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Arte e Cultura
Un avventuriero francese
al servizio di Genova
Le lettere autografe di Ange Goudard
di Antonino Ronco
I primi decenni del Novecento conobbero, a Genova,
un grande interesse per gli studi storici e patriottici: in particolare
quelli intorno alla figura del “Balilla”.
Ciò fu dovuto all’entusiasmo nazionalistico seguito agli eventi dell’Unità d’Italia e del Risorgimento molto sentiti dalla
popolazione; entusiasmo rilanciato, negli anni Venti, dalla
propaganda fascista che eleggeva il ragazzo di Portoria a
prototipo de bimbi d’Italia. “I bimbi d’Italia si chiaman Balilla”, recitava il noto inno della Gioventù del Littorio; ma a
mitigare gli entusiasmi restava il fatto che nessuno sapeva come si chiamasse realmente l’eroe di Portoria; ci si doveva accontentare, per indicare l’oscuro eroe, il primo dei
molti, che avevano dato il via alla reazione contro gli austriaci, del nomignolo di Balilla.
In questo clima, ad accendere nuovi entusiasmi, cadde,
come una scintilla sull’esca, la notizia dell’esistenza, a Londra, di un manoscritto inedito, in francese, intitolato “Storia generale della rivoluzione di Genova”, che si raccomandava come la cronaca dell’insurrezione popolare del 5 dicembre 1746, redatta da un “testimone oculare”, con l’ipotetica possibilità di chiarire, finalmente, l’identità del Balilla, identità che stava a cuore anche a Mussolini.
Autore del manoscritto risultava Ange (Angelo) Goudar che in
questo caso faceva seguire il suo nome dalla qualifica: “Inviato del Popolo presso l’Infante di Spagna Don Filippo e il Maresciallo di Belisle per ottenere soccorsi” indicazione che lasciava perplessi, per non dire increduli, soprattutto i genovesi. Sembrava poco probabile che, con tante persone autorevoli a Genova, un incarico di tale importanza, in un momento così difficile per la Repubblica, venisse affidato, a uno straniero di dubbia fama come l’avventuriero di Montpellier.
Di conseguenza gli studiosi genovesi che, subito dopo quegli eventi, si occuparono dell’insurrezione di Portoria , non
tennero gran conto della sua testimonianza nè del suo incaA fronte Il Maresciallo Marchese Botta Adorno, genovese, comandante
delle truppe austriache che avevano occupato Genova.
rico di “Inviato ufficiale” della Repubblica. Difatti, perché uno
storico italiano sottolineasse l’interesse della “Storia” di Goudar, fu necessario attendere l’opera di Franco Venturi, Settecento riformatore: da Muratori a Beccaria, Einaudi, ed. Torino 1969, in cui Venturi scrive tra l’altro: Fuor di Genova colui che seppe meglio di ogni altro trarre qualche riflessione
dell’insurrezione del 1746 e dagli avvenimenti che la seguirono , fu Ange Goudar” nella sua “Histoire general de la Revolution de Génes”; e in una nota aggiunge: “Testimonianze interessanti, anche se spesso incontrollabili, sullo stato d’animo popolare, troviamo in Ange Goudar (...)”.
Se per quanto riguarda la sua “Storia”, il pubblicista francese rinunciò a sostenerne la conoscenza diretta, ben più
importanti, da un punto di vista storico, risultano le lettere
che Goudar scrisse (in francese) da Marsiglia alle autorità
della Repubblica per tenere il governo popolare di Genova
(che aveva assunto il potere dopo la fuga degli austriaci) al
corrente dei suoi colloqui. Queste tre lettere confermano che
Ange Goudar si mosse per un preciso invito dei genovesi
ed ebbe colloqui con S.A.R. l’Infante di Spagna Don Filippo e con il Maresciallo francese di Belisle. L’esistenza di queste lettere era nota, ma nessuno, tra gli scrittori genovesi,
ne aveva, ch’io sappia, utilizzato il contenuto.
Le tre lettere (in francese, quì tradotte dall’autore) di Ange
Goudar sono oggi conservate nell’Archivio di Stato di Genova. Risultano tutte scritte nel 1747 in date comprese tra il
1° e il 18 gennaio; scritte con bella grafia da amanuense occupano più di una pagina ciascuna; una mostra qualche segno di deterioramento: umidità, pioggia? Possono essere state vergate dalla stessa mano, forse dallo stesso Goudar.
La prima, in ordine di tempo, è indirizzata a Monsieur le
Senateur Jean Baptista Mari (de Mari), evidentemente la
persona con cui Angelo aveva maggiore confidenza. Fin dal-
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le prime righe risolve ogni dubbio circa l’ufficialità della propria missione. Cosa a cui soprattutto teneva:
“Signore, come da incarico datomi prima della mia partenza da Genova, che fu il 15 novembre, di parlare a Sua Altezza Reale e al signor Maresciallo di Belisle per ottenere
soccorsi per il Popolo di Genova, dopo il mio arrivo parlai
all’uno e all’altro. Entrambi sono rimasti incantati del valore e del coraggio del popolo genovese, e mi hanno promesso di inviare soccorsi. Io mi concedo l’ohnor di scrivere, a
questo proposito, al Senato e al Popolo per assicurare l’uno e l’altro della protezione delle due Corone. In particolare per non trascurare niente di ciò che può dare un’idea vantaggiosa di questo stesso Popolo io ho preparato una relazione esatta e circostanziata del valore e del coraggio dei
genovesi e l’ho inviata a tutte le Corti d’Europa che credo
interessate a questi avvenimenti. Il vostro signor fratello, che
ho visto qui presso sua Altezza Reale, è stato testimone del
riguardo e dello zelo da me dimostrati per il Popolo genovese. Non ho niente tralasciato per far considerare a Sua
Altezza l’obbligo di soccorrere questa gente valorosa (...)”.
Dopo un primo rapido resoconto sulla missione che gli era
stata affidata, Goudar passa a confidare al suo amico genovese una disavventura toccatagli nell’imminenza della sua partenza per Marsiglia. È una pagina di cronaca di Genova occupata, in cui si avverte l’ambizione del
pubblicista: “Voi sapete, signore, che il
12 novembre, al mattino presto, passeggiando nel sobborgo di St. Pierre d’Arena, dodici uomini armati, sotto non
so quale pretesto, mi arrestarono, mi
presero la borsa contenente centotrenta zecchini, il mio mantello e la mia spada, dopo di che mi consegnarono al
Maggiore degli Svizzeri di Palazzo, dicendo, per giustificare il loro furto, che
ero tedesco. Essendomi giustificato ed
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avendo dimostrato che sono francese mi rimise in libertà ma
non mi restituì ne il mio denaro, ne la mia spada, né il mio
mantello. Io vi prego Signore di farmi rendere giustizia e di
fare in modo che i miei effetti mi siano restituiti. Quelli che
mi hanno arrestato sono della strada di Pré. Mi sembra che
facendo delle buone perquisizioni si può giungere a scoprire gli autori. Queste perquisizioni mi sono ancor più dovute
per il fatto che io sono venuto di Francia per servire quello
stesso popolo dodici membri del quale mi avevano preso i
miei effetti. Spero che il Popolo che si è mostrato così eroico e valoroso vorrà mostrare, in mio favore, la sua generosità facendomi rendere quanto mi appartiene...”.
Dalle lettere di Guodar non risulta se l’inviato della Repubblica sia riuscito ad ottenere la restituzione delle sue cose.
Nella seconda lettera che porta la data dell’8 gennaio, Ange Goudar riferisce del suo incontro con il Maresciallo francese di Belisle, nella sede del Quartier Generale francese
a Puzet, 12 miglia da Marsiglia. In questa lettera che si estende su quattro facciate, con perfetta grafia da amanuense,
Goudar riferisce di aver preparato una relazione sui fatti di
Genova (la rivolta di Portoria) per le Corti Europee e spedita a Parigi, Madrid, Napoli e in Polonia, ovunque, insomma, dove ritiene possa interessare. Il Maresciallo francese
sta riunendo le sue truppe per muovere in cerca del nemico e dirigerà, verso il Piemonte, attraverso le montagne
per distrarre i piemontesi da Genova.
La terza lettera è la più concreta essendo indirizzata al Senato genovese, la massima autorità della Repubblica ed é
ammirevole come il “giocatore” scrive con il tono di un diplomatico consumato.
“Illustrissimi Signori, la Corte di Spagna e quella di Francia partecipano pienamente alla situazione in cui vi trovate. Nel frattempo hanno appreso, con molto piacere, la generosa azione del vostro Popolo che ha cacciato il nemico. Queste due Corti non dimenticheranno mai questi episodi, così come questo stesso Popolo, di coraggio e di valore. Esse mi incaricano di rassicurare voi, Illustrissimi Signori, così come questo stesso Popolo, cosa che faccio con
una lettera che io ho scritto ai Signori Deputati.
“Sua Altezza Reale e il Signor Maresciallo di Belisle non si
limiteranno a dei semplici segni di gratitudine. Si va, senza
indugi, a inviare soccorsi a Genova per soccorrere il Popolo. In attesa di accordi convenienti per
farveli pervenire, è necessario, Illustrissimi Signori, che voi vegliate indirettamente a conservare l’ardore di questo
stesso Popolo per impedirgli di fare una
pace separata con la Casa d’ Austria.
Secondo quanto ho saputo, si apprende da Vienna che quella Corte ha ben
presenti tutte le conseguenze incresciose che possono derivare da una tale rivoluzione e, nascondendo il vivo risentimento per questa avventura, essa va
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a mettere in atto ogni mezzo per fingere un accomodamento e avere migliore occasione per agire con sicurezza. Così
il Popolo non deve fidarsi per niente di questa Corte e neppure degli ostaggi che potrà proporre (le garanzie che potrà
offrire?) poiché la Casa d’ Austria è decisa a sacrificare una
infinità di particolari pur di ottenere una vendetta generale
di questo preteso affronto; la spada è stata estratta e non sarà rimessa nel fodero che in seguito ad una pace generale.
“Il signor Maresciallo di Belisle ha già riunito tutta la sua Armata; non appena alcuni battaglioni che ancora mancano
(e che non sono lontani) saranno arrivati il Generale andrà
a cercare il nemico per dargli battaglia. Noi speriamo che
Dio, protettore del buon diritto, benedirà le nostre armi e che
la vittoria porterà la consolazione in Francia e in Italia".
“Sarà mia cura informarvi del successo di questo avvenimento. Nell’attesa, come io mi sono trovato a Genova durante la
rivoluzione e che alla mia partenza per la Francia molti deputati (del Popolo) mi incaricarono di parlare in loro favore
a S.A.R. l’Infante Don Philipe, io vado a mettere tutta la mia
cura nell’ottenere i concorsi di cui il Popolo ha bisogno".
“Non aggiungo altro. Avrò solamente l’onore di dirvi che
ho scritto una relazione esatta e distinta di questa rivoluzione; relazione nella quale non ho tralasciato nulla che
possa dare un’idea vantaggiosa del valore e del coraggio
con il quale il Popolo genovese si comporta in questa circostanza. Ho fatto fare, in seguito, dodici copie che ho inviato a tutte le Corti d’Europa che credo dover prendere
parte a questo avvenimento”.
“Io sono con tutto il rispetto, Illustrissimi Signori, il vostro
umilissimo, obbedientissimo e rispettosissimo servitore”.
Il primo convoglio di soccorsi (una diecina di navi) per i geA fronte, in alto Balilla incita alla rivolta i popolani di Portoria.
Tela di Giacinto Massola (1820/1865).
Sotto Un’altra scena dell’insurrezione di Genova del 1746, opera
di Emilio Busi e Luigi Asioli, conservata nel Museo Civico di Pistoia.
In alto, a sinistra Una scena dell’insurrezione popolare in Portoria,
opera del pittore popolare genovese Giuseppe Comotto, partecipe
dei fatti del 1746.
A destra Il combattimanrto intorno alla Porta occidentale di Genova
in un altro quadro di Giuseppe Comotto, testimone oculare.
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novesi venne allestito a Tolone alla metà di marzo del 1747.
Assalito e disperso dalla flotta inglese (gli inglesi erano alleati degli austriaci) di base nelle Baleari alcune delle navi sbarcarono 3.000 uomini lungo la costa da Portofino alla Spezia.
Con questo rinforzo di truppe cominciò la battaglia intorno a
Genova, tra scontri, rappresaglie, devastazioni, eroismi che
si protrasse per molti mesi: la guerra più aspra e sanguinosa che Genova abbia sopportato. L’impegno degli Alleati franco-spagnoli convinse infine gli austriaci a ritirarsi.
Dopo l’avventura genovese, tra guerra, rivoluzione, rapine
e missioni diplomatiche, Goudar cambiò la spada con la
penna. Sfruttando “quel po’ di talento che Dio mi dato” sono le sue parole, si dedicò a scrivere coinciando con il terremoto di Lisbona e una serie di raccontini intitolata “Lo
spione cinese”, una raccolta di bozzetti tra umoristici e piccanti pubblicato del 1756. Non é che l’inizio della sua attività di pubblicista che lo impegnerà per molti anni nella
produzione di una quantità di opuscoli sui temi più disparati, dall’economia alla storia del balletto a un manuale per
truffatori. Ma la sua opera più importante, inedita, resta probabimente la Storia generale della rivoluzione di Genova e
il suo periodo genovese il più onorevole della sua vita.
Esclusa la parentesi genovese, la vita di Ange Goudar ruota
intorno e alla figura di Sara, una sedicenne irlandese, cameriera in una a birreria di Londra. Per la sua bellezza Sara ha
attirato anche l’attenzione di Casanova, ma Goudar ebbe la
meglio come corteggiatore in quanto promise di sposarla. In
verità più che di una moglie ad Ange serviva un’esca per le
sue vittime: trasferitisi a Napoli, i Goudar aprono una “casa
da gioco” frequentata dall’alta società partenopea. Ange ha
“giocato bene” le sue carte: favorito dal fatto che Sara somiglia molto alla regina (ma non ne ha il difficile carattere), non
ebbe difficoltà a farla diventare intima amica di Ferdinando
IV. Ma la regina non perdonerà ai Goudar la tresca con il sovrano delle due Sicilie e li farà cacciare dal regno.
Bibliografia essenziale
Ronco Antonino, Balilla e il suo tempo, Sagep ed. Genova 1977.
Croce Benedetto, Aneddoti e profili settecenteschi, Laterza, Bari, 1953.
Casanova Giacomo, Memorie.
Ademollo A. Un avventuriere francese in Italia, nella seconda metà
del Settecento, Cattaneo, Bergamo 1891.
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