M E N S I L E D E L L A CA R I TA S I TA L I A N A - O R G A N I S M O PA S T O R A L E D E L L A C E I - A N N O X L - N U M E RO 9 - W W W. CA R I TA S I TA L I A N A . I T
POSTE ITALIANE S.P.A. SPEDIZIONE IN ABBONAMENTO POSTALE - D.L. 353/2003 (CONV. IN L.27/02/2004 N.46) ART.1 COMMA 2 DCB - ROMA
novembre 2007
Italia Caritas
INFERNO IRAQ: VOCI DA UN’EMERGENZA UMANITARIA IGNORATA
I DOLORI DEL PAESE ESPLOSO
PROSTITUZIONE RAPPORTO NAZIONALE: NON DOBBIAMO GHETTIZZARE
POVERTÀ «POLITICA OMOLOGATA, EMARGINATI FUORI MODA»
SUDAN LA PACE SULLA CARTA, IN DARFUR SERVE UN NUOVO DIALOGO
sommario
ANNO XL NUMERO 9
IN COPERTINA
Organismo Pastorale della Cei
via Aurelia, 796
00165 Roma
www.caritasitaliana.it
email:
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M E N S I L E D E L L A CA R I TA S I TA L I A N A - O R G A N I S M O PA S T O R A L E D E L L A C E I - A N N O X L - N U M E RO 9 - W W W. CA R I TA S I TA L I A N A . I T
novembre 2007
POSTE ITALIANE S.P.A. SPEDIZIONE IN ABBONAMENTO POSTALE - D.L. 353/2003 (CONV. IN L.27/02/2004 N.46) ART.1 COMMA 2 DCB - ROMA
Una bambina dorme vicino a sua
madre e al fratello nel campo
profughi di Najaf, in Iraq.
L’emergenza umanitaria
compromette in particolare
le condizioni di vita dei minori
foto Ap Photo / Alaa al-Marjani
Mensile della Caritas Italiana
Italia Caritas
Italia Caritas
direttore
Vittorio Nozza
direttore responsabile
Ferruccio Ferrante
INFERNO IRAQ: VOCI DA UN’EMERGENZA UMANITARIA IGNORATA
I DOLORI DEL PAESE ESPLOSO
coordinatore di redazione
PROSTITUZIONE RAPPORTO NAZIONALE: NON DOBBIAMO GHETTIZZARE
POVERTÀ «POLITICA OMOLOGATA, EMARGINATI FUORI MODA»
SUDAN LA PACE SULLA CARTA, IN DARFUR SERVE UN NUOVO DIALOGO
editoriale
di Vittorio Nozza
NONVIOLENZA A COLORI,
LA SOLIDARIETÀ CI DEVE COSTARE
Paolo Brivio
in redazione
Danilo Angelelli, Paolo Beccegato, Livio Corazza,
Salvatore Ferdinandi, Renato Marinaro,
Francesco Marsico, Francesco Meloni,
Giancarlo Perego, Domenico Rosati
editoriale di Vittorio Nozza
NONVIOLENZA A COLORI, LA SOLIDARIETÀ CI DEVE COSTARE
parola e parole di Giovanni Nicolini
LA REGALITÀ CHE AGONIZZA E CONQUISTA I CUORI LONTANI
paese caritas di Filippo Lombardi
UOMINI IN UNA RETE CHE NON RENDE PRIGIONIERI
3
progetto grafico e impaginazione
Francesco Camagna ([email protected])
Simona Corvaia ([email protected])
5
stampa
Omnimedia
via Lucrezia Romana, 58 - 00043 Ciampino (Rm)
Tel. 06 7989111 - Fax 06 798911408
6
sede legale
nazionale
PIANETA PROSTITUZIONE: VIGILARE, NON GHETTIZZARE
di Giancarlo Perego
dall’altro mondo di Delfina Licata
IMMIGRATI, SEI SU CENTO: È IL TEMPO DEL DIALOGO
a cura della redazione Dossier statistico immigrazione
database di Walter Nanni
CARNITI: «POLITICA OMOLOGATA, I POVERI SONO FUORI MODA»
di Paolo Brivio
contrappunto di Domenico Rosati
panoramacaritas SFRATTI, AIDS, SALUTE MENTALE SERBIA
progetti LOTTA ALL’AIDS
via Aurelia, 796 - 00165 Roma
8
redazione
tel. 06 66177226-503
offerte
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13
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inserimenti e modifiche nominativi
richiesta copie arretrate
15
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spedizione
in abbonamento postale
D.L. 353/2003 (conv. in L.27/02/2004 n.46)
art.1 comma 2 DCB - Roma
Autorizzazione numero 12478
del 26/11/1968 Tribunale di Roma
