Terapie di supporto
nel tumore
del polmone
A cura di:
Silvia Novello
Università di Torino,
AOU San Luigi Orbassano (TO)
e
Cristina Mantovani
Università di Torino,
AOU San Giovanni Battista (TO)
Indice
pag. 4
pag. 5
pag. 12
pag. 16
pag. 20
1. Ruolo dei globuli
bianchi e
dell’emoglobina
2. Neutropenia
3. Anemia
4. Nausea e Vomito
5. Metastasi ossee
pag. 21
- DIFOSFONATI
pag. 23
- RUOLO DELLA
RADIOTERAPIA
pag. 25
pag. 34
6. Il Dolore
7. Glossario
1. Ruolo dei globuli bianchi
e dell’emoglobina
Il midollo osseo produce tre importanti componenti del sangue:
globuli rossi, che sono i trasportatori dell’ossigeno
del nostro organismo
globuli bianchi, che rappresentano le nostre difese
nei confronti delle infezioni
piastrine, che contribuiscono nel processo di coagulazione
La chemioterapia, la radioterapia e i farmaci a bersaglio molecolare (questi
ultimi in maniera meno marcata rispetto alla chemioterapia) possono
distruggere alcune cellule del midollo osseo, così che vengano prodotti
meno componenti del sangue.
Spesso la tossicità ematologica richiede una sospensione della
terapia e/o una sua riduzione di dose. Sarà il medico di riferimento
a valutarne l’entità e a decidere i provvedimenti adeguati
4
2. Neutropenia
Si parla di:
LEUCOPENIA se si riduce il numero di globuli bianchi.
Per NEUTROPENIA si intende la riduzione del numero di neutrofili,
che sono quella parte di globuli bianchi specificatamente deputati
a combattere le infezioni.
In molti casi la tossicità ematologica è assolutamente asintomatica (ossia
non causa nessun disturbo) e si riscontra solo con gli esami del sangue
che vengono effettuati periodicamente durante la chemioterapia.
Nella maggior parte dei casi, qualora il trattamento chemioterapico
provochi neutropenia, questa si verifica intorno al quindicesimo giorno dal
termine del trattamento. Questa tempistica varia comunque a seconda
del trattamento. Il giorno in cui è maggiore il rischio di abbassamento dei
componenti del sangue viene identificato come nadir.
La LEUCOPENIA (e la NEUTROPENIA) può comportare una difficoltà
dell’organismo nel difendersi dalle infezioni. La reazione a tale evento
dipende comunque dalle condizioni generali della persona e dall’entità del
calo dei valori.
LIEVE
MODERATA
IMPORTANTE
1500-1000/μL
1000-500/μL
< 500/μL
Gravità della Neutropenia in base al numero dei Neutrofili
riscontrati con l’esame del sangue
L’infezione può insorgere in qualunque parte del corpo (cavo orale, cute,
apparato respiratorio, tratto urinario o intestinale, apparato genitale, ecc)
e si può associare a febbre.
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Quali possono essere segni di infezione, a cui prestare attenzione e da
riferire al proprio medico:
temperatura corporea 38°C (o superiore)
brividi
sudorazione
diarrea (che può peraltro
essere anche un effetto
collaterale della terapia)
sensazione di bruciore
quando si urina
tosse (non presente prima o
con diverse caratteristiche:
es. con più espettorato)
arrossamento e dolore nei
pressi della sede di inserzione
dell’accesso venoso centrale
(se presente)
dolore addominale
Quali accorgimenti adottare in caso di Neutropenia
In alcuni casi il medico di riferimento può porre indicazione ad eseguire
terapia antibiotica a scopo profilattico (ossia per prevenire una possibile
infezione) e/o terapia (fiale da iniettare per lo più sottocute) con fattori di
crescita per la serie bianca, ossia farmaci che aiutano la produzione di
globuli bianchi da parte del midollo osseo.
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Che cosa sono i fattori di crescita per la serie bianca?
I fattori di crescita per la serie bianca sono farmaci che aiutano il nostro
midollo a produrre più globuli bianchi. I fattori di crescita sono normalmente
prodotti dal nostro organismo ed esistono anche sotto forma di farmaci.
I fattori di crescita per la serie bianca possono ridurre la possibilità di
sviluppare un’infezione. È importante seguire anche gli accorgimenti
indicati a pagina 11 e segnalare al proprio medico possibili segni/sintomi
di infezione (vedi pag. precedente), pur eseguendo correttamente la terapia
con i fattori di crescita per la serie bianca.
In Italia esistono in commercio diversi tipi di fattori di crescita per la serie
bianca:
lenograstim
filgrastim
filgrastim peghilato
Questi tre farmaci lavorano in modo simile; la forma peghilata ha una
sostanza aggiunta, che le consente di restare attiva più a lungo.
È comunque il medico di riferimento che prescriverà uno di questi farmaci.
Come eseguire la terapia con i fattori di crescita
per la serie bianca
Il farmaco va conservato in frigo. Prima di somministrarlo va
lasciato a temperatura ambiente per qualche minuto. Non
scuotere la fiala o la siringa prima di praticare l’iniezione.
La cadenza con cui il farmaco va somministrato verrà indicata
dal medico di riferimento. Come indicazioni generali:
la somministrazione è giornaliera (con una durata complessiva
della cura indicata dal medico di riferimento, fino ad un
massimo di 14 giorni)
la forma peghilata viene somministrata ogni 21 giorni (ossia
con la stessa cadenza della maggior parte dei cicli di
chemioterapia)
La maggior parte dei fattori di crescita per la serie bianca oggi in
commercio, è già pronta per l’uso in sirighe preriempite.
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Qualora invece il farmaco prescrittovi fosse all’interno di una fiala, seguite
le indicazioni riportate nella figura di seguito.
Fiala
Come preparare la siringa per l’iniezione
1
Preparare il materiale su un piano pulito. Lasciare
che il composto raggiunga temperatura ambiente
(pochi minuti).
2
Togliere il tappo alla fiala ripulendo la parte in cui
inserire l’ago con cotone imbevuto di alcool.
3
Inserire l’ago nel
gommino della fiala
spingendo dentro
l’aria.
4
Aspirare il
contenuto della fiala
nella siringa.
Chi esegue l’iniezione deve prima lavarsi accuratamente le mani col sapone.
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Iniezione
Dove eseguirla
Detergere bene la zona corporea in cui verrà effettuata l’iniezione con
salviettine disinfettanti oppure cotone imbevuto di alcool o disinfettante.
Una volta preparata la siringa, individuare la zona per voi più agevole.
L’iniezione può essere praticata in
vari punti del corpo: identificate una
zona e disinfettatela accuratamente
prima di inserire l’ago.
