ABBAZIA
SANTA
MARIA
Napoli - Marechiaro
2004
Rota Tarcisio sci
Via Andolfato 1 – 201216 Milano
Affinchè la nostra scienza sia pratica e ricca di
mordente,
studiamo tutto ciò che potrà essere utile alla nostra
missione,
a seconda dei tempi e dei luoghi nei quali dobbiamo
svolgere
il nostro ministero. ( P. Dehon )
Capitolo I
ISIDE REGINA DEL FARO
L’esistenza di un tempietto alla dea Iside, considerata da Stazio
“Regina del faro”, testimonia il grande valore della località di
Marechiaro, sito archeologico di eccezionale importanza.
Un tempietto di Iside
La vicina chiesa di S. Maria del Faro ha preso il posto del
tempietto della dea egiziana.
Secondo la testimonianza dei Mazza verso la fine del 1600
esisteva ancora l’epistilio del tempietto, ossia l’insieme di due colonne
più l’architrave.
Si attinge il materiale da un libretto di Francesco Guiscardi1
pubblicato a Napoli nel 1906.
Egli scriveva:
Scendendo verso il mare esiste un rudero (sic) con una iscrizione
latina, incisa sopra un marmo bianco. È la seguente2
HIC OLIM
FORTUNAE COECO NUMINI COECA GENTILITAS
TEMPLUM EREXERAT
MARMOREIS STATUIS COLUMNIS
ET LATERITIIS FORNICIBUS
EXORNATUM
NOVO INDE RELIGIONIS CULTU
S. MARIAE AD FORTUNAM SEU AD PHARUM
1
GUISCARDI FRANCESCO: Di un antico tempio a “Mare chiaro”
Posillipo Tip. Artigianelli S. Raffaele a Materdei,18 –
Napoli 1906, pp. 3-7. Le pagine complessive del libretto sono 21.
2
L’iscrizione fu distrutta. Nel mio soggiorno a Marechiaro 1983-1985 al tempietto
non c’era nessuna lapide, non c’era architrave, mancava una delle due colonne.
1
PHANUM NON LONGIUS
CHRISTIANA PIETAS DICAVIT
MODO HAEC E RUINIS VIX EXTANT VESTIGIA
QUAE SPECTAS
INDICEM TANTI OPERIS TANTI EXITII
OMNIBUS PENE OBRUTIS
ATQUE UNO SUPERSTITE EPUSTILIO INIBI AD
LUCTUM
CEU TESTE COLLOCATO
FORTUNAE CREDENDA SUNT INFORTUNIA IN MARE
ASPECTU
MAXIMUM HOC ROMANORUM OPUS
UT FORTIA PATI NECESSUM ERAT
ET MAXIMUM LOCI DECUS
MARMORI CREDIDIT
AC ALATORUM NUMIUM
TEMPORIS ET FORTUNAE SCAPULAS COMPULIT
U. I. D. D. FRANC(ISCUS) M(ARIA) MAZA TERRITORII
DOMINUS
ET SACRAE AEDIS PATRONUS
FIDEM FAMAE ADHIBENTIBUS
CAPACC. SUMMONT. BELTRAMO. FALCO. MARMILE3
TARCAGNOT.
DE MAGISTR. ALIIQUE
QUI FORTUNAE TEMPLI MEMORE SUNT
(P)
Vediamo di tradurre almeno a senso il contenuto dell’epigrafe.
3
Le tombe dei Mormile (Gianluigi, Carlo, Troiano e Francesco) si trovano a Napoli,
nella chiesa dei Santi Severino e Sosso.
La famiglia dei Mormile fiorì negli anni 1490 (Cf GALANTE: Chiesa dei Santi
Severino e Sosso, nel suo libro sulle chiese di Napoli del 1872).
2
In questo luogo un tempo la cieca gentilità aveva innalzato un
tempio al cieco nume della Fortuna. Ornato di statue marmoree, di
colonne 4 e di volte in mattoni.
La pietà cristiana, in seguito al nuovo culto religioso, dedicò, non
molto lontano, un tempio a Maria della Fortuna, o del Faro.
Ora rimangono solo le vestigia che vedi, segno di tanta opera e di
tanta rovina, quasi tutto è distrutto.
Rimane superstite il solo epistilio, posto in testimonianza di lutto.
.
Vicino al mare bisogna affidare alla fortuna gli infortuni
Questa importante opera romana, andò soggetta alla vicissitudine del
tempo e della sorte.
Francesco Maria Mazza, dottore dell’uno e dell’altro diritto, signore
del fondo e patrono del sacro tempio (pose) sulla testimonianza del
Capaccio, del Sumonte, del Beltrono, del Falco, del Mormile, del
Tarcagnota e di altri maestri che ricordano le vicende del tempio
(pose).
Regina phari (Stazio)
Papinio Stazio (+ 96 d.C.) poeta napoletano si considerava
ispirato quando si trovava accanto alla tomba di Virgilio. Dante
Alighieri esprime verso di lui una grande venerazione.
Nel terzo libro delle Silve si rivolge alla dea Iside invocandola
“regina del faro”. Divinità orientale, protegge con il sistro e orienta la
poppa della nave verso il porto sicuro.
Isi, Pharoneis olim stabulata sub antris,
nunc regina phari numenque orientis anheli,
excipe multis puppem Mareotida sistro
ac iuvenem egregium, Latius cui ductor Eoa
signa Palaestinasque dedit frenare cohortes,
4
Ora si vede una sola colonna, l’altra, si diceva, fu gettata in mare.
3
ipsa manu placida per limina festa sacrosque
duc portus urbesque tuas.
(Statius: Silvae III, 2,101-107)
Il titolo di Abate
Il titolo di “abate” già riscontrato in Eugippo, proprio in
riferimento al monastero sorto al Lucullano, e ricorrente lungo i secoli
per esempio in riferimento al monaco Adriano, abate al Nisidano, lo si
trova perfino dopo un millennio, scolpito nei marmi conservati presso
la Chiesa di Santa Maria del Faro.
Così scrive Enrico Varriale: Nel 1506 le rendite dell’Abbazia
di S. Maria del Faro passarono in dotazione alla Sacrestia del Duomo
di Napoli; ed il Sacrista divenne amministratore del beneficio
semplice di S. Maria del Faro.
Continuiamo nella citazione del testo di Varriale:
Nel 1668 il Canonico Valerio Arigucci, da Perugia, assunse il
beneficio con il titolo di rettore ed abate; nel 1672 ne era titolare il
Cardinale Alessandro Caracciolo, nipote e familiare del Papa
Clemente X, anch’egli rettore ed abate; nel 1680 il beneficio fu
acquisito dalla nobile famiglia Mazza (o Maza), di origine
longobarda; questa consolidò la chiesa, ormai fatiscente e ne acquistò
il diritto Patronale.
Nel 1717, essendo rettore ed abate D. Giovanni Battista Maza,
fu ampliata e ridotta alle attuali dimensioni. Nel 1821, essendo rettore
ed abate D. Nicola Maria Mazza, fu rifatto l’altare attuale e
presumibilmente il rivestimento in stucco, e la facciata.
L’articolo di Enrico Variale oltre che essere apparso in un
pieghevole in occasione della festa di S. Maria del Faro (22-29 aprile
1984), è stato accolto pubblicato nel periodico dehoniano “Incontro”
del mese di marzo 1983.
In Italia Settentrionale le chiese, officiate in antico da un abate
con i suoi monaci, conservano tuttora il titolo di abate riferito al
vescovo o al sacerdote in funzione oggi. Il vescovo della Basilica di
4
S. Ambrogio a Milano e il parroco di Leno (Brescia) sono chiamati
“abati”.
Con pieno diritto anche i parroci di Marechiaro possono
portare il titolo di “abate”; lo vuole la tradizione e lo vuole la me moria
storica di un passato indimenticabile.
La Grotta di Seiano
In un approccio alla storia di Santa Maria del Faro, non si può
tacere di una grotta famosa, presente sul territorio.
La Grotta di Seiano congiunge infatti la Gaiola alla Discesa
Coroglio. A volte viene chiamata Grotta di Pozzuoli (Puteolana),
mentre la Grotta di Mergellina viene detta Grotta Napoletana.
Si trova nell’Enciclopedia Treccani che Alfonso I, nel periodo
che corre dal 1442 al 1501 circa, facilitò il passaggio attraverso
l’antico traforo di Posillipo. 5
Cosa s’intendeva allora per traforo di Posillipo? L’espressione rimane
per noi sibillina.
Il sopralluogo da me fatto con gli speleologi del CAI di
Napoli, ha portato a una serie di rilievi tecnici e di riflessioni storiche.
Lasciamo la parola all’esperto.
***
Su invito di padre Tarcisio Rota e di alcuni suoi amici e
collaboratori, il G.S. / CAI Napoli ha deciso di effettuare una breve
esplorazione nella cosiddetta “Grotta di Seiano” che apre il suo
ingresso orientale nella zona della Gaiola. L’esplorazione è stato
compiuta da me e da Ernesto Crescenzi in data 24 novembre 1984.
I dati topografici della cavità in esame, sono i seguenti:
Comune : Napoli
Località: Marechiaro/Gaiola
Tav. I.G.M 25.000: Pozzuoli – Foglio 184 III° N.E.
Ingresso Est: Long. 1°43’57’’ Lat. 40°47’46’’
5
ENC. ITAL. TRECCANI alla voce “Napoli” pag. 239
5
Coordinate polari: 450 m.
Ovest + 26° Nord dalla piazzetta della Gaiola.
Ingresso Ovest: Long. 1°43’27’’ Lat. 40°47’57’’
Coordinate polari: 80 m.
Est + 65° Sud dall’incrocio stradale Discesa Coroglio / Via Nuova
Nisida
Lunghezza della grotta: m. 775 – Sviluppo m. 940 – Profondità: in
piano
Esplorazioni: G.S. / C.A.I. Napoli 24.11.84 Abignente F. e
Crescenzi E.
Preambolo storico. Trattasi di una galleria artificiale, scavata in
epoca romana allo scopo di mettere in comunicazione la zona di
Marechiaro e Gaiola con quella di Coroglio. Dal nome si dovrebbe
attribuire l’opera ad una iniziativa di Seiano, favorito di Tiberio (2030 d. C.), ma sembra che lo scavo sia stato invece effettuato
precedentemente (fo rse intorno al 30 a.C.) per ordine di Agrippa,
braccio destro di Augusto.
A circa 100 m. di distanza dall’ingresso Est, vi è una
costruzione antica 6 sulla quale è apposta una lapide marmorea con la
scritta “Lucullano”. Tale costruzione, nella sua parte inferiore, sembra
una porta muraria. Padre Rota afferma che per questa porta e poi per
la grotta, passava, in epoca romana, una strada che collegava la città di
Napoli con la zona di Bagnoli, passando sopra la Cala di Trentaremi.
Pare infatti che all’epoca di Roma repubblicana, la cala fosse usata
come porto e come base della flotta militare. In seguito, a causa delle
aumentate dimensioni della squadra navale e dei relativi servizi,
Augusto spostò la base navale nel più ampio porto di Miseno.
Sempre secondo Padre Rota, la grotta, oltre a servire come via
di comunicazione tra l’entroterra e il porto, fungeva anche da opera
difensiva; infatti dagli sbocchi dei cunicoli laterali che dominano la
Cala di Trentaremi da una quarantina di metri di altezza, si potevano
lanciare dardi e proiettili vari su eventuali attaccanti, senza che essi
6
Il servizio era corredato anche da foto, indicate volta per volta.
6
avessero la possibilità di reagire, perché le armi del tempo non erano
in grado di colpire un obiettivo piazzato così in alto.
La grotta propriamente detta, si presenta come uno scavo
quasi perfettamente rettilineo. (Un rilevamento di bussola, collimando
verso Ovest, dà 300°). Il primo tratto, provenendo dall’ingresso di
Marechiaro, è lungo circa 50 m., è più ampio e privo di opere di
rivestimento e di sostegno. (Larghezza m. 5 – Altezza max. m. 7,5).
Per tale motivo Padre Rota afferma che questo primo tratto fu scavato
in epoca fenicia, quando la grotta non aveva sbocco verso Bagnoli e
serviva solo come deposito portuale.
Lo scavo si sviluppa nel tufo vulcanico caratteristico di quella
zona. La collina di Posillipo, infatti, rappresenta uno dei pochi resti
dell’antichissimo edificio vulcanico dell’Archiflegreo, un vulcano
gemello al Vesuvio che sorgeva nella zona e che fu attivo tra la fine
del Pliocene e l’inizio del Quaternario. Per tale motivo, lo studio degli
strati che la grotta attraversa potrebbe essere molto interessante.
Dopo il primo tratto, la presenza di rivestimento murario e di
archi di sostegno riduce il lume della galleria.
A tratti si ha un rivestimento completo fo rmato da blocchi di tufo ben
squadrati ed ottimamente conservati (sarebbe opportuno effettuarne la
datazione precisa); in altre zone sono presenti archi di sostegno
costruiti con muratura identica, ma inframmezzati da intervalli nei
quali le pareti sono rivestite con una muratura varia, probabilmente di
epoca romana (Opus reticulatum e Opus incertum). Il pavimento è
costituito da terra battuta, evidentemente di riporto, per cui sarebbe
interessante effettuare qualche scavo per mettere in luce la
pavimentazione originale.
Procedendo da Est verso Ovest (cioè da Marechiaro-Gaiola
verso Bagnoli), s’incontrano tre cunicoli scavati nella parete di sinistra
(lato mare). Il primo dista 60 m. dall’ingresso, ha una lunghezza di m.
21, una larghezza di m. 2 ed una altezza max. di m. 2,20; dopo un
percorso rettilineo, sbocca sopra la Cala di Trentaremi a circa 45 m.
sul livello del mare. Il secondo dista dall’ingresso 140 m., ha una
larghezza di m. 3,5 e un’altezza di m. 2 e, dopo un percorso rettilineo
di poco più di 12 m., sbocca anch’esso sopra la Cala di Trentaremi
7
quasi di fronte al promontorio del “Cavallo di Mare”, ad una altezza
s.l.m. identica. 7 Dall’uscita si diparte un ripido sentiero che porta sulla
spiaggia. L’imbocco del terzo cunicolo dista dall’ingresso 240 m. ed è
semiostruito da un muretto, la larghezza è di circa un metro e l’altezza
di m. 1,80. Contrariamente ai primi due, questo cunicolo è molto più
lungo e tortuoso (Lunghezza m. 107), per cui, mentre i primi due
condotti danno alla grotta luce e aria, quest’ultimo dà solo
ventilazione e precisamente una forte corrente d’aria. Anch’esso
sbocca sopra la Cala di Trentaremi (circa 35 m. s.l.m.), però appena ad
Ovest dal capo del “Cavallo di Mare”. 8 a 360 m. circa dall’ingresso,
nella parete destra, ad un’altezza di circa 3 m., si apre un varco di una
ottantina di cm. di diametro che adduce in una specie di vestibolo, dl
quale si dipartono due cunicoli opposti, paralleli alla grotta principale,
uno verso Est e un altro verso Ovest. Quest’ultimo è in lieve salita e,
dopo pochi metri, la presenza di una ostruzione ha impedito ogni
ulteriore esplorazione. Il cunicolo verso Est è invece più largo e
continua con andamento sub-orizzontale restringendosi via via; dopo
circa 9 metri vi è a destra (cioè dal lato verso la galleria principale)
una piccola depressione circolare, dopo la quale, pur restando la
larghezza immutata, il pavimento ed il soffitto convergono troppo per
permettere di proseguire.
A circa 630 m. dall’ingresso, vi è nella parete destra uno scavo
a camera (m. 4 x 5 x 5 di altezza) con un comodo ingresso. Dai rifiuti
rinvenuti nel luogo, sembra che la camera sia servita di recente da
abitazione e forse da nascondiglio.
L’uscita della grotta verso Bagnoli si apre in un muro di
sostegno della collina di Posillipo. L’arco che formava il portale è ora
7
NdR. Le denominazioni Cala di Trentaremi (= approdo possibile alla grosse navi
triremi). “Cavallo di Mare”, la imbarcazione più semplice era chiamata cavallo di
mare in riferimento al cavallo che era la cavalcatura di terra. In questa località
costiera c’è anche la “Punta di Annone” che probabilmente ricorda un grande
navigatore cartaginese di nome Annone; rimase celebre un suo viaggio da Cartagine
al Camerun; il monte vulcanico Camerun, punto di riferimento per la navigazione,
era chiamato Carro degli dei.
8
Verso Nisida (ndr).
8
murato e solo uno stretto foro permette il passaggio. Pochi metri più
oltre, al di là di un muretto, passa la Discesa di Coroglio.
Valorizzazione turistica. È possibile, anche se la grotta non presenta
le attrattive proprie delle cavità naturali. Si potrebbe, per contro,
mettere in risalto l’aspetto storico e (forse) quello geologicovulcanologico. Tutto sta a vedere se la sistemazione della grotta e
degli ingressi, non sia troppo onerosa in relazione al probabile flusso
di visitatori. 9
Dr. Filippo Abignente
Sig. Ernesto Crescenzi
***
Le previsioni si sono avverate, infatti mi è stato riferito che la
grotta ora è aperta al pubblico con la sorveglianza
di un
accompagnatore.
Le Pagine Gialle della guida telefonica di Napoli riportavano, la
cartina dettagliata della zona di Marechiaro, compreso il tracciato
della Grotta di Seiano. Ma il disegno non corrispondeva alla realtà,
poiché la lunghezza della grotta appariva dimezzata. Allora ho scritto
a Torino all’ente preposto alle Pagine Gialle e nell’edizione
successiva si è completato il tracciato.
A mia volta mi sono ritenuto fortunato, perché un ingegnere di
Santo Strato (Posillipo) mi ha ottenuto, attraverso sua figlia, che
lavorava all’AGIP di Milano, una buona mappa della zona.
Infatti c’era in progetto di sfruttare i soffioni calorici della Solfatara,
ma le scosse telluriche di allora avevano frenato le speranze di
successo.
In questo contesto di gratitudine verso chi mi ha dato una
mano nella ricerca, vorrei ricordare uno scambio epistolare avuto nel
9
Le previsioni si sono avverate, infatti mi è stato riferito che la grotta è stata aperta
al pubblico con la sorveglianza
di un accompagnatore (ndr).
9
2000 con una signora molto colta di Napoli. Mi ha inviato
un’interessante documentazione circa la tomba di Virgilio,
fotocopiata dal libro di Alfredo Diana: Pausilypon e Dintorni: Fatti,
Misfatti, Personaggi e Leggende. Infatti a pag. 29 leggo: “E se invece
fosse esatta la tesi del geologo R. T. Gunther secondo il quale la
sepoltura del poeta si troverebbe a poca distanza dall’altra grotta, che
anch’essa mena a Pozzuoli, la cosiddetta grotta di Seiano (…)
antistante l’isolotto della Gaiola?”.
Il Diana cita in nota la fonte della interessante
documentazione, ossia R.T. GÜNTER, Pausilypon, the imperial villa
near Naples, with descreption of the submerged foreshore with
onservations on the Virgil and roman antiguities on Posillipo –
Oxford 1913.
L’ago della bilancia si sposterebbe quindi dalla Grotta di
Mergellina a quella della Gaiola.
La tomba di Virgilio mostrata oggi ai visitatori, affiancata a quella di
Leopardi, fa pensare più a un forno crematorio che a un tradizionale
mausoleo.
A questo punto ricordiamo anche la tomba di Sannazaro, con
l’iscrizione dettata dal Card. Bembo e riportata dal Galante:
DA SACRO CINERI FLORES: HIC ILLE MARONI
SINCERUS MUSA PROXIMUS UT TUMULO.
VIX. AN. LXXII. OBIIT MDXXX 10
Stazio descrive un monumento innalzato come tempio. Seduto
al margine di questo tumulo egli si ispirava, nel tentativo di imitare il
maestro:
10
GALANTE GENNARO ASPRENO: Guida Sacra della Città di Napoli Stamperia
del Fibreno – Napoli 1872, pag. 391
Anche L’Osservatore Romano dà per scontata la tomba di Virgilio a Mergellina.
Ecco la titolazione di un articolo su Sannazaro: A Mergellina, a pochi metri dalle
tombe di Virgilio e di Leopardi, riposa il grande umanista napoletano. La solidarietà
per gli unili nelle “Egloghe piscatorie” del Sanazzaro. L’articolo è firmato da
Pompeo Giannantonio. (L’Osservatore Romano del 26.06.1999, pag. 3).
10
… Maroneique sedens in margine templi
sumo animum et magni tumulis adcanto magistri. (Silvae IV, 54-55).
Maria porto sicuro
Giovanni Paolo II, nella sua lettera apostolica, intitolata
“Rosarium virginis Mariae”, 11 invoca la Madre di Dio con l’immagine
del porto sicuro facendo sua la preghiera del beato Bartolo Longo,
l’apostolo di Pompei (NA).
“O Rosario benedetto di Maria, catena dolce che ci rannodi a
Dio, vincolo di amore che ci unisci agli Angeli, torre di salvezza negli
assalti dell’inferno, porto sicuro nel comune naufragio, noi non ti
lasceremo mai più.
Tu ci sarai conforto nell’ora dell’agonia. A te l’ultimo bacio
della vita che si spegne. E l’ultimo accento delle nostre labbra sarà il
nome tuoi soave, o Regina del Rosario di Pompei, o Madre nostra
cara, o Rifugio dei peccatori, o Sovrana consolatrice dei mesti. Sii
ovunque benedetta, oggi e sempre, in terra e in cielo”
11
Dal Vaticano, il 16 ottobre dell’anno 2002, inizio del venticinquesimo di
pontificato.
11
Adriano a Canterbury
Perché parlare della città inglese di Canterbury in una ricerca
sulla Chiesa di Santa Maria del Faro (Napoli)?
L’accostamento non è sbagliato per chi ricorda l’invio in
Inghilterra del monaco Adriano da parte del Papa Vitaliano nel
lontano 668. Con lui s’accompagnava Teodoro di Tarso.
Il monaco Adriano è denominato abate del Nisidano. Non può
essere che il territorio prospiciente l’isola di Nisida, luogo dove era
sorto il celebre monastero ad Castrum Lucullanum.
S. Beda riporta nei suoi scritti la dicitura di niridanum invece
che nisidanum, errore attribuibile ai copisti,
molto più inesatta sarebbe la versione Hiridano.
Così si legge nella Historia Ecclesiastica di Beda, il venerabile:
At apostolicus papa, habito de his consilio, quaesivit sedulus
quem ecclesiis Anglorum archiepiscopum mitteret. Erat autem in
monasterio Niridano 12 quod est non longe a Neapoli Campaniae,
abbas Hadrianus, vir natione Afir, sacris literis diligenter imbutus,
Graecae pariter et Latinae linguae peritissimus.
Hunc ad se accitum Papa iussit episcopatu accepto Brittaniam
venire. Qui indignum se tanto gradui respondens, ostendere posse se
dixit alium, cuius magis ad suscipiendum episcopatum et eruditio
conveniret, et aetas. 13
12
For Hiridano, Pl.
13
BAEDAE Liber IV Caput I - Opera Historica with an english traslation by
J.E.KING, M.A., D. Litt.In Two volumes Ecclesiastical History of the english nation
based on the version of Thomas Stapleton, 1565. Book IV and V Lives of the
Abbots Letter to Egbert / London William Heinemann LTD - CambridgeMassachussets HARVARD UNIVERSITY PRESS - 1954, pag. 4
12
Traduzione in inglese:
Whereupon the apostolic pope having taken counsel thereon
inquired diligently whom he might send for archbishop the churches
of the English. Now there was in the monastery of Niridan, not far
from Naples in Campania, an abbot, Hadrian, an African born, a man
accurately learned in the sacred writings as well as trained in
monastical and ecclesiastical discipline, and right skilful in the Greek
as well as the Latin tongue.
This man being called to the pope was willed of him to take
the bishopric upon him and travel unto Britain. But he ansswering that
he was no meet man for so high a degree, said that he could point out
another which both for his learning and his age were better fit for
unertaking the bishopric.
Adriano rifiutò umilmente la consacrazione episcopale e suggerì a
tale incarico il nome di Teodoro di Tarso aetate venerandus, id est,
annos habens aetatis sexaginta et sex.
Papa Vitaliano invia i due missionari Adriano, abate al Nisidano e
Teodoro, vescovo, in Inghilterra nell’anno 668.
Gli Atti Bolognesi
“La lezione più genuina della Passio S. Januarii è quella degli Atti
Bolognesi. Furono conosciuti nel 1774 per merito di Celestino
Galiani, che li trasse da un codice del dodicesimo secolo, appartenente
allora al convento bolognese dei Celestini del Salvatore, oggi alla
Biblioteca Universitaria.
Gli Atti Bolognesi dovettero essere importati in Inghilterra
dal monaco africano Adriano, abate del Nisidanum presso Napoli,
quando questi nel 668 vi fu mandato da Papa Vitaliano assieme a
Teodoro.
13
Ebbe così modo di conoscerli il monaco anglosassone Beda detto “il
Venerabile” che li mise a profitto per il suo Martirologio ove ne
riporta alcune frasi letteralmente”. (D. Ambrasi) 14
Nella Enciclopedia Cattolica si attribuisce un grande
merito culturale all’abate di Nisida.
“Benedettino, di origine africana, abate di Nisida presso Napoli” (…).
Seguì l’amico Teodoro in Inghilterra e “ne divenne il braccio destro,
specialmente nella formazione ecclesiastico-culturale della chiesa
inglese. La scuola di Canterbury deve a lui il suo primo splendore”. 15
Iscrizioni di rettori e abati
Sono marmi contenenti gli stemmi dei rettori ed abati di
S. Maria del Faro, conservati presso la parrocchia. Indicano la
cronotassi dei rettori ed abati fioriti nella seconda metà del secolo
XVII.
1. Valerius Ariguci, canonicus perusinus abb(as) et rector A(nno)
1663
2. Alexander Caracciolus, Clem(entis) X commensalis et familiaris
S.R.E. Card. electus abb(as) et rect(or). Anno 1673
La presenza di un cardinale presso la chiesa di S. Maria del Faro
ne manifesta l’importanza.
3. Matteus Maza abb(as) rect(or) 1677
4. Dr Antonius Maza abb(as) et re(cto)r 1680
14
AMBRASI DOMENICO : in Storia di Napoli Vol. I « Il Cristianesimo e la Chiesa
Napoletana dei primi secoli » - Napoli 1967, pag. 664
15
ENC. CATT. alla voce « Adriano da Nisida ».
Era proprio « benedettino » ?
14
Iscrizione di Mattia Campanile
Lapide conservata all’interno della chiesa di S. Maria del Faro,
affinché l’illustre giureconsulto Mattia Campanile (+1662) rifulga per
i posteri come faro di integrità (ut e pharo integritatis face preluceat
posteris).
MATTHIAS CAMPANILIS
MANDOLFIAE ROCCAE DOMINUS
GENTILITIO SPLENDORE CLARUS IURISPRUDENTIAM
COLUIT NON EXERCUIT
VIRTUTIS UNUM REQUIRENS DECUS
NON STIPENDIA
MORTALIS INTER VITAE VICISSITUDINES
POPULARES INTER TUMULUS
IN VECTIGALIUM IACTURA
HANC IN ORAM SE CONTULIT CONDITIONESQ. COELITUM
VICISSITUDINIS EXPERS
ANIMO NON CONCIDIT
TANDEM FATO CORREPTUS
MORTALITATEM EXUIT
ATQ. HOC IN TEMPLO
APTISSIMI
UT PHARO INTEGRITATIS FACE PRELUCEAT POSTERIS
EX ANIMI OPTIMO FILY NON DEGENERES M.P.P.
Iscrizione della famiglia Mazza
Lapide posta nella chiesa di S. Maria del Faro. Ricorda la
famiglia Mazza di origine longobarda; che fa risalire la propria origine
al 1050.
Fu collocata dai salernitani Antonio e Francesco Maria Mazza nel
1682.
15
D.O.M.
FAMILIAE MAZA E GENERE LONGOBARDORUM
A COMITE DONADEO
AB ANNO ML ORIGINEM TRAHENTI
ROGERIO INTER COMITES CAROLI PRIMO
SIMONI AIUSDEM REGIS FAMILIARI AC FIDELI
RICCARDO REGIS ROBERTI CONSILIARIO
CORRADO SUB CAROLO III ET ANTONIO SUB LADISLAO
REGE
CAMBELLANO CIVITATIS NICASTRI DOMINO
TOT, TANTISQUE EXIMJI NOMINIS VIRIS FEUDIBUS
DIGNITATIBUS HONORIBUS CLARIS
TUM IN SEDIKLIS PORTAE NOVAE CIVITATIS SALERNI
NOBILITATE
ORIGINARIE ALLECTIS:
ALOIJSIO PRAESERTIM
ANTONIO ITIDEM SUB FERDINANDO PRIMO
ET MARCO ANTONIO CAROLO QUINTO IMPERANTE /
TERRAE SANCTI ANGELI ALLESCA BARONIBUS
FABIO ET IOANNI BAPTISTAE FILIO
VITA FUNCTIS NON FAMA
ANTONIUS ET FRANCISCUS M.A MAZA
CIVITATIS SALERNI PATRITU
UT GENTILITATIS MAIORUM SERVARENT IMAGINES /
P. ANN. DOM. MDCLXXXII.
***
Il primo capitolo introduce il ricercatore in un ambiante storico
e geografico di grande fascino. Ci accosteremo anche alla realtà del
porto antico di Pozzuoli, considerato in miniatura da un verso di
Virgilio. La posizione dell’attuale Marechiaro si riflette negli occhi e
nell’intelligenza del poeta mantovano di nascita e partenopeo di
adozione. Marechiaro non svela solo il chiarore delle onde, ma
16
soprattutto la calma delle sue acque nei mesi favorevoli alla
navigazione.
