Anno 8 - Numero 3
Cultura
Ecomuseo
del paesaggio Lomellino
R i v i s t a d i C u l t u r a S t o r i a e Tr a d i z i o n i
Luglio - Settembre 2012
Sommario
In copertina
Editoriale
Angela Berti,
“Papaveri e spighe”
24x30, olio su tela
La chiusetta
di Giancarlo Costa
4
Il papavero tra leggende e fatti veri
di Chiara Babilani
5
di Eufemia Marchis Magliano
7
di Maria Forni
9
La rosa, regina dei fiori bella e caduta
Bosco, selva, foresta. La profonda essenza della natura
Il Garra Rufa, un pesciolino tra i tulipani
Dal giardino... al fuoco del fornello
3
di Nadia Farinelli Trivi 12
di Graziella Bazzan 13
Le attività di un museo all’aperto
di Umberto De Agostino 15
Il pensiero di Dio veste di colore la natura
di suor Teresa Colombo 17
Gli appuntamenti del Circolo
Papaveri
Vorrei essere ape silvestre
per posare
occhi,
mani,
cuore
sugli ondeggianti petali
per rubare sogni
nel rosso esplosivo
dei papaveri.
da “Canta la rana”,
Giancarlo Costa (1980)
18
editoriale
I fiori, fonte d’ispirazione delle arti
Mille petali
di bellezza
e cultura
L
di
Marta Costa
a più grande, magnifica, meravigliosa opera
d’arte del mondo l’ha realizzata un pittore che
non ha speso un solo giorno del suo vissuto
nelle aule d’accademia. D’altro canto alla natura, maestra dei maestri, non servono libri o
lezioni. Basta una passeggiata lungo le polverose strade
di campagna per rendersene conto. Intorno alle risaie e
alle distese di granoturco è un’esplosione di colori, di
suggestioni che parlano all’anima. Non c’è riva o campo che, alle porte dell’estate, non abbia in sé un tocco di
magia, qualcosa che sa di eterno e ineffabile. Il fascino
dei fiori rapisce lo sguardo, cattura il pensiero. Rientra
a pieno titolo tra quei moti dello spirito che la ragione
fatica ad afferrare: è forse il più immediato e istintivo
esempio della pulsione estetica verso la bellezza assoluta. Da lì inizia quel cammino che tende al perfetto.
Per questo il Vaglio ha scelto di tributare le proprie
pagine all’incantevole pluralità di forme e cromatismi
delle piante. Lo ha fatto, come sempre, interpretando e
sviluppando il tema portante sotto più di una prospettiva culturale, a dimostrare come dentro a un semplice,
fragile fiore ci possa essere un universo da esplorare.
I simboli della dolcezza, dell’amore e della sensibilità hanno così dispensato svariati ambiti di riflessione,
che spaziano dalla storia alla letteratura, dall’attualità
alla spiritualità. Ad esempio, Chiara Babilani propone
un coinvolgente viaggio a ritroso nel tempo, fino alle
prime testimonianze sull’uso dei papaveri. Si torna a
cinquemila anni fa, per poi proseguire tra aneddoti e curiosità fino al Novecento. La rosa e la sua forza ispiratrice sono gli ingredienti del servizio curato da Eufemia
Marchis Magliano, che ha deciso di addentrarsi nello
sconfinato mondo della poesia per rintracciare il profu-
mo della “regina” di tutti i fiori. Si passa dalle rime dei
Trovatori a Giovanni Pascoli, da Saffo ai versi cavallereschi di Matteo Maria Boiardo. Anche Maria Forni ha
scelto di condurre la propria penna lungo il sentiero della letteratura, ritrovandosi però in ambientazioni assai
meno “amichevoli” di quelle suggerite da un roseto...
Al centro del suo contributo si trovano le foreste (dalla
“selva oscura” di Dante alle disavventure di Hänsel e
Gretel), metafora delle paure dell’inconscio, specchio
dell’ignoto e del selvaggio. Di tutt’altro tono le notizie
riferite da Nadia Farinelli, che conduce il lettore all’aeroporto di Amsterdam, in Olanda, per mostrargli un’insolita novità. In un negozio dedicato ai fiori (si parla pur
sempre del Paese dei tulipani), ha fatto la sua comparsa
uno strano pesciolino... specializzato in trattamenti estetici! Graziella Bazzan si occupa poi dell’utilizzo dei fiori in cucina, rivelando inaspettate possibilità culinarie,
mentre suor Teresa Colombo si sofferma a indagare le
connessioni tra la bellezza relativa delle piante e quella assoluta del Creatore. Umberto De Agostino, invece,
traccia la fisionomia di un progetto che si basa proprio
sul valore degli spazi aperti, intesi nell’accezione più
vasta possibile: il suo servizio descrive l’Ecomuseo
del Paesaggio Lomellino, serbatoio di tracce materiali
e immateriali sul territorio. Insomma, come sempre gli
ottimi collaboratori di questo trimestrale hanno dispiegato un ricco ventaglio di argomenti, partendo da un
medesimo filo conduttore. A riprova di quanto il terreno
della cultura sia vasto, profondo, ma non per questo poco accessibile a tutti noi. È come un’immensa prateria,
segnata da una gran molteplicità di specie vegetali. Tra
cui moltissimi fiori. Non resta che raccoglierli, uno ad
uno. Buona lettura.
luglio - settembre 2012
3
Cultura &
Ricordi
L’impianto
idrico collocato
lungo l’Arbogna
a Mortara
Foto di Luigi Pagetti
La chiusetta
Q
di
Giancarlo Costa (1971)
uel mezzogiorno non tornai a casa, ritornai sulla stessa strada di campagna percorsa con te durante il mattino.
I rintocchi del mezzodì erano chiari e nitidi; le erbe si stagliavano verdi e fruscianti, e le gaggie sollevavano le foglioline dai rami verso il cielo. Risalii sull’argine,
lungo l’Arbogna: mi aprivo il passaggio fra i cespugli ancora teneri e le graziose
foglioline mi accarezzavano le gambe, portandomi l’umido tatto della rugiada.
Nell’aria tiepida c’era un profumo di erbe falciate, arature e sarchiature, che penetravano fra gli
abiti, sino alla pelle, come essenze apportatrici di voluttà.
Giunto alla Chiusetta, affondai il corpo nei mucchi di maggengo, premendo le labbra contro l’erba in essicazione. Mai, prima d’allora, avevo pensato che l’incanto dell’amore si potesse godere
con la natura e con l’anima.
La natura non può creare l’immagine di un paradiso se l’anima non ne raccolga gli elementi: i
fiori dell’amore devono sbocciare a somiglianza di quelli della terra, e i palpiti devono germogliare come quelli della natura; lo splendore del tuo viso, il verde dell’erbetta, le fossette delle
tue guance, il salto dell’acqua vertiginoso, la bocca sorridente, il maggengo, tutto era entrato
nel mio paradiso portato dall’amore, dalla terra germogliante, dalla gioventù, dalla primavera.
Era l’amore che aveva asperso in me l’indicibile bellezza di quel mezzogiorno, la fragranza del
fieno, il tiepido dell’aria, i lontani rintocchi, il picchiettare del picchio nel filare di pioppi, il
fluttuare dell’Arbogna che si gettava nel salto, era la natura che mi ridonava la tua bellezza, la
tua felicità, la tua freschezza: eri mia, come mia era in quel momento la Chiusetta.
Percepivo sull’argine i tuoi passi che camminavano a me vicino, come vicino sentivo ancora le
labbra inesperte che mi offrivano i primi timidi baci.
L’ampio riverbero del sole avvolgeva la Chiusetta, quando scesi verso la statale.
L’aria divenuta calda m’investì, e il volto protesi verso il sole, e da quell’istante con la certezza
altera della giovinezza capii che in quel mattino di primavera avevo incontrato la donna del mio
destino e l’avevo accettata.
