Anno VIII - n° 4
Aprile 2011
www.comune.bologna.it/iperbole/buonenuove
TARIFFA REGIME LIBERO: POSTE ITALIANE S.P.A. - SPEDIZIONE IN ABBONAMENTO POSTALE 70% - DCB (BOLOGNA)
In mostra dal 7
Bragalini
l’artista
ritrovato
3
Figure
da ricordare
Teresita,
un vulcano
tra i libri
8
Celebrazioni
a Bologna
In festa
per l’unità
d’Italia
Il 19 aprile
in S. Domenico
15
Torna
il Requiem
dei record
5
Difficile, ma non impossibile, rimanere ottimisti
Difficile restare ottimisti di questi tempi.
La tristezza ti attanaglia pensando ai tanti
anonimi martiri della
centrale atomica giapponese. E ti vien voglia
di ricordarli uno ad uno,
figli di un paese civile
dove, nel bel mezzo di
una catastrofe epocale,
qualcuno si presenta
alla cassa del supermercato e dice: “Mi
scusi, pagherò appena
possibile”. Da noi sarebbe una catastrofe
nella catastrofe, con
code a perdita d’occhio
di furbi e furbetti. Loro
no, si guardano negli
occhi e, con un cenno d’intesa, chiudono
qualsiasi contenzioso.
Perché sanno che torneranno a pagare e che
l’onestà è una virtù che
si ha nel sangue.
Penso, con tristezza,
alle bombe che solcano
i mari e vanno ad impattarsi sul suolo libico.
La guerra non è mai un
gioco, lascia sempre
dietro di sé una scia di
lutti e di miseria. Non
esistono guerre per
spaventare l’avversario, per costringerlo
ad arrendersi. Si spara
e qualcuno muore, si
spara ed è il segnale
che la diplomazia si è
messa da parte per far
posto alla forza. Ogni
bomba, sentivo, costa
più di un milione di
dollari. E con tale cifra
pensate a quanto bene
si potrebbe fare. Ai
pozzi che si potrebbero
scavare per alleviare la
sete proprio in quei territori africani che oggi
sono in prima linea. Mi
si dirà che l’industria
bellica ha bisogno, anche lei, di sopravvivere
e di crescere. Sarà. Resto comunque scettico,
come sempre quando
vedo feriti, sofferenze
e penso ai tempi, lunghissimi, della ricostruzione. Perché, quando
tutto sarà finito, bisognerà ridare un volto
alla Libia, come alla Tu-
nisia, come all’Egitto.
Difficile indulgere all’ottimismo quando la tv ci
mostra i canili spagnoli
che, dopo dieci giorni,
mettono i loro piccoli
ospiti, bestie che non
hanno nessuna voce in
capitolo e nessuna colpa, in una camera a gas
o peggio. Non usano
sonniferi ma iniezioni
con medicinali scaduti.
Una strage che coinvolge anche veterinari che
forse hanno studiato
per curare e non per
sopprimere. Penso che,
la prossima estate, non
andrò in Spagna. E che
forse l’unico mezzo per
Visitate il nostro sito
www.comune.bologna.it/iperbole/buonenuove
Il Consiglio direttivo dell’Associazione no profit,
editrice di “Le Buone Notizie”, è così formato:
Giorgio Albéri - Presidente
Fabio Raffaelli - Vice Presidente
Ornella Elefante - Segretario/Tesoriere
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Paola Miccoli - Consigliere
Andrea Ponzellini - Consigliere
Luisella Gualandi - Revisore dei conti (Presidente)
Donatella Bruni - Revisore dei conti
Comitato di Redazione:
Cecilia Canella, Giorgia Schvili,
Massimo Guandalini
fargli capire che così
non va bene è quello di
boicottarli. Si va altrove
in vacanza, il mare è
tanto bello anche da noi
o in Grecia.
Mi consolo pensando
che, fatte le debite eccezioni, siamo un paese
più civile, almeno sotto
questo profilo.
Torniamo a noi: Bologna ci offre, in questo
debutto di primavera,
tanti eventi e tante
notizie (buone) su cui
meditare. Ripartiamo
dal nostro cortile, mettendocela tutta per far
girare un po’ meglio
questo malandato pianeta.
Buona lettura
e un po’ d’ottimismo
dal vostro Direttore
Fabio Raffaelli
Le Buone Notizie nasce da un’idea
di Francesca Golfarelli e Fabio Raffaelli
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Torna per una sera il Requiem dei primati
L
o chiamano il
‘Requiem’ dei
primati. Record
raccontati dai numeri:
quattro repliche, nel
2010, e tutte coronate dal ‘tutto esaurito’.
Un prodotto musicale
bolognese che non
smette di stupire. E’
stato uno dei cavalli
di battaglia dell’operazione ‘Salviamola’,
oggi torna a grande richiesta e in uno
scenario unico come
quello della Basilica
di San Domenico (19
aprile, ore 21, unica
rappresentazione) per
anticipare la Pasqua
in un modo unico e
irripetibile. Tutto questo per riassaporare
le magiche e intense
atmosfere vissute o
sentite raccontare.
Melomani e semplici
appassionati hanno
fatto in modo che il
Requiem di Mozart
tornasse ancora una
volta ad emozionare
la platea bolognese
e non solo. Ancora
una volta centocinque
elementi, tra coro e
orchestra, per una
serata di gala che
rappresenta non solo
una replica chiesta a
gran voce ma anche
una collaborazione
importante con il Centro San Domenico che
ha dedicato proprio
all’evento uno dei suoi
preziosi Martedì. Diretto dal Maestro Antonio Ammaccapane
il Requiem di Mozart
si avvale ancora una
volta del Coro Jacopo da Bologna e di
un’orchestra formata da alcuni tra i più
validi professionisti
dell’Emilia-Romagna.
Biglietto unico Euro
20. Prevendita presso
Zinelli, in Piazza della
Mercanzia 5, Bologna.
Perché il Requiem
Il Requiem di Mozart è
un tema spinoso, irto
com’è di punti interrogativi e di interpreta-
zioni controverse. Fissare un’opera d’arte
in un’immagine precisa costituisce quasi
sempre un azzardo,
che gli stessi autori cercano spesso di
evitare, tornando sul
testo per aggiustare
qualche gamba zoppa del tavolo, come
diceva Verdi. Quando
si tratta addirittura di
dar voce a un capolavoro incompiuto, qual
è il Requiem appunto, i dubbi
e gli interrogativi si
moltiplicano
all’infinito.
Incompiuto,
sì, ma fino
a che punto
non sappiamo. Il Requiem era
stato commissionato
a Mozart da
un nobile
di provincia
appassionato di musica,
F ra n z vo n
Walsegg zu
Stuppach.
Nel luglio 1791 un incaricato del conte aveva sollecitato il lavoro,
ancora da portare a
termine. Mozart però
non doveva cercare
di conoscere l’identità
del committente, per il
motivo che questi aveva la debolezza di far
passare per proprie le
musiche che amava
dirigere con la sua
orchestra. Forse accadde proprio questo
il 14 dicembre 1793,
quando Walsegg eseguì per la prima volta
il Requiem in pubblico, nella Chiesa di
Neustadt a Vienna, in
occasione dell’anniversario della morte
della moglie. L’ipotesi
però solleva parecchi dubbi. È difficile
credere che un artista come Mozart,
ben consapevole del
proprio valore e della
propria posizione, ab-
bia potuto cedere i diritti d’autore, per così
dire, di un’opera tanto
importante e tanto
impegnativa. E non è
neppure immaginabile che un amateur di
provincia, per quanto
abbagliato dalla vanità, fosse realmente
convinto di far credere
sua una musica di quel
livello.
Il progetto era rimasto indietro per l’accavallarsi di impegni
importanti come La
clemenza di Tito e Il
flauto magico. Mozart
non fece in tempo a
finire la musica del
Requiem.
Il 5 dicembre morì,
lasciando un fascicolo
manoscritto in particella (le linee vocali
e qualche sintetica
indicazione musicale)
e forse altri appunti
sconosciuti. La vedova, Constanze, fece
in modo che il lavoro
fosse ritenuto compiuto, in modo che il
committente versasse
l’onorario pattuito. In
realtà Constanze mise
al lavoro sul materiale
rimasto gli allievi più
fedeli dell’entourage
di Mozart: Joseph Eybler, Franz Freistädler
e soprattutto Franz
Xaver Süßmayr.