L’isola sta di fronte all’insenatura portuale per infrangere le
onde del mare. Le isole di Capri, Ischia e Procida fanno da barriera al
largo della costa. Nelle immediate vicinanze, l’Isola di Nisida
(nascosta e nasconditrice) fa da barriera di protezione.
Virgilio descrive un immaginario porto della Libia, ma forse s’ispira a
quanto si trova a lui più vicino.
Est in secessu longo locus: insula portum
Efficit obijectu laterum, quibus omnis ab alto
Frangitur inque sinus scindit vastae sese unda reductos.
Hinc atque hinc vastae rupes geminique minantur
In coelum scopuli, quorum sub vertice late
Aequora tuta silent; tum sylvis scena coruscis
Desuper, horrentisque atrum nemus imminet umbra
Fronte adversa scopulis pendentibus antrum
Intus aquae dulces, vivoque sedilia saxo,
Nympharum domus. Hic fessas non vincula na ves
Ulla tenent, unco non alligat anchora morsu.
(Eneide I, 159-169).
Scrive un commentatore francese: “La poesia vive d’immagini
e di contrasti. Al furore dei flutti segue la descrizione di un luogo e di
un’onda sempre calmi. Le prime parole presentano l’idea principale:
est in secesso longo locus; i particolari vengono in seguito.
Si percepisce in primo luogo l’isola contro la quale si
infrangono i flutti, insula objectu laterum…quibus…; dalle due parti,
hinc atque hinc,la massa e l’altezza delle rocce, che mettono questo
luogo al riparo dul vent, vastae rupes…, minantur in coelum scopuli;
sotto le rocce, la calma del mare, aequora tuta silent; al di sopra, la
foresta che difende ancora il porto, e quest’ombra intensa, che
s’accorda così bene con l’idea del riposo, silvis scena coruscis,
horrenti umbra, atrum nemus imminet; nel profondo, fronte sub
17
adversa, un antro e queste idee opposte a quelle del mare e della
paura, aquae dulces, sedilia, nympharum domus.
Alla fine la descrizione si congiunge al racconto per mezzo di
due immagini, di cui il verso negativo, con la ripetizione di non,
presenta per le navi l’idea di una calma perfetta, non vincula naves
ulla tenent; non alligat anchora morsu. 16
16
Analyse critique et litteraire de l’Énéide de Virgile par L. MAGNIER – Deuxieme
édition – Paris chez L. Hachette, 1844, pag. 13
18
Capitolo II
IL LUCULLANO ALLA GAIOLA
In ogni libro di storia antica su Napoli si parla del “Castrum
Lucullanum” o semplicemente di “Lucullano”.
Romolo Augustolo, ultimo imperatore di Roma fu relegato al
Lucullano presso Napoli.
Ma dove si trova questo luogo misterioso?
Il “Castrum Lucullanum”
Lo storico Mario Napoli scrive senza mentire: “Mai nulla si è
rinvenuto del Castro Lucullano. I pochi blocchi di tufo che si
intravedono nelle fondazioni di Castel dell’Ovo, e che attendono
ancora di essere esplorati e studiati, sono di età greca. Sul Castro
Lucullano manca uno studio”. 1
Non era dello stesso parere il Galante che in un primo
momento pensò di rintracciare il Lucullano a Castel dell’Ovo, ma ci
ripensò e lo collocò vicino al Municipio della città.
Così precisava la sua posizione in una composizione
magistrale:
"Dobbiamo concludere che il campo Lucullano fosse stato (…) o nel
luogo ove è Castel Nuovo, o nello spazio avanti esso, o dove fu il Real
Palazzo Vecchio e S. Ferdinando, ovvero avanti le Finanze (oggi
Municipio), luoghi tutti che in breve intervallo si succedono l'un
l'altro". 2
L’autore si scusò con i suoi lettori per avere sostenuto due anni
prima la posizione di Castel dell'Ovo; ecco le sue parole:
1
NAPOLI MARIO.: Napoli Greco-Romana - Napoli 1959, pag. 220, nota 192
GALANTE GENNARO ASPRENO: Memorie dell’antico Cenobio Lucullano di S.
Severino Abate in Napoli – Tip. Fratelli Testa – Napoli 1869, pag. 28
2
19
"Ricordo di aver accennato nella mia Lapide sepolcrale di Teofilatto
(p. 38 nota 2) che il Cenobio lucullano di S. Severino fosse stato
sull'Isola Megarense. Errai allora con errore comune a tutti gli storici
patrii, i quali contenti di collocare sul Lucullano i molti cenobii dei
quali abbiamo notizia, poco si sono brigati del preciso sito di
ciascuno. E per la molta venerazione che serbo verso il dottissimo
Mabillon, mi credetti sicuro d'asserire con lui, che sacrum eius (S.
Severini) corpus Neapolim delatum in arce Lucullana, quae ab ovi
similitudine Castellum Ovi appellatur, a Victore episcopo collocatum
est in mausoleo…Annal. Bened. Tom. I, p. 31.
Credetti una volta che il corpo di S. Severino fosse stato primamente
collocato sull’isola, ora però che mi son rivolto ad investigare l’esatta
topografia di tutto il Lucullano, son venuto a questa conclusione, che
mi sembra certa ed indubitata. Ciò vuol dire che dal 1867 il tempo non
è scorso inoperoso”. 3
Siamo entrati nel vivo dell’argomento e ci domandiamo
incuriositi, ancor prima di sapere dove si trovava il Lucullano, cos’era
il Lucullano?
Anche qui le risposte sono contraddittorie. Alcuni pensano a una villa
lussuosa, altri a un’austera fortificazione militare?
Sono giunto all’idea di escludere l’edificio lussuoso, anche se
L. Licinio Lucullo, a cui ci riferiamo, è passato alla storia famoso per
suoi pranzi “luculliani”, sontuosi. Ma il suo valore è ben superiore a
una nostra stima troppo superficiale.
Il Castrum Lucullanum, luogo imprendibile, fortificato da
Lucullo, divenne poi un monastero (o cenobio), centro ascetico e
culturale.
Nel 482 s. Severino morì al Norico (in Austria) e dopo una lunga
peregrinazione fu sepolto al Monastero del Lucullano.
Quando iniziò questo monastero? La risposta non è facile.
3
GALANTE GENNARO ASPRENO: op. cit. pag. 28; nota 5.
20
Il Lucullano alla Gaiola
Non dimenticherò mai la gioia procuratami da Don Franco
Strazzullo attraverso due lettere: una del 28 marzo 1984 e l’altra
dell’11 ottobre 1984.
Nella prima si legge: “Ho accolto con viva soddisfazione la
notizia della scoperta del Lucullanum presso la Gaiola. È stata così
forte la mia emozione che sono andato a rileggermi il passo della
Topografia universale della città di Napoli di Niccolò Carletti (1776),
p. 313 ove scrive: Tutto il presente promontorio fu ripieno di speziose
ville de’ più celebri ed illustri Romani, tra delle quali vi si dinoverano
per le più famose quella di Virgilio Marone, quella di M.T. Cicerone,
quella di Cajo Mario, quella di Pompeo, quella di Vedio o Vibio
Pollione, quella di Lucullo, ed altre ancora. (…) Terminava col
promontorio la singolarissima Villa di Lucullo, che distendevasi
infino al luogo in oggi detto la “Cajola” e volgarmente “Gajola”…
Il finale della lettera è molto indicativo: “Mi congratulo con lei
e le auguro di perseverare in questi severi studi, che sono pure un
nobile servizio alla riscoperta dei beni artistici e storici di Napoli. Si
ricordi: chi la dura la vince”.
Il Carletti parla di villa di Lucullo, ma la scelta da noi operata
più sopra ci fa intendere castrum, luogo fortificato.
Nella seconda lettera Don Franco Strazzullo si congratula per
il mio libro sull’Africa e ricorda le indagini archeologiche alla Gaiola:
“Rev. Padre Rota, ho ricevuto il suo volume “La Teologia
Africana” che leggerò con interesse. C’è sempre da imparare.
Auguro le migliori fortune alle sue appassionati indagini
archeologiche nella zona della Gaiola.
Ringraziandola del gentile omaggio, la prego di gradire i più cordiali
saluti da chi la stima profondamente. 4
4
Il foglio della lettera reca questa intestazione. Collana Napoletana di Studi e
Documenti in Memoria del Conte Giuseppe Matarazzo di Licosa Diretta da Franco
Strazzullo.
21
La mia ricerca era partita con una fotografia scattata verso la
fine della Discesa Gaiola, là dove le automobili possono ancora
arrivare. In questo punto si nota un’antica costruzione segnata dalla
parola incisa nel marmo: Lucullano.
L’antico teatro romano
Il teatro scoperto dall’arch. Bechi a Marechiaro dov’è andato a
finire; sembra un giallo. Ho girato a destra e a sinistra ma non l’ho
trovato neppure alla Villa Beck (= Bechi?) o Villa Imperiale, dove
presumevo di vederne almeno le tracce.
Ho notato un ampio parcheggio con una piscina e un’area riservata
all’allevamento dei cavalli.
Il teatro romano e l’odeon erano descritti minuziosamente nella
guida turistica per tutti gli amanti di storia e di archeologia. Scripta
manent. Consultiamo la guida del Bertarelli.
***
Il TEATRO, non lontano dalla grotta, ha la cavea (diametro c.
49 m.) volta a Sud e 17 ordini di sedili intramezzati da due
praecintiones (11 nell’ima cavea scompartiti in tre cunei e 6 nella
media cavea divisi in sette cunei). Il diametro dell’orchestra è del
quasi 11 m.
In questa è notevole una vasca rettangolare, certamente fontana,
sicchè, quando non aveva luogo la rappresentazione, il teatro si
trasformava in ninfeo, e durante la rappresentazione la vasca veniva
coperta da una lastra di marmo. Manca la scena che era di legno. Tutta
la costruzione è di opus reticulatum, già rivestito di marmi.
Di fronte al teatro e con la Cavea volta a questo, l’ODEO,
quasi perfettamente conservato nei cunei con 10 ordini di sedili,
nell’unica precinzione e nelle 7 scalee. Esso ha un diametro di c. 28
m. ed era tutto rivestito di marmi.
A livello del 4° sedile, dirimpetto alla scena e in asse col
centro di questa, si apre una stanza rettangolare e di opus reticulatum,
la quale ha nel mezzo un piedestallo, forse posto riservato
22
all’imperatore, e, nella parete di fondo, una nicchia con base, forse per
una statua. Della scena avanzano la pianta e alcune colonne corinzie di
marmo cipollino. 5
***
Certamente il teatro e l’odeon descritti dal Bertarelli erano sul
territorio dell’attuale parrocchia di S. Maria del Faro.
S. Gaudioso, vescovo
Si sono scritti libri e libri sul patrono di Napoli S. Gennaro; il
miracolo del suo sangue attira l’attenzione di tutta la diocesi e
dell’Italia.
S. Gaudioso si può considerare compatrono della città partenopea e
meriterebbe una maggior attenzione di quanto si sta facendo. Manca
uno studio approfondito sulla vita e l’attività di questo santo africano,
approdato in Campania e fondatore di un monastero nei pressi di
Napoli.
La parrocchia di S. Maria del Faro pare sia la più interessata
nell’invocare la sua protezione e nel propagare il suo culto.
Il sacerdote e studioso Ambrasi Domenico ne tracciò un profilo
nella Bibliotheca Sanctorum, un’enciclopedia agiografica, la più
completa finora pubblicata in Italia. Riportiamo il suo studio qui di
seguito come spunto per un ulteriore approfondimento, che (a mio
parere) interessa da vicino tutto l’Ordine Agostiniano nelle sue origini.
***
5
BERTARELLI V.: Napoli e dintorni - Guida d’Italia del Touring Club Italiano –
Milano 1931, pag. 315
23
Narra Domenico Ambrasi
Vittore di Vita 6 narra che, caduta nell’ott. del 439 la città di
Cartagine, Genserico, re dei Vandali, mandò in esilio, insieme col
vescovo di quella città, Quodvultdeus, parecchi ecclesiastici, che
furono fatti salire su fragili imbarcazioni e abbandonati al loro destino.
La Provvidenza dispose che alcuni di essi riuscissero a salvarsi
approdando sui lidi della Campania. Secondo una tradizione
posteriore, seriamente documentata, era tra questi il vescovo di
Abitine, Settimio Celio Gaudioso, che fu convenientemente accolto a
Napoli.
Stabilitosi presso le mura della città, nella regione Marmorata,
fondò sull’altura detta Caponapoli, 7 un cenobio che divenne celebre
per esserne stato abate, sulla fine del sec. VI, s. Agnello. 8
Nel Libellus miraculorum di questo santo, autore, Pietro
suddiacono, fa cenno al fondatore del monastero e lo presenta appunto
come profugo della persecuzione vandalica. La notizia fu pure
ripetuta, in alcune frasi letteralmente, da s. Pier Damiani, il quale, un
secolo dopo, nella lettera sull’abdicazione dall’episcopato al papa
Nicola II (1059-1061) ricorda due santi vescovi africani.
Gaudioso morì in Napoli all’età di sessant’anni e fu deposto, il
27 ott. 452 nella catacomba che da lui prese il nome nella Valle della
6
VITTORE di VITA: Historia persecutionis Africanae Provinciae, I,5 in PL, LVIII,
col. 187
7
Avremo modo di ritornare sull’argomento della ubicazione del monastero fondato
da S. Gaudioso. Al riguardo Don Ambrasi si mostrava molto interessato. (P. Rota).
8
Nella rubrica Il santo del giorno, così si legge nel quotidiano
“Avvenire” del 14.12.2003: “Agnello di Napoli, vissuto nel VI secolo,
fu abate di un monastero partenopeo (..), fondato dal vescovo
Gaudioso Settimio Celio, riparato dall’Africa per l’invasione dei
Vandali. Morì 61enne fra il 590 e il 604”.
24
Sanità; sulla fronte dell’arcosolio, che ne accolse le spoglie mortali, si
legge ancor oggi l’iscrizione sepolcrale in mosaico (CIL, X, n. 1538). 9
Presso la tomba del santo trovò la sua prima sepoltura il
vescovo napoletano s. Nostriano (m. 454). 10
In onore di s. Gaudioso, il vescovo Stefano II (767-800) avrebbe
costruito un nuovo monastero puellarum o almeno ricostruito quello
di Caponapoli, ove prima del 1132, se non dallo stesso Stefano, furono
trasportati i resti dei due santi vescovi africani morti in esilio a Napoli.
Quando, durante i moti del 1799, il monastero fu dato alle fiamme, le
reliquie trovarono degna sistemazione nella cappella di S. Susanna
nella cattedrale, ove tuttora si venerano.
Il Calendario marmoreo del sec. IX ricorda il santo due volte:
il 12 lugl. ne celebra il natale insieme con gli altri esuli e il 27 ott. ne
commemora la deposizione; il Martirologio Romano ne fissa la festa
al 28 ott. Il culto di s. Gaudioso africano è attestato per i secc. X e XI
nelle litanie dell’Ordo ad ungendum infirmum, ove la pietà dei
napoletani l’ha incluso tra i propri vescovi, e nel ricordo che ne fa
l’autore del carme in fine della Vita di s. Severo, vescovo di Napoli. 11
9
Altre fonti dicono che S. Gaudioso fu sepolto nel monastero da lui fondato e in
seguito (dopo vari secoli) fu trasferito alle catacombe che presero il suo nome..
10
Mi risulta, dallo studio del Chronicon Episcoporum di Giovanni Diacono, che il
vescovo Nostriano resse la chiesa di Napoli per diciassette anni dal 402 al 419,
ossia sotto il pontificato di Anastasio (398-401), di Innocenzo (401-417), di Zenone
(417-418) e di Bonifacio (418-422), quindi morì prima dell’arrivo in Campania del
vescovo Gaudioso. (P. Rota)
11
AMBRASI DOMENICO: in Bibliotheca Sanctorum Istituto Giovanni XXIII
della Pontificia Università Lateranense – Roma 1968 alla voce s. Gaudioso.
Segue una bibliografia. qui si riporta parzialmente.
G. A. GALANTE: Relazione sulla catacomba di san Gaudioso in Napoli. in
Rendiconti d. R. Acc. di Archeologia, Lettere e Belle Arti, Napoli 1904.
A. BELLUCCI: S. Gaudioso vescovo di Abitine esule in Napoli, 1934.
H. ACHELIS: Die Katakomben von Neapel, Lipsia 1936, pp. 30.
25
Corrispondenza con Ambrasi
Mi sono recato un giorno presso la Chiesa del Gesù Vecchio
(Napoli) per incontrare Don Domenico Ambrasi, benemerito storico
della chiesa napoletana. Volevo tentare un confronto con le
convinzioni mie e sue.
Il nostro colloquio fu brevissimo. Mi disse semplicemente di
mandargli della documentazione. Stavo allora scrivendo un opuscolo
dattiloscritto, fotocopiato in una dozzina di esemplari. Gli mandai per
posta il plico, ma.. ricevette soltanto la busta!
Possiedo una sua cartolina postale del luglio1984, una
cartolina illustrata dell’agosto 1984 e una letterina dell’ottobre 1984.
Nella prima scriveva: “Ringrazio sentitamente e saluto”. Nella
seconda si congratulava con me: “Reverendissimo Padre, apprendo
con vivo piacere delle sue ricerche sul Lucullano e mi rallegro
vivamente con Lei. Le auguro ogni migliore successo. Mi tenga
informato”.
Nella terza scriveva: “Reverendo Padre, ricevo e leggo con
piacere le sue originali interpretazioni su nomi e monumenti
dell’antica Napoli. Mi rallegro molto per la sua passione e Le porgo i
migliori auguri per il suo avvenire di giornalista”.
Ho percorso la via del giornalismo per divulgare la “Napoli
sconosciuta”. Ho stesso articoli e ho concesso interviste, spero di
essere stato utile alla causa della Madonna del Faro.
Si profila l’ipotesi agostiniana
Non credo di essere l’unico in questa impresa di severi studi
sulle fonti “agostiniane”. Con la morte di Agostino si perdono le
tracce del nucleo portante della sua spiritualità e dell’Ordine da lui
fondato. A me sembra di trovare nel vescovo S. Gaudioso il punto di
partenza di una ricerca interessante.
L’ipotesi riguarda l’Abbazia di S. Maria del Faro da
rintracciare al Lucullano, fondata dal vescovo di Abitine.
26
Galante non si trova d’accordo e lo dice in contrasto con il
Torelli, che fa di Severino e suoi frati altrettanti eremitani di s.
Agostino.
***
Né credo necessario contendere col Torelli e col Lezana: dei
quali il primo nei Secoli Agostiniani 12 fa di Severino e suoi frati
altrettanti eremitani di s. Agostino, per due mal fondate supposizioni,
che Severino prima di recarsi in Oriente vivesse tra i monaci del
monte Pisano, e questi fossero Agostiniani, al secolo V; ciò che
nemmeno Eugipio seppe; e che Eugipio fosse Agostiniano: il Lezena
poi negli Annali de’ Carmelitani li ascrive al suo ordine Eliano, sol
perché s. Severino venne dall’Oriente. Ometto questa briga si perché il
dottissimo Mabillon13 chiaramente ha dimostrato, come nessun
particolare ordine appartenessero i monaci di Occidente innanzi a S.
Benedetto; si ancora perché ognun vede come cadano nell’esagerato il
Lezana, che tutti monaci di Oriente ascrivesse al suo ordine Eliano ed
il Torelli, che crede agostiniani tutti gli eremiti di Occidente; e spesso
uno stesso abate amendue si contendono per suo, siccome s. Severino;
si finalmente perché ritornerò su questo proposito, quando verrò a
discorrerer di Eugipio, che detta la regola ai frati Lucullani. 14
***
Non si può ignorare il problema e tantomeno escludere nuove
ipotesi.
12
TORELLI: Secoli Agostiniani tom. II, all’anno 454.
MABILLON: Annales Benedictini. tom. I, in Praefat, specialmente ne’ §§ 22,23 e
24, ove discorre della regola di S. Colombano.
14
GALANTE GENNARO ASPRENO: op. cit. pag. 12-13.
13
27
Il Mabillon aveva paura di sentir scosse le sue sicurezze? In
cielo dovrebbe aver trovato ormai la verità storica del suo fondatore,
senza timore di cambiare gli Annali Benedettini in Annali Agostiniani.
Gli abati del Monastero Lucullano, hanno dato prova di
possedere le opere di S. Agostino; Eugippo ne fece un riassunto, o
meglio un florilegio. Il presunto fondatore S. Gaudioso veniva
dall’Africa. Lo stesso S. Quodvultdeus, benchè non sia considerato
monaco, proveniva dall’Africa ed è vissuto a Napoli.
A volte, in questa disputa, per nulla oziosa, appare come terzo
incomodo, l’ordine dei Basiliani, ma i nostri amici del Lucullano non
rispecchiavano la regola di S. Basilio; l’abate Eugippo ne dettò una
sua propria.
Gli Agostiniani si mostrano oggi particolarmente interessati
nel vedere profilarsi l’ipotesi del Lucullano come fonte e aggancio per
il loro Ordine.
L’interesse degli Agostiniani
Mi sembra che si debba ricercare al Lucullano di S. Maria del
Faro (Napoli) la radice dell’Ordine.
Si legge nell’Enciclopedia Treccani l’invito ad approfondire la
ricerca sull’origine degli agostiniani.
***
“L’invasione dei Vandali (sec. V) e le loro persecuzioni
soffocarono nel sangue la giovane e operosa famiglia [degli
agostiniani]. Non molti poterono salvarsi con l’esilio forzato o
volontario.
A questo punto si perdono le tracce della successione o
sopravvivenza degli agostiniani: si desiderano ancora studi a fondo in
proposito.
Il silenzio è spiegabile, in parte almeno, col fatto del loro
genere di vita nascosta, e più colla diffusione della regola benedettina
specialmente nell’epoca carolingia; troviamo qualche indizio di
28
sopravvivenza degli agostiniani. Verso la fine del sec. XII vari romiti
abbracciarono la regola agostiniana o fu loro imposta dalla Santa
Sede.”.15
La mia corrispondenza ha raggiunto il Primate della
Confederazione degli Agostiniani per attirare la sua attenzione sul
Vescovo di Abitine S. Gaudioso, sul monastero da lui fondato, sulla
figura dell’abate Eugippo che aveva a sua disposizione le opere di S.
Agostino.
Al Lucullano si trovano le radici dell’Ordine Agostiniano….
Venne una lunga lettera di risposta, poiché la notizia fu trovata
molto interessate.
***
Confederatio Canonicorum Regularium Ordinis Sancti Augustini.
Martigny, le 14 janvier 1985.
Mon Révérend Père,
Votre lettre du 17.XII.1984 ne m’est parvenue que le 11 crt. Je vo us
en remercie et je puis vous dire qu’elle m’a hautement intéressé. 16
1. Malheureusement, n’étant pas du pays et n’étant pas au
courant des recherches archéologiques sur la région côtière de Naples
à Pozzuoli, je ne suis pas en mesure d’approuver ou d’infirmer vos
conclusions, soit l’ubicazione du Lucullano ni sur celle du monastrère
fondé par S. Gaudioso. C’est là affaire de spécialistes locaux.
2. Ce que m’intéresse vraiment, ce sont vos conclusions
(sont’elles définitives?). Je le souhaite, mais ici encore il faudra
attendre la confirmation de l’Histoire. Or, c’est rarement que l’Hisoire
dit son dernier mot, car de nouveaux chercheurs et de nouvelles
15
16
ENC. ITAL. TRECC. : alla voce « Agostiniani ».
La suddivisione in punti è del redattore.
29
découvertes viennent souvent remettre en question des points qui
semblaient définitivement acquis.
3. De toute manière, votre affirmation que le monachisme
augustinien trouve là, à Naples, et probablement au Lucullano, son
point de jonction entre l’Afrique romaine envahie par Genséric et
l’Italie, puis l’Europe, où la spiritualité augustinienne s’est
merveilleusement répandue, votre affirmation, dis-je, est fort
intéressante et mérite d’être étudiée à fond”.
4. Le martirologe romain signale la mort à Naples de S.
Quodvultdeus, le 26 oct…, et celle de S. Gaudiosus, le 28 oct., sans
donner de dates précises. Vo us, vous connaissez la tradition de
l’Eglise de Naples. Si ces deux saints ont vécu après leur exil une
vingtaine d’années à Naples, ils ont eu tout le temps d’y implanter le
monachisme augustinien. 17
Mais, qui vous prouve qu’ils étaient de la mouvence d’Augustin? Je
veux bien le croire, mais je n’en ai pas la preuve.
5. S. Possidius était, lui, moine augustin et ami intime
d’Augustin, dont il écrivit la vie e l’index de ses ouvrages. Mais
Possidius a vecu et est mort à la Mirandola, après son exil d’Afrique.
M.R. au 16 mai. Lui aussi a dû être un propagateur du monachisme
augustinien.
D’autres exilés l’ont peut-être été aussi ailleurs. Il faudrait connaître
tant de choses…
Peut-être des études sur ces points existent-elles? Je l’ignore.
6. Ce que vous dites qu’à Naples se trouve le point de
conjonction entre le monachisme augustinien, venu d’Afrique, et ce
même monachisme répandu plus tard à travers l’Europe, est
probablement vrai, du moins partiellement, étant donné que Possidius
et d’autres évêques ou moines venus d’Afrique se sont établis ailleurs
qu’à Naples. Mais on ne peut pas affirmer que Naples est le point de
départ de tout le monachisme européen, comme vous semblez
l’affirmer en disant:
17
S. Quodvultdeus morì nel 454 e S. Gaudioso verso il 452. Si ricorda anche l’abate
Habetdeus morto nel 468. L’arrivo in Campania si fa risalire al 439.
30
“… questo è il punto di partenza della vita monastica, fiorita poi in
Europa sotto forme e regole diverse”. 18
7. S. Martin de Tours fonda à Ligugé, près de Poitiers, un
monastère vers 360 déjà. Evêque de Tours, il fonda le monastère de
Marmoutier, où il aimait à résider avec ses moins autant qu’il en avait
la possibilité. Ces deux monastères furent la pépinière de nombreux
autres et cela dès avant le monachisme augustinien. Cuisque suum.
8. D’autre part, il foudrait bien distinguer de quel monachisme
augustinien on veut parler. Augustin avait fondé un monachisme
laïque, avant d’être prêtre. Par la suite, il a adpté la Règle de son
monastère laïque pour qu’elle pût convenir à des clercs.
9. Les Chanoines Réguliers dérivent spirituellement de S.
Augustin, dont ils ont adopté la Règle vers le XIe et XIIe siècles; mais
on ne peut pas dire que S. Augustin est leur fondateur. Auparavant, les
Chanoines suivaient la Règle de S. Chrodegan (VIIIe s.). Auparavant,
le clergé s’inspirait avec plus ou moins de fidelitè de l’Evangile ed des
coutumes établies par les Apôtres ou les premiers Conciles.
10. Les Ermites de S. Augustin se sont cléricalisés à leur tour.
Mais, dans les débuts de leur Ordre, il est probable qu’ils reflétaient
mieux que les Chanoines Réguliers l’idéal monstique laïque, conçu
d’abord par Augustin pour lei- même et ses compagnons de Milan pis
de Thagaste.
11. Lorsque vous publierez votre étude – car elle mérite d’être
publiée – veuillez m’en réserver deux ou trois exemplaire (avec
facture s.v.p.) pour moi et les Archives de notre Confédération. Si je la
reçois avant novembre prochain, je pourrai la signalerer et même en
donner les principaux aperçus dans ma Lettre primatiale annuelle, qui
sera la dernière, mon mandat d’Abbé Primat arriavant à échéance, fin
juin 1986”.
18
Se io ho calcato le tinte e se ho quindi semplificato le cose non volevo escludere
tanti altri elementi circa l’origine del monachesimo in Europa. Il procedimento
storico è quindi molto più severo di quello “giornalistico” da me seguito per attirare
l’attenzione su di un argomento che non ho la pretesa di esaurire dal solo. Tra gli
Ordini tradizionali, arrivati fino a noi, quello agostiniano è considerato il più antico
dall’Annuario Pontificio. Vuole essere questo il mio punto di partenza. (Rota)
31
Avec mes meilleurs voeux pour l’année 1985, je vous prie
d’agréer, cher Père Tarcisio, mes sentiments bien respectueux et
dévoués en N.S.J.C. et en S. Augustin.
+ Angelin-M. Lovey CRB,
Prévôt du Grand-Saint-Bernard et
Abbé Primat des CC. RR. de St-Augustin
***
L’Abate Angelin Lovey si dichiarava interessato ad acquistare
tre copie del libro che avrei scritto e si proponeva di diffonderne la
notizia a tutta la confederazione in una Lettera Circolare.
Devo concludere con rammarico di “aver perso il treno”
perché un mio libro sull’argomento non è ancora stato pubblicato e le
note che ora (2004) sto scrivendo non hanno ancora la speranza di
avere un mecenate.
Le Catacombe di S. Gaudioso.