Chiuso in redazione il 26/10/2007
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internazionale
VIVERE E MORIRE IN IRAQ, PAESE DEI MOLTI DITTATORI
di Khawla Elia
PIÙ DI UN QUARTO IN EMERGENZA, NUMERI DI UNA CRISI TERRIBILE
contrappunto di Alberto Bobbio
PACE, UN PEZZO DI CARTA: IN DARFUR SERVE DIALOGO
DONNE TRA VIOLENZA E LIBERTÀ NEL CAMPO CHE SARÀ BARACCOPOLI
di Giovanni Sartor foto di Paul Jeffrey/Act-Caritas
guerre alla finestra di Stefano Verdecchia
MIGRANTI VERSO L’EUROPA, LA SPINTA È SEMPRE FORTE
di Oliviero Forti, Ettore Fusaro e Gianmaria Pinto
casa comune di Gianni Borsa
agenda territori
villaggio globale
AVVISO AI LETTORI
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Per ricevere Italia Caritas per un anno occorre versare un contributo alle spese di realizzazione di almeno 15 euro: causale contributo Italia Caritas.
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La Caritas Italiana, su autorizzazione della Cei, può
trattenere fino al 5% sulle offerte per coprire i costi di
organizzazione, funzionamento e sensibilizzazione.
Versamento su c/c postale n. 347013
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Donazione con Cartasì e Diners,
telefonando a Caritas Italiana 06 66177001
Cartasì anche on line, sul sito
www.caritasitaliana.it (Come contribuire)
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ritratto d’autore di Rula Jebreal
LA FIERA DI MOHAMMED, UN EURO È PER IL CAPORALE
Le offerte vanno inoltrate a Caritas Italiana tramite:
●
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5 PER MILLE
Per destinarlo a Caritas Italiana, firmare il primo
dei quattro riquadri sulla dichiarazione dei redditi
e indicare il codice fiscale 80102590587
è un’immagine che in questo autunno non è passata
inosservata. E che ritorna frequentemente alla mente.
Viene dal Myanmar e ritrae gruppi di monaci buddisti
che sfilano silenziosi, sotto la pioggia, per le vie di Yangon, l’ex
capitale del paese. Camminano con l’acqua alle caviglie, le tuniche arancioni inzuppate, le teste rasate lucide, lo sguardo
fiero. Lo sguardo di chi vuol trasmettere un messaggio forte.
Destinatario è il regime militare – una dittatura di quelle
C’
Trainata da una religione
Non è difficile tifare per i monaci birmani indossando, una tantum, un
capo d’abbigliamento rosso o arancione. Ma quando la solidarietà a distanza fallisce, è altrettanto facile dimenticare e ricacciare nell’oblio un
intero popolo sottoposto a ferrea dittatura (militar-marxista, in questo
caso). Non deve finire così, si dicono
le persone di buona volontà. Eppure
che l’Occidente dimentica facilmensi rischia proprio questo. Il mondo
può lasciar correre un massacro di
te –, contro cui i religiosi hanno anI monaci dell’ex Birmania
innocenti che manifestano pacificanunciato di voler continuare la lotta
hanno trascinato il paese
mente per la democrazia? Può assinonviolenta, con l’appoggio della
in una straordinaria
stere al tentativo di annientare comgente, sino al suo crollo.
e pacifica prova di dignità
ponenti etnico-politiche di un paeLe marce nonviolente si sono
e libertà. Ma il mondo
se? Può tollerare un genocidio pianisusseguite in varie città e con gesti
riesce a metabolizzare
ficato che prosegue da anni? Sì, è
clamorosi. Sfidando anche la viopersino i genocidi.
possibile, è la sconfortante risposta.
