Poste Italiane SpA - Spedizione in Abbonamento Postale - 70% DR Commerciale Busines - RIMINI CPO - n. 11/2011 - Reg. al Tribunale di Pesaro il 27/09/2010 n. 581 - Iscr. al ROC n. 20758
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Agosto 2011 - n.11
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1
“inValmarecchia”
anno 1 - n° 11
Agosto 2011
Sommario
2
Libro fotografico della
Valmarecchia
4
Un’idea, un comitato… un’impresa
5
Capitolo Sanità in Valmarecchia
6
Enrico Serpieri
7
La storia, l'ideale, il mito
8
I Signori della Valle
10 Vedute Rinascimentali
12 La fotografia al tempo del
nonno Tullio
www.invalmarecchia.it
[email protected]
22 Il Tartufo nero estivo
26 Tutta una questione di fusibili
28 Museo di San Girolamo
32 I dialetti della nostra valle
33 Il Marecchia, la mia Africa
34 La bella di Cesena
38 L’olio della Gabriella
40 Le nostre erbe
42 Nato sotto il segno… dei pesci
14 L’arte russa a San Leo
44 L’avvocato risponde
16 Intervista a Stefano Cucci
45 La depressione bipolare
18 La cucina della Valmarecchia e
46 Isolamento sismico
i suoi prodotti
20 Uno Scrigno di biodiversità
48 Novità neopatentati
EDITO E STAMPATO DA
GRAPH snc - San Leo (RN)
Tel. e Fax 0541 923738
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DIRETTORE RESPONSABILE
Ottavio Celli
FOTOGRAFIE
Ottavio Celli, Giampaolo Gili,
autori vari.
REDAZIONE
Ottavio Celli, Rita Giannini,
Giampaolo Gili.
IMPAGINAZIONE E GRAFICA
Matteo Donnini
COLLABORATORI
Rita Celli, Stefano Zanchini,
Davide Cangini, Rita Giannini,
Mara Mancini, Loris Bagli,
Omar Podestà, Giampaolo Gili,
Rino Salvi, Ivan Corbelli,
Giovanni Tomei, Alessandro Piscaglia,
Margherita Fraboni, Dott.ssa Serena Pironi,
Avv. Cinzia Novelli, Dott.ssa Loretta Bezzi,
Arch. Andrea Albini, Pierluigi Germani,
Associazioni varie.
IN COPERTINA
Fuochi d'artificio a San Leo
Festa del 2° Anniversario
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Casteldelci, Pennabilli, Sant’Agata, Maiolo, Novafeltria, Talamello, San Leo,
Verucchio, Poggio Berni, Torriana, Santarcangelo e le frazioni Riminesi di
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2
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Valmarecchia
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4
Un’idea, un comitato…
un’impresa
A San Leo il 30 luglio si è festeggiato
il passaggio dei 7 Comuni in Emilia
Romagna, tra testimonianze, ricordi
e tanta soddisfazione
UNA GRANDE FESTA. Per continuare a ricordare questo storico
passaggio di Regione. Giovani e meno giovani, mamme, papà,
nonni, nipoti. Alla festa della Valmarecchia sabato 30 luglio a
San Leo c’erano centinaia di persone. Nella città leontina il Comitato ‘Unavalmarecchia’ ha organizzato convegni, il concerto
della Banda dei minatori di Perticara e anche una grande mostra fotografica: «Un fiume, una valle, undici perle sulle sponde» di Ottavio Celli, che ha inaugurato l’intera giornata.
I coordinatori del Comitato, Settimio Bernardi e Bianca Barbieri, ricordano: «Siamo stati interpreti di un sogno che si è finalmente realizzato. La più grande soddisfazione è averne fatto
parte e di aver fatto capire a tutti, che questa valle ha delle potenzialità. Il comitato con questa festa si scioglie, ma solo come
ente. Siamo un gruppo molto unito e porteremo sicuramente
avanti nuovi progetti. Soprattutto per continuare a coinvolgere i
giovani in questo cambiamento». Affascinato dal passaggio dei
‘sette’ è il sindaco di Forlì, Roberto Balzani, accorso a San Leo
per parlare di Unità d’Italia e Unità della Valmarecchia: «Scritti storici del periodo risorgimentale testimoniano il movimento
anche in queste terre. Non solo per unire l’Italia, ma anche per
dare alla Romagna una sua identità. Questa valle era già unita
a fine ‘800. Mi piace molto l’operazione svolta dal Comitato:
è stata un’operazione partita dal basso. La politica si è dovuta
adattare. Un gruppo di poche persone ha compiuto un’impresa
da molti ritenuta impossibile, che resterà nella storia».
A due anni dalla legge che ha sancito il trasferimento definitivo
dei sette Comuni in Emilia Romagna, anche i politici hanno
voluto brindare al passaggio: dal presidente della Provincia Stefano Vitali, ai consiglieri regionali Marco Lombardi e Roberto
Piva, dai sindaci della bassa Valmarecchia come Daniele Amati
e Franco Antonini, al consigliere comunale di Rimini Gioenzo
Renzi. «Anche noi dalla bassa valle abbiamo sempre condiviso
questo passaggio - dichiara Antonini - l’azione intrapresa è stata
molto importante. La valle è di nuovo unita». «Si festeggia un
evento davvero unico. Una delle poche volte in cui si ascolta
dall’alto ciò che viene dal basso» ricorda Renzi. «Il comitato
rappresenta la cultura di questo territorio - dice Vitali - che va
oltre gli steccati della politica. Per me il comitato non doveva sciogliersi, ma continuare a lavorare sul passaggio a livello
culturale. Il processo sarà lungo. Il nostro compito sarà quello
di non fermarsi alle lamentele, ma essere sempre propositivi».
Il sindaco di Novafeltria Lorenzo Marani e quello di Pennabilli
Lorenzo Valenti, ribattono: «Servono politiche speciali e va tutelato il nostro ospedale. Dobbiamo tener conto delle peculiarità
del territorio». L’assessore provinciale Stefania Sabba assicura:
«Dopo il passaggio abbiamo svolto azioni importanti su tutta la
valle, dalle infrastrutture, alla pianificazione turistica. L’impegno più grosso ora sarà il passaggio del tribunale e una grande
attenzione va rivolta all’ospedale di Novafeltria».
Durante la giornata il Comitato ha voluto anche ricordare con
una targa, tre grandi difensori del passaggio in Romagna: Sergio
Valentini, Giorgio Valloni e Carlo Lotti. Oggi scomparsi, ma che
hanno dato un contributo fondamentale all’attività del Comitato.
Tra i presenti, anche Francesco Frattolin, fondatore dell’Unione
Comuni Italiani per cambiare Regione e cittadino onorario di
Sant’Agata Feltria: «Quando abbiamo formato questo movimento negli anni ’90 abbiamo coinvolto anche San Leo e Novafeltria. Personalmente volevo il passaggio del mio Comune, San
Michele al Tagliamento, dal Veneto al Friuli. Non ce l’abbiamo
fatta. Ma oggi festeggiare il passaggio dell’alta Valmarecchia dà
senso anche al mio operato».
Rita Celli
Resta l’ira di Montecopiolo: «Nessuno ci vuole ascoltare»
Presenti alla festa anche i residenti del Comune ancora marchigiano
NON SONO mancati nemmeno loro alla festa dei ‘cugini’ della
Valmarecchia. A San Leo sabato c’erano anche i rappresentanti
di Montecopiolo, il Comune a confine con la Valmarecchia che da
4 anni attende il passaggio in Emilia Romagna. «Siamo stanchi
e arrabbiati. L’iter è rimasto bloccato – dicono- al risultato del
referendum. Abbiamo scritto anche al Prefetto di Pesaro che ha
inviato una nota al Ministero degli Interni 15 giorni fa. L’onorevole
marchigiano Massimo Vannucci, sta cercando di ostacolare il nostro passaggio. Anche sotto la giurisdizione del tribunale di Rimini,
come richiesto in un emendamento dal senatore Filippo Berselli.
Veniamo trattati come delle pedine, senza che nessuno ascolti il
nostro parere». Il consigliere regionale Marco Lombardi
è ottimista: «La condivisione da parte dell’Emilia Romagna di questo ulteriore passaggio di Montecopiolo e Sassofeltrio so che c’è
già. Errani non vuole prendere l’iniziativa, solo perché si tratta di un
distaccamento dalle Marche. Serve far ripartire l’iter al più presto.
Queste popolazioni restano bloccate tra il Parlamento e le Regioni.
Se il processo non venisse concluso, sarebbe una grave ingiustizia».
Rita Celli
5
Capitolo Sanità in Valmarecchia
Il Dott. Zanchini accoglie la nostra richiesta
Dr S.Zanchini medico di medicina generale, resp. del NCP
“La medicina territoriale ha subito una vera e propria riorganizzazione che ha visto i medici di medicina generale collaborare
attivamente per migliorare prestazioni e servizi offerti ai nostri
assistiti. Abbiamo completamente cambiato e sicuramente migliorato il nostro sistema informatico e oggi siamo collegati in
rete con gli altri comparti della medicina aziendale; questo ci
consente di ricevere aggiornamenti, referti ed esami ed inviare
certificati e resoconti. Ci siamo fortemente impegnati sull’appropiatezza prescrittiva sia riguardo alla farmaceutica che alle
prestazioni diagnostiche, consapevoli del nostro ruolo di parte
attiva nelle dinamiche aziendali. Ci siamo aggregati funzionalmente in un unico Nucleo di Cure Primarie con periodici
incontri al fine di condividere linee guida, percorsi operativi,
aggiornamenti professionali e obiettivi di appropiatezza prescrittiva. Sperimenteremo progetti professionali su patologie
croniche ad alto impatto nella nostra popolazione al fine di
razionalizzare e migliorare le offerte prestative. Abbiamo assistito ad un netto miglioramento dei servizi rivolti ai disabili
e invalidi anche grazie alla presenza costante degli infermieri
nelle Case di Riposo e alla puntuale e appropriata erogazione
dei presidi per le disabilità. Ancora da migliorare l’offerta di
riabilitazione funzionale erogata a domicilio.
L’ambito della medicina generale, ancorché strategico nell’erogazione delle cure ai cittadini, è solo un comparto dell’offerta
di cure. Affinché i nostri assistiti godano di un buon livello di
servizi socio-sanitari è fondamentale che tutti i comparti oltrechè presenti funzionino, interagiscano e dialoghino fra loro.
Per restare ai servizi dell’Alta Valmarecchia, è fondamentale
e improcrastinabile l’RSA in quanto struttura intermedia fra
Territorio e Ospedale che può offrire quei servizi troppo impegnativi da prestare a domicilio e impropri per l’offerta ospedaliera. Aspettiamo che l’offerta chirurgica, tarata su prestazioni
di bassa-media complessità e prevalentemente programmata,
veda l’avvio così come anche recentemente e pubblicamente
promesso, che l’offerta diagnostica sia puntuale e per molti
aspetti completa, sia nell’orario, nel personale e nella dotazione strumentale. Fondamentale un Punto di Pronto Intervento
veramente efficiente anche per evitare trasferimenti a volte
inutili e per banali patologie che se fatti in ambulanza sguarniscono il territorio di un servizio fondamentale, un Consultorio
in grado di seguire tutte le gravidanze, di fornire la diagnostica
di I e II livello e di rispondere tempestivamente a tutte le problematiche legate alla sfera femminile.
Auspichiamo la formazione di un tavolo tecnico/amministrativo locale che possa interfacciarsi continuamente con l’Azienda
Sanitaria al fine di garantire insieme presenza e buon livello di
prestazioni socio-sanitarie nella consapevolezza e nel rispetto
della nostra specificità, della nostra orografia, delle nostre distanze.”
Stefano Zanchini
Con preghiera di avere un resoconto
sull'argomento da altri ressponsabili del settore
La redazione
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6
Enrico Serpieri
Mazziniano ed imprenditore
Nato a Rimini il 10 Novembre 1809 in una famiglia di sentimenti liberali, Enrico Serpieri terminati gli studi ginnasiali nella
sua città, si iscrisse alla facoltà di medicina della Università di
Bologna. Lì lo sorprese lo scoppio dei moti risorgimentali del
1831, quando arruolatosi nel battaglione universitario partecipò
alla battaglia delle “Celle”. Espulso dall’università come tutti
gli studenti rivoluzionari, fu costretto a riparare quale esule in
Francia (che non gli concesse asilo politico), per poi trovare rifugio nella Repubblica di san Marino. Rientrato a Rimini con un
condono, convolò a giuste nozze con Elisa Pedrizzi poco prima
di trovare un impiego presso l’antica vetreria “Santi”, della quale poco dopo diventerà comproprietario. Con il tempo la vetreria
divenne il centro delle cospirazioni riminesi fino a che Serpieri
assunse il ruolo di riferimento dei Mazziniani di Romagna, sollevando i sospetti del legato apostolico di Forlì, cardinale Spada,
il quale ordinò un attento ed assiduo controllo per i facinorosi
riminesi Serpieri, Renzi, Brunelli e Lettimi. D’altra parte lo stesso Felice Orsini nelle sue memorie dirà di Serpieri “ estimazione appo i Romagnoli e lo si ebbe per uno de’ capi di molta
influenza,attività e coraggio”. Nell’Aprile del 1844, nei pressi
della piazzetta dell’onestà furono trucidati due volontari pontifici e fu allora che le autorità pontificie (giudice Pietro Piselli), autorizzarono l’arresto degli esponenti più in vista del liberalismo
riminese, Serpieri venne arrestato la sera del 28 mentre usciva
dal teatro. Dopo essere stato tradotto prima a Pesaro poi ad
Urbino, dove incontrò Felice Orsini ed il vecchio padre Andrea,
venne imprigionato per sei mesi nella fortezza di San Leo prima
di essere inviato a Roma, dove il tribunale della sacra consulta
condannò al carcere a vita tutti gli imputati. Serpieri rimase nelle prigioni di Civita Castellana poi di Castel Sant’Angelo fino al
Luglio del 1846 quando, l’amnistia concessa ai detenuti politici
(l’editto del perdono), quale primo atto del nuovo pontificato di
Pio XI, lo ricondusse dopo due anni nella sua città. A Rimini
Serpieri venne accolto in un tripudio di popolo, ed inaugurato
il Circolo Popolare per il progresso sociale e civile della città ne
divenne il presidente. Il 13 Dicembre 1848 partecipò a Forlì
al congresso dei deputati delle provincie settentrionali e nel
febbraio del 1849, con 6450 voti di preferenza, raggiunse
Roma alla proclamazione della Repubblica Romana quale
rappresentante di Rimini e Forlì alla costituente, dove
assunse l’incarico di questore dell’assemblea. Caduta
la repubblica seguì Garibaldi nel ripiegamento verso la Toscana, poi si trovò in carico alle accuse di
lesa maestà, danni e guasti alla proprietà privata e
furto di carrozze cardinalizie dal tribunale della
sacra consulta, e per tale motivo chiese asilo
politico ai Capitani Reggenti di San Marino
dove rimase nei sei mesi concessi prima di
raggiungere Genova. Partito dalla Liguria raggiunse la Sardegna dove trovò
dapprima lavoro nella miniera di
Gibbas, poi nell’azienda forestale del conte Pietro Beltrami
di Bagnacavallo, con l’incarico di sovrintendere alla produzione
ed al commercio
del carbone di legna. Ispezionando le foreste presso Domusnovas, notò estese discariche di scarti da fonderia della età romana che ancora contenevano il 14-15% di piombo e 80-100
grammi per tonnellata di argento. Con grande intuizione, Serpieri, riutilizzò le scorie rifondendole con l’energia del carbone
che lui stesso produceva a costi molto contenuti e che spesso
doveva essere solamente svenduto nei porti del continente. Nel
1858, dopo averne acquistati i diritti, si trasferì nell’Iglesiente
dove, con il sostegno finanziario di una ditta francese impiantò
una moderna fonderia ed assunse 280 operai, e poco tempo
dopo con l’aiuto della Banca di Marsiglia, dove nel frattempo
lavorava con impegno il figlio Gianbattista, rilevò le quote dei
francesi divenendo l’unico proprietario della fonderia. Il 31
Agosto 1862 venne fondata la Camera di Commercio e Arti di
Cagliari, di cui Enrico fu eletto presidente con un incarico che
venne confermato per altri cinque mandati consecutivi, fino alla
sua morte. Nel 1863 impiantò una fonderia per il recupero delle
scorie nella Attica Greca con alcuni finanzieri francesi, costituendo la società Serpieri- Roux, ed affidandone la direzione al
figlio Gianbattista inviato per l’occasione in Grecia. Nel 1864
Serpieri fu tra coloro che fondarono il “Corriere di Cagliari”,
mentre nel Novembre dell’anno seguente venne eletto Deputato
al Parlamento per il collegio di Forli-Rimini, poi deluso dalla
politica conservatrice e antisociale del regno, ritornò ai suoi
interessi sulla Sardegna diventando consigliere al comune di
Cagliari, nel frattempo la malaria gli aveva strappato due figli,
Cimbro di 23 anni e Attilio di 33, che seguivano con il padre
le attività minerarie. Nel 1869, in qualità di Presidente della
Camera di Commercio, venne invitato alla inaugurazione del canale di Suez e lo stesso anno ospitò a Domusnovas il ministro
Quintino Sella. Oramai le miniere dell’Iglesiente si andavano
esaurendo, cosi come la vita di Enrico che fini a Cagliari l’otto
di Novembre del 1872, appena in tempo per vedere Roma unita
alla madrepatria.
Davide Cangini
7
La storia, l'ideale, il mito
Una mostra su Garibaldi nella Fortezza di San Leo
Nell’ambito delle iniziative previste a San Leo in occasione della ricorrenza del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, è stata
inaugurata sabato 4 Giugno presso la Fortezza di San Leo la
mostra “Garibaldi: la storia, l’ideale, il mito” a cura di Paolo
Mercati.
L’esposizione vanta pregevoli cimeli risorgimentali provenienti
dalla collezione privata di Paolo Mercati, orafo e antiquario di
Sansepolcro, e grande appassionato del Risorgimento.
Per comprendere al meglio il senso della collezione di Mercati,
anima della mostra Garibaldi: la storia, l’ideale, il mito riportiamo qui di seguito la sua autopresentazione.
"Tanti anni fa quando ero un bambino e i soldi in casa erano
veramente pochi, il babbo mi portò in cartoleria per farmi un
regalo; da appassionato di calcio quale tuttora è, mi propose un
album di figurine di calciatori della Panini. Tutti i miei coetanei
lo avevano ed era molto in voga lo scambio e il giocarsi i doppioni. Io, probabilmente deludendolo e andando contro corrente,
scelsi un album sul Risorgimento che mi piaceva molto di più
per gli eroici personaggi pieni di quell’alone, oserei dire da fumetto, che mi incuriosivano, ma così facendo mi esclusi anche
da scambi e giochi con i miei coetanei con i quali non avevo
nulla da contraccambiare!
