passo sicuro, spesso con ‘argo’ un cane lupo, animale mai posseduto prima di cui conobbe piacere e fedeltà, bello e dal pelo lucido da sembrare un renard, tenuto al guinzaglio ben tirato come la corda di un contrabbasso; Gli dava un’aspetto da vero signore, accresciuto dal taglio d’abito della sartoria Saragoni di Cesena. Sparite le giacche lunghe con maniche alle nocche, come si fosse dentro smarrito, non più bragaloni corti alla caviglia ma pantaloni con risvolto in caduta sulla scarpa, ‘francesina Brown mezzo guardolo’, naturalmente con lo ‘scricco’ e polsini della camicia che si facevano vedere illeggiadriti dai gemelli d’oro del nonno Rofisto: Soprattutto, non andava più a Cesena col barroccino, ma con il baio a sella dominante come un ‘dragone’ ogni volta in gran pavese. Anche in città si parlava ora del signor Matasoni e della deliziosa moglie. Tutto questo non aveva per niente modificato i loro costumi, erano di campagna e tali rimasero, ma il garbo di lui eccitato dalla giovinezza di lei li adornava. Il loro matrimonio era avvenuto in giugno nella stagione che ricordava il suo nome e coincideva con la maturazione di molta parte della frutta. Scadeva un anno e Tearino, cogliendo l’occasione di dare inizio alla raccolta delle pesche volle festeggiare. Il giorno prima dell’avvenimento, soletti si avventurarono nei loro campi per raccogliere le più belle, sulla punta, quelle della prima guazza e col bacio del sole che nasce. Caterina li considerava frutti preziosi ancor prima di diventarne padrona, tanto da volerne offrire il primo assaggio ai frati della Madonna del Monte e a Don Gaudenzo. Trovarono l’albero, e se Adamo ed Eva incontrarono il peccato che li fece cacciare dall’eden, Tearino conobbe il giardino dei desideri che scaturisce dagli sguardi. Nell’aprire la scala a libretto portata con sé, provò la sensazione di divaricare baciate e accarezzate, ma sconosciute parti del corpo di Caterina: I loro amplessi, concedevano si toccamenti sensuali, dolcissimi e amorevoli, ma pudiche coltri e buio com- plice ne vietavano lo scorgere. Un richiamo tenero dell’amata lo scosse da quei pensieri. Ubbidiente dispose la scala come richiesto e la teneva salda, intanto che, cauta, lei saliva come portasse un peso. Era arrivata all’ultimo piolo, e guardando quelle belle pesche, rimase a lungo incerta su quali cogliere. Ci fu intesa tra la brezzolina arrivata all’improvviso e la sottana della sposa, che si aprì a ventaglio mostrando da dietro l’intera figura del suo bacino. Una donna tanto bella era sua! Amandola nella loro casa, aveva tante volte accarezzato quella parte senza vederla mai. La brezza indugiava, lei sentiva gli occhi di lui che scorrevano dai frutti al suo sedere, dal suo sedere ai frutti da parere incursivi e si trattenne. La mutanda stropicciata si era nascosta tra i glutei dall’incarnato roseo e luminoso come le guance di un putto; liberi, si mostravano in tutta la loro florida bellezza come un solco di pesca… pesca? Si pesche! Piene, mature, rosseggianti e lievemente separate da quel tratto che vuole come dividerle, si erano prese il suo sguardo, che sedotto paragonava a quella parte del corpo di sua moglie. Parole urlate, urlate e urlate a pieni polmoni, rimasero a lungo in aria sospese come un’invocazione. «La pesca, la pesca… la bella di Cesena è come il culo della mia Caterina!!» Quel nome diventò come lo é tuttora, il simbolo del frutto cesenate. Caterina aveva un figlio in grembo che felicemente partorì e a cui venne posto il nome di Auso (rigoglio estivo) a cui seguì Carpo (fruttificazione invernale) e Tallo (fioritura primaverile). Li concepirono rotolandosi abbracciati tra l’erba dei loro campi fragrante di primo taglio, nelle stalle, nel granaio… nel fienile: vollero sempre vedersi e toccarsi nell’amarsi. Giovanni Tomei Al servizio del ciclista moderno • • • • • G-Mobile Via IV Giugno, 21- 47899 - Serravalle - RSM - t. 0549 904396 - w. www.g-mobile.mobi - e. [email protected] Biomeccanica • Preparazione atletica Alimentazione • Sviluppo metrico Studio personalizzato • Sviluppo potenza Preparazione mentale • Integratori Forniture di materiale all’ingrosso e al dettaglio Poliambulatorio Specialistico Diagnostico DOMUS MEDICA è nato al fine di recepire tutti i requisiti strutturali e organizzativi della normativa vigente della Regione Emilia Romagna avvalendosi della collaborazione della FISIOKINETICA, marchio altamente specializzato nella fisioterapia e riabilitazione a cui ha affidato questo specifico settore. Visita di Idoneità Sportiva Agonistica Con l’autunno, riprendono la maggior parte dei campionati sportivi e quindi questo è il periodo nel quale la maggior parte degli atleti si sottopone agli accertamenti sanitari previsti dalla normativa vigente. Tutti coloro che svolgono attività sportiva organizzata da Federazioni Sportive del CONI, Organi di Propaganda Sportiva, Circoli Sportivi ecc., devono essere sottoposti preventivamente a visita medica specialistica per il rilascio del Certificato di Idoneità all’Attività Sportiva Agonistica. Tale visita deve essere antecedente al tesseramento, essendo “condicio sine qua non” per ottenere il tesseramento stesso. La visita può essere eseguita solo, ed esclusivamente, dagli Specialisti in Medicina dello Sport e il certificato è valido solo se riporta il Codice Identificativo Regionale e il Bollino identificativo del medico abilitato. Gli accertamenti obbligatori previsti nella visita di Idoneità Sportiva Agonistica sono: elettrocardiogramma a riposo, elettrocardiogramma dopo esecuzione di Step Test della durata di 3 minuti su gradino di altezza variabile (cm 30, 40, 50 rispettivamente per bambini, donne, uomini) o Test da Sforzo per atleti over 40, spirografia, esame delle urine, esame del visus; a questi vanno aggiunti esami specifici per alcuni