Il giorno 26.1.1985 (sabato mattina), mi sono recato a visitare
le Catacombe di S. Gaudioso. L’acceso si trova all’interno della chiesa
di S. Maria della Sanità, officiata dai Frati Minori Francescani. 19
La mia visita era del tutto improvvisata perché non conoscevo
né gli orari, né la possibilità concreta di accesso. Mi sono prima
rivolto a una chiesetta situata nella Piazzetta S. Vincenzo, dove
confluiscono varie strade come la rampa di S. Gennaro dei Poveri, la
strada S. Vincenzo…
Il parroco di quella chiesetta, intitolata a S. Maria della
Vittoria, fu molto gentile con me e m’indicò esattamente la direzione
che dovevo prendere.
19
L’affresco del vescovo africano s: Quodvultdeus si trova nelle Catacombe di S.
Gennaro.
32
Ho seguito la Via S. Vincenzo e sono arrivato in Via Sanità;
l’ho percorsa sulla mia sinistra, attraversando un altissimo arco di
sostegno al viadotto sovrastante dove ero appena passato prima con
l’Autobus 137 dell’ATAN.
Arrivai finalmente nella Piazza Sanità e ammirai l’imponente
chiesa. Entrai fiducioso, perché una scritta sulla porta annunciava
l’orario delle visite alla Catacombe di S. Gaudioso al mattino del
sabato al mattino del lunedì dalle ore 10 alle 12.
Ho aspettato che finisse la S. Messa che si stava celebrando
all’altare maggiore. Sbirciai in un’edicola e vidi esposto il libro di
Aurora Spinosa e Nicola Ciavolino, intitolato “S. Maria della Sanità:
la Chiesa e le Catacombe” Ed. Luigi Regina (Napoli); l’avrei
comprato certamente.
Nell’attesa della guida, rimasi colpito dalla cattedra vescovile
di S. Gaudioso, collocata in un luogo a sinistra rispetto alla cancellata
d’ingresso alle catacombe. Ho notato il disegno riprodotto nello
schienale: quattro archi sormontano una croce.
Ho subito pensato ai vigorosi archi del monumento che si trova
alla Gaiola (con la scritta “Lucullano”).
La visita fu molto interessante, oltre alla guida, c’erano altri
due uomini di età vicino ai sessant’anni, anch’essi interessati alle
spiegazioni del Sig. Riccardi; era il nome della nostra esperta guida.
Mi sono soffermato con molto interesse presso il cubicolo da
S. Gaudioso, osservando il luogo del suo ricordo, arricchito da una
scritta che inizia con queste parole: Hic requiescit in pace STS
Gaudiosus episc.. Purtroppo la scritta è in parte mancante a causa di
una macchia di umidità.
La cattedra in marmo di S. Nostriano, di S. Gaudioso e di altri
antichi presuli è accompagnata da questa scritta:
EPISCOPALIUM FUNCTIONUM
SEDES QUAM
S. NOSTRIANUS NEAP. ANTISTES
S. GAUDIOSUS BYTHINIAE EPISC.
33
ALIISQUE PRAESULES IN ANTIQUIS HIS
CHRISTIANORUM COEMETERIUS
DECORAVERUNT
Ritornai a Marechiaro soddisfatto.
Presso la Chiesa di S. Maria del Faro, si trova un frontone di
sarcofago con strigilature.
Il marmo è ben lavorato e potrebbe risalire all’epoca della prima
sepoltura di S. Gaudioso (453 circa).
Anche nel suo cunicolo alle Catacombe avevo notato il disegno di
strigilature.
Tu scendi dalle stelle
Il canto natalizio “Tu scendi dalle stelle” è cantato in tutta
Italia. Tiene presente un tema caro all’ambiente napoletano, la grotta.
Infatti è sgorgato dall’animo mistico del partenopeo S. Alfonso Maria
De’ Liguori (1696-1787).
Il presepio napoletano è incentrato sulla grotta.
Tu scendi dalle stelle, o re del cielo
e vieni in una grotta al freddo e al gelo. 20
Bonoso, portinaio al Lucullano
Siamo riconoscenti al Galante per averci riferito di un certo
Bonoso portinaio al Lucullano per quarant’anni. Il ragionamento
sembra molto convincente: non poteva trattarsi del monastero fondato
da S. Severino al Norico, ossia in Austria. La notizia è attinta da
Eugippo, cioè dal suo libro in cui parla della vita di S. Severino.
20
Il presepio napoletano del ‘700 è certamente ben rappresentato nel museo di
Brembo (Dalmine). Ve n’è un esemplare dalle dimensioni eccezionali, con 79
personaggi, 32 animali, numerosissimi oggetti, quadri… Anche se l’autore resta
ignoto vi si avverte la mano dei grandi artisti.
AA. VV.: Il Presepio Italiano, Priuli & Verlucca, Editori – Ivrea 1993, pag. 15
Famosissimo è il presepio della Chiesa di Santa Chiara (Napoli).
34
Eugippo scrive: Bonosus quoque monachus… quadraginta fere
annos in monasterii excubiis perseverans, eodem quo conversus est
fidei calore transivit ad Dominum. (Vita di Severino Cap. X § 43)
La sua mansione di portinaio durò quasi 40 anni professò una fede
calorosa e con la stessa fede raggiunse il Signore in paradiso.
“Intorno a questo monaco Bonoso piacemi proporre una mia
idea. Dal citato testo appare che ei avesse esercitato per 40 anni
l’uffizio di portinaro del monastero; io soggiungo che Bonoso sia
morto in tale uffizio nel monastero Lucullano; poiché pogniamo pure
che Bonoso sia stato tra i primi discepoli di Severino, e questi appena
giunto a Faviana, vi avesse fondato il monastero (cose che non
possono ammettersi), pure non estendendosi il periodo del cenobio
norico, che poco oltre ai 30 anni, non poteva Bonoso quadraginta fere
annos farla da portiere a Faviana”. 21
S. Gaudioso venne in Campania verso il 439 e fondò con ogni
probabilità il suo monastero ad castrum lucullanum verso il 440.
Aggiungiamo i quarant’anni di Bonoso e arriviamo alla sua morte
verso il 480. In questo caso sarebbe stato il primo portinaio del nuovo
monastero.
21
GALANTE: op. cit. pag. 11
35
Capitolo III
CRONOLOGIA DI UNA CHIESA
n questo capitolo si presta una particolare attenzione al
Chronicon Episcoporum della Chiesa di Napoli, ai Pontefici Romani,
con l’aggiunta di abati e personaggi del Lucullano. 1
Cronotassi dei vescovi di Napoli (sec. V)
1 – Nostriano (402 - 419)
– Anastasio, papa dal 398 al 401
– Innocenzo, papa dal 401 al 417
– Zenone, papa dal 417 al 418
– Bonifacio, papa dal 418 al 422
2 – Timasio (419 – 450)
– Celestino I, papa dal 422 al 432,
della Campania
(Morte di Agostino 430)
– Sisto, papa dal 432 al 440
(Gaudioso arriva a Napoli 439 c.)
– Leone, papa dal 440 al 461
3 – Felice (450 - 459 )
- Leone, papa dal 440 al 461
(Morte di Gaudioso 452 c)
(Morte di Quodvultdeus 454 c)
1
Chronicon Episcoporum viene ripotato in STANISLAO D’ALOE : Storia della
Chiesa di Napoli – Napoli 1869. Fu scritto dal Diacono Giovanni fino all’anno 872
(dopo tale data fu aggiornato nel X secolo).
36
4 – Sotere (459 - 479)
- Ilario, papa dal 461 al 468
- Simplicio, papa dal 468 al 483
(Morte di Habetdeus 468)
(Romolo Augusto al Lucullano 476)
(Morte di Severino 482)
- Felice, papa dal 483 al 492
5 – Vittore (479 – 492)
- Gelasio, papa dal 492 al 496
(Severino al Lucullano 492)
***
S. Gennaro Martire (305)
Nel Martirologio romano, in data 19 settembre, si legge: “A
Pozzuoli, in Campania, i santi Martiri Gennaro, Vescovo della città di
Benevento, Festo suo Diacono e Desiderio Lettore; Sosio, Diacono
della Chiesa di Miseno, Proclo, Diacono di Pozzuoli; Eutichio ed
Acuzio”.
Nel periodico della diocesi di Napoli Nuova Stagione si trova
scritto: “La decollazione di S. Gennaro sarebbe avvenuta nell’anno
305 durante la persecuzione di Diocleziano, presso la Solfatara di
Pozzuoli a poche centinaia di metri dal cratere. La sua prima sepoltura
avvenne in un podere – detto Marcianum – appartenete forse ad una
nobile famiglia, in una zona che attualmente risulta essere nel
quartiere di Fuorigrotta.
S. Gennaro, dunque, decapitato nel territorio di Pozzuoli, fu
sepolto in territorio napoletano; infatti l’Ager neapolitanus non è
molto distante dal luogo della decapitazione del santo vescovo ove in
37
suo onore venne costruita una degna basilica, anche se di modeste
proporzioni; così è sorto il primo luogo di culto a Pozzuoli”. 2
Tale “basilichetta dovette crollare”. “Ma la cittadinanza
napoletana verso l’anno 1574 volle costruire a proprie spese sul luogo
del martirio di s. Gennaro la Chiesa attuale”. Nel 1945 la chiesa fu
elevata a sede parrocchiale, affidata già da circa quattro secoli ai Padri
Cappuccini”.
(…) In uno studio molto documentato del prof. Ennio Moscarella si
sostiene che la pietra di marmo, esposta ai fedeli in una nicchia della
cappella a destra del Santuario di S. Gennaro a Pozzuoli, ritenuta da
secoli il ceppo sul quale sarebbe stato decapitato s. Gennaro, deve
ritenersi, invece, un antico stipite di altare paleocristiano”. 3
Il Campo Marciano, al di là di ogni altra interpretazione, non
può essere che il Campo di Marte, cioè un luogo di esercitazioni
militari, o riservato a un drappello scelto, dedicato al dio della guerra.
Mi sembra logico pensare in questo modo.
Nel complesso di questa “piazza d’armi” c’erano le prigioni e
il tribunale. Come non pensare al Lucullano e alla Dicearchia nello
stesso contesto logistico del Campo di Marte? Insieme mettiamo la
Cala di Trentaremi (= Porto di Pozzuoli) e la Grotta di Seiano come
osservatorio sul mare.
La traslazione delle reliquie
Tra le feste liturgiche che la chiesa napoletana celebra in onore di
S. Gennaro, la seconda - per importanza – è quella di maggio. Essa
ricorda la traslazione a Napoli dei resti mortali del santo, dalla prima
sepoltura “in Agro Marciano” al cimitero paleocristiano che fu poi
chiamato Catacomba di S. Gennaro”. 4
2
CIRILLO ENRICO : Un percorso tra opinioni e storia in « Nuova Stagione » del
13.09.1984, pag. 9
3
CIRILLO ENRICO : idem
4
BOLLETTINO ECCLESIASTICO dell’Archidiocesi di Napoli – 25 maggio 1968
(Anno XLIX) pag. 128
38
Un testo autorevole dice “a Marciano sublatum”. 5
La festa della traslazione è antichissima: risale al V secolo e si
trova già segnata al 13 aprile nel Martirologio Geronimiano (id. apr.
translatio sancti Januarii); con tale indicazione si trova anche nel
secolo IX nel Calendario marmoreo napoletano: translatio beati
Januarii.
Il cambiamento di data si verificò nel secolo XIV; non
conosciamo i motivi per i quali la festa della traslazione del 13 aprile
fu trasferita alla prima domenica di maggio. Dal 1955, poi, in
attuazione della riforma liturgica la festa fu definitivamente assegnata
al sabato precedente la prima domenica di maggio. 6
***
Successori di S. Gaudioso
1 – Habetdeus (468)
Si ricorda un abate di nome Habetdeus, venuto in Campania
come profugo. Morì nel 468. Sulla sua pietra sepolcrale, conservata
nella basilica di S. Restituta, si osservava ancora nel diciassettesimo
secolo, questa iscrizione:
HIC REQUIESCIT IN PA(CE)
SANCTUS ABBAS HABETDEUS
POSITUS VII IDUS MAIAS ANTEMIO III COS.7
5
CHRONICON EPISCOPORUM S. Neapolitanae Ecclesiae
BOLLETTINO ECCLESIASTICO, idem
7
AA. VV. La Storia di Napoli 1967 - Vol. I, pag. 704s.
La « Basilica di S. Restituta » : Probabilmente era una specie di « Museo
Diocesano » dove si raccoglievano le testimonianze sacre del passato.
(iscrizioni, statue...), ricuperate o restituite alla comunità cristiana dopo una
precedente appartenenza a edifici sacri distrutti o dismessi (Sancta restituta).
6
39
2 – Severino ? (482)
S. Severino morì a Salisburgo in Austria nel 482; dieci anni
dopo, il suo corpo pervenne al Lucullano, possibile luogo di partenza
per la sua feconda missione.
Giovanni Diacono, nel Chronicon Episcoporum, descrive la partenza e
l’arrivo delle venerate spoglie dal Norico a Napoli.
In questo testo si accenna due volte alla “Congregatio” di Lucillo e di
Marciano, forse il termine esprime il concetto di Vita Religiosa (=
Ordine Religioso)?
“Cumque generalis transmigratio pervenisset, doctoris
[Severini] praecepti non immemores venerabilis presbyter Lucillus
cum cuncta Congregatione transferentes corpus eius, juxta vaticinium
praedicentis: post mortem meam Deus visitavit vos, et asportate ossa
mea hinc vobiscum, ad castellum Montem Feletem multis emelsis
regionibus perduxerunt: atque ex rogatu illustris feminae Barbariae,
cum sancti Gelasii Sedis Romanae Pontificis auctoritate, et
Neapolitano populo exequiis reverentibus occurrente, in Castello
Lucullano per manus sancti Victoris episcopi, in mausoleo, quod
praedicta femina condidit, collocatum est.
Residente ibidem Marciano venerabili presbyter, cum sancta eius
congregatione : corpus Barnabae Apostoli, et Evangelium Matthaei
eius stylo scriptum, et tempore, ipso ravelante (sic) repertum est” 8
Qui si parla anche del vangelo di S. Matteo, scritto con le sue
stesse mani. Dovrebbe essere quello in aramaico, ora considerato
perduto. Giovanni Diacono ne aveva già parlato all’inizio del suo
Chronicon Episcoporum in questi termini: “Gaius regnavit annos III.
menses X. dies VIII. Per idem tempus Matthaeus Apostolus
Evangelium in Judea primus conscripsit”.
Gaio (= Caligola) fu imperatore negli anni 37-41.
8
Chronicon Episcoporum op. cit.
40
3 – Marciano (496)
Riceve al Lucullano il corpo di S. Severino.
4 – Eugippo (533)
“Eugippo venne a morte – scrive Domenico Ambrasi – dopo il
533. Impresse alla vita delle comunità sorte attorno al “Lucullanum”
un ritmo intenso di operosità. Ai monaci, che menavano vita
cenobitica in celle separate e tra loro distanti, lasciò in eredità quasi
testamentario iure, scrive Isidoro di Siviglia (De viris ill. 34) una
regola, che andò purtroppo perduta e forse ricalcava quella che S.
benedetto in quel medesimo tempo dava ai suoi discepoli”. 9
Rimane aperto il discorso sulla Regola di Eugippo.
5 – Donato (550 c.)
Ci viene ora in soccorso il dotto Galante per identificare
l’abate Donato.
L’abate Donato alla metà del secolo VI correggeva un codice nel
cenobio S. Pietro, come si trova scritto nel Codice Cassinese n. 346.
Donatus gratia Dei presbyter proprium codicem,
Justino Augusto tertio post consulatum eius anno,
in aede b. Petri in castello Lucullano infirmus legi, legi. 10
6 - Agnello (590/604)
Si ricorda un altro santo abate del monastero al Lucullano, cioè
S. Agnello; sulla sua tomba si trovò questa iscrizione:
9
AMBRASI DOMENICO in AA. VV. : La Storia di Napoli Vol. I, pag. 722
In GALANTE : Memorie dell’antico cenobio lucullano – Napoli 1869, pag. 35
10
41
HIC REQUIESCIT IN PACE
VIR VENERABILIS AGNELLUS
Abbas MONASTERIIS LOCI HUIUS
QUI VIXIT PLUS MINUS ANNIS LXI
Depositus XVIII Kal. Ian. Ind… 11
Nella rubrica Il santo del giorno, così si legge nel quotidiano
“Avvenire” del 14.12.2003: “Agnello di Napoli, vissuto nel VI secolo,
fu abate di un monastero partenopeo, forse basiliano, fondato dal
vescovo Gaudioso Settimio Celio, riparato dall’Africa per l’invasione
dei Vandali.orì 61enne fra il 590 e il 604…”.
NB: Non poteva essere basiliano, poiché i basiliani vennero in Italia
dopo la persecuzione dei maomettani.
7 – Adriano (668)
L’abate Adriano, partito dal “Nisidano”, portò in Inghilterra il
cristianesimo attinto alle sorgenti agostiniane del suo monastero (668).
8 – Giovanni (902)
“Nel 902 un’invasione de’ Saraceni irruppe dall’Africa nella
Sicilia, e però il timore invase eziandio la nostra Campania, che non si
avanzassero sopra Napoli; e poiché non poteano venire se non dalla
spiaggia lucullana, Gregorio II duca, col consiglio degli Ottimati, fece
distruggere il Castro Lucullano (…). Allora l’abate Giovanni chiese a
Stefano di trasferire il corpo di S. Severino dal distrutto Lucullano nel
nuovo cenobio intramurano, e se ne fece solenne traslazione il dì 10
ottobre del 902”.. 12
11
AA. VV : : La Storia di Napoli Vol. I, pag. 758 ; nota 25.
GALANTE: Memorie dell’Antico Cenobio di S. Severino Abate in Napoli –
Napoli 1869, pag. 38
12
42
Tutti Abati “Agostiniani”
Tutti questi abati erano agostiniani, eredi del patrimonio
spirituale e culturale di S. Agostino di Ippona. L’importanza di questo
monastero non sarà mai studiata abbastanza per i legami culturali tra
Ippona (Agostino), Napoli (Gaudioso), Inghilterra (Adriano).
Si legge nell’Enciclopedia Treccani l’invito ad approfondire la
ricerca sull’origine degli agostiniani. Mi sembra che si debba ricercare
qui al Lucullano la radice dell’Ordine.
“L’invasione dei Vandali (sec. V) e le loro persecuzioni
soffocarono nel sangue la giovane e operosa famiglia [degli
agostiniani] Non molti poterono salvarsi con l’esilio forzato o
volontario.
A questo punto si perdono le tracce della successione o
sopravvivenza degli agostiniani: si desiderano ancora studi a fondo in
proposito. 13
Il silenzio è spiegabile, in parte almeno, col fatto del loro genere di
vita nascosta, e più colla diffusione della rego la benedettina
specialmente nell’epoca carolingia; troviamo qualche indizio di
sopravvivenza degli agostiniani. Verso la fine del sec. XII vari romiti
abbracciarono la regola agostiniana o fu loro imposta dalla Santa
Sede.”.14
Troviamo in un libro divulgativo una traccia agostiniana anche
in Irlanda:
“La più bella delle cattedrali in Irlanda, Christ Church di Dublino, fu
in origine una fondazione agostiniana, di cui restano intatti ancora
13
Secondo il Galante « i monaci lucullani divennero benedettini »., cioè si
confondono in un’unica denominazione benedettina.
Cfr GALANTE, op. cit. pag. 36
14
ENC. ITAL. TRECC. : alla voce « Agostiniani ».
43
oggi il transetto, il presbiterio a navate e l’estremità orientale della
cripta a volte”. 15
Si legge in Carlo Celano: “Nisida ebbe il nome di Castrum
Lucullanum, comune con tutta la spiaggia della terra ferma rimpetto
all’isola ed alla parte di Pozzuoli”. 16
***
S. Benedetto da Norcia (547)
Gli agostiniani, fuggiti dall’Africa emigrarono a Napoli, al
Lucullano. Ora si tratta di prendere atto dell’importanza di questo
monastero di S. Gaudioso come anello di congiunzione tra Agostino e
gli agostiniani.
Lo stesso Ordine benedettino potrebbe ricondursi alle fonti di
Agostino, poiché s. Benedetto non presenta una sicurezza storica.
Il primo a parlare di S. Benedetto è il papa S. Gregorio (590-604), ma
ne parla in modo tale che non si riesce a comprendere se egli sia una
persona fisica o morale. Così mi sembra di capire nel leggere
l’Enciclopedia Cattolica.
“La biografia, quale ce l’ha tracciata papa Gregorio, non può
rispondere a tutte le nostre esigenze; non per un colpevole difetto, ma
per l’esclusivo fine di edificazione che lo scrittore si proponeva e per
l’indole dell’agiografia di quei tempi. Neanche vi troviamo elementi
sicuri per le ricostruzione della figura fisica del Santo”. 17
15
AA. VV. Il Milione Vol. II – Istituto Geografico De Agostini – Novara 1959, pag.
724s.
16
CELANO CARLO : Notizie del Bello e dell’Antico e del Curioso della Città di
Napoli divise dall’autore in dieci gironate per guida e comodo de’ viaggiatori Vol. 7
– Ed. Scientifiche Italiane 1974, pag. 2058.
NB. Una precedente edizione dell’opera è del 1859 (con aggiunte e miglioramenti di
autori vari) a cura del Cav. Giovanni Battista Chiarini.
17
Cf. ENC. CATT. : Città del Vaticano 1952 Vol. II alla voce « s. Benedetto », pag.
1254
44
Traslazione di S. Gaudioso (sec. IX)
Stanislao d’Aloe afferma: “Insomma tutti gli uffizi de’ santi
antichi venerati nella nostra Chiesa, furono compilati e messi in
osservanza nel IX secolo, che fu il secolo delle traslazioni e della
maggiore onoranza a’ nostri Santi tutelari”. 18
Tra i santi ricordati in questi antichi uffici liturgici si trova anche S.
Gaudioso.
La sua traslazione risale quindi al IX secolo. Le figure e le scritte delle
catacombe che prendono il suo nome a quartiere della Sanità, sono
opera del IX secolo per quanto si riferisce a questo santo africano.
Secondo questi uffici liturgici. alla morte di Bonoso, vescovo
di Salerno, clero e popolo volevano eleggere Gaudioso. In sancta
salernitana ecclesia pontifex a clero et populo clamabatur Unus
illorum expeteret ad sancti viri Gaudiosi. 19
Sempre secondo la stessa fonte, il beato Gaudioso aetatis suae
annum fere quinquagesimum, (all’età di cinquant’anni) si addormentò
nel Signore. 20 Altre fonti “storiche” gli concedano 70 anni di vita.
Prima della sua morte ebbe una visione dei suoi santi antecessori.
Nel giorno in cui venne tumulato in un sarcofago due ciechi avrebbero
miracolosamente acquistato la vista per le sue santissime preghiere.
Il corpo sarebbe stato collocato in una chiesa costruita a lode
del suo nome, in qua mirifice collocatur.21
Nel Martirologio romano, in data 27 ottobre si legge: “A
Napoli, in Campania, san Gaudioso, Vescovo Africano, il quale venne
18
D’ALOE STANISLAO: Storia della Chiesa di Napoli provata con Monumenti in
libri cinque / Vol. I Parte 2 – Seconda edizione rifatta e continuata sino agli ultimi
tempi – Napoli 1869, pag. 285
19
Idem
20
Ufficium beati Gaudiosi episcopi et confessoris Ad Matutinum in secundo
nocturno lectio VII
In D’ALOE STANISLAO: op. cit. pag. 238
21
Idem, lectio VIII …pag. 239
45
nella Campania per sfuggire la persecuzione dei Vandali, e, in un
monastero vicino a quella città, finì santamente”.
Polibio e la Dicearchia
Pozzuoli s’accompagna con Dicearchia e i suoi abitanti, nella
letteratura greca vengono chiamati in riferimento al tribunale di
giustizia, non tanto ai pozzi d’acqua necessari alla navigazione.
Polibio (210-128 a. C) si esprime in questa accezione.
Il contesto parla di Annibale che non era stato avventato nel
prendere un certa decisione. E subito si descriveva Capua, attorniata
da pianura, nobilissima parte dell’Italia. La regione eccelleva molto
per la sua feconda terra amena.
In questa zona c’erano località distese verso il mare, veri
empori ai quali erano soliti arrivare coloro che da quasi ogni parte del
mondo navigavano verso l’Italia. Vi erano città famosissime e
bellissime. Gli abitanti di Sinuessa, di Cuma e della Dicearchia
(∆ικαιαρχιται) si prendevano cura del litorale marittimo della
Campania: così pure i Napoletani e infine gli abitanti di Nocera. 22
Dicearchia e dea Fortuna
Anche Petronio nel suo Satiricon descriveva un luogo immerso
in acque profonde, dalla scogliera a picco, quasi fosse spaccata, situata
fra Napoli e il territorio della grande Dicearchia. Sembra proprio la
fotografia della Cala di Trentaremi.
“Est locus excisso penitus demersus hiatu
Parthenopen inter magnaque Dicarchidos arva,
Cocyti perfusus aqua; nam spiritus extat
qui furit effusus, funesto spargitur aestu.”.
(Satiricon 70)
22
Cf . Scriptorum Graecorum Bibliotheca – Polybius, Liber III,91 / Ed. Ambrosio
Firmin-Didot - Paris, 1880, p. 181s
46
Si trova ancora nel Satiricon un’espressione concisa per
indicare l’argine posto dalle dighe pietrose, per cui l’acqua marina
veniva tenuta lontana dalla costiera. “Expelluntur aquae saxis”.
(Satiricon 70)
Nella zona di Marechiaro i pescatori mi segnalavano, ancora ai
nostri giorni, l’esistenza di barriere armai sommerse, al largo della
spiaggia.
In questa descrizione Petronio accennava fugacemente alla dea
Fortuna, invocata come signora delle vicende umane e divine.
Has inter sedes Ditis pater extulit ora
bustorum flammis et cana sparsa favilla,
ac tali volucrem Fortunam voce lacessit:
“Rerum humanarum divinarumque potestas…”. 23
Come non pensare al tempietto di Iside-Fortuna segnalato nei
ruderi della zona sottostante la Chiesa di S. Maria del Faro?
Il Cocito è il fiume dell’inferno, forse qui è da considerarsi realtà
fantasiosa piuttosto che reale.
Così pure il richiamo al dio dell’oltretomba “Dite”, che si rivolge alla
dea Fortuna, rafforza l’idea di un’astrazione poetica dell’autore.
Non ho trovato a Marechiaro nessun fiume. La vicina Solfatara
può aver ispirato il poeta ad immaginarsi un corso d’acqua “infernale”
esalante vapori violenti, surriscaldati, in un ambiante privo di
vegetazione.
Il monte spaccato sul mare
23
PETRONIO: Il Satiricon a cura di A. Marzullo e M. Bonaria Ed. Zanichelli –
Bologna 1963, pag. 262.
47
L’asperità della roccia che s’innalza a picco dalle profondità
del mare caratterizzava il “classico porto” anche per Gregorio di Nissa
(335-395)..
Sentiamo la sua descrizione:
“Quanto accade a coloro che dalla vetta di un’alta montagna
guardano in basso un mare profondo e insondabile, avviene anche alla
mia mente quando dall’altezza della parola del Signore, guardo la
profondità di certi concetti.
In molte località marittime si può vedere, dalla parte
rivolta al mare, un monte quasi spaccato e corroso da cima a
fondo. Esso ha nella parte più alta un picco che incombe sulla
profondità del mare.
Orbene l’impressione di chi volge più lo sguardo sull’abisso
impenetrabile da quell’altezza da vertigini è quella stessa mia quando
spingo in basso gli occhi dall’altezza del misterioso detto del Signore:
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio (Mt 5,8)”. 24
Chi osserva dall’Isola di Nisida la Cala di Trentaremi si trova
davanti una montagna spaccata, emergente da acque profonde,
navigabili anche per le navi triremi disponibili allora.
Testo latino dell’omelia “Beati puro corde”.
Quod accidere verisimile est iis qui ex aliquo alto vertice
montis in vastum aliquod pelagus despiciunt, id menti meae accidit ab
excelsa voce Domini, tamquam de aliquo cacumine montis, ad
inesplicabilem
intellectuum
despectanti
profunditatem.
Quemadmodum enim in multis locis maritimis, montem videre
licet circa eam partem qua mare spectat, quasi dimidium
abscissum, et a vertice ad profundum usque directo abrasum:
cuius in superiore parte cacumen quoddam proiectum profundo
imminet quod igitur accidere verisimile est ei, qui a tali tantaeque
24
Dalle Omelie di S. Gregorio di Nissa, vescovo - Om. 6 sulle beatitudini; PG 44,
1266) In Liturgia delle Ore Ufficio delle letture Giovedì XII Settimana del Tempo
Ordinario – Vol. III, pag. 379 – Ed. CEI - Ristampa 1991.
48
altitudinis specula in profundum mare despiciat: itidem mihi nunc
animus quasi vertigine laborat in magna hac Domini voce suspensa:
Beati puro corde: quoniam ipsi Deum videbunt… 25
25
LITURGIA HORARUM – Iuxta Ritum Romanum Editio Typica –
Typis Polyglottis Vaticanis - MCMLXXII, pag. 321
Cf. OPERA D. GREGORII NYSSENI – Basilea 1571, pp. 54-55 Variante: in magna hac Domini voce suspensa
49
Capitolo IV
RICERCA D’ARCHIVIO
Il mio pensiero corre veloce a scoperte effettuate nell’Isola di
Ischia.
Si è trovato scritto in un’antica lapide, che una ragazza del popolo fu
vincitrice alle Italidi del 154 d.C.