Qual è il peso del loro
lavoro, di preciso non
sappiamo. Di sicuro il
Requiem costituisce
un’opera di bottega,
per così dire, frutto
di un artigianato collettivo caratteristico
di un’epoca intera.
L’epoca romantica immediatamente successiva, forgiando l’idea
del genio, impedì di
venire realmente a
capo della controversa
questione delle attribuzioni, offuscando
la verità per creare
la leggenda. Quel che
importa, però, non è
la mano che ha scritto
la singola nota, ma la
strategia poetica del
Requiem.
Di Mozart è l’idea della
morte come ‘sorella e
amica dell’uomo’, del
ciclo eterno della rinascita, del mistero (e
non della punizione)
che ci attende oltre la
soglia della vita. Questo è il Requiem che
parla ancora a noi, nel
nostro tempo. In ciò
consiste pienamente
il suo essere un’opera
di Mozart.
Oreste Bossini
3
Una buona notizia anche per l’influenza
C
ol nome di “influenza” viene
ancora oggi designata la patologia
respiratoria che si presenta annualmente
con grande regolarità
all’inizio dell’inverno e
che, in passato, era, di
conseguenza, attribuita
alla “influenza” negativa delle congiunzioni
astrali che si verificano
con altrettale regolarità nello stesso periodo
dell’anno.
Oggi sappiamo che l’influenza è causata da un
virus sulla cui struttura
e sul cui funzionamento
sappiamo oramai molte
cose. La singola particella virale o virione,
contiene al suo interno
il materiale genetico
formato da otto minicromosomi ognuno del
quali codifica la produzione di una specifica
proteina. Il virione è
delimitato da una sorta
di membrana, formata
da una proteina virale
rivestita a sua volta
da un involucro lipidico
derivato dalla membrana della cellula ospite, in cui sono inserite
alcune glicoproteine
virali, di cui le principali sono rappresentate
dall’emoagglutinina (H)
e dalla neuraminidasi
(N), ciascuna presente
in numerosissime copie. L’emoagglutinina
rappresenta lo strumento con il quale il
virione si ancora allo
specifico recettore delle
cellule sensibili, mentre
la neuraminidasi è un
enzima che demolisce
specificamente il recettore virale ed ha la
funzione precipua di
favorire l’eliminazione
e la liberazione dei virioni neoformati dalla
superficie della cellula
infetta. Emoagglutinina
e neuraminidasi sono
strumenti essenziali
della patogenicità del
virus influenzale, il che
ha la controprova nel
fatto che gli anticorpi
nei loro confronti hanno un efficace valore
protettivo.
4
I virus dell’influenza
comprendono due principali generi o tipi denominati rispettivamente
con le lettere A e B. I
virus di tipo A e B sono
in grado di provocare
manifestazioni epidemiche, ma solo i virus
di tipo A, possono dar
luogo ad epidemie di
notevole consistenza,
capaci di diffondersi
rapidamente in tutto
il globo (pandemie),
spesso con elevata
mortalità.
La guarigione dell’infezione si accompagna
alla comparsa di una
relativamente buona
immunità, ma nonostante ciò, ad ogni stagione invernale, pressoché regolarmente si
susseguono più o meno
consistenti manifestazioni epidemiche causate da virus influenzali
A e B.
Questo fenomeno, che
prende il nome di deriva antigenica, è dovuto
alla comparsa di stipi-
ti virali meno efficacemente neutralizzati
dagli anticorpi presenti
nella popolazione. I
virus di tipo A sono gli
unici distinti in diversi sottotipi sulla base
delle differenti caratteristiche antigeniche
(cui corrisponde la produzione di differenti anticorpi da parte dell’organismo infetto).
I virus di tipo B sono
virus “umani”, con una
circolazione esclusivamente interumana e non presentano
sottotipi diversi per
sostanziali differenze
antigeniche nelle glicoproteine H ed N. I virus
di tipo A, invece, anche
se alcuni sottotipi sono
chiaramente adattati
alla specie umana, infettano numerose specie animali ed è ben
noto che il serbatoio
naturale di tutti i virus
influenzale di tipo A, è
rappresentato essenzialmente da alcune
specie di uccelli acqua-
tici (anatre soprattutto)
che vivono allo stato
selvatico e dove l’infezione trascorre senza
una particolare sintomatologia clinica.
Dai volatili acquatici
l’infezione può essere
trasmessa ad uccelli
domestici (polli, tacchini, etc.) o ad altri animali (suini, equini, etc).
I virus aviari possono
penetrare non solo nelle cellule delle mucose
respiratorie, ma anche
in quelle di numerosi
altri organi, provocando
infezioni estese e assai
gravi. Ben si comprende, quindi, come, alcuni
anni or sono, la presenza di infezioni umane
ad opera di virus aviari
sia stato sufficiente ad
innescare l’attenzione delle organizzazioni sanitarie in tutto il
mondo.Va, però, tenuto
presente che i casi di
infezione umana, sono
stati soltanto poco più
di un centinaio e si sono
verificati esclusivamente nelle zone in cui il
virus sembra ormai
stabilmente insediato
nella fauna avicola.
Non solo, ma va anche
considerato che i casi di
infezione umana hanno
interessato solo soggetti dimoranti in condizioni di scarsissima
igiene ambientale che
ne favorivano l’esposizione a dosi massicce di
saliva ed escrementi di
volatili infetti (e, quindi
di virus) e che, al momento, l’infezione non
ha presentato alcuna
tendenza alla trasmissione interumana.
Un nuovo allarme è
iniziato nell’aprile 2009
con la comparsa in
Messico di un consistente focolaio (oltre
un centinaio di casi ed
alcune decine di decessi) causato da un virus
A (H1N1) di probabile
origine suina, ed un peculiare assetto genico
che sembra il risultato
di una mescolanza di
geni di virus influenzali
umani, aviari e, ovviamente, suini. Il virus ha
dimostrato una notevole capacità di trasmissione interumana e, in
pochi mesi, sono stati
segnalati numerosi (alcune decine di migliaia)
di casi e in quasi tutti
i continenti, il che ha
portato gli “esperti”
della OMS (Organizzazione Mondiale della
Sanità) ad emanare
l’allarme “pandemia”
che ha avuto una notevole risonanza nei
“medza”.
L’infezione, a parte il
relativamente elevato
tasso di letalità nel focolaio iniziale, ha però
presentato nella maggior parte degli altri
soggetti un decorso
assolutamente benigno
e facilmente controllabile dalle solite terapie
sintomatiche. Lo stesso
virus si è ripresentato anche nell’inverno
2010-2011 con circa
le stesse conseguenze
cliniche.
Ma dobbiamo assolutamente tenere in considerazione che anche se,
durante ogni epidemia
influenzale, si possono
osservare alcuni casi
gravi e occasionali decessi in soggetti debilitati da altre patologie
preesistenti, l’infezione
influenzale (e questa è
la buona notizia) passa
a guarigione spontaneamente non lasciando alcun problema al
soggetto “colpito”.
Michele La Placa
professore emerito
dell’Università
di Bologna
Albéri con l’eccellenza Renato Servidio,
Colonello Alfonso Manzo e la Prof. Carla Faralli
La compagnia al termine dello spettacolo
Un grande pubblico per l’unità d’Italia
I
l 7 gennaio scorso il Presidente
della Repubblica
ha inaugurato a Reggio Emilia, città del
tricolore, i festeggiamenti per i centocinquant’anni dell’Unità d’Italia. Da allora
sono state molteplici
le manifestazioni organizzate in ogni città
italiana ed anche Bologna ha voluto dare
il proprio contributo.
Infatti, la terza Circoscrizione del Distretto 108/tb del
Lions Club, unitamente all’”Associazione Imprenditrici Donne Dirigenti
d’Azienda” (Aidda),
la “Federazione Italiana delle Donne
nelle Arti, Professioni e Affari” (Fidapa) e l’Associazione
“Profutura”, hanno
presentato al teatro
Dehon in Bologna, lo
spettacolo storicomusicale “150 anni
fa: l’Unità d’Italia”, ideato e diretto
da Giorgio Albéri.