lenta repressione del regime. AlcuPer non dimenticare,
Sappiamo, in fondo, che si è arni monaci hanno sfilato con in
dobbiamo disporci
chiviato il massacro di piazza Tienanmano la tradizionale scodella per
le elemosine, capovolta per protemen, nel 1989; si è assistito all’uccia qualche sacrificio
sione di ottocentomila persone in
sta. Il rifiuto di accettare le elemoRuanda, nel 1994; si tollera il genocisine dai militari e dal loro clan rappresenta una scomunica simbolica, un’azione forte e dio del Darfur di questi anni. Ed è difficile, quasi impossinonviolenta in un paese, l’ex Birmania, a larga mag- bile, raccontare quanto avviene a Mogadiscio: le parole da
gioranza buddista. Importanti manifestazioni si sono sole non bastano a descrivere la furia dei combattimenti,
tenute anche a Mandalay, la seconda città del paese, i cadaveri disseminati ai crocicchi delle strade, le case
che rappresenta – con le sue pagode lucenti e i nume- sventrate, ovunque il lamento soffuso della stremata porosi monasteri – una capitale spirituale per i buddisti. polazione civile. La capitale somala è un inferno; in quelA Yangon i cortei dei religiosi non hanno dimenticato la città dimenticata da tutto e da tutti, è folto lo stuolo di
Aung San Suu Kyi, ultimo premier eletto democratica- coloro che a più riprese hanno promesso la pace, disatmente nel paese ma poi deposta dai militari, pasiona- tendendo poi con le armi in pugno le attese della gente.
ria dei diritti umani, Nobel per la pace, da anni agli arÈ possibile, insomma, che il mondo metabolizzi una
resti domiciliari: lei ha sostato in lacrime sulla porta di serie di genocidi perpetrati in tempi e territori diversi. Lo
casa, salutando il corteo che transitava di fronte alla fa spegnendo i riflettori, ignorando l’argomento, parlansua abitazione. È stata una grande mobilitazione. Un do d’altro. Per la Birmania – tanto lontana, tanto irrileevento di portata tale, che non si vedeva in Myanmar vante – c’è il rischio che avvenga lo stesso. Le responsabida vent’anni a questa parte.
lità, è ovvio, sono graduate. Il cinismo e l’indifferenza
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NOVEMBRE 2007
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editoriale
parola e parole
di Giovanni Nicolini
hanno le proprie classifiche. E anche i media sono nel
novero, troppo spesso complici dell’insensibilità e della
smemoratezza generali. Tenere alta l’attenzione è un dovere fondamentale.
Quanto alla tragedia che ha insanguinato le strade
del Myanmar, ne deriva certo una grande angoscia e tristezza: ma quale straordinario esempio di forza morale
ha dato e sta dando quel popolo! Si contano a centinaia
di migliaia gli uomini e le donne che sono pacificamente scesi in piazza sfidando (e non di rado incontrando)
la morte, la prigione, le percosse, le ferite, pur di ribellarsi all’ingiustizia, difendere i deboli contro i prepotenti, affermare i diritti umani più sacrosanti. Da buddista
quale è, questo popolo sta cantando in maniera eroica
un suo splendido inno alla libertà: una lezione di nonviolenza che sarebbe colpevole ignorare, non valorizzare, specie da parte di noi cristiani.
È bello, poi, che in prima fila, ci siano figure femminili di così gran rilievo, come Aung San Suu Kyi, da lunghi anni confinata agli arresti domiciliari per la sua tenace opposizione nonviolenta alla feroce dittatura. E
non può sfuggire a nessuno che l’enorme, pacifica,
nonviolenta rivolta popolare che viene repressa nel
sangue, ha il volto e le tonache di mille e mille religiosi,
monache e monaci. Una rivolta popolare per il progresso umano è promossa, voluta, guidata da una religione: così come è accaduto altre volte in molti paesi.
Bisognerà farlo sapere ai “maestri” dell’ateo-pensiero
oggi così in voga, ai tanti loro devoti allievi nostrani, così zelanti nel predicare “morte alle religioni, naturali
nemiche del progresso” e immancabilmente omaggiati a tutti i livelli.
Perché le sanzioni “mordano”
Resta il fatto, però, che la comunità internazionale sembra aggirarsi impotente attorno allo scenario della crisi
birmana. Anche l’impotenza del mondo è una triste ripetizione. L’Occidente forse possiede armi spuntate. Ma
può fare molto nei confronti dei propri “amici”, tra i
quali ci sono anche militari al potere. Ma le possibili
sanzioni, se devono “mordere” i potenti, in modo nonviolento, devono costare qualcosa a tutti noi. Perché, allora, non minacciare la Cina di boicottare le Olimpiadi
se non induce il regime di Myanmar a risparmiare al
mondo una nuova Tienammen e ad aprire un dialogo di
riconciliazione nazionale? Perché non bloccare i commerci con alcuni paesi dell’area (che hanno in Unione
europea e Usa i loro partner privilegiati) se non si liberano i prigionieri politici? Per tali gesti, assai onerosi, bisogna avere a cuore il destino dei popoli lontani, almeno quanto quello della propria gente.
