Isola Nera 1/38 Casa di poesia e letteratura. La prima in Sardegna, in Italia, aperta alla creazione letteraria degli autori italiani e di autori in lingua italiana. Isola Nera è uno spazio di libertà e di bellezza per un mondo di libertà e bellezza che si costruisce in una cultura di pace. Direzione Giovanna Mulas. Coordinazione Gabriel Impaglione. [email protected] - ottobre 2006 - Lanusei, Sardegna Pubblicazione Patrocinio UNESCO. Inserita nella categoria Riviste (italia) http://www.unesco.org/poetry/ .«Avrei potuto venerare Dio continuando a vivere tra le Sue creature, perché la venerazione non richiede necessariamente la solitudine. Non ho lasciato la gente per vedere Dio, poiché L'ho sempre visto alla casa di mio padre e di mia madre. Ho abbandonato la gente perché la loro natura contrastava con la mia, ed i loro sogni non corrispondevano ai miei... Ho lasciato gli uomini perché ho scoperto che la ruota della mia anima girava in una direzione e strideva aspramente contro le ruote di altre anime che giravano in direzione opposta. Ho lasciato la civiltà perché ho scoperto che è come un vecchio albero marcio, forte e terribile, le cui radici sono serrate nell'oscurità della terra e i cui rami si protendono al di là delle nuvole; ma i suoi fiori sono l'avidità, il male e il crimine, e i suoi frutti la sofferenza, la miseria e la paura. Chi ha cercato d'infondere in essa il bene e di modificarne la natura non è riuscita nel suo intento. È morto deluso, perseguitato e tormentato». K. Gibran Johann Wolfang Goethe "La soluzione di ogni problema è un altro problema." Come letterato, filosofo, critico d'arte, scienziato nonché uomo politico, Goethe (Francoforte sul Meno 1749 - Weimar 1832) era considerato già vita natural durante l'emblema del Neuhumanismus. Per comprendere fino a qual punto le sue opere abbiano influito - e influiscono - sulla vita culturale della sua nazione, basti pensare che l'epoca in cui visse è comunemente definita "Goethezeit" (termine coniato da H.A. Korff). Secondo lo studioso inglese Matthew Arnold, Goethe è non solo la figura centrale della letteratura tedesca, ma uno degli spiriti più elevati che abbiano mai calcato il suolo terrestre. Le sue opere hanno proposto una visuale nuova, un modo diverso e "illuminato" di analizzare e interpretare la natura, la società, la storia. Le sue tragedie, i suoi romanzi (Werther, Le affinità elettive, Wilhelm Meister...), le sue liriche e ballate (Elegie romane, Stella, L'apprendista stregone...) testimoniano, oltre che di un profondo senso per la musicalità della lingua, di un'acuta introspezione psicologica, d'altronde confermata da una caterva di lettere e da riflessioni su artisti e altre personalità del suo tempo. La genialità di Goethe è incontestabile. Martin Walser ha ironizzato sottilmente sulle imperfezioni e incoerenze dei personaggi dell'Ifigenia in Tauride. Alcuni passi di questa e di altre opere goethiane sono suscettibili di critiche e obiezioni; ma ciò nulla toglie all'effettiva grandezza dell'autore del Faust. 1 Per tutti quanti, per i suoi nemici come per i suoi ammiratori, valga questa asserzione di Hugo von Hoffmannsthal: "Oggi noi non abbiamo una nuova letteratura. Abbiamo Goethe insieme a pochi, incerti tentativi." In gioventù Goethe fu affascinato da Omero, dalla saga di Ossian e da Shakespeare. Tra i suoi contemporanei una forte influenza hanno esercitato su di lui Lessing e Klopstock (nati rispettivamente venti e venticinque anni prima di J.W.). Lui stesso badò sempre a eludere le domande che tendevano a svelare le fonti ispiratrici dei suoi lavori. Si limitava a rispondere: "Ich verdanke den Griechen und den Franzosen viel". Tra gli italiani c'è da segnalare il Tasso. Nella sua autobiografia Dichtung und Wahrheit (Poesia e verità), Goethe afferma che da giovane lesse attentamente l'opera tassesca, imparandola "parzialmente a memoria". Altri influssi sono da localizzarsi nel teatro del Settecento. E' quasi accertato che da bambino J.W. assistette alla rappresentazione dell'Orest und Pylades di J.E. Schlegel, dramma inscenato per la prima volta a Lipsia nel 1739 e più tardi replicato a Francoforte (1755). Schlegel fu tra i più noti drammaturghi tedeschi prima di Lessing, e Goethe lo ritiene importante per i chiari riferimenti al teatro di Shakespeare in un periodo in cui, fuori dell'Inghilterra, il "bardo di Avon" era sconosciuto ai più (cfr.: Poesia e verità). Tra i suoi amici di gioventù ci fu un suo quasi omonimo: F.W. Gotter, che faceva parte del circolo di poeti del Göttinger Hain. L'Oreste ed Elettra di Gotter servì a Goethe da ispirazione per l'Ifigenia. Nell'autobiografia egli descrive così l'amico: "Era di animo delicato, sincero e ottimista. Il talento gli proveniva dai molti esercizi e dall'autodisciplina; ostentava un'eleganza di stampo francese e provava gusto nel leggere libri inglesi a soggetto moralista e gradevole. Trascorremmo insieme tante ore piacevoli, durante le quali parlavamo a ruota libera delle nostre nozioni, dei nostri progetti, delle nostre affezioni. Fu lui che mi incoraggiò a scrivere diverse piccole cose, tanto più che, essendo in contatto con i poeti di Gottinga, mi invitò più volte a dargli delle poesie da destinare all'Almanacco di Boie." Decisivo per la formazione di J.W. fu il biennio di studi a Strasburgo, conclusosi con un esame a Francoforte - nell'autunno del 1771 - che gli consentì di esercitare l'avvocatura. A Strasburgo, dove imperava lo Sturm und Drang, Goethe conobbe J.G. Herder. Fu Herder ad avvicinarlo a Shakespeare. L'interesse dell'ancora acerbo Wolfgang per la semantica, insieme agli insegnamenti del filologo J.G. Hamann, lo condussero alla lettura dell'Ossian e a una rivalutazione della poesia greca (Omero, Pindaro). Nella città alsaziana videro la luce, tra le altre cose, i Sesenheimer Lieder, che il poeta dedicò a Friederike Brion. Nell'opera omnia di Johann Wolfgang von Goethe, la via del neoclassicismo si rispecchia in tutta la sua pienezza, integrità, forza innovatrice ed elogio dell'Antico. E' interessante constatare quante e quali amicizie si intrecciassero allora tra i vari letterati, in quante e quali vivaci dispute fossero impegnati questi uomini di spirito e quanti cadaveri molti di loro si lasciassero alle spalle. Il suicidio di von Kleist si può in parte spiegare con il giudizio implacabile che Goethe impartì ai lavori di quest'anima sfortunata. (Goethe diresse a Weimar La brocca rotta, ma la commedia non piacque. Kleist diede la colpa dell'insuccesso alla cattiva messa in scena, e questo portò al litigio con Goethe. Sulla rivista Phöbus, Kleist sarebbe arrivato a scrivere mordaci epigrammi contro il suo più celebre collega...) Dietro al mito di Goethe-genio universale, non campeggia il Sopra-Uomo. Anzi: come individuo egli non fu scevro di debolezze, e i personaggi che creò o che trasse di peso dalla cronaca quotidiana (Werther) oppure da opere ispirate ai modelli classici e tardo-rinascimentali (Ifigenia, Faust), sono spesso condannati alla sofferenza per causa di un'imperfezione che altro non è se non l'imperfezione stessa dell'umana natura. Il grande dilemma della vita è la discordanza tra proposito iniziale e risultato finale. In Goethe è evidente la coscienza della separazione dell'io-soggetto dal mondo empirico. La modernità di Goethe consiste appunto - come in Hölderlin - nella "separazione radicale dell'individuo borghese dal suo campo sociale [...], la sua mediata non opposizione ad esso" (Mangaldo). Il "sensismo" del genio tedesco ha influenzato il nostro Leopardi, che di lui doveva conoscere I dolori del giovane Werther. Già al suo primo apparire, questo romanzo epistolare causò una serie impressionante di suicidi a catena: molti lettori, identificatisi con Werther, vollero condividerne la tragica sorte. " 'Conosci te stesso'? Se conoscessi me stesso scapperei via." Nel corso della sua lunga vita, Goethe ha intrapreso tante fughe, volgendo le spalle a situazioni per lui imbarazzanti cui non riusciva a far fronte con il solo "contegno borghese" o con la proverbiale calma olimpica. Da una di queste fughe risultò il celeberrimo Viaggio in Italia. Per J.W. l'evasione è un venire meno al soffrire, ma non al lottare: la lotta è inevitabile, sempre e in ogni luogo. Non è una lotta politica, la sua, non è una ribellione de facto alla società e/o al sistema vigente, ma, piuttosto, un "accomodamento", un districarsi, un venire a patti con le avversità dell'esistenza. 2 Non siamo di fronte a un esempio di codardia. Goethe era forse opportunista, ma non vigliacco. Come entità sociale, come cittadino con incarichi diplomatici, seppe sempre prendersi le sue brave responsabilità e si impegnò per il raggiungimento del più umano e più ragionevole dei compromessi; come uomo di lettere, condannò il borghesismo più crasso e ogni aspetto di mentalità bigotta, contrapponendovi una tolleranza universalista e inneggiando all'amore, alla fraternità, alla libera fantasia. Questo si manifesta chiaramente soprattutto nel West-östlicher Divan, dove viene lanciato il messaggio della necessità di incontri interculturali e di una proficua unione tra le due massime culture (l'occidentale e la levantina) contro ogni motto nazionalista, contro la xenofobia e i gridi di guerra. [Il West-östlicher Divan è l'unica opera in versi di Goethe pubblicata mentre il poeta era ancora in vita (!). Più tardi si scoprì che almeno tre delle più belle poesie contenute nel Divan furono scritte da Marianne Willemer. La Willemer era una trentenne già sposata per la quale si infiammò il cuore dell'ultrasessantenne Goethe. Nel Divan, Marianne e Wolfgang si sono dati i nomi di "Suleika" e "Hatem".] Se mai Goethe fu intollerante, lo fu nei confronti di ogni forma di violenza. Anche per questo guardò con palese scetticismo alla Rivoluzione Francese e ai moti che, sulla scia della Rivoluzione, scoppiarono in diverse parti d'Europa. Affrontò la vita con un ragionevole stoicismo, ma la sua sopportazione fu messa spesso a dura prova. Il suo livello di guardia era basso. Goethe era un individuo suscettibile, che non tollerava offese di sorta. A questo proposito, esemplare è la sua relazione weimariana con la matura Carlotta von Stein. "Nessuno viene mai ingannato: ci si inganna da sé." Alle radici dell'umanesimo tedesco o Neuhumanismus, di cui Schiller fu l'altra grande stella, c'è il concetto dell'appartenenza dell'uomo a se stesso. Ma il mondo è instabile, contingente, relativo, forse una mera farsa degli dèi, e l'individuo, sia pure non autosufficiente, deve imparare ad adeguarsi e a schivare i mille ostacoli sul percorso. Il romanticismo "classicista" di Goethe e Schiller non può essere degradato a sinonimo di moderazione; non può essere posto agli antipodi dello Sturm und Drang. Vi è, nella tematica delle loro opere, una certa risonanza trasgressiva che va a sposarsi con quell'aspirazione all'assoluto che si esercita nel linguaggio: un'ascesi linguistica parzialmente convenzionalizzata ma che, a ben guardare, travalica i dettami della loro epoca. In entrambi - Goethe e Schiller - si denota l'educazione al senso del limite, che si manifesta in oltranza demiurgica, nell'ordine delle parole. Ma sicuramente c'è più pathos nelle opere di Schiller che in quelle di Goethe. Effettivamente, l'idealismo schilleriano è più variamente interpretabile di quello di Goethe, la cui "veduta delle cose" è, al contrario, saldamente ancorata al Realismus. Soprattutto dai trentacinquequarant'anni in poi, la personalità di Goethe si sviluppò in direzione antitragica, il poeta acquisì una certa flemma, la capacità di osservare le cose mantenendo un certo distacco, e proprio per questo il discorso fra lui e il mondo è ancora aperto e attuale. La maturità fa sì che il suo gesto creativo sia attuato con calma pindarica. Magari nell'intento primario, nell'impeto immediatamente successivo al lampo d'intuizione, ha il trasporto caratteristico dello Sturm und Drang; ma l'occhio rimane limpido e pacato. Ad accomunare i due più grandi letterati tedeschi è, oltre al loro attaccamento per i temi classici, la disciplina semantico-sintattica. Questo non significa ovviamente che Goethe e Schiller pregiassero l'esprit du sérieux e disprezzassero il sano, rinfrescante dilettantismo che fece da sfondo a gran parte della letteratura (e della scienza!) del Settecento. Al contrario. Più di una volta Goethe dichiarò di reputarsi fondamentalmente un dilettante. E' dalle sue svariate letture, condotte spesso in modo disordinato - per curiosità, per voracità spirituale, più che per necessità -, che egli attinge la sua professionalità. D'altra parte, l'"uscire allo scoperto" con un'opera che predica se non una Verità quantomeno un eticismo (quanto sottomesso al contingente?) e che rivendica i valori più sinceri dell'"umanità", presuppone un grande rispetto per la Lingua letteraria. In Goethe ciò avviene sotto l'insegna di una chiarezza espressiva che cerca il suo pari. Si può benissimo affermare che il poeta di Francoforte, insieme a Schiller e a pochi altri esponenti del Neuhumanismus, abbia gettato le basi per il tedesco moderno. A parte il Werther (risultato di un tour de force di quattro settimane e scritto senza uno schema prestabilito), ogni castello narrativo è sostenuto da una rigida intelaiatura. La tecnica di Goethe consisteva nell'erigere dapprima lo "scheletro" della costruzione e solo in un secondo momento scegliere le parole con le quali ricoprirlo. Come pensatore non era un sistematico, cioè non ordinò mai "matematicamente" la sua filosofia. E' accertato che, fin da ragazzo, Goethe odiò la matematica. I numeri sono forme immobili e "le forme immobili dicono di no alla vita. Formule e 3 leggi matematiche spargono un'immobilità sopra il quadro della natura. I numeri uccidono. Essi sono i padri di Faust, che troneggiano nella più completa solitudine." Tuttavia, anche un matematico può arrivare a sentire in sé "la bellezza del vero". Nella fattispecie, Pitagora ed Euclide sono più prossimi al senso di "bellezza" di quanto non lo siano Leibniz e Newton. Goethe non rimase indifferente a certe ben riuscite figure e combinazioni matematiche. Sulla contabilità a partita doppia di Luca Pacioli (1494), scrisse: "E' una delle più belle scoperte dello spirito umano". In Goethe non ci sono finzioni in senso stretto, ma concetti, ideali, stati. Lo scrittore prende la giusta distanza dal tema centrale prima di cominciare col montaggio romanzesco o - nel caso dei drammi - col telaio metrico e strofico. Le sue non sono opere di sperimentazione artistica, né mera riproposta di temi "classici", ma vero e proprio impegno analitico: una - per quell'epoca anticonvenzionale - confessione scientifico-psicologica; e, quindi, autoterapia. L'autoterapia è assolutamente indispensabile per tenersi a galla nello scompiglio di eventi esterni e per riconfermare la propria sanità. Il genere umano è "intrecciato", "annodato", "intricato" ("verschlungen und verknüpft"; "...so wunderbar ist das Leben gemischt" - in: West-östlicher Divan). Nessuno di noi può rinunciare al contatto con gli altri individui. I compromessi sono inevitabili, e, per assurdo, il riscatto può avvenire solamente tramite l'agire. C'è una sostanziale differenza tra il divenire e il divenuto. Goethe è per il divenire (= entusiasmo, accrescimento, slancio vitale), non per il divenuto (= staticità, ozio, morte). Le conseguenze dell'agire, tuttavia, sono incerte. "Der Handelnde ist immer gewissenlos; es hat niemand Gewissen, als der Betrachtende." ("Chi agisce non è mai consapevole. Solo l'osservatore lo è.") "Fin da quando ho sentito dire che, in fin dei conti, ognuno di noi ha una propria religione, mi è sembrato logico crearmene una mia." Goethe era forse antirazionalista? O fu fedele alla Logos? Era ateo o credente? In primo luogo era poeta e uno scienziato. Non manca nelle sue opere - soprattutto in quelle in versi - l'intervento di ciò che Freud definisce l'unheimlich, ovvero l'"inquietante", il "sinistro", il "non-familiare"; elemento che non è necessariamente in relazione con il divino così come esso è concepito dalle religioni monoteiste. Ma sarebbe insensato affermare che egli fosse stato ateo, dato che nel suo sistema di valori giusto le divinità rappresentano i principi ispiratori dell'etica. Gli dèi sono prototipi e proiezioni di altrettanti topoi umani. E, come vuole la mitologia classica, possono essere miopi e fallaci; inoltre è accertato che sono capricciosi. Ergo: gli dèi determinano ogni azione umana... in maniera irrazionale. Il trascendentalismo di Goethe tende verso un discreto panteismo, con una punta di determinismo à la Marco Aurelio. E' la stessa contrapposizione magia-fede che conosciamo attraverso il conflitto interiore di Enrico Faust. Per forza di cose, la conoscenza umana è parecchio limitata. La presenza del sovrannaturale può ancora essere intuita dal nostro pensiero; ma come si spiega l'oltre-naturale? Goethe gioca volentieri con il fantastico (o immaginario), e non solo nel Faust. (Un esempio ne è la sua poesia sul Re degli elfi.) Ma persino il fantastico - per quanto trascendentale - si sottopone al giogo della disciplina, della chiarezza strutturale della lingua. Così, l'ineffabile goethiano ha alla fin fine ben poco di inquietante, presentandosi come un dato di fatto credibile, più vicino alla coscienza che non al sogno. Tali Unheimlichkeiten restano comunque qualcosa di innaturale che avviene "fuori" del soggetto, nella dimensione del non-io. Sono altro, sono ombra; sono alieni persino a Dio, il quale, essendo intuibile, è con la natura ed è la natura, è con l'uomo e dentro l'uomo - è, in una parola, vivo. A Eckermann , J.W. Goethe scrisse: "L'afflato divino è efficace dove c'è vita, non dove c'è morte." "Quando si comincia a riflettere sulla propria condizione fisica o spirituale, di solito si finisce con l'ammalarci." In Goethe c'è una ben definita barriera, uno steccato invalicabile che separa il sé pensante dal mondo. (E con mondo si intende tanto la sfera delle cose reali quanto quella delle cose percepite). Ovviamente questa barriera non basta a scongiurare l'impulso - irrazionale? - di evadere a più riprese anche dalla propria realtà intima, il desiderio di obliare e di obliarsi che, nei suoi scritti, si traduce in una collusione con l'esotico. Ed ecco che abbiamo la perlustrazione di terre straniere, le allusioni ai miti già cari agli Elleni e alla letteratura francese (primo fra tutti: Racine). La Grecia era sinonimo di Antichità, un passato idealizzato; e quindi meritevole di essere cantata in versi preferibilmente in esametri. Se nei sogni del neoclassicismo tedesco quel mondo occupa una posizione più centrale rispetto all'Italia, è anche per una questione fisica: allora la Grecia era più distante, più difficilmente raggiungibile, e rimaneva perciò avvolta in un manto d'idealismo. L'Italia era, al confronto, quasi a portata di mano; era uno scrigno di tesori incommensurabili, ma anche ricca di insidie e perigli di ogni genere (all'epoca di Goethe imperava il brigantaggio), e 4 dunque un soggetto grosso modo prosastico. Logico dunque che il Sehnsucht o Spleen di molti versatori (anglo)sassoni vertesse sull'ideale più distante e improbabile: quello della bellezza assoluta, delle "perfette rovine". L'Italia comunque era (ed è) sempre valida per dar spunto a pagine su pagine di diari di viaggio; un'immensa travelogy di cui ancora non si intravede la fine. Da Marianne von Willemer a Goethe: "Ho letto più volte il Divan; non posso descrivere le sensazioni procuratemi da ogni parola familiare, né posso spiegarle a me stessa; se a Voi la mia persona e il mio Animo sono chiari, come spero e mi auguro, giacché il mio cuore è sempre rimasto schiuso al Vostro sguardo, allora non c'è bisogno di altre spiegazioni. Voi capite e sapete benissimo quanto è accaduto in me, e io stessa me ne stupisco; umile e fiera ad un tempo, vergognosa e incantata, tutto mi è apparso come un bel sogno, in cui ognuno riconosce la propria immagine resa più bella, più nobile, e si lascia passare addosso tutto quel che di lodevole accade e che è degno di essere amato..." (Ottobre 1819) Faust In quest'opera, che è il suo indiscusso capolavoro, Goethe riprese il soggetto di una leggenda popolare molto diffusa in Germania e in Inghilterra dove era già stata soggetto di una rielaborazione teatrale da parte del poeta elisabettiano Christopher Marlowe. La storia ha come protagonista uno studioso, Johann Faust, che, ormai vecchio, tentato dal demonio Mefistofele, vende la propria anima in cambio di giovinezza, sapienza e potere. Ora Faust, onnipotente, può disporre delle sorti altrui: porta alla follia e alla morte una povera fanciulla, Margherita; poi inizia a esercitare la sua influenza diabolica presso le corti principesche del gran mondo. E benché tutto sembri congiurare alla dannazione di Faust, la pietà divina riconosce il desiderio di bene che è stato all'origine di tanto peccare: la stessa Margherita intercede per Faust, simbolo ormai dell'umanità stessa e del suo cammino verso la redenzione. L'opera, allegoria della vita umana nell'intera gamma delle passioni, delle miserie e dei momenti di grandezza, afferma il diritto e la capacità dell'individuo di voler conoscere il divino e l'umano, la capacità dell'uomo di essere "misura di tutte le cose", e mostra il cammino percorso da Goethe dagli anni inquieti dello Sturm und Drang fino alla compostezza classica delle forme e alla saggezza della maturità. E' il mito della superbia della ragione illuministica, dell'uomo che vuole essere il signore del mondo. Faust è un medico-scienziato, uomo rispettabilissimo, che svolge la sua attività con un aiutante (Wagner). Conosciuto tutto il possibile, Faust si sente insoddisfatto e si rivolge alla magia, che gli si presenta come vero e proprio spirito della magia, incarnato dalla diabolica figura di Mefistofele. Quest'ultimo era già comparso nel 'prologo in cielo' per sfidare il Signore che riuscirà a dannare Faust. Faust e Mefistofele siglano un patto: Faust ottiene la giovinezza in cambio della propria anima. Dopo di che, Faust si innamora della bella popolana Margherita e riesce a conquistarla: ella è indotta da Faust a somministrare un sonnifero alla propria madre per potersi così incontrare con l'amante. Il sonnifero, però, porta la madre alla morte. Margherita, uccisa la madre e anche il proprio fratello (Valentino), commette un altro omicidio: toglie infatti la vita al suo bambino (affogandolo), figlio di Faust, e viene arrestata. Nel frattempo Faust vive con Mefistofele nuove avventure: viene infatti introdotto alla conoscenza dei mondi infernali e condotto ad una Sabba (il concilio di streghe e potenze demoniache). Nell'ultima scena dell'opera la ritroviamo in carcere, in preda a forti allucinazioni: invoca a gran voce il perdono di Dio. Faust, accortosi di quanto sta accadendo, impone a Mefistofele di liberare Margherita, la quale, però, si rivela impaurita dalla figura di Mefistofele: ha colto in tale figura la presenza del diabolico, il male. Margherita viene comunque dichiarata salva da una voce celeste. Questa è la trama generale dell'opera. Due sono le grandi tematiche del Faust: il patto-scommessa e lo Streben (il cercare): Mefistofele sfida Dio, dimostrando che Faust, pur affannato alla ricerca di nuovi ed elevati saperi, è in realtà pur sempre disponibile ad un piacere che proviene dall'abbandono della sapienza. Il Signore tira in ballo il concetto di Streben dicendo che ' erra l'uomo finchè cerca '. La parola 'streben' caratterizza il protagonista, il suo continuo sforzo di superare i limiti, di non appagarsi mai in nessuna situazione; rappresenta anche lo spirito della borghesia, la sua forza innovativa e rivoluzionaria. Faust, nel primo prologo, è disperato: il sapere cui è pervenuto non gli permette di conoscere l'intima essenza della Natura (tema sentitissimo in Goethe) e decide dunque di darsi alla magia, evocando Mefistofele. Faust è salvato in extremis dal suicidio: sente la campane della pasqua e la gioia che da ese deriva. In Faust, va sottolineato, convivono due anime in contrasto: la prima tende al potere-sapere, l'altra ad un legame con il mondo. 5 • • • • • • • • • • Volume I- Prologhi Dedica Prologo sul teatro: Direttore - Poeta. Il direttore è avido di guadagno, il poeta difende i diritti del genio e ha simpatia per l'improvvisazione e vuole preparare il pubblico all'apparente disorganicità del Faust. Prologo in cielo: Mefistofele - Dio e accordo. Mefistofele può tentare come vuole Faust, ma Dio è convinto che non ci riuscirà. Entrano nuovi elementi: la lotta tra l'Io e la natura. Prima parte della tragedia Notte: Faust si rende conto di non sapere nulla, suo è il desiderio di reagire alla conoscenza libresca per avviarsi, staccandosi dall'illuminismo, verso una conoscenza intuitiva per svelare l'essenza della natura. Vuole arrivare alla chiarezza. Invoca lo Spirito della terra, ma si conclude in una sconfitta perché sente ancor più dolorosamente la distanza tra l'uomo e Dio, tra la creatura finita e l'infinito. Viene rispinto entro i limiti delle sue umane possibilità, come castigo di essersi creduto simile a Dio. Dialogo con Wagner (studente) che vorrebbe sapere sempre di più. Wagner è il rappresentante della decadente tradizione della retorica umanistica e di alcuni aspetti della letteratura del tempo. Più tardi, solo decide di suicidarsi, per rientrare nell'universale, nell'infinito. Il desiderio di vivere e l'aspirazione di fondersi con il tutto sono in Goethe spesso uniti con il senso della morte. Faust crede l'inferno una creazione umana. Gli angeli evocano in lui il periodo felice della sua giovinezza e lo fermano. Streben: impulso che non lo abbandonerà mai, come energia vitale e positiva. Allo Streben di Faust, che è desiderio di andare sempre oltre i risultati delle proprie esperienze, si oppone il Genus di Mefistofele, che è quasi voluttuosa pigrizia di appagarsi in quello che è. Fuori della porta della città: giovani a passeggio. Inquietudine di Faust contrasta con la pacata esistenza di Wagner e il primitivo viversi della folla. Faust si rivolge agli spiriti dell'aria perché lo strappino alla sua chiusa esistenza. "Due anime abitano nel mio petto, l'una si vuol separare dall'altra". Faust è ormai fuori dal dualismo cristiano: cielo / terra, Uomo / Dio, natura / spirito. Il suo dualismo è dentro di lui. Ecco le due anime. Una lo avvince al mondo sensibile, l'altra verso l'infinito e il divino.. il diavolo è un po' la voce della prima anima, ma Faust sa che la seconda avrà il sopravvento. Faust vede un cane: Mefistofele Studio: dal cane si sviluppa Mefistofele. Non appare a Faust perché è stato evocato, ma per il discorso del prologo in cielo. D'altro canto Faust non aveva invocato il demonio, ma gli spiriti che stanno tra cielo e terra. Mefistofele gli si presenta come un diavolo come tutti gli altri. Studio: patto. Faust accetta le condizioni di Mefistofele e questi crede che vincerà la scommessa saziandone il corpo e l'animo di brutali piaceri. Faust, poco preoccupato di com'è l'aldilà perché non crede all'aldilà tradizionale, si sente legato alla terra e vuole vivere qui la sua esperienza, è anche convinto che non potrà mai arrivare a una dichiarazione che indichi soddisfazione e sazietà nel suo animo perché non crede nemmeno a queste possibilità. Nell'accettare il patto egli accetta anche il patto con se stesso: non soggiacergli. Faust si ribella al suo tempo e alla cultura. Solo se Mefistofele riuscirà a spegnere il suo desiderio di agire, Faust sarà sconfitto. Ma sa anche che Mefistofele, per la sua natura, non può capire l'essere umano nel suo alto tendere e gli chiede che gli può dare senza illudersi. Faust arriva ad un impegno con sé stesso e contro Mefistofele: non lasciar mai spegnere il suo desiderio di vita; germe della vittoria finale di Faust. Mefistofele, che gli consiglia di abbandonarsi ai piaceri della vita, non lo comprenderà mai. (leggi pag. 83) Faust - Goethe volta le spalle all'Illuminismo per abbracciare l'irrazionalità dello Sturm und Drang: "entro qualsiasi costume sentirò sempre la pena di questa angusta esistenza terrena". Entra uno scolaro che rappresenta Goethe giovane di Lipsia. Cantina di Auerbach a Lipsia: ambiente studentesco. Arrivano Faust e Mefistofele. Faust quasi non parla, il diavolo fa uscire il vino dal tavolo ma, quando inavvertitamente uno studente lo fa cadere per terra, si trasforma in fiamme. Cucina della strega: Faust ringiovanisce, da questo momento è il personaggio principale. Strada: inizia il dramma di Margherita il suo amore per Faust si risolverà in tragedia personale e creerà la distruzione di quella piccola società che prima la protegge e poi l'imprigiona. Faust è attirato da questo semplice mondo idillico e sente che ciò lo pone in urto con il suo Streben. Il contrasto non si risolve. Margherita rappresenta un po' tutte le donne amate da Goethe nella sua giovinezza. Egli vede in Margherita e nel suo agire una prova di quella 6 • • • • • • • • • • • • forza irresistibile che è nella natura, e che avvince e domina anima e sensi. Lentamente il suo amore per Faust le farà superare tutte le barriere: la differenza sociale, religiosa, il ritegno morale per una notte d'amore senza matrimonio. Sera: Faust e Mefistofele vanno a casa di Margherita, ambiente impregnato di castità e purezza. Faust vi lascia un cofanetto pieno di gioielli. Il suo desiderio sessuale si tramuta in amore. Lei lo trova. Passeggiata: Mefistofele racconta a Faust che la madre ha portato il cofanetto al parroco. Si condanna l'avidità della chiesa. La casa della vicina: Margherita ha trovato un altro cofanetto e lo porta da Marta. Arriva Mefistofele, comunica a Marta la morte di suo marito e le fa la corte. Strada: "in breve tempo Margherita sarà vostra". Giardino: conversazione delle due coppie. Faust e Margherita molto innamorati, Mefistofele schiva le allusioni di Marta e lei insiste. Ogni dialogo tra Margherita e Faust è sempre più caldo fino ad arrivare alla dichiarazione d'amore. Bosco e caverna: monologo di Faust, è una preghiera di ringraziamento allo Spirito della terra che, attraverso il finito, il terreno (l'amore per Margherita), ha costruito un legame con l'infinito. l'amore gli ha insegnato anche che la conoscenza dell'infinito passa attraverso il finito. Faust avrebbe raggiunto equilibrio, conoscenza e fusione con la natura se non o turbasse la compagnia di Mefistofele, cui ormai è legato. Senza Mefistofele ha stabilito con sé e la natura un rapporto diverso, gli pare d'essersi purificato con l'aver frenato il desiderio di possedere Margherita. Sopraggiunge Mefistofele che cerca di tramutare l'amore in passione, Faust si rende conto che non la può frenare e vi si abbandona. Distrugge in sé ciò che vi era di grande e nobile e distrugge anche l'ingenuità di lei. Giardino di Marta: Margherita ha ormai deciso di darsi a Faust, sente che quello è il suo destino. Ma sente il bisogno che la loro unione sia dello spirito e della carne e s'informa sulla religiosità di lui. La religiosità di Faust è quella dello Sturm und Drang, una religione di natura. Margherita ha i primi dubbi sulla natura di Mefistofele. Faust le dà delle gocce da mettere nella bevanda della madre affinché dorma. Alla fonte: è passato un po' di tempo. Margherita sa, anche se la sua colpa non è ancora visibile. Bastione: Margherita non si può rivolgere a nessuno per conforto, nemmeno all'amato che è egoisticamente lontano. Notte: Faust uccide Valentino, il fratello di Margherita, che vuole svergognare pubblicamente la sorella, poi deve fuggire dalla città. Duomo: funerale della madre, che è morta per il narcotico senza potersi confessare. Margherita, senza madre, fratello e Faust, è completamente sola. Notte di Valpurga: festa sensualmente pagana. Mefistofele conduce Faust sul Brocken nella speranza che questi conosca la lussuria e vi si abbandoni, ma Faust non vi si perde totalmente perché a richiamarlo a sé c'è l'immagine di Margherita, simbolo della donna-amore. E' questa che vincerà sulla donna-lussuria e lo richiamerà dall'abisso della lussuria, volgendolo verso nuove esperienze. o o o o • La scena si divide in quattro parti: salita di Faust e Mefistofele verso il Brocken; rappresentazione della notte di streghe e lussuria; partecipazione di Faust e Mefistofele alla danza volgare; apparizione di Margherita; Passano molti personaggi a cui Goethe ha dato un riferimento satirico (i malcontenti che si lamentano di tutti ma non fanno nulla per cambiare le cose, il poeta dilettante, i poeti modesti, Nicolai, i poeti della vecchia scuola, persone volubili, Lavater, Fichte, Kant, Jacobi, la scuola di Hume). Giorno fosco, campagna: si ritorna all'azione. Faust scopre che Margherita è in prigione e vuole farla fuggire, offuscando i sensi del carceriere. Carcere: Faust è lì per il suo dovere di uomo e per pietà, ma non più per amore. Soddisfatta la sua passione, vuole riprendere la sua ricerca. Lei lo capisce. In Margherita comincia ad affiorare il senso dell'errore commesso, per non vorrà seguirlo e dichiarerà la sua volontà di espiazione. Così si salva. Vede Mefistofele alle spalle di Faust e sente che lui è perduto. L'invocazione finale "Heinrich, Heinrich!" è la promessa di un amore dopo la morte. Seconda parte della tragedia In cinque atti- Atto Primo 7 • • • • • • • • • • 1. 