È da qui che è iniziata la
mia collezione che con
grande fatica, sacrificio e
grande ricerca è cresciuta
e sta ancora adesso ampliandosi. La smania che
sollecita il collezionista è
capibile solo da chi collezionista lo è veramente,
vagando da mercatino in
mercatino, sempre con
la speranza di trovare un
nuovo tassello al puzzle interminabile che è una collezione di questo genere,
diventando un’ossessione
e una ragione di vita! Mai,
quando ho iniziato entusiasticamente questa raccolta, avrei pensato che i
protagonisti di questa epopea, degli eroi senza uguali, venissero, come avviene
oggi, sminuiti, denigrati ed
offesi da personaggi privi
di amor Patrio, cambiando
o aggiustando a loro piacimento la storia e dimenticando coloro che spesso donarono il loro bene più prezioso, la
vita, per un ideale di libertà, uguaglianza e fratellanza senza
chiedere niente in cambio tranne il diritto di quella dignità che
spetta ad ogni uomo! Per me non è cambiato assolutamente
nulla, anzi, e spero di onorarli e ricordarli come meritano senza
che finiscano tra le nebbie dei ricordi, raccogliendo appena possibile tutto il materiale in mio possesso in uno spazio espositivo
permanente aperto al pubblico: “Il mio Museo”, il sogno di un
bambino, il sogno della mia vita".
La mostra è visitabile tutti giorni con orario continuato dalle
9.00 alle 18.30 dal 4 Giugno 2011 fino al 28 Agosto.
Per informazioni: Ufficio Turistico Comunale I.A.T.
Tel. 0541/926967, [email protected], www.san-leo.it.
POGGIO BERNI (RN) - Via Santarcangiolese, 4259
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I Signori della Valle
Mille storie di cappa e spada
1
Come si è fin qui raccontato, la nostra valle è una terra frequentata e vissuta dalla Preistoria in poi e le antiche vicende furono
la premessa per una Valmarecchia medievale ricca di accadimenti. Infatti è più o meno attorno al Mille che, sulle pagine
della Storia cominciarono a prendere posto singoli personaggi
o famiglie su cui ancora oggi si effettuano studi e ricerche per
chiarire e scoprire la loro storia.
Fra i tanti si possono citare i principi di Carpegna, i Della Faggiola, i signori del Montefeltro, i Malatesti, padroni delle Romagne, i conti Oliva e così via.
Dei signori di Carpegna, regnanti su un territorio ricco di carpini
(da cui forse il nome di famiglia), si dice che furono gli avi di
altri casati locali. Di essi si parla in documenti assai antichi;
uno per esempio è datato all’882. Ma anche altri remoti eventi
parlano dei Carpegna dall'oscurità sapiente di vecchi archivi.
Autentici ricercatori e studiosi ai quali, chi scrive, deve la fonte di queste turistiche noterelle, recuperarono dal tempo che
fu, preziose pergamene. Una di queste reca la data del 17
agosto 962. Fu vergata in Viterbo dai notabili della corte di
Ottone I il Grande, sovrano germanico. Nell’occasione frotte di
nobili italiani si inchinarono ai piedi del re sassone e perorarono
le loro cause personali. Fra costoro anche il conte Ulderico di
Carpegna, il quale vide finalmente accolta la sua istanza: Ottone
lo infeudò signore di un lungo elenco di castelli locali fra cui
Montescutolo, Albereto, Montegrimano, Serravalle, Pennabilli,
Majolo, ecc. Da qui presero il via tutte le vicende che videro la
stirpe dei Carpegna signoreggiare sui molti castelli della valle.
Vicende che si sono perpetuate nel tempo, poiché i discendenti
del casato ancora oggi vivono nella secolare dimora di famiglia,
proprio in località Carpegna.
Dei Montefeltro, invece, si narra che contesero aspramente le
terre lungo il Marecchia ai loro nemici secolari, i Malatesta. I
signori montefeltrani furono uno dei tre rami che originarono,
nel 1140, dalla suddivisione dei possedimenti dei Carpegna.
Una parte della famiglia dichiarò propria sede ufficiale la città
di San Leo, che sorge sull’antico Mons Feretrius, da cui la denominazione di quel ramo familiare.
Il personaggio di maggior rilievo della stirpe feltresca fu Federico di Urbino (1422-1482), che ebbe fama di coraggioso condottiero e di personaggio scaltro, infido e dedito alla calunnia
2
di chiunque lo potesse contrastare. Si dice, infatti, che oltre
all’abilità nell’uso delle armi, la sua fortuna crebbe anche grazie
al sapiente utilizzo di una pungente dialettica mirata al discredito degli avversari, (M.Simonetta 2010). Inoltre fu protettore
di molti artisti del suo tempo. Per merito delle loro opere egli
fece del suo palazzo urbinate la fastosa cornice che lo avrebbe
visto insignito del titolo di duca nel 1474. Uno dei più noti artisti che lavorarono su commissione di Federico, fu Piero della
Francesca. Famoso è il duplice ritratto del signore di Urbino e di
sua moglie Battista Sforza, probabilmente eseguito nel 1474,
quando Federico assunse il titolo di duca. Si tratta di due tavole
di cm 47x33, oggi esposte agli Uffizi di Firenze. In esse gli
sposi sono rappresentati di profilo, in un primo piano ricco di
particolari descritti minuziosamente: dai difettucci della carnagione olivastra di lui (rughe e nei), all’aristocratico pallore del
viso di lei; dalle acconciature, alla preziosità degli abiti. Sullo
sfondo minuscoli paesaggi “fotografati” dal pennello di Piero
con estrema precisione, (Ed. D.M. 2002).
In precedenza, però, prima di essere nominato duca, vicende
guerresche avevano contrapposto Federico l’urbinate ai Malatesta, soprattutto a Sigismondo Pandolfo, il grande signore di
Rimini.
Dei Malatesta si dice che discendessero dai Longobardi o, anche, da Scipione l’Africano di romana memoria. E questo giustificherebbe la presenza dell’elefante sul multiforme stemma
di famiglia.
Il primo grande rappresentante del casato fu certamente Malatesta da Verucchio, il Centenario; citato da Dante nella Divina
Commedia con l’appellativo di “Mastin Vecchio”. Egli estese il
potere della famiglia su un territorio molto ampio e dominò sulla
città di Rimini durante gli ultimi diciotto anni della sua lunghissima vita. Quando morì (1312) volle essere sepolto, rivestito di
un umile saio francescano, nel Tempio Malatestiano, la chiesa
che all’epoca era ancora dedicata a San Francesco. Malatesta
da Verucchio ebbe diverse mogli e un numero maggiore di concubine. Dei suoi numerosi figli vale la pena ricordare: Gianciotto
che ebbe in moglie Francesca da Polenta, Paolo il Bello che fu
l’amante di Francesca da Polenta, Malatestino soprannominato
“dall’Occhio” perché era guercio a causa di un incidente occorsogli durante l’infanzia, Pandolfo, Rengarda, Simona,…
Dopo il Mastin Vecchio lo scettro di famiglia passò a diversi suoi
discendenti, fino a un suo pronipote chiamato Carlo, abile diplomatico oltre che uomo d’arme. Quando questi morì nel 1429
9
3
non lasciò eredi. L’onere del comando passò quindi ai tre figli
naturali di un suo fratello: Galeotto Roberto, Sigismondo e Domenico. Fortunatamente nel 1428 essi erano stati riconosciuti
e legittimati dallo zio Carlo, che per questa triplice legittimazione (pagata, però, con la cessione di alcuni feudi), ottenne
il beneplacito pontificio come riconoscimento della sua fedeltà
alla Chiesa.
Galeotto Roberto morì giovanissimo, in odore di santità, per la
sua vita dedita alle preghiere e alle privazioni. Gli succedettero
Sigismondo Pandolfo nel governo di Rimini e Domenico a Cesena. Era il 1432. Nel frattempo, anche se ancora molto giovane, Sigismondo Pandolfo (1417-1468) aveva acquisito fama
di valoroso uomo d’arme. Nel 1434 aveva sposato la sua prima
moglie, Ginevra d’Este e nel 1440 era passato a seconde nozze
con Polissena Sforza. Entrambe persero, per varie malattie o
a causa della peste, i figli avuti da Sigismondo; ed entrambe
passarono a miglior vita ancora giovani. All’epoca si mormorò
che fosse stato proprio il consorte a decretarne la morte, ma
non fu mai dimostrato. Nel frattempo la sua signoria si ampliò
notevolmente e, disponendo di un vero e proprio esercito molto
ben addestrato, egli offriva i suoi servigi alle città e alle signorie
che in quegli anni si contendevano il potere sull’Italia.
Anche Sigismondo fu amante delle arti e protettore di illustri
letterati e artisti. Infatti nella cattedrale di Rimini o Tempio
Malatestiano, è presente fra numerose altre opere d’arte, un
affresco di Piero della Francesca databile al 1450-51, nel quale
Sigismondo è in preghiera davanti al suo santo protettore, San
Sigismondo di Borgogna. Si tratta di un affresco murale, ora
trasferito su tela, di cm 257x345, in cui il nostro è raffigurato
di profilo, (un profilo protervo e vagamente minaccioso quanto quello del suo antagonista di Urbino); l’abito che indossa
è degno di un principe, così come la coppia di levrieri che gli
guardano le spalle. Un dettaglio insolito nell’opera di Piero è
la presenza di una ghirlanda decorativa che sovrasta la figura
di Sigismondo: essa è composta di rami di alloro e quercia,
arricchita di frutti, fava e … aglio! L’aglio era considerato un
talismano contro gli influssi malefici, (A.Uccellini 2007). Certamente indispensabile per un uomo che aveva più antagonisti
che alleati. Infatti, mentre si dedicava ad abbellire la sua città
e i suoi palazzi, Sigismondo, oltre a guardarsi dai molti nemici
dichiarati, dovette lottare duramente contro il più accanito e
subdolo fra i suoi avversari: Federico di Urbino, che tramerà
4
tutta la vita contro il signore di Rimini.
Tra una guerra e l’altra, ma anche tra una femmina
e l’altra, Sigismondo fece costruire e/o restaurare il
Castelsismondo e il Tempio Malatestiano a Rimini.
Nel 1456 sposò Isotta degli Atti, una delle sue tante
amanti. Il matrimonio fu celebrato con un cerimoniale
piuttosto modesto per diversi motivi. Fra questi uno,
non insignificante, fu che la sposa era già madre di
diversi pargoli; poi, essendo di origini meno nobili, i
parenti maschi di Sigismondo giudicarono l’unione non
conveniente per gli interessi malatestiani. Per finire, i
mormorii sul decesso delle due precedenti mogli, consigliarono di evitare chiassosi festeggiamenti.
Malgrado tutto ciò, Isotta avrebbe dato a Sigismondo
almeno sei figli. I maschi morirono in tenera età oppure
assassinati in gioventù, forse su ordine del fratellastro
maggiore, Roberto, nato da una concubina di Fano.
Delle figlie femmine invece, Antonia data in moglie a
un Este, fu dal marito in persona assassinata, appena ventenne,
con l’accusa di infedeltà. Di almeno altre due figlie è noto che
raggiunsero la vecchiaia: non si sa bene né come, né perché!
Nel 1459 diventò papa un Piccolomini, Pio Secondo. Egli fu
l’artefice della fine di Sigismondo. Temendo le mire espansionistiche del signore di Rimini lo accusò di eresia, omicidio, sacrilegio, adulterio, stupro, sodomia, incesto e quant’altro, mettendo in atto una negativa campagna d’opinione, pur di screditarlo
e di minare il suo potere, (A.G.Luciani 1990).
Inoltre Pio II organizzò una coalizione armata contro il signore
di Romagna a cui parteciparono i Sammarinesi, Federico di Urbino, alcuni rappresentanti della consorteria dei Piccolomini,
nobili senesi, i conti Guidi di Bagno e altri ancora. Lo scontro
decisivo avvenne sul Cesano, nelle Marche, nel il 12-13 agosto
1462. Là, Sigismondo il grande, fu definitivamente sconfitto.
Pio II, subito dopo, premiò tutti coloro che lo avevano sostenuto
in quella guerra, soprattutto i suoi parenti, distribuendo i possedimenti requisiti al Malatesta. Era il 1463. La Repubblica del
Santo Marino ampliò i suoi confini incamerando alcuni castelli appartenuti a Sigismondo. I Piccolomini e Federico furono
infeudati su vaste porzioni dei territori strappati allo sconfitto
signore di Rimini. I conti Guidi assorbirono i castelli di Montebello, Genestreto, Monte Tiffi, Saiano, Gatteo e altro ancora.
A Sigismondo venne lasciata soltanto Rimini. Non poté più uscire da quei confini, né andare a combattere per terzi in cambio
di denaro sonante. Dal castello di Talamello (cioè a distanza di
sicurezza), gli inviati del papa lo sorvegliarono attentamente:
ogni sua iniziativa fu spiata e riferita al pontefice.
Nel 1464 le finanze di Sigismondo erano ormai agli sgoccioli,
perciò accettò di andare in Grecia a combattere contro i Turchi,
sperando così di incassare un lauto compenso e di ottenere il
perdono papale, ma Pio II, ormai malato, morì. Anche il signore
di Rimini fu costretto a rientrare in patria, due anni dopo, ammalato di malaria, dalla quale non guarì più. Infatti si spense
nel 1468 a Castelsismondo, assistito fino alla fine da Isotta. Nel
1470 passò a miglior vita anche lei.
Entrambi sono sepolti nel Tempio Malatestiano, come altri
membri della famiglia, comprese la prima e la seconda moglie
di Sigismondo. I corpi di Ginevra e Polissena, però, furono accolti da due tombe così semplici da passare inosservate. Nulla
a che vedere con l’appariscente sarcofago di marmo che ospita
i resti mortali di Isotta degli Atti in Malatesta!
Quante donne nella vita di Sigismondo e degli altri signori di quel
tempo, quante storie sconosciute! Parliamone la prossima volta.
… continua …
Mara Mancini
1 - Dittico dei Duchi di Urbino (Piero della Francesca 1474)
2 - Palazzo Ducale di Urbino
3 - Sigismondo P. Malatesta in preghiera davanti a san Sigismondo
(Piero della Francesca 1451)
4 - Tempio Malatestiano di Rimini
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Vedute Rinascimentali
Il Montefeltro di Piero della Francesca rivive attraverso una
ricerca scientifica che ora diventa progetto per il nostro territorio
Quello che per cinquecento anni gli storici dell’arte di tutto il
mondo hanno cercato di scoprire è sempre stato lì, sotto gli occhi di tutti! Almeno così pare e a noi piace crederlo.
Da cinque secoli ci si interroga su dove siano stati collocati geograficamente i paesaggi che ispirarono a Piero della Francesca e
ad altri artisti gli sfondi territoriali per i loro capolavori. Percorrendo le nostre vallate più volte ci siamo detti: ecco gli sfondi di
Piero, ecco le quinte delle sue colline, ecco i molti profili, uno
dietro l’altro, dolci e delicati, tra le brume e i colori del mattino.
Si è studiato, analizzato, ipotizzato finché si è arrivati all’oggi,
quando due indomite e determinate signore hanno presentato
le loro indagini.
La ricerca pare proprio abbia dato i suoi frutti: i paesaggi di
Piero sono stati finalmente trovati. Li hanno scovati fra le colline
del Montefeltro, fra Romagna e Marche, due amiche: Rosetta
Borchia, pittrice, video maker e fotografa di paesaggi e Olivia
Nesci, docente di Geomorfologia presso l’Università di Urbino.
Due “cacciatrici” di paesaggi, si potrebbe affermare, unite dalla
passione per il paesaggio e per l’arte ma distinte nelle rispettive
competenze.
1
Ora, si afferma da ogni parte, che l’autorevolezza scientifica
delle loro scoperte farà rumore nel mondo dell’arte. Intanto
sulle loro ricerche, il Comune di San Leo, Provincia di Rimini e
San Leo 2000, hanno scelto di innestare un innovativo e ambizioso progetto di marketing turistico-culturale curato da Davide
Barbadoro, con l’obiettivo di valorizzare l’entroterra, in special
modo sul fronte dei mercati internazionali, particolarmente sensibili al richiamo dell’arte rinascimentale italiana. Magnifico
entroterra unito dal brand “Malatesta e Montefeltro” che, dalla
Valconca alla Valmarecchia, unisce tre regioni: l’Emilia Romagna, le Marche e la Toscana.
Per chi ne volesse sapere di più c’è anche un volume, Il paesaggio invisibile. La scoperta dei veri paesaggi di Piero della
Francesca, curato dalle due ricercatrici, un’avventura tra i dip1 - Le due ricercatrici
2 - La copertina del libro "il paesaggio invisibile"
2
inti di Piero e le colline del Montefeltro affascinante come una
detective story, nel quale si racconta di un anno di ricerche e
si legge che i primi paesaggi ritrovati, sono stati quelli dipinti
da Piero della Francesca nel Dittico dei Duchi di Urbino del
1475 conservato alla Galleria Nazionale degli Uffizi. Alle spalle
dei ritratti di Federico da Montefeltro e della consorte Battista
Sforza e dietro I Trionfi, le montagne, le rocce, i fiumi sono
gli stessi che l’artista vedeva nelle terre del Ducato feltresco o
meglio lungo la Valmarecchia, per la strada Ariminensis che percorreva per raggiungere il Malatesta, altro suo grande committente. Paesaggi resi riconoscibili nella contemporaneità grazie
appunto al lavoro scientifico di Rosetta Borchia e Olivia Nesci.
Il diario della loro avventura è anche la proposta per una nuova
disciplina, l’archeologia dei paesaggi, e di una nuova passione,
il landascape busting. La metodologia da loro utilizzata per individuare e ricostruire i paesaggi rappresenta un’assoluta innovazione in questo tipo di ricerche. E’ basata infatti sull’analisi
d’immagine, tecnica ampiamente utilizzata nello studio delle
fotografie satellitari e aeree per l’interpretazione della morfologia terrestre. Le immagini, informatizzate ad alta risoluzione,
sono state sottoposte ad analisi del tono, tessitura, pattern e
shape. In parallelo è stata effettuata l’analisi geomorfologica
degli elementi pittorici non più perfettamente riconoscibili nella
morfologia attuale in quanto modificati dalle successive variazioni climatiche: il risultato è un “paesaggio invisibile” che,
grazie a una ricerca scientifica approfondita, torna oggi a manifestarsi.
