Isola Nera
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Casa di poesia e letteratura.
La prima in Sardegna, in Italia, aperta alla creazione letteraria degli
autori italiani e di autori in lingua italiana.
Isola Nera è uno spazio di libertà e di bellezza per un mondo
di libertà e bellezza che si costruisce in una cultura di pace.
Direzione Giovanna Mulas. Coordinazione Gabriel Impaglione.
[email protected] - ottobre 2006 - Lanusei, Sardegna
Pubblicazione Patrocinio UNESCO. Inserita nella categoria Riviste (italia)
http://www.unesco.org/poetry/
.«Avrei potuto venerare Dio continuando a vivere tra le Sue creature, perché la venerazione non
richiede necessariamente la solitudine. Non ho lasciato la gente per vedere Dio, poiché L'ho
sempre visto alla casa di mio padre e di mia madre. Ho abbandonato la gente perché la loro
natura contrastava con la mia, ed i loro sogni non corrispondevano ai miei... Ho lasciato gli
uomini perché ho scoperto che la ruota della mia anima girava in una direzione e strideva
aspramente contro le ruote di altre anime che giravano in direzione opposta. Ho lasciato la civiltà
perché ho scoperto che è come un vecchio albero marcio, forte e terribile, le cui radici sono serrate
nell'oscurità della terra e i cui rami si protendono al di là delle nuvole; ma i suoi fiori sono
l'avidità, il male e il crimine, e i suoi frutti la sofferenza, la miseria e la paura. Chi ha cercato
d'infondere in essa il bene e di modificarne la natura non è riuscita nel suo intento. È morto
deluso, perseguitato e tormentato». K. Gibran
Johann Wolfang Goethe
"La soluzione di ogni problema è un altro problema."
Come letterato, filosofo, critico d'arte, scienziato nonché uomo politico, Goethe (Francoforte sul
Meno 1749 - Weimar 1832) era considerato già vita natural durante l'emblema del
Neuhumanismus. Per comprendere fino a qual punto le sue opere abbiano influito - e influiscono
- sulla vita culturale della sua nazione, basti pensare che l'epoca in cui visse è comunemente
definita "Goethezeit" (termine coniato da H.A. Korff). Secondo lo studioso inglese Matthew Arnold,
Goethe è non solo la figura centrale della letteratura tedesca, ma uno degli spiriti più elevati che
abbiano mai calcato il suolo terrestre. Le sue opere hanno proposto una visuale nuova, un modo
diverso e "illuminato" di analizzare e interpretare la natura, la società, la storia. Le sue tragedie, i
suoi romanzi (Werther, Le affinità elettive, Wilhelm Meister...), le sue liriche e ballate (Elegie
romane, Stella, L'apprendista stregone...) testimoniano, oltre che di un profondo senso per la
musicalità della lingua, di un'acuta introspezione psicologica, d'altronde confermata da una
caterva di lettere e da riflessioni su artisti e altre personalità del suo tempo. La genialità di Goethe
è incontestabile. Martin Walser ha ironizzato sottilmente sulle imperfezioni e incoerenze dei
personaggi dell'Ifigenia in Tauride. Alcuni passi di questa e di altre opere goethiane sono
suscettibili di critiche e obiezioni; ma ciò nulla toglie all'effettiva grandezza dell'autore del Faust.
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Per tutti quanti, per i suoi nemici come per i suoi ammiratori, valga questa asserzione di Hugo von
Hoffmannsthal: "Oggi noi non abbiamo una nuova letteratura. Abbiamo Goethe insieme a pochi, incerti
tentativi." In gioventù Goethe fu affascinato da Omero, dalla saga di Ossian e da Shakespeare. Tra i suoi
contemporanei una forte influenza hanno esercitato su di lui Lessing e Klopstock (nati rispettivamente venti
e venticinque anni prima di J.W.). Lui stesso badò sempre a eludere le domande che tendevano a
svelare le fonti ispiratrici dei suoi lavori. Si limitava a rispondere: "Ich verdanke den Griechen und
den Franzosen viel".
Tra gli italiani c'è da segnalare il Tasso. Nella sua autobiografia Dichtung und Wahrheit (Poesia e
verità), Goethe afferma che da giovane lesse attentamente l'opera tassesca, imparandola
"parzialmente a memoria". Altri influssi sono da localizzarsi nel teatro del Settecento. E' quasi
accertato che da bambino J.W. assistette alla rappresentazione dell'Orest und Pylades di J.E.
Schlegel, dramma inscenato per la prima volta a Lipsia nel 1739 e più tardi replicato a
Francoforte (1755). Schlegel fu tra i più noti drammaturghi tedeschi prima di Lessing, e Goethe lo
ritiene importante per i chiari riferimenti al teatro di Shakespeare in un periodo in cui, fuori
dell'Inghilterra, il "bardo di Avon" era sconosciuto ai più (cfr.: Poesia e verità). Tra i suoi amici di
gioventù ci fu un suo quasi omonimo: F.W. Gotter, che faceva parte del circolo di poeti del
Göttinger Hain. L'Oreste ed Elettra di Gotter servì a Goethe da ispirazione per l'Ifigenia.
Nell'autobiografia egli descrive così l'amico: "Era di animo delicato, sincero e ottimista. Il
talento gli proveniva dai molti esercizi e dall'autodisciplina; ostentava un'eleganza di
stampo francese e provava gusto nel leggere libri inglesi a soggetto moralista e gradevole.
Trascorremmo insieme tante ore piacevoli, durante le quali parlavamo a ruota libera delle nostre
nozioni, dei nostri progetti, delle nostre affezioni. Fu lui che mi incoraggiò a scrivere diverse piccole
cose, tanto più che, essendo in contatto con i poeti di Gottinga, mi invitò più volte a dargli delle
poesie da destinare all'Almanacco di Boie."
Decisivo per la formazione di J.W. fu il biennio di studi a Strasburgo, conclusosi con un esame a
Francoforte - nell'autunno del 1771 - che gli consentì di esercitare l'avvocatura. A Strasburgo,
dove imperava lo Sturm und Drang, Goethe conobbe J.G. Herder. Fu Herder ad avvicinarlo a
Shakespeare. L'interesse dell'ancora acerbo Wolfgang per la semantica, insieme agli insegnamenti
del filologo J.G. Hamann, lo condussero alla lettura dell'Ossian e a una rivalutazione della poesia
greca (Omero, Pindaro). Nella città alsaziana videro la luce, tra le altre cose, i Sesenheimer Lieder,
che il poeta dedicò a Friederike Brion. Nell'opera omnia di Johann Wolfgang von Goethe, la via del
neoclassicismo si rispecchia in tutta la sua pienezza, integrità, forza innovatrice ed elogio
dell'Antico. E' interessante constatare quante e quali amicizie si intrecciassero allora tra i vari
letterati, in quante e quali vivaci dispute fossero impegnati questi uomini di spirito e quanti
cadaveri molti di loro si lasciassero alle spalle.
Il suicidio di von Kleist si può in parte spiegare con il giudizio implacabile che Goethe impartì ai
lavori di quest'anima sfortunata.
(Goethe diresse a Weimar La brocca rotta, ma la commedia non piacque. Kleist diede la colpa
dell'insuccesso alla cattiva messa in scena, e questo portò al litigio con Goethe. Sulla rivista
Phöbus, Kleist sarebbe arrivato a scrivere mordaci epigrammi contro il suo più celebre collega...)
Dietro al mito di Goethe-genio universale, non campeggia il Sopra-Uomo. Anzi: come individuo egli
non fu scevro di debolezze, e i personaggi che creò o che trasse di peso dalla cronaca quotidiana
(Werther) oppure da opere ispirate ai modelli classici e tardo-rinascimentali (Ifigenia, Faust), sono
spesso condannati alla sofferenza per causa di un'imperfezione che altro non è se non
l'imperfezione stessa dell'umana natura.
Il grande dilemma della vita è la discordanza tra proposito iniziale e risultato finale. In Goethe è
evidente la coscienza della separazione dell'io-soggetto dal mondo empirico. La modernità di
Goethe consiste appunto - come in Hölderlin - nella "separazione radicale dell'individuo borghese
dal suo campo sociale [...], la sua mediata non opposizione ad esso" (Mangaldo). Il "sensismo" del
genio tedesco ha influenzato il nostro Leopardi, che di lui doveva conoscere I dolori del giovane
Werther.
Già al suo primo apparire, questo romanzo epistolare causò una serie impressionante di suicidi a
catena: molti lettori, identificatisi con Werther, vollero condividerne la tragica sorte.
" 'Conosci te stesso'? Se conoscessi me stesso scapperei via."
Nel corso della sua lunga vita, Goethe ha intrapreso tante fughe, volgendo le spalle a situazioni
per lui imbarazzanti cui non riusciva a far fronte con il solo "contegno borghese" o con la
proverbiale calma olimpica. Da una di queste fughe risultò il celeberrimo Viaggio in Italia.
Per J.W. l'evasione è un venire meno al soffrire, ma non al lottare: la lotta è inevitabile, sempre e
in ogni luogo. Non è una lotta politica, la sua, non è una ribellione de facto alla società e/o al
sistema vigente, ma, piuttosto, un "accomodamento", un districarsi, un venire a patti con le
avversità dell'esistenza.
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Non siamo di fronte a un esempio di codardia. Goethe era forse opportunista, ma non vigliacco.
Come entità sociale, come cittadino con incarichi diplomatici, seppe sempre prendersi le sue brave
responsabilità e si impegnò per il raggiungimento del più umano e più ragionevole dei
compromessi; come uomo di lettere, condannò il borghesismo più crasso e ogni aspetto di
mentalità bigotta, contrapponendovi una tolleranza universalista e inneggiando all'amore, alla
fraternità, alla libera fantasia. Questo si manifesta chiaramente soprattutto nel West-östlicher
Divan, dove viene lanciato il messaggio della necessità di incontri interculturali e di una proficua
unione tra le due massime culture (l'occidentale e la levantina) contro ogni motto nazionalista,
contro la xenofobia e i gridi di guerra.
[Il West-östlicher Divan è l'unica opera in versi di Goethe pubblicata mentre il poeta era ancora in
vita (!). Più tardi si scoprì che almeno tre delle più belle poesie contenute nel Divan furono scritte
da Marianne Willemer. La Willemer era una trentenne già sposata per la quale si infiammò il
cuore dell'ultrasessantenne Goethe. Nel Divan, Marianne e Wolfgang si sono dati i nomi di
"Suleika" e "Hatem".]
Se mai Goethe fu intollerante, lo fu nei confronti di ogni forma di violenza. Anche per questo
guardò con palese scetticismo alla Rivoluzione Francese e ai moti che, sulla scia della Rivoluzione,
scoppiarono in diverse parti d'Europa.
Affrontò la vita con un ragionevole stoicismo, ma la sua sopportazione fu messa spesso a dura
prova. Il suo livello di guardia era basso. Goethe era un individuo suscettibile, che non tollerava
offese di sorta. A questo proposito, esemplare è la sua relazione weimariana con la matura
Carlotta von Stein.
"Nessuno viene mai ingannato: ci si inganna da sé."
Alle radici dell'umanesimo tedesco o Neuhumanismus, di cui Schiller fu l'altra grande stella, c'è il
concetto dell'appartenenza dell'uomo a se stesso. Ma il mondo è instabile, contingente, relativo,
forse una mera farsa degli dèi, e l'individuo, sia pure non autosufficiente, deve imparare ad
adeguarsi e a schivare i mille ostacoli sul percorso.
Il romanticismo "classicista" di Goethe e Schiller non può essere degradato a sinonimo di
moderazione; non può essere posto agli antipodi dello Sturm und Drang. Vi è, nella tematica delle
loro opere, una certa risonanza trasgressiva che va a sposarsi con quell'aspirazione all'assoluto
che si esercita nel linguaggio: un'ascesi linguistica parzialmente convenzionalizzata ma che, a ben
guardare, travalica i dettami della loro epoca. In entrambi - Goethe e Schiller - si denota
l'educazione al senso del limite, che si manifesta in oltranza demiurgica, nell'ordine delle parole.
Ma sicuramente c'è più pathos nelle opere di Schiller che in quelle di Goethe. Effettivamente,
l'idealismo schilleriano è più variamente interpretabile di quello di Goethe, la cui "veduta delle
cose" è, al contrario, saldamente ancorata al Realismus. Soprattutto dai trentacinquequarant'anni in poi, la personalità di Goethe si sviluppò in direzione antitragica, il poeta acquisì
una certa flemma, la capacità di osservare le cose mantenendo un certo distacco, e proprio per
questo il discorso fra lui e il mondo è ancora aperto e attuale. La maturità fa sì che il suo gesto
creativo sia attuato con calma pindarica. Magari nell'intento primario, nell'impeto
immediatamente successivo al lampo d'intuizione, ha il trasporto caratteristico dello Sturm und
Drang; ma l'occhio rimane limpido e pacato.
Ad accomunare i due più grandi letterati tedeschi è, oltre al loro attaccamento per i temi classici,
la disciplina semantico-sintattica. Questo non significa ovviamente che Goethe e Schiller
pregiassero l'esprit du sérieux e disprezzassero il sano, rinfrescante dilettantismo che fece da
sfondo a gran parte della letteratura (e della scienza!) del Settecento. Al contrario. Più di una volta
Goethe dichiarò di reputarsi fondamentalmente un dilettante. E' dalle sue svariate letture,
condotte spesso in modo disordinato - per curiosità, per voracità spirituale, più che per necessità
-, che egli attinge la sua professionalità. D'altra parte, l'"uscire allo scoperto" con un'opera che
predica se non una Verità quantomeno un eticismo (quanto sottomesso al contingente?) e che
rivendica i valori più sinceri dell'"umanità", presuppone un grande rispetto per la Lingua
letteraria. In Goethe ciò avviene sotto l'insegna di una chiarezza espressiva che cerca il suo pari.
Si può benissimo affermare che il poeta di Francoforte, insieme a Schiller e a pochi altri esponenti
del Neuhumanismus, abbia gettato le basi per il tedesco moderno.
A parte il Werther (risultato di un tour de force di quattro settimane e scritto senza uno schema
prestabilito), ogni castello narrativo è sostenuto da una rigida intelaiatura. La tecnica di Goethe
consisteva nell'erigere dapprima lo "scheletro" della costruzione e solo in un secondo momento
scegliere le parole con le quali ricoprirlo. Come pensatore non era un sistematico, cioè non ordinò
mai "matematicamente" la sua filosofia. E' accertato che, fin da ragazzo, Goethe odiò la
matematica. I numeri sono forme immobili e "le forme immobili dicono di no alla vita. Formule e
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leggi matematiche spargono un'immobilità sopra il quadro della natura. I numeri uccidono. Essi
sono i padri di Faust, che troneggiano nella più completa solitudine." Tuttavia, anche un
matematico può arrivare a sentire in sé "la bellezza del vero". Nella fattispecie, Pitagora ed Euclide
sono più prossimi al senso di "bellezza" di quanto non lo siano Leibniz e Newton. Goethe non
rimase indifferente a certe ben riuscite figure e combinazioni matematiche. Sulla contabilità a
partita doppia di Luca Pacioli (1494), scrisse: "E' una delle più belle scoperte dello spirito umano".
In Goethe non ci sono finzioni in senso stretto, ma concetti, ideali, stati. Lo scrittore prende la
giusta distanza dal tema centrale prima di cominciare col montaggio romanzesco o - nel caso dei
drammi - col telaio metrico e strofico. Le sue non sono opere di sperimentazione artistica, né mera
riproposta di temi "classici", ma vero e proprio impegno analitico: una - per quell'epoca
anticonvenzionale - confessione scientifico-psicologica; e, quindi, autoterapia.
L'autoterapia è assolutamente indispensabile per tenersi a galla nello scompiglio di eventi esterni e
per riconfermare la propria sanità. Il genere umano è "intrecciato", "annodato", "intricato"
("verschlungen und verknüpft"; "...so wunderbar ist das Leben gemischt" - in: West-östlicher Divan).
Nessuno di noi può rinunciare al contatto con gli altri individui. I compromessi sono inevitabili, e,
per assurdo, il riscatto può avvenire solamente tramite l'agire.
C'è una sostanziale differenza tra il divenire e il divenuto. Goethe è per il divenire (= entusiasmo,
accrescimento, slancio vitale), non per il divenuto (= staticità, ozio, morte). Le conseguenze
dell'agire, tuttavia, sono incerte. "Der Handelnde ist immer gewissenlos; es hat niemand Gewissen,
als der Betrachtende." ("Chi agisce non è mai consapevole. Solo l'osservatore lo è.")
"Fin da quando ho sentito dire che, in fin dei conti, ognuno di noi ha una propria
religione, mi è sembrato logico crearmene una mia."
Goethe era forse antirazionalista? O fu fedele alla Logos? Era ateo o credente?
In primo luogo era poeta e uno scienziato. Non manca nelle sue opere - soprattutto in quelle in
versi - l'intervento di ciò che Freud definisce l'unheimlich, ovvero l'"inquietante", il "sinistro", il
"non-familiare"; elemento che non è necessariamente in relazione con il divino così come esso è
concepito dalle religioni monoteiste. Ma sarebbe insensato affermare che egli fosse stato ateo, dato
che nel suo sistema di valori giusto le divinità rappresentano i principi ispiratori dell'etica.
