La “riforma gregoriana”
e
la “lotta per le investiture”
La cosiddetta”riforma gregoriana” prende il nome da papa
Gregorio VII (1073-1085).
In realtà la riforma è stata preparata dai papi tedeschi che
lo avevano preceduto e si compie con i papi a lui seguenti.
L’elezione del papa tedesco Clemente II (Natale 1046),
operata da Enrico III segnava certamente un cambio di
clima all’interno della Chiesa: il papa stesso si faceva
promotore della riforma della Chiesa.
Lui stesso, in un sinodo romano (1047), proibì
severamente ogni genere di simonia.
Morì, però, prematuramente (ottobre 1047), ma i
successori continuarono sulla sua stessa linea.
L’imperatore si avvalse del diritto di designare i papi
successivi: Damaso II (1048), S.Leone IX (1049-54),
Vittore II (1055-1057), Stefano IX (1058-1059).
Tutti e quattro tedeschi. Persone di alto profilo
morale, di carattere risoluto e fermo, decisi nel
proseguire nell’opera della riforma.
Un aspetto problematico…
Questo modo di designare i pontefici romani, per
quanto meritorio fosse, costituiva un problema: la
Sede Romana appariva quasi una “chiesa propria”
del re tedesco.
Quanto più avrebbe preso piede il movimento della
riforma (che vedeva proprio nell’ideale della
“libertas ecclesiae” la sua parola d’ordine), e tanto
più sarebbe aumentato il desiderio di libertà e di
indipendenza del papato.
S.Leone IX
Premessa
D’importanza decisiva è il pontificato di Leone IX (10491054), Bruno già vescovo di Toul, parente dell’imperatore.
Il suo pontificato fu per certi versi un paradosso: un papa
posto sulla cattedra di S.Pietro per la decisiva volontà di
un imperatore, sviluppò un’azione di governo che mirava a
rendersi autonomo dall’invadenze proprio
dell’imperatore.
La sua azione
Leone era completamente intriso dello spirito della
riforma.
I cinque anni del pontificato di Leone IX furono brevi, ma
molto intensi.
Viaggiò per tutta Europa;
tenne ben 12 sinodi papali, molti dei quali fuori Roma.
Riforma: Sotto la sua guida questi sinodi emanarono
severe decisioni contro la simonia e il matrimonio del
clero e inculcarono a tutti i chierici dal suddiaconato in
su, l’obbligo del celibato.
Libertas ecclesiae: Leone intervenne, contro lo
strapotere del diritto germanico delle “chiese proprie”,
estendendo di molto l’istituto dell’”esenzione” e la
protezione papale dei monasteri.
Il primato romano/petrino, che negli ultimi tempi
aveva sofferto gravi umiliazioni, per merito suo
guadagnò nuovamente un carattere universale ed un
nuovo riconoscimento.
Alla base dell’azione di Leone vi furono due strumenti
cruciali:
a.
un gruppo di collaboratori riformisti che egli
coinvolse in modo del tutto nuovo, chiamandoli
vicino a sé, fino allo sbocco istituzionale del collegio
dei cardinali;
b.
la concezione del primato petrino, che venne
arricchito di nuovi contenuti teologici.
a. Il gruppo dei suoi collaboratori
Leone chiamò presso di sé persone di grandi capacità e
come lui animati dallo stesso spirito riformistico.
Le varie e sparse iniziative di riforma vennero in tal
modo riunite, incanalate e in qualche modo dirette dal
papato, che veniva, in questa funzione di guida, a
sostituirsi decisamente all’imperatore.
Fu per opera degli uomini di Leone IX, tre dei quali
diventeranno a loro volta papi, che la riforma progredì
sensibilmente.
Ugo il Candido del monastero di Remiremont e futuro
cardinale; Umberto monaco di Moyenmoutier futuro
cardinale-vescovo di Silva Candida; Federico di Lorena del
capitolo della cattedrale di Liegi, bibliotecario, cancelliere,
abate di Montecassino (futuro Stefano IX); il monaco
Ildebrando che si trovava a Cluny, lo ordinò suddiacono, lo
nominò tesoriere e rettore del monastero di S.Paolo fuori le
mura, (futuro Gregorio VII); Pier Damiani priore di Fonte
Avellana e poi cardinale-vescovo di Ostia; Anselmo da
Baggio vescovo di Lucca (futuro Alessandro II); Alinardo
vescovo di Lione.