L’iniezione sottocutanea è facile da
eseguire, non è pericolosa e può
essere eseguita anche da personale
non necessariamente medico o
infermieristico.
Iniezione
Come eseguirla
1
Dopo aver disinfettato la cute,
sollevare una piega tra due dita.
2
Inclinando la siringa di circa
45°, inserire tutto l’ago nella
pelle. Premere lentamente lo
stantuffo. Se dovesse risalire
del sangue nella siringa interrompete l’iniezione ed eseguitela in un’altra zona.
3 Terminata l’iniezione rimuovere l’ago con la stessa inclinazione con la quale è stato
inserito.
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Quali effetti collaterali possono causare questi
farmaci
Quando vengono somministrati, questi farmaci provocano un aumento
notevole dei globuli bianchi: per questo, pur essendo fondamentalmente
dei prodotti naturali, possono causare degli effetti collaterali.
Le possibili reazioni sono soggettive e quindi difficili da prevedere, ma in
genere questi sono farmaci ben tollerati e gli eventuali effetti collaterali di
breve durata e facilmente controllabili.
Dolore osseo e muscolare: alcune persone
lamentano dolore alla schiena, al bacino, alle
braccia e alle gambe, che scompaiono
comunque quando la terapia con i fattori di
crescita per la serie bianca viene interrotta.
Possono dare sollievo massaggi nella zona
dolente, così come l’utilizzo (previo colloquio
con il medico di riferimento) di un farmaco
antidolorifico antinfiammatorio.
Arrossamento e prurito nella zona dove è
stata praticata l’iniezione: solitamente tale
reazione sparisce rapidamente.
Reazione allergica generalizzata: con febbre,
brividi, mancanza di fiato, battiti cardiaci accelerati e
ritenzione di liquidi. È importante informare subito il medico di
riferimento; può essere utile assumere paracetamolo e, ove necessario,
recarsi al più vicino Pronto Soccorso.
Nausea, vomito e diarrea: sono effetti che si verificano molto raramente
(vedi suggerimenti su Libretto “Gestione pratica dei più comuni effetti
collaterali - Terapie a Bersaglio Molecolare”).
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Come comportarsi in caso di leucopenia/neutropenia?
lavarsi spesso le mani durante il giorno (soprattutto prima dei pasti e
dopo essere andati alla toilette)
non frequentare persone con infezioni che si potrebbero facilmente
contrarre (raffreddore, influenza, morbillo, ecc)
non frequentare ambienti sovraffollati (come cinema, mezzi di trasporto
pubblico, bar, teatri)
utilizzare guanti di protezione nel fare giardinaggio o nell’effettuare
pulizia di animali o bambini piccoli (es. nel cambiare loro il pannolino)
non utilizzare nessun farmaco che possa modificare le difese
immunitarie, prima di consultare il medico di riferimento
Neutropenia Febbrile
Si parla di Neutropenia Febbrile quando viene riscontrata anche una
sola volta una temperatura corporea pari a 38.5 °C o una temperatura
persistentemente superiore o uguale a 38 °C, che si accompagna a un
numero totale di neutrofili inferiore a 500/μL.
La concomitanza della febbre e della neutropenia è da tenere in alta
considerazione: diventa pertanto indispensabile segnalare l’aumento della
temperatura corporea, qualora il medico abbia riferito l’abbassamento dei
neutrofili emerso dagli esami del sangue.
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3. Anemia
L’ANEMIA può comportare uno o più dei seguenti disturbi:
stanchezza
mancanza di fiato (detta anche dispnea)
pallore
tendenza ad avere freddo
vertigini/capogiri
Come affrontare i disturbi legati all’anemia?
concedersi dei periodi di riposo durante la giornata
limitare le attività giornaliere a ciò che è strettamente indispensabile
e chiedere il supporto di amici e familiari nel gestire attività più
impegnative
consultarsi con l’oncologo di riferimento e/o con il personale
infermieristico su attività fisiche consentite/consigliate
cercare di mantenere una dieta bilanciata (non è mangiando solo più
carni rosse che i globuli rossi torneranno a valori normali!) e bere molti
liquidi
non fare movimenti rapidi nell’alzarsi dal letto o da una poltrona, per
evitare vertigini/capogiri
In caso di anemia il medico di riferimento
può porre indicazione ad eseguire una
terapia (fiale da iniettare per lo più
sottocute) con fattori di crescita
per la serie rossa, ossia farmaci che
aiutano la produzione di globuli rossi
da parte del midollo osseo,
e/o ad effettuare una o più
trasfusioni di sangue.
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Che cos’è l’eritropoietina?
L’eritropoietina è una proteina prodotta dal nostro organismo deputata a
stimolare il midollo osseo a produrre globuli rossi. Esiste anche come
composto farmacologico.
Ci sono casi in cui il medico di riferimento potrà prescrivere l’eritropoietina,
nel caso in cui sia presente anemia. L’eritropoietina (che può essere
utilizzata in corso di radioterapia o chemioterapia) non si sostituisce alle
trasfusioni di sangue.
Ci sono in commercio due tipi di eritropoietina, che lavorano in maniera simile:
epoetina
darbepoetina
La darbepoetina ha un profilo farmacologico che le consente di restare
attiva più a lungo.
È comunque il medico di riferimento che prescriverà uno di questi farmaci.
Perché in alcuni casi l’eritropoietina è utile?
Quando la chemioterapia e/o la radioterapia provocano una riduzione del
numero di globuli rossi circolanti nel sangue, in conseguenza di un
rallentamento della loro produzione a livello del midollo osseo, si manifesta
l’anemia. Questa può essere asintomatica (ossia solo un riscontro casuale
durante i periodici esami del sangue di controllo) o provocare sintomi quali
stanchezza o mancanza di fiato (vedi “anemia” pag. 12).
Al termine del trattamento il numero dei globuli rossi pian piano risale, ma
questo può richiedere del tempo. La terapia con eritropoietina aumenta la
produzione di globuli rossi a livello midollare nell’arco di 2-3 settimane
dall’inizio del suo utilizzo.
Come viene effettuata la terapia con eritropoietina?
L’eritropoietina viene somministrata per via iniettiva sottocutanea (vedi Figura
“Iniezione: Dove eseguirla” e Figura “Iniezione: Come eseguirla”, pag. 9).
La cadenza della somministrazione e la durata della terapia verranno indicate
dal medico di riferimento. Come informazione generale, l’eritropoietina può
essere somministrata giornalmente (per un numero totale di giorni, che verrà
indicato dal medico di riferimento), settimanalmente o ogni 3 settimane.
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Solitamente l’utilizzo dell’eritropoietina viene protratto fino ad un mese dalla
fine della terapia (chemioterapia o radioterapia), ma la durata della terapia
con eritropoietina viene comunque decisa dal medico di riferimento sulla
base dei valori dei globuli rossi e dell’emoglobina.