Gli dèi sono prototipi e proiezioni di altrettanti topoi umani. E, come vuole la mitologia classica,
possono essere miopi e fallaci; inoltre è accertato che sono capricciosi. Ergo: gli dèi determinano
ogni azione umana... in maniera irrazionale.
Il trascendentalismo di Goethe tende verso un discreto panteismo, con una punta di
determinismo à la Marco Aurelio. E' la stessa contrapposizione magia-fede che conosciamo
attraverso il conflitto interiore di Enrico Faust. Per forza di cose, la conoscenza umana è parecchio
limitata.
La presenza del sovrannaturale può ancora essere intuita dal nostro pensiero; ma come si spiega
l'oltre-naturale?
Goethe gioca volentieri con il fantastico (o immaginario), e non solo nel Faust. (Un esempio ne è la
sua poesia sul Re degli elfi.) Ma persino il fantastico - per quanto trascendentale - si sottopone al
giogo della disciplina, della chiarezza strutturale della lingua. Così, l'ineffabile goethiano ha alla
fin fine ben poco di inquietante, presentandosi come un dato di fatto credibile, più vicino alla
coscienza che non al sogno. Tali Unheimlichkeiten restano comunque qualcosa di innaturale che
avviene "fuori" del soggetto, nella dimensione del non-io. Sono altro, sono ombra; sono alieni
persino a Dio, il quale, essendo intuibile, è con la natura ed è la natura, è con l'uomo e dentro
l'uomo - è, in una parola, vivo. A Eckermann , J.W. Goethe scrisse: "L'afflato divino è efficace dove
c'è vita, non dove c'è morte."
"Quando si comincia a riflettere sulla propria condizione fisica o spirituale, di solito si
finisce con l'ammalarci."
In Goethe c'è una ben definita barriera, uno steccato invalicabile che separa il sé pensante dal
mondo. (E con mondo si intende tanto la sfera delle cose reali quanto quella delle cose percepite).
Ovviamente questa barriera non basta a scongiurare l'impulso - irrazionale? - di evadere a più
riprese anche dalla propria realtà intima, il desiderio di obliare e di obliarsi che, nei suoi scritti, si
traduce in una collusione con l'esotico. Ed ecco che abbiamo la perlustrazione di terre straniere,
le allusioni ai miti già cari agli Elleni e alla letteratura francese (primo fra tutti: Racine). La Grecia
era sinonimo di Antichità, un passato idealizzato; e quindi meritevole di essere cantata in versi preferibilmente in esametri. Se nei sogni del neoclassicismo tedesco quel mondo occupa una
posizione più centrale rispetto all'Italia, è anche per una questione fisica: allora la Grecia era più
distante, più difficilmente raggiungibile, e rimaneva perciò avvolta in un manto d'idealismo.
L'Italia era, al confronto, quasi a portata di mano; era uno scrigno di tesori incommensurabili, ma
anche ricca di insidie e perigli di ogni genere (all'epoca di Goethe imperava il brigantaggio), e
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dunque un soggetto grosso modo prosastico. Logico dunque che il Sehnsucht o Spleen di molti
versatori (anglo)sassoni vertesse sull'ideale più distante e improbabile: quello della bellezza
assoluta, delle "perfette rovine". L'Italia comunque era (ed è) sempre valida per dar spunto a
pagine su pagine di diari di viaggio; un'immensa travelogy di cui ancora non si intravede la fine.
Da Marianne von Willemer a Goethe: "Ho letto più volte il Divan; non posso descrivere le
sensazioni procuratemi da ogni parola familiare, né posso spiegarle a me stessa; se a Voi
la mia persona e il mio Animo sono chiari, come spero e mi auguro, giacché il mio cuore è
sempre rimasto schiuso al Vostro sguardo, allora non c'è bisogno di altre spiegazioni. Voi
capite e sapete benissimo quanto è accaduto in me, e io stessa me ne stupisco; umile e
fiera ad un tempo, vergognosa e incantata, tutto mi è apparso come un bel sogno, in cui
ognuno riconosce la propria immagine resa più bella, più nobile, e si lascia passare
addosso tutto quel che di lodevole accade e che è degno di essere amato..."
(Ottobre 1819)
Faust
In quest'opera, che è il suo indiscusso capolavoro, Goethe riprese il soggetto di una leggenda
popolare molto diffusa in Germania e in Inghilterra dove era già stata soggetto di una
rielaborazione teatrale da parte del poeta elisabettiano Christopher Marlowe. La storia ha come
protagonista uno studioso, Johann Faust, che, ormai vecchio, tentato dal demonio Mefistofele,
vende la propria anima in cambio di giovinezza, sapienza e potere. Ora Faust, onnipotente, può
disporre delle sorti altrui: porta alla follia e alla morte una povera fanciulla, Margherita; poi inizia
a esercitare la sua influenza diabolica presso le corti principesche del gran mondo. E benché
tutto sembri congiurare alla dannazione di Faust, la pietà divina riconosce il desiderio di bene
che è stato all'origine di tanto peccare: la stessa Margherita intercede per Faust, simbolo ormai
dell'umanità stessa e del suo cammino verso la redenzione. L'opera, allegoria della vita umana
nell'intera gamma delle passioni, delle miserie e dei momenti di grandezza, afferma il diritto e la
capacità dell'individuo di voler conoscere il divino e l'umano, la capacità dell'uomo di essere
"misura di tutte le cose", e mostra il cammino percorso da Goethe dagli anni inquieti dello Sturm
und Drang fino alla compostezza classica delle forme e alla saggezza della maturità. E' il mito
della superbia della ragione illuministica, dell'uomo che vuole essere il signore del mondo. Faust
è un medico-scienziato, uomo rispettabilissimo, che svolge la sua attività con un aiutante
(Wagner). Conosciuto tutto il possibile, Faust si sente insoddisfatto e si rivolge alla magia, che gli
si presenta come vero e proprio spirito della magia, incarnato dalla diabolica figura di Mefistofele.
Quest'ultimo era già comparso nel 'prologo in cielo' per sfidare il Signore che riuscirà a dannare
Faust. Faust e Mefistofele siglano un patto: Faust ottiene la giovinezza in cambio della
propria anima. Dopo di che, Faust si innamora della bella popolana Margherita e riesce a
conquistarla: ella è indotta da Faust a somministrare un sonnifero alla propria madre per potersi
così incontrare con l'amante. Il sonnifero, però, porta la madre alla morte. Margherita, uccisa la
madre e anche il proprio fratello (Valentino), commette un altro omicidio: toglie infatti la vita al
suo bambino (affogandolo), figlio di Faust, e viene arrestata. Nel frattempo Faust vive con
Mefistofele nuove avventure: viene infatti introdotto alla conoscenza dei mondi infernali e
condotto ad una Sabba (il concilio di streghe e potenze demoniache). Nell'ultima scena dell'opera
la ritroviamo in carcere, in preda a forti allucinazioni: invoca a gran voce il perdono di Dio.
Faust, accortosi di quanto sta accadendo, impone a Mefistofele di liberare Margherita, la quale,
però, si rivela impaurita dalla figura di Mefistofele: ha colto in tale figura la presenza del
diabolico, il male. Margherita viene comunque dichiarata salva da una voce celeste. Questa è la
trama generale dell'opera. Due sono le grandi tematiche del Faust: il patto-scommessa e lo
Streben (il cercare): Mefistofele sfida Dio, dimostrando che Faust, pur affannato alla ricerca di
nuovi ed elevati saperi, è in realtà pur sempre disponibile ad un piacere che proviene
dall'abbandono della sapienza. Il Signore tira in ballo il concetto di Streben dicendo che ' erra
l'uomo finchè cerca '. La parola 'streben' caratterizza il protagonista, il suo continuo sforzo di
superare i limiti, di non appagarsi mai in nessuna situazione; rappresenta anche lo spirito della
borghesia, la sua forza innovativa e rivoluzionaria. Faust, nel primo prologo, è disperato: il
sapere cui è pervenuto non gli permette di conoscere l'intima essenza della Natura (tema
sentitissimo in Goethe) e decide dunque di darsi alla magia, evocando Mefistofele. Faust è
salvato in extremis dal suicidio: sente la campane della pasqua e la gioia che da ese deriva. In
Faust, va sottolineato, convivono due anime in contrasto: la prima tende al potere-sapere, l'altra
ad un legame con il mondo.
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Volume I- Prologhi
Dedica
Prologo sul teatro: Direttore - Poeta. Il direttore è avido di guadagno, il poeta difende i diritti
del genio e ha simpatia per l'improvvisazione e vuole preparare il pubblico all'apparente
disorganicità del Faust.
Prologo in cielo: Mefistofele - Dio e accordo. Mefistofele può tentare come vuole Faust, ma Dio
è convinto che non ci riuscirà. Entrano nuovi elementi: la lotta tra l'Io e la natura.
Prima parte della tragedia
Notte: Faust si rende conto di non sapere nulla, suo è il desiderio di reagire alla
conoscenza libresca per avviarsi, staccandosi dall'illuminismo, verso una conoscenza intuitiva
per svelare l'essenza della natura. Vuole arrivare alla chiarezza. Invoca lo Spirito della terra, ma
si conclude in una sconfitta perché sente ancor più dolorosamente la distanza tra l'uomo e Dio,
tra la creatura finita e l'infinito. Viene rispinto entro i limiti delle sue umane possibilità, come
castigo di essersi creduto simile a Dio. Dialogo con Wagner (studente) che vorrebbe sapere
sempre di più. Wagner è il rappresentante della decadente tradizione della retorica umanistica e
di alcuni aspetti della letteratura del tempo.
Più tardi, solo decide di suicidarsi, per rientrare nell'universale, nell'infinito. Il desiderio di vivere
e l'aspirazione di fondersi con il tutto sono in Goethe spesso uniti con il senso della morte. Faust
crede l'inferno una creazione umana. Gli angeli evocano in lui il periodo felice della sua
giovinezza e lo fermano.
Streben: impulso che non lo abbandonerà mai, come energia vitale e positiva. Allo Streben di
Faust, che è desiderio di andare sempre oltre i risultati delle proprie esperienze, si oppone il
Genus di Mefistofele, che è quasi voluttuosa pigrizia di appagarsi in quello che è.
Fuori della porta della città: giovani a passeggio.
Inquietudine di Faust contrasta con la pacata esistenza di Wagner e il primitivo viversi della
folla. Faust si rivolge agli spiriti dell'aria perché lo strappino alla sua chiusa esistenza.
"Due anime abitano nel mio petto, l'una si vuol separare dall'altra". Faust è ormai fuori dal
dualismo cristiano: cielo / terra, Uomo / Dio, natura / spirito. Il suo dualismo è dentro di lui. Ecco
le due anime. Una lo avvince al mondo sensibile, l'altra verso l'infinito e il divino.. il diavolo è un po'
la voce della prima anima, ma Faust sa che la seconda avrà il sopravvento.
Faust vede un cane: Mefistofele
Studio: dal cane si sviluppa Mefistofele. Non appare a Faust perché è stato evocato, ma
per il discorso del prologo in cielo. D'altro canto Faust non aveva invocato il demonio, ma gli
spiriti che stanno tra cielo e terra. Mefistofele gli si presenta come un diavolo come tutti gli altri.
Studio: patto. Faust accetta le condizioni di Mefistofele e questi crede che vincerà la
scommessa saziandone il corpo e l'animo di brutali piaceri. Faust, poco preoccupato di com'è
l'aldilà perché non crede all'aldilà tradizionale, si sente legato alla terra e vuole vivere qui la sua
esperienza, è anche convinto che non potrà mai arrivare a una dichiarazione che indichi
soddisfazione e sazietà nel suo animo perché non crede nemmeno a queste possibilità.
Nell'accettare il patto egli accetta anche il patto con se stesso: non soggiacergli. Faust si ribella al
suo tempo e alla cultura. Solo se Mefistofele riuscirà a spegnere il suo desiderio di agire, Faust
sarà sconfitto. Ma sa anche che Mefistofele, per la sua natura, non può capire l'essere umano nel
suo alto tendere e gli chiede che gli può dare senza illudersi. Faust arriva ad un impegno con sé
stesso e contro Mefistofele: non lasciar mai spegnere il suo desiderio di vita; germe della vittoria
finale di Faust. Mefistofele, che gli consiglia di abbandonarsi ai piaceri della vita, non lo
comprenderà mai. (leggi pag. 83)
Faust - Goethe volta le spalle all'Illuminismo per abbracciare l'irrazionalità dello Sturm und
Drang: "entro qualsiasi costume sentirò sempre la pena di questa angusta esistenza terrena".
Entra uno scolaro che rappresenta Goethe giovane di Lipsia.
Cantina di Auerbach a Lipsia: ambiente studentesco. Arrivano Faust e Mefistofele. Faust
quasi non parla, il diavolo fa uscire il vino dal tavolo ma, quando inavvertitamente uno studente
lo fa cadere per terra, si trasforma in fiamme.
Cucina della strega: Faust ringiovanisce, da questo momento è il personaggio principale.
Strada: inizia il dramma di Margherita il suo amore per Faust si risolverà in tragedia
personale e creerà la distruzione di quella piccola società che prima la protegge e poi
l'imprigiona. Faust è attirato da questo semplice mondo idillico e sente che ciò lo pone in urto
con il suo Streben. Il contrasto non si risolve. Margherita rappresenta un po' tutte le donne
amate da Goethe nella sua giovinezza. Egli vede in Margherita e nel suo agire una prova di quella
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forza irresistibile che è nella natura, e che avvince e domina anima e sensi. Lentamente il suo
amore per Faust le farà superare tutte le barriere: la differenza sociale, religiosa, il ritegno morale
per una notte d'amore senza matrimonio.
Sera: Faust e Mefistofele vanno a casa di Margherita, ambiente impregnato di castità e
purezza. Faust vi lascia un cofanetto pieno di gioielli. Il suo desiderio sessuale si tramuta in
amore. Lei lo trova.
Passeggiata: Mefistofele racconta a Faust che la madre ha portato il cofanetto al parroco.
Si condanna l'avidità della chiesa.
La casa della vicina: Margherita ha trovato un altro cofanetto e lo porta da Marta. Arriva
Mefistofele, comunica a Marta la morte di suo marito e le fa la corte.
Strada: "in breve tempo Margherita sarà vostra".
Giardino: conversazione delle due coppie. Faust e Margherita molto innamorati,
Mefistofele schiva le allusioni di Marta e lei insiste. Ogni dialogo tra Margherita e Faust è sempre
più caldo fino ad arrivare alla dichiarazione d'amore.
Bosco e caverna: monologo di Faust, è una preghiera di ringraziamento allo Spirito della
terra che, attraverso il finito, il terreno (l'amore per Margherita), ha costruito un legame con
l'infinito. l'amore gli ha insegnato anche che la conoscenza dell'infinito passa attraverso il finito.
Faust avrebbe raggiunto equilibrio, conoscenza e fusione con la natura se non o turbasse la
compagnia di Mefistofele, cui ormai è legato. Senza Mefistofele ha stabilito con sé e la natura un
rapporto diverso, gli pare d'essersi purificato con l'aver frenato il desiderio di possedere
Margherita.
Sopraggiunge Mefistofele che cerca di tramutare l'amore in passione, Faust si rende conto che
non la può frenare e vi si abbandona. Distrugge in sé ciò che vi era di grande e nobile e distrugge
anche l'ingenuità di lei.
Giardino di Marta: Margherita ha ormai deciso di darsi a Faust, sente che quello è il suo
destino. Ma sente il bisogno che la loro unione sia dello spirito e della carne e s'informa sulla
religiosità di lui. La religiosità di Faust è quella dello Sturm und Drang, una religione di natura.
Margherita ha i primi dubbi sulla natura di Mefistofele. Faust le dà delle gocce da mettere nella
bevanda della madre affinché dorma.
Alla fonte: è passato un po' di tempo. Margherita sa, anche se la sua colpa non è ancora
visibile.
Bastione: Margherita non si può rivolgere a nessuno per conforto, nemmeno all'amato che
è egoisticamente lontano.
Notte: Faust uccide Valentino, il fratello di Margherita, che vuole svergognare pubblicamente la
sorella, poi deve fuggire dalla città.
Duomo: funerale della madre, che è morta per il narcotico senza potersi confessare.
Margherita, senza madre, fratello e Faust, è completamente sola.
Notte di Valpurga: festa sensualmente pagana. Mefistofele conduce Faust sul Brocken
nella speranza che questi conosca la lussuria e vi si abbandoni, ma Faust non vi si perde totalmente
perché a richiamarlo a sé c'è l'immagine di Margherita, simbolo della donna-amore. E' questa che vincerà
sulla donna-lussuria e lo richiamerà dall'abisso della lussuria, volgendolo verso nuove esperienze.
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La scena si divide in quattro parti:
salita di Faust e Mefistofele verso il Brocken;
rappresentazione della notte di streghe e lussuria;
partecipazione di Faust e Mefistofele alla danza volgare;
apparizione di Margherita;
Passano molti personaggi a cui Goethe ha dato un riferimento satirico (i malcontenti che si
lamentano di tutti ma non fanno nulla per cambiare le cose, il poeta dilettante, i poeti modesti,
Nicolai, i poeti della vecchia scuola, persone volubili, Lavater, Fichte, Kant, Jacobi, la scuola di
Hume).