Tutti costoro posero la loro intelligenza e il loro studio al
servizio della causa della riforma guidata dal papato. Da
loro venne anche un nuovo impulso dottrinale alla
questione del primato petrino.
b. Il primato petrino
Negli interventi amministrativi, giuridici della curia romana, di
questo periodo, nei privilegi per monasteri e chiese si trovano
numerose affermazioni in cui la sede di Roma non è più
presentata solo come elargitrice di concessioni (come nei
documenti dei papi precedenti), ma come il punto di
convergenza di tutta la Chiesa. Il papato vi è presentato come
centro dinamico che per sua natura deve essere presente ed
efficace dovunque, primariamente per il bene delle istituzioni
ecclesiastiche, ma più in generale per sollevare chi è caduto o
debole o per assicurare la libertà e stabilità.
Nelle sue lettere Leone mostra di avere chiara l’idea che il papa è
al vertice della gerarchia ecclesiastica, ma non per questo di una
struttura autoritaria: i rapporti con l’episcopato, che è concepito
unitariamente e di cui il papa è partecipe insieme agli altri
vescovi, devono essere caratterizzati da uno spirito di fraternità e
di comunione.
La teologia dei collaboratori del papa (Umberto da
Silva Candida, Pier Damiani) era posta alla base di un
concreto programma di governo. Si arrivò così ad una
svolta dalle conseguenze rivoluzionarie: si era operata la
saldatura tra la tradizione della teologia del primato e gli
ideali della riforma.
Ne derivava la convinzione che l’unico strumento sicuro
per una rigenerazione della Chiesa e dell’intera società fosse
l’affermazione del primato papale, considerato non più
una delle caratteristiche della funzione papale, ma
avente valore teologico dominante: il primato
diventava oggetto di fede, il rifiuto del quale non era
solo un peccato, ma una vera eresia.
Meno felice fu l’intervento di Leone IX nei rapporti
con la chiesa bizantina: in seguito all’agire precipitoso del
patriarca di Costantinopoli di allora, Michele Cerulario e
alla rigidità dei legati pontifici (Umberto da Silva Candida),
sarà proprio durante il suo pontificato che si verificherà lo
scisma con la Chiesa d’Oriente, preparato da lungo tempo,
ma verificatasi all’improvviso proprio nel 1054. Dopo
inutili tentativi di mediazione quella rottura si trasformò in
definitiva, tanto da durare fino ai nostri giorni. Leone, in
verità, morì poco prima dell’atto finale di quell’evento.
Anche nell’Italia meridionale Leone ebbe degli
scontri.
Convinto che solo con una potenza statale autonoma si
poteva garantire l’indipendenza della Chiesa, cercò di
ampliare verso sud lo Stato Pontificio.
Benevento lo riconobbe signore (1051); l’imperatore
Enrico III cedette la città ed altri territori alla Chiesa
Romana dietro la rinunzia di alcuni diritti in
Germania.
Questo ampliamento,
però, lo portò presto
in conflitto con i
Bizantini, ma anche
con i nuovi vicini, i
bellicosi Normanni.
Dal 1016, infatti, le
schiere Normanne si
erano stabilite nel
sud della penisola
vincendo i Saraceni e
i Greci, avevano
fondato le contee di
Aversa e delle Puglie.
L’imperatore li aveva
riconosciuti come
vassalli dell’impero.
Quando l’esercito
papale si spinse
verso sud venne
sconfitto e distrutto
nel giugno del 1053
presso Civitate nelle
Puglie. Il papa stesso
era caduto in mano
ai vincitori, che lo
trattennero per nove
mesi a Benevento
quasi come un
prigioniero. Alla fine
fu rimesso in libertà
e morì poco dopo il
rientro a Roma il 19
aprile 1054.
Leone IX uno dei papi più illustri del Medioevo e
venerato come santo.
Motivi della divisione con la
Chiesa d’Oriente
Due mondi ormai lontani. Europa divisa in due alla
fine dell’Impero Romano. E invasione Barbariche.
Serie di scismi (Fozio 867). Legami tra le due chiese
sempre instabili.
Tensioni (Patriarca Michele Cerulario: chiusura delle
chiese e monasteri latini in oriente; accuse sul pane
azzimo; insulti sul celibato eccclesiastico; processione
dello Spirito Santo). Umberto da Silva Candida inviato
per una pacificazione per una pacificazione.