In alcuni casi il medico di riferimento prescriverà una terapia con ferro in
aggiunta all’eritropoietina.
Seguendo le indicazioni di pagina 9, o del medico di riferimento (o del
personale infermieristico) l’iniezione sottocutanea la può praticare lo stesso
paziente e/o un familiare.
Quali sono i possibili effetti collaterali
dell’eritropoietina?
La quantità di ertitropoietina necessaria al nostro organismo in condizioni
normali è molto bassa. Quando si rende necessaria la somministrazione di
eritropoietina, il suo livello nel nostro organismo aumenta notevolmente e
questo può provocare l’insorgenza di alcuni effetti collaterali. Solitamente,
qualora si presentino, gli effetti collaterali non sono gravi.
Sintomi simili ad un’influenza: dolori diffusi, stanchezza, vertigini.
Solitamente questi effetti compaiono all’inizio della terapia con
eritropoietina e il medico potrà prescrivere farmaci, quali il paracetamolo,
che solitamente attenuano questi disturbi.
Cefalea (mal di testa)
Aumento della pressione sanguigna: è importante segnalare al
medico di riferimento se si assumono farmaci per il controllo della
pressione e, qualora si abbia la possibilità di misurarla al domicilio,
se vi sono dei rialzi pressori dopo l’inizio della terapia con
eritropoietina. Il medico di riferimento controllerà i valori pressori
durante le visite periodiche.
Irritazione cutanea: arrossamento, prurito nella sede dove
l’iniezione viene praticata. Questo effetto può essere attenuato
cambiando ogni volta la sede in cui praticare l’iniezione. (vedi Figura
“Iniezione: Dove eseguirla”, pag. 9)
Molti studi riportano i benefici dell’utilizzo dell’eritropoietina in pazienti affetti
da patologia tumorale. Esistono anche studi che riportano una crescita
tumorale e un aumento di eventi trombotici in associazione con l’utilizzo
di questo farmaco. L’indicazione alla terapia con eritropoietina si basa su
valutazioni soggettive che il medico oncologo fa caso per caso.
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Trasfusione di sangue
La trasfusione di sangue deve essere considerata semplicemente come
uno dei mezzi per correggere l’anemia. I sintomi correlati all’anemia (vedi
pag. 12) si attenuano in genere rapidamente dopo aver eseguito una
trasfusione di sangue, portando un beneficio alla qualità di vita nell’arco
delle successive 24 ore. Questo beneficio a volte è transitorio e ci sono
casi in cui possono essere necessarie più trasfusioni di sangue.
Ricevere una trasfusione di sangue
Qualora il medico di riferimento dia indicazione a eseguire una trasfusione
di sangue per la prima volta, viene controllato il gruppo sanguigno: anche
quando questo sia già noto, verrà comunque eseguito un prelievo di
sangue per accertarlo e il risultato verrà allegato alla cartella clinica per
eventuali future trasfusioni di sangue.
La trasfusione viene eseguita per via endovenosa, utilizzando un accesso
venoso del braccio o l’accesso venoso centrale.
Il sangue è contenuto in sacche di materiale plastico, che ne contengono
mezzo litro: una singola trasfusione può prevedere una o più sacche a
seconda del valore dell’emoglobina registrato al controllo di sangue e
secondo la prescrizione del medico di riferimento. La trasfusione di una
singola sacca può durare da una a due ore. Qualora siano sufficienti 1 o
2 sacche di sangue, la trasfusione può essere praticata in Day Hospital.
Possibili effetti collaterali correlati
alla trasfusione di sangue
Durante la trasfusione può esserci un aumento della temperatura
corporea, dei battiti cardiaci o della pressione arteriosa: il personale
infermieristico può monitorare questi parametri. Possono poi comparire:
cefalea e arrossamento cutaneo, che possono essere alleviati per esempio
con la somministrazione del paracetamolo (secondo indicazione del
medico di riferimento).
Molte persone temono le infezioni dall’infusione di sangue, ma il controllo
che viene oggi fatto sulle sacche e sui donatori è rigoroso e i casi di
infezione sono da considerarsi eventi eccezionali.
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4. Nausea e vomito
Nausea e vomito sono disturbi che spesso si verificano in modo
contemporaneo, ma sono anche due condizioni cliniche distinte. La
nausea è una sensazione spiacevole, che non sempre è seguita dal
vomito: si manifesta come un vago disagio o malessere localizzato
nell’area sotto lo sterno (l’osso centrale piatto del torace), a livello della
gola o diffuso in tutto l’addome (pancia). In associazione alla nausea si
possono manifestare: aumento della salivazione, vertigini, lieve cefalea,
difficoltà nella deglutizione (detta disfagia), variazioni della temperatura
cutanea e aumento della frequenza cardiaca (tachicardia).
Il vomito (emesi) è un meccanismo attraverso il quale il nostro organismo
espelle le sostanze tossiche e corrisponde a un’energica contrazione della
muscolatura dello stomaco e addominale, che provoca la fuoriuscita del
contenuto dello stomaco, del duodeno e del digiuno prossimale (due parti
dell’intestino) attraverso la bocca. A volte si presentano solo dei conati,
ossia degli sforzi muscolari senza emissione di materiale.
Oltre che dai farmaci e/o dalla radioterapia la nausea e il vomito possono
dipendere anche dalla reattività individuale, dalla malattia stessa, da
eventuali infezioni concomitanti, da fattori psicologici e dallo stato emotivo.
Qualora la nausea e il vomito si manifestino UNICAMENTE nei giorni in cui
ci si reca in ospedale (per visite periodiche, esecuzione esami), a indicare
lo stato di ansia legato al timore che vengano date nuove comunicazioni
in merito a malattia e/o terapia e all’esito degli esami, allora possono
essere utili farmaci ansiolitici (come le benzodiazepine), sempre su
indicazione del medico di riferimento.
Sia la nausea che il vomito sono controllabili nella maggior parte dei casi con
l’utilizzo di farmaci appositi (detti
antiemetici) e con alcuni accorgimenti pratici. I farmaci antiemetici
funzionano diversamente e pertanto
non bisogna scoraggiarsi qualora il
primo prescritto non dovesse
funzionare.
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Quando associati al trattamento chemioterapico la nausea e il vomito
possono essere:
a inizio acuto: ossia pochi minuti dopo la somministrazione della
chemioterapia, con un massimo dopo 5-6 ore e con regressione
nell’arco delle prime 24 ore
a inizio ritardato: ossia più di 24 ore dopo la somministrazione della
chemioterapia. Per esempio dopo un farmaco come il cisplatino
(un chemioterapico spesso utilizzato nel trattamento del tumore
polmonare), la nausea e il vomito possono essere intensi dopo 48-72
ore dalla somministrazione e talvolta protrarsi per 6-7 giorni
anticipati: ossia influenzati da precedenti esperienze di vomito o
scatenati dal semplice accesso in ospedale
È importante parlare di questi disturbi
con il medico di riferimento perché esistono farmaci
e accorgimenti utili per affrontarli.
