raumplan a space for critique and research Politecnico di Milano Laurea magistrale in design della comunicazione a.a. 2013/2014 Gabriele Donini 783182 Giacomo Scandolara 780072 INDICE INTRODUZIONE 1. Breve storia dell’istituzione universitaria italiana dal ’68 ad oggi. 1.1 Introduzione 1.2 Il processo di Bologna 4. La scalabilità del prodotto editoriale: declinazione della proposta sui vari media e modelli economici 4.1 Introduzione 4.2 Strategie intermedie: utilizzare i media digitali per la vendita di prodotti stampati 4.3 POD e distribuzione 4.4 Crowdfunding 4.5 La rivista come nodo di un network 4.6 La rete come infrastruttura 2. Dal ’68 al Processo di Bologna: dall’università come luogo di confronto e di libera ricerca e formazione del buon cittadino, all’università come “fabbrica” al servizio del mercato globale. 2.1 Cedric Price e la Potteries Thinkbelt: l’università come infrastruttura economica. 2.2. Price e il sessantotto. 5. Aggregazione di contenuti, apertura e selezione: il social magazine come post-blogging e post-digital-publishing 5.1 Editore, piattaforma o rivista? 5.2 Il social publishing e la qualità dei contenuti 5.3 Il web writing 5.4 Nuovi strumenti di Archiviazione 3. Il trattato di Bologna 3.1 Controrivoluzione del capitale contro lo stesso concetto di bildung. PARTE 3 PARTE 1 4. L’università oggi: marketing e ranking. Il paradosso del consenso e la democrazia 4.1 Il cortocircuito del consenso 5. Il luogo della libera formazione e la democrazia PARTE 2 Introduzione 1. L’approfondimento, la critica e la ricerca come prodotti editoriali 1.1 Origini 1.2 La ricerca scientifica come prodotto di massa 1.3 Le riviste settoriali come circuito ideologico 2. Il self-publishing come fautore del dialogo nell’editoria contemporanea: le fanzines e il blogging 2.1 Origini e sviluppi 2.2 La nascità di una comunità 2.3 Le fanzines come precursori del web 2.4 Il blogging: nuovi strumenti dell’era digitale 3. Identità della redazione: plasmare una voce editoriale autorevole 3.1 Selezione e identità 3.2 Mousse 3.3 Pitchfork Media 3.3 Internazionale 3.4 Nei capitoli successivi 2 1. Manifesto 1.1 Crisi 1.2 Terreno comune 1.3 Raumplan 2. Adolf Loos e il Raumplan 2.1 Biografia 2.2 Il Raumplan 3. Report 3.1 Premessa 3.2 Il progetto 3.3 Identità, funzionalità e sviluppi futuri BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA INTRODUZIONE Raumplan nasce dalla volontà di creare uno spazio dove reintrodurre meccanismi che restituiscano varietà e diversità a un contesto che tende sempre più all’omologazione e alla standardizzazione dei rapporti. Raumplan nasce come un progetto extrauniversitario dalla nostra volontà di sperimentare nel campo editoriale: non tanto per creare un prodotto con un format ben definito, ma per trovare e provare soluzioni inattese. Nelle nostre esperienze personali - accademiche, personali e professionali - abbiamo avuto diverse occasioni di affrontare questo medium con sguardi diversi. Abbiamo avuto la possibilità di collaborare con persone che lo vivono in maniera diversa, da editor a copywriter, da art director a graphic designer. Sicuramente anche la nostra esperienza al Politecnico è stata decisiva per spingerci in questa direzione, abbiamo così deciso di svilupparlo come progetto di tesi perchè ci sembrava un’evoluzione possibile della nostra formazione accademica. In partenza abbiamo scelto di associare al progetto una parte di ricerca necessaria a sviluppare criticamente un sistema di questa complessità e renderlo reale; non soltanto un progetto universitario con un inizio e una fine stabiliti. Più che creare un format teoricamente funzionante, ci interessava creare un prodotto che riuscisse a scontrarsi con la realtà del mondo e quindi con le dinamiche del lavoro. Una conseguenza naturale è stata quella di coinvolgere nel progetto più persone, con professionalità, caratteri e provenienze accademiche diverse. Nella presentazione dei corsi della Laurea Magistrale in Design della Comunicazione ci ha colpito molto una premessa che ci ha spinti proprio in questa direzione: questi corsi non sono delle lauree specialistiche per formare specialisti ma sono lauree magistrali perchè tendono a formare persone in grado di comprendere e governare la complessità culturale del mondo contemporaneo. È assolutamente doveroso quindi comunicare apertamente la nostra intenzione nel creare un network di lavoro. Per poterci concentrare sull’aspetto progettuale e comprenderne le possibili sfacettature abbiamo chiesto aiuto a diverse persone. Nelle nostre esperienze professionali siamo costantemente a contatto con altre persone, ci relazioniamo con loro e mediamo le nostre capacità per poter dare valore e qualità ad artefatti e servizi. La nostra ricerca nasce dunque dalle interazioni interne al gruppo di lavoro e dalle nostre sensazioni verso le mancanze del mondo universitario. La volontà di approfondire tematiche che spesso si perdono, non hanno abbastanza spazio, o che vengono rilegate all’estrema periferia mediatica prende vita da un’attitudine di voler discutere quello che 3 facciamo mentre lo facciamo. Come abbiamo scritto nell’introduzione alla conversazione che abbiamo avuto con Carlo Sini, ci sono due livelli dell’azione. Uno è quello dell’azione operativa che guadagna la cosa e la costruisce; l’altro la possibilità di un passo indietro, di una auto-osservazione, che non è operativa (ma a suo modo lo è, in quanto gravida di conseguenze pratiche): sospende l’interesse per il risultato dell’azione e si rivolge al semplice fatto che l’azione sta accadendo e al suo senso o non senso per noi e per gli altri. Da tempo l’università è strutturata secondo la specializzazione sempre più esasperata delle conoscenze e del lavoro. L’unità del sapere come finalità e fondamento della formazione è un tema che non trova spazio nella organizzazione degli studi universitari. Persino la consapevole assunzione del tema della complessità ha dato vita a discipline specialistiche, certo, almeno apprezzabili negli intenti. La sciagura pedagogica è poi incarnata proprio dalle pretese “scientifiche” della pedagogia, cioè dalla pretesa di tradurre la formazione in una scienza di fatto ignara di ogni reale problema di fondazione e di senso. Carlo Sini È stato dunque un buon punto di partenza capire le dinamiche che hanno portato allo stato attuale dell’Università per comprendere meglio da cosa derivassero le nostre sensazioni, in questo è sicuramente stato fondamentale l’apporto di tutti, ma soprattutto di Pietro e Nicolò. Di conseguenza ci siamo concentrati su un’analisi dei prodotti editoriali di approfondimento, abbiamo così sviscerato una serie di punti cardine, fondamentali per indirizzare il progetto verso un carattere costruttivo che non si limitasse a criticare ma che fosse assolutamente portante per il nostro obiettivo. Di conseguenza nell’ultima parte di questa ricerca spieghiamo in sintesi tutto il progetto, dalle ispirazioni al suo concepimento, fino al prodotto attuale. PARTE 1 1. BREVE STORIA DELL’ISTITUZIONE UNIVERSITARIA ITALIANA DAL ’68 AD OGGI. 1.1 Introduzione Nell’anno accademico 1951/1952, gli studenti iscritti alle Università italiane erano 226.543. In Italia, il primo episodio che inaugura quella che poi sarebbe denominata la «rivolta studentesca» è in realtà una isolata protesta degli studenti dell’Università Cattolica di Milano, dovuta a un aumento delle tasse di iscrizione deliberato in estate dal Senato accademico. È nell’anno successivo che il «movimento degli studenti», nella neonata coscienza della sua esistenza come tale, coinvolge anche le Università statali e le scuole secondarie. Già qui emerge, fra le prime rivendicazioni, una violenta critica nei confronti dei vecchi organi di rappresentanza degli studenti. In risposta al clima di contestazione sempre più pervasivo e cosciente di sé, nonché stimolato dagli analoghi avvenimenti negli altri paesi europei, nel 1969 il decreto del presidente della Repubblica n. 1236 del 31 ottobre, rappresenta la prima grande riforma universitaria del secondo dopoguerra: i due punti fondamentali della riforma consistevano nella liberalizzazione degli accessi e l’eliminazione del vincolo gentiliano della passaggio dal liceo classico. Con la Legge n. 168 del 9 maggio 1989 verrà poi istituito, il Ministero dell’Università e della Ricerca Scientifica e Tecnologica (MURST), separando in questo modo l’attività delle università da quella delle istituzioni di istruzione preparatoria, primaria e secondaria. Nell’anno accademico 1991/1992 gli studenti iscritti alle università italiane erano 1.474.719. A partire dal 2000/2001 l’università italiana ha conosciuto una nuova radicale riforma, processo iniziato dalla discussa Riforma Gelmini. Con la legge del 6 agosto 2008 n. 133, le università hanno la possibilità di convertirsi in fondazioni di diritto privato. La fondazione avrà in capo la proprietà di beni mobili e immobili delle università, è un ente non commerciale che non può distribuire utili. In essa potranno entrare enti pubblici o privati, aprendo alla privatizzazione dell’università. 1.2 Il processo di Bologna Il processo di Bologna è un progetto di riforma inter- 4 nazionale dei sistemi di istruzione superiore dell’Unione Europea, che si è proposto come obiettivo la realizzazione, entro il 2010, di uno «spazio europeo dell’istruzione superiore». Il processo ha avuto inizio nel 1999, con l’incontro dei ministri dell’istruzione europei che il 18 e 19 giugno a Bologna hanno sottoscritto un trattato conosciuto come la Dichiarazione di Bologna, nella quale sono enunciati i principali obiettivi che l’accordo si propone gradualmente di realizzare a livello europeo sovranazionale: 1. Armonizzazione dei titoli di studio, al fine dell’impiego degli studenti nel mercato europeo, per maggiore competitività e integrazione economica della UE. 2. Organizzazione dell’istruzione universitaria in un sistema con due cicli principali. L’accesso al secondo avviene solo dopo il conseguimento del primo che ha durata minima di tre anni. 3. Consolidamento del sistema dei crediti per una maggiore mobilità degli studenti, in modo da poter quantificare il livello di istruzione in un sistema universalmente traducibile. 4. Promozione della mobilità per studenti e docenti attraverso l’abbattimento degli ostacoli che impediscono la libera circolazione internazionale degli stessi. 5. Valutazione della qualità delle istruzioni nazionali da parte di agenzie sovranazionali al fine di determinare volta per volta un benchmark di indirizzo per una migliore cooperazione. Si stabilisce inoltre il 2010 come scadenza per la messa in opera degli obiettivi e l’istituzione di ritrovo biennale per la valutazione degli sviluppi del Processo. Nella successiva conferenza di Praga (2001) si deliberà di istituire entro tre anni la Rete Europea della Qualità nell’Istruzione Superiore (ENQA) con il compito di vigilare sulla qualità dei servizi dei singoli Istituti di Istruzione nazionali. Nelle successive conferenze di Berlino (2003) e Bergen (2005) si stila un bilancio dell’adempimento dei vari obiettivi in ciascun paese: si verifica che l’organizzazione a doppio ciclo permette l’accesso all’istruzione universitaria al 50% degli studenti in gran parte dei Paesi. Si chiede ai Governi, però, di migliorare la spendibilità del titolo del primo ciclo nel mercato del lavoro, creando anche un mercato ad hoc negli enti pubblici. Dopo l’incontro a Londra nel 2007, nella conferenza di Leuven, in Belgio, (2009) ci si confronta con lo shock subito dall’economia mondiale nell’autunno 2008; gli obiettivi vengono rimodulati attraverso una revisione delle priorità. I Ministri si propongono una nuova programmazione con scadenza 2020. Nella Conferenza tenutasi a Budapest e Vienna l’11 e 12 marzo 2010 si è finalmente ratificato lo Spazio Europeo dell’Istruzione Superiore. Intanto i paesi firmatari dalla Dichiarazione di Bologna del 1999 sono andati aumentando costantemente (49). Inoltre, nella convinzione che “l’istruzione superiore sia uno stimolo fondamentale per lo sviluppo sociale ed economico”, i Ministri si impegnano “nonostante il contesto economico difficile, ad assicurare che le istituzioni di istruzione superiore dispongano delle risorse necessarie”. Nella conferenza di Bucarest (2012) viene ribadito l’impegno a incrementare la capacità attrattiva dell’istruzione superiore verso i paesi non europei. In ambito interno, l’obiettivo consiste in una organizzazione didattica in diretta sintonia con i repentini sommovimenti del mondo globale e con gli interessi economici della Comunità Europea, in modo da garantire una migliore spendibilità del titolo di studio nel mercato del lavoro all’interno di tutta l’area europea. Il Processo di Bologna è permeato dall’idea fissa (mai peraltro discussa o valutata dai rappresentanti politici europei, ma nemmeno da quelli sindacali interessati nel mondo della scuola, né dalla classe intellettuale e men che meno dall’opinione pubblica) di rendere il processo di formazione europeo sempre più efficiente come risorsa economica al fine di renderlo il più competitivo possibile con gli altri sistemi mondiali. tra le 25 e le 30 ore settimanali (calcolato su 36/40 settimane di studio l’anno). L’UE rilascia agli istituti che meglio sanno impiegare il sistema ECTS il “Marchio ECTS”. Per il periodo 2009-2013 il marchio ECTS è stato vinto, per l’Italia, dall’Università degli Studi di Parma, dall’Università di Bologna e dall’Università LUMSA di Roma. Assicurazione della qualità Si è deciso poi che ogni Stato istituisse un organo, indipendente da dinamiche politiche sindacali, a cui partecipassero tutti gli attori dell’istruzione, che si relazioni con le altre agenzie nazionali attraverso una rete europea. Una monitorizzazione della qualità a tutti i livelli, a partire dai corsi di laurea, fino ad arrivare alle relazioni dell’ENQA. Si è istituito un registro delle agenzie nazionali (EQAR) e sono stati emanati standard e linee guida che queste devono seguire (ESG). L’Italia è stata uno dei primi paesi a riformare il proprio sistema universitario secondo le direttive del processo di Bologna (in alcuni atenei già a partire dall’anno accademico 1998/1999; nell’anno 2000/2001 il nuovo sistema aveva già una diffusione capillare in tutti gli istituti universitari della penisola) . Il sistema dei cicli A poco a poco si è raggiunta l’omologazione della durata dei percorsi di studio a livello internazionale (due cicli: 3+2) che, negli auspici, dovrebbe permettere agli studenti di poter scegliere il percorso più idoneo alle proprie caratteristiche e sviluppare le proprie inclinazioni in diversi paesi. Generalmente il primo ciclo è chiamato bachelor e ha durata triennale, il secondo il master, di durata biennale. Il cosiddetto 3 più 2 avrebbe lo scopo di dare la possibilità allo studente di inserirsi immediatamente nel mondo del lavoro. Un più efficiente e diretto collegamento con il mercato del lavoro in ciascun ciclo, era uno dei punti programmatici della Dichiarazione di Bologna, persino attraverso riforme ad hoc delle modalità di assunzione per le amministrazioni pubbliche. Il sistema dei crediti Il sistema dei crediti è un metodo di quantificazione dei programmi di studio sulla base, appunto, di “crediti” (in Italia detti CFU – Crediti Formativi Universitari), messo a punto col sistema ECTS (European Credit Transfer and Accumulation System) e sviluppato a partire dal 1999 nel anche in funzione del Programma di mobilità europeo Erasmus. Esso si basa su un calcolo del carico di lavoro richiesto allo studente per raggiungere gli obiettivi di un corso di studi. Il fine sarebbe quello di una maggiore possibilità di trasferimenti in altri istituti a livello europeo (mobilità). Un credito rappresenta un carico di lavoro compreso 5 1. Per benchmark in economia si intende una metodologia basata sull’individuazione di parametri quantitativi che permetta alle aziende che lo applicano di compararsi con le migliori nel settore e imporsi obiettivi di miglioramento rispetto a tali parametri. 2. DAL ’68 AL PROCESSO DI BOLOGNA: DALL’UNIVERSITÀ COME LUOGO DI CONFRONTO E DI LIBERA RICERCA E FORMAZIONE DEL BUON CITTADINO, ALL’UNIVERSITÀ COME “FABBRICA” AL SERVIZIO DEL MERCATO GLOBALE. 2.1 Cedric Price e la Potteries Thinkbelt: l’università come infrastruttura economica. Per affrontare un argomento così complesso e ricco di sfaccettature, abbiamo voluto riferirci a un progetto del noto architetto inglese Cedric Price, Potteries Thinkbelt, pubblicato sulla rivista di sociologia New Society (molto vicina al partito laburista) nel 1966. Per le sue ancipiti implicazioni ideali e pragmatiche, fortemente anticipatrici del futuro dell’università come la conosciamo oggi, può rivestire un estremo interesse per dare un corpo concreto al discorso che intendiamo proporre. Si trattava di un progetto di riqualificazione della zona del North Staffordshire, colpita al cuore dalla repentina crisi dell’industria manifatturiera che coinvolse l’intera Inghilterra fra gli anni Cinquanta e Sessanta (in particolare devastò in breve tempo l’industria della ceramica, “pottery”, fondamentale per l’economia di quella zona), lasciando un paesaggio di desolazione, tra fabbriche abbandonate, disoccupazione e infrastrutture ferroviarie per il trasporto delle merci e i materiali deteriorate e abbandonate. L’idea di Price era quella di risollevare la zona e la sua entropica destrutturazione urbanistica progettando una sorta di gigantesco campus universitario per più di 20.000 studenti. Si trattava di riciclare tale paesaggio post-industriale nell’ottica di costituire un nuova idea di università che fosse il centro nevralgico della città e ne risollevasse nel contempo la crisi endemica in una grande opera di riconversione economica di spazi, lavoro e funzioni. Dopo la crisi del modello di produzione fordista, il North Staffordshire non avrebbe più prodotto beni materiali, ma avrebbe puntato sulla ricerca applicata e sul suo indotto. Perciò Price incentra il suo progetto su un concetto di educazione e del sapere finalizzato alla produzione e al mercato. Il sistema di produzione di matrice post-fordista è per lui una forte ispirazione: il lavoro di Price non è un’utopia isolata, ma si inserisce in un ben preciso progetto di riorganizzazione della higher education, finalizzato alla ricerca applicata e alla diretta traduzione del lavoro universitario e dei suoi studenti nel mercato del lavoro. Si trattava di un ordine di idee molto vicino al pensiero e all’azione politica del partito laburista britannico di quel tempo. La “produzione immateriale” doveva diventare il punto di partenza della ricostruzione. 6 Da qui l’idea di trasformare strutture industriali in università, con facoltà e dipartimenti non rigidamente separati, ma progettati come “vagoni” collegati attraverso la rete ferroviaria dismessa in modo da poter essere continuamente riassemblati e riorganizzati, anche nei programmi di studio e di ricerca, in funzione della mutevole e pressante domanda del mercato. Un gigantesco campus universitario che coinvolgesse una intera zona, riciclando le rovine dell’industria depressa. Cedric Price è l’emblema ottimistico di questo ordine di idee: nella nostra interpretazione è propria la sua “ingenuità” e schiettezza ottimistica a farne per noi un indice attraverso il quale indagare la progressiva svolta del ruolo e della concezione stessa dell’istituzione universitaria. Price dirige tutti i suoi sforzi in direzione di una flessibilità e intercambiabilità degli spazi: costruire uno spazio per una didattica e una ricerca caratterizzate da una estrema sensibilità ai cambiamenti del sistema economico generale. Il free plan è lo strumento architettonico che può permettere di offrire uno spazio perennemente adattabile al nuovo potere produttivo, indeterminato, dinamico, in continua trasformazione, governato dal capitale e dalla sue necessità sempre più mutevoli e pressanti. La struttura è minimale, l’organizzazione può sempre essere cambiata in funzione dei modi di produzione. Non si tratta però di un concetto estetico, ma etico-politico che doveva informare di sé l’architettura e più in generale la società contemporanea tutta. Non stiamo parlando qui di una curiosità storica, o delle intenzioni consapevoli di Price e della società a lui contemporanea; si tratta per noi di un indice, da considerare non storicisticamente ma a partire dalla nostra condizione attuale per ricostruirne le origini e le cause profonde, ben al di là delle intenzioni personali di Price: una sorta di stele di Rosetta in cui decifrare il nostro presente. Il vero tema che ci interessa è relazione fra lavoro, economia capitalistica e formazione. In questa concezione il sapere e la ricerca sono interamente finalizzati alla produzione. L’università non è più il luogo di formazione dell’uomo e del buon cittadino, ma una (forse la principale) infrastruttura economica e produttiva. Price concepisce il sapere e la ricerca come parte integrante del sistema produttivo. Questo comporta anche un’abolizione di fatto, o quanto meno un ridimensionamento, della gerarchia insegnante-studente: essi sono entrambi considerati impiegati della fabbrica del sapere. L’università non è più un’istituzione civica ma produttiva, che produce valore economico. Addirittura si arriva pagare gli studenti (con borse di studio e incentivi) in un sistema che viene ottimisticamente propagandato – in parte anche condivisibilmente - come welfare e pari opportunità, ma che d’altro canto ha come conseguenza quella post-fordista progressiva rarefazione dei confini fra vita e lavoro, realizzando il massimo controllo da parte del potere politico (ossia economico) della vita delle persone nella sua interezza, il quale si esprime dal punto di vista architettonico con la massima indeterminatezza degli spazi e intercambiabilità degli stessi. In Price tutto ciò è considerato nella più sincera buona fede ottimistica nel progresso economico e sociale. Di conseguenza progetta un’architettura in tutto e per tutto adattabile a questo sistema. Per questo l’infrastruttura è più importante della struttura, ridotta al minimo e quanto mai flessibile. La città diventa una immensa catena di montaggio caratterizzata dalla massima resilienza e sintonizzazione con la domanda del mercato e le necessità sempre cangianti del capitale finanziario e della filiera produttiva. Come ricordato le facoltà e i dipartimenti sono costruite come vagoni che si muovono sugli antichi binari industriali, per essere continuamente riassemblati. Gli stessi alloggi degli studenti non sono palazzi o condomini, ma container, dormitori incorporati nella stessa struttura universitaria in modo che potessero dedicare il minor tempo possibile alle cure domestiche e private. Il lavoro di Price sembra caratterizzato da una vera e propria ossessione per la flessibilità e la capacità di reazione e riorganizzazione immediata in funzione della domanda del mercato, anche per quanto riguarda i corsi e i programmi didattici e di ricerca, che devono poter riassemblati in ogni momento. Non è un caso che le cosiddette humanities non trovino alcuno spazio nei curricola (se non per quanto riguarda le social sciences, secondo la genuina tradizione filosofica empirista inglese, di cui un altro illustre inglese come John Stuart Mill era stato un profeta quanto mai preciso e lucido, quando aveva preconizzato che le cosiddette discipline umanistiche – cosiddette perché è proprio a partire da lui e dalla sua epoca che si cominciano a considerare come un ambito strettamente distinto dal sapere scientifico – sarebbero scomparse come tali risolvendosi in sociologia e psicologia applicata (le uniche discipline “umanistiche” previste da Price). L’università si dissolve nella città e nel sistema produttivo complessivo e ne costituisce una funzione dipendente. In questo senso questo tipo di concezione e di organizzazione sociale è il dispiegamento compiuto del cosiddetto post-fordismo: un sapere produttivo, un lavoro in cui il soggetto è molto più coinvolto (persino affettivamente), perché richiede un coinvolgimento mentale. Così non ci sono più limiti fra vita e lavoro; il lavoro è la nostra vita. Tutta la giornata è lavorativa, non ha limiti, nemmeno spaziali, non è confinata all’interno dei cancelli della fabbrica. Tutta la città è un’immensa fabbrica. Si può lavorare ovunque, con una massima adattabilità del lavoratore stesso. Quello che era sembrato un progresso per il lavoratore in termini di dignità e qualità della vita nasconde però (oggi lo viviamo sulla nostra pelle e lo possiamo constatare con estrema chiarezza) un lato meno esaltante, consistente nell’instabilità e la precarietà del lavoro e la 7 conseguente costitutiva insicurezza del lavoratore. Per questi nuovi lavoratori così flessibili e “liquidi” diventa sempre più difficile “fare corpo” e riunirsi in organizzazioni che siano in grado di formare un contropotere che sia in grado di difendere i loro diritti e interessi, rimanendo abbandonati alla mercé del capitale e dei suoi bizzosi e repentini sconvolgimenti e del suo potere pressoché assoluto, al quale anche la politica rimane del tutto asservita e impotente. Quella che Hanna Arendt aveva definito Vita activa, in opposizione al lavoro inteso come fatica e produzione per la sopravvivenza, si dissolve totalmente in quest’ultimo. Vita activa, per la Arendt, era in primo luogo l’azione politica, intesa come luogo di riconoscimento comunitario in cui l’uomo, affrancandosi dal lavoro per la sopravvivenza, realizza se stesso nella comunità e nel libero confronto riguardo alla direzione complessiva della vita comunitaria, dei suoi fini e del suo senso; un luogo libero in cui fronteggiare insieme l’evento della vita, nel tentativo di realizzare nella comunità un orizzonte di salvezza contro le sofferenze della vita di tutti e, in definitiva, nei confronti del problema della morte. Qui invece il labour e la sua organizzazione si identifica con la totalità della prassi sociale e diviene l’unico tema politico. Dalla politica tutto ciò si riflette direttamente nell’architettura e nell’università: la loro funzione è quella di garantire l’efficienza globale, in funzione degli interessi e delle mutevoli vicende del capitale finanziario globale. La produzione e la sua organizzazione occupa così la totalità della vita e dell’azione intelligente dell’essere umano. Anche il tempo libero è organizzato e controllato, quasi “prescritto”: il precedente lavoro di Price, ne rappresenta un emblema il Fun Palace. Il tempo libero è organizzato come una fabbrica. Le attività sociali sono parte dell’organizzazione economica. La sua stessa architettura richiama curiosamente, ma a nostro avviso emblematicamente, quella della basilica romana (forse il primo esempio di spazio “flessibile” della storia dell’architettura): ma il Basileus qui è il capitale e le sue cangianti e dispotiche richieste e necessità. Le attività sociali sono viste come parti dell’organizzazione economica e del controllo sociale (come lo erano per il Basileus quelle della basilica): uno spazio spettacolare, monumentale, ma al contempo simile a una fabbrica, massimamente astratto a livello strutturale per garantirne la flessibilità. Lo spazio pubblico “libero” assume anch’esso un ruolo fondamentale nella produzione di valore economico. Tempo libero, comunicazione, tecnica, spettacolarizzazione: anche qui gli aspetti profetici della società contemporanea sono evidenti ed espliciti. 