Dall’articolo “La ceramica. Parte 1ª Duecento e Trecento” di Giuliana Gardelli
Fig. 18 - Neri da Rimini, Antifonario del tempo, c.128r: Decollazione del Battista,
pergamena, sec. XIV inizio. Londra, Collezione Amati.
[email protected]
Collaboratori del 3° numero, anno 2008/2009
Mario Alvisi - Ilaria Balena - Andrea Bianchi - Pietro Giovanni Biondi
Ortensio Cangini - Angelo Chiaretti - Domenico Colaci - Gisella Conca
Marina Della Pasqua - Franca Fabbri Marani - Giuliana Gardelli - Achille Ginnetti
Paolo Giulio Gianessi - mons. Francesco Lambiasi - Anna Mariotti Biondi
Roberto Morbidi - Umberto Moretti - Franco Palma - Manuela Palmucci
Loretta Raggini - Fabio Robbiati - Monica Sardonini - Isabella Serra Annarella
Rebecca Vallejo Fambrini
Progetto grafico e impaginazione
Anna Mariotti Biondi
Fotografie
Mario Alvisi
Vita di Club
Anno lionistico 2008 – 2009
Numero 3
Rivista del Lions Club Rimini - Malatesta
SOMMARIO:
Incontri
Conferenze
Conviviali
Servizi
Viaggi
Curiosità
Novità
Ricordi
Arte
Musica
Poesia
Amicizia
Solidarietà
Mostre
Musei
Gastronomia
Posta
Attualità
Chiacchiere
Pensieri
Brevi
Lionismo
Anniversari
Ospiti
Atmosfere
Nostalgie
Progetti
4
5
6
9
La pagina del Presidente
La voce del Governatore
Rimini service
Pensieri&Parole
11
13
15
20
21
23
24
29
Meeting
Arte in Mostra
34
35
37
39
41
43
45
46
48
49
51
55
57
59
60
Mondo Lions
Service
Arte malatestiana
Inserto
Arte e Letteratura
Rimini provincia
Curiosità alvisiane
Itinerari
Storia in Mostra
Arte in Mostra
Meeting
Mondo Lions
Itinerari
Meeting
Ieri e oggi: a tavola
L’angolo dello sponsor
Meeting
Il Commiato
Tragedia nel cuore del paese
La voce del silenzio
Il mondo in un libro
Narrare… in erba
I pilastri del cambiamento
Sogni neoclassici
Incontro con l’armonia
Cani guida
Un poster per la pace
Premio “Morena Ugolini”
Lo spirito del Premio
La ceramica
La ceramica d’uso, d’arte, di politica, di
fede
Cent’anni di Futurismo
Valmarecchia & Romagna
Signori, in carrozza!
Val di Teva
Il farsetto
A Ravenna
Arte e Musica
Violino: arte e tecnica per un mito
Zehut
Il carro d’oro
S. Paolo
Cibus et potio
La cucina mediterranea
29ª Charter Night
LA PAGINA DEL PRESIDENTE
IL COMMIATO
LA SODDISFAZIONE DEL RISULTATO
Cari amici Lions,
l’avventura iniziata l’anno scorso a Villa “I
Tramonti” con due neo eletti, il governatore
Achille Ginnetti ed io, si chiude oggi con le
stesse persone che passano i poteri al nuovo
governatore Suzzi ed al nuovo presidente,
l’amico Galli, con un particolare importante, il
nostro governatore Ginnetti è stato eletto alla
carica più prestigiosa del Lionismo italiano:
presidente del Consiglio dei Governatori.
Essere presidente di un club Lions è un onore ed
un onere, un compito che ho assunto con
orgoglio e dedizione, cercando di attenermi a
quelli che sono gli scopi dell’etica lionistica,
spero di esserci riuscito.
Ringrazio tutti i soci ed in particolare il Direttivo
che mi ha “sopportato” per tutto quest’anno. In
questo anno difficilissimo ed affascinante nello
stesso tempo, assieme a tutto il direttivo abbiamo
organizzato meeting importanti, come la serata
della Rimini calcio, il concerto di primavera al
teatro Novelli, il bingo all’hotel Holiday Inn, il
meeting col Vescovo e sabato 27 giugno una
cena di pesce con la partecipazione di oltre 200
persone e una lotteria a premi con 3.000
tagliandi venduti. Abbiamo realizzato service
importanti come: cani guida, poster della pace,
premio poesia Morena Ugolini, contributo a
Casa Sant’Anna (centro di prima accoglienza per
ragazze madri), contributo al centro polivalente
di Cervia, ai terremotati dell’Aquila, Corri per
chi non può, il premio Alvisi con una borsa di
studio ai due migliori geometri dell’Istituto
Belluzzi, premio Vitale ai due allievi più
meritevoli dell’Istituto Musicale Lettimi, la
nostra rivista Vita di Club, abbonamento a
cinque ragazzi per la sagra Malatestiana
nell’ambito del progetto del Comune di Rimini,
denominato “Mèntore”. Tuttavia il service più
importante ed impegnativo è stato “Vincere la
sordità”, cioè l’applicazione dell’impianto
cocleare ad un
giovanissimo con gravi problemi di udito.
L’intervento è stato effettuato nel nostro
ospedale, il quale è l’unico abilitato nella
Romagna per questi interventi, il 29 maggio
scorso dai dott. Enzo Calabrese, Claudio Cola e
Daniele Farneti, coadiuvati dalla loro équipe.
L’intervento, riportato anche dai media cittadini,
ha avuto esito positivo, tant’è vero che Davide, il
quattordicenne operato, è stato con noi alla
Charter assieme alla sua famiglia. Questo service
così importante sotto l’aspetto sociale ed oneroso
sotto quello finanziario è stato possibile
realizzarlo grazie all’impegno di tutti i soci del
nostro club, ai quali rivolgo un grazie grande,
grande, grande. Un saluto ed un ringraziamento
particolare a tutti gli sponsor-amici che hanno
contribuito in modo determinante alla
realizzazione di un evento così importante, non a
caso un Service così oneroso non è stato mai
fatto prima da nessun club del nostro distretto.
La somma raccolta di 50.000 € (circa cento
milioni delle vecchie lire) verrà destinata al
servizio di Audiologia Foniatria e verrà utilizzata
per istituire una borsa di studio per un
logopedista; questa è la figura professionale più
importante che collabora con il medico
Audiologo nella fase di selezione e riabilitazione
dei bambini con l’impianto coclearie. Quindi il
nostro service non finisce con Davide, ma ha una
continuazione con tanti altri bambini, i quali
avranno sempre qualcosa di noi, qualcosa del
club Rimini Malatesta, qualcosa di… We Serve,
noi serviamo.
Amici,
permettetemi
un
ringraziamento
particolare alla mia compagna Rosanna e al mio
gemello Nino Biondi, per la loro dedizione e
assistenza. Ancora un grazie veramente sentito a
tutti Voi ed un grande in bocca al lupo all’amico
Antonio.
Paolo Giulio Gianessi
4 Vita di Club n.3
LA VOCE DEL GOVERNATORE
TRAGEDIA NEL CUORE DEL PAESE
I LIONS E L’EMERGENZA IN ABRUZZO
Carissimo Lion,
giungono numerosissime da ogni parte del
Distretto le disponibilità di moltissimi Lions nei
confronti delle persone colpite dal terremoto,
viene fuori prorompente la nostra vocazione al
servizio e la piena adesione al Codice dell'Etica.
Complimenti e grazie a quei Clubs che a poche
ore dalla mia mail hanno già versato la somma
corrispondente a quanto proposto! In questa fase
è importante incentivare al massimo la raccolta
fondi per interventi di ricostruzione che, tutti
insieme, andremo ad individuare e a realizzare
come Lions Italiani. Per la prima emergenza
abbiamo reperito oltre 2000 coperte richiesteci
dalla Protezione Civile, delle quali 400 donate
dal Lions Club toscano “Poggio a Caiano Carmignano Medicei”, mentre da mercoledì
scorso sono iniziati gli aiuti alle popolazioni
sulla costa (oltre 15 mila persone) che
effettivamente hanno bisogno di tutto e di più. I
Clubs abruzzesi e delle province di Fermo e
Ascoli Piceno si
sono attivati in
collaborazione
con
le
associazioni di
volontariato che
coordinano gli
interventi.
Naturalmente
sono moltissime
anche
le
iniziative
“ad
personam” che
5 Vita di Club n.3
vengono realizzate in tutte le realtà. Stiamo
acquistando beni e materiali principalmente
presso aziende o ingrossi a prezzi
superscontati, queste spese sono coperte
dall’Emergency Grant della LCIF (10 mila
dollari) e da fondi propri del nostro Distretto. Per
l’acquisto delle coperte abbiamo utilizzato parte
del fondo di primo intervento che il Distretto 108
TB (Emilia) ci ha messo a disposizione.
Ribadisco che le somme raccolte dai Clubs
dovranno andare a progetti di ricostruzione. Ti
informo che giovedì scorso è stato consegnato il
primo dei tre containers donati dal Lions Paolo
Maracci, socio del L.C. di Osimo, che saranno
adibiti ad uffici, collocati nel piazzale
dell’Ospedale. Sempre giovedì ci sono arrivati
2700 paia di occhiali per adulti e bambini donati
dal Centro Nazionale Lions Occhiali Usati, dalla
Fondazione Luxottica e dagli ottici Argovision
della provincia di Chieti. Abbiamo predisposto
una postazione per la distribuzione degli occhiali
a quanti saranno inviati dall’Unità mobile di
Oculistica dell’Ospedale dell’Aquila. Si informa
inoltre che a fronte delle numerose offerte di
aiuti, a volte eccessive, la Protezione Civile
richiede un elenco dei beni che si intende donare
che verranno richiesti solo se serviranno
altrimenti rimarranno in carico al potenziale
donatore. Ritengo che come Distretto non
possiamo entrare in questo meccanismo a meno
che non ci siano dei Soci produttori di beni che
mettono a disposizione i loro prodotti. Domani
mattina, domenica di Pasqua, insieme al
Governatore del Distretto 108 AB Nicola
Tricarico e ad altri Soci Lions pugliesi che
porteranno in dono 1000 uova di cioccolato,
saremo nei campi di Piazza d’Armi e Coppito
per consegnarle ai bambini. Anche se non sarai
presente fisicamente, anche tu sarai lì con me
con i tuoi sentimenti di vicinanza e solidarietà.
Cerchiamo di essere Lions “con la sapienza del
cuore” per riappropriarci della nostra più
autentica identità di servizio e di solidarietà nei
confronti del prossimo.
ACHILLE GINNETTI
11 aprile 2009
RIMINI SERVICE
LA VOCE DEL SILENZIO
E LA PIENEZZA DEL VUOTO
Il service “Vincere la sordità” ci porta a conoscere la felicità espressa attraverso il silenzio.
di MARIO ALVISI
Q
uesto titolo l’ho trovato sulla nostra
rivista nazionale The Lion. Pensavo che
avesse attinenza con la sordità, da cui
prendere qualche spunto operativo.
Invece parlava di etica della comunicazione.
Comunque mi piaceva. L’ho fatto mio proprio
perché si abbinava perfettamente a quanto ora vi
racconto. Il nostro Presidente Paolo Giulio
Gianessi e tutti noi siamo stati impegnati,
nell’anno sociale appena concluso, nella ricerca
di fondi economici per il progetto “Vincere la
sordità”,
che
ha
ottenuto
un’ampia
partecipazione di donatori e una impegnativa
attività dei Soci, fino a consentirci di raggiungere
lo scopo di dare ad un giovane ragazzo
sordomuto la possibilità di poter parlare. Nel
numero precedente vi avevo parlato dei segni e
dei linguaggi usati nella comunicazione fra sordi
introducendovi nel mondo della sordità non
come menomazione fisica, ma come possibilità
reale e concreta per “vivere una vita normale”.
Come tutte le problematiche che ci coinvolgono,
6 Vita di Club n.3
in modo particolare come Lions protagonisti
verso il prossimo (“leader globali nella comunità
e nel servizio umanitario” come detto dal nostro
Governatore Achille Ginnetti) ho voluto
personalmente sondare e conoscere alcune
testimonianze sulla vita delle
persone
affette
da
sordità.
L’occasione mi è stata data da una
manifestazione
promossa
e
organizzata dall’Ente Nazionale
Sordi di Rimini, pubblicizzata
nella mia chiesa parrocchiale.
Quello che però mi ha incuriosito
maggiormente,
oltre
alla
conoscenza più approfondita di
quel mondo, è stato il fatto che
veniva
rappresentato
uno
spettacolo
teatrale,
sì
una
commedia, dal titolo “Il mondo
della felicità”, opera del Teatro in
lingua italiana dei segni e recitata
dalla compagnia teatrale “La Voce
del
Sssilenzio”
(proprio con tre
esse!). Essendo il
teatro parrocchiale
vicino a casa mia,
decido di andare.
Mi accingo ad
entrare con una
certa cautela, non
sapendo
come
comportarmi,
in
quanto non ero
preparato
ad
affrontare
questo
mondo sconosciuto.
Avevo paura di trovare all’ingresso qualche
persona con la quale mi sarebbe stato difficile
parlare e spiegare perché io, udente, volevo
vedere lo spettacolo. Difatti così è stato. Vengo
fermato da due persone vicino ad un tavolino con
fogli, depliants, bigliettini da visita e la classica
scatola per le offerte. Cercano di parlarmi
credendomi uno spettatore sordo, ma io i loro
gesti non li capisco (imparerò più tardi del loro
modo di comunicare con la lingua dei segni).
Sono veramente imbarazzato. E provo un senso
d’impotenza. Ma non cedo all’impulso
d’andarmene. Il conoscere
mi costringe a
restare. Con un po’ d’ impaccio, un po’ di
coraggio, qualche gesto e facendo vedere la mia
cara amica macchina fotografica chiedo se c’è
qualcuno che parla la mia lingua. Con gesti, urla
gutturali (mi scuso, ma non so proprio come
esprimermi) e quant’altro, riescono a trovare un
signore di una certa età che in qualche maniera
riesce a comunicare con me. Gli spiego il motivo
della mia curiosità, il nostro interessamento per
far vincere la sordità ad un
ragazzo, e
il desiderio di
raccontare la loro storia sulla
nostra rivista. Alla fine della
difficile e lunga conversazione
(non avevo mai fatto tanti gesti
con le mani e con la bocca) mi ha
presentato ad una giovane signora
che dicendomi, nella nostra lingua:
“ho dimenticato una cosa, scappo
a prenderla e poi ci sentiamo”, mi
ha lasciato sgomento. Mi son
trovato solo in una sala
praticamente quasi vuota. C’erano
gli inservienti e gli addetti
all’organizzazione che, da come
gesticolavano
ed
emettevano
suoni, erano tutti
dei sordi. Con loro
si aggirava, quasi
smarrito come me,
un uomo di mezza
età che mi si
avvicina,
forse
vedendomi
spaesato o forse
perché mi avrà
visto qualche volta
alle
messe
domenicali, e si
presenta come il
custode del teatro.
Con aria miracolata, mi dice: “ho visto le prove,
è una cosa incredibile, pensi, ballano anche;
come facciano proprio non lo so, ma ballano
anche bene!”. Sapevo che le persone portatrici di
deficit sviluppano un forte carattere creativo, non
fosse altro per realizzarsi in qualche modo, ma
pensare che un sordo possa interpretare la
musica e ballare mi trovava esterrefatto. Che
dire? Un motivo di curiosità in più per restare,
anche se dalle premesse mi era già venuta la
voglia di andarmene. E ho fatto bene. Perché,
mano a mano che passavano i minuti la sala si
andava riempiendo fino a diventare tutta piena
con un frastuono inimmaginabile. Abbracci,
gesti, volti allegri come in una festa
matrimoniale, e, in modo particolare, un
frastuono enorme frutto di tante parole “ululate”
7 Vita di Club n.3
“smozzicate” “gutturalizzate” contrassegnate
velocemente dai gesti delle mani. Era, come
diceva la locandina dello spettacolo, “Il mondo
della felicità”. Incredibile. Rimango sbalordito,
intontito,
sfasato,
sorpreso,
incuriosito,
sbigottito.
Una
somma
di
emozioni
indescrivibili. Nel vedere tutta quella folla in
movimento avevo l’impressione di essere stato
sballottato in un mare in tempesta; un temporale.
Io che ci facevo là in mezzo? Nessuno mi
avvicinava, mi parlava, s’interessava della mia
presenza, di uno che non partecipava al loro
mondo. D’altra parte la sordità non si vede, è
riconoscibile
solo
al
momento
della
comunicazione. Quindi non essendo in grado di
comunicare con il loro linguaggio non poteva
esserci contatto. Perciò, quatto quatto, per paura
di fare delle gaffe con quelli che erano attorno a
me, e gravato di un senso d’impotenza, mi sono
defilato dietro ad una colonna
in attesa
dell’inizio dello spettacolo e con la macchina
fotografica non ben in vista per paura di essere
rimproverato. Il buio che scende in sala mi toglie
da ogni imbarazzo. Inizia lo spettacolo nel più
assoluto silenzio. Sul palco, a sipario ancora
chiuso, sale una presentatrice illuminata
dall’”occhio” teatrale. Con mia grande
meraviglia scopro che è la giovane signora con la
quale volevo parlare. Ma lei è “normale”; che ci
fa lassù? Poi capisco che è la “traduttrice”,
quella che sa almeno due lingue: la nostra, degli
udenti, e quella dei segni per i sordi. Annuncia,
spiega i perché della serata, i contenuti dello
spettacolo e presenta gli attori: nonostante la
fatica improba, è velocissima e bravissima. Poi il
palco s’illumina. Sullo sfondo una grande scritta
“Il mondo della felicità”. Inizia la prima scena.
Resto stupito non tanto per la bravura degli
attori, tutti dilettanti e sordomuti, ma per
l’abilità, la creatività e l’impegno con cui essi
coinvolgono gli spettatori che, rumorosamente,
partecipano alle situazioni burlesche e alle
battute (anzi ai segni!). Anch’io vengo trascinato
e immedesimato nello spettacolo sia perché le
finalità sono un inno alla gioia, nonostante la
loro situazione, sia perché, come nei migliori
films d’autore che hanno i sottotitoli, c’è sempre
la giovane signora che, in simultanea, traduce
per noi udenti. Così di scena in scena si sviluppa
una traccia volta a far entrare gli udenti nel
“mondo del silenzio” e i sordi a non estraniarsi
dalla vita quotidiana e a farli entrare nel “mondo
della felicità”, partecipando attivamente alla
normalità della vita quotidiana sfruttando le
proprie capacità intellettuali e professionali.
Arrivo alla fine del primo tempo senza
accorgermene perché tutto teso a vedere, capire
e sentire. Nessuno batte le mani. Solo “ululati”.
Come mai? Sono dietro ad una colonna vicina
alle prime file. Mi sporgo e vedo decine e decine
di mani tutte alzate con le dita che si muovono
velocemente. La sala sembra invasa dalle
farfalle! Incredibile. Uno sciame di “farfalle”
che svolazzano per diversi minuti, uno dei più
gioiosi applausi che mi sia capitato di “udire” in
un teatro! Ma le emozioni si ripetono nel
secondo tempo dello spettacolo. Come mi aveva
anticipato il custode del teatro, e come ci
tradurrà la solita signora, la scena inizia con
della musica (per me, ma per loro?). Non so
come e non saprei come spiegarvelo, gli attori
iniziano dei veri balli, non a casaccio come
burloni per far ridere gli spettatori, ma con senso
del ritmo e le figure adeguate al tipo di musica:
dal tango al valzer e ai balli latino americani.
Uno spettacolo incredibile. Non ho più termini
iperbolici per descrivervi quanto succedeva
davanti a me. Alla fine, come poi accade a tutti
noi trascinati dalla gioia e dalla felicità che
emanano dal ballo e dalla musica, il teatro
esplode in un frastuono inimmaginabile
accompagnato da tanti, ma tanti minuti di
“farfalle” svolazzanti! Quel vuoto che all’inizio
mi aveva tanto spaventato si è riempito di
stupore e meraviglia, perché tutti i presenti (fra
loro anche un ospite d’onore Sua Eccellenza
Monsignor Francesco Lambiasi e un sacerdote,
parroco di Misano, che una volta al mese dice
messa per loro) mi hanno fatto fare un viaggio
meraviglioso “nella città invisibile”, come loro
stessi chiamano la comunità dei sordi. Se il
nostro Lions Club Rimini Malatesta non avesse
organizzato il service “Vincere la sordità”, io
non avrei mai avuto la possibilità di vivere
questa esperienza, diversa, seppur ugualmente
intensa rispetto a quelle vissute nei nostri
precedenti services delle gare di vela per i non
vedenti e quelle del basket in carrozzina per i
disabili. Un piccolo pensiero. Tutto ciò è la
dimostrazione
tangibile
che
la
nostra
Associazione è voglia di fare, dare concretezza ai
progetti e creare emozioni che si traducano in
fattivo operare nel mondo del sociale con quella
“sapienza del cuore” che è il motto del nostro
governatore..
8 Vita di Club n.3
PENSIERI&PAROLE
IL MONDO IN UN LIBRO
L’AVVENTURA DELLA CONOSCENZA
«Non c'è nessun vascello che, come un libro / possa portarci in paesi lontani ,/ né corsiere
che superi al galoppo / le pagine di una poesia./ È questo un viaggio anche per il più povero,/
che non paga nulla,/ tanto semplice è la carrozza / che trasporta l'anima umana.»
Emily Dickinson
di FRANCA MARANI
stata un’emozione ripercorrere attraverso
l’esperienza della mia nipotina Giulia il
percorso incantato che porta alla scoperta
del libro, vederla entrare in quel mondo
magico che cancella la percezione dell’ambiente,
delle presenze, dei suoni, dei colori, per attirare
inesorabilmente in un universo altro, che
appartiene a te solo, dove ti muovi “affatato”,
termine icasticamente insostituibile rubato ad
Andrea Camilleri. È stata una gioia venata di
commozione vederla scegliere spontaneamente
un libro, trascurando cartoni animati e giocattoli,
per immergersi, quasi con avidità, a carpire la
comprensione del testo scritto, ad impadronirsi
della decodificazione necessaria a scoprire
l’anima in esso racchiusa, quell’anima che fin da
piccola la nonna le ha insegnato che i libri
possiedono. Fin da quando era piccina il libro
che la nonna avrebbe letto veniva scelto e
sfogliato quasi con reverenza, proprio perché
dotato di vita interiore, di un’anima, o meglio di
tante anime, da quella dell’autore a quella dei
vari protagonisti, un concentrato di vita, di
sentimenti e pensieri. E se era stato bello
scoprirle attraverso la voce lettrice della nonna,
molto più magica ed affascinante diventava la
scoperta personale attraverso la lettura diretta.
Un tempo questo percorso di approccio alla
lettura era molto più facile e naturale, in quanto
non esisteva la televisione, la comunicazione
tramite immagini della quotidianità, mezzo
espressivo più immediato e meno impegnativo,
meno faticoso e più accattivante, cui ora i
bambini fin da piccolissimi vengono abituati.
Nel mondo di oggi, nella civiltà dell’immagine il
bambino da subito viene abituato a subire il
fascino del linguaggio iconico che scorre veloce
È
davanti ai suoi occhi e che egli assorbe in una
sorta di comunicazione unidirezionale, assai
poco interattiva. Senza alcun dubbio anche la
comunicazione letteraria è unidirezionale, ma
solo apparentemente, in quanto stimola nel
lettore una risposta personale, creativa e
maggiormente riflessiva; le parole si trasformano
in immagini ed entrano in uno spazio
personalmente visualizzato e meditato. Mentre
nel linguaggio iconico appare tutto dispiegato fin
nei minimi particolari, la lettura propone un
approccio diverso e obbliga chi legge a costruire
personaggi, ambientazioni, situazioni, in una
creazione di virtuale realtà visiva; induce inoltre
alla riflessione ed alla meditazione personale,
consentendo di soffermarsi a rileggere, gustare,
approfondire e, magari, trascrivere passi che più
sono entrati nel cuore, in quanto sentiti in
consonanza col proprio sentire o atti a guidare
l’anima e la mente verso pensieri più alti. La
lettura permette di creare un’estensione della
realtà, trasforma il possibile in visibile, un
visibile visto attraverso gli occhi della mente e
del cuore. Se si parla di virtuale, viene spontaneo
pensare alla nascita dei computers, ma così non
è, il virtuale era già esistente e inoltre, in modo
più coinvolgente e più magico, anche se,
paradossalmente, altrettanto tangibile e definito;
la differenza sta nel fatto che la raffigurazione
scaturita dalla lettura apparteneva al lettore in
modo del tutto personale ed unico, in quanto
frutto della sua immaginifica creatività. È
pressoché inevitabile il fatto di restare delusi
quando, assistendo alla trasformazione filmica di
un romanzo che si è letto con passione
palpitando per il contenuto ed accarezzandone le
parole, pare che i personaggi siano degli intrusi,
9 Vita di Club n.3
persone “altre” che nulla hanno a che vedere con
quelle
che
abbiamo
conosciuto
così
profondamente condividendone gli accadimenti,
le emozioni, i pensieri più riposti. Nella vita
dell’uomo il leggere è un dono prezioso ed
insostituibile che, in certo qual modo, ne
scandisce le tappe della crescita interiore; la
lettura è un poliedro dalle mille sfaccettature, è
un caleidoscopio che attira con infinite
suggestioni: curiosità ed ansia dell’incontro,
avidità di conoscere, misteri da svelare,
avventure da sognare, emozioni da provare,
sentimenti e pensieri da scoprire, condividere o
confutare, armonie con cui far vibrare l’animo,
lacrime da versare, risa da far scaturire
tacitamente, sorrisi da centellinare nella
complicità. Rivivendo nell’emozione della
scoperta della lettura da parte di una bimba di sei
anni la stessa emozione da me provata alla sua
età e ricordando il mio percorso di vita fatto di
libri
indimenticabili
ed
indimenticati,
ripercorrendo con la mente i tanti anni in cui ho
insegnato a ragazzi di ogni età ad amare il testo
scritto, mi sono soffermata a pensare quanto sia
importante rendere accattivante l’incontro col
libro, presentarlo come un oggetto vivo e
misterioso, stimolare nei piccoli la curiosità della
decodificazione, condurli nelle librerie per
ragazzi come in luoghi speciali, un po’
misteriosi, dove ad ogni passo si può fare una
scoperta, restare colpiti da qualcosa che ti attrae
e che desideri possedere nel senso più lato del
termine. La lettura è un valore aggiunto, uno
stimolo insostituibile al processo di crescita,
all’arricchimento dello spirito e del linguaggio,
alla promozione della creatività e della capacità
di sognare, tanto importante nella vita dell’uomo
per sollevarsi al di sopra della banalità, della
monotonia del quotidiano, dei limiti, delle
delusioni ed è essenziale che il germe cresca
dentro il bambino fin da piccolo, gli appartenga
da subito per accompagnarlo poi sempre come
valore aggiunto nelle stagioni della sua crescita
fino a divenire compagno privilegiato,
interlocutore, consolatore nella tarda età. La
lettura è un bene preziosissimo, perché è il
superamento del limite del reale, il tempo
dell’anima, il magico dischiudersi di un mondo
che ci consente di attingere all’infinito.
NARRARE…IN ERBA
Le mie riflessioni sono scaturite dalla lettura di un delizioso racconto di una bimba catalana di appena sette anni,
REBECCA VALLEJO FAMBRINI, che, avendo la mamma italiana, sa esprimersi nella nostra lingua con perfetta
correttezza grammaticale ed incredibile ricchezza lessicale. È una bimba che ama molto la lettura; legge tantissimo
non solo per sé, ma anche per il fratellino ed il cuginetto, per renderli partecipi di quella che per lei è una
meravigliosa avventura, che le appartiene a tal punto da averla orientata a scrivere un raccontino dolce, fantastico,
pieno di creatività e sentimento, che le è valso il primo premio al concorso Premio Letterario Saint Jorge 2009
indetto dalla Scuola Elementare Statale “Maria Montessori” che frequenta a Barcellona.
Franca Marani
Prosciutta è scomparsa!
C'era una volta sul pianeta Marte uno scoiattolo di nome
Prosciutta che stava
mangiando una ghianda bianca su un albero viola. Un
giorno la mamma era
andata a fare una gita con i suoi tre figli, Nocciola,
Napola e Prosciutta.
Prosciutta, che era molto golosa, vide una ghianda deliziosa e si allontanò dalla mamma per
prenderla. Una astronave che passava le diede una spinta e Prosciutta precipitò sulla Terra e
gridò: "Aaaaah!!!" Per fortuna cadde su un albero e disse: “Sto sognando o non sto
sognando?” Mentre parlava dei cacciatori arrivarono e cominciarono a inseguirla. Prosciutta
scappò ed entrò nell'Hotel Pin. Mangiò tutte le merende dei turisti e si addormentò. La
mamma quando arrivò a casa, per essere sicura, contò i figli: "Uno, due e dov'è
Prosciutta?". Allora andò su Saturno e chiese agli elefanti rosa: "Avete visto Prosciutta?" "Sì, è
sulla
Terra". Siccome la mamma non poteva stare con i due bimbi, chiamò un canguro verde per badare a loro.