La nausea e il vomito sono forse tra i sintomi che più preoccupano i pazienti
che debbano iniziare un trattamento chemioterapico e la chemioterapia spesso
viene considerata dal paziente causa diretta e certa di nausea e vomito.
In realtà non tutti i farmaci causano questi disturbi e soprattutto non tutti
lo fanno allo stesso modo. La capacità di un farmaco antitumorale di
provocare nausea e vomito, detta “potenziale emetogeno”, è quindi
diversa da un farmaco all’altro, ma anche da un paziente all’altro e dipende
inoltre dalla dose di farmaco chemioterapico utilizzata.
Esistono 5 livelli di potenziale emetogeno in base alla frequenza con cui
si verifica la sintomatologia:
Potenziale
emetogeno
5
4
3
2
1
Frequenza
dell’emesi
>90%
60 – 90%
30 – 60%
10 – 30%
<10%
Farmaci
chemioterapici
Carmustina
(>250 mg/mq)
Cisplatino
(>50 mg/mq)
Ciclofosfamide
(>1500 mg/mq)
Dacarbazina
Mecloretamina
Streptozocina
Carboplatino
Citarabina
(>1 g/mq)
Doxorubicina
(>60 mg/mq)
Metotrexate
(>1000 mg/mq)
Procarbazina
Epirubicina
Idarubicina
Ifosfamide
Mitoxantrone
Doxorubicina
Oxaliplatino
Irinotecan
Exametilmelamina
Docetaxel
Etoposide
5Fluorouracile
Gemcitabina
Mitomicina
Paclitaxel
Pemetrexed
Topotecan
Bleomicina
Busulfan
Clorambucile
Idrossiurea
Vinblastina
Vincristina
Vinorelbina
Bevacizumab
Cetuximab
Gefitinib
Erlotinib
Questa tabella è solo indicativa: il medico di riferimento potrà fornire
indicazioni più dettagliate e personalizzate.
17
A C C O R G I M E N T I
C O N T R A S T A R E
V O M I T O
U T I L I
P E R
N A U S E A
E
Evitare gli odori che inducono nausea (cibo, profumi, fumi).
Cercare di non mangiare e comunque non restare a lungo nella
stanza dove vengono cucinati i cibi
Bere tendenzialmente fuori dai pasti e non durante gli stessi
Prediligere bevande non gassate, fresche e non zuccherate
Prediligere le carni bianche
Introdurre piccole quantità di cibo, privilegiando piccoli pasti
più volte nell’arco della giornata, in modo che lo stomaco non
resti mai completamente vuoto
Masticare i cibi lentamente
Introdurre i cibi a temperatura ambiente (evitando cibi e
bevande troppo fredde o troppo calde)
Può aiutare tenere in bocca un cubetto di ghiaccio
Dopo i pasti riposare in poltrona, evitando di andare a letto
Solitamente la mattina è il momento di maggiore benessere:
in tal caso fare una prima colazione ad alto contenuto nutritivo
Quando si ha la nausea, cercare di respirare in modo tranquillo
e dalla bocca
Indossare scarpe e vestiti comodi
Possono essere utili tecniche di rilassamento: chiedete al
medico di riferimento se è a conoscenza di iniziative vicino
al vostro domicilio.
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I N C A S O D I N A U S E A
M E G L I O E V I T A R E D I
O VOMITO
Coricarsi nelle 2 ore successive all’assunzione del cibo
Sforzarsi di ingerire cibo contro la propria volontà
Mangiare carni rosse
Mangiare cibi troppo pesanti,
che risulterebbero difficili da digerire
(cibi fritti, speziati, grassi o troppo dolci)
Farmaci contro la nausea e il vomito
Sarà il medico di riferimento a indicarvi se è necessaria una terapia
antiemetica (ossia per controllare nausea e vomito) e in tal caso a
prescrivervi il farmaco appropriato.
Esistono numerosi farmaci antiemetici, tra cui metoclopramide,
clorpromazina, aloperidolo oppure ondansetron, granisetron, dolasetron,
palonosetron, aprepitant.
Spesso l’aggiunta di cortisone aiuta l’effetto del farmaco antiemetico.
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5. Metastasi ossee
Lo scheletro è la più comune sede di metastatizzazione (ossia le cellule
tumorali possono raggiungere l’osso attraverso la circolazione sanguigna)
e le metastasi ossee sono una delle principali cause di dolore riportate nei
pazienti affetti da tumore. La presenza di metastasi ossee può essere
responsabile di alcune complicanze importanti quali:
l’immobilizzazione protratta: in considerazione della presenza di
metastasi ossee in determinate sedi il medico di riferimento vi consiglierà
di rimanere a letto anche per tempi lunghi
fratture ossee patologiche: ossia si possono avere delle fratture in
alcuni punti dello scheletro NON come conseguenza di un trauma, ma
proprio perché l’osso è indebolito dalla presenza della malattia
ipercalcemia (incremento della quantità di calcio presente nel sangue):
tutti noi abbiamo una quota di calcio che circola nel sangue e che
può aumentare in caso di metastasi ossee. Per questo il medico di
riferimento può richiedere esami del sangue per valutare questo valore.
L’ipercalcemia può causare alcuni sintomi quali: stanchezza,
irritabilità, nausea e vomito, confusione mentale. I difosfonati (vedi
pag. 21) possono ridurre il calcio circolante in caso di ipercalcemia da
metastasi ossee
compressione midollare e/o delle radici nervose: a seconda del punto
dello scheletro, interessato dalla metastasi, il midollo osseo (contenuto
all’interno della colonna vertebrale) o alcune radici nervose possono
rimanere schiacciate. Alcuni esami radiologici mirati aiuteranno il medico
di riferimento a capire meglio dove sia localizzata la metastasi e quali
problemi possa eventualmente creare
In alcuni casi le metastasi ossee possono richiedere un intervento
chirurgico oppure un trattamento radioterapico (vedi pag 23).
Nell’osso normale sono presenti due tipi di cellule (che si chiamano:
osteoblasti e osteoclasti), che lavorano per mantenere la compattezza e la
forza di questo tessuto. Molto schematicamente:
gli osteoclasti distruggono l’osso vecchio
gli osteoblasti costruiscono nuovo osso
20
Le metastasi ossee causate da tumore polmonare sono caratterizzate da
un aumento dell’attività degli osteoclasti. Quello che succede all’osso sede
di metastasi da tumore polmonare è che viene a mancare una parte della
sua struttura (proprio perché gli osteoclasti lavorano di più), rendendolo
così più fragile. Questo processo viene chiamato osteolisi tumorale e alla
radiografia appare come un’area meno densa, meno compatta rispetto
all’osso circostante.