Rita Giannini
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La fotografia al tempo
del nonno Tullio
In una mostra all’Oratorio di Santa Marina le immagini di com’era
una volta Mercatino Marecchia. A cura di Lidia e Laura Masi
Nata dalla volontà delle sorelle Masi, Laura e Lidia, la mostra
La fotografia al tempo del nonno Tullio, è senza dubbio un
evento gradito e non solo per chi vive a Novafeltria e nella
Vallata del Marecchia. Le immagini, ora riprodotte da Lino
Magnani, sono infatti uno spaccato di vita di cento anni fa,
permettendo di compiere quei passi nella nostra storia che ci
aiutano a guardare e vivere il futuro. Allestita con il patrocinio
del Comune di Novafeltria e la collaborazione della Pro Loco,
l’esposizione che è stata inaugurata il 5 Agosto e rimarrà aperta fino al 4 Settembre, riguarda immagini ricavate da negativi
su lastra al bromuro d’argento che la famiglia Masi conserva
da cento anni. Gli scatti raffigurano aspetti cittadini di Novafeltria, quando si chiamava Mercatino Marecchia, nonché
momenti della vita privata della famiglia. A realizzarli il nonno
delle sorelle Masi, Tullio Masi, nato nel 1884 e a conservarli
è stato il padre Carlo che, a sua volta, le ha donate a Laura
diversi anni fa. “Consapevoli del valore culturale del materiale
conservato da così tanto tempo – affermano le due sorelle abbiamo deciso di esporne una parte”. E aggiungono: “Nostro
nonno fotografava per diletto e iniziò questa passione nei primi
decenni del novecento, fissando immagini del paese, spaccati di vita quotidiana ma anche pose ben studiate e momenti
storici che oggi appaiono nostalgicamente appartenenti ad un
passato irreversibile”.
Esposti ci sono più di cinquanta ingrandimenti (30x40), accompagnati da tabelle didascaliche e da un opuscolo esplicativo,
il cui contenuto proviene dalla memoria che è stata trasmessa
oralmente, anch’esso illustrato con alcune delle foto in mostra.
Orari di apertura: tutti i giorni dalle 10 alle 12 e dalle 17 alle 19.
Rita Giannini
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L’arte russa a San Leo
Singolare mostra a firma del Direttore della Biennale d’Arte
contemporanea di Mosca nell’anno di Italia Russia
A San Leo fino all’11 Settembre è di casa l’Arte Russa. In mostra alla Fortezza le opere di quattro noti artisti, selezionati dal
Direttore della Biennale di Mosca, Andrey Martynov. Il 2011 è
l’anno di Italia Russia, cioè Anno della cultura e della lingua
Russa in Italia e della Cultura e Lingua italiana in Russia, e per
celebrare questo importante sodalizio culturale il Comune di
San Leo, in collaborazione con la Regione Emilia–Romagna e
la Provincia di Rimini, ha proposto nella magnifica cornice del
castello di Francesco di Giorgio Martini, grande architetto senese del 1400, quattro interpreti dell’arte contemporanea russa.
Si tratta di Oleg Kudryshov, Vladimir Martynov, Alexandra Mitl-
yanskaya, Valery Orlov.
L’esposizione è curata dal Direttore della Biennale d’Arte Contemporanea di Mosca, con l’organizzazione di Lorenzo Di Loreto
e Davide Barbadoro. C’è anche il Catalogo, edito da Multimedia.
Così il direttore della Biennale parla degli artisti: “La principale
caratteristica è che nessuno di loro è esponente di una peculiare
corrente artistica russa.
Essi non sono alla convulsiva ricerca delle tendenze cosiddette
in voga; seguono in maniera sequenziale il rispettivo percorso scelto all’inizio”. Li racconta uno ad uno. “Oleg Kudryashov
è rimasto distaccato dalla società artistica “ufficiale” per la
maggior parte della sua vita. Quando emigrò in Inghilterra, nel
1974, bruciò migliaia di opere che non gli fu consentito portare
con sé. La sua opera creativa è divenuta sempre più immersione nel sé”. Una generazione separa Vladimir Martynov ma la
stessa saggezza accomuna la sua vita artistica. “Da giovane –
precisa il direttore - è rimasto impressionato dalla grande arte
astratta russa e ne ha sviluppato le tradizioni attraverso l’uso di
strumenti diversissimi, dalla matita al pennello, al computer,
all’animazione grafica e digitale.”
Le sue opere strutturali e piene di colore possono ricordare i
totem degli indiani del nord America o anche le vetrate gotiche
o le splendenti icone delle chiese ortodosse. “Usando carta artigianale come materiale, Valery Orlov crea la sua storia dell’arte
russa”. Per la mostra leontina, in contrasto con le opere astratte
degli altri due, suggerisce una serie di fotografie che mostrano
il mondo delle cose semplici: un cavatappi e un pennello, una
vecchia macchina da scrivere o anche solo scarpe consumate;
comunque oggetti ordinari.
Una parte dell’esposizione è dedicata al progetto a quattro mani
di Orlov e Alexandra Mitlyanskaya. Insieme manipolano cibo e
piatti o figure in porcellana, giocando con diversi simboli della
vita sociale e periodi storici dell’arte russa. Il risultato, come
spiega il curatore, “è che certi ricordi quasi cancellati risalgono
così in superficie”. Poi c’è lo spazio videoarte, divenuta molto
popolare in Russia negli ultimi decenni, grazie ad una collezione di opere della Mitlyanskaya. “Tra i vari artisti russi che si
cimentano con la videoarte le sue opere sono le più private e
liriche” – sostiene Martynov.
Orario di apertura: tutti i giorni dalle 09.00 alle 19.00 Info: Tel.
0541 926967
Rita Giannini
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Intervista a Stefano Cucci
Direttore d'orchestra, di coro e del San Leo Festival, appena
concluso con straordinario successo
è il braccio destro di Ennio Morricone, di cui è assistente musicale da oltre dieci anni, è direttore di Coro, insegna al Conservatorio, al Dams, è direttore d’orchestra, fondatore del Coro Lirico
Sinfonico Romano, ha avuto trecento allievi e forse più, e vive in
sospensione, tra un aereo e l’altro, una città dell’Europa e una
del nuovo continente passando per la Cina, il Giappone e l’Asia.
amati e portati dentro non con nostalgica tenerezza ma con forte propulsione a viverli e farli vivere nel modo più appropriato
e rispettoso. Sebbene passi da un concerto americano ad uno
russo, o giapponese, coreano o cileno, passando per Roma o
qualche altra capitale europea - stare accanto a Morricone lo
porta ad essere un nomade della musica - la sua riflessione va
è Stefano Cucci, diplomato in pianoforte e in composizione, in
direzione d’orchestra e di coro, ma anche direttore artistico del
San Leo Festival, che da decenni, nonostante qualche anno di
intervallo, caratterizza, qualificandole, le estati della capitale del
Montefeltro, all’insegna della musica classica ad altissimi livelli.
L’edizione 2011 ha ottenuto un grande successo, di pubblico,
di critica e lo si deve soprattutto al direttore che grazie alle
sue relazioni e amicizie riesce a portare nel Festival i nomi più
noti della musica classica. Quest’anno ha aperto con il grande violinista Uto Ughi e ha chiuso, il 28 luglio, con la Petite
Messe Solennelle di Gioacchino Rossini, che lui stesso ha diretto. Lo aveva fatto nell’89, con grandissimo successo e pubblico straripante, e ciò è stato bissato. Sarà da ricordare
questo evento, considerati gli interpreti d’eccezione, il
Coro Goffredo Petrassi, il Quartetto vocale A.R.T. Musica, i pianisti Michele Reali e Mirco Roverelli, entrambi
suoi ex allievi, Teodosio Bevilaqua all’harmonium, nella
splendida cornice della Cattedrale di San Leone, a sottolineare il legame indissolubile tra suggestioni armoniche e visive, all’insegna della pura bellezza. Proprio
questo anima il direttore, da sempre sensibile al rispetto
dei luoghi carichi di storia e spiritualità affinché esse
vengano esaltate e non mortificate. E sono le ragioni per
cui predilige un repertorio classico come ci ha spiegato
in questa intervista in cui è emerso il suo profondo legame con San Leo, dove hanno preso avvio le sue prime
direzioni di coro, e con la terra dove è nato, Novafeltria,
abitata ancora dalla sua famiglia. Luoghi che lo hanno
visto scorazzare fino alla giovinezza, ai 22 anni, luoghi
alla terra madre e a San Leo, dove ancora ragazzino dirigeva il
Coro della Diocesi. Da qui ha preso corpo l’ideazione del Festival. “Sono partito dalla storia musicale a San Leo in questi 25
anni, per la precisione si è trattato di un percorso nel repertorio della musica occidentale dal ‘700 ad oggi. Musica che
ha contraddistinto la nostra società, intesa come musica colta
cameristica e d’orchestra, senza contaminazioni, adesso molto
alla moda, ma non portatrici di benefici per la musica classica
occidentale”. Il suo non è un tono polemico, solo una presa
d’atto. “Tutte le musiche sono colte, perché sono espressione di
momenti e ambienti culturali e sociali, seppur diversi, ciò a cui
mi riferisco è quel patrimonio dell’umanità che va conservato
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oggi più che mai, ed è un obbligo morale farlo, perché in questo momento c’è una grande disattenzione a livello nazionale
verso la musica colta”. Per capire cosa bisognerebbe fare per
non perdere tale patrimonio, Cucci ci viene in aiuto. “Bisogna
puntare sul genere musicale al quale nella nostra terra non viene dato il giusto spazio, genere che non è morto, è vivo ma è
uscito dai circuiti, è stato spinto in una nicchia. Servono spazi
come questo soprattutto per i giovani che vogliono avvicinarsi
ad un patrimonio della tradizione e San Leo ha dimostrato col
suo pubblico, straripante ad esempio per Uto Ughi, e così per
Salvatore Accardo, che c’è ampia richiesta, mentre l’offerta è in
generale molto scarsa”. Se diamo un occhio alla nostra Romagna ecco che, nell’estate tra le proposte, emerge solo il Ravenna
Festival, mentre a Rimini bisogna aspettare la Sagra Musicale
Malatestiana nell’autunno. è proprio su una necessità quantitativa, oltre che naturalmente qualitativa, che pone l’accento
Cucci. “Come si può sperare che la musica classica non muoia
se non ci sono possibilità per eseguirla e per seguirla. Bisogna
andare alla ricerca faticosa di spazi come questo a San Leo. Del
resto questa musica appartiene alla nostra cultura e alla nostra
tradizione, mentre oggi essa vive a scapito di altri generi, come
il jazz o il rock che non ci appartengono. Ben vengano per carità, non vorrei essere frainteso, ma la gente ha bisogno anche
di questo, il pubblico si nutre anche di musica classica. Basti
dire che per il concerto inaugurale abbiamo dovuto respingere le
persone, perché la Cattedrale più di tanto non può contenerne”.
Pensa sempre alla qualità, anche se qui si fa tutto in modo
artigianale, senza le macchine organizzative che stanno dietro
ai grandi Festival. Ed è contento del risultato, anzi di più. Spera
dunque che si continui a credere in questi concerti legati alla
propria storia e cultura e si cerchino risorse, visti i tempi di
magra. “Suggerisco che questo territorio punti a salvaguardare
se stesso. Nello specifico deve individuare figure super partes,
cioè direttori, che siano competenti e in grado di passare sopra
al campanilismo che ancora resiste nei nostri comuni.
Ogni realtà può presentare la sua caratteristica, proponendo le
proprie manifestazioni in un grande contenitore dove c’è anche
altro, ma il tutto deve armonizzarsi affinché si offra un’immagine intelligente del territorio. Dove le specificità e i prodotti siano
tanti, dalla musica, agli itinerari storico-paesaggistici,
all’enogastronomia. La nostra valle deve proporsi come
alternativa ai luoghi della pseudo cultura, basati su salsiccia e discoteche. Questo modo di proporsi, aggiunto
alla chiusura dei teatri, delle orchestre, dei musei e al
degrado dei siti archeologici ecc… porterà ad una crisi
di livello culturale pericolosissima. Ricordiamoci che le
civiltà si sono sviluppate attraverso la cultura e senza di
essa muoiono”. Un suggerimento, di fatto già divenuto
realtà, Cucci lo ha avanzato per questa meravigliosa valle. “Stiamo tentando di dar seguito ad un esperimento
di Corso di canto lirico, siamo al secondo anno; il primo
è andato molto bene e si è chiuso con un concerto lirico
di altissimo livello. Mettendo a punto dei corsi di perfezionamento a giugno e luglio per gruppi residenti, che
fanno vivere il territorio, si crea continuità con l’attività
del Festival. San Leo ha queste potenzialità ricettive intese in
senso lato e può permettere un’educazione permanente. Inoltre
bisogna uscire dalla logica del grande evento, è pericolosissima
perché distoglie i finanziamenti e li concentra tutti non lasciando nulla agli altri. Noi tentiamo questa strada”.
Rita Giannini
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Tel. 0541 923666
uomo
donna
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La cucina della Valmarecchia
e i suoi prodotti
è l’ultima fatica dell’enogastronomo ravennate Graziano Pozzetto
appena insignito del Premio Bancarella
Il libro, La cucina e i prodotti della Valmarecchia da Santarcangelo di Romagna a Casteldelci, è quasi un tomo, grosso, grande,
proprio come il suo autore che, da sempre definisco “l’orco buono” della gastronomia romagnola, tra i fondatori di Slow Food e
studioso delle unicità gastronomiche a cui ha dedicato ampissime ricerche e studi. Lui sa di questo mio soprannome e non si
offende, del resto non è uno permaloso.
Nella sua vita, grazie al coraggio che lo contraddistingue e al
fatto di non avere peli sulla lingua, se ne è fatto di nemici, ma
lui prosegue nella sua strada, secondo il verso dantesco: “non
ti curar di loro, guarda e passa”. Ed è ciò che fa lanciandosi in
esplorazioni e progetti letterari che gli costano personalmente
molto, anche in termini economici, senza attendere le lungaggini degli editori o le promesse dei politici di turno, come lui
stesso ama ripetere. è accaduto con i libri sullo squacquerone
di Romagna, sulle anguille, le rane e i ranocchi, sullo scalogno,
sulla cucina romagnola ma nulla lo spaventa quando ha un’idea
in testa. Stavolta è toccato alla nostra valle essere protagonista
e lui è riuscito a farla assurgere a una terra anche gastronomicamente parlando tanto bella quanto ricca.
Anche io gli ho dato una mano, come sempre ho fatto con le
sue opere precedenti, e ne sono felice perché mi ritrovo nelle
sue pagine laddove porta i suoi passi e volge i suoi percorsi tra
i luoghi dell’anima di Tonino Guerra, da me approfonditi in diversi volumi, e tra i sentieri della vallata amati e raccontati nelle
mie tante guide della valle partendo dal lontano 1995, quella
guida si intitola appunto I sentieri magici della Valmarecchia.
Pozzetto in questi giorni è in giro per la valle, presenta la sua
opera e molti hanno avuto e avranno occasione di ascoltarlo, da
Santarcangelo e Novafeltria e di comune in comune, nonostante
19
questo credo che del suo “librone” si debba parlare. Innanzi
tutto per spiegare di cosa si tratta: non di un libro di ricette, lui
non ne ha mai scritti, assolutamente, né vuole farlo. è un libro
di cultura del cibo, soltanto di cultura in senso lato e nel senso
più elevato del termine, che tra ricerca e tradizione si muove
nei meandri di ciò che resta di ieri e ciò che potrebbe salvarsi
domani. Un esempio il capitolo sul formaggio di fossa. L’autore
ha combattuto contro tutto e tutti affermando che il formaggio
di fossa non può né deve essere come quello che oggi si trova ovunque, che si produce e si vende a vagonate, perciò vale
la pena andare a leggere ciò che scrive in proposito. Vi farete
un’idea e conoscerete il “dequalificante ed esasperato mercantilismo” verso cui Pozzetto lancia i suoi strali.
E tuona anche contro altri prodotti, fate attenzione ce n’è per
tutti. Anche se devo dire che leggendo questo testo sulla nostra valle, si scopre che l’esperto ravennate è diventato più
buono, sarà l’età, sarà l’aria della zona, che con la sua bellezza
ammorbidisce anche gli “orchi”. Prodotti DOP a parte, da lui
gettati o salvati, quello che lui fa da sempre è riportare sulle
pagine una lunga, lunghissima ricerca di casa in casa, di ristorante in ristorante, di produttore in produttore, di amici in
amici, insomma lui si informa, chiede, intervista, interroga,
legge, scopre e poi riporta.
Lo fa anche con Tonino Guerra di cui riporta i versi poetici che
diventano una prefazione sulla vallata carica della sua suggestione poetica. Così come riporta i racconti dei suoi piatti di
bambino e di adulto, gustati a Pennabilli, dalla Peppa prima
e dalla figlia Maria poi, che prima di lasciare questo mondo,
per decenni hanno ospitato gente in casa propria dandogli da
mangiare quello “che passava il convento” come si usava dire
anticamente.
Anche le parole dello scrittore Piero Meldini rapiscono come
quelle guerriane, perché lui parte da lontano, da quelle pietre
da cui trasuda la storia del Marecchia e delle sue genti. è straordinario leggere tra gli altri il racconto di certi pranzi barocchi.
Come i memorabili banchetti offerti al nipote di papa Clemente
XI, l’abate Annibale Albani, che si era concesso una vacanza
dalle nostre parti in compagnia di 15 prelati e gentiluomini tra
cui il cardinale Tanara, Legato di Urbino, e l’archiatra pontificio
Giovan Maria Lancisi, che ci ha lasciato un vivace resoconto del
viaggio in forma epistolare. è da questo libretto che abbiamo
appurato cosa si mangiò nel 1705 dal castellano di San Leo,
dove, si legge “mangiammo più assai e stemmo più allegri che
in ogni altra delle passate” scorpacciate. Ma narra anche del
principesco servizio nel Palazzo dei Principi di Scavolino, in
quel di San Marino dove i pranzi erano sia di carne che di pesce,
con storioni giganteschi, linguattole e triglie, poi cioccolate e
rosoli, senza trascurare “i vini più celebri dell’Europa e in sin
condotti dalla isole Canarie”.
E sempre tra gli apporti c’è quello del grande gastronomo fondatore di Slow Food Carlin Petrini, e ancora quello sulla cucina
di vallata raccontata dall’Ingegner Pier Giacinto Celi, imparata
dalla madre e divulgata in un periodico locale.
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E ancora la cucina delle erbe di Mara Valentini, che ha ereditato
dal padre Ciro e dalla madre Gulmira la passione e l’amore per
quest’arte antica, oggi perpetuata sempre a Rofelle di Badia
Tedalda dal fratello Piero titolare di ErbHosteria. La prefazione
poi è di Michele Marziani, un maestro in materia, uno di quei
sapienti i cui testi sono qualcosa di cui non si può fare a meno
e che consiglio vivamente di leggere. Insomma questo per dire
che Pozzetto sa bene a chi rivolgersi e a chi spillare notizie e
storie e non trascura nulla.