Se Tecla un giorno fosse stata mia, in verità, non dubitavo affatto che ciò non avvenisse, sarebbe
stato quello il compimento di ciò che era iniziato in quel mattino alla Chiusetta.
Compresi che l’essermi dato a lei, avrebbe avuto un valore assai più grande di quanto Tecla fosse diventata mia, e come una visione al di là del tempo, capii che quell’incontro alla Chiusetta
avrebbe lasciato un segno indelebile nel mio cuore e l’avrei amata per tutta la vita.
4 I L VA G L I O
Cultura &
Storia
Il papavero
tra leggende
e fatti veri
Nei nostri paesaggi, ma anche nelle tombe egizie
L
Chiara Babilani
a musica cominciò in un assolato pomeriggio
di tanti anni fa quando Elisa, un po’ più grande
di me, mi insegnò a crearla usando lo stelo di
uno smilzo e poco appariscente fiore bianco,
la borsa del pastore. Staccando leggermente
le foglie a forma di cuore dal fusto e facendolo girare fra
pollice ed indice, si crea un melodioso ticchettio che ho
sempre ricondotto all’estate. La capsella bursa-pastoris
è in realtà una pianta annuale assai diffusa, ma come
tutta la vegetazione sembra rinascere anch’essa in primavera, forse perché più volentieri si esce in giardino
o si va in campagna dove, sempre più di rado ormai, si
scorgono arbusti e fiori colorati.
Alcuni sono più timidi come la veronica chamaedrys
dal piccolo fiore azzurro a quattro petali, meglio conosciuto con il nome di occhi della Madonna, altri invece
catturano subito l’attenzione, con il loro inconfondibile
colore scarlatto, punteggiando le rive dei fossi e facendo capolino fra le spighe nei campi: sono i papaveri.
Non sarebbe primavera senza i papaveri! Fioriscono tra
aprile e luglio in campi coltivati, ambienti rudeali, macerie, margini di strade, sino ad un’altitudine di circa
1800 metri. Il loro fusto sottile, coperto di peli rigidi,
raggiunge i 60 centimetri di altezza. I boccioli sono verdi a forma di oliva e penduli. Il fiore ha quattro delicati
petali caduchi, impalpabili come carta velina o seta e
il loro colore è il rosso, spesso macchiato di nero alla
base, in corrispondenza degli stami anch’essi neri. Le
foglie inferiori hanno la lamina pennato-lobata con segmenti spatolati, quelle superiori sono più piccole, sessili
e trilobate, mentre il frutto è una capsula che contiene
molti piccoli semi, reniformi e reticolati.
Il Papavero rhoeas, comune dalle nostre parti, è larga-
Claude Monet, “Papaveri ad Argenteuil”,
olio su tela, 1873
mente diffuso in Europa e in Asia, da dove si ritiene sia
arrivato insieme ai primi cereali coltivati nella Mezza
Luna fertile. Alcune varietà di papavero sono state rinvenute anche in tombe egizie di oltre 3000 anni fa e
persino i Sumeri ne conoscevano l’azione narcotica e
con loro si risale sino a 5000 anni fa. Proprio perché lo
si conosce da sempre, il papavero è diventato oggetto di
numerose leggende e credenze popolari.
La tradizione mitologica greca lo considera il fiore della
consolazione, tant’è che si narra che Demetra, la dea
dei campi e delle messi, abbia riacquistato la serenità
in seguito alla discesa della figlia Proserpina nell’Ade,
soltanto bevendo infusi di papavero.
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La tradizione
mitologica greca
lo considera il fiore
della consolazione:
si narra che la dea
dei campi
e delle messi,
Demetra, abbia
riacquistato
la serenità bevendo
infusi di papavero
Si narra che Gengis
Khan portasse
sempre con sé
dei semi di papavero
che spargeva
sui campi
di battaglia
dopo le sue vittorie,
in segno di rispetto
per coloro
che vi erano caduti
Un campo di papaveri
(foto di Emilio Gallino)
In Flanders fields
è un poema
di guerra scritto
dal Tenente
Colonnello
canadese
John Alexander
McCrae durante
la Prima Guerra
Mondiale
È stata anche rinvenuta, sull’isola di Creta, una statuetta
d’argilla raffigurante la dea, mentre porta i baccelli della
pianta, fonte di nutrimento e di oblio, incastonati in un
diadema. I greci consideravano poi i suoi semi portatori
di salute e fertilità, nonché di forza, ecco perché gli atleti ne bevevano una pozione fatta con miele e vino prima
di misurarsi nei giochi. Più romantica invece la visione
degli antichi romani, credevano infatti che questo fiore alleviasse le pene d’amore. Di tutt’altro avviso era
il conquistatore e imperatore mongolo Gengis Khan: si
narra che portasse sempre con sé dei semi di papavero
che spargeva sui campi di battaglia dopo le sue vittorie, come ricordo e in segno di rispetto per coloro che
vi erano caduti con onore ed anche per segnalare, con
il colore di quei fiori, che vi era stato uno spargimento di sangue. I papaveri
continuano ad essere associati alla guerra anche
nel mondo anglosassone,
durante il Remembrance
Day (o Armistice Day)
che commemora la fine della Prima Guerra
Mondiale, avvenuta l’11
novembre del 1918, tutti
portano un papavero rosso all’occhiello. Questa
usanza nasce da un poema di guerra, scritto dal
Tenente Colonnello John
Alexander McCrae, medico e militare canadese, intitolato In Flanders fields.
L’opera divenne immediatamente popolare e si apre
proprio con l’immagine dei papaveri che crescono tra le
tombe dei soldati caduti nei campi delle Fiandre. L’associazione di questo fiore ai caduti in guerra rimane uno
dei simboli più forti e chiari in assoluto.
Anche il cantautore e poeta Fabrizio de André ne La
guerra di Piero, rievoca la stessa immagine, ugualmente carica di suggestione e tristezza:
Dormi sepolto in un campo di grano
non è la rosa non è il tulipano
che ti fan veglia dall’ombra dei fossi
ma son mille papaveri rossi
***
Attraverso un aneddoto raccontato dallo storico romano Livio, i papaveri acquisiscono un’accezione pratica,
divengono simbolo di potere. Lo storico riporta che
Tarquinio il Superbo, non riuscendo a conquistare la
città di Gabi, vi inviò il figlio Sestio, cosicché fingendo
di essere in fuga dal padre ed in cerca di asilo, potesse
con l’inganno guadagnarsi la fiducia della città. Una
volta abbindolati i cittadini, Sestio mandò un messo
presso il padre per chiedere come procedere. Tarquinio
non proferì parola, si limitò a recidere le teste dei papaveri più alti che spuntavano dall’erba. Sestio recepì
il messaggio, eliminò le figure più autorevoli della città
di Gabi, gettandola nel disordine e rendendola facile
preda di Roma. Ancora oggi l’espressione “alti papaveri” sta ad indicare le persone più autorevoli di una
comunità. Il papavero è forse uno dei fiori ad avere più
significati: in tempo di guerra rappresenta la consolazione e viene utilizzato per ricordare i soldati caduti. In
amore in passato significava tradimento ed incostanza,
ora in molti luoghi significa amore fedele, oppure orgoglio sopito. Una volta gli innamorati, oltre a sfogliare la margherita, prendevano un petalo di papavero, lo
posavano sul palmo della mano e se colpendolo con un
pugno sentivano uno schiocco, potevano esser certi che
l’amato era loro fedele…
IN FLANDERS FIELD
SUI CAMPI DELLE FIANDRE
In Flanders fields the poppies blow
Between the crosses, row on row,
That mark our place; and in the sky
The larks, still bravely singing, fly
Scarce heard amid the guns below.
Sui campi delle Fiandre spuntano i papaveri
tra le croci, fila dopo fila,
che ci segnano il posto; e nel cielo
le allodole, cantando ancora con coraggio,
volano appena udite tra i cannoni, sotto.
We are the Dead. Short days ago
We lived, felt dawn, saw sunset glow,
Loved and were loved, and now we lie,
In Flanders fields.
