La sostanza delle cose - Le grain des choses Di Georges Goormaghtigh Traduzione del francese: Augusto Debove Cai Laoshi intenta a suonare il qin, anno 2000 (foto di Poon Taklun) «Sai a cosa assomiglia il nostro passaggio quaggiù? All’oca selvatica che nel suo volo talvolta si posa e pesta la neve, lasciando al suolo, senza volere, l’impronta delle sue zampe…» Su Dongpo Poeta, calligrafa e musicista originaria della provincia del Zhejiang, Tsar Teh-yun (1905-2007) visse a lungo a Shanghai. Nel 1950 si stabilì a Hong Kong dove si dedicò all’insegnamento dell’arte del qin, l’antica cetra dei letterati cinesi, fino ad età avanzata. Animata da una formidabile sete di musica, la Signora Tsar, o Cai laoshi (maestra Cai), come veniva chiamata, ha formato a Hong Kong più generazioni di allievi in un periodo in cui, in Cina, l’eredità della cultura antica era minacciata di sparizione. Oggi i suoi allievi tramandano quest’arte singolarmente ricca e profonda, un’arte grazie alla quale è possibile, dicono i suoi adepti, coltivare se stessi e conservare la propria 1 energia vitale. Per Cai laoshi la pratica del qin era anche uno strumento di conoscenza che le permetteva prima di tutto di realizzare la sua umanità1. La vetrina dei tesori Una frase di Cai laoshi mi farà sempre piangere: «Quando vedo gli scritti del mio maestro, sono come un bambino povero abbagliato alla vista dei tesori esposti in una vetrina». Cai laoshi centenaria Suonavamo il qin da Cai laoshi, io e alcuni allievi. Lei si era ritirata. Tutt’a un tratto spuntò fuori dalla sua stanza cantando con incredibile brio la melodia che suonavamo, dando il tempo sul suo deambulatore, il viso radioso, la pelle rilucente e un sorriso malizioso. La schiena curvata dall’osteoporosi la costringeva a una grande fatica, per vedere noi doveva sollevare energicamente la testa, ma questo non le impedì di continuare a cantare. Una volta sistemata nel suo angolo di sofà, si mise a battere il tempo mimando i movimenti dei musicisti. L’energia che trasmetteva era la stessa che ci ispirava al tempo delle nostre lezioni. Eppure una nuova gioia sembrava emanare da lei mentre ci ascoltava: da quando aveva smesso di suonare il suo qin, ogni nota, ogni respiro diventava per lei il più prezioso dei nutrimenti. Pianisti Brillante economista, redattore capo di un importante quotidiano di Hong Kong, George Shen, il figlio di Cai laoshi, era un vero melomane, appassionato estimatore dell’opera di Pechino. Introdotto molto presto al piano e alla musica occidentale, ne aveva una conoscenza così profonda da tenere regolarmente una rubrica di critica musicale. Amico del pianista Fu Tsong, riceveva a casa sua Alfred Brendel e Martha Argerich ogni volta che venivano a Hong Kong o in Giappone. Alla morte del marito, Cai laoshi andò a vivere per un certo tempo dal figlio e dalla nuora Jane, che dirigeva un coro ed era maestra di piano. Spesso Jane metteva uno dei dischi di George, scelti di preferenza tra i grandi pianisti del XX secolo. Quando Cai laoshi ritornava nella sua stanza, la mente ancora tutta ingombra di tante note brillanti e di accordi sapientemente calati sulla tastiera, non poteva fare a 1 La primavera scorsa sentii tutt’a un tratto il bisogno di fissare nero su bianco alcuni ricordi legati all’insegnamento della mia maestra di qin, Tsar Teh-yun. Una volta completato il testo, cui diedi il titolo “La sostanza delle cose”, annotai meccanicamente in calce all’ultima pagina del manoscritto la data della stesura. Rileggendolo dopo qualche giorno, mi accorsi che quella data – marzo 2013 – corrispondeva esattamente al quarantesimo anniversario del mio primo incontro con questa musicista. Poco più tardi un amico grafico, Soheil Azzam, al quale avevo fatto leggere questi piccoli brani, mi propose di impaginarli per un’eventuale pubblicazione. Aveva appena finito questo lavoro, che mi disse ancora: “Perché non ripubblicare il doppio CD della tua maestra? Sono dischi quasi introvabili in Europa”. Entusiasta dell’idea, contattai l’AIMP (Archives internationales de musiques populaires du Musée d’ethnographie de Genève) che, sei anni prima, aveva pubblicato il disco di uno degli allievi della maestra Tsar (“Le pêcheur et le bûcheron”. Le qin, cithare des lettrés, Sou Si-tai”. AIMP LXXXII VDE-GALLO, CD-1214, 2007). Il progetto fu accettato e il lavoro ebbe inizio quasi subito. Questo doppio CD, il 108 esimo della collana, dovrebbe vedere la luce a primavera del 2014. 