2.2. Price e il sessantotto. Università come welfare, investimento nell’università come infrastruttura per l’economia del paese, come mezzo di “self-valorization” dell’individuo, università “aperta”, avversione all’università come struttura rigida e gerarchica, sapere self-customized : difficile non riscontrare la convergenza delle idee di Price con diverse rivendicazioni sessantottine. Vorremmo qui sottolineare questa convergenza di “buone intenzioni”, in linea di principio condivisibili e lodevoli, del progetto di Price con le istanze del movimento studentesco (peraltro la vicinanza è anche strettamente cronologica). Al tempo stesso non si può non riconoscere anche il lato oscuro di questa convergenza: ossia quella che chiameremmo eterogenesi dei fini del Sessantotto e dell’ottimismo progressista di Price. Quello che intendiamo sostenere è che gli stessi progressisti e poi i sessantottini, a dispetto delle loro intenzioni coscienti, sono proprio coloro che paradossalmente hanno portato a compimento una sorta di controrivoluzione che ha reso a sua volta l’università un sistema di controllo e di inquadramento delle masse. Si tratterebbe in questo senso di una controrivoluzione del capitale contro la libertà del sapere, contro il sapere come spazio di libertà e confronto indipendente, contro l’educazione e il concetto stesso di formazione, sostituito dall’informazione necessaria per entrare a far parte di un certo tipo di filiera produttiva. 2. Permangono tuttavia alcune differenze di denominazione: i corsi di studio universitari di II livello vengono in tutto il mondo denominati master, in Italia vengono definiti lauree specialistiche/magistrali. I titoli di studio universitario di terzo livello (dottorato di ricerca o scuola di specializzazione) sono gli unici che, in tutto il mondo, danno diritto a chi li detiene di fregiarsi del titolo di dottore, mentre in Italia per fregiarsi di tale titolo è sufficiente la laurea triennale. 8 3. IL TRATTATO DI BOLOGNA Il trattato di Bologna può essere visto come l’approdo naturale del dispiegamento di questo processo storico, l’ultima grande rivoluzione dell’università che trasforma radicalmente il senso e gli obiettivi dell’higher education e della formazione. Le stesse forze che invocavano un’università più libera e meno rigida, sembrano aver finalmente distrutto l’università come luogo di formazione e di confronto realmente libero e indipendente. Precedentemente, si era sempre in qualche modo mantenuto uno iato fra università e employment: l’università era un luogo di indagine critica il cui lavoro influenzava ancora direttamente la società civile, la politica e, persino, quello che possiamo chiamare lo spirito dei tempi, l’immaginario collettivo, l’“atmosfera culturale” di un momento storico. In una parola il lavoro universitario aveva ancora una rilevanza pubblica, che si proiettava immancabilmente al di là dei confini accademici. A partire dagli anni Ottanta e Novanta (soprattutto sulla base di una forte iniziativa politica dell’Unione Europea) si è realizzato il definitivo smantellamento dell’università intesa nei termini sopra indicati. L’università non è più il luogo di formazione del buon cittadino, della libertà critica e di ricerca, ma un investimento economico per l’occupazione. Si tratta di un cambiamento epocale, sebbene inavvertito dai più, che ha trasformato radicalmente anche e in primis il modo di insegnare e di studiare. Gli insegnanti sono continuamente obbligati ridefinire i loro corsi e curricola, con buona pace della «libertà di insegnamento» menzionata dalla nostra Costituzione e dell’idee di von Humboldt; ogni attività didattica o di ricerca è misurata con crediti e complicate procedure legali e amministrative. L’idea alla base è proprio quella di una massima flessibilità dei percorsi di istruzione e di renderli il più possibili trasferibili, misurabili e personalizzati dagli studenti. Il sistema dei crediti è l’indice più evidente (non solo dal punto di vista lessicale) della logica mercantile che invade l’università. Ogni credito corrisponde a trenta ore di studio e l’accumulazione di 180 crediti corrisponde alla laurea. Questo sistema struttura un’università basata sul numero e su una serie di prestazioni quantitativamente misurabili, quasi burocratiche, dove l’approfondimento e la valutazione diventano elementi marginali. Per la gran parte degli studenti (più simili in questo senso a “clienti” o “consumatori” del “servizio” universitario”) l’accumulazione rapida e acritica di crediti finisce per costituire l’unica ragion d’essere del loro frequentare l’università. Essi ignorano la carne della materia, la sua storia e le sue concrete pratiche; si limitano a riprodurre stilemi da loro imposti da docenti 9 che, spesso e sempre più, culturalmente non sono molto diversi da loro. Anche qui si potrebbero raccontare le innumerevoli scene grottesche in cui è facile imbattersi durante i corsi, le sessioni d’esame o di laurea, ridotte a una fiera della banalità, dove la coscienza critica è del tutto assente, il dibattito annullato e la piaggeria dilagante. 3.1 Controrivoluzione del capitale contro lo stesso concetto di bildung. Il processo di Bologna è probabilmente il più grande avvenimento nel mondo del sapere e della formazione dopo il Sessantotto. Gli studi non sono più un dovere o un diritto, ma un investimento economico, costantemente sintonizzati sulla domanda del mercato per poter essere quanto più velocemente reattivi ad essa. In questo modo però, è difficile non ammettere che il potere politico controlla completamente l’università in funzione del mercato, ossia del capitale finanziario. Di qui la tendenza (anche qui a partire da una decisa spinta determinata delle direttive dell’Europa Unita) ad abbreviare il più possibile il periodo di formazione per ridurre i costi dell’investimento, in modo che gli studenti/clienti possano entrare quanto prima nel sistema produttivo. È una sorta di nemesi perfetta della Potteries thinkbelt e del Sessantotto. La condivisibile richiesta di una liberazione dalla rigidità dell’istituzione e della altrettanto rigida gerarchia sociale del sapere, rimettendo in contatto il lavoro e la classe operaia con l’educazione di alto livello, si è tradotta di fatto in una nuova e più subdola forma di controllo e oppressione del potere economico (forse la più raffinata e pervasiva che sia mai stata realizzata). Paradossalmente ha prodotto più precarietà e insicurezza, più lavoro e meno soldi, come non smettiamo di constatare. Sebbene questo processo sia stato per lo più inavvertito o ammantato dalle “migliori intenzioni”, non sono pochi gli intellettuali ad aver iniziato a prendere consapevolezza di quanto sta accadendo: l’università è diventata la moderna fabbrica, che, proprio nell’intenzione di mettere in contatto sapere e lavoro, ha paradossalmente prodotto e continua a produrre una massa di disoccupati o sottoccupati, privi di una reale formazione, ossia privi della capacità di formarsi una consapevolezza del mondo in cui vivono, e, di conseguenza, di rivolgervi uno sguardo critico. Non siamo in grado di costituire luoghi di reale e libero confronto, o associazioni che formino un “contropotere” in grado di farsi carico del problema, non essendo in grado primariamente di riconoscerlo come tale e di prenderne coscienza. Professori e studenti sono dipendenti di questa nuovo inquadramento di massa, imbrigliati in complicatissime procedure burocratiche e nel sistema dei crediti, nuove forme di alienazione con cui il capitale intende misurare, controllare e monetizzare il sapere, creando masse di inconsapevoli individui con diritto di voto. È chiaro che qui in gioco non è il problema di un’istituzione fra le altre, ma la stessa base di una democrazia che non voglia ridursi a una serie di dichiarazioni retoriche e in uno strumento che si serve del sapere e della ricerca solo per costituire una sorta di prontuario di teorie e tecniche dell’imposizione del consenso, in cui la riflessione deve venir meno, la critica assottigliarsi sempre di più per dare spazio a un sapere mercificato, frutto del suo potere di imporsi come consenso e dunque tale da rendere tollerabile qualsiasi cosa i detentori dei mezzi di comunicazione intendano propinarci. In questo senso Price ci è stato utile nella sua “ingenuità” e franchezza per chiarire la distopia contemporanea propria a partire dal suo esplicito e schietto utopismo socialista e labourista. 10 4. L’UNIVERSITÀ OGGI: MARKETING E RANKING. IL PARADOSSO DEL CONSENSO E LA DEMOCRAZIA Dopo aver esposto l’esempio di Price e del suo sincero utopismo, risulta piuttosto sconcertante ma al contempo a nostro avviso significativo, “saltare” di colpo alla più stretta attualità e alle sue conseguenze più distopiche e grottesche, a partire dalle sue manifestazioni parossistiche e tragicomiche: come quella dell’Università di Macerata, il cui atroce slogan pubblicitario è passato per lo più inosservato se non come curiosità giornalistica: «Liscia o gassata? Università di Macerata. Ricca di fosforo, povera di tedio». Oppure, le lauree honoris causa conferite a Vasco e Valentino Rossi. Ma questi sono solo i casi più deliranti, brechtiani (beckettiani, orwelliani, non si sa più a quali preconizzatori dell’impazzimento occidentale riferirsi) di un fenomeno serio e pervasivo, ossia l’esplosione del marketing universitario, logica conseguenza delle riforme Berlinguer e Gelmini (in realtà convergenti nelle loro linee più profonde le quali, per lo più, non sono consapevoli nei loro stessi promulgatori, né dibattute da intellettuali, sindacati, opinione pubblica, se non per quanto riguarda il tema – certo rilevante – dei tagli). Se l’università è un’azienda autonoma finanziata in ragione delle sue prestazioni quantitative, la comunicazione diventa un aspetto prioritario, anche dal punto di vista della spesa (sottraendo le risorse a borse di studio e alloggi convenzionati ecc., solo per citare le rivendicazioni più diffuse) per conquistare nuovi “clienti”. Manifesti, spot, inserzioni, brochure, lauree honoris causa regalate a personaggi televisivi o sportivi, sono essenziali a pubblicizzare il proprio marchio e per erodere quote di “mercato” alla concorrenza. Molte università si sono dotate di un Ufficio marketing. Dove questo non esiste ci si affida spesso a costosi consulenti esterni. L’unico risultato tangibile sembrerebbe quello di creare nelle università posti di lavori “parassitari” o fecondati “in vitro”, per i “comunicatori” sfornati dalle stesse sovraffollate facoltà di Scienze della Comunicazione o simili: è solo un banale esempio, ma proprio qui il discorso si fa più serio. La vulgata ideologica liberale/liberista vede nella società della comunicazione l’apoteosi della libertà: se si è ben informati, se ciascuno comunica ed è informato in un regime di concorrenza, l’individuo-cliente è “libero” di scegliere cosa è meglio per lui, e di autodeterminarsi. La cultura del consenso e della comunicazione si avvita però su un paradosso: il consenso è diventato la misura stessa e il criterio del consenso. Una cosa è meritevole di consenso se ha consenso. Le agenzie di rating, ad esempio, misurano il consenso ma allo stesso tempo influenzano il consenso: misurano la sicurezza dei titoli di Stato di un paese ma al tempo stesso contribuiscono in maniera decisiva a determinare la sicurezza o l’insicurezza degli stessi (con conseguenze disastrose fra l’altro: i capitali fuggono dai paesi che ne avrebbero più bisogno). Oppure pensiamo al sistema dei mi piace, su Facebook, e in generale ai social network; per non parlare della prostituzione dei giornali online per assicurarsi un clic in più. Il consenso, o la visibilità, diventa così la vera merce di scambio, anzi è oggi l’oggetto principale dello scambio; come il denaro in Marx (da MDM a DMD), il consenso diventa sia la misura sia l’oggetto dello scambio. Questo tipo di sistema è propagandato come apoteosi della democrazia quando in realtà rende il consenso del tutto mercificato. Come ci si può autodeterminare se non viene offerta una formazione libera dai condizionamenti del potere economico e comunicativo? L’individuo capace di autodeterminarsi di cui vagheggia l’ideologia liberale/liberistica potrà semplicemente uniformarsi a colui che possiede i mezzi di comunicazioni più potenti, l’unico vero potere della società post-industriale. La conseguenza è un cortocircuito che rende impossibile qualsiasi posizione critica. 4.1 Il cortocircuito del consenso Si tratta infatti di un sistema autoreferenziale che si autoalimenta: una dittatura del consenso in cui il vero “potere invisibile” sta nella capacità di raggiungere le masse, nella potenza comunicativa. Lì sta il vero potere. Per comunicare che cosa poi? 11 3. J. Derrida - P.A. Rovatti, L’università senza condizione, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2002, p. 56 e 61. 5. IL LUOGO DELLA LIBERA FORMAZIONE E LA DEMOCRAZIA Una società democratica si vuole autoregolamentantesi, si vuole non basata non su una fede, ma sulla capacità e libertà di giudizio, sull’autodeterminazione; ma come si fa ad autodeterminarsi se non esiste un luogo libero e pubblico in cui sia possibile formarsi uno specchio di se stessi e del mondo in cui si vive mettendosi alla prova attraverso il confronto con gli altri e con coloro che hanno fatto esperienze di studio, di vita, di lavoro, e ne fanno un racconto disinteressato che non mira ad alcun ritorno economico, di visibilità, di consenso? Questo dovrebbe essere la formazione e la scuola: il racconto autorevole che ti dice «di voi è stato fatto questo», «questa è la nostra storia»; e quel punto potersi chiedere «ci va bene? Ci piace? Vogliamo essere diversi, cambiare qualcosa? Parliamone». Condividere quello che siamo stati e poi chiederci se lo condividiamo ancora. Si tratta di ritrovare un luogo in cui sia abbiano il coraggio di proporre modelli etici e politici che traggano la loro autorevolezza dall’argomentazione e dell’indipendenza e dal confronto. Può ancora essere l’università questo luogo di resistenza critica? Dove lo si può ricostruire? Dove si può ricostituire un luogo in cui non sia possibile restare nella più ignorata ignoranza e difendersi insieme dalle prevaricazioni del potere? Certo questo tipo di riflessione non può fare a meno di riflettere su che cosa significhi e porti con sé il passaggio dal “terzo stato” borghese al quarto stato, ossia l’imporsi della società di massa. Come organizzare una formazione di massa in una società massificata? È inutile nascondercelo, questo non è altro che il problema della stesso democrazia; altrimenti essa si riduce al potere assoluto di chi detiene i mezzi di comunicazione e alle tecniche per imporre il consenso. La formazione, nel senso di bildung, non è informazione, né comunicare informazioni o misurazione del consenso, soprattutto se il criterio del consenso è il consenso stesso e il concreto potere di comunicare e di imporre il consenso. Le coscienze sono libere se hanno ricevuto una formazione tale da renderli coscienti del mondo in cui vivono, non se sono informate da chi detiene il potere della comunicazione. In un contesto siffatto il consenso politico e, di conseguenza, le istituzioni politiche stesse, sono totalmente prive di un fondamento legittimo. La formazione e la scuola sono la base della democrazia, se ancora vogliamo credere in essa. Il punto è ritrovare un luogo in cui possa sopravvivere l’istanza di una riflessione critica, che, se è tale, è incondizionata, perché – come sapeva Kant – è orientata verso un fine incondizionato. Una “cittadella” eterogenea al potere, e quindi priva di potere, ma proprio per questo autorevole, perché 12 non “interessata”, non condizionata, perché chi prende parola in quello spazio non è lì per difendere l’interesse di alcuno. L’insegnamento, lo studio, la ricerca che siano realmente tali, si trovano oggi in un limbo, alla ricerca di un nuovo spazio incondizionato in cui potersi esprimere; ma, come scrive Derrida, con evidente riferimento alla rete e ai nuovi media, «non per rinchiudersi lì, ma, al contrario, per trovare l’accesso migliore a un nuovo spazio pubblico trasformato da nuove tecniche di comunicazione, di informazione, di archiviazione e produzione del sapere. (…) Perché oggi il luogo del pensiero è questo non luogo, quest’enclave tra dentro e fuori che ha a che fare con la mondializzazione del mondo» . PARTE 2 di archiviare, documentare e raccontare ciò che è argomento di approfondimento e di ricerca. INTRODUZIONE Una premessa importante, per non perdere il senso del discorso procedendo nel testo, è capire cosa intendiamo con “editoria di approfondimento”. Vi sono molte tipologie di prodotti che includiamo in questo percorso che vanno dalle riviste accademiche alle riviste di ricerca scientifica e non, dalle riviste settoriali alla critica, dalle autoproduzioni fino ai grandi sistemi editoriali che si dedicano all’approfondimento interdisciplinare. In generale con questa definizione cerchiamo di analizzare più un approcio nel fare editoria che un prodotto ben definito. Prima di entrare nel vivo di questa seconda parte è necessario comprendere le implicazioni dell’analisi sullo stato attuale dell’università e dell’istruzione. Dopo tale ricerca ci sembra più che mai necessaria introdurre una riflessione sulle possibilità offerteci dai media; avendo la comunicazione un ruolo centrale infatti, come detto in precedenza, è necessario essere in grado di sfruttare al meglio le sue potenzialità. È dunque necessario lasciare stare ogni giudizio moralistico rispetto ai media e analizzarne oggettivamente l’evoluzione e le implicazioni che li rendono canali di comunicazione. In a culture like ours, long accustomed to splitting and dividing all things as a means of control, it is sometimes a bit of a shock to be reminded that, in operational practical fact, the medium is the message. This is merely to say that the personal and social consequences of any medium – that is, of any extension of ourselves – result from the new scale that is introduced into our affairs by each extension of ourselves, or by any new technology Marshall MacLuhan 1 Se il nostro scopo è cercare una via di uscita da questo clima di stallo che ritroviamo nelle aule universitarie creando un discorso complesso ed edificante, ma soprattutto aperto al confronto, alla critica e in generale al dialogo, il prossimo passo è quello di analizzare i prodotti editoriali che storicamente hanno avuto questo ruolo. Non si parla soltanto di media dunque, ma soprattutto dei prodotti che li trascendono, strutturandosi su di essi e influenzandoli contemporaneamente. In questa ricerca si inseriscono dunque discorsi più specifici che ci portano a discutere i sistemi editoriali, la loro evoluzione nel contesto dei media e della tecnologia, le loro dinamiche redazionali, i prodotti commerciali derivati e i loro modelli economici, fino ad arrivare ai modelli più recenti. Come si è passati da un’editoria “d’elitè” a un prodotto di massa? In che modo un progetto editoriale assume autorevolezza? Come è possibile rendere accessibile e allo stesso tempo di spessore un approfondimento? Come si puo, in un mondo governato dalla finanza e dai media di massa, sostenere un prodotto di questo tipo, mantenendo lo spessore del discorso? Perché, e in che modo, è necessario evolverlo e saperlo comunicare? Per concludere raccontiamo il nostro percorso nella creazione di Raumplan, uno spazio online, accessibile a tutti, dedicato all’approfondimento, alla critica e alla ricerca. Le sue ispirazioni e la sua prima fase di sviluppo, l’interfaccia e l’esperienza dell’utente. Anticipiamo poi alcuni sviluppi futuri che potrebbero evolvere il sistema dalla piattaforma al sistema editoriale complesso per cui è stata progettata. In questa seconda parte, partendo dalle sue origini, percorriamo l’evoluzione dell’editoria di approfondimento e cerchiamo di coglierne - attraverso fatti, esempi e casi studio - gli elementi salienti che la rendono un mondo, senza dei confini precisi, in continua evoluzione e definizione. Oltre ad un veloce sguardo storiografico riflettiamo sui risvolti sociologici, economici e professionali che caratterizzano quest’ambito da sempre in bilico tra l’essere un prodotto istituzionale e commerciale. Il bisogno di “fare editoria” di approfondimento nasce infatti sin dal principio da bisogni diversi: di singoli personaggi, di gruppi e collettivi e pure di grosse istituzioni. Tutt’ora questo conflitto tra il carattere istituzionale e commerciale è più che mai vivo, in un mondo in cui sempre più spesso, parallelamente all’università e alle istituzioni pubbliche, sono grossi e piccoli enti privati ad assumersi la responsabilità 13 1. Tratta da MacLuhan, Marshall (1967). “The Medium is the Massage: An Inventory of Effects”, p. 38. 1. L’APPROFONDIMENTO, LA CRITICA E LA RICERCA COME PRODOTTI EDITORIALI e scientifico del medium editoriale. La Royal Society è la prima interprete di questa svolta epocale che crede che la scienza possa innovarsi soltanto attraverso una documentazione trasparente e “un aperto scambio di idee sostenuto da risultati sperimentali ed empirici”.4 1.1 Origini La pubblicazione di riviste accademiche, iniziata appunto nel ‘600, si diffonde notevolmente nel ‘800 interessandosi a campi d’indagine nuovi e entrando sempre più nello specifico, creando nuove ramificazioni. Nascono così numerose società scientifiche in settori come gli studi classici, gli studi teologici, l’archeologia, la filologia, l’egittologia, l’Oriente e tutti i rami in cui la scienza si va specializzando. Tali società pubblicano bollettini periodici, scoperte, o “transactions”, che permettono agli studiosi di tenersi in contatto con ciò che succede contemporaneamente nel mondo scientifico. Tra le numerose pubblicazioni vi sono casi di rilievo come gli Annali del Istituto di Corrispondenza Archeologica (1829), la Revue Archéologique (fondata nel 1844), il Philologus (1846), Mind (1876), il Journal of Hellenic Studies (fondata 1880), l’American Journal of Philology (1880), l’Asiatic Quarterly (1886, in seguito chiamato South Asian Review), il Geographical Journal (1893). In ogni paese avanzato anche le professionialità legate alle scienze cominciano ad avere riviste proprie, come nel caso del giornale di medicina Lancet (del 1823), in Gran Bretagna, che prende il via in origine per attaccare gli abusi nell’amministrazione ospedaliera; The Mining Journal (fondata 1835); il British Medical Journal (1840); The Engineer (1856); e The Solicitors’ Journal (1857), per citare solo alcuni esempi. La sostenibilità economica di tali riviste è basata sulla necessità che ha il pubblico di questo materiale: anche se la loro circolazione è ridotta, chiunque operi in un settore trattato, generalmente si abbona o almeno ha accesso presso librerie appropriate. Fino a quel momento, queste pubblicazioni non ancora definitesi come magazine, si possono quasi descrivere come libri di approfondimento, settoriali, a scadenza periodica.5 Verso la fine del XVII secolo e la metà del XVIII, parallelamente alle grandi scoperte scientifiche nasce il bisogno, tra gli studiosi e le associazioni accademiche, di documentare e attestare i progressi della scienza. Sebbene ci siano casi di materiale simile pubblicati precedentemente, il concetto di magazine per come è noto a noi si definisce proprio in quel momento: ha le sue origini nell’ondata di opuscoli, manifesti, libretti, e almanacchi che la tecnologia di stampa, da qualche secolo inventata da Gutenberg, rende possibile. Gradualmente nascono delle pubblicazioni con scadenza periodica e progettate per rivolgersi a interessi particolari. Nel 1665, a Parigi, viene fondato il Journal des sçavans, il primo giornale scientifico pubblicato in Europa, che nel primo numero, uscito il 5 gennaio, dichiara di volere “spiegare i principali lavori presentati in Europa, pubblicare necrologi di personaggi famosi, mettere a conoscenza delle ultime scoperte in campo scientifico (compresa fisica e chimica), delle invenzioni nel campo della meccanica, pubblicare notizie sulle ultime osservazioni celesti e meteorologiche, sulle scoperte anatomiche, per esaminare le decisioni dei tribunali e, in definitiva, di trattare di tutto ciò che era suscettibile di interesse per un uomo di cultura.” 1 Qualche mese dopo la Royal Society di Londra, il 6 marzo dello stesso anno, pubblica il primo numero del Philosophical transactions of the Royal Society. (2) Negli anni saranno grandi nomi della scienza come Isaac Newton, James Clerk Maxwell, Michael Faraday e Charles Darwin a contribuire nel giornale con la pubblicazione di grandi scoperte da loro compiute. In principio la pubblicazione di ricerche scientifiche ed accademiche è accolta in modo controverso e spesso viene criticata; il fenomeno delle scoperte simultanee al tempo è largamente diffuso e vede nascere grandi dispute tra scienziati che si attestano il primato di tali scoperte. I dati, riportati dal sociologo Robert K. Merton, dicono infatti che i casi di scoperte simultanee finite in dispute raggiungono il 92% alla fine del XVII secolo, il 72% nel XVIII e scendono al 59% nel XIX e al 33% nella prima metà del XX secolo. Questo forte calo è proprio dovuto al crescente numero di giornali e riviste che si dedicano a questi temi; sono all’incirca cinquanta milioni gli articoli che vengono pubblicati da riviste accademiche in quei tre secoli. (3) È innegabile dunque l’importanza a livello sociale 14 1.2 La ricerca scientifica come prodotto di massa La Gran Bretagna, soprattutto nella seconda metà del 19° secolo, subisce enormi cambiamenti tecnologici e industriali. Durante questo periodo, precisamente tra il 1850 e il 1860, il numero di riviste di divulgazione scientifica raddoppia. Secondo la Royal Society, le pubblicazioni vengono progettate per servire come “organi della scienza”, in sostanza, come un mezzo di collegamento tra il pubblico e il mondo scientifico. Nature, fondata nel 1869, non è la prima rivista del suo genere in Gran Bretagna. Recreative Science: A Record and Remembrancer of Intellectual Observation, del 1859, nasce come una rivista di storia naturale ma ben presto sposta il suo interesse verso l’osservazione della fisica e delle materie tecniche. Il nome del magazine cambia prima in Intellectual Observer: A Review of Natural History, Microscopic Research, and Recreative Science e poi in Student and Intellectual Observer of Science, Literature, and Art. Mentre Recreative Science tenta di includere più scienze fisiche come l’astronomia e l’archeologia, l’ Intellectual Observer si amplia addirittura fino a comprendere la letteratura e l’arte. Simile a Recreative Science è Popular Science Review, nata nel 1862, che copre diversi campi della scienza grazie anche alla creazione di sottosezioni titolate “Scientific Summary” e “Quarterly Retrospect”, con recensioni di libri e commenti sugli ultimi lavori e pubblicazioni scientifiche. Altri due giornali prodotti in Inghilterra prima della nascita di Nature sono il Quarterly Journal of Science e il Scientific Opinion, fondati rispettivamente nel 1864 e nel 1868. La rivista più vicina però a Nature nella sua redazione e nel format è The Reader, del 1864; la pubblicazione mescola infatti scienza con letteratura e arte, nel tentativo di raggiungere un pubblico più ampio rispetto alla comunità scientifica, in modo simile a quel che aveva provato Popular Science Review. Questi esperimenti, molto simili tra loro, falliscono tutti. Il Popular Science Review è il più longevo, sopravvive 20 anni e termina la sua pubblicazione nel 1881; Recreative Science cessa la pubblicazione nel 1871 sotto il nome di Student and Intellectual Observer. Il Quarterly Journal, dopo aver subito una serie di modifiche redazionali, cessa la pubblicazione nel 1885. Il Reader termina nel 1867, e, infine, il Scientific Opinion dura soli due anni, fino al giugno 1870.6 Non molto tempo dopo la chiusura di The Reader, un ex redattore, Norman Lockyer, decide di creare un nuovo magazine scientifico chiamato Nature, che prende il nome da una linea di William Wordsworth: “To the solid ground of nature trusts the Mind that builds for aye”. La mission originale dichiara che Nature “è destinata, in primo luogo, a mostrare a un pubblico comune i grossi risultati del lavoro e delle scoperte scientifiche, per riconoscere alla scienza un’importanza fondamentale nell’educazione e nella vita di tutti i giorni; e, in secondo luogo per aiutare gli scienziati stessi, dando informazioni precoci sugli avanzamenti fatti in tutti i rami della scienza naturale in tutto il mondo, e offrendo loro l’opportunità di discutere le varie questioni scientifiche che emergono di volta in volta”. Janet Browne scrive che “molto più di qualsiasi altra pubblicazione scientifica del periodo, Nature è stata concepita, creata e sviluppata per servire uno scopo critico”. 