ABBAZIA SANTA MARIA Napoli - Marechiaro 2004 Rota Tarcisio sci Via Andolfato 1 – 201216 Milano Affinchè la nostra scienza sia pratica e ricca di mordente, studiamo tutto ciò che potrà essere utile alla nostra missione, a seconda dei tempi e dei luoghi nei quali dobbiamo svolgere il nostro ministero. ( P. Dehon ) Capitolo I ISIDE REGINA DEL FARO L’esistenza di un tempietto alla dea Iside, considerata da Stazio “Regina del faro”, testimonia il grande valore della località di Marechiaro, sito archeologico di eccezionale importanza. Un tempietto di Iside La vicina chiesa di S. Maria del Faro ha preso il posto del tempietto della dea egiziana. Secondo la testimonianza dei Mazza verso la fine del 1600 esisteva ancora l’epistilio del tempietto, ossia l’insieme di due colonne più l’architrave. Si attinge il materiale da un libretto di Francesco Guiscardi1 pubblicato a Napoli nel 1906. Egli scriveva: Scendendo verso il mare esiste un rudero (sic) con una iscrizione latina, incisa sopra un marmo bianco. È la seguente2 HIC OLIM FORTUNAE COECO NUMINI COECA GENTILITAS TEMPLUM EREXERAT MARMOREIS STATUIS COLUMNIS ET LATERITIIS FORNICIBUS EXORNATUM NOVO INDE RELIGIONIS CULTU S. MARIAE AD FORTUNAM SEU AD PHARUM 1 GUISCARDI FRANCESCO: Di un antico tempio a “Mare chiaro” Posillipo Tip. Artigianelli S. Raffaele a Materdei,18 – Napoli 1906, pp. 3-7. Le pagine complessive del libretto sono 21. 2 L’iscrizione fu distrutta. Nel mio soggiorno a Marechiaro 1983-1985 al tempietto non c’era nessuna lapide, non c’era architrave, mancava una delle due colonne. 1 PHANUM NON LONGIUS CHRISTIANA PIETAS DICAVIT MODO HAEC E RUINIS VIX EXTANT VESTIGIA QUAE SPECTAS INDICEM TANTI OPERIS TANTI EXITII OMNIBUS PENE OBRUTIS ATQUE UNO SUPERSTITE EPUSTILIO INIBI AD LUCTUM CEU TESTE COLLOCATO FORTUNAE CREDENDA SUNT INFORTUNIA IN MARE ASPECTU MAXIMUM HOC ROMANORUM OPUS UT FORTIA PATI NECESSUM ERAT ET MAXIMUM LOCI DECUS MARMORI CREDIDIT AC ALATORUM NUMIUM TEMPORIS ET FORTUNAE SCAPULAS COMPULIT U. I. D. D. FRANC(ISCUS) M(ARIA) MAZA TERRITORII DOMINUS ET SACRAE AEDIS PATRONUS FIDEM FAMAE ADHIBENTIBUS CAPACC. SUMMONT. BELTRAMO. FALCO. MARMILE3 TARCAGNOT. DE MAGISTR. ALIIQUE QUI FORTUNAE TEMPLI MEMORE SUNT (P) Vediamo di tradurre almeno a senso il contenuto dell’epigrafe. 3 Le tombe dei Mormile (Gianluigi, Carlo, Troiano e Francesco) si trovano a Napoli, nella chiesa dei Santi Severino e Sosso. La famiglia dei Mormile fiorì negli anni 1490 (Cf GALANTE: Chiesa dei Santi Severino e Sosso, nel suo libro sulle chiese di Napoli del 1872). 2 In questo luogo un tempo la cieca gentilità aveva innalzato un tempio al cieco nume della Fortuna. Ornato di statue marmoree, di colonne 4 e di volte in mattoni. La pietà cristiana, in seguito al nuovo culto religioso, dedicò, non molto lontano, un tempio a Maria della Fortuna, o del Faro. Ora rimangono solo le vestigia che vedi, segno di tanta opera e di tanta rovina, quasi tutto è distrutto. Rimane superstite il solo epistilio, posto in testimonianza di lutto. . Vicino al mare bisogna affidare alla fortuna gli infortuni Questa importante opera romana, andò soggetta alla vicissitudine del tempo e della sorte. Francesco Maria Mazza, dottore dell’uno e dell’altro diritto, signore del fondo e patrono del sacro tempio (pose) sulla testimonianza del Capaccio, del Sumonte, del Beltrono, del Falco, del Mormile, del Tarcagnota e di altri maestri che ricordano le vicende del tempio (pose). Regina phari (Stazio) Papinio Stazio (+ 96 d.C.) poeta napoletano si considerava ispirato quando si trovava accanto alla tomba di Virgilio. Dante Alighieri esprime verso di lui una grande venerazione. Nel terzo libro delle Silve si rivolge alla dea Iside invocandola “regina del faro”. Divinità orientale, protegge con il sistro e orienta la poppa della nave verso il porto sicuro. Isi, Pharoneis olim stabulata sub antris, nunc regina phari numenque orientis anheli, excipe multis puppem Mareotida sistro ac iuvenem egregium, Latius cui ductor Eoa signa Palaestinasque dedit frenare cohortes, 4 Ora si vede una sola colonna, l’altra, si diceva, fu gettata in mare. 3 ipsa manu placida per limina festa sacrosque duc portus urbesque tuas. (Statius: Silvae III, 2,101-107) Il titolo di Abate Il titolo di “abate” già riscontrato in Eugippo, proprio in riferimento al monastero sorto al Lucullano, e ricorrente lungo i secoli per esempio in riferimento al monaco Adriano, abate al Nisidano, lo si trova perfino dopo un millennio, scolpito nei marmi conservati presso la Chiesa di Santa Maria del Faro. Così scrive Enrico Varriale: Nel 1506 le rendite dell’Abbazia di S. Maria del Faro passarono in dotazione alla Sacrestia del Duomo di Napoli; ed il Sacrista divenne amministratore del beneficio semplice di S. Maria del Faro. Continuiamo nella citazione del testo di Varriale: Nel 1668 il Canonico Valerio Arigucci, da Perugia, assunse il beneficio con il titolo di rettore ed abate; nel 1672 ne era titolare il Cardinale Alessandro Caracciolo, nipote e familiare del Papa Clemente X, anch’egli rettore ed abate; nel 1680 il beneficio fu acquisito dalla nobile famiglia Mazza (o Maza), di origine longobarda; questa consolidò la chiesa, ormai fatiscente e ne acquistò il diritto Patronale. Nel 1717, essendo rettore ed abate D. Giovanni Battista Maza, fu ampliata e ridotta alle attuali dimensioni. Nel 1821, essendo rettore ed abate D. Nicola Maria Mazza, fu rifatto l’altare attuale e presumibilmente il rivestimento in stucco, e la facciata. L’articolo di Enrico Variale oltre che essere apparso in un pieghevole in occasione della festa di S. Maria del Faro (22-29 aprile 1984), è stato accolto pubblicato nel periodico dehoniano “Incontro” del mese di marzo 1983. In Italia Settentrionale le chiese, officiate in antico da un abate con i suoi monaci, conservano tuttora il titolo di abate riferito al vescovo o al sacerdote in funzione oggi. Il vescovo della Basilica di 4 S. Ambrogio a Milano e il parroco di Leno (Brescia) sono chiamati “abati”. Con pieno diritto anche i parroci di Marechiaro possono portare il titolo di “abate”; lo vuole la tradizione e lo vuole la me moria storica di un passato indimenticabile. La Grotta di Seiano In un approccio alla storia di Santa Maria del Faro, non si può tacere di una grotta famosa, presente sul territorio. La Grotta di Seiano congiunge infatti la Gaiola alla Discesa Coroglio. A volte viene chiamata Grotta di Pozzuoli (Puteolana), mentre la Grotta di Mergellina viene detta Grotta Napoletana. Si trova nell’Enciclopedia Treccani che Alfonso I, nel periodo che corre dal 1442 al 1501 circa, facilitò il passaggio attraverso l’antico traforo di Posillipo. 5 Cosa s’intendeva allora per traforo di Posillipo? L’espressione rimane per noi sibillina. Il sopralluogo da me fatto con gli speleologi del CAI di Napoli, ha portato a una serie di rilievi tecnici e di riflessioni storiche. Lasciamo la parola all’esperto. *** Su invito di padre Tarcisio Rota e di alcuni suoi amici e collaboratori, il G.S. / CAI Napoli ha deciso di effettuare una breve esplorazione nella cosiddetta “Grotta di Seiano” che apre il suo ingresso orientale nella zona della Gaiola. L’esplorazione è stato compiuta da me e da Ernesto Crescenzi in data 24 novembre 1984. I dati topografici della cavità in esame, sono i seguenti: Comune : Napoli Località: Marechiaro/Gaiola Tav. I.G.M 25.000: Pozzuoli – Foglio 184 III° N.E. Ingresso Est: Long. 1°43’57’’ Lat. 40°47’46’’ 5 ENC. ITAL. TRECCANI alla voce “Napoli” pag. 239 5 Coordinate polari: 450 m. Ovest + 26° Nord dalla piazzetta della Gaiola. Ingresso Ovest: Long. 1°43’27’’ Lat. 40°47’57’’ Coordinate polari: 80 m. Est + 65° Sud dall’incrocio stradale Discesa Coroglio / Via Nuova Nisida Lunghezza della grotta: m. 775 – Sviluppo m. 940 – Profondità: in piano Esplorazioni: G.S. / C.A.I. Napoli 24.11.84 Abignente F. e Crescenzi E. Preambolo storico. Trattasi di una galleria artificiale, scavata in epoca romana allo scopo di mettere in comunicazione la zona di Marechiaro e Gaiola con quella di Coroglio. Dal nome si dovrebbe attribuire l’opera ad una iniziativa di Seiano, favorito di Tiberio (2030 d. C.), ma sembra che lo scavo sia stato invece effettuato precedentemente (fo rse intorno al 30 a.C.) per ordine di Agrippa, braccio destro di Augusto. A circa 100 m. di distanza dall’ingresso Est, vi è una costruzione antica 6 sulla quale è apposta una lapide marmorea con la scritta “Lucullano”. Tale costruzione, nella sua parte inferiore, sembra una porta muraria. Padre Rota afferma che per questa porta e poi per la grotta, passava, in epoca romana, una strada che collegava la città di Napoli con la zona di Bagnoli, passando sopra la Cala di Trentaremi. Pare infatti che all’epoca di Roma repubblicana, la cala fosse usata come porto e come base della flotta militare. In seguito, a causa delle aumentate dimensioni della squadra navale e dei relativi servizi, Augusto spostò la base navale nel più ampio porto di Miseno. Sempre secondo Padre Rota, la grotta, oltre a servire come via di comunicazione tra l’entroterra e il porto, fungeva anche da opera difensiva; infatti dagli sbocchi dei cunicoli laterali che dominano la Cala di Trentaremi da una quarantina di metri di altezza, si potevano lanciare dardi e proiettili vari su eventuali attaccanti, senza che essi 6 Il servizio era corredato anche da foto, indicate volta per volta. 6 avessero la possibilità di reagire, perché le armi del tempo non erano in grado di colpire un obiettivo piazzato così in alto. La grotta propriamente detta, si presenta come uno scavo quasi perfettamente rettilineo. (Un rilevamento di bussola, collimando verso Ovest, dà 300°). Il primo tratto, provenendo dall’ingresso di Marechiaro, è lungo circa 50 m., è più ampio e privo di opere di rivestimento e di sostegno. (Larghezza m. 5 – Altezza max. m. 7,5). Per tale motivo Padre Rota afferma che questo primo tratto fu scavato in epoca fenicia, quando la grotta non aveva sbocco verso Bagnoli e serviva solo come deposito portuale. Lo scavo si sviluppa nel tufo vulcanico caratteristico di quella zona. La collina di Posillipo, infatti, rappresenta uno dei pochi resti dell’antichissimo edificio vulcanico dell’Archiflegreo, un vulcano gemello al Vesuvio che sorgeva nella zona e che fu attivo tra la fine del Pliocene e l’inizio del Quaternario. Per tale motivo, lo studio degli strati che la grotta attraversa potrebbe essere molto interessante. Dopo il primo tratto, la presenza di rivestimento murario e di archi di sostegno riduce il lume della galleria. A tratti si ha un rivestimento completo fo rmato da blocchi di tufo ben squadrati ed ottimamente conservati (sarebbe opportuno effettuarne la datazione precisa); in altre zone sono presenti archi di sostegno costruiti con muratura identica, ma inframmezzati da intervalli nei quali le pareti sono rivestite con una muratura varia, probabilmente di epoca romana (Opus reticulatum e Opus incertum). Il pavimento è costituito da terra battuta, evidentemente di riporto, per cui sarebbe interessante effettuare qualche scavo per mettere in luce la pavimentazione originale. Procedendo da Est verso Ovest (cioè da Marechiaro-Gaiola verso Bagnoli), s’incontrano tre cunicoli scavati nella parete di sinistra (lato mare). Il primo dista 60 m. dall’ingresso, ha una lunghezza di m. 21, una larghezza di m. 2 ed una altezza max. di m. 2,20; dopo un percorso rettilineo, sbocca sopra la Cala di Trentaremi a circa 45 m. sul livello del mare. Il secondo dista dall’ingresso 140 m., ha una larghezza di m. 3,5 e un’altezza di m. 2 e, dopo un percorso rettilineo di poco più di 12 m., sbocca anch’esso sopra la Cala di Trentaremi 7 quasi di fronte al promontorio del “Cavallo di Mare”, ad una altezza s.l.m. identica. 7 Dall’uscita si diparte un ripido sentiero che porta sulla spiaggia. L’imbocco del terzo cunicolo dista dall’ingresso 240 m. ed è semiostruito da un muretto, la larghezza è di circa un metro e l’altezza di m. 1,80. Contrariamente ai primi due, questo cunicolo è molto più lungo e tortuoso (Lunghezza m. 107), per cui, mentre i primi due condotti danno alla grotta luce e aria, quest’ultimo dà solo ventilazione e precisamente una forte corrente d’aria. Anch’esso sbocca sopra la Cala di Trentaremi (circa 35 m. s.l.m.), però appena ad Ovest dal capo del “Cavallo di Mare”. 8 a 360 m. circa dall’ingresso, nella parete destra, ad un’altezza di circa 3 m., si apre un varco di una ottantina di cm. di diametro che adduce in una specie di vestibolo, dl quale si dipartono due cunicoli opposti, paralleli alla grotta principale, uno verso Est e un altro verso Ovest. Quest’ultimo è in lieve salita e, dopo pochi metri, la presenza di una ostruzione ha impedito ogni ulteriore esplorazione. Il cunicolo verso Est è invece più largo e continua con andamento sub-orizzontale restringendosi via via; dopo circa 9 metri vi è a destra (cioè dal lato verso la galleria principale) una piccola depressione circolare, dopo la quale, pur restando la larghezza immutata, il pavimento ed il soffitto convergono troppo per permettere di proseguire. A circa 630 m. dall’ingresso, vi è nella parete destra uno scavo a camera (m. 4 x 5 x 5 di altezza) con un comodo ingresso. Dai rifiuti rinvenuti nel luogo, sembra che la camera sia servita di recente da abitazione e forse da nascondiglio. L’uscita della grotta verso Bagnoli si apre in un muro di sostegno della collina di Posillipo. L’arco che formava il portale è ora 7 NdR. Le denominazioni Cala di Trentaremi (= approdo possibile alla grosse navi triremi). “Cavallo di Mare”, la imbarcazione più semplice era chiamata cavallo di mare in riferimento al cavallo che era la cavalcatura di terra. In questa località costiera c’è anche la “Punta di Annone” che probabilmente ricorda un grande navigatore cartaginese di nome Annone; rimase celebre un suo viaggio da Cartagine al Camerun; il monte vulcanico Camerun, punto di riferimento per la navigazione, era chiamato Carro degli dei. 8 Verso Nisida (ndr). 8 murato e solo uno stretto foro permette il passaggio. Pochi metri più oltre, al di là di un muretto, passa la Discesa di Coroglio. Valorizzazione turistica. È possibile, anche se la grotta non presenta le attrattive proprie delle cavità naturali. Si potrebbe, per contro, mettere in risalto l’aspetto storico e (forse) quello geologicovulcanologico. Tutto sta a vedere se la sistemazione della grotta e degli ingressi, non sia troppo onerosa in relazione al probabile flusso di visitatori. 9 Dr. Filippo Abignente Sig. Ernesto Crescenzi *** Le previsioni si sono avverate, infatti mi è stato riferito che la grotta ora è aperta al pubblico con la sorveglianza di un accompagnatore. Le Pagine Gialle della guida telefonica di Napoli riportavano, la cartina dettagliata della zona di Marechiaro, compreso il tracciato della Grotta di Seiano. Ma il disegno non corrispondeva alla realtà, poiché la lunghezza della grotta appariva dimezzata. Allora ho scritto a Torino all’ente preposto alle Pagine Gialle e nell’edizione successiva si è completato il tracciato. A mia volta mi sono ritenuto fortunato, perché un ingegnere di Santo Strato (Posillipo) mi ha ottenuto, attraverso sua figlia, che lavorava all’AGIP di Milano, una buona mappa della zona. Infatti c’era in progetto di sfruttare i soffioni calorici della Solfatara, ma le scosse telluriche di allora avevano frenato le speranze di successo. In questo contesto di gratitudine verso chi mi ha dato una mano nella ricerca, vorrei ricordare uno scambio epistolare avuto nel 9 Le previsioni si sono avverate, infatti mi è stato riferito che la grotta è stata aperta al pubblico con la sorveglianza di un accompagnatore (ndr). 9 2000 con una signora molto colta di Napoli. Mi ha inviato un’interessante documentazione circa la tomba di Virgilio, fotocopiata dal libro di Alfredo Diana: Pausilypon e Dintorni: Fatti, Misfatti, Personaggi e Leggende. Infatti a pag. 29 leggo: “E se invece fosse esatta la tesi del geologo R. T. Gunther secondo il quale la sepoltura del poeta si troverebbe a poca distanza dall’altra grotta, che anch’essa mena a Pozzuoli, la cosiddetta grotta di Seiano (…) antistante l’isolotto della Gaiola?”. Il Diana cita in nota la fonte della interessante documentazione, ossia R.T. GÜNTER, Pausilypon, the imperial villa near Naples, with descreption of the submerged foreshore with onservations on the Virgil and roman antiguities on Posillipo – Oxford 1913. L’ago della bilancia si sposterebbe quindi dalla Grotta di Mergellina a quella della Gaiola. La tomba di Virgilio mostrata oggi ai visitatori, affiancata a quella di Leopardi, fa pensare più a un forno crematorio che a un tradizionale mausoleo. A questo punto ricordiamo anche la tomba di Sannazaro, con l’iscrizione dettata dal Card. Bembo e riportata dal Galante: DA SACRO CINERI FLORES: HIC ILLE MARONI SINCERUS MUSA PROXIMUS UT TUMULO. VIX. AN. LXXII. OBIIT MDXXX 10 Stazio descrive un monumento innalzato come tempio. Seduto al margine di questo tumulo egli si ispirava, nel tentativo di imitare il maestro: 10 GALANTE GENNARO ASPRENO: Guida Sacra della Città di Napoli Stamperia del Fibreno – Napoli 1872, pag. 391 Anche L’Osservatore Romano dà per scontata la tomba di Virgilio a Mergellina. Ecco la titolazione di un articolo su Sannazaro: A Mergellina, a pochi metri dalle tombe di Virgilio e di Leopardi, riposa il grande umanista napoletano. La solidarietà per gli unili nelle “Egloghe piscatorie” del Sanazzaro. L’articolo è firmato da Pompeo Giannantonio. (L’Osservatore Romano del 26.06.1999, pag. 3). 10 … Maroneique sedens in margine templi sumo animum et magni tumulis adcanto magistri. (Silvae IV, 54-55). Maria porto sicuro Giovanni Paolo II, nella sua lettera apostolica, intitolata “Rosarium virginis Mariae”, 11 invoca la Madre di Dio con l’immagine del porto sicuro facendo sua la preghiera del beato Bartolo Longo, l’apostolo di Pompei (NA). “O Rosario benedetto di Maria, catena dolce che ci rannodi a Dio, vincolo di amore che ci unisci agli Angeli, torre di salvezza negli assalti dell’inferno, porto sicuro nel comune naufragio, noi non ti lasceremo mai più. Tu ci sarai conforto nell’ora dell’agonia. A te l’ultimo bacio della vita che si spegne. E l’ultimo accento delle nostre labbra sarà il nome tuoi soave, o Regina del Rosario di Pompei, o Madre nostra cara, o Rifugio dei peccatori, o Sovrana consolatrice dei mesti. Sii ovunque benedetta, oggi e sempre, in terra e in cielo” 11 Dal Vaticano, il 16 ottobre dell’anno 2002, inizio del venticinquesimo di pontificato. 11 Adriano a Canterbury Perché parlare della città inglese di Canterbury in una ricerca sulla Chiesa di Santa Maria del Faro (Napoli)? L’accostamento non è sbagliato per chi ricorda l’invio in Inghilterra del monaco Adriano da parte del Papa Vitaliano nel lontano 668. Con lui s’accompagnava Teodoro di Tarso. Il monaco Adriano è denominato abate del Nisidano. Non può essere che il territorio prospiciente l’isola di Nisida, luogo dove era sorto il celebre monastero ad Castrum Lucullanum. S. Beda riporta nei suoi scritti la dicitura di niridanum invece che nisidanum, errore attribuibile ai copisti, molto più inesatta sarebbe la versione Hiridano. Così si legge nella Historia Ecclesiastica di Beda, il venerabile: At apostolicus papa, habito de his consilio, quaesivit sedulus quem ecclesiis Anglorum archiepiscopum mitteret. Erat autem in monasterio Niridano 12 quod est non longe a Neapoli Campaniae, abbas Hadrianus, vir natione Afir, sacris literis diligenter imbutus, Graecae pariter et Latinae linguae peritissimus. Hunc ad se accitum Papa iussit episcopatu accepto Brittaniam venire. Qui indignum se tanto gradui respondens, ostendere posse se dixit alium, cuius magis ad suscipiendum episcopatum et eruditio conveniret, et aetas. 13 12 For Hiridano, Pl. 13 BAEDAE Liber IV Caput I - Opera Historica with an english traslation by J.E.KING, M.A., D. Litt.In Two volumes Ecclesiastical History of the english nation based on the version of Thomas Stapleton, 1565. Book IV and V Lives of the Abbots Letter to Egbert / London William Heinemann LTD - CambridgeMassachussets HARVARD UNIVERSITY PRESS - 1954, pag. 4 12 Traduzione in inglese: Whereupon the apostolic pope having taken counsel thereon inquired diligently whom he might send for archbishop the churches of the English. Now there was in the monastery of Niridan, not far from Naples in Campania, an abbot, Hadrian, an African born, a man accurately learned in the sacred writings as well as trained in monastical and ecclesiastical discipline, and right skilful in the Greek as well as the Latin tongue. This man being called to the pope was willed of him to take the bishopric upon him and travel unto Britain. But he ansswering that he was no meet man for so high a degree, said that he could point out another which both for his learning and his age were better fit for unertaking the bishopric. Adriano rifiutò umilmente la consacrazione episcopale e suggerì a tale incarico il nome di Teodoro di Tarso aetate venerandus, id est, annos habens aetatis sexaginta et sex. Papa Vitaliano invia i due missionari Adriano, abate al Nisidano e Teodoro, vescovo, in Inghilterra nell’anno 668. Gli Atti Bolognesi “La lezione più genuina della Passio S. Januarii è quella degli Atti Bolognesi. Furono conosciuti nel 1774 per merito di Celestino Galiani, che li trasse da un codice del dodicesimo secolo, appartenente allora al convento bolognese dei Celestini del Salvatore, oggi alla Biblioteca Universitaria. Gli Atti Bolognesi dovettero essere importati in Inghilterra dal monaco africano Adriano, abate del Nisidanum presso Napoli, quando questi nel 668 vi fu mandato da Papa Vitaliano assieme a Teodoro. 13 Ebbe così modo di conoscerli il monaco anglosassone Beda detto “il Venerabile” che li mise a profitto per il suo Martirologio ove ne riporta alcune frasi letteralmente”. (D. Ambrasi) 14 Nella Enciclopedia Cattolica si attribuisce un grande merito culturale all’abate di Nisida. “Benedettino, di origine africana, abate di Nisida presso Napoli” (…). Seguì l’amico Teodoro in Inghilterra e “ne divenne il braccio destro, specialmente nella formazione ecclesiastico-culturale della chiesa inglese. La scuola di Canterbury deve a lui il suo primo splendore”. 15 Iscrizioni di rettori e abati Sono marmi contenenti gli stemmi dei rettori ed abati di S. Maria del Faro, conservati presso la parrocchia. Indicano la cronotassi dei rettori ed abati fioriti nella seconda metà del secolo XVII. 1. Valerius Ariguci, canonicus perusinus abb(as) et rector A(nno) 1663 2. Alexander Caracciolus, Clem(entis) X commensalis et familiaris S.R.E. Card. electus abb(as) et rect(or). Anno 1673 La presenza di un cardinale presso la chiesa di S. Maria del Faro ne manifesta l’importanza. 3. Matteus Maza abb(as) rect(or) 1677 4. Dr Antonius Maza abb(as) et re(cto)r 1680 14 AMBRASI DOMENICO : in Storia di Napoli Vol. I « Il Cristianesimo e la Chiesa Napoletana dei primi secoli » - Napoli 1967, pag. 664 15 ENC. CATT. alla voce « Adriano da Nisida ». Era proprio « benedettino » ? 14 Iscrizione di Mattia Campanile Lapide conservata all’interno della chiesa di S. Maria del Faro, affinché l’illustre giureconsulto Mattia Campanile (+1662) rifulga per i posteri come faro di integrità (ut e pharo integritatis face preluceat posteris). MATTHIAS CAMPANILIS MANDOLFIAE ROCCAE DOMINUS GENTILITIO SPLENDORE CLARUS IURISPRUDENTIAM COLUIT NON EXERCUIT VIRTUTIS UNUM REQUIRENS DECUS NON STIPENDIA MORTALIS INTER VITAE VICISSITUDINES POPULARES INTER TUMULUS IN VECTIGALIUM IACTURA HANC IN ORAM SE CONTULIT CONDITIONESQ. COELITUM VICISSITUDINIS EXPERS ANIMO NON CONCIDIT TANDEM FATO CORREPTUS MORTALITATEM EXUIT ATQ. HOC IN TEMPLO APTISSIMI UT PHARO INTEGRITATIS FACE PRELUCEAT POSTERIS EX ANIMI OPTIMO FILY NON DEGENERES M.P.P. Iscrizione della famiglia Mazza Lapide posta nella chiesa di S. Maria del Faro. Ricorda la famiglia Mazza di origine longobarda; che fa risalire la propria origine al 1050. Fu collocata dai salernitani Antonio e Francesco Maria Mazza nel 1682. 