Lo stadio delle Italidi, individuato al Parco Virgiliano (o Parco delle
Rimembranze), è posto esattamente sopra la Grotta di Seiano.
La grotta potrebbe quindi essere stata chiamata “Grotta di Seiana”,
ossia là sopra dove la popolana Seiana Spes ha vinto nella corsa le
figlie dei senatori. 1
L’indicazione mi sembra molto allettante.
La Grotta di Seiano a volte viene chiamata Grotta di Pozzuoli
(Puteolana), mentre la Grotta di Mergellina viene detta Grotta
Napoletana.
Si trova nell’Enciclopedia Treccani che Alfonso I, nel periodo che
corre dal 1442 al 1501 circa, facilitò il passaggio attraverso l’antico
traforo di Posillipo. 2
Cosa s’intende per “traforo di Posillipo”? L’espressione appare
sibillina.
Ricerca all’Archivio di Stato
In una ricerca da me effettuata presso l’Archivio di Stato di
Napoli ho trovato nei fascicoli riguardanti Ponti e Strade, notizie circa
la Grotta di Posillipo al fascicolo 9 dell’anno 1744.
Anche qui c’è da chiedersi quale sia delle due grotte.
1
Cf. MONTI P.: Ischia preistorica, greca, romana, paleocristiana
- Napoli 1968, pag. 119
2
ENC. ITAL. TRECCANI alla voce “Napoli” pag. 239
50
Atti per gli accomodi da farsi dentro la grotta di Posilipo nella
invasatura(?!), colla Direzione, ed Amministrazione del Regio Ing.ro
Dr. Agostino Caputo… (pag. 1)
Si certifica… come per l’accomodo della invasatura della
Grotta di Posilipo e da detta Grotta sino ad Agnano che si sta
attualmente accomodando dalli Pontari Francesco (…) Agostino
Caputo. (pag. 1)
Si certifica da me sottoscritto come l’accomodo della Strada si
sta facendo dal Pontaro Nicola De Julio della Grotta di Posilipo alli
Bagnoli stimo poterseli dare ducati quindici a conto. Napoli,
12.09.1744 . Agostino Caputo. Si spedisce il mandato. (pag. 2)
Si certifica da me sottoscritto, come per la strada che si sta
accomodando del Pontaro Francesco Tortora dall’osteria delle
Colonne sino al Lago d’Agnano stimo poterseli dare a conto (ducati)
quindici. Napoli 12.09.1744. Agostino Caputo. Si spedisce il mandato.
(pag. 3)
Si certifica da me sottoscritto, come per l’accomodo della
vasolata (?!) dentro la grotta di Posilypo (sic), che attualmente si sta
facendo dal Pontaro Ignazio de Maje considerando la quantità di
materiali occorsi et occorrenti stimo poterseli dare a conto altri
ducati cinquanta. Napoli 14.09.1744. Agostino Caputo. (pag. 4)
Si certifica da me sottoscritto, come per l’accomodo della
Grotta di Posilipo nel far la vasolata mancante, che per la nuova
selicata3 fatta con breccioni usciti dalla medesima grotta,
da sotto la chesa (sic) fori Grotta, che per le catene di fabbrica 4
stimo poterseli dare a conto altri ducati settantacinque. Napoli
18.09.1744. Agostino Caputo. Si spedisce per mandato.
(..) Real cammino dalla Grotta di Posilipo sino alli Bagnoli e
dalla Taverna delle Colonne sino al Lago di Agnano. (pag. 11)
Si parla inoltre di “breccioni usciti dalla grotta”, come anche di
“catene di fabbrica”.
3
4
Selicata (= selciata? ndr)
Catene di fabbrica (= tiranti di ferro).
51
Chiesa dei Santi Severino e Sosso
La Chiesa dei Santi Severino e Sosso è vicina all’Archivio di
Stato. In quell’anno (1984) “ospitava” la Parrocchia di S. Gennaro
all’Olmo, trasferita qui a causa del terremoto che l’aveva resa
pericolante. La chiesa dei Santi Severino e Sosso era molto polverosa,
deve essere rimasta in stato di abbandono in questi ultimi anni.
Un breve cenno storico di S. Severino era collocato alla porta della
chiesa. Interessante il ricordo della nobile napoletana Barbaria. Fu lei
a rendere dignitosa la tomba di S. Severino accolto presso il Castro
Lucullano.
Il corpo di S. Severino, in seguito fu trasferito in questa chiesa, ma ora
si trova a Frattamaggiore.
***
Ma ritorniamo al primo argomento della grotta sulle orme di
Mario Napoli:
Con l’apertura della Crypta Neapolitana, che metteva direttamente in
contatto Neapolis con Puteoli e con le strade che da questo centro
partivano per Baia, Cuma e Capua, veniva ad abbreviarsi
grandemente il percorso, che attraverso la ricordata via per colles era
disagevole e lunga; e si dovette, consequenzialmente, potenziare
l’abitabilità della zona attraversata dalla strada tra Neapolis e la
crypta anche se molto probabilmente un accidentato viottolo, che
valicasse la colina per congiungere da questo lato Neapolis con i
Campi Flegrei, non dovette mancare in età più antica…5
La documentazione riportata da Mario Napoli si diffonde nel
testo e nelle note con linguaggio a volte sibillino circa le due grotte.
Egli riferisce circa la Grotta di Seiano che congiunge la Villa di Vedio
Pollione a Posillipo per arrivare a Coroglio in funzione delle necessità
militari di Ottaviano e di Agrippa. È di Strabone la notizia che la
5
NAPOLI MARIO: Napoli Greco-Romana - Ed. F. Fiorentino
– Napoli 1959, pag. 115
52
crypta è opera di Cocceio; Seneca in una vivace epistola brontola per
l’oscurità di essa ed il polverone, Petronio la trova troppo bassa…6
È la grotta detta di Seiano, che dalla villa Pausilypon
giungeva sul versante di Coroglio, dopo un percorso di circa 800
metri; è uno splendido traforo anche questo, largo in media sui 5
metri, alto più di 7, illuminato da tre pozzi di luce all’altezza della
località detta Trentaremi. 7
Sulle Pagine Gialle
Le Pagine Gialle della guida telefonica di Napoli
riportavano, nelle ultime pagine, la cartina dettagliata della zona di
Marechiaro, compreso il tracciato della Grotta di Seiano. Ma il
disegno non corrispondeva alla realtà, poiché la lunghezza della grotta
appariva dimezzata. Allora ho scritto a Torino all’ente preposto alle
Pagine Gialle e nell’edizione successiva hanno completato il tracciato
così come avevo suggerito.
Che valore potrebbe avere la chiesa di Marechiaro, senza il
tempietto di Iside-Fortuna, senza la Domus Pollionis, senza il
Lucullano? La Grotta di Seiano, sovrastante la Cala di Trentaremi (=
antico porto di Pozzuoli), va considerata nella sua reale importanza
storica e geografica. Un proverbio latino sentenzia: Aut simul stabunt
aut simul cadunt.
Purtroppo la zona di Marechiaro è sempre stata finora
defraudata. Leggo nel libro di Alfredo Diana: In seguito la proprietà
[del Pausilypon] passò ai Maza (o Mazza), nobile famiglia
salernitana, cui appartenne per diverse generazioni. Il più noto fu
Francesco Maria vissuto attorno al 1680 che raccolse svariati reperti
archeologici, purtroppo mai inventariati e andati dispersi. 8
Diamo uno sguardo alla Guida di Napoli e dintorni (1915). Al
tempo della prima guerra mondiale si leggeva circa la Grotta di
6
NAPOLI MARIO.: idem
Qui viene citato il Günter. Cf. NAPOLI MARIO.: op. cit. pag. 116.
8
DIANA ALFREDO: op. cit. pag. 30
7
53
Seiano: La visita della Grotta richiede mezz’ora (mancia £ 1).
L’apertura di questo tunnel è certamente anteriore all’epoca di
Seiano (favorito di Tiberio) e rimonta forse ad Agrippa,
rappresentando il proseguimento di una strada romana che
costeggiava l’intero promontorio.9
Un acquedotto romano
Napoli, 19.02.1985 – Oggi ho effettuato una ricerca nella zona
di Coroglio, vicino a Nisida. Mi sono messo a passeggiare
tranquillamente, tutto solo. Scendevo a piedi lungo la ripida Discesa di
Coroglio; ammiravo alla mia sinistra l’imponente barriera della
collina, sormontata dal Parco Virgiliano, alla mia destra c’era il
sottostante stabilimento dell’ILVA di Bagnoli e di fronte ammiravo
l’isoletta di Nisida.
La parete alla mia sinistra è stata tagliata nella sua componente
tufacea, rinforzata, traforata fin da epoche lontane; forse aveva una
funzione protettiva come avveniva per le massicce ad alte mura delle
città fortificate. Certe gallerie sono soltanto percettibili, perché
gl’ingressi sono murati o camuffati da costruzioni “protettive”.
Prima di arrivare al restringimento della strada, precauzione
presa a causa dei franamenti dei massi tufacei, scorgo una cavità.
Lascio l’asfalto e mi scosto un paio di metri dal manto d’asfalto.
Trovo una galleria poco più alta di me, riesco a toccare il soffitto
alzando la mano poco sopra il mio capo; il cunicolo è largo tanto da
passarci comodamente con la persona.
Osservo attentamente le pareti, che, fino all’altezza della mia
cintura sono impermeabilizzate con un intonaco particolare, reso quasi
verdastro dall’umidità. La composizione di questo intonaco è
granulosa: si scorgono pezzetti di mattone frantumato, della grandezza
di un chicco di granoturco e dei granelli di carbone (puzzolana)
cementati fra di loro in una pasta di sabbia molto resistente.
9
Cf Napoli e dintorni – Guide Treves – Esercizio 1915, pag. 99s.
54
Il cunicolo penetra nella montagna, ma io mi arresto dopo sei o
sette metri perché trovo sbarrato il passaggio da prismi tufacei, verso
il soffitto però si scorge il prolungamento. (Un acquedotto romano!?).
Mi avvicino all’imbocco della Grotta di Seiano, poi mi sposto
per una cinquantina di metri a sinistra (sempre allo stesso livello) e
trovo altre due imboccature di “acquedotto romano”, ma non posso
entrare; l’ingresso inizia a livello della mia testa.
Siamo di fronte a tracce di antichità da studiare.
La mia passeggiata si conclude con la convinzione di aver imparato
tante cose. Vicino al porto l’acqua potabile era indispensabile per la
navigazione.
Passeggiata Pasquale
Marechiaro 22.23 aprile 1984 – Nel giorno di Pasqua e in
quello successivo ho potuto passeggiare liberamente in ambienti
archeologici.
Alla sera di Pasqua celebrai la S. Messa nella chiesetta di S. Giuseppe,
presso la Gaiola e poi, accompagnato da un giovane di nome Ezio mi
sono spinto nei dintorni per osservare dall’alto la Cala di Trentaremi,
antico porto di mare.
Fra i ruderi di antiche costruzioni ho colto un ramoscello
d’olivo, simbolo di pace, già celebrata in questi luoghi da Virgilio
Marone 10 , ma realizzata nel mistero pasquale solo da Gesù Cristo,
morto e risorto per la salvezza universale. Tra questa polvere trovai
anche la tessera di un mosaico.
Il giorno successivo, con il medesimo giovane e con un altro di
nome Antonio, sono entrato nella Grotta di Seiano. Nell’andata
eravamo spensierati, nel ritorno concentrati sul rilievo di misurazioni;
il tunnel risultò lungo 985 passi. Lungo il percorso (da Coroglio a
Marechiaro) ci siamo fermati per alcune annotazioni su agenda.
Lasciando dunque alle nostre spalle la Discesa di Coroglio, dopo 30
10
Marone, potrebbe significare semplicemente “vergine”, appellativo abituale per
Virgilio. Esistono ancora oggi i Maroniti.
55
passi abbiamo trovato sulla nostra sinistra una stanza con una branda
abbandonata senza materasso, e con tizzoni spenti per terra.
Dopo 150 passi abbiamo incontrato a destra un’apertura
arcuata larga m. 1 e alta m. 3 circa, era quasi completamente murata,
rimaneva solo un pertugio in alto.
Dopo 460 passi arrivammo circa a metà strada e si scorgeva la luce
delle due estremità della galleria, una luminosità molto fioca che non
ci dispensava dal tenere accesa la torcia a pile in mano di Enzo.
Dopo 632 passi incontrammo a destra un foro percepito per la
corrente d’aria che conduceva fino a noi, non ci portava nessuna luce.
Aveva un’apertura di circa m. 1,50 di altezza e di 1,20 di larghezza.
Enzo s’inoltra nel cunicolo con la torcia accesa contando 195 passi
fino ad arrivare con un percorso sinuoso sopra la Cala della Badessa,
nelle vicinanze di Nisida.
Dopo 784 passi trovammo a destra un foro, lungo 20 passi,
fonte di luce e di ventilazione; si affaccia sulla Cala di Trentaremi. Ci
troviamo davanti a un sottile promontorio, leggermente incurvato,
chiamato “Cavallo di Mare”; la sua funzione di molo naturale doveva
essere preziosissima alla navigazione di imbarcazioni antiche,
comprese le navi. In tutta la costa da Napoli a Pozzuoli non c’è altra
insenatura naturale così favorevole come questa. Vedo in tale
conformazione marittima l’antico porto di Pozzuoli… Il nucleo
portuale non era vastissimo, ma tanto adatto per accedere alla terra
ferma.
Dopo 910 passi arrivammo sul punto d’incontrare, ancora a
destra, un’imboccatura non di forma rotondeggiante, come la
precedente, ma di forma quadrata; è lungo 43 passi, alta più di quattro
metri e larga circa 2 metri. Sfocia sulla Cala di Trentaremi, davanti
alla scogliera semi sommersa, chiamata “Tavola di Mare” (o Punta
Lena).
Dopo 985 passi ci troviamo finalmente all’uscita della galleria,
dalla parte di Marechiaro, nella zona della Gaiola.
Le lancette dell’orologio segnano le 12,30. La Discesa Gaiola è
invasa da turisti, ignari dell’importanza di quella zona.
56
Capitolo V
GROTTA DI MERGELLINA
La voglia di conoscere la città di Napoli mi dava entusiasmo.
Mi ero posto un limite infatti il mio interesse si rivolgeva attorno
all’anno della nascita di Gesù Cristo e tenevo lo sguardo rivolto entro i
confini del primo millennio. Mi attirava il desiderio di visitare il parco
che racchiudeva la “Tomba di Virgilio” e di Leopardi. Mi andò bene
al primo tentativo. E ne conservo ancora la cronaca.
Visita alla “Tomba di Virgilio”
Napoli, 19 dicembre 1983
Questa mattina mi sono recato alla chiesa di S. Lucia per celebrare la
S. Messa delle ore 8.00. Il parroco Don Maurizio Brancaccio è molto
cordiale con me.
Prendo un cappuccio e poi monto su Bus dell’ATAN 140,
diretto verso Capo Posillipo (sopra Nisida). Mi fermo prima, a
Mergellina, per imbucare tre lettere, dopo aver messo i francobolli
all’Ufficio Postale. non mi sono fermato solo per questo: volevo
vedere la “Tomba di Virgilio”.
Entro nella vicina chiesa di S. Maria di Piedigrotta; si sta
celebrando la S. Messa. Raccolgo una rivistina ciclostilata, composta
dal gruppo degli adolescenti del dopo cresima [ ora avranno mogli e
figli]. L’argomento trattato è quello della preparazione al Natale.
Mi reco poi al cancello del parco dove si trova la “Tomba di
Virgilio” (70-19 a.C.) e quella di Giacomo Leopardi, morto nella
prima metà dell’800 a soli 30 anni. Suono un campanello elettrico e il
custode, Salvatore, mi viene ad aprire. Posso passeggiare indisturbato,
poiché non ci sono altri visitatori.
57
Dodici bagni
Mi avvicino ad un monumentale scritto inciso su lastra di
marmo; è difficile trovare una pagina lapidaria così fitta di notizie. Si
legge una data 1668; il contenuto non è altro che una propaganda di
Pozzuoli e dintorni nei loro aspetti di luoghi balneari e terapeutici. Si
avverte il visitatore di passaggio che oltre la grotta ( = galleria) che si
sta per imboccare troverà ben dodici occasioni di cure termali; vi si
descrive esattamente la posizione geografica e le proprietà curative dei
singoli “bagni”.
Trascrivo qualche riga a riguardo del terzo e del quarto bagno.
(Terzo bagno): Eius aqua caput mondat, oculos acuit, uterum purgat et
ulcera, splenem curat et epax.
Quartu(s) balneus est foris cryptae, quod invenies prope mare, dum
post exitum huius cryptae per radices montis Pausilypi procedes,
tumulus antiquus ibi a terra eminet, in quo puteus est potabilis aquae,
quae pota ignitos artus refrigerat exi(..)ata a ferribus quod membra
rigat, pulmonem laesum, iecur et pectus sanat, stomacu roborat,
tussi(m), et aegrae cuti medetur, nocet tamen hydropicus.
L’elenco delle malattie abbraccia polmoni, fegato, stomaco,
pelle, occhi e le acque della scuola paramedica del XVII secolo
dovrebbero compiere “miracoli” e soprattutto attirare molti clienti,
setibondi di letteratura latina, impersonata nel grande poeta Virgilio.
E la “Tomba” del celebre mantovano?
Sulla stessa grandissima lapide marmorea sono stati aggiunti
successivamente, secondo l’impressione che si ricava dal limitato
spazio ad essi riservato, i versi attribuiti a Virgilio, o comunque messi
sulla sua bocca. Descrivono la sua morte avvenuta a Brindisi e parlano
delle ceneri conservate a Napoli; epitaffio divenuto famoso.
Mantua me genuit; calabri rapuere; tenet nunc Parthenope;
cecini pasqua, rura, duces.
Ecce meos cineres tumulantia saxa coronat laurus, rara solo, vivida,
Pausilypi, si tumulus ruat, aetenum hic monumenta Maronis,
servabunt lauris, lauriferi cineres.
58
Il riferimento a Virgilio, nato con il sorgere della grande
lapide, dice semplicemente:
Virgili Maroni super hanc rupem superstiti tumulo.
La super lapide del 1668 rimanda quindi a un luogo situato più
in alto. Tuttavia, prima di salire, riporto anche la scritta della lapide
marmorea posta qualche decimetro più in alto. Non ci sono date. Il
marmo pare più nuovo. La scritta poetica invita alla meraviglia e
incomincia con queste parole: Horribile hoc antrum……
L’iscrizione riportata sopra parla di Posillipo come luogo della
sepoltura del poeta. Nella descrizione dei bagni si dice che Posillipo si
trova al di là della grotta, al quarto bagno. Questa lapide escluderebbe
così Mergellina come luogo della “Tomba”.
Il monumento a Leopardi
Salendo lungo l’ampio sentiero del parco c’è il pericolo di
scivolare per il terreno tufaceo, umido e viscido. S’incontra ben presto
il monumento marmoreo di Giacomo Leopardi. Lo sfondo è
meraviglioso, una grotta scavata nel tufo della grande parete.
L’insieme fa pensare alla forma di una capanna.
Finalmente si arriva all’ingresso della Grotta di Mergellina ( =
la Crypta Neapolitana), quella attribuita a Cocceio. Sulla parete, a
sinistra di chi guarda l’ingresso della galleria, si legge una prima
lapide marmorea con i versi dello stesso Leopardi:
… A Napoli presso ove la tomba
pon di Virgilio un’amorosa fede
vedeste il varco che del tuon rimbomba
spesso dal Vesuvio intorno fiede
colà dove all’entrar subito piomba
notte in sul capo al passegger che vede
quasi un punto lontan d’un lume incerto
l’altra bocca onde poi riede all’aperto.
(Paralipomeni )
59
Il loculo di Bruno
Un certo signor Bruno, doveva essere famoso al suo tempo.
Sembra sia stato tumulato dentro la parete. A chiusura del loculo c’è
una scritta: Corpus Domini Bruno…e una data, 1455. Sopra la sua
lapide ce n’è un’altra con uno stemma a forma di scudo, sormontato
da una specie di corona, all’interno vi sono scolpite tre esili colonne.
A quell’epoca, l’ingresso della Crypta era diventato luogo di
sepoltura. Forse s’incomincia proprio in questo periodo a pensare di
collocare in questa località misteriosa la “Tomba di Virgilio”, infatti
più in alto vedremo una scritta dello stesso anno 1455, che indica la
presenza della sepoltura del poeta. Ma procediamo passo passo.
Gesù benedicente
Sempre sulla parete sinistra, più in alto e più vicino
all’ingresso della Crypta, si trova un affresco della “Sacra Famiglia”.
Il Bambino Gesù si accosta alla guancia destra della Madre, sembra
baciarla. Davanti a loro c’è la figura di S. Giuseppe in atteggiamento
di preghiera. Un “presepio” nella grotta!
Di fronte a questo affresco (forse del XV secolo), sulla parete
destra si nota un altro affresco forse più antico. È racchiuso in una
forma ovale molto imperfetta nel tratteggio. L’altezza è di circa 1
metro e mezzo e la larghezza di circa 1 metro. Raffigura Gesù Cristo
con barba fluente e capelli lunghi: tiene in mano una coppa. Tiene in
mano un calice. L’atteggiamento è sacerdotale, eucaristico. Ricorda il
momento della istituzione dell’Eucaristia nel cenacolo.
Salendo una scaletta e percorrendo un tratto dell’acquedotto
romano, si può ammirare più da vicino il disegno, quasi lo si può
toccare con la mano. L’acquedotto è alto circa 2 metri e largo circa cm
80. Passo comodamente in piedi, senza chinarmi.
60
“Tomba di Virgilio” e antri spaziosi
Il passaggio (= passerella metallica) costruito ai tempi
di Mussolini, porta ancora più in alto, diventa poi pianeggiante e
discende. A questo punto mi trovo davanti ad un baratro molto
profondo, nel quale s’intravedono delle gallerie ben squadrate,
ciclopiche. Sono artificiali? Qui si ricavavano prismi di tufo per
costruire muri e abitazioni? L’impressione è grande.
E siamo giunti finalmente all’ingresso della “Tomba di
Virgilio”. Ci sono due scritte. La prima invita a sostare un po’ e l’altra
accenna alle ceneri del poeta. Prima scritta:
Siste viator pauca legito
hic Virgilius tumulus est…
Anno Domini MCCCCLV
Seconda scritta (più recente):
Qui cineres tumuli vestigia conditur olim
ille hoc qui cecinit pascua rura duces
Can. Reg. MDLIII
Le scritte sono sormontate da stemma raffigurante tre pesciolini che
nuotano contro corrente, dal basso in alto.
La tomba “vera e propria”, come viene mostrata ai nostri
giorni, si presenta come un torrione austero. Nel confronto con
riproduzioni di stampe antiche dove alla porta del piano terra arde un
fuoco divorante, vien da pensare non a una tomba, ma a un forno
crematorio con uno o due fori al piano superiore per favorire il
tiraggio dell’aria calda e del fumo.
La costruzione è quindi a due piani, quello superiore è aperto ai
visitatori. All’interno si nota un pavimento irregolare. Alcuni spuntoni
61
di muro affiorano ai quattro angoli della stanza. Le pareti presentano
un rivestimento in opus reticulatum.
Rimane ancora aperta la discussione sulla vera posizione
topografica della tomba di Virgilio: Mergellina o Marechiaro
(Gaiola)? Questi sono i due luoghi in questione.
L’indicazione dell’itinerario Napoli – Pozzuoli, passando
attraverso la grotta, è anch’esso ambiguo, poiché si può passare
attraverso l’orribile antro di Mergellina e attraverso il cammino
perforato della Grotta di Seiano, sopra la Cala di Trentaremi. Sono
due località caratterizzate da due santuari mariani: la Chiesa di S.
Maria di Piedigrotta e la Chiesa di S. Maria del Faro.
Come si è conclusa la mia passeggiata a Mergellina? Con una
nuova esperienza. Ora potevo dire di aver visto di persona e di essere
maggiormente in grado di esprimere una mia valutazione. Ho ripreso
il mio Bus 140 e sono arrivato comodamente a Marechiaro.
Passeggiata a Villa Imperiale
Le “grosse” denominazioni servono ad attizzare la curiosità,
specialmente di chi arriva per la prima volta in una località
storicamente importante.
Marechiaro, 26 dicembre 1983
Questa mattina mi voglio regalare una passeggiata natalizia nei
dintorni di casa. Vado alla “Villa Imperiale” (= Villa Beck), nei pressi
della Chiesa di S. Maria del Faro. Incomincio alle ore 9.30 circa.
Lascio Via Marechiaro sulla mia sinistra e scendo a destra,
verso il mare, in direzione della vicina Isola Gaiola. Don Gennaro mi
apre gentilmente un cancello e sono libero di vedere, disegnare,
prendere appunti.
Scorgo una “cappella”
Mi trovo davanti ad una specie di cappella alta poco più di
quattro metri. Si salgono pochi gradini di marmo per arrivare ad una
62
porta d’ingresso. Sopra la porta si scorge una piccola finestra rotonda.
Il tetto sale a punta, formando un triangolo. Sulla mia destra noto dei
cavalli, sono quelli della “Fazenda”. Più vicino c’è una bellissima
piscina azzurra. Alzando lo sguardo dall’acqua della piscina, scorgo
sotto i miei occhi l’Isola Gaiola, vicina vicina.
Discesa al porto
La strada che porta a destra della “cappella” scende in
direzione della piscina e delle stalle. La strada, che fiancheggia la
“cappella” a sinistra, porta al parcheggio: un belvedere sul mare
sottostante. Rimango a occhi spalancati per la meraviglia. Forse era
proprio qui l’antico teatro rintracciato dall’architetto Bechi.
Davanti a me si trova l’Isola Gaiola. Poco prima della spiaggia si
scorge la struttura muraria di un antico porto romano con pareti molto
elevate in opus reticulatum. Doveva essere un posto meraviglioso al
tempo dei Romani. Questa è la punta più a Sud della città di Napoli.
Palazzo degli Spiriti
L’attuale parcheggio poteva essere anticamente un piccolo
anfiteatro con veduta sul mare della vicina Isola Gaiola e la più
lontana e ben più importante Isola di Capri.
Lascio questo parcheggio per dirigermi a sinistra verso il
Palazzo degli Spiriti ( o Villa Imperiale ). Me lo trovo vicinissimo, mi
metto a disegnarlo. La parte più alta, a picco sul mare, ha tutto
l’aspetto di un antico arco di trionfo. Tutta la costruzione è rivestita in
opus reticulatum. Ammiro queste antichissime vestigia. Nello sfondo
vedo il porticciolo della Fenestrella dove c’è una grande caverna a
fior di mare. Lontano ammiro il Vesuvio e la rientranza del porto di
Napoli. Una grossa nave dalla scafo bianco sta lasciando il porto.
Sotto la Fenestrella si nasconde una grotta tufacea, serviva
forse come garage per mettervi al sicuro una grossa barca.
63
Pescatori di Marechiaro
Passa ora una barca di pescatori, si porta proprio davanti al
Palazzo degli Spiriti. Un pescatore batte ritmicamente con un legno
sull’orlo della barca, per far uscire i pesci dagli scogli.
S’avvicina un’altra barca; i due a bordo sono giovani. Colui che
remava abbandona i remi e spinge la sua barca facendo forza con le
mani sulla parete del Palazzo; poi i due scompaiono all’interno della
“Villa dell’Imperatore”, forse sono le sue…“guardie del corpo”.
Così anch’io smetto di guardare, di sognare e di scrivere.
Ringrazio Don Salvatore e ritorno a casa (Via Marechiaro, 40).
Mi diceva un vecchio pescatore del posto che la casa occupata nel
1951 dai noi Dehoniani, una volta si chiamava Villa Pepere e che in
questa casa il generale americano Clark nel 1943, dopo lo sbarco a
Salerno, s’era incontrato con un generale dell’esercito italiano per
accordarsi sulla “presa” di Napoli. Mark Wayne Clark, alla testa della
V armata, diresse la campagna d’Italia. Quando prendevo questi
appunti il generale era ancora in vita (1896-1984).
64
Capitolo VI
INTERPRETARE PER CAPIRE
Il Significato di Posillipo
L’etimologia di Posillipo si fa risalire solitamente a una facile
interpretazione romantica. La qualità del posto, favorito dalla spiaggia
e dal clima dolce del mare, concilia la mente al riposo.
Vengono scacciati i pensieri tristi: i francesi concludevano con
l’espressione Chasse chagrin. Altri studiosi nostalgici del latino
ricorrevano a Pausillipum, si fa una pausa per il proprio dolore, con
un periodo di sollievo.
Anche gli imperatori romani, Augusto compreso, trascorrevano
delle vacanze a Napoli per dimenticare gli impegni governativi del
mondo intero.
La parola ha origine dalla lingua greca e indicava Napoli come
la Città del cavallo (Πολισ υπποσ ).
La traslitterazione, ossia, la versione in caratteri latini e la
trasposizione di alcune lettere hanno mutato Polisyppo in Posilyppo e
finalmente nell’attuale Posillipo, denominazione riservata alla parte
occidentale della città partenopea, che dal livello del mare (Isola
Gaiola), sale fino a quasi 200 metri s.l.m. sopra Mergellina.
Meno complicata è stata l’origine della denominazione per la
capitale del Portogallo. Il nome più antico riportato dalle enciclopedie
è Olisippo. In origine era (P)olisippo per cui la parola ha subito il
fenomeno fonetico della perdita della prima consonante.
Un tentativo successivo di carattere culturale ha soppiantato la
primitiva espressione in un’altra con riferimento a Ulisse e divenne
Ulissipona e finalmente Lisbona.