Giorno fosco, campagna: si ritorna all'azione. Faust scopre che Margherita è in prigione e vuole
farla fuggire, offuscando i sensi del carceriere.
Carcere: Faust è lì per il suo dovere di uomo e per pietà, ma non più per amore.
Soddisfatta la sua passione, vuole riprendere la sua ricerca. Lei lo capisce. In Margherita
comincia ad affiorare il senso dell'errore commesso, per non vorrà seguirlo e dichiarerà la sua
volontà di espiazione. Così si salva. Vede Mefistofele alle spalle di Faust e sente che lui è perduto.
L'invocazione finale "Heinrich, Heinrich!" è la promessa di un amore dopo la morte.
Seconda parte della tragedia
In cinque atti- Atto Primo
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Ridente contrada: è passato uno spazio di tempo indeterminabile. Faust si ridesta in
mezzo alla natura serena e ridente. Sul tormento si posa la natura ristoratrice e rinasce a nuova
vita, dimentica il passato. La voglia e la gioia di vivere lo salvano dal rimorso. Tutti vogliono fargli
dimenticare quanto è successo. Cambia la sua visione della vita, non si slancia più verso
l'infinito, ma accetta i limiti del reale, del finito, della conoscenza. L'uomo, pur aspirando al
divino, deve limitarsi a goderne quanto di esso si manifesta in terra e vivere ed agire entro i limiti
concessi all'umana natura.
Palazzo imperiale, sala del trono: Goethe giudica il mondo di corte con ironia, i suoi difetti,
il suo falso splendore, le sue debolezze, senza che il rispetto per l'autorità venga meno.
Mefistofele prende il posto del buffone.
Gran salone: mascherata di carnevale a corte, non ha un significato particolare, ma ha
solo lo scopo di divertire. Faust appare vestito da Pluto, il dio della ricchezza come mezzo di
creazione e attività umana, e Mefistofele da Avarizia. L'imperatore è vestito da Pan. Faust fa
sgorgare un fiume d'oro dalla sua cassa, la barba dell'imperatore prende fuoco, Faust e
Mefistofele dominano le fiamme e appaiono come salvatori.
Giardino di svago: con le sue arti magiche, Faust si è guadagnato i favori dell'imperatore.
Grazie a lui i debiti dell'impero vengono salvati e si produce carta moneta.
Galleria oscura: è la prima delle tre scene che culmineranno con l'invocazione di Elena.
Elena si trova in un mondo che non è quello di Mefistofele perché quest'evocazione non dipende
dalla magia. Lei è l'idea della pura bellezza e risiede in un mondo al di fuori di quello di
Mefistofele, presso le Madri. Elena sarà colei che apre a Faust un nuovo mondo e lo avvia verso
una nuova esperienza ed in essa lo accompagnerà. Goethe considera il loro amore come un
amore altissimo, nel quale anima e sensi formano un'unità inscindibile. Le Madri; la forma
originaria e primitiva di ogni forma vivente (mito creato da Goethe).
L'imperatore vuole che Faust invochi Elena e Paride, ma deve scendere dalle Madri e Mefistofele
gli dà la chiave. La sua impresa è vera e grande magia, non di formule, ma di volontà d'animo.
Entra in un mondo fuori del tempo, il mondo dell'assoluto. Ritorna diverso, ha inizio qui il suo
viaggio verso il divino mondo della bellezza, che finirà con la morte di Elena.
Sale riccamente illuminate: intermezzo. Mentre Faust è dalle Madri, Mefistofele opera
miracolose guarigioni.
Sala dei cavalieri: Faust torna, appaiono sul palco Elena e Paride. Frivoli commenti della
folla egli vuole Elena, ma per poter arrivare a questa bellezza, dovrà compiere la lunga
educazione estetica in Grecia. Nel suo rapimento, dimentica che tra il mondo della magia e quello
della realtà esiste un abisso invalicabile, si illude di poter dominare con la chiave entrambi i
mondi. Ma è un errore perché confonde il mondo degli spiriti con quello terreno. Faust nel voler
difendere Elena dal ratto di Paride e nel volerla fare sua, viola questa legge. La catastrofe è
inevitabile.
Volume II- Atto Secondo
Stretta stanza gotica con alte volte: Faust è presente solo con il corpo, ma la sua mente è
altrove. L'evocazione di Elena e il tentativo di Faust di impadronirsene, mettono Mefistofele di
fronte a nuovi problemi. Lo riporta nello studio dove strinsero il patto e, mentre Mefistofele si
diverte con Wagner, ormai dottore inorgoglito e con il Famulus di lui, Faust sogna Elena.
Laboratorio: Wagner cerca di creare artificialmente un uomo. Wagner mette insieme gli
elementi, Mefistofele gli soffia la vita; Homunculus. Eredita da Mefistofele il piacere dello scherzo,
da Faust il desiderio di fare. Ma per essere veramente vivo egli ha bisogno di una propria
individualità, ha bisogno di divenire, di formarsi. E in questa ricerca di vita troverà la sua fine.
L'anima di Faust è immersa nel mondo della classicità e non in quello nordico medievale.
Notte di Valpurga: questa scena costituisce il ponte necessario tra il laboratorio di Faust e
l'esperienza con Elena, non più ombra evocata ma creatura viva. Faust, per arrivare a questo,
dovrà passare per il terribile mondo mitologico greco. Vi è qui un dramma nel dramma.
Scena: Homunculus, Faust e Mefistofele giungono sui campi di Farsaglia.
Scena: Sfingi, Grifoni e Sirene li accolgono nel loro mondo.
Scena: lungo il Peneio inferiore, Faust ha la visione della nascita di Elena e si
incontra con Manto, una Sibilla, che gli permette la discesa all'Orco.
Scena: lungo il Peneio superiore, Mefistofele si trasforma in Forciade, così può
entrare ed essere accettato, nel mondo classico.
Scena: tra le rocce del mar Egeo si compie il destino di Homunculus. Egli vuole
vivere una vita concreta, uscire dal vetro dove conduce una vita artificiale. Assetato di amore e
bellezza si slancia verso la dea Galatea ma, nell'impeto, infrange il cristallo e muore. Homunculus
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sacrifica la sua vita spirituale e da questo sacrificio scaturirà la vera essenza della fusione corpo / spirito.
Egli muore per diventare perché per vivere la sua assoluta spiritualità deve fondersi con la realtà. Anche
nell'esistenza degli uomini, lo spirito per vivere e per dare vita, deve incatenarsi. Morire e diventare
attraverso questo spirito sono la via alla vita. Il Goethe espone qui le teorie sull'origine del mondo
(polemica vulcanisti e nettunisti) e quelle sull'origine della vita. I vulcanisti ritengono che la
crosta terrestre sia effetto dell'azione dei vulcani, i nettunisti che sia effetto dell'azione dell'acqua.
Goethe inclinava verso i nettunisti Vi sono in queste scene, tre azioni singole e parallele.
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Atto Terzo
Davanti al palazzo di Menelao a Sparta: Elena appare sulla scena avvolta da un'aura
tragica, come un personaggio di Euripide. Goethe, scrivendo questo atto, pensava a una seconda
grande esperienza d'amore di Faust, un'esperienza che fosse felice conquista spirituale della
classicità e della bellezza, amore che fosse armonia di anima e corpo. Assistiamo qui ad una
nuova vita di Elena e Faust in Grecia e, nella loro unione, vi è una simbolica unione del mondo
classico-mediterraneo con il mondo nordico-romantico. Mefistofele-Forciade (rappresenta il
mondo cristiano-occidentale) deve creare in Elena il desiderio spontaneo di seguirlo e rifugiarsi
da Faust, per sfuggire alla vendetta di Menelao. Così Mefistofele e Faust appaiono come salvatori.
Elena si avvia verso il castello, ciò vuol dire avviarsi verso un'altra vita e un altro tempo.
Cortile interno del castello: Faust e Elena si avviano alla loro fusione. Faust ha superato il
suo stato d'inquietudine e si presenta in nobile compostezza e sicurezza di sé (ideale greco di
Goethe). Ha compiuto la sua educazione estetica. Il suo spirito nordico ha preso possesso della
sua grecità, di cui se ne arricchisce e non vi si perde, ma grazie allo spirito e non alla grecità,
torna a vivere nuove forme. L'unione di Faust e Elena è l'unione del mondo umano e del mondo
divino. Conducono uno stile di vita libero, secondo natura, fuori dalle convenzioni. Nuovo Faust
è sicuro di sé. Vivono fuori del tempo e nella natura eternamente giovane. Arcadica felicità, ma
Faust non potrà rimanere fermo a lungo.
Bosco ombroso (in Arcadia): il personaggio principale è Euforione, figlio di Faust e Elena.
Del padre ha lo slancio verso l'infinito, il desiderio dell'amore, dell'azione e, della madre ha la
bellezza. Ma in lui non è armonia, titanismo faustiano e classicità non sono in lui fusi in un tutto
equilibrato. Predomina in lui l'elemento dionisiaco. questa sua natura è la causa fatale della sua
morte (si ispira al Byron, quindi muore nella guerra di liberazione della Grecia, cioè volto verso
l'azione, ma fermato dal suo tragico destino). Il suo destino determina quello degli altri, Elena
muore, il coro si disperde e Faust muove verso le ultime esperienze.
Atto Quarto
Alta montagna: perduta Elena, Faust tende alla potenza e all'azione, alla realtà e alla vita.
Come l'amore per Margherita, anche quello per Elena ha avuto fine. Dolorosa anche questa
esperienza, ma più alta. Si chiude un momento della sua esistenza. Egli prende congedo dalla
vita amorosa e, senza rimpianti e con virile decisione, inizia l'ultima esperienza, quella della vita
attiva per sé e per gli altri. Mefistofele pensa alla gloria a vantaggio di chi la consegue. Faust
persa a una grande azione fine a se stessa e Mefistofele non lo comprende. Faust è molto
cambiato, un tempo la natura si identificava con il divino, ora egli vede nella natura un'energia
che l'uomo può domare e rendere proprio strumento l’ esperienza dell'azione e creazione.
"L'azione è tutto, la gloria nulla".
Sui contrafforti: Faust partecipa alla guerra tra imperatore e antimperatore. Con l'aiuto
delle arti magiche di Mefistofele combattono per l'imperatore schiere di spiriti e gli procurano la
vittoria.
Tenda dell'antimperatore: l'imperatore sa benissimo che deve la vittoria alle arti magiche
dei suoi due alleati, ma fa finta di credere che sia merito dei quattro principi e si affretta a
ricompensarli. Faust viene investito del litorale dell'impero. L'imperatore nota che il suo impero è
in declino, ha una forma di governo che crolla e i suoi principi lo derubano e non ha la forza di
reagire. Ma Faust sta per iniziare quell'azione che creerà una nuova forma di vita sociale, un
nuovo stato.
Atto Quinto
Paesaggio aperto: Goethe riprende l'episodio delle Metamorfosi di Ovidio, in cui Giove e
Mercurio percorrono la Frigia e trovano ospitalità presso due coniugi Filemone e Bauci. A
dimostrare la loro gratitudine ne cambiano la modesta casa in tempio e concedono loro la grazia
di poter morire contemporaneamente. Filemone si trasforma in quercia e Bauci in tiglio. In
questo episodio, un viandante naufragato venne salvato dai due. Torna a ringraziarli, ma al loro
posto vi trova un'oasi di pace. Si nota come vi è un presagio di catastrofe, un nuovo mondo
assale l'antico.
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Palazzo: ormai la sua spiaggia è divenuta fiorente. Ma Faust è irritato perché di fronte al
suo mondo creato dal nulla, meccanico, fabbricato e non divenuto, sta quello di Filemone e
Bauci, idillico, sereno, lentamente divenuto. Il desiderio del possesso è più forte di lui, Mefistofele
non capisce le sue inquietudini. Faust chiede a Mefistofele di far cambiare residenza a due
vecchi, ma in cambio ha distruzione e morte. Vengono uccisi e sente che la colpa di ciò ricade su
di lui. Viene colto da senso di colpa e pentimento. Mefistofele ha portato alle estreme
conseguenze il suo desiderio di possesso. E così il titano Faust si fa uomo. Ritrova, ripudiando la
magia, la sua umanità, i limiti della sua umanità e la sua libertà. Ora Faust può morire.
Notte profonda: Faust canta le lodi della vita e si esalta nella bellezza del mondo.
Un'affermazione d'amore verso la vita. Notare quanto sia forte il contrasto con la descrizione
dell'incendio, della distruzione e della morte con lo stato d'animo di Faust. Vi è la sua prima
incertezza interiore. Il senso di colpa, il rimorso, il pentimento. Tuttavia si riprende.
Mezzanotte: la crisi di Faust si sta sviluppando, si sta allontanando dalla magia e lo
conduce ad una reazione di fronte a Mefistofele e alle sue arti magiche perché si accorge che
viene quasi sempre trascinato dove non avrebbe dovuto e voluto arrivare. Sente il desiderio di
essere libero. La sua volontà di uomo si sostituirà al potere della magia. Ma non gli è possibile
tornare com'era prima del patto; lo assale un senso di tragica solitudine. Gli passa davanti la
visione della sua vita, vita di cui non si pente. Il suo progredire interiore e il suo non appagarsi
mai non si è placato e Faust riconferma il superamento del patto con Mefistofele. Le forze
misteriose e demoniache che agiscono sull'individuo e ne turbano l'armonia sono anche fonte di
grandi azioni. Gli uomini che hanno vissuto sotto il dominio della cura sono stati ciechi tutta la
loro vita. Faust che non l'ha conosciuta le si oppone. Sarà ora cieco, ma è cecità solamente
esteriore. Faust ha saputo vincere la cura perché per reazione, dentro brilla una luce. E lo spirito
raddoppia le sue energie e tende all'azione con impeto giovanile. Con un abbandono alla vita
pieno di fiducia e gioioso. Accetta la vita come un inevitabile susseguirsi di bene e di male, nei
loro fatali limiti imposti a ciò che si può desiderare e volere. Di fronte ad esse l'uomo, pur
accettandole, è libero e non cessa mai di guardare lontano, di tendere, di salire, di progredire
nell'alterna vicenda di tormento e felicità. Così la vittoria di Faust sulla cura non sta nel
respingerla o nell'ignorarla, ma nell'accogliere entro di sé questa accettazione della realtà senza
che, spenta la luce degli occhi, si spenga quella dell'anima.
Grande cortile antistante al palazzo: dopo che Faust si è staccato da lui, Mefistofele è
divenuto solo sorvegliante. L'ultimo Streben del vegliardo, creare uno stato dove vi regni e lo
governi una libera cooperazione di uomini liberi, lietamente operosi ; uno stato del XIX secolo
dove l’uomo del XVIII secolo (titanico, egocentrico, estetico) cede di fronte al nuovo uomo.
Quest'ultimo Faust è più completo, più equilibrato e maturo nei suoi rapporti con gli altri
uomini.
Mefistofele è sconfitto perché Faust si è salvato in virtù dello Streben, che annulla in lui l'errore e
lo incita a non fermarsi mai. Mefistofele lo fa morire perché crede di aver vinto il patto. Ma
ancora una volta dimostra di non aver compreso le ultime parole di Faust, che non esprimono,
come lui crede, il desiderio di attaccarsi a qualcosa di terreno, ma nascono da una visione
disinteressata e altruistica.
Sepoltura: Faust è morto. Il dissidio in lui (due anime nel suo petto) e quello simbolico
(contrasto con Mefistofele) è finito. Il suo destino non è più entro i limiti della terra, ma oltre.
Mefistofele non prende sul tragico la sconfitta. Si rassegna e deride la sua sciocchezza.
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Gole montane: progressività del purificarsi e affinarsi, nel volo degli spiriti, un salire verso
l'alto. Gli angeli che portano l'immortale Faust sono i più perfetti. La morte è il primo passo verso
la spiritualità, che si compirà per gradi. Affinché l'ultimo resto della sua doppia natura cada e
svanisca, è necessaria l'azione dell'amore divino e questo si manifesta per tramite di Margherita.
Così si apre all'immortale di Faust la via alle sfere più alte. L'esperienza di Faust non si è
compiuta, ma ne è cominciata una nuova, oltre i limiti della terra. Uno Streben purificato. Faust
aveva raggiunto in terra il grado estremo del progredire, non poteva più andare oltre, la natura gli
deve concedere un'altra forma di esistenza, una forma adatta a quell'implacabile Streben.
Si chiude con il Chorus Mysticus, che sembra dileguarsi verso regioni al di là della terra, dove
l'uomo può elevarsi non con i suoi sensi ma solo con un volo dell'anima.
CASA DI GOETHE
Sulle orme di Goethe a Roma... .
Nelle stanze dove Johann Wolfgang von Goethe soggiornò durante il suo viaggio dal 1786 al 1788
insieme a Johann Heinrich Wilhelm Tischbein e altri artisti tedeschi, è stato inaugurato nel 1997
l'unico museo tedesco all'estero, la Casa di Goethe.
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Una mostra permanente con testi in tedesco, italiano e inglese racconta il viaggio in Italia del
poeta e il suo soggiorno romano. Le mostre temporanee sono spesso dedicate a temi italo-tedeschi
e alla tradizione del viaggio in Italia fino ai nostri giorni.
Eventi e manifestazioni culturali come conferenze, letture e colloqui fanno sì che si ritorna
volentieri nella Casa di Goethe, un luogo quindi di incontro artistico, scientifico e culturale.