15 D.O.M. FAMILIAE MAZA E GENERE LONGOBARDORUM A COMITE DONADEO AB ANNO ML ORIGINEM TRAHENTI ROGERIO INTER COMITES CAROLI PRIMO SIMONI AIUSDEM REGIS FAMILIARI AC FIDELI RICCARDO REGIS ROBERTI CONSILIARIO CORRADO SUB CAROLO III ET ANTONIO SUB LADISLAO REGE CAMBELLANO CIVITATIS NICASTRI DOMINO TOT, TANTISQUE EXIMJI NOMINIS VIRIS FEUDIBUS DIGNITATIBUS HONORIBUS CLARIS TUM IN SEDIKLIS PORTAE NOVAE CIVITATIS SALERNI NOBILITATE ORIGINARIE ALLECTIS: ALOIJSIO PRAESERTIM ANTONIO ITIDEM SUB FERDINANDO PRIMO ET MARCO ANTONIO CAROLO QUINTO IMPERANTE / TERRAE SANCTI ANGELI ALLESCA BARONIBUS FABIO ET IOANNI BAPTISTAE FILIO VITA FUNCTIS NON FAMA ANTONIUS ET FRANCISCUS M.A MAZA CIVITATIS SALERNI PATRITU UT GENTILITATIS MAIORUM SERVARENT IMAGINES / P. ANN. DOM. MDCLXXXII. *** Il primo capitolo introduce il ricercatore in un ambiante storico e geografico di grande fascino. Ci accosteremo anche alla realtà del porto antico di Pozzuoli, considerato in miniatura da un verso di Virgilio. La posizione dell’attuale Marechiaro si riflette negli occhi e nell’intelligenza del poeta mantovano di nascita e partenopeo di adozione. Marechiaro non svela solo il chiarore delle onde, ma 16 soprattutto la calma delle sue acque nei mesi favorevoli alla navigazione. L’isola sta di fronte all’insenatura portuale per infrangere le onde del mare. Le isole di Capri, Ischia e Procida fanno da barriera al largo della costa. Nelle immediate vicinanze, l’Isola di Nisida (nascosta e nasconditrice) fa da barriera di protezione. Virgilio descrive un immaginario porto della Libia, ma forse s’ispira a quanto si trova a lui più vicino. Est in secessu longo locus: insula portum Efficit obijectu laterum, quibus omnis ab alto Frangitur inque sinus scindit vastae sese unda reductos. Hinc atque hinc vastae rupes geminique minantur In coelum scopuli, quorum sub vertice late Aequora tuta silent; tum sylvis scena coruscis Desuper, horrentisque atrum nemus imminet umbra Fronte adversa scopulis pendentibus antrum Intus aquae dulces, vivoque sedilia saxo, Nympharum domus. Hic fessas non vincula na ves Ulla tenent, unco non alligat anchora morsu. (Eneide I, 159-169). Scrive un commentatore francese: “La poesia vive d’immagini e di contrasti. Al furore dei flutti segue la descrizione di un luogo e di un’onda sempre calmi. Le prime parole presentano l’idea principale: est in secesso longo locus; i particolari vengono in seguito. Si percepisce in primo luogo l’isola contro la quale si infrangono i flutti, insula objectu laterum…quibus…; dalle due parti, hinc atque hinc,la massa e l’altezza delle rocce, che mettono questo luogo al riparo dul vent, vastae rupes…, minantur in coelum scopuli; sotto le rocce, la calma del mare, aequora tuta silent; al di sopra, la foresta che difende ancora il porto, e quest’ombra intensa, che s’accorda così bene con l’idea del riposo, silvis scena coruscis, horrenti umbra, atrum nemus imminet; nel profondo, fronte sub 17 adversa, un antro e queste idee opposte a quelle del mare e della paura, aquae dulces, sedilia, nympharum domus. Alla fine la descrizione si congiunge al racconto per mezzo di due immagini, di cui il verso negativo, con la ripetizione di non, presenta per le navi l’idea di una calma perfetta, non vincula naves ulla tenent; non alligat anchora morsu. 16 16 Analyse critique et litteraire de l’Énéide de Virgile par L. MAGNIER – Deuxieme édition – Paris chez L. Hachette, 1844, pag. 13 18 Capitolo II IL LUCULLANO ALLA GAIOLA In ogni libro di storia antica su Napoli si parla del “Castrum Lucullanum” o semplicemente di “Lucullano”. Romolo Augustolo, ultimo imperatore di Roma fu relegato al Lucullano presso Napoli. Ma dove si trova questo luogo misterioso? Il “Castrum Lucullanum” Lo storico Mario Napoli scrive senza mentire: “Mai nulla si è rinvenuto del Castro Lucullano. I pochi blocchi di tufo che si intravedono nelle fondazioni di Castel dell’Ovo, e che attendono ancora di essere esplorati e studiati, sono di età greca. Sul Castro Lucullano manca uno studio”. 1 Non era dello stesso parere il Galante che in un primo momento pensò di rintracciare il Lucullano a Castel dell’Ovo, ma ci ripensò e lo collocò vicino al Municipio della città. Così precisava la sua posizione in una composizione magistrale: "Dobbiamo concludere che il campo Lucullano fosse stato (…) o nel luogo ove è Castel Nuovo, o nello spazio avanti esso, o dove fu il Real Palazzo Vecchio e S. Ferdinando, ovvero avanti le Finanze (oggi Municipio), luoghi tutti che in breve intervallo si succedono l'un l'altro". 2 L’autore si scusò con i suoi lettori per avere sostenuto due anni prima la posizione di Castel dell'Ovo; ecco le sue parole: 1 NAPOLI MARIO.: Napoli Greco-Romana - Napoli 1959, pag. 220, nota 192 GALANTE GENNARO ASPRENO: Memorie dell’antico Cenobio Lucullano di S. Severino Abate in Napoli – Tip. Fratelli Testa – Napoli 1869, pag. 28 2 19 "Ricordo di aver accennato nella mia Lapide sepolcrale di Teofilatto (p. 38 nota 2) che il Cenobio lucullano di S. Severino fosse stato sull'Isola Megarense. Errai allora con errore comune a tutti gli storici patrii, i quali contenti di collocare sul Lucullano i molti cenobii dei quali abbiamo notizia, poco si sono brigati del preciso sito di ciascuno. E per la molta venerazione che serbo verso il dottissimo Mabillon, mi credetti sicuro d'asserire con lui, che sacrum eius (S. Severini) corpus Neapolim delatum in arce Lucullana, quae ab ovi similitudine Castellum Ovi appellatur, a Victore episcopo collocatum est in mausoleo…Annal. Bened. Tom. I, p. 31. Credetti una volta che il corpo di S. Severino fosse stato primamente collocato sull’isola, ora però che mi son rivolto ad investigare l’esatta topografia di tutto il Lucullano, son venuto a questa conclusione, che mi sembra certa ed indubitata. Ciò vuol dire che dal 1867 il tempo non è scorso inoperoso”. 3 Siamo entrati nel vivo dell’argomento e ci domandiamo incuriositi, ancor prima di sapere dove si trovava il Lucullano, cos’era il Lucullano? Anche qui le risposte sono contraddittorie. Alcuni pensano a una villa lussuosa, altri a un’austera fortificazione militare? Sono giunto all’idea di escludere l’edificio lussuoso, anche se L. Licinio Lucullo, a cui ci riferiamo, è passato alla storia famoso per suoi pranzi “luculliani”, sontuosi. Ma il suo valore è ben superiore a una nostra stima troppo superficiale. Il Castrum Lucullanum, luogo imprendibile, fortificato da Lucullo, divenne poi un monastero (o cenobio), centro ascetico e culturale. Nel 482 s. Severino morì al Norico (in Austria) e dopo una lunga peregrinazione fu sepolto al Monastero del Lucullano. Quando iniziò questo monastero? La risposta non è facile. 3 GALANTE GENNARO ASPRENO: op. cit. pag. 28; nota 5. 20 Il Lucullano alla Gaiola Non dimenticherò mai la gioia procuratami da Don Franco Strazzullo attraverso due lettere: una del 28 marzo 1984 e l’altra dell’11 ottobre 1984. Nella prima si legge: “Ho accolto con viva soddisfazione la notizia della scoperta del Lucullanum presso la Gaiola. È stata così forte la mia emozione che sono andato a rileggermi il passo della Topografia universale della città di Napoli di Niccolò Carletti (1776), p. 313 ove scrive: Tutto il presente promontorio fu ripieno di speziose ville de’ più celebri ed illustri Romani, tra delle quali vi si dinoverano per le più famose quella di Virgilio Marone, quella di M.T. Cicerone, quella di Cajo Mario, quella di Pompeo, quella di Vedio o Vibio Pollione, quella di Lucullo, ed altre ancora. (…) Terminava col promontorio la singolarissima Villa di Lucullo, che distendevasi infino al luogo in oggi detto la “Cajola” e volgarmente “Gajola”… Il finale della lettera è molto indicativo: “Mi congratulo con lei e le auguro di perseverare in questi severi studi, che sono pure un nobile servizio alla riscoperta dei beni artistici e storici di Napoli. Si ricordi: chi la dura la vince”. Il Carletti parla di villa di Lucullo, ma la scelta da noi operata più sopra ci fa intendere castrum, luogo fortificato. Nella seconda lettera Don Franco Strazzullo si congratula per il mio libro sull’Africa e ricorda le indagini archeologiche alla Gaiola: “Rev. Padre Rota, ho ricevuto il suo volume “La Teologia Africana” che leggerò con interesse. C’è sempre da imparare. Auguro le migliori fortune alle sue appassionati indagini archeologiche nella zona della Gaiola. Ringraziandola del gentile omaggio, la prego di gradire i più cordiali saluti da chi la stima profondamente. 4 4 Il foglio della lettera reca questa intestazione. Collana Napoletana di Studi e Documenti in Memoria del Conte Giuseppe Matarazzo di Licosa Diretta da Franco Strazzullo. 21 La mia ricerca era partita con una fotografia scattata verso la fine della Discesa Gaiola, là dove le automobili possono ancora arrivare. In questo punto si nota un’antica costruzione segnata dalla parola incisa nel marmo: Lucullano. L’antico teatro romano Il teatro scoperto dall’arch. Bechi a Marechiaro dov’è andato a finire; sembra un giallo. Ho girato a destra e a sinistra ma non l’ho trovato neppure alla Villa Beck (= Bechi?) o Villa Imperiale, dove presumevo di vederne almeno le tracce. Ho notato un ampio parcheggio con una piscina e un’area riservata all’allevamento dei cavalli. Il teatro romano e l’odeon erano descritti minuziosamente nella guida turistica per tutti gli amanti di storia e di archeologia. Scripta manent. Consultiamo la guida del Bertarelli. *** Il TEATRO, non lontano dalla grotta, ha la cavea (diametro c. 49 m.) volta a Sud e 17 ordini di sedili intramezzati da due praecintiones (11 nell’ima cavea scompartiti in tre cunei e 6 nella media cavea divisi in sette cunei). Il diametro dell’orchestra è del quasi 11 m. In questa è notevole una vasca rettangolare, certamente fontana, sicchè, quando non aveva luogo la rappresentazione, il teatro si trasformava in ninfeo, e durante la rappresentazione la vasca veniva coperta da una lastra di marmo. Manca la scena che era di legno. Tutta la costruzione è di opus reticulatum, già rivestito di marmi. Di fronte al teatro e con la Cavea volta a questo, l’ODEO, quasi perfettamente conservato nei cunei con 10 ordini di sedili, nell’unica precinzione e nelle 7 scalee. Esso ha un diametro di c. 28 m. ed era tutto rivestito di marmi. A livello del 4° sedile, dirimpetto alla scena e in asse col centro di questa, si apre una stanza rettangolare e di opus reticulatum, la quale ha nel mezzo un piedestallo, forse posto riservato 22 all’imperatore, e, nella parete di fondo, una nicchia con base, forse per una statua. Della scena avanzano la pianta e alcune colonne corinzie di marmo cipollino. 5 *** Certamente il teatro e l’odeon descritti dal Bertarelli erano sul territorio dell’attuale parrocchia di S. Maria del Faro. S. Gaudioso, vescovo Si sono scritti libri e libri sul patrono di Napoli S. Gennaro; il miracolo del suo sangue attira l’attenzione di tutta la diocesi e dell’Italia. S. Gaudioso si può considerare compatrono della città partenopea e meriterebbe una maggior attenzione di quanto si sta facendo. Manca uno studio approfondito sulla vita e l’attività di questo santo africano, approdato in Campania e fondatore di un monastero nei pressi di Napoli. La parrocchia di S. Maria del Faro pare sia la più interessata nell’invocare la sua protezione e nel propagare il suo culto. Il sacerdote e studioso Ambrasi Domenico ne tracciò un profilo nella Bibliotheca Sanctorum, un’enciclopedia agiografica, la più completa finora pubblicata in Italia. Riportiamo il suo studio qui di seguito come spunto per un ulteriore approfondimento, che (a mio parere) interessa da vicino tutto l’Ordine Agostiniano nelle sue origini. *** 5 BERTARELLI V.: Napoli e dintorni - Guida d’Italia del Touring Club Italiano – Milano 1931, pag. 315 23 Narra Domenico Ambrasi Vittore di Vita 6 narra che, caduta nell’ott. del 439 la città di Cartagine, Genserico, re dei Vandali, mandò in esilio, insieme col vescovo di quella città, Quodvultdeus, parecchi ecclesiastici, che furono fatti salire su fragili imbarcazioni e abbandonati al loro destino. La Provvidenza dispose che alcuni di essi riuscissero a salvarsi approdando sui lidi della Campania. Secondo una tradizione posteriore, seriamente documentata, era tra questi il vescovo di Abitine, Settimio Celio Gaudioso, che fu convenientemente accolto a Napoli. Stabilitosi presso le mura della città, nella regione Marmorata, fondò sull’altura detta Caponapoli, 7 un cenobio che divenne celebre per esserne stato abate, sulla fine del sec. VI, s. Agnello. 8 Nel Libellus miraculorum di questo santo, autore, Pietro suddiacono, fa cenno al fondatore del monastero e lo presenta appunto come profugo della persecuzione vandalica. La notizia fu pure ripetuta, in alcune frasi letteralmente, da s. Pier Damiani, il quale, un secolo dopo, nella lettera sull’abdicazione dall’episcopato al papa Nicola II (1059-1061) ricorda due santi vescovi africani. Gaudioso morì in Napoli all’età di sessant’anni e fu deposto, il 27 ott. 452 nella catacomba che da lui prese il nome nella Valle della 6 VITTORE di VITA: Historia persecutionis Africanae Provinciae, I,5 in PL, LVIII, col. 187 7 Avremo modo di ritornare sull’argomento della ubicazione del monastero fondato da S. Gaudioso. Al riguardo Don Ambrasi si mostrava molto interessato. (P. Rota). 8 Nella rubrica Il santo del giorno, così si legge nel quotidiano “Avvenire” del 14.12.2003: “Agnello di Napoli, vissuto nel VI secolo, fu abate di un monastero partenopeo (..), fondato dal vescovo Gaudioso Settimio Celio, riparato dall’Africa per l’invasione dei Vandali. Morì 61enne fra il 590 e il 604”. 24 Sanità; sulla fronte dell’arcosolio, che ne accolse le spoglie mortali, si legge ancor oggi l’iscrizione sepolcrale in mosaico (CIL, X, n. 1538). 9 Presso la tomba del santo trovò la sua prima sepoltura il vescovo napoletano s. Nostriano (m. 454). 10 In onore di s. Gaudioso, il vescovo Stefano II (767-800) avrebbe costruito un nuovo monastero puellarum o almeno ricostruito quello di Caponapoli, ove prima del 1132, se non dallo stesso Stefano, furono trasportati i resti dei due santi vescovi africani morti in esilio a Napoli. Quando, durante i moti del 1799, il monastero fu dato alle fiamme, le reliquie trovarono degna sistemazione nella cappella di S. Susanna nella cattedrale, ove tuttora si venerano. Il Calendario marmoreo del sec. IX ricorda il santo due volte: il 12 lugl. ne celebra il natale insieme con gli altri esuli e il 27 ott. ne commemora la deposizione; il Martirologio Romano ne fissa la festa al 28 ott. Il culto di s. Gaudioso africano è attestato per i secc. X e XI nelle litanie dell’Ordo ad ungendum infirmum, ove la pietà dei napoletani l’ha incluso tra i propri vescovi, e nel ricordo che ne fa l’autore del carme in fine della Vita di s. Severo, vescovo di Napoli. 11 9 Altre fonti dicono che S. Gaudioso fu sepolto nel monastero da lui fondato e in seguito (dopo vari secoli) fu trasferito alle catacombe che presero il suo nome.. 10 Mi risulta, dallo studio del Chronicon Episcoporum di Giovanni Diacono, che il vescovo Nostriano resse la chiesa di Napoli per diciassette anni dal 402 al 419, ossia sotto il pontificato di Anastasio (398-401), di Innocenzo (401-417), di Zenone (417-418) e di Bonifacio (418-422), quindi morì prima dell’arrivo in Campania del vescovo Gaudioso. (P. Rota) 11 AMBRASI DOMENICO: in Bibliotheca Sanctorum Istituto Giovanni XXIII della Pontificia Università Lateranense – Roma 1968 alla voce s. Gaudioso. Segue una bibliografia. qui si riporta parzialmente. G. A. GALANTE: Relazione sulla catacomba di san Gaudioso in Napoli. in Rendiconti d. R. Acc. di Archeologia, Lettere e Belle Arti, Napoli 1904. A. BELLUCCI: S. Gaudioso vescovo di Abitine esule in Napoli, 1934. H. ACHELIS: Die Katakomben von Neapel, Lipsia 1936, pp. 30. 25 Corrispondenza con Ambrasi Mi sono recato un giorno presso la Chiesa del Gesù Vecchio (Napoli) per incontrare Don Domenico Ambrasi, benemerito storico della chiesa napoletana. Volevo tentare un confronto con le convinzioni mie e sue. Il nostro colloquio fu brevissimo. Mi disse semplicemente di mandargli della documentazione. Stavo allora scrivendo un opuscolo dattiloscritto, fotocopiato in una dozzina di esemplari. Gli mandai per posta il plico, ma.. ricevette soltanto la busta! Possiedo una sua cartolina postale del luglio1984, una cartolina illustrata dell’agosto 1984 e una letterina dell’ottobre 1984. Nella prima scriveva: “Ringrazio sentitamente e saluto”. Nella seconda si congratulava con me: “Reverendissimo Padre, apprendo con vivo piacere delle sue ricerche sul Lucullano e mi rallegro vivamente con Lei. Le auguro ogni migliore successo. Mi tenga informato”. Nella terza scriveva: “Reverendo Padre, ricevo e leggo con piacere le sue originali interpretazioni su nomi e monumenti dell’antica Napoli. Mi rallegro molto per la sua passione e Le porgo i migliori auguri per il suo avvenire di giornalista”. Ho percorso la via del giornalismo per divulgare la “Napoli sconosciuta”. Ho stesso articoli e ho concesso interviste, spero di essere stato utile alla causa della Madonna del Faro. Si profila l’ipotesi agostiniana Non credo di essere l’unico in questa impresa di severi studi sulle fonti “agostiniane”. Con la morte di Agostino si perdono le tracce del nucleo portante della sua spiritualità e dell’Ordine da lui fondato. A me sembra di trovare nel vescovo S. Gaudioso il punto di partenza di una ricerca interessante. L’ipotesi riguarda l’Abbazia di S. Maria del Faro da rintracciare al Lucullano, fondata dal vescovo di Abitine. 26 Galante non si trova d’accordo e lo dice in contrasto con il Torelli, che fa di Severino e suoi frati altrettanti eremitani di s. Agostino. *** Né credo necessario contendere col Torelli e col Lezana: dei quali il primo nei Secoli Agostiniani 12 fa di Severino e suoi frati altrettanti eremitani di s. Agostino, per due mal fondate supposizioni, che Severino prima di recarsi in Oriente vivesse tra i monaci del monte Pisano, e questi fossero Agostiniani, al secolo V; ciò che nemmeno Eugipio seppe; e che Eugipio fosse Agostiniano: il Lezena poi negli Annali de’ Carmelitani li ascrive al suo ordine Eliano, sol perché s. Severino venne dall’Oriente. Ometto questa briga si perché il dottissimo Mabillon13 chiaramente ha dimostrato, come nessun particolare ordine appartenessero i monaci di Occidente innanzi a S. Benedetto; si ancora perché ognun vede come cadano nell’esagerato il Lezana, che tutti monaci di Oriente ascrivesse al suo ordine Eliano ed il Torelli, che crede agostiniani tutti gli eremiti di Occidente; e spesso uno stesso abate amendue si contendono per suo, siccome s. Severino; si finalmente perché ritornerò su questo proposito, quando verrò a discorrerer di Eugipio, che detta la regola ai frati Lucullani. 14 *** Non si può ignorare il problema e tantomeno escludere nuove ipotesi. 12 TORELLI: Secoli Agostiniani tom. II, all’anno 454. MABILLON: Annales Benedictini. tom. I, in Praefat, specialmente ne’ §§ 22,23 e 24, ove discorre della regola di S. Colombano. 14 GALANTE GENNARO ASPRENO: op. cit. pag. 12-13. 13 27 Il Mabillon aveva paura di sentir scosse le sue sicurezze? In cielo dovrebbe aver trovato ormai la verità storica del suo fondatore, senza timore di cambiare gli Annali Benedettini in Annali Agostiniani. Gli abati del Monastero Lucullano, hanno dato prova di possedere le opere di S. Agostino; Eugippo ne fece un riassunto, o meglio un florilegio. Il presunto fondatore S. Gaudioso veniva dall’Africa. Lo stesso S. Quodvultdeus, benchè non sia considerato monaco, proveniva dall’Africa ed è vissuto a Napoli. A volte, in questa disputa, per nulla oziosa, appare come terzo incomodo, l’ordine dei Basiliani, ma i nostri amici del Lucullano non rispecchiavano la regola di S. Basilio; l’abate Eugippo ne dettò una sua propria. Gli Agostiniani si mostrano oggi particolarmente interessati nel vedere profilarsi l’ipotesi del Lucullano come fonte e aggancio per il loro Ordine. L’interesse degli Agostiniani Mi sembra che si debba ricercare al Lucullano di S. Maria del Faro (Napoli) la radice dell’Ordine. Si legge nell’Enciclopedia Treccani l’invito ad approfondire la ricerca sull’origine degli agostiniani. *** “L’invasione dei Vandali (sec. V) e le loro persecuzioni soffocarono nel sangue la giovane e operosa famiglia [degli agostiniani]. Non molti poterono salvarsi con l’esilio forzato o volontario. A questo punto si perdono le tracce della successione o sopravvivenza degli agostiniani: si desiderano ancora studi a fondo in proposito. Il silenzio è spiegabile, in parte almeno, col fatto del loro genere di vita nascosta, e più colla diffusione della regola benedettina specialmente nell’epoca carolingia; troviamo qualche indizio di 28 sopravvivenza degli agostiniani. Verso la fine del sec. XII vari romiti abbracciarono la regola agostiniana o fu loro imposta dalla Santa Sede.”.15 La mia corrispondenza ha raggiunto il Primate della Confederazione degli Agostiniani per attirare la sua attenzione sul Vescovo di Abitine S. Gaudioso, sul monastero da lui fondato, sulla figura dell’abate Eugippo che aveva a sua disposizione le opere di S. Agostino. Al Lucullano si trovano le radici dell’Ordine Agostiniano…. Venne una lunga lettera di risposta, poiché la notizia fu trovata molto interessate. *** Confederatio Canonicorum Regularium Ordinis Sancti Augustini. Martigny, le 14 janvier 1985. Mon Révérend Père, Votre lettre du 17.XII.1984 ne m’est parvenue que le 11 crt. Je vo us en remercie et je puis vous dire qu’elle m’a hautement intéressé. 16 1. Malheureusement, n’étant pas du pays et n’étant pas au courant des recherches archéologiques sur la région côtière de Naples à Pozzuoli, je ne suis pas en mesure d’approuver ou d’infirmer vos conclusions, soit l’ubicazione du Lucullano ni sur celle du monastrère fondé par S. Gaudioso. C’est là affaire de spécialistes locaux. 2. Ce que m’intéresse vraiment, ce sont vos conclusions (sont’elles définitives?). Je le souhaite, mais ici encore il faudra attendre la confirmation de l’Histoire. Or, c’est rarement que l’Hisoire dit son dernier mot, car de nouveaux chercheurs et de nouvelles 15 16 ENC. ITAL. TRECC. : alla voce « Agostiniani ». La suddivisione in punti è del redattore. 29 découvertes viennent souvent remettre en question des points qui semblaient définitivement acquis. 3. De toute manière, votre affirmation que le monachisme augustinien trouve là, à Naples, et probablement au Lucullano, son point de jonction entre l’Afrique romaine envahie par Genséric et l’Italie, puis l’Europe, où la spiritualité augustinienne s’est merveilleusement répandue, votre affirmation, dis-je, est fort intéressante et mérite d’être étudiée à fond”. 4. Le martirologe romain signale la mort à Naples de S. Quodvultdeus, le 26 oct…, et celle de S. Gaudiosus, le 28 oct., sans donner de dates précises. Vo us, vous connaissez la tradition de l’Eglise de Naples. Si ces deux saints ont vécu après leur exil une vingtaine d’années à Naples, ils ont eu tout le temps d’y implanter le monachisme augustinien. 17 Mais, qui vous prouve qu’ils étaient de la mouvence d’Augustin? Je veux bien le croire, mais je n’en ai pas la preuve. 5. S. Possidius était, lui, moine augustin et ami intime d’Augustin, dont il écrivit la vie e l’index de ses ouvrages. Mais Possidius a vecu et est mort à la Mirandola, après son exil d’Afrique. M.R. au 16 mai. Lui aussi a dû être un propagateur du monachisme augustinien. D’autres exilés l’ont peut-être été aussi ailleurs. Il faudrait connaître tant de choses… Peut-être des études sur ces points existent-elles? Je l’ignore. 6. Ce que vous dites qu’à Naples se trouve le point de conjonction entre le monachisme augustinien, venu d’Afrique, et ce même monachisme répandu plus tard à travers l’Europe, est probablement vrai, du moins partiellement, étant donné que Possidius et d’autres évêques ou moines venus d’Afrique se sont établis ailleurs qu’à Naples. Mais on ne peut pas affirmer que Naples est le point de départ de tout le monachisme européen, comme vous semblez l’affirmer en disant: 17 S. Quodvultdeus morì nel 454 e S. Gaudioso verso il 452. Si ricorda anche l’abate Habetdeus morto nel 468. L’arrivo in Campania si fa risalire al 439. 30 “… questo è il punto di partenza della vita monastica, fiorita poi in Europa sotto forme e regole diverse”. 18 7. S. Martin de Tours fonda à Ligugé, près de Poitiers, un monastère vers 360 déjà. Evêque de Tours, il fonda le monastère de Marmoutier, où il aimait à résider avec ses moins autant qu’il en avait la possibilité. Ces deux monastères furent la pépinière de nombreux autres et cela dès avant le monachisme augustinien. Cuisque suum. 8. D’autre part, il foudrait bien distinguer de quel monachisme augustinien on veut parler. Augustin avait fondé un monachisme laïque, avant d’être prêtre. Par la suite, il a adpté la Règle de son monastère laïque pour qu’elle pût convenir à des clercs. 9. Les Chanoines Réguliers dérivent spirituellement de S. Augustin, dont ils ont adopté la Règle vers le XIe et XIIe siècles; mais on ne peut pas dire que S. Augustin est leur fondateur. Auparavant, les Chanoines suivaient la Règle de S. Chrodegan (VIIIe s.). Auparavant, le clergé s’inspirait avec plus ou moins de fidelitè de l’Evangile ed des coutumes établies par les Apôtres ou les premiers Conciles. 10. Les Ermites de S. Augustin se sont cléricalisés à leur tour. Mais, dans les débuts de leur Ordre, il est probable qu’ils reflétaient mieux que les Chanoines Réguliers l’idéal monstique laïque, conçu d’abord par Augustin pour lei- même et ses compagnons de Milan pis de Thagaste. 11. Lorsque vous publierez votre étude – car elle mérite d’être publiée – veuillez m’en réserver deux ou trois exemplaire (avec facture s.v.p.) pour moi et les Archives de notre Confédération. Si je la reçois avant novembre prochain, je pourrai la signalerer et même en donner les principaux aperçus dans ma Lettre primatiale annuelle, qui sera la dernière, mon mandat d’Abbé Primat arriavant à échéance, fin juin 1986”. 