L’autore ha preso in
considerazione uno
spaccato del periodo
che va dalla metà
del 1800 all’inizio del
1900, intervallando il testo con cori,
musiche e canzoni
che hanno rievocato
momenti di lotte intestine e periodi più
allegri di pace.
Sul palcoscenico la
“Corale Lirica San
Rocco”, diretta da
Maria Luce Monari,
al pianoforte Lamberto Lipparini che
ha magistralmente
accompagnato il soprano Tiziana Scaciga Della Silva e,
come attrice e voce
recitante Gaia Ferrara che ha fatto
da traitd’union tra
un brano
musicale
e l’altro.
Il regista
ha evidenziato,
fra le al-
Il presidente del tribunale dei minori Maurizio Millo
con il Procuratore Generale Emilio Le Donne
Alcune signore con la fascia tricolore
tre cose, il sacrificio
di coloro che hanno dato la vita per
un ideale, anche per
quei soldati che ve-
musiche alla piéce di
Albéri. Uno dei momenti più emozionanti si è avuto quando è
stato intonato l’Inno
di Mameli
ed il tricolore ha
attraversato tutta
la sala per
essere poi
issato sul
palcoscenico.
Grande è
Colonello Marco Buscaroli con il Col. Giovanni
stata la
De Cicco ed il Generale Giuliano Busi
partecipazione, tra
stivano una diversa cui numerose autouniforme.
rità civili e militari,
Verdi, Bellini, Rossini, che hanno applaudito
Strauss, Di Capua, ripetutamente gli aralcuni dei composi- tisti sia per la bravutori risorgimentali ra, sia per i ricordi
che hanno dato le che hanno saputo
evocare. Lo spettacolo ha chiuso con un
auspicio che ci piace
riportare integralmente:
“Ci auguriamo che le
celebrazioni dell’unità nazionale non siano condizionate da
esigenze politiche, né
tanto meno partitiche, legate all’attualità, ma siano mosse
soltanto dal dovere di
custodire la memoria
storica nella fedeltà
dei principi di ciascuno. Onoriamo i caduti di tutte le parti,
senza recare inutile
offesa ad alcuno. La
classe politica ricordi
che una nazione non
può sopravvivere se
disprezza il suo passato”.
5
Mangiare bene? Aiuta a vivere meglio
L
a maggior parte di noi ama
i piaceri della
buona tavola, spesso
ignorando i problemi
annessi ad un uso
smodato o ad una
scelta di cibo non
corretta. “Sapere
di …mangiare per
guadagnare salute” è un progetto
che, da marzo a fine
novembre 2011,
coinvolgerà oltre una
cinquantina di esercizi commerciali di
Bologna e provincia.
Tale iniziativa è nata
dalla collaborazione
tra Confcommercio
Ascom e il Dipartimento di Sanità
pubblica dell’Ausl di
Bologna, con il contributo della Camera
di Commercio.
“Confcommercio
Ascom provincia di
Bologna – ha riferito il vice Presidente
Celso De Scrilli ha coinvolto direttamente macellai, panificatori, ortofrutta,
farmacie ed erboristerie per diffondere
e promuovere informazioni e consigli in
merito a tematiche
di tipo alimentare,
con l’obiettivo di incrementare e valorizzare lo scambio e le
relazioni tra il commercio di vicinato,
punto di riferimento
del territorio e importante strumento
di informazioni e di
risposta ai clienti”.
Fausto Francia, Direttore del Dipartimento di Sanità
Pubblica della AUSL
di Bologna ha sottolineato “Sviluppare nella popolazione
conoscenze tese a
favorire una scelta
consapevole degli alimenti e l’adozione di
una dieta equilibrata,
rappresenta uno dei
baluardi principali
a difesa della salute pubblica. Se poi
queste iniziative vedono coinvolti oltre
a chi ha il mandato
istituzionale, come
la AUSL, anche gli
operatori del settore
alimentare, l’efficacia
degli interventi aumenta enormemente in quanto si crea
un clima di fiducia e
collaborazione con il
consumatore”.
Giancarlo Tonelli, Direttore Generale Confcommercio Ascom
ha chiuso “Questo
progetto si realizza
attraverso una campagna d’informazione e sensibilizzazione
indirizzata al pubblico negli esercizi
commerciali aderenti
al circuito è prevista
sia la distribuzione di
opuscoli informativi di
diversa tipologia, secondo i mesi e le fasi
calendarizzate dal
progetto sia la presenza di una dietista
che fornirà risposte in
merito a più tipologie
di informazioni nutrizionali. I temi affrontati riguarderanno
soprattutto la corretta alimentazione,
con una particolare
attenzione al profilo
sanitario, ai valori
nutrizionali degli alimenti, alla stagionalità dei prodotti ortofrutticoli, alle sane
ricette del nostro territorio, all’importanza del movimento a
supporto della salute
a tutte le età.” 30
Come sostenere
le Buone Notizie? Bastano
Euro
Vedi a pagina 2
6
“Sapere di …mangiare per guadagnare salute”, è
sostenuto nella sua
presentazione e nel
suo sviluppo successivo da un apposito
Kit divulgativo, diversificato per le tre
stagioni, disponibile
all’interno dei punti
vendita aderenti al
progetto. Oltre ad
informazioni nutrizionali vengono proposte anche ricette tradizionali con
indicati i rispettivi
valori nutrizionali e
sarà presente anche
una dietista per dare
consigli, disponibile
anche per incontri
personalizzati.
Tutti allora a lezione
per imparare a mangiare.
Ornella Elefante
Innovazione, un treno che non si può perdere
E
ntovation
(www.entovation.com), la
rete internazionale
d’innovazione con
quartier generale a
cademica ed è stato relatore e ospite
d’onore in conferenze internazionali, è
considerato tra i più
autorevoli teorici per
Maurizio Godoli
Boston, ha definito
Piero Formica “l’uomo del Rinascimento delle comunità
di conoscenza e tra
gli autori più prolifici e competenti
nell’economia della
conoscenza, la circolazione dei cervelli, l’innovazione e
l’imprenditorialità”.
Nella regione del
Golfo Persico, dove
ha svolto attività ac-
il suo patrimonio di
conoscenze ed esperienze sull’imprenditorialità internazionale. Piero Formica
è il nuovo ospite
dell’Osservatorio
Economico Baker
Tilly Consulaudit
voluto dal presidente della società,
Maurizio Godoli, che
l’ 11 aprile alle 17 e
30 presenterà, nella
sede di via Guido
Reni 2/2 l’atteso suo
nuovo saggio dal
titolo “La vista di
Linceo – Cronache
e storie d’innovazione” (Editutto).
L’incontro, realizzato
in collaborazione con
BNL-BNP PARIBAS
sarà interamente
dedicato ad un tema
di grande attualità,
come quello dell’Innovazione “un treno
che l’Italia non può
perdere”, come ama
sottolieare lo studioso.
Un appuntamento
importante per una
società, la Baker Tilly Consulaudit che,
con le sue sei sedi
sparse in tutta Italia (Milano, Bologna, Torino, Roma,
Genova e Verona)
è oggi un punto di
riferimento nel consigliare gli imprenditori sul come fare
impresa nel mercato
critico e innovativo
di oggi: “I nostri
incontri - osserva
Godoli – servono ad
avere una visione
ampia e senza pregiudizi del mondo
finanziario ed economico nazionale
ed internazionale,
ma anche ad orien-
La sala congressi dello Studio Godoli
Piero Formica
tare certe scelte,
a rafforzare alcuni
convincimenti. Appuntamenti concreti, quelli dell’Osservatorio Baker Tilly
Consulaudit ben lontani dai salotti che
all’economia continuano a privilegiare
la politica”.
Sul piano strettamente economico,
Maurizio Godoli dà
atto che la ripresa procede a ritmi
diseguali, le politiche economiche dei
vari paesi non sono
convergenti, i tassi
d’ interesse sono
bassi ed i debiti aumentano. Solo un’
azione concentrata a livello europeo
potrebbe assicurare
una ripresa durevole
e consentire all’ economia dei vari paesi
che la compongono
una crescita concretamente sostenibile
e solida.