Potete prendere appuntamento per accedere alla nostra biblioteca specializzata di consultazione
con numerose prime edizioni delle opere di Goethe e un ricco fondo di letteratura critica.
Un altro pilastro del lavoro museale è il programma della borsa di studio della Casa di Goethe
sponsorizzato dalla DaimlerChrysler che si rivolge ad autori, pubblicisti, scienziati, traduttori ed
artisti. La Casa di Goethe è un'istituzione dell' Associazione Tedesca degli Istituti di Cultura
autonomi ( AsKI e.V.) con sede a Bonn. E' finanziata dall'Incaricato della Repubblica Federale per
la Cultura e i Media. La Casa di Goethe è sede romana della Gesellschaft für deutsche Sprache
e.V. (GfdS). A Malcesine (VR) sul Garda la Casa di Goethe ha curato la nuova mostra
documentaria .
Info: http://www.casadigoethe.it - Via del Corso, 18 (Piazza del Popolo), Roma
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diretta via era smarrita…
DANTE ALIGHIERI
“Questi fue grande letterato quasi in ogni scienza, tutto fosse laico; fue sommo poeta e filosafo, e
rettorico perfetto tanto in dittare, versificare, come in aringa parlare, nobilissimo dicitore, in rima
sommo, col più pulito e bello stile che mai fosse in nostra lingua infino al suo tempo e più
innanzi. Fece in sua giovanezza i·libro de la Vita nova d'amore; e poi quando fue in esilio fece da
XX canzoni morali e d'amore molto eccellenti, e in tra·ll'altre fece tre nobili pistole; l'una mandò al
reggimento di Firenze dogliendosi del suo esilio sanza colpa; l'altra mandò a lo 'mperadore Arrigo
quand'era a l'assedio di Brescia, riprendendolo della sua stanza, quasi profetezzando; la terza a'
cardinali italiani, quand'era la vacazione dopo la morte di papa Chimento, acciò che
s'accordassono a eleggere papa italiano; tutte in latino con alto dittato, e con eccellenti sentenzie e
autoritadi, le quali furono molto commendate da' savi intenditori. E fece la Commedia, ove in pulita rima, e
con grandi e sottili questioni morali, naturali, strolaghe, filosofiche, e teologhe, con belle e nuove figure,
comparazioni, e poetrie, compuose e trattò in cento capitoli, overo canti, dell'essere e istato del ninferno,
purgatorio, e paradiso così altamente come dire se ne possa, sì come per lo detto suo trattato si può
vedere e intendere, chi è di sottile intelletto. Bene si dilettò in quella Commedia di garrire e
sclamare a guisa di poeta, forse in parte più che non si convenia; ma forse il suo esilio gliele fece.
Fece ancora la Monarchia, ove trattò de l'oficio degli 'mperadori. Questo Dante per lo suo savere
fue alquanto presuntuoso e schifo e isdegnoso, e quasi a guisa di filosafo mal grazioso non bene
sapea conversare co' laici; ma per l'altre sue virtudi e scienza e valore di tanto cittadino ne pare
che si convenga di dargli perpetua memoria in questa nostra cronica, con tutto che per le sue
nobili opere lasciateci in iscritture facciano di lui vero testimonio e onorabile fama a la nostra
cittade.”.
(Giovanni Villani, Nuova Cronica, libro X, cap. CXXXVI)
… Or comincia la prima parte della Cantica, overo Comedia, chiamata Inferno, del chiarissimo
poeta Dante Alighieri di Firenze, e di quella prima parte il canto primo. Nel quale l'autore mostra
sé smarrito in una valle e impedito da tre bestie, e come Virgilio, apparitogli, se gli offerse per
duca a trarlo di quel luogo, mostrandogli per qual via…
“ Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura
ché la diritta via era smarrita.
Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!
Tant’è amara che poco è più morte;
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ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.
Io non so ben ridir com’i’ v’intrai,
tant’era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai.
Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,
là dove terminava quella valle
che m’avea di paura il cor compunto,
guardai in alto, e vidi le sue spalle
vestite già de’ raggi del pianeta
che mena dritto altrui per ogne calle.
Allor fu la paura un poco queta
che nel lago del cor m’era durata
la notte ch’i’ passai con tanta pieta.
E come quei che con lena affannata
uscito fuor del pelago a la riva
si volge a l’acqua perigliosa e guata,
così l’animo mio, ch’ancor fuggiva,
si volse a retro a rimirar lo passo
che non lasciò già mai persona viva.
Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso,
ripresi via per la piaggia diserta,
sì che ’l piè fermo sempre era ’l più basso.
Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta,
una lonza leggera e presta molto,
che di pel macolato era coverta;
e non mi si partia dinanzi al volto,
anzi ’mpediva tanto il mio cammino,
ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto.
Temp’era dal principio del mattino,
e ’l sol montava ’n sù con quelle stelle
ch’eran con lui quando l’amor divino
mosse di prima quelle cose belle;
sì ch’a bene sperar m’era cagione
di quella fiera a la gaetta pelle
l’ora del tempo e la dolce stagione;
ma non sì che paura non mi desse
la vista che m’apparve d’un leone.
Questi parea che contra me venisse
con la test’alta e con rabbiosa fame,
sì che parea che l’aere ne tremesse.
Ed una lupa, che di tutte brame
sembiava carca ne la sua magrezza,
e molte genti fé già viver grame,
questa mi porse tanto di gravezza
con la paura ch’uscia di sua vista,
ch’io perdei la speranza de l’altezza.
E qual è quei che volontieri acquista,
e giugne ’l tempo che perder lo face,
che ’n tutt’i suoi pensier piange e s’attrista;
tal mi fece la bestia sanza pace,
che, venendomi ’ncontro, a poco a poco
mi ripigneva là dove ’l sol tace.
Mentre ch’i’ rovinava in basso loco,
dinanzi a li occhi mi si fu offerto
chi per lungo silenzio parea fioco.
Quando vidi costui nel gran diserto,
«Miserere di me», gridai a lui,
«qual che tu sii, od ombra od omo certo!».
Rispuosemi: «Non omo, omo già fui,
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e li parenti miei furon lombardi,
mantoani per patria ambedui.
Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,
e vissi a Roma sotto ’l buono Augusto
nel tempo de li dèi falsi e bugiardi.
Poeta fui, e cantai di quel giusto
figliuol d’Anchise che venne di Troia,
poi che ’l superbo Iliòn fu combusto.
Ma tu perché ritorni a tanta noia?
perch‚ non sali il dilettoso monte
ch’è principio e cagion di tutta gioia?».
«Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte
che spandi di parlar sì largo fiume?»,
rispuos’io lui con vergognosa fronte.
«O de li altri poeti onore e lume
vagliami ’l lungo studio e ’l grande amore
che m’ha fatto cercar lo tuo volume.
Tu se’ lo mio maestro e ’l mio autore;
tu se’ solo colui da cu’ io tolsi
lo bello stilo che m’ha fatto onore.
Vedi la bestia per cu’ io mi volsi:
aiutami da lei, famoso saggio,
ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi».
«A te convien tenere altro viaggio»,
rispuose poi che lagrimar mi vide,
«se vuo’ campar d’esto loco selvaggio:
ché questa bestia, per la qual tu gride,
non lascia altrui passar per la sua via,
ma tanto lo ’mpedisce che l’uccide;
e ha natura sì malvagia e ria,
che mai non empie la bramosa voglia,
e dopo ’l pasto ha più fame che pria.
Molti son li animali a cui s’ammoglia,
e più saranno ancora, infin che ’l veltro
verrà, che la farà morir con doglia.
Questi non ciberà terra né peltro,
ma sapienza, amore e virtute,
e sua nazion sarà tra feltro e feltro.
Di quella umile Italia fia salute
per cui morì la vergine Cammilla,
Eurialo e Turno e Niso di ferute.
Questi la caccerà per ogne villa,
fin che l’avrà rimessa ne lo ’nferno,
là onde ’nvidia prima dipartilla.
Ond’io per lo tuo me’ penso e discerno
che tu mi segui, e io sarò tua guida,
e trarrotti di qui per loco etterno,
ove udirai le disperate strida,
vedrai li antichi spiriti dolenti,
ch’a la seconda morte ciascun grida;
e vederai color che son contenti
nel foco, perché speran di venire
quando che sia a le beate genti.
A le quai poi se tu vorrai salire,
anima fia a ciò più di me degna:
con lei ti lascerò nel mio partire;
ché quello imperador che là sù regna,
perch’i’ fu’ ribellante a la sua legge,
non vuol che ’n sua città per me si vegna.
In tutte parti impera e quivi regge;
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quivi è la sua città e l’alto seggio:
oh felice colui cu’ ivi elegge!».
E io a lui: «Poeta, io ti richeggio
per quello Dio che tu non conoscesti,
acciò ch’io fugga questo male e peggio,
che tu mi meni là dov’or dicesti,
sì ch’io veggia la porta di san Pietro
e color cui tu fai cotanto mesti».
Allor si mosse, e io li tenni dietro.”
Dante Alighieri nasce nel 1265 da una famiglia guelfa di Firenze, di piccola nobiltà. Amico di
Guido Cavalcanti, di cui inizialmente subì l'egemonia culturale, partecipò con lui e con altri poeti
al movimento del Dolce Stil Nuovo. Gran parte delle sue rime giovanili sono dedicate ad una
"Beatrice", che viene tradizionalmente identificata con l'omonima figlia di Folco Portinari, sposata
a Simone de' Bardi, e morta di parto l'8 giugno 1290. Il poeta tra il 1293 e il 1294 rielabora la
storia spirituale del suo amore nella "Vita Nuova", un libriccino mescolato di versi e di prosa.Dopo
questa data Dante comincia a partecipare alla vita politica di Firenze, del cui esercito ha fatto
parte in diverse occasioni (nel giugno 1289 lo troviamo tra i "feditori" a cavallo nella battaglia di
Campaldino contro i ghibellini di Arezzo, nell'agosto dello stesso anno è nell'esercito fiorentino che
tolse ai pisani la fortezza di Caprona). Dante, che aveva trascorso un periodo di studi a Bologna, si
iscrisse alla corporazione dei medici e degli speziali per iniziare la carriera politica (gli
Ordinamenti di Giustizia di Giano della Bella riservavano il governo del comune solo ai cittadini
iscritti a una delle corporazioni d'arti e mestieri).Nel 1300 le sue responsabilità politiche
aumentarono, e Dante divenne uno dei Priori, dedicando la maggior parte delle sue energie
a contrastare i piani del papa Bonifacio VIII. Questi infatti , approfittando del conflitto presente
in Firenze fra i Bianchi, capeggiati dalla consorteria dei Cerchi, e i Neri guidati da quella dei
Donati, cercava di di estendere la sua autorità su tutta la Toscana. Nell'ottobre del 1301 il papa
inviò a Firenze Carlo di Valois, fratello del re di Francia, apparentemente come paciere: ma in
realtà Carlo aveva l'incarico di debellare i Bianchi. Mentre Dante si trovava a Roma come
ambasciatore del comune di Firenze presso il Pontefice, Corso Donati e i neri conquistarono, con
uccisioni e violenze, il potere.Dante fu condannato all'interdizione perpetua dai pubblici uffici, a
una multa e all'esilio per due anni, per furto del denaro pubblico, azioni ostili verso il papa e la
città (non essendosi presentato a discolparsi fu condannato ad essere bruciato vivo se fosse
caduto in mano al Comune). Dal 1302 comincia il periodo dell'esilio, che durerà fino alla morte del
poeta. Iniziò un pellegrinaggio per l'Italia. Prese contatto con Bartolomeo della Scala a Verona e
con i conti Malaspina in Lunigiana, e tra il 1304 e il 1307 compose il Convivio (poi rimasto
interrotto) per acquisire meriti di fronte all'opinione pubblica (per lungo tempo coltivò l'illusione di
poter essere richiamato nella sua città come riconoscimento della sua grandezza culturale).
Appartiene allo stesso periodo il De Vulgari Eloquentia.Col passare degli anni Dante iniziò a
vedere il suo esilio come simbolo del distacco dalla corruzione, dagli odi e dagli egoismi di parte, e
si considerò guida per gli uomini alla riconquista di essa, della verità e della pace. Tale vocazione
ispira la Divina Commedia, cominciata probabilmente dopo il 1307. Nel 1310 il nuovo imperatore
Arrigo VII scese in Italia e Dante, scrisse delle lettere per esortare tutti ad accogliere colui che
poteva riportare alla pace; scrisse inoltre il suo trattato politico più importante, la "Monarchia".
Ma nel 1313 Arrigo morì improvvisamente a Buonconvento presso Siena, e Dante abbandonò ogni
speranza di tornare a Firenze. Negli ultimi anni, fu ospite di Can Grande della Scala a Verona e di
Guido Novello da Polenta a Ravenna. Qui portò a termine l'ultima parte della Commedia, di cui
era già stata pubblicata prima del 1315 la prima cantica, l'Inferno. Lo scrittore muore a Ravenna
nel 1321.
Carmelo Aliberti
Italia
C’era una terra
C'è una terra tra l'Etna e il mare/ un filo di case sull'unghia/ di monti che s'avventano
scheggiati/sulla lastra del cielo
Le mura sbarrano/ umide ciglia sulla strada/ Bobby sulla sabbia acciambellato/nel sonno
abbaia il suo dolore/ per l'esilio del padrone-schiavo
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Il Canonico sul trapezio del bastone/ nell'astuccio di stoffa militare/ addita ai passanti le ferite/
della guerra che non vogliono guarire/ ogni giorno sul corso fuma il tempo/ in un ruvido fornello
d'ironia
II
Nel bar si gioca a carte si discute/ del salario dell'anemico lavoro/ si contano i giorni
necessari/ per la mutua gli assegni familiari/ si spera nel cantiere forestale/ per la dote dei figli
per la casa/ per le cambiali del televisore
Nei petti tatuati dalle pene/ don Santo tenace giocatore/ rinserra la speranza della vincita/ per
felpare sorsate di miseria/ - Fate come me tentate la schedina/ pregate i trapassati/ che vi
dettino nel sogno la cinquina/ in questo paese lazzarone/ non c'è altro rimedio salutare –
III
Fuori il vento torce il noce depilato/ slitta sui cristalli impomatati/ tu ingolfato nella sedia/
uomo - rana con la lama dentro i denti/ varchi la palude tra mandibole/ spianate di caimani/ in
agguato nei gomitoli di nebbia/ sciamata da cannoni di cartone/ puntati su cuoi parassiti
Se guardi dietro i vetri innaffiati/ oltre i cespugli del pantano/larve agonizzano spettrali/ che
contendono ai topi/ cartocci arrugginiti di escrementi/ se apri le braccia balza al cuor/ Valle del
Belice dove/ i congiunti sotto le rovine/ chiamano un popolo che attende/ col tufo sul viso ancora
l'alba
IV
Ora ruoti/ attorno alla bilancia dell'ingiusto/ cerchi Cerbero nello specchio trovi/ il barista
gigante con gli occhiali/ il caffè singhiozza nella tazza/ ti tuffi nel pozzo delle tasche/ sei della
razza che vive l'ergastolo/ con poche lire libero/ di spaccarti l'unghia pneumatica/ sulle azzurre
pareti della cella/ se hai il coraggio di resistere o partire
V
Anche tuo padre partigiano/ stritolato dal neo - cannibalismo - capitale/ partì per nuove
guerre uomo-rana
Ora che la guerriglia crepita/ attorno alla catena di montaggio/ c'è chi dice che egli è già
tornato
VI
Nella pupilla del televisore/ Mike accartoccia ansie preziose/ su obiettivi di cronaca e denaro/
nella giungla nel deserto il mitra brucia
Dal sottosuolo dell'esistenza tu coi versi ancora incidi/ negative nel rotocalco della vita/ e
attendi/ il boato di una nuova libertà.
Carmelo Aliberti (Bafia di Castroreale –Messina-). Insegna materie letterarie e latino nel Liceo
scientifico di Barcellona P.G. . Collabora a diversi giornali e riviste con articoli di critica letteraria ;
numerosi i premi letterari vinti, è stato insignito del titolo di Benemerito della scuola, della cultura
e dell'arte da parte del Presidente della Repubblica. Ha pubblicato numerosi volumi di poesia,
ricordiamo: Una spirale d'amore (1967); Una topografia (1968); Il giusto senso (1970); C'è una
terra (1972); Teorema di poesia (1974); Il limbo e la vertigine (1980); Caro dolce poeta (1981; '91 poemetto); Aiamotomea (1986); Nei luoghi del tempo (1987); Suavis filia dulcissima (1998); Le tue
soavi sillabe (1999).
Pensare a Kakania
Mario Pancera
Voi leggete queste righe e forse qualcuno vi controlla nel computer. Non è invenzione, è
scritto sui mass media: perciò si cerca di comperare giornali e giornalisti. È una guerra
contro la libertà. Come durante il fascismo
Quando si pensa si fa un atto importante, fondamentale. Per questo, chi aspira al potere cerca in
tutti i modi di non farci pensare. Non parlo di filosofia: parlo della nostra libertà. La libertà di tutti
i giorni, di noi che stiamo leggendo queste righe. Se non pensiamo, siamo sudditi. Voi leggete e il
vostro computer è sotto controllo, voi telefonate e la vostra conversazione viene registrata,
fate un clic per cambiare sito e qualcuno sa dove vi state spostando e cosa state leggendo.