sport (ad esempio, per le attività subacquee: visita otorinolaringoiatrica). Convenzioni con Società Sportive, Enti, Associazioni. Anche quest’anno, il Poliambulatorio Domus Medica offre la possibilità alle Società Sportiva, Enti e Associazioni del nostro territorio di stipulare apposite convenzioni. Tutti gli iscritti o tesserati potranno usufruire di numerosi vantaggi esibendo la tessera di iscrizione alla Società (o dichiarazione firmata dal Presidente della Società): • Possibilità di essere visitati da un medico specialista (Ortopedico o Medico dello Sport o Fisiatra) nell’arco di 24/48 ore dall’evento traumatico acuto e con uno sconto del 20% (prima visita) • Sconto del 20% sulle visite di controllo • Possibilità di essere visitati gratuitamente da un Terapista della Riabilitazione (già il lunedì mattina) e comunque nell’arco delle 24/48 ore dall’evento traumatico • Inizio delle terapie fisiche e riabilitative entro 24/48h • Possibilità di eseguire un Esame Ecografico entro 24/48 ore • Sconto del 20% sulle Visite di Idoneità Sportiva • Sconto del 10 % sulle prestazioni di terapia fisica • Sconto del 10% su alcune visite mediche specialistiche (chiedere in segreteria). Domus Medica Prevenzione Osteoporosi Riprende, nella prima settimana di settembre lo screening dedicato a questa patologia che porta ad una progressiva fragilità dell’osso con conseguenze gravi e invalidanti. Con una spesa modesta sarà possibile eseguire un Esame Ultrasonografico Quantitativo QUS per capire chi è a rischio di sviluppare l’osteoporosi o ne è già colpito. I medici che eseguiranno l’esame, consiglieranno anche modifiche sullo stile di vita e attività motoria, oltre a fornire materiale informativo su questa patologia. Per prenotare l’esame telefonare alla Domus Medica Tel 0541.922841 DOMUS MEDICA - Via Marecchia, 54 - 61015 Novafeltria (RN) - Tel. 0541 922841 - Cell. 338 1761440 - www.domusmedica.org 37 38 L’olio della Gabriella Il “rusticoˮ della valle va alla spiaggia è accaduto ad un amico, mio compagno di liceo e di fantasie, ma preferisco raccontarlo come se fosse accaduto a me perché così mi riesce più facile. Poiché non sono ambizioso come Giulio Cesare lo racconterò in prima persona, senza imitare il “De bello gallico”, anche perché di guerra non si tratta. è una vicenda semplice, senza avventure, una banalità, ma credo che serva per spiegare quanto sia ingannevole la pubblicità e come noi siamo influenzabili. Nasce, questa vicenda, dal depliant illustrativo di un olio cosmetico sul quale erano scritte molte cose, tante informazioni, mancava soltanto la composizione della miscela. Fondamentale era l’olio, poteva essere olio d’oliva, ma non era precisato, non era certo olio di mandorle perché mancava il caratteristico profumo. Di profumi ne aveva molti indistinti ed uno assai accentuato e prevalente, per me sconosciuto. Il foglietto illustrativo era a colori su carta lucida. Proclamava un effetto cosmetico, ti fa più bello, nutritivo delle pelli aride, idratante delle pelli secche, trofico di quelle sottili, antirughe delle pelli vizze, anticellulite per chi l’avesse, in quel caso l’indicazione era un soffregar lieve. Dopo il trattamento la pelle sarebbe sembrata lucente, levigata, tonica e pastosa: roba da carezze. Il film oleoso avrebbe inoltre modificato la rifrazione e le pelli chiare non avrebbero avuto il latteo del primo giorno d’esposizione al sole e sulle pelli brune sarebbe comparsa una luminescenza perlacea. Questi effetti, però, sono quel che fanno tutte le creme di bellezza e non colpirono Vittorio. Vittorio è il nome del mio amico, perciò riscrivo: queste affermazioni non mi colpirono punto. Quel che, invece, mi colpì è che invece di insistere sull’aumento di fascino per le donne già belle, il seguito riguardava noi maschi e affermava senza lasciar dubbi, provare per credere, che quest’olio scientificamente trattato e testato aveva, per la prima volta al mondo, per certa rifrazione di un componente segreto della miscela che attraverso pupilla e rétina giungeva all’ippocampo del cervello femminile, aveva l’effetto di suscitare un impulso incontrollabile di attrazione sessuale e di eccitazione, una azione, a dir poco, sconvolgente! In più, quell’olio lo aveva regalato alla mia signora la Gabriella che è estetista. Oltre che estetista, esperta e brava, è anche bella, anzi bellissima, alta, sottile, sinuosa, ma eretta come una spiga di grano coltivata nel giardino di un duca. Mora, ha i capelli lunghi e, per vezzo, si vorrebbe invecchiare con delle mèches bianche e diventa spavalda e sicura, conservando gli occhi grandi di cerbiatta, ed ha il fascino di una maga. Un olio miracoloso, nuovo, dono di una maga, soggioga! E vi credetti in pieno. Nostalgico del mio fascino antico che da qualche lustro si era dapprima opacato ed ora decadeva, chiesi a mia moglie, con dolcezza di gattone, di provar io la magia e lei, innamorata, consentì. Giungemmo al mare nell’ora della domenica in cui si fa il pieno. Nella cabina entrammo in due perché mi serviva aiuto, avrei voluto spalmarmi su tutto il corpo, anche là dove non arrivavo con le mani e non volevo completare l’operazione in pubblico sotto l’ombrellone, non volevo perder poi tempo con le unzioni, volevo, volevo esibirmi. La poverina si diede da fare ed io lavorai a strofinare e spalmai più volte. Usai tutto il contenuto della bottiglietta per non perdere neppure una goccia d’efficacia. Mi pulii a lungo le mani FM 93.7 – 97.9 – 93.5 www.radiorecord.com 39 sulla schiena di mia moglie perché un poco di effetto fosse anche su di lei. Staccai lo specchio dal muro della cabina per guardarmi tutto e rimasi deluso perché mi vidi unto e nient’altro. Mi rassicurò mia moglie ricordandomi che l’effetto era sull’ippocampo (od un altro nome così) femminile e lo disse ridendo, gioiosa, entusiasta. Quella