Dall’articolo “La ceramica. Parte 1ª Duecento e Trecento” di Giuliana Gardelli Fig. 18 - Neri da Rimini, Antifonario del tempo, c.128r: Decollazione del Battista, pergamena, sec. XIV inizio. Londra, Collezione Amati. [email protected] Collaboratori del 3° numero, anno 2008/2009 Mario Alvisi - Ilaria Balena - Andrea Bianchi - Pietro Giovanni Biondi Ortensio Cangini - Angelo Chiaretti - Domenico Colaci - Gisella Conca Marina Della Pasqua - Franca Fabbri Marani - Giuliana Gardelli - Achille Ginnetti Paolo Giulio Gianessi - mons. Francesco Lambiasi - Anna Mariotti Biondi Roberto Morbidi - Umberto Moretti - Franco Palma - Manuela Palmucci Loretta Raggini - Fabio Robbiati - Monica Sardonini - Isabella Serra Annarella Rebecca Vallejo Fambrini Progetto grafico e impaginazione Anna Mariotti Biondi Fotografie Mario Alvisi Vita di Club Anno lionistico 2008 – 2009 Numero 3 Rivista del Lions Club Rimini - Malatesta SOMMARIO: Incontri Conferenze Conviviali Servizi Viaggi Curiosità Novità Ricordi Arte Musica Poesia Amicizia Solidarietà Mostre Musei Gastronomia Posta Attualità Chiacchiere Pensieri Brevi Lionismo Anniversari Ospiti Atmosfere Nostalgie Progetti 4 5 6 9 La pagina del Presidente La voce del Governatore Rimini service Pensieri&Parole 11 13 15 20 21 23 24 29 Meeting Arte in Mostra 34 35 37 39 41 43 45 46 48 49 51 55 57 59 60 Mondo Lions Service Arte malatestiana Inserto Arte e Letteratura Rimini provincia Curiosità alvisiane Itinerari Storia in Mostra Arte in Mostra Meeting Mondo Lions Itinerari Meeting Ieri e oggi: a tavola L’angolo dello sponsor Meeting Il Commiato Tragedia nel cuore del paese La voce del silenzio Il mondo in un libro Narrare… in erba I pilastri del cambiamento Sogni neoclassici Incontro con l’armonia Cani guida Un poster per la pace Premio “Morena Ugolini” Lo spirito del Premio La ceramica La ceramica d’uso, d’arte, di politica, di fede Cent’anni di Futurismo Valmarecchia & Romagna Signori, in carrozza! Val di Teva Il farsetto A Ravenna Arte e Musica Violino: arte e tecnica per un mito Zehut Il carro d’oro S. Paolo Cibus et potio La cucina mediterranea 29ª Charter Night LA PAGINA DEL PRESIDENTE IL COMMIATO LA SODDISFAZIONE DEL RISULTATO Cari amici Lions, l’avventura iniziata l’anno scorso a Villa “I Tramonti” con due neo eletti, il governatore Achille Ginnetti ed io, si chiude oggi con le stesse persone che passano i poteri al nuovo governatore Suzzi ed al nuovo presidente, l’amico Galli, con un particolare importante, il nostro governatore Ginnetti è stato eletto alla carica più prestigiosa del Lionismo italiano: presidente del Consiglio dei Governatori. Essere presidente di un club Lions è un onore ed un onere, un compito che ho assunto con orgoglio e dedizione, cercando di attenermi a quelli che sono gli scopi dell’etica lionistica, spero di esserci riuscito. Ringrazio tutti i soci ed in particolare il Direttivo che mi ha “sopportato” per tutto quest’anno. In questo anno difficilissimo ed affascinante nello stesso tempo, assieme a tutto il direttivo abbiamo organizzato meeting importanti, come la serata della Rimini calcio, il concerto di primavera al teatro Novelli, il bingo all’hotel Holiday Inn, il meeting col Vescovo e sabato 27 giugno una cena di pesce con la partecipazione di oltre 200 persone e una lotteria a premi con 3.000 tagliandi venduti. Abbiamo realizzato service importanti come: cani guida, poster della pace, premio poesia Morena Ugolini, contributo a Casa Sant’Anna (centro di prima accoglienza per ragazze madri), contributo al centro polivalente di Cervia, ai terremotati dell’Aquila, Corri per chi non può, il premio Alvisi con una borsa di studio ai due migliori geometri dell’Istituto Belluzzi, premio Vitale ai due allievi più meritevoli dell’Istituto Musicale Lettimi, la nostra rivista Vita di Club, abbonamento a cinque ragazzi per la sagra Malatestiana nell’ambito del progetto del Comune di Rimini, denominato “Mèntore”. Tuttavia il service più importante ed impegnativo è stato “Vincere la sordità”, cioè l’applicazione dell’impianto cocleare ad un giovanissimo con gravi problemi di udito. L’intervento è stato effettuato nel nostro ospedale, il quale è l’unico abilitato nella Romagna per questi interventi, il 29 maggio scorso dai dott. Enzo Calabrese, Claudio Cola e Daniele Farneti, coadiuvati dalla loro équipe. L’intervento, riportato anche dai media cittadini, ha avuto esito positivo, tant’è vero che Davide, il quattordicenne operato, è stato con noi alla Charter assieme alla sua famiglia. Questo service così importante sotto l’aspetto sociale ed oneroso sotto quello finanziario è stato possibile realizzarlo grazie all’impegno di tutti i soci del nostro club, ai quali rivolgo un grazie grande, grande, grande. Un saluto ed un ringraziamento particolare a tutti gli sponsor-amici che hanno contribuito in modo determinante alla realizzazione di un evento così importante, non a caso un Service così oneroso non è stato mai fatto prima da nessun club del nostro distretto. La somma raccolta di 50.000 € (circa cento milioni delle vecchie lire) verrà destinata al servizio di Audiologia Foniatria e verrà utilizzata per istituire una borsa di studio per un logopedista; questa è la figura professionale più importante che collabora con il medico Audiologo nella fase di selezione e riabilitazione dei bambini con l’impianto coclearie. Quindi il nostro service non finisce con Davide, ma ha una continuazione con tanti altri bambini, i quali avranno sempre qualcosa di noi, qualcosa del club Rimini Malatesta, qualcosa di… We Serve, noi serviamo. Amici, permettetemi un ringraziamento particolare alla mia compagna Rosanna e al mio gemello Nino Biondi, per la loro dedizione e assistenza. Ancora un grazie veramente sentito a tutti Voi ed un grande in bocca al lupo all’amico Antonio. Paolo Giulio Gianessi 4 Vita di Club n.3 LA VOCE DEL GOVERNATORE TRAGEDIA NEL CUORE DEL PAESE I LIONS E L’EMERGENZA IN ABRUZZO Carissimo Lion, giungono numerosissime da ogni parte del Distretto le disponibilità di moltissimi Lions nei confronti delle persone colpite dal terremoto, viene fuori prorompente la nostra vocazione al servizio e la piena adesione al Codice dell'Etica. Complimenti e grazie a quei Clubs che a poche ore dalla mia mail hanno già versato la somma corrispondente a quanto proposto! In questa fase è importante incentivare al massimo la raccolta fondi per interventi di ricostruzione che, tutti insieme, andremo ad individuare e a realizzare come Lions Italiani. Per la prima emergenza abbiamo reperito oltre 2000 coperte richiesteci dalla Protezione Civile, delle quali 400 donate dal Lions Club toscano “Poggio a Caiano Carmignano Medicei”, mentre da mercoledì scorso sono iniziati gli aiuti alle popolazioni sulla costa (oltre 15 mila persone) che effettivamente hanno bisogno di tutto e di più. I Clubs abruzzesi e delle province di Fermo e Ascoli Piceno si sono attivati in collaborazione con le associazioni di volontariato che coordinano gli interventi. Naturalmente sono moltissime anche le iniziative “ad personam” che 5 Vita di Club n.3 vengono realizzate in tutte le realtà. Stiamo acquistando beni e materiali principalmente presso aziende o ingrossi a prezzi superscontati, queste spese sono coperte dall’Emergency Grant della LCIF (10 mila dollari) e da fondi propri del nostro Distretto. Per l’acquisto delle coperte abbiamo utilizzato parte del fondo di primo intervento che il Distretto 108 TB (Emilia) ci ha messo a disposizione. Ribadisco che le somme raccolte dai Clubs dovranno andare a progetti di ricostruzione. Ti informo che giovedì scorso è stato consegnato il primo dei tre containers donati dal Lions Paolo Maracci, socio del L.C. di Osimo, che saranno adibiti ad uffici, collocati nel piazzale dell’Ospedale. Sempre giovedì ci sono arrivati 2700 paia di occhiali per adulti e bambini donati dal Centro Nazionale Lions Occhiali Usati, dalla Fondazione Luxottica e dagli ottici Argovision della provincia di Chieti. Abbiamo predisposto una postazione per la distribuzione degli occhiali a quanti saranno inviati dall’Unità mobile di Oculistica dell’Ospedale dell’Aquila. Si informa inoltre che a fronte delle numerose offerte di aiuti, a volte eccessive, la Protezione Civile richiede un elenco dei beni che si intende donare che verranno richiesti solo se serviranno altrimenti rimarranno in carico al potenziale donatore. Ritengo che come Distretto non possiamo entrare in questo meccanismo a meno che non ci siano dei Soci produttori di beni che mettono a disposizione i loro prodotti. Domani mattina, domenica di Pasqua, insieme al Governatore del Distretto 108 AB Nicola Tricarico e ad altri Soci Lions pugliesi che porteranno in dono 1000 uova di cioccolato, saremo nei campi di Piazza d’Armi e Coppito per consegnarle ai bambini. Anche se non sarai presente fisicamente, anche tu sarai lì con me con i tuoi sentimenti di vicinanza e solidarietà. Cerchiamo di essere Lions “con la sapienza del cuore” per riappropriarci della nostra più autentica identità di servizio e di solidarietà nei confronti del prossimo. ACHILLE GINNETTI 11 aprile 2009 RIMINI SERVICE LA VOCE DEL SILENZIO E LA PIENEZZA DEL VUOTO Il service “Vincere la sordità” ci porta a conoscere la felicità espressa attraverso il silenzio. di MARIO ALVISI Q uesto titolo l’ho trovato sulla nostra rivista nazionale The Lion. Pensavo che avesse attinenza con la sordità, da cui prendere qualche spunto operativo. Invece parlava di etica della comunicazione. Comunque mi piaceva. L’ho fatto mio proprio perché si abbinava perfettamente a quanto ora vi racconto. Il nostro Presidente Paolo Giulio Gianessi e tutti noi siamo stati impegnati, nell’anno sociale appena concluso, nella ricerca di fondi economici per il progetto “Vincere la sordità”, che ha ottenuto un’ampia partecipazione di donatori e una impegnativa attività dei Soci, fino a consentirci di raggiungere lo scopo di dare ad un giovane ragazzo sordomuto la possibilità di poter parlare. Nel numero precedente vi avevo parlato dei segni e dei linguaggi usati nella comunicazione fra sordi introducendovi nel mondo della sordità non come menomazione fisica, ma come possibilità reale e concreta per “vivere una vita normale”. Come tutte le problematiche che ci coinvolgono, 6 Vita di Club n.3 in modo particolare come Lions protagonisti verso il prossimo (“leader globali nella comunità e nel servizio umanitario” come detto dal nostro Governatore Achille Ginnetti) ho voluto personalmente sondare e conoscere alcune testimonianze sulla vita delle persone affette da sordità. L’occasione mi è stata data da una manifestazione promossa e organizzata dall’Ente Nazionale Sordi di Rimini, pubblicizzata nella mia chiesa parrocchiale. Quello che però mi ha incuriosito maggiormente, oltre alla conoscenza più approfondita di quel mondo, è stato il fatto che veniva rappresentato uno spettacolo teatrale, sì una commedia, dal titolo “Il mondo della felicità”, opera del Teatro in lingua italiana dei segni e recitata dalla compagnia teatrale “La Voce del Sssilenzio” (proprio con tre esse!). Essendo il teatro parrocchiale vicino a casa mia, decido di andare. Mi accingo ad entrare con una certa cautela, non sapendo come comportarmi, in quanto non ero preparato ad affrontare questo mondo sconosciuto. Avevo paura di trovare all’ingresso qualche persona con la quale mi sarebbe stato difficile parlare e spiegare perché io, udente, volevo vedere lo spettacolo. Difatti così è stato. Vengo fermato da due persone vicino ad un tavolino con fogli, depliants, bigliettini da visita e la classica scatola per le offerte. Cercano di parlarmi credendomi uno spettatore sordo, ma io i loro gesti non li capisco (imparerò più tardi del loro modo di comunicare con la lingua dei segni). Sono veramente imbarazzato. E provo un senso d’impotenza. Ma non cedo all’impulso d’andarmene. Il conoscere mi costringe a restare. Con un po’ d’ impaccio, un po’ di coraggio, qualche gesto e facendo vedere la mia cara amica macchina fotografica chiedo se c’è qualcuno che parla la mia lingua. Con gesti, urla gutturali (mi scuso, ma non so proprio come esprimermi) e quant’altro, riescono a trovare un signore di una certa età che in qualche maniera riesce a comunicare con me. Gli spiego il motivo della mia curiosità, il nostro interessamento per far vincere la sordità ad un ragazzo, e il desiderio di raccontare la loro storia sulla nostra rivista. Alla fine della difficile e lunga conversazione (non avevo mai fatto tanti gesti con le mani e con la bocca) mi ha presentato ad una giovane signora che dicendomi, nella nostra lingua: “ho dimenticato una cosa, scappo a prenderla e poi ci sentiamo”, mi ha lasciato sgomento. Mi son trovato solo in una sala praticamente quasi vuota. C’erano gli inservienti e gli addetti all’organizzazione che, da come gesticolavano ed emettevano suoni, erano tutti dei sordi. Con loro si aggirava, quasi smarrito come me, un uomo di mezza età che mi si avvicina, forse vedendomi spaesato o forse perché mi avrà visto qualche volta alle messe domenicali, e si presenta come il custode del teatro. Con aria miracolata, mi dice: “ho visto le prove, è una cosa incredibile, pensi, ballano anche; come facciano proprio non lo so, ma ballano anche bene!”. Sapevo che le persone portatrici di deficit sviluppano un forte carattere creativo, non fosse altro per realizzarsi in qualche modo, ma pensare che un sordo possa interpretare la musica e ballare mi trovava esterrefatto. Che dire? Un motivo di curiosità in più per restare, anche se dalle premesse mi era già venuta la voglia di andarmene. E ho fatto bene. Perché, mano a mano che passavano i minuti la sala si andava riempiendo fino a diventare tutta piena con un frastuono inimmaginabile. Abbracci, gesti, volti allegri come in una festa matrimoniale, e, in modo particolare, un frastuono enorme frutto di tante parole “ululate” 7 Vita di Club n.3 “smozzicate” “gutturalizzate” contrassegnate velocemente dai gesti delle mani. Era, come diceva la locandina dello spettacolo, “Il mondo della felicità”. Incredibile. Rimango sbalordito, intontito, sfasato, sorpreso, incuriosito, sbigottito. Una somma di emozioni indescrivibili. Nel vedere tutta quella folla in movimento avevo l’impressione di essere stato sballottato in un mare in tempesta; un temporale. Io che ci facevo là in mezzo? Nessuno mi avvicinava, mi parlava, s’interessava della mia presenza, di uno che non partecipava al loro mondo. D’altra parte la sordità non si vede, è riconoscibile solo al momento della comunicazione. Quindi non essendo in grado di comunicare con il loro linguaggio non poteva esserci contatto. Perciò, quatto quatto, per paura di fare delle gaffe con quelli che erano attorno a me, e gravato di un senso d’impotenza, mi sono defilato dietro ad una colonna in attesa dell’inizio dello spettacolo e con la macchina fotografica non ben in vista per paura di essere rimproverato. Il buio che scende in sala mi toglie da ogni imbarazzo. Inizia lo spettacolo nel più assoluto silenzio. Sul palco, a sipario ancora chiuso, sale una presentatrice illuminata dall’”occhio” teatrale. Con mia grande meraviglia scopro che è la giovane signora con la quale volevo parlare. Ma lei è “normale”; che ci fa lassù? Poi capisco che è la “traduttrice”, quella che sa almeno due lingue: la nostra, degli udenti, e quella dei segni per i sordi. Annuncia, spiega i perché della serata, i contenuti dello spettacolo e presenta gli attori: nonostante la fatica improba, è velocissima e bravissima. Poi il palco s’illumina. Sullo sfondo una grande scritta “Il mondo della felicità”. Inizia la prima scena. Resto stupito non tanto per la bravura degli attori, tutti dilettanti e sordomuti, ma per l’abilità, la creatività e l’impegno con cui essi coinvolgono gli spettatori che, rumorosamente, partecipano alle situazioni burlesche e alle battute (anzi ai segni!). Anch’io vengo trascinato e immedesimato nello spettacolo sia perché le finalità sono un inno alla gioia, nonostante la loro situazione, sia perché, come nei migliori films d’autore che hanno i sottotitoli, c’è sempre la giovane signora che, in simultanea, traduce per noi udenti. Così di scena in scena si sviluppa una traccia volta a far entrare gli udenti nel “mondo del silenzio” e i sordi a non estraniarsi dalla vita quotidiana e a farli entrare nel “mondo della felicità”, partecipando attivamente alla normalità della vita quotidiana sfruttando le proprie capacità intellettuali e professionali. Arrivo alla fine del primo tempo senza accorgermene perché tutto teso a vedere, capire e sentire. Nessuno batte le mani. Solo “ululati”. Come mai? Sono dietro ad una colonna vicina alle prime file. Mi sporgo e vedo decine e decine di mani tutte alzate con le dita che si muovono velocemente. La sala sembra invasa dalle farfalle! Incredibile. Uno sciame di “farfalle” che svolazzano per diversi minuti, uno dei più gioiosi applausi che mi sia capitato di “udire” in un teatro! Ma le emozioni si ripetono nel secondo tempo dello spettacolo. Come mi aveva anticipato il custode del teatro, e come ci tradurrà la solita signora, la scena inizia con della musica (per me, ma per loro?). Non so come e non saprei come spiegarvelo, gli attori iniziano dei veri balli, non a casaccio come burloni per far ridere gli spettatori, ma con senso del ritmo e le figure adeguate al tipo di musica: dal tango al valzer e ai balli latino americani. Uno spettacolo incredibile. Non ho più termini iperbolici per descrivervi quanto succedeva davanti a me. Alla fine, come poi accade a tutti noi trascinati dalla gioia e dalla felicità che emanano dal ballo e dalla musica, il teatro esplode in un frastuono inimmaginabile accompagnato da tanti, ma tanti minuti di “farfalle” svolazzanti! Quel vuoto che all’inizio mi aveva tanto spaventato si è riempito di stupore e meraviglia, perché tutti i presenti (fra loro anche un ospite d’onore Sua Eccellenza Monsignor Francesco Lambiasi e un sacerdote, parroco di Misano, che una volta al mese dice messa per loro) mi hanno fatto fare un viaggio meraviglioso “nella città invisibile”, come loro stessi chiamano la comunità dei sordi. Se il nostro Lions Club Rimini Malatesta non avesse organizzato il service “Vincere la sordità”, io non avrei mai avuto la possibilità di vivere questa esperienza, diversa, seppur ugualmente intensa rispetto a quelle vissute nei nostri precedenti services delle gare di vela per i non vedenti e quelle del basket in carrozzina per i disabili. Un piccolo pensiero. Tutto ciò è la dimostrazione tangibile che la nostra Associazione è voglia di fare, dare concretezza ai progetti e creare emozioni che si traducano in fattivo operare nel mondo del sociale con quella “sapienza del cuore” che è il motto del nostro governatore.. 8 Vita di Club n.3 PENSIERI&PAROLE IL MONDO IN UN LIBRO L’AVVENTURA DELLA CONOSCENZA «Non c'è nessun vascello che, come un libro / possa portarci in paesi lontani ,/ né corsiere che superi al galoppo / le pagine di una poesia./ È questo un viaggio anche per il più povero,/ che non paga nulla,/ tanto semplice è la carrozza / che trasporta l'anima umana.» Emily Dickinson di FRANCA MARANI stata un’emozione ripercorrere attraverso l’esperienza della mia nipotina Giulia il percorso incantato che porta alla scoperta del libro, vederla entrare in quel mondo magico che cancella la percezione dell’ambiente, delle presenze, dei suoni, dei colori, per attirare inesorabilmente in un universo altro, che appartiene a te solo, dove ti muovi “affatato”, termine icasticamente insostituibile rubato ad Andrea Camilleri. È stata una gioia venata di commozione vederla scegliere spontaneamente un libro, trascurando cartoni animati e giocattoli, per immergersi, quasi con avidità, a carpire la comprensione del testo scritto, ad impadronirsi della decodificazione necessaria a scoprire l’anima in esso racchiusa, quell’anima che fin da piccola la nonna le ha insegnato che i libri possiedono. Fin da quando era piccina il libro che la nonna avrebbe letto veniva scelto e sfogliato quasi con reverenza, proprio perché dotato di vita interiore, di un’anima, o meglio di tante anime, da quella dell’autore a quella dei vari protagonisti, un concentrato di vita, di sentimenti e pensieri. E se era stato bello scoprirle attraverso la voce lettrice della nonna, molto più magica ed affascinante diventava la scoperta personale attraverso la lettura diretta. Un tempo questo percorso di approccio alla lettura era molto più facile e naturale, in quanto non esisteva la televisione, la comunicazione tramite immagini della quotidianità, mezzo espressivo più immediato e meno impegnativo, meno faticoso e più accattivante, cui ora i bambini fin da piccolissimi vengono abituati. Nel mondo di oggi, nella civiltà dell’immagine il bambino da subito viene abituato a subire il fascino del linguaggio iconico che scorre veloce È davanti ai suoi occhi e che egli assorbe in una sorta di comunicazione unidirezionale, assai poco interattiva. Senza alcun dubbio anche la comunicazione letteraria è unidirezionale, ma solo apparentemente, in quanto stimola nel lettore una risposta personale, creativa e maggiormente riflessiva; le parole si trasformano in immagini ed entrano in uno spazio personalmente visualizzato e meditato. Mentre nel linguaggio iconico appare tutto dispiegato fin nei minimi particolari, la lettura propone un approccio diverso e obbliga chi legge a costruire personaggi, ambientazioni, situazioni, in una creazione di virtuale realtà visiva; induce inoltre alla riflessione ed alla meditazione personale, consentendo di soffermarsi a rileggere, gustare, approfondire e, magari, trascrivere passi che più sono entrati nel cuore, in quanto sentiti in consonanza col proprio sentire o atti a guidare l’anima e la mente verso pensieri più alti. La lettura permette di creare un’estensione della realtà, trasforma il possibile in visibile, un visibile visto attraverso gli occhi della mente e del cuore. Se si parla di virtuale, viene spontaneo pensare alla nascita dei computers, ma così non è, il virtuale era già esistente e inoltre, in modo più coinvolgente e più magico, anche se, paradossalmente, altrettanto tangibile e definito; la differenza sta nel fatto che la raffigurazione scaturita dalla lettura apparteneva al lettore in modo del tutto personale ed unico, in quanto frutto della sua immaginifica creatività. È pressoché inevitabile il fatto di restare delusi quando, assistendo alla trasformazione filmica di un romanzo che si è letto con passione palpitando per il contenuto ed accarezzandone le parole, pare che i personaggi siano degli intrusi, 9 Vita di Club n.3 persone “altre” che nulla hanno a che vedere con quelle che abbiamo conosciuto così profondamente condividendone gli accadimenti, le emozioni, i pensieri più riposti. Nella vita dell’uomo il leggere è un dono prezioso ed insostituibile che, in certo qual modo, ne scandisce le tappe della crescita interiore; la lettura è un poliedro dalle mille sfaccettature, è un caleidoscopio che attira con infinite suggestioni: curiosità ed ansia dell’incontro, avidità di conoscere, misteri da svelare, avventure da sognare, emozioni da provare, sentimenti e pensieri da scoprire, condividere o confutare, armonie con cui far vibrare l’animo, lacrime da versare, risa da far scaturire tacitamente, sorrisi da centellinare nella complicità. Rivivendo nell’emozione della scoperta della lettura da parte di una bimba di sei anni la stessa emozione da me provata alla sua età e ricordando il mio percorso di vita fatto di libri indimenticabili ed indimenticati, ripercorrendo con la mente i tanti anni in cui ho insegnato a ragazzi di ogni età ad amare il testo scritto, mi sono soffermata a pensare quanto sia importante rendere accattivante l’incontro col libro, presentarlo come un oggetto vivo e misterioso, stimolare nei piccoli la curiosità della decodificazione, condurli nelle librerie per ragazzi come in luoghi speciali, un po’ misteriosi, dove ad ogni passo si può fare una scoperta, restare colpiti da qualcosa che ti attrae e che desideri possedere nel senso più lato del termine. La lettura è un valore aggiunto, uno stimolo insostituibile al processo di crescita, all’arricchimento dello spirito e del linguaggio, alla promozione della creatività e della capacità di sognare, tanto importante nella vita dell’uomo per sollevarsi al di sopra della banalità, della monotonia del quotidiano, dei limiti, delle delusioni ed è essenziale che il germe cresca dentro il bambino fin da piccolo, gli appartenga da subito per accompagnarlo poi sempre come valore aggiunto nelle stagioni della sua crescita fino a divenire compagno privilegiato, interlocutore, consolatore nella tarda età. La lettura è un bene preziosissimo, perché è il superamento del limite del reale, il tempo dell’anima, il magico dischiudersi di un mondo che ci consente di attingere all’infinito. NARRARE…IN ERBA Le mie riflessioni sono scaturite dalla lettura di un delizioso racconto di una bimba catalana di appena sette anni, REBECCA VALLEJO FAMBRINI, che, avendo la mamma italiana, sa esprimersi nella nostra lingua con perfetta correttezza grammaticale ed incredibile ricchezza lessicale. È una bimba che ama molto la lettura; legge tantissimo non solo per sé, ma anche per il fratellino ed il cuginetto, per renderli partecipi di quella che per lei è una meravigliosa avventura, che le appartiene a tal punto da averla orientata a scrivere un raccontino dolce, fantastico, pieno di creatività e sentimento, che le è valso il primo premio al concorso Premio Letterario Saint Jorge 2009 indetto dalla Scuola Elementare Statale “Maria Montessori” che frequenta a Barcellona. Franca Marani Prosciutta è scomparsa! C'era una volta sul pianeta Marte uno scoiattolo di nome Prosciutta che stava mangiando una ghianda bianca su un albero viola. Un giorno la mamma era andata a fare una gita con i suoi tre figli, Nocciola, Napola e Prosciutta. Prosciutta, che era molto golosa, vide una ghianda deliziosa e si allontanò dalla mamma per prenderla. Una astronave che passava le diede una spinta e Prosciutta precipitò sulla Terra e gridò: "Aaaaah!!!" Per fortuna cadde su un albero e disse: “Sto sognando o non sto sognando?” Mentre parlava dei cacciatori arrivarono e cominciarono a inseguirla. Prosciutta scappò ed entrò nell'Hotel Pin. Mangiò tutte le merende dei turisti e si addormentò. La mamma quando arrivò a casa, per essere sicura, contò i figli: "Uno, due e dov'è Prosciutta?". Allora andò su Saturno e chiese agli elefanti