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Christmas Tales nasce molto timidamente nel Natale del 2010, su un blog letterario
ancora agli albori ma che avrebbe perpetuato questa tradizione fino ad oggi.
Avevo voglia di avviare un progetto che regalasse qualcosa ai lettori in uno dei periodi più sentiti dell’anno, quando i doni non sono soltanto un obbligo tra parenti ed
amici ma talvolta servono persino a sorprendere ed allietare chi ci sta vicino. “Natale
non è Natale senza regali” borbottava d’altronde qualcuno, così anche io desideravo
lasciare un ricordo a chi inciampava sul mio blog, e i racconti erano l’idea migliore
che mi fosse venuta.
L’intuizione mi è costata questa volta un gran lavoro, decisamente maggiore di quello degli scorsi due anni, che ha richiesto due fasi: una preliminare che consiste nella
distribuzione dei racconti sul Dusty pages in Wonderland –usuale anche nelle scorse
edizioni-, quest’anno arricchita da un’immagine interattiva presso cui scaricare i pdf
degli elaborati, e una seconda che trova espressione in questo eBook.
Ringraziare gli scrittori che hanno partecipato al progetto non è semplicemente doveroso: la loro disponibilità, il confronto, la generosità con cui si sono prestati, l’entusiasmo e l’attiva partecipazione hanno reso l’esperienza unica sotto tanti aspetti, non
ultimi quelli umani. La collaborazione con loro, grazie a cui Christmas Tales è nato e
vive, è la dimostrazione di quanto di bello possa trarsi dalla letteratura. Un grazie
particolare va anche agli illustratori Mario Chiabrera e Michele Penco, che hanno
riempito di talento le pagine di questo libro, e a Mirco Rizzo che ha pazientemente e
quotidianamente fornito supporto tecnico per la prima fase del progetto. E a Valerio
Emanuele, senza ombra di dubbio, indefesso compagno nella buona e nella cattiva
sorte, nei “momenti no” e nei “momenti sì”, che da tanto tempo mi sopporta e realizza puntualmente la grafica dei miei sogni (inclusa quella di questo eBook). Senza la
partecipazione di ognuna di queste persone, Christmas Tales sarebbe rimasta un’idea
furoreggiante nella mia testa come tante altre. E, se a Natale dobbiamo proprio imparare qualcosa, io ho appreso che l’altruismo e la buona volontà possono fare grandi
cose.
Dusty pages in Wonderland ringrazia sinceramente e di cuore, e, lettore, ti lascia a questi quattordici bellissimi racconti: troverai fiabe, thriller, storie fantasy e fantascientifiche, di lunghezze varie per accontentare tutti i palati. Troverai emozioni, brividi,
suspance, sorrisi e molto altro.
Con la speranza che il regalo sia di gradimento, ti faccio i miei migliori auguri di buon
Natale.
Federica Urso aka Malitia
Admin del blog letterario Dusty pages in Wonderland
www.dustypagesinwonderland.blogspot.it
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Il volto
Paola Calvetti
s
ignore mi dovrà perdonare se io, una sconosciuta, oso scriverle. Lei è uno
sconosciuto, per me. Fatico a usare questo termine, però, perché ho il sospetto che la
definizione sia assurda, strana e non corrisponda alla realtà dei fatti. Lei ed io, signore, non ci siamo mai incontrati prima di stasera, poche ore fa; non ci siamo scambiati
nemmeno una parola, un saluto, uno sguardo. Non ci siamo avvicinati l’una all’altro.
Ignoro il suo nome così come lei continuerà ad ignorare il mio. Lei non avrà notato la
donna seduta a pochi passi dal suo palco, primo ordine, io stessa le ho rivolto poche,
distratte, occhiate. Con la timidezza che il luogo stesso suggeriva. Così come la luce
di questo concerto di Natale, penombra pura, aiutava a credere.
Non c’era nulla in lei che richiamasse particolarmente la mia attenzione: un uomo ...
diciamo... maturo?, pressappoco della mia stessa età, i lineamenti leggermente, oh
solo leggermente, marcati come se il tempo fosse passato, distrattamente, a lasciare
soavi, piccoli segni. Vestito con cupa eleganza, senza strafare, il papillon color menta
le dava un carattere vezzoso. Ciò che la caratterizzava era la perfetta immobilità del
suo corpo. Anche quando iniziò il Terzo Movimento della Sinfonia lei fu l’unico fra
i palchi e in platea a non sollevare il programma che teneva posato in grembo, per
leggere quanto avrebbe presto comunicato la voce del soprano, e forse proprio in
quell’attimo la osservai con un certo interesse, una garbata insistenza, quanto la mia
condizione permetteva, e forse proprio in quel momento la osservai con deciso interesse, colpita dalla tesa concentrazione in cui lei pareva immerso e da cui nulla poteva
essere in grado di scuoterla.
Null’altro leggevo sul suo volto: non un sentimento, non l’indizio di un pensiero, solo
pura attitudine all’ascolto. Un’espressione che altri avrebbero giudicato ottusa, ma
in lei non lo era, anzi, guardandola pensai che quella fissità nascondeva del dolore.
C’era tuttavia qualcosa di inquietante in quel volto severo, come scolpito su una quercia millenaria. La voce di soprano evocava dolore e sensualità, il coro dei bambini
raccontava disperazione e io mi chiedevo se in lei, di tutto questo, esistesse traccia.
Quando le voci del coro si tacquero, l’orchestra si mise ad accordare strumenti, mentre il pubblico come sempre profittava della libertà concessa, per tossire e schiarirsi la
gola. Brutale intrusione della realtà nella sfera di silenzio che la musica aveva offerto
fino a quell’attimo. Lei non sembra udirli. Il suo corpo era in attesa ed io provai una
viva agitazione, quasi che qualcosa stesse per compiersi a mia insaputa. La tosse cessò, nella sala e fra i palchi scese silenzio, il direttore sollevò la bacchetta e la melodia
dell’adagio si levò sommessa. Da quel momento, signore, non levai più lo sguardo dal
suo volto. Fu un prodigio guardare come la musica trasfigurava il suo volto scioglien4
done, lentamente, la rigidità. Senza perdere la loro magnifica compostezza, i suoi
lineamenti incarnavano il suono, le sue anse, i suoi vortici, mentre le dita della sua
bella mano stringevano il bracciolo della sedia in velluto, come se lei volesse fermare
a quella soglia un dolore a stento trattenuto. Era, lo ricorderà signore, il punto in cui
la musica si scioglie in un abbraccio corale e lei, esattamente in quel momento, sollevò
la mano e la portò alla fronte. Al culmine del crescendo lei si coprì gli occhi con un
palmo, poi tornò a poggiare la mano sul bracciolo mentre, finito lo strepito degli ottoni, la melodia degli archi restituivano sollievo, affermando con violenza la dolcezza
insidiata in lei. Questa, lo sentivo, era la sua dimensione, la vidi libero dalla gravità
del dolore, dal peso degli anni. E dei ricordi. Questa, lo sentivo, era la sua dimensione,
signore.
Temetti per lei, per noi, quando la musica terminò, dissolvendosi nell’applauso dei
mille intorno a noi. Temetti che quel brusco ritorno da quella regione lontana nella
quale lei era finalmente approdato, la scuotesse, la guardai smarrito, mentre il suo
volto, così amico e oserei dire – amato – ridiventava a poco a poco quello che era: il
volto di uno sconosciuto. La maschera dell’estraneità calava sui suoi lineamenti rendendoli di nuovo opachi al mio sguardo.
Senza quella maschera avrei forse trovato il coraggio di avvicinarmi a lei, di parlarle,
anche se non so bene per dirle cosa. Quelle stesse cose, suppongo, che ora le sto scrivendo con la schiettezza che appartiene di diritto alle lettere destinate a rimanere nel
cassetto. Perché queste righe non le verranno mai spedite, che non saprei nemmeno
a chi indirizzarle. Ora, in questa sera di Natale, nulla mi sembra più orribile dell’idea
di poterla un giorno incontrare di nuovo, come si conoscono le persone che portano
la maschera ben calata sul volto. Altrove forse ci conosciamo da sempre, in quella
regione dove non esistono né maschere né volti, ma dove abitiamo se le note di una
Sinfonia riescono a strapparci a noi stessi per un breve attimo.
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Notte a Bethlehem
Ornella Albanese
C
attesa.
’era qualcosa in quel tramonto color ocra. Una sensazione strana, come di
Attesa della festa, certo. Le lucerne erano pronte su ogni finestrina per essere accese
all’imbrunire. E le vie erano affollate di gente. Passi, voci, risate. Molti erano venuti
per il censimento e avevano trovato Bethlehem in festa. Le locande erano piene e anche alcune case ospitavano i pellegrini. Persino sui tetti piatti, in giacigli di fortuna.
Erano tutti felici tranne lei, chiusa nella sua stanza. Chiusa con il paletto da sua madre.
«Come un anello d’oro al naso di un maiale,» le aveva detto sua madre, che usava le
massime del sacro libro quando voleva imporre la propria autorità. «Così è una fanciulla bella, ma priva di senno».
Rivka si avvicinò alla finestrina e guardò di nuovo fuori quella festa che le era negata. Priva di senno solo perché si era innamorata dell’uomo sbagliato? Era promessa a
Cefas, il vasaio, che nelle mani aveva sempre residui di creta. Che era tarchiato, con
pochi capelli e molti anni. Lei invece amava Yacoov, il mercante di profumi, che qualche giorno prima era venuto a Bethlehem per la festa e che presto sarebbe tornato a
Gerico, dove abitava. Si erano visti due volte alla fonte. Era bello, con occhi ardenti,
giovane e indomito, lo avrebbe seguito dappertutto.
Invece sua madre l’aveva chiusa in casa, atterrita. «Vuoi essere lapidata? Eppure lo sai
cosa succede a chi giace con un uomo diverso dal suo promesso.
Certo che Rivka lo sapeva. Era bambina quando lei l’aveva trascinata a vedere una
lapidazione affinché traesse le sue conclusioni e si comportasse come doveva.
«Io amo Yacoov!» aveva protestato. «E lui ama me».
«Non puoi amare chi non conosci».
«Come l’acqua riflette il volto, così il cuore di un uomo riflette l’uomo» aveva risposto lei, combattendola con le stesse armi, le massime del libro sacro.
«Non puoi conoscere il cuore di un uomo che non conosci». La voce di sua madre era
inflessibile. «E nel suo viso vedi solo quello che lui vuole mostrarti».
Adesso Rivka pensava agli occhi di Yacoov, trasparenti e pieni d’amore. Nessuno l’a7
vrebbe indotta a credere che celassero un inganno.
E poi eccoli, quegli occhi, a un palmo dalla finestrina.
«Esci, Rivka, c’è la festa».
«Non posso, mia madre mi ha chiusa dentro perché non vuole che ti veda».
Lui aveva corrugato la fronte e la sua espressione era diventata intensa. «Fuggi con
me, Rivka bella come il sole».
Lei trattenne il respiro e si guardò intorno. Aspirò il profumo del grano abbrustolito
che sua madre stava preparando per cena. Pensò alle mani sporche di creta di Cefas.
Diede un rapido sguardo al vestito azzurro che indossava. Poi salì su una seggiola e
uscì dalla finestra, lasciandosi scivolare nei bagliori ocra di quel tramonto.
« Che strana luce ha il cielo » disse Yacoov, mentre l’accoglieva contro di sé, stringendola in un abbraccio. Si tolse la kefiyah e le sorrise. «Mettila tu, non devono riconoscerti».
Rivka indossò il copricapo scuro facendo in modo che il viso rimanesse nascosto, poi
si avviarono insieme verso la stradina che conduceva fuori Bethlehem.
° ° °
«Aspettami qui, sotto questo sicomoro» le aveva detto Yacoov. «Non muoverti, tornerò presto, devo prendere il cavallo e la mia roba, poi andremo a Gerico».
Ma il buio era calato all’improvviso, spesso e denso come una colata di inchiostro. Un
buio che faceva paura.
Il respiro di Rivka si affannò. Le tornarono in mente tutte le frasi di sua madre e le
massime del libro sacro che mettevano sull’avviso le ragazze sventate come lei. Non
riusciva a stare ferma in quel buio. E se Yacoov non fosse tornato? Dopotutto, cosa
sapeva di lui? Solo quello che gli era piaciuto raccontarle.
Vide un piccolo lume più avanti. Lasciò il sicomoro e lo raggiunse, seguendo una scia
odorosa di frittura. Era il panchetto di un venditore di frittelle, un ragazzo dalla faccia
allegra. Rivka era affamata ma non aveva monete con sé. Il profumo del frumento
abbrustolito di sua madre diventò nostalgia. Superò il panchetto perché vide un’altra
luce più avanti. Debole e vacillante, si riverberava fioca su un gregge di capre. Ma
doveva percorrere un tratto buio per raggiungerla.
Non sapeva cosa fare, l’unica cosa sicura era che non sarebbe rimasta lì con il rischio
di attirare l’attenzione. Percepì la presenza di altra gente, piccoli gruppi diretti alla
festa. Lei era l’unica sola e andava nella direzione opposta.
Mosse qualche passo e fu in quel momento che una luce sfolgorante esplose nel cielo
d’inchiostro, accecandola.
Rivka sussultò e poi si impietrì.
° ° °
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Con un salto improvviso Yoel afferrò una ghirlanda di frittelle e subito scappò nel
buio.
«Ladro di strada!» strillò l’uomo robusto, al di là del panchetto. E si lanciò all’inseguimento urlando al ragazzo che lo aiutava: «Bada tu alle frittelle!»
Il bambino correva nella notte, con il cuore che picchiava come un tamburo. Non si
aspettava che quel grassone lo inseguisse e non si aspettava neppure che fosse così
veloce. Corse sperando di non cadere, stringendo in mano le frittelle appiccicose di
miele e perdendone qualcuna nella concitazione della fuga. Vedeva in fondo una luce
fioca e correva a perdifiato per raggiungerla. Era una lucina oscillante, appesa al bastone di un pastore.
«Sterco del demonio!» urlava l’uomo dietro di lui. «Riuscirò ad acciuffarti!»
Il ladruncolo correva ancora più forte.
Ecco, adesso era a un passo dal gregge.
«Nasconditi tra le capre» disse il pastore, senza girarsi.
Yoel non se lo fece ripetere. Si tuffò letteralmente tra quei manti lanosi, molto confortevoli visto che la sua tunica era leggera per quella notte fredda.
Anche l’uomo arrivò, ansando e sbuffando. «Hai visto un miserabile ladruncolo con
le mie frittelle?» chiese, il respiro quasi un sibilo tra i denti.
«Appena un minuto fa» rispose il pastore. «Correva come una lince del deserto!»
L’uomo si asciugò il sudore con la manica della tunica. «Allora io mi fermo qui. Me
l’ha fatta, miserabile ladro di strada!» Era stanco e senza fiato, e poi non poteva lasciare troppo a lungo da solo quell’incapace del suo aiutante. Girò le grandi spalle e
tornò indietro.
La testa arruffata di Yoel spuntò tra i dorsi delle capre, un sorriso pieno di denti sul
visetto magro.
«Vuoi una frittella, pastore?» strillò, agitandole in alto come un trofeo.
E poi strinse gli occhi, accecato da una luce chiarissima e abbacinante che aveva riempito il cielo.
° ° °
Sotto il sicomoro non c’era.
Yacoov scese da cavallo, incredulo e anche un po’ spaventato. Cosa poteva essere
accaduto? Eppure glielo aveva detto di non muoversi di là, le strade sono pericolose
di notte per una fanciulla sola. Strinse i pugni, furente. Aveva sbagliato a lasciarla
sotto quell’albero, ma tornare a Bethlehem con lei sarebbe stato un rischio ancora più
grande. Adesso aveva il cavallo e poteva condurla a Gerico, dove l’avrebbe presa in
moglie. Sorrise, nonostante la furia. Non gli era mai capitata una simile stranezza, con
una donna. Da quando l’aveva vista alla fonte, l’aveva pensata in ogni minuto delle
sue giornate e l’aveva sognata in ogni attimo delle sue notti.
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Ma adesso non c’era.
Si avviò per la stradina sterrata in direzione di un panchetto di frittelle. Si rivolse
all’uomo grasso e sudato che stava prendendo posto accanto a un ragazzo dal sorriso
vacuo.
«Hai visto una giovane donna sola?» gli chiese. «Con un vestito azzurro e una kefiyah
nera».
«Pensi che abbia il tempo di guardare le ragazze?» rispose l’uomo sgarbatamente.
«Già devo badare ai ladri di strada!»
Yacoov proseguì cercando di aguzzare la vista nell’oscurità. L’ansia si stava impadronendo di lui e gli confondeva i pensieri. Dove poteva essere andata? Ricostruì con la
memoria il paesaggio che lo circondava e gli apparve immenso, distese pietrose, monti impervi, piste che si addentravano in mondi sconosciuti. Era possibile che l’avesse
perduta per sempre.
E stava accadendo un’altra cosa bizzarra. Gruppetti di gente e di pastori camminavano accanto a lui, nella sua stessa direzione, volgendo le spalle a Bethlehem e alla festa.
Si fermò, disorientato. Non riusciva a capire.
E poi il panico gli dilagò nelle vene, impietrendolo. Una luce accecante che aveva l’intensità di mille lampi sembrò riempire in un istante la terra e il cielo.
° ° °
Si erano dimenticati di lui.
Il capretto arrancò lungo il sentiero, vacillando sulla zampetta ferita.
Seguiva l’odore. Odore di morbido e di latte. Sua madre era avanti, nel gregge spinto
dalla verga crudele del pastore, e lui arrancava penosamente, non sarebbe mai riuscito a raggiungerli.
Belò, disperato.
Avvertì sua madre belare, da qualche parte nella notte, troppo lontana, irraggiungibile.
Anche l’odore si era fatto lieve.
Superò la luce profumata di frittelle e si immerse di nuovo nel buio.
Con la sua zampa rotta non sarebbe andato lontano.
Si fermò.
Poi decise di non arrendersi.
Un passo traballante dopo l’altro e l’odore di madre sempre più leggero, sempre più
lontano, sembrava disperdersi nel buio. Tutti i suoi sforzi gli sembrarono inutili.
Poi una luce sfolgorante esplose intorno a lui e il suo piccolo cuore sembrò fermarsi.
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° ° °
«Bellabellissimalastellacometa!» strillò Luli quando suo fratello Matteo l’accese, illuminando di luce sfolgorante tutto il presepe di cartapesta. Poi allungò le dita grassocce verso il capretto. «Si è rotto » strillò ancora, guardando la zampina più corta.
Matteo strinse le labbra, perché sperava non se ne accorgesse. Gli era caduto e la zampa si era spezzata, non era poi la fine del mondo. Pazienza se era il capretto preferito
di Luli. «E’ tardi, fila a dormire» le disse brusco e se ne uscì dalla stanza.
Luli invece rimase ferma a contemplare il presepe. Suo fratello aveva fatto un lavoro
bellissimo.
Con dita lievi poggiò il capretto più avanti, vicino al gregge. Da solo, con quella zampetta zoppa, non lo avrebbe mai raggiunto.
Era tardi, ma voleva guardare tutto per bene. Accarezzò con lo sguardo le montagne
pietrose della Giudea, i piccoli uadi umidi d’acqua, i bivacchi, le minuscole case dai
tetti piatti di Bethlehem, quell’albero dal nome difficile, socomoro o sicomoro, non
si ricordava più. E quegli altri dal nome che sembrava una musichetta: terebinti. Poi
osservò le statuine che popolavano il paesaggio. Quelle piccole della nascita, dentro
la grotta lontana, lì dove si era posata la stella cometa, e poi il grasso venditore di frittelle, dall’espressione arcigna, i gruppetti di pastori, il bambino che la faceva ridere
sporgendo la testa tra le capre. Guardò i re Magi, così lontani eppure nitidi contro il
cielo notturno.
Stava per andarsene quando notò la statuina della ragazza col vestito azzurro e il copricapo nero. Era l’unica sola, in tutto il presepe. Anzi no, più dietro c’era un giovane
uomo che tirava un cavallo per le briglie.
Luli corrugò la fronte.
Poi con le sue dita paffute mise la ragazza vestita d’azzurro vicino al giovane uomo
con il cavallo e fece una bella risata di felicità.
In quella notte magica nessuno doveva stare da solo.
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La capanna di Natale
Barbara Fiorio
F
aceva la prima elementare da pochi mesi e aveva passato la mattinata con la
mano in un piatto di gesso. Non era male andare a scuola.
«Ognuno di voi farà un regalo a mamma e papà per dimostrare loro quanto bene gli
vuole» aveva detto la maestra.
Lui e i suoi compagni si erano guardati un po’ stupiti, ridacchiando.
I regali li fa Babbo Natale ai bambini, lo sanno tutti. E neanche a tutti i bambini: solo
a quelli buoni. Fare regali ai grandi, che idea strana.
Però era bello costruire qualcosa da soli e mettere la sorpresa sotto l’albero. Sarebbero stati tutti fieri di lui e se quello serviva per dire quanto bene voleva ai suoi genitori, be’, era importante farlo.
Era facile: si toglieva la mano dal gesso quand’era asciutto, così restava la forma, si
lasciava asciugare fino a dopo pranzo e poi si colorava tutto.
Quel giorno si erano divertiti moltissimo.
Avevano giocato coi colori e si erano rincorsi minacciandosi con le mani sporche di
bianco. Molte punte di naso erano state colpite prima della campanella e tutti i bimbi erano usciti col dono di Natale per mamma e papà ben nascosto nella cartella.
Lui aveva colorato la sua impronta con diversi colori e l’aveva riempita di puntini
rossi, gli piacevano i puntini rossi, erano buffi, facevano allegria. L’allegria era molto
importante per dimostrare amore, nei cartoni animati ci sono sempre molti colori
quando la gente è felice.
Ne era valsa la pena. Alla fine dell’apertura dei pacchetti, la sua orma coperta da
quei puntini rossi era stata esposta in sala come uno degli oggetti più preziosi della
casa, mamma e papà lo avevano abbracciato stretto, felici di quel bellissimo regalo, e
tutta la famiglia aveva detto che era un vero artista.
L’anno dopo erano cresciuti, avevano imparato a leggere, a scrivere, a fare le addizioni e le sottrazioni e ormai sapevano tutto sui regali che i bambini devono fare ai
grandi: avevano ritagliato e appiccicato cuori per la festa della mamma, avevano
creato un portacenere col Das per la festa del papà e per Pasqua avevano modellato
uova di marzapane colorato. L’arte del regalo aveva per loro ben pochi segreti, ormai.
Così, per il secondo Natale, si era alzato il livello di difficoltà e avevano dovuto
costruire una sedia a dondolo con mollette di legno. Tutti i nonni erano stati coinvolti nell’acquisto di confezioni di mollette di legno, vinavil, pennelli, vernice d’oro e
vernice trasparente. Un’operazione da svolgere con la massima segretezza, per non
destare sospetti nei genitori.
Avevano cominciato due settimane prima delle vacanze perché questa volta il regalo
da fare era più complicato.
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Quell’anno
era
davvero
importante riuscire a farlo bene:
mamma e papà, da un po’ di
tempo, litigavano sempre e di
certo, se lui fosse riuscito a fare
una perfetta sedia a dondolo
con le mollette, ne sarebbero
stati così felici da fare la pace.
Si era messo d’impegno e
aveva seguito le istruzioni
della maestra, passo dopo
passo.
Alla fine la sua sedia a dondolo
era un po’ storta e non dondolava affatto ma le mollette erano finite e non si poteva
farne un’altra. Non era una grande dimostrazione d’amore, quella cosa raffazzonata,
e di certo non era abbastanza bella da far fare la pace ai suoi genitori.
La maestra si era avvicinata per rassicurarlo. «Non ti preoccupare, tu adesso
dipingila d’oro e mettila ad asciugare insieme a quelle dei tuoi compagni. Vedrai che
domattina sarà perfetta».
Non riusciva a immaginare come della vernice dorata potesse raddrizzare
quell’accozzaglia di pezzi di legno incollati in modo irregolare, ma si fidava della sua
maestra, lei ne sapeva più di tutti.
La mattina dopo non avevano dovuto insistere per farlo alzare dal letto: tale era la sua
smania di controllare la sedia a dondolo che si era preparato prima dei genitori ed era
entrato in classe prima di tutti i compagni.
La sua meraviglia quando la vide!
Era perfetta, assolutamente perfetta. E come lei anche quelle di tutta la classe.
La maestra aveva sorriso e aveva spiegato che quella era la magia del Natale. Tutto ciò
che veniva fatto con amore diventava perfetto.
Ma qualcosa doveva essersi scheggiato, forse l’angolo di una molletta o forse una
pennellata di vernice leggermente irregolare, non lo aveva ancora capito, però quella
sedia a dondolo non era proprio perfetta perché mamma e papà non avevano fatto
pace e qualche mese dopo si erano separati.
E ora lui, più grande di prima, era già in terza elementare e la maestra stava mostrando
cos’avrebbero dovuto fare per Natale quell’anno.
Una cosa difficilissima, quasi impossibile: una capanna di stuzzicadenti da mettere
nel presepe per proteggere Gesù Bambino.
Ma in quale presepe?
Quello a casa di papà o quello a casa della mamma?
E poi non sarebbe bastato vestirlo un po’, quel povero bambino? Persino lui era stato
infagottato in tutine colorate, quando era nato, figurarsi se non si poteva mettere in
caldo il figlio di Dio.
Doveva proprio contare su una capanna di stuzzicadenti?
Tra l’altro non la voleva fare, quella cavolo di capanna, lui era un bambino, voleva
giocare al pallone e alla playstation, non gliene fregava niente di incollare degli stupidi
stuzzicadenti tra loro, era una cosa da femmine.
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«Ma non vuoi dimostrare a mamma e papà quanto bene vuoi loro?» gli chiese
dolcemente la maestra.
No, non gli importava niente di dimostrarglielo, che glielo dimostrassero loro, quanto
bene gli volevano, anziché usarlo come un pacco da lasciare davanti ai portoni di uno
o dell’altra.
E poi non poteva costruire una sola capanna di stuzzicadenti, non poteva dare il
regalo di Natale a un genitore e all’altro no, avrebbero litigato di nuovo e gli avrebbero
chiesto di scegliere quello a cui voleva più bene.
Odiava il Natale!
La maestra lo convinse almeno a provarci. Gli disse che c’erano tanti tipi di amore,
alcuni finivano, come quello che aveva fatto incontrare i suoi genitori, mentre altri
diventavano più grandi man mano che il tempo passava e che lui era un bambino
molto fortunato perché gli era toccato in sorte quel tipo di amore, da parte di sua
mamma e suo papà, e che non doveva confonderli.
Così gli suggerì un gioco: ogni stuzzicadenti era un momento felice passato con loro e
se li avesse uniti tutti con la colla, sarebbe riuscito a costruire una capanna straordinaria
non solo per Gesù Bambino, ma per tutti i bambini come lui.
Lui si mise d’impegno e alla fine riuscì a fare qualcosa che somigliava vagamente
alla capanna perfetta mostrata dalla maestra. A parte per tutta quella colla che
impiastricciava gli stecchini, per le pareti piuttosto precarie e per la forma simile a un
castello di carte in procinto di cadere.
A guardarla bene, non avrebbe mai potuto portare a casa una cosa simile.
Si arrabbiò –col vinavil, con gli stuzzicadenti, con la maestra, coi compagni che erano
stati più bravi, con Gesù Bambino che dopo duemila anni ancora non era stato capace
di farsi mettere al caldo e pretendeva che la capanna gliela facesse lui- e scaraventò
ogni cosa per terra, tra lo sbigottimento generale della classe: rompere il regalo di
Natale per i genitori era un gesto inconcepibile, un sacrilegio!
La maestra gli fece rimettere a posto tutto e gli impose di restare seduto al proprio
posto durante la ricreazione, a riflettere su quello che aveva fatto, mentre gli altri
bambini giocavano in cortile.
Al termine delle lezioni gli disse di aspettare e lasciò che uscissero tutti prima di
avvicinarsi a lui e parlargli.
«Ti dispiace di aver rotto la capanna che avevi fatto?» gli chiese con gentilezza.
Sì, gli spiaceva. Ma tanto era brutta e comunque era una sola.
«Non importa, tu l’avevi fatta con amore, giusto?»
Sì, l’aveva fatta con amore. Ma restava sempre brutta e una sola, non è che rompendola
aveva peggiorato molto le cose.
La maestra sorrise e gli accarezzò la testa. «Hai dimenticato la magia del Natale, però».
Sì, l’aveva dimenticata. Ma lei gli fece mettere lo stesso i pezzi della sua capanna sul
tavolo insieme a quelle degli altri bambini.
Il mattino, al posto dei resti del suo lavoro, trovò due piccole, perfette, capanne di
stuzzicadenti.
Allora era vero che a lui era toccato un amore invincibile!
Le prese delicatamente e guardò la maestra, felice. Lei gli sorrise e annuì.
Non importa da dove arrivi la magia del Natale, l’importante è che ci sia.
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Calendario d’Avvento
Laura Bonalumi
1 Dicembre
I
l primo giorno che ti ho visto, ho pensato che forse, davvero, qualcuno abitava al piano superiore – non al secondo o al terzo – intendo più su. Oltre quello strato
pesante di schiuma grigia che, a dicembre, prende il posto del cielo. Qualcuno che
aveva deciso di esaudire le mie richieste. Sì, perché, alla fine, le mie erano diventate
vere e proprie richieste: i desideri avevo deciso di lasciarli ai bambini.
Così sei arrivato e ti sei presentato. Aspettavo un’altra persona, con requisiti diversi,
molto diversi dai tuoi, ma sei arrivato tu e, alla fine, ho accettato.
Ricordi? Cercavo un fotografo pubblicitario, non un ritrattista.
Siamo quasi a Natale, hai detto carezzandomi con la voce. A Natale sono tutti più buoni.
Hai sorriso e io ho perso il contatto con la realtà. Definitivamente.
2 Dicembre
Hai sorriso a me. Tra due dozzine di persone presenti, hai sorriso proprio a me.
Alla mia vita da donna invisibile, alla mia emotività incompresa, alla mia figura stanca.
Lo avevi capito, vero? Di questo ne sono quasi sicura. Nella tua mente avevi già scattato non una fotografia, bensì una radiografia della mia anima assetata. E ti sei trasformato in una cascata. Fresca, limpida e gorgogliante: mi sono affacciata, avvicinata
e ho bevuto.
3 Dicembre
Non avrei dovuto!
Ma tu mi incitavi, mi invitavi… come dire di no?
Tre giorni, e già non pensavo che a te.
Di giorno e di notte, all’alba e al tramonto. Ogni istante aveva un pretesto per correre
da te con la mente, l’anima, il cuore.
15
4 Dicembre
Chiamami, mi hai detto.
Questo è il mio numero.
Chiama quando vuoi, per qualsiasi cosa.
Non ho chiamato, non ne ho avuta la forza. Ti ho scritto, uno di quei messaggi sterili
che si mandano col cellulare.
Quattro volte.
Non hai risposto.
Una volta.
Due.
Tre.
Quattro volte.
5 Dicembre
Ho passato cinque ore dall’estetista per farmi bella. Bella per te, per telefonarti – come
se potessi vedermi! Avevo cercato un po’ di sicurezza ovunque, ma pareva davvero
esaurita, così l’ho costruita su commissione, sperando che un po’ di trucco mi desse il
coraggio di osare.
Pronto?
Pronto.
Scusa se… e una sfilza di parole senza senso, sconnesse, assemblate male: un caos!
Sembravo un’adolescente impacciata.
Ehi, non ti preoccupare, va tutto bene. Non ho risposto ai messaggi perché ero molto impegnato, bla, bla, bla.
Giustificazioni comprate al super. In offerta: prendi tre paghi due; pandoro, panettone e spumante.
6 Dicembre.
Il problema è che ti incontro e tu, ancora, sorridi.
Io, in automatico, ancora precipito.
Non l’hai notato?
Non senti il rumore sordo della mia testa che batte a terra?
Strano.
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Ho portato una fasciatura al braccio per sei settimane, una fasciatura ingombrante.
Non l’hai vista.
Avevi la congiuntivite?
Io, un’ustione di secondo grado.
Pensando a te ho colato la pasta direttamente sul mio corpo.
Pensando a te, a te, a te.
7 Dicembre
Ho divorato sette biscotti Ringo al doppio cacao.
Sai cosa sono sette biscotti per una donna di quarant’anni? Sette giorni di digiuno
forzato!
Ho avuto un brusco calo di zuccheri.
No, un calo affettivo, ecco la verità.
Non avendo te, mi consolo con i dolci.
Anche adesso.
8 Dicembre
Giorni di festa, uguale tormento.
Ho fatto l’albero di Natale e il presepe. Vorrei che tu li vedessi: sono meravigliosi.
Quando? Penso, credo, mai.
Ho distrutto otto palline di vetro ricevute in eredità da mia madre. No, non mi sono
cadute, le ho lanciate volutamente con forza contro il muro, immaginando fosse la tua
schiena.
9 Dicembre
Mio marito si è preoccupato, del mio sfogo con le palline. Sì, lo so, anche tu hai una
famiglia: quante volte me lo hai ripetuto? Nove milioni di volte.
10 Dicembre
Non dovresti andartene in giro a regalare sorrisi se vivi in una famiglia felice. Quante
volte te l’ho detto? Dieci milioni di volte!
11 Dicembre
Ti odio e cerco minuziosamente di non dimenticarne i motivi.
Non ti sopporto, ma ho girato tutta Milano per trovare un regalo di Natale adatto a
te. Ho cercato anche i regali per la mia famiglia - meno felice della tua - ma erano tutti
oggetti che irrimediabilmente associavo alla tua immagine: undici negozi e undici
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delusioni. Lasciami in pace, ti prego! Esci
dal mio corpo, ti imploro. Io, da sola, non
ce la faccio a cacciarti via.
12 Dicembre
Ti amo. Non te l’ho mai detto. Io ti amo, ti
amo, ti amo.
Mancano dodici ore alla fine del giorno e
ti telefonerei dodici volte per dirtelo. Che
ti amo.
13 Dicembre
Fai la persona educata e saluti per cortesia. Non negarlo. È vero e lo so; tanto
quanto il fatto che ti stai prendendo gioco
di me.
Mi fai male. Lo sai che mi fai male?
Lasciami andare.
Tredici gocce di Lexotan e ti dimentico
per un’ora.
14 Dicembre
Ore quattordici. Sono a casa. Mezza giornata di permesso. Ho bisogno di pensare
a te. Da sola. Mi basta questo: poterti sognare, immaginare, mentre sorridi mentre ammetti di aver anche tu bisogno di
pensare a me.
Che illusa!
C’è un Babbo Natale, al lato opposto della
strada, promette doni e regali a volontà.
Mi accontenterei di una tua telefonata.
15 Dicembre
Senti il mio pensiero che ti accompagna?
Senti il mio cuore che chiama? Ogni giorno sussurro il tuo nome, tante volte quante il numero sul calendario. Oggi, quindici. Come una preghiera. Potrei mendicare
il tuo affetto? Il tuo amore?
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Lo farei.
Lo sto già facendo.
16 Dicembre
Non sei venuto all’appuntamento di lavoro. Ti hanno cercato, dalla segreteria. Non
hai risposto.
Sedici gocce di Lexotan e parto per un viaggio, solitario.
17 Dicembre
Mi sono umiliata e ti ho telefonato. Non prima di aver acceso e spento il cellulare diciassette volte.
Non voglio disturbarti… stai bene? Che frase stupida.
Tu non disturbi mai. Che frase da stronzo.
Non abbiamo avuto notizie e iniziavamo a preoccuparci. Perché uso il plurale? Meglio chiudere.
Sì scusa, ma questo per me è un momento davvero particolare… Prendi le frasi dalle soap
opera o sei così creativo di tuo?
18 Dicembre
Perché non parli con me?
Perché non mi dici cosa pensi, cosa provi, come ti senti?
Perché fingi?
Io lo so che fingi.
Non resisto, così ti mando un messaggio, lottando con i tasti, troppo piccoli, troppo
vicini, e con gli errori di grammatica: Come stai, tutto bene?
Diciotto lettere.
19 Dicembre
Non hai risposto.
Io non capisco e se non capisco divento pazza.
Qual è il motivo? Sono troppo invadente?
Eppure io dovrei essere quella che non disturba. Mai.
Ho controllato, il messaggio è stato spedito, correttamente, alle ore diciannove.
Impazzirò. Prima o poi, impazzirò.
Mi butto in una profumeria, mi anestetizzo con aromi e musica: Jingle Bells suona a
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tutto volume.
20 Dicembre
Ho provato a non incontrarti, evitandoti sapientemente. Per venti giorni non ti ho
cercato. Non ti ho inviato nemmeno un messaggio.
Te ne sei accorto?
Non hai chiesto di me.
A nessuno.
21 Dicembre
La tua indifferenza è più forte di una valanga di no.
È tagliente e fa male. Malissimo.
Sono anche per te invisibile?
Allora perché, perché mi hai illuminata sorridendomi ventuno volte?
22 Dicembre
Non hai coraggio. Ti pensavo, ti credevo più forte. Se non altro, più onesto.
Ti comporti come un ragazzino irresponsabile.
Ne sei consapevole?
Dubito di no.
Sotto l’albero ci sono ventidue regali, perfettamente incartati. Il tuo ancora non c’è.
23 Dicembre
Antivigilia di Natale.
Ho finalmente trovato un regalo per te.
È questo: un calendario d’Avvento. Il mio calendario d’Avvento. Invece di illustrazioni,
giochini o cioccolatini, ci troverai un pensiero per te, su di te. Uno al giorno. Saranno
solo ventitre, però.
Non sprecherò la vigilia di Natale. Quello è il giorno dei desideri, la Notte dei desideri, e tu, nei miei, non ci sei più.
24 Dicembre
Carissimo Babbo Natale,
quest’anno vorrei chiederti un regalo particolare: insegnami a dimenticare.
La sua inafferrabile essenza, l’alito sconosciuto del suo respiro, il profumo della sua
pelle. Almeno gli avessi rubato un bacio, una carezza!
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Aria.
Amore composto d’impalpabile aria. Senza materia né corpo. Eppure così intenso,
così vero e reale; da fare male.
Insegnami a dimenticare, affinché io possa non ricordare e perdere anche l’ombra del
suo passaggio. Vicino al mio fianco, al mio cuore, alla mia anima.
Nevica.
Bene.
Fiocchi leggeri volteggiano nell’aria. Si porteranno via anche il mio amore, dentro un
manto bianco e soffice.
Candido e puro, come un amore che non raggiungerà il Natale.
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Neve rosso sangue
Bianca Leoni Capello
M
arion decide di indossare il vestito verde. Quello rosso le sembra eccessivo
con la scollatura profonda sulla schiena e il contrasto smaccato, quasi volgare, con i
suoi capelli corvini. L’abito verde rappresenta invece una buona via di mezzo, sobrio
ma luminoso con i lustrini a sottolineare il punto vita e lo scollo a V. D’altra parte è un
ricevimento di Natale e saranno presenti anche i suoi parenti scozzesi. All’improvviso
le sue mani lasciano cadere il vestito a terra mente gli occhi fissano la finestra. Si
avvicina e appoggia la testa al vetro.