2. 3. 4. 5. Ridente contrada: è passato uno spazio di tempo indeterminabile. Faust si ridesta in mezzo alla natura serena e ridente. Sul tormento si posa la natura ristoratrice e rinasce a nuova vita, dimentica il passato. La voglia e la gioia di vivere lo salvano dal rimorso. Tutti vogliono fargli dimenticare quanto è successo. Cambia la sua visione della vita, non si slancia più verso l'infinito, ma accetta i limiti del reale, del finito, della conoscenza. L'uomo, pur aspirando al divino, deve limitarsi a goderne quanto di esso si manifesta in terra e vivere ed agire entro i limiti concessi all'umana natura. Palazzo imperiale, sala del trono: Goethe giudica il mondo di corte con ironia, i suoi difetti, il suo falso splendore, le sue debolezze, senza che il rispetto per l'autorità venga meno. Mefistofele prende il posto del buffone. Gran salone: mascherata di carnevale a corte, non ha un significato particolare, ma ha solo lo scopo di divertire. Faust appare vestito da Pluto, il dio della ricchezza come mezzo di creazione e attività umana, e Mefistofele da Avarizia. L'imperatore è vestito da Pan. Faust fa sgorgare un fiume d'oro dalla sua cassa, la barba dell'imperatore prende fuoco, Faust e Mefistofele dominano le fiamme e appaiono come salvatori. Giardino di svago: con le sue arti magiche, Faust si è guadagnato i favori dell'imperatore. Grazie a lui i debiti dell'impero vengono salvati e si produce carta moneta. Galleria oscura: è la prima delle tre scene che culmineranno con l'invocazione di Elena. Elena si trova in un mondo che non è quello di Mefistofele perché quest'evocazione non dipende dalla magia. Lei è l'idea della pura bellezza e risiede in un mondo al di fuori di quello di Mefistofele, presso le Madri. Elena sarà colei che apre a Faust un nuovo mondo e lo avvia verso una nuova esperienza ed in essa lo accompagnerà. Goethe considera il loro amore come un amore altissimo, nel quale anima e sensi formano un'unità inscindibile. Le Madri; la forma originaria e primitiva di ogni forma vivente (mito creato da Goethe). L'imperatore vuole che Faust invochi Elena e Paride, ma deve scendere dalle Madri e Mefistofele gli dà la chiave. La sua impresa è vera e grande magia, non di formule, ma di volontà d'animo. Entra in un mondo fuori del tempo, il mondo dell'assoluto. Ritorna diverso, ha inizio qui il suo viaggio verso il divino mondo della bellezza, che finirà con la morte di Elena. Sale riccamente illuminate: intermezzo. Mentre Faust è dalle Madri, Mefistofele opera miracolose guarigioni. Sala dei cavalieri: Faust torna, appaiono sul palco Elena e Paride. Frivoli commenti della folla egli vuole Elena, ma per poter arrivare a questa bellezza, dovrà compiere la lunga educazione estetica in Grecia. Nel suo rapimento, dimentica che tra il mondo della magia e quello della realtà esiste un abisso invalicabile, si illude di poter dominare con la chiave entrambi i mondi. Ma è un errore perché confonde il mondo degli spiriti con quello terreno. Faust nel voler difendere Elena dal ratto di Paride e nel volerla fare sua, viola questa legge. La catastrofe è inevitabile. Volume II- Atto Secondo Stretta stanza gotica con alte volte: Faust è presente solo con il corpo, ma la sua mente è altrove. L'evocazione di Elena e il tentativo di Faust di impadronirsene, mettono Mefistofele di fronte a nuovi problemi. Lo riporta nello studio dove strinsero il patto e, mentre Mefistofele si diverte con Wagner, ormai dottore inorgoglito e con il Famulus di lui, Faust sogna Elena. Laboratorio: Wagner cerca di creare artificialmente un uomo. Wagner mette insieme gli elementi, Mefistofele gli soffia la vita; Homunculus. Eredita da Mefistofele il piacere dello scherzo, da Faust il desiderio di fare. Ma per essere veramente vivo egli ha bisogno di una propria individualità, ha bisogno di divenire, di formarsi. E in questa ricerca di vita troverà la sua fine. L'anima di Faust è immersa nel mondo della classicità e non in quello nordico medievale. Notte di Valpurga: questa scena costituisce il ponte necessario tra il laboratorio di Faust e l'esperienza con Elena, non più ombra evocata ma creatura viva. Faust, per arrivare a questo, dovrà passare per il terribile mondo mitologico greco. Vi è qui un dramma nel dramma. Scena: Homunculus, Faust e Mefistofele giungono sui campi di Farsaglia. Scena: Sfingi, Grifoni e Sirene li accolgono nel loro mondo. Scena: lungo il Peneio inferiore, Faust ha la visione della nascita di Elena e si incontra con Manto, una Sibilla, che gli permette la discesa all'Orco. Scena: lungo il Peneio superiore, Mefistofele si trasforma in Forciade, così può entrare ed essere accettato, nel mondo classico. Scena: tra le rocce del mar Egeo si compie il destino di Homunculus. Egli vuole vivere una vita concreta, uscire dal vetro dove conduce una vita artificiale. Assetato di amore e bellezza si slancia verso la dea Galatea ma, nell'impeto, infrange il cristallo e muore. Homunculus 8 sacrifica la sua vita spirituale e da questo sacrificio scaturirà la vera essenza della fusione corpo / spirito. Egli muore per diventare perché per vivere la sua assoluta spiritualità deve fondersi con la realtà. Anche nell'esistenza degli uomini, lo spirito per vivere e per dare vita, deve incatenarsi. Morire e diventare attraverso questo spirito sono la via alla vita. Il Goethe espone qui le teorie sull'origine del mondo (polemica vulcanisti e nettunisti) e quelle sull'origine della vita. I vulcanisti ritengono che la crosta terrestre sia effetto dell'azione dei vulcani, i nettunisti che sia effetto dell'azione dell'acqua. Goethe inclinava verso i nettunisti Vi sono in queste scene, tre azioni singole e parallele. • • • • • • • Atto Terzo Davanti al palazzo di Menelao a Sparta: Elena appare sulla scena avvolta da un'aura tragica, come un personaggio di Euripide. Goethe, scrivendo questo atto, pensava a una seconda grande esperienza d'amore di Faust, un'esperienza che fosse felice conquista spirituale della classicità e della bellezza, amore che fosse armonia di anima e corpo. Assistiamo qui ad una nuova vita di Elena e Faust in Grecia e, nella loro unione, vi è una simbolica unione del mondo classico-mediterraneo con il mondo nordico-romantico. Mefistofele-Forciade (rappresenta il mondo cristiano-occidentale) deve creare in Elena il desiderio spontaneo di seguirlo e rifugiarsi da Faust, per sfuggire alla vendetta di Menelao. Così Mefistofele e Faust appaiono come salvatori. Elena si avvia verso il castello, ciò vuol dire avviarsi verso un'altra vita e un altro tempo. Cortile interno del castello: Faust e Elena si avviano alla loro fusione. Faust ha superato il suo stato d'inquietudine e si presenta in nobile compostezza e sicurezza di sé (ideale greco di Goethe). Ha compiuto la sua educazione estetica. Il suo spirito nordico ha preso possesso della sua grecità, di cui se ne arricchisce e non vi si perde, ma grazie allo spirito e non alla grecità, torna a vivere nuove forme. L'unione di Faust e Elena è l'unione del mondo umano e del mondo divino. Conducono uno stile di vita libero, secondo natura, fuori dalle convenzioni. Nuovo Faust è sicuro di sé. Vivono fuori del tempo e nella natura eternamente giovane. Arcadica felicità, ma Faust non potrà rimanere fermo a lungo. Bosco ombroso (in Arcadia): il personaggio principale è Euforione, figlio di Faust e Elena. Del padre ha lo slancio verso l'infinito, il desiderio dell'amore, dell'azione e, della madre ha la bellezza. Ma in lui non è armonia, titanismo faustiano e classicità non sono in lui fusi in un tutto equilibrato. Predomina in lui l'elemento dionisiaco. questa sua natura è la causa fatale della sua morte (si ispira al Byron, quindi muore nella guerra di liberazione della Grecia, cioè volto verso l'azione, ma fermato dal suo tragico destino). Il suo destino determina quello degli altri, Elena muore, il coro si disperde e Faust muove verso le ultime esperienze. Atto Quarto Alta montagna: perduta Elena, Faust tende alla potenza e all'azione, alla realtà e alla vita. Come l'amore per Margherita, anche quello per Elena ha avuto fine. Dolorosa anche questa esperienza, ma più alta. Si chiude un momento della sua esistenza. Egli prende congedo dalla vita amorosa e, senza rimpianti e con virile decisione, inizia l'ultima esperienza, quella della vita attiva per sé e per gli altri. Mefistofele pensa alla gloria a vantaggio di chi la consegue. Faust persa a una grande azione fine a se stessa e Mefistofele non lo comprende. Faust è molto cambiato, un tempo la natura si identificava con il divino, ora egli vede nella natura un'energia che l'uomo può domare e rendere proprio strumento l’ esperienza dell'azione e creazione. "L'azione è tutto, la gloria nulla". Sui contrafforti: Faust partecipa alla guerra tra imperatore e antimperatore. Con l'aiuto delle arti magiche di Mefistofele combattono per l'imperatore schiere di spiriti e gli procurano la vittoria. Tenda dell'antimperatore: l'imperatore sa benissimo che deve la vittoria alle arti magiche dei suoi due alleati, ma fa finta di credere che sia merito dei quattro principi e si affretta a ricompensarli. Faust viene investito del litorale dell'impero. L'imperatore nota che il suo impero è in declino, ha una forma di governo che crolla e i suoi principi lo derubano e non ha la forza di reagire. Ma Faust sta per iniziare quell'azione che creerà una nuova forma di vita sociale, un nuovo stato. Atto Quinto Paesaggio aperto: Goethe riprende l'episodio delle Metamorfosi di Ovidio, in cui Giove e Mercurio percorrono la Frigia e trovano ospitalità presso due coniugi Filemone e Bauci. A dimostrare la loro gratitudine ne cambiano la modesta casa in tempio e concedono loro la grazia di poter morire contemporaneamente. Filemone si trasforma in quercia e Bauci in tiglio. In questo episodio, un viandante naufragato venne salvato dai due. Torna a ringraziarli, ma al loro posto vi trova un'oasi di pace. Si nota come vi è un presagio di catastrofe, un nuovo mondo assale l'antico. 9 • • • • • Palazzo: ormai la sua spiaggia è divenuta fiorente. Ma Faust è irritato perché di fronte al suo mondo creato dal nulla, meccanico, fabbricato e non divenuto, sta quello di Filemone e Bauci, idillico, sereno, lentamente divenuto. Il desiderio del possesso è più forte di lui, Mefistofele non capisce le sue inquietudini. Faust chiede a Mefistofele di far cambiare residenza a due vecchi, ma in cambio ha distruzione e morte. Vengono uccisi e sente che la colpa di ciò ricade su di lui. Viene colto da senso di colpa e pentimento. Mefistofele ha portato alle estreme conseguenze il suo desiderio di possesso. E così il titano Faust si fa uomo. Ritrova, ripudiando la magia, la sua umanità, i limiti della sua umanità e la sua libertà. Ora Faust può morire. Notte profonda: Faust canta le lodi della vita e si esalta nella bellezza del mondo. Un'affermazione d'amore verso la vita. Notare quanto sia forte il contrasto con la descrizione dell'incendio, della distruzione e della morte con lo stato d'animo di Faust. Vi è la sua prima incertezza interiore. Il senso di colpa, il rimorso, il pentimento. Tuttavia si riprende. Mezzanotte: la crisi di Faust si sta sviluppando, si sta allontanando dalla magia e lo conduce ad una reazione di fronte a Mefistofele e alle sue arti magiche perché si accorge che viene quasi sempre trascinato dove non avrebbe dovuto e voluto arrivare. Sente il desiderio di essere libero. La sua volontà di uomo si sostituirà al potere della magia. Ma non gli è possibile tornare com'era prima del patto; lo assale un senso di tragica solitudine. Gli passa davanti la visione della sua vita, vita di cui non si pente. Il suo progredire interiore e il suo non appagarsi mai non si è placato e Faust riconferma il superamento del patto con Mefistofele. Le forze misteriose e demoniache che agiscono sull'individuo e ne turbano l'armonia sono anche fonte di grandi azioni. Gli uomini che hanno vissuto sotto il dominio della cura sono stati ciechi tutta la loro vita. Faust che non l'ha conosciuta le si oppone. Sarà ora cieco, ma è cecità solamente esteriore. Faust ha saputo vincere la cura perché per reazione, dentro brilla una luce. E lo spirito raddoppia le sue energie e tende all'azione con impeto giovanile. Con un abbandono alla vita pieno di fiducia e gioioso. Accetta la vita come un inevitabile susseguirsi di bene e di male, nei loro fatali limiti imposti a ciò che si può desiderare e volere. Di fronte ad esse l'uomo, pur accettandole, è libero e non cessa mai di guardare lontano, di tendere, di salire, di progredire nell'alterna vicenda di tormento e felicità. Così la vittoria di Faust sulla cura non sta nel respingerla o nell'ignorarla, ma nell'accogliere entro di sé questa accettazione della realtà senza che, spenta la luce degli occhi, si spenga quella dell'anima. Grande cortile antistante al palazzo: dopo che Faust si è staccato da lui, Mefistofele è divenuto solo sorvegliante. L'ultimo Streben del vegliardo, creare uno stato dove vi regni e lo governi una libera cooperazione di uomini liberi, lietamente operosi ; uno stato del XIX secolo dove l’uomo del XVIII secolo (titanico, egocentrico, estetico) cede di fronte al nuovo uomo. Quest'ultimo Faust è più completo, più equilibrato e maturo nei suoi rapporti con gli altri uomini. Mefistofele è sconfitto perché Faust si è salvato in virtù dello Streben, che annulla in lui l'errore e lo incita a non fermarsi mai. Mefistofele lo fa morire perché crede di aver vinto il patto. Ma ancora una volta dimostra di non aver compreso le ultime parole di Faust, che non esprimono, come lui crede, il desiderio di attaccarsi a qualcosa di terreno, ma nascono da una visione disinteressata e altruistica. Sepoltura: Faust è morto. Il dissidio in lui (due anime nel suo petto) e quello simbolico (contrasto con Mefistofele) è finito. Il suo destino non è più entro i limiti della terra, ma oltre. Mefistofele non prende sul tragico la sconfitta. Si rassegna e deride la sua sciocchezza. • Gole montane: progressività del purificarsi e affinarsi, nel volo degli spiriti, un salire verso l'alto. Gli angeli che portano l'immortale Faust sono i più perfetti. La morte è il primo passo verso la spiritualità, che si compirà per gradi. Affinché l'ultimo resto della sua doppia natura cada e svanisca, è necessaria l'azione dell'amore divino e questo si manifesta per tramite di Margherita. Così si apre all'immortale di Faust la via alle sfere più alte. L'esperienza di Faust non si è compiuta, ma ne è cominciata una nuova, oltre i limiti della terra. Uno Streben purificato. Faust aveva raggiunto in terra il grado estremo del progredire, non poteva più andare oltre, la natura gli deve concedere un'altra forma di esistenza, una forma adatta a quell'implacabile Streben. Si chiude con il Chorus Mysticus, che sembra dileguarsi verso regioni al di là della terra, dove l'uomo può elevarsi non con i suoi sensi ma solo con un volo dell'anima. CASA DI GOETHE Sulle orme di Goethe a Roma... . Nelle stanze dove Johann Wolfgang von Goethe soggiornò durante il suo viaggio dal 1786 al 1788 insieme a Johann Heinrich Wilhelm Tischbein e altri artisti tedeschi, è stato inaugurato nel 1997 l'unico museo tedesco all'estero, la Casa di Goethe. 