Sussidio realizzato dall’Azione Cattolica Ragazzi
Diocesi di Ferrara-Comacchio
Hanno collaborato:
Virginia Alberighi, Luca Bianchi, Elisa Borghi, Giovanni
Bucci, Camilla Corazza, Matteo Duò, Giorgia Luppi, Anna
Mainardi, Mirko Occhi, Nicola Padovani, Nicola Pinnavaia,
Jean Dominique Rodney, Giulia Villani, Alessandro Zavatti,
don Enrico Garbuio
Finito di stampare:
ottobre 2013
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NON C’È GIOCO SENZA TE
Dopo aver sperimentato, nel corso dello scorso anno
associativo, l’amore gratuito di Dio Padre, quest’anno i
ragazzi sono pronti a ripartire per intraprendere un nuovo
cammino. I ragazzi sono pronti a vivere insieme, da
protagonisti, un nuovo anno associativo, riscoprendo la
bellezza di rispondere “sì” all’invito del Signore a mettersi
in gioco per Lui, nel gruppo e nella comunità.
I ragazzi sono portati a vivere e cogliere con entusiasmo e
vivacità l’esperienza di invitare ed essere invitati alle feste
di compleanno, a giocare a casa di un amico o al parco
giochi, a fare qualcosa insieme. Sanno bene che, quando si
accoglie un invito, si aspetta qualcosa di grande. Ogni “si” è
legato al desiderio di divertirsi, di vivere un’esperienza
bella e arricchente, di trascorrere il tempo in modo piacevole
e con amici davvero speciali.
Nel Mese del Ciao i ragazzi iniziano il cammino
interrogandosi sulle motivazioni che li hanno spinti a stare
insieme, accogliendo ancora con entusiasmo la proposta del
gruppo Acr. Gli acierrini scoprono cosa accomuna tutti loro:
il desiderio di prendere parte alla gioia promessa da Gesù,
che viene donata gratuitamente a tutti coloro che prendono
parte alla sua festa.
Il primo tempo di catechesi viene sviluppato nella seconda
parte del sussidio in cui si cercherà, invece, di far rivivere ai
ragazzi il giorno in cui sono entrati a far parte della
comunità cristiana, scoprendosi figli di un solo Padre e
fratelli di Gesù. Spesso i gruppi sono vissuti come qualcosa
di esclusivo, dei club; in essi può entrare a far parte solo chi
ha determinate caratteristiche o condivide alcuni interessi.
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La Chiesa, invece, è una comunità aperta ed accogliente, in
cui Gesù ci ha riuniti nel suo nome, rendendoci partecipi
della sua gioia. La gioia piena non si vive mai appieno
rimanendo soli, ma mettendosi in gioco con Gesù e con i
suoi fratelli.
Nel tempo di Avvento, i ragazzi avranno modo di riflettere
sulla preziosa testimonianza di Maria e Giuseppe che, con il
loro “sì”, hanno accolto nella loro vita il grande progetto di
amore per l’umanità intera. Inoltre, scopriranno la bellezza
di appartenere a una Chiesa che ogni anno attende con gioia
il dono di Gesù che viene.
Seguendo il tema dell’anno associativo “NON C’È GIOCO
SENZA TE”, vogliamo proporre agli acierrini un’occasione
di festa parrocchiale in cui l’invito diventa il momento
peculiare di quell’accoglienza autentica che è veicolo di
relazioni significative. Sono proprio le relazioni intessute e
rafforzate in momenti intensi come quelli del gioco che lo
rendono davvero una festa.
LA FESTA DEL CIAO richiama bambini, ragazzi, educatori,
genitori e sacerdoti in parrocchia per vivere un’esperienza
di comunione e fratellanza profonda. Le attività di gioco
proposte ai ragazzi hanno lo scopo di trasmettere valori
fondamentali e, specialmente all’inizio di questo nuovo
anno insieme, di far sperimentare loro che ciascuno ricopre
un’insostituibile parte da protagonista nella Chiesa.
Lo slogan è “NON C’È GIOCO SENZA TE”. I ragazzi sono
invitati ad accettare con gioia ed entusiasmo l’invito che il
Signore fa a loro; così facendo potranno riconoscere che
effettivamente il divertimento vero, ricco ed appagante è
quello che permette di stare tutti assieme e di condividere le
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esperienze di vita con i propri fratelli. Quest’anno
desideriamo fare si che tutti i ragazzi comprendano la
bellezza del mettersi in gioco con l’altro e con il Signore
della vita. La comunità cristiana diventa così uno spazio
bello e accogliente per la crescita dei ragazzi. Luogo
privilegiato per comprendere che il gioco è più bello se
condiviso; se aiuta a crescere nella conoscenza di se e
dell’altro e se educa a prendersi cura con passione della vita
della città. Dire “non c’è gioco senza te” significa educare a
puntare sul contributo originale ed unico che ciascun
ragazzo può dare al gruppo Acr e contemporaneamente fare
si che ciascun acierrino si senta amato per quello che è,
cercato e invitato dal Padre a prendere parte alla sua gioia.
L’Ufficio catechistico nazionale accoglie con gioia la
decisione dell’Azione Cattolica di servire i catechismi
proponendoli come testi ufficiali e vincolanti per la
catechesi dei propri iscritti. L’Équipe diocesana Acr ha
scelto di contribuire all’elaborazione di un’organica
pastorale dei ragazzi, cioè di un’azione educativa
intelligente, pensata e coordinata attraverso la quale tutta la
comunità si fa carico dell’educazione alla fede. Il percorso di
Iniziazione Cristiana offerto dall’Acr è un percorso di primo
annuncio. Di questo annuncio i ragazzi fanno un’esperienza
concreta attraverso il gruppo, aprendosi alla possibilità di
incontrare personalmente Gesù e di aprirsi a Lui nella fede.
La proposta elaborata quest’anno, pertanto, si arricchisce di
un notevole contributo catechistico che vi permette di
utilizzare questo sussidio in preparazione al sacramento
della Confermazione e/o del percorso Post Cresima (12/14
anni). L’Acr è un vero e proprio percorso di Iniziazione
Cristiana.
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STUDIO
I ragazzi fanno memoria delle motivazioni che li
hanno portati a frequentare il gruppo Acr, scoprendo tra
queste, il desiderio di prendere parte alla gioia vera
promessa da Gesù.
ALL’ACR PERCHÈ…
I ragazzi sono accolti dagli educatori nella sala del gruppo;
l’ambiente è stato, però, leggermente modificato. La stanza è
stata suddivisa in vari ambienti, individuabili attraverso un
cartellone su sui è riportato il nome di diverse attrazioni che
sono presenti all’interno di un parco giochi. Ad esempio, è
possibile individuare lo spazio dello “scivolo”, quello della
“casa sull’albero”, della “panchina”, della “giostra”, della
“statua”, della “fontana” e dell’”altalena”.
Ciascun cartellone riporterà anche una breve didascalia che
specifica il significato simbolico di ciascuna attrazione, come
viene proposto negli esempi riportati di seguito:
- SCIVOLO: vengo all’Acr perché sono curioso e mi piace
provare nuove esperienze;
- CASA SULL’ALBERO: vengo all’Acr perché ho bisogno
di prendermi una pausa dal quotidiano;
- PANCHINA: vengo all’Acr perché sono stato invitato a
parlare con i miei amici;
- GIOSTRA: vengo all’Acr perché ci sono sempre venuto;
- STATUA: vengo all’Acr perché le esperienze che
abbiamo vissuto sono state importanti per me;
- FONTANA: vengo all’Acr perché mi da energia;
- ALTALENA: vengo all’Acr perché mi piace conoscere
Gesù e imparare a stargli sempre vicino.
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L’educatore su ogni cartellone, sotto alle scritte, ha posto
molti post-it con raffigurata l’immagine dell’attrazione.
Ad ogni ragazzo viene consegnata una busta personale e
viene spiegato loro che è venuto il momento di vivere
questo parco giochi, studiare ogni attrazione e comprendere
quale di loro li rappresenta e testimonia quello che li spinge
a venire a gruppo e a rafforzare l’amicizia con Gesù. La
scelta si concretizza con il prendere il post-it, aggiungendo
nel retro del foglietto un eventuale ed ulteriore commento
personale.
È bene prevedere un cartellone bianco, che contenga i postit privi di immagini, specifici per i ragazzi che non hanno
trovato, nelle soluzioni proposte, quelle che li
rappresentano.
Gli educatori invitano i ragazzi a raccogliere tutti i post-it
scelti nella busta personale che servirà nella successiva fase
di condivisione.
Terminato il giro nel parco giochi (o sala in cui si è svolta
l’attività), gli educatori radunano i ragazzi attorno ad un
semplice cartellone riepilogativo che riporta in una colonna
i nomi di tutti i ragazzi; accanto a questi nominativi ogni
acierrino attaccherà le proprie scelte, motivandole con una
esperienza di vita vissuta in prima persona al gruppo Acr o
al catechismo.
SPUNTI PER LA RIFLESSIONE
Il parco giochi è davvero come il gruppo Acr: uno
spazio aperto a tutti, senza preferenze o discriminazioni, un
luogo in cui ciascuno può sentirsi accolto ed atteso. In
questo luogo si può crescere nell’amicizia e nella
condivisione, ma soprattutto questo è un luogo dove al
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centro si pone Gesù. È certamente Lui il primo che ci invita
a partecipare a questa avventura. Il confronto con la sua
Parola rende il parco una realtà entusiasmante: una vera
esperienza di crescita umana e spirituale.