Noi siamo i Morti. Pochi giorni fa
eravamo vivi, sentivamo l’alba, vedevamo
risplendere il tramonto, amanti e amati.
Ma adesso giacciamo sui campi delle Fiandre.
Take up our quarrel with the foe:
To you from failing hands we throw
The torch; be yours to hold it high.
If ye break faith with us who die
We shall not sleep, though poppies grow
In Flanders fields.
Riprendete voi la lotta col nemico:
a voi passiamo la torcia, con le nostre
mani cadenti, e sian le vostre a tenerla alta.
e se non ci ricorderete, noi che moriamo,
non dormiremo anche se i papaveri
cresceranno sui campi di Fiandra.
6 I L VA G L I O
Cultura &
Poesia
La rosa,
regina dei fiori
bella e caduca
I poeti cantano lO SPLENDORE DEI PETALI
A
Eufemia Marchis Magliano
gli albori della letteratura italiana, un antico trovatore, Cielo d’Alcamo compone Il
contrasto fra amante e madonna, un’opera in versi (tra il 1230 ed il 1250), probabilmente destinata alla rappresentazione,
che inizia così:
Rosa fresca aulentissima ch’appari inver la state,
le donne ti disiano pulzelle e maritate...
Le donne veramente amano le rose, desiderano riceverle in dono, rose rosse per un amore ardente di passione,
rosa per un sentimento tenero, bianche per sottolineare
la purezza, gialle per rimarcare la gelosia ad una bella
traditrice. Messaggi d’amore o di riconoscenza, ammirazione, devozione, rose rosse e bianche circondate di
verdi foglie nei colori della bandiera italiana per proclamare la propria italianità, come quelle di un piccolo
mazzo appuntato coraggiosamente sul petto dell’attrice Anna Pedretti Diligenti nella sua serata d’onore nel
maggio 1863 a Trieste di fronte a numerosi spettatori
fra i quali un bel gruppo di ufficiali austriaci.
Io non amo la rosa rapita alla sua pianta che muore
nell’acqua di un vaso o in un angolo di cimitero gettata via dopo l’accompagnamento di un feretro. Amo
la rosa canina, timida e delicata, che in primavera occhieggia tra le foglie del cespuglio nei boschi, sulle rive
dei ruscelli, ai margini delle strade campestri e ritorna
in autunno, in uno sfolgorio di rosse bacche, la rosa di
macchia alla quale si rivolge con singolare delicatezza
Giovanni Pascoli:
Rosa di macchia, t’amo
...
guardi chi passa nella grande estate
E, guardando, apri tutti i fiori e sogni
Catharina Klein
(1861-1929),
cartolina
con rose
di quei passanti con le loro ombre nere
e lasci, distratta, qualche foglia
di ogni fiore cadere.
Io amo, anche, le rose senza pedigrée che s’arrampicano sui muri di vecchie case, di povere cappelle campestri, o su rustiche staccionate. Non parlano al mio cuore
le superbe creature frutto di selezioni puntigliose che
popolano curatissimi roseti e giardini di dimore signorili. Le guardo senza altra emozione che la meraviglia.
Amo le rose cantate dai poeti, comparate alla donna o
identificate nella femminilità in un simbiotico rapporto
rosa-donna.
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Le donne amano
le rose, desiderano
riceverle in dono:
rosse per un amore
passionale, rosa
per un sentimento
tenero, bianche
per sottolineare
la purezza, gialle
per rimarcare
la gelosia
La rosa vive
nella pittura,
nella scultura,
nella poesia,
associata per lo più,
alla donna.
È la figlia prediletta
della natura,
la regina del creato,
è l’ornamento
più bello delle case
Miti e leggende sulle rose appartengono alla cultura classica, a quella degli indiani d’America, degli ebrei, dei mussulmani, dei cristiani, sempre accomunati
nell’associare la rosa all’amore, alla bellezza muliebre.
Il greco Anacreonte ne canta la nascita insieme a quella
di Venere, Bione scrive che è il frutto delle lacrime della
dea sul morto Adone, per l’ebraico Cantico dei Cantici
la Rosa di Sharon è la bellezza della donna, per la cultura cristiana è Maria, madre di Gesù, la Rosa Mistica,
simbolo di purezza e perfezione.
Nella poesia il tema della rosa rimbalza da un artista
all’altro, dalla Grecia antica ai tempi nostri, legato alla
giovinezza ed all’amore. Nel VII secolo a.C. Archiloco
ricorda una donna bella e felice con un ramo di mirto ed
una rosa, Saffo descrive l’amata più tenera di una rosa;
verso il I secolo a.C. Meleagro piange la rosa e l’amore
che se ne va, Crinagora vorrebbe essere una rosa porporina:
fra due seni starei, rosa fra rose,
Dionisio sofista, rivolgendosi alla fioraia chiede:
Tu delle rose! Rosata la grazia che hai. Ma che vendi?
Te, le tue rose, o insieme loro e te?
Per Giacomino Pugliese, elegante scrittore della scuola
siciliana, la sua donna, figura dolce e tenera è una bella
rosa novella, una stella splendente, per Guido Guinizelli, esponente del Dolce Stil Novo, l’amata sembra una
fresca rosa. Dante sceglie questo fiore per dare l’immagine del consesso degli angeli in Paradiso intorno a
Maria:
In forma di candida rosa
Mi si mostrava la milizia celeste.
L’innamorato Petrarca considera Laura la più bella fra
le donne come la rosa è la più bella fra gli altri fiori,
e, rifacendosi alla tradizione classica di Orazio, Virgilio ed Ovidio, lamenta la caducità delle cose terrene, in
particolare della giovinezza e della bellezza muliebre
che, come la rosa, presto sfioriscono. Tema che è fra i
più diffusi del Rinascimento: la rosa appassisce, la giovinezza passa presto, occorre approfittare del miglior
tempo della vita. Il più colto e raffinato poeta del Quattrocento, Angelo Poliziano, osserva le rose, godendo
malinconicamente della loro bellezza transitoria. Con
accenti purissimi e senza malizia esorta le fanciulle a
cogliere la rosa quando è più fiorita, a godere, cioè, della giovinezza:
Quando la rosa ogni sua foglia spande,
quando è più bella, quando è più gradita,
allora è buona a metterla in grillande
prima che sua bellezza sia fuggita,
sicchè, fanciulle, mentre è più fiorita,
coglian la bella rosa del giardino.
Delicatissimo il sonetto Rosa scritto per una giovinetta
morta: i genitori ne presagirono la fine chiamandola Rosa, nulla di più bello, nulla di più caduco.
Meno lirico del Poliziano, ma con elegante leggerezza,
Lorenzo de’ Medici vagheggia il libero amore dell’età
dell’oro e, con sensualità mitigata dal sorriso, esorta le
giovani ad amare poiché troppo breve è il fiorire della
vita: la rosa va colta nei momenti migliori. La similitudine donna- rosa è presente nelle opere di Matteo Maria
8 I L VA G L I O
Boiardo: Angelica, nell’Orlando innamorato sembra
una rosa dei giardini, così Ludovico Ariosto definisce
“languidette” come il fiore morente, le labbra di Isabella che bacia Zerbino e, nelle parole di Sacripante, sfortunato innamorato di Angelica, identifica una giovane
vergine alla rosa non colta amata da tutti che, quando è
tolta dal suo stelo, perde ogni attrattiva:
La verginella è simile alla rosa
ch’in bel giardin su la nativa spina
mentre sola e sicura si riposa
né gregge né pastor le si avvicina.
Ma sì tosto dal materno stelo
rimossa viene e dal suo ceppo verde,
che quanto avea dagli uomini e dal cielo
favor, grazia, bellezza, tutto perde.
Non è dello stesso parere Torquato Tasso che, come Lorenzo de’ Medici, rimpiange l’età dell’oro, quando
la vergine ignuda scopria le fresche rose
ed amava liberamente. Lontano dal moralismo del tardo
Cinquecento, Tasso nell’Aminta, descrive la serena sensualità dei pastori e delle ninfe, consigliando alle giovani donne di approfittare delle gioie che offre l’amore.