10 Una mostra permanente con testi in tedesco, italiano e inglese racconta il viaggio in Italia del poeta e il suo soggiorno romano. Le mostre temporanee sono spesso dedicate a temi italo-tedeschi e alla tradizione del viaggio in Italia fino ai nostri giorni. Eventi e manifestazioni culturali come conferenze, letture e colloqui fanno sì che si ritorna volentieri nella Casa di Goethe, un luogo quindi di incontro artistico, scientifico e culturale. Potete prendere appuntamento per accedere alla nostra biblioteca specializzata di consultazione con numerose prime edizioni delle opere di Goethe e un ricco fondo di letteratura critica. Un altro pilastro del lavoro museale è il programma della borsa di studio della Casa di Goethe sponsorizzato dalla DaimlerChrysler che si rivolge ad autori, pubblicisti, scienziati, traduttori ed artisti. La Casa di Goethe è un'istituzione dell' Associazione Tedesca degli Istituti di Cultura autonomi ( AsKI e.V.) con sede a Bonn. E' finanziata dall'Incaricato della Repubblica Federale per la Cultura e i Media. La Casa di Goethe è sede romana della Gesellschaft für deutsche Sprache e.V. (GfdS). A Malcesine (VR) sul Garda la Casa di Goethe ha curato la nuova mostra documentaria . Info: http://www.casadigoethe.it - Via del Corso, 18 (Piazza del Popolo), Roma mi ritrovai per una selva oscura, ché la diretta via era smarrita… DANTE ALIGHIERI “Questi fue grande letterato quasi in ogni scienza, tutto fosse laico; fue sommo poeta e filosafo, e rettorico perfetto tanto in dittare, versificare, come in aringa parlare, nobilissimo dicitore, in rima sommo, col più pulito e bello stile che mai fosse in nostra lingua infino al suo tempo e più innanzi. Fece in sua giovanezza i·libro de la Vita nova d'amore; e poi quando fue in esilio fece da XX canzoni morali e d'amore molto eccellenti, e in tra·ll'altre fece tre nobili pistole; l'una mandò al reggimento di Firenze dogliendosi del suo esilio sanza colpa; l'altra mandò a lo 'mperadore Arrigo quand'era a l'assedio di Brescia, riprendendolo della sua stanza, quasi profetezzando; la terza a' cardinali italiani, quand'era la vacazione dopo la morte di papa Chimento, acciò che s'accordassono a eleggere papa italiano; tutte in latino con alto dittato, e con eccellenti sentenzie e autoritadi, le quali furono molto commendate da' savi intenditori. E fece la Commedia, ove in pulita rima, e con grandi e sottili questioni morali, naturali, strolaghe, filosofiche, e teologhe, con belle e nuove figure, comparazioni, e poetrie, compuose e trattò in cento capitoli, overo canti, dell'essere e istato del ninferno, purgatorio, e paradiso così altamente come dire se ne possa, sì come per lo detto suo trattato si può vedere e intendere, chi è di sottile intelletto. Bene si dilettò in quella Commedia di garrire e sclamare a guisa di poeta, forse in parte più che non si convenia; ma forse il suo esilio gliele fece. Fece ancora la Monarchia, ove trattò de l'oficio degli 'mperadori. Questo Dante per lo suo savere fue alquanto presuntuoso e schifo e isdegnoso, e quasi a guisa di filosafo mal grazioso non bene sapea conversare co' laici; ma per l'altre sue virtudi e scienza e valore di tanto cittadino ne pare che si convenga di dargli perpetua memoria in questa nostra cronica, con tutto che per le sue nobili opere lasciateci in iscritture facciano di lui vero testimonio e onorabile fama a la nostra cittade.”. (Giovanni Villani, Nuova Cronica, libro X, cap. CXXXVI) … Or comincia la prima parte della Cantica, overo Comedia, chiamata Inferno, del chiarissimo poeta Dante Alighieri di Firenze, e di quella prima parte il canto primo. Nel quale l'autore mostra sé smarrito in una valle e impedito da tre bestie, e come Virgilio, apparitogli, se gli offerse per duca a trarlo di quel luogo, mostrandogli per qual via… “ Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura ché la diritta via era smarrita. Ahi quanto a dir qual era è cosa dura esta selva selvaggia e aspra e forte che nel pensier rinova la paura! Tant’è amara che poco è più morte; 11 ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai, dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte. Io non so ben ridir com’i’ v’intrai, tant’era pien di sonno a quel punto che la verace via abbandonai. Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto, là dove terminava quella valle che m’avea di paura il cor compunto, guardai in alto, e vidi le sue spalle vestite già de’ raggi del pianeta che mena dritto altrui per ogne calle. Allor fu la paura un poco queta che nel lago del cor m’era durata la notte ch’i’ passai con tanta pieta. E come quei che con lena affannata uscito fuor del pelago a la riva si volge a l’acqua perigliosa e guata, così l’animo mio, ch’ancor fuggiva, si volse a retro a rimirar lo passo che non lasciò già mai persona viva. Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso, ripresi via per la piaggia diserta, sì che ’l piè fermo sempre era ’l più basso. Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta, una lonza leggera e presta molto, che di pel macolato era coverta; e non mi si partia dinanzi al volto, anzi ’mpediva tanto il mio cammino, ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto. Temp’era dal principio del mattino, e ’l sol montava ’n sù con quelle stelle ch’eran con lui quando l’amor divino mosse di prima quelle cose belle; sì ch’a bene sperar m’era cagione di quella fiera a la gaetta pelle l’ora del tempo e la dolce stagione; ma non sì che paura non mi desse la vista che m’apparve d’un leone. Questi parea che contra me venisse con la test’alta e con rabbiosa fame, sì che parea che l’aere ne tremesse. Ed una lupa, che di tutte brame sembiava carca ne la sua magrezza, e molte genti fé già viver grame, questa mi porse tanto di gravezza con la paura ch’uscia di sua vista, ch’io perdei la speranza de l’altezza. E qual è quei che volontieri acquista, e giugne ’l tempo che perder lo face, che ’n tutt’i suoi pensier piange e s’attrista; tal mi fece la bestia sanza pace, che, venendomi ’ncontro, a poco a poco mi ripigneva là dove ’l sol tace. Mentre ch’i’ rovinava in basso loco, dinanzi a li occhi mi si fu offerto chi per lungo silenzio parea fioco. Quando vidi costui nel gran diserto, «Miserere di me», gridai a lui, «qual che tu sii, od ombra od omo certo!». Rispuosemi: «Non omo, omo già fui, 12 e li parenti miei furon lombardi, mantoani per patria ambedui. Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi, e vissi a Roma sotto ’l buono Augusto nel tempo de li dèi falsi e bugiardi. Poeta fui, e cantai di quel giusto figliuol d’Anchise che venne di Troia, poi che ’l superbo Iliòn fu combusto. Ma tu perché ritorni a tanta noia? perch‚ non sali il dilettoso monte ch’è principio e cagion di tutta gioia?». «Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte che spandi di parlar sì largo fiume?», rispuos’io lui con vergognosa fronte. «O de li altri poeti onore e lume vagliami ’l lungo studio e ’l grande amore che m’ha fatto cercar lo tuo volume. Tu se’ lo mio maestro e ’l mio autore; tu se’ solo colui da cu’ io tolsi lo bello stilo che m’ha fatto onore. Vedi la bestia per cu’ io mi volsi: aiutami da lei, famoso saggio, ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi». «A te convien tenere altro viaggio», rispuose poi che lagrimar mi vide, «se vuo’ campar d’esto loco selvaggio: ché questa bestia, per la qual tu gride, non lascia altrui passar per la sua via, ma tanto lo ’mpedisce che l’uccide; e ha natura sì malvagia e ria, che mai non empie la bramosa voglia, e dopo ’l pasto ha più fame che pria. Molti son li animali a cui s’ammoglia, e più saranno ancora, infin che ’l veltro verrà, che la farà morir con doglia. Questi non ciberà terra né peltro, ma sapienza, amore e virtute, e sua nazion sarà tra feltro e feltro. Di quella umile Italia fia salute per cui morì la vergine Cammilla, Eurialo e Turno e Niso di ferute. Questi la caccerà per ogne villa, fin che l’avrà rimessa ne lo ’nferno, là onde ’nvidia prima dipartilla. Ond’io per lo tuo me’ penso e discerno che tu mi segui, e io sarò tua guida, e trarrotti di qui per loco etterno, ove udirai le disperate strida, vedrai li antichi spiriti dolenti, ch’a la seconda morte ciascun grida; e vederai color che son contenti nel foco, perché speran di venire quando che sia a le beate genti. A le quai poi se tu vorrai salire, anima fia a ciò più di me degna: con lei ti lascerò nel mio partire; ché quello imperador che là sù regna, perch’i’ fu’ ribellante a la sua legge, non vuol che ’n sua città per me si vegna. In tutte parti impera e quivi regge; 13 quivi è la sua città e l’alto seggio: oh felice colui cu’ ivi elegge!». E io a lui: «Poeta, io ti richeggio per quello Dio che tu non conoscesti, acciò ch’io fugga questo male e peggio, che tu mi meni là dov’or dicesti, sì ch’io veggia la porta di san Pietro e color cui tu fai cotanto mesti». Allor si mosse, e io li tenni dietro.” Dante Alighieri nasce nel 1265 da una famiglia guelfa di Firenze, di piccola nobiltà. Amico di Guido Cavalcanti, di cui inizialmente subì l'egemonia culturale, partecipò con lui e con altri poeti al movimento del Dolce Stil Nuovo. Gran parte delle sue rime giovanili sono dedicate ad una "Beatrice", che viene tradizionalmente identificata con l'omonima figlia di Folco Portinari, sposata a Simone de' Bardi, e morta di parto l'8 giugno 1290. Il poeta tra il 1293 e il 1294 rielabora la storia spirituale del suo amore nella "Vita Nuova", un libriccino mescolato di versi e di prosa.Dopo questa data Dante comincia a partecipare alla vita politica di Firenze, del cui esercito ha fatto parte in diverse occasioni (nel giugno 1289 lo troviamo tra i "feditori" a cavallo nella battaglia di Campaldino contro i ghibellini di Arezzo, nell'agosto dello stesso anno è nell'esercito fiorentino che tolse ai pisani la fortezza di Caprona). Dante, che aveva trascorso un periodo di studi a Bologna, si iscrisse alla corporazione dei medici e degli speziali per iniziare la carriera politica (gli Ordinamenti di Giustizia di Giano della Bella riservavano il governo del comune solo ai cittadini iscritti a una delle corporazioni d'arti e mestieri).Nel 1300 le sue responsabilità politiche aumentarono, e Dante divenne uno dei Priori, dedicando la maggior parte delle sue energie a contrastare i piani del papa Bonifacio VIII. Questi infatti , approfittando del conflitto presente in Firenze fra i Bianchi, capeggiati dalla consorteria dei Cerchi, e i Neri guidati da quella dei Donati, cercava di di estendere la sua autorità su tutta la Toscana. Nell'ottobre del 1301 il papa inviò a Firenze Carlo di Valois, fratello del re di Francia, apparentemente come paciere: ma in realtà Carlo aveva l'incarico di debellare i Bianchi. Mentre Dante si trovava a Roma come ambasciatore del comune di Firenze presso il Pontefice, Corso Donati e i neri conquistarono, con uccisioni e violenze, il potere.Dante fu condannato all'interdizione perpetua dai pubblici uffici, a una multa e all'esilio per due anni, per furto del denaro pubblico, azioni ostili verso il papa e la città (non essendosi presentato a discolparsi fu condannato ad essere bruciato vivo se fosse caduto in mano al Comune). Dal 1302 comincia il periodo dell'esilio, che durerà fino alla morte del poeta. Iniziò un pellegrinaggio per l'Italia. Prese contatto con Bartolomeo della Scala a Verona e con i conti Malaspina in Lunigiana, e tra il 1304 e il 1307 compose il Convivio (poi rimasto interrotto) per acquisire meriti di fronte all'opinione pubblica (per lungo tempo coltivò l'illusione di poter essere richiamato nella sua città come riconoscimento della sua grandezza culturale). Appartiene allo stesso periodo il De Vulgari Eloquentia.Col passare degli anni Dante iniziò a vedere il suo esilio come simbolo del distacco dalla corruzione, dagli odi e dagli egoismi di parte, e si considerò guida per gli uomini alla riconquista di essa, della verità e della pace. Tale vocazione ispira la Divina Commedia, cominciata probabilmente dopo il 1307. Nel 1310 il nuovo imperatore Arrigo VII scese in Italia e Dante, scrisse delle lettere per esortare tutti ad accogliere colui che poteva riportare alla pace; scrisse inoltre il suo trattato politico più importante, la "Monarchia". Ma nel 1313 Arrigo morì improvvisamente a Buonconvento presso Siena, e Dante abbandonò ogni speranza di tornare a Firenze. Negli ultimi anni, fu ospite di Can Grande della Scala a Verona e di Guido Novello da Polenta a Ravenna. Qui portò a termine l'ultima parte della Commedia, di cui era già stata pubblicata prima del 1315 la prima cantica, l'Inferno. Lo scrittore muore a Ravenna nel 1321. Carmelo Aliberti Italia C’era una terra C'è una terra tra l'Etna e il mare/ un filo di case sull'unghia/ di monti che s'avventano scheggiati/sulla lastra del cielo Le mura sbarrano/ umide ciglia sulla strada/ Bobby sulla sabbia acciambellato/nel sonno abbaia il suo dolore/ per l'esilio del padrone-schiavo 14 Il Canonico sul trapezio del bastone/ nell'astuccio di stoffa militare/ addita ai passanti le ferite/ della guerra che non vogliono guarire/ ogni giorno sul corso fuma il tempo/ in un ruvido fornello d'ironia II Nel bar si gioca a carte si discute/ del salario dell'anemico lavoro/ si contano i giorni necessari/ per la mutua gli assegni familiari/ si spera nel cantiere forestale/ per la dote dei figli per la casa/ per le cambiali del televisore Nei petti tatuati dalle pene/ don Santo tenace giocatore/ rinserra la speranza della vincita/ per felpare sorsate di miseria/ - Fate come me tentate la schedina/ pregate i trapassati/ che vi dettino nel sogno la cinquina/ in questo paese lazzarone/ non c'è altro rimedio salutare – III Fuori il vento torce il noce depilato/ slitta sui cristalli impomatati/ tu ingolfato nella sedia/ uomo - rana con la lama dentro i denti/ varchi la palude tra mandibole/ spianate di caimani/ in agguato nei gomitoli di nebbia/ sciamata da cannoni di cartone/ puntati su cuoi parassiti Se guardi dietro i vetri innaffiati/ oltre i cespugli del pantano/larve agonizzano spettrali/ che contendono ai topi/ cartocci arrugginiti di escrementi/ se apri le braccia balza al cuor/ Valle del Belice dove/ i congiunti sotto le rovine/ chiamano un popolo che attende/ col tufo sul viso ancora l'alba IV Ora ruoti/ attorno alla bilancia dell'ingiusto/ cerchi Cerbero nello specchio trovi/ il barista gigante con gli occhiali/ il caffè singhiozza nella tazza/ ti tuffi nel pozzo delle tasche/ sei della razza che vive l'ergastolo/ con poche lire libero/ di spaccarti l'unghia pneumatica/ sulle azzurre pareti della cella/ se hai il coraggio di resistere o partire V Anche tuo padre partigiano/ stritolato dal neo - cannibalismo - capitale/ partì per nuove guerre uomo-rana Ora che la guerriglia crepita/ attorno alla catena di montaggio/ c'è chi dice che egli è già tornato VI Nella pupilla del televisore/ Mike accartoccia ansie preziose/ su obiettivi di cronaca e denaro/ nella giungla nel deserto il mitra brucia Dal sottosuolo dell'esistenza tu coi versi ancora incidi/ negative nel rotocalco della vita/ e attendi/ il boato di una nuova libertà. Carmelo Aliberti (Bafia di Castroreale –Messina-). Insegna materie letterarie e latino nel Liceo scientifico di Barcellona P.G. . Collabora a diversi giornali e riviste con articoli di critica letteraria ; numerosi i premi letterari vinti, è stato insignito del titolo