Nevica.
Fiocchi grossi cadono pigri illuminati dalla luce gialla dei lampioni a gas.
Nevica.
Guardare quella strana e lenta pioggia d’argento le basta per cadere nel vortice dei
ricordi, pensieri che le attanagliano il cuore togliendole il respiro.
Le pupille fisse, contratte, fissa i fiocchi di neve che ora scendono più piccoli ma molto
più fitti. Sente di nuovo quel freddo pungente, al limite della sopportazione, artigliarle
i piedi, insinuarsi nel colletto del cappotto e scendere in rivoli ghiacciati tra i capelli.
Lo sente profondo, nelle ossa. Nell’anima.
I rumori al piano di sotto la riscuotono dagli orrori ancorati tenacemente dentro di
lei. Si accorge di essere ancora in sottoveste, i capelli da arricciare, l’ultimo ritocco al
trucco ancora da finire.
Quando l’orchestra inizia a diffondere una musica lieve, a conferma che la serata ha
ufficialmente avuto inizio, decide che è il momento di scendere. Si infila una collana
con un cammeo che si appoggia proprio al centro del petto e, nel chiuderlo, si accorge
che le sue dita stanno tremando.
Sfiora la balaustra in ferro battuto mentre scende lenta le scale, il mento alto, le labbra
socchiuse. Il cuore le martella sordo nel petto ma lei lo ignora, concentrandosi sulla
folla.
Il salone è gremito di gente, le donne si muovono sinuose, i vestiti che scendono come
foglie; i baffi appuntiti degli uomini fendono l’aria e il suono della tuba solletica i
desideri. Nella curva creata dalla scalinata, proprio nella sala centrale, c’è un imponente
e meraviglioso albero natalizio addobbato in modo sfavillante.
«Marion, mia cara, è splendida.»
Le rughe della vecchia signora disegnano ombre attorno al suo sorriso, mettendo in
dubbio la sua allegra cordialità.
«Grazie, anche lei, Nilla. Il porpora è un colore che le si addice. Mette in risalto il
suo incarnato.» Gli occhi di Marion lampeggiano a destra e a sinistra, cercando una
sponda a cui aggrapparsi, certa che La Domanda arriverà.
22
«Sono così contenta di vederla in salute e finalmente
di nuovo in società; al posto suo una donna più
debole si sarebbe lasciata andare alla pazzia. Ancora
mi chiedo come possa essere successa una simile
tragedia…» Nilla finisce la frase sussurrando e
artigliandole il braccio. Un vago sentore di violette
e talco sprigiona dal suo decolleté.
Il contrabbasso incalza una melodia audace, che
scioglie la presa della sua interlocutrice.
«Oh, non è una musica stupenda? Dov’è il suo
cavaliere Marion? Una ragazza come lei avrà
uno stuolo di corteggiatori immagino…» ma il
suo sguardo è già altrove, verso un’altra persona
da importunare. La risposta che attendeva già
dimenticata.
«Guardi, quella è la signora Lavonshire, non la
vedo da mesi. Ha dato alla luce una bambina poche
settimane fa ed è già in piedi. Dicono che abbia
avuto un parto assolutamente indolore, un fatto
miracoloso non crede? Ha un abito astuto, che
maschera la pancia... A più tardi Marion, si diverta»
e brandendo la sua pochette come una lancia Nilla
scivola via, i capelli immobili al suo avanzare.
Marion chiude gli occhi per un attimo, ascoltandosi
il respiro.
Non è il momento per pensarci. Eppure tutto intorno
a lei sembra cospirare per farla ricordare, prima la
neve, ora Nilla.
Ma i dottori le hanno detto che non deve ricordare,
che il dolore deve rimanere sepolto, che deve
lasciare il passato lontano, in una piega remota della
sua mente. Ora lei è un proiettile lanciato nel futuro,
senza ombre e senza luce.
Un proiettile. Che non torna indietro.
Quando riapre gli occhi la confusione e la musica
la riempiono e tutto passa. Si ferma con un parente,
poi con un altro, sorridendo o abbassando lo sguardo se la situazione lo richiede.
È tutto inutile e noioso. Un ricevimento così elegante e raffinato allontana la magia del Natale,
pensa Marion mentre le sue labbra si distendono in un sorriso automatico all’indirizzo
della zia venuta dallo Yorkshire che si sta allontanando dopo aver conversato del
clima uggioso di Londra.
Prende in mano un calice dal bordo dorato. Nel suo riflesso per un attimo le sembra
di vedere un volto, gli occhi neri e profondi.
«Francis!», il nome del fratello scappa a Marion in un singhiozzo che fa voltare un
gruppo di gentiluomini intenti a conversare e a fumare la pipa proprio vicino a lei. Le
lanciano lunghi sguardi, accarezzandola con gli occhi.
23
Poi il liquido ambrato nel calice oscilla e cancella il riflesso.
L’immaginazione mi gioca brutti scherzi, si dice, cercando di ricacciare indietro le lacrime.
Forse ha ragione Nilla… una ragazza non può superare una tragedia simile e rimanere sana
di mente. Forse sono davvero pazza, pensa.
Ma poi sua cugina Astrid si fa largo tra la folla, a braccetto con le figlie del conte
Salimar, e di nuovo il sorriso di circostanza affiora alle labbra, azzerando ogni sua
emozione.
«E dopo un anno di fidanzamento ufficiale Roxanne ha avuto il coraggio di entrare in
convento!» esclama Astrid, portandosi la mano al petto.
Il chiacchiericcio è piatto e scontato, mia cugina è brillante come i sermoni di padre Vernon,
pensa Marion, fingendo un’espressione di sdegno mentre la mente vaga distante da lì.
Ma poi un brivido freddo le scorre sul braccio nudo, facendole rizzare i peli, mentre
una voce le vibra all’orecchio sussurrando: «Marion… ascolta».
La ragazza si volta, il respiro bloccato in gola, ma dietro di lei non c’è nessuno. Non
può esserci nessuno. Il padrone di quella voce è morto da tempo, i suoi resti giacciono in fondo
a una bara nel cimitero di Nottingham, si dice la ragazza scuotendo la testa.
«Non sei d’accordo che avrebbe dovuto sposarsi?» le chiede Astrid, continuando il
filo del discorso. Per un attimo i volti gioviali e spensierati delle contessine Salimar
sono tutti puntati su di lei, in attesa della sua risposta.
«Io… non mi sono ancora fatta un’opinione in merito» risponde Marion quasi
sottovoce, contorcendosi le mani sudate.
Poi l’attenzione del gruppo ritorna sulla cugina, che riprende a raccontare, e lei coglie
l’occasione per allontanarsi.
Si avvicina all’orchestra, sorseggiando piano il vino e osservando la luce tremula
delle candele nella zona sofà. La melodia guizza vivace, allegra come una coppa di
champagne. Una giovane cantante domina la musica con un timbro basso e graffiante.
Se mi concentro su qualcosa i miei fantasmi spariranno, si dice. Non dovevo uscire, non
dovevo mettermi alla prova. Forse è troppo presto. La canzone si alza di un’ottava e la
cantante si volta di spalle, la nuca esile e bianchissima sembra fatta di cristallo.
Dalle ampie finestre si intravvede il bagliore bianco della neve.
E Marion ci sprofonda di nuovo dentro.
La neve è tiepida e profumata. Sa di silenzio e di notte, e il contatto del polpastrello
con la sua superficie croccante restituisce un’idea di tana, di calore, nonostante le dita
si bagnino e diventino violacee.
«Dai Marion, andiamo, è tardi» le grida suo fratello Francis, la voce stridula che ancora
deve trovare un equilibrio, tra infanzia e mondo adulto.
L’auto fuma nel buio, come una belva che scalpita. Marion si sistema di fianco al
fratello, e chiude gli occhi. Uno strepito e il motore che romba ricopre ogni rumore.
Vanno piano, la neve che continua a scendere dal giorno prima confonde la vista.
Marion e suo fratello giocano con le vibrazioni e gli scossoni, spingendosi uno con
l’altro. La madre li riprende. Francis ha i capelli biondi tutti spettinati, il nero degli
occhi invisibile nel buio dell’abitacolo, un sorriso sghembo contagioso. Si guardano e
scoppiano a ridere.
Ma ad un tratto suo padre sterza bruscamente, le ruote slittano sulla neve e la macchina
fa un piccolo testa coda.
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«State tutti bene?» grida il papà di Marion.
Per un attimo è il silenzio, poi Francis esclama: «Io sto bene. Ma perché ti sei fermato?»
Capisce che c’è qualcosa che non va non dalla risposta di suo padre ma dall’espressione
di sua madre. Lo sguardo è fisso davanti a sé e nel suo profilo Marion riesce a scorgere
l’angoscia dipinta sul volto. Si sporge per vedere cosa c’è sulla strada davanti alla
macchina ma vede solo una forma indistinta. Allora scende e, cauta, muove qualche
passo sulla neve.
«Marion, torna dentro» le ordina il padre, la voce strozzata.
Ma è come se fosse attratta verso quell’ombra di fronte a lei.
Gli arriva vicino e ciò che vede le fa tremare le gambe: una testa di cervo è piantata in
mezzo alla strada, conficcata nella neve come un totem. Attorno, un alone di sangue
che disegna un cerchio quasi perfetto, che incornicia il macabro trofeo. Più indietro
c’è il corpo senza testa dell’animale, il lungo collo tranciato di netto dalla lama che ha
prodotto lo scempio, il fumo che si alza dal calore della bestia, evidentemente morta
da poco. Suo padre cerca di spostare l’auto e il faro colpisce l’occhio vitreo del cervo,
che sembra rianimarsi.
È in quel momento che Marion scappa, corre nella neve addentrandosi nel bosco,
cercando di confondersi con le ombre, di sfuggire a quella visione.
Si inoltra per pochi metri, arriva subito oltre i primi alberi e già si sente senza fiato, lo
shock gliel’ha prosciugato. Nella mente Marion rivede quel sangue che ha ammorbato
il candore della neve, penetrandola in profondità. Si piega in avanti mentre un conato
di vomito le torce i muscoli dello stomaco in una contrazione dolorosa.
Poco dopo le grida di sua madre sovrastano il suo respiro: «Marion, torna qui, è solo
un’animale, qualcuno ha voluto fare uno scherzo». Sente il rumore delle portiere
dell’auto che vengono chiuse e dei passi ovattati nella neve.
Che improvvisamente si bloccano.
Esclamazioni soffocate. Una voce con un accento strascicato, abituata alla minaccia:
«Non doveva tirare la corda in questo modo, Lord Ashton. Era stato avvertito più
volte. E ora vede cosa ci costringe a fare?»
Il silenzio sembra dilatare le parole. Poi si ode uno sparo, secco.
L’urlo di dolore del padre. L’urlo di disperazione della madre.
Ancora quella voce: «Non c’era altro modo, signora. Vede, noi spieghiamo le cose più
volte ma quando non si vuol capire… dobbiamo ricorrere ad altri metodi.»
L’uomo ha un tono vagamente divertito mentre continua: «Silverwood è la dimora
della famiglia di Mr. Weston da secoli, e nessun cavillo burocratico gliela potrà
strappare. Se suo marito avesse fatto meno storie rinunciando alla proprietà come
gli era stato suggerito non avremmo dovuto affrontare la faccenda in questo modo.
E invece non potrà più godersi la sua bella proprietà, né lui né nessun altro della sua
famiglia.»
La ragazza aguzza lo sguardo tra le fronde e riesce a vedere la madre che, con un
grido di angoscia, si getta su Francis. Ma non è abbastanza veloce. Il secondo sparo
sembra perforare il cuore di Marion, ma è quello di sua mamma a essere colpito. La
donna stramazza a terra priva di vita.
L’assassino ha fretta di finire il lavoro quindi il tono è sbrigativo quando dice: «Mi
dispiace ragazzo. Nessun superstite.»
L’espressione di Francis è calma quando il proiettile lo colpisce e Marion riesce a
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vederla bene perché i suoi occhi sono puntati su di lei mentre la vita lo abbandona
lentamente; il ragazzo cade prima in ginocchio e poi si distende sopra quella neve
rossa, intrisa del sangue della sua famiglia.
L’uomo e i suoi scagnozzi se ne vanno via ridacchiando. Più in là sente lo scoppio del
motore di un’altra vettura che parte nella notte. Poi più nulla.
Il buio la circonda, penetra dentro le sue ossa, mentre gli occhi rivivono l’ultima scena
illuminata dai fari dell’auto: la mano di sua madre allungata verso Francis, suo padre
riverso su un lato, con le gambe sotto di sé, composto anche nel suo ultimo momento.
E suo fratello, gli occhi neri spalancati su di lei e una specie di sorriso che gli tira le
labbra, quasi avesse trovato divertente le ultime parole sentite.
Nessun superstite
Il suo sguardo le impedisce di accasciarsi e lasciarsi andare al gelo. Quello sguardo
che sembra intimarle di rimanere in vita, di farlo per lui. Di non dimenticare la neve.
Marion cammina sotto i fiocchi che scendono lenti e inesorabili; cammina piangendo,
gridando il suo nome, urlando la sua disperazione. Finché arriva nei pressi di
un’abitazione.
Da quel giorno la neve non era più stata una festa per Marion. Da allora era sinonimo
di morte. Confusa e disperata, era stata mandata
per un certo periodo alla Flower House. Non
proprio un manicomio, una casa per donne dai
nervi fragili. La ripetitività e le medicine l’avevano
tenuta a galla.
I dottori le dicevano che doveva dimenticare,
guardare avanti, pensare al futuro. Ma il passato
sarebbe sempre stato davanti ai suoi occhi.
Dopo un periodo che le era sembrato lungo una
vita si erano stufati di lei e l’avevano rimandata a
casa: a parte la malinconia appariva docile, calma.
La zia Josephine la accolse più per poter attingere
al capitale della sua famiglia che per affetto. Si
conoscevano così poco. La sua casa era piccola e
barocca e Marion passava le giornate a guardare
fuori dalla finestra.
Quando Josephine le chiedeva cosa stesse
aspettando la ragazza la guardava stupita e poi
rispondeva: «la neve».
Ma erano passati un po’ di anni da allora e Marion
era ormai una donna adulta, e così era ritornata
a casa sua, aveva ripreso possesso di ciò che le
spettava di diritto e del suo ruolo sociale. Era
rimasta rintanata finché non le era sembrato di
essere abbastanza forte, in grado di affrontare il
mondo. Poi era arrivato l’invito al ricevimento e
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aveva deciso di andarci, di mettersi alla prova.
La neve non si era più fatta vedere dal giorno della morte della sua famiglia, e lei
si era quasi convinta che non sarebbe più scesa. Ma questa sera il bianco silenzio è
caduto dal cielo e lei non si sente più un proiettile sparato verso il futuro.
La sua traiettoria è stata deviata.
La vista le ritorna a fuoco sulla cantante, che ora appare più scarmigliata mentre canta
una melodia struggente che fa trattenere il respiro.
La tensione nel salone si può tagliare con il coltello, nessuno parla mentre le ultime
note basse e vibranti sono portate avanti fino allo spasimo, come un elastico teso al
massimo.
È allora che incrocia i suoi occhi.
Un lampo nel buio, che cattura il suo sguardo. Sono come gemme verdi, e Marion si
accorge di fissarlo un attimo di troppo. L’espressione dell’uomo si apre in un sorriso
di compiacenza.
Marion si volta e guarda altrove, il cuore in tumulto, una strana sensazione allo
stomaco.
La neve continua a scendere, silenziosa ed eterna.
Comincia a muoversi, decisa ad allontanarsi da quegli occhi. Si ferma al buffet dove
tre conoscenti la coinvolgono in una conversazione sull’indecoroso modo del signor
Woodhouse di indugiare sulle scollature femminili. Ma ciò che lei sente è solo un
confuso ciarlare mentre l’impressione di essere osservata si fa sempre più consistente.
Appena permette al suo sguardo di vagare per la sala ecco l’uomo di prima che la
fissa, senza preoccuparsi di celare il suo interesse.
Nonostante i loro sguardi si incrocino solo per pochi secondi ogni dettaglio di quel
volto si imprime nella mente di Marion: i capelli scuri e ondulati lunghi fino alle spalle,
il naso aristocratico, gli occhi stretti, quasi a fessura da cui trapela quell’incredibile
verde luminoso, le labbra carnose e sensuali piegate in un sorriso a metà tra l’arroganza
e il divertimento.
Marion si volta, la testa leggera, un’inquietudine le scivola dentro e la fa rabbrividire.
Il timore che quell’uomo si avvicini e il terrore che non lo faccia. Per un attimo si sente
di nuovo bambina, sperduta in quella foresta, gli occhi di Francis immobili su di lei e
gli occhi del cervo decapitato che sembrano ancora danzare di vita.
Così sobbalza quando qualcuno le tocca il braccio, provocando risatine appena
trattenute dalle dame accanto a lei.
«Mi concederebbe il prossimo ballo, Lady Ashton?» voce suadente, abituata a sedurre,
è lui.
Risponde nel modo più freddo che può, ma fallisce penosamente visto il tono scivoloso
e carezzevole che le esce: «Io non ballo. Non ho mai ballato».
«Non credo sia un problema con questa musica lenta. Lasci fare a me.»
L’uomo non aspetta un suo cenno, le prende la mano e la trascina ai margini della
pista da ballo.
Marion appoggia le dita sopra la sua spalla, come ha sempre visto fare e soffoca un
gemito quando il suo cavaliere la prende alla vita e la stringe a sé.
Lo sconosciuto le sussurra a un orecchio con tono divertito: «Non si preoccupi, visto
che è la sua prima volta ci andrò piano».
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Marion ribatte seccata: «Riterrei più conveniente sapere il suo nome prima di
sopportare spiacevoli doppi sensi».
«Touchè. Dovete scusare la mia maleducazione ma la battuta era troppo facile per
lasciarmela scappare. Sono Jonathan Fairfax, per servirla» dice con falsa cerimoniosità
mentre le fa il baciamano.
Cerca di non guardarlo in faccia, è troppo vicino e i suoi occhi sono troppo audaci.
Volge lo sguardo sulla sala, gli specchi dalle cornici a stucco, gli eleganti addobbi…
e poi si blocca, il respiro che muore dentro di lei. A pochi passi c’è Francis, il suo
Francis, bloccato in quell’età indefinita tra il bambino e l’uomo, il volto immobile, gli
occhi però terribilmente vivi. Marion deglutisce e frena l’istinto di corrergli incontro.
Non può essere lui, è morto quella sera, si ripete. E poi si accorge con orrore di riuscire
a vedere attraverso di lui, e che dagli squarci della sua camicia, ridotta a brandelli, si
intravvede il lucore del suo petto scarnificato…
Francis non ricambia il suo sguardo, i suoi occhi sono fissi sulle spalle dell’uomo con
cui la sorella sta danzando.
Mr. Fairfax nel frattempo le sta parlando della sua vita da giovane e ricco rampollo,
le cita persone che avrebbe dovuto conoscere e feste alle quali sarebbe dovuta andare.
«Mi considererà noioso ma le confesso che d’inverno un paio di mesi li passo volentieri
a Bath. Certo, più di due mesi laggiù rischierei di morire, ma ogni tanto rallentare e
frequentare ambienti meno à la page è decisamente rilassante.»
La fa roteare e lei si avvinghia al suo cavaliere che ride divertito, ma riesce ad allacciare
di nuovo gli occhi di Francis che le si avvicina e senza preamboli le sussurra: «Scopri
chi è veramente quel bellimbusto, Marion. Fallo parlare.»
Come un automa la ragazza si rivolge a Jonathan indossando il suo migliore sorriso:
«Mi parli della sua famiglia. Sa, in sala ci sono anche molti miei familiari, non vorrei
scoprire che magari siamo parenti.»
«Sarebbe alquanto increscioso all’età di ventisei anni scoprire di avere una nuova
cugina… e così avvenente per giunta.»
Come Marion aveva immaginato l’adulazione è la chiave per arrivare a sapere quello
che le chiede suo fratello. Così la recita ha inizio: abbassa gli occhi fingendo di essere
imbarazzata ma anche molto compiaciuta del suo commento, cosa che non le risulta
troppo difficile... E lui continua: «Credo comunque che non corriamo questo rischio,
mia bella ‘cugina’. Sto per rivelarle un segreto» e con fare cospiratorio le si avvicina
all’orecchio sfiorandola al contempo con il corpo
«So che la sua famiglia è originaria dell’Essex mentre le mie radici affondano nella
selvaggia Scozia. Ritengo sia un luogo estremamente affascinante eppure mio padre
una volta arrivato a Londra riuscì in qualche modo a farsi cambiare il cognome,
adottandone uno che mascherasse le sue origini».
Marion è sorpresa da quella confidenza e allo stesso tempo è accaldata per il contatto
con l’uomo.
«E perché mai suo padre cambiò il cognome di famiglia?» gli chiede, cercando
conferma nello sguardo del fratello.
«Non lo so, è un mistero.»
«E così non siamo parenti… e lei è il figlio di una spia segreta.»
L’uomo si ferma in mezzo alla sala, le labbra contratte: «Non scherzerei su queste cose.
Non sono particolarmente fiero del cambio di cognome. Il casato ha il suo valore, e la
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sua identità.»
L’improvviso irrigidimento di Fairfax la fa esitare.
«Vai avanti, continua» la sollecita Francis. E Marion guarda di nuovo le finestre, alte
fino al soffitto, e segue la danza dei fiocchi di neve.
«Mi scusi, non intendevo offenderla» riprova la ragazza, «sono cose di famiglia
immagino, chi non ha i propri scheletri nell’armadio?»
«E quali sono i suoi, madamoiselle?» le chiede insinuante.
Guarda Francis mentre gli risponde monocorde, la testa leggera: «Sciocchezze, piccoli
scandali famigliari, storielle che servono a far ridere i bambini.»
Mr. Fairfax scuote la testa: «Marion, lei è proprio brava a eludere le risposte» e la
stringe ancora più vicino a sé. La ragazza boccheggia, le guance in fiamme, prima di
allontanarlo bruscamente: «Non le ho dato il permesso di chiamarmi per nome.»
Finalmente trova il coraggio di fissarlo e incrocia il suo sguardo diretto alle sue labbra.
Un fremito la fa rabbrividire. Vorrebbe lasciare la presa, abbandonare il suo cavaliere,
chiudere gli occhi e far scomparire Francis e quella maledetta notte. Ma vorrebbe anche
lasciarsi andare e vivere il momento, far divampare il fuoco che sente nell’anima, con
la speranza che bruci tutti i suoi fantasmi e sciolga la neve dentro di lei.
«Resta dove sei, non andartene» la supplica la voce di suo fratello, mentre i suoi
contorni si fanno sempre più distinti, solidi.
Jonathan Fairfax si accorge della sua esitazione e la interpreta come un lieve
mancamento, così, sorreggendola per un braccio, la guida verso la sala che dà sul
giardino, al momento poco frequentata. «L’atmosfera si è fatta davvero soffocante.
Un po’ d’aria fresca le farà senz’altro bene. Mi aspetti qui, vado a prendere i cappotti.»
Non appena l’uomo si allontana, Marion viene attraversata da mille sentimenti
contrastanti: non vuole trovarsi da sola con lui e allo stesso tempo una parte di lei lo
desidera intensamente; e poi Francis: possibile che sia davvero lui, che la sia venuta a
cercare? e perché proprio ora? Cosa vuole da lei? O forse è solo un allucinazione della
sua mente che ha perso il senno dopo quello che è accaduto nel bosco?
Lo spettro di Francis muove appena le tende, quando le si avvicina: «Stai calma
Marion. Respira e riacquista la lucidità. So che è uno shock rivedermi ora ma, ti prego,
fa’ quello che ti dico. Vai fuori con lui, e cerca di farti dire ciò che hai bisogno di
sentire» le sussurra all’orecchio con tono deciso, asciutto.
Marion si volta per guardarlo ma di nuovo la voce di suo fratello la blocca «Non
girarti e fingi di non vedermi o tutti ti crederanno pazza.»
Si sforza di fare come dice, ma… dopo tutti quegli anni a pensare a lui e ai suoi
genitori… avrebbe mille domande da porgli. Eppure Francis deve avere uno scopo
ben preciso, realizza improvvisamente, e lei deve ascoltarlo. Ed è evidente che l’oggetto
del suo interesse è Mr. Fairfax, ma… perché? Non lo conosce, l’ha incontrato solo
questa sera… eppure anche Marion deve ammettere di esserne stata subito attratta.
Il giovane ritorna e appoggia sulle spalle di Marion il cappotto di broccato chiaro
adorno di una candida pelliccia di ermellino. Appena usciti l’aria frizzante di dicembre
li accoglie facendo rabbrividire la ragazza.
«Avete freddo» constata sollecito il suo cavaliere. «Forse preferite che torniamo
dentro?»
«No, affatto. È solo il primo impatto dopo il calore della sala. Continuiamo, la prego,
ritengo sia stata un’ottima idea allontanarci dalla festa.»
29
Le labbra di lui si piegano in un sorriso sorpreso e compiaciuto
«Bene. Esploriamo questi meravigliosi viali dunque.»
A Marion quei viali non sembrano affatto meravigliosi, le forme degli alberi appaiono
come mostri nascosti e pronti a ghermirli con lunghe dita ossute. Con la coda dell’occhio
percepisce un movimento dietro una siepe e si domanda se sia Francis.
Jonathan Fairfax intanto le ha posto una domanda che lei ha capito solo in parte,
intenta a studiare le ombre, ma sa che riguarda la sua famiglia. Cerca di rispondere
brevemente, una frase di cortesia come impone il bon ton, ma non ci riesce. Appena
cita i nomi dei suoi genitori viene assalita da mille immagini, da mille ricordi… e
senza accorgersene inizia a raccontarli al suo interlocutore. Sono episodi buffi e a
breve si ritrovano a ridere divertiti di una birichinata di suo fratello. Ma accade anche
un’altra cosa sorprendente: raccontare quelle storie, riviverle in quel momento e in
quella situazione ha un effetto balsamico per la ragazza, è come ricucire uno strappo
nella sua anima. Si accorge meravigliata di riuscire a parlarne con dolcezza e non più
con dolore.
Per un po’ camminano in silenzio, leggermente più vicini rispetto l’inizio, le spalle si
toccano, i passi sono perfettamente coordinati a calpestare quel suolo soffice e candido.
È Mr. Fairfax a parlare per primo: «La neve rende magica ogni cosa, trasforma il
paesaggio, attutisce i suoni. E la luce lunare che si riflette sul suo manto bianco le
dona molto, lady Marion: è incantevole.»
«Il suo tentativo di adulazione mi lascia assolutamente indifferente» risponde la
ragazza con un sorriso trattenuto nella voce.
«Non cerchi di negare, la verità traspare dalla sua espressione, da come ha piegato
l’angolo della bocca mentre mi rispondeva.»
Marion lo guarda, con un sorriso sorpreso.
«E come fa ad affermare una cosa simile? non mi conosce così bene…»
Jonathan Fairfax si fa improvvisamente serio e la blocca costringendola a guardarlo.
Anche con lui la luce della luna è generosa, pensa Marion, ingentilisce i tratti più marcati
addolcendogli l’espressione e gioca con il verde intenso dei suoi occhi, che ora la
scrutano senza più traccia di divertimento.
«So che quando pieghi le labbra nel modo di prima stai fingendo… perché te l’ho già
visto fare. Non è la prima volta che ci incontriamo.»
Marion fissa i suoi occhi, intimorita. Improvvisamente si chiede perché si sia spinta
così distante dalla festa con uno sconosciuto.
Mr. Fairfax sospira, e riprende a parlare: «È passato molto tempo, forse troppo perché
tu riesca a ricordarti di me. Eravamo dei ragazzini allora ma io ero più grande di
quattro anni. Sono venuto alcune volte a casa tua con mio nonno. Lui aveva degli
affari in corso con tuo padre e mentre ne discutevano nel suo ufficio io mi fermavo
a giocare con te, il più delle volte in giardino ma un giorno pioveva e siamo rimasti
dentro. È stato in quell’occasione che ho incontrato Francis… anzi, direi che mi sono
scontrato con lui.»
Marion lo guarda ipnotizzata mentre le ritorna in mente il ricordo di un ragazzino alto
e allampanato, che cercava di sfoggiare goffamente le buone maniere in presenza del
nonno ma che appena rimanevano da soli diventava un compagno di giochi scatenato
ed entusiasta. E ricorda quegli occhi dall’intenso colore verde, gli stessi che la stanno
fissando ora.
30
Quegli occhi che mi affascinavano già allora,
pensa. Quelle labbra che ho sfiorato con le mie,
nel primo bacio della mia vita. E il passato
riaffiora violento in lei.
Jonathan ha un’aria di sfida mentre gioca
con la mela che ha in mano e la guarda.
«E allora, qual è la mia punizione?»
«Salire in cima a quell’albero!»
«Tutto qui.»
«No, non tutto qui.»
«Dai, sbrigati, così poi possiamo riprendere
a giocare!»
«Dopo, se sei riuscita a salire in cima in
cima…»
Fa una pausa e addenta la mela, continuando
a guardarla. I suoi occhi sono diventati di una tonalità di verde più scura, minacciosi.
«Dopo mi dai un bacio.»
«No!» risponde di getto, mentre sente le guance che diventano roventi. «Non se ne
parla nemmeno!»
«Bene, allora la finiamo qua. Non gioco più.»
Marion ci pensa su, il battito del suo cuore suona a mille, come uno scalpicciare di
zoccoli impazziti.
«D’accordo. Ma deve essere breve e senza lingua.»
«Ci sto» e lancia il torsolo della mela distante, seguendo la traiettoria con lo sguardo.
Marion sale in cima al grande tiglio, e poi scende lentamente, attenta a non mettere
il piede in fallo, a non prendersi schegge nelle mani e soprattutto a non farsi vedere
dalla sua tata, che rischierebbe l’infarto per molto meno…
Quando i suoi piedi toccano terra si ritrova improvvisamente di fronte agli occhi di
Jonathan. Non sono più così minacciosi ora, ma sembrano spaventati. Come i suoi.
«Puoi anche non farlo, se non vuoi» le dice in un soffio.
Ma lei appoggia delicatamente le labbra sulle sue, chiudendo gli occhi, respirando
dentro di sé.
Le vertigini della salita le arrivano ora, e la fanno quasi cadere.
«Io mantengo sempre le promesse» gli dice quando le ritorna la voce. E poi scappa
verso la casa.
Un sorriso le dischiude le labbra: «Jonathan Fairfax, cosa aspettavi a farti riconoscere?».
I due si abbracciano con un po’ di imbarazzo, ma un alito freddo richiama l’attenzione
di Marion: suo fratello si è materializzato dietro un albero, e la guarda scuotendo la
testa.
«Mi stavi dicendo che incontrasti anche Francis.»
Jonathan sorride e stringendo un po’ gli occhi racconta: «Giocavamo ai bucanieri e
io stavo andando all’arrembaggio della nave ammiraglia quando la porta si aprì e
Francis sbucò nella sala con una pila di libri nelle mani. Ma ahimè, tutti sanno che
l’assalto di un pirata è difficile da frenare in mezzo metro… e così gli rovinai addosso,
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e feci ruzzolare a terra lui e il suo prezioso carico. Ricordo sempre che si rialzò e con
sguardo rabbioso mi disse: ‘credo che suo nonno la stia aspettando, mister Weston’.»
Mister Weston… il gelo si impossessa di lei in un istante. Non può dimenticarlo:
aleggia ogni notte nei suoi incubi. Weston è il nome dell’assassino, del mandante dello
sterminio della sua famiglia.
Weston, Fairfax. La confusione e la paura spalancano un abisso dentro di lei. Si sente
chiedere, con voce soffocata: «Ma… perché Weston? Non ti chiami Fairfax, Jonathan
Fairfax? ».
«Dimentichi ciò che ti ho detto poco fa, che mio padre ha cambiato il nostro nome
quando…»
Non sente più nulla, tutto inizia a vorticare attorno a lei e il respiro si fa affannoso e
pesante al tempo stesso.
Ha ricominciato a nevicare, ma la neve che scende non è bianca, ma rossa. Il cielo
piove sangue.
Sente strani rumori provenire da angoli nascosti del giardino, delle grida soffocate; si
guarda in giro e nel cespuglio alla sua destra vede la sagoma della testa mozzata di
cervo e le sembra di scorgere il baluginio del suo occhio vitreo.
Improvvisamente c’è Francis al suo fianco e le porge qualcosa.
«Capisci adesso? È lui l’erede di Weston. È per lui che ci hanno assassinati, Marion,
per farlo crescere nella dimora che suo nonno aveva scelto per lui. Fa’ ciò che devi.
Ripaga il sangue con il sangue. »
Ancor prima di guardare sa cosa le sta offrendo il fratello: è un pugnale. Lo afferra
tremando nascondendolo tra le pieghe del cappotto.
Jonathan la guarda, preoccupato.
«Marion, va tutto bene? All’improvviso mi sembri…»
Sa di doverlo fare subito, senza lasciarlo continuare a parlare.
Si avvicina a lui e lo bacia. È un bacio intenso, appassionato. Chiude gli occhi e sente
il sapore di mela, e le vertigini di allora. Una lacrima sola le scende sulla guancia.
Si stacca, respirando, raccogliendo le forze.
«Mi dispiace… non sai quanto. Non c’entra nulla con te. E non c’entra nulla con me,
ma così dev’essere. Anche stasera la neve ha sete di sangue». Sente la presa salda di
Francis sulla sua mano e insieme affondano il pugnale nel petto dell’uomo, che cade
in ginocchio davanti al lei con sguardo incredulo.
Jonathan ha un fremito e prima di crollare lancia un gemito lieve, lungo e stridente,
come quello di un animale. Come quello di un cervo.
La ragazza si inginocchia vicino a Jonathan ormai privo di vita, lo cinge tra le braccia
mentre dalla ferita sgorga il suo sangue che le scalda le mani. L’eco di “Silent Night”
giunge attutito dalla casa e per qualche secondo lei si dondola su quella melodia.
Poi guarda verso Francis che sta lentamente perdendo consistenza. L’espressione del
fantasma si fa cauta, sospettosa: «Cosa vuoi fare, Marion?».
«Ciò che devo. Voi siete stati vendicati ma ora mi spetta l’ultimo compito: devo
chiudere il cerchio. Nessun superstite, ri cordi? Stanotte la neve avrà tutto il sangue
che chiede» e così facendo fa scivolare il coltello dentro di lei all’altezza del cuore.
Il gelo la raggiunge a poco a poco, e lei aspetta la fine guardando la lenta danza dei
fiocchi. Quando la morte la afferra con il suo morso di ghiaccio, si accascia a terra: un
fiore bianco in mezzo alla neve rosso sangue.
32
Lo strano caso del poliziotto che
arrestò Babbo Natale
Nicoletta Bortolotti
Dedicato ai 30.000 bambini italiani, figli di emigranti giunti in Svizzera, che intorno agli anni
Settanta vissero chiusi in soffitte e cantine perché la legge vietava ai lavoratori stranieri di
portare i figli con sé. Non potevano ridere, non potevano piangere e non potevano giocare, per
non attirare l’attenzione. Per questo furono chiamati “bambini del silenzio”.
Q
uando lo conobbi era l’inverno del 1970 e avevo undici anni. E abitavo a
Ginevra. E mio padre aveva aperto da poco questo negozio di animali.
Ed era quasi Natale.
Le luci della città si specchiavano la sera nel lago gelato come delle stelle capovolte.
Vicino alla riva il ghiaccio era graffiato dalle lame dei nostri pattini. Ricami che, con
le guance arrossate dal freddo e dalla velocità, tracciavamo dopo una rapida curva o
una giravolta. Ricami di niente cancellati da altri ricami. Se li seguivo, se mi perdevo
nelle loro traiettorie sottili, dove mi avrebbero portato?
Undici anni è un’età troppo strana, in cui non sai se credere alle cose che credevi una
volta.
Per esempio, a undici anni, non sapevo se credere che quei fiocchi di neve fossero gli
starnuti degli angeli, come un tempo ci diceva la maestra di religione, o vapore acqueo
condensato in cristalli dalla forma regolare, come diceva mio padre che era ateo.
Per esempio, non sapevo se credere che gli uomini sono davvero uguali perché sul
water si siedono tutti allo stesso modo, come diceva la bidella Maria che veniva da
Reggio Emilia, o diversi come i gatti del nostro negozio, ognuno di una razza diversa
dall’altra. Anche i gatti però facevano la pipì nello stesso modo.
Per esempio, Michele.
Il nostro compagno più grande, l’ultimo della classe, quello che era venuto a scuola
quattro mesi dopo l’inizio dell’anno, in che cosa era uguale a me? Aveva abitato
vicino a un vulcano, l’Etna, e ora viveva in un orfanotrofio appena fuori città, perché
i suoi genitori erano venuti a lavorare qui. C’era questa legge in Svizzera che vietava
agli emigranti di portarsi dietro i bambini. Quando i ragazzi lo prendevano in giro
imitando il suo incomprensibile dialetto, la bidella Maria, dopo aver scaldato l’acqua
per il tè sul piccolo cucinino della bidelleria, mi diceva: «Preferirebbero stare per un
po’ in un collegio come figli di nessuno o vivere insieme alla loro famiglia e ad altre
trenta persone in una baracca di sette metri per quattro, con un lavandino e il bagno
fuori? La sai una cosa?»
33
Rispondevo no, non lo so. E intingevo nella tazza di tè fumante un biscotto di pan
pepato ricoperto di cioccolato a forma di campana.
«In estate, quando picchia il sole, quelle baracche diventano forni, lo sai?»
Rispondevo no, non lo so, non ci sono mai stata in quelle baracche. I biscotti che
preparava la bidella Maria, e che dava a noi ragazzi quando venivamo a rifugiarci nel
suo stanzino e ci sedevamo vicino agli armadietti delle scope, sapevano di cannella, di
mele calde e di mandorle. Sapevano dei giorni che mancano a Natale e delle porticine
che aprivamo ogni mattina sul calendario dell’Avvento.
«E la gente se ne va a dormire sui tetti. Lo sai quanti bambini cadono giù e se li rubano
gli spiriti?» Non lo sapevo quanti erano questi bambini e non volevo che lei me lo
dicesse perché quando la bidella Maria pronunciava la parola “spiriti” le si abbassava
la voce, le veniva una voce cavernosa e a me veniva un terrore nelle gambe che dovevo
alzarmi dalla sedia e per poco non mi tiravo addosso tutte le scope.
Michele non sapeva scrivere né spiccicare un solo verbo in francese ed era uguale
a me come un abete è uguale a un cactus. Lui a scuola era invisibile e i maestri non
lo interrogavano neanche. Tranne l’insegnante di matematica, la signora Cornèlie
Blanchard, il terrore di tutti gli studenti. Michele diventava visibile solo quando lei
lo sbatteva fuori dalla porta perché i suoi quaderni erano più bianchi dei nostri. In
questo io e lui eravamo uguali. La signora Blanchard sbatteva spesso anche me fuori
dalla porta perché non riuscivo a tenere a freno la lingua. Però Michele disegnava
bene e io no.