7 Molte delle prime edizioni consistono di articoli scritti da membri del gruppo X Club, un’ associazione di scienziati noti per avere una visione molto liberale e progressista in ambito scientifico, cosa che al tempo risulta molto singolare. Fondato da Thomas Henry Huxley, il gruppo è composto da scienziati importanti come Joseph Dalton Hooker, Herbert Spencer, e John 15 Tyndall e altri cinque scienziati e matematici; sono tutti accaniti sostenitori della teoria dell’evoluzione di Darwin come discendenza comune, una teoria che, durante la seconda metà del 19° secolo, riceve una grande quantità di critiche dai gruppi di scienziati conservatori. Forse è questo carattere liberale che rende Nature un successo duraturo rispetto ai suoi predecessori. John Maddox, direttore di Nature dal 1966 al 1973 e dal 1980 al 1995, suggerisce ad una cena celebrativa per l’edizione del centenario della rivista che forse sono tali qualità giornalistiche che hanno attirato lettori; “Il giornalismo” afferma Maddox, “è un modo di creare un senso di comunità tra persone che altrimenti sarebbero isolate le une dalle altre. Questo è ciò che il magazine di Lockyer ha fatto sin dall’inizio.” Nel 1888 Alexander Graham Bell e altri trentadue scienziati fondano a Washington D.C. la National Geographic Society. La rivista National Geographic viene pubblicata per la prima volta nel mese di ottobre 1888, nove mesi dopo la fondazione della società, come rivista ufficiale della National Geographic Society. Quando Bell ne diventa presidente, nomina suo genero Gilbert Hovey Grosvenor primo editor full-time della rivista. Con lui, a partire dal 1905, rivoluziona il magazine - con la pubblicazione di un reportage fotografico sul Tibet dove le immagini occupano pagine intere - dando un ruolo fondamentale alla fotografia. È il principio di quel lungo percorso che porterà ad evolvere i linguaggi dell’editoria di approfondimento, una delle prime strategie di marketing per constestualizzarla in un mercato sempre più di massa, facendola diventare non più soltanto uno strumento utile alla ricerca ma anche un vero e proprio prodotto da vendere. Oltre alla leadership in fatto di tecnologia fotografica e di storytelling, nel corso della sua storia, le immagini della rivista hanno documentato numerose scoperte e spedizioni (molte finanziate dalla stessa National Geographic Society), dalla prima salita americana dell’Everest al lavoro di Jane Goodall e Dian Fossey con i primati in Africa, fino alle storiche immersioni nella Fossa delle Marianne di Jacques Cousteau e James Cameron. È stata una finestra sul mondo per diverse generazioni di lettori: il suo archivio fotografico comprende 11,5 milioni di immagini d’epoca.8 National Geographic è una delle esperienze fondamentali del ‘900 per comprendere il passaggio tra semplici magazine a sistemi complessi. La National Geographic Society è molto più della rivista; è un’organizzazione no-profit dedicata a finanziare la scienza e l’esplorazione in tutto il pianeta. Dalla sua nascita, cresce fino a diventare uno dei marchi più iconici del mondo, la rivista raggiunge circa 60 milioni di lettori in tutto il mondo ogni mese. Partendo proprio dalla rivista, il marchio si amplia verso la fine del 900 per includere il National Geographic Channel, NationalGeographic.com e un ingombro sociale che tocca più di 30 milioni di persone. La rivista viene tuttora considerata come un pilastro innovativo per la fotografia. Nel corso del tempo, si è affermata come uno spazio “istituzionale” per il fotogiornalismo, documentanto le meraviglie del pianeta e affrontando le grandi tematiche dei diritti ambientali e umani. Oggi, National Geographic sta ampliando la portata della sua narrazione visiva con la sperimentazione di esperienze digitali per trovare nuovi modi di documentare il mondo e di permettere ai lettori di interagire con i contenuti.9 La National Geographic Society dichiara che la sua mission è “quella di ispirare le persone a prendersi cura del pianeta. Nel corso della sua storia di 126 anni, ha favorito la conservazione delle risorse naturali e sensibilizzato il pubblico sull’importanza dei luoghi naturali, delle piante e della fauna che li abitano e dei problemi ambientali che li minacciano. La Società incoraggia inoltre la gestione del pianeta attraverso la ricerca e l’esplorazione, e attraverso l’educazione.” LA PEER REVIEW Poco è stato scritto a proposito del concettto di peer review. I testi che trattano le fasi storiche che hanno portato all’evoluzione di questo concetto, fanno tutti ampio riferimento alle stesse, poche fonti. Si intenda per peer review la valutazione di un manoscritto da parte di più di un lettore qualificato, solitamente non comprendente un giornalista. Molti autori ne datano l’avvento con la creazione nel 1752, da parte della Royal Society of London, di un comitato editoriale con il compito di supervisionare la selezione e la recensione dei testi per la pubblicazione nella sua quasi centenaria rivista, Philosophical Transactions(10). Altri autori tuttavia complicano questa storia indicando l’esistenza di almeno un esempio antecedente di peer review in una rivista scientifica: la Royal Society of Edinburgh sembra infatti avesse un sistema simile già nel 1731. Nel dibattito si inserisce la voce di Mario Biagioli(11), nel suo “From Book Censorship to Academic Peer Review” l’autore sostiene che un’indagine più approfondita suggerisce che le sue origini possono essere ritrovate nelle pubblicazione di testi accademici del diciassettesimo secolo. Biagioli cita nello specifico la costituzione da parte del governo brittanico della “royal license”, una licenza reale necessaria per la vendita legale di testi a stampa; questa sorta di censura di stato, impiegata per prevenire sommosse ed eresie, era delegata alle accademie reali, attraverso l’approvazione concessa loro al tempo della fondazione. La Royale Society of London, per esempio, accettò quest’incarico approvando una risoluzione nel dicembre del 1663, un anno dopo la sua fondazione, che affermava che “per ordine del consiglio nessun libro stampato, che non 16 sia stato accuratamente letto e preso in considerazione da due membri del consigli, i quali riferiscono che tale libro non contenga nient’altro che cose ammissibili dal progetto della società” (cit in Biagioli). Lo scopo di tale revisione, come sottolinea Biagioli, è riconducibile in misura maggiore a un concetto più assimilabile alla censura che al controllo qualità: “Così come nell’autorizzazione alla stampa di libri tradizionali, la revisione riguardava l’assicurarsi che un testo non facesse affermazioni inaccettabili più che certificare che queste fossero valide. Siccome i membri delle accedemie reali erano stipendiati dallo stato, se non direttamente parte del governo, il concetto di peer review in questa circostanza indica un’ambiguità tra le revisioni da parte di un pari livello e revisioni da parte di un membro del reale. Il semplice requisito che il manoscritto venga revisionato da un’intera accademia o da un comitato rendeva impossibile che andasse in stampa qualcosa di controverso”. Gradualmente, tuttavia, società istruite facilitarono una transizione nella peer review scientifica da censura di stato ad auto vigilanza, concedendo loro un certificato di autonomia ma creando allo stesso tempo, nel senso foucoltiano del termine, una tecnologia disciplinaria che producesse le condizioni di possibilità per le discipline accademiche che autorizzava, diventando “il nuovo simbolo della relazione tra le scienze e la società liberale”. La peer review anticipa perciò l’invezione delle riviste accademiche, nate con la creazione delle stesse accademie reali. I membri di queste società richiedevano agli scienziati di dimostrare la loro buona fede nelle pubblicazioni, negli esperimenti o nelle invenzioni per poter entrare a far parte delle società, sottoponendo verosimilmente il proprio lavoro a una forma di peer review. Inoltre, i primi scienziati facevano girare delle lettere tra i proprio colleghi, o leggevano saggi durante gli incontri della società, così da riportare i risultati delle loro indagini con l’esplicito intento di ottenere dei responsi. L’applicazione del processo di peer review alle pubblicazioni scientifiche divenne perciò un’ulteriore ampliamento degli incarichi della società. Inoltre, Drummond Rennie sostiene che i primi processi di peer review fossero meno soggetti al controllo qualità di quanto noi sosteniamo ora. “Il sistema di peer review, interna ed esterna ai giornali, veniva messa in pratica dai direttori durante il diciottesimo secolo con l’intento di assistere i redattori nella selezione dei testi per la pubblicazione. Veniva aprrezzato sin dall’inizio come il processo di peer review non potesse convalidare o sostenere quanto scritto negli articoli, perchè i redattori e i revisori non potevano trovarsi sulla scena di tutti i crimini...i giornali sin dall’inizio rimettevano la responsabilità ultima per l’integrità dell’articolo direttamente all’autore (“Editorial Peer Review”).” Le prime peer review nei giornali di pubblicazioni scientifiche intendevano aumentare le competenze editoriali piuttosto che esercitare metodi di controllo di qualità più convezionali. Inoltre, come indicano Jean-Claude Guédon e Raymond Siemens(12), mentre la peer review si sviluppa al fine di aumentare le competenze del redattore, il processo “mantiene tuttavia procedure che mettono il direttore responsabile in una posizione di assoluto controllo, sebbene in modo accettabile”, attraverso il controllo editoriale sulla selezioni dei revisori. Perciò, mentre attribuiamo il giudizio dei valori nell’editoria scolastica al processo di revisione al quale il lavoro è stato soggetto, questo processo non era inizialmente pensato per garantire la qualità delle pubblicazioni che passavano questa revisione, nè diffondeva l’autorità dell’editore. Da un lato, la peer review ha origini nella censura di stato, e si è sviluppata attraverso pratiche di affiliazione e costituzione di accademie supportate dallo Stato. Dall’altro era pensata per aumentare l’autorità dell’editore del giornale più che per garantire la qualità dei testi. Dando due visioni differenti nella nostra concezione contemporanea degli obiettivi della peer review, può risultare meno sorprendente realizzare come la metodologia di revisione formale che giudichiamo adesso nelle accademie sembra non essere diventata una parte universale del metodo scientifico, e di conseguenza delle pubblicazioni scolastiche, almeno fino alla metà del ventesimo secolo. Science e The Journal of the American Medical Association per esempio fino agli anni 40 non applicavano controlli da parte di revisori esterni. Grazie al ruolo che la peer review ha giocato nell’avvallare una ricerca accademica, perchè noi stessi, come suggeriva Biagioli, siamo sia il soggetto che l’oggetto del suo gesto disciplinare, è diventato indiscutibilmente fondato che non ci è possibile immaginare non solo un futuro senza peer review, ma un qualsiasi modo in cui questa potrebbe evolversi. 1.3 Le riviste settoriali come circuito ideologico Il ruolo dell’editoria dopo la Seconda Rivoluzione Industriale è più che mai fondamentale per il mondo dell’innovazione e del lavoro. Con la nascita di discipline e professionalità fino ad allora inesistenti, si moltiplica il volume delle pubblicazioni che si dedicano alla riflessione e alla critica. Cresce così il bisogno di riflettere sul ruolo della tecnologia, dell’urbanistica – che solo nel 19° secolo acquisisce appieno un’importanza fondamentale nella progettazione urbana – della grafica, della moda e così via. Tra la fine del ‘800 e l’inizio del ‘900 nasce una quantità di testate difficile da quantificare. Appunto per questo non proviamo nemmeno a costruire un quadro storico della diffusione dei magazine settoriali facendo un elenco 17 ma piuttosto ci concentriamo sull’esempio significativo di Casabella – nata da un circuito ideologico a metà strada tra la ricerca artistica e tecnica - che ci aiuta a capirne il ruolo in una società che attraversa un periodo di intenso sviluppo. La rivista «La Casa bella» nasce nel gennaio 1928. Edita dallo Studio Editoriale Milanese, ha cadenza mensile ed è diretta da Guido Marangoni. All’inizio del 1933, Giuseppe Pagano, che già collabora alla rivista con Edoardo Persico, ne assume la direzione, modificando il titolo in «Casabella».13 Il cambio di direzione coincide con l’acquisto della testata da parte dell’Editoriale Domus. Può essere considerata una delle poche riviste capaci di “condurre un’opera di sprovincializzazione dell’Italia postumbertina e fascista”, fucina di cultura e informazione con un carattere decisamente tecnico e un taglio specializzato sull’architettura, la testata milasene vive negli anni alterne vicende raggiungendo l’apice del successo ed il momento più alto e produttivo sotto la direzione dell’architetto Giuseppe Pagano coadiuvato dal critico napoletano Edoardo Persico, negli anni trenta del Novecento. Il modo rivoluzionario con il quale, insieme e soprattutto grazie a Persico, Pagano decide di trasformare la rivista, conferendole la veste che manterrà per anni anche sotto le successive direzioni, è indubbiamente interessante. Il nuovo modo di utilizzare il mezzo giornalistico infatti, tra il 1933 e il 1944, rappresenta un modello per certi versi insuperato. È proprio grazie a questa direzione “illuminata” se Casabella diventa in pochi anni il punto di riferimento italiano del gotha culturale internazionale. Grazie al direttore e al redattore capo, la rivista assume il ruolo di organo attraverso il quale vengono filtrate le esperienze più interessanti del dibattito europeo e, nel contempo, gli architetti italiani vengono proiettati in quest’ultimo; una rivoluzione notevole quindi, in un’Italia ancora molto chiusa in un provincialismo di maniera supportato e ulteriormente indotto dall’incipiente cultura fascista. Pagano, architetto di origini istriane, indirizza concretamente la linea della testata e in lui si riconosce il responsabile effettivo delle scelte più ardite e ‘avanguardiste’ compiute in quegli anni, come pure a lui si deve il taglio eminentemente tecnico che assume “Casa-bella” nel decennio della sua direzione. Proprio la formazione tecnico-scientifica infusagli al Politecnico di Torino, forgia l’anima professionale del giovane che rimane per sempre ancorato ad una certa idea di architettura che potremmo definire ingegneristica. Senza dubbio a questo può ascriversi la caratterizzazione funzionalista del suo impegno progettuale, sempre marcatamente segnato da un approccio concretamente tecnico, quasi materico, e di certo tecnologico al progetto che in maniera non azzardata possiamo definire razionalista(14). Questo stesso taglio spregiudicatamente ingegneristico caratterizzerà pure la redazione del giornale milanese che, proprio grazie a Pagano, diventa un vero e proprio esperimento rivoluzionario nonché un eccellente canale di comunicazione collettiva, un modo nuovo di discutere d’architettura, una finestra sul mondo e sulle esperienze e le tecnologie più all’avanguardia, laddove per avanguardia si intendono le manifestazioni più innovative della ricerca contemporanea e della cultura tra le due guerre. Se si considera il lavoro di erudizione, indirizzato principalmente ad una ‘classe’ di professionisti, svolto negli anni di attività critica attraverso le pagine di “Casabella”, è possibile riconoscere nella testata, la vera cattedra dalla quale l’istriano insegnerà per anni. Scrive Enea Manfredini(15): “Lo ricordo amico dei giovani, io ero allora giovane; li scovava ancora nelle scuole e con grande generosità li valorizzava. Basta sfogliare le Casabella di quegli anni per constatarlo”. Le giovani leve dell’architettura, filtrando l’esempio suggerito dalla rivista di Persico e Pagano, assorbono indubbiamente un nuovo modo di guardare la città e registrarne la realtà, ma soprattutto una maniera inedita di partecipare vivamente al dibattito architettonico europeo, nonché una rinnovata ispirazione progettuale. L’apertura di Pagano verso nuovi metodi d’analisi, tra cui indubbiamente anche l’approccio scientifico proprio della cultura dell’ingegneria, rappresentano un nuovo input per questi giovani architetti. In questo senso risulta tanto più interessante osservare gli sviluppi di una rivista come “Casabella”, che indubbiamente riflette l’evoluzione del fare architettura in quegli anni, rappresentando un nodo fondamentale da sciogliere anche per gli studi relativi alla Storia dell’Ingegneria. Come già sottolineato, l’approccio progettuale prima ancora che critico di Pagano risulta marcatamente caratterizzato da un’impronta pragmatica. È possibile osservarlo nei suoi progetti, così come nelle interessanti fotografie di cui si dimostra un convincente autore alla stregua dei professionisti più noti. In queste ultime infatti, a dispetto di una snobistica indifferenza palesata nei confronti delle opere coeve, Pagano dimostra di appassionarsi oltremodo alle tecniche, ai materiali, alle tipologie e metodi della costruzione moderna. 1. Kent, Allen (1984). Encyclopedia of Library and Information Science: Volume 37, p. 141. 2. Sprat, Thomas (1722). The history of the Royal Society of London: for the improving of natural knowledge 3. Merton, Robert King. American Sociological Review, Vol.22, N°6 (Dic.1957), p. 635-659. 4. vedi nota 2 5. Lambert, Jill (1985). Scientific and Technical Journals 6. Barton, R. (1996). Just Before Nature: The Purposes of Science and the Purposes of Popularization in Some English Popular Science Journals of the 1860s 7. Browne Janet, (2002). Charles Darwin: The Power of Place, p. 248. 8. National Geographic Press Release, 2014 http://press. nationalgeographic.com/files/2014/09/NGM-overview-9-14.pdf 9. Poole, Robert M. (2004). Explorers House: National Geographic and the World it Made 10. Kronick, David Abraham. “Peer review in 18th-century scientific journalism.” 11. Mario Biagioli è Professore di Scienze e Studi Tecnologici, Diritto e Storia, è direttore del nuovo Centro per la Scienza e l’Innovazione Studi della Davis University of California. Prima di entrare nella UCD, è stato professore di Storia della Scienza ad Harvard, specializzato in proprietà intellettuale in campo scientifico. Ha anche insegnato presso la UCLA, Stanford, e l’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi. 12. Siemens, Raymond; Guédon, Jean-Claude; The Credibility of Electronic Publishing: A Report to the Humanities and Social Sciences Federation of Canada. http://web.viu.ca/hssfc/final/credibility.htm 13. Baglione, Chiara (2008). Casabella 1928-2008 14. Musto Gabriella (2008). Storia dell’Ingegneria. Atti del 2° Convegno Nazionale, a cura di Salvatore D’Agostino. p. 931-942. 15. Manfredini, Enea. Pagano dei giovani, in Giuseppe Pagano fascista, antifascista, martire numero monografico di “Parametro”, n. 35, aprile 1975, p. 62. 18 2. IL SELF-PUBLISHING COME FAUTORE DEL DIALOGO NELL’EDITORIA CONTEMPORANEA: LE FANZINES E IL BLOGGING 2.1 Origini e sviluppi “le fanzine sono magazine non commerciali, amatoriali e di circolazione limitata, prodotti, pubblicati e distribuiti dagli stessi autori.” Stephen Duncombe1 Nel corso del 900, il mercato di massa, attraverso i media – dunque la grande diffusione della stampa, il telegramma, il telefono, la radio, la televisione e il cinema – permette lo sviluppo di una cultura globalizzata e perciò di un pubblico globale. Si moltiplica così la possibilità di comunicare e discutere di temi comuni a distanze sempre maggiori e secondo punti di vista diversi. Un fattore fondamentale nella diffusione di un dialogo delocalizzato è la nascita di un sistema editoriale parallelo al grande mercato mediatico, una sorta di “effetto collaterale”: le fanzines. Si tratta di una rete incredibilmente vasta di pubblicazioni amatoriali, autoprodotte e pubblicate dal pubblico stesso, dedicate a temi disparati e soprattutto lontane dalle “regole” dell’editoria “massificata”. È un sistema talmente vasto e variegato che risulta difficile classificarne i prodotti secondo categorie precise o almeno secondo gli schemi tradizionali. Il modo più semplice per capirne la natura è percorrerne le evoluzioni che hanno portato questo fenomeno ad essere un tassello fondamentale nella definizione del mondo della comunicazione contemporaneo. Il primo esempio di fanzine ad essere considerato tale, The Comet, viene pubblicato per la prima volta nel 1930 dal Science Correspondence Club, la prima associazione di appassionati della fantascienza mai fondata. I temi affrontati da The Comet sono appunto legati alla fantascienza; una costante nei primi decenni di vita delle fanzines, il pubblico di questo genere sviluppa infatti, molto presto, la necessità e la volontà di comunicare al di fuori dei canali mainstream. Come scrive Stephen Duncombe nel suo Notes from Underground: Zines and the Politics and Alternative Culture: “mandavano lettere ad Amazing Stories [un magazine di fantascienza pulp], poi iniziarono a scriversi a vicenda, e finalmente, spingendosi un passo avanti, iniziarono a scrivere le proprie storie e a produrre le proprie pubblicazioni eliminando la distanza tra autore e consumatore” 2 Nei decenni successivi sono molti i generi e le tematiche che danno una spinta alla diffusione 19 delle fanzines. Col suo carattere politico ma contemporaneamente ricco di aspetti stilistici, è sicuramente la cultura punk che rappresenta un punto di svolta nel mondo del self-publishing. Negli anni 60 e 70 nascono in Gran Bretagna e in America (e con qualche anno di ritardo in tutto il mondo occidentale) una serie incredibilmente vasta di pubblicazioni. Parlano delle band e dei luoghi della scena, ma al tempo stesso trattano di denuncia sociale e più in generale delle tematiche vicine a una generazione in contrasto aperto con la cultura mainstream. Il tempismo di questo movimento è aiutato in gran parte dalla diffusione della fotocopiatrice: quando una pubblicazione è pronta risulta molto più semplice e accessibile economicamente il processo di riproduzione per renderla disponibile ad un pubblico potenzialmente vasto. Secondo Haynes, in The football imagination : the rise of football fanzine culture, questi fattori possono aver creato quello che lui definisce “un eccessivo entusiasmo nella produzione di fanzines”, il che dunque ha avuto un impatto forte nel mondo dell’editoria.3 Per comprendere meglio la varietà stilistica e dei temi affrontati nel periodo di maggior diffusione di tali pubblicazioni, è interessante l’opera del 1985 di Mike Gunderloy How to publish a fanzine, nella cui introduzione l’autore tenta di categorizzare lo stato dell’arte. In termini di formati, i due tipi che descrive Gunderloy sono le Genzines - spesso equivalenti ai magazine tradizionali, contenenti un editoriale, delle columns e articoli dedicati a vari temi, curate solitamente da più persone - e le Perzines – più semplici e rilassate stilisticamente, quasi sempre frutto del lavoro di un singolo. Concentrandosi sui generi di fanzines, identifica invece un gran numero di tipologie in base ai loro contenuti. Nella lista compaiono pubblicazioni politiche (e anti-politiche), musicali (nate soprattutto grazie alle sopracitate fanzine punk), letterarie, religiose, di fantascienza e fantasy, fino ad arrivare a quelle dedicate all’ecologismo e al genere erotico.4 2.2 La nascità di una comunità Un aspetto fondamentale attribuibile al circuito delle fanzine è l’aspetto comunitario che unisce gli autori. Sid Stovold di Pop Art suggerisce che le fanzine, oltre a spostare l’attenzione su nuove band, hanno anche il ruolo di riunire persone con interessi comuni e farle comunicare: la produzione di fanzine può quindi essere vista, almeno in parte, come la nascita di un enorme circuito promozionale per un target specifico. Tuttavia sarebbe limitante dire che questa rete di condivisione di interessi si limiti a questo. Dopo tutto, se molte delle band presenti nelle fanzine non rientrano nel mainstream, è evidente che ci sia un rapporto reale tra gli autori e le band, strutturato attorno alla cultura ‘underground’. L’interesse dell’autore verso questo tipo di musica non è infatti marginale, anzi, solitamente la pubblicazione nasce esclusivamente a tale scopo: è ovvio che la dedizione sia assoluta. Probabilmente il fattore che dimostra al meglio il senso di comunità di tale circuito è l’abitudine, sin dalle origini, di scambiarsi e commentersi reciprocamente le fanzine. Didier Becu di The Original Sin afferma che “c’è una sorta di regola secondo cui recensendo una zine, questa recensirà la tua”.5 Nonostante non sia una regola scritta, funziona al punto di incoraggiare i lettori a consultare le pubblicazioni per vedere ciò che altri pubblicano. Una volta che un autore scambia una fanzine, può guardare le zines recensite in essa e sceglierne altre con cui scambiare la propria, e così via. Un altro fattore determinante di tale cultura non è soltanto l’incoraggiamento a comprare più fanzine, ma anche a produrre la propria. Tale fenomeno ha incrementato esponenzialmente il numero di pubblicazioni, reso possibile anche dalla semplicità dei mezzi di produzione alla portata di (quasi) tutti. 2.3 Le fanzines come precursori del web In un certo senso, possiamo dire che le fanzine creano una struttura molto simile a quella di Internet molti anni prima della “rivoluzione digitale”. L’idea alla base di Internet, e cioè di una rete di computer contenenti quantità limitate di informazioni connessi tra loro puo essere paragonata al circuito delle fanzine. Proprio come qualsiasi pagina web contenente link ad altri siti, le fanzine forniscono informazioni su altre pubblicazioni che il lettore può seguire. Proprio come i siti web sono create separatamente, ma possono essere considerate come una rete grazie alle loro connessioni. Si può dire perciò che tale “comunità è per certi versi una mini-rete senza Internet, un’anteprima informale del paradigma do it yourself del Web” (McHugh 1996).6 Forse ciò che evidenzia ulteriormente questo confronto è che entrambi i media sono permeati dalla libertà di espressione e da un livello di sperimentazione possibile a tutti. La differenza, però, è che mentre le prime cercano questo risultato ma sono limitate dai problemi della distribuzione e della promozione, nel caso di Internet si potrebbe sostenere che, con qualche riserva dovuta agli eventi recenti di internet governance7, esso offre molte più opportunità per chi prima non aveva il potere di esprimersi. Internet è solo in parte dominato dal denaro, sono più le capacità tecniche e lo sforzo dell’individuo a determinare la creazione e il mantenimento di un sito. Cosa che è resa sempre meno 20 difficile con gli strumenti disponibili gratuitamente. Nel World Wide Web, l’assenza di un’organizzazione ordinata gerarchicamente offusca anche la delimitazione, precedentemente molto marcata, tra professionalità e amatorialità. In principio, prima dell’avvento dei motori di ricerca contemporanei e del Seo, le pagine non vengono classificate dando risalto a siti “professionali”; a prescindere dall’autore, il sito è semplicemente elencato in base ai criteri di ricerca. La più grande potenzialità che Internet offre è dunque la possibilità di superare i confini tradizionali; tanto i confini tra le pubblicazioni professionali e quelle che non lo sono, quanto i confini geografici. Le implicazioni di ciò sono grandi, mentre in principio tali pubblicazioni possono essere conosciute solo nelle zone in cui vengono distribuite fisicamente, diventa possibile e molto semplice per gli autori renderle visibili massivamente. I piccoli editori assumono così un ruolo, all’interno di una rete internazionale disponibile a tutti, non più definito dalla posizione geografica, ma dalle tematiche trattate. 