Nel parco giochi incontriamo tante persone; ciascuna di
queste mi offre qualcosa per crescere: diventiamo grandi
insieme. C’è qualcuno che più di tutti può aiutare i ragazzi a
crescere? Gesù è con loro tutti i giorni. I suoi insegnamenti
sono luce ai loro passi. I suoi gesti d’amore infondono gioia
e coraggio per mettersi in gioco. Dio Padre lo ha mandato
nel mondo perché sia l’amico di tutti. Non sono i ragazzi a
cercarlo per primi, Gesù viene loro incontro, li invita
personalmente e gli offre la sua amicizia (cfr. cIC/2 Venite
con me, pag. 10).
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ANIMAZIONE
I
ragazzi
riconoscono
nella
comunità
parrocchiale il luogo in cui le persone scelgono di essere
felici insieme e invitano gli altri gruppi presenti a mettersi in
gioco, sperimentando la condivisione.
MEMORYZZIAMO!
Il parco che hanno conosciuto nell’attività di studio è uno
spazio di gioco che è tanto più bello quanto più è ricco di
esperienze condivise. Nelle motivazioni di coloro che lo
frequentano si intrecciano così storie di amicizia tra i
componenti del gruppo Acr e con l’amico Gesù. In breve il
parco giochi – proprio come il gruppo Acr - è espressione
dello loro comunità cristiana.
I ragazzi vengono radunati e divisi in gruppi (in base a
quanti si presentano all’incontro); gli acierrini vengono
invitati a sedere in cerchio. Di fronte a loro, appoggiate a
terra a testa in giù, sono posizionate diverse carte.
A turno i gruppi sono invitati a scegliere due diverse carte,
nel tentativo di accoppiarle per senso. La metà delle carte,
infatti,
riporterà
il
nome
di
un
gruppo/
associazione/movimento presente in parrocchia; l’altra
metà del mazzo riporterà un testo che riassume come
ciascuna realtà si mette in gioco testimoniando la gioia e
l’entusiasmo di stare insieme con e per Gesù.
In caso di accoppiamento corretto il gruppo è invitato a
scegliere due nuove carte; in caso contrario il turno passa ai
successivi giocatori. Il gioco termina con l’accoppiamento di
tutte le carte presenti.
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Di seguito si riportano alcuni suggerimenti per la
compilazione delle carte:
Realtà parrocchiali
CARITAS
GRUPPO MISSIONARIO
CATECHISTI
CORO
CHITARRISTI
SEGRETERIA
GRUPPO DI ASCOLTO
SUORE
ACR, GIMI E GIOVANI AC
GIOVANI COPPIE
ADULTI
CHIERICHETTI
Testimonianza
Assistenza ai poveri e ai
bisognosi.
Sensibilizzazione
alla
mondialità e al dialogo
interreligioso.
Formazione
all’iniziazione
cristiana dei fanciulli e ragazzi.
Animazione liturgica.
Servizio gioioso alla liturgia.
Accoglienza.
Attenzione alla persona.
Custodia alla chiesa, agli
ammalati, alle necessità della
parrocchia.
Insegnamento
nelle scuole materne.
Formazione
alla
carità,
catechesi e liturgia.
Accompagnamento
per
l’educazione alla fede dei
piccoli in famiglia.
Costanza e fedeltà nella
testimonianza cristiana.
Servizio all’altare.
Al termine dell’attività gli educatori consegnano ai ragazzi
del materiale con il quale verranno predisposti gli inviti da
consegnare alla comunità per la festa che si svolgerà la
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successiva settimana. I ragazzi hanno il compito di animare
e coinvolgere quanti più amici possibile.
SPUNTI PER LA RIFLESSIONE
Nelle motivazioni di coloro che frequentano la
parrocchia si intrecciano storie di amicizia, legami profondi.
La volontà di alcune persone di mettersi al servizio per il
bene di tutti è la massima espressione di una comunità
cristiana. L’educatore, attraverso questa attività, avrà modo
di far comprendere ai propri ragazzi quante persone hanno
detto “SI” all’invito di Gesù a seguirlo, proprio come hanno
fatto loro attraverso l’esperienza del gruppo Acr.
Solo i grandi possono seguire Gesù nel servizio? Ad essi è
certamente rivolta la chiamata e ciascuno è chiamato a
rispondere. E gli acierrini? Tra la folla che seguiva Gesù
c’erano spesso dei ragazzi: qualche papà o mamma li
portava a Gesù perché li toccasse e li benedicesse. Nella
comunità cristiana i ragazzi sono l’espressione autentica di
coloro che appartengono al regno di Dio (cfr. cIC/2 Venite
con me, pag. 14).
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SERVIZIO
Consapevoli che la gioia è vera e piena solo quando
è condivisa, i ragazzi coinvolgono nel gioco tutta la
comunità.
C’È PIÙ GIOCO INSIEME
Tra le attività che una parrocchia propone nessuna è tanto
vitale o formativa quanto la celebrazione domenicale del
giorno del Signore e della sua Eucaristia. In questa
prospettiva i ragazzi si impegnano a parteciparvi con i
propri genitori. Al termine della Santa Messa, con tutta la
comunità riunita, i ragazzi, assieme ai propri educatori,
organizzano un breve momento di festa per coinvolgere
l’assemblea e i diversi gruppi parrocchiali.
Dopo aver reso accogliente l’ambiente in cui si svolgerà la
festa, si propongono diverse attività ludiche da condividere
con tutti.
Di seguito riportiamo alcuni spunti per le possibili attività:
- la panchina: gioco della bandiera con un animatore al
centro e i concorrenti schierati su due file, gli uni di
fronte agli altri;
- le giostre: piccoli e grandi possono sfidarsi nel gioco del
salto della corda;
- il gazebo: a tempo di musica, due persone per volta con
le braccia alzate si uniscono a formare una piccola
tenda. Una volta composti i tunnel, una coppia per
volta ci scivola dentro per ricomporre la tenda sempre
più lontano;
- le sedie e la radio: vanno posizionate le sedie in cerchio,
una in meno rispetto al numero dei partecipanti al
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gioco. A tempo di musica i giocatori corrono attorno
alle sedie; allo stop della musica ciascun giocatore
dovrà cercare di sedersi. Uno verrà eliminato. Nelle
manche successive verranno, via via, tolte tutte le sedie
fino alla finale a due con una sola seduta a
disposizione.
I giochi messi in atto daranno la misura di una comunità che
si mette davvero in gioco. L’ambientazione che da colore
alla giornata è ovviamente quella del parco giochi.
Durante il momento di festa sarà presente un lenzuolo
bianco con una grande scritta colorata: “Mi piace questa
comunità perché…”. Ragazzi ed adulti potranno esprimere
la bellezza della loro appartenenza alla Chiesa.
SPUNTI PER LA RIFLESSIONE
È domenica. Nelle comunità le campane suonano a
festa. Non si va a scuola. Si lascia il lavoro per riposare dalla
fatica, per stare insieme ai proprio cari e agli amici.
L’educatore coinvolge ragazzi e famiglie nel vivere la
domenica come il giorno del Signore, onorando il nome di
Dio per le meraviglie compiute durante la settimana e
ascoltando la Parola che plasma la quotidianità (cfr. cIC/2
Venite con me, pag. 16).
Oggi come nel giorno di Pentecoste i cristiani ascoltano la
Parola di Dio e cercano di comprenderla alla luce dello
Spirito. In ogni parrocchia si celebra l’Eucaristia e si prega
insieme radunati in comunione fraterna dallo Spirito Santo.
Lo stile delle prime comunità è un esempio costante per i
ragazzi: assidui nell’ascolto e nell’unione fraterna, nella
frazione del pane e nelle preghiere. Stavano insieme e
mettevano ogni cosa in comune, frequentavano il tempio e
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spezzavano il pane con letizia e semplicità di cuore lodando
Dio e godendo della simpatia e della accoglienza di tutto il
popolo. La vera accoglienza passa attraverso tante
componenti: l’invito, la cura del luogo e delle attività, il
coinvolgimento e l’animazione. Il solo modo per rendere il
gioco davvero divertente e significativo, però, è farlo
insieme a Gesù. Diventa fondamentale per tutti, quindi,
esserci, stare assieme e condividere la bellezza di questo
momento (cfr. cIC/3 Sarete miei testimoni, pag. 62).
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FESTA DEL CIAO
Durante il Mese del Ciao i ragazzi hanno avuto
modo di riflettere sull’importanza di valorizzare la bellezza
del momento di festa e di gioco, resi così significativi dalla
possibilità di condividerli con le persone che hanno accanto
e con quelle incontrate sul proprio cammino. L’invito alla
festa diventa il momento peculiare di quell’accoglienza
autentica che è veicolo di relazioni significative. Sono
proprio le relazioni intessute e rafforzate in momenti intensi
come quelli del gioco che lo rendono davvero una festa.
Perché una festa sia davvero speciale, è bene curare ogni
piccolo dettaglio, sin dalla prima fase in cui si preparano gli
inviti, si pensa a come allestire lo spazio che ospiterà
l’avvenimento, si immagina che tipo di accoglienza offrire
agli ospiti. Certamente, perché il gioco sia davvero
divertente e significativo, è importante che possano
parteciparvi proprio tutti. Per questo è fondamentale gestire
al meglio la fase dell’invito. Così facendo tutti potranno
vivere appieno la bellezza del momento.