A undici anni non sapevo se per credere che una cosa esista devi anche vederla. Per
esempio la faccenda di Dio. Una volta lo chiesi all’insegnante di religione e, tanto per
cambiare, mi fece uscire dall’aula. In castigo. A quel genere di castighi ero abbonata
come al Corrierino dei Piccoli anche se a scuola andavo bene e finivo per prima i
problemi di aritmetica.
A undici anni non sapevo neanche se credere ancora che fosse Babbo Natale a portare
i regali. O se invece li comprassero i miei genitori. Avevo chiesto i pattini nuovi. Ma
avevo troppa paura per decidere perché era una scelta che avrebbe cambiato per
sempre il mio futuro. Se decidevo di credere mi sembrava di tornare a intrappolarmi
dentro le favole. Se decidevo di non credere mi sembrava di avventurarmi in un
mondo senza regali. E senza magia.
Il mondo dei grandi.
Quando avevo undici anni.
Era l’età in cui cominciano le storie. La mia storia cominciò un po’ prima di quando
conobbi lui. E un po’ prima del giorno di Natale. Cominciò, come tante altre storie,
con una soffitta in cui mi era vietato entrare. E con un filo di luce che filtrava da
sotto la porta chiusa, al cui interno non avrebbe dovuto esserci nessuno. E la storia
proseguì quando, con la paura nelle ginocchia e il coraggio nelle dita, spinsi quella
porta ed entrai…
Abitavamo in una graziosa casa d’epoca, coi balconi in ferro battuto e le cornici di
pietra decorata fra un piano e l’altro. Proprio di fianco alla nostra, c’era la palazzina
dove stava in affitto la bidella Maria. E di fronte abitava la signora Blanchard. Queste
tre case formavano un triangolo affacciato su una piazza piccola e silenziosa, che ci si
poteva vedere dalle finestre. In inverno era un triangolo bianco di neve e in estate un
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triangolo rosso di gerani
ricadenti.
La signora Blanchard
viveva da sola con la
figlia, perché il marito se
n’era andato molti anni
fa, lasciando dietro di sé,
come diceva mia madre,
non la nostalgia ma una
montagna di debiti. Mia
madre diceva che forse era
per questo che la signora
Blanchard era più acida
dell’aceto e a noi ragazzi
dava voti così bassi. Era
perché il marito l’aveva
lasciata sola.
E quando ogni anno la
bidella Maria si vestiva
da Babbo Natale per
far divertire noi studenti, la signora Blanchard non rideva mai e la guardava con
disprezzo. Io lo sapevo che la bidella Maria nascondeva il vestito nella soffitta di casa
sua perché un giorno in cui ero andata da lei per portarle dei pantaloni di mio padre
da cucire (lei cuciva e faceva gli orli meglio di una sarta) me lo aveva confidato. Quel
giorno in negozio era morta una tartaruga a cui ero affezionatissima. Non so perché
ho sentito proprio il bisogno di avere intorno a me le braccia forti e calde della bidella
Maria. Quel giorno ho anche sentito dei rumori che provenivano da sopra. Non poteva
essere Babbo Natale, avevo già smesso di crederci da un pezzo.
Allora cos’era? O chi?
Ho chiesto alla bidella Maria, c’è qualcuno nella tua soffitta? Lei mi ha risposto, no. E
mi ha detto, non salire, cara, per nessuna ragione.
Un pomeriggio che nevicava fitto ho chiesto a mia madre se dovevo portare qualcos’altro
da cucire alla bidella Maria. E mia madre mi ha dato la mia giacca a vento che aveva
uno strappo nella schiena. Me l’ero fatto cadendo sul ghiaccio coi pattini. Quando
sono arrivata a casa sua, la bidella Maria voleva prepararmi il tè con i biscotti. Ma il
tè era finito. Io ho insistito a dire che volevo il tè. Sapevo che la bidella Maria sarebbe
uscita sotto la neve per andare a comprarmi il tè. E così ha fatto. Appena lei è uscita,
sono salita su per la scala di legno che conduceva alla soffitta e ho aperto la porta. Non
era chiusa a chiave.
Cosa mi trovo di fronte. Mi trovo questo.
Un Babbo Natale non molto alto e magro, con il vestito che indossava la bidella Maria
per farci ridere. Il vestito però gli stava larghissimo. Non ho fatto in tempo a scendere
che la bidella Maria era già tornata. Mi sono bloccata davanti a lei, ai piedi della scala,
come un gatto davanti ai fari di un auto. Si è portata le mani alla bocca e mi ha detto:
«Così lo hai scoperto!»
«Quel ragazzo vestito da Babbo Natale? Chi è?» le ho chiesto. Mica credevo che fosse
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un Babbo Natale vero, magari la bidella Maria pensava che ci credessi ancora?
E poi mi ha risposto: «Mio figlio.»
«Hai un figlio?! E… lo tieni qui?» Incredibile, non avevo mai immaginato che la bidella
Maria potesse avere un figlio. Non ne aveva mai parlato.
«Ho nascosto Matteo in questa soffitta perché non fosse mandato all’Orphelinat du
Grand-Saconnex… La legge mi vieta di tenerlo qui e in Italia non ho nessuno a cui
affidarlo…» Poi la bidella Maria si è messa un po’ a piangere ma non tantissimo e mi
ha detto, non dirlo a nessuno. E così ho fatto. Non ho detto niente neanche ai miei
genitori. Ma forse loro avrebbero capito. Ogni tanto, con la scusa di portarle qualche
vestito da sistemare, andavo a trovarla e poi salivo in soffitta e parlavo con questo
Babbo Natale che era suo figlio. Ma parlavo una lingua diversa dalla sua e allora io e
lui non parlavamo con la lingua ma coi gesti. Non so come riuscivamo a divertirci lo
stesso.
Una sera lui si è sporto dalla finestra piccola sotto il tetto e stava passando la signora
Blanchard, che ha alzato lo sguardo. Le è sembrato di vedere la testa di un bambino
stagliarsi dietro al vetro.
Due nevicate forti e due pomeriggi più tardi, io e Matteo stavamo giocando con il
vestito di Babbo Natale. Un po’ lo indossavo io e un po’ lui. Adesso era il suo turno.
Facevamo una recita. Una recita muta, solo a gesti, lui era bravo come mimo. Abbiamo
sentito un gran trambusto al piano inferiore. Una voce inconfondibile. Quella della
signora Blanchard. Dava delle indicazioni a qualcuno. Un uomo. La bidella Maria
gridava, no, no. Ho sentito dei passi pesanti sulle scale e il poliziotto è piombato
come un falco su di noi che stavamo imitando le renne. Era un agente della polizia
cantonale. Ha preso Matteo per un braccio con addosso il vestito da Babbo Natale,
perché non ha fatto in tempo a toglierselo, e l’ha portato via. Poi ha portato via anche
la bidella Maria. Poi non li ho più visti e sono venuta a sapere, a scuola, che li avevano
rimandati in Italia. Io non ho più visto la bidella Maria e neanche Matteo, ma il bacio
che lui mi ha soffiato con la mano aperta mentre lo spingevano giù dalle scale non lo
dimentico.
Quel giorno è stato il più bello e il più triste della mia vita.
Più triste.
Perché adesso avevo proprio la certezza che Babbo Natale non esisteva, perché se
fosse esistito avrebbe fatto qualcosa.
Più bello.
Perché un ragazzo mi ha dato il primo bacio senza neanche avermi baciata. I baci dati
te li puoi dimenticare, ma quelli non dati li ricordi per sempre, perché per sempre ti
immagini come sarebbe stato darli.
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L’assemblea di Natale
Rita Charbonnier
C
’era una volta un elettrodomestico che tutti, ma proprio tutti, avevano in casa,
malgrado non fosse indispensabile. Non serviva a conservare i cibi o cuocerli, né a
lavare la biancheria o pulire il pavimento. Eppure era in funzione ovunque giorno e
notte e diffondeva un perenne, confortevole borbottio. Alcuni utenti si curavano solo
di accenderlo per poi dedicarsi ad altre attività, ascoltandolo distrattamente; i più vi
si spaparanzavano di fronte, soprattutto la sera, e lo osservavano mangiucchiando,
fumando o grattandosi. Poiché l’elettrodomestico riproduceva, oltre che suoni,
immagini. Era questa la sua forza.
Purtroppo però le immagini non erano belle. I colori erano falsi, troppo accesi, e i volti
deformi: labbra innaturalmente gonfie, capelli trapiantati, tinti e stirati, fronti distese
a forza che conferivano un’espressione tonta, in contrasto con lo sguardo crudele degli
occhi truccatissimi. Anche quelli degli uomini.
Nemmeno le voci erano belle: il più delle volte si trattava di grida che rivelavano, e
comunicavano, un desiderio ansioso di sopraffazione. E nemmeno i contenuti erano
belli. Era raro cogliere qualcosa che desse piacere, o commozione, che sorprendesse
il cuore o facesse nascere il desiderio di comprendere meglio una cosa importante.
Giusto a tarda notte qualche insonne incappava in un sorriso vero, un pensiero onesto,
un concerto pacificante; ma poi, al mattino, tornava tutto come prima.
Ora, il fatto è che gli elettrodomestici erano profondamente stufi di questa situazione.
Se ne stavano immobili nei salotti, nelle cucine, nelle camere da letto e a volte anche
nei bagni, condannati a trasmettere spettacoli che trovavano bruttissimi. In più erano
costretti a sorbirsi la visione deprimente dei loro proprietari accasciati sulle poltrone
a ruttare, le dita affondate nei popcorn e i telecomandi in bilico sui grassi stomaci.
Attraverso cavi, antenne e parabole, cominciarono quindi a discuterne tra loro e
decisero in breve di convocare un’assemblea generale. Scelsero di incontrarsi la notte
della vigilia di Natale, quando tutti gli esseri umani sarebbero stati intenti a scambiarsi
auguri e regali, e per una volta non avrebbero fatto troppo caso a loro.
La sera del 24 dicembre splendeva nel cielo una luna piena e sorridente, che divenne
addirittura ilare nel vedere le strade della città affollarsi di schermi LCD, ultrapiatti e
ultramoderni, dispositivi fuori moda con i tasti a molla, mini-schermi che si potevano
tenere sulle ginocchia, e anche qualche telefono cellulare assai evoluto. In gran segreto
e senza dire una parola, tutti marciavano verso un pratone di periferia dove s’erano
dati appuntamento.
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I più silenziosi erano i maxischermi, che si
guardavano intorno con sussiego: avevano lasciato il
posto d’onore negli elegantissimi salotti per ritrovarsi
nel mezzo di una marmaglia un po’ plebea. Alcuni
corpulenti apparecchi anziani, che per funzionare
avevano bisogno dei decoder, li avevano lasciati a
casa e quelli li rincorrevano strillando: “Dove credi di
andare, senza di me? Tu da solo non vali più nulla!”
Gli ultimi ritrovati della tecnologia, che servivano
anche per andare su Internet, avevano aderito alla
manifestazione per puro spirito di solidarietà; ma del
resto i loro padroni non li utilizzavano quasi mai per
la rete, convinti com’erano che questa fosse un luogo
adatto solo agli sporcaccioni e alle persone sole.
Giunsero nel grande prato. La luna era così contenta
che batteva le mani, e dai suoi occhi cadevano lacrime
di gioia che toccando il suolo si trasformavano in
fiori stupendi. La decisione fu presa in un attimo.
Gli apparecchi si guardarono l’un l’altro superando
i pregiudizi, dimenticarono le differenze individuali,
si accostarono, si scomposero, si sovrapposero, si
mescolarono e si fusero. Erano decine, centinaia,
migliaia, milioni.
All’alba del 25 dicembre le strade della periferia
erano percorse da un solo veicolo, un camion con
due uomini a bordo. D’un tratto il conducente fece
una frenata così brusca che il suo amico rischiò di
sbattere la testa contro il vetro: al centro del grande
prato troneggiava un palazzo altissimo e bellissimo,
che il giorno prima non c’era! Non s’era mai visto!
Mentre il sole si levava, i due scesero dal camion, si
avvicinarono al portone d’ingresso, lo aprirono e si
addentrarono circospetti: l’edificio si componeva di appartamenti fatti e finiti, perfetti
in ogni particolare, completi di muri, porte e finestre con le maniglie, scale, ascensori,
mobilio, persino quadri e tappeti. C’era tutto quel che serve in una casa per poterci
abitare. Mancava solo la televisione.
Da quel giorno, tutti coloro che lavoravano in tivù si ritrovarono senza occupazione.
Riuscirono però a reinventarsi in fretta: qualcuno si trasferì in Sicilia per riorganizzare
l’assistenza agli immigrati, qualcun altro installò un cavalletto a Piazza Navona per
ritrarre i turisti di passaggio, i più si impiegarono come guide negli studi televisivi,
che furono trasformati in musei. E pian piano tutti i volti deformi ritrovarono la loro
naturale bellezza.
Gli utenti trovarono modi più gustosi di trascorrere le serate: andare a trovare gli
amici, passeggiare all’aria fresca, godersi uno spettacolo a teatro o magari restare a
casa per fare l’amore. Ogni tanto una coppietta, tenendosi a braccetto, passava sotto il
grande palazzo di periferia e sussurrava: “Certo che quel fabbricato è uno spettacolo.
Non c’è che dire: Renzo Piano non si smentisce mai.”
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Daigo
Leonardo Patrignani
D
ove diavolo eri?
Qualsiasi cosa tu stia facendo, fermati. Non sapevo dove trovarti e come avvisarti.
Hai scordato di inviare la scheda di conferma nel momento in cui ti sei introdotto nel
corpo? O c’è stato qualche altro tipo di intoppo? Per trascinarti qui ho fatto partire un
impulso sinaptico, dannazione. Lo sai che non dovrei sprecarli, non ne abbiamo molti
a disposizione. Ti direi di stare attento la prossima volta, ma non ce ne sarà una se
fallisci. Completi l’obiettivo o non torni indietro, le regole sono chiare. Allora, non ho
idea di quale corpo tu abbia scelto, alla fine di questo messaggio non dimenticarti di
spedirmi quella dannata scheda, se ti ricordi come si fa. Veniamo al tuo compito: spero
che tu abbia scelto una donna. Giovane, magari. Non desta sospetti, è un personaggio
funzionale al nostro scopo. Anche se tu fossi alla guida di un uomo o un ragazzo,
va bene lo stesso. Segui queste indicazioni e non prendere iniziative impreviste o ci
squalificano.
Nell’ingresso in Terra potresti aver perso qualche frammento mnemonico, ad
alcuni capita. Forse è per questo che non hai inviato la scheda. In ogni caso ti ricorderò
tutto in questa comunicazione, per non rischiare. Stammi a sentire, dunque. Sei nella
prima fase, solitamente è la più difficile. In questo momento sei convinto di essere la
persona in cui ti trovi. Credi di leggere un racconto su uno schermo, di aver scelto di
leggerlo per chissà quale ragione e di avere a che fare con un’opera di fantasia. Non
è così. Sei davanti a queste righe per via del mio impulso sinaptico, il testo che stai
leggendo l’ho inciso io con un programma vocale e inserito in una raccolta uscita in
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concomitanza col tuo risveglio. Ho dovuto usare un bonus per fare questo, visto che
non mi hai inviato la scheda e non so dove diavolo ti trovi. Né quando diavolo ti trovi!
Ascoltami bene: tutto ciò che ricordi della tua vita fino a oggi è frutto della connessione
con la memoria ospite. Sei certo di essere nato da qualche parte, di aver vissuto un tot di
anni, di conoscere dei luoghi, una o più lingue, di avere amici e parenti, eccetera. Tutto
falso. Quello non sei tu. Sei entrato in quel corpo da poche ore, l’hai scelto da un database
al quale io non ho accesso e ti sei risvegliato stamattina dentro a una vita che non è la tua.
Da ora in poi guiderai un essere umano abitante su Terra e hai una settimana per
completare l’obiettivo. Cerca di mantenere i rapporti sociali così come te li ricordi. Non
fare casino, non dare nell’occhio. Se lavori o vai a scuola, continua a farlo per tutta la
settimana come se fossi veramente la persona che ti ospita. Vedrai, ti sembrerà naturale,
i meccanismi abituali vanno in automatico e la tua memoria attuale è quella del tuo
ospite. Ma guardati attorno. Sempre. Tra le persone che ti circondano ogni giorno ci
sono gli altri. Quelli come te. Siete stati inseriti in una realtà ben precisa, nello stesso
momento storico, nello stesso posto. Siete dieci, solo uno di voi ne uscirà e potrà tornare
indietro.
La missione in questione è semplice: c’è una persona, tra tutte quelle che conosci da
sempre (o meglio, quelle che il tuo corpo ospite conosce da sempre) che sta architettando
un omicidio di massa. Non ho informazioni su che tipo di attentato sia. Una bomba in
una metropolitana, la diffusione di un virus letale in una scuola, una strage negli uffici
di un’azienda… dovrai scoprirlo tu. E’ garantito che riuscirà nell’intento se nessuno tra
te e gli altri nove saprà individuarlo e fermarlo. Forse non lo ricorderai al momento, ma
stiamo facendo questo addestramento su Terra, quindi ti trovi all’interno di eventi già
accaduti, disponibili negli archivi. Terra è quella realtà che hanno chiuso nell’anno 2181
d.C., ma credo ti abbiano spedito in un’epoca precedente di almeno un centinaio di anni.
Usano Terra per sfide come questa perché è la realtà più simile alla nostra. Ah, visto che
magari non te lo ricordi, io sono Daigo, ho 22 anni e ho deciso di partecipare a questo
addestramento perché voglio entrare nelle squadre operative più di ogni altra cosa al
mondo. Tu qui sei un ragazzo di 21 anni di nome Taro, e fai tutto questo perché tuo padre
non c’è più e tua madre da sola non ce la fa. Piuttosto che morire di fame, hai rischiato
di morire sul serio e partecipare a questa sfida. La selezione a cui stiamo partecipando in
coppia è una competizione nazionale divisa in decine di gironi. Partecipano tutti quelli
che non hanno soldi, i disperati, i fanatici come me, gli svitati e varia altra gente che
vuole dare un senso alla propria vita. Ogni girone è composto da dieci coppie, la coppia
che vince avanza, le altre nove fanno una brutta fine che preferisco non conoscere nei
dettagli. Se pensavi che Terra fosse una realtà messa male, è perché al momento non
ricordi che qui la situazione è ben peggiore.
Dove sei ora? Stai leggendo il mio messaggio in un posto sicuro?
Non preoccuparti se questo testo finirà nelle mani di altre persone, penseranno che si
tratti di un racconto di fantasia. Ho usato questo stratagemma apposta, su Terra nessuno
sa niente di chi tu sia. In realtà, non sanno niente nemmeno di chi loro siano davvero. E
se anche dovesse finire nelle mani di un altro contendente della sfida, sarà come passare
dallo stesso punto durante una caccia al tesoro. Gli altri sanno benissimo che sono lì per
uno scopo preciso, saranno stati avvisati e istruiti dal loro pilota di turno, come io sto
facendo con te. Certo, se tu avessi mandato la scheda subito dopo aver preso possesso del
corpo, avrei avuto tutte le tue informazioni e non avrei sprecato un impulso sinaptico per
comunicare con te, ma pazienza. Ormai siamo qui. Io ti ho spedito verso questo racconto,
tu l’hai trovato e lo stai leggendo, problema risolto. Abbiamo un bonus in meno perché
senza coordinate non avrei saputo come fartelo recapitare, ma era inevitabile.
Ah, quasi dimenticavo. La mia prossima comunicazione avverrà in una modalità
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molto semplice. Se ho capito bene – i coordinatori sono sempre vaghi, ci provano gusto
a metterci in difficoltà – sei stato buttato nella società di internet, quindi non appena mi
manderai la tua scheda avrò diversi strumenti per contattarti. Con tutta probabilità ti
manderò un’e-mail. Farò in modo di farla finire nel filtro anti-spam, quindi nei prossimi
giorni controlla per bene la posta indesiderata. Se non sei in quegli anni mi inventerò
qualcos’altro, ma mandami quella dannata scheda non appena finisci di leggere questo
mio avviso!
Da ora in poi fai attenzione a qualsiasi segnale fuori posto. So per certo che il
potenziale autore della strage non è uno da “delitto perfetto”, è un dilettante. Magari un
disperato, qualcuno che sta per commettere un gesto estremo. Che ne so, uno studente
mentalmente turbato, un lavoratore da poco licenziato o una qualsiasi persona tra le
tue conoscenze la cui vita in questo momento non sta andando esattamente a gonfie
vele. La tua abilità – dunque la nostra chance di vittoria – dipende dal fatto di cogliere
questi segnali. Il soggetto farà degli errori, si lascerà sfuggire qualche dettaglio, insomma
darà a te e agli altri più di un’occasione per intercettarlo e anticipare le sue intenzioni.
Se stamattina ti sei svegliato in un periodo dove il mondo è connesso mediante social
network, potresti scovare qualche particolare decisivo in una conversazione, o in
un’opinione personale resa pubblica dal soggetto in questione… datti da fare. Appena
avrò la tua scheda saprò darti qualche consiglio in più, facendo una ricerca sull’anno in
cui ti trovi.
Una cosa: se per caso ti imbatti in un altro operativo, infiltrato in Terra come te
per vincere questa sfida, e capisci che non è un essere umano come gli altri, evitalo.
Lascialo perdere, non fargli niente. Rischiamo la squalifica. Lo sai perché stiamo facendo
tutto questo: la coppia che vincerà questa competizione – di cui questo è solo il primo
incarico - verrà inserita nei servizi segreti della capitale. Se passiamo questo girone, nel
prossimo si invertiranno i ruoli e sarai tu a coordinarmi dal quartier generale. Finché sei
sul campo, ricordati una regola fondamentale: conta solo l’eliminazione dell’obiettivo.
Uccidi qualcun altro per sbaglio, e saremo buttati fuori.
Mi piace immaginare che tu stia leggendo questo messaggio in mezzo alle persone,
che la gente creda che tu sia alle prese con un racconto, mentre in realtà in questo istante
noi stiamo comunicando, ma nessuno è in grado di capirlo. Ma non so dove ti trovi,
quindi potresti anche essere in una stanza di fronte a un monitor, da solo. O da sola, se
hai scelto un ospite di sesso femminile per questa missione. Voglio però invitarti a non
perdere tempo. Non so da quante ore ti sei svegliato, ma hai solo una settimana. Alla fine
della settimana, se nessuno avrà trovato il potenziale autore della strage, faremo tutti
una brutta fine. Stessa cosa se lo troverà un altro contendente prima di te.
Ora chiudo. Ti ho detto tutto quello che potevo dirti in una prima comunicazione.
Non posso suggerirti come si invia la scheda alla mia postazione al quartier generale – il
regolamento è ferreo su questo punto – quindi mi auguro di cuore che tu te lo ricordi! Se
così non fosse, abbiamo solo un’alternativa. Posso sprecare un altro impulso per spedirti
da qualche parte, come ho fatto indirizzandoti verso questo racconto. E potrei codificare
un’altra comunicazione criptata. Ma finché tu non hai modo di comunicarmi le tue
coordinate, il mio ruolo di pilota è seriamente compromesso.
In poche parole, se non riesci a ricordarti come inviarmi i dati, sei solo in mezzo alla
fossa dei leoni. E devi cavartela senza supporto.
Ok, basta con le chiacchiere. Chiudi questo file, inizia a guardarti attorno, esamina
tutte le persone che conosci e non dare niente per scontato. Potrebbe essere il tuo migliore
amico, un parente stretto, un collega di lavoro che incontri ogni giorno o un compagno
di scuola. Ogni segnale potrebbe essere quello decisivo, cerca di coglierlo e trova quel
bastardo prima che faccia quello che ha intenzione di fare!
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Ah, Taro, visto che me l’hai chiesto prima di cominciare la missione... sì, ho portato
a tua madre quel fiore. E la lettera. Non so in che periodo tu sia in Terra, ma qui domani è
il giorno di Natale. Nel piccolo cortile di fronte a casa tua è stato piantato un albero, pare
che ve l’abbia regalato un vicino di casa. Tua madre mi ha raccontato che l’anno scorso tuo
papà ne rubò uno ai magazzini Derryl pur di festeggiare con voi secondo la tradizione.
Quest’anno non ci sarà nessuno accanto a lei, ma mi è sembrato di intravedere una punta
di orgoglio nel suo sguardo. Il tuo gesto l’ha resa una donna fiera.
Mi ha detto di riferirti che ti vuole bene, che prega ogni istante perché vi possiate
riabbracciare e che, qualsiasi cosa succeda, tu per lei hai già vinto.
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L’ultimo regalo
Alexia Bianchini
M
erida oltrepassò la soglia. Al di là del varco c’era un mondo a lei sconosciuto.
Dicevano che un tempo il pianeta Tars fosse stato popolato da creature simili a lei,
forse più alte. La guerra le aveva rese folli. Si erano sterminati. Di loro era rimasto solo
il ricordo.
Richiuse il portellone della Mallory, l’astruso mezzo di trasporto, soprannominata
la Giramondi, come la chiamava l’esimio professor Virago. La piccola astronave,
interamente costruita in rame, era alimentata a energia a vapore. Aveva capacità
limitata. Per questo motivo era stata selezionata come Viaggiatore. Merida era minuta,
abbastanza piccola da non rimanere soffocata da tubi e cavi.
Con indosso la maschera antigas, e l’armatura in ottone di Guillet, l’assistente del
professore, scese dall’abitacolo guardandosi attorno: c’era solo nebbia intorno a lei.
La corazza era stata modificata rispetto lo scorso viaggio di perlustrazione, in modo
da renderla più leggera e più resistente alla corrosione. Nei viaggi precedenti aveva
rischiato di essere incenerita, o schiacciata dall’atmosfera. Aveva visitato diversi
mondi paralleli. Il suo compito era quello di guardare, memorizzare, e riferire. Era
vietato interagire.
Per proteggersi dai nativi l’armatura veniva schermata. All’esoscheletro erano state
applicate delle placche di meta-materiale, inserite alle quattro estremità. La proprietà
elettromagnetica acquisita permetteva di deviare la luce, rendendola invisibile. L’unica
pecca, a cui gli scienziati non avevano ancora trovato una soluzione adeguata, era la
dispersione sonora. Sebbene fosse stata dotata di cuscinetti, e il respiro fosse schermato
dalla maschera, se si fosse messa a gridare l’avrebbero sentita tutti. Le avevano fatto
mille raccomandazioni in proposito, preoccupati che potessero accorgersi della sua
presenza.
In realtà aveva pensato parecchie volte a come avrebbe reagito se avesse incontrato
qualcuno. Avrebbe voluto incappare in un nativo, ma in tutti i viaggi effettuati sin ora
non aveva visto anima viva. C’erano solo e sempre rovine.
Accese la Geordie lamp, applicata sull’elmo, facendo attenzione a non impigliarsi con
i cavi appesi ai manicotti sugli avambracci. Si sentiva impacciata. Mosse due passi in
avanti, poi cercò un appiglio sicuro, c’erano troppi detriti sul pavimento.
Un rumore sordo attirò la sua attenzione. Si voltò di scatto, il fiato corto dalla paura.
Non vedeva nulla, rimase in attesa, i nervi tesi allo spasimo.
Seguì un boato, ma la nebbia non permetteva di vedere nulla di fronte a lei.
Prese coraggio e, rammentando di essere invisibile, si incamminò verso il luogo da
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cui era arrivato il rumore.
Pochi passi e si trovò davanti
un muro crollato. Valutò di
essere in mezzo a una strada.
Dentro l’edificio, a parte la
polvere appena sollevata,
la vista era decisamente
migliore. Decise di entrare in
perlustrazione.
Scheletri ovunque. I nativi
avevano la stessa struttura
ossea dei terrestri, ma lei non
era un’esperta. Aveva appena
sedici anni, e non era mai
stata una cima in nessuna
materia. Era stata prelevata
dal collegio di Pavia appena
un anno prima, scelta dopo
un’accurata selezione, a detta
del professor Virago. Ancora non si capacitava.
Da un letto rigido di una camerata era finita a casa del suo nuovo tutore. Aveva una
camera lussuosa tutta per lei, un letto a baldacchino che mai aveva visto prima. La
famiglia Virago aveva persino il telefono in casa. Una donna cordiale si occupava di
lei, il rigore delle suore era ormai cosa passata, anche se non si permetteva di abusare
della gentilezza del suo responsabile, non si sarebbe mai sognata di comportarsi male,
con il rischio di tornare nel lugubre postaccio dove era cresciuta.
Anche se all’inizio si era spaventata quando le avevano spiegato cosa avrebbe dovuto
fare per sdebitarsi, si accorse ben presto che quei viaggi misteriosi l’affascinavano.
L’unico rammarico era non poter vedere più la signorina Rose, una ragazza inglese
che per amore si era trasferita in Italia e che faceva volontariato presso il collegio.
Innamorata di Charles Dickens, non faceva altro che raccontare storie. La più amata
da Merida era quella del cattivo Scrooge, che tanto le ricordava Padre Rodolfo.
Non l’aveva più rivista dopo il suo trasferimento, ma la sera, sola nel suo letto, cercava
di ricordare quella voce calda, dall’accento mieloso, e la favola appassionante che le
narrava. Era il suo regalo, un frammento di memoria di tanti anni tristi, passati in
quella tetra dimora. Un ricordo piacevole che serviva a dimenticare le cose più brutte.
Brutte come la paura del primo viaggio, vanificata poi dall’assenza totale di vita.
Il primo mondo visitato aveva il cielo azzurro, i prati verdi. Intorno la vastità del
silenzio. Come da ordini aveva preso la Mallory e aveva sorvolato la superficie per un
paio di giorni, registrando il nulla, se non cambi climatici e di pressione.
«Quindi ci sarà la rinascita» aveva detto il professore dopo aver visionato i dati raccolti
e ascoltato il suo resoconto. Non sembrava felice, aveva lasciato Merida confusa. Non
era così malvagio quel pianeta, l’aria era fresca e frizzante. Certo, non c’era anima
viva, ma dato che sulla Terra l’aria pulita era ormai un ricordo lontano, aveva pensato
di portare buone notizie.
Negli ultimi anni le centrali a vapore avevano intasato di gas di scarico il cielo. La
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corsa sfrenata allo sviluppo industriale del 1876 aveva fatto collassare il pianeta, sotto
lo sforzo disumano a cui era stato sottoposto.
Merida aveva intuito che gli esperimenti del professore servissero proprio a trovare un
luogo dove ricominciare, dato che a tavola non si parlava altro che di inquinamento.
«Devo calibrare alla perfezione» continuava a ripetere mentre parlava di calcoli con il
suo assistente. «Altrimenti non riusciremo a rimediare».
«Rimediare a cosa?» gli aveva domandato la prima volta. Il professore l’aveva guardata
in modo strano. Si era incupito, mettendosi a rovistare nel suo mare di scartoffie.
«Ho visto, ho fatto il primo viaggio con la Mallory, ma non posso spiegarti piccolina,
sappi solo che ho bisogno di te, che tutti abbiamo bisogno». Merida non aveva fatto
più domande, aveva ubbidito e basta.
Nei viaggi successivi il sensore dell’equipaggiamento non le permise di togliere il
casco. L’aria fuori era irrespirabile. Aveva camminato per centinaia di metri dal punto
di atterraggio, non trovando altro che cumuli. Non erano pianeti adatti alla vita, diceva
appena rientrata. Il professore mugugnava e si rimetteva a lavorare sui suoi calcoli
insieme all’assistente.
Quest’ultima missione era il viaggio della speranza, così lo aveva definito il professore.
A differenza delle altre volte guardandosi intorno non si sentì così spaesata, anche se
il sensore che misurava l’atmosfera segnava rosso.
Fece altri passi dentro una struttura che le sembrò riconoscibile. Le fattezze erano
quelle di un palazzo come tanti: androne, scale, nulla di così stravagante come aveva
sempre sognato di trovare.
Il piede finì sopra un oggetto conosciuto, un foglio consunto. Lo sollevò con le pinze,
ma non riuscì a leggerlo, aveva caratteri a lei sconosciuti.
Lo mise nella sacca dei reperti e scelse di ispezionare il pianterreno, evitando di salire
le scale con il rischio che le franassero sotto i piedi.
Ossa sparse ovunque. Tante porte davanti a lei e tante stanze uguali. Merida si fermò
perplessa. Le sembrò di trovarsi in una scuola, anche se non riconosceva la lingua con
cui erano indicate le stanze o i vari cartelli ancora attaccati ai muri.
I resti scheletrici erano ai piedi dei banchi, come se la morte fosse giunta improvvisa.
Disse una preghiera, anche se forse loro pregavano un altro Dio.
Continuò a vagare, uscì dalla stanza e prese la Mallory. Doveva trovare un posto
meno tetro per fare altri rilevamenti.
Dopo ore sospesa in volo raggiunse una nuova meta, prestabilita dalla piccola
astronave. Dall’alto non aveva visto nulla. La superficie era completamente coperta
da densa nebbia.
Ossa ovunque, di nuovo. Edifici ingrigiti da fuliggine, piegati da deflagrazioni.
Camminando fra le macerie riconobbe oggetti di uso comune. Erano rotti, sporchi,
ma familiari. Prese con la pinza una spazzola, trovò una scatola di latta simile a quella
in cui Suor Adelaide metteva i biscotti che sequestrava alle ragazze monelle.
Quando lesse su un muro la parola Biblioteca rimase di stucco. Non poteva essere una
coincidenza. Si sarebbe strappata di dosso il casco, se non fosse stato pericoloso. Fece
un respiro profondo, poi portandosi dietro l’esoscheletro si incamminò, voleva delle
risposte, e subito.
Incedette fra gli scaffali ricolmi di libri, fino a quando non trovò il suo preferito. Era
l’edizione inglese che possedeva anche Rose: A Christmas Carol. Lo prese e lo mise
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nella sacca dei reperti. Quando arrivò al
bancone vide mucchi d’ossa a terra. Sollevò
lo sguardo e rimase agghiacciata nel leggere
il datario sul muro.
24 Dicembre 1888, la stesso giorno della sua
ultima partenza.
Merida provò un senso di vuoto. Se non
avesse avuto l’armatura a sostenerla sarebbe
svenuta. Tornò alla Mallory in tutta fretta, la
testa vuota da ogni pensiero.
Controllò la bottoniera di fronte a lei. C’erano
tutte le date fin’ora impostate. Sebbene si
sentisse stupida e non troppo acculturata,
mentre stava per schiacciare i tasti per la
scelta più ovvia, comprese di non poter
tornare indietro, non subito almeno.
L’istinto le fece scegliere la prima destinazione.
Chiuse gli occhi e si fece trasportare nel
tempo. Nel tempo della Rinascita.
Distesa sul prato, sotto un bellissimo cielo
azzurro, si mise a sfogliare il libro sul Natale,
il suo preferito. «Un ultimo regalo» disse ad
alta voce.
Rimase delle ore a leggere e guardarsi intorno.
Il mondo era riuscito a resuscitare, sebbene
l’uomo avesse miseramente fallito.
«Ancora una volta, poi tornerò indietro per
avvisarli» disse guardando i disegni del
libro, pur sapendo che non ci sarebbe stato
nulla da fare in così poco preavviso. Collegò
ogni frase, ogni affermazione sentita in quella
casa. Aveva capito che non aveva viaggiato
per mondi paralleli, non c’era nessun pianeta
Tars. Il professore l’aveva ingannata per non
spaventarla.
Si alzò, l’esoscheletro era al suo fianco, inerte.
Per il viaggio non avrebbe potuto farne a
meno, anche se detestava sentirsi costretta dentro quella ferraglia.
Guardò un ultima volta le distese immense, annusando l’aria profumata di pulito e
di vita che la circondava.
E così, come Tiny Tim diceva: «Dio ci protegga tutti e ci benedica» disse a voce alta
prima di partire verso la Fine.