2.4 Il blogging: nuovi strumenti dell’era digitale Il fenomeno ha iniziato a prendere piede nel 1997 in America; il 18 luglio 1997, è stato scelto come data di nascita simbolica del blog, riferendosi allo sviluppo, da parte dello statunitense Dave Winer8, del software che ne permette la pubblicazione (si parla di protoblog). Il primo blog è stato effettivamente pubblicato il 23 dicembre dello stesso anno, grazie a Jorn Barger9, un commerciante americano appassionato di caccia, che decise di aprire una propria pagina personale RobotWisdom per condividere i risultati delle sue ricerche sul web riguardo al suo hobby; coniò la parola weblog per descrivere la lista di link del suo sito. Nella primavera del 1999 invece Peter Merholz propose l’abbreviazione blog sul suo sito Peterme. com. In questa fase veniva utilizzato il termine weblog o blog con cui ci si riferiva esclusivamente a liste di link, o meglio a commenti a liste di link (un tipo di informazione molto utile per gli utenti prima della diffusione dei motori di ricerca); oggi siti di questo tipo sono praticamente quasi tutti inattivi. Nel 2001 è ormai diffuso e utilizzato ovunque, con la nascita dei primi servizi gratuiti dedicati alla gestione di blog; tra i più utilizzati: Blogger, wordpress.com, blogsome, LiveJournal, Windows Live Spaces, MySpace, Skyrock. Tra il 2002 e il 2007 i blog godono di un periodo di grande fortuna comunicativa, addirittura di sopravvalutazione perché ritenuti fortemente rivoluzionari dal punto di vista della comunicazione e dei rapporti sociali: Giuseppe Granieri addirittura parla di Generation blog (generazione blog) intitolando così un suo libro.10 Tra il 2009 e il 2010 si avverte o comunque si teme una crisi dei blog, questo soprattutto a causa dell’immenso successo dei nuovi social network; anche se si ritiene che, soprattutto per quanto riguarda i blog tematici, i social network come Facebook e Twitter non siano adatti a rispondere all’esigenza del lettore dei blog in quanto certi tipi di post, caratterizzati da una particolare lunghezza, necessitano di un particolare formato di lettura. Il motivo per cui i blog si sono così diffusi è da ricercare in più fattori: dall’esibizione pubblica della propria vita privata alla creazione di testi complessi e specifici; alla base della diffusione c’è ad ogni modo la caratteristica della condivisione. Al 16 febbraio 2011 ci sono più di 156 milioni di blog pubblici in essere. I tratti strutturali comuni ai blog riguardano principalmente il fatto che si tratta di “diari in rete”: i testi sono forniti di data e sono presenti sulla pagina web in ordine anticronologico (prima i messaggi più recenti) e la maggior parte delle volte sono introdotti da un titolo. I blog hanno talvolta qualche somiglianza con i wiki, nel modo in cui vengono gestiti gli aggiornamenti, favoriti i commenti dei lettori e stimolate le nascite di community. Generalmente i blog hanno anche un archivio ordinato per mesi o per anni dei messaggi già pubblicati cosa che rende semplice la ricerca di post in base alla data in cui sono stati pubblicati; per agevolare la ricerca di post spesso è anche presente una sezione “categorie” dove è possibile rintracciare gli argomenti chiave dei testi. Altra caratteristica è che spesso i sistemi di pubblicazione consentono di inserire all’interno dei testi materiali di vario genere: dai file pdf alle immagini, dai video ai file audio. Molti blog offrono la possibilità di commentare i post e in alcuni casi di blog molto popolari i lettori lasciano centinaia se non migliaia di commenti caratterizzati (tranne i casi in cui la qualità del commento supera quella del post) da un linguaggio informale più accomunabile ad altri generi testuali come il forum che al blog. Tale strumento viene adottato praticamente da tutte le testate che decidono di pubblicare contenuti online; sia che si tratti di testate affermate nell’industria cartacea, sia di nomi emergenti. Attraverso l’utilizzo di CMS (Content Managment System) si moltiplicano poi le possibilità di creazione e editing. Nascono così i web magazines per come li conosciamo tuttora, come evoluzioni dello strumento blog arricchite da una complessità via via sempre maggiore.11 IL PRADIGMA DEI COLLETTIVI Un fenomeno degno di nota è quello dei collettivi, dove, anzichè una struttura gerarchizzata, vige un assetto orizzontale. Il web, intrinsecamente alla sua natura, ha dato una spinta sempre maggiore a 21 pubblicazioni curate da più autori. A livello tecnico si tratta di blog, ma al posto di un singolo autore vi è una collettività. A differenza delle testate tradizionali non c’è una gerarchia forte nella creazione identitaria del magazine, ma sono le molteplici idee, a volte anche discordanti, a creare una voce editoriale interessante. Ciò non significa l’assenza di una visione o di un interesse comune. Per fare un esempio italiano, Doppiozero un’associazione culturale che dal febbraio 2011 gestisce uno spazio online di critica culturale al quale collaborano oltre 700 scrittori, giornalisti culturali, ricercatori, designer, sociologi, in un ecosistema che riunisce intellettuali di fama, giovani autori e studiosi affermati – dichiara: “Il prodotto culturale come centro del dibattito, come valore capace di spingere il cambiamento in una direzione democratica in cui sia fondamentale rispetto per il lavoro e la dignità di chi lo svolge. Il contenuto non prima della forma, ma nella forma migliore possibile per arrivare a più persone, per arrivarci prima e per in maniera chiara ed efficace. Uno spazio aperto di idee, non una speranza, ma una possibilità concreta di crescita e sviluppo, un luogo per l’approfondimento, la scrittura e la costruzione di progetti culturali innovativi. Per costruire una comunità capace di sfidare criticamente i conformismi contemporanei. Per un futuro diverso, e non per pochi.” Ciò anticipa il discorso che sviluppiamo nel capitolo successivo sull’identità di una redazione, dove cerchiamo di cogliere i fattori determinanti per la creazione di una voce editoriale autorevole all’interno di un ecosistema eterogeneo. Prima di procedere però consideriamo un esempio fondamentale di collettivo che non è propriamente considerato a scopo editoriale, ma che in sostanza ne assume le sembianze se paragonato ai suoi predecessori. Wikipedia rappresenta un’evoluzione digitale di ciò che è stato il concetto di enciclopedia, un punto di svolta poiché la struttura classica di tale pubblicazione, solitamente redatta da singoli o comunque pochi autori, viene qui ibridata ad un sistema aperto e collettivo, come si legge sul sito stesso: Wikipedia è un’enciclopedia online, collaborativa e gratuita. Disponibile in oltre 280 lingue, affronta sia gli argomenti tipici delle enciclopedie tradizionali sia quelli presenti in almanacchi, dizionari geografici e pubblicazioni specialistiche. Wikipedia è liberamente modificabile: chiunque può contribuire alle voci esistenti o crearne di nuove. Ogni contenuto è pubblicato sotto licenza Creative Commons CC BY-SA12 e può pertanto essere copiato e riutilizzato adottando la medesima licenza. La questione dell’autorevolezza dei contenuti di Wikipedia è alquanto controversa e al centro della discussione da ormai alcuni anni, senza soffermarci su questo aspetto, che avrebbe bisogno di uno spazio ben più ampio, ci limitiamo ad una riflessione sul paradigma del collettivo.13 Wikipedia introduce quello che può essere considerato un raccoglitore di conoscenza collettiva, o per lo meno ne offre un modello fornendo molti spunti per eventuali sviluppi. Nell’ultimo capitolo di questa seconda parte analizzeremo gli strumenti attualmente in fase di sviluppo, che nati come conseguenza della diffusione massiva dei social network, ibridano vari modelli e offrono nuovi spunti per la creazione di nuovi spazi e sistemi dedicati all’approfondimento culturale. 1. Duncombe, Stephen (1997). Notes from Underground: Zines and the Politics and Alternative Culture, pg. 6. 2. Duncombe, Stephen (1997). Notes from Underground: Zines and the Politics and Alternative Culture, pg. 108. 3. Haynes, Richard (1995).The football imagination: the rise of football fanzine culture, p. 40. 4. Gunderloy, Mike (1988). How to Publish a Fanzine, p. 7-11. 5. Original Sin è una fanzine belga molto conosciuta per le recensioni di dischi 6. McHugh, M.P. (1996). From E-zines to Mega-zines 7. Per un maggiore approndimento: http://topics. nytimes.com/top/reference/timestopics/organizations/n/national_security_agency/index.html?inline=nyt-org 8. Da: Festa, Paul (2003). “Newsmaker: Blogging comes to Harvard”. Dave Winer è uno sviluppatore di software statunitense, imprenditore e scrittore. È considerato uno dei pionieri dei Content Managment System. 9. “After 10 Years of Blogs, the Future’s Brighter Than Ever”. Wired. 2007-12-17 10. Granieri, Giuseppe (2005). “Blog Generation” 11. Il CMS è uno strumento software, installato su un server web, il cui compito è facilitare la gestione dei contenuti di siti web, svincolando il webmaster da conoscenze tecniche specifiche di programmazione Web. 12. La licenza Creative Commons CC BY-SA permette di distribuire, modificare, creare opere derivate dall’originale, anche a scopi commerciali, a condizione che venga riconosciuta la paternità dell’opera all’autore e che alla nuova opera vengano attribuite le stesse licenze dell’originale (quindi ad ogni derivato verrà consentito l’uso commerciale). Questa licenza, per certi versi, può essere ricondotta alle licenze “copyleft” del software libero e open source. 13. L’argomento è stato ben analizzato in “Harnessing the Wisdom of Crowds in Wikipedia: Quality through Coordination” di Aniket Kittur e Robert E. Kraut, e in altre pubblicazioni della Carnegie Mellon University: http://repository.cmu.edu/hcii 22 3. IDENTITÀ DELLA REDAZIONE: PLASMARE UNA VOCE EDITORIALE AUTOREVOLE 3.1 Selezione e identità Il magazine ha sempre avuto, fin dai suoi esordi nella storia, il ruolo di catalizzatore di idee, di luogo di incontro, per riflettere sulla società contemporanea e per far riflettere il pubblico sugli avvenimenti e sul mondo circostante. In particolar modo nella sua accezione di mezzo di comunicazione indipendente, ha avuto ed ha il vantaggio di essere un canale più puro e multi faccettato, che comunica in modo anticonvenzionale con il lettore, senza filtri o limitazioni di alcun genere. Il magazine sempre più necessita di differenziarsi dai mezzi di comunicazione che forniscono notizie in tempo reale [...]. Offre, quindi, un livello di rielaborazione della realtà sempre più profondo e puntuale. Il magazine è una parentesi quadra, un secondo grado di approfondimento del discorso. Ciò che conta non è più la notizia, bensì come viene mostrata, sotto quale punto di vista e con quale lente si sceglie di presentarla, attraverso quale specchio, sia esso satinato, opacizzato o antichizzato. Accade che alcune volte gli specchi attraverso i quali la società viene descritta siano deformanti come quelli da circo, satira dolce-amara della contemporaneità in folle corsa. Altre volte, invece, sono specchi d’acqua nei quali è bello riconoscersi, un po’ narcisi e un po’ sognanti. O ancora che siano specchi delle fiabe, che sembrano avere tutte le risposte, ma poi lasciano con domande a fior di labbra. Che è impossibile togliersi dalla testa. Mettono in discussione. Fanno riflettere.1 Nella ricerca che abbiamo condotto sinora – per lo più fatta di casi studio – abbiamo cercato di contestualizzare il nostro progetto all’interno di un vasto campo d’azione. Il mondo dell’editoria di approfondimento infatti non è circoscritto a una tipologia di prodotti univoca, assume varie forme e concerne un’universo di contenuti e formati assolutamente eterogeneo e difficilmente assoggettabile a limitazioni. D’altro canto però è da sottolineare che proprio questa vastità spesso porta a far perdere le tracce di artefatti che valga la pena considerare. Un problema è la riconoscibilità, vi sono infatti una moltitudine di progetti che non riescono ad emergere perché esenti di una cura necessaria. Se nelle prime pubblicazioni (i primi giornali scientifici e i primi magazine) è possibile distinguere tra contenuto e forma, risulta ora una distinzione obsoleta in 23 quanto è spesso proprio il lavoro di editing a dare valore ai contenuti. Un caso emblematico è quello di Internazionale che analizzeremo in questo capitolo, dove i contenuti non vengono creati ad hoc ma sono selezionati da altre fonti ed editati per rientrare nel sistema. Un altro problema, di sicuro meno immediato ma forse più grave, risulta essere la mancanza di una continuità nella qualità dei contenuti. Spesso ci troviamo di fronte a progetti promettenti che però tendono a deluderci non appena hanno l’occasione, col crescere della complessità, di espandersi e parlare a un pubblico più ampio. Il caso di Pitchfork è abbastanza controverso, stiamo assistendo proprio ora ad una sua apertura verso un pubblico molto ampio e le scelte che l’editore deve compiere possono essere decisive per determinare il futuro del progetto. Quegli stessi casi studio che abbiamo portato sinora rappresentano appunto degli esempi simbolici - nei piccoli o enormi campi d’azione che vanno a toccare - che riescono a rappresentare al meglio quello che l’editoria può fare per l’approfondimento culturale. Sono esperienze durature che nella maggior parte dei casi sono riuscite a veicolare dei valori, ad imporre una linea editoriale in grado di identificarle come prodotti di qualità. Chi consulta National Geographic ad esempio sa cosa cerca, crede nell’autorevolezza della testata, sa che la proposta è di qualità perchè la linea che il brand si è imposto è ben definita. Per quanto possa sembrare semplice, il processo che porta ad un simile status, e che permette di mantenerlo, è molto complesso poichè dipende da molti fattori. Ognuno di quei casi studio rappresenta dunque una voce autorevole, è un prodotto che riesce a imporsi perchè capace di comunicare al pubblico (e qui si intendono sia i lettori che gli autori stessi) un valore qualitativo, tutto questo grazie ad un’identità che dev’essere percepita sia dall’esterno che dall’interno. In questo capitolo cerchiamo dunque di capire più nello specifico come può una testata di questo genere crearsi un’identità e – in un universo spesso denso e per certi versi omologato – differenziarsi dal resto per imporsi come punto di riferimento per il pubblico prendendo in esame alcuni esempi diversi tra loro. 3.2 Mousse Publishing Il caso di Mousse Magazine è particolarmente interessante, è un free magazine d’arte e cultura contemporanea nato a Milano nel maggio 2006. Sin dagli esordi si è imposto come un’operazione inedita per il mercato dell’editoria italiana, in quanto ancora mancava una rivista d’arte in grado di uscire dai circuiti più “classici” del settore con l’obiettivo di intercettare una rete di lettori sempre più ampia. Mousse, grazie all’immagine fresca e accattivante e a contenuti d’alto profilo ma sempre vivaci e accessibili, arriva tanto al pubblico competente degli appassionati e degli addetti ai lavori quanto ad un target selezionato, attento alle novità ma sostanzialmente estraneo al settore. Mousse riflette sull’arte contemporanea attraverso svariati modi di indagine: a news e recensioni si affiancano interviste, focus, rubriche di corrispondenza dalle capitali internazionali dell’arte e progetti d’artista concepiti appositamente per il magazine. La rivista si arricchisce inoltre di sezioni dedicate ad architettura e design, settori che hanno instaurato con le arti visive un dialogo fertile e intenso. Mousse registra le tendenze internazionali del contemporaneo grazie anche alla presenza di city editor nelle principali capitali dell’arte, come a Berlino, New York, Londra, Parigi e Los Angeles. Ha una circolazione di 40.000 copie a numero e una distribuzione capillare in Europa, Stati Uniti, Australia e Asia, oltre che in Italia, dove è distribuita gratuitamente. A questo va aggiunto che Mousse non si tratta solo della rivista, ma ha alle spalle un sistema più ampio: una casa editrice e un’agenzia che si occupa di comunicazione per la cultura. Come si legge sul sito: Mousse è una casa editrice di cataloghi, saggistica, progetti curatoriali su carta e “paper edition” d’artista. Mousse Publishing è in grado di curare una pubblicazione dalla sua ideazione fino alla distribuzione, lavorando a stretto contatto con clienti come musei, istituzioni pubbliche e private e gallerie internazionali. I libri prodotti da Mousse Publishing hanno una distribuzione internazionale e sono disponibili in oltre 270 librerie specializzate e bookshop museali in tutto il mondo. Mousse è un’agenzia che realizza immagini coordinate in linea con il linguaggio della comunicazione visiva culturale contemporanea. Uno stretto dialogo tra l’agenzia e il cliente accompagna ogni lavoro, dall’ideazione del logo alla realizzazione del materiale cartaceo, dall’advertisement alla comunicazione web. Mousse Agency lavora all’ideazione, alla gestione e alla produzione di eventi di rilievo legati all’arte e alla cultura contemporanea, operando in partnership con musei, fondazioni, istituzioni, gallerie e fiere d’arte. Un aspetto fondamentale del lavoro di Mousse è dunque la selezione dei contenuti, degli artisti, dei collaboratori e dei clienti con cui lavorare. Indubbiamente la selezione ha origine in un gusto personale, ma con questo non si deve escludere una linea editoriale ben definita. Ciò che rende particolare quest’esperienza e ha dato una spinta molto forte nei primi anni di produzione è la ricerca della novità nel mondo dell’arte, proponendo delle alternative al sistema chiuso e vizioso. Non sono soltanto il linguaggio e la forma ad essere fondamentali, ma sono le relazioni che vengono create a rendere credibile 24 un progetto emergente di questa portata. Il nodo del progetto sta proprio nel suo approcio diretto verso i punti di riferimento dell’arte contemporanea, verso i suoi rappresentanti emergenti e scardinanti. Il criterio è composito, c’è una linea editoriale dettata da un certo gusto, sarebbe ipocrita negarlo e te ne accorgi sfogliando una decina di pagine. Poi c’è la volontà di mettere in luce ciò che reputo il meglio in circolazione, di dare spazio a personalità nuove, sia artisti che chi scrive di loro. Mousse si tratta dunque di un vero e proprio brand, identificabile e riconoscibile, che al di la del gusto personale, rispecchia una certa tendenza ad aprire il mondo dell’arte ad un discorso più ampio, inserendo nel discorso campi d’azione vicini ma da sempre distaccati, e ad un pubblico più ampio, seppur con interessi affini, mantenendo però alto il livello. 3.3 Pitchfork Media Secondo le stime, Pitchfork sarebbe dovuta scomparire, o quantomeno confondersi, molto tempo fa, insieme a quell’ondata di critica musicale esplosa con la nascita del web e caduta nell’oblio, di testate come SonicNet. Il sito è riuscito invece a diventare, anche grazie al crollo di molti dei suoi rivali, una delle più grandi storie di successo (nel mondo dell’editoria digitale) degli ultimi decenni, attirando 350.000 visite al giorno e due milioni di visitatori unici ogni mese. È lo stesso press-kit che posiziona PM come tastemaker della generazione indie con tutta la sottigliezza di una rivista di moda. Secondo Google Analytics Pitchfork ha ricevuto circa un quinto dei visitatori che il sito web di Rolling Stone ha fatto a maggio.2 Sicuramente un passo da giganti rispetto al punto di partenza. “Un’esuberanza irrazionale” è la miglior descrizione che si possa dare nel definire l’ambiente di Internet verso la fine degli anni 90, quando Ryan Schreiber decide di fondare PM come webzine. La sua adolescenza è un’immersione nella stampa underground della città — le fanzines leggendarie per le quali Minneapolis è nota. Non avendo però una fotocopiatrice per emularle, Schreiber decide di tuffarsi nel regno relativamente giovane di Internet. Nonostante un inizio molto diy, in pieno stile punk, fatto di contenuti esuberanti ma poveri di sintassi, contributors non pagati e formati di file ormai obsoleti, Pitchfork riesce a crearsi un certo pubblico mirando ad avere dinamiche più intime con i protagonisti della musica indipendente, fatto di toni anti-capitalistici, volontariamente alternativi. Le recensioni di album hanno l’intimità e la sperimentazione giocosa delle fanzine degli anni delle scuole superiori di Schreiber, in cui si fanno i nomi di amici, riferimenti a esperienze personali, e si ricorre a formati e stili molto particolari appena se ne presenta l’occasione. La recensione di “A Thousand Leaves” dei Sonic Youth ad esempio viene presentata come un documento riservato della CIA. È tanto informativo quanto è interessante l’aspetto di intrattenimento, poichè prende di mira il sentimento mainstream come disumanizzante e conformista: è il fulcro dell’identità di PM. Forse ancora più importante è che gli scrittori del sito sono molto prolifici, producono oltre 1.500 recensioni nell’arco di tre anni. Nel primo semestre del 2000 si assiste alla trasformazione del brand Pitchfork Media. Secondo un articolo di Wired, durante questo periodo i lettori di PM crescono esponenzialmente da 30.000 al giorno a 150.000. Le guide delle migliori uscite dell’anno così come le indagini sui decenni precedenti attirano molto interesse. Il personale del sito diventa rinomato come trendsetter nel mondo indie, usando il sistema di rating decimale inizia a consacrare a star alcune esperienze emergenti; il caso più lampante è la recensione di “Funeral” degli Arcade Fire del 2004, che lo stesso Washington Post accredita come il vero consacramento della band. I recenti sviluppi hanno segnato un cambiamento significativo nella filosofia di PM. Mentre nei primi anni trascura i pilastri del rap e dell’hip-hop come Nas e il Wu-Tang Clan, la direzione degli ultimi anni è quella di abbracciare anche la musica più pop. In un’intervista del 2008 con il Chicago Sun-Times, Schreiber nega che PM stia cercando di soddisfare un pubblico più ampio per scopi meramente economici, ma preferisce identificare questa mossa come un “passo logico”, e cioè come un interessamento di PM verso materiale più eterogeneo e con un appeal più ampio. Nel frattempo, il Pitchfork Music Festival continua a crescere seguendo l’estetica musicale molto adulata sul sito: negli ultimi anni fa sempre il tutto esaurito. Le espansioni più inaspettate del marchio Pitchfork includono diverse partnership: quella con Take-Two Software3 per prendere parte alla colonna sonora nella popolare serie di videogiochi Major League Baseball 2K8, il lancio di una stazione televisiva di musica online, Pitchfork.tv, un’alleanza con ABC News nel 2009 che gli assicura un’ulteriore esposizione del nome ad una generazione più vecchia.4 Il problema, naturalmente, rimane come mantenere l’identità originale di selettività pur incorporando questa espansione mainstream. Pitchfork, mentre diventa una fonte sempre più mainstream nel mondo della musica, cerca di mantenere il suo status di outsider attraverso altre partnership. Di recente lancia Altered Zone, un collettivo di giovani blogger che coprono il materiale troppo outré per essere presente sulla prima pagina. Simile nei toni è una partnership con Kill Screen5, una piccola rivista di gaming i cui articoli sono da considerare molto sperimentali nel 25 loro campo. Il risultato finale è la rimozione di un impedimento. Pitchfork continua a prosperare ampliando il suo appello a un pubblico più mainstream, mentre la sua associazione con un’estetica selettiva e all’avanguardia rimane. Come può un sito che pubblicizza le gomme da masticare Wrigley mantenere il proprio status di outsider chic? La risposta a questo nodo gordiano finisce per essere la più semplice: non lo fa. Lascia lo status di outsider ad altri, e si concentra sul proporre il meglio che c’è in giro. 3.4 Internazionale Un caso diverso è quello di Internazionale, da vent’anni la rivista pubblica esclusivamente pezzi tradotti dalla stampa estera, fatta eccezione per brevissime rubriche scritte ad hoc. Nato in piena Tangetopoli sulla falsariga dell’esperienza francese Courrier International – «volevamo chiamarci Corriere Internazionale, ma poi c’era il rischio che il Corriere della Sera non l’avrebbe presa bene» dichiara il direttore Giovanni De Mauro – all’inizio era una cosa di nicchia, le vendite hanno cominciato ad aumentare esponenzialmente nel 2001, anno di Genova e di New York, ormai ha superato abbondantemente la diffusione di 100 mila copie. Può contare ora su un pubblico di circa 123.000 lettori, di cui 33.000 copie in abbonamento, e 90.000 in edicola. Parallelamente al lavoro della rivista, Internazionale pubblica tramite la propria casa editrice Fusi Orari una serie di libri che spaziano tra reportage, saggi, narrativa, testimonianze, immagini, fumetti. Tutto il materiale scritto interamente dalla redazione è disponibile sotto licenza Creative Commons. I venti giornalisti che appaiono sul colophon, che non scrivono e neppure traducono (la traduzione è affidata a collaboratori esterni) si occupano dell’editing: in media ogni pezzo passa sotto le mani di almeno cinque persone, tra redattori e copyeditor, passaggi necessari a creare un’omogeneità stilistica ed evitare l’“effetto collage.” E, soprattutto, leggono tanto: la parte più importante del loro lavoro consiste nel scegliere che cosa consigliare di leggere agli altri. Quello che noi offriamo al lettore è la selezione. La nostra esistenza è la dimostrazione di quello che anche Google ha capito, e cioè che la straordinaria massa di informazioni disponibile è sostanzialmente inutilizzabile se non è filtrata e selezionata. Sono convinto che un giornale, più ancora da ciò che pubblica, derivi la sua identità da ciò che non pubblica, dalla scrematura. Il che rimanda a una considerazione sui contenuti. Tra le rubriche di spicco ci sono la storia di copertina, in genere un articolo lungo in stile New Yorker (a volte infatti è del New Yorker), e, appunto, “Italieni” (l’Italia vista dall’esterno). Tra le fonti da cui sono prese le storie di copertina, alcune ricorrono molto spesso: New York Times, New York Times Mag, Economist, Die Zeit, Financial Times e, come detto prima, il New Yorker. Altre, come Le Monde, El Paìs, The Guardian, The Independent e The Atlantic appaiono altrettanto frequentemente nel resto del giornale. Tutte testate assolutamente affermate e rinomate per l’alto standard di qualità dei contenuti. Italieni invece alterna prevalentemente due tipi di articoli: quelle piccole storie raccolte da un cronista straniero di stanza in Italia — come ad esempio l’inchiesta di Le Monde sul lavoro minorile a Napoli — e poi gli articoli che affrontano, in uno spazio più o meno breve e in termini relativamente generici, argomenti che siamo abituati a seguire in modo dettagliato, se non dispersivo, sulla stampa nostrana — ad esempio il pezzo dell’Independent che spiega agli inglesi che cos’è la TAV e dov’è la Val di Susa. In generale quello che rende l’Internazionale un progetto molto interessante e in forte crescita è proprio la capacità della sua redazione di creare un’identità appunto di respiro “internazionale” — gli argomenti trattati provengono in quantità superiore da Medio Oriente e Africa rispetto ad Europa e America — ma al tempo stesso molto incentrata sulla selezione dei contenuti: ciò è supportato anche dall’attenzione verso gli inserzionisti che si trovano sulla rivista. 