Consiglio che ripete nella Gerusalemme Liberata:
Cogliam la rosa in su ‘l mattino adorno
di questo dì, che tosto il seren perde;
cogliam d’amor la rosa: amiamo or quando
esser si puote riamato amando.
Nelle Rime ricorda una donna che amò, simile ad una
rosa
verginella... ed ora, novella sposa
spiega il seno aperto a’ caldi rai
L’età barocca è il trionfo della rosa nella poesia; Giambattista Marino la canta in versi fluidi e musicali con
vena voluttuosa, ricchezza di immagini ardite ed ingegnose:
Rosa riso d’amor... del ciel fattura... pregio
del mondo e fregio di natura... porpora dei giardini...
pompa de’prati... gemma di primavera... splendore
della terra... favorita mia... mia diletta...
La musicalità barocca caratterizza anche i versi di Gabriello Chiabrera; in una canzonetta che pare un gioco
musicale, identifica le labbra della sua donna nelle rose
porporine, amorose, belle che sanno sorridere in modo
più grazioso di tutto ciò che vive in natura.
Pure Giuseppe Parini usa “coglier la rosa” per indicare
l’amplesso amoroso, ma quello del matrimonio:
Beato colui che può, innocente
nel suo letto abbracciar la propria sposa
ed amoroso insieme e, continente,
coglier con parca man la giovin rosa
e veder poi dal suo desir ardente
sorger prole robusta e graziosa:
e coltivar la tenerella mente
al vero, al giusto, ad ogni cosa.
Altri poeti cantano la rosa nelle loro liriche; io concludo
il mio lavoro di ricerca con i versi del Parini che trovo
degni della più alta poesia e del più alto sentire: felice lo
sposo che, cogliendo “la giovin rosa” potrà avere figli
belli e sani ai quali insegnerà l’amore per la verità, la
giustizia, l’onestà.
Cultura &
Letteratura
Bosco, selva, foresta
La profonda essenza
della natura
FASCINO, TERRORE, MISTERO NELLE RAPPRESENTAZIONI LETTERARIE
Maria Forni
D
avanti a un gran bosco abitava un povero
taglialegna, con sua moglie e i suoi due
bambini: il maschietto si chiamava Hänsel e la bambina Gretel. È questo l’ incipit della famosa fiaba di Hänsel e Gretel,
che si svolge interamente in un bosco oscuro e pauroso,
non privo del fascino ingannatore della casetta di marzapane e dolciumi, dimora di un’orrida strega che farà
prigionieri i due bambini, ma alla fine risulterà atrocemente punita. Nella raccolta di fiabe che nel secolo XIX
i fratelli Grimm realizzarono sulla base dei racconti popolari tramandati oralmente per generazioni, innumerevoli sono le vicende che si svolgono nello scenario
– ripetuto quasi ossessivamente come un topos dell’inconscio collettivo – dei boschi fantastici e spaventosi.
...Vicino al castello del re c’era un gran bosco tenebroso e nel bosco, sotto un vecchio tiglio, c’era una fontana: nelle ore più calde del giorno, la principessina andava nel bosco e sedeva sul ciglio della fresca sorgente,
e quando si annoiava, prendeva una palla d’oro, la buttava in alto e la ripigliava... ( “Il principe ranocchio”).
La selva più famosa è forse quella di Cappuccetto Rosso, che la mamma manda a portare il pranzo alla nonna,
nella sua casetta nel folto della vegetazione boschiva:
Ma la nonna abitava fuori, nel bosco, a una mezz’ora dal villaggio. E quando giunse nel bosco, Cappuccetto Rosso incontrò il lupo. Nelle fiabe il bosco non
è minuziosamente descritto, “ viene appena accennato,
eppure è incombente come un passato di tragedia che
Tacito orror di solitaria selva
Di sì dolce tristezza il cor mi bea…
Vittorio Alfieri
Roberto Pelli,
“Il bosco”,
olio su tela
riguarda etnicamente la nostra esperienza collettiva e
primitiva” (Picca 2011). Nella sua opera fondamentale
“Morfologia della fiaba” Vladimir Propp ricorda come
i boschi, nella loro fisionomia fantastica e spaventosa,
richiamino gli antichi riti di iniziazione dei fanciulli, la-
luglio - settembre 2012
9
Nella raccolta
di fiabe dei fratelli
Grimm, realizzata
sulla base
di racconti popolari,
innumerevoli sono
le vicende
che si svolgono
nello scenario
di boschi fantastici
e spaventosi
A sinistra:
Ludwig Richter,
“Hänsel e Gretel”.
A destra:
Gustave Doré
“Cappuccetto Rosso”
I boschi,
nella loro
fisionomia
tenebrosa,
richiamano
gli antichi riti
di iniziazione
dei fanciulli, lasciati
nelle selve
a superare prove
crudeli e terrori
sciati nelle selve a superare prove crudeli e terrori per
dimostrare la conquistata uscita dall’infanzia. In effetti,
una sia pur rapida catalogazione delle fiabe popolari
trascritte dai Grimm e già prima da Perrault, permette
di identificare nel bosco, sempre presente nella narrazione, una polisemia rilevante: vi si può vedere infatti
il luogo dell’abbandono (Pollicino, Hänsel e Gretel), in
cui i genitori spinti da una remota povertà e da durezza
di cuore lasciano i figli nella più completa e perigliosa
solitudine, oppure il luogo della fantasia mostruosa che
dà vita a draghi, lupi mannari, folletti e altre strane creature. Il bosco può anche essere il luogo dell’inganno e
della fata morgana, dove falsi aiutanti e reali oppositori,
per usare la terminologia proppiana, preparano straordinari artifici di illusorietà, per sconcertare e sconvolgere la vittima, rendendola più facilmente vulnerabile
e catturabile. È il caso della casetta allestita dalla perfida strega dagli occhi rossi per Hänsel e Gretel, attirati
nell’inganno mortale dai dolci componenti della casa
stessa e dalle parole di finta benevolenza dell’orribile
vecchia.
A mezzogiorno, videro su un ramo un bell’uccellino
bianco come la neve; cantava così bene che si fermarono ad ascoltarlo. I due bambini lo seguono, finché
giungono a una piccola casa e l’uccellino si posò sul
tetto. Quando furono ben vicini, videro che la casina
era fatta di pane e coperta di focaccia, ma le finestre
erano di zucchero trasparente…
Un altro perfetto esempio di locus amoenus ingannatore è la radura fiorita di Cappuccetto Rosso: la bambina
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si ferma a raccogliere i fiori, mentre il perfido lupo raggiunge nella casetta la nonna e la divora.
Dal sentiero corse nel bosco in cerca di fiori, e quando
ne aveva colto uno, credeva che più in là ce ne fosse
uno più bello e ci correva e si addentrava sempre di
più nel bosco.
Ma nelle fiabe il bosco è anche il luogo della scoperta
delle proprie risorse, della possibilità di ricevere aiuto dagli altri e, infine, della soluzione delle situazioni
pericolose: il male viene (quasi) sempre sconfitto e i
fanciulli superano le terribili prove, ingannando e debellando ogni sorta di oppositori. In fondo, la foresta
fiabesca è un luogo di formazione, in cui la paura e l’orrore si trasformano in manifestazione di intelligenza,
astuzia e coraggio. Non a caso il verbo forse più frequentemente usato nelle narrazioni fiabesche è “camminare”. Cammina cammina, arrivarono a... È il tema
dell’iter, materiale e metaforico, dalla situazione di
“mancanza” al superamento dell’ostacolo allo scioglimento finale. La foresta rispecchia le paure dell’inconscio, ma anche il fascino dell’ignoto ed evoca i fantasmi
di quella natura selvaggia nella quale vivevamo e dalla
quale siamo usciti faticosamente, serbandone tuttavia
le valenze simboliche. Del resto, quando nacquero le
prime rappresentazioni letterarie colte o popolari delle
selve, l’Europa, compresa quella mediterranea, era ancora ricoperta da foreste, che poi, nel loro aspetto più
orrido, fantastico, avventuroso e selvaggio, si spostarono sempre più in là, in luoghi per il mondo europeo
“esotici”. “Altissima quiete della foresta primordiale”,
“intricata muraglia vegetale, più alta di una cattedrale”,
sono alcune delle espressioni che il grande romanziere
Conrad userà nell’età del colonialismo, per indicare la
foresta tropicale, vero e proprio “cuore di tenebra”.