2 meno di prendere il suo qin e interrogarlo lungamente, suonando uno dopo l’altro i grandi pezzi del repertorio. Foga Poche settimane dopo l’inizio delle mie lezioni con Cai laoshi, dovetti lasciare Hong Kong per Pechino. Decisi di decifrare qualche pezzo da solo, in attesa di riprendere il mio apprendistato. «Pensando a un amico» (Yi guren) fu la mia prima scelta. A forza di ripeterlo, mi riuscì di suonarlo. Privo di grandi difficoltà tecniche, questo brano mi piaceva perché era palesemente carico d’emozione. Tre mesi più tardi, si presentò l’occasione di tornare a Hong Kong. Cai laoshi mi ricevette con la sua solita gentilezza e mi chiese quale nuovo pezzo avessi imparato. «Yi guren», risposi tutto fiero, e mi misi subito a suonarlo per lei. Sempre con la stessa gentilezza, Cai laoshi mi disse: «Questo pezzo, tu lo suoni molto bene, soltanto… ci sono alcuni che vi aggiungono certe cose». Poi, prendendo il suo strumento, suonò questa melodia come non l’avevo mai sentita: senza la minima enfasi, niente di compassato o di languido. Il suo suono, animato d’un soffio possente e d’una sorta di determinazione incrollabile, mandava in frantumi ogni traccia di sentimentalismo. La lavatrice Cai laoshi era furiosa. Suo nipote, trasferitosi nel quartiere, stava mettendo su casa. Col pretesto che non aveva alcun aiuto domestico, chiese alla nonna di poter prendere la sua lavatrice. Ebbe un bell’insistere: nulla da fare. La nonna novantenne, gelosa della sua autonomia, non cedette. Il lago Taihu Nel corso della sua lunga vita, Cai laoshi viaggiò poco. A parte Tokyo, dove andava a trovare il figlio col marito già malato, i suoi viaggi si limitarono a qualche andata e ritorno tra Shanghai e Hong Kong. Le capitò tuttavia di fare un paio di escursioni sulle rive del Lago dell’Ovest a Hangzhou o anche a Wuxi che, a primavera, è immersa nella dolce luce del lago Taihu. Al tempo in cui imparavo «Il dialogo tra il pescatore e il boscaiolo», sentivo distintamente in quella musica un’evocazione di paesaggio. Questa impressione prese improvvisamente concretezza quando le sentii dire che, ogni qual volta arrivava al punto ove le note si rispondono con regolarità da una corda all’altra, rivedeva le onde del Taihu e i loro riflessi cangianti. Non ebbi alcuna difficoltà a comprendere quello che mi diceva, né a raffigurarmi i giochi di luce sull’acqua. Infatti eravamo appena tornati da un’escursione a Wuxi al termine d’un lungo inverno nei gelidi dormitori della nostra università. Quel giorno, a lungo avevo contemplato il lago attraverso i rami dei peschi che cominciavano a fiorire. Lezioni 3 Nelle nostre lezioni c’era sempre una naturale alternanza tra momenti di concentrazione e pause di rilassamento. Cai laoshi amava insegnare a due allievi per volta nel corso di un’unica lezione. Quando lei suonava col primo, il secondo guardava, e vice versa. Il beneficio era duplice, perché si imparava molto osservando un altro suonare senza essere noi stessi sotto le luci della ribalta. I momenti di rilassamento non mancavano d’intensità. C’erano giorni di grande calura nei quali arrivavamo da Cai laoshi stremati e madidi di sudore; ma bastavano pochi istanti perché ci sentissimo perfettamente a nostro agio. La calma, la dolcezza e le premure della padrona di casa agivano su di noi come un potente rimedio. Non solo tutta la fatica era scomparsa ma, al momento di suonare, una strana freschezza s’impadroniva di noi. Quando arrivava l’ora della pausa, c’era sempre da mangiare. «Non è bene suonare a pancia vuota» diceva Cai laoshi. A volte c’era un dolce all’occidentale, a volte dei zongzi, fatti di riso glutinoso arrotolato in foglie di bambù, ripieno di pasta di fagioli rossi dolci oppure di carne. Fedele ai suoi princìpi, Cai laoshi si univa alla festa e, senza smettere di mangiare, si divertiva a osservarci. Fa bene alla salute Si parlava di Yoga e Taiji con un’amica. Cai laoshi ci ascoltava in silenzio. Guardando il viso liscio e roseo della nostra maestra, esclamai: «Son sicuro che Cai laoshi ha un suo metodo». Lei non batté ciglio. Però il giorno dopo, quando tornai a trovarla, volle uscire e mi portò in un piccolo parco proprio sotto casa. Là mi insegnò una serie di movimenti che eseguiva al mattino. La sorgente delle parole Dopo un ricovero a Hong Kong dovevo rientrare in Europa. Appena uscito dall’ospedale andai a far visita a Cai laoshi, che mi disse a bruciapelo: «Dovresti tradurre l’ “Elogio del qin” di Ji Kang». Affrontare così un testo del terzo secolo mi sembrava impresa d’una difficoltà insormontabile, non fosse che per la grande ricchezza del suo vocabolario. Senza dar retta alle mie proteste, mi chiese cosa avevo come dizionario, poi disse: «Ti ci vuole il “Ciyuan” (La sorgente delle parole)», un venerando dizionario della lingua cinese pubblicato nel 1915. Senza por tempo in mezzo ci recammo alla libreria più vicina e ne uscimmo, pochi istanti dopo, con due grossi volumi sotto braccio. Fu con l’aiuto di questo dizionario che mi accinsi a tradurre l’ «Elogio del qin». Altre opere più moderne e più complete sono apparse in seguito, ma tali monumenti d’erudizione non hanno del tutto scalzato dal mio cuore il «Ciyuan», sorgente alla quale, con riconoscenza, torno più e più volte ad abbeverarmi. La camera del qin Non lontana dalla camera da letto, la stanza dove Cai laoshi suonava la sua musica e faceva calligrafia era piccola e senza finestre. Era una specie di enclave nel soggiorno, anch’esso molto 4 stretto, appena sufficiente per accogliere una tavola e due sedie. Il suo qin era appeso al muro, di fronte a