Non mancano altri esempi di “città del cavallo” sulle coste del
Mediterraneo. La sede episcopale di S. Agostino era infatti Ippona.
65
I Cartaginesi fondavano una città con il sacrificio di un cavallo. Erano
generalmente città portuali. Metaforicamente la nave era chiamata
“cavallo di mare”.
Dicearchia di Pozzuoli
Giuseppe Flavio in un suo viaggio a Roma fece naufragio; la
nave portava circa 600 persone. Nuotarono per l’intera notte; solo 80
scamparono al disastro accolti da una nave Cirenaica.
Raggiunsero la Dicearchia, chiamata Pozzuoli dagli Italici. Il
racconto di Giuseppe Flavio, scritto in greco, viene qui riportato in
latino.
Siamo ai tempi dell’imperatore Nerone.
***
Post annum vero sextum ac vigesimum Romam ut ascenderem mihi
contingit, ex causa jam nunc dicenda (…). Nostra enim navi in medio
sinus Adriatici submersa, quum essemus numero circiter sexcenti,
totam per noctem natavimus. Et tandem sub diluculum conspecta ex
Dei providentia navi Cyrenaica, ego et alii nonnulli ad octoginta
universi, feliciore usi natatu, in eam recepti sumus.
Quumque ita evasissem in Dicaearchiam (Dikaiarceian),
quam Puteolos (Potiolou") vocanti Itali, veniebam in amicitiam
Alituri, (erat autem is mimorum actor in magna apud Neronem gratia,
genere Judaeus, perque eum ubi Poppaeae uxori Caesaris innotui, id
quam ocissime ago ut meis apud ipsam precibus solverentur
sacerdotes. Quumque praepter hoc beneficium magnis muneribus
cohonestatus essem a Poppaea, in patriam revertebar. 1
1
FLAVII JOSEPHI VITA, 2,3 [autobiografia ] a cura di Guilelmus Dindorfius.
Parisiis, Editoribus Firmin -Didot et Sociis, 1929, pag. 794.
66
Un accenno a parte merita la Dicearchia, parola greca che
indica il “tribunale supremo”, presente nella zona Gaiola, dove c’era
l’antico porto fortificato di Pozzuoli. 2
All’attuale Cala di Trentaremi sarebbe quindi sbarcato Giuseppe
Flavio.
Il tribunale supremo era dotato anche di prigioni.
In questa precisa topografia andrebbe cercato il luogo dove furono
incarcerati gli amici di S. Gennaro e al suo intervento lui stesso finì in
prigione e in seguito giustiziato e sepolto.
Si trova una tradizione che lo dice martirizzato a Pozzuoli e
un’altra versione lo dichiara ucciso sul territorio di Napoli sia l’una
che l’altra risulta esatta. Una volta la Dicearchia era nel territorio di
Pozzuoli; la stessa località ora appartiene alla parrocchia di S. Maria
del Faro, ossia a Napoli.
La denominazione di Pozzuoli (Puteolis) è dovuta
principalmente ai pozzi d’acqua necessari per fornire le navi nel loro
lungo tragitto. I pozzi non bastavano e ci voleva un vero acquedotto.
Si osservi bene la scarpata che approda alla Discesa di
Coroglio. Si trova un cunicolo (= acquedotto), parallelo alla Grotta di
Seiano, sul lato sinistro per chi guarda l’ingresso Ovest della galleria
(distante circa 100 metri).
Il traforo è abilmente rivestito da un intonaco fatto in coccio pesto e
impermeabilizzato.
L’altezza permette il passaggio di una persona in piedi e la
larghezza è a dimensione d’uomo.
L’acqua veniva quindi portata attraverso un vero acquedotto,
nell’immediata vicinanza del porto.
***
Pozzuolo, in latino Puteoli, così chiamato dalla quantità di
pozzi che vi si trovavano, oppur, com’altri vogliono, dal puzzo di
zolfo di cui abbondano le sue vicinanze, è situata sul mare, tre miglia
distante da Baja e otto da Napoli.
2
In spagnolo “gaiola” vuol dire “gabbia” e in senso figurato “prigione”.
67
Essa è di grandissima antichità, stata essendo fondata dal
Calcidesi, e detta Dicearchia, come vuole Ubone Emmio, dalla retta
amministrazione della giustizia, che in essa si facea.
(Descrizione del Regno di Napoli Vol. XXIII – Tradotto dall’originale
del famoso SALMON in italiano – Venezia 1761, pag. 153).
Difficoltà di ville private
Tutte le costruzioni che si susseguono lungo la costa del
promontorio di Posillipo, in parte note e più o meno parzialmente
rilevate dal Günter, in parte mai studiate, e certamente quasi per nulla
esplorate, costituiscono un insieme dei più suggestivi, ma anche dei
meno conosciuti: difficoltà ambientali, lo sprofondamento dei ruderi
nel mare o l’addentrarsi nei parchi di belle ville private hanno reso
difficile l’indagine archeologica, e quindi la interpretazione dei singoli
complessi, ancor oggi più noti con nomi tradizionali o fantasiosi che
non per classificazioni scientifiche. (MARIO NAPOLI: in Storia di
Napoli Vol. I, Soc. Ed. Storia di Napoli – Napoli 1967; pag. 468).
L’Isola Megaride
Un nodo da sciogliere riguarda l’interpretazione di Isola
Megaride, talvolta identificata con Castel dell’Ovo.
Si diceva che vi erano molti monasteri, compreso quello del
Lucullano.
Tale località a volte è detta anche Megalia, per esprimere una certa
grandezza.
Paris nel suo libro Storia di Roma (1928) riferisce di una
storiella fantasiosa: un monte viene in parte staccato e trasportato e
collocato in riva al mare per formare l’Isola Megaride.
***
Non so se a risolvere questo intricato quesito possa al caso
giovare sapere se l’isoletta del Castel dell’Uovo sia di origine recente,
68
sia stata staccata dalla roccia di Pizzofalcone dalla volontà di Lucullo
(il quale, come è noto, in codeste località si divertì appunto a compiere
opere di tal genere (…), o se il nome Megaris e Megalia fosse in
origine dato a località vicine, ed in seguito esteso a maggior spazio di
terra. 3
***
Bisogna ricorrere al linguaggio semitico per giungere a
comprendere che l’Isola Megaride corrisponde all’intera e
l’etimologia greca ci fa comprendere il nome di Megalia.
Con un’altra espressione più familiare facciamo corrispondere il
territorio di quest’isola alla “Magna Grecia”.
Secondo il linguaggio semitico infatti le isole erano delle entità
geografiche (Cipro, Creta, Malta…) ma il termine indicava pure tutte
le coste del Mediterraneo, anche le più remote, toccate dai navigli
fenici, erano comprese le coste africane, le sterminate lande ad
occidente, ignote al viaggiatore ebraico. 4
Megaride vuol dire semplicemente “occidentale”, naturalmente
per chi si trova in oriente!.
La tomba di Partenope
Antichi libri parlano della leggendaria tomba di Partenope, una
sirena trasformata in scoglio; altri parlano più volentieri di cenotafio
di Partenope.
Il nome di città partenopea deriverebbe da questa immagine
tuttora visibile nella configurazione caratteristica dell’Isola di Capri,
che rappresenta una donna addormentata, cioè collocata sul livello del
mare con i piedi rivolti a Sorrento e la chioma dei capelli verso Ischia.
Ecco spiegato il detto: “Additavano da Napoli la tomba di Partenope”.
3
PARIS ETTORE: Storia di Roma Vol. V – Ed. Optima – Roma 1928. Appendice 4
La località di Napoli detta “Megalia” pag. 491
4
Cfr. Gianfranco Ravasi a commento del Sal. 97,1 : Jahweh regna! Esulti la terra,
gioiscono le isole tutte).
69
Altrimenti continueremo a rimanere impastoiati in un vero
guazzabuglio.
***
Sappiamo da un passo di Stazio che presso il porto era la
tomba di Partenope. 5
Da altra fonte, e precisamente da Licofrone sappiamo che la tomba di
Partenope era presso la torre di Falero e questa espressione dovrebbe
quindi, se pur non chiaramente, riferirsi al porto, lì dove, continua
Licofrone, il fiume Clanis irriga le terre con le sue acque. 6
Castel dell’Ovo
Attorno a Castel dell’Ovo si sono sbizzarrite le fantasie di
molti nonni per accontentare i nipotini prima di andare a letto. La più
classica si riferisce a Virgilio, degno del titolo di Magister e non di
Mago.
Virgilio avrebbe nascosto un uovo d’oro in una bottiglia e
l’avrebbe nascosta di su di uno scoglio, ossia nelle fondazioni del
castello. Grande fortuna è promessa per chi lo trova.
Il riferimento “storico” di questa etimologia sembra dovuto a
un mito egiziano. Le divinità avrebbero deposto su di uno scoglio un
uovo dal quale nascerebbe il dio sole.
Sentiamo la versione di un etnologo, Nicola Turchi.
***
Secondo un’antichissima concezione mitica egiziana della città
di Eliopoli, il caos primordiale era rappresentato dalle acque Hwh
(flutto d’abisso) e dalle tenebre Kwk (tenebra).
5
STATIUS: Silv., IV, 52. Citato in MARIO NAPOLI: Napoli Greco-Romana,
pag. 128
6
LYCOPHR., Alex. 717. Citato in MARIO NAPOLI: op. cit. pag. 128s
70
Il dio sole sarebbe nato da un uovo creato dagli otto dei
primordiali (quattro maschili e quattro femminili) e deposto su
un’altura emersa dalle acque del grande oceano Nwn. 7
***
In chiave cristiana sullo scoglio della terra il Verbo si è
incarnato per la salvezza del mondo.
Vedi il segno dell’uovo di Pasqua.
Porti gemelli di Stazio
In riferimento ai porti di Napoli e di Pozzuoli, Stazio parla di
porti gemelli.
Dove si trovavano?
Prima di tutto non pensiamo ai due golfi, né ai due porti attuali, ma a
spazi molto più ridotti.
L’ago della bilancia potrebbe essere l’isolotto della Gaiola: da
una parte era il porto di Napoli (verso Marechiaro) e dall’altra il porto
di Pozzuoli (verso Nisida). Il porto si caratterizza per l’attracco delle
navi. Alla Cala di Trentaremi (Pozzuoli) le acque erano profonde,
l’accostamento sicuro. Nelle acque di Marechiaro la possibilità era
offerta solo per imbarcazioni più piccole.
***
Un passo di Stazio ricorda tra Neapolis (città di Napoli e golfo di
Napoli)
e Pozzuoli (città di Pozzuoli e golfo di Pozzuoli) i socii portus.
Scrive Mario Napoli: “La questione del porto nel suo insieme
non è stata posta mai realisticamente, in quanto andava collegata con
l’esistenza e l’ubicazione di Partenope”. 8
7
TURCHI NICOLA: a cura di, Le Religioni del Mondo – Ed. Coletti – Roma 1951
(2 Edizione), pag. 239
8
NAPOLI MARIO: op. cit. pag. 124
71
Palepolis e Neapolis
Se davvero troviamo delle consistenti antichità lungo la costa:
dalla Gaiola a Mergellina, qui si può parlare di una parte antica della
città partenopea (Palepolis o Polisyppo, corrotto in Posillipo).
L’attuale nucleo di Napoli potrebbe essere la Neapolis.
L’Antico Stadio di Napoli
Dello stadio, nel quale si svolgevano le gare degli agoni, non
avanza alcun resto monumentale, e si è anche incerti sulla sua
ubicazione. 9
Vorrei chiedere agli archeologi napoletani se hanno effettuato
delle ricerche al Parco Virgiliano o Parco delle Rimembranze.
Un’antica mappa francese del 1701 mostra un circo romano proprio
nel luogo indicato, sovrastante l’Isola di Nisida.
La parola “faro”
Si trova nell’Enciclopedia Treccani:
Non si conosce niente di positivo sull’origine della parola φαροσ che
taluni vorrebbero derivare dall’egiziano p(h)aar “tela”. I Greci
avrebbero dato il nome di pharos all’isola in cui venivano a comprare
il phaar. 10
***
Il faro è una torre costruita per orientare la navigazione
marittima o aerea, per mezzo di sorgenti luminose. Già in tempi
antichissimi dovette esserci l’uso di accendere sull’alto delle colline,
in prossimità del lido, dei fuochi perché fossero di guida ai naviganti.
9
NAPOLI MARIO: op. cit. pag. 196
ENC. ITAL. TRECC.: alla parola “faro”.
10
72
È da ritenersi che la prima vera e propria torre- faro, e in ogni
caso quella che ha dato a tutte le altre il nome e modello, sia stata
quella di Alessandria d’Egitto. 11
S. Maria del Faro si ammira per il suo manto e perché luce dei
naviganti “Stella maris”.
S. Paolo a Pozzuoli
S. Paolo, prigioniero, si appellò a Cesare. Il naufragio
sull’isola di Malta lo fa imbattere in una serpe velenosa. Il commento
degli isolani è immediato: “Certamente costui è un assassino perché
sebbene scampato dal mare, la [dea della] giustizia (η δικη) 12 non lo
ha lasciato vivere” (At. 28,4). Paolo rimane illeso e si acquista la
stima dei Maltesi.
Il viaggio prosegue fino ad arrivare (al porto) di Pozzuoli:
“Salpati di qui, giungemmo a Reggio. Il giorno seguente si levò lo
scirocco e così l’indomani arrivammo a Pozzuoli”. (At. 28,13)
Cosa dicono i commentatori per identificare Pozzuoli? Dicono:
nel golfo di Napoli. Così commenta la Bibbia di Gerusalemme:
Pouzzoles, dans le golfe de Naples. 13 Più esattamente si potrebbe dire
nel golfo di Pozzuoli.
Distinguendo fra i due golfi (= golfi gemelli) in che punto
esatto si trovava il porto di Pozzuoli? La risposta di chi ha studiato a
fondo la questione sarebbe la seguente. L’antico porto di Pozzuoli si
trova all’estremità Ovest del golfo di Napoli, là dove s’incontra con
l’estremità Est del golfo di Pozzuoli (tra S. Maria del Faro e Nisida).
Paolo e lo scrittore di bordo Luca qui trovarono alcuni fratelli,
i quali li invitarono a restare con loro una settimana. Quindi arrivarono
a Roma attraverso la Via Appia. 14
11
ENC. ITAL. TRECC:: idem
Da qui viene anche il nome di Dicearchia. Non sembra esatto tradurre in latino
“ultio” (vendetta), come fa la Bibbia Latina (1986).
13
La Sainte Bible – École Biblique – Éd. Cerf – Paris 1956, page 1477, note b
14
Cf. At. 28,14-15
12
73
La strada Sodesca (1677-1678)
Una lapide ricorda la sistemazione di una strada che portava
dal Casale di S. Strato alla chiesa di S. Maria del Faro, della città di
Pozzuoli.
Fu eseguita per volere del presidente della Giunta, Antonio di
Gaeta, ispettore ai ponti e alle strade, su richiesta dei devoti della
Vergine e di Francesco Maria Mazza.
Si vietava a tutti di impedirne i lavori, pena la multa di mille
ducati. Infatti la strada veniva dichiarata pubblica.
Tutti i
cittadini, che in qualche modo ne usufruivano, perché
abitavano nei dintorni, erano tenuti a mantenerla in ordine.
Cosa significhi strada “sodesca” non è facile saperlo.
La misura della lapide marmorea è di cm 67X97 e si trova
nello spiazzo antistante la chiesa.
Una caratteristica è quella di essere scritta in due lingue, un po’ in
latino e un po’ in italiano.
La leggibilità è in parte impedita dai ganci di sostegno posti in
alto.
SPECTABILIS D(OMINUS) AN(TONIU)S DE GAETA EQUES
OR(DINIS) …ALATRAVAE REG./
CA(…)LLAM REG.S LOCU…R.AE .. ET DELEG(ATIONE)S
D(..)VA CAT(HOLI)CA MAIEST(E)M /
IN NEG(OTII)S REG(…)RU VI(A)RU(M) ET PONTIU(M) HUIUS
REGNI / ***
BAN(D)O, E COMAD(AMEN)TO DA PARTE DELL’ILL(USTRI)
S(IGNO)RI DELLA GIUNTA DELLE R(EGI)E /
STRADE E PO(N)TI DI QUESTO REGNO, AD INSTA(N)ZA
DELLI DEVOTI DELLA / VEN(ERABI)LE CHIESA DI S(AN)TA
M(ARI)A DEL FARO DI POSILIPO DELLA CITTÀ DI /
POZZ(UOLI), E DEL D(OTTO)R FRA(NCES)CO M(ARI)A
MAZZA / S(I) ORD(IN)A E CO(MAN)DA A TUTTI, E
74
QUALS(IVOGLIA) STATO E CONDITIO(NE) E(S)SI SIANO CHE
P(ER) ESEQ(UIR)E DI /
DECR(E)TI INTERPOSTI P(ER) L(O) INFRA(SCRI)TTO
S(IGNOR) PRES(IDEN)TE D(ON) OTTAVIO DI SIMONE /
COM(..)RTO A 18 AG(O)STO 1677, E P(ER) D(ETT)A R(EGIA)
GIU(N)TA A(LI) 2 AP(RI)LE 1678 I(N)TESA LA M(..)CA /
AN(N)A DE MARINO ET ALTRI CO(L)LATE(R)ARII SOTTO
PE(N)A DI DUCATI/
MILLE NESS(UN)O ARDISCA NE PRESU(M)A DI I(M)PEDIRE
NE’ FAR I(M)PEDIRE LA/
STRADA CHE DAL CAS(ALE) DI S(AN)TO STRATO SI CALA
ALLA D(ETTA) CHIESA DI/
S(AN)TA M(ARI)A DEL FARO CHIAMATA LA SODESCA P(ER)
ESSER Q(UE)LLA STATA/
DICH(CHIARA)TA VIA PUB(BLI)CA MA SOTTO D(ETT)A
PE(N)A DI DUC(A)TI MILLE SI DEBBIA DALLI VIC(I)NI/
D(I) ESSA Q(UE)LLA AN(N)E(TT)ARE NE(I) MESI DI
MAG(GIO) E 7(M)BRE DI CIASC(UN) A(N)NO, E TE(NE)RLA/
ROGATA (?) A LORO SPESE CO(N) NO(N) FARVI PON(E)RE
IMPED(IMEN)TO ALC(U)NO DI MODO CHE RE/
STI LIBERA NEL PASS(A)GGIO SI FARÀ DA QUALS(IVOGLI)A
SORTE DI VIA(N)D(AN)TE E NO(N) SI FACC(IA) IL/
CO(N)TRARIO P(ER) QUA(N)TO S. MAT(…) A(...) CAROLA
GRA(...) DI S(UA) M(AES)TÀ SOTTO LE D(TT)E PE(N)E /
DE DUC(A)TI MILLE D’ESEGERSI DA CIASC(UN)O
CO(N)TR(ARIAMEN)TE
F(...)CO R(...)O ETC(ETERA). DAT(O) NEAPOLIS DIE XX /
M(ENSI)S IUL(II) 1678. D(OMINUS) ANT(ONIU)S GAETA REG.
ET R. C. L. /
V(IDI)T FISCUS
D(OMINUS) OTTAVIO SIMONE
FRANC(IS)CUS ANT(ONIU)S CARUSIUS CREDEN(...)S
75
L’appellativo di Virgilio
Marone, considerato come un semplice appellativo di Virgilio,
significa Signore-celibe, vergine (in greco parthenos). Così viene
spiegato da Ascoli Graziadio: “… Ma io crederò che d’altro non si
tratti se non di un marôn arameo, che propriamente direbbe
Signorello, Signorino, ed è portato come nome proprio da
quell’eremita del V secolo, onde traggono il loro nome i Maroniti”. 15
La tradizione ha sempre considerato di Virgilio, di corporatura
robusta, di voce piuttosto fioca, non sposato e che si teneva lontano da
avventure amorose.
Allo stesso modo il nome di MARIA potrebbe avere questa
medesima origine e quindi sottolineare la sua dignità signorile, di
donna vergine (Signora- vergine), che appartiene solo a Dio (Jahweh).
MARAH-JAH(WEH) hw"hy>-hr"m"
Il nome Maria = La vergine di Dio
15
ASCOLI GRAZIADIO ISAIA: Iscrizioni inedite o mal note greche, latine,
ebraiche di antichi sepolcri giudaici del Napolitano - Ed. Arnaldo Forni
(ristampa anastatica 1880) – Sala Bolognese, 1978, pag. 23
76
Capitolo VII
JUSPATRONATUS DEI MAZZA
La famiglia dei Mazza, proveniente da Salerno, operò a
Marechiaro ai tempi del papa Innocenzo XI, come dimostra una lapide
marmorea conservata sul posto. Il documento marmoreo porta la data
del 1680 e riferisce del lavoro svolto a beneficio della chiesa da loro
trovata in precarie condizioni.
Juspatronatus dei Mazza
Quindi negli anni precedenti (1687-80) i Mazza, che ebbero in
perpetuo lo iuspatronatus della zona. Ricostruirono dalle fondamenta
l’edificio sacro e l’adornarono al suo interno. Una lapide illustrativa si
trova nel piazzale antistante la Chiesa di S. Maria del Faro.
D.O.M.
INNOCENTIO XI PONT. MAX. CONCEDENTE
SACRAM HA(N)C AEDEM VETUSTATE IA(M) COLLABENTE
A FUNDAMENTIS REPARAVIT
INSTAURAVIT
EXORNAVIT
DOTAVIT
IUSPATRONATUS PRO SE SUISQUE HAEREDIBUS
AC SUCCESSORIBUS IN PERPETUU(M) ESSE VOLUIT
V.I.D.
D. FRANCISCUS MARIA MAZA
ANNO MDCLXXX
77
“Piscina” per allevare pesci
Iscrizione marmorea posta dai Mazza presso la Domus
Pollionis. Si trova di fronte alla chiesa, distante poco più di cento
metri. Sulla porta d’ingresso alla casa si trova la scritta Domus
Pollionis. La preziosa lapide si vede dall’esterno ma si leggere solo
entrando nel cancelletto.
Chi scrive ha avuto la fortuna di chiedere al proprietario e di
ottenere il permesso di copiare il testo abbastanza lungo e tutto in
latino.
Si parla delle antiche “piscine” costruite per l’allevamento di
pesci, tra i quali le voraci murene. Le testimonianze sono state
ricavate da diversi storici.
Huc ad Pollionis Piscinas
Vicinus patet Curiosis Accessus
Vedius seu Vibius Pollio ille
Romanus Eques ex Amicis Divi Augusti
in eis Muraenas habebat Humano Sanguine
saginatas
et Humana Carne Vesci Edoctas
ipsisq(ue) Mancipia Morti Damnata obiiciebat
Novum crud elitatis exemplar
Novum Saevitiae Documentum
Muraenas ad Poenam comparari
Fato tandem cessit Anno Urbis 739 1
et piscinasin Haereditate Augusto legavit
admirare quis quis es
Pollionis immanitatem nulli secundam
Piscinas nullo Aevo perituras
Temporis edacitate confracta
1
Corrisponde all’anno 14 a.C.
78
ex Historicorum Testimonio
Capac. Mazzell, Summont, Mormil, Baltran
De Magistr, Dion. Plin. Senec, Lips, Rhodicin
Iovij, Ravis Textor, et aliorom
haec excerpsit
U.I.D.D. Fran(cis)cus M(ari)a Maza loci Dominus
et loquacem lapidem Mutis Piscibus
P
Francesco Maria Mazza era persona istruita e mise una loquace
lapide per i pesci muti: p(osuit) loquacem lapidem mutis piscibus.
Plinio il vecchio ci ha tramandato una curiosità circa un pesce di 60
anni di età.
Iscrizione (1683)
Questa scritta, sormontata dallo stemma della famiglia Mazza
(due mazze incrociate e elmo da guerriero), si trova incisa in un
marmo collocato in un cortile di Marechiaro, sotto la Chiesa di S.
Maria del Faro. Qui in zona c’era un porto per mercanzie.
AERUMNARUM PORTUS
AC META LABORUM
D. FRANCISCUS MARIA MAZA
P(osuit)
MDLXXXIII
Iscrizione minore (1688)
Questa scritta si trova sopra una colonnina cilindrica di marmo
bianco (altezza circa m. 1), sormontata da una sfera di marmo bianco.
L’ho trovata posta in un cortile di Marechiaro, sotto la Chiesa di Santa
Maria del Faro.
F(ranciscus) M(aria) M(aza)
P(osuit)
79
***
Tempietto del tempo di S. Pietro
Continua il Guiscardi nel suo libretto: A brevissima distanza
da questo rudero, abbiamo una Chiesetta oggi dedicata alla Madonna
del Faro. Per ora diciamo che a noi non è stato punto possibile sapere
chi la costruì. Come dimostreremo in seguito, questa Chiesetta è
molto antica. Fu edificata nei primissimi tempi del Cristianesimo,
nello stesso sito dove prima erano adorati gli Dei. 2
La festività della Madonna del Faro è celebrata ogni anno
nella domenica immediatamente successiva alla Pasqua di
Risurrezione, con varie funzioni religiose e con immenso concorso di
gente che viene anche per mare.3
L’autore si lamenta con gli estensori delle Guide di Napoli del
1800 perché non riferiscono nulla sull’importanza di Marechiaro.
Oggi le cose non sono cambiate di molto, poiché in certe mappe
geografiche della città di Napoli, l’intera zona di Posillipo viene
esclusa, fermandosi a Mergellina.
Allora il Guiscardi ricorre al secondo volume del Capaccio per trovare
notizie utili alla sua ricerca.
Difatti dal Capaccio, (pagina 15 del detto volume, edizione
sopra indicata) abbiamo quanto segue:
“In Pausilypano promontorio Templum Fortunae fuisse
dicatum lapis ille ostendit, quem in Neapolitana Religione notavimus
a Vesorio Zelojo cum Pantheo positus. Aedicula hac aetate S. Petri ad
Fortunam extat. Fortasse non longius templum illius numinis aberat…
atqui in Graeci illius villa… ad D. Mariae templum quod Pharum
appellant”8
2
GUISCARDI: op. cit. pp. 5-6
GUISCARDI: op. cit. p.6 / Giovanni Paolo II volle ricordare in questa domenica
l’amore misericordioso di Gesù Cristo.
3
80
Dal volume primo delle Storie del Capaccio, pag. 200,
rileviamo – continua il Guiscardi – qualche altra cosa sulla Fortuna e
sul Tempio:
“In promontorio Pausilypano inventus ubi et Fortunae
Templum fuisse… In Villa nobilis cujusdam Graeci… et antiqua
aedificia instaurantem saepe sum admiratus in quo haec leguntur”:
VESORIUS ZELOIUS
POST ASSIGNATIONEM AEDIS
FORTUNAE SIGNUM PANTHEUM SUA
PECUNIA D. D.
Il prezioso libretto del Guiscardi riporta un’altra brevissima
iscrizione concernente un riferimento temporale: il tempietto esisteva
già vivente S. Pietro.
Aedicula hac aetate S. Petri
ad Fortunam extat 4
Conclude il Guiscardi a pagina 7 del suo libretto: Ai nostri
benigni lettori lasciamo la più ampia facoltà di appurare chi fosse
questo Vesorio Zelojo.
La preziosa lapide dei tempi del Capaccio non esiste più a
Marechiaro al sito archeologico del tempietto di Iside, posto a pochi
passi dalla poetica fenestrella cantata da Salvatore di Giacomo.
Più volte mi sono occupato di ricercare su testi latini e greci il nome di
Vesorio Zelojo senza alcun risultato. Il libretto del Guiscardi dovrebbe
essere di nuovo ritrovato e possibilmente ristampato. La copia da me
consultata e in parte ricopiata negli anni 1983-1984 era già considerata
preziosa e rara in mano di un collezionista privato.
4
CAPACCIO GIULIO CESARE: Storie Napoletane Vol. II, Ed. Gravier, 1771, pag.
15. Riportato in GUISCARDI
FRANCESCO: op. cit. pag. 7.
81
Iscrizione a Maria Immacolata
Un’altra iscrizione si trova all’interno della Chiesa di S. Maria
del Faro in onore dell’Immacolata Concezione . Sono lettere dipinte
in scuro su lavabo ricavato dal riutilizzo di un’antica fontana
originariamente collocata altrove.
Deiparae sine labe conceptae
Januarius Casconus ex(titit)
Datatione
AD 1668
***
Iscrizione conosciuta e integrata da Mommsen in CIL 1488:
riguarda la strada della Cripta di Posillipo. Iscrizione ignota allo
scrivente.
Un guerriero del sec. XIV
La pietra sepolcrale, rubata prima dell’inizio del terzo
millennio era un anello di congiunzione fra l’epoca del crollo del
lucullano per la temibile invasione degli arabi (902) e il 1600
dell’Arigucci, del Campanile, dei Mazza. Si trovava custodita nello
spazio antistante la chiesa di S. Maria del Faro. Lapide sepolcrale
databile al sec. XIV. Marmo bianco (cm. 100 x 75). Stato di
conservazione poco buono. Registrato dalla Sovraintendenza delle
Gallerie di Napoli con il n. 15/00 15640. Raffigurava scolpito il
bassorilievo di un guerriero con le mani incrociate sul ventre, spada,
pugnale e due cani accucciati ai suoi piedi (per indicare la sua fedeltà
). La scritta sui bordi era illeggibile. Notizie storico critiche: Il
sepolcro, che doveva trovar posto nella chiesetta, di cui si hanno
notizie sin dal tempo del re Roberto di Angiò (F. ALVINO, Napoli
82
1845, pag. 109) fu asportata dal suo luogo di collocazione originaria
nel 1680, quando la chiesa fu restaurata dalla famiglia Mazza. 5
***
Frontone di sarcofago (sec. V-VI)
Una lastra marmorea situata sul piazzale della Chiesa di S.