In città siete seguiti da telecamere sui marciapiedi, nelle strade (visi, movimenti, targhe), su
autobus e tram. Degli abbonati ai trasporti pubblici (anziani, studenti, lavoratori) si sa tutto, i loro
documenti elettronici indicano infatti dove e quando salgono, dove e quando scendono, con nome,
cognome, indirizzo, tutti i possibili dati anagrafici. I capi della «sicurezza» delle aziende dei
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trasporti comunali sanno tutto: la vostra libertà è nelle loro mani. Lo stesso avviene perfino a chi
ha le tessere-sconto dei supermercati: qui si sa tutto della composizione della vostra famiglia, dei
consumi, delle scelte, di quando, dove e cosa comperate, quanto potete spendere, se avete soldi in
banca o no, e così via. E di chi sono i supermercati? Anche di società oggi citate per controlli
illegali. Non meravigliatevi, è così. Per questo dovete stare svegli. Non entrate nel brago dei
reality, non fatevi addormentare da «Ballando ballando» o da «C’è posta per te». C’è anche il
tempo del divertimento, evidentemente, ma se passa un pifferaio magico turatevi le
orecchie.
Insieme con i pifferai passano politici mafiosi, ministri di sconcertante volgarità, scambi di voti, di
denaro, di contumelie: i problemi del paese sembrano risolversi solo con i ricatti. Ci sono anche
problemi seri e molto seri, ovviamente, sul piano interno e internazionale lo sappiamo bene; vanno
tenuti presenti in ogni momento. Ma l’argomento spionaggio pubblico è sottovalutato, va e viene
come un torrente carsico. È per questo che occorre parlarne. Mentre voi dormite Kinglax lavora: il
nuovo fascismo è come la vecchia pubblicità di un lassativo. Grandi imprese schedano di nascosto
i loro lavoratori, tengono archivi su politici, sindacalisti, giornalisti, religiosi; non si peritano di
fare indagini illegali sui dipendenti (il presidente di una società di calcio faceva addirittura
pedinare i suoi giocatori); assumono hacker per introdursi nei computer altrui e rubare
informazioni o distruggerle, senza lasciare tracce. Vengono comperati giornalisti per divulgare
notizie false.
Mi sembrano segni gravissimi per una società civile perché rafforzano la diffidenza a tutti i livelli,
e la diffidenza non è un elemento di unità e di pace, ma di disgregazione. A poco a poco, un
tassello dopo l’altro, c’è chi sa o può sapere (anche lui con un semplice clic) che cosa fate, come vi
comportate, chi siete, se siete affidabile per un certo incarico oppure no, chi incontrate quando
come e dove, chi sono i vostri amici, i semplici conoscenti, coloro che sono in contatto con voi per
affari, lavoro, famiglia e così via. Chi si muove tranquillo, a questo punto, sono proprio coloro che
i mass media chiamano «le spie», quelli che ci truccano la vita. Sembra il paese di Kakania
descritto da Musil, un regio impero allo sbando, ma con gli individui sotto controllo in cui «ogni
cittadino è uguale davanti alla legge, ma non tutti rientrano nella categoria di cittadino». Se
questo articolo fosse stato scritto qualche settimana fa, molti avrebbero pensato a un testo di
fantascienza esemplato sul classico Orwell. Invece, è scritto adesso, e non si può far finta di
niente, di non aver letto i giornali, né ascoltato la radio e la tv: milioni di ore di registrazioni,
decine di migliaia (e forse più, lasciate dubitare un giornalista) di persone spiate. Il bersaglio? Il
denaro, da cui discendono tutti i poteri. È la rete prevista e già tentata negli anni Sessanta dalla
massoneria deviata, esponenti ed eredi della quale si trovano ai vertici della finanza,
dell’economia, della politica, nei giornali e perfino in Parlamento. Compaiono quasi tutti i giorni in
video.Niente di nuovo, nemmeno il fatto che gli italiani si siano dimenticati di queste attività
illecite, deviazioni, maneggi, morti strane, rapimenti, informazioni segrete vendute e comperate a
peso d’oro per garantirsi la propria sicurezza in cambio della vostra libertà. Eppure erano state
svelate ampiamente dalla magistratura e riportate da tutti i giornali. Ma ecco il punto: è scritto su
tutti i giornali, è ripetuto dalle tv, ma chi pensa che «è» tutto vero?Chi ci crede? Un esempio per
tutti nella seconda ondata delle notizie uscite sui giornali, questo titolo in prima pagina del
quotidiano «Il Messaggero» di Roma del 25 settembre: «Pizzetti, garante della privacy: in Telecom
illegalità spaventosa». Più chiaro di così. E per soprammercato milioni di pagine di giornali dal
«Corriere» all’«Osservatore romano», dalla «Repubblica» alla «Stampa», a conferma delle
intercettazioni illegali, dei protagonisti, delle vittime.Tutti noi siamo le vittime di queste rapine
della libertà individuale e sociale. Siamo distratti, chi si ferma a riflettere sul come, sul perché, sul
chi? Presi dalla quotidianità, dalle sue gioie e dalle sue preoccupazioni, i cittadini smettono di
reagire. Le notizie arrivano e scompaiono dai giornali e dalla memoria quasi contemporaneamente,
sopraffatte da miriadi di altre notizie d’ogni colore spesso gonfiate e rigonfiate ad arte. Questa
cancellazione è un’inferriata della nostra schiavitù: se non pensiamo, siamo liberi di essere
schiavi.
Consigliamo vivamente ai lettori Il dialogo
periodico di cultura, politica, dialogo interreligioso. Direttore Giovanni Sarubbi http://www.ildialogo.org
Gianni Sapere
Italia
Amarti…
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Rincorro parole e segni
che non mi dai
mentre ascolto la risacca
e mi infrango in questo
cielo di nuvole e stelle.
Il posto delle fragole
Sorrisi taglienti come lame
attraversano l’aria esausta
questa notte, mentre scappi
con la coda tra le
gambe e il capo chino.
Immaginavo un cuore puro
che non chiedeva più
di quanto dava.
Credevo negli sguardi e nelle
promesse bagnate da lacrime e passione.
Attraversavo il posto delle fragole
con la fiducia che si da al proprio respiro,
ma non capivo quanto tu
l’avessi reso lurido.
Vedevo la scintilla nei tuoi occhi
generatrice di fulmini,
un raggio di luce che
si proiettava nel cielo,
ma quella stessa scintilla ha incendiato
la tua anima-DISCARICA
e tutto il fumo che avvolge
il tuo sguardo spento,
ha ora la puzza della tua
misera vita-MENZOGNA.
Alla finestra...
In questo
scorcio d'inverno,
silenzioso,
osservo
il lento fluire
del tempo...
Bruno Baldo
Italia
Tutto per Angela
Eccoti diecimila euro, prendili ! Te li avrei comunque lasciati dopo la mia morte: a me non
servono, sono ormai molto vecchia e mi sento felice al pensiero che possano servire a qualcosa.
- Grazie nonna - rispose Paolo - questo gesto mi fa salire all'ultimo cielo perché servirà a fare del
bene e soprattutto mi permetterà di rivedere al più presto Angela.
L'idea di chiedere i soldi alla nonna Caterina si rilevò ottima : ero sicuro che non si sarebbe tirata
indietro in nome dell'amore perché Angela era una ragazza seria e dolcissima.Dovevo ringraziare il
temporale di qualche sera fa : fu proprio durante quelle saette che mi venne il lampo di genio.
Quella sera i tuoni del fortunale mi spaccavano le orecchie, chiusi le finestre ma il cielo, che
s'illuminava di lampi, riaccendeva in me quei morsi di solitudine: la mia cara Angela non c'era,
stava a Milano e difficilmente sarebbe venuta a Salerno per le vacanze estive.La pioggia scendeva
sempre minacciosa, sembrava volesse entrare attraverso i vetri; ci facevo caso e quel tintinnio mi
faceva diventare aggressivo.Quando c'era lei , non mi accorgevo nemmeno di una giornata di
pioggia, per me con lei mi sembrava di vedere sempre il sole.
Giorni fa, Angela mi aveva mandato un sms dicendo che il fratellino stava per diventare sordo e
servivano soldi per l'operazione, di conseguenza le spese per le vacanze erano state le prime ad
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essere tagliate. Sapere di non poterla rivedere per me era un tormento continuo : rinunciare al
suo sorriso , che era come uno sciame di petali colorati, era annegare in un vuoto senza fine.
Quella sera , tra lampi e tuoni, rigiravo tra le mie mani lo stupendo portachiavi che lei mi aveva
regalato prima di partire ; chiudevo gli occhi e per un momento risentivo nelle narici il suo
profumo delicato.Non era un profumo sintetico ma un odore naturale: unafragranza che mi
catturava il cuore e mi scuoteva l'anima.
Le chiavi ad un tratto mi caddero sul pavimento ed improvvisamente ebbi un lampo di idea:
andare a Milano a luglio ed offrire ad Angela un mio modesto contributo per l'operazione del
fratello.Io studiavo medicina,ero agli ultimi anni e non guadagnavo ancora niente, ma mia nonna ,
una vecchietta vicino alla novantina, poteva aiutarmi. Tutto andò secondo il programma ed Angela
rimase senza parole alle notizie che mi affrettai ad inviarle, lei per la prima volta aveva capito fino
a che punto poteva arrivare il mio amore. Mancavano ormai pochi giorni alla partenza , la sera
prima mi sdraiai sul letto e ad occhi chiusi cominciai ad immaginare : il treno fischiava e i
paesaggi cambiavano continuamente al suo attraversare, ma dovunque scorgevo il suo sorriso e
raccoglievo i rossi boccioli per infiorare l'ebbrezza dei miei sogni.Lei mi sembrava così vicina e
m'inondava d'amore come la luna piena avvolge tutta la notte , sentivo i suoi baci come una
pioggia di petali di rose e mi accorgevo di amarla davvero tanto.Il treno si avvicinava a Milano e lei
era come l'alba che s'affacciava ai miei occhi per rendere i miei desideri immortali.
Dio mio …quanto l'amavo !!!
Crizia
Diego Fusaro
Nato ad Atene all’incirca verso il 460 da nobilissima famiglia (era cugino della madre di Platone),
Crizia fu un elemento di spicco nella rivoluzione oligarchica che, dopo la vittoria spartana nella
battaglia navale di Egospotami (405 a.C.) - battaglia che segnò la disfatta decisiva per Atene nella
Guerra del Peloponneso – soppresse per qualche tempo la democrazia ad Atene. Egli fu uno dei
Trenta Tiranni e, più di altri, fu responsabile del clima di terrore (testimoniato dal meteco Lisia
nella sua Contro Eratostene) che si instaurò ad Atene sotto il loro regime autoritario, nonché delle
atrocità da quelli perpetrate a danno di chiunque si fosse opposto al loro regime. Morì nel 403
a.C., combattendo a Munichia contro i democratici capeggiati da Trasibulo, restauratore della
democrazia in Atene. E’ quasi certamente da ascrivere alla sinistra fama che Crizia si guadagnò
col suo operato politico l’oblio in cui cadde la sua ricca produzione letteraria e filosofica, che
comprendeva tragedie, elegie e trattati in prosa. Dei suoi drammi conosciamo solamente quattro
titoli (Temnes, Radamanto, Piritoo, Sisifo), dei quali i primi tre erroneamente attribuiti ad Euripide,
mentre il quarto era un dramma satiresco. Dai frammenti superstiti, è possibile ricavare idee molo
sommarie solo sul contenuto del Piritoo e di Sisifo: il primo trattava della discesa all’Ade di Piritoo
e di Teseo per riportare alla luce Persefone, colà trattenuta da Ade stesso. Nel secondo, invece, che trattava le vicende del mitico Sisifo, condannato ad un’eterna ed inutile fatica – è celeberrimo
il passo in cui Crizia (il quale fu esponente di spicco della Sofistica schierata "a destra", ovvero in
senso decisamente aristocratico e antipopolare) ipotizza che la credenza negli dei sia stata opera
di un astuto individuo che, con la paura dell’occulto, volle caricare di sacro timore il diritto e la
legge, affinché gli uomini venissero dissuasi dal commettere ingiustizie e crimini. Tale teoria
dev’essere considerata come la punta più avanzata dell’insegnamento sofistico: in essa coesistono
l’idea del carattere convenzionale che presiedette alla nascita della legge e del diritto, e quella della
civiltà come prodotto dell’intervento diretto dell’uomo, che con l’invenzione degli dei "che tutto
vedono", anche il delitto concepito nel silenzio, è riuscito a superare il tempo in cui la vita umana
era senza legge e a regolare la vita era la violenza, cosicché i malvagi non ricevevano punizione
alcuna, i buoni non erano in alcun modo premiati. Infatti, come si noterà nella Repubblica
platonica con il mito dell’anello di Gige, ci tratteniamo dal commettere azioni ingiuste
esclusivamente perché temiamo di essere scoperti e, dunque, puniti: se solo avessimo la garanzia
dell’impunità (garanzia che ha Gige, in possesso di un anello che lo rende invisibile), non
esiteremmo minimamente a commettere ingiustizia. Proprio in ciò risiede la scaltrezza
dell’inventore degli dei di cui parla Crizia: in ogni singolo momento della nostra vita siamo
osservati dagli dei, cosicché, per evitare di essere punti, dobbiamo comportarci in conformità delle
leggi. Se è vero che agiamo giustamente finchè siamo osservati da un’autorità in grado di punirci,
allora basterà ipotizzare un’autorità in grado di osservarci ininterrottamente per garantire una
condotta irreprensibile: questo è lo scopo per cui sono stati escogitati gli dei, come autorità che ci
tengono gli occhi addosso di continuo. Quella di Crizia sull’invenzione degli dèi è una teoria
famosa, ripresa di tanto in tanto nei secoli seguenti (ad esempio da alcuni illuministi del
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Settecento). Secondo la testimonianza di Sesto Empirico – che ci ha tramandato il frammento -,
Crizia avrebbe esposto nel dramma satiresco Sisifo la sua concezione sull’origine della religione:
egli sostiene – come accennavamo - che la religione è un prodotto assolutamente artificiale
dell’uomo; la stessa cosa Prodico sostiene a proposito della legge. Opposta è invece la concezione
che i due filosofi hanno della natura umana: per Prodico fondata sull’uguaglianza, per Crizia su
uno stato permanente di guerra di tutti contro tutti (l’hobbesiano bellum omnium contra omnes),
che troverà espressione nella celebre formula homo homini lupus, usata da Plauto (Asinaria, v.
495) e ripresa nel XVII secolo dal filosofo inglese Thomas Hobbes. La legge – secondo Crizia – si
fonda sulla forza, unico strumento per garantire la giustizia. Ma lo stato basato esclusivamente
sulla propria capacità repressiva non può esercitare un controllo efficace e continuo su tutti gli
uomini (la forza repressiva è di gran lunga meno idonea a garantire l’ordine che non la capacità
persuasiva dei discorsi!). Per questo, secondo Crizia, fu necessario "inventare" la religione, come
strumento per garantire l’ordine e la legalità. Crizia, quindi, dimostra di essere stato un attento
studioso dei risvolti psicologici della natura umana. Riportiamo qui il brano, contenuto nel Contro
i matematici (IX, 54) di Sesto Empirico:
"Tempo ci fu, quando disordinata era la vita degli uomini, e ferina, e strumento di violenza, quando
premio alcuno non c’era pei buoni, né alcun castigo ai malvagi. In seguito, parmi che gli uomini leggi
punitive sancissero, sí che fosse Giustizia assoluta signora <egualmente di tutti> e avesse ad
ancella la Forza; ed era punito chiunque peccasse. Ma poi, giacché le leggi distoglievan bensí gli
uomini dal compiere aperte violenze, ma di nascosto le compivano, allora, suppongo, <dapprima> un
qualche uomo ingegnoso e saggio di mente inventò per gli uomini il timor <degli dèi>, sí che uno
spauracchio ci fosse ai malvagi anche per ciò che di nascosto facessero o dicessero o pensassero.
Laonde introdusse la divinità sotto forma di Genio, fiorente di vita imperitura, che con la mente ode e
vede, e con somma perspicacia sorveglia le azioni umane, mostrando divina natura; il quale Genio
udirà tutto quanto si dice tra gli uomini e potrà vedere tutto quanto da essi si compie. E se anche tu
mediti qualche male in silenzio, ciò non sfuggirà agli dèi; ché troppa è la loro perspicacia. Facendo di
questi discorsi, divulgava il piú gradito degli insegnamenti, avvolgendo la verità in un finto racconto.
E affermava gli dèi abitare colà, dove ponendoli, sapeva di colpire massimamente gli uomini, là
donde sapeva che vengono gli spaventi ai mortali e le consolazioni alla loro misera vita: dalla sfera
celeste, dove vedeva esserci lampi, e orrendi rombi di tuoni, e lo stellato corpo del cielo, opera
mirabilmente varia del sapiente artefice, il Tempo; là donde s’avanza fulgida la massa rovente del
Sole, donde l’umida pioggia sovra la Terra scende. Tali spaventi egli agitò dinanzi agli occhi degli
uomini, e servendosi di essi, costruí con la parola, da artista, la divinità, ponendola in un luogo a lei
adatto; e spense cosí l’illegalità con le leggi. [...] Per tal via dunque io penso che in principio qualcuno
inducesse i mortali a credere che vi sia una stirpe di dèi".