risata mi rassicurò ed uscimmo dalla cabina per il trionfo. Procedevamo con lei innanzi che ancheggiava, è difficile non ancheggiare sulla sabbia fine della spiaggia di Rimini sin che non sei sulla battigia. Ne aveva cinquanta, fisicamente ne dimostrava quaranta, ma dentro, sotto i capelli, non arrivava a trenta e quanto ad emozioni non era mai uscita dalla adolescenza. Non aveva mai rinunciato a quel poco di più di rotondità che la faceva più bella, visto che era di ossatura minuta e di incarnato scuro, per il vizio della gola. Aveva improvvise secchezze delle fauci quando passava davanti a un bar; entrava ed ordinava un bicchier d’acqua mentre prendeva più paste senza farsele servire. Pagava sempre prima d’aver bevuto perché il più delle volte si dimenticava di bere. Quando con le amiche usciva per un thè aveva sempre preferito la cioccolata in tazza perché ricopriva meglio i biscottini secchi. Era così amabile che conformava a cuore la boccuccia carnosa, color di carne cruda, quando appoggiava, come su un fiore per l’impollinatura, i frammenti di una pasta piccola, sembrava li aspirasse e non capivi come entrassero in sì piccolo pertugio paste enormi, come usava negli anni cinquanta, intere quando le paste sono cremose. Leccava sensuale con la punta aguzza della linguina le untuosità colorate della pasta sulle labbra e le nettava lasciandole un poco umide e beate. Beata procedeva guardandosi attorno per vedere se stesse arrivando il gelataio dell’Algida con i cornetti di panna e crema alla vaniglia. Appena uscito dalla cabina, subito mi accorsi che alcuni mi guardavano; giunto agli ombrelloni procedevo con cautela perché voi sapete che i bagnini hanno sistemato le punte delle stecche degli ombrelloni all’altezza esatta degli occhi delle persone di qualunque statura, procedevo cauto, ma in verità ero solenne perché l’attenzione di tutti gli sguardi, m’accorgevo, era su di me. Capii che la magia dell’olio era autentica, che il depliant non era ingannevole propaganda. Sicuro, ben sicuro d’emanare fascino, procedevo altero. Gli adolescenti ridevano imbarazzati, qualcuno accennava a rifare il verso al mio incedere, mi vorranno imitare, pensai; gli uomini sembravano risentiti, indisposti, tutta invidia pensai, anche perché le loro donne erano divertite e gioiose e le meno ini- bite facevano segni inequivocabili indicando con le mani tra le cosce. Sembravano tutte eccitate, tutte si muovevano, giovani e meno giovani e su nessun viso c’era indifferenza. Su tutti quei volti leggevo. Oltre la eccitazione c’era divertimento, passione e forse compassione, sconcerto, brivido, orrore, attrazione. Tiravo le labbra per non mostrare troppo la contentezza, per disgrazia (o chissà?) non capivo i commenti a voce non alta che non erano pochi. Capii soltanto l’esclamazione di Ninetto, sempre gracile e mingherlino che urlò:”Palle di toro”. Era l’epiteto con cui, da invidioso, mi indicava quando avrebbero dovuto accadere quei fatti che avrei raccontato con tanti particolari, sempre in aumento per numero e gravità, rievocando l’era dei vitelloni. Quando sono arrivato al mio ombrellone c’era folla di parenti e di amici, tanti; si sarà già sparsa la voce. Più che un coro fu una esplosione, ridevano tutti. Seccato, indispettito, più eretto che pria, faccio qualche passo ancora e supero la prima fila degli ombrelloni. Mi viene incontro, come un abbraccio enorme, una folata di vento del nord. Allora soltanto avverto un frescolino in basso. Allora soltanto mi accorgo di aver qualcosa di fuori. Alessandro Piscaglia PUÒ ESSERE PERSONALIZZATA SIA IN ESTETICA CHE IN CONBINAZIONE CON GIRARROSTO O VARI ACESSORI FORNI A LEGNA PER PIZZERIE E PANETTERIE COSTRUZIONE ARTIGIANALE SIAMO I PRIMI ad offrire il forno a legna per pizzerie interamente costruito in mattoni refrattari COSTRUIAMO SU MISURA NEL VOSTRO LOCALE Via F. Sapori, 30 - Corpolò (RN) - Tel. 0541 750559 - Fax 0541 750837 - E-mail: [email protected] - www.pavesiluciano-rimini.it 40 Le nostre Erbe L'equiseto, detto anche coda di cavallo Deve il suo nome alla parola latina equus e alla parola seta: i suoi rami sottili e la sua forma infatti ricordano la coda di un cavallo. In epoca preistorica era un albero, oggi è un arbusto che raggiunge i 70 cm d’altezza, ma la sua forma particolare, che ricorda quasi un abete in miniatura, non passa certo inosservata a chi passeggia lungo il fiume, o anche lungo i fossi o prati umidi, che sono i suoi luoghi prediletti. Si tratta di una pianta molto diffusa in Europa, Asia, Africa e America settentrionale; In Italia si trovano due varietà, l’equiseto dei campi e quello massimo. Le due specie, prima della comparsa della carta vetrata, venivano utilizzate per levigare il legno, l’avorio e i metalli in genere. La parte aerea della pianta contiene una forte quantità di acido silicico, acido ossalico, malico, resina, saponina ed equisetonina; contiene inoltre flavonoidi, steroli, e sali minerali come calcio, magnesio, manganese e potassio. Proprio per le sue proprietà reminerallizzanti ho scelto di parlarne nel mese di agosto, quando siamo sottoposti ad una maggiore sudorazione a causa del caldo, ed una tisana di equiseto può giovare alla senzazione di spossatezza tipica di questo periodo. Tra le sue proprietà si deve ricordare che l’equiseto ha anche un Fitoterapia - Floriterapia - Cristalloterapia Cosmetica naturale - Alimenti biologici Carta riciclata e libri del settore Articoli regalo Integratori per sportivi Corso Mazzini, 19 - 61015 Novafeltria (RN) - Tel. 0541 921673 azione diuretica, capillaroprotettiva, antiemorragica, preventiva della carie, astringente, antisettica, riparatrice tissutale, rinforzante per capelli ed unghie fragili. Può essere molto utile in caso di fratture ossee, poiché ne facilita la guarigione; se ne consiglia l’assunzione in