Lui poi miscela tutto, ci aggiunge la sua saggezza gastronomica,
condisce con gli ingredienti che lo caratterizzano, imprime il
suo stile narrativo e il libro è completo. E lo è veramente, nel
pieno significato della parola. Troverete tutto della nostra magnifica valle: dai frutti dimenticati alle erbe odorose, a quelle
spontanee, dai legumi alle patate e tra i prodotti identitari i
formaggi, le carni, la selvaggina, il miele, l’olio, le bevande, le
conserve. E ancora moltissimo altro.
Del resto questo volume gli ha fruttato un premio prestigiosissimo, il Baldassarre Molossi 2011 alla carriera, insignito dalla
Giuria del Premio Bancarella cucina, che va ad aggiungersi ai
tantissimi riconoscimenti ottenuti negli anni, grazie alla sua infaticabile produzione letteraria che lo ha portato a pubblicare
oltre ottomila pagine sui prodotti della cucina italiana.
Rita Giannini
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Uno Scrigno di biodiversità
La flora dei castagneti dei Monti Pincio e Perticara (1a parte)
Osservando il paesaggio della media Valmarecchia da un punto
panoramico privilegiato come ad esempio la rocca di Montebello, si nota un territorio tormentato, dalla morfologia complessa,
ampi tratti boschivi, alternanze geometriche di coltivi e siepi di
antica tradizione, castelli e borghi mirabilmente collocati lungo
i due versanti.
I castagneti si celano tra le pieghe del paesaggio, appartati,
talvolta sovrastati da pareti rocciose, affioranti come isole dalla
vegetazione boschiva spontanea che, negli ultimi decenni, ha
subito un notevole incremento in estensione.
La diffusione per opera umana ebbe inizio con gli antichi Greci ma la fortuna del castagno è iniziata in età Romana. Ciò
è confermato anche dalla percentuale pollinica, incrementata
sostanzialmente durante l’espansione dell’Impero romano, fino
a raggiungere valori molto elevati all’inizio dell’era cristiana.
I Romani apprezzavano in larga misura il frutto come anche il
legno. Dagli Etruschi appresero tra l’altro l’uso di farne sostegni
per le viti.
I Romani trasferirono la pianta in varie aree del Mediterraneo,
dalla Sardegna alle regioni d’Europa a nord delle Alpi, in territo-
2
1
La loro distribuzione è caratteristica in quanto legata a definite
esigenze microclimatiche e di suolo.
Il castagno è legato a suoli sciolti, profondi, permeabili e freschi, moderatamente acidi o neutri, impostati in genere su arenarie, calcareniti o terreni marnoso-arenacei. è assente su suoli
decisamente calcarei. Il carattere mesofilo della specie fa sì
che la combinazione di tali elementi edafici, con una adeguata
e costante disponibilità idrica assicurata dalla esposizione settentrionale dei versanti, consenta una distribuzione limitata a
settori circoscritti.
è il caso dei castagneti del complesso Monte Pincio-Monte Perticara, dove troviamo nuclei di varia estensione sia sui ripidi
versanti ormai prossimi alla vetta del Pincio che alla base del
Perticara, dove le pendenze sono ormai decisamente attenuate
e i versanti accessibili.
Il castagno ha subito negli ultimi due millenni con alterne vicende una tale diffusione ad opera dell’uomo da rendere complesso
risalire all’areale di origine della specie. Su questo problema le
posizioni dei botanici differiscono. è certo che il castagno era
presente nell’Era Terziaria o Cenozoico, in una Italia profondamente diversa dall’attuale. Foglie fossili sono state rinvenute,
per citare un sito vicino, nei sedimenti di età Messiniana (tra 5 e
7 milioni di anni fa) di Monte Castellaro, presso Pesaro. La glaciazione quaternaria di Würm, terminata attorno a 10.000 anni
fa, sembra aver determinato la scomparsa della specie dall’Italia
settentrionale, mentre è probabile una permanenza nell’Italia
meridionale. Si assume come certa invece la sua sopravvivenza
nell’area balcanica. Da studi di paleobotanica basati sull’analisi
del contenuto pollinico dei sedimenti, si è ricavato che attorno al
1000 a.C. nell’Italia centrale si registrava una presenza di pollini
di castagno pari all’8% del totale della flora arborea.
1 - Castagneto alla base del Monte Perticara Foto L.B.
2 - SIC Rupi e Gessi della Valmarecchia, da Ermesambiente.it
3 - Fioritura di Orchidea macchiata nel castagneto Foto L.B.
4 - Vetusto castagno alla base di Monte Perticara Foto L.B.
ri dal clima meno favorevole.
In età medievale gli ordini monastici incentivarono costantemente la coltivazione del castagno, sia come fonte alimentare
che come risorsa legnosa. Per la valle del Conca è nota una
vasta documentazione relativa alle pergamene medievali del
monastero benedettino di San Gregorio in Conca di Morciano,
in cui le selve castanili sono ricorrentemente citate.
Il castagno è in assoluto tra gli alberi europei più longevi. Alto
20-25 metri, ma può raggiungere i 35, a foglie caduche, i tronchi assumono talora dimensioni imponenti, in grado di sostenere una chioma espansa e ramificata.
La pianta è monoica ovvero uno stesso individuo presenta sia
fiori maschili che femminili. Le infiorescenze maschili sono formate da spighe di 10-20 cm di color giallo-verdastro. Quelle
femminili da fiori singoli o riuniti a gruppi di 2-3, alla base
delle infiorescenze maschili. La fioritura si ha in piena estate.
L’impollinazione può avvenire per azione del vento (anemofila)
o per azione di insetti (entomofila). Di particolare importanza la
funzione delle api, dalle quali si ricava il tipico miele.
Il castagno è tra le specie forestali più ampiamente distribuite
in Italia, in ambienti mediterranei e submontani. è presente in
tutte le regioni e nelle Isole, nell’Appennino e alla base delle
Alpi, con una distribuzione altimetrica notevole, tra i 100 metri
s.l.m. del Nord ed i 1.500 metri della Sicilia.
La sopravvivenza del castagno è stata posta a dura prova da
ondate di parassitosi di natura fungina. Tre le più importanti
crittogame associate a questa specie, Phytophthora cambivora
e, in tempi più recenti, Phytophthora cinnamoni, agenti del mal
dell’inchiostro, e Cryphonectria parasitica, agente del cancro
del castagno. A questo nobile albero non mancano altri parassiti; insetti fitofagi quali il balanino delle castagne, tra i lepidot-
21
3
teri la tignola del castagno, la carpocapsa delle castagne e il
bombice dispari. Dal 2002 è presente in Italia anche il cinipide
galligeno del castagno originario dell’Estremo oriente.
I castagneti del nostro teritorio, ma il discorso è generalizzabile,
si presentano sotto vari aspetti. Si va da cedui giovani o invecchiati, i cui fini sono legati essenzialmente alla produzione di legname, a fustaie da produzione (marroni, castagne), più o meno
curati, dove accanto a individui plurisecolari si notano piante
giovani destinate a sostituire quelle morte o deperienti. Non è
raro notare nei castagneti da frutto grandi ceppaie, eloquenti
resti di vetusti individui che hanno terminato il loro ciclo vitale.
Ciò che determina la sopravvivenza dei castagneti sono le azioni
colturali. La natura artificiale delle selve castanili obbliga tra
l’altro alla conduzione di appropriati interventi di sfalcio periodico del sottobosco. Non si tratta, come potrebbe sembrare
di primo acchito, di una azione utile alla sola agevole raccolta
dei frutti. In assenza di interventi si verificherebbe a breve termine una intensa colonizzazione da parte della Felce aquilina
(Pteridium aquilinum), nei punti più umidi anche dell’Equiseto
(Equisetum telmateja). La felce è una costante accompagnatrice del castagno in virtù di analoghe esigenze trofiche. Sembra
anzi che in passato i popolamenti di questa felce venissero utilizzati per localizzare i luoghi idonei a nuove piantagioni.
In assenza di controllo e a maggior ragione di perdurante abbandono, si attuerebbe poi un ingresso graduale ma inesorabile di
specie forestali caratteristiche della fascia in cui il castagneto
è situato, con l’esito a lungo termine della scomparsa completa dei castagni e la riaffermazione del bosco circostante o più
adatto al luogo.
Tale processo è alla base della scomparsa di numerosi antichi
castagneti, la cui esistenza è oggi verificabile unicamente sulla
base di documenti di archivio.
Possiamo affermare che i castagneti maggiormante curati a fini
produttivi, ovvero quelli che subiscono uno sfalcio del sottobosco in periodo precedente la caduta dei frutti, sono quelli
più ricchi di flora nemorale, in quanto lasciano l’intero periodo
primaverile-estivo alla indisturbata crescita e riproduzione delle
piante erbacee spontanee. Il valore botanico incrementa sensibilmente quando i residui dello sfalcio ma anche delle potature
e i ricci delle castagne vengono asportati, lasciando il più ampio
spazio alle piante che sul terreno libero da ostacoli si concentrano in gran numero e varietà di specie. Nei casi in cui le azioni
ricordate non avvengano, il valore floristico dei castagneti diminuisce drasticamente.
Il castagneti secolari racchiudono chiari significati paesaggistici
ed estetici, costituiscono rari esempi di boschi annosi confrontabili solo con le più vetuste faggete appenniniche, esprimono
una diversità floristica e faunistica grazie alla loro natura storicizzata e alle cure cui devono essere regolarmente sottoposti.
Per questi motivi la castanicoltura da frutto costituisce un raro
esempio di elevata compatibilità tra attività produttive ed esigenze di conservazione della biodiversità.
Il rilievo Pincio-Perticara, per i valori naturalistici e ambientali,
è stato di recente inserito all’interno di un territorio riconosciuto
come Sito di Interesse Comunitario (SIC) e Zona di Protezione
Speciale (ZPS), denominato “Rupi e Gessi della Valmarecchia”.
L’istituzione formale ha seguito specifiche direttive della Comunità Europea che, in tal modo, colloca il valore di questo territorio su un piano sovranazionale. Nello specifico, la Direttiva “Habitat” del 1992, finalizzata alla tutela di una serie di habitat
e di specie animali e vegetali particolarmente rari indicati nei
relativi Allegati I e II, prevede che gli Stati dell’Unione Europea
contribuiscano alla costituzione della rete ecologica europea
Natura 2000 in funzione della presenza e della rappresentatività sul proprio territorio di questi ambienti e delle specie,
individuando aree di particolare pregio ambientale denominate
Siti di Importanza Comunitaria (SIC). Esse affiancano le Zone
di Protezione Speciale (ZPS), previste dalla Direttiva del 1979,
denominata “Uccelli”.
Con il passaggio dei comuni della Valmarecchia alla Provincia di
Rimini, l’area individuata dalla Regione Emilia-Romagna concentra nello stesso SIC-ZPS i precedenti SIC individuati dalla
Provincia di Pesaro di Monte della Perticara - Monte Pincio, Calanchi di Maioletto e ZPS Esotici della Valmarecchia, complessivamente 2526 ettari, modificandone il perimetro ed espandendo l’area verso settentrione alla rupe di San Leo e ai rilievi di
Monte San Severino e Monte Gregorio, fino a Montefotogno. Si
pensi che nel SIC sono compresi 16 diversi habitat d’interesse
comunitario, dei quali 6 prioritari, per oltre il 50% del territorio,
con prevalenza per i tipi forestali e prativi.
...continua nel prossimo numero...
Loris Bagli
Ass. WWF Provincia di Rimini
4
22
Il Tartufo nero estivo
Stretto parente del prezioso tubero bianco
A Pereto di Sant’Agata Feltria il 21 Agosto 2011 all’interno del
IV PALIO DI PERETO si svolgerà la 1a Sagra del Tartufo nero
estivo.
Dopo il grande successo di S.Agata Feltria nel rappresentare
e valorizzare il Re dei Tartufi, ovvero il Tartufo bianco pregiato (Tuber Magnatum Pico), tartufo dalle nobili caratteristiche,
dal colore chiaro e dal profumo inconfondibile, forte e unico,
anche Pereto ha voluto metterci del suo sperando di rappresentare degnamente lo stretto parente del prezioso tubero bianco,
ovvero il tartufo nero estivo (Tuber aestivum) detto volgarmente
Scorzone.
Il Tuber Aestivum è il più comune dei tartufi perché cresce facilmente, ovunque ci siano dei terreni calcarei. Può essere facilmente rilevabile la sua presenza perché forma i cosiddetti
“pianelli”, ovvero un’area più o meno vicina al fusto dell’albero
in cui non cresce vegetazione, fatto provocato da sostanze probabilmente emesse dal tartufo stesso.
Si può trovare anche in grossi quantitativi, soprattutto sotto
querce, noccioli, faggi, pini e pioppi.
La forma è solitamente rotondeggiante e la pezzatura varia, anche oltre il mezzo chilo di peso. La gleba è solitamente color
nocciola, più o meno giallastra nei tartufi maturi, divisa da venature chiare molto ramificate. Il profumo è leggero e ricorda un
po’ quello dei funghi, ma può essere valorizzato in cucina con i
giusti abbinamenti. Può essere consumato sia cotto che crudo,
sia solamente lavato con acqua e idoneo spazzolino, sia sbucciato come una patata, per gustare al meglio la “polpa” interna.
Lo scorzone è il tartufo più comune, ma nonostante ciò un vero
e proprio vanto per i tartufai che lo trovano, in quanto, a causa
del suo profumo gradevole ma non molto forte, è uno dei tuberi
più difficili da fiutare anche per i cani più esperti.
Il periodo di raccolta del “tartufo nero estivo” va dal 1 Giugno al
31 Agosto (salvo diverse disposizioni regionali) da qui possiamo
capire il perché del suo nome.
Podestà Omar
1a Gara amatoriale di ricerca al tartufo nero estivo
La gara organizzata dall'Associazione A.T.F.A. avrà luogo all'interno del IV PALIO DI PERETO con ritrovo per i partecipanti
il 21 Agosto 2011 alle ore 8.30 a Pereto di S.agata Feltria di
fronte alla Trattoria Ciccioni.
Modalità di iscrizione:
Pre-iscrizioni allo 3386789200
Oppure iscrizioni alla mattina stessa presso l’apposito banco
indicando:
- Nome, Cognome e recapito telefonico del tartufaio
- Nome del cane
- Età e razza del cane
- Sesso del cane
Quota di iscrizione:
la quota di iscrizione sarà di euro 10,00 per ogni cane partecipante, con gadget assicurato per tutti gli iscritti.
Programma:
La gara si svolgerà a Pereto di Sant’Agata Feltria vicino alla
Trattoria Ciccioni con inizio alle ore 9,00 e terminerà non oltre
le ore 13,00. I campi di gara saranno suddivisi in due: uno per
cani di sesso maschile e uno per cani di sesso femminile.
Modalità della gara:
I concorrenti dovranno effettuare una prova di ricerca del tartufo
guidando, a distanza regolamentare, il proprio cane in un settore appositamente delimitato.
Dopo il sorteggio effettuato sul campo di gara tra tutti i cani
partecipanti, sarà stabilito l’ordine di partecipazione.
Tempo limite: 4 minuti
Chi tra i partecipanti riuscirà a trovare 4 tartufi nel minor tempo
possibile, si aggiudicherà la vittoria. è vietato il riporto del tartufo da parte del cane ed è obbligatoria la richiusura del buco
del tartufo da parte del tartufaio. Solo dopo aver estratto il 4°
tartufo e richiuso il 4° buco, verrà bloccato il tempo.Nel caso
in cui nessun partecipante trovasse i 4 tuberi, verrà giudicato
chi ne troverà 3 nel minor tempo. In caso di parità tra 2 o più
concorrenti, verrà effettuato uno spareggio con un limite di tempo massimo di 4 minuti, e vincerà chi per primo troverà altri 4
tuberi. Il regolamento potrebbe subire variazioni che sarà nostra
cura illustrarvi prima dell’inizio della gara.
Premi per entrambe le categorie:
1°) 1 prosciutto + trofeo
2°) Coppa di suino + trofeo
3°) Salame + trofeo
Stiamo organizzando corsi di micologia per tartufai e fungaioli.
Se sei interessato e vuoi partecipare:
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26
Tutta una questione di fusibili
L’avventura dei fratelli Riccardo e Francesco Valli
È stata tutta una questione di… fusibili. La loro avventura è
partita per caso, dentro un cubo di lamiera, grande 12 metri per
4. Che nel corso degli anni si è trasformato, poi, in una vera e
propria azienda di elettrauto. Una delle più importanti e cono-
sciute della Valmarecchia. I fratelli Riccardo e Francesco Valli,
dell’azienda ‘ERREFFE’, hanno lasciato in "eredità" l’azienda
qualche mese fa a un loro dipendente, dopo 34 anni di attività.
Ora sono tutti e due in pensione, anche se la passione per il
mondo dei motori è ancora molto viva in loro. Per Riccardo la
prima paghetta da elettrauto è arrivata all’età di 13 anni. “Non
avendo tanta voglia di studiare sono stato assunto a Rimini da
un elettrauto”. Mentre Francesco, dal rientro dal militare, non
avendo più un lavoro ha deciso di prendere in affitto un pezzo
di terreno in zona Libiano a Pietracuta. “Con mio fratello ho
costruito una baracca in lamiera nel 1976. Avevamo appena
20 e 22 anni. Sono partito prima da solo, con pochi attrezzi
e il macchinario di un vecchio elettrauto. Nel frattempo, per
avere la copertura della mutua, ho fatto anche il fabbro per due
mesi”. Il lavoro era duro. Poche auto e moto in giro, e un altro
elettrauto poco distante.
La concorrenza si sentiva. “Quando ho visto arrivare il mio
primo cliente poche settimane dopo l’apertura, mi sono quasi
commosso -racconta Francesco-: era Ernesto Carli, uno degli
uomini più conosciuti del paese. Aveva bisogno di sistemare un
motorino d’avviamento di un trattore. Ma io avevo un appuntamento a Rimini con una ragazza. Carli è stato così comprensivo,
che mi ha lasciato il lavoro fino al giorno dopo. Questo è altro
per amore!”.
Poi nel 1979 Riccardo ha deciso di lasciare il lavoro a Rimini e
di unirsi al fratello. “L'aumento di lavoro ci portava in officina
anche la domenica mattina. Non c’erano festività, pause. Una
volta abbiamo lavorato anche il giorno di Natale” confida il fratello maggiore. Nel 1981 la decisione di trasferirsi nel capannone a fianco del gommista Magnani. “Un anno dopo, ci siamo
decisi e abbiamo costruito con le nostre mani un capannone
tutto nostro. Così sono arrivati i debiti. Ma non ci importava.
Avevamo un’azienda tutta nostra. Eravamo soddisfatti e pieni
di entusiasmo” continua il più piccolo dei Valli. Oggi sono entrambi in pensione. “Abbiamo lasciato tutto in mano al nostro
dipendente Loris, da luglio.
I nostri tre figli (Erika, Eros e Veris) hanno scelto strade diverse.
È la vita. Prima eravamo gli esperti di auto, moto, autotrasportatori e macchinari agricoli. Ora nessuno ci batte nel giardinaggio,
nell’orto e nella caccia. Anche se qualche lavoretto tra fusibili e
bulloni lo facciamo ancora…”.