di Benemerito della scuola, della cultura e dell'arte da parte del Presidente della Repubblica. Ha pubblicato numerosi volumi di poesia, ricordiamo: Una spirale d'amore (1967); Una topografia (1968); Il giusto senso (1970); C'è una terra (1972); Teorema di poesia (1974); Il limbo e la vertigine (1980); Caro dolce poeta (1981; '91 poemetto); Aiamotomea (1986); Nei luoghi del tempo (1987); Suavis filia dulcissima (1998); Le tue soavi sillabe (1999). Pensare a Kakania Mario Pancera Voi leggete queste righe e forse qualcuno vi controlla nel computer. Non è invenzione, è scritto sui mass media: perciò si cerca di comperare giornali e giornalisti. È una guerra contro la libertà. Come durante il fascismo Quando si pensa si fa un atto importante, fondamentale. Per questo, chi aspira al potere cerca in tutti i modi di non farci pensare. Non parlo di filosofia: parlo della nostra libertà. La libertà di tutti i giorni, di noi che stiamo leggendo queste righe. Se non pensiamo, siamo sudditi. Voi leggete e il vostro computer è sotto controllo, voi telefonate e la vostra conversazione viene registrata, fate un clic per cambiare sito e qualcuno sa dove vi state spostando e cosa state leggendo. In città siete seguiti da telecamere sui marciapiedi, nelle strade (visi, movimenti, targhe), su autobus e tram. Degli abbonati ai trasporti pubblici (anziani, studenti, lavoratori) si sa tutto, i loro documenti elettronici indicano infatti dove e quando salgono, dove e quando scendono, con nome, cognome, indirizzo, tutti i possibili dati anagrafici. I capi della «sicurezza» delle aziende dei 15 trasporti comunali sanno tutto: la vostra libertà è nelle loro mani. Lo stesso avviene perfino a chi ha le tessere-sconto dei supermercati: qui si sa tutto della composizione della vostra famiglia, dei consumi, delle scelte, di quando, dove e cosa comperate, quanto potete spendere, se avete soldi in banca o no, e così via. E di chi sono i supermercati? Anche di società oggi citate per controlli illegali. Non meravigliatevi, è così. Per questo dovete stare svegli. Non entrate nel brago dei reality, non fatevi addormentare da «Ballando ballando» o da «C’è posta per te». C’è anche il tempo del divertimento, evidentemente, ma se passa un pifferaio magico turatevi le orecchie. Insieme con i pifferai passano politici mafiosi, ministri di sconcertante volgarità, scambi di voti, di denaro, di contumelie: i problemi del paese sembrano risolversi solo con i ricatti. Ci sono anche problemi seri e molto seri, ovviamente, sul piano interno e internazionale lo sappiamo bene; vanno tenuti presenti in ogni momento. Ma l’argomento spionaggio pubblico è sottovalutato, va e viene come un torrente carsico. È per questo che occorre parlarne. Mentre voi dormite Kinglax lavora: il nuovo fascismo è come la vecchia pubblicità di un lassativo. Grandi imprese schedano di nascosto i loro lavoratori, tengono archivi su politici, sindacalisti, giornalisti, religiosi; non si peritano di fare indagini illegali sui dipendenti (il presidente di una società di calcio faceva addirittura pedinare i suoi giocatori); assumono hacker per introdursi nei computer altrui e rubare informazioni o distruggerle, senza lasciare tracce. Vengono comperati giornalisti per divulgare notizie false. Mi sembrano segni gravissimi per una società civile perché rafforzano la diffidenza a tutti i livelli, e la diffidenza non è un elemento di unità e di pace, ma di disgregazione. A poco a poco, un tassello dopo l’altro, c’è chi sa o può sapere (anche lui con un semplice clic) che cosa fate, come vi comportate, chi siete, se siete affidabile per un certo incarico oppure no, chi incontrate quando come e dove, chi sono i vostri amici, i semplici conoscenti, coloro che sono in contatto con voi per affari, lavoro, famiglia e così via. Chi si muove tranquillo, a questo punto, sono proprio coloro che i mass media chiamano «le spie», quelli che ci truccano la vita. Sembra il paese di Kakania descritto da Musil, un regio impero allo sbando, ma con gli individui sotto controllo in cui «ogni cittadino è uguale davanti alla legge, ma non tutti rientrano nella categoria di cittadino». Se questo articolo fosse stato scritto qualche settimana fa, molti avrebbero pensato a un testo di fantascienza esemplato sul classico Orwell. Invece, è scritto adesso, e non si può far finta di niente, di non aver letto i giornali, né ascoltato la radio e la tv: milioni di ore di registrazioni, decine di migliaia (e forse più, lasciate dubitare un giornalista) di persone spiate. Il bersaglio? Il denaro, da cui discendono tutti i poteri. È la rete prevista e già tentata negli anni Sessanta dalla massoneria deviata, esponenti ed eredi della quale si trovano ai vertici della finanza, dell’economia, della politica, nei giornali e perfino in Parlamento. Compaiono quasi tutti i giorni in video.Niente di nuovo, nemmeno il fatto che gli italiani si siano dimenticati di queste attività illecite, deviazioni, maneggi, morti strane, rapimenti, informazioni segrete vendute e comperate a peso d’oro per garantirsi la propria sicurezza in cambio della vostra libertà. Eppure erano state svelate ampiamente dalla magistratura e riportate da tutti i giornali. Ma ecco il punto: è scritto su tutti i giornali, è ripetuto dalle tv, ma chi pensa che «è» tutto vero?Chi ci crede? Un esempio per tutti nella seconda ondata delle notizie uscite sui giornali, questo titolo in prima pagina del quotidiano «Il Messaggero» di Roma del 25 settembre: «Pizzetti, garante della privacy: in Telecom illegalità spaventosa». Più chiaro di così. E per soprammercato milioni di pagine di giornali dal «Corriere» all’«Osservatore romano», dalla «Repubblica» alla «Stampa», a conferma delle intercettazioni illegali, dei protagonisti, delle vittime.Tutti noi siamo le vittime di queste rapine della libertà individuale e sociale. Siamo distratti, chi si ferma a riflettere sul come, sul perché, sul chi? Presi dalla quotidianità, dalle sue gioie e dalle sue preoccupazioni, i cittadini smettono di reagire. Le notizie arrivano e scompaiono dai giornali e dalla memoria quasi contemporaneamente, sopraffatte da miriadi di altre notizie d’ogni colore spesso gonfiate e rigonfiate ad arte. Questa cancellazione è un’inferriata della nostra schiavitù: se non pensiamo, siamo liberi di essere schiavi. Consigliamo vivamente ai lettori Il dialogo periodico di cultura, politica, dialogo interreligioso. Direttore Giovanni Sarubbi http://www.ildialogo.org Gianni Sapere Italia Amarti… 16 Rincorro parole e segni che non mi dai mentre ascolto la risacca e mi infrango in questo cielo di nuvole e stelle. Il posto delle fragole Sorrisi taglienti come lame attraversano l’aria esausta questa notte, mentre scappi con la coda tra le gambe e il capo chino. Immaginavo un cuore puro che non chiedeva più di quanto dava. Credevo negli sguardi e nelle promesse bagnate da lacrime e passione. Attraversavo il posto delle fragole con la fiducia che si da al proprio respiro, ma non capivo quanto tu l’avessi reso lurido. Vedevo la scintilla nei tuoi occhi generatrice di fulmini, un raggio di luce che si proiettava nel cielo, ma quella stessa scintilla ha incendiato la tua anima-DISCARICA e tutto il fumo che avvolge il tuo sguardo spento, ha ora la puzza della tua misera vita-MENZOGNA. Alla finestra... In questo scorcio d'inverno, silenzioso, osservo il lento fluire del tempo... Bruno Baldo Italia Tutto per Angela Eccoti diecimila euro, prendili ! Te li avrei comunque lasciati dopo la mia morte: a me non servono, sono ormai molto vecchia e mi sento felice al pensiero che possano servire a qualcosa. - Grazie nonna - rispose Paolo - questo gesto mi fa salire all'ultimo cielo perché servirà a fare del bene e soprattutto mi permetterà di rivedere al più presto Angela. L'idea di chiedere i soldi alla nonna Caterina si rilevò ottima : ero sicuro che non si sarebbe tirata indietro in nome dell'amore perché Angela era una ragazza seria e dolcissima.Dovevo ringraziare il temporale di qualche sera fa : fu proprio durante quelle saette che mi venne il lampo di genio. Quella sera i tuoni del fortunale mi spaccavano le orecchie, chiusi le finestre ma il cielo, che s'illuminava di lampi, riaccendeva in me quei morsi di solitudine: la mia cara Angela non c'era, stava a Milano e difficilmente sarebbe venuta a Salerno per le vacanze estive.La pioggia scendeva sempre minacciosa, sembrava volesse entrare attraverso i vetri; ci facevo caso e quel tintinnio mi faceva diventare aggressivo.Quando c'era lei , non mi accorgevo nemmeno di una giornata di pioggia, per me con lei mi sembrava di vedere sempre il sole. Giorni fa, Angela mi aveva mandato un sms dicendo che il fratellino stava per diventare sordo e servivano soldi per l'operazione, di conseguenza le spese per le vacanze erano state le prime ad 17 essere tagliate. Sapere di non poterla rivedere per me era un tormento continuo : rinunciare al suo sorriso , che era come uno sciame di petali colorati, era annegare in un vuoto senza fine. Quella sera , tra lampi e tuoni, rigiravo tra le mie mani lo stupendo portachiavi che lei mi aveva regalato prima di partire ; chiudevo gli occhi e per un momento risentivo nelle narici il suo profumo delicato.Non era un profumo sintetico ma un odore naturale: unafragranza che mi catturava il cuore e mi scuoteva l'anima. Le chiavi ad un tratto mi caddero sul pavimento ed improvvisamente ebbi un lampo di idea: andare a Milano a luglio ed offrire ad Angela un mio modesto contributo per l'operazione del fratello.Io studiavo medicina,ero agli ultimi anni e non guadagnavo ancora niente, ma mia nonna , una vecchietta vicino alla novantina, poteva aiutarmi. Tutto andò secondo il programma ed Angela rimase senza parole alle notizie che mi affrettai ad inviarle, lei per la prima volta aveva capito fino a che punto poteva arrivare il mio amore. Mancavano ormai pochi giorni alla partenza , la sera prima mi sdraiai sul letto e ad occhi chiusi cominciai ad immaginare : il treno fischiava e i paesaggi cambiavano continuamente al suo attraversare, ma dovunque scorgevo il suo sorriso e raccoglievo i rossi boccioli per infiorare l'ebbrezza dei miei sogni.Lei mi sembrava così vicina e m'inondava d'amore come la luna piena avvolge tutta la notte , sentivo i suoi baci come una pioggia di petali di rose e mi accorgevo di amarla davvero tanto.Il treno si avvicinava a Milano e lei era come l'alba che s'affacciava ai miei occhi per rendere i miei desideri immortali. Dio mio …quanto l'amavo !!! Crizia Diego Fusaro Nato ad Atene all’incirca verso il 460 da nobilissima famiglia (era cugino della madre di Platone), Crizia fu un elemento di spicco nella rivoluzione oligarchica che, dopo la vittoria spartana nella battaglia navale di Egospotami (405 a.C.) - battaglia che segnò la disfatta decisiva per Atene nella Guerra del Peloponneso – soppresse per qualche tempo la democrazia ad Atene. Egli fu uno dei Trenta Tiranni e, più di altri, fu responsabile del clima di terrore (testimoniato dal meteco Lisia nella sua Contro Eratostene) che si instaurò ad Atene sotto il loro regime autoritario, nonché delle atrocità da quelli perpetrate a danno di chiunque si fosse opposto al loro regime. Morì nel 403 a.C., combattendo a Munichia contro i democratici capeggiati da Trasibulo, restauratore della democrazia in Atene. E’ quasi certamente da ascrivere alla sinistra fama che Crizia si guadagnò col suo operato politico l’oblio in cui cadde la sua ricca produzione letteraria e filosofica, che comprendeva tragedie, elegie e trattati in prosa. Dei suoi drammi conosciamo solamente quattro titoli (Temnes, Radamanto, Piritoo, Sisifo), dei quali i primi tre erroneamente attribuiti ad Euripide, mentre il quarto era un dramma satiresco. Dai frammenti superstiti, è possibile ricavare idee molo sommarie solo sul contenuto del Piritoo e di Sisifo: il primo trattava della discesa all’Ade di Piritoo e di Teseo per riportare alla luce Persefone, colà trattenuta da Ade stesso. Nel secondo, invece, che trattava le vicende del mitico Sisifo, condannato ad un’eterna ed inutile fatica – è celeberrimo il passo in cui Crizia (il quale fu esponente di spicco della Sofistica schierata "a destra", ovvero in senso decisamente aristocratico e antipopolare) ipotizza che la credenza negli dei sia stata opera di un astuto individuo che, con la paura dell’occulto, volle caricare di sacro timore il diritto e la legge, affinché gli uomini venissero dissuasi dal commettere ingiustizie e crimini. Tale teoria dev’essere considerata come la punta più avanzata dell’insegnamento sofistico: in essa coesistono l’idea del carattere convenzionale che presiedette alla nascita della legge e del diritto, e quella della civiltà come prodotto dell’intervento diretto dell’uomo, che con l’invenzione degli dei "che tutto vedono", anche il delitto concepito nel silenzio, è riuscito a superare il tempo in cui la vita umana era senza legge e a regolare la vita era la violenza, cosicché i malvagi non ricevevano punizione alcuna, i buoni non erano in alcun modo premiati. Infatti, come si noterà nella Repubblica platonica con il mito dell’anello di Gige, ci tratteniamo dal commettere azioni ingiuste esclusivamente perché temiamo di essere scoperti e, dunque, puniti: se solo avessimo la garanzia dell’impunità (garanzia che ha Gige, in possesso di un anello che lo rende invisibile), non esiteremmo minimamente a commettere ingiustizia. Proprio in ciò risiede la scaltrezza dell’inventore degli dei di cui parla Crizia: in ogni singolo momento della nostra vita siamo osservati dagli dei, cosicché, per evitare di essere punti, dobbiamo comportarci in conformità delle leggi. Se è vero che agiamo giustamente finchè siamo osservati da un’autorità in grado di punirci, allora basterà ipotizzare un’autorità in grado di osservarci ininterrottamente per garantire una condotta irreprensibile: questo è lo scopo per cui sono stati escogitati gli dei, come autorità che ci tengono gli occhi addosso di continuo. Quella di Crizia sull’invenzione degli dèi è una teoria famosa, ripresa di tanto in tanto nei secoli seguenti (ad esempio da alcuni illuministi del 18 Settecento). Secondo la testimonianza di Sesto Empirico – che ci ha tramandato il frammento -, Crizia avrebbe esposto nel dramma satiresco Sisifo la sua concezione sull’origine della religione: egli sostiene – come accennavamo - che la religione è un prodotto assolutamente artificiale dell’uomo; la stessa cosa Prodico sostiene a proposito della legge. Opposta è invece la concezione che i due filosofi hanno della natura umana: per Prodico fondata sull’uguaglianza, per Crizia su uno stato permanente di guerra di tutti contro tutti (l’hobbesiano bellum omnium contra omnes), che troverà espressione nella celebre formula homo homini lupus, usata da Plauto (Asinaria, v. 495) e ripresa nel XVII secolo dal filosofo inglese Thomas Hobbes. La legge – secondo Crizia – si fonda sulla forza, unico strumento per garantire la giustizia. Ma lo stato basato esclusivamente sulla propria capacità repressiva non può esercitare un controllo efficace e continuo su tutti gli uomini (la forza repressiva è di gran lunga meno idonea a garantire l’ordine che non la capacità persuasiva dei discorsi!). Per questo, secondo Crizia, fu necessario "inventare" la religione, come strumento per garantire l’ordine e la legalità. Crizia, quindi, dimostra di essere stato un attento studioso dei risvolti psicologici della natura umana. Riportiamo qui il brano, contenuto nel Contro i matematici (IX, 54) di Sesto Empirico: "Tempo ci fu, quando disordinata era la vita degli uomini, e ferina, e strumento di violenza, quando premio alcuno non c’era pei buoni, né alcun castigo ai malvagi. In seguito, parmi che gli uomini leggi punitive sancissero, sí che fosse Giustizia assoluta signora <egualmente di tutti> e avesse ad ancella la Forza; ed era punito chiunque peccasse. Ma poi, giacché le leggi distoglievan bensí gli uomini dal compiere aperte violenze, ma di nascosto le