GIOVANI DOMENICANI IMELDINI Articoli dal blog (mese di gennaio) Raccogliamo di seguito gli articoli e i commenti pubblicati sul blog dei Giovani Domenicani Imeldini per renderne possibile la lettura alle suore per le quali risulta difficile accedere a internet. martedì 1 gennaio 2013 Maria Santissima Madre di Dio Questo Martedì di festa vi proponiamo un testo estratto dal libro "In nome della Madre" di Erri De Luca. Buona lettura e meditazione. Ho tagliato il cordone, un solo taglio, ho fatto il nodo del sarto e ho strofinato il suo corpo in acqua e sale. Eccolo finalmente. L'ho palpato da tutte le parti fino ai piedi. L'ho annusato e per conferma gli ho dato una leccatina. "Sei proprio un dattero, sei più frutto che figlio." Ho messo l'orecchio sul suo cuore, batteva svelto, colpi di chi ha corso a perdifiato. Al poco lume della stella l'ho guardato, impastato di sangue mio e di perfezione. "Somigli a Iosef." Così ho voluto vederlo. "Tuo padre in terra è un uomo coraggioso, tu gli assomiglierai." Mi sono stesa sotto la coperta di pelle e l'ho attaccato al seno. Il bue ha muggito piano, l'asina ha sbatacchiato forte le orecchie. È stato un applauso di bestie il primo benvenuto al mondo di Ieshu, figlio mio. Non ho chiamato Iosef. Gli avevo promesso un figlio all' alba ed era ancora notte. Fino alla prima luce Ieshu è solamente mio. È solamente mio: voglio cantare una canzone con queste tre parole e basta. Stanotte qui a Bet Lèhem è solamente mio. Succhiava e respirava, la mia sostanza e l'aria: "Non potrai avere niente di più bello di questo bimbo mio. Il respiro di una notte di kislev scarsa di luna te l'offre la tua terra d'Israele, il succo di madre-pianta lo spremi tu da me. Questo è il meglio che potremo darti, la tua terra e io" . Fuori c'è il mondo, i padri, le leggi, gli eserciti, i registri in cui iscrivere il tuo nome, la circoncisione che ti darà l'appartenenza a un popolo. Fuori c'è odore di vino. Fuori c'è l'accampamento degli uomini. Qui dentro siamo solo noi, un calore di bestie ci avvolge e noi siamo al riparo dal mondo fino all' alba. Poi entreranno e tu non sarai più mio. Ma finché dura la notte, finché la luce di una stella vagante è a picco su di noi, noi siamo i soli al mondo. Possiamo fare a meno di loro, anche di tuo padre Iosef che è il migliore degli uomini. Pensa: noi usciamo di qui all' alba del giorno e fuori non esiste più nessuno, né città, né esseri umani. Pensa: noi siamo i soli al mondo. Che felicità sarebbe, nessun obbligo all'infuori di vivere. Finché dura la notte è così. Abìtuati al deserto, che è di nessuno e dove si sta tra terra e cielo senza l'ombra di un muro, di un recinto. Abìtuati al bivacco, impara la distanza che protegge dagli uomini. Non è esilio il deserto, è il tuo luogo di nascita. Non vieni da un sudore di abbracci, da nessuna goccia d'uomo, ma dal vento asciutto di un annuncio. Non si fideranno di te, come sei fatto. Possa tu provare nostalgia di stanotte quando sarai nella loro assemblea, quando ti ascolteranno, possa tu guardare oltre la loro piazza, dove iniziano le piste. Abìtuati al deserto che mi ha trasformato in tua madre. Sei venuto da lì, dal vuoto dei cieli, figlio di una cometa che si è abbassata fino al mio gradino. Non è il censimento a spostarci, ma una via tracciata lassù in alto. Stanotte lo capisco, domani l'avrò dimenticato. Ho dormito poco in questi mesi. Le notti guardavo le carovane delle stelle che i sapienti chiamano costellazioni. Stanotte continua l'insonnia, però è la migliore perché posso abbracciarti. Hai fatto bene a nascere di notte, lontano dagli uomini e dal giorno. Quello che verrà, domani e poi, sarà il contrario di ora, di stanotte. Stanotte è il tempo di abituarti al deserto che è tuo padre. Com'è che non hai pianto, com'è che non piangi? Non puoi, sei forse muto? Meglio sarebbe, saresti in salvo, si dà troppa importanza alle parole, succede che costringono all'esilio, alle prigioni o peggio. Portano peso eppure sono fiato. Guarda come va su quello della nostra asina e quello del bue che ci ospita è più forte e sale più veloce. Pure il nostro, lo vedi? Soffio e va su. E le parole no, una volta uscite mettono fuori il peso. Quelle di un annuncio ti hanno portato a me, quelle di un profeta danno ordini al futuro. Ma no che non sei muto e nemmeno stupito di star fuori di me. Muta ero io davanti all'angelo, muta ero io. Invece tu, figlio di un vento di parole addosso a me, sarai un vaso di frasi. Sarai diverso, ma senza esagerare, com'è diverso un fiocco di neve da un altro, un'oliva dall'altra. Basta poco da noi a finire esclusi: un' opinione su un articolo di legge, sull'amore, come il nostro losef che è stato messo al bando in mezzo al popolo per proteggere noi. Tu sei diverso già da ora e neanche è trascorsa un'ora tua. Mi fa paura che non piangi, figlio. Le voci dei pastori stanno cercando l'alba. Fuori c'è una città che si chiama Bet Lèhem, Casa di Pane. Tu sei nato qui, su una terra fornaia. Tu sei pasta cresciuta in me senza lievito d'uomo. Ti tocco e porto al naso il tuo profumo di pane della festa, quello che si porta al tempio e si offre. Si offre? Che sto dicendo, Signore mio che sto dicendo? Si offre? Ma perché? E perché figlio nasci proprio qui in Casa di Pane? E perché dobbiamo chiamarti leshu? Cosa mi è uscito di bocca: pane, offerta? Non sia mai, no, tu non sei pane, tu sei uno dei tanti marmocchi che spuntano al mondo, uno degli innumerevoli che nemmeno si contano e brulicano sulla faccia della Terra. Tu non sei niente di speciale, sei un piccolo ebreo senza importanza che non deve dimostrare niente, non deve fare altro che vivere, lavorare, sposarsi e avere il necessario. Signore del mondo, benedetto, ascolta la preghiera della tua serva che adesso è una madre. Quando nasce un bambino la famiglia si augura che diventi qualcuno, intelligente, si distingua dagli altri. Fa' che non sia così. Fa' che questo brivido salito sulla mia schiena, questo freddo venuto dal futuro sia lontano da lui. Lo chiamo Ieshu come vuoi tu, ma non lo reclamare per qualche tua missione. Fa' che sia un cucciolo qualunque, anche un poco stupido. svogliato, senza studio, un figlio che si mette a bottega da suo padre, impara il mestiere, lo prosegue. Noi penseremo a trovargli una moglie, lui mi metterà sulle ginocchia una squadra di figli. Signore del mondo, benedetto, fa' che abbia difetti, non si occupi di politica, vada d'accordo coi Romani e con tutti quelli che verranno a fare i padroni a casa nostra, nella nostra terra. Non ho più visto il messaggero, non l'ho più sentito: è segno che lascerai fare a me e a losef? Certo, ce ne occupiamo noi. Fa' solo che questo bambino sia nessuno nella tua storia, fa' che sia un uomo semplice, contento di esserlo e che si arrabbi soltanto con le mosche. Fa' che non sia bello, non susciti invidie. Ascolta la preghiera alla rovescia della tua serva. Stupida che sono stata a vantarmi in me stessa della sua perfezione, della sua venuta dentro di me senza seme di uomo. Stupida e peccatrice per orgoglio a esaltare la sua specialità. Sia nessuno questo tuo Ieshu, sia per te un progetto accantonato, uno dei tuoi pensieri usciti di memoria. Ti pregano già tanto di ricordare questo e quello. Scòrdati di Ieshu. Una nuvola passa e copre la stella. II fiato delle bestie sale sicuro in alto. Ha più forza della mia preghiera. Non importa, continuo. Promettimi questo: che non lo sedurrai nei suoi vent'anni, come facesti col tuo Irmiau, * anche lui conosciuto da te mentre era ancora in grembo. Nei vent'anni è un sollievo ardere per un'idea, un impulso di verità e giustizia. Non sia quello il tempo del suo richiamo. Non sia prima dei trenta, prima che sia uomo compiuto, di scelte meditate. Allora se sarà ancora ferma la tua volontà che me l'ha messo in grembo, te l'offrirò io stessa, come fece Hanna, madre di Samuele. Lei lo portò dopo i tre anni, a me concedi i trenta. Lo chiamerò ad agire, lo prometto, ma non nel mezzo di una mischia, di una guerra. Stanotte a lume di una stella viaggiante ho la vista dei ciechi. Tocco il corpo di leshu in punta di dita e lo vedo a una festa di nozze. Non è lui che si sposa, noi siamo invitati. Lui è un uomo, è già nei trent'anni. E io gli chiedo qualcosa e lui mi guarda, arrossisce confuso, non vuole, poi obbedisce. Non so cosa gli ho chiesto, né cosa fa lui per risposta. Intorno la festa continua. So che te lo consegno quel giorno. Non dico: così sia. Dico: non sia prima di così. Ti ho promesso, promettimi. Ti ho obbedito, esaudiscimi. Ieshu apre gli occhi nel palmo di mano che gli regge la testa. Smette di succhiare, le sue pupille accolgono l'argento della luce notturna. Sono presa tra voi due. È così per ogni madre o questa notte è l'unica del mondo? Con te imparo il dubbio di essere una qualunque, presa a caso, oppure la più segreta. Certezza è che mi ascolti. Dormi? Sì, dormi, non ascoltare tua madre infuriata contro se stessa, afferrata alla gola da un terrore. Dormi, respira sazio, cresci, ma poco, lentamente, vivi, ma di nascosto. Aspetto il tuo primo sorriso per coprirlo, che non abbagli il mondo e ti denunci. Dormi, domani vedrai la prima luce della tua vita e avrai di fianco la tua prima ombra. Dentro di me non ne facevi. Dormi, sogna che sei ancora lì, che la tua vita ha ancora il mio indirizzo. In sogno ci potrai tornare sempre. Che vuoto mi hai lasciato, che spazio inutile dentro di me deve imparare a chiudersi. Il mio corpo ha perso il centro, da adesso in poi noi siamo due staccati, che possono abbracciarsi e mai tornare una persona sola. A terra sulle pietre della stalla c'è la placenta, il sacco vuoto della nostra attesa. Sta sbiadendo la luce della stella, il giorno viene strisciando da oriente e scardina la notte. I pastori contano le pecore prima di spargerle sui pascoli. Iosef sta sulla porta. Ieshu, bambino mio, ti presento il mondo. Entra Iosef, questo adesso è tuo figlio. giovedì 3 gennaio 2013 LA COLLINA DEI CILIEGI " Sai quando ero piccola io, le suore mi dicevano sempre che il tabernacolo era la casa di Gesù. Io, un po' spaesata, mi chiedevo come potesse starci in quella scatoletta Gesù bambino, come potesse aver spazio per giocare, per stare con gli amici. In un certo senso ne sono rimasta affascinata così. E tu, come ti immagini la casa di Gesù?” "Ah, Sr Luisa, bella domanda. In questo momento io me lo immagino un po' così: LA COLLINA DEI CILIEGI E se davvero tu vuoi vivere una vita luminosa e più fragrante cancella col coraggio quella supplica dagli occhi troppo spesso la saggezza è solamente la prudenza più stagnante e quasi sempre dietro la collina è il sole Ma perché tu non ti vuoi azzurra e lucente ma perché tu non vuoi spaziare con me volando contro la tradizione come un colombo intorno a un pallone frenato e con un colpo di becco bene aggiustato forato e lui giù giù giù e noi ancora ancor più su planando sopra boschi di braccia tese un sorriso che non ha né più un volto né più un'età e respirando brezze che dilagano su terre senza limiti e confini ci allontaniamo e poi ci ritroviamo più vicini e più in alto e più in là se chiudi gli occhi un istante ora figli dell'immensità Se segui la mia mente se segui la mia mente abbandoni facilmente le antiche gelosie ma non ti accorgi che è solo la paura che inquina e uccide i sentimenti le anime non hanno sesso né sono mie Non non temere tu non sarai preda dei venti ma perché non mi dai la tua mano perché potremmo correre sulla collina e fra i ciliegi veder la mattina che giorno è E dando un calcio ad un sasso residuo d'inferno e farlo rotolar giù giù giù e noi ancora ancor più su planando sopra boschi di braccia tese un sorriso che non ha né più un volto né più un'età e respirando brezze che dilagano su terre senza limiti e confini ci allontaniamo e poi ci ritroviamo più vicini e più in alto e più in là ora figli dell'immensità Pasarono i giorni, immaginare la casa e il volto di Gesù divenne più di un gioco. Così ad un adorazione presi in parte Sr Luisa e le dissi: " Sai, forse ho visto Gesù. La prossima volta che apri il tabernacolo guarda bene cosa c'è sullo sfondo, ha un volto davvero bello, un volto che ne ricorda tanti altri". Avete capito cosa abbiamo visto? E per voi, che volto ha Gesù nel tabernacolo? Commenti all’articolo: Anonimo: Il volto rigato da una lacrima, il volto sorridente, quello pensieroso, quello arrabbiato, il volto gioioso, il volto corrucciato, il volto di un bambino intento a capire come si fa ... il tuo volto che mi stai leggendo, sì perchè ciascuno di noi è il riflesso e la trasparenza di un piccolo frammento di Eucaristia! Ciascuno di noi che prende sul serio la vita e cerca di essere per l'umanità seme di speranza. Sr. M. Elena o.p.:Gesù nel tabernacolo ha mille volti...Il volto del bambino dagli occhi di cielo, il volto del ragazzo pieno di sorpresa, il volto del giovane carico di speranza, il volto dell'adulto colmo di maturità, il volto dell'anziano intriso di saggezza, il volto del morente avvolto di luce... E io mi auguro che il volto misericordioso di Gesù si rispecchi sempre nel volto di tutti noi sabato 5 gennaio 2013 Epifania E’ simpatico