Tornando a Piero
Formica egli ha ricoperto incarichi accademici in Europa,
Golfo Persico, AsiaPacifico, America
Latina.
Nel 1999 ha fondato
con capitali di rischio
olandesi l’International Entrepreneurship Academy
(www.intentac.org),
una rete globale per
la creazione di imprese innovative ad
alta aspettativa di
crescita, il cui quartier generale è attualmente ospitato
p r e s s o l ’ I n n o va tion Value Institute
(www.ivi.ie) della
National University
of Ireland (www.
nuim.ie – Maynooth,
Dublin) dove ricopre
il ruolo di Senior Research Fellow.
Recentemente è stato eletto presidente
di Startup Associate,
l’Associazione Italiana delle Startup
innovative.
7
Angelo Bragalini, l’artista ritrovato
U
n nome tristemente famoso
quello dell’Andrea Doria. Degna
erede dei transatlantici degli Anni Trenta
la ‘Doria’ era la più
grande e veloce nave
da passeggeri della
flotta italiana di linea.
Le cronache che accompagnano il viaggio inaugurale, siamo
nel gennaio del 1953,
parlano di un capolavoro della tecnologia
in grado di traghettare da una sponda
all’altra dell’Atlantico, in tutta sicurezza,
qualcosa come 1241
passeggeri. L’Italia
finalmente torna a
mostrare i muscoli,
nei mari di mezzo
mondo, per ricostruire un’immagine uscita
distrutta dal secondo
conflitto mondiale.
Sogni di grandezza
che s’infrangono, il 25
luglio del 1956 quan-
do, in allontanamento
dalla costa di Nantucket e diretta a New
York, l’Andrea Doria
si scontra con la nave
svedese Stockholm
della Swedish America Line: il gioiello dei
cantieri Ansaldo di
Genova, con una fiancata completamente
squarciata, si corica
su un fianco e affonda
in undici ore. Il bilancio è tra i più pesanti
della storia marittima
di tutti i tempi: 46
8
CAVOUR (nell’omonima Galleria) con
orario dalle 10 alle
19.30. L’iniziativa è
stata subito appoggiata dal Commissario Cancellieri che ha
concesso il patrocinio del Comune di
Bologna.
In questo prima esposizione si andrà alla
scoperta del Bragalini
scultore e orafo. Questa seconda veste,
sconosciuta ai più, gli
diede un fama mondiale e fece dei suoi
collier pezzi pregiatissimi per il jet set
vittime. Con il naufragio si chiude un’epoca, dove le distanze
erano ancora tali e il
viaggio era pur sempre un’avventura, tra
lusso ed eleganza.
Riconquisterà le pri-
me pagine, il transatlantico gloria della
marina italiana, anni
dopo, grazie all’immane operazione di
recupero finanziata
dal miliardario americano Peter Gimbel:
tornano alla luce gioielli, suppellettili, ornamenti che caratterizzavano l’estrema
eleganza di quella
città galleggiante che
era l’Andrea Doria. Ma
torna anche agli onori
della ribalta il nome
di un grande artista,
caro al mondo della
cultura bolognese,
Angelo Bragalini.
Tra gli arredi e le opere
d’arte che riempivano
la nave vanto della
Italian Line spiccano,
infatti, quelle del bolognese. Qualcuno,
osservando con più
attenzione le foto del
viaggio inaugurale,
comincia a riscoprire
la vena creativa di Angelo, noto come pittore, ma anche come
grafico, scultore, orafo, architetto e arredatore. Tanti erano
gli interessi di questo
eclettico artista nato
a Fidenza nel 1913
ma trapiantato in giovane età a Bologna
che, con la sua opera,
ha caratterizzato una
parte importante della
storia artistica italiana
del Novecento.
Dopo studi di eccellenza con nomi del
calibro di Del Debbio,
Moretti, Ricci, Torres,
Cleto Tomba, Vincenzi
e Ghermandi l’opera
di Bragalini trovò importanti estimatori,
oltre che nei galleristi
più quotati, anche nel
mondo del cinema:
Federico Fellini
e Bruno Vailati vollero, infatti,
avvalersi della sua
collaborazione in
celebri pellicole,
da “Giulietta degli spiriti” a “Il
ladro di Baghdad”, passando
per quell’ ‘8 e ½’
che cementerà
definitivamente
il sodalizio artistico
tra il grande regista
riminese e Bragalini. Sarà lui, infatti,
a dare corpo alle ossessioni oniriche di
Federico, scolpendo
foreste di braccia e di
gambe, donne monumentali, inquietanti e
sensuali.
Mettere ordine e riproporre al meglio
parte della sterminata produzione di un
artista così difficile
da catalogare nel suo
genio creativo è lo
scopo che si è prefissa l’Associazione
bolognese Editutto. Partendo da una
Mostra, prima di un
intero ciclo dedicato
ad Angelo Bragalini,
che si svolgerà dal 7
al 17 aprile 2011
presso il M.U.S.E.è
degli anni Cinquanta
e Sessanta.
Non si contano o quasi gli innumerevoli
premi ricevuti un po’
in tutte le parti del
mondo. Il “Times”
dell’ottobre ’86 gli
regala una mezza pagina firmata da Alan
Craknell, il “Western
Business” lo lancia in
Canada, indicandolo
come artista completo
e tutto da scoprire.
Anche l’Italia comincia ad esaltarlo per
la sua ‘ricerca, continua, affascinante’, per
quel suo pescare nella
tradizione, reinterpretando i materiali classici in una maniera
unica e irripetibile
Notevole la testimonianza della produzione plastica, in questo
evento di aprile. Tren-
tacinque sculture, in
prevalenza di bronzo
e gesso ma con interessantissime digressioni nelle terracotte
e nel vetro, sono il
fulcro di questa prima
esposizione che verte
sulla femminilità.
Angelo Bragalini, infatti, è sempre stato
stregato dalla figura
femminile che ha dominato, in gran parte,
la sua ricerca artistica.
Monica Vitti, tra le
tante modelle senza
nomi altisonanti, gli
confida, in una lettera di ringraziamento,
che la scultura che
la ritrae firmata da
Bragalini ‘è l’unica
opera d’arte che quotidianamente mi piace
sentirmi accanto’.
Una ricerca che trae
spunto dalla vita
quotidiana che, per
Bragalini, non è mai
stata monotona o riduttiva, bensì fonte
costante d’ispirazione. In ogni campo.
Gian Carlo Musi, sulle
Al lavoro con i più grandi
A
ngelo Bragalini
nasce a Fidenza il 14 ottobre
del 1913 ma viene
presto ‘adottato’ da
Bologna. Compie gli
studi di architettura
a Roma, Venezia e
Firenze (ma anche
all’ombra delle Torri)
con maestri del calibro di Del Debbio,
Moretti, Ricci, Torres
e Michelucci.
Parallelamente si appassiona di scultura
guidato dalla mano
esperta di un Cleto
Tomba, passando per
Vincenzi, Ghermandi e Bortolotti. Più
avanti, confermando
una natura artistica
eclettica, si concentrerà su pannelli decorativi che gli vengono commissionati
dai più importanti
armatori. Sue opere
viaggeranno a bordo dell’Andrea Doria
ma anche della Cristoforo Colombo e
dell’Amerigo Vespucci. Persino il re Faruk
d’Egitto gli affiderà
la decorazione del
suo fastoso yacht
‘Marhoussa’.
Anche il cinema lo affascina e dà il meglio
di sé per due grandi
nomi della settima
arte, Federico Fellini
e Bruno Vailati. Il
suo nome figurerà
nei titoli di ‘Giulietta
degli spiriti’, de ‘Il
ladro di Baghdad’ ma
soprattutto di uno dei
capolavori del regista
riminese, ‘8 e ½’.
Nel campo della grafica lavora, a Parigi,
per Elizabeth Arden,
in Svizzera per Hoffmann La Roche, Geigy, Automobil Club
di Basilea, Textiles
Suisses di Losanna.