3.5 Nei capitoli successivi Concludendo, possiamo dire che i fattori fondamentali nella creazione di un’identità derivano dall’attenzione che viene prestata dalle testate verso il loro pubblico. La selettività, che va dalla scelta dei contenuti, del linguaggio, della forma, degli inserzionisti e di tanti dettagli fondamentali alla buona riuscita del progetto è il fattore centrale. A questo va aggiunta la coerenza con la linea editoriale, forse un fattore sottovalutato ma imprescindibile per il mantenimento di uno status. Di conseguenza per completare questo discorso, cerchiamo di comprendere come questo fattore identitario si traduca nei modelli economici e nei contenuti e dunque nella varietà dei prodotti editoriali proposti da singole testate. Cerchiamo di analizzare il processo con cui le testate mutano da semplici pubblicazioni a veri e propri sistemi complessi in grado di declinarsi, e alle volte reinventarsi, sui vari media. 1. Citazione tratta da Mag-Is-In, un progetto d’indagine delle molteplici identità dei magazine indipendenti contemporanei. http://www.magisin.org 2. Google Analytics è un servizio di Web analytics di Google che consente di analizzare delle dettagliate statistiche sui visitatori di un sito web. Questi dati sono relativi al mese di maggio 2011. 3. Take Two Interactive Software, Inc. è un’azienda statunitense produttrice e distributrice di videogiochi e di accessori per computer. La partnership con Pitchfork Media è relativa al 2008. 4. Dal 2009 le recensioni di dischi di Pitchfork vengono riprese da ABC News, sono soprattutto artisti come Bon Iver e Andrew Bird ad essere proposti per rispondere ai gusti del pubblico meno giovane. 5. Kill Screen è una rivista fondata da Jamin Warren, un ex reporter in ambito culturale del Wall Street Journal. È interessata all’intersezione tra videogiochi, l’attività ludica e altri aspetti della cultura, dall’arte alla musica al design. 26 4. LA SCALABILITÀ DEL PRODOTTO EDITORIALE: DECLINAZIONE DELLA PROPOSTA SUI VARI MEDIA E MODELLI ECONOMICI 4.1 Introduzione In uno scenario globale sempre più governato dalle tecnologie digitali, anche il settore editoriale sta vivendo intensi e profondi cambiamenti. Secondo molti osservatori ed esperti, il mondo dell’editoria e della stampa stanno affrontando il passaggio più importante dopo l’invenzione dei caratteri mobili, avvenuto più di cinquecento anni fa: le principali testate stanno migrando i loro investimenti sempre più su prodotti online, le grandi biblioteche vengono progressivamente sostituite da enormi database di libri digitali, destinati poi a viaggiare in bits & bytes dalla rete ai dispositivi e-reader. La tendenza è segnata: la digitalizzazione è destinata ad estendersi, decentralizzando i mercati e generando nuove regole del gioco sia per gli editori che per i lettori. Sta nascendo un mondo editoriale ben diverso dal passato, dove, per fare un esempio, tutti potrebbero diventare editori o definirsi autori. Come ha osservato Gian Arturo Ferrari 1; “l’editoria libraria è un prodotto della civiltà moderna; in passato il libro, il prodotto simbolo dell’editoria, era un oggetto raro e prezioso poichè serviva per diffondere il sapere”. L’editoria moderna invece è strutturalmente legata alla quantità, ponendosi come obiettivo di raggiungere il maggior numero di persone possibili. Se l’editoria tradizionale è impegnata ormai da decenni a lavorare sulle quantità, a ricercare elevati volumi di vendite, si tratta di delineare dunque le trasformazioni indotte dallo sviluppo delle tecnologie digitali. Occorre superare le logiche del portale e del broadcast (2): i contenuti vanno pensati per essere proposti lì dove sono le persone. Bisogna quindi progettarli in modo che siano idonei a essere distribuiti su molteplici supporti, dalla rete ai mobile devices sino alla carta stampata. Non si tratta solo di accorgimenti tecnici; occorre sposare una strategia della condivisione, tipica di tutto quello che viene pubblicato online, accettando, anzi, auspicando, la redistribuzione e il libero utilizzo dei contenuti. Se da un lato il web 2.0 ha sensibilmente creato nuove possibilità e ha aperto scenari che solo qualche anno fa risultavano impensabili, riuscire ad applicare questi modelli in ambito editoriale non risulta così scontato. La chiave del successo risiede nella sapiente messa in azioni di differenti strategie: da un piano editoriale ben definito, ma sufficientemente flessibile da potersi adattare ai rapidi cambiamenti che caratterizzano la rete, fino a un modello economico moderno che superi 27 le logiche della vecchia editoria e si rivolga al pubblico, potenzialmente infinito, della rete. Nel panorama attuale sono numerosi gli esempi di un sapiente utilizzo dei molteplici vantaggi che la rete offre, su tutti il caso De Correspondent. Nel 2011 Ernst-Jan Pfauth e Rob Wijnberg ricoprivano il ruolo di caporedattori in quotidiano appartente al gruppo editoriale olandese “Nrc Media”, ritrovatisi senza lavoro hanno deciso di puntare tutto su un modello editoriale nuovo pensato e costruito per adattarsi al meglio alle caratteristiche della rete. «Nei Paesi Bassi il business dei giornali è ancora florido – ha spiegato Pfauth intervenendo all’edizione 2013 del “Festival del Giornalismo di Perugia” – e si aggira su un fatturato di 12 milioni di dollari l’anno. Abbiamo lasciato Nrc perché non ci è stata data la possibilità di innovare». Il loro modello si fonda su alcuni principi cardine: la redazione è composta principalmente da corrispondenti e giornalisti freelance che si occupano di scpecifici settori, arrivando così alla realizzazione di articoli dettagliati e di analisi competenti. Inoltre De Correspondent ha cancellato la parola “commento” dal sito. «I lettori sono dei “contributors” – ha concluso Pfauth –. Invitiamo ognuno a dirci la sua professione e a dialogare con i nostri giornalisti che sono diventati “conversation leader” contribuendo alla costruzione di conversazioni tra esperti sugli argomenti degli articoli». È ancora una volta la rete a creare i presupposti per la buona riuscita di un piano editoriale così innovativo e moderno. È infatti grazie ad una campagna di Crowfunding dai risultati straordinari che il modello De Correspondent si è potuto affermare. L’applicazione di un modello economico di questo tipo ha a permesso la raccolta di 1,7 milioni di euro per finanziare il progetto. Questa particolare forma di micro-pagamento si è andata ad aggiungere a realtà già esistenti. Il caso iTunes in questo senso risulta emblematico. Per salvare i giornali online, si stanno facendo tante proposte, tra le quali appunto, l’utilizzo dei micro-payments, cioè l’acquisto di contenuti, o meglio la loro accissibilità, pagando una piccola somma (o un abbonamento) sull’esempio proprio di iTunes. ITunes è stata una delle prime piattaforme a sfruttare questo modello economico: l’acquisto di una canzone a 99c è sicuramente da considerare tale. Lo store di Apple ha portato oltre 6 miliardi di dollari di ricavi lordi all’azienda di Cupertino e ai suoi partner. La cosa più interessante è che questi acquisti provengono da prodotti in gran parte già disponibili gratuitamente tramite vari siti o servizi bittorrent. Alcuni giornali hanno ipotizzato un contributo economico da parte degli utenti che va dal mezzo centesimo, per la lettura di un articolo contenuto in un’area premium, a un quarto di dollaro, per scaricare una versione stampabile di articoli visibili gratuitamente. L’idea è quella di puntare sulle piccole transazioni, su processi trasparenti, accessibili e facili da effettuare. La chiave di volta di questo sistema è sicuramente la qualità. Andando di volta in volta ad acquistare il singolo articolo questo deve giustificare il piccolo investimento da parte del lettore offrendo una qualità e un prodotto non paragonabile ai numerosissimi contenuti simili presenti gratuitamente sul web. 4.2 Strategie intermedie: utilizzare i media digitali per la vendita di prodotti stampati Oggi uno dei principali dilemmi irrisolti per gli scrittori è trovare una strategia di produzione digitale e di distribuzione che li aiuti a non essere tagliati fuori dal mercato. Lo scrittore di libri di fantascienza Cory Doctorow è anche un imprenditore indipendente - può essere considerato uno dei primi ad aver combinato strategie di successo che abbinano la distribuzione gratuita di copie digitali con le vendite dei libri stampati. La sua recente raccolta di racconti (di cui la maggior parte erano già stati pubblicati in varie riviste) è stato prodotto sperimentale e indipendente da editori tradizionali in una varietà di formati a prezzi che variano da 0 a 10.000 dollari. Il libro poteva essere scaricato gratuitamente in vari formati e-book: HTML, PDF e EPUB. E’ stato anche reso disponibile, sempre gratuitamente, come audiolibro doppiato da attori professionisti e con una nuova introduzione e postfazione. Le donazioni erano accettate, anche se non sono state particolarmente sollecitate dall’autore. Il libro può essere anche ordinato in versione cartacea per 16$ attraverso la piattaforma Print on Demand www.lulu.com. Addirittura è stata lanciata un’ edizione con copertina rigida per 250$, in tiratura limitata di 250 copie, disegnata e prodotta da artigiani del libro che hanno lavorato la stretto contatto con Doctorow stesso. Quest’ultima versione è dotata di una copertina di rilievo in stile fumetto, una scheda di memoria SD contenente il testo completo in versione e-book e audiolibro. Al prezzo più alto Doctorow offriva una nuova storia per 10.000 dollari, che è stato immediatamente acquistato da Mark Shuttleworth, imprenditore sudafricano milionario alla base del progetto Ubuntu Linux3. Inoltre venivano offerti spazi pubblicitari all’interno della versione print-on-demand. Questa strategia, sviluppata su diversi livelli, si è rivelata essere economicamente redditizia ed ha aperto la strada ad altri autori interessati a scoprire nuove strategie editoriali e commerciali. Doctorow non è il solo a farsi promotore di questa nuova frontiera della stampa ibrida. Un altro autore di successo, Paulo Coelho, ha incoraggiato attivamente la libera 28 condivisione dei suoi libri (tra cui The Alchemist e La strega di Portobello) attraverso il tracker BitTorrent “The Pirate Bay”4 L’autore ha poi goduto di un enorme aumento delle vendite; con The Alchemist ha raggiunto la posizione numero 6 sulla lista dei libri più venduti secondo il New York Times. Quasi contemporaneamente con l’esperimento di Doctorow, il romanzo best-seller di Dan Brown, The Lost Symbol (con un milione di copie vendute solo il suo primo giorno), è stato condiviso volontariamente, in formato PDF di alta qualità, su reti peer-to-peer poche ore dopo il suo rilascio ufficiale raggiungendo un picco di oltre 1.000 “seeder” (persone che condividono l’intero file). Il libro è stato scaricato decine di migliaia di volte. In questo modo le edizioni digitali e la loro diffusa condivisione aumentano esponenzialmente il numero di lettori e vengono utilizzate come mezzo per per innescare le vendite di libri stampati. 4.3 POD e distribuzione La stampa ha qualità specifiche che rimangono ancora indiscusse. Un oggetto stampato tra le mani, o su uno scaffale, rimane un’esperienza fondamentale. L’equilibrio tra stampa e digitale (se ancora assumiamo che il risultato finale sia un qualche tipo di prodotto stampato) sembra che ora stia trovando una tecnologia che, più di ogni altra, sia in grado di mettere in relazione la carta stampata coi mezzi digitali: il print on demand. Durante la fine degli anni 90, la maggior parte dei servizi di “prepress” (piccole imprese che aiutavano i clienti a convertire i propri file digitali spesso in disordine, in lastre per la stampa offset) ha iniziato una mutazione dei servizi di stampa digitale come la intendiamo oggi. Sempre di più, la stampa digitale va sostituendo la stampa offset, almeno sulle piccole tirature dati i prezzi ridotti e la velocità delle stampanti laser (la prima disponibile in commercio, introdotta nel 1977, è la Xerox 9700, con 117 pezzi commercializzati per i grandi uffici). Nel giro di pochi anni, nascono stamperie digitali dedicate in tutto il mondo e ora tale tecnologia viene seriamente presa in considerazione anche dagli editori, in particolar modo dopo l’inizio della crisi economica. Il concetto di Print on Demand (POD) è estremamente semplice: il cliente fornisce un file PDF di una rivista o un libro, e il servizio addebita al cliente una tassa (ci sono servizi meno costosi e più costosi, a seconda della quantità e qualità dei servizi forniti) per preparare i file al processo di stampa. Il cliente può ordinare il numero di copie che desidera (anche una sola), e il prodotto viene di solito consegnato entro una settimana o poco più. Oltre alla stampa vera e propria, le ditte POD offrono alcuni servizi aggiuntivi: 1. possono gestire la vendita delle pubblicazioni online attraverso la propria infrastruttura, pagando l’autore o editore una percentuale mensile sulle vendite. 2. sono in grado di fornire informazioni dettagliate sulle loro pubblicazioni a negozi online di livello mondiale, al fine di generare gli ordini. 3. di solito operano attraverso diverse strutture su diversi continenti, ogni stamperia stampa solo per i paesi vicini, così si risparmia notevolmente sui costi di trasporto, nonché sulle emissioni di CO2 4. Le pubblicazioni non sono tenute a generare interesse continuo o di vendita, ma possono rimanere nel catalogo on-line a tempo indeterminato senza alcun costo aggiuntivo, semplicemente in attesa di essere stampati qualora vengano richieste. 5. Il costo di produzione della prima copia è molto basso, a seconda del pacchetto specifico dei servizi forniti per l’autore, bisogna considerare che potrebbe essere anche di soli 10 a 20 euro per un libro normale. Il fenomeno del Print on demand cambia una regola fondamentale dell’editoria: non è più necessario investire un capitale iniziale anche se piccolo. Chiunque può facilmente accedere al budget necessario per pubblicare un libro o una rivista. Inoltre, l’unica conoscenza tecnica richiesta è la capacità di generare correttamente un file PDF. Il file PDF una volta inviato alla struttura POD, viene processato e nel giro di pochi giorni può essere immediatamente messo in vendita online. Questo ovviamente apre diverse possibilità, che hanno già iniziato ad avere un impatto importante in numerose realtà. Una di queste è ‘vanity press’ - un termine tradizionalmente usato per descrivere un tipo di editore il cui modello di business punta a realizzare profitto stampando libri a spese dell’autore. Con le nuove possibilità di POD, molti nuovi editori stanno offrendo i loro servizi a prezzi più che accessibili. Naturalmente, la stampa on demand è un mezzo adatto a molti modelli di business non solo al vanity press. Infatti, molti autori hanno iniziato a rilasciare i loro cataloghi di back out-of-print in POD. Per esempio, la biblioteca dell’università del Michigan ha acquistato un macchina appositamente per stampare libri. Un’altra possibilità, ancora in fase di sviluppo, è quello di personalizzare i contenuti per ogni singolo cliente. Varie tecnologie web-to-POD sono attualmente in fase di sviluppo per permettere ai clienti di scegliere e personalizzare i contenuti. Un tale livello di personalizzazione senza dubbio significa un importante cambiamento nel ruolo del redattore, poichè è di gran lunga lontano dal modello di editoria 29 tradizionale: migliaia di copie dello stesso esatto contenuto. Questo, per certo, significa più libertà per il lettore, ma introduce anche un nuovo problema per gli scrittori, che non possono più essere certi che il loro contenuto stia raggiungendo ogni lettore. Il software (che è chiaramente un elemento di definizione di POD) rende semplice modificare il contenuto di una pubblicazione in qualsiasi momento durante il processo di stampa - anche tra produzione di un singolo esemplare e un altro. Questa personalizzazione può fare molto di più che semplicemente aggiungere o eliminare parti di contenuto. Il processo POD rende effettivamente possibile aggiornare continuamente il contenuto definenzo cosi un aspetto chiave della pubblicazione online. In altre parole, l’ultima edizione può essere tenuta continuamente up-to-date dal suo autore ed editore, e potenzialmente anche da una comunità aperta di lettori / utenti / contribuenti. FLOSS Manuals è una fondazione no-profit, nonchè un caso editoriale interessante, che si focalizza non solo su software liberi e open-source (compresi gli strumenti utilizzati per creare questi software), ma anche documenta come la comunità utilizza questi strumenti. La stesura e il processo di montaggio sono quasi completamente aperti, chiunque può contribuire ad un manuale, aggiungendo contenuti o aiutando nella correzione degli errori, e possono essere accreditati per i loro contributi. Il FLOSS (‘Free/ Libre/Open Source Software’ ) col suo approccio aperto, viene qui applicato brillantemente al campo dei manuali tecnici. I libri costantemente aggiornati possono essere scaricati gratuitamente o acquistati come edizioni POD; alternativamente, singoli capitoli di un qualsiasi manuale possono essere riassemblati a piacimento, e poi sempre scaricati o ordinati. Utilizzando il software FLOSS per la pubblicazione viene garantito che gli strumenti possano essere sviluppati e condivisi pubblicamente, e possono quindi rimanere aperti e senza restrizioni. Il consorzio Open Source Publishing (initiativa di alcuni membri del collettivo Constant con sede a Bruxelles) è un importante sforzo, che sostiene un uso organico e sistematico di software FLOSS per la pubblicazione. Il sistema Print On Demand è naturalmente il più indicato per la pubblicazione basata su FLOSS. Avere strumenti aperti che sono collettivamente sviluppati e condivisi, garantisce implicitamente un accesso equo ai mezzi di pubblicazione, promuovendo così la libertà di espressione. Chiaramente, POD ha il potenziale di rendere disponibile in stampa enormi quantità di informazioni altrimenti inedite o probabilmente dimenticate. POD sembra destinato ad occupare una posizione molto simile a quella delle fotocopiatrici negli anni 1980 e 1990: la possibilità di stampare e distribuire contenuti a buon mercato, in un formato che è fisicamente stabile, facile da usare e piacevole per i sensi. Che è ancora ciò che la carta rappresenta. 4.4 Crowdfunding Anche se il concetto di crowdfunding è diffuso da secoli, tale pratica, per molti consumatori è formalmente riconosciuta come una nuova industria. Crowdfunding è, per definizione, “un processo collaborativo di un gruppo di persone che utilizza il proprio denaro in comune per sostenere gli sforzi di persone e organizzazioni. È una pratica di microfinanziamento dal basso che mobilita persone e risorse, generalmente attraverso la rete”. Tra le iniziative indipendenti di crowdfunding legate all’editoria ricordiamo progetti come Crowdbooks che pubblica foto-libri. L’editore offre un’anteprima di un progetto editoriale, che le persone interessate possono finanziare donando soldi per la pubblicazione o con l’acquisto di copie in anticipo. Al raggiungimento della somma necesaria, il libro viene pubblicato, distribuito e promosso. A causa della recente crisi economica, il crowdfunding offre una via per superare le difficoltà, mettendo in mostra attività e progetti al mondo intero. In rete si sono diffuse numerose e popolari piattaforme dove si può chiedere denaro per finanziare il proprio progetto o donare denaro per aiutare lo sviluppo di progetti altrui. Tra queste degne di nota sono: Kickstarter, Indiegogo, RocketHub e Onevest. Al posto di investitori tradizionali, le campagne di crowdfunding sono finanziate dal pubblico. Generalmente, i progetti di maggior successo ricevono circa il 25-40% delle loro donazioni dal loro primo, secondo e terzo grado di connessioni. Questo solitamente include amici, parenti, conoscenti di lavoro. A volte viene enormemente equivocata come la creazione di una campagna di crowdfunding di successo sia una cosa semplice. La stragrande maggioranza dei progetti non raggiungono gli obbiettivi sperati. Viene richiesto un grande sforzo da parte del creatore del progetto. Un altro errore comune è la convinzione che il crowdfunding sia utile solo alle piccole imprese e start-up. Questo è sicuramente falso. Il crowdfunding crea opportunità di finanziamento per imprese più piccole che non hanno potuto riceverlo in maniera tradizionale, ma è anche un grande sbocco per le aziende più affermate. I nuovi sistemi editoriali tendono ad essere sempre più complessi ed ibridi. Questa complessità deve tenere in considerazione i modelli economici applicabili a questi format, ovvero mescolando modelli consolidati come quello della pubblicità con forme nuove di finaziamento come il crowfunding. L’utilizzo di modelli economici differenti nelle varie fasi del ciclo di vita del prodotto editoriale rappresenta una strategia vincente e che sfrutta a pieno le potenzialità offerte dalla rete. In 30 questo sento il crowdfunding sembra utile per il lancio, mentre la pubblicità e l’abbonamento si prestano di più alla fase di maturità del prodotto. Abbiamo già parlato del modello De Correspondent analizzando il suo innovativo piano editoriale, va però qui ricordato come questo sia profondamente legato al crowdfunding. Nel 2013 i due fondatori Ernst-Jan Pfauth e Rob Wijnberg hanno avviato una campagna con l’obiettivo di raccogliere in 30 giorni 1.3 milioni di dollari. In solo 8 giorni però l’obiettivo è stato raggiunto e alla chiusura della campagna il risultato è stato sorprendente con ben 1,7 milioni di dollari raccolti da quasi 19mila sostenitori. Un successo che ha permesso la nascita di un modello editoriale nuovo, dinamico, creato per il web e sostenuto dal web. 4.5 La rivista come nodo di un network Una pubblicazione, in particolare una che sia parte di un sistema più ampio (come lo sono giornali e riviste e molti libri), di solito non è pensata per essere una entità omnicomprensiva ma fa riferimento a contenuti esterni, ad esempio attraverso citazioni o riferimenti bibliografici. Può quindi essere visto come un ‘nodo’ all’interno di una rete più ampia di contenuti culturali; può essere un punto di partenza o di arrivo, anche se di solito sarà uno dei tanti punti intermedi di un percorso più lungo. Tali connessioni sono ovviamente sempre esistite; ciò che la struttura ipertestuale (su cui si basa ancora la maggior parte dei media digitali) aggiunge a questo, non è tanto un nuovo modello, quanto piuttosto un aumento esponenziale della portata e della velocità. Inoltre, la rete trasforma il paradigma tradizionale di editori solitari (sia tradizionali o indipendenti), mettendoli in concorrenza tra loro in quanto creano e distribuiscono i loro prodotti con l’obiettivo delle vendite. È necessario ripensare il concetto di produzione e dei sistemi distributivi, al fine di risolvere il dilemma del rapporto tra l’editore e la dimensione digitale. E questo può essere fatto meglio adottando una strategia tipicamente digitale: quella della rete. Le storie di successo più suggestive di ogni sottocultura non sono mai state il risultato di una singola persona o di una rivista individuale, ma di molti di loro insieme che rappresentano una nuova scena e la sua cultura fiorente. Se si condidera Neural, rivista fondata nel 1993 da Alessandro Ludovico5 e dall’etichetta Minus Habens Records6 e che tratta di nuovi media, musica elettronica e hackerismo, si nota come rappresenti un perfetto esempio di nodo all’interno di una rete più ampia di produzioni, tutte con lo scopo di fornire una differente visione dello stesso argomento (in questo caso, la cultura digitale). Anche nella cultura di Internet ‘orizzontale’ ed egualitaria di quei primi giorni (la prima metà degli anni ‘90), alcuni nodi sarebbero stati sempre ‘più uguali’ di altri; infatti un processo attuato collettivamente distingue nodi importanti da quelli meno importanti, sulla base della loro reputazione. Come ha sottolineato Mathieu O’Neil nel suo libro Cyberchiefs, Internet potrebbe essere “un sistema senza stato”, ma le comunità che sono riuscite a produrre risultati eccezionali hanno necessità di garantire il controllo di qualità, che può essere fatto solo attraverso la definizione di una qualche forma di autorità. In tali contesti, la ripartizione dei poteri diventa sinonimo di ciò che O’Neil chiama “la distribuzione del carisma” - anticamera (in gran parte grazie agli sforzi pionieristici di gruppi di hacker) delle gerarchie rigide dei sistemi meritocratici più tradizionali. Rete significa distributori, e la distribuzione beneficia sostanzialmente dalla rete. Un aspetto importante della missione di ogni editore è quello di diffondere il suo contenuto. Ma la creazione di un’infrastruttura di distribuzione, al di fuori dei normali canali commerciali, può essere una grande sfida. In Inghilterra nel 1830, la stampa radicale, al fine di sopravvivere evadeva sistematicamente gli esorbitanti bolli e tasse, puntando invece su di una rete di stampatori ‘clandestini’ e la messa in atto di una ben organizzata rete di distribuzione indipendente. Le autorità hanno risposto arrestando stampatori non autorizzati, intercettando le forniture di carta, e incarcerando i rivenditori. Dal 1830 al 1836, sono stati perseguiti un totale di 1.130 casi di vendita di giornali senza francobolli a Londra. Nonostante questa massiccia repressione, la stampa radicale fiorì: il bacino di lettori totale è stato stimato in due milioni, ben superiore a quella della ‘rispettabile’ stampa certificata. Alla fine il governo liberale ha optato per una una riforma politica, da un lato, la concessione alle autorità di poteri repressivi più ampi, d’altra parte la riduzione del bollo del 75% al fine di rendere meno attraente il contrabbando, portando in ultima analisi un aumento della libertà di stampa. Allo stesso modo poco prima della seconda guerra mondiale sono stati istituiti da sindacalisti radicali commerciali delle infrastrutture ben organizzate, così come da sottoculture di scrittori e dissidenti politici in URSS nel corso del 1950. Tali reti auto-organizzate sono stati in grado di crescere e funzionare senza alcun accesso alla sofisticata tecnologia della rete; inoltre, funzionavano secondo certi principi fondamentali e strutture caratteristiche della rete, compreso l’elemento della gerarchia basata sulla reputazione. È anche interessante notare che le riviste dadaiste sono stati distribuiti in modo casuale, mentre il movimento Fluxus ha utilizzato la sua rete interna come un’infrastruttura efficiente per la distribuzione. I piccoli e medi distributori clandestini che emersero 31 nel corso del 1970, hanno dato vita negli anni 1980 e 1990 a una galassia di iniziative per corrispondenza in grado di portare il loro prodotto stampato a un vasto pubblico, che viveva per lo più ai margini della società tradizionale e poteva quindi essere meglio raggiunto utilizzando il sistema postale (un’altra rete funzionante). Questo concetto a sua volta, si sarebbe rivelato fondamentale per stabilire il movimento “Mail Art”, che è stato in grado di creare un sistema di distribuzione globale utilizzando nient’altro che partecipanti attivi (nodi di rete) e il sistema postale preesistente. Infine, fanzine heliographed7 come la pubblicazione italiana “Insekten Sekte” sono stati distribuiti utilizzando un modello insolito ‘copyleft’: dopo la tiratura iniziale, le lastre originali venivano trasferite ad altri individui che potevano stampare le copie come volevano senza alcun obbligo nei confronti degli editori originali. In tutti i casi di cui sopra, il concetto chiave della rete ha dimostrato di essere una pratica di distribuzione cruciale, che ha permesso di navigare i mari perigliosi del mercato attraverso lo sviluppo di strategie alternative. E se Internet ci ha insegnato qualcosa, è che non vi è alcun limite al potere combinato di molti singoli nodi. 4.6 La rete come infrastruttura L’Associated Press è stata fondata nel 1846, quando un gruppo di giornali ha deciso di investire congiuntamente in un nuovo medium (il telegrafo), al fine di accelerare la raccolta e la distribuzione delle informazioni. L’Underground Press Syndicate è stato concepito in modo simile, ma aggiungendo a questo la nuova idea di libera sindacazione del contenuto di circa 60 riviste; questo modello di rete si è rivelato un successo, perché ogni nodo (rivista) ha contribuito a diffondere notizie altrimenti censurate o ignorate dai media tradizionali. In questo caso, ogni singolo nodo ha gli stessi diritti e doveri di tutti gli altri; questa assenza di gerarchie pre-costituite, attira a sua volta più nodi, ognuno dei quali sono stati poi meglio posizionati per compiere la loro missione di comunicazione radicale. Un ruolo simile è stato ricoperto dalla Liberazione News Service. Essere parte di una rete di questo tipo ha dato a ogni utente accesso alla circulation and readership di ogni altro membro, moltiplicando così la scala su cui ogni pubblicazione era in grado di distribuire le informazioni. Un altro modello simile di sostegno reciproco consiste nell’elaborare collettivamente elenchi di risorse e di distribuirle all’interno di una specifica comunità. La scena punk ha generato almeno due ottimi esempi di tali raccolte di risorse, che hanno ispirato innumerevoli individui e organizzazioni. Il primo di questi è stato probabilmente influenzato dal precedente “Catalog Whole Earth”: nel 1992, il collettivo anarco-punk Profane Existence e la fanzina punk Maximumrocknroll hanno pubblicato insieme la prima edizione de “Book Your Own Fuckin’ Life” (8), una directory (direttivo/collettivo forse) di band, distributori, locali e case private consentendo a bande itineranti o punk che viaggiano di riuscre a trovare un posto per dormire e talvolta da mangiare gratis, quindi permettendogli di viaggiare, trovare la loro strada nel mondo e incontrare persone affini. Nello stesso periodo, stava emergendo negli Stati Uniti il movimento dei ‘riot grrrl’ con band famose come Bikini Kill che incoraggiava le giovani donne a formare la propria band, condividere competenze e pubblicare fanzine. L’onda scaturita da fanzine personali e spesso esplicitamente femministe è stato prontamente abbracciata dal movimento punk in corso, con la sua tradizione di impegno politico. Nel giro di pochi anni il Network delle fanzine girl è riuscito a compilare una lista ricca di risorse di quasi 1.000 fanzine e distributori da trenta paesi, favorendo il contatto tra individui e gruppi affini. In aggiunta a questa scrupolosa redazione di risorse, la Grrrl Zine network ha anche facilitato workshop zine in sedi di comunità e organizzazioni no-profit, con l’obiettivo di responsabilizzare ragazze adolescenti attraverso l’autoproduzione di fanzine e libri d’artista. La rete ha consentito la nascita di una scena cosparsa di piccoli sforzi editoriali liberamente organizzati per condividere le loro risorse e metodi, che, soprattutto per i piccoli attori, farebbero una differenza cruciale. Godendo di tale sostegno reciproco hanno aiutato tutti i membri a sviluppare le proprie qualità uniche, pur rimanendo consapevoli degli sforzi dei loro coetanei. 