compivano, allora, suppongo, <dapprima> un qualche uomo ingegnoso e saggio di mente inventò per gli uomini il timor <degli dèi>, sí che uno spauracchio ci fosse ai malvagi anche per ciò che di nascosto facessero o dicessero o pensassero. Laonde introdusse la divinità sotto forma di Genio, fiorente di vita imperitura, che con la mente ode e vede, e con somma perspicacia sorveglia le azioni umane, mostrando divina natura; il quale Genio udirà tutto quanto si dice tra gli uomini e potrà vedere tutto quanto da essi si compie. E se anche tu mediti qualche male in silenzio, ciò non sfuggirà agli dèi; ché troppa è la loro perspicacia. Facendo di questi discorsi, divulgava il piú gradito degli insegnamenti, avvolgendo la verità in un finto racconto. E affermava gli dèi abitare colà, dove ponendoli, sapeva di colpire massimamente gli uomini, là donde sapeva che vengono gli spaventi ai mortali e le consolazioni alla loro misera vita: dalla sfera celeste, dove vedeva esserci lampi, e orrendi rombi di tuoni, e lo stellato corpo del cielo, opera mirabilmente varia del sapiente artefice, il Tempo; là donde s’avanza fulgida la massa rovente del Sole, donde l’umida pioggia sovra la Terra scende. Tali spaventi egli agitò dinanzi agli occhi degli uomini, e servendosi di essi, costruí con la parola, da artista, la divinità, ponendola in un luogo a lei adatto; e spense cosí l’illegalità con le leggi. [...] Per tal via dunque io penso che in principio qualcuno inducesse i mortali a credere che vi sia una stirpe di dèi". Esponente d’eccezione della sofistica schierata "a destra" e di un’oligarchia non più nostalgicamente ancorata ai valori religiosi del passato, bensì spregiudicatamente interessata a una visione totalmente mondana del potere e della forza, Crizia fu fermamente convinto della superiorità naturale dell’aristocrazia, per la quale non possono esistere scrupoli morali d’alcun tipo. La religione e la legge esistono dunque per convenzione , non per natura. Pur disponendo di scarse informazioni in merito, possiamo dire che anche nelle elegie – di cui ci restano scarsissimi frammenti – è presente una fortissima connotazione ideologica di marca aristocratica, che accomuna i versi di Crizia a quelli dell’antico Teognide di Megara. Impronta altrettanto marcata avevano le Costituzioni, un’opera mista di poesia e prosa che trattava di Atene, della Tessaglia e di Sparta (quest’ultima esaltata più d’ogni altra, in virtù dei suoi ordinamenti oligarchici): la famosa Costituzione degli Ateniesi (risalente ai primi anni della Guerra del Peloponneso), a noi pervenuta nel corpus delle opere di Senofonte, deve essere attribuita a Crizia, come hanno osservato Boeckh e Canfora; nell’opuscolo, viene lucidamente analizzato, da un’angolazione reazionaria, l’assetto istituzionale e sociale in Atene, di cui si riconosce la profonda coerenza e funzionalità in ordine allo scopo che esso si prefigge: assicurare l’egemonia del popolo ai danni dell’aristocrazia. Che lo scritto debba essere attribuito a Crizia (e non a Senofonte o ad Alcibiade o a Tucidide di Melesia, come vuole la tradizione) è del resto avvalorato dal fatto che esso abbia struttura dialogica: in esso, i giudizi e le considerazioni dell’esponente della destra radicale vengono stimolati man mano dalle larvate obiezioni di un secondo interlocutore (la cui presenza è stata erroneamente cancellata dalla tradizione manoscritta); identificandosi nell’esponente della destra radicale, Crizia avrebbe utilizzato gli schemi dialettici tipici del suo maestro Socrate. L’opera si risolve in un’analisi serrata e lucida del regime democratico ateniese, del quale sono messi in evidenza quelli che Crizia ritiene elementi negativi (la mancanza di scrupoli morali nei governanti, la loro ignoranza, la venalità dei giudici, la libertà di parola concessa anche ai meteci e agli schiavi); in questa spietata e feroce valutazione della democrazia ateniese dell’età periclea, Crizia si attesta su 19 posizioni di netta insofferenza per il popolo, inteso come una massa di inferiori che una città saggiamente governata (ovvero retta da un regime aristocratico) non dovrebbe neppure ammettere alle assemblee, ma anzi dovrebbe tenere in schiavitù. La contrapposizione di natura tra aristocratici e plebei è insanabile: il popolo, in quanto rozzo e ignorante, è inadatto a governare. Nella seconda parte dell’opera, però, alla marcata insofferenza verso il regime democratico, si sostituiscono positive considerazioni sulla necessità dello sviluppo della talassocrazia ad Atene e sulla validità della gestione economica della città: il che dimostra l’ottima preparazione tecnica e politica di Crizia, che sul finale dell’opera constata in maniera rassegnata l’impossibilità che ad Atene l’attuale situazione possa mutare. Resta sconosciuto, invece, l’argomento degli Aforismi e delle Conversazioni. Dylan Thomas Swansea, Galles, 1914 – New York 1953 Nel principio Nel principio era la stella a tre punte, L'unico sorriso di luce attraverso il volto vuoto; L'unico ramo di osso attraverso le radici dell'aria, La sostanza biforcata che immidollò il primo sole; E, cifre ardenti nella sfera dello spazio, Si confusero paradiso e inferno mentre ruotarono. Nel principio era la segnatura esangue, Di tre sillabe e stellata come il sorriso; E dopo vennero le impronte sull'acqua, Marchio del volto scolpito nella luna; Il sangue che lambì la croce e il calice Lambì la prima nube e lasciò un presagio. Nel principio era il fuoco in ascensione Che accese i climi in una scintilla, Scintilla di tre occhi vermigli, smussata come un fiore; La vita sorse e sgorgò dai mari turbinanti, Esplosa nelle radici, estratta dalla terra e dalla roccia Petrolio segreto che spinge l'erba. Nel principio era la parola, la parola Che dai fondamenti solidi della luce Astrasse tutte le lettere del vuoto; E dalle basi nuvolose del respiro La parola straripò, traducendo al cuore I primi caratteri della nascita e della morte. Nel principio era la mente segreta. La mente fu imprigionata e congiunta al pensiero Prima che la pece si biforcasse a un sole; Prima che le vene tremassero nel loro setaccio, Il sangue si rovesciò e si sparse ai venti di luce L'ossatura iniziale dell'amore. [da Collected Poems 1934-1952] In the beginning In the beginning was the three-pointed star, One smile of light across the empty face; One bough of bone across the rooting air, The substance forked that marrowed the first sun; And, burning ciphers on the round of space, Heaven and hell mixed as they spun. In the beginning was the pale signature, Three-syllabled and starry as the smile; And after came the imprints on the water, 20 Stamp of the minted face upon the moon; The bood taht touched the crosstree and the grail Touched the first cloud and left a sign. In the beginning was the mounting fire That set alight the weathers from a spark, A three-eyed, red-eyed spark, blunt as a flower; Life rose and spouted from the rolling seas, Burst in the roots, pumped from the earth and rock The secret oils that drive the grass. In the beginning was the word, the word That from the solid bases of the light Abstracted all the letters of the void; And from the cloudy bases of the breath The word flowed up, translating to the heart First characters of birth and death. In the begonning was the secret brain, The brain was celled and soldered in the thought Before the pitch was froking toa sun; before the veins were shaking in their sieve, Blood shot and scattered to the winds of light The ribbed original of love. Franco Pastore Italia Furia d’amore Il Varese era più frequentato del solito, clienti occasionali, che non avevo mai visto, entravano ed uscivano con l'aria distratta di chi cerca di dimenticare i problemi quotidiani, gironzolando da un bar all'altro, alla ricerca di niente, La serata era calda, ma non eccessivamente, del resto indossavo i miei pantaloncini bianchi e la maglietta in stile caprese, che mettevano in risalto il mio fisico asciutto e muscoloso. Matteo, il ricciolino dei Barbuti, come gli amici lo chiamavano, sonnecchiava nella sua poltroncina, forse sognando la sua Rosemary e Livio, il bello di via Arce, con uno dei suoi completini da mercato rionale, discuteva animatamente con Flavio, il saracino di via Tasso. Giovanni, invece, ribattezzato il morto che parla, se ne stava in disparte, russando col bastone tra le mani. Erano circa le ventidue ed il traffico era più sostenuto che mai, del resto accadeva ogni sabato sera, quando arrivava gente dalla provincia ed le uniche due vie di accesso alla città si intasavano. Ad un tratto, il "ricciolino" spalancò gli occhi e, poggiandosi ai braccioli della sedia, si sporse in avanti, guardando verso una cabriolet rossa, targata Firenze, e guidata da una bruna stupenda, una di quelle che solleticano le fantasie erotiche di noi maschietti, quando l'incontro con l'altro sesso costituisce ancora una necessità primaria. Il nostro sguardo si diresse automaticamente in quella direzione e la ragazza per un breve attimo mi guardò, mi strizzò l'occhio ed avanzò di un passo, per fermarsi, subito dopo, dietro una fiesta blu notte. Mi alzai dalla sedia e ricambiai l'occhietto, sperando in un miracolo. Girò leggermente il capo e con uno splendido sorriso mi fece cenno di salire in macchina, mentre gli amici mi fecero il coro. Mi tremavano le gambe, ma tutto il resto si era allertato e proiettato verso conclusioni piccanti e fantasiose. Mi sembrava un sogno: ero lì, affianco a lei, e tutto mi sembrava più bello. Procedevamo verso piazza della concordia, tra i palazzi ed il lungomare affollato, il suo profumo m'inebriava, nel mentre che la guardavo guidare. Il viso era splendido ed i capelli, di un nero morbido, le cadevano sui seni ben fatti e generosamente scoperti. Una minigonna color fucsia ovvriva al mio sguardo turbato due gambe da favola, lunghissime, affusolate ed abbronzate. Pur desiderandola, non osavo toccarla. Fu lei a rompere gli indugi e, senza guardarmi, incominciò a carezzarmi la coscia sinistra. Tolse un attimo la mano, per armeggiare col cambio, poi tornò a carezzarmi, con gesti lenti e misurati, come a valutare la qualità della scelta. All'altezza di piazza della Concordia, accostò un attimo e mi chiese di passare alla guida, ubbidii. Ripartimmo in direzione Mercatello, con Paola, così credo si chiamasse, tutta protesa verso di me. Con le dita abili, mi aprì la cintura e la patta dei pantaloni, dando inizio ad una pazza danza di carezze e mugolii, che mi travolsero in un vortice infernale di piacere. Il mare era una favola e la luna gli conferiva un pizzico di magia. 21 Cercai disperatamente un posto dove potermi fermare, per un incontro ravvicinato del primo tipo, ma il traffico procedeva lentamente e la zona industriale era più avanti. Ad un tratto, una folgorazione, vidi il parcheggio aperto della casa del vetro, misi la freccia e via, fino in fondo, oltre la siepe di oleandri. Ebbi appena il tempo di spegnere il motore, che il sedile si ribaltò ed io caddi all'indietro, senza che potessi dire o fare nulla. Paola era già a cavalcioni su di me, del resto, poco prima avevo visto le sue mutandine nel portaoggetti del cruscotto. Mancava poco alle undici ed io ero imprigionato sotto quella bellissima fanciulla, che già si muoveva ritmicamente facendomi impazzire. Ero in estasi. Le sue labbra carnose mi succhiavano il collo e, di tanto in tanto, mi mordeva fino a farmi male, ma non mi importava, ero completamente in suo potere. Stavo per raggiungere un nuovo orgasmo ed io ero li, ad occhi chiusi, godendomi quel momento attimo per attimo, quando uno schiaffo in pieno viso mi spinse violentemente la testa verso il finestrino. Aprii gli occhi, annichilito e sbalordito, cercando di capire cosa stesse succedendo, quando un secondo schiaffo mi spinse la testa dall'altra parte. Sentii in bocca il sapore del mio sangue. Guardai stralunato la mia bambola e la vidi in pieno orgasmo, mentre con le unghie cercava di perforarmi le braccia, poco più su dei gomiti. Stavo per dire qualcosa, quando la sua lingua invase la mia bocca, togliendomi, con l'aria, il respiro. Allungai il braccio sinistro verso il gancio di apertura dello sportello e riuscii a tirare, ma la mia partner subito lo artigliò richiudendolo, mente un pugno tremendo sullo sterno bloccò ogni mia reazione. Certo, la sorpresa mi aveva disorientato, ma occorreva che trovassi rapidamente una strategia che mi togliesse da quella situazione. Improvvisamente un'idea mi folgorò : la guardai intensamente e le sussurrai: Ora, il gioco cambia, piccola mia! - La spinsi sull'altro sedile e mi mossi, come si volessi ribaltare la situazione. La finzione risultò efficace e mentre, stravolta, gridava:- Si, si… prendimi...straziami…fammi male! -, saltai fuori dalla macchina e scappai. Correvo sul marciapiedi verso Salerno, quando sentii il rombo del suo motore alle mie spalle, mi raggiunse e grido: - Fermati, figlio di puttana! Non mi lasciare così! Fermati!...- Ovviamente, non mi fermai e cercai una via di scampo. Quando vidi aperto il bar dell'Agip, incominciai a respirare ed entrai senza fiato, aggrappandomi al bancone. Il cameriere mi guardò preoccupato: la camicia era a brandelli, la cerniera dei pantaloni ancora aperta ed avevo graffi e morsi dappertutto. - Dammi dell'acqua! - chiesi al barista che mi fissava sbigottito. Bevvi rapidamente e mi accasciai sfinito ai piedi del bancone, mentre la virago girava intorno alla pensilina delle pompe, strombazzando ed imballando il motore. L'arrivo improvviso di una pantera fece si che la dolce Paola scappasse via. Vidi scomparire i fanalini della sua auto e cominciai a riprendermi, mi tirai su e mi diressi verso la toilette. Furono i poliziotto ad accompagnarmi in Via Verzieri, dove era la mia casa, un bell'appartamento all'ultimo piano, subito dopo il cinema Apollo. Mi chiusi dentro a chiave e dormii fino alle dodici del giorno dopo, una splendida domenica di sole, con un'arietta che veniva dal mare, niente male. Squillò il telefono e sobbalzai, era Giovanni che voleva notizie della mia avventura: Che splendida donna!- esclamai, poi abbassai la cornetta, senza riuscire a dire più una sola parola. Il mare, in lontananza, era un tavola, i gabbiani disegnavano l'azzurro del cielo con i loro voli e tutto sembrava immenso, come l'animo umano, ma non altrettanto misterioso ed imperscrutabile. Mary Bertino Italia Profumo di mare Respiro il profumo del mare e la salsedine spruzza il mio viso. Ascolto il canto delle sirene e sogno in punta di piedi come l’edera sogna sul muro scrostato di un vecchio casolare. Nascondo nell’ombra la lenta agonia del mio vivere ai margini dell’attesa, nascondendo il mio cuore in un labirinto di rughe. 