rosa: "Avete visto Prosciutta?" "Sì, è sulla Terra". Siccome la mamma non poteva stare con i due bimbi, chiamò un canguro verde per badare a loro. Andò sulla Terra, ritrovò Prosciutta e tornarono insieme su Marte aggrappandosi alla coda di una cometa. E fu il pianeta più strano del mondo. Rebecca Vallejo Fambrini 10 Vita di Club n.3 MEETING I PILASTRI DEL CAMBIAMENTO I VALORI, LA STRATEGIA E LE AZIONI Protagonisti del meeting del 12 maggio all’Holiday Inn due esperti di Economia aziendale, cofondatore di Hyndra, Scuola di FormAzione: la prof. Gisella Conca (È laureata in Economia Aziendale presso l’Università Bocconi, dove ha insegnato Strategia e Politica Aziendale, docente all’Università Carlo Cattaneo LIUC e Visiting Professor presso l’Università Hitotsubashi di Tokio. Vanta esperienze di alta formazione, ricerca e consulenza di direzione per diverse aziende e organizzazioni nazionali e internazionali. Ha pubblicato una serie di libri di management per Il Sole 24Ore in Italia e per Goal QPC in America.) e il dr. Fabio Robbiati (Laureato in Economia e Commercio presso l’Università Cattolica ha frequentato il Master “Strategia Vincente” presso la Columbia University di New York. Ha ricoperto ruoli dirigenziali presso primarie aziende italiane ed estere di servizi e industriali, dove ha lavorato per oltre 20 anni. Conduce con successo gruppi di lavoro nell’ambito di operazioni di riorganizzazione aziendale finalizzati al recupero di efficienza e alla gestione del cambiamento. La conversazione, iniziata con alcune domande di autodiagnosi per le aziende e i professionisti rivolte ai soci del Club per aiutarli a comprendere in parte il proprio posizionamento competitivo, è proceduta serrata e interessante per ore sia per la brillante dialettica dei relatori che ha reso comprensibile il tema anche ai non addetti ai lavori, sia per l’incalzare degli interventi. Ne riferiamo una sintesi ad opera degli stessi relatori. di GISELLA CONCA – FABIO ROBBIATI L’ economia globale è entrata in una fase recessiva, i cui contorni e la cui evoluzione, nessuno oggi sa definire. Le crisi d’impresa ci sono sempre state, non è una novità! «…Uno stato di crisi è la conseguenza dell’accumularsi di risultati sfavorevoli di gestione, dovuto all’incapacità del gruppo imprenditoriale e manageriale di governare i complessi rapporti tra le dinamiche esterne ambientali e quelle interne aziendali.» Sergio Sciarelli, “La crisi d’impresa”, 1995. Le scelte che gli imprenditori e i leader dovranno intraprendere in questi anni sono e saranno importanti e decisive per il futuro delle organizzazioni. Per tale ragione è necessario ripensare a come condurre le attività e il business in modo nuovo e in tempi rapidi. Può risultare vincente introdurre novità quali farsi assistere da professionisti esperti innovativi, orientati ai risultati, capaci di creare valore aggiunto per l’organizzazione, le persone e il mercato. L’importanza dell’attenta gestione delle persone e dei clienti in tempo di crisi è uno dei temi chiave da cui partire per non perdere terreno. Hyndra ha realizzato con successo importanti interventi in primarie aziende negli ultimi dieci anni, frutto di costanti ricerche presentate sia a livello nazionale sia all’estero. I casi di successo sono stati pubblicati su sette libri. Le ricette anticrisi, da noi illustrate come opportunità strategiche a disposizione, riguardano le aziende che decidono deliberatamente di investire su se stesse, puntando a diventare: 1) leader nella gestione dei clienti, 2) leader nei margini di guadagno (e non necessariamente nei fatturati), o 3) leader nell’innovazione. Le tre ricette ovviamente non si escludono l’una con l’altra ma possono essere somministrate in successione o alternate. Hyndra è un’organizzazione che offre servizi innovativi di consulenza strategica e specialistica, alta formazione e coaching orientati al raggiungimento di obiettivi sfidanti. I Servizi offerti sono: - Consulenza di direzione sulla strategia realizzata dai Clienti e identificazione di un modello di business vincente avente al centro la differenziazione e l’innovazione. - Attività di diagnosi manageriale rispetto alle dimensioni dell’eccellenza, attraverso l’utilizzo di strumenti innovativi creati per ottenere risultati in tempi brevi. - Interventi per lo sviluppo delle relazioni tra l’azienda Cliente e i propri Clienti, in tutti gli aspetti del ciclo di vita – dall’analisi delle 11 Vita di Club n.3 esigenze, all’erogazione dei servizi, all’indagine di soddisfazione fino alle azioni di consolidamento del rapporto con i Clienti. - Progetti di sensibilizzazione e realizzazione dell’innovazione sistematica attraverso una metodologia scientifica semplice, applicabile a tutti i settori merceologici e focalizzata sul raggiungimento del miglior risultato. - Progetti di rilancio aziendali, di settore e territoriali rispettosi delle dimensioni efficienza e sviluppo delle competenze delle persone. L‘obiettivo di Hyndra è lo sviluppo del business delle aziende Clienti tramite il trasferimento di conoscenze manageriali applicate a progetti specifici. Tale sviluppo è raggiunto attraverso: l’ascolto del Cliente, l’intervento specifico, l’analisi dei risultati ottenuti, il miglioramento e l’identificazione delle prospettive future. I nostri valori sono: 1. Abbiamo nel cuore le esigenze del nostro Cliente. 2. Crediamo nei dettagli che fanno la differenza e nelle risorse immateriali. 3. Costruiamo il vantaggio competitivo con la leva dell’Innovazione. 4. Organizziamo servizi efficienti per competere nell’Era della velocità. 5. Siamo orientati ai risultati. 12 Vita di Club n.3 ARTE IN MOSTRA SOGNI NEOCLASSICI LA SCULTURA IDEALIZZANTE Il Canova è l’ultimo artista italiano ad aver svolto un ruolo centrale nella cultura europea. Nelle sue sculture l’artista veneto espresse l’idea di un equilibrio e di un’armonia, tipici del neoclassicismo, che rappresentassero una idealità nella quale le passioni e le angosce umane potessero trovare un superamento, in una idealizzazione formale che pervade anche i suoi monumenti funebri, da alcuni giudicati i suoi lavori più significativi. Forlì gli dedica la mostra: Canova. L’ideale classico tra scultura e pittura (Forlì, Musei San Domenico), che il Club ha visitato il 4 aprile 2009. Lasciamo la parola alla nostra competente e piacevole guida. di ANDREA BIANCHI (operatore museale e guida) L a mostra dedicata ad Antonio Canova intende offrire una vasta panoramica sull’arte del maggior esponente del Neoclassicismo italiano, considerato già dai suoi contemporanei come il più grande scultore di tutti i tempi, perfino superiore al sommo Fidia. L’impianto senza dubbio originale di questa rassegna consiste nel presentare numerosi capolavori dell’artista a diretto confronto con le opere di insigni scultori e pittori della sua epoca, direttamente influenzati dalla potenza espressiva della bellezza e della grazia che Canova sapeva infondere alle sue creazioni. Non è un caso che sia stata scelta Forlì come sede per la mostra: la città, infatti, custodiva ben tre originali del Canova, realizzati per personaggi locali. Il più famoso è l’ultimo esemplare dedicato alla figura di Ebe, dea della giovinezza e coppiera degli dei, che Canova eseguì per la contessa Veronica Guarini tra il 1816 e il 1817 e ora di proprietà dei musei civici. La leggerezza del corpo, avvolto in una sottile veste fluente e quasi trasparente, si unisce a un manifesto impulso dinamico che carica di vita questa immagine. Non mancano elementi “pittorici”, che esaltano la bellezza della fanciulla, quali la collana e il nastro fermacapelli entrambi dorati, che dimostrano il virtuosismo tecnico dello scultore. In mostra, la versione forlivese viene direttamente accostata all’esemplare proveniente dal Museo dell’Ermitage di San Pietroburgo, realizzato tra il 1800 e il 1805 per Giuseppina Beauharnais poi acquistato dallo zar Alessandro I e trasferito successivamente nelle collezioni russe. Notevole è anche la presenza, accanto a Ebe, del funambolico Mercurio di Giambologna, opera in bronzo del 1580 circa, che rivela il senso della sospensione e del movimento audace della struttura corporea. Prima di Ebe, tuttavia, Canova aveva eseguito nel 1814 la Danzatrice con il dito al mento, per il banchiere Domenico Manzoni, consegnata solo nel 1818 dopo la morte del banchiere stesso. Di questa scultura si sono perse le tracce dopo la vendita 13 Vita di Club n.3 da parte della vedova a un nobile russo nel 1830. In mostra è presentato il modello originale in gesso proveniente dalla Gipsoteca di Possagno, il paese natale di Canova, nel quale era nato nel 1757. In memoria del defunto Manzoni Canova scolpì una stele funeraria, posta tuttora all’interno della chiesa della Santissima Trinità a Forlì. La ricerca artistica di Canova si mantiene costantemente rivolta alla rappresentazione della bellezza e della verità della natura tramite forme aggraziate e armoniche, che rivelano la straordinaria capacità di saper infondere al marmo la “morbidezza” del vivo incarnato. A questo proposito la Venere Italica, posta nella Tribuna degli Uffizi nel 1812 in sostituzione della Venere Medici requisita dai francesi, esprime pienamente la vitalità e la sensualità del corpo femminile, al punto da avere suscitato notevole meraviglia in Ugo Foscolo che la descrisse come “bellissima donna”, perfettamente adatta a far immaginare a chi la ammira “il Paradiso su questa terra”. Può apparire strano il fatto che Canova avesse indicato come “erede” un pittore, Francesco Hayez, celebre per avere realizzato Il bacio della Pinacoteca di Brera in piena epoca romantica. Ma in effetti Hayez dimostra in dipinti come Aiace d’Oileo naufrago o Rinaldo e Armida, entrambi esposti, di avere assimilato lo stile di Canova, nella resa dinamica e vigorosa del guerriero greco o nella grazia e pienezza dei corpi dei due amanti abbracciati, con grande attenzione anche alla pittura di Tiziano. A dimostrazione di come l’ideale classico, tanto ricercato dagli artisti vissuti tra Settecento e Ottocento, potesse assumere, grazie all’influenza esercitata da Canova, anche connotazioni più sentimentali e “umane”, aprendo così la strada al moderno concetto di espressione artistica. Antonio Canova, Venere italica, Eros e Psiche, La Maddalena, Amore e Psiche stanti. Gaspare Landi, Venere e Adone Francesco Hayez, La Maddalena. 14 Vita di Club n.3 ARTE IN MOSTRA INCONTRO CON L’ARMONIA A PALAZZO MILZETTI A Faenza il 4 aprile una full immersion nel Neoclassico. di ANNA BIONDI A rriviamo a Faenza dopo aver ammirato a Forlì l’ideale neoclassico di perfezione declinato nelle forme più varie (marmi, gessi, bassorilievi, bozzetti, dipinti e disegni) e con risultati straordinari di bellezza assoluta, di equilibrio e di armonia, dal moderno Fidia, Antonio Canova. Siamo convinti di non poter vedere niente di più bello nella mostra pomeridiana, in quanto i nomi in locandina non ci dicono proprio niente: “L’officina neoclassica. Giani e Minardi dall’Accademia de’ Pensieri all’Accademia d’Italia” è il titolo di quello che crediamo un riempitivo per finire la giornata canoviana. Quindi del tutto ignari di quello che vedremo ci troviamo a via Tonducci nel cuore della città su un decumano minore. Lungo il primo tratto della via ci appare una quinta scenica di straordinario impatto che predomina su tutti gli edifici intorno, persino la Chiesa dei Terziari Francescani, pure importante, è molto più piccola. È Palazzo Milzetti, oggi Museo Nazionale dell’Età Neoclassica in Romagna, massima espressione europea del clima culturale che coincide con la parabola artistica del Canova. Leggeremo in seguito: Palazzo Milzetti «… è talmente bello da lasciare interdetti coloro che, sciaguratamente, non l’hanno mai visto» (A. Paolucci). Dovevamo sospettarlo: nelle nostre gite c’è sempre qualche gioiello prezioso, conservato in segreto, gelosamente custodito e riservato come un dono da offrire a chi ha l’entusiasmo nell’anima e la bellezza negli occhi. Il cognome Milzetti appartiene ad una famiglia faentina di antica nobiltà (XV sec.) che si mette in luce politicamente quando in città arrivano dalla Francia idee politiche nuove, giacobinismo e massoneria. Siamo nella fase repubblicana dell’epopea rivoluzionaria e napoleonica. Dopo un disastroso terremoto (4 aprile 1781) che ha lesionato tutta le case di Faenza, compreso il tardo-cinquecentesco palazzo Milzetti, il conte Nicola chiama a rifarlo uno dei più prestigiosi architetti italiani dell’epoca, il faentino Giuseppe Pistocchi, “eclettico di genio”, che dà nuova forma alla chiusa facciata esterna, rendendola più lunga (46,70 m) e asimmetrica (le distanze tra le finestre non sono uguali, perché sono state collocate logicamente in rapporto alle stanze interne, e anche l’ingresso non è in asse col palazzo perché è stato allineato con la strada di fronte). La facciata è divisa orizzontalmente in tre ordini: il primo caratterizzato da grandi finestre che si appoggiano con basamenti al livello della strada e sono decorate con bugnato liscio, il secondo ha finestre decorate tutt’intorno con bugnato a punta di diamante e caratterizzate anche dal motivo del "finto balcone". Nel terzo le finestre, situate nel sottotetto, non corrispondono all’altezza reale dei solai e sono molto più piccole, pur sempre ornate col motivo del finto bugnato, che ritorna, accentuato, nel portone per farlo risaltare. Pistocchi inoltre 15 Vita di Club n.3 realizza un doppio loggiato nella facciata interna e imposta gli spazi interni con planimetria a L. Nel 1796 l'architetto, che non fa mistero dei suoi ideali filogiacobini, anche perché la sua parabola culturale si sviluppa parallelamente alla presa di coscienza politica (dal classicismo tardo barocco passa ad un neoclassicismo irregolare, libero, dove emerge la volontà di rendere più moderna e funzionale la situazione urbanistica in cui si trova ad operare), è arrestato e imprigionato a San Leo, e i lavori si interrompono. Nello spazio di una sola generazione il palazzo è terminato: morto Nicola Milzetti, il figlio Francesco nel 1800 affida la direzione dei lavori a Giovanni Antonio Antolini di Castelbolognese, antagonista dichiarato di Pistocchi, non certo per le idee politiche in quanto anch’egli è mosso da un fervido spirito libertario e giacobino ed entrambi lavorano per Napoleone, ma per il linguaggio architettonico solenne ed austero, che predilige le forme geometriche essenziali, grandi e nitidi volumi, profili netti, sobrietà d’ornati, uno stile cioè più legato al classicismo. Ad Antolini si deve il grandioso salone ottagonale, lo scalone di accesso al piano nobile e la parte destra della facciata interna. Il palazzo per la solennità acquisita diviene funzionale alle esigenze di una carriera politica sempre più importante; e quando nel 1801 entrano in scena i decoratori, fanno di questo scrigno architettonico perfetto il corrispettivo pittorico della sublime scultura del genio di Possagno. Le prestigiose sale di questa residenza vengono decorate, con risultati straordinari, da Felice Giani, uno dei maggiori esponenti del Neoclassicismo italiano, non però di un Neoclassicismo convenzionale e stereotipato, ma libero e fantasioso. Citando con sapienza l’antico (quello colorato e "dionisiaco" di Ercolano e Pompei) e il moderno (Michelangelo, Raffaello, Giulio Romano, Annibale Carracci, suoi ideali maestri), crea un neoclassicismo personalissimo, vivo, non algido alla Winckelman, per intenderci. Giani è di origine piemontese, ma bolognese e romana è la sua educazione accademica. Nato un anno dopo del Canova a San Sebastiano Curone, feudo dei Doria Pamphili in provincia di Alessandria, morirà un anno dopo di lui nel 1823 dopo aver terminato la decorazione di palazzo Lambertini a Bologna, quando sta per tornare a Roma. A Roma infatti, snodo importantissimo della cultura che va formandosi a seguito delle grandi esperienze del Winckelman che ha riportato alla luce Ercolano e Pompei, Giani conquista la fama. Nella Roma che va ristrutturando secondo il gusto neoclassico i suoi palazzi, interamente o almeno nel piano nobile, come palazzo Borghese (vi lavorerà anche Giani) e palazzo Ghigi (salone d’oro), Giani, appoggiato dal principe Doria Pamphili, lavora inizialmente a palazzo Altieri, ristrutturato in occasione del matrimonio del principe Paluzzo Altieri con Marianna di Sassonia. Egli fa parte di una équipe di pittori famosi in città, sotto la guida di un dottissimo ex gesuita Vito Maria Giovinazzi che, avendo trovato un poema sulle nozze scritto da un Altieri nel ‘500, ne fa il tema delle decorazioni. Sotto la sua regia impara a fare ambienti unitari dove il dialogo tra arti minori e arti maggiori è perfetto. Dalla bottega di Pompeo Batoni, il pittore più importante della Roma rococò, che fa ritratti a mezza Europa, Giani invece se ne va e inaugura nel 1790 l’Accademia de’ Pensieri, il cui nome allude al fatto che l’artista, quando un pensiero gli frulla nella testa, ha bisogno di fissarlo sulla carta col disegno. Così fa Giani che è anche un abilissimo disegnatore, così fa Canova che è anche disegnatore e pittore; a Roma, vent’anni dopo, nel 1810, sarà istituita, per volere del Canova, l’Accademia d’Italia che vedrà tra i suoi adepti figure come Francesco Hayez, Pelagio Palagi e Tommaso Minardi, gloria artistica faentina, caposcuola del Purismo, i cui magistrali disegni sono nella mostra di palazzo Milzetti. Così capiamo anche l’importanza della mostra: una vera officina neoclassica che ripercorre, attraverso settanta opere tra dipinti e disegni di altissimo livello, molti dei quali inediti, le vicende dell'arte 16 Vita di Club n.3 italiana tra la fine del Settecento e la Restaurazione. Il Giani, grande conoscitore della storia di Roma, dei poemi omerici e della mitologia classica, si muove con disinvoltura in una infinita fantasmagoria di temi, proponendo una concezione della vita fondamentalmente serena. A Faenza, città straordinariamente alla moda, Giani, che nel 1794 vi decora palazzo Laderchi, ritorna nel 1802 e rimane per tre anni a palazzo Milzetti, avendo trovato, oltre all’amicizia del conte Francesco, artigiani che sapevano tradurre perfettamente le sue idee di architetto d’interni; infatti lavora con una organizzatissima équipe che comprende ornatisti, stuccatori e mobilieri secondo un’idea globale della decorazione che non tralascia nessun particolare. Tra i suoi principali collaboratori si possono ricordare il riminese Antonio Trentanove e i fratelli Giovan Battista e Francesco Ballanti Graziani, autori delle stupefacenti decorazioni plastiche, e Gaetano Bertolani, autore di raffinatissimi ornati pittorici, in particolare di bellissime grottesche. Bertolani, ex imbianchino, dopo essere caduto da un’impalcatura, ha la fortuna di essere ben curato e di diventare amico di Giani, con l’insegnamento del quale diviene un magnifico decoratore, e, poiché vive oltre i novant’anni, fa in tempo a creare una scuola che sforna una moltitudine di decoratori che lavoreranno nelle case faentine. A Trentanove, raffinatissimo stuccatore, si devono anche tutte le sovrapporte. La bottega dei Ballanti Graziani continuerà a lavorare fino ai nostri giorni pur con altri cognomi perché l’arte familiare sarà tramandata in linea femminile. La tecnica usata per la decorazione del palazzo è quella a tempera su muro, una pittura veloce e brillante, chiara e luminosa che crea ambienti piacevoli e sereni. Il soggetto da dipingere viene solitamente rappresentato in centro con le figure principali, seguendo con rigore le regole della prospettiva, e, per dare il giusto contrappeso e una perfetta distribuzione all’opera, non ci sono parti colme di figure e parti vuote, anzi spesso un gruppo di figure in lontananza è utile a sottolineare l’importanza di quelle in primo piano. Nessuna descrizione può rendere l’effetto abbagliante di questo palazzo se non la fisica esperienza di entrarvi e procedere a testa in su per tutta la visita e tornare indietro di stanza in stanza non credendo ai nostri occhi, come ha fatto il supergruppo del Lions Club Rimini Malatesta con in testa il suo Presidente. È l’apoteosi dell’armonia: consolles, specchiere, lampadari, porte si armonizzano con le pareti e i temi decorativi riflettono la funzione di ogni stanza. Felice Giani&bottega decorano in modo superbo non solo gli ambienti più importanti, ma anche gli ambienti più piccoli. A pianterreno troviamo la sala da pranzo, nel cui soffitto c’è l’unica opera di Giani ad aver sofferto i segni del tempo, ma si intravede una Cena degli dei. La foglia di vite è il motivo dominante su porte e pareti; si tratta di uno dei decori che vanno per la maggiore nella ceramica faentina tra ‘700 e ‘800, infatti Giani si avvale dell’aiuto di Pietro Piani, direttore di una fabbrica di ceramica, dunque abile a lavorare in punta di pennello. Uno dei capolavori del pittore piemontese è il bellissimo antibagno ovale del pianterreno, "dove il fondo blu notte delle superfici fa brillare nitide figurette danzanti, ghirlande, cammei e filiformi candelabri" (da "Palazzo Milzetti" di Anna Colombi Ferretti in "Faenza, guida alla città", 1992). Straordinario l’effetto “terme romane”, spettacolare la cupola con “Il matrimonio di Poseidone e Anfitrite”; sul fondo scuro vellutato e brillante perché i colori erano mescolati con la cera, le coloratissime decorazioni pittoriche spiccano oltremodo: dalle elegantissime portatrici d’acqua, ai cigni dal collo lunghissimo, passando per gli amorini delicatissimi e leggeri, i nastri tipici della maiolica, i tralci di fiori e frutta con gli uccellini che prendono il volo, i meravigliosi candelabri di fiori e frutta (tutti apporti del Piani). Di stanza in stanza, tra passaggi e passaggini, alcuni segreti, arriviamo allo studiolo del conte con una raffinatissima ebanisteria con tarsie e vetri molati originali e una finta boiserie con il motivo del legno reso in punta di pennello. La libreria è una citazione della biblioteca Piccolomini del Pinturicchio. Qui nel regno della sapienza è 17 Vita di Club n.3 rappresentata “Atena che incorona di alloro Apollo” e poi i simboli di tutte le discipline amate dal conte: Legge, Geografia, Storia, Agricoltura, ecc. Stupende le scene mitologiche inquadrate tra raffinati motivi ornamentali - delle sale del piano nobile, che si avvalgono delle decorazioni plastiche di Antonio Trentanove e dei fratelli Ballanti Graziani. Qui una teoria ancora più grandiosa di sale, saloni, camere e camerini. Al conte Francesco e alla sua giovanissima, nonché bella e colta, moglie Giacinta Marchetti degli Angiolini (lui trentasettenne sposa lei diciassettenne che già ha fatto innamorare di sé, di un amore platonico, ma molto forte, il Giovanni Maria Mastai Ferretti, futuro Pio IX, che prima di entrare, ragazzino, in seminario brucia il carteggio che la riguarda, ma lei lo conserva e noi possiamo riferire il pettegolezzo) è riservato un “miniappartamento” concepito come unità autosufficiente: la camera con il letto in alcova, la camera di “compagnia” fornita di camino per rendere più calda la conversazione (tema allusivo: “Numa e la ninfa Egeria”), il boudoir della contessa collegato agli ambienti del loggiato. Nella stanza nuziale c’è ancora la tappezzeria originale in damasco azzurro e giallo oro che, seppur sbiadita, riproduce il cielo stellato ed esalta le tempere nel soffitto, nei toni smaltati del verde, dell’azzurro e del rosso. Il tema iconografico risulta strettamente legato alla destinazione dell’ambiente: il tema del ritorno di Ulisse ad Itaca culmina al centro del soffitto con l’episodio del ricongiungimento tra i due sposi, “Ulisse e Penelope che si avviano al talamo” seguendo una scia di petali e fiori, accompagnati da Minerva, Amore e da una serva che porta una fiaccola; sullo sfondo, altre serve preparano il letto nuziale. In questa sala le ornamentazioni sono frutto di un’unione tra i motivi classici tradizionali e la decorazione ceramica: le raffaellesche diventano più leggere e calligrafiche; cornici e fasce, nei colori accesi di verde, rosso e blu, sono finemente miniate con motivi che si ritrovano in maioliche. Il pavimento, restaurato come in molte altre stanze, è composto da pietra d’Istria, verde Poleo chiaro, giallo Verona, rosso Asiago, verde Piave chiaro e grigio Carnico chiaro. Questa sala, insieme a quella della Pace e della Guerra, diventerà modello per l’ornamentazione della casa faentina fino alle soglie del Novecento. Delizioso ed elegantissimo il boudoir, salottino privato della contessa usato per la conversazione o la toilette, è stato realizzato smussando agli angoli il parallelepipedo di partenza, per ottenere una sala ottagonale arricchita da una decorazione che la riveste per intero. In questo ambiente i colori predominanti sono: bianco, blu oltremare e rosso, impreziositi da eleganti decorazioni in oro. Un basamento monocromo bianco, con riquadrature prospettiche dipinte, e, sopra, una fascia in blu con motivi geometrici fa da zoccolo ai tempietti esilissimi color giallo oro, citazioni dal quarto stile pompeiano. Alle pareti sono narrate alcune storie degli amori degli Dei, dove Eros Trionfante con arco e frecce è sempre in primo piano: un esempio per tutte “Leda e il Cigno”. Sbalorditi dalla copiosità dei miti, dalla 18 Vita di Club n.3 vivezza dei colori, dalla espressività delle figure, ne ricaviamo l’idea che nei confronti di questo pittore la storia dell’arte sia stata ingenerosa, non avendogli dato un posto più eccelso nella graduatoria della fama. Boudoir: “Leda e il cigno” Sala delle feste: “Achille piange la morte di Patroclo e Atena lo consola” Salone ottagonale col “Carro del sole” 19 Vita di Club n.3 MONDO LIONS CANI GUIDA IL BILANCIO Perché ad ogni cieco si possa donare una guida sicura coscienziosamente addestrata. di PIETRO GIOVANNI BIONDI Q uando quasi una decina di anni fa il governatore di allora Gianfranco Buscarini mi affidò l’incarico di seguire il service nazionale Cani guida per ciechi confesso che fui un po’ spaventato perché si trattava del primo service nazionale dei Lions fondato almeno quarant’anni prima e perché mi accorsi che buona parte dei club del Distretto 108/A non ne era a conoscenza. “Ma noi facciamo queste cose?” – mi chiedevano stupiti quando ne parlavo in qualche riunione. Così cominciai la mia “predicazione” negli incontri di circoscrizione, di zona e ai congressi e vidi emergere la grande sensibilità e solidarietà dei Lions. Quando visitai per la prima volta