“E così, come Tiny Tim diceva: «Dio ci protegga tutti e ci benedica»”
Ultima frase del romanzo Il canto di Natale (A Christmas Carol)
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Carmina
Virginia de Winter
D
ue minuscole pillole di un azzurro intenso giacevano sul suo palmo, a metà tra
la linea del cuore e quella della testa. Attese qualche secondo che si attivassero e, quando presero a scintillare simili a
frammenti di specchio sotto il sole, avvicinò il palmo alle labbra e reclinò indietro il
capo. Dall’attico dove si trovava i canali della città si dipanavano sotto di lui come nastri
di seta scintillante di un grigio perlaceo; poco distante dal Canale d’Argento, le
luci stroboscopiche e i fari sparati contro il cielo notturno indicavano dove si stava
tenendo il rave. Anche da quella distanza poteva sentire i bassi echeggiare e vibrare, come il cuore
del buio in un momento di paura. Assottigliò la vista e osservò i corpi muoversi al ritmo della musica, pagliuzze nere
contro la luce violenta che cambiava colore e si tingeva di fumo. Il sapore della loro eccitazione giungeva fino a lui e la sua natura ne era attratta
come se fosse fuoco e lui una falena. Sull’onda di quel pensiero la droga gli colpì le sinapsi con la forza di un maglio e
stelle violacee gli esplosero nel petto e dentro il cranio, chiuse gli occhi inspirando
forte per godersi appieno il momento di ebbrezza in cui la notte cantava soltanto per
lui. Da lontano una voce limpida, degna di un angelo della cerchia aristocratica, gli
sussurrò nell’orecchio parole d’amore e morte. La tua lama mi disegna una rosa sulla carne Vieni da me, seppellisci questo dolore Nel sangue del tuo abbraccio Baciami con le tue labbra di gelo Un soprano cristallino che avrebbe riconosciuto sopra ogni altro e, per la prima e
ultima volta, avrebbe lasciato che lo guidasse fino a lei. Spalancò le braccia e gettò il capo all’indietro lasciando che il vento salmastro
che saliva dalla laguna gli scompigliasse i capelli in una carezza appassionata e
furibonda, poi si lasciò cadere in avanti a precipizio verso il suolo. Cominciò a nevicare. 47
° ° °
Il trench di pelle nera si gonfiò intorno alle sue gambe, le fibbie degli stivali
scintillarono nel buio, il selciato si avvicinava a una velocità insostenibile, l’euforia
della caduta gli incendiava il cuore. Lui rise e si rovesciò all’indietro, il tempo
rallentò mentre compiva una giravolta in aria e atterrava con un molleggio
aggraziato delle ginocchia. I lembi del soprabito si posarono al suolo, tra fiocchi di neve e piume nere che
scomparirono contro le pietre del selciato. Spiccò una corsa verso la fonte della musica pulsante, parole di sangue che
nemmeno il martellare del rave riusciva a nascondere al suo udito. Saltò giù da un ponte, atterrò sul motoscafo che era fermo ad attenderlo e si inoltrò
sul fiume salato. Nei pressi del Mercato Grande, ghirlande di luci pulsanti si riflettevano al
confine con l’acqua insieme a danze sfrenate. Scese sul molo e si inerpicò per
una delle fondamenta, un volto pallido gli si parò davanti: cerone bianco e occhi
pesantemente cerchiati di nero, una lacrima disegnata sulla guancia. Evitò l’umana che si accasciò a terra tra le braccia di un ragazzo vestito di strisce di
cuoio nero strafatto quanto lei e si aprì un varco verso il palco dove la band suonava
e la voce rauca del cantante sparava nel microfono un inno alla morte. La morte. Lui fece un sorriso con le sue belle labbra e si strinse in vita la cintura del trench. Se
solo avessero potuto scoprire quanto fosse deliziosa non avrebbero mai voluto
abbandonarla. Le cicatrici nel tuo respiro Il suono della vita che si spezza Prendimi per mano e portami nella mia tomba Seppelliscimi La dolcezza malinconica di quella voce invece la cantava come se ne conoscesse
nell’intimo l’ineffabile splendore e, sommessa, strattonò i suoi sensi come un nastro
di raso. Seppelliscimi Seppelliscimi con le tue mani di seta. Lei era stata a quella festa e l’aveva abbandonata da poco, si era rifugiata da qualche
parte per sostituire il rock duro con la melodia nella sua testa. «Sei tornato!». Un’altra voce femminile interruppe i suoi pensieri. Si girò e dietro di lui c’era
Maemy Cherry, un Angelo dell’Aurora. Indossava una gonna lunga di pizzo bianco, stivali di vernice e un corpetto allacciato
sul davanti. Nonostante il gelo aveva braccia e spalle nude, i tatuaggi sulla gola
scintillavano d’oro. 48
49
Aveva il trucco sbavato intorno agli occhi e ciocche color ciliegia lunghe fino al
fondo della schiena e sparate in tutte le direzioni, spuntoni di acciaio le ornavano la
sommità del capo. Senza attendere risposta gli prese il viso tra le mani e gli diede un
bacio impetuoso. Gli spinse la lingua tra le labbra e anche quella sapeva di ciliegie. Lo baciò con una
mano tra i suoi capelli e una sulla sua mascella e lui avvertì la sua risata sommessa
sentendolo rispondere a quel saluto intimo. Maemy si tirò indietro e il suo sorriso gli disse che era davvero felice di vederlo. Ragazzi, con la prospettiva di un benvenuto del genere chiunque sarebbe stato
entusiasta di tornare. «Lushius Morfeus in persona» disse Maemy. «Non ci credo. Dovresti essere all’altra
parte del mondo». Luzt sorrise. «Lo ero fino a ieri notte» spiegò. «A Cuba. In un carcere politico
un condannato ha insistito fino a che non mi hanno inviato da lui. Lo stavano
torturando. È stata una cosa rapida. Avevo in programma di trascorrere il Natale
al caldo dei Tropici, ma nelle alte sfere hanno deciso diversamente e sono qui in
servizio». Maemy si accorse che i suoi occhi brillavano e che faticava a contenere l’eccitazione. «Fumiamo qualcosa» gli propose. «Così mi racconti». «Non ho molto tempo». «Ma io ne pretendo un po’». Maemy gli fece un sorriso seducente indugiò a
osservare con evidente desiderio il suo corpo magro e muscoloso vestito di un
completo di alta sartoria di un nero lussuoso, il viso bellissimo e gli occhi dorati. «Sei la morte più bella che qualcuno possa augurarsi». ° ° °
Luzt sembrava un modello balzato fuori da un album che in pochi potevano
permettersi di guardare. La sua bellezza aveva il riflesso vizioso del proibito, la luce del suo sguardo
qualcosa di inquietante. I capelli neri e ricciuti gli cadevano sulla fronte nell’unico
segno di trascuratezza che riusciva a sottolineare la perfezione dell’insieme. Maemy gli porse una bottiglia di vodka nella quale aveva fatto scivolare delle pillole
che la tinsero di uno spumeggiante rosa fragola. «Un pensiero da parte di Blue» disse, porgendogli la bottiglia dopo aver tracannato
un sorso. «Il miglior regalo per affrontare la notte di Natale». Blue era l’Angelo delegato ai malati terminali: aveva la roba più fine perché era il
proprio primo cliente. La festa impazzava, il fumo dell’erba si levava dalla folla danzante come una cappa
solida di strani sogni, la musica a tutto volume faceva martellare il mare nelle
profondità dei canali. «Il periodo peggiore dell’anno», Maemy gridava per sovrastare tutto quel chiasso,
lui annuì e si accese una sigaretta inalando una boccata di fumo azzurro che sapeva
di mirtilli e per un momento sfuocò i contorni di quanto lo circondava. Luzt si passò la lingua sul labbro inferiore, soffice e roseo e vide un’umana poco
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distante seguire quel movimento con un desiderio evidente che si levò come un
profumo di fiori nell’aria. Le sorrise, socchiudendo gli occhi le scoccò un lieve bacio: le cicatrici sui polsi, le
punture livide all’interno delle braccia gli suggerivano che lei già lo amava. «Tutta questa gente che festeggia» continuò Maemy con un gesto circolare del
braccio. «È come se ogni cosa fosse studiata per farti sentire più solo e inadeguato.
In altri periodi dell’anno nemmeno ci pensi, ma a Natale diventa tutto più difficile, è
come un gigantesco nervo scoperto», gli urlò nelle orecchie. Luzt annuì con un gesto secco e trasse una lunga boccata di fumo. A qualche passo
da lui un gruppo di ragazze vestite di nero e borchie ballavano tenendosi per mano,
una stava piangendo ma continuava a danzare nella musica assordante. In fondo al suo animo però a lui bastava cercare quella traccia lieve e struggente, la
voce di cristallo che aveva ascoltato per la prima volta fuori dal Conservatorio senza
mai più riuscire a dimenticarla. Adesso era lì per lei, oltre il martellare dei Metallica e dei Nine Inch Nails e dei
Marlene Kunz, riusciva ad ascoltare i suoi accordi dolci che risuonavano nei suoi
pensieri. Finalmente poteva essere sua. Seppelliscimi Guarderò la luna sparire mentre la terra mi ricopre Rose germoglieranno sulla mia tomba Il mio sangue le nutrirà Radici avvolgeranno le mie ossa Si riscosse accorgendosi che Maemy aveva smesso di parlare e che i suoi occhi scuri
erano piantati nei suoi con un’espressione beffarda. «Stai pensando a lei, vero? Allora ciò che si racconta tra gli Angeli della Morte è
vero. Sei davvero innamorato di un’umana». ° ° °
Era ciò che avrebbe desiderato. Circondarla con le sue ali nere e trarla a sé mentre cantava soltanto per lui, per
l’ultima volta. Bere il suo ultimo respiro con un bacio, assaggiare l’ultima goccia del suo sangue;
sapere che siepi di rose rosse del suo amore sarebbero germogliate sulla sua tomba
come lei desiderava e che le radici avrebbero affondato nella terra fino a raggiungere
il suo scheletro nell’ultimo, supremo abbraccio. L’amava così tanto, la voleva con sé. Luzt camminava lungo le strade silenziose del centro, tra le vetrine addobbate e i
tappeti di un rosso squillante distesi sulle pietre. La neve cadeva sulla laguna, le luci intermittenti illuminavano angoli d’acqua scura
dove sottili imbarcazioni dondolavano nel freddo. Scoccava la mezzanotte del giorno in cui gli umani festeggiavano qualcosa che non
avevano speranza di capire, le campane innalzavano la loro voce fino al cielo al
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quale non erano abbastanza forti da arrivare. Il periodo peggiore dell’anno, aveva detto Maemy. Gli Angeli della Morte lo
sapevano meglio di chiunque altro: era un momento crudele per andarsene, quello
in cui un miracolo avrebbe brillato per la sua assenza con un doppio fulgore. Incidimi sul cuore il tuo nome Amami Portami con te Luzt controllò che le armi fossero al loro posto: le due pistole appese alla cintura
e una terza nella fondina ascellare, il lungo pugnale che portava nel fodero sulla
schiena, quello più sottile, dalla lama a forma di falce, appeso sul fianco destro,
simbolo del compito che svolgeva. Era bene armato e pronto a combattere. Per lei, per averla, in quella notte in cui si spalancavano gli inferni dell’anima, era
pronto a combattere fino all’ultima briciola del proprio potere. Inciderò il mio nome nella pietra del tuo cuore Ti adoro, con il mio sangue Ti porterò via con me Modulò quelle parole a bassa voce e,
dentro i suoi pensieri, sentì la voce
di lei interrompere il canto e poi il
dilagare della sua esultanza, calda
come un abbraccio. Lo stava aspettando. Il primo colpo lo avrebbe raggiunto
alla spalla, se con l’istinto del
guerriero non avesse avvertito quello
spostamento d’aria percettibile solo
dalle sue orecchie. Il pugnale dalla lama azzurra si
conficcò nella pietra, nel punto esatto
in cui lui si trovava un momento
prima. Luzt si rovesciò in aria e ricadde a
qualche metro di distanza alle spalle
dei suoi avversari, senza fare alcun
rumore, un ginocchio poggiato per
terra, un coltello pronto nella mano
sinistra. Prese la mira e la lama raggiunse la
spalla di un ragazzo dai corti capelli
viola che emise un gemito cui seguì
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uno sbuffo di piume azzurre che raggiunse l’acqua del canale di fianco. Erano in cinque e si voltarono verso di lui con le armi sguainate. Il loro capo, un
ragazzo con lunghi capelli blu lisci intorno al volto delicato, era pallido di collera. Senza attendere oltre, Luzt trasse le pistole dalle fondine sui fianchi e cominciò
a sparare. Proiettili scintillanti come vetro ferirono l’aria e due dei suoi nemici
caddero a terra in un turbine di piume azzurre, un terzo crollò di schiena nel
canale, con un tonfo umido che riverberò un cerchio di luce sul portico sovrastante. Il ragazzo dai capelli blu gli stava gridando qualcosa, ma lui non aveva alcuna
intenzione di fermarsi ad ascoltare. Lei era lì da qualche parte, poteva percepirlo nel profumo dell’aria e nelle note che
indugiavano nella notte, accarezzando la superficie dell’acqua e risuonando di echi
complici e sospiri negli androni dei palazzi nobiliari. Luzt si guardò intorno mentre un rumore di passi forsennati convergeva nella sua
direzione, poi sollevò lo sguardo e balzò in alto, in direzione di un balcone. Piume nere esplosero sulle sue spalle, disperdendosi come frammenti di buio
mentre lui scompariva alla vista seguito soltanto dal ringhio frustrato del ragazzo
dai capelli blu. ° ° °
Correre lungo i vicoli tortuosi, ascoltare il vento che mulinava nelle piccole corti
delimitate da palazzi fatiscenti; ogni momento lo stava avvicinando a quello in cui
l’avrebbe rivista. Si fermò ai piedi del palazzo dove lei abitava, nel salone del secondo piano si stava
tenendo un party natalizio e Luzt scivolò sulla superficie per compiere una rapida
ricognizione. Segretarie con il vestito della festa e assistenti in abitini firmati e striminziti, soci in
affari, mogli eleganti, camerieri in livrea e guardie del corpo che pattugliavano il
giardino già protetto da mura drappeggiate di edera. Alle sue spalle una cattedrale batté undici rintocchi. Era ora di sbrigarsi, così Luzt distese le braccia verso l’alto e poi le riabbassò
lentamente lungo i fianchi. Un turbine di piume nere si sprigionò negli spazi tra le
sue braccia poi il suo corpo si sollevò, in silenzio. Un battito d’ali e fu già all’altezza del terzo piano, sotto di lui le guardie armate
frugavano la notte con le armi spianate. La sua camera era all’ultimo piano, dove le balaustre erano ricoperte di rose
rampicanti che durante l’inverno si trasformavano in sterpi scuri e irti di spine. Luzt si massaggiò distrattamente la spalla nel punto in cui il tatuaggio che gli
marchiava la schiena scendeva a racchiudergli il cuore in un nido di rovi. Le balconate erano spalancate, come aveva previsto di lei non c’era traccia. Ai piani inferiori musica jazz, anonima ed elegante, faceva da sfondo al rumore dei
bicchieri e al trillare delle risate. Il rivolo nero della voce di lei però era l’unico filo in cui avvolgere i pensieri, quello
da seguire per arrivare dove era certo di trovarla. 53
Nel tuo abbraccio di pietra Fiorisce la mia pace La piscina era sul tetto, uno specchio d’acqua su mosaici azzurri. Di solito era
illuminata dal basso da luci bianche, ma qualcuno aveva spento l’impianto e l’unico
chiarore era quello di un mazzo di candele che ritagliava un angolo nell’ombra più
profonda. Il suono sommesso della sua voce increspava appena la superficie dell’acqua, grosse
candele nere sul bordo della piscina spandevano cera che si solidificava al contatto
con l’aria gelida disegnando un sentiero scuro che scompariva nei flutti immobili. Mia Draken cantava sommessa, una voce da soprano limpida come i diamanti che
lui aveva ascoltato per la prima volta fuori dalle finestre del Conservatorio. Cadeva la sera e lui finalmente aveva potuto lasciare la prigione del giorno per
camminare nel sole morente, soltanto per restare impigliato in quelle catene
scintillanti di note e dolcezza da cui non aveva avuto la forza di liberarsi. Lei cantava del suo sogno spezzato di diventare una cantante lirica, dei suoi
diciassette anni prossimi alla fine, dell’amore e della morte, del sangue malato che
aveva nelle vene. Seduta sul bordo, con la gonna bianca a gale raccolta intorno alle ginocchia e gli
stivaletti stringati gettati di lato, Mia muoveva lentamente i piedi nell’acqua, pallide
ombre bianche nelle onde buie. Indossava un bustier di pelle nera e le spalle e le braccia magre erano nude nel
freddo di fine dicembre, una collana di cristalli neri chiusa da un nastro sulla nuca le
adornava il collo scendendo con un motivo simile a gocce di sangue sul collo e sulle
clavicole scarne. Al centro aveva un cammeo, il profilo di un angelo con una falce
su una superficie scura. I lunghi capelli scuri le ricadevano sulla schiena, scompigliati come se non
li pettinasse da giorni, un giubbotto di cuoio nero e borchie d’argento era
abbandonato lì vicino insieme a una piccola borsa di perline. Il suo look per la festa, si disse lui, restando nell’ombra in silenzio, a guardarla. Suo padre le aveva permesso di andarci per qualche ora, nonostante fosse la vigilia
di Natale e gli ospiti ai piani inferiori. Ormai la sua leggendaria severità si piegava
facilmente: la droga, l’alcool e le cattive compagnie non avrebbero ucciso sua figlia,
qualcosa di diverso avrebbe provveduto molto prima. ° ° °
Mia Draken si alzò continuando a cantare sommessamente. Senza staccare gli occhi
dalle profondità della piscina cominciò ad allentare il corsetto. Lacci di cuoio sibilarono, sensuali, liberandosi da asole d’acciaio; la gonna cadde intorno ai suoi piedi
bagnati in un cerchio di trine bianche e lei fece un passo in avanti, scavalcandola. Sotto il bustino era nuda, il seno scarno non aveva nulla che lo addolcisse, i buchi
rimarginati all’altezza delle costole e sotto la clavicola erano tracce livide sulla pelle
troppo pallida, ombre sul lato interno delle braccia nascondevano i buchi che crivellavano le vene, mezzi guanti neri celavano uguali lesioni sul dorso delle mani. Rimase con la collana di lacrime di cristallo e una striscia di velo nero intorno ai
fianchi. 54
Luzt sentì uno struggimento caldo salire come una vampata a incendiargli il cuore e
poi tutto il corpo. La vista si annebbiò, senza accorgersene mosse un passo avanti uscendo
dall’oscurità. Il canto di Mia si interruppe, le labbra e gli occhi si allargarono per lo stupore. Un’onda di sangue, deliziosa, le corse alle guance mentre sollevava entrambe le
braccia di scatto per incrociarle sul seno. Lo guardò in volto e il brivido che le scosse le spalle non fu soltanto di freddo. Luzt poteva avvertire la morsa deliziosa che le chiudeva lo stomaco in un’eco di ciò
che provava lui, mosse un altro passo senza staccare lo sguardo dal suo, gli occhi
dorati fissi in quelli verdi di lei. Bello da fare male, pericoloso come la notte che incarnava, lasciò cadere al suolo il
soprabito di pelle e subito dopo, con un tonfo secco, vi gettò sopra le pistole. La giacca seguì la stessa strada e rimase in camicia nera, con l’imbracatura di cuoio
che in cui teneva i pugnali a disegnargli il torso muscoloso. Gli occhi di Mia non lasciavano i suoi mentre terminava di spogliarsi, poi corsero
alle spalle dorate nella luce tenue delle candele, ai rovi tatuati sulle braccia che
salivano a circondargli il cuore in una corona di spine. Disegni neri sulla pelle liscia, ciò che scolpito a poco a poco, battaglia dopo battaglia,
lo avevano reso un guerriero. Le ali nere palpitarono nel buio e poi scomparvero in un turbinio di piume che si
adagiarono sull’acqua. Luzt tese una mano verso la ragazza che lo guardava dall’altra parte della superficie
della piscina, la neve aveva ricominciato a cadere, fiocchi bianchi e piume nere
turbinavano tra loro e lui pensò che il desiderio che doveva leggergli negli occhi
avrebbe potuto commuoverla anche solo per un momento. Inciderò il mio nome nella pietra del tuo cuore Ti adoro, con il mio sangue Ti porterò via con me Parlò piano, chiedendosi se lei avrebbe riconosciuto le parole che, da lontano,
avevano fatto eco alle sue. Mia fece un passo avanti, poi un altro e infine si tuffò. La seguì, fendendo l’acqua con una bracciata poderosa, concentrato sulla mano che
voleva afferrare per non lasciarla andare mai più, poi accadde qualcosa che non
aveva previsto. Il cielo si squarciò, l’aria divenne immobile e la neve rimase sospesa a mezz’aria, in
uno scintillio vivido simile al cuore di uno zaffiro comparve il ragazzo dai capelli
azzurri che aveva cercato di fermarlo. «Blue» disse Luzt, lentamente. «Bastardo». ° ° °
Sabelyus Blue, lo spacciatore, lo fissava torvo dal bordo della piscina mentre lui, pallido d’ira, tirava a sé il corpo esanime della ragazza, cingendola con le braccia.
«Non è così che funziona, Lushius Morfeus» disse Blue. «Devi lasciarla andare».
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«Sono stato autorizzato» ringhiò lui. «Adesso mi appartiene»
Blue camminava ai lati della piscina, un coltello dalla lama azzurra e l’impugnatura
di vetro sollevato verso di lui.
Luzt sapeva che se solo lo avesse scalfito la lama lo avrebbe imprigionato ad anni luce
da quel luogo, impotente fino a che qualcuno non fosse andato a liberarlo.
«Sapevi che l’ordine era stato revocato, ma ti sei rifiutato di accettare il messaggero»
disse Blue. «Quando abbiamo cercato di fermarti ne hai avuto la conferma, ma invece
di chiederci che cosa stesse succedendo sei fuggito come un criminale».
«È quello che sono» rispose lui, stringendo a sé il corpo nudo e tiepido immerso nel
sogno in cui quello spacco dimensionale l’aveva fatta precipitare. «Sono un assassino».
«Come me, ma non questa notte».
Si fissarono per un lungo momento, poi Blue aggiunse.
«Nemmeno gli Angeli del Dolore sono autorizzati a toglierle la vita. Ordine revocato
anche per noi, né la malattia né il suicidio l’avranno: questo vuol dire che entrambi
siamo fuori gioco».
«Che cosa significa?» ringhiò Luzt, fuori di sé dalla collera.
Uno squarcio nel tempo, rosso rubino e profumato di frutta, aprì un varco da cui sgusciò una figurina snella con una lunga gonna e capelli color ciliegia sparati intorno alle
spalle.
«Miracolo di Natale» disse Maemy Cherry, con un sorriso.
«Devo prenderla in consegna. Mi dispiace, Luzt».
«Non è possibile», i flutti neri della disperazione rischiavano di inghiottirlo, le braccia
sottili di Mia erano strette intorno al suo collo, anche nel sonno lo cercava.
Tremando, affondò un momento il volto tra i suoi capelli bagnati e aspirò il profumo
fresco della sua pelle.
«Puoi portarla tu da me o posso costringerti» disse Maemy. «Sai di non avere scelta».
Nella sua mano destra scintillava la Luce che rendeva superflua ogni arma e ogni parola: Maemy aveva ricevuto un Comando e si apprestava a eseguirlo, l’unico motivo per
cui continuava a parlargli in modo ragionevole era l’amicizia che li legava da sempre.
Le sarebbe bastato muovere le dita per spedirlo dritto all’Inferno: la Luce le conferiva la
licenza speciale per fare qualsiasi cosa le permettesse di portare a termine il suo compito, anche distruggere uno della sua stessa razza.
E nessuno avrebbe sentito la mancanza di un Angelo della Morte delegato ai suicidi.
Qualsiasi cosa avesse fatto, non sarebbe servito a nulla, Luzt si lasciò invadere dalla disperazione e gli parve che i rovi tatuati sulla sua pelle gli stritolassero la carne facendolo sanguinare.
«Cosa accadrà adesso?» domandò.
«Sua madre sta arrivando. Ha avuto un presentimento, sai come funziona quando si
tratta di maternità» disse gentilmente Maemy. «Se fai attenzione puoi sentire i suoi
passi sulle scale. La troverà in questa piscina e vorrà credere con tutte le sue forze che è
scivolata, ma in fondo al suo cuore saprà che non è stato così, che lei stava cercando di
abbracciare la morte».
Di raggiungere lui.
«La salveranno, Luzt, la porteranno in clinica e domani mattina scopriranno che i suoi
parametri sono tornati normali e che il male è scomparso dal suo sangue. Avevano sospeso le cure per permetterle di morire in casa sua, ma adesso vivrà. Un miracolo. A
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volte accade, persino a Natale».
Luzt chiuse gli occhi con forza e le ali nere si allargarono intorno alle sue spalle.
La neve ricominciò a scendere mentre lui si sollevava piano dall’ acqua tenendo Mia tra
le braccia.
Lei giaceva addormentata con la testa sulla sua spalla, la guancia premuta contro le
spine tatuate che gli circondavano il cuore, le braccia mollemente abbandonate intorno
al suo collo.
Nel sonno lo cercava.
Nel sogno, l’avrebbe trovato.
Avrebbe potuto di nuovo soltanto guardarla da lontano, avviarsi al crepuscolo nelle vie
che circondavano il Conservatorio per ascoltare la sua voce mentre il giorno moriva
insieme al suo cuore.
«Dimenticherà anche me?» domandò, colmo d’angoscia.
Maemy scosse il capo. «Ciò che vorrà ricordare dipende soltanto da lei».
Luzt posò i piedi sui mosaici accanto alle candele nere che ardevano nel buio.
«Non c’è più tempo» disse Maemy mentre Blue si volatilizzava in uno spicchio di luce
azzurrina.
I passi si erano fatti più concitati, una voce femminile sull’orlo dell’isteria incitava qualcuno a fare più in fretta.
In quel momento lei aprì gli occhi e incontrò i suoi con una scintilla di riconoscimento.
Spostò il volto in un gesto che parve casuale, ma lui sentì un bacio leggero sfiorargli la
spalla.
Si chinò per appoggiare le labbra sulle sue e dita tenere si posarono sulla sua guancia.
«Mia» sussurrò lui, e non fu sicuro di aver semplicemente detto il suo nome.
Lei annuì, come se avesse capito, poi Maemy fece un gesto con la mano destra e tutto si
dissolse in un cerchio di luce.
In quel momento lei aprì gli occhi e incontrò i suoi con una scintilla di riconoscimento.
Spostò il volto in un gesto che parve casuale, ma lui sentì un bacio leggero sfiorargli la
spalla.
Si chinò per appoggiare le labbra sulle sue e dita tenere si posarono sulla sua guancia.
«Mia» sussurrò lui, e non fu sicuro di aver semplicemente detto il suo nome.
Lei annuì, come se avesse capito, poi Maemy fece un gesto con la mano destra e tutto si
dissolse in un cerchio di luce.
° ° °
Il tempo ricominciò a scorrere, l’alba salutava la laguna a oriente trasformando i fiumi
di sale in sentieri di chiarore perlaceo e lambiva il molo privato ai piedi dell’albergo di
lusso.
In lontananza, i fari del rave si spegnevano lasciando al buio le feste intorno al Mercato.
Non era qualcosa che il giorno avrebbe visto, pensò Luzt fissando un corpo che galleggiava in un canale, poco distante.
Un suo compagno, inginocchiato sull’argine al termine del lavoro, fissava la sua vittima.
Lo riconobbe e gli fece un cenno di saluto che Luzt non ricambiò, poi scomparve. Trasse dalla tasca una manciata di pillole del delicato colore dei nontiscordardime e le fissò
prima di avvicinarle alle labbra.
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Gettò la testa all’indietro e le ingoiò tutte quante mentre il suono della sirena di un’ambulanza rompeva l’aria uniforme ai margini dell’alba, infine rientrò nella sua camera e
sbarrò le finestre per impedire l’ingresso anche a un singolo raggio di luce.
Il giorno non era affar suo, penso Luzt, il sole lo avrebbe ferito e ridotto a un ammasso
di carne sanguinolenta.
Era un Angelo della Morte di infimo rango e non aveva nemmeno il permesso di avvicinarsi alla luce.
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La bambina che andò al Polo
Nord
Loredana Limone
C
’era una volta una bambina di nome Corinna a cui capitò una strana avventura:
andò al Polo Nord. E non in aereo, in treno o in auto come solitamente si viaggia,
bensì con la slitta.
Ma, prima di dire «anch’io, anch’io», aspettate di sentire la storia: potreste
cambiare idea!
Come tutti i bambini, anche la nostra amica attendeva con ansia l’arrivo di Babbo
Natale e la sua letterina era sempre una delle prime ad arrivare al Polo Nord. Corinna
non chiedeva mai doni superflui, solo i pochi che
veramente desiderava, anche per lasciare posto sulla
slitta ai pacchi per i bimbi poveri. Babbo Natale
ne apprezzava molto la bontà d’animo e teneva in
grande considerazione i suoi consigli; infatti sempre
lei gli suggeriva cosa portare agli orfanelli e a coloro
i cui genitori non potevano permettersi di comperare
neanche un giocattolino.
Quell’anno Corinna aveva iniziato a pensare al
Natale con grosso anticipo, insistendo per fare l’albero
già alla fine di novembre. Si sentiva particolarmente
eccitata e impaziente.
«È presto!» aveva obiettato la mamma, spiegandole
che per tradizione l’albero di Natale si fa il giorno
dell’Immacolata, l’otto dicembre. «Dobbiamo
aspettare ancora una decina di giorni.»
Ma la bambina aveva insistito così tanto che era
stata accontentata.
Quando tornava dalla scuola, Corinna passava un sacco di tempo a guardare il suo
abete, il quale donava un’atmosfera magica all’intera villetta che lei e la mamma
avevano addobbato anche con decorazioni vivaci, luci musicali e stelle di Natale; il
nonno, invece, aveva fatto un meraviglioso presepe con mulino ad acqua, sotto cui
scorreva un piccolo ruscello, vero.
Finalmente arrivò la sera della vigilia e la famiglia al completo si riunì a casa di
Corinna per il tradizionale cenone. Dopo l’ottima e abbondante mangiata in allegria,
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i parenti salutarono e la mamma esortò
Corinna ad andare a dormire: di lì a poco
sarebbe arrivato Babbo Natale. Obbediente,
la bambina andò a letto, ma non riusciva
a prendere sonno. Si girava e si rigirava
nel letto senza addormentarsi, finché una
strana idea iniziò a frullarle nel cervello.
«E se mi alzassi per vedere Babbo
Natale? Potrei nascondermi e lui non si
accorgerebbe di me.»
Però, sebbene la curiosità fosse forte, un
po’ di paura la bloccava. Paura di cosa? Di
essere scoperta, di non ricevere più doni;
paura che Babbo Natale si arrabbiasse e che
anche il papà e la mamma si arrabbiassero.
Allora cambiò idea e rimase nel letto chiudendo gli occhi, ma altro non fece che
continuare a girarsi e rigirarsi tra le lenzuola.
Così trascorse la notte.
Corinna non aveva dormito per niente, ma era rimasta buona buona nel suo lettino
con gli occhi stoicamente chiusi. A un certo punto si sentirono i rintocchi delle campane
della chiesa che annunciavano la prima Messa e la bambina socchiuse le palpebre.
Dalle fessure della tapparella, si accorse che il cielo non era più scuro. E Babbo Natale
non era ancora arrivato.
La bambina era preoccupata, temeva che la sua letterina non fosse giunta a
destinazione e che, quindi, non avrebbe ricevuto nemmeno un dono. Si alzò e
andò nel salone: sotto l’albero non c’era nulla. Certa che Babbo Natale non potesse
dimenticarla, prese la sua decisione: si sarebbe nascosta e ne avrebbe atteso l’arrivo.
Ma dove nascondersi? Si guardò intorno ed ebbe un’idea. Dal ripostiglio prese uno
dei grossi sacchi di canapa che la mamma usava per riporre le coperte durante l’estate,
lo mise a terra dietro l’abete, vi si infilò all’interno e rimase in fiduciosa attesa.
Non passò molto che udì un rumore. Babbo Natale entrava in casa. Finalmente!
Che cos’era accaduto? Corinna non poteva saperlo, ma noi sì.
Semplicemente che Babbo Natale aveva dovuto fare un giro molto più lungo delle
altre volte perché quell’anno erano nati tanti nuovi bambini e quindi aveva avuto
tanti doni in più da consegnare. Corinna era capitata proprio in fondo all’elenco ed
ecco il motivo del ritardo.
Babbo Natale non vedeva l’ora di finire perché si sentiva stanchissimo e desiderava
ritornare al Polo Nord il più presto possibile. Girò un po’ per la casa finché nel salone
vide l’albero decorato sotto il quale mise gli ultimi doni che conteneva il suo sacco; su
un ramo appese una calza colma di leccornie.
Dopo avere adempiuto ai suoi doveri, distrutto dalla faticosa notte, si sedette sul
divano per riposare pochi minuti prima di intraprendere il lungo viaggio. Lì accanto
c’era un tavolino su cui la mamma e Corinna avevano lasciato qualche biscotto e del
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succo di frutta per lui, se ne avesse avuto voglia, e Babbo Natale fu ben felice di
approfittare del gentile pensiero.
Ma altro che pochi minuti! Tanta era la stanchezza che, mentre pensava di alzarsi,
si addormentò, non sapendo che Corinna, dalla trama della canapa, vedeva tutto,
sebbene non si muovesse e quasi non respirasse.
Passò così una buona mezz’ora finché suonarono nuovamente le campane della
chiesa e Babbo Natale si svegliò di soprassalto.
«Oh, povero me, mi sono addormentato!» esclamò alzandosi «Devo sbrigarmi, a
momenti si alzeranno gli abitanti della casa e non devono trovarmi qui!»
Ancora confuso per il brusco risveglio, cercò la porta d’ingresso, invano. Non
riuscendo a trovarla, ritornò nel salone e si diresse alla porta-finestra dietro l’albero.
La aprì e uscì, ma poi si ricordò di avere dimenticato il suo sacco e ritornò dentro.
Fortunatamente lo vide subito sotto l’abete, lo prese e se lo mise sulle spalle.
Che strano, il sacco è ancora pieno pensò, sentendo il peso di Corinna, mentre
attraversava il giardino e si dirigeva verso la slitta. Credeva che quella fosse l’ultima
consegna, ma lì dentro c’era ancora roba. Doveva aver dimenticato qualche bambino,
si disse. Non appena fosse arrivato a casa avrebbe controllato e spedito subito i doni
per posta prioritaria. Che figuraccia! Stava diventando davvero vecchio, si rammaricò.
Depose il sacco sul sedile della slitta e vi si accomodò affianco, allacciò la cintura di
sicurezza e partì alla volta del Polo Nord.
Comunque sia, anche per quest’anno è fatta!, pensò ancora.
«Via!» intimò alle renne, e queste partirono scampanellando.
La nostra Corinna, intanto, giaceva immobile nel sacco e, chissà se più spaventata o
più emozionata per l’avventura che stava vivendo, si addormentò.
Fu svegliata dalla frenata della slitta che la scaraventò a terra: erano arrivati al Polo
Nord.
«Ahia!» esclamò, cacciando la testa dal sacco e incontrando lo sguardo allocchito
di Babbo Natale che, seppure in vita sua ne avesse viste di tutti i colori, rimase muto
per la sorpresa.
«Buongiorno» salutò Corinna, e un ampio sorriso le illuminò il faccino.
Babbo Natale ebbe bisogno di qualche istante per
riprendersi, quindi le chiese: «Chi sei?»
«Corinna.»
«Buongiorno a te, Corinna. Sono indiscreto se ti
domando cosa fai sulla mia slitta?»
«Credo di trovarmi qui per sbaglio. In realtà
dovrei essere a casa mia ad aprire i regali che mi hai
portato stanotte, anzi stamattina» rispose la piccola,
senza provare la benché minima timidezza.
«E allora perché non sei a casa tua ad aprirli?»
Corinna spiegò ciò che era successo.
Babbo Natale, molto imbarazzato per l’accaduto,
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le porse le sue scuse. Poi, notando che indossava solo un pigiamino, le disse: «Vieni,
entriamo, altrimenti ti buscherai un malanno».
Così la bambina fece una cosa che nessun altro cucciolo d’uomo al mondo aveva
fatto mai: varcò la soglia della vera casa di Babbo Natale al Polo Nord.
Intanto, nel vedere la slitta, i pupazzi di neve cominciarono a gridare festosi: «Santa
Claus, è tornato Santa Claus!».
«Andiamo a sentire le novità!»
«Sì, sì, seguiamolo in casa!»
Così per Corinna un’altra sorpresa fu quella di vedere dei pupazzi di neve animati
che anche al caldo non si scioglievano.
«Ciao, Santa Claus, ti aspettavamo!» esclamò il primo pupazzo di neve.
«Bentornato. Che novità hai da raccontarci?» chiese il secondo pupazzo di neve.
«Oh, ma c’è un’ospite!» osservò il primo pupazzo
di neve.
«Sembra … è una
pupazzo di neve.
bambina!» notò il secondo
«È una nostra amica, si chiama Corinna» spiegò
Babbo Natale imbarazzato. «È qui per … un
equivoco… un increscioso equivoco, ecco.»
«Molto piacere. Io sono Tim. Lo snowman
guardiano» si presentò il primo pupazzo di neve.
«E io Sam. Lo snowman fattorino.»
«Molto felice di conoscervi. Io sono Corinna.»
«Ascoltate» disse Babbo Natale rivolgendosi a Tim e a Sam, «c’è un piccolo problema.
Be’, non tanto piccolo. Corinna in realtà non dovrebbe trovarsi qui ora, ma a casa sua
ad aprire i regali che io le ho portato stanotte… ehm… stamattina.»
«Come mai è qua?» chiese giustamente Tim.
«Per un equivoco.»
«Un equivoco?» intervenne Sam con voce ficcanaso.
«Un increscioso equivoco, ve l’ho detto!»
Babbo Natale preferiva non essere troppo specifico.
«Quindi» congetturò Sam, «se Corinna è qui per un increscioso equivoco e non
dovrebbe esserci, ma dovrebbe trovarsi a casa sua, dove tu le hai portato i doni che
non ha ancora visto, ciò vuol dire, dunque, se il ragionamento fila, che Corinna non
ha ricevuto nessun regalo!»
«È vero!» convenne Tim. «Sei un genio, Sam.»
«Modestamente…»
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Per natura i pupazzi di neve non peccano certo d’immodestia.
«È vero?» domandò Babbo Natale a Corinna.
«Sì» confermò la bambina. «Purtroppo sì», e assunse un’espressione desolata.
«A tutto si rimedia. Ecco, questo è per te!» esclamò Tim porgendole un pacco.
Corinna prese il dono e abbracciò lo snowman che, sorpresa nella sorpresa, per
essere fatto di neve non era nemmeno freddo.
«Ho anch’io qualcosa per te!» aggiunse Sam e aprì una gigantesca scatola contenente
deliziosi dolciumi.
«Ooohhh! Come facevate a sapere che sono i miei preferiti?» domandò la bambina.
«Siamo o non siamo gli assistenti di Santa Claus?»
«Graziegraziegrazie. Sto vivendo un Natale meraviglioso.»
«Lo sarà ancora di più quando vedrai i doni che ti ho lasciato sotto l’albero» disse
Babbo Natale.
«Sotto l’albero? A casa? Mi ero dimenticata di averne una! I miei genitori saranno
preoccupatissimi per me. A quest’ora devono essersi e… posso chiamarli?»
«Certo, chiamali subito» rispose Babbo Natale. «Volevo appunto dirtelo» aggiunse,
mentendo. Non gli era passato neanche per l’anticamera del cervello.
Fortunatamente, poiché la sera precedente avevano mangiato troppo, la mamma e il
papà di Corinna dormivano ancora. Fu il telefono a svegliarli.
«Pronto, sono Corinna.»
«Chi è?» mugugnò il papà, intontito dal sonno.
«Sono Corinna, papi.»
«È una certa Corinna» disse il papà rivolgendosi alla mamma.
«Corinna chi?» domandò quest’ultima, anche lei mezza addormentata.
«Io, la vostra bambina!»
«La nostra bambina» ripeté il papà e, mentre diceva questo, gli venne l’atroce
sospetto che fosse vero; balzò dal letto e corse in camera della figlia.
«È Corinna, sì, è lei al telefono! Nel letto non c’è!»
«Come non c’è?» gridò la mamma balzando in piedi.
«Prontooo, volete ascoltarmi per favore?”
«Corinna, Corinna, sono la mamma, dove sei, amore?
Dimmelo che veniamo a prenderti subito! Non avere
paura, stai tranquilla. Dimmi dove sei!»
«Dov’è il mio cellulare?» sbraitò il papà. «Tienila in
linea che chiamo subito la polizia. Non farle mettere
giù il telefono! DOV’È IL MIO CELLULARE?»
«Mamma, taci un attimo. Ascoltami. Dì al papà di
non chiamare nessuno. Io sto benissimo e mi diverto
molto. Appena le renne si saranno riposate, tornerò a
casa.»
«Si può sapere dove sei? Quali renne?»
«Mammina, lo so che sembrerà assurdo, ma mi trovo
al Polo Nord, nella vera casa di Santa Claus.»
«Cooosa? È al Polo Nord, da un certo signor Claus!?!
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Aiuto! Hanno rapito la mia bambina!»
Su queste parole, la mamma svenne. Il papà l’afferrò con un braccio e la catapultò
sul letto, afferrò la cornetta e parlò alla figlia.
«Corinna, tesoro, dimmi tutto. Io sono calmo, mi senti, sono calmo, dimmi tutto.»
In realtà il papà, calmo, non lo era per niente, e la voce suonava concitata e stridula.