Esponente d’eccezione della sofistica schierata "a destra" e di un’oligarchia non più
nostalgicamente ancorata ai valori religiosi del passato, bensì spregiudicatamente interessata a
una visione totalmente mondana del potere e della forza, Crizia fu fermamente convinto della
superiorità naturale dell’aristocrazia, per la quale non possono esistere scrupoli morali d’alcun
tipo. La religione e la legge esistono dunque per convenzione , non per natura. Pur disponendo di
scarse informazioni in merito, possiamo dire che anche nelle elegie – di cui ci restano scarsissimi
frammenti – è presente una fortissima connotazione ideologica di marca aristocratica, che
accomuna i versi di Crizia a quelli dell’antico Teognide di Megara. Impronta altrettanto marcata
avevano le Costituzioni, un’opera mista di poesia e prosa che trattava di Atene, della Tessaglia e di
Sparta (quest’ultima esaltata più d’ogni altra, in virtù dei suoi ordinamenti oligarchici): la famosa
Costituzione degli Ateniesi (risalente ai primi anni della Guerra del Peloponneso), a noi pervenuta
nel corpus delle opere di Senofonte, deve essere attribuita a Crizia, come hanno osservato Boeckh
e Canfora; nell’opuscolo, viene lucidamente analizzato, da un’angolazione reazionaria, l’assetto
istituzionale e sociale in Atene, di cui si riconosce la profonda coerenza e funzionalità in ordine
allo scopo che esso si prefigge: assicurare l’egemonia del popolo ai danni dell’aristocrazia. Che lo
scritto debba essere attribuito a Crizia (e non a Senofonte o ad Alcibiade o a Tucidide di Melesia,
come vuole la tradizione) è del resto avvalorato dal fatto che esso abbia struttura dialogica: in
esso, i giudizi e le considerazioni dell’esponente della destra radicale vengono stimolati man mano
dalle larvate obiezioni di un secondo interlocutore (la cui presenza è stata erroneamente
cancellata dalla tradizione manoscritta); identificandosi nell’esponente della destra radicale, Crizia
avrebbe utilizzato gli schemi dialettici tipici del suo maestro Socrate. L’opera si risolve in
un’analisi serrata e lucida del regime democratico ateniese, del quale sono messi in evidenza
quelli che Crizia ritiene elementi negativi (la mancanza di scrupoli morali nei governanti, la loro
ignoranza, la venalità dei giudici, la libertà di parola concessa anche ai meteci e agli schiavi); in
questa spietata e feroce valutazione della democrazia ateniese dell’età periclea, Crizia si attesta su
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posizioni di netta insofferenza per il popolo, inteso come una massa di inferiori che una città
saggiamente governata (ovvero retta da un regime aristocratico) non dovrebbe neppure ammettere
alle assemblee, ma anzi dovrebbe tenere in schiavitù. La contrapposizione di natura tra
aristocratici e plebei è insanabile: il popolo, in quanto rozzo e ignorante, è inadatto a governare.
Nella seconda parte dell’opera, però, alla marcata insofferenza verso il regime democratico, si
sostituiscono positive considerazioni sulla necessità dello sviluppo della talassocrazia ad Atene e
sulla validità della gestione economica della città: il che dimostra l’ottima preparazione tecnica e
politica di Crizia, che sul finale dell’opera constata in maniera rassegnata l’impossibilità che ad
Atene l’attuale situazione possa mutare. Resta sconosciuto, invece, l’argomento degli Aforismi e
delle Conversazioni.
Dylan Thomas
Swansea, Galles, 1914 – New York 1953
Nel principio
Nel principio era la stella a tre punte,
L'unico sorriso di luce attraverso il volto vuoto;
L'unico ramo di osso attraverso le radici dell'aria,
La sostanza biforcata che immidollò il primo sole;
E, cifre ardenti nella sfera dello spazio,
Si confusero paradiso e inferno mentre ruotarono.
Nel principio era la segnatura esangue,
Di tre sillabe e stellata come il sorriso;
E dopo vennero le impronte sull'acqua,
Marchio del volto scolpito nella luna;
Il sangue che lambì la croce e il calice
Lambì la prima nube e lasciò un presagio.
Nel principio era il fuoco in ascensione
Che accese i climi in una scintilla,
Scintilla di tre occhi vermigli, smussata come un fiore;
La vita sorse e sgorgò dai mari turbinanti,
Esplosa nelle radici, estratta dalla terra e dalla roccia
Petrolio segreto che spinge l'erba.
Nel principio era la parola, la parola
Che dai fondamenti solidi della luce
Astrasse tutte le lettere del vuoto;
E dalle basi nuvolose del respiro
La parola straripò, traducendo al cuore
I primi caratteri della nascita e della morte.
Nel principio era la mente segreta.
La mente fu imprigionata e congiunta al pensiero
Prima che la pece si biforcasse a un sole;
Prima che le vene tremassero nel loro setaccio,
Il sangue si rovesciò e si sparse ai venti di luce
L'ossatura iniziale dell'amore.
[da Collected Poems 1934-1952]
In the beginning
In the beginning was the three-pointed star,
One smile of light across the empty face;
One bough of bone across the rooting air,
The substance forked that marrowed the first sun;
And, burning ciphers on the round of space,
Heaven and hell mixed as they spun.
In the beginning was the pale signature,
Three-syllabled and starry as the smile;
And after came the imprints on the water,
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Stamp of the minted face upon the moon;
The bood taht touched the crosstree and the grail
Touched the first cloud and left a sign.
In the beginning was the mounting fire
That set alight the weathers from a spark,
A three-eyed, red-eyed spark, blunt as a flower;
Life rose and spouted from the rolling seas,
Burst in the roots, pumped from the earth and rock
The secret oils that drive the grass.
In the beginning was the word, the word
That from the solid bases of the light
Abstracted all the letters of the void;
And from the cloudy bases of the breath
The word flowed up, translating to the heart
First characters of birth and death.
In the begonning was the secret brain,
The brain was celled and soldered in the thought
Before the pitch was froking toa sun;
before the veins were shaking in their sieve,
Blood shot and scattered to the winds of light
The ribbed original of love.
Franco Pastore
Italia
Furia d’amore
Il Varese era più frequentato del solito, clienti occasionali, che non avevo mai visto, entravano ed
uscivano con l'aria distratta di chi cerca di dimenticare i problemi quotidiani, gironzolando da un
bar all'altro, alla ricerca di niente, La serata era calda, ma non eccessivamente, del resto
indossavo i miei pantaloncini bianchi e la maglietta in stile caprese, che mettevano in risalto il
mio fisico asciutto e muscoloso. Matteo, il ricciolino dei Barbuti, come gli amici lo chiamavano,
sonnecchiava nella sua poltroncina, forse sognando la sua Rosemary e Livio, il bello di via Arce,
con uno dei suoi completini da mercato rionale, discuteva animatamente con Flavio, il saracino di
via Tasso. Giovanni, invece, ribattezzato il morto che parla, se ne stava in disparte, russando col
bastone tra le mani. Erano circa le ventidue ed il traffico era più sostenuto che mai, del resto
accadeva ogni sabato sera, quando arrivava gente dalla provincia ed le uniche due vie di accesso
alla città si intasavano. Ad un tratto, il "ricciolino" spalancò gli occhi e, poggiandosi ai braccioli
della sedia, si sporse in avanti, guardando verso una cabriolet rossa, targata Firenze, e guidata da
una bruna stupenda, una di quelle che solleticano le fantasie erotiche di noi maschietti, quando
l'incontro con l'altro sesso costituisce ancora una necessità primaria. Il nostro sguardo si diresse
automaticamente in quella direzione e la ragazza per un breve attimo mi guardò, mi strizzò
l'occhio ed avanzò di un passo, per fermarsi, subito dopo, dietro una fiesta blu notte. Mi alzai
dalla sedia e ricambiai l'occhietto, sperando in un miracolo. Girò leggermente il capo e con uno
splendido sorriso mi fece cenno di salire in macchina, mentre gli amici mi fecero il coro. Mi
tremavano le gambe, ma tutto il resto si era allertato e proiettato verso conclusioni piccanti e
fantasiose. Mi sembrava un sogno: ero lì, affianco a lei, e tutto mi sembrava più bello.
Procedevamo verso piazza della concordia, tra i palazzi ed il lungomare affollato, il suo profumo
m'inebriava, nel mentre che la guardavo guidare.
Il viso era splendido ed i capelli, di un nero morbido, le cadevano sui seni ben fatti e
generosamente scoperti.
Una minigonna color fucsia ovvriva al mio sguardo turbato due gambe da favola, lunghissime,
affusolate ed abbronzate. Pur desiderandola, non osavo toccarla. Fu lei a rompere gli indugi e,
senza guardarmi, incominciò a carezzarmi la coscia sinistra.
Tolse un attimo la mano, per armeggiare col cambio, poi tornò a carezzarmi, con gesti lenti e
misurati, come a valutare la qualità della scelta. All'altezza di piazza della Concordia, accostò un
attimo e mi chiese di passare alla guida, ubbidii. Ripartimmo in direzione Mercatello, con Paola,
così credo si chiamasse, tutta protesa verso di me. Con le dita abili, mi aprì la cintura e la patta
dei pantaloni, dando inizio ad una pazza danza di carezze e mugolii, che mi travolsero in un
vortice infernale di piacere. Il mare era una favola e la luna gli conferiva un pizzico di magia.
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Cercai disperatamente un posto dove potermi fermare, per un incontro ravvicinato del primo tipo,
ma il traffico procedeva lentamente e la zona industriale era più avanti. Ad un tratto, una
folgorazione, vidi il parcheggio aperto della casa del vetro, misi la freccia e via, fino in fondo, oltre la
siepe di oleandri. Ebbi appena il tempo di spegnere il motore, che il sedile si ribaltò ed io caddi all'indietro,
senza che potessi dire o fare nulla. Paola era già a cavalcioni su di me, del resto, poco prima avevo visto le
sue mutandine nel portaoggetti del cruscotto. Mancava poco alle undici ed io ero imprigionato sotto quella
bellissima fanciulla, che già si muoveva ritmicamente facendomi impazzire. Ero in estasi. Le sue
labbra carnose mi succhiavano il collo e, di tanto in tanto, mi mordeva fino a farmi male, ma non
mi importava, ero completamente in suo potere.
Stavo per raggiungere un nuovo orgasmo ed io ero li, ad occhi chiusi, godendomi quel momento
attimo per attimo, quando uno schiaffo in pieno viso mi spinse violentemente la testa verso il
finestrino. Aprii gli occhi, annichilito e sbalordito, cercando di capire cosa stesse succedendo,
quando un secondo schiaffo mi spinse la testa dall'altra parte. Sentii in bocca il sapore del mio
sangue. Guardai stralunato la mia bambola e la vidi in pieno orgasmo, mentre con le unghie
cercava di perforarmi le braccia, poco più su dei gomiti. Stavo per dire qualcosa, quando la sua
lingua invase la mia bocca, togliendomi, con l'aria, il respiro. Allungai il braccio sinistro verso il
gancio di apertura dello sportello e riuscii a tirare, ma la mia partner subito lo artigliò
richiudendolo, mente un pugno tremendo sullo sterno bloccò ogni mia reazione. Certo, la sorpresa
mi aveva disorientato, ma occorreva che trovassi rapidamente una strategia che mi togliesse da
quella situazione. Improvvisamente un'idea mi folgorò : la guardai intensamente e le sussurrai: Ora, il gioco cambia, piccola mia! - La spinsi sull'altro sedile e mi mossi, come si volessi ribaltare
la situazione. La finzione risultò efficace e mentre, stravolta, gridava:- Si, si…
prendimi...straziami…fammi male! -, saltai fuori dalla macchina e scappai. Correvo sul
marciapiedi verso Salerno, quando sentii il rombo del suo motore alle mie spalle, mi raggiunse e
grido:
- Fermati, figlio di puttana! Non mi lasciare così! Fermati!...- Ovviamente, non mi fermai e cercai
una via di scampo. Quando vidi aperto il bar dell'Agip, incominciai a respirare ed entrai senza
fiato, aggrappandomi al bancone. Il cameriere mi guardò preoccupato: la camicia era a brandelli,
la cerniera dei pantaloni ancora aperta ed avevo graffi e morsi dappertutto.
- Dammi dell'acqua! - chiesi al barista che mi fissava sbigottito. Bevvi rapidamente e mi accasciai
sfinito ai piedi del bancone, mentre la virago girava intorno alla pensilina delle pompe,
strombazzando ed imballando il motore. L'arrivo improvviso di una pantera fece si che la dolce
Paola scappasse via. Vidi scomparire i fanalini della sua auto e cominciai a riprendermi, mi tirai
su e mi diressi verso la toilette. Furono i poliziotto ad accompagnarmi in Via Verzieri, dove era la
mia casa, un bell'appartamento all'ultimo piano, subito dopo il cinema Apollo. Mi chiusi dentro a
chiave e dormii fino alle dodici del giorno dopo, una splendida domenica di sole, con un'arietta
che veniva dal mare, niente male. Squillò il telefono e sobbalzai, era Giovanni che voleva notizie
della mia avventura: Che splendida donna!- esclamai, poi abbassai la cornetta, senza riuscire a
dire più una sola parola. Il mare, in lontananza, era un tavola, i gabbiani disegnavano l'azzurro
del cielo con i loro voli e tutto sembrava immenso, come l'animo umano, ma non altrettanto
misterioso ed imperscrutabile.
Mary Bertino
Italia
Profumo di mare
Respiro il profumo del mare
e la salsedine
spruzza il mio viso.
Ascolto il canto delle sirene
e sogno in punta di piedi
come l’edera sogna
sul muro scrostato
di un vecchio casolare.
Nascondo nell’ombra
la lenta agonia
del mio vivere
ai margini dell’attesa,
nascondendo il mio cuore
in un labirinto di rughe.
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Non cerco acque cristalline
per ristorare l’arsura,
ne felci per riposare i miei piedi.
Solo l’odore del mare
e l’ultimo grido di gabbiano.
Si dipanano le mie strade
e si alzano furiose
le onde del mio mare
ma la calma che aspetto
rotola lontano
in una certezza
che non arriva mai…
Hermann Hesse
Calw sulla Nagold, Württemberg, 1877 - Lugano 1962
Profumo d’ autunno
Un'altra estate ci lascia, sollecita
muore in un tardo temporale,
scroscia la pioggia paziente, negli umidi
boschi c'è un odore angoscioso e amaro.
Nel suo pallore intirizzisce il colchico
in mezzo all'erba tra la fitta ressa
dei funghi. La valle prima interminabile
mette il cappuccio e si fa stretta.
Stretto diventa, odora ansioso e amaro
il mondo, che la luce ormai tradisce.
Armiamoci contro l'ultimo temporale
che il sogno d'estate della vita finisce!
Autunno 1947. [Traduzione di Sergio Solmi]
HERBSTGERUCH
Wieder hat ein Sommer uns verlassen,
Starb dahin in einem Spatgewitter.
Regen rauscht geduldig, und im nassen
Walde duftet es so bang und bitter.
Herbstzeitlose starrt im Grase blasslich
Und der Pilze wucherndes Gedrange.
Unser Tal,. noch gestern unermesslich
Weit und licht, verhiillt sich und wird enge.
Enge wird und duftet bang und bitter
Diese We1t, dem Lichte abgewendet.
Riisten wir uns auf das Spatgewitter,
Das des Lebens Sommertraumbeendet!
Herbst 1947. - [da Poesie - Hermann Hesse - Oscar Mondadori]
Rocco Chinnici
Italia
Il vecchio Pietro
- Giovanni, Giovanni! Non ne posso più! Si deve pur vedere cosa ha da farsi! E' da stamattina che
giro per casa come una matta!
- Sii buona Concetta, cerca di capire. Non è poi così difficile, sai? Sei tu che vuoi fartene un
dramma per sbarazzartene; pensaci un po', non è un soprammobile, sai? Che cosa devo fare?
Dimmelo! Ricorda che alla fine si diventa tutti vecchi… e allora?
Da qualche tempo, oramai, la storia si trascina; spesso sono dovuti intervenire i vicini per sedare
le liti tra i due. Giovanni, buon'uomo, tutto casa e lavoro; tornando a casa, dopo il duro lavoro nei
campi, deve sempre vedersela con la moglie Concetta, una donna che, per le sue provenienze da
famiglia agiata, abituata ad avere avuto in casa paterna la servitù e beni d'ogni genere, le veniva
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difficile ora avere a che fare con il vecchio Pietro che per la sua veneranda età e gli acciacchi
ereditati dalla dura vita campestre, lo costringevano a stare quasi sempre seduto e quindi a dover
chiedere, ogni qualvolta ne avesse avuto bisogno, aiuto alla nuora. Una situazione che, a
Concetta, era divenuta pesante, tant'è che spesso rimproverava il marito per non averle dato
ascolto quando gli suggeriva di portare suo padre all'"Ospizio" (allora, casa di cura per anziani).