il centro di Limbiate rimasi talmente affascinato dall’impegno, dall’organizzazione, dalle capacità degli addestratori, dalla cortesia nell’accoglienza, dalla cura con cui erano tenuti i cani e i canili, che mi ripromisi di impegnarmi ancora di più per informare tutto il distretto. Supportato da quella “macchina organizzativa” che è il presidente Andrea Martino e aiutato da tanti soci, scrissi lettere, spedii filmati, visitai club, distribuii opuscoli, organizzai spettacoli teatrali e musicali. Ma non basta. È vero che oggi i club Lions italiani finanziano il Centro per il 50% del bilancio annuale e il nostro Distretto è al terzo posto nella classifica dei “contribuenti” (solo 300 € ci separano dal secondo!), in quanto finalmente tutte e tre le circoscrizioni, dalla Romagna alle Marche, dall’Abruzzo al Molise, hanno realizzato con entusiasmo tante iniziative per raccogliere fondi. Ma non mi stancherò mai di ripetere che il Centro riesce oggi ad addestrare 48 cani all’anno (in cinquant’anni ne ha assegnati 1700) a fronte di una richiesta intorno alle 100 domande, quindi per il cieco c’è un’attesa di due anni; il costo di un cane guida arriva a 12.500 € e comprende le La storia di un uomo Ai suoi inizi la storia del Servizio si identifica con quella di un uomo, Maurizio Galimberti. Maurizio, classe 1917, esce da quella buona e solida borghesia lombarda che, senza mai esibirli, crede profondamente e impronta la propria vita ai valori antichi dell'intraprendenza e del coraggio, uniti alla sensibilità ed all'attenzione verso i più deboli e bisognosi. Si laurea brillantemente in ingegneria aeronautica al Politecnico di Milano e dà testimonianza della stima e dell'apprezzamento di cui gode, il fatto che sia chiamato a tenere, ancor prima di laurearsi, corsi di motoristica di aereo. Il 10 giugno 1940 l'Italia entra in guerra. Maurizio che ha conseguito il brevetto di pilota civile, viene subito ammesso ad un corso di allievi Ufficiali piloti. Con il grado di Tenente è poi assegnato ad uno stormo di caccia destinato ad operare in Africa settentrionale. Gli aerei sono i vecchi e superatissimi biplani CR42, modestamente armati, la cui velocità non arriva ai duecento chilometri orari. I piloti italiani combattono con un eroismo che conquista loro l'ammirazione dello stesso nemico ma pochi, pochissimi di loro sopravvivono nell'impari lotta. Maurizio è fra questi, forse si sente un privilegiato dalla sorte. Finita la guerra ritorna alla vita borghese. È giovane, di lucida intelligenza, intraprendente e determinato. L'avvenire sembra sorridergli. Nell'Italia del dopoguerra per gli appassionati del volo come lui non vi è la possibilità di pilotare aerei a motore, gli unici velivoli disponibili sono gli alianti e Maurizio diviene pilota di questo mezzo che forse dovette sembrargli ben più tranquillo e sicuro dei vecchi caccia con cui aveva fatto la guerra. E così infatti dovrebbe essere ma sul campo di Vergiate, quasi al termine di un tranquillo volo in una tranquilla domenica di primavera, un cavo di sostegno dell'ala cede improvvisamente. Pochi attimi dopo il violento impatto. L'uomo che i soccorritori accorsi estraggono dai rottami è irriconoscibile. Il volto è devastato, le speranze di mantenerlo in vita appaiono a prima vista assai tenui. Ricoverato in ospedale rimane in coma per quaranta giorni, poi la sua forte fibra riprende il sopravvento ma gli occhi non ci sono più. Altri, colpiti da così terribile disgrazia, si sarebbero ripiegati su se stessi. Maurizio invece vuole e sa reagire. Soleva dire "Dio mi ha chiuso gli occhi della carne ma mi ha aperto quelli dello spirito". Subito pensa a come rendersi il più possibile indipendente ed autonomo. Saputo che in Germania si addestrano cani guida per ciechi, vi si reca. Ha in consegna un cane ed è grazie ad esso che può apprezzare una ritrovata libertà di movimento come ci testimoniano queste sue parole "Non posso descrivere le sensazioni provate sin dalla prima esercitazione pratica, quando sentivo di potermene andare libero lungo i viottoli sconosciuti che circondavano la scuola" e subito pensa a come fornire lo stesso prezioso aiuto ad altri nella sua stessa condizione. Nel 1958 Maurizio diviene socio del Lions Club Milano e trova amici aperti ad essergli vicini nel suo grande sogno di attivare anche a Milano, sul modello di quanto aveva conosciuto in Germania, un centro di addestramento per cani da assegnare alla guida dei ciechi. Fra questi uno in particolare, Alessandro Pasquali, gli è particolarmente vicino. Nacque allora quel sodalizio, basato su una comunione di intenti, su una grande reciproca stima e su un profondo affetto, che li unì sino alla morte, avvenuta a pochi mesi di distanza l'uno dall'altro, nel 1993. I soci del Lions Club Milano fanno propria la proposta di Maurizio e fondano nel 1959 il Servizio nazionale cani guida per ciechi dei Lions. (Dalla pubblicazione del 50° anniversario) 20 Vita di Club n.3 spese dell’acquisto del cucciolo, dell’allevamento e dell’addestramento, nonché le spese per l’ospitalità ai ciechi durante il corso di 15 gg. di affiatamento col cane a Limbiate. Inoltre, poiché la vita media di un cane è di 1012 anni, bisogna provvedere alla loro sostituzione, altrimenti i ciechi ripiomberebbero nell’immobilismo più totale; senza il cane che salvaguarda la sua incolumità, preservandolo dai pericoli del traffico, dagli ostacoli delle barriere architettoniche, dagli impedimenti improvvisi nella circolazione, sul tram, sul treno, al lavoro, il cieco è perso. Lo sguardo dolce e paziente che il cane rivolge al suo protetto vale più di tutte le parole umane. Per il 2009 - 2010 aiutatemi ad aiutare realizzando nuove raccolte di fondi. SERVICE “UN POSTER PER LA PACE” LA PREMIAZIONE Giovedì 14 maggio giorno di compimento di uno dei service che il nostro Club dedica alla Scuola, e quindi di premiazioni: il mattino presso la Scuola Media Panzini è avvenuta la premiazione del vincitore, relativamente ai partecipanti riminesi, del Concorso “Un poster per la pace”. di ISABELLA SERRA ANNARELLA E cco! Il ‘gran’ giorno è arrivato, il giorno della premiazione del concorso “Un Poster per la Pace” indetto a livello mondiale dal Lions Club e rivolto agli studenti delle Scuole Medie Inferiori. Il nostro Lions Club Rimini Malatesta si era prontamente attivato per coinvolgere alcune scuole, ma solo le professoresse Loretta Boattini e Marinella Pancisi della Scuola Media Statale “PanziniBorgese” di Rimini avevano aderito all’iniziativa. All’inizio gli studenti si erano dimostrati un po’ distratti, scettici. Quegli adulti che volevano a tutti i costi convincerli a cimentarsi nell’impresa “per il loro bene”, dovevano sembrare ai loro occhi alquanto stravaganti e rompiscatole; avranno pensato: «I nostri professori ci costringono già a fare cose che non ci interessano, adesso arrivano anche “questi” a proporci quello che interessa a loro! Uffa!». Ma il giorno 14 maggio 2009 gli stessi studenti erano in aula magna, pieni di vero entusiasmo ed allo stesso tempo emozionati, ad appendere i LORO elaborati insieme ai “questi”, a ripassare con professionalità le motivazioni che li avevano incoraggiati ed ispirati nell’illustrare il proprio concetto di “pace”, prima di leggerle davanti alla telecamera di VGA Telerimini. Un altro gioco li accomunava: cercare di indovinare chi fosse il possibile vincitore il quale, non sapendo che noi avevamo nascosto il suo disegno per mantenere un po’ di ‘suspense’, lo cercava disperatamente e temeva che fosse andato perduto. E finalmente arrivò il momento tanto atteso: la premiazione. Il Presidente, Paolo Gianessi, leggeva il nome dello studente a cui veniva consegnato l’attestato di partecipazione e una maglietta del Lions Club, a testimonianza e 21 Vita di Club n.3 come ringraziamento per l’impegno profuso. Poi, l’ultimo nome, quello del vincitore: Andrea Montanari, classe 1ª G. Nel suo disegno ha dimostrato originalità di contenuto e sicurezza grafica apprezzabile data la giovane età. Uno scroscio spontaneo di applausi e il suo nome scandito dai compagni coronò questa manifestazione e un ragazzino timido, ma raggiante si avvicinò al Presidente per ricevere il meritato attestato e una scatola di colori. Con orgoglio mostrò il suo disegno che raffigurava tanti burattini legati a fili di diversi colori, i colori della pace, che stanno per essere recisi da gigantesche forbici, a significare la conquistata libertà da tutti gli orpelli che impediscono agli uomini di essere ‘in pace’. I nomi degli altri partecipanti sono: Aluigi Chiara 2 G Angelini Federica 3 D Antonini Marta 1 E Arduini Nicolò 2 C Bonvicini Andrea 2 G Bucchi Martina 2 D Esposito Adele 1 G Giolitto Maria 2 G Maresi Carlotta 3 D Marzi Anna 2 E Matteoni Andrea 1 A Melucci Elena 2 A Montanari Andrea 1 G Nenciulescu Roxana 3 D Patrignani Lea 1 G Pellegrini Annalisa 2 A Ricciotti Annalisa 2 E Savelli Francesca 2 E Zanzini Carolina 2 E Infine, riprese, applausi,congratulazioni, foto di gruppo con il Presidente, i Soci, il Preside prof. Staltari, i Professori e tutti gli ‘artisti’ che indossavano le magliette offerte dai Lions, che si adoperano con il loro esempio per comunicare ai giovani quello spirito così necessario, ora più che mai, a formare una coscienza cosmopolita che non sia solo utopia. Ora l’aula magna era vuota e silenziosa. Eravamo rimaste sole, la professoressa Boattini ed io. Mentre le chiedevo se la manifestazione le fosse piaciuta, mi accorsi che aveva gli occhi arrossati; con la voce colma di commozione mi disse: “ La giuria non avrebbe potuto fare una scelta migliore. Andrea è timido, molto sensibile ed emotivo,con gravi problemi familiari. Questo premio, per lui e per la mamma, ha un significato molto speciale. Ringrazia la giuria a nome mio”. La manifestazione non poteva avere un epilogo più significativo. Tutto questo grazie alla grande sensibilità dei Lions e dei loro ‘service’. E adesso, prepariamoci per la prossima edizione, che spero ci riservi gradite sorprese. 22 Vita di Club n.3 SERVICE PREMIO “MORENA UGOLINI” POESIA, PROSA, ILLUSTRAZIONE Il 14 maggio il Presidente Paolo Giulio Gianessi e componenti del Direttivo hanno preso parte alla cerimonia di premiazione dei vincitori e dei partecipanti al Concorso patrocinato dal nostro Club e organizzato dall’Associazione Culturale “Morena Ugolini” in ricordo di una giovanissima poetessa che, pur segnata da una incurabile malattia, ha lasciato un messaggio di positività e di amore per la vita, educativo per gli adolescenti. In tanti si sono messi in gioco, rivelando intuizione, creatività, talento. di LORETTA RAGGINI (Scrittrice) L a serata del 14 maggio era molto calda e l'Istituto Marco Polo di Marebello accendeva le sue luci alla premiazione della 6ª edizione del Premio "Morena Ugolini" per la poesia, la prosa e l'illustrazione, rivolto agli studenti delle scuole superiori riminesi. L'aula magna era gremita e da una larga finestra, affacciata sul mare entrava una bella arietta rinfrescante. Il Prof. Umberto Moretti, Preside dell'Istituto, e da sempre grande sostenitore dell'iniziativa, nonché sincero amante della poesia, cominciava il suo caloroso discorso d' apertura. Io ero seduta in prima fila e coglievo la grande partecipazione emotiva del suo parlare e intanto pensavo... Mi dicevo che è bello sentire una persona, alle soglie della pensione e che ha speso la sua vita fra i giovani, emozionarsi sinceramente alla lettura dei testi. Poi apprezzavo la contrapposizione dei due "ensemble" musicali. Da una parte la classicità, con brani di Mozart, Prokof’ev ed altri, resi con eccellenza da un quintetto di studenti dell'Istituto musicale G. Lettimi, due dei quali futuri premiati dal Lions Club Rimini-Malatesta. Dall'altra i "Mind blast", fra cui alcuni studenti del M. Polo, proponevano finalmente un rock meno assordante, più soft rispetto ad altre edizioni, contraddicendo quella "esplosione mentale" insita nel loro nome. Ma la cosa che mi ha resa più felice erano i sorrisi. Mi riferisco a quelli intravisti al di là dell'emozione, sempre tangibile sui volti dei vincitori. Alcuni non in grado di materializzarsi, altri solo abbozzati, ma in questa edizione se ne sono visti diversi. Soprattutto sui volti delle ragazze, a manifestare la gioia piena per questo riconoscimento. Ma a dire il vero, il più particolare era quello che rischiarava la pelle scura di un giovane vincitore, quell'Alimasi Michel, di chiara origine straniera. Davvero un bell'esempio d'integrazione compiuta, anche nell'ambito della composizione poetica. A volte certe carriere scolastiche possono essere spinose ed ecco allora che un riconoscimento come questo può essere un buon antidoto alla svalutazione di sé, da cui trae origine ogni forma di depressione. Ed è proprio in serate come queste che si coglie il senso del fare di noi volontari dell' associazione. Allora sorridiamo anche noi. Sciogliendo le tensioni troviamo la forza per elevarci dai mille problemi della quotidianità. ...e mentre mi rilasso penso alla fine del mio primo anno di Liceo, quando per la media ottenuta, ricevetti un bel libro d' arte su Giotto; il mio capolavoro e la cosa più significativa di cinque anni di studio. Mi ha anche piacevolmente sorpreso la bella lettura dei testi, resa in maniera efficace e con buona professionalità, dalle signore Carmen Spanedda e da Damiana Bertozzi Fratemali. I premi in denaro insieme agli attestati ed ai gadgets offerti dal Lions Club Rimini Malatesta sono stati consegnati dal Presidente dell'Associazione, sig.ra Lucia Ugolini, dal prof. Umberto Moretti, da Riccardo Gresta, membro della giuria per la grafica, da alcuni sponsor e accompagnati dal bel 23 Vita di Club n.3 sorriso di Paolo Gianessi, Presidente del Lions Club. E su tutto si apprezzava la buona conduzione della serata, il "dietro le quinte" dell'instancabile prof. Isabella Serra, Vicepresidente dell'Associazione. I ragazzi vincenti devono al talento letterario di quella Morena Ugolini, alunna del M. Polo, scomparsa prematuramente per una grave malattia ed ispiratrice del Premio, il fatto di esserci stati quella sera e di esserci per sempre fra le pagine di quell'allegro libretto rosso, da me personalmente curato e contenente tutti i lavori dei ragazzi. LO SPIRITO DEL PREMIO Intervento di UMBERTO MORETTI (Preside dell’ Istituto per il Turismo “M. Polo”) I n occasione della cerimonia di assegnazione del premio di poesia, prosa breve, e illustrazione grafica intitolato a “Morena Ugolini”, alla sua sesta edizione, mi è gradito dare a voi tutti il benvenuto del “M. Polo”. Saluto, in particolare, con calore, Lucia Ugolini, sorella di Milena, presidente dell’associazione che da sei anni a questa parte si è fatta promotrice di questo premio. Morena si è formata nel nostro istituto, dove è cresciuta intellettualmente e culturalmente; qui ha iniziato ad esprimere e a rivelare la sua grande sensibilità, per di più affinata – come spesso succede - dalla malattia da cui era stata colpita in giovanissima età. Gravemente segnata da quel terribile morbo, aveva evidenziato attraverso le sue poesie una visione profondamente consapevole e incredibilmente serena della vita, in un periodo che, allora come oggi, era attraversato da profonde inquietudini. “Come molte ragazze della sua età – così si esprimeva una sua insegnante del “M. Polo” nella prefazione del libro “Poesie di Morena” – inizia a scrivere i primi versi sul diario di scuola, dando voce e consistenza ai suoi sogni ideali di adolescente: il mondo della poesia esercita su di lei un fascino fatto di attrazione e insieme di suggestione”. Costretta all’immobilità quasi totale, Morena parlava del mondo e della vita con armonia e delicatezza e sapeva trovare ragioni di vita, e voce, anche attraverso ciò che è spesso percepito come nulla e vuoto. In una sua poesia così si esprimeva: “Il silenzio assoluto / non esiste. / Il silenzio si può ascoltare / il silenzio / per non sentirsi più solo”. “Il mondo interiore di Morena diviene sempre più ricco – scriveva sempre la sua insegnante - la parola, potenziata nel suo valore espressivo, oltre che immagine si fa messaggio”. Proprio con questo spirito, il premio intende ripercorrere l’itinerario “spirituale” di Morena: la poesia come strumento, occasione, opportunità di conoscenza del proprio mondo interiore; la prosa breve, sotto forma di piccolo racconto, come scoperta della creatività e potenza della parola; l’illustrazione, con l’incisività icastica del segno grafico, delle immagini e dei colori, come specchio emotivo, acceso dalla parola. Al di là della rivoluzione informatica - capace di trasformare radicalmente il nostro modo di concepire e di rapportarci alla scrittura e alla comunicazione – risulta che carta, penna, matita e colori hanno ancora un fascino irresistibile: 24 Vita di Club n.3 numerosi sono i ragazzi che scrivono quotidianamente testi di canzoni, poesie, racconti, brevi frasi, e che disegnano e dipingono con incredibile passione. Si tratta, allora, di propiziare l’innalzamento di un ponte ideale fra il mondo degli adulti e quello dei giovani, perché vengano colte e recepite al meglio quelle istanze che i ragazzi di oggi trovano sempre più difficile esprimere compiutamente. Noi, come scuola, siamo profondamente grati all’associazione per questo suo impegno annuale che si esprime e si concretizza nell’organizzazione del premio e nel libretto che lo accompagna. Questa pubblicazione, al pari delle altre delle precedenti edizioni rimane, nel tempo, un’importante e significativa testimonianza del sentire dei nostri giovani d’oggi, così come i volumetti di Morena, che conserviamo quasi con venerazione, rappresentano uno spaccato autentico, di seducente pienezza, della sua immaginazione, dei suoi sogni, delle sue rimembranze... Insomma, della sua vita! Noi insegnanti, in quanto “maestri”, abbiamo il compito di educare al gusto per la lettura e, in particolare, per la poesia, perché, come scriveva Carlo Diano: «Un discorso può essere fermato sulla pietra o sulla carta; imprigionato in un libro, esso dorme un sonno che assomiglia alla morte, ma la lettura basta a risvegliarlo e a restituirgli la mobilità della parola viva». “Se morisse la poesia – ha scritto Giuseppe Conte sul Corriere della sera – allora si atrofizzerebbero e impoverirebbero mortalmente anche il linguaggio e il pensiero, e non sarebbe un capitolo di storia umana a chiudersi, ma sarebbe l’umanità stessa a cambiare.” Nella nostra società che mitizza il successo, posponendo l’essere all’apparire, e che spinge alla ricerca spasmodica del tornaconto economico, è soprattutto la poesia ad assumere un ruolo centrale, volto a consentire a ciascuna persona di riappropriarsi della propria dimensione spirituale creativa o - come direbbe Pascoli - "fanciullina". Una generazione che non dovesse amare la poesia scriverebbe la propria storia sull’acqua. Conoscerebbe i segni dell’alfabeto, ma non saprebbe né la parola né il discorso: ignorerebbe la magia della prima (la parola) e la luminosità del secondo (il discorso). In una poesia presentata al concorso, l’autore, un ragazzo, ha scritto di sé, in terza persona: “Nella sua breve vita / tanti semi sono scesi nel suo cuore / piantati da mani dolci, sicure.” Certamente avrà pensato alle mani dei suoi genitori, quasi sentendone in quel momento il tocco e il calore a lui ben noti, ma forse si sarà riferito anche al buon seme messo a dimora dai suoi insegnanti. Un seme che, proprio dalle sue parole così intense, si percepiva che stava fruttificando, perché – è sempre lui che scrive “il suo cuore è terra fertile”. Troppe volte noi insegnanti, presi e quasi sommersi da tanti problemi e incombenze, finiamo per dimenticare che i nostri ragazzi sono “terra fertile” che ha, prima di tutto, la necessità di essere seminata per il bene, sotto il profilo umano, intellettuale, culturale. È indispensabile, quindi, coltivare e incrementare l’amore della lettura. Per far scaturire un autentico amore per il libro, è indispensabile che le motivazioni e le spinte si sviluppino su un vissuto emozionale positivo, mediante il quale la lettura stessa, da fatto meccanico si trasformi in un gioco divertente, creativo e coinvolgente. Ben vengano allora i concorsi come questo dell’Associazione che invitano i giovani alla scrittura e conseguentemente alla lettura. Scriveva Ralph Waldo Emerson: La lettura non sarà offerta come un fatto isolato, bensì un insieme ricco di esperienze positive e significative, ricche di possibilità creative ed espressive in cui il risultato finale non sarà una semplice fruizione passiva, ma un vissuto attivo e coinvolgente....Non è connessa nemmeno alla voglia di conoscenza o alla necessità di imparare qualcosa... o perlomeno Non Sempre… Semplicemente Leggere è una passione... Leggere è la voglia di entrare in un mondo nuovo, aprire le finestre ad una vita che non è la nostra e sedercisi dentro comodamente... Vivere emozioni, storie e luoghi lontani... Affogare in sentimenti che non ci appartengono, scovare posti, vivere vite... Scordarsi per un attimo di essere Elena e diventare qualcuno, Diverso... Qualcuno Simile o Opposto... Comunque Diverso... Leggere è guardare dentro uno specchio deformante: non siamo del tutto noi, ma non siamo nemmeno un’altra persona... Un pezzettino di noi rimane... Storpiato dalla foga della narrazione...Eppure è lì, presente, in uno scambio senza fine tra chi legge e chi mette le parole sulla carta.... Ed è per questo motivo... Solo Per Questo Motivo... che ora vi lascio per rientrare tra le pagine del mio libro... Buonanotte. Solo la poesia ispira poesia. Questa sera mi sento particolarmente coinvolto per non dire emozionato, parlando con voi di argomenti, come la poesia, che mi colpiscono 25 Vita di Club n.3 sempre. Per ragioni di età – tempus irreparabile fugit (Il tempo fugge inesorabilmente) dicevano i latini -, fra tre mesi terminerò il mio servizio nella scuola, dopo un periodo di vita lavorativa trascorso in mezzo ai giovani, a partire – pensate - dal lontano gennaio 1963. Nei giorni, un po’ particolari e intensi come oggi che precedono il commiato, una messe di ricordi indelebili, racchiusi nella mia mente, riaffiora con insistenza accompagnati da emozioni provate. Le ultime emozioni me le avete offerte voi con le vostre piccole grandi opere di poesia, prosa breve e illustrazione, mettendomi a parte dei segreti della vostra anima e dei pensieri del vostro cuore: una rara occasione di conoscenza e compartecipazione che negli usuali rapporti fra docente e discenti, non si riesce quasi mai a recuperare. E proprio per queste sensazioni che mi avete fatto provare, desidererei sussurrare a ciascuno di voi, piano piano, con lo spirito e le parole di Morena: “Ti voglio amico e per sempre”. E a tutti gli altri ragazzi mi sentirei di consigliare: non abbiate paura a scrivere per timore del giudizio altrui o per paura della vostra inadeguatezza. Prendete esempio sempre da Morena che riusciva a superare tutte le sue sottili apprensioni: Giovane, / son io che scrive:/ignorante delle parole dei grandi poeti,/ambiziosa, / di diventare una di loro. / Delusa rimarrò / dal giudizio di chi se ne intende, / ma rinunciar non voglio / e nonostante tutto, continuerò a scrivere.” Diceva Kahlil Gibran con una semplicissima ma efficace immagine: “Il genio non è che un canto di pettirosso all'inizio di una timida primavera”. Permettetemi di concludere questa mia intensa e partecipata presenza alla cerimonia di consegna dei premi, con una citazione che attiene al mio vissuto personale. Si tratta di una piccola composizione poetica senza pretese, di qualche anno fa, che mi è tornata alla mente entrando in sintonia, direi proprio affettiva, con i vostri lavori. L’ho scritta osservando una persona in età, che seguiva nel parco, con occhi sorridenti, un rumoroso stuolo di bambini intenti nei loro giochi. Io mi sono immaginato così quando non sarò più in mezzo ai ragazzi e li guarderò da lontano, ma con lo spirito di sempre. “Scherza la vita / sui prati / dietro ai bimbi che non conoscono ancora / il suo ritornello. / Un vecchio, in silenzio, / li osserva / e pensa alla vita / che gioca con loro.” LE OPERE PREMIATE Al primo posto PIANTO DI PAROLE Sono qui. Ascolto ma non sento nulla Bianca luna impassibile Sono qui. parlo ma nessuno risponde Nera terra silenziosa Le mie parole non riempiono la notte I tuoi deserti silenzi scendono dai miei occhi E le stelle stanno a guardare Tavola 1ª classificata FABIO GALLI - I.S.A. “F. Fellini” Poesia 1ª classificata ALICE ROSSI - I.T.C. "R. Valturio" 26 Vita di Club n.3 E LE STELLE STANNO A GUARDARE Il silenzio vagava nell'aria. Ogni linea era come irrigidita dal tempo. Tutto era fermo. Spaventosamente fermo. Solo il mio spirito urlava. E gettava rancori sulle promesse infrante E sbatteva il girotondo di rabbia contro le pareti della mia corazza. Le stelle nel cielo palpitavano tutte....sembrano vicine ma non lo sono. Sembrano felici ma le vedo tremare. Hanno paura, anche loro. Come me. Fisso gli occhi su quelle tristi, dolci fate che rendono magiche le notti buie. Disegnano nel cielo ciò che ognuno vuole vedere. lo vedo i miei sogni. Sembrano vicini ma non lo sono. Ora no, ma lo saranno. Sgrano gli occhi per poterli osservare meglio. Un giorno si strapperanno da quel cielo per scendere da me e farmi felice. Sono appannati ora, sfuocati: l' amore quando finisce riga il volto e vela gli occhi. Ora le mie labbra schiuse accolgono solo l'inverno. Devo rientrare, mi aspetta il calore del Natale. Sforzo sorrisi. Fingo una pacata serenità. Copro il mio essere con un vello bugiardo che non lascia trasparire nulla. Prosa 1ª classificata ARIANNA COMANDUCCI - I.T.C. “R. Valturio” Al secondo posto TORNASSI A IERI... Un giorno ci si sveglia in un mondo senza tempo Il vento che accompagna la neve ed il silenzio, Parole sussurrate, ricordi in Bianco e Nero fotografie sbiadite dipingono il sentiero, Pensieri senza un volto, le rughe tra i sorrisi 14 anni Tavola 2ª Classificata ENEA PESARESI I.S.A. “F. Fellini” Noi giovani, incoscienti con gli occhi dei bambini. Poesia 2ª Classificata MICHEL ALIMASI Liceo Classico Psicopedagogico “Giulio Cesare – M. Valgimigli” IL PICCOLO BRUCO C'era una volta un piccolo bruco che viveva in spensieratezza la sua esistenza. Aveva tutto ciò che avesse potuto desiderare: una vita all'insegna di ciò che preferiva, ricca di divertimento e allegria. Ma un pensiero lo tormentava in ogni momento. Vedeva gli altri bruchi divenire farfalle e li osservava mentre