22 Non cerco acque cristalline per ristorare l’arsura, ne felci per riposare i miei piedi. Solo l’odore del mare e l’ultimo grido di gabbiano. Si dipanano le mie strade e si alzano furiose le onde del mio mare ma la calma che aspetto rotola lontano in una certezza che non arriva mai… Hermann Hesse Calw sulla Nagold, Württemberg, 1877 - Lugano 1962 Profumo d’ autunno Un'altra estate ci lascia, sollecita muore in un tardo temporale, scroscia la pioggia paziente, negli umidi boschi c'è un odore angoscioso e amaro. Nel suo pallore intirizzisce il colchico in mezzo all'erba tra la fitta ressa dei funghi. La valle prima interminabile mette il cappuccio e si fa stretta. Stretto diventa, odora ansioso e amaro il mondo, che la luce ormai tradisce. Armiamoci contro l'ultimo temporale che il sogno d'estate della vita finisce! Autunno 1947. [Traduzione di Sergio Solmi] HERBSTGERUCH Wieder hat ein Sommer uns verlassen, Starb dahin in einem Spatgewitter. Regen rauscht geduldig, und im nassen Walde duftet es so bang und bitter. Herbstzeitlose starrt im Grase blasslich Und der Pilze wucherndes Gedrange. Unser Tal,. noch gestern unermesslich Weit und licht, verhiillt sich und wird enge. Enge wird und duftet bang und bitter Diese We1t, dem Lichte abgewendet. Riisten wir uns auf das Spatgewitter, Das des Lebens Sommertraumbeendet! Herbst 1947. - [da Poesie - Hermann Hesse - Oscar Mondadori] Rocco Chinnici Italia Il vecchio Pietro - Giovanni, Giovanni! Non ne posso più! Si deve pur vedere cosa ha da farsi! E' da stamattina che giro per casa come una matta! - Sii buona Concetta, cerca di capire. Non è poi così difficile, sai? Sei tu che vuoi fartene un dramma per sbarazzartene; pensaci un po', non è un soprammobile, sai? Che cosa devo fare? Dimmelo! Ricorda che alla fine si diventa tutti vecchi… e allora? Da qualche tempo, oramai, la storia si trascina; spesso sono dovuti intervenire i vicini per sedare le liti tra i due. Giovanni, buon'uomo, tutto casa e lavoro; tornando a casa, dopo il duro lavoro nei campi, deve sempre vedersela con la moglie Concetta, una donna che, per le sue provenienze da famiglia agiata, abituata ad avere avuto in casa paterna la servitù e beni d'ogni genere, le veniva 23 difficile ora avere a che fare con il vecchio Pietro che per la sua veneranda età e gli acciacchi ereditati dalla dura vita campestre, lo costringevano a stare quasi sempre seduto e quindi a dover chiedere, ogni qualvolta ne avesse avuto bisogno, aiuto alla nuora. Una situazione che, a Concetta, era divenuta pesante, tant'è che spesso rimproverava il marito per non averle dato ascolto quando gli suggeriva di portare suo padre all'"Ospizio" (allora, casa di cura per anziani). - Questa, dove abitiamo, è casa che s'è costruita mio padre con grandi sacrifici! - Continuava a ripetere il marito - - Egli ha qua dentro tutti i suoi ricordi! Lo capisci o no? Come faccio a toglierlo da qui? Come posso portarlo in un posto dove sicuramente soffrirebbe di più nel vedersi abbandonato, dopo ciò che ha fatto per i figli? - Sette figli, e tutti migrati per l'Italia in cerca di lavoro; qualcuno s'era già impiantato con la propria famiglia in una di quelle città, e Gianni, terzogenito, avendo trovato lavoro a Belmonte Mezzagno, paese natìo della famiglia, è rimasto ad abitare nella casa paterna, dove già da anni, morta la moglie, il papà viveva da solo. La storia continuava a portarsi avanti per lungo tempo; erano già venuti al mondo Pietro e Vincenzino. Pietro, non appena il nonno apriva bocca, subito gli era accanto. - Cosa vuoi, nonno? Come stai? - Ho solo dato un colpo di tosse, caro il mio Pietro; su, giacché sei qua siediti, voglio raccontarti una storia. Devi sapere che tantissimi anni fa, quando la fame e la miseria abitavano quasi tutte le case del nostro piccolo paese… - - Ancora con le favole! E i compiti? - interveniva Concetta inviperita - Su, vieni a studiare se non vuoi diventar somaro! - Quasi che ella non digeriva nemmeno i racconti che il vecchio raccontava al piccolo Pietro. - Ma, mamma! - - Niente mamma! - Continuava, borbottando sottovoce frasi verso il vecchio che, a causa della sopraggiunta cecità, non riusciva a scorgere la nuora e capire quant'ella mugugnasse. Il tempo passava e i piccoli cominciavano a farsi adulti; e per il vecchio Pietro gli anni diventavano sempre più pesanti. I diverbi tra marito e moglie, anziché finire, crescevano sempre più, tanto che il marito per evitare che i figli continuassero a sentire, si convinse a portare il padre in quella casa per anziani: l'"Ospizio". E così, di buon mattino, mentre i figli e la moglie dormivano, si mise in spalle il povero padre e iniziò la strada per Palermo. Non esistevano mezzi di trasporto in quei tempi. Lungo la strada… o meglio il viottolo che sale per la scorciatoia che da Belmonte porta alla città, vi è (ancora oggi) uno spiazzo, un grandissimo spiazzo con una enorme quercia dove ancora oggi nidifica l'usignolo, e al centro una piccola sorgente (a Giarritedda); Giovanni, stanco e sudato, si fermò per riposare e bere un po' d'acqua, adagiò il padre su una grossa pietra accanto alla sorgente ed emise un rantoloso sospiro: - Ah! - Il vecchio Pietro d'un colpo capì quanto stava avvenendo, e disse al figlio: - Eh, figlio mio, anch'io ebbi a tirare un sospiro quando adagiai mio padre proprio in questo posto, dove tu ora hai adagiato me, mentre lo portavo all'"Ospizio". - Giovanni rimase impietrito a guardare suo padre, e capì quanto egli disse e il significato di quelle parole; si rimise il padre sulle spalle e, anziché Palermo, fece la via del ritorno. Pensava e ripensava, lungo la strada, a quelle parole dette da Pietro: "anch'io sedetti mio padre e tirai un rantoloso sospiro, in questo posto, dove tu ora hai adagiato me." Quelle parole pesavano più di quanto egli portasse sulle spalle. - E mio figlio? Mio figlio, quindi… avrebbe dovuto un giorno non tanto lontano… per questa strada… Era orribile quanto pensasse; ma era pur vero che, per accontentare le isteriche voglie di sua moglie… li avrebbe educati… - Certo! La moglie! - Pensò. - Aspetta che torno a casa e sentirai cosa ho da dirti! - - Parli con me, Giovanni? - Fece Pietro; mentre il sole cominciava a sciogliere la rugiada mattutina e l'usignolo a riprendere il suo soave verso. Arthur Rimbaud (Charleville 1854 - Marsiglia 1891) L'eternità È ritrovata. Che? - L'eternità. Il mare andato insieme al Sole. Anima, mia scolta, confessiamo adagio che la notte è nulla e il giorno di fuoco. Da umani suffragi, da slanci comuni là tu ti sprigioni e libera voli. 24 Ormai da voi soli, tizzoni di raso, s'esala il Dovere né si dice: alfine! Là niente speranza, nessun orietur, Scienza con pazienza, il supplizio è sicuro. È ritrovata Che? - L'eternità. Il mare andato insieme al Sole. [da Ultimi versi] L'Éternité Elle est retrouvée. Quoi? - L'Éternité. C'est la mer allée Avec le soleil. Ame sentinelle, Murmurons l'aveu De la nuit si nulle Et du jour en feu. Des humains suffrages, Des communs élans Là tu te dégages Et voles selon. Puisque de vous seules, Braises de satin, Le Devoir s'exhale Sans qu'on dise: enfin. Là pas d'espérance, Nul orietur. Science avec patience, Le supplice est sur. Elle est retrouvée. Quoi? - L'Éternité. C'est la mer allée Avec le soleil. [da Derniers vers] Federica Leva Italia Priscilla Già sapevo cos'era successo. C'ero anch'io, quando lo schianto aveva fermato l'auto in corsa e i miei padroni erano stati scaraventati sull'asfalto bollente. Avevo ricordi confusi ma terribili di quell'incidente, e mordendo la rete della mia cuccia guaivo alla casa silenziosa, sperando che i miei padroni aprissero una delle alte portefinestre affacciate sul giardino e mi lanciassero un osso per farmi tacere. Ma Patrick mi aveva detto che erano morti, che non sarebbero tornati mai più. Era sceso da me sul calar della sera, e mi aveva stretta come non faceva ormai da tempo - aveva sedici anni, secondo i calcoli degli uomini, e si vergognava ad abbracciarmi come quand'era bambino - ed aveva pianto, soffocando i singhiozzi nel folto del mio pelo. Aveva parlato a lungo, raccontandomi, credo, quel che era successo dopo che i carabinieri mi avevano allontanata dalla strada; ma fu il dolore che vibrava forte nella sua voce e nel suo odore, fu quello, più d'ogni parola, a darmi certezza di quel che era successo. Avrei voluto piangere, perché a mio modo comprendevo la morte, e sapevo che non avrei mai più rivisto i miei amici; ma repressi un mugolio desolato e mi obbligai a scodinzolare, fingendo allegria. Patrick era il compagno del mio cuore, e lo amavo più d'ogni altra cosa al mondo. Giurai a me stessa che gli sarei stata vicina, che mi sarei sforzata di rallegrare le sue giornate più cupe. Mi sarebbe costato 25 tanto, ma avrei fatto qualsiasi cosa per lui. Per me era tutto. Non volevo che soffrisse. Il mattino dei funerali non vidi nessuno; ai miei lamenti rispondevano soltanto il silenzio ostinato delle imposte chiuse e qualche rimbrotto dei vicini. Ma nel pomeriggio sentii dei passi sul retro della casa, e Patrick mi venne incontro, vestito in nero, pallido, gli occhi offuscati di lacrime. "Vieni, Priscilla.", mi chiamò. Aprì il cancelletto, e senza mettermi il guinzaglio - com'era invece sua abitudine - mi portò fuori, sulla sterrata che costeggiava il bosco. Ci avviammo verso il lago. Scendevamo spesso a passeggiare laggiù, quando Patrick era stanco e desiderava rinfrescarsi nella quiete della campagna. Alle nostre spalle riecheggiarono alcuni rintocchi di campana. Dapprima non vi badai; ero abituata a sentirli ogni ora. Ma quel pomeriggio erano insolitamente lenti e tristi, e m'accorsi che Patrick affrettava il passo giù per il sentiero e aggrottava la fronte, come se quel suono lo infastidisse. La nostra spiaggia preferita era deserta. Patrick si sedette nell'ombra di una quercia e mi lasciò libera di scorazzare dove volessi. Ne approfittai subito. Con un grande slancio mi tuffai nel lago e giocai con i pesci facendo un gran chiasso, nel tentativo di strappare al mio padroncino un'occhiata d'interesse o un sorriso. Ma Patrick non mi guardava neppure. Lo fissai per qualche istante, fradicia, le zampe nell'acqua; poi corsi sulla riva, mi scrollai, e andai ad accucciarmi ai suoi piedi. Ero avvilita, non sapevo come rasserenarlo, e per quanto anche dopo avessi saltato, corso, e mi fossi rotolata sul prato, non ebbi maggior fortuna. Più tardi, sulla via del ritorno, passammo davanti ad un parco recintato che gli umani chiamano "cimitero". Era una grande cuccia infelice e puzzava di fiori marci, ma a suo modo era anche buffa. La sola volta che avevo accompagnato Patrick nel giardino più alto avevo visto in un sasso la faccia di un uomo che conoscevo - ancora adesso non sò spiegarmi come avesse fatto ad entrarci e perché avesse voluto farlo - e una donna aveva sparso una lacrima, guardandolo. Di lui, si diceva da tanto tempo che era morto, e Allora, pensai, quando qualcuno muore viene a vivere qui. Mah, io, anche dopo essere morta, preferirei restare nella mia cuccia all'ombra del glicine, con Patrick e i miei amici. Mi divertirei senz'altro di più che quassù. Avvicinandomi al cimitero, quella sera, credetti che Patrick avesse voluto entrare per rivedere i suoi genitori, e tutta contenta gli trotterellai davanti e puntai verso il cancello socchiuso. Ma non appena sollevai la zampa per varcare la soglia, Patrick mi afferrò per il pelo umido e mi costrinse a svoltare in un sentierino alberato dall'altra parte della strada. "No", disse, e la voce gli tremava. "Là dentro, no. Mai!". Non nascondo che mi stupii, ma pensai che forse i miei padroni non vivevano nel cimitero, e lo seguii docilmente. Ma nei giorni seguenti accompagnai la zia di Patrick a visitare i suoi parenti e v'assicuro che c'erano, perché li vidi con i miei stessi occhi. Anche loro, come gli altri, erano rimpiccioliti in una finestrella dorata, ma non nel sasso; erano vicino ad un vaso di fiori, fra le granelle bianche e grigie del ghiaietto, più giovani e belli di come li ricordassi, abbracciati e felici. Non ebbi cuore di rimproverare Patrick per quel suo strano comportamento. Era sempre più triste e taciturno, e solitario. Talvolta imboccava la stradicciola del lago senza di me, e non si voltava quando lo richiamavo, abbaiando dalla mia cuccia. Detestava il silenzio della casa vuota, e non entrava quasi mai. A volte restava sulla veranda fino a notte inoltrata o scendeva al cancello e restava là a lungo, con la fronte appoggiata alle sbarre, come se aspettasse qualcuno. Mi straziava assistere impotente al suo tormento, a quell'ostinazione che lo faceva ancora sperare, e in quelle notti mi resi conto che era quella la ragione - e nessun'altra! - che lo spingeva a non entrare nel cimitero. Non voleva rivedere i genitori rinchiusi nei sassi perché non gli ricordassero che se ne erano andati per sempre. E io comprendevo e condividevo il suo dolore. Ma in certe sere si sdraiava sul prato e mi guardava con lo stesso affetto che gli aveva illuminato gli occhi quando suo padre mi aveva messa fra le sue braccia per la prima volta, cinque anni prima, e poi parlava, parlava, parlava, e giurerei che rievocasse il passato, mi raccontava di quand'ero un cucciolotto e rideva di cose che non capivo. Ma quella serenità svaniva presto, e camminando sotto il porticato si fermava a contemplare l'arco di rose aggrappato al tetto e il pianoforte che s'intravvedeva fra i tendaggi aperti. Allora non lo sapevo, ma presto avremmo lasciato l'Italia per andare a vivere lontano, in un paese freddo, dove nevica spesso e c'è poco sole. "Ma tu resterai con me, non ci separeremo mai, non noi due... ", mi sussurrava, accarezzandomi, con tocco un po' rude, quasi temesse che anch'io potessi andarmene all'improvviso lasciandolo irreparabilmente solo. Una sera era più malinconico del solito. Era appoggiato al davanzale del terrazzo, e parlava, come di consueto. Io ascoltavo, sdraiata sul pavimento. In casa c'erano valige e casse sigillate, e sua zia aveva ricoperto i mobili con coperte e vecchie lenzuola. Solo il pianoforte era aperto. Patrick l'aveva suonato tutta la sera, come l'avevo sentito fare per tutti gli anni che ero stata con lui. Aveva smesso da poco, ed era venuto a cercare la mia compagnia. Come sempre, non 26 comprendevo quasi nulla di quel che diceva: solo qualche nome, qualche allusione ormai nota. Mi raccontava dei suoi genitori, di eventi passati che non conoscevo o avevo del tutto scordato. A volte sorrideva, beandosi nei ricordi, ma più spesso stringeva i pugni e scuoteva la testa, come a scacciare un brutto pensiero. D'un tratto, la voce gli si spezzò, e si nascose il viso nelle mani. "Stiamo per andarcene, Priscilla...", singhiozzò. "E' tutto finito. Sono morti... Sono morti davvero!" Quelle parole furono chiare; perlomeno, abbastanza perché le capissi. Mi alzai di scatto, e gli buttai le zampe al collo, felice che avesse accettato la verità. Ma lui pensò che volessi giocare e mi scostò, facendomi però cenno di seguirlo. Scendemmo sulla strada che conduceva al cimitero. Il custode stava per chiudere, ma ci lasciò entrare. "Il cane non potrebbe...", iniziò, ma aveva simpatia per Patrick, e con un gesto mi fece cenno di passare. "Ma fate presto. Sto per tornare a casa", ci esortò. Il passo di Patrick era incerto, non sapeva dove fosse la nuova dimora dei suoi genitori, e io gli corsi davanti, scesi le scale che portavano al giardino più basso e mi fermai davanti alle finestrelle da cui i miei padroni, che senz'altro mi avevano sentita arrivare, mi sorridevano già. Patrick mi raggiunse poco dopo, e li guardò a lungo. Emozioni diverse gli solcarono il volto: pianto, disperazione, ribellione, rassegnazione... Poi, ormai insperato, sbocciò un piccolo, esitante sorriso. Non disse nulla, lottando con le parole che non gli obbedivano - per la prima volta, da che lo conoscevo! - ma il suo tocco era lieve, quando mi accarezzò la testa. Sollevando lo sguardo, scoprii che il suo sorriso era per me. E quant'era luminoso, nonostante la sofferenza! Le labbra gli tremarono, stonò, ma non era più tempo di parole. I lunghi monologhi che aveva riversato nelle mie orecchie attente l'avevano aiutato a comprendere e ad accettare; ora il silenzio gli restituiva la pace e l'armonia, legandoci l'uno all'altra come mai eravamo stati, in passato. Quel silenzio portava al suo cuore la voce del mio cuore. E il dolce profumo che soffuse dalla pelle di Patrick, inebriandomi le narici, mi svelò che l'aveva sentita. Alda Merini Italia I due amanti Ribaciami amore è solo ieri che mi hai sfiorato la lingua con il verbo del tuo violino, acino d'uva il tuo fallo che posi sul granbo migliore. Rimani e ascolta l'ultimo respiro di vita che si libera dai miei capelli. Prima dell’ alba Orlando Valdez Rosario. Argentina. Antes de amanecer ahora la muerte no quiere este cuerpo ni las llagas del alma el más feroz de los demonios tampoco la noche el excremento y la orina entonces ruego de nuevo antes del amanecer buscando la ignominia de la sombra y del vacío donde habitan confidentes lunas del espíritu que se degrada Adesso la morte Non vuole questo corpo Né le ferite dell’ anima Il più feroce dei demoni Nemmeno la notte L’scremento e l’ orina Dunque prego ancora Prima dell’ alba Cercando la ignominia Dell’ombra E del vuoto dove abitano Confidenti lune dello spirito Che si degrada Trad. Giovanna Mulas y Gabriel Impaglione 27 Alessandro di Prima Catania, Italia- 1973 a L., ancora una volta dunque a un più preciso gioco di lettere e non detto a un disperato sentimento di anni ad altro spesi, a un’esegesi di noi che diamo a credere (di noi come si fa, mi chiedo) io che qui da sempre al poco tolgo il poco, ad ogni giorno il nostro meno io che qui sto dietro a un più di te che si squaderna – quanto vento e tempo che cammina (io di casa ormai straniero) – ma poi come tornando di nuovo in te a me ripeto “luce fonte del tuo mistero” posto esatto dove – a un nulla – setacciare la tua voce, nel cosa di questa vita il come (o ignota, ignota goccia di tanto amore…) Luisa Talarico Bolivia Paura Varcata la soglia della morte del polvo della modernità fra gli scombri all’ ombra del terrore che io abitava esco a chiedere limosina dalla mano della paura Teresa Minet Italia al rimedio lunare E giunga lievito la luna a sperarci impollinati locazione breve castrante in conclusioni - l’eternità, avrà da deplorare sezionami le ciglia e sarò balzo che affonda non vedente Abbiamo sobbarcato di sogni le stelle mon trésor la tana non ha scuse farcendo di porpora i cassetti. L’essenza dell’inverno lacrimerà rose storpiando mimiche distorte gli abbracci diradati in consonanza La strada che percorriamo è un guanto una sospensione orale, senza streptococchi a fiorirci oltre simulazioni al tatto. 