Proibizione della Messa: scomunica reciproca. 1054
1204: IV crociata. Saccheggio di Costantinopoli.
La questione veniva
affrontata da Umberto,
nominato arcivescovo di
Sicilia e cardinale di
Silva Candida, con
molta decisione e senza
incertezze e si concluse il
16 luglio 1054 con la
deposizione sull’altare
della Basilica di S.Sofia a
Costantinopoli della
bolla papale in cui il
patriarca
costantinopolitano
veniva scomunicato.
Questi a sua volta
scomunicò il vescovo di
Roma.
Lo scontro con il patriarca di Costantinopoli, Michele
Cerulario, che si definiva “patriarca ecumenico” e si
poneva in concorrenza con quello di Roma, era
apparentemente centrato su questioni liturgiche (l’uso del
pane azzimo nella messa) e dottrinali (la processione dello
Spirito Santo dal Padre e dal Figlio), ma in realtà verteva
sul diritto di Roma ad affermare il proprio primato su
tutte le altre sedi.
I papi seguenti a Leone IX
A Leone IX succedette, nominato dall’imperatore, il suo
cancelliere, Gebardo vescovo di Eichstätt, che prese il
nome di Vittore II (1055-1057).
1056 muore l’imperatore Enrico III. Suo figlio, Enrico IV,
ha solo 5 anni. L’abilità diplomatica del papa Vittore II
(1055-57) riesce ad ottenere che la reggenza sia data
all’imperatrice Agnese.
Poco dopo muore anche Vittore II (1057), fu eletto
canonicamente Federico di Lorena, abate di
Montecassino, Stefano IX (1057-58) senza che la
famiglia imperiale venisse coinvolta in alcun modo.
Ildebrando inviato in Germania a chiedere
l’approvazione imperiale.
Continuò con zelo la riforma ecclesiastica intrapresa
dai suoi predecessori (chiamando a far parte del
governo della Chiesa uno dei suoi più convinti
promotori, l’eremita Pietro Damiani di Fonte
Avellana, ponendolo a capo del collegio cardinalizio).
Il suo pontificato, però, durò meno di otto mesi.
Ildebrando è assente da Roma.
In modo tumultuoso viene eletto il candidato romano
dei conti di Tuscolo con il sostegno del popolo
(Benedetto X).
Si tornava all’antico. Questo era in contrasto con le
precise norme poste da Stefano IX secondo le quali
non si doveva procedere ad alcuna elezione prima del
ritorno di Ildebrando dalla sua missione in Germania.
A Pier Damiani, in qualità di cardinale-vescovo di
Ostia, spettava la consacrazione del neo-eletto. Egli si
rifiutò di farlo.
Tutti i cardinali riformatori disapprovarono
l’elezione, considerando l’eletto (Benedetto X) un
antipapa usurpatore.
Qualche mese dopo, a
Siena (24/1/1059),
(costretti i cardinali a
riparare a Siena, città
del dominio di Matilde
di Canossa, a causa
della ostilità dei conti di
Tuscolo e di Benedetto
X) presente Ildebrando
rientrato dalla
Germania, i cardinali
riformatori elessero
papa il vescovo di
Firenze, Gerardo di
Borgogna (Niccolò II).
Elezione insolita, ad opera di 5 cardinali vescovi riuniti
fuori Roma, senza l’intervento del clero e del popolo
romano. Si chiese l’approvazione all’imperatrice Agnese,
ma è controverso se il consenso sia arrivato o no prima
della elezione.
I cardinali procedettero pure alla deposizione di Benedetto
X.
Nel gennaio 1059 il nuovo papa, Niccolò II, poté fare il
suo ingresso a Roma, accompagnato dalle truppe toscane
di Goffredo di Lorena (fratello del defunto Stefano IX), dal
cancelliere imperiale e dai vescovi cardinali e da altri
riformisti. Benedetto X fuggì dalla città.
Era soprattutto urgente, dopo gli ultimi avvenimenti,
una nuova regolamentazione dell’elezione papale.
Bisognava salvaguardarla dalle invadenze della nobiltà
romana ed eliminare quanto più possibile l’influsso
dei laici. Nel medesimo tempo si doveva giustificare a
posteriori l’inconsueta elezione di Nicolò II.