volavano lontano. Desiderava tanto essere come loro: così leggero, felice, libero. Si sentiva continuamente ripetere che sarebbe arrivato anche il suo momento, ma i giorni passavano e lui 28 Vita di Club n.3 continuava ad essere un piccolo e fragile bruco. Fragile. Colpito da quella debolezza provocatagli dallo sconforto, da quel chiodo fisso che non lo abbandonava mai. Ma una farfalla può godere di ciò che prova, vedendo nel proprio futuro solo la morte? Non è preferibile essere un bruco e sapere che nel tuo avvenire c'è la libertà? Non metto in discussione il fatto che sia meglio un giorno da leone, piuttosto che cent'anni da pecora, ma non è di leoni che stiamo parlando, né tanto meno di pecore. Quindi torniamo al nostro piccolo bruco. Egli un giorno, stanco di aspettare, si rivolse ad una farfalla, domandandole come fosse la sua vita. "Non sono mai stata così felice!" gli rispose lei "Ora non sento più nessun bisogno,.non ho alcun pensiero!" Il piccolo bruco le chiese allora se ricordasse il suo passato e ottenne in risposta un secco: "Non ho bisogno del mio passato, ora che il mio presente è così roseo!" Queste parole lo rattristarono: non desiderava in effetti dimenticare il suo passato, ma solo avere un poco di più di ciò che non avesse già. Salutò la farfalla con invidia, ma questa, poche ore dopo, morì. Il piccolo bruco continuò a convivere con il suo tormento, sapendo nel suo cuore che nessuna farfalla avrebbe mai potuto capirlo: il loro momento era già arrivato perciò era facile ora per loro cercare di consolarlo con la solita scusa che prima o poi arriva per tutti. Era proprio quel "poi" a tormentarlo: per quanto ancora sarebbe durato? Il bruco visse per molti anni fin che un giorno non divenne una crisalide ed infine una meravigliosa farfalla. La sua felicità era incontenibile, ma si accorse presto di essere giunto alla fine della sua esistenza senza essere riuscito a godere neppure di un istante di essa. Morì dopo due giorni di libertà, mentre sussurrava un debole "Scusa" a chiunque fosse il creatore di tutta quella bellezza che lo aveva sempre circondato, senza che se ne fosse mai accorto. Ed ora mi rivolgo a te che stai leggendo le mie parole: ti imploro di non commettere lo stesso errore del piccolo bruco, ma di vivere ogni momento come se fosse l'ultimo: apparirà tutto più magico ai tuoi occhi!!! Prosa 2ª classificata MARIANNA VITALE - Liceo Scientifico “A. Volta” Al terzo posto LA MIA CITTÀ E POI... E poi... il mare d'inverno, magari la neve, un manto gelato, cela la spiaggia. Le onde, in furia meccanica, il mare par denso, vitreo, si spezza e si arruffa, rimescolandosi a sé. Questa visione spodesta l'uomo, gli imbianca la mente, ritorna all'essenza. Ricordi Tavola 3ª Classificata STERMASI – DI SOMMA - I.S.A. “F. Fellini” Poesia 3ª Classificata ALESSANDRO GIANI - I.T.G. “O. Belluzzi" 29 Vita di Club n.3 IMPENETRABILE SILENZIO Impenetrabile silenzio, non una parola avrebbe pronunciato di più. Serrava forte i pugni, non un momento di esitazione si sarebbe concesso. Nella sua composta fierezza aveva deciso che nessuno avrebbe potuto far parte di quella tacita e dolorosa sofferenza. Quell'orgoglio da anni coltivato con pazienza gli impediva ora, quasi un muro insormontabile, di dar libero sfogo ai suoi più profondi tormenti. Sebbene cominciasse ad avvertire taglienti gocce di sudore bagnargli la fronte, ormai umida, era deciso a non cedere all'emozione. Troppe volte si era cullato nella dolce illusione che forse un giorno la realtà si sarebbe rivelata più rosea di quella attuale, ma ora non ne era più convinto. Era determinato ad eliminare quelli che un tempo furono interpretati come segni di debolezza. Per un momento sognò d'essere un automa di acciaio puro, chiuso nei suoi silenzi e nella sua più fredda e triste meccanicità. Tuttavia era semplicemente un dannatissimo uomo, e quel rossore sul volto, inequivocabile segno di una latente emotività, tradivano il suo aspetto rigido e fiero. Prosa 3ª classificata CRISTINA MIRONE – Liceo Scientifico “A. Einstein" ARTE MALATESTIANA LA CERAMICA D’USO D’ARTE DI POLITICA DI FEDE al tempo dei Malatesti. di GIULIANA GARDELLI∗ Parte 1a - Duecento e Trecento Figura 1 I n una Biblia miniata osserviamo forse la più antica rappresentazione di Rimini nel Medioevo; si tratta di un rotolo pergamenaceo, ora a Vienna, attribuito al miniatore modenese Serafino de’ Serafini, la cui attività si svolse nel Trecento (fig. 1). La visione affonda nella suggestiva memoria di un veloce passaggio in terra malatestiana. Arriminum si legge fra due guglie: l’una a sinistra svetta al di là di un palazzo merlato, che potremmo identificare nel Palatium Comunis eretto nel 1204, e quindi forse una torre civica, l’altra a destra è con ogni evidenza il campanile di una chiesa che altro non può essere che la perduta cattedrale, Santa Colomba. Potere politico e potere Figura 2 29 Vita di Club n.3 religioso si trovavano uniti non solo in un fantasioso immaginario, ma in una realtà che, fra bene e male, investiva tutta la vita delle città medievali. Interessante è il ricordo del lungo porto canale che si immette fra le onde del mare dove si ormeggiano le barche. Più recente, più documentata è la visione urbica tramandataci dal marmo di Agostino di Duccio nella Cappella di Isotta del Malatestiano (fig. 2), quando ormai la città, sotto il saldo dominio dei Malatesti, si avviava ad un ammodernamento sociale, economico, artistico, che era preannuncio ed inizio del Rinascimento. Nel divario artistico e temporale di queste due visioni della città si snoda la storia. La vita dell’uomo, in qualsiasi epoca e tanto più nel Medioevo, non può fare a meno di valori cultuali e culturali, connessi fra loro spesso in maniera inscindibile. L’arte nel Duecento non fu solo quella degli affreschi, delle pitture o delle miniature, ma un crogiolo di manifestazioni intersecantesi, dove anche un prodotto apparentemente povero come la ceramica assumeva un ruolo di status symbol in svariati aspetti della vita sociale. La tavola imbandita del Medioevo ci viene raccontata dalla grande scuola pittorica riminese, Pietro in primis, nelle pareti del Refettorio nell’Abbazia di Pomposa attraverso una narrazione realistica che sorprende, tanto era nuova e “moderna” rispetto alle visioni intellettualistiche coeve. Due sono le tavole, l’una circolare, l’altra rettangolare; in entrambe l’arredo è semplice, ma con una sottile differenza per così dire “sociale”. Nella circolare (fig. 3, vedansi immagini nell’inserto centrale) con l’Ultima Cena, Cristo è al centro e la tovaglia scende quasi a terra per fare anche da tovagliolo; in mezzo il grande catino con il pesce è in ceramica, o meglio in “maiolica arcaica”, come il boccale; attorno per i discepoli accanto ai pani compaiono bicchieri di vetro e ciotoline lavadita o portasalse sempre in maiolica. Nell’altra tavola (fig. 4), con la Cena dell’Abate Guido con i confratelli ed il Vescovo, il pesce è appoggiato a piatti di legno; solo il boccale a destra è in maiolica accanto a semplici bicchieri di vetro; finissimo è invece il calice dove l’acqua si trasforma in vino, ma è in mano al Vescovo. Non esistono, come si vede, piatti e posate per i singoli commensali; solo alcuni coltelli sono sparsi qua e là ad uso collettivo. A ben valutare il messaggio è questo: il legno, retaggio dell’alto Medioevo, era ancora il contenitore da tavola più diffuso nella popolazione fra Due e Trecento; la “maiolica arcaica” si inseriva invece ad un livello sociale superiore, dati i costi e la difficoltà di produzione; nessuna meraviglia che il pittore l’abbia assegnata alla tavola dell’Ultima Cena con Cristo e gli Apostoli. A un secolo di distanza, in pieno sviluppo economico, la tavola dipinta da Giovan Francesco da Rimini (1459) nella Cena di San Domenico per i semplici frati utilizza ancora stoviglie in legno, e perfino gli Angeli portano pani in modesti seppure eleganti contenitori di vimini (fig. 5). Se potessimo oggi entrare nella bottega di un ceramista del tempo, lo troveremmo indaffarato non solo ad accendere il fuoco nella fornace, ma a preparare tutti gli ingredienti necessari, dalla depurazione e manipolazione dell’argilla raccolta lungo i fiumi o in cave, alla calcinazione dei minerali per la fritta (il marzacotto) con fusione di sabbia ed alcali. A base piombifera essa era utilizzata per ricoprire con una semplice vernice trasparente il rosso della terracotta di prima cottura; se si voleva invece dipingere il “biscotto” si usava una vetrina a base di stagno che formava uno strato bianco su cui stendere colori ottenuti da ossidi metallici calcinati. In questo secondo caso il prodotto finito (cotto, seccato, dipinto, e ricotto) era la “maiolica” che fino alla fine del Trecento chiamiamo “arcaica”, in quanto basata su pochi colori fondamentali: il verde ottenuto dal rame (“ramina”), il giallo, più o meno diluito, ottenuto dal ferro (“ferraccia”) ed il bruno di manganese. Il lavorante aveva a disposizione caselle, treppiedi, forme per inserire i pezzi da cuocere, come si nota nella fig. 6, con gli strumenti di una fornace fra ‘400 e ‘500, che era ubicata nel centro di Rimini. Lo stagno, importato soprattutto dalle Fiandre, era molto costoso, e la maiolica per tutto il Duecento ed il Trecento fu prodotto elitario a disposizione di pochi; ne consegue il suo uso di rappresentanza, sia essa religiosa, politica o civica. La decorazione di tipologia sacra non serviva necessariamente per riti liturgici, ma in conventi, chiese e parrocchie trasmetteva attraverso simboli codificati la cultura e la storia, quasi una materica Biblia da tutti riconoscibile. Nelle ciotoline, dal profilo carenato, i motivi più comuni dipinti a ramina e manganese sono la Passio, racconto visivo, quasi un fumetto più o meno complesso, con croce, corona di spine, martello, chiodi, scala (fig.7a-c), l’Agnus Dei, vivace e grazioso agnellino portacroce dal vello a improbabili riccioli (fig. 8), e, più raramente il Pesce: tutti signa cristologici. Nelle ciotoline d’uso quotidiano poteva bastare una semplice vetrinatura; per chi invece desiderava una stoviglia decorata ma senza eccessi, il pittore inseriva motivi geometrici molto amati (fig. 9); rari erano i decori floreali. La forma ceramica che troviamo maggiormente diffusa ad iniziare dal Duecento è il boccale, indispensabile oggetto che raggiungeva tutte le 30 Vita di Club n.3 classi. Derivato dal tazzotto carenato tardo romano, mediante allungamento della parte superiore presenta una forma biconica realizzata almeno fino a tutto il Trecento. I più antichi, del tardo Duecento, hanno la carenatura molto bassa che tende nel tempo ad innalzarsi fino a scomparire nel ‘400 insieme alla “maiolica arcaica”. Fu proprio questo tipo di boccale a connotare fra Due e Trecento la vita sociale nei suoi molteplici aspetti: artistico, religioso, e soprattutto di potere, inserendosi a pieno diritto in un afflato globale dell’arte (fig. 10). L’antico pittore ceramico osservava, tratteneva e riportava a modo suo i motivi che abili scalpellini, talora venuti da lontano, realizzavano in capitelli, cornici, portali, divulgando una cultura artistica mitteleuropea, fra Romanico e Gotico. Così il boccale arcaico diffuso in tutto il territorio malatestiano fra Romagna e Marche (e non solo dato che si trova in tutta l’Italia centrale), presenta in infinite modulazioni e varianti bellissimi decori che si riscontrano anche nelle fasce lapidee scolpite nell’architettura urbana che abbellivano la città malatestiana (fig. 11). Essi venivano inseriti entro registri, come in una tela avvolgente tutto il boccale tramite un fitto retino in manganese che pare imitare il lavoro dell’ago nelle preziose stoffe ricamate e perfino dei telai per i plaid di lana che tramite i commerci giungevano dalla lontana Inghilterra. Ricordiamo che le pareti delle case pubbliche e private, naturalmente di un buon livello economico, in particolari occasioni venivano ricoperte con grandi teli tessuti a fitta trama, come si documenta nei citati affreschi di Pomposa (figg. 3, 4) ed anche nella tavoletta di Giovan Francesco (fig. 5). Le stoffe furono uno dei veicoli più importanti per la divulgazione quasi universale di stilemi decorativi nel loro intrinseco sviluppo. I numerosi dipinti su tavole con scene di vita, specie nuziali, ma anche liturgiche, diffusi talora anche nei cassoni, importanti armadi del mondo medievale, dimostrano questa globalità dell’arte. Piace citare nel Malatestiano la stoffa dipinta nella Croce di Giotto, senza dimenticare il bellissimo telo su cui si appoggiano gli Angeli ad osservare con infinita dolcezza la Madonna in trono nella cappella absidale di Sant’Agostino, affresco della Scuola riminese nel primo Trecento (fig. 12). Non dissimile è il delicatissimo telo nel Polittico dell’Incoronazione della Vergine di Giuliano, ora al Museo della città. Il tema religioso non cessa di decorare nel corso del tempo la ceramica, come si documenta nel boccale con il Golgota sormontato da una Croce che simboleggia il monogramma di Cristo (fig. 13), come si rappresentava ai primi tempi del cristianesimo con la I e la X unite: profonda cultura che si manifesta appieno in un altro boccale, sempre dal centro città, la cui carenatura più alta ci porta al Trecento (fig. 14). Qui la decorazione è ancora più complessa; essa deriva dal mondo orientale bizantino, e a nostro avviso, è un esemplare rarissimo se non unico. Deriva da un’antica rappresentazione cristologica, dove il tondo simboleggiava il disco terrestre, il punto superiore Gerusalemme, il diametro l’Asia, il raggio verticale il Mediterraneo: a sinistra l’Europa, a destra l’Africa (fig. 15). Come nel caso del nostro boccale, il disegno poteva essere capovolto, con la croce che si erge dal punto centrale. Essa tuttavia presenta un’altra caratteristica che l’avvicina all’Oriente. Secondo la tradizione bizantina Cristo salì da solo sulla croce appoggiandosi ad un paletto qui rappresentato da un segno trasversale. Con l'avvento dei Malatesti alla podesteria di Rimini, saltuariamente dal 1239, poi saldamente dal 1295 con Malatesta da Verucchio, in un rinnovato clima culturale e sociale, anche la ceramica, al pari di altre arti, ricevette nuovo impulso, affinando tecniche e decorazioni. Gran parte della produzione riminese dalla fine del Duecento a tutto il Quattrocento è in stretto rapporto alla consorteria dei Malatesti. È quindi possibile dare una datazione, approssimativa ma pur sempre indicativa, in base alla storia dei membri di questa famiglia, le cui sigle od emblemi decorano tanta parte della maiolica chiamata appunto “malatestiana”. Uno dei più antichi esemplari in “maiolica arcaica”, è il boccale dalla complessa simbologia, attribuibile al tempo del primo vero Signore di Rimini, Malatesta da Verucchio (1212-1312) (fig. 16). È a bassa carenatura ducentesca con una decorazione allusiva della potenza acquisita dal Malatesta, dai monti al piano, attraverso l'acquisto o la conquista dei castelli e delle torri sparse nelle balze che dal Montefeltro scendono a valle. La M a lato di una torre in forma gotica e la m corsiva in scrittura di transizione fra la carolina e la gotica nell'ansa non lasciano dubbi circa l'appartenenza alla famiglia. La decorazione molto bella è legata a stilemi “romanici”, ed è carica di simbolismo in forte 31 Vita di Club n.3 secolo il più importante e notevole personaggio sinteticità. La M maiuscola in un gotico di tutto il casato fu Galeotto il vecchio (1299 rotondeggiante, ormai saldamente codificata, 1385), il cui stato da Cervia e Cesena esprime tutto il potere della famiglia dominante. raggiungeva l'entroterra montefeltresco fino a La si può ammirare in un frammento di boccale Borgo San Sepolcro (fig. 20). in manganese sul fondo biancastro (fig. 17) che La lettera B, in vari boccali, non ci sembra può datarsi o agli ultimi anni del da Verucchio iniziale di nome ma di soprannome (fig.21); (m. 1312), o con più verosimiglianza al tempo potrebbe riferirsi infatti al figlio di Galeotto, del nipote, Malatesta Antico, detto GuastafamiGaleotto Novello, detto Belfiore, perché nato nel glia (1299-1365), che intorno al 1344 tenne con 1377 nella rocca di Montefiore. Alla morte del il fratello Galeotto una signoria precaria su padre il ragazzo si trovò a governare su Cervia, Rimini, destinata però a tramutarsi, nel 1355, in Meldola, Borgo San Sepolcro e la Pieve di un più duraturo Vicariato. Il pittore mostra di Sestino. Valente uomo d'armi, sposò Anna di conoscere assai bene gli stilemi della miniatura Montefeltro, ma morì di peste giovanissimo, il che il grande Neri da Rimini, agli inizi del secolo 15 agosto 1400, a Montalboddo, oggi Ostra, nei XIV dipinse in bellissimi codici, assai ricercati. pressi di Ancona. I pittori di maiolica per le Si veda in un confronto straordinario la M nella iniziali dei boccali di questo periodo traevano “Decollazione del Battista” (”Misit Herodes” ) spunto dalle lettere miniate, come si ammira dipinta da Neri nell’Antifonario del tempo, nella bella pagina di Neri dell’Antifonario Cini, pergamena ora a Londra, per comprendere firmato e datato 1300 (fig. 22, vedasi a pag. come ormai anche la ceramica si avviava a 64). Un altro boccale con la M araldica, che lasciare il romanico per assimilare i nuovi dettami del gotico che scendeva dal Nord Europa proponiamo fra i tanti, segna l’ultimo approdo (fig. 18, vedasi a pag. 1). della carenatura, e si avvia a lasciare il posto ad Il boccale più bello, perfetto esempio del una forma dolcemente arrotondata (fig. 23). biconico malatestiano, uscito In realtà essa, sebbene in maniera pressoché integro dal sottosuolo molto meno accentuata, è coesistita della città (fig. 19), presenta la con l’altra, come si evince dal boccale scacchiera sormontata dalla M, sulla tavola dell’abate Guido (fig.4); stemma ormai riconosciuto per tutta la solo alla fine del secolo si sostituisce al Consorteria: “a tre bande a tre file carenato, sentito ormai superato, e conduce al periodo più splendido per la ciascuna di scacchi alterni, rossi e signoria malatestiana e per Rimini, il dorati, su fondo argento, con bordatura inchiavata o sega d’oro”. Quattrocento. Profuso in marmo e in pietra in tutta Fra i due secoli s’impongono come la città e nel più vasto territorio personaggi importanti sulla scena malatestiano, è talmente noto da politica italiana ed europea Carlo essere immediatamente (1368 – 1429) e Pandolfo III riconoscibile. Nel boccale, uno dei (1370-1427) dei Malatesti fratelli e più alti conosciuti, (h.24 cm, figli di Galeotto il vecchio, e con carenatura a cm 6 dalla base, loro anche l’arte della ceramica diametro massimo cm 12) su un percorre un nuovo cammino, bello smalto biancastro ben coprente passando dal romanico-gotico al il pittore per la scacchiera ha primo Rinascimento. utilizzato i colori che aveva a A Carlo dobbiamo l’ultimo boccale disposizione come unici adatti alla arcaico malatestiano, dominato cottura nella fornace: il bruno di nell’alta carenatura dalla lettera K manganese e il verde ramina, e tuttavia entro scudetto, ancora nell’antica ed ha realizzato un piccolo capolavoro. ormai desueta ferraccia (fig. 24), Alcuni boccali nel Museo di Rimini ed in Figura 19 mentre già più moderno è il boccale con la P collezioni private presentano la lettera G, di di Pandolfo (fig. 25), illuminato committente carattere gotico, con ornati che richiamano la del codice con il De Civitate Dei di S. Agostino, miniatura. Comuni erano fra i Malatesti i nomi fortunatamente nella nostra ricca Biblioteca Galeotto, Gentile, Gianni, Gaspare, anche se è Gambalunga, di cui proponiamo la pagina con doveroso ricordare che nel terzo quarto del stemma araldico dei Malatesti, riccamente 32 Vita di Club n.3 dipinta intorno al 1415-1419 da un miniatore emiliano, secondo stilemi del primo Rinascimento (fig. 26). ∗ Giuliana Gardelli, imolese di nascita, riminese d'adozione è laureata in Lettere classiche. Archeologa, storica dell'arte, si è specializzata in “Ceramologia”, partecipando ai più importanti simposi nazionali ed internazionali d’archeologia e ceramicologia. Opera fondamentale per la storia della maiolica italiana è il suo ITALIKA: Maiolica Italiana del Rinascimento. Saggi e studi, Faenza 1999. È perito del Tribunale di Rimini, è membro dell'Accademia Raffaello (Urbino), della Rubiconia Accademia dei Filopatridi (Savignano), del Femme - Art - Méditeranée (Rodi-Grecia). Ha curato convegni, mostre e cataloghi e ha al suo attivo 150 pubblicazioni. Indice delle Miniature 01,02 - Bagnacavallo, Biblioteca Comunale “G.Taroni”: Maestro del Plinio di Pico o suo ambito, 1483, Biblia Latina, cartaceo 1r. 03 - Faenza, Biblioteca Comunale Manfrediana: Graduale Proprio e Comune dei Santi, codice membranaceo; miniatore di ambito parmense, 1466, frontespizio. 04 - Rimini, Biblioteca Gambalunga: S. Agostino, De Civitate Dei, SC-MS.2,c.1r. Miniatore emiliano, 1415-1419. Fregio con tema araldico malatestiano e iniziale con Sant’Agostino e un chierico. Doppia “P” riferibile a Pandolfo III 05 - Vienna, Oesterreichische Nationalbibliothek, ms. Series nova 3394. Serafino de’Serafini (? doc. 1349 – 1393), Biblia figurata, rotolo pergamenaceo, particolare con la veduta di “Arriminum”, 06 - Venezia, Fondazione Cini, inv. N. 2030: Neri da Rimini, foglio staccato di Antifonario. Lettera “A”, e altre lettere; firmato e datato 1300. 07 - Londra, Collezione Amati,: Neri da Rimini, Antifonario del tempo, pergamena sec. XIV inizio, lettera M (con Decollazione del Battista). “Misit Herodes”, c.128r. 08 - Rimini, Biblioteca Gambalunga: Frate Leonardo, Nobilissimorum clarissimae originis heroum de Malatestis Regalis Historia, 1377-1385/ 1390, membranaceo SC-MS, 35, c.3r, frontespizio. 09 - Parma, Biblioteca Palatina, Basino Parmense “Astronomica” codice 1008, scritto a Rimini nel 1458 da Pier Mario Bartolelli, c.44r. 10 - Collezione Zeri: Foglio di Antifonario con Cristo in gloria, pergamena, 1314 – 1322. Didascalie Fig. 1- Serafino de’Serafini, attr., Biblia, part. con veduta di “Arriminum”, pergamena, sec. XIV inizi. Vienna, Oesterreichische Nationalbibliothek. Fig. 2- Agostino di Duccio, Veduta di Rimini, marmo, sec. XV. Rimini,Cappella d’Isotta, Tempio Malatestiano. Fig. 3 - Pietro da Rimini e scuola, Ultima Cena, affresco, sec. XIV. Pomposa, Abbazia, Refettorio,. Fig. 4 - Pietro da Rimini e scuola, Cena miracolosa dell’Abate San Guido, affresco, sec. XIV. Pomposa, Abbazia, Refettorio. Fig. 5 - Giovan Francesco da Rimini, San Domenico e il miracolo del pane, tavola,1459. Pesaro, Museo Civico. Fig. 6 - Strumenti del ceramista. Rimini, da fornace medievale. Fig. 7ac - Frammenti di ciotole con Passione di Cristo, “maiolica arcaica”. Rimini, sec. XIII-XIV. Fig. 8 - Ciotolina con Agnus Dei, “maiolica arcaica”. Rimini, sec. XIII-XIV. Fig. 9 - Ciotolina con decori geometrici, “maiolica arcaica”. Rimini, sec. XIII-XIV. Fig. 10 - Boccale dipinto, “maiolica arcaica”. Rimini, sec. XIII-XIV. Fig. 11 - Fascia lapidea, Rimini, sec. XIII. Fig. 12 - Scuola Riminese del Trecento, Maestà, affresco, sec. XIV. Rimini, Sant’Agostino, cappella absidale. Fig. 13 - Boccale con Emblema cristologico, “maiolica arcaica”. Rimini, sec. XIII-XIV. Fig. 14- Boccale con Emblema cristologico, “maiolica arcaica”. Rimini, sec. XIV. Fig. 15 - Disegno da antiche raffigurazioni cristologiche. Fig. 16 - Boccale con Simbologia malatestiana “maiolica arcaica” . Rimini, sec. XIII-XIV. Fig. 17 - Boccale con lettera araldica M (Malatesta), “maiolica arcaica”. Rimini, sec. XIV. Fig. 18 - Neri da Rimini, Antifonario del tempo, c.128r: Decollazione del Battista, pergamena, sec. XIV inizio. Londra, Collezione Amati. Fig. 19 - Boccale con Stemma dei Malatesti, “maiolica arcaica”. Rimini, sec. XIV. Figg. 20, 21 - Boccali con lettere G e B, “maiolica arcaica”. Rimini, sec. XIV. Fig. 22 - Neri da Rimini, foglio di Antifonario, 1300. Venezia, Fondazione Cini, inv. N. 2030. Fig. 23 - Boccale con lettera araldica M (Malatesta) entro tondo a rametti con acini, “maiolica arcaica”. Rimini, sec. XIV, fine – XV, inizi. Fig. 24 - Boccale con lettera araldica K (Carlo Malatesti) “maiolica arcaica a ferraccia”. Rimini, sec. XIV, fine – XV, inizi. Fig. 25 - Boccale con lettera araldica P (Pandolfo Malatesti) “maiolica arcaica”. Rimini, sec. XIV, fine – XV, inizi. Fig. 26 - S. Agostino, De Civitate Dei; Miniatore emiliano, 1415 -1419. Rimini, Biblioteca Gambalunga: SC-MS.2,c.1r. N.B. Dove non diversamente indicato, Figg. 6-9, 14: proprietà privata; tutte le altre: Rimini, Museo della città. 