un grande rotolo scritto di suo pugno. Cai laoshi aveva chiamato quella stanza «La camera dell’insondabile virtù del qin», alludendo a un verso di Ji Kang. Era là che ogni settimana, con molta bonomia e una grazia tutta sua, Cai laoshi ci insegnava «Il vegliardo immortale», «Elegia per gli Antichi», «La luna splende sul Passo» e altre melodie. Era là, ci confidò un giorno, che andava a suonare il suo qin le notti in cui non riusciva a prender sonno. Quando tornava a coricarsi, i pensieri erano stati messi in fuga dalla musica e il sonno sopraggiungeva mentre la melodia appena suonata ancora cantava in lei. La morte di Elvine «Senza essere fatalista, mi sembra che il successo o l’insuccesso, la longevità o una morte precoce abbiano un certo rapporto col destino» mi scriveva Cai laoshi dopo aver ricevuto la mia lettera con l’annuncio della morte di Elvine, una mia allieva. Amante della musica giapponese – praticava anche un po’ il koto – Elvine aveva scoperto il qin ad un concerto. L’eleganza dei gesti e la bellezza della musica furono per lei una vera rivelazione. Dopo le prime lezioni superò facilmente le difficoltà iniziali e, con mia grande gioia, padroneggiò ben presto diverse melodie. Ma un giorno ci annunciò con un breve messaggio che doveva sottoporsi a un’operazione e che le avrebbe fatto molto piacere se i suoi amici fossero andati a trovarla. All’ospedale ci dissero che Elvine non aveva sopportato lo choc operatorio. Sconvolti, senza saper cosa dire, uscimmo come dei sonnambuli. «La vita assomiglia a un’opera teatrale – scriveva ancora Cai laoshi –. Quando il sipario si alza, gli attori entrano in scena; alla fine dell’opera, gli attori abbandonano la scena in silenzio tra gli applausi scroscianti o fiacchi del pubblico. È così che vanno le cose, spero capirai. Non essere troppo triste. Veniamo al mondo con un corpo e uno spirito. Quando moriamo, questo corpo e questo spirito scompaiono. Ammettendo che dopo la morte lo spirito sia ancora dotato di coscienza, le gioie e i dolori dei vivi avranno un influsso anche su quelli dei morti. Cerca veramente di comprendere questo. Non rattristarti. Abbi cura di te stesso». Qin Il pellegrinaggio a Shaoshan, villaggio natale di Mao, volgeva alla fine. I nostri responsabili ci annunciarono qualche ora d’attesa a Changsha, occasione insperata di fare un giro per quella città, all’epoca ancora poco accessibile. Camminavamo per strade quasi vuote. Pochi i ristoranti, ancor più rari i negozi. Tuttavia, scovai una piccola bottega che vendeva strumenti musicali. Mentre stavo per chiedere se avevano ancora delle corde di seta, l’occhio mi cadde su uno strumento lungo e scuro, appeso a una trave. Era un qin. Non aveva più le corde ed era coperto di polvere, ma sembrava nel complesso in buono stato. A giudicare dalla lacca, non doveva essere molto antico. Me lo vendettero a un prezzo modico. Appena tornato gli misi le corde. Con mia grande gioia, suonava bene. Quando ebbi l’occasione di passare di nuovo da Hong Kong, andai a trovare Cai laoshi e le donai questo qin. Lo fece suonare e mi sembrò molto contenta. A un esame più accurato dello strumento, lei notò la traccia d’una antica lesione nella lacca. La superficie restaurata aveva esattamente la forma d’una 5 farfalla! Affascinata da questa scoperta, si mise a suonare una melodia per me nuova, il cui ritmo mi colpì per la sua libertà. Mi spiegò in seguito che quella melodia faceva allusione al sogno di Zhuangzi. Trasformato in farfalla, Zhuangzi non sa più, al suo risveglio, se è Zhuangzi che ha sognato di essere una farfalla o una farfalla che sogna di essere Zhuangzi… Cose deboli e morbide Quando tracciava dei caratteri, Cai laoshi amava utilizzare dei pennelli molto morbidi di pelo di capra. Preferiva di gran lunga questo tipo di pennello a quelli di peli misti, più duri ed elastici, quindi più veloci e facili da controllare. Il gioco dei pieni e dei filetti nel tracciato dei caratteri non ha mai tanta profondità come quando è prodotto con un pennello «molle», strumento particolarmente sensibile ed espressivo, ma che richiede molta destrezza. Le corde del qin, tese più debolmente di quelle d’un violino o di una chitarra, permettono di eseguire senza sforzo i vibrati, i glissando e gli altri sottili ornamenti che costituiscono il fascino della sua musica. Questi suoni, gradevoli da produrre, si sviluppano talvolta fino al limite dell’udibile, ma la loro forza espressiva ne risulta ancora più grande. (Niente di più debole e molle dell’acqua, diceva Laozi, ma nell’intaccare ciò che è duro e forte, niente la supera…). Il lavoro considerevole che deve fare il musicista per mettere in moto le corde «molli» del suo strumento non è privo di somiglianza con quello del calligrafo che maneggia un pennello di pelo di capra. Dopo la Rivoluzione culturale cominciò a diffondersi nella Cina popolare l’uso, per il qin, di corde di metallo e nylon. Un giorno, alcuni allievi di Cai laoshi vennero a mostrarle un qin sul quale erano montate queste corde. Le provò, ma dichiarò quasi subito che sarebbe rimasta fedele alle corde di seta. Gli allievi non insistettero. A Shanghai e a Pechino certi vecchi maestri accolsero la novità con più entusiasmo. Altri rimasero scettici. Non ebbero tuttavia la fortuna di Cai laoshi: i loro allievi si mostrarono molto insistenti. Alcuni si sentirono perfino autorizzati a sostituire di loro iniziativa le corde di seta del maestro con corde metalliche. Calligrafia «Sì, è bello, ma nient’affatto facile» mi disse Cai laoshi quando le parlai della mia ammirazione per Mi Fu, il grande calligrafo dei Song, una cui opera aspiravo a prendere come modello per i miei esercizi. (Lei mi aveva precedentemente indirizzato verso un esempio più antico, una stele anonima del secondo secolo i cui caratteri rugosi ma possenti si addicevano, secondo lei, a un principiante. Ora, io ero ben lontano dall’averla assimilata a fondo). Mi Fu, il calligrafo preferito di Cai laoshi, quello che lei aveva studiato più a lungo e con maggiore assiduità, era al tempo stesso un grande conoscitore dei maestri del passato e un artista profondamente originale. Genio libero e bizzarro, del quale si raccontano con compiacimento le eccentricità, Mi Fu diceva che col tempo il suo pennello aveva finito col muoversi sulla carta con la stessa naturalezza dello stelo delle piante che ondeggiano sul fondo dei fiumi. Diceva anche che «spazzolava» i suoi caratteri, volendo significare la libertà del suo stile e la disinvoltura con cui scriveva. Ho sempre trovato un’affinità tra il modo di suonare di 6 Cai laoshi e l’eleganza degli scritti di Mi Fu. La stessa libertà li anima, la stessa giustezza. Quando lei partiva da molto in alto per effettuare i suoi glissando folgoranti che cadevano sempre perfettamente al loro posto, forse che Cai laoshi non spazzolava, anche lei, le sue note? Shakespeare «La signora Chen, sposa dell’imperatore Wu degli Han, viveva sola nel palazzo di Changmen, trascurata dal marito. Chiese a Sima Xiangru di comporre un’elegia per descrivere la sua tristezza. Letta la poesia, l’imperatore si pentì». Un brano intitolato «Lamentazione al palazzo di Changmen» rievoca i tormenti della signora Chen. L’avevo imparato e mi esercitavo a suonarlo da Cai laoshi quando arrivarono due studentesse. Per scusare la mia goffaggine, invocai il fatto che, non essendo donna, mi era difficile mettermi nei panni della signora Chen. Le studentesse si presero gioco di me e Cai laoshi mi disse con durezza: «Credi forse che per entrare nei panni di Lady Macbeth Shakespeare abbia avuto bisogno d’essere donna?». Siesta Cai laoshi m’aveva fatto restare a pranzo da lei. Dopo mangiato, andò a fare una siesta. Ne approfittai per suonare sul suo strumento. Dieci minuti più tardi uscì dalla sua camera, accese il piccolo televisore posato sul cassettone e restò là, in piedi, il tempo del notiziario. Sullo schermo scorrevano le immagini caotiche di una città devastata da un tifone nelle Filippine. Il commentatore annunciava numerose vittime. «Bisogna anche essere capaci d’intendere le sofferenze del mondo», mi disse Cai laoshi spegnendo l’apparecchio. Dopo la lezione Cai laoshi aveva traslocato a Kowloon, e il mezzo più rapido per andare da lei allo Star Ferry era prendere la linea 7. L’autobus a due piani lasciava Waterloo Road per infilarsi in Nankin Road. Non gli restava più che filare dritto fino al mare. Un bel giorno, scoprii un percorso più lungo, più lento ma ben più poetico: la linea 8. L’autobus partiva non lontano dall’altro e arrivava allo Star Ferry senza prendere le grandi arterie commerciali. Zigzagava in una delle regioni più popolose di Kowloon, scavalcava una collina, passava sotto edifici immensi e, dopo aver attraversato alcuni quartieri popolari, faceva una sosta alla stazione di Hung Hom prima di giungere a destinazione. Seduto al piano superiore potevo, come al cinema, contemplare comodamente le scene che si presentavano ai miei occhi. Più spesso ancora, tuttavia, lasciavo planare lo sguardo sulle cime degli alberi, immerso com’ero in quella sorta di dolce beatitudine che s’impadroniva di me dopo le lezioni di Cai laoshi. Il discepolo prediletto 7 Alto di statura, viso aperto e sorridente, Cheung Sai Bung aveva quell’eleganza naturale, misto di sensibilità e di pudore, che si ritrova talvolta in certi letterati. Di ritorno dal Giappone, aveva appena pubblicato alcuni importanti articoli sulla storia della musica cinese. Lo incontrai una volta da Cai laoshi, di cui era allievo. Un giorno mi offrì un libriccino che raccoglieva una serie di testi molto avvincenti sulla sua vita in Giappone. Cortese e affabile, era benvoluto da tutti quelli che lo conoscevano. Era un musicista profondo e pieno di riserbo, la cui sincerità confinava a volte col candore. Venimmo a sapere un giorno che era morto a Canton durante una visita alla sua famiglia. A quel tempo, Cai laoshi riprese a suonare una melodia che aveva da un po’ di tempo trascurato, «Piangendo Yan Hui», i cui toni dolenti evocavano le lacrime versate da Confucio alla morte del suo discepolo favorito. L’amico Alla sua prima lezione di qin Cai laoshi ricevette dal suo maestro, Shen Caonong, uno strumento antico dell’epoca dei Song. Noi tutti ammiravamo questo qin chiamato «Ruggito della tigre», dalla lacca ormai opaca. La sua superficie screpolata e un po’ irregolare faceva pensare al carapace d’un vecchio animale. Quando lo si faceva suonare, più che cantare parlava. Nella zona prossima alla testa dello strumento, le note acute, non meno rilassate delle gravi, rispondevano con docilità estrema. Le medie e le basse erano profonde ed equilibrate. Un giorno, Cai laoshi ebbe l’occasione d’acquistare un qin, anch’esso antico, chiamato «Vento nei pini di diecimila valli». «L’oggetto è certamente prezioso e degno d’essere amato – disse Cai laoshi nella prefazione a una poesia che scrisse per l’occasione – ma quando si tratta di suonare, la mia preferenza va sempre al “Ruggito della tigre”, mio compagno fin dall’inizio del mio apprendistato. La vita dell’uomo è effimera, la sua durata non eguaglia quella degli oggetti. Più si ama una cosa, più è difficile rinunciarvi». Poesia Per lungo tempo, delle nubi si addensarono sul mio capo. Cai laoshi, discreta in ogni cosa, non faceva mai domande. Da parte mia, non avrei neanche immaginato di parlarle delle mie inquietudini. Vedendomi anno dopo anno sempre così preoccupato, lei interrompeva talvolta la lezione e piantava il suo sguardo dritto nei miei occhi, dicendomi gravemente: «Apri il tuo cuore!». Per essere sicura di farsi comprendere, aggiungeva il gesto alla parola. Capii più tardi, leggendo le sue poesie, che anche Cai laoshi era passata di là. Aveva conosciuto nella sua giovinezza lunghi periodi di tristezza e di lotte interiori. Messa di fronte alla realtà della guerra e dell’esilio, la sua visione del mondo s’era ampliata, la sua pratica delle arti approfondita. A poco a poco, anche la sua musica s’era placata. Concerti Al termine d’un concerto dato da alcuni allievi di Cai laoshi allo Hong Kong Arts Center, mentre il pubblico continuava ad applaudire, una compagna indicò la nostra maestra che era presente in sala. Cai laoshi si alzò, s’inchinò appena, poi tornò a sedersi. Le avevamo chiesto di suonare a quel 8 concerto ma lei aveva sempre rifiutato. In realtà, suonare in pubblico non le piaceva. Aveva sì partecipato a numerosi concerti al tempo in cui l’università New Asia di Hong Kong cominciava a interessarsi alla musica cinese, aveva anche tenuto dei recital, uno dei quali al Consolato di Francia, ma non conservava un buon ricordo di queste esperienze. Preferiva suonare per sé stessa o per qualche amico. Ci diceva spesso: «Ho suonato bene ieri sera, avrei voluto che ci foste tutti quanti!». Una piccola cerchia di pittori, poeti e musicisti si incontrava di tanto in tanto al “Monastero dei diecimila Buddha” di Shatin, e a lei piaceva unirsi a loro, suonare il qin e comporre poesie nelle quali celebrava la gioia di quelle riunioni. Nonostante la sua riluttanza a suonare in pubblico, Cai laoshi ci incoraggiava sempre, quando eravamo pronti, a presentarci in concerto. Con che cura minuziosa ci aiutava allora a elaborare i nostri programmi, facendoci instancabilmente ripetere i pezzi che avremmo eseguito sulla scena! La sua idea era di far conoscere il qin. Si augurava anzi che questa attività non si limitasse alle sale da concerto ma si estendesse ben presto alle scuole di tutta la colonia. Intavolature Quando andavamo da Cai laoshi per i nostri corsi settimanali, dovevamo prima di tutto copiare accuratamente il passo che voleva insegnarci. Finché questo lavoro di scrittura non era terminato, non si affrontavano brani nuovi. A ripensarci, era un ottimo esercizio che ci faceva prendere coscienza dell’importanza delle intavolature. Solo molto più tardi, una volta che le basi erano state consolidate, Cai laoshi ci autorizzava in via del tutto eccezionale a fotocopiare questo o quel brano, troppo lungo per essere trascritto durante la lezione, affidandoci per un breve istante un volume delle sue partiture. Noi scendevamo alla cartoleria sotto casa, tenendo il quaderno come un inestimabile tesoro. Ma la fotocopia non rendeva se non in modo imperfetto il fascino dell’originale: il giallino della carta diventava grigio e i fogli fotocopiati erano rigidi in confronto alla morbidezza del quaderno. Quello che restava visibile nonostante tutto era la bellezza dei caratteri e l’equilibrio della scrittura. I segni dell’intavolatura erano netti, straordinariamente leggibili; possedevano una specie di sfolgorante dolcezza. I caratteri del testo che accompagnava l’intavolatura erano tracciati con più foga ma sempre in perfetta armonia con le partiture. Questi supporti scritti, d’altra parte, non sono stati mai più che una traccia visibile nell’insegnamento di Cai laoshi, in cui l’essenziale veniva detto senza preavviso, a mezze parole, in un gesto, in un sorriso. Suonare faccia a faccia Gli allievi di Cai laoshi sono tutti concordi nell’affermare l’efficacia