- Questa, dove abitiamo, è casa che s'è costruita mio padre con grandi sacrifici! - Continuava a
ripetere il marito - - Egli ha qua dentro tutti i suoi ricordi! Lo capisci o no? Come faccio a toglierlo
da qui? Come posso portarlo in un posto dove sicuramente soffrirebbe di più nel vedersi
abbandonato, dopo ciò che ha fatto per i figli? - Sette figli, e tutti migrati per l'Italia in cerca di
lavoro; qualcuno s'era già impiantato con la propria famiglia in una di quelle città, e Gianni,
terzogenito, avendo trovato lavoro a Belmonte Mezzagno, paese natìo della famiglia, è rimasto ad
abitare nella casa paterna, dove già da anni, morta la moglie, il papà viveva da solo. La storia
continuava a portarsi avanti per lungo tempo; erano già venuti al mondo Pietro e Vincenzino.
Pietro, non appena il nonno apriva bocca, subito gli era accanto. - Cosa vuoi, nonno? Come stai? - Ho solo dato un colpo di tosse, caro il mio Pietro; su, giacché sei qua siediti, voglio raccontarti
una storia. Devi sapere che tantissimi anni fa, quando la fame e la miseria abitavano quasi tutte
le case del nostro piccolo paese… - - Ancora con le favole! E i compiti? - interveniva Concetta
inviperita - Su, vieni a studiare se non vuoi diventar somaro! - Quasi che ella non digeriva
nemmeno i racconti che il vecchio raccontava al piccolo Pietro. - Ma, mamma! - - Niente mamma!
- Continuava, borbottando sottovoce frasi verso il vecchio che, a causa della sopraggiunta cecità,
non riusciva a scorgere la nuora e capire quant'ella mugugnasse.
Il tempo passava e i piccoli cominciavano a farsi adulti; e per il vecchio Pietro gli anni diventavano
sempre più pesanti. I diverbi tra marito e moglie, anziché finire, crescevano sempre più, tanto che
il marito per evitare che i figli continuassero a sentire, si convinse a portare il padre in quella casa
per anziani: l'"Ospizio".
E così, di buon mattino, mentre i figli e la moglie dormivano, si mise in spalle il povero padre e
iniziò la strada per Palermo. Non esistevano mezzi di trasporto in quei tempi. Lungo la strada… o
meglio il viottolo che sale per la scorciatoia che da Belmonte porta alla città, vi è (ancora oggi) uno
spiazzo, un grandissimo spiazzo con una enorme quercia dove ancora oggi nidifica l'usignolo, e al
centro una piccola sorgente (a Giarritedda); Giovanni, stanco e sudato, si fermò per riposare e
bere un po' d'acqua, adagiò il padre su una grossa pietra accanto alla sorgente ed emise un
rantoloso sospiro: - Ah! - Il vecchio Pietro d'un colpo capì quanto stava avvenendo, e disse al figlio:
- Eh, figlio mio, anch'io ebbi a tirare un sospiro quando adagiai mio padre proprio in questo posto,
dove tu ora hai adagiato me, mentre lo portavo all'"Ospizio". - Giovanni rimase impietrito a
guardare suo padre, e capì quanto egli disse e il significato di quelle parole; si rimise il padre sulle
spalle e, anziché Palermo, fece la via del ritorno. Pensava e ripensava, lungo la strada, a quelle
parole dette da Pietro: "anch'io sedetti mio padre e tirai un rantoloso sospiro, in questo posto,
dove tu ora hai adagiato me." Quelle parole pesavano più di quanto egli portasse sulle spalle. - E
mio figlio? Mio figlio, quindi… avrebbe dovuto un giorno non tanto lontano… per questa strada… Era orribile quanto pensasse; ma era pur vero che, per accontentare le isteriche voglie di sua
moglie… li avrebbe educati… - Certo! La moglie! - Pensò. - Aspetta che torno a casa e sentirai cosa
ho da dirti! - - Parli con me, Giovanni? - Fece Pietro; mentre il sole cominciava a sciogliere la
rugiada mattutina e l'usignolo a riprendere il suo soave verso.
Arthur Rimbaud
(Charleville 1854 - Marsiglia 1891)
L'eternità
È ritrovata.
Che? - L'eternità.
Il mare andato
insieme al Sole.
Anima, mia scolta,
confessiamo adagio
che la notte è nulla
e il giorno di fuoco.
Da umani suffragi,
da slanci comuni
là tu ti sprigioni
e libera voli.
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Ormai da voi soli,
tizzoni di raso,
s'esala il Dovere
né si dice: alfine!
Là niente speranza,
nessun orietur,
Scienza con pazienza,
il supplizio è sicuro.
È ritrovata
Che? - L'eternità.
Il mare andato
insieme al Sole.
[da Ultimi versi]
L'Éternité
Elle est retrouvée.
Quoi? - L'Éternité.
C'est la mer allée
Avec le soleil.
Ame sentinelle,
Murmurons l'aveu
De la nuit si nulle
Et du jour en feu.
Des humains suffrages,
Des communs élans
Là tu te dégages
Et voles selon.
Puisque de vous seules,
Braises de satin,
Le Devoir s'exhale
Sans qu'on dise: enfin.
Là pas d'espérance,
Nul orietur.
Science avec patience,
Le supplice est sur.
Elle est retrouvée.
Quoi? - L'Éternité.
C'est la mer allée
Avec le soleil.
[da Derniers vers]
Federica Leva
Italia
Priscilla
Già sapevo cos'era successo. C'ero anch'io, quando lo schianto aveva fermato l'auto in corsa e i
miei padroni erano stati scaraventati sull'asfalto bollente.
Avevo ricordi confusi ma terribili di quell'incidente, e mordendo la rete della mia cuccia guaivo alla
casa silenziosa, sperando che i miei padroni aprissero una delle alte portefinestre affacciate sul
giardino e mi lanciassero un osso per farmi tacere. Ma Patrick mi aveva detto che erano morti, che
non sarebbero tornati mai più. Era sceso da me sul calar della sera, e mi aveva stretta come non
faceva ormai da tempo - aveva sedici anni, secondo i calcoli degli uomini, e si vergognava ad
abbracciarmi come quand'era bambino - ed aveva pianto, soffocando i singhiozzi nel folto del mio
pelo. Aveva parlato a lungo, raccontandomi, credo, quel che era successo dopo che i carabinieri
mi avevano allontanata dalla strada; ma fu il dolore che vibrava forte nella sua voce e nel suo
odore, fu quello, più d'ogni parola, a darmi certezza di quel che era successo. Avrei voluto
piangere, perché a mio modo comprendevo la morte, e sapevo che non avrei mai più rivisto i miei
amici; ma repressi un mugolio desolato e mi obbligai a scodinzolare, fingendo allegria. Patrick era
il compagno del mio cuore, e lo amavo più d'ogni altra cosa al mondo. Giurai a me stessa che gli
sarei stata vicina, che mi sarei sforzata di rallegrare le sue giornate più cupe. Mi sarebbe costato
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tanto, ma avrei fatto qualsiasi cosa per lui. Per me era tutto. Non volevo che soffrisse.
Il mattino dei funerali non vidi nessuno; ai miei lamenti rispondevano soltanto il silenzio ostinato
delle imposte chiuse e qualche rimbrotto dei vicini. Ma nel pomeriggio sentii dei passi sul retro
della casa, e Patrick mi venne incontro, vestito in nero, pallido, gli occhi offuscati di lacrime.
"Vieni, Priscilla.", mi chiamò. Aprì il cancelletto, e senza mettermi il guinzaglio - com'era invece
sua abitudine - mi portò fuori, sulla sterrata che costeggiava il bosco. Ci avviammo verso il lago.
Scendevamo spesso a passeggiare laggiù, quando Patrick era stanco e desiderava rinfrescarsi
nella quiete della campagna. Alle nostre spalle riecheggiarono alcuni rintocchi di campana.
Dapprima non vi badai; ero abituata a sentirli ogni ora. Ma quel pomeriggio erano insolitamente
lenti e tristi, e m'accorsi che Patrick affrettava il passo giù per il sentiero e aggrottava la fronte,
come se quel suono lo infastidisse.
La nostra spiaggia preferita era deserta. Patrick si sedette nell'ombra di una quercia e mi lasciò
libera di scorazzare dove volessi. Ne approfittai subito. Con un grande slancio mi tuffai nel lago e
giocai con i pesci facendo un gran chiasso, nel tentativo di strappare al mio padroncino
un'occhiata d'interesse o un sorriso. Ma Patrick non mi guardava neppure. Lo fissai per qualche
istante, fradicia, le zampe nell'acqua; poi corsi sulla riva, mi scrollai, e andai ad accucciarmi ai
suoi piedi. Ero avvilita, non sapevo come rasserenarlo, e per quanto anche dopo avessi saltato,
corso, e mi fossi rotolata sul prato, non ebbi maggior fortuna.
Più tardi, sulla via del ritorno, passammo davanti ad un parco recintato che gli umani chiamano
"cimitero". Era una grande cuccia infelice e puzzava di fiori marci, ma a suo modo era anche
buffa. La sola volta che avevo accompagnato Patrick nel giardino più alto avevo visto in un sasso
la faccia di un uomo che conoscevo - ancora adesso non sò spiegarmi come avesse fatto ad
entrarci e perché avesse voluto farlo - e una donna aveva sparso una lacrima, guardandolo. Di lui,
si diceva da tanto tempo che era morto, e Allora, pensai, quando qualcuno muore viene a vivere
qui. Mah, io, anche dopo essere morta, preferirei restare nella mia cuccia all'ombra del glicine,
con Patrick e i miei amici. Mi divertirei senz'altro di più che quassù.
Avvicinandomi al cimitero, quella sera, credetti che Patrick avesse voluto entrare per rivedere i
suoi genitori, e tutta contenta gli trotterellai davanti e puntai verso il cancello socchiuso. Ma non
appena sollevai la zampa per varcare la soglia, Patrick mi afferrò per il pelo umido e mi costrinse a
svoltare in un sentierino alberato dall'altra parte della strada. "No", disse, e la voce gli tremava.
"Là dentro, no. Mai!".
Non nascondo che mi stupii, ma pensai che forse i miei padroni non vivevano nel cimitero, e lo
seguii docilmente. Ma nei giorni seguenti accompagnai la zia di Patrick a visitare i suoi parenti e
v'assicuro che c'erano, perché li vidi con i miei stessi occhi. Anche loro, come gli altri, erano
rimpiccioliti in una finestrella dorata, ma non nel sasso; erano vicino ad un vaso di fiori, fra le
granelle bianche e grigie del ghiaietto, più giovani e belli di come li ricordassi, abbracciati e felici.
Non ebbi cuore di rimproverare Patrick per quel suo strano comportamento. Era sempre più triste
e taciturno, e solitario. Talvolta imboccava la stradicciola del lago senza di me, e non si voltava
quando lo richiamavo, abbaiando dalla mia cuccia. Detestava il silenzio della casa vuota, e non
entrava quasi mai. A volte restava sulla veranda fino a notte inoltrata o scendeva al cancello e
restava là a lungo, con la fronte appoggiata alle sbarre, come se aspettasse qualcuno. Mi straziava
assistere impotente al suo tormento, a quell'ostinazione che lo faceva ancora sperare, e in quelle
notti mi resi conto che era quella la ragione - e nessun'altra! - che lo spingeva a non entrare nel
cimitero. Non voleva rivedere i genitori rinchiusi nei sassi perché non gli ricordassero che se ne
erano andati per sempre. E io comprendevo e condividevo il suo dolore.
Ma in certe sere si sdraiava sul prato e mi guardava con lo stesso affetto che gli aveva illuminato
gli occhi quando suo padre mi aveva messa fra le sue braccia per la prima volta, cinque anni
prima, e poi parlava, parlava, parlava, e giurerei che rievocasse il passato, mi raccontava di
quand'ero un cucciolotto e rideva di cose che non capivo. Ma quella serenità svaniva presto, e
camminando sotto il porticato si fermava a contemplare l'arco di rose aggrappato al tetto e il
pianoforte che s'intravvedeva fra i tendaggi aperti. Allora non lo sapevo, ma presto avremmo
lasciato l'Italia per andare a vivere lontano, in un paese freddo, dove nevica spesso e c'è poco sole.
"Ma tu resterai con me, non ci separeremo mai, non noi due... ", mi sussurrava, accarezzandomi,
con tocco un po' rude, quasi temesse che anch'io potessi andarmene all'improvviso lasciandolo
irreparabilmente solo.
Una sera era più malinconico del solito. Era appoggiato al davanzale del terrazzo, e parlava, come
di consueto. Io ascoltavo, sdraiata sul pavimento. In casa c'erano valige e casse sigillate, e sua zia
aveva ricoperto i mobili con coperte e vecchie lenzuola. Solo il pianoforte era aperto. Patrick
l'aveva suonato tutta la sera, come l'avevo sentito fare per tutti gli anni che ero stata con lui.
Aveva smesso da poco, ed era venuto a cercare la mia compagnia. Come sempre, non
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comprendevo quasi nulla di quel che diceva: solo qualche nome, qualche allusione ormai nota. Mi
raccontava dei suoi genitori, di eventi passati che non conoscevo o avevo del tutto scordato. A
volte sorrideva, beandosi nei ricordi, ma più spesso stringeva i pugni e scuoteva la testa, come a
scacciare un brutto pensiero. D'un tratto, la voce gli si spezzò, e si nascose il viso nelle mani.
"Stiamo per andarcene, Priscilla...", singhiozzò. "E' tutto finito. Sono morti... Sono morti davvero!"
Quelle parole furono chiare; perlomeno, abbastanza perché le capissi. Mi alzai di scatto, e gli
buttai le zampe al collo, felice che avesse accettato la verità. Ma lui pensò che volessi giocare e mi
scostò, facendomi però cenno di seguirlo. Scendemmo sulla strada che conduceva al cimitero. Il
custode stava per chiudere, ma ci lasciò entrare. "Il cane non potrebbe...", iniziò, ma aveva
simpatia per Patrick, e con un gesto mi fece cenno di passare. "Ma fate presto. Sto per tornare a
casa", ci esortò. Il passo di Patrick era incerto, non sapeva dove fosse la nuova dimora dei suoi
genitori, e io gli corsi davanti, scesi le scale che portavano al giardino più basso e mi fermai
davanti alle finestrelle da cui i miei padroni, che senz'altro mi avevano sentita arrivare, mi
sorridevano già. Patrick mi raggiunse poco dopo, e li guardò a lungo. Emozioni diverse gli
solcarono il volto: pianto, disperazione, ribellione, rassegnazione... Poi, ormai insperato, sbocciò
un piccolo, esitante sorriso.
Non disse nulla, lottando con le parole che non gli obbedivano - per la prima volta, da che lo
conoscevo! - ma il suo tocco era lieve, quando mi accarezzò la testa. Sollevando lo sguardo, scoprii
che il suo sorriso era per me. E quant'era luminoso, nonostante la sofferenza! Le labbra gli
tremarono, stonò, ma non era più tempo di parole. I lunghi monologhi che aveva riversato nelle
mie orecchie attente l'avevano aiutato a comprendere e ad accettare; ora il silenzio gli restituiva la
pace e l'armonia, legandoci l'uno all'altra come mai eravamo stati, in passato.
Quel silenzio portava al suo cuore la voce del mio cuore. E il dolce profumo che soffuse dalla pelle
di Patrick, inebriandomi le narici, mi svelò che l'aveva sentita.
Alda Merini
Italia
I due amanti
Ribaciami amore è
solo ieri
che mi hai sfiorato la lingua
con il verbo del tuo violino,
acino d'uva il tuo fallo
che posi sul granbo migliore.
Rimani e ascolta
l'ultimo respiro di vita
che si libera dai miei capelli.
Prima dell’ alba
Orlando Valdez
Rosario. Argentina.
Antes de amanecer
ahora la muerte
no quiere este cuerpo
ni las llagas del alma
el más feroz de los demonios
tampoco la noche
el excremento y la orina
entonces ruego de nuevo
antes del amanecer
buscando la ignominia
de la sombra
y del vacío donde habitan
confidentes lunas del espíritu
que se degrada
Adesso la morte
Non vuole questo corpo
Né le ferite dell’ anima
Il più feroce dei demoni
Nemmeno la notte
L’scremento e l’ orina
Dunque prego ancora
Prima dell’ alba
Cercando la ignominia
Dell’ombra
E del vuoto dove abitano
Confidenti lune dello spirito
Che si degrada
Trad. Giovanna Mulas y Gabriel Impaglione
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Alessandro di Prima
Catania, Italia- 1973
a L., ancora una volta
dunque a un più preciso gioco
di lettere e non detto
a un disperato sentimento
di anni ad altro spesi,
a un’esegesi
di noi che diamo a credere
(di noi come si fa, mi chiedo) io
che qui da sempre
al poco tolgo il poco,
ad ogni giorno il nostro meno
io che qui sto dietro a un più di te
che si squaderna – quanto vento
e tempo che cammina (io di casa
ormai straniero) – ma poi come tornando
di nuovo in te a me ripeto “luce fonte
del tuo mistero” posto
esatto dove – a un nulla –
setacciare la tua voce,
nel cosa di questa vita il come
(o ignota, ignota goccia
di tanto amore…)
Luisa Talarico
Bolivia
Paura
Varcata la soglia
della morte
del polvo della modernità
fra gli scombri
all’ ombra del terrore
che io abitava
esco a chiedere limosina
dalla mano della paura
Teresa Minet
Italia
al rimedio lunare
E giunga lievito la luna
a sperarci impollinati
locazione breve castrante in conclusioni
- l’eternità, avrà da deplorare sezionami le ciglia e sarò balzo che affonda non vedente Abbiamo sobbarcato di sogni le stelle
mon trésor
la tana non ha scuse
farcendo di porpora i cassetti.