I DIFOSFONATI
In caso di metastasi ossee, insieme alla chemioterapia, alla radioterapia
e/o ad altri trattamenti (per esempio con farmaci a bersaglio molecolare),
anche i difosfonati rivestono un ruolo molto importante. I difosfonati
intervengono quando l’attività degli osteoclasti è eccessiva (come
nell’osteolisi) ricostituendo l’equilibrio fra l’attività di osteoblasti ed
osteoclasti, facendo così in modo che meno calcio passi dall’osso al
circolo sanguigno e facilitando la ricalcificazione dell’osso sede della/e
metastasi.
I difosfonati maggiormente utilizzati per le metastasi da tumore polmonare
sono il pamidronato e l’acido zoledronico. Entrambi vengono somministrati
per via endovenosa con schemi, dosaggi e tempistiche, che vengono
valutate dal medico di riferimento. In generale:
l’infusione può durare da 30 minuti a più di 3 ore
solitamente la somministrazione viene ripetuta ogni
3-4 settimane per un totale di 6-8 somministrazioni
questi farmaci non interferiscono con le altre
terapie (quali la chemioterapia o la radioterapia)
periodicamente il medico di riferimento
controllerà i livelli di calcio nel sangue
mediante esami del sangue
21
Possibili effetti collaterali dei difosfonati
Ogni individuo reagisce in modo differente ai farmaci e quindi, anche per i
difosfonati, le reazioni cambiano da persona a persona. In linea generale
questi sono comunque farmaci ben tollerati, che causano solitamente
effetti collaterali blandi e in una percentuale minima di pazienti.
Qualora si presentino degli effetti collaterali, i più frequenti sono:
Aumento del dolore osseo: ci sono casi in cui il dolore correlato alle
metastasi ossee può temporaneamente aumentare dopo la
somministrazione del difosfonato. È importante parlarne con il proprio
medico di riferimento così che possa riaggiustare la terapia del dolore
fino a quando questo effetto non si risolva
Sintomi simil-influenzali: comprendenti febbre, brividi, dolori articolari
e muscolari
Ancora meno comuni rispetto agli effetti collaterali sopra riportati:
Una importante riduzione del calcio circolante: che è un evento raro e
comunque transitorio. Viene evidenziato facendo periodicamente gli
esami di sangue secondo l’indicazione del medico di riferimento
Nausea e vomito: (vedi pag. 16)
Dolori addominali (mal di pancia), stitichezza o diarrea: sono effetti
transitori, che vanno peraltro segnalati al medico di riferimento (vedi
parte dedicata nel Libretto “Gestione pratica dei più comuni effetti
collaterali - Terapie a Bersaglio Molecolare”)
Alterazione della funzionalità renale: è un evento raro, che solitamente
non si accompagna a nessun sintomo e viene rilevato solo dagli esami
del sangue
Cefalea (mal di testa): non è un evento comune. È importante mantenere
una buona idratazione (ossia introdurre almeno 1.5-2 litri di liquidi al
giorno). Chiedere consiglio al medico di riferimento su quale/i farmaci
utilizzare
Problemi mandibolari (osteonecrosi): Questo è un effetto molto raro
correlato ad alcuni difosfonati. L’osso mandibolare può perdere le sue
caratteristiche (struttura, compattezza). Per questo motivo il medico di
riferimento può chiedere informazioni in merito alla situazione dentaria
ed eventualmente prescrivere una radiografia (panoramica dentaria)
prima o durante terapia con difosfonati
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RUOLO DELLA RADIOTERAPIA IN CASO DI METASTASI
OSSEE
La radioterapia fa parte delle possibilità terapeutiche per il paziente
affetto da tumore polmonare con metastasi ossee.
La decisione di irradiare (ossia di praticare la radioterapia su una o più
sedi con metastasi ossee) un paziente viene presa di comune accordo
dal medico oncologo di riferimento e dal medico radioterapista. La
radioterapia ossea ha un ruolo antalgico (ossia nel controllo del dolore),
decompressivo (qualora vi siano delle strutture “schiacciate” dalla
metastasi), preventiva su alcuni danni secondari alla metastasi stessa, fra
cui anche le fratture patologiche (vedi pag. 20).
La risposta alla radioterapia dipende dal tipo di malattia, dalla sede
interessata e dal soggetto trattato.
La probabilità di risposta antalgica (ossia di un miglioramento del dolore)
alla radioterapia oscilla tra il 75 e l’85%, ottenendo nel 30-50% dei casi
una risposta che può definirsi completa, ossia che comporta il totale
abbandono dei farmaci antidolorifici e il recupero della funzionalità (l’attività
di quella parte di scheletro colpita dalla metastasi).
La durata della risposta alla radioterapia è soggettiva e il dolore non si
ripresenta nel 50-70% dei casi.
La risposta alla radioterapia può comparire anche 4 settimane dopo la fine
del trattamento, occasionalmente è quasi immediata e più raramente si
manifesta dopo più di 4 settimane dalla fine della terapia.
Quando la metastasi interessa una vertebra (ossia una parte della colonna
vertebrale) o un osso lungo (come quelli della coscia o delle braccia) è
possibile che il medico di riferimento chieda anche un consulto ortopedico
e che si debba intervenire chirurgicamente prima di iniziare la radioterapia.
La modalità (sede da irradiare, numero di sedute di radioterapia) viene
decisa dal medico radioterapista e viene comunicata durante il primo
colloquio. Uno degli schemi più usati dai radioterapisti è quello che viene
definito “ipofrazionato”: significa che la dose di radiazioni (che viene
misurata in Gray=Gy) durante una seduta di radioterapia è un po’ più alta,
ma si riduce il numero delle sedute. Questo fa sì che il trattamento sia
complessivamente di più breve durata, ma anche che l’azione sul dolore
sia più rapida.
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Alcune possibilità di terapia: 30 Gy in 10 sedute
(ossia 10 giorni, che corrispondono a 2 settimane
di trattamento, in quanto la radioterapia viene
praticata tutti i giorni dal lunedì al venerdì)
oppure 20 Gy in 5 sedute (ossia 5 giorni, che
corrispondono a 1 settimana di trattamento)
oppure 8 Gy in una singola seduta.
Solitamente la radioterapia ossea è ben
tollerata e raramente si osservano effetti
collaterali: nei giorni immediatamente
successivi all’inizio della radioterapia, il dolore
osseo nella sede in cui si sta facendo la
radioterapia può aumentare (questo perché si
forma un alone di infiammazione, detto edema, intorno
alla zona irradiata) e va controllato con un aggiustamento
della terapia antidolorifica con il medico oncologo o radioterapista di
riferimento e può verificarsi un arrossamento o un eritema in
corrispondenza della cute del campo di trattamento.