soggetti affetti da osteoporosi, ed anche prima di interventi ai denti, poiché oltre ad accelerare i processi di guarigione, previene i rischi di emorragie e rinforza i denti stessi; per questo motivo si trova anche all’interno di dentifrici naturali. Se ne consiglia l’uso anche in gravidanza, poiché apporta calcio utile alla mamma e al bimbo, e le sue proprietà diuretiche aiutano la futura madre ad alleviare la sensazione di gonfiore e pesantezza alle gambe tipica dell’ultimo periodo di gravidanza; contrasta inoltre la comparsa di smagliature, grazie alle sue proprietà elasticizzanti dei tessuti. Si può utilizzare la pianta per uso interno assumendo la tisana, si trovano compresse, fiale, ed anche la tintura madre: proprio quest’ultima preparazione è in grado di fornire silicati ad alta concentrazione e ad elevata biodisponibilità, e non ne sono segnalati effetti tossici o secondari. Buone vacanze con l’equiseto! Erborista Margherita Fraboni titolare di Erboristeria Erba Medica Continuano i Pomeriggi di ErbaMedica chiedi il programma in negozio 41 SHOW ROOM FORLÌ Via Costanzo II, 1 - tel. 0543.720605 fax 0543.751161 CESENA Via C. Cattaneo, 477 - tel. / fax 0547.608328 www.venerom.it [email protected] 42 Nato sotto il segno… dei pesci Da cibo dei poveri a risorsa fondamentale per la nostra alimentazione In passato i prodotti ittici non vantavano alte considerazioni, in quanto erano il cibo quotidiano dei pescatori; oggi, invece, sono stati riscoperti come una grande risorsa alimentare, gastronomica ed un’alternativa della carne. Il pesce si distingue in: • Pesci di mare - sgombri, orate, tonno, sardina; • Pesci di acqua dolce - carpa, luccio, persico..; • Molluschi (invertebrati a corpo molle, con conchiglia interna o esterna) - cozze, vongole, ostriche, seppie, calamari...; • Crostacei, (invertebrati a corpo molle protetto da una corazza) - canocchie, gamberi, aragoste, granchi… La carne di pesce contiene mediamente un 74% di acqua, 20% di proteine, 4,5% di grassi e 1,5% di minerali. Questa composizione deve essere considerata media, poiché varia in modo apprezzabile in relazione al tipo di ambiente in cui i pesci vivono. In linea generale i prodotti ittici come profilo nutrizionale mostrano proteine ad alto valore biologico, grassi costituiti in buona parte da acidi grassi omega-3 (l’acido eicosapentaenoico, in particolare), buon apporto di vitamine A, B1, B2, B6, D, H e PP, cospicua presenza di sali (iodio, ferro, fluoro, potassio, rame) e ridotto apporto calorico (esempio le seppie apportano 72 cal.). Il pesce surgelato ha lo stesso valore nutritivo di quello fresco. I pesci definiti magri (merluzzo, orata) contengono valori non superiori del 3% di grassi, i pesci considerati semigrassi (tonno, sardine..) hanno un contenuto lipidico pari all’8-9%, mentre i pesci grassi, come anguilla e salmone, valori superiori al 9%. Per determinare la freschezza di un pesce si devono valutare: - l’occhio, che deve essere vivo, lucente e leggermente prominente: un pesce non fresco ha l’occhio opaco e infossato; - branchie di colore rosso vivo; - non deve emanare odori sgradevoli; - le squame devono essere attaccate al corpo;- la carne deve essere soda al tratto: non deve rimanere l’impronta nella polpa, se premiamo con un dito. Il pesce fresco ha una durata (shel-life o vita di scaffale) di 6-7 giorni; dopo l’acquisto è bene non protrarre il consumo oltre un paio di giorni. Il pesce congelato, che, a seconda delle specie può avere una durata di conservazione tra 6-12 mesi, una volta scongelato va consumato in giornata. Chi consuma pesce pescato in mare deve conservarlo in frigo, dopo averlo privato e lavato accuratamente dalle interiora, in modo da ridurre il rischio di contaminanti chimici e di germi patogeni, che migrano dall’intestino verso le carni. A chi piace pesce crudo o praticamente crudo (come quello marinato) deve prestare attenzione nel verificare l’assenza di un parassita sempre più frequente di nome Anisakis: esso si presenta sotto forma di cisti o “virgole” ed è in grado di provocare lesioni ed emorragie nel corpo di chi ha ingerito queste larve vive. Per prevenire occorre congelare preventivamente il pesce da consumare crudo o marinato oppure eseguire la cottura idoneamente. Se ci si accorge che il pesce è infestato è preferibile smaltirlo. Ai sensi di quanto previsto dalla legge sull’etichetta dei prodotti ittici in fase di vendita al dettaglio o sull’imballaggio o sulla lavagnetta nei banchi di esposizione devono essere obbligatoriamente riportate alcune informazioni a tutela del consumatore, ovvero la tracciabilità. Dobbiamo conoscere: il nome commerciale del prodotto (per i prodotti ittici provenienti da altri paesi la denominazione commerciale in lingua italiana corrisponde al nome scientifico della specie), il nome scientifico (facoltativo), il metodo di produzione (se allevato o pescato, può essere omessa nella vendita al consumatore per i prodotti di cui esiste solo la provenienza del mare, come il pesce azzurro), la provenienza (zona FAO per i pescati in mare o lo stato membro per quelli pescati in acque dolci o gli allevati), la bollatura sanitaria (vedi esempio nell’immagine) e per quelli congelati il peso al netto della glassatura. Facoltative sono le indicazioni riguardanti il modo d’uso e di conservazione. Dott.ssa Serena Pironi Tecnologo Alimentare Nina Senicar testimonial per “Oknoplast l’eleganza del PVC” 43 DICEMB 2011RE TERMIN ULTIMOE PER RECUPE RO 55% L’eleganza del PVC OKNOPLAST SANTARCANGELO FINESTRE E PORTE IN PVC È il momento giusto per cambiare le tue finestre Oggi puoi avere allo stesso prezzo dell’orion plus l’esclusivo profilo “PLATINUM” Contattaci per un PREVENTIVO GRATUITO senza impegno Sostituire le vecchie finestre conviene, da subito puoi recuperare FINO AL 55%, abbassare notevolmente i