l’arrivo della tradizionale Befana nel giorno 6 gennaio, ma non c’è niente che abbia un legame con l’Epifania se non i “doni”, portati sia dalla Befana che dai Magi. L’Epifania per noi cristiani è la manifestazione di Gesù a tutti i popoli della terra, rappresentati inizialmente da questi sapienti venuti dall’oriente per adorare il Bambino nato a Betlemme. Il Vangelo secondo Matteo, che riferisce questo fatto dell’infanzia di Gesù, non riferisce nemmeno una parola che abbiano detto le persone in quel straordinario incontro, un incontro di grandissima gioia. Essi però certamente parlarono. Un antico poeta e santo cristiano, S. Efrem, monaco della Siria, compose diversi scritti riguardanti la fede cristiana. Sono un patrimonio soprattutto dei popoli del Medio Oriente, ma il loro valore è universale. Leggiamo con attenzione questo “dialogo”, può essere un aiuto anche per la nostra preghiera nel tempo natalizio. Dialogo tra i Magi e Maria Magi: A noi una stella ha annunciato che Colui che è nato è il re dei cieli. Tuo figlio ha potere sugli astri, essi sorgono soltanto al suo ordine. Maria: E io vi dirò un altro segreto, perché siate convinti: Restando vergine, io ho partorito mio figlio. Egli è il figlio di Dio. Andate, annunciatelo! Magi: Anche la stella ce l’aveva fatto conoscere, che figlio di Dio e Signore è il tuo figlio. Maria: Altezze e abissi ne rendono testimonianza; tutti gli angeli e tutte le stelle: egli è il figlio di Dio e il Signore. Portate l’annuncio nelle vostre contrade, che la pace si moltiplichi nel vostro paese. Magi: Che la pace del tuo figlio ci conduca nel nostro paese, con sicurezza, come noi siamo venuti e quando il suo potere dominerà il mondo, che Egli visiti e santifichi la nostra terra. Maria: Esulti la Chiesa e canti la gloria per la nascita del figlio dell’Altissimo, la cui aurora ha rischiarato il cieli e la terra. Benedetto Colui la cui nascita rallegra l’universo! S. Efrem Siro Nella Basilica di S. Sfefano in Bologna possiamo ammirare questa scultura lignea del sec XIII, di grandezza naturale e di autore ignoto, che rappresenta l’adorazione dei Magi. Ci dice il Vangelo che essi vennero dall’oriente e chiedevano “Dov’è il Re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo”. Commenti all’articolo: Miriam: “Continuiamo ad essere ricercatori instancabili della Luce e dell’Amore di Dio.” Chiara: Sì e soprattutto cerchiamolo negli sguardi e nelle parole di coloro che incontriamo sul nostro cammino, perchè è là che Lui ci attende ... e ci offre la luce e il dono del Suo amore povero e umile che dona salvezza e pace! domenica 6 gennaio 2013 Buona Epifania Iddio che dalle tenebre vi ha chiamato alla sua luce mirabile, effonda su di voi la sua benedizione e vi renda saldi nella fede, nella speranza, nella carità. Iddio vi faccia testimoni della sua verità presso i fratelli come veri discepoli di Cristo, luce che splende nelle nostre tenebre. Come i santi Magi, al termine del vostro cammino possiate trovare, con immensa gioia, Cristo, luce del mondo! Commenti all’articolo: Suorlo': Che bell'augurio-benedizione! Grazie!! Laura: Che l'amore vissuto in questi giorni sia luce sul nostro cammino! lunedì 7 gennaio 2013 PROSSIMO INCONTRO GDI Chi partecipa? Per questioni organizzative vi chiediamo di comunicarcelo entro sabato 15. In base alle adesioni dei partecipanti e alla vostra disponibilità vedremo se mantenerlo sui due giorni del week-end o concentrare tutto o nella giornata di sabato o in quella di domenica. Vi aspettiamo numerosi....PORTATE UN' AMICA\O!! martedì 8 gennaio 2013 Rimanere ancora un po' nella luce dell'Epifania Àlzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te. … Cammineranno le genti alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere. … Alza gli occhi intorno e guarda: tutti costoro si sono radunati, vengono a te. … Tutti verranno da Saba, portando oro e incenso e proclamando le glorie del Signore”. … Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un'altra strada fecero ritorno al loro paese. (Isaia 60, 1-6) (Mt 2, 1-12) Attraverso il racconto della incredibile ricerca dei Magi, Gesù volle manifestare che se Lui era tra noi, non lo era per alcuni privilegiati, come il popolo ebraico, ma per tutta l'umanità, senza distinzione: il suo è un amore universale. Ogni uomo o donna diventa, con l'Epifania, un chiamato a fare parte del Regno di Dio. Dio chiama tutti e rende possibile che tutti, ma proprio tutti, siano Suoi figli.vL'Epifania è Festa solenne: festa in cui tutti noi ci dovremmo sentire felici nel sapere che Dio ci invita a tornare da Lui, sapendo che Lui è Colui che ci cerca per primo. Ma occorre alzare la testa, scorgere la stella e proclamare: siamo venuti per adorarLo! All’inizio basta avere il desiderio, l'ansia della ricerca, come quella dei Magi, e c'è sempre una stella che fa strada. Ma poi bisogna avere il coraggio di uscire dal chiasso e come i Magi provare a vedere e vivere la vita come ricerca di quella gioia che ci appartiene. Scriveva don Tonino Bello: "Oggi è l'Epifania, festa della universalità della Chiesa. Festeggiamo cioè una Chiesa che si allarga a tutti i popoli: che non si chiude nel suo campanile, non rifiuta l'altro, ma ha le porte e le finestre aperte, anzi spalancate: la Chiesa è il popolo di Dio che annuncia la salvezza e lo fa con estrema liberalità, accettando la diversità. Accettare la diversità è una cosa grande. Mi sembra sciocco avere paura dell'irruzione dei terzomondiali perché sono maomettani. Ma che paura avete? Alcuni dicono, rimproverando noi vescovi o il Papa, di essere troppo solleciti nella accoglienza; dicono che stiamo imbarbarendo la cristianità. Ma che paura avete? Abbiamo avuto la grazia dal Signore di essere suoi fedeli, di stare al suo servizio. Nostra missione è di testimoniare Lui, il Risorto. Qualche volta con la parola, ma soprattutto con i gesti, con la vita. Se sono gesti buoni la gente lo vede. E' impossibile che non li veda". San Domenico di Guzman ha dedicato tutte le sue forze per cercare i fratelli che vivevano nelle tenebre dell’errore su Dio, a loro parlava dell’amore e del volto luminoso di Dio, che è padre, ci chiama e ci attende. Di notte, poi, pregava in diversi modi ( inginocchiato, prostrato a terra, in piedi, abbracciato alla croce, con le braccia alzate…) ai piedi del Crocifisso o davanti al tabernacolo, per parlare a Dio dei fratelli che aveva incontrato e per i quali invocava la salvezza. Siamo venuti per adorarlo! È un bel impegno per il nuovo Anno, è un cammino di ricerca e di sosta, di dialogo e di preghiera, di apertura e di servizio… in continua ricerca di Gesù, per conoscere e sperimentare la vera gioia. Buon Cammino! A proposito di giovani "I giovani non sono vasi da riempire ma fiaccole da accendere" Marco Fabio Quintiliano (35 ca – 95 ca d.C.) Commenti all’articolo: Miriam: "Epifania...tutte le feste porta via?" che sia vero o e' solo un detto? per me e' solo la fine per un nuovo inizio. Inizio per un nuovo cammino, per una nuova ricerca, per un nuovo incontro, tutto verso di Lui, tutto con Lui. Un nuovo inizio per donarci totalmente a Lui, per riempire il nostro cuore della sua Luce, della sua Gioia e del suo Amore. Stefania: Che risplendono e riscaldano i cuori di chi li incontra! Il Signore benedica, accompagni e sostenga ogni loro passo sulla via della vita. mercoledì 9 gennaio 2013 Raimondo de Penafort, 1175-1275 Eccellente maestro di teologia e di diritto canonico. Canonico a Barcellona e professore di Diritto all'Università di Bologna. Nel 1222 entra nell'Ordine; nel 1230 venne chiamato a Roma come penitenziere di Papa Gregorio IX dal quale ebbe anche l'incarico di compilare la prima raccolta di Decretali che terminò in soli quattro anni (1234) e considerata capolavoro di saggezza, punto di riferimento del diritto Ecclesiastico. Esortò Tommaso alla stesura della Summa conto i Gentili e a sua volta compose anche una Summa di teologia morale ad uso dei confessori e un primo geniale e organico trattato di pastorale.Nel 1237 fu eletto Maestro dell'Ordine, stimatissimo dai capitolari dell'Ordine per la lo sforzo compilatorio, e si impegnò nell'apostolato verso gli ebrei e i mussulmani facendo studiare l'arabo e il Corano ai frati. Istituì due conventi di specializzazione missionaria e la fondazione dei Mercedari. Morì centenario a Barcellona. Pratica: amare lo studio della verità sacra Pregare per i legislatori Proverbi 4, 1-13.20-23 Ascoltate, o figli, l'istruzione di un padre e fate attenzione a sviluppare l'intelligenza, poiché io vi do una buona dottrina; non abbandonate il mio insegnamento. Anch'io sono stato un figlio per mio padre, tenero e caro agli occhi di mia madre. Egli mi istruiva e mi diceva: "Il tuo cuore ritenga le mie parole; custodisci i miei precetti e vivrai. Acquista la sapienza, acquista l'intelligenza; non dimenticare le parole della mia bocca e non allontanartene mai. Non abbandonarla ed essa ti custodirà, amala e veglierà su di te. Principio della sapienza: acquista la sapienza; a costo di tutto ciò che possiedi, acquista l'intelligenza. Stimala ed essa ti esalterà, sarà la tua gloria, se l'abbraccerai. Una corona graziosa porrà sul tuo capo, un diadema splendido ti elargirà". Ascolta, figlio mio, e accogli le mie parole e si moltiplicheranno gli anni della tua vita. Ti indico la via della sapienza, ti guido per i sentieri della rettitudine. Quando camminerai non saranno intralciati i tuoi passi, e se correrai, non inciamperai. Attieniti alla disciplina, non lasciarla, custodiscila, perché essa è la tua vita. Figlio mio, fa' attenzione alle mie parole, porgi l'orecchio ai miei detti; non perderli di vista, custodiscili dentro il tuo cuore, perché essi sono vita per chi li trova e guarigione per tutto il suo corpo. Più di ogni cosa degna di cura custodisci il tuo cuore, perché da esso sgorga la vita. Il Dio dell'amore e della pace doni la pace ai vostri cuori Se il predicatore della verità, senza mentire, ha detto veramente che tutti coloro che vogliono vivere piamente in Cristo soffrono persecuzione, nessuno, io penso, viene escluso da questa regola generale se non colui che trascura o non sa vivere «con sobrietà, con giustizia e pietà in questo mondo» (Tt 2, 12). Ma sia lungi da voi l'appartenere al numero di coloro che hanno case quiete, tranquille e sicure, mentre la verga del Signore non è su di loro: trascorrono la vita nella prosperità e in un attimo scenderanno all'inferno. Al contrario, la vostra purezza e pietà meritano ed esigono - perché siete accetti e graditi a Dio - di essere affinate con colpi ripetuti fino alla sincerità più completa. Se la spada talvolta si raddoppia e si triplica su di voi, bisogna stimare anche tutto questo come gioia e segno di amore. La spada a doppio taglio è formata dalle battaglie all'esterno e dai timori all'interno; questi ultimi sono raddoppiati o triplicati quando lo spirito astuto rende inquiete le fibre più intime del cuore con l'inganno e con le seduzioni. Questi tipi di combattimento finora li avete conosciuti abbastanza, altrimenti sarebbe stato impossibile raggiungere una così ammirevole pace e tranquillità interiore. Si raddoppia e si triplica esteriormente la spada quando, senza motivo, nasce una persecuzione da parte di uomini di Chiesa nell'ambito spirituale, dove le ferite più gravi sono quelle che vengono dagli amici. E' questa la croce di Cristo beata e desiderabile, che il forte Andrea accolse con animo gioioso, nella quale solamente il Vaso di elezione dice che dobbiamo gloriarci. Guardate pertanto all'autore e conservatore della fede, a Gesù che patì nella più grande innocenza e anche da parte dei suoi e fu computato fra i malfattori; e, bevendo il calice così glorioso del Signore Gesù, rendete grazie a Dio che ci dona ogni bene. Il Dio stesso dell'amore e della pace doni la pace ai vostri cuori e affretti il vostro cammino, per nascondervi lontano dagli intrighi degli uomini al riparo del suo volto, fino a quando non vi avrà introdotti e trapiantati in quella pienezza, dove risiederete per sempre nella bellezza della pace, nelle tende della fiducia, nel riposo dell'abbondanza. Dalle “Lettere” di san Raimondo de Penafort AMORE CI SI COMUNICA Per questo giovedì vi proponiamo una bella riflessione estratta dai pensieri eucaristici di Paolo VI tratti da: “Il Credo del popolo di Dio – Paolo VI maestro e testimone”, (ed. Paoline 2012). “Amore ci si comunica. Perché due alimenti, pane e vino? Per dare all’Eucaristia il significato e la realtà di carne e di sangue, cioè di sacrificio, di figura e di rinnovazione della morte di Gesù sulla croce: “Tutte le volte che voi mangerete di questo pane e berrete di questo calice, voi rinnoverete l’annuncio della morte del Signore, fino a che egli venga” (1 Cor 11, 26). Amore di Cristo per noi:ecco l’Eucaristia . Amore che si dona, amore che rimane, amore che si comunica, amore che si moltiplica, amore che ci salva. Ascoltiamo fratelli e figli carissimi, questa grande lezione. Il sacramento non è soltanto questo denso mistero di divine verità di cui ci parla il nostro catechismo; è un insegnamento, è un esempio, è un testamento, è