«Papi, non preoccuparti, sto benissimo. Per un equivoco sono venuta al Polo Nord
con Babbo Natale, ma è stato solo un increscioso equivoco, non volevo lasciarvi o
spaventarvi. Tra un po’ tornerò a casa, quando le renne si saranno riposate. Sai, hanno
appena fatto un lungo viaggio. Qui c’è Babbo Natale che vuole scusarsi. Ora te lo
passo.»
Il buon’uomo, imbarazzato come mai in vita sua, spiegò tutta la storia al papà di
Corinna e poi anche alla mamma che nel frattempo era rinvenuta.
Intanto Tim e Sam stavano preparando la slitta per quel viaggio fuori programma,
mentre le renne, ancora stanche, si chiedevano se non ci fosse un altro modo per
riportare la bambina a casa: non erano stati inventati certi grossi uccelli di metallo
proprio per trasportare le persone? Per niente al mondo avrebbero voluto rifare tanti
chilometri prima del prossimo Natale, ma se il padrone aveva deciso così dovevano
obbedire.
Quando ogni cosa fu pronta e giunse il triste momento dei saluti, tutti avevano gli
occhi lucidi.
«Grazie mille. È stato il Natale più bello della mia vita!» esclamò la bambina.
«Non ti dimenticheremo!» ribatterono i due pupazzi di neve.
«Neanch’io. Maimaimai.»
«Ora devi proprio andare» la esortò Babbo Natale e le porse una coperta prima
di accompagnarla alla slitta. «Mettila addosso, ti terrà calda. Verrei volentieri con te,
ma la mia povera schiena mi sta dando un sacco di problemi! Tu non preoccuparti,
arriverai in un baleno, le renne sono molto ben addestrate.»
Corinna e Babbo Natale si abbracciarono forte forte forte.
«Vai adesso, su, ci vediamo a dicembre prossimo. E fa’ la brava quest’anno,
altrimenti… carbone!»
Babbo Natale chiaramente scherzava. Corinna vide che la slitta era piena di pacchi.
«Cosa sono?»
«Oh… niente. Qualche regalino per la tua mamma e il tuo papà, per farmi
perdonare… Vedi, in fondo i genitori sono degli eterni bambinoni!»
Corinna si accomodò sul sedile della slitta e allacciò la cintura di sicurezza; Babbo
Natale diede una pacca sul culetto di una renna e la slitta si mosse.
«Ciao, bambina.»
«Ciao, babbo, ti voglio bene.»
«Anch’io» rispose lui, lasciando che le lacrime gli scorressero a fiotti.
In fondo anche Babbo Natale è un eterno bambinone.
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Solo come un gatto
Stefano Pastor
I
l ragazzo scomparve davanti al cofano, mentre Lili inchiodava con un
grido: «Accidenti!»
Il piede pigiato sul freno, le mani strette al volante, Lili pensava solo a una cosa:
«L’ho investito! Accidenti, l’ho investito!»
L’aveva un ultimo istante e le era parso giovane. Molto giovane. Che ci faceva in
giro da quelle parti proprio la mattina di Natale? Le strade erano deserte, specie lì in
periferia, lontano dai pochi negozi ancora aperti.
Perse parecchi secondi per staccare la cintura di sicurezza, le mani ancora le
tremavano. Poi scese dall’auto, colma d’agitazione.
Si guardò intorno, per un attimo, prima di osare farsi avanti. L’avevano vista?
Qualcuno si era accorto dell’incidente? Erano già stati chiamati i soccorsi?
Il silenzio era assoluto, la neve si stava sciogliendo ai bordi della strada.
Girò intorno all’auto col cuore in gola. Non c’era la pozza di sangue che tanto aveva
temuto. Lo sguardo del ragazzo minacciava di incendiarla, nonostante il freddo che li
circondava. «Che cazzo hai fatto? Mi potevi ammazzare!»
Apparve un sorriso sul volto di Lili, nonostante la situazione. Il ragazzo sembrava
illeso, anche se era a terra. Si era sbucciato un gomito e aveva uno strappo nei pantaloni,
ma i danni parevano molto contenuti.
«Sei sbucato all’improvviso…» iniziò a scusarsi Lili, ma lui l’interruppe subito.
«È Natale, cazzo! Non c’è nessuno in giro! Perché non te ne sei rimasta a casa!»
Era offensivo e la trattava pure con troppa familiarità, ma a Lili non importava, le
bastava che stesse bene.
«Come ti senti? Hai bisogno di aiuto?»
Il ragazzo rifiutò la sua mano tesa con un gesto eloquente e si mise carponi per
tirarsi su. Non era ancora ben stabile sulle gambe. Cercava qualcosa, che non riusciva
a vedere da nessuna parte. Poi l’individuò sotto una macchina posteggiata e corse a
riprenderlo. Era uno zainetto, ora tutto sporco e macchiato.
«Va tutto bene?» gli chiese Lili.
65
Lui neanche si girò a guardarla. «Vattene! Non ho bisogno di niente!»
Non era vero, stava perdendo sangue dal braccio. Lili si fece avanti e prese un
fazzoletto. «Aspetta, fammi vedere.»
Il ragazzo si ritrasse. «Non ho bisogno di niente!» ripeté.
Lili non era affatto convinta. «Ti accompagno in ospedale.»
«Lasciami in pace, invece!» ribatté subito lui.
«Ma non puoi andare in giro così! Guardati, perdi ancora sangue!»
Non se n’era neppure accorto, e quando chinò gli occhi sul braccio fece una smorfia.
«Non è niente.»
«Ti accompagno a casa. Se non vuoi andare in ospedale, ti accompagno almeno a
casa.»
Il ragazzo continuò a scuotere la testa.
Lili si guardò intorno, ma la strada era sempre deserta. Pareva che nessuno si
fosse ancora alzato. «A casa mia, allora! Abito in fondo alla strada. Lasciati almeno
medicare.»
Divenne più arrendevole. «È una sciocchezza. Non c’è bisogno.»
«Insisto. È stata tutta colpa mia. Sarei molto più tranquilla se mi permettessi di fare
qualcosa.»
«Non è niente» ripeté ancora una volta, però accettò il fazzoletto di Lili e lasciò che
lei l’aiutasse ad annodarlo.
«Vuoi avvisare qualcuno?»
Lui scosse il capo, ma si lasciò condurre fino alla macchina.
«I tuoi lo sanno che sei qui?» gli chiese, una volta partiti.
«A te che interessa?» ribatté lui.
La donna ritenne più prudente non indagare oltre, almeno finché non fossero
arrivati.
La casetta di Lili era separata da tutte le altre, un villino che pareva uscito da una
fiaba, circondato da un giardino in quel momento coperto di neve.
«Vivo sola» precisò Lili fermando la macchina, anche se non c’era alcuna ragione
per dirlo.
O forse sì, forse l’aveva già inquadrato, quel ragazzo. Il modo di comportarsi, di
aggredire gli altri. Era certa che fosse un fuggitivo, le era già capitato di incontrarne
altri, nella sua vita. E non intendeva spaventarlo in alcun modo.
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Lui sedeva silenzioso, stringeva al petto quel misero zainetto, e per Lili era come un
libro aperto. Immaginava l’ultima lite coi genitori, se lo immaginava fuggire di casa
di nascosto, andare incontro all’avventura, alla libertà.
«Stai attento a Minou» gli disse mentre percorrevano il viale. «È scorbutico, quel
gatto. Imprevedibile.»
Mentre si faceva da parte per farlo entrare, continuò: «È molto vecchio e non ci vede
più da un occhio. Ha sbalzi d’umore, talvolta può essere intrattabile. Ma che ci vuoi
fare, ho soltanto lui, lo devo sopportare.»
Di gatti non ce n’erano, il ragazzo non ne vide da nessuna parte.
«Accomodati di là, in salotto. Io vado a prendere la cassetta dei medicinali.»
C’era un gigantesco albero di Natale, proprio al centro della stanza, pieno di palline
colorate e lucette lampeggianti. Alla sua base una montagna di regali infiocchettati. Il
ragazzo girò al largo e andò a sedersi sul divano.
Un gatto c’era senz’altro, in quella casa, perché si ritrovò subito i vestiti pieni di peli.
Peli rossicci.
«Fammi vedere il braccio, su, non fare storie.»
Lili posò la cassetta sul divano e tirò fuori garze e bende, nonché un disinfettante.
«È solo un graffio» disse il ragazzo, ma la lasciò fare.
Infatti non era un gran taglio. Lili lo pulì, poi lo bendò.
«Posso andare adesso?» chiese il ragazzo appena ebbe finito.
«Devi chiamare i tuoi. Farti venire a prendere. Potresti essere ancora sotto shock.»
«Sto benissimo.»
Non la convinceva affatto. Lili stava studiando il modo migliore per gestire quella
situazione. «Potresti restare qui.» E subito aggiunse: «Almeno un po’, finché non ti
senti meglio.»
Ottenne solo una smorfia. «Perché?»
Lei girò il capo, sfuggendo il suo sguardo. «C’è così tanto da mangiare, temo di aver
cucinato troppo, per me sola.»
«Io…»
Non lo lasciò parlare. «Potresti fermarti qui a pranzare, e andare via subito dopo.
Non è meglio?»
Non fece più la farsa di chiedergli se doveva telefonare a qualcuno, tanto l’aveva
capito che non voleva farsi trovare. «Penso di dovertelo, non credi? Ti ho quasi
investito.»
«Mi hai investito» precisò il ragazzo.
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Lili si girò sorridente. «Quindi ti devo un pranzo, no?»
Era così facile leggere dentro di lui. In quegli occhi azzurri albergavano timore e
diffidenza, ma anche il desiderio di essere accettato e tanta insicurezza.
«Io sono fatta così, mi capita spesso. Durante le feste mi dimentico di essere sola.
Cucino sempre per un reggimento.»
«È presto» disse il ragazzo.
«Presto?» ripeté lei, confusa.
«Per pranzare. È presto. Non sono ancora le dieci.»
Il sorriso di Lili si allargò. «Sì, certo, è presto. Dovresti rassettarti un po’. Lavati,
cambiati d’abito, se vuoi. C’è una camera libera, di sopra, dove puoi anche riposarti,
intanto che io cucino.»
Lo sguardo continuava a essere sospettoso.
«Solo se ne hai bisogno» aggiunse Lili incerta.
Quando il ragazzo si alzò in piedi comprese di avere vinto.
«Era di mio figlio» ammise, prima di aprire la porta. Non voleva che lui si facesse
strane idee.
Infatti era la camera di un ragazzo, si capiva dai mobili, ma anche dai poster appesi
e dai giocattoli.
Lui diede appena un’occhiata. «Se n’è andato?»
Era chiaro che nessuno vivesse più lì dentro. Anche i poster si riferivano a gruppi
musicali in auge parecchi anni prima.
«È morto» disse Lili. «Otto anni fa. Leucemia. È stato molto doloroso.»
Il ragazzo era stupito. «E mi dai la sua camera?»
Le strappò un sorriso. «Non ti sto dando la sua camera. Però puoi restare qui, se
hai bisogno di riposarti. Guarda, là c’è il bagno, ci sono pure gli asciugamani puliti.»
Il ragazzo non era ancora convinto, ma lasciò cadere lo zaino sul letto.
«Era proprio come te» mormorò Lili. «Aveva quindici anni. Ti assomigliava pure.
Un po’, almeno.»
Non erano le parole giuste, perché lo vide irrigidirsi. Allora fece subito marcia
indietro e aprì la porta. «Io vado di sotto, ho tante cose da fare. Tu fa pure con calma,
se hai bisogno di qualcosa sai dove trovarmi.»
Andò via con uno strano sorriso sulle labbra.
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Decise di fare un bagno, era passata un’eternità da quando l’aveva fatto per l’ultima
volta.
Riempì la vasca e si spogliò nudo. La vecchia non lo preoccupava, l’aveva inquadrata
con facilità. Una donna sola, con un figlio morto, piena di carità cristiana e amareggiata
dalla solitudine.
Si immerse nell’acqua calda con un gemito di soddisfazione. Quell’incidente era stato
provvidenziale, proprio non avrebbe saputo dove andare se non l’avesse incontrata.
Immerse la testa sott’acqua, poi la rialzò tenendo gli occhi chiusi. Era il paradiso.
Quando li riaprì, però, si congelò di colpo.
La porta del bagno era aperta.
Era certo di averla chiusa. Almeno accostata, visto che la serratura non scattava
bene.
«Signora?» chiamò, con un filo di voce. «Sei tu?»
Si sentì di colpo a disagio e indifeso, non poteva più restare in quella vasca, voleva
solo rivestirsi.
Quando allungò la mano verso l’asciugamano una fitta improvvisa gli strappò un
urlo. Ritirò il braccio e l’osservò incredulo. Da quattro tagli trasversali gocciolava il
sangue.
«Cosa…?» Si guardò intorno, col cuore in gola, poi sporse con prudenza la testa
oltre il bordo della vasca.
L’attacco arrivò improvviso. Urlò di nuovo quando le unghie penetrarono nella sua
guancia. Prima che potesse difendersi arrivò un mugolio agghiacciante, degno di un
film dell’orrore, poi vide una macchia rossastra sfrecciare fuori dalla porta.
Si accarezzò la guancia e ritirò le dita sporche di sangue.
Solo allora si rese conto di aver fatto conoscenza con Minou.
«È quasi pronto!» l’accolse Lili quando entrò in cucina.
La confusione era totale. Tutti i fornelli erano accesi, il tavolo ingombro di portate,
la donna stava tirando fuori dal forno un gigantesco tacchino.
Il ragazzo si era cambiato e questo le strappò un sorriso. «Ci vogliono ancora cinque
minuti. Perché non incominci ad aprire i regali, nel frattempo?»
Il ragazzo si fermò sulla porta, con una strana espressione. «Quali regali?»
«Quelli sotto l’albero. Sono tutti per te.»
Lui scosse il capo. «Mi stai prendendo in giro.»
Questo era lo scoglio più duro, Lili se ne rendeva conto. «Sono lì da una vita,
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aspettano solo che qualcuno li apra.»
Lui comprese, poco a poco. «Erano per tuo figlio, vero? Lui è morto prima di poterli
aprire.»
Lili gli dava le spalle. «Sono una stupida, vero? Metterli tutti gli anni sotto l’albero,
come se lui potesse… È giusto che qualcuno possa giocarci, non credi?»
«Ho smesso di giocare, non ne ho più bisogno.»
«Anche lui lo diceva. Era troppo grande. Ma poi gli piacevano lo stesso. Fammi
contenta, vai ad aprirli.»
«Non credo che sia giusto. Non sono per me.»
«Che dovrei fare, allora? Buttarli via? Credi che così sarà meglio?»
Quando si girò il ragazzo era scomparso.
Era la scatola più grossa. Accarezzò la carta con una strana sensazione. Non gli
era mai successo prima, non aveva quel tipo di ricordi. L’albero di Natale, i regali, il
pranzo natalizio. I suoi genitori non erano così.
Iniziò a strapparla, quasi sentendosi colpevole, ma prima che potesse vedere cosa
conteneva un demone eruttato dall’inferno l’aggredì. Sentì dieci lame acuminate farsi
strada nella sua carne. Balzò in piedi urlando, mentre il demone faceva scempio delle
sue spalle. Cercò di scrollarselo di dosso, e vide un fulmine rosso rotolare per terra e
scivolare veloce dietro al divano.
«Minou!» urlò Lili, irrompendo nel salotto. «Ti ha fatto male? Come stai?» chiese
preoccupata al ragazzo.
Lui era sotto shock, peggio ancora di quand’era stato investito, il cuore gli batteva
all’impazzata. «Cos’è? Cos’era?»
«Minou, Minou! Possibile che tu debba sempre fare così?» E spiegò: «Non ama
molto gli estranei.»
Finalmente lo vide, mentre si arrampicava sullo schienale del divano, e subito si
allontanò di scatto.
Era un gattaccio dal pelo rosso, di grossa taglia, anche se scheletrico, tutto spelacchiato
e con la coda storta. Era cieco da un occhio, interamente coperto da una cataratta
bianca, ma l’altro lo fissava malevolo. La bestiaccia emise un mugolio straziante, che
il ragazzo identificò come l’avvisaglia di un nuovo attacco.
Lili sospirò. «Era il gatto di mio figlio, solo per questo l’ho tenuto. Lui gli voleva
molto bene. Adesso è vecchio, ha già dodici anni, e non ragiona più bene. È geloso
delle cose di mio figlio, non vuole che nessuno le tocchi.»
«Si, ma…» iniziò il ragazzo. Poi non riuscì ad aggiungere altro, perché il gatto si era
lanciato. Inesorabile come una tigre a caccia, puntava verso di lui.
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Il ragazzo saltò su una poltrona. «Fermalo!»
Lili cercò di intercettarlo, ma Minou le scivolò tra le mani. Si lanciò contro il ragazzo,
gli artigli snudati.
Lui si mise a urlare, mentre il gatto gli si arrampicava sulle gambe, inesorabile.
Cercò di scrollarselo di dosso, mentre i graffi si moltiplicavano.
«Non fargli del male!» gridò Lili, ma non era ben chiaro a chi si riferisse.
Il ragazzo cercò di difendersi con un cuscino, e bloccò l’avanzata del predatore
quando ormai aveva raggiunto il suo petto. Il gatto cadde a terra dopo avergli
martoriato il ventre con minuscoli tagli. Poi rotolò su se stesso e dopo un attimo era
scomparso, lasciando dietro di sé solo quell’angosciante miagolio.
«Mi dispiace! Mi dispiace!» Lili era sconvolta, mentre il ragazzo alzava la maglia
per guardare come l’aveva ridotto quella bestiaccia.
La tavola era imbandita con ogni leccornia e Lili gli riempiva il piatto in continuazione.
Il ragazzo la guardava in modo strano. «Che hai intenzione di fare?»
Lili si rendeva conto di esagerare, ma non poteva farne a meno. «Oggi è Natale,
devi mangiare.»
«Ho molta strada da fare, non posso riempirmi tanto.»
«Non è necessario che ti metta subito in viaggio, puoi riposarti un po’, prima.»
«Qui?»
Di nuovo quello strano sguardo. Stava esagerando? Era troppo presto? Quanta
paura aveva di fare la cosa sbagliata!
«Non c’è nessuno che ti aspetta, vero? Anche se parti domani non è grave.»
«Partire? Che stai dicendo?»
Era assurdo che continuasse a fingere, doveva rendersene conto. Se davvero avesse
avuto una famiglia ad attenderlo non sarebbe certo restato a pranzare con lei il giorno
di Natale. «Sono sola, te ne sarai accorto, e certe volte non è per niente piacevole. Che
male ci sarebbe se restassi un po’? Solo finché ne hai voglia, non ti chiedo niente.»
Lui rimase in silenzio.
«Non hai neanche aperto tutti i regali, ce ne sono ancora tanti.»
Scosse il capo.
«È per Minou? Ti posso assicurare che non succederà più, starò attenta.»
«Non sono tuo figlio» mormorò il ragazzo.
Lili ridacchiò. «No, certo, lo so, non sono mica scema. Però è bello avere di nuovo
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un ragazzo in casa, mi fa sentire meno inutile.»
«Andrò via comunque. Anche se dovessi restare… non sarà per sempre.»
«Non te lo chiederei neppure!»
«Non voglio prendere il suo posto.»
Lili si alzò nervosa. «Prendere il suo posto? Che assurdità! Tu sei solo, in questo
momento, e anche io lo sono. Ed è Natale. Che c’è di male se passiamo un Natale un
po’ diverso dal solito?»
Poi tagliò corto: «Sbrigati a finire, ci sono ancora tanti regali da aprire.»
Riuscì a strappargli un sorriso. «Non sono più un bambino» ripeté.
Ma lo era, invece. E usò i giocattoli. Si divertì persino.
Passò il pomeriggio in quel salotto. Lili si accontentò di spiarlo, senza farsi avanti,
senza partecipare, le bastava che lui fosse felice. Dio, quanto gli assomigliava. Non
nell’aspetto, ma nell’animo.
Era proprio come lui, identico.
Il ragazzo contò fino a cinque prima di scendere le scale. Si stava giocando tutto
quanto, in quel momento. Lo zainetto legato sulle spalle, uno sguardo timido e
preoccupato.
Quando vide la paura negli occhi di Lili comprese di avere già vinto.
«Te ne stai andando?»
Lui accennò un sorriso. «Ti ringrazio per tutto quanto, ma credo che sia ora di
rimettermi in marcia.»
«Ma dobbiamo ancora cenare… e ci sono i regali, non li vuoi prendere?»
Uno sguardo triste. «Non saprei come portarli, sono troppo ingombranti.»
Lili stava andando a pezzi, davanti ai suoi occhi. «Ma non puoi… non puoi restare
ancora un po’? Giusto per le feste. Domani! Solo domani, che è il suo compleanno!
Sono tanti anni che non lo festeggio più. Poi potrai andare via, te lo giuro, non dirò
più niente.»
Un’espressione turbata. «Non mi sembra giusto…»
«Ti prego, che ti costa? Non lasciarmi sola proprio oggi, è così triste. Resta qui, ti
prego.»
«Nella sua camera?»
Lili tirò un lungo sospiro. Le costava molto pronunciare quelle parole. «Non è più
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la sua camera, lui è morto. Certo, puoi restare lì.»
«Sei certa di volerlo?»
Tornò il sorriso. «Non desidero altro.»
Gli armadi erano pieni di abiti. Il ragazzo scosse la testa. Tutto era stato lasciato
come allora. Forse era morboso, forse solo triste.
In fondo aveva vinto, era successo proprio quello che aveva previsto. Ora quella era
la sua stanza, e lo sarebbe rimasta finché avesse voluto. Non era questa la ragione che
l’aveva spinto a rimanere?
Era davvero ciò che voleva? Sfruttare quella donna, sostituirsi al figlio morto? Non
lo sapeva neppure lui. Non amava fare progetti a lunga scadenza, gli avrebbero tolto
il sapore della libertà.
Prese una camicia e se la provò, pareva proprio della sua taglia. Poi continuò a
guardarsi in giro, aprì ogni cassetto e scaffale, spiando nella vita di quel ragazzo morto.
Sì, tutto stava andando per il meglio. Se solo non ci fosse stato quel maledetto
gattaccio!
«Basta, basta! Ho già mangiato troppo! Non ne posso più!»
Lili era raggiante. «L’ho fatta solo per te, ti è sempre piaciuta.»
Sì, quella torta era fantastica, ma non era per lui. Quando Lili l’aveva cucinata
neppure sapeva della sua esistenza. Eppure il ragazzo non glielo fece notare. «Com’era
tuo figlio?»
Lili smise di assillarlo e si sedette davanti a lui. «Com’era? Un ragazzo meraviglioso,
stupendo. Perfetto.» Chinò il capo. «Non lo so, non me lo ricordo.»
Il ragazzo aggrottò la fronte. «Che vuol dire?»
«Io lo ricordo così, ma forse non lo conoscevo neppure. C’è davvero un genitore che
possa dire di conoscere realmente il proprio figlio?»
«Cosa intendi?»
Lili si alzò. «Che forse la nostra vita non era perfetta come la ricordo io. Che forse
anche noi avevamo i nostri problemi. Dovrei smettere di idealizzarlo, ora che è morto.»
Un attimo di silenzio. «Forse è arrivato il momento di continuare a vivere, di gettarsi
il passato alle spalle.»
Il ragazzo aveva capito perfettamente il senso di quel discorso. Lui era il futuro per
Lili, avrebbe potuto esserlo.
Lei tornò a sorridere. «Resti a dormire, vero? Resti qui con me?»
73
Il ragazzo non rispose.
Il letto era morbido, anche se non veniva usato da anni, e le lenzuola profumate,
come se fossero state appena cambiate. Era così facile cedere le redini, lasciarsi andare,
abbandonarsi a quelle comodità.
Lili non era affatto come sua madre, non le assomigliava minimamente.
Nel dormiveglia il ragazzo sognava. Di aver raggiunto la sua meta, di essere nella
sua camera e nella sua casa. Che tutto fosse perfetto.
Poi uno strano rumore s’intromise nei suoi sogni, un lontano ronfare. Sentì un peso
opprimente sullo stomaco, e qualcosa che gli stava graffiando il petto.
Aprì gli occhi lentamente, non ancora del tutto sveglio, ma comunque in preda al
timore. Vide per prima la porta della camera, socchiusa. Poi abbassò lo sguardo e
incontrò quell’unico occhio che al buio sembrava brillare.
Il gatto rosso era lì, coricato sul suo petto, che lo fissava.
In quell’istante non gli parve pericoloso, anzi, stava pure facendo le fusa, muovendo
le zampe in sincrono. Era qualcosa di naturale, che aveva fatto tante volte, in passato.
Anche per il gatto lui aveva preso il posto del suo padrone. Dentro quel letto non
era più il nemico, ma colui che aveva atteso per anni.
Il ragazzo si arrischiò ad allungare la mano e accarezzarlo. Lo fece molto lentamente,
nel timore che si rivoltasse. Il gatto, invece, si mise più comodo e allungò le zampe,
permettendogli di grattargli il ventre.
Era scomodissimo, in quella posizione, eppure non osava mandarlo via.
L’approvazione di Minou era indispensabile perché lui potesse restare lì.
Richiuse gli occhi, abbandonandosi a quel ronfare.
Il miagolio agghiacciante di Minou lo paralizzò. Aprì gli occhi, senza osare muoversi,
nel timore di essere di nuovo aggredito.
Lili era sulla porta, che li guardava confusa.
Minou si era alzato e le stava soffiando contro.
Lili era sbalordita da quella scena. «Ti dà fastidio?» riuscì a chiedere.
Il ragazzo non sapeva che rispondere. Scosse solo il capo.
Lili si sentiva in imbarazzo e anche molto turbata. Sempre più quel ragazzo
assomigliava a suo figlio. Lo ricordava ancora dormire placido con Minou al suo
fianco.
«Io… ero solo venuta a vedere come stavi. Nient’altro.»
74
Poi si ritirò, senza aggiungere altro.
«Non ti disgusta essere chiamato Minou? Lo trovi un nome serio?»
Il gatto era sempre con lui, lo guardava con espressione seria, seduto sulla tavoletta
del water, mentre il ragazzo si stava lavando.
«Rosso! Ti piace come nome? Non lo trovi più appropriato?»
Di certo Minou non era adatto, non per quel gattaccio scheletrico che pareva
scappato dall’inferno.
«Non vuoi più uccidermi, adesso? Come mai hai cambiato idea? Non hai paura che
prenda il tuo posto? Non ti disturba vedermi in questa camera?»
Non riusciva a capire quello strano gatto. Forse la donna aveva ragione, era
completamente pazzo.
«Tanti auguri a te! Tanti auguri a te!»
Nella sala semibuia, Lili si faceva avanti reggendo una magnifica torta con quindici
candeline sopra.
Il ragazzo taceva, anche se trovava tutto quanto assurdo. Ma la donna ne aveva
bisogno, questo lo capiva.
«Soffia, soffia. Spegnile tutte ed esprimi un desiderio.»
Restare lì per sempre? Era quello che davvero voleva? Neppure lui lo sapeva.
«Aspetta! Aspetta! Ho un regalo per te!»
Lili corse via e tornò riaccendendo le luci. Gli porse un pacchettino.
«Non c’era bisogno…» iniziò il ragazzo, ma subito lasciò stare. Capiva che anche
quello non era per lui, che faceva solo parte del passato.
«Sei felice, vero? Ti piace stare qui? Non vuoi più andare via?»
Il ragazzo non intendeva cedere con tanta facilità, mostrarsi interessato, così non
le rispose. Aprì invece il pacchettino. C’erano tre libri. Libri fantastici, di avventura.
Ricordò di averne visto molti altri, in camera.
«Ti piacevano così tanto» disse Lili, confondendo ancora una volta il presente col
passato.
Al ragazzo non interessavano granché, ma si mise a sfogliarli solo per farla felice.
Si sentiva un ipocrita ad approfittare di quella donna così gentile.
Per caso lo sguardo gli cadde sulla data di stampa, e lì si congelò.
«Quando è morto tuo figlio?» le chiese.
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Lili fece una smorfia. Era tutto così perfetto, lui era suo figlio, non ci teneva affatto
a tornare alla realtà. «Che importa?»
Ricordò i poster appesi. «Avevi detto otto anni, mi pare.»
«Sì, otto anni, e allora?»
«Questo libro è stato stampato tre mesi fa.»
Lili era confusa. «Non capisco.»
Il ragazzo si alzò in piedi e Lili cercò di fermarlo. «No, aspetta, non hai ancora
mangiato la torta!»
Non le diede retta e corse nel salotto. I giochi che gli aveva regalato erano ancora
tutti lì. Si mise a frugare tra le scatole.
Lili era rimasta bloccata sulla porta, col cuore in gola.
Il ragazzo si girò a guardarla, sconvolto. «Sono nuovi! Sono tutti nuovi! Li hai
appena comprati, non sono per tuo figlio!»
Lili quasi sorrise. «Tutto qui il problema? Sono per te, li ho comprati per te. Ero
certa che ti sarebbero piaciuti.»
Il ragazzo scosse il capo, sempre più turbato. «Non mi conoscevi! Non sapevi
neppure che esistevo! Non puoi averli comprati per me!»
Lili alzò le spalle. «Tu o un altro, che differenza avrebbe fatto? Volevo solo passare
un Natale con la mia famiglia, non restare sola con quel maledetto gattaccio.»
Ma il ragazzo era sempre più agitato. «Che ci facevi in giro a quell’ora di mattina,
proprio il giorno di Natale?» Cercò di ricordare. «Non avevi alcun pacco, non hai
comprato niente, allora perché sei uscita?»
Lili ridacchiò, nervosa. «Lo faccio spesso. Certe volte mi dà fastidio restare qui da
sola, e devo uscire. Faccio solo un giro.»
Il ragazzo continuava a scuotere il capo. «No, no, l’albero, i regali, il pranzo! Era
tutto preparato! Sapevi che oggi non saresti stata sola!»
«Non è come pensi…»
Fu quasi sul punto di aggredirla, ma alla fine si tenne lontano, perché quella donna
inquietante iniziava a spaventarlo. «E allora com’è? Cosa cercavi là fuori? Qualcuno
da portare in questa casa? Mi hai investito apposta?»
Lili era sempre più nervosa. «E se anche fosse? Non ti sei fatto niente! Lo vedevo
che stavi male, che eri solo. Credi che certe cose non le comprenda al volo? Avresti
passato il Natale da solo come un cane, nel gelo, senza che nessuno si preoccupasse
di te! Ho forse sbagliato? Non stai meglio qui?»
Il ragazzo era quasi isterico, cercò di aggirarla. «L’hai già fatto! Non sono il primo!
Era tutto preparato! Era una trappola!»
76
«Ma che trappola! L’ho già fatto? E allora? Che c’è di sbagliato a non voler trascorrere
le feste da sola? Anche voi siete soli, che male c’è se vi porto qui?»
«Stammi lontano! Stammi lontano!»
«Dove vorresti andare?»
«Via! Me ne vado via!»
Il ragazzo le girò intorno e corse su per le scale.
Rosso era seduto sul letto e lo guardava, mentre il ragazzo rimetteva i suoi abiti
nello zaino.
«Tu lo sapevi, vero? Volevi mandarmi via. Farmi scappare, per questo mi hai
aggredito.»
Rosso continuava a fissarlo, immobile.
«La tua padrona non è normale, dovrebbe andare da un medico, sai?»
«Perché?» disse Lili dalla porta, facendolo sobbalzare. Si appoggiava allo stipite,
sfinita, senza avere la forza di entrare. Forse aveva anche paura di Rosso. «Perché te
ne vuoi andare? Che ho fatto di sbagliato?»
Davvero non lo capiva, il ragazzo era esterrefatto.
Piantò lì lo zaino e andò in bagno. Lo udirono trafficare e tornò un attimo dopo
reggendo alcune boccette di medicinali che buttò sul letto, davanti a Rosso.
«Tuo figlio era malato, hai detto! Aveva la leucemia! Se davvero era così dove sono
le sue medicine?»
Il volto di Lili si distese. «È questo che ti spaventa? Le ho buttate via. Ho buttato via
ogni cosa, dopo la sua morte.»
«Bugiarda!» le urlò il ragazzo. «Questa camera è intatta! Non hai portato via niente!»
«Le medicine sì, solo le medicine.»
Il ragazzo raggiunse la libreria e afferrò un libro. «Lascialo!» mormorò subito Lili.
«Perché? Non ha letto un solo libro di quelli che gli hai comprato! Non gliene fregava
niente. Guarda, non sono mai stati aperti!»
Ma quello che teneva in mano sì. Li tirò fuori uno a uno e li mise sulla scrivania, in
fila.
«Cosa sono?» mormorò Lili, anche se non ci teneva a saperlo.
«Biglietti per i concerti. Concerti rock. Non ne ha usato neppure uno! Non c’è mai
andato! Li ha comprati ma non è mai riuscito ad andarci! A te non piaceva, vero?»
Lili scosse il capo, ma forse non era una risposta, cercava solo di cancellare i ricordi.
77
«Chissà quante cose non ti piacevano di lui! Chissà come lo assillavi! Avrete litigato,
immagino! Non facevate altro che litigare! Non era il figlio che piaceva a te, vero?»
«Smettila!»
Il ragazzo ne afferrò uno. «E questo? Lo sai cos’è questo?»
Lili neanche lo guardò.
«Era per il concerto di Santo Stefano, di otto anni fa! Il suo compleanno! Perché non
è andato a quel concerto? Era già morto?»
«Perché vuoi rivangare il passato? Sì, era morto! Quando c’è stato quel concerto era
già morto!»
«Perché l’ha comprato allora? Perché un ragazzo in punto di morte dovrebbe
comprare il biglietto per un concerto? C’è anche il timbro, vedi? L’ha comprato la
vigilia di Natale.»
Lili taceva.
«Com’è morto tuo figlio? Quando è successo?»
Nessuna reazione.
Il ragazzo attese ancora qualche secondo poi andò a richiudere lo zaino. «Non mi
interessa, non voglio sapere niente. Me ne vado e basta.»
«No, ti prego, non lasciarmi sola.»
«Non ti avvicinare!»
«Non farlo, ti prego, non andartene anche tu.»
Il ragazzo aggrottò la fronte. «È questa la verità? Tuo figlio non è morto, se n’è solo
andato? Ti ha lasciata?»
Le lacrime scorrevano sul volto di Lili, e lei singhiozzava, in silenzio.
«Be’, non posso farci niente, non posso prendere il suo posto. Dovrai fartene una
ragione.»
«Io posso darti…»
«Tu non puoi darmi l’unica cosa di cui ho bisogno: la libertà! Non potevano darmela
i miei genitori e non lo puoi fare neanche tu! Non eri in grado di darla neppure a tuo
figlio!»
Si fece avanti e la costrinse a scostarsi dalla porta. «Lasciami passare.»
Ora Lili singhiozzava proprio.
Il ragazzo la superò e si diresse verso le scale. Non vedeva l’ora di andare via da
quel manicomio.
Il miagolio agghiacciante di Rosso lo paralizzò. In quell’istante comprese la verità.
78
E iniziò a girarsi.
Non l’avrebbe mai lasciato! Quel ragazzo, otto anni prima, non avrebbe mai lasciato
il suo gatto lì. Perché Rosso era suo, questo era evidente. Lo amava, dormiva sul suo
letto, lo proteggeva. No, non sarebbe mai fuggito lasciandolo lì. E questo poteva
significare una cosa soltanto.
Lili aveva uno sguardo allucinato, e impugnava un paio di grosse forbici. «Non puoi
volertene andare di nuovo! Non te lo permetterò neppure stavolta! Non vi lascerò
andare via, mai!»
Si lanciò come una furia contro di lui. Il ragazzo indietreggiò urlando e quasi cadde
dalle scale. Riuscì appena ad aggrapparsi alla ringhiera.
Ma anche Rosso si era lanciato. Balzò sulle spalle della donna affondando i suoi
artigli, e poi continuò la scalata verso il suo collo, mordendo e graffiando come
impazzito.
Lili si mise a urlare, contorcendosi nel tentativo di liberarsi del gatto. Lui riuscì a
raggiungere il volto e affondò le unghie nella pelle morbida. Le urla di Lili divennero
disperate, mentre quella furia infernale cercava di colpirla agli occhi. Poi fu solo un
attimo ed entrambi precipitarono giù per le scale. Quasi travolsero il ragazzo, al loro
passaggio, ma lui riuscì a tenersi aggrappato alla ringhiera.
Quando scese di sotto la tragedia si era compiuta. Lili giaceva a terra, con la testa
girata in una posizione innaturale. Aveva cessato di respirare.
Rosso era sul bracciolo del divano, intento a leccarsi le ferite. Lo degnò appena di
un’occhiata.
Il ragazzo riuscì persino a rivolgergli un debole sorriso. «Grazie, amico.»
Fu così che andarono via insieme, un ragazzo e il suo gatto. Il gatto era vecchio e
spelacchiato, eppure era la prima
volta che vedeva il mondo. La
prima volta che entrambi erano
davvero liberi, con una gran
voglia di conoscere, di scoprire le
meraviglie che li circondavano.
Con la speranza di vivere
insieme una fantastica avventura.
79
Rosa Virgo
Lara Manni
I
nfine, accanto al tovagliolo di lei posa una rosa bianca, una rosa virgo. E’
stato indeciso fino all’ultimo su quale scegliere, e se la sua memoria non fosse stata
bianca come la rosa avrebbe capito che non c’era che una possibilità: petali color
avorio che tremano al vento di maggio, odore di erba bagnata, Mit dir Lili Marleen.
Se avesse ricordato subito, non sarebbe rimasto per un’ora intera dal fioraio, con il
rischio di dover fare tutto di fretta e di arrivare stanco alla sera. Ma quando si era
svegliato l’immagine non era completa: sapeva solo di desiderare dei fiori.
Rose, e poi aveva sussultato in cerca di aria con la lingua incollata al palato, gonfia
come una lumaca, e allora aria, aveva pensato e di nuovo, prima di aprire gli occhi,
rose. Non sapeva perché, ma la casa doveva esserne piena. Un mazzo all’ingresso,
e il colore sarebbe stato crema. Un altro davanti allo specchio in salone, e doveva
essere rosso, e il vaso sarebbe stato quello di ceramica inglese con il bordo irregolare.
Quando lo aveva comprato, a proposito?
Aveva aspettato che l’immagine del giovane uomo che compra il vaso – perché
doveva essere stato giovane, di questo era sicuro – si formasse nella mente, e intanto
tamburellava con le dita sopra il lenzuolo, gli occhi fissi sulla sveglia finchè le sette e
trenta non erano diventate le sette e trentotto, e a quel punto nella nebbia era apparso
un negozio di antiquario.
Certo: Londra, 1941, settembre. Gli attacchi della Luftwaffe hanno lasciato il segno.
Respira polvere, muffa, un sentore ancora percettibile di carogna. Ma i vestiti sono
puliti e stirati, le guance rasate, i capelli freschi di shampoo. Dietro la vetrina della
bottega vede bastoni da passeggio e scarpette di raso da ballerina, e un cappello
verdemare con la veletta strappata in due punti, e poche altre cose perché c’è la guerra
e chi ha voglia di comprare un vaso come quello azzurro con i bordi frastagliati che
sembrano fiamme, un pezzo di quasi un secolo fa, per lei fanno…
Si era alzato a sedere, ignorando il ronzio alle orecchie e i colpi disperati del cuore.