1. Intervento di Gian Arturo Ferrari, direttore della divisione libri del gruppo Mondadori, generale alla conferenza: Il marketing editoriale “Come ti vendo un libro”, Milano 11-05-2009. http://www.quartabozza. com/2009/05/12/il-marketing-editoriale-come-ti- vendo-un-libro-milano-11-maggio-2009/ 2. Per sistema di broadcasting (corrispondenti alle espressioni italiane: radioaudizione circolare oppure radiodiffusione circolare) si intende la trasmissione di informazioni da un sistema trasmittente ad un insieme di sistemi riceventi non definito a priori. 3. Ubuntu è una distribuzione GNU/Linux, basata su Debian, nata nel 2004. La sua principale caratteristica è la focalizzazione sull’utente e la facilità di utilizzo. Essa viene pubblicata come software libero sotto licenza GNU GPL, è distribuita gratuitamente ed è liberamente modificabile. Ubuntu è orientata all’utilizzo desktop e pone una grande attenzione al supporto hardware. 4. The Pirate Bay (TPB) è un sito svedese che ospita Magnet Link e .torrent file, che permettono agli utenti di condividere files tramite BitTorrent. The Pirate Bay si autodefinisce come “Il sito BitTorrent più resistente al mondo”. 5. Alessandro Ludovico è un critico dei media e direttore responsabile della rivista Neural ( Honorary Mention , Prix Ars Electronica 2004). E’ autore di numerosi saggi sulla cultura digitale, nonchè co-autore di “Mag. Net Reader”. Dal 2005 tiene i corsi di “Computer Art” e “Interface Aesthetics” presso l’Accademia di Belle Arti di Carrara . 6. La Minus Habens Records è un’etichetta discografica italiana nata nel 1987 a Bari. 7. L’Eliografo è un telegrafo senza fili che segnala attraverso lampi di luce solare ( in genere utilizzando il codice Morse) riflessi da uno specchio. I lampi sono prodotti dal momentaneo movimento incernierato dello specchio, o interrompendo il fascio con un otturatore . 8. “Book Your Own Fuckin’ Life” è una raccolta di fanzine pubblicata in associazione con la redazione di Maximum Rock ‘N’ Roll. BYOFL è diventata una pubblicazione più web-based e ora è possibile utilizzare il loro sito web per trovare informazioni sul mondo delle zines negli Stati Uniti. 32 5. AGGREGAZIONE DI CONTENUTI, APERTURA E SELEZIONE: IL SOCIAL MAGAZINE COME POSTBLOGGING E POST-DIGITAL-PUBLISHING 5.1 Editore, piattaforma o rivista? Immersi in un universo di contenuti frammentati, viviamo in un ambiente in cui gli aggregatori di conoscenza e informazione sono sempre più gli individui rispetto agli attori tradizionali, come gli editori. Se il centro è mutevole i nuovi modelli editoriali devono adottare una formula ibrida, oscillante tra piattaforma ed editore, in grado di adattarsi ai continui cambiamenti. In tal senso il percorso di Ev Williams e Biz Stone è affascinante. Dopo Blogger, che ha “superato” il concetto di blog e introdotto il cd. citizen journalism, i due hanno creato Twitter: il portale perfetto per le notizie dell’ultima ora. Medium è un ulteriore passo in avanti, perché permette d’estendere le informazioni pubblicate nei tweet con approfondimenti meno impersonali. “Medium is sort of the culmination of almost 15 years of working on these systems. Twitter is optimized for real time. When I stepped away from the day-to-day there, I wanted to go back to my blog. Of course, running a company like Twitter, I didn’t have a lot of time to do that. I wanted to write again, write deeper things, be able to think. And I found that the tools just hadn’t really evolved in the last decade or so. Most of the stuff that’s gotten a lot of attention on the Internet the last few years has been about lowering the barrier, connecting people, getting quick feedback loops. There wasn’t much work on how to increase quality. And now we are dealing in a world of infinite information. There are two responses to infinite things being published on the web every day. One is to do it faster and cheaper. And one is to go deep. There is a hunger for depth. And it may be that they’re complementary. Maybe the middle is what’s going to go away. It’s going to be very quick and very shallow and immediate, and that’s where the value comes, or it’s going to be the very thoughtful, deeper, more meaningful stuff.” Ev Wiliams1 Un po’ social network un po’ rivista, Medium naviga a vista verso il futuro, e solo oggi, a due anni dalla sua fondazione sta iniziando a definire meglio i propri confini. Nel 2012 Ev Williams scriveva sulla pagina di benvenuto di medium: «Medium è un nuovo luogo online in cui le persone possono condividere le loro idee e storie più lunghe di 140 caratteri, e non solo per i loro amici». Viene descritto come uno strumento per semplificare la scrittura e renderla collaborativa, in grado di mettere in relazione il contenuto con l’audience più pertinente, e viceversa. A conti fatti, in realtà, è tutto il processo di creazione e diffusione 33 del contenuto a essere rimodellato – elaborazione, pubblicazione e distribuzione – e Medium è un laboratorio all’avanguardia in questo senso, come confermato recentemente da Mathew Ingram, senior writer per GigaOm2: «Penso sia ammirevole che Medium stia sperimentando così tanti modelli, non solo sulla ricerca o sulla pubblicazione dei contenuti, ma anche sul compenso agli autori e sulle metriche che misurano il coinvolgimento dei lettori». La relazione tra Medium e le riviste, del resto, non è mai stata troppo velata, ma recentemente le affermazioni di uno dei suoi fondatori “yes we are publisher” hanno definitivamente dato una risposta a chi si chiedeva se Medium fosse una rivista o l’idea che avrebbe decretato la fine di quest’ultime. Medium è un editore a tutti gli effetti. Lo è perché di fatto seleziona e acquista storie che raccoglie nelle proprie collection e sta sperimentando funzionalità che lo rendono simile a una rivista. Eppure, pur essendo un editore, Medium non lo è del tutto o almeno non lo è nel modo in cui siamo abituati a pensare un editore. E.W spiega appunto che «uno degli editori sulla piattaforma è Medium stesso, com’è stato fin dal principio» descrivendo, quindi, quella formula mista tra selezione di autori a cui commissionare articoli e collaborazione con editor professionisti da un lato, e l’accesso aperto alla scrittura per chiunque voglia partecipare con le proprie idee dall’altro. Di questo statuto ibrido potrebbero e dovrebbero approfittare gli altri editori, sperimentando questa piattaforma e le sue potenzialità non soltanto dal lato della scrittura ma anche da quella della cura dei contenuti, ad esempio utilizzando lo strumento delle collection (le raccolte di post tematiche e curate da un utente) per raccogliere storie, scoprire nuove idee, lanciare autori ancora sconosciuti. Inoltre non è improbabile che in futuro, quando si troverà a dover monetizzare, Medium inserisca la possibilità di alzare dei paywall graduati, gestibili dagli autori o dagli editor delle collection. Potremmo quindi concludere che in qualche modo medium è al tempo stesso editore, piattaforma e rivista e, provando a stare nella linea d’ombra, sta riuscendo a restituire valore e qualità a ognuna di queste cose, inserendole in un sistema di relazioni ricco e collaborativo, proponendo informazioni sui contenuti orientate alla qualità anzi che alla quantità, premiando la persistenza rispetto alla velocità. Sembra quindi, che a tutti gli effetti medium possa rappresentare davvero l’idea di editore del nostro tempo. 5.2 Il social publishing e la qualità dei contenuti Con lo sviluppo dell’editoria digitale è cambiato il modo di dare le notizie. Si tende sempre più a fornire un grande numero di informazioni ponendo meno attenzione sulla qualità e sul punto di vista personale. Ecco quindi che ora, dopo essersi preoccupato di abbassare i costi di distribuzione e aumentarne la velocità, per Williams, l’obiettivo primario è quello di migliorare la qualità dei contenuti e la pertinenza rispetto all’audience che incontrano. Il primo punto su cui si è focalizzato E.W. è sicuramente la curation editoriale, promovendo così l’idea che “qualità, portà qualità”. A dimostrazione di questo Il sito ha una responsabile dei contenuti (l’ex-agente letteraria Kate Lee) che non si limita ad accogliere i post generati autonomamente e gratuitamente dagli utenti, ma in alcuni casi commissiona ad autori specifici articoli su tematiche di attualità o di notevole rilevanza. Fondamentale risulta anche il design del sito, infatti, su medium.com la cura dei dettagli incide molto sulla user experience sia in fase di lettura sia in quella di scrittura. Qui di seguito riportiamo alcuni acccorgimenti utilizzati: - La data: è un elemento importante per magazine, blog e siti di informazione. Su Medium esiste, ma è marginale: questo incoraggia a scrivere contenuti che rimangano rilevanti nel tempo, a lavorare sull’approfondimento più che sulla frequenza di pubblicazione. - I numeri: gli autori hanno visibilità sui dati relativi ai propri contenuti, ma in pubblico i numeri quasi non esistono. Che si tratti di condivisioni o dimensioni della rete di relazioni, i numeri non sono esposti: ciascun autore vale (e deve confermare il suo valore) per contenuti che propone, non per la propria portata. - Le metriche: le statistiche sui contenuti non si basano sui clic o sugli accessi. Medium mostra Views, Reads e Read Ratio, incrociando i dati per dare peso alle effettive letture più che al traffico. La combinazione di questi elementi fa sì che i contenuti più efficaci (quelli con un buon rapporto tra numero di Reads e percentuale di Read Ratio3) siano quelli di formato medio-lungo, con un tempo di lettura stimato intorno ai 7 minuti (“The Optimal Post Is 7 Minutes”). Il tempo di lettura è indicato per ogni articolo: una delle poche informazioni quantitative associate ai contenuti, rilevante per la gestione dell’esperienza di lettura. Altro punto chiave è stato quello di associare il potenziale distributivo di Twitter, o in generale delle piattaforme social, a un ambiente in grado di stimolare una maggiore qualità dei contenuti: «Molti servizi hanno abbassato con successo le difficoltà nella condivisione delle informazioni, ma ci sono stati progressi minori riguardo una maggiore qualità dei contenuti prodotti», dichiara Williams a John Letzing sul Wall Street Journal in “Twitter Founders Unveil New Publishing ‘Medium’. A tal proposito è rilevante come lo sviluppo della piattaforma sia graduale e smart. I cambiamenti vengono introdotti con un 34 obiettivo chiaro: riuscire a mantenere la rilevanza dei contenuti proposti attraverso un metodo ibrido, in parte algoritmico, in parte di curation editoriale. L’ultimo aspetto fondamentale da analizzare è la parte social; come E.W. sia riuscito a creare quello spirito collaborativo che vede gli user più come dei contributors. Questo aspetto risulta evidente sopratutto in due tool presenti su medium, le collections e le notes. Le collections rappresentano i gruppi tematici (per dirlo in “linguaggio da blogger”, la collection, insieme ai tag, rappresentano le tassonomie). Creare una collection è molto semplice ed immediato e la possibilità di aggiungere altri editori che possono amministrarla invoglia gli utenti a collaborare con lo scopo di creare dei testi di qualità riuscendo a dar vita a vere e proprie pubblicazioni. È inoltre rilevante notare come i commenti scompaiono dal fondo degli articoli, sostituiti dalla possibilità di aggiungere note sulla destra del testo, avviando conversazioni tra gli utenti. Questo risulta essere il tentativo, forse utopistico, di reinventare anche le forme di dialogo digitale, superando le distorsioni, le polemiche e il caos frequenti che si vanno a creare su Facebook, YouTube e nelle altre grandi arene del web sociale. L’obiettivo di medium, in sostanza, è quello di mantenerci concentrati sul testo, senza distrazioni derivanti dallo “strumento“. 5.3 Il web writing Oggi la scrittura digitale sta attraversando una fase di grande fermento e molti sono i prodotti dedicati ai web writer che stanno venendo sviluppati. Come già detto al giorno d’oggi sono i contenuti a fare la differenza nel web marketing e avere a disposizione strumenti sempre più raffinati, comodi e precisi per realizzare e distribuire content è un’esigenza sentita da molti. Facilità di scrittura e di gestione degli elementi del post, immediatezza degli editor e leggibilità ottimizzata per tutti i dispositivi: sono queste le caratteristiche principali di cui si va alla ricerca. In tal senso, come esempio di riferimento, parliamo Ghost, spostandoci così dal territorio delle piattaforme social verso la terra delle piattaforme blog, al confine con il reame dei CMS. Acronimo per content management system, il CMS è il software che consente la gestione dei contenuti su un sito web. WordPress, Joomla e Drupal sono tre dei CMS più conosciuti e utilizzati al mondo. Lo sviluppo di questo CMS, ideato dall’ex sviluppatore di WordPress John O’Nolan, è stato possibile grazie a un crowdfunding da oltre 225.000 dollari. Ma cosa rende diverso e speciale Ghost dai suoi predecessori? Ovviamente è la sua interfaccia che mette la scrittura al centro dell’esperienza utente. L’editor di Ghost infatti è basato sul Markdown, una sintassi per formattare testi che supporta l’HTML direttamente al suo interno. Nel Markdown qualsiasi formattazione può essere aggiunta semplicemente aggiungendo al testo delle interpunzioni. L’editor di Ghost è caratterizzato inoltre dalla presenza di un riquadro (nella parte destra dello schermo) che visualizza l’anteprima del testo man mano che questo viene scritto. Interessante è anche il business model scelto dagli sviluppatori di questa piattaforma. Ghost, che è completamente open source, può essere scaricato e installato su qualsiasi hosting. Tuttavia questo servizio viene anche offerto direttamente agli utenti. A partire da cinque dollari al mese potrete far girare Ghost sui suoi stessi server. Una soluzione interessante per chi, non avendo le conoscenze necessarie per gestire in proprio un hosting, vuole ugualmente utilizzare la piattaforma registrando un proprio dominio. Attualmente Ghost è in piena fase di sviluppo e, rispetto a Medium, le funzionalità sono, allo stadio attuale dello sviluppo, piuttosto limitate ma le potenzialità di questa piattaforma s’intravedono e se non ci saranno ostacoli la crescita di Ghost potrebbe portare a risultati molto interessanti. Nell’ambito delle piattaforme di web writing, inoltre, vanno sicuramente citati Marquee e Silvrback. Il primo viene presentato come un CMS caratterizzato da estrema semplicità, progettato esplicitamente per favorire lo storytelling. Il secondo invece è una piattaforma blog focalizzata sull’esperienza utente e sulla facilità di scrittura. Insomma è abbastanza chiaro, da questa rapida ricognizione del panorama dei tool per il web writing, che la scrittura online sta diventando un elemento sempre più centrale e importante e gli strumenti che oggi e domani useremo per scrivere in rete contribuiranno in maniera determinante a definire non solo come scriveremo ma anche che tipo di contenuti andranno per la maggiore. Infatti, nonostante questi archivi siano dichiaratamente curati, allo stesso tempo sono aperti a nuove collaborazioni, consentendo così agli utenti con background differenti di sviluppare i propri percorsi e di interagire in modo specifico con il proprio contenuto. Questo permette ai diversi utenti, siano questi progettisti, storici, teorici o crtici, di interfacciarsi a tematiche comuni potendone valutare le diverse sfaccettature e di dar vita vita, con il proprio contributo, a percorsi semiotici potenzialmente infiniti. 5.4 Nuovi strumenti di Archiviazione 1. Evan Williams Clark è un imprenditore americano che ha fondato diverse società web. Due dei primi dieci siti di internet (per traffico e fama) sono stati creati dalle aziende di Williams: Blogger, un software weblog-authoring di Pyra Labs - e Twitter, dove è stato in precedenza Presidente e Amministratore Delegato. Di recente Williams con Obvious Ventures ha fondato Medium e Branch. Indagando tra tutti questi sistemi ibridi si può notare come sia scopo comune di questi modelli il tentativo di creare dei veri e propri archivi in cui all’interno vengono, in maniera sistematica, collezionate, organizzare e facilmente identificate diverse esperienze provenienti dai più diversi campi del sapere. Infatti grazie alle nuove e differenti tecnologie digitali è ora possibile andare oltre i contenuti veri e propri ed iniziare ad esplorare anche le relazioni che intercorrono tra i diversi utenti, trasformando così questi archivi in veri e propri spazi in cui i progetti raccolti vengono confrontati e criticati mettendone in evidenza i percorsi rilevanti, le tematiche comuni, le prospettive, le relazioni, ma anche opposizioni e idiosincrasie. 35 2. GigaOM è una media company fondata da Om Malik a San Francisco, in California. Il sito offre notizie, analisi e pareri su start-up, tecnologie emergenti, e altri argomenti legati al mondo della tecnologia. 3. Reads si riferisce al dato numerico delle visualizzazioni di un dato post, mentre read ratio è equivalente ad un algoritmo che calcola, tra gli utenti che hanno visualizzato il post, quanti lo hanno effettivamente letto. PARTE 3 1. MANIFESTO 1.1 Crisi Negli ultimi cinquant’anni la massificazione dispiegata ha rivoluzionato le strutture e i luoghi in cui tradizionalmente il sapere si formava e si trasmetteva. Il problema, complesso e multiforme, si pone in un più ampio contesto di crisi – non solo economica – e prospetta un avvenire incerto. Come risultato tangibile possiamo riscontrare un clima di stallo in cui, per prendere ad esempio l’università italiana, il grande numero impedisce, o rende operativamente più complesso, il venire in luce delle capacità del singolo e gli preclude il confronto e la critica. L’università delle idee e della ricerca, un tempo vero motore del dibattito culturale e politico, lascia oggi il passo all’università del numero, del margine, in cui sembra assente una didattica condivisa, una strategia intellettuale, in un ambiente sempre più condizionato da ranking internazionali e bilanci da far quadrare. Di fatto, nella maggior parte dei casi, si tende ad abbassare il livello per evitare il collasso del sistema. La giusta aspirazione al sapere democratico, lungi dal favorire l’elevazione culturale di ciascuno secondo le proprie capacità, si è tradotta perversamente in un appiattimento e livellamento verso il basso, in cui la logica della maggioranza si impone come prevaricante. L’università di massa ne è al contempo espressione e concausa: un circolo vizioso che condanna le nuove generazioni a uno stato di minorità intellettuale (in larga parte autoinflitto), relegandole nell’impotenza e nell’irrilevanza. Si sta manifestando una vera e propria crisi della trasmissione del sapere: sembra assente un milieu culturale condiviso, necessario per l’incontro – così come per lo scontro – fra le generazioni e i diversi ambiti del sapere e del lavoro. Senza questa struttura di riconoscimento reciproco le qualità, i talenti e le buone idee si disperdono, non trovando un terreno in cui crescere e coltivarsi. Le esperienze culturali di valore non hanno una piazza su cui affacciarsi e restano per lo più recluse e isolate, in un alveare di solitudini contigue. 1.2 Terreno Comune A fronte di questa situazione proponiamo la costituzione di una piattaforma per la selezione e la diffusione di ciò che crediamo possa provenire di positivo dall’università e fuori dall’università, cercando di riattivare meccanismi di confronto e di riconoscimento 36 all’interno di un terreno sicuramente ancora fertile. Il tentativo, lontano dal mero giudizio di valore o disvalore di alcunché, è quello di opporsi alla logica del mercato e della maggioranza costituendo un dibattito in cui la nostra singola opinione di per sé non valga nulla, ma in cui a contare siano le argomentazioni, le competenze, i riferimenti storico-culturali, la credibilità di chi ha fatto un percorso di lavoro ed è in grado di esibirne la storia e le motivazioni. Una vetrina ma, soprattutto, un “banco di prova” per idee e produzioni: uno spazio pubblico in cui ciascun lavoro sia vivificato dal dibattito e dalla critica e in cui sia possibile elaborare nuove direzioni e criteri condivisi. 1.3 Raumplan Il Raumplan (letteralmente “piano dello spazio”, spesso tradotto in italiano con l’espressione “sfalsamento dei livelli”) è una pratica architettonica riconducibile ad Adolf Loos. L’architetto viennese introdusse la variazione tettonica come elemento caratterizzante delle sue architetture, dando origine a una percezione nuova e dinamica dell’abitare. In una condizione sempre più a pianta libera, in cui la dimensione orizzontale domina incontrastata, è necessario a nostro avviso reintrodurre meccanismi che restituiscano varietà e diversità a un contesto che tende sempre più all’omologazione e alla standardizzazione dei rapporti, spesso ridotti a sterili conversazioni senza alcuna solida base. Crediamo che il confronto che costituisce dibattito reale, e quindi anche polemica e discussione, non arida chiacchiera di cortesia, sia l’unico volano funzionale a una proficua interazione tra esseri umani di buona volontà. 2. ADOLF LOOS E IL RAUMPLAN 2.1 Biografia Adolf Loos è stato un architetto austriaco, considerato uno dei pionieri dell’architettura moderna. Figlio dell’artigiano marmista Adolf e della casalinga Marie, nacque a Brno il 10 dicembre del 1870. Dopo aver frequentato il Politecnico di Dresda si recò, nel 1893, negli Stati Uniti dove ebbe l’occasione di visitare l’esposizione di Chicago e soprattutto di conoscere gli usi e costumi degli americani. Affascinato dal modo di vivere degli abitanti del nuovo mondo, Loos li contrappose spesso agli usi e costumi degli europei, e in particolare agli usi degli austriaci di quel tempo. Famoso e significativo, relativamente a quanto detto, fu il sottotitolo di “Das Andere” (rivista fondata da Loos che ebbe vita brevissima) ossia “periodico per l’introduzione della civiltà occidentale in Austria”. Dopo l’esperienza di Chicago Loos si stabilì a Vienna ed iniziò la professione di architetto. Parallelamente al mestiere intraprese la sua personale e coraggiosa attività teorica che darà come frutto “Parole nel vuoto” (Ins Leere gesprochen e Trotzdem). In eterna polemica con i colleghi della Secessione Viennese, per motivi teorici ma anche personali, Adolf Loos intrapprese una crociata a favore di un cambiamento radicale del modo di fare l’architettura. Il suo contributo risulterà fondamentale per traghettare i movimenti di inizio secolo verso l’architettura moderna. Contrario ad ogni tipo di ornamento scriveva: “L’evoluzione della civiltà è sinonimo dell’eliminazione dell’ornamento dall’oggetto d’uso”. La battaglia contro l’ornamento fu asprissima, e non solo attraverso le pagine di “Das Andere”. Il suo saggio “Ornamento e Delitto” del 1908 non ha ancora perso d’attualità; Le Corbusier, comentandolo scrisse:” Loos è passato con la scopa sotto i nostri piedi e ha fatto pulizia omerica, esatta, sia filosofica che lirica”. Nel 1906 apre una scuola d’architettura, e tra i suoi pochi allievi ci fu Richard Neutra. Le architetture di Loos si presentano sobrie, composte da volumi chiari e netti che definiscono internamente degli spazi precisi e controllati con grande maestria. Le tipologie che a volte sembrano complesse si rivelano semplici quando ci si pone nel luogo dell’osservatore. I suoi edifici costruiti tra il 1910 e il 1930 hanno influenzato in maniera incisiva il modo di costruire di quegli anni e anche quello dei nostri giorni. La casa di Josephine Baker (Parigi, 1928), progettata ma mai costruita è un esempio di come Adolf loos era in grado di immaginare l’architettura oltre il suo tempo. 37 Il 23 agosto del 1933 quasi sordo e molto malto Adolf Loos muore all’età di 63 anni nel sanatorio del Dott. Schwarzwald a Karlsburg. Egli ci ha lasciato molti scritti, molti progetti e forse la più intensa e singolare definizione di architettura: “Se in un bosco troviamo un tumulo, lungo sei piedi e largo tre, disposto con la pala a forma di piramide, ci facciamo seri e qualcosa dice dentro di noi: qui è sepolto qualcuno. Questa è architettura.” 