33 Vita di Club n.3 Figura 3 Figura 6 Figura 4 Figura 5 d’uso d’arte di politica di fede I Figura 7 Figura 8 Figura 10 Figura 9 II Figura 12 Figura 11 Figura 13 Figura 14 Figura 15 Figura 16 Figura 17 III Figura 21 Figura 20 Figura 23 Figura 26 Figura 24 Figura 25 IV ARTE & LETTERATURA CENTO ANNI DI FUTURISMO UMBERTO BOCCIONI Ricorre il centenario dell’unico movimento artistico nato in Italia dopo il Rinascimento. di ANGELO CHIARETTI (socio del Lions Club Cattolica e presidente del Centro Dantesco “S.Gregorio in Conca” – Umberto Boccioni, Il sogno o Paolo e Francesca, Morciano di Romagna) 1908-09, olio su tela, 140 x 130 cm, Collezione privata. E ra il 1909 quando sulle pagine del quotidiano francese Le Figaro comparve il Manifesto del Futurismo, con il quale uno sparuto gruppo di intellettuali tentava di svecchiare la stagnante situazione in cui era caduta la letteratura italiana dopo gli anni folgoranti del decadentismo dannunziano e pascoliano. A firmare il Manifesto furono personaggi celebri, fra cui Filippo Tommaso Marinetti (capo riconosciuto del movimento) ed il morcianese Umberto Boccioni. La loro proposta si presentava in modo estremamente provocatorio, esaltando dimensioni ideologiche ed artistiche veramente rivoluzionarie ed anticonformiste. Ci volle un grande coraggio, in un paese tradizionalista e benpensante come l'Italia, ad affermare che musei, biblioteche ed accademie andavano distrutti e bruciati in nome di un radicale antipassatismo; e che la vera bellezza poetica stava nello schiaffo, nel pugno o nel passo di corsa oppure che un automobile (allora lo si scriveva senza apostrofo......al maschile, naturalmente!) con i suoi tubi cromati ed il profumo di benzina era molto più suggestivo della Vittoria di Samotracia (celebre statua della Grecia classica): il mito della velocità sostituiva quelli degli Dei e degli Eroi! La donna venne definita nemica dell'uomo per le mollezze ed i dolci sentimenti che provocava nel cuore di lui, costringendolo ad approdare ad un antifemminismo fisiologico ed esistenziale, strettamente correlato ad un forte spirito antidemocratico ed antiliberale, che vedeva nel Socialismo sorgente il pericolo da combattere con ogni energia. Inoltre la smania di vitalismo spinse i Futuristi ad affermare addirittura che al canto della mitragliatrice i bambini si addormentano più facilmente che alla voce della propria madre;: la guerra era da loro ritenuta un caldo bagno di sangue e sola igiene del mondo, ma quando le armi iniziarono ad uccidere veramente, molti di loro si ritrassero inorriditi oppure, come nel caso di Boccioni, furono travolti dall'uragano mortale della Prima Guerra Mondiale, pagandone il caro prezzo con la vita nel 1916. Al primo Manifesto (che diremmo ideologico) fece seguito un secondo chiamato Manifesto Tecnico del Futurismo, in cui si definivano le norme pratiche per aderire ed inserirsi nella nuova corrente di avanguardia letteraria: abolire la punteggiatura e gli aggettivi qualificativi (si salvarono solo quelli cosiddetti semaforici), cancellare gli avverbi ed i tempi dei verbi, ritenendo che il tempo usato all'infinito potesse finalmente consegnare l'uomo all'assoluto, facendo leva sul forte sincretismo dei segni aritmetici (+ - x :) e delle note musicali, legando i periodi, ormai privi delle tradizionali regole ortografiche e sintattiche, attraverso catene di analogie. Sull'onda dell'entusiasmo, si giunse infine a progettare un totale sperimentalismo grafico e tipografico, fondato sull'abolizione della convenzionale scrittura orizzontale e descrittiva, dove le parole venivano, invece, disposte a seconda della forma 34 Vita di Club n.3 fisica dell'oggetto che era narrato (ad esempio, le montagne si rappresentavano con parole disposte in forma appuntita oppure l'elica di un aeroplano con parole disposte in forma circolare). Dunque, il Futurismo sconvolse gli schemi ed il perbenismo ortodosso ed avrebbe senza dubbio contribuito ad assicurare alla letteratura italiana quella ventata di freschezza che le serviva per divenire mitteleuropea; (la definizione è di Italo Svevo, al secolo Ettore Smitz) ma trovò sulla propria strada due ostacoli terribili: la Prima Guerra Mondiale ed il fascismo mussoliniano. La guerra stroncò ogni velleitarismo di cambiamento e diede origine al celebre ermetismo di Giuseppe Ungaretti, mentre il fascismo divenne un comodo e ben ripagato rifugio in cui i Futuristi, ormai delusi e sbandati, confluirono in massa e con entusiasmo (Marinetti venne addirittura nominato da Mussolini come Primo Accademico d'Italia). Potremmo, dunque, dire che la prematura morte incontrata da Boccioni in guerra gli ha evitato questa amara soluzione finale e che la sua arte ha potuto così conservare la freschezza di quei giovani poeti italiani che mal sopportavano l'Italietta (per dirla con Giuseppe Prezzolini) scaturita dai governi di Giovanni Giolitti. In sostanza, egli poté evitare compromessi ideologici ed artistici con il regime mussoliniano e forse anche per questo le sue opere conservarono la vitalità degli ardori avanguardistici: chi a Morciano ammira il celebre “Boccione” (realizzato dall'amico e Maestro Umberto Corsucci) oppure il “Colpo d'ala” creato da Arnaldo Pomodoro in onore di Boccioni può capire quale fosse la portata del Movimento futurista. Ed é per questo che ci si dovrebbe convincere fino in fondo che disporre di un patrimonio così incontaminato significa possedere una potenzialità di iniziative e di eventi davvero invidiabile, capace di funzionare da volano (ora che il Pastificio Ghigi non c'è più, divorato dalle sabbie mobili del capitalismo e dell'interesse privato assurto al primo posto nella scala dei valori sociali rispetto a quello pubblico) per l'intera economia morcianese e della Valconca, ma vorrei dire di tutta la provincia di Rimini, che non è fatta solo di Federico Fellini!. Non si dimentichi che nel lontano 1956 l'allora Presidente della Repubblica Italiana, Antonio Segni, assegnò alla memoria di Umberto Boccioni uno dei riconoscimenti più prestigiosi per l'attività artistica che seppe testimoniare. Infine, noi che abbiamo nel cuore la vita e le opere del gran padre Dante Alighieri, siamo profondamente grati ad Umberto Boccioni per averci lasciato l'opera “Paolo e Francesca” ispirata al V canto dell'Inferno, che testimonia quanta irrequietezza e quanta potenzialità problematica vi fosse nell'animo di quei giovani figli della borghesia del Primo Novecento. RIMINI PROVINCIA VALMARECCHIA&ROMAGNA LA CAMERA HA APPROVATO LA SECESSIONE L’iter per cambiare patria. di ORTENSIO CANGINI I n una tiepida sera di giugno del 2005, alcuni amici provenienti dai diversi comuni della valle si ritrovano a Torello di San Leo presso la sede della ditta Carli. Oggetto dell'incontro: la possibilità di indire un referendum per l'aggregazione dei sette comuni dell'Alta Valmarecchia alla Regione EmiliaRomagna. Rappresentava, questo, un sogno molto antico che altri avrebbero voluto realizzare, già da quando con l'Unità d'Italia sotto il Regno Sabaudo, i politicanti dell' epoca pensarono bene di punire la gente di Romagna, troppo facinorosa ed inquieta, lacerando i confini politici di quella terra che la natura aveva 35 Vita di Club n.3 disegnato ben diversamente, ignorando, con grave colpa, le tante petizioni inoltrate dai nostri concittadini a partire già dal lontano 1853. Saltando a piè pari ben 152 anni il gruppo di amici, pur senza nulla inventare, concentra la propria attenzione sulla sentenza n. 334 del 2004 della Corte Costituzionale che dà una più chiara interpretazione della L.25-5-1970 n.352 recante le norme e la disciplina relativa ai referendum per il distacco di Province e Comuni come stabilito dall'art.132 della Costituzione. Nel giro di poche settimane quello che era un gruppo di amici diventa il Comitato per il SÌ con una larga e libera partecipazione di cittadini in un contesto di ampia trasversalità politica. Comincia inoltre un’ampia e minuziosa informazione sul territorio, tradottasi in più di 60 incontri nelle diverse frazioni e comuni della valle. Nel contempo i singoli Comuni procedono con l'approvazione delle delibere per la richiesta del referendum, promovendolo, per superare la storica frammentazione,in forma unitaria: priorità assoluta all'integrità del territorio - o tutti o nessuno! “Volete che il territorio dei Comuni di San Leo, Sant'Agata Feltria, Talamello, Novafeltria, Maiolo, Pennabilli e Casteldelci sia separato dalla Regione Marche ed aggregato alla Regione Emilia-Romagna?” Questo il quesito posto ai cittadini recatisi alle urne il 17 e 18 dicembre 2006, i quali con 9211 SÌ e 1766 NO manifestano 1a chiara ed inequivocabile volontà di essere integrati con la realtà amministrativa che da sempre rappresenta il riferimento sociale ed economico per la Valmarecchia. Si è dato così il via al percorso costituzionale che prevede l'approdo della richiesta espressa con il referendum in Parlamento non prima di essere completata dai pareri delle Regioni interessate. Pareri consultivi ma obbligatori che saranno: unitario e favorevole quello dell’Emilia-Romagna, contrario con 22 No e 16 SÌ quello della Regione Marche. I comuni intanto cambiano i propri statuti inserendo la clausola che la volontà espressa dai cittadini diventa il mandato anche per le future amministrazioni per il passaggio in EmiliaRomagna. Nel frattempo una specifica proposta di legge parlamentare viene presentata dagli onorevoli Pini, Pizzolante e Berselli (quelli precedenti erano decaduti insieme al governo Prodi). Vengono richiesti quindi i pareri della Commissione affari costituzionali, la quale chiede il parere della Commissione Bilancio e il parere della Commissione Affari Regionali. La commissione Bilancio chiede il parere del Governo. All'interno della commissione affari costituzionali inoltre, grazie alle pressioni degli onorevoli Giovannelli e Vannuccci, vengono richieste le audizioni di UPI, ANCI,UPI e di due costituzionalisti. Superato tutto questo enorme sbarramento approdiamo in aula il giorno 5 maggio 2009 (data storica). Ampio dibattito, solito ostruzionismo da parte dei soliti noti, ed alla fine della giornata 40 astenuti, 7 contrari e 321 favorevoli sono il risultato che si commenta da solo. Ora attendiamo che la "corsa a tappe" riprenda, "dopo il sospirone", nell'altro ramo del Parlamento: il Senato dove, per la verità, il provvedimento è già approdato il giorno 7 maggio ed affidato alla Commisssione affari costituzionali del Senato in data 12 Maggio. In questo percorso a ostacoli dobbiamo ringraziamento e gratitudine a tante, tante persone che ci aiutano e vorrei tra questi menzionare: il presidente del comitato Alfredo Carli, l'anima del comitato Settimio Bernardi, gli onorevoli Pini, Pizzolante, Marchioni, Zaccaria, Gozzi, La Malfa, Dal Lago, il presidente della Provincia Fabbri, il dottor Gardenghi, tutti i consiglieri regionali, Emiliano Romagnoli, e tantissimi che ci aiutano materialmente e moralmente in questa corsa con veramente troppe tappe e troppi ostacoli. Grazie infine a tutti i componenti del comitato che, come me, lavorano all'ombra di questo sogno. 36 Vita di Club n.3 CURIOSITÀ ALVISIANE SIGNORI, IN CARROZZA SI PARTE! L’immagine del treno è sempre stata associata all’idea della modernità e del progresso, connotandosi spesso di una valenza negativa, come segno tangibile della fine di un’età poetica in rapporto idilliaco con la natura. di MARIO ALVISI N Fortunato Depero, Treno partorito dal sole (1924). Collezione privata. ei lontanissimi anni della nostra giovinezza quante volte abbiamo sentito questo annuncio allorché ci accingevamo a prendere un treno per motivi di studio, di lavoro e di vacanza? Treni disastrati, carrozze di terza classe con sedili in legno tutte aperte nella loro lunghezza (oggi si direbbe open space) che consentivano ad ognuno di noi di partecipare alle problematiche altrui e ci consentivano di fuggire da una carrozza all’altra per evitare il controllore se non avevamo pagato il biglietto (forse succederà anche oggi se è vero com’è vero che sugli autobus non paga quasi nessuno). Al fischio del capostazione, con il classico berretto rosso, si sentiva echeggiare dai controllori appostati vicino ad ogni vagone, il comando “signori in carrozza, si parte”. In un sol momento sentivi che decine di sportelli, stretti e lunghi, si chiudevano e sbattevano con un suono metallico inconfondibile. Era l’inizio di un concerto con il fischio della locomotiva, lo stridio dei freni sui binari, gli spifferi del vento che penetrava dai finestrini e le tante voci che occupavano la carrozza. Così per tanti anni. Poi il cambiamento con il mutare delle condizioni economiche dei passeggeri. Nascono gli intercity, e gli eurostar con gli scompartimenti a cabine, i regionali a due piani e gli elettrotreni locali raramente utilizzati perché soppiantati dall’uso delle auto. Poi il recente grande evento. Vengono inaugurati gli Eurostar Alta Velocità. Prima la sperimentale Frecciaverde ed ora la Frecciarossa (unica parola). Con i ricordi del passato e con le motivazioni della pubblicità come “per andare veloce non serve più l’aereo” o “Milano e Roma vicinissime” decido, per una volta, di lasciare la macchina in garage ed andare, appunto, a Milano con il treno Frecciarossa n. 9426, carrozza 001, posti riservati 64 e 63 corridoio, partenza da Bologna alle ore 9,06 arrivo a Milano alle ore 10,29, Un’ora e 23 minuti. Media chilometrica 260 orari. Prima, però, ho dovuto prendere un comunissimo regionale per la tratta RiminiBologna. Sono arrivato con qualche minuto di anticipo. Sto chiacchierando sul primo binario quando con sorpresa mi vedo sfrecciare davanti un treno tutto rosso. Sono un po’ sordo, ma era talmente silenzioso che sembrava navigasse su un cuscino d’aria. Certo è molto bello. Salgo guardandomi attorno. Sono un po’ spaesato perché è da molto tempo che non viaggio in treno e non vorrei fare la classica figura del provinciale. E’ tutto marrone. Con circospezione trovo il mio posto, spalle alla direzione di viaggio, con alla sinistra il finestrino e a destra un cristallo, sempre marrone, che parzialmente mi divide dal corridoio. Il posto è stretto, quasi scomodo, nell’allungare le gambe devo evitare di calciare il mio dirimpettaio. Con indifferenza e nascosto dietro al giornale sbircio i passeggeri presenti. Tutti manager con computer, telefonini, cuffie sonore, molti scamiciati, pochissimi stanno leggendo il giornale (forse lo hanno già letto venendo da Roma o Firenze). Tutto nel più monastico dei silenzi. Come inizio mi sembrava l’unica cosa da rimarcare. Un po’ poco. In questo silenzio giunge, con voce sopra le righe, un 37 Vita di Club n.3 annuncio che ci dà il benvenuto, in italiano. Sarebbe stato gradito se fosse stato fatto con gentilezza, come fanno sugli aerei, che qui vogliono copiare. Dopo qualche lungo secondo di silenzio altro messaggio, sempre di benvenuto, questa volta in inglese. Pazienza, riprendo la lettura del giornale. Purtroppo, quando non te lo aspetti, altra voce gracchiante: ci fanno sapere che sul treno c’è un addetto per le pulizie dei gabinetti! Sì, proprio così. Incredibile, ma vero. Non ne ho capito proprio il significato. Ma forse perché sugli altri treni tutti i gabinetti sono impraticabili. Qui ci vogliono far sapere che non sarà così! Mamma mia. Mai sentita una cosa simile in vita mia. Sarà perché è speciale il treno! In cabina di comando avranno un timer, perché dopo una decina di minuti dalla partenza ci avvisano, sempre a volume alto, che sarà servito un drink di benvenuto; ma, se uno vuole, può usufruire della carrozza ristorante; un po’ di business ci vuole. Diamine. Grazie a Dio non ci sono più messaggi. Il treno, con un piccolo ma fastidioso dondolio, corre veloce verso Milano. Non te ne accorgi. Come in volo. Non lo capisci neppure dallo scorrere di quel poco che si vede dal finestrino della pianura padana. Purtroppo, guardando fuori, sento la mancanza delle sorprese, della natura, dei campanili, dei paesi e dei capannoni industriali che con il naso attaccato al finestrino ci godevamo o riconoscevamo durante il viaggio. Corriamo fra due muri di cemento, paratie antirumore e gallerie che tolgono tutto il fascino del paesaggio che una volta si vedeva guardando appunto dal finestrino. Quanta letteratura scritta sulla vita vista da un finestrino del treno! Purtroppo tutto si perde amaramente al prezzo della tecnologia. Tecnologia che però non si nasconde. In qualche parte del treno ci dev’essere un difetto. Un fischio permanente è l’unico testimone della velocità. Come se fossimo in montagna in mezzo alla bufera con il vento che ti porta via e tu sei abbassato per difenderti dal fastidioso turbinio. In un batter di ciglia siamo a metà percorso. Non vediamo neppure il fiume Po. Così non è più viaggiare. Due steward, neppure due belle ragazze, ci “lanciano” tre caramelle sugli striminziti tavolini che dividono i passeggeri, come noccioline alle scimmie dello zoo (questa è la mia brutale impressione forse dovuta ad altre aspettative): non ti chiedono se le vuoi e, dato che sono di gusti diversi, cosa gradisci. Un altro batter d’occhio e stiamo per arrivare a Milano. Prima di scendere mi viene una curiosità: voglio vedere i bagni. Dovrebbero essere straordinari. Traballando ne raggiungo uno. Non è occupato. Apro ed è… come tutti gli altri. Impresentabile e impraticabile, con carta e acqua per terra. Evidentemente l’omino delle pulizie è sparito con il vento, La velocità se l’è portato via! Per fortuna non ne ho bisogno. Sono le 10 e 29. Siamo a Milano Centrale. Perfettamente in orario. Scendendo continuo a ridere con il mio compagno di viaggio. Non ci scambiamo impressioni sul nuovissimo treno, la sua tecnologia, la sua comodità e la sua velocità. No. Ci è rimasto impresso il bagno. Nel fumo Quante volte t’ho atteso alla stazione nel freddo, nella nebbia. Passeggiavo tossicchiando, comprando giornali innominabili, fumando Giuba poi soppresse dal ministro dei tabacchi, il balordo! Forse un treno sbagliato, un doppione oppure una sottrazione. Scrutavo le carriole dei facchini se mai ci fosse dentro il tuo bagaglio, e tu, dietro, in ritardo. Poi apparivi, ultima. È un ricordo tra tanti altri. Nel sogno mi perseguita. Eugenio Montale (da Satura, 1971) 38 Vita di Club n.3 ITINERARI VAL DI TEVA TERRA DI PRIAPO E DI MINERVA Da anni la Valle di Teva e in particolare la sorgente di Monte Cerignone è meta di “pellegrinaggi” particolari. Vi si trova infatti la Fonte di Priapo, una “fonte del piacere” da cui sgorga acqua “miracolosa” con virtù virilizzanti già scoperte dagli antichi romani. A testimoniarlo c’è una lunga tradizione letteraria, da Plinio in poi. Il segreto di queste acque è stato custodito per ben 2000 anni dagli abitanti di Montecerignone, ma è venuto alla luce grazie alla scoperta del professor Angelo Chiaretti, che ha consultato documenti seicenteschi all’Archivio di Stato di Pesaro. di ANGELO CHIARETTI Fonte di Priapo a Valle di Teva Irriguis hortis Valtevae est clara, Minervae/ muneribus, lympha, quae levis ore calet.1 (Valteva è nota per i giardini irrigui, per i doni di Minerva e per l'acqua che vi si beve tepidamente leggera.)2 I l dolce epigramma, che il poeta Giovanni Ercolani de' Sarti nel 1535 dedicò a Valdeteve, inserendola in un contesto di oltre sessanta località dislocate meravigliosamente sul territorio montefeltrano, possiede tutti gli elementi che fanno di Val di Teva un luogo paradisiaco: l'abbondanza di fiori e frutti ricavati da una terra fertile alacremente lavorata, il fluire di acque minerali così leggere e tepide da riscaldare delicatamente il palato, e la particolare intelligenza che la dea Minerva profonde in dono, da sempre e per sempre, agli abitanti del luogo, provengono infatti dalla sterminata letteratura relativa all'Età dell'oro, il mitico tempo in cui gli uomini, eroi e semidei, vissero felici ed immortali. Inoltre, è Pier Antonio Guerrieri da Carpegna, autore nel 1667 de “La Carpegna Abbellita et il Monte Feltro Illustrato”, a paragonare questi luoghi al greco monte Elicona, sede delle Muse e sacro al dio Apollo, e dunque a consacrarli come residenza eccezionale per svolgervi studi e comporvi opere d'arte: Quivi tra questi rudi tugurii e fra questi silvestri boschi, quasi in giocondissima Elicona ho tradotto la vita per spatio fin'ora di 28 anni spendendo il tempo in humanissime Essercitationi con l'interpositione di varie lettioni e anco di lirici studi e diversi componimenti3. Ma vi è di più. Lo stesso Guerrieri corona la descrizione del castello con una interessante e sorprendente caratterizzazione del luogo: Val di Teva è luoco assai fruttifero ove insieme *si godono le delitie di Priapo* ne' suoi horti verdeggianti. Dunque Val di Teva si rivela sempre più luogo paradisico, nel momento in cui veniamo a sapere che quegli uomini migliori, appartenenti a famiglie come i Gaboardi, i Maccioni o i Comandino, vi si recavano non solo per ricevere ispirazione artistica, nutrendosi di frutti meravigliosi ed immergendosi nel silenzio di boschi e giardini verdeggianti, ma contemporaneamente per godere le delizie del dio Priapo, figlio di Dioniso ed Afrodite ed in quanto tale protettore certamente della fertilità degli orti ma anche della virilità maschile, di cui faceva sfoggio nelle più diffuse immagini 1 3 2 Giovanni Hercolani de' Sarti, Epigrammata Feretrana. La traduzione è mia. Pier Antonio Guerrieri, La Carpegna abbellita et il Monte Feltro illustrato. 39 Vita di Club n.3 iconografiche a lui dedicate! In quei componimenti, chiamati appunto “Priapei” e caratterizzati da espressioni maliziose e spesso licenziose, esso veniva ardentemente invocato da quanti riconoscevano nel piacere dei sensi il vero significato dell'esistere umano. Nelle parole di Guerrieri perciò echeggia, parallelamente ed a chiare lettere, il richiamo ad una condizione adamitica, di “full immersion”, in cui ritrovare l'eterna giovinezza, l'immortalità, la felicità perduta. Alla luce di tutto ciò, il toponimo Val di Teva non può che rimandare, in definitiva, a due interpretazioni diverse ma complementari, che possiedono, cioè, un denominatore comune: Valditeva, per un verso, quasi a differenziarsi dalla vicina Valcava, significa “Valle del colle” (dal latino teba-ae = colle, collina) e così non vi è dubbio che a svettare alto nel cielo sia quel “Castrum Vallisteve”, di cui si parla nella “Descriptio Romandiole”, il dettagliato censimento ordinato nel 1371 dal cardinale Anglic de Grimoard, Vicario Generale di Papa Gregorio XI in Italia, poiché da quasi settant'anni la sede della Chiesa Cattolica si trovava in Avignone (Francia): Castrum Vallisteve est in quadam costa, ubi est turris et quedam parva roccha que tenetur per quemdam nobilem vocatum Pace de Gaboardis de Macerata. In quo sunt focularia XXVIII. (Il castello di Val di Teva è posto su un pendio e vi si trovano una torre ed una piccola rocca che è governata dal nobile Pace de' Gaboardi di Macerata Feltria. Vi abitano ventotto famiglie4). Numerosi documenti trattano di questa torre, collocata a difesa della rocca, piccola ma così signorile e di una certa importanza, da essere affidata ad un nobile: all' interno delle mura castellane si trovavano ben ventotto nuclei abitativi in grado di provvedere al pagamento della “fumantaria”, una tassa pagata all'amministrazione pontificia come corrispettivo fisso del reddito familiare. Essa rappresentava anche un prezioso elemento strategico di avvistamento e di segnalazione (fumi di giorno e fuochi di notte in grandi bracieri appositamente disposti sulla sua sommità), capace di ricevere e trasmettere messaggi anche a grande distanza, sia verso la Marca Anconitana (soprattutto da e per Sassocorvaro, sotto la cui giurisdizione fu per lungo tempo, prima di divenire, nel 1827, appodiato del Comune di Montecerignone) sia dalla parte della Romagna, inserendosi all'interno di un preciso e ben congegnato scacchiere amministrativo e militare. Ecco perché Malatesti e Montefeltro si contesero Val di Teva con accanimento ed alterne vicende fino al 1462 (anno nel quale, in seguito alla definitiva sconfitta malatestiana ad opera degli urbinati, la Chiesa di Roma concesse ai castelli minori delle Legazioni la “Libertas Ecclesiastica”, cioè la possibilità di scegliere a quale città affidare la giurisdizione sul proprio territorio) ed anche Cesare Borgia, figlio di papa Alessandro VI e più conosciuto come il Duca Valentino, fra il 1500 ed il 1502 ne fece un caposaldo di questa parte del Ducato di Romagna. Alla sua caduta, come accadde a molti altri castelli “marchignoli”, papa Giulio II, con il benestare di Guidubaldo da Montefeltro, figlio del grande duca Federico, concesse Val di Teva in governatorato temporaneo ai Doria di Genova in cambio di un consistente esborso di denaro. È nuovamente il Guerrieri ad informarci che l'antica e notevole torre castellana nel XVII secolo conservava ancora intatta la sua struttura: Il Castello di Val di Teva serba memorabile antichità ove si vede la sua antica Torre e la vetusta Roccha posseduta già dai Conti di Sascorbaro, di Casa Doria di che si vede in esso luocho notabile rimembranza. Fu proprio la sicurezza fornita da quelle mura e da quella torre che garantì a Val di Teva una popolazione costante di abitanti nel corso degli anni: se nel XIV secolo, come abbiamo detto, poteva contare su circa 140 abitanti, nel 1522 essi ammontavano a 162, per salire a 170 nel Settecento e raggiungere una punta massima di 292 durante la prima metà del secolo successivo. Torre e castello, però, nel 1728, in seguito ad un movimento franoso, scivolarono a valle sui terreni argillosi ma, incredibilmente, senza crollare, come precisa Antonio Maria Zucchi Travagli (XVIII secolo) nel “Raccolto Istorico”: Par cosa incredibile a credersi che una Torre con diversi rimasugli d'antiche fabriche, le quali componevano buona parte di quel castello, si vadano scostando dal loro antico sito _*senza ruinare*5. E l'esistenza di un insediamento fortificato andato in rovina potrebbe essere confermata anche dal toponimo “Il Castellaccio”, posto ai piedi dell'attuale abitato. Per altro verso, Val di Teva corrisponde a “Vallis Tyberis”, cioè Valle del Tevere, come è chiamata per secoli nei verbali stilati in occasione delle visite pastorali 5 4 La traduzione è mia. A. M. Zucchi Travagli, Raccolto Istorico ovvero Annali del Montefeltro. 40 Vita di Club n.3 effettuate dai vescovi della Diocesi Feretrana e come anche ebbero a confermare diversi storici locali (P.A. Guerrieri, A.M. Zucchi Travagli, G.B. Marini, L. Tonini ed altri). Una spiegazione della genesi di questa curiosità ci viene fornita dalla Divina Commedia di Dante Alighieri, permettendo di capire come con il suo toponimo si sia voluto parafrasare uno scenario più che consolidato: il biondo fiume di Roma, le cui sorgenti confinano pur sempre con il Montefeltro, adiacente al Fumaiolo, costituisce il trait d'union fra la terra ed il cielo, fra l'Inferno ed il Paradiso Celeste. È, infatti, alla sua foce che l'angelo nocchiero dantesco imbarca le anime per condurle, rapidissimo, ai piedi della montagna del Purgatorio, sulla cui vetta cresce, bagnata dai fiumi Letè ed Eunoé, la “divina foresta spessa e viva” del Paradiso Terrestre. Occorre sapere, poi, che anche le celebrate doti “d'ingenio” degli abitanti di Val di Teva (“i doni di Minerva”, di cui parla l'Ercolani), trovano rispondenza nei versi dell' Alighieri, visto che Matelda, la “bella donna” che passeggia cantando e raccogliendo fiori, spiega a Dante come il monte Parnaso, sede delle Muse ispiratrici dell'arte, ed il Paradiso Terrestre possano essere considerati una cosa sola: Quelli ch'anticamente poetaro l'età de l'oro e suo stato felice, forse in Parnaso esto loco sognaro Qui fu innocente l'umana radice; qui primavera sempre e ogne frutto; nettare è questo di che ciascun dice. Purgatorio, XXVIII, 139-144. E tutti sanno che, da un'indagine fra i toponimi locali, emergono Inferno, trasformato in Onferno solo nel 1810 per volontà del vescovo Gualfardo, e Carpegna, nell'antichità denominato Mons Maius (Monte Maggiore) ed anche Mons Olympus od Olympicum, sede degli dei mitologici che misticamente si staglia sui contrafforti dell'Appennino: coniugati con Valditeva, sia l'uno che l'altro, nell'ottica del Cristianesimo, rimandano con perfetta evidenza a quella tripartizione del mondo che custodisce il segreto della beatitudine cui ognuno di noi aspira quotidianamente. STORIA IN MOSTRA IL FARSETTO E IL MITO DI PANDOLFO III A distanza di quasi 600 anni, rivive nella mostra “Redire: 1427-2009. Ritorno alla luce”, allestita nel Museo Civico di Fano, il fascino del più celebre Signore della Città. È stato infatti completato il restauro del corpetto imbottito che solitamente indossava sotto l’armatura e con il quale era stato sepolto. Spiega la studiosa Elisa Tosi Brandi: «Per la Storia del costume questo Farsetto è particolarmente significativo. Si è rivelato, infatti, una eccezionale fonte di approfondimento e, come se non bastasse, ci ha permesso di confermare alcune teorie sulle fattezze in particolare di una delle tipologie attraverso le quali il Farsetto poteva essere realizzato. Oltre al modello e al materiale usato, la cosa importante, in questo caso, è la conservazione delle cuciture.