18 Se io ho calcato le tinte e se ho quindi semplificato le cose non volevo escludere tanti altri elementi circa l’origine del monachesimo in Europa. Il procedimento storico è quindi molto più severo di quello “giornalistico” da me seguito per attirare l’attenzione su di un argomento che non ho la pretesa di esaurire dal solo. Tra gli Ordini tradizionali, arrivati fino a noi, quello agostiniano è considerato il più antico dall’Annuario Pontificio. Vuole essere questo il mio punto di partenza. (Rota) 31 Avec mes meilleurs voeux pour l’année 1985, je vous prie d’agréer, cher Père Tarcisio, mes sentiments bien respectueux et dévoués en N.S.J.C. et en S. Augustin. + Angelin-M. Lovey CRB, Prévôt du Grand-Saint-Bernard et Abbé Primat des CC. RR. de St-Augustin *** L’Abate Angelin Lovey si dichiarava interessato ad acquistare tre copie del libro che avrei scritto e si proponeva di diffonderne la notizia a tutta la confederazione in una Lettera Circolare. Devo concludere con rammarico di “aver perso il treno” perché un mio libro sull’argomento non è ancora stato pubblicato e le note che ora (2004) sto scrivendo non hanno ancora la speranza di avere un mecenate. Le Catacombe di S. Gaudioso. Il giorno 26.1.1985 (sabato mattina), mi sono recato a visitare le Catacombe di S. Gaudioso. L’acceso si trova all’interno della chiesa di S. Maria della Sanità, officiata dai Frati Minori Francescani. 19 La mia visita era del tutto improvvisata perché non conoscevo né gli orari, né la possibilità concreta di accesso. Mi sono prima rivolto a una chiesetta situata nella Piazzetta S. Vincenzo, dove confluiscono varie strade come la rampa di S. Gennaro dei Poveri, la strada S. Vincenzo… Il parroco di quella chiesetta, intitolata a S. Maria della Vittoria, fu molto gentile con me e m’indicò esattamente la direzione che dovevo prendere. 19 L’affresco del vescovo africano s: Quodvultdeus si trova nelle Catacombe di S. Gennaro. 32 Ho seguito la Via S. Vincenzo e sono arrivato in Via Sanità; l’ho percorsa sulla mia sinistra, attraversando un altissimo arco di sostegno al viadotto sovrastante dove ero appena passato prima con l’Autobus 137 dell’ATAN. Arrivai finalmente nella Piazza Sanità e ammirai l’imponente chiesa. Entrai fiducioso, perché una scritta sulla porta annunciava l’orario delle visite alla Catacombe di S. Gaudioso al mattino del sabato al mattino del lunedì dalle ore 10 alle 12. Ho aspettato che finisse la S. Messa che si stava celebrando all’altare maggiore. Sbirciai in un’edicola e vidi esposto il libro di Aurora Spinosa e Nicola Ciavolino, intitolato “S. Maria della Sanità: la Chiesa e le Catacombe” Ed. Luigi Regina (Napoli); l’avrei comprato certamente. Nell’attesa della guida, rimasi colpito dalla cattedra vescovile di S. Gaudioso, collocata in un luogo a sinistra rispetto alla cancellata d’ingresso alle catacombe. Ho notato il disegno riprodotto nello schienale: quattro archi sormontano una croce. Ho subito pensato ai vigorosi archi del monumento che si trova alla Gaiola (con la scritta “Lucullano”). La visita fu molto interessante, oltre alla guida, c’erano altri due uomini di età vicino ai sessant’anni, anch’essi interessati alle spiegazioni del Sig. Riccardi; era il nome della nostra esperta guida. Mi sono soffermato con molto interesse presso il cubicolo da S. Gaudioso, osservando il luogo del suo ricordo, arricchito da una scritta che inizia con queste parole: Hic requiescit in pace STS Gaudiosus episc.. Purtroppo la scritta è in parte mancante a causa di una macchia di umidità. La cattedra in marmo di S. Nostriano, di S. Gaudioso e di altri antichi presuli è accompagnata da questa scritta: EPISCOPALIUM FUNCTIONUM SEDES QUAM S. NOSTRIANUS NEAP. ANTISTES S. GAUDIOSUS BYTHINIAE EPISC. 33 ALIISQUE PRAESULES IN ANTIQUIS HIS CHRISTIANORUM COEMETERIUS DECORAVERUNT Ritornai a Marechiaro soddisfatto. Presso la Chiesa di S. Maria del Faro, si trova un frontone di sarcofago con strigilature. Il marmo è ben lavorato e potrebbe risalire all’epoca della prima sepoltura di S. Gaudioso (453 circa). Anche nel suo cunicolo alle Catacombe avevo notato il disegno di strigilature. Tu scendi dalle stelle Il canto natalizio “Tu scendi dalle stelle” è cantato in tutta Italia. Tiene presente un tema caro all’ambiente napoletano, la grotta. Infatti è sgorgato dall’animo mistico del partenopeo S. Alfonso Maria De’ Liguori (1696-1787). Il presepio napoletano è incentrato sulla grotta. Tu scendi dalle stelle, o re del cielo e vieni in una grotta al freddo e al gelo. 20 Bonoso, portinaio al Lucullano Siamo riconoscenti al Galante per averci riferito di un certo Bonoso portinaio al Lucullano per quarant’anni. Il ragionamento sembra molto convincente: non poteva trattarsi del monastero fondato da S. Severino al Norico, ossia in Austria. La notizia è attinta da Eugippo, cioè dal suo libro in cui parla della vita di S. Severino. 20 Il presepio napoletano del ‘700 è certamente ben rappresentato nel museo di Brembo (Dalmine). Ve n’è un esemplare dalle dimensioni eccezionali, con 79 personaggi, 32 animali, numerosissimi oggetti, quadri… Anche se l’autore resta ignoto vi si avverte la mano dei grandi artisti. AA. VV.: Il Presepio Italiano, Priuli & Verlucca, Editori – Ivrea 1993, pag. 15 Famosissimo è il presepio della Chiesa di Santa Chiara (Napoli). 34 Eugippo scrive: Bonosus quoque monachus… quadraginta fere annos in monasterii excubiis perseverans, eodem quo conversus est fidei calore transivit ad Dominum. (Vita di Severino Cap. X § 43) La sua mansione di portinaio durò quasi 40 anni professò una fede calorosa e con la stessa fede raggiunse il Signore in paradiso. “Intorno a questo monaco Bonoso piacemi proporre una mia idea. Dal citato testo appare che ei avesse esercitato per 40 anni l’uffizio di portinaro del monastero; io soggiungo che Bonoso sia morto in tale uffizio nel monastero Lucullano; poiché pogniamo pure che Bonoso sia stato tra i primi discepoli di Severino, e questi appena giunto a Faviana, vi avesse fondato il monastero (cose che non possono ammettersi), pure non estendendosi il periodo del cenobio norico, che poco oltre ai 30 anni, non poteva Bonoso quadraginta fere annos farla da portiere a Faviana”. 21 S. Gaudioso venne in Campania verso il 439 e fondò con ogni probabilità il suo monastero ad castrum lucullanum verso il 440. Aggiungiamo i quarant’anni di Bonoso e arriviamo alla sua morte verso il 480. In questo caso sarebbe stato il primo portinaio del nuovo monastero. 21 GALANTE: op. cit. pag. 11 35 Capitolo III CRONOLOGIA DI UNA CHIESA n questo capitolo si presta una particolare attenzione al Chronicon Episcoporum della Chiesa di Napoli, ai Pontefici Romani, con l’aggiunta di abati e personaggi del Lucullano. 1 Cronotassi dei vescovi di Napoli (sec. V) 1 – Nostriano (402 - 419) – Anastasio, papa dal 398 al 401 – Innocenzo, papa dal 401 al 417 – Zenone, papa dal 417 al 418 – Bonifacio, papa dal 418 al 422 2 – Timasio (419 – 450) – Celestino I, papa dal 422 al 432, della Campania (Morte di Agostino 430) – Sisto, papa dal 432 al 440 (Gaudioso arriva a Napoli 439 c.) – Leone, papa dal 440 al 461 3 – Felice (450 - 459 ) - Leone, papa dal 440 al 461 (Morte di Gaudioso 452 c) (Morte di Quodvultdeus 454 c) 1 Chronicon Episcoporum viene ripotato in STANISLAO D’ALOE : Storia della Chiesa di Napoli – Napoli 1869. Fu scritto dal Diacono Giovanni fino all’anno 872 (dopo tale data fu aggiornato nel X secolo). 36 4 – Sotere (459 - 479) - Ilario, papa dal 461 al 468 - Simplicio, papa dal 468 al 483 (Morte di Habetdeus 468) (Romolo Augusto al Lucullano 476) (Morte di Severino 482) - Felice, papa dal 483 al 492 5 – Vittore (479 – 492) - Gelasio, papa dal 492 al 496 (Severino al Lucullano 492) *** S. Gennaro Martire (305) Nel Martirologio romano, in data 19 settembre, si legge: “A Pozzuoli, in Campania, i santi Martiri Gennaro, Vescovo della città di Benevento, Festo suo Diacono e Desiderio Lettore; Sosio, Diacono della Chiesa di Miseno, Proclo, Diacono di Pozzuoli; Eutichio ed Acuzio”. Nel periodico della diocesi di Napoli Nuova Stagione si trova scritto: “La decollazione di S. Gennaro sarebbe avvenuta nell’anno 305 durante la persecuzione di Diocleziano, presso la Solfatara di Pozzuoli a poche centinaia di metri dal cratere. La sua prima sepoltura avvenne in un podere – detto Marcianum – appartenete forse ad una nobile famiglia, in una zona che attualmente risulta essere nel quartiere di Fuorigrotta. S. Gennaro, dunque, decapitato nel territorio di Pozzuoli, fu sepolto in territorio napoletano; infatti l’Ager neapolitanus non è molto distante dal luogo della decapitazione del santo vescovo ove in 37 suo onore venne costruita una degna basilica, anche se di modeste proporzioni; così è sorto il primo luogo di culto a Pozzuoli”. 2 Tale “basilichetta dovette crollare”. “Ma la cittadinanza napoletana verso l’anno 1574 volle costruire a proprie spese sul luogo del martirio di s. Gennaro la Chiesa attuale”. Nel 1945 la chiesa fu elevata a sede parrocchiale, affidata già da circa quattro secoli ai Padri Cappuccini”. (…) In uno studio molto documentato del prof. Ennio Moscarella si sostiene che la pietra di marmo, esposta ai fedeli in una nicchia della cappella a destra del Santuario di S. Gennaro a Pozzuoli, ritenuta da secoli il ceppo sul quale sarebbe stato decapitato s. Gennaro, deve ritenersi, invece, un antico stipite di altare paleocristiano”. 3 Il Campo Marciano, al di là di ogni altra interpretazione, non può essere che il Campo di Marte, cioè un luogo di esercitazioni militari, o riservato a un drappello scelto, dedicato al dio della guerra. Mi sembra logico pensare in questo modo. Nel complesso di questa “piazza d’armi” c’erano le prigioni e il tribunale. Come non pensare al Lucullano e alla Dicearchia nello stesso contesto logistico del Campo di Marte? Insieme mettiamo la Cala di Trentaremi (= Porto di Pozzuoli) e la Grotta di Seiano come osservatorio sul mare. La traslazione delle reliquie Tra le feste liturgiche che la chiesa napoletana celebra in onore di S. Gennaro, la seconda - per importanza – è quella di maggio. Essa ricorda la traslazione a Napoli dei resti mortali del santo, dalla prima sepoltura “in Agro Marciano” al cimitero paleocristiano che fu poi chiamato Catacomba di S. Gennaro”. 4 2 CIRILLO ENRICO : Un percorso tra opinioni e storia in « Nuova Stagione » del 13.09.1984, pag. 9 3 CIRILLO ENRICO : idem 4 BOLLETTINO ECCLESIASTICO dell’Archidiocesi di Napoli – 25 maggio 1968 (Anno XLIX) pag. 128 38 Un testo autorevole dice “a Marciano sublatum”. 5 La festa della traslazione è antichissima: risale al V secolo e si trova già segnata al 13 aprile nel Martirologio Geronimiano (id. apr. translatio sancti Januarii); con tale indicazione si trova anche nel secolo IX nel Calendario marmoreo napoletano: translatio beati Januarii. Il cambiamento di data si verificò nel secolo XIV; non conosciamo i motivi per i quali la festa della traslazione del 13 aprile fu trasferita alla prima domenica di maggio. Dal 1955, poi, in attuazione della riforma liturgica la festa fu definitivamente assegnata al sabato precedente la prima domenica di maggio. 6 *** Successori di S. Gaudioso 1 – Habetdeus (468) Si ricorda un abate di nome Habetdeus, venuto in Campania come profugo. Morì nel 468. Sulla sua pietra sepolcrale, conservata nella basilica di S. Restituta, si osservava ancora nel diciassettesimo secolo, questa iscrizione: HIC REQUIESCIT IN PA(CE) SANCTUS ABBAS HABETDEUS POSITUS VII IDUS MAIAS ANTEMIO III COS.7 5 CHRONICON EPISCOPORUM S. Neapolitanae Ecclesiae BOLLETTINO ECCLESIASTICO, idem 7 AA. VV. La Storia di Napoli 1967 - Vol. I, pag. 704s. La « Basilica di S. Restituta » : Probabilmente era una specie di « Museo Diocesano » dove si raccoglievano le testimonianze sacre del passato. (iscrizioni, statue...), ricuperate o restituite alla comunità cristiana dopo una precedente appartenenza a edifici sacri distrutti o dismessi (Sancta restituta). 6 39 2 – Severino ? (482) S. Severino morì a Salisburgo in Austria nel 482; dieci anni dopo, il suo corpo pervenne al Lucullano, possibile luogo di partenza per la sua feconda missione. Giovanni Diacono, nel Chronicon Episcoporum, descrive la partenza e l’arrivo delle venerate spoglie dal Norico a Napoli. In questo testo si accenna due volte alla “Congregatio” di Lucillo e di Marciano, forse il termine esprime il concetto di Vita Religiosa (= Ordine Religioso)? “Cumque generalis transmigratio pervenisset, doctoris [Severini] praecepti non immemores venerabilis presbyter Lucillus cum cuncta Congregatione transferentes corpus eius, juxta vaticinium praedicentis: post mortem meam Deus visitavit vos, et asportate ossa mea hinc vobiscum, ad castellum Montem Feletem multis emelsis regionibus perduxerunt: atque ex rogatu illustris feminae Barbariae, cum sancti Gelasii Sedis Romanae Pontificis auctoritate, et Neapolitano populo exequiis reverentibus occurrente, in Castello Lucullano per manus sancti Victoris episcopi, in mausoleo, quod praedicta femina condidit, collocatum est. Residente ibidem Marciano venerabili presbyter, cum sancta eius congregatione : corpus Barnabae Apostoli, et Evangelium Matthaei eius stylo scriptum, et tempore, ipso ravelante (sic) repertum est” 8 Qui si parla anche del vangelo di S. Matteo, scritto con le sue stesse mani. Dovrebbe essere quello in aramaico, ora considerato perduto. Giovanni Diacono ne aveva già parlato all’inizio del suo Chronicon Episcoporum in questi termini: “Gaius regnavit annos III. menses X. dies VIII. Per idem tempus Matthaeus Apostolus Evangelium in Judea primus conscripsit”. Gaio (= Caligola) fu imperatore negli anni 37-41. 8 Chronicon Episcoporum op. cit. 40 3 – Marciano (496) Riceve al Lucullano il corpo di S. Severino. 4 – Eugippo (533) “Eugippo venne a morte – scrive Domenico Ambrasi – dopo il 533. Impresse alla vita delle comunità sorte attorno al “Lucullanum” un ritmo intenso di operosità. Ai monaci, che menavano vita cenobitica in celle separate e tra loro distanti, lasciò in eredità quasi testamentario iure, scrive Isidoro di Siviglia (De viris ill. 34) una regola, che andò purtroppo perduta e forse ricalcava quella che S. benedetto in quel medesimo tempo dava ai suoi discepoli”. 9 Rimane aperto il discorso sulla Regola di Eugippo. 5 – Donato (550 c.) Ci viene ora in soccorso il dotto Galante per identificare l’abate Donato. L’abate Donato alla metà del secolo VI correggeva un codice nel cenobio S. Pietro, come si trova scritto nel Codice Cassinese n. 346. Donatus gratia Dei presbyter proprium codicem, Justino Augusto tertio post consulatum eius anno, in aede b. Petri in castello Lucullano infirmus legi, legi. 10 6 - Agnello (590/604) Si ricorda un altro santo abate del monastero al Lucullano, cioè S. Agnello; sulla sua tomba si trovò questa iscrizione: 9 AMBRASI DOMENICO in AA. VV. : La Storia di Napoli Vol. I, pag. 722 In GALANTE : Memorie dell’antico cenobio lucullano – Napoli 1869, pag. 35 10 41 HIC REQUIESCIT IN PACE VIR VENERABILIS AGNELLUS Abbas MONASTERIIS LOCI HUIUS QUI VIXIT PLUS MINUS ANNIS LXI Depositus XVIII Kal. Ian. Ind… 11 Nella rubrica Il santo del giorno, così si legge nel quotidiano “Avvenire” del 14.12.2003: “Agnello di Napoli, vissuto nel VI secolo, fu abate di un monastero partenopeo, forse basiliano, fondato dal vescovo Gaudioso Settimio Celio, riparato dall’Africa per l’invasione dei Vandali.orì 61enne fra il 590 e il 604…”. NB: Non poteva essere basiliano, poiché i basiliani vennero in Italia dopo la persecuzione dei maomettani. 7 – Adriano (668) L’abate Adriano, partito dal “Nisidano”, portò in Inghilterra il cristianesimo attinto alle sorgenti agostiniane del suo monastero (668). 8 – Giovanni (902) “Nel 902 un’invasione de’ Saraceni irruppe dall’Africa nella Sicilia, e però il timore invase eziandio la nostra Campania, che non si avanzassero sopra Napoli; e poiché non poteano venire se non dalla spiaggia lucullana, Gregorio II duca, col consiglio degli Ottimati, fece distruggere il Castro Lucullano (…). Allora l’abate Giovanni chiese a Stefano di trasferire il corpo di S. Severino dal distrutto Lucullano nel nuovo cenobio intramurano, e se ne fece solenne traslazione il dì 10 ottobre del 902”.. 12 11 AA. VV : : La Storia di Napoli Vol. I, pag. 758 ; nota 25. GALANTE: Memorie dell’Antico Cenobio di S. Severino Abate in Napoli – Napoli 1869, pag. 38 12 42 Tutti Abati “Agostiniani” Tutti questi abati erano agostiniani, eredi del patrimonio spirituale e culturale di S. Agostino di Ippona. L’importanza di questo monastero non sarà mai studiata abbastanza per i legami culturali tra Ippona (Agostino), Napoli (Gaudioso), Inghilterra (Adriano). Si legge nell’Enciclopedia Treccani l’invito ad approfondire la ricerca sull’origine degli agostiniani. Mi sembra che si debba ricercare qui al Lucullano la radice dell’Ordine. “L’invasione dei Vandali (sec. V) e le loro persecuzioni soffocarono nel sangue la giovane e operosa famiglia [degli agostiniani] Non molti poterono salvarsi con l’esilio forzato o volontario. A questo punto si perdono le tracce della successione o sopravvivenza degli agostiniani: si desiderano ancora studi a fondo in proposito. 13 Il silenzio è spiegabile, in parte almeno, col fatto del loro genere di vita nascosta, e più colla diffusione della rego la benedettina specialmente nell’epoca carolingia; troviamo qualche indizio di sopravvivenza degli agostiniani. Verso la fine del sec. XII vari romiti abbracciarono la regola agostiniana o fu loro imposta dalla Santa Sede.”.14 Troviamo in un libro divulgativo una traccia agostiniana anche in Irlanda: “La più bella delle cattedrali in Irlanda, Christ Church di Dublino, fu in origine una fondazione agostiniana, di cui restano intatti ancora 13 Secondo il Galante « i monaci lucullani divennero benedettini »., cioè si confondono in un’unica denominazione benedettina. Cfr GALANTE, op. cit. pag. 36 14 ENC. ITAL. TRECC. : alla voce « Agostiniani ». 43 oggi il transetto, il presbiterio a navate e l’estremità orientale della cripta a volte”. 15 Si legge in Carlo Celano: “Nisida ebbe il nome di Castrum Lucullanum, comune con tutta la spiaggia della terra ferma rimpetto all’isola ed alla parte di Pozzuoli”. 16 *** S. Benedetto da Norcia (547) Gli agostiniani, fuggiti dall’Africa emigrarono a Napoli, al Lucullano. Ora si tratta di prendere atto dell’importanza di questo monastero di S. Gaudioso come anello di congiunzione tra Agostino e gli agostiniani. Lo stesso Ordine benedettino potrebbe ricondursi alle fonti di Agostino, poiché s. Benedetto non presenta una sicurezza storica. Il primo a parlare di S. Benedetto è il papa S. Gregorio (590-604), ma ne parla in modo tale che non si riesce a comprendere se egli sia una persona fisica o morale. Così mi sembra di capire nel leggere l’Enciclopedia Cattolica. “La biografia, quale ce l’ha tracciata papa Gregorio, non può rispondere a tutte le nostre esigenze; non per un colpevole difetto, ma per l’esclusivo fine di edificazione che lo scrittore si proponeva e per l’indole dell’agiografia di quei tempi. Neanche vi troviamo elementi sicuri per le ricostruzione della figura fisica del Santo”. 17 15 AA. VV. Il Milione Vol. II – Istituto Geografico De Agostini – Novara 1959, pag. 724s. 16 CELANO CARLO : Notizie del Bello e dell’Antico e del Curioso della Città di Napoli divise dall’autore in dieci gironate per guida e comodo de’ viaggiatori Vol. 7 – Ed. Scientifiche Italiane 1974, pag. 2058. NB. Una precedente edizione dell’opera è del 1859 (con aggiunte e miglioramenti di autori vari) a cura del Cav. Giovanni Battista Chiarini. 17 Cf. ENC. CATT. : Città del Vaticano 1952 Vol. II alla voce « s. Benedetto », pag. 1254 44 Traslazione di S. Gaudioso (sec. IX) Stanislao d’Aloe afferma: “Insomma tutti gli uffizi de’ santi antichi venerati nella nostra Chiesa, furono compilati e messi in osservanza nel IX secolo, che fu il secolo delle traslazioni e della maggiore onoranza a’ nostri Santi tutelari”. 18 Tra i santi ricordati in questi antichi uffici liturgici si trova anche S. Gaudioso. La sua traslazione risale quindi al IX secolo. Le figure e le scritte delle catacombe che prendono il suo nome a quartiere della Sanità, sono opera del IX secolo per quanto si riferisce a questo santo africano. Secondo questi uffici liturgici. alla morte di Bonoso, vescovo di Salerno, clero e popolo volevano eleggere Gaudioso. In sancta salernitana ecclesia pontifex a clero et populo clamabatur Unus illorum expeteret ad sancti viri Gaudiosi. 19 Sempre secondo la stessa fonte, il beato Gaudioso aetatis suae annum fere quinquagesimum, (all’età di cinquant’anni) si addormentò nel Signore. 20 Altre fonti “storiche” gli concedano 70 anni di vita. Prima della sua morte ebbe una visione dei suoi santi antecessori. Nel giorno in cui venne tumulato in un sarcofago due ciechi avrebbero miracolosamente acquistato la vista per le sue santissime preghiere. Il corpo sarebbe stato collocato in una chiesa costruita a lode del suo nome, in qua mirifice collocatur.21 Nel Martirologio romano, in data 27 ottobre si legge: “A Napoli, in Campania, san Gaudioso, Vescovo Africano, il quale venne 18 D’ALOE STANISLAO: Storia della Chiesa di Napoli provata con Monumenti in libri cinque / Vol. I Parte 2 – Seconda edizione rifatta e continuata sino agli ultimi tempi – Napoli 1869, pag. 285 19 Idem 20 Ufficium beati Gaudiosi episcopi et confessoris Ad Matutinum in secundo nocturno lectio VII In D’ALOE STANISLAO: op. cit. pag. 238 21 Idem, lectio VIII …pag. 239 45 nella Campania per sfuggire la persecuzione dei Vandali, e, in un monastero vicino a quella città, finì santamente”. Polibio e la Dicearchia Pozzuoli s’accompagna con Dicearchia e i suoi abitanti, nella letteratura greca vengono chiamati in riferimento al tribunale di giustizia, non tanto ai pozzi d’acqua necessari alla navigazione. Polibio (210-128 a. C) si esprime in questa accezione. Il contesto parla di Annibale che non era stato avventato nel prendere un certa decisione. E subito si descriveva Capua, attorniata da pianura, nobilissima parte dell’Italia. La regione eccelleva molto per la sua feconda terra amena. In questa zona c’erano località distese verso il mare, veri empori ai quali erano soliti arrivare coloro che da quasi ogni parte del mondo navigavano verso l’Italia. Vi erano città famosissime e bellissime. Gli abitanti di Sinuessa, di Cuma e della Dicearchia (∆ικαιαρχιται) si prendevano cura del litorale marittimo della Campania: così pure i Napoletani e infine gli abitanti di Nocera. 22 Dicearchia e dea Fortuna Anche Petronio nel suo Satiricon descriveva un luogo immerso in acque profonde, dalla scogliera a picco, quasi fosse spaccata, situata fra Napoli e il territorio della grande Dicearchia. Sembra proprio la fotografia della Cala di Trentaremi. “Est locus excisso penitus demersus hiatu Parthenopen inter magnaque Dicarchidos arva, Cocyti perfusus aqua; nam spiritus extat qui furit effusus, funesto spargitur aestu.”. (Satiricon 70) 22 Cf . Scriptorum Graecorum Bibliotheca – Polybius, Liber III,91 / Ed. Ambrosio Firmin-Didot - Paris, 1880, p. 181s 46 Si trova ancora nel Satiricon un’espressione concisa per indicare l’argine posto dalle dighe pietrose, per cui l’acqua marina veniva tenuta lontana dalla costiera. “Expelluntur aquae saxis”. (Satiricon 70) Nella zona di Marechiaro i pescatori mi segnalavano, ancora ai nostri giorni, l’esistenza di barriere armai sommerse, al largo della spiaggia. In questa descrizione Petronio accennava fugacemente alla dea Fortuna, invocata come signora delle vicende umane e divine. Has inter sedes Ditis pater extulit ora bustorum flammis et cana sparsa favilla, ac tali volucrem Fortunam voce lacessit: “Rerum humanarum divinarumque potestas…”. 23 Come non pensare al tempietto di Iside-Fortuna segnalato nei ruderi della zona sottostante la Chiesa di S. Maria del Faro? Il Cocito è il fiume dell’inferno, forse qui è da considerarsi realtà fantasiosa piuttosto che reale. Così pure il richiamo al dio dell’oltretomba “Dite”, che si rivolge alla dea Fortuna, rafforza l’idea di un’astrazione poetica dell’autore. Non ho trovato a Marechiaro nessun fiume. La vicina Solfatara può aver ispirato il poeta ad immaginarsi un corso d’acqua “infernale” esalante vapori violenti, surriscaldati, in un ambiante privo di vegetazione. Il monte spaccato sul mare 23 PETRONIO: Il Satiricon a cura di A. Marzullo e M. Bonaria Ed. Zanichelli – Bologna 1963, pag. 262. 47 L’asperità della roccia che s’innalza a picco dalle profondità del mare caratterizzava il “classico porto” anche per Gregorio di Nissa (335-395).. Sentiamo la sua descrizione: “Quanto accade a coloro che dalla vetta di un’alta montagna guardano in basso un mare profondo e insondabile, avviene anche alla mia mente quando dall’altezza della parola del Signore, guardo la profondità di certi concetti. In molte località marittime si può vedere, dalla parte rivolta al mare, un monte quasi spaccato e corroso da cima a fondo. Esso ha nella parte più alta un picco che incombe sulla profondità del mare. Orbene l’impressione di chi volge più lo sguardo sull’abisso impenetrabile da quell’altezza da vertigini è quella stessa mia quando spingo in basso gli occhi dall’altezza del misterioso detto del Signore: Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio (Mt 5,8)”. 