2.2 Il Raumplan Adolf Loos introdusse un nuovo concetto di progettazione dello spazio: la libertà di pensiero in tre dimensioni. L’esito è una compenetrazione di ambienti connessi attorno ad uno spazio primario, strategia che porta alla creazione di un’ampia gamma di prospettive e garantisce un’economia dello spazio. L’importanza dei volumi, della terza dimensione, è per Loos un aspetto fondamentale del suo lavoro, il “Raumplan” (articolazione interna con differenziazione altimetrica funzionale e formale) ne è la teorica conseguenza, scriveva nel 1913: “... ho insegnato ai miei allievi a pensare in tre dimensioni, a pensare al cubo. Sono pochi gli architetti che oggi lo sanno fare. Oggi sembra che la preparazione dell’architetto sia conclusa quando la appreso a pensare al piano”. Far entrare e condurre il pensiero nella terza dimensione, e come lo definì il suo allievo e biografo Heinrich Kulka il “Raumplan”. “In generale fino ad ora la principale preoccupazione degli architetti era la costruzione delle facciate e la disposizione dei pilastri interni. La pianta veniva risolta piano per piano proiettato su una superficie, quello che casualmente rimaneva tra i pilastri lo si chiamava spazio. Da sempre si aveva la volontà di mettere in relazione gli spazi tra di loro, ma nessuno aveva mai pensato di farlo in un’altra direzione. Accade così che nelle abitazioni ci sia una sequenza di spazi collegati. A teatro troviamo gallerie o annessi dell’altezza di un piano collocati uno sopra l’altro, che comunicano apertamente con uno spazio principale e ampio. Loos capì come l’angustia del palco fosse sopportabile soltanto perché si poteva guardare nel grande spazio principale, così che il collegamento di uno spazio principale più alto con una nicchia più bassa offre la possibilità di risparmiare spazio e applicò quindi questa intuizione all’architettura residenziale. Attraverso Adolf Loos venne alla luce un nuovo e superiore concetto di spazio: la libertà di pensiero nelle tre dimensioni, la progettazione di spazi collocati a livelli differenti, senza il vincolo di piani tutti alla stessa altezza, la composizione degli spazi idealmente connessi in una totalità armonica e indivisibile e una struttura che pianifica l’economia dello spazio. A seconda della loro funzione e della loro importanza gli spazi possono avere non solo gran- dezze, ma livelli e altezze differenti. In questo modo Loos può creare a parità di mezzi costruttivi più spazio abitabile. Così, infatti, in un cubo con le stesse fondamenta, con lo stesso tetto e le stesse mura perimetrali vi può trovare posto un numero maggiore di spazi...” Heinrich Kulka 38 3. REPORT 3.1 Premessa L’idea di Raumplan non è nata tutta d’un tratto, nel nostro percorso di tesi abbiamo pensato a lungo a quale fosse il progetto ideale per poter arrivare alla laurea con un prodotto che ci interessasse e stimolasse. La volontà comunque è stata sin dall’inizio quella di affrontare il tema editoriale per cercare nuovi modelli e poter sperimentare con diversi media. Il primo periodo, durato qualche mese, è servito a parlare con amici, conoscenti e professori per chiedere consiglio, discutere eventuali tematiche e cercare di capire quale fosse un’urgenza comune tanto a noi quanto agli altri. Guardandoci indietro con uno sguardo critico ci siamo accorti che il peso maggiore che ci portavamo dall’esperienza al Politecnico era la mancanza, diverse volte, di uno sguardo critico sul processo e sui contenuti nei corsi che avevamo svolto. È un dato di fatto però che spesso ci si ritrovi in un corso e si abbia l’impressione sin da subito di partecipare ad un corso-pacchetto, che ogni anno si ripete senza portare innovazioni, incentrato di solito su un brief sempre uguale e limitato ad un medium di riferimento, senza via di scampo. Per fare un esempio molto spesso si sente dire tra gli studenti, “io faccio il corso di video” oppure “io faccio editoria per tablet”, come se il corso di Laurea Magistrale di Design della Comunicazione del Politecnico fosse una scuola professionale (alcuni probabilmente vorrebbero che lo fosse) atta a formare “video-designer” o “digital-magazine designer” anzichè un luogo di ricerca e sperimentazione per formare individui (e designer) critici in grado di comprendere la realtà circostante e magari pure in grado di cambiarla. L’incontro Nicolò e Pietro, rispettivamente studenti di architettura e filosofia, è stato sicuramente un punto di svolta, dato che proprio loro hanno confermato le nostre sensazioni all’interno dell’Università. Merito loro è sicuramente quello di aver approfondito ed analizzato le tematiche in questo ambito portandoci così a sviluppare’idea di creare uno spazio che potesse aiutare a ricreare un dialogo all’interno del mondo universitario, per far confrontare studenti di diverse discipline in modo da eliminare quel confine troppo spesso sopravvalutato determinato dal nome del corso di laurea. Tuttavia l’idea di limitare questo discorso al solo mondo dell’istruzione ci è parso limitante. Forse perchè noi stessi stiamo per chiudere (forse!) il nostro ciclo formativo e dunque per non auto-escluderci da un’esperienza simile. Probabilmente perchè si tratterebbe di un limite insensato, che tenderebbe a distaccare due mondi (per come li si considera) che in realtà non sono altro che un mondo solo. 39 3.2 Il progetto L’idea ha iniziato a prendere forma e si è definita piano piano, con fasi di incertezza, incomprensioni e possibilità scartate fino a diventare quella che in parte abbiamo realizzato in Raumplan. Quando Nicolò ci ha proposto di utilizzare come nome raumplan spiegandoci Il concetto di Adolf Loos dello “sfalsamento dei piani”, ci è sembrato subito perfetto per descrivere quello che volevamo fare. Un sistema complesso, che non si basasse su un medium o su un target preciso, ma che partisse da un esigenza e quindi dal contenuto stesso e fosse declinabile in una serie eterogenea di artefatti (e prodotti). Krisis Magazine è stato fonte di ispirazione soprattutto per quanto riguarda la struttura; il suo processo è segmentato e sfrutta diversi media, l’archiviazione ha un ruolo fondamentale poichè porta alla creazione di un database ricco di contenuti eterogenei, sia nei formati che nelle tematiche. Contenuti che vengono poi filtrati per costruite un percorso semantico diverso in ogni pubblicazione cartacea. È da qui che è nata l’idea di sfruttare in primis il web per raccogliere il materiale e ripubblicarlo sotto forma di archivio navigabile e in seguito la carta per la realizzazione di future pubblicazioni tematiche. Ovviamente date le tempistiche abbiamo deciso di concentrarci soprattutto sulla prima fase e di implementarla al meglio per creare un’esperienza ricca di complessità sin nella sua prima estensione. Tale complessità nasce invece da altre ispirazioni, nello scorso anno abbiamo cominciato ad utilizzare o seguire piattaforme come medium, quartz, ghost e contents magazine. Ognuna di queste rappresenta bene dei modelli che si stanno sviluppando e diffondendo sempre più negli ultimi anni. Evoluzioni di quello che sono i blog, i magazine per come li conosciamo e per ultimi i social network. L’esperienza dell’utente su queste piattaforme ci ha affascinato sia dal punto di vista degli strumenti che offre sia per come viene gestito il contenuto. Nel caso di Medium ciò che ci ha colpito sin dall’inizio è il sistema aperto, ricco di strumenti per l’autore degli articoli; le sue funzionalità social poi ci hanno spinto ad utilizzarlo ed apprezzarlo sempre più. Il caso di Contents è stato molto di ispirazione per l’aspetto curatoriale che lo caratterizza. È un social-magazine, aperto a tutti anche questo, che si sviluppa in call for entries a tematiche con delle scadenze temporali. Ghost d’altro canto rispecchia una vera e propria innovazione tecnologica nel mondo del blogging e dunque è molto interessante per gli strumenti complessi che offre all’utente. Abbiamo dunque definito un’idea di progetto grazie all’aiuto costante e critico di Bruno, nostro relatore, che sin dall’inizio ha apprezzato il manifesto di Raumplan condividendo le nostre idee. Partendo dal tema universitario, abbiamo deciso di sviluppare una piattaforma aperta al pubblico, dedicata all’approfondimento, alla critica e alla ricerca che avesse in se però una redazione forte, in grado di dare un’identità e quindi una certa autorevolezza al prodotto complessivo. Non abbiamo scartato l’idea di sfruttare altri media, anzi, abbiamo progettato una serie di sviluppi che interessassero future pubblicazioni cartacee, ma anche altre tipologie di materiale che possano adattarsi al meglio alle potenzialità di altri device come tablet e smartphones. Il primo passo è stato quello di mettere online una prima versione del sito, una specie di blog del progetto che archiviasse i primi materiali, sorretto dall’abstract del nostro progetto e da una call for entries. Parallelamente abbiamo prodotto una serie di interviste per dirigere i contenuti del blog verso una linea editoriale ben precisa. In questa fase Pietro e Nicolò ci hanno aiutato parecchio nella ricerca di contenuti e nella cura dei materiali. Prevedibilmente, dato il periodo che ci vedeva impegnati su tutto il resto del progetto, i tempi si sono spesso dilatati e la costruzione dell’archivio è stata più lenta del previsto. Abbiamo così iniziato la progettazione della piattaforma, trovando in Pablo la figura mancante, ovvero qualcuno che fosse in grado di sviluppare una prima versione. Intersecando le nostre conoscenze e capacità abbiamo dunque iniziato la progettazione cercando di non limitarci all’aspetto visivo e funzionale ma guardando alla struttura e all’interfaccia come traduzioni vere e proprie del concetto alla base del progetto. È nato così un progetto ricco di variabili, talmente vasto che ci ha spinti a procedere per fasi, anzichè realizzare, e allo stesso tempoi progettare, tutto il prodotto abbiamo deciso svilupparlo gradualmente lasciando agli utenti il ruolo di giudici, per avere feedback sul funzionamento e l’esperienza. Nel frattempo stiamo concludendo la stesura dell’elaborato di tesi, documentando tutta la ricerca che ci ha portati al risultato odierno. È da sottolineare che tale progetto sopravviverà anche dopo la conclusione del nostro percorso accademico e ha già in sé una serie di sviluppi futuri che continueremo a sviluppare nel prossimo futuro. Innanzitutto a livello economico, c’è da dire che l’investimento monetario iniziale è andato al 90% nello sviluppo della piattaforma, lavoro che richiederà parecchi sviluppi futuri. L’idea è quella di partire presto con una campagna di crowdfunding, atta a sostenere altre fasi di sviluppo della piattaforma e a retribuire una serie di editor che prenderanno in mano delle pubblicazioni interne. In seguito ci saranno probabilmente una serie di collaborazioni con aziende reali, dunque sponsorizzazioni ma anche scambi di servizi, questa tipologia di monetarizzazione dovrà però essere limitata in quanto 40 vogliamo che la piattaforma sia il più possibile indipendente dal punto di vista editoriale. 3.3 Identità, funzionalità e sviluppi futuri Per quanto riguarda la piattaforma è importante specificare che Raumplan si sviluppa in due canali paralleli e convergenti, è uno strumento di blogging ma ha in sè tutte le caratteristiche del social network. Sebbene siano due canali che generalmente tendiamo a separare, sono qui assolutamente legati. Non diamo infatti uno strumento con cui ogni utente puo creare un proprio blog personale ma forniamo uno spazio neutro in cui è possibile trovare articoli di tutti gli utenti. Le prime funzionalità che verranno rese disponibili saranno la possibilità di scrivere articoli da qualsiasi utente e di curare delle collezioni, quest’ultime probabilmente da alcuni utenti selezionati (in futuro questa dovrebbe diventare comunque una funzionalità disponibile a tutti). Vi saranno quindi degli editor che gestiranno le collezioni con cui cercheremo di indirizzare la linea editoriale. In futuro ciò si potrebbe sviluppare in un vero e proprio ruolo di editori, fino alla pubblicazione di materiale stampato e di materiali interattivi. Il normale flusso di un articolo è qui spezzato dalla possibilità data ad ogni utente di integrare i paragrafi con note, riflessioni e link utili all’approfondimento per favorire la discussione non tanto in uno spazio unico come è solito, ma per decentralizzarla nei punti in cui ha più senso approfondire l’argomento. Questo non è un semplice commento ma dovrebbe funzionare come una vera e propria estensione del testo. Ogni utente ha la possibilità di salvare articoli e collezioni di altri, per poterli seguire nelle loro evoluzioni. Puo vedere chi ha salvato l’articolo e di conseguenza puo seguire ed essere seguito da altri utenti. Ogni pagina dell’utente mostra dunque gli articoli scritti, le collezioni curate e infine i contenuti salvati. Ciò che stiamo sviluppando ora è la sezione dei contenuti raccomandati all’utente, e più precisamente il metodo con cui questi contenuti vengono giudicati tali. Per le piccole funzionalità invece abbiamo in cantiere una serie di modifiche che gradualmente appariranno e daranno una spinta in più alla definizione del sistema. In generale abbiamo cercato di non sovraccaricare la grafica, le scelte più identificative stanno nella tipografia e nei formati imposti come i titoli i sottotitoli, le immagini di copertina, la visualizzazione delle collezioni, le note e la navigazione. BIBLIOGRAFIA A. Graziosi, L’ università per tutti. Riforme e crisi del sistema universitario italiano, Il Mulino, Bologna 2010 Flood, London: Vintage, 2012 A. Gentile, Formazione, università e ricerca in Europa, America, Asia, Africa e Oceania. Riforme, progetti innovativi e sistemi a confronto nei cinque continenti , IF Press, Roma 2008. M. McLuhan with Quentin Fiore, produced by Jerome Agel, The Medium is the Massage: An Inventory of Effects, Gingko Press, 1967 AA. VV. Contro l’università. I principali documenti della critica radicale alle istituzioni accademiche del Sessantotto, Mimesis, Milano 2008 A. Breccia, Le istituzioni universitarie e il Sessantotto, CLUEB, 2013 P. V. Aureli, The Project of Autonomy: politics and architecture within and against capitalism, Princeton Architectural Press Novembre 2012 P.V. Aureli, Labour, City and Architecture: Cedric Price’s Pottery Thinkbelt and the Post-Fordist turn in Architecture, 11/12/2013 lecture at AA School of Architecture, http://www.aaschool.ac.uk/VIDEO/lecture. php?ID=2229 S. Mathews, From Agit-prop to Free Space: The Architecture of Cedric Price, Black dog publishing, 2007 S. Hardingham, K. Rettenbury, Cedric Price: Potteries Thinkbelt, Routledge, London 2007 H. Arendt, Vita activa. La condizione umana, Bompiani 2012 C. Sini, La libertà, la finanza, la comunicazione, Spirali, Milano 2001 C. Sini, Il potere invisibile, su Nòema n. 4, 2013, http:// riviste.unimi.it/index.php/noema/article/view/3276 C. Sini, Del viver bene, Jaca Book, Milano 2011 M. Perniola, Contro la comunicazione, Einaudi 2004 R. Alonge, Asini calzati e vestiti. Lo sfascio della scuola e dell’università dal ‘68 a oggi, UTET, Torino 2005 J. Ortega y Gasset, La missione dell’università, tr. Marcello Gammardella, Guida, Napoli 2008 J. Derrida - P.A. Rovatti, L’università senza condizione, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2002 M. McLuhan, Understanding Media: The Extension of Man, Cambridge, MA: MIT Press Edition, 1994 A. Loos, Le Corbusier, a cura di Max Risselada, Raumplan Versus Plan Libre, R. Klanten, A. Mollard, M. Hübner, Behind the Zines: Self-Publishing Culture, Gestalten, 2011 B. Munari, Da cosa nasce cosa, Edizioni Laterza, 1981 R. Klanten, S. Ehmann, Turning Pages, Gestalten, 2010 “After 10 Years of Blogs, the Future’s Brighter Than Ever”. Wired. 2007-12-17 M. P. McHugh, From E-zines to Mega-zines, 1996 M. Gunderloy, How to Publish a Fanzine, 1988 R. 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Franchi, Designing News, Getsalten, 2013 Hublab, 0006_limiteazero, Hublab edition, 2006 SITOGRAFIA The Serving Library - servinglibrary.org Medium - medium.com Krisis Unità di Crisi - unitadicrisi.org De Correspondent - decorrespondent.nl Contents Magazine - contentsmagazine.com National Geographic - nationalgeographic.com Nature - nature.com San Rocco - sanrocco.info Good Magazine - good.is Rivista Studio - rivistastudio.com Mag Is In - magisin.org Doppiozero - doppiozero.com Quartz - qz.com Pidgin Magazine - pidginmagazine.com Is It Is It Is It - isitisitisit.com Projects and Artworks at the Intersection of Publishing and Digital Technology - p-dpa.tumblr.com Post-digital publishing archive - p-dpa.net Salzbox - salzbox.wordpress.com The fanzine dissertation - lundwood.u-net.com open - o-p-e-n.info Pitchfork has an influential voice – but is it in tune with all its readers? - theguardian.com 42 Self-publishing gaining ground in the academics - lulu. com Mass Communication, Media, and Culture - 2012books. lardbucket.org Fulcrum - fulcrum.aaschool.ac.uk INTERVISTA A CARLO SINI Università, architettura e società La redazione di Raumplan è composta da studenti ed ex-studenti provenienti da diverse formazioni. La collaborazione che avrebbe costituito il nucleo originario della redazione è nata in occasione di una tesi di laurea: due studenti, rispettivamente di Architettura e Filosofia, iniziano a lavorare su alcune tematiche legate ai rapporti fra i saperi e alla formazione universitaria. Conoscendo le opere e il pensiero di Carlo Sini, rivolgemmo a lui quell’insieme di istanze e domande che, in modo ancora acerbo, andavano definendosi. Riproponiamo qui quella conversazione, sia per il suo contenuto intrinseco, sia perché è stata il primo tassello di una riflessione e di un lavoro che ci hanno portato a concepire questo spazio. In un certo modo molti degli spunti che Carlo Sini ci propose allora trovano ora un tentativo di risposta, seppure limitato e sperimentale, in Raumplan. 21 Luglio 2012. Conversazione con il filosofo Carlo Sini. Raumplan. Nella nostra esperienza di studenti di architettura siamo stati esposti ai più diversi approcci e metodi. Ci è stata spesso offerta una didattica semplificata e lottizzata incapace di confrontarsi con i molteplici approcci alternativi e con i diversi livelli di complessità caratteristici del contesto contemporaneo; il Politecnico di Milano non esprime un indirizzo architettonico unitario, né sembrano esserci i presupposti per un dibattito culturale che porti le diverse esperienze a confrontarsi e a trovare un comune terreno d’incontro. Tutto ciò si riflette anche nei più minuti particolari del lavoro di progettazione. Nel nostro lavoro ci siamo spesso scontrati con l’impossibilità di mettere a sistema le diverse componenti e le diverse istanze legate a un’area di progetto: alcune componenti, in seguito al lavoro di analisi e di sviluppo autonomo di ciascuna di esse, tendono lentamente a svanire, sfuggendo al conteggio finale. La risultante è un lavoro, magari ben riuscito a livello architettonico, ma privo di basi solide che lo rendano impermeabile a critiche di programma: non esiste un sistema di riferimento o un terreno comune sulla base del quale confrontarsi e giustificare quel che si è fatto. E’ vero che il mondo contemporaneo è caratterizzato da una estrema complessità e stratificazione: ma la formazione che ci è stata offerta nell’università di massa si limita ad essere un riflesso di tale stratificazione, mentre non è in grado né sembra aspirare a rifletterci o ad affrontarla criticamente. In altre parole sentiamo la mancanza di una didattica della complessità che sappia da un lato farsi carico della molteplicità di livelli e di approcci che caratterizza l’età contemporanea e dall’altro si ponga pur sempre il problema di ricercare un sistema 43 razionale rigoroso che consenta di argomentare con coerenza e di non essere passivi rispetto alle critiche di programma. Perciò abbiamo inteso la nostra tesi come un’occasione per ricercare un metodo e descrivere le operazioni da noi compiute e i problemi che ci si sono presentati: il valore di un lavoro emerge soltanto esibendone la storia e la prassi metodica che si è deciso di seguire e discutendola all’interno di un dibattito culturale. Che cosa pensa del modo in cui è strutturata l’università oggi, in particolare in una facoltà come quella di architettura? Come può essere affrontata, a livello di formazione universitaria e non, la complessità del mondo contemporaneo? Carlo Sini. Da tempo l’università è strutturata secondo la specializzazione sempre più esasperata delle conoscenze e del lavoro. L’unità del sapere come finalità e fondamento della formazione è un tema che non trova spazio nella organizzazione degli studi universitari. Persino la consapevole assunzione del tema della complessità ha dato vita a discipline specialistiche, certo, almeno apprezzabili negli intenti. La sciagura pedagogica è poi incarnata proprio dalle pretese “scientifiche” della pedagogia, cioè dalla pretesa di tradurre la formazione in una scienza di fatto ignara di ogni reale problema di fondazione e di senso. In proposito le attuali facoltà di scienze della formazione sono, nella maggior parte dei casi, fabbriche di ignoranze e inattitudini a ogni sensato (e trovabile) lavoro. Più in generale, la recente frenesia di inventare i più improbabili percorsi di laurea ha ridotto gran parte dell’università al livello della peggiore chiacchiera giornalistica e della banalità inconsapevole e a tratti persino comica nella sua ignoranza (basta frequentare qualche sessione di tesi di laurea per rendersene conto, dove gli ignoranti non sono solo i giovani), senza che partiti e sindacati mostrino il coraggio di farsene carico davvero. Tutte queste contraddizioni è naturale che appaiano nella loro valenza più significativa in una facoltà come quella di architettura: una disciplina che ha in sé la sintesi di tutto il sapere e del suo rapporto concreto con la vita e con l’organizzazione politico-economica della società. Come le istanze che vengono sollevate con molta precisione e consapevolezza nelle vostre domande possano di fatto essere affrontate e almeno in parte risolte nelle attuali facoltà di architettura è ovviamente un problema al quale non saprei rispondere. Credo però che il problema si radichi anche nella contraddizione stessa che da decenni stiamo affrontando, o per meglio dire subendo: avere una università di massa e però una formazione non “massificata”. Bisogna riconoscere che questo è un problema filosofico-politico ben preciso, che sarebbe ingeneroso pretendere che siano le discipline specialistiche a risolvere. La sua portata è enorme e concerne le speranze “illuministiche” della nostra storia e tradizione, nonché la natura stessa delle nostre democrazie, tradottesi in tecniche per imporre il consenso alle masse di elettori anziché in progetti di formazione di una consapevolezza e di un costume realmente (e non solo formalmente) democratici. In una società così fatta, dove mercificazione e successo mediatico sono le componenti portanti dell’azione politico-sociale pubblica e della prevalente psicologia privata, è ben difficile che una istituzione fragile e complessa come quella universitaria possa salvarsi. R. Al contrario, ascoltando ad esempio la testimonianza di Vittorio Gregotti, ci è parso che negli anni ’50, ’60 e ’70 ci fosse un clima più adatto a rendere giustizia alla complessità interdisciplinare che è consustanziale all’architettura. Ci riferiamo alla cosiddetta tradizione del moderno su cui ancora si fonda la didattica del Politecnico e, soprattutto, alla figura di Ernesto Nathan Rogers, che svolgeva un ruolo di catalizzatore culturale attorno al quale gli studenti venivano a contatto con le frange più avanzate e vivaci della cultura loro contemporanea. Basti pensare ai suoi stretti rapporti con Montale o con Enzo Paci e il gruppo di Aut aut. Non a caso il suo modello era Leon Battista Alberti, che fu al contempo architetto, artista, teorico e scrittore. Enzo Paci dal canto suo diceva che persino il più semplice gesto architettonico, come quello di erigere un muro, compone un insieme di significati (spaziali, culturali, economici, antropologici e filosofici) difficili da districare. A maggior ragione se si parla di città. Tuttavia come la città contemporanea sconta un progressivo individuarsi della vita e una conseguente disgregazione del tessuto sociale, anche l’università e la cultura in generale sembrano subire questo processo storico senza tuttavia essere in grado di comprenderlo o di governarlo; spesso non ci si pone neppure il problema. Si tratta semplicemente di una mancanza di nuovi maestri? Oppure il restringimento degli orizzonti culturali e la lottizzazione della formazione sono una conseguenza inevitabile della struttura dell’università di massa? C.S. Sì, negli anni ’50 e ’60 Paci e “Aut Aut” avevano garantito una presenza apprezzabile presso Architettura, una presenza dalla quale anch’io ho tratto qualche conseguenza negli anni ’70. Non bisogna però dimenticare che i seminari di Paci, come del resto i miei, erano seguiti da una minoranza di studenti e professori; c’era anche un’aria di opposizione, di fastidio o anche solo di disinteresse: attività marginali e superflue, riposo del guerriero, divertimenti “estetici”. Il venir meno della filosofia nella formazione generale è del resto un fatto in cammino da tempo ed è ormai diventato macroscopico, molto “americano” (dove per filosofia nelle università si intendono i lavoretti a maglia della logica formale o le dissertazioni al limite della sprovvedutaggine idiota sulla “realtà”: tutte cose che non hanno incidenza alcuna sulla società e nemmeno sul pubblico colto). Di ciò, peraltro, lo stesso insegnamento universitario della filosofia è per primo responsabile, essendosi ridotto a chiacchiera pseudo-storiografica (magari fosse vera ricerca storiografica) e a frenesie occasionali, seguaci della moda più effimera e vacua. L’esempio di Paci è in proposito eloquente: lo ricordano alcuni ad Architettu- 44 ra, ma è del tutto assente nel lavoro filosofico attuale. L’esempio maggiore è ovviamente quello di Husserl e della Crisi delle scienze europee: opera nella quale le vostre domande trovano quanto meno un grande tentativo di chiarificazione e un avvio di possibile soluzione. Ma è facile constatare che di ciò nessuno oggi davvero si cura, in filosofia e altrove nella cultura. Come giudicare tutto ciò? Forse è davvero la fine dell’Europa, come Husserl sospettava. Egli auspicava che la Fenice rinascesse dalle ceneri: non abbiamo, credo, il diritto di smettere di sperare e di lavorare in quella direzione, per quanto soli ci paia di essere rimasti. R. Nella Harvard guide to shopping Rem Koolhaas ha sostenuto che gli architetti non possono non tener conto del fatto che la mercificazione dello spazio pubblico «ha di fatto cambiato la condizione urbana traformandola dal binomio pubblico/dare a privato/avere» e che «lo shopping è senza dubbio l’ultima forma di attività pubblica rimasta». In un mondo governato dal denaro e dall’interesse privato come si deve ripensare lo spazio pubblico? Come far coesistere i due archetipi della piazza e del mercato? Che senso devono avere i luoghi di aggregazione (e, in ultima analisi, la città in generale) in un mondo in cui il lavoro e la cultura sono per lo più delocalizzati e virtuali? C.S. I due archetipi della piazza e del mercato oggi più che coesistere si sono identificati: in piazza si va per consumare e per apparire narcisisticamente, quindi per incrementare conseguentemente il mercato, che sembra d’altronde essere l’unica verità e preoccupazione della politica, cioè della piazza. Il resto verrebbe da sé. Stiamo vedendo cosa viene da tutto ciò e soprattutto stiamo comprendendo, pagandone un prezzo nella nostra vita personale, che la democrazia liberale e liberistica si regge di fatto sul lavoro degli schiavi: alle origini i neri d’America; oggi i reclusi delle fabbriche cinesi. Non appena questa verità profonda e sempre taciuta crea problemi, ecco che le nostre sicurezze e certezze vengono meno. Improvvisamente i modelli propagandati del progresso infinito della civiltà e del benessere universale si rivelano utopici; cioè menzogne ideologiche che faceva comodo credere e diffondere. R. Il fenomeno Dubai è un ottimo esempio dello sradicamento del capitale finanziario e di certa architettura. Ma a Dubai si tratta di cattedrali nel deserto, nel vero senso della parola. Diverso il discorso per un paese come l’Italia che vanta al suo interno un patrimonio storico-artistico senza pari. L’Expo 2015 è alle porte ma Milano non sembra ancora aver trovato una sua anima o una sua via alla modernità. Probabilmente perché Milano non è una metropoli ma si continua a pensarla come tale. Wittgenstein paragonava il linguaggio alla città: il linguaggio è una fitta stratificazione di parole nuove, parole antichissime, parole trasformate, così come la città è costituita da una più o meno spontanea stratificazione di epoche e opere che rappresentano una sorta di epigrafe in cui può leggersi la storia della città stessa. Come sarà possibile a suo avviso far coesistere le diverse anime di Milano e far sì che la trasformazione in atto sia anche un continuo recupero? Qual è la specificità milanese, se esiste? Da dove si può ripartire? C.S. Difficile dire quale sia la specificità milanese. Quella che mi sembra più evidente deriva dalla sua storia, fatta di continue distruzioni e ricostruzioni. Milano è uno dei più grandi comuni storici, risalente per esempio al medio evo per così dire “eroico”, che non ha conservato quasi nulla, o molto poco (anche se con qualche eccezione grandiosa), delle testimonianze architettoniche della sua storia. Potremmo leggervi una sorta di industriosità pratica lombarda che si mette al primo posto e poi potemmo leggervi altre cose meno esaltanti. Oggi la città è divisa, disarticolata, in palese crisi. La cultura milanese attuale non regge certo il confronto col dopoguerra e con i decenni immediatamente successivi. Qualcosa di meglio, mi pare, sta accadendo, ma il problema è l’impotenza sostanziale della politica nei confronti degli interessi economici particolari, cioè l’incapacità strutturale di far valere le ragioni di tutti e dell’insieme sulle private esigenze e prepotenze. Milano soffre, come altri centri e forse più di altri, la crisi di un modello politico-economico e la crisi di una visione politica e morale. Non sempre si è apprezzati per il fatto di dire queste cose: perché danno evidentemente fastidio a interessi costituiti e perché non si desidera sapere e vedere. Purtroppo non sono queste denunce a presentare il conto, è piuttosto la vita e un destino oggi più che mai planetario. Paci diceva giustamente che alzare un muro, una soglia, è già un gesto profondamente complesso, filosofico e politico, culturale ed economico. Sembra che oggi sia urgente anzitutto abbattere certi muri e varcare certe soglie, anche nel lavoro culturale, che impediscono il confronto e il dialogo tra gli umani di buona volontà. 