un comandamento. Proprio nella notte fatale dell’ultima Cena Gesù tradusse in parole indimenticabile questa lezione di amore: “Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato” Quel “come” è tremendo! Dobbiamo amare come lui ci ha amati! Né la forma, né la misura, né la forza dell’amore di Cristo, espresso nell’Eucaristia, saranno a noi possibile, ma non per questo il suo comandamento, che emana dall’Eucaristia, è per noi meno impegnativo: se siamo cristiani, dobbiamo amare: “Da questo conosceremo tutti che siete miei discepoli, se avrete amore scambievole” (Gv 13, 34-35). Commenti all’articolo: Sr. M. Elena o.p.: Paolo VI dice che l'Eucaristia è amore che si comunica. Giustissimo. Io aggiungo che è anche necessario "farsi eucaristia", più che celebrarla. Farsi eucaristia vuol dire donarsi ai fratelli e alle sorelle, sempre e ovunque. Da soli non ce la facciamo, ma Cristo, di cui ogni giorno ci cibiamo, ci dà la forza che ci manca per essere come Lui: totalmente dono sabato 12 gennaio 2013 BEATA TUA MADRE! Gesù, chiedendo il battesimo di Giovanni, iniziava pubblicamente la sua missione di Messia. Ci fu una manifestazione straordinaria dal Cielo che invitava all’ascolto di Colui che era stato inviato per la nostra salvezza. Gesù quindi iniziò la sua missione di Maestro, rivelando la sua natura divina anche con numerosi miracoli. Non tutti credevano in lui, ma c’era anche entusiasmo tra i suoi seguaci. Leggiamo nel Vangelo secondo Luca (11,27-28): “Mentre diceva questo, una donna dalla folla alzò la voce e gli disse: «Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!». Ma egli disse: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!».” Avrà sorriso Gesù davanti all’esclamazione di questa donna, cogliendo però l’occasione per farci capire dove sta la grandezza e la felicità per quanti credono in lui. Le sue parole in qualche modo sottolineavano anche la grandezza e la beatitudine della Vergine Maria, che non stava tanto nel fatto pur eccezionale di aver concepito il Figlio di Dio e di aver avuto cura della sua crescita come uomo, ma di essere stata in qualche modo anche la sua prima discepola. Maria è modello per il popolo di Dio, modello per tutta la Chiesa. C’è una frase molto incisiva di Padre Stefano De Flores (teologo montfortano): Quando la Chiesa diventerà Maria, nel mondo nascerà Gesù. C’è anche una frase importante che in questo contesto si può leggere nel libro “Gesù di Nazaret – 2° volume” di Benedetto XVI: La Chiesa, nella sua struttura giuridica, è fondata su Pietro e gli Undici, ma nella forma concreta della vita ecclesiale sono sempre di nuovo le donne ad aprire la porta al Signore, ad accompagnarlo fin sotto la croce e a poterlo così incontrare anche quale risorto. Chiare e incoraggianti queste parole del Papa, incoraggianti per tutti i “laici”, ma in modo particolare per riflettere sul ruolo delle donne nella Chiesa. Il ruolo di Maria non è quello che Gesù ha affidato agli Apostoli. Le donne di tutte le generazioni cristiane, accogliendo e avendo cura della vita, hanno imparato da lei ad aprire la porta al Signore, ad accompagnarlo fin sotto la croce, diventando così anch’esse annunciatrici del Risorto. lunedì 14 gennaio 2013 Preghiera Possa la via crescere con te, possa il vento essere alle tue spalle, possa il sole scaldare il tuo viso e possa Dio tenerti nel palmo della sua mano. Prenditi tempo per amare,perchè questo è il privilegio che Dio ti dà prenditi tempo per essere amabile, perchè questo è il cammino della felicità prenditi tempo per ridere, perchè il sorriso è la musica dell'anima prenditi tempo per amare Dio, te stessa e le persone accanto a te con molta tenerezza, perchè la vita è troppo corta per essere egoisti. Amen martedì 15 gennaio 2013 BATTESIMO DEL SIGNORE (Lc 3, 15-16.21-22) Domenica abbiamo celebrato il battesimo del nostro Signore Gesù Cristo, del quale poco tempo prima avevamo celebrato la nascita. Lui che è Dio, ha voluto nascere in una mangatoia per insegnarci che la vera grandezza si manifesta nell’essere umili. In umiltà, Gesù va da Giovanni Battista e gli chiede di essere battezzato nonostante Giovanni riconosca che Gesù è più grande di lui ed egli non sia degno di scogliere neppure il laccio dei sandali. Colui che è senza peccato ha scelto di ricevere il battesimo della conversione per mostrare la sua solidarietà con noi peccatori: per questo è venuto, per salvarci e renderci figli di Dio. In Gesù, con il battesimo, diventiamo veri figli di Dio, fratelli di Gesù e fratelli gli uni degli altri. Mi piace pensare che durante il nostro battesimo Dio Padre ci dice: “Tu sei il mio figlio prediletto, la mia figlia prediletta, in te mi sono compiaciuto.” Sono convinta della verità di questa affermazione che c’invita ad essere, diventare sempre più e comportarci quali siamo, cioè veri figli di Dio. Il Magistero della Chiesa Cattolica c’insegna che: “Il santo Battesimo è il fondamento di tutta la vita cristiana, il vestibolo d’ingresso alla vita nello Spirito, e la porta che apre l’accesso agli altri sacramenti. Mediante il Battesimo siamo liberati dal peccato e rigenerati come figli di Dio, diventiamo membra di Cristo; siamo incorporati alla Chiesa e resi partecipi della sua missione.” (CCC §1213) Per mezzo del Battesimo Dio ci ha tirato dall’abisso delle tenebre, ci ha portato alla luce in Cristo e ci ha rivestiti di dignità. Pensiamo alla sublimità di questo sacramento! Santa Caterina da Siena, il grande dottore della Chiesa, in una sua lettera sottolinea la necessità e l’efficacia di questo sacramento per la vita cristiana: “Rimase in voi solo il segno del peccato originale, che contraete quando siete concepiti dal padre e dalla madre; segno che viene in parte tolto dall’anima nel santo Battesimo, il quale ha efficacia a darvi vita di grazia, in virtù di questo glorioso e prezioso Sangue. Appena che l’anima riceve il santo Battesimo, le viene tolto il peccato originale, e le viene infusa la grazia. ” (Il Dialogo della Divina Provvidenza, cap. 14) È veramente un dono non meritato, è pura grazia della bontà di Dio. Dio ci ama. Rallegriamoci di questa verità. Dio ci ama, siamo suoi! Commenti all’articolo: Miriam: Papa Giovanni Paolo II disse: “Il battesimo è una grazia che purifica ed apre un futuro nuovo. E’ un bagno che lava e che rigenera. E’ un’illuminazione che rischiara la nostra via e le dona tutto il suo significato. Il battesimo è il segno che Dio ci ha raggiunti sulla strada, che abbellisce la nostra esistenza e che trasforma la nostra storia in una storia santa”. giovedì 17 gennaio 2013 Virtù della Beata Imelda, povertà L’Eucaristia è la scuola di vita spirituale di Imelda, che riproduce e vive le virtù che apprende, perché già realizzate e vissuta da Gesù in Sacramento. “Questa cara fanciulla nelle sua breve vita c’insegna che in qualunque stato ci troviamo possiamo essere gli imitatori della povertà eucaristica… Beati i poveri di spirito, ha detto Gesù…beati se nell’Ostia divina, ad imitazione d’Imelda, sapremo trovare il modello di così grande virtù, la forza per sopportare i disagi.” (AL IV 12 (24). La piccola Imelda mostra l’identità del suo essere modello e la sua mediazione, perché la sua imitazione ci conduce a Gesù nel Tabernacolo. La modalità di questo itinerario è così espressa da P. Giocondo: “Oh, cara Imelda, che per imitare la povertà di Gesù rinunciasti con tanto entusiasmo al lusso, alle ricchezze di cui eri circondata, abbracciando con cuore magnanimo una vita di spogliamento, fa che noi pure comprendiamo il valore di questa virtù aneliamo ai divini tesori che ci offre Gesù nel sacramento d’amore…” (Ibid). Quante cose possediamo, quante cose cose ci circondano tutti i giorni. E le riteniamo tutte indispensabili, guai se venisse a mancare qualcosa. E' questo assordante rumore, quest'accozzaglia di oggetti che insiste nelle nostre vite che ci impedisce di guardare agli altri, al mondo così com'è realmente, semplice, in un certo senso povero. La nostra dignità non dipende da ciò che possediamo. Durante tutta la vita terrena, Gesù ha continuato a darci questo insegnamento e nell’Eucaristia ha scelto un segno di povertà, il pane, che nemmeno l’oro delle nostre chiese può cancellare. Davanti all’Eucaristia c’è spesso anche la povertà della nostra freddezza e indifferenza. Imelda aveva capito l’invito evangelico della povertà che non sta nell'impoverirsi, ma nel ricercare l'essenziale, il necessario, ciò che è dignitoso. Le cose ci servono, nel senso che sono al nostro servizio, ma spesso diventano come bagagli pesanti che disturbano l’attenzione alla vita dello spirito. Il rinunciare a qualcosa è una conquista di libertà, nel momento in cui la rinuncia si trasforma nel vedere che quella cosa è un surplus. Il senso dell'avere dovrebbe essere nel bisogno, non nel collezionismo. In questo modo, da questa povertà eucaristica, si genera ricchezza e aiuto per chi ha meno di me: si genera comunione. Commenti all’articolo: Miriam: Gesù disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». Quanto e’ difficile per noi, a noi, lasciar tutto quello che abbiamo, ogni bene materiale che ci circonda per seguire Lui. La Beata Imelda c’e’ riuscita, si e’ tuffata nel suo Amore e si e’ lasciata illuminare dalla Sua Luce. Noi dobbiamo slegarci da quello che possediamo e imparare ad abbandonarci a LUI. venerdì 18 gennaio 2013 Belle Speranze Stancamente sto qui ad aspettare un'altra estate di belle speranze e di belle di bianco vestite davanti ai caffè Niente storie importanti poca voglia di andare lontano aspettando una piccola mano che passi da qui ma l'amore l'amore l'amore, l'amore dov'è ma l'amore l'amore l'amore, l'amore non c'è in questa vita che passa, come un'onda leggera sulle braccia Aspettando la prossima luna conto i passi di questo mio cuore e reggo sguardi di poche parole e di poca poesia ma l'amore l'amore l'amore, l'amore dov'è ma l'amore l'amorel'amore, l'amore non c'è in questa vita che passa e accarezza leggera le mie braccia Santa fortuna che vegli sugli uomini senza virtù bella signora che sfiori ed illudi e non torni mai più apri le braccia stanotte non farmi aspettare non più e fa che sia bellezza e amore e amore fai che sia e lasciati toccare prima di andar via Stancamente rimango a guardare questa estate di belle speranze e di belle di bianco vestite davanti ai caffè davanti ai caffè e raccolgo pensieri pesanti e non parlo per farli volare guardo gli occhi degli altri guardare con curiosità A CANA DI GALILEA LA SOLLECITUDINE E LA PREGHIERA DI MARIA La Vergine Maria fu presente al primo “segno” che Gesù fece durante le nozze di Cana, segno che doveva aiutare anche la fede dei discepoli, anzi fu la sua iniziativa a favorire questo primo miracolo. Dalle parole del Papa cogliamo un commento semplice e profondo su questo brano evangelico che tutti conosciamo e di cui troviamo il testo in Gv 2, 1-11. “Nel brano evangelico (le nozze di Cana) Maria rivolge al suo Figlio una richiesta in favore degli amici che si trovano in difficoltà. A prima vista, questo può apparire un colloquio del tutto umano tra Madre e Figlio e, infatti, è anche un dialogo pieno di profonda umanità. Tuttavia Maria si rivolge a Gesù non semplicemente come a un uomo, sulla cui fantasia e disponibilità a soccorrere sta contando. Lei affida una necessità umana al suo potere, a un potere che va al di là della bravura e della capacità umana. E così, nel dialogo con Gesù, la vediamo realmente come Madre che chiede, che intercede. Vale la pena di andare un po’ più a fondo nell’ascolto di questo brano evangelico: per capire meglio Gesù e Maria, ma proprio anche per imparare da Maria a pregare nel modo giusto. Maria non rivolge una vera richiesta a Gesù. Gli dice soltanto: “Non hanno più vino” (Gv 2,3). Le nozze in Terra Santa si festeggiavano per una settimana intera; era coinvolto tutto il paese, e si consumavano quindi grandi quantità di vino. Ora gli sposi si trovano in difficoltà, e Maria semplicemente lo dice a Gesù. Non chiede una cosa precisa, e ancor meno che Gesù eserciti il suo potere, compia un miracolo, produca del vino. Semplicemente affida la cosa a Gesù e lascia a Lui la decisione su come reagire.” Benedetto XVI, 11 settembre 2006, Santuario di Altotting - Baviera Vediamo così nelle semplici parole della Madre di Gesù due cose: da una parte, la sua sollecitudine affettuosa per gli uomini, l’attenzione materna con cui avverte l’altrui situazione difficile; vediamo la sua bontà cordiale e la sua disponibilità ad aiutare. E’ questa la Madre, verso la quale la gente da generazioni si mette in pellegrinaggio. A lei affidiamo le nostre preoccupazioni, le necessità e le situazioni penose. La bontà pronta ad aiutare della Madre, alla quale ci affidiamo, è qui nella Sacra Scrittura, che la vediamo per la prima volta. Ma a questo primo aspetto molto familiare a tutti noi se ne unisce ancora un altro, che facilmente ci sfugge: Maria rimette tutto al giudizio del Signore. A Nazaret ha consegnato la sua volontà immergendola in quella di Dio: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto” (Lc 1, 38). Questo è il suo permanente atteggiamento di fondo. E così ci insegna a pregare: non voler affermare di fronte a Dio la nostra volontà e i nostri desideri, per quanto importanti, per quanto ragionevoli possano apparirci, ma portarli davanti a Lui e lasciare a Lui di decidere ciò che intende fare. Da Maria impariamo la bontà pronta ad aiutare, ma anche l’umiltà e la generosità di accettare la volontà di Dio, dandogli fiducia nella convinzione che la sua risposta, qualunque essa sia, sarà il nostro, il mio vero bene. Con l’atteggiamento che impariamo da Maria, nella preghiera di questa settimana ricordiamo il cammino ecumenico delle Chiese cristiane, implorando il dono dell’unità, “perché il mondo creda” come ha detto Gesù. Tutti dicono che sarà lungo questo cammino verso l’unità tra la Chiesa Cattolica, le Chiese Ortodosse e le Chiese Protestanti ma, se non potremo partecipare a questa “festa”, potremo collaborare a prepararla, attraverso la preghiera e gesti di amicizia verso i “fratelli separati” che forse conosciamo o che potremo incontrare. SANTA MARGHERITA D'UNGHERIA vergine, monaca 1242-127 Tra le figure femminili della prima generazione domenicana che attraggono la nostra attenzione, va collocata senza dubbio Margherita d'Ungheria, figlia del re Bela IV, della dinastia degli Arpad e della regina Maria Lascaris di origine bizantina. Nei primi decenni dopo la morte di S. Domenico, non solo i Frati predicatori avevano raggiunto i posti più remoti d'Europa, ma anche l'esercito orante e contemplativo delle Monache domenicane si era diffuso ovunque. Presso le Monache domenicane nel convento di S. Caterina, fondato a Veszprem sulle sponde del lago Balaton da pochi anni, fu portata nel 1245 Margherita che aveva appena tre anni. Ella era stata consacrata a Dio con voto dai suoi genitori prima ancora che nascesse, in un momento assai drammatico per la storia della nazione: i Tartari, popolazione barbara e crudele, stavano occupando l'Ungheria seminando dappertutto distruzione e morte. Il re e la regina, costretti a fuggire in Dalmazia, confidando nella misericordia di Dio, avevano promesso di donargli la creatura che stava per nascere se i Tartari si fossero allontanati. Dopo pochi giorni da quel loro voto i barbari, quasi inspiegabilmente, si ritirarono. La famiglia reale poté tornare in Patria dove nacque la nostra Santa. La piccola Margherita era stata affidata al monastero delle Suore domenicane per essere allevata secondo la vita religiosa. Margherita manifestò subito un'anima eccezionale, profondamente assetata di Dio, capace di sottoporre il suo tenero corpo alla mortificazione per ricambiare l'amore del Figlio di Dio immolato per noi sulla croce. Ella si offrì tutta al Signore e mai volse indietro lo sguardo nel suo cammino di perfezione e di santità; anzi soffrì quando capì che, come principessa, era considerata una privilegiata di fronte alle compagne, soprattutto durante le frequenti visite che le facevano i genitori. Volle indossare il più presto possibile l'abito bianco e vivere già come una religiosa, per quanto fosse concesso alla sua età. Si unì alle suore per tutti i lavori inerenti al culto e per quelli riguardanti le faccende domestiche del monastero. A Veszprem rimase fin verso i dieci anni quando i suoi genitori fecero costruire un monastero che la accogliesse, insieme alle suore, nell'Isola delle Lepri, sul fiume Danubio, vicino alla città di Budapest; da quel momento l'isola si chiamò « Isola della Beata Vergine». Margherita compiva dodici anni quando la Provincia domenicana ungherese ebbe l'onore di ospitare, nel convento di S. Nicola a Buda, il Capitolo Generale dell'Ordine e nelle mani del Maestro Generale Umberto di Romans ella emise la sua professione religiosa. Divenne in tal modo come il calice consacrato al servizio dell'altare e abbracciò con gioia la via dei consigli evangelici: povertà, obbedienza, castità. Si considerò come una vittima espiatrice dei peccati del suo popolo e praticò in modo rigoroso le più eroiche penitenze corporali, abbracciò la povertà più completa e visse nel nascondimento e nell'obbedienza, ritenendosi la serva di tutti. Quando il re e la regina, nelle loro visite portavano doni preziosi, ella chiedeva che tutto venisse donato ai poveri e in aiuto alle chiese. Nonostante i voti emessi, questa principessa «sposa di Cristo» incontrò un grande ostacolo: i genitori le chiesero di accettare il matrimonio col re di Boemia, per garantire alla nazione un alleato forte; avrebbero essi stessi ottenuto la dispensa dei Voti dal Sommo Pontefice. Grande fu il turbamento di Margherita, ma risoluta e decisa la sua risposta: «Tagliate piuttosto a pezzi il mio corpo, prima che io trasgredisca la fedeltà che ho giurato a Cristo». E per mettersi al sicuro, il 14 giugno 1261, volle ricevere il velo e pronunziare i Voti solenni davanti all'altare di S. Elisabetta, sua zia, in presenza dell'Arcivescovo e di tutta la corte, quindi depose ai piedi del Crocifisso la corona d'oro che le era stata posta sul capo. Da quel momento ancora più struggente fu il suo desiderio di identificazione con Cristo sposo, maestro, fine supremo. La sua preghiera fu continua, nulla le interrompeva la sua unione con Dio benché si dedicasse ai lavori manuali più umili e sfibranti, come trasportare l'acqua in pesanti secchi, portare la legna e accendere il fuoco, scendere in cantina, attendere alla cucina, spazzare e lavare. Non aveva nessun riguardo per se stessa, né si lamentava mai. Serviva con particolare attenzione le sorelle ammalate, offrendo loro tutti i servizi richiesti, anche i più umilianti, e assecondando con gentilezza i loro desideri. Quando riceveva la S. Comunione (a quei tempi avveniva 15 volte l'anno) fin dalla vigilia digiunava e manteneva un rigoroso silenzio, passava la notte umiliandosi davanti a Dio e trascorreva anche il giorno successivo senza cibo e lontana da ogni conversazione. Queste austerità sembrano a noi, oggi, quasi inconcepibili, ma provenivano dall'intenso amor di Dio che spingeva Margherita alla ricerca della completa unione spirituale con Lui e si traduceva in impetrazione per il bene della Nazione e in riparazione per i peccati del popolo. A ventotto anni Margherita, spossata dalle penitenze e dalle fatiche, era pronta per l'ultimo sacrificio: quello della sua vita. Morì il 18 gennaio 1270 e il suo corpo, che lei stessa aveva reso quasi disgustoso agli altri, trascurandolo in ogni modo, subito emanò un profumo soavissimo e divenne luminoso di celestiale bellezza. Fu sepolta nel convento dell'isola davanti all'altare della Beata Vergine e ben presto molti fatti miracolosi avvennero invocando la sua protezione. Pratica: Margherita fu mediatrice di tranquillità e di pace fondata nella giustizia e nella carità di Cristo per tutto il mondo. Dove trovate invidie e odio, mettete amore e pace. Pregate per la pace. Commenti all’articolo: Chiara: "Qualsiasi cosa vi dica, fatela" è l'invito di Maria ai servi, ma è questo "qualsiasi" che interroga e frena! È il passo che lei con l'annunciazione ha già fatto! I servi sono attenti e l'esecuzione puntuale di quanto Lui ha detto ha portato il vino dentro le anfore, e del più buono! Ma noi, io, sappiamo lasciare riempire di acqua l'anfora del nostro cuore perchè Lui la trasformi in vino nuovo per i fratelli? domenica 20 gennaio 2013 Camminare verso la libertà per crescere nell'unità Condividiamo in questa II domenica del Tempo Ordinario un pensiero riguardo alla settimana di preghiera per l’unità dei cristiani che tradizionalmente a partire dai primi decenni del secolo scorso si celebra dal 18 al 25 gennaio. Il tema previsto per questa domenica è: Camminare verso la libertà. Oggi siamo invitati a riconoscere gli sforzi delle comunità oppresse in tutto il globo, come i Dalits in India, mentre protestano contro tutto ciò che rende schiavo l’essere umano. Come cristiani impegnati verso un’unità sempre più ampia e condivisa, impariamo che eliminare ciò che separa le persone l’una dall’altra è un elemento essenziale della pienezza di vita e della libertà nello Spirito. Proponiamo 5 minuti di preghiera personale per questa intenzione appena presentata e insieme quanto segue: Preghiera O Dio liberatore, ti ringraziamo per il coraggio e la speranza della fede di coloro che combattono per la dignità e la pienezza di vita. Sappiamo che Tu rialzi i caduti e liberi i prigionieri. Tuo Figlio Gesù cammina con noi per mostrarci la via verso l’autentica libertà. Fa’ che possiamo apprezzare ciò che ci viene dato, e prendere forza nel contrastare tutto ciò che ci rende schiavi dentro. Manda il tuo Spirito perché la verità ci renda liberi, e possiamo proclamare con voce unita il tuo amore al mondo. Dio della vita, guidaci verso la giustizia e la pace. Amen. Domande per la riflessione personale 1. Ci sono momenti in cui, nelle nostre comunità cristiane, i pregiudizi e i giudizi del mondo - riguardo la casta, l’età, il genere, la razza, il livello educativo - ci trattengono dal vederci gli uni gli altri chiaramente alla luce della gloria di Dio? 2. Quali piccoli passi concreti possiamo intraprendere, insieme come cristiani, verso la libertà dei figli di Dio (cfr Rom 8, 21) per le nostre chiese e per l’intera società? Brani biblici suggeriti per la Lectio: 2 Corinzi 3,17-18: La libertà dei figli di Dio nella gloria; Giovanni 4,4-26: La conversazione con Gesù porta la donna samaritana ad una vita più libera. martedì 22 gennaio 2013 All’ascolto della Parola Anche tu vuoi leggere la parola di Dio? Ci hai provato? Non è sempre facile… Ma è una parola data per tutti e per questo tutti possono imparare a… ascoltarla. Sì, ascoltare più che leggere. La parola di Dio che leggono i tuoi occhi, devi imparare ad ascoltarla. È un esercizio, uno sforzo dal quale nessuno è esente, neppure i grandi studiosi o il Papa. Se smettono di sforzarsi di ascoltare, fanno dire ai testi ciò che vogliono, ciò che hanno scoperto anni fa, vecchie cose senza novità. Tu, quando vuoi leggere la parola di Dio, comincia per farti aiutare nella scelta dei testi. Possono essere presi da un incontro fatto, suggeriti da qualche libro… I testi della domenica o del giorno sono i più indicati e li troverai facilmente, digitando su Google, in qualche sito cattolico. Ci sono anche varie riviste che si possono comprare in quasi tutte le diocesi del mondo. Lì, spesso, per aiutare i lettori, ci sono anche interessanti commenti di grandi predicatori, di parroci… Ma tu non ti limiterai a questo. Sarebbe come accontentarsi di sentire un amico parlarti della conferenza di un grande predicatore. Se possibile, andresti volentieri ad ascoltarlo di persona. Allora, coraggio, deciditi con regolarità, scegli un giorno della settimana, procurati un supporto (una bibbia o una rivista, o un semplice foglio scaricato dal web). Fatto, ora trova un luogo tranquillo: in chiesa, a casa, nel giardino… Ti consiglio un luogo abituale nel quale puoi andare spesso, come la tua camera per esempio. Un luogo che non ha niente di speciale, un luogo ordinario, ti aiuterà a fare di questo esercizio un’abitudine di vita. Le cose molte speciali sono difficili da ripetere più volte. Nondimeno occorre preparare un po’ il luogo o cambiare postura, per aiutarti a pregare nella calma: spegnere il telefonino, togliere le cuffie… e sederti a tuo agio per mezz’ora o un’oretta, se ti va. Prima di cominciare a leggere il testo che hai scelto, fai una piccola preghiera per semplicemente dire al Signore che sei qui per ascoltarlo, che hai bisogno del suo Spirito per capirlo. Puoi farlo con le proprie parole, è bello, o servirti di un canto, una preghiera allo Spirito Santo… Poi, con fiducia e senza fretta, leggi il testo, lentamente. Ascolta con il cuore ciò che leggi come cose nuove dette a te. Fermati, se una parola ti commuove, ti da gioia o tristezza, ti fa paura. Non aver paura di aver paura con Dio, di sentirti a disagio o felice come un bambino. Non aver paura di lasciare la Parola parlarti di te, della tua vita, di quelli che conosci, o di Dio così diverso da ciò che pensiamo… Non aver paura se ti sembra di non capirlo, di non sentire niente, di avere solo noia in cuore tuo; non ti succederà sempre e comunque anche questo è preghiera. Se puoi, in un quaderno, nota una frase, un pensiero che ti ha colpito. È una raccolta che ti potrà servire nei deserti della vita. San Domenico aveva scelto la povertà come un mezzo per predicare il Vangelo. Eppure, in un tempo in cui un libro costava una fortuna, egli scelse di avere sempre con sé, in tutti i suoi viaggi, il Vangelo di Matteo e le Lettere di San Paolo. Sapeva bene che abbiamo bisogno di lasciarci addomesticare da Dio, dalla sua Parola e, questo, Egli lo realizza con il tempo che gli diamo. Quando diventa familiare, la Parola ci parla anche per strada. E credimi: essa ha il potere di cambiarti senza che tu te ne accorga. Il nostro vero problema è la perseveranza fiduciosa. mercoledì 23 gennaio 2013 Beato Enrico Suso Sacerdote Domenicano 1295 (1300)- 1366 Le grandi acque non possono spegnere l'amore né i fiumi travolgerlo. Se uno desse tutte le ricchezze della sua casa in cambio dell'amore, non ne avrebbe che disprezzo. Enrico nacque il 21 marzo 1295 (o più verosimilmente intorno al 1300). Enrico prese il cognome della mamma, essendo possibile a quell’epoca scegliere tra quello paterno e quello materno: l’amore e la venerazione che sempre manifestò verso di lei possono benissimo spiegare tale scelta. Da bambino fu molto delicato di salute ed era un ragazzo amabile, socievole e stimato dagli amici per le sue doti intellettuali. Il convento domenicano di San Nicola sorgeva sull’isola che si trova nel punto in cui il fiume Reno esce dal lago ed era uno dei migliori della provincia teutonica. In questa comunità Enrico fu accettato all’età di tredici anni, lieto da parte sua di cercare il vero amore e fornito di una ricca dote che certo costituiva una buona risorsa per le necessità del convento. Riferendosi agli inizi della sua vita religiosa, fra Enrico scrive: «Quantunque da cinque anni avessi un’apparenza di vita spirituale, il mio spirito era ancora dissipato». Ma un’esistenza così mediocre non era fatta per lui: l’attrattiva di una vita di unione mistica con Dio lo spinse ad abbracciare in modo radicale quell’ideale di vita contemplativa ed attiva che aveva scelto precocemente, ma liberamente. Dalla lettura dei libri sapienzali della Bibbia fu spinto ad orientare il suo cammino spirituale verso l’Amore rappresentato nella figura della Divina Sapienza che, quale sposa delicata ed amica diletta, si offre a tutti per essere amata. Aveva diciotto anni quando avvenne la sua conversione decisiva. Questo cambiamento non passò inosservato ed alcuni confratelli gli insinuarono il dubbio che non avrebbe potuto perseverare. Ma Fra Enrico, pur soffrendo per l’isolamento in cui veniva a trovarsi, continuò nel cammino intrapreso. Approfondì a poco a poco la sua concezione iniziale della Sapienza, finché giunse ad identificarla con la persona di Cristo e ad amare in essa il Verbo Incarnato, al quale la sua anima si unì in mistiche nozze. Dopo aver compiuto gli studi filosofici e teologici a Costanza, fra Enrico, poco più che ventenne, venne inviato allo Studium generale fondato da Sant’Alberto Magno a Colonia, dove insegnava il grande Maestro Eckhart. Questo figlio di San Domenico, poco compreso dai contemporanei, esercitava una forte attrattiva sui giovani domenicani ed anche fra Enrico ne divenne un discepolo convinto e fedele, soffrendo quindi molto quando Maestro Eckhart fu accusato di eresia, intorno al 1325. Negli insegnamenti del Maestro circa l’ascesa dell’anima verso Dio, egli trovò la via luminosa da seguire per giungere all’unione mistica. Se fino a quel momento fra Enrico aveva considerato utile pratticare penitenze per conformarsi meglio alla Passione del Crocifisso, dal Maestro Eckhart apprese che, in vista di un amore totalitario, è più utile l’abbandono passivo in Dio, la paziente sopportazione di sé e delle proprie imperfezioni, la rinuncia al proprio io e ad ogni soddisfazione terrena. Fu una «seconda» conversione destinata a prepararlo alle sofferenze interiori che lo attendevano. Non si sa quanti anni Enrico Suso si sia fermato a Colonia, ma certamente il suo rapporto con Maestro Eckhart fece nascere sospetti di falsa dottrina anche contro di lui. Pochi anni dopo, infatti, venne accusato e dovettediscolparsi davanti al Capitolo dell’Ordine riunito nelle Fiandre. Ritornato nella sua città nativa, venne nominato Lettore del convento di San Nicola. Nel tempo libero compose le «Cento meditazioni sulla Passione di Nostro Signore»; esse furono aggiunte al «Libro della Sapienza Eterna», che costituisce il frutto più maturo e più bello della mistica tedesca; redatto in seguito in latino, prese il titolo di «Horologium Sapientiae». Diede anche gli ultimi ritocchi al «Dialogo della verità» che aveva già composto a Colonia. Proprio da questi libri, che riecheggiavano in qualche passo gli insegnamenti di Eckhart, i suoi accusatori trovarono motivo per incolparlo di «dottrine errate». Egli ne fu deposto dall’ufficio di Lettore. Libero dall’insegnamento, fra Enrico si dedicò all’apostolato, alla direzione delle anime e alla predicazione itinerante. I momenti migliori per lui erano quelli che dedicava alle monache domenicane, di cui esistevano ben 65 monasteri nei territori di lingua tedesca. Visitò frequentemente quello di Toss in Svizzera, che poteva raggiungere con una giornata di cammino e dove incontrò Elisabetta Stagel, futura saggia raccoglitrice dei suoi insegnamenti. Accettò di esserne la guida spirituale aiutandola a progredire e a discernere nelle esperienze mistiche l’opera di Dio. Nei suoi viaggi apostolici fra Enrico affrontò numerosi disagi e seri pericoli per la vita, ma nulla lo fermò. Si era attribuito il titolo di «Karrner di Dio»: nelle città medioevali era l’uomo che caricava le immondizie sul carro nero per portarle fuori città. Dopo varie sofferenze morali, una calunnia distrusse il suo onore di sacerdote e di religioso e lo obbligò a lasciare per sempre l’amata città nativa. Una giovane donna attribuì pubblicamente la paternità del suo bambino a fra Enrico e lo scandalo trovò molte persone disposte a credere alle sue parole, anche tra gli amici. Nonostante la crudele delusione per il venir meno d’ogni amicizia umana e il peso di quella calunnia da cui non poteva difendersi, egli affidò se stesso a Dio e da Lui solo sperò l’aiuto. In silenzio accettò di essere trasferito ad Ulma, città sulle rive del Danubio, dove riprese la sua attività pastorale e continuò le sue peregrinazioni di predicatore. Ben presto i suoi superiori ebbero la prova della sua innocenza, ma egli non tornò più a Costanza. Enrico Suso morì il 25 gennaio 1366 e venne sepolto nella chiesa dei Domenicani di Ulma, presso l’altare di San Pietro Martire. Con la demolizione della chiesa nel XVI secolo si perse ogni traccia del suo sepolcro, mentre si diffondeva sempre più il suo culto via via che erano conosciuti i suoi libri. Fu dichiarato ufficialmente Beato dal Papa Gregorio XVI il 16 aprile 1831. Commenti all’articolo: Suorlo': L'Avvenire di oggi definisce il Beato Enrico "Pellegrino dell'anima sulle tracce di Dio" e precisa:... "Sono i testimoni come il beato Enrico Suso, o Susone, a ricordarci che la fede non è solo scelta razionale ma prima di tutto uno stato dell'anima, un percorso spirituale che può dare senso alla quotidianità solo se vissuta con il cuore aperto al trascendente". Che questo beato, dolce e mite, ci metta nel cuore il desiderio di aprirci a Dio, alla sua realtà trascendente che ci si offre costantemente come amore immanente! Laura: "Volete avere il senso di Dio? Imparate a rientrare in voi stessi. Volete ricevere nuova luce e nuova grazia di Dio? imparate a riconoscere i suoi doni e a ringraziarlo per ogni bene da lui ricevuto" (Beato Enrico Suso) giovedì 24 gennaio 2013 Le virtù della Beata Imelda, la purezza Questa è la virtù caratteristica che P. Lorgna presenta per mezzo del modello che è Imelda. “Imelda prostrata dinanzi all’Ostia santa riceveva grazie speciali di luce per comprendere il prezzo inestimabile della purezza, sentiva gli inviti insistenti e ripetuti di ogni giorno, le attrattive di una vita tutta d’innocenza e di candore…(Ibid. (17). L’Eucaristia è d’aiuto nella pratica della purezza, oltre a mostrarcene l’esempio ammirabile. Per conservare ed accrescere la virtù della purezza, è necessaria un’intima comunione eucaristica. Scrive P. Giocondo: “ …Nei momenti della prova, corriamo pieni di fiducia ai piedi di Gesù sacramentato. L’Ostia divina sarà la nostra forza, il nostro sostegno, il nostro conforto. All’ombra del Tabernacolo le passioni si calmeranno e Gesù ci assisterà… Oh, Imelda! Che vivesti quaggiù come un Angelo del cielo, impetraci da Gesù Sacramentato la grazia di poter apprezzare e praticare questa virtù che attira in modo speciale le compiacenze divine e che un giorno ci farà godere la beatitudine evangelica: “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio…” (AL IV 12 (20) La purezza proposta da Gesù parte dal cuore ed è soprattutto distacco dal male e capacità di vivere con serenità ed equilibrio i nostri affetti, sentimenti e comportamenti verso gli altri e verso il nostro corpo. Solo così vedremo Dio, solo attraverso questa onestà del cuore. Lo sguardo di Imelda fu intensamente attirato da Gesù Eucaristia perché il suo cuore era puro, onesto, vero. Certamente Dio le aveva dato una vocazione speciale: doveva ricordare a tutti noi il destino di eternità che ci attende dopo la vita terrena. Il suo precoce intuito delle realtà spirituali fu certamente frutto dell’azione dello Spirito Santo, ma anche di un ambiente che l'accolse e l'avvolse nell'amore, a partire dall’amore dei suoi genitori. Come ogni virtù, la purezza perfeziona la tua vita, è fonte di gioia e rende liberi da quella schiavitù che vede il piacere come valore assoluto. La società in cui viviamo presenta spesso ideali diversi da quelli cristiani. Non sarà sempre necessario “fuggire” la società, ma dovremo fare continue scelte, con saggezza, ma soprattutto con profonda onestà. Commenti all’articolo: Miriam: "...Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio..." venerdì 25 gennaio 2013 LE PAROLE DI MARIA NEL VANGELO I quattro Vangeli e gli Atti degli Apostoli ci parlano della presenza della Vergine Maria nella vita di Gesù e nella vita della prima comunità dei suoi discepoli. Maria di Nazaret non faceva però parte di quel gruppo di donne che, assieme agli apostoli, seguiva Gesù e di cui ci parla il Vangelo di Luca. Maria visse circa 30 anni con Gesù a Nazaret e in seguito, ogni tanto assieme ad altri familiari, cercò di avvicinarlo durante i suoi viaggi di predicazione lungo la Palestina. Infine “non senza un disegno divino” (LG 88) fu presente nei giorni del supremo sacrificio del Figlio. Quindi la Sacra Scrittura ci dice che la vicinanza di Maria al Signore Gesù fu prolungata, lungo tutta la presenza terrena del nostro Redentore. Poche sue parole sono giunte a noi, si parla di lei più che sia lei a parlare, però tutto quello che riguarda Maria, che è stato raccolto per noi dagli Autori ispirati da Dio, è sufficiente per lasciarci un patrimonio ricco di insegnamenti, di ammirazione verso questa Madre comune. Nel Vangelo secondo Luca i primi sentimenti attribuiti a Maria sono di turbamento e timore, che però non sono da intendere nel senso di paura, ma di stupore di fronte a un fatto eccezionale. Come è possibile? C’è fede e ragione nel dialogo di Maria con l’angelo dell’annunciazione. Eccomi, sono la serva del Signore… Nella pagina evangelica successiva c’è l’incontro di due donne e di due generazioni. Questo dialogo inizia con il saluto di Maria, dove già il tono della voce doveva essere comunicativo di gioia. Il Card. Martini dice: “E’ un incontro nel gesto e nella parola che esprime la sovrabbondanza del cuore, la gratitudine e la gratuità. Maria si sente capita a fondo, sente che il suo segreto, che non aveva osato dire a nessuno e che non sapeva come esprimere senza timore di essere tacciata di follia, è stato capito, accolto, stimato, apprezzato. La tenerezza di questo incontro è figura di un comunicare umano e riuscito.” (Lettera pastorale del 1990) L’anima mia magnifica il Signore… Questo canto di lode della Vergine merita di essere presentato in forma più ampia in altra meditazione. E’ un capolavoro, la sintesi di vari cantici dell’Antico Testamento. Figlio perché ci hai fatto questo?... Sono le parole di Maria a Gesù adolescente, nell’angoscia di un suo “smarrimento”… Non hanno più vino… Fate quello che vi dirà… Sono le ultime parole che la Bibbia ci riferisce riguardo a Maria! Poi c’è silenzio nei Vangeli, che però richiama la frase di Luca 2,51 “Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore”. Commenti all’articolo: Miriam: "Maria, Madre del sì, tu hai ascoltato Gesù e conosci il timbro della sua voce e il palpito del suo cuore. Stella del mattino, parlaci di Lui e raccontaci il tuo cammino per seguirlo nella via della fede»." Questa preghiera è di Benedetto XVI, e fu rivolta ai giovani durante incontro a Loreto nel settembre 2007, perchè imparassimo da lei a rispondere a quanto ci chiede il Signore a noi. domenica 27 gennaio 2013 VITE SPEZZATE... "Non sono i fatti che contano nella vita, conta solo ciò che grazie ai fatti si diventa" Credo in Dio e negli uomini e oso dirlo senza falso pudore. La vita è difficile ma non è grave: dobbiamo cominciare a prendere sul serio il nostro lato serio, il resto verrà da sé. Una pace futura potrà essere veramente tale solo se prima sarà stata trovata da ognuno in se stesso; se ogni uomo si sarà liberato dall'odio contro il prossimo, di qualunque razza o popolo; se avrà superato quest'odio e l'avrà trasformato in qualcosa di diverso, forse alla lunga in amore, se non è chiedere troppo. E' l'unica soluzione possibile. È quel pezzettino d'eternità che ci portiamo dentro. Sono una persona felice e lodo questa vita, nell'anno del Signore 1942, l'ennesimo anno di guerra. Le mie battaglie le combatto contro di me, contro i miei proprio demoni: ma combattere in mezzo a migliaia di persone impaurite, contro fanatici furiosi e gelidi che vogliono la nostra fine, no, questo non è proprio il mio genere. Non ho paura, non so, mi sento così tranquilla. Mi sento in grado di sopportare il pezzo di storia che stiamo vivendo, senza soccombere. Mi sembra che si esageri nel temere per il nostro corpo. Lo spirito viene dimenticato, s'accartoccia e avvizzisce in qualche angolino. Viviamo in un modo sbagliato, senza dignità. Io non odio nessuno, non sono amareggiata: una volta che l'amore per tutti gli uomini comincia a svilupparsi in noi, diventa infinito. Bene, io accetto questa nuova certezza: vogliono il nostro totale annientamento. Ora lo so: Continuo a lavorare e a vivere con la stessa convinzione e trovo la vita ugualmente ricca di significato, anche se non ho quasi più il coraggio di dirlo quando mi trovo in compagnia. La vita e la morte, il dolore e la gioia e persecuzioni, le vesciche ai piedi e il gelsomino dietro la casa, le innumerevoli atrocità, tutto, tutto è in me come un unico, potente insieme e come tale lo accetto e comincio a capirlo sempre meglio. Un'altra cosa ancora dopo quella mattina: la mia consapevolezza di non essere capace di odiare gli uomini malgrado il dolore e l'ingiustizia che ci sono al mondo, la coscienza che tutti questi orrori non sono come un pericolo misterioso e lontano al di fuori di noi, ma che si trovano vicinissimi e nascono dentro di noi: e perciò sono meno più familiari e assai meno terrificanti. Quel che fa paura è il fatto che certi sistemi possono crescere al punto da superare gli uomini e da tenerli stretti in una morsa diabolica, gli autori come le vittime.” Un brano dal Diario (1941-43) di Etty Hillesum lunedì 28 gennaio 2013 La forza di starci La preghiera è grazia, dono di Dio che, normalmente, ha bisogno di trovare un terreno adatto: è questo il compito della preparazione remota, prossima, presente, che compi per renderti ricettivo alla visita di Dio che Lui effettuerà quando e come vuole. S. Domenico, che non ha scritto niente sulla preghiera ma che pregava molto – di lui, infatti, si dice che parlava sempre con Dio o di Dio – con il suo esempio, ci mostra come lo spirito e il corpo pregano insieme. Il Papa l’ha ricordato “Le maniere di pregare per san Domenico sono nove e «ciascuna delle nove maniere di pregare che San Domenico realizzava sempre davanti a Gesù Crocifisso, esprime un atteggiamento corporale e uno spirituale che, intimamente compenetrati, favoriscono il raccoglimento e il fervore”, perciò quando vuoi pregare sono necessarie alcune predisposizioni. Quando preghi, assumi una posizione fisica corretta, con il corpo e il tronco eretti. Assicura una buona respirazione, profonda e lenta; rilassa tensioni e nervi; lascia andare ricordi e immagini; crea intorno a te e in te, vuoto e silenzio. Mettiti alla presenza di Dio invocando lo Spirito Santo e comincia a pregare. La preghiera è una relazione con Dio con la quale noi ci disponiamo a ricevere la sua visita che può arrivare in qualsiasi momento, oppure in “nessun momento”: è Dio che prende l’iniziativa. Se durante la preghiera ti sembra che Dio non si manifesti, ti senti vuoto, secco, distratto… non scoraggiarti, continua a pregare con pazienza, perseveranza, fiducia, nella calma e serenità di spirito. Ricordati che è Dio che prende l’iniziativa, cioè è già lì ad aspettarci, anche quando decide di non farsi sentire. Affinché la forza della preghiera incida nella tua vita, sintetizza la preghiera fatta in una frase semplice (es.: che cosa farebbe Gesù al mio posto? Chi è il mio prossimo oggi?...) e richiamala alla mente durante il giorno, senza pretendere di vedere in te grandi cambiamenti, ma sapendo che stai compiendo piccoli passi che portano lontano. Corpo e spirito crescono allo stesso modo: impercettibilmente ma costantemente e gradualmente, se alimentati in modo corretto. Il compiere piccoli atti, gesti di bene con la forza attinta da Dio durante la preghiera, pian piano cambia la tua vita. Sii cosciente che puoi poco, che le ricadute sono sempre in agguato, che le tentazioni non mancano… ma anche che Dio vuole stare con te più di quello che tu vuoi stare con lui perciò, senza scoraggiarti, lamentarti o spaventarti, riprendi il cammino. La santità consiste nello stare con il Signore e, a forza di starci, la sua immagine s’imprime in noi e poi nel camminare alla luce di quest’immagine. Buon cammino. Ne vale la pena! Mercoledì 30 gennaio 2013 SAN TOMMASO D’AQUINO sacerdote e dottore della Chiesa (1225-1274) Tu non possiedi la verità: è la verità che possiede te. Sbocciato a pochi anni dalla morte di san Domenico dai conti d’Aquino, Tommaso era destinato a realizzare perfettamente l’ideale dell’ardente Spagnolo: “Contemplata aliis tradere”. Dopo una permanenza nell’abbazia benedettina di Montecassino dove ricevette la prima educazione religiosa e umanistica, passò all’università di Napoli; il contatto con fra Giovanni di San Giuliano gli fece prendere coscienza della sua vocazione apostolica. All'età di 18 anni entrò nell'ordine domenicano e, dopo un soggiorno nel suo castello di Roccasecca, dove si dedicò allo studio delle Sentenze e dei testi aristotelici (tradotti da Michele Scoto), lasciò l'Italia (1246).e superando l’accanita opposizione dei famigliari, fu a Colonia, allievo di sant’Alberto Magno (1248-1252). A trentun anni siede col grado di maestro sulla cattedra parigina di teologia, che diverrà faro di luce, avamposto della sapienza, convegno e teatro di appassionate lotte. Tommaso alterna l’insegnamento con un’efficace predicazione e tempestivi interventi presso la curia romana. Vincolato da cordiale amicizia a san Bonaventura, cadde ammalato mentre – come lui – si avviava al Concilio di Lione. Morì nell’abbazia di Fossanova il 7 marzo 1274. Fu canonizzato il 18 luglio 1323, da Giovanni XXII, proclamato dottore della Chiesa da san Pio V nel 1567 e patrono delle scuole cattoliche da Leone XIII nel 1879. La tradizione cattolica e il magistero pontificio è unanime nel riconoscere in lui il “dottore per eccellenza” (“doctor communis”) e la sua opera è additata come l’espressione massima del pensiero cristiano. “In lui la Scienza e la santità sono un eguale riflesso della divina bellezza che la Sapienza Divina irradia con inesauribile fecondità di bene. Senza dubbio alcuno, nella storia della cultura egli segna una mirabile vittoria dello spirito: amorosamente accogliendo ogni particella di verità sparsa nel mondo della cultura, non solo ne fa una sintesi armoniosa e pura, ma – con eroica coerenza morale – la vive e fa toccare con mano che la contemplazione costruttiva e operosa non è vana parola” (Pera). Si commemora la deposizione delle reliquie di san Tommaso (1369) a Tolosa, nella chiesa a lui dedicata (les Jacobins). Trasportate durante la Rivoluzione francese nella cripta di Saint-Sernin (1792), ritornarono finalmente nel 1974 alla loro sede primitiva. Vi Proponiamo di seguito alcuni testi dal Supplemento della Liturgia delle Ore dell’Ordine Domenicano, davvero significati in relazione alla vita di questo grande uomo. Poiché hai chiesto il discernimento nel giudicare, ecco, faccio come tu hai detto: ti concedo un animo saggio e intelligente, dice il Signore. Sal. 39 Ho sperato, ho sperato nel Signore, ed egli su di me si è chinato, ha dato ascolto al mio grido. Mi ha tratto da un pozzo di acque tumultuose, dal fango della palude; ha stabilito i miei piedi sulla roccia, ha reso sicuri i miei passi. Mi ha messo sulla bocca un canto nuovo, una lode al nostro Dio. Molti vedranno e avranno timore e confideranno nel Signore. Beato l'uomo che ha posto la sua fiducia nel Signore e non si volge verso chi segue gli idoli né verso chi segue la menzogna. Quante meraviglie hai fatto, tu, Signore, mio Dio, quanti progetti in nostro favore: nessuno a te si può paragonare! Se li voglio annunciare e proclamare, sono troppi per essere contati. Sacrificio e offerta non gradisci, gli orecchi mi hai aperto, non hai chiesto olocausto né sacrificio per il peccato. Allora ho detto: "Ecco, io vengo. Nel rotolo del libro su di me è scritto di fare la tua volontà:mio Dio, questo io desidero; la tua legge è nel mio intimo". Ho annunciato la tua giustizia nella grande assemblea; vedi: non tengo chiuse le labbra, Signore, tu lo sai. Non ho nascosto la tua giustizia dentro il mio cuore, la tua verità e la tua salvezza ho proclamato. Non ho celato il tuo amore e la tua fedeltà alla grande assemblea. Non rifiutarmi, Signore, la tua misericordia; il tuo amore e la tua fedeltà mi proteggano sempre, perché mi circondano mali senza numero, le mie colpe mi opprimono e non riesco più a vedere: sono più dei capelli del mio capo, il mio cuore viene meno. Dégnati, Signore, di liberarmi; Signore, vieni presto in mio aiuto. Siano svergognati e confusi quanti cercano di togliermi la vita. Retrocedano, coperti d'infamia, quanti godono della mia rovina. Se ne tornino indietro pieni di vergogna quelli che mi dicono: "Ti sta bene!". Esultino e gioiscano in te quelli che ti cercano; dicano sempre: "Il Signore è grande!" quelli che amano la tua salvezza. Ma io sono povero e bisognoso: di me ha cura il Signore. Tu sei mio aiuto e mio liberatore: mio Dio, non tardare. L’anima perciò agisce in maniera virtuosa e perfetta quando opera per mezzo della carità, mediante la quale Dio dimora in essa. Senza la carità, in verità l’anima non agisce: “Chi non ama rimane nella morte” (1 Gv 3,14). SIR 39, 1b - 14 Differente è il caso di chi si applica e medita la legge dell'Altissimo. Egli indaga la sapienza di tutti gli antichi, si dedica allo studio delle profezie. apre la bocca alla preghiera, implora per i suoi peccati. Conserva i detti degli uomini famosi, penetra le sottigliezze delle parabole, Se questa è la volontà del Signore grande, egli sarà ricolmato di spirito di intelligenza, come pioggia effonderà parole di sapienza, nella preghiera renderà lode al Signore. indaga il senso recondito dei proverbi e s'occupa degli enigmi delle parabole. Egli dirigerà il suo consiglio e la sua scienza, mediterà sui misteri di Dio. Svolge il suo compito fra i grandi, è presente alle riunioni dei capi, viaggia fra genti straniere, investigando il bene e il male in mezzo agli uomini. Di buon mattino rivolge il cuore al Signore, che lo ha creato, prega davanti all'Altissimo, Farà brillare la dottrina del suo insegnamento, si vanterà della legge dell'alleanza del Signore. Molti loderanno la sua intelligenza, egli non sarà mai dimenticato, non scomparirà il suo ricordo, il suo nome vivrà di generazione in generazione. I popoli parleranno della sua sapienza, l'assemblea proclamerà le sue lodi. Ascoltatemi, figli santi, e crescete come una pianta di rose su un torrente. Finché vive, lascerà un nome più noto di mille, quando muore, avrà già fatto abbastanza per sé. Come incenso spandete un buon profumo, fate fiorire fiori come il giglio, spargete profumo e intonate un canto di lode; benedite il Signore per tutte le opere sue. Esporrò ancora le mie riflessioni, ne sono pieno come la luna a metà mese. La Legge della divina carità "E’evidente che non tutti possono dedicarsi a fondo alla scienza; e perciò Cristo ha emanato una legge breve e incisiva che tutti possano conoscere e dalla cui osservanza. nessuno per ignoranza possa ritenersi scusato. E questa è la legge della divina carità. Ad essa accenna l’Apostolo con quelle parole: “Il Signore pronunzierà sulla terra una parola breve” (Rm 9, 28). Questa legge deve costituire la norma di tutti gli atti umani. Come infatti vediamo nelle cose artificiali che ogni lavoro si dice buono e retto se viene compiuto secondo le dovute regole, così anche si riconosce come retta e virtuosa la azione dell’uomo, quando essa è conforme alla regola della divina carità. Quando invece è in contrasto con questa norma, non è né buona, né retta, né perfetta. Questa legge dell’amore divino produce nell’uomo quattro effetti molto desiderabili. In primo luogo genera in lui la vita spirituale. E’ noto infatti che per sua natura l’amato è nell’amante. E perciò chi ama Dio, lo possiede in sé medesimo: “Chi sta nell’amore sta in Dio e Dio sta in lui” (1 Gv 4, 16). E’ pure la legge dell’amore, che l’amante venga trasformato nell’amato. Se amiamo il Signore, diventiamo anche noi divini: “Chi si unisce al Signore, diventa un solo spirito con lui ” (1 Cor 6, 17). A detta di sant’Agostino, “come l’anima è la vita del corpo, così Dio è la vita dell’anima ”. L’anima perciò agisce in maniera virtuosa e perfetta quando opera per mezzo della carità, mediante la quale Dio dimora in essa. Senza la carità, in verità l’anima non agisce: “Chi non ama rimane nella morte” (1 Gv 3, 14). Se perciò qualcuno possedesse tutti i doni dello Spirito Santo, ma non avesse la carità, non avrebbe in sé la vita. Si tratti pure del dono delle lingue o del dono della fede o di qualsiasi altro dono: senza la carità essi non conferiscono la vita. Come avviene di un cadavere rivestito di oggetti d’oro o di pietre preziose: resta sempre un corpo senza vita. Secondo effetto della carità è promuovere la osservanza dei comandamenti divini: “L’amore di Dio non è mai ozioso — dice san Gregorio Magno —quando c’è, produce