DOMENICA 15 SETTEMBRE 2013 TRAVERSATA da BELLAMONTE al PARCO DI PANEVEGGIO (Val Travignolo) BELLAMONTE (m. 1.372) E’una frazione di Predazzo dal quale dista 6 km. E’ luogo di soggiorno estivo e di sport invernali, disteso su di un terrazzo in sponda destra del Travignolo, dominato dalle cime del Colbricon, Cece, Cauriòl e dalle Pale di San Martino. Case di legno rustiche con i tipici “ tabiadi” sono sparse tra i prati. L’ambiente è stato comunque alterato dai complessi residenziali turistici e dalle seconde residenze. Questa vasta estensione di prati in passato era falciata fino a quasi 2000 m. di quota. A proposito Ottone Brentari nel 1859 scrive: “ Nei secoli scorsi i prati si consideravano come più preziosi dei boschi; e perciò nel primo libro delle “Consuetudini “ vi erano non meno di otto capitoli che provvedevano al buon ordine e vantaggio di queste praterie ( Bellamonte). Esse dal luglio al settembre brulicano di Fiemmesi che qui restano a falciare e raccogliere il fieno, e non ne scendono che la Domenica mattina, per risalire ancora nel pomeriggio e passare poi quassù tutta la settimana. Dormono nelle tende che si vedono biancheggiare su per le coste di Viezzena , il quale monte, al di sopra delle praterie delle pezze, è, sino alla cima coperto di bosco. Sono circa 300 persone in media, delle quali due terzi uomini, perché basta una “ rasteladora” ogni due falciatori. Vivono a polenta e formaggio e nei giorni di pioggia, non potendo accendere il fuoco, per far quella, mangiavano pane. Il “boletin” cavato a sorte assegnava ad ogni fiemmese la “pezza” da falciare. Nel XV° secolo Bellamonte era chiamata il “ monte del fieno”. In quello precedente fu teatro di scontri tra pastori fiemmesi e primieroti conclusisi verso il 1340 con la fissazione dei confini al Rio Bocche. I prati in alto sono ancora della Comunità e del Feudo e la tradizione è in parte rispettata. Cosi dicasi per le praterie in basso , molte delle quali sono di quelli di Tesero. PASSO DI LUSIA (m. 2.056) E’ un’insellatura prativa che incide profondamente il crinale che separa la Valle di San Pellegrino da quella del Travignolo, fra il monte Vièzzena e il massiccio di Cima Bocche. Sul versanter settentrionale si sviluppano gli impianti sciistici che gravitano su Moena, verso sud si aprono i pascoli di Bellamente . A oriente si alza il massiccio di Cima Bocche. Sul passo l’omonimo rifugio. PANEVEGGIO (m. 1.512) Immediatamente a valle del lago artificiale di Paneveggio - o di Forte Buso, dal nome del vicino forte austriaco - la statale (ss. 50) che sale da Predazzo entra nel Parco Naturale. Vi si snoda per circa 15 chilometri, fino a poco oltre Passo Rolle, a monte di San Martino di Castrozza. Il lago (circa 30 milioni di metri cubi) è frutto di uno sbarramento artificiale costruito negli anni Cinquanta, una diga di calcestruzzo ad arcogravità ancorata sulla rupe di porfido. Tramite condotte sotterranee le acque sono convogliate sul lato opposto della catena del Lagorai, alla centrale di Caoria. Poco oltre il lago si trova Paneveggio. Anticamente vi era un ospizio che (insieme a quello dei Santi Martino e Giuliano a Castrozza) serviva ai viandanti che affrontavano i passi di Rolle e di Valles per malagevoli sentieri. Con la nascita del turismo nella seconda metà dell'Ottocento fu trasformato poi in albergo. Era affiancato da una chiesetta costruita nel 1733 e da alcune segherie e depositi di legname. Paneveggio è al centro della foresta demaniale che copre i due versanti dell'alta Val Travignolo, dalle pendici di Cima Bocche al Colbricon, la Val Venegia e la valle del Rio Vallazza oltre il Pian dei Casoni. PARCO NATURALE DI PANEVEGGIO La foresta di Paneveggio ha una lunga storia. Fu per secoli proprietà del Principe del Tirolo, e viene citata come proprietà erariale in ordinanze forestali del 1651 e del 1698. Nel 1847 l'Imperatore d'Austria riconobbe il diritto di sovranità principesca esclusiva sulle foreste erariali del Tirolo. Era previsto comunque che in seguito, per concessione del sovrano, alcune porzioni delle foreste potessero essere date in proprietà ai Comuni, a titolo di risarcimento per gli antichi diritti di servitù. Da questa legge restarono determinati i rapporti di proprietà di boschi e pascoli in