Andò sulla Terra, ritrovò Prosciutta e tornarono insieme su Marte aggrappandosi alla coda di una cometa. E fu il pianeta
più strano del mondo.
Rebecca Vallejo Fambrini
10 Vita di Club n.3
MEETING
I PILASTRI DEL CAMBIAMENTO
I VALORI, LA STRATEGIA E LE AZIONI
Protagonisti del meeting del 12 maggio all’Holiday Inn due esperti di Economia aziendale, cofondatore di Hyndra,
Scuola di FormAzione: la prof. Gisella Conca (È laureata in Economia Aziendale presso l’Università Bocconi, dove
ha insegnato Strategia e Politica Aziendale, docente all’Università Carlo Cattaneo LIUC e Visiting Professor presso
l’Università Hitotsubashi di Tokio. Vanta esperienze di alta formazione, ricerca e consulenza di direzione per diverse
aziende e organizzazioni nazionali e internazionali. Ha pubblicato una serie di libri di management per Il Sole 24Ore
in Italia e per Goal QPC in America.) e il dr. Fabio Robbiati (Laureato in Economia e Commercio presso l’Università
Cattolica ha frequentato il Master “Strategia Vincente” presso la Columbia University di New York. Ha ricoperto ruoli
dirigenziali presso primarie aziende italiane ed estere di servizi e industriali, dove ha lavorato per oltre 20 anni.
Conduce con successo gruppi di lavoro nell’ambito di operazioni di riorganizzazione aziendale finalizzati al recupero
di efficienza e alla gestione del cambiamento. La conversazione, iniziata con alcune domande di autodiagnosi per le
aziende e i professionisti rivolte ai soci del Club per aiutarli a comprendere in parte il proprio posizionamento
competitivo, è proceduta serrata e interessante per ore sia per la brillante dialettica dei relatori che ha reso
comprensibile il tema anche ai non addetti ai lavori, sia per l’incalzare degli interventi. Ne riferiamo una sintesi ad
opera degli stessi relatori.
di GISELLA CONCA – FABIO ROBBIATI
L’
economia globale è entrata in una
fase recessiva, i cui contorni e la
cui evoluzione, nessuno oggi sa
definire. Le crisi d’impresa ci
sono sempre state, non è una novità!
«…Uno stato di crisi è la conseguenza
dell’accumularsi di risultati sfavorevoli di
gestione, dovuto all’incapacità del gruppo
imprenditoriale e manageriale di governare i
complessi rapporti tra le dinamiche esterne
ambientali e quelle interne aziendali.» Sergio
Sciarelli, “La crisi d’impresa”, 1995.
Le scelte che gli imprenditori e i leader dovranno
intraprendere in questi anni sono e saranno
importanti e decisive per il futuro delle
organizzazioni. Per tale ragione è necessario
ripensare a come condurre le attività e il business
in modo nuovo e in tempi rapidi.
Può risultare vincente introdurre novità quali
farsi assistere da professionisti esperti innovativi,
orientati ai risultati, capaci di creare valore
aggiunto per l’organizzazione, le persone e il
mercato.
L’importanza dell’attenta gestione delle persone
e dei clienti in tempo di crisi è uno dei temi
chiave da cui partire per non perdere terreno.
Hyndra ha realizzato con successo importanti
interventi in primarie aziende negli ultimi dieci
anni, frutto di costanti ricerche presentate sia a
livello nazionale sia all’estero. I casi di successo
sono stati pubblicati su sette libri.
Le ricette anticrisi, da noi illustrate come
opportunità
strategiche
a
disposizione,
riguardano
le
aziende
che
decidono
deliberatamente di investire su se stesse,
puntando a diventare:
1) leader nella gestione dei clienti, 2) leader nei
margini di guadagno (e non necessariamente nei
fatturati), o 3) leader nell’innovazione. Le tre
ricette ovviamente non si escludono l’una con
l’altra ma possono essere somministrate in
successione o alternate.
Hyndra è un’organizzazione che offre servizi
innovativi
di
consulenza
strategica
e
specialistica, alta formazione e coaching orientati
al raggiungimento di obiettivi sfidanti.
I Servizi offerti sono:
- Consulenza di direzione sulla strategia
realizzata dai Clienti e identificazione di un
modello di business vincente avente al centro la
differenziazione e l’innovazione.
- Attività di diagnosi manageriale rispetto alle
dimensioni dell’eccellenza, attraverso l’utilizzo
di strumenti innovativi creati per ottenere
risultati in tempi brevi.
- Interventi per lo sviluppo delle relazioni tra
l’azienda Cliente e i propri Clienti, in tutti gli
aspetti del ciclo di vita – dall’analisi delle
11 Vita di Club n.3
esigenze, all’erogazione dei servizi, all’indagine
di soddisfazione fino alle azioni di
consolidamento del rapporto con i Clienti.
- Progetti di sensibilizzazione e realizzazione
dell’innovazione sistematica attraverso una
metodologia scientifica semplice, applicabile a
tutti i settori merceologici e focalizzata sul
raggiungimento del miglior risultato.
- Progetti di rilancio aziendali, di settore e
territoriali rispettosi delle dimensioni efficienza e
sviluppo delle competenze delle persone.
L‘obiettivo di Hyndra è lo sviluppo del business
delle aziende Clienti tramite il trasferimento di
conoscenze manageriali applicate a progetti
specifici.
Tale sviluppo è raggiunto attraverso: l’ascolto
del Cliente, l’intervento specifico, l’analisi dei
risultati
ottenuti,
il
miglioramento
e
l’identificazione delle prospettive future.
I nostri valori sono:
1. Abbiamo nel cuore le esigenze del nostro
Cliente.
2. Crediamo nei dettagli che fanno la differenza
e nelle risorse immateriali.
3. Costruiamo il vantaggio competitivo con la
leva dell’Innovazione.
4. Organizziamo servizi efficienti per competere
nell’Era della velocità.
5. Siamo orientati ai risultati.
12 Vita di Club n.3
ARTE IN MOSTRA
SOGNI NEOCLASSICI
LA SCULTURA IDEALIZZANTE
Il Canova è l’ultimo artista italiano ad aver svolto un ruolo centrale nella cultura
europea. Nelle sue sculture l’artista veneto espresse l’idea di un equilibrio e di
un’armonia, tipici del neoclassicismo, che rappresentassero una idealità nella
quale le passioni e le angosce umane potessero trovare un superamento, in
una idealizzazione formale che pervade anche i suoi monumenti funebri, da
alcuni giudicati i suoi lavori più significativi. Forlì gli dedica la mostra: Canova.
L’ideale classico tra scultura e pittura (Forlì, Musei San Domenico), che il
Club ha visitato il 4 aprile 2009. Lasciamo la parola alla nostra competente e
piacevole guida.
di ANDREA BIANCHI (operatore museale e guida)
L
a mostra dedicata ad Antonio Canova
intende offrire una vasta panoramica
sull’arte del maggior esponente del
Neoclassicismo italiano, considerato
già dai suoi contemporanei come il più grande
scultore di tutti i tempi, perfino superiore al
sommo Fidia. L’impianto senza
dubbio originale di questa
rassegna consiste nel presentare
numerosi capolavori dell’artista a
diretto confronto con le opere di
insigni scultori e pittori della sua
epoca, direttamente influenzati
dalla potenza espressiva della
bellezza e della grazia che
Canova sapeva infondere alle sue
creazioni. Non è un caso che sia
stata scelta Forlì come sede per la
mostra: la città, infatti, custodiva
ben tre originali del Canova,
realizzati per personaggi locali. Il
più famoso è l’ultimo esemplare
dedicato alla figura di Ebe, dea
della giovinezza e coppiera degli
dei, che Canova eseguì per la
contessa Veronica Guarini tra il
1816 e il 1817 e ora di proprietà
dei musei civici. La leggerezza
del corpo, avvolto in una sottile
veste fluente e quasi trasparente, si unisce a un
manifesto impulso dinamico che carica di vita
questa immagine. Non mancano elementi
“pittorici”, che esaltano la bellezza della
fanciulla, quali la collana e il nastro fermacapelli
entrambi dorati, che dimostrano il virtuosismo
tecnico dello scultore. In mostra, la versione
forlivese
viene
direttamente
accostata
all’esemplare
proveniente
dal
Museo
dell’Ermitage di San Pietroburgo,
realizzato tra il 1800 e il 1805 per
Giuseppina
Beauharnais
poi
acquistato dallo zar Alessandro I
e
trasferito
successivamente
nelle
collezioni
russe. Notevole è
anche la presenza,
accanto a Ebe, del
funambolico
Mercurio
di
Giambologna,
opera in bronzo
del 1580 circa,
che rivela il senso
della sospensione
e del movimento
audace
della
struttura corporea. Prima di Ebe,
tuttavia, Canova aveva eseguito
nel 1814 la Danzatrice con il
dito al mento, per il banchiere
Domenico Manzoni, consegnata solo nel 1818
dopo la morte del banchiere stesso. Di questa
scultura si sono perse le tracce dopo la vendita
13 Vita di Club n.3
da parte della vedova a un nobile russo nel 1830.
In mostra è presentato il modello originale in
gesso proveniente dalla Gipsoteca di Possagno, il
paese natale di Canova, nel quale era nato nel
1757. In memoria del defunto Manzoni Canova
scolpì una stele funeraria, posta tuttora
all’interno della chiesa della Santissima Trinità a
Forlì.
La ricerca artistica di Canova si mantiene
costantemente rivolta alla rappresentazione della
bellezza e della verità della natura tramite forme
aggraziate e armoniche, che rivelano la
straordinaria capacità di saper
infondere al marmo la
“morbidezza”
del
vivo
incarnato. A questo proposito
la Venere Italica, posta nella
Tribuna degli Uffizi nel 1812
in sostituzione della Venere
Medici requisita dai francesi,
esprime pienamente la vitalità
e la sensualità del corpo
femminile, al punto da avere
suscitato notevole meraviglia in Ugo Foscolo che
la descrisse come “bellissima donna”,
perfettamente adatta a far immaginare a chi la
ammira “il Paradiso su questa terra”. Può
apparire strano il fatto che Canova avesse
indicato come “erede” un pittore, Francesco
Hayez, celebre per avere realizzato Il bacio della
Pinacoteca di Brera in piena epoca romantica.
Ma in effetti Hayez dimostra in dipinti come
Aiace d’Oileo naufrago o Rinaldo e Armida,
entrambi esposti, di avere assimilato lo stile di
Canova, nella resa dinamica e vigorosa del
guerriero greco o nella grazia e pienezza
dei corpi dei due amanti abbracciati, con
grande attenzione anche alla pittura di
Tiziano. A dimostrazione di come l’ideale
classico, tanto ricercato dagli artisti vissuti
tra Settecento e Ottocento, potesse
assumere, grazie all’influenza esercitata da
Canova,
anche
connotazioni
più
sentimentali e “umane”, aprendo così la
strada al moderno concetto di espressione
artistica.
Antonio Canova, Venere italica, Eros e Psiche, La Maddalena, Amore
e Psiche stanti.
Gaspare Landi, Venere e Adone
Francesco Hayez, La Maddalena.
14 Vita di Club n.3
ARTE IN MOSTRA
INCONTRO CON
L’ARMONIA
A PALAZZO MILZETTI
A Faenza il 4 aprile una full immersion nel Neoclassico.
di ANNA BIONDI
A
rriviamo a Faenza dopo aver
ammirato a Forlì l’ideale neoclassico
di perfezione declinato nelle forme
più varie (marmi, gessi, bassorilievi,
bozzetti, dipinti e disegni) e con risultati
straordinari di bellezza assoluta, di equilibrio e di
armonia, dal moderno Fidia, Antonio Canova.
Siamo convinti di non poter vedere niente di più
bello nella mostra pomeridiana, in quanto i nomi
in locandina non ci dicono proprio niente:
“L’officina neoclassica. Giani e Minardi
dall’Accademia de’ Pensieri all’Accademia
d’Italia” è il titolo di quello che crediamo un
riempitivo per finire la giornata canoviana.
Quindi del tutto ignari di quello che vedremo ci
troviamo a via Tonducci nel cuore della città su
un decumano minore. Lungo il primo tratto della
via ci appare una quinta scenica di straordinario
impatto che predomina su tutti gli edifici intorno,
persino la Chiesa dei Terziari Francescani, pure
importante, è molto più piccola. È Palazzo
Milzetti, oggi Museo Nazionale dell’Età
Neoclassica in Romagna, massima espressione
europea del clima culturale che coincide con la
parabola artistica del Canova. Leggeremo in
seguito: Palazzo Milzetti «… è talmente bello da
lasciare interdetti coloro che, sciaguratamente,
non l’hanno mai visto» (A. Paolucci). Dovevamo
sospettarlo: nelle nostre gite c’è sempre qualche
gioiello prezioso, conservato in segreto,
gelosamente custodito e riservato come un dono
da offrire a chi ha l’entusiasmo nell’anima e la
bellezza negli occhi. Il cognome Milzetti
appartiene ad una famiglia faentina di antica
nobiltà (XV sec.) che si mette in luce
politicamente quando in città arrivano dalla
Francia idee politiche nuove, giacobinismo e
massoneria. Siamo nella fase repubblicana
dell’epopea rivoluzionaria e napoleonica. Dopo
un disastroso terremoto (4 aprile 1781) che ha
lesionato tutta le case di Faenza, compreso il
tardo-cinquecentesco palazzo Milzetti, il conte
Nicola chiama a rifarlo uno dei più prestigiosi
architetti italiani dell’epoca, il faentino
Giuseppe Pistocchi, “eclettico di genio”, che dà
nuova forma alla chiusa facciata esterna,
rendendola più lunga (46,70 m) e asimmetrica (le
distanze tra le finestre non sono uguali, perché
sono state collocate logicamente in rapporto alle
stanze interne, e anche l’ingresso non è in asse
col palazzo perché è stato allineato con la strada
di fronte). La facciata è divisa orizzontalmente in
tre ordini: il primo caratterizzato da grandi
finestre che si appoggiano con basamenti al
livello della strada e sono decorate con bugnato
liscio, il secondo ha finestre decorate tutt’intorno
con bugnato a punta di diamante e caratterizzate
anche dal motivo del "finto balcone". Nel terzo
le finestre, situate nel sottotetto, non
corrispondono all’altezza reale dei solai e sono
molto più piccole, pur sempre ornate col motivo
del finto bugnato, che ritorna, accentuato, nel
portone per farlo risaltare. Pistocchi inoltre
15 Vita di Club n.3
realizza un doppio loggiato nella facciata interna
e imposta gli spazi interni con planimetria a L.
Nel 1796 l'architetto, che non fa mistero dei suoi
ideali filogiacobini, anche perché la sua parabola
culturale si sviluppa parallelamente alla presa di
coscienza
politica
(dal
classicismo tardo barocco
passa ad un neoclassicismo
irregolare,
libero,
dove
emerge la volontà di rendere
più moderna e funzionale la
situazione urbanistica in cui
si trova ad operare), è
arrestato e imprigionato a
San Leo, e i lavori si
interrompono. Nello spazio
di una sola generazione il
palazzo è terminato: morto
Nicola Milzetti, il figlio Francesco nel 1800
affida la direzione dei lavori a Giovanni
Antonio
Antolini
di
Castelbolognese,
antagonista dichiarato di Pistocchi, non certo per
le idee politiche in quanto anch’egli è mosso da
un fervido spirito libertario e giacobino ed
entrambi lavorano per Napoleone, ma per il
linguaggio architettonico solenne ed austero, che
predilige le forme geometriche essenziali, grandi
e nitidi volumi, profili netti, sobrietà d’ornati,
uno stile cioè più legato al classicismo. Ad
Antolini si deve il grandioso salone ottagonale,
lo scalone di accesso al piano nobile e la parte
destra della facciata interna. Il
palazzo per la solennità acquisita
diviene funzionale alle esigenze di
una carriera politica sempre più
importante; e quando nel 1801
entrano in scena i decoratori, fanno
di questo scrigno architettonico
perfetto il corrispettivo pittorico
della sublime scultura del genio di
Possagno. Le prestigiose sale di
questa residenza vengono decorate,
con risultati straordinari, da Felice
Giani, uno dei maggiori esponenti
del Neoclassicismo italiano, non
però di un Neoclassicismo convenzionale e
stereotipato, ma libero e fantasioso. Citando con
sapienza l’antico (quello colorato e "dionisiaco"
di Ercolano e Pompei) e il moderno
(Michelangelo, Raffaello, Giulio Romano,
Annibale Carracci, suoi ideali maestri), crea un
neoclassicismo personalissimo, vivo, non algido
alla Winckelman, per intenderci. Giani è di
origine piemontese, ma bolognese e romana è la
sua educazione accademica. Nato un anno dopo
del Canova a San Sebastiano Curone, feudo dei
Doria Pamphili in provincia di Alessandria,
morirà un anno dopo di lui nel 1823 dopo aver
terminato la decorazione di palazzo Lambertini a
Bologna, quando sta per
tornare a Roma. A Roma
infatti,
snodo
importantissimo della cultura
che va formandosi a seguito
delle grandi esperienze del
Winckelman che ha riportato
alla luce Ercolano e Pompei,
Giani conquista la fama.
Nella
Roma
che
va
ristrutturando secondo il
gusto neoclassico i suoi
palazzi,
interamente
o
almeno nel piano nobile, come palazzo Borghese
(vi lavorerà anche Giani) e palazzo Ghigi (salone
d’oro), Giani, appoggiato dal principe Doria
Pamphili, lavora inizialmente a palazzo Altieri,
ristrutturato in occasione del matrimonio del
principe Paluzzo Altieri con Marianna di
Sassonia. Egli fa parte di una équipe di pittori
famosi in città, sotto la guida di un dottissimo ex
gesuita Vito Maria Giovinazzi che, avendo
trovato un poema sulle nozze scritto da un Altieri
nel ‘500, ne fa il tema delle decorazioni. Sotto la
sua regia impara a fare ambienti unitari dove il
dialogo tra arti minori e arti maggiori è perfetto.
Dalla bottega di Pompeo Batoni, il
pittore più importante della Roma
rococò, che fa ritratti a mezza Europa,
Giani invece se ne va e inaugura nel
1790 l’Accademia de’ Pensieri, il cui
nome allude al fatto che l’artista,
quando un pensiero gli frulla nella
testa, ha bisogno di fissarlo sulla carta
col disegno. Così fa Giani che è anche
un abilissimo disegnatore, così fa
Canova che è anche disegnatore e
pittore; a Roma, vent’anni dopo, nel
1810, sarà istituita, per volere del
Canova, l’Accademia d’Italia che
vedrà tra i suoi adepti figure come Francesco
Hayez, Pelagio Palagi e Tommaso Minardi,
gloria artistica faentina, caposcuola del Purismo,
i cui magistrali disegni sono nella mostra di
palazzo Milzetti. Così capiamo anche
l’importanza della mostra: una vera officina
neoclassica che ripercorre, attraverso settanta
opere tra dipinti e disegni di altissimo livello,
molti dei quali inediti, le vicende dell'arte
16 Vita di Club n.3
italiana tra la fine del Settecento e la
Restaurazione. Il Giani, grande conoscitore della
storia di Roma, dei poemi omerici e della
mitologia classica, si muove con disinvoltura in
una infinita fantasmagoria di temi, proponendo
una concezione della vita fondamentalmente
serena. A Faenza, città straordinariamente alla
moda, Giani, che nel 1794 vi decora palazzo
Laderchi, ritorna nel 1802 e rimane per tre anni a
palazzo Milzetti, avendo trovato, oltre
all’amicizia del conte Francesco, artigiani che
sapevano tradurre perfettamente le sue idee di
architetto d’interni; infatti lavora con una
organizzatissima équipe che comprende ornatisti,
stuccatori e mobilieri secondo un’idea globale
della decorazione che non tralascia nessun
particolare. Tra i suoi principali collaboratori si
possono ricordare il riminese Antonio
Trentanove e i fratelli Giovan Battista e
Francesco Ballanti Graziani, autori delle
stupefacenti decorazioni plastiche, e Gaetano
Bertolani, autore di raffinatissimi ornati pittorici,
in particolare di bellissime
grottesche. Bertolani, ex
imbianchino, dopo essere
caduto da un’impalcatura,
ha la fortuna di essere ben
curato e di diventare
amico di Giani, con
l’insegnamento del quale
diviene un magnifico
decoratore, e, poiché vive
oltre i novant’anni, fa in
tempo a creare una scuola
che sforna una moltitudine
di
decoratori
che
lavoreranno nelle case faentine. A Trentanove,
raffinatissimo stuccatore, si devono anche tutte
le sovrapporte. La bottega dei Ballanti Graziani
continuerà a lavorare fino ai nostri giorni pur con
altri cognomi perché l’arte familiare sarà
tramandata in linea femminile. La tecnica usata
per la decorazione del palazzo è quella a tempera
su muro, una pittura veloce e brillante, chiara e
luminosa che crea ambienti piacevoli e sereni. Il
soggetto da dipingere viene solitamente
rappresentato in centro con le figure principali,
seguendo con rigore le regole della prospettiva,
e, per dare il giusto contrappeso e una perfetta
distribuzione all’opera, non ci sono parti colme
di figure e parti vuote, anzi spesso un gruppo di
figure in lontananza è utile a sottolineare
l’importanza di quelle in primo piano. Nessuna
descrizione può rendere l’effetto abbagliante di
questo palazzo se non la fisica esperienza di
entrarvi e procedere a testa in su per tutta la
visita e tornare indietro di stanza in stanza non
credendo ai nostri occhi, come ha fatto il
supergruppo del Lions Club Rimini Malatesta
con in testa il suo Presidente. È l’apoteosi
dell’armonia: consolles, specchiere, lampadari,
porte si armonizzano con le pareti e i temi
decorativi riflettono la funzione di ogni stanza.
Felice Giani&bottega decorano in modo superbo
non solo gli ambienti più importanti, ma anche
gli ambienti più piccoli. A pianterreno troviamo
la sala da pranzo, nel cui soffitto c’è l’unica
opera di Giani ad aver sofferto i segni del tempo,
ma si intravede una Cena degli dei. La foglia di
vite è il motivo dominante su porte e pareti; si
tratta di uno dei decori che vanno per la
maggiore nella ceramica faentina tra ‘700 e ‘800,
infatti Giani si avvale dell’aiuto di Pietro Piani,
direttore di una fabbrica di ceramica, dunque
abile a lavorare in punta di pennello. Uno dei
capolavori del pittore piemontese è il bellissimo
antibagno ovale del
pianterreno, "dove il
fondo blu notte delle
superfici fa brillare
nitide
figurette
danzanti,
ghirlande,
cammei e filiformi
candelabri"
(da
"Palazzo Milzetti" di
Anna Colombi Ferretti
in "Faenza, guida alla
città",
1992).
Straordinario l’effetto
“terme
romane”,
spettacolare la cupola con “Il matrimonio di
Poseidone e Anfitrite”; sul fondo scuro
vellutato e brillante perché i colori erano
mescolati con la cera, le coloratissime
decorazioni pittoriche spiccano oltremodo: dalle
elegantissime portatrici d’acqua, ai cigni dal
collo lunghissimo, passando per gli amorini
delicatissimi e leggeri, i nastri tipici della
maiolica, i tralci di fiori e frutta con gli uccellini
che prendono il volo, i meravigliosi candelabri di
fiori e frutta (tutti apporti del Piani). Di stanza in
stanza, tra passaggi e passaggini, alcuni segreti,
arriviamo allo studiolo del conte con una
raffinatissima ebanisteria con tarsie e vetri molati
originali e una finta boiserie con il motivo del
legno reso in punta di pennello. La libreria è una
citazione della biblioteca Piccolomini del
Pinturicchio. Qui nel regno della sapienza è
17 Vita di Club n.3
rappresentata “Atena che incorona di alloro
Apollo” e poi i simboli di tutte le discipline
amate dal conte: Legge, Geografia, Storia,
Agricoltura, ecc. Stupende le scene mitologiche inquadrate tra raffinati motivi ornamentali - delle
sale del piano nobile, che si avvalgono delle
decorazioni plastiche di Antonio Trentanove e
dei fratelli Ballanti Graziani. Qui una teoria
ancora più grandiosa di sale, saloni, camere e
camerini. Al conte Francesco e alla sua
giovanissima, nonché bella e colta, moglie
Giacinta Marchetti degli Angiolini (lui
trentasettenne sposa lei diciassettenne che già ha
fatto innamorare di sé, di un amore platonico, ma
molto forte, il Giovanni Maria Mastai Ferretti,
futuro Pio IX, che prima di entrare, ragazzino, in
seminario brucia il carteggio che la riguarda, ma
lei lo conserva e noi possiamo riferire il
pettegolezzo) è riservato un “miniappartamento”
concepito come unità autosufficiente: la camera
con il letto in alcova, la camera di
“compagnia” fornita di camino per rendere più
calda la conversazione (tema allusivo: “Numa e
la ninfa Egeria”), il boudoir della contessa
collegato agli ambienti del loggiato. Nella
stanza nuziale c’è ancora la tappezzeria
originale in damasco azzurro e giallo oro che,
seppur sbiadita, riproduce il cielo stellato ed
esalta le tempere nel soffitto, nei toni smaltati del
verde, dell’azzurro e del rosso. Il tema
iconografico risulta strettamente legato alla
destinazione dell’ambiente: il tema del ritorno di
Ulisse ad Itaca culmina al centro del soffitto con
l’episodio del ricongiungimento tra i due sposi,
“Ulisse e Penelope che si avviano al talamo”
seguendo una scia di petali e fiori, accompagnati
da Minerva, Amore e da una serva che porta una
fiaccola; sullo sfondo, altre serve preparano il
letto nuziale. In questa sala le ornamentazioni
sono frutto di un’unione tra i motivi classici
tradizionali e la decorazione ceramica: le
raffaellesche
diventano
più
leggere
e
calligrafiche; cornici e fasce, nei colori accesi di
verde, rosso e blu, sono finemente miniate con
motivi che si ritrovano in maioliche. Il
pavimento, restaurato come in molte altre stanze,
è composto da pietra d’Istria, verde Poleo chiaro,
giallo Verona, rosso Asiago, verde Piave chiaro
e grigio Carnico chiaro. Questa sala, insieme a
quella della Pace e della Guerra, diventerà
modello per l’ornamentazione della casa faentina
fino alle soglie del Novecento. Delizioso ed
elegantissimo il boudoir, salottino privato della
contessa usato per la conversazione o la toilette,
è stato realizzato smussando agli angoli il
parallelepipedo di partenza, per ottenere una sala
ottagonale arricchita da una decorazione che la
riveste per intero. In questo ambiente i colori
predominanti sono: bianco, blu oltremare e
rosso, impreziositi da eleganti decorazioni in oro.
Un basamento monocromo bianco, con
riquadrature prospettiche dipinte, e, sopra, una
fascia in blu con motivi geometrici fa da zoccolo
ai tempietti esilissimi color giallo oro, citazioni
dal quarto stile pompeiano. Alle pareti sono
narrate alcune storie degli amori degli Dei, dove
Eros Trionfante con arco e frecce è sempre in
primo piano: un esempio per tutte “Leda e il
Cigno”. Sbalorditi dalla copiosità dei miti, dalla
18 Vita di Club n.3
vivezza dei colori, dalla espressività delle figure,
ne ricaviamo l’idea che nei confronti di questo
pittore la storia dell’arte sia stata ingenerosa, non
avendogli dato un posto più eccelso nella
graduatoria della fama.
Boudoir: “Leda e il cigno”
Sala delle feste:
“Achille piange la morte di Patroclo e Atena lo
consola”
Salone ottagonale col “Carro del sole”
19 Vita di Club n.3
MONDO LIONS
CANI GUIDA
IL BILANCIO
Perché ad ogni cieco si possa donare una guida sicura
coscienziosamente addestrata.
di PIETRO GIOVANNI BIONDI
Q
uando quasi una decina di anni fa il
governatore di allora Gianfranco
Buscarini mi affidò l’incarico di seguire
il service nazionale Cani guida per
ciechi confesso che fui un po’ spaventato perché
si trattava del primo service nazionale dei Lions
fondato almeno quarant’anni prima e perché mi
accorsi che buona parte dei club del Distretto
108/A non ne era a conoscenza. “Ma noi
facciamo queste cose?” – mi chiedevano stupiti
quando ne parlavo in qualche riunione. Così
cominciai la mia “predicazione” negli incontri di
circoscrizione, di zona e ai congressi e vidi
emergere la grande sensibilità e solidarietà dei
Lions. Quando visitai per la prima volta il centro
di Limbiate rimasi talmente affascinato
dall’impegno, dall’organizzazione, dalle capacità
degli
addestratori,
dalla
cortesia
nell’accoglienza, dalla cura con cui erano tenuti i
cani e i canili, che mi ripromisi di impegnarmi
ancora di più per informare tutto il distretto.