In Italia lo chiamano
la Cinzano, la Marti-
pagine del ‘Corriere
della Sera’, felicemente sintetizzerà: ‘I suoi
ritratti sono sempre
espressione di forte
umanità, i suoi busti femminili sempre
ricchi di suggestioni
scaturite dalla loro
trasparente bellezza.
Bragalini non segue
le facili mode o le cor-
renti passeggere, ma
esprime soprattutto
se stesso, la propria
personalità, con la
maestria di una tecnica raffinata attraverso
la quale si rivela un
artista di ogni tempo,
uno dei pochi in grado
di trattare la materia
dandole il soffio della
vita’.
Così lo hanno raccontato
ni & Rossi, Barbisio,
Borsalino, Barilla,
Gazzoni, Alemagna
e Motta. Sue decorazioni figurano all’Hotel Hilton di Roma.
Tra i vari riconoscimenti ottenuti ricordiamo il premio per
l’oreficeria attribuitogli a Firenze e il Sole
d’Oro a Sanremo per
il vetro decorato.
Sue opere figurano in
importanti collezioni
italiane e straniere.
Angelo Bragalini si è
spento a Bologna il
18 marzo 1994.
Bragalini è un artista
‘scomodo’, in un momento in cui la preparazione culturale, la
capacità tecnica, l’osservanza dei canoni
formali, sono sopraffatti
dai fantomatici problemi letterari, questioni
filosofiche, simboliche
relazioni tra materiali,
spazio e strutture.
La plasticità della sua
raffinata e allo stesso
tempo pungente collezione di ritratti conferma un sentimento
profondo di antica serenità.
Volti fissati perfettamente nei loro tratti
essenziali, si ergono in
un clima di composta
dignità, di meditati religiosi silenzi. Personaggi
splendenti di gioventù,
composti nel segno di
una classica misura,
ma soprattutto viventi
nella sfera di un mondo
idealizzato, libero dalle
angustie e da traumi
esistenziali
Luciano Bertacchini
Da Arterama, Milano –
Maggio 1979
Le sue sculture testimoniano non solo il valore e la storia del suo
tormento creativo, ma
rivelano un sentimento
profondo, lo stesso forse
che accompagna l’Artista al lavoro, plasmando l’argilla, seguendo
la fusione del bronzo,
cuocendo le terre nel
forno. Quei sentimenti,
quegli stati danimo fugaci, improvvise ombre
di malinconia, istanti
di felicità, momenti di
dolore, sono fissati per
sempre.
Gian Carlo Musi
Corriere della Sera
Le esposizioni di Bragalini sono completamenti differenti da ogni
altra esposizione, per il
loro peculiare carattere
di novità. è indubbiamente una lezione di
buon gusto che ci viene da Bragalini in un
momento in cui l’Arte
sembra non avere altra
funzione che quella di
deformare la vita.
Da ‘La Capannina di
Porfiri’ – Roma 1957
9
Quando la nonna comincia a dimenticare...
di Paola Miccoli
E’ molto importante
ascoltare il bambino.
Non rivolgiamogli domande specifiche,
aspettiamo che sia lui
a farlo, perché vuol
dire che è pronto per
ricevere risposte.
Fondamentale sarà
riuscire a stare con le
emozioni del piccolo,
anche quelle più tristi
o dolorose; se piange
non dovremo cercare
di consolarlo con frasi
banali, ma rassicurarlo sul fatto che
L
a comunicazione
della diagnosi di
Alzheimer all’interno di una famiglia è quasi sempre
percepita come un
evento fortemente
traumatico che genera angoscia, preoccupazione e disorientamento.
Le risposte emotive sono personali,
risentono del grado
di parentela con il
soggetto malato, del
rapporto instaurato durante l’arco di
vita precedente la
malattia ed inoltre
molto hanno a che
fare con le proprie
capacità di reazione
ad eventi complessi. Nel mio lavoro di
counselor, incontro
spesso persone che
vivono questa difficile
condizione.
Una persona malata
di Alzheimer richiede
una assistenza particolare e delicata;
gli importanti cambiamenti cognitivi
e comportamentali
necessitano di una
continua rivisitazione
circa le modalità di
accudimento e cura.
Non è semplice trovare subito le giuste
strategie e le soluzioni ai problemi che
via via si affacciano,
tenendo conto del
fatto che la presenza
accanto al familiare
deve essere garantita
durante tutto l’arco delle ventiquattro
ore.
La famiglia può ritrovarsi in una condizione di grande esaurimento di forze ed
energie; tutti i membri del nucleo familiare sono coinvolti,
10
anche i bambini. Pochi giorni fa è venuta
da me una signora;
suo marito è affetto
da Malattia di Alzheimer e lei era davvero
molto preoccupata
di come affrontare
questa difficile situazione con il nipotino
di dieci anni, che ama
il proprio nonno immensamente.
Spesso, quando un
evento traumatico
incontra la vita di
una famiglia, si può
essere portati a credere che sia meglio
tacere con i bambini presenti. Natural-
mente tale decisione
nasce dal desiderio
di volerli proteggere
e tutelare.
In realtà, il bambino, pur con modalità differenti rispetto
alla propria età ed al
conseguente grado
di consapevolezza,
si rende conto che
qualcosa è cambiato
o sta cambiando. Per
lui è molto importante poterne parlare, perché questo
lo aiuta a trovare un
senso a quello che
sta accadendo.
Alcuni bambini possono percepire i pro-
pri familiari come sopraffatti dal dolore ed
evitano di parlarne
perché temono che
facendolo potrebbero
farli arrabbiare o potrebbero farli andare
via.
I numeri utili per aiutare chi soffre
Ecco un elenco di alcune realtà
operative che, a Bologna, si occupano di disturbi cognitivi:
CENTRO ESPERTO DISTURBI
COGNITIVI, presso Ospedale
S. Orsola - Malpighi, Ospedale
Maggiore, Ospedale Bellaria,
Clinica Neurologica
AIMA Associazione Italiana Malattia di Alzheimer
www.alzheimer-aimabologna.it
ARAD Associazione di Ricerca e Assistenza alle Demenze
www.aradbo.org
AMA AMARCORD ASSOCIAZIONE (San Pietro in Casale)
Cell.: 3332225965
NON PERDIAMO LA TESTA - www.nonperdiamolatesta.it
è normale piangere
quando si è tristi.
Le spiegazioni ed i
concetti sulla malattia del proprio nonno
o nonna dovranno essere adeguati all’età,
se il bambino è molto
piccolo potremo aiutarci con una favola
o con l’utilizzo di
metafore.
Occorre spiegare bene che il nonno non lo riconosce
o a volte lo tratta
male, non perché lui
è stato cattivo ed il
nonno non gli vuole
più bene, ma perché
è malato anche se
la malattia non si
vede.
Il bambino infatti,
può essere disorientato davanti al
comportamento della nonna che fino a
poco tempo prima
era la sua migliore
amica ed inseparabile compagna di giochi
ed ora…
Se il nipotino esprime
il desiderio di rendersi utile, è bene assecondarlo perché non
solo questo gli consentirà una migliore
elaborazione del lutto
per la perdita del precedente legame, ma
lo aiuterà a trovare
un nuovo modo di
stare e di essere accanto alla nonna.
Molto importante
però fornirlo delle
competenze e degli
strumenti che dovranno essere adeguati all’età e tenere
conto delle problematiche del familiare
malato.
Spieghiamo sempre
bene cosa può o non
può fare e perché
e lodiamolo molto,
sottolineando quanto sia stato bravo e
amorevole.
Può accadere, al contrario, che un bambino non se la senta di
avvicinarsi al nonno
o alla nonna.
Forse il suo rifiuto
può nascere dal timore per il fatto di non
riconoscerlo più.
Non dobbiamo sentirci feriti od offesi,
accoglieremo con rispetto e dolcezza il
vissuto del piccolo.
Probabilmente avrà
bisogno di un po’ più
di tempo per rendersi
conto di ciò che sta
accadendo e saranno
proprio i nostri comportamenti ed atteggiamenti nei confronti del congiunto che
se manifestati
con equilibrio
e serenità, potranno aiutarlo
a riprendere
i contatti con
quella persona
tanto amata ed
ora così diversa e lontana.