L’essenza dell’inverno lacrimerà rose
storpiando mimiche distorte
gli abbracci diradati in consonanza
La strada che percorriamo è un guanto
una sospensione orale, senza streptococchi a fiorirci oltre
simulazioni al tatto.
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Avvolti mestamente di timori pronunciati
- non prevediamoci, non ancora
Superflua
ogni parola - per sorte o forse stratagemma
il credo al vespro della trasparenza
i digiuni che vivranno miele ribaltato
a collocarci echi duraturi
Abbiamo assolto gli occhi a ponente
e il letargo delle benevolenze ha ingoiato lo stupore
la tenerezza oscena
vetro a sbeccarci comprensioni fra orbite oculari.
Siamo compiuti
inevitabilmente
sangue, nuovamente
alterniamo piogge accese a lavarci
cognizioni
Pablo Neruda
Cile
XLVIII sonetto
Due amanti felici fanno un solo pane,
una sola goccia di luna nell'erba,
lascian camminando due ombre che s'unisco,
lasciano un solo sole vuoto in un letto.
Di tutte le verità scelsero il giorno:
non s'uccisero con fili, ma con un aroma
e non spezzarono la pace né le parole.
E' la felicità una torre trasparente.
L'aria, il vino vanno coi due amanti,
gli regala la notte i suoi petali felici,
hanno diritto a tutti i garofani.
Due amanti felici non hanno fine né morte,
nascono e muoiono più volte vivendo,
hanno l'eternità della natura.
Teódulo López Meléndez
Venezuela
BIFFA
Traduzione dello spagnolo: Daniela Baldassari
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Le parole si risentono delle missioni che diamo. Le parole si rattrapiscono come materia che retorna alla terra. C´e una
pace di pareti spaccate. Le tartarughe escono agli orti e trascinano dalle zampe le parole. Le tartarughe invadono e
danno in prestito le loro croase di plastica e tegole.
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In tutti i pomeriggi di tutti i giorni mi sono seduto ad aspettare la pace che sempre mi arriva. La pace mi é imposta. La
pace che mi arriva equivale a partenza dietro alle lumache e la tartarughe mi lasciano le loro croase caricate di spezie.
La pace mi é imposta. Mi domando al cadere in seno ai miei duri protettori se la pace che mi hanno dato non equivale a
pena.
Federico Garcia Lorca
Spagna
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LAMENTO PER IGNACIO SÁNCHEZ MEJÍAS
(1935)
Alla cara amica
Encarnación López Júlvez
1
Il cozzo e la morte
Alle cinque della sera.
Eran le cinque in punto della sera.
Un bambino portò il lenzuolo bianco
alle cinque della sera.
Una sporta di calce già pronta
alle cinque della sera.
Il resto era morte e solo morte
alle cinque della sera.
Il vento portò via i cotoni
alle cinque della sera.
E l’ossido seminò cristallo e nichel
alle cinque della sera.
Già combatton la colomba e il leopardo
alle cinque della sera.
E una coscia con un corno desolato
alle cinque della sera.
Cominciarono i suoni di bordone
alle cinque della sera.
Le campane d’arsenico e il fumo
alle cinque della sera.
Negli angoli gruppi di silenzio
alle cinque della sera.
Solo il toro ha il cuore in alto!
alle cinque della sera.
Quando venne il sudore di neve
alle cinque della sera,
quando l’arena si coperse di iodio
alle cinque della sera,
la morte pose le uova nella ferita
alle cinque della sera.
Alle cinque della sera.
Alle cinque in punto della sera.
Una bara con ruote è il letto
alle cinque della sera.
Ossa e flauti suonano nelle sue orecchie
alle cinque della sera.
Il toro già mugghiava dalla fronte
alle cinque della sera.
La stanza s’iridava d’agonia
alle cinque della sera.
Da lontano già viene la cancrena
alle cinque della sera.
Tromba di giglio per i verdi inguini
alle cinque della sera.
Le ferite bruciavan come soli
alle cinque della sera.
E la folla rompeva le finestre
alle cinque della sera.
Alle cinque della sera.
Ah, che terribili cinque della sera!
Eran le cinque a tutti gli orologi!
Eran le cinque in ombra della sera!
XI
E’ per baciarti che fuggo
Tempio sacro dove la fiamma officia
Sei blu e rosso come il cielo ardente
30
Leticia Luna
Messico
XI
Para besarte es que me escapo
templo sagrado donde la llama oficia
eres azul y rojo como el ardiente cielo
dorado mar:
mañana lloverán semillas
y nuestros cuerpos
florecerán de cantos
Eduardo Lucio Molina y Vedia
Argentino en Mexico
CAFÈ
A Iliana Godoy
Se sentó en el café,
frente a mí,
en torno
a la pequeña mesa redonda
de mármol blanco,
y clavó en mis sueños
la serena,
celeste mirada
de sus ojos café,
y una sonrisa breve y clara.
Tomamos café
en silencio,
rodeados de un vago murmullo literario.
Luego nos dijimos unas pocas,
discretas lucideces,
danza de palabras,
ternuras presentidas.
Sin cálculos,
sin citas,
sin datos.
Quedé
tocado de su gracia.
Cafè
Sedette nel caffè
Di fronte a me,
intorno
alla piccola tavola rotonda
di marmo bianco,
e inchiodò nei miei sogni
il sereno,
celeste sguardo
dei suoi occhi caffè,
ed un sorriso breve e chiaro.
Bevemmo caffè
In silenzio,
circondati da un lieve mormorìo letterario.
Dopo ci dicemmo poche cose,
discrete lucidità,
danza di parole,
tenerezze sentite nel profondo.
Senza calcoli,
senza appuntamenti,
senza dati.
Rimasi
Toccato dalla sua grazia.
Trad. Giovanna Mulas y Gabriel Impaglione
Vilma Vargas
Costa Rica
Rotaciòn
Todo esto tiene que pasar,
el metal encajado en el rostro,
las montañas en el borde las plazas,
la lluvia enlodada en los escalones.
Todo esto ha de pasar,
el pozo en la piedra,
la ciudad como un pozo.
Tomaremos valor.
Hemos pasado por aquí como niños cansados.
Encontraremos nuestras cosas,
lograremos equiparlas y partir
Rotazione
Tutto questo deve passare,
il metallo inchiodato nella faccia,
le montagne nel bordo delle piazze,
la pioggia interrata negli scaloni.
Tutto questo deve passare,
il pozzo nella pietra,
la città come un pozzo.
Prenderemo valore.
Siamo passati qui come ragazzi stanchi.
Troveremo le nostre cose,
per sistemarle e partire
fino a qualche posto,
dove il tempo sarà ciò che ha potuto essere stato
31
Trad. Giovanna Mulas y Gabriel Impaglione
hacia cualquier sitio,
donde el tiempo será lo que pudo haber sido.
Adriano Corrales
Costa Rica
Manifiesto del poeta solitario
Manifesto del poeta solitario
Sono un poeta
Per
L’immensa
Minoranza
Soy un poeta
para
la inmensa
minoría
Trad. Giovanna Mulas y Gabriel Impaglione
Elsa Tió
Puerto Rico
Cuando solo sea tiempo y sillón
en un rincón del cuarto
tendré muchos recuerdos
pero tu serás mi memoria.
Cuando sólo sea tiempo y sillón
en un rincón del cuarto
cuando todas las caricias hayan desertado
tendré una orgía de recuerdos tuyos
y mi piel ya canosa y ajada
sentirá tu voz mansa y lanuda
tu mano navegante y peregrina
tu boca con sabor a fruta y a carnada
y la red de tus brazos esperando mis besos.
Jose Antonio Neri Tello
Messico
Quando solo tempo e poltrona
Nell’angolo della camera
Avrò tanti ricordi
Ma tu sarai la mia memoria.
Quando solo sia tempo e poltrona
In un angolo della camera
Quando tutte le carezze avranno diserta
Avrò un’orgia di ricordi tuoi
E la mia pelle già canuta e stropicciata
Sentirà la tua mansueta voce lanuta
La tua mano navigante e pellegrina
La tua bocca con sapore di frutta ed esc
E la rete delle tue braccia aspettando i m
Trad. Giovanna Mulas y Gabriel Impaglione
siempre hay otra tierra
nunca se llega a casa
porque la casa es una idea interna
que no está en su sitio
sempre c’è un’altra terra
mai si arriva a casa
perché la casa è un’idea interiore
che non esiste nel suo posto.
Trad. Giovanna Mulas y Gabriel Impaglione
Guillermo Coulter
Rosario- Argentina
Gigante
Levantó los brazos y los astros la miraron,
giró, giró lentamente,
la geografía cambió de lugar,
la mitad del mundo despertó antes de tiempo,
enredó sus cabellos en los anillos de Saturno
y por fin abrió sus manos,
llovieron jacarandáes,
pumas,
Gigante
Sollevò le braccia e gli astri la guarda
girò, girò lentamente,
la geografia cambiò luogo,
la metà del mondo si svegliò prima d
intrappolò i suoi capelli negli anelli d
e finalmente aprì le sue mani,
piovvero jacarandáes,
i puma,
balene,
smeraldi,
vasi indiani,
ritratti coi sorrisi dei suoi giorn
aquiloni di code brillanti.
Dalla cima di questa montagna
32bocca.
Avvicinarsi la sua
ballenas,
esmeraldas,
vasijas indias,
retratos con sonrisas de sus días,
barriletes de colas brillantes.
Desde la cima de esta montaña observo con cierto pavor
su boca al acercarse.
Nave di fumo
Carlos Carbone
Argentina
Barco de humo
Aquel capitán
inundaba de humo
la cabina del barco
de su pipa
provenía el incendio.
En medio del río se veía humo
y solo humo.
Algunos escépticos dudaban
de la existencia de aquel hombre
solo
creían en la pipa.
Norma Perez Martin
Argentina
Hacia Comala
A Juan Rulfo
Camino de fantasmas.
Ardientes
pasiones murmurantes
creciendo
tierra abajo
tierra arriba;
desolada oquedad
en el tiempo.
Cielo
Infierno
de Comala
por los terrenos
innombrables
de la muerte.
Caluroso
y desterrado
precipicio de Comala,
donde el pueblo
sobrevive
en espantos.
Terrible
agorero
impenitente.
Quel capitano
Inondava di fumo
La cabina della nave
Dalla sua pipa
Proveniva un incendio.
In mezzo al fiume si vedeva fumo
E solo fumo.
Alcuni scettici dubitavano
Dell’esistenza di quell’uomo
Solo
Credevano nella pipa.
Trad. Giovanna Mulas y Gabriel Impaglione
Verso Comala
Cammino di fanasmi.
Ardenti
Passioni mormoranti
Crescendo
Terra in basso
Terra in alto;
desolato vuoto
nel tempo.
Cielo
Inferno
Di Comala
Per i terreni
Innominabili
Della morte.
Caloroso
Ed esiliato
Precipizio di Comala,
dove il popolo
sopravvive
negli spaventi.
Terribile
Profeta
Impenitente.
Del poemario CEREMONIAL DE LA PIEDRA (1982)
Jorge Lopez Aguilar
Trad. Giovanna Mulas y Gabriel Impaglione
33
Buenos Aires, Argentina
E’ abbastanza comune vedere gruppi di cani abbandonati, senza cuccia nè cibo sicuro,
che si uniscono per trovare alimenti e dormono attaccati per darsi calore e combattere il freddo dell’inverno.
Supongamos un poema
que hablase de perros en el puerto
del hambre que combaten en equipo
pero que no fuesen perros
Supponiamo un poema
Che parli di cani nel porto
Della fame che combattono in gruppo
Ma che non siano cani
Un poema que dijese
el color del miedo de sus ojos
la humilde cola bailando de contento
el placer de tirarse bajo el sol
y sin hablar de perros
Un poema che dica
Il colore della paura dei loro occhi
La semplice coda ballando di gioia
Il piacere di buttarsi sotto il sole
E senza parlare di cani
Plantéemonos un poema
que cuente de la miseria por el puerto
de la necesidad que no se alivia
del hambre y de la falta de sustento
del compañerismo de la jauría
sin hablar de los perros.
Prendiamo un poema
Che conti della miseria nel porto
Della necessità che non s’allevia
Della fame e della mancanza di sostento
Della fratellanza del gruppo
Senza parlare dei cani.
Trad. Giovanna Mulas y Gabriel Impaglione
Patricia Veron
Argentina
Escribo en papeles perdidos:
lo mejor es el brillo
de unos ojos que avanzan;
en los laterales rotos
de las prisiones
aun cantan algunas noches
los grillos
un aleteo último de mariposa
me sorprende
insiste una y otra vez
no se de su ademán
está oscuro
solo su aleteo
se siente...
Scrivo in carte perse:
il meglio sta nel brillare
di occhi che avanzano;
nei lati rotti
delle prigioni
cantano alcune notti
i grilli
un aleggiare ultimo di farfalla
mi sorprende
insiste una ed un’altra volta
non so del suo gesto
c’è buio
solo il suo aleggiare
si sente…
Trad. Giovanna Mulas y Gabriel Impaglione
Carmen Valle
Puerto Rico
Apetito
Appetito
Vivir frente al mar
para olerlo,
mirarlo al instante del deseo,
oirle el ruidoso silencio,
dormir con él,
caminarle la orilla las violetas tardes,
conocerle los cambios por instinto,
acompañarlo en sus soledades grises y lluviosas,
predecirlo.
Vivere di fronte al mare
Per odorarlo,
guardarlo nell’ istante del desiderio,
ascoltare il rumoroso silenzio,
dormire con esso,
camminargli la riva le sere viola,
conoscergli i cambi per istinto,
accompagnarlo nelle sue solitudini grige e p
profetizzarlo.
No tiene cara contraria
el placer puro y perfecto
del deseo.
De todo da la noche al que la tienta- Ediciones Ricardo Garúa, 1987
Non esiste volto contrario
il piacere puro e perfetto
Del desiderio.
Trad. Giovanna Mulas y Gabriel Impaglione34
Roberto Gurney
Inglaterra
The Da Vinci Code
On the cliffs
in the distance
above the village
of Horton
huge cows
magnified
by a trick of the light
are eating the grass.
On the beach below
in Port Eynon Bay
beautiful women
in bikins
are reading a book
that some say
is full of lies.
Engaños
A lo lejos
sobre los acantilados
por encima de la aldea
de Horton
algunas vacas
ampliadas
por la luz que engaña,
comen hierba.
En la playa
de Port Eynon Bay
bajo el bosque
mujeres hermosas
en bikinis
leen un libro
que algunos dicen
está repleto
de mentiras.
Il codice Da Vinci
Inganni
Da lontano
Sopra gli scogli
In cima del paese
Di Horton
Alcune vacche
Ampliate
Dalla luce che inganna,
mangiano erba.
Nella spiaggia
Di Port Eynon Bay
Sottobosco
Belle donne
In bikini
Leggono un libro
Che alcuni dicono
Sia pieno
Di bugie.
Trad. Giovanna Mulas y Gabriel Impaglione
Gabriel Impaglione
Argentina
Dove Comandante
Dove, Comandante, in che foresta
La goccia di luce che non finisce.
La sua feroce tenerezza appostando
La profondità metallica della notte più nera.
Dove, comandante, dove
La radice che zappa nel recondito
Segreto delle sostanze
E spinge come un treno
Come cento mille operai
Come cento figli seduti alla tavola
Il più puro dell’ uomo
Che s’incunea nel vento.
Dove comandante, la lunga lancia che aspetta,
in quale era di passeri si attesora il sogno,
dopo di quanti vietnam finalmente il mondo per tutti,
dove e dove comandante
35
l’uomo più duro impugnando la più dolce chitarra.
Dove comandante
L’essenza del grande abbraccio dei popoli
Questa goccia di luce che non finisce
Che sgorgò dal tuo sorriso,
di costellata boina o delle tue mani
nate dalla sostanza
di tutti gli uomini della terra
Uno spazio Libero!!!
Il blog di Isla Negra
http://isla_negra.zoomblog.com
Isla Negra
revista en español de poesía y narrativa breve
per abbonarsi: [email protected]
Isola Niedda
Dae sa Sardinia po su Mondu- cultura sarda in sas paraulas de s’omine
Escrie a [email protected]
Ilha Negra
Rivista di letteratura in portoguese
Diretta da Amelia Pais (Portogallo)- Gabriel Impaglione (Italia).
Mail: [email protected]
Isola Nera
Casa di Poesia e Lettere
Per l’invio di materiale letterario:
Via Caprera 6 – 08045- Lanusei. Italia
Casa di poesia e letteratura. La prima in Sardegna; in Italia, aperta alla
creazione letteraria degli autori italiani e di autori in lingua italiana. Il
progetto Isola Nera riguarda la prossima pubblicazione in formato cartaceo.
Isola Nera merita degli sponsors in grado di valorizzare l’iniziativa e dalla
quale vengano valorizzati. Si accettano e vagliano proposte.
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hasta la pròxima…
36
al prossimo numero
Ringraziamo calorosamente tutti i lettori che hanno inviato commenti , auguri, critiche in
merito alla Nomination al Nobel per la Letteratura 2006 e l’adesione alla Legge Bacchelli pro
Giovanna Mulas.
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Isola Nera 1/38 Ottobre 2006