45 Proponiamo una serie di interviste e di articoli che hanno per tema le peculiarità e le possibilità del medium editoriale, attraverso i racconti di chi ne ha tratto esperienze valide e durature, in cerca di uno sguardo critico su quello che si fa, mentre lo si fa. INTERVISTA A NURANT Un progetto editoriale dedicato all’illustrazione Raumplan. Nurant è una rivista e webzine dedicata all’illustrazione, ma parallelamente organizza anche eventi e workshop. Da dove siete partiti per costruire la realtà di nurant? È un sistema nato progressivamente o era già stato pensato fin dall’inizio nella sua complessità? Nurant. In principio era solo una idea: unire le nostre due passioni, quella per l’editoria (e la grafica editoriale) e quella per l’illustrazione, niente di più. Partendo da questo abbiamo pensato al format della rivista, che però essendo solo un PDF gratuito da scaricare (i primi numeri fino al terzo non sono mai usciti in cartaceo) era un progetto leggero e si fermava al piacere di unire questi interessi. Tutto si è fatto più interessante quando abbiamo fatto uscire dal monitor la nostra pubblicazione, da lì sono nate le presentazioni/mostre e subito dopo i numeri nel loro formato cartaceo. Il nodo è promuovere gli illustratori e il prodotto illustrato per cui abbiamo cominciato a proporre nuove iniziative che ci permettessero di presentare non più solo una rivista, ma un pensiero, il pensiero “Nurant”, tutte le nostre attività sono poi cresciute e integrate nel tempo, partendo dalle relazioni con le persone, gli illustratori, le librerie e tutte quelle entità che abbiamo incontrato sul nostro percorso. R. Il vostro lavoro vi ha portato a mettervi in contatto con figure provenienti da percorsi professionali assai diversi fra loro: ci riferiamo ad esempio alle collaborazioni con SpazioBK, Solo Vinili|Libri, Terracava, Leo Burnett, Gogol&Company. In che misura questi nuovi incontri e ramificazioni hanno condizionato il vostro concept iniziale? E soprattutto quanto è importante per voi entrare in contatto diretto con illustratori e lettori? N. Gli illustratori sono il centro della rivista, per cui collaborare non solo per la realizzazione delle uscite, ma anche nei ìworkshop, eventi, presentazioni, performance e qualsiasi cosa possiamo esplorare è per noi vitale, anche perchè col tempo sono diventati amici, come amici sono diventati tutti coloro con cui siamo entrati in contatto per le collaborazioni. Le persone che incontriamo (illustratori o piccoli editori, lettori ad esempio) sono la risorsa più importante dello sviluppo di nurant, le connessioni che si creano tra le persone rendono possibile la realizzazione di tutti i progetti che ci vengono in mente e che spesso nascono proprio da 46 un incontro apparentemente fortuito. I nostri lettori sono un mondo da esplorare, ogni volta è interessante parlare con loro e sentire che cosa apprezzano nella rivista. Ma dopo tre anni di pubblicazioni ancora vogliamo arrivare a più persone, siamo una rivista piccola, autoprodotta e dalla tiratura molto limitata, ecco perchè partecipiamo alle fiere e facciamo incontri in libreria, parlando del nostro lavoro con le persone creando interesse verso la rivista e il nostro micro-mondo. Ogni nome che hai citato è una piccola storia di Nurant e un piccolo progetto realizzato insieme... Importantissimo è anche citare la rete di collaboratori che si è formata intorno alla rivista, non solo gli illustratori, ma anche i giornalisti, i traduttori, i tutor per i workshop, i librai e tutte le persone che hanno di volta in volta fatto parte della nostra redazione che definirei “estremamente delocalizzata”. R. Che rilevanza ha per voi tutto ciò che non è la rivista, ossia tutto il sistema di eventi? In che modo questi “effetti secondari” finiscono per influenzare la pubblicazione? È forse il caso di non ritenere affatto “secondari” questi aspetti, ma di considerarli parte costituente della rivista stessa? N. Spesso gli eventi e i workshop sono diventati la rivista, o parte di essa, nel senso che sono diventati un modo per esplorare un altro aspetto dei temi che proponiamo di uscita in uscita e poi entrano nella pubblicazione come inserto, ad esempio. Per il numero dedicato al circo è successo che abbiamo fatto un workshop prima del numero realizzando in una giornata una breve storia illustrata che è diventata l’inserto del numero, poi abbiamo fatto un festival di tre giorni in cui con nuovi studenti abbiamo realizzato una volume illustrato (pensato, realizzato e stampato in tre giorni!) sempre sul tema del circo, in questo modo abbiamo capito che la rivista non si può più solo racchiudere alle sue pagine cartacee, perchè c’è molto al di fuori di essa e che completa il tutto. Di questo come detto già nelle righe precedenti c’è la grande rete di relazioni umane che si instaurano tra noi e i lettori, gli illustratori, gli studenti, gli organizzatori delle varie iniziative, cosa che rafforza e alimenta, facendo evolvere, Nurant. R. È stato difficile rendere così popolare un magazine su una disciplina a suo modo di nicchia, o comunque raramente trattata come a sé stante, come l’illustrazione? E, soprattutto, come siete riusciti ad arrivare a un pubblico non di settore? N. Il punto di partenza è stata l’intuizione di fare una rivista su un tema indubbiamente affascinante (l’illustrazione appunto) che al momento della nostra uscita non aveva altri esempi simili in Italia. Crediamo che anche il format, molto semplice abbia aiutato: parlare degli illustratori e il loro lavoro, non molto più di questo. Questo ha reso la nostra rivista “riconoscibile”. Ci fa molto piacere che ci riteniate una rivista popolare nonostante siamo una realtà così piccola, una delle nostre finalità è comunque essere il più possibile un prodotto di stampo mainstream, pur non essendolo affatto. Crediamo poi che l’illustrazione (in senso generale) sia una espressione molto diretta, in una immagine si possono racchiudere molte idee, storie e racconti, cosa che rende il messaggio molto forte, per cui anche immediatamente leggibile. Il pubblico non lo abbiamo progettato o scelto, abbiamo curato la rivista meglio che potevamo, in ogni dettaglio, abbiamo scelto i luoghi in cui venderla, i temi di cui trattare e il modo di trattarli, e questo ha definito, nel tempo, il nostro lettore. Anche la “tattilità” ha determinato un nuovo livello di lettura, nel nostro piccolo, stampiamo di volta in volta su carte diverse, tutte mirate ad esaltare l’illustrazione, e l’oggetto da sfogliare e toccare è per molti elemento di forte interesse. R. Ogni numero di Nurant è imperniato su una tematica diversa. Come decidete? In che misura i temi nascono sulla spinta di eventi particolari o di immediata attualità, da incontri con nuovi illustratori, o da un progetto culturale a lungo termine? N. La risposta sta nell’insieme di tutti questi elementi, insieme alle nostre intuizioni. Di solito abbiamo un piano per le prossime uscite che teniamo flessibile (la natura e la dimensione della rivista ce lo permette), in questo modo ogni qual volta si presenta la possibilità di un progetto o di una collaborazione nuova possiamo abbracciarlo senza stravolgimenti, anche i tempi di lavorazione della rivista di solito ci permettono questa flessibilità, ogni numero viene lavorato uno alla volta, così che possiamo muoverci liberamente nelle nostre decisioni. Un punto importante del progetto è quello di uscire dai canoni lavorativi: gli illustratori lavorano in totale libertà una volta assegnatogli un tema, nessuno viene poi corretto o censurato dopo l’invio dei lavori (ricordiamo esattamente le pochissime eccezioni...) e pure noi ci prendiamo la libertà di fare quello che riteniamo meglio per la riuscita di ogni numero. INTERVISTA A RECIPIENT Le dinamiche di un collettivo Raumplan. Recipient è prima di tutto è un collettivo. Come è iniziata la vostra esperienza? Come siete arrivati a intraprendere questa strada? Recipient. Siamo un gruppo eterogeneo proveniente da varie parti di Italia, ci siamo trovati qui a Milano, i primi ormai più di dieci anni fa. Siamo diventati amici frequentando ambienti comuni tra cui le serate di musica elettronica più sperimentali. Recipient nasce infatti come radio online con 4 canali, di cui uno gestito direttamente dalla community con un sistema di votazi- 47 one. Attorno alla radio son fioriti un sacco di progetti paralleli: dal vjing per gli eventi, alle produzioni musicali, dalle installazioni fisiche agli esperimenti sul web. La comune passione per le nuove tecnologie e l’arte in ogni sua forma è stato il maggior punto di aggregazione e gestirci in tutte queste attività ci ha fatto scoprire la comune visione per l’assenza di gerarchie in favore di una totale orizzontalità dei rapporti interni, nonché la capacità di fare network con le persone più disparate. La via del collettivo è stata probabilmente l’espressione più naturale, di quello che si è andava consolidando di progetto in progetto. R. Quali sono le principali difficoltà che avete trovato nel trasformare un semplice gruppo di amici con interessi affini in un vero e proprio collettivo? Siete riusciti a contare solo sulle vostre competenze, differenti ma comunque affini, per gestire tutte le attività? Lavorare all’interno di un gruppo già affiatato aiuta a superare con più facilità i momenti difficili, ma richiede un lavoro più lungo e approfondito nel ricercare una sensibilità comune senza danneggiare i rapporti. Anche se alcune tematiche hanno richiesto un notevole sforzo per individuare un punto di equilibrio, le logiche dei processi di produzione e sviluppo delle idee, le forme di partecipazione e di collaborazione tra le persone son sempre state chiare a tutti. Recipient è diventato così un ambiente perfetto per tutte quelle figure con una sensibilità spiccata che difficilmente può esprimersi al meglio in ambienti rigidi e gerarchizzati. Con queste condizioni, trovare competenze è stato un po’ come completare un puzzle, le competenze mancanti son state sempre individuate nel nostro network, tra persone che già conoscevamo, che hanno scelto in autonomia in quale forma e con quale costanza collaborare col collettivo, alcuni son diventati il pezzo mancante, altri ci han dato una mano per una parte del percorso. Re. La cosa che colpisce di più è l’eterogeneità delle competenze che ricoprite, che vi permettono di rispondere ad un ampio range di richieste. Come collaborano tra di loro le diverse figure professionali? Vi adattate di volta in volta a seconda del committente? Da bravi nerd abbiamo tutta una serie di strumenti che permettono varie tipologie di flussi di lavorazione, di archiviazione del sapere e del materiale sviluppato durante la realizzazione del progetto e di comunicazione e monitoraggio delle attività del team dedicato. Nonostante questa infrastruttura, anch’essa in costante mutamento sia per ricerca interna che per necessità lavorative, la componente umana è il fattore fondamentale. Cerchiamo di condividere al meglio le conoscenze per permettere a tutti una visione ampia e di responsabilizzare ogni componente così da poter sfruttare a pieno tutte le capacità di tutti i singoli coinvolti, i team variano in base al progetto ma vige una solidarietà condivisa da tutto il collettivo che spesso trascende il confine del gruppo dedicato. R. In campo professionale come viene percepito un collettivo? Nelle relazioni lavorative credete di essere avvantaggiati o penalizzati dalla vostra identità e dalla vostra struttura? Rc. Questo aspetto varia molto a secondo di chi ci troviamo davanti. Nelle relazioni professionali, nonostante tutti conoscano la nostra struttura, spesso la differenza percepita è sottile visto che ogni cliente ha un suo referente e che salvo qualche rara eccezione non vivono l’ambiente collettivo, mentre è sicuramente un fattore di successo nella ricerca di risorse: sviluppatori, creativi e non solo hanno spesso collaborato solo per il clima che abbiamo saputo creare. Nel campo dell’arte abbiamo collaborato con varie realtà collettive riconoscendoci come fratelli com’è stato con i ragazzi di ZaRevue e com’è ora con otolab con cui abbiamo cominciato a condividere gli spazi, ma anche con tanti singoli come Paola Pivi e 2501 che hanno saputo comprendere e condividere la nostra identità. R. In 10 anni il vostro collettivo è cambiato molto. Siete riusciti a mantenere la vostra struttura orizzontale? O è inevitabile giungere a qualche compromesso? Rc. Il cambiamento ha fatto parte del dna di Recipient da sempre. Le considerazioni sulle forme aperte della teoria di Oskar Hansen si possono applicare in maniera perfettamente calzante all’organizzazione di un collettivo, siamo un ambiente aperto, i nostri componenti, i nostri obbiettivi e processi tendono a mutare con la stessa velocità con cui le tecnologie evolvono e i limiti si spostano oltre. Quindi sicuramente in questi 10 anni abbiamo cambiato forme e strutture per cercare di adattarci agli orizzonti possibili e in questi cambiamenti non son mancati compromessi, ma l’orizzontalità non è un valore booleano, è più un punto cardinale a cui tendere e l’idea che possa essere acquisito in forma stabile e completa senza necessità di monitoraggio e cura non è altro che una pericolosa illusione. conversazioni”. Biz Stone. Assolutamente. Lunghe conversazioni, lunghi articoli di giornale, approfondimenti, approci più significativi e rilevanti a ciò che sta accadendo nel mondo--questo è ciò che veramente importa. E in base alla nostra esperienza, questo è ciò che genera molti dei “tweets” e “retweets” e link che vengono condivisi sulla piattaforma. Nascono da qualcuno come te. Sono video su youtube e conversazioni che hai avuto. Sono articoli del The New Yorker, etc. Queste sono le cose che vengono condivise. Senza un formato più lungo, un’approfondimento, una discussione più rilevante, penso che i social media non avrebbero niente ne di social ne di media. Williams. Nel migliore dei casi, sono complementari. Il lungo formato ti stimola idee che vuoi discutere con altre persone, e può accadere anche l’opposto. Conversazioni che nascono da piccole frasi possono catturare l’attenzione di qualcuno e trasformarsi in qualcosa di molto più profondo. Nel peggiore dei casi, la gente diventa ossessionata dal formato breve. Rose. Penso che sia fondamentale per ciò che siamo il poter avere delle conversazioni che abbiano un inizio, una metà e una fine, conversazioni che ci portino a fare un percorso, un viaggio. Questo è ciò che fanno le conversazioni migliori. Ti afferrano, e poi senti la musica, e percepisci il senso del ritmo, e da li parte e costruisce, e ogni aspetto della conversazione umana viene esercitato. Io avrò una conversazione qui, e ad un certo punto, potrò in un certo senso allontanarmi dal tavolo e avere una visuale di, sapete...Fratelli e sorelle, ascoltate! Queste persone stanno dicendo cose interessanti! Charlie Rose. Per più di 20 anni mi sono seduto a questo tavolo e ho avuto conversazioni che spesso sono durate un intera ora. Voi ragazzi avete aperto la strada all’idea di poter dir tutto in 140 caratteri. Stone. Stavo pensando recentemente a come si usa un servizio di ricerca. La gente pone una domanda al motore di ricerca, e questo restituisce ciò che essenzialmente è un documento. Ma spesso, una domanda è meglio posta a un essere umano. Se io chiedo “Dove si trova Howard Street?”, una persona potrebbe rispondere “Dimmi, dove stai andando?” e io direi “Proprio questo hotel qui” al che potrei sentirmi rispondere “Ah, ma allora non devi andare a Howard Street, ma a Market Street!”. Così, avrei dovuto chiedere “Dove si trova Market Street?” Ma non l’avrei mai saputo se avessi chiesto ad un algoritmo. C’è qualcosa nell’interagire con altre persone che ti porta lungo una strada che sprizza…(che brilla? qualcosa di vivo è il senso inespresso, se trovi un verbo migliore ben venga) Ev Williams. Bè, penso che abbiamo aperto all’idea di poter dire qualcosa in 140 caratteri. E che forse, se fatta nel modo giusto, possa essere una cosa utile. Rose: Ma quando ci stavamo sedendo, avete avvertito che “Non dovremmo dimenticare il valore delle lunghe Rose. Esatto. Sto iniziando a capire che per avere una ricerca di valore, la domanda giusta è di suprema importanza. Una persona mi ha detto “Ogni grande libro inizia con una domanda” Il romanzo inizia con una domanda. ma finisce con 13 capitoli. CONVERSAZIONE CON BIZ STONE EV WILLIAMS E E CHARLIE ROSE The long and short of creative conversations Conversazione tratta da fast.co 48 Stone: La domanda che io e Evan ci stiamo chiedendo da un pò è, “Dato il panorama dei media oggi, come si può reimmaginare l’editoria?(la stampa? traduci publishing)” Quella è una domanda enorme. E non conosciamo la risposta, ma è qualcosa con cui stiamo sperimentando. Williams: L’evoluzione della conversazione online, in modo molto generale, è stata che nel corso dell’ultima dozzina d’anni la maggior parte dei nostri sforzi, come quelli di molte altre persone, sono stati concentrati sull’abbassamento della barriera, permettendo a molte più voci di entrare nel discorso pubblico. Rose: Chiunque può avere il suo show. Williams [ride]. Esatto! è iniziata una dozzina d’anni fa con i blog, e chiunque poteva essere editore, tutti potevano avere una voce. La teoria, che si è rivelata giusta in molti casi, era che se avevano qualcosa di utile da dire, prima o poi avrebbero trovato il giusto pubblico. Twitter è un pò l’epitome di questa teoria. Più semplice di così non si può, mandare un messaggio di testo e farlo diventare un “piece of media” fruibile globalmente. Ma ciò non porta necessariamente a una conversazione di qualità. Quindi la domanda ora è, come possiamo alzare il livello del nostro discorso? Non si tratta più di quantità Rose: E come suggerisci di raggiungere questo risultato? Williams. Bè, è un bel problema. Abbiamo un paio di progetti a cui stiamo lavorando. Uno è Branch, una piattaforma di conversazione online, il cui concetto è molto semplice. Se vuoi avere una buona conversazione attorno a questo tavolo, non puoi limitarti a dire “Chiunque voglia venire può venire” e, magari, dire due parole e poi andartene, come se fosse un buffet. Questo è ciò che è stata la conversazione online nell’ultimo decennio, e ha il suo fascino. L’apertura è ottima, ma non porta a conversazioni di qualità. Quello che fa Branch è permettere alle persone di organizzare conversazioni e dire, “Chiunque può guardare, ma limitiamo chi può effettivamente sedere al tavolo e parlare” Stone. Qualcuno inizia coll’invitare persone a discutere un argomento su Branch. In quel modo, è quasi speculare a quello che stiamo facendo qui Rose. Infatti. Ci sono stati non so quanti tentativi di creare conversazioni attorno a un tavolo per un programma televisivo, usando il tavolo per unire le persone, e con qualcuno a condurre perchè qualcuno doveva far partire la conversazione Williams. E anche qualcuno per farla finire, per dire “Grazie a tutti, penso che questo sia il nocciolo di ciò che abbiamo imparato” Rose: Esattamente Williams: Un altro progetto a cui stiamo lavorando, Medium, è più simile al blogging. L’idea è che chiunque 49 possa contribuire, e le idee migliori scorrono verso la cima, e interagire l’una con l’altra. Quel che lo differenzia dal resto del Web è che è meno concentrato sull’ora e adesso, e più su riflessioni e cose che evolvono col tempo e hanno una “data di scadenza” più lunga. è un modo di lanciare un idea nel mondo esterno, lavorarci e ottenere un feedback. Ma abbiamo appena iniziato a costruirla. Quando penso all parola “conversazione”, ce n’è un altra che mi viene in mente, e questa è “coinvolgimento”. Quando si ha una bella conversazione, si viene coinvolti con l’altra persona. E una volta coinvolti, si può imparare qualcosa. Tutto questo è difficle da ricreare nel nostro businness. Rose. Un altra parola che uso in relazione alla conversazione, è che ha bisogno di una certa chiarezza. Devi preparare, ascoltare e coinvolgere. Il coinvolgimento è un elemento cruciale. Non è una cosa casuale, intendo dire. Williams. Nessuno è riuscito a ricreare questa cosa online, eccetto raramente nelle e-mail, quando le persone si appassionano a... Rose. Cosa sta succedendo alla posta elettronica? Williams. Non tanto quanto dovrebbe succedere. Per un certo verso, la posta elettronica è il testimone più intimo delle nostre vite. Eppure non è cambiato molto dai tempi di Hotmail. Ci teniamo i file. La usiamo per condiviere foto dei nostri figli. Ci conserviamo le ricevute (dei pagamenti online, ndr). La psota elettronica sa molto delle nostre vite. Non vedo l’ora che qualcuno le dia un occhiata da un angolo completamente diverso. è più che pronta per una reimmaginazione. Qualcuno lo farà. Rose: Interessante. è il modo con cui abbiamo creato This Morning, per la CBS. Abbiamo detto “Non proveremo a fare quello che sta facendo qualcun’altro” Ci hanno provato a lungo, e fallito. Quindi è la nostra peculiarità, in un certo senso, fornire il tipo di programma e ottenere il tipo di dialogo di cui hai bisogno. Stone: Ciò a cui stai arrivando è l’idea di non provare a ricreare quel che qualcun’altro ha fatto e invece concentrarti su ciò che ti ispira, che è emotivamente importante per te. Rose. Giusto. Stone. è il modo migliore di approciare qualunque progetto. Se non sei emotivamente coinvolto, non avrà mai lunga vita. è il motivo per cui Ev ed io gravitiamo intorno alla stessa cosa, che è quest’idea di un sistema su larga scala che permetta alle persone di esprimersi. Williams: Medium è un pò il culmine di 15 anni di lavoro su questo sistema. Twitter è pensato per il real time. Quando ho smesso di occuparmi dell’ordinaria amministrazione li, volevo tornare al mio blog. Naturalmente, guidando una compagnia come Twitter, non avevo molto tempo per farlo. Volevo scrivere ancora, scrivere cose più profonde, poter pensare. E ho scoperto che gli strumenti non si erano evoluti nell ultimo decennio o giù di lì. Ciò che ha perlopiù ha monopolizzato l’attenzione su Internet negli ultimi anni è stato l’abbassamento della barriera, il connettere persone, ottenere feedback velocemente. Non c’è stato molto lavoro sull’innalzamento della qualità. E adesso abbiamo a che fare con un mondo di infinita informazione. Ci sono due risposte alla pubblicazione infinita di cose sul web ogni giorno. La prima è di farlo più velocemente ed economicamente. La seconda è approfondire. C’è una forte richiesta di approfondimento. E possibilmente le due cose sono complementari. Forse è ciò che sta in mezzo che sparirà. Sarà molto veloce e poco profondo, e da questo trarrà il suo valore, oppure si tratterà di argomenti più rilevanti, approfonditi e significativi. Ma Ev è disposto a ascoltare per un certo periodo di tempo. Ora--questo è un cattivo esempio--io potrei dire, immagina che non ci sia gravità, ok? E sai, la conversazione potrebbe condurre a una buona idea che potrebbe funzionare con la gravità. Stone:.La citazione che sovviene è di Albert Einstein “L’informazione non è conoscenza” Williams. Abbiamo sempre detto, se potessimo unirci, saremmo tanto bravi quanto un solo uomo. Rose. Si. Stone. Quindi come possiamo, ora che viviamo in un mondo di infinita informazione, fare un passo indietro e provare a comprendere, come trasformiamo l’informazione--come la trasmutiamo alchemicamente in vera comprensione e conoscenza? Williams. E non solo per l’individuo, ma per la società. Voglio dire, 15 anni fa, pensavo veramente--e molti di noi lo pensavano--una volta che chiunque potrà pubblicare, una volta che la verità sarà uscita, per così dire, la società sarà più sveglia e prenderà decisioni migliori. Dai un occhiata allo stato attuale delle cose e pensi, okay, forse non è del tutto vero. Voglio dire, c’è molta piu informazione e molto più chiasso, ed è di fatto più semplice manipolare i media di prima. Anche se la verità è sicuramente la fuori, non per forza è a quella che la gente presta attenzione. Quindi il nostro obiettivo ultimo è di spostare il discorso e le decisioni della società, così che non si tratti solo di attenzione, popolarità, numero di pagin viste e click. Stone. Ciò fa capire molto della nostra (di Stone e Ev, ndr) visione positiva del mondo. Le persone sono fondamentalmente buone; se hanno a disposizione i giusti strumenti, lo proveranno ogni giorno. Rose: Sapete, la conversazione apre in te un posto in cui non ti aspettavi necessariamente di arrivare. In qualunque conversazione, più ne sai meglio è. D’altro canto, se questo in qualche modo ti impedisce di essere spontaneo, ciò che sai potrebbe rivelarsi un ostacolo. Non puoi essere ostaggio della tua stessa ricerca. Stone: Il modo in cui io ed Ev lavoriamo insieme è questo, io potrei venir fuori con qualcosa di ridicolo. 50 Rose. E il modo in cui lui reagisce sarebbe molto diverso da quello in cui reagirei io. è legato a un altra parola che non abbiamo menzionato: curiosità. Ci sono domande. coinvogimento, curiosità. Io probabilmente ho un problema--dovrei sprecare meno tempo a inseguire la mia curiosità e magari limitare i miei campi d’azione così da poter scavare di più. Stone. Bè, è carburante. Voglio dire, sei estremamente concentrato: è la tua curiosità che ti permette di avere questa pletora incredibile di conversazioni per produrre questa esperienza altamente sviluppata (parlando dello show, ndr). Quindi, sei un pò come noi due mesi insieme.