24 Chi osserva dall’Isola di Nisida la Cala di Trentaremi si trova davanti una montagna spaccata, emergente da acque profonde, navigabili anche per le navi triremi disponibili allora. Testo latino dell’omelia “Beati puro corde”. Quod accidere verisimile est iis qui ex aliquo alto vertice montis in vastum aliquod pelagus despiciunt, id menti meae accidit ab excelsa voce Domini, tamquam de aliquo cacumine montis, ad inesplicabilem intellectuum despectanti profunditatem. Quemadmodum enim in multis locis maritimis, montem videre licet circa eam partem qua mare spectat, quasi dimidium abscissum, et a vertice ad profundum usque directo abrasum: cuius in superiore parte cacumen quoddam proiectum profundo imminet quod igitur accidere verisimile est ei, qui a tali tantaeque 24 Dalle Omelie di S. Gregorio di Nissa, vescovo - Om. 6 sulle beatitudini; PG 44, 1266) In Liturgia delle Ore Ufficio delle letture Giovedì XII Settimana del Tempo Ordinario – Vol. III, pag. 379 – Ed. CEI - Ristampa 1991. 48 altitudinis specula in profundum mare despiciat: itidem mihi nunc animus quasi vertigine laborat in magna hac Domini voce suspensa: Beati puro corde: quoniam ipsi Deum videbunt… 25 25 LITURGIA HORARUM – Iuxta Ritum Romanum Editio Typica – Typis Polyglottis Vaticanis - MCMLXXII, pag. 321 Cf. OPERA D. GREGORII NYSSENI – Basilea 1571, pp. 54-55 Variante: in magna hac Domini voce suspensa 49 Capitolo IV RICERCA D’ARCHIVIO Il mio pensiero corre veloce a scoperte effettuate nell’Isola di Ischia. Si è trovato scritto in un’antica lapide, che una ragazza del popolo fu vincitrice alle Italidi del 154 d.C. Lo stadio delle Italidi, individuato al Parco Virgiliano (o Parco delle Rimembranze), è posto esattamente sopra la Grotta di Seiano. La grotta potrebbe quindi essere stata chiamata “Grotta di Seiana”, ossia là sopra dove la popolana Seiana Spes ha vinto nella corsa le figlie dei senatori. 1 L’indicazione mi sembra molto allettante. La Grotta di Seiano a volte viene chiamata Grotta di Pozzuoli (Puteolana), mentre la Grotta di Mergellina viene detta Grotta Napoletana. Si trova nell’Enciclopedia Treccani che Alfonso I, nel periodo che corre dal 1442 al 1501 circa, facilitò il passaggio attraverso l’antico traforo di Posillipo. 2 Cosa s’intende per “traforo di Posillipo”? L’espressione appare sibillina. Ricerca all’Archivio di Stato In una ricerca da me effettuata presso l’Archivio di Stato di Napoli ho trovato nei fascicoli riguardanti Ponti e Strade, notizie circa la Grotta di Posillipo al fascicolo 9 dell’anno 1744. Anche qui c’è da chiedersi quale sia delle due grotte. 1 Cf. MONTI P.: Ischia preistorica, greca, romana, paleocristiana - Napoli 1968, pag. 119 2 ENC. ITAL. TRECCANI alla voce “Napoli” pag. 239 50 Atti per gli accomodi da farsi dentro la grotta di Posilipo nella invasatura(?!), colla Direzione, ed Amministrazione del Regio Ing.ro Dr. Agostino Caputo… (pag. 1) Si certifica… come per l’accomodo della invasatura della Grotta di Posilipo e da detta Grotta sino ad Agnano che si sta attualmente accomodando dalli Pontari Francesco (…) Agostino Caputo. (pag. 1) Si certifica da me sottoscritto come l’accomodo della Strada si sta facendo dal Pontaro Nicola De Julio della Grotta di Posilipo alli Bagnoli stimo poterseli dare ducati quindici a conto. Napoli, 12.09.1744 . Agostino Caputo. Si spedisce il mandato. (pag. 2) Si certifica da me sottoscritto, come per la strada che si sta accomodando del Pontaro Francesco Tortora dall’osteria delle Colonne sino al Lago d’Agnano stimo poterseli dare a conto (ducati) quindici. Napoli 12.09.1744. Agostino Caputo. Si spedisce il mandato. (pag. 3) Si certifica da me sottoscritto, come per l’accomodo della vasolata (?!) dentro la grotta di Posilypo (sic), che attualmente si sta facendo dal Pontaro Ignazio de Maje considerando la quantità di materiali occorsi et occorrenti stimo poterseli dare a conto altri ducati cinquanta. Napoli 14.09.1744. Agostino Caputo. (pag. 4) Si certifica da me sottoscritto, come per l’accomodo della Grotta di Posilipo nel far la vasolata mancante, che per la nuova selicata3 fatta con breccioni usciti dalla medesima grotta, da sotto la chesa (sic) fori Grotta, che per le catene di fabbrica 4 stimo poterseli dare a conto altri ducati settantacinque. Napoli 18.09.1744. Agostino Caputo. Si spedisce per mandato. (..) Real cammino dalla Grotta di Posilipo sino alli Bagnoli e dalla Taverna delle Colonne sino al Lago di Agnano. (pag. 11) Si parla inoltre di “breccioni usciti dalla grotta”, come anche di “catene di fabbrica”. 3 4 Selicata (= selciata? ndr) Catene di fabbrica (= tiranti di ferro). 51 Chiesa dei Santi Severino e Sosso La Chiesa dei Santi Severino e Sosso è vicina all’Archivio di Stato. In quell’anno (1984) “ospitava” la Parrocchia di S. Gennaro all’Olmo, trasferita qui a causa del terremoto che l’aveva resa pericolante. La chiesa dei Santi Severino e Sosso era molto polverosa, deve essere rimasta in stato di abbandono in questi ultimi anni. Un breve cenno storico di S. Severino era collocato alla porta della chiesa. Interessante il ricordo della nobile napoletana Barbaria. Fu lei a rendere dignitosa la tomba di S. Severino accolto presso il Castro Lucullano. Il corpo di S. Severino, in seguito fu trasferito in questa chiesa, ma ora si trova a Frattamaggiore. *** Ma ritorniamo al primo argomento della grotta sulle orme di Mario Napoli: Con l’apertura della Crypta Neapolitana, che metteva direttamente in contatto Neapolis con Puteoli e con le strade che da questo centro partivano per Baia, Cuma e Capua, veniva ad abbreviarsi grandemente il percorso, che attraverso la ricordata via per colles era disagevole e lunga; e si dovette, consequenzialmente, potenziare l’abitabilità della zona attraversata dalla strada tra Neapolis e la crypta anche se molto probabilmente un accidentato viottolo, che valicasse la colina per congiungere da questo lato Neapolis con i Campi Flegrei, non dovette mancare in età più antica…5 La documentazione riportata da Mario Napoli si diffonde nel testo e nelle note con linguaggio a volte sibillino circa le due grotte. Egli riferisce circa la Grotta di Seiano che congiunge la Villa di Vedio Pollione a Posillipo per arrivare a Coroglio in funzione delle necessità militari di Ottaviano e di Agrippa. È di Strabone la notizia che la 5 NAPOLI MARIO: Napoli Greco-Romana - Ed. F. Fiorentino – Napoli 1959, pag. 115 52 crypta è opera di Cocceio; Seneca in una vivace epistola brontola per l’oscurità di essa ed il polverone, Petronio la trova troppo bassa…6 È la grotta detta di Seiano, che dalla villa Pausilypon giungeva sul versante di Coroglio, dopo un percorso di circa 800 metri; è uno splendido traforo anche questo, largo in media sui 5 metri, alto più di 7, illuminato da tre pozzi di luce all’altezza della località detta Trentaremi. 7 Sulle Pagine Gialle Le Pagine Gialle della guida telefonica di Napoli riportavano, nelle ultime pagine, la cartina dettagliata della zona di Marechiaro, compreso il tracciato della Grotta di Seiano. Ma il disegno non corrispondeva alla realtà, poiché la lunghezza della grotta appariva dimezzata. Allora ho scritto a Torino all’ente preposto alle Pagine Gialle e nell’edizione successiva hanno completato il tracciato così come avevo suggerito. Che valore potrebbe avere la chiesa di Marechiaro, senza il tempietto di Iside-Fortuna, senza la Domus Pollionis, senza il Lucullano? La Grotta di Seiano, sovrastante la Cala di Trentaremi (= antico porto di Pozzuoli), va considerata nella sua reale importanza storica e geografica. Un proverbio latino sentenzia: Aut simul stabunt aut simul cadunt. Purtroppo la zona di Marechiaro è sempre stata finora defraudata. Leggo nel libro di Alfredo Diana: In seguito la proprietà [del Pausilypon] passò ai Maza (o Mazza), nobile famiglia salernitana, cui appartenne per diverse generazioni. Il più noto fu Francesco Maria vissuto attorno al 1680 che raccolse svariati reperti archeologici, purtroppo mai inventariati e andati dispersi. 8 Diamo uno sguardo alla Guida di Napoli e dintorni (1915). Al tempo della prima guerra mondiale si leggeva circa la Grotta di 6 NAPOLI MARIO.: idem Qui viene citato il Günter. Cf. NAPOLI MARIO.: op. cit. pag. 116. 8 DIANA ALFREDO: op. cit. pag. 30 7 53 Seiano: La visita della Grotta richiede mezz’ora (mancia £ 1). L’apertura di questo tunnel è certamente anteriore all’epoca di Seiano (favorito di Tiberio) e rimonta forse ad Agrippa, rappresentando il proseguimento di una strada romana che costeggiava l’intero promontorio.9 Un acquedotto romano Napoli, 19.02.1985 – Oggi ho effettuato una ricerca nella zona di Coroglio, vicino a Nisida. Mi sono messo a passeggiare tranquillamente, tutto solo. Scendevo a piedi lungo la ripida Discesa di Coroglio; ammiravo alla mia sinistra l’imponente barriera della collina, sormontata dal Parco Virgiliano, alla mia destra c’era il sottostante stabilimento dell’ILVA di Bagnoli e di fronte ammiravo l’isoletta di Nisida. La parete alla mia sinistra è stata tagliata nella sua componente tufacea, rinforzata, traforata fin da epoche lontane; forse aveva una funzione protettiva come avveniva per le massicce ad alte mura delle città fortificate. Certe gallerie sono soltanto percettibili, perché gl’ingressi sono murati o camuffati da costruzioni “protettive”. Prima di arrivare al restringimento della strada, precauzione presa a causa dei franamenti dei massi tufacei, scorgo una cavità. Lascio l’asfalto e mi scosto un paio di metri dal manto d’asfalto. Trovo una galleria poco più alta di me, riesco a toccare il soffitto alzando la mano poco sopra il mio capo; il cunicolo è largo tanto da passarci comodamente con la persona. Osservo attentamente le pareti, che, fino all’altezza della mia cintura sono impermeabilizzate con un intonaco particolare, reso quasi verdastro dall’umidità. La composizione di questo intonaco è granulosa: si scorgono pezzetti di mattone frantumato, della grandezza di un chicco di granoturco e dei granelli di carbone (puzzolana) cementati fra di loro in una pasta di sabbia molto resistente. 9 Cf Napoli e dintorni – Guide Treves – Esercizio 1915, pag. 99s. 54 Il cunicolo penetra nella montagna, ma io mi arresto dopo sei o sette metri perché trovo sbarrato il passaggio da prismi tufacei, verso il soffitto però si scorge il prolungamento. (Un acquedotto romano!?). Mi avvicino all’imbocco della Grotta di Seiano, poi mi sposto per una cinquantina di metri a sinistra (sempre allo stesso livello) e trovo altre due imboccature di “acquedotto romano”, ma non posso entrare; l’ingresso inizia a livello della mia testa. Siamo di fronte a tracce di antichità da studiare. La mia passeggiata si conclude con la convinzione di aver imparato tante cose. Vicino al porto l’acqua potabile era indispensabile per la navigazione. Passeggiata Pasquale Marechiaro 22.23 aprile 1984 – Nel giorno di Pasqua e in quello successivo ho potuto passeggiare liberamente in ambienti archeologici. Alla sera di Pasqua celebrai la S. Messa nella chiesetta di S. Giuseppe, presso la Gaiola e poi, accompagnato da un giovane di nome Ezio mi sono spinto nei dintorni per osservare dall’alto la Cala di Trentaremi, antico porto di mare. Fra i ruderi di antiche costruzioni ho colto un ramoscello d’olivo, simbolo di pace, già celebrata in questi luoghi da Virgilio Marone 10 , ma realizzata nel mistero pasquale solo da Gesù Cristo, morto e risorto per la salvezza universale. Tra questa polvere trovai anche la tessera di un mosaico. Il giorno successivo, con il medesimo giovane e con un altro di nome Antonio, sono entrato nella Grotta di Seiano. Nell’andata eravamo spensierati, nel ritorno concentrati sul rilievo di misurazioni; il tunnel risultò lungo 985 passi. Lungo il percorso (da Coroglio a Marechiaro) ci siamo fermati per alcune annotazioni su agenda. Lasciando dunque alle nostre spalle la Discesa di Coroglio, dopo 30 10 Marone, potrebbe significare semplicemente “vergine”, appellativo abituale per Virgilio. Esistono ancora oggi i Maroniti. 55 passi abbiamo trovato sulla nostra sinistra una stanza con una branda abbandonata senza materasso, e con tizzoni spenti per terra. Dopo 150 passi abbiamo incontrato a destra un’apertura arcuata larga m. 1 e alta m. 3 circa, era quasi completamente murata, rimaneva solo un pertugio in alto. Dopo 460 passi arrivammo circa a metà strada e si scorgeva la luce delle due estremità della galleria, una luminosità molto fioca che non ci dispensava dal tenere accesa la torcia a pile in mano di Enzo. Dopo 632 passi incontrammo a destra un foro percepito per la corrente d’aria che conduceva fino a noi, non ci portava nessuna luce. Aveva un’apertura di circa m. 1,50 di altezza e di 1,20 di larghezza. Enzo s’inoltra nel cunicolo con la torcia accesa contando 195 passi fino ad arrivare con un percorso sinuoso sopra la Cala della Badessa, nelle vicinanze di Nisida. Dopo 784 passi trovammo a destra un foro, lungo 20 passi, fonte di luce e di ventilazione; si affaccia sulla Cala di Trentaremi. Ci troviamo davanti a un sottile promontorio, leggermente incurvato, chiamato “Cavallo di Mare”; la sua funzione di molo naturale doveva essere preziosissima alla navigazione di imbarcazioni antiche, comprese le navi. In tutta la costa da Napoli a Pozzuoli non c’è altra insenatura naturale così favorevole come questa. Vedo in tale conformazione marittima l’antico porto di Pozzuoli… Il nucleo portuale non era vastissimo, ma tanto adatto per accedere alla terra ferma. Dopo 910 passi arrivammo sul punto d’incontrare, ancora a destra, un’imboccatura non di forma rotondeggiante, come la precedente, ma di forma quadrata; è lungo 43 passi, alta più di quattro metri e larga circa 2 metri. Sfocia sulla Cala di Trentaremi, davanti alla scogliera semi sommersa, chiamata “Tavola di Mare” (o Punta Lena). Dopo 985 passi ci troviamo finalmente all’uscita della galleria, dalla parte di Marechiaro, nella zona della Gaiola. Le lancette dell’orologio segnano le 12,30. La Discesa Gaiola è invasa da turisti, ignari dell’importanza di quella zona. 56 Capitolo V GROTTA DI MERGELLINA La voglia di conoscere la città di Napoli mi dava entusiasmo. Mi ero posto un limite infatti il mio interesse si rivolgeva attorno all’anno della nascita di Gesù Cristo e tenevo lo sguardo rivolto entro i confini del primo millennio. Mi attirava il desiderio di visitare il parco che racchiudeva la “Tomba di Virgilio” e di Leopardi. Mi andò bene al primo tentativo. E ne conservo ancora la cronaca. Visita alla “Tomba di Virgilio” Napoli, 19 dicembre 1983 Questa mattina mi sono recato alla chiesa di S. Lucia per celebrare la S. Messa delle ore 8.00. Il parroco Don Maurizio Brancaccio è molto cordiale con me. Prendo un cappuccio e poi monto su Bus dell’ATAN 140, diretto verso Capo Posillipo (sopra Nisida). Mi fermo prima, a Mergellina, per imbucare tre lettere, dopo aver messo i francobolli all’Ufficio Postale. non mi sono fermato solo per questo: volevo vedere la “Tomba di Virgilio”. Entro nella vicina chiesa di S. Maria di Piedigrotta; si sta celebrando la S. Messa. Raccolgo una rivistina ciclostilata, composta dal gruppo degli adolescenti del dopo cresima [ ora avranno mogli e figli]. L’argomento trattato è quello della preparazione al Natale. Mi reco poi al cancello del parco dove si trova la “Tomba di Virgilio” (70-19 a.C.) e quella di Giacomo Leopardi, morto nella prima metà dell’800 a soli 30 anni. Suono un campanello elettrico e il custode, Salvatore, mi viene ad aprire. Posso passeggiare indisturbato, poiché non ci sono altri visitatori. 57 Dodici bagni Mi avvicino ad un monumentale scritto inciso su lastra di marmo; è difficile trovare una pagina lapidaria così fitta di notizie. Si legge una data 1668; il contenuto non è altro che una propaganda di Pozzuoli e dintorni nei loro aspetti di luoghi balneari e terapeutici. Si avverte il visitatore di passaggio che oltre la grotta ( = galleria) che si sta per imboccare troverà ben dodici occasioni di cure termali; vi si descrive esattamente la posizione geografica e le proprietà curative dei singoli “bagni”. Trascrivo qualche riga a riguardo del terzo e del quarto bagno. (Terzo bagno): Eius aqua caput mondat, oculos acuit, uterum purgat et ulcera, splenem curat et epax. Quartu(s) balneus est foris cryptae, quod invenies prope mare, dum post exitum huius cryptae per radices montis Pausilypi procedes, tumulus antiquus ibi a terra eminet, in quo puteus est potabilis aquae, quae pota ignitos artus refrigerat exi(..)ata a ferribus quod membra rigat, pulmonem laesum, iecur et pectus sanat, stomacu roborat, tussi(m), et aegrae cuti medetur, nocet tamen hydropicus. L’elenco delle malattie abbraccia polmoni, fegato, stomaco, pelle, occhi e le acque della scuola paramedica del XVII secolo dovrebbero compiere “miracoli” e soprattutto attirare molti clienti, setibondi di letteratura latina, impersonata nel grande poeta Virgilio. E la “Tomba” del celebre mantovano? Sulla stessa grandissima lapide marmorea sono stati aggiunti successivamente, secondo l’impressione che si ricava dal limitato spazio ad essi riservato, i versi attribuiti a Virgilio, o comunque messi sulla sua bocca. Descrivono la sua morte avvenuta a Brindisi e parlano delle ceneri conservate a Napoli; epitaffio divenuto famoso. Mantua me genuit; calabri rapuere; tenet nunc Parthenope; cecini pasqua, rura, duces. Ecce meos cineres tumulantia saxa coronat laurus, rara solo, vivida, Pausilypi, si tumulus ruat, aetenum hic monumenta Maronis, servabunt lauris, lauriferi cineres. 58 Il riferimento a Virgilio, nato con il sorgere della grande lapide, dice semplicemente: Virgili Maroni super hanc rupem superstiti tumulo. La super lapide del 1668 rimanda quindi a un luogo situato più in alto. Tuttavia, prima di salire, riporto anche la scritta della lapide marmorea posta qualche decimetro più in alto. Non ci sono date. Il marmo pare più nuovo. La scritta poetica invita alla meraviglia e incomincia con queste parole: Horribile hoc antrum…… L’iscrizione riportata sopra parla di Posillipo come luogo della sepoltura del poeta. Nella descrizione dei bagni si dice che Posillipo si trova al di là della grotta, al quarto bagno. Questa lapide escluderebbe così Mergellina come luogo della “Tomba”. Il monumento a Leopardi Salendo lungo l’ampio sentiero del parco c’è il pericolo di scivolare per il terreno tufaceo, umido e viscido. S’incontra ben presto il monumento marmoreo di Giacomo Leopardi. Lo sfondo è meraviglioso, una grotta scavata nel tufo della grande parete. L’insieme fa pensare alla forma di una capanna. Finalmente si arriva all’ingresso della Grotta di Mergellina ( = la Crypta Neapolitana), quella attribuita a Cocceio. Sulla parete, a sinistra di chi guarda l’ingresso della galleria, si legge una prima lapide marmorea con i versi dello stesso Leopardi: … A Napoli presso ove la tomba pon di Virgilio un’amorosa fede vedeste il varco che del tuon rimbomba spesso dal Vesuvio intorno fiede colà dove all’entrar subito piomba notte in sul capo al passegger che vede quasi un punto lontan d’un lume incerto l’altra bocca onde poi riede all’aperto. (Paralipomeni ) 59 Il loculo di Bruno Un certo signor Bruno, doveva essere famoso al suo tempo. Sembra sia stato tumulato dentro la parete. A chiusura del loculo c’è una scritta: Corpus Domini Bruno…e una data, 1455. Sopra la sua lapide ce n’è un’altra con uno stemma a forma di scudo, sormontato da una specie di corona, all’interno vi sono scolpite tre esili colonne. A quell’epoca, l’ingresso della Crypta era diventato luogo di sepoltura. Forse s’incomincia proprio in questo periodo a pensare di collocare in questa località misteriosa la “Tomba di Virgilio”, infatti più in alto vedremo una scritta dello stesso anno 1455, che indica la presenza della sepoltura del poeta. Ma procediamo passo passo. Gesù benedicente Sempre sulla parete sinistra, più in alto e più vicino all’ingresso della Crypta, si trova un affresco della “Sacra Famiglia”. Il Bambino Gesù si accosta alla guancia destra della Madre, sembra baciarla. Davanti a loro c’è la figura di S. Giuseppe in atteggiamento di preghiera. Un “presepio” nella grotta! Di fronte a questo affresco (forse del XV secolo), sulla parete destra si nota un altro affresco forse più antico. È racchiuso in una forma ovale molto imperfetta nel tratteggio. L’altezza è di circa 1 metro e mezzo e la larghezza di circa 1 metro. Raffigura Gesù Cristo con barba fluente e capelli lunghi: tiene in mano una coppa. Tiene in mano un calice. L’atteggiamento è sacerdotale, eucaristico. Ricorda il momento della istituzione dell’Eucaristia nel cenacolo. Salendo una scaletta e percorrendo un tratto dell’acquedotto romano, si può ammirare più da vicino il disegno, quasi lo si può toccare con la mano. L’acquedotto è alto circa 2 metri e largo circa cm 80. Passo comodamente in piedi, senza chinarmi. 60 “Tomba di Virgilio” e antri spaziosi Il passaggio (= passerella metallica) costruito ai tempi di Mussolini, porta ancora più in alto, diventa poi pianeggiante e discende. A questo punto mi trovo davanti ad un baratro molto profondo, nel quale s’intravedono delle gallerie ben squadrate, ciclopiche. Sono artificiali? Qui si ricavavano prismi di tufo per costruire muri e abitazioni? L’impressione è grande. E siamo giunti finalmente all’ingresso della “Tomba di Virgilio”. Ci sono due scritte. La prima invita a sostare un po’ e l’altra accenna alle ceneri del poeta. Prima scritta: Siste viator pauca legito hic Virgilius tumulus est… Anno Domini MCCCCLV Seconda scritta (più recente): Qui cineres tumuli vestigia conditur olim ille hoc qui cecinit pascua rura duces Can. Reg. MDLIII Le scritte sono sormontate da stemma raffigurante tre pesciolini che nuotano contro corrente, dal basso in alto. La tomba “vera e propria”, come viene mostrata ai nostri giorni, si presenta come un torrione austero. Nel confronto con riproduzioni di stampe antiche dove alla porta del piano terra arde un fuoco divorante, vien da pensare non a una tomba, ma a un forno crematorio con uno o due fori al piano superiore per favorire il tiraggio dell’aria calda e del fumo. La costruzione è quindi a due piani, quello superiore è aperto ai visitatori. All’interno si nota un pavimento irregolare. Alcuni spuntoni 61 di muro affiorano ai quattro angoli della stanza. Le pareti presentano un rivestimento in opus reticulatum. Rimane ancora aperta la discussione sulla vera posizione topografica della tomba di Virgilio: Mergellina o Marechiaro (Gaiola)? Questi sono i due luoghi in questione. L’indicazione dell’itinerario Napoli – Pozzuoli, passando attraverso la grotta, è anch’esso ambiguo, poiché si può passare attraverso l’orribile antro di Mergellina e attraverso il cammino perforato della Grotta di Seiano, sopra la Cala di Trentaremi. Sono due località caratterizzate da due santuari mariani: la Chiesa di S. Maria di Piedigrotta e la Chiesa di S. Maria del Faro. Come si è conclusa la mia passeggiata a Mergellina? Con una nuova esperienza. Ora potevo dire di aver visto di persona e di essere maggiormente in grado di esprimere una mia valutazione. Ho ripreso il mio Bus 140 e sono arrivato comodamente a Marechiaro. Passeggiata a Villa Imperiale Le “grosse” denominazioni servono ad attizzare la curiosità, specialmente di chi arriva per la prima volta in una località storicamente importante. Marechiaro, 26 dicembre 1983 Questa mattina mi voglio regalare una passeggiata natalizia nei dintorni di casa. Vado alla “Villa Imperiale” (= Villa Beck), nei pressi della Chiesa di S. Maria del Faro. Incomincio alle ore 9.30 circa. Lascio Via Marechiaro sulla mia sinistra e scendo a destra, verso il mare, in direzione della vicina Isola Gaiola. Don Gennaro mi apre gentilmente un cancello e sono libero di vedere, disegnare, prendere appunti. Scorgo una “cappella” Mi trovo davanti ad una specie di cappella alta poco più di quattro metri. Si salgono pochi gradini di marmo per arrivare ad una 62 porta d’ingresso. Sopra la porta si scorge una piccola finestra rotonda. Il tetto sale a punta, formando un triangolo. Sulla mia destra noto dei cavalli, sono quelli della “Fazenda”. Più vicino c’è una bellissima piscina azzurra. Alzando lo sguardo dall’acqua della piscina, scorgo sotto i miei occhi l’Isola Gaiola, vicina vicina. Discesa al porto La strada che porta a destra della “cappella” scende in direzione della piscina e delle stalle. La strada, che fiancheggia la “cappella” a sinistra, porta al parcheggio: un belvedere sul mare sottostante. Rimango a occhi spalancati per la meraviglia. Forse era proprio qui l’antico teatro rintracciato dall’architetto Bechi. Davanti a me si trova l’Isola Gaiola. Poco prima della spiaggia si scorge la struttura muraria di un antico porto romano con pareti molto elevate in opus reticulatum. Doveva essere un posto meraviglioso al tempo dei Romani. Questa è la punta più a Sud della città di Napoli. Palazzo degli Spiriti L’attuale parcheggio poteva essere anticamente un piccolo anfiteatro con veduta sul mare della vicina Isola Gaiola e la più lontana e ben più importante Isola di Capri. Lascio questo parcheggio per dirigermi a sinistra verso il Palazzo degli Spiriti ( o Villa Imperiale ). Me lo trovo vicinissimo, mi metto a disegnarlo. La parte più alta, a picco sul mare, ha tutto l’aspetto di un antico arco di trionfo. Tutta la costruzione è rivestita in opus reticulatum. Ammiro queste antichissime vestigia. Nello sfondo vedo il porticciolo della Fenestrella dove c’è una grande caverna a fior di mare. Lontano ammiro il Vesuvio e la rientranza del porto di Napoli. Una grossa nave dalla scafo bianco sta lasciando il porto. Sotto la Fenestrella si nasconde una grotta tufacea, serviva forse come garage per mettervi al sicuro una grossa barca. 63 Pescatori di Marechiaro Passa ora una barca di pescatori, si porta proprio davanti al Palazzo degli Spiriti. Un pescatore batte ritmicamente con un legno sull’orlo della barca, per far uscire i pesci dagli scogli. S’avvicina un’altra barca; i due a bordo sono giovani. Colui che remava abbandona i remi e spinge la sua barca facendo forza con le mani sulla parete del Palazzo; poi i due scompaiono all’interno della “Villa dell’Imperatore”, forse sono le sue…“guardie del corpo”. Così anch’io smetto di guardare, di sognare e di scrivere. Ringrazio Don Salvatore e ritorno a casa (Via Marechiaro, 40). Mi diceva un vecchio pescatore del posto che la casa occupata nel 1951 dai noi Dehoniani, una volta si chiamava Villa Pepere e che in questa casa il generale americano Clark nel 1943, dopo lo sbarco a Salerno, s’era incontrato con un generale dell’esercito italiano per accordarsi sulla “presa” di Napoli. Mark Wayne Clark, alla testa della V armata, diresse la campagna d’Italia. Quando prendevo questi appunti il generale era ancora in vita (1896-1984). 64 Capitolo VI INTERPRETARE PER CAPIRE Il Significato di Posillipo L’etimologia di Posillipo si fa risalire solitamente a una facile interpretazione romantica. La qualità del posto, favorito dalla spiaggia e dal clima dolce del mare, concilia la mente al riposo. Vengono scacciati i pensieri tristi: i francesi concludevano con l’espressione Chasse chagrin. Altri studiosi nostalgici del latino ricorrevano a Pausillipum, si fa una pausa per il proprio dolore, con un periodo di sollievo. Anche gli imperatori romani, Augusto compreso, trascorrevano delle vacanze a Napoli per dimenticare gli impegni governativi del mondo intero. La parola ha origine dalla lingua greca e indicava Napoli come la Città del cavallo (Πολισ υπποσ ). La traslitterazione, ossia, la versione in caratteri latini e la trasposizione di alcune lettere hanno mutato Polisyppo in Posilyppo e finalmente nell’attuale Posillipo, denominazione riservata alla parte occidentale della città partenopea, che dal livello del mare (Isola Gaiola), sale fino a quasi 200 metri s.l.m. sopra Mergellina. Meno complicata è stata l’origine della denominazione per la capitale del Portogallo. Il nome più antico riportato dalle enciclopedie è Olisippo. In origine era (P)olisippo per cui la parola ha subito il fenomeno fonetico della perdita della prima consonante. Un tentativo successivo di carattere culturale ha soppiantato la primitiva espressione in un’altra con riferimento a Ulisse e divenne Ulissipona e finalmente Lisbona. Non mancano altri esempi di “città del cavallo” sulle coste del Mediterraneo. La sede episcopale di S. Agostino era infatti Ippona. 65 I Cartaginesi fondavano una città con il sacrificio di un cavallo. Erano generalmente città portuali. Metaforicamente la nave era chiamata “cavallo di mare”. Dicearchia di Pozzuoli Giuseppe Flavio in un suo viaggio a Roma fece naufragio; la nave portava circa 600 persone. Nuotarono per l’intera notte; solo 80 scamparono al disastro accolti da una nave Cirenaica. Raggiunsero la Dicearchia, chiamata Pozzuoli dagli Italici. Il racconto di Giuseppe Flavio, scritto in greco, viene qui riportato in latino. Siamo ai tempi dell’imperatore Nerone. *** Post annum vero sextum ac vigesimum Romam ut ascenderem mihi contingit, ex causa jam nunc dicenda (…). Nostra enim navi in medio sinus Adriatici submersa, quum essemus numero circiter sexcenti, totam per noctem natavimus. Et tandem sub diluculum conspecta ex Dei providentia navi Cyrenaica, ego et alii nonnulli ad octoginta universi, feliciore usi natatu, in eam recepti sumus. Quumque ita evasissem in Dicaearchiam (Dikaiarceian), quam Puteolos (Potiolou") vocanti Itali, veniebam in amicitiam Alituri, (erat autem is mimorum actor in magna apud Neronem gratia, genere Judaeus, perque eum ubi Poppaeae uxori Caesaris innotui, id quam ocissime ago ut meis apud ipsam precibus solverentur sacerdotes. Quumque praepter hoc beneficium magnis muneribus cohonestatus essem a Poppaea, in patriam revertebar. 1 1 FLAVII JOSEPHI VITA, 2,3 [autobiografia ] a cura di Guilelmus Dindorfius. Parisiis, Editoribus Firmin -Didot et Sociis, 1929, pag. 794. 66 Un accenno a parte merita la Dicearchia, parola greca che indica il “tribunale supremo”, presente nella zona Gaiola, dove c’era l’antico porto fortificato di Pozzuoli. 2 All’attuale Cala di Trentaremi sarebbe quindi sbarcato Giuseppe Flavio. Il tribunale supremo era dotato anche di prigioni. In questa precisa topografia andrebbe cercato il luogo dove furono incarcerati gli amici di S. Gennaro e al suo intervento lui stesso finì in prigione e in seguito giustiziato e sepolto. Si trova una tradizione che lo dice martirizzato a Pozzuoli e un’altra versione lo dichiara ucciso sul territorio di Napoli sia l’una che l’altra risulta esatta. Una volta la Dicearchia era nel territorio di Pozzuoli; la stessa località ora appartiene alla parrocchia di S. Maria del Faro, ossia a Napoli. La denominazione di Pozzuoli (Puteolis) è dovuta principalmente ai pozzi d’acqua necessari per fornire le navi nel loro lungo tragitto. I pozzi non bastavano e ci voleva un vero acquedotto. Si osservi bene la scarpata che approda alla Discesa di Coroglio. Si trova un cunicolo (= acquedotto), parallelo alla Grotta di Seiano, sul lato sinistro per chi guarda l’ingresso Ovest della galleria (distante circa 100 metri). Il traforo è abilmente rivestito da un intonaco fatto in coccio pesto e impermeabilizzato. L’altezza permette il passaggio di una persona in piedi e la larghezza è a dimensione d’uomo. L’acqua veniva quindi portata attraverso un vero acquedotto, nell’immediata vicinanza del porto. *** Pozzuolo, in latino Puteoli, così chiamato dalla quantità di pozzi che vi si trovavano, oppur, com’altri vogliono, dal puzzo di zolfo di cui abbondano le sue vicinanze, è situata sul mare, tre miglia distante da Baja e otto da Napoli. 2 In spagnolo “gaiola” vuol dire “gabbia” e in senso figurato “prigione”. 67 Essa è di grandissima antichità, stata essendo fondata dal Calcidesi, e detta Dicearchia, come vuole Ubone Emmio, dalla retta amministrazione della giustizia, che in essa si facea. (Descrizione del Regno di Napoli Vol. XXIII – Tradotto dall’originale del famoso SALMON in italiano – Venezia 1761, pag. 153). Difficoltà di ville private Tutte le costruzioni che si susseguono lungo la costa del promontorio di Posillipo, in parte note e più o meno parzialmente rilevate dal Günter, in parte mai studiate, e certamente quasi per nulla esplorate, costituiscono un insieme dei più suggestivi, ma anche dei meno conosciuti: difficoltà ambientali, lo sprofondamento dei ruderi nel mare o l’addentrarsi nei parchi di belle ville private hanno reso difficile l’indagine archeologica, e quindi la interpretazione dei singoli complessi, ancor oggi più noti con nomi tradizionali o fantasiosi che non per classificazioni scientifiche. (MARIO NAPOLI: in Storia di Napoli Vol. I, Soc. Ed. Storia di Napoli – Napoli 1967; pag. 468). L’Isola Megaride Un nodo da sciogliere riguarda l’interpretazione di Isola Megaride, talvolta identificata con Castel dell’Ovo. Si diceva che vi erano molti monasteri, compreso quello del Lucullano. Tale località a volte è detta anche Megalia, per esprimere una certa grandezza. Paris nel suo libro Storia di Roma (1928) riferisce di una storiella fantasiosa: un monte viene in parte staccato e trasportato e collocato in riva al mare per formare l’Isola Megaride. *** Non so se a risolvere questo intricato quesito possa al caso giovare sapere se l’isoletta del Castel dell’Uovo sia di origine recente, 68 sia stata staccata dalla roccia di Pizzofalcone dalla volontà di Lucullo (il quale, come è noto, in codeste località si divertì appunto a compiere opere di tal genere (…), o se il nome Megaris e Megalia fosse in origine dato a località vicine, ed in seguito esteso a maggior spazio di terra. 3 *** Bisogna ricorrere al linguaggio semitico per giungere a comprendere che l’Isola Megaride corrisponde all’intera e l’etimologia greca ci fa comprendere il nome di Megalia. Con un’altra espressione più familiare facciamo corrispondere il territorio di quest’isola alla “Magna Grecia”. Secondo il linguaggio semitico infatti le isole erano delle entità geografiche (Cipro, Creta, Malta…) ma il termine indicava pure tutte le coste del Mediterraneo, anche le più remote, toccate dai navigli fenici, erano comprese le coste africane, le sterminate lande ad occidente, ignote al viaggiatore ebraico. 4 Megaride vuol dire semplicemente “occidentale”, naturalmente per chi si trova in oriente!. La tomba di Partenope Antichi libri parlano della leggendaria tomba di Partenope, una sirena trasformata in scoglio; altri parlano più volentieri di cenotafio di Partenope. Il nome di città partenopea deriverebbe da questa immagine tuttora visibile nella configurazione caratteristica dell’Isola di Capri, che rappresenta una donna addormentata, cioè collocata sul livello del mare con i piedi rivolti a Sorrento e la chioma dei capelli verso Ischia. Ecco spiegato il detto: “Additavano da Napoli la tomba di Partenope”. 3 PARIS ETTORE: Storia di Roma Vol. V – Ed. Optima – Roma 1928. Appendice 4 La località di Napoli detta “Megalia” pag. 491 4 Cfr. Gianfranco Ravasi a commento del Sal. 97,1 : Jahweh regna! Esulti la terra, gioiscono le isole tutte). 69 Altrimenti continueremo a rimanere impastoiati in un vero guazzabuglio. *** Sappiamo da un passo di Stazio che presso il porto era la tomba di Partenope. 5 Da altra fonte, e precisamente da Licofrone sappiamo che la tomba di Partenope era presso la torre di Falero e questa espressione dovrebbe quindi, se pur non chiaramente, riferirsi al porto, lì dove, continua Licofrone, il fiume Clanis irriga le terre con le sue acque. 6 Castel dell’Ovo Attorno a Castel dell’Ovo si sono sbizzarrite le fantasie di molti nonni per accontentare i nipotini prima di andare a letto. La più classica si riferisce a Virgilio, degno del titolo di Magister e non di Mago. Virgilio avrebbe nascosto un uovo d’oro in una bottiglia e l’avrebbe nascosta di su di uno scoglio, ossia nelle fondazioni del castello. Grande fortuna è promessa per chi lo trova. Il riferimento “storico” di questa etimologia sembra dovuto a un mito egiziano. Le divinità avrebbero deposto su di uno scoglio un uovo dal quale nascerebbe il dio sole. Sentiamo la versione di un etnologo, Nicola Turchi. *** Secondo un’antichissima concezione mitica egiziana della città di Eliopoli, il caos primordiale era rappresentato dalle acque Hwh (flutto d’abisso) e dalle tenebre Kwk (tenebra). 5 STATIUS: Silv., IV, 52. Citato in MARIO NAPOLI: Napoli Greco-Romana, pag. 128 6 LYCOPHR., Alex. 717. Citato in MARIO NAPOLI: op. cit. pag. 128s 70 Il dio sole sarebbe nato da un uovo creato dagli otto dei primordiali (quattro maschili e quattro femminili) e deposto su un’altura emersa dalle acque del grande oceano Nwn. 7 *** In chiave cristiana sullo scoglio della terra il Verbo si è incarnato per la salvezza del mondo. Vedi il segno dell’uovo di Pasqua. Porti gemelli di Stazio In riferimento ai porti di Napoli e di Pozzuoli, Stazio parla di porti gemelli. Dove si trovavano? Prima di tutto non pensiamo ai due golfi, né ai due porti attuali, ma a spazi molto più ridotti. L’ago della bilancia potrebbe essere l’isolotto della Gaiola: da una parte era il porto di Napoli (verso Marechiaro) e dall’altra il porto di Pozzuoli (verso Nisida). Il porto si caratterizza per l’attracco delle navi. Alla Cala di Trentaremi (Pozzuoli) le acque erano profonde, l’accostamento sicuro. Nelle acque di Marechiaro la possibilità era offerta solo per imbarcazioni più piccole. *** Un passo di Stazio ricorda tra Neapolis (città di Napoli e golfo di Napoli) e Pozzuoli (città di Pozzuoli e golfo di Pozzuoli) i socii portus. Scrive Mario Napoli: “La questione del porto nel suo insieme non è stata posta mai realisticamente, in quanto andava collegata con l’esistenza e l’ubicazione di Partenope”. 8 7 TURCHI NICOLA: a cura di, Le Religioni del Mondo – Ed. Coletti – Roma 1951 (2 Edizione), pag. 239 8 NAPOLI MARIO: op. cit. pag. 124 71 Palepolis e Neapolis Se davvero troviamo delle consistenti antichità lungo la costa: dalla Gaiola a Mergellina, qui si può parlare di una parte antica della città partenopea (Palepolis o Polisyppo, corrotto in Posillipo). L’attuale nucleo di Napoli potrebbe essere la Neapolis. L’Antico Stadio di Napoli Dello stadio, nel quale si svolgevano le gare degli agoni, non avanza alcun resto monumentale, e si è anche incerti sulla sua ubicazione. 9 Vorrei chiedere agli archeologi napoletani se hanno effettuato delle ricerche al Parco Virgiliano o Parco delle Rimembranze. Un’antica mappa francese del 1701 mostra un circo romano proprio nel luogo indicato, sovrastante l’Isola di Nisida. La parola “faro” Si trova nell’Enciclopedia Treccani: Non si conosce niente di positivo sull’origine della parola φαροσ che taluni vorrebbero derivare dall’egiziano p(h)aar “tela”. I Greci avrebbero dato il nome di pharos all’isola in cui venivano a comprare il phaar. 10 *** Il faro è una torre costruita per orientare la navigazione marittima o aerea, per mezzo di sorgenti luminose. Già in tempi antichissimi dovette esserci l’uso di accendere sull’alto delle colline, in prossimità del lido, dei fuochi perché fossero di guida ai naviganti. 9 NAPOLI MARIO: op. cit. pag. 196 ENC. ITAL. TRECC.: alla parola “faro”. 10 72 È da ritenersi che la prima vera e propria torre- faro, e in ogni caso quella che ha dato a tutte le altre il nome e modello, sia stata quella di Alessandria d’Egitto. 11 S. Maria del Faro si ammira per il suo manto e perché luce dei naviganti “Stella maris”. S. Paolo a Pozzuoli S. Paolo, prigioniero, si appellò a Cesare. Il naufragio sull’isola di Malta lo fa imbattere in una serpe velenosa. Il commento degli isolani è immediato: “Certamente costui è un assassino perché sebbene scampato dal mare, la [dea della] giustizia (η δικη) 12 non lo ha lasciato vivere” (At. 28,4). Paolo rimane illeso e si acquista la stima dei Maltesi. Il viaggio prosegue fino ad arrivare (al porto) di Pozzuoli: “Salpati di qui, giungemmo a Reggio. Il giorno seguente si levò lo scirocco e così l’indomani arrivammo a Pozzuoli”. (At. 28,13) Cosa dicono i commentatori per identificare Pozzuoli? Dicono: nel golfo di Napoli. Così commenta la Bibbia di Gerusalemme: Pouzzoles, dans le golfe de Naples. 13 Più esattamente si potrebbe dire nel golfo di Pozzuoli. Distinguendo fra i due golfi (= golfi gemelli) in che punto esatto si trovava il porto di Pozzuoli? La risposta di chi ha studiato a fondo la questione sarebbe la seguente. L’antico porto di Pozzuoli si trova all’estremità Ovest del golfo di Napoli, là dove s’incontra con l’estremità Est del golfo di Pozzuoli (tra S. Maria del Faro e Nisida). Paolo e lo scrittore di bordo Luca qui trovarono alcuni fratelli, i quali li invitarono a restare con loro una settimana. Quindi arrivarono a Roma attraverso la Via Appia. 14 11 ENC. ITAL. TRECC:: idem Da qui viene anche il nome di Dicearchia. Non sembra esatto tradurre in latino “ultio” (vendetta), come fa la Bibbia Latina (1986). 13 La Sainte Bible – École Biblique – Éd. Cerf – Paris 1956, page 1477, note b 14 Cf. At. 28,14-15 12 73 La strada Sodesca (1677-1678) Una lapide ricorda la sistemazione di una strada che portava dal Casale di S. Strato alla chiesa di S. Maria del Faro, della città di Pozzuoli. Fu eseguita per volere del presidente della Giunta, Antonio di Gaeta, ispettore ai ponti e alle strade, su richiesta dei devoti della Vergine e di Francesco Maria Mazza. Si vietava a tutti di impedirne i lavori, pena la multa di mille ducati. Infatti la strada veniva dichiarata pubblica. Tutti i cittadini, che in qualche modo ne usufruivano, perché abitavano nei dintorni, erano tenuti a mantenerla in ordine. Cosa significhi strada “sodesca” non è facile saperlo. La misura della lapide marmorea è di cm 67X97 e si trova nello spiazzo antistante la chiesa. Una caratteristica è quella di essere scritta in due lingue, un po’ in latino e un po’ in italiano. La leggibilità è in parte impedita dai ganci di sostegno posti in alto. SPECTABILIS D(OMINUS) AN(TONIU)S DE GAETA EQUES OR(DINIS) …ALATRAVAE REG./ CA(…)LLAM REG.S LOCU…R.AE .. ET DELEG(ATIONE)S D(..)VA CAT(HOLI)CA MAIEST(E)M / IN NEG(OTII)S REG(…)RU VI(A)RU(M) ET PONTIU(M) HUIUS REGNI / *** BAN(D)O, E COMAD(AMEN)TO DA PARTE DELL’ILL(USTRI) S(IGNO)RI DELLA GIUNTA DELLE R(EGI)E / STRADE E PO(N)TI DI QUESTO REGNO, AD INSTA(N)ZA DELLI DEVOTI DELLA / VEN(ERABI)LE CHIESA DI S(AN)TA M(ARI)A DEL FARO DI POSILIPO DELLA CITTÀ DI / POZZ(UOLI), E DEL D(OTTO)R FRA(NCES)CO M(ARI)A MAZZA / S(I) ORD(IN)A E CO(MAN)DA A TUTTI, E 74 QUALS(IVOGLIA) STATO E CONDITIO(NE) E(S)SI SIANO CHE P(ER) ESEQ(UIR)E DI / DECR(E)TI INTERPOSTI P(ER) L(O) INFRA(SCRI)TTO S(IGNOR) PRES(IDEN)TE D(ON) OTTAVIO DI SIMONE / COM(..)RTO A 18 AG(O)STO 1677, E P(ER) D(ETT)A R(EGIA) GIU(N)TA A(LI) 2 AP(RI)LE 1678 I(N)TESA LA M(..)CA / AN(N)A DE MARINO ET ALTRI CO(L)LATE(R)ARII SOTTO PE(N)A DI DUCATI/ MILLE NESS(UN)O ARDISCA NE PRESU(M)A DI I(M)PEDIRE NE’ FAR I(M)PEDIRE LA/ STRADA CHE DAL CAS(ALE) DI S(AN)TO STRATO SI CALA ALLA D(ETTA) CHIESA DI/ S(AN)TA M(ARI)A DEL FARO CHIAMATA LA SODESCA P(ER) ESSER Q(UE)LLA STATA/ DICH(CHIARA)TA VIA PUB(BLI)CA MA SOTTO D(ETT)A PE(N)A DI DUC(A)TI MILLE SI DEBBIA DALLI VIC(I)NI/ D(I) ESSA Q(UE)LLA AN(N)E(TT)ARE NE(I) MESI DI MAG(GIO) E 7(M)BRE DI CIASC(UN) A(N)NO, E TE(NE)RLA/ ROGATA (?) A LORO SPESE CO(N) NO(N) FARVI PON(E)RE IMPED(IMEN)TO ALC(U)NO DI MODO CHE RE/ STI LIBERA NEL PASS(A)GGIO SI FARÀ DA QUALS(IVOGLI)A SORTE DI VIA(N)D(AN)TE E NO(N) SI FACC(IA) IL/ CO(N)TRARIO P(ER) QUA(N)TO S. MAT(…) A(...) CAROLA GRA(...) DI S(UA) M(AES)TÀ SOTTO LE D(TT)E PE(N)E / DE DUC(A)TI MILLE D’ESEGERSI DA CIASC(UN)O CO(N)TR(ARIAMEN)TE F(...)CO R(...)O ETC(ETERA). DAT(O) NEAPOLIS DIE XX / M(ENSI)S IUL(II) 1678. D(OMINUS) ANT(ONIU)S GAETA REG. ET R. C. L. / V(IDI)T FISCUS D(OMINUS) OTTAVIO SIMONE FRANC(IS)CUS ANT(ONIU)S CARUSIUS CREDEN(...)S 75 L’appellativo di Virgilio Marone, considerato come un semplice appellativo di Virgilio, significa Signore-celibe, vergine (in greco parthenos). Così viene spiegato da Ascoli Graziadio: “… Ma io crederò che d’altro non si tratti se non di un marôn arameo, che propriamente direbbe Signorello, Signorino, ed è portato come nome proprio da quell’eremita del V secolo, onde traggono il loro nome i Maroniti”. 15 La tradizione ha sempre considerato di Virgilio, di corporatura robusta, di voce piuttosto fioca, non sposato e che si teneva lontano da avventure amorose. Allo stesso modo il nome di MARIA potrebbe avere questa medesima origine e quindi sottolineare la sua dignità signorile, di donna vergine (Signora- vergine), che appartiene solo a Dio (Jahweh). MARAH-JAH(WEH) hw"hy>-hr"m" Il nome Maria = La vergine di Dio 15 ASCOLI GRAZIADIO ISAIA: Iscrizioni inedite o mal note greche, latine, ebraiche di antichi sepolcri giudaici del Napolitano - Ed. Arnaldo Forni (ristampa anastatica 1880) – Sala Bolognese, 1978, pag. 23 76 Capitolo VII JUSPATRONATUS DEI MAZZA La famiglia dei Mazza, proveniente da Salerno, operò a Marechiaro ai tempi del papa Innocenzo XI, come dimostra una lapide marmorea conservata sul posto. Il documento marmoreo porta la data del 1680 e riferisce del lavoro svolto a beneficio della chiesa da loro trovata in precarie condizioni. Juspatronatus dei Mazza Quindi negli anni precedenti (1687-80) i Mazza, che ebbero in perpetuo lo iuspatronatus della zona. Ricostruirono dalle fondamenta l’edificio sacro e l’adornarono al suo interno. Una lapide illustrativa si trova nel piazzale antistante la Chiesa di S. Maria del Faro. D.O.M. INNOCENTIO XI PONT. MAX. CONCEDENTE SACRAM HA(N)C AEDEM VETUSTATE IA(M) COLLABENTE A FUNDAMENTIS REPARAVIT INSTAURAVIT EXORNAVIT DOTAVIT IUSPATRONATUS PRO SE SUISQUE HAEREDIBUS AC SUCCESSORIBUS IN PERPETUU(M) ESSE VOLUIT V.I.D. D. FRANCISCUS MARIA MAZA ANNO MDCLXXX 77 “Piscina” per allevare pesci Iscrizione marmorea posta dai Mazza presso la Domus Pollionis. Si trova di fronte alla chiesa, distante poco più di cento metri. Sulla porta d’ingresso alla casa si trova la scritta Domus Pollionis. La preziosa lapide si vede dall’esterno ma si leggere solo entrando nel cancelletto. Chi scrive ha avuto la fortuna di chiedere al proprietario e di ottenere il permesso di copiare il testo abbastanza lungo e tutto in latino. Si parla delle antiche “piscine” costruite per l’allevamento di pesci, tra i quali le voraci murene. Le testimonianze sono state ricavate da diversi storici. Huc ad Pollionis Piscinas Vicinus patet Curiosis Accessus Vedius seu Vibius Pollio ille Romanus Eques ex Amicis Divi Augusti in eis Muraenas habebat Humano Sanguine saginatas et Humana Carne Vesci Edoctas ipsisq(ue) Mancipia Morti Damnata obiiciebat Novum crud elitatis exemplar Novum Saevitiae Documentum Muraenas ad Poenam comparari Fato tandem cessit Anno Urbis 739 1 et piscinasin Haereditate Augusto legavit admirare quis quis es Pollionis immanitatem nulli secundam Piscinas nullo Aevo perituras Temporis edacitate confracta 1 Corrisponde all’anno 14 a.C. 78 ex Historicorum Testimonio Capac. Mazzell, Summont, Mormil, Baltran De Magistr, Dion. Plin. Senec, Lips, Rhodicin Iovij, Ravis Textor, et aliorom haec excerpsit U.I.D.D. Fran(cis)cus M(ari)a Maza loci Dominus et loquacem lapidem Mutis Piscibus P Francesco Maria Mazza era persona istruita e mise una loquace lapide per i pesci muti: p(osuit) loquacem lapidem mutis piscibus. Plinio il vecchio ci ha tramandato una curiosità circa un pesce di 60 anni di età. Iscrizione (1683) Questa scritta, sormontata dallo stemma della famiglia Mazza (due mazze incrociate e elmo da guerriero), si trova incisa in un marmo collocato in un cortile di Marechiaro, sotto la Chiesa di S. Maria del Faro. Qui in zona c’era un porto per mercanzie. AERUMNARUM PORTUS AC META LABORUM D. FRANCISCUS MARIA MAZA P(osuit) MDLXXXIII Iscrizione minore (1688) Questa scritta si trova sopra una colonnina cilindrica di marmo bianco (altezza circa m. 1), sormontata da una sfera di marmo bianco. L’ho trovata posta in un cortile di Marechiaro, sotto la Chiesa di Santa Maria del Faro. F(ranciscus) M(aria) M(aza) P(osuit) 79 *** Tempietto del tempo di S. Pietro Continua il Guiscardi nel suo libretto: A brevissima distanza da questo rudero, abbiamo una Chiesetta oggi dedicata alla Madonna del Faro. Per ora diciamo che a noi non è stato punto possibile sapere chi la costruì. Come dimostreremo in seguito, questa Chiesetta è molto antica. Fu edificata nei primissimi tempi del Cristianesimo, nello stesso sito dove prima erano adorati gli Dei. 2 La festività della Madonna del Faro è celebrata ogni anno nella domenica immediatamente successiva alla Pasqua di Risurrezione, con varie funzioni religiose e con immenso concorso di gente che viene anche per mare.3 L’autore si lamenta con gli estensori delle Guide di Napoli del 1800 perché non riferiscono nulla sull’importanza di Marechiaro. Oggi le cose non sono cambiate di molto, poiché in certe mappe geografiche della città di Napoli, l’intera zona di Posillipo viene esclusa, fermandosi a Mergellina. Allora il Guiscardi ricorre al secondo volume del Capaccio per trovare notizie utili alla sua ricerca. Difatti dal Capaccio, (pagina 15 del detto volume, edizione sopra indicata) abbiamo quanto segue: “In Pausilypano promontorio Templum Fortunae fuisse dicatum lapis ille ostendit, quem in Neapolitana Religione notavimus a Vesorio Zelojo cum Pantheo positus. Aedicula hac aetate S. Petri ad Fortunam extat. Fortasse non longius templum illius numinis aberat… atqui in Graeci illius villa… ad D. Mariae templum quod Pharum appellant”8 2 GUISCARDI: op. cit. pp. 5-6 GUISCARDI: op. cit. p.6 / Giovanni Paolo II volle ricordare in questa domenica l’amore misericordioso di Gesù Cristo. 