Nel Medio-Evo, quando le popolazioni nordiche hanno
ormai conquistato l’antico dominio di Roma, innestando la loro cultura sul tronco di quella classica, la selva non può non diventare scenario privilegiato, talora
unico, delle storie romanzesco-cavalleresche, in tutti i
suoi più vari aspetti, dal locus horridus all’amoenus.
Ma soprattutto nella letteratura di quel tempo dominato
da un immaginario fantastico e segnato dal sovrannaturale e dalla magia, nella rappresentazione della foresta
prevale la funzione simbolica: essa diventa “lo spazio
dell’avventura, dell’incontro, della perdizione, della
follia, dell’inselvaticamento” (Boitani 2003). Non c’è
cavaliere della Tavola Rotonda che prima o poi non entri in una selva, per fuggire o inseguire incontri o scontri, per la ricerca dell’oggetto del desiderio, per raggiungere esperienze straordinarie, selvagge o paradisiache.
Nel romanzo “Yvain”, la foresta occupa l’intera azione,
e in essa il protagonista si abbandona allo stato di natura; selvaggio, nudo, caccia con l’arco e mangia cibi crudi, finché l’incontro con un eremita lo avvia al cammino della reintegrazione nella civiltà. I legami di questo
tipo di letteratura con le fiabe popolari di magia sono
evidenti, ma la funzione simbolica della selva ha ispirato anche opere di altissimo livello poetico, morale e
culturale come la Commedia dantesca, che si apre proprio con una selva oscura, definita più oltre selvaggia e
aspra e forte. Nel grande romanzo teologico dantesco
la selva, peraltro forse ricordo di quella di Brunetto Latini nel Trésor, è il luogo della paura e della minacciata
perdizione, ma più avanti, nel Purgatorio e nel Paradiso,
compaiono altre foreste, “foreste concettuali e simboliche… in una fittissima boscaglia aristotelica” (Picca
2011). Alla selva paurosa dell’incipit, viene spontaneo
contrapporre la divina foresta spessa e viva della cima
della montagna del Purgatorio, che rappresenta l’Eden
della creazione, il Paradiso terrestre riconquistato.
***
La “riscoperta” del bosco come elemento fondamentale della narrativa europea avviene col romanticismo,
quando la natura viene collegata da un lato alla potenza
delle passioni dell’individuo rivolto con intensa attenzione alla propria interiorità, dall’altro alla percezione
dell’assoluto, di quell’ “eterno universo delle cose”
(Shelley) a cui rimandano gli spettacoli sublimi della
natura. E tra questi vi è anche la foresta, con la sua gigantesca prole dei pini, figli ancestrali (Shelley).
Già il primo romanzo della letteratura italiana ricollegabile al Romanticismo, “Le ultime lettere di Jacopo
Ortis” del Foscolo, si muove all’interno di quello che è
stato definito “un bosco totale”: il giovane Jacopo, alter
ego del giovane Ugo, all’indomani del Trattato di Campoformio (1797 ) con la cessione del Veneto all’Austria
da parte del “liberatore” Bonaparte, si rifugia sui Colli
Euganei per sfuggire alla persecuzione politica. In quel
mondo silvestre e incontaminato, nonostante la disperazione per le sorti della patria e le
sue stesse vicende, romanticamente rivolte verso un destino
di morte, egli riesce a trovare
momentanea
consolazione
proprio nel contatto diretto e
totale con una natura boschiva
fautrice di solitudine. Anche
un amore sorto prepotentemente al di là della disperazione del suo spirito, quello per la
“divina fanciulla”, Teresa, che
lo ricambia ma è già promessa
a un altro, lo riporta in qualche modo alla vita, e tuttavia
è destinato a rimanere irrealizzabile. Nel continuum boschivo Jacopo trova momenti
alterni di cupa disperazione e di ritorno alle emozioni
esaltanti della gioventù e della vita. Nella distesa selvaggia egli medita, legge Plutarco, gode la solitudine e
cerca la bellezza e l’amore: i boschi dei Colli Euganei
sono un paesaggio reale e geograficamente individuabile, ma rivestono anche un profondo valore simbolico.
Quel paesaggio è “il Bosco-Padre, il Bosco-Patria, il
Bosco-Amore, il Bosco-Madre, il Bosco-Morte, il Bosco-Tomba” (Picca 2011) e in esso Jacopo vaga lento o
corre affannato, a piedi e a cavallo, in un succedersi di
solitudine e di incontri. La foresta foscoliana assume un
valore bipolare e dialettico: appare alternativamene come il luogo di Teresa, dell’amore, della bellezza e quello opposto della pulsione di morte, significata dai dirupi
selvaggi, dai franamenti, dalle rocce nude. È il luogo
della dolcezza e della sconfitta, della vita e della morte.
È un bosco interiore ed esteriore, specchio dell’anima
romantica che nella natura trova il suo riflesso e la sua
voce.
Sto spesso sdraiato su la riva del lago de’ cinque fonti:
mi sento vezzeggiare la faccia e le chiome dai venticelli
che alitando sommuovono l’erba e allegrano i fiori e
increspano le limpide acque del lago
(Lettera del 15 Maggio).
Di sotto a me le coste del monte sono spaccate in burroni infecondi fra i quali si vedono offuscarsi le ombre
della sera… il fondo oscuro e orribile sembra la bocca
di una voragine… L’aria è signoreggiata dal bosco che
sovrasta e offusca la valle…
(Lettera del 13 Maggio).
La selva fremeva come mar burrascoso e la valle ne rimbombava… nella terribile maestà della natura la mia
anima attonita e sbalordita ha dimenticato i suoi mali
ed è tornata per alcun poco in pace con sé medesima.
(Lettera del 25 Maggio).
In questa prospettiva di una natura-bosco dalla valenza
totalizzante non ci si può meravigliare se il termine greco hyle che significa selva, foresta, da Aristotele in poi,
ha assunto anche un significato più ampio, filosofico:
quello di materia indeterminata e inconoscibile, analoga al mistero magmatico della vita.
luglio - settembre 2012
Foto
di Emilio Gallino
La “riscoperta”
narrativa del bosco
avviene
col romanticismo,
quando la natura
viene collegata
alla potenza
delle passioni
dell’individuo
e alla percezione
dell’assoluto
11
Cultura &
Benessere
Il Garra Rufa,
un pesciolino
tra i tulipani
UN ANIMALETTO D’ACQUA TI “MANGIA” I PIEDI MENTRE GUARDI I FIORI
I Garra Rufa
“al lavoro”
L’ultima trovata
degli istituti
di bellezza
di alcuni paesi
europei si chiama
“fish-therapy”:
per una trentina
di euro è possibile
immergere i piedi
in una vasca piena
di Garra Rufa
È
Nadia Farinelli Trivi
senza dubbio particolare lo “store dei fiori”
allestito all’aeroporto di Schiphol ad Amsterdam. Il progetto vuole dare risalto ai
prodotti tipici del Paese. Nella fattispecie
vengono presi in considerazione i tulipani,
esposti sotto una grande
serra dal tetto verde, che
ricorda quello tipico delle
case olandesi. Corolle rosse, bianche, gialle, rosa, sorrette da sottili steli carnosi,
che spuntano tra larghe foglie di un verde deciso. Una
meraviglia da “Le mille e
una notte”, dove gli amanti
si scambiano tulipani come
pegno d’amore. Ciò nonostante la novità sorprendente dell’iniziativa è un’altra:
un insignificante e sbiadito pesciolino d’acqua dolce
che arriva dal Medio Oriente. Si tratta dell’ultima trovata degli istituti di bellezza di alcuni paesi europei, tra i
quali anche Gran Bretagna e Francia. Per una trentina di
euro è possibile immergere i piedi in una vasca piena di
Garra Rufa. Questo piccolo pesce, cugino della carpa,
non è più grande di un dito. Non appena i piedi prendono contatto con l’acqua, un esercito di “pesciolini dottori” si precipita sulle zone di cute ispessita e callosa,
in particolare verso quella dei talloni. Come se obbedissero al tridente di Nettuno, tre battaglioni si mettono
in ordine di marcia. Gli “strappatori” sono i primi ad
agire e preparano il terreno, seguiti dai “trafittori”, che
scavano per rimuovere la pelle morta. Infine è il turno
dei “lisciatori”, che si occupano delle finiture, lasciando
12 I L VA G L I O
la pianta del piede levigata e morbida. Il mordicchiamento, che dapprima appare minaccioso, diventa subito
dopo piacevole e addirittura rilassante, come un massaggio praticato da mani esperte.