Purtroppo, l’impressione è che le manifestazioni colorate dal rosso dei bonzi, dal rosa delle monache e dall’oro delle pagode suscitino soprattutto emozioni esotiche, curiosità estetica e non invece forti azioni nonviolente, capaci di dare lievito al nostro vivere quotidiano.
A Yangon, Mandalay e Sittwe la marcia dei birmani ha
decretato, senza appello e in modo nonviolento, che la
giunta militare è nemica del popolo. E noi non dobbiamo cambiare canale.
IC DI OTTOBRE, RITARDI NELLA SPEDIZIONE
I lettori di Italia Caritas riceveranno questo numero della rivista a ridosso del precedente, che pure era stato “chiuso in redazione” nei tempi previsti. La spedizione del numero di ottobre (8/2007) è stata infatti ritardata di circa venti giorni a causa di alcuni problemi tecnici sorti nelle fasi di stampa dei bollettini postali modificati e di postalizzazione. Pur non avendo responsabilità dell’accaduto, Caritas Italiana garantisce
che il problema non si ripeterà e si scusa con i lettori per l’inconveniente. Augurandosi che essi continuino a seguire IC con la consueta attenzione, anche nei mesi e anni futuri.
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I TA L I A C A R I TA S
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NOVEMBRE 2007
LA REGALITÀ CHE AGONIZZA
E CONQUISTA I CUORI LONTANI
Il popolo stava a vedere, i capi invece lo schernivano dicendo: «Ha salvato gli altri, salvi se
stesso, se è il Cristo di Dio, il suo eletto». (…) Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava:
«Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!». Ma l’altro lo rimproverava (…). E aggiunse:
«Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità ti dico, oggi sarai
con me nel paradiso». (Luca 23, 35-43)
sè – o forse fuori di sè! – che rispondeva: «Ecco dov’è Dio: è lì in mezzo tra i
due... È il piccolo che ancora si dibatte nella sua agonìa... Lì c’è Dio!». Il giovane ebreo sembra dunque aver colto
in quel momento una “presenza”.
Che, certo, potrebbe essere la presenza di un’assenza. Quel ragazzino, piccolo impiccato, vittima innocente, solo nella sua pena assurda, abbandonato a una morte atroce, potrebbe costituire la peggiore accusa nei cone tutto il campo dovette assistere alfronti di un Dio che osa essere latitanl’esecuzione della pena.
Attorno a un ragazzino
te e lontano. Ma è inevitabile cogliere
Di ritorno dai campi di lavoro,
giustiziato in un lager
nell’identificazione che il giovane
tutti furono costretti a passare dasi levano gli interrogativi
ebreo stabilisce tra Dio e il piccolo invanti al triplice patibolo e a guarpiù angosciosi. Essi
nocente la sconvolgente potenza di
dare bene. Wiesel s’accorse subito
richiamano le parole
una profezia, alla quale l’Israele fedeche, mentre i due adulti erano già
attorno a Gesù crocifisso,
le si è tenuto legato fino al riconoscimorti, il ragazzino si dibatteva anre che non si affida
mento del Messia nel Crocifisso.
cora nello strazio dell’agonìa. ConA noi resta il tesoro di una fede
temporaneamente, sentì dietro a
alle seduzioni terrene,
umile
e spoglia nella regalità del Figlio
sé la voce di un uomo che poneva
ma alla scommessa
incalzanti domande. Domande a
di
Dio.
Una regalità che vuole entrare
della vittoria dell’Amore
Dio, in certo modo domande su
in ogni piega della storia umana, anDio. Domande che volevano sapeche in quella da cui si penserebbe di
re dov’è Dio. In quell’inferno totale, Dio dov’era?
poter solo fuggire. Una regalità che esprime la sua potenza
a partire da un coinvolgimento totale nella sorte degli ultiEsistenza liquidata
mi, delle vittime, dei bambini che patiscono violenze inauMolti nostri fratelli ebrei, tra i pochi sopravissuti al dite, di persone e popoli che non hanno voce nei consessi
tunnel dei lager, hanno dichiarato liquidata della mondanità. Una regalità capace di conquistare cuori
l’esistenza di un Dio che non ha ascoltato, ha taciuto, anche lontani. La fede disperata del giovane ebreo che veha abbandonato le vittime negli artigli sanguinari e de uccidere il suo coetaneo è pegno di una via di ingresso
sterminatori dei suoi figli. Davanti a quel patibolo, nei cuori e nella vita di tutti. Non attraverso seduzioni e
l’uomo si è domandato, e si domanda, dov’è Dio.