È possibile proporre ai ragazzi la preparazione di un
biglietto di invito che non si limiti soltanto a pubblicizzare
la data e il luogo della festa, ma si concentri sulle
motivazioni di questo invito (perché voglio invitarti a
questa festa?). L’invito dovrebbe essere personale e rivolto,
in modo particolare, a chi sembra più lontano dal gruppo
Acr o dalla comunità parrocchiale.
La vera accoglienza passa davvero attraverso tanti aspetti! Il
vero coinvolgimento di tutta la comunità passa attraverso la
possibilità di raggiungere il luogo della festa a piedi:
rendere visibile il proprio cammino trasmette a tutti la gioia
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di partecipare. All’ingresso del luogo adibito alla festa, è
bene affiggere un grande cartello che porta come titolo: “Ho
accettato l’invito a questa festa perché…”. Questo cartellone
diventa, così, un invito rivolto ai partecipanti a lasciare un
breve messaggio che comunichi la gioia della propria scelta
di partecipare alla festa.
In questa giornata di festa, la volontà è quella di
disincentivare le imprese individuali che fanno emergere il
singolo, ma di implementare attività di gioco di squadra.
Nella fase iniziale della giornata, per mettere alla prova la
compattezza di ciascuna squadra partecipante, si
propongono alcuni giochi di conoscenza e movimento:
- Coordiniamoci: viene proposto un bans che preveda
interventi corali o metta alla prova la capacità di
coordinazione dei componenti delle squadre;
- Ci conosciamo?: si invitano le squadre a posizionarsi in
fila indiana secondo la data di nascita di ciascuno,
piuttosto che per ordine alfabetico o in ordine per
numero di scarpe.
Il gioco da proporre, invece, nel corso della festa è insolito:
la provocazione è quella che saranno i giochi stessi a sfidarsi
e non i ragazzi. Ciascun gruppo presente alla festa è invitato
a proporre a tutti gli altri gruppi un gioco, le cui
caratteristiche possono essere stabilite negli elementi
fondamentali dagli educatori, compatibilmente con le
possibilità offerte dal luogo della festa. I requisiti da
chiedere ai giochi sono, però, necessariamente i seguenti:
- essere originali;
- prevedere regole che richiedono la partecipazione
attiva di tutti i membri della squadra;
- utilizzare la minore quantità possibile di materiale.
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L’obiettivo dell’attività è quello di far vivere ai ragazzi
l’esperienza diretta di cosa significhi scegliere di giocare
valorizzando il più possibile la relazione autentica ed
intensa che scaturisce dall’azione di gioco. È possibile
pensare ad una struttura a stand che permetta ad ogni
rappresentante per ciascun gruppo di condurre la propria
attività.
È possibile invitare ogni gruppo a preparare un piccolo
manuale di gioco, da condividere al termine della giornata,
per dare vita ad un opuscolo da stampare e distribuire a
tutti al termine della festa.
Al termine del gioco viene decretato un vincitore che verrà
dichiarato tale non perché ha raggiunto un punteggio più
alto, ma perché ha profuso il maggior impegno per la buona
riuscita della giornata e della propria attività. Saranno
quindi premiati coloro i quali si sono distinti per
correttezza, rispetto e partecipazione: un gioco riesce ed è
davvero indimenticabile se è divertimento per tutti.
Al termine della giornata i ragazzi trovano un cartellone ad
aspettarli, simile a quello che li aveva accolti all’inizio della
festa; questa volta la scritta riportata è: “E ora… mettiamoci
in gioco!”. Tutti i partecipanti vengono invitati a scrivere
l’impegno che scelgono di prendere per se e per il proprio
gruppo. La storia della Chiesa e dell’Azione Cattolica è ricca
di persone che hanno tracciato e percorso un lungo
cammino proprio scegliendo di “mettersi in gioco” con
Gesù.
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ANALISI
I ragazzi guardano ai gruppi a cui appartengono e
individuano le caratteristiche e gli interessi che li hanno
spinti a farvi parte.
NESSUN UOMO È UN’ISOLA!
Il quotidiano dei ragazzi può essere articolato nei rivoli di
gruppi e aggregazioni indirizzate a diverse finalità in cui si
ritrovano a partecipare, per scelta personale, dei genitori o
per altre motivazioni.
L’educatore invita i ragazzi ad elencare tutti i gruppi di cui
si sentono parte nella loro quotidianità (gruppo sportivo,
gruppo musicale, gruppo amicale, gruppo scolastico,
gruppo parrocchiale, ecc.). Per ognuno dei gruppi
individuati, ogni ragazzo compila una scheda sintetica,
precedentemente preparata dall’educatore sulla falsariga
della seguente per ciascun gruppo di appartenenza:
Come si
chiama il
gruppo?
(se non ha
un nome,
inventalo!)
Quanti
sono i
componenti?
Quando vi
incontrate?
Quali sono
le vostre
abitudini?
Quali
caratteristiche
particolari
contraddistinguono i
singoli
membri?
Quali
interessi
comuni
avete?
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È importante far intuire al ragazzo che nelle “caratteristiche
dei componenti” vanno elencate le disposizioni e
particolarità che contraddistinguono i singoli partecipanti
rispetto agli altri. Nella parte degli “interessi comuni”
l’attenzione è posta su ciò che rende ogni ragazzo vicino agli
altri membri del suo gruppo. Terminata l’attività di analisi,
l’educatore invita i ragazzi alla condivisione. Questa fase
prevede l’utilizzo di un cartellone precedentemente
preparato dall’educatore nel seguente modo:
Si consiglia di predisporre alcuni spazi con la scritta
“gruppo…” nell’eventualità che qualche acierrino
appartenga ad una tipologia di gruppo che non si era
preventivata, in modo da poterla aggiungere senza
difficoltà.
A questo punto l’educatore invita ogni singolo ragazzo ad
apporre le proprie schede sulla colonna corrispondente del
cartellone (ad esempio se il ragazzo fa parte di due gruppi,
quello musicale e quello parrocchiale, deve incollare la
tabella del gruppo musicale nella colonna “gruppo
musicale”, mentre la tabella del gruppo parrocchiale andrà
apposta nella colonna “gruppo parrocchiale”); si darà così
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vita ad una rappresentazione intuitiva e colorata di come il
gruppo si compone e ricompone in tante diverse realtà.
Ora l’educatore guida i ragazzi nell’osservazione del grafico
per far loro comprendere che ognuno può appartenere a
diversi gruppi, ma tutti si ritrovano a condividere la bella
esperienza nel gruppo Acr.
Nella fase finale dell’attività l’educatore propone ai ragazzi
un’ultima scheda (identica alla prima sottoposta),
chiedendo loro, questa volta tutti assieme, di fare la stessa
analisi sul gruppo Acr. L’educatore farà emergere nella
discussione che partecipare all’Acr non richiede
caratteristiche particolari, non bisogna eccellere in qualcosa,
ma solo condividere il desiderio di crescere insieme
nell’amicizia tra tutti e con Gesù.
SPUNTI PER LA RIFLESSIONE
L’educatore guida i ragazzi a riflettere sul fatto che
ogni giorno si entra in contatto con diverse persone, singoli
o gruppi. In entrambi questi casi, l’incontro può essere
dovuto:
- ad una scelta personale (ad esempio quando si decide di
partecipare ad un gruppo sportivo o si sceglie di
incontrarsi con un amico);
- ad una scelta che non dipende da sé (il genitore che
desidera che il figlio impari a suonare uno strumento,
oppure il genitore che per necessità lavorative deve
mandare il figlio al doposcuola);
- ad una situazione inevitabile (basti pensare al gruppo
classe o alle persone con cui ci si trova a condividere un
viaggio in autobus).
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In tutte e tre le possibili situazioni individuate, nel gruppo
Acr ci unisce l’amicizia e la simpatia e prima ancora, ci
unisce la stessa fede in Gesù e la presenza dello Spirito
Santo. Perché, allora, ci sono divisioni e conflitti anche nello
stesso gruppo Acr? Come superarne le cause e vivere uniti?
Non possiamo dimenticare che è Gesù ad unirci nel suo
Spirito e nel suo progetto di vita. Per questo è più profondo
quanto ci unisce, piuttosto che quanto ci divide. Spesso
ascoltarsi, essere attenti agli altri, perdonare, accogliersi e
rispettarsi sono gesti semplici che permettono di crescere
nell’unità. Anche i ragazzi possono costruire l’unità o
portare divisione (cfr. cIC/3 Sarete miei testimoni, pag. 65).
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CONFRONTO TRA I RAGAZZI
I ragazzi riconoscono nella Chiesa una comunità di
fratelli, alla quale si accede per mezzo del battesimo.
Comprendono inoltre che nella comunità cristiana non ci si
sceglie ma ci si accoglie come fratelli.
INSIEME È PIÚ BELLO!
“Perché devo essere in gruppo con quel ragazzo che mi sta
antipatico? Cosa significa davvero sentirsi parte di una
comunità?” Questi sono i pensieri più comuni che fanno i
nostri ragazzi. Per utilizzare un’immagine possiamo dire
che è un po’ come riconoscersi nei colori dell’arcobaleno, in
cui le individualità non scompaiono, ma trovano forza l’una
nella presenza dell’altra.