costi di riscaldamento e pagare in 12 comode rate senza interessi TUTTO SENZA OPERE MURARIE SANTARCANGELO, Via Andrea Costa 78 - Tel. 0541 623763 [email protected] - www.edilserramenti.info SIAMO APERTI ANCHE IL SABATO 44 L'avvocato risponde Tempo di vacanze. Che fare se si torna delusi e frustrati da una vacanza “rovinata”? Cari lettori siamo in piena estate e nell’aria si sente il clima delle vacanze. Chi può ne approfitta per riposare il corpo e la mente scegliendo mete lontane ed esotiche, allettato da vantaggiosi pacchetti di viaggio tutto compreso. Nella maggior parte dei casi si ritorna a casa con tanta nostalgia per i luoghi che ci siamo lasciati alle spalle. Tuttavia, per una percentuale consistente di turisti, purtroppo, accade che la vacanza sognata si tramuti in un vero e proprio incubo a causa di una serie di problematiche che trasformano il nostro viaggio, da occasione di svago e di piacere, a momento di disagio psico-fisico, a causa della mancata realizzazione, in tutto o in parte, del programma previsto e desiderato. Infatti, non sempre ciò che si trova sul posto di vacanza corrisponde perfettamente all’offerta acquistata. Può accadere che all’ultimo momento venga annullato il viaggio; che non vi sia alcuna corrispondenza fra quanto previsto nel depliant pubblicitario e quanto invece, trovato sul luogo di vacanza prescelto; che la lontananza dal mare indicata nel depliant non corrisponda alla realtà; che il cibo sia di bassa qualità; che vi siano rumori molesti o addirittura lavori in corso; o, ancora, che manchino balconi e finestre; che non vi siano servizi confacenti il proprio stato di handicappato; che venga smarrito il bagaglio ecc. La pubblicità prevista dai cataloghi o dai siti, seppure colorita, deve comunque essere veritiera: non si può sostenere che un albergo abbia una fantastica piscina, mentre in realtà la piscina non esiste o che la spiaggia è dorata e l’acqua è cristallina, mentre poi si riscontra che la spiaggia è sporca e l’acqua inquinata. Come ci si può tutelare contro questi contratti di viaggio ingannevoli? A tutelarci in questi casi è intervenuta la normativa di settore che ha previsto un vero e proprio risarcimento del danno, nel caso in cui la vacanza o il viaggio risultino diversi (in senso peggiorativo) da quanto riportato nelle condizioni di vendita: si tratta dell’azione di risarcimento del danno da vacanza rovinata, che ci può garantire un indennizzo o un risarcimento del danno commisurato alle pene che abbiamo subito. In particolare il danno da vacanza rovinata è il pregiudizio al benessere psichico e materiale che il turista soffre per non aver potuto godere appieno della vacanza quale occasione di piacere, svago e riposo. Non si tratta di una una perdita patrimoniale per il turista, ma viene attribuito un valore allo lo stress e al turbamento psicologico sofferto a causa di una serie di inadempimenti quali ad esempio il ritardo nella consegna del bagaglio, le ore di attesa in aeroporto senza informazioni certe, sistemazioni alberghiere e servizi offerti di livello inferiore rispetto a quelli promessi al momento dell’acquisto del pacchetto turistico, ecc. In sostanza, tutto ciò che contribuisce ad ingannare il viaggiatore, con fotografie ritoccate, servizi inesistenti, cibo scarso, sistemazione in alberghi di categoria inferiore etc., sarà vagliato attentamente dal Giudice al momento della condanna al pagamento dei danni che andremo a richiedere. La vacanza è un periodo di rigenerazione delle proprie energie psico-fisiche, per cui nel caso in cui la qualità della nostra vacanza venga pregiudicata dalla mancanza o dall’inadeguatezza di alcuni servizi, avremo diritto non solo al rimborso dei servizi mancanti, alla riduzione del prezzo del viaggio o addirittura al rimborso dell’intero prezzo pagato, ma anche al risarcimento del danno derivante dalla frustrazione di quell’aspettativa che era parte integrante del pacchetto e del danno esistenziale determinato da nervosismo, ansia e insoddisfazione sopportati a causa della inesatta esecuzione della prestazione promessa. Sono tenuti al risarcimento di questa particolare forma di danno: l’organizzatore (cioè il tour operator) ed il venditore del pacchetto turistico (cioè l’agenzia). Oltre ai reclami formulati direttamente sul luogo di villeggiatura, che obbligano l’organizzatore a predisporre adeguate soluzioni alternative, il turista, entro 10 giorni dal rientro può formalizzare il reclamo inviando una raccomandata indirizzata all’organizzatore e al venditore per la richiesta del risarcimento sia dei danni patrimoniale sia di quelli non patrimoniali. Dopodiché, nel caso in cui l’organizzatore o l’agenzia non propongano un risarcimento adeguato sarà possibile chiedere di essere risarciti rivolgendosi al Giudice. Tale azione potrà essere proposta entro un anno dal rientro nel luogo di partenza, tuttavia nel caso in cui si sia riportato un danno alla persona, la domanda di risarcimento al Giudice potrà essere proposta entro tre anni dal rientro dalla nostra vacanza. La prova dei danni subiti potrà essere data con ogni mezzo, compresa la testimonianza ed il deposito di materiale fotografico e video. Sarà invece onere dell’organizzatore e/o del venditore convenuto in giudizio, offrire la prova contraria, cioè dimostrare che l’inadempimento o l’inesatto adempimento derivano da causa a loro non imputabile. Vi faccio inoltre presente che possiamo anche valutare l’opportunità di accedere ai mezzi di tutela cosiddetti alternativi (rispetto alla giustizia ordinaria) i cui tempi sono più brevi, rivolgendoci alle varie associazioni dei consumatori per tentare una soluzione stragiudiziale. In merito, tuttavia va detto che la prassi individua una sorta di risarcimento standard, in genere accordato in via transattiva e stragiudiziale, pari al 20% del valore dell’intero pacchetto turistico, ma tale risarcimento non tiene conto né del danno morale (che, in genere, ha un valore determinante) né della dimostrazione del danno patrimoniale che potrebbe essere superiore alla soglia del 20%. Chiunque desideri sottopormi domande o casi di proprio interesse, può inviare la propria richiesta alla redazione “InValmarecchia” - (L’avvocato risponde), Strada Marecchiese n. 44 frazione Pietracuta - San Leo (RN) - 47865, oppure scrivere a info@ invalmarecchia.it indicando nell’oggetto “L’avvocato risponde”. Avv. Cinzia Novelli Studio Legale Villa Verucchio, via Torino n. 18 - Rimini, via Gambalunga n. 85 Tel. 0541/21791 - Cellulare: 338/1996603 La depressione bipolare Trattamento cognitivo-comportamentale La depressione è la malattia mentale più diffusa al mondo ed è in continua crescita. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità è un’emergenza mondiale non solo per la grandezza del numero delle persone che ogni anno si ammalano, ma anche per gli effetti che il disturbo comporta. Infatti anche quando non si arriva al suicidio (la probabilità di suicidio è del 15% circa) si ha comunque un notevole deterioramento psicosociale, una compromissione in aree importanti della vita : la persona non riesce più a lavorare o a studiare, a mantenere relazioni sociali ed affettive, a provare piacere ed interesse nelle attività, manifesta maggiori difficoltà relazionali, maggiore incapacità nell’adempiere il proprio ruolo in famiglia e presenta uno stato di salute peggiore. Ogni anno si ammalano di depressione circa 100 milioni di persone nel mondo , il 75% non viene trattato o riceve cure inappropriate. Si stima che circa un terzo della popolazione mondiale soffrirà di un episodio di depressione lieve durante la propria vita; i tassi di prevalenza del disturbo per un periodo superiore ai 12 mesi oscillano tra il 2,6% e il 12,7% negli uomini e il 7% e 21% nelle donne. Si ipotizza che tra circa 15 anni nel mondo la depressione clinica avrà un peso sulla salute secondo solo alla malattia cardiaca cronica (Hartley, 1998, WHO, 1998). La depressione è in aumento tra le persone giovani, gli adolescenti e i giovani adulti. Cos’è la depressione bipolare? La depressione bipolare (si distingue in depressione bipolare I e in depressione bipolare II, la depressione bipolare I è più grave) è una malattia mentale cronica e grave caratterizzata da episodi ricorrenti di depressione maggiore e mania. Una volta presentatosi dura tutta la vita, porta con sé un alto rischio di suicidio e spesso si presenta in comorbilità con l’abuso di sostanze. La diagnosi può avvenire dopo che il soggetto abbia fatto esperienza del suo primo episodio di mania o di un episodio misto. La mania (DSM-IV-R, APA, 1994) è un periodo di umore espanso, euforico e irritabile che dura una settimana o meno in caso di ospedalizzazione. Devono esserci 3 sintomi addizionali di maniacalità che si presentano contemporaneamente in caso di umore euforico o 4 sintomi addizionali se l’umore è irritabile. Questi sintomi addizionali includono grandiosità, diminuito bisogno di sonno, rapido succedersi dei pensieri, agitazione psicomotoria, aumento dell’attività finalizzata e comportamenti con alto rischio di conseguenze negative. Durante un episodio misto i sintomi di depressione maggiore e mania si manifestano simultaneamente, oppure in rapida successione. Le “ricorrenze” sono da considerarsi episodi sintomatici, che si manifestano dopo un periodo di benessere, mentre le “ricadu- te” rappresentano il ritorno allo stato pienamente sintomatico, dopo un periodo durato almeno due mesi, in cui c’è stato un certo miglioramento dei sintomi. (William J. Lyddon, John V. Jones, Ir, 2002). Gli psicofarmaci rappresentano il trattamento elettivo per controllare gli episodi di depressione e mania, ma il solo trattamento farmacologico di rado è sufficiente per controllare e prevenire i sintomi. La terapia cognitivo-comportamentale (Basco e Rush, 1996) si pone come complemento alla farmacoterapia, la depressione bipolare è una malattia biologica, che richiede un trattamento biologico (stabilizzatori del tono dell’umore, litio, antipsicotici atipici). La terapia cognitivo-comportamentale nel disturbo bipolare (Basco e Rush, 1996) ha la funzione di potenziare l’intervento farmacologico: le prime 4 sedute vengono impiegate per istruire i pazienti e le loro famiglie sulla malattia e sulla possibilità di trattamento; la 5° e la 6° seduta vengono centrate sul miglioramento dell’aderenza alla farmacoterapia, sviluppando un sistema di allarme rispetto al ripresentarsi dei sintomi; la 7° seduta serve per migliorare la compliance rispetto alla terapia farmacologica; dalla 8° alla 13° seduta viene fornita una CBT Skill per il controllo dei sintomi, con metodi personalizzati per individuare i sintomi sub-sindromici della depressione e della mania; infine dalla 14° alla 20° seduta vengono sviluppate le abilità di problem-solving per aiutare a fronteggiare i comuni stressor psicosociali e interpersonali. Come agisce la terapia cognitivo-comportamentale? La terapia cognitivo-comportametale modifica la modalità di pensare, lo stile cognitivo “depressogeno”; può eliminare la cronicità nella “depressione unipolare” e può contribuire a prevenire le ricadute evitandole, sia nella depressione “unipolare” che “bipolare”. La terapia cognitivo-comportamentale agisce cambiando la lettura delle esperienze negative, insegna a fronteggiarle, ad affrontarle e ad evitarle, aumentando la qualità di vita della persona e la sua capacità di procurarsi eventi positivi. La persona viene messa nella condizione di trarre nuovamente soddisfazione e piacere dagli eventi positivi della vita, partendo dalle attività quotidiane viene posta nella condizione di poter attuare cambiamenti nella