Rita Celli 27
natura e tecnologia al servizio dell’uomo
Riscaldamento
Centrali Termiche
Condizionamento
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Museo di San Girolamo
3 Anni dopo i “Girolamini” Santagatesi fanno il punto
“A S.Agata Feltria correva l’anno 2002...” sembra voler dire
l’ex convento dei Frati Girolamini, adagiato sul colle che domina la ridente cittadina dell’Alto Montefeltro: l’allora Sindaco
Polidori, in occasione della tradizionale Festa dell’8 settembre
davanti alla Chiesa della Madonna delle Grazie annunciava
pubblicamente l’avvio del Progetto Museale, presenti il Parroco
don Erminio, il responsabile della “Città dei Ragazzi” Michele Mariano, il Presidente dell’Associazione “Il Giardino della
Speranza” Ugolini G.P.; una solenne promessa ai Santagatesi e
allo scomparso Padre Marella, (l’illustre “pedagogista di strada”
fondatore ivi di una delle sue comunità assistenziali), perchè il
complesso storico ritornasse alla comunità. La scelta concluse
Il progetto San Girolamo, così come presentato nel 2002, prevedeva un Museo interattivo, non solo da contemplare, ma anche da utilizzare, con una serie di laboratori a disposizione di
tutti, sopratutto delle fasce socialmente più deboli.
un percorso costellato da tante idee (non prive di costi a carico
dei cittadini) sul riutilizzo dell’immobile, rimasto abbandonato
dopo essere stato adibito per anni a casa di riposo per anziani;
l'elaborazione del Progetto da parte dell’Associazione di volontariato “Il Giardino della Speranza”, fu approvato in Consiglio
Comunale e in Regione; con lo sgravio di costi pubblici locali
attingendo a Fondi Europei, si pervenne al recupero dello stabile con il primo allestimento di sale museali nell’agosto 2008.
Una decina i volontari che dapprima, sacrificando ferie e tempo
libero, si alternarono alla pulizia e alla rivisitazione di pezzi da
esporre, dapprima abbandonati e ritenuti comunemente irrecuperabili.
Successivamente con l’aiuto anche dall’Amministrazione Comunale il 20 Dicembre 2008 fu inaugurato l’attuale Museo
delle “Arti Antiche”.
Con la passione e il sacrificio dei Volontari dell’Associazione
“Il Giardino della Speranza” quel Progetto si è concretamente
realizzato: grazie ai numerosi reperti che sono stati prestati, ma
anche a moltissimi che sono stati donati dai cittadini, metodicamente “revisionati” e rimessi quasi a nuovo, il Museo San
Girolamo ha continuato a progredire, superando il suo primitivo
intento di Museo della Civiltà Contadina e divenendo, con gran
soddisfazione di tutti (sopratutto dei numerosi turisti) il più interessante “Museo dei ricordi” della Valmarecchia.
Ad esempio vale la pena indicare: nell’agosto 2009 è stato restaurato un presepe in gesso del ‘700, praticamente in frantumi, “dimenticato” in un angolo nascosto perchè troppo costoso
e troppo difficile da risistemare: grazie all’abilità di alcuni volontari dotati di esperienza nel settore, è ritornato al vecchio
splendore; nel mese di giugno dello stesso anno è stato inaugurato il primo corso pratico di tessitura, dapprima su telai da tavolo, poi su
quelli antichi da pavimento restaurati.
L’anno successivo si è pensato anche
alla sicurezza esterna, dato che San
Girolamo ubicato sulla cima di una
altura, era circondato da pendii; quindi esisteva la necessità di sostituire
la vecchia staccionata con una nuova
che, grazie ai volontari e ai donatori del
legname, è stato possibile realizzare.
Nel mese di giugno poi si è svolto il
primo corso di ceramica, reso possibile
anche dall’acquisto del tornio e del forno, con le prime 6 persone che hanno
sperimentato la tecnica per la produzione di terrecotte .
Dello stesso anno la definitiva collocazione del presepe in gesso e del se-
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condo in legno - e l’ampliamento dedicato all’arte sacra- grazie
anche alla donazione delle vetrine protettive da parte del nostro
Comune.
Siamo giunti quindi a quest’anno: i volontari hanno “ripulito”
la zona sottostante e iniziato l’allestimento del parco con piante
antiche; in mezzo al parco sta sorgendo un campo di bocce,
utilizzato come mezzo di divertimento e socializzazione,
a pochi metri dall’antica osteria ricavata nell’ex convento.
Ancora una nuova sala è in allestimento: grazie ai reperti ritrovati, si sta preparando quella dedicata al vecchio
ospedale, sorto a Sant’Agata nei primi anni dell’’800;
tutti i reperti vengono catalogati e restaurati dagli appassionati volontari.
Il mese di Marzo ha visto il raduno nazionale delle moto
storiche che in collaborazione con l’Associazione riminese “Il Velocifero”, ha permesso l’arrivo a San Girolamo di
circa 100 equipaggi provenienti da tutta Italia; l’amicizia
e la stima formatasi tra le due Associazioni ha permesso
di consolidare questo tipo di esperienza e la realizzazione di altre; infatti il 31 luglio, assieme a molti paesani
ed anche ad esponenti della vicina località di Sartiano è
stata sperimentata la prima festa della trebbiatura, intesa non solamente come festa contadina, ma anche come
festa della comunità: colazione nell’osteria, mietitura,
trebbiatura e festa serale.
Ed infine l’apertura dell’ultimo laboratorio, ultimo solo in
senso temporale ma non per importanza: quello di ricamo
e cucito, aperto a tutti; giusto in tempo per preparare la solennità della Madonna delle Grazie, che si festeggia a San Girolamo
l’8 settembre di ogni anno.
A cura dei Volontari de “Il Giardino della Speranza" Sant’Agata Feltria
In collaborazione con G. Gili
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I dialetti della nostra Valle
Poggio Berni - Santarcangelo
Rino Salvi parla e scrive nel dialetto di Poggio Berni dove è nato. Attualmente vive a Santarcangelo.
È un maestro elementare in pensione, ha scritto un libro dal titolo “Mò tè chi t’ci? A sò e’ fiùl dla
Giordana” edito da Pazzini Editore.
Il Periodico della Schürr “La Ludla” gli ha pubblicato numerose “storie”. Quest’anno con: “Cla zóbia dé
zincventòt” ha vinto il premio letterario “Sauro Spada”.
Su YouTube digitando "E’ gàurgh dla Garisénda" è possibile vedere il video di questo racconto con la
voce ed immagini create dall’autore.
E’ gàurgh dla Garisénda
Il gorgo della Garisenda
Andìmi ad là dé fiéun, d’instæda, a fæ e’ bagn
té gàurgh dla Garisénda.
A caminìmi tl’òmbra di piôpp, tra i cantìr
ancàura zal, sé prufôm dé græn péna tajæd
pu, incæva la calæra, s i sandli tal mæni, a
travarsìmi e’ raz, salténd, s i pi néud, sàura i
sass chi scutæva, sguazénd tal piscòli d’aqua
cælda cmè e’ péss, passénd sàura la cròsta
tóta spàca dé sabiàun.
Al sgrignédi a gl’impóiva e’ silénzi dla Marècia
indurmantæda tla caléura de’ solleàun.
L’aria férma, cælda, pìna ’d lùce, la t gupléva
cmè tna cvérta e la t’imbarbaiæva j’ôcc.
Pu i tóff da e’ zviràun, sla s-ciafa dl’àcva ciæra
pina ’d scvézz, la béssa dal mudàndi, di sàndli,
di calzéun e di panciótt sàura j’arbazèun.
A n’imi gnénca zincvènt’an in si, e a sìmi béll,
béll a t che silénzi, sòta e’ saul, intænt ch’a
s’asughìmi néud e strach, stôis sé sabiàun ad
ór, a guardæ e’ zil bló sàura e’ nòst fiéu.
Andavamo di là del fiume, d’estate, a fare il
bagno nel gorgo della Garisenda.
Camminavamo nell’ombra dei pioppi tra i campi
ancor gialli, pieni del profumo di grano appena
tagliato poi, in fondo al viottolo, coi sandali
nelle mani, attraversavamo il letto del fiume,
saltando coi piedi nudi sui sassi che scottavano,
sguazzando nelle pozze d’acqua calda come il
piscio, passando sopra la crosta tutta screpolata
del sabbione.
Le risate riempivano il silenzio della Marecchia
addormentata nella calura del solleone.
L’aria ferma, calda, piena di luce ti avvolgeva
come in una coperta e ti abbagliava gli occhi.
Poi i tuffi dalla massicciata, lo schiaffo
dell’acqua chiara piena di schizzi, la biscia
delle mutande, dei sandali, dei calzoncini, delle
canottiere sopra i cespugli.
Non avevamo neanche cinquant’anni in sei, ed
eravamo belli, belli in quel silenzio, sotto il sole,
intanto che ci asciugavamo nudi e stanchi, stesi
sulla sabbia d’oro, a guardare il cielo blu sopra il
nostro fiume.
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Il Marecchia, la mia Africa
Ricordi, emozioni e avventure di estati passate
Erano fine anni '60 primi anni '70, il fiume Marecchia adiacente
a villa Verucchio era molto incolto e selvaggio, l'alveo era piatto
e sassoso e c'erano molti gorghi colmi di fango dove le anguille
trovavano l'hàbitat ideale per vivere e riprodursi. Sentivamo parlare gli adulti di leggende legate al fiume che per noi bambini
parevano realtà. Raccontavano che all'interno dei canneti adiacenti al fiume vivesse un serpente di nome Fischione (è fisciàun)
che se disturbato emetteva un sibilo simile ad un fischio molto
acuto sino a spaventare gli avventori e se non fosse bastato usciva dal canneto per mordere i disturbatori.
Poi sempre gli anziani raccontavano di un
altro serpente di nome Rebiscio (è Ribès)
che era il re delle bisce e come tale era di
colore nero e di dimensioni enormi, sproporzionate, si muoveva lentamente ma
minacciosamente e a bocca aperta verso
le persone, al pari di un mostro che voleva
colpire gli avventori. Poi ancora a detta
degli anziani esiteva la presenza di un terzo serpente che si chiamava il Frustone (è
Frustàun). Anche questo era nero, molto
sottile, lunghissimo e nervosissimo che se
ti incontrava sulla sua strada ti avrebbe
rincorso e quando ti era vicino si impennava facendo leva con la testa, prendeva
forza e ti frustava con la coda con tale
violenza da lasciarti i lividi sul corpo. Per
noi bambini questi racconti parevano verosimili e ci piaceva ascoltarli perchè ci
incuriosivano sino al punto che d'estate
quando in compagnia si andava a pescare
nel fiume o nei laghi adiacenti, eravamo
come in preda ad una sorta di pericolosa
e allucinante avventura perchè non si sapeva come sarebbe andata a finire.
All’epoca nel fiume c’era il Barbo che per
noi bambini era il pesce più ambito ed
importante del Marecchia e quando qualcuno di noi riusciva a pescarlo lo si guardava come un eletto e diventava come
una sorta di capogruppo da rispettare. Poi
c’era il Cavedano in grosse quantità, qualche Carasso e poi c’era
lei, la regina del fiume Marecchia…l’anguilla. Bisognava andarla a cercare nei gorghi perché era li che viveva nascosta nel
fango di un’acqua torbida. Anche lei se pescata dava prestigio e
qualche punto in più alla nostra graduatoria di avventurieri. Poi
c’era il lago detto del “Barone” e il lago di “Furèl”, laghi all’epoca pescosissimi dove regnavano molte carpe e pesci colorati soprattutto rossi, ma c’erano anche molti Socialisti (Persico Sole),
fastidiosissimi per noi avventurieri perché beccavano l’esca con
estrema facilità, la ingoiavano tutta sino allo stomaco al punto
che per slamarlo si doveva aprire con le forbici il pesce in due
parti squartandolo (povero Socialista) e questo richiedeva molto
tempo e in cambio qualche puntura molto dolorosa provocata
dalle sue pinne dorsali molto irte e dure. I laghi erano attorniati
da canneti e da numerosi Ammazzagatti (Amazagàt) una pianta
a lungo e sottile stelo con in cima un cordone cilindrico compatto, vellutato e duro dalle sembianze di un’arma e pensavamo
che con questo bastone si potesse veramente uccidere un gatto
con facilità. Vi era qualche sporadica sorgente dove l’acqua era
buona da bere perché pulita. Qualcuno portava nelle proprie
tasche un po’ di carta igienica perché poteva sempre servire e
che per nesusna ragione al mondo l’avrebbe ceduta ad altri in
caso di bisogno. Non si sa da dove, ma ogni tanto saltava fuori
un giornalino pornografico tutto stropicciato e consumato. Complice anche il grande caldo ogni tanto qualcuno silenziosamente
spariva, non si sa per quale bisogno, lo si intuiva al suo ritorno
dal colore del viso e dagli occhi. Il più affezionato a tale pratica
l’avevamo soprannominato seghina. Comunque a disposizione vi
erano due capanni fatti dai cacciatori di anatre. Io ero sempre
in apprensione perché avevo il timore
che da un momento all’altro saltasse
fuori uno di quei serpenti tanto favoleggiati dagli adulti, però ero in compagnia e questo mi rassicurava.
In piena estate le giornate erano molto
lunghe, quasi interminabili e si tornava a casa in bicicletta con le canne da
pesca posizionate alla meno peggio un
po ovunque, eravamo stanchi e contenti. Stanchi perché l’avventura nel
nostro fiume era stata vissuta molto
intensamente e contenti perché si era
arrivati a casa sani e salvi perché come
si sa l’Africa è piena di insidie e pericoli estremi. Ricordo ancora con piacere quei momenti, quelle sensazioni,
quei profumi estivi che la campagna
regala e quei timori vissuti da avventuriero. Oggi cinquantenne in estate
torno ancora nel mio fiume Marecchia.
Lui come me è molto cambiato. L’alveo non è più piatto perché le fiumane
invernali con il passare dei decenni lo
hanno scavato sino a farlo diventare un
“Canion”. I suoi lati sono stati bonificati e il suo vestito non è più incolto
e selvaggio. Dei Barbi e delle Anguille non vi è più traccia è rimasto solo
qualche Cavedano confuso così come
degli Ammazzagati. Come babbo natale è svanita anche la leggenda dei
serpenti spaventosi che all’epoca disturbavano piacevolmente i
miei pensieri. Il lago di Furèl non c’è più e così anche i gorghi, i
pesci rossi e colorati. L’acqua sorgiva non è più potabile perché
contiene veleno. I coetanei di quei tempi e di quelle emozioni
sono ognuno per il proprio destino chissà dove e se provi ad
inventarti delle leggende i ragazzini di oggi ti spernacchiano
contro sostenendo che su internet non hanno trovato riscontro
alle tue favole. Naturalmente non ci sono più neppure le stagioni che con i loro profumi ed umori dettavano i 4 ritmi principali
della Natura e dei suoi cicli annuali. Sono solo sulla sponda
del Fiume con spirito disincantato e maturo per consegnargli
i miei pensieri, confidargli i miei programmi ed esorcizzare le
mie ansie e preoccupazioni di persona da tempo consapevole.
Quando torno a casa sono sereno ed in pace perché nell’alveo
mutato del fiume Marecchia prosciugato dalla siccità e dalla
calura estiva c’è sempre un filo d’acqua che scorre silente verso
il mare portando comunque con sé nuove storie, nuove leggende, fantasie e speranze anche se filtrate e manipolate da questo
tempo tecnologico ed appariscente.
Ivan Corbelli
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La bella di Cesena
La vera storia che diede il nome al succoso frutto cesenate
Da maggio a settembre, il verde della pianta che le nutre è reso
più smagliante per il giallo della loro buccia setosa che sfuma
sul rosso arancione, profuma i campi per tutto il tempo fino a
dare il meglio di sé verso la fine di luglio primi agosto. Forse il
raccolto più amato, succoso e prediletto da grandi e piccini.
Sono certo che pochi di voi conoscono la storia vera del nome
che assunse questo frutto così amato, la pesca, che cresce e
matura polposo nel territorio cesenate, come in nessun altro
luogo. Siamo ormai nella sua stagione e di quel suo nome, voglio
dirvene l’origine. Nacque settimino con la facilità di uno stappo,
un cestino con poca frutta poteva essere il suo peso. Tearino fu
il suo nome, per via del padre, il quale, dopo averlo presentato
alla vita, si era rivolto al non più tanto giovane e brusco parroco
chiedendo suggerimenti sul come chiamarlo esternando il desiderio… «Mi raccomando, veh, Don Gaudenzo, un nome che al
nominarlo ‘e porta ben’, (porti bene) che ricordi l’estate!»Quel
nome stimava appunto l’avvio della stagione con il mese che la
designava, e l’inizio della calura con dar battesimo al figlio che
aveva lasciato il ventre materno agli sgoccioli di giugno. Quella
nascita pareva avere favorito anche i raccolti, perché mai tanto
copiosi sulla loro terra coltivata a pesche e in piccola parte meleti «Se dura così» diceva gongolante rivolto al cielo il genitore
«i nostri campi continueranno a dare fino alle prime brinate».
Il buon’umore sovrano in quella casa creava equilibrio e accordo, il lavoro che i rustici ma buoni padroni condividevano con
braccianti, donne di servizio e garzone, dava ad ognuno serena
operosità dall’alba al tramonto. Con un successore maschio, la
certezza di continuità accrebbe la gioia di un figlio ricevuto, e i
genitori furono come trascinati da una sorta di beatitudine che
coinvolse davvero salariati, comunità parrocchiale e prete stesso. Ora i Matasoni avevano tutto!
Il bimbo crebbe e divenne grande, poi adulto così come era venuto al mondo, minuto fino a parer gracile e per le troppe coccole grazioso, di tanto in tanto mostrava atteggiamenti femminili,
che però lo incivilivano; vanto dei genitori, ancora di una vigoria
di corpo e d’animo come quando nacque: la madre con una
forzaccia, tette come angurie e una platea di sederone, il padre
polputo e muscoloso al pari di un lottatore, senza essere pingue,
in tutto il contado non vi era coppia più gagliarda, adeguata e
seria di Pompeo e Dorotea, e un figlio tanto bello.
Passarono gli anni, e a Tearino trentenne gli venne trovata, perché quella volta usava così, una matura donna del posto con
la quale si fidanzò, convolando dopo pochi mesi a nozze. La
signora… era una signora sì, che poteva dirsi ancora giovane,
anche se sposata giunta poi a vedovanza precoce e con qualche
anno di più, appena otto non mostrati, donna di campagna, un
‘torsolotto’ mezza contadina, ma parlava bene, pur con qualche
strafalcione simpatico e permissivo; il prete rappresentandola
belloccia e di una verecondia eccitante giunse quasi a promuoverla… Pompeo, confidando nell’esperienza del sacerdote, sottoscrisse compiaciuto.