concorrenze di regni terreni, ma nella scommessa globale
Ma anche il ragazzo Wiesel ha udito una voce dentro di della vittoria dell’Amore, sino alla Croce, oltre la Croce.
a solennità di Gesù Cristo Re dell’universo ci porta quest’anno ad
ascoltare la memoria lucana del dialogo tra il Signore Crocifisso e i
due malfattori giustiziati insieme a Lui. Racconta Elie Wiesel, nel libricino La notte, che gli meritò anni fa il Nobel per la pace, che un tentativo di insurrezione nel campo di sterminio dove lui, ragazzo, consumava la
sua tremenda passione, portò a identificare come agitatori due prigionieri addetti alle cucine e con loro un adolescente, di età forse non diversa da
quella dello scrittore. I tre vennero condannati all’impiccagione
L
I TA L I A C A R I TA S
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NOVEMBRE 2007
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paese caritas
di Filippo Lombardi
direttore Caritas Matera-Irsina
UOMINI IN UNA RETE
CHE NON RENDE PRIGIONIERI
Tra le attività di integrazione, alcune
sono risultate particolarmente efficaci
e significative: dal 2005 la Caritas diocesana è entrata a far parte del Sistema di protezione per richiedenti asilo
e rifugiati (Sprar) del ministero dell’interno e da settembre 2005 gestisce un
progetto per conto della provincia, denominato “Provinciaccoglie”, avendo
ottenuto in gestione, attraverso una
convenzione, una ex casa cantoniera a
dalla vita comunitaria, ogni forma di
Pisticci Scalo, trasformata in centro di
povertà.
Trentacinque
prima accoglienza, dove si tengono
La Caritas di Matera-Irsina ha
richiedenti asilo.
corsi di lingua italiana, di orientamenprovato a coniugare i due verbi a
Strappati a un casolare
to al lavoro e di formazione per operai
proposito di un bisogno che troppo
e divenuti centro di
di vari settori (salottificio, manutenspesso trova risposte approssimatiun progetto di accoglienza
zione del verde, ceramica) in collabove da parte delle realtà istituzionali.
e integrazione. La Caritas
razione con Ageforma, l’ente di forE si è dunque organizzata per leggemazione provinciale.
re e interpretare i bisogni di circa 35
ha intercettato il bisogno,
Animare e tessere rete: sono gli
persone richiedenti asilo politico,
poi ha promosso un’ampia
impegni
che costituiscono l’ordito e
provenienti prevalentemente da
mobilitazione. E il territorio
Eritrea e Sudan, che nel 2004 vivela
trama
di un modo concreto di
non s’è tirato indietro…
agire nella realtà sociale, dando vovano in situazioni molto precarie in
ce ed espressione a ogni soggetto
un casolare abbandonato nel borgo
di Metaponto, in provincia di Matera. Dall’intercettazio- sociale e istituzionale, senza assecondare il principio
ne e dalla lettura di quel bisogno è nata un’attivazione, della delega e senza cadere nell’assistenzialismo derefinalizzata non solo a prestare un soccorso immediato sponsabilizzante per tutti, comprese le persone accolte.
tramite la fornitura di viveri, indumenti, materassi e
Animare e tessere rete: possono costituire la traduzioquant’altro era necessario per arrecare sollievo a quelle ne di quella comunione ecclesiale che non si esaurisce alpersone, ma anche e soprattutto per organizzare una ri- l’interno della comunità cristiana, ma la apre a riconoscesposta corale, forte della partecipazione di tutti i sogget- re tutte le energie positive e tutte le potenzialità di bene
ti operanti nel territorio: dal prefetto al vescovo, dalle disseminate nella realtà circostante, e a valorizzarle per far
associazioni di volontariato che si occupano di immi- crescere il senso del bene comune come attenzione al begrati alle comunità parrocchiali, dalla provincia alle ne di tutti. Che nello stesso è un bene che accomuna tutti.