propria vita quotidiana, per evitare di incappare in eventi che possano condurre alla depressione. In conclusione è conoscendo la tipologia della depressione, lo stile cognitivo, il modo di pensare della persona che soffre di depressione che diventa possibile prevenire le ricadute e curare la depressione. Dott.ssa Loretta Bezzi Studio di Psicologia e di Psicoterapia Cognitiva Dr. Loretta Bezzi Psicoterapia Breve Cognitivo-Comportamentale - SITCC Psicoterapia Breve Strategica Sistemico-Relazionale Psicoterapia con Tecnica EMDR Terapia Mansionale Integrata per il trattamento dei disturbi sessuali Mediazione Familiare Sistemica e Psicologia Giuridica Sede di Villa Verucchio (RN): Via Falcone e Borsellino n. 22 - Sede di Pesaro (PU): via Mameli, 21 Tel. 0541-678574 Cell. 333-2956348 Fax 0541-672692 e-mail: [email protected] - sito web: www.drlorettabezzi.it 46 Isolamento sismico Come proteggersi dal terremoto anche in Valmarecchia (3) Continua l’articolo dal numero precedente. Prima di occuparmi di valutare i costi legati all’isolamento sismico alla base riassumo brevemente quanto illustrato nei due articoli precedenti. L’Italia dopo la Grecia è il paese più a rischio d’Europa. L’attività sismica registrata dalle stazioni di rilevamento è quotidiana. In alcuni casi le scosse hanno segnato la nostra storia con gravi episodi: Umbria e Marche (1997), Molise (2002) e Abruzzo (2009). L’intera provincia di Rimini è area ad alto rischio sismico (zona sismica 2). Gli edifici costruiti oggi con tecniche tradizionali sono progettati per proteggere le persone ma non per rimanere illesi, anzi devono dissipare energia anche consentendo lesioni. Le nuove norme tecniche costituiscono un grande passo avanti anche perché facilitano l’impiego degli isolatori sismici. L’isolamento alla base è molto efficace e consiste nel separare l’edificio dal terreno evitando la trasmissione di movimento alla struttura in elevazione, che rimanendo pressoché ferma, risente minimamente dell’azione sismica. Si evitano completamente: pericolo per gli occupanti, danni alla struttura, a tamponamenti, impianti, infissi ecc. e si ottengono una serie di vantaggi legati all’alleggerimento della struttura e alle minori sollecitazioni. Devono essere studiati durante il progetto in maniera accurata i necessari accorgimenti per rendere possibili gli spostamenti. Veniamo ai costi. Costruire un edificio sismicamente isolato non comporta grandi costi iniziali aggiuntivi. Abbiamo sicuramente un risparmio se consideriamo, per l’intera vita dell’edificio, il maggiore grado di sicurezza, il valore commerciale superiore, la nostra tranquillità. Se considerassi il rischio che durante la vita dell’edificio possa dover affrontare costi importanti di ripristino o ancora peggio che l’edificio possa diventare inagibile con costi troppo elevati per pensare ad un ripristino ciò mi spingerebbe subito a considerare impagabile questa tecnologia. Volendo però considerare i soli costi di costruzione, quindi l’aggravio iniziale dell’investimento (quando si parla di investire sul mattone sarebbe bene considerare i possibili eventi che possono vanificarlo), gli eventuali sovracosti sono quantificabili in circa un 5-10% del costo di costruzione (fonte protezione civile), costo veramente esiguo se consideriamo costi di costruzione intorno a 1000-1200 €/mq. In molti casi, con una progettazione architettonica e strutturale coordinata e ben impostata fin dall’inizio, senza necessità di trovare rimedi successivamente, è possibile annullare i sovracosti grazie all’alleggerimento della struttura in elevazione che non dovrà più sopportare l’azione sismica totale ma una piccola parte (si arriva a diminuire l’azione sismica anche oltre 10 volte) con necessità di fondazioni meno costose. Sono tanti gli esempi applicativi anche in Italia, sia in edifici pubblici (monumenti, scuole, ospedali, centri operativi protezione civile …) sia privati (edifici esistenti, abitazioni, palazzi residenziali …), da ultimo a Foligno la nuova sede operativa della Protezione Civile, fantastica sintesi architettonica. Lavori per la scuola elementare di Marzabotto (BO) inaugurata a settembre 2010 – 3 piani fuori terra – costo dell’isolamento sismico 1,8% del costo di costruzione totale. Concludo facendo alcune considerazioni. Voglio spiegare perché ho scritto questi articoli. Prima di tutto credo molto nel presente e nel futuro di questa tecnologia e nella necessità di informare e sensibilizzare i lettori sulle possibilità che tecnica e normativa attuali offrono, poi perché è molto importante che l’edificio progettato sia pensato fin dall’inizio isolato alla base se si vuole sfruttare al meglio questa tecnologia riducendo i costi a tutto vantaggio della sicurezza e della durabilità. Con gli isolatori cambia il rapporto dell’edificio con il terreno, l’architettura quindi a mio avviso non deve subire questo tipo di approccio come una tecnologia invasiva ma deve farla propria e utilizzare un nuovo linguaggio realizzando edifici veramente innovativi. Credo che, nonostante l’evidenza dell’efficacia, scegliere di optare per un sistema costruttivo di questo tipo sia ancora una scelta personale dato che non è sufficientemente pubblicizzata e diffusa. Credo personalmente che, in un contesto di stasi generale e soprattutto dell’edilizia, si debba ripartire ed investire nella realizzazione di opere moderne, sicure, durature, attente al benessere e all’ambiente cosa che solo l’“Architettura” può fare. Il grande architetto americano Frank Lloyd Wright sulla costruzione dell’Imperial Hotel di Tokyo (1921) disse: “La rigidità non era la risposta giusta, ma lo erano la flessibilità e la resilienza. Perché lottare contro il terremoto? Perché non simpatizzare con esso e superarlo in astuzia? Arch. Andrea Albini Recapito: 338.7833651 http://sites.google.com/site/studioarchitetturaalbini Studio di Architettura Via del parco, 27 Secchiano di Novafeltria Via Giove, 17 Ponte Messa di Pennabilli 47 Chi cerca casa... la trova al Tesoro! Sede di Villa Verucchio - tel. 0541 677217 [email protected] - via Casale, 326 - Villa Verucchio (RN) - Iscr. ruolo n. 1094 Rif. 