28 Avvolti mestamente di timori pronunciati - non prevediamoci, non ancora Superflua ogni parola - per sorte o forse stratagemma il credo al vespro della trasparenza i digiuni che vivranno miele ribaltato a collocarci echi duraturi Abbiamo assolto gli occhi a ponente e il letargo delle benevolenze ha ingoiato lo stupore la tenerezza oscena vetro a sbeccarci comprensioni fra orbite oculari. Siamo compiuti inevitabilmente sangue, nuovamente alterniamo piogge accese a lavarci cognizioni Pablo Neruda Cile XLVIII sonetto Due amanti felici fanno un solo pane, una sola goccia di luna nell'erba, lascian camminando due ombre che s'unisco, lasciano un solo sole vuoto in un letto. Di tutte le verità scelsero il giorno: non s'uccisero con fili, ma con un aroma e non spezzarono la pace né le parole. E' la felicità una torre trasparente. L'aria, il vino vanno coi due amanti, gli regala la notte i suoi petali felici, hanno diritto a tutti i garofani. Due amanti felici non hanno fine né morte, nascono e muoiono più volte vivendo, hanno l'eternità della natura. Teódulo López Meléndez Venezuela BIFFA Traduzione dello spagnolo: Daniela Baldassari 2 Le parole si risentono delle missioni che diamo. Le parole si rattrapiscono come materia che retorna alla terra. C´e una pace di pareti spaccate. Le tartarughe escono agli orti e trascinano dalle zampe le parole. Le tartarughe invadono e danno in prestito le loro croase di plastica e tegole. 3 In tutti i pomeriggi di tutti i giorni mi sono seduto ad aspettare la pace che sempre mi arriva. La pace mi é imposta. La pace che mi arriva equivale a partenza dietro alle lumache e la tartarughe mi lasciano le loro croase caricate di spezie. La pace mi é imposta. Mi domando al cadere in seno ai miei duri protettori se la pace che mi hanno dato non equivale a pena. Federico Garcia Lorca Spagna 29 LAMENTO PER IGNACIO SÁNCHEZ MEJÍAS (1935) Alla cara amica Encarnación López Júlvez 1 Il cozzo e la morte Alle cinque della sera. Eran le cinque in punto della sera. Un bambino portò il lenzuolo bianco alle cinque della sera. Una sporta di calce già pronta alle cinque della sera. Il resto era morte e solo morte alle cinque della sera. Il vento portò via i cotoni alle cinque della sera. E l’ossido seminò cristallo e nichel alle cinque della sera. Già combatton la colomba e il leopardo alle cinque della sera. E una coscia con un corno desolato alle cinque della sera. Cominciarono i suoni di bordone alle cinque della sera. Le campane d’arsenico e il fumo alle cinque della sera. Negli angoli gruppi di silenzio alle cinque della sera. Solo il toro ha il cuore in alto! alle cinque della sera. Quando venne il sudore di neve alle cinque della sera, quando l’arena si coperse di iodio alle cinque della sera, la morte pose le uova nella ferita alle cinque della sera. Alle cinque della sera. Alle cinque in punto della sera. Una bara con ruote è il letto alle cinque della sera. Ossa e flauti suonano nelle sue orecchie alle cinque della sera. Il toro già mugghiava dalla fronte alle cinque della sera. La stanza s’iridava d’agonia alle cinque della sera. Da lontano già viene la cancrena alle cinque della sera. Tromba di giglio per i verdi inguini alle cinque della sera. Le ferite bruciavan come soli alle cinque della sera. E la folla rompeva le finestre alle cinque della sera. Alle cinque della sera. Ah, che terribili cinque della sera! Eran le cinque a tutti gli orologi! Eran le cinque in ombra della sera! XI E’ per baciarti che fuggo Tempio sacro dove la fiamma officia Sei blu e rosso come il cielo ardente 30 Leticia Luna Messico XI Para besarte es que me escapo templo sagrado donde la llama oficia eres azul y rojo como el ardiente cielo dorado mar: mañana lloverán semillas y nuestros cuerpos florecerán de cantos Eduardo Lucio Molina y Vedia Argentino en Mexico CAFÈ A Iliana Godoy Se sentó en el café, frente a mí, en torno a la pequeña mesa redonda de mármol blanco, y clavó en mis sueños la serena, celeste mirada de sus ojos café, y una sonrisa breve y clara. Tomamos café en silencio, rodeados de un vago murmullo literario. Luego nos dijimos unas pocas, discretas lucideces, danza de palabras, ternuras presentidas. Sin cálculos, sin citas, sin datos. Quedé tocado de su gracia. Cafè Sedette nel caffè Di fronte a me, intorno alla piccola tavola rotonda di marmo bianco, e inchiodò nei miei sogni il sereno, celeste sguardo dei suoi occhi caffè, ed un sorriso breve e chiaro. Bevemmo caffè In silenzio, circondati da un lieve mormorìo letterario. Dopo ci dicemmo poche cose, discrete lucidità, danza di parole, tenerezze sentite nel profondo. Senza calcoli, senza appuntamenti, senza dati. Rimasi Toccato dalla sua grazia. Trad. Giovanna Mulas y Gabriel Impaglione Vilma Vargas Costa Rica Rotaciòn Todo esto tiene que pasar, el metal encajado en el rostro, las montañas en el borde las plazas, la lluvia enlodada en los escalones. Todo esto ha de pasar, el pozo en la piedra, la ciudad como un pozo. Tomaremos valor. Hemos pasado por aquí como niños cansados. Encontraremos nuestras cosas, lograremos equiparlas y partir Rotazione Tutto questo deve passare, il metallo inchiodato nella faccia, le montagne nel bordo delle piazze, la pioggia interrata negli scaloni. Tutto questo deve passare, il pozzo nella pietra, la città come un pozzo. Prenderemo valore. Siamo passati qui come ragazzi stanchi. Troveremo le nostre cose, per sistemarle e partire fino a qualche posto, dove il tempo sarà ciò che ha potuto essere stato 31 Trad. Giovanna Mulas y Gabriel Impaglione hacia cualquier sitio, donde el tiempo será lo que pudo haber sido. Adriano Corrales Costa Rica Manifiesto del poeta solitario Manifesto del poeta solitario Sono un poeta Per L’immensa Minoranza Soy un poeta para la inmensa minoría Trad. Giovanna Mulas y Gabriel Impaglione Elsa Tió Puerto Rico Cuando solo sea tiempo y sillón en un rincón del cuarto tendré muchos recuerdos pero tu serás mi memoria. Cuando sólo sea tiempo y sillón en un rincón del cuarto cuando todas las caricias hayan desertado tendré una orgía de recuerdos tuyos y mi piel ya canosa y ajada sentirá tu voz mansa y lanuda tu mano navegante y peregrina tu boca con sabor a fruta y a carnada y la red de tus brazos esperando mis besos. Jose Antonio Neri Tello Messico Quando solo tempo e poltrona Nell’angolo della camera Avrò tanti ricordi Ma tu sarai la mia memoria. Quando solo sia tempo e poltrona In un angolo della camera Quando tutte le carezze avranno diserta Avrò un’orgia di ricordi tuoi E la mia pelle già canuta e stropicciata Sentirà la tua mansueta voce lanuta La tua mano navigante e pellegrina La tua bocca con sapore di frutta ed esc E la rete delle tue braccia aspettando i m Trad. Giovanna Mulas y Gabriel Impaglione siempre hay otra tierra nunca se llega a casa porque la casa es una idea interna que no está en su sitio sempre c’è un’altra terra mai si arriva a casa perché la casa è un’idea interiore che non esiste nel suo posto. Trad. Giovanna Mulas y Gabriel Impaglione Guillermo Coulter Rosario- Argentina Gigante Levantó los brazos y los astros la miraron, giró, giró lentamente, la geografía cambió de lugar, la mitad del mundo despertó antes de tiempo, enredó sus cabellos en los anillos de Saturno y por fin abrió sus manos, llovieron jacarandáes, pumas, Gigante Sollevò le braccia e gli astri la guarda girò, girò lentamente, la geografia cambiò luogo, la metà del mondo si svegliò prima d intrappolò i suoi capelli negli anelli d e finalmente aprì le sue mani, piovvero jacarandáes, i puma, balene, smeraldi, vasi indiani, ritratti coi sorrisi dei suoi giorn aquiloni di code brillanti. Dalla cima di questa montagna 32bocca. Avvicinarsi la sua ballenas, esmeraldas, vasijas indias, retratos con sonrisas de sus días, barriletes de colas brillantes. Desde la cima de esta montaña observo con cierto pavor su boca al acercarse. Nave di fumo Carlos Carbone Argentina Barco de humo Aquel capitán inundaba de humo la cabina del barco de su pipa provenía el incendio. En medio del río se veía humo y solo humo. Algunos escépticos dudaban de la existencia de aquel hombre solo creían en la pipa. Norma Perez Martin Argentina Hacia Comala A Juan Rulfo Camino de fantasmas. Ardientes pasiones murmurantes creciendo tierra abajo tierra arriba; desolada oquedad en el tiempo. Cielo Infierno de Comala por los terrenos innombrables de la muerte. Caluroso y desterrado precipicio de Comala, donde el pueblo sobrevive en espantos. Terrible agorero impenitente. Quel capitano Inondava di fumo La cabina della nave Dalla sua pipa Proveniva un incendio. In mezzo al fiume si vedeva fumo E solo fumo. Alcuni scettici dubitavano Dell’esistenza di quell’uomo Solo Credevano nella pipa. Trad. Giovanna Mulas y Gabriel Impaglione Verso Comala Cammino di fanasmi. Ardenti Passioni mormoranti Crescendo Terra in basso Terra in alto; desolato vuoto nel tempo. Cielo Inferno Di Comala Per i terreni Innominabili Della morte. Caloroso Ed esiliato Precipizio di Comala, dove il popolo sopravvive negli spaventi. Terribile Profeta Impenitente. Del poemario CEREMONIAL DE LA PIEDRA (1982) Jorge Lopez Aguilar Trad. Giovanna Mulas y Gabriel Impaglione 33 Buenos Aires, Argentina E’ abbastanza comune vedere gruppi di cani abbandonati, senza cuccia nè cibo sicuro, che si uniscono per trovare alimenti e dormono attaccati per darsi calore e combattere il freddo dell’inverno. Supongamos un poema que hablase de perros en el puerto del hambre que combaten en equipo pero que no fuesen perros Supponiamo un poema Che parli di cani nel porto Della fame che combattono in gruppo Ma che non siano cani Un poema que dijese el color del miedo de sus ojos la humilde cola bailando de contento el placer de tirarse bajo el sol y sin hablar de perros Un poema che dica Il colore della paura dei loro occhi La semplice coda ballando di gioia Il piacere di buttarsi sotto il sole E senza parlare di cani Plantéemonos un poema que cuente de la miseria por el puerto de la necesidad que no se alivia del hambre y de la falta de sustento del compañerismo de la jauría sin hablar de los perros. Prendiamo un poema Che conti della miseria nel porto Della necessità che non s’allevia Della fame e della mancanza di sostento Della fratellanza del gruppo Senza parlare dei cani. Trad. Giovanna Mulas y Gabriel Impaglione Patricia Veron Argentina Escribo en papeles perdidos: lo mejor es el brillo de unos ojos que avanzan; en los laterales rotos de las prisiones aun cantan algunas noches los grillos un aleteo último de mariposa me sorprende insiste una y otra vez no se de su ademán está oscuro solo su aleteo se siente... Scrivo in carte perse: il meglio sta nel brillare di occhi che avanzano; nei lati rotti delle prigioni cantano alcune notti i grilli un aleggiare ultimo di farfalla mi sorprende insiste una ed un’altra volta non so del suo gesto c’è buio solo il suo aleggiare si sente… Trad. Giovanna Mulas y Gabriel Impaglione Carmen Valle Puerto Rico Apetito Appetito Vivir frente al mar para olerlo, mirarlo al instante del deseo, oirle el ruidoso silencio, dormir con él, caminarle la orilla las violetas tardes, conocerle los cambios por instinto, acompañarlo en sus soledades grises y lluviosas, predecirlo. Vivere di fronte al mare Per odorarlo, guardarlo nell’ istante del desiderio, ascoltare il rumoroso silenzio, dormire con esso, camminargli la riva le sere viola, conoscergli i cambi per istinto, accompagnarlo nelle sue solitudini grige e p profetizzarlo. No tiene cara contraria el placer puro y perfecto del deseo. De todo da la noche al que la tienta- Ediciones Ricardo Garúa, 1987 Non esiste volto contrario il piacere puro e perfetto Del desiderio. Trad. Giovanna Mulas y Gabriel Impaglione34 Roberto Gurney Inglaterra The Da Vinci Code On the cliffs in the distance above the village of Horton huge cows magnified by a trick of the light are eating the grass. On the beach below in Port Eynon Bay beautiful women in bikins are reading a book that some say is full of lies. Engaños A lo lejos sobre los acantilados por encima de la aldea de Horton algunas vacas ampliadas por la luz que engaña, comen hierba. En la playa de Port Eynon Bay bajo el bosque mujeres hermosas en bikinis leen un libro que algunos dicen está repleto de mentiras. Il codice Da Vinci Inganni Da lontano Sopra gli scogli In cima del paese Di Horton Alcune vacche Ampliate Dalla luce che inganna, mangiano erba. Nella spiaggia Di Port Eynon Bay Sottobosco Belle donne In bikini Leggono un libro Che alcuni dicono Sia pieno Di bugie. Trad. Giovanna Mulas y Gabriel Impaglione Gabriel Impaglione Argentina Dove Comandante Dove, Comandante, in che foresta La goccia di luce che non finisce. La sua feroce tenerezza appostando La profondità metallica della notte più nera. Dove, comandante, dove La radice che zappa nel recondito Segreto delle sostanze E spinge come un treno Come cento mille operai Come cento figli seduti alla tavola Il più puro dell’ uomo Che s’incunea nel vento. Dove comandante, la lunga lancia che aspetta, in quale era di passeri si attesora il sogno, dopo di quanti vietnam finalmente il mondo per tutti, dove e dove comandante 35 l’uomo più duro impugnando la più dolce chitarra. Dove comandante L’essenza del grande abbraccio dei popoli Questa goccia di luce che non finisce Che sgorgò dal tuo sorriso, di costellata boina o delle tue mani nate dalla sostanza di tutti gli uomini della terra Uno spazio Libero!!! Il blog di Isla Negra http://isla_negra.zoomblog.com Isla Negra revista en español de poesía y narrativa breve per abbonarsi: [email protected] Isola Niedda Dae sa Sardinia po su Mondu- cultura sarda in sas paraulas de s’omine Escrie a [email protected] Ilha Negra Rivista di letteratura in portoguese Diretta da Amelia Pais (Portogallo)- Gabriel Impaglione (Italia). Mail: [email protected] Isola Nera Casa di Poesia e Lettere Per l’invio di materiale letterario: Via Caprera 6 – 08045- Lanusei. Italia Casa di poesia e letteratura. La prima in Sardegna; in Italia, aperta alla creazione letteraria degli autori italiani e di autori in lingua italiana. Il progetto Isola Nera riguarda la prossima pubblicazione in formato cartaceo. Isola Nera merita degli sponsors in grado di valorizzare l’iniziativa e dalla quale vengano valorizzati. Si accettano e vagliano proposte. 38 hasta la pròxima… 36 al prossimo numero Ringraziamo calorosamente tutti i lettori che hanno inviato commenti , auguri, critiche in merito alla Nomination al Nobel per la Letteratura 2006 e l’adesione alla Legge Bacchelli pro Giovanna Mulas. 37