Quanto amore può esserci
tra il nonno, la
nonna ed i propri nipotini.
Anche adesso, proprio adesso che sembra tutto perduto,
quel nonno e quella
nonna, pur inconsapevolmente stanno
ancora donando loro
qualcosa.
Forse, attraverso la
loro presenza confusa
e lontana stanno testimoniando quanto
nella vita di ognuno
di noi, grandi o piccoli, sia importante
trovare un senso ed
una strada.
Paola Miccoli
11
è sempre un piacere festeggiare gli over 100
U
n secolo di vita:
questo ambito traguardo è
stato superato da
Maria Mioli, classe
1910. Nata a Vedrana
di Budrio da una famiglia contadina, ultima di cinque figli di
genitori ormai avanti
con l’età, ha iniziato
a lavorare presto, per
contribuire al bilancio
familiare, come balia
asciutta a Bologna. Il
suo sogno era però
fare la sarta e, piano
piano, riuscì a realizzare tale sogno.
Il matrimonio e la nascita di un figlio coronarono felicemente il
quadro, ma la guerra
e i bombardamenti
spezzarono l’armonia
serenamente costruita, portandosi via per
sempre il marito. La nonna Maria non
si perse d’animo e
da sola, con il suo
mestiere di sarta,
riuscì a crescere il
suo unico figlio e a
farlo anche studiare
e diplomare: un traguardo di cui ancora
oggi va molto fiera.
Gli anni passano e
nonna Maria, alleva
le due nipoti che sono
la luce dei suoi occhi;
è sempre sollecita
alle necessità della
nuova famiglia con
12
infinita disponibilità e
smisurato affetto.
E’ la nipote Martina
che ci racconta la
storia della nonna, la
quale interviene ogni
tanto nel racconto
puntualizzando che
l’unico problema che
attualmente ha è la
vista debole; per il
resto sta bene ed è
stata in ospedale solo
due volte nella vita:
per partorire e a 99
anni per il femore
rotto.
La nonna Maria sorride e prosegue nel
racconto sottolineando come la fede
cattolica, fortissima,
sia stato il suo pilastro e la sua forza.
La sua vita è piena
anche adesso che ha
passato il traguardo
dei 101 anni, con tre
bisnipoti che vivono
con lei ed anche 12
gatti e due cani che
fanno compagnia e
una pet therapy continua. Nonna Maria
continua a intrattenere i bambini con
giochi, favole e insegnamenti e rimane
con lo spirito lucido
misto a furbizia, per
farsi ascoltare o anche coccolare. Chissà
il segreto di tanta
longevità!
Sandra Margheri
Cavallette, grilli e formiche
in vendita nei supermercati
Una dieta proteica ed
ecosostenibile a base
d’insetti. è la ricetta
di Johan Van Dongen,
manager che dirige il
«reparto carni» nella
catena di supermarket olandesi. Oltre a
offrire ai suoi clienti bistecche e polli,
da qualche tempo
Van Dongen ha riempito gli scaffali
dei suoi supermarket
con nuovi singolari
prodotti: confezioni
che contengono cavallette, formiche e
grilli sono solo alcuni
dei tanti beni alimentari che i suoi negozi
commercializzano e
che si presentano
come una preziosa
fonte di proteine per
i consumatori.
Fino a pochi anni fa
gli allevatori d’insetti
olandesi producevano per lo più cibo per
animali domestici: gli
insetti erano i pasti
privilegiati di gechi,
lucertole e uccelli che
gli esseri umani tenevano in casa. Oggi invece, anche grazie al
sostegno del governo
che ha stanziato circa
1 milione di euro per
la ricerca sugli insetti
come cibo, per gli allevatori si è aperto un
nuovo mercato. Catene di supermarket
come Sligro vendono
non solo gli insetti
allo stato puro, ma
anche prodotti chiamati «Bugs Sticks»
o «Bugs Nuggets»,
pezzi di cioccolato
mescolati a insetti di
varia natura. Lo sviluppo di questi nuovi
prodotti è promosso
anche dalle «Nazioni
Unite per l’alimentazione e il cibo» che
confermano come
l’allevamento di insetti sia ecosostenibile perché procura
scarsi danni all’ambiente a differenza
dell’allevamento di
bestiame che, secondo le stime dell’Onu,
causa circa un quinto
dell’emissioni di gas
serra.
Negli scorsi giorni
proprio Van Dongen
ha organizzato una
manifestazione a ‘S
Hertogenbosch, città olandese di 140
mila abitanti, durante
la quale sono stati presentati i piatti più succulenti a
base d’insetti. Mentre
la gente guardava
perplessa i prodotti,
Van Dongen preparava piatti di verdure
asiatiche con grilli e
cavallette. Il manager è certo che nei
prossimi anni i cibi a
base d’insetti saran-
no accolti con favore
dagli europei.
Per superare i luoghi comuni e i preconcetti Michel van
de Ven, trentottenne
allevatore d’insetti, ha una soluzione: «Basterebbe non
dire ai consumatori
di cosa sono fatti i
nostri prodotti - dichiara l’allevatore Dopo poco tempo la
gente si abituerebbe
a mangiarli e ad apprezzarli». Tuttavia
al di là dei pregiudizi
un altro ostacolo limita il successo dei
cibi a base d’insetti:
il loro prezzo è ancora eccessivamente
alto. «Nel commercio all’ingrosso questi prodotti costano
come la migliore carne di manzo - dichiara Roland van de Ven
- Le locuste addirittura raggiungono il
prezzo del caviale».
Dello stesso avviso Margot Calis, che
assieme a sua figlia
e a dieci dipendenti
alleva insetti in una
fattoria: «Il prezzo
degli insetti è ancora
troppo alto - dichiara
la sessantaduenne
- Per allevarli c’è bisogno di un grande
lavoro manuale».
In prima linea nella battaglia per l’educazione
T
ra le mura del
vecchio edificio
di Via Zamboni
32 in Bologna, nella
Facoltà di Scienze
dell’Educazione, lo
stesso in cui mi recavo alle lezioni quando ero studentessa,
ho respirato l’antico
sapore dei 20 anni,
pieni di forza e di coraggio di cambiare il
futuro. Ho visto con i
miei occhi l’unirsi di
forze diverse, ma accomunate dallo stesso interesse per il futuro incerto dell’educatore, tra tagli ai
servizi e mancanza di
riconoscimento professionale.
Al recente incontro
organizzato dal gruppo studentesco “Formazione Attiva” a cui
sono stata invitata
come relatrice, erano
presenti il direttore, professor Guerra,
come espressione
del mondo accademico, l’organizzatore Valentino Paoloni
rappresentante degli
studenti, Luca Balducci rappresentante ANEP Emilia Romagna (Associazione
Nazionale Educatori
Professionali), Fabio
Perretta USB Coop
Sociali e il gruppo
Educatori di Casalecchio Di Reno .
Il direttore Guerra ha
precisato le battaglie
che l’università ha
sempre sostenuto per
difendere l’idea epistemologica dell’educazione e quindi del
profilo professionale
dell’educatore, battaglie combattute e
perse. Il riconoscimento di questa figura, fin dagli anni
80, ha visto il fronte
accademico portare
avanti le lotte per
togliere dalla mera
esecuzione passiva
l’operato degli educatori, dipendenti dalla
diagnosi medica, in
cui per fare questa
professione non necessitava la laurea.
La storia del riconoscimento dell’educatore viaggia assieme all’individuazione
della dignità della
persona educante.
cademici, ma occorre
condurre la battaglia
“insieme”, tenendo
conto della presenza
e dell’esperienza che
nel frattempo hanno
fatto gli educatori
professionali sanitari
della Facoltà di Medicina.
Occorre essere uniti
tutti, il mondo accademico, il terzo
settore, le associa-
della persona nella
sua globalità e unicità, che puntino alla
relazione e all’attivazione delle risorse
insite nella persona.
Insomma l’accettazione e il riconoscimento dell’importanza dell’educatore
non possono se non
passare dalla valorizzazione della persona, dell’educando,
Con il DM 520 l’educatore diventa sanitario
e stabilisce che la sua
laurea professionale
in medicina abilita
alla professione nel
settore sanitario e riabilitativo, escludendo dalla possibilità
lavorativa la laurea
umanistica dell’educatore sociale, che
da sempre ne aveva
occupato il posto.