Maria del Faro. Marmo bianco (cm. 100 x 200). Lastra strigilata e al
centro reca in un ovale, due mazze incrociate. I quattro bordi dei suoi
lati sono decorati con motivi ad ovuli dentellati. Sembra si tratti di un
frontone di sarcofago dei primi secoli (V-VI). Non tragga in inganno
lo stemma dei Mazza, inciso probabilmente a scopo di preservazione
da furto. Potrebbe essere stato il frontone di sarcofago per S.
Gaudioso, o per S. Severino prima della loro successiva traslazione.
Frontone di sarcofago (sec. VI)
Lastra marmoreo situata sul piazzale della Chiesa di S. Maria
del Faro. Sembra si tratti di un frontone di sarcofago da far risalire al
sec. VI. Di quale abate può essere stato?
Tronco di colonna
Sul piazzale della Chiesa di S. Maria del Faro si ammirava
anche un troncone di colonna alta circa un metro, di colore scuro.
Proveniente forse dalla chiesa stessa, da una sua antica costruzione
(sec. VIII-IX).
5
Cf. Archivio Parrocchiale di S. Maria del Faro. Annotazioni della Soprintendenza
delle Gallerie di Napoli
83
Archi in pietra
Sotto l’altare maggiore della Chiesa di S. Maria del Faro esiste
un vano abbastanza ampio; in una parete (quella opposta all’attuale
facciata della Chiesa) ho visto un arco in pietra e altri due (uno a
destra e l’altro a sinistra) di dimensioni più piccole. Potavano essere i
tre ingressi di una primitiva chiesa. Purtroppo le pareti furono
successivamente intonacate e gli archi scomparvero.
Tutto il vano si denominava tradizionalmente “Terra Santa”, ossia
luogo di sepoltura.
***
Salve regina
S. Alfonso Maria De Liguori commentò la Salve Regina nel
suo libro Le glorie di Maria, conosciuto in tutto il mondo cattolico.
Salve, regina, madre di misericordia,
vita, dolcezza e speranza nostra, salve.
A te ricorriamo, esuli figli di Eva;
a te sospiriamo, gementi e pingenti
in questa valle di lacrime.
Orsù dunque, avvocata nostra,
rivolgi a noi gli occhi tuoi misericordiosi.
E mostraci, dopo questo esilio, Gesù,
il frutto del tuo seno.
O clemente, o pia, o dolce Vergine Maria.
84
Capitolo VIII
TOPOGRAFIA DI NAPOLI E POZZUOLI
Segue un commento alle mappe dal 1500 (Hoefnagel) al 2000
(satellitare).
Alcune sono da me conservate, riprodotte per fotocopia da fonti varie
(= libri, riviste), altre sono state verificate sul posto, principalmente al
Museo di Capodimonte (Napoli) in occasione della Mostra del 1600.
Si porta l’attenzione in modo speciale alla Grotta di Seiano, e alla
Grotta di Mergellina.
La lettura ragionata mette in luce il territorio della Chiesa di S. Maria
del Faro (Napoli – Marechiaro).
Viene sostenuta la tesi dell’unicità di certi siti attribuiti una
volta a Napoli e una volta a Pozzuoli. Es. S. Gennaro è stato
martirizzato a Napoli – S. Gennaro è stato martirizzato a Pozzuoli. Le
indicazioni sono vere sia l’una che l’altra. Il luogo è sempre quello ed
è unico. Questo medesimo luogo in certi periodi storici entrava nei
confini di Pozzuoli e in altri periodi storici entrava a far parte dei
confini di Napoli, come ai nostri giorni.
Il territorio attuale della parrocchia di S. Maria del Faro ora si
trova nella città di Napoli; altre volte era considerato nei dintorni, (=
fuori dal territorio cittadino, quasi fosse in provincia), e altre volte era
nella cerchia topografica di Pozzuoli. È quindi del tutto possibile (=
probabile) che S. Gennaro sia stato martirizzato proprio nel territorio
dell’attuale parrocchia di S. Maria del Faro.
La stessa cosa si può dire della Grotta di Seiano, ora considerata nella
mappa di Posillipo (= Napoli), ma in altri periodi considerata Grotta di
Pozzuoli.
Perché non riflettere di conseguenza anche sulla Cala di
Trentaremi? Ora fa parte delle acque del Golfo di Napoli, ma è sempre
stato così? Non era forse questo l’antico porto greco romano di
Pozzuoli, famosissimo in tutta la storia e la letteratura antica? Le
mappe ci possono aiutare a comprendere meglio la posizione
85
geografica del territorio che ci riguarda da vicino e a risolvere le
affermazioni all’apparenza “contraddittorie”.
1 – Mappa di Giorgio Hoefnagel 1578
Pinxit Georgius Houfnaglius, Anno 1578.
Annotazioni personali – (Grotta di Seiano – Ingresso ovest da
Coroglio).
Non condivido l’annotazione conclusiva di Teresa Coletta dove scrive
a proposito della veduta prospettica di Napoli dell’olandese
Hoefnagel: “ci sembra poter individuare in quest’antro raffigurato, la
famosa Crypta Neapolitana”.
Sono invece del parere che si tratti di una prospettiva ben
determinata, con punti cardinali precisi per cui si tratta della Crypta
Puteolana (= Grotta di Seiano) e non della Crypta Neapolitana (= di
Mergellina). 1
Ci sono inesattezze anche nella descrizione della Grotta di
Seiano. “seguendo un cunicolo di circa 150 metri, uscendo a grande
altezza sopra la Cala di Trentaremi”.
La Grotta di Seiano infatti è lunga più di 800 metri, ha un’apertura
laterale sulla Cala di Trentaremi, ma il suo sviluppo procede dalla
zona Gaiola alla Discesa di Coroglio.
2 – Tavola Peutingeriana ( particolare)
La Tavola (= mappa) è conservata alla Nationalbibliothek di
Vienna.
Descrive le antiche strade dell’Impero Romano. L’originale è da
collocarsi nell’età imperiale. 2
1
COLETTA TERESA: Atlanti di Città del Cinquecento – Ed. Scientifiche Italiane Napoli 1984, pag. 101
2
Cf. Adriano Pennacini, in L’ENCICLOPEDIA – A cura del giornale Repubblica
2003, Vol. 16, pag.104.
86
Mappa di eccezionale importanza per collocare tra Napoli e
Pozzuoli la Grotta di Seiano (= Grotta di Pozzuoli - Grotta della
Dicearchia). 3
Lettura: Capua - Via Atellana – Napoli (Grotta di Mergellina) –
Grotta di Seiano (= Cala di Trentaremi), dove è arrivato e da dove è
partito S. Paolo per andare a Roma.
La Mappa Peutingeriana viene riportata nei volumi della Storia di
Napoli.
Cf AA. VV. Storia di Napoli Vol 2, Tomo 2 / Ed. Storia di Napoli –
Napoli 1969, pag. 280. 4
3 –Schizzo di Marechiaro con posizione del Lucullano
Disegno essenziale della costa di Napoli, zona Marechiaro.
Un disegnino del Lucullano (= Costruzione antica presso la Discesa
Gaiola, con scritto su marmo Lucullano ). Autore P. Rota.
4 – Carta del litorale di Napoli
3
Vedi Mappa 8 di Buzzi – Maresca 1780. Crypta della Dicearchia erroneamente
attribuita alla Grotta di Mergellina. Tali errori sono frequenti negli storici di Napoli.
4
Capua conserva tracce dell’antica storia descritta dalla Mappa Peutingeriana.
“Lasciata San Leucio, si abbandona per poco la statale 87 per raggiungere il piccolo
centro di Sant’Angelo in Formis, situato alle falde del monte Tifata (602 m). In
passato era la zona residenziale di Capua, dalla quale dista 5 Km. Deve il suo
prestigio alla basilica omonima, di impianto romanico, costruita verso la metà
dell’XI secol sui ruderi di un tempio a Diana Tifatina, anticamente luogo sacro per
tutti i popoli campani. La chiesa ha tre navate, che conservano ancora il pavimento
del tempio pagano: un’iscrizione porta la data del 74 a.C.. Di particolare importanza
è il ciclo di affreschi che decora tutto l’interno e che risale al Mille”. (100 itinerari
italiani – Opera realizzata con Dove, la rivista di vacanze e tempo libero –
Cartografia De Agostini – Novara - Edizione Kweit Petroleum Italia Spa – 1996,
pag. 330.
87
Carta del littorale (sic) di Napoli e dei luoghi antichi più
rimarchevoli di quei contorni, delineata per ordine del Re, da Gio.
Ant. Rizzi- Zannoni, geografo di sua Maestà / MDCCXCIIII Giuseppe
Guerra Nap. Reg. Inc. – Acquaforte, cm 74x44 – Inv. 13684
dell’Istituto Suor Orsola Benincasa (Napoli) – Carta del 1794
Annotazioni personali:
1. Il Golfo di Napoli include anche quello di Pozzuoli
2. Le due colonne ornamentali poste dietro al cartiglio fanno
pensare a quelle del tempietto di Iside a Marechiaro
3. La figura maschile porta le ali e sta seduta, quella femminile
sta in piedi ed è senza ali.
4. La parte montuosa di Posillipo è posta in tratteggio scuro,
parallela a quella della penisola Sorrentina.
5 – Golfi di Napoli e di Pozzuoli.
Foto satellitare.
Viene evidenziata la penetrazione del Volturno in mare.
L’Abbazia Santa Maria del Faro si trova a sud ovest di Napoli
Riportata dalla rivista Natura Oggi Mensile di cultura del tempo libero
Anno 1 – N. 2 – Giugno 1983
6 – Santo Strato di Posillipo e Marechiaro (Sd)
Annotazioni personali:
1. Mappa molto particolareggiata. Valida anche nel 2000.
2. Riporta nitidi i contorni della costa, la nomenclatura delle varie
zone,
i dislivelli dall’acqua del mare.
3. Segna con una crocetta il luogo del Lucullano.
4. La Grotta di Seiano attraversa la Collina Coroglio
dalla Gaiola al versante opposto (segnata con tratteggio).
5. La Chiesa di S. Maria del Faro sovrasta il mare.
88
6. Collegio Denza (dei Barnabiti), Villa Terlizzo, Villa Argento,
Villa Diana, Villa Malatesta.
7. Cala Badessa, Cala Trentaremi, Cala S. Basilio
8. Collettore di Napoli
9. Monte Coroglio (m. 155)
7 – Il Golfo di Pozzuoli (1797)
Mappa di Pozzuoli secondo lo stato presente, anno 1797
Si vende da Antonio Hermil Figlio librjo francese di Toledo
Acquaforte cm 44 x 56, 5 Inv. 13.687
Fondazione “Pagliara” Ist. Suor Orsola Benincasa – Napoli. 5
Annotazioni personali – Veduta a “volo d’uccello” dal mare ai
monti, cioè da sud a nord. Veduta molto ampia e dettagliata.
Comprende tutta la zona di Marechiaro; in questo è un completamento
della mappa Buzzi – Maresca (1780); tuttavia i punti di vista sono
diversi poiché una riguarda i monumenti antichi e l’altra riguarda lo
stato presente di Napoli. L’indicazione “S. Francesco” viene collocata
sulla terraferma della Gaiola.
La Grotta di Seiano cambia denominazione là dove si segnala,
verso Coroglio, l’Acqua della Grotta di Silla. Forse nel passato fu
chiamata Grotta Sillana?
Si legge ancora: Marepiano e Tempio della Fortuna. Si nota la
posizione della Chiesa di S. Maria del Faro con il tipico campanile.
Alla Gaiola si nota: Scola di Virgilio e Capo d’Agnone (forse
equivale a Capo di Annone).
Vedi dicitura dell’Isola di Nisita – (Cala di) Trentaremi.
A Ischia si nota: Casa Mazza.
5
La mappa viene riprodotta in AA. VV.: Itinerari Archeologici a Napoli e Dintorni
– Napoli 1983.
89
8 – Mappa dei Monumenti greci e latini (1780)
Carta di Napoli con leggenda dei monumenti greci e latini.
Carolus Buzzi et Franciscus Maresca 1780.
Napoli, Museo Nazionale di S. Martino inv. 101008.
Annotazioni personali - Nel cartiglio centrale, al n. III si legge:
ΛΕΙΜΩΝ, Mare piano seno a Posilipo.
Si consideri l’importanza dell’antico Limon. Ne parla anche Stazio:
Silvae II,2.82; III, 149. Doveva essere una strada litorale ben protetta
e sicura diretta alla Gaiola.
Il Falero (= Faro) viene trasferito idealmente ve rso Mergellina.
Si ignora l’antico circo romano, già segnalato dalla Mappa Francese
(1701).
Viene ignorata la Grotta di Seiano, mentre si evidenzia la
Grotta di Mergellina, chiamata Crypta della Dicearchia, in greco, e in
italiano Grotta di Pozzuoli.
A mio parere la denominazione “Dicearchia” si addice alla zona della
Gaiola.
In conclusione si può dire che la mappa Buzzi – Maresca non
considera l’importanza di Marechiaro e trasferisce verso Mergellina la
storia topografica di quella località.
9 – Le meraviglie di Pozzuoli e Baia 1701
Les Merveilles de Pozzoli ou Pouzzol, Cume et Bayes dans les
voysinages de Naples. Par N. de Fer. a Paris chez l’auteur dans l’isle
du Palais
sur le Quai de l’orloge à Sphere Royale avec Privil. du Roi 1701.
Bulino, cm 22x33 (Pozzuoli, collezione Artigliere).
Annotazioni personali:
1. Notare l’antico circo romano con obelisco di fronte a Nisida (Nisita
isle), dove si svolgevano le Italidi, iniziate nell’anno 2 dopo Cristo.
2. La via Napoli – Pozzuoli è quella che parte da Piedigrotta diretta a
90
Fuorigrotta.
3. L’inizio dell’itinerario parte dalla Grotta per antonomasia (allora),
quella esistente a Mergellina.
4. Monte Nuovo: Montagne formée en 24 heures l’an 1538.(12)
5. Si fornisce un’etimologia di Posillipo: Pausilippe, Chasse Chagrin.
10 – Golfi di Pozzuoli e di Napoli (1980 c.)
Annotazioni personali: Al centro sud di dei due golfi si trovano:
Nisida, Cala di Trentaremi, Gaiola e Marechiaro
Purtroppo la zona di Marechiaro risulta sprovvista di battello.
11 – Mappa di Baia (1580)
Nullus in orbe praelucet amoenis Baiis – Abramo Ortello –
Georgius Hoefnaglius…1580. Incisione acqurellata, cm 33 x 48.
Pozzuoli, collezione D’Auria.
Annotazioni personali:
1. Il nome Dicearchia viene ubicato nell’attuale Pozzuoli.
Il tribunale della Suprema Giustizia sembra da collocarsi altrove.
L’antico Tribunale non coincideva necessariamente con la città. Così
l’antico porto di Pozzuoli non coincideva con la città stessa.
2. È molto trascurata la zona di Marechiaro e della Gaiola.
3. Si nota la tendenza a trasferire a Baia il “Theatrum Puteolanum”,
forse quello dell’architetto Bechi.
4. Il Theatrum non dovrebbe confondersi con lo stadio delle
“Quinquatria”
L’antico Stadio delle Italidi sembra si trovasse sopra Nisida. 6
12 – Mappa di Pozzuoli 1586.
6
Vedi Mappa francese del 1701.
91
Napoli, Museo San Martino; incisione su rame di A. Brambilla
(Ed. C. Dechetti, Roma 1586).
Altra didascalia: La collina di Posillipo, i Campi Flegrei e Pozzuoli in
una stampa del tardo cinquecento. 7
Explicatio aliquot locorum quae Puteolis spectantur.
Annotazioni personali:
1. Noto la scritta Mons Pausilipus lungo tutto il dorso della zona dal
Mare (= Nisida) a Mergellina.
2. Vedo segnalata la Chiesa di S. Maria del Faro.
3. La scritta Prmontorium Pausylipi è segnata vicino a Nisida, dove si
legge Scopulus Nisidae (che è lo scoglio detto altrove del
Lazzaretto).
4. Non si nota la Grotta di Seiano.
5. Non è segnalato l’antico Stadio romano di fronte a Nisida.
13 – Mappa Bertellio 1599.
Annotazioni personali:
1. Viene presentata una mappa dei Campi Flegrei a volo d’uccello.
2. Si raggiunge anche l’Isola di Nisida.
3. Si scorge la collina di Posillipo (Mons Pausilipus) e il Promontorio
Pausilipi nella posizione dell’attuale Gaiola.
4. La Cala di Trentaremi viene indicata con la dicitura di Portus
Nisidae .
5. Nisida viene indicata come fortezza (Arx).
14 – Mappa di Napoli 1620 circa.
Al Museo Poldo Pozzoli (Milano), visitato in data 12.02.1991,
ha attirato la mia attenzione una sala dove c’erano due stipi (comò) di
Napoli del 1620 circa. Portavano incise in avorio mappe di diverse
7
In AA. VV.: La Storia di Napoli Vol. IV, Tomo 2 – Ed. Storia di Napoli – Napoli
1967. (Inserto successivo alla pag. 112 Fig. 17)
92
città; vi era raffigurata anche Napoli con un’estensione a ovest molto
ridotta, leggibile S. Leonardo. Veniva esclusa la zona di Marechiaro.
15 – Mappa Baratta 1628.
Fidelissima Urbis Neapolitanae cum omnibus viis accurata et
nova delineatio adita in lucem ab Alexandro Baratta 1628.
Annotazioni personali:
1. Mappa trovata esposta alla Mostra del ‘600 presso il Museo di
Capodimonte (Napoli), da me visitato il 3 gennaio 1985.
2. Nella didascalia della Mappa si legge tra l’altro:
137 S. M. della Grotta a Posillipo e all’incur.
202 S. Maria del Faro al Capo Posilipo.
3. A riguardo dei Borghi di Napoli si trova scritto:
“Hanno tutti preso il nome delle chiese che vi sono. Il 1° viene
detto di S. M. della Rete, il 2° di S. Antonio, il 3° di S. Maria delle
Vergini (…), il 7° che è il più delizioso nella spiaggia di S. Leonardo
col vocabolo corrotto detto Chiaia, è d’aria temperatissima e molto
giovevole pei convalescenti di ogni infermità. Al fine di detta spiaggia
si vede quella mirabil grotta per la quale si va da Nap(oli). a
Pozzu(o)lo fatta dagli antichi greci. Vedesi sul monte appresso
l’entrata della grotta sp (sopra) detta a man sinistra l’um(ile) sepoltura
di Vergil Principe dei Poeti. No’ lunge da d(ett)a sepultura presso al
lido è il sepolcro famosissimi di Giacomo Sanazzaro splendore dei
Napoletani chiamasi il luogo Mergellina.
Si va inanzi al legiadrissimo monte di Posilipo sporgendosi a
guisa di un braccio verso mezzodì quasi tre miglia nel mare, ove si
veggono magnifici Palagi vaghi e dilettevoli giardini che in tutta la
riviera si scorgono, edificati dei Signori Napolitani…..”.
4. Didascalia apposta dagli organizzatori della Mostra del ‘600:
Alessandro Baratta – Veduta a volo d’uccello della città di Napoli
1629 (sic)
93
Incisione su rame – Roma, coll. Banca Commerciale Italiana.
5. La parte di Marechiaro è abbastanza curata. Visibile la costruzione
del faro segnalato con un disegnino. Visibile anche il Lucullano e la
Grotta di Seiano.
C’è quindi una conferma importante sulla topografia del Lucullano
presso la Gaiola.
16 – Veduta di Napoli di Nomé (sec. XVII)
François De Nomé (1593-1640 ca) - Veduta di Napoli –
Napoli, coll. Dalla Vecchia.
Annotazioni personali:
1. Si tratta di un quadro esposto alla Mostra del ‘600 al Museo di
Capodimonte – Quadro a olio
2. Si vede bene la zona di Marechiaro
3. Si notano bene lo schizzo biancastro della Chiesa di S. Maria del
Faro (facciata e campanile sulla destra) e quello del faro (= torrione
con fuoco sovrastante), e quello del Palazzo degli Spiriti in riva al
mare.
4. Una strada scende dalla Chiesa di S. Strato a S. Maria del Faro,
dalla parte di Pontarello.
5. Ben visibile è la Grotta di Seiano (ingresso verso la Gaiola).
17 – Veduta di Napoli del Miotte 1648
Pietro Miotte – Veduta di Napoli 1648. Napoli,
coll. Del Franco.
Annotazioni personali:
1. Mappa esposta al Museo di Capodimonte alla “Mostra del ‘600.
2. Rilievo di alcune didascalie:
8. Mergolino (= Mergellina)
94
18. Nisita isoletta dietro Posilipo.
52. Fortino tenuto dal popolo al Capo Posilipo
e di quivi scorrono per il monte sino a Vomero
e all’altra parte della città.
3. La posizione del “Fortino” era nella zona di S. Maria del Faro.
4. Si riflettono i tempi della rivolta di Masaniello (+ 1647)
18 – Mappa di Pozzuoli e vicinanze 1685.
Pozzuoli e sue vicinanze novamente dato in luce da Antonio Bulifon
1685)
Antiporta – Incisione su rame Napoli; libreria antiquaria Cicerano e
Grimaldi.
Annotazioni personali:
1. Tale mappa viene riportata all’inizio del libro di Pompeo Sarnelli:
Guida de’ Forestieri per Pozzuoli, Napoli – Giuseppe Rosselli,
a spese di Antonio Bulifon 1688.
2. Questo libro di Sarnelli, con allegata mappa di Pozzuoli, era esposto
alla Mostra del ‘600 al Museo Capodimonte (Visitata all’inizio del
1985).
3. Dalla mappa ho rilevato le seguenti didascalie:
1. Entrata della grotta (= di Mergellina)
2. Sepolcro di Virgilio
4. Posilipo
5. Circo antico
6. Isola di Nisida
7. Uscita della grotta
4. La grotta e il sepolcro di Virgilio sono indicati a Mergellina.
5. Il circo antico è indicato di fronte a Nisida sulla Collina Coroglio (=
Parco delle Rimembranze). Ulteriore conferma della topografia
dello Stadio delle Italidi.
6. Non viene riportata la Grotta di Seiano.
95
7. Il primo capitolo del libro del Sarnelli incomincia così:
Della Grotta detta di Pozzuoli.
Dimandasi questa grotta di Pozzuoli,
come quella che fu fatta per andar più comodamente a quella città,
senza impegnarsi col mare, ò pure senza ascendere il monte.
Autore del cavamento di quello fu un tal Coc(ceio)….
19 – Atlante del Regno di Napoli (1806-1808)
Atlante del Regno di Napoli, ridotto in VI fogli per ordine di
Sua Maestà Giuseppe Napoleone I, Re di Napoli e Sicilia, Principe
Francese e Grand’Elettore dell’Impero da Gio. Antonio Rizzi
Zannoni, Direttore del Gabinetto Topografico di S. M. 1806-1808.
Giovanni Antonio Rizzi Zannoni, Gius. Azzerboni e Aless. d’Anna
inv. e del. (il cartiglio), Marco di Pietro scrisse, Vincenzo Aloja incise.
Acquaforte e bulino. 6 fogli – 462 x 662 (campo cartografico)…
Annotazioni personali.
1. Diventano importanti il Golfo di Napoli e il Golfo di Salerno.
2. Le particolarità perdono d’importanza.
3. Si notano Pozzuoli, Nisida, Capo Posillipo,
ma non facenti parte della città di Napoli.
4. La denominazione Lavoro (= Terra di Lavoro)
viene estesa alla fascia interna di Capua.
20 – Carta Topografica e idrografica (1817)
Carta Topografica e Idrografica dei contorni di Napoli levata
per ordine di S.M. Ferdinando I Re del Regno delle due Sicilie dagli
uffiziali dello Stato Maggiore e dagl’ingegneri topografi negli anni
1817.1818.1819…
/ Piante delle principali antichità del territorio di Pozzuoli.
Annotazioni personali:
1. Nella zona di Marechiaro non viene segnalata nessuna antichità.
96
2. Si nota l’equivalenza: Posillipo = Mergellina.
21 – Regno di Napoli (1827)
Carta geologica di M. Tenore, tratta da “Cenno sulla geografia
fisica e botanica del Regno di Napoli (1827).
Annotazioni personali:
La città di Napoli è un territorio molto ristretto;
non comprende la zona di Marechiaro, che invece gravita su Pozzuoli.
Si notano solo Nisida e P.ta di Posilipo. 8
22 – Napoli e dintorni (1828-73)
Pianta della Città di Napoli e de’ suoi contorni 1828-73.
s.a. Delineata ed Incisa nel Reale Officio Topografico della Guerra.
Incisione su rame (…).
Annotazioni personali: Viene esclusa assolutamente le zone di
Posillipo e di Marechiaro.
Posillipo equivale quindi alla zona di Mergellina. 9
23 – Porto di Nisida (1838)
Pianta del Porto di Nisida 1838
Antonio Rossi incisore – Incisione su rame…
Annotazioni personali:
1. Si nota Monte di Posilipo in prossimità di Nisida.
2. Si nota la Strada Nuova di Posilipo (attuale Discesa di Coroglio),
che prosegue con la strada di Bagnoli.
3. Non viene segnalata la Grotta di Seiano.
4. La Strada Nuova di Posilipo era stata iniziata da Gioacchino
8
9
CARTOGRAFIA NAPOLETANA dal 1781 al 1889 – Ed. Prismi – Napoli 1983.
CARTOGRAFIA NAPOLETANA, op. cit. pag. 200.
97
Murat. 10
24 - Pianta di Napoli e di Pozzuoli 1847
Pianta e contorni di Napoli – Contorni e Golfo di Pozzuoli
1847. s. a. Litografia 435 x 478 (campo disegnato)
Scala grafica di 1000 metri…
Annotazioni personali:
1. La grotta di Marechiaro viene ignorata.
2. Si accenna (nella zona 33) alla Grotta di Pozzuoli,
nelle vicinanze di “Margellina” (sic), 11
10
Fin dal 1809 Romualdo de Tommaso, ingegnere del Corpo di Ponti e Strade,
provvide per ordine del Murat all’apertura di una nuova strada lungo la costa
meridionale della collina di Posillipo, prolungata, dopo la seconda restaurazione
borbonica, fino alla punta di Coroglio (e terminata solo nel 1840): il rinnovato
interesse per l’area di Bagnoli e, soprattutto, le potenzialità marittime e commerciali
di Nisida, insieme con l’intento di una generale ristrutturazione dei porti della zona
flegrea, spinsero prima il Murat poi Ferdinando I a promuovere accurati studi in tal
senso.
Dal 1814 al 1832, in ben quattro scritti, Giuliano de Fazio metteva a fuoco le
analogie storiche e tecnologiche dei porti di Nisida, Pozzuoli e Miseno,
sottolineando la maggior validità, rispetto al moderno metodo dei moli continui,
formati da massi sciolti, dei moli traforati romani, a pilastri e archi ribassati, atti ad
assicurare la perpetua mobilità delle acque all’interno del porto, impedendo per
quest’ultimo ogni sorta di insabbiamento. (CARTOGRAFIA NAPOLETANA dal
1781 al 1889, op. cit. pag. 151).
Anche il ponte posto in cima a Via Marechiaro fu costruito con la Strada Nuova di
Posilipo. Nel 1985 questo ponte si stava restaurando.
Evidentemente la Grotta di Seiano, come galleria di transito di carrozze e di cavalli
era stata abbandonata. Il litorale non era più percorribile e acquistò importanza
l’attuale Via Posillipo adesso percorsa da macchine e dall’autobus dell’ATAN n.
140. Con la strada nuova del Murat la zona della Gaiola perdeva in parte la sua
isolata sicurezza, favorevole nel lontano passato, al Tribunale Supremo (Dicearchia),
ai carcerieri della prigione dei martiri puteolani e dello stesso vescovo S. Gennaro,
alla prigionia di Romolo Augustolo e alla riservatezza del monastero lucullano.
11
Era più esatto chiamarla Grotta di Napoli.
98
dove si legge anche Tombeau de Virgile.
25. Mappa inglese di Napoli 1853
Naples / Napoli / Population 345.000 / Published under the
Superintendence of the Society for the / Diffusion of Useful
Knowledge 1835 [rectius 1853].
W. B. Clarke; T. Bradley, incisore. Incisione su acciaio
(acquarellata)…
London George Cox. Jan.y 1.st 1853.
Annotazioni personali:
1. In un riquadro riportato in basso a destra c’è una visione di Napoli,
dove la “Grotta” è vista in riferimento a Mergellina.
2. Hill of Posilipo (il Monte di Posillipo) è collocato poco prima di
Mergellina.
NB: Nelle mappe di Bertellio (1599) e di A. Rossi (1838) il Monte
di Posillipo
è segnalato di fronte a Nisida.
26. Mappa delle Guide Treves 1915
Dintorni di Napoli – Scala di 1 a 400.000. Lit. dello Stab. F.lli
Treves – Milano.
Annotazioni personali:
1. Napoli arriva fino a Mergellina.
2. La zona di Marechiaro è considerata fra i “dintorni”.
3. Nel contesto del libro si parla della Grotta di Seiano “visitabile ai
turisti”.
27. Mappa Treccani 1949
Napoli e dintorni.