Era la delicatezza di Tearino, che facendolo apparire ancor più
giovane sciupava un po’ la coppia. Entrambi possidenti e figli
unici, con il matrimonio avevano unito i loro terreni, lei recando
anche quelli del marito defunto, denari, forza lavoro e tutta la
sua esperienza agricola, lui, non avendo mai strafatto nell’impegno e fatiche, era però molto bravo nei conteggi e assai preparato nella conduzione commerciale dei possedimenti, capace
di ricorrere ad aiuti di braccia operose anche molto lontano,
retribuendole profumatamente, onorando per questo la memoria
di Pompeo e Dorotea con la stessa sua famiglia, anche se la
provvidenza non aveva ancora dato loro la felicità di un erede.
La terra sotto la basilica del monte, attorno e più in là era loro in
unico corpo, fertile e rigogliosa con i frutti più grossi e succosi;
insieme alle viti poi, poche, ma dal vino nero più schietto, giusto per i lavoratori stagionali e fresche bevute in compagnia dei
vicini ospiti nelle veglie d’estate, con un rincalzo destinato agli
scottanti ristoratori ‘brulé’, gustati davanti al grande camino in
inverno. La Madonna della Basilica, doveva avere
steso la mano su quelle campagne, perché pesche
tanto grosse, saporose, piene e prive della calugine incerta di cui la maggior parte delle qualità
di quei frutti sono ricoperte, erano prodotte solo
dai possedimenti Matasoni. In quegli anni il tempo trascorreva a ‘tocchi’ e le stagioni nell’alacrità,
che tralascia di contare i giorni. Ed ecco che, non
certo vecchio, ma con anni che sentiva di portare come un fardello si era trovato per la seconda
volta negli ‘anta’: godendosi la messa domenicale,
girando per le sue terre con un baio di bellezza
ineguagliabile che però pareva non amasse il calesse a cui veniva attaccato… forse per il nome
imposto ‘ardito’, il mercoledì a Cesena nel giorno
di mercato e pranzetti in casa sua con la compagnia della Fedora, che da tempo, poverina, non
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stava tanto bene.
Quando lei morì si diede pace e prese a recarsi al
cimitero, dove anche i loro vecchi riposavano, portando a termine quelle visite settimanali come una
‘via crucis’ più che un dovere. Il male del vedovo lo
sentì davvero, ma durò poco perché stimoli di desiderio scavalcavano la tristezza e divagavano dalla
morte, ma senza mancanza del rispetto opportuno
alla dipartita.
Il via vai di inservienti, molti dei quali non più
saltuari perché le incombenze giornaliere di cui la
casa, le stalle, i fienili i magazzini e le terre necessitavano, riempivano la sua giornata di occupazioni perfino insolite. La grande casa poi, anche se
non reclamava attenzioni e opere esclusivamente
femminili, per l’austerità in cui la povera Fedora
l’aveva lasciata; di cui lui veramente non aveva
mai confessato il disagio, accettandolo, ma senza
mai prenderne costume, doveva pur essere servita.
Le tre donne quindi, conosciute, ma nuove per la
dimora, ne presero un possesso discreto e sicuro sin dall’arrivo,
tanto che, non riusciva a vederle ancor meno considerarle delle
serve, ma semplicemente e parlandone scherzosamente,‘le mie
ragazze’. Non era mai accaduto che le finestre, socchiuse al far
del giorno, ora, venissero spalancate di primo mattino e alla
buona riaccostate all’imbrunire, esclusa quella della sua camera: Caterina una delle donne, di una attenzione sempre composta delicata e rispettosa, aveva detto che il buio della notte non
è mai del tutto buio anche se coperto di nuvole, se poi al cielo
cosparso di stelle si aggiunge la luna, allora è una meraviglia goderselo dal letto prima del sonno. Il dialogare con la ragazza lo
metteva a suo agio, il pensiero di trovare parole a cui non era avvezzo non lo affaticava, anzi, si accorse di usare espressioni che
accendevano fervori facendogli drizzare la schiena nel cammino
e modellare sorrisi, sorrisi che non so da quanto non scuotevano
le poche rughe, in breve, tutto l’intorno si vivacizzava con quella
presenza. Da molto tempo non stava più in poltrona, davanti al
camino, nel solito ‘slamato’ abbandono, ma rilassato e a busto eretto, con la gamba destra che ancora bene accavallava e
senza più il polpaccio sodo e villoso svilito da calzetti privi di
elastico e ‘smolli’ sulla caviglia. Ogni volta in attesa, pronto con
sguardi che invitavano a rivolgerglisi e atteggiamenti che manifestavano ascolto. Il fruscio della sua gonna non era l’arricciarsi
di vesti della Cesira e della Carola. Quello di Caterina, svelta e
vitale, bisbigliava come folatine attraverso la siepe di melograno
davanti all’uscio; la sua giovinezza ‘scriccava’ come il fuoco dei
sarmenti nel camino, illuminando la delicatezza del viso e dei
modi… gradevoli, seducenti; più leggeri del venticello che accarezzava quella siepe, ispirandolo a scorrere col pensiero parole
che conosceva ma non aveva mai letto in intenzioni rivolte a Fedora. Tearino si accomunava alla sua età, capendo e cogliendo
sentimenti che distingueva senza averli provati.
Fra poco ne avrebbe compiuti cinquanta, ma avvertiva che quella creatura gliene toglieva almeno quindici… anzi, venti. Senza
esser mai stato un dongiovanni, figuriamoci, neppure aveva mai
pensato quella parola; sentiva quello stormir di fronde come
un sibilo stuzzicante. Se il padre era ricorso all’allora giovane
prete per il suo nome, lui poteva recarsi dallo stesso, diventato
vecchio e acidoso curato, per un consiglio, sicuro che dopo una
vita di confidenze confessionali, dovesse saperne di più su questo suo agitarsi dentro. La pioggia torrenziale che in quell’alba
cruda lo accompagnò, pareva averlo spogliato, lavato e ripulito
di ogni pensiero, e alla scrollata vigorosa seguì una bussata decisa alla porta della canonica che lo ammantò di una fermezza
sconosciuta.
Ne sentì il ‘sarocchio’ distante e subito dopo il prete, apparire
a capolino con lo sguardo cisposo e imbambolato, e le lunghe
sopraciglia arruffate sbilenche nello spiraglio della portaccia
trascinata. Schizzi e scuotersi dell’ombrello, spalancarono di
soprassalto quegli occhi sonnacchiosi livellandoli. Senza pre-
amboli col viso incastrato nello spiraglio Tearino avviò il discorso
«Non voglio dire d’esser stanco di andare al cimitero ogni domenica, Dio me ne guardi, ma potrei farlo… che so! Di tanto in
tanto, e con una messa nella cappella nel mese dei morti, non
le pare arciprete? E poi dare qualcosina a Venusto per tenerla
in ordine» Il prete si riebbe con una nuova raschiatina di gola.
-Bravo, così mi piace- Aveva un che di contentezza ruvida nel
proferir quelle parole, e risolutivo.
-Avrei voluto dirtelo io da tempo di smettere di fare quelle esperienze domenicali dolorose, i morti sono sempre con noi e ci
proteggono, se potessero parlare te lo direbbero loro vé, di non
fare tante visite, ma tenerne un rispettoso ricordo. Lavori tanto,
impiega il tempo che Dio dà di quella giornata, per riposare…
un marafone, una partita a bocce, che ti divaghino un po’; è un
consiglio che ti viene dal Signore, io sono il suo ministro-.
Tearino fissava ciuffi pelosi di carciofo selvatico che venivano
fuori dalle orecchie e senza fargli tirare un secondo fiato… «Due
palle… il marafone e la partita a bocce! I vecchi e i preti hanno
quei passatempo, io…io» tentennò, poi con espressione a discolpa ma risoluto «E se avessi deciso di riprender moglie?» Il
prete sussultò fermando di botto movimenti, pensieri, e parola,
congiunse le mani come in preghiera e con un viso reclinato e
contrito -Tearino…figliolo, in sostanza, non hai avuto una gran
vita, ricca sì, di denaro, affari, faccende, per il resto, anche la
tua povera moglie, sia in gloria, diceva, in confessione vero, che
eri buono, premuroso e io più di una volta senza tanto ‘sgrotare’… pacioso? Mo non è mica un cane! Lei ribatteva. Noo
no, volevo dire che è tranquillo, sereno, mo io capii che voleva
intendere che non eri un gran ché in quella roba là… anche se
mi guardai bene di chiedere a cosa volesse riferirsi. Alora figliolo
mio, in vedovanza da due anni, lì lì con la giovinezza… che io
dico che patisce un po, se non è gia secco come una ‘carobola’,
ci mancherà poco! Non volermene, va la, cerca di capire che
devo essere esplicito, noi preti, delle volte ‘dobiamo’ occuparci
anche del corpo oltre lo spirito-.
Tearino, teso come un elastico, drizzatosi con indice e pollice
della mano destra congiunti a formare un occhiello, e con le tre
dita dritte come rebbi «Carobola un cazzo!» Puntualizzò con
la mano che saliva e scendeva davanti ai loro visi «Ha resistito
per più di vent’anni e adesso che si maturato come un asse di
noce… il Signore mi perdonerà per le parolacce, menando ora
l’indice come a redarguire, ma ci volevano, che ne so delle altre
ma non le ho mai potute dire, lei mi capirà»
-Dio perdona se ci metti il cuore, ma non ti alterare, mi hai
chiesto un consiglio; io credo però che tu volessi sentire quello
che sapevi già e alora sposala! So chi è, le simpatie si dimostrano e le chiacchiere volano; dirà di sì, dirà di sì, stai sicuro,
e sii anche certo che non ti sposerà per amore, tu vedi la sua
‘belezza’; la sua povertà guarda ai tuoi soldi…però! Tutto può
essere. Comunque sia, te non ci badare, la sostanza c’è, é brava
in campagna é un angelo in casa, bella, mite e modesta, divaghi
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non dovrebbe cercarne, mo se anche li trovasse non sarà un
gran danno: intanto la notte dorme nel letto morbido con te, hehehe… sarà pur meglio sentir l’odore del pane fresco e il calore
della giovinezza, ‘che ne’ la puzza di muffa e i piedi freddi della
povera Fedora, pace all’anima sua… non era anche più vecchia
di te? Eppoi, io sono un prete, ma nato uomo, e con i miei
‘otanta’ pasati, ti dico che è meglio mangiare una ciambella
divisa in due che ne un ‘troccolo’ di pane secco da solo, eheh…
se peccati ci saranno… li farà lei!-. Tearino prese tutto questo
come un assenso, e quello dei religiosi ha molto valore. Lasciò
l’arciprete sbadato senza salutare con una ‘calata’ di dieci anni,
un passo dritto come una schioppettata che pareva condurlo
nella grotta di Alì Babà.
Le nozze si svolsero discrete e distinte: lei, un fiore, con
quell’abito bianco fatto fare a Bologna dai Pedroni. Non contrastava per niente col ramato che il sole aveva dipinto sul suo
viso, anzi, a Tearino sembrò ancor più delicata, come il calicanto accostato al muro di calce della sua casa.
Pochi mesi, fecero di Tearino un uomo robusto, e con la felicità nuova di seguire spesso la moglie in campagna, si era
preso un colore che gli conferiva aria da marina. Non appariva
più tosato come un chierico, sfoggiava un passo sicuro, spesso
con ‘argo’ un cane lupo, animale mai posseduto prima di cui
conobbe piacere e fedeltà, bello e dal pelo lucido da sembrare
un renard, tenuto al guinzaglio ben tirato come la corda di un
contrabbasso; Gli dava un’aspetto da vero signore, accresciuto
dal taglio d’abito della sartoria Saragoni di Cesena. Sparite le
giacche lunghe con maniche alle nocche, come si fosse dentro
smarrito, non più bragaloni corti alla caviglia ma pantaloni con
risvolto in caduta sulla scarpa, ‘francesina Brown mezzo guardolo’, naturalmente con lo ‘scricco’ e polsini della camicia che si
facevano vedere illeggiadriti dai gemelli d’oro del nonno Rofisto:
Soprattutto, non andava più a Cesena col barroccino, ma con
il baio a sella dominante come un ‘dragone’ ogni volta in gran
pavese. Anche in città si parlava ora del signor Matasoni e della
deliziosa moglie. Tutto questo non aveva per niente modificato i
loro costumi, erano di campagna e tali rimasero, ma il garbo di
lui eccitato dalla giovinezza di lei li adornava.
Il loro matrimonio era avvenuto in giugno nella stagione che
ricordava il suo nome e coincideva con la maturazione di molta
parte della frutta. Scadeva un anno e Tearino, cogliendo l’occasione di dare inizio alla raccolta delle pesche volle festeggiare.
Il giorno prima dell’avvenimento, soletti si avventurarono nei
loro campi per raccogliere le più belle, sulla punta, quelle della
prima guazza e col bacio del sole che nasce. Caterina li considerava frutti preziosi ancor prima di diventarne padrona, tanto
da volerne offrire il primo assaggio ai frati della Madonna del
Monte e a Don Gaudenzo. Trovarono l’albero, e se Adamo ed Eva
incontrarono il peccato che li fece cacciare dall’eden, Tearino
conobbe il giardino dei desideri che scaturisce dagli sguardi.
Nell’aprire la scala a libretto portata con sé, provò la sensazione
di divaricare baciate e accarezzate, ma sconosciute parti del
corpo di Caterina: I loro amplessi, concedevano si toccamenti
sensuali, dolcissimi e amorevoli, ma pudiche coltri e buio com-
plice ne vietavano lo scorgere. Un richiamo tenero dell’amata
lo scosse da quei pensieri. Ubbidiente dispose la scala come
richiesto e la teneva salda, intanto che, cauta, lei saliva come
portasse un peso. Era arrivata all’ultimo piolo, e guardando
quelle belle pesche, rimase a lungo incerta su quali cogliere.
Ci fu intesa tra la brezzolina arrivata all’improvviso e la sottana
della sposa, che si aprì a ventaglio mostrando da dietro l’intera
figura del suo bacino. Una donna tanto bella era sua! Amandola
nella loro casa, aveva tante volte accarezzato quella parte senza
vederla mai. La brezza indugiava, lei sentiva gli occhi di lui che
scorrevano dai frutti al suo sedere, dal suo sedere ai frutti da
parere incursivi e si trattenne. La mutanda stropicciata si era
nascosta tra i glutei dall’incarnato roseo e luminoso come le
guance di un putto; liberi, si mostravano in tutta la loro florida
bellezza come un solco di pesca… pesca? Si pesche! Piene,
mature, rosseggianti e lievemente separate da quel tratto che
vuole come dividerle, si erano prese il suo sguardo, che sedotto
paragonava a quella parte del corpo di sua moglie. Parole urlate,
urlate e urlate a pieni polmoni, rimasero a lungo in aria sospese
come un’invocazione.
«La pesca, la pesca… la bella di Cesena è come il culo della
mia Caterina!!»
Quel nome diventò come lo é tuttora, il simbolo del frutto cesenate. Caterina aveva un figlio in grembo che felicemente partorì
e a cui venne posto il nome di Auso (rigoglio estivo) a cui seguì
Carpo (fruttificazione invernale) e Tallo (fioritura primaverile).
Li concepirono rotolandosi abbracciati tra l’erba dei loro campi
fragrante di primo taglio, nelle stalle, nel granaio… nel fienile:
vollero sempre vedersi e toccarsi nell’amarsi.
Giovanni Tomei
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tutti i requisiti strutturali e
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vigente della Regione Emilia
Romagna avvalendosi
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questo specifico settore.
Visita di Idoneità Sportiva Agonistica
Con l’autunno, riprendono la maggior parte dei campionati sportivi e quindi questo è il periodo nel quale la maggior parte degli
atleti si sottopone agli accertamenti sanitari previsti dalla normativa vigente. Tutti coloro che svolgono attività sportiva organizzata da Federazioni Sportive del CONI, Organi di Propaganda
Sportiva, Circoli Sportivi ecc., devono essere sottoposti preventivamente a visita medica specialistica per il rilascio del Certificato
di Idoneità all’Attività Sportiva Agonistica. Tale visita deve essere
antecedente al tesseramento, essendo “condicio sine qua non”
per ottenere il tesseramento stesso. La visita può essere eseguita
solo, ed esclusivamente, dagli Specialisti in Medicina dello Sport
e il certificato è valido solo se riporta il Codice Identificativo
Regionale e il Bollino identificativo del medico abilitato. Gli accertamenti obbligatori previsti nella visita di Idoneità Sportiva
Agonistica sono: elettrocardiogramma a riposo, elettrocardiogramma dopo esecuzione di Step Test della durata di 3 minuti
su gradino di altezza variabile (cm 30, 40, 50 rispettivamente
per bambini, donne, uomini) o Test da Sforzo per atleti over 40,
spirografia, esame delle urine, esame del visus; a questi vanno
aggiunti esami specifici per alcuni sport (ad esempio, per le attività subacquee: visita otorinolaringoiatrica).
Convenzioni con Società Sportive, Enti, Associazioni.
Anche quest’anno, il Poliambulatorio Domus Medica offre la possibilità alle Società Sportiva, Enti e Associazioni del nostro territorio di stipulare apposite convenzioni. Tutti gli iscritti o tesserati
potranno usufruire di numerosi vantaggi esibendo la tessera di
iscrizione alla Società (o dichiarazione firmata dal Presidente
della Società):
• Possibilità di essere visitati da un medico specialista (Ortopedico o Medico dello Sport o Fisiatra) nell’arco di 24/48
ore dall’evento traumatico acuto e con uno sconto del 20%
(prima visita)
• Sconto del 20% sulle visite di controllo
• Possibilità di essere visitati gratuitamente da un Terapista della Riabilitazione (già il lunedì mattina) e comunque
nell’arco delle 24/48 ore dall’evento traumatico
• Inizio delle terapie fisiche e riabilitative entro 24/48h
• Possibilità di eseguire un Esame Ecografico entro 24/48 ore
• Sconto del 20% sulle Visite di Idoneità Sportiva
• Sconto del 10 % sulle prestazioni di terapia fisica
• Sconto del 10% su alcune visite mediche specialistiche
(chiedere in segreteria).
Domus Medica
Prevenzione Osteoporosi
Riprende, nella prima settimana di settembre lo
screening dedicato a questa patologia che porta ad
una progressiva fragilità dell’osso con conseguenze
gravi e invalidanti. Con una spesa modesta sarà
possibile eseguire un Esame Ultrasonografico
Quantitativo QUS per capire chi è a rischio di
sviluppare l’osteoporosi o ne è già colpito.
I medici che eseguiranno l’esame, consiglieranno
anche modifiche sullo stile di vita e attività
motoria, oltre a fornire materiale informativo su
questa patologia.