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6. Il Dolore
Alcune persone con diagnosi di tumore polmonare NON sviluppano MAI
dolore. Il polmone di per sè non è un organo “che fa male”, poiché non
possiede i recettori per il dolore, ossia quelle strutture cellulari che danno
il primo impulso per il dolore.
Qualora il dolore si dovesse presentare bisogna partire dal presupposto
che questo sintomo si può controllare, con la propria partecipazione e con
l’aiuto del medico di riferimento, degli infermieri e dei familiari.
Le varie cause del dolore sono oggi note ed è pertanto molto difficile che
vi siano ancora casi in cui il dolore non si riesca a tenere sotto controllo.
Le caratteristiche del dolore variano da una persona all’altra e ogni caso
va trattato singolarmente: per questo è importante descrivere esattamente
al medico di riferimento tutti gli aspetti del dolore nell’arco della giornata,
perché possa valutare la terapia antidolorifica più adeguata.
L’entità del dolore NON è direttamente proporzionale a quanto è esteso il
tumore e quindi avere molto male non significa necessariamente avere un
tumore molto esteso o più grave di chi non abbia dolore.
Cause del dolore
Il dolore associato ad un tumore è cronico (ossia persistente) nella maggior
parte dei casi e le cause possono essere diverse:
per azione diretta del tumore, che infiltra tessuti/strutture vicini o che
provoca infezione (nel 70% dei casi): invasione del sistema scheletrico,
invasione o compressione di strutture nervose, ostruzione di visceri
cavi, ostruzione o invasione vascolare. Sindromi indotte dal tumore
(<10% dei casi): sindromi paraneoplastiche o dolore associato a
debilitazione dovute alla formazione di piaghe da decubito
come conseguenza del trattamento chirurgico, chemioterapico o
radioterapico (circa 20% dei casi): dolore correlato a una procedura
diagnostica (per esempio la biopsia), dolore acuto post-operatorio,
dolore post-radioterapia
cause non direttamente collegate al tumore o alle terapie (vedi disturbi
cardiovascolari, gastrointestinali, neurologici o altro). Meno del 10% dei
casi
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La paura, l’ansia, la depressione e la stanchezza possono peggiorare il
dolore. Questo non significa che il dolore sia solo “un fatto di testa”, ma
affrontare anche queste componenti può migliorare il controllo del dolore
stesso.
Che cos’è il dolore?
Il dolore è una spiacevole esperienza sensoriale ed emotiva che insorge
quando un tessuto è in qualche modo danneggiato. È un sintomo
soggettivo, che può determinare cambiamenti importanti della personalità,
dello stile di vita e delle capacità della persona. Il dolore viene percepito
quando un nervo viene in qualche modo stimolato. Il nervo trasmette un
segnale al cervello e la persona sente dolore.
Descrivere il dolore
La descrizione precisa delle caratteristiche, durata, tipologia di dolore
aiutano il medico e il personale infermieristico a impostare la migliore cura
per combatterlo.
Per descrivere il dolore ponetevi alcune domande: rispondere a
queste annotandole su un diario, può aiutare voi e chi vi sta intorno
ad affrontare e risolvere il dolore.
Dove avete male? È una sola parte o più punti del vostro corpo?
Parte da un punto per poi diffondersi nell’arco della giornata?
Come è il dolore che percepite? (utilizzate le frasi/parole qui sotto
riportate per meglio descrivere il vostro dolore)
Acceso
Pungente
Irradiante (che si irradia in altri punti)
Intenso
Graffiante
Intermittente (va e viene)
Sensazione di bruciore
Lieve
Deprimente
Costante
Moderato
Diffuso
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Fastidioso
Devastante
Crea intorpidimento
Molto intenso
Come un formicolio
Procura sensazione di scariche elettriche
Penetrante
Genera fatica
Straziante
Acuto
Insostenibile
Avete mai avuto un dolore come questo in precedenza?
Assomiglia per esempio a un dolore come il mal di denti o a crampi?
Vi sembra che il dolore sia superficiale o è un dolore profondo?
Quanto è intenso il dolore? Per meglio descrivere l’intensità del
dolore, cercate di paragonarlo a un dolore provato in precedenza, come
un forte mal di testa, mal di denti, mal di schiena, il dolore del parto per
le donne o un dolore percepito nel corso di un pregresso incidente. Se
pensate possa essere più preciso, potete utilizzare una scala di gravità
del dolore come quella sotto riportata dove zero significa assenza di
dolore, mentre 10 è il dolore massimo che voi abbiate mai avuto.
0
Nessun
dolore
1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
Dolore
massimo
C’è qualcosa che fa sì che il vostro dolore vada meglio o peggio?
Per esempio state meglio se siete seduti o se siete in piedi o coricati?
Trovate sollievo nell’applicare qualcosa di freddo oppure qualcosa di
caldo sulla zona dolente? Provate sollievo (anche poco e di breve durata)
utilizzando farmaci anti-infiammatori quali paracetamolo o aspirina? Se
sì questi farmaci fanno sparire il dolore del tutto o lo attenuano soltanto
(e per quanto tempo)? Riuscite a stare un po’ meglio se vi distraete
davanti alla TV o ascoltando la radio o leggendo un libro?
Il dolore è sempre presente? Oppure va e viene? Il dolore scompare
se rimanete seduti per un po’? Peggiora durante la notte? Capita che
siate svegliati a causa del dolore? È già presente quando vi svegliate
la mattina?
Come interferisce questo dolore sull’andamento della vostra
giornata?
Vi impedisce di stare seduti per un po’ (per esempio quando dovete
mangiare)? Vi impedisce di concentrarvi nella lettura del giornale, di un
libro; vi impedisce di dormire? Vi impedisce di camminare, anche per
percorsi brevi?
L’elenco delle domande precedenti vi dà l’idea di come non dobbiate avere
paura di entrare nei minimi dettagli nel descrivere il dolore, perché più
indicazioni voi fornite, più sarà semplice trovare le soluzioni adatte a voi. Se
pensate possa essere più facile, annotate le risposte a queste
domande su un diario da rivedere con il medico di riferimento (oncologo
o medico della terapia antalgica).
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Farmaci antidolorifici
Ci sono molti tipi di farmaci antidolorifici che servono per controllare i vari
tipi e livelli di dolore. Questi farmaci vengono anche chiamati analgesici.
Siccome il dolore che accompagna la malattia tumorale è spesso cronico,
anche la terapia antidolorifica va assunta regolarmente e per lunghi periodi
di tempo. Questo anche perché è meglio controllare costantemente il
dolore, piuttosto che aspettare che diventi intenso per poi assumere i
farmaci.