Così oggi parlano i volti e le storie delle persone acscuole e alle strutture sanitarie. Lo scopo era chiaro: organizzare una soluzione radicale del problema, che pre- colte. E testimoniano la gioia di essere incappati in una
vedesse non solo l’assistenza materiale, ma anche rete che non li rende prigionieri, ma che li libera per esl’integrazione culturale e il graduale inserimento dei ri- sere pienamente persone, protagoniste del loro destino,
chiedenti asilo nel mondo del lavoro.
anche in una terra straniera.
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I TA L I A C A R I TA S
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NOVEMBRE 2007
Italia Caritas
le notizie che contano
un anno con Italia Caritas
Nel 2004 abbiamo cambiato veste.
Da allora abbiamo migliorato sempre.
Contenuti incisivi. Opinioni qualificate.
Dati capaci di sondare i fenomeni sociali.
Storie che raccontano l’Italia e il mondo.
Un anno a 15 euro, causale “Italia Caritas”
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Anno 7 numero 53.
Ottobre 2007.
€ 3,50
va ori
novembre 2007
Mensile di economia sociale, finanza etica e sostenibilità
Italia Caritas
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ambo ia
+
FRANCESCO COCCO / CONTRASTO
A
Comunione oltre la comunità
POSTE ITALIANE S.P.A. SPEDIZIONE IN ABBONAMENTO POSTALE - D.L. 353/2003 (CONV. IN L.27/02/2004 N.46) ART.1 COMMA 2 DCB - ROMA
nimare e tessere rete: due verbi a cui la Caritas lega molte delle
sue attività, le quali risultano tanto più significative, quanto più
partono dalla lettura dei reali bisogni di un territorio e coinvolgono tutti i protagonisti della vita sociale ed ecclesiale. Questi due verbi sono entrati a far parte dello stile e del metodo con cui Caritas interviene, non per fare opera di supplenza, ma per suscitare corresponsabilità nel rispondere alle attese delle tante persone che vivono
un disagio sociale, una qualche forma di esclusione o emarginazione
o
INFERNO IRAQ: VOCI DA UN’EMERGENZA UMANITARIA IGNORATA
I DOLORI DEL PAESE ESPLOSO
PROSTITUZIONE RAPPORTO NAZIONALE: NON DOBBIAMO GHETTIZZARE
POVERTÀ «POLITICA OMOLOGATA, EMARGINATI FUORI MODA»
SUDAN LA PACE SULLA CARTA, IN DARFUR SERVE UN NUOVO DIALOGO
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Poste Italiane S.p.A. - Spedizione in abbonamento postale - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n° 46) art. 1, comma 1, DCB Trento - Contiene I.P.
Occasione 2008
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nazionale
schiavitù moderne
PIANETA PROSTITUZIONE:
VIGILARE, NON GHETTIZZARE
di Giancarlo Perego
CINQUANT’ANNI
l 2 ottobre, dopo alcuni mesi di lavoro intenso, è stata presentata alla stampa la prima relaDOPO
zione conclusiva dell’“Osservatorio sulla prostituzione e sui fenomeni delittuosi ad essa
LA MERLIN
connessi”. Istituito dal ministero dell’interno con decreto del 18 gennaio 2007, presieduto
Secondo i dati
dell’Osservatorio
dal sottosegretario Marcella Lucidi, l’Osservatorio ha visto la partecipazione di rappresendel ministero
tanti di diversi ministeri, delle forze dell’ordine e dell’arma dei carabinieri, di associazioni
dell’interno,
ed enti che operano nel mondo della prostituzione, tra cui Caritas Italiana.
in Italia
“esercitano”
La relazione, forse per la prima volta a quasi cinquant’anni dalla legge Merlin (ratificata il 20 feb54 mila persone,
braio 1958), offre al parlamento italiano un’analisi approfondita del fenomeno della prostituzione
provenienti
nel nostro paese, inserendola anche nel quadro della legislazione europea. La prima evidenza è che
da circa 40 paesi
del mondo
il fenomeno si propone come “globale” (interessa infatti almeno 40 mila persone, che “esercitano”
in Italia proveniendo da 54 paesi del mondo) e “policentrico” (si manifesta all’aperto, al chiuso, in
casa e sulle strade). Esso nasconde condizioni di miseria, violenza, sfruttamento e tratta e crea alcune volte situazioni di paura, non sempre giustificata, e di ripulsa sociale su alcune strade e in alcuni quartieri di periferia, soprattutto nelle città. Nigeria, Romania, Moldavia e Ucraina sono le nazionