Registrazione presso il Tribunale di Pavia n. 355 del 08.02.1989. Sped. in abb. postale - Comma 20/C 2 L. 662/96 - Fil. di Pavia - IN CASO DI MANCATO RECAPITO RESTITUIRE AL MITTENTE CHE SI IMPEGNA A PAGARE LA RELATIVA TASSA - REINVIARE ALL’UFFICIO PAVIA-FERROVIA
1/2012
Infermiere
P A V I A
ISSN 1722-2214
a
Rinnovati gli Organi
Collegiali
DITORIALE
E
Infermiere a Pavia
HOmO, HOmini, lupus!!
“i vecchi anima bianca di calce in controluce,
occhi annacquati dalla pioggia della vita,
i vecchi soli come i pali della luce
e dover vivere fino alla morte che fatica”
Duilio Loi
Infermiere a Pavia
Rivista trimestrale del Collegio IP.AS.VI. di Pavia
Anno XXIV n. 1/2012 gennaio-marzo 2012
Editore Collegio Infermiere professionali,
Assiatenti Sanitarie, Vigilatrici d’Infanzia
della Provincia di Pavia
Direttore Responsabile Enrico Frisone
Direttore Editoriale Duilio Loi
Segretaria di Redazione Emanuela Cattaneo
Responsabili settori
Clinico: Monica Gabetta
Sociale: Ruggero Rizzini
Formazione, Ricerca e
Aggiornamento: Paola Ripa
Etico Deontologico: Annamaira Tanzi
Vita di Collegio: Giuseppe Braga e Gabriele Ciancio
Redattori: Cinzia Ancarani, Carina Gomez Añamuro,
Giovanni Baccalini, Mauretta Cattanei,
Gabriele Ciancio, Claudia Fiore, Silvia Giudici,
Nadia Granata, Nunzio Giuseppe Greco,
Emanuela Sacchi, Maria Teresa Visconti Tosco
Hanno collaborato Giuseppe Bolognese, Federica Della Fiore,
a questo numero: Silvia Lodola, Laura Nicola, Barbara Pellegrini
Anna Sponton
Immagine di copertina “Araba fenice” opera di Mario Palmieri,
fotografia di Giuseppe Braga
Impianti e stampa Gemini Grafica snc - Melegnano (MI)
Direzione, Redazione, Via A. Volta, 25 - 27100 Pavia
Amministrazione Tel. 0382/525609, Fax 0382/528589
CCP n. 108162700
I punti di vista e le opinioni espressi negli articoli sono degli
autori e non rispettano necessariamente quelli dell’Editore.
Manoscritti e fotografie, anche se non pubblicati,
non saranno restituiti.
Registrazione presso il Tribunale di Pavia n. 355 del 08.02.1989.
Spedizione. in abb. postale - Comma 20/C 2 L. 662/96 - Fil. di Pavia.
La rivista è inviata gratuitamente agli iscritti al Collegio IP.AS.VI.
di Pavia. Finito di stampare nel mese di febbraio 2012 presso
Gemini Grafica snc di A. Girompini & C., Melegnano (MI)
Era il 1981, in Italia usciva l’album di Claudio Baglioni “Strada Facendo”, all’interno, vi era una profonda e toccante canzone che raccontava della solitudine
degli anziani, “I Vecchi”.
Trent’anni fa si paventava e metteva in evidenza quale piaga sociale, la solitudine, oggi, registriamo che sempre più frequentemente la stessa solitudine, ha
fatto per cosi dire “carriera”, diventando inaudita e gratuita VIOLENZA. Complimenti, bel salto di qualità!!
È il 18 gennaio 2012 sia in televisione, sia sul web, passano le immagini raccapriccianti relative alla Casa di Riposo” Borea” di Sanremo.
Si ripropone l’ennesima regressione ancestrale che evidenzia con una certa
disinvoltura il modello del “homo, homini, lupus”, ovvero, l’uomo è lupo per gli
altri uomini; della serie: l’uomo che diventa capace di infliggere sofferenze al
suo simile, meglio di chiunque altro!!
Le immagini offrono una sequenza di assurdi maltrattamenti, in uno scenario
dove la sofferenza legata alla disabilità e alla dipendenza è già particolarmente
elevata.
Sofferenza elevata a potenza, tradotta in violenze continuate e gratuite a carico di persone disabili non autosufficienti; inermi e impossibilitati ad esprimere le
barbarie subìte.
Si possono osservare e vi invito a visionare il video sul web (http://www.youtube.com/watch?v=dSmJqXtYix0), gomitate in pieno volto, persone che negli
spostamenti letto-carrozzina vengono afferrate e scaraventate con violenza come
fossero sacchi di immondizia, strattonamenti nella vestizione, schiaffi e spinte,
accompagnati da una gestualità violenta e ricca di inaudito disprezzo.
Di ciò, la cronaca ci informa che: “Infermieri e Personale di supporto per coprire grida e gemiti degli anziani ospiti, sistematicamente oggetto di documentati maltrattamenti, alzavano il volume della radio. Dall’ora della sveglia fino al
momento di mettere a letto chi, appunto, non era in grado di farlo da solo”.
Le indagini sulla vicenda sono state condotte dalla Guardia di Finanza e dopo 3 mesi di monitoraggio tramite intercettazioni ambientali con telecamere nascoste, ha prodotto: segnalazioni all’autorità giudiziaria verso 16 persone e di
queste, 7 sottoposte a custodia cautelare, ovvero arrestate.
Nello specifico: il presidente della casa di riposo, 2 infermiere e 4 ASA.
Vedendo queste immagini, non si può non provare indignazione; viene naturale pensare ai riferimenti deontologici traditi (articolo 3): “La responsabilità
dell’infermiere consiste nell’assistere, nel curare e nel prendersi cura della persona nel rispetto della vita, della salute, della libertà e della dignità dell’individuo”. Quale dignità? Quale libertà? Quale rispetto? Quale prendersi cura?
Confidando nel corretto corso della giustizia penale, affinché possa assicurare velocemente alle patrie galere questi Delinquenti, per i quali non è ipotizzabile giustificazione alcuna, non posso però non guardare oltre il fatto stesso e segnalare che:
- si tratta di un fenomeno collettivo agito indistintamente e a volte in complicità
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(non opera di un singolo soggetto, al
quale viene facile attribuire il “vizio” di mente);
- abbiamo a che fare con un fenomeno
non isolato, avente precedenti analoghi e di rilievo (per citare i più recenti: La Spezia e Lamezia Terme, le
condizioni assurde degli OPG, per
non parlare della sequela dei tanti
asili nido e scuole materne, dove a
cambiare e soltanto l’età anagrafica
delle vittime).
Quello a cui assistiamo è disgustoso ma probabilmente
rappresenta solo la punta di un iceberg alla cui base spesso
si collocano eventi sicuramente meno eclatanti, ma non per
questo sempre leciti.
Rifletto su quanto possa essere alto il rischio di contaminazione e sulle possibili responsabilità esistenti a vario livello.
I fatti di Sanremo, gettano ombre su tutti e a rimetterci,
oltre alle persone fragili e indifese, ci sono anche coloro che
quotidianamente svolgono con abnegazione e professionalità, il proprio dovere; persone che con forza vanno sostenute e tutelate!!
Auspico una maggiore incisività della comunità professionale nel prendere nettamente le distanze da qualsiasi ipotesi comportamentale contravvenente il Codice Deontolo-
gico (articolo 33) “L’infermiere che
rilevi maltrattamenti o privazioni a
carico dell’assistito mette in opera
tutti i mezzi per proteggerlo, segnalando le circostanze, ove necessario,
all’autorità competente.” e (articolo
51), “…segnala al proprio Collegio
Professionale le situazioni in cui sussistono circostanze o persistono condizioni che limitano la qualità delle
cure e dell’assistenza o il decoro dell’esercizio professionale.” e in ragione di ciò, amplificando
il grido di dolore dei “senza voce”, sollecito l’intero Consiglio Direttivo a rinforzare le già presenti azioni di ascolto e
tutela, senza Se e senza Ma!!
“i vecchi povere stelle,
i vecchi povere patte sbottonate,
guance raspose arrossate
di mal di cuore e di nostalgia.
i vecchi sempre tra i piedi,
chiusi in cucina se viene qualcuno,
i vecchi che non li vuole nessuno
i vecchi da buttare via…”.
Duilio Loi
Direttore Editoriale
I n d i c e
Laura Nicola - Linee guida, procedure e protocolli dello scompenso
cardiocircolatorio: il ruolo dell’infermiere . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 4
Silvia Giudici - L’infermiere ed il paziente straniero: filo diretto con la
mediazione linguistico-culturale. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 10
Servizio di mediazione linguistico culturale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 14
Ruggero Rizzini - Incontro ravvicinato con i disagi del paziente straniero
ospedalizzato . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 15
Inserto VIta dI CollegIo
Chi fa mediazione sanitaria a Pavia e in provincia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 18
Cinzia Ancarani, Federica Della Fiore - Esperienza di volontariato in Togo . . . . . . . 19
Barbara Pellegrini, Giuseppe Bolognesi - Un mondo poco, o per nulla
conosciuto: la Neuropsichiatria infantile . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 22
Cinzia Ancarani, Silvia Lodola - Sorveglianza e controllo dell’infezione da Hiv:
nuovo progetto nell’Asl della provincia di Pavia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 25
Anna Sponton - La simulazione con Human Patient Simulator (HPS): un veicolo
a supporto dell’apprendimento e dello sviluppo delle competenze
nell’infermiere . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 27
Silvia Giudici - Aggiornamento . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 31
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Infermiere a Pavia
linee guida, procedure e
protocolli dello scompenso
cardiocircolatorio: il ruolo
dell’infermiere
lo sCompenso CardIaCo
* Laura Nicola
rIassunto
L’approccio infermieristico al paziente
con scompenso cardiaco instabile può
essere schematizzato in momenti che
partono dall’ inquadramento iniziale, alla messa in atto del piano di terapia deciso dal medico, alla sorveglianza dell’evoluzione del paziente e arrivano alla
definizione di un programma a mediolungo termine (educazione, presa in carico alla dimissione e per il follow-up
successivo).
L’infermiere svolge un ruolo importante
in tutte le tappe gestionali: nell’inquadramento iniziale, nella fase terapeutica
farmacologica e non, nella sorveglianza
dell’evoluzione del quadro clinico e al
momento della dimissione.
Nello scompenso cardiaco, come probabilmente in tutte le malattie croniche,
i modelli assistenziali efficaci hanno come caratteristiche la continuità dell’assistenza e l’educazione del paziente,
chiamato a co-gestire la sua malattia.
L’educazione al paziente comincia già
durante il ricovero quando si ha la possibilità di insegnare alcuni comportamenti (es. pesarsi tutti i giorni alla stessa ora con lo stesso vestiario): la percezione da parte del paziente dell’importanza che a questi viene data dal personale rappresenta il primo stimolo a
mantenere il comportamento appreso.
l’accoglienza
Alla nostra osservazione in regime di ricovero giungono, nella maggior parte dei
casi, pazienti in stato di acuzie, solo in percentuale minore pazienti che necessitano
un migliore inquadramento diagnostico attraverso appropriate metodiche strumentali.
L’approccio infermieristico al paziente
con scompenso cardiaco instabile può essere schematizzato in momenti che partono dall’ inquadramento iniziale, alla messa
in atto del piano di terapia deciso dal medico, alla sorveglianza dell’evoluzione del
paziente e arrivano alla definizione di un
programma a medio-lungo termine (educazione, presa in carico alla dimissione e
per il follow-up successivo).
L’infermiere svolge un ruolo importante
in tutte le tappe gestionali del paziente ricoverato per scompenso cardiaco: nell’in-
abstraCt
the nursing approach to patients with
unstable heart failure may be summarized in several phases: the initial classification, the implementation of the therapy plan decided by the physician, the
monitoring of the clinical evolution and
the definition of a medium to long-term
program (educational program, followup after discharge).
In heart failure, as probably in all chronic diseases, successful care models
have characteristics such as the continuity of care and patients education,
who are asked to co-manage their illness.
Patient education begins during the
hospital stay when the medical staff can
teach specific behaviors (for example,
to control weight daily at the same time
and in the same clothes); the patient’s
perception of the importance that is given to these issues by health personnel
is the first stimulation to maintain
learned behavior.
quadramento iniziale, nella fase terapeutica farmacologica e non, nella sorveglianza
dell’evoluzione del quadro clinico e al momento della dimissione.
L’inquadramento al momento del ricovero e finalizzato a:
- Stabilire l’ambiente di ricovero appropriato
- Identificare eventuali fattori scatenanti lo
scompenso
- Prescrivere le prime cure e definire i criteri di verifica e sorveglianza
- Delineare un programma a medio e lungo termine
- Costruire un punto di riferimento per la
verifica dell’effetto terapeutico nelle ore
e nei giorni successivi
La scelta dell’ambiente di ricovero dipende dalle informazioni ricevute ( es. paziente proveniente dal pronto soccorso o
trasferito da altro ospedale) e dalla prima
valutazione clinica del medico. Per il paziente con severa instabilità emodinamica
sarà necessario il ricovero in unità di terapia intensiva o sub-intensiva ma anche in
corsia è bene che vi sia la disponibilità per
un eventuale monitorizzazione elettrocardiografica.
Le caratteristiche cliniche del paziente
con i dati raccolti dall’infermiere e dal medico vanno a costituire la base conoscitiva
sulla quale non solo valutare il paziente all’ingresso, identificare i bisogni, pianificare
l’assistenza, ma anche verificare l’evoluzione a breve e medio termine.
L’accoglienza del paziente risulta per
tanto essere un momento fondamentale in
quanto definisce le strategie di intervento.
raccolta di dati anagrafici
I dati previsti in questa parte possono
essere raccolti direttamente dall’ufficio ricoveri, ed essenzialmente sono: cognome
nome, data di nascita, rec. Telefonico
comprensivo di famigliare di riferimento, il
consenso o meno al trattamento dei dati
personali. È opzionale ma utile raccogliere
il nome ed il recapito telefonico del medico di famiglia per facilitare lo scambio di
informazioni.
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raccolta di dati clinici e farmacologici
Sono importanti e ricavabili insieme con
il medico accettante e sono: la classe funzionale NYHA (New York heart Association) che definisce la severità dello scompenso, la storia farmacologica ( terapia attuale e abituale, allergie, intolleranze), raccolta di informazioni specifiche su eventuale pace makers o defibrillatore impiantabile.
Classificazione secondo la new York
Heart association (nYHa)
Classe I: nessuna limitazione: l’attività
fisica abituale non causa astenia, dispnea o palpitazioni.
Classe II: limitazione lieve all’attività fisica: benessere a riposo ma l’attività fisica abituale causa affaticamento, palpitazioni o dispnea.
Classe III: limitazione notevole all’attività fisica: benessere a riposo ma attività
fisiche di entità inferiore a quelle abituali causa la comparsa di sintomi.
Classe IV: incapacità a svolgere qualsiasi attività fisica senza disturbi: i sintomi di scompenso sono presenti già a riposo ed aumentano ad ogni minima attività.
Comuni aggettivi usati per descrivere
la gravità dello scompenso
lieve: il paziente può muoversi senza
limitazioni importanti
moderato: intermedio fra lieve e grave
grave: molto sintomatico, che ha bisogno di prestazioni assistenziali frequenti
parametri obiettivi e strumentali
L’esame obiettivo comprende la rilevazione del peso corporeo abituale, attuale e
stimato (qualora non si riuscisse a pesare).
Il peso va controllato regolarmente tutti i
giorni, al mattino, a digiuno, dopo la minzione, con lo stesso abbigliamento, sulla
stessa bilancia e riportare il dato su apposita scheda grafica; la temperatura corporea (timpanica, o rettale nel caso di vasocostrizione importante), che nei pazienti
febbrili verrà ripetuta più volte al dì; la frequenza cardiaca (rilievi ripetuti), la pressione arteriosa in clinostatismo (rilievi ripetuti)
ed in ortostatismo (quando è possibile).
Il primo approccio strumentale è rappresentato dall’elettrocardiogramma per la
valutazione del ritmo, di disturbi della conduzione e per la valutazione di eventuali
aritmie.
L’RX torace: se le condizioni del paziente lo consentono dovrà essere eseguito in
radiologia, in ortostatismo; è importante
per evidenziare la presenza di versamenti
pleurici, di focolai broncopneumonici e per
quantificare radiologicamente la stasi polmonare.
Gli esami ematochimici: generalmente si
controllano l’emocromo con formula, la
VES, la funzionalità renale ed epatica, gli
elettroliti e l’attività protrombinica. Nel sospetto di un evento ischemico acuto si
esegue il controllo degli enzimi cardiaci;
se è in trattamento con amiodarone si esegue il controllo della funzionalità tiroidea;
se è in trattamento con digitale si controlla
la digossinemia; se è diabetico si esegue il
controllo dell’emoglobina glicosilata.
Emogasanalisi arteriosa: è richiesta dal
medico in presenza di importanti segni di
bassa portata e quando vi sia dispnea importante.
Via venosa: è importante avere a disposizione un catetere venoso per garantire la
somministrazione dei farmaci e la eventuale reintegrazione di elettroliti. Nei pazienti
che necessitano di una terapia infusiva
non complessa può essere sufficiente il
posizionamento di un catetere venoso periferico; nel caso sia necessario intraprendere terapia con amiodarone verrà posizionato un catetere venoso di grosso calibro tipo Drum o Angiocath (rischio di flebite); nel caso di instabilità clinica con necessità di infusioni plurime (incompatibilità
fra farmaci) è fondamentale posizionare
un catetere venoso centrale a più lumi che
permetta l’infusione in vie indipendenti.
Per l’infusione di inotropi e di vasodilatatori è indispensabile l’impiego di pompe di
infusione che assicurano una somministrazione precisa ed un rapido aggiustamento delle dosi.
Monitorizzazione cruenta della pressione arteriosa: è utilizzata nei casi di severa
ipotensione/shock , instabilità pressoria. Si
incannula una arteria (radiale, brachiale,
femorale) e si connette il catetere con una
via di rilievo pressorio emodinamico; si misura la differenza di pressione con uno zero ambientale.
Monitorizzazione emodinamica: è indicata dal medico in casi rari, spesso viene
preferita quella non invasiva ecocardiografica. È utile nei pazienti più gravi, con comportamento difficilmente interpretabile,
con alternanza di segni di congestione e di
bassa portata. Si attua attraverso l’inserimento in una via venosa centrale (di solito
la succlavia o la giugulare ) di un catetere
di Swan-Ganz che permette la rilevazione
di curve di pressione atriale destra (0-8
mmHg), ventricolare destra (Sistolica 1530mmHg, diastolica 0-8 mmHg), polmonare (PAP Sistolica 15-30 mmHg, media 9-19
mmHg, diastolica 4-12 mmHg) e capillare
polmonare (Wedge 4-12 mmHg). Il catetere di Swan-Ganz permette anche la misurazione della portata cardiaca con il metodo della termodiluizione.
la terapia farmacologica dello scompenso
Relativamente alla piano di terapia farmacologia impostato dal medico, questo
avrà come obiettivi quelli di ridurre i sintomi, eliminare la congestione (polmonare
e/o periferica), mantenere la perfusione e
la funzione d’organo (rene, fegato), contrastare l’ipertensione polmonare.
I farmaci infusivi più frequentemente utilizzati nei pazienti instabili sono i seguenti.
diuretici:
Indicazioni di impiego: Segni/sintomi di
congestione polmonare e/o periferica, dati radiologici, bioumorali suggestivi di stasi, elevate pressioni di riempimento destra
e/o sinistra misurate o stimate ecocardiograficamente.