Personalmente, ho
cercato di far luce
sull’importanza
dell’educatore, dal
suo personale riconoscimento che non può
e non deve essere
demandato alle battaglie solo degli ac-
zioni di categoria; la
politica deve essere
coinvolta al di là delle idee corporativistiche, deve essere
rete che comunica
e stabilisce il valore
epistemologico della
figura dell’educatore
e della persona educata.
Ma per farlo occorre essere in rete, e
in prima linea essi
devono divenire protagonisti attivi per
promuoversi, lottare
per essere e avere riconoscimento a
tutti i livelli. Occorre
puntare alle nuove
ricerche che guardano al benessere
del cliente che viene
da noi per trovare
aiuto.
Luca Balducci, che
sta cercando di realizzare con la sua associazione un profilo
unico di educatore,
ha sottolineato l’arricchimento dei contenuti sanitari, del
profilo sociale e delle
competenze pedagogiche; ciò puntando
ad un rapporto con
l’utente basato sul rispetto della persona
e delle sue risorse.
Professionalità da tutelare sindacalmente
ed economicamente,
che lo protegga con
leggi adeguate dalle
onde utilitariste del
mercato.
Fabio Perretta (USB)
ha posto in evidenza
la pericolosità della
situazione di Casalecchio di Reno che
ha operato dei tagli
importanti a servizi
di prevenzione ed
essenziali sui minori e sul disagio; di
come la lotta degli
educatori influenzi la
lotta per i diritti della
persona in disagio e
bisognosa di aiuto.
Poi hanno preso la
voce le testimonianze
dei miei colleghi, che
con passione e forza
sono determinati a
non fermarsi per il
diritto dell’educatore
e per il diritto delle
famiglie, della persona alla salute, al
benessere.
I vari interventi che
sono seguiti ponevano sempre l’importanza dell’attivismo
in rete, della partecipazione e del credere
che si possa davvero
fare qualcosa per il riconoscimento del nostro lavoro. Da parte
degli studenti è emerso il bisogno di essere
sempre più coinvolti
nel processo formativo, dando spazio
anche a loro proposte
inserite nell’evoluzione e nei cambiamenti
del lavoro. Mi auguro che sia l’inizio di
un percorso che un
giorno porterà alla
ridefinizione ed al
consolidamento del
valore epistemologico dell’educazione
e dell’educatore che
come disse il vecchio
Socrate “Conduce la
persona alla conoscenza della verità
che è dentro se stesso”.
Assunta Pischedda
13
Parti svantaggiato? Allora lavora per noi
C
i troviamo nella rinomata
via Collegio di
Spagna in Bologna
che ospita un negozio “sui generis” ed
incontriamo Maila
Quaglia alla quale
domandiamo cosa
si vende.
Questo esercizio è
nato per creare un
canale preferenziale
per la commercializzazione di manufatti
artigianali di pregio,
realizzati da persone
svantaggiate operanti
all’interno di cooperative sociali dislocate
su tutto il territorio
Annarita Quarta, Direttrice
nazionale.
Concretizzato dalla
Cooperativa Sociale
“Arti e Mestieri”, che
ha come scopo quello
di offrire opportunità
di lavoro stabili per
persone svantaggiate,
attua modalità innovative e rispondenti ai
cambiamenti culturali
e del mercato del lavoro attuale.
Tra i prodotti ceramiche tradizionali, stampa romagnola, carta
fatta a mano, articoli
in pelletteria, legno
selezionati secondo
criteri di bellezza ed
originalità, criteri che
identificano anche il
marchio di qualità che
coincide con il nome
del negozio.
All’interno del negozio
è attivo anche un laboratorio di confezionamento bomboniere e
14
recentemente
è iniziata anche una collaborazione per
il confezionamento di cioccolata con la
ditta Majani.
Ci parli un po’
del progetto
della Cooperativa
Il marchio di qualità, esprime l’idea imprenditoriale che c’è
a monte del progetto,
ovvero quello di tentare di creare un mercato tipico e dignitoso
di queste produzioni,
generalmente vendute alla ristretta cerchia
di operatori sociali,
familiari o amici che
ruotano intorno alle
cooperative, con modalità spesso occasionali e provvisorie che
avvicinano il cliente
già mosso da motivazioni solidaristiche,
utili, ma parziali.
La scommessa dell’impresa è quella di dare
una visibilità dignitosa, ricercata e nel
contempo discreta alla
produzione realizzata
da queste persone in
modo tale che il cliente
sia attratto innanzitutto dalla bellezza che è
il motore umano per
eccellenza. Dopo questo primo impatto sarà
più facile riconoscere
la dignità della persona disabile, l’urgenza
del rispetto e dell’accoglienza fino alla creatività di immaginare
strumenti intelligenti
per aiutarla nella sua
espressione.
Ci parli delle persone che “lavorano”
questi manufatti
L’obiettivo a cui si tende, attraverso questo
progetto, è quello di
favorire una cultura
nuova (ma probabilmente “vecchia”, solo
che l’abbiamo dimenticata!), una cultura entro la quale c’è
posto per la persona
“così com’è” non per
come “dovrebbe essere” in virtù di misure
che abbiamo fabbricato con la nostra presunzione.
L’ultima sottolineatura
è che l’espressione
“C’è posto per la persona così com’è” potrebbe risuonare equivoca, perché rischia
nuovamente di
porre il soggetto in una posizione “passiva”
, ovvero sono
“altri” che decidono di “ritagliarti un po- Maila Quaglia, Presidente
sto”.
Invece quello
che a noi interessa è una nuova attività
offrire gli strumenti sulla base delle solperché il soggetto tro- lecitazioni dei clienti
vi lui il proprio “posto”, che hanno conosciuto
il lavoro che maggior- da vicino la nostra
mente lo esprime e realtà. L’attività è
con il quale collabora partita a Marzo in via
al bene comune.
Santa Barbara 9 e si
Il “Banco Artigiano tratta di proporre alla
delle Arti e Mestieri”, città dei laboratori arcome già sottolineato, tistico artigianali ed
è anche un marchio di espressivo corporei
qualità che esprime la con la forma di corsi
volontà di commercia- integrati condotti da
lizzare dei manufatti tecnici del settore.
artigianali di pregio. È prevista una quota
Attualmente i fornitori annuale forfettaria di
sono circa 40 distribu- € 150.00 che permetiti su tutto il territorio te l’acceso a tutti i
nazionale dal Trentino corsi mentre è gratuialla Calabria.
to per persone seguite
La cooperativa ha re- da servizi sanitari.
centemente avviato
Giorgio Albéri
Per informazioni:
Collegio di Spagna 5/2b
Tel./Fax 051.236688 Annarita 348.3639528
www.bancoartigiano.com
[email protected]
Teresita, l’anima di una grande biblioteca
S
pesso frequento la biblioteca
dell’Archiginnasio, oggi ho avuto il
piacere di incontrare
un’esposizione che
ha più significato che
spazio, in cui si racconta la storia di Teresita Mariotti Zanichelli, nata nel 1861
e morta nel 1949, la
prima donna ad avere un incarico nella
Biblioteca Municipale
di Bologna. Chi era
costei?
Teresita Mariotti nacque a Novara in una
famiglia di alti funzionari statali 150 anni
fa, pochi giorni prima
della proclamazione
dell’Unità d’Italia; a
undici anni rimase
orfana del padre e si
trasferì a Bologna con
la madre e il fratello.
Qui si diplomò maestra e si fidanzò con
un giovane giurista,
Domenico Zanichelli, figlio dell’editore
Nicola. Con il matrimonio Teresita entrò in contatto con il
prestigioso ambiente
degli intellettuali bolognesi che gravitava
intorno a Carducci
che fu anche testimone alle sue nozze.
Al seguito del marito,
docente universitario, Teresita si trasferì
prima a Firenze e poi
a Siena e a Pisa. Per i
successivi venti anni
fu un’agiata signo-
ra borghese, dedita
alla cura dei due figli
e partecipe dei successi intellettuali del
marito, sempre presente nelle rispettose
formule di saluto che
chiudevano le lettere
dei numerosi e importanti corrispondenti di Domenico.