In Enciclopedia Italiana Treccani, alla voce Napoli.
99
Annotazioni personali:
1. La denominazione “Coroglio” indica la spiaggia e la costa
sopraelevata (m. 153), di fronte a Nisida.
2. Vengono segnalate le profondità marine; nella fascia attorno alla
costa da Nisida a Marechiaro si mantiene attorno ai 25 metri.
3. Non viene segnalata la Grotta di Seiano.
28. Planimetria del Comune di Napoli (Sd)
Comune di Napoli – Planimetria generale 1: 15.000
Casa Editrice Lozzi – Roma (Sd)
Concessionaria esclusiva Interdipress
Napoli (Via Ferraris, 132); Tel 267311
Annotazioni personali:
1. Marechiaro è ben evidenziato e anche “Ponticello Marechiaro”
2. Non è segnalata la Grotta di Seiano.
3. C’è il “Parco Virgiliano”.
29 – Mappa del Museo Caproni 1984
National Geographic Cartographic Division.
Caproni Aeronautic Museum, Rome (opposite)
National Geographic, May 1984.
Annotazioni personali:
1. Nell’arco del Golfo da Baia a Pozzuoli sono indicate
le rovine del Porto Giulio Cesare e le rovine del Porto Greco
Romano
tra il Serapide e l’Anfiteatro Flavio.
2. Il Porto Greco Romano di Pozzuoli non può essere invece alla Cala
di Trentaremi?
Allegato: Rovine del Serapide (Sd)
100
Filippo Marghese inc.
A S. Ecc: la Vicecontessa Guglielmina Glenorchy.
Veduta a Ponente degli avanzi d’un insigne edificio in
Pozzuoli da molti creduto il Tempio di Serapide, in cui
A. Piazza lastricata di Bianchi marmi; B. canale in ogni intorno
per riccevere l’acque piovane e dirigerle fuori l’Edificio;
C. Stanze Sacerdotali incrostate di scelti marmi; E. Stanza di
Bagni espiatorj; E. Tempio Monoptero Sacro a Serapide;
F. quattro scalinate per accedervi; G. Atrio Tetrastilo che
introducea in altra fabrica; H. Varj piedistili per Simulacri
diversi; I. Anelli p(er) legarvi le Vittime.
Annotazioni personali:
1. Un personaggio fugge dall’area del Tempio inseguito da un
serpente, altre due persone, sedute all’ombra esprimono l’una
spavento e l’altra indifferenza.
2. Non è una vera mappa, ma un disegno illustrativo del Serapide
considerato come un tempio; altri vogliono che sia un luogo di
macellazione.
30. Mappa delle “Pagine Gialle” 1981
Tutto Città 81 – Una guida utile e completa della tua città.
Napoli e Comuni limitrofi.
Quartiere Posillipo. Tav. 14. (Scala) 1: 15.000
Allegato uno schizzo per segnalazione di modifiche da apportare.
Annotazioni personali:
1. La Grotta di Seiano viene indicata con un tratteggio e con la sua
denominazione (all’ingresso di Coroglio).
2. Il tratteggio è parziale e ne riduce di metà la lunghezza.
3. Non sono tratteggiate le tre derivazioni che si aprono verso il mare.
4. Viene segnalato il campo sportivo del “Parco Virgiliano”.
101
5. Alla Discesa Gaiola (ultimo tratto di strada verso il mare) non sono
indicati i gradini.
6. Invio uno schizzo alla sede competente di Torino per segnalare la
reale lunghezza della grotta.
7. Venni poi a sapere della modifica effettuata verso il 1986-87.
31. Veduta aerea del Golfo di Napoli 1979
Fotografia aerea del Golfo di Napoli e di Pozzuoli.
Pubblicata nel periodico mensile Mariano Francescano “Porziuncola
Assisi” N. 571
Santuario della Porziuncola – Assisi (1979), pag. 233.
Annotazioni personali:
1. La foto illustra l’articolo Campania francescana di Ghiacchino
D’Andrea.
2. Foto di effetto straordinario.
3. In primo piano la città di Napoli, promontorio di Castel dell’Ovo,
promontorio di Santo Strato e di Marechiaro 12
4. Notare il rilievo del Monte di Coroglio, Nisida, Pozzuoli,
promontorio di Capo Miseno, Isola di Procida, e di Ischia (nella
penombra).
5. Nel tratto di costa, fra Mergellina e Marechiaro si trova il corpo di
p. Ludovico Palmentieri da Casoria, benemerito dell’ideale
missionario. 13
12
Quasi fosse una torta che si staglia sul filo d’acqua del mare. Qui è il Parco
Virgiliano.
Sembra di vedere il mausoleo di Adriano (Castel Sant’Angelo), ossia la “Tomba di
Virgilio”, fantasioso cenotafio degno del grande poeta. L’insieme del promontorio fa
pensare al collo e alla testa di un coccodrillo: la protuberanza del suo occhio si vede
nella Collina di Coroglio (= Parco Virgiliano). Su questa torta immaginaria era
istallato lo Stadio delle Italidi. Lungo il litorale da Mergellina alla Grotta di Seiano
correva la strada fortificata detta “Limon”. Forse la denominazione di “Strada
Sodesca” è un sinonimo di strada fortificata litoranea (Cf Lapide del 1667-68 posta
sul piazzale della Chiesa di Santa Maria del Faro).
102
6. Su questo tragitto sorge un Mausoleo ai Caduti.
Qui ci fu la prima sepoltura di Salvo D’Acquisto,
poi trasferito nella Chiesa di S. Chiara).
32 – Istituto Geografico De Agostini
Nell’Atlante De Agostini viene riportata una mappa di Napoli
e Pozzuoli. La costiera si estende da Capo Miseno a Torre
Annunziata. L’unica denominazione Golfo di Napoli abbraccia anche
quello di Pozzuoli. Davvero inspiegabile la collocazione della Villa di
Lucullo tra Bacoli e Capo Miseno. 14
33 – Mappa della Scuola Media
La mappa dell’Istituto Geografico De Agostini (N. 32) era già
apparsa in un libro di geografia per la Scuola Media. La Villa di
Lucullo è collocata presso Capo Miseno. 15
***
Tale collocazione è stata pubblicizzata anche dalla rivista
Archeo nel 1995, in un trafiletto dal titolo: Miseno. Villa di Luc ullo.
Iniziati i rilievi della peschiera. La descrizione ci aiuta a collocare (se
non geograficamente) almeno storicamente l’opera di Lucullo.
Si legge: La Soprintendenza Archeologica per le provincie di
Napoli e Caserta ha richiesto la collaborazione dello STAS per
effettuare i rilievi della peschiera pertinente a una villa del I secolo a.
C. La villa, proprietà di Lucio Licinio Lucullo, nobile romano noto
13
Così scrive di lui Giacchino D’Andrea nel citato articolo Campania francescana:
“Antesignano anche lui del Clero indigeno, che per mezzo dei suoi Collegi dei
Moretti e delle Morette, intendeva educare in Europa i giovani e le ragazze africane
per inviarli poi, messaggeri di cristianesimo e di civiltà, nel Continente nero”.
14
Atlante Geografico Metodico De Agostini – Istituto De Agostini – Novara 2002,
pag. 119
15
Francesco Cassone – Domenico Volpi: Il Villaggio Globale 1 – Ed. Lattes –
Torino 1990, pag. 355
103
nell'antichità per essere amante del lusso e delle opere d'arte e
proprietario di altre due sontuose ville a Tuscolo e a Baia, entrò in
seguito a fare parte del demanio imperiale; secondo lo storico Tacito,
nella villa sarebbe morto l’imperatore Tiberio nel suo viaggio da Capri
verso Roma… 16
***
Come si può concludere questa puntigliosa osservazione della
topografia di Napoli e Pozzuo li?
L’argomento affascina per le conseguenze che ne derivano. La ricerca
della Palepoli potrebbe portare alla coincidenza con l’area di Posillipo,
intesa come Polis-yppo, città del cavallo.
L’accenno alla valorizzazione storica della Cala di Trentaremi porta a
individuare l’antico porto di Pozzuoli, come più volte è già stato detto
in queste pagine.
La posizione strategica dell’Isolotto della Gaiola permette di
scorgere, proprio di fronte, una ripida scarpata. Sulla sommità domina
una villa ben collocata su cinque o sei basi semicircolari, terrapieni
progettati ad arte, non sappiamo né da chi, né da quando.
Non potrebbe essere questa la posizione dell’antico tribunale della
Dicearchia? Qui potrebbe esserci stata la “capitaneria di porto”, come
ci esprimiamo noi oggi. Chi fosse stato imprigionato in questa zona,
detta oggi della Gaiola, non poteva pensare a una possibile fuga!
Raffaele La Capria, nel suo libro La neve del Vesuvio si limita
a parlare di una Gaiola quasi selvaggia.
“Ma davanti a lui che spettacolo! Gli si apriva allo sguardo tutta la
costa dell’altro versante, fino a Trentaremi, fino alla Gaiola, gialla di
tufo e frastagliata e quasi selvaggia”. 17
16
17
ARCHEO, Anno X, n° 12 (130), Dicembre 1995, pag. 18.
RAFFAELE LA CAPRIA: La neve del Vesuvio – Ed Mondadori – Milano 1988,
pag. 59
104
105
Capitolo IX
ISOLA GAIOLA ALLA REGIONE
La notizia venne riportata con ampio commento nel giornale di
Napoli
Il Mattino 11.01.1984 in un articolo di Vinni Volpi e in un altro di
Vittorio Paliotti. I sottotitoli erano promettenti: Acquistato dopo molte
aste, l’isolotto diventerà centro culturale – La bellissima villa, nella
baia di Trentaremi, ceduta per 777 milioni. Vale oltre 10 miliardi. Fu
proprietà di Paul Getty, poi di Agnelli e per ultimo del finanziere
d’assalto Grappone.
L’isolotto sarà ristrutturato e aperto ai turisti.
L’Isola Gaiola alla Regione
Le promesse erano allettanti, ma furono realizzate? La verifica,
dopo vent’anni dall’acquisto, spetta alle autorità competenti.
I due giornalisti si rifacevano a fatti tramandati “di padre in figlio”
fino ai nostri giorni. L’isolotto della Gaiola appartiene al territorio
della parrocchia di S. Maria del Faro, sarà quindi “doveroso” riportare
in queste pagine le loro narrazioni.
Articolo di Vinni Volpe
Dopo anni di attesa e di aste deserte andate deserte, la
“Gaiola”, ora ha un proprietario.
Il leggendario isolotto, nascosto nella baia di Trentaremi (quasi alla
punta di Posillipo) e dominato da una mastodontica villa abbandonata
da anni, 1 è stato acquistato ieri dalla Regione (ne farà un centro
1
Ho constatato personalmente nel 1984 lo stato di abbandono e di rovina della villa,
con maniglie scassate, porte disadorne. Rimasi colpito da un bel pezzo di marmo
bianco, rotondo, con la parte concava capovolta per coprire la bocca di un pozzo
106
culturale) presso la Settima sezione fallimentare del Tribunale durante
l’ennesima vendita. Prezzo 777 milioni, cifra molto al di sotto del
reale valore della villa che fu, tra gli altri, di Paul Getty e di Agnelli, e
che dispone di una “dependance” per il custode (che è a sua volta una
piccola villa), di un parco, di una piscina e perfino di un eliporto che
Agnelli fece costruire nel 1968.
Valore globale, ai prezzi correnti, oltre dieci miliardi di lire,
ma è bastato molto meno alla Regione per aggiudicarsi il complesso
messo all’asta dopo il crack di Gianpasquale Grappone, ultimo
proprietario che la comprò nel ’78 pagandola 350 milioni.
In effetti ieri alla Settima sezione c’erano solo i rappresentanti
della Regione la cui offerta è stata accettata dal giudice delegato
Mario Putaturo. Assenti altri eventuali possibili acquirenti spinti a
rinunciare all’asta, molto probabilmente, anche per la pessima “fama”
che circonda la villa sulla quale incomberebbe, secondo molti,
un’antica maledizione che ha colpito tutti i proprietari che si sono man
mano succeduti.
Per chiunque voglia fare un’offerta superiore ai 777 milioni, restano,
comunque, dieci giorni di tempo.
La volontà della Regione di acquistare la “Gaiola” era stata già
manifestata in passato da Amelia Cortese Ardias, assessore ai Beni
Culturali e promotrice del progetto. La proposta, intesa a consentire
una utilizzazione dell’isolotto per fini culturali e turistici, fu accolta
con favore dalla giunta regionale che nel giugno dell’anno scorso
autorizzò Amelia Cortese Ardias a procedere all’acquisto. “Non è
escluso – ha detto il presidente della giunta Antonio Fantini – che la
Gaiola venga affidata in gestione all’Azienda di Cura, Soggiorno e
Turismo per un rilancio del complesso sotto il profilo socio-culturale”.
“Sono lieta – ha precisato l’assessore Ardias – che sia stato
possibile acquisire al patrimonio regionale gli isolotti della Gaiola di
così grande interesse culturale e ambientale e sono grata ai colleghi
che hanno sostenuto la mia iniziativa. Per quanto riguarda il restauro
(scavato per accogliere acqua piovana?); il marmo aveva un diametro di circa m.
1,70. (P. Rota)
107
della villa bisognerà aprire un dibattito tra gli operatori culturali,
politici, economici e turistici per la destinazione della Gaiola poiché le
possibilità sono molte: da eventuale centro di attività turistiche, a
centro di formazione per attività subacquee, a centro per l’inventario
dei Beni Culturali”.
Resta chiaro, comunque, che ai 777 milioni per l’acquisto
occorrerà aggiungerne molti e molti ancora per il ripristino del
complesso abbandonato da anni.
Articolo di Vittorio Paliotti
“Intere antiche città non vantano un ragguaglio storico pari a
quello che illustra a noi par di posteri questo ridente angolo di terra”.
In questi precisi termini si espresse, nel lontano 1903, riferendosi alla
Gaiola, sulla rivista “Napoli nobilissima”, lo studioso A. Sogliano, un
intimo amico di Benedetto Croce.
Un po’ di esagerazione c’era, forse, in quelle parole; e
comunque va ricordato e va riconosciuto che nella Gaiola (vale a dire
in quel tratto geografico che comprende un’insenatura di mare, un
isolotto denominato Coppino e una pendice della collina di Coroglio)
già splendevano i ruderi di una villa romana che doveva essere stata
meravigliosa e che racchiudeva un teatro, un odeon, una gradinata,
due edifici, un acquedotto, una piscina e gli avanzi di un teatro.
Questa grandiosa villa con tutti i suoi annessi e connessi, era stata
abitata nientemeno che da Augusto.
Esatto, proprio l’imperatore Augusto il quale l’aveva ricevuta, per
legato testamentario, da colui che l’aveva fatta costruire, cioè dal
ricchissimo e crudelissimo Vedio Pollione.
La riscoperta della Gaiola risale al 1840: Già nel Settecento,
per la verità, accanto a un rudere detto, chissà perché, “casa degli
spiriti” erano stati eseguiti, occasionalmente degli scavi ed erano stati
rinvenuti preziosi marmi subito trasportati nel museo borbonico.
Nessuno, però, dava allora soverchia importanza a quel luogo.
Una antica quanto incontrollata leggenda voleva che lì, proprio
lì, il poeta Virgilio avesse eretto, durante la sua permanenza a Napoli,
108
la sua scuola: una “scuola di magia”, si diceva, perché Virgilio aveva
fama di mago. E pochi, salvo pescatori in difficoltà, avevano il
coraggio di aggirarsi da quelle parti. Secondo quanto testimonia lo
studioso Francesco Alvino, in un saggio intitolato “La collina di
Posillipo” e pubblicato nel 1845, lì alla Gaiola nel 1840 abitava
soltanto un eremita. Un eremita che, a quanto pare, non era proprio in
odore di santità.
Ed ecco che, nel 1840, appunto, in occasione dell’apertura
della strada che, spaccando la collina di Posillipo, mena alla spiaggia
di Coroglio, l’attenzione di re Ferdinando II di Borbone si volse alle
antichità di Posillipo, e in particolare ai ruderi emergenti della Gaiola.
Furono iniziati degli scavi e si scoprì una cripta, la cosiddetta
“cripta di Seiano”; esplosero immediatamente le polemiche fra gli
studiosi, sia sull’origine del luogo che sull’opportunità di proseguire
negli scavi. Gli scavi infatti proseguirono, per iniziativa prima di
monsignor Camillo Di Pietro e poi per passione archeologica di un
certo cavalier Beghi, proprietario di un fondo lì accanto. 2 E fu in
occasione di quegli scavi che emersero i ruderi di una superba villa
romana.
Ma di chi era stata quella villa? Sulla base di testimonianze di
Plinio e di Cassio Dione, si arrivò alla conclusione che quella e
proprio quella era stata la splendida villa che Vedio Pollione aveva
donato all’imperatore Augusto.
Accettata questa tesi avanzata dagli storici, crebbe
immediatamente la fama sinistra del luogo. Secondo le testimonianze
di un altro storico, Svetonio, il ricco Vedio Pollione, aveva commesso,
proprio in quella villa, una serie di inaudite crudeltà. Narra fra l’altro
lo Svetonio che un giorno Vedio Pollione, avendo Augusto a pranzo,
s’incolerì talmente contro uno schiavo il quale inavvertitamente aveva
causato la rottura di una coppa di cristallo, da ordinare che quello
stesso schiavo fosse gettato subito in pasto alle voraci murene che
nuotavano in un vivaio. A salvare lo schiavo intervenne lo stesso
2
Quante versioni per lo stesso cognome: Beghi, Beck, Bechi; qui lo si chiama
cavaliere altrove architetto. (NdR)
109
Augusto: l’imperatore, infatti, fece subito a pezzi tutte le coppe e tutti
gli oggetti di cristallo della villa e quindi Pollione, non potendo
condannare il suo imperatore, risparmiò anche la vita dello schiavo.
Magia, fantasmi, crudeltà storiche vero o supposte. E poi quel
nome, Gaiola, che deriva dal latino “cavea” ma che in dialetto
napoletano, equivale a “gabbia”. Ce n’era abbastanza per sbrigliare la
fantasia dei napoletani. A molti napoletani nessun toglieva di mente
che quel luogo portasse male.
La storia “moderna” (si fa per dire) della Gaiola si apre con le
stramberie che, nell’Ottocento, compì Oscar Wilde nella villa che per
un certo periodo di tempo vi aveva abitato. Verso il 1910 l’intero
complesso della Gaiola venne acquistato da una società svizzera che
nel 1920 la vendette a due tedeschi, Otto Gruenback e Hans Braun. Il
primo morì suicida, il secondo fu ucciso di pistola.
Nel dopoguerra la Gaiola fu comprata dallo svizzero Maurice
Sandoz. Morì anche lui suicida. Successivamente, dopo essere stata
proprietà del tedesco Paul Karl Langheim e poi di Gianni Agnelli, la
Gaiola fu acquistata dall’americano Paul Ghetty. Una parentesi
“buona” e poi di nuovo i guai. Nel 1978 si aggiudicò lo scoglio il
finanziere napoletano Giampaolo Grappone e proprio allora, sembra,
ebbero inizio i suoi guai.
L’ultima asta si è svolta ieri. Sul giornale campeggiava la
notizia della tragica morte della moglie di Grappone. Coincidenze?
Certo, nient’altro che coincidenze. E tuttavia…
110
Capitolo X
Nuovi monaci e Abati
L’arrivo ufficiale dei dehoniani a Marechiaro risale al 1951.
L’inizio della nuova opera in Italia aveva lo scopo di aiutare
specialmente le neonate missioni del Mozambico.
I missionari partivano da Napoli con la nave per arrivare in
Portogallo; dopo un certo periodo di preparazione, soprattutto per
imparare la lingua lusitana di Luìs Camões, riprendevano il viaggio
per l’Africa.
Leggiamo le notizie di quel tempo, apparse sul Cor Unum,
rivista dei Sacerdoti del S. Cuore di Gesù.
***
Il giorno 28 ottobre è stato possibile finalmente entrare nella
casa comprata a Marechiaro (Posillipo). Il R.P. Tanzella 1 celebrava la
prima sua S. Messa nella Cappella di casa, il giorno stesso, Festa di
Cristo Re. Si spera che questo passo sia il principio di un consolante
sviluppo della nostra cara Provincia nel Sud e di un’azione più attiva a
pro dei missionari.
Il S. Cuore riservi alla nuova casa e alla nuova opera larghe
benedizioni. E la Provincia manda un “grazie” cordiale a chi ha
lavorato per la realizzazione di questo passo. 2
***
1
P.Tanzella Gaetano Paolo, nato a Capurso (BA) nel 1910, ordinato sacerdote a
Bologna nel 1937, morto a Andria (BA) 1986. Fu apostolo infaticabile della
stampa.
2
COR UNUM, Anno VII , N. 3 – Dicembre 1951, pag. 128
Rivista periodica degli Atti Ufficiali della Curia Provinciale – Via Nosadella, 6 –
Bologna.
111
L’attività del Superiore Provinciale riguarda un vasto territorio
dell’Italia del Centro Sud, ossia dal Lazio alla Calabria. Molte
comunità fanno capo al superiore di Napoli-Marechiaro. L’orizzonte
si allarga alle missioni e all’attività dei Laici Terzo Mondo
(Madagascar, Benin, Camerun, Albania).
A Marechiaro c’è un’attività del Movimento Dehoniano
Europeo (MdE). Nasce nel 1997 con l’intento di immettere gli ideali
del p. Dehon nei popoli protesi alla formazione dell’Unione Europea.
Il MdE sta richiamando l’attenzione dei politici europei sulle
reali situazioni dell’infanzia dopo Chernobyl. Una della altre attività
del movimento è favorire lo scambio culturale tra i popoli di diversa
religione: oggi l’impegno è con gli ortodossi, soprattutto nel campo
del volontariato. 3
La rivista di rassegna missionaria Messis, iniziata a Marechiaro
nel 1951, raggiunge un buon numero di lettori in Italia.
La breve lettera del Superiore Provinciale qui di riportata
racconta uno “spaccato” di vita che si irradia da Marechiaro,
attraverso un avvenimento storico, la consacrazione a vescovo di un
confratello. 4
***
Napoli 30.07.2001
Carissimi Confratelli,
5
prima di prendere il volo per il Madagascar, invio a
tutti un caro saluto con la speranza che ciascuno di voi abbia fatto o
stia facendo un periodo di vacanza. Rinfrancarsi nel corpo e nello
spirito diventa assolutamente necessario per riprendere il lavoro
abituale con più entusiasmo e creatività.
3
Cf Servizio sul 50° della presenza dehoniana a Napoli, pubblicato nella rivista
NUNTIUS 2002, (Via Marechiaro, 38), pp. 52-56
4
Mons. Gaetano Di Pierro.
5
L’elenco del personale conta 59 confratelli in Italia, 4 in Albania, 1 nel Congo
Kinshasa e 9 in Madagascar (Nuntius 2002).
112
Assieme al P. Dino Cusmai, compagno di classe e di
ordinazione sacerdotale del nuovo vescovo, vi rappresenterò alla sua
consacrazione. Viviamo questo avvenimento con riconoscenza e come
segno di benevolenza da parte del Cuore di Gesù e della Chiesa per la
Regione Malgascia e la nostra Provincia. Sia per tutti noi
un’occasione per rendere più attento ed aperto il nostro cuore alla
chiamata “ad gentes”. In Madagascar c’è urgenza di nuove forze.
Uniamoci anche alla gioia del confratello Martial che il 12
agosto emetterà i voti perpetui in Cameroun sua nuova Provincia. la
sua fede ed un forte attaccamento alla vocazione dehoniana vengono
così premiati.
Con la venuta degli studenti di teologia 6 e il proseguimento del
Noviziato è stato necessario dare un assetto diverso a qualche
comunità. Sono convinto che, negli eventi di ogni giorno, dove
crediamo di essere protagonisti animati da buona volontà, chi ci
conduce è il buon Dio. Ed è la sua volontà che dobbiamo cercare di
scoprire e realizzare.
Un’attenzione nuova e profonda va data alla formazione.
Andria, Napoli e Vitorchiano devono essere al centro degli interessi
per un formazione attenta ed adeguata. È in ballo il futuro della
Provincia. Ne deriva un impegno vocazionale autentico e vivace.
Confidiamo molto nell’azione del Segretariato, perché ci sia più
accoglienza e accompagnamento per i giovani, offrendo luoghi e
momenti validi per incontri formativi.
L’accettazione dei novizi l’8 settembre e l’ordinazione
sacerdotale di Francesco Morrone il 22, siano segni profetici di
speranza nuova.
Affidando tutto nelle mani del P. Fondatore 7 e sicuro della
protezione della Madonna, saluto tutti fraternamente.
In C.J.
P. Trifone Labellarte, sup. prov.
6
Frequentavano a Bologna ora si trasferiscono a Napoli-Marechiaro.
Il Venerabile P. Leone Dehon (1843-1925), fu apostolo infaticabile delle opere
sociali, e della devozione al S. Cuore di Gesù. Fondò la Congregazione dei Sacerdoti
del S. Cuore di Gesù e inviò missionari in Equador, Congo Belga, Brasile, Finlandia,
Camerun, Sud Africa, Indonesia. Si spera presto nella sua beatificazione.
7
113
Cronotassi dei Provinciali Dehoniani di Napoli
P. Zampogna Sebastiano
P. Cataneo Pasquale
P. Serafini Alfredo
P. Lisi Vito
P. Marroni Mario
P. Chiarello Umberto
P. Pala Giusto
P. Casolino Giacomo
P. Trifone Labellarte
1960-63
1963-69
1969-75
1975-78
1978-81
1981-87
1987-93
1993-99
1999-
Elenco dei Parroci di Marechiaro
Con decreto del 6 novembre 1958, il Card. Castaldo innalzò la
Chiesa di S. Maria del Faro al ruolo di Parrocchia locale,
affrancandola con regolare beneficio. Don Umberto prof. Schioppa
divenne ufficialmente parroco il 1° marzo 1959. 8
Nel 1982 il Card. Corrado Ursi affidò la parrocchia Dehoniani
Ecco l’elenco dei parroci per ordine di successione dall’inizio a oggi.
Don Schioppa Umberto, diocesano
Don Antonio Assante, diocesano
Don Enzo Berlingieri, diocesano
P. Labellarte Trifone, dehoniano
P. Rocco Nigro, dehoniano
P. Franco Minnelli, dehoniano
P. Enzo Pinto, dehoniano
8
Cfr LAZZARINI ANTONIO: La Comunità Parrocchiale S. Maria del Faro nei
suoi quarant’anni di vita 1958-1998. Napoli S.d., pag. 17-18
114
***
Le Suore lasciano la parrocchia
La lettera della Superiora Provinciale delle Suore “Pastorelle”
al Superiore Provinciale Dehoniano (e per conoscenza al Parroco di S.
Maria del Faro P. Pinto Enzo), racconta di una fruttuosa
collaborazione pastorale vissuta in un periodo di 16 anni.
Albano, 31.03.2001
Carissimo Padre Trifone,
con questa mia, intendo dare carattere formale alla decisione
presa con il consiglio provinciale e condivisa con le consorelle lì
presenti, di concludere, in quest’anno, dopo sedici dall’apertura, la
presenza delle Suore Pastorelle nella Parrocchia di S. Maria del Faro. 9
Una decisione accompagnata dalla sofferenza, considerando
l’accoglienza e il bene che, sempre, i Padri e il popolo di Dio ci hanno
riservato, permettendoci di esprimere, così come ne siamo stati capaci,
il nostro carisma pastorale.
E non posso certamente dimenticare gli anni dell’apertura, in
cui anch’io sono stata direttamente coinvolta: l’attesa della casa che ci
ha fatto condividere la fraternità e la disponibilità dei Padri e anche
dei laici che frequentavano il Centro di apostolato e l’organismo
LTM; la ricerca di un rapporto più vivo tra la parrocchia e il Centro,
condiviso con te, con Padre Pala, con Padre Cicolini. Così le sorelle
che si sono avvicendate portano con loro un ricordo positivo e
arricchente del cammino successivo.
La realtà della nostra Provincia sta conoscendo le difficoltà
dell’avanzamento dell’età, della malattia, delle poche forze giovani
9
Nel 1985 stavo per lasciare Marechiaro (dopo due anni di servizio alla rivista
Messis e come aiutante del Parroco di S. Maria del Faro), quando arrivavano le
Suore Pastorelle, così ho visto arrivare le prime consorelle. Io mi preparavo a
ritornare in Camerun
115
necessarie per il ricambio e non siamo più in grado di sostenere tutte
le nostre presenze. È unicamente questo il motivo che ci ha condotto a
questa scelta, sapendo che lasciamo una parrocchia affidata ad una
comunità religiosa.
Comprendiamo la situazione di P. Enzo, agli inizi del suo ministero
pastorale a S. Maria del Faro e il dover affrontare da parte sua una
realtà che, in questo modo, viene ad essere nuova.
Nell’incontro avuto con entrambi il 28 marzo scorso e con te
P. Trifone, il 2 marzo, abbiamo potuto constatare la disponibilità a
vivere nella fede questo momento e a ritornare ancor una volta alle
radici della nostra scelta di vita, che è l’affidamento radicale al
Signore e alla sua volontà, cercata e desiderata nella gratuità e nella
fiducia.
Come già accordato, insieme a te e a P. Enzo, condivideremo
tutto questo nel corso di un prossimo Consiglio pastorale, perché la
comunità parrocchiale sia accompagnata nella lettura e
nell’accoglienza di questo fatto, sicuramente per essa più difficile a
comprendere.