Farmaci di scelta: Diuretici dell’ansa (furosemide, acido etacrinico, torasemide).
Associazione con idroclorotiazide, amiloride, metolazone, kanreonato di potassio,
spironolattone se non presente iponatremia.
Dosaggi: Vengono decisi dal medico tenendo contro della dose già in atto prima
del ricovero, e delle informazioni cliniche
raccolte.
I segni da monitorizzare, indici di eccessiva disidratazione sono: l’ipotensione sintomatica a riposo o nelle attività minime,
un emoconcentrazione (Ht, Hb, protidemia), lo sviluppo di iperazotemia sproporzionata alla creatininemia, di iponatriemia
e ipernatruria.
Modalità di somministrazione: Il medico
potrà indicare la somministrazione endovena a boli a dosi ridotte, oppure alte (furosemide fino a 500 mg, acido etacrinico
25-50 mg, più volte al giorno) quando sia
necessario un effetto immediato e vi sia
insufficienza renale (anche prerenale) acuta (oliguria), o cronicizzata severa; oppure
la somministrazione infusiva continua (furosemide 125-1000 mg/die) che è più efficace della somministrazione a boli a pari
dose, ha maggiore (e più prevedibile) velocità d’escrezione del farmaco.
Preparazione: Deve avvenire in soluzione fisiologica.
Integrazioni elettrolitiche: Il medico può
decidere di integrare potassio e/o magnesio anche in assenza di ipopotassiemia (K < 3.5 mEq/l) o ipomagnesemia (<
1.6 mEq/l) quando il diuretico è in infusione continua, quando il paziente è in infusione con dobutamina e/o dopamina.
È utile poi mantenere i valori di kaliemia
>4.5 mEq (associando diuretici risparmiatori di potassio e anche integrando con
potassio per os o endovena).
Orario di somministrazione: Poiché l’effetto del diuretico viene potenziato dal clinostatismo, viene generalmente prescritta
la prima somministrazione alle ore 6, in
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modo che sia anche distante dalla somministrazione di farmaci vasodilatatori. In caso di associazione di diuretici tiazidici,
questi vengono prescritti generalmente
un’ora prima della furosemide.
Monitorizzazione: Va controllato ogni
mattina il peso corporeo e annotata la diuresi delle 24 ore precedenti. Vengono
controllati tutti i giorni in caso di infusione
continua o di boli a dosi alte (da 100
mg/die in sù), due volte la settimana in caso di dosi refratte e inferiori a 100 mg/die,
i valori di azotemia, creatininemia, elettroliti (sodio potassio cloro magnesio), bilirubinemia; una volta la settimana l’ematocrito
e l’uricemia. Il quadro elettrolitico viene ripetuto nel pomeriggio e il mattino successivo se il dato del mattino indica sodiemia
<128 o >145 mEq/l, o potassiemia <3.3 o
>5 mEq/l, indipendentemente dalle eventuali correzioni.
Vasodilatatori e.v.
Nitroprussiato di sodio
Indicazioni di impiego: Congestione polmonare severa, insufficienza mitralica grave
Dosaggi: generalmente si inizia con
0.25 gamma/Kg/min e, se tollerati, dopo
10-15 min siaumenta di 0.5 gamma/Kg/min
ogni 10-15 minuti fino alla dose voluta o
tollerata.
Monitorizzazione: Va controllata la pressione arteriosa ogni 10-15 min durante la
fase di adeguamento del dosaggio, poi
ogni mezz’ora per la prima ora (eventuale
impostazione allarmi sul monitor).
Per evitare lo sviluppo di tollerance, viene spesso utilizzato:
1) un dosaggio inferiore di giorno e maggiore di notte, per il tempo strettamente
necessario
2) un trattamento solo notturno (dalle ore
20 alle ore 6 o 8)
3) un’alternanza fra nitroprussiato e nitrati
per 12 ore die ciascuno
Il trattamento intermittente è preferito
notturno per ovviare ai problemi relativi al
clinostatismo e permettere al paziente di
riposare di notte, risultato assai importante
in questa fase.
Preparazione dell’infusione: per la diluizione va utilizzata soluzione glucosata. La
preparazione deve essere eseguita al riparo dalla luce. Vengono utilizzati deflussori
schermati. Non deve essere utilizzata dopo 4 ore dalla preparazione o anche prima
se si scolora. Non deve essere aggiunto
nessun altro farmaco alla soluzione. Se
somministrato per più di 12 ore, va sostituito farmaco e set di infusione ogni 12
ore.
La monitorizzazione dei tiocianati non è
necessaria di routine, ma solo in caso di
sospetta intossicazione (vedi sotto) o di
Infermiere a Pavia
necessità di prolungata somministrazione
in continuo. Il livello considerato tossico è
di 100mg/ml. Va ridotta la dose del nitroprussiato o le ore di somministrazione
quando i tiocianati superano i 50mg/ml.
Intossicazione da nitroprussiato Il NTP
viene convertito in cianmetemoglobina e
sali di cianuro liberi nei globuli rossi, i sali
di cianuro sono convertiti in tiocianati nel
fegato e eliminati dai reni (emivita 7 gg). I
cianuri accumulati producono acidosi lattica
Sospetto: grave ipotensione in corso di
trattamento. Confema: acidosi metabolica
all’EGA
Trattamento: 1) sospendere l’infusione,
2) Somministrare nitrito d’amile per inalazione per 15-30” al minuto intanto che si
prepara soluzione di nitrito di sodio al 3%
da somministrare ev a 2.5-5 ml/min fino a
una dose totale di 10-15 ml. Controllare
PAs. Eventuale uso di amine. 3) Somministrare tiosolfato di sodio ev al dosaggio di
12.5 g in 50 ml di destrosio al 5%, iniettato
in 10’.Se i sintomi di sovradosaggio continuano si può ripetere il trattamento con nitrito di sodio e tiosolfato di sodio a dosaggio dimezzato.
Nitroglicerina e.v.
Indicazioni di impiego: Congestione polmonare severa, insufficienza mitralica grave; sono i farmaci di scelta nei pazienti con
ischemia documentata.
Dosaggi: Generalmente si inizia con
0.25 gamma/Kg/min e, se tollerati, dopo
10-15 min si aumenta di 0.5 gamma/Kg/min
ogni 10-15 minuti fino alla dose voluta o tollerata.
Monitorizzazione: Va controllata la pressione arteriosa ogni 10-15 min durante la
fase di adeguamento del dosaggio (eventuale impostazione allarmi sul monitor),
poi ogni mezz’ora per la prima ora. Informare il paziente di riferire eventuali sintomi
sopraggiunti dopo l’inizio dell’infusione
(es cefalea).
Per evitare lo sviluppo di tolerance, viene spesso utilizzato:
1) un dosaggio inferiore di giorno e maggiore di notte, per il tempo strettamente
necessario
2) un trattamento solo notturno (dalle ore
20 alle ore 6 o 8)
3) un’alternanza fra nitroprussiato e nitrati
per 12 ore die ciascuno
Preparazione dell’infusione: per la diluizione va utilizzata soluzione glucosata o fisiologica. Utilizzare solo contenitori di vetro. Se somministrato per più di 12 ore, va
sostituito farmaco e set di infusione ogni
12 ore.
Inotropi non digitalici
Dopamina: Farmaco con azione molteplice nei diversi range di dosaggio; utile in
monoterapia o in associazione con altri
inotropi
Indicazioni e Dosi :
- Dosi “renali” (fino a 5 gamma/Kg/min):
quando vi è la necessità di rapido potenziamento della diuresi o necessità di diuretici ad alte dosi o refrattarietà al trattamento diuretico; o quando vi sia la tendenza a
sviluppare insufficienza renale (aumenti
dei valori di azotemia e creatininemia, oliguria)
- Dosi “inotrope” (5-10 gamma/Kg/min):
quando vi sia ipotensione o tachicardizzazione con Dobutamina
- Dosi alfa- e beta-stimolanti (>10 gamma/Kg/min): quando vi sia necessità di effetto pressorio rapido con monoterapia.
Preparazione: Diluita in fisiologia o glucosata, generalmente ad elevata concentrazione (es 4 fiale =800 mg in 250 cc) per
ridurre la quantità di liquidi introdotti. Per
evitare ipokaliemia e ipomagnesemia,
può essere aggiunta sol 4 (20 mEq) 1 o 2
fiale e MGSO4 250 mg, 1 fl nell’infusione.
Viene più frequentemente utilizzata l’associazione dobutamina e dopamina a dosi renali (permette di mantenere entrambi
gli inotropi a basso dosaggio).
Monitorizzazione: Vanno controllate le risposte pressoria, in frequenza (eventuale
impostazione allarmi sul monitor), il tracciato ECG per eventuali aritmie, la diuresi
e i segni clinici di perfusione periferica nelle prime ore di terapia (segni “clinici” di aumento della portata), in maniera da eventualmente adeguare i dosaggi in tempi ragionevolmente brevi. Per i dosaggi renali,
non è necessaria la telemetria il paziente.
Dobutamina
Indicazioni: È utilizzata nei pazienti instabili con quadro prevalentemente di bassa portata, (indice cardiaco <2l/min/m2),
segni di danno d’organo. Può essere usata in associazione al nitroprussiato quando vi è anche congestione importante e insufficienza mitralica medio severa. L’associazione permette l’utilizzo di minori dosaggi. Anche la dobutamina dà assuefazione quando utilizzata in continuo per alcuni giorni. Il passo verso lo svezzamento
può essere l’utilizzo di dobutamina a cicli
di 48 o 72 ore settimana fino a sospensione definitiva della terapia; la verifica della
necessità di ripresa avviene sulla ricomparsa di sintomi e/o segni (es: oliguria).
Dosi: generalmente si parte con 2.5-3
g/Kg/min e si aumenta se questo dosaggio
non porta a una risposta soddisfacente.
Può essere associata a NTP o dopamina a
dosi renali prima di aumentare le dosi oltre
a 5g/Kg/min
Preparazione: Preparazione: diluizione
in fisiologica, generalmente ad elevata
concentrazione (es 4 fiale =1000 mg in
250 cc) per ridurre la quantità di liquidi in-
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trodotti. Per evitare ipokaliemia e ipomagnesemia, può essere aggiunta sol 4 (20
mEq) 1 o 2 fiale e MGSO4 250 mg, 1 fl nell’infusione.
Monitorizzazione: Vanno controllate le risposte pressoria, in frequenza (eventuale
impostazione allarmi sul monitor), il tracciato ECG per eventuali aritmie, la diuresi
e i segni clinici di perfusione periferica nelle prime ore di terapia (segni “clinici” di aumento della portata), in maniera da eventualmente adeguare i dosaggi in tempi ragionevolmente brevi. La monitorizzazione
ECG è discrezionale. Viene preferita se in
anamnesi vi sono episodi di aritmie sostenute; spesso si telemetra solo all’avvio della terapia.
Noradrenalina
Indicazioni: Utilizzata durante le manovre di rianimazione cardiopolmonare e nei
casi gravi di shock specie se settico.
Dosi e preparazione: Per iniezione diretta si diluisce 1 f (2mg) in 20 ml di glucosata. Per infusione continua si consiglia diluizione di 2 o 4 f (=4 o 8 mg) in 50 ml d glucosata. Si inizia con 0.01 g/Kg/min in infusione continua titolando sulla pressione
arteriosa.
Monitorizzazione: Vanno controllate le risposte pressoria, in frequenza (eventuale
impostazione allarmi sul monitor), il tracciato ECG per eventuali aritmie. la diuresi
e i segni clinici di perfusione periferica.
Inibitori della fosfodiesterasi (amrinone,
enoximone)
Indicazioni: Hanno le stesse indicazioni
delle dobutamina, preferiti a questa se il
paziente è in trattamento con b.bloccante.
Dosi e preparazione: possono essere
somministrati in bolo (3-5 minuti) e in infusione continua. Occorre utilizzare un lume
del catetere libero da altri farmaci. L’amrinone ha incompatibilità assoluta con la furosemide. Non utilizzare glucosata per diluire l’amrinone.
Amrinone: dose di attacco 0.75-1
mg/Kg, di mantenimento: 5-10 g/Kg/min
Enoximone: dose di attacco 0.5-1
mg/Kg, di mantenimento 5-20 g/Kg/min
Note sulla terapia farmacologica orale
nel paziente instabile
Gli ACE-inibitori (o inibitori recettoriali
dell’angiotensina, detti semplicemente
sartanici) vengono mantenuti anche nelle
fasi di aggravamento dello scompenso,
salvo che in caso di ipotensione marcata
(PAs<80 mmHg dopo riduzione posologia), di insufficienza renale acuta o in aggravamento, di problemi importanti di assorbimento. La ripresa del trattamento con
ACE-inibitori viene effettuata in fase di
svezzamento dalla terapia intensiva, embricando il farmaco al vasodilatatore e.v.
Per limitare al minimo il rischio di ipotensione e di insufficienza renale a volte viene preferito un ACEi a emivita breve, a dosi iniziali basse la cui somministrazione avvenga in orari diversi da quelli del diuretico o da altri vasodilatatori. Va controllata la
pressione sistolica (meglio se in clino e ortostatismo) e la creatininemia e la potassiemia. I dosaggi saranno progressivamente e gradualmente aumentati fino al
dosaggio massimo tollerato o a dosaggi
“standard”. Se inizialmente fallito, il tentativo di inizio/ripresa del trattamento con
ACE-inibitori viene ripetuto modulando gli
altri versanti della terapia (es. riduzione del
diuretico-prolungamento del supporto inotropo e.v.). I sartanici sono preferiti in caso
di intolleranza agli ACEinibitori.
I nitrati sono utilizzati prevalentemente
se il paziente ha ischemia o severa insufficienza mitralica. Dosi ripetute con finestra
e/o dosi scalari possono impedire l’insorgenza di assuefazione. È utile la somministrazione di nitrato prima di coricarsi se il
paziente lamenta sintomi al primo clinostatismo, oltre che prima di eventuale sforzo
altrimenti inevitabile o stress.
Gli anticoagulanti prevedono monitorizzazione dell’INR; l’eparina ev del aPTT. Le
eparine a basso peso molecolare non necessitano di monitorizzazione. Nei pazienti in terapia con eparina calcica sottocute a
dose piena ( 0,5 cc x 2), il tempo di tromboplastina parziale va controllato due volte alla settimana fino a verifica di stabilità.
Lo spironolattone è indicato nei pazienti
severi: necessita di monitorizzazione della
kalemia.
I ß-bloccanti (carvedilolo, metoprololo,
bisoprololo) possono essere introdotti anche nei pazienti con scompenso severo, in
terapia con diuretici ev, ma già svezzati da
inotropi o vasodilatatori da almeno alcuni
giorni (min 4). In questo caso la titolazione
prevederà dosi iniziali molto basse e attenti incrementi. Il paziente andrà costantemente controllato in termini di soggettività,
obiettività, pressione arteriosa, diuresi, frequenza cardiaca.
Della digitale va ricordato che gli effetti
collaterali possono essere più frequenti
nel paziente instabile (es facile raggiungimento di elevati livelli di digossinemia per
insufficienza renale).
La messa in atto della terapia, comprende
quella non farmacologica
La fisioterapia
Il paziente allettato va sottoposto a esercizi passivi di mobilizzazione allo scopo di
ridurre i danni muscolari dell’allettamento.
Appena possibile poi, quando il paziente
si alzerà, andranno fatti eseguire gli esercizi di ginnastica respiratoria per facilitare la
distensione polmonare e la rimozione di
secrezioni. Una volta appresi, gli esercizi
vanno fatti eseguire una volta al giorno
con il fisioterapista e si consiglia il paziente di eseguirli almeno ancora una volta da
solo durante la giornata.
L’alimentazione
È consigliabile, meglio se in consulenza
con il nutrizionista e/o dietista, il frazionamento dei pasti in piccoli spuntini nell’arco
della giornata, la regolamentazione dell’apporto salino (5-7 gr di sale die). In caso
di sottoalimentazione, il primo tentativo è
di conservare (se presente) il residuo di
alimentazione spontanea e di impostare
una nutrizione artificiale di complemento
alla alimentazione spontanea; altrimenti
occorrerà passare a un’alimentazione artificiale totale
Nutrizione entrale Attraverso sondino
naso-gastrico siliconato (Ch 8-10) vengono fornite le calorie necessarie, utilizzando miscele polimeriche o ad alta densità
per ridurre l’apporto liquido, che forniscono rispettivamente 1 KCal/ml e 1.5-2
Kcal/ml con 0.5 ml H2O per Kcal. Se si sospetta malassorbimento (perchè presente
diarrea, steatorrea, meteorismo e flatulenza, glossite, chelite) si utilizzano miscele
monomeriche che forniscono pari dose di
calorie.
Apporto liquido Viene molto stimolato il
controllo degli introiti idrici, che viene consigliato < 1000 ml/die; o anche meno se vi
è iponatremia, fino all’assetamento spontaneo.
L’ossigenoterapia
È indicata nei pazienti con dispnea e
pressione arteriosa parziale di O2 <60 (p
O2 all’Emogasanalisi arteriosa) o SpO2 <
90% o con dispnea intensa, edema o preedema polmonare. In questi ultimi casi
può essere utile un’assistenza ventilatoria.
La ventilazione assistita con pressione positiva
con respiratori collegati a una mascherina e guidati dal paziente, è vantaggiosa
quando prevale il quadro di congestione
polmonare, ma la performance dei muscoli respiratori è ancora accettabile.
La ventilazione meccanica con intubazione
è necessaria quando il provvedimento
sopradescritto è insufficiente, quando l’insufficienza respiratoria è determinata soprattutto da un deficit muscolare conseguente alla bassa portata.
L’ultrafiltrazione
può essere presa in considerazione, in
aggiunta alla terapia intensiva farmacologica, nei pazienti con grave congestione e
con iponatriemia resistente alla terapia
convenzionale. Si preferisce usare un circuito veno-venoso con pompa (più efficiente e meglio tollerato dell’arterovenoso
nei pazienti ipotesi e/o in bassa portata) e
sottrarre liquidi in maniera continua e gra-
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duale (ad esempio iniziando con un bilancio negativo di 50-100 ml/ora, aumentabile secondo tolleranza e necessità). L’ultrafiltrazione può essere sospesa quando si
sia ristabilita un’adeguata funzione renale
e/o si sia ottenuta una riduzione dell’accumulo di liquidi.
L’emodialisi
ha indicazione quando si sia instaurata
grave insufficienza renale.
L’assistenza ventricolare
È indicata raramente (contropulsatore o
cuore artificiale o meccanico) nel caso di
soggetti totalmente non responders alla
terapia quando vi sia a breve una soluzione (es.trapiantologia).
La sorveglianza dell’evoluzione si basa
sulla monitorizzazione del decorso clinico,
che viene documentata attraverso la registrazione dei dati riportati nella valutazione
iniziale ad ogni momento di controllo. I dati di verifica sono complessivamente quindi quelli clinici (sintomi e segni), ematochimici e radiologici, ed eventualmente strumentali
In base alla risposta alle cure, i pazienti
potranno essere inquadrati in 3 gruppi:
1) responder: raggiungono gli obiettivi,
tollerano lo svezzamento dai farmaci
e.v., presentano stabilità a riposo e nelle attività minime. Dopo verifica della
stabilità clinica e della funzione d’organo in terapia orale, possono essere
considerati dimissibili. In questi pazienti andrà avviata l’educazione sanitaria e
impostato il piano di follow up;
2) responder parziali: raggiungono gli
obiettivi, ma presentano ricadute a breve distanza dalla sospensione dei farmaci ev, o con l’avvio della mobilizzazione attiva. Questi pazienti verranno rivalutati criticamente per verificare se ulteriori variazioni terapeutiche potranno
portare a uno svezzamento stabile;
3) non responder: non raggiungono o raggiungono solo in parte gli obiettivi, non
sono svezzabili dalla terapia e.v., necessitano di incremento progressivo
dei dosaggi dei diuretici e/o degli inotropi. In questi pazienti a prognosi assai
grave, il medico valuterà eventuali altre
scelte terapeutiche. Il trapianto di cuore
può essere considerato nei pazienti con
scompenso severo senza alternativa di
altro trattamento (compreso quello farmacologico, elettrico, chirurgico). Il paziente dovrebbe esprimere la volontà e
la capacità a proseguire il trattamento,
dovrebbe essere emotivamente stabile.
La definizione di un programma a medio-lungo termine infermieristico comprende l’educazione del paziente da cominciare già in ricovero, la sua presa in carico alla dimissione e per il follow-up successivo
Infermiere a Pavia
Quale strumento operatIVo per
l’InfermIere?
Lo strumento operativo che risulta essere più idoneo per raccogliere tutte le informazioni utili è la cartella infermieristica.
La cartella infermieristica è lo strumento
cartaceo o informatizzato che raggruppa
in sé una serie di informazioni relative al
processo di nursing destinata alla singola
persona assistita. Attraverso la compilazione della cartella si ottengono alcuni scopi:
favorire la continuità e la personalizzazione dell’assistenza, migliorandone la qualità; documentare l’assistenza erogata ai
malati; evidenziare la specificità operativa
e gli ambiti di competenza; sostenere l’integrazione tra le varie figure coinvolte nel
processo assistenziale.
Un riferimento legislativo molto preciso
viene segnalato nelle Linee Guida emanate dalla Regione Lombardia nel mese di
Luglio 2001. All’art. 3 lettera E si evidenzia
“la documentazione di altri operatori sanitari ’’ ed in modo particolare la cartella infermieristica. Si evidenzia quanto segue: la
cartella infermieristica è lo strumento cartaceo o informatizzato, che documenta la
pianificazione della assistenza infermieristica elaborata dall’infermiere per ogni singola persona assistita. L’elaborazione di
una cartella infermieristica richiede quale
presupposto l’adozione di un modello
concettuale di riferimento quale ad esempio il modello che si rifà alla “scuola dei bisogni’’ che si caratterizza per la relazione
tra il concetto di assistenza e quello di bisogno. Il processo di assistenza infermieristica è il metodo che la disciplina infermieristica adotta per identificare i bisogni del
singolo utente e per pianificare una risposta efficace ed efficiente a tali problemi, attraverso un complesso di prestazioni.
Tale metodo è strutturato in due momenti
fondamentali: il processo diagnostico,
cioè l’insieme delle operazioni logiche finalizzate ad un giudizio clinico circa i problemi di salute di competenza infermieristica e la pianificazione, cioè l’insieme delle
operazioni logiche dedicate alla scelta e
alla realizzazione degli interventi che il professionista ritiene possano condurre alla
risoluzione dei problemi.
Nelle Linee Guida si raccomanda che la
struttura della cartella infermieristica preveda le seguenti sezioni:
Raccolta di informazioni
Identificazione dei bisogni
Formulazione degli obiettivi
Pianificazione azioni infermieristiche
Diario
Valutazione dei risultati
Allegati
Relativamente al paziente ricoverato si
sottolinea che le caratteristiche cliniche
del paziente con i dati raccolti nella cartella infermieristica dall’infermiere e nella cartella clinica dal medico vanno a costituire
la base conoscitiva sulla quale non solo
valutare il paziente all’ingresso ma anche
verificarne l’evoluzione a breve e lungo termine.
Il programma eduCazIonale
L’infermiere si inserisce come educatore
alla salute, egli reca all’utente l’aiuto di cui
può aver bisogno per compiere degli atti
che contribuiscono al mantenimento e al
recupero della salute e che egli stesso
compirebbe se avesse abbastanza forza e
conoscenza.
Questo ruolo dell’infermiere è previsto
nel DM 739 del 14/9/94: L’infermiere è responsabile dell’assistenza generale infermieristica…, l’assistenza infermieristica di
natura curativa, palliativa e riabilitativa è di
natura tecnica, relazionale, educativa… Le
principali funzioni sono la prevenzione delle malattie, l’assistenza dei malati e disabili di tutte le età e l’educazione sanitaria.
L’insegnamento agli utenti deve considerare tre ambiti: sapere, saper fare, saper
essere.
Il sapere, le conoscenze che gli utenti
possono avere l’esigenza di acquisire, sono molteplici; tra i metodi da adottare è
l’insegnamento persona a persona, un
metodo che può essere utilizzato anche in
modo informale al letto del malato. A volte
può assumere la forma di semplice informazione, altre volte può avere un obiettivo
più ambizioso poiché tende a modificare
un comportamento che fa parte dello stile
di vita.
Il saper fare, cioè le abilità pratiche, si
avvale essenzialmente della dimostrazione. La dimostrazione è un metodo che va
applicato con grande attenzione e correttezza; il contesto deve essere adatto,
l’operatore deve agire lentamente, passo
per passo, mettendo l’accento sui passaggi più importanti o complessi e mostrandosi disponibile a ripetere più volte.
Il saper essere, cioè dei modi di pensare e degli atteggiamenti, è quello in cui l’insegnamento si rivela più difficile in quanto
la finalità è ottenere l’apprendimento di
comportamenti e atteggiamenti adeguati.
Il metodo più idoneo è l’insegnamento
persona a persona coinvolgendo anche i
famigliari.
Nello scompenso cardiaco, come probabilmente in tutte le malattie croniche, i
modelli assistenziali efficaci hanno come
caratteristiche la continuità dell’assistenza
e l’educazione del paziente, chiamato a
co-gestire la sua malattia. Non solo, ma è
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ormai consolidato dalla letteratura che i
modelli assistenziali che si basano sulla
gestione infermieristica diretta del paziente determinano una riduzione del numero
e della durata delle ri-ospedalizzazioni, un
miglioramento dello stato di salute del paziente con un aumento della sua soddisfazione per le cure ricevute.
L’educazione al paziente comincia già
durante il ricovero quando si ha la possibilità di insegnare alcuni comportamenti (es.
pesarsi tutti i giorni alla stessa ora con lo
stesso vestiario): la percezione da parte
del paziente dell’importanza che a questi
viene data dal personale rappresenta il primo stimolo a mantenere il comportamento
appreso. Per l’approccio educazionale si
possono utilizzare vari metodi: distribuzione di opuscoli informativi, riunioni di gruppo, contatto singolo. Non deve essere dimenticato che ogni occasioni è indicata
per spiegare, verificare e rafforzare messaggi educazionali.
Il controllo del peso corporeo: Occorre
insegnare a pesarsi tutti i giorni al mattino,
a digiuno, indossando lo stesso abbigliamento, sulla stessa bilancia, dopo la minzione e riportare il peso su apposito diario
per permettere di confrontare il peso del
giorno con quelli precedenti.
Il controllo della pressione arteriosa: è
utile insegnare l’autocontrollo della pressione a domicilio, va stimolata la registrazione su un diario da portare ai controlli
ambulatoriali. È utile insegnare a misurare
la pressione sia in posizione seduta che
eretta per rilevare eventuali ipotensioni ortostatiche, in presenza di sintomi e in orari
diversi della giornata per monitorare eventuali picchi ipotensivio o ipertensivi.
Il controllo della frequenza cardiaca: è
utile invitare il paziente all’autocontrollo a
domicilio dopo adeguata istruzione a rilevare la frequenza periferica al polso.
La riduzione dell’apporto idrico: è necessario insegnare al paziente a controllare l’apporto idrico giornaliero ricordando
che i liquidi comprendono sia l’acqua bevuta sia i liquidi contenuti in frutta, verdura,
minestre. Si possono dare suggerimenti
su come combattere la sete ad esempio
succhiando piccoli cubetti di ghiaccio,
sciacquare la bocca senza ingerire l’acqua, bere piccole quantità di acqua in più
riprese, non mangiare salato, limitare le
bevande gassate.
La scelta della dieta: va consigliata una
dieta iposodica, escludendo i cibi ricchi di
sale quali quelli in scatola o conservati in
salamoia, i salumi, gli spuntini e i formaggi
stagionati. È bene suggerire alcune modalità di cottura degli alimenti quali evitare le
fritture e raccomandare la cottura a vapore. Insaporire gli alimenti con spezie e aromi.
I controlli clinici: aiutare il paziente a
programmare su un agenda o un diario i
controlli medici e gli esami da effettuare, in
modo da rispettare le scadenze ottimali.
l’assunzione dei farmaci: per evitare
problemi di dimenticanza o di errore potrebbe essere utile preparare una tabella
scritta a caratteri grandi e comprensibili
con gli orari, il nome del farmaco e la dose, consigliare di assumere le medicine alla stessa ora ogni giorno, consigliare di tenere una copia dello schema nel portafogli
, chiedere al paziente di rileggere lo schema per verificare la comprensione, ricordare al paziente di segnalare sempre gli
effetti collaterali.
L’autogestione del diuretico: nel caso in
cui il medico sia d’accordo, si può insegnare al paziente a modificare la dose del
diuretico quando si accorge di rapidi aumenti di peso (es. 2 chili in 2-3 giorni). Si
aumenta di solito la furosemide perché
agisce più rapidamente, ricordando al paziente di ritornare alla dose precedente
una volta ripristinato il peso abituale.
Una buona comunicazione fra infermiere e paziente è un requisito essenziale per
favorire una buona aderenza alle prescrizioni terapeutiche.
Note di segreteria
Gli orari di apertura al pubblico sono i seguenti:
Lunedì e Giovedì dalle ore 09.00 alle ore 13.00 e dalle ore 14.00 alle
ore 17.00 - Martedì, Mercoledì e Venerdì chiusura totale
bibliografia
– C. Opasich et alt., Manuale infermieristico ragionato- lo scompenso cardiaco
cronico,
– Gissi-HF, 2002
– Linee Guida Regione Lombardia, art. 3
lettera E, Documentazione di altri operatori sanitari, 2001
– O. Bassetti, Educare assistendo, Rosini
editore, 1994
– A. Gioia, L’infermiere e il malato cardiaco, Masson, 2002
gli autori
* Infermiere
Coordinatore Divisione di Riabilitazione Specialistica Cardiologica, Responsabile Scientifico formazione infermieristica, Auditor interno di sistemi gestione per la qualità nel settore sanità
I.R.C.C.S. Fondazione Salvatore Maugeri,
Centro Medico di Pavia
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Infermiere a Pavia
l’infermiere ed il paziente
straniero: filo diretto con
la mediazione linguisticoculturale
Keyword: nursing transculturale, paziente straniero,
assistenza infermieristica agli immigrati, mediazione
linguistica culturale, tradizioni e credenze nelle etnie
* Silvia Giudici
rIassunto
Il Nursing Transculturale è quella disciplina che ha come cardine il concetto della
human care, meglio conosciuto come il
“prendersi cura”, cioè l’insieme di tutti
quegli atti di sostegno e di aiuto rivolti ad
un individuo di etnia diversa dalla autoctona, cioè allo straniero immigrato.
Obiettivo del Nursing Transculturale è
quello di educare gli operatori sanitari ad
agire senza pregiudizi, stereotipi, discriminazioni, etnocentrismo e relativismo
culturale. Malgrado questa scienza insegni a lavorare rispettando lo straniero, la
stessa non è sufficiente a far conoscere
a fondo tutte le etnie presenti sulla Terra.
La mediazione linguistica culturale
(MLC) è la risposta efficace a questa carenza. Chi ricopre questo ruolo è un
professionista che appartiene preferibilmente al Paese di origine del malato, ne
condivide rappresentazioni mentali,
modelli di riferimento socio-culturali, appartenenze e competenze linguistiche e
comunicative (che non sono esclusivamente attinenti all’ambito verbale). Il
MLC ha specifiche competenze relazionali e di gestione dei conflitti e degli stati emotivi, è dotato di particolare sensibilità e disponibilità nei confronti dell’immigrato e deve agire con neutralità e
con capacità di decentramento, rispettando segreto professionale e privacy.
L’ottimale sarebbe quello di avere un
Servizio di Mediazione Linguistica Culturale all’interno degli ospedali e nelle
realtà extraospedaliere.
In questo articolo vengono analizzate,
attraverso esempi di casi clinici, le più
comuni difficoltà che si riscontrano nella
gestione di un utente straniero ed i limiti
dell’approccio relazionale del nursing.
L’attività infermieristica si dovrebbe basare sulla relazione d’aiuto cioè sulla capacità di instaurare un rapporto empatico,
il più possibile paritario, in cui il sapere dell’assistito e quello dell’infermiere, quest’ultimo consapevole della dimensione olistica dell’assistenza, cercano le modalità di
risoluzione ai problemi di salute, tenendo
summarY
Transculturale Nursing is the discipline
that has its cornerstone of human care
best known as the caring, the set of all
those acts of support and assistance
aimed at an individual’s ethnic group different from ours.
The aim of transcultural nursing is to educate health professionals to act without prejudice, stereotypes, discrimination, ethnocentrism, cultural relativism.
Transcultural Nursing is identified with
the holistic dimention of care and is the
starting point of mediation.
Despite this science to work by teaching the stranger, the same, despite its
efforts, is not sufficient to fully know all
the ethnic groups on Earth.
Transcultural linguistic mediation is the
right answer to this shortage. Who
holds this role is a professional who
must first belong to the original culture
of the patient, must have specific competences, management, language and
must be equipped with special sensitivity towards the patient and availability,
all acting with neutrality, respecting confidentiality and privacy.
The ideal would be to have a Service of
Cultural Mediation in hospitals and outside hospitals.
This article analyzed through examples
of some clinical cases, the most common difficulties encountered in the
management of a foreign individual and
the limits of the relationship of nursing.
conto della specificità di entrambi e del
contesto globale in cui vivono.
In ambito assistenziale è molto importante la valutazione della cultura di appartenenza e di come questa influisca sul modo di vivere la salute e la malattia, soprattutto quando il contesto culturale dell’operatore e del paziente sono particolarmente
diversi.
Quando si assiste un paziente straniero,
non si può non menzionare il Nursing e la
Medicina Transculturale, discipline che
hanno come cardine il concetto di human
care, meglio conosciuto come il prendersi
cura, ovvero l’insieme degli atti di sostegno
e di aiuto rivolti ad un individuo bisognoso
di cura, in grado di essere efficaci nella relazione terapeutica con persone di diversa
etnia. Esso è un fenomeno universale, ma
le espressioni, i processi ed i modelli variano in base alle culture dei soggetti.
Nella realtà dei fatti, quando ci troviamo
di fronte un paziente straniero immigrato,
ci comportiamo davvero secondo i canoni
dettati da queste due scienze?
Secondo Madeleine Leininger, l’assistenza infermieristica, se lasciata a se
stessa, “porta all’etnocentrismo come modo intenzionale di imporre il proprio punto
di vista, i propri valori, credenze e pratiche
su altri in quanto l’esercente le ritiene superiori o migliori”.
Secondo gli studiosi di psicologia sociale, i pregiudizi e gli stereotipi sono a tutt’oggi vivi anche in quei contesti in cui, sia
per diritto, sia secondo codice deontologico che per regolamenti interni, le condizioni a rischio di discriminazione dovrebbero
ricevere ancor più attenzione e cura. La
causa di tutto ciò (comportamenti e azioni)
sarebbe la non conoscenza, l’etnocentrismo per l’appunto, il relativismo culturale.
La necessità del popolo ospitante di convivere improvvisamente con individui di cui
si conoscono a mala pena i costumi, le
abitudini ed i riti, poco o per nulla la lingua,
i principi della religione di appartenenza, la
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realtà politica-legale, parenterale-sociale, la realtà educativa, tecnologica ed ambientale del loro Paese, aggiungendo infine il tabù irrisolto del colore della pelle
(tutt’oggi causa di razzismo e
xenofobismo), genera atteggiamenti di diffidenza che
vanno dal dileggio verbale, al
rifiuto di ogni forma di comunicazione o contatto, dalla
segregazione all’aggressione.
L’assistenza infermieristica
ad un paziente straniero non
è semplice, e per essere il più
possibile personalizzata ed
efficace, deve tener conto di
alcuni limiti. Ma quali problemi può riscontrare un operatore sanitario nella gestione
di un malato straniero?
L’infermiere deve sapere
che frequentemente vi è una
carenza di rete familiare. Il
malato si sente solo, malgra-
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do abbia vicino a sé persone
conosciute (parenti ed amici,
ma non la figura cardine quale la moglie o la madre a cui
affidare le proprie cure); le disponibilità economiche sono
limitate; vi è una precarietà
alloggiativa o lavorativa
(spesso inesistente) che diventa problema vissuto come
più importante della salute
stessa; mancano le conoscenze sui sistemi di cura del
Paese ospitante; vi è un utilizzo diverso ed inappropriato
di farmaci, sostanze e presidi, incongruente con i principi della medicina allopatica;
l’insicurezza emotiva procura
preoccupazione ed ansia
sproporzionata verso piccoli
problemi; e non per ultime
sono presenti difficoltà linguistiche-culturali.
Ma quali sono le priorità
d’intervento nei confronti di
tali persone?
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Non essendo un tuttologo, nella speranza che riconosca questo suo limite, l’infermiere deve attivarsi affinchè venga riconosciuta l’importanza del Mediatore Linguistico Culturale e quindi in prima istanza
conoscerne il tipo di professionalità.
In questo contesto sembra pertinente e
necessaria una riflessione: la società, di
fatto sempre più multiculturale, non solo
deve dotare i suoi servizi di strumenti adeguati per accompagnare e favorire il processo di integrazione dei cittadini stranieri,
ma deve realisticamente mettere in discussione i propri modelli culturali, accettando
il fatto che esistono anche altri stili di vita,
usanze, credenze.
Gli stessi operatori sanitari devono mettersi in discussione attraverso l’autoanalisi
e l’autocritica, ed arrivare alla conclusione
che, per promuovere una human care
transculturale adeguata e personalizzata,
è necessaria l’attivazione della mediazione
culturale.
La mediazione culturale non è la risposta ad una esigenza di “traduzione”. Que-
Infermiere a Pavia
sto vuol dire che il mediatore linguisticoculturale non fa l’interprete e basta. È colui
che riesce a creare un ponte tra due culture diverse, nel pieno rispetto di entrambe,
senza creare fusione tra i due saperi culturali, dando tutti quegli input che facilitano
il rapporto tra infermiere e paziente sulla
concezione del corpo nelle diverse culture, sul concetto di salute/malattia, sulla
manifestazione e l’espressione del sintomo da parte del paziente, sulla tipologia
delle cure tradizionali popolari e moderne.
Per ricoprire questo ruolo, il mediatore
linguistico-culturale deve innanzitutto appartenere alla cultura d’origine dell’utente,
deve quindi conoscere la lingua parlata
dal paziente, avere specifiche competenze
quali la capacità di gestire una relazione di
aiuto. In più deve conoscere la legislazione italiana in materia di accesso dello straniero nel paese ospitante, conoscere la legislazione sanitaria ed il sistema dei servizi sanitari con relative modalità di fruibilità,
conoscere l’ambiente, le abitudini, gli
aspetti culturali, sociali del paese d’origine
e del paese ospitante, essere in grado di
rapportarsi con malati ed operatori sanitari, il tutto operando con neutralità e rispettando il segreto professionale e la privacy.
Come si può notare, il compito di questa
figura è tutt’altro che facile ed implica non
solo una preparazione teorica adeguata,
ma anche una particolare sensibilità e disponibilità, un percorso personale che
conduca ad una rivisitazione del proprio
“essere straniero” e una visione critica della propria cultura.
L’appartenenza del mediatore allo stesso Paese d’origine del paziente non sempre facilita la comunicazione dal momento
che possono nascere diffidenze e conflittualità (ciò è particolarmente frequente nel
campo delle problematiche ostetrico-ginecologiche a seguito di alcuni principi eticoculturali-religiosi di determinate etnie) o
difficoltà linguistiche come nel caso di assistiti di etnia nomade-berbera, dove la lingua parlata è un dialetto che varia non solo da Paese a Paese, ma anche da regione a regione. Proprio per queste differenze, non sempre l’intervento di un MLC proveniente dallo stesso Paese è unica e sufficiente garanzia di un’ottimale mediazione. In alcuni casi, infatti, è determinante
saper ridestinare l’intervento ad un diverso
MLC in base a quanto emerge da un primo
incontro (si riporta l’esempio di una donna
berbera del Marocco che dopo un primo
incontro con la MLC arabofona di Rabat
viene ridestinata alla MLC marocchina ma
di origine berbera e con uno stesso substrato culturale e linguistico).
È doveroso in questo contesto fare una
puntualizzazione su quello che può essere
definito il ruolo della religione all’interno
dei comportamenti umani, in particolare riferendosi all’influenza che essa stessa
esercita nei confronti delle persone che
adottano il credo musulmano ad esempio,
che vanta non solo dedizione e osservanze, ma anche obblighi e divieti, elementi
che in alcuni casi possono essere motivo
di discordanza con alcuni principi diffusi
nel mondo occidentale. Si aggiungano poi
le difficoltà interpretative legate alla teatralità, gestualità, ai significati dei diversi atteggiamenti corporei, alla diversa percezione della malattia, al significato del dolore, ai ruoli sociali, ai ritualismi. Un concentrato di ostacoli per nulla semplici da superare, ma non impossibili se l’operatore sanitario si apre alla conoscenza e al confronto.
Sempre più frequentemente in ospedale
vengono ricoverati pazienti stranieri provenienti dal Nord Africa, Bosnia-Erzegovina,
Albania, Romania, Sud America, ed altri
Paesi, ciascuno con un proprio bagaglio
culturale, un proprio vissuto, un proprio
modo di vivere la malattia. Molte realtà
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bibliografia
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ospedaliere ed extraospedaliere, su sensibilizzazione e sollecitazione del proprio
personale, si sono attivate per garantire
agli utenti stranieri un percorso di cura
personalizzato, che tiene in considerazione le origini ed il contesto culturale e sociale di ognuno. La problematica è stata
assimilata a tal punto da diventarne motivo
di “qualità” per le aziende stesse.
Ne è un esempio l’IRCCS Fondazione
Salvatore Maugeri di Pavia che ha stipulato una convenzione con la Cooperativa
Sociale “Progetto Con- Tatto” – Onlus,
quest’ultima impegnata dal 2000 sul territorio pavese nel promuovere e sostenere
interventi sociali, sanitari, educativi e culturali su tutte le tematiche riguardanti l’immigrazione.
Grazie a questa collaborazione, molte
delle problematiche relazionali/assistenziali con il paziente straniero in ambito sanitario, che un tempo affliggevano reparti e
servizi, hanno trovato un’adeguata risposta, dignitosa e soddisfacente sia per il paziente che per l’operatore. Il tutto coadiuvato dalla formazione attiva degli infermieri mediante corsi residenziali, improntati a
far conoscere e sviluppare il significato
dell’human care, fornendo ai partecipanti
una serie di dati utili allo sviluppo delle
proprie abilità nelle risposte assistenziali
multietniche, ma soprattutto competenze
relazionali fondamentali per un approccio
personalizzato al paziente straniero.
L’ottimale sarebbe quello di avere un
servizio di MLC all’interno della struttura di
cura e un’equipe multidisciplinare dove i
mediatori, all’occorrenza, partecipano ai ricoveri, alle visite mediche, ai follow up,
agli esami diagnostici, alle dimissioni, al
care giver, interpretando richieste, bisogni
e sintomi espressi dal paziente straniero,
chiarendo fraintendimenti ed incomprensioni.
Come già detto, non è semplice relazionarsi con una cultura che poco conoscia-
mo. Dobbiamo riconoscere che non siamo
gli unici al mondo e che il modello di vita
occidentale non è esclusivo. Aprire la
mente e diventare più elastici, questa è la
risposta giusta! Se un malato musulmano
ci chiede ad esempio, con discrezione, di
pregare cinque volte durante la giornata in
un angolo isolato del reparto, o di mangiare cibi speziati a lui graditi, portati da parenti ed amici, molto apprezzati dal suo
palato, ma molto meno dal nostro olfatto,
o di usare, in concomitanza al piano terapeutico farmacologico cosiddetto tradizionale, rimedi rituali o piante medicamentose, perché non farlo? Così come nel lutto,
perché non permettere ai familiari di prendersi cura della salma e di commemorarla
secondo usi e tradizioni? Per non tralasciare quella donna immigrata, riservata,
come la vuole la sua cultura d’origine, che
chiede di essere svestita, lavata, visitata
esclusivamente da operatori di sesso femminile. Oppure quel parente stretto, giunto
in Italia clandestinamente per assistere il
coniuge improvvisamente malato, che
chiede ospitalità in reparto poiché senza
un domicilio e senza soldi per pagarsi un
albergo. Queste sono tutte situazioni realmente accadute nella realtà lavorativa in
cui opero e che ho affrontato con spirito
solidale e con benevolenza, coadiuvata
dalla centralissima figura del mediatore linguistico-culturale, ottenendo ottimi risultati
e grandi soddisfazioni non solo professionali ma anche personali.
Vi invito a leggere la successiva testimonianza affinchè possiate riflettere sull’agire infermieristico in un contesto assistenziale non semplice, il reparto di Malattie Infettive e Tropicali, dove la sofferenza causata dalla solitudine, il disagio
della malattia, l’alterità, accompagnano il
paziente straniero per tutta la degenza ed
oltre. Disagi che si possono attutire o addirittura azzerare con l’impegno di ciascuno di noi.
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Cavalli Sforza L.L, Geni, popoli e lingue, Adelphi Editore, Milano, 2000:1020
Colasanti R., Geraci S., Medicina e Migrazioni: nuovi modelli per una politica sanitaria multiculturale, in Affari Sociali Internazionali, n. 3
Di Leo L., Aletto L., Nursing nella società multiculturale. Guida per l’infermiere, Carocci Faber Ed., Roma,
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Favaro G., Napoli M., Come un pesce
fuor d’acqua, Mondadori Editore, Milano, 2002: 76-87
Freidson E., Dilemmas in the DoctorPatient Relationship, Collier MacMillan
Ed., London, U.K., 2006: 102-123
Gallisot R., Rivera A., L’imbroglio etnico, Dedalo Edizioni, Bari, 2010: 45-62
Giudici S., Immigrazione, transculturalità e relativismo culturale: come vaccinarsi contro il pregiudizio, tesi di laurea, Pavia, 2003/2004: 11-14
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Moro M.R., Bambini immigrati in cerca
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Siniscalchi V., Antropologia culturale.
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Tabet P., La pelle giusta, Einaudi Edizioni, Torino, 2000: 15-34
Tosi A., Immigrati e senza casa, Franco Angeli Editore, Milano, 2008: 65-74
Urli N., L’ambiguità del corpo nelle cure infermieristiche, Casa Editrice Ambrosiana, Milano, 2004: 93-104
www.progettocontatto.it; www.immigrazione.biz
www.stranieriinitalia.it; www.infermierionline.net; www.click.vi.it/sistemieculture
esperienze dell’autore in ambito sanitario
l’autore
* Infermiera
Neuroriabilitazione
Fondazione Salvatore Maugeri
Pavia, sede di via Boezio
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Infermiere a Pavia
Servizio di mediazione linguistico culturale
Cooperativa Sociale Onlus “Progetto ConTatto s.c.r.l.”
e
Fondazione Salvatore Maugeri
L’ospedale interculturale rappresenta un microcosmo dove le diverse culture, i diversi gruppi nazionali, etnici e religiosi si incontrano e mantengono relazioni aperte di interazione, interscambio e mutuo riconoscimento dei propri valori e stili di vita. Nella presa in carico e nella cura del paziente straniero, sia a livello ambulatoriale che di ricovero, la Cooperativa offre un servizio di mediazione linguistico culturale da concordare
nei tempi e nei modi più rispondenti alle esigenze dell'istituto scientifico, compatibilmente e a vantaggio dell'attività medico-scientifica stessa. Gli interventi dei mediatori su chiamata e concordati su appuntamento
prevedono che il servizio sia attivabile inviando un fax alla Cooperativa che invierà una risposta con la previsione dell’intervento (previsto entro 72 ore). Per le emergenze sarà possibile richiedere il servizio via fax
con tale specifica e in tal caso l'intervento di mediazione viene garantito tra le 24 e le 48 ore successive alla
chiamata.
È possibile inoltre prevedere un servizio denominato “SOS Mondo”, di mediazione linguistica via cellulare
per casi di urgenza, da concordare nelle modalità di attivazione a seconda dei casi. La Cooperativa provvederà a fornire i numeri di cellulare di mediatori linguistici che potranno essere reperibili secondo orari concordati e rispondenti alle esigenze.
Il mediatore negli interventi sul posto potrà: affiancare il personale sanitario al momento della visita ambulatoriale e/o del ricovero per una corretta anamnesi del paziente; se ritenuto utile potrà accompagnare il percorso di ricovero o gli accertamenti diagnostici del paziente straniero; offrirà un servizio di consulenza agli
operatori sanitari e di traduzione/accoglienza/mediazione culturale per la famiglia eventualmente coinvolta.
Il servizio di MLC può prevedere anche interventi di traduzione di documentazione medica.
I mediatori linguistico culturali (MLC) coprono principalmente le seguenti aree linguistiche:
albanese, rumeno, arabo, berbero, russo, ucraino, serbo, croato, moldavo, bulgaro, cinese, amarico (Etiopia),
tagalog (Filippine), Hindi, punjabi, cingalese (Sri Lanka), francese, inglese, tedesco, spagnolo, swhaili (Africa Orientale Subsahariana), tigrino (Eritrea), wolof (Senegal), ungherese, turco, portoghese, farsi (Iran) e altre su richiesta. Azioni formative e di aggiornamento: formazione del personale medico e di assistenza su tematiche relative all’accoglienza e all'assistenza del paziente straniero (titoli da concordare in base alle esigenze dell’Ente Committente, con interventi da parte di MLC /formatori); workshop/tavole rotonde inerenti
la conoscenza di usanze, tradizioni e rappresentazioni di determinati eventi cardine in differenti culture (nascita e modelli di maternage, morte, malattia, rappresentazioni mentali legate al dolore e alla sofferenza/dolore, crescita e dinamiche evolutive ) e l'organizzazione del sistema sanitario nei differenti Paesi per i quali
venisse richiesto.
La Cooperativa garantisce un coordinatore responsabile dell'assistenza fornita, che sarà reperibile da parte
della Direzione dell'istituto della Fondazione.
Cooperativa Sociale Progetto Con-Tatto
Via Porta Calcinara, 11
27100 Pavia (PV)
tel. e fax 0382/30.11.83
[email protected]
www.progettocontatto.it
Centro di Formazione (Accredit. MIUR D.M. 177/2000)
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Numero 1/2012
incontro ravvicinato con i
disagi del paziente
straniero ospedalizzato
* Ruggero Rizzini
Sono tante le storie di reparto che nessuno conosce perché si parla sempre
troppo spesso di mala sanità trascurando,
non quella buona che ha il suo spazio sui
giornali, ma il quotidiano che è fatto di incontri, scontri, amicizie, crescita umana,
scambi, conoscenze, episodi che lasciano
un segno e dopo mesi o anni ritornano in
mente e fanno riflettere dopo aver rivisto
un particolare o aver ascoltato una parola
camminando per strada, leggendo il giornale o ascoltando un programma radiofonico.
Il quotidiano in un reparto di malattie infettive e tropicali è la storia della donna
marocchina di 50 anni che non comunica
in italiano o quella del ragazzo di colore
malato di AIDS con una moglie del nord
europa e tre figli piccoli a casa, che lentamente “perde la pelle” - sembra quasi che
cambi colore ma non si lamenta - o l’uomo
albanese che dopo un mese di degenza,
con accanto sempre la giovane moglie
(tutte e due non parlano italiano!), che si
corica di notte in un materasso azzurro di
quelli gonfiabili messo a terra vicino al letto del marito, viene trasferito in un altro reparto per curarsi un tumore al polmone o
la ragazza africana, alta, magra, bella, tutto il giorno sola con due figli piccoli lasciati a casa e una malattia infettiva, “regalo” di
un uomo che l’ha sempre picchiata e sfruttata facendola prostituire, come mi raccontò, quando la ragazza venne dimessa,
l’assistente sociale che la seguiva. Tutte
storie che nessuno dirà mai, che non interessano ai media locali ma che fanno parte di un quotidiano di reparto che non si
può dimenticare e quando si vive lascia un
segno se si ha voglia di guardare in profondità. Tutte storie che, per quanto mi riguarda, hanno una caratteristica comune:
la difficoltà nella comunicazione e nella relazione; da parte loro e da parte mia, per
una scarsissima conoscenza delle rispettive lingue, dei loro usi e costumi con conseguente qualità delle cure infermieristiche, ridotte perché limitate alle cose essenziali e tecniche come la distribuzione
della terapia, il prelievo o la preparazione
all’esame diagnostico.
La non conoscenza della lingua non è
un alibi ma, nel quotidiano assistenziale,
un problema umano, professionale e legale.
Potrei benissimo, compatibilmente con
le mie capacità e conoscenze, fare una ricerca bibliografica e “ricopiare” cose già
dette ma scientifiche. Preferisco invece impostare questa mia parte scritta come il
racconto del mio vissuto.
Al di la di tutti i problemi che presenta
una professione come la nostra, sono convinto che poi, alla fine, l’ospedale siamo
noi e dobbiamo, anche in un contesto particolare come questo, rinnovarci e aprirci
all’altro. Certo, non si può pretendere che
si conoscano tutte le lingue del mondo però dobbiamo attivarci per fare in modo che
la degenza sia priva di ostacoli e pensare
e pretendere, - non dobbiamo accontentarci di sopravvivere professionalmente -,
ad un supporto collaborativo del mediatore linguistico culturale come un passo
avanti che ci può permettere di risolvere
alcuni importanti problemi assistenziali.
Ma il mediatore linguistico non basta. Sono convinto che un’assistenza infermieristica seria passa anche attraverso la conoscenza del contesto sociale, politico e culturale delle persone. Poi, come sempre,
manca il tempo, manca la voglia per aggiornarsi e pensare ad un piano assistenziale mirato alla persona che in quel momento è ricoverata e dobbiamo seguire.
Questo è un altro discorso! Però, se vogliamo essere veramente dei professionisti
non bastano i protocolli e le linee guida
che troppo spesso, purtroppo, non vengono messi in pratica (spesso ho sentito dire
da alcuni miei colleghi che…più del protocollo fa l’esperienza!), occorre considerare, ad esempio, come dice Emanuele Crialese, regista del film “terraferma”, se non
lo avete ancora visto non perdetevelo, “Gli
stranieri sono persone che quando vanno
via dal loro Paese attraversano un’odissea”.
Aggiungo che sono persone a cui qualcuno ha tentato di far perdere loro la dignità, che vogliono riacquistare nel presente.
Forse sto esagerando. In fin dei conti la
nostra professione, ora, temo sia ridotta a
una serie di azioni tecniche che meccani-
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camente eseguiamo giorno dopo giorno,
turno dopo turno. Sono provocatorio, lo
so, però un fondo di verità purtroppo c’è
perché sono anch’io turnista e siamo talmente stressati e stanchi che ci va bene
anche accettare questo tipo di comportamento. Negarlo sarebbe mentire e non fare nulla per far crescere la nostra professione. Sempre più spesso sento dire:
“Faccio quello che devo fare e non di
più!”oppure: “Cosa dobbiamo fare di più
di quello che facciamo?”.
Quasi mi convinco. Ma non mi rassegno!
E ancora: “Dobbiamo anche, per assistere bene una persona, sapere la storia
del suo Paese? Ma per favore!!!”.
Sarà, però se non vogliamo essere classificati come dei mestieranti, come diceva
madre Chiarina Garbossa, direttrice della
vecchia scuola per infermieri del Policlinico San Matteo di Pavia, bisogna aprire la
nostra mente e conoscere, capire, studiare le tradizioni e la cultura di un popolo.
Non c’è altra scelta. È, da parte nostra,
onestà intellettuale ammettere che il mondo cambia, le migrazioni sono la quotidianità e non ci saranno più solamente i nostri
“vecchi” che parlano il dialetto, da assistere e curare. Se vogliamo costruire un percorso assistenziale serio dobbiamo farci
aiutare e non trovo scandaloso che qualcuno, un giorno, venga a raccontarci in un
contesto seminariale i motivi per cui masse di persone lasciano i loro paesi d’origine. Oppure che qualche responsabile di
un centro di prima accoglienza migranti ci
aiuti a capire come dobbiamo comportarci
di fronte al fenomeno delle migrazioni. E
ancora: perché non confrontarsi con chi
lavora negli ambulatori per migranti? D’altronde “dobbiamo capire che viviamo in
una società che è sempre più globalizzata,
diversa da quella di venti anni fa.” come dice Francesco Paterno, regista del lungometraggio “Cose dell’altro mondo”, un
film realistico della situazione dei migranti
in provincia di Treviso, terra leghista, da
non perdere assolutamente. Un altro tipo
di assistenza è un problema anche nostro
e non lo possiamo delegare. Se lo facciamo, il loro dolore, il dolore degli altri, come
canta il maestro De Andrè, sarà sempre un
dolore a metà.
Ritornando a noi, voglio concentrarmi
sul ricordo della storia di una donna marocchina di 50 anni. Me la ricordo sempre
a letto, con un copricapo sobrio a raccogliere i lunghi capelli che una sola volta ho
visto sciolti quando una sua parente la stava pettinando. Sempre in silenzio ma circondata da tanti familiari che, rispettosi dei
tempi e delle regole di reparto, entravano
uno alla volta e rigorosamente durante le
ore previste dal regolamento interno. Que-
Infermiere a Pavia
sta donna chiaramente non parlava italiano per cui aspettavamo uno dei figli per
poter comunicare con lei. Non comunicava nemmeno il suo dolore, ricordo che era
entrata per un herpes che si estendeva su
parte del corpo. Faceva le sue terapie,
punto e basta. Ogni sera c’era il rito della
comunicazione tra figlio e infermiere dove
ci si passava le “consegne” per cui noi venivamo a conoscenza di particolari utili per
poter assistere nel migliore dei modi. Chissa’ se ce l’abbiamo fatta!!!!. Ogni sera il rito del bagno, aiutata dalla figlia, e il rito del
cibo (proibitissimo portare cibo dall’esterno!!!!). I figli le portavano alcuni piatti della sua cucina che lasciavano un profumo
intenso in camera che se ne andava dopo
ore.
Tra poco ci troveremo a dover pianificare “un’altra assistenza” fatta di incastri culturali che vanno conosciuti e dovremo
convincerci che l’Italia e il microcosmo in
cui viviamo è in continua evoluzione, anche se ci riesce difficile accettarlo. “L’infermiere dovrà adattare la sua prospettiva ad
una visione più dinamica della società in
cui vive e del mondo e dovrà essere pronto a rispondere agli stimoli socio-culturali
di un ambiente di lavoro destinato a cambiare in senso multietnico: capire le esigenze degli utenti immigrati e stabilire un
buon rapporto con le altre culture saranno
aspetti sempre più importanti del suo lavoro. All’infermiere è quindi richiesta, oggi
più che in passato, una formazione che lo
renda capace di fornire un’assistenza multiculturale. Maggiore attenzione deve essere dedicata al processo di comunicazione:
una particolare apertura mentale e una modifica di atteggiamenti stereotipici sono necessarie al fine di accettare e capire la diversità. Garantire il diritto alla salute allo
straniero vuol dire anche preparare l’infermiere ad accoglierlo e a dargli un’assistenza personalizzata. La formazione antropologica, ma anche la riscoperta della relazione interetnica e interpersonale, permettono un migliore approccio con gli utenti di
altre culture. Ecco quindi che l’incontro
con gli utenti immigrati rappresenta un’occasione per diventare professionisti più
competenti anche in ambito isoculturale,
oltre che persone umanamente e intellettualmente più ricche.”
(tratto da: http://www.click.vi.it/sistemieculture/Bortolaso5.html)
l’autore
* Infermiere
Malattie Infettive e Tropicali
IRCCS San Matteo - Pavia
Presidente AINS Onlus
Vita di
collegio
1/2012
EDITORIALE
* Enrico Frisone
«Gli uomini viaggiano per meravigliarsi
dell’altezza delle montagne
delle enormi onde del mare
dei lunghi corsi dei fiumi,
dell’immensa superficie dell’oceano,
del movimento circolare delle stelle,
e passano vicino a loro stessi senza meravigliarsi.»
Sant’Agostino
E di nuovo siamo qui, un altro triennio davanti ai nostri occhi pronto a stupirci con i suoi eventi positivi e negativi, con le sue speranze da realizzare e le delusioni da
confortare.
Ogni volta ci carichiamo di aspettative e buoni propositi per poi finire a rincorrere gli eventi nel desiderio
di ottenere il miglior risultato possibile.
Tutto questo viaggiare ormai da diversi anni mi stupisce, ogni volta, le onde che attraversiamo con la nostra
piccola barca, non smettono di ricordarmi quanta fatica
e quanto pericoloso sia navigare nel mare della politica
soprattutto quella professionale.
Questa volta però è diverso; molto diverso.
Le recenti elezioni hanno raggiunto un importante
traguardo: la partecipazione.
Avete risposto numerosi ad una chiamata che per
troppo tempo è rimasta disattesa. Il costante appello, la
presenza diffusa sul territorio del consiglio direttivo potrebbe essere una possibile spiegazione del fenomeno.
Ma sono convinto che non sia proprio così, lo sento, lo
percepisco dalle richieste di consulenza e dai contatti
sempre più numerosi che i colleghi effettuano attraverso
i nostri canali di comunicazione.
Credo infatti che stia germogliando quel seme che,
tre mandati fa, in un editoriale definii come “il sogno di
un futuro per le nuove generazioni di infermieri”.
La crescita culturale e non solo specialistica, credo
sia la chiave di Volta del processo evolutivo di un gruppo. Il dibattito interno che indica la linea da percorrere,
consente l’assunzione di posizioni verso i governi locali e
nazionali non esclusivamente corporativistiche ma centrate sul raggiungimento dell’ideale, ovvero l’interesse
verso l’uomo. Guai però in questo momento a sedersi sugli allori o perdere di vista il fine del collegio. Questo è il
momento di concentrarsi sui risultati da raggiungere grazie alla credibilità ed autorevolezza conquistata nel mondo socio-sanitario provinciale. Pertanto che ognuno continui a fare il proprio lavoro focalizzandosi su l’unità
d’intenti che ha permesso un’ampia e diffusa partecipazione degli iscritti, sia durante il periodo elettorale, che
nelle manifestazioni sociali e culturali.
Il nuovo consiglio direttivo eletto ha ulteriormente incrementato nella sua composizione, la presenza di rappresentatività territoriale e culturale. Ma ormai lo sappiamo se il consiglio è la rappresentanza, gli iscritti sono
la FORZA.
In questi giorni stiamo costruendo un programma
che possa garantire una risposta locale al difficile momento socioeconomico che a tutti i livelli la nostra popolazione sta vivendo.
Gli ultimi, i meno capaci a proteggersi, le vittime di
un sistema economico avido e spietato devono essere i
nostri principali soggetti di attenzione.
L’informazione pubblica troppo spesso confonde le
notizie per ottenere significati riscontri ed aumenti di audience.
Il processo evolutivo di una società passa necessariamente attraverso momenti di trasformazione e il tentativo
di liberalizzazione di alcuni ordini professionali ne è un
esempio.
Vi chiedo pertanto di prestare molta attenzione all’informazione offerta dai media, spesso fuorviante rispetto il
futuro del sistema ordinistico
Gli infermieri a differenza di altri ordini storici, non
hanno privilegi da perdere, posizioni da difendere, poteri
politici da preservare… anzi direi che questo è proprio il
momento nel quale è necessario porre sul piatto della bilancia il valore intrinseco delle professioni e farne valere
i diritti.
Assistere le persone, attraverso atti di Care, non potrà che essere l’unica vera sfida alla politica fallimentare e al potere fine a se stesso: Raggiungendo gli uomini
senza distinguerne il valore, l’etnia o la condizione.
Auguro, a tutti noi infermieri, ispirandoci a S. Agostino, di avere occhi per “meravigliarci durante il nostro
cammino”.
Enrico Frisone
IPASVI
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V I TA D I C O L L E G I O
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Infermiere a Pavia
elezIonI per Il rInnoVo deglI organI CollegIalI
Come noto nelle giornate 26-27-28 novembre u.s. si sono svolte le elezioni per il rinnovo degli Organi collegiali.
Alla data delle elezioni risultavano n. 3979 iscritti aventi diritto al
voto; hanno esercitato il loro diritto l’11,49% degli elettori, pari
a n. 457.
Votanti suddivisi per sesso
Sesso
Aventi diritto al voto
Votanti
Uomini
578
95
% votanti
16,44 %
Donne
3401
362
10,64 %
% di votanti suddivisi per classi di età
Classe di età
Numero assoluto
votanti
% di votanti in base
alla classe di età
<25 anni:
27
25,71%
26/40 anni:
127
8,38 %
41/50 anni:
179
11,62%
51/60 anni:
109
17,69%
>61 anni:
15
8,29%
Al termine delle operazioni vi voto, si è proceduto allo spoglio
delle schede. Le preferenze espresse per i componenti il Consiglio Direttivo sono risultate:
Nominativo candidato
Numero di preferenze
Frisone Enrico . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 244
Loi Duilio . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 191
Quattrocchi Salvatore . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 124
Braga Giuseppe . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 116
Tanzi Annamaria . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 113
Belotti Luigia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 113
Ciancio Gabriele . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 107
Maiocchi Enrica . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 99
Pontello Giuseppina Maria . . . . . . . . . . . . . . . . 95
Rizzini Ruggero . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 92
Baglioni Elena . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 85
Cattaneo Emanuela. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 85
Costa Rosanna . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 80
Mutti Daniele . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 79
Mazzucco Antonella . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 68
Quaglini Elena Maria Rita . . . . . . . . . . . . . . . . . 68
Pellegrino Eugenia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 66
Rampi Annamaria . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 64
Gomez Anamuro Carina . . . . . . . . . . . . . . . . . . 55
Camerlingo Luigi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 54
Zambotti Enrica . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 52
Cerri Laura. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 52
Donati Nadia Annamaria . . . . . . . . . . . . . . . . . . 51
Bonalumi Silvia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 42
Chiappedi Enrica. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 41
Hanno ricevuto preferenze altri 79 colleghi.
Le preferenze espresse per il Revisore dei conti supplente sono risultate:
Nominativo candidato
Numero di preferenze
Roversi Paolo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 195
Cestari Vittorina . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 69
Petullo Franca . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 9
Hanno ricevuto preferenze altri 27 colleghi.
Risultano essere eletti quali membri del Consiglio Direttivo:
Frisone Enrico
Pontello Giuseppina Maria
Loi Duilio
Rizzini Ruggero
Quattrocchi Salvatore
Baglioni Elena
Braga Giuseppe
Cattaneo Emanuela
Tanzi Annamaria
Costa Rosanna
Belotti Luigia
Mutti Daniele
Ciancio Gabriele
Mazzucco Antonella
Maiocchi Enrica
A seguito della scelta della candidata Costa Rosanna di accettare l’elezione quale membro del Consiglio Direttivo, rinunciando quindi a ricoprire il ruolo di Revisore dei conti, risultano essere eletti quali membri del Collegio dei Revisori dei conti:
Di Martino Raffaella
Bergomi Piera
Bassi Claudio
Risulta essere eletto quale Revisore dei conti supplente il candidato Roversi Paolo
Nei termini previsti dalla normativa vigente il Consiglio Direttivo
e il Collegio dei Revisori dei conti neo insediati, hanno proceduto alle elezioni di secondo livello per eleggere le cariche istituzionali.
Dopo tali operazioni il Collegio IPASVI della provincia di Pavia
sarà governato nel triennio in corso dai seguenti colleghi:
Nominativo eletto
Organismo
Frisone Enrico
Consiglio Direttivo
Loi Duilio
Consiglio Direttivo
Braga Giuseppe
Consiglio Direttivo
Quattrocchi Salvatore
Consiglio Direttivo
Baglioni Elena
Consiglio Direttivo
Belotti Luigia
Consiglio Direttivo
Cattaneo Emanuela
Consiglio Direttivo
Ciancio Gabriele
Consiglio Direttivo
Costa Rosanna
Consiglio Direttivo
Maiocchi Enrica
Consiglio Direttivo
Mazzucco Antonella
Consiglio Direttivo
Mutti Daniele
Consiglio Direttivo
Pontello Giuseppina Maria Consiglio Direttivo
Rizzini Ruggero
Consiglio Direttivo
Tanzi Annamaria
Consiglio Direttivo
Bergomi Piera
Collegio Revisore dei conti
Bassi Claudio
Collegio Revisore dei conti
Di Martino Raffaella Collegio Revisore dei conti
Roversi Paolo
Collegio Revisore dei conti
Carica/Ruolo
Presidente
Vicepresidente
Tesoriere
Segretario
Consigliera
Consigliera
Consigliera
Consigliere
Consigliera
Consigliera
Consigliera
Consigliere
Consigliera
Consigliere
Consigliera
Presidente
Componente
Componente
Supplente
IPASVI
Le preferenze espresse per i componenti il Collegio dei Revisori dei conti sono risultate:
Nominativo candidato
Numero di preferenze
Di Martino Raffaella . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 164
Bergomi Piera . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 141
Costa Rosanna . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 118
Bassi Claudio . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 111
Buscaglia Nicola . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 82
Cestari Vittorina . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 49
Piovera Daniele Maria . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 48
Hanno ricevuto preferenze altri 44 colleghi.
La comunità professionale augura alla rappresentanza così
espressa un triennio di proficuo lavoro.
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V I TA D I C O L L E G I O
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enpapI e gestIone separata Inps:
Cosa è CambIato
* Giuseppe Braga
In quest’ultimo periodo sono arrivate molte telefonate di colleghi allarmati che iniziavano proprio con la frase “Mi è arrivata
una comunicazione da ENPAPI … cosa devo fare?”
Abbiamo contattato direttamente la sede centrale di ENPAPI
che ha chiarito sia il senso della comunicazione che le modalità che devono attuare tutti i colleghi destinatari della stessa.
Innanzitutto si tratta di una procedura posta in essere al fine
di garantire che il passaggio delle contribuzioni previdenziali,
erroneamente versate alla Gestione Separata INPS, siano state
imputate, sia nel totale che nella correttezza, al professionista
avente diritto.
Visto che tali missive sono state inviate a molti colleghi che
non esercitano la Libera Professione o che pensano di non aver
mai effettuato prestazioni in tale regime, ritengo opportuno fare
un piccolo passo indietro per meglio comprendere il lungo percorso che ci ha portato a questa situazione.
Il D.Lgs. 10 febbraio 1996, n. 103 “Attuazione della delega
conferita dall’art. 2, comma 25, della legge 8 agosto 1995, n.
335, in materia di tutela previdenziale obbligatoria dei soggetti
che svolgono attività autonoma di libera professione” ha aperto la strada, imboccata immediatamente dal Comitato Centrale
della Federazione dei Collegi IPASVI, per la costituzione di un
Ente privato per la tutela pensionistica degli iscritti agli Albi professionali IPASVI.
Nasce la Cassa di Previdenza IPASVI, rinominata successivamente ENPAPI (Ente Nazionale di Previdenza e Assistenza della Professione Infermieristica. Tale Ente, a norma di Legge, è
l’UNICO ente previdenziale al quale far confluire le contribuzioni per la previdenza obbligatoria, per i professionisti IPASVI.
Ciò premesso si comprende anche la difficoltà nel raggiungere tutti i Libero Professionisti, nel guidarli, consigliarli e accompagnarli sulla strada corretta per non eludere le normative vigenti. Ma prima di ENPAPI, i professionisti dovevano comunque
versare i contributi previdenziali all’INPS, nel “cassetto” della
Gestione Separata.
Ecco che, nato l’Ente previdenziale autonomo, il versamento
delle contribuzioni alla Gestione Separata INPS (GIS) non solo
è errata, ma contro la Legge e, di conseguenza, sanzionabile!
Come potete ben immaginare non è facile interloquire con
l’INPS per farsi ridare quanto erroneamente versato, ma a questo ci ha pensato ENPAPI. Dopo diversi anni di incontri, discussioni, se vogliamo anche “minacce”, i due Enti previdenziali sono giunti a un accordo che prevede che tutti i versamenti effettuati da iscritti IPASVI, presenti nelle casse della GIS, sono stati trasferiti all’unico Ente avente diritto di gestione degli stessi
per poter garantire ai propri iscritti le prestazioni previste dallo
Statuto (derivante, ovviamente, dalla normativa citata).
Da non sottovalutare che ENPAPI è venuta incontro a tutti gli
iscritti in diversi modi, innanzitutto non colpevolizzando gli
iscritti che, affidatisi a esperti del settore (rivelatisi poi poco avvezzi alla normativa vigente) hanno versato le contribuzioni alla
GIS, in secondo luogo proprio attraverso il citato accordo con
l’INPS e infine inviando a ciascuno una comunicazione per segnalare a tutti gli interessati il passaggio delle contribuzioni dalla GIS a ENPAPI stesso.
Molti hanno “sorvolato”, senza troppo preoccuparsi di una
comunicazione ufficiale di un Ente previdenziale, sulla prima
comunicazione del 2009 e una hanno ricevuto una seconda nel
dicembre u.s. (vedi esempio a pagina 17 della rivista). E allora
è nato il panico.
Cosa bisogna fare oggi?
Innanzitutto è importante verificare, recandosi all’INPS, la
propria posizione previdenziale richiedendo l’estratto conto
contributivo.
Poi è necessario mediante internet andare sulla home page
del sito www.enpapi.it
IPASVI
Da lì inserendo il codice fiscale come nome utente e la password che vi è stata segnalata nella lettera, sarete riconosciuti
dal sistema e potrete accedete alla vostra area personale da cui
potete consultare la vostra posizione previdenziale.
Andate a controllare la posizione trasferita
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V I TA D I C O L L E G I O
È necessario confrontare se quanto è indicato dall’INPS coincida con quanto trasferito a ENPAPI.
Infine bisogna compilare il modulo di agiornamento dati.
Infermiere a Pavia
State attenti nella compilazione, il modulo è semplice, ma ha un
piccolo “baco” informatico in quanto nella prosecuzione della
compilazione vi vengo richiesti i dati dell’estratto conto INPS e l’inserimento delle cifre NON ammette errori, nel caso è sufficiente ripetere la procedura di compilazione del modulo dall’inizio.
Il modulo stesso vi chiederà (verso la fine del modulo) la vostra posizione lavorativa e qui dovete dichiarare se state esercitando la Libera Professione oppure no (o ha nel frattempo
smesso).
Chi non esercita la Libera Professione ha terminato il proprio
impegno e non deve comunicare più nulla a ENPAPI, chi sta ancora esercitando continuerà a farlo senza altra preoccupazione.
Ma quanto versato che fine fa?
Chi non esercita la Libera Professione ha due possibilità: cancellarsi da ENPAPI e quindi al raggiungimento dell’età pensionabile potrà richiedere il montante contributivo maturato oppure può chiedere di mantenere aperta la posizione e può scegliere di effettuare dei versamenti di contributi volontari per accrescere il proprio montante contributivo. Con questa seconda ipotesi si hanno due vantaggi, uno fiscale immediato in quanto i
versamenti a un Ente previdenziale simulano i versamenti per
una pensione integrativa e, di conseguenza, sono deducibili
dall’imponibile fiscale, il secondo ci consentirà, al raggiungimento dell’età pensionabile di poter accedere a una (piccola in
quanto calcolata sul montante contributivo versato) pensione integrativa.
Chi esercita ancora l’attività libero professionale vedrà incrementato il proprio montante contributivo pari alle somme trasferite dal GIS.
Se vi sono rimasti ancora dei dubbi, ricordo a tutti voi che in
Collegio è presente un gruppo di lavoro sulla Libera Professione che è stato costituito per sostenere, guidare e consigliare tutti gli iscritti che vogliono esercitare la Libera Professione, ma anche per dare risposte a tutti gli iscritti che possano avere dei
dubbi, riferibili alla problematica affrontata in queste brevi pagine, ma anche sulle possibilità di esercizio libero professionale
pur in regime di attività di lavoro dipendente.
IPASVI
l’autore
* Infermiere Coordinatore
Tesoriere Collegio IPASVI di Pavia
Referente del gruppo di lavoro “Libera Professione”
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ENTE NAZIONALE PREVIDENZA e ASSISTENZA della PROFESSIONE INFERMIERISTICA
E N P A P I
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Infermiere a Pavia
Chi fa mediazione sanitaria a Pavia e in provincia
Babele Onlus
Associazione di volontariato e solidarietà familiare
In questi anni l’Associazione Babele si è occupata in modo particolare dei problemi legati alla sanità. Da un
lato il notevole incremento della popolazione straniera, dall’altro la complessità della rete dei servizi sanitari offerti dal territorio, insieme con le difficoltà connesse alle diversità linguistiche rendono difficile l’approccio alle strutture sanitarie e possono disorientare gli immigrati, che non sempre sono a conoscenza delle opportunità offerte dai servizi territoriali e ospedalieri nonché delle procedure per accedervi. Inoltre le persone
straniere, soprattutto se il loro arrivo è recente, si trovano spesso in estrema indigenza e in una grande solitudine, senza il fondamentale sostegno di parenti ed amici, completamente sradicati dalla propria appartenenza culturale.
E questo è drammaticamente rilevante quando riguarda i minori, le donne in stato di gravidanza o in puerpuerio. L’Associazione ha perciò organizzato una rete di supporto e di accompagnamento alle persone ammalate presso le strutture sanitarie e i consultori; ha fornito informazioni per l’ottenimento del codice STP o
del libretto sanitario; ha garantito, quando necessario, la mediazione linguistica in modo che il linguaggio
medico diventi una comunicazione comprensibile ad utenti che non parlano la lingua italiana. Inoltre è possibile richiedere un servizio di traduzione nelle lingue europee ed extraeuropee di moduli, dépliant informativi e regolamenti di tipo sanitario.
L’associazione ha dedicato particolare impegno nel seguire alcune famiglie con bambini affetti da gravi patologie leucemiche.
Sono, infatti, numerose le famiglie straniere, che, ricorrendo ai fondi stanziati ogni anno dalla Regione Lombardia per interventi sanitari a favore dei cittadini extracomunitari, si rivolgono al reparto di Oncoematologia Pediatrica del l’I.R.C.C.S. Ospedale San Matteo per l’inquadramento diagnostico e la terapia delle patologie leucemiche, terapie di alta specialità impossibili nei paesi di origine.
Nel 2002 l’associazione è stata contattata ed ha collaborato con da La Sociedad de Lucha contra el cancer del
Ecuador nell’ aiuto a bimbi ecuadoriani, la cui unica possibilità di sopravvivenza è legata alle nuove tecniche di trapianto midollare. Ricordo che in Ecuador, come in tanti altri paesi disagiati, l’assistenza sanitaria è
fornita solo a pagamento e che una confezione di antibiotico può valere l’intero stipendio mensile di un lavoratore medio.
L’associazione Babele, nel caso di interventi in favore di famiglie con figli colpiti da particolari forme di tumore, opera in collaborazione con la Direzione del del Reparto di Oncoematologia pediatrica dell’IRCCS San
Matteo, con l’Assessorato alla Sanità della Regione Lombardia, con l’Agal (Associazione genitori e amici
dei bambini leucemici, con sede presso l’Irccs San Matteo) ed il gruppo Emmaus, che dà ospitalità ai parenti dei bambini malati. L’associazione Babele Onlus si presta ad interventi di mediazione in ambito sanitario
sia a richiesta degli utenti che a richiesta delle strutture sanitarie.
Contatti
Mail: [email protected]
Telefono: 0382 460199
Cellulare: 340 9108141
Sede: Viale Campari 62C - 27100 Pavia
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Esperienza di
volontariato in Togo
* Cinzia Ancarani
* Federica Della Fiore
abstraCt
Thanks to the project of cultural exchange, sponsored by the College IPASVI
with the voluntary associations of Pavia,
Cynthia and Federica were able to experience living on the outskirts of Lomé
in Togo enriching their culture and sharing both professionally and personally
a short walk of life.
“… Si l’africa sta cambiando.
Non con lo stesso ritmo ovunque e non
nella stessa direzione.
Ma è chiaro che i popoli d’africa stanno
esprimendo un nuovo senso di responsabilità per il proprio destino.
Africa, hai delle necessità così grandi,
ma hai anche così tanto da dare…!!”
Queste parole di Papa Giovanni Paolo II
sono la giusta premessa per la nostra breve esperienza a Agoniyvè, periferia di Lomè in Togo .
Grazie al progetto di “interscambio culturale” promosso dal Collegio IPASVI con
le Associazioni di Volontariato di Pavia abbiamo vissuto due settimane presso la casa di volontari VOICA (volontariato internazionale Canossiane) presente da quindici
anni nel paese africano. Da cinque anni è
attivo un dispensario sanitario che accoglie a prezzi ridotti o gratuitamente la popolazione locale, per compensare un sistema pubblico e privato a pagamento.
“… hai un profondo senso della comunità e un vivo senso della dimensione Spirituale della vita umana … “
continua Papa Giovanni Paolo II
La strada è la casa ; rossa, sterrata,per-
corre il Togo da Nord a Su, incombe selvaggia la vegetazione tropicale, talvolta
secolare come le antiche tradizioni. Ai lati
spuntano baracche di legno, capanne costruite con foglie secche di cocco o di banano; macchie di colori contrastanti si
muovono a ritmo di musica durante il giorno e la notte. La strada è il letto, il bagno,
la cucina, il lavoro, la scuola, il gioco … la
strada è la vita, la comunità.
Fatalisti per necessità, appartenenti a
varie etnie, per lo più fedeli a credenze animistiche. Il protestantesimo e il cattolicesimo interessano una piccola parte della popolazione ma, per chi si è convertito, hanno un forte senso Spirituale.
Sono persone, alle quali sembra, che
per ragioni sconosciute, sia negata una visione nitida del mondo:
come ciechi in una stanza, coscienti solo di ciò che viene a contatto con loro! E’
come aver viaggiato a ritroso nel tempo,
verso i primordi del mondo. Non contagiati dal materialismo e conseguente individualismo, vivono ancora il valore della famiglia, l’amore per i bambini, la solidarietà,
l’ospitalità nei confronti dell’uomo bianco
chiamato Iavò.
Gli stregoni e gli indovini hanno un ruolo importante nella vita di tutti i giorni, questo è uno dei motivi per cui accedono alle
cure come ultima spiaggia, quando ormai
solo il fato o la divina provvidenza può esserti d’aiuto .
Al dispensario abbiamo lavorato con altri volontari e personale sanitario Togolese.
Abbiamo curato malaria, dolori addominali, sintomi febbrili,lesioni cutanee. Seguito il programma nutrizionale per bambini
denutriti . Siamo entrate in sala operatoria
come “aiuto” chirurgo per interventi di ernie scrotali e isterectomie.
Il dispensario è un punto di ritrovo,dove
nessuno a fretta e il tempo è scandito dal
sole, si affidano alle tue capacità, ringraziandoti e sorridendo anche nei momenti
disperati.
Inutile dire che tali esperienze arricchiscono l’animo. Che cos’è il volontariato?
Ognuno di noi da il giusto significato ma, è
la motivazione, lo studio, la curiosità per
un nuovo paese che muove il desiderio di
andare o in alcuni casi di restare.
A questo proposito allego la cronaca, di
giornate in sala operatoria, scritta da una
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operatrice volontaria ormai in Togo da anni (improvvisata ferrista per necessità).
11.11.11 data storica. Operiamo per la
prima volta SENZA Antonio (chirurgo italiano) due donne: un fibroma e un’ovaia cistica. Il prof si rifiuta di entrare a dare anche solo il supporto; suo cognato dice che
siamo pazzi a fare isterectomie senza la
rianimazione. Pericolo emorragie ecc.
Il nostro Japhet tanto amato, invece, dice che opera da 10 anni, a beh, e non ci
sono problemi. 5 giorni di ricovero post
operatorio al massimo e tutte a casa. Certo, è molto, molto più impressionante. A
parte quello che si estrae dal ventre, che
ieri era un utero con fibromi grosso come
un neonato e del peso di 2.5 kg sicuri.
Poi, certo, la “finezza”, il tatto, che non è
“la classe”, ma il trattare il corpo sotto le
proprie mani come animale da macello. E
sottolineo che Japhet è uno che tiene ai
pazienti come esseri viventi, come persone. Immagino come fanno gli altri..! insomma, dopo il taglio del bisturi parte con
l’elettro bisturi a 100 (con Antonio è sul 50)
e si taglia sottocute, grasso e fascia muscolare addominale, che salta contratta ad
ogni affondo.
È normale, dicono. La manovra che ancora mi sconvolge e che preferisco non
Infermiere a Pavia
guardare è quella che precede il posizionamento dei divaricatori: in due, Jap e il
suo aiuto Leon, infilano le mani e allargano, a strapponi, uno di qua e uno di là dal
tavolo operatorio che si muove e si sposta.
Chiamano, a sto’ punto, i divaricatori, e immediatamente la mano del chirurgo è di
nuovo dentro a cercare l’utero, che non fatica a trovare viste le dimensioni. Ecco allora che emerge una palla deforme e dura,
di color rosa striato. Ci mostra, tutto quello che taglieremo: tube, alle quali si attaccano i ferri emostatici (o i coker!), ovaie, e
collo. C’ è un’arteria cui fare attenzione e a
cui si attacca un ferro detto Jean Louis
Four, a tenuta impeccabile, come dice
Japh. Se così non fosse si creerebbe
un’emorragia e, “addio core!”.
Si continua, quasi fosse una lotta contro
il tempo, e in un certo senso lo è; è infatti
consigliato tenere il meno possibile il ventre del paziente aperto. Però, si va così di
lena che faccio fatica a capire cosa fa
adesso e cosa gli serve al prossimo passaggio! Imparerò già al terzo intervento
che i ferri sono pochi e sempre quelli e che
qui non si fa altro che pinzare e tagliare,
tamponare il sangue (Lesly) o aspirare.
Dopo aver estratto la cosa abominevole e
deforme, ci mostra, infilando una garza
con Betadine, la vagina. Riprenderemo la
garzetta alla fine, eastraendola dall’esterno del corpo della signora, come fosse un
tampax. Dieci minuti ed è finito l’intervento, che in tutto dura meno di un’ora. Si lega quello che resta delle tube fra di loro,
per evitare che collassino ed escano, come è uscito l’utero ad un’altra! Si ricuce
tutto e c’est fini!
Una scena trash accaduta ieri: durante
l’intervento, basso ventre squarciato, aperto, da sotto il telo verde che forma il campo operatorio, sbuca una mano nera e si
infila dentro, come a grattarsi l’intestino!
Mamma mia... io e Lesly ci guardiamo... la
signora sente un po’ male... c’è da aumentare la dose di anestetico, please! Poi tutto
ricomincia tranquillamente.
Vogliamo parlare poi di Sr. I-Pod Estrel?!
Che scattava foto a tutto spiano e si lamentava con la tipa del fatto che non sorridesse?!?
14.11.11 lunedì. Si ricomincia con
serietà, in sala il prof. (Volontario) e 4
casi dei suoi: 2 ernie scrotali e due cisti funicolari. Tutto si è svolto nella
massima professionalità, come sempre
con lui, ma stamattina ero particolarmente in forma ed ho lavorato come
una vera ferrista! Solo un paio di volte
mi ha chiesto le forbici, per il resto,
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passavo a tempo dedito i ferri che gli servivano!
Non è successo nulla di che,
se non che durante il primo intervento mi son scesi i pantaloni a terra!!! Mamma mia! Ho bisbigliato a Estrel “Pardon, j’ ai
besoin de toi...mes pantalon
sont tombés!” lei è corsa subito,
mentre Antonio si fermava e diceva “che fai? Perdi i pantaloni
adesso? Roba da matti!”. Il primo a scomodarsi dallo sgabello
è stato comunque l’anestesista
Ouro Salami!!! E meno male
non c’ era quell’ altro...
gli autori
*
Infermiera
Asl Pavia
Dip. prevenzione medica uff.
mal infettive
** Infermiera
IRCCS s. matteo Ematologia
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Infermiere a Pavia
un mondo poco,
o per nulla conosciuto:
la neuropsichiatria
infantile
* Barbara Pellegrini
Giuseppe Bolognese
abstraCt
La neuropsichiatria infantile è una disciplina medica che trae origine alla fine
dell’ottocento in seguito all’incremento
della delinquenza minorile conseguente
ai rapidi processi di industrializzazione
e di urbanizzazione. Sulla base della
premessa che i problemi psicologici
hanno inizio nell’infanzia e che un intervento tempestivo può essere il modo
migliore per prevenire l’insorgenza di
malattie mentali, subito dopo la fine della seconda guerra mondiale nacquero
negli USA le prime Child Guidance Clinic. In Italia sorsero analoghi centri medico psicopedagogici, “culla” della pratica della Neuropsichiatria Infantile, in
cui i minori venivano seguiti da assistenti sociali, psicologici e neuropsichiatri. A Pavia il reparto di neuropsichiatria infantile (NPI) nasce nei primi
anni settanta all’interno della sede storica dell’Istituto di Clinica delle Malattie
Nervose e Mentali “C. Mondino” per iniziativa del Prof. Giovanni Lanzi.
L’attuale struttura complessa di NPI presente nel nuovo edificio della Fondazione Istituto Neurologico Nazionale C.
Mondino si occupa della diagnosi e cura di diverse patologie dell’età evolutiva
(0-18 anni) sia in regime di ricovero ordinario che di DH o di prestazioni ambulatoriali; Essa è sede di diversi centri di
riferimento regionale specializzati nello
studio di malattie rare.
breVI CennI storICI (*)
La nascita di questa disciplina, benché
sia difficile da collocare con precisione, si
può far risalire alla fine dell’800, quando i
rapidi processi di industrializzazione, modificando radicalmente il tessuto sociale di
vaste aeree europee, spinsero grandi
masse di contadini a riversarsi nelle città.
Una delle conseguenze di queste profonde trasformazioni fu un forte incremento
della delinquenza minorile, che sollecitò
un nuovo approccio al problema con
l’adozione di interventi innovativi. Altro
problema concomitante ed emergente era
l’inserimento sociale di soggetti oligofrenici.
Molti studiosi hanno contribuito ad identificare e a rendere autonoma questa nuova disciplina medica, e tra essi i pionieri
della Pedagogia sperimentale come Pestalozzi e Froebel, ma anche il medico dei
sordomuti Itard, con l’esperienza del “selvaggio dell’Aveyron”, nonché Esquirol e
Séguin .
Gli studi sui piccoli pazienti con disturbi
psichiatrici si avvalsero molto del lavoro di
Binet che insieme a Simon mise a punto in
quel periodo il famoso test per misurare
l’intelligenza. Negli stessi anni, agli inizi del
‘900, Freud pubblicò la prima analisi infantile: “Il piccolo Hans” sancendo la nascita
ufficiale della psicanalisi.
In Italia Sante De Sanctis studiò e pubblicò un caso di “demenza precocissima”
o “schizofrenia infantile” e fondò i primi
ambulatori pedo-psichiatrici.
Negli Stati Uniti fu fondata dapprima
l’Igiene Mentale, con presidi dedicati ai minori e, a ridosso della seconda guerra
mondiale, sorsero le Child Guidance Clinic
sulla base della premessa che i problemi
psicologici hanno inizio nell’infanzia e che
un intervento tempestivo può essere il modo migliore per prevenire l’insorgenza di
malattie mentali.
Alla fine della guerra anche in Italia sorse qualcosa di analogo: i Centri MedicoPsico-Pedagogici (CMPP) ed è in questi
luoghi che si può ricondurre la “pratica”
della Neuropsichiatria Infantile Italiana con
metodi propri di lavoro.
I minori che afferivano ai CMPP venivano seguiti in prima istanza dall’assistente
sociale che aveva il compito di individuarne il contesto familiare ed extrafamiliare, e
poi presi in carico da psicologi e neuropsichiatri. Questa visione multidisciplinare caratterizza tuttora la Neuropsichiatria infantile italiana, la quale considera i domini
neurologici e psichiatrici come aspetti tra
loro inscindibili.
Oltre all’attività svolta presso i CMPP,
presenti in quasi tutte le città, la disciplina
andava sviluppandosi anche in ambito
ospedaliero e universitario. Nel 1918 a Rosario, in Argentina, fu istituita la prima cattedra di Neuropsichiatria Infantile, cui fece
seguito quella di Praga, di Mosca e di Leningrado (1935). In Italia Ugo Cerletti aprì
il primo reparto universitario di Neuropsichiatria Infantile a Genova nel 1930, seguito poco dopo da Sante De Sanctis, subito
dopo essere stato chiamato a dirigere la
Clinica Neuropsichiatrica di Roma. A partire dalla seconda metà degli anni ‘50, le
Università istituirono le prime cattedre e furono aperte le prime scuole di specializzazione, nel 1959 a Roma, nel 1960 a Genova, nel 1962 a Pisa. Quasi contemporaneamente vennero aperti molti CMPP, e
così pure numerosi Istituti Medico-PsicoPedagogici per ragazzi e bambini in difficoltà.
la neuropsICHIatrIa InfantIle a
paVIa
A Pavia il reparto di neuropsichiatria infantile (NPI) nasce nei primi anni settanta
all’interno della sede storica dell’Istituto di
Clinica delle Malattie Nervose e Mentali
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“C. Mondino” per iniziativa del Prof. Giovanni Lanzi.
Nell’attuale nuovo edificio il dipartimento
di NPI è situato al terzo piano, accoglie
pazienti in età evolutiva (0 - 18 anni), ed è
organizzato come segue: 18 posti letto di
degenza e 2/4 posti letto per il day hospital; dei 18 posti letto 2 sono destinati a ricoveri riabilitativi (degenza superiore ai 15
giorni), 3 accolgono bambini con epilessia
e i restanti 13 posti sono a disposizione di
pazienti affetti dalle più svariate patologie
neuropsichiatriche. I ricoveri possono essere effettuati con modalità programmata
oppure in regime d’urgenza.
patologIe studIate e trattate
presso la sC-npI della fondazIone C. mondIno
Per quanto riguarda l’area neurologica
le malattie del sistema nervoso centrale e
periferico dell’infanzia e dell’adolescenza costituiscono uno dei motivi più frequenti di accesso all’Unità Operativa. Sono oggetto di particolare studio le malattie
neuromuscolari e dismetaboliche genetiche, le paralisi cerebrali infantili, l’epilessia, le sindromi genetiche rare come la sindrome di Aicardi-Goutières, [il Mondino è
sede della International Aicardi-Goutières
Syndrome Association (IAGSA)] e l’Amaurosi congenita di Leber (l’Associazione Italiana Amaurosi Congenita di Leber, IALCA,
ha pure sede presso la UO di NPI), le malattie Neuroftalmologiche per le quali è disponibile un laboratorio specificamente attrezzato per la valutazione neuroftalmologica e di impostazione terapeutica riabilitativa di bambini di qualsiasi età.
In collaborazione con l’Unità Operativa
di Neonatologia, Patologia Neonatale e Terapia Intensiva Neonatale del Policlinico
San Matteo di Pavia è inoltre condotto il
follow-up neuropsichico dei neonati a rischio ( e cioè nati pretermine, piccoli per
l’età gestazionale, nati a termine con asfissia neonatale, con stroke neonatale o con
lesioni cerebrali pre-perinatali documentate, etc.) al fine di permettere una diagnosi
precoce e un eventuale trattamento terapeutico riabilitativo tempestivo e mirato.
CentrI speCIalIstICI
Per quanto riguarda l’epilessia, l’unità
di epilettologia dell’età evolutiva è centro riconosciuto dalla L.I.C.E. (Lega Italiana contro l’Epilessia), e si occupa di tutte
le forme di epilessia dell’età evolutiva ed in
particolare delle encefalopatie epilettiche
farmaco resistenti, sia con un approccio di
studio neurofisiologico pre-chirurgico, sia
con terapie alternative a quelle tradizionali, quali la dieta chetogenica di cui l’Unità è
uno dei centri di riferimento a livello nazionale. Vengono trattati inoltre pazienti affetti da patologie metaboliche ereditarie quali la Malattia di Lafora e GLUT-1 Deficiency.
Nell’ambito delle forme di epilessia infantile particolare interesse viene riservato alla
sindrome di West, alla sindrome di Dravet,
alla sindrome di Lennox Gastaut,e alla sindrome di Landau Kleffner. La Struttura
Semplice di Epilettologia dell’età evolutiva
è anche il centro di riferimento regionale
per la Sclerosi Tuberosa.
Alla Struttura Complessa di Neuropsichiatria Infantile afferisce anche il Centro
regionale di neuroftalmologia dell’età
evolutiva, che si occupa della diagnosi e
della presa in carico riabilitativa di:
• pazienti in età evolutiva 0-18 anni
con deficit visivo di origine centrale, secondario ad un danno/malfunzionamento delle vie visive centrali;
• soggetti con malattie rare che comportano deficit visivo, quali ad esempio le distrofie retiniche ad esordio precoce (es.
l’amaurosi congenita di Leber), le sindromi oculo-cerebello-renali (es. sindrome di Joubert, altre malformazioni cerebellari congenite), i disordini dello sviluppo cerebrale (es. displasia setto-ottica, malformazioni corticali), le malformazioni e le anomalie di sviluppo delle
strutture oculari;
• soggetti in età evolutiva a rischio di danno neurologico e visivo (es. prematuri).
E’ frequentemente presente un’associazione tra la problematica visiva ed altre
anomalie dello sviluppo neuropsichico
sia di tipo neuromotorio, che cognitivo
ed emotivo-relazionale, anche in considerazione del ruolo cruciale svolto dalla
funzione visiva nei diversi ambiti dello
sviluppo.
La valutazione neuroftalmologica si basa su un approccio diagnostico multidisciplinare che prevede l’interazione e l’integrazione fra gli specialisti dell’area neuropsichiatrica infantile e di quella oftalmologica, coordinati dal neuropsichiatra infantile, ed è mirato alla diagnosi eziopatogenetica e funzionale, premessa indispensabile per la messa a punto/supervisione
del programma terapeutico-abilitativo.
Le patologie neuromuscolari ereditarie
sono malattie evolutive che possono manifestarsi sia in età evolutiva sia in età adulta
(per esempio: distrofie muscolari, amiotrofie spinali, neuropatie, miositi, etc.). La definizione comprende un vasto ed eterogeneo gruppo di patologie che interessano
la muscolatura scheletrica, ma anche altri
apparati - in particolare cardiaco e respiratorio, ma in alcuni casi anche il Sistema
Nervoso Centrale - e necessitano pertanto
di una presa in carico multidisciplinare. Si
tratta di patologie progressive ed invali-
danti. La gravità dell’interessamento clinico varia da forma a forma, è in genere progressivamente più severo e complesso
con l’età; anche all’interno della stessa forma può assumere caratteristiche molto variabili. Al momento non esistono terapie risolutive.
Nell’Istituto ha sede il Centro regionale
per le malattie neuromuscolari dell’età
evolutiva. L’offerta assistenziale del Centro consta di una parte diagnostica e di
presa in carico clinica, alla quale si affianca e si integra l’attività di ricerca.
attIVItà dI dIagnostICa
Le attività di diagnostica clinica e alcune
attività strumentali (EMG/ENG; ecografia
muscolare; RM muscolare ed encefalo se
utile), così come una parte della diagnostica molecolare (gene della distrofina; gene
SMN1) è effettuata all’interno dell’Istituto;
per quanto riguarda la diagnostica istopatologica (biopsie muscolari), il Centro garantisce il prelievo dei campioni di tessuto,
il loro congelamento e la conservazione,
appoggiandosi attualmente ad altri laboratori per la processazione del campione e
per le analisi molecolari non effettuate in
sede.
La presa in carico del paziente e del suo
nucleo familiare dal momento dell’inquadramento diagnostico è sempre orientata
dalla conoscenza della storia naturale delle malattie neuromuscolari e delle loro
complicanze oltre che dalle specifiche esigenze assistenziali evidenziate nella letteratura scientifica e nelle linee del settore.
Il Centro collabora a progetti scientifici
sulle malattie neuromuscolari con altri
Centri Italiani ed internazionali.
Disturbi psichiatrici dell’infanzia e dell’adolescenza.
Vengono diagnosticate e trattate varie
patologie patologie del funzionamento psicosomatico come le turbe precoci del sonno, i disturbi dell’alimentazione e le emicranie e cefalee dell’età evolutiva; i disturbi dello sviluppo, l’autismo, le psicosi precoci i disturbi del linguaggio; le turbe psichiatriche dell’adolescente come le psicosi, i disturbi della condotta e le patologie
della personalità; la sintomatologia ticcosa, la balbuzie, i disturbi cognitivi come il
ritardo mentale e disturbi dell’apprendimento; i disturbi di tipo emozionale come
ansia-angoscia, fobie, disturbo ossessivocompulsivo, disturbi da conversione e le
sindromi meno frequenti come la sindrome di Gilles de la Tourette.
Il Laboratorio di Psicodiagnostica utilizza le metodiche diagnostiche più tradizionali così come quelle più aggiornate,
come ad esempio sedute di gioco videoregistrato, osservazioni libere o semi-
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strutturate della relazione genitori-bambino, colloqui con i genitori, scale e questionari standardizzati e validati, test psicodiagnostici per valutare lo stile e le difficoltà di personalità e test per la valutazione del profilo di funzionamento cognitivo, lo studio neuropsicologico dell’attenzione e della memoria oltre che delle
funzioni esecutive. Inoltre è preoccupazione costante del team effettuare una
valutazione accurata con le più moderne
tecniche diagnostiche sia di neuroimmagini con Risonanza magnetica nucleare
sia elettrofisiologica con Elettroencefalogramma, Poligrafia e Potenziali evocati,
sia con esami metabolici al fine di individuare le componenti biologiche e la sottotipizzazione di tali malattie. Le tecniche
terapeutiche impostate e utilizzate sono
prevalentemente a orientamento psicodinamico e/o, se necessario, psicofarmacologico, e si basano anche sulla costruzione di una rete terapeutica con i Servizi
del territorio.
Nel campo psichiatrico l’attività di ricerca è prevalentemente rivolta, nell’ambito
di collaborazioni nazionali e internazionali,
sia ai disturbi del comportamento alimentare, sia alla psicopatologia dell’adolescenza che ai disturbi pervasivi dello sviluppo e all’autismo.
Le patologie del comportamento alimentare come l’anoressia e la bulimia da
circa quarant’anni vengono curate con
grandissima competenza ed efficacia,
con approccio sia ambulatoriale che di
day-hospital e di ricovero. In questo specifico settore il Centro interdipartimentale
di ricerca per la diagnosi e cura dei disturbi del comportamento alimentare promuove le attività di ricerca clinica
e biologica volte a migliorare la qualità
del lavoro clinico. Le tecniche utilizzate,
oltre a un aggiornato protocollo di diagnosi testale, sono caratterizzate da un
approccio globale che prende in cura
contemporaneamente la condizione somatica, l’aspetto psicologico sofferente
del singolo paziente e le relazioni con i famigliari.
Efficaci metodiche diagnostiche e terapeutiche oltre che una lunga e approfondita esperienza nel settore vengono offerte al piccolo paziente o all’adolescente
con cefalea ed emicrania: Il Centro cefalee per l’età evolutiva offre ambulatori
specialistici plurisettimanali e possibilità
di ricovero in DH o in regime ordinario per
la diagnosi e cura delle emicranie e cefalee complesse, delle cefalee croniche e
da farmaci, delle forme a componente
emozionale o per la diagnosi differenziale
con le forme secondarie. Viene effettuata
se necessaria una valutazione neuropsichiatrica completa con esami biochimici,
Infermiere a Pavia
neuroradiologici, neurofisiologici e psicologici. La terapia utilizzata comprende sia
presidi farmacologici che non farmacologici, seguendo le linee guide nazionali e
internazionali di buona pratica clinica e
l’esperienza accumulata negli anni dal
Centro.
L’unità è anche sede del Centro regionale per l’ADHD (Attention-Deficit/Hyperactivity Disorder) e offre al bambino con ipercinesia, impulsività e disturbo dell’attenzione
le più moderne tecniche di diagnosi e cura
compresa l’applicazione dello specifico
protocollo diagnostico clinico e testale e
l’offerta di tecniche di cura aggiornate ed
efficaci, anche di tipo farmacologico.
(*) Le Informazioni storiche sopra riportate sono state ricavate da: “Nascita della Neuropsichiatria Infantile: Intervista a Giovanni Lanzi”. Articolo tratto da DM 159 - settembre 2006. DM
è un trimestrale edito dalla Direzione Nazionale dell’Unione Italiana Lotta alla Distrofia
Muscolare. La Redazione di DM ha sede in:
Via P.P. Vergerio, 19 - 35126 Padova, Tel. 0498024303.
Articoli specifici riguardanti il lavoro nel Dipartimento della Neuropsichiatrica Infantile verrano trattati successivamente.
Il gruppo dI laVoro
Nel reparto di neuropsichiatria infantile
(NPI) prestano il loro operato diverse figure professionali: medici strutturati specializzati, e medici in formazione, una logopedista, quattro fisioterapisti (2 che si occupano degli aspetti motori e 2 che prestano servizio presso il centro di neuro-oftalmologia dell’età evolutiva coadiuvati dagli
studenti del corso di laurea in neuropsicomotricità dell’età evolutiva), 2 tecnici di
neurofisiopatologia che effettuano gli elettroencefalogrammi, una psicologa.
Il gruppo infermieristico è composto dalla Coordinatrice, 12 infermieri e 3 figure intermedie ( 2 OTA e 1 OSS ).
gli autori
* Infermieri
Neuropsichiatria infantile
Istituto Neurologico Casimiro Mondino
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Numero 1/2012
sorveglianza e controllo
dell’infezione da Hiv:
nuovo progetto nell’Asl
della provincia di pavia
* Cinzia Ancarani
** Silvia Lodola
abstraCt
HIV infection is not yet beaten, but it can
be controlled using a combination of
antiretroviral therapy able to cause viremia suppression, the stabilization of immunological conditions, and the lowering of opportunistic infections, increasing the number of persons living with
HIV or AIDS. Here we expose the project sponsored by the Regione Lombardia and developed at the ASL of Pavia City.
Quando I progettI … dIVentano
formazIone!!
Gli sviluppi del presente Progetto, hanno
portato a stringere collaborazioni interessanti.
Ne segnaliamo una particolare, di tipo
Formativo, che grazie ai contenuti di
questo Progetto è avvenuta con l’Università di Pavia.
È stato messo a punto e attivato il corso
FAD, rivolto agli operatori sanitari di Pavia e provincia.
Il Corso è gratuito e prevede l’assegnazione di 15 crediti formativi ECM.
Lo trovate all’indirizzo:
www.ecm.unipv.it
dove è sufficiente registrarsi e seguire le
istruzioni online.
A nome del Consiglio Direttivo e del Comitato di Redazione, esprimo un sentito
ringraziamento alle Colleghe, per l’ulteriore prezioso contributo offerto alla Comunità Professionale.
duilio loi
premessa
Pur conoscendoci, abitando in una piccola provincia e lavorando nella stessa
Azienda, un Workshop della Commissione
Regionale AIDS, dal titolo ” Infezione da
HIV, una sfida sempre attuale” ci ha accomunato in una esperienza che cambia le
cose.
La prima cosa che è cambiata consiste
nell’aver creduto nelle nostre forze e ad un
possibile progetto di prevenzione dell’HIV.
A distanza di tre anni la Regione Lombardia ha dato l’input per partire in questa
direzione e noi, che non aspettavamo altro, ci siamo buttate a capofitto.
Noi siamo quattro Professionisti che
hanno voluto mettere insieme esperienze
e conoscenze diverse, per produrre una
riorganizzazione locale per la Provincia di
Pavia.
Ci siamo proposte un approccio che in
poco tempo ha rivisto le organizzazioni in
atto rendendole desuete riguardo la Prevenzione della diffusione del virus HIV.
Questo progetto non sarebbe stato possibile senza il finanziamento della Regione
e senza tutte le persone che hanno creduto in noi. E noi ci auguriamo che la ricaduta sul territorio possa essere concreta e significativa.
Il problema e l’obIettIVo
L’infezione da HIV non è radicabile, ma
può essere ben controllata, mediante l’impiego di una terapia antiretrovirale combinata in grado di indurre la soppressione
della viremia, la stabilizzazione delle condizioni immunologiche, la riduzione delle
infezioni opportunistiche, con conseguente aumento del numero di persone viventi
affette da HIV o AIDS.
ning;
• la riorganizzazione dei presidi territoriali
per l’offerta del test HIV;
• la formazione del personale sanitario
per l’inclusione del test HIV nei percorsi
diagnostici;
• la costituzione di una rete di collaborazione tra i servizi coinvolti e le associazioni e i gruppi di interesse;
una campagna informativa.
Individuando come target entrambi i
sessi con una fascia di età dai 12 anni agli
over 65 e con uno o più fattori di rischio
quali: relazioni etero/omo/bisessuali a rischio, uso di sostanze d’abuso, provenienza da paesi ad altra prevalenza per
HIV.
sItuazIone ItalIana
Dai dati italiani è emerso che la via di trasmissione principale è rappresentata dai
contatti sessuali non protetti che non sono
percepiti come a rischio, in particolare dalle persone in età matura e dalle donne;
queste ultime dichiarando di sapere che il
partner è infetto da HIV, riferiscono un rischio consapevole.
È diventato necessario implementare gli
interventi di prevenzione primaria mediante eventi informativi, rivolti alla popolazione, volti a non sottovalutare la percezione
del rischio di infezione da HIV e di prevenzione secondaria favorendo l’accesso al
test HIV e al trattamento antiretrovirale delle persone a rischio di infezione.
Riteniamo che il test deve essere proposto in modo routinario anche in luoghi diversi da quelli che sino ad ora sono stati
individuati come ad esempio SERT, Malattie Infettive, etc…
sItuazIone paVese
Il progetto, per il quale stiamo lavorando
da circa un anno, prevede:
• il potenziamento delle attività di scree-
Per contestualizzare la parte operativa
del progetto, mediante l’analisi epidemio-
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logica, abbiamo effettuato una ricostruzione storica della distribuzione
dell’infezione HIV/AIDS nel territorio
Pavese (dal 2005 al 2011) per genere e fasce d’età della popolazione
residente, ricavandola dai flussi dei
ricoveri ospedalieri, prestazioni ambulatoriali, esenzioni etc.. L’indagine
ha fatto emergere quanto segue:
• la popolazione straniera, residente
nel nostro territorio, non si sottopone al test di screening per HIV;
dei 255 soggetti con infezione da
HIV nell’anno 2010, 166 maschi e
89 femmine il 95% è rappresentato da soggetti italiani; solo una
piccola quota (13 soggetti) proviene dalle zone dell’Africa Sub-Sahariana;
• un incremento percentuale delle
donne infette, si passa dal 25%
nel 2005 al 35% nel 2010, con
maggior frequenza nel periodo
fertile (25-45 aa), periodo in cui il
test per HIV viene eseguito di routine nei i controlli pre/gravidanza;
• l’infezione nel sesso maschile è invece maggiormente rappresentata nella fascia di età compresa tra
i 35 e i 64 anni, segnalando negli
over 65 anni un picco di diagnosi
(presumibilmente tardive);
• stabilizzazione delle diagnosi di HIV, l’incidenza (nuovi casi per anno su 100000
abitanti) maggiore nelle donne (che si
sottopongono di più al test) rispetto agli
uomini è rimasta costante dopo l’impennata del 2008 e si attesta intorno a 1.6,
circa 90 nuovi casi l’anno;
• lo screening dell’HIV non viene effettuato in maniera omogenea in entrambi i
sessi distinti per fasce d’età e le donne
si sottopongono prevalentemente all’accertamento durante l’età fertile mentre
gli uomini dopo i 45 anni, i giovani di entrambi i sessi (14/20 anni) non si sottopongono, invece, al test HIV;
• l’incidenza in età pediatrica, pari a 1.2,
interessa prevalentemente i nuovi nati
italiani in disaccordo con i dati dell’ISS
che riferisce un incremento dell’infezione dei nuovi nati stranieri, come ad indicare che alcuni soggetti sfuggono allo
screening HIV pre-gravidanza;
• dalla mappatura del territorio, nei primi 6
mesi del 2011, sembra che la popolazione dei Distretti di Vigevano si sottoponga di più al test HIV rispetto alla popolazione del Distretto di Pavia e di Voghera;
fase operatIVa del progetto
Considerando questi aspetti e tenendo
presenti le indicazioni Regionali, abbiamo
delineato e organizzato il programma
operativo:
Infermiere a Pavia
Gli indicatori del raggiungimento
dell’obiettivo saranno:
– Un incremento nel numero di test
HIV (in particolare nel distretto di Voghera)
– Invio e presa in carico alle Malattie Infettive delle persone positive al
test HIV
– Stratificazione delle nuove diagnosi per numero di CD4+
– Valutazione delle percentuali di
test HIV effettuati e n° di test restituiti ali pazienti
– Questionari compilati dai pazienti
con relativa percezione dello stigma.
Il progetto ha durata annuale
(2012) e l’ equipe sanitaria dipendente ASL del Dipartimento di Prevenzione Medico, Unità Operativa
Prevenzione Malattie Infettive (Assistente Sanitario Silvia Lodola, Infermiera Cinzia Ancarani, medico responsabile UO Prevenzione Malattie
Infettive e referente del Progetto Ivana Aquino e un medico del Dipartimento Dipendenze Raffaella Brigada), sarà reperibile telefonicamente
al Numero Verde aziendale dedicato
(800 034933) o via mail (saranno resi disponibili sulla pagina web dell’ASL di Pavia).
• formazione a distanza (FAD) gratuita,
con 15 crediti ECM e di durata annuale,
riservata agli operatori sanitari/psicologi
per l’inclusione del test HIV nei percorsi
diagnostico terapeutici;
• riorganizzazione dei presidi territoriali di offerta test HIV con il potenziamento degli ambulatori con accessi diretti (senza prescrizione medica) rivolti a
tutta la popolazione indipendentemente
dal rischio di esposizione, per l’esecuzione gratuita e con possibilità di esecuzione in anonimato del test HIV; saranno
gestiti da personale sanitario specialista
in Malattie Infettive e counselling; verrà
effettuato counselling pre e post test
HIV, restituzione del test , segnalazione
dei contatti a rischio e continuità assistenziale con i reparti di Malattie Infettive
o altri reparti per il passaggio in cura dei
soggetti HIV positivi o con altre patologie in atto. A questo proposito è stato
bandito dall’ASL di Pavia un avviso pubblico per l’assunzione di un medico Infettivologo e di un Infermiere a tempo
determinato (1 anno);
• promozione del test HIV anche in collaborazione con associazioni e gruppi di
interesse creando percorsi agevolati e
informando la popolazione con pubblicità statica e dinamica, incontri nelle scuole, incontri con le associazioni, serate,
manifestazioni etc.
bibliografia
– Decreto Regione Lombardia 11572 del
16 novembre 2010
– Notiziario ISS supplemento 1-2010, Volume 23 - Numero 4
– Report Malattie Infettive regione Lombardia anno 2010
– Data warehouse Aziendale supportata
da SAS
– Sito web di riferimento:
www.iss.it/coa
www.who.int
www.asl.pavia.it
gli autori
*
**
Infermiera
ipartimento di Prevenzione Medico
UO Prevenzione Malattie Infettive
ASL Pavia
Assistente Sanitaria
Dipartimento di Prevenzione Medico
UO Prevenzione Malattie Infettive
ASL Pavia
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Numero 1/2012
la simulazione con Human
patient simulator (Hps):
un veicolo a supporto
dell’apprendimento e dello
sviluppo delle competenze
nell’infermiere
* Anna Sponton
IntroduzIone
abstraCt
“L’esperienza della simulazione oggi è una realtà non solo
nella formazione di base ma anche e soprattutto in quella continua. Se ad essa si associa una casistica, mirata e pertinente, i corsi presentati offrono l’apprendimento sia gestuale che
cognitivo”
“The experience of the simulation is now a reality not only in
basic training but also and especially in that constant. If it is
associated with a case study, focused and relevant courses
have presented both gestural and cognitive learning”.
Note di segreteria
Si rammenta a tutti gli iscritti di effettuare il versamento della quota annuale, immodificata dallo
scorso anno, nei modi indicati nel bollettino MAV
che avete ricevuto al vostro domicilio.
Chi non avesso ricevuto il bollettino è invitato a
verificare l'esattezza dell'indirizzo con l'impiegata
Giusy Ferrato
La salute dell’assistito, così come l’esito di un intervento assistenziale, dipendono dalle conoscenze e dalle competenze del
personale dedicato alla cura della persona. Il circolo dell’apprendimento insegna che acquisire tali conoscenze e competenze è un processo graduale e continuo che consta di cinque
fasi:
1) Acquisizione di conoscenze
2) Abilità gestuali
3) Simulazione al computer
4) Simulazione in team
5) Esperienza clinica
I fattori che assicurano un’adeguata pratica clinica sono molteplici, da una parte la tecnologia che studia soluzioni per realizzare dispositivi salva vita sempre più efficaci dall’altra la competenza del personale sanitario, fattore quest’ultimo che incide
notevolmente sulla qualità dell’assistenza erogata, anche in termini di sicurezza del paziente. La formazione del personale deve quindi avvenire nel modo più sicuro possibile per il paziente;
spesso si esperisce direttamente al letto dell’assistito, sotto guida e controllo di personale esperto, ovviamente senza alcuna
possibilità di sbagliare. La simulazione rappresenta una soluzione per l’apprendimento sicuro in quanto offre due grandi vantaggi: da una parte la “possibilità di commettere errori” dall’altra
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di imparare attraverso l’esperienza pratica. Secondo Gaba il
quadro di riferimento della simulazione si esprime attraverso:
scopi e obiettivi, partecipanti e loro livello di esperienza, discipline su cui si applica, tipologia di conoscenze che si vogliono insegnare, scenari creati in base all’età del paziente, la tecnologia
disponibile o necessaria per la simulazione, il luogo per la conduzione, il debriefing (figura 1).1
FIGURA 1 - Fonte: Gaba DM. The future vision of simulation in health care. BMJ Quality and Safety, 13, suppl 1, 2004
Infermiere a Pavia
sImulazIone ed applICazIone dell’Hps:
la letteratura
La simulazione, intesa come strategia atta ad anticipare situazioni reali attraverso esperienze guidate con modalità interattiva
(Tilghman, 2006), sta assumendo anche nel contesto italiano
sempre più rilievo. Nata intorno agli anni 1930 nel campo dell’aviazione con Edwin Link, in campo sanitario ha lunga storia
anche se l’utilizzo di manichini, a grandezza naturale, come modello di simulazione è relativamente nuovo (anni 50-60).2
Oggi essa comprende una vasta gamma di metodi (da simulatori “di base” a manichini interattivi che permettono case studies, role playing…) ed il suo utilizzo ed incremento negli ultimi
20 anni è stato sicuramente aiutato dall’evoluzione tecnologica
da una parte e dai profondi e continui mutamenti nel contesto
socio culturale politico dei paesi dall’altra. Attualmente l’utilizzo
dell’Human Patient Simulator (HPS) è dibattuto all’interno sia
della letteratura medica che infermieristica. 3
Nel nostro paese esempi concreti di applicazione di tale metodologia sono riscontrabili in molti centri ospedalieri e non solo per quanto riguarda il settore didattico: Padova, Modena, Firenze, Prato, Catania, Palermo, oltre a programmare regolarmente attività formativa attraverso l’uso dei simulatori, si stanno
dedicando ad attività mirate alla gestione del rischio clinico (definite “in situ simulation”, simulazioni direttamente al letto del paziente atte a verificare le possibili sorgenti di rischio). 4
In Europa l’utilizzo della simulazione attraverso Human Patient
Simulator è realtà consolidata da anni, molte Università hanno
costruito, sviluppato, centri di simulazione con ampie aree dedicate, si cita come esempio il DIMS (Danish Institute for Medical
Simulation) a Copenaghen dove, all’interno dell’ospedale universitario, 2800 mq sono dedicati a tale attività, oppure l’università di Tuebingen in Germania che dal 1998 ha un centro dedicato. Per quanto riguarda la formazione infermieristica in UK la simulazione viene utilizzata in circa 50 centri di formazione High
Education Intitute’s (HEI) e negli USA 16 stati su 44 hanno ottenuto il permesso di aumentare le ore da dedicare ad essa nel
percorso di apprendimento. Infine Canada ed Australia prevedono già nel curriculum formativo dell’infermiere tale strategia. 3,4
L’obiettivo primario della simulazione oggi è quello di contrastare la minaccia dell’errore umano (diminuzione del rischio di
eventi avversi) ed aumentare quindi la sicurezza dell’assistito
migliorando la performance lavorativa del professionista (impatto sulle competenze). Difatti gli scenari che il personale dedicato a tale attività crea, sono rivolti non solo all’area critica (corsi
BLSD, ALS) bensì,ad esempio, alle malattie polmonari, ai traumi, agli aspetti etici legati alla relazione con il paziente terminale, al dolore toracico, al perioperatorio… situazioni quindi comuni a tutti i reparti di degenza che l’infermiere, così come il medico, si può trovare a dover affrontare in situazione di improvvisa
emergenza. 3
Il presupposto teorico della simulazione trova ragion d’essere
nella teoria andragogica di Malcom Knowles (1913-1997) noto
studioso dell’apprendimento dell’adulto, riassumibile in cinque
punti:
1) Gli adulti sono indipendenti ed auto diretti
2) Gli adulti hanno molta esperienza (notevole risorsa per l’apprendimento)
3) Gli adulti apprezzano un apprendimento che si integra con le
risorse della vita quotidiana
4) Gli adulti dimostrano maggior interesse ad un approccio immediato focalizzato su un problema piuttosto che incentrato
su una materia
5) Gli adulti sono motivati ad imparare spinti da stimoli interni ed
esterni 5
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Numero 1/2012
Osservare, riflettere, sperimentare alcune manovre tecniche
professionali arrivando progressivamente alla loro applicazione
in contesto reale sulla persona si avvicina al concetto di simulazione che per definirsi tale deve prevedere fondamentalmente
due momenti:
1) La presentazione del caso (scenario): realistico, che tenga in
considerazione la complessità del sistema,il contesto clinico,
la composizione del team, la presenza reale di risorse umane e materiali
2) Il debriefing: ovvero la valutazione assolutamente formativa e
non giudicante del processo finalizzata all’analisi ed alla riflessione critica di quanto fatto.
Studi condotti pur evidenziando risultati positivi sottolineano
che per validare l’efficacia della simulazione l’aspetto più importante è proprio quello legato al debriefing, che da solo vale circa il 70 % di tutto il processo, in quanto migliora le capacità di
pensiero critico e di autovalutazione rispetto all’assistenza al paziente.
Mc Causland, Currand, Cataldi, (2004) hanno condotto uno
studio di simulazione su scenario di paziente con insufficienza
cardiaca congestizia. Il campione composto da 72 studenti al
termine dell’esperienza si è così pronunciato:
• 83% degli studenti ha indicato di essere stato preparato a
prendere decisioni
• 97% ha indicato che la simulazione può aiutarli nel momento in cui si troveranno ad affrontare la situazione critica nella realtà
• 96% crede che la simulazione abbia insegnato molto, soprattutto il debriefing
• 90% considera l’esperienza positiva
• 56% eccellente. 6
Bearnson e Wiker (2005) in uno studio descrittivo relativo ai
vantaggi e limiti dell’HPS e simulazioni su scenari correlati al
post operatorio, hanno concluso che l’utilizzo del HPS produce
un aumento delle conoscenze (in questo studio relativo ai farmaci e alla somministrazione) e della fiducia rispetto alle competenze gestuali così come gli autori Rhodes e Curran (2005)
che da uno studio pilota su 21 studenti avente come obiettivo
quello di migliorare le capacità di pensiero critico riflessivo hanno confermato che l’HPS è effettivamente uno strumento per
promuovere il pensiero critico rispetto all’assistenza al paziente.7,8
La simulazione offre quindi la possibilità di apprendere in un
ambiente protetto, ma simile a quello della vita reale; attraverso
i due momenti (scenario e debriefing), il discente sia esso studente o professionista, può essere aiutato ad esplorare e sviluppare abilità psicomotorie, pensiero critico, problem solving e
decision making utilizzando scenari standardizzati graduando la
difficoltà e facilitando l’apprendimento prima di trovarsi nella realtà operativa. 3
Nella tabella sottostante sono sintetizzati i benefici e le
sfide/barriere che la simulazione offre (tabella 1)9
puntI dI
forza/VantaggI
• Gli errori possono essere
commessi senza danni ai
pz
• La situazione clinica può
essere manipolata
• La pianificazione del tempo di apprendimento può
CrItICItà/sfIde/
barrIere
• Maggior tempo di preparazione dei docenti
• Ansia da prestazione per
docenti e studenti
• Nr di studenti per sessione limitato
• Necessità di spazio fisico
e delle idonee attrezzature
Tabella 1.
I benefici quindi legati a tali strategie sono chiari, rimane la sfida legata alla performance del facilitatore, di colui il quale
crea,orienta, gestisce, guida la simulazione, di fatto più aumenta il livello tecnologico più si innalza l’ansia da prestazione in
quanto gli attori coinvolti potrebbero sentirsi meno in grado di
utilizzare le nuove tecnologie. 3 All’interno di questo contesto le
caratteristiche di un efficace “Clinical teacher” possono essere
così riassunte:
• Deve essere in grado di creare un ambiente “conduttore” di
apprendimento: questo richiede necessariamente conoscenza e competenza clinica ma anche capacità legate all’insegnamento
• Deve essere di sostegno al discente: ciò richiede la conoscenza del discente e rispetto reciproco
• Deve essere in possesso di competenze didattiche in grado
di massimizzare l’apprendimento dei discenti: questo presuppone una buona capacità di far diagnosi del bisogno formativo dei discenti, delle loro capacità e potenzialità.
• Deve promuovere l’indipendenza cosicchè il discente apprenda (impari) ad apprendere. 9
sImulazIone: la perCezIone deglI InfermIerI
Un’esperienza recente (Wilson M et al, 2005) conferma che la
simulazione è una strategia molto utile: è stato sviluppato uno
strumento per valutare la percezione degli infermieri sulle componenti e funzioni del manichino Nursing Anne ® in termini di
realismo, adeguatezza percepita a scopo didattico (valutazione
su scala Likert a cinque punti) come confronto con altri strumenti didattici.
Il manichino è stato immesso in due reparti ospedalieri per un
mese: il campione di infermieri (n=70) ha riferito che la maggior
parte delle componenti e delle funzioni di Nursing Anne ®
(aspetto, movimenti, procedure, suoni) sono realistici ed adatti
per scopi didattici. Nel complesso i risultati hanno indicato che
la simulazione è molto utile perché potenzialmente riduce eventi avversi ed incrementa esiti positivi sui pazienti.10
Nell’ambito di alcuni workshop organizzati durante il 2011
(Corso di Laurea in Infermieristica sez. Garbagnate e Collegio
IPASVI Pavia, con il contributo di Laerdal) avente come titolo
“L’apprendimento dell’esperienza simulata” è emerso chiaramente l’interesse della professione verso tale strategia formativa (gradimento dell’iniziativa formativa ottima per il 72.7%), i discenti ritengono di avere necessità di ulteriore approfondimento (grafico 1)
30
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Infermiere a Pavia
grafico 1
rispetto agli argomenti trattati nell’ambito dell’iniziativa
formativa, ha ulteriori esigenze formative?
Inoltre ritengono concretamente applicabile quanto esperito
durante la giornata di lavoro (71.4%) auspicando il confronto
con le esperienze internazionali, e pensando all’utilizzo sempre
più concreto dell’HPS nell’ambito della formazione permanente
attraverso la costruzione di casi clinici creati “ad hoc” in base alle ricadute organizzative, in termini di competenze acquisite e/o
da consolidare che ogni azienda vuole perseguire.
ConClusIonI
La simulazione appare quindi una strategia innovativa in ambito formativo con innumerevoli vantaggi,negli ultimi quindici
anni l’interesse per il suo utilizzo è cresciuto, soprattutto per migliorare la sicurezza del paziente, tuttavia per raggiungere un
buon successo formativo è necessaria la collaborazione di tutti
gli attori coinvolti ed un coinvolgimento delle istituzioni.
Attraverso la simulazione si offre al discente la possibilità di
imparare attraverso l’esperienza pratica,di vivere in un ambiente costruito ad hoc, ma che rispecchia quello reale,scenari relativi a condizioni e a situazioni che non si sono mai verificate prima, oppure casi insoliti che non sono ancora entrati a far parte
della propria esperienza professionale, sviluppando capacità di
problem solving e di decision making. Gran parte della simulazione è comunque dedicata al debriefing che assume una rilevanza fondamentale in quanto permette ai discenti di riflettere in
modo critico su ciò che è stato realmente fatto durante la simulazione stessa, senza averne solamente un ricordo o un’impressione personale.
bibliografia
1. Gaba DM. The future vision of simulation in health care. BMJ
Quality and Safety, 13, suppl 1, 2004
2. Tilghman J. Innovation approches to use of technological
avances in nursing education. Amenrican Black Nurses Faculty Journal, 17 (3)99, 2006
3. Ricketts B. The role of simulation for learning within pre registration nursing education. A literature review. Nurse Education Today,vol 31(7) october2011: 605-654
4. http://www.laerdal.com/it/casestudies (consultato gennaio
2012)
5. Knowles M. La formazione degli adulti come autobiografia.
Milano: Cortina, 1989
6. Mc Causland L, Curran C, Cataldi P. Use of a human patient
simulator for undergraduate nurse education. International
Journal of Nursing Education Scholarship 1 (1):1-17
7. Bearnson CS, Wilker KM. Human patient simulators:a new
face in baccalaureate nursing education at Brigham Young
University. J Nurs Educ.2005; 44(9):421-425
8. Rhodes M, Curran C.use of the humanpatient simulator to
teach clinical judgment skills in a baccalaureate nursing program. CINComputers, Informatics, Nursing 2005; 23(3):256264
9. Billings DM, Halstead JA. Teachin in nursing. A guide for Faculty (3th ed) St Louis, Missouri: Saunders Elsevier, 2009
Chapter 10, pg 160
10. Wilson M, Sheperd I, Kelly C, Pitzner J. Assessment of a lowfidelity human patient simulator for the acquisition of nursing
skills. NET, 2005, 56-57.
l’autore
* Coordinatore Didattico
Sezione CLI Università degli Studi di Milano
Facoltà di Medicina e Chirurgia
Sezione Garbagnate Mil.se
Workshop
Human patient simulation (Hps)
l’apprendimento dall’esperienza simulata - Learning by simulated experience
Collegio S. Caterina da Siena - Via S. Martino, 17 - Pavia
sabato 14 aprile 2012 - ore 8,30-12,30
Obiettivi
La giornata di lavoro vuole focalizzarsi su scopi e vantaggi
della simulazione, intesa come strategia integrante nel percorso formativo permanente, che vede impegnati gli infermieri nell’aggiornamento continuo secondo i migliori riferimenti scientifici disponibili.
Programma e contenuti
Presentazione, saluti e introduzione:
Rappresentante Consiglio Direttivo IPASVI Pavia
L’Human Patient Simulation:
vantaggi e limiti della simulazione: A. Sponton
Work Groups - Nelson e Brigit:
A. Iadeluca, A. Brancatelli, - S. Lomuscio
Dibattito e chiusura dei lavori.
Richiesti Crediti ECM
Info e iscrizioni:
Bquadro Congressi srl
Via San Giovanni in Borgo, 4 - 27100 PAVIA
Tel: 0382/302859 - Fax: 0382/27697
email: [email protected]
sito web: www.bquadro-congressi.it
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PAGINA
Numero 1/2012
Aggiornamento
aggIornamento In andata - lombardIa
* Silvia Giudici
aspettI partIColarI delle terapIe antICoagulantI: daI nuoVI farmaCI alla gestIone deI pazIentI
Cremona, 2 marzo 2012
ecm: in fase di accreditamento
euro: 100,00
tel 0685305621; fax 0685351294
e-mail: [email protected]
l’energIa della rabbIa nelle relazIonI: un messaggero dell’amore?
Pavia, 5 marzo 2012
ecm: 12
euro: 85,00
tel 0376262195; fax 0376268894
e-mail: [email protected]; [email protected]
l’amore CHe trattIene e l’amore
CHe lIbera. l’affettIVItà eVoluta
nella relazIone d’aIuto
Pavia, 6 marzo 2012
ecm: 12
euro: 85,00 (se si partecipa al corso del
05/03/2012 euro 140,00 per entrambi gli
eventi)
tel 0376262195; fax 0376268894
e-mail: [email protected]; [email protected]
Corso dI addestramento alla
rIanImazIone CardIo polmonare
e defIbrIllazIone preCoCe
Milano, 9 marzo 2012
ecm: in fase di accreditamento
euro: 250,00
tel 081480693; fax 081480693
e-mail: [email protected]
musICoterapIa: premesse sCIentIfICHe e applICazIonI In ambIto
neurologICo
Pavia, 23 marzo 2012
ecm: in fase di accreditamento
euro: 50,00
tel 3292838479; fax 038227697
e-mail: [email protected]
sito web: www.aquarius-eventi.it
l’IntegrazIone tra professIonIstI ed operatorI dI supporto
Bollate (MI), 23 marzo 2012
ecm: 8
euro: 60,00
tel e fax non disponibili
sito web: www.corsiecm.it
la gestIone InfermIerIstICa delle ferIte aCute e subaCute: seCondo modulo
Pavia, 7 aprile 2012
ecm: in fase di accreditamento
euro: 60,00 + IVA soci Aislec; 80,00 + IVA
non soci Aislec
tel 3401644020; fax 0382523203
e-mail: [email protected]
ComplIanCe In ambIto sanItarIo
Pavia, 15 e 16 maggio 2012
ecm: 16
euro: 30,00 associati Fials; 85,00 non associati Fials
tel 3392201764; fax 0382049316
e-mail: [email protected]
Come Condurre un rCt nel Campo del Wound Care
Pavia, 9 giugno 2012
ecm: in fase di accreditamento
euro: 60,00 + IVA soci Aislec; 80,00 + IVA
non soci Aislec
tel 3401644020; fax 0382523203
e-mail: [email protected]
A
ssemblea
Elettiva
1ª Convocazione 10 Aprile 2012 alle ore 21:00 in Via Volta 25, Pavia
2° convocazione
Collegio
Sabato 14 aprile 2012 - ore 12:30
Infermieri
Professionali
Al termine del Workshop accreditato ECM
“Human Patient Simulation” (info a pagina 30)
Assistenti
Sanitari
Aula Enrico Magenes
Collegio Santa Caterina da Siena
Vigilatrici
d’Infanzia
della
Provincia di
Pavia
Via San Martino, 17 - PAVIA
OrDiNe
Del
GiOrNO:
relAziONe
Del
PresiDeNte
CONtO CONsuNtivO 2011
relAziONe
Del
COlleGiO
Dei
revisOri
Dei
CONti
PrOGrAmmA 2012
CONtO PreveNtivO 2012
"
Delega
(si ricorda che ciascun iscritto non può presentare più di due deleghe)
Nome e Cognome del delegante. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
n° iscrizione all’Albo Professionale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
data . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
firma . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
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N. 1 del 2012