Ci era riuscito, aveva ricordato, e da solo, senza bisogno di consultare i taccuini
sparsi in ogni stanza - il tavolo da pranzo, il tavolino basso del salone, il comodino.
Forse era una delle ultime volte, perché il medico ha detto che doveva aspettarsi
il peggio, per questo ha dovuto anticipare i tempi: anzi, forzarsi a concluderlo,
quel lungo tempo che ha trascorso cercando lei. Se non ci fosse stata la malattia,
forse non le avrebbe scritto per invitarla a cena. Il biglietto. Ricorda molto bene
anche quello: carta di Fabriano, color crema, ha usato la sua stilografica più bella.
Ti aspetto il 24 dicembre alle 19. Non puoi dirmi di no. Leonard.
80
Aveva scritto questo, e lei sarebbe
venuta, perché questa volta davvero
non poteva dirgli di no e, oh Dio,
sono settant’anni che la insegue e che
lei continua a fuggire, settanta, da
quando era un ragazzo bello e famelico
nella Londra che rantolava dopo le
bombe e lei ne aveva diciannove e
sembrava nata per la fuga, credevi di
averla messa all’angolo, eri convinto
che bastasse allungare la mano per
afferrarle il polso, e ti ritrovavi a
stringere l’aria.
Guarda la rosa, poi guarda lo
specchio e per un tempo breve ma spaventoso non riconosce il vecchio che lo fissa
con la bocca semiaperta e le mani che tremano. Si riscuote, prende il quadernetto nero
dalla tasca dei pantaloni, lo apre alla pagina con il segnalibro, la pagina ha una scritta
in stampatello, ORE 19, JO. Sfiora le lettere con la punta dell’indice. Jo. Il modo in cui
stringeva le labbra come se avesse avuto davanti un oggetto disgustoso, la carcassa di
un gatto o di un uccellino, invece del giovane uomo dai capelli neri che le porgeva una
mano dicendole che potevano essere amici, mentre le rose rabbrividivano al vento.
Una rosa virgo, una sola. Non una rosa di pregio, un ibrido di tea piuttosto comune,
ma i fiori sono grandi e profumati, ha detto il fioraio mentre incartava fasci di Aloha
Boemer color corallo, e mazzi sgocciolanti di elleboro - si chiama rosa di Natale, ha
detto ancora, e come tocco finale cinque Lawrence Johnston dalle sfumature d’oro.
Leonard lo aveva ignorato, ammirando in quella rara finestra che si era aperta nella
memoria le rose virgo di settant’anni prima. Infine ne aveva scelta una, insistendo
perché fosse la più aperta. Si sfoglierà presto, aveva protestato il fioraio. E’ quello che
voglio, aveva risposto.
Una rosa appassita per una donna appassita, che è scappata quando aveva ancora
gambe buone per correre e che da quel giorno era scomparsa, e non ne aveva
trovato tracce, mai, nonostante avesse impiegato non poca parte del suo denaro per
sapere dov’era. E’ morta, aveva pensato infine, ed era stato come se una parte di
lui si afflosciasse. Era stato più o meno in quel periodo, la fine degli anni Novanta
- uno strano momento in cui sembrava che il mondo volesse di nuovo capovolgersi
e ribollire, e invece non se n’era fatto nulla - che era invecchiato davvero, come se il
corpo e l’età anagrafica si fossero sincronizzati. Aveva dunque cominciato a svegliarsi
per il dolore alla gamba destra e per le apnee, ad ansimare a metà di una passeggiata
e a sentirsi intrecciare le budella dopo il bicchierino di vodka che si concedeva dopo
cena. Soprattutto, aveva cominciato a guardare a quello che la sua vita era stata e
non più a quello che poteva ancora essere: era finita, auf Wiedersehen Lili Marleen.
Aveva trascorso così tredici anni.
Poi, ed era novembre, poco più di un mese prima, aveva posato il libro che stava
rileggendo - una vecchia biografia di Howard Hughes che aveva trovato ancora una
volta noiosa - ed era uscito così come si trovava, pantaloni di fustagno e una giacca
di panno blu che non ricordava più di possedere, ma che probabilmente era sempre
81
stata nel guardaroba dell’ingresso. A villa Borghese aveva camminato sotto un sole
opaco, guardando con disprezzo gli altri vecchi che fissavano i prati e con il sollievo
di chi ha scampato un pericolo le madri che sorseggiavano acqua minerale da bottiglie
di plastica. Allattare mette sete, aveva pensato, senza sapere da dove aveva pescato
quell’informazione, dal momento che figli non ne aveva avuti: odiava i bambini, e non
aveva sposato nessuna delle sue fidanzate (che invece si erano sposate a loro volta, ed
erano, da quanto sapeva, felicemente nonne). Molto più tardi, mentre stringeva fra le
mani tremanti un bicchiere da cocktail colmo di vodka, aveva ricordato che la frase
era di Hannibal Lecter, e veniva da “Il silenzio degli innocenti”, ma a quel punto la
sua mente era occupata per intero da Jo.
Jo.
Non l’aveva riconosciuta, naturalmente, non subito. L’ultima volta che l’aveva vista era
una ragazza con i capelli rossi ondulati sulle orecchie, una ragazza ostile che indossava
pantaloni da uomo e una camicia bianca con le maniche arrotolate. Quella a cui aveva
gettato un’occhiata distratta era una vecchia con un cappotto lilla (era stato il colore
del cappotto ad attirarlo, un lilla vivace, giovanile) che rivolgeva il viso al sole, con gli
occhi chiusi. Aveva distolto lo sguardo e aveva proseguito la camminata, infastidito
dagli strilli dei bambini sui pony e dalle chiacchiere nervose delle mamme davanti
alle carrozzine. Proprio mentre si stava voltando per tornare a casa, perché in fondo
Hughes era meglio di quelle miserie, la vecchia aveva aperto gli occhi e aveva frugato
nella borsa, tirandone fuori un accendino e un pacchetto di sigarette. Le dita. Le dita
magre di Jo, nel pub di Gawcott, o nei prati profumati davanti a Wavendon Tower,
che sfilano la sigaretta dal pacchetto, Jo che dopo averla accesa emette uno sbuffo di
fumo, e ci sono rose, rose virgo attorno a lei e in quel momento un raggio di sole fa
brillare l’orecchino sul lobo destro, che è d’oro ed è, prevedibilmente, a forma di rosa.
Aveva guardato le orecchie della vecchia, lasciate scoperte dai capelli cortissimi e
bianchi. Le rose erano là. Si era girato. Si era costretto a proseguire, lo sguardo sulla
ghiaia, contando due mozziconi di sigarette, un fazzoletto di carta, un elastico per
capelli viola scuro, una scatolina di Tic Tac all’arancia. La gola si era stretta come
se gli avessero messo una cintura attorno al collo, Doch mich vergaß sie lang, mi sento
vacillar, Mit dir Lili Marleen. Ma non avrebbe usato l’inalatore, non a pochi passi da
lei: se, per puro caso, avesse alzato lo sguardo? Il pensiero gli tolse altra aria. Di lui,
Jo ricordava il ragazzo che le porgeva un accendino d’oro (ma lei non accettava, lei
usava uno zolfanello che schiacciava sotto il tacco), mentre quella che avrebbe visto
ora sarebbe stata la schiena di un vecchio, chiusa in una giacca di panno che mai
gli avrebbe restituito l’aspetto dell’avventuriero che era stato. Quando, voltando a
destra e nascondendosi dietro un grande castagno, aveva infine tirato fuori dalla tasca
l’inalatore e si era concesso due spruzzate di Ventolin, con il respiro era tornata a galla
la rabbia che lo aveva avvelenato per settant’anni: «non mi piace», era la prima cosa
che Jo aveva detto sul suo conto e “infame” l’ultima.
Fottiti, Lili Marleen.
Si era ritrovato in un bar che puzzava di varechina, senza capire come ci fosse arrivato
nel tempo di un pensiero così breve. Dietro il banco c’era una ragazza grassa con
l’espressione assente, e l’odore di detersivo era insopportabile: ma il cappuccino era
buono e attenuava il trauma di aver visto Jo dopo averla creduta morta per tutti quegli
anni. Cosa ne avrebbe fatto, ora, della scoperta? Aveva alzato gli occhi: la ragazza
grassa aveva poggiato sul banco una bottiglia di Aperol per grattarsi furiosamente la
82
mano, che era rossa vicino al pollice. «Zanzare», gli aveva detto, quando si era resa
conto che la stava guardando. A novembre?», aveva chiesto lui.
«Guardi», aveva risposto la ragazza, indicandosi le labbra gonfie. «Sono allergica alle
zanzare. Ho preso il Bentelan». Erano così vicine, quelle labbra, e così disgustose, che
si era ritratto di scatto. La ragazza lo aveva guardato male, offesa. Fa uno e cinquanta,
aveva detto. Avrebbe voluto chiederle scusa, dirle che non era per lei, no davvero, ma
da anni una donna non gli veniva così vicino, e soprattutto la colpa era di Jo. Perché,
fra tutte le altre cose che aveva da rimproverarle, c’era il fatto che quella volta lui stava
per baciarla e Jo si era ritratta come in un tempo allora imprevedibile e impensabile
Leonard si sarebbe ritratto davanti alla ragazza grassa mangiata dalle zanzare, e lui
aveva pensato, lo ricordava proprio bene,
Ti troverò, prima o poi. E allora.
E allora.
Aveva trascorso quindici giorni a interrogarsi su quell’allora, il libro abbandonato
sulle ginocchia, due taccuini aperti sul divano, la teiera di porcellana fumante, col suo
prezioso contenuto di bai hao yin zhen, il te’ bianco che Amal acquistava via Internet
e che arrivava in confezioni eleganti con un nastrino dorato. Quando aveva deciso
cosa fare, Amal aveva provveduto anche a recapitare a Tommy il suo biglietto (niente
telefono, niente mail: ci sono accorgimenti che vanno mantenuti negli anni). Molti anni
prima, Tommy aveva offerto a Leonard un’amicizia servile e costante, accettando senza
protestare il vago disprezzo con cui gli commissionava certi lavori sporchi – una donna
che lo aveva accusato di stupro e che era opportunamente sparita, o il rivale in politica i
cui gusti sessuali erano altrettanto opportunamente finiti sulla copertina di una rivista e ricevendo in cambio favori di così piccola entità da non potersi neanche definire tali.
Poi, com’è giusto, si era allontanato da lui e aveva avuto la sua vita, si era sposato, aveva
avuto una figlia, e quella figlia lo aveva da poco reso nonno: glielo aveva comunicato in
un biglietto stupidamente festoso, con un grande fiocco rosa sul lato sinistro. Dunque,
Tommy era venuto subito, aveva ascoltato, annuito e promesso che sarebbe tornato
presto. Così era stato: alla fine di novembre, Leonard sapeva tutto di Jo. Non si era mai
sposata, ma aveva avuto un figlio. Viveva sola a Roma, in una casa popolare dietro
San Giovanni. Non aveva grandi mezzi, anche se non poteva essere definita povera:
faceva traduzioni e continuava ad accettare lavoro, dunque doveva essere in buona
salute. Il figlio si era trasferito a Oslo con la moglie e una bambina, che ormai doveva
essere una ragazza. Jo li incontrava raramente: l’ultimo biglietto aereo per la Norvegia
era del 2009, tre anni fa. Era troppo vecchia per viaggiare, immaginava Tommy.
«Non devi immaginare quando si tratta di Jo», aveva ribattuto, acido.
Tommy lo aveva guardato con quella che sembrava pietà.
«Ha novant’anni. E’ una donna sana, per la sua età. Ma…»
«Io ne ho novantadue. E sto benissimo».
Non era vero, naturalmente. Ma Tommy non doveva sapere della difficoltà a respirare
e della gamba destra quasi inutilizzabile e soprattutto della memoria che rifluiva via
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lasciandosi indietro solo il pensiero di Jo, che rifiutava di abbandonare la sua mente come
un vecchio topo che non vuole lasciare la tana né con il formaggio né con il veleno. Ma
Jo sarebbe venuta, invece, perché le informazioni di Tommy portavano in un un’unica
direzione, e Leonard l’avrebbe percorsa, e infatti, quando Amal le aveva portato il
biglietto scritto su carta di Fabriano, chiedendo una risposta, la risposta era stata sì.
E allora.
Allora sono le cinque, e la rosa virgo accanto al piatto destinato a Jo è l’ultimo tocco
della giornata iniziata con la visita al fioraio e proseguita spuntando tutte le voci che
Leonard aveva preparato sul taccuino. Doccia con sapone all’olio d’oliva, per la sua
vecchia pelle. Pranzo leggero, una minestra di carote e un piattino di castagne lesse
con due cucchiai di zucchero. Riposo sulla poltrona (non sarebbe riuscito a dormire)
accanto alla finestra. Juditha Triumphans di Vivaldi, l’edizione con Ann Murray.
Lettura dei taccuini su Jo, perché se il pensiero di lei non se ne andava, la storia che
lo aveva portato a Jo rischiava di sfuggire dai troppi buchi del suo cervello. Dunque
sono le cinque e Leonard sta leggendo i taccuini, mentre Amal posa la teiera sul
tavolino. Alle sei e mezza, lo aiuterà a vestirsi (un maglione di cashmere color polvere
sopra una camicia bianca, scarpe e pantaloni neri). La cena sarà pronta per le sette e
mezza, dopo che lui e Jo avranno bevuto (Krug, le sarebbe piaciuto) e parlato. E poi?
Scaccia il pensiero. Non ha importanza. Torna a chinarsi sui taccuini.
Armin Hull, c’è scritto sulla prima pagina.
Si chiamava, in realtà, Ellic Howe, e Armin Hull era il suo pseudonimo: Leonard
lo avrebbe saputo molti anni più tardi, così come avrebbe scoperto che quello che
aveva conosciuto come Paul Sanders era il compianto Denis Sefton Delmer. Non
ne fu sorpreso, perché entrambi combattevano una guerra molto particolare:
Howe lavorava nello Special Operations Executive come falsario e Delmer nel
Political Warfare Executive come coordinatore della propaganda anti-tedesca. Il
primo conosceva le tipografie e le tecniche di stampa usate in Germania, il secondo
conosceva bene i nazisti ed era stato il primo giornalista inglese a intervistare Hitler.
Leonard sentì pronunciare per la prima volta il nome di Hull in un pomeriggio di
giugno a Berlino: era il 1941 e beveva birra con un militare italiano che gli era stato
presentato da un’amica molto intima e molto fanatica (di lui e del Führer, in parti quasi
uguali). Il militare soffriva di rinite, detestava il clima tedesco e, soffiandosi il naso in
un fazzoletto bordato di marrone, aveva dichiarato di apprezzare i ragazzi ambiziosi
e magari, chissà, più avanti si sarebbe potuta aprire una possibilità di entrare nel
Sim. Leonard aveva sorriso con entusiasmo, anche se si augurava, più avanti, di essere
in una posizione decisamente più invidiabile di quella di un uomo che spurgava il
suo muco in un fazzoletto di tela scadente. Era stato il controspionaggio italiano,
aveva spiegato con orgoglio il militare, a passare ai tedeschi le informazioni su Hull e
Sanders. «A loro modo, due geni», aveva detto, tirando fuori da una busta quella che
sembrava una stampata di francobolli e posandola sulla tovaglia.
Erano francobolli, in effetti: solo che il volto del Führer era stato sostituito con quello
di Himmler e di altri dirigenti minori. Un colpo basso, e di sicuro disorientamento
per i cittadini, aveva aggiunto il militare, estraendo dalla stessa busta una lettera: era
dell’astrologo prediletto di Goebbels, Karl Ernst Krafft, e prediceva sventura per la
Germania nel proseguimento della guerra. «Un falso anche questo: non ha aiutato il
morale dei vertici, e neanche quello del Führer, almeno finché Krafft non ha giurato di
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non aver mai scritto nulla di simile. E non è finita: falsi dispacci, false lettere, persino
un falso opuscolo del ministero della sanità che suggerisce al personale femminile
dell’esercito di non scopare con i soldati tedeschi perché portatori di malattie veneree».
A quel punto Leonard aveva sorriso, e il suo ospite aveva ridacchiato sotto il fazzoletto.
«Cosa c’entro io con tutto questo? », gli aveva chiesto poi, quasi deluso. Invece di
rispondere, l’ospite gli aveva fatto un paio di domande - certamente superflue, perché
doveva conoscerne le risposte da prima del loro incontro: Leonard sapeva l’inglese
perfettamente, non era vero? Sua madre abitava ancora a Londra, sì? E dunque non
gli sarebbe stato difficile raggiungere l’Inghilterra in virtù della sua preoccupazione
di figlio, giusto? Infine, gli piaceva la radio?
«La
radio?»,
aveva
chiesto
Leonard.
La radio, aveva risposto il militare, è il nostro vero problema. Aveva tirato fuori altri
fogli dalla busta. «Si chiama GS1, sta per Gustav Siegfried Eins. Trasmette da un mese,
dopo la cazzata di Rudolf Hess». Leonard aveva annuito. «So di Hess. E’ impazzito,
non è vero? Solo un pazzo si sarebbe andato a paracadutare nel castello del duca di
Hamilton per offrirgli la pace». Il militare aveva stretto la mano sull’impugnatura
del boccale e sulla nuca di Leonard era passato un soffio gelato. Non era un semplice
ometto col raffreddore, quello che aveva davanti - non solo, non scordarlo. Il problema
– aveva detto poi il militare - non è se sia impazzito o no. Il problema è che la notizia
della sua passeggiata in Scozia non doveva essere divulgata. E’ stata questa radio a
farlo.»
Lo aveva guardato negli occhi, valutandolo: Leonard si dimostrò umile e interessato
– non scordarlo.
«Lo speaker si fa chiamare Der Chef. Dice di essere un vecchio e leale ufficiale prussiano,
molto incazzato con gli inglesi ma ancora più incazzato con i gerarchi nazisti. Pochi
giorni dopo il volo di Hess, questo Der Chef ha raccontato quello che era successo
a tutta la Germania, per negare con sdegno che Hitler sapesse tutto, che il piano di
pace fosse concordato e che solo in caso di fallimento Hess avrebbe dovuto fingersi
pazzo. Ma intanto la notizia è stata data, e il Führer è stato costretto a intervenire
pubblicamente a sua volta per smentire. »
«Chi è Der Chef?»
«Non lo sappiamo. Sappiamo che si presenta come un patriota, e molti gli credono. E
poi c’è l’altro.Un ragazzo che si fa chiamare Die Rose. Interviene da luglio e ha parecchi
ammiratori in Germania. Bella voce fresca, bei discorsi contro gli ufficiali nazisti: li
chiama “gangster corrotti e sessualmente depravati”, li accusa di spendere il denaro
dei tedeschi per bere e scopare mentre i bambini muoiono di difterite. Nota che non c’è
nessuna epidemia di difterite, ma puoi immaginare l’effetto che una notizia del genere
può avere sui soldati, e non solo su di loro. Insomma, da una parte Der Chef si attira le
simpatie dei più esaltati chiamando Churchill fottuto bastardo ubriacone giudeo…»
«Lo
ha
fatto
davvero?
»,
aveva
riso
Leonard.
«Più di una volta. Ma aggiunge anche che in Germania non è più possibile trovare un
bicchiere di birra buona e mangiare carne di maiale come si deve e fumare un sigaro
degno di questo nome, mentre gli altri, i gerarchi, hanno vino e sigari e donne in quantità.
Dall’altra parte, dicevo, Die Rose fa breccia nel cuore dei suoi coetanei mandati a morire
da capi che se ne infischiano di loro e delle loro famiglie. L’effetto finale è che la Germania
non appare così monolitica come vorrebbe Hitler. Capisci in cosa sta la genialità?»
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«Sono falsi? Anche loro?» «Sì, ragazzo. Non trasmettono dalla Germania. Li abbiamo
individuati con il radiogoniometro: sono in Inghilterra, in un paese nel buco di culo
del Buckinghamshire che si chiama Gawcott. Disturbare le trasmissioni serve a poco,
cambiano frequenza con facilità. Sono del Political War Executive, tutti e tre, quattro
contando Hull. E qui entri in ballo tu: un giovane intelligente, bello, ambizioso, e
bilingue.»
Leonard aveva sorriso. La mano del militare si era chiusa sul suo polso.
«E auspicabilmente fedele.»
«Sempre», aveva sorriso ancora Leonard.
Il lampione dietro la finestra si accende. Veni Foemina illustris, canta Vagaus nella
Juditha. Femmina illustre. Fra poco arriverà. Sono le cinque e dieci. Lo stomaco gli fa
male. Non doveva mangiare le castagne. Sa che non è così. E’ per lei. E’ una vecchia,
è cambiata, si ripete. E invece sa che non è cambiata così tanto dalla prima volta che
la vide. A…come si chiamava il paese? Sfoglia una pagina del taccuino, la lingua fra i
denti, un filo di saliva all’angolo della bocca.
Leonard aveva giudicato prudente stabilirsi a Towcester, nel Northamptonshire, a
una dozzina di chilometri da Gawcott. Aveva trovato alloggio presso una vedova di
quarant’anni, che dopo la prima settimana gli aveva preparato un budino di pane e
burro e dopo la seconda era riuscita a procurarsi dello zenzero per fargli i biscotti.
Alla terza settimana, Leonard aveva contraccambiato. Alla quarta, la vedova e un
po’ di fortuna gli avevano fatto trovare Armin Hull: quando lei gli aveva mostrato
certi graziosi biglietti da visita preparati dal bravo stampatore che aveva aperto una
tipografia proprio a maggio, Leonard l’aveva baciata con tutta la passione che riusciva
a simulare. Due ore dopo, era davanti al negozio di Hull: per un ulteriore dono del
Fato, a due passi c’era un pub, il Brave Old Oak – “sandwich con carne e cipolla!”,
“crema di margarina, latte e farina di mais!” e “tutta la birra che riuscite a bere!”
era scritto sulla lavagna vicino alla porta. Leonard aveva cominciato a frequentarlo
ogni sera, scegliendo per sé il tavolo vicino a quello dove sedeva l’uomo che aveva
individuato come Armin Hull. Portava con sé carta e penna, e trascorreva il tempo
scrivendo lettere d’amore all’amica rimasta in Germania. La quinta sera aveva finto di
cedere all’emozione, si era passato la mano sugli occhi e poi, virilmente, aveva stretto
le labbra, sperando che la fortuna continuasse a spalancare le cosce. Così fu. Dopo un
paio di minuti, Hull si era seduto al suo tavolo con il boccale in mano.
«Guai, ragazzo?»
Guai, aveva sospirato, e gli aveva raccontato la storia che si era preparato fin dall’arrivo
in Inghilterra. Guai d’amore, naturalmente. La ragazza di cui era innamorato era una
helferin, un’aiutante delle SS: l’aveva conosciuta due anni prima, quando questa orribile
guerra non era ancora stata dichiarata, l’aveva seguita, uno di quegli amori a cui non
si può resistere, lei ne ha mai vissuto uno, sir? Si era trasferito a Berlino, adattandosi
ai lavori più umili e meno consoni ai suoi studi, per lei avrebbe fatto tutto, sir, ma
quando ha preso quella decisione non ha resistito più, è fuggito, proprio fuggito,
sir, ma è stato inutile. Perché lui stesso era inutile, con quella malattia – il cuore, sir,
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non è un’ironia? – che gli impediva di servire la patria come avrebbe voluto, e con
il pensiero stupidamente inchiodato a un’assassina. A volte, sir, penso che morire
sarebbe la soluzione migliore. Ma la sua famiglia, come è comprensibile, era angosciata
per la sua infelicità e la sua salute declinante, così era stato costretto – amorevolmente
costretto – a lasciare Londra e a trascorrere un periodo di lontananza a Towcester,
dove poteva svagarsi con le corse dei cavalli e apprezzare i piaceri della cucina e il
conforto dell’ospitalità. In realtà, aveva spiegato infine Leonard, trascorreva il tempo
a scrivere alla sua Grete, e a bruciare ogni sera la lettera che andava componendo –
cosa che, in effetti, faceva davvero. Hull non aveva commentato per un lunghissimo e
spaventevole minuto, poi aveva fatto cenno alla cameriera di portare altre due birre.
«Non c’è che un rimedio, ragazzo», aveva detto, mettendogli un boccale pieno davanti.
Le bevute erano andate avanti per quasi due mesi. Leonard aveva insistito per pagarle
di tasca propria, cosa che a Hull non dispiaceva affatto: così, quella di incontrarsi nel
tardo pomeriggio al Brave Old Oak era diventata una consuetudine per entrambi.
Una notte, dopo molti boccali e molte sigarette, Hull aveva rigirato fra le mani una
bottiglia di Burton, accarezzando con l’indice l’etichetta rossa.
«Che birra bevevi a Berlino, Leonard? Krombacher?» Leonard aveva annuito. «Anche.
E Pilsner.» Hull aveva ridacchiato: «Belle etichette, non trovi? Ho una scorta di birra
tedesca in cantina. Uno di questi giorni ti toglierò la nostalgia con una bevuta alla
berlinese.» Leonard si era irrigidito. La carta delle etichette. Ma certo, la perfezione
dei falsi dispacci di Hull stava anche nella scelta della carta, oltre che nell’imitazione
della calligrafia. In questo modo avrebbe passato i primi controlli e solo dopo…Ma
perché gli stava rivelando quel dettaglio? Per metterlo – certo – alla prova. Aveva
alzato verso Hull uno sguardo sereno, appena velato di dolore per il ricordo che il
riferimento a Berlino doveva aver suscitato in un innamorato infelice. «Ho sempre
preferito la birra inglese», aveva detto. Era la cosa giusta. La mattina dopo, Leonard
aveva trovato un biglietto sotto la porta. C’era scritto solo “Gawcott, Holy Trinity,
messa del 24 dicembre”.
Le cinque e mezza. Sulla lingua ha il sapore acidulo della birra, anche se non ne beve
da molti anni. La nostalgia riesce a farsi largo nel bianco: buttare giù mezzo boccale
in due sorsi, mangiare peperoni, correre senza farsi mancare il fiato. Nel tempo dei
tre pensieri, deve essersi alzato senza rendersene conto perché ora è davanti allo
specchio. C’è un uomo molto vecchio che lo guarda con occhi che sono pozze d’acqua
torbida. Una volta quell’uomo era capace di un sorriso sbruffone che conquistava
maschi e femmine. Tranne una, ed è per questo che la vita del vecchio – la sua – non
è stata perfetta come desiderava, perché il rifiuto di Jo si è conficcato come una spina
velenosa in quella che poteva essere un’esistenza magnifica, e l’ha fatta marcire. Se
non riuscirà a toglierla, il suo spirito continuerà a marcire dopo la morte, insieme alla
sua carne. Sono passati già dieci minuti. Le cinque e quaranta, dice l’orologio. Ha le
guance bollenti, forse il mal di stomaco di prima era il sintomo di un’influenza. La
casa è troppo buia. Non ha pensato che, oltre alle candele, doveva esserci un albero di
Natale, anche piccolo. E’ una delle cose che ha dimenticato.
Dietro l’altare della chiesa c’era un abete decorato con nastri di stoffa rossa, davanti c’era
una piccola folla infreddolita. Erano soprattutto donne e vecchi quelli che, stretti gli uni
agli altri per scaldarsi, cantavano When we were gone astray, O tidings of comfort and joy.
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Leonard era scivolato fra loro, unendosi al coro (Comfort and joy), ancora ansante dopo
aver percorso a piedi – per sfogare il nervosismo - i dodici chilometri che separavano
Towcester da Glawcott. Remember Christ our Saviour Was born on Christmas Day To save
us all from Satan’s power, cantava, a metà navata, Armin Hull. Accanto a lui, un uomo
stempiato con gli occhiali da vista e una ragazza con i capelli rossi che brillavano
sotto il velo, alla luce delle candele. Le mani della ragazza erano intrecciate dietro la
schiena, in un gesto che sembrava di sfida, e che gli piacque. Leonard era arrivato alla
sua altezza, ne aveva apprezzato il profilo, il colore dei capelli, le labbra imbronciate:
ma il suo non era desiderio, o per meglio dire il desiderio si mescolava all’eccitante
presentimento di aver trovato un avversario alla propria altezza. Lei, comunque, non
si voltò a guardarlo: fu Hull a farlo, e a fargli posto sulla panca, mentre l’uomo con
gli occhiali gli riservò un breve cenno del capo. And with true love and brotherhood Each
other now embrace cantò Leonard con la sua bella voce, ricordandosi che intelligenza
e umiltà avrebbero salvato la missione e, forse, la propria vita. Comfort. And Joy.
All’uscita, Hull li aveva guidati frettolosamente nell’aria gelata fino a un locale che
si chiamava The Crown e poi fino al tavolo in fondo alla sala che era stato riservato
per loro. Si erano tolti le sciarpe e riscaldati i piedi battendoli sul pavimento, avevano
ordinato birra e minestra e capretto con patate e pudding. Infine, Hull aveva posato
le mani sul tavolo.
«Lui, aveva detto indicando l’uomo con gli occhiali, è Paul. Lei è Jo. Sanno già chi
sei». Le ginocchia di Leonard, sotto il tavolo, avevano tremato, anche se il sorriso era
rimasto inalterato (Intelligenza. Umiltà. Joy). «Sanno che sei un bravo ragazzo e che hai
voglia di darti da fare. »
Leonard aveva chinato il viso, umiltà, mentre la mano destra accarezzava il coltello
che, altrimenti, avrebbe almeno provato a impugnare. Quando aveva alzato di nuovo
lo sguardo, Jo lo stava fissando con occhi grigi e freddi.
«Paul, non mi piace», aveva detto poi all’uomo con gli occhiali.
«Non essere capricciosa», aveva replicato lui pescando col cucchiaio nella minestra.
«Abbiamo bisogno di voci giovani, lo sai meglio di me. Peter è bravissimo, ma è
vecchio, e le sue recriminazioni contro Hitler hanno successo presso i vecchi. E’ ai
giovani che dobbiamo arrivare, e Die Rose non può rimanere un caso isolato».
«Non vedo perché no», aveva protestato la ragazza, sfilando una sigaretta dal pacchetto
di Hull. «E comunque lui non mi piace, non mi fido. Ha una faccia furba.»
«La ringrazio, signorina», aveva detto a quel punto Leonard, cercando di imprimere
alla voce un tono cordiale. Poi aveva visto le rose d’oro che le scintillavano ai lobi
delle orecchie, aveva sorriso ancora e si era inchinato
«E’ un onore conoscere Die Rose e apprezzare la sua bellezza, oltre che il suo genio»,
aveva detto.
Le sei. Amal si ferma sulla porta. E’ quasi ora di vestirsi, ma Leonard ha cambiato
idea: non vuole aiuto: anzi, non vuole nessuno attorno a sé. Gli chiede, brusco, se
la cena è a buon punto. Minestra di verdura, capretto rosolato, pudding. Birra. La
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stessa cena di settantuno anni fa. Ed era la vigilia di Natale, anche quella volta. Amal
annuisce.
L’intuito di Leonard era stato apprezzato da Hull e da Paul Sanders, che era – aveva
appreso Leonard - il capo del gruppo e l’ideatore di tutte le azioni di propaganda. Era
lui, insieme alla moglie Isobel, a scrivere i testi che sarebbero stati letti dallo speaker,
Peter Seckelmann, e a rivedere quelli di Jo, che insisteva per scriverli da sola. Questa
parte del lavoro si svolgeva a casa di Sanders, a Larchfield. Le registrazioni, invece,
avvenivano in una casa colonica a Wavendon Tower, e i dischi di vetro con gli interventi
di Der Chef e Die Rose venivano infine portati in un’edificio che si trovava nei boschi
di Gawcott, e trasmessi da Hull con un’apparecchiatura a onde corte. Avere tre zone
d’azione consentiva di tutelarsi e di aprire eventualmente un nuovo trasmettitore, se
quello di Gawcott fosse stato individuato: i dischi tornavano ogni volta a Wavendon
Tower per essere conservati e riutilizzati. Mentre Sanders spiegava, Jo fumava una
sigaretta dopo l’altra, contrariata. Era intelligente, pensava Leonard. Più intelligente
di me, sfrigolava una parte della sua mente, mentre l’altra si sforzava di continuare a
essere divertente e piacevole e joy, signori, joy!.
Alla fine della cena, Jo era rimasta in minoranza, e Leonard si era infilato insieme a
loro in una limousine nera diretta a Wavendon Tower. Lo studio di registrazione era
all’interno di una grande costruzione color legno e avorio, in una sala da biliardo con
le finestre chiuse e le tende tirate: tre microfoni RCA aspettavano sul tavolino. Quella
stessa notte, gli avevano fatto provare la voce con un testo in tedesco che aveva letto
perfettamente. Avrebbe cominciato subito, il tempo di scegliere un nome, aveva già
un’idea? Leonard aveva guardato Jo negli occhi.
«Der Kavalier», aveva detto. «Così la rosa avrà il suo cavaliere». Lei non aveva sorriso.
Le sei e un quarto. Si alza, si avvia verso la camera da letto. Quarantacinque minuti
e la rivedrà, non ci saranno più sentieri nel bosco dove scappare. Perché questo aveva
fatto Jo. Gli era sfuggita fra le dita, sul più bello.
Era riuscita a non sorridergli mai, neppure una volta, nei mesi successivi: se fosse
stato meno giovane e meno arrogante, Leonard avrebbe giudicato con indulgenza il
rigore di lei e si sarebbe chiesto a cosa fosse dovuto, e insomma che cosa era avvenuto
nella vita di Jo per renderla così dura. Non lo fece mai: notava invece, con rancore
crescente, che quando entrava nella sala di registrazione lei si affrettava a raccogliere
i fogli e usciva senza guardarlo. Leonard aveva sopportato, per un po’. Poi - ed era
ormai maggio del 1942, e nell’aria c’era una primavera splendente – aveva ricevuto
una lettera da Londra, dallo stesso indirizzo a cui aveva inviato le informazioni di
cui era venuto a conoscenza. L’autore della lettera – il militare italiano, ne era certo
anche se non c’era firma – lo ringraziava e lo pregava di tornare da sua madre, che
aveva bisogno di lui. Dunque, aveva pensato Leonard, sarebbe accaduto qualcosa.
Avrebbero bombardato Gawcott, o Wavendon? Ci sarebbe stata un’azione rapida e
feroce che avrebbe distrutto Gustav Siegfried Eins? Comunque sia, doveva sparire,
subito. No, non subito, si era detto. Prima voleva rivedere Jo. Convincerla. Portarla
con sé, magari, ma non per salvarla, o non solo: quel che davvero voleva era il tempo
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di farle cambiare idea sul proprio conto.
Così si era fermato nel giardino davanti a Wavendon Tower, aspettando che uscisse,
e l’aveva fermata sotto un arco di rose virgo bianchissime e profumate, mettendole
una mano sulla spalla.
«Per favore ascoltami», le aveva detto. Jo lo aveva guardato senza rispondere. «Perché
mi detesti? Cosa ti ho fatto?», le aveva chiesto poi, mentre la voce gli si strozzava e
questo no, questo non lo avrebbe mai voluto, ma era inevitabile, e non c’era tempo per
essere intelligenti e affidabili.
«Niente», aveva infine detto lei. «Non direttamente, almeno. Ma lo farai. Perché tu
sei così, l’ho capito da quando ti ho visto in chiesa. Le persone non ti interessano, le
persone ti servono. Quando va bene, ti fanno da pubblico. E poi sei una spia».
«Anche tu lo sei», aveva provato a ridere Leonard, ma la risata gli moriva in gola,
davanti allo sguardo di Jo, e allora non aveva resistito e le aveva stretto il polso, con
tutta la dolcezza di cui era capace. «Vieni con me. Ti prego. Potremmo vivere una vita
bellissima. Viaggiare. Cercare il mare, le spiagge calde. Bere vino. Non ti piacerebbe?
Non vorresti avere dei bei vestiti, delle scarpe col tacco? Ballare. Wie einst Lili Marleen».
Si era chinato verso di lei, cantando con voce sempre più fievole. Jo si era ritratta di
scatto. «Ci hai già venduti, non è vero? Altrimenti non mi faresti questi discorsi».
«Che cosa dici?».
«Dico la verità, e lo vedo dalla tua faccia che è la verità. Non mi interessano le tue
proposte. Non mi interessi tu». La stretta di Leonard si era fatta più forte. «Jo».
«Infame», aveva detto lei, liberando la mano e correndo via, nel sentiero che si perdeva
nel bosco.
Le sei e tre quarti. E’ seduto sul letto. Alzare la gamba per infilare il calzino gli fa
stringere i denti per il dolore. Jo soffrirà nello stesso modo? Ricorderà cosa si prova
quando si corre?
Anche Leonard era fuggito da Wavendon Tower pochi istanti dopo e aveva raggiunto
Towcester a piedi e poi Londra a bordo dell’automobile della sua vedova, a cui aveva
giurato che sarebbe tornato a prenderla. Invece, era rimasto chiuso per settimane e
poi mesi nella casa di sua madre, non sapendo cosa aspettarsi: infine, man mano che
la Germania si avvitava verso la disfatta, aveva capito di aver rischiato invano. Fu il
suo unico successo mancato. Dieci anni dopo, quando ormai era avviato verso una
carriera folgorante, aveva incontrato in ambienti insospettabili il militare italiano,
che a sua volta e nonostante tutto aveva scalato i vertici dei servizi segreti. Le sue
informazioni erano state preziose – gli aveva detto - ma l’accordo fra Churchill e
l’Unione Sovietica di quel maggio 1942 le aveva rese vane: la propaganda inglese non
era più una priorità per la Germania.
E neppure per l’Inghilterra: dopo altri cinque anni, aveva rivisto Hull, che aveva
ripreso il vero nome di Ellic Howe, e avevano trascorso una nostalgica serata di birra
e sigarette durante la quale Leonard aveva promesso il suo interessamento per far
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pubblicare il libro di memorie di Howe e aveva appreso che dopo la sparizione sua e
di Jo le trasmissioni di Gustav Siegfried Eins erano state sospese. Inizialmente perché
si temeva che la loro scomparsa fosse il segnale di un’offensiva nei confronti della
radio, ma in capo a qualche giorno tutta la propaganda era stata fermata: la Germania
si stava mettendo in difficoltà da sola con la campagna di Russia, e poi, poi sapeva
com’era andata, no? Dopo la quarta birra, Leonard aveva chiesto di Jo.
«Ti piaceva, ragazzo, vero? Era graziosa ma fredda come una notte di gennaio. No,
non sappiamo dove sia finita, ma immagino che se la sia cavata. Ne troverai un’altra.»
«Pazienza», aveva detto Leonard.