Il nome semi-ufficiale di tale pratica è “ittioterapia” o
“fish-therapy”. Oltre a suscitare grande curiosità per il
risultato estetico, questa pratica ha destato interesse per
il possibile impiego nella cura di alcune patologie della
pelle, come la psoriasi.
Non sarebbe un trattamento risolutivo, ma agirebbe sui
sintomi, attenuando lo spessore delle lesioni.
Sulla pulizia cutanea fatta con i pesciolini esistono però
teorie e pareri contrastanti.
Il trattamento, apparentemente innocuo, non è stato
ancora riconosciuto dalla comunità scientifica, perché
potrebbe riservare delle sgradevoli sorprese. Infatti, dopo un inizio abbastanza disinvolto sull’onda dell’entusiasmo, le autorità sanitarie britanniche hanno lanciato
un avvertimento circa i potenziali rischi di diffusione di
infezioni virali. Chi è appassionato di acquari conosce
la facilità con cui si trasmettono le malattie da pesce
a pesce e non si può escludere anche un certo rischio
per l’uomo: in alcuni stati dell’Unione Americana, la
fish-therapy è stata vietata. Inoltre, come in ogni pratica emergente, può sfuggire qualche dettaglio fondamentale per garantire l’igiene dell’acquario e la qualità
dell’acqua.Va ricordato infine che normalmente i Garra
Rufa nuotano felici nelle acque dolci di Turchia, Siria e
Giordania, dove si nutrono di plancton.
Invece i pesciolini che lavorano nei centri estetici (e all’
aeroporto di Amsterdam) vivono a chilometri di distanza dal loro habitat naturale e sono costretti a seguire una
dieta composta esclusivamente da epidermide umana.
Dal giardino...
al fuoco
del fornello
Cultura &
Creatività
L’ARTE DI CUCINARE... con i fiori
S
Graziella Bazzan
i pensa abitualmente ai fiori come ornamento o come omaggio in determinate
ricorrenze, ma oltre a essere belli e profumati hanno altre virtù, infatti l’ultima
tendenza nel campo della cucina creativa è cucinarli. Petali, gambi, boccioli, fanno bella
mostra nei nostri piatti in un mix di sapori originali,
colori e sensualità; ricette semplici o raffinate, ottimi con il riso o l’insalata, da gustare come delicati
e raffinati dessert, fiori dai colori vivaci che rilassano con il loro profumo, tranquillizzano e trasmettono correnti di energia positiva sulla psiche e sul
cuore.
Cucinare con i fiori non è una novità ma la riscoperta di una tradizione antica. Nel suo “De re coquinaria” il famoso gourmet latino Apicio scriveva
di piatti a base di petali di rosa o di delicati fiori
di maggiorana. Sulla tavola del Sacro Romano Imperatore Carlo Magno si beveva vino con fiori di
garofano mentre i persiani estraevano olio dalle rose per aromatizzare le portate in occasione di feste
importanti come le nozze dell’imperatore.
Nel Medioevo prima e nel Rinascimento poi, i fiori
e le erbe erano all’ordine del giorno: si trovavano
sulle tavole di nobili e ricchi borghesi ma anche su
quelle delle famiglie più povere; coltivati in casa o
nei giardini, erano economici a costo e a chilometro
zero. Cardo, robinia e mammole finivano in padella
al momento della fioritura, altri come il cappero,
come la magnolia o il dragoncello venivano messi
sott’aceto. Alcuni fiori come il trifoglio venivano
usati per fare una farina povera, e i fiori camaleonte, girasole e cardo asinino venivano bolliti e
conditi con olio e limone. Alla corte degli Sforza
Vincent
Van Gogh,
“I girasoli”,
1888
era sovrano incontrastato delle cucine Martino da
Como: con i suoi piatti di erbe e fiori ricchi di gusto e di colore, fu l’unico che riuscì ad appagare i
palati di nobili e uomini di chiesa in tutta la penisola. Di fiori si parlava anche negli antichi ricettari
come quello di Benedetto Stefani “L’Arte del Ben
Cucinare” pubblicato a Mantova nel 1662, in cui si
menzionava l’aceto di fiori di rosmarino, conserve
di viole paonazze, gelatine bianche con pomi azzeruoli e quelle miste di fiori e frutta preparate dalle
luglio - settembre 2012
Cucinare con i fiori
non è una novità,
ma la riscoperta
di una tradizione
antica: nel suo
“De re coquinaria”
il famoso gourmet
romano Apicio
scriveva di piatti
a base di petali
di rosa...
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Tavole botaniche illustranti
(da sinistra)
il garofano,
l’aloe,
la ginestra
e la camomilla
Oggi la cucina
a base di fiori
è un’emozione
allo stato puro,
soddisfa il palato,
l’olfatto, la vista, è
creativa
e scenografica,
pur usando
ingredienti
in apparenza poveri
suore, non v’era infatti monastero o convento che
non avesse il suo “orto dei semplici” dove venivano
coltivate tutte le erbe e i fiori più utili che poi venivano usati per piatti e infusi dalle ricette segrete.
I fiori, ingredienti prediletti dei nostri antenati, non
erano solo cibi commestibili, ma curavano l’anima
e il corpo perché ricchi di
elementi benefici per la salute, ne sono testimonianza
le antiche drogherie, la farmacia di Trisulti in provincia di Frosinone risalente al
XVII secolo o quella di Casamari appartenente all’ordine cistercense.
Grazie agli scritti lasciati
nel Codice Atlantico possiamo desumere che il grande
Leonardo Da Vinci conosceva e sperimentava fiori
e spezie: tra queste la curcuma, l’aloe, lo zafferano, i
fiordalisi, le ginestre e i fiori
di papavero. Il genio firmò
pure un’inedita bevanda:
l’acqua di rose, una specie
di rosolio. Oggi la cucina
a base di fiori, cucina spesso d’autore, è un’emozione
allo stato puro, soddisfa il
palato, l’olfatto, la vista, è creativa e scenografica, pur usando ingredienti apparentemente poveri.
A dire il vero, mangiare fiori può sembrare un po’
strano ma ognuno di noi ne ha mangiati, magari
senza pensarci: i broccoli, i carciofi, i cavolfiori
sono tutte infiorescenze delle piante di cui siamo
golosi.Per essere cucinati i fiori devono essere rigorosamente commestibili, si scelgono secondo
la stagione, meglio ancora se la “materia prima”
è coltivata direttamente sul balcone o nel giardino
di casa ed ecco il successo di tisane, bibite estive,
primi piatti particolari e sofisticati come risotti alle
14 I L VA G L I O
violette o alle calendule, all’eucalipto, allo zafferano o tagliolini ai fiori di zucca accanto a frittatine
con robiola e camomilla, tortini all’aloe, sformatini
di ragù di garofano e insalate con mais, carote e
petali di rose gialle, con patate dolci, glicine e fagiolini, di notevole interesse quelle realizzate con
foglie e fiori di nasturzio i
cui boccioli sott’aceto sono
una prelibata alternativa ai
capperi.