del suo insegnamento. Invece d’avere il maestro a fianco o di fronte, ma senza strumento – come avviene spesso – l’allievo si trova in una situazione quasi confidenziale: il suo qin e quello del maestro sono posti faccia a faccia sullo stesso tavolo, a una distanza d’una sessantina di centimetri l’uno dall’altro, lasciando uno spazio sufficiente per la partitura. Questa disposizione permette all’allievo un’osservazione molto dettagliata dei movimenti del maestro il quale, per parte sua, si accorge immediatamente degli errori dell’allievo e li corregge. Questo scambio talvolta non ha bisogno di parole, la forza d’un gesto è 9 sufficiente. Dapprima Cai laoshi suonava una frase che poi riprendeva cantando per aiutarci nella decifrazione. Ma ben presto la suonava di nuovo, questa volta chiedendoci di seguirla. Bisognava essere capaci di riprodurre la frase musicale su due piedi. I nostri balbettamenti erano ben altra cosa – è ovvio – dalla musica che scaturiva dall’energico andirivieni delle sue mani sulle corde; ma questo metodo, che richiedeva un’intensa concentrazione, ci permetteva di afferrare in modo diretto le sottigliezze del ritmo e dell’ornamentazione come pure l’organizzazione generale del brano e la postura appropriata per ogni attacco. Quando ci ritrovavamo soli col nostro strumento, l’impulso potente del faccia a faccia iniziale continuava ad agire su di noi. Terre vergini Cai laoshi ci insegnava il qin in modo molto rigoroso. Eravamo sicuri che le sue interpretazioni fossero assolutamente costanti. Questo senza dubbio ci dava sicurezza, all’inizio, ma quando fummo capaci di suonare due o tre pezzi, comprendemmo che ci eravamo sbagliati. Cai laoshi suonava ora le stesse melodie con una libertà inaspettata. Ora faceva sparire una transizione, ora trascurava disinvoltamente delle ornamentazioni, oppure indugiava a lungo su un vibrato. Il suo «Pescatore ubriaco» era completamente ubriaco, i suoi «Addii al Passo» non erano più così solenni. Uno slancio incredibile animava ogni nota. La minima sospensione sembrava dover durare un’eternità, ma la musica ripartiva, sconcertante eppur eloquente. «Con le melodie del qin – diceva Cai laoshi – si parte sempre dal crudo per arrivare al cotto, e tutto questo per meglio ritornare al crudo». Come avremmo potuto comprendere queste parole, che sembravano un enigma zen, se non avessimo visto la nostra maestra all’opera? Era già una gran cosa se la nostra musica fluiva senza intoppi e senza doverci troppo pensare, ma da questo a pretendere che le nostre melodie fossero «cotte»… Quante migliaia di volte Cai laoshi doveva aver suonato «Le nuvole sull’acqua dei fiumi Xiao e Xiang» prima che un bel giorno nella sua testa scattasse qualche cosa che le facesse prendere coscienza che lei era libera? Le note di questa melodia così familiare le si presentarono improvvisamente come altrettante terre vergini. Era ritornata al «crudo». E quello che ora l’attendeva non erano più le lunghe sedute di esercizi ripetuti, ma un mondo senza intralci, e vivo, dove tutto era da esplorare. «Tutto è nient’altro che un gioco», ci disse lei un giorno, sorridendo. Tracce Cai laoshi mi suonò una volta una melodia la cui prima versione, composta quasi otto secoli fa, evoca il tema d’un esilio, «Nuvole sull’acqua dei fiumi Xiao e Xiang ». Questo lungo brano mi riempì immediatamente d’una ammirazione profonda: c’era dunque in Cina una musica così! Scoprii più tardi, da un venditore di dischi a New York, che Cai laoshi aveva registrato questo pezzo per un 33 giri intitolato «Chinese Classical Music», pubblicato dalla BBC. Appresi anche che questo disco era l’unica registrazione professionale che lei avesse mai accettato di fare. Quando ci vedeva arrivare alla lezione con un mangiacassette, Cai laoshi ci lasciava a volte registrare uno o due pezzi per facilitare il nostro apprendimento, ma per quanto noi l’incoraggiassimo, lei rifiutava di riprendere la strada degli studi di registrazione. Molto più tardi, quelle registrazioni fatte con mezzi di fortuna 10 furono riunite in un doppio CD. Nonostante una presa di suono imperfetta, vi si trovano delle interpretazioni assai belle di brani famosi come «Le tre variazioni sui fiori del pruno», «L’incantesimo del monaco Pu’an» o ancora «Le oche selvatiche si posano sul greto», che evoca uno scenario sereno dal quale l’uomo è assente. Vi figurano anche dei pezzi rari come «Il canto della fedeltà» su una poesia di Yue Fei, il generale del XII secolo che lottò contro l’invasore Jin poco prima dell’arrivo dei Mongoli. Il CD comprende anche una versione di «Nuvole sull’acqua dei fiumi Xiao e Xiang» registrata da Cai laoshi all’età di settantacinque anni. L’energia che l’attraversa è la stessa che animava la versione in 33 giri, ma l’interpretazione è qui più contemplativa e raggiante di dolcezza. Sembra evocare la bellezza del paesaggio e il riflesso delle nuvole più che i tormenti dell’esilio. *** Il 33 giri della BBC «Chinese Classical Music» CMS 635, registrato a Hong Kong e a