Queste preoccupazioni diedero luogo al decreto
dell’aprile 1059 emanato da un sinodo lateranense.
Excursus sui Cardinali
Il collegio dei Cardinali, che in questo tempo acquista una
notevole importanza, si era venuto formando dal
presbiterio del vescovo di Roma, al quale originariamente
appartenevano tutti i presbiteri urbani.
Dal VI sec. tale presbiterio comprendeva solo i presbiteri o
gli arcipreti delle 25 chiese titolari (in pratica le chiese più
antiche della città), col nome di presbiteri cardinales (da cardo
= cardine, ovvero ogni chierico legato stabilmente ad una
determinata chiesa).
Tra i cardinali vennero ammessi anche i diaconi delle
circoscrizioni in cui era divisa la città e i diaconi palatini.
Dopo il 732 a tale collegio si aggiunsero anche i vescovi delle
sette diocesi suburbicarie.
Il loro compito era soprattutto quello di collaborare con il
papa nelle celebrazioni liturgiche romane.
Dal pontificato di Leone IX incominciarono ad avere
un ruolo e una responsabilità diversa e più ampia che
immise nel collegio i suoi collaboratori non romani, i
quali, condividendo con lui sentimenti e aspirazioni
riformiste, lo servirono con competenza e passione
come consiglieri e legati, assumendo crescente
coscienza di una comune responsabilità nei confronti
del papato.
Nel 1058, a Siena, cinque cardinali vescovi eleggeranno
il papa, Niccolò II.
L’importanza dei cardinali crebbe moltissimo quando
nel 1059 fu riservato a loro in modo esclusivo il
diritto dell’elezione del papa.
Il decreto papale
“In nomine Domini” (13 aprile 1059)
Emanato in un sinodo lateranense, il decreto stabilivano le regole
per l’elezione del pontefice.
l’elezione spettava ai soli cardinali (con un particolare diritto di
proposizione per i cardinali vescovi).
Al clero rimanente (ai non cardinali) e al popolo di Roma restava
l’approvazione della nomina (solo formale o giuridicamente
efficace?).
Possibile l’elezione anche fuori Roma qualora vi fossero difficoltà
che compromettono la libertà degli elettori).

la definizione del momento in cui l’eletto è papa a
tutti gli effetti (il papa eletto possiede immediatamente
tutti i poteri della carica (era una novità).

il ruolo del collegio dei cardinali durante la sede
vacante. Sono i cardinali vescovi ad avere la
responsabilità della chiesa romana: in qualsiasi luogo
essi e poi il papa eletto si stabiliscano, là è la Chiesa di
Roma.

All’imperatore e ai suoi successori, doveva esser
riservato il “dovuto onore e riverenza”. Era questa una
frase ambigua: si trattava del diritto di approvazione,
ma non si sa del candidato o dell’eletto. Si diceva,
però, che tale diritto doveva essere esplicitamente
concesso dal papa ad ogni nuovo imperatore.
Con il decreto l’elezione veniva di fatto sottratta al potere laicale e si
ponevano le premesse perché fossero evitati sia i problemi legati alla
sempre incontrollabile situazione romana, sia quelli derivanti
dall’intervento di forze estranee.
Nelle successive elezioni pontificie, per oltre un secolo, il decreto in
realtà non venne mai applicato del tutto. Ma il principio secondo cui
l’atto più significativo spettava ai cardinali vescovi restava acquisito,
cosicché ogni volta che si verificava una doppia elezione il candidato
riconosciuto come legittimo fu sempre quello eletto dalla maggioranza
dei cardinali vescovi.
La libertà della chiesa aveva ricevuto, almeno sulla carta, un
fondamentale riconoscimento.
La sede apostolica regolava di nuovo in modo
autonomo la nomina del papa. Il cambiamento
rispetto alla prassi di nomina esercitata senza
contrasti da Enrico III era notevole
Nello stesso sinodo si emanarono anche decreti per
l’attuazione della riforma ecclesiastica:
a.
Al clero concubinario (nicolaiti) fu comminata la
scomunica e ai laici fu proibito di assistere alla loro messa;
b.
Il clero fu esortato a riprendere la forma della vita
apostolica (vita comune);
c.
Si vietava di ricevere una chiesa da mano laica sia gratis
che dietro esborso di denaro (primo divieto della
investitura laicale)
d.
Nuova condanna della simonia.
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15. Riforma Gregoriana