L’educatore propone ai ragazzi la seguente storia (si può
leggere, oppure, se ci sono più educatori, è possibile fare
una lettura a più voci o una piccola drammatizzazione):
Una volta i colori del mondo cominciarono a litigare: tutti
reclamavano di essere il migliore, l’indispensabile, il preferito.
Il Verde disse: “È chiaro che io sono il più importante. Sono
l’emblema della vita e della speranza. Sono stato scelto per
l’erba, le foglie, gli alberi, senza di me gli animali morirebbero”.
Il Blu lo interruppe: “Pensi solo alla terra, ma considera il cielo
e il mare. L’acqua è la fonte della vita. Senza la mia pace,
ognuno di voi sarebbe nulla”.
Il Giallo rideva sotto i baffi: “Siete tutti così seri! Io porto il
sorriso, la felicità e il calore nel mondo. Il sole, la luna e le stelle
sono gialle. Senza di me non ci si divertirebbe”.
L’Arancione cominciò a cantare le proprie lodi: “Io sono il
colore della salute e della forza. Porto le più importanti
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vitamine. Pensate alle carote, alle zucche, alle arance, ai mango.
Non vado in giro a bighellonare tutto il giorno, ma quando
riempio il cielo all’alba o al tramonto, la mia bellezza è così
folgorante che nessuno rivolge più il pensiero a qualcuno di
voi”.
Il Rosso non sopportò più a lungo e gridò: “Io sono il vostro
sovrano, sono il sangue della vita! Sono il colore del pericolo e
del coraggio. Metto il fuoco nelle vene. Senza di me la terra
sarebbe vuota come la luna. Sono il colore della passione e
dell’amore”.
Il Viola andò su tutte le furie. Era molto alto e parlò con grande
superbia: “Io sono il colore della regalità e del potere. Re, capi e
Vescovi hanno sempre scelto me come segno d’autorità e
saggezza. La gente non discute quello che dico, ascolta e
obbedisce”.
E infine parlò l’Indaco, molto più calmo degli altri ma con ancor
maggiore determinazione: “Pensate a me. Sono il colore del
silenzio. Mi si nota appena, ma senza di me diventereste tutti
superficiali. Io rappresento il pensiero e la riflessione, il
crepuscolo e l’acqua profonda. Avete bisogno di me come
contrappeso, per la preghiera e per la pace interiore”.
Così i colori continuarono a vantarsi, ciascuno convinto della
propria superiorità. I loro contrasti divennero sempre più forti.
Poi ci fu un lampo e un tuono rombò. La pioggia cominciò a
cadere implacabilmente. I colori cominciarono a temere il
peggio e si stringevano fra loro per farsi coraggio.
Nel bel mezzo della tempesta, la pioggia cominciò a parlare:
“Pazzi! Lottare tra voi cercando di dominarsi l’un l’altro! Non
sapete che siete stati creati ciascuno per una ragione diversa,
unica e particolare? Unite le mani e venite con me!”.
I colori fecero come era stato richiesto loro. Allora la pioggia
continuò: “Questo è il colore più bello... quello che fate voi tutti
quando vi unite... Lo voglio chiamare Arcobaleno”.
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La pioggia cessò per far si che tutti uscendo dalle loro case
potessero vedere la bellezza dell’unione di tutti i colori in quel
grande arco che da quel momento in poi tutti lo chiamarono
Arcobaleno. E così, ogni volta che un acquazzone lava il mondo
e l’arcobaleno appare in cielo, abbiamo una buona occasione
per ricordare di rispettarci l’un l’altro, e che INSIEME È PIÚ
BELLO!
Al termine della storia, per confrontarsi, l’educatore
propone ai ragazzi di realizzare una bandiera che
rappresenti il legame che unisce i membri del gruppo al
resto della comunità. Per la composizione della bandiera è
possibile seguire le indicazioni riportate di seguito:
- tagliare una striscia di cartoncino colorato
delle
dimensioni di 5 cm di larghezza per 50 cm di lunghezza
per ogni ragazzo (utilizzare colori diversi);
- tagliare altre strisce sempre di colori diversi della
larghezza di 5 cm mentre per la lunghezza occorre
misurare quanto sono lunghe tutte le strisce dei
bambini (esempio: se i bambini sono 20, dato che la
larghezza di ognuna di queste 20 strisce è 5 cm, le altre
strisce che devo ricavare dovranno essere lunghe 20 x 5
= 100 cm);
- far scrivere a ciascun bambino il proprio nome sulla
propria striscia;
- sulle altre strisce, invece, scrivere i nomi (o i ruoli) delle
altre persone della comunità ecclesiale (i catechisti, il
parroco, gli educatori, ecc.);
- unire le strisce verticali (nomi dei bambini) con le
strisce orizzontali (altre persone della comunità) nel
seguente modo per creare un vero e proprio intreccio
24
(simbolo dell’intreccio di relazioni che si creano nella
comunità);
- bloccare gli estremi della bandiera con una pinzatrice
ed eventualmente mettere un bastoncino per poterla
sventolare!
SPUNTI PER LA RIFLESSIONE
Cosa significa davvero sentirsi parte di una
comunità? L’educatore deve condurre i ragazzi a
comprendere un concetto difficile: nella comunità le
individualità non scompaiono, ma trovano maggiore forza
l’una nella presenza dell’altra. Per aiutare i ragazzi a
comprendere ciò, l’educatore può portare alcuni esempi in
cui il prodotto finito è un qualcosa di più rispetto alla
somma delle singole parti di cui è composto. Ad esempio,
una melodia è un qualcosa di qualitativamente migliore
della semplice somma di più note; oppure la suddetta storia.
I ragazzi comprendono che esiste un intreccio di vite, storie
25
e relazioni tra le persone che vivono nella comunità,
incontrandosi, collaborando, spendendosi gratuitamente
perché tutti crescano insieme nella fede. È un tessuto fra
persone che non si sono scelte, ma sono state tutte chiamate
a condividere un cammino sin dal giorno del proprio
battesimo (cfr. cIC/2 Venite con me, pag. 15).
Nel battesimo la comunità accoglie un nuovo membro,
piccolo o grande, che da quel giorno condivide con gli altri
il segno della croce – segno di riconoscimento, di
appartenenza a Cristo e alla sua Chiesa – e la preghiera del
Padre Nostro. Con il segno della croce ricordiamo la fede
del nostro battesimo: Dio è uno solo in tre persone uguali e
distinte, Padre, Figlio e Spirito Santo; Gesù è morto e risorto
per la nostra salvezza (cfr. cIC/2 Venite con me, pagg. 156157).
26
CONFRONTO CON LE ALTRE
PERSONE
Dal confronto con alcuni testimoni, attraverso una dinamica
di gioco e la lettura della vita di alcuni santi, i ragazzi
scoprono il dovere di impegnarsi per rendere più ricca e
bella la comunità. Come i santi che hanno donato il loro
servizio, le loro preghiere e le loro sofferenze per rendere
lode a Dio e più feconda la nostra Chiesa, anche i ragazzi
possono mettere a disposizione le proprie capacità per il
bene comune.
ANCH’IO HO LA MIA PARTE !
L’incontro con un testimone può essere proposto sotto due
vesti:
A. Gli educatori invitano all’incontro Acr una o più figure
tra quelle individuate dai ragazzi nell’attività di confronto e
inserite nel tessuto della comunità. L’educatore presenta
agli ospiti il percorso fatto dai ragazzi e la bandiera con cui
hanno voluto sintetizzare il tessuto di relazioni.
A questo punto gli ospiti ripercorreranno il proprio
cammino di crescita nella comunità (le tappe più
importanti) dal battesimo fino ad oggi. È bene che gli
invitati facciano emergere come grazie alla comunità siano
riusciti a crescere nella consapevolezza della fede e dei
propri talenti fino a decidere di metterli a disposizione dei
propri fratelli.
I testimoni possono servirsi di un bastone su cui hanno
annotato precedentemente tappe e persone che li hanno
sostenuti nel loro cammino di fede. Al termine del confronto
il testimone regala ai ragazzi il bastone augurando che la
27
comunità sia sostegno nella crescita umana e spirituale,
appoggio nelle difficoltà, stimolo a guardare verso l’alto. Il
bastone può, così, diventare supporto per la bandiera del
gruppo.
B. Nel caso non si riesca ad invitare il testimone, i ragazzi
vengono suddivisi in gruppi di massimo sei componenti;
all’interno di ogni gruppo gli acierrini nomineranno, di
volta in volta, il protagonista dell’azione di gioco tra quelle
di seguito proposte. Le varie prove verranno decise in base
al lancio di un dado numerato.
Le prove potranno essere:
- 1 Prova di canto (cantare una strofa di una canzone
famosa o una canzone di Chiesa a scelta
dell’educatore);
- 2 Prova di disegno (eseguire un ritratto dei componenti
della squadra o un paesaggio a piacere);
- 3 Prova di forza (proporre una sfida a braccio di ferro o
una gara di sollevamenti sulle braccia);
- 4 Prova di Santità (lettura del riassunto della storia di
un santo dapprima utilizzando una sola vocale in
sostituzione a tutte quelle presenti nel testo,
successivamente la rileggeranno con attenzione);
- 5 Prova matematica (risolvere
un’operazione
complicata senza calcolatrice);
- 6 Prova di ballo (al ritmo di musica danzare con la
maggior grazia possibile).