Supportato da quella “macchina organizzativa”
che è il presidente Andrea Martino e aiutato da
tanti soci, scrissi lettere, spedii filmati, visitai
club, distribuii opuscoli, organizzai spettacoli
teatrali e musicali. Ma non basta. È vero che
oggi i club Lions italiani finanziano il Centro per
il 50% del bilancio annuale e il nostro Distretto
è al terzo posto nella classifica dei
“contribuenti” (solo 300 € ci separano dal
secondo!), in quanto finalmente tutte e tre le
circoscrizioni, dalla Romagna alle Marche,
dall’Abruzzo al Molise, hanno realizzato con
entusiasmo tante iniziative per raccogliere fondi.
Ma non mi stancherò mai di ripetere che il
Centro riesce oggi ad addestrare 48 cani all’anno
(in cinquant’anni ne ha assegnati 1700) a fronte
di una richiesta intorno alle 100 domande, quindi
per il cieco c’è un’attesa di due anni; il costo di
un cane guida arriva a 12.500 € e comprende le
La storia di un uomo
Ai suoi inizi la storia del Servizio si identifica con quella di
un uomo, Maurizio Galimberti. Maurizio, classe 1917,
esce da quella buona e solida borghesia lombarda che, senza
mai esibirli, crede profondamente e impronta la propria vita
ai valori antichi dell'intraprendenza e del coraggio, uniti alla
sensibilità ed all'attenzione verso i più deboli e bisognosi. Si
laurea brillantemente in ingegneria aeronautica al
Politecnico di Milano e dà testimonianza della stima e
dell'apprezzamento di cui gode, il fatto che sia chiamato a
tenere, ancor prima di laurearsi, corsi di motoristica di
aereo. Il 10 giugno 1940 l'Italia entra in guerra. Maurizio
che ha conseguito il brevetto di pilota civile, viene subito
ammesso ad un corso di allievi Ufficiali piloti. Con il grado
di Tenente è poi assegnato ad uno stormo di caccia destinato
ad operare in Africa settentrionale. Gli aerei sono i vecchi e
superatissimi biplani CR42, modestamente armati, la cui
velocità non arriva ai duecento chilometri orari. I piloti
italiani combattono con un eroismo che conquista loro
l'ammirazione dello stesso nemico ma pochi, pochissimi di
loro sopravvivono nell'impari lotta. Maurizio è fra questi,
forse si sente un privilegiato dalla sorte. Finita la guerra
ritorna alla vita borghese. È giovane, di lucida intelligenza,
intraprendente e determinato. L'avvenire sembra sorridergli.
Nell'Italia del dopoguerra per gli appassionati del volo come
lui non vi è la possibilità di pilotare aerei a motore, gli unici
velivoli disponibili sono gli alianti e Maurizio diviene pilota
di questo mezzo che forse dovette sembrargli ben più
tranquillo e sicuro dei vecchi caccia con cui aveva fatto la
guerra. E così infatti dovrebbe essere ma sul campo di
Vergiate, quasi al termine di un tranquillo volo in una
tranquilla domenica di primavera, un cavo di sostegno
dell'ala cede improvvisamente. Pochi attimi dopo il violento
impatto. L'uomo che i soccorritori accorsi estraggono dai
rottami è irriconoscibile. Il volto è devastato, le speranze di
mantenerlo in vita appaiono a prima vista assai tenui.
Ricoverato in ospedale rimane in coma per quaranta giorni,
poi la sua forte fibra riprende il sopravvento ma gli occhi
non ci sono più. Altri, colpiti da così terribile disgrazia, si
sarebbero ripiegati su se stessi. Maurizio invece vuole e sa
reagire. Soleva dire "Dio mi ha chiuso gli occhi della carne
ma mi ha aperto quelli dello spirito". Subito pensa a come
rendersi il più possibile indipendente ed autonomo. Saputo
che in Germania si addestrano cani guida per ciechi, vi si
reca. Ha in consegna un cane ed è grazie ad esso che può
apprezzare una ritrovata libertà di movimento come ci
testimoniano queste sue parole "Non posso descrivere le
sensazioni provate sin dalla prima esercitazione pratica,
quando sentivo di potermene andare libero lungo i viottoli
sconosciuti che circondavano la scuola" e subito pensa a
come fornire lo stesso prezioso aiuto ad altri nella sua stessa
condizione. Nel 1958 Maurizio diviene socio del Lions Club
Milano e trova amici aperti ad essergli vicini nel suo grande
sogno di attivare anche a Milano, sul modello di quanto
aveva conosciuto in Germania, un centro di addestramento
per cani da assegnare alla guida dei ciechi. Fra questi uno in
particolare, Alessandro Pasquali, gli è particolarmente
vicino. Nacque allora quel sodalizio, basato su una
comunione di intenti, su una grande reciproca stima e su un
profondo affetto, che li unì sino alla morte, avvenuta a pochi
mesi di distanza l'uno dall'altro, nel 1993. I soci del Lions
Club Milano fanno propria la proposta di Maurizio e
fondano nel 1959 il Servizio nazionale cani guida per ciechi
dei Lions.
(Dalla pubblicazione del 50° anniversario)
20 Vita di Club n.3
spese
dell’acquisto
del
cucciolo,
dell’allevamento e dell’addestramento, nonché le
spese per l’ospitalità ai ciechi durante il corso di
15 gg. di affiatamento col cane a Limbiate.
Inoltre, poiché la vita media di un cane è di 1012 anni, bisogna provvedere alla loro
sostituzione, altrimenti i ciechi ripiomberebbero
nell’immobilismo più totale; senza il cane che
salvaguarda la sua incolumità, preservandolo dai
pericoli del traffico, dagli ostacoli delle barriere
architettoniche, dagli impedimenti improvvisi
nella circolazione, sul tram, sul treno, al lavoro,
il cieco è perso. Lo sguardo dolce e paziente che
il cane rivolge al suo protetto vale più di tutte le
parole umane. Per il 2009 - 2010 aiutatemi ad
aiutare realizzando nuove raccolte di fondi.
SERVICE
“UN POSTER PER LA PACE”
LA PREMIAZIONE
Giovedì 14 maggio giorno di compimento di uno dei service che il nostro Club dedica alla Scuola, e quindi di
premiazioni: il mattino presso la Scuola Media Panzini è avvenuta la premiazione del vincitore, relativamente ai
partecipanti riminesi, del Concorso “Un poster per la pace”.
di ISABELLA SERRA ANNARELLA
E
cco! Il ‘gran’ giorno è arrivato,
il giorno della premiazione del
concorso “Un Poster per la
Pace”
indetto
a
livello
mondiale dal Lions Club e rivolto agli
studenti delle Scuole Medie Inferiori. Il
nostro Lions Club Rimini Malatesta si
era prontamente attivato per coinvolgere
alcune scuole, ma solo le professoresse
Loretta Boattini e Marinella Pancisi
della Scuola Media Statale “PanziniBorgese” di Rimini avevano aderito
all’iniziativa. All’inizio gli studenti si
erano dimostrati un po’ distratti, scettici.
Quegli adulti che volevano a tutti i costi
convincerli a cimentarsi nell’impresa
“per il loro bene”, dovevano sembrare
ai loro occhi alquanto stravaganti e
rompiscatole; avranno pensato: «I nostri
professori ci costringono già a fare cose che non
ci interessano, adesso arrivano anche “questi” a
proporci quello che interessa a loro! Uffa!». Ma
il giorno 14 maggio 2009 gli stessi studenti erano
in aula magna, pieni di vero entusiasmo ed allo
stesso tempo emozionati, ad appendere i LORO
elaborati insieme ai “questi”, a ripassare con
professionalità le motivazioni che li avevano
incoraggiati ed ispirati nell’illustrare il proprio
concetto di “pace”, prima di leggerle davanti
alla telecamera di VGA Telerimini. Un altro
gioco li accomunava: cercare di indovinare chi
fosse il possibile vincitore il quale, non sapendo
che noi avevamo nascosto il suo disegno per
mantenere un po’ di ‘suspense’, lo cercava
disperatamente e temeva che fosse andato
perduto. E finalmente arrivò il momento tanto
atteso: la premiazione. Il Presidente, Paolo
Gianessi, leggeva il nome dello studente a cui
veniva consegnato l’attestato di partecipazione e
una maglietta del Lions Club, a testimonianza e
21 Vita di Club n.3
come ringraziamento per l’impegno profuso. Poi,
l’ultimo nome, quello del vincitore: Andrea
Montanari, classe 1ª G. Nel suo disegno ha
dimostrato originalità di contenuto e sicurezza
grafica apprezzabile data la giovane età. Uno
scroscio spontaneo di applausi e il suo nome
scandito dai compagni coronò questa
manifestazione e un ragazzino timido, ma
raggiante si avvicinò al Presidente per ricevere il
meritato attestato e una scatola di colori. Con
orgoglio mostrò il suo disegno che raffigurava
tanti burattini legati a fili di diversi colori, i
colori della pace, che stanno per essere recisi da
gigantesche forbici, a significare la conquistata
libertà da tutti gli orpelli che
impediscono agli uomini di essere
‘in pace’.
I nomi degli altri partecipanti
sono:
Aluigi Chiara 2 G
Angelini Federica 3 D
Antonini Marta 1 E
Arduini Nicolò 2 C
Bonvicini Andrea 2 G
Bucchi Martina 2 D
Esposito Adele 1 G
Giolitto Maria 2 G
Maresi Carlotta 3 D
Marzi Anna 2 E
Matteoni Andrea 1 A
Melucci Elena 2 A
Montanari Andrea 1 G
Nenciulescu Roxana 3 D
Patrignani Lea 1 G
Pellegrini Annalisa 2 A
Ricciotti Annalisa 2 E
Savelli Francesca 2 E
Zanzini Carolina 2 E
Infine, riprese, applausi,congratulazioni, foto di
gruppo con il Presidente, i Soci, il Preside prof.
Staltari, i Professori e tutti gli ‘artisti’ che
indossavano le magliette offerte dai Lions, che si
adoperano con il loro esempio per comunicare ai
giovani quello spirito così necessario, ora più che
mai, a formare una coscienza cosmopolita che
non sia solo utopia. Ora l’aula magna era vuota e
silenziosa.
Eravamo
rimaste
sole,
la
professoressa Boattini ed io. Mentre le chiedevo
se la manifestazione le fosse
piaciuta, mi accorsi che
aveva gli occhi arrossati;
con la voce colma di
commozione mi disse: “ La
giuria non avrebbe potuto
fare una scelta migliore.
Andrea è timido, molto
sensibile ed emotivo,con
gravi problemi familiari.
Questo premio, per lui e per
la mamma, ha un significato
molto speciale. Ringrazia la
giuria a nome mio”. La
manifestazione non poteva
avere un
epilogo più
significativo. Tutto questo grazie alla grande
sensibilità dei Lions e dei loro ‘service’. E
adesso, prepariamoci per la prossima edizione,
che spero ci riservi gradite sorprese.
22 Vita di Club n.3
SERVICE
PREMIO “MORENA UGOLINI”
POESIA, PROSA, ILLUSTRAZIONE
Il 14 maggio il Presidente Paolo Giulio Gianessi e componenti del Direttivo hanno preso parte alla cerimonia di
premiazione dei vincitori e dei partecipanti al Concorso patrocinato dal nostro Club e organizzato dall’Associazione
Culturale “Morena Ugolini” in ricordo di una giovanissima poetessa che, pur segnata da una incurabile malattia, ha
lasciato un messaggio di positività e di amore per la vita,
educativo per gli adolescenti. In tanti si sono messi in
gioco, rivelando intuizione, creatività, talento.
di LORETTA RAGGINI (Scrittrice)
L
a serata del 14 maggio era molto calda
e l'Istituto Marco Polo di Marebello
accendeva le sue luci alla premiazione
della 6ª edizione del Premio "Morena
Ugolini" per la poesia, la prosa e l'illustrazione,
rivolto agli studenti delle scuole superiori
riminesi. L'aula magna era gremita e da una larga
finestra, affacciata sul mare entrava una bella
arietta rinfrescante. Il Prof. Umberto Moretti,
Preside dell'Istituto, e da sempre grande
sostenitore dell'iniziativa, nonché sincero amante
della poesia, cominciava il suo caloroso discorso
d' apertura. Io ero seduta in prima fila e coglievo
la grande partecipazione emotiva del suo parlare
e intanto pensavo... Mi dicevo che è bello sentire
una persona, alle soglie della pensione e che ha
speso la sua vita fra i giovani, emozionarsi
sinceramente alla lettura dei testi. Poi
apprezzavo la contrapposizione dei due
"ensemble" musicali. Da una parte la classicità,
con brani di Mozart, Prokof’ev ed altri, resi con
eccellenza da un quintetto di studenti dell'Istituto
musicale G. Lettimi, due dei quali futuri premiati
dal Lions Club Rimini-Malatesta. Dall'altra i
"Mind blast", fra cui alcuni studenti del M. Polo,
proponevano finalmente un rock meno
assordante, più soft rispetto ad altre edizioni,
contraddicendo quella "esplosione mentale"
insita nel loro nome. Ma la cosa che mi ha resa
più felice erano i sorrisi. Mi riferisco a quelli
intravisti al di là dell'emozione, sempre tangibile
sui volti dei vincitori. Alcuni non in grado di
materializzarsi, altri solo abbozzati, ma in questa
edizione se ne sono visti diversi. Soprattutto sui
volti delle ragazze, a manifestare la gioia piena
per questo riconoscimento. Ma a dire il vero, il
più particolare era quello che rischiarava la pelle
scura di un giovane vincitore, quell'Alimasi
Michel, di chiara origine straniera. Davvero un
bell'esempio d'integrazione compiuta, anche
nell'ambito della composizione poetica. A volte
certe carriere scolastiche possono essere spinose
ed ecco allora che un riconoscimento come
questo può essere un buon antidoto alla
svalutazione di sé, da cui trae origine ogni forma
di depressione. Ed è proprio in serate come
queste che si coglie il senso del fare di noi
volontari dell' associazione. Allora sorridiamo
anche noi. Sciogliendo le tensioni troviamo la
forza per elevarci dai mille problemi della
quotidianità. ...e mentre mi rilasso penso alla fine
del mio primo anno di Liceo, quando per la
media ottenuta, ricevetti un bel libro d' arte su
Giotto; il mio capolavoro e la cosa più
significativa di cinque anni di studio. Mi ha
anche piacevolmente sorpreso la bella lettura dei
testi, resa in maniera efficace e con buona
professionalità, dalle signore Carmen Spanedda e
da Damiana Bertozzi Fratemali. I premi in
denaro insieme agli attestati ed ai gadgets offerti
dal Lions Club Rimini Malatesta sono stati
consegnati dal Presidente dell'Associazione,
sig.ra Lucia Ugolini, dal prof. Umberto Moretti,
da Riccardo Gresta, membro della giuria per la
grafica, da alcuni sponsor e accompagnati dal bel
23 Vita di Club n.3
sorriso di Paolo Gianessi, Presidente del Lions
Club. E su tutto si apprezzava la buona
conduzione della serata, il "dietro le quinte"
dell'instancabile
prof.
Isabella
Serra,
Vicepresidente dell'Associazione. I ragazzi
vincenti devono al talento letterario di quella
Morena Ugolini, alunna del M. Polo, scomparsa
prematuramente per una grave malattia ed
ispiratrice del Premio, il fatto di esserci stati
quella sera e di esserci per sempre fra le pagine
di quell'allegro libretto rosso, da me
personalmente curato e contenente tutti i lavori
dei ragazzi.
LO SPIRITO DEL PREMIO
Intervento di UMBERTO MORETTI (Preside
dell’ Istituto per il Turismo “M. Polo”)
I
n
occasione
della
cerimonia
di
assegnazione del premio di poesia, prosa
breve, e illustrazione grafica intitolato a
“Morena Ugolini”, alla sua sesta edizione,
mi è gradito dare a voi tutti il benvenuto del “M.
Polo”. Saluto, in particolare, con calore, Lucia
Ugolini, sorella di Milena, presidente
dell’associazione che da sei anni a questa parte si
è fatta promotrice di questo premio. Morena si è
formata nel nostro istituto, dove è cresciuta
intellettualmente e culturalmente; qui ha iniziato
ad esprimere
e a rivelare la sua grande
sensibilità, per di più affinata – come spesso
succede - dalla malattia da cui era stata colpita in
giovanissima età. Gravemente segnata da quel
terribile morbo, aveva
evidenziato attraverso
le sue poesie una
visione profondamente
consapevole
e
incredibilmente serena
della vita, in un periodo
che, allora come oggi,
era attraversato da
profonde inquietudini.
“Come molte ragazze
della sua età – così si
esprimeva una sua
insegnante del “M.
Polo” nella prefazione del libro “Poesie di
Morena” – inizia a scrivere i primi versi sul
diario di scuola, dando voce e consistenza ai
suoi sogni ideali di adolescente: il mondo della
poesia esercita su di lei un fascino fatto di
attrazione e insieme di suggestione”. Costretta
all’immobilità quasi totale, Morena parlava del
mondo e della vita con armonia e delicatezza e
sapeva trovare ragioni di vita, e voce, anche
attraverso ciò che è spesso percepito come nulla
e vuoto. In una sua poesia così si esprimeva: “Il
silenzio assoluto / non esiste. / Il silenzio si può
ascoltare / il silenzio / per non sentirsi più solo”.
“Il mondo interiore di Morena diviene sempre
più ricco – scriveva sempre la sua insegnante - la
parola, potenziata nel suo valore espressivo,
oltre che immagine si
fa
messaggio”.
Proprio con questo
spirito,
il
premio
intende
ripercorrere
l’itinerario “spirituale”
di Morena: la poesia
come
strumento,
occasione, opportunità
di conoscenza del
proprio
mondo
interiore; la prosa
breve, sotto forma di
piccolo
racconto,
come scoperta della creatività e potenza della
parola; l’illustrazione, con l’incisività icastica
del segno grafico, delle immagini e dei colori,
come specchio emotivo, acceso dalla parola. Al
di là della rivoluzione informatica - capace di
trasformare radicalmente il nostro modo di
concepire e di rapportarci alla scrittura e alla
comunicazione – risulta che carta, penna, matita
e colori hanno ancora un fascino irresistibile:
24 Vita di Club n.3
numerosi sono i ragazzi che scrivono
quotidianamente testi di canzoni, poesie,
racconti, brevi frasi, e che disegnano e dipingono
con incredibile passione. Si tratta, allora, di
propiziare l’innalzamento di un ponte ideale fra
il mondo degli adulti e quello dei giovani,
perché vengano colte e recepite al meglio quelle
istanze che i ragazzi di oggi trovano sempre più
difficile esprimere compiutamente. Noi, come
scuola,
siamo
profondamente
grati
all’associazione per questo suo impegno annuale
che
si
esprime
e
si
concretizza
nell’organizzazione del premio e nel libretto che
lo accompagna. Questa pubblicazione, al pari
delle altre delle precedenti edizioni rimane, nel
tempo,
un’importante
e
significativa
testimonianza del sentire dei nostri giovani
d’oggi, così come i volumetti di Morena, che
conserviamo
quasi
con
venerazione,
rappresentano uno spaccato autentico, di
seducente pienezza, della sua immaginazione,
dei suoi sogni, delle sue rimembranze...
Insomma, della sua vita! Noi insegnanti, in
quanto “maestri”, abbiamo il compito di educare
al gusto per la lettura e, in particolare, per la
poesia, perché, come scriveva Carlo Diano: «Un
discorso può essere fermato sulla pietra o sulla
carta; imprigionato in un libro, esso dorme un
sonno che assomiglia alla morte, ma la lettura
basta a risvegliarlo e a restituirgli la mobilità
della parola viva». “Se morisse la poesia – ha
scritto Giuseppe Conte sul Corriere della sera –
allora si atrofizzerebbero e impoverirebbero
mortalmente anche il linguaggio e il pensiero, e
non sarebbe un capitolo di storia umana a
chiudersi, ma sarebbe l’umanità stessa a
cambiare.” Nella nostra società che mitizza il
successo, posponendo l’essere all’apparire, e
che spinge alla ricerca spasmodica del
tornaconto economico, è soprattutto la poesia ad
assumere un ruolo centrale, volto a consentire a
ciascuna persona di riappropriarsi della propria
dimensione spirituale creativa o - come direbbe
Pascoli - "fanciullina". Una generazione che
non dovesse amare la poesia scriverebbe la
propria storia sull’acqua. Conoscerebbe i segni
dell’alfabeto, ma non saprebbe né la parola né il
discorso: ignorerebbe la magia della prima (la
parola) e la luminosità del secondo (il discorso).
In una poesia presentata al concorso, l’autore, un
ragazzo, ha scritto di sé, in terza persona:
“Nella sua breve vita / tanti semi sono scesi nel
suo cuore / piantati da mani dolci, sicure.”
Certamente avrà pensato alle mani dei suoi
genitori, quasi sentendone in quel momento il
tocco e il calore a lui ben noti, ma forse si sarà
riferito anche al buon seme messo a dimora dai
suoi insegnanti. Un seme che, proprio dalle sue
parole così intense, si percepiva che stava
fruttificando, perché – è sempre lui che scrive “il suo cuore è terra fertile”. Troppe volte noi
insegnanti, presi e quasi sommersi da tanti
problemi e incombenze, finiamo per dimenticare
che i nostri ragazzi sono “terra fertile” che ha,
prima di tutto, la necessità di essere seminata
per il bene, sotto il profilo umano, intellettuale,
culturale. È indispensabile, quindi, coltivare e
incrementare l’amore della lettura. Per far
scaturire un autentico amore per il libro, è
indispensabile che le motivazioni e le spinte si
sviluppino su un vissuto emozionale positivo,
mediante il quale la lettura stessa, da fatto
meccanico si trasformi in un gioco divertente,
creativo e coinvolgente. Ben vengano allora i
concorsi come questo dell’Associazione che
invitano
i
giovani
alla
scrittura
e
conseguentemente alla lettura. Scriveva Ralph
Waldo Emerson: La lettura non sarà offerta
come un fatto isolato, bensì un insieme ricco di
esperienze positive e significative, ricche di
possibilità creative ed espressive in cui il
risultato finale non sarà una semplice fruizione
passiva,
ma
un
vissuto
attivo
e
coinvolgente....Non è connessa nemmeno alla
voglia di conoscenza o alla necessità di
imparare qualcosa... o perlomeno Non Sempre…
Semplicemente Leggere è una passione...
Leggere è la voglia di entrare in un mondo
nuovo, aprire le finestre ad una vita che non è la
nostra e sedercisi dentro comodamente... Vivere
emozioni, storie e luoghi lontani... Affogare in
sentimenti che non ci appartengono, scovare
posti, vivere vite... Scordarsi per un attimo di
essere Elena e diventare qualcuno, Diverso...
Qualcuno Simile o Opposto... Comunque
Diverso... Leggere è guardare dentro uno
specchio deformante: non siamo del tutto noi,
ma non siamo nemmeno un’altra persona... Un
pezzettino di noi rimane... Storpiato dalla foga
della narrazione...Eppure è lì, presente, in uno
scambio senza fine tra chi legge e chi mette le
parole sulla carta.... Ed è per questo motivo...
Solo Per Questo Motivo... che ora vi lascio per
rientrare tra le pagine del mio libro...
Buonanotte. Solo la poesia ispira poesia.
Questa sera mi sento particolarmente coinvolto
per non dire emozionato, parlando con voi di
argomenti, come la poesia, che mi colpiscono
25 Vita di Club n.3
sempre. Per ragioni di età – tempus irreparabile
fugit (Il tempo fugge inesorabilmente) dicevano i
latini -, fra tre mesi terminerò il mio servizio
nella scuola, dopo un periodo di vita lavorativa
trascorso in mezzo ai giovani, a partire – pensate
- dal lontano gennaio 1963. Nei giorni, un po’
particolari e intensi come oggi che precedono il
commiato, una messe di ricordi indelebili,
racchiusi nella mia mente, riaffiora con
insistenza accompagnati da emozioni provate. Le
ultime emozioni me le avete offerte voi con le
vostre piccole grandi opere di poesia, prosa
breve e illustrazione, mettendomi a parte dei
segreti della vostra anima e dei pensieri del
vostro cuore: una rara occasione di conoscenza e
compartecipazione che negli usuali rapporti fra
docente e discenti, non si riesce quasi mai a
recuperare. E proprio per queste sensazioni che
mi avete fatto provare, desidererei sussurrare a
ciascuno di voi, piano piano, con lo spirito e le
parole di Morena: “Ti voglio amico e per
sempre”. E a tutti gli altri ragazzi mi sentirei di
consigliare: non abbiate paura a scrivere per
timore del giudizio altrui o per paura della vostra
inadeguatezza. Prendete esempio sempre da
Morena che riusciva a superare tutte le sue sottili
apprensioni:
Giovane, / son io che scrive:/ignorante delle
parole dei grandi poeti,/ambiziosa, / di diventare
una di loro. / Delusa rimarrò / dal giudizio di chi
se ne intende, / ma rinunciar non voglio / e
nonostante tutto, continuerò a scrivere.”
Diceva Kahlil Gibran con una semplicissima ma
efficace immagine: “Il genio non è che un canto
di pettirosso all'inizio di una timida primavera”.
Permettetemi di concludere questa mia intensa e
partecipata presenza alla cerimonia di consegna
dei premi, con una citazione che attiene al mio
vissuto personale. Si tratta di una piccola
composizione poetica senza pretese, di qualche
anno fa, che mi è tornata alla mente entrando in
sintonia, direi proprio affettiva, con i vostri
lavori. L’ho scritta osservando una persona in
età, che seguiva nel parco, con occhi sorridenti,
un rumoroso stuolo di bambini intenti nei loro
giochi. Io mi sono immaginato così quando non
sarò più in mezzo ai ragazzi e li guarderò da
lontano, ma con lo spirito di sempre.
“Scherza la vita / sui prati / dietro ai bimbi che
non conoscono ancora / il suo ritornello. / Un
vecchio, in silenzio, / li osserva / e pensa alla
vita / che gioca con loro.”
LE OPERE PREMIATE
Al primo posto
PIANTO DI PAROLE
Sono qui.
Ascolto ma non sento nulla
Bianca luna impassibile
Sono qui.
parlo ma nessuno risponde
Nera terra silenziosa
Le mie parole
non riempiono la notte
I tuoi deserti silenzi
scendono dai miei occhi
E le stelle stanno a guardare
Tavola 1ª classificata
FABIO GALLI - I.S.A. “F. Fellini”
Poesia 1ª classificata
ALICE ROSSI - I.T.C. "R. Valturio"
26 Vita di Club n.3
E LE STELLE STANNO A GUARDARE
Il silenzio vagava nell'aria. Ogni linea era come irrigidita dal tempo. Tutto era fermo. Spaventosamente
fermo. Solo il mio spirito urlava. E gettava rancori sulle promesse infrante E sbatteva il girotondo di
rabbia contro le pareti della mia corazza. Le stelle nel cielo palpitavano tutte....sembrano vicine ma non lo
sono. Sembrano felici ma le vedo tremare. Hanno paura, anche loro. Come me. Fisso gli occhi su quelle
tristi, dolci fate che rendono magiche le notti buie. Disegnano nel cielo ciò che ognuno vuole vedere. lo
vedo i miei sogni. Sembrano vicini ma non lo sono. Ora no, ma lo saranno. Sgrano gli occhi per poterli
osservare meglio. Un giorno si strapperanno da quel cielo per scendere da me e farmi felice. Sono
appannati ora, sfuocati: l' amore quando finisce riga il volto e vela gli occhi. Ora le mie labbra schiuse
accolgono solo l'inverno. Devo rientrare, mi aspetta il calore del Natale. Sforzo sorrisi. Fingo una pacata
serenità. Copro il mio essere con un vello bugiardo che non lascia trasparire nulla.
Prosa 1ª classificata ARIANNA COMANDUCCI
- I.T.C. “R. Valturio”
Al secondo posto
TORNASSI A IERI...
Un giorno ci si sveglia in un mondo senza tempo
Il vento che accompagna la neve ed il silenzio,
Parole sussurrate,
ricordi in Bianco e Nero
fotografie sbiadite dipingono il sentiero,
Pensieri senza un volto, le rughe tra i sorrisi
14 anni
Tavola 2ª Classificata
ENEA PESARESI
I.S.A. “F. Fellini”
Noi giovani, incoscienti con gli occhi
dei bambini.
Poesia 2ª Classificata
MICHEL ALIMASI
Liceo Classico Psicopedagogico
“Giulio Cesare – M. Valgimigli”
IL PICCOLO BRUCO
C'era una volta un piccolo bruco che viveva in
spensieratezza la sua esistenza. Aveva tutto
ciò che avesse potuto desiderare: una vita
all'insegna di ciò che preferiva, ricca
di divertimento e allegria. Ma un pensiero lo
tormentava in ogni momento. Vedeva gli altri
bruchi divenire farfalle e li osservava mentre
volavano lontano. Desiderava tanto essere
come loro: così leggero, felice, libero. Si
sentiva continuamente ripetere che sarebbe arrivato anche il suo momento, ma i giorni passavano e lui
28 Vita di Club n.3
continuava ad essere un piccolo e fragile bruco. Fragile. Colpito da quella debolezza provocatagli dallo
sconforto, da quel chiodo fisso che non lo abbandonava mai. Ma una farfalla può godere di ciò che prova,
vedendo nel proprio futuro solo la morte? Non è preferibile essere un bruco e sapere che nel tuo avvenire
c'è la libertà? Non metto in discussione il fatto che sia meglio un giorno da leone, piuttosto che cent'anni
da pecora, ma non è di leoni che stiamo parlando, né tanto meno di pecore. Quindi torniamo al nostro
piccolo bruco. Egli un giorno, stanco di aspettare, si rivolse ad una farfalla, domandandole come fosse la
sua vita. "Non sono mai stata così felice!" gli rispose lei "Ora non sento più nessun bisogno,.non ho alcun
pensiero!" Il piccolo bruco le chiese allora se ricordasse il suo passato e ottenne in risposta un secco:
"Non ho bisogno del mio passato, ora che il mio presente è così roseo!" Queste parole lo rattristarono:
non desiderava in effetti dimenticare il suo passato, ma solo avere un poco di più di ciò che non avesse
già. Salutò la farfalla con invidia, ma questa, poche ore dopo, morì. Il piccolo bruco continuò a convivere
con il suo tormento, sapendo nel suo cuore che nessuna farfalla avrebbe mai potuto capirlo: il loro
momento era già arrivato perciò era facile ora per loro cercare di consolarlo con la solita scusa che prima
o poi arriva per tutti. Era proprio quel "poi" a tormentarlo: per quanto ancora sarebbe durato? Il bruco
visse per molti anni fin che un giorno non divenne una crisalide ed infine una meravigliosa farfalla. La
sua felicità era incontenibile, ma si accorse presto di essere giunto alla fine della sua esistenza senza
essere riuscito a godere neppure di un istante di essa. Morì dopo due giorni di libertà, mentre sussurrava
un debole "Scusa" a chiunque fosse il creatore di tutta quella bellezza che lo aveva sempre circondato,
senza che se ne fosse mai accorto. Ed ora mi rivolgo a te che stai leggendo le mie parole: ti imploro di
non commettere lo stesso errore del piccolo bruco, ma di vivere ogni momento come se fosse l'ultimo:
apparirà tutto più magico ai tuoi occhi!!!
Prosa 2ª classificata
MARIANNA VITALE - Liceo Scientifico “A. Volta”
Al terzo posto
LA MIA CITTÀ E POI...
E poi...
il mare d'inverno,
magari la neve,
un manto gelato, cela la
spiaggia.
Le onde,
in furia meccanica,
il mare par denso, vitreo,
si spezza e si arruffa,
rimescolandosi a sé.
Questa visione
spodesta l'uomo,
gli imbianca la mente,
ritorna all'essenza.
Ricordi
Tavola 3ª Classificata
STERMASI – DI SOMMA - I.S.A. “F. Fellini”
Poesia 3ª Classificata
ALESSANDRO GIANI - I.T.G. “O. Belluzzi"
29 Vita di Club n.3
IMPENETRABILE SILENZIO
Impenetrabile silenzio, non una parola avrebbe pronunciato di più. Serrava forte i pugni, non un momento
di esitazione si sarebbe concesso. Nella sua composta fierezza aveva deciso che nessuno avrebbe potuto
far parte di quella tacita e dolorosa sofferenza. Quell'orgoglio da anni coltivato con pazienza gli impediva
ora, quasi un muro insormontabile, di dar libero sfogo ai suoi più profondi tormenti. Sebbene cominciasse
ad avvertire taglienti gocce di sudore bagnargli la fronte, ormai umida, era deciso a non cedere
all'emozione. Troppe volte si era cullato nella dolce illusione che forse un giorno la realtà si sarebbe
rivelata più rosea di quella attuale, ma ora non ne era più convinto. Era determinato ad eliminare quelli
che un tempo furono interpretati come segni di debolezza. Per un momento sognò d'essere un automa di
acciaio puro, chiuso nei suoi silenzi e nella sua più fredda e triste meccanicità. Tuttavia era
semplicemente un dannatissimo uomo, e quel rossore sul volto, inequivocabile segno di una latente
emotività, tradivano il suo aspetto rigido e fiero.
Prosa 3ª classificata CRISTINA MIRONE – Liceo Scientifico “A. Einstein"
ARTE MALATESTIANA
LA CERAMICA
D’USO D’ARTE DI POLITICA DI FEDE
al tempo dei Malatesti.
di GIULIANA GARDELLI∗
Parte 1a - Duecento e Trecento
Figura 1
I
n
una
Biblia
miniata
osserviamo forse la più antica
rappresentazione di Rimini
nel Medioevo; si tratta di un
rotolo pergamenaceo, ora a
Vienna, attribuito al miniatore
modenese Serafino de’ Serafini,
la cui attività si svolse nel Trecento
(fig. 1). La visione affonda nella
suggestiva memoria di un veloce
passaggio in terra malatestiana.
Arriminum si legge fra due guglie:
l’una a sinistra svetta al di là di un
palazzo merlato, che potremmo
identificare nel Palatium Comunis
eretto nel 1204, e quindi forse una
torre civica, l’altra a destra è con
ogni evidenza il campanile di una
chiesa che altro non può essere che
la perduta cattedrale, Santa
Colomba. Potere politico e potere
Figura 2
29 Vita di Club n.3
religioso si trovavano
uniti non solo in un
fantasioso immaginario,
ma in una realtà che, fra
bene e male, investiva
tutta la vita delle città
medievali. Interessante è
il ricordo del lungo porto
canale che si immette fra
le onde del mare dove si
ormeggiano le barche.
Più
recente,
più
documentata è la visione
urbica tramandataci dal
marmo di Agostino di
Duccio nella Cappella di
Isotta del Malatestiano
(fig. 2), quando ormai la
città, sotto il saldo
dominio dei Malatesti, si
avviava
ad
un
ammodernamento sociale, economico, artistico,
che era preannuncio ed inizio del Rinascimento.
Nel divario artistico e temporale di queste due
visioni della città si snoda la storia. La vita
dell’uomo, in qualsiasi epoca e tanto più nel
Medioevo, non può fare a meno di valori cultuali
e culturali, connessi fra loro spesso in maniera
inscindibile. L’arte nel Duecento non fu solo
quella degli affreschi, delle pitture o delle
miniature, ma un crogiolo di manifestazioni
intersecantesi, dove anche un prodotto
apparentemente povero come la ceramica
assumeva un ruolo di status symbol in svariati
aspetti della vita sociale.
La tavola imbandita del Medioevo ci viene
raccontata dalla grande scuola pittorica riminese,
Pietro in primis, nelle pareti del Refettorio
nell’Abbazia di Pomposa attraverso una
narrazione realistica che sorprende, tanto era
nuova e “moderna” rispetto alle visioni
intellettualistiche coeve. Due sono le tavole,
l’una circolare, l’altra rettangolare; in entrambe
l’arredo è semplice, ma con una sottile differenza
per così dire “sociale”. Nella circolare (fig. 3,
vedansi immagini nell’inserto centrale) con
l’Ultima Cena, Cristo è al centro e la tovaglia
scende quasi a terra per fare anche da tovagliolo;
in mezzo il grande catino con il pesce è in
ceramica, o meglio in “maiolica arcaica”, come
il boccale; attorno per i discepoli accanto ai pani
compaiono bicchieri di vetro e ciotoline lavadita
o portasalse sempre in maiolica.
Nell’altra tavola (fig. 4), con la Cena dell’Abate
Guido con i confratelli ed il Vescovo, il pesce è
appoggiato a piatti di legno; solo il boccale a
destra è in maiolica accanto a semplici bicchieri
di vetro; finissimo è invece il calice dove l’acqua
si trasforma in vino, ma è in mano al Vescovo.
Non esistono, come si vede, piatti e posate per i
singoli commensali; solo alcuni coltelli sono
sparsi qua e là ad uso collettivo.
A ben valutare il messaggio è questo: il legno,
retaggio dell’alto Medioevo, era ancora il
contenitore da tavola più diffuso nella
popolazione fra Due e Trecento; la “maiolica
arcaica” si inseriva invece ad un livello sociale
superiore, dati i costi e la difficoltà di
produzione; nessuna meraviglia che il pittore
l’abbia assegnata alla tavola dell’Ultima Cena
con Cristo e gli Apostoli.
A un secolo di distanza, in pieno sviluppo
economico, la tavola dipinta da Giovan
Francesco da Rimini (1459) nella Cena di San
Domenico per i semplici frati utilizza ancora
stoviglie in legno, e perfino gli Angeli portano
pani in modesti seppure eleganti contenitori di
vimini (fig. 5).
Se potessimo oggi entrare nella bottega di un
ceramista del tempo, lo troveremmo indaffarato
non solo ad accendere il fuoco nella fornace, ma
a preparare tutti gli ingredienti necessari, dalla
depurazione e manipolazione dell’argilla raccolta
lungo i fiumi o in cave, alla calcinazione dei
minerali per la fritta (il marzacotto) con fusione
di sabbia ed alcali. A base piombifera essa era
utilizzata per ricoprire con una semplice vernice
trasparente il rosso della terracotta di prima
cottura; se si voleva invece dipingere il
“biscotto” si usava una vetrina a base di stagno
che formava uno strato bianco su cui stendere
colori ottenuti da ossidi metallici calcinati. In
questo secondo caso il prodotto finito (cotto,
seccato, dipinto, e ricotto) era la “maiolica” che
fino alla fine del Trecento chiamiamo “arcaica”,
in quanto basata su pochi colori fondamentali: il
verde ottenuto dal rame (“ramina”), il giallo, più
o meno diluito, ottenuto dal ferro (“ferraccia”) ed
il bruno di manganese. Il lavorante aveva a
disposizione caselle, treppiedi, forme per inserire
i pezzi da cuocere, come si nota nella fig. 6, con
gli strumenti di una fornace fra ‘400 e ‘500,
che era ubicata nel centro di Rimini. Lo stagno,
importato soprattutto dalle Fiandre, era molto
costoso, e la maiolica per tutto il Duecento ed il
Trecento fu prodotto elitario a disposizione di
pochi; ne consegue il suo uso di rappresentanza,
sia essa religiosa, politica o civica.
La decorazione di tipologia sacra non serviva
necessariamente per riti liturgici, ma in conventi,
chiese e parrocchie trasmetteva attraverso
simboli codificati la cultura e la storia, quasi una
materica Biblia da tutti riconoscibile.
Nelle ciotoline, dal profilo carenato, i motivi più
comuni dipinti a ramina e manganese sono la
Passio, racconto visivo, quasi un fumetto più o
meno complesso, con croce, corona di spine,
martello, chiodi, scala (fig.7a-c), l’Agnus Dei,
vivace e grazioso agnellino portacroce dal vello
a improbabili riccioli (fig. 8), e, più raramente il
Pesce: tutti signa cristologici. Nelle ciotoline
d’uso quotidiano poteva bastare una semplice
vetrinatura; per chi invece desiderava una
stoviglia decorata ma senza eccessi, il pittore
inseriva motivi geometrici molto amati (fig. 9);
rari erano i decori floreali.
La forma ceramica che troviamo maggiormente
diffusa ad iniziare dal Duecento è il boccale,
indispensabile oggetto che raggiungeva tutte le
30 Vita di Club n.3
classi. Derivato dal tazzotto carenato tardo
romano, mediante allungamento della parte
superiore presenta una forma biconica realizzata
almeno fino a tutto il Trecento.
I più antichi, del tardo Duecento, hanno la
carenatura molto bassa che tende nel tempo ad
innalzarsi fino a scomparire nel ‘400 insieme alla
“maiolica arcaica”. Fu proprio questo tipo di
boccale a connotare fra Due e Trecento la vita
sociale nei suoi molteplici aspetti: artistico,
religioso, e soprattutto di potere, inserendosi a
pieno diritto in un afflato globale dell’arte (fig.
10). L’antico pittore ceramico osservava,
tratteneva e riportava a modo suo i motivi che
abili scalpellini, talora venuti da lontano,
realizzavano in capitelli, cornici, portali,
divulgando una cultura artistica mitteleuropea,
fra Romanico e Gotico. Così il boccale arcaico
diffuso in tutto il territorio malatestiano fra
Romagna e Marche (e non solo dato che si trova
in tutta l’Italia centrale), presenta in infinite
modulazioni e varianti bellissimi decori che si
riscontrano anche nelle fasce lapidee scolpite
nell’architettura urbana che abbellivano la città
malatestiana (fig. 11). Essi venivano inseriti
entro registri, come in una tela avvolgente tutto il
boccale tramite un fitto retino in manganese che
pare imitare il lavoro dell’ago nelle preziose
stoffe ricamate e perfino dei telai per i plaid di
lana che tramite i commerci giungevano dalla
lontana Inghilterra. Ricordiamo che le pareti
delle case pubbliche e private, naturalmente di
un buon livello economico, in particolari
occasioni venivano ricoperte con grandi teli
tessuti a fitta trama, come si documenta nei citati
affreschi di Pomposa (figg. 3, 4) ed anche nella
tavoletta di Giovan Francesco (fig. 5).
Le stoffe furono uno dei veicoli più importanti
per la divulgazione quasi universale di stilemi
decorativi nel loro intrinseco sviluppo. I
numerosi dipinti su tavole con scene di vita,
specie nuziali, ma anche liturgiche, diffusi talora
anche nei cassoni, importanti armadi del mondo
medievale, dimostrano questa globalità dell’arte.
Piace citare nel Malatestiano la stoffa dipinta
nella Croce di Giotto, senza dimenticare il
bellissimo telo su cui si appoggiano gli Angeli
ad osservare con infinita dolcezza la Madonna in
trono nella cappella absidale di Sant’Agostino,
affresco della Scuola riminese nel primo
Trecento (fig. 12).
Non dissimile è il
delicatissimo
telo
nel
Polittico
dell’Incoronazione della Vergine di Giuliano,
ora al Museo della città.
Il tema religioso non cessa di decorare nel corso
del tempo la ceramica, come si documenta nel
boccale con il Golgota sormontato da una Croce
che simboleggia il monogramma di Cristo (fig.
13), come si rappresentava ai primi tempi del
cristianesimo con la I e la X unite: profonda
cultura che si manifesta appieno in un altro
boccale, sempre dal centro città, la cui
carenatura più alta ci porta al Trecento (fig. 14).
Qui la decorazione è ancora più complessa; essa
deriva dal mondo orientale bizantino, e a nostro
avviso, è un esemplare rarissimo se non unico.
Deriva
da
un’antica
rappresentazione
cristologica, dove il tondo simboleggiava il disco
terrestre, il punto superiore Gerusalemme, il
diametro l’Asia, il raggio verticale il
Mediterraneo: a sinistra l’Europa, a destra
l’Africa (fig. 15). Come nel caso del nostro
boccale, il disegno poteva essere capovolto, con
la croce che si erge dal punto centrale. Essa
tuttavia presenta un’altra caratteristica che
l’avvicina all’Oriente. Secondo la tradizione
bizantina Cristo salì da solo sulla croce
appoggiandosi ad un paletto qui rappresentato da
un segno trasversale.
Con l'avvento dei Malatesti alla podesteria di
Rimini, saltuariamente dal 1239, poi saldamente
dal 1295 con Malatesta da Verucchio, in un
rinnovato clima culturale e sociale, anche la
ceramica, al pari di altre arti, ricevette nuovo
impulso, affinando tecniche e decorazioni. Gran
parte della produzione riminese dalla fine del
Duecento a tutto il Quattrocento è in stretto
rapporto alla consorteria dei Malatesti. È quindi
possibile dare una datazione, approssimativa ma
pur sempre indicativa, in base alla storia dei
membri di questa famiglia, le cui sigle od
emblemi decorano tanta parte della maiolica
chiamata appunto “malatestiana”. Uno dei più
antichi esemplari in “maiolica arcaica”, è il
boccale dalla complessa simbologia, attribuibile
al tempo del primo vero Signore di Rimini,
Malatesta da Verucchio (1212-1312) (fig. 16). È
a bassa carenatura ducentesca con una
decorazione allusiva della potenza acquisita dal
Malatesta, dai monti al piano, attraverso
l'acquisto o la conquista dei castelli e delle torri
sparse nelle balze che dal Montefeltro scendono
a valle. La M a lato di una torre in forma gotica
e la m corsiva in scrittura di transizione fra la
carolina e la gotica nell'ansa non lasciano dubbi
circa
l'appartenenza
alla
famiglia.
La
decorazione molto bella è legata a stilemi
“romanici”, ed è carica di simbolismo in forte
31 Vita di Club n.3
secolo il più importante e notevole personaggio
sinteticità. La M maiuscola in un gotico
di tutto il casato fu Galeotto il vecchio (1299 rotondeggiante, ormai saldamente codificata,
1385), il cui stato da Cervia e Cesena
esprime tutto il potere della famiglia dominante.
raggiungeva l'entroterra montefeltresco fino a
La si può ammirare in un frammento di boccale
Borgo San Sepolcro (fig. 20).
in manganese sul fondo biancastro (fig. 17) che
La lettera B, in vari boccali, non ci sembra
può datarsi o agli ultimi anni del da Verucchio
iniziale di nome ma di soprannome (fig.21);
(m. 1312), o con più verosimiglianza al tempo
potrebbe riferirsi infatti al figlio di Galeotto,
del nipote, Malatesta Antico, detto GuastafamiGaleotto Novello, detto Belfiore, perché nato nel
glia (1299-1365), che intorno al 1344 tenne con
1377 nella rocca di Montefiore. Alla morte del
il fratello Galeotto una signoria precaria su
padre il ragazzo si trovò a governare su Cervia,
Rimini, destinata però a tramutarsi, nel 1355, in
Meldola, Borgo San Sepolcro e la Pieve di
un più duraturo Vicariato. Il pittore mostra di
Sestino. Valente uomo d'armi, sposò Anna di
conoscere assai bene gli stilemi della miniatura
Montefeltro, ma morì di peste giovanissimo, il
che il grande Neri da Rimini, agli inizi del secolo
15 agosto 1400, a Montalboddo, oggi Ostra, nei
XIV dipinse in bellissimi codici, assai ricercati.
pressi di Ancona. I pittori di maiolica per le
Si veda in un confronto straordinario la M nella
iniziali dei boccali di questo periodo traevano
“Decollazione del Battista” (”Misit Herodes” )
spunto dalle lettere miniate, come si ammira
dipinta da Neri nell’Antifonario del tempo,
nella bella pagina di Neri dell’Antifonario Cini,
pergamena ora a Londra, per comprendere
firmato e datato 1300 (fig. 22, vedasi a pag.
come ormai anche la ceramica si avviava a
64). Un altro boccale con la M araldica, che
lasciare il romanico per assimilare i nuovi
dettami del gotico che scendeva dal Nord Europa
proponiamo fra i tanti, segna l’ultimo approdo
(fig. 18, vedasi a pag. 1).
della carenatura, e si avvia a lasciare il posto ad
Il boccale più bello, perfetto esempio del
una forma dolcemente arrotondata (fig. 23).
biconico
malatestiano,
uscito
In realtà essa, sebbene in maniera
pressoché integro dal sottosuolo
molto meno accentuata, è coesistita
della città (fig. 19), presenta la
con l’altra, come si evince dal boccale
scacchiera sormontata dalla M,
sulla tavola dell’abate Guido (fig.4);
stemma ormai riconosciuto per tutta la
solo alla fine del secolo si sostituisce al
Consorteria: “a tre bande a tre file
carenato, sentito ormai superato, e
conduce al periodo più splendido per la
ciascuna di scacchi alterni, rossi e
signoria malatestiana e per Rimini, il
dorati, su fondo argento, con
bordatura inchiavata o sega d’oro”.
Quattrocento.
Profuso in marmo e in pietra in tutta
Fra i due secoli s’impongono come
la città e nel più vasto territorio
personaggi importanti sulla scena
malatestiano, è talmente noto da
politica italiana ed europea Carlo
essere
immediatamente
(1368 – 1429) e Pandolfo III
riconoscibile. Nel boccale, uno dei
(1370-1427) dei Malatesti fratelli e
più alti conosciuti, (h.24 cm,
figli di Galeotto il vecchio, e con
carenatura a cm 6 dalla base,
loro anche l’arte della ceramica
diametro massimo cm 12) su un
percorre un nuovo cammino,
bello smalto biancastro ben coprente
passando dal romanico-gotico al
il pittore per la scacchiera ha
primo Rinascimento.
utilizzato i colori che aveva a
A Carlo dobbiamo l’ultimo boccale
disposizione come unici adatti alla
arcaico
malatestiano,
dominato
cottura nella fornace: il bruno di
nell’alta carenatura dalla lettera K
manganese e il verde ramina, e tuttavia
entro scudetto, ancora nell’antica ed
ha realizzato un piccolo capolavoro.
ormai desueta ferraccia (fig. 24),
Alcuni boccali nel Museo di Rimini ed in Figura 19 mentre già più moderno è il boccale con la P
collezioni private presentano la lettera G, di
di Pandolfo (fig. 25), illuminato committente
carattere gotico, con ornati che richiamano la
del codice con il De Civitate Dei di S. Agostino,
miniatura. Comuni erano fra i Malatesti i nomi
fortunatamente nella nostra ricca Biblioteca
Galeotto, Gentile, Gianni, Gaspare, anche se è
Gambalunga, di cui proponiamo la pagina con
doveroso ricordare che nel terzo quarto del
stemma araldico dei Malatesti, riccamente
32 Vita di Club n.3
dipinta intorno al 1415-1419 da un miniatore
emiliano,
secondo
stilemi
del
primo
Rinascimento (fig. 26).
∗ Giuliana Gardelli, imolese di nascita, riminese d'adozione è laureata in Lettere classiche. Archeologa, storica dell'arte, si è
specializzata in “Ceramologia”, partecipando ai più importanti simposi nazionali ed internazionali d’archeologia e
ceramicologia. Opera fondamentale per la storia della maiolica italiana è il suo ITALIKA: Maiolica Italiana del Rinascimento.
Saggi e studi, Faenza 1999. È perito del Tribunale di Rimini, è membro dell'Accademia Raffaello (Urbino), della Rubiconia
Accademia dei Filopatridi (Savignano), del Femme - Art - Méditeranée (Rodi-Grecia). Ha curato convegni, mostre e cataloghi
e ha al suo attivo 150 pubblicazioni.
Indice delle Miniature
01,02 - Bagnacavallo, Biblioteca Comunale “G.Taroni”: Maestro del Plinio di Pico o suo ambito, 1483, Biblia Latina, cartaceo
1r.
03 - Faenza, Biblioteca Comunale Manfrediana: Graduale Proprio e Comune dei Santi, codice membranaceo; miniatore di
ambito parmense, 1466, frontespizio.
04 - Rimini, Biblioteca Gambalunga: S. Agostino, De Civitate Dei, SC-MS.2,c.1r. Miniatore emiliano, 1415-1419. Fregio con
tema araldico malatestiano e iniziale con Sant’Agostino e un chierico. Doppia “P” riferibile a Pandolfo III
05 - Vienna, Oesterreichische Nationalbibliothek, ms. Series nova 3394. Serafino de’Serafini (? doc. 1349 – 1393), Biblia
figurata, rotolo pergamenaceo, particolare con la veduta di “Arriminum”,
06 - Venezia, Fondazione Cini, inv. N. 2030: Neri da Rimini, foglio staccato di Antifonario. Lettera “A”, e altre lettere; firmato
e datato 1300.
07 - Londra, Collezione Amati,: Neri da Rimini, Antifonario del tempo, pergamena sec. XIV inizio, lettera M (con
Decollazione del Battista). “Misit Herodes”, c.128r.
08 - Rimini, Biblioteca Gambalunga: Frate Leonardo, Nobilissimorum clarissimae originis heroum de Malatestis Regalis
Historia, 1377-1385/ 1390, membranaceo SC-MS, 35, c.3r, frontespizio.
09 - Parma, Biblioteca Palatina, Basino Parmense “Astronomica” codice 1008, scritto a Rimini nel 1458 da Pier Mario
Bartolelli, c.44r.
10 - Collezione Zeri: Foglio di Antifonario con Cristo in gloria, pergamena, 1314 – 1322.
Didascalie
Fig. 1- Serafino de’Serafini, attr., Biblia, part. con veduta di “Arriminum”, pergamena, sec. XIV inizi. Vienna,
Oesterreichische Nationalbibliothek.
Fig. 2- Agostino di Duccio, Veduta di Rimini, marmo, sec. XV. Rimini,Cappella d’Isotta, Tempio Malatestiano.
Fig. 3 - Pietro da Rimini e scuola, Ultima Cena, affresco, sec. XIV. Pomposa, Abbazia, Refettorio,.
Fig. 4 - Pietro da Rimini e scuola, Cena miracolosa dell’Abate San Guido, affresco, sec. XIV. Pomposa, Abbazia, Refettorio.
Fig. 5 - Giovan Francesco da Rimini, San Domenico e il miracolo del pane, tavola,1459. Pesaro, Museo Civico.
Fig. 6 - Strumenti del ceramista. Rimini, da fornace medievale.
Fig. 7ac - Frammenti di ciotole con Passione di Cristo, “maiolica arcaica”. Rimini, sec. XIII-XIV.
Fig. 8 - Ciotolina con Agnus Dei, “maiolica arcaica”. Rimini, sec. XIII-XIV.
Fig. 9 - Ciotolina con decori geometrici, “maiolica arcaica”. Rimini, sec. XIII-XIV.
Fig. 10 - Boccale dipinto, “maiolica arcaica”. Rimini, sec. XIII-XIV.
Fig. 11 - Fascia lapidea, Rimini, sec. XIII.
Fig. 12 - Scuola Riminese del Trecento, Maestà, affresco, sec. XIV. Rimini, Sant’Agostino, cappella absidale.
Fig. 13 - Boccale con Emblema cristologico, “maiolica arcaica”. Rimini, sec. XIII-XIV.
Fig. 14- Boccale con Emblema cristologico, “maiolica arcaica”. Rimini, sec. XIV.
Fig. 15 - Disegno da antiche raffigurazioni cristologiche.
Fig. 16 - Boccale con Simbologia malatestiana “maiolica arcaica” . Rimini, sec. XIII-XIV.
Fig. 17 - Boccale con lettera araldica M (Malatesta), “maiolica arcaica”. Rimini, sec. XIV.
Fig. 18 - Neri da Rimini, Antifonario del tempo, c.128r: Decollazione del Battista, pergamena, sec. XIV inizio. Londra,
Collezione Amati.
Fig. 19 - Boccale con Stemma dei Malatesti, “maiolica arcaica”. Rimini, sec. XIV.
Figg. 20, 21 - Boccali con lettere G e B, “maiolica arcaica”. Rimini, sec. XIV.
Fig. 22 - Neri da Rimini, foglio di Antifonario, 1300. Venezia, Fondazione Cini, inv. N. 2030.
Fig. 23 - Boccale con lettera araldica M (Malatesta) entro tondo a rametti con acini, “maiolica arcaica”. Rimini, sec. XIV, fine
– XV, inizi.
Fig. 24 - Boccale con lettera araldica K (Carlo Malatesti) “maiolica arcaica a ferraccia”. Rimini, sec. XIV, fine – XV, inizi.
Fig. 25 - Boccale con lettera araldica P (Pandolfo Malatesti) “maiolica arcaica”. Rimini, sec. XIV, fine – XV, inizi.
Fig. 26 - S. Agostino, De Civitate Dei; Miniatore emiliano, 1415 -1419. Rimini, Biblioteca Gambalunga: SC-MS.2,c.1r.
N.B. Dove non diversamente indicato, Figg. 6-9, 14: proprietà privata; tutte le altre: Rimini, Museo della città.
33 Vita di Club n.3
Figura 3
Figura 6
Figura 4
Figura 5
d’uso
d’arte
di politica
di fede
I
Figura 7
Figura 8
Figura 10
Figura 9
II
Figura 12
Figura 11
Figura 13
Figura 14
Figura 15
Figura 16
Figura 17
III
Figura 21
Figura 20
Figura 23
Figura 26
Figura 24
Figura 25
IV
ARTE & LETTERATURA
CENTO ANNI
DI FUTURISMO
UMBERTO BOCCIONI
Ricorre il centenario dell’unico movimento artistico nato in Italia
dopo il Rinascimento.
di ANGELO CHIARETTI (socio del Lions
Club Cattolica e presidente del Centro
Dantesco “S.Gregorio in Conca” –
Umberto Boccioni, Il sogno o Paolo e Francesca,
Morciano di Romagna)
1908-09, olio su tela, 140 x 130 cm, Collezione
privata.