3 80 Dal volume primo delle Storie del Capaccio, pag. 200, rileviamo – continua il Guiscardi – qualche altra cosa sulla Fortuna e sul Tempio: “In promontorio Pausilypano inventus ubi et Fortunae Templum fuisse… In Villa nobilis cujusdam Graeci… et antiqua aedificia instaurantem saepe sum admiratus in quo haec leguntur”: VESORIUS ZELOIUS POST ASSIGNATIONEM AEDIS FORTUNAE SIGNUM PANTHEUM SUA PECUNIA D. D. Il prezioso libretto del Guiscardi riporta un’altra brevissima iscrizione concernente un riferimento temporale: il tempietto esisteva già vivente S. Pietro. Aedicula hac aetate S. Petri ad Fortunam extat 4 Conclude il Guiscardi a pagina 7 del suo libretto: Ai nostri benigni lettori lasciamo la più ampia facoltà di appurare chi fosse questo Vesorio Zelojo. La preziosa lapide dei tempi del Capaccio non esiste più a Marechiaro al sito archeologico del tempietto di Iside, posto a pochi passi dalla poetica fenestrella cantata da Salvatore di Giacomo. Più volte mi sono occupato di ricercare su testi latini e greci il nome di Vesorio Zelojo senza alcun risultato. Il libretto del Guiscardi dovrebbe essere di nuovo ritrovato e possibilmente ristampato. La copia da me consultata e in parte ricopiata negli anni 1983-1984 era già considerata preziosa e rara in mano di un collezionista privato. 4 CAPACCIO GIULIO CESARE: Storie Napoletane Vol. II, Ed. Gravier, 1771, pag. 15. Riportato in GUISCARDI FRANCESCO: op. cit. pag. 7. 81 Iscrizione a Maria Immacolata Un’altra iscrizione si trova all’interno della Chiesa di S. Maria del Faro in onore dell’Immacolata Concezione . Sono lettere dipinte in scuro su lavabo ricavato dal riutilizzo di un’antica fontana originariamente collocata altrove. Deiparae sine labe conceptae Januarius Casconus ex(titit) Datatione AD 1668 *** Iscrizione conosciuta e integrata da Mommsen in CIL 1488: riguarda la strada della Cripta di Posillipo. Iscrizione ignota allo scrivente. Un guerriero del sec. XIV La pietra sepolcrale, rubata prima dell’inizio del terzo millennio era un anello di congiunzione fra l’epoca del crollo del lucullano per la temibile invasione degli arabi (902) e il 1600 dell’Arigucci, del Campanile, dei Mazza. Si trovava custodita nello spazio antistante la chiesa di S. Maria del Faro. Lapide sepolcrale databile al sec. XIV. Marmo bianco (cm. 100 x 75). Stato di conservazione poco buono. Registrato dalla Sovraintendenza delle Gallerie di Napoli con il n. 15/00 15640. Raffigurava scolpito il bassorilievo di un guerriero con le mani incrociate sul ventre, spada, pugnale e due cani accucciati ai suoi piedi (per indicare la sua fedeltà ). La scritta sui bordi era illeggibile. Notizie storico critiche: Il sepolcro, che doveva trovar posto nella chiesetta, di cui si hanno notizie sin dal tempo del re Roberto di Angiò (F. ALVINO, Napoli 82 1845, pag. 109) fu asportata dal suo luogo di collocazione originaria nel 1680, quando la chiesa fu restaurata dalla famiglia Mazza. 5 *** Frontone di sarcofago (sec. V-VI) Una lastra marmorea situata sul piazzale della Chiesa di S. Maria del Faro. Marmo bianco (cm. 100 x 200). Lastra strigilata e al centro reca in un ovale, due mazze incrociate. I quattro bordi dei suoi lati sono decorati con motivi ad ovuli dentellati. Sembra si tratti di un frontone di sarcofago dei primi secoli (V-VI). Non tragga in inganno lo stemma dei Mazza, inciso probabilmente a scopo di preservazione da furto. Potrebbe essere stato il frontone di sarcofago per S. Gaudioso, o per S. Severino prima della loro successiva traslazione. Frontone di sarcofago (sec. VI) Lastra marmoreo situata sul piazzale della Chiesa di S. Maria del Faro. Sembra si tratti di un frontone di sarcofago da far risalire al sec. VI. Di quale abate può essere stato? Tronco di colonna Sul piazzale della Chiesa di S. Maria del Faro si ammirava anche un troncone di colonna alta circa un metro, di colore scuro. Proveniente forse dalla chiesa stessa, da una sua antica costruzione (sec. VIII-IX). 5 Cf. Archivio Parrocchiale di S. Maria del Faro. Annotazioni della Soprintendenza delle Gallerie di Napoli 83 Archi in pietra Sotto l’altare maggiore della Chiesa di S. Maria del Faro esiste un vano abbastanza ampio; in una parete (quella opposta all’attuale facciata della Chiesa) ho visto un arco in pietra e altri due (uno a destra e l’altro a sinistra) di dimensioni più piccole. Potavano essere i tre ingressi di una primitiva chiesa. Purtroppo le pareti furono successivamente intonacate e gli archi scomparvero. Tutto il vano si denominava tradizionalmente “Terra Santa”, ossia luogo di sepoltura. *** Salve regina S. Alfonso Maria De Liguori commentò la Salve Regina nel suo libro Le glorie di Maria, conosciuto in tutto il mondo cattolico. Salve, regina, madre di misericordia, vita, dolcezza e speranza nostra, salve. A te ricorriamo, esuli figli di Eva; a te sospiriamo, gementi e pingenti in questa valle di lacrime. Orsù dunque, avvocata nostra, rivolgi a noi gli occhi tuoi misericordiosi. E mostraci, dopo questo esilio, Gesù, il frutto del tuo seno. O clemente, o pia, o dolce Vergine Maria. 84 Capitolo VIII TOPOGRAFIA DI NAPOLI E POZZUOLI Segue un commento alle mappe dal 1500 (Hoefnagel) al 2000 (satellitare). Alcune sono da me conservate, riprodotte per fotocopia da fonti varie (= libri, riviste), altre sono state verificate sul posto, principalmente al Museo di Capodimonte (Napoli) in occasione della Mostra del 1600. Si porta l’attenzione in modo speciale alla Grotta di Seiano, e alla Grotta di Mergellina. La lettura ragionata mette in luce il territorio della Chiesa di S. Maria del Faro (Napoli – Marechiaro). Viene sostenuta la tesi dell’unicità di certi siti attribuiti una volta a Napoli e una volta a Pozzuoli. Es. S. Gennaro è stato martirizzato a Napoli – S. Gennaro è stato martirizzato a Pozzuoli. Le indicazioni sono vere sia l’una che l’altra. Il luogo è sempre quello ed è unico. Questo medesimo luogo in certi periodi storici entrava nei confini di Pozzuoli e in altri periodi storici entrava a far parte dei confini di Napoli, come ai nostri giorni. Il territorio attuale della parrocchia di S. Maria del Faro ora si trova nella città di Napoli; altre volte era considerato nei dintorni, (= fuori dal territorio cittadino, quasi fosse in provincia), e altre volte era nella cerchia topografica di Pozzuoli. È quindi del tutto possibile (= probabile) che S. Gennaro sia stato martirizzato proprio nel territorio dell’attuale parrocchia di S. Maria del Faro. La stessa cosa si può dire della Grotta di Seiano, ora considerata nella mappa di Posillipo (= Napoli), ma in altri periodi considerata Grotta di Pozzuoli. Perché non riflettere di conseguenza anche sulla Cala di Trentaremi? Ora fa parte delle acque del Golfo di Napoli, ma è sempre stato così? Non era forse questo l’antico porto greco romano di Pozzuoli, famosissimo in tutta la storia e la letteratura antica? Le mappe ci possono aiutare a comprendere meglio la posizione 85 geografica del territorio che ci riguarda da vicino e a risolvere le affermazioni all’apparenza “contraddittorie”. 1 – Mappa di Giorgio Hoefnagel 1578 Pinxit Georgius Houfnaglius, Anno 1578. Annotazioni personali – (Grotta di Seiano – Ingresso ovest da Coroglio). Non condivido l’annotazione conclusiva di Teresa Coletta dove scrive a proposito della veduta prospettica di Napoli dell’olandese Hoefnagel: “ci sembra poter individuare in quest’antro raffigurato, la famosa Crypta Neapolitana”. Sono invece del parere che si tratti di una prospettiva ben determinata, con punti cardinali precisi per cui si tratta della Crypta Puteolana (= Grotta di Seiano) e non della Crypta Neapolitana (= di Mergellina). 1 Ci sono inesattezze anche nella descrizione della Grotta di Seiano. “seguendo un cunicolo di circa 150 metri, uscendo a grande altezza sopra la Cala di Trentaremi”. La Grotta di Seiano infatti è lunga più di 800 metri, ha un’apertura laterale sulla Cala di Trentaremi, ma il suo sviluppo procede dalla zona Gaiola alla Discesa di Coroglio. 2 – Tavola Peutingeriana ( particolare) La Tavola (= mappa) è conservata alla Nationalbibliothek di Vienna. Descrive le antiche strade dell’Impero Romano. L’originale è da collocarsi nell’età imperiale. 2 1 COLETTA TERESA: Atlanti di Città del Cinquecento – Ed. Scientifiche Italiane Napoli 1984, pag. 101 2 Cf. Adriano Pennacini, in L’ENCICLOPEDIA – A cura del giornale Repubblica 2003, Vol. 16, pag.104. 86 Mappa di eccezionale importanza per collocare tra Napoli e Pozzuoli la Grotta di Seiano (= Grotta di Pozzuoli - Grotta della Dicearchia). 3 Lettura: Capua - Via Atellana – Napoli (Grotta di Mergellina) – Grotta di Seiano (= Cala di Trentaremi), dove è arrivato e da dove è partito S. Paolo per andare a Roma. La Mappa Peutingeriana viene riportata nei volumi della Storia di Napoli. Cf AA. VV. Storia di Napoli Vol 2, Tomo 2 / Ed. Storia di Napoli – Napoli 1969, pag. 280. 4 3 –Schizzo di Marechiaro con posizione del Lucullano Disegno essenziale della costa di Napoli, zona Marechiaro. Un disegnino del Lucullano (= Costruzione antica presso la Discesa Gaiola, con scritto su marmo Lucullano ). Autore P. Rota. 4 – Carta del litorale di Napoli 3 Vedi Mappa 8 di Buzzi – Maresca 1780. Crypta della Dicearchia erroneamente attribuita alla Grotta di Mergellina. Tali errori sono frequenti negli storici di Napoli. 4 Capua conserva tracce dell’antica storia descritta dalla Mappa Peutingeriana. “Lasciata San Leucio, si abbandona per poco la statale 87 per raggiungere il piccolo centro di Sant’Angelo in Formis, situato alle falde del monte Tifata (602 m). In passato era la zona residenziale di Capua, dalla quale dista 5 Km. Deve il suo prestigio alla basilica omonima, di impianto romanico, costruita verso la metà dell’XI secol sui ruderi di un tempio a Diana Tifatina, anticamente luogo sacro per tutti i popoli campani. La chiesa ha tre navate, che conservano ancora il pavimento del tempio pagano: un’iscrizione porta la data del 74 a.C.. Di particolare importanza è il ciclo di affreschi che decora tutto l’interno e che risale al Mille”. (100 itinerari italiani – Opera realizzata con Dove, la rivista di vacanze e tempo libero – Cartografia De Agostini – Novara - Edizione Kweit Petroleum Italia Spa – 1996, pag. 330. 87 Carta del littorale (sic) di Napoli e dei luoghi antichi più rimarchevoli di quei contorni, delineata per ordine del Re, da Gio. Ant. Rizzi- Zannoni, geografo di sua Maestà / MDCCXCIIII Giuseppe Guerra Nap. Reg. Inc. – Acquaforte, cm 74x44 – Inv. 13684 dell’Istituto Suor Orsola Benincasa (Napoli) – Carta del 1794 Annotazioni personali: 1. Il Golfo di Napoli include anche quello di Pozzuoli 2. Le due colonne ornamentali poste dietro al cartiglio fanno pensare a quelle del tempietto di Iside a Marechiaro 3. La figura maschile porta le ali e sta seduta, quella femminile sta in piedi ed è senza ali. 4. La parte montuosa di Posillipo è posta in tratteggio scuro, parallela a quella della penisola Sorrentina. 5 – Golfi di Napoli e di Pozzuoli. Foto satellitare. Viene evidenziata la penetrazione del Volturno in mare. L’Abbazia Santa Maria del Faro si trova a sud ovest di Napoli Riportata dalla rivista Natura Oggi Mensile di cultura del tempo libero Anno 1 – N. 2 – Giugno 1983 6 – Santo Strato di Posillipo e Marechiaro (Sd) Annotazioni personali: 1. Mappa molto particolareggiata. Valida anche nel 2000. 2. Riporta nitidi i contorni della costa, la nomenclatura delle varie zone, i dislivelli dall’acqua del mare. 3. Segna con una crocetta il luogo del Lucullano. 4. La Grotta di Seiano attraversa la Collina Coroglio dalla Gaiola al versante opposto (segnata con tratteggio). 5. La Chiesa di S. Maria del Faro sovrasta il mare. 88 6. Collegio Denza (dei Barnabiti), Villa Terlizzo, Villa Argento, Villa Diana, Villa Malatesta. 7. Cala Badessa, Cala Trentaremi, Cala S. Basilio 8. Collettore di Napoli 9. Monte Coroglio (m. 155) 7 – Il Golfo di Pozzuoli (1797) Mappa di Pozzuoli secondo lo stato presente, anno 1797 Si vende da Antonio Hermil Figlio librjo francese di Toledo Acquaforte cm 44 x 56, 5 Inv. 13.687 Fondazione “Pagliara” Ist. Suor Orsola Benincasa – Napoli. 5 Annotazioni personali – Veduta a “volo d’uccello” dal mare ai monti, cioè da sud a nord. Veduta molto ampia e dettagliata. Comprende tutta la zona di Marechiaro; in questo è un completamento della mappa Buzzi – Maresca (1780); tuttavia i punti di vista sono diversi poiché una riguarda i monumenti antichi e l’altra riguarda lo stato presente di Napoli. L’indicazione “S. Francesco” viene collocata sulla terraferma della Gaiola. La Grotta di Seiano cambia denominazione là dove si segnala, verso Coroglio, l’Acqua della Grotta di Silla. Forse nel passato fu chiamata Grotta Sillana? Si legge ancora: Marepiano e Tempio della Fortuna. Si nota la posizione della Chiesa di S. Maria del Faro con il tipico campanile. Alla Gaiola si nota: Scola di Virgilio e Capo d’Agnone (forse equivale a Capo di Annone). Vedi dicitura dell’Isola di Nisita – (Cala di) Trentaremi. A Ischia si nota: Casa Mazza. 5 La mappa viene riprodotta in AA. VV.: Itinerari Archeologici a Napoli e Dintorni – Napoli 1983. 89 8 – Mappa dei Monumenti greci e latini (1780) Carta di Napoli con leggenda dei monumenti greci e latini. Carolus Buzzi et Franciscus Maresca 1780. Napoli, Museo Nazionale di S. Martino inv. 101008. Annotazioni personali - Nel cartiglio centrale, al n. III si legge: ΛΕΙΜΩΝ, Mare piano seno a Posilipo. Si consideri l’importanza dell’antico Limon. Ne parla anche Stazio: Silvae II,2.82; III, 149. Doveva essere una strada litorale ben protetta e sicura diretta alla Gaiola. Il Falero (= Faro) viene trasferito idealmente ve rso Mergellina. Si ignora l’antico circo romano, già segnalato dalla Mappa Francese (1701). Viene ignorata la Grotta di Seiano, mentre si evidenzia la Grotta di Mergellina, chiamata Crypta della Dicearchia, in greco, e in italiano Grotta di Pozzuoli. A mio parere la denominazione “Dicearchia” si addice alla zona della Gaiola. In conclusione si può dire che la mappa Buzzi – Maresca non considera l’importanza di Marechiaro e trasferisce verso Mergellina la storia topografica di quella località. 9 – Le meraviglie di Pozzuoli e Baia 1701 Les Merveilles de Pozzoli ou Pouzzol, Cume et Bayes dans les voysinages de Naples. Par N. de Fer. a Paris chez l’auteur dans l’isle du Palais sur le Quai de l’orloge à Sphere Royale avec Privil. du Roi 1701. Bulino, cm 22x33 (Pozzuoli, collezione Artigliere). Annotazioni personali: 1. Notare l’antico circo romano con obelisco di fronte a Nisida (Nisita isle), dove si svolgevano le Italidi, iniziate nell’anno 2 dopo Cristo. 2. La via Napoli – Pozzuoli è quella che parte da Piedigrotta diretta a 90 Fuorigrotta. 3. L’inizio dell’itinerario parte dalla Grotta per antonomasia (allora), quella esistente a Mergellina. 4. Monte Nuovo: Montagne formée en 24 heures l’an 1538.(12) 5. Si fornisce un’etimologia di Posillipo: Pausilippe, Chasse Chagrin. 10 – Golfi di Pozzuoli e di Napoli (1980 c.) Annotazioni personali: Al centro sud di dei due golfi si trovano: Nisida, Cala di Trentaremi, Gaiola e Marechiaro Purtroppo la zona di Marechiaro risulta sprovvista di battello. 11 – Mappa di Baia (1580) Nullus in orbe praelucet amoenis Baiis – Abramo Ortello – Georgius Hoefnaglius…1580. Incisione acqurellata, cm 33 x 48. Pozzuoli, collezione D’Auria. Annotazioni personali: 1. Il nome Dicearchia viene ubicato nell’attuale Pozzuoli. Il tribunale della Suprema Giustizia sembra da collocarsi altrove. L’antico Tribunale non coincideva necessariamente con la città. Così l’antico porto di Pozzuoli non coincideva con la città stessa. 2. È molto trascurata la zona di Marechiaro e della Gaiola. 3. Si nota la tendenza a trasferire a Baia il “Theatrum Puteolanum”, forse quello dell’architetto Bechi. 4. Il Theatrum non dovrebbe confondersi con lo stadio delle “Quinquatria” L’antico Stadio delle Italidi sembra si trovasse sopra Nisida. 6 12 – Mappa di Pozzuoli 1586. 6 Vedi Mappa francese del 1701. 91 Napoli, Museo San Martino; incisione su rame di A. Brambilla (Ed. C. Dechetti, Roma 1586). Altra didascalia: La collina di Posillipo, i Campi Flegrei e Pozzuoli in una stampa del tardo cinquecento. 7 Explicatio aliquot locorum quae Puteolis spectantur. Annotazioni personali: 1. Noto la scritta Mons Pausilipus lungo tutto il dorso della zona dal Mare (= Nisida) a Mergellina. 2. Vedo segnalata la Chiesa di S. Maria del Faro. 3. La scritta Prmontorium Pausylipi è segnata vicino a Nisida, dove si legge Scopulus Nisidae (che è lo scoglio detto altrove del Lazzaretto). 4. Non si nota la Grotta di Seiano. 5. Non è segnalato l’antico Stadio romano di fronte a Nisida. 13 – Mappa Bertellio 1599. Annotazioni personali: 1. Viene presentata una mappa dei Campi Flegrei a volo d’uccello. 2. Si raggiunge anche l’Isola di Nisida. 3. Si scorge la collina di Posillipo (Mons Pausilipus) e il Promontorio Pausilipi nella posizione dell’attuale Gaiola. 4. La Cala di Trentaremi viene indicata con la dicitura di Portus Nisidae . 5. Nisida viene indicata come fortezza (Arx). 14 – Mappa di Napoli 1620 circa. Al Museo Poldo Pozzoli (Milano), visitato in data 12.02.1991, ha attirato la mia attenzione una sala dove c’erano due stipi (comò) di Napoli del 1620 circa. Portavano incise in avorio mappe di diverse 7 In AA. VV.: La Storia di Napoli Vol. IV, Tomo 2 – Ed. Storia di Napoli – Napoli 1967. (Inserto successivo alla pag. 112 Fig. 17) 92 città; vi era raffigurata anche Napoli con un’estensione a ovest molto ridotta, leggibile S. Leonardo. Veniva esclusa la zona di Marechiaro. 15 – Mappa Baratta 1628. Fidelissima Urbis Neapolitanae cum omnibus viis accurata et nova delineatio adita in lucem ab Alexandro Baratta 1628. Annotazioni personali: 1. Mappa trovata esposta alla Mostra del ‘600 presso il Museo di Capodimonte (Napoli), da me visitato il 3 gennaio 1985. 2. Nella didascalia della Mappa si legge tra l’altro: 137 S. M. della Grotta a Posillipo e all’incur. 202 S. Maria del Faro al Capo Posilipo. 3. A riguardo dei Borghi di Napoli si trova scritto: “Hanno tutti preso il nome delle chiese che vi sono. Il 1° viene detto di S. M. della Rete, il 2° di S. Antonio, il 3° di S. Maria delle Vergini (…), il 7° che è il più delizioso nella spiaggia di S. Leonardo col vocabolo corrotto detto Chiaia, è d’aria temperatissima e molto giovevole pei convalescenti di ogni infermità. Al fine di detta spiaggia si vede quella mirabil grotta per la quale si va da Nap(oli). a Pozzu(o)lo fatta dagli antichi greci. Vedesi sul monte appresso l’entrata della grotta sp (sopra) detta a man sinistra l’um(ile) sepoltura di Vergil Principe dei Poeti. No’ lunge da d(ett)a sepultura presso al lido è il sepolcro famosissimi di Giacomo Sanazzaro splendore dei Napoletani chiamasi il luogo Mergellina. Si va inanzi al legiadrissimo monte di Posilipo sporgendosi a guisa di un braccio verso mezzodì quasi tre miglia nel mare, ove si veggono magnifici Palagi vaghi e dilettevoli giardini che in tutta la riviera si scorgono, edificati dei Signori Napolitani…..”. 4. Didascalia apposta dagli organizzatori della Mostra del ‘600: Alessandro Baratta – Veduta a volo d’uccello della città di Napoli 1629 (sic) 93 Incisione su rame – Roma, coll. Banca Commerciale Italiana. 5. La parte di Marechiaro è abbastanza curata. Visibile la costruzione del faro segnalato con un disegnino. Visibile anche il Lucullano e la Grotta di Seiano. C’è quindi una conferma importante sulla topografia del Lucullano presso la Gaiola. 16 – Veduta di Napoli di Nomé (sec. XVII) François De Nomé (1593-1640 ca) - Veduta di Napoli – Napoli, coll. Dalla Vecchia. Annotazioni personali: 1. Si tratta di un quadro esposto alla Mostra del ‘600 al Museo di Capodimonte – Quadro a olio 2. Si vede bene la zona di Marechiaro 3. Si notano bene lo schizzo biancastro della Chiesa di S. Maria del Faro (facciata e campanile sulla destra) e quello del faro (= torrione con fuoco sovrastante), e quello del Palazzo degli Spiriti in riva al mare. 4. Una strada scende dalla Chiesa di S. Strato a S. Maria del Faro, dalla parte di Pontarello. 5. Ben visibile è la Grotta di Seiano (ingresso verso la Gaiola). 17 – Veduta di Napoli del Miotte 1648 Pietro Miotte – Veduta di Napoli 1648. Napoli, coll. Del Franco. Annotazioni personali: 1. Mappa esposta al Museo di Capodimonte alla “Mostra del ‘600. 2. Rilievo di alcune didascalie: 8. Mergolino (= Mergellina) 94 18. Nisita isoletta dietro Posilipo. 52. Fortino tenuto dal popolo al Capo Posilipo e di quivi scorrono per il monte sino a Vomero e all’altra parte della città. 3. La posizione del “Fortino” era nella zona di S. Maria del Faro. 4. Si riflettono i tempi della rivolta di Masaniello (+ 1647) 18 – Mappa di Pozzuoli e vicinanze 1685. Pozzuoli e sue vicinanze novamente dato in luce da Antonio Bulifon 1685) Antiporta – Incisione su rame Napoli; libreria antiquaria Cicerano e Grimaldi. Annotazioni personali: 1. Tale mappa viene riportata all’inizio del libro di Pompeo Sarnelli: Guida de’ Forestieri per Pozzuoli, Napoli – Giuseppe Rosselli, a spese di Antonio Bulifon 1688. 2. Questo libro di Sarnelli, con allegata mappa di Pozzuoli, era esposto alla Mostra del ‘600 al Museo Capodimonte (Visitata all’inizio del 1985). 3. Dalla mappa ho rilevato le seguenti didascalie: 1. Entrata della grotta (= di Mergellina) 2. Sepolcro di Virgilio 4. Posilipo 5. Circo antico 6. Isola di Nisida 7. Uscita della grotta 4. La grotta e il sepolcro di Virgilio sono indicati a Mergellina. 5. Il circo antico è indicato di fronte a Nisida sulla Collina Coroglio (= Parco delle Rimembranze). Ulteriore conferma della topografia dello Stadio delle Italidi. 6. Non viene riportata la Grotta di Seiano. 95 7. Il primo capitolo del libro del Sarnelli incomincia così: Della Grotta detta di Pozzuoli. Dimandasi questa grotta di Pozzuoli, come quella che fu fatta per andar più comodamente a quella città, senza impegnarsi col mare, ò pure senza ascendere il monte. Autore del cavamento di quello fu un tal Coc(ceio)…. 19 – Atlante del Regno di Napoli (1806-1808) Atlante del Regno di Napoli, ridotto in VI fogli per ordine di Sua Maestà Giuseppe Napoleone I, Re di Napoli e Sicilia, Principe Francese e Grand’Elettore dell’Impero da Gio. Antonio Rizzi Zannoni, Direttore del Gabinetto Topografico di S. M. 1806-1808. Giovanni Antonio Rizzi Zannoni, Gius. Azzerboni e Aless. d’Anna inv. e del. (il cartiglio), Marco di Pietro scrisse, Vincenzo Aloja incise. Acquaforte e bulino. 6 fogli – 462 x 662 (campo cartografico)… Annotazioni personali. 1. Diventano importanti il Golfo di Napoli e il Golfo di Salerno. 2. Le particolarità perdono d’importanza. 3. Si notano Pozzuoli, Nisida, Capo Posillipo, ma non facenti parte della città di Napoli. 4. La denominazione Lavoro (= Terra di Lavoro) viene estesa alla fascia interna di Capua. 20 – Carta Topografica e idrografica (1817) Carta Topografica e Idrografica dei contorni di Napoli levata per ordine di S.M. Ferdinando I Re del Regno delle due Sicilie dagli uffiziali dello Stato Maggiore e dagl’ingegneri topografi negli anni 1817.1818.1819… / Piante delle principali antichità del territorio di Pozzuoli. Annotazioni personali: 1. Nella zona di Marechiaro non viene segnalata nessuna antichità. 96 2. Si nota l’equivalenza: Posillipo = Mergellina. 21 – Regno di Napoli (1827) Carta geologica di M. Tenore, tratta da “Cenno sulla geografia fisica e botanica del Regno di Napoli (1827). Annotazioni personali: La città di Napoli è un territorio molto ristretto; non comprende la zona di Marechiaro, che invece gravita su Pozzuoli. Si notano solo Nisida e P.ta di Posilipo. 8 22 – Napoli e dintorni (1828-73) Pianta della Città di Napoli e de’ suoi contorni 1828-73. s.a. Delineata ed Incisa nel Reale Officio Topografico della Guerra. Incisione su rame (…). Annotazioni personali: Viene esclusa assolutamente le zone di Posillipo e di Marechiaro. Posillipo equivale quindi alla zona di Mergellina. 9 23 – Porto di Nisida (1838) Pianta del Porto di Nisida 1838 Antonio Rossi incisore – Incisione su rame… Annotazioni personali: 1. Si nota Monte di Posilipo in prossimità di Nisida. 2. Si nota la Strada Nuova di Posilipo (attuale Discesa di Coroglio), che prosegue con la strada di Bagnoli. 3. Non viene segnalata la Grotta di Seiano. 4. La Strada Nuova di Posilipo era stata iniziata da Gioacchino 8 9 CARTOGRAFIA NAPOLETANA dal 1781 al 1889 – Ed. Prismi – Napoli 1983. CARTOGRAFIA NAPOLETANA, op. cit. pag. 200. 97 Murat. 10 24 - Pianta di Napoli e di Pozzuoli 1847 Pianta e contorni di Napoli – Contorni e Golfo di Pozzuoli 1847. s. a. Litografia 435 x 478 (campo disegnato) Scala grafica di 1000 metri… Annotazioni personali: 1. La grotta di Marechiaro viene ignorata. 2. Si accenna (nella zona 33) alla Grotta di Pozzuoli, nelle vicinanze di “Margellina” (sic), 11 10 Fin dal 1809 Romualdo de Tommaso, ingegnere del Corpo di Ponti e Strade, provvide per ordine del Murat all’apertura di una nuova strada lungo la costa meridionale della collina di Posillipo, prolungata, dopo la seconda restaurazione borbonica, fino alla punta di Coroglio (e terminata solo nel 1840): il rinnovato interesse per l’area di Bagnoli e, soprattutto, le potenzialità marittime e commerciali di Nisida, insieme con l’intento di una generale ristrutturazione dei porti della zona flegrea, spinsero prima il Murat poi Ferdinando I a promuovere accurati studi in tal senso. Dal 1814 al 1832, in ben quattro scritti, Giuliano de Fazio metteva a fuoco le analogie storiche e tecnologiche dei porti di Nisida, Pozzuoli e Miseno, sottolineando la maggior validità, rispetto al moderno metodo dei moli continui, formati da massi sciolti, dei moli traforati romani, a pilastri e archi ribassati, atti ad assicurare la perpetua mobilità delle acque all’interno del porto, impedendo per quest’ultimo ogni sorta di insabbiamento. (CARTOGRAFIA NAPOLETANA dal 1781 al 1889, op. cit. pag. 151). Anche il ponte posto in cima a Via Marechiaro fu costruito con la Strada Nuova di Posilipo. Nel 1985 questo ponte si stava restaurando. Evidentemente la Grotta di Seiano, come galleria di transito di carrozze e di cavalli era stata abbandonata. Il litorale non era più percorribile e acquistò importanza l’attuale Via Posillipo adesso percorsa da macchine e dall’autobus dell’ATAN n. 140. Con la strada nuova del Murat la zona della Gaiola perdeva in parte la sua isolata sicurezza, favorevole nel lontano passato, al Tribunale Supremo (Dicearchia), ai carcerieri della prigione dei martiri puteolani e dello stesso vescovo S. Gennaro, alla prigionia di Romolo Augustolo e alla riservatezza del monastero lucullano. 