Taiwan nel 1966 e pubblicato a New York nel 1972, comprende altri due brani di qin interpretati da Wu Chao-han e Yang Szechak. Vi si trovano anche degli assolo di zheng, di pipa e di xiao oltre a un estratto della musica orchestrale del Nan Guan. Nell’opuscolo allegato al disco figura una tavola di quarantatre «caratteri ridotti» indicanti le diteggiature più comuni nella pratica del qin. I caratteri sono scritti in calligrafia da Cai laoshi che ne dà un’illustrazione sonora e li annuncia uno ad uno. Questo disco è stato ripublicato in CD con il titolo «Eleven Centuries of Traditional Music of China, Music from the T’ang, Sung, Yuan and Ming Dynasties (26001600)» CD 311, Legacy International, Beverly Hills, California Le registrazioni effettuate dagli allievi di Cai laoshi sono riunite in un doppio CD, «Tsar Teh-yun: The Art of Qin Music» RB-001006-2C, pubblicato a Hong Kong da ROI Productions nel 2000. In aggiunta ai ventuno brani suonati da lei, il disco include tre pezzi registrati dal suo maestro, Shen Caonong, nel 1956. L’opuscolo illustrativo comprende numerosi testi cinesi scritti in onore di Cai laoshi da amici, studiosi, pittori, calligrafi e musicisti. Una prefazione di suo figlio, George Shen, rievoca l’amicizia della madre con il sinologo, diplomatico e romanziere olandese Robert van Gulik e ricorda le registrazioni di musica da film a cui Cai laoshi prese parte nei primi anni cinquanta. È inclusa inoltre nel documento un’interessante nota biografica in Inglese. *** Scritti Postfazione di Cai laoshi alle poesie del suo maestro Musicista straordinario e perfetto letterato, Shen Caonong, il maestro di Cai laoshi, in tutto il corso della sua vita ha scritto numerose poesie. Fra queste, alcune celebrano le attività della società degli amanti del qin di Shanghai; altre, più intime, evocano le sue esperienze personali o sono rivolte agli amici. Quelle che scrisse per Cai laoshi e le risposte di lei sono un bell’esempio di scambio poetico tra letterati: è con una nuova poesia che si risponde a una poesia, e questo vien fatto riprendendo esattamente le rime dei versi ricevuti. Dopo la morte del suo maestro, Cai laoshi pubblicò i due volumi di poesie che aveva scelto di conservare: «Le poesie 11 manoscritte del Padiglione delle nuvole imporporate». Vi si può ammirare la qualità della sua poesia così come l’estrema eleganza e la finezza della sua calligrafia. Alla fine di ciascun volume compare una postfazione in cui Cai laoshi evoca la vita e la personalità del suo maestro: «Queste due raccolte sono l’opera del mio maestro, Shen Caonong, originario di Xiaoshan nella provincia dello Zhejiang, nato nel 1891 e morto nel 1973. Oltre a queste poesie, egli è l’autore d’un volume di riflessioni sul qin e lascia anche quattro quaderni di documenti come pure tre raccolte di intavolature ricopiate di sua mano. Questi scritti erano conservati presso una cugina, Wu Hanchu. Nel 1980, un amico portò questi testi a Hong Kong, ad eccezione dei quaderni di documenti. È così che ho potuto leggerli interamente. Il mio maestro amava la calligrafia ed eccelleva in tutti i generi, dalla sigillare alla corsiva passando per la scrittura degli scribi e quella corrente. Con lui, tuttavia, non ho studiato altro che il qin e, quando il tempo lo permetteva, un po’ la poesia. Constatando che la pratica del qin stentava a diffondersi, il mio maestro, in collaborazione con due grandi maestri di quest’arte, Zha Fuxi e Zhang Ziqian, redasse un manuale per principianti intitolato “Primi passi nello studio del qin”. Sua moglie, Chen Yunxian, conosceva molto bene la poesia e amava l’opera Kunqu. Era un’eccellente cuoca. S’era applicata tardi al qin. La coppia non ebbe figli maschi ma una figlia, Fohua, nata a Johore, che morì prematuramente all’età di dieci anni, lasciando i suoi genitori inconsolabili. «Il mio maestro era un uomo riservato e retto. In vecchiaia conobbe la mala sorte e fu spesso malato. Buona parte delle sue poesie esprimono il suo disincanto. Per alleviare la sua tristezza suonava il qin. Il suo suono era elegante e naturale. «Confucio disse che l’uomo dabbene teme di scomparire senza lasciare un nome. Quelli che hanno frequentato il mio maestro sanno senza dubbio quale fu il suo percorso di vita, ma pochi conoscevano l’esistenza dei suoi scritti. Eppure essi testimoniano del lavoro d’una vita intera. Quando qualcuno scompare, anche il timbro della sua voce finisce per svanire nella memoria dei suoi amici. Io ho avuto la fortuna d’essere sua allieva. Quando vedo gli scritti del mio maestro, sono come un bambino povero abbagliato alla vista dei tesori esposti in una vetrina. Così, in memoria, pubblico queste poesie perché i suoi vecchi amici possano apprezzarle. Le offro parimenti ai miei amici del qin.» Un articolo di giornale Nel gennaio del 1956 Cai laoshi pubblicò un testo intitolato «Note sul qin » su un quotidiano di Hong Kong, il Huaqiao bao, giornale dei Cinesi d’oltremare. Eccone un estratto: «Il 16 ottobre 1955, i signori Xu Wenjing, Xiao