E
ra il 1909 quando sulle pagine del
quotidiano
francese
Le
Figaro
comparve il Manifesto del Futurismo,
con il quale uno sparuto gruppo di
intellettuali tentava di svecchiare la stagnante
situazione in cui era caduta la letteratura italiana
dopo gli anni folgoranti del decadentismo
dannunziano e pascoliano. A firmare il
Manifesto furono personaggi celebri, fra cui
Filippo Tommaso Marinetti (capo riconosciuto
del movimento) ed il morcianese Umberto
Boccioni. La loro proposta si presentava in modo
estremamente
provocatorio,
esaltando
dimensioni ideologiche ed artistiche veramente
rivoluzionarie ed anticonformiste. Ci volle un
grande coraggio, in un paese tradizionalista e
benpensante come l'Italia, ad affermare che
musei, biblioteche ed accademie andavano
distrutti e bruciati in nome di un radicale
antipassatismo; e che la vera bellezza poetica
stava nello schiaffo, nel pugno o nel passo di
corsa oppure che un automobile (allora lo si
scriveva senza apostrofo......al maschile,
naturalmente!) con i suoi tubi cromati ed il
profumo di benzina era molto più suggestivo
della Vittoria di Samotracia (celebre statua della
Grecia classica): il mito della velocità sostituiva
quelli degli Dei e degli Eroi! La donna venne
definita nemica dell'uomo per le mollezze ed i
dolci sentimenti che provocava nel cuore di lui,
costringendolo
ad
approdare
ad
un
antifemminismo fisiologico ed esistenziale,
strettamente correlato ad un forte spirito
antidemocratico ed antiliberale, che vedeva nel
Socialismo sorgente il pericolo da combattere
con ogni energia. Inoltre la smania di vitalismo
spinse i Futuristi ad affermare addirittura che al
canto della mitragliatrice i bambini si
addormentano più facilmente che alla voce della
propria madre;: la guerra era da loro ritenuta un
caldo bagno di sangue e sola igiene del mondo,
ma quando le armi iniziarono ad uccidere
veramente, molti di loro si ritrassero inorriditi
oppure, come nel caso di Boccioni, furono
travolti dall'uragano mortale della Prima Guerra
Mondiale, pagandone il caro prezzo con la vita
nel 1916. Al primo Manifesto (che diremmo
ideologico) fece seguito un secondo chiamato
Manifesto Tecnico del Futurismo, in cui si
definivano le norme pratiche per aderire ed
inserirsi nella nuova corrente di avanguardia
letteraria: abolire la punteggiatura e gli aggettivi
qualificativi (si salvarono solo quelli cosiddetti
semaforici), cancellare gli avverbi ed i tempi dei
verbi, ritenendo che il tempo usato all'infinito
potesse
finalmente
consegnare
l'uomo
all'assoluto, facendo leva sul forte sincretismo
dei segni aritmetici (+ - x :) e delle note musicali,
legando i periodi, ormai privi delle tradizionali
regole ortografiche e sintattiche, attraverso
catene di analogie. Sull'onda dell'entusiasmo, si
giunse infine a progettare un totale
sperimentalismo grafico e tipografico, fondato
sull'abolizione della convenzionale scrittura
orizzontale e descrittiva, dove le parole
venivano, invece, disposte a seconda della forma
34 Vita di Club n.3
fisica dell'oggetto che era narrato (ad esempio, le
montagne si rappresentavano con parole disposte
in forma appuntita oppure l'elica di un aeroplano
con parole disposte in forma circolare). Dunque,
il Futurismo sconvolse gli schemi ed il
perbenismo ortodosso ed avrebbe senza dubbio
contribuito ad assicurare alla letteratura italiana
quella ventata di freschezza che le serviva per
divenire mitteleuropea; (la definizione è di Italo
Svevo, al secolo Ettore Smitz) ma trovò sulla
propria strada due ostacoli terribili: la Prima
Guerra Mondiale ed il fascismo mussoliniano.
La guerra stroncò ogni velleitarismo di
cambiamento e diede origine al celebre
ermetismo di Giuseppe Ungaretti, mentre il
fascismo divenne un comodo e ben ripagato
rifugio in cui i Futuristi, ormai delusi e sbandati,
confluirono in massa e con entusiasmo
(Marinetti venne addirittura nominato da
Mussolini come Primo Accademico d'Italia).
Potremmo, dunque, dire che la prematura morte
incontrata da Boccioni in guerra gli ha evitato
questa amara soluzione finale e che la sua arte ha
potuto così conservare la freschezza di quei
giovani poeti italiani che mal sopportavano
l'Italietta (per dirla con Giuseppe Prezzolini)
scaturita dai governi di Giovanni Giolitti. In
sostanza, egli poté evitare compromessi
ideologici ed artistici con il regime mussoliniano
e forse anche per questo le sue opere
conservarono
la
vitalità
degli
ardori
avanguardistici: chi a Morciano ammira il
celebre “Boccione” (realizzato dall'amico e
Maestro Umberto Corsucci) oppure il “Colpo
d'ala” creato da Arnaldo Pomodoro in onore di
Boccioni può capire quale fosse la portata del
Movimento futurista. Ed é per questo che ci si
dovrebbe convincere fino in fondo che disporre
di un patrimonio così incontaminato significa
possedere una potenzialità di iniziative e di
eventi davvero invidiabile, capace di funzionare
da volano (ora che il Pastificio Ghigi non c'è più,
divorato dalle sabbie mobili del capitalismo e
dell'interesse privato assurto al primo posto nella
scala dei valori sociali rispetto a quello pubblico)
per l'intera economia morcianese e della
Valconca, ma vorrei dire di tutta la provincia di
Rimini, che non è fatta solo di Federico Fellini!.
Non si dimentichi che nel lontano 1956 l'allora
Presidente della Repubblica Italiana, Antonio
Segni, assegnò alla memoria di Umberto
Boccioni uno dei riconoscimenti più prestigiosi
per l'attività artistica che seppe testimoniare.
Infine, noi che abbiamo nel cuore la vita e le
opere del gran padre Dante Alighieri, siamo
profondamente grati ad Umberto Boccioni per
averci lasciato l'opera “Paolo e Francesca”
ispirata al V canto dell'Inferno, che testimonia
quanta irrequietezza e quanta potenzialità
problematica vi fosse nell'animo di quei giovani
figli della borghesia del Primo Novecento.
RIMINI PROVINCIA
VALMARECCHIA&ROMAGNA
LA CAMERA HA APPROVATO LA SECESSIONE
L’iter per cambiare patria.
di ORTENSIO CANGINI
I
n una tiepida sera di giugno del 2005,
alcuni amici provenienti dai diversi comuni
della valle si ritrovano a Torello di San Leo
presso la sede della ditta Carli. Oggetto
dell'incontro: la possibilità di indire un
referendum per l'aggregazione dei sette comuni
dell'Alta Valmarecchia alla Regione EmiliaRomagna. Rappresentava, questo, un sogno
molto antico che altri avrebbero voluto
realizzare, già da quando con l'Unità d'Italia
sotto il Regno Sabaudo, i politicanti dell' epoca
pensarono bene di punire la gente di Romagna,
troppo facinorosa ed inquieta, lacerando i confini
politici di quella terra che la natura aveva
35 Vita di Club n.3
disegnato ben diversamente, ignorando, con
grave colpa, le tante petizioni inoltrate dai nostri
concittadini a partire già dal lontano 1853.
Saltando a piè pari ben 152 anni il gruppo di
amici, pur senza nulla inventare, concentra la
propria attenzione sulla sentenza n. 334 del 2004
della Corte Costituzionale che dà una più chiara
interpretazione della L.25-5-1970 n.352 recante
le norme e la disciplina relativa ai referendum
per il distacco di Province e Comuni come
stabilito dall'art.132 della Costituzione. Nel giro
di poche settimane quello che era un gruppo di
amici diventa il Comitato per il SÌ con una larga
e libera partecipazione di cittadini in un contesto
di ampia trasversalità politica. Comincia inoltre
un’ampia e minuziosa informazione sul
territorio, tradottasi in più di 60 incontri nelle
diverse frazioni e comuni della valle. Nel
contempo i singoli Comuni procedono con
l'approvazione delle delibere per la richiesta del
referendum, promovendolo, per superare la
storica frammentazione,in forma unitaria:
priorità assoluta all'integrità del territorio - o tutti
o nessuno! “Volete che il territorio dei Comuni
di San Leo, Sant'Agata Feltria, Talamello,
Novafeltria, Maiolo, Pennabilli e Casteldelci sia
separato dalla Regione Marche ed aggregato alla
Regione Emilia-Romagna?” Questo il quesito
posto ai cittadini recatisi alle urne il 17 e 18
dicembre 2006, i quali con 9211 SÌ e 1766 NO
manifestano 1a chiara ed inequivocabile volontà
di essere integrati con la realtà amministrativa
che da sempre rappresenta il riferimento sociale
ed economico per la Valmarecchia. Si è dato così
il via al percorso costituzionale che prevede
l'approdo della richiesta espressa con
il referendum in Parlamento non
prima di essere completata dai
pareri delle Regioni interessate.
Pareri consultivi ma obbligatori
che saranno: unitario e favorevole
quello dell’Emilia-Romagna, contrario con 22
No e 16 SÌ quello della Regione Marche. I
comuni intanto cambiano i propri statuti
inserendo la clausola che la volontà espressa dai
cittadini diventa il mandato anche per le future
amministrazioni per il passaggio in EmiliaRomagna. Nel frattempo una specifica proposta
di legge parlamentare viene presentata dagli
onorevoli Pini, Pizzolante e Berselli (quelli
precedenti erano decaduti insieme al governo
Prodi). Vengono richiesti quindi i pareri della
Commissione affari costituzionali, la quale
chiede il parere della Commissione Bilancio e il
parere della Commissione Affari Regionali. La
commissione Bilancio chiede il parere del
Governo. All'interno della commissione affari
costituzionali inoltre, grazie alle pressioni degli
onorevoli Giovannelli e Vannuccci, vengono
richieste le audizioni di UPI, ANCI,UPI e di due
costituzionalisti. Superato tutto questo enorme
sbarramento approdiamo in aula il giorno 5
maggio 2009 (data storica). Ampio dibattito,
solito ostruzionismo da parte dei soliti noti, ed
alla fine della giornata 40 astenuti, 7 contrari e
321 favorevoli sono il risultato che si commenta
da solo. Ora attendiamo che la "corsa a tappe"
riprenda, "dopo il sospirone", nell'altro ramo del
Parlamento: il Senato dove, per la verità, il
provvedimento è già approdato il giorno 7
maggio ed affidato alla Commisssione affari
costituzionali del Senato in data 12 Maggio. In
questo
percorso
a
ostacoli
dobbiamo
ringraziamento e gratitudine a tante, tante
persone che ci aiutano e vorrei tra questi
menzionare: il presidente del comitato Alfredo
Carli,
l'anima
del
comitato
Settimio
Bernardi, gli onorevoli
Pini,
Pizzolante,
Marchioni,
Zaccaria,
Gozzi, La Malfa, Dal
Lago, il presidente della
Provincia Fabbri, il
dottor Gardenghi, tutti i
consiglieri
regionali,
Emiliano Romagnoli, e
tantissimi che ci aiutano
materialmente
e
moralmente in questa corsa con veramente
troppe tappe e troppi ostacoli. Grazie infine a
tutti i componenti del comitato che, come me,
lavorano all'ombra di questo sogno.
36 Vita di Club n.3
CURIOSITÀ ALVISIANE
SIGNORI,
IN CARROZZA
SI PARTE!
L’immagine del treno è sempre stata associata all’idea della modernità
e del progresso, connotandosi spesso di una valenza negativa, come
segno tangibile della fine di un’età poetica in rapporto idilliaco con la
natura.
di MARIO ALVISI
N
Fortunato Depero, Treno partorito
dal sole (1924). Collezione privata.
ei lontanissimi anni della nostra
giovinezza quante volte abbiamo
sentito questo annuncio allorché ci
accingevamo a prendere un treno per
motivi di studio, di lavoro e di vacanza? Treni
disastrati, carrozze di terza classe con sedili in
legno tutte aperte nella loro lunghezza (oggi si
direbbe open space) che consentivano ad ognuno
di noi di partecipare alle problematiche altrui e ci
consentivano di fuggire da una carrozza all’altra
per evitare il controllore se non avevamo pagato
il biglietto (forse succederà anche oggi se è vero
com’è vero che sugli autobus non paga quasi
nessuno). Al fischio del capostazione, con il
classico berretto rosso, si sentiva echeggiare dai
controllori appostati vicino ad ogni vagone, il
comando “signori in carrozza, si parte”. In un sol
momento sentivi che decine di sportelli, stretti e
lunghi, si chiudevano e sbattevano con un suono
metallico inconfondibile. Era l’inizio di un
concerto con il fischio della locomotiva, lo
stridio dei freni sui binari, gli spifferi del vento
che penetrava dai finestrini e le tante voci che
occupavano la carrozza. Così per tanti anni. Poi
il cambiamento con il mutare delle condizioni
economiche dei passeggeri. Nascono gli
intercity, e gli eurostar con gli scompartimenti a
cabine, i regionali a due piani e gli elettrotreni
locali raramente utilizzati perché soppiantati
dall’uso delle auto. Poi il recente grande evento.
Vengono inaugurati gli Eurostar Alta Velocità.
Prima la sperimentale Frecciaverde ed ora la
Frecciarossa (unica parola). Con i ricordi del
passato e con le motivazioni della pubblicità
come “per andare veloce non serve più l’aereo” o
“Milano e Roma vicinissime” decido, per una
volta, di lasciare la macchina in garage ed
andare, appunto, a Milano con il treno
Frecciarossa n. 9426, carrozza 001, posti
riservati 64 e 63 corridoio, partenza da Bologna
alle ore 9,06 arrivo a Milano alle ore 10,29,
Un’ora e 23 minuti. Media chilometrica 260
orari. Prima, però, ho dovuto prendere un
comunissimo regionale per la tratta RiminiBologna. Sono arrivato con qualche minuto di
anticipo. Sto chiacchierando sul primo binario
quando con sorpresa mi vedo sfrecciare davanti
un treno tutto rosso. Sono un po’ sordo, ma era
talmente silenzioso che sembrava navigasse su
un cuscino d’aria. Certo è molto bello. Salgo
guardandomi attorno. Sono un po’ spaesato
perché è da molto tempo che non viaggio in
treno e non vorrei fare la classica figura del
provinciale. E’ tutto marrone. Con circospezione
trovo il mio posto, spalle alla direzione di
viaggio, con alla sinistra il finestrino e a destra
un cristallo, sempre marrone, che parzialmente
mi divide dal corridoio. Il posto è stretto, quasi
scomodo, nell’allungare le gambe devo evitare di
calciare il mio dirimpettaio. Con indifferenza e
nascosto dietro al giornale sbircio i passeggeri
presenti. Tutti manager con computer, telefonini,
cuffie sonore, molti scamiciati, pochissimi
stanno leggendo il giornale (forse lo hanno già
letto venendo da Roma o Firenze). Tutto nel più
monastico dei silenzi. Come inizio mi sembrava
l’unica cosa da rimarcare. Un po’ poco. In questo
silenzio giunge, con voce sopra le righe, un
37 Vita di Club n.3
annuncio che ci dà il benvenuto, in italiano.
Sarebbe stato gradito se fosse stato fatto con
gentilezza, come fanno sugli aerei, che qui
vogliono copiare. Dopo qualche lungo secondo
di silenzio altro messaggio, sempre di benvenuto,
questa volta in inglese. Pazienza, riprendo la
lettura del giornale. Purtroppo, quando non te lo
aspetti, altra voce gracchiante: ci fanno sapere
che sul treno c’è un addetto per le pulizie dei
gabinetti! Sì, proprio così. Incredibile, ma vero.
Non ne ho capito proprio il significato. Ma forse
perché sugli altri treni tutti i gabinetti sono
impraticabili. Qui ci vogliono far sapere che non
sarà così! Mamma mia. Mai sentita una cosa
simile in vita mia. Sarà perché è speciale il treno!
In cabina di comando avranno un timer, perché
dopo una decina di minuti dalla partenza ci
avvisano, sempre a volume alto, che sarà servito
un drink di benvenuto; ma, se uno vuole, può
usufruire della carrozza
ristorante; un po’ di
business
ci
vuole.
Diamine. Grazie a Dio
non
ci
sono
più
messaggi. Il treno, con
un piccolo ma fastidioso
dondolio, corre veloce
verso Milano. Non te ne
accorgi. Come in volo.
Non lo capisci neppure
dallo scorrere di quel
poco che si vede dal
finestrino della pianura
padana. Purtroppo, guardando fuori, sento la
mancanza delle sorprese, della natura, dei
campanili, dei paesi e dei capannoni industriali
che con il naso attaccato al finestrino ci
godevamo o riconoscevamo durante il viaggio.
Corriamo fra due muri di cemento, paratie
antirumore e gallerie che tolgono tutto il fascino
del paesaggio che una volta si vedeva guardando
appunto dal finestrino. Quanta letteratura scritta
sulla vita vista da un finestrino del treno!
Purtroppo tutto si perde amaramente al prezzo
della tecnologia. Tecnologia che però non si
nasconde. In qualche parte del treno ci
dev’essere un difetto. Un fischio permanente è
l’unico testimone della velocità. Come se
fossimo in montagna in mezzo alla bufera con il
vento che ti porta via e tu sei abbassato per
difenderti dal fastidioso turbinio. In un batter di
ciglia siamo a metà percorso. Non vediamo
neppure il fiume Po. Così non è più viaggiare.
Due steward, neppure due belle ragazze, ci
“lanciano” tre caramelle sugli striminziti tavolini
che dividono i passeggeri, come noccioline alle
scimmie dello zoo (questa è la mia brutale
impressione forse dovuta ad altre aspettative):
non ti chiedono se le vuoi e, dato che sono di
gusti diversi, cosa gradisci. Un altro batter
d’occhio e stiamo per
arrivare a Milano. Prima
di scendere mi viene una
curiosità: voglio vedere i
bagni. Dovrebbero essere
straordinari. Traballando
ne raggiungo uno. Non è
occupato. Apro ed è…
come tutti gli altri.
Impresentabile
e
impraticabile, con carta e
acqua
per
terra.
Evidentemente l’omino
delle pulizie è sparito con
il vento, La velocità se l’è portato via! Per
fortuna non ne ho bisogno. Sono le 10 e 29.
Siamo a Milano Centrale. Perfettamente in
orario. Scendendo continuo a ridere con il mio
compagno di viaggio. Non ci scambiamo
impressioni sul nuovissimo treno, la sua
tecnologia, la sua comodità e la sua velocità. No.
Ci è rimasto impresso il bagno.
Nel fumo
Quante volte t’ho atteso alla stazione
nel freddo, nella nebbia. Passeggiavo
tossicchiando, comprando giornali innominabili,
fumando Giuba poi soppresse dal ministro
dei tabacchi, il balordo!
Forse un treno sbagliato, un doppione oppure una
sottrazione. Scrutavo le carriole
dei facchini se mai ci fosse dentro
il tuo bagaglio, e tu, dietro, in ritardo.
Poi apparivi, ultima. È un ricordo
tra tanti altri. Nel sogno mi perseguita.
Eugenio Montale (da Satura, 1971)
38 Vita di Club n.3
ITINERARI
VAL DI TEVA
TERRA DI PRIAPO E DI MINERVA
Da anni la Valle di Teva e in particolare la sorgente di Monte Cerignone è meta di “pellegrinaggi” particolari. Vi si
trova infatti la Fonte di Priapo, una “fonte del piacere” da cui sgorga acqua “miracolosa” con virtù virilizzanti già
scoperte dagli antichi romani. A testimoniarlo c’è una lunga tradizione letteraria, da Plinio in poi. Il segreto di queste
acque è stato custodito per ben 2000 anni dagli abitanti di Montecerignone, ma è venuto alla luce grazie alla
scoperta del professor Angelo Chiaretti, che ha consultato documenti seicenteschi all’Archivio di Stato di Pesaro.
di ANGELO CHIARETTI
Fonte di Priapo a
Valle di Teva
Irriguis hortis Valtevae est clara, Minervae/
muneribus, lympha, quae levis ore calet.1
(Valteva è nota per i giardini irrigui,
per i doni di Minerva e per l'acqua
che vi si beve tepidamente leggera.)2
I
l dolce epigramma, che il poeta Giovanni
Ercolani de' Sarti nel 1535 dedicò a
Valdeteve, inserendola in un contesto di
oltre
sessanta
località
dislocate
meravigliosamente sul territorio montefeltrano,
possiede tutti gli elementi che fanno di Val di
Teva un luogo paradisiaco: l'abbondanza di fiori
e frutti ricavati da una terra fertile alacremente
lavorata, il fluire di acque minerali così leggere e
tepide da riscaldare delicatamente il palato, e la
particolare intelligenza che la dea Minerva
profonde in dono, da sempre e per sempre, agli
abitanti del luogo, provengono infatti dalla
sterminata letteratura relativa all'Età dell'oro, il
mitico tempo in cui gli uomini, eroi e semidei,
vissero felici ed immortali. Inoltre, è Pier
Antonio Guerrieri da Carpegna, autore nel 1667
de “La Carpegna Abbellita et il Monte Feltro
Illustrato”, a paragonare questi luoghi al greco
monte Elicona, sede delle Muse e sacro al dio
Apollo, e dunque a consacrarli come residenza
eccezionale per svolgervi studi e comporvi opere
d'arte:
Quivi tra questi rudi tugurii e fra questi silvestri
boschi, quasi in giocondissima Elicona ho
tradotto la vita per spatio fin'ora di 28 anni
spendendo
il
tempo
in
humanissime
Essercitationi con l'interpositione di varie
lettioni e anco di lirici studi e diversi
componimenti3.
Ma vi è di più. Lo stesso Guerrieri corona la
descrizione del castello con una interessante e
sorprendente caratterizzazione del luogo:
Val di Teva è luoco assai fruttifero ove insieme
*si godono le delitie di Priapo* ne' suoi horti
verdeggianti.
Dunque Val di Teva si rivela sempre più luogo
paradisico, nel momento in cui veniamo a sapere
che quegli uomini migliori, appartenenti a
famiglie come i Gaboardi, i Maccioni o i
Comandino, vi si recavano non solo per ricevere
ispirazione artistica, nutrendosi di frutti
meravigliosi ed immergendosi nel silenzio di
boschi
e
giardini
verdeggianti,
ma
contemporaneamente per godere le delizie del
dio Priapo, figlio di Dioniso ed Afrodite ed in
quanto tale protettore certamente della fertilità
degli orti ma anche della virilità maschile, di cui
faceva sfoggio nelle più diffuse immagini
1
3
2
Giovanni Hercolani de' Sarti, Epigrammata Feretrana.
La traduzione è mia.
Pier Antonio Guerrieri, La Carpegna abbellita et il
Monte Feltro illustrato.
39 Vita di Club n.3
iconografiche a lui dedicate! In quei
componimenti, chiamati appunto “Priapei” e
caratterizzati da espressioni maliziose e spesso
licenziose, esso veniva ardentemente invocato da
quanti riconoscevano nel piacere dei sensi il vero
significato dell'esistere umano. Nelle parole di
Guerrieri perciò echeggia, parallelamente ed a
chiare lettere, il richiamo ad una condizione
adamitica, di “full immersion”, in cui ritrovare
l'eterna giovinezza, l'immortalità, la felicità
perduta. Alla luce di tutto ciò, il toponimo Val di
Teva non può che rimandare, in definitiva, a due
interpretazioni diverse ma complementari, che
possiedono, cioè, un denominatore comune:
Valditeva, per un verso, quasi a differenziarsi
dalla vicina Valcava, significa “Valle del colle”
(dal latino teba-ae = colle, collina) e così non vi
è dubbio che a svettare alto nel cielo sia quel
“Castrum Vallisteve”, di cui si parla nella
“Descriptio
Romandiole”,
il
dettagliato
censimento ordinato nel 1371 dal cardinale
Anglic de Grimoard, Vicario Generale di Papa
Gregorio XI in Italia, poiché da quasi settant'anni
la sede della Chiesa Cattolica si trovava in
Avignone (Francia):
Castrum Vallisteve est in quadam costa, ubi est
turris et quedam parva roccha que tenetur per
quemdam nobilem vocatum Pace de Gaboardis
de Macerata. In quo sunt focularia XXVIII.
(Il castello di Val di Teva è posto su un pendio e
vi si trovano una torre ed una piccola rocca che è
governata dal nobile Pace de' Gaboardi di
Macerata Feltria. Vi abitano ventotto famiglie4).
Numerosi documenti trattano di questa torre,
collocata a difesa della rocca, piccola ma così
signorile e di una certa importanza, da essere
affidata ad un nobile: all' interno delle mura
castellane si trovavano ben ventotto nuclei
abitativi in grado di provvedere al pagamento
della
“fumantaria”,
una
tassa
pagata
all'amministrazione pontificia come corrispettivo
fisso del reddito familiare. Essa rappresentava
anche un prezioso elemento strategico di
avvistamento e di segnalazione (fumi di giorno e
fuochi di notte in grandi bracieri appositamente
disposti sulla sua sommità), capace di ricevere e
trasmettere messaggi anche a grande distanza,
sia verso la Marca Anconitana (soprattutto da e
per Sassocorvaro, sotto la cui giurisdizione fu
per lungo tempo, prima di divenire, nel 1827,
appodiato del Comune di Montecerignone) sia
dalla parte della Romagna, inserendosi
all'interno di un preciso e ben congegnato
scacchiere amministrativo e militare. Ecco
perché Malatesti e Montefeltro si contesero Val
di Teva con accanimento ed alterne vicende fino
al 1462 (anno nel quale, in seguito alla definitiva
sconfitta malatestiana ad opera degli urbinati, la
Chiesa di Roma concesse ai castelli minori delle
Legazioni la “Libertas Ecclesiastica”, cioè la
possibilità di scegliere a quale città affidare la
giurisdizione sul proprio territorio) ed anche
Cesare Borgia, figlio di papa Alessandro VI e
più conosciuto come il Duca Valentino, fra il
1500 ed il 1502 ne fece un caposaldo di questa
parte del Ducato di Romagna. Alla sua caduta,
come accadde a molti altri castelli
“marchignoli”, papa Giulio II, con il benestare di
Guidubaldo da Montefeltro, figlio del grande
duca Federico, concesse Val di Teva in
governatorato temporaneo ai Doria di Genova in
cambio di un consistente esborso di denaro. È
nuovamente il Guerrieri ad informarci che
l'antica e notevole torre castellana nel XVII
secolo conservava ancora intatta la sua struttura:
Il Castello di Val di Teva serba memorabile
antichità ove si vede la sua antica Torre e la
vetusta Roccha posseduta già dai Conti di
Sascorbaro, di Casa Doria di che si vede in esso
luocho notabile rimembranza.
Fu proprio la sicurezza fornita da quelle mura e
da quella torre che garantì a Val di Teva una
popolazione costante di abitanti nel corso degli
anni: se nel XIV secolo, come abbiamo detto,
poteva contare su circa 140 abitanti, nel 1522
essi ammontavano a 162, per salire a 170 nel
Settecento e raggiungere una punta massima di
292 durante la prima metà del secolo successivo.
Torre e castello, però, nel 1728, in seguito ad un
movimento franoso, scivolarono a valle sui
terreni argillosi ma, incredibilmente, senza
crollare, come precisa Antonio Maria Zucchi
Travagli (XVIII secolo) nel “Raccolto Istorico”:
Par cosa incredibile a credersi che una Torre
con diversi rimasugli d'antiche fabriche, le quali
componevano buona parte di quel castello, si
vadano scostando dal loro antico sito _*senza
ruinare*5.
E l'esistenza di un insediamento fortificato
andato in rovina potrebbe essere confermata
anche dal toponimo “Il Castellaccio”, posto ai
piedi dell'attuale abitato. Per altro verso, Val di
Teva corrisponde a “Vallis Tyberis”, cioè Valle
del Tevere, come è chiamata per secoli nei
verbali stilati in occasione delle visite pastorali
5
4
La traduzione è mia.
A. M. Zucchi Travagli, Raccolto Istorico ovvero Annali
del Montefeltro.
40 Vita di Club n.3
effettuate dai vescovi della Diocesi Feretrana e
come anche ebbero a confermare diversi storici
locali (P.A. Guerrieri, A.M. Zucchi Travagli,
G.B. Marini, L. Tonini ed altri). Una spiegazione
della genesi di questa curiosità ci viene fornita
dalla Divina Commedia di Dante Alighieri,
permettendo di capire come con il suo toponimo
si sia voluto parafrasare uno scenario più che
consolidato: il biondo fiume di Roma, le cui
sorgenti confinano pur sempre con il
Montefeltro, adiacente al Fumaiolo, costituisce il
trait d'union fra la terra ed il cielo, fra l'Inferno
ed il Paradiso Celeste. È, infatti, alla sua foce che
l'angelo nocchiero dantesco imbarca le anime per
condurle, rapidissimo, ai piedi della montagna
del Purgatorio, sulla cui vetta cresce, bagnata dai
fiumi Letè ed Eunoé, la “divina foresta spessa e
viva” del Paradiso Terrestre. Occorre sapere, poi,
che anche le celebrate doti “d'ingenio” degli
abitanti di Val di Teva (“i doni di Minerva”, di
cui parla l'Ercolani), trovano rispondenza nei
versi dell' Alighieri, visto che Matelda, la “bella
donna” che passeggia cantando e raccogliendo
fiori, spiega a Dante come il monte Parnaso, sede
delle Muse ispiratrici dell'arte, ed il Paradiso
Terrestre possano essere considerati una cosa
sola:
Quelli ch'anticamente poetaro
l'età de l'oro e suo stato felice,
forse in Parnaso esto loco sognaro
Qui fu innocente l'umana radice;
qui primavera sempre e ogne frutto;
nettare è questo di che ciascun dice.
Purgatorio, XXVIII, 139-144.