Ne aveva avuta, e aveva lavorato sodo: nei giornali, prima, nella televisione poi,
infine nella politica, e con successo, e infine era approdato all’ambasciata inglese in
Italia. Gli restava però nel cuore una rabbia infantile per non aver ottenuto quello che
voleva in quel pomeriggio di primavera, e per essersi sentito gettare in faccia quella
che, nel fondo più oscuro di se stesso, sapeva essere la verità. Jo lo conosceva meglio
di chiunque altro al mondo, anche se avevano scambiato, a pensarci bene, non più di
un migliaio di parole.
Le sette. Ha congedato Amal, gridandogli che era in grado di riscaldare una cena e di
servirla, e anche di aprire una bottiglia di champagne. Adesso comincia a pentirsene.
E se, al momento giusto, non si fosse ricordato dov’era il cavatappi? Se l’idea stessa di
cavatappi fosse stata cancellata dalla sua mente? Se si fosse ritrovato a brancolare nel
vuoto con la bottiglia in una mano e l’altra afflosciata sul fianco? Per sicurezza, prende
il cavatappi dal cassetto e decide di metterlo in frigorifero, accanto allo champagne.
Lo squillo del campanello lo sorprende mentre è chinato davanti allo sportello. Il
cavatappi gli sfugge di mano, rotola sul pavimento. Il cuore gli batte così forte che
pensa che morirà qui, davanti al frigorifero aperto e al contenitore con un avanzo di
pollo ai funghi. Il torace viene arso da una fiamma di dolore. Non adesso, implora.
Domani, stanotte, ma non adesso.
Prende una pasticca dalla tasca, la inghiotte senza acqua. «Un momento», grida,
rimpiangendo di essere così solo e così vecchio: la porta gli sembra lontanissima, e il
pavimento oscilla, improvvisamente ostile, sotto le pantofole. Le pantofole! Non ha
fatto in tempo a infilare le scarpe, e ha dimenticato il maglione di cashmire, la camicia
pende fuori dai pantaloni, non ha finito di abbottonarla, come è possibile? Si ferma,
incerto, a pochi passi dalla porta, ma il campanello suona di nuovo e allora decide che
non ha importanza, che le pantofole di velluto blu sono dignitose e la camicia gli dà
un tocco di originalità che…Bugie. Ha solo paura che Jo fugga di nuovo se non aprirà
subito la porta. Dunque, la aprirà, ora.
Apre, e una nuova fitta gli trafigge il petto.
Perché dietro la porta c’è Jo, con i capelli color rame tagliati corti sopra le orecchie, e
gli orecchini a forma di rosa, e un giaccone verde oliva identico a quello che indossava
a Wavendon Tower, e pantaloni neri da uomo su un paio di anfibi militari. E con gli
stessi occhi grigi e freddi come una notte di gennaio. Jo.
91
La Jo di settant’anni fa.
«Com’è possibile?», mormora.
Lei non risponde, batte i piedi con impazienza, l’acqua gocciola dal giaccone.
Leonard si accorge che sta piovendo forte.
«Fammi entrare, almeno», dice poi, e la voce è proprio la sua, severa e insieme
morbida, la voce di Die Rose.
Leonard si fa da parte, e il dolore aumenta e si irraggia dal petto allo stomaco fino
all’inizio del braccio sinistro. Non importa. Nulla importa se non lo stupore per questo
miracolo, per questa giovane donna che ha risalito i secoli per presentarsi davanti a
lui come se fosse appena uscita dal bosco che l’aveva inghiottita.
«Jo,» dice, non trovando altra parola possibile.
Lei si guarda intorno. Ammira, crede Leonard, i quadri, i mobili, il vaso Ottocento colmo
di rose. Poi siede sul bordo sul divano, gli sorride infine, ma è un sorriso che mette paura.
«Non sono Jo. Non ha importanza il mio nome. Sono sua nipote, quella a cui sarebbe
capitato qualcosa di brutto se mia nonna non avesse accettato di venire da te. »
«Che cosa dici?»
La mani di Leonard si muovono verso di lei, vorrebbe scuoterla, vorrebbe farle dire
che sta mentendo, anche se le parole di lei si stanno già sciogliendo come neve nella
sua mente. La ragazza estrae una pistola dalla tasca del giaccone. Leonard si stupisce
nel riconoscerla: è un Enfield. Il revolver di Jo.
«Siediti, Leonard», dice lei, senza smettere di sorridere.
Lui
si
lascia
cadere,
senza
fiato,
sulla
poltrona.
«Non doveva andare così, vero? Dovevi accogliere mia nonna nel migliore dei modi, e
possibilmente senza quelle ridicole pantofole, per poi farle chissà cosa. Giocare come
il gatto col topo: sembra che sia una tua specialità, possibilmente mandando avanti
altri a fare la parte peggiore del lavoro, non è così? Hai mandato un tirapiedi a dire a
mia nonna che se non avesse accettato il tuo invito, sarei stata io ad andarci di mezzo».
La pistola è puntata su di lui, la mano della ragazza – non è Jo? Perché Jo non è qui?
- è ferma.
«Sì», dice Leonard. «Non avevo altro modo».
«Dimmi perché», intima lei.
«Perché mi è scappata. Perché è l’unica a essermi scappata. Agli altri piaccio. Persino
a Armin Hull ho continuato a piacere, sai? Non ha mai saputo, o se ha saputo ha
capito che è così che funziona e che io sapevo farlo funzionare».
«A mia nonna non piacevi. E’ per un motivo così stupido che ti sei avvelenato la vita?
Ma guarda. Un pensiero piccolo piccolo fa soffrire un uomo così importante. Ma forse
non per te era tutt’altro che piccolo, non è così?»
Leonard scuote la testa, affascinato. E’ diversa da Jo, anche se le somiglia moltissimo. Jo
non avrebbe sprecato tante parole per lui. Questa ragazza. Uno, due, dieci campanelli
92
iniziano a trillare nella sua testa.
«Perché tu vuoi l’approvazione di tutti. Anche di quelli che hai calpestato e tradito.
E credo proprio che tu l’abbia avuta, sì? I tuoi tirapiedi, ma anche i tuoi nemici, ti
ammirano. Hanno paura di te. Pensano che tu sia un uomo potente. Ti hanno mai
visto in pantofole? Hanno visto la saliva che ti cola sul mento, come sta succedendo
adesso?»
Sobbalza, pulendosi la bocca con la mano. Si raddrizza, nonostante i campanelli
siano diventati mille, ma va bene e non importa, non importa e va bene.
«Tua nonna non è venuta. Allora sarai tu a cenare con me al suo posto. Ora berremo
lo champagne, e poi balleremo insieme. Ho un disco, un disco vero, purtroppo è un
vinile e non di vetro come quelli che usavamo noi. Lili Marleen.»
Che follia è questa, pensa. Un capriccio. Il capriccio demente di un uomo che muore.
Non l’aveva immaginata così. Così è…
«Ridicolo.» La ragazza getta indietro la testa e ride.
«Tua
nonna
se
Lei si raddrizza, lo fissa.
ne
pentirà»,
grida
Leonard,
esasperato.
«Mia nonna è morta».
I campanelli. Aria. L’inalatore. Dove?
«Si è uccisa subito dopo la visita del tuo tirapiedi. Prima mi ha telefonato. Mi ha detto
che dovevo farle un favore importante. Mi aveva scritto una mail. Dovevo leggerla.
Ha riattaccato. Quando ho aperto la mail c’era tutto. Spiegava cosa dovevo fare, come
dovevo vestirmi, dove avrei trovato la pistola, cosa dovevo dirti. L’ho richiamata,
subito. Non rispondeva. Ho preso il primo aereo per Roma. Era troppo tardi.»
Non è vero.
«Apparentemente un attacco di
cuore, non meritava neanche una
riga su un giornale, per questo non
hai saputo nulla. Ha usato un veleno,
o sonniferi, non lo so. Non l’abbiamo
toccata. Ma si è uccisa. Me lo ha
scritto. Ti è scappata, ancora una
volta. E tu non puoi più prenderla. »
No. Non così.
«Non ci credo», grida Leonard. E
mentre i campanelli impazziscono
nella sua mente, si alza e si avvicina
e riesce, finalmente riesce, a chiudere
la mano sul polso della ragazza.
La sua mano si chiude
sull’aria,
le
unghie
gli
graffiano il palmo della mano.
93
Jo.
Sei proprio tu, allora. Sei tu e sei venuta da me, pensa Leonard, e poi pensa che non ha
importanza chi sia davvero quella che ha davanti, se un fantasma ritornato alla vita
per vendetta, o una ragazza chiamata dall’ultima volontà di una donna coraggiosa.
Perché la fitta che scavava nel petto, infine, esplode e il dolore è così intenso che non
può far altro che scivolare in ginocchio davanti a lei, ma mentre sta per toccare il
fondo di quella caduta sente un sibilo, una parola, la stessa di di sempre, quella che
si porterà dall’altra parte.
Infame.
Lei rimane ferma, per un po’, con il corpo di Leonard che diventa sempre più pesante sulle
ginocchia. Non lo tocca. Poi lo spinge di lato, ascolta con compiacimento il piccolo tonfo
sul bel tappeto, un Tabriz, crede. Non c’è altro rumore se non la pioggia che batte sui vetri,
e la musica di Natale, un fa-la-la che arriva dalla strada. E’ ora di andare.Alza il bavero della
giacca, nasconde la pistola in fondo alla tasca. Nell’altra, stringe i petali della rosa virgo.
1
Nota.
Molta parte di questa storia è vera: la black propaganda inglese nei confronti della Germania ha effettivamente utilizzato falsi francobolli, falsi oroscopi e la radio. La prima
fu proprio Gustav Siegfried Eins, e i luoghi da cui trasmetteva e le modalità con cui lo
faceva sono quelle che ho raccontato. Con qualche libertà: Armin Hull non faceva parte
del gruppo e i falsi francobolli vennero da lui emessi e diffusi qualche tempo dopo l’inizio dell’attività di GS1. Ancora: lo speaker di GS1 era uno solo, Der Chef. Gli ho affiancato una rosa, e spero non gli dispiaccia. Per il resto, come si suol dire, i personaggi sono
frutto della fantasia di chi scrive. Buon Natale.
94
Candeggina
Maria Paola Colombo
(Cuore di, Milano – 1999)
L
uce Soledad tiene per mano Diego. Con la mano libera solleva l’orlo della gonna
giallo limone. Stanotte la notte non arriverà. Avenida Jesùs Menendez è illuminata
a giorno dalle fiaccole accese, da un milione di lampadine elettriche appese al muro,
un interrotto filo che drappeggia la strada da entrambi i lati. Anche i lampadari sono
accesi nelle cucine vuote, con le finestre spalancate: la gente è tutta per strada, persino
i ladri. Così era crollato il regime di Batista, la notte del 26 luglio 1953: perché neppure
i soldati di guardia alla Caserma Moncada erano al proprio posto. Non di carnevale,
non quando le strade risuonavano di tamburi e fischi morbidi delle gonne di cotone,
sollevate a roteare sulle gambe nude delle ragazze di Santiago.
Vent’anni dopo Luce Soledad cammina nell’abito che ha cucito con le proprie mani,
con i colori del barrio Velasquez. L’incedere di mulatta è un aggiustamento di pesi
morbidi che tende il giallo della stoffa sul culo tondo come il sole. Le altre vestono
di giallo come Luce, e indaco, rosso, verde speranza. Molte gradazioni dall’ebano
all’ambra nelle spalle e nelle cosce, nei volti che sbucano dai copricapo di stoffa di
uguale colore, fermati sulla fronte da strisce d’oro e d’argento.
Diego pensa che nessuna sia più bella di Luce Soledad. Nessuna ha quella flessuosità
nell’incedere che costringe gli uomini a voltarsi, le donne a scansare la ruota della
gonna. E si sente Dio, a tenerle la mano, fendendo la folla, in scia alla sorella, come una
piccola scialuppa di legno trainata nel mare della gente da una scintillante petroliera.
Da molte ore si è chiusa la parata. Eppure la festa continua senza soluzione di continuità
compatta e esplosa in migliaia di cajones e tamburi conga. A gruppi i suonatori, ai
bordi o nel centro della Avenida, percuotono gli strumenti e la gente si unisce battendo
bacchette di legno, bottiglie vuote di rhum, lattine. E i piedi. La musica sembra salire
dal basso, da una vibrazione sotterranea del lastricato, e arrampicarsi su per le gambe
nude, rapendole all’intenzione, obbligandole al ritmo, a restituire al suolo colpo su
colpo.
«Luce! Pedro Olivas ha agguantato la ragazza per un braccio, sbucando dal nulla di
un muro di corpi. Fatti un ballo con me.
95
«Pedro!» la bocca rossa di Luce si è
aperta in un sorriso di denti robusti, gli
incisivi appena sporgenti. «Non ora.
Sto cercando Ramon e Pico. E smettila
un poco di bere Pedro, che puzzi
peggio di Emilio Bacardì alla fine di
una dura giornata in distilleria!»
Hanno gridato anche se sono a mezzo
metro di distanza, per sovrastare
il caos. Pedro la lascia andare, con
un’espressione di finta delusione.
«Neppure stasera me la dai» urla e ride
sguaiatamente.
«Non finché dura Castro al potere»
ride anche Luce. Stanno scivolando
in direzioni opposte sospinti dalla
corrente invisibile della folla.
«Mi toccherà fare un colpo di stato»
arriva solo la voce, Pedro è sparito nel
carnevale.
«Andiamo Diego» Luce non gli ha
lasciato la mano un istante «là!»
Qualche metro più avanti si è formato
un piccolo cerchio da cui provengono
le note rotonde e lente dello yambù.
Tre coppie danzano al passo della più
lenta delle rumbe, figurando, nello
spazio che si apre e chiude tra i corpi, il
gioco della seduzione. Una spossatezza
poetica ed erotica, quasi una qualità dell’aria, una bolla che zittisce la notte indiavolata
di carnevale. Le tre donne tengono gli occhi chiusi e si lasciano guidare nelle geometrie
morbide, i menti orgogliosi sollevati.
«Fammi ballare» dice Luce Soledad a suo fratello Diego. Diego fa un respiro profondo
e la porta per mano dentro al cerchio. La testa di Diego arriva appena al seno di Luce.
Le passa il braccio di bambino intorno alla vita, poggiando le dita sulla cintura d’oro.
Luce abbassa le palpebre e si abbandona ad un lieve cedimento quasi abbia lasciato
scivolare il baricentro nel piccolo palmo aperto del fratello.
Altra gente si accalca, a volte un occhio solo nello spiraglio tra due schiene, a guardare.
Si sono esercitati tutta la primavera, spingendo il tavolo contro al muro per fare spazio.
Luce è leggera, poggia senza poggiare, si lascia guidare mentre in un modo segreto lo
aiuta a fare la cosa giusta.
Poi una mano cala sulla spalla di Diego.
«Piccolo uomo» la voce ha un accento straniero «sei bravo. Ora fai provare me.»
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Diego si è voltato a guardare Luce: ora la sorella manderà via il turista che li ha
interrotti, forse gli urlerà contro nel loro dialetto parole che lo straniero neppure saprà
capire.
«Da bravo Diego» invece Luce si è rivolta a lui, non all’altro, con un tono di voce che
non ammette repliche «aspettami un attimo qui.»
E’ scivolata fuori dall’abbraccio del fratello per appoggiare la mano dentro a quella
aperta dell’uomo.
Dal cerchio degli spettatori in cui è tornato, Diego sente la rabbia scuoterlo più forte
della rumba che sale da terra.
«Ballavi meglio tu – gli dice qualcuno, un uomo o una donna.»
Diego non sente: le orecchie gli rimbombano e bruciano alle punte. Poi la rabbia esplode
e due lacrime grosse come chicchi d’uva gli rotolano giù sulle guance, cascando a
terra tra i coriandoli.
° ° °
Un minuto di attesa stimato. Si stringe nelle spalle, dentro al giaccone, quasi potesse,
rattrappendosi, disperdere meno calore, esporre meno superficie al freddo.
Il convoglio arriva preceduto da un’eco di ferro dal buio della galleria. Come reagendo
ad un campanello d’allarme, la gente sulla panchina si sveglia: le signore si alzano
dai sedili di marmo stringendo forte nell’incavo del gomito le borsette, gli uomini in
cappotti scuri e color cammello, si allineano con le punte delle scarpe a un millimetro
dalla linea gialla, si tirano sù da terra i punkabbestia, in un tintinnio di spille da balia
e catene, seguiti da cani di grossa taglia, dinoccolati.
L’interno del vagone è illuminato da una fosforescenza di neon. Siede chi può. Gli
altri restano in piedi aggrappati come scimmie alle pertiche. C’è sempre qualcuno
che, tenendosi con un braccio solo, regge nell’altra mano un giornale. Qualcun altro
inganna la noia leggendogli da sopra la spalla.
Lui odia la metropolitana. Odia stare sottoterra. Gli sembra quasi di trattenere il
respiro per tutti i venticinque minuti del viaggio da Gessate . Stringe le dita intorno
alla busta di plastica con dentro la sua divisa azzurra. Si concentra sulle facce della
gente. Ad ogni viaggio sceglie un volto, distogliendo l’attenzione solo per contare le
fermate che mancano. E scendere a Loreto per prendere la coincidenza con la rossa,
fino a Duomo. Una volta un tizio gli ha quasi spaccato il naso, perché lo stava fissando.
Era un ragazzo di colore, nigeriano o etiope.
Potrebbe scendere direttamente a San Babila, ma preferisce uscire di casa un quarto
d’ora prima e fare l’ultimo pezzo di strada a piedi.
Oggi ha scelto un uomo di potere. Chiama così quelli con le scarpe impunturate e il
colletto della camicia che si intravede stirato quando slacciano la sciarpa annodata
intorno al collo. Lui non porta mai la camicia, solo al battesimo di Asunciòn, perché la
moglie gliel’aveva fatto promettere prima ancora di rimanere incinta. Le donne sono
molto avanti, guardano il futuro prima ancora che esista e ci mettono una bandierina,
97
come Gagarin sulla luna.
Quest’uomo ha la pelle curata, senza alcuna irritazione da rasatura. Eppure è sbarbato
perfettamente. Se fossero le otto del mattino, sarebbe un’informazione irrilevante. Ma
sono le sei e mezza di sera. Un grosso pomo d’adamo sale e scende ogni volta che
l’uomo deglutisce. Sembra addirittura una noce che abbia ingoiato così, con il guscio
e tutto il resto. L’uomo deglutisce spesso perché passa il tempo a umettarsi le labbra
sottili con la lingua: la punta sporge veloce e aguzza e poi scompare, come quella di
un rettile.
Per molto tempo ha immaginato che lui fosse così. Quando l’ha incontrato la prima
volta, per caso, dopo tutti quegli anni, ne è quasi rimasto deluso: calvo e appesantito,
con le spalle cascanti sotto ad un peso invisibile. Ha pensato che non fosse lui. Ma
è lui: sulla scrivania una lunga schiera di fotografie in pesanti cornici d’argento lo
ritraggono in scatti cronologici, pose degli ultimi trent’anni. Istantanee della sua
inesorabile decadenza.
Forse ha provato pietà. Poca, per un istante soltanto. Poi l’ha visto sorridente, nella
fotografia più grande: indossa un costume da bagno a stampe floreali, con l’elastico
stretto sotto al ventre già prominente. E’ seduto tra due donne e tiene la mano di quella
meno giovane, bella comunque nel suo pallore tornito da ore di palestra. L’altra, la
figlia con il suo stesso naso dritto, gli cinge le spalle e gli sta dando un bacio su una
guancia. Solo lui guarda in camera e lo fa con uno sguardo soddisfatto, come stesse
enumerando tra sé le sue macchine, le sue case e le sue donne e, arrivato a metà, gli
sia venuta la voglia di darsi una pacca sulla spalla, da solo.
La prossima fermata è la sua.
° ° °
Si è spenta la luce anche nell’ufficio del Casiraghi. Ascolta i passi del collega lungo
il corridoio di linoleum. Il rumore della porta di cristallo che si apre e richiude. E’
rimasto solo lui. Tra una ventina di minuti arriverà il ragazzo delle pulizie.
Si leva gli occhiali e li appoggia sulla pratica aperta. Si strofina gli occhi.
Una volta era diverso. Una volta restava qua dentro fino a mezzanotte e il tempo
non gli bastava mai. Tornava a casa attraversando Milano addormentata, i grandi
viali svuotati di macchine e i semafori lampeggianti di giallo sugli incroci. Guidava
pensando alla convocazione in tribunale del giorno dopo, ripassando i punti salienti
dell’arringa, accendendo il registratore appoggiato sul sedile del passeggero per
dettare una lettera da far preparare l’indomani e spedire per raccomandata.
Si sfilava le scarpe entrando in casa per non svegliare nessuno. Sul divano, in calzini,
con la cintura slacciata, beveva il suo whisky della buona notte. Un ultimo appunto
nel registratore.
A volte si addormentava così com’era, lì. E si svegliava che era già mattino, un’alba
lattescente di inverno e smog che entrava dalla vetrata della sala. Saliva al piano
superiore e si svestiva per dormire un’ora ancora nel letto. I primi anni Miranda lo
aspettava alzata, poi aveva smesso. Ad accoglierlo era rimasta la curva delle coperte,
tirate sulla schiena voltata.
Gli capitava sempre più spesso di domandarsi come fosse accaduto. Quando.
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Avrebbe voluto riascoltare tutti i nastri di quegli anni, centinaia di bobine che teneva
nell’archivio del suo ufficio, ciascuna etichettata con la data della prima e ultima
registrazione che vi era incisa. Nel periodo d’oro ne andavano quattro a settimana.
Ecco, ascoltarle tutte, per sentire se vi fosse stato un fruscio, un tonfo, uno scricchiolio.
Un indizio almeno.
Gli capitava spesso di voltare a faccia in giù la foto che teneva sulla scrivania, nella
cornice grande d’argento. Non perché Miranda aveva chiesto il divorzio. Neppure
perché Sonia era ricoverata al San Raffaele, con quello sguardo vuoto di chiaro d’uovo.
Qualcosa dentro di lui lamentava l’affetto ferito, ma era un suono fioco. Più forte era
la sensazione di estraneità che provava per quelle due donne. Quasi che si trattasse
di una di quelle fotografie che ti fanno a Eurodisney, con Topolino e Minnie, e tu li
guardi e sai chi sono. Poi un giorno ti accorgi di un pezzo di polso nudo tra il nero
della manica del frack di Mickie Mouse e i suoi guanti di gommapiuma, e ti viene in
mente che c’era una persona là sotto. Uno sconosciuto con cui hai fatto una fotografia,
pagandola quindicimila lire.
Ma a fargli allungare la mano e buttar giù la foto era quello stronzo che gli sorrideva
in bermuda, lui. Che cazzo ridi, aveva voglia di dirgli ogni volta che ne incrociava lo
sguardo.
Quello che avrebbe cercato, se mai si fosse messo a sbobinare quell’immensa mole
di nastri, era una traccia sonora dell’ingranaggio che aveva incanalato la corrente del
suo vivere in un sistema di condotte,
tubi, scambi e dighe artificiali.
Un giorno d’agosto, aveva compiuto
da un mese ventisette anni, con un
sole perpendicolare che bagnava di
miraggi la pista d’asfalto dell’aeroporto
di Linate, era atterrato. Aveva sceso la
scaletta di ferro pensando di fermarsi
a Milano due settimane o tre, il tempo
di organizzarsi, e per poi tornare a
Santiago di Cuba.
Ricordava con esattezza suo padre
dietro al cancello degli arrivi: la camicia
rosa aperta sul collo e il bocchino della
pipa spenta stretto tra i denti.
«Ti sei divertito? – aveva esordito
dandogli una pacca sulla spalla.
«Il viaggio più bello della mia vita»
aveva risposto. «Come state tu e la
mamma?»
«Bene, bene» poi tenendogli il braccio
intorno alle spalle. «Sono felice che tu
sia rilassato e pronto. Perché ora è il tuo
turno. Comincia la vita vera, Federico.»
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Da lì in poi ogni cosa era confusa, un film guardato a tripla velocità. Aveva aspettato
il momento buono per parlare ai genitori del suo progetto. Di Luce. Ma il padre lo
aveva preso in contropiede: voleva ritirarsi, a lui avrebbe affidato lo studio. Aveva
piena fiducia nelle sue capacità.
«Papà ho conosciuto una ragazza a Cuba» aveva cominciato alla fine di un pranzo,
una mela tra le mani sbucciata a metà.
«Mi fa molto piacere» e il padre gli aveva tirato una gomitata, strizzandogli l’occhio
«sono donne vogliose.»
In tutto questo la madre non aveva neppure sollevato gli occhi dal suo grappolo di
uva, di cui piluccava gli acini prendendoli uno alla volta con la punta delle dita.
«Papà, io la voglio sposare» l’ha detto tutto d’un fiato, perché se ci avesse pensato non
ce l’avrebbe mai fatta. A comunicargli che ha intenzione di prendere in moglie una
cubana.
«Stai scherzando». Non è affatto una domanda, in aggiunta il padre ha cominciato
una risata forzata.
«Io la amo».
La sicurezza di Federico, sotto lo sguardo senza margini del genitore, è una lumaca
che ritira le corna.
«Ah l’amore», ha commentato la madre spelando un chicco ovale.
«Non dire fesserie.»
Ora è stizzito, mastica il bocchino d’avorio a scatti e fissa il figlio. Questo viaggio è
stato un’idiozia. Questo accade ad essere permissivi. Ti ritrovi uno di quei figli dei
tulipani, al posto del figlio tuo.
«Fesserie da gita scolastica.»
Nient’altro. La faccenda è liquidata. Torna un silenzio di frutta masticata e colpi
nervosi d’avorio contro la porcellana della dentiera. Federico ha una vertigine. Perché
Santiago affacciata sul mare, il carnevale di luglio e la rumba, davvero sembrano un
sogno. Tutto qui. A pensarci bene, anche i contorni del volto di Luce vanno sfaldandosi,
brandelli di nebbia ne oscurano l’arco delle sopracciglia e il disegno delle labbra. Più
si applica, più la faccia di Luce assume una consistenza evanescente, di medusa.
«E poi quelle», aveva aggiunto d’improvviso il padre da dietro la pagina aperta del
giornale «sono golose di maschi. Lo fanno per passione, oltre che per mestiere. La tua
bella si sarà già consolata.»
No, non avrebbe avuto nessun senso ascoltare i nastri. Non avrebbe trovato nulla.
L’ingranaggio era ben oliato, ed era scattato senza emettere neppure il più piccolo dei
suoni. Neppure uno sciacquio lievissimo, di lacrima.
La babalao si era sbagliata.
° ° °
«Vai a giocare da Pepo»
100
Intanto Luce gli stampa un bacio pieno di entusiasmo sulla guancia.
«Non ho voglia di uscire» protesta Diego, giocherellando con gli avanzi di una
guaiabas al formaggio «fa caldo.»
La sorella lo spinge giù dalla sedia e gli fa pizzicotti e solletico fino alla porta. Diego
esce e resta un attimo abbacinato dal sole delle tre. Si trascina per strada fino alla casa
di Pepo, raschiando il muro con un ramo di palma secco. Davanti alla porta verde si
ferma. Da dentro viene la voce squillante di Pepo che sta litigando con Mercedes, sua
sorella più piccola.
Certe volte si divertono con lei. Tipo quando la mandano a caccia di turisti scemi.
Mercedes è bravissima in questo genere di cose: spalanca gli occhi e si dondola
sulle gambe. Le signore con i cappelli di paglia e le borse Louis Vitton si chinano,
tubando in lingue sconosciute che suonano tutte simili. Pensano che sia una bambina
abbandonata e povera. Allora Mercedes spalanca la bocca e indica il chiosco dei gelati.
Riesce a tirare su anche cinque gelati in mezz’ora.
Una volta una grassona tedesca se la voleva portare via. L’ha presa per mano ed
è partita dondolandosi sulle gambe gonfie. Mercedes si è voltata con lo sguardo
disperato e gli angoli della bocca in giù. Ha cominciato a piangere, mentre loro
le facevano gesti di venire via, di scappare. Ma la tedesca non mollava. Spinta da
profondi istinti umanitari, tutto avrebbe fatto meno lasciare una bambina di quattro
anni da sola per strada.
Diego è sbucato da dietro l’angolo e ha marciato dritto verso la signora. Si è piantato
davanti a lei. Mercedes ha smesso subito di piangere e gli ha preso la mano, così era in
mezzo, tra loro due, come fossero una mamma grandissima e un papà piccolissimo.
«Non puoi comprare tutto» le ha detto. E’ una frase che suo padre dice sempre
riferendosi ai turisti. Una frase a cui annuiscono tutti a tavola. Li mette di buon umore
sapere che è così.
In generale Mercedes è una palla al piede. Se camminano troppo veloce, piange. Se
fanno un gioco rumoroso, piange. Se si arrampicano su una statua e lei resta giù,
piange. Quasi sempre, piange. Diego è felice di non avere una sorella così. Di avere
Luce che non piange mai, sorride sempre. E’ spericolata, e tutti gliela invidiano perché
è la ragazza più bella di Santiago.
Non ha voglia di andare da Pepo. Affatto. Si volta e torna verso casa. E’ quasi arrivato,
quando vede Luce che si chiude la porta alle spalle. Non sa perché, ma si appiattisce
dentro ad un portone. Luce gli passa davanti sfiorandolo quasi con l’orlo della gonna
bianca. Indossa i sandali alti che non mette mai, perché le fanno male ai piedi.
Diego pensa che ora salterà fuori all’improvviso e le farà prendere paura. Ma quando
lei lo oltrepassa, lui è ancora lì immobile che trattiene il respiro.
° ° °
Le strade sono coperte di cocci e brandelli di carta e stoffa . Nessuno si darà la briga
di pulire fin dopo al ventisei, quando si chiuderanno i festeggiamenti. Sarebbe uno
sforzo inutile. Non sembra neppure immondizia: migliaia di suole hanno pigiato e
scalpicciato nella tinozza del Carnevale triturando in coriandoli gli avanzi. Le briciole
di vetro brillano al sole come tessere di mosaico.
101
Chissà se verrà. Luce Soledad pensa che non le importi nulla del ragazzo straniero che
l’ha fatta ballare e le ha strappato un appuntamento per le quattro sulla scalinata della
Nuestra Senora de la Asunciòn. Che è uno straniero lo si capisce da tutto, dall’ora
anche che ha fissato: un caldo intollerabile. Nessun santiagueros in strada, solo turisti
con le macchine fotografiche al collo e cani sbracati all’ombra dei muri. Diego ha
ragione.
Neppure voleva venirci Luce, ha detto di sì per cortesia. Ma ci sta andando. Con un
sorriso si guarda la punta smaltata degli alluci che sporgono dai sandali aperti con il
tacco alto. O non fai una cosa, o tanto vale farla bene.
«Hola, Velasquez!» lo saluta puntando dritto verso di lui, non appena lo scorge.
Il ragazzo è seduto per terra all’angolo di Calle Aguilera. Si alza con lo sguardo
smarrito: Luce è comparsa come una visione nel suo abito bianco. L’ha riconosciuta
per l’andatura. Mano mano che lei si avvicina Federico registra informazioni nuove:
i capelli lunghi e crespi che la notte precedente erano nascosti dentro al copricapo
giallo, la forma arrotondata delle spalle, lo smalto alle unghie dei piedi.
«Velasquez?»
Forse lei lo ha scambiato per un altro. Ecco perché è venuta.
«Ti sei seduto sotto la casa più antica di Santiago» gli indica l’edificio alle loro spalle
«qui ha vissuto Diego Velasquez, il primo governatore della città.»
Federico benedice la somiglianza tra le loro lingue e la lentezza con cui lei formula
le frasi. Forse è abituata a parlare con gli stranieri. Forse fa caldo e anche muovere la
bocca è faticoso. Forse lei parla così.
«Como estàs?» le domanda.
Luce si sta prendendo un tempo per guardarlo. Il ragazzo indossa una maglietta di
Che Guevara. Sicuro ha pensato di farle un omaggio. Sicuro l’ha comprata il giorno
prima, o la mattina stessa, spendendo almeno venti pesos più di quello che gli sarebbe
costata oggi, se avesse trattato lei. Ha occhi scuri e puliti, sassi tondi e neri sotto una
superficie d’acqua trasparente. Qualcosa di sgraziato nell’insieme, anche se ogni parte
di lui, autonomamente ha una sua bellezza.
«En la lucha» gli risponde.
Ci impiegano circa dieci minuti a capirsi su questo fatto, la lucha. Lei finisce a mimare lo
scontro tra due guerrieri armati di spada, si agita nel caldo svelando muscoli possenti
negli avambracci: la lotta. Così si dice a Cuba. A Federico sembra di capire che sia
l’equivalente di bene. Gli viene da ridere a immaginarsi che faccia farebbe suo padre se
alla domanda come stai, Federico rispondesse in lotta. Subito penserebbe che è finito
in uno di quei gruppi di sovversivi che si accampano fuori dalla statale.
Vorrebbe conoscere abbastanza lo spagnolo da raccontarle cosa sta accadendo in Italia,
nelle università. Dirle che anche loro stanno combattendo. Poi una sorta di vergogna
da truffatore lo fa arrossire: altri, non lui stanno facendo la rivoluzione. Meglio che
non sappia bene lo spagnolo. Sarebbe stato un peccato cominciare con una bugia.
° ° °
102
Con l’arrivo della sera, dal mare si è alzato un vento leggero. Un segnale che ha aperto
porte e finestre delle case affacciate sulla strada.
Federico ha fame. Hanno camminato per tutto il resto del pomeriggio, attraverso la
città fino a Bahia e poi indietro. Non è abituato a muoversi a piedi, ma neppure se n’è
accorto, concentrato com’è sulle labbra di Luce, da cui sgorga il senso di Santiago: i
nomi di ogni cosa, le storie buffe e sanguinarie. Sono stati al Museo Emilio Bacardì
dove è raccolta la personale collezione del capostipite della dinastia Bacardi, industriali
della distillazione: rhum e coltelli.
«Esta es Cubaha» detto Luce.
«La lucha.»
Federico ha pensato che è così. Indigeni, conquistadores, schiavi negri e bucanieri.
Liquore di zucchero di canna e lame.
Luce Soledad ha fatto un sorriso largo come il mare e l’ha abbracciato. Di slancio. Con
l’allegria di un bambino.
Federico si è sentito impacciato e felice. E’ rimasto fermo ad aspettare che lei lo lasciasse
andare, pensando a cos’altro dire di intelligente perché lei non lo facesse affatto, di
lasciarlo. Non gli è venuta nessuna brillante idea.
L’aria intanto si è riempita di odori. Mescolato al salmastro che viene dalla baia,
profumi di frittura e spezie, riso bollito e una nota più dolce di cocco.
Due sere prima, al suo arrivo, ha mangiato una specie di piatto unico a base di riso,
fagioli e carne di maiale in un ristorante consigliato sulla guida. Né bene né male. Il
cameriere è quasi svenuto quando ha chiesto di pagare con la carta di credito: si è
messo le mani nei capelli, come fosse stato colpito da una sciagura. Si sono consultati
in tre prima di tirare fuori da una scatola la macchinetta per effettuare il pagamento.
Mezz’ora buona solo per prendere la linea del telefono. Quando è uscita la strisciata
hanno dato tutti in grida di gioia, facendosi i complimenti a vicenda. Federico invece,
hanno continuato a guardarlo di traverso, scuotendo la testa.
Anche per questo lascia fare a lei. Spera soltanto che le venga fame. Il suo stomaco
manda un brontolio sordo. Luce si volta e ride con la bocca aperta. Federico le vede i
denti infondo e l’arco rosso del palato. E’ sguaiata e bellissima.
Alla fine si fermano a un chiosco.
«Un polpo frito y dos platanos machos» è voltata di schiena e ordina per entrambi.
In quelle ore Federico ha imparato ad apprezzare l’inflessione di Luce. Non è solo
con lui che utilizza quella lentezza appoggiata. Federico ha stabilito che la cosa a cui
assomiglia di più la voce di Luce Soledad è l’onda dell’impasto della torta di mele
quando viene rovesciato dalla ciotola alla teglia. Una densità zuccherata, con piccole
gobbe di frutto, che cola piano e si allarga, si allarga, si allarga dentro al cerchio di
metallo. Quando era bambino sua madre, quando aveva finito gli lasciava il cucchiaio
di legno da pulire con la lingua.
Luce si gira verso di lui e gli mette in mano un cartoccio con dentro la frittura di
polipo. In un altro involto ci sono le due banane. Federico resta indeciso se lanciarsi
in un gioco di parole su questi platanos machos, ma decide che ha troppa fame per
103
sostenere l’impresa.
Ha pagato lei.
Mangiano insieme, le dita unte si sfiorano dentro alla carta marrone. Il polipo,
tentacoli sottili e croccanti, si sbriciola sotto i denti con un rumore di noccioline. I primi
suonatori accordano i tamburi al ciglio della strada tendendo le pelli con un sistema
di corde. Federico le porge l’ultimo pezzo, anche se ha fame come prima, forse di più.
Gli si è aperto lo stomaco. Luce lo afferra tra pollice e indice, e se lo porta alla bocca.
Morbida di labbra, affilata di incisivi: rhum e coltelli. Questo pensa Federico, poi la
vede tranciare il tentacolo e allungargli, lucido di frittura e saliva, l’altra metà.
Da lontano un bambino li fissa, serissimo.
° ° °
Lo ha trascinato lontano dalle strade principali dove la gente comincia ad assembrarsi,
bevendo e ballando, sù verso il lato interno della città lontano dal mare. Più oltre
andando dritto e poi dritto ancora ci sono, invisibili, le montagne della Sierra Maestra.
Questo gli sta spiegando, un po’ a parole un po’ a gesti. Gli ha anche detto che da
là arriva sua madre o che là ci è andata con lei una volta. Qualcosa si perde, nello
spazio aperto tra le loro due lingue, divaricato dai secoli. Qualcosa si salva, nel gesto
affettuoso con cui indica la montagna nascosta dal buio.
Sono arrivati in una piccola piazza con al centro una palma dal fusto larghissimo. Le
foglie in cima sono piccole e seccate dal sole. Sembra un gigante stempiato. La piazza
si chiama Plaza de Dolores.
«Vamos a reir» andiamo a ridere, gli dice lei «si tienes treinta pesos.»
«Aqui? In Plaza de Dolores?»
Federico sta facendo miracoli con le quindici parole che conosce, tenuto conto che
cinque sono parolacce inutilizzabili.
Di nuovo Luce allarga gli occhi e gli schiocca un bacio su una guancia. Di nuovo
Federico resta immobile. La cosa che lo stranisce è che gli riesca di fare battute. Luce
sembra divertirsi un mondo. Eppure Federico non è affatto famoso per le sue uscite
brillanti, neppure in italiano. A volte gli capita che gli venga in mente una cosa buffa
da dire, e comincia a rigirarla, valutando se sia il caso o no. Generalmente quando si
decide a tirarla fuori il momento buono è passato da un pezzo. E la sua battuta fa la
figura del vitello tonnato dimenticato in frigorifero e portato in tavola al momento del
dolce. La cosa che lo mortifica di più è che gli altri vanno poi raccontando di lui come
una barzelletta, un Chaplin acciaccato nei tempi comici, e questo sì che sembra far
ridere. Ma non una risata stitica, una marea di grasse grosse risate. Federico si sente
defraudato.