Lisheng, Xi Mingchuang e Zhou Shixin si son riuniti ancora una volta nel convento buddhista Zhilian di Daimon Hill a Hong Kong. Sono stata invitata a questa riunione, alla quale partecipavano anche i signori Sheng Xiansan, Wu Yingming, Yang Pangeng e Lü Zhenyuan. Del tè, delle frutta e dei piatti vegetariani erano posti sulla tavola intorno alla quale ci eravamo installati. Cominciammo a conversare. La discussione aveva raggiunto il suo apice quando, di comune accordo, Xiao Lisheng, Zhou Shixin et Wu Wenjing presero i loro pennelli ed eseguirono una pittura a tre di grande purezza, sul tema dei “Tre amici dell’inverno” (il pino e il bambù, che restano verdi d’inverno, e il pruno, che fiorisce perfino prima dell’arrivo della primavera, simboleggiano tutti e tre la resistenza di fronte alle avversità). Quelli che sapevano suonare il qin, interpretarono allora diverse melodie: “Alba primaverile presso gli Immortali”, “Dialogo del pescatore e del boscaiolo”, “Le oche selvatiche si posano sul greto” come pure la “Melodia d’autunno ai confini”, che tutte contengono un inesauribile sapore. Lü Zhenyuan interpretò poi sul suo pipa numerosi pezzi celebri del repertorio. L’assemblea era soggiogata dalla bellezza e perfezione del suo suono. Eravamo al colmo dell’allegrezza…». Due poesie (1) 12 Poesia da cantare sull’aria «I fiori di magnolia», versione ridotta Dove sono passate le nuvole? Alzate le tende, contemplo la luna. Un filo d’incenso si leva, La montagna tace. (Ne ha visto succedersi di glorie e di cadute!) Raccolgo i fagioli rossi che luccicano nel loro scrigno (2). Le melodie antiche tutte mi sono preziose: Ogni nota risveglia in me il ricordo d’un amico. 1. Queste poesie sono tratte dalla raccolta delle poesie di Cai laoshi, pubblicata à Hong Kong nel 2003, il Yinyinshi shici wengao (in due volumi). 2. Si racconta che nell’VIII secolo Zhang Honghong, musicista particolarmente dotata, si fece notare dall’Imperatore per aver trascritto sul posto, col semplice aiuto di fagioli rossi, un’aria nuova interpretata da un cantore della corte. I fagioli rossi (abrus precatorius), pegno d’amore e d’amicizia in poesia, designano qui i punti d’inchiostro rosso che servono a indicare la pulsazione ritmica nelle partiture del qin. Questo verso allude alla decifrazione e all’interpretazione delle melodie. Quartina Per una pittura offerta da Lu Xingru “Giovane donna in piedi con un qin tra le braccia” Dove te ne vai così col tuo qin? Le strade son piene d’insidie, non arrischiarti. Vieni da me piuttosto, ho una piccola casa, Ci guarderemo senza parlare, questo ci tirerà su. Intervista Un giornalista chiese un giorno a Cai laoshi quale fosse, secondo lei, il modo migliore di propagare l’arte del qin. «Lasciate che vi racconti una storia – rispose lei: tanto tempo fa, in campagna, viveva un notabile che, impressionato dalla fama di un suonatore di qin, lo invitò a venire a esibirsi nel villaggio. Il concerto ebbe luogo nel più grande tempio del circondario. Tutti i villici erano là e ascoltavano il musicista rispettosamente. Ma verso la metà del pezzo, una buona parte dell’uditorio se n’era già andata. Quando la melodia finì, anche il notabile era sparito. Solo un paesano era ancora là, impassibile, a fianco del suonatore di qin. Quest’ultimo si alzò, gli fece una riverenza ed esclamò: «Che fortuna d’aver trovato almeno un intenditore!» «Signore – rispose l’altro – la tavola sulla quale avete suonato è mia. Aspetto che voi abbiate finito per recuperarla». Il senso di questa storia è semplice: non si può sviluppare la conoscenza del qin attraverso una volontà unilaterale. Chi ascolta questa musica deve avere un certo livello di conoscenza. Ma come far sì che gli ascoltatori raggiungano questo livello? Ecco una cosa che non si può ottenere per forza. È solo attraverso un lungo lavoro d’insegnamento e di formazione che ci si può arrivare. L’arte del qin resta innanzitutto una pratica individuale per coltivare il proprio io. Quando si suona per gli altri, ciò di solito avviene durante riunioni tra amici, per degli amatori, o tutt’al più per il piacere d’un gruppo ristretto d’ascoltatori. Questo non ha impedito al qin di perpetuarsi attraverso i secoli, il che prova, se ce ne fosse bisogno, il reale valore di 13 quest’arte. Il primo compito, mi sembra, è di fare in modo che più persone prendano coscienza del valore del qin affinché tale pratica continui a vivere. 14 (CALLIGRAFIA DI CAI LAOSHI): LA CAMERA DELL’INSONDABILE VIRTÙ DEL QIN Questa camera è il luogo in cui suono il mio strumento e faccio della calligrafia per mio piacere personale. Ho vissuto l’esperienza dell’esilio e dei conflitti, ma non ho mai abbandonato i miei esercizi. Ho conosciuto successi e fallimenti, incontri e separazioni; ho fatto il pieno di dolori e di gioie; ho sofferto i mali del corpo e dello spirito, ma questa minuscola cameretta mi accoglie sempre per coltivare il mio cuore, per dissipare la mia angoscia e dare libero corso alle mie emozioni. È là che voglio invecchiare e morire. 15