grandi cose; se si rifiuta di essere fattivo, non è vero amore”. Vediamo infatti che l’amante intraprende cose grandi e difficili per 1’amato: “Se uno mi ama osserva la mia parola”(Gv 14, 25). Chi dunque osserva il comandamento e la legge dell’amore divino, adempie tutta la legge. Il terzo effetto della carità è di costituire un aiuto contro le avversità. Chi possiede la carità non sarà danneggiato da alcuna avversità: “Ogni cosa concorre al bene di coloro che amano Dio ”(Rm 8, 28); anzi è dato di esperienza che anche le cose avverse e difficili appaiono soavi a colui che ama. Il quarto effetto della carità è di condurre alla felicità. La felicità eterna è promessa infatti soltanto a coloro che possiedono la carità, senza la quale tutte le altre cose sono insufficienti. Ed è da tenere ben presente che solo secondo il diverso grado di carità posseduto si misura il diverso grado di felicità, e non secondo qualche altra virtù. Molti infatti furono più mortificati degli Apostoli; ma questi sorpassano nella beatitudine tutti gli altri proprio per il possesso di un più eccellente grado di carità. E così si vede come la carità ottenga in noi questo quadruplice risultato. Ma essa produce anche altri effetti che non vanno dimenticati: quali, la remissione dei peccati, l’illuminazione del cuore, la gioia perfetta, la pace, la libertà dei figli di Dio e l’amicizia con Dio." Dagli “Opuscoli teologici ” di san Tommaso d’Aquino mercoledì 30 gennaio 2013-02-01 Sorella Maria di Campello Sorella Maria, al secolo Valeria Pignetti, era nata a Torino nel 1875. Di temperamento allegro e contemplativo sin da bimba, amante della natura e della poesia, era entrata nel 1901 nell’istituto francese delle Francescane missionarie con il nome di Maria Pastorella. Qui si era fatta stimare per l’impegno con cui aveva assolto i diversi incarichi – direzione di opere di accoglienza e di assistenza, anche in ambito ospedaliero - che le erano stati affidati. Da questa realtà era uscita dopo 18 anni, non senza intenso dolore proprio e delle compagne e con la consolazione di aver ricevuto il consenso di Benedetto XV, alla luce di una nuova vocazione, insieme eremitica e comunitaria, che dopo varie peregrinazioni trovò collocazione ideale nell’eremo di Campello. (Vocazione che lei chiama “violetta” tanto delicata ma potente, infatti Dio la chiama ad un’altra vita fuori dal convento, dalla congregazione e dalla convenzionalità dell’Ordine). Maria, come scrive più volte, non vuole creare un nuovo ordine monastico o una nuova congregazione ma una vita comune, che si realizzi nel silenzio e nella contemplazione, che sperimenti il senso del sacro nell’armonia del quotidiano, che preghi meditando Bibbia e Vangelo e creando liturgie in cui semplicità bellezza intensità si fondano inscindibilmente. (Una delle liturgie era quella di una piccola processione insieme alle sorelle su per il sentiero che lei chiamava “la via di Gerusalemme”). La volontà di non bloccare vitalità e carisma originario si esprime anche attraverso la scelta, di non dettare una regola di vita, ma di predisporre «consuetudini disciplinate», un insieme di gesti, atteggiamenti, riti parzialmente rielaborati e riformulati nel corso del tempo. “Non siamo né monache né suore. Non abbiamo una regola speciale ma seguiamo con semplicità e amore il pensiero di S. Francesco. Seppur non siamo monache nel senso specifico della parola, lo siamo nel senso essenziale. Non desideriamo né protezione né appoggi né privilegi. Siamo grate a chi ci porge la mano fraterna”: sono parole del Pro manuscripto “Una vita fraterna” dell’Eremo e da esse possiamo cogliere il profumo e lo spirito di un’esperienza femminile leggera, alla ricerca dell’essenziale. Così ha inizio una vicenda particolare di comunità modellata sulla radicalità evangelica e francescana, un piccolo cenacolo - non raccoglierà mai un numero superiore a 15 sorelle nella convivenza comune - contrassegnato dall’apertura e l’accoglienza senza preclusioni nei confronti di qualsiasi realtà autenticamente religiosa e umana. Si hanno contatti e spesso si ospitano anglicani e valdesi, calvinisti, zwingliani che provengono da vari paesi europei, dagli Stati Uniti, dall’India; ci si apre al dialogo con persone di diverse fedi. Il suo intento era dare vita a una piccola koinonìa, una comunità esemplata sull’esperienza delle realtà cristiane delle origini, che vivesse la fraternità narrata negli Atti degli Apostoli e insieme la purezza e la povertà del primo francescanesimo. Una piccola Chiesa, con il linguaggio dell’ecclesiologia conciliare potremmo dire una «Chiesa particolare», che esprimesse nella sua realtà tutta quanta la pienezza e la ricchezza della Chiesa «cattolica, cioè «universale». Sorella Maria stupì, affascinò o scandalizzò molti. Così quel vecchio convento francescano di Campello, già di Sant’Antonio Abate ma da lei ribattezzato ‘Rifugio San Francesco’, dove già avevano soggiornato o vissuto dei santi (S. Francesco di Paola, S.Giovanni da Capistrano, San Bernardino da Siena), abbandonato da tempo e ormai in rovina ma tenuto in piedi quasi da una predestinazione, ha visto arrivare un giorno una piccola ‘allodola’ in cerca d’una zolla per nidificare. Dietro di lei un piccolo stormo di “allodole” gentili, come lei amava dire di sé e del suo piccolo gruppo di compagne. Da quella solitudine Sr. Maria, quasi senza mai muoversi da Campello, ha saputo mantenere e continuare a tessere una rete che ha abbracciato il mondo. I suoi corrispondenti, spesso tenacemente cercati e mantenuti con fedele costanza, andavano dall’Europa all’Africa, dall’America all’Asia, e questi rapporti erano sempre con grandi spiriti: il Mahatma Gandhi, Martin Luther King, Albert Schweitzer, Paul Sabatier ecc. E poi gli italiani: Ernesto Bonaiuti (scomunicato), Primo Mazzolari, Giovanni Vannucci, Davide Maria Turoldo, Aldo Capitini e si potrebbe continuare … Sorella Maria è una figura ricca, complessa e affascinante, la sua disarmante umiltà e il genio mistico che la caratterizza le hanno consentito di anticipare molte delle luminose intuizioni che caratterizzeranno il pontificato di Giovanni XXIII. Predicava una «fraternità riverente» tra cattolici e i fratelli ‘diversamente cristiani’, i ‘fratelli separati’ del Papa Buono. Ma lei preferiva chiamarli «fratelli nel Signore», con i quali auspicava una «diversità riconciliata» che si accontenta di ciò che unisce, lasciando ai tecnici della teologia le dispute su ciò che divide. La piccola famiglia dell’eremo diventa, nell’intenzione e nello spirito di Sorella Maria una specie di icona anticipatrice di quello che dovrebbe, e che dovrà essere un giorno, la Chiesa: una «famiglia sconfinante», cioè una famiglia che tiene e sente sempre presenti anche quelli che non sono in quel momento in casa, e che pure sono e restano parte della famiglia mistica dell’eremo. Ciò le permette di lanciare un ponte per il dialogo anche con il pensiero ‘laico’ con il quale auspica un rapporto di «simpatia adulta», fatta di spirito di tolleranza, di rispetto, di collaborazione. Una Chiesa dunque in cui trovi spazio ogni «credente sincero», anche non cristiano,; una speciale unione con «i fratelli che cercano Cristo» e la convinzione che «tanto più siamo cristiani, quanto più siamo uniti»; l’amore filiale per la Chiesa Madre, la Chiesa di Roma, a cui si riconosce «l’elemento sostanziale e assoluto» Una chiave importante per penetrare più a fondo nell’animo della sorella è una famosa espressione di Ignazio di Antiochia da lei prediletta: «La Chiesa romana presiede all’agape […] che vuol dire: presiede all’agape, all’amore? Amare di più» (Sorella Maria parla., fascicolo Vivere la fede cristiana, p. 1). La Chiesa romana è ignazianamente, per lei, quella che, esercitando una presidenza di amore, deve saperla esprimere nell’umiltà e nell’accoglienza di tutti i suoi figli che non sono solo i cattolici ma tutti «i sinceri cercatori di Cristo». Parole che non possono essere gradite, e non lo furono, da chi identifichi l’adesione al cristianesimo come la accettazione di formulazioni dogmatiche, da chi riconosca nella Chiesa cattolica la sola istituzione che ha in sé l’esclusiva della salvezza. Parole che indicano come la distinzione tra Chiesa e Regno di Dio, successivamente patrimonio dell’ecclesiologia conciliare, sia già tutta presente nelle parole dell’eremita, che scrive ancora: «Noi non dobbiamo restringerci in un ambito: apparteniamo sì, con venerazione, alla Chiesa romana, ma tenendoci al largo per essere con tutti… Andare al largo serve per diventare lungimiranti, a compatire, a crescere nel distacco, nell’attesa del Regno» Preghiera di sorella Maria Donaci la libertà degli uccelli del cielo, la gratitudine dei fiori del campo. Donaci la pace. Il resto sarà dato in più. Che cercate? Preghiera della sera Il momento di preghiera vuole essere una provocazione attraverso la Parola e la musica. Il filo conduttore è questa domanda " Che cercate?" che Gesù rivolge ai discepoli del Battista. Tutta la Bibbia è un grande racconto dell'uomo che cerca il suo Dio...ma Sr Luisa ricordava che è anche il racconto di Dio che cerca l'uomo, la sua creatura, reciproci amanti. Buona preghiera e meditazione a tutti voi. Canto d'inizio: O AMORE INEFFABILE o amoroso Verbo, eterna deità, tu sei fuoco d’amore, eterna verità, Resurrezione nostra, Signore. Testo di S.Caterina da Siena Musica di Marco Frisina Tu, abisso di carità, pare che sii pazzo delle tue creature. Chi ti muove a fare tanta misericordia? L’amore. Tu sei somma dolcezza nell’amarezza nostra, splendore nelle tenebre, sapienza nella stoltezza. Tu sei Signore, Padre, tu sei fratello nostro, tu sei Deità eterna, purissima bellezza. O Amore ineffabile, dolcissimo Gesù, O Amore, Amore inestimabile, eterna deità. Salmo 27 Il mio cuore ripete il tuo invito: "Cercate il mio volto!". Il tuo volto, Signore, io cerco. Il Signore è mia luce e mia salvezza: di chi avrò timore? Il Signore è difesa della mia vita: di chi avrò paura? Quando mi assalgono i malvagi per divorarmi la carne, sono essi, avversari e nemici, a inciampare e cadere. Se contro di me si accampa un esercito, il mio cuore non teme; se contro di me si scatena una guerra, anche allora ho fiducia. Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita, per contemplare la bellezza del Signore e ammirare il suo santuario. Il mio cuore ripete il tuo invito: "Cercate il mio volto!". Il tuo volto, Signore, io cerco. Nella sua dimora mi offre riparo nel giorno della sventura. Mi nasconde nel segreto della sua tenda, sopra una roccia mi innalza. E ora rialzo la testa sui nemici che mi circondano. Immolerò nella sua tenda sacrifici di vittoria, inni di gioia canterò al Signore. Mostrami, Signore, la tua via, guidami sul retto cammino, perché mi tendono insidie. Ascolta, Signore, la mia voce. Io grido: abbi pietà di me, rispondimi! Sono certo di contemplare la bontà del Signore nella terra dei viventi. Il mio cuore ripete il tuo invito: "Cercate il mio volto!". Il tuo volto, Signore, io cerco. Spera nel Signore, sii forte, si rinsaldi il tuo cuore e spera nel Signore. Non nascondermi il tuo volto, non respingere con ira il tuo servo. Sei tu il mio aiuto, non lasciarmi, non abbandonarmi, Dio della mia salvezza. Il mio cuore ripete il tuo invito: "Cercate il mio volto!". Il tuo volto, Signore, io cerco. Gloria al Padre...(insieme) Cerco la tua voce Dove sei, perché non rispondi? Vieni qui, dove ti nascondi? Ho bisogno della tua presenza: è l'anima che cerca Te. Spirito che dai vita al mondo, cuore che batte nel profondo. Lava via le macchie della terra e coprila di libertà. Soffia, vento che hai la forza di cambiare, fuori e dentro me, questo mondo che ora gira, che ora gira attorno a Te. Soffia proprio qui fra le case, nelle strade della mia città. Tu ci spingi verso un punto che rappresenta il senso del tempo, il tempo dell'unità. Rialzami e cura le ferite riempimi queste mani vuote. Sono così spesso senza meta e senza Te cosa farei? Spirito, oceano di luce, parlami, cerco la tua voce; traccia a fili d'oro la mia storia e intessila d'eternità. Soffia, vento... Soffia proprio qui... Ascoltiamo la Parola dal Vangelo di Giovanni (1, 35-39) Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: "Ecco l'agnello di Dio!". E i due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: "Che cercate?". Gli risposero: "Rabbì (che significa maestro), dove abiti?". Disse loro: "Venite e vedrete". Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui; erano circa le quattro del pomeriggio. “Tutto ha il suo momento, e ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo. Un tempo per cercare e un tempo per perdere, un tempo per conservare e un tempo per buttar via.” (Qo 3, 1.6) Seminate per voi secondo giustizia e mieterete secondo bontà; dissodatevi un campo nuovo, perché è tempo di cercare il Signore, finché egli venga e diffonda su di voi la giustizia. (Osea 10,12) Sul mio letto, lungo la notte, ho cercato "Avete visto l'amore dell'anima mia?". l'amore dell'anima mia; Da poco le avevo oltrepassate, l'ho cercato, ma non l'ho trovato. quando trovai l'amore dell'anima mia. Mi alzerò e farò il giro della città per le strade e per le piazze; voglio cercare l'amore dell'anima mia. L'ho cercato, ma non l'ho trovato. Mi hanno incontrata le guardie che fanno la ronda in città: Lo strinsi forte e non lo lascerò, finché non l'abbia condotto nella casa di mia madre, nella stanza di colei che mi ha concepito. (Ct 3,1-4) Mi sono perso come pecora smarrita; cerca il tuo servo: non ho dimenticato i tuoi comandi. (Sal 119,176) Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: "Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua". Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: "È entrato in casa di un peccatore!". Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: "Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto". Gesù gli rispose: "Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch'egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell'uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto". (Lc 19,5-10) Amore intenso (Giuni Russo) Immobile Le cose ancora non sono Palpito di vita Adamo ancora non è Non pronuncio il tuo nome L'amore è palpito in me Poi gradino per gradino L'incontro nell'anima È un amore intenso intenso È un amore intenso in te / È un amore intenso in te Immutabile È un amore in / È un amore in Immobile Incantato giardino In un attimo l'incontro Tutto è gioia dentro di me Non pronuncio il tuo nome L'amore è palpito È un amore intenso intenso / È un amore intenso in te È un amore intenso in te [è un amore in, è un amore in] Immutabile [è un amore in] È un amore in te Immutabile (è un amore in) / (è un amore in) Immutabile (è un amore in) / (è un amore in) Momento di silenzio personale - Risonanza Ritornello Tu sei per me Padre e Madre. Tu sei per me fratello e amico. Tu sei per me servo e Signore. Tu sei il mio tutto, e tutto in me. Presentiamo al Signore la nostra ricerca, la ricerca di tutti i nostri amici e amiche, di tutte le donne e gli uomini di questo tempo, perché abbiano la gioia di scoprire l'Amore intenso, ineffabile che li abita. Padre Nostro Preghiamo Donaci, o Signore, di cercarTi con tutto il nostro cuore, con tutta la nostra mente, con tutta la nostra passione; di cercare il tuo volto in noi e in ogni persona che incontriamo e, dopo averlo trovato, donaci di continuare a cercarlo. Per Cristo nostro Signore Commenti all’articolo: Laura: Cercatori perché cercati! mercoledì 30 gennaio 2013 Le virtù della Beata Imelda: l'obbedienza E’ un’altra virtù eucaristica, insegnata da Imelda e che ella ricercava così come si esprime p. Giocondo: “…Imelda andava al tabernacolo, divenuto la sua scuola per imparare a obbedire.. la santa eucaristia era diventata l’unico centro della sua vita…e non poteva ricevere Gesù a causa dell’età…Era dura la prova, ma non si lamentava, non si ribellava agli ordini dei Superiori. Ad esempio di Gesù Sacramentato,voleva ubbidire a qualunque costo uniformando al sua volontà a quella dei suoi superiori…” (Ibid. 11). L’obbedienza di Imelda appresa alla scuola di Gesù Eucaristia si manifestava soprattutto in ordine all’amore e di questo era la riprova: “…Un ardore sempre crescente consumava l’anima di Imelda che non aveva che un unico immenso desiderio, come immenso era il suo amore: ricevere Gesù, nutrirsi della sua carne…e non poteva più contenere quella ardente brama del suo cuore e andava scongiurando con lacrime che mettessero fine al suo martirio. (AL IV 12 (12). L’obbedienza, pur scaturendo dall’esempio di Gesù sacramentato, trova nell’amore la sua ragione. Se la piccola Imelda è modello per l’esercizio della virtù dell’obbedienza, P. Giocondo dichiara, nel confronto con lei, alcune situazioni perché noi pure ci esaminiamo e conclude il discorso con parole che diventano preghiera: “Oh, soave fanciulla, o dolce Imelda, fa’ che anche noi impariamo e pratichiamo le sublimi lezioni che partono dall’Ostia divina: se Gesù obbedisce alla volontà della sua creatura, perché noi non obbediamo a quella di Gesù? (Ibid). L’obbedienza che pratica la piccola Imelda nasce dall’impeto incontenibile di amore che prova e, pertanto, divine il segno più manifesto dell’amore. “Per obbedire hai dovuto contenere la fiamma divina che ti faceva languire d’amore…” (Ibid). Conseguentemente rivela che l’amore è il fondamento dell’obbedienza che viene sempre più stimolata da esso. “…Fa’ che noi, in premio di quella obbedienza che sul tuo esempio ti promettiamo di praticare, siamo accesi di quel fuoco santo…” (Ibid). Nell’Eucaristia, Gesù continua l’offerta che ha fatto di se stesso sulla croce, come atto supremo di obbedienza al Padre. Un’obbedienza piena di amore, che fu la caratteristica di tutta la sua vita e lo portò perfino a dire: “Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato” (Gv 4, 34). Il grande desiderio dell’Eucaristia spingeva Imelda a chiedere, a supplicare…, ma a chi aveva autorità nella comunità era difficile capire che questo desiderio era volontà di Dio. Imelda con docilità obbediva e attendeva. Anche quando si compì il miracolo, Imelda ricevette la comunione eucaristica dal sacerdote perché “tutto avvenga con ordine” (1Cor 14, 40). “Onora il padre e la madre” dice il comandamento di Dio. A quali altre persone mi è chiesto di essere obbediente? Quando sono incerto sul mio comportamento, cerco il consiglio di qualche persona che mi possa insegnare il bene? La mia obbedienza è anche una responsabile collaborazione per il bene di tutti? mercoledì 30 gennaio 2013 CHE CERCATE? (Incontro Giovani Domenicani Imeldini 26-27 Gennaio, Villa Imelda) Super incontro per super giovani! Sabato pomeriggio ci siamo stretti tutti attorno a Suor Maria di Campello, una figura religiosa di grande spessore. Poco conosciuta, anzi per nulla, nonostante le prestigiose corrispondenze. Alessandra, la nostra guida alla scoperta di Suor Maria, ci ha affascinato e infiammato raccontandoci la sua semplice vita, vissuta alla ricerca di una fraternità pura e povera. «La Chiesa romana presiede all’agape […] che vuol dire: presiede all’agape, all’amore? Amare di più» (Sorella Maria parla., fascicolo Vivere la fede cristiana, p. 1). La Chiesa romana è quella che esercitando una presidenza di amore, deve saperla esprimere nell'umiltà e nell'accoglienza di tutti i suoi figli che non sono solo i cattolici, ma tutti i " sinceri cercatori di Cristo". Ancora elettrizzati ci siamo lasciati educare da Sr Luisa in una emotiva preghiera serale che ci ha stretti e preparati alla comunione della cena e del dopo cena. E da qui abbiamo mollato i freni! Tra risate, giochi di carte e canzoni abbiamo preparato la notte e il giorno dopo, ci siamo scatenati in una accanita partita a calcetto! Che altro dire....è stato un successo, ma non ne avevamo dubbi. Le suore della comunità di Villa Imelda, accoglienti come sempre, ci hanno ospitato con grande affetto e calore, accompagnandoci in questi primi, incerti passi verso l'Amore. Cliccate sotto per leggere le tracce ... vi aspettiamo sabato 23 e domenica 24 Febbraio per una giornata sulla neve con gli amici dell'Unitalsi di Reggio Emilia e Edith Stein. Non mancate! giovedì 31 gennaio 2013 NON SAPPIAMO PIÙ GIOCARE ALLA VITA: BARIAMO Riportiamo un articolo interessante di Alessandro D'Avenia: Gli uomini non corteggiano più le donne. Diventiamo cinici: non ne vale la pena, tanto poi finisce. Eppure non c’è gioco più bello dell’amore. Non comincia tutto con un gioco di sguardi per diventare poi un gioco di anime? Però non ci riesce più di stare al gioco. Il gioco è una delle finestre aperte per scandagliare il guazzabuglio sociale del cuore umano. Il gioco è un’isola perfetta, un territorio circoscritto da regole precise in cui il rischio – a differenza della realtà – è controllato e non può farci troppo male. Sono proprio le regole e la fiducia negli altri che rendono appassionante e libero il gioco, che finisce infatti quando uno bara o dice “non gioco più”. Così è per ogni gioco: soprattutto quello dell’amore. Ma andiamo con calma. Oggi ci sono altri giochi che ci rivelano la fatica che facciamo a giocare la vita “sul serio”. Prima c’è il grande gioco di ruolo globale: Facebook. Un gioco in cui uno fa la parte di se stesso, indossa la maschera di sé, grazie a foto in cui è più bello di come appare nella realtà e scrive frasi più intelligenti di quelle che pronuncia nella realtà. Appartiene alla categoria di giochi in cui impersoniamo qualcun altro. Da bambini diventavamo il dottore, la maestra, la mamma, il pompiere. Oggi diventiamo il profilo di Facebook. Il bambino che fa il pompiere non vuole fare il pompiere, ma vuole fare l’adulto, imita le cose che fanno i “grandi”. I nostri profili di Fb imitano chi noi vorremmo essere da “grandi” (non adulti, “grandi”, “magni” come Alessandro e Carlo). È un gioco antico: oscillare tra reale e ideale, tradendo spesso il primo a favore del secondo, con tutti i rischi di don Chisciotte e Madame Bovary. Certo lo facciamo per farci amare, farci amare un po’ di più: infatti essere un po’ più amabili ci fa credere di essere un po’ più amati. Le bacheche di Fb sono facciate immacolate, ma il ritratto, come Dorian Gray, è nella soffitta della nostra anima. E un giorno per farci amare davvero dovremo mostrare anche quello, con le sue brutture, a nostro rischio e pericolo. Poi c’è Ruzzle. Abbiamo le parole e le parole dimorano, crescono e maturano nelle poesie e nelle pagine di prosa. Quando le troviamo brillano come pepite in una miniera. Le riconosciamo come un gioiello smarrito nell’angolo di un cassetto. Oggi leggiamo un po’ meno, anzi oggi leggiamo meno poesie e meno pagine di prosa di quelle che salvano le parole. Certo, ci informiamo moltissimo, ma finiamo con l’usare sempre le stesse parole e magari lasciamo entrare nella nostra anima mostri come endorsement (che poi “appoggio” non suona tanto male). Ruzzle segnala sulla carta geografica dell’anima la nostra nostalgia per le parole: ci mancate, parole. Tornate, parole, per favore, a dirci chi siamo e come siamo. Ruzzle non è altro che il vecchio Cose Nomi Città. Giochi antichi, nomi (affari) nuovi. E poi c’è il gioco del calcio: l’agon, la battaglia. La vita è lotta e il calcio oggi ne è la sublimazione più comoda e spettacolare. Dal divano di casa si lotta bene. Un agone senza agonia, a tutte le ore del giorno. Che cosa c’è di meglio di lottare senza sudare ma provando le stesse emozioni? Certo c’è anche l’azzardo: il gratta-e-vinci, il bingo, le slot-machine e tutto quella categoria di giochi che ci ricorda che la vita è una lotta contro il destino. Non c’è merito che conti, ma puro caso a cui abbandonarsi finanche a naufragare, come purtroppo succede ai ludopatici, vittime del destino che hanno sfidato. Da ultimo ci sono i giochi della vertigine: quelli che piacciono ai giovani, quelli che portano a perdersi per ricordarsi che nella vita non vorremmo avere regole, infrangendo persino quelle assolute. Ogni sballo che sfida la ragione e l’istinto di conservazione: dal bungee jumping a chi beve più birre. Giochi che possono portare a giocare la vita, fino a perderla. I giochi del nostro tempo ci dicono chiaro che noi vogliamo “giocarci la vita” e vogliamo che gli altri “giochino sul serio”, ma allo stesso tempo ci rivelano che spesso ci accontentiamo di prenderci gioco della vita: insomma bariamo. E invece avremmo bisogno di essere veri giocatori e non bari della vita: giocare un po’ di più nel quotidiano e con le persone che abbiamo accanto. Fare un amore più vero, tornare a corteggiare senza sfumature di grigio, leggere una bella poesia e magari impararla a memoria, essere persone amate e non solo amabili profili, accettare l’agone senza il divano, lavorare in modo più giocoso e azzardare qualche scelta invece di lamentarci sempre della sfortuna. Non ho dimenticato l’amore, il gioco dei giochi. Il gioiello più fragile e prezioso della vita, che per indossarlo infatti incastoniamo giorno per giorno nell’oro dei riti. Eppure sembra che il galateo dei sentimenti stia sparendo. Non sappiamo più giocare come si deve. Non sappiamo più arrossire, corteggiare, sfiorare, cercare parole, ricordare un anniversario e fare una sorpresa. Compriamo subito, afferriamo subito, dimentichiamo subito. Ci prendiamo gioco dell’amore, bariamo, per poi scoprire che ci siamo giocati la felicità. E finiamo col nasconderci dietro un cinico e dolorante: non gioco più. Buona riflessione a tutti Commenti all’articolo: Chiara: Io credo non sia facile, anche se neppur impossibile, giocarci nei contesti frenetici di oggi, dove l'immagine è ciò che conta e ... il - non gioco più - è diventato naturale, senza che ci rendiamo conto che è un arrenderci alla prima difficoltà che incontriamo perché siamo deboli e l'amore non ce l'abbiamo dentro in realtà! La tecnologia è una splendida invenzione, però abbiamo bisogno ancora di fermarci e riprendere a pensare con la nostra testa, riflettere e giocare con i nostri sentimenti sul serio, non giocarli con esperienze effimere ed illusorie! Sì perché ci pare di vivere, ma in realtà ci mettono nella situazione di distruggere quel poco che siamo e abbiamo: l'amore per sé, per l'altro e per le cose!