I fiori hanno un loro linguaggio e se regalarli è come mandare un messaggio,
perché non dovrebbe esserlo anche in tavola dentro un
piatto?
Cucinate per un’amica? Petali di una rosa color rosa
come guarnizione su di una
crostata.
Avete invitato un amore impossibile?
Tulipani gialli
fritti.
Pranzate con un vostro ex?
Preparate una bella insalata con viole del pensiero
che rappresentano il ricordo
dell’amore. Volete tranquillizzare chi vi sta accanto
sulla vostra fedeltà? Servite
della pasta con ragù di garofani bianchi.
Usare fiori ha molteplici scopi, la prima ragione è
quella di mantenere un legame forte tra la natura e
l’uomo e la seconda è che, legandoci ad usanze antiche ci colleghiamo con la nostra storia assumendo
un atteggiamento di ritorno al passato con valore
economico non indifferente.
Seguire in questo modo uno stile di vita naturale ed
ecosostenibile è possibile sia vivendo in campagna
che abitando in città, visto che si tratta di fiori facilmente coltivabili su un qualsiasi terrazzo.
Cultura &
Territorio
Le attività
di un museo
all’aperto
l’ecomuseo del paesaggio lomellino in pillole
Umberto De Agostino
C
astelli, abbazie, basiliche, palazzi nobiliari. E poi garzaie, fontanili, dossi,
antiche strade di epoca romana. Con
un comun denominatore: il riso. Tutto questo è l’Ecomuseo del paesaggio
lomellino, articolato progetto di tutela, valorizzazione e promozione della Lomellina, territorio dal
patrimonio culturale millenario che a ragione può
essere definito la “mesopotamia lombarda” perché
stretto fra i fiumi Po a sud, Sesia a ovest e Ticino a
est, nella parte occidentale della provincia di Pavia.
L'Ecomuseo, che vuole presentare la memoria collettiva di una comunità e del territorio che la ospita
delineando linee coerenti per lo sviluppo futuro, interviene sullo spazio di una comunità proponendo
come “oggetti del museo" non solo i manufatti della
vita quotidiana, ma anche i paesaggi, l'architettura,
il saper fare, le testimonianze orali della tradizione.
È un mosaico che si compone di numerosi tasselli
di varia natura che puntano a un unico obiettivo:
recuperare e salvaguardare la tradizione, la cultura
contadina e le potenzialità territoriali della pianura lomellina, al momento ancora poco considerata
come risorsa turistico-culturale. Pur rivolgendosi
anche a un pubblico esterno, l’Ecomuseo ha come
interlocutori principali gli abitanti della comunità
che, anziché visitatori passivi, vogliono diventare
fruitori attivi.
Questi i progetti realizzati con il contributo della Regione Lombardia:
1) I Palii dell’autunno (a cura dell’associazione
Settembre in Lomellina)
2). Atlante di ecologia umana e dei suoni della Lo-
mellina. Mappatura delle relazioni uomo-ambiente
in Lomellina (a cura dell’associazione Tracce di
territorio di San Giorgio di Lomellina);
3) La Lomellina ipogea. Cunicoli e passaggi segreti
fra castelli, abbazie e cascine;
4) La bachicoltura in Lomellina. Dal passato al futuro;
5) Il Roggione di Sartirana: una via d’acqua lomellina tra storia e attualità (a cura dell’Associazione
Irrigazione Est Sesia).
Altri progetti realizzati e in corso:
• Il patrimonio materiale e immateriale delle cascine della Lomellina. Una proposta per la valorizzazione partecipata attraverso il web (a cura della
cooperativa Curmà di Voghera);
• Mondo sommerso (a cura dell’associazione culturale Raffinerie Cobaiasci, con i Comuni di Galliavola, Villa Biscossi, Velezzo Lomellina, Lomello e
Ferrera Erbognone, e la Pro loco Lomello, e con il
patrocinio della Provincia di Pavia);
• Valeggio e l’antica via delle Gallie (a cura del
Castello di Valeggio srl);
• “Fotografa la tua Lomellina”, concorso fotografico a tema fisso (con la biblioteca comunale di Valle
Lomellina);
• Itinerari turistici vari (a cura della cooperativa
Marta di Sannazzaro de’ Burgondi).
Il progetto “Dagli affreschi al romanico”
La pittura murale in Lomellina prevede la pubbli-
luglio - settembre 2012
Il progetto vuole
presentare
la memoria
collettiva
di una comunità
e del territorio
che la ospita
delineando
linee coerenti
per lo sviluppo
futuro
15
cazione di un opuscolo di otto pagine in grado di
illustrare gli affreschi del XV e del XVI secolo presenti in nove Comuni della Lomellina occidentale
(Valle Lomellina, Cozzo, Sant’Angelo Lomellina,
Langosco, Candia Lomellina, Mortara, Robbio,
Rosasco e Palestro). I testi dell’opuscolo promozionale sono curati da Giuseppe Castelli, storico
dell’arte e assessore alla Cultura al Comune di
Candia Lomellina, e sono corredati da immagini a
colori delle singole opere murali: in questo modo, il
turista potrà individuare con estrema immediatezza
il pregevole valore degli affreschi al centro del progetto, in attesa di ammirarli di persona durante gli
itinerari in fase di programmazione.
Info: 0384.797645 o 0382.998026.
“All’origine del romanico” è l’itinerario guidato
alla scoperta delle eccellenze architettoniche in
Lomellina, nell’ottica della promozione del territorio e della valorizzazione dei monumenti storicoartistici. Da un’idea della Pro loco Lomello, dei
Comuni di Lomello, Breme e Velezzo Lomellina,
e della parrocchia di Santa Maria Maggiore e San
Michele di Lomello, con il cappello dell’Ecomuseo
del paesaggio lomellino.
Nei mesi di maggio, giugno, settembre e ottobre,
le guide della Pro loco Lomello accompagneranno
i visitatori alla scoperta della storia, delle tecniche
costruttive e delle curiosità inerenti a monumenti
paleocristiani, protoromanici e romanici della Lomellina occidentale. L’iniziativa è in agenda ogni
ultima domenica del mese.
Info: 339.3049936 o 328.7816360.
I soci: enti pubblici, sodalizi
e aziende private
Alcune delle manifestazioni promosse
dall’Ecomuseo del Paesaggio Lomellino
Comuni
Associazioni e società
Alagna; Breme; Candia Lomellina; Castello d’Agogna; Castelnovetto; Ceretto Lomellina;
Cergnago; Cilavegna; Cozzo;
Ferrera Erbognone; Frascarolo;
Galliavola; Gambarana; Gravellona Lomellina; Langosco;
Lomello; Mede; Mezzana
Bigli; Mortara; Olevano di
Lomellina; Palestro; Pieve
Albignola; Pieve del Cairo;
Robbio; Rosasco; San Giorgio
di Lomellina; Sannazzaro de’
Burgondi; Sant'Angelo Lomellina; Sartirana Lomellina;
Semiana; Suardi; Torre Beretti
e Castellaro; Valeggio; Valle
Lomellina; Velezzo Lomellina;
Villa Biscossi
Afelio (Ottobiano); Amici del Museo in Lomellina (Frascarolo); Associazione irrigazione Est
Sesia (Novara-Mortara-Mede); Azienda agricola Corte Grande (Semiana); Azienda agricola
Sala Virginio & figli (Ferrera Erbognone); Cassinetta di Cozzo (Cozzo); Castello di Valeggio
srl (Valeggio); Centro artistico-culturale “Amisani” (Mede); Centro studi Tavola (Vigevano);
Circolo culturale lomellino Giancarlo Costa
(Mortara); Il Colibrì circolo Legambiente (Cilavegna); La Città ideale (Vigevano); La Pila
(Sartirana Lomellina); Lomellibro (Zeme); Pro
Loco Lomello (Lomello); Progetto Italia (Castellar Guidobono); Raccolte di cose e memorie
del tempo (Mede); Sagitta historica (Lomello);
Settembre in Lomellina (Robbio); Società storica vigevanese (Vigevano); “Tantoper-Felice
Garavelli” (Suardi); Tracce di territorio (San
Giorgio di Lomellina)
Ecomuseo del paesaggio lomellino
Palazzo Strada
Via Roma, 10
27032 Ferrera Erbognone (Pv)
Tel. 0382.998026
Fax 0382.998208
[email protected]
www.ecomuseopaesaggiolomellino.it
L’Ecomuseo è anche su Facebook
Cultura &
Spiritualità
Il pensiero di Dio
veste di colore
la natura
IL MESE DI MAGGIO E LA BELLEZZA DEL CREATO
Suor Teresa Colombo
N
on so se filosofia e teologia hanno potuto definire il momento in cui il Creatore
ha deciso di “creare i fiori”: certamente è stato uno dei pensieri più belli e
più geniali di Dio. Il pensiero più alto e
assolutamente più gratuito perché espressione della
contemplazione di un mistero grande: la bellezza.