Per prenotare l’esame telefonare alla Domus Medica
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L’olio della Gabriella
Il “rusticoˮ della valle va alla spiaggia
è accaduto ad un amico, mio compagno di liceo e di fantasie,
ma preferisco raccontarlo come se fosse accaduto a me perché
così mi riesce più facile. Poiché non sono ambizioso come Giulio Cesare lo racconterò in prima persona, senza imitare il “De
bello gallico”, anche perché di guerra non si tratta.
è una vicenda semplice, senza avventure, una banalità, ma credo che serva per spiegare quanto sia ingannevole la pubblicità
e come noi siamo influenzabili. Nasce, questa vicenda, dal depliant illustrativo di un olio cosmetico sul quale erano scritte
molte cose, tante informazioni, mancava soltanto la composizione della miscela. Fondamentale era l’olio, poteva essere olio
d’oliva, ma non era precisato, non era certo olio di mandorle
perché mancava il caratteristico profumo. Di profumi ne aveva
molti indistinti ed uno assai accentuato e prevalente, per me
sconosciuto. Il foglietto illustrativo era a colori su carta lucida. Proclamava un effetto cosmetico, ti fa più bello, nutritivo
delle pelli aride, idratante delle pelli secche, trofico di quelle
sottili, antirughe delle pelli vizze, anticellulite per
chi l’avesse, in quel caso l’indicazione era un soffregar lieve. Dopo il trattamento la pelle sarebbe
sembrata lucente, levigata, tonica e pastosa: roba
da carezze. Il film oleoso avrebbe inoltre modificato la rifrazione e le pelli chiare non avrebbero
avuto il latteo del primo giorno d’esposizione
al sole e sulle pelli brune sarebbe comparsa una luminescenza perlacea.
Questi effetti, però, sono quel che fanno
tutte le creme di bellezza e non colpirono
Vittorio. Vittorio è il nome del mio amico,
perciò riscrivo: queste affermazioni non
mi colpirono punto.
Quel che, invece, mi colpì è che invece
di insistere sull’aumento di fascino per le
donne già belle, il seguito riguardava noi
maschi e affermava senza lasciar dubbi,
provare per credere, che quest’olio scientificamente trattato e testato aveva, per la
prima volta al mondo, per certa rifrazione
di un componente segreto della miscela che attraverso pupilla e rétina giungeva all’ippocampo del cervello femminile,
aveva l’effetto di suscitare un impulso
incontrollabile di attrazione sessuale e di
eccitazione, una azione, a dir poco, sconvolgente!
In più, quell’olio lo aveva regalato alla mia signora la Gabriella
che è estetista. Oltre che estetista, esperta e brava, è anche
bella, anzi bellissima, alta, sottile, sinuosa, ma eretta come
una spiga di grano coltivata nel giardino di un duca. Mora, ha
i capelli lunghi e, per vezzo, si vorrebbe invecchiare con delle
mèches bianche e diventa spavalda e sicura, conservando gli
occhi grandi di cerbiatta, ed ha il fascino di una maga.
Un olio miracoloso, nuovo, dono di una maga, soggioga!
E vi credetti in pieno.
Nostalgico del mio fascino antico che da qualche lustro si era
dapprima opacato ed ora decadeva, chiesi a mia moglie, con
dolcezza di gattone, di provar io la magia e lei, innamorata,
consentì.
Giungemmo al mare nell’ora della domenica in cui si fa il pieno.
Nella cabina entrammo in due perché mi serviva aiuto, avrei
voluto spalmarmi su tutto il corpo, anche là dove non arrivavo
con le mani e non volevo completare l’operazione in pubblico
sotto l’ombrellone, non volevo perder poi tempo con le unzioni,
volevo, volevo esibirmi.
La poverina si diede da fare ed io lavorai a strofinare e spalmai
più volte. Usai tutto il contenuto della bottiglietta per non perdere neppure una goccia d’efficacia. Mi pulii a lungo le mani
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sulla schiena di mia moglie perché un poco di effetto fosse
anche su di lei. Staccai lo specchio dal muro della cabina per
guardarmi tutto e rimasi deluso perché mi vidi unto e nient’altro. Mi rassicurò mia moglie ricordandomi che l’effetto era
sull’ippocampo (od un altro nome così) femminile e lo disse
ridendo, gioiosa, entusiasta.
Quella risata mi rassicurò ed uscimmo dalla cabina per il trionfo.
Procedevamo con lei innanzi che ancheggiava, è difficile non
ancheggiare sulla sabbia fine della spiaggia di Rimini sin che
non sei sulla battigia.
Ne aveva cinquanta, fisicamente ne dimostrava quaranta, ma
dentro, sotto i capelli, non arrivava a trenta e quanto ad emozioni non era mai uscita dalla adolescenza. Non aveva mai rinunciato a quel poco di più di rotondità che la faceva più bella,
visto che era di ossatura minuta e di incarnato scuro, per il vizio
della gola. Aveva improvvise secchezze delle fauci quando passava davanti a un bar; entrava ed ordinava un bicchier d’acqua
mentre prendeva più paste senza farsele servire. Pagava sempre
prima d’aver bevuto perché il più delle volte si dimenticava di
bere. Quando con le amiche usciva per un thè aveva sempre
preferito la cioccolata in tazza perché ricopriva meglio i biscottini secchi. Era così amabile che conformava a cuore la boccuccia carnosa, color di carne cruda, quando appoggiava, come su
un fiore per l’impollinatura, i frammenti di una pasta piccola,
sembrava li aspirasse e non capivi come entrassero in sì piccolo
pertugio paste enormi, come usava negli anni cinquanta, intere
quando le paste sono cremose.
Leccava sensuale con la punta aguzza della linguina le untuosità colorate della pasta sulle labbra e le nettava lasciandole un
poco umide e beate. Beata procedeva guardandosi attorno per
vedere se stesse arrivando il gelataio dell’Algida con i cornetti
di panna e crema alla vaniglia.
Appena uscito dalla cabina, subito mi accorsi che alcuni mi
guardavano; giunto agli ombrelloni procedevo con cautela perché voi sapete che i bagnini hanno sistemato le punte delle
stecche degli ombrelloni all’altezza esatta degli occhi delle persone di qualunque statura, procedevo cauto, ma in verità ero
solenne perché l’attenzione di tutti gli sguardi, m’accorgevo,
era su di me.
Capii che la magia dell’olio era autentica, che il depliant non
era ingannevole propaganda. Sicuro, ben sicuro d’emanare fascino, procedevo altero.
Gli adolescenti ridevano imbarazzati, qualcuno accennava a rifare il verso al mio incedere, mi vorranno imitare, pensai; gli
uomini sembravano risentiti, indisposti, tutta invidia pensai, anche perché le loro donne erano divertite e gioiose e le meno ini-
bite facevano segni inequivocabili indicando con le mani tra le
cosce. Sembravano tutte eccitate, tutte si muovevano, giovani e
meno giovani e su nessun viso c’era indifferenza. Su tutti quei
volti leggevo. Oltre la eccitazione c’era divertimento, passione e
forse compassione, sconcerto, brivido, orrore, attrazione.
Tiravo le labbra per non mostrare troppo la contentezza, per
disgrazia (o chissà?) non capivo i commenti a voce non alta che
non erano pochi.
Capii soltanto l’esclamazione di Ninetto, sempre gracile e mingherlino che urlò:”Palle di toro”. Era l’epiteto con cui, da invidioso, mi indicava quando avrebbero dovuto accadere quei fatti
che avrei raccontato con tanti particolari, sempre in aumento
per numero e gravità, rievocando l’era dei vitelloni.
Quando sono arrivato al mio ombrellone c’era folla di parenti e
di amici, tanti; si sarà già sparsa la voce.
Più che un coro fu una esplosione, ridevano tutti.
Seccato, indispettito, più eretto che pria, faccio qualche passo
ancora e supero la prima fila degli ombrelloni.
Mi viene incontro, come un abbraccio enorme, una folata di
vento del nord.
Allora soltanto avverto un frescolino in basso.
Allora soltanto mi accorgo di aver qualcosa di fuori.
Alessandro Piscaglia
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Le nostre Erbe
L'equiseto, detto anche coda di cavallo
Deve il suo nome alla parola latina equus e alla parola seta: i
suoi rami sottili e la sua forma infatti ricordano la coda di un
cavallo.
In epoca preistorica era un albero, oggi è un arbusto che raggiunge i 70 cm d’altezza, ma la sua forma particolare, che ricorda quasi un abete in miniatura, non passa certo inosservata a
chi passeggia lungo il fiume, o anche lungo i fossi o prati umidi,
che sono i suoi luoghi prediletti. Si tratta di una pianta molto
diffusa in Europa, Asia, Africa e America settentrionale; In Italia
si trovano due varietà, l’equiseto dei campi e quello massimo.
Le due specie, prima della comparsa della carta vetrata, venivano utilizzate per levigare il legno, l’avorio e i metalli in genere.
La parte aerea della pianta contiene una forte quantità di acido
silicico, acido ossalico, malico, resina, saponina ed equisetonina; contiene inoltre flavonoidi, steroli, e sali minerali come
calcio, magnesio, manganese e potassio.
Proprio per le sue proprietà reminerallizzanti ho scelto di parlarne nel mese di agosto, quando siamo sottoposti ad una maggiore sudorazione a causa del caldo, ed una tisana di equiseto può
giovare alla senzazione di spossatezza tipica di questo periodo.
Tra le sue proprietà si deve ricordare che l’equiseto ha anche un
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della carie, astringente, antisettica, riparatrice tissutale, rinforzante per capelli ed unghie fragili.
Può essere molto utile in caso di fratture ossee, poiché ne facilita la guarigione; se ne consiglia l’assunzione in soggetti affetti
da osteoporosi, ed anche prima di interventi ai denti, poiché
oltre ad accelerare i processi di guarigione, previene i rischi
di emorragie e rinforza i denti stessi; per questo motivo si trova anche all’interno di dentifrici naturali. Se ne consiglia l’uso
anche in gravidanza, poiché apporta calcio utile alla mamma e
al bimbo, e le sue proprietà diuretiche aiutano la futura madre
ad alleviare la sensazione di gonfiore e pesantezza alle gambe tipica dell’ultimo periodo di gravidanza; contrasta inoltre la
comparsa di smagliature, grazie alle sue proprietà elasticizzanti
dei tessuti.
Si può utilizzare la pianta per uso interno assumendo la tisana,
si trovano compresse, fiale, ed anche la tintura madre: proprio
quest’ultima preparazione è in grado di fornire silicati ad alta
concentrazione e ad elevata biodisponibilità, e non ne sono segnalati effetti tossici o secondari. Buone vacanze con l’equiseto!
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Nato sotto il segno… dei pesci
Da cibo dei poveri a risorsa fondamentale per la nostra alimentazione
In passato i prodotti ittici non vantavano alte considerazioni, in
quanto erano il cibo quotidiano dei pescatori; oggi, invece, sono
stati riscoperti come una grande risorsa alimentare, gastronomica ed un’alternativa della carne.
Il pesce si distingue in:
• Pesci di mare - sgombri, orate, tonno, sardina;
• Pesci di acqua dolce - carpa, luccio, persico..;
• Molluschi (invertebrati a corpo molle, con conchiglia interna
o esterna) - cozze, vongole, ostriche, seppie, calamari...;
• Crostacei, (invertebrati a corpo molle protetto da una corazza) - canocchie, gamberi, aragoste, granchi…
La carne di pesce contiene mediamente un 74% di acqua, 20%
di proteine, 4,5% di grassi e 1,5% di minerali. Questa composizione deve essere considerata media, poiché varia in modo apprezzabile in relazione al tipo di ambiente in cui i pesci vivono.
In linea generale i prodotti ittici come profilo nutrizionale mostrano proteine ad alto valore biologico, grassi costituiti in buona parte da acidi grassi omega-3 (l’acido eicosapentaenoico, in
particolare), buon apporto di vitamine A, B1, B2, B6, D, H e PP,
cospicua presenza di sali (iodio, ferro, fluoro, potassio, rame) e
ridotto apporto calorico (esempio le seppie apportano 72 cal.).
Il pesce surgelato ha lo stesso valore nutritivo di quello fresco.
I pesci definiti magri (merluzzo, orata) contengono valori non
superiori del 3% di grassi, i pesci considerati semigrassi (tonno,
sardine..) hanno un contenuto lipidico pari all’8-9%, mentre i
pesci grassi, come anguilla e salmone, valori superiori al 9%.
Per determinare la freschezza di un pesce si devono valutare:
- l’occhio, che deve essere vivo, lucente e leggermente prominente: un pesce non fresco ha l’occhio opaco e infossato;
- branchie di colore rosso vivo;
- non deve emanare odori sgradevoli;
- le squame devono essere attaccate al corpo;- la carne deve essere soda al tratto: non deve rimanere l’impronta nella polpa, se premiamo con un dito.
Il pesce fresco ha una durata (shel-life o vita di scaffale) di 6-7
giorni; dopo l’acquisto è bene non protrarre il consumo oltre un
paio di giorni.
Il pesce congelato, che, a seconda delle specie può avere una
durata di conservazione tra 6-12 mesi, una volta scongelato va
consumato in giornata.
Chi consuma pesce pescato in mare deve conservarlo in frigo,
dopo averlo privato e lavato accuratamente dalle interiora, in
modo da ridurre il rischio di contaminanti chimici e di germi
patogeni, che migrano dall’intestino verso le carni.
A chi piace pesce crudo o praticamente crudo (come quello
marinato) deve prestare attenzione nel verificare l’assenza di un
parassita sempre più frequente di nome Anisakis: esso si presenta sotto forma di cisti o “virgole” ed è in grado di provocare
lesioni ed emorragie nel corpo di chi ha ingerito queste larve
vive. Per prevenire occorre congelare preventivamente il pesce
da consumare crudo o marinato oppure eseguire la cottura idoneamente. Se ci si accorge che il pesce è infestato è preferibile
smaltirlo.
Ai sensi di quanto previsto dalla legge sull’etichetta dei prodotti
ittici in fase di vendita al dettaglio o sull’imballaggio o sulla
lavagnetta nei banchi di esposizione devono essere obbligatoriamente riportate alcune informazioni a tutela del consumatore,
ovvero la tracciabilità. Dobbiamo conoscere: il nome commerciale del prodotto (per i prodotti ittici provenienti da altri paesi
la denominazione commerciale in lingua italiana corrisponde
al nome scientifico della specie), il nome scientifico (facoltativo), il metodo di produzione (se allevato o pescato, può essere
omessa nella vendita al consumatore per i
prodotti di cui esiste solo la provenienza del
mare, come il pesce azzurro), la provenienza
(zona FAO per i pescati in mare o lo stato
membro per quelli pescati in acque dolci o
gli allevati), la bollatura sanitaria (vedi esempio nell’immagine) e per quelli congelati il peso al netto della
glassatura.
Facoltative sono le indicazioni riguardanti il modo d’uso e di
conservazione.
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L'avvocato risponde
Tempo di vacanze. Che fare se si torna delusi e frustrati da una
vacanza “rovinata”?
Cari lettori siamo in piena estate e nell’aria si sente il clima delle vacanze. Chi può ne approfitta per riposare il corpo e la mente
scegliendo mete lontane ed esotiche, allettato da vantaggiosi
pacchetti di viaggio tutto compreso.
Nella maggior parte dei casi si ritorna a casa con tanta nostalgia
per i luoghi che ci siamo lasciati alle spalle. Tuttavia, per una
percentuale consistente di turisti, purtroppo, accade che la vacanza sognata si tramuti in un vero e proprio incubo a causa di
una serie di problematiche che trasformano il nostro viaggio, da
occasione di svago e di piacere, a momento di disagio psico-fisico, a causa della mancata realizzazione, in tutto o in parte, del
programma previsto e desiderato. Infatti, non sempre ciò che si
trova sul posto di vacanza corrisponde perfettamente all’offerta
acquistata. Può accadere che all’ultimo momento venga annullato il viaggio; che non vi sia alcuna corrispondenza fra quanto
previsto nel depliant pubblicitario e quanto invece, trovato sul
luogo di vacanza prescelto; che la lontananza dal mare indicata
nel depliant non corrisponda alla realtà; che il cibo sia di bassa
qualità; che vi siano rumori molesti o addirittura lavori in corso;
o, ancora, che manchino balconi e finestre; che non vi siano
servizi confacenti il proprio stato di handicappato; che venga
smarrito il bagaglio ecc.
La pubblicità prevista dai cataloghi o dai siti, seppure colorita,
deve comunque essere veritiera: non si può sostenere che un
albergo abbia una fantastica piscina, mentre in realtà la piscina
non esiste o che la spiaggia è dorata e l’acqua è cristallina, mentre poi si riscontra che la spiaggia è sporca e l’acqua inquinata.
Come ci si può tutelare contro questi contratti di viaggio ingannevoli?
A tutelarci in questi casi è intervenuta la normativa di settore
che ha previsto un vero e proprio risarcimento del danno, nel
caso in cui la vacanza o il viaggio risultino diversi (in senso
peggiorativo) da quanto riportato nelle condizioni di vendita: si
tratta dell’azione di risarcimento del danno da vacanza rovinata,
che ci può garantire un indennizzo o un risarcimento del danno
commisurato alle pene che abbiamo subito.
In particolare il danno da vacanza rovinata è il pregiudizio al
benessere psichico e materiale che il turista soffre per non aver
potuto godere appieno della vacanza quale occasione di piacere, svago e riposo. Non si tratta di una una perdita patrimoniale
per il turista, ma viene attribuito un valore allo lo stress e al turbamento psicologico sofferto a causa di una serie di inadempimenti quali ad esempio il ritardo nella consegna del bagaglio, le
ore di attesa in aeroporto senza informazioni certe, sistemazioni
alberghiere e servizi offerti di livello inferiore rispetto a quelli
promessi al momento dell’acquisto del pacchetto turistico, ecc.
In sostanza, tutto ciò che contribuisce ad ingannare il viaggiatore, con fotografie ritoccate, servizi inesistenti, cibo scarso, sistemazione in alberghi di categoria inferiore etc., sarà vagliato
attentamente dal Giudice al momento della condanna al pagamento dei danni che andremo a richiedere.
La vacanza è un periodo di rigenerazione delle proprie energie
psico-fisiche, per cui nel caso in cui la qualità della nostra vacanza venga pregiudicata dalla mancanza o dall’inadeguatezza
di alcuni servizi, avremo diritto non solo al rimborso dei servizi
mancanti, alla riduzione del prezzo del viaggio o addirittura al
rimborso dell’intero prezzo pagato, ma anche al risarcimento del
danno derivante dalla frustrazione di quell’aspettativa che era
parte integrante del pacchetto e del danno esistenziale determinato da nervosismo, ansia e insoddisfazione sopportati a causa
della inesatta esecuzione della prestazione promessa.
Sono tenuti al risarcimento di questa particolare forma di danno: l’organizzatore (cioè il tour operator) ed il venditore del pacchetto turistico (cioè l’agenzia).