E tutti sanno che, da un'indagine fra i toponimi
locali, emergono Inferno, trasformato in
Onferno solo nel 1810 per volontà del vescovo
Gualfardo,
e
Carpegna,
nell'antichità
denominato Mons Maius (Monte Maggiore) ed
anche Mons Olympus od Olympicum, sede
degli dei mitologici che misticamente si staglia
sui contrafforti dell'Appennino: coniugati con
Valditeva,
sia
l'uno
che
l'altro,
nell'ottica del Cristianesimo, rimandano con
perfetta evidenza a quella tripartizione del
mondo che custodisce il segreto della beatitudine
cui ognuno di noi aspira quotidianamente.
STORIA IN MOSTRA
IL FARSETTO
E IL MITO DI PANDOLFO III
A distanza di quasi 600 anni, rivive nella mostra “Redire: 1427-2009.
Ritorno alla luce”, allestita nel Museo Civico di Fano, il fascino del più
celebre Signore della Città. È stato infatti completato il restauro del
corpetto imbottito che solitamente indossava sotto l’armatura e con il
quale era stato sepolto.
Spiega la studiosa Elisa Tosi Brandi: «Per la Storia del costume questo
Farsetto è particolarmente significativo. Si è rivelato, infatti, una
eccezionale fonte di approfondimento e, come se non bastasse, ci ha
permesso di confermare alcune teorie sulle fattezze in particolare di una
delle tipologie attraverso le quali il Farsetto poteva essere realizzato.
Oltre al modello e al materiale usato, la cosa importante, in questo caso,
è la conservazione delle cuciture.[…] Il velluto con cui era fatto l'esterno
ha straordinariamente mantenuto il colore e la lucentezza naturali, cosa
estremamente rara visti i secoli che separano la tumulazione del corpo
dal ritrovamento. Inoltre abbiamo scoperto che l'imbottitura era tenuta
insieme da una doppia fodera di lino legata allo strato di velluto esterno
con delle cuciture diagonali. Non solo, ma sono arrivate intatte fino a noi
anche le cuciture ornamentali degli avambracci e del collo, impunture che
41 Vita di Club n.3
creano sul Farsetto una sorta di pieghettatura che oltre a rendere più bello e prezioso il capo potevano servire anche
per evitare l'usura delle zone più esposte».
di MANUELA PALMUCCI∗
S
abato 23 maggio era arrivato. Con
Franca Marani ci eravamo sentite al
telefono diverse volte. Avevamo
organizzato nei minimi particolari
l’escursione giornaliera nella provincia di Pesaro
e Urbino e, in particolare, la visita alla città di
Fano del gruppo Lions Club Rimini-Malatesta.
“Prima di pranzo ci piacerebbe fare una breve
visita al museo malatestiano per prendere visione
del farsetto di Pandolfo Malatesta” mi aveva
detto Franca “poi nel pomeriggio il museo è
chiuso e non vorrei perdere questa opportunità”.
Pandolfo III Malatesta è uno degli anelli di
congiunzione tra la città di Rimini e quella di
Fano, questo abile condottiero che verso la fine
del 1300 e i primi anni del 1400 aveva dominato
il nostro territorio e che oggi rivive grazie al
ritrovamento del suo corpo mummificato1 e del
1
«Un particolare interessante degli studi fatti sul corpo è
la mancanza di fratture o lesioni gravi che dimostra quanto
avessero ragione i Visconti a temere il loro nemico: non
soltanto doveva essere davvero bravo in battaglia, ma
doveva avere notevoli forza e resistenza. Di contro
Pandolfo III Malatesta soffriva di patologie tipiche del
condottiero: micro-lesioni al torace causate dalla pesante
armatura,
ossificazioni
dello
sterno
originate
probabilmente dai colpi di lancia ricevuti durante i tornei,
callosità alla mano destra dovute all'impugnatura della
spada, danni al menisco interno e alle ginocchia che
dimostrano quanto tempo passasse a cavallo. In più
Pandolfo III Malatesta era davvero possente per l'epoca: 1
metro e 80 centimetri di uomo, la mummia più lunga che
ci è mai capitato di studiare. Per fare un esempio,
Francesco Maria della Rovere, altro importante
marchigiano del quale abbiamo potuto studiare il corpo,
era alto poco più di 1 metro e 60 centimetri.
Gli studi hanno, in qualche caso, confermato quello che la
storia supponeva senza prove scientifiche. In particolare le
circostanze e le cause della morte di Pandolfo III Malatesta
erano state tramandate con correttezza: è morto di febbre
malarica a 57 anni, nell'ottobre del 1427. La dimostrazione
di queste affermazioni viene dal ritrovamento nello
stomaco della mummia di semi d'uva, probabilmente il suo
ultimo pasto: doveva per forza essere autunno poiché al
tempo non esistevano prodotti d'importazione. […]
L'importanza primaria di questo ritrovamento risiede nella
sua datazione. Esistono, infatti, pochissimi corpi così ben
conservati che risalgono a un periodo tanto lontano. Il più
antico sul quale abbiamo potuto lavorare è del 1495.
Sembra poco, ma 50 anni di differenza, per una
professione come la nostra, hanno una grande importanza.
Le ricerche di paleopatologia servono in primo luogo a
ricostruire le abitudini di vita, quelle alimentari, le malattie
bel
corpetto
che indossava
al
momento
della sepoltura.
Il gruppo è
arrivato a Fano
in
perfetto
orario.
La
giornata
era
caldissima,
quasi
afosa,
tipicamente
estiva. È stato
per tutti una
bella sorpresa
poter osservare
da
vicino
questo capo di
abbigliamento
rosso e oro che risulta essere l’unico esemplare
al mondo giunto fino ai giorni nostri. Dopo aver
fatto rivivere il mito del signore di Fano, ci
siamo avviati verso il ristorante “Casa Nolfi”,
dove ci hanno servito un ottimo pranzo.
Terminata la seduta culinaria, abbiamo iniziato
la passeggiata per le vie della città, ripercorrendo
le tappe che uniscono le città di Rimini e di
Fano: la porta di Augusto, le arche malatestiane
e il teatro della Fortuna. Quest’ultimo ha destato
grande ammirazione da parte di tutti i
partecipanti: è stato un momento molto
emozionante vedere questo piccolo gioiello che
ha realizzato per Fano l’architetto modenese
Luigi Poletti, che aveva costruito anche il teatro
“A. Galli” di Rimini, andato quasi totalmente
distrutto durante la seconda guerra mondiale, che
presentava le stesse caratteristiche tipologiche e
costruttive. A metà pomeriggio abbiamo
effettuato una sosta ristoratrice, visto l’afa che
c’era, presso il Bar Centrale per poi ripartire con
più lena. La visita all’austera cattedrale dedicata
all’Assunta ha confermato la presenza di abili
maestranze, che hanno realizzato elaborati
scultorei raffinati, e di una colta committenza,
espressa negli affreschi della cappella Nolfi.
più diffuse, la media di aspettativa di vita e così via».
Gino Fornaciari, paleopatologo dell'Università di Pisa.
42 Vita di Club n.3
Particolare interesse hanno destato le lastre che
costituiscono il pergamo. Queste, ornate
all’esterno con bassorilievi di stile romanico
ispirati alla vita di Gesù, all’interno presentano
simboli religiosi della romanità. Questo potrebbe
far ipotizzare che sorgesse qui quel Fanum
Fortunae, tempio eretto dai Romani alla dea
Fortuna per ringraziarla della vittoria del
Metauro su Asdrubale, fratello di Annibale. La
visita alla pinacoteca di arte sacra, ospitata
nell’ex chiesa di San Domenico, ha completato il
percorso nella città di Fano. Verso le 18.00 la
comitiva si è sciolta con l’augurio di poter
rinnovare la gita con altri traguardi e con un
arrivederci a presto. Un’escursione alla ricerca di
comuni radici storiche e culturali, alcune delle
quali risalgono a oltre duemila anni fa e che
vanno recuperate a difesa del domani. Persone
che vivono a circa 50 km di distanza tra loro che
non si conoscevano e che ora sono amiche. Una
bella scoperta!
∗ Manuela Palmucci, laureata in Lingue e Letteratura Straniere Moderne, con specializzazione nelle lingue inglese e tedesca,
presso l'Università degli Studi di Urbino, da anni collabora con il Comune di Fano e la provincia di Pesaro e Urbino come
interprete e traduttrice. Nel 2005 viene nominata in un progetto europeo come "esperta nella conoscenza del territorio". Nel
2006 cura la traduzione in lingua inglese di un libro su Fano. È inoltre consigliera dell'Associazione Provinciale Professioni
Turistiche e membro dell'Archeoclub d'Italia.
ARTE IN MOSTRA
A RAVENNA
LA RICERCA
DEI PARADISI PERDUTI
Da Otium ludens a L’Artista viaggiatore, il percorso di due
turisti non per caso.
Medaglione con volti femminili, Villa
Arianna, Collina di Varano, Stanza
42, Castellamare di Stabia.
di MARIO ALVISI
I
o non sono capace di tradurre in un articolo
della rivista i contenuti culturali e critici
delle mostre di pittura o di carattere storico
così come sanno fare molto bene i nostri
amici professori Giovanni Gentili e Alessandro
Giovanardi che spesso ci onorano scrivendo su
queste pagine. Un dono prezioso che appaga i
lettori, arricchisce le nostre conoscenze e
impreziosisce, appunto, la qualità della nostra
rivista apprezzata nel mondo lionistico, ma,
sempre più, negli ambienti culturali riminesi e
nazionali. Ricordo che per due anni consecutivi è
stata premiata come una delle migliori tre riviste
lionistiche italiane! Da buon allievo di cotanti
esperti e con degli amici e amiche di alto livello
culturale che mi guidano per l’Italia e fuori, ho
preso l’abitudine, se è possibile, di cogliere
l’occasione delle passeggiate di fine settimana
non solo per vedere bellezze naturali e
monumentali e gustare della buona cucina, ma
anche per visitare delle mostre. Così sono andato
a Ravenna, città sempre interessante, in modo
particolare per il fasto delle sue vestigia
bizantine. Quegli ori dei mosaici mi fanno
impazzire. Un retaggio dello splendore ammirato
nella Basilica di San Marco a Venezia.
Antefatto: quando è uscita la pubblicità per la
mostra “OTIUM LUDENS, Stabiae, cuore
dell’impero romano” ho contattato la
professoressa Isotta Roncuzzi di Ravenna che, se
ricordate, era stata la nostra guida per la mostra
precedente, sempre a Ravenna, “DOMUS DEL
TRICLINIO, alla scoperta della Ravenna
romana”. Purtroppo per problemi personali non
ha potuto accogliere il mio invito. Allora sono
andato a Ravenna di persona. La mostra, come la
precedente, è allestita nel Complesso di San
Nicolò, ex chiesa costruita tra il duecento e il
quattrocento, preceduta da raffinati chiostri
settecenteschi. La mostra, considerata una delle
43 Vita di Club n.3
dieci più belle dell’anno, è introdotta da un video
intitolato “Stabiae, the last night” (l’ultima notte
di Stabia), una ricostruzione virtuale di Villa San
Marco e dell’eruzione vesuviana del 79 d.C.
Propedeutico per creare la giusta atmosfera alla
visita. Nella penombra dello spazio ecclesiale,
arricchito dalla “creazione di un paesaggio
sonoro”, sono di grande bellezza e suggestione i
tantissimi affreschi recuperati lungo la collina
stabiese di Varano. Illuminati con sapiente cura
quei rossi pompeiano, i rosati delle figure
femminili, i verdi e gli azzurri sbiaditi dal tempo,
le stupende narrazioni dipinte su affresco
dedicate a paesaggi vengono esaltati in modo
vibrante. Ma anche tanti oggetti che fanno
riferimento alla musica, al teatro e alla poesia
raccontano l’atmosfera di cui amava circondarsi
l’elite romana che sul golfo di Napoli possedeva
le ville più belle dai nomi suggestivi: Villa San
Marco, Villa Adriana, Villa Carmiano, Villa
Petraro che, purtroppo, l’eruzione del Vesuvio
distrusse. Ma grazie alla Sopraintendenza
Speciale per i Beni Archeologici di Napoli e
Pompei e della Fondazione Restoring Ancient
Stabile oggi è possibile ammirare questa
preziosissima esposizione. Peccato che, nel
frattempo, si sentano voci d’incuria provenire da
quei fantastici luoghi! Senza una guida che ti
accompagni approfondendo la conoscenza di
ogni pezzo, ogni storia e ogni dettaglio (a volte
prolissi) e muniti solo dell’audioguida che si
sofferma sulle opere più importanti, la visita si
svolge abbastanza velocemente, pur tornando e
ritornando su quell’oggetto che ti ha più colpito
di altri. Perciò il tempo che avevo preventivato
per poi andare comodamente a pranzo in un
localino “tre forchette” nel centro storico di
Ravenna (così come ci ha abituato la Franca
Marani con le sue gite) è passato velocemente
lasciandomi spazio per vedere la vicinissima
basilica tardo-rinascimentale di Santa Maria in
Porto con la facciata di gusto palladiano. Ma la
Graziella è stanca. Basta chiese! Ci sediamo su
una panchina degli attigui giardini prospicienti
l’Accademia di Belle Arti e Pinacoteca comunale
(ex Convento dei Canonici Lateranensi) con la
facciata
impreziosita
dalla
Loggetta
Lombardesca del primo ‘500. Una locandina
vicino all’ingresso dell’edificio attira la mia
attenzione. “L’ARTISTA VIAGGIATORE: da
Gauguin a Klee, da Matisse a Ottani, esploratori,
cavalieri erranti verso terre lontane”. Una mostra
che sembrava fatta su misura per me. Poco
artista, ma molto viaggiatore. E poi quei nomi
altisonanti della pittura mondiale non potevano
non attirarmi. Bando alla stanchezza che sarà
premiata con un viaggio fantastico nell’esotico e
primitivo mondo dalle Americhe all’Asia e
dall’Oceania all’Africa con i tramonti tunisini di
Klee, i verdi giada dei mari polinesiani di
Gauguin, le bande di pesci blu, gialli, zebrati di
nero di Matisse, le vedute medio-orientali, le
odalische e gli animali esotici che ci hanno
sempre e lungamente affascinato. Un tocco di
aggraziata fantasia è la sala dedicata agli
“adoratori dei fiori” che ti accoglie con il
pavimento cosparso di petali con disegni floreali
composti da “disegnatori” indiani. Per gli adulti
c’è una sorpresa che ha sempre generato tanta
curiosità con la conoscenza o la scoperta segreta
del libro del Kama Sùtra. Nell’ingresso
dell’ultima sala un cartello avverte che la sua
visione non è consigliata ai minori. Sono esposte
le opere di Ontani, soprattutto foto, “con
ricostruzioni artefatte decisamente forti”. Ma
tutto ciò ha sempre fatto parte delle nostre
curiosità; non solo dei panorami e dei colori di
terre lontane, ma anche della vita e dei corpi
primitivi che incarnavano per noi occidentali la
desiderata lussuria
orientale descritta
da tanti scrittori da
Wilde a Baudelaire.
Con
queste
appaganti immagini
ce ne andiamo da
bravi turisti, non
particolari,
ma
molto,
molto
normali.
Paul Gauguin, Donna tahitiana
con cane.
Jules Pierre Van Biesbroeck,
Danza sotto la tenda nel deserto.
44 Vita di Club n.3
MEETING
ARTE E MUSICA
UN BINOMIO STRAORDINARIO
Il cristallino talento
formale del Sassoferrato
in due delle sue
pensierose Madonne.
Martedì 26 maggio alle ore 20 presso l’Hotel Holiday Inn si è
svolta una piacevolissima serata conviviale all’insegna dell’arte
e della musica a coronamento di uno dei più sentiti
appuntamenti del nostro Club in quanto dedicato ai giovani. Per
il primo tema un relatore particolarmente brillante che ormai
tante volte ci ha fatto scoprire il fascino incomparabile
dell’esperienza artistica: Alessandro Giovanardi∗, autore
dell’articolo “L’estasi nascosta” pubblicato sul numero
precedente della nostra rivista, ci ha guidati questa volta in un
percorso illuminante che descrive a tutto tondo l’opera di Giovan
Battista Salvi, detto il Sassoferrato, calata nel contesto di un
composito Seicento, tra l’icona e i fiamminghi.
Il Presidente Paolo
Gianessi consegna
al prof. Alessandro
Giovanardi
un
presente a ricordo
della serata.
Il tema della musica è stato svolto nell’ambito del Premio “Vitale Vitale”,
ormai giunto alla sua 10ª edizione. “…che il fascino della musica catturi le loro anime”: è con questa idea,
unita alla grande passione per la musica, che la famiglia Vitale ha istituito il “Premio Vitale”, atto a premiare i migliori
allievi dell’Istituto musicale “G. Lettimi” di Rimini. Quest’anno i premiati sono due giovanissimi e promettenti violinisti:
Caterina Boldrini e Federico Micozzi che, presentati dal prof. Domenico Colaci ed accompagnati al pianoforte dal
Maestro Fabrizio Di Muro, si sono esibiti in splendide interpretazioni che hanno sollevato plauso ed ammirazione fra i
tanti presenti. Ospiti del CLUB, oltre ai familiari dei premiati, Guido Zangheri, già Direttore dell’istituto Musicale, e
l’attuale Direttore Enrico Meyer. Colaci ci ha intrattenuti sul tema “Violino: tecnica ed arte per un mito”. Gli cediamo la
parola.
Roberto Morbidi
∗
Alessandro Giovanardi è nato il 21-12-1972 a Rimini dove risiede. Si è Laureato in Filosofia a Bologna, con una tesi
sull’ermeneutica delle immagini sacre cristiane nel pensiero di Pavel Florenskij. È giornalista pubblicista e scrive su varie
testate; tiene corsi, seminari, conferenze sul rapporto fra mistica ed arti figurative e collabora a mostre e a convegni. Ha scritto
numerosi saggi sull’arte sacra. Considera la bellezza una virtù ascetica e un dovere morale.
45 Vita di Club n.3
VIOLINO: ARTE E TECNICA PER UN MITO
di DOMENICO COLACI (Titolare della cattedra di violino all’Istituto
Musicale Pareggiato “G. Lettimi” di Rimini)
D
esidero in primo luogo esprimere
gratitudine alla famiglia Vitale per
l’istituzione del premio a giovani
promettenti musicisti riminesi, al M°.
Guido Zangheri che segue sempre la vita
dell’Istituto “Lettimi” con affetto e attenzione e
al Lions Club Rimini- Malatesta che organizza la
cerimonia di consegna delle borse di studio
consentendo anche una esibizione dei premiati. I
due giovani premiati sono Caterina Boldrini e
Federico Mecozzi;
entrambi
studenti
liceali con ottimi
risultati
hanno
cominciato lo studio
del violino nella mia
classe
presso
l’Istituto
Musicale
Pareggiato
“G.
Lettimi”,
Caterina
all’età di otto anni e
Federico di dodici.
Hanno
mostrato
subito ottime qualità
musicali superando con facilità le prime materie
complementari come il solfeggio e il pianoforte e
predisposizione allo studio del violino tanto che
Federico ha anticipato di un anno l’esame di
compimento inferiore mentre Caterina sosterrà
nel corrente anno accademico il compimento
medio. Partecipano molto attivamente alla vita
dell’istituto dando un contributo determinante
all’orchestra in cui ricoprono i ruoli di prime
parti e di solisti, e suonando con disponibilità in
tante occasioni come manifestazioni culturali o
di beneficenza cui il nostro Istituto è invitato.
Caterina è violinista dotata di grande sensibilità e
bellezza di suono e ci propone un brano di
Massenet tratto dall’opera Thais mentre Federico
è musicista dagli interessi più vari avendo
esperienze
di
composizione,
direzione
d’orchestra, ma anche di musica leggera e
popolare, ed infatti suona una famosa Czarda di
Monti. Passando al tema della breve relazione
richiestami la prima preoccupazione è stata di
trovare un argomento che potesse essere di
interesse anche per non addetti ai lavori. Perciò
più che un discorso organico e completo farò
qualche esempio e qualche citazione per
delineare molto sommariamente un mondo
sicuramente affascinante ma anche ricco di
contraddizioni ed esagerazioni. Che il Violino
abbia esercitato sempre grande fascino è
risaputo: tanti sono i personaggi, ognuno a suo
modo importante, che lo suonavano in genere
con scarsi risultati. Alcuni esempi: Einstein,
Mussolini,
personaggi letterari
come
Sherlock
Holmes o lo Zeno di
Svevo.
Ho
conosciuto
tante
persone
che
da
giovani
avevano
studiato il violino,
poi hanno svolto altre
professioni; molti di
loro continuano a
fare esercizi e a
studiare e aspettano
la pensione per potervi dedicare più tempo.
Provate a farvi vendere il loro violino
(soprattutto i più anziani spesso posseggono
ottimi violini); vi diranno che sono disposti a
tutto ma non a cedere il loro strumento . Ricordo
del maestro o del padre che lo ha comprato o del
liutaio che era certamente il migliore o di tanti
anni di compagnia: il rapporto col violino è
unico (“più che con la moglie” mi ha detto un
anziano ferroviere!). È vero che i buoni violini
con gli anni migliorano! tra cui due kylix (coppe)
attiche a figure nere databili intorno al 530 a.C.
Grazie proprio a questi due reperti è possibile
datare la Biga alla seconda metà del VI sec.
a.C.Interessante mi sembra anche questo brano
tratto dal libro di Salvatore Accardo, “L’arte
del violino”: «Lo strumento è l’amplificazione
del suono che ognuno di noi ha dentro di sé; del
suono che viene dal nostro corpo, da tutti noi
stessi. Col tempo lo strumento acquisisce il
nostro suono e lo conserva anche per anni. A
questo proposito val la pena raccontare due
46 Vita di Club n.3
aneddoti che servono a capire meglio quel che
voglio dire. Etienne Vatelot, uno dei più grandi
liutai del nostro tempo, mi ha raccontato che
una volta era andato con suo padre ad ascoltare
un celebre violinista, Zino Francescatti, che
suonava a Parigi al teatro degli ChampsElysees. Era una prova. Dopo dieci minuti il
padre di Vatelot andò vicino a Francescatti:
“Senti, mi succede una cosa stranissima;
ascoltandoti mi sembra di sentire
suonare Kreisler e non te. Cosa
succede?”. E Francescatti rispose:
“La cosa straordinaria è che sto
suonando proprio il violino di
Kreisler; il mio ha avuto un piccolo
incidente e ho dovuto lasciarlo a New
York perché lo mettano a posto e
Kreisler, gentilmente, mi ha prestato
il suo violino per questi concerti”. Un
episodio analogo è capitato proprio a
me, guarda caso, con il violino di
Zino Francescatti che avevo in
prestito perché intendevo comprarlo,
come poi ho fatto. A New York,
durante l’intervallo di un mio
concerto
è
arrivato
un
vecchio
signore e mi
ha
detto:
“Senta,
secondo me il
suo violinista
preferito
è
Zino
Francescatti”.
Gli chiesi cosa
glielo facesse
pensare,
confermando che in effetti si trattava di uno dei
miei preferiti. Il vecchio signore rispose:
“Perché lei ha il suono di Francescatti e il suo
modo di suonare”. Mi tornò in mente la storia di
Vatelot e ridendo dissi che in quel momento
suonavo il violino di Francescatti che pensavo di
comprare. Il signore rimase senza fiato e si
commosse fino alle lacrime. Ignorava tutto del
violino e delle sue possibilità di assorbire la
voce di chi lo suona, ma aveva una sensibilità e
un orecchio straordinari, tanto che avendo
sentito molte volte Francescatti ne aveva
riconosciuto la “voce”. Il violino è una cosa
viva come sono vivi il legno e la vernice del
violino. Sempre Vatelot mi raccontava che in
alcuni casi si è verificato che uno strumento la
cui vernice era stata danneggiata in qualche
punto, ha riacquistato la propria integrità col
tempo e senza che nessuno intervenisse: la
vernice si è, se così si può dire, rigenerata…».
Siamo quasi alla magia; senza voler ledere
nessuna maestà mi sembra che quando parlavo di
esagerazioni non esageravo. Ma facendo un
ulteriore passo nei misteri del suono del violino
sempre Accardo nell’opera
citata parla del più grande
liutaio di sempre: «Di Antonio
Stradivari si racconta che una
volta terminato un violino lo
tenesse nella sua camera da
letto per un mese. Questo
secondo me significa che
Stradivari era perfettamente
cosciente di possedere doti e
poteri abbastanza fuori del
comune: una sorta di fluido,
un’energia che emanava da lui
e che si trasmetteva agli
strumenti
che
costruiva.
Questo dimostra ancora una
Caterina Boldrini e Federico volta che il legno,
Micozzi con il prof. Colaci, e quindi il violino
con Eugenia Cerni Vitale e il stesso, è una cosa
presidente Gianessi.
viva a cui è
possibile trasmettere una propria energia
tenendolo vicino, magari dormendoci
insieme, come faceva Antonio Stradivari».
Difficile da suonare, difficile da costruire,
costoso e delicato, il violino è pieno di
difetti. Richiede uno studio e una pratica
costante (in una intervista Uto Ughi ha detto
che se non studia un giorno se ne accorge lui,
se non suona per due giorni se ne accorgono
anche gli altri) con posizioni forzate e
innaturali. I liutai devono possedere capacità
manuali notevoli, sensibilità e gusto artistico. Lo
strumento non ha subito trasformazioni
sostanziali da secoli rimanendo tutto sommato
semplice nella sua struttura: un po’ di legno e
quattro corde. Eppure alcuni raggiungono
quotazioni commerciali paragonabili alle opere
d’arte più importanti. La fortuna del violino nella
storia della musica è dovuta alle qualità sonore,
soprattutto la capacità di imitare gli accenti,
esprimere i sentimenti, le passioni quasi come la
voce umana. Si pensi agli “affetti” della musica
barocca o a tutte le coloriture della musica
romantica. È lo strumento più numeroso
nell’orchestra, nella tradizione anglo-sassone il
47 Vita di Club n.3
primo violino (la “spalla”) entra da solo subito
prima del direttore, nella musica da camera è lo
strumento predominante. Ma era nato e continua
ad essere uno strumento popolare: era lo
strumento dei girovaghi (deriva dalla ghironda),
dei menestrelli, dei musicisti di strada. Il suo
fascino non subisce l’usura dei secoli.
MONDO LIONS
ZEHUT
IDENTITÀ
Nuove donazioni da parte del maestro dell’Iperrealismo, che
– scrive di lui la critica - “è un insolito catalizzatore di luce,
dipinge il visibile e l'invisibile, il reale e l'irreale, in una
cascata di colori e di luce”, è "l'esploratore delle Personalità
Luminose".
di ANNA BIONDI
D
opo aver donato alla città francese di
Longwy (vicino al piccolo centro di
Longlaville dove Fernando Gualtieri∗
è nato nel 1919) sedici pitture di grande formato
che costituiranno una sala personale del Museo
di questa cittadina francese, il munifico maestro,
socio onorario del Lions Club Rimini
Malatesta, ha donato sei opere al Museo
ebraico di Bologna. Qui sono esposte nella
mostra “Zehut”, appena inaugurata (14 maggio27 settembre) e comprendente tutte le
acquisizioni avvenute nei suoi primi dieci anni di
attività. Zehut significa identità e vuole
sottolineare i molteplici aspetti che l’ebraismo
esprime nella sua cultura e tradizione. Tra i
quadri donati, Il taleth è usato come logo della
mostra. Ricordiamo, inoltre, che a Rimini il
Museo della Città accoglie dal luglio 2008 tre
opere di Gualtieri,
di grande formato,
raffiguranti proprio la nostra città, mentre
Cesena (la città originaria del padre) ha già
riservato un posto speciale alle opere del
Fernando Gualtieri, Il Taleth, 1970, olio su tela.
Maestro nel suo futuro Museo. Una sezione
personale gli sarà riservata anche in un altro
paese d’oltralpe: Auvers-sur-Oise il famoso
borgo dove Van Gogh morì, a 40 chilometri da
Parigi. Qui Gualtieri ha vissuto per 12 anni e qui
saranno esposte alcune opere di ispirazione
“orientale”. Infine, in occasione della festa
nazionale italiana del 2 giugno, il pittore è stato
invitato dall’Ambasciatore italiano presso la
Repubblica di San Marino, Fabrizio Santurro. Un
suo dipinto “Piazza Cavour di notte”, scintillante
illustrazione notturna di Rimini, è esposto
proprio all’Ambasciata sanmarinese.
Auguriamo lunga vita e ancora tanta fama al
Maestro novantenne che ne dimostra venti di
meno.
∗ Fernando Gualtieri, dopo una carriera sportiva (calcio a livello nazionale) lascia il football e si stabilisce a Parigi. Al
Louvre scopre la sua vocazione profonda: la pittura. Nel 1950 frequenta l'Accademie de la Grande Chaumiere a Parigi che
lascia rapidamente per intraprendere una carriera eccezionale di pittore autodidatta. È solo l'inizio di una lunga serie di
riconoscimenti internazionali e di esposizioni nelle gallerie più prestigiose del mondo: a Londra dove espone nella celebre
Bond Street Gallery, in Canada (Esposizione permanente al Petroleum Club di Calgary), in Cina, in Giappone, nei musei più
importanti dove è riconosciuto il Maestro dello "Splendore del Reale". Nel 1982 riceve la cittadinanza onoraria di Talamello e
nel 2000 dona al comune 14 opere di grandi dimensioni per le quali viene realizzato il Museo-pinacoteca Gualtieri "Lo
Splendore del Reale", inaugurato nel settembre 2002 e che oggi conta oltre 50 opere. Sue opere sono presso le collezioni:
Rocke International, Barbara Rockefeller, Olivier Dassault, John Scrymgeour, Petroleum Club di Calgary (Canada).