La prematura morte del marito, nel
1908, costrinse Teresita, rimasta senza
pensione e con due
figli ancora studenti, a riorganizzare la
propria vita. Tornò a
Bologna, dove poteva
contare sull’appoggio della famiglia e,
probabilmente grazie
alle relazioni degli
Zanichelli, ottenne
un impiego presso
l’Archiginnasio. Un
lavoro relativamente modesto per una
signora come lei, ma
decoroso che le assicurò l’indipendenza
economica e permise
ad entrambi i figli di
laurearsi.
Svolse la sua attività fino a 71 anni,
compilando schede
del catalogo e let-
tere, mentre presso
la Biblioteca di Casa
Carducci (una sezione dell’Archiginnasio) collaborò alla
gestione del servizio al pubblico.
Poche erano in quel
periodo le donne che
trice tedesca tradotto
da un’altra donna.
Le vicende personali
di Teresita ci aiutano a comprendere
la condizione delle
donne dopo l’Unità
d’Italia, fino a tutto
il periodo fascista:
frequentavano la biblioteca (una piccola
sala a parte era riservata alle poche
studiose all’Università), per molti anni
nessuna oltre lei vi
ha lavorato, dai registri conservati risulta
che il primo utente fu
proprio una diciottenne che richiese
un libro di una scrit-
che istruzione ricevevano, che lavori
potevano svolgere,
quanto erano pagate
e che possibilità avevano di fare carriera.
La mostra è suddivisa
in due parti, corrispondenti alle due
vite di Teresita. All’inizio, alcuni documenti
della giovane Teresita: un telegramma a
Minghetti del padre,
vicegovernatore di
Novara, alcuni ritratti
da adolescente, il suo
diploma di maestra.
La parte principale è
dedicata all’ambiente
intellettuale del quale
Teresita entrò a far
parte con il matrimonio. Le sue nozze furono un evento, come
provano i documenti
esposti, a cominciare dalla riproduzione del certificato di
nozze con le firme di
Carducci, testimone
dello sposo, e di altri
illustri personaggi.
Vi sono poi pensieri, disegni e poesie
lasciati nell’album di
nozze, e le pubblicazioni erudite date alle
stampe per l’occasione, secondo l’usanza
del tempo. Infine le
testimonianze legate
all’attività intellettuale e alle vicende
della carriera accademica del marito.
La seconda parte della mostra è dedicata
alla vita di Teresita come impiegata
dell’Archiginnasio.
Dopo alcuni documenti dell’ingresso
di Teresita nel mondo
del lavoro, ci sono le
prime testimonianze della protagonista: il suo fascicolo
matricolare, con le
richieste per essere
assunta stabilmente
in pianta organica
e per ottenere un
salario più congruo,
ma anche le testimonianze della sua
attività lavorativa:
le schede che redigeva per il catalogo
dell’Archiginnasio e il
registro delle consultazioni della biblioteca di Casa Carducci.
Infine gli elenchi delle opere, provenienti
dalla biblioteca del
marito, da lei vendute alla Biblioteca; tutti manoscritti,
perché Teresita non
imparò mai a scrivere
a macchina.
Un ultimo gruppo di
documenti mostra
alcune memorie di
famiglia: cartoline e
lettere private provenienti dal lascito della
famiglia Zanichelli
all’Archiginnasio.
I curatori della mostra hanno il merito di aver riportato
alla luce la storia di
una donna del tutto
sconosciuta, che pur
tante affinità ha con
le storie di oggi. La
mostra rimarrà aperta fino al 14 maggio.
Donatella Bruni
15
P
aura, timidezza, depressione. Una bella
mescolanza di emozioni da gestire, da
controllare che, a
volte, creano ansia.
Questo male indefinibile, caratteristico
della nostra epoca,
dal quale, oggigiorno
quasi nessuno riesce
a salvarsi.
La paura. Secondo la
psichiatria fa bene,
bisogna solo imparare a controllarla. Essa
innesca una serie
di sensazioni simili
all’ansia che, però,
sono positive. Senza
queste manca quella
tensione necessaria per raggiungere
l’obiettivo.
La timidezza. E’ molto importante convivere con le proprie
emozioni; se non lo si
fa si rischia di fallire.
L’esame di maturità,
per esempio, è una
prova generale di
molte situazioni che
tutti hanno affrontato nella vita. L’ansia
patologica, che deriva dalla timidezza, è
molto rara, soprattutto nei giovani e
di solito si tratta di
situazioni normali
anche nei casi in cui
viene somatizzata.
L’importante è riportare l’ansia sempre
alle sue dimensioni
naturali. La sua assenza è deleteria. E’
necessario rammentare che l’obiettivo
non è combattere le
emozioni, ma convivere con esse.
Per quanto concerne la depressione,
invece, da una certa
età in poi sono i fattori neuro ormonali
a farla da padroni.
La nostra società ha
molti modelli irraggiungibili: tutti brillanti, di successo,
giovani e pimpanti
ad ogni età. Ecco,
allora, il crollo dei
ruoli: i figli non più
16
Ansia, il nemico invisibile
soggetti ai genitori,
si esce dal mondo
del lavoro, il corpo si
modifica, la memoria
ed i tempi di reazioni
si riducono.
Il ritmo delle nostre
azioni e dei nostri
assilli quotidiani è
così spaventosamente cresciuto, in
questi ultimi anni,
da portarci ad un insostenibile grado di
tensione interna. La
spiegazione di questo fenomeno è forse
nello spirito stesso
del nostro tempo;
il mondo si ripropone spesso nel suo
aspetto di caos e,
quando manca una
grande padronanza
di se stessi, tutto il
nostro meccanismo
di difesa tentenna,
messo in crisi dagli
assalti della realtà
esterna, insidiosa e
travolgente.
Insicurezza, illusioni
vacillanti, sensazione
di pericoli (a volte
inesistenti) che ci
attendono ad ogni
angolo di strada, incapacità di risolvere i
troppi problemi che la
vita di oggi costringe
ad affrontare: ecco
alcune delle cause
più note dell’inquietudine dell’uomo moderno.
Se l’ottocento si può
definire il secolo della
malinconia privata e
solitaria, il novecento
ed il duemila sono
senz’altro gli anni
dell’ansia. In molti
Paesi si cerca di combattere questo male
facendo ricorso all’alcool, agli stupefacenti, al divertimento
sfrenato, ma il rimedio (o preteso tale)
più diffuso è quello
dei tranquillanti: un
bicchiere d’acqua,
una pillola e…giù;
tutto è più bello, la
vita diventa rosea.
Ma l’effetto è breve
e ben presto bisogna
ripetere l’operazione.
Così per giorni, mesi,
anni. E’ un rimedio
questo, o non piuttosto un giocare con
se stessi, rifiutando
di prendere atto della
realtà? L’unico vero
rimedio al male della
nostra epoca è da ricercare dentro di noi,
colpendo alle radici
quegli inconvenienti che portano alla
nevrosi. Cerchiamo
di conoscerci meglio, non concediamo
nulla alle cose facili,
al ritmo travolgente
della vita moderna,
adattiamolo, se mai,
al nostro passo, alle
nostre idee.
La natura dell’uomo
è un tutto unico con
ciò che ci circonda ed
è impossibile staccare una creatura dalla
Natura-madre senza
provocare, di conseguenza, un doloroso
trauma. E’ un distacco che significa anche allontanamento
dalle proprie più vere
tendenze, dal proprio
mondo interiore; allora nascono l’instabilità dei sentimenti
e degli affetti, il disinteresse dell’individuo per la società,
la volontà continua di
stordirci.
Solo quando l’uomo
tornerà ad essere
semplice, a cercare
il contatto con gli
altri e soprattutto
con se stesso, potrà
dire di avere fatto
un gran passo avanti
nella cura del “male
d’oggi”, più insidioso
di un male fisico,
perché non basta un
farmaco a combatterlo: è come un nemico invisibile, non lo
vediamo, ma c’è.
Giorgio Albéri
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