In maggio, la natura si diverte a rivestirsi di nuovo: colori, suoni e voci riempiono spazi diversi e si
fanno cantori di silenti melodie e di giochi di luce
e di pace. Scrive il Chierico Pianzola, nel mese di
maggio: “In questo tempo di vita esuberante, ove il
profumo più delicato si unisce alla varietà più squisita dei colori, in questo tempo, nel quale le piante
pomposamente vestite di verde, pare che si contendano il primo sboccio dei fiori, io vorrei con tutta la
possa dell’anima mia, vorrei che i primi fiori sbocciassero per il mio cuore e fossero per Maria”. Il
pensiero di chi è attento alla vita dell’anima trova
nei segni più nascosti della natura la pienezza della
gioia pura; il candore della disponibilità, che profuma la vita; il desiderio della santità che rende simili
al Creatore. Così, la tradizione ha dedicato a Maria
il mese di maggio, quasi a consegnare alla Madre,
alla creatura più bella, immacolata, la purezza e la
fecondità della vita, con il linguaggio dei fiori di
primavera. Gesù stesso ci invita a “osservare i gigli
del campo e come si sviluppano. Essi non lavorano
né filano; eppure nemmeno Salomone nello splendore della sua gloria era vestito come uno di loro”
e a “guardare gli uccelli del cielo: non seminano,
né mietono, né ammassano nei granai”. La pace e
la semplicità del vivere generano una intensa gioia
Rose in fiore,
foto di Emilio Gallino
di assaporare la vita e la capacità di guardare alla
natura, come luogo originario, consegnato all’uomo
come tesoro inestimabile da salvaguardare. I nostri
occhi possono ritrovare il valore della contemplazione là dove il dito di Dio non è stato violato dalla
mano dell’uomo, che spesso dimentica la dimensione della gratuità e del rispetto del dono della creazione, dono perché affidato alla cura dell’uomo.
I nostri sentimenti possono riandare alla bellezza
di una natura incontaminata per ripetere il gesto
dell’accoglienza e della dignità di ogni creatura. I
nostri progetti devono essere progetti di giustizia e
di equità nel ridare a ciascuna cosa creata il luogo
che le spetta, per crescere e svilupparsi, per diffondersi e fecondare la terra, come il Creatore aveva
ideato. I fiori con il loro profumo della verità e i
colori della pace possono ridare alla nostra terra il
Volto del Creatore e con Lui stendere nel Cielo il
più bell’arcobaleno, come segno dell’amicizia tra
cielo e terra.
luglio - settembre 2012
La tradizione
ha dedicato a Maria
il mese di maggio,
quasi a consegnare
alla Madre
la purezza
e la fecondità
della vita,
con il linguaggio
dei fiori
di primavera
17
Settembre, gli appuntamenti del Circolo
Comitato Organizzatore
Sagra del Salame d’Oca
XLVI Premio Nazionale
di Poesia “Città di Mortara”
Serata di premiazione
Venerdì 28 Settembre 2012
ore 21,15
Teatro Angelicum - Mortara
XVII Concorso Nazionale
di Fotografia
Premiazione
Domenica 30 Settembre 2012
ore 11
Civico.17 - Biblioteca “F. Pezza”
Via Vittorio Veneto 17 - Mortara
Le fotografie saranno esposte
da Giovedì 27 Settembre 2012
- ore 21.00
Mulini di Lomellina,
le immagini della memoria
18 I L VA G L I O
IL NUOVO LIBRO FOTOGRAFICO DI LUIGI PAGETTI
È DISPONIBILE PRESSO LA SEDE DEL CIRCOLO
È un lavoro titanico quello che Luigi
Pagetti, del Gruppo Fotoamatori del
Circolo Culturale Lomellino, ha condotto in porto immortalando i mulini
presenti sul territorio e ricostruendo
la loro storia. Due anni di ricerche
si sono riversate nel libro “Mulini
di Lomellina”: la pubblicazione, e-
dita dal Circolo, disvela un piccolo
tesoro racchiuso nello scrigno delle
risaie. Immagini e parole, in ottanta
eleganti pagine, riconsegnano alla
collettività preziose testimonianze
materiali sul rapporto tra gli insediamenti produttivi e la natura, tra l’uomo e l’acqua.
TRIMESTRALE
DEL CIRCOLO CULTURALE LOMELLINO
GIANCARLO COSTA
RIVISTA DI CULTURA, STORIA E TRADIZIONI
Anno 8 - Numero 3
Luglio - Settembre 2012
Reg. Trib. di Vigevano
n. 158/05 Reg. Vol. - n. 1/05 Reg. Periodici
Direttore responsabile
Marta Costa
Elenco speciale
Albo professionale dei Giornalisti di Milano
Coordinamento
Sandro Passi
Angela Berti
“Papaveri”, 30x40, olio su tela
“Calle bianche”, 30x40, olio su tela
“Il pergolato”, 50x70, olio su tela
Hanno collaborato a questo numero
Chiara Babilani
Graziella Bazzan
Suor Teresa Colombo
Umberto De Agostino
Nadia Farinelli Trivi
Maria Forni
Eufemia Marchis Magliano
(La collaborazione è a titolo gratuito)
In copertina
Angela Berti,
“Papaveri e spighe”
24x30, olio su tela
Editore
Circolo Culturale Lomellino Giancarlo Costa
via XX Settembre, 70 - 27036 Mortara (PV)
Coordinamento editoriale
Alberto Paglino
Realizzazione grafica
& Impaginazione
Info: 0382.800765 - [email protected]
Stampa
La Terra Promessa
Via E.Fermi, 24
28100 Novara
INFO: 0384.91249
www.circoloculturalelomellino.it
AGENZIA COSTA
Studio di consulenza automobilistica
Via XX Settembre, 70 - 27036 MORTARA
Telefono e fax 0384.91249
Trasferimenti di proprietà
Immatricolazioni auto e moto
Duplicati patenti
Radiazioni
Delegazione ACI Garlasco
Piazza Repubblica, 25/26
Telefono 0382.810053
Residence “Villaggio Agnese”
Appartamenti varie metrature
Ville indipendenti
soluzioni personalizzate
agevolazioni pratiche finanziamenti
progetto:
StudioTecnico Massucchi
&
KWh/m anno
INDICE PRESTAZIONE
ENERGETICA INVERNALE
a partire da
Via F.Sforza n.18 - Mortara (PV) - tel.0384.295547
www.studiomassucchi.com
Informazioni e vendita unità:
Imm.re Agnese srl
Via S.Carlo Borromeo n.30 - Mortara (PV) - tel. 0384.330769 - cell. 334.3270392
www.agnesesrl.com
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Anno 8 - Numero 3 Luglio - Settembre 2012