Lanciato il dado dall’educatore, i ragazzi interessati devono
eseguire la prova che verrà giudicata dagli educatori. Ogni
prova può essere eseguita al massimo tre volte. Solo dopo
che ciascun acierrino ha eseguito almeno una prova viene
28
decretata la vittoria della squadra che è stata più brava e che
ha vinto il maggior numero di manche.
LA TESTIMONIANZA
Di seguito si riportano i testi da riassumere per la
prova di santità:
San Tarcisio
Nel giorno della solennità dell'Assunzione della Beata Vergine
Maria, la Chiesa ricorda Tarcisio. Subì il martirio da adolescente
mentre portava l'Eucaristia ai cristiani in carcere. Scoperto,
strinse al petto il Corpo di Gesù, per non farlo cadere in mani
profane, ma venne ucciso. Il Martirologio romano ne fissa la
morte il 15 agosto del 257 d.C. Il corpo venne sepolto insieme a
papa Stefano sulla via Appia. Nel 767 papa Paolo I fece traslare
le spoglie nella basilica di san Silvestro in Capite insieme ad
altri martiri. San Tarcisio acquistò di nuovo fama
nell’Ottocento, in seguito alla pubblicazione del romanzo
«Fabiola» del cardinale Wiseman, interessato alla figura del
coraggioso e giovane santo. In molte chiese di Roma è possibile
trovare quadri, statue, pale d'altare che lo raffigurano. È
patrono dei Chierichetti e degli Aspiranti minori Gioventù
Italiana Azione Cattolica. È il protomartire dell’Eucaristia,
accolito della Chiesa di Roma, fu martirizzato in giovane età
mentre portava le Sacre Specie ai cristiani in carcere per la
comunione, scoperto, strinse al petto l’Eucaristia, per non farla
cadere in mani profane, ma non riuscendo a strappargliela, fu
ucciso dai carnefici esasperati e feroci come cani rabbiosi.
Queste notizie si rilevano dall’unica fonte storica esistente, cioè
l’epigrafe posta da papa Damaso sul suo sepolcro, riprese
successivamente da altri studiosi e inserite nel “Martirologio
Romano” fissando la sua morte al 15 agosto del 257 d.C..
Il suo corpo fu dapprima sepolto insieme a papa Stefano nel
29
Cimiterio Callisti sulla via Appia; secondo altri autori esso fu
trasferito nella cosiddetta Cella Tricora in un sarcofago insieme
a papa Zefirino. Nel 767 papa Paolo I lo portò nella basilica di s.
Silvestro in Capite insieme ad altri corpi di martiri; anche qui
ebbe alcune traslazioni in cui l’ultima è del 1596 ove le reliquie
furono poste sotto l’altare maggiore. Il culto a san Tarcisio
riprese maggior vigore nell’800 in seguito alla pubblicazione del
romanzo Fabiola di Wiseman (Londra, 1855) che rese attraente
la figura del coraggioso adolescente. A Roma nel 1939 gli venne
dedicata una chiesa al IV miglio, opera dell’architetto Rossi.
Santa Giuseppina
Nasce nel Sudan nel 1869, rapita all’età di sette anni, venduta
più volte, conosce sofferenze fisiche e morali, che la lasciano
senza un’identità. Sono i suoi rapitori a darle il nome di Bakhita
«fortunata». Nel 1882 viene comprata a Kartum dal console
Italiano Calisto Legnani. Nel 1885 segue quest’ultimo in Italia
dove, a Genova, viene affidata alla famiglia di Augusto Michieli
e diventa la bambinaia della figlia. Quando la famiglia Michieli
si sposta sul Mar Rosso, Bakhita resta con la loro bambina
presso le Suore Canossiane di Venezia. Qui ha la possibilità di
conoscere la fede cristiana e, il 9 gennaio 1890, chiede il
battesimo prendendo il nome di Giuseppina. Nel 1893, dopo un
intenso cammino, decide di farsi suora canossiana per servire
Dio che le aveva dato tante prove del suo amore. Divenuta
suora, nel 1896 è trasferita a Schio (Vicenza) dove muore l'8
febbraio del 1947. Per cinquant’anni ha ricoperto compiti umili
e semplici offerti con generosità e semplicità. Santa Giuseppina
Bakhita, vergine, che, nata nella regione del Darfur in Sudan, fu
rapita bambina e, venduta più volte nei mercati africani di
schiavi, patì una crudele schiavitù; resa, infine, libera, a Venezia
divenne cristiana e religiosa presso le Figlie della Carità e passò
il resto della sua vita in Cristo nella città di Schio nel territorio
30
di Vicenza prodigandosi per tutti. Venduta a mercanti di
schiavi, iniziò per Bakhita un’esistenza di privazioni, di frustate
e di passaggi di padrone in padrone. Poi venne tatuata con rito
crudele e tribale: 114 tagli di coltello lungo il corpo: “Mi pareva
di morire ad ogni momento… Immersa in un lago di sangue, fui
portata sul giaciglio, ove per più ore non seppi nulla di me…
Per più di un mese [distesa] sulla stuoia… senza una pezzuola
con cui asciugare l’acqua che continuamente usciva dalle
piaghe semiaperte per il sale”. Giunse finalmente la quinta ed
ultima compravendita della giovane schiava sudanese. La
acquistò un agente consolare italiano, Callisto Legnami. Dieci
anni di orrori e umiliazioni si chiudevano. E, per la prima volta,
Bakhita indossa un vestito. Bakhita raggiunge la sconosciuta
Italia, dove il console la regalerà ad una coppia di amici di
Mirano Veneto e per tre anni diventerà la bambinaia di loro
figlia, Alice. Ed ecco l’incontro con Cristo. La mamma di Alice,
Maria Turina Michieli, decide di mandare figlia e bambinaia in
collegio dovendo raggiungere l’Africa per un certo periodo di
tempo. La giovane viene ospitata nel Catecumenato diretto
dalle Suore Canossiane di Venezia (1888). “Circa nove mesi
dopo, la signora Turina venne a reclamare i suoi diritti su di
me. Io mi rifiutai di seguirla in Africa… Ella montò sulle furie”.
Nella questione intervennero il patriarca di Venezia Domenico
Agostini e il procuratore del re, il quale “mandò a dire che,
essendo io in Italia, dove non si fa mercato di schiavi, restavo…
libera”. Il 9 gennaio 1890 riceve dal Patriarca di Venezia il
battesimo, la cresima e la comunione e le viene imposto il nome
di Giuseppina, Margherita, Fortunata, che in arabo si traduce
Bakhita. Nel 1893 entra nel noviziato delle Canossiane.
“Pronunciate i santi voti senza timori. Gesù vi vuole, Gesù vi
ama. Voi amatelo e servitelo sempre così”, le dirà il cardinal
Giuseppe Sarto, nuovo Patriarca e futuro Pio X. Nel 1896
pronuncia i voti e si avvia ad un cammino di santità. Cuoca,
31
sacrestana e portinaia saranno le sue umili mansioni, descritte e
testimoniate dal recente e ben riuscito video prodotto dalla
Nova-T, dal titolo “Le due valigie, S. Giuseppina Bakhita”, con
la regia di Paolo Damosso, la fotografia di Antonio Moirabito e
la recitazione di Franco Giacobini e Angela Goodwin. Il titolo si
rifà alle parole che Bakhita disse prima di morire: “Me ne vado,
adagio adagio, verso l’eternità… Me ne vado con due valigie:
una, contiene i miei peccati, l’altra, ben più pesante, i meriti
infiniti di Gesù Cristo”.