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Dal rilascio del “patentino” per la guida dei ciclomotori e minicar alla patente di guida di categoria B per condurre auto. Cosa sappiamo già? Un veloce ripassino? Per i neopatentati e cioè per i primi 3 anni, il limite di velocità massima è di 100 km/h in autostrada e 90 sulle strade extraurbane; dal 1° ottobre 2003, per le violazioni commesse entro i primi 3 anni dal rilascio della patente i punti sono raddoppiati. Ora andiamo a vedere le più importanti novità. Non da poco sono sicuramente le modifiche per i neopatentati (ma anche per conducenti professionali di pulmann, camion e taxi); il limite alcolemico consentito si abbassa da 0,50 g/l a zero assoluto, cioè è vietato mettersi al volante dopo aver assunto alcool, è quindi automatico che rientrano in questa categoria tutti i conducenti con età inferiore a 21 anni, ma anche tutti coloro che hanno ottenuto la patente da meno di 3 anni. Le sanzioni sono strettamente legate al tasso di alcool che la Polizia rileva in caso di controllo e si va da una multa da 155 a 624 euro (raddoppiata se si provoca un incidente stradale) se il tasso alcolemico rimane al di sotto di 0,50 g/l e si perdono 5 punti sulla patente; la sanzione sale da 500 a 2.000 euro se il tasso rilevato è tra 0,50 e 0,80 g/l con la sospensione della patente da 3 a 6 mesi; se poi avete deciso di esagerare e la concentrazione di alcol supera anche lo 0,80 g/l, le sanzioni vengono aumentate da un terzo alla metà, rispetto ai non neopatentati, e cioè da 800 a 6.000 euro con la sospensione della patente da 6 mesi ad un anno. Se avete deciso di rovinarvi e cioè il tasso rilevato va oltre la soglia di 1,50 g/l si corre il rischio della confisca dell’auto, la sanzione sale da 1.500 a 6.000 euro, l’arresto da 6 mesi ad un anno, la sospensione della patente da 1 a 2 anni (alla seconda violazione nel biennio la patente è revocata) e attenzione! il rifiuto viene punito come previsto per la violazione corrispondente al tasso non superiore a 1,50 g/l. Attenzione poi per i giovanissimi che scherzano con spritz, shorts e altre bevande alcoliche, la patente B si allontana da uno a tre anni (praticamente a 21 anni compiuti). Il limite di alcool zero vale anche per chi non ha compiuto i 18 anni e ha conseguito il patentino per motorino o minicar. Praticamente se il minorenne viene sorpreso dalla Polizia con un tasso da 0 a 0,50 dovrà attendere di compiere 19 anni per conseguire la patente di categoria B; se il valore alcolemico supera lo 0,50 g/l la patente B scivola a 21 anni, e attenzione la patente oltre alla possibilità di guidare è richiesta per molti concorsi pubblici e per lavoro. Con la stessa Legge veniva rimandata anche la riforma delle norme che riguardano strettamente i neopatentati, ovvero dopo una serie interminabile di rinvii, fin dal 2007, le “restrizioni” per la guida di determinate categoria di veicoli. È entrato in vigore il 9 febbraio 2011, con un decreto definito “milleproroghe” e riguarda il limite di potenza per la guida di veicoli per i conducenti titolari di patente categoria B introdotto nell'articolo 117 del Codice della Strada. Per il primo anno dal rilascio della patente, non è consentita la guida di autoveicoli che hanno una potenza specifica, riferita alla tara, superiore a 55 kW/t (tale valore è riportato sulla carta di circolazione dell’autovettura). Nel caso di veicoli di categoria M1, cioé quelli adibiti al trasporto di persone con al massimo 8 posti a sedere oltre il conducente, si applica un ulteriore limite di potenza massima pari a 70 kW., questo per evitare, secondo il legislatore, l'incongruenza per la quale i neopatentati potevano guidare veicoli molto potenti e veloci, perché pesanti, mentre ricadevano nel divieto le vetture di potenza media o piccola ma leggeri e pertanto il rapporto peso potenza risultava sfavorevole e quindi sopra il limite. Ora con il limite massimo di potenza di 70 kw questa situazione è sanata. Preciso che tale limite non si applica a veicoli adibite al servizio di persone invalide, purché la persona invalida sia presente sul veicolo e trovano la loro applicazione solo per le patenti di categoria B rilasciate dal 9 febbraio 2011. Tali limitazioni si allungano fino a 3 anni per le persone segnalate per violazione dell’art.75 del D.P.R 309/1990, in parole spicciole tutte le norme che vietano importazione, esportazione, acquisto o detenzione di sostanze stupefacenti. Cosa si rischia contravvenendo alle norme che vi ho appena detto? Sono previste dal comma 5 dell’art.117 del Codice della Strada che punisce il superamento dei limiti di velocità da parte dei neopatentati o la guida di veicoli non rispondenti ai limite di potenza con una sanzione amministrativa da 155 a 624 euro, da tale violazione comporta anche la sospensione della patente di guida da 2 a 8 mesi. Per conoscere se l’auto di famiglia possa essere guidata dal neopatentato o nell’eventualità vorreste acquistare un’auto al vostro/a figlio/a fresca di diploma, magari con un voto degno di un tale regalo, vi sono numerosi siti web in aiuto tra cui “corriere.it” dove sono elencate le auto per i neopatentati divise per marca e modello, oppure “il portale dell’automobilista.it”, patrocinato dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti dove basta inserire il numero di targa dell’auto per scoprire se può essere guidata da un neopatentato. Pierluigi Germani Ispettore Capo della Polizia di Stato Comandante Polizia Stradale Novafeltria d