[…] Il velluto con cui era fatto l'esterno ha straordinariamente mantenuto il colore e la lucentezza naturali, cosa estremamente rara visti i secoli che separano la tumulazione del corpo dal ritrovamento. Inoltre abbiamo scoperto che l'imbottitura era tenuta insieme da una doppia fodera di lino legata allo strato di velluto esterno con delle cuciture diagonali. Non solo, ma sono arrivate intatte fino a noi anche le cuciture ornamentali degli avambracci e del collo, impunture che 41 Vita di Club n.3 creano sul Farsetto una sorta di pieghettatura che oltre a rendere più bello e prezioso il capo potevano servire anche per evitare l'usura delle zone più esposte». di MANUELA PALMUCCI∗ S abato 23 maggio era arrivato. Con Franca Marani ci eravamo sentite al telefono diverse volte. Avevamo organizzato nei minimi particolari l’escursione giornaliera nella provincia di Pesaro e Urbino e, in particolare, la visita alla città di Fano del gruppo Lions Club Rimini-Malatesta. “Prima di pranzo ci piacerebbe fare una breve visita al museo malatestiano per prendere visione del farsetto di Pandolfo Malatesta” mi aveva detto Franca “poi nel pomeriggio il museo è chiuso e non vorrei perdere questa opportunità”. Pandolfo III Malatesta è uno degli anelli di congiunzione tra la città di Rimini e quella di Fano, questo abile condottiero che verso la fine del 1300 e i primi anni del 1400 aveva dominato il nostro territorio e che oggi rivive grazie al ritrovamento del suo corpo mummificato1 e del 1 «Un particolare interessante degli studi fatti sul corpo è la mancanza di fratture o lesioni gravi che dimostra quanto avessero ragione i Visconti a temere il loro nemico: non soltanto doveva essere davvero bravo in battaglia, ma doveva avere notevoli forza e resistenza. Di contro Pandolfo III Malatesta soffriva di patologie tipiche del condottiero: micro-lesioni al torace causate dalla pesante armatura, ossificazioni dello sterno originate probabilmente dai colpi di lancia ricevuti durante i tornei, callosità alla mano destra dovute all'impugnatura della spada, danni al menisco interno e alle ginocchia che dimostrano quanto tempo passasse a cavallo. In più Pandolfo III Malatesta era davvero possente per l'epoca: 1 metro e 80 centimetri di uomo, la mummia più lunga che ci è mai capitato di studiare. Per fare un esempio, Francesco Maria della Rovere, altro importante marchigiano del quale abbiamo potuto studiare il corpo, era alto poco più di 1 metro e 60 centimetri. Gli studi hanno, in qualche caso, confermato quello che la storia supponeva senza prove scientifiche. In particolare le circostanze e le cause della morte di Pandolfo III Malatesta erano state tramandate con correttezza: è morto di febbre malarica a 57 anni, nell'ottobre del 1427. La dimostrazione di queste affermazioni viene dal ritrovamento nello stomaco della mummia di semi d'uva, probabilmente il suo ultimo pasto: doveva per forza essere autunno poiché al tempo non esistevano prodotti d'importazione. […] L'importanza primaria di questo ritrovamento risiede nella sua datazione. Esistono, infatti, pochissimi corpi così ben conservati che risalgono a un periodo tanto lontano. Il più antico sul quale abbiamo potuto lavorare è del 1495. Sembra poco, ma 50 anni di differenza, per una professione come la nostra, hanno una grande importanza. Le ricerche di paleopatologia servono in primo luogo a ricostruire le abitudini di vita, quelle alimentari, le malattie bel corpetto che indossava al momento della sepoltura. Il gruppo è arrivato a Fano in perfetto orario. La giornata era caldissima, quasi afosa, tipicamente estiva. È stato per tutti una bella sorpresa poter osservare da vicino questo capo di abbigliamento rosso e oro che risulta essere l’unico esemplare al mondo giunto fino ai giorni nostri. Dopo aver fatto rivivere il mito del signore di Fano, ci siamo avviati verso il ristorante “Casa Nolfi”, dove ci hanno servito un ottimo pranzo. Terminata la seduta culinaria, abbiamo iniziato la passeggiata per le vie della città, ripercorrendo le tappe che uniscono le città di Rimini e di Fano: la porta di Augusto, le arche malatestiane e il teatro della Fortuna. Quest’ultimo ha destato grande ammirazione da parte di tutti i partecipanti: è stato un momento molto emozionante vedere questo piccolo gioiello che ha realizzato per Fano l’architetto modenese Luigi Poletti, che aveva costruito anche il teatro “A. Galli” di Rimini, andato quasi totalmente distrutto durante la seconda guerra mondiale, che presentava le stesse caratteristiche tipologiche e costruttive. A metà pomeriggio abbiamo effettuato una sosta ristoratrice, visto l’afa che c’era, presso il Bar Centrale per poi ripartire con più lena. La visita all’austera cattedrale dedicata all’Assunta ha confermato la presenza di abili maestranze, che hanno realizzato elaborati scultorei raffinati, e di una colta committenza, espressa negli affreschi della cappella Nolfi. più diffuse, la media di aspettativa di vita e così via». Gino Fornaciari, paleopatologo dell'Università di Pisa. 42 Vita di Club n.3 Particolare interesse hanno destato le lastre che costituiscono il pergamo. Queste, ornate all’esterno con bassorilievi di stile romanico ispirati alla vita di Gesù, all’interno presentano simboli religiosi della romanità. Questo potrebbe far ipotizzare che sorgesse qui quel Fanum Fortunae, tempio eretto dai Romani alla dea Fortuna per ringraziarla della vittoria del Metauro su Asdrubale, fratello di Annibale. La visita alla pinacoteca di arte sacra, ospitata nell’ex chiesa di San Domenico, ha completato il percorso nella città di Fano. Verso le 18.00 la comitiva si è sciolta con l’augurio di poter rinnovare la gita con altri traguardi e con un arrivederci a presto. Un’escursione alla ricerca di comuni radici storiche e culturali, alcune delle quali risalgono a oltre duemila anni fa e che vanno recuperate a difesa del domani. Persone che vivono a circa 50 km di distanza tra loro che non si conoscevano e che ora sono amiche. Una bella scoperta! ∗ Manuela Palmucci, laureata in Lingue e Letteratura Straniere Moderne, con specializzazione nelle lingue inglese e tedesca, presso l'Università degli Studi di Urbino, da anni collabora con il Comune di Fano e la provincia di Pesaro e Urbino come interprete e traduttrice. Nel 2005 viene nominata in un progetto europeo come "esperta nella conoscenza del territorio". Nel 2006 cura la traduzione in lingua inglese di un libro su Fano. È inoltre consigliera dell'Associazione Provinciale Professioni Turistiche e membro dell'Archeoclub d'Italia. ARTE IN MOSTRA A RAVENNA LA RICERCA DEI PARADISI PERDUTI Da Otium ludens a L’Artista viaggiatore, il percorso di due turisti non per caso. Medaglione con volti femminili, Villa Arianna, Collina di Varano, Stanza 42, Castellamare di Stabia. di MARIO ALVISI I o non sono capace di tradurre in un articolo della rivista i contenuti culturali e critici delle mostre di pittura o di carattere storico così come sanno fare molto bene i nostri amici professori Giovanni Gentili e Alessandro Giovanardi che spesso ci onorano scrivendo su queste pagine. Un dono prezioso che appaga i lettori, arricchisce le nostre conoscenze e impreziosisce, appunto, la qualità della nostra rivista apprezzata nel mondo lionistico, ma, sempre più, negli ambienti culturali riminesi e nazionali. Ricordo che per due anni consecutivi è stata premiata come una delle migliori tre riviste lionistiche italiane! Da buon allievo di cotanti esperti e con degli amici e amiche di alto livello culturale che mi guidano per l’Italia e fuori, ho preso l’abitudine, se è possibile, di cogliere l’occasione delle passeggiate di fine settimana non solo per vedere bellezze naturali e monumentali e gustare della buona cucina, ma anche per visitare delle mostre. Così sono andato a Ravenna, città sempre interessante, in modo particolare per il fasto delle sue vestigia bizantine. Quegli ori dei mosaici mi fanno impazzire. Un retaggio dello splendore ammirato nella Basilica di San Marco a Venezia. Antefatto: quando è uscita la pubblicità per la mostra “OTIUM LUDENS, Stabiae, cuore dell’impero romano” ho contattato la professoressa Isotta Roncuzzi di Ravenna che, se ricordate, era stata la nostra guida per la mostra precedente, sempre a Ravenna, “DOMUS DEL TRICLINIO, alla scoperta della Ravenna romana”. Purtroppo per problemi personali non ha potuto accogliere il mio invito. Allora sono andato a Ravenna di persona. La mostra, come la precedente, è allestita nel Complesso di San Nicolò, ex chiesa costruita tra il duecento e il quattrocento, preceduta da raffinati chiostri settecenteschi. La mostra, considerata una delle 43 Vita di Club n.3 dieci più belle dell’anno, è introdotta da un video intitolato “Stabiae, the last night” (l’ultima notte di Stabia), una ricostruzione virtuale di Villa San Marco e dell’eruzione vesuviana del 79 d.C. Propedeutico per creare la giusta atmosfera alla visita. Nella penombra dello spazio ecclesiale, arricchito dalla “creazione di un paesaggio sonoro”, sono di grande bellezza e suggestione i tantissimi affreschi recuperati lungo la collina stabiese di Varano. Illuminati con sapiente cura quei rossi pompeiano, i rosati delle figure femminili, i verdi e gli azzurri sbiaditi dal tempo, le stupende narrazioni dipinte su affresco dedicate a paesaggi vengono esaltati in modo vibrante. Ma anche tanti oggetti che fanno riferimento alla musica, al teatro e alla poesia raccontano l’atmosfera di cui amava circondarsi l’elite romana che sul golfo di Napoli possedeva le ville più belle dai nomi suggestivi: Villa San Marco, Villa Adriana, Villa Carmiano, Villa Petraro che, purtroppo, l’eruzione del Vesuvio distrusse. Ma grazie alla Sopraintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Napoli e Pompei e della Fondazione Restoring Ancient Stabile oggi è possibile ammirare questa preziosissima esposizione. Peccato che, nel frattempo, si sentano voci d’incuria provenire da quei fantastici luoghi! Senza una guida che ti accompagni approfondendo la conoscenza di ogni pezzo, ogni storia e ogni dettaglio (a volte prolissi) e muniti solo dell’audioguida che si sofferma sulle opere più importanti, la visita si svolge abbastanza velocemente, pur tornando e ritornando su quell’oggetto che ti ha più colpito di altri. Perciò il tempo che avevo preventivato per poi andare comodamente a pranzo in un localino “tre forchette” nel centro storico di Ravenna (così come ci ha abituato la Franca Marani con le sue gite) è passato velocemente lasciandomi spazio per vedere la vicinissima basilica tardo-rinascimentale di Santa Maria in Porto con la facciata di gusto palladiano. Ma la Graziella è stanca. Basta chiese! Ci sediamo su una panchina degli attigui giardini prospicienti l’Accademia di Belle Arti e Pinacoteca comunale (ex Convento dei Canonici Lateranensi) con la facciata impreziosita dalla Loggetta Lombardesca del primo ‘500. Una locandina vicino all’ingresso dell’edificio attira la mia attenzione. “L’ARTISTA VIAGGIATORE: da Gauguin a Klee, da Matisse a Ottani, esploratori, cavalieri erranti verso terre lontane”. Una mostra che sembrava fatta su misura per me. Poco artista, ma molto viaggiatore. E poi quei nomi altisonanti della pittura mondiale non potevano non attirarmi. Bando alla stanchezza che sarà premiata con un viaggio fantastico nell’esotico e primitivo mondo dalle Americhe all’Asia e dall’Oceania all’Africa con i tramonti tunisini di Klee, i verdi giada dei mari polinesiani di Gauguin, le bande di pesci blu, gialli, zebrati di nero di Matisse, le vedute medio-orientali, le odalische e gli animali esotici che ci hanno sempre e lungamente affascinato. Un tocco di aggraziata fantasia è la sala dedicata agli “adoratori dei fiori” che ti accoglie con il pavimento cosparso di petali con disegni floreali composti da “disegnatori” indiani. Per gli adulti c’è una sorpresa che ha sempre generato tanta curiosità con la conoscenza o la scoperta segreta del libro del Kama Sùtra. Nell’ingresso dell’ultima sala un cartello avverte che la sua visione non è consigliata ai minori. Sono esposte le opere di Ontani, soprattutto foto, “con ricostruzioni artefatte decisamente forti”. Ma tutto ciò ha sempre fatto parte delle nostre curiosità; non solo dei panorami e dei colori di terre lontane, ma anche della vita e dei corpi primitivi che incarnavano per noi occidentali la desiderata lussuria orientale descritta da tanti scrittori da Wilde a Baudelaire. Con queste appaganti immagini ce ne andiamo da bravi turisti, non particolari, ma molto, molto normali. Paul Gauguin, Donna tahitiana con cane. Jules Pierre Van Biesbroeck, Danza sotto la tenda nel deserto. 44 Vita di Club n.3 MEETING ARTE E MUSICA UN BINOMIO STRAORDINARIO Il cristallino talento formale del Sassoferrato in due delle sue pensierose Madonne. Martedì 26 maggio alle ore 20 presso l’Hotel Holiday Inn si è svolta una piacevolissima serata conviviale all’insegna dell’arte e della musica a coronamento di uno dei più sentiti appuntamenti del nostro Club in quanto dedicato ai giovani. Per il primo tema un relatore particolarmente brillante che ormai tante volte ci ha fatto scoprire il fascino incomparabile dell’esperienza artistica: Alessandro Giovanardi∗, autore dell’articolo “L’estasi nascosta” pubblicato sul numero precedente della nostra rivista, ci ha guidati questa volta in un percorso illuminante che descrive a tutto tondo l’opera di Giovan Battista Salvi, detto il Sassoferrato, calata nel contesto di un composito Seicento, tra l’icona e i fiamminghi. Il Presidente Paolo Gianessi consegna al prof. Alessandro Giovanardi un presente a ricordo della serata. Il tema della musica è stato svolto nell’ambito del Premio “Vitale Vitale”, ormai giunto alla sua 10ª edizione. “…che il fascino della musica catturi le loro anime”: è con questa idea, unita alla grande passione per la musica, che la famiglia Vitale ha istituito il “Premio Vitale”, atto a premiare i migliori allievi dell’Istituto musicale “G. Lettimi” di Rimini. Quest’anno i premiati sono due giovanissimi e promettenti violinisti: Caterina Boldrini e Federico Micozzi che, presentati dal prof. Domenico Colaci ed accompagnati al pianoforte dal Maestro Fabrizio Di Muro, si sono esibiti in splendide interpretazioni che hanno sollevato plauso ed ammirazione fra i tanti presenti. Ospiti del CLUB, oltre ai familiari dei premiati, Guido Zangheri, già Direttore dell’istituto Musicale, e l’attuale Direttore Enrico Meyer. Colaci ci ha intrattenuti sul tema “Violino: tecnica ed arte per un mito”. Gli cediamo la parola. Roberto Morbidi ∗ Alessandro Giovanardi è nato il 21-12-1972 a Rimini dove risiede. Si è Laureato in Filosofia a Bologna, con una tesi sull’ermeneutica delle immagini sacre cristiane nel pensiero di Pavel Florenskij. È giornalista pubblicista e scrive su varie testate; tiene corsi, seminari, conferenze sul rapporto fra mistica ed arti figurative e collabora a mostre e a convegni. Ha scritto numerosi saggi sull’arte sacra. Considera la bellezza una virtù ascetica e un dovere morale. 45 Vita di Club n.3 VIOLINO: ARTE E TECNICA PER UN MITO di DOMENICO COLACI (Titolare della cattedra di violino all’Istituto Musicale Pareggiato “G. Lettimi” di Rimini) D esidero in primo luogo esprimere gratitudine alla famiglia Vitale per l’istituzione del premio a giovani promettenti musicisti riminesi, al M°. Guido Zangheri che segue sempre la vita dell’Istituto “Lettimi” con affetto e attenzione e al Lions Club Rimini- Malatesta che organizza la cerimonia di consegna delle borse di studio consentendo anche una esibizione dei premiati. I due giovani premiati sono Caterina Boldrini e Federico Mecozzi; entrambi studenti liceali con ottimi risultati hanno cominciato lo studio del violino nella mia classe presso l’Istituto Musicale Pareggiato “G. Lettimi”, Caterina all’età di otto anni e Federico di dodici. Hanno mostrato subito ottime qualità musicali superando con facilità le prime materie complementari come il solfeggio e il pianoforte e predisposizione allo studio del violino tanto che Federico ha anticipato di un anno l’esame di compimento inferiore mentre Caterina sosterrà nel corrente anno accademico il compimento medio. Partecipano molto attivamente alla vita dell’istituto dando un contributo determinante all’orchestra in cui ricoprono i ruoli di prime parti e di solisti, e suonando con disponibilità in tante occasioni come manifestazioni culturali o di beneficenza cui il nostro Istituto è invitato. Caterina è violinista dotata di grande sensibilità e bellezza di suono e ci propone un brano di Massenet tratto dall’opera Thais mentre Federico è musicista dagli interessi più vari avendo esperienze di composizione, direzione d’orchestra, ma anche di musica leggera e popolare, ed infatti suona una famosa Czarda di Monti. Passando al tema della breve relazione richiestami la prima preoccupazione è stata di trovare un argomento che potesse essere di interesse anche per non addetti ai lavori. Perciò più che un discorso organico e completo farò qualche esempio e qualche citazione per delineare molto sommariamente un mondo sicuramente affascinante ma anche ricco di contraddizioni ed esagerazioni. Che il Violino abbia esercitato sempre grande fascino è risaputo: tanti sono i personaggi, ognuno a suo modo importante, che lo suonavano in genere con scarsi risultati. Alcuni esempi: Einstein, Mussolini, personaggi letterari come Sherlock Holmes o lo Zeno di Svevo. Ho conosciuto tante persone che da giovani avevano studiato il violino, poi hanno svolto altre professioni; molti di loro continuano a fare esercizi e a studiare e aspettano la pensione per potervi dedicare più tempo. Provate a farvi vendere il loro violino (soprattutto i più anziani spesso posseggono ottimi violini); vi diranno che sono disposti a tutto ma non a cedere il loro strumento . Ricordo del maestro o del padre che lo ha comprato o del liutaio che era certamente il migliore o di tanti anni di compagnia: il rapporto col violino è unico (“più che con la moglie” mi ha detto un anziano ferroviere!). È vero che i buoni violini con gli anni migliorano! tra cui due kylix (coppe) attiche a figure nere databili intorno al 530 a.C. Grazie proprio a questi due reperti è possibile datare la Biga alla seconda metà del VI sec. a.C.Interessante mi sembra anche questo brano tratto dal libro di Salvatore Accardo, “L’arte del violino”: «Lo strumento è l’amplificazione del suono che ognuno di noi ha dentro di sé; del suono che viene dal nostro corpo, da tutti noi stessi. Col tempo lo strumento acquisisce il nostro suono e lo conserva anche per anni. A questo proposito val la pena raccontare due 46 Vita di Club n.3 aneddoti che servono a capire meglio quel che voglio dire. Etienne Vatelot, uno dei più grandi liutai del nostro tempo, mi ha raccontato che una volta era andato con suo padre ad ascoltare un celebre violinista, Zino Francescatti, che suonava a Parigi al teatro degli ChampsElysees. Era una prova. Dopo dieci minuti il padre di Vatelot andò vicino a Francescatti: “Senti, mi succede una cosa stranissima; ascoltandoti mi sembra di sentire suonare Kreisler e non te. Cosa succede?”. E Francescatti rispose: “La cosa straordinaria è che sto suonando proprio il violino di Kreisler; il mio ha avuto un piccolo incidente e ho dovuto lasciarlo a New York perché lo mettano a posto e Kreisler, gentilmente, mi ha prestato il suo violino per questi concerti”. Un episodio analogo è capitato proprio a me, guarda caso, con il violino di Zino Francescatti che avevo in prestito perché intendevo comprarlo, come poi ho fatto. A New York, durante l’intervallo di un mio concerto è arrivato un vecchio signore e mi ha detto: “Senta, secondo me il suo violinista preferito è Zino Francescatti”. Gli chiesi cosa glielo facesse pensare, confermando che in effetti si trattava di uno dei miei preferiti. Il vecchio signore rispose: “Perché lei ha il suono di Francescatti e il suo modo di suonare”. Mi tornò in mente la storia di Vatelot e ridendo dissi che in quel momento suonavo il violino di Francescatti che pensavo di comprare. Il signore rimase senza fiato e si commosse fino alle lacrime. Ignorava tutto del violino e delle sue possibilità di assorbire la voce di chi lo suona, ma aveva una sensibilità e un orecchio straordinari, tanto che avendo sentito molte volte Francescatti ne aveva riconosciuto la “voce”. Il violino è una cosa viva come sono vivi il legno e la vernice del violino. Sempre Vatelot mi raccontava che in alcuni casi si è verificato che uno strumento la cui vernice era stata danneggiata in qualche punto, ha riacquistato la propria integrità col tempo e senza che nessuno intervenisse: la vernice si è, se così si può dire, rigenerata…». Siamo quasi alla magia; senza voler ledere nessuna maestà mi sembra che quando parlavo di esagerazioni non esageravo. Ma facendo un ulteriore passo nei misteri del suono del violino sempre Accardo nell’opera citata parla del più grande liutaio di sempre: «Di Antonio Stradivari si racconta che una volta terminato un violino lo tenesse nella sua camera da letto per un mese. Questo secondo me significa che Stradivari era perfettamente cosciente di possedere doti e poteri abbastanza fuori del comune: una sorta di fluido, un’energia che emanava da lui e che si trasmetteva agli strumenti che costruiva. Questo dimostra ancora una Caterina Boldrini e Federico volta che il legno, Micozzi con il prof. Colaci, e quindi il violino con Eugenia Cerni Vitale e il stesso, è una cosa presidente Gianessi. viva a cui è possibile trasmettere una propria energia tenendolo vicino, magari dormendoci insieme, come faceva Antonio Stradivari». Difficile da suonare, difficile da costruire, costoso e delicato, il violino è pieno di difetti. Richiede uno studio e una pratica costante (in una intervista Uto Ughi ha detto che se non studia un giorno se ne accorge lui, se non suona per due giorni se ne accorgono anche gli altri) con posizioni forzate e innaturali. I liutai devono possedere capacità manuali notevoli, sensibilità e gusto artistico. Lo strumento non ha subito trasformazioni sostanziali da secoli rimanendo tutto sommato semplice nella sua struttura: un po’ di legno e quattro corde. Eppure alcuni raggiungono quotazioni commerciali paragonabili alle opere d’arte più importanti. La fortuna del violino nella storia della musica è dovuta alle qualità sonore, soprattutto la capacità di imitare gli accenti, esprimere i sentimenti, le passioni quasi come la voce umana. Si pensi agli “affetti” della musica barocca o a tutte le coloriture della musica romantica. È lo strumento più numeroso nell’orchestra, nella tradizione anglo-sassone il 47 Vita di Club n.3 primo violino (la “spalla”) entra da solo subito prima del direttore, nella musica da camera è lo strumento predominante. Ma era nato e continua ad essere uno strumento popolare: era lo strumento dei girovaghi (deriva dalla ghironda), dei menestrelli, dei musicisti di strada. Il suo fascino non subisce l’usura dei secoli. MONDO LIONS ZEHUT IDENTITÀ Nuove donazioni da parte del maestro dell’Iperrealismo, che – scrive di lui la critica - “è un insolito catalizzatore di luce, dipinge il visibile e l'invisibile, il reale e l'irreale, in una cascata di colori e di luce”, è "l'esploratore delle Personalità Luminose". di ANNA BIONDI D opo aver donato alla città francese di Longwy (vicino al piccolo centro di Longlaville dove Fernando Gualtieri∗ è nato nel 1919) sedici pitture di grande formato che costituiranno una sala personale del Museo di questa cittadina francese, il munifico maestro, socio onorario del Lions Club Rimini Malatesta, ha donato sei opere al Museo ebraico di Bologna. Qui sono esposte nella mostra “Zehut”, appena inaugurata (14 maggio27 settembre) e comprendente tutte le acquisizioni avvenute nei suoi primi dieci anni di attività. Zehut significa identità e vuole sottolineare i molteplici aspetti che l’ebraismo esprime nella sua cultura e tradizione. Tra i quadri donati, Il taleth è usato come logo della mostra. Ricordiamo, inoltre, che a Rimini il Museo della Città accoglie dal luglio 2008 tre opere di Gualtieri, di grande formato, raffiguranti proprio la nostra città, mentre Cesena (la città originaria del padre) ha già riservato un posto speciale alle opere del Fernando Gualtieri, Il Taleth, 1970, olio su tela. Maestro nel suo futuro Museo. Una sezione personale gli sarà riservata anche in un altro paese d’oltralpe: Auvers-sur-Oise il famoso borgo dove Van Gogh morì, a 40 chilometri da Parigi. Qui Gualtieri ha vissuto per 12 anni e qui saranno esposte alcune opere di ispirazione “orientale”. Infine, in occasione della festa nazionale italiana del 2 giugno, il pittore è stato invitato dall’Ambasciatore italiano presso la Repubblica di San Marino, Fabrizio Santurro. Un suo dipinto “Piazza Cavour di notte”, scintillante illustrazione notturna di Rimini, è esposto proprio all’Ambasciata sanmarinese. Auguriamo lunga vita e ancora tanta fama al Maestro novantenne che ne dimostra venti di meno. ∗ Fernando Gualtieri, dopo una carriera sportiva (calcio a livello nazionale) lascia il football e si stabilisce a Parigi. Al Louvre scopre la sua vocazione profonda: la pittura. Nel 1950 frequenta l'Accademie de la Grande Chaumiere a Parigi che lascia rapidamente per intraprendere una carriera eccezionale di pittore autodidatta. È solo l'inizio di una lunga serie di riconoscimenti internazionali e di esposizioni nelle gallerie più prestigiose del mondo: a Londra dove espone nella celebre Bond Street Gallery, in Canada (Esposizione permanente al Petroleum Club di Calgary), in Cina, in Giappone, nei musei più importanti dove è riconosciuto il Maestro dello "Splendore del Reale". Nel 1982 riceve la cittadinanza onoraria di Talamello e nel 2000 dona al comune 14 opere di grandi dimensioni per le quali viene realizzato il Museo-pinacoteca Gualtieri "Lo Splendore del Reale", inaugurato nel settembre 2002 e che oggi conta oltre 50 opere. Sue opere sono presso le collezioni: Rocke International, Barbara Rockefeller, Olivier Dassault, John Scrymgeour, Petroleum Club di Calgary (Canada). 