San Nicola
Nacque nel 1245 a Castel Sant’Angelo in Pontano nella diocesi
di Fermo. A 14 anni entrò fra gli eremitani di sant’Agostino di
Castel Sant’Angelo come oblato, cioè ancora senza obblighi e
voti. Più tardi entrò nell’ordine e nel 1274 venne ordinato
sacerdote a Cingoli. La comunità agostiniana di Tolentino
diventò la sua «casa madre» e suo campo di lavoro il territorio
marchigiano con i vari conventi dell’Ordine, che lo
accoglievano nell’itinerario di predicatore. Dedicava buona
parte della sua giornata a lunghe preghiere e digiuni. Un asceta
che diffondeva sorriso, un penitente che metteva allegria. Lo
sentivano predicare, lo ascoltavano in confessione o negli
incontri occasionali, ed era sempre così: veniva da otto-dieci ore
di preghiera, dal digiuno a pane e acqua, ma aveva parole che
spargevano sorriso. Molti venivano da lontano a confessargli
ogni sorta di misfatti, e andavano via arricchiti dalla sua fiducia
gioiosa. Sempre accompagnato da voci di miracoli, nel 1275 si
stabilì a Tolentino dove resterà fino alla morte il 10 settembre
1305. A Tolentino nelle Marche, san Nicola, sacerdote
dell’Ordine degli Eremiti di Sant’Agostino, che, dedito a una
severa astinenza e assiduo nella preghiera, fu severo con se
stesso, ma clemente con gli altri, e spesso imponeva a sé le
penitenze altrui. Per il patronato della maternità, accanto alla
32
Madre della Madonna, può ben figurare quel benevolo
intercessore che è San Nicola da Tolentino. È pur vero che il
ventaglio di ausilio miracoloso attribuito a San Nicola dalla
vastissima ancor oggi devozione popolare è molto ampio: dalle
malattie alle ingiustizie, dalla tirannia ai danni patrimoniali,
dagli incendi alla liberazione delle anime purganti. Ma
l’intercessione nella maternità, specialmente se in età avanzata,
ha una propria ragione particolare. Si era a metà del XIII secolo
ed i coniugi Compagnone dei Guarinti e Amata dei Gaidani
stavano invecchiando ed erano sull’orlo della disperazione per
mancanza di prole. Abitavano a Castel Sant’Angelo, oggi
Sant’Angelo in Pontano nella provincia di Macerata; vivevano
in buone condizioni economiche, per cui un figlio poteva anche
significare il passaggio delle eredità materiali. In quei tempi il
mancato arrivo di un bimbo veniva sempre imputato alla
donna, cosicché la lacuna stava nella impossibile maternità e
non tanto in disfunzioni legate alla paternità. In tale ottica
venivano ricercati i rimedi più o meno efficaci e magari anche
qualche intervento del sortilegio. Da cristiana credente la
coppia di Castel Sant’Angelo ricorreva con sempre maggiore
frequenza alla preghiera. Ad un certo momento si ricordarono
del santo dei doni per eccellenza: con preghiere e lacrime
supplicarono in effetti a lungo San Nicola di Bari. E nel 1245
nacque il tanto desiderato figlio che, per gratitudine, venne
battezzato con quel nome. L’infanzia e la fanciullezza furono
tranquilli, manifestando egli tuttavia una naturale inclinazione
alla preghiera ed a una rigorosa osservanza dei propri doveri.
Così strutturato, Nicola avvicinò perciò gli agostiniani della
città natale a dodici anni e fu novizio nel 1260. Compì poi gli
studi necessari per il sacerdozio, ottenendo l’ordinazione a
Cingoli, sempre non lontano da Macerata, nel 1269. Svolse in
varie località l’apostolato affidatogli, finché nel 1275 si ritirò,
forse per ragioni di salute, nell’eremo agostiniano di Tolentino.
33
Qui mori trent’anni più tardi il 10 settembre 1305, dopo avere
svolto l’apostolato del confessionale e dell’assistenza ai poveri
ed avere vissuto in umiltà e penitenza. In seguito alla definitiva
canonizzazione nel 1446 il suo culto si diffuse in tutta Italia, in
molti altri Paesi d’Europa e poi nelle Americhe, in parte anche
per il graduale affermarsi dell’Ordine agostiniano. Già però
Tolentino gli aveva costruito una basilica, ancora attualmente
meta di pellegrinaggi e ricca di opere d’arte. I suoi resti mortali
sono in gran parte custoditi nella cripta, tranne le “Sante
Braccia” staccatesi e sanguinanti quarant’anni dopo la morte
del santo. La Chiesa ricorda liturgicamente San Nicola da
Tolentino il 10 settembre, il suo dies natalis.
SPUNTI PER LA RIFLESSIONE
Terminato il gioco i ragazzi vengono portati a
riflettere su ciò che hanno in comune i personaggi analizzati
e perché ci è utile conoscerli. Tutti i santi con il loro servizio
(Tarcisio), con la loro preghiera (Nicola) o con le loro
sofferenze (Giuseppina) hanno contribuito a rendere lode al
Signore e ad amare come ha amato Lui la sua Chiesa.
Percorrere la strada di Gesù è difficile e da soli non
riusciremo a percorrerla: lo Spirito Santo apre il nostro
cuore perché possiamo comprendere la Parola di Gesù e ci
dona la forza per camminare insieme con lui. Gesù non è
venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita
per la salvezza di tutti. I santi sono coloro che vivono il
comandamento nuovo: “che vi amiate gli uni gli altri come
io vi ho amato. Da questo tutti sapranno che siete miei
discepoli” (cfr. cIC/2 Venite con me, pag. 88).
Come hanno sperimentato anche nel gioco, i ragazzi,
mettendo a disposizione i loro talenti (ma anche il loro
34
sacrificio a fare una prova che può non avere incontrato il
loro gusto), hanno potuto aiutare la loro squadra. Così
anche noi siamo chiamati a contribuire per rendere più
accogliente e gioiosa la nostra parrocchia e la Chiesa intera.
È importante anche far capire ai ragazzi che possono essere
protagonisti nella chiesa. Tutti siamo chiamati all’interno
delle nostre comunità a dare il nostro tempo, le nostre
energie, la nostra fantasia, la nostra allegria e la nostra
preghiera, ben sapendo che tutto ciò non ci è tolto ma è
condiviso con gli altri.
35
CONFRONTO CON I DOCUMENTI
DELLA FEDE
All’interno dell’esperienza del gruppo, si desidera
mantenere come punto di partenza e di arrivo la vita
concreta dei ragazzi. Per far questo, l’attività si differenzia
in PISTA A (At 18,1-3; At 18,24-26; Rm 16,3-5; Lc 19,5-10; Gv
1,35-42) e PISTA B (Ef 4,1-6), in ragione del cammino di fede
dei ragazzi, cioè, prima o dopo aver celebrato il sacramento
della Confermazione. I ragazzi incontrano la parola di Dio,
individuando in essa una guida che li aiuti a vivere da
fratelli nei diversi ambiti della loro vita.
At 18,1-3
Dopo questi fatti Paolo lasciò
Atene e si recò a Corinto. Qui
trovò un Giudeo di nome
Aquila, nativo del Ponto,
arrivato poco prima dall'Italia,
con la moglie Priscilla, in
seguito all'ordine di Claudio
che allontanava da Roma tutti i
Giudei. Paolo si recò da loro e,
poiché erano del medesimo
mestiere, si stabilì in casa loro
e lavorava. Di mestiere, infatti,
erano fabbricanti di tende.
At 18,24-26
Arrivò a Èfeso un Giudeo, di
nome Apollo, nativo di
Alessandria,
uomo
colto,
esperto nelle Scritture. Questi
Ef 4,1-6
Io dunque, prigioniero a
motivo del Signore, vi esorto:
comportatevi
in
maniera
degna della chiamata che avete
ricevuto, con ogni umiltà,
dolcezza
e
magnanimità,
sopportandovi
a
vicenda
nell'amore, avendo a cuore di
conservare l'unità dello spirito
per mezzo del vincolo della
pace. Un solo corpo e un solo
spirito, come una sola è la
speranza alla quale siete stati
chiamati, quella della vostra
vocazione; un solo Signore,
una sola fede, un solo
battesimo. Un solo Dio e Padre
di tutti, che è al di sopra di
36
era stato istruito nella via del tutti, opera per mezzo di tutti
Signore e, con animo ispirato, ed è presente in tutti.
parlava e insegnava con
accuratezza ciò che si riferiva a
Gesù, sebbene conoscesse
soltanto il battesimo di
Giovanni. Egli cominciò a
parlare con franchezza nella
sinagoga. Priscilla e Aquila lo
ascoltarono, poi lo presero con
sé e gli esposero con maggiore
accuratezza la via di Dio.
Rm 16,3-5
Salutate Prisca e Aquila, miei
collaboratori in Cristo Gesù.
Essi per salvarmi la vita hanno
rischiato la loro testa, e a loro
non io soltanto sono grato, ma
tutte le Chiese del mondo
pagano. Salutate anche la
comunità che si riunisce nella
loro casa. Salutate il mio
amatissimo Epèneto, che è
stato il primo a credere in
Cristo
nella
provincia
dell’Asia.
Lc 19,5-10
Quando giunse sul luogo,
Gesù alzò lo sguardo e gli
disse: “Zaccheo, scendi subito,
perché oggi devo fermarmi a
casa tua”. Scese in fretta e lo
accolse
pieno
di
gioia.
37
Vedendo
ciò,
tutti
mormoravano: “È entrato in
casa di un peccatore!”. Ma
Zaccheo, alzatosi, disse al
Signore: “Ecco, Signore, io do
la metà di ciò che possiedo ai
poveri e, se ho rubato a
qualcuno, restituisco quattro
volte tanto”. Gesù gli rispose:
“Oggi per questa casa è venuta
la salvezza, perché anch'egli è
figlio di Abramo. Il Figlio
dell'uomo infatti è venuto a
cercare e a salvare ciò che era
perduto”.
Gv 1,35-42
Il giorno dopo Giovanni stava
ancora là con due dei suoi
discepoli
e,
fissando
lo
sguardo su Gesù che passava,
disse: “Ecco l’agnello di Dio!”.
E i suoi due discepoli,
sentendolo
parlare
così,
seguirono Gesù. Gesù allora si
voltò e, osservando che essi lo
seguivano, disse loro: “Che
cosa cercate?”. Gli risposero:
“Rabbì - che, tradotto, significa
Maestro - dove dimori?". Disse
loro: “Venite e vedrete”.
Andarono dunque e videro
dove egli dimorava e quel
giorno rimasero con lui; erano
38
circa
le
quattro
del
pomeriggio. Uno dei due che
avevano udito le parole di
Giovanni e lo avevano seguito,
era Andrea, fratello di Simon
Pietro. Egli incontrò per primo
suo fratello Simone e gli disse:
“Abbiamo trovato il Messia” che si traduce Cristo - e lo
condusse da Gesù. Fissando lo
sguardo su di lui, Gesù disse:
“Tu sei Simone, il figlio di
Giovanni; sarai chiamato Cefa”
- che significa Pietro.