Trentino: le attuali Foreste Demaniali sono la parte che restò ininterrottamente di proprietà principesca e non venne mai ceduta alle Comunità locali passando direttamente allo Stato italiano (nel 1919, con il trattato di Saint-Germain) e poi, dal 1951, alla neo-istituita Regione a statuto speciale Trentino Alto-Adige. Infine, nel 1973, con il secondo statuto di Autonomia, le foreste furono attribuite alla Provincia Autonoma di Trento. Circa 700 ettari di pecceta nel Parco, a contatto con la foresta demaniale, hanno una diversa origine: sono una piccola parte dell'enorme patrimonio forestale della Magnifica Comunità di Fiemme, una specie di piccola repubblica rustica che affonda le proprie radici nel XII secolo. Al 1110, infatti, risale un patto con cui il principe-vescovo di Trento, Gebardo (da cui il nome di "Patti Gebardini"), assicurava ai Comuni della valle riuniti in Comunità un'autonomia amministrativa, che si concretizzò ben presto nell'affermazione del diritto di proprietà sui boschi di Fiemme, destinati ai bisogni delle chiese, al "rifabbrico" e alle necessità degli abitanti della valle. Nei secoli passati i boschi di Fiemme vennero affittati per brevi periodi a mercanti forestieri, finché, a partire dal Settecento, la Comunità assunse in proprio la gestione del patrimonio forestale. Analogamente a quelli di Paneveggio, i legnami dei boschi di Fiemme rifornirono la Repubblica di Venezia (i documenti della Serenissima parlano della Comunità come "Magnifica Sorella"). A partire dall'età napoleonica l'autonomia della Magnifica Comunità di Fiemme fu limitata, ma ancora oggi questa istituzione esiste come organo che amministra il grande patrimonio forestale, ripartendo il reddito fra tutte le famiglie della valle in base a consuetudini antiche. Due secoli fa la foresta aveva un'estensione pari a un terzo di quella attuale, a causa dello sfruttamento intensivo per rifornire di legname i cantieri della Repubblica di Venezia. Nel corso della prima guerra mondiale, poi, il fronte l'attraversò per quasi tutta la durata del conflitto e la massa di legname abbattuta in quel periodo corrisponde a quanto, con la gestione attuale, si abbatte in trent'anni. Gravi danni furono provocati anche da un violento ciclone abbattutosi nel 1926 e dall'alluvione del 1966 (se ne vedono tracce, fra l'altro, in un punto accuratamente segnalato nel sentiero di Val Miniera, sul Rio Bocche). L'aspetto di questa foresta è dunque il risultato di un lungo intervento dell'uomo: l'attuale strumento di pianificazione di tale intervento è un periodico Piano di assestamento, basato su un attento monitoraggio della realtà forestale. Il primo Piano di assestamento risale al 1876. È compito del Servizio Parchi e Foreste Demaniali della Provincia Autonoma di Trento curare la gestione economica e la sorveglianza della foresta, le fasi della trasformazione del legno e la vendita del prodotto tramite la segheria demaniale di Caoria. L'estensione attuale della foresta di Paneveggio è di circa 2700 ettari. Lo strato arboreo è costituito in prevalenza (85%) da abete rosso (Picea abies), che occupa la fascia altimetrica compresa fra i 1500 e i 1900 metri. Più in alto, fin verso i 2200 metri, diventano più frequenti il larice (Larix decidua) e il pino cembro (Pinus cembra). Nella rinnovazione della cembreta ha un ruolo importante la nocciolaia (Nucifraga caryocatactes): nel periodo di maturazione dei pinoli, infatti, questo corvide crea vere e proprie dispense di tali semi, che utilizza poi nei periodi di magra. In alcuni casi, però, scorda l'ubicazione delle riserve, dalle quali in primavera germogliano nuove piantine. L'abete bianco (Abies alba) è più diffuso nel tratto di foresta di fronte a Bellamonte (quindi fuori dal Parco), anche se lo si trova fin verso Paneveggio, per esempio in Val dei Buoi. Il faggio manca completamente. Assai scarse le altre latifoglie; solo presso il lago e sulle sponde del torrente, alle quote più basse, crescono pioppi tremuli, sorbi, betulle, salici, aceri di monte e ontani. Ad alta quota, in zone poco accessibili (per esempio in Val Ceremana, dove la crescita degli alberi è lentissima e dove non si effettuano tagli forse da settant'anni a questa parte), ma anche più in basso, nella riserva forestale della Val dei Buoi, vi sono nuclei di bosco lasciati a se stessi che restituiscono alla foresta il suo aspetto più naturale. Col tempo, questo si potrà forse dire anche delle zone più basse, perché i nuovi piani forestali prevedono che i tronchi da tagliare siano scelti in modo da favorire la convivenza di esemplari di età diverse (come accade nelle foreste allo stato naturale) e che rami e tronchi caduti vengano in parte lasciati in loco, ad aumentare la biomassa sul terreno. La pulizia del sottobosco, in realtà, è legata da antica data allo sfruttamento economico: è un modo per ridurre la proliferazione di un pericoloso insetto, il bostrico (Ips typographus), che in determinate condizioni può portare alla distruzione di notevoli quantità di abete rosso, in quanto scavando gallerie sotto la corteccia distrugge i percorsi linfatici della pianta. La nostra attenzione è sovente attratta dal rumore caratteristico del picchio. Vi sono nelle foreste del Parco cinque specie di Picidi accertate; ricordiamo il raro picchio tridattilo (Picoides tridactylus), del quale si è scoperta la presenza da pochi anni, e il picchio nero (Dryocopus martius), più frequente abitatore delle peccete. Ma fra la ricca avifauna possiamo ricordare anche varie specie di Silvidi come il regolo (Regulus regulus) e la capinera (Sylvia atricapilla); di Paridi quali le cince (Parus); di Turdidi come la cesena (Turdus pilaris), la tordela (Turdus viscivorus); inoltre il merlo acquaiolo (Cinclus cinclus), assiduo frequentatore dei corsi d'acqua e il rampichino alpestre (Certhia familiaris), caratteristico per la capacità di arrampicarsi sui tronchi eseguendo una linea elicoidale. Nel sottobosco di Paneveggio dominano i mirtilli rosso e nero (Vaccinium vitis-idaea e V. myrtillus) e si può osservare anche un esteso strato muscoso. Nei tratti più fertili e umidi (lungo i torrenti) si trovano popolazioni di farfaraccio bianco (Petasites albus), mentre nelle radure ombrose delle parti più fresche è diffuso il cavolaccio alpino (Adenostyles alliariae). Non è difficile, tra l'enorme varietà d'insetti, riconoscere i grossi nidi, fatti di ramoscelli e aghi di conifera, della formica rufa (Formica rufa), che è presente in tutte le peccete del Parco. È questa una specie ritenuta di grande importanza nei sistemi boschivi per la sua attività di "spazzino" e di predatrice d'insetti. Il versante in sinistra Travignolo, esposto a nord, presenta uno strato di muschi più diffuso e una minore ricchezza floristica rispetto a quello in destra Travignolo, a sud, più ricco di specie e con meno Briofite (muschi). Questa asimmetria è dovuta anche all'affioramento di rocce carbonatiche sul versante a sud. La pecceta, affascinante per l'ombra, la vastità, la complessità, è oggetto da molto tempo di accurati studi sull'ecologia, l'accrescimento e sul danneggiamento che gli Ungulati provocano alla rinnovazione forestale. Orario estivo del centro 9-12.30 e 14-17.30 DESCRIZIONE ITINERARIO TRAVERSATA DA BELLAMONTE AL PARCO DI PANEVEGGIO Gruppo Viezzena-Bocche Remunerativa escursione con panorama sul gruppo delle Pale di S. Martino e visita al Centro Visitatori del Parco Naturale di Paneveggio ITINERARIO ESCURSIONISTICO Difficoltà: E Dislivello in salita: m. 450 Dislivello in discesa: m. 450 Ore totali: 4,00 Ore di salita: 1.45 Partenza da Bellamonte (località Castelir - m. 1.560) nei pressi della stazione a valle degli impianti di risalita del Lusia. Per mulattiera, con ampio panorama sulle gruppo delle Pale di S. Martino si raggiunge l’agglomerato di Malga Canvere (m. 1977 - ore 1.30). Per sentiero SAT 623 ci si dirige verso est giungendo alla panoramica Malga Bocche (m. 1.945 - ore 1,00). Da qui, seguendo sempre una comoda mulattiera si giunge in breve al bivio con il sentiero SAT 626 (ore 0.15) che, in discesa, ci porta al Centro Visitatori del Parco di Paneveggio (m. 1.524 - ore 1.00). Al Centro Visitatori vi è la possibilità di effettuare la visita (fauna locale). ITINERARI TURISTICI a) Possibilità di accedere con mezzi di risalita al Passo Lusia dove si gode di ottimo panorama sulle Dolomiti e ridiscendere con stessi mezzi b) Possibilità di effettuare brevi passeggiate nei dintorni del Centro Visitatori del Parco di Paneveggio