48 Vita di Club n.3
ITINERARI
IL CARRO D’ORO
E MONTELEONE DI SPOLETO
Il comune di Monteleone nell'autunno 2004 decise di intraprendere una battaglia legale contro il Metropolitan
Museum per recuperare questo oggetto unico al mondo e di abbagliante splendore, esportato illegalmente dall’Italia
cento anni fa. Alcuni autorevoli giornali americani pubblicarono nel 2005 alcune inchieste per dimostrare che i musei
degli Stati Uniti detengono oggetti d'arte, illegalmente arrivati in America. Il "New York Times" riprese la battaglia nel
corso dell'anno successivo, sostenendo che il Metropolitan possiede ed espone migliaia di pezzi pregiati di origine
furtiva, e che sarebbe bene venissero riconsegnati ai paesi d'origine. In particolare, l'autorevole quotidiano indicava
in testa alla lunga lista di opere trafugate in Italia proprio la biga di Monteleone.
di FRANCO PALMA
Q
uando l’amico Piero Bocchini, perfetto
conoscitore delle bellezze storicopaesaggistiche di tutta l’Italia, mi
propose un weekend a Leonessa, vi
assicuro che questa località non l’avevo mai
sentita nominare. Partiamo per trascorrervi i tre
giorni; percorso: Fano, la bretella della
superstrada, Furlo, poi pian piano Umbria e
provincia di Rieti su strade tortuose fra i boschi
dell’Appennino. Giungiamo a Leonessa,
sistemati in albergo, iniziamo la visita alla
cittadina. La vita, le costruzioni, le chiese sono
ferme al 1200; i
palazzi nobiliari di
pregevole fattura sono
quasi
totalmente
disabitati,
molti
portano un cartello
“Vendesi”. Le quattro
o
cinque
chiese
risalenti agli anni 1100
sono di una bellezza
architettonica
struggente. La cripta
della Chiesa di S.
Francesco
costruita
prima del 1000 è tutta
affrescata da più mani
con primitiva rozzezza ma profonda spiritualità.
Il tutto si è perfettamente conservato perché nei
secoli successivi divenne luogo di sepoltura. Il
famoso scrittore Mario Polia ci ha accompagnato
a visitare un piccolo convento in cui la
perfezione architettonica dei soffitti a volta che
si affiancano e si incrociano, desta profonda
ammirazione. Ormai a Leonessa le meraviglie
diventano prevedibili, quindi ci spostiamo per
visitare un’altra località: Monteleone di Spoleto.
Monteleone è un paese che ha mantenuto
pienamente la sua struttura medioevale ed il suo
retaggio agricolo contadino. Le sue origini
tuttavia sono molto antiche e raggiungono
l’epoca protovillanoviana; ad essa fa seguito il
lungo periodo degli Umbri e dei Sabini; la
famosa biga di Monteleone è del VI sec. a. C.
Nell’880 nasce il Monteleone più vicino a noi:
alla sommità dell’altura vi era il Castello di
Brufa; l’area che circondava il castello fu
successivamente ampliata e difesa da una cinta
muraria; essa terminava alla Torre dell’Orologio,
Il borgo passa successivamente dal dominio del
Ducato di Spoleto a quello Pontificio, durante il
49 Vita di Club n.3
quale venne data grande rilevanza all’estrazione
del ferro. Il tramonto di questa dominazione non
fu sereno, tanto che su una lapide vennero usate
parole feroci contro il papa che aveva minacciato
uccisioni e carceri: molti rivoluzionari dal 1831
furono condannati alla ghigliottina. Risale allo
Stato Pontificio l’antica buca postale posta sotto
la Torre dell’Orologio (l’originale ora è al
Museo della Posta a Roma), in essa vi è scritto:
AL COMMODO PUBBLICO – POSTA da
Gasparo de Calvi Luog.te 1707. Essa era lì posta
alla pubblica utilità, ma in molte buche
successive si riduce la pietra utilizzata, si riduce
la scritta, rimane solo POSTA. Ma la cosa di
gran lunga più importante dopo i reperti romani
ed i famosi cippi che delimitavano i confini dello
Stato Pontificio dal Regno delle due Sicilie è la
biga, in legno di noce interamente rivestita di
lamine di bronzo dorato lavorato a sbalzo. La
storia narra che un contadino, nell’anno 1902,
per spianare l’aia davanti al suo casale provocò
una voragine; essa era una tomba in cui erano
sepolti un uomo e una donna e oltre al
ricchissimo corredo funebre (tra cui due kylix
attiche a figure nere databili intorno al 530 a.C.
grazie alle quali è possibile datare il
meraviglioso reperto), vi era in perfetto stato di
conservazione una biga. Dopo varie peripezie,
passando dalle mani di robivecchi e di antiquari,
da Parigi arriva nel 1903 al Metropolitan
Museum of Art di New York dove è tuttora
esposta (mia figlia Simona ha avuto il piacere di
ammirarla la scorsa primavera). In paese esiste la
copia, ricostruita perfettamente da Pio Manzù e
la sua scuola. In origine era stata eseguita da un
artista di bravura eccelsa: le parti in bronzo sono
incise su lamina. Il signore con essa sepolto
doveva essere un personaggio di primaria
importanza, forse un capo guerriero. Pannello
centrale: Teti dà le armi divine forgiate da
Vulcano, al figlio Achille. Pannello di sinistra:
Achille combatte contro il Re degli Etiopi
Memnone per vendicare la morte di Antiloco.
Pannello di destra: Achille muore e su un carro
trainato dai cavalli alati raggiunge l’isola dei
Beati e sotto il carro giace Polissena. Fregi
minori: Lungo il margine è raffigurato
l’addestramento di Achille alle armi, oltre ad una
lotta di animali, tipica dell’arte figurativa
arcaica. La partecipazione alla storia universale
di queste piccole località traspare anche da
minimi particolari. Sull’arco di pietra bianca che
corona l’ingresso di un negozietto di frutta e
verdura vedo scritto: “Non nobis Domine, sed
nomine suo”, grido di battaglia dei Cavalieri
Templari. La loro presenza non deve
meravigliare nemmeno a Monteleone di Spoleto.
50 Vita di Club n.3
MEETING
S. PAOLO
LA CARTA D’IDENTITÀ
DELL’APOSTOLO DELLE GENTI
Nonostante i numerosi impegni connessi all’attività pastorale che
svolge con tanto amore ed entusiasmo e che si è rivelata tanto
vivificante per la nostra diocesi, creando un clima di spiritualità più
intensa, comunitaria, gioiosa e feconda, Sua Eccellenza Monsignor
Francesco Lambiasi ci ha accordato benevolmente uno spazio tutto
per noi, la sera del 9 Giugno. Per rendere più significativo
l’incontro, abbiamo chiesto ospitalità a Don Renzo Rossi, abate parroco dell’abbazia olivetana di S. Maria Annunziata Nuova di
Scolca, abbazia voluta da Carlo, insigne esponente della famiglia
dei Malatesti, cui il nostro club s’intitola, e organizzato la singolare
conviviale in una sala in cui si è voluto idealmente ricreare il
refettorio degli antichi monaci. Nella bellissima chiesa il vescovo ha pronunciato
Domenico Beccafumi (1486-1551),
la conversazione su San Paolo, nell’anno a lui dedicato. In un mondo offuscato San Paolo in cattedra, 1516-1517,
dalla perdita dei valori, da tanti eventi dolorosi, dalla rinuncia all’affermazione Siena,
Museo
dell’Opera
dell’identità cristiana in nome di un falso “politicamente corretto”, noi Lions Metropolitana.
praticanti e non, ci siamo apprestati all’ascolto, desiderosi di udire parole di luce e speranza per trarre nuovo
coraggio e slancio per l’operato lionistico.
Franca Marani
di Mons. Francesco Lambiasi (Conversazione registrata il 9 giugno)
doveroso da parte mia salutarvi, ma lo
faccio con vero piacere perché il vostro
invito mi ha dato occasione di rimettermi
in contatto con San Paolo. È vero che la
vita di un vescovo e di un sacerdote permette
questo contatto continuo, ma ogni volta la
situazione è diversa. Parlare di S. Paolo a voi mi
dà modo di mettere in luce alcuni aspetti che
forse abitualmente rischierebbero di rimanere in
ombra. Di S. Paolo vorrei innanzitutto
presentarvi la carta di identità, cioè il documento
di riconoscimento in cui c’è l’essenziale del
profilo, della vita di ognuno. Quale carta
d’identità traspare dai suoi scritti?. Come una
sorta di auto certificazione che lui fa, nella
Lettera ai Romani si presenta così: Paolo, servo
di Cristo Gesù, apostolo per vocazione,
prescelto per annunciare il vangelo di Dio. È
proprio la prima riga che San Paolo premette alla
sua Lettera; secondo il genere letterario
epistolare dell’antichità (vedi per esempio
Cicerone), mentre noi mettiamo la firma del
mittente al termine della lettera, nell’antica
È
Roma il mittente era il primo evento della lettera,
prima ancora del saluto. Paolo si presenta
dunque così: Paolo, servo di Cristo Gesù. Servo,
ma il termine greco δου̃λος significa schiavo, e
sappiamo cosa significava schiavo a quel tempo:
non era una metafora, era una realtà, l’unico
diritto che veniva riconosciuto allo schiavo era
quello della prole (da cui la parola proletariato),
perché lo schiavo doveva generare figli per
assicurare altra schiavitù al suo padrone Di fatto
lo schiavo era cosa, res. Paolo si sente schiavo di
Cristo Gesù, sente di appartenere totalmente a
questo suo dominus, a questo κύριος, a questo
signore che ha in mano le sorti della sua vita.
Questo è il genere apostolico di Paolo, difatti la
conseguenza qual è? È che Paolo sa di essere
stato chiamato, apostolo per vocazione si può
tradurre così: chiamato all’apostolato. Vocazione
è chiamata. C’è stato un intervento nella vita di
Paolo, l’apparizione di Cristo Risorto sulla strada
di Damasco che ha spezzato in due la sua vita.
Possiamo dire che, in un certo senso, la storia di
Paolo si può tagliare in due parti: Saulo prima di
51 Vita di Club n.3
Cristo, Paolo dopo Cristo. C’è stata la chiamata,
l’incontro, l’inciampo, Paolo è inciampato sulle
tracce di Cristo risorto e tutta la sua vita è
cambiata. È interessante che Paolo non parla mai
di quell’incontro in termini di conversione,
eppure c’è la festa liturgica, è l’unico santo di cui
si celebra non solo la festa del martirio insieme
con Pietro il 29 giugno, ma anche la Conversione
il 25 gennaio. Paolo dunque ha avuto la chiamata
che gli ha cambiato la vita, ha avuto una
missione: prescelto per annunciare il vangelo.
Non il libro, quando Paolo ha scritto queste cose,
non c’era nessun libro completo almeno, c’erano
solo delle parti, soprattutto di S. Marco, non
c’era nessun libro che portasse o meritasse
questo nome; vangelo era l’annuncio vivo
dell’amore di Dio. Prescelto, scelto fin dal
grembo di sua madre, chiamato come Geremia
nell’utero materno per annunciare la buona
novella di Dio che salva. In questa riga Paolo si
fotografa e si presenta come colui la cui vita è
stata cambiata dall’incontro con Cristo. In altre
lettere ci sono squarci autobiografici in cui Paolo
si rilegge quasi in una sorta di specchietto
retrovisore, per esempio nella lettera ai Filippesi
Paolo si presenta così: Se alcuno mi chiede di
poter confidare nella carne, io più di lui,
circonciso l’ottavo giorno, della stirpe di
Israele, della tribù di Beniamino, Ebreo da
Ebrei, fariseo quanto alla legge; quanto a zelo,
persecutore della Chiesa; irreprensibile
quanto
alla
giustizia
che
deriva
dall’osservanza della legge. Ecco la carta
d’identità di Saulo prima di Cristo. Paolo con
legittimo orgoglio sa di essere stato costituito
membro del popolo eletto, della stirpe di Israele,
della tribù di Beniamino. Pur non essendo nato
in Palestina, Paolo è di Tarso in Cilicia, attuale
Turchia, sa di essere ebreo, ebreo da ebrei.
Percepiamo una vibrazione di gratitudine al
Signore, perché questo è il privilegio dei
Privilegi che non ha fatto nulla per meritare, ma
gli ha dato una sicurezza, una fierezza di
appartenere al popolo eletto che Paolo non
abbandonerà mai fino alla fine della vita.
Dunque la carta d’identità con questo frammento
della Lettera ai Filippesi si è come dilatata:
abbiamo le origini di Paolo che affondano nel
fiume della storia di Israele. Tenendo sempre
presente questa sorta di carta d’identità che
cerchiamo di ricostruire, una carta d’identità che
si rispetti presenta i segni di riconoscimento.
Ebbene dalle sue note emerge il suo profilo quasi
a balzo nell’argento. Il primo segno di
riconoscimento è la libertà, Paolo è il cantore
della libertà umana e cristiana. Nella prima
Lettera ai Corinzi ha detto: a me, però, poco
importa di venir giudicato da voi – si sta
rivolgendo a fratelli di fede, a cristiani che lui ha
convertito alla fede - o da un consesso umano Paolo è libero dal giudizio, è una libertà come
completa
autonomia
e
indipendenza
dall’opinione pubblica - …anzi, io neppure
giudico me stesso - Paolo è libero non solo dagli
altri, ma è libero della libertà più difficile, libertà
da se stesso - perché anche se non sono
consapevole di colpa alcuna, non per questo
sono giustificato. Il mio giudice è il Signore.
Bellissimo. La radice di questa sicurezza
interiore, anche umana, anche psicologica, che
rende Paolo inattaccabile perché non è
ricattabile, il segreto sta nel fatto che Paolo
appella al tribunale di Dio, il mio giudice è il
Signore. Non vogliate perciò giudicare nulla
prima del tempo, finché venga il Signore. Egli
metterà in luce i segreti delle tenebre e
manifesterà le intenzioni dei cuori; allora
ciascuno avrà la sua lode da Dio. In questo mio
intervento doverosamente e volutamente
schematico mi limito a pochi cenni sulla
falsariga di una carta d’identità come abbiamo
detto, ma mi farebbe piacere se questi cenni
diventassero come frecce direzionali per
riprendere Paolo e approfondire quello che io in
modo sbrigativo vado disponendo. Primo segno
di riconoscimento è dunque la Libertà, parola
dominante nelle Lettere di Paolo. Secondo segno
è l’Affettività; Paolo è un passionale, è di una
intelligenza
altissima,
di
una
cultura
raffinatissima, ma non è un cerebrale, è un
emotivo e di una grande affettività. Per esempio
nella seconda lettera ai Corinzi, forse la più
autobiografica, si confessa, si mette a nudo per
quanto riguarda la sfera emotiva della sua
personalità. Da quando siamo giunti in
Macedonia, la nostra carne non ha avuto
sollievo alcuno, ma da ogni parte siamo
tribolati: battaglie all’esterno, timori al di
dentro. Paolo è un battagliero per natura, il fatto
di raffigurarlo nell’iconografia classica sempre
con la spada in pugno non allude solo agli
strumenti del martirio, ma indica anche questo
lato del suo carattere, è un pugnace, un lottatore,
un vero guerriero. Ma Dio che consola gli
afflitti ci ha consolati con la venuta di Tito. Un
uomo liberissimo eppure sensibilissimo, si
sentiva solo e ha provato grande conforto quando
è arrivato questo suo discepolo che lo ha
52 Vita di Club n.3
consolato. E non solo con la sua venuta, ma
con la consolazione che ha ricevuto da voi.
Egli ci ha annunziato infatti il vostro
desiderio, il vostro dolore, il vostro affetto per
me; cosicché la mia gioia si è ancora
accresciuta. Paolo è sensibilissimo all’affetto
dei suoi discepoli, all’affetto dei membri delle
sue comunità, li sente come cosa sua. Lui così
libero è però un uomo legato; ora cominciamo a
capire qualcosa della libertà secondo Paolo, del
vangelo secondo Paolo. Libertà non è tanto
un’assenza di legami, ma è capacità di legarsi
alle persone non per dominarle. Proprio oggi
nella liturgia del giorno leggiamo (seconda
lettera ai Corinzi): Noi non intendiamo far da
padroni sulla vostra fede, ma siamo i
collaboratori della vostra gioia, perché nella
fede voi siete già saldi. Paolo si lega non per
legare le persone a sé, ma per liberarle. Però non
può fare a meno del loro affetto. Umanissimo
Paolo! Il bello che Paolo ha sperimentato e che
vuol far sperimentare ai suoi discepoli è che
Cristo lo rende più umano. Se possiamo
esprimere questo passaggio con una frase che è
una perla del Concilio vaticano II possiamo dire
così: Chi segue Cristo uomo, magis homo fit, chi
segue Cristo, l’uomo perfetto, si fa ancora più
uomo. La fede in Cristo – ha sperimentato Paolo
– non lo amputava della sua umanità, ma la
faceva sviluppare in pienezza. Paolo si ritrova
più uomo a mano a mano che diventa più
cristiano. Fateci posto nei vostri cuori! A
nessuno abbiamo fatto ingiustizia, nessuno
abbiamo danneggiato, nessuno abbiamo
sfruttato. Non dico questo per condannare
qualcuno; infatti vi ho già detto sopra che
siete nel nostro cuore, per morire insieme e
insieme vivere. È il massimo della fraternità,
Paolo non riesce a vivere da solo, ormai la sua
vita è intrecciata e incrociata con quella dei
fratelli che il Signore gli ha donato, il massimo
delle sue aspirazioni è di insieme vivere e
insieme morire. Terzo ed ultimo tratto – ce ne
sarebbero molti altri, ma vado verso la
conclusione – terzo segno di riconoscimento in
questa carta d’identità che delinea il profilo di
Paolo, è la Gioia. Questo è un uomo
sorprendente, perché forse nell’immaginario
collettivo circola un’immagine di Paolo
accigliato, scontroso, impulsivo: invece sentite
questa statistica: su 326 casi in cui corre la
terminologia della gioia in tutto il Nuovo
Testamento, in greco e in italiano, 131 si trovano
in Paolo, ossia il 40%. Paolo è sensibilissimo alla
gioia e diventa il cantore della gioia cristiana.
Perché Paolo sperimenta questa gioia? Ce lo dice
nella Lettera ai Filippesi: Anzi, tutto ormai io
reputo una perdita di fronte alla sublimità
della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore,
per il quale ho lasciato perdere tutte queste
cose e le considero come spazzatura, al fine di
guadagnare Cristo. Ecco qual è la radice della
gioia: Paolo ha imparato a perdere, ma non
perdere per perdere, il perdere masochistico di
uno che imbocca quella strada come ultima
strada per non cadere nella disperazione. Paolo
ha imparato a perdere perché sa che è il prezzo
da pagare per guadagnare Cristo e allora getta
nel cassonetto dei rifiuti tutto quello che non è
Cristo. A lui interessa solo Cristo. Cristo è la
sorgente zampillante della sua gioia. Lui si è
sentito ghermire da Cristo, afferrato da Cristo –
dice testualmente. Ma è uno che in questo
rapporto d’amore vuole afferrare Cristo, lo vuole
stringere, per questo le pensa tutte e le adopera
tutte. Addirittura arriva a quella che l’apostolo
Giacomo denominerà perfetta letizia e che poi
Francesco d’Assisi riprenderà. Nei racconti
francescani, I Fioretti, ricordiamo il Fioretto
incantevole della perfetta letizia. Qual è la
perfetta letizia? Non è la letizia nella serenità,
nella gioia, ma la letizia nelle avversità, nelle
contrarietà. Perciò – Lettera ai Colossesi - sono
lieto delle sofferenze che sopporto per voi e
completo nella mia carne quello che manca ai
patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che
è la Chiesa. Sono sofferenze che hanno senso,
sono per il vostro bene, per il vostro amore.
Questo mi fa sentire in croce come Cristo, ma
come Cristo per darvi la vita. Il capitolo ottavo
della Lettera ai Romani è la parte che mi piace di
più perché costituisce il cuore del cuore del
messaggio di Paolo. Coloro che sono guidati
dallo spirito di Dio, costoro sono figli di Dio. E
voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi
per ricadere nella paura, ma avete ricevuto
uno spirito da figli adottivi per mezzo del
quale gridiamo: «Abbà, Padre!». Lo Spirito
stesso attesta al nostro spirito che siamo figli
di Dio, E se siamo figli, siamo anche eredi:
eredi di Dio, coeredi di Cristo, se veramente
partecipiamo alle sue sofferenze per
partecipare anche alla sua gloria. Io ritengo
infatti che le sofferenze del momento presente
non sono paragonabili alla gloria futura che
dovrà esser rivelata in noi. […] Sappiamo
bene infatti che tutta la creazione geme e
soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; […]
53 Vita di Club n.3
Poiché nella speranza noi siamo stati salvati.
[…] Allo stesso modo, anche lo Spirito viene
in aiuto alla nostra debolezza, perché
nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente
domandare, ma lo Spirito stesso intercede con
insistenza per noi, con gemiti inesprimibili;
[…] Del resto, noi sappiamo che tutto
concorre al bene di coloro che amano Dio, che
sono stati chiamati secondo il suo disegno.
Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto
li ha anche predestinati ad essere conformi
all'immagine del Figlio suo, perché egli sia il
primogenito tra molti fratelli; […] Che
diremo dunque in proposito? Se Dio è per noi,
chi sarà contro di noi? Egli che non ha
risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato
per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa
insieme con lui? Chi accuserà gli eletti di Dio?
[…] Chi condannerà? Cristo Gesù, che è
morto, anzi, che è risuscitato, sta alla destra di
Dio e intercede per noi? Chi ci separerà
dunque dall'amore di Cristo? Forse la
tribolazione, l'angoscia, la persecuzione, la
fame, la nudità, il pericolo, la spada? […] Ma
in tutte queste cose noi siamo più che vincitori
per virtù di colui che ci ha amati. Io sono
infatti persuaso che né morte né vita, né
angeli né principati, né presente né avvenire,
né potenze, né altezza né profondità, né
alcun'altra creatura potrà mai separarci
dall'amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro
Signore.
Vi auguro che queste note abbiano fatto sentire
ancora forte in voi il desiderio di accostarvi alla
persona e al messaggio di Paolo in modo più
diretto e personale.
San Paolo, Il ritratto.
Il 19 giugno 2009, coperto da uno spesso strato di argilla e
calcare e riportato alla luce con l'innovativa tecnica
dell'ablazione laser ad altissima precisione, il viso severo di San
Paolo è apparso improvvisamente, dipinto su una volta di un
cubicolo, ai restauratori delle catacombe di santa Tecla, a Roma
sulla via Ostiense. È la più antica icona della storia dedicata al
culto dell'Apostolo delle genti. Il volto è dipinto su un tondo
giallo oro su sfondo rosso vivo, in uno stile vagamente
pompeiano. I tratti rievocano quelli dell'iconografia classica:
viso scavato, naso pronunciato, occhi grandi ed espressivi.
Il 28 giugno, in occasione della chiusura dell’Anno Paolino,
papa Benedetto XVI ha annunciato che nel sarcofago sotto
l’altare della Basilica di S. Paolo, da sempre considerato la
tomba dell’apostolo, la prima ricognizione effettuata dopo
duemila anni ha dimostrato la presenza di frammenti ossei
di una persona vissuta nel I-II sec. d.C. e un tessuto di lino
laminato d’oro della stessa epoca.
54 Vita di Club n.3
IERI E OGGI: A TAVOLA
CIBUS ET POTIO
LA CUCINA ROMANA
Mosaico del II sec. a. C.
“Ci fu offerto anzitutto un maiale, con una corona di salcicce; e intorno
sanguinacci, frattaglie ben cucinate, barbabietole e pane di crusca fatto in
casa… Il piatto seguente fu una torta fredda con miele caldo, su cui era
stato versato del buon vino di Spagna… Ci trovammo poi dinanzi un pezzo
di carne d’orso…Alla fine ci fu dato del formaggio tenero, della mostarda,
una chiocciola per ciascuno, della trippa, del fegato al tegame, delle uova
incappucciate, delle rape e della senape…Passò ancora in giro un bacile con olive all’aceto…Al prosciutto ci
arrendemmo” (dal Satyricon di Petronio).
di ILARIA BALENA E MARINA DELLA PASQUA∗
P
ensare alla cucina in epoca romana
rimanda all’idea di una tavola ricca di
contrasti e sapori, molto diversa da
quella di oggi. In realtà il modo di
alimentarsi degli antichi non era così lontano da
quello contemporaneo, almeno nel numero dei
pasti e nel tipo di cibo scelto. Infatti, come oggi,
i pasti principali erano tre: la colazione
(jentaculum), il pranzo (prandium) e la cena
(cena). Per colazione mangiavano, quasi in
maniera analoga agli attuali usi nordeuropei,
pane, formaggio, uova e, qualora fosse avanzato,
il cibo dalla sera precedente. Era un pasto molto
abbondante, che permetteva così al cittadino
romano di arrivare al pranzo ancora sazio. Il
prandium era invece uno spuntino freddo e
frugale a base di verdure, uova, formaggio e
focacce; qualcosa cioè di simile alle nostre pause
pranzo al bar o al fast-food. Il pasto principale
era la cena, momento in cui la famiglia si
riuniva, spesso insieme agli ospiti e agli amici.
Anche qui le analogie con il mondo moderno
non mancano, sia per il suo valore di
aggregazione sociale che per il numero di portate
servite: la cena si apriva con gli antipasti, ai quali
seguivano i piatti principali e quindi i dessert a
chiudere. Quando la cena si trasforma in un
banchetto? Il banchetto di epoca imperiale si
apriva con la gustatio, ossia con degli stuzzichini
abbinati ad un aperitivo che solitamente era vino
mielato (mulsum) oppure vino 'condito' con
spezie diverse, come pepe e zafferano, e
profumato con alloro, cumino e assenzio. Questi
vini, il cui scopo era quello di aprire lo stomaco
e stimolare l’appetito, venivano accompagnati da
olive, uova sode o bazzotte servite con salse
agrodolci e piccanti, ostriche, funghi e tartufi
affiancati da verdure. Si servivano anche delle
sottili tartine di farina di farro unte con olio e
cotte al forno (tracte), del tutto simili alla 'carta
musica'; con queste sfoglie leggere si
realizzavano numerosi piatti come ad esempio la
scriblita, una sorta di pasticcio di formaggio. Il
formaggio era uno degli alimenti base
dell’alimentazione romana ed era ricavato
prevalentemente da latte di pecora e capra. I
Romani producevano sia formaggio fresco
essiccato al sole dopo l’immersione in salamoia,
sia formaggio stagionato, sottoposto ad una
salatura di diversi giorni e aromatizzato con erbe
e spezie. Era apprezzato anche il formaggio di
latte vaccino, ma era prodotto in quantità minore
poiché nell’economia romana le vacche erano
destinate principalmente al lavoro nei campi. Al
gruppo dei formaggi vaccini apparteneva
probabilmente il cosiddetto formaggio lunensis
ricordato da Plinio il Vecchio e prodotto nella
zona di Luni. Secondo le fonti, queste forme
arrivavano a pesare anche 1000 libbre ossia più
di 300 kg; pensando a queste grandi dimensioni
vengono in mente i contemporanei Grana Padano
e Parmigiano Reggiano di cui il formaggio di
Luni potrebbe essere l’antenato. Dopo la gustatio
si servivano le portate principali di carne, pesce e
verdura, generalmente presentate in maniera
spettacolare. In età imperiale il modo in cui il
55 Vita di Club n.3
cibo veniva offerto agli ospiti era assolutamente
fondamentale e l'importanza dell'aspetto estetico
del banchetto si comprende bene leggendo la
descrizione dell’epica cena di Trimalcione,
offerta da Petronio Arbitro e illustrata nel
Satyricon, opera a lui attribuita. Una cena
incredibilmente scenografica, dove a farla da
padrone sono vassoi con sopra ghiri conditi con
miele e papavero, maiali interi ripieni, asini in
bronzo con bisacce traboccanti di olive e piatti
ricolmi di salsicce cotte su griglie d’argento.
Dietro l’aspetto fantasioso del racconto,
ovviamente, si celava l'abitudine di alcuni ricchi
romani di ostentare il loro patrimonio in maniera
sfrontata. I piatti di pesce erano particolarmente
graditi sulle tavole romane. Gli autori antichi
raccomandavano sempre di servire pesce
freschissimo ed è probabilmente per questo
motivo che a partire dalla fine del II sec. a.C.,
pur avendo a disposizione un mare molto
pescoso, inizia l’allevamento in vasca. Col
passare del tempo anche questa attività diventerà
un segno distintivo della potenza economica dei
patrizi, che cominceranno a costruire vasche per
la piscicoltura nelle loro ville. I primi pesci ad
essere allevati furono le orate e le murene, e da
essi presero il soprannome i primi allevatori:
Sergio Orata e Licinio Murena. In cucina
venivano utilizzati più di cento tipi di pesci e
molluschi: le ostriche, molto apprezzate da
Plinio il Vecchio tanto da attribuire loro il primo
posto nelle mense, la triglia, ritenuta prelibata se
pescata e lasciata morire affogata nel famoso
garum spagnolo (salsa a base di pesce putrefatto
nel sale), l’aragosta, il rombo, le cozze e tanto
altro. I piatti venivano accompagnati da contorni
di verdura stufata, fritta o grigliata, preparazioni
molto vicine a quelle di oggi. Le verdure erano
accolte con piacere dai Romani, che sin dalle
origini le coltivavano nei loro orti. Molto
considerato era l’asparago, venduto a mazzi e
documentato in alcuni affreschi pompeiani;
particolarmente apprezzato era quello coltivato
nella zona di Ravenna, descritto come grosso e
carnoso. Anche i cetrioli erano tenuti in grande
considerazione; le fonti ci dicono che
l’imperatore Tiberio ne era così goloso che
aveva fatto costruire da alcuni suoi giardinieri
delle serre montate su ruote per seguire il sole.
Fra le insalate servite ai convitati la più diffusa
era la lattuga, che aveva lo scopo di rinfrescare i
palati dopo avere degustato cibi piccanti. La cena
veniva conclusa con la frutta ed una presenza
fissa sulla tavola romana era il fico. Poteva
essere servito fresco e maturato al sole, essiccato
o anche conservato con miele e sesamo. L’uva
non mancava mai: fresca se di stagione oppure
essiccata dopo esser stata appesa alle travi o
ancora conservata dentro le olle con sapa e
mosto. E poi le mele, le pesche e le pere così
come le noci, le mandorle e i datteri. Questi
ultimi, importati con regolarità dall’Africa, erano
molto apprezzati dall’imperatore Augusto che li
mangiava insieme al pane durante i viaggi in
lettiga. Naturalmente il banchetto era sempre
accompagnato dal vino, la bevanda per
eccellenza del mondo romano, regolarmente
diluito con acqua e aromatizzato con erbe, spezie
e sale. Il grado alcolico dei vini di qualità era
piuttosto alto – da 16 a 18 gradi – ma diventava
di 5 o 8 con l’aggiunta di acqua. Offrire un vino
invecchiato era motivo di vanto da parte del
dominus e accadeva solamente in occasioni e
ricorrenze speciali. Fra le annate migliori gli
autori
indicano
il
vinum
opimianum,
“imbottigliato” nel 121 a.C. sotto il consolato di
L. Opimio. Nelle mani del Magister bibendi
(maestro delle bevande) i vini più apprezzati
erano l’aspro e scuro Falerno e il nobile e
generoso Cecubo. Fra quelli importati, al primo
posto c’erano i vini greci provenienti da Chio,
Rodi e Lesbo e, a seguire, quelli dell’Asia
Minore.
∗
Ilaria Balena si è laureata in Storia Antica all'Università di Bologna e collabora con i Musei di Rimini come operatrice
didattica per la Sezione archeologica. È stata rappresentante legale di adArte sas, una società di ricerca e servizi culturali con la
quale ha aperto una libreria on line, Viadeilibri.it, dedita all'editoria archeologica. Ha indirizzato i suoi interessi non solo verso
l'antichità, partecipando a scavi e alla ricerca storica, ma anche verso l'arte contemporanea, curando mostre di giovani artisti.
Marina Della Pasqua si è laureata presso la facoltà di Conservazione dei Beni Culturali di Ravenna. Il suo curriculum di
studi si è concentrato sullo studio dell’archeologia e della cultura materiale. Ha preso parte a diversi scavi archeologici, in
particolare a quello dell’Ex Consorzio Agrario di Rimini durante il quale sono state rinvenute le monete diventate oggetto della
sua tesi di laurea. Ha collaborato con i Musei Comunali di Santarcangelo di Romagna all’allestimento del Museo Archeologico
cittadino. Collabora con i Musei Comunali di Rimini e con il Museo del Territorio di Riccione dove svolge lezioni didattiche
sulla storia e sulla archeologia locali. È da sempre interessata alla storia della cucina ed ha seguito corsi professionali di cucina
tradizionale.
56 Vita di Club n.3
LA CUCINA MEDITERRANEA
Certamente la cucina dell’antica Roma differisce molto dalla nostra, perché molti dei cibi odierni non erano ancora
conosciuti e la pasta non era ancora stata inventata, ma, a parte le stravaganze di ricchi esibizionisti, l’alimentazione
dei Romani era assai semplice e i pasti molto frugali, e costituisce comunque la radice storica dell’alimentazione
mediterranea di oggi.
di MONICA SARDONINI∗
Gli accostamenti culinari di questo modello di
cena imperiale assolvono alla funzione di
mostrare le antiche origini della nostra cucina
mediterranea che, solo pochi anni fa, era passata
nel dimenticatoio a favore di stili di cucina
diversi. Come si vede, la nostra tradizione
gastronomica ha radici molto lontane: ma
l’utilizzo di ciò che la nostra terra produce non
passa mai realmente di moda. Il modo di
alimentarsi degli italiani negli ultimi 30/40 anni,
è profondamente cambiato. Con lo sviluppo
dell'economia e l'aumento delle risorse
economiche in Italia sono avvenuti grandi
mutamenti sociali, che nel settore alimentare
hanno
evidenziato
la
tendenza
a
consumare maggiormente generi alimentari una
volta considerati costosi e difficilmente reperibili
sul mercato, spesso accompagnati ad abitudini
importate da altri Paesi. La possibilità di nutrirsi
con una maggiore varietà e ricchezza di cibi ha
portato da un lato alla scomparsa pressoché
totale delle cosiddette carenze nutrizionali, un
tempo presenti in alcune zone del nostro Paese, e
dall'altro alla tendenza a mangiare più del
necessario
causando
notevoli
squilibri
alimentari, portando gli italiani ad essere esposti
ad altri rischi come la maggiore incidenza di
obesità, di ipertensione, di aterosclerosi, di
diabete, ecc. paradossalmente come conseguenza
dell'abbandono di quella dieta italiana
tipicamente mediterranea che invece altri paesi
ricchi hanno preso a modello di sana
alimentazione. Il successo della dieta
mediterranea nacque negli Stati Uniti negli anni
’70, quando gli scienziati USA diedero grande
risalto alla prevenzione di alcune patologie
tipiche della società industriale che faceva abuso
di alimenti grassi, di carboidrati e di proteine. In
pratica la Dieta Mediterranea (studiata da Keys e
altri scienziati americani), permette di mantenere
lo stato di salute con pasti poveri di calorie, ma
ricchi di alimenti la cui origine è vegetale come:
pane, riso, pasta e ortaggi, olio d'oliva, frutta e
verdura: riducendo il consumo di alimenti
animali dando la preferenza al pesce e alle carni
bianche del pollo e del tacchino. Utilizzando
piatti unici come pasta e lenticchie, ceci, fagioli e
riso con piselli. Dal punto di vista nutrizionale,
va notato che al tempo dei romani le farine usate
erano integrali, e perciò conservavano una
quantità di vitamine e minerali di gran lunga
superiore a quelle contenute nelle farine raffinate
cui siamo abituati oggi: quando infatti crusca e
germe di grano vengono asportati, si privano i
cereali di elementi indispensabili e fondamentali
nell’economia metabolica dell’organismo. Negli
strati del chicco di grano sono presenti infatti
proteine, fibre vegetali, acido fitico, cellulosa,
glucidi insolubili (zuccheri inerti e non
fermentativi): sostanze ad alto potere
antiossidante e fibre preziose per il buon
funzionamento del transito intestinale. Per
quanto riguarda i formaggi, da sempre presenza
insostituibile sulle nostre tavole grazie alla ricca
varietà di sapori e aromi della tradizione italiana,
ne conosciamo l’alto valore nutritivo e la grande
digeribilità. II formaggio è una ricca fonte di
proteine animali, presenti sotto forma di caseina;
la percentuale di grassi varia da una qualità
all'altra ma non è mai assente. Non mancano
inoltre le vitamine, gli enzimi e numerosi sali
minerali tra cui fosforo, ferro e calcio. Anche per
i formaggi esiste tuttavia qualche limitazione
all’uso: quelli piccanti, per esempio, sono
proibiti ai sofferenti di disturbi digestivi ed
epatici, quelli grassi sono vietati agli obesi e
quelli molto salati, come il pecorino, agli ipertesi
ed ai malati di cuore. Tutti i formaggi
contengono una quantità importante di grassi
saturi e colesterolo. La stagionatura, riducendo la
percentuale totale di acqua, concentra le sostanze
nutritive del latte, compresi i sopraccitati lipidi e
colesterolo. Gli asparagi sono un gustoso e
nutriente ortaggio, ricchi di fibra, vitamine A,
B1, B6, C, acido folico, amminoacidi,
carotenoidi, potassio e fosforo, ma nel contempo
57 Vita di Club n.3
poveri di calorie: riducono il ristagno dei liquidi
grazie alla presenza di purine (che in seguito alla
loro scissione originano acido urico), quindi
sono diuretici e depurativi. Le purine
nell’asparago sono presenti insieme all’acido
ossalico:
entrambe
queste
coincidenze
sconsigliano il consumo di asparagi per chi è
affetto da problemi ai reni e alle vie urinarie,
oltre che non indicato per chi soffre di gotta. Gli
asparagi contengono l’aminoacido asparagina: è
questo a conferire all'urina il tipico odore,
attraverso un rapido metabolismo che lo
trasforma in prodotti di degradazione solforati,
quali i tioli e i tioesteri. Sia le purine, che in
parte l’acido aspartico, vengono in larga parte
dispersi con una bollitura prolungata in piena
acqua. I prodotti ittici sono in generale ben
digeribili. Rispetto alla carne, contengono molti
più sali minerali, soprattutto sodio e fosforo, e
acidi grassi insaturi, che hanno il vantaggio di
diminuire il tasso di colesterolo nel sangue.
Inoltre sono ricchi di proteine ed il loro valore
nutritivo non è affatto inferiore a quello della
carne, come si riteneva erroneamente. Gli acidi
grassi insaturi si presentano sotto forma di oli
vegetali liquidi, mentre gli acidi grassi saturi si
trovano solitamente nel grasso animale solido, e
vengono metabolizzati più lentamente dal nostro
organismo, che d’altro canto non riesce a
produrre gli acidi grassi essenziali, linoleico e
linolenico. L’acido arachidonico può essere
sintetizzato dall’acido linoleico se esso è fornito
all’organismo in quantità sufficiente dalla dieta.
Il germe di grano, i semi, gli oli vegetali come
quello di cartamo, di girasole, di soia e mais,
sono tutti acidi grassi polinsaturi omega 6, che
contengono acido linoleico. L’olio di fegato di
merluzzo e i pesci grassi contengono acidi grassi
insaturi linolenici e sono una buona fonte di acidi
grassi omega 3. Gli acidi grassi insaturi sono
importanti per la respirazione degli organi vitali
e facilitano il trasporto dell’ossigeno alle cellule,
ai tessuti e agli organi. Contribuiscono anche a
mantenere l’elasticità e la lubrificazione di tutte
le cellule e si combinano con le proteine e il
colesterolo per formare le membrane viventi che
tengono unite le cellule del corpo. Aiutano a
regolare il tasso di coagulazione del sangue ed
esplicano una funzione vitale nello scomporre il
colesterolo depositato sulle pareti delle arterie;.
essenziali per una attività ghiandolare normale,
efficaci nel mantenere sane le mucose e i nervi,
agiscono nell’organismo, collaborando con la
vitamina D, nel rendere il calcio disponibile per i
tessuti, nell’assimilazione del fosforo, e
stimolando la trasformazione del carotene in
vitamina A. Il miele era molto usato in cucina:
ingrediente base di salse agrodolci, di dolciumi
ed aromatizzante per i vini. Il miele è costituito
oltre che da zuccheri quali glucosio, fruttosio,
saccarosio, maltosio, isomaltosio, anche da acidi
organici (acido formico, potente antibiotico),
protidi (amminoacidi quali ad es. l’istidina),
sostanze minerali (ferro, calcio, rame,
manganese, composti del fosforo), enzimi
(invertasi,
amilasi,
catalasi),
vitamine
idrosolubili (gruppi B e C) e liposolubili (A, D,
E, K). Senza conoscenze scientifiche specifiche,
i Romani anticiparono quindi i più recenti studi
su questo alimento, in base ai quali è stato
dimostrato in laboratorio che dopo l’aggiunta di
miele a colture microbiche di funghi e muffe che
assalgono gli alimenti, lo sviluppo di oidinium,
aspergillus, penicillium è stato arrestato, sebbene
il terreno, l’ambiente, la temperatura fossero
favorevoli alla loro crescita. Il vino era utilizzato
in gastronomia come ai giorni nostri, bevuto però
annacquato: da un punto di vista scientifico,
infatti, è stata dimostrata la presenza nel vino
degli ormai famosi polifenoli, potenti
antiossidanti che agiscono bloccando la sintesi
dell’anione superossido da cui ha origine la
reazione a catena di ossidazione delle membrane
cellulari: la vite rossa, o vitis vinifera, ha un
particolare tropismo par le cellule delle pareti dei
capillari, svolgendo azione protettiva di fissaggio
a ponte tra le molecole di collagene,
stimolazione della produzione di microfibrille,
inibizione delle elastasi, enzimi in grado di
danneggiare le pareti venose.Le spezie sono
semi, frutti, radici, cortecce o sostanze vegetali
usate in quantità irrisorie dal punto di vista
nutrizionale come additivi per dare sapore ad un
alimento. Molte di queste sostanze hanno anche
altri usi, ad esempio per la preservazione del
cibo, in medicina, rituali religiosi, cosmesi o
profumeria. Le spezie si distinguono dalle erbe
da cucina: queste ultime sono parti verdi o foglie
fresche di piante usate per dare sapore, mentre le
spezie non sono fresche ma sono in genere
essiccate. Gli oli essenziali contenuti nelle
spezie, di cui si faceva largo uso, sono gradevoli
all’olfatto, battericidi (attivi soprattutto su batteri
Gram +) e conservanti. (Le spezie maggiormente
antibatteriche sono, in ordine di efficacia, aglio,
cipolla, origano, timo, peperoncino, zenzero,
anice). Inoltre servivano a coprire gli odori
dovuti alla decomposizione conseguente alla
58 Vita di Club n.3
cattiva conservazione dei cibi. Le spezie più
strane e particolari venivano poi richieste anche
per stupire gli invitati, e come segno della
ricchezza dell’anfitrione. Oggi come ieri, l'olio di
oliva è utilizzato soprattutto in cucina,
principalmente nelle varietà extravergine e
vergine, per condire insalate, insaporire vari
alimenti, conservare verdure in barattolo. Il suo
elevato punto di fumo lo rende molto adatto per
le fritture. È consigliato il suo uso per la
ricchezza di acidi grassi. Ha delle capacità
benefiche grazie alla presenza di sostanze
antiossidanti (fenoli e tocoferoli) e alla proprietà
di combattere il colesterolo. Il sapore dell'olio
può variare molto a seconda delle varietà di olive
da cui è prodotto, luogo di produzione, grado di
maturazione, modalità di raccolta del frutto, ecc.
In Italia si contano 600 tipi diversi di olive, e
questo ci indica ancora una volta la misura e
l’eccellenza dei raccolti italiani. Quest’olio è
anche usato per la produzione del sapone ed un
tempo si usava come farmaco e come
combustibile per le lampade ad olio. Il mondo
moderno è molto affascinato dai vari tipi di diete
e dagli effetti che queste possono avere sulla
nostra salute. Anche tra gli uomini dell'antichità,
o perlomeno tra coloro che avevano tempo e
denaro a sufficienza per ascoltare i consigli dei
dottori, era presente questa preoccupazione.
Galeno (129-210 d.C.), che per un certo periodo
fu il medico personale dell'imperatore Marco
Aurelio, è l'artefice dei principali passi in avanti
dell'antica scienza medica. Nei suoi trattati Sugli
umori, Sulla bile nera, Sul malumore variabile,
Sulle cause delle malattie, Sulla zuppa d'orzo e
Sulle proprietà dei cibi, egli espone la teoria che
avrebbe profondamente influenzato la scienza
medica per molti secoli a venire, e descrive in
modo dettagliato gli effetti esercitati da alcuni
cibi – dalla lattuga, il lardo e il pesce, alle
pesche, i sottaceti e i giacinti – sul corpo umano.
A differenza di molte opere antiche piene
d'allusioni mitologiche e storiche, la scrittura di
Galeno è sorprendentemente accessibile anche al
lettore moderno, e risulta preziosa per
completare il quadro delle abitudini degli antichi.
∗
Monica Sardonini si è laureata in Farmacia presso l’Università degli Studi di Bologna. Dopo una lunga esperienza di lavoro
tradizionale presso alcune farmacie private di Rimini, è da alcuni anni titolare di erboristeria nel borgo San Giuliano a Rimini.
Appassionata di lettura e storia antica, ha collaborato con Ilaria Balena e Marina Della Pasqua nel corso di incontri, organizzati
dai Musei Comunali di Rimini, sul tema del benessere e dell’alimentazione degli antichi romani.
L’ANGOLO DELLO SPONSOR
La pubblicazione di questo numero è stata possibile col contributo di:
59 Vita di Club n.3
MEETING
29ª CHARTER NIGHT
E IL SOGNO DI UN PRESIDENTE
La realizzazione del service e il passaggio delle cariche.
di PIETRO GIOVANNI BIONDI
C
harter trionfale per il presidente Paolo
Giulio Gianessi. Il suo sogno è andato
in porto, il bilancio di un anno di
presidenza è altamente positivo,
perché ha realizzato un service che sembrava
un’utopia. Ha messo in piedi una macchina
organizzativa senza precedenti coinvolgendo
medici, soci, VGA, sportivi, cantanti, bingo e
lotteria, cene parrocchiali e da Grand Hotel.
Come un panzer tedesco ha proceduto senza
ascoltare nessuno (sa sbagliare da solo!), qualche
iniziativa si è rivelata un flop sul piano della
resa, ma è comunque stata divertente e ha
prodotto pubblicità per il service. Il direttivo è
stato perfetto, ha “criticato” cautamente, ma
eseguito gli ordini, anzi ha proposto ancora altre
attività pur di fare soldi, soldi, soldi.
E i soldi sono arrivati! Ditte della zona con in
testa la Confartigianato (grazie Gardenghi!)
hanno risposto in una cordata esemplare fino alla
cifra stratosferica per i bilanci del Club di 50.000
€ (quattro cani guida e mezzo!!!).
Il service “Vincere la sordità” è stato capito e
tutti hanno aiutato con poco o con tanto, con un
biglietto di lotteria (1 €) o con oboli di 5.000 €,
ma tutto vale tantissimo perché il fine è stato
raggiunto.
Così si legge sulla stampa cittadina:
UN INTERVENTO SENZA PRECEDENTI
Orecchio bionico, un ragazzo torna a vivere
Un orecchio ‘bionico’ impiantato su di un ragazzino che rischiava la sordità. L 'intervento è stato effettuato dai chirurghi
dell'Unità operativa di Otorinolaringoiatria, diretta dal dott. Enzo Calabrese. Il ragazzo (14 anni) era affetto da sordità
progressiva sin dai primi anni di vita. L'intervento, il primo su un paziente in età pediatrica effettuato a Rimini, è durato circa
quattro ore. E con questo sono cinque gli interventi di impianto cocleare (comunemente conosciuto come 'orecchio bionico')
effettuati da quando tale attività ha preso il via a Rimini, nel novembre 2007. Dal punto di vista estetico l'impianto cocleare non
ha alcun impatto negativo: resta infatti collocato nella teca cranica dietro l'orecchio e la cicatrice viene coperta dai capelli. Nei
mesi scorsi poi è stato attivato, presso il servizio di Audiologia dell' Ausl (nell'ambito del reparto di Otorino), diretto da Daniele
Farneti, un programma di rieducazione audio-logopedica infantile, funzionale agli interventi di impianto cocleare nei pazienti in
età pediatrica. Tale programma è potuto partire anche grazie alla collaborazione del Lions Club Rimini Malatesta che sta
finanziando una borsa di studio presso il servizio di Audiologia. Fino a ora questi interventi (non più di 600 in tutta Italia)
venivano effettuati - per quanto riguarda l'Emilia Romagna - a Parma, Piacenza, Modena e Ferrara. Anche Rimini dunque rientra
nel ristretto novero di Aziende che in regione effettuano tale attività. «Sono soddisfatto, oltre che per il risultato de1I'intervento,
per l'inizio di questa procedura anche in età pediatrica - sottolinea il primario, Enzo Calabrese - e colgo l'occasione per
ringraziare pubblicamente il Lions Club Rimini Malatesta, tutta la mia équipe e, in particolare, il dottor Cola, il dottor Farneti, e
naturalmente i colleghi anestesisti e tutto il personale infermieristico, audiologico e logopedico».
È un commovente trionfo. Quest’aria si respirava
al Grand Hotel la sera del 30 giugno in occasione
della 29ª Charter. Bella cornice, tavole raffinate,
ottimo cibo, importanti ospiti, ma soprattutto
Davide tornato ad udire. Si sentiva il valore del
vero Lionismo, traspariva da ogni poro la
60 Vita di Club n.3
soddisfazione di una buona azione: il club
gongolante per un service che non aveva creduto
di poter fare, i medici orgogliosi per una
professionalità rara in tempi di malasanità,
perché, oltre alle competenze, i tre dottori (Enzo
Calabrese, Claudio Cola e Daniele Farneti)
hanno una grande umanità che si percepisce dal
loro sguardo buono. Il Governatore entusiasta di
un club così operativo, quando nell’ambiente a
volte prevale il dire al fare. Paolo è un Lion che
agisce, io sono orgoglioso di avergli fatto da
padrino, oltre che da cerimoniere. Una calorosa
salva
di
applausi
accoglie
l’annuncio
dell’obiettivo raggiunto che il Presidente fa nel
suo discorso di commiato.
Presentato dal cerimoniere distrettuale Giulietta
Bascioni Brattini che, dopo gli inni, ha
ricordato il motto del governatore “Con la
sapienza del cuore”, e letto la Missione e gli
Scopi del Lions Club International, Achille
Ginnetti ha pronunciato un discorso incentrato
sull’operatività dei LIONS all’interno di una
società che ha sempre più bisogno di solidarietà
e di interventi mirati a sanare situazioni
tremende come ad esempio il dopo terremoto
abruzzese. Eccone una sintesi:
«Il profondo dolore per la tragedia che ha
colpito la popolazione abruzzese ci induce a
cogliere l'opportunità per riappropriarci
maggiormente della più autentica identità di
servizio e di solidarietà nei confronti del
prossimo. L’orgoglio di appartenere alla più
grande Associazione di servizio del mondo può
svilupparsi solo se diamo un forte significato e
una profonda connotazione di servizio e di
umana disponibilità al nostro essere Lions
(“orgoglio di appartenere, impegno per
essere”). In quest’anno abbiamo cercato di
individuare strumenti organizzativi che ci
consentissero di motivare maggiormente i
Soci e i Club alla cultura del servizio
attraverso una migliore conoscenza degli
scopi, delle finalità e delle strutture
dell’Associazione a livello distrettuale e
internazionale. La diffusione del pensiero e
della cultura Lionistica ha avuto il suo apice
in occasione del Seminario del Centro Studi
incentrato sull’uomo Lion portatore di valori
e di ideali. Se condividiamo che i Lions
divengano punto riferimento nella comunità
in un rapporto di fattiva collaborazione con le
Istituzioni locali, è necessario che le attività
dei Clubs siano concretamente orientate verso
questo obiettivo. Non più in un’ottica di
sporadici finanziatori o partner occasionali ma
come condivisione di programmi, di progetti, di
iniziative, di interventi tesi a rimuovere le cause
delle difficoltà e dei bisogni presenti nella
Comunità. Voglio ricordare che esiste una
Fondazione che tutto quanto riceve destina ad
interventi umanitari nelle nazioni in via di
sviluppo ed è considerata la prima ONG al
mondo per adempimento, adattabilità e
responsabilità: è la LCIF. In occasione dello
spaventoso terremoto che ha colpito l’aquilano
nel mese scorso, la LCIF il 6 Aprile ha
assegnato al nostro Distretto l'Emergency Grant
per gli interventi di prima emergenza. Lo slancio
generoso, gli aiuti e la disponibilità dei Lions di
ogni parte d'Italia nei confronti delle
popolazioni colpite dal terremoto hanno reso
evidente, in questa occasione, la vocazione al
servizio e l'adesione più piena al Codice
dell'Etica. Come all’inizio del mandato, ancor
più oggi ritengo fermamente che dobbiamo
rendere più incisiva la nostra azione di servizio,
rafforzare la nostra posizione culturale,
rappresentare un punto di riferimento per tutti
coloro che si dedicano al servizio per migliorare
la propria comunità. Mi compiaccio della piena
adesione da parte del Presidente Gianessi e del
Club Rimini Malatesta agli ideali del Lionismo
manifestata indubbiamente attraverso la qualità
e l’efficacia del service “Vincere la sordità”. Vi
ringrazio per aver operato con la sapienza del
cuore».
Prende la parola anche il dott. Calabrese che,
dopo aver fatto riferimento all’iter postoperatorio
della riabilitazione e ringraziato il Club per il
sostegno che la consentirà al massimo livello, ci
presenta Davide che ringrazia tutti, ma
soprattutto colui che, per lui, è ormai diventato
semplicemente Paolo, un amico.
61 Vita di Club n.3
Davide e il dott. Enzo Calabrese.
Durante la serata si è effettuata, oltre alla
celebrazione della charter, la complessa
cerimonia della consegna delle Chevron di
anzianità (20-25 anni) e di assiduità (il 100%),
degli attestati di merito che sono andati innanzi
tutto agli sponsor del service, ai soci più
collaborativi, alle signore più impegnate. Poi è
venuto il momento del
Passaggio delle cariche:
Paolo Gianessi cede il
posto ad Antonio Galli
che prende il testimone,
ovvero lo storico collare
dei Presidenti, e dimostra
subito nel suo intervento
di essere pieno di buoni
propositi. Uno scrosciare
di applausi gli augura un
proficuo anno sociale. A
Rosanna Nicolini va la
medaglia ricordo del
Club, consegnata da Simonetta Tercon.
Rosanna, a nome del Club, accoglie con un
bouquet di fiori Floranna Galli. Antonio e
Floranna offrono una stupenda rosa rossa alle
signore presenti; una nota di galanteria e di
gentilezza chiude dunque la festosa conviviale,
mentre il neo presidente suona la campana.
Alcuni momenti della charter: ascolto degli Inni americano, europeo, italiano; il passaggio delle cariche; Paolo Giulio
Gianessi e Antonio Galli, i due ultimi Presidenti; il Governatore Achille Ginnetti e il primo Presidente Stefano
Cavallari, socio fondatore del LIONS CLUB RIMINI MALATESTA.
62 Vita di Club n.3
«Sono da pochi istanti Presidente e già
sento il peso di un compito non facile.
Ringrazio tutti gli amici che mi hanno
voluto gratificare di questo grande onore.
Prendo l’incarico come un servizio per gli
amici e per il club. Ora non presento
programmi anche se ho chiare le linee da
seguire: vorrei che Rimini, sconosciuta alla
maggior parte dei Riminesi, venga rivelata.
La scopriremo insieme».
Il neo presidente Antonio Galli presenta la sua squadra:
IL DIRETTIVO 2009 - 2010
Approvato con delibera del 20 maggio 2009
ANTONIO GALLI – Presidente
PAOLO GIULIO GIANESSI – Past Pres.
ELIO BIANCHI – 1° Vice Presidente
ROBERTO MORBIDI – 2° Vice Presidente
ROBERTO MORBIDI – Segretario
MARIO GORI – Tesoriere
PIETRO GIOVANNI BIONDI - Cerimoniere
SALVINO LA PLACA – Censore
EGIDIO AGUTI – Consigliere
MARIO ALVISI – Consigliere
GABRIELE ZANINI – Consigliere
Commissione soci
EMILIO BALDINI (presidente), MASSIMO
MANCINI, MAURO TERCON
Revisori dei conti
SERGIO DE SIO, NEVIO ROSSI, GIANFRANCO
SIMONETTI
Probiviri
STEFANO CAVALLARI, MARIO DE
GIAMPIETRO, FERNANDO SANTUCCI
Responsabile Informatico
ERWIN FEDUZI
Addetto stampa
LILY SERPA
63 Vita di Club n.3
Dall’articolo “La ceramica. Parte 1ª Duecento e Trecento” di Giuliana Gardelli
Fig. 22 - Neri da Rimini, foglio di Antifonario, 1300. Venezia, Fondazione Cini, inv. N. 2030.
Scarica

di Giuliana Gardelli Fig. 18 - Neri da Rimini, Antifonario del