48 Vita di Club n.3 ITINERARI IL CARRO D’ORO E MONTELEONE DI SPOLETO Il comune di Monteleone nell'autunno 2004 decise di intraprendere una battaglia legale contro il Metropolitan Museum per recuperare questo oggetto unico al mondo e di abbagliante splendore, esportato illegalmente dall’Italia cento anni fa. Alcuni autorevoli giornali americani pubblicarono nel 2005 alcune inchieste per dimostrare che i musei degli Stati Uniti detengono oggetti d'arte, illegalmente arrivati in America. Il "New York Times" riprese la battaglia nel corso dell'anno successivo, sostenendo che il Metropolitan possiede ed espone migliaia di pezzi pregiati di origine furtiva, e che sarebbe bene venissero riconsegnati ai paesi d'origine. In particolare, l'autorevole quotidiano indicava in testa alla lunga lista di opere trafugate in Italia proprio la biga di Monteleone. di FRANCO PALMA Q uando l’amico Piero Bocchini, perfetto conoscitore delle bellezze storicopaesaggistiche di tutta l’Italia, mi propose un weekend a Leonessa, vi assicuro che questa località non l’avevo mai sentita nominare. Partiamo per trascorrervi i tre giorni; percorso: Fano, la bretella della superstrada, Furlo, poi pian piano Umbria e provincia di Rieti su strade tortuose fra i boschi dell’Appennino. Giungiamo a Leonessa, sistemati in albergo, iniziamo la visita alla cittadina. La vita, le costruzioni, le chiese sono ferme al 1200; i palazzi nobiliari di pregevole fattura sono quasi totalmente disabitati, molti portano un cartello “Vendesi”. Le quattro o cinque chiese risalenti agli anni 1100 sono di una bellezza architettonica struggente. La cripta della Chiesa di S. Francesco costruita prima del 1000 è tutta affrescata da più mani con primitiva rozzezza ma profonda spiritualità. Il tutto si è perfettamente conservato perché nei secoli successivi divenne luogo di sepoltura. Il famoso scrittore Mario Polia ci ha accompagnato a visitare un piccolo convento in cui la perfezione architettonica dei soffitti a volta che si affiancano e si incrociano, desta profonda ammirazione. Ormai a Leonessa le meraviglie diventano prevedibili, quindi ci spostiamo per visitare un’altra località: Monteleone di Spoleto. Monteleone è un paese che ha mantenuto pienamente la sua struttura medioevale ed il suo retaggio agricolo contadino. Le sue origini tuttavia sono molto antiche e raggiungono l’epoca protovillanoviana; ad essa fa seguito il lungo periodo degli Umbri e dei Sabini; la famosa biga di Monteleone è del VI sec. a. C. Nell’880 nasce il Monteleone più vicino a noi: alla sommità dell’altura vi era il Castello di Brufa; l’area che circondava il castello fu successivamente ampliata e difesa da una cinta muraria; essa terminava alla Torre dell’Orologio, Il borgo passa successivamente dal dominio del Ducato di Spoleto a quello Pontificio, durante il 49 Vita di Club n.3 quale venne data grande rilevanza all’estrazione del ferro. Il tramonto di questa dominazione non fu sereno, tanto che su una lapide vennero usate parole feroci contro il papa che aveva minacciato uccisioni e carceri: molti rivoluzionari dal 1831 furono condannati alla ghigliottina. Risale allo Stato Pontificio l’antica buca postale posta sotto la Torre dell’Orologio (l’originale ora è al Museo della Posta a Roma), in essa vi è scritto: AL COMMODO PUBBLICO – POSTA da Gasparo de Calvi Luog.te 1707. Essa era lì posta alla pubblica utilità, ma in molte buche successive si riduce la pietra utilizzata, si riduce la scritta, rimane solo POSTA. Ma la cosa di gran lunga più importante dopo i reperti romani ed i famosi cippi che delimitavano i confini dello Stato Pontificio dal Regno delle due Sicilie è la biga, in legno di noce interamente rivestita di lamine di bronzo dorato lavorato a sbalzo. La storia narra che un contadino, nell’anno 1902, per spianare l’aia davanti al suo casale provocò una voragine; essa era una tomba in cui erano sepolti un uomo e una donna e oltre al ricchissimo corredo funebre (tra cui due kylix attiche a figure nere databili intorno al 530 a.C. grazie alle quali è possibile datare il meraviglioso reperto), vi era in perfetto stato di conservazione una biga. Dopo varie peripezie, passando dalle mani di robivecchi e di antiquari, da Parigi arriva nel 1903 al Metropolitan Museum of Art di New York dove è tuttora esposta (mia figlia Simona ha avuto il piacere di ammirarla la scorsa primavera). In paese esiste la copia, ricostruita perfettamente da Pio Manzù e la sua scuola. In origine era stata eseguita da un artista di bravura eccelsa: le parti in bronzo sono incise su lamina. Il signore con essa sepolto doveva essere un personaggio di primaria importanza, forse un capo guerriero. Pannello centrale: Teti dà le armi divine forgiate da Vulcano, al figlio Achille. Pannello di sinistra: Achille combatte contro il Re degli Etiopi Memnone per vendicare la morte di Antiloco. Pannello di destra: Achille muore e su un carro trainato dai cavalli alati raggiunge l’isola dei Beati e sotto il carro giace Polissena. Fregi minori: Lungo il margine è raffigurato l’addestramento di Achille alle armi, oltre ad una lotta di animali, tipica dell’arte figurativa arcaica. La partecipazione alla storia universale di queste piccole località traspare anche da minimi particolari. Sull’arco di pietra bianca che corona l’ingresso di un negozietto di frutta e verdura vedo scritto: “Non nobis Domine, sed nomine suo”, grido di battaglia dei Cavalieri Templari. La loro presenza non deve meravigliare nemmeno a Monteleone di Spoleto. 50 Vita di Club n.3 MEETING S. PAOLO LA CARTA D’IDENTITÀ DELL’APOSTOLO DELLE GENTI Nonostante i numerosi impegni connessi all’attività pastorale che svolge con tanto amore ed entusiasmo e che si è rivelata tanto vivificante per la nostra diocesi, creando un clima di spiritualità più intensa, comunitaria, gioiosa e feconda, Sua Eccellenza Monsignor Francesco Lambiasi ci ha accordato benevolmente uno spazio tutto per noi, la sera del 9 Giugno. Per rendere più significativo l’incontro, abbiamo chiesto ospitalità a Don Renzo Rossi, abate parroco dell’abbazia olivetana di S. Maria Annunziata Nuova di Scolca, abbazia voluta da Carlo, insigne esponente della famiglia dei Malatesti, cui il nostro club s’intitola, e organizzato la singolare conviviale in una sala in cui si è voluto idealmente ricreare il refettorio degli antichi monaci. Nella bellissima chiesa il vescovo ha pronunciato Domenico Beccafumi (1486-1551), la conversazione su San Paolo, nell’anno a lui dedicato. In un mondo offuscato San Paolo in cattedra, 1516-1517, dalla perdita dei valori, da tanti eventi dolorosi, dalla rinuncia all’affermazione Siena, Museo dell’Opera dell’identità cristiana in nome di un falso “politicamente corretto”, noi Lions Metropolitana. praticanti e non, ci siamo apprestati all’ascolto, desiderosi di udire parole di luce e speranza per trarre nuovo coraggio e slancio per l’operato lionistico. Franca Marani di Mons. Francesco Lambiasi (Conversazione registrata il 9 giugno) doveroso da parte mia salutarvi, ma lo faccio con vero piacere perché il vostro invito mi ha dato occasione di rimettermi in contatto con San Paolo. È vero che la vita di un vescovo e di un sacerdote permette questo contatto continuo, ma ogni volta la situazione è diversa. Parlare di S. Paolo a voi mi dà modo di mettere in luce alcuni aspetti che forse abitualmente rischierebbero di rimanere in ombra. Di S. Paolo vorrei innanzitutto presentarvi la carta di identità, cioè il documento di riconoscimento in cui c’è l’essenziale del profilo, della vita di ognuno. Quale carta d’identità traspare dai suoi scritti?. Come una sorta di auto certificazione che lui fa, nella Lettera ai Romani si presenta così: Paolo, servo di Cristo Gesù, apostolo per vocazione, prescelto per annunciare il vangelo di Dio. È proprio la prima riga che San Paolo premette alla sua Lettera; secondo il genere letterario epistolare dell’antichità (vedi per esempio Cicerone), mentre noi mettiamo la firma del mittente al termine della lettera, nell’antica È Roma il mittente era il primo evento della lettera, prima ancora del saluto. Paolo si presenta dunque così: Paolo, servo di Cristo Gesù. Servo, ma il termine greco δου̃λος significa schiavo, e sappiamo cosa significava schiavo a quel tempo: non era una metafora, era una realtà, l’unico diritto che veniva riconosciuto allo schiavo era quello della prole (da cui la parola proletariato), perché lo schiavo doveva generare figli per assicurare altra schiavitù al suo padrone Di fatto lo schiavo era cosa, res. Paolo si sente schiavo di Cristo Gesù, sente di appartenere totalmente a questo suo dominus, a questo κύριος, a questo signore che ha in mano le sorti della sua vita. Questo è il genere apostolico di Paolo, difatti la conseguenza qual è? È che Paolo sa di essere stato chiamato, apostolo per vocazione si può tradurre così: chiamato all’apostolato. Vocazione è chiamata. C’è stato un intervento nella vita di Paolo, l’apparizione di Cristo Risorto sulla strada di Damasco che ha spezzato in due la sua vita. Possiamo dire che, in un certo senso, la storia di Paolo si può tagliare in due parti: Saulo prima di 51 Vita di Club n.3 Cristo, Paolo dopo Cristo. C’è stata la chiamata, l’incontro, l’inciampo, Paolo è inciampato sulle tracce di Cristo risorto e tutta la sua vita è cambiata. È interessante che Paolo non parla mai di quell’incontro in termini di conversione, eppure c’è la festa liturgica, è l’unico santo di cui si celebra non solo la festa del martirio insieme con Pietro il 29 giugno, ma anche la Conversione il 25 gennaio. Paolo dunque ha avuto la chiamata che gli ha cambiato la vita, ha avuto una missione: prescelto per annunciare il vangelo. Non il libro, quando Paolo ha scritto queste cose, non c’era nessun libro completo almeno, c’erano solo delle parti, soprattutto di S. Marco, non c’era nessun libro che portasse o meritasse questo nome; vangelo era l’annuncio vivo dell’amore di Dio. Prescelto, scelto fin dal grembo di sua madre, chiamato come Geremia nell’utero materno per annunciare la buona novella di Dio che salva. In questa riga Paolo si fotografa e si presenta come colui la cui vita è stata cambiata dall’incontro con Cristo. In altre lettere ci sono squarci autobiografici in cui Paolo si rilegge quasi in una sorta di specchietto retrovisore, per esempio nella lettera ai Filippesi Paolo si presenta così: Se alcuno mi chiede di poter confidare nella carne, io più di lui, circonciso l’ottavo giorno, della stirpe di Israele, della tribù di Beniamino, Ebreo da Ebrei, fariseo quanto alla legge; quanto a zelo, persecutore della Chiesa; irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della legge. Ecco la carta d’identità di Saulo prima di Cristo. Paolo con legittimo orgoglio sa di essere stato costituito membro del popolo eletto, della stirpe di Israele, della tribù di Beniamino. Pur non essendo nato in Palestina, Paolo è di Tarso in Cilicia, attuale Turchia, sa di essere ebreo, ebreo da ebrei. Percepiamo una vibrazione di gratitudine al Signore, perché questo è il privilegio dei Privilegi che non ha fatto nulla per meritare, ma gli ha dato una sicurezza, una fierezza di appartenere al popolo eletto che Paolo non abbandonerà mai fino alla fine della vita. Dunque la carta d’identità con questo frammento della Lettera ai Filippesi si è come dilatata: abbiamo le origini di Paolo che affondano nel fiume della storia di Israele. Tenendo sempre presente questa sorta di carta d’identità che cerchiamo di ricostruire, una carta d’identità che si rispetti presenta i segni di riconoscimento. Ebbene dalle sue note emerge il suo profilo quasi a balzo nell’argento. Il primo segno di riconoscimento è la libertà, Paolo è il cantore della libertà umana e cristiana. Nella prima Lettera ai Corinzi ha detto: a me, però, poco importa di venir giudicato da voi – si sta rivolgendo a fratelli di fede, a cristiani che lui ha convertito alla fede - o da un consesso umano Paolo è libero dal giudizio, è una libertà come completa autonomia e indipendenza dall’opinione pubblica - …anzi, io neppure giudico me stesso - Paolo è libero non solo dagli altri, ma è libero della libertà più difficile, libertà da se stesso - perché anche se non sono consapevole di colpa alcuna, non per questo sono giustificato. Il mio giudice è il Signore. Bellissimo. La radice di questa sicurezza interiore, anche umana, anche psicologica, che rende Paolo inattaccabile perché non è ricattabile, il segreto sta nel fatto che Paolo appella al tribunale di Dio, il mio giudice è il Signore. Non vogliate perciò giudicare nulla prima del tempo, finché venga il Signore. Egli metterà in luce i segreti delle tenebre e manifesterà le intenzioni dei cuori; allora ciascuno avrà la sua lode da Dio. In questo mio intervento doverosamente e volutamente schematico mi limito a pochi cenni sulla falsariga di una carta d’identità come abbiamo detto, ma mi farebbe piacere se questi cenni diventassero come frecce direzionali per riprendere Paolo e approfondire quello che io in modo sbrigativo vado disponendo. Primo segno di riconoscimento è dunque la Libertà, parola dominante nelle Lettere di Paolo. Secondo segno è l’Affettività; Paolo è un passionale, è di una intelligenza altissima, di una cultura raffinatissima, ma non è un cerebrale, è un emotivo e di una grande affettività. Per esempio nella seconda lettera ai Corinzi, forse la più autobiografica, si confessa, si mette a nudo per quanto riguarda la sfera emotiva della sua personalità. Da quando siamo giunti in Macedonia, la nostra carne non ha avuto sollievo alcuno, ma da ogni parte siamo tribolati: battaglie all’esterno, timori al di dentro. Paolo è un battagliero per natura, il fatto di raffigurarlo nell’iconografia classica sempre con la spada in pugno non allude solo agli strumenti del martirio, ma indica anche questo lato del suo carattere, è un pugnace, un lottatore, un vero guerriero. Ma Dio che consola gli afflitti ci ha consolati con la venuta di Tito. Un uomo liberissimo eppure sensibilissimo, si sentiva solo e ha provato grande conforto quando è arrivato questo suo discepolo che lo ha 52 Vita di Club n.3 consolato. E non solo con la sua venuta, ma con la consolazione che ha ricevuto da voi. Egli ci ha annunziato infatti il vostro desiderio, il vostro dolore, il vostro affetto per me; cosicché la mia gioia si è ancora accresciuta. Paolo è sensibilissimo all’affetto dei suoi discepoli, all’affetto dei membri delle sue comunità, li sente come cosa sua. Lui così libero è però un uomo legato; ora cominciamo a capire qualcosa della libertà secondo Paolo, del vangelo secondo Paolo. Libertà non è tanto un’assenza di legami, ma è capacità di legarsi alle persone non per dominarle. Proprio oggi nella liturgia del giorno leggiamo (seconda lettera ai Corinzi): Noi non intendiamo far da padroni sulla vostra fede, ma siamo i collaboratori della vostra gioia, perché nella fede voi siete già saldi. Paolo si lega non per legare le persone a sé, ma per liberarle. Però non può fare a meno del loro affetto. Umanissimo Paolo! Il bello che Paolo ha sperimentato e che vuol far sperimentare ai suoi discepoli è che Cristo lo rende più umano. Se possiamo esprimere questo passaggio con una frase che è una perla del Concilio vaticano II possiamo dire così: Chi segue Cristo uomo, magis homo fit, chi segue Cristo, l’uomo perfetto, si fa ancora più uomo. La fede in Cristo – ha sperimentato Paolo – non lo amputava della sua umanità, ma la faceva sviluppare in pienezza. Paolo si ritrova più uomo a mano a mano che diventa più cristiano. Fateci posto nei vostri cuori! A nessuno abbiamo fatto ingiustizia, nessuno abbiamo danneggiato, nessuno abbiamo sfruttato. Non dico questo per condannare qualcuno; infatti vi ho già detto sopra che siete nel nostro cuore, per morire insieme e insieme vivere. È il massimo della fraternità, Paolo non riesce a vivere da solo, ormai la sua vita è intrecciata e incrociata con quella dei fratelli che il Signore gli ha donato, il massimo delle sue aspirazioni è di insieme vivere e insieme morire. Terzo ed ultimo tratto – ce ne sarebbero molti altri, ma vado verso la conclusione – terzo segno di riconoscimento in questa carta d’identità che delinea il profilo di Paolo, è la Gioia. Questo è un uomo sorprendente, perché forse nell’immaginario collettivo circola un’immagine di Paolo accigliato, scontroso, impulsivo: invece sentite questa statistica: su 326 casi in cui corre la terminologia della gioia in tutto il Nuovo Testamento, in greco e in italiano, 131 si trovano in Paolo, ossia il 40%. Paolo è sensibilissimo alla gioia e diventa il cantore della gioia cristiana. Perché Paolo sperimenta questa gioia? Ce lo dice nella Lettera ai Filippesi: Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo. Ecco qual è la radice della gioia: Paolo ha imparato a perdere, ma non perdere per perdere, il perdere masochistico di uno che imbocca quella strada come ultima strada per non cadere nella disperazione. Paolo ha imparato a perdere perché sa che è il prezzo da pagare per guadagnare Cristo e allora getta nel cassonetto dei rifiuti tutto quello che non è Cristo. A lui interessa solo Cristo. Cristo è la sorgente zampillante della sua gioia. Lui si è sentito ghermire da Cristo, afferrato da Cristo – dice testualmente. Ma è uno che in questo rapporto d’amore vuole afferrare Cristo, lo vuole stringere, per questo le pensa tutte e le adopera tutte. Addirittura arriva a quella che l’apostolo Giacomo denominerà perfetta letizia e che poi Francesco d’Assisi riprenderà. Nei racconti francescani, I Fioretti, ricordiamo il Fioretto incantevole della perfetta letizia. Qual è la perfetta letizia? Non è la letizia nella serenità, nella gioia, ma la letizia nelle avversità, nelle contrarietà. Perciò – Lettera ai Colossesi - sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa. Sono sofferenze che hanno senso, sono per il vostro bene, per il vostro amore. Questo mi fa sentire in croce come Cristo, ma come Cristo per darvi la vita. Il capitolo ottavo della Lettera ai Romani è la parte che mi piace di più perché costituisce il cuore del cuore del messaggio di Paolo. Coloro che sono guidati dallo spirito di Dio, costoro sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: «Abbà, Padre!». Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio, E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se veramente partecipiamo alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria. Io ritengo infatti che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà esser rivelata in noi. […] Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; […] 53 Vita di Club n.3 Poiché nella speranza noi siamo stati salvati. […] Allo stesso modo, anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili; […] Del resto, noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno. Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all'immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; […] Che diremo dunque in proposito? Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui? Chi accuserà gli eletti di Dio? […] Chi condannerà? Cristo Gesù, che è morto, anzi, che è risuscitato, sta alla destra di Dio e intercede per noi? Chi ci separerà dunque dall'amore di Cristo? Forse la tribolazione, l'angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? […] Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun'altra creatura potrà mai separarci dall'amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore. Vi auguro che queste note abbiano fatto sentire ancora forte in voi il desiderio di accostarvi alla persona e al messaggio di Paolo in modo più diretto e personale. San Paolo, Il ritratto. Il 19 giugno 2009, coperto da uno spesso strato di argilla e calcare e riportato alla luce con l'innovativa tecnica dell'ablazione laser ad altissima precisione, il viso severo di San Paolo è apparso improvvisamente, dipinto su una volta di un cubicolo, ai restauratori delle catacombe di santa Tecla, a Roma sulla via Ostiense. È la più antica icona della storia dedicata al culto dell'Apostolo delle genti. Il volto è dipinto su un tondo giallo oro su sfondo rosso vivo, in uno stile vagamente pompeiano. I tratti rievocano quelli dell'iconografia classica: viso scavato, naso pronunciato, occhi grandi ed espressivi. Il 28 giugno, in occasione della chiusura dell’Anno Paolino, papa Benedetto XVI ha annunciato che nel sarcofago sotto l’altare della Basilica di S. Paolo, da sempre considerato la tomba dell’apostolo, la prima ricognizione effettuata dopo duemila anni ha dimostrato la presenza di frammenti ossei di una persona vissuta nel I-II sec. d.C. e un tessuto di lino laminato d’oro della stessa epoca. 54 Vita di Club n.3 IERI E OGGI: A TAVOLA CIBUS ET POTIO LA CUCINA ROMANA Mosaico del II sec. a. C. “Ci fu offerto anzitutto un maiale, con una corona di salcicce; e intorno sanguinacci, frattaglie ben cucinate, barbabietole e pane di crusca fatto in casa… Il piatto seguente fu una torta fredda con miele caldo, su cui era stato versato del buon vino di Spagna… Ci trovammo poi dinanzi un pezzo di carne d’orso…Alla fine ci fu dato del formaggio tenero, della mostarda, una chiocciola per ciascuno, della trippa, del fegato al tegame, delle uova incappucciate, delle rape e della senape…Passò ancora in giro un bacile con olive all’aceto…Al prosciutto ci arrendemmo” (dal Satyricon di Petronio). di ILARIA BALENA E MARINA DELLA PASQUA∗ P ensare alla cucina in epoca romana rimanda all’idea di una tavola ricca di contrasti e sapori, molto diversa da quella di oggi. In realtà il modo di alimentarsi degli antichi non era così lontano da quello contemporaneo, almeno nel numero dei pasti e nel tipo di cibo scelto. Infatti, come oggi, i pasti principali erano tre: la colazione (jentaculum), il pranzo (prandium) e la cena (cena). Per colazione mangiavano, quasi in maniera analoga agli attuali usi nordeuropei, pane, formaggio, uova e, qualora fosse avanzato, il cibo dalla sera precedente. Era un pasto molto abbondante, che permetteva così al cittadino romano di arrivare al pranzo ancora sazio. Il prandium era invece uno spuntino freddo e frugale a base di verdure, uova, formaggio e focacce; qualcosa cioè di simile alle nostre pause pranzo al bar o al fast-food. Il pasto principale era la cena, momento in cui la famiglia si riuniva, spesso insieme agli ospiti e agli amici. Anche qui le analogie con il mondo moderno non mancano, sia per il suo valore di aggregazione sociale che per il numero di portate servite: la cena si apriva con gli antipasti, ai quali seguivano i piatti principali e quindi i dessert a chiudere. Quando la cena si trasforma in un banchetto? Il banchetto di epoca imperiale si apriva con la gustatio, ossia con degli stuzzichini abbinati ad un aperitivo che solitamente era vino mielato (mulsum) oppure vino 'condito' con spezie diverse, come pepe e zafferano, e profumato con alloro, cumino e assenzio. Questi vini, il cui scopo era quello di aprire lo stomaco e stimolare l’appetito, venivano accompagnati da olive, uova sode o bazzotte servite con salse agrodolci e piccanti, ostriche, funghi e tartufi affiancati da verdure. Si servivano anche delle sottili tartine di farina di farro unte con olio e cotte al forno (tracte), del tutto simili alla 'carta musica'; con queste sfoglie leggere si realizzavano numerosi piatti come ad esempio la scriblita, una sorta di pasticcio di formaggio. Il formaggio era uno degli alimenti base dell’alimentazione romana ed era ricavato prevalentemente da latte di pecora e capra. I Romani producevano sia formaggio fresco essiccato al sole dopo l’immersione in salamoia, sia formaggio stagionato, sottoposto ad una salatura di diversi giorni e aromatizzato con erbe e spezie. Era apprezzato anche il formaggio di latte vaccino, ma era prodotto in quantità minore poiché nell’economia romana le vacche erano destinate principalmente al lavoro nei campi. Al gruppo dei formaggi vaccini apparteneva probabilmente il cosiddetto formaggio lunensis ricordato da Plinio il Vecchio e prodotto nella zona di Luni. Secondo le fonti, queste forme arrivavano a pesare anche 1000 libbre ossia più di 300 kg; pensando a queste grandi dimensioni vengono in mente i contemporanei Grana Padano e Parmigiano Reggiano di cui il formaggio di Luni potrebbe essere l’antenato. Dopo la gustatio si servivano le portate principali di carne, pesce e verdura, generalmente presentate in maniera spettacolare. In età imperiale il modo in cui il 55 Vita di Club n.3 cibo veniva offerto agli ospiti era assolutamente fondamentale e l'importanza dell'aspetto estetico del banchetto si comprende bene leggendo la descrizione dell’epica cena di Trimalcione, offerta da Petronio Arbitro e illustrata nel Satyricon, opera a lui attribuita. Una cena incredibilmente scenografica, dove a farla da padrone sono vassoi con sopra ghiri conditi con miele e papavero, maiali interi ripieni, asini in bronzo con bisacce traboccanti di olive e piatti ricolmi di salsicce cotte su griglie d’argento. Dietro l’aspetto fantasioso del racconto, ovviamente, si celava l'abitudine di alcuni ricchi romani di ostentare il loro patrimonio in maniera sfrontata. I piatti di pesce erano particolarmente graditi sulle tavole romane. Gli autori antichi raccomandavano sempre di servire pesce freschissimo ed è probabilmente per questo motivo che a partire dalla fine del II sec. a.C., pur avendo a disposizione un mare molto pescoso, inizia l’allevamento in vasca. Col passare del tempo anche questa attività diventerà un segno distintivo della potenza economica dei patrizi, che cominceranno a costruire vasche per la piscicoltura nelle loro ville. I primi pesci ad essere allevati furono le orate e le murene, e da essi presero il soprannome i primi allevatori: Sergio Orata e Licinio Murena. In cucina venivano utilizzati più di cento tipi di pesci e molluschi: le ostriche, molto apprezzate da Plinio il Vecchio tanto da attribuire loro il primo posto nelle mense, la triglia, ritenuta prelibata se pescata e lasciata morire affogata nel famoso garum spagnolo (salsa a base di pesce putrefatto nel sale), l’aragosta, il rombo, le cozze e tanto altro. I piatti venivano accompagnati da contorni di verdura stufata, fritta o grigliata, preparazioni molto vicine a quelle di oggi. Le verdure erano accolte con piacere dai Romani, che sin dalle origini le coltivavano nei loro orti. Molto considerato era l’asparago, venduto a mazzi e documentato in alcuni affreschi pompeiani; particolarmente apprezzato era quello coltivato nella zona di Ravenna, descritto come grosso e carnoso. Anche i cetrioli erano tenuti in grande considerazione; le fonti ci dicono che l’imperatore Tiberio ne era così goloso che aveva fatto costruire da alcuni suoi giardinieri delle serre montate su ruote per seguire il sole. Fra le insalate servite ai convitati la più diffusa era la lattuga, che aveva lo scopo di rinfrescare i palati dopo avere degustato cibi piccanti. La cena veniva conclusa con la frutta ed una presenza fissa sulla tavola romana era il fico. Poteva essere servito fresco e maturato al sole, essiccato o anche conservato con miele e sesamo. L’uva non mancava mai: fresca se di stagione oppure essiccata dopo esser stata appesa alle travi o ancora conservata dentro le olle con sapa e mosto. E poi le mele, le pesche e le pere così come le noci, le mandorle e i datteri. Questi ultimi, importati con regolarità dall’Africa, erano molto apprezzati dall’imperatore Augusto che li mangiava insieme al pane durante i viaggi in lettiga. Naturalmente il banchetto era sempre accompagnato dal vino, la bevanda per eccellenza del mondo romano, regolarmente diluito con acqua e aromatizzato con erbe, spezie e sale. Il grado alcolico dei vini di qualità era piuttosto alto – da 16 a 18 gradi – ma diventava di 5 o 8 con l’aggiunta di acqua. Offrire un vino invecchiato era motivo di vanto da parte del dominus e accadeva solamente in occasioni e ricorrenze speciali. Fra le annate migliori gli autori indicano il vinum opimianum, “imbottigliato” nel 121 a.C. sotto il consolato di L. Opimio. Nelle mani del Magister bibendi (maestro delle bevande) i vini più apprezzati erano l’aspro e scuro Falerno e il nobile e generoso Cecubo. Fra quelli importati, al primo posto c’erano i vini greci provenienti da Chio, Rodi e Lesbo e, a seguire, quelli dell’Asia Minore. ∗ Ilaria Balena si è laureata in Storia Antica all'Università di Bologna e collabora con i Musei di Rimini come operatrice didattica per la Sezione archeologica. È stata rappresentante legale di adArte sas, una società di ricerca e servizi culturali con la quale ha aperto una libreria on line, Viadeilibri.it, dedita all'editoria archeologica. Ha indirizzato i suoi interessi non solo verso l'antichità, partecipando a scavi e alla ricerca storica, ma anche verso l'arte contemporanea, curando mostre di giovani artisti. Marina Della Pasqua si è laureata presso la facoltà di Conservazione dei Beni Culturali di Ravenna. Il suo curriculum di studi si è concentrato sullo studio dell’archeologia e della cultura materiale. Ha preso parte a diversi scavi archeologici, in particolare a quello dell’Ex Consorzio Agrario di Rimini durante il quale sono state rinvenute le monete diventate oggetto della sua tesi di laurea. Ha collaborato con i Musei Comunali di Santarcangelo di Romagna all’allestimento del Museo Archeologico cittadino. Collabora con i Musei Comunali di Rimini e con il Museo del Territorio di Riccione dove svolge lezioni didattiche sulla storia e sulla archeologia locali. È da sempre interessata alla storia della cucina ed ha seguito corsi professionali di cucina tradizionale. 