Oltre ai reclami formulati direttamente sul luogo di villeggiatura,
che obbligano l’organizzatore a predisporre adeguate soluzioni
alternative, il turista, entro 10 giorni dal rientro può formalizzare il reclamo inviando una raccomandata indirizzata all’organizzatore e al venditore per la richiesta del risarcimento sia dei
danni patrimoniale sia di quelli non patrimoniali. Dopodiché,
nel caso in cui l’organizzatore o l’agenzia non propongano un
risarcimento adeguato sarà possibile chiedere di essere risarciti
rivolgendosi al Giudice. Tale azione potrà essere proposta entro
un anno dal rientro nel luogo di partenza, tuttavia nel caso in
cui si sia riportato un danno alla persona, la domanda di risarcimento al Giudice potrà essere proposta entro tre anni dal rientro
dalla nostra vacanza.
La prova dei danni subiti potrà essere data con ogni mezzo,
compresa la testimonianza ed il deposito di materiale fotografico e video. Sarà invece onere dell’organizzatore e/o del venditore convenuto in giudizio, offrire la prova contraria, cioè dimostrare che l’inadempimento o l’inesatto adempimento derivano
da causa a loro non imputabile.
Vi faccio inoltre presente che possiamo anche valutare l’opportunità di accedere ai mezzi di tutela cosiddetti alternativi
(rispetto alla giustizia ordinaria) i cui tempi sono più brevi, rivolgendoci alle varie associazioni dei consumatori per tentare
una soluzione stragiudiziale. In merito, tuttavia va detto che la
prassi individua una sorta di risarcimento standard, in genere
accordato in via transattiva e stragiudiziale, pari al 20% del
valore dell’intero pacchetto turistico, ma tale risarcimento non
tiene conto né del danno morale (che, in genere, ha un valore
determinante) né della dimostrazione del danno patrimoniale
che potrebbe essere superiore alla soglia del 20%.
Chiunque desideri sottopormi domande o casi di proprio interesse, può inviare la propria richiesta alla redazione “InValmarecchia” - (L’avvocato risponde), Strada Marecchiese n. 44 frazione Pietracuta - San Leo (RN) - 47865, oppure scrivere a info@
invalmarecchia.it indicando nell’oggetto “L’avvocato risponde”.
Avv. Cinzia Novelli
Studio Legale
Villa Verucchio, via Torino n. 18 - Rimini, via Gambalunga n. 85
Tel. 0541/21791 - Cellulare: 338/1996603
La depressione bipolare
Trattamento cognitivo-comportamentale
La depressione è la malattia mentale più diffusa al mondo ed è
in continua crescita. Secondo l’Organizzazione Mondiale della
Sanità è un’emergenza mondiale non solo per la grandezza del
numero delle persone che ogni anno si ammalano, ma anche
per gli effetti che il disturbo comporta. Infatti anche quando
non si arriva al suicidio (la probabilità di suicidio è del 15%
circa) si ha comunque un notevole deterioramento psicosociale,
una compromissione in aree importanti della vita : la persona
non riesce più a lavorare o a studiare, a mantenere relazioni
sociali ed affettive, a provare piacere ed interesse nelle attività,
manifesta maggiori difficoltà relazionali, maggiore incapacità
nell’adempiere il proprio ruolo in famiglia e presenta uno stato
di salute peggiore.
Ogni anno si ammalano di depressione circa 100 milioni di persone nel mondo , il 75% non viene trattato o riceve cure inappropriate. Si stima che circa un terzo della popolazione mondiale soffrirà di un episodio di depressione lieve durante la propria
vita; i tassi di prevalenza del disturbo per un periodo superiore
ai 12 mesi oscillano tra il 2,6% e il 12,7% negli uomini e il 7%
e 21% nelle donne. Si ipotizza che tra circa 15 anni nel mondo
la depressione clinica avrà un peso sulla salute secondo solo
alla malattia cardiaca cronica (Hartley, 1998, WHO, 1998). La
depressione è in aumento tra le persone giovani, gli adolescenti
e i giovani adulti.
Cos’è la depressione bipolare?
La depressione bipolare (si distingue in depressione bipolare
I e in depressione bipolare II, la depressione bipolare I è più
grave) è una malattia mentale cronica e grave caratterizzata da
episodi ricorrenti di depressione maggiore e mania. Una volta presentatosi dura tutta la vita, porta con sé un alto rischio
di suicidio e spesso si presenta in comorbilità con l’abuso di
sostanze. La diagnosi può avvenire dopo che il soggetto abbia
fatto esperienza del suo primo episodio di mania o di un episodio misto. La mania (DSM-IV-R, APA, 1994) è un periodo di
umore espanso, euforico e irritabile che dura una settimana o
meno in caso di ospedalizzazione. Devono esserci 3 sintomi addizionali di maniacalità che si presentano contemporaneamente
in caso di umore euforico o 4 sintomi addizionali se l’umore è
irritabile. Questi sintomi addizionali includono grandiosità, diminuito bisogno di sonno, rapido succedersi dei pensieri, agitazione psicomotoria, aumento dell’attività finalizzata e comportamenti con alto rischio di conseguenze negative. Durante
un episodio misto i sintomi di depressione maggiore e mania si
manifestano simultaneamente, oppure in rapida successione.
Le “ricorrenze” sono da considerarsi episodi sintomatici, che si
manifestano dopo un periodo di benessere, mentre le “ricadu-
te” rappresentano il ritorno allo stato pienamente sintomatico,
dopo un periodo durato almeno due mesi, in cui c’è stato un
certo miglioramento dei sintomi. (William J. Lyddon, John V.
Jones, Ir, 2002). Gli psicofarmaci rappresentano il trattamento elettivo per controllare gli episodi di depressione e mania,
ma il solo trattamento farmacologico di rado è sufficiente per
controllare e prevenire i sintomi. La terapia cognitivo-comportamentale (Basco e Rush, 1996) si pone come complemento alla
farmacoterapia, la depressione bipolare è una malattia biologica, che richiede un trattamento biologico (stabilizzatori del tono
dell’umore, litio, antipsicotici atipici).
La terapia cognitivo-comportamentale nel disturbo bipolare
(Basco e Rush, 1996) ha la funzione di potenziare l’intervento
farmacologico: le prime 4 sedute vengono impiegate per istruire
i pazienti e le loro famiglie sulla malattia e sulla possibilità
di trattamento; la 5° e la 6° seduta vengono centrate sul miglioramento dell’aderenza alla farmacoterapia, sviluppando un
sistema di allarme rispetto al ripresentarsi dei sintomi; la 7°
seduta serve per migliorare la compliance rispetto alla terapia
farmacologica; dalla 8° alla 13° seduta viene fornita una CBT
Skill per il controllo dei sintomi, con metodi personalizzati per
individuare i sintomi sub-sindromici della depressione e della
mania; infine dalla 14° alla 20° seduta vengono sviluppate le
abilità di problem-solving per aiutare a fronteggiare i comuni
stressor psicosociali e interpersonali.
Come agisce la terapia cognitivo-comportamentale?
La terapia cognitivo-comportametale modifica la modalità di
pensare, lo stile cognitivo “depressogeno”; può eliminare la
cronicità nella “depressione unipolare” e può contribuire a prevenire le ricadute evitandole, sia nella depressione “unipolare”
che “bipolare”. La terapia cognitivo-comportamentale agisce
cambiando la lettura delle esperienze negative, insegna a fronteggiarle, ad affrontarle e ad evitarle, aumentando la qualità di
vita della persona e la sua capacità di procurarsi eventi positivi.
La persona viene messa nella condizione di trarre nuovamente
soddisfazione e piacere dagli eventi positivi della vita, partendo
dalle attività quotidiane viene posta nella condizione di poter
attuare cambiamenti nella propria vita quotidiana, per evitare
di incappare in eventi che possano condurre alla depressione.
In conclusione è conoscendo la tipologia della depressione, lo
stile cognitivo, il modo di pensare della persona che soffre di
depressione che diventa possibile prevenire le ricadute e curare
la depressione.
Dott.ssa Loretta Bezzi
Studio di Psicologia e di Psicoterapia Cognitiva
Dr. Loretta Bezzi
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46
Isolamento sismico
Come proteggersi dal terremoto anche in Valmarecchia (3)
Continua l’articolo dal numero precedente.
Prima di occuparmi di valutare i costi legati all’isolamento sismico alla base riassumo brevemente quanto illustrato nei due
articoli precedenti.
L’Italia dopo la Grecia è il paese più a rischio d’Europa. L’attività
sismica registrata dalle stazioni di rilevamento è quotidiana. In
alcuni casi le scosse hanno segnato la nostra storia con gravi
episodi: Umbria e Marche (1997), Molise (2002) e Abruzzo
(2009). L’intera provincia di Rimini è area ad alto rischio sismico (zona sismica 2). Gli edifici costruiti oggi con tecniche tradizionali sono progettati per proteggere le persone ma non per rimanere illesi, anzi devono dissipare energia anche consentendo
lesioni. Le nuove norme tecniche costituiscono un grande passo
avanti anche perché facilitano l’impiego degli isolatori sismici.
L’isolamento alla base è molto efficace e consiste nel separare
l’edificio dal terreno evitando la trasmissione di movimento alla
struttura in elevazione, che rimanendo pressoché ferma, risente
minimamente dell’azione sismica. Si evitano completamente:
pericolo per gli occupanti, danni alla struttura, a tamponamenti,
impianti, infissi ecc. e si ottengono una serie di vantaggi legati all’alleggerimento della struttura e alle minori sollecitazioni.
Devono essere studiati durante il progetto in maniera accurata
i necessari accorgimenti per rendere possibili gli spostamenti.
Veniamo ai costi. Costruire un edificio sismicamente isolato non
comporta grandi costi iniziali aggiuntivi. Abbiamo sicuramente
un risparmio se consideriamo, per l’intera vita dell’edificio, il
maggiore grado di sicurezza, il valore commerciale superiore, la
nostra tranquillità. Se considerassi il rischio che durante la vita
dell’edificio possa dover affrontare costi importanti di ripristino
o ancora peggio che l’edificio possa diventare inagibile con costi
troppo elevati per pensare ad un ripristino ciò mi spingerebbe
subito a considerare impagabile questa tecnologia.
Volendo però considerare i soli costi di costruzione, quindi l’aggravio iniziale dell’investimento (quando si parla di investire sul
mattone sarebbe bene considerare i possibili eventi che possono vanificarlo), gli eventuali sovracosti sono quantificabili in
circa un 5-10% del costo di costruzione (fonte protezione civile), costo veramente esiguo se consideriamo costi di costruzione
intorno a 1000-1200 €/mq. In molti casi, con una progettazione architettonica e strutturale coordinata e ben impostata fin
dall’inizio, senza necessità di trovare rimedi successivamente,
è possibile annullare i sovracosti grazie all’alleggerimento della
struttura in elevazione che non dovrà più sopportare l’azione sismica totale ma una piccola parte (si arriva a diminuire l’azione
sismica anche oltre 10 volte) con necessità di fondazioni meno
costose. Sono tanti gli esempi applicativi anche in Italia, sia in
edifici pubblici (monumenti, scuole, ospedali, centri operativi protezione civile …) sia privati (edifici esistenti, abitazioni,
palazzi residenziali …), da ultimo a Foligno la nuova sede operativa della Protezione Civile, fantastica sintesi architettonica.
Lavori per la scuola elementare di Marzabotto (BO) inaugurata a settembre 2010 – 3 piani fuori terra – costo dell’isolamento sismico 1,8% del
costo di costruzione totale.
Concludo facendo alcune considerazioni.
Voglio spiegare perché ho scritto questi articoli.
Prima di tutto credo molto nel presente e nel futuro di questa
tecnologia e nella necessità di informare e sensibilizzare i lettori
sulle possibilità che tecnica e normativa attuali offrono, poi perché è molto importante che l’edificio progettato sia pensato fin
dall’inizio isolato alla base se si vuole sfruttare al meglio questa
tecnologia riducendo i costi a tutto vantaggio della sicurezza e
della durabilità.
Con gli isolatori cambia il rapporto dell’edificio con il terreno,
l’architettura quindi a mio avviso non deve subire questo tipo di
approccio come una tecnologia invasiva ma deve farla propria
e utilizzare un nuovo linguaggio realizzando edifici veramente
innovativi.
Credo che, nonostante l’evidenza dell’efficacia, scegliere di optare per un sistema costruttivo di questo tipo sia ancora una
scelta personale dato che non è sufficientemente pubblicizzata
e diffusa. Credo personalmente che, in un contesto di stasi generale e soprattutto dell’edilizia, si debba ripartire ed investire
nella realizzazione di opere moderne, sicure, durature, attente al
benessere e all’ambiente cosa che solo l’“Architettura” può fare.
Il grande architetto americano Frank Lloyd Wright sulla costruzione dell’Imperial Hotel di Tokyo (1921) disse: “La rigidità non
era la risposta giusta, ma lo erano la flessibilità e la resilienza.
Perché lottare contro il terremoto?
Perché non simpatizzare con esso e superarlo in astuzia?
Arch. Andrea Albini
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Novità neopatentati
Nuove regole per i novizi della strada
Riguardano molto da vicino i giovani, le novità apportate dalla
legge 120 emanata nel Luglio 2010 e successivamente con il
Decreto “milleproroghe”.
Dal rilascio del “patentino” per la guida dei ciclomotori e minicar alla patente di guida di categoria B per condurre auto. Cosa
sappiamo già? Un veloce ripassino? Per i neopatentati e cioè per
i primi 3 anni, il limite di velocità massima è di 100 km/h in
autostrada e 90 sulle strade extraurbane; dal 1° ottobre 2003,
per le violazioni commesse entro i primi 3 anni dal rilascio della
patente i punti sono raddoppiati.
Ora andiamo a vedere le più importanti novità. Non da poco sono
sicuramente le modifiche per i neopatentati (ma anche per conducenti professionali di pulmann, camion e taxi); il limite alcolemico consentito si abbassa da 0,50 g/l a zero assoluto, cioè
è vietato mettersi al volante dopo aver assunto alcool, è quindi
automatico che rientrano in questa categoria tutti i conducenti
con età inferiore a 21 anni, ma anche tutti coloro che hanno ottenuto la patente da meno di 3 anni. Le sanzioni sono strettamente
legate al tasso di alcool che la Polizia rileva in caso di controllo e
si va da una multa da 155 a 624 euro (raddoppiata se si provoca
un incidente stradale) se il tasso alcolemico rimane al di sotto di
0,50 g/l e si perdono 5 punti sulla patente; la sanzione sale da
500 a 2.000 euro se il tasso rilevato è tra 0,50 e 0,80 g/l con la
sospensione della patente da 3 a 6 mesi; se poi avete deciso di
esagerare e la concentrazione di alcol supera anche lo 0,80 g/l,
le sanzioni vengono aumentate da un terzo alla metà, rispetto ai
non neopatentati, e cioè da 800 a 6.000 euro con la sospensione
della patente da 6 mesi ad un anno. Se avete deciso di rovinarvi
e cioè il tasso rilevato va oltre la soglia di 1,50 g/l si corre il rischio della confisca dell’auto, la sanzione sale da 1.500 a 6.000
euro, l’arresto da 6 mesi ad un anno, la sospensione della patente
da 1 a 2 anni (alla seconda violazione nel biennio la patente è
revocata) e attenzione! il rifiuto viene punito come previsto per
la violazione corrispondente al tasso non superiore a 1,50 g/l.
Attenzione poi per i giovanissimi che scherzano con spritz, shorts
e altre bevande alcoliche, la patente B si allontana da uno a tre
anni (praticamente a 21 anni compiuti). Il limite di alcool zero
vale anche per chi non ha compiuto i 18 anni e ha conseguito il
patentino per motorino o minicar. Praticamente se il minorenne
viene sorpreso dalla Polizia con un tasso da 0 a 0,50 dovrà attendere di compiere 19 anni per conseguire la patente di categoria
B; se il valore alcolemico supera lo 0,50 g/l la patente B scivola
a 21 anni, e attenzione la patente oltre alla possibilità di guidare
è richiesta per molti concorsi pubblici e per lavoro.
Con la stessa Legge veniva rimandata anche la riforma delle
norme che riguardano strettamente i neopatentati, ovvero dopo
una serie interminabile di rinvii, fin dal 2007, le “restrizioni”
per la guida di determinate categoria di veicoli.
È entrato in vigore il 9 febbraio 2011, con un decreto definito
“milleproroghe” e riguarda il limite di potenza per la guida di
veicoli per i conducenti titolari di patente categoria B introdotto
nell'articolo 117 del Codice della Strada. Per il primo anno dal
rilascio della patente, non è consentita la guida di autoveicoli che hanno una potenza specifica, riferita alla tara, superiore a 55 kW/t (tale valore è riportato sulla carta di circolazione
dell’autovettura). Nel caso di veicoli di categoria M1, cioé quelli
adibiti al trasporto di persone con al massimo 8 posti a sedere
oltre il conducente, si applica un ulteriore limite di potenza
massima pari a 70 kW., questo per evitare, secondo il legislatore, l'incongruenza per la quale i neopatentati potevano guidare
veicoli molto potenti e veloci, perché pesanti, mentre ricadevano nel divieto le vetture di potenza media o piccola ma leggeri e
pertanto il rapporto peso potenza risultava sfavorevole e quindi
sopra il limite. Ora con il limite massimo di potenza di 70 kw
questa situazione è sanata. Preciso che tale limite non si applica a veicoli adibite al servizio di persone invalide, purché la persona invalida sia presente sul veicolo e trovano la loro applicazione solo per le patenti di categoria B rilasciate dal 9 febbraio
2011. Tali limitazioni si allungano fino a 3 anni per le persone
segnalate per violazione dell’art.75 del D.P.R 309/1990, in parole spicciole tutte le norme che vietano importazione, esportazione, acquisto o detenzione di sostanze stupefacenti.
Cosa si rischia contravvenendo alle norme che vi ho appena
detto? Sono previste dal comma 5 dell’art.117 del Codice della
Strada che punisce il superamento dei limiti di velocità da parte
dei neopatentati o la guida di veicoli non rispondenti ai limite di
potenza con una sanzione amministrativa da 155 a 624 euro,
da tale violazione comporta anche la sospensione della patente
di guida da 2 a 8 mesi.
Per conoscere se l’auto di famiglia possa essere guidata dal
neopatentato o nell’eventualità vorreste acquistare un’auto al
vostro/a figlio/a fresca di diploma, magari con un voto degno di
un tale regalo, vi sono numerosi siti web in aiuto tra cui “corriere.it” dove sono elencate le auto per i neopatentati divise per
marca e modello, oppure “il portale dell’automobilista.it”, patrocinato dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti dove
basta inserire il numero di targa dell’auto per scoprire se può
essere guidata da un neopatentato.
Pierluigi Germani
Ispettore Capo della Polizia di Stato
Comandante Polizia Stradale Novafeltria
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