Come vengono assunti i farmaci antidolorifici
Per lo più sono farmaci orali, ossia si assumono per bocca come
compresse, capsule o in polverina da sciogliere in acqua. Questa è la
via preferibile e più comunemente utilizzata.
Esistono peraltro farmaci antidolorifici anche in altre formulazioni, come
le supposte o i cerotti da applicare sulla pelle.
I farmaci antidolorifici possono poi essere somministrati anche per
via intramuscolare (la classica iniezione) oppure per via endovenosa
mediante fleboclisi o ancora attraverso piccoli tubicini posizionati
sottocute.
Dove conservate il vostro farmaco antidolorifico
Se il farmaco viene assunto regolarmente e avete il timore di
dimenticarvi di assumerlo all’orario esatto lasciate dei bigliettini
promemoria in giro per la casa oppure mettete un segnale (tipo
sveglia) a un orologio, al telefono, al computer. Possono essere
utili scatoline con diversi scomparti già contenenti il/i farmaco/i
che dovete assumere ad una determinata ora.
Vari livelli nel controllo del dolore
Esiste un sistema graduale nell’impostazione della terapia
antidolorifica, in rapporto all’entità del dolore stesso. Questo
sistema graduale riconosce un:
dolore lieve: blandi antidolorifici o antinfiammatori (quali ad esempio il
paracetamolo o l’aspirina o l’ibuprofene, ecc)
dolore lieve-moderato: oppioidi detti minori (come la codeina, il
tramadolo, l’ossicodone, codeina+paracetamolo) in associazione o
meno ai farmaci del livello precedente
dolore moderato-grave: oppioidi detti maggiori (come morfina,
metadone, fentanyl, buprenorfina, idromorfone) in associazione o meno
ai farmaci di primo livello
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Il concetto di questa terapia “a livelli” sta nel fatto che quando il farmaco
di primo livello non funziona per quella persona e/o per quel tipo di dolore,
il medico prescriverà un farmaco del livello successivo. Per esempio, se voi
state assumendo del paracetamolo e il vostro dolore non è controllato,
il medico di riferimento (oncologo o medico della terapia antalgica) vi
prescriverà un oppioide minore.
Se è il medico di riferimento a dirvi di assumere (per esempio) un
antiinfiammatorio e un oppioide minore alla stessa ora, non abbiate timore
nel farlo, anche perché i due tipi di farmaci agiscono in maniera differente.
Insieme ai farmaci antidolorifici veri e propri, altri farmaci possono essere
di aiuto, quali il cortisone (vedi pag. 32) o i difosfonati (vedi pag. 21).
Antidolorifici
Tra questi ne elenchiamo alcuni per aiutarvi a capire di quali farmaci si stia
parlando: il paracetamolo, l’acido acetilsalicilico, il diclofenac, l’ibuprofene,
il ketolorac, il metamizolo, il ketoprofene, la nimesulide, il piroxicam, ecc.
Molti di questi farmaci possono irritare lo stomaco, per questo è meglio
assumerli dopo aver mangiato qualcosa e comunque non con bevande
alcoliche.
La dose di questi farmaci va sempre verificata con il proprio medico di
riferimento per evitare di assumerne una quantità eccessiva.
Oppioidi minori
Tra questi ne elenchiamo alcuni per aiutarvi a capire di quali farmaci si stia
parlando: codeina, tramadolo, ossicodone, codeina+paracetamolo, ecc.
La dose di questi farmaci va sempre verificata con il proprio medico di
riferimento per evitare di assumerne una quantità eccessiva
Tutti i farmaci antidolorifici di questo gruppo causano stitichezza:
accorgimenti dietetici (per esempio kiwi, frutta cotta, prugne, cereali,
yogurt) possono essere di aiuto così come una buona idratazione
(almeno 1.5 litri di liquidi al dì). Il medico di riferimento potrà poi darvi
indicazione su farmaci lassativi da assumere
Questi farmaci possono causare sonnolenza (che peggiora se si
aggiungono bevande alcoliche): pertanto è consigliabile usare molta
prudenza nel guidare oppure farsi accompagnare da un amico o un
familiare che guidi al vostro posto
Questi farmaci possono causare secchezza orale (bocca asciutta con
scarsa saliva): può essere utile tenere in bocca una caramellina, una
gomma da masticare, un cubetto di ghiaccio e comunque bere molto
durante la giornata
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Oppioidi maggiori
Tra questi ne elenchiamo alcuni per aiutarvi a capire di quali farmaci si stia
parlando: morfina, fentanyl, buprenorfina, idromorfone, ecc.
È importantissimo che seguiate le indicazioni del medico di riferimento in
merito alla dose e alla modalità con cui assumere questi farmaci.
Solitamente si inizia con una dose più bassa, per poi aumentarla
gradualmente, finché non si ottiene un buon controllo del dolore, e questo
può richiedere alcuni giorni.
Due persone con la stessa malattia possono necessitare di dosi di
farmaco diverse
Questi farmaci possono causare sonnolenza, che può migliorare dopo
alcuni giorni di assunzione di una determinata dose. Per questo motivo
meglio non guidare dopo l’assunzione del farmaco e comunque
chiedere al medico di riferimento come questo farmaco (nella dose e
nelle modalità con cui viene assunto) possa interferire con la vita di tutti
i giorni
Tutti i farmaci antidolorifici di questo gruppo causano stitichezza:
accorgimenti dietetici (es. kiwi, frutta cotta, prugne, cereali, yogurt)
possono essere di aiuto, così come una buona idratazione (almeno 1.5
litri di liquidi al dì). Inoltre, il medico di riferimento potrà darvi indicazione
su farmaci lassativi da poter assumere. Possono essere di aiuto anche
enteroclismi (clisteri già pronti con glicerina o con acqua tiepida)
Questi farmaci possono causare secchezza orale (bocca asciutta con
scarsa saliva): può essere utile tenere in bocca una caramellina, una
gomma da masticare, un cubetto di ghiaccio e comunque bere molto
durante la giornata
In alcuni casi il medico della terapia antalgica valuterà se adottare un
sistema di infusione di questi farmaci (da soli o in associazione ad altri)
attraverso un sistema di cessione continua, utilizzando delle ricariche, che
solitamente vanno sostituite settimanalmente.
Alcune indicazioni in più sulla morfina
La morfina è un oppioide maggiore molto utilizzato.
La parola morfina non deve incutere timore: se utilizzata in maniera
appropriata può controllare il dolore e ridare la possibilità di vivere più
serenamente la giornata, affrontare i vari impegni, frequentare gli amici.
Se il dolore è sotto controllo, anche la terapia antitumorale potrà essere
meglio affrontata e tollerata.