56 Vita di Club n.3 LA CUCINA MEDITERRANEA Certamente la cucina dell’antica Roma differisce molto dalla nostra, perché molti dei cibi odierni non erano ancora conosciuti e la pasta non era ancora stata inventata, ma, a parte le stravaganze di ricchi esibizionisti, l’alimentazione dei Romani era assai semplice e i pasti molto frugali, e costituisce comunque la radice storica dell’alimentazione mediterranea di oggi. di MONICA SARDONINI∗ Gli accostamenti culinari di questo modello di cena imperiale assolvono alla funzione di mostrare le antiche origini della nostra cucina mediterranea che, solo pochi anni fa, era passata nel dimenticatoio a favore di stili di cucina diversi. Come si vede, la nostra tradizione gastronomica ha radici molto lontane: ma l’utilizzo di ciò che la nostra terra produce non passa mai realmente di moda. Il modo di alimentarsi degli italiani negli ultimi 30/40 anni, è profondamente cambiato. Con lo sviluppo dell'economia e l'aumento delle risorse economiche in Italia sono avvenuti grandi mutamenti sociali, che nel settore alimentare hanno evidenziato la tendenza a consumare maggiormente generi alimentari una volta considerati costosi e difficilmente reperibili sul mercato, spesso accompagnati ad abitudini importate da altri Paesi. La possibilità di nutrirsi con una maggiore varietà e ricchezza di cibi ha portato da un lato alla scomparsa pressoché totale delle cosiddette carenze nutrizionali, un tempo presenti in alcune zone del nostro Paese, e dall'altro alla tendenza a mangiare più del necessario causando notevoli squilibri alimentari, portando gli italiani ad essere esposti ad altri rischi come la maggiore incidenza di obesità, di ipertensione, di aterosclerosi, di diabete, ecc. paradossalmente come conseguenza dell'abbandono di quella dieta italiana tipicamente mediterranea che invece altri paesi ricchi hanno preso a modello di sana alimentazione. Il successo della dieta mediterranea nacque negli Stati Uniti negli anni ’70, quando gli scienziati USA diedero grande risalto alla prevenzione di alcune patologie tipiche della società industriale che faceva abuso di alimenti grassi, di carboidrati e di proteine. In pratica la Dieta Mediterranea (studiata da Keys e altri scienziati americani), permette di mantenere lo stato di salute con pasti poveri di calorie, ma ricchi di alimenti la cui origine è vegetale come: pane, riso, pasta e ortaggi, olio d'oliva, frutta e verdura: riducendo il consumo di alimenti animali dando la preferenza al pesce e alle carni bianche del pollo e del tacchino. Utilizzando piatti unici come pasta e lenticchie, ceci, fagioli e riso con piselli. Dal punto di vista nutrizionale, va notato che al tempo dei romani le farine usate erano integrali, e perciò conservavano una quantità di vitamine e minerali di gran lunga superiore a quelle contenute nelle farine raffinate cui siamo abituati oggi: quando infatti crusca e germe di grano vengono asportati, si privano i cereali di elementi indispensabili e fondamentali nell’economia metabolica dell’organismo. Negli strati del chicco di grano sono presenti infatti proteine, fibre vegetali, acido fitico, cellulosa, glucidi insolubili (zuccheri inerti e non fermentativi): sostanze ad alto potere antiossidante e fibre preziose per il buon funzionamento del transito intestinale. Per quanto riguarda i formaggi, da sempre presenza insostituibile sulle nostre tavole grazie alla ricca varietà di sapori e aromi della tradizione italiana, ne conosciamo l’alto valore nutritivo e la grande digeribilità. II formaggio è una ricca fonte di proteine animali, presenti sotto forma di caseina; la percentuale di grassi varia da una qualità all'altra ma non è mai assente. Non mancano inoltre le vitamine, gli enzimi e numerosi sali minerali tra cui fosforo, ferro e calcio. Anche per i formaggi esiste tuttavia qualche limitazione all’uso: quelli piccanti, per esempio, sono proibiti ai sofferenti di disturbi digestivi ed epatici, quelli grassi sono vietati agli obesi e quelli molto salati, come il pecorino, agli ipertesi ed ai malati di cuore. Tutti i formaggi contengono una quantità importante di grassi saturi e colesterolo. La stagionatura, riducendo la percentuale totale di acqua, concentra le sostanze nutritive del latte, compresi i sopraccitati lipidi e colesterolo. Gli asparagi sono un gustoso e nutriente ortaggio, ricchi di fibra, vitamine A, B1, B6, C, acido folico, amminoacidi, carotenoidi, potassio e fosforo, ma nel contempo 57 Vita di Club n.3 poveri di calorie: riducono il ristagno dei liquidi grazie alla presenza di purine (che in seguito alla loro scissione originano acido urico), quindi sono diuretici e depurativi. Le purine nell’asparago sono presenti insieme all’acido ossalico: entrambe queste coincidenze sconsigliano il consumo di asparagi per chi è affetto da problemi ai reni e alle vie urinarie, oltre che non indicato per chi soffre di gotta. Gli asparagi contengono l’aminoacido asparagina: è questo a conferire all'urina il tipico odore, attraverso un rapido metabolismo che lo trasforma in prodotti di degradazione solforati, quali i tioli e i tioesteri. Sia le purine, che in parte l’acido aspartico, vengono in larga parte dispersi con una bollitura prolungata in piena acqua. I prodotti ittici sono in generale ben digeribili. Rispetto alla carne, contengono molti più sali minerali, soprattutto sodio e fosforo, e acidi grassi insaturi, che hanno il vantaggio di diminuire il tasso di colesterolo nel sangue. Inoltre sono ricchi di proteine ed il loro valore nutritivo non è affatto inferiore a quello della carne, come si riteneva erroneamente. Gli acidi grassi insaturi si presentano sotto forma di oli vegetali liquidi, mentre gli acidi grassi saturi si trovano solitamente nel grasso animale solido, e vengono metabolizzati più lentamente dal nostro organismo, che d’altro canto non riesce a produrre gli acidi grassi essenziali, linoleico e linolenico. L’acido arachidonico può essere sintetizzato dall’acido linoleico se esso è fornito all’organismo in quantità sufficiente dalla dieta. Il germe di grano, i semi, gli oli vegetali come quello di cartamo, di girasole, di soia e mais, sono tutti acidi grassi polinsaturi omega 6, che contengono acido linoleico. L’olio di fegato di merluzzo e i pesci grassi contengono acidi grassi insaturi linolenici e sono una buona fonte di acidi grassi omega 3. Gli acidi grassi insaturi sono importanti per la respirazione degli organi vitali e facilitano il trasporto dell’ossigeno alle cellule, ai tessuti e agli organi. Contribuiscono anche a mantenere l’elasticità e la lubrificazione di tutte le cellule e si combinano con le proteine e il colesterolo per formare le membrane viventi che tengono unite le cellule del corpo. Aiutano a regolare il tasso di coagulazione del sangue ed esplicano una funzione vitale nello scomporre il colesterolo depositato sulle pareti delle arterie;. essenziali per una attività ghiandolare normale, efficaci nel mantenere sane le mucose e i nervi, agiscono nell’organismo, collaborando con la vitamina D, nel rendere il calcio disponibile per i tessuti, nell’assimilazione del fosforo, e stimolando la trasformazione del carotene in vitamina A. Il miele era molto usato in cucina: ingrediente base di salse agrodolci, di dolciumi ed aromatizzante per i vini. Il miele è costituito oltre che da zuccheri quali glucosio, fruttosio, saccarosio, maltosio, isomaltosio, anche da acidi organici (acido formico, potente antibiotico), protidi (amminoacidi quali ad es. l’istidina), sostanze minerali (ferro, calcio, rame, manganese, composti del fosforo), enzimi (invertasi, amilasi, catalasi), vitamine idrosolubili (gruppi B e C) e liposolubili (A, D, E, K). Senza conoscenze scientifiche specifiche, i Romani anticiparono quindi i più recenti studi su questo alimento, in base ai quali è stato dimostrato in laboratorio che dopo l’aggiunta di miele a colture microbiche di funghi e muffe che assalgono gli alimenti, lo sviluppo di oidinium, aspergillus, penicillium è stato arrestato, sebbene il terreno, l’ambiente, la temperatura fossero favorevoli alla loro crescita. Il vino era utilizzato in gastronomia come ai giorni nostri, bevuto però annacquato: da un punto di vista scientifico, infatti, è stata dimostrata la presenza nel vino degli ormai famosi polifenoli, potenti antiossidanti che agiscono bloccando la sintesi dell’anione superossido da cui ha origine la reazione a catena di ossidazione delle membrane cellulari: la vite rossa, o vitis vinifera, ha un particolare tropismo par le cellule delle pareti dei capillari, svolgendo azione protettiva di fissaggio a ponte tra le molecole di collagene, stimolazione della produzione di microfibrille, inibizione delle elastasi, enzimi in grado di danneggiare le pareti venose.Le spezie sono semi, frutti, radici, cortecce o sostanze vegetali usate in quantità irrisorie dal punto di vista nutrizionale come additivi per dare sapore ad un alimento. Molte di queste sostanze hanno anche altri usi, ad esempio per la preservazione del cibo, in medicina, rituali religiosi, cosmesi o profumeria. Le spezie si distinguono dalle erbe da cucina: queste ultime sono parti verdi o foglie fresche di piante usate per dare sapore, mentre le spezie non sono fresche ma sono in genere essiccate. Gli oli essenziali contenuti nelle spezie, di cui si faceva largo uso, sono gradevoli all’olfatto, battericidi (attivi soprattutto su batteri Gram +) e conservanti. (Le spezie maggiormente antibatteriche sono, in ordine di efficacia, aglio, cipolla, origano, timo, peperoncino, zenzero, anice). Inoltre servivano a coprire gli odori dovuti alla decomposizione conseguente alla 58 Vita di Club n.3 cattiva conservazione dei cibi. Le spezie più strane e particolari venivano poi richieste anche per stupire gli invitati, e come segno della ricchezza dell’anfitrione. Oggi come ieri, l'olio di oliva è utilizzato soprattutto in cucina, principalmente nelle varietà extravergine e vergine, per condire insalate, insaporire vari alimenti, conservare verdure in barattolo. Il suo elevato punto di fumo lo rende molto adatto per le fritture. È consigliato il suo uso per la ricchezza di acidi grassi. Ha delle capacità benefiche grazie alla presenza di sostanze antiossidanti (fenoli e tocoferoli) e alla proprietà di combattere il colesterolo. Il sapore dell'olio può variare molto a seconda delle varietà di olive da cui è prodotto, luogo di produzione, grado di maturazione, modalità di raccolta del frutto, ecc. In Italia si contano 600 tipi diversi di olive, e questo ci indica ancora una volta la misura e l’eccellenza dei raccolti italiani. Quest’olio è anche usato per la produzione del sapone ed un tempo si usava come farmaco e come combustibile per le lampade ad olio. Il mondo moderno è molto affascinato dai vari tipi di diete e dagli effetti che queste possono avere sulla nostra salute. Anche tra gli uomini dell'antichità, o perlomeno tra coloro che avevano tempo e denaro a sufficienza per ascoltare i consigli dei dottori, era presente questa preoccupazione. Galeno (129-210 d.C.), che per un certo periodo fu il medico personale dell'imperatore Marco Aurelio, è l'artefice dei principali passi in avanti dell'antica scienza medica. Nei suoi trattati Sugli umori, Sulla bile nera, Sul malumore variabile, Sulle cause delle malattie, Sulla zuppa d'orzo e Sulle proprietà dei cibi, egli espone la teoria che avrebbe profondamente influenzato la scienza medica per molti secoli a venire, e descrive in modo dettagliato gli effetti esercitati da alcuni cibi – dalla lattuga, il lardo e il pesce, alle pesche, i sottaceti e i giacinti – sul corpo umano. A differenza di molte opere antiche piene d'allusioni mitologiche e storiche, la scrittura di Galeno è sorprendentemente accessibile anche al lettore moderno, e risulta preziosa per completare il quadro delle abitudini degli antichi. ∗ Monica Sardonini si è laureata in Farmacia presso l’Università degli Studi di Bologna. Dopo una lunga esperienza di lavoro tradizionale presso alcune farmacie private di Rimini, è da alcuni anni titolare di erboristeria nel borgo San Giuliano a Rimini. Appassionata di lettura e storia antica, ha collaborato con Ilaria Balena e Marina Della Pasqua nel corso di incontri, organizzati dai Musei Comunali di Rimini, sul tema del benessere e dell’alimentazione degli antichi romani. L’ANGOLO DELLO SPONSOR La pubblicazione di questo numero è stata possibile col contributo di: 59 Vita di Club n.3 MEETING 29ª CHARTER NIGHT E IL SOGNO DI UN PRESIDENTE La realizzazione del service e il passaggio delle cariche. di PIETRO GIOVANNI BIONDI C harter trionfale per il presidente Paolo Giulio Gianessi. Il suo sogno è andato in porto, il bilancio di un anno di presidenza è altamente positivo, perché ha realizzato un service che sembrava un’utopia. Ha messo in piedi una macchina organizzativa senza precedenti coinvolgendo medici, soci, VGA, sportivi, cantanti, bingo e lotteria, cene parrocchiali e da Grand Hotel. Come un panzer tedesco ha proceduto senza ascoltare nessuno (sa sbagliare da solo!), qualche iniziativa si è rivelata un flop sul piano della resa, ma è comunque stata divertente e ha prodotto pubblicità per il service. Il direttivo è stato perfetto, ha “criticato” cautamente, ma eseguito gli ordini, anzi ha proposto ancora altre attività pur di fare soldi, soldi, soldi. E i soldi sono arrivati! Ditte della zona con in testa la Confartigianato (grazie Gardenghi!) hanno risposto in una cordata esemplare fino alla cifra stratosferica per i bilanci del Club di 50.000 € (quattro cani guida e mezzo!!!). Il service “Vincere la sordità” è stato capito e tutti hanno aiutato con poco o con tanto, con un biglietto di lotteria (1 €) o con oboli di 5.000 €, ma tutto vale tantissimo perché il fine è stato raggiunto. Così si legge sulla stampa cittadina: UN INTERVENTO SENZA PRECEDENTI Orecchio bionico, un ragazzo torna a vivere Un orecchio ‘bionico’ impiantato su di un ragazzino che rischiava la sordità. L 'intervento è stato effettuato dai chirurghi dell'Unità operativa di Otorinolaringoiatria, diretta dal dott. Enzo Calabrese. Il ragazzo (14 anni) era affetto da sordità progressiva sin dai primi anni di vita. L'intervento, il primo su un paziente in età pediatrica effettuato a Rimini, è durato circa quattro ore. E con questo sono cinque gli interventi di impianto cocleare (comunemente conosciuto come 'orecchio bionico') effettuati da quando tale attività ha preso il via a Rimini, nel novembre 2007. Dal punto di vista estetico l'impianto cocleare non ha alcun impatto negativo: resta infatti collocato nella teca cranica dietro l'orecchio e la cicatrice viene coperta dai capelli. Nei mesi scorsi poi è stato attivato, presso il servizio di Audiologia dell' Ausl (nell'ambito del reparto di Otorino), diretto da Daniele Farneti, un programma di rieducazione audio-logopedica infantile, funzionale agli interventi di impianto cocleare nei pazienti in età pediatrica. Tale programma è potuto partire anche grazie alla collaborazione del Lions Club Rimini Malatesta che sta finanziando una borsa di studio presso il servizio di Audiologia. Fino a ora questi interventi (non più di 600 in tutta Italia) venivano effettuati - per quanto riguarda l'Emilia Romagna - a Parma, Piacenza, Modena e Ferrara. Anche Rimini dunque rientra nel ristretto novero di Aziende che in regione effettuano tale attività. «Sono soddisfatto, oltre che per il risultato de1I'intervento, per l'inizio di questa procedura anche in età pediatrica - sottolinea il primario, Enzo Calabrese - e colgo l'occasione per ringraziare pubblicamente il Lions Club Rimini Malatesta, tutta la mia équipe e, in particolare, il dottor Cola, il dottor Farneti, e naturalmente i colleghi anestesisti e tutto il personale infermieristico, audiologico e logopedico». È un commovente trionfo. Quest’aria si respirava al Grand Hotel la sera del 30 giugno in occasione della 29ª Charter. Bella cornice, tavole raffinate, ottimo cibo, importanti ospiti, ma soprattutto Davide tornato ad udire. Si sentiva il valore del vero Lionismo, traspariva da ogni poro la 60 Vita di Club n.3 soddisfazione di una buona azione: il club gongolante per un service che non aveva creduto di poter fare, i medici orgogliosi per una professionalità rara in tempi di malasanità, perché, oltre alle competenze, i tre dottori (Enzo Calabrese, Claudio Cola e Daniele Farneti) hanno una grande umanità che si percepisce dal loro sguardo buono. Il Governatore entusiasta di un club così operativo, quando nell’ambiente a volte prevale il dire al fare. Paolo è un Lion che agisce, io sono orgoglioso di avergli fatto da padrino, oltre che da cerimoniere. Una calorosa salva di applausi accoglie l’annuncio dell’obiettivo raggiunto che il Presidente fa nel suo discorso di commiato. Presentato dal cerimoniere distrettuale Giulietta Bascioni Brattini che, dopo gli inni, ha ricordato il motto del governatore “Con la sapienza del cuore”, e letto la Missione e gli Scopi del Lions Club International, Achille Ginnetti ha pronunciato un discorso incentrato sull’operatività dei LIONS all’interno di una società che ha sempre più bisogno di solidarietà e di interventi mirati a sanare situazioni tremende come ad esempio il dopo terremoto abruzzese. Eccone una sintesi: «Il profondo dolore per la tragedia che ha colpito la popolazione abruzzese ci induce a cogliere l'opportunità per riappropriarci maggiormente della più autentica identità di servizio e di solidarietà nei confronti del prossimo. L’orgoglio di appartenere alla più grande Associazione di servizio del mondo può svilupparsi solo se diamo un forte significato e una profonda connotazione di servizio e di umana disponibilità al nostro essere Lions (“orgoglio di appartenere, impegno per essere”). In quest’anno abbiamo cercato di individuare strumenti organizzativi che ci consentissero di motivare maggiormente i Soci e i Club alla cultura del servizio attraverso una migliore conoscenza degli scopi, delle finalità e delle strutture dell’Associazione a livello distrettuale e internazionale. La diffusione del pensiero e della cultura Lionistica ha avuto il suo apice in occasione del Seminario del Centro Studi incentrato sull’uomo Lion portatore di valori e di ideali. Se condividiamo che i Lions divengano punto riferimento nella comunità in un rapporto di fattiva collaborazione con le Istituzioni locali, è necessario che le attività dei Clubs siano concretamente orientate verso questo obiettivo. Non più in un’ottica di sporadici finanziatori o partner occasionali ma come condivisione di programmi, di progetti, di iniziative, di interventi tesi a rimuovere le cause delle difficoltà e dei bisogni presenti nella Comunità. Voglio ricordare che esiste una Fondazione che tutto quanto riceve destina ad interventi umanitari nelle nazioni in via di sviluppo ed è considerata la prima ONG al mondo per adempimento, adattabilità e responsabilità: è la LCIF. In occasione dello spaventoso terremoto che ha colpito l’aquilano nel mese scorso, la LCIF il 6 Aprile ha assegnato al nostro Distretto l'Emergency Grant per gli interventi di prima emergenza. Lo slancio generoso, gli aiuti e la disponibilità dei Lions di ogni parte d'Italia nei confronti delle popolazioni colpite dal terremoto hanno reso evidente, in questa occasione, la vocazione al servizio e l'adesione più piena al Codice dell'Etica. Come all’inizio del mandato, ancor più oggi ritengo fermamente che dobbiamo rendere più incisiva la nostra azione di servizio, rafforzare la nostra posizione culturale, rappresentare un punto di riferimento per tutti coloro che si dedicano al servizio per migliorare la propria comunità. Mi compiaccio della piena adesione da parte del Presidente Gianessi e del Club Rimini Malatesta agli ideali del Lionismo manifestata indubbiamente attraverso la qualità e l’efficacia del service “Vincere la sordità”. Vi ringrazio per aver operato con la sapienza del cuore». Prende la parola anche il dott. Calabrese che, dopo aver fatto riferimento all’iter postoperatorio della riabilitazione e ringraziato il Club per il sostegno che la consentirà al massimo livello, ci presenta Davide che ringrazia tutti, ma soprattutto colui che, per lui, è ormai diventato semplicemente Paolo, un amico. 61 Vita di Club n.3 Davide e il dott. Enzo Calabrese. Durante la serata si è effettuata, oltre alla celebrazione della charter, la complessa cerimonia della consegna delle Chevron di anzianità (20-25 anni) e di assiduità (il 100%), degli attestati di merito che sono andati innanzi tutto agli sponsor del service, ai soci più collaborativi, alle signore più impegnate. Poi è venuto il momento del Passaggio delle cariche: Paolo Gianessi cede il posto ad Antonio Galli che prende il testimone, ovvero lo storico collare dei Presidenti, e dimostra subito nel suo intervento di essere pieno di buoni propositi. Uno scrosciare di applausi gli augura un proficuo anno sociale. A Rosanna Nicolini va la medaglia ricordo del Club, consegnata da Simonetta Tercon. Rosanna, a nome del Club, accoglie con un bouquet di fiori Floranna Galli. Antonio e Floranna offrono una stupenda rosa rossa alle signore presenti; una nota di galanteria e di gentilezza chiude dunque la festosa conviviale, mentre il neo presidente suona la campana. Alcuni momenti della charter: ascolto degli Inni americano, europeo, italiano; il passaggio delle cariche; Paolo Giulio Gianessi e Antonio Galli, i due ultimi Presidenti; il Governatore Achille Ginnetti e il primo Presidente Stefano Cavallari, socio fondatore del LIONS CLUB RIMINI MALATESTA. 62 Vita di Club n.3 «Sono da pochi istanti Presidente e già sento il peso di un compito non facile. Ringrazio tutti gli amici che mi hanno voluto gratificare di questo grande onore. Prendo l’incarico come un servizio per gli amici e per il club. Ora non presento programmi anche se ho chiare le linee da seguire: vorrei che Rimini, sconosciuta alla maggior parte dei Riminesi, venga rivelata. La scopriremo insieme». Il neo presidente Antonio Galli presenta la sua squadra: IL DIRETTIVO 2009 - 2010 Approvato con delibera del 20 maggio 2009 ANTONIO GALLI – Presidente PAOLO GIULIO GIANESSI – Past Pres. ELIO BIANCHI – 1° Vice Presidente ROBERTO MORBIDI – 2° Vice Presidente ROBERTO MORBIDI – Segretario MARIO GORI – Tesoriere PIETRO GIOVANNI BIONDI - Cerimoniere SALVINO LA PLACA – Censore EGIDIO AGUTI – Consigliere MARIO ALVISI – Consigliere GABRIELE ZANINI – Consigliere Commissione soci EMILIO BALDINI (presidente), MASSIMO MANCINI, MAURO TERCON Revisori dei conti SERGIO DE SIO, NEVIO ROSSI, GIANFRANCO SIMONETTI Probiviri STEFANO CAVALLARI, MARIO DE GIAMPIETRO, FERNANDO SANTUCCI Responsabile Informatico ERWIN FEDUZI Addetto stampa LILY SERPA 63 Vita di Club n.3 Dall’articolo “La ceramica. Parte 1ª Duecento e Trecento” di Giuliana Gardelli Fig. 22 - Neri da Rimini, foglio di Antifonario, 1300. Venezia, Fondazione Cini, inv. N. 2030.