La data di chiusura sarà l’8 luglio prossimo e, come sappiamo,
non ci sono convenzioni o accordi scritti a cui eventualmente fare
riferimento.
Ancora una volta diciamo grazie al Signore per quanto ha
donato alle Pastorelle attraverso la presenza a Marechiaro e ci
affidiamo reciprocamente al buon Pastore, perché ogni seme che
muore possa ritornare come pane sulla mensa dei nostri fratelli.
In comunione
Sr Annarita Cipollone
Superiora Provinciale10
10
Lettera pubblica in NUNTIUS 2002, pp. 57-58
116
Auguri di buon apostolato
In questi giorni arriva da Marechiaro la lieta notizia
dell’ordinazione sacerdotale del dehoniano
P. Ferraioli Giuseppe
avvenuta il 20 ottobre 2004 nella Concattredale di S. Catello in
Castellammare di Stabia per la preghiera e l’imposizione delle mani di
Mons. Felice Cece, Arcivescovo di Sorrento-Castellammare.
Tantissimi Auguri di buon apostolato!
Conclusione
La conclusione di questa ricerca si presenta sotto forma di asterischi,
alcuni riassuntivi dei temi precedenti con un pizzico di novità, altri
protesi a suggerire ulteriori sviluppi. La storia si presenta avvincente,
troppo interessante per chi è costretto a porre il termine “fine”, poiché
la ricerca riparte sempre di nuovo.
L’orizzonte bimillenario della Chiesa abbraccia un periodo di
storia nel quale fervorose comunità cristiane del nord Africa venivano
ricacciate sui lidi della Campania, sotto la furia della persecuzione
Vandalica di Genserico.
L’attenzione si focalizza sul territorio di Napoli nella considerazione
del sorgere di un monastero ad opera di S. Gaudioso, vescovo di
Abitine. Il luogo porta il nome di Castro Lucullano e coincide con la
zona dell’attuale parrocchia di Santa Maria del Faro, tenuta dai padri
dehoniani.
117
Tale monastero antico monastero (o abbazia) si smobilitò nel
902 sotto la pressione dell’invasione araba che minaccia la città di
Napoli e in particolare il territorio del nisidano.
Le tracce del monastero dove si possono ritrovare? Il corpo di S.
Severino fu trasferito dal Lucullano in un nuovo convento della città e
poi furtivamente portato a Frattamaggiore (Napoli).
Il corpo di S. Gaudioso venne portato alle Catacombe ora chiamate
con il suo nome. A Canterbury dove andò missionario l’Abate
Adriano forse si può ritrovare materiale di studio. La parentesi rimane
aperta.
L’archeologia dovrà certamente intervenire, sollecitata dalla
Regione Campana, ormai proprietaria dell’Isolotto della Gaiola.
Libri di letteratura contemporanea accennano fugacemente alla zona
poetica di Marechiaro. Giuseppe Marotta pubblicò con la Bompiani un
libro che ebbe fortuna tra i critici e i lettori. Egli parla della Gaiola in
un capitoletto, che inizia con questa descrizione:
“La Gaiola è a Posillipo, tra Marechiaro e Coroglio, un tratto
di costa dei più domestici, acqua di catino a due passi dal centro di
Napoli; e tuttavia è in capo al mondo, una località remota e fantastica,
un mare aspro, enigmatico, scritto da Melville, pieno di miti, di mostri
e di eroi. Altissimi strapiombi culminano nel roccione della Gaiola,
giallo di ginestre e qua e la screziato dal verde oliva delle unghie di
strega; queste sono grappoli di bizzarri e carnosi fiori che non ricordo
di aver visto altrove e che artigliano la luce, dilaniandola per
trasformarla in colore”.11
Interessante anche la descrizione seguente: “Giungemmo
infine alla baia di Trentaremi, ossia delle triremi romane, dove
sbarcammo per inoltrarci nella Grotta del bue marino e prepararvi le
bombe”.12 . Si descrive nei dettagli la pesca con l’esplosivo.
Raffaele La Capria descrive la meraviglia che suscita il paesaggio:
“Ma davanti a lui che spettacolo! Gli si apriva allo sguardo tutta la
11
MAROTTA GIUSEPPE: San Gennaro non dice mai di no – Ed. Bompiani –
Milano 1966, pag. 209
12
MAROTTA: op. cit. pag. 211
13
LA CAPRIA RAFFAELE: La neve del Vesuvio – Milano 1988, pag. 59.
118
costa dall’altro versante, fino a Trentaremi, fino alla Gaiola, gialla di
tufo e frastagliata e quasi selvaggia”. 13
Un’altra pennellata presenta la Villa di Pollione, vicinissima
alla Chiesa di S. Maria del Faro. “Un’autorità in questo campo, parla
dei resti di una villa romana, villa di Pollione, Pausylypon: una tregua
al dolore, proprio a Napoli se l’era fatta la villa”.14
***
L'osservazione attenta della Tavola Peutingeriana aiuta a
comprendere la posizione topografica di Napoli nei confronti del
terminale della strada proveniente da Capua; si ferma esattamente
nella zona di Marechiaro o meglio ancora della Gaiola.
Questo punto estremo della Via Appia si può considerare un
finis terrae, dove si concludeva al Lucullano il viaggio sulla
terraferma. Un segno speciale viene indicato sulla Tavola
Peutingeriana in questa parte finale del percorso e si può interpretare
come espressione simbolica della Grotta Napoletana, corrispondente
all'attuale Grotta di Seiano.
Sopra la medesima Grotta di Seiano si segnalava all'inizio del
1700 l'esistenza di un antico Circo Romano. Ai nostri giorni si chiama
Parco Virgiliano, oppure Parco delle Rimembranze. Non è forse
questo lo Stadio dove si svolgevano le Italidi? Non è forse nella zona
sottostante, chiamata Cala di Trentaremi, da ricercarsi l'antico porto di
Pozzuoli?
La Tavola Peutingeriana si può dunque leggere in questo
modo: fissando lo sguardo su Napoli (Neapolis) si capisce che il
Lucullano era situato nei pressi di Napoli. Nelle guide turistiche si
considera la zona di Marechiaro nei dintorni della città e si usa
l'espressione "Napoli e dintorni".
14
LA CAPRIA RAFFAELE: Ferito a morte. Ed. Bompiani 1961, pag. 46
119
Si vuole cercare l'antica Dicearchia? L'etimologia del nome di
origine greca fa intendere che si trattava del Palazzo della Giustizia,
come si direbbe ai nostri giorni, ossia del tribunale supremo per tutta
la Campania. La zona della Gaiola poteva molto bene prestarsi a
svolgere, nelle sue fortificate costruzioni, le mansioni di Pretorio
romano, di Campo Militare (= Campo Marciano, dedicato a Marte, dio
della guerra) e di prigioni, come anche di luogo riservato alle
esecuzioni capitali.
Un accurato lavoro di ricerca archeologica subacquea potrebbe
ancora rintracciare al largo del Palazzo degli Spiriti, fino all'isolotto
della Gaiola, un antico impianto murario con funzione di sbarrame nto
delle acque marine, vere e proprie dighe, come esistevano nell'antico
porto di Alessandria d'Egitto.
Il campo è vasto e la ricerca riveste dimensioni europee,
poiché dal Nisidano è partito il monaco Adriano per l'Inghilterra
nell'anno 668. Dal
Norico Ripense o Settentrionale, corrispondente a parte dell'odierna
Austria e Baviera, alla fine del V secolo, fu trasferito al Lucullano il
corpo di S. Severino, come è stato accennato sopra.
***
Una leggenda fantasiosa racconta che Virgilio, trasformato da
magister in mago, abbia nascosto nello scoglio dove sorge la
medioevale costruzione di Castel dell'Ovo, un prezioso uovo d'oro. La
scoperta di questo tesoro procurerà la fortuna della città partenopea.
L'interpretazione di questo racconto ci riporta probabilmente
alla mitologia egiziana. La divinità avrebbe posto sopra uno scoglio
un uovo dal cui dischiudersi sarebbe nato il salvatore del mondo. S.
Alfonso, secondo la fede cristiana, ha cantato con l'umiltà dei piccoli:
"Tu scendi dalle stelle, o Re del cielo e vieni in una grotta al freddo e
al gelo".
Un'altra ermetica espressione definisce la località dove sorge
Castel dell'Ovo con il termine di Isola Megaride (o Megalide). La
120
caratteristica di quest'isola è quella di essere piena di ville lussuose e
poi, nella successione delle epoche storiche, si popolò di monaci
ospitati da diversi monasteri. L'isola era troppo ristretta per accogliere
tante importanti costruzioni, allora gli storici inclusero anche il
territorio della costa prospiciente l'Isola Megaride.
La matassa diventa molto intricata, forse vale la pena di
trovare una diversa soluzione. L'isola in questione non potrebbe
corrispondere in tutto o in parte alla denominazione di Magna Grecia?
Secondo il linguaggio semitico le isole lontane non sono forse le
popolazioni della Palestina emigrate in altre nazioni?
Si può quindi legittimamente obiettare al Galante di non
dichiararsi troppo sicuro quando individua il Lucullano a Castel
Nuovo, ovvero nei dintorni; così ha scritto: "Dobbiamo concludere
che il campo Lucullano fosse stato (…) o nel luogo ove è Castel
Nuovo, o nello spazio avanti esso, o dove fu il Real Palazzo Vecchio e
S. Ferdinando, ovvero avanti le Finanze (oggi Municipio), luoghi tutti
che in breve intervallo si succedono l'un l'altro".9
Lo stesso autore si scusa con i suoi lettori per avere sostenuto
due anni prima la posizione di Castel dell'Ovo; ecco le sue parole:
"Ricordo di aver accennato nella mia Lapide sepolcrale di Teofilatto
(p. 38 not. 2) che il Cenobio lucullano di S. Seve rino fosse stato
sull'Isola Megarense. Errai allora con errore comune a tutti gli storici
patrii, i quali contenti di collocare sul Lucullano i molti cenobii dei
quali abbiamo notizia, poco si sono brigati del preciso sito di
ciascuno. E per la molta venerazione che serbo verso il dottissimo
Mabillon, mi credetti sicuro d'asserire con lui, che sacrum eius (S.
Severini) corpus Neapolim delatum in arce Lucullana, quae ab ovi
similitudine Castellum Ovi appellatur, a Victore episcopo collocatum
est in mausoleo…Annal. Bened. Tom. I, p. 31. Credetti una volta che
il corpo di S. Severino fosse stato primamente collocato sull'isola, ora
però che mi sono rivolto ad investigare l'esatta topografia di tutto il
Lucullano, son venuto a questa conclusione, che mi sembra certa ed
9
GALANTE, op. cit. pag. 28
121
indubitata. Ciò vuol dire che dal 1867 il tempo non è scorso per me
inoperoso". 10
***
L'utilità di queste cose, messe coraggiosamente per scritto
dopo lunghi anni di ricerca, porterà a collocare in posizione più certa
anche la tomba di Virgilio ora individuata a Mergellina e affiancata da
quella di Leopardi. Non potrebbe invece trovarsi davanti alla Grotta di
Seiano? La ricchezza di Napoli rende sibillina la lettura geografica del
posto La Grotta di Cocceio si può individuare sulla Tavola
Peutingeriana nel tratto spigoloso del tracciato finale della Via Appia.
La parte alta del promontorio di Posillipo viene superata con
un traforo della montagna per congiungere l'attuale Fuorigrotta a
Piedigrotta, poi si costeggia il litorale, fino a raggiungere la Grotta di
Seiano, certamente più importante per la sua strategica ubicazione.
Vicino a questa grotta è da ricercarsi la tomba di Virgilio.
Nella vita di Virgilio, attribuita a Donato, si dice
espressamente che le sue ossa furono trasferite a Napoli e conservate
in un tumulo sulla via puteolana a circa due miglia. Stazio si mostra
molto affezionato a questo tempio della sua ispirazione poetica e lo
frequentava assiduamente.
Il Comparetti nel suo libro intitolato Virgilio nel Medio Evo fa
un esame dettagliato sulla tomba del grande poeta latino, ma la sua
dotta trattazione non ha dissipato tutti i dubbi circa l'esatta ubicazione.
Ecco le sue parole entusiaste e un poco ampollose: "Da quello però
che sappiamo intorno alla rinomanza grandissima e sempre continuata
del poeta, possiamo conchiudere che il popolo napoletano per ben
molti secoli dovette essere avvezzo a sentir ripetere il nome di
Virgilio, e chieder della tomba di lui da quanti forestieri un po' colti
visitassero la città. Nel X sec., cioè ne' tempi della più grande
barbarie, l'autore della Vita di S. Atanasio tessendo un elogio
10
GALANTE, op. cit. pag. 28, nota 5
122
entusiasta di Napoli, da lui ben conosciuta, se pur non era sua patria,
ricorda Virgilio e la nota epigrafe.
Più tardi, a mezzo il sec. XII, il trovatore provenzale Guilhelm
Augier per indicar Virgilio si limita a dire cel que jatz en la ribeira lai a Napols ben sicuro che ognuno intenderebbe di chi volesse
parlare.
Certo - conclude Comparetti - non furono i Normanni che rivelarono o
ricordarono alla piccola repubblica Partenopea, fiera della sua antica
romanità, l'esistenza del sepolcro di Virgilio nel suo classico suolo". 11
***
La Chiesa di Santa Maria del Faro, all'estrema periferia di
Napoli, trova una giusta valutazione storica e culturale soltanto dopo
aver ricuperato la sua autenticità originaria. L'installazione della
famiglia Mazza nel 1600 ha impresso alla costruzione l'attuale linea
architettonica. Il titolo di Abate, riservato ai rettori di questa chiesa, fa
riflettere i ricercatori più approfonditi. I reperti archeologici, rinvenuti
sul posto, come gli antichi frontoni di sarcofagi segnati da strigillature,
non devono trarre in inganno per lo stemma delle due mazze
incrociate apposte nel 1600 a contrassegno dell'appartenenza, contro
l'eventualità di furti. Gli esperti sapranno assegnare loro una data
precedente ai Mazza di oltre mille anni
Queste annotazioni all'opera del Galante e da lui stesso
sollecitate vogliono dare una risposta ai molti interrogativi della storia
di Napoli e di Pozzuoli dei tempi di Gesù Cristo. La documentazione
non può essere esaustiva; rimangono nelle mani dell'autore di queste
poche pagine importanti notizie di conferma di una tesi di portata
eccezionale. Questa è la strada buona? Ai posteri l'ardua sentenza,
come disse Alessandro Manzoni a proposito della gloria più o meno
consistente di Napoleone.
11
COMPARETTI D.: Virgilio nel Medio Evo Nuova edizione a cura di Giorgio
Pasquali – Volume II – Ed. La Nuova Italia – Firenze 1941, pag. 48
123
Un grande incoraggiamento è venuto dal libro di Mario Napoli,
scrittore di antichità romane della città partenopea, infatti l'onesta
conclusione della sua ricerca si può riassumere in queste parole: Non
abbiamo ancora trovato! Allora mi sono detto: "Il campo è aperto a
tutti" e mi sono lanciato con la speranza di apportare un contributo alla
cultura e alla fede.
***
Voglio avviarmi alla fine di questa panoramica a sfondo
mariano con la “visione” deliziosa di un umile fraticello, il beato
Geremia Stoica, vissuto nell’ambiente di Napoli e Pozzuoli.
Una notte, probabilmente nella vigilia dell’Assunta 1608,
mentre pregava in chiesa, gli apparve la Madonna con un manto
trapunto di stelle, avvolta in uno splendore celestiale.
Fra Geremia sgranò gli occhi, fissò lo sguardo nella madre di Dio e,
notando un particolare per lui curioso, con filiale confidenza le chiese:
- Signora mia, voi siete regina e non portate la corona?
- Fra Geremia, la corona mia è questo Figlio, rispose con fiera
tenerezza Maria, stringendosi al petto il Bambino Gesù. 15
* * *
15
F. TOPPI: Il beato Geremia Stoica – Napoli 1983, pag. 77.
124
Nella parrocchia di S. Maria del Faro, non ci sono stati soltanto
monaci e Abati. Fino al 2005 quanta acqua ha lambito la spiaggia di
Marechiaro!
Molti fidanzati qui si sono preparati alla vita di coppia e a formarsi
una loro famiglia, poiché la vita continua. Poniamo tutte le nuove
famiglie sotto la protezione della Vergine Maria, perché trovino un
rifugio sicuro in vita e in morte nel Cuore Sacratissimo del suo Figlio
Gesù, nostro Signore e nostro Dio.
Sub tuum praesidium
La preghiera cristiana più antica (sec III), rivolta alla Madre di
Gesù, Salvatore del mondo, conclude questa appassionante ricerca,
dedicata a S. Maria del Faro, vaticinata dal culto della dea Iside, dalla
sapienza della Sibilla Cumana, 8 dalla IV Ecloga Virgiliana, 9 ma ancor
più dalla rivelazione dell’antica alleanza ebraica con il testo di Isaia:
Ecce virgo concipiet et pariet filium et vocabit nomen eius Emmanuel.
(Is. 7,14)
Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio,
santa Madre di Dio:
non disprezzare le suppliche
di noi che siamo nella prova,
e liberaci da ogni pericolo,
o Vergine gloriosa e benedetta.
8
Responso della Sibilla Cumana in un affresco della Chiesetta di S. Bernardino in
Lallio (BG): Iam nova progenies celo (sic) demittitur alto.
9
Iam redit et Virgo, redeunt Saturnia regna;
iam nova progenies caelo demittitur alto.
125
BIBLIOGRAFIA
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AMBRASI DOMENICO, in Bibliotheca Sanctorum – Roma 1968
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latine, ebraiche di antichi sepolcri giudaici del Napolitano – Ed. Arnaldo
Forni (ristampa anastatica 1880) – Sala Bolognese, 1978.
ARCHIVIO DI STATO DI NAPOLI per l’argomento gallerie, strade e
ponti (sec. XVII-XVIII)
ARCHIVIO PARROCCHIALE S: MARIA DEL FARO
Annotazioni della Sovrintendenza delle Gallerie di Napoli, sotto la
direzione di Raffaello Causa.
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Italiano – Milano 1931. 2
BIBBIA, in francese La Sainte Bible – École Biblique de Jérusalem –
Paris 1956
1
Alcuni libri rari di letteratura greca e latina sono stati da me consultati presso il
prezioso fondo libri del Prof. Don Alberto Calzaferri, lasciati in testamento alla
Biblioteca P. Leone Dehon della Scuola Apostolica S. Cuore di Albino
(Bergamo).
2
Guida turistica consultata presso la Biblioteca Leone Dehon (Via Andolfato, 1 –
Milano)
BIBBIA, in italiano – La Bibbia di Gerusalemme Edizioni Dehoniane –
Bologna (Edizione del quarantesimo) 2002.
CARLETTI NICCOLÒ: Topografia universale della città di Napoli –
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CARTOGRAFIA NAPOLETANA dal 1781 al 1889 – Napoli 1983
COLETTA TERESA: Atlanti di Città del Cinquecento – Napoli 1984.
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D’ALOE STANISLAO: Storia della Chiesa di Napoli provata con
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DIANA ALFREDO: Pausilypon e Dintorni: Fatti, Misfatti, Personaggi
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ENCICLOPEDIA CATTOLICA – Città del Vaticano, 1952
ENCICLOPEDIA ITALIANA TRECCANI4
ENCYCLOPAEDIA BRITANNICA – Stati Uniti, ecc., 1970
FLAVII JOSEPHI VITA (autobiografia) a cura di GUGLIELMUS
DINDORFIUS; Ed. Firmin – Didot et Sociis – Paris 1929
GALANTE GENNARO ASPRENO: Memorie dell’antico Cenobio
Lucullano di S. Severino Abate in Napoli – Napoli 1869.
Ringrazio per la gentile concessione di fotocopie della Biblioteca
Nazionale di Firenze.
GIOVANNI DIACONO: Chronicon Episcoporum Sanctae Neapolitanae
Ecclesiae , riportato in D’ALOE STANISLAO.
GIOVANNI PAOLO II: Rosarium virginis Mariae” Lettera Apostolica –
Città del Vaticano, 2002
GRYSAR: San Gregorio Magno – Roma, 1928
GUIDE TREVES: Napoli e dintorni – Esercizio dell’anno 1915.
3
La citazione del libro di Carletti mi è stata amichevolmente fornita dal Prof. Franco
Strazzullo di Napoli.
4
Enciclopedia ampiamente consultata presso la Biblioteca della Comunità
Dehoniana (Via Marechiaro, 40 – Napoli).
GUISCARDI FRANCESCO: Di un antico tempio a “Mare chiaro” –
Napoli, 1906
IL MATTINO, quotidiano – Napoli 11.01.1984; 12.06.1985.
LA CAPRIA RAFFAELE: La neve del Vesuvio – Milano 1988
LAZZARINI ANTONIO: La Comunità parrocchiale di S. Maria del
Faro nei suoi quarant’anni di vita 1958-1998, Napoli Sd
MAGNIER L.: Analyse critique et litteraire de l’Énéide – Paris, 1844
MAROTTA GIUSEPPE: San Gennaro non dice mai di no – Milano 1966
MARTIROLOGIO ROMANO, aumentato e corretto da Benedetto XIV –
Tipografia Poliglotta Vaticana, 1931.
MONTANELLI INDRO: La storia di Roma – Milano, 1969
MONTI PIETRO: Ischia preistorica, greca, romana, paleocristiana –
Napoli 1968.
MUSEO DI CAPODIMONTE – Mostra del 1600
NAPOLI MARIO: Napoli Greco-Romana – Napoli 1959
NUOVA STAGIONE, rivista diocesana di Napoli
NUNTIUS 2002, rivista dehoniana (Via Marechiaro, 38) Napoli.
PAIS ETTORE: Storia di Roma – Appendice II, Per la storia e la
topografia di Neapolis – Roma 1928
PENCO GREGORIO OSB.: Storia del monachesimo in Italia
PETRONIO: Il Satiricon a cura di A. MARZULLO e M. BONARIA –
Bologna 1963
POLYBIUS in Scriptorum Graecorum Bibliotheca – Polybius – Ed.
Ambrosio Firmin – Didot; Paris 1880.
PORZIUNCOLA ASSISI, periodico francescano. N. 571 – Assisi 1979.
STAZIO: Le Silvae
TOPPI F.: Il beato Geremia Stoica – Napoli 1983
TURCHI NICOLA (a cura di): Le Religioni del Mondo – Roma 1951.
B) Bibliografia da approfondire
ACHELIS H.: Die Katakomben von Neapel – Lipsia 1936
BELLUCCI A.: S. Gaudioso vescovo di Abitine esule in Napoli – 1934
BELOC: Campanien, Geschichteund topographie des antiken Neapel und
seinen Umgebung – Breslau 1890
BELOCH JULIUS, Campania. Storia e topografia della Napoli antica e
dei suoi dintorni, a cura di CLAUDIO FERONE – FRANCO
PUGLIESE CARRATELLI, Napoli, Bibliopolis, 1989, XVII-535, con
13 tavole a colori f.t, s.i.p.
Vedi recensione in Civiltà Cattolica Vol. III, 1993.
CAPACCIO GIULIO CESARE: Storie Napoletane – Ed. Gravier, 1771
CELANO CARLO: Notizie del Bello, dell’Antico e del Curioso della
città di Napoli – Ed. Scientifiche Italiane 1974 (Prima edizione 1870)
COCCHIA E.: Studio su “la tomba di Virgilio contributo alla topografia
dell’antica città di Napoli”, Archivio storico delle Province Napoletane
vol. XIII . anno 1888.
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MABILLON: Annales Benedictini - Citato da Galante Gennaro Aspreno.
MORIN G.: La liturgie de Naple au temps de S. Gregoire et deux
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SYME ROBERT: “Who was Vedius Pollio” dalla rivista Journal Roman
Studies del 1961
TORELLI: Secoli Agostiniani – Citato da Galante Gennaro Aspreno
VICTOR DE VITA: Historia persecutionis Africanae Provinciae.
PL. LVIII
INDICE
Introduzione
Capitolo I - Iside Regina del Faro
- Un tempietto di Iside
- Regina phari (Stazio)
- Il titolo di Abate
- La Grotta di Seiano
- Le Pagine Gialle
- Maria porto sicuro
- Adriano a Canterbur y
- Gli Atti Bolognesi
- Iscrizioni di rettori e abati
- Iscrizione di Mattia Campanile
- Iscrizione della famiglia Mazza
1
3
4
5
9
10
12
13
14
15
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Capitolo II - Il Lucullano alla Gaiola
- Il “Castrum Lucullanum”
- Il Lucullano alla Gaiola
- L’antico teatro romano
- S. Gaudioso, vescovo
- Narra Domenico Ambrasi
- Corrispondenza con Ambrasi
- Si profila un’ipotesi agostiniana
- L’interesse degli Agostiniani
- La catacombe di S. Gaudioso
- Tu scendi dalle stelle
- Bonoso, portinaio al Lucullano
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21
22
23
24
26
26
28
32
34
34
Capitolo III - Cronologia di una Chiesa
- Crono logia dei vescovi di Napoli
- S. Gennaro Martire (305)
- La traslazione delle reliquie
- Successori di S. Gaudioso
- Tutti Abati “Agostiniani”
- S. Benedetto da Norcia (547)
- Traslazione di S. Gaudioso
- Polibio e la Dicearchia
- Dicearchia e dea Fortuna
- Il monte spaccato sul mare
- “Beati puro corde”
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37
38
39
43
44
45
46
44
48
48
Capitolo IV – Ricerca d’Archivio
- Ricerca all’Archivio di Stato
- Chiesa dei Santi Severino e Sosso
- Sulle Pagine Gialle
- Un acquedotto romano
- Passeggiata Pasquale
50
52
53
54
55
Capitolo V – Grotta di Mergellina
- Visita alla “Tomba di Virgilio”
- Dodici bagni
- Il monumento a Leopardi
- Il loculo di Bruno
- Gesù benedicente
- “Tomba di Virgilio” e antri spaziosi
- Passeggiata a Villa Imperiale
- Scorgo una “cappella”
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58
59
60
60
61
62
62
- Discesa al porto
- Palazzo degli Spiriti
- Pescatori di Marechiaro
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63
64
Capitolo VI - Interpretare per capire
- Il significato di Posillipo
- Dicearchia di Pozzuoli
- Difficoltà di ville private
- L’Isola Megaride
- La tomba di Partenope
- Castel dell’Ovo
- Porti gemelli di Stazio
- Palepolis e Neapolis
- L’antico stadio di Napoli
- La parola “faro”
- S. Paolo a Pozzuoli
- La strada Sodesca (1677-1678)
- L’appellativo di Virgilio
- Il nome di Maria
65
66
68
68
69
70
71
72
72
72
73
74
76
76
Capitolo VII - Juspatronatus dei Mazza
- Lo Juspatronatus dei Mazza
- Una piscina “per allevare pesci”
- Iscrizione (1683)
- Iscrizione minore (1688)
- Tempietto del tempo di S. Pietro
- Iscrizione a Maria Immacolata
- Iscrizione integrata da Mommsen
- Un guerriero del sec. XIV
- Frontone di sarcofago (sec. V-VI)
- Frontone di sarcofago (sec. VI)
77
78
79
79
80
82
82
82
83
83
- Tronco di colonna
- Archi in pietra
- Salve regina
83
84
84
Capitolo VIII – Topografia di Napoli
e Pozzuoli
1 - Mappa di Giorgio Hoefnagel 1578
2 - Tavola Peutingeriana (particolare)
3 - Schizzo di Marechiaro
4 - Carta del litorale di Napoli
5 - Golfi di Napoli e di Pozzuoli
6 - Santo Strato e Marechiaro (Sd.)
7 - Il Golfo di Pozzuoli nel 1797
8 - Mappa dei monumenti greci e latini 1780
9 - Le meraviglie di Pozzuoli e Baia 1701
10 - Golfi di Pozzuoli e di Napoli 1980 circa
11 - Mappa di Baia (1580)
12 - Mappa di Pozzuoli 1586
13 – Mappa Bertellio 1599
14 - Mappa di Napoli 1620 circa
15 - Mappa Baratta 1628
16 - Veduta di Napoli di Nomé (sec. XVII)
17 - Veduta di Napoli del Miotte 1648
18 - Mappa di Pozzuoli e vicinanze 1685
19 - Atlante del Regno di Napoli (1806-1808)
20 - Carta topografica e idrografica (1817)
21 - Regno di Napoli (1827)
22 - Napoli e dintorni (1828-73)
23 - Porto di Nisida (1838)
24 – Pianta di Napoli e di Pozzuoli 1847
25 – Mappa inglese di Napoli 1853
26 – Mappa delle Guide Treves 1915
27 – Mappa Treccani 1949
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28 – Planimetria del Comune di Napoli (Sd)
29 – Mappa del Museo Caproni 1984
Allegato: Rovine del Serapide (Sd)
30 – Mappa delle “Pagine Gialle” 1981
31 – Veduta aerea del Golfo di Napoli 1979
32 – Istituto Geografico De Agostini
33 – Mappa della Scuola Media
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Capitolo IX - Isola Gaiola alla Regione
- L’Isola Gaiola alla Regione
- Articolo di Vinni Volpe
- Articolo di Vittorio Paliotti
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Capitolo X – Nuovi monaci e Abati
- Nuovi monaci e Abati
- Cronotassi dei Provinciali dehoniani
- Elenco dei parroci di Marechiaro
- Le Suore lasciano la parrocchia
- Auguri di buon apostolato
- Sub tuum praesidium
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Conclusione
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