Un po’ di gente fuma sigari fuori dalla porta di un locale, quasi tutti uomini. Il
gruppetto si apre per farli passare. Lo fissano tutti con curiosità.
«Està con migo» risponde Luce ai loro sguardi. Sta con me.
«Y tu con qui estas?» le domanda uno con due baffi folckloristici, arricciati in punta.
Perché tu con chi stai?
104
«Estoy con ello»
Sto con lui.
Si sono guardati tutti e poi hanno preso a sbellicarsi. Quello con i baffi le ha dato una
pacca sul culo, ma in un modo cameratesco. Come dicesse: và che sei una furba.
Questa volta ha pagato Federico, i due biglietti di ingresso e la consumazione di rhum.
Il locale dentro sembra un incrocio tra un circolo di periferia e un jazz club, con le
sedie di plastica intorno a tavolini tondi e vecchie stampe ai muri. Sul fondo c’è uno
spazio vuoto come fosse un palco senza rialzo. Il fumo di sigaro impregna ogni cosa.
Un odore stratificato di foglie di tabacco di diverse qualità, sedimentato negli anni.
Federico si accorge che è l’unico straniero. Ci sono persone di tutte le età, ragazzini
anche di quindici o sedici anni. Schiamazzano, fumano. Poche le donne.
Quando lo spettacolo comincia scende qualcosa che assomiglia al silenzio, continuano
discorsi ad un tono più basso, gustose tirate di sigaro e acciottolio di ghiaccio nei
bicchieri.
Il comico è un cubano basso vestito da donna. Parla velocissimo. La gente si ammazza
dal ridere. Anche Federico che non ne capisce nulla ha le lacrime agli occhi. La stessa
fisicità delle danze nella notte prima, un trasudato del suolo, ora costringe i corpi a
contorcersi sulla sedia sbudellati dall’ilarità. E’ una sorta di suggestione collettiva. O
almeno questa è l’unica parte che a lui è dato di attraversare. Da quello che gli riesce
di capire, la maggior parte delle battute sono politicamente scorrette: le donne sono
tutte troie, gli omosessuali rotti in culo, i negri stupidi come delle capre. Infatti gli
viene da ridere anche per questo. A pensare agli slogan urlati dai ragazzi durante
le manifestazioni a Milano, davanti ai cancelli degli atenei: contro discriminazione e
razzismo! Per l’uguaglianza e libertà! E Cuba, quest’isola razzista, portata in palmo di
mano come simbolo della rivoluzione. Lo fa ridere la contraddizione. Ma allo stesso
gli sembra una cosa sana, ingiusta e onesta.
«Guarda: quando fa quel gesto al mento, fingendo una barba», Luce gli sta parlando
nel suo tono strascicato da risacca marina «quello significa Fidèl.»
Ora gli sembra che si apra uno spazio nuovo. Celata in un codice segreto di gesti e
segnali di fumo, il comico sta facendo satira politica. Sbeffeggia il barbuto potere.
Il comico sta evocando nuovamente Castro. Un ragazzino si alza da una sedia in
prima fila e gli si avvicina con aria deferente. Devotamente afferra una mano del
Comico-Castro e si inchina come stesse per baciare l’anello del Papa. Al pubblico offre
la visione del suo culo asciutto dentro ai pantaloni di tela lisa. Vera o finta non si
capisce, fa una scoreggia. La gente va in visibilio.
Nello stesso modo silenzioso, il ragazzo volta i tacchi e torna a sedere. Per un istante
Federico gli vede gli occhi ardenti e combattivi.
Il ragazzo si chiama Angel Delgado, quindici anni più tardi disporrà un cerchio di
ossa di animali, piazzando al centro una copia del quotidiano cubano Granma, e,
sotto lo sguardo di un folto gruppo di spettatori, nonché del dittatore giganteggiante
sulla prima pagina, si calerà i pantaloni e appoggerà su quella barba stampata uno
stronzo ben tornito.
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Ma di questo e della sua incarcerazione, né Luce Soledad né Federico sapranno mai
nulla.
° ° °
Diego li ha seguiti tutto il pomeriggio, nascondendosi nei portoni e dietro gli angoli
delle vie. All’inizio ha prestato estrema attenzione, divertendosi a pedinare sua sorella,
come fosse un agente segreto, un invisibile angelo custode.
Con il trascorrere delle ore, è diventato sempre meno cauto. A volte è stato a pochi
metri da loro, se Luce si fosse voltata lo avrebbe beccato al primo sguardo. Ma Luce
non si è voltata. Piano piano Diego ha cominciato a desiderare di essere scoperto.
Alle otto di sera è stanco morto. Affamato li guarda mangiare passandosi il cibo di
bocca. Ma stringe i denti.
La distanza in mezzo ai corpi di Luce e dello straniero è una variabile inquietante:
prima camminavano staccati, su traiettorie parallele, poi, impercettibilmente, hanno
cominciato a convergere. L’infinito in cui si sono incontrati è il buio della notte di
Santiago. Dallo spettacolo escono abbracciati, ridendo.
Sente voglia di piangere. Vorrebbe sbucare e correrle in grembo, come un bambino
piccolo. Non lo fa per una sola ragione che conosce senza saperlo pensare: Luce non
lo sceglierebbe. Non tornerebbe a casa con lui.
“Italia” sente dire allo straniero, attraverso le risate e lo stormire delle foglie di palma.
Una paura feroce gli stringe lo stomaco: che lui se la porti via, così lontano che Diego
non la possa seguire a piedi. Stringe i pugni fino a sbiancarsi le nocche. Non vuole
perderla. Perdere una persona che ami è una cosa terribile: questo Diego lo sa da
quando è morta sua madre, due anni prima.
Li ha seguiti ancora, di nuovo verso la Avenida Menendez, scivolare vicini, per mano,
in mezzo al carnevale rinato come una fenice arcobaleno dalle ceneri del giorno.
Quando Diego sta per crollare vede Luce prendere la strada di casa. Per un istante
è felice. Felice e basta che sia finita. La giornata, l’inseguimento. Forse lui domani
partirà, ogni cosa tornerà al suo posto.
Appena prima del loro portone si salutano, lo straniero si è voltato per andarsene.
Poi ha avuto come un ripensamento ed è tornato indietro, di corsa. Luce Soledad
era rimasta immobile a guardarlo andar via, bianca come l’angelo che sovrasta la
cattedrale di Nuestra Senora.
A vederlo tornare ha fatto un sorriso, sembra che una stella le sia caduta in bocca.
° ° °
«Devi stare attenta Luce.»
Isabel sta levandosi lo smalto dalle unghie dei piedi. Un odore di acetone impregna
l’aria della stanza.
Isabel, ascoltami. Io sono sicura che è lui»
Luce raccoglie i batuffoli di cotone sparsi per terra. Sono tre giorni che esce con
107
Federico.
«Lo sai come sono gli stranieri. Devo raccontarti di nuovo cosa è successo a mia cugina
Dolores l’estate scorsa?»
Ora ha preso a stendere un primo strato di vernice nuova, rossa.
«A me non interessa cosa è successo a Dolores. Che poi con quel nome pure le attira
le disgrazie» ridacchia guardando Isabel di traverso «Lui è diverso.»
«Tutti sono diversi finchè non si scopre che sono uguali.»
Isabel ha finito, appoggia i talloni sul tavolo aprendo le dita a ventaglio. Lo smalto
bagnato luccica.
«Perché vuoi che mi vada male?»
Luce è seduta sulla sedia accanto a Isabel. Ha riempito un catino di acqua e sale e ci
immerge i piedi «Maledetti tacchi.»
«Non dirlo neanche per scherzo.» Isabel contrae le dita dei piedi in aria, in un moto di
disappunto. «Lo sai che ti voglio bene. Per questo voglio che stai attenta.»
«Mi ha detto che mi ama.»
I piedi nell’acqua torbida giocano l’uno con l’altro come pesci.
«Andiamo bene, ma se manco ti conosceva tre giorni fa»
A Isabel non piace fare la parte del diavolo ma non ha mai visto Luce così. Luce
Soledad che tiene gli uomini ai piedi, fa quel che le pare e non si dà a nessuno. Sei
impazzita amica mia? Ma questo non lo dice.
«Magari ti ha anche detto che ti porta con lui in Italia.»
Luce tace, si guarda i piedi. Poi di scatto li leva dal catino schizzando tutto intorno.
«E se anche fosse? Magari mi và bene. Magari finisco in un paese dove la gente ascolta
la radio che vuole», si asciuga in uno strofinaccio, con rabbia. «Sai perché mia madre
è morta? Perché qui non abbiamo abbastanza insulina per un diabetico. Non abbiamo
cateteri. E neppure il diritto a dire che non è giusto.»
«Bisogna rimanere per cambiare le cose. Lottare.»
Non può darle torto, sono state d’accordo su questo troppe volte. Insieme vanno nel
seminterrato di Pedro a sintonizzarsi sulle onde di Radio Rebelde.
«Come con i Beatles che erano vietati fino a qualche anno fa. Ora li ascolti al bar e per
strada. E a Diego non ci pensi?»
«Lo porto con me.»
Non c’è nessuna esitazione nella voce di Luce. E questo significa che ci ha già pensato.
«E tuo padre?» Isabel ha il cuore stretto. «E io?»
«Mio padre sta bene qui con i suoi sigari e le sue convinzioni.»
108
C’è tenerezza nella voce di Sole quasi stesse dicendo: dio quanto mi mancherà
«Quanto a te. Dimmelo tu che vuoi fare.»
«Hai già pensato a tutto.»
Isabel non dice più nulla. Si morde l’interno delle guance. Sono amiche da sempre.
E’ per il bene che le vuole. Ma forse c’è dell’altro. Invidia. Le dispiace sentire questa
sensazione amara in bocca. Lo smalto si è asciugato, prende la boccetta per dare la
seconda passata.
«Voglio portarlo dalla babalao.»
Questo è tutto. Poi parlano di vestiti e della giusta quantità di cocco per fare bene il
budino.
° ° °
Ogni notte, quando si separano e Federico, rientrato in albergo, si chiude alle spalle
la porta della sua camera, la gioia esplode. Fa delle cose stupidissime tipo saltellare
cantando, mimare passi di rumba, saltare sul letto con le scarpe. E’ una sensazione
incontenibile, esplosiva.
Ogni tanto gli capita di intercettare la sua immagine in un qualche specchio, allora
si ferma a guardare quel tizio così felice, bello e pazzo. Per la prima volta nella sua
vita ha la netta impressione che la sua pelle gli stia addosso bene, un abito cucito su
misura. Gli sembra di vedere con chiarezza. Di poter fare qualsiasi cosa.
Una sera ha chiamato Guido. Gli ha raccontato di Luce, del suo corpo, del suo odore,
di quanto è spiritosa e intelligente.
«Sicuro la paghi» ha commentato Guido da quattromila chilometri di distanza.
«Grazie per la fiducia»
Federico non se l’è presa neanche un po’. Neppure ha dovuto pensare più di tanto
a che dire. Non gli importa. Peraltro è anche convinto che sia una straordinaria
botta di culo. Una come Luce non si merita. Ti capita e basta. Un treno ultraveloce e
direttissimo per la felicità, che non ferma da nessuna parte e per un imperscutabile
disegno ha rallentato in mezzo al nulla del tuo distretto di provincia. Uno sbuffo dalle
narici di metallo ed eccolo davanti a te, immobile. Forse qualcuno a bordo ha tirato il
freno d’emergenza. Forse il macchinista deve pisciare. Ma chi se ne fotte del perché.
«Al tuo vecchio viene un infarto» ha ripreso Guido, mezzo ridendo. «Il suo promettente
figliuolo.»
Tutta la sua vita a Milano gli sembra quella di un altro. Un film guardato attraverso
una fitta nebbia di sigaretta. Troverà il modo. Apre la finestra. Da Plaza de Marte sale
musica e vociare.
Se suo padre fosse qui. Se lo vede tutto accigliato e intento a chiamare la reception
perché facciano smettere questo casino infernale, perché spengano la notte cubana.
Per Dio! Se questa gente lavorasse! Il meritato riposo! Il mattino ha l’oro in bocca!
«Sì papà – urla al caos delle magliette e dei calzini. «Ma lo sai tu cosa ha in bocca la
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notte? »
Sua madre, povera crista, proverebbe a dire qualcosa al marito, per calmarlo. Tanto
lui non la ascolta mai. Non la sente, come se nessuno avesse detto nulla.
Una tenerezza improvvisa lo assale, per lei. Così naturalmente conciliante, a suo modo
testarda nel continuare a parlare, inascoltata sempre. E’ lei che l’ha trascinato al corso
di ballo latino americano. Come regalo di Natale, gli ha chiesto che l’accompagnasse
una volta alla settimana, il mercoledì sera.
Resterà per sempre un mistero come abbia trovato il coraggio di chiederle di ballare,
mentre Luce danzava con quel bambino. L’ha fatto e basta. Una volta nella vita capita
di fare una cosa impossibile.
° ° °
A Milano gli sembra sempre inverno. Anche d’estate. Come se il freddo trasudasse dai
muri dei palazzi vetrati. Dall’enorme mausoleo del Duomo. Figuriamoci a dicembre.
Le persone sono piccole nella piazza immensa. Ragazzi abbracciati. Mendicanti e
turisti che comprano granaglie per fare una foto di piccioni impazziti. Ogni volta che
guarda i piccioni pensa che siano gabbiani tristi, lordati dal grigio dello smog delle
ciminiere della periferia.
Cammina in mezzo, lontano dai portici che costeggiano ai due lati la strada, come
immense gallerie del vento. Lo intimidiscono i manichini che intravede nelle grandi
vetrine con gli sfondi di bianco sparato. Vorrebbe avvicinarsi stasera ad uno di quei
vetri e scegliere un regalo per la piccola Asunciòn. Un giocattolo, qualcosa che faccia
rumore. Lei e Miranda sono tutta la sua vita. E ha da ringraziare. Dovrebbe bastargli.
La ragione per cui cammina in mezzo è che non vuole avere l’impressione di stare
seguendo qualcuno. Sotto al soffitto a volta della galleria questa sensazione lo assale,
strisciante. Davvero gli è capitato di farlo. La scorsa estate. Una donna con un abito
bianco e alti sandali di corda.
Quando lei si è fermata al bagarino, a comprare un biglietto della lotteria, anche
lui si è fermato a qualche metro di distanza. Ed è allora che si è accorto che la stava
seguendo. Un dolore remoto gli ha stretto le viscere. La donna ha guardato nella sua
direzione, quasi che la forza dello sguardo di lui fosse stato un rumore. Aveva tratti
orientali e occhi distanziati. Non era lei. Certo che non era lei.
Quel giorno, il suo primo giorno di lavoro nella palazzina di Piazza San Babila, ha
fatto molti sbagli. Ha rovesciato il detersivo dei pavimenti, fatto cadere gli oggetti
che spolverava. Si sentiva male, così male da tornare a casa subito. Ma ha stretto i
denti. Ha accettato da anni il fatto che non passerà mai: quel volto sfigurato di botte,
le palpebre gonfie su occhi senza sguardo. Mai.
Ed è quello stesso giorno che l’ha visto: calvo, affondato dentro alla sua grande poltrona
di pelle nera, i gomiti appoggiati sulla scrivania. Non l’ha riconosciuto subito. Era
troppo il senso di sgomento che gli strisciava dentro, per quell’altro incontro appena
accaduto. Troppa la concentrazione necessaria a fare i gesti più semplici del suo lavoro.
«Non tocchi le cose sulla mia scrivania» gli ha detto l’uomo senza sollevare gli occhi
dai fogli che stava esaminando. Allora Diego ha riconosciuto la voce. Un coltello più
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affilato di quelli di Emilio Bacardì ha lacerato la guaina del suo dolore. Ed ha saputo
in quell’istante che non era emigrato da Cuba per scappare dalla povertà.
Mentre passava lo strofinaccio imbevuto di candeggina cancellando le pedate e le
macchie di caffè dal linoleum del corridoio, Diego, dentro la divisa azzurra della
cooperativa di pulizie, aveva pensato che ogni pezzo stava andando al suo posto. E
una calma nuova era andata allargandoglisi nel petto, lucente come un pavimento
pulito.
° ° °
Sono mesi ormai che quest’ora della sera porta il pensiero di Luce Soledad.
Federico finge di leggere. Le parole sul foglio danzano sulla retina come segni
disarticolati, disegni astratti. La sua mente è altrove.
Una sera d’improvviso, la scorsa estate, mentre il nuovo addetto alle pulizie entrava
nel suo ufficio spingendo il carrello con i secchi e gli stracci, Federico ha ricordato.
Quel volto che trent’anni prima si era dissolto, lasciando un buco nella memoria, ora
era tornato: esatto, sorridente come tenesse in bocca una stella.
Non sa come sia potuto accadere. Il ricordo improvviso. E neppure l’oblio di tutti
quegli anni. A Federico sembra quasi di sentire l’odore di lei, quell’afrore di pelle
mulatta, salmastro e speziato. Una nota persistente, distinta in mezzo agli altri odori
chimici di toner, carta e candeggina che sale dai pavimenti dove l’inserviente in
casacca azzurra passa lo straccio.
Il pensiero di lei è come un vascello che porta nella stiva un carico di casse sigillate. Le
va aprendo una ad una, sera dopo sera. Si accorge di srotolare per lei, Luce, le bobine
degli anni. Come se si fossero svegliati nel letto, accanto, dopo una notte appena.
«Oh Luce, non sai cosa ho sognato» e le racconta.
° ° °
Più tardi tornando passerà al San Raffaele. Guarda l’orologio: sì, farà in tempo. Finge
ancora di avere molto da fare. Ma è diverso, ormai lo sa. Non avrebbe più nessun
motivo di fermarsi oltre l’orario. Non è più dal suo lavoro che dipendono le sorti dello
studio. L’unica suo reale contributo è il nome sulla targa dorata affissa all’ingresso.
Ma si ferma lo stesso, esaminando carte che altri hanno già archiviato. Perché fuori
non c’è niente ad aspettarlo.
Le sue visite a Sonja sono brevi ed inutili. Non si dicono quasi niente. Quasi preferiva
prima che la ricoverassero, quando Sonja piangeva per ore e ore la sua incolmabile
tristezza. Ora i medici assicurano che è in miglioramento, con le terapie farmacologiche.
A lui sembra che gli occhi vuoti di Sonja, la mano abbandonata, quando qualche volta
la prende tra le sue, siano peggio delle lacrime. Prozac, zoloft, seropram: medicine con
nomi da supereroi dei fumetti. Ma a Federico sembra quasi che a levarle la tristezza,
abbiano tolto a sua figlia l’ultima cosa sua.
Non hai motivo di essere triste – le aveva detto con rabbia malcelata all’inizio della
malattia.
E’ per essere felici che bisogna avere un motivo – era stata la risposta di Sonja, le mani
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aperte e le guance rigate. Una Madonna che non crede alla resurrezione.
Ora gli torna in mente Luce, così carnale e allegra.
«Il problema di Cuba non è la povertà. Se anche la dittatura ci facesse tutti ricchi,
sarebbe uguale. L’importante è poter scegliere. Anche la cosa sbagliata. Anche
l’infelicità» ha parlato ancora più lentamente Luce Soledad, vuole essere certa che lui
comprenda. «Poi certo io sceglierei di essere felice.»
Tutto sembra irreale, all’infuori di lei. Federico prende una decisione improvvisa,
illogica e ragionevole. Apre il motore di ricerca e guarda i voli per Santiago di Cuba.
Due adulti, solo andata. Vuole andarla a cercare, e portare Sonja con sé. Una voce
dentro continua a ripetergli che è una follia. Magari non è neppure più là. Facile che
sia sposata: una larga donna cubana dentro ad uno scamiciato rosso accesso, il culo
e i fianchi sfondati da quattro o cinque gravidanze. Pablito, Pedrito, Mauelito: figli
con nomi così che hanno l’età di Sonja. Ma lo stesso le vede sulla bocca quel sorriso,
quell’allegria. Ha voglia di ridere come non gli è capitato più. Di sentirsi almeno
un’altra volta nella vita, al suo posto. Chissà se lei ricorda ancora.
«Come stai?» le domanderà.
En la lucha.
° ° °
Lui le ha detto che tornerà tra due settimane. Nell’ultima ora all’aeroporto Antonio
Maceo, aspettando il check in, non si sono più parlati. Zitti, si tengono la mano
stringendo forte.
E’ solo per poco, passa veloce»
«Federico sta parlando in Italiano, a sé più che a lei. E’ lui che quasi si sta mettendo a
piangere. Luce Soledad ha gli occhi asciutti e lo sguardo fermo
«Aspettami.»
Poi lui era sparito oltre i cancelli, dopo essersi voltato un’ultima volta.
Luce si era afflosciata su uno dei sedili. A sentirlo parlare in italiano, le era sembrato
che lui fosse già via, già lontano. L’ha attraversata l’idea di chiedergli il numero di
telefono o l’indirizzo. Ma ha resistito: Federico ha detto che le scriverà per avvisarla
dell’arrivo. Lei vuole che lui sia libero di scegliere. A lei resta solo la fiducia: ci crederà
così tanto, bacerà ogni notte le perline colorate dei suoi collares, invocando la Virgen
de la Caridad del Cobre, tanto da chiamarlo a sé. Tornerà.
In piedi, schiacciata contro la porta della corriera affollata, cerca di pensare alle
cose belle. Dal primo momento Federico le è piaciuto. Non che abbia ballato bene.
Tutt’altro. Quello che la innamora di lui è che ci prova. Non con la prepotenza di chi
rivendica un diritto acquisito, ma con la gentilezza di chi scopre una possibilità. Luce
Soledad pensa che questo dovrebbe essere lo spirito di una nuova rivoluzione. A calci
e fucilate il risultato si è visto.
Deve solo aspettarlo, non c’è altro da fare. Così ha detto babalao Mama.
° ° °
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Babalao Mama abita a Bahia, in una grande casa azzurra vicino al mare. E’ una delle
donne più ricche di Santiago, perché la gente la rispetta e onora come una regina. A lei
si rivolgono per guarire dalle malattie per cui non esistono medicine a sufficienza, per
ottenere un responso d’amore, per sapere se partire o meno per un viaggio. A volte le
portano doni anche se non hanno nulla da chiedere. Solo perché è Santa.
Federico ha capito a grandi linea dove Luce lo sta portando. E a fare cosa. Nell’insieme
la faccenda gli sembra curiosa, tendente alla stronzata. Ma non vuole offenderla. Luce
ha insistito per questa cosa soltanto: che vadano dalla babalao prima che lui parta.
Nient’altro.
Quando entra nella casa di Mama, sotto lo sguardo arcigno delle lunghe maschere di
ebano appese ai muri, la sua miscredenza si riduce ad un sassolino. Con le dita della
mente lo prende e lo nasconde in un recesso di sé.
Mama è una donna piccola, dalla pelle insolitamente scura. Vicino a lei Luce è una
scandinava. Mama sembra passata indenne attraverso secoli di imbastardimento e
conserva intatti i tratti negroidi dei suoi antenati d’africa: il naso dalla radice larga, le
labbra tumide e i capelli che porta cortissimi. Può avere dai cinquanta agli ottantanni.
E’ impossibile da stabilire.
E’ affabile, sorridente attraverso gli occhi socchiusi. Una energia enorme emana
dalla figura minuta. Federico sente che vorrebbe chiederle qualcosa. Non sa cosa. E
comunque non sarebbe in grado di formulare la domanda.
La seguono attraverso una successione di corridoi. La casa che dall’esterno sembrava
un parallelepipedo compatto, svela viscere contorte e irrazionali. Altre maschere
appese ai muri e immagini di Madonne, accostate a figure femminili e maschili pagane.
Una cosa simile Federico l’ha vista a Corbetta, una volta che ha accompagnato sua
madre da una cartomante. Ma mentre allora aveva avuto la netta impressione della
messinscena, ora intuisce un senso nell’accostamento delle immagini, una misteriosa
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logica.
L’ultimo corridoio sbuca in una specie di grotta. E’ una stanza chiusa con le pareti
incrostate di un sottile strato di alghe. Sembra che il mare vi sia entrato e vi abbia
abitato, prima di ritirasi per l’effetto di una marea.
Mama non ha domandato nulla. Si solleva le maniche della tunica color avorio che
la copre fino alle caviglie. Con due braccia scarne picchia su un piccolo tamburo.
Federico comincia ad avere seriamente paura. Quando Mama comincia a emettere
suoni gutturali invocando gli orisha, sente l’impulso di voltarsi e scappare. Invece
resta inchiodato dov’è, ancorato alla mano di Luce. Bloccato anche dalla paura che
se mai gli venisse di provare a fuggire Mama potrebbe fulminarlo sul posto, solo
alzando un sopracciglio.
La faccia di Luce è aperta, un’unica sottile ruga di concentrazione nello spazio tra le
sopracciglia.
Poi Mama grida e si batte la pancia.
Quando torna il silenzio nella grotta, Federico è coperto di sudore dalla testa ai piedi
e Luce non sorride.
Mama si rivolge a lei, con il respiro ancora affannato.
«Dice che se ti aspetto tornerai. Se provo a cercarti, un uomo e una donna moriranno.»
A Federico sembra che Luce abbia parlato in italiano, tanto in fretta ha capito. Forse
Mama ha già visto troppo ragazze di Santiago andarsene, per questo ha detto così. Ad
ogni modo, non c’è pericolo. Lui tornerà.
° ° °
Ha messo l’abito giallo limone per andarlo a prendere in aeroporto. Federico non ha
scritto, ma Sole ha pregato giorno e notte in quelle due settimane. L’ha atteso, come
dicono gli orisha: lui verrà. Non ha avvisato perché vuole farle una sorpresa, ma verrà.
Isabel l’ha accompagnata alla fermata della corriera. Le ha anche prestato i soldi per
il biglietto.
«Luce, può essere che lui non venga. Questo lo sai, vero? » ha cercato di farla ragionare.
«Può essere tutto. Ma lui verrà», perché lui le ha detto che la ama e Luce sa che non
stava mentendo.
L’ha atteso per tutto il pomeriggio fino all’ultimo sbarco della notte. Le biglietterie
sono tutte chiuse, non c’è quasi più nessuno. Lei deve trovare qualcuno a cui chiedere:
è forse saltato un volo? Ci sono problemi con l’Italia?
No, nessun volo. Atterrati tutti.
Per ventuno giorni di fila Luce torna all’aeroporto, con il suo vestito giallo e la sua
fiducia. Ha fatto voto di non mangiare maiale. Tutte le mattine si reca in cattedrale alla
messa delle dieci, con i suoi collares di perline colorate al collo. Tutte le notti, tornata
a casa, Diego la sente piangere sotto il lenzuolo tirato fin sopra la testa.
Diego ha fatto un bel respiro di il giorno della partenza dell’italiano. E’ rimasto fino
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all’ultimo con il cuore in gola, aspettando che la sorella rientrasse, terrorizzato all’idea
che all’ultimo potesse saltare sull’aereo con lui e sparire nell’azzurro.
Ma Luce è tornata e Diego ha pensato che finalmente ogni cosa sarebbe stata di nuovo
al suo posto. Si sbagliava, quella che vive con lui non è più Luce Soledad. Sembra
Mercedes, solo con quindici anni in più.
«Noi non siamo nulla per loro, solo uno svago» le dice appoggiandole la mano sui
capelli. Non ha un’idea esatta del significato delle sue parole. Ripete quello che ha
sentito dire a suo padre, mentre fumava sulla porta un sigaro con Josè, parlando di
sua figlia che è impazzita.
«Tu non sai niente, moccioso.»
Luce scuote la testa per levarsi la carezza del fratello dai capelli. La mano di Diego
cade sul cuscino come una foglia di vite.
Gli orisha hanno mentito. Luce ha aspettato con fede e lui non è venuto. Andrà lei. Lo
cercherà. Non conosce la via ma sa il nome della città: Milano. Con una chiesa grande
più de la Catedral de Nuestra Senora. Deve essergli accaduto qualcosa. Forse Mama
ha capito male la voce di Yemayà, ed è tutto a rovescio. Dentro al suo letto, con i palmi
appoggiati sugli occhi, a volte le capita addirittura di essere convinta che Mama le
abbia detto che deve partire. Si passa tra le dita le perline di plastica, centinaia di
volte. Lui la ama. Questa è l’unica certezza che non crolla. L’unica fede, più forte del
cristianesimo dei conquistatori e dell’animismo Yoruba dei suoi antenati schiavi. La
religione che sceglie per sé.
Con lo stipendio della fabbrica dove arrotola sigari non potrà mai andare da nessuna
parte. Non bastano sei mensilità per comprare il biglietto del volo. E poi le hanno
già mandato il monito a casa perché da tre settimane e più non si presenta al lavoro.
Avanti di questo passo la chiuderanno all’UMAP per la riabilitazione. Deve trovare i
soldi e andarsene prima.
Indossa l’abito bianco e prende la corriera. Fuori dal cancello degli arrivi cammina
avanti e indietro, studia i turisti appena atterrati. Quando ne vede uno solo, maschio
di mezza età, né brutto, né bello, ingoia le lacrime e tira le labbra in un sorriso.
«Senòr, compagnia per visitare Cuba?» e sale sul Taxi con lo straniero.
° ° °
Diego si è infilato sul primo camello del mattino, la vecchia corriera con le due gobbe,
la stessa che ha portato all’aeroporto Luce in questi ultimi tre mesi. L’ha aspettato alla
fermata, cercando tra gli altri passeggeri in attesa, qualcuno di cui potesse sembrare
figlio, qualcuno a cui accodarsi per non dare nell’occhio. Gli autisti sono esperti a
scovare i ragazzini che vogliono scroccare corse. Ce l’ha quasi fatta, stringendosi al
fianco di una donna con un fazzoletto annodato intorno ai capelli. Non che ci fosse
molta scelta: il primo viaggio del mattino è mezzo vuoto.
«Hola Lucìa»
L’autista saluta la madre che si è scelto per il viaggio. «Qui es esto?»
Lucìa si volta a guardare il bambino incollato alle sue gonne: avrà otto o nove anni e
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un’espressione compresa. Indossa una maglietta sporca e pantaloncini corti.
«Yo no lo se» risponde Lucìa allargando le braccia.
Ora il conducente si rivolge a Diego. Se non ha il biglietto non può salire. E’ soddisfatto
del proprio lavoro, della scaltrezza con cui ha smascherato il furbetto.
«Devo trovare mia sorella» è l’unica cosa che Diego gli dice.
L’uomo lo fissa grattandosi la testa. Di solito non ha dubbi su quel che c’è da fare. Ma
il bambino ha uno sguardo disperato, gli occhi allargati oltre i bordi della faccia. Non
sembra un gioco.
«Chi è tua sorella? » chiede.
«Luce Soledad» poi Diego ha un’illuminazione «indossa un vestito giallo e uno
bianco. Prende sempre il camello. »
L’autista annuisce. Sì. Ha presente. Ricorda la ragazza bellissima con gli occhi tristi.
«Non è tornata stanotte.»
Si guardano un’ultima volta e si capiscono.
Le porte della corriera si chiudono, dondolando partono.
Diego è rimasto davanti, in piedi accanto al conducente. Guarda la strada oltre il
grande parabrezza.
«Ti puoi sedere se vuoi»
L’uomo stacca una mano dal volante e gli indica i tanti posti vuoti alle loro spalle.
Il bambino fa segno di no con la testa. Procedono lenti, la strada è tutta dritta e la
corriera sembra scivolare sull’asfalto. A Diego sta venendo sonno. Non ha dormito.
Non si addormenta mai prima che lei sia rientrata a casa. A volte la segue. L’ha vista
con altri stranieri che le comprano cose come le signore tedesche con Mercedes. Però
questa è la prima volta che non torna proprio. Magari tardissimo, quando è quasi
mattino, ma è tornata sempre. Il padre l’ha picchiata due o tre volte. Diego ha pensato
che gli dispiaceva però era giusto. Luce è impazzita. Qualcuno la deve fermare.
Quando la corriera accosta nel nulla. Il bambino si scuote, alza gli occhi interrogativi
sull’autista.
«Tu aspetta qui» gli dice Lucìa.
Ha fatto un solo gesto alla donna grassa che ha annuito. Si è alzata e si è messa accanto
al bambino, entrambi in piedi come prima alla fermata quando Diego fingeva di essere
suo figlio. Ora è lei a stargli vicino come fosse sua madre. Il cuore dentro al suo petto
comincia a battere forte, Diego non sa perché. Un campanello d’allarme.
I pochi passeggeri si sporgono dai finestrini abbassati o accostano le facce al vetro.
Si domandano nelle loro lingue cosa stia accadendo, se si sia rotto il pullman, se
perderanno il volo. Guardano il conducente attraversare la strada, ne seguono la
traiettoria fino al ciglio opposto. Qualcosa, un oggetto grosso e bianco, è gettato per
terra.
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Il vestito è strappato in più punti. Le gambe nude e coperte di lividi sono disarticolate
in una posizione improbabile. I seni scoperti puntano i capezzoli sù, come occhi scuri
a fissare il sole del mattino. E sono l’unico sguardo del corpo: chi occhi sono sigillati
sotto le palpebre tumefatte del volto sfigurato.
L’autista si volta, il bambino è accanto a lui. Divincolatosi dalle mani di Lucìa è arrivato
fin lì. Ha la bocca aperta in un grido che non esce. L’unico suono è quello delle perline
colorate, sparse tutto intorno, che scricchiolano sotto le loro suole.
° ° °
Ha pensato ad ogni cosa, nei mesi trascorsi da quella prima sera in cui l’ha incontrato
negli uffici di San Babila. Lui non gli ha mai più rivolto la parola. Siede silenzioso alla
sua scrivania assorto nelle carte, sempre.
Stasera Diego non è di turno, le pulizie sono sospese perché è la vigilia di Natale.
Ma è certo che l’uomo non si accorgerà di nessuna stranezza. Ha aspettato fuori dal
palazzo, finchè non ha visto il portiere uscire con al guinzaglio il piccolo cane bianco,
per la loro abituale passeggiata. Faranno il quadrato del palazzo, dieci minuti circa e
poi l’uno e l’altro rientreranno nella guardiola. L’uomo si siederà sulla sedia sfondata,
con il televisore a volume basso e il cane nella cesta ai suoi piedi. Ha visto il portiere
allungare al cane caramelle e pezzettini di formaggio, come fosse un bambino. E’ un
cane vecchio, mezzo cieco.
Verso le sette e mezza l’uomo lascerà di nuovo la sua gabbia di vetro, con il cane
attaccato alle calcagna e andrà a mettere su la cena per entrambi. Allora Diego scivolerà
fuori.
In tutti questi mesi ha pensato più volte a sua moglie e ad Asunciòn, al fatto che la
vita ora gli va bene in qualche modo. Hanno lavoro e una casa in affitto. Hanno amici
da invitare a cena preparando tasajo di manzo affumicato. Ci sono negozi a Milano
dove possono comprare manioca, platano e gli altri ingredienti della loro cucina. Ma
Diego non può dimenticare. O piuttosto: non può ricordare. Ha cercato, negli anni a
seguire, di ricomporre il volto tumefatto, di rimettere insieme i cocci del sorriso di sua
sorella. Ma è stato impossibile, non riesce a recuperare dalla sua memoria nessuna
altra immagine che non sia quella, l’ultima.
Ha messo in conto che la mano gli possa tremare. Che gli manchi la forza di arrivare
infondo. Non ha mai ucciso un uomo.
Ora spinge il suo carrello dentro all’ufficio, indossa i guanti di gomma gialla.
Federico è al suo posto, non solleva gli occhi. Preso da un pensiero suo. Non sta
leggendo perché gli occhiali sono appoggiati sulle carte. Diego sente il cuore sfondargli
il petto, tanto batte forte. Ha il timore che l’uomo possa sentirlo. Ha paura. Forse non
ce la farà.
Poi Federico si volta verso lo schermo del computer, digita qualcosa sulla tastiera.
Sorride, seduto dentro la sua poltrona di pelle nera, circondato dalla sua vita scintillante
incorniciata d’argento.
Diego scivola alle sue spalle, il coltello stretto nelle dita chiuse, nascosto dentro ad
uno straccio.
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L’unica cosa che Federico sente è il rumore di uno scatto metallico, come l’assestamento
di una tubatura.
° ° °
La gente si affretta con i sacchetti di carta lucida, tre o quattro per mano. Dal bordo
sporgono pacchetti di oro e argento. Le prime serrande si abbassano sulle vetrine
scintillanti.
La strada da San Babila Al Duomo lampeggia al neon delle luminarie di Natale:
comete e slitte, cerchi e renne.
Non lo troveranno mai, nessuno penserà all’inserviente con la casacca azzurra.
Non siamo nulla per loro. Diego cammina a passo spedito, oltrepassando donne in
vaporose pellicce e mendicanti che allungano bicchieri di carta della Coca Cola. Dai
bracieri tondi sale l’odore delle caldarroste e della pannocchie ad arrostire.
Il venditore di granaglie sta raccogliendo le sue cose dentro ad una vecchia valigia di
cuoio.
«Uno, per favore» gli chiede.
L’uomo si strofina le mani intorpidite dentro ai mezzi guanti di lana.
«Non ce ne sono più di piccioni a quest’ora» però gli allunga un sacchettino trasparente.
Diego leva lo spago e affonda le dita nei semi. Ne getta intorno una manciata sul
lastricato, un rumore di biglie sparse sul pavimento. Un piccione solitario si stacca da un
cornicione e viene a beccare. Altri due o tre lo seguono.
Sulla spalla del giaccone si è appoggiata lievissima una goccia che resiste immobile. Poi
un’altra e un’altra ancora. Granelli di sabbia dal cielo. Bianchi.
«Era prevista la neve» dice il venditore come parlasse tra sé, chiudendo il borsone e
avviandosi verso casa dove qualcuno lo aspetta. «Buon Natale.»
Migliaia di fiocchi cadono dal cielo, un pulviscolo che brilla iridescente tutto intorno
all’immenso albero di Natale che si eleva nel centro della piazza, tenuto su da cavi di
acciaio. Splendono i fiocchi attraversando la luce degli addobbi, delle luminarie. Una
polvere di stelle.
«Guarda Luce» dice Diego. «Guarda che bello.»
Voltandosi verso la piazza per accertarsi di non avere dimenticato qualcosa, l’uomo delle
granaglie vede il suo ultimo cliente, ballare sotto la neve con le braccia protese nel vuoto,
a reggere una dama invisibile.
Scuote la testa, sorride. Maledetti stranieri. Quasi gli sembra di sentire la musica.
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Dusty Pages in Wonderland © 2012
Illustrazioni
Mario Chiabrera
Michele Penco
Impaginazione
Federica Urso
Grafica
Valerio Emanuele
Immagini di copertina
Kirsty - 500ml.org
Caratteri tipografici
Hasan Guven - lordkyl.net
John Hudson - windows.com
Pia Frauss – pia-frauss.de
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