TESTIMONI DI LUCE
Pista A
I ragazzi sono aiutati a comprendere che per portare a tutti
la gioia che deriva dall’amicizia con Gesù, devono
impegnarsi ad essere testimoni capaci di vivere gesti
semplici di comunione. Attraverso il confronto con tre
personaggi del Nuovo Testamento, che grazie all’amicizia
con Gesù hanno cambiato la propria vita e i propri
comportamenti, i ragazzi si interrogano sul modo in cui
vivono il proprio quotidiano.
Gli educatori, dopo aver letto le storie dei tre personaggi (si
può fare riferimento anche al passo biblico corrispondente),
devono drammatizzare in una scenetta l’atteggiamento
peculiare di ogni personaggio e far capire ai ragazzi il valore
cristiano corrispondente. Dopo che sono stati individuati
tutti e tre gli atteggiamenti, questi, possono essere riportati
su un grande cartellone diviso in tre riquadri.
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Conclusa la prima parte dell’attività si dividono i ragazzi in
gruppi e gli si chiede di confrontarsi, all’interno di ogni
gruppo, sugli atteggiamenti presi in esame e di
drammatizzare una situazione di vita di tutti i giorni, che
loro hanno vissuto in prima persona, per ognuno dei tre
valori analizzati. Dato un limite di tempo per creare la
drammatizzazione, ogni gruppo mette in scena ciò che ha
prodotto.
Per concludere l’attività si chiede ad ogni ragazzo di
pensare autonomamente al valore, tra i tre analizzati, che
non riesce a mettere in pratica con naturalezza. Poi si
consegna ad ognuno un post-it su cui i ragazzi devono
scrivere un proposito, che si impegnano ad attuare, per
migliorare il valore che viene più difficile loro mettere in
pratica (es. Accoglienza: “Mi impegno ad essere più gentile
con chi mi sta più antipatico”). Una volta scritto si incolla il
post-it sul cartellone nel riquadro del valore corrispondente.
Di seguito sono riportate le storie dei personaggi e gli
atteggiamenti corrispondenti.
Aquila e Priscilla - Accoglienza
Tra i primi testimoni della fede cristiana, Aquila e Priscilla
hanno un ruolo molto importante nella Chiesa del loro
tempo: fuggiti da Roma a causa dell’editto di Claudio,
danno ospitalità nella loro casa ai cristiani che si riuniscono
per l’ascolto della parola di Dio e la celebrazione
dell’Eucaristia. Sostenuti da una fede salda, Aquila e
Priscilla, sono disponibili, come Maria, a realizzare il
disegno di Dio e accolgono per primo Paolo (cfr. At 18,1-3)
divenendo collaboratori del suo apostolato. In seguito
accolgono in casa loro anche Apollo, un giudeo nativo di
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Alessandria (cfr. At 18,24-26). Questi due sposi ascoltano la
testimonianza dei due uomini e condividono con loro la
fede e l’impegno a servizio della comunità cristiana,
continuando ad aprire la loro casa alle persone che cercano
Gesù Cristo. San Paolo, nella sua Lettera ai Romani, scrive
così: «Salutate Priscilla ed Aquila, miei collaboratori in Gesù
Cristo, che hanno rischiato la loro vita per me; a loro non io
soltanto sono grato, ma anche tutte le chiese delle nazioni.
Salutate anche la chiesa che si riunisce in casa loro» (cfr. Rm
16,3-5).
Zaccheo - Giustizia
Zaccheo è un uomo ricco, un pubblicano che come Levi
cerca Dio. Gesù, passando per Gerusalemme, alza lo
sguardo e gli dice: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi
devo fermarmi a casa tua». In fretta scende e lo accoglie
pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormorano: «È andato ad
alloggiare da un peccatore!». Ma Zaccheo, alzatosi, disse a
Gesù: «Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni i poveri; e
se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto». Lui
gli risponde: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa,
perché anch’egli è figlio di Abramo; il Figlio dell’uomo
infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto»
(cfr. Lc 19,5-10). Gesù non sceglie i migliori, sceglie coloro
che per i più non meritano attenzione ma che, come
Zaccheo, sono disposti a restituire la ricchezza della terra e
“correre avanti” per guadagnare quella del cielo.
Discepoli - Fedeltà
I discepoli sono così felici di avere incontrato Gesù nel loro
cammino che non possono tenerlo solo per loro: non appena
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tornano a casa lo dicono ai loro fratelli. Andrea, impetuoso e
appassionato, prende suo fratello Simone, gli dice:
«Abbiamo trovato il Messia» e lo porta subito da Gesù,
perché una gioia così grande va condivisa. Appena Gesù
guarda Simone in viso, lo accoglie come uno dei suoi
discepoli e gli dice che avrà un nuovo nome: Pietro (cfr. Gv
1,35-42).
SPUNTI PER LA RIFLESSIONE
Questa attività che analizza tre atteggiamenti
cristiani come accoglienza, giustizia e fedeltà ha varie
corrispondenze in altri brani biblici. Per quanto riguarda
l’accoglienza, l’esempio più importante che potrebbe
emergere dalla riflessione con i ragazzi è quello di Maria che
accetta e accoglie la chiamata di Dio il quale fa scendere su
di lei lo Spirito Santo (cfr. cIC/2 Venite con me, pag. 32).
Riguardo la giustizia esempio estrapolabile dalla Sacra
Scrittura è la figura di un pubblicano di nome Levi (cfr.
cIC/2 Venite con me, pag. 12). Gesù non fa preferenze tra le
persone: egli vede nel cuore di ciascuno e sceglie i suoi
amici anche tra coloro che la gente disprezza come i farisei e
gli scribi che mormoravano con i discepoli perché
mangiavano e bevevano con i pubblicani e i peccatori. È lo
Spirito Santo che cambia il cuore di coloro che sono
disprezzati per le proprie azioni. Infine, il valore della
fedeltà e della presenza importante dello Spirito Santo
emergono nella chiamata dei pescatori sul lago di Galilea
(cfr. cIC/2 Venite con me, pag. 11). Gesù chiama quattro
pescatori al lavoro inconsapevoli del contenuto della
chiamata da parte di colui che è ancora sconosciuto ai loro
occhi. Subito lasciarono le reti e lo seguirono, segno di
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grande fiducia e di disponibilità alla sequela. Come
discepoli dopo l’incontro con Gesù, allo stesso modo anche
noi quando Lo accogliamo nel dono del battesimo veniamo
immersi nella realtà dello Spirito Santo che ci invita a vivere
in ottemperanza ai valori cristiani nella quotidianità.
Quindi, attraverso le scelte importanti della nostra vita:
nella scuola, nella famiglia, nel lavoro dobbiamo essere
sempre testimoni di Gesù. Come luce che illumina, vanno
diffuse intorno a noi la bontà e l’amore. Gesù ha detto: «Voi
siete la luce del mondo; non può restare nascosta». Tutto ciò
va attuato alla lettera nella vita quotidiana con gesti
semplici ma importanti (cfr. cIC/2 Venite con me, pag. 155).
Nel sacramento della Confermazione lo Spirito Santo
conferma i battezzati e li unisce più profondamente a Cristo
e alla Chiesa.
METTI IN CIRCOLO IL TUO AMORE
Pista B
L’incontro inizia con la lettura di un brano tratto dalla
Lettera di san Paolo agli Efesini in cui l’apostolo Paolo
ringrazia Dio per la fede e l’amore che uniscono i fratelli
della comunità di Efeso e li esorta a continuare su questo
stile. L’educatore spiega ai ragazzi che l’invito che Paolo
rivolge ai fedeli di Efeso, cioè di vivere da fratelli
realizzando l’unità nello Spirito Santo, è lo stesso invito che
viene rivolto a ciascuno di noi in quanto membri della
comunità cristiana.
Viene poi mostrata ai ragazzi una grande sagoma bianca e
alcuni pezzi di cartoncino di colore rosa (in numero
maggiore rispetto ai membri del gruppo). Questi cartoncini,
uniti insieme come un puzzle, ricompongono interamente la
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stessa sagoma. Ciascun ragazzo prende un pezzo di puzzle
e vi scrive sopra il proprio nome. Allo stesso modo fa anche
l’educatore, che subito dopo chiede ai ragazzi di ricomporre
la sagoma rosa incollando i vari pezzi su quella bianca. Una
volta terminato il gioco, i ragazzi si accorgono che sulla
sagoma adesso ci sono tutti i loro nomi e che è rimasto
anche qualche cartellino senza nome. La sagoma
rappresenta la comunità cristiana: un insieme di parti (le
membra), ciascuna necessaria all’altra per ricomporre il
tutto (cfr. cIC/3 Sarete i miei testimoni, pag. 65).