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Esistono diverse tipologie di morfina, con azione rapida o lenta, per via
orale, intramuscolare, endovenosa o sottocutanea.
Il dosaggio e i tempi di assunzione vanno concordati con il medico di
riferimento: è importante che vengano annotati dose e orari di assunzione.
Se la morfina e gli eventuali farmaci di accompagnamento vengono
assunti come da prescrizione non vi è alcun rischio di overdose; è peraltro
importante non aumentare improvvisamente e di propria iniziativa il
dosaggio.
Non esiste un periodo massimo di assunzione della morfina: questa andrà
assunta per tutto il tempo che sarà necessario.
Alcune indicazioni in più sugli oppioidi maggiori sotto forma di
cerotto.
Ricordate che non è necessario posizionare il cerotto esattamente nel
punto in cui avete male: l’importante è che sia una zona priva di peli
Uno dei posti ideali è la spalla (ad esempio): nell’applicazione del
cerotto ricordarsi di rimuovere la sottile pellicola di rivestimento
Solitamente questi cerotti vanno rimossi e sostituiti dopo
72 ore: se non si è sicuri di ricordare il giorno e l’orario,
si possono annotare sul calendario o su un’agenda o
mettere una sveglia sul cellulare o sul computer. Si
può riposizionare il nuovo cerotto nella stessa zona,
solo spostandolo lateralmente (o in alto o in basso)
di pochi centimetri
Anche con il cerotto applicato si può fare il bagno o
la doccia, bisogna solo fare attenzione a non sfregare
la zona e a non rimanere con il getto di acqua a lungo
proprio sul punto in cui il cerotto è posizionato.
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È importante assumere il farmaco antidolorifico appena il dolore
compare (non aspettare che diventi più forte) o comunque
assumere il farmaco antidolorifico agli orari indicati da medico
di riferimento. Molte persone tendono ad aspettare di avere il
massimo dolore prima di assumere l’analgesico, ma così diventa più
difficile controllarlo. I farmaci antidolorifici non diventano meno efficaci
se li si assume per lunghi periodi, per cui non ha senso “preservarli”
per quando il dolore sarà peggiorato. Lo stesso vale per i farmaci
antidolorifici che vanno assunti a orari prestabiliti: è importante
rispettare gli orari di assunzione, anche se in quel momento sembra di
non avere troppo male. Se si ha la sensazione che il farmaco non dia
più un controllo del dolore come faceva in precedenza è importante
discuterne con il medico di riferimento
Il fatto che sia stata prescritta morfina non significa necessariamente
che la malattia tumorale sia grave o si sia aggravata
I farmaci antidolorifici possono essere prescritti insieme ad altre
medicine
Il cortisone
Quando il dolore sia causato dalla compressione di una struttura e/o di un
nervo, anche il cortisone può essere di aiuto nel controllo del sintomo. Può
essere prescritto da solo e/o in associazione con altri antidolorifici. Le
formulazioni più utilizzate sono il desametasone e il prednisolone. Il
cortisone è di aiuto anche nel far sentire meglio e nell’aumentare l’appetito.
Il cortisone può far aumentare leggermente il peso corporeo (anche per
ritenzione di liquidi). I livelli dello zucchero nel sangue possono salire: è per
questo che il medico di riferimento richiederà periodicamente dei controlli
se si sta assumendo cortisone o una maggiore attenzione ai valori se si è
affetti da diabete.
In alcune persone il cortisone può causare irritabilità e agitazione.
Può causare insonnia, ma questo è quasi sempre risolvibile assumendo la
terapia al mattino, al momento della colazione.
Il cortisone può dare irritazione dello stomaco ed è pertanto importante
assumerlo a stomaco pieno o è possibile che il medico di riferimento
prescriva anche un farmaco protettore dello stomaco.
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Altre tecniche per il controllo del dolore
Insieme ai farmaci antidolorifici si possono utilizzare altre tecniche per
migliorare il controllo del dolore. Il medico di riferimento può aiutare a
valutare quale tecnica sia più indicata e appropriata.
Tra queste ricordiamo la meditazione, le tecniche del rilassamento, la
fisioterapia, l’agopuntura, i supporti emozionali e spirituali, lo yoga,
tecniche di visualizzazione. Anche per queste tecniche è importante far
sempre riferimento a personale preparato e con esperienza adeguata.
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7. Glossario
Agopuntura: tecnica terapeutica che si prefigge di promuovere la salute
e il benessere mediante l'inserimento di aghi in particolari punti del corpo,
eseguita da personale appositamente preparato.
Anemia: è definita dalla caduta del tasso di emoglobina (Hb) nel sangue.
Antiemetico: un qualunque procedimento che riesca a diminuire il disagio
di nausea e vomito o nel riuscire a prevenirlo, compreso un farmaco che
agisca in questo senso.
Biopsia: esame medico che consiste nel prelievo di una porzione o di un
frammento di tessuto, che viene analizzato al microscopio o anche con
tecniche di microbiologia o biologia molecolare al fine di escludere o
confermare un sospetto di malattia e arrivare a una diagnosi.
Evento trombotico: si ha un evento trombotico, venoso o arterioso,
quando il sangue (anche in piccole quantità) si coagula all'interno di un
vaso sanguigno, aderisce alla sua parete e lo ostruisce in maniera parziale
o completa, impedendo il flusso del sangue. Il coagulo prende il nome di
trombo.
Piaghe da decubito: lesioni che possono derivare da prolungata
immobilità di un soggetto: questo porta alla riduzione della quantità di
sangue e del relativo nutrimento nelle aree continuamente sottoposte a
pressione.
Sindromi paraneoplasiche: insieme di segni e sintomi correlati alla
compromissione di vari organi, apparati o funzioni, per l’azione a distanza
di un tumore. La maggior parte dei tumori maligni può dare origine a una
o più sindromi paraneoplastiche.
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WALCE Onlus (Donne Contro il Tumore del Polmone in Europa)
è una organizzazione senza scopo di lucro nata per sensibilizzare le donne
nei confronti del significativo aumento di tumori del polmone nel sesso femminile
e si propone di favorire la conoscenza di questa patologia
in termini di prevenzione, diagnosi e terapia.
WALCE nasce nel 2006 da un’idea italo-spagnola
e vuole essere la prima associazione a “respiro europeo”
nella lotta contro il tumore polmonare, una malattia difficile ed impegnativa,
che vede coinvolte quotidianamente le donne come protagoniste nel ruolo di medici,
infermiere, pazienti, familiari e assistenti.
Le donne sono spesso un punto di riferimento
in grado di dare sostegno e speranza.
WALCE Onlus
c/o Divisione di Pneumologia Oncologica
Ospedale San Luigi - Regione Gonzole, 10 - 10043 Orbassano (TO)
Tel. +39.011.9026978/980
Fax +39.011.9038616
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