11 Era più esatto chiamarla Grotta di Napoli. 98 dove si legge anche Tombeau de Virgile. 25. Mappa inglese di Napoli 1853 Naples / Napoli / Population 345.000 / Published under the Superintendence of the Society for the / Diffusion of Useful Knowledge 1835 [rectius 1853]. W. B. Clarke; T. Bradley, incisore. Incisione su acciaio (acquarellata)… London George Cox. Jan.y 1.st 1853. Annotazioni personali: 1. In un riquadro riportato in basso a destra c’è una visione di Napoli, dove la “Grotta” è vista in riferimento a Mergellina. 2. Hill of Posilipo (il Monte di Posillipo) è collocato poco prima di Mergellina. NB: Nelle mappe di Bertellio (1599) e di A. Rossi (1838) il Monte di Posillipo è segnalato di fronte a Nisida. 26. Mappa delle Guide Treves 1915 Dintorni di Napoli – Scala di 1 a 400.000. Lit. dello Stab. F.lli Treves – Milano. Annotazioni personali: 1. Napoli arriva fino a Mergellina. 2. La zona di Marechiaro è considerata fra i “dintorni”. 3. Nel contesto del libro si parla della Grotta di Seiano “visitabile ai turisti”. 27. Mappa Treccani 1949 Napoli e dintorni. In Enciclopedia Italiana Treccani, alla voce Napoli. 99 Annotazioni personali: 1. La denominazione “Coroglio” indica la spiaggia e la costa sopraelevata (m. 153), di fronte a Nisida. 2. Vengono segnalate le profondità marine; nella fascia attorno alla costa da Nisida a Marechiaro si mantiene attorno ai 25 metri. 3. Non viene segnalata la Grotta di Seiano. 28. Planimetria del Comune di Napoli (Sd) Comune di Napoli – Planimetria generale 1: 15.000 Casa Editrice Lozzi – Roma (Sd) Concessionaria esclusiva Interdipress Napoli (Via Ferraris, 132); Tel 267311 Annotazioni personali: 1. Marechiaro è ben evidenziato e anche “Ponticello Marechiaro” 2. Non è segnalata la Grotta di Seiano. 3. C’è il “Parco Virgiliano”. 29 – Mappa del Museo Caproni 1984 National Geographic Cartographic Division. Caproni Aeronautic Museum, Rome (opposite) National Geographic, May 1984. Annotazioni personali: 1. Nell’arco del Golfo da Baia a Pozzuoli sono indicate le rovine del Porto Giulio Cesare e le rovine del Porto Greco Romano tra il Serapide e l’Anfiteatro Flavio. 2. Il Porto Greco Romano di Pozzuoli non può essere invece alla Cala di Trentaremi? Allegato: Rovine del Serapide (Sd) 100 Filippo Marghese inc. A S. Ecc: la Vicecontessa Guglielmina Glenorchy. Veduta a Ponente degli avanzi d’un insigne edificio in Pozzuoli da molti creduto il Tempio di Serapide, in cui A. Piazza lastricata di Bianchi marmi; B. canale in ogni intorno per riccevere l’acque piovane e dirigerle fuori l’Edificio; C. Stanze Sacerdotali incrostate di scelti marmi; E. Stanza di Bagni espiatorj; E. Tempio Monoptero Sacro a Serapide; F. quattro scalinate per accedervi; G. Atrio Tetrastilo che introducea in altra fabrica; H. Varj piedistili per Simulacri diversi; I. Anelli p(er) legarvi le Vittime. Annotazioni personali: 1. Un personaggio fugge dall’area del Tempio inseguito da un serpente, altre due persone, sedute all’ombra esprimono l’una spavento e l’altra indifferenza. 2. Non è una vera mappa, ma un disegno illustrativo del Serapide considerato come un tempio; altri vogliono che sia un luogo di macellazione. 30. Mappa delle “Pagine Gialle” 1981 Tutto Città 81 – Una guida utile e completa della tua città. Napoli e Comuni limitrofi. Quartiere Posillipo. Tav. 14. (Scala) 1: 15.000 Allegato uno schizzo per segnalazione di modifiche da apportare. Annotazioni personali: 1. La Grotta di Seiano viene indicata con un tratteggio e con la sua denominazione (all’ingresso di Coroglio). 2. Il tratteggio è parziale e ne riduce di metà la lunghezza. 3. Non sono tratteggiate le tre derivazioni che si aprono verso il mare. 4. Viene segnalato il campo sportivo del “Parco Virgiliano”. 101 5. Alla Discesa Gaiola (ultimo tratto di strada verso il mare) non sono indicati i gradini. 6. Invio uno schizzo alla sede competente di Torino per segnalare la reale lunghezza della grotta. 7. Venni poi a sapere della modifica effettuata verso il 1986-87. 31. Veduta aerea del Golfo di Napoli 1979 Fotografia aerea del Golfo di Napoli e di Pozzuoli. Pubblicata nel periodico mensile Mariano Francescano “Porziuncola Assisi” N. 571 Santuario della Porziuncola – Assisi (1979), pag. 233. Annotazioni personali: 1. La foto illustra l’articolo Campania francescana di Ghiacchino D’Andrea. 2. Foto di effetto straordinario. 3. In primo piano la città di Napoli, promontorio di Castel dell’Ovo, promontorio di Santo Strato e di Marechiaro 12 4. Notare il rilievo del Monte di Coroglio, Nisida, Pozzuoli, promontorio di Capo Miseno, Isola di Procida, e di Ischia (nella penombra). 5. Nel tratto di costa, fra Mergellina e Marechiaro si trova il corpo di p. Ludovico Palmentieri da Casoria, benemerito dell’ideale missionario. 13 12 Quasi fosse una torta che si staglia sul filo d’acqua del mare. Qui è il Parco Virgiliano. Sembra di vedere il mausoleo di Adriano (Castel Sant’Angelo), ossia la “Tomba di Virgilio”, fantasioso cenotafio degno del grande poeta. L’insieme del promontorio fa pensare al collo e alla testa di un coccodrillo: la protuberanza del suo occhio si vede nella Collina di Coroglio (= Parco Virgiliano). Su questa torta immaginaria era istallato lo Stadio delle Italidi. Lungo il litorale da Mergellina alla Grotta di Seiano correva la strada fortificata detta “Limon”. Forse la denominazione di “Strada Sodesca” è un sinonimo di strada fortificata litoranea (Cf Lapide del 1667-68 posta sul piazzale della Chiesa di Santa Maria del Faro). 102 6. Su questo tragitto sorge un Mausoleo ai Caduti. Qui ci fu la prima sepoltura di Salvo D’Acquisto, poi trasferito nella Chiesa di S. Chiara). 32 – Istituto Geografico De Agostini Nell’Atlante De Agostini viene riportata una mappa di Napoli e Pozzuoli. La costiera si estende da Capo Miseno a Torre Annunziata. L’unica denominazione Golfo di Napoli abbraccia anche quello di Pozzuoli. Davvero inspiegabile la collocazione della Villa di Lucullo tra Bacoli e Capo Miseno. 14 33 – Mappa della Scuola Media La mappa dell’Istituto Geografico De Agostini (N. 32) era già apparsa in un libro di geografia per la Scuola Media. La Villa di Lucullo è collocata presso Capo Miseno. 15 *** Tale collocazione è stata pubblicizzata anche dalla rivista Archeo nel 1995, in un trafiletto dal titolo: Miseno. Villa di Luc ullo. Iniziati i rilievi della peschiera. La descrizione ci aiuta a collocare (se non geograficamente) almeno storicamente l’opera di Lucullo. Si legge: La Soprintendenza Archeologica per le provincie di Napoli e Caserta ha richiesto la collaborazione dello STAS per effettuare i rilievi della peschiera pertinente a una villa del I secolo a. C. La villa, proprietà di Lucio Licinio Lucullo, nobile romano noto 13 Così scrive di lui Giacchino D’Andrea nel citato articolo Campania francescana: “Antesignano anche lui del Clero indigeno, che per mezzo dei suoi Collegi dei Moretti e delle Morette, intendeva educare in Europa i giovani e le ragazze africane per inviarli poi, messaggeri di cristianesimo e di civiltà, nel Continente nero”. 14 Atlante Geografico Metodico De Agostini – Istituto De Agostini – Novara 2002, pag. 119 15 Francesco Cassone – Domenico Volpi: Il Villaggio Globale 1 – Ed. Lattes – Torino 1990, pag. 355 103 nell'antichità per essere amante del lusso e delle opere d'arte e proprietario di altre due sontuose ville a Tuscolo e a Baia, entrò in seguito a fare parte del demanio imperiale; secondo lo storico Tacito, nella villa sarebbe morto l’imperatore Tiberio nel suo viaggio da Capri verso Roma… 16 *** Come si può concludere questa puntigliosa osservazione della topografia di Napoli e Pozzuo li? L’argomento affascina per le conseguenze che ne derivano. La ricerca della Palepoli potrebbe portare alla coincidenza con l’area di Posillipo, intesa come Polis-yppo, città del cavallo. L’accenno alla valorizzazione storica della Cala di Trentaremi porta a individuare l’antico porto di Pozzuoli, come più volte è già stato detto in queste pagine. La posizione strategica dell’Isolotto della Gaiola permette di scorgere, proprio di fronte, una ripida scarpata. Sulla sommità domina una villa ben collocata su cinque o sei basi semicircolari, terrapieni progettati ad arte, non sappiamo né da chi, né da quando. Non potrebbe essere questa la posizione dell’antico tribunale della Dicearchia? Qui potrebbe esserci stata la “capitaneria di porto”, come ci esprimiamo noi oggi. Chi fosse stato imprigionato in questa zona, detta oggi della Gaiola, non poteva pensare a una possibile fuga! Raffaele La Capria, nel suo libro La neve del Vesuvio si limita a parlare di una Gaiola quasi selvaggia. “Ma davanti a lui che spettacolo! Gli si apriva allo sguardo tutta la costa dell’altro versante, fino a Trentaremi, fino alla Gaiola, gialla di tufo e frastagliata e quasi selvaggia”. 17 16 17 ARCHEO, Anno X, n° 12 (130), Dicembre 1995, pag. 18. RAFFAELE LA CAPRIA: La neve del Vesuvio – Ed Mondadori – Milano 1988, pag. 59 104 105 Capitolo IX ISOLA GAIOLA ALLA REGIONE La notizia venne riportata con ampio commento nel giornale di Napoli Il Mattino 11.01.1984 in un articolo di Vinni Volpi e in un altro di Vittorio Paliotti. I sottotitoli erano promettenti: Acquistato dopo molte aste, l’isolotto diventerà centro culturale – La bellissima villa, nella baia di Trentaremi, ceduta per 777 milioni. Vale oltre 10 miliardi. Fu proprietà di Paul Getty, poi di Agnelli e per ultimo del finanziere d’assalto Grappone. L’isolotto sarà ristrutturato e aperto ai turisti. L’Isola Gaiola alla Regione Le promesse erano allettanti, ma furono realizzate? La verifica, dopo vent’anni dall’acquisto, spetta alle autorità competenti. I due giornalisti si rifacevano a fatti tramandati “di padre in figlio” fino ai nostri giorni. L’isolotto della Gaiola appartiene al territorio della parrocchia di S. Maria del Faro, sarà quindi “doveroso” riportare in queste pagine le loro narrazioni. Articolo di Vinni Volpe Dopo anni di attesa e di aste deserte andate deserte, la “Gaiola”, ora ha un proprietario. Il leggendario isolotto, nascosto nella baia di Trentaremi (quasi alla punta di Posillipo) e dominato da una mastodontica villa abbandonata da anni, 1 è stato acquistato ieri dalla Regione (ne farà un centro 1 Ho constatato personalmente nel 1984 lo stato di abbandono e di rovina della villa, con maniglie scassate, porte disadorne. Rimasi colpito da un bel pezzo di marmo bianco, rotondo, con la parte concava capovolta per coprire la bocca di un pozzo 106 culturale) presso la Settima sezione fallimentare del Tribunale durante l’ennesima vendita. Prezzo 777 milioni, cifra molto al di sotto del reale valore della villa che fu, tra gli altri, di Paul Getty e di Agnelli, e che dispone di una “dependance” per il custode (che è a sua volta una piccola villa), di un parco, di una piscina e perfino di un eliporto che Agnelli fece costruire nel 1968. Valore globale, ai prezzi correnti, oltre dieci miliardi di lire, ma è bastato molto meno alla Regione per aggiudicarsi il complesso messo all’asta dopo il crack di Gianpasquale Grappone, ultimo proprietario che la comprò nel ’78 pagandola 350 milioni. In effetti ieri alla Settima sezione c’erano solo i rappresentanti della Regione la cui offerta è stata accettata dal giudice delegato Mario Putaturo. Assenti altri eventuali possibili acquirenti spinti a rinunciare all’asta, molto probabilmente, anche per la pessima “fama” che circonda la villa sulla quale incomberebbe, secondo molti, un’antica maledizione che ha colpito tutti i proprietari che si sono man mano succeduti. Per chiunque voglia fare un’offerta superiore ai 777 milioni, restano, comunque, dieci giorni di tempo. La volontà della Regione di acquistare la “Gaiola” era stata già manifestata in passato da Amelia Cortese Ardias, assessore ai Beni Culturali e promotrice del progetto. La proposta, intesa a consentire una utilizzazione dell’isolotto per fini culturali e turistici, fu accolta con favore dalla giunta regionale che nel giugno dell’anno scorso autorizzò Amelia Cortese Ardias a procedere all’acquisto. “Non è escluso – ha detto il presidente della giunta Antonio Fantini – che la Gaiola venga affidata in gestione all’Azienda di Cura, Soggiorno e Turismo per un rilancio del complesso sotto il profilo socio-culturale”. “Sono lieta – ha precisato l’assessore Ardias – che sia stato possibile acquisire al patrimonio regionale gli isolotti della Gaiola di così grande interesse culturale e ambientale e sono grata ai colleghi che hanno sostenuto la mia iniziativa. Per quanto riguarda il restauro (scavato per accogliere acqua piovana?); il marmo aveva un diametro di circa m. 1,70. (P. Rota) 107 della villa bisognerà aprire un dibattito tra gli operatori culturali, politici, economici e turistici per la destinazione della Gaiola poiché le possibilità sono molte: da eventuale centro di attività turistiche, a centro di formazione per attività subacquee, a centro per l’inventario dei Beni Culturali”. Resta chiaro, comunque, che ai 777 milioni per l’acquisto occorrerà aggiungerne molti e molti ancora per il ripristino del complesso abbandonato da anni. Articolo di Vittorio Paliotti “Intere antiche città non vantano un ragguaglio storico pari a quello che illustra a noi par di posteri questo ridente angolo di terra”. In questi precisi termini si espresse, nel lontano 1903, riferendosi alla Gaiola, sulla rivista “Napoli nobilissima”, lo studioso A. Sogliano, un intimo amico di Benedetto Croce. Un po’ di esagerazione c’era, forse, in quelle parole; e comunque va ricordato e va riconosciuto che nella Gaiola (vale a dire in quel tratto geografico che comprende un’insenatura di mare, un isolotto denominato Coppino e una pendice della collina di Coroglio) già splendevano i ruderi di una villa romana che doveva essere stata meravigliosa e che racchiudeva un teatro, un odeon, una gradinata, due edifici, un acquedotto, una piscina e gli avanzi di un teatro. Questa grandiosa villa con tutti i suoi annessi e connessi, era stata abitata nientemeno che da Augusto. Esatto, proprio l’imperatore Augusto il quale l’aveva ricevuta, per legato testamentario, da colui che l’aveva fatta costruire, cioè dal ricchissimo e crudelissimo Vedio Pollione. La riscoperta della Gaiola risale al 1840: Già nel Settecento, per la verità, accanto a un rudere detto, chissà perché, “casa degli spiriti” erano stati eseguiti, occasionalmente degli scavi ed erano stati rinvenuti preziosi marmi subito trasportati nel museo borbonico. Nessuno, però, dava allora soverchia importanza a quel luogo. Una antica quanto incontrollata leggenda voleva che lì, proprio lì, il poeta Virgilio avesse eretto, durante la sua permanenza a Napoli, 108 la sua scuola: una “scuola di magia”, si diceva, perché Virgilio aveva fama di mago. E pochi, salvo pescatori in difficoltà, avevano il coraggio di aggirarsi da quelle parti. Secondo quanto testimonia lo studioso Francesco Alvino, in un saggio intitolato “La collina di Posillipo” e pubblicato nel 1845, lì alla Gaiola nel 1840 abitava soltanto un eremita. Un eremita che, a quanto pare, non era proprio in odore di santità. Ed ecco che, nel 1840, appunto, in occasione dell’apertura della strada che, spaccando la collina di Posillipo, mena alla spiaggia di Coroglio, l’attenzione di re Ferdinando II di Borbone si volse alle antichità di Posillipo, e in particolare ai ruderi emergenti della Gaiola. Furono iniziati degli scavi e si scoprì una cripta, la cosiddetta “cripta di Seiano”; esplosero immediatamente le polemiche fra gli studiosi, sia sull’origine del luogo che sull’opportunità di proseguire negli scavi. Gli scavi infatti proseguirono, per iniziativa prima di monsignor Camillo Di Pietro e poi per passione archeologica di un certo cavalier Beghi, proprietario di un fondo lì accanto. 2 E fu in occasione di quegli scavi che emersero i ruderi di una superba villa romana. Ma di chi era stata quella villa? Sulla base di testimonianze di Plinio e di Cassio Dione, si arrivò alla conclusione che quella e proprio quella era stata la splendida villa che Vedio Pollione aveva donato all’imperatore Augusto. Accettata questa tesi avanzata dagli storici, crebbe immediatamente la fama sinistra del luogo. Secondo le testimonianze di un altro storico, Svetonio, il ricco Vedio Pollione, aveva commesso, proprio in quella villa, una serie di inaudite crudeltà. Narra fra l’altro lo Svetonio che un giorno Vedio Pollione, avendo Augusto a pranzo, s’incolerì talmente contro uno schiavo il quale inavvertitamente aveva causato la rottura di una coppa di cristallo, da ordinare che quello stesso schiavo fosse gettato subito in pasto alle voraci murene che nuotavano in un vivaio. A salvare lo schiavo intervenne lo stesso 2 Quante versioni per lo stesso cognome: Beghi, Beck, Bechi; qui lo si chiama cavaliere altrove architetto. (NdR) 109 Augusto: l’imperatore, infatti, fece subito a pezzi tutte le coppe e tutti gli oggetti di cristallo della villa e quindi Pollione, non potendo condannare il suo imperatore, risparmiò anche la vita dello schiavo. Magia, fantasmi, crudeltà storiche vero o supposte. E poi quel nome, Gaiola, che deriva dal latino “cavea” ma che in dialetto napoletano, equivale a “gabbia”. Ce n’era abbastanza per sbrigliare la fantasia dei napoletani. A molti napoletani nessun toglieva di mente che quel luogo portasse male. La storia “moderna” (si fa per dire) della Gaiola si apre con le stramberie che, nell’Ottocento, compì Oscar Wilde nella villa che per un certo periodo di tempo vi aveva abitato. Verso il 1910 l’intero complesso della Gaiola venne acquistato da una società svizzera che nel 1920 la vendette a due tedeschi, Otto Gruenback e Hans Braun. Il primo morì suicida, il secondo fu ucciso di pistola. Nel dopoguerra la Gaiola fu comprata dallo svizzero Maurice Sandoz. Morì anche lui suicida. Successivamente, dopo essere stata proprietà del tedesco Paul Karl Langheim e poi di Gianni Agnelli, la Gaiola fu acquistata dall’americano Paul Ghetty. Una parentesi “buona” e poi di nuovo i guai. Nel 1978 si aggiudicò lo scoglio il finanziere napoletano Giampaolo Grappone e proprio allora, sembra, ebbero inizio i suoi guai. L’ultima asta si è svolta ieri. Sul giornale campeggiava la notizia della tragica morte della moglie di Grappone. Coincidenze? Certo, nient’altro che coincidenze. E tuttavia… 110 Capitolo X Nuovi monaci e Abati L’arrivo ufficiale dei dehoniani a Marechiaro risale al 1951. L’inizio della nuova opera in Italia aveva lo scopo di aiutare specialmente le neonate missioni del Mozambico. I missionari partivano da Napoli con la nave per arrivare in Portogallo; dopo un certo periodo di preparazione, soprattutto per imparare la lingua lusitana di Luìs Camões, riprendevano il viaggio per l’Africa. Leggiamo le notizie di quel tempo, apparse sul Cor Unum, rivista dei Sacerdoti del S. Cuore di Gesù. *** Il giorno 28 ottobre è stato possibile finalmente entrare nella casa comprata a Marechiaro (Posillipo). Il R.P. Tanzella 1 celebrava la prima sua S. Messa nella Cappella di casa, il giorno stesso, Festa di Cristo Re. Si spera che questo passo sia il principio di un consolante sviluppo della nostra cara Provincia nel Sud e di un’azione più attiva a pro dei missionari. Il S. Cuore riservi alla nuova casa e alla nuova opera larghe benedizioni. E la Provincia manda un “grazie” cordiale a chi ha lavorato per la realizzazione di questo passo. 2 *** 1 P.Tanzella Gaetano Paolo, nato a Capurso (BA) nel 1910, ordinato sacerdote a Bologna nel 1937, morto a Andria (BA) 1986. Fu apostolo infaticabile della stampa. 2 COR UNUM, Anno VII , N. 3 – Dicembre 1951, pag. 128 Rivista periodica degli Atti Ufficiali della Curia Provinciale – Via Nosadella, 6 – Bologna. 111 L’attività del Superiore Provinciale riguarda un vasto territorio dell’Italia del Centro Sud, ossia dal Lazio alla Calabria. Molte comunità fanno capo al superiore di Napoli-Marechiaro. L’orizzonte si allarga alle missioni e all’attività dei Laici Terzo Mondo (Madagascar, Benin, Camerun, Albania). A Marechiaro c’è un’attività del Movimento Dehoniano Europeo (MdE). Nasce nel 1997 con l’intento di immettere gli ideali del p. Dehon nei popoli protesi alla formazione dell’Unione Europea. Il MdE sta richiamando l’attenzione dei politici europei sulle reali situazioni dell’infanzia dopo Chernobyl. Una della altre attività del movimento è favorire lo scambio culturale tra i popoli di diversa religione: oggi l’impegno è con gli ortodossi, soprattutto nel campo del volontariato. 3 La rivista di rassegna missionaria Messis, iniziata a Marechiaro nel 1951, raggiunge un buon numero di lettori in Italia. La breve lettera del Superiore Provinciale qui di riportata racconta uno “spaccato” di vita che si irradia da Marechiaro, attraverso un avvenimento storico, la consacrazione a vescovo di un confratello. 4 *** Napoli 30.07.2001 Carissimi Confratelli, 5 prima di prendere il volo per il Madagascar, invio a tutti un caro saluto con la speranza che ciascuno di voi abbia fatto o stia facendo un periodo di vacanza. Rinfrancarsi nel corpo e nello spirito diventa assolutamente necessario per riprendere il lavoro abituale con più entusiasmo e creatività. 3 Cf Servizio sul 50° della presenza dehoniana a Napoli, pubblicato nella rivista NUNTIUS 2002, (Via Marechiaro, 38), pp. 52-56 4 Mons. Gaetano Di Pierro. 5 L’elenco del personale conta 59 confratelli in Italia, 4 in Albania, 1 nel Congo Kinshasa e 9 in Madagascar (Nuntius 2002). 112 Assieme al P. Dino Cusmai, compagno di classe e di ordinazione sacerdotale del nuovo vescovo, vi rappresenterò alla sua consacrazione. Viviamo questo avvenimento con riconoscenza e come segno di benevolenza da parte del Cuore di Gesù e della Chiesa per la Regione Malgascia e la nostra Provincia. Sia per tutti noi un’occasione per rendere più attento ed aperto il nostro cuore alla chiamata “ad gentes”. In Madagascar c’è urgenza di nuove forze. Uniamoci anche alla gioia del confratello Martial che il 12 agosto emetterà i voti perpetui in Cameroun sua nuova Provincia. la sua fede ed un forte attaccamento alla vocazione dehoniana vengono così premiati. Con la venuta degli studenti di teologia 6 e il proseguimento del Noviziato è stato necessario dare un assetto diverso a qualche comunità. Sono convinto che, negli eventi di ogni giorno, dove crediamo di essere protagonisti animati da buona volontà, chi ci conduce è il buon Dio. Ed è la sua volontà che dobbiamo cercare di scoprire e realizzare. Un’attenzione nuova e profonda va data alla formazione. Andria, Napoli e Vitorchiano devono essere al centro degli interessi per un formazione attenta ed adeguata. È in ballo il futuro della Provincia. Ne deriva un impegno vocazionale autentico e vivace. Confidiamo molto nell’azione del Segretariato, perché ci sia più accoglienza e accompagnamento per i giovani, offrendo luoghi e momenti validi per incontri formativi. L’accettazione dei novizi l’8 settembre e l’ordinazione sacerdotale di Francesco Morrone il 22, siano segni profetici di speranza nuova. Affidando tutto nelle mani del P. Fondatore 7 e sicuro della protezione della Madonna, saluto tutti fraternamente. In C.J. P. Trifone Labellarte, sup. prov. 6 Frequentavano a Bologna ora si trasferiscono a Napoli-Marechiaro. Il Venerabile P. Leone Dehon (1843-1925), fu apostolo infaticabile delle opere sociali, e della devozione al S. Cuore di Gesù. Fondò la Congregazione dei Sacerdoti del S. Cuore di Gesù e inviò missionari in Equador, Congo Belga, Brasile, Finlandia, Camerun, Sud Africa, Indonesia. Si spera presto nella sua beatificazione. 7 113 Cronotassi dei Provinciali Dehoniani di Napoli P. Zampogna Sebastiano P. Cataneo Pasquale P. Serafini Alfredo P. Lisi Vito P. Marroni Mario P. Chiarello Umberto P. Pala Giusto P. Casolino Giacomo P. Trifone Labellarte 1960-63 1963-69 1969-75 1975-78 1978-81 1981-87 1987-93 1993-99 1999- Elenco dei Parroci di Marechiaro Con decreto del 6 novembre 1958, il Card. Castaldo innalzò la Chiesa di S. Maria del Faro al ruolo di Parrocchia locale, affrancandola con regolare beneficio. Don Umberto prof. Schioppa divenne ufficialmente parroco il 1° marzo 1959. 8 Nel 1982 il Card. Corrado Ursi affidò la parrocchia Dehoniani Ecco l’elenco dei parroci per ordine di successione dall’inizio a oggi. Don Schioppa Umberto, diocesano Don Antonio Assante, diocesano Don Enzo Berlingieri, diocesano P. Labellarte Trifone, dehoniano P. Rocco Nigro, dehoniano P. Franco Minnelli, dehoniano P. Enzo Pinto, dehoniano 8 Cfr LAZZARINI ANTONIO: La Comunità Parrocchiale S. Maria del Faro nei suoi quarant’anni di vita 1958-1998. Napoli S.d., pag. 17-18 114 *** Le Suore lasciano la parrocchia La lettera della Superiora Provinciale delle Suore “Pastorelle” al Superiore Provinciale Dehoniano (e per conoscenza al Parroco di S. Maria del Faro P. Pinto Enzo), racconta di una fruttuosa collaborazione pastorale vissuta in un periodo di 16 anni. Albano, 31.03.2001 Carissimo Padre Trifone, con questa mia, intendo dare carattere formale alla decisione presa con il consiglio provinciale e condivisa con le consorelle lì presenti, di concludere, in quest’anno, dopo sedici dall’apertura, la presenza delle Suore Pastorelle nella Parrocchia di S. Maria del Faro. 9 Una decisione accompagnata dalla sofferenza, considerando l’accoglienza e il bene che, sempre, i Padri e il popolo di Dio ci hanno riservato, permettendoci di esprimere, così come ne siamo stati capaci, il nostro carisma pastorale. E non posso certamente dimenticare gli anni dell’apertura, in cui anch’io sono stata direttamente coinvolta: l’attesa della casa che ci ha fatto condividere la fraternità e la disponibilità dei Padri e anche dei laici che frequentavano il Centro di apostolato e l’organismo LTM; la ricerca di un rapporto più vivo tra la parrocchia e il Centro, condiviso con te, con Padre Pala, con Padre Cicolini. Così le sorelle che si sono avvicendate portano con loro un ricordo positivo e arricchente del cammino successivo. La realtà della nostra Provincia sta conoscendo le difficoltà dell’avanzamento dell’età, della malattia, delle poche forze giovani 9 Nel 1985 stavo per lasciare Marechiaro (dopo due anni di servizio alla rivista Messis e come aiutante del Parroco di S. Maria del Faro), quando arrivavano le Suore Pastorelle, così ho visto arrivare le prime consorelle. Io mi preparavo a ritornare in Camerun 115 necessarie per il ricambio e non siamo più in grado di sostenere tutte le nostre presenze. È unicamente questo il motivo che ci ha condotto a questa scelta, sapendo che lasciamo una parrocchia affidata ad una comunità religiosa. Comprendiamo la situazione di P. Enzo, agli inizi del suo ministero pastorale a S. Maria del Faro e il dover affrontare da parte sua una realtà che, in questo modo, viene ad essere nuova. Nell’incontro avuto con entrambi il 28 marzo scorso e con te P. Trifone, il 2 marzo, abbiamo potuto constatare la disponibilità a vivere nella fede questo momento e a ritornare ancor una volta alle radici della nostra scelta di vita, che è l’affidamento radicale al Signore e alla sua volontà, cercata e desiderata nella gratuità e nella fiducia. Come già accordato, insieme a te e a P. Enzo, condivideremo tutto questo nel corso di un prossimo Consiglio pastorale, perché la comunità parrocchiale sia accompagnata nella lettura e nell’accoglienza di questo fatto, sicuramente per essa più difficile a comprendere. La data di chiusura sarà l’8 luglio prossimo e, come sappiamo, non ci sono convenzioni o accordi scritti a cui eventualmente fare riferimento. Ancora una volta diciamo grazie al Signore per quanto ha donato alle Pastorelle attraverso la presenza a Marechiaro e ci affidiamo reciprocamente al buon Pastore, perché ogni seme che muore possa ritornare come pane sulla mensa dei nostri fratelli. In comunione Sr Annarita Cipollone Superiora Provinciale10 10 Lettera pubblica in NUNTIUS 2002, pp. 57-58 116 Auguri di buon apostolato In questi giorni arriva da Marechiaro la lieta notizia dell’ordinazione sacerdotale del dehoniano P. Ferraioli Giuseppe avvenuta il 20 ottobre 2004 nella Concattredale di S. Catello in Castellammare di Stabia per la preghiera e l’imposizione delle mani di Mons. Felice Cece, Arcivescovo di Sorrento-Castellammare. Tantissimi Auguri di buon apostolato! Conclusione La conclusione di questa ricerca si presenta sotto forma di asterischi, alcuni riassuntivi dei temi precedenti con un pizzico di novità, altri protesi a suggerire ulteriori sviluppi. La storia si presenta avvincente, troppo interessante per chi è costretto a porre il termine “fine”, poiché la ricerca riparte sempre di nuovo. L’orizzonte bimillenario della Chiesa abbraccia un periodo di storia nel quale fervorose comunità cristiane del nord Africa venivano ricacciate sui lidi della Campania, sotto la furia della persecuzione Vandalica di Genserico. L’attenzione si focalizza sul territorio di Napoli nella considerazione del sorgere di un monastero ad opera di S. Gaudioso, vescovo di Abitine. Il luogo porta il nome di Castro Lucullano e coincide con la zona dell’attuale parrocchia di Santa Maria del Faro, tenuta dai padri dehoniani. 117 Tale monastero antico monastero (o abbazia) si smobilitò nel 902 sotto la pressione dell’invasione araba che minaccia la città di Napoli e in particolare il territorio del nisidano. Le tracce del monastero dove si possono ritrovare? Il corpo di S. Severino fu trasferito dal Lucullano in un nuovo convento della città e poi furtivamente portato a Frattamaggiore (Napoli). Il corpo di S. Gaudioso venne portato alle Catacombe ora chiamate con il suo nome. A Canterbury dove andò missionario l’Abate Adriano forse si può ritrovare materiale di studio. La parentesi rimane aperta. L’archeologia dovrà certamente intervenire, sollecitata dalla Regione Campana, ormai proprietaria dell’Isolotto della Gaiola. Libri di letteratura contemporanea accennano fugacemente alla zona poetica di Marechiaro. Giuseppe Marotta pubblicò con la Bompiani un libro che ebbe fortuna tra i critici e i lettori. Egli parla della Gaiola in un capitoletto, che inizia con questa descrizione: “La Gaiola è a Posillipo, tra Marechiaro e Coroglio, un tratto di costa dei più domestici, acqua di catino a due passi dal centro di Napoli; e tuttavia è in capo al mondo, una località remota e fantastica, un mare aspro, enigmatico, scritto da Melville, pieno di miti, di mostri e di eroi. Altissimi strapiombi culminano nel roccione della Gaiola, giallo di ginestre e qua e la screziato dal verde oliva delle unghie di strega; queste sono grappoli di bizzarri e carnosi fiori che non ricordo di aver visto altrove e che artigliano la luce, dilaniandola per trasformarla in colore”.11 Interessante anche la descrizione seguente: “Giungemmo infine alla baia di Trentaremi, ossia delle triremi romane, dove sbarcammo per inoltrarci nella Grotta del bue marino e prepararvi le bombe”.12 . Si descrive nei dettagli la pesca con l’esplosivo. Raffaele La Capria descrive la meraviglia che suscita il paesaggio: “Ma davanti a lui che spettacolo! Gli si apriva allo sguardo tutta la 11 MAROTTA GIUSEPPE: San Gennaro non dice mai di no – Ed. Bompiani – Milano 1966, pag. 209 12 MAROTTA: op. cit. pag. 211 13 LA CAPRIA RAFFAELE: La neve del Vesuvio – Milano 1988, pag. 59. 118 costa dall’altro versante, fino a Trentaremi, fino alla Gaiola, gialla di tufo e frastagliata e quasi selvaggia”. 13 Un’altra pennellata presenta la Villa di Pollione, vicinissima alla Chiesa di S. Maria del Faro. “Un’autorità in questo campo, parla dei resti di una villa romana, villa di Pollione, Pausylypon: una tregua al dolore, proprio a Napoli se l’era fatta la villa”.14 *** L'osservazione attenta della Tavola Peutingeriana aiuta a comprendere la posizione topografica di Napoli nei confronti del terminale della strada proveniente da Capua; si ferma esattamente nella zona di Marechiaro o meglio ancora della Gaiola. Questo punto estremo della Via Appia si può considerare un finis terrae, dove si concludeva al Lucullano il viaggio sulla terraferma. Un segno speciale viene indicato sulla Tavola Peutingeriana in questa parte finale del percorso e si può interpretare come espressione simbolica della Grotta Napoletana, corrispondente all'attuale Grotta di Seiano. Sopra la medesima Grotta di Seiano si segnalava all'inizio del 1700 l'esistenza di un antico Circo Romano. Ai nostri giorni si chiama Parco Virgiliano, oppure Parco delle Rimembranze. Non è forse questo lo Stadio dove si svolgevano le Italidi? Non è forse nella zona sottostante, chiamata Cala di Trentaremi, da ricercarsi l'antico porto di Pozzuoli? La Tavola Peutingeriana si può dunque leggere in questo modo: fissando lo sguardo su Napoli (Neapolis) si capisce che il Lucullano era situato nei pressi di Napoli. Nelle guide turistiche si considera la zona di Marechiaro nei dintorni della città e si usa l'espressione "Napoli e dintorni". 14 LA CAPRIA RAFFAELE: Ferito a morte. Ed. Bompiani 1961, pag. 46 119 Si vuole cercare l'antica Dicearchia? L'etimologia del nome di origine greca fa intendere che si trattava del Palazzo della Giustizia, come si direbbe ai nostri giorni, ossia del tribunale supremo per tutta la Campania. La zona della Gaiola poteva molto bene prestarsi a svolgere, nelle sue fortificate costruzioni, le mansioni di Pretorio romano, di Campo Militare (= Campo Marciano, dedicato a Marte, dio della guerra) e di prigioni, come anche di luogo riservato alle esecuzioni capitali. Un accurato lavoro di ricerca archeologica subacquea potrebbe ancora rintracciare al largo del Palazzo degli Spiriti, fino all'isolotto della Gaiola, un antico impianto murario con funzione di sbarrame nto delle acque marine, vere e proprie dighe, come esistevano nell'antico porto di Alessandria d'Egitto. Il campo è vasto e la ricerca riveste dimensioni europee, poiché dal Nisidano è partito il monaco Adriano per l'Inghilterra nell'anno 668. Dal Norico Ripense o Settentrionale, corrispondente a parte dell'odierna Austria e Baviera, alla fine del V secolo, fu trasferito al Lucullano il corpo di S. Severino, come è stato accennato sopra. *** Una leggenda fantasiosa racconta che Virgilio, trasformato da magister in mago, abbia nascosto nello scoglio dove sorge la medioevale costruzione di Castel dell'Ovo, un prezioso uovo d'oro. La scoperta di questo tesoro procurerà la fortuna della città partenopea. L'interpretazione di questo racconto ci riporta probabilmente alla mitologia egiziana. La divinità avrebbe posto sopra uno scoglio un uovo dal cui dischiudersi sarebbe nato il salvatore del mondo. S. Alfonso, secondo la fede cristiana, ha cantato con l'umiltà dei piccoli: "Tu scendi dalle stelle, o Re del cielo e vieni in una grotta al freddo e al gelo". Un'altra ermetica espressione definisce la località dove sorge Castel dell'Ovo con il termine di Isola Megaride (o Megalide). La 120 caratteristica di quest'isola è quella di essere piena di ville lussuose e poi, nella successione delle epoche storiche, si popolò di monaci ospitati da diversi monasteri. L'isola era troppo ristretta per accogliere tante importanti costruzioni, allora gli storici inclusero anche il territorio della costa prospiciente l'Isola Megaride. La matassa diventa molto intricata, forse vale la pena di trovare una diversa soluzione. L'isola in questione non potrebbe corrispondere in tutto o in parte alla denominazione di Magna Grecia? Secondo il linguaggio semitico le isole lontane non sono forse le popolazioni della Palestina emigrate in altre nazioni? Si può quindi legittimamente obiettare al Galante di non dichiararsi troppo sicuro quando individua il Lucullano a Castel Nuovo, ovvero nei dintorni; così ha scritto: "Dobbiamo concludere che il campo Lucullano fosse stato (…) o nel luogo ove è Castel Nuovo, o nello spazio avanti esso, o dove fu il Real Palazzo Vecchio e S. Ferdinando, ovvero avanti le Finanze (oggi Municipio), luoghi tutti che in breve intervallo si succedono l'un l'altro".9 Lo stesso autore si scusa con i suoi lettori per avere sostenuto due anni prima la posizione di Castel dell'Ovo; ecco le sue parole: "Ricordo di aver accennato nella mia Lapide sepolcrale di Teofilatto (p. 38 not. 2) che il Cenobio lucullano di S. Seve rino fosse stato sull'Isola Megarense. Errai allora con errore comune a tutti gli storici patrii, i quali contenti di collocare sul Lucullano i molti cenobii dei quali abbiamo notizia, poco si sono brigati del preciso sito di ciascuno. E per la molta venerazione che serbo verso il dottissimo Mabillon, mi credetti sicuro d'asserire con lui, che sacrum eius (S. Severini) corpus Neapolim delatum in arce Lucullana, quae ab ovi similitudine Castellum Ovi appellatur, a Victore episcopo collocatum est in mausoleo…Annal. Bened. Tom. I, p. 31. Credetti una volta che il corpo di S. Severino fosse stato primamente collocato sull'isola, ora però che mi sono rivolto ad investigare l'esatta topografia di tutto il Lucullano, son venuto a questa conclusione, che mi sembra certa ed 9 GALANTE, op. cit. pag. 28 121 indubitata. Ciò vuol dire che dal 1867 il tempo non è scorso per me inoperoso". 10 *** L'utilità di queste cose, messe coraggiosamente per scritto dopo lunghi anni di ricerca, porterà a collocare in posizione più certa anche la tomba di Virgilio ora individuata a Mergellina e affiancata da quella di Leopardi. Non potrebbe invece trovarsi davanti alla Grotta di Seiano? La ricchezza di Napoli rende sibillina la lettura geografica del posto La Grotta di Cocceio si può individuare sulla Tavola Peutingeriana nel tratto spigoloso del tracciato finale della Via Appia. La parte alta del promontorio di Posillipo viene superata con un traforo della montagna per congiungere l'attuale Fuorigrotta a Piedigrotta, poi si costeggia il litorale, fino a raggiungere la Grotta di Seiano, certamente più importante per la sua strategica ubicazione. Vicino a questa grotta è da ricercarsi la tomba di Virgilio. Nella vita di Virgilio, attribuita a Donato, si dice espressamente che le sue ossa furono trasferite a Napoli e conservate in un tumulo sulla via puteolana a circa due miglia. Stazio si mostra molto affezionato a questo tempio della sua ispirazione poetica e lo frequentava assiduamente. Il Comparetti nel suo libro intitolato Virgilio nel Medio Evo fa un esame dettagliato sulla tomba del grande poeta latino, ma la sua dotta trattazione non ha dissipato tutti i dubbi circa l'esatta ubicazione. Ecco le sue parole entusiaste e un poco ampollose: "Da quello però che sappiamo intorno alla rinomanza grandissima e sempre continuata del poeta, possiamo conchiudere che il popolo napoletano per ben molti secoli dovette essere avvezzo a sentir ripetere il nome di Virgilio, e chieder della tomba di lui da quanti forestieri un po' colti visitassero la città. Nel X sec., cioè ne' tempi della più grande barbarie, l'autore della Vita di S. Atanasio tessendo un elogio 10 GALANTE, op. cit. pag. 28, nota 5 122 entusiasta di Napoli, da lui ben conosciuta, se pur non era sua patria, ricorda Virgilio e la nota epigrafe. Più tardi, a mezzo il sec. XII, il trovatore provenzale Guilhelm Augier per indicar Virgilio si limita a dire cel que jatz en la ribeira lai a Napols ben sicuro che ognuno intenderebbe di chi volesse parlare. Certo - conclude Comparetti - non furono i Normanni che rivelarono o ricordarono alla piccola repubblica Partenopea, fiera della sua antica romanità, l'esistenza del sepolcro di Virgilio nel suo classico suolo". 11 *** La Chiesa di Santa Maria del Faro, all'estrema periferia di Napoli, trova una giusta valutazione storica e culturale soltanto dopo aver ricuperato la sua autenticità originaria. L'installazione della famiglia Mazza nel 1600 ha impresso alla costruzione l'attuale linea architettonica. Il titolo di Abate, riservato ai rettori di questa chiesa, fa riflettere i ricercatori più approfonditi. I reperti archeologici, rinvenuti sul posto, come gli antichi frontoni di sarcofagi segnati da strigillature, non devono trarre in inganno per lo stemma delle due mazze incrociate apposte nel 1600 a contrassegno dell'appartenenza, contro l'eventualità di furti. Gli esperti sapranno assegnare loro una data precedente ai Mazza di oltre mille anni Queste annotazioni all'opera del Galante e da lui stesso sollecitate vogliono dare una risposta ai molti interrogativi della storia di Napoli e di Pozzuoli dei tempi di Gesù Cristo. La documentazione non può essere esaustiva; rimangono nelle mani dell'autore di queste poche pagine importanti notizie di conferma di una tesi di portata eccezionale. Questa è la strada buona? Ai posteri l'ardua sentenza, come disse Alessandro Manzoni a proposito della gloria più o meno consistente di Napoleone. 11 COMPARETTI D.: Virgilio nel Medio Evo Nuova edizione a cura di Giorgio Pasquali – Volume II – Ed. La Nuova Italia – Firenze 1941, pag. 48 123 Un grande incoraggiamento è venuto dal libro di Mario Napoli, scrittore di antichità romane della città partenopea, infatti l'onesta conclusione della sua ricerca si può riassumere in queste parole: Non abbiamo ancora trovato! Allora mi sono detto: "Il campo è aperto a tutti" e mi sono lanciato con la speranza di apportare un contributo alla cultura e alla fede. *** Voglio avviarmi alla fine di questa panoramica a sfondo mariano con la “visione” deliziosa di un umile fraticello, il beato Geremia Stoica, vissuto nell’ambiente di Napoli e Pozzuoli. Una notte, probabilmente nella vigilia dell’Assunta 1608, mentre pregava in chiesa, gli apparve la Madonna con un manto trapunto di stelle, avvolta in uno splendore celestiale. Fra Geremia sgranò gli occhi, fissò lo sguardo nella madre di Dio e, notando un particolare per lui curioso, con filiale confidenza le chiese: - Signora mia, voi siete regina e non portate la corona? - Fra Geremia, la corona mia è questo Figlio, rispose con fiera tenerezza Maria, stringendosi al petto il Bambino Gesù. 15 * * * 15 F. TOPPI: Il beato Geremia Stoica – Napoli 1983, pag. 77. 124 Nella parrocchia di S. Maria del Faro, non ci sono stati soltanto monaci e Abati. Fino al 2005 quanta acqua ha lambito la spiaggia di Marechiaro! Molti fidanzati qui si sono preparati alla vita di coppia e a formarsi una loro famiglia, poiché la vita continua. Poniamo tutte le nuove famiglie sotto la protezione della Vergine Maria, perché trovino un rifugio sicuro in vita e in morte nel Cuore Sacratissimo del suo Figlio Gesù, nostro Signore e nostro Dio. Sub tuum praesidium La preghiera cristiana più antica (sec III), rivolta alla Madre di Gesù, Salvatore del mondo, conclude questa appassionante ricerca, dedicata a S. Maria del Faro, vaticinata dal culto della dea Iside, dalla sapienza della Sibilla Cumana, 8 dalla IV Ecloga Virgiliana, 9 ma ancor più dalla rivelazione dell’antica alleanza ebraica con il testo di Isaia: Ecce virgo concipiet et pariet filium et vocabit nomen eius Emmanuel. (Is. 7,14) Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, santa Madre di Dio: non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova, e liberaci da ogni pericolo, o Vergine gloriosa e benedetta. 8 Responso della Sibilla Cumana in un affresco della Chiesetta di S. Bernardino in Lallio (BG): Iam nova progenies celo (sic) demittitur alto. 9 Iam redit et Virgo, redeunt Saturnia regna; iam nova progenies caelo demittitur alto. 125 BIBLIOGRAFIA A) Bibliografia consultata AMBRASI DOMENICO, in Storia di Napoli – Napoli 1967 AMBRASI DOMENICO, in Bibliotheca Sanctorum – Roma 1968 ARCHEO, Anno X – n° 12 (130), Dicembre 1995. ASCOLI GRAZIADIO ISAIA: Iscrizioni inedite o mal note greche, latine, ebraiche di antichi sepolcri giudaici del Napolitano – Ed. Arnaldo Forni (ristampa anastatica 1880) – Sala Bolognese, 1978. ARCHIVIO DI STATO DI NAPOLI per l’argomento gallerie, strade e ponti (sec. XVII-XVIII) ARCHIVIO PARROCCHIALE S: MARIA DEL FARO Annotazioni della Sovrintendenza delle Gallerie di Napoli, sotto la direzione di Raffaello Causa. ATLANTE GEOGRAFICO METODICO DE AGOSTINI – Istituto De Agostini – Novara 2002. AA: VV.: La Storia di Napoli – Napoli 1967 (Specialmente Vol. I). AVVENIRE, giornale quotidiano – Milano 14.12.2003 BEDA Venerabile: Storia della Chiesa in Inghilterra (in latino e inglese) Cambridge – Massachussets, 1954. 1 BERTARELLI V.: Napoli e dintorni in Guida d’Italia del Touring Club Italiano – Milano 1931. 2 BIBBIA, in francese La Sainte Bible – École Biblique de Jérusalem – Paris 1956 1 Alcuni libri rari di letteratura greca e latina sono stati da me consultati presso il prezioso fondo libri del Prof. Don Alberto Calzaferri, lasciati in testamento alla Biblioteca P. Leone Dehon della Scuola Apostolica S. Cuore di Albino (Bergamo). 2 Guida turistica consultata presso la Biblioteca Leone Dehon (Via Andolfato, 1 – Milano) BIBBIA, in italiano – La Bibbia di Gerusalemme Edizioni Dehoniane – Bologna (Edizione del quarantesimo) 2002. CARLETTI NICCOLÒ: Topografia universale della città di Napoli – Napoli 1776.3 CARTOGRAFIA NAPOLETANA dal 1781 al 1889 – Napoli 1983 COLETTA TERESA: Atlanti di Città del Cinquecento – Napoli 1984. COMPARETTI D.: Virgilio nel Medio Evo – Firenze 1941. COR UNUM, rivista dehoniana. Anno VII, N. 3 – Dicembre 1951 (Bologna). D’ALOE STANISLAO: Storia della Chiesa di Napoli provata con Monumenti – Libri cinque – Napoli 1869. . DIANA ALFREDO: Pausilypon e Dintorni: Fatti, Misfatti, Personaggi e Leggende. ENCICLOPEDIA CATTOLICA – Città del Vaticano, 1952 ENCICLOPEDIA ITALIANA TRECCANI4 ENCYCLOPAEDIA BRITANNICA – Stati Uniti, ecc., 1970 FLAVII JOSEPHI VITA (autobiografia) a cura di GUGLIELMUS DINDORFIUS; Ed. 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Gaudioso, vescovo - Narra Domenico Ambrasi - Corrispondenza con Ambrasi - Si profila un’ipotesi agostiniana - L’interesse degli Agostiniani - La catacombe di S. Gaudioso - Tu scendi dalle stelle - Bonoso, portinaio al Lucullano 19 21 22 23 24 26 26 28 32 34 34 Capitolo III - Cronologia di una Chiesa - Crono logia dei vescovi di Napoli - S. Gennaro Martire (305) - La traslazione delle reliquie - Successori di S. Gaudioso - Tutti Abati “Agostiniani” - S. Benedetto da Norcia (547) - Traslazione di S. Gaudioso - Polibio e la Dicearchia - Dicearchia e dea Fortuna - Il monte spaccato sul mare - “Beati puro corde” 36 37 38 39 43 44 45 46 44 48 48 Capitolo IV – Ricerca d’Archivio - Ricerca all’Archivio di Stato - Chiesa dei Santi Severino e Sosso - Sulle Pagine Gialle - Un acquedotto romano - Passeggiata Pasquale 50 52 53 54 55 Capitolo V – Grotta di Mergellina - Visita alla “Tomba di Virgilio” - Dodici bagni - Il monumento a Leopardi - Il loculo di Bruno - Gesù benedicente - “Tomba di Virgilio” e antri spaziosi - Passeggiata a Villa Imperiale - Scorgo una “cappella” 57 58 59 60 60 61 62 62 - Discesa al porto - Palazzo degli Spiriti - Pescatori di Marechiaro 63 63 64 Capitolo VI - Interpretare per capire - Il significato di Posillipo - Dicearchia di Pozzuoli - Difficoltà di ville private - L’Isola Megaride - La tomba di Partenope - Castel dell’Ovo - Porti gemelli di Stazio - Palepolis e Neapolis - L’antico stadio di Napoli - La parola “faro” - S. Paolo a Pozzuoli - La strada Sodesca (1677-1678) - L’appellativo di Virgilio - Il nome di Maria 65 66 68 68 69 70 71 72 72 72 73 74 76 76 Capitolo VII - Juspatronatus dei Mazza - Lo Juspatronatus dei Mazza - Una piscina “per allevare pesci” - Iscrizione (1683) - Iscrizione minore (1688) - Tempietto del tempo di S. Pietro - Iscrizione a Maria Immacolata - Iscrizione integrata da Mommsen - Un guerriero del sec. XIV - Frontone di sarcofago (sec. V-VI) - Frontone di sarcofago (sec. VI) 77 78 79 79 80 82 82 82 83 83 - Tronco di colonna - Archi in pietra - Salve regina 83 84 84 Capitolo VIII – Topografia di Napoli e Pozzuoli 1 - Mappa di Giorgio Hoefnagel 1578 2 - Tavola Peutingeriana (particolare) 3 - Schizzo di Marechiaro 4 - Carta del litorale di Napoli 5 - Golfi di Napoli e di Pozzuoli 6 - Santo Strato e Marechiaro (Sd.) 7 - Il Golfo di Pozzuoli nel 1797 8 - Mappa dei monumenti greci e latini 1780 9 - Le meraviglie di Pozzuoli e Baia 1701 10 - Golfi di Pozzuoli e di Napoli 1980 circa 11 - Mappa di Baia (1580) 12 - Mappa di Pozzuoli 1586 13 – Mappa Bertellio 1599 14 - Mappa di Napoli 1620 circa 15 - Mappa Baratta 1628 16 - Veduta di Napoli di Nomé (sec. XVII) 17 - Veduta di Napoli del Miotte 1648 18 - Mappa di Pozzuoli e vicinanze 1685 19 - Atlante del Regno di Napoli (1806-1808) 20 - Carta topografica e idrografica (1817) 21 - Regno di Napoli (1827) 22 - Napoli e dintorni (1828-73) 23 - Porto di Nisida (1838) 24 – Pianta di Napoli e di Pozzuoli 1847 25 – Mappa inglese di Napoli 1853 26 – Mappa delle Guide Treves 1915 27 – Mappa Treccani 1949 86 86 87 88 88 88 89 90 90 91 91 92 92 93 93 94 95 95 96 97 97 97 98 99 99 100 100 28 – Planimetria del Comune di Napoli (Sd) 29 – Mappa del Museo Caproni 1984 Allegato: Rovine del Serapide (Sd) 30 – Mappa delle “Pagine Gialle” 1981 31 – Veduta aerea del Golfo di Napoli 1979 32 – Istituto Geografico De Agostini 33 – Mappa della Scuola Media 100 101 102 102 103 104 Capitolo IX - Isola Gaiola alla Regione - L’Isola Gaiola alla Regione - Articolo di Vinni Volpe - Articolo di Vittorio Paliotti 106 106 108 Capitolo X – Nuovi monaci e Abati - Nuovi monaci e Abati - Cronotassi dei Provinciali dehoniani - Elenco dei parroci di Marechiaro - Le Suore lasciano la parrocchia - Auguri di buon apostolato - Sub tuum praesidium 111 114 114 115 117 117 Conclusione 118