Il popolo di Dio è composto infatti da persone diverse, così
come diverse sono le parti del corpo, uniche ed originali,
unite dalla stessa fede. Lo Spirito Santo è colui che ci
ricompone e ci lega a Gesù (il corpo) e tra di noi come
fratelli. I pezzi di puzzle senza nome rappresentano coloro
che, pur essendo membri della comunità cristiana in virtù
del loro battesimo, scelgono di vivere ai margini o si
professano non credenti: il loro posto resta vuoto, perché è
stato pensato solo per loro e nessun altro potrebbe
occuparlo. Senza di loro però il corpo non è completo in
tutte le sue parti e non può funzionare al meglio: per questo
tutti noi dobbiamo impegnarci, da cristiani, a vivere la
nostra vocazione battesimale, rinnovata con il sacramento
della Confermazione, e diventare testimoni per gli altri
vivendo gli insegnamenti di Gesù.
Vengono quindi mostrate ai ragazzi alcune parti del corpo
che si possono ancora aggiungere alla sagoma. A ciascuna
parte è abbinato un comportamento/atteggiamento che
ogni cristiano dovrebbe vivere per costruire l’unità. Mentre
queste parti vengono incollate al resto del corpo, se ne
fornisce una breve spiegazione:
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- Orecchie: ascolto;
- Occhi: attenzione;
- Cuore: perdono;
- Braccia: accoglienza;
- Mani: rispetto;
- Piedi: disponibilità.
Una volta presentati tutti gli atteggiamenti/comportamenti,
l’educatore consegna ai ragazzi un foglio A4 con disegnate,
in miniatura, tutte le parti sopra citate. Ciascun ragazzo,
dopo un breve momento di riflessione in cui si interroga su
quale comportamento gli viene più difficile testimoniare,
ritaglia la parte corrispondente e vi scrive sopra un piccolo
impegno da assumere.
SPUNTI PER LA RIFLESSIONE
Dalla lettura del passo biblico e dall’attività
proposta è necessario estrapolare un concetto molto
importante, ovvero che l’unità nella vita della Chiesa è un
dono prezioso che bisogna sempre coltivare e conservare.
Ci unisce l’amicizia e la simpatia, ma prima ancora ci unisce
la stessa fede in Gesù e la forte presenza dello Spirito Santo.
Perché allora ci sono divisioni e conflitti anche tra fratelli
della stessa fede? Come superarne le cause e vivere uniti?
Non possiamo dimenticare che è il Signore a unirci nel suo
Spirito e nel suo progetto.
Noi siamo membra uniche ed inimitabili di un unico grande
corpo che è Gesù Cristo.
Spesso gesti semplici come ascoltarsi, essere attenti agli altri,
perdonare, accogliersi, essere disponibili e rispettarsi sono
gesti importanti che permettono di crescere uniti nella
fraternità reciproca.
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Anche i ragazzi possono e devono creare unità all’interno
del loro gruppo Acr perché cresca solido e forte.
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CELEBRAZIONE
I ragazzi rendono gloria a Gesù che viene per tutti,.
Presenza di amore e annuncio di gioia che ci fa fratelli- si
impegnano così, assieme alla comunità, a preparare la
strada, riempire le buche, livellare e spianare il terreno al
Vangelo di Salvezza. Non si può accogliere Gesù, se non si
prepara il cuore.
UN “SI CHE ILLUMINA IL MONDO “
La liturgia della Parola è incentrata sulle figure di Maria e
di Giuseppe, che con i loro “sì” accolgono con gioia Gesù ed
aiutano i ragazzi a fare lo stesso, ciascuno, nel proprio
cuore. Di seguito è riportato il testo della liturgia della
Parola.
Canto iniziale
P. Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
T. Amen.
P. La grazia, la pace e l’amore di Dio nostro Padre e di Gesù
Cristo nostro Salvatore sia con tutti voi.
T. E con il tuo spirito.
P. Cari ragazzi, siamo qui oggi per preparare il nostro cuore
ad accogliere la Parola che ha cambiato per sempre il corso
della storia: Dio che scende sulla terra e si fa bambino per la
nostra salvezza. Facciamo spazio all’immaginazione e
torniamo con la mente in quella notte nella quale si compì la
nascita di Gesù, realizzazione del progetto d’amore che ha
avuto inizio a partire dai “sì” di Maria e di Giuseppe.
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In ascolto della Parola
Dal Libro dei Salmi (98)
Cantate al Signore un canto nuovo, perché ha compiuto
meraviglie. Gli ha dato vittoria la sua destra e il suo braccio
santo. Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza, agli occhi
delle genti ha rivelato la sua giustizia. Egli si è ricordato del suo
amore, della sua fedeltà alla casa d'Israele. Tutti i confini della
terra hanno veduto la vittoria del nostro Dio. Acclami il Signore
tutta la terra, gridate, esultate, cantate inni!
Alleluia
Come infatti la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi
ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e
fatta germogliare, perché dia il seme a chi semina e il pane a chi
mangia, così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca: non
ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero
e senza aver compiuto ciò per cui l'ho mandata. (Is 55,10-11)
Alleluia
In ascolto della Parola
Dal vangelo secondo Luca (1,26-38)
Al sesto mese, l'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città
della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa
di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine
si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallégrati, piena di
grazia: il Signore è con te». (…) «Non temere, Maria, perché hai
trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai
alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato
Figlio dell'Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide
suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo
regno non avrà fine». (…) Allora Maria disse: «Ecco la serva del
Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l'angelo si
allontanò da lei.
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Dal vangelo secondo Matteo (1,18-25)
Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che
andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello
Spirito Santo. Giuseppe, poiché era uomo giusto e non voleva
accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. Mentre
però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno
un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide,
non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il
bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà
alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli salverà il suo
popolo dai suoi peccati». (…) Quando si destò dal sonno,
Giuseppe fece come gli aveva ordinato l'angelo del Signore e
prese con sé la sua sposa; senza che egli la conoscesse, ella
diede alla luce un figlio ed egli lo chiamò Gesù.
Segno
Al termine della lettura del brano del Vangelo di Luca,
alcuni ragazzi depongono davanti all’altare la mangiatoia,
simbolo del “sì” attraverso il quale Maria ha accolto Gesù: la
mangiatoia, infatti, rappresenta il grembo della Vergine
Maria, che ha protetto, nutrito e cresciuto il Figlio di Dio.
Dopo la lettura del brano del Vangelo di Matteo, altri
ragazzi preparano la mangiatoia, riempiendola con della
paglia. Questo gesto è il simbolo del “sì” di Giuseppe ad
accogliere, prendersi cura di Gesù: la paglia è ciò che
riscalda, dà calore al Figlio di Dio. Infine, prima di
procedere alla riflessione, un ragazzo depone al centro della
mangiatoia la Parola di Dio, Gesù. In quanto, rappresenta il
nostro “sì”, la nostra disponibilità ad aprire il cuore ed a
farci plasmare dal Verbo di Dio che, rendendoci tutti fratelli,
illumina e dà gioia alla nostra vita.
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Breve riflessione
P. Cari ragazzi, Dio ha una fantasia che ci stupisce sempre: il
suo progetto d’amore e di salvezza per noi è iniziato dalla
scelta di una giovane donna: Maria. In lei, il Signore ha
trovato la porta spalancata e ha potuto prendere casa nel
mondo. Maria e Giuseppe accolgono con fede ed umiltà la
Parola eccezionale di Dio. Allo stesso modo, la nostra vita
cristiana ha avuto inizio con il “sì” che i nostri genitori ci
hanno donato attraverso il Battesimo, rendendoci parte di
questa comunità; spetta a noi ora continuare a vivere,
fraternamente e fedelmente da battezzati, nell’amore di Dio.
1L. Grazie Signore, perché hai scelto per noi una mamma
speciale, la Vergine Maria, che con il suo “sì” ha reso
possibile il tuo progetto di salvezza.
2L. Grazie Signore, perché hai scelto di porre accanto a
Maria un uomo giusto, Giuseppe, che con il suo “sì” ha
condiviso la realizzazione di questo grande progetto
d’amore.
3L. Grazie Signore, perché hai scelto per noi una famiglia. In
questo tempo di Avvento aiutaci a ritrovare la pratica della
fede e della preghiera. Ti affidiamo i nostri coetanei e i
giovani, perché possano pronunciare il loro sì e trovare
persone capaci di sostenerli nel cammino della vita.
Padre nostro
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P. Signore Gesù Cristo, che in Maria e Giuseppe ci hai dato
un vero modello di vita, fa che nelle nostre famiglie
fioriscano lo stupore e la meraviglia per ciò che tu hai fatto
per noi. Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli.
T. Amen.
Benedizione
Canto finale
SPUNTI PER LA RIFLESSIONE
Attraverso questa liturgia della Parola i ragazzi
hanno la possibilità di accogliere ancora una volta Gesù che
irrompe nella loro quotidianità. La celebrazione racconta le
disponibilità di un uomo e di una donna che hanno
permesso la nascita del Salvatore.
Chi raccontò ai primi discepoli la risposta di Maria e
Giuseppe? Chi gli avvenimenti della nascita di Gesù? A
Betlemme essi non c’erano. Maria viveva tra loro e
conservava nel suo cuore il suo sì. E così anche Giuseppe. I
discepoli, i primi cristiani, illuminati dal dono dello Spirito
Santo, meditavano con gioia i misteri della nascita del
Salvatore.
L’educatore, attraverso questa liturgia, invita a conoscere il
mistero di Gesù che nasce per noi grazie al sì generoso di
Maria e Giuseppe, anche in casa, attorno al presepio, a
scuola, con gli amici e in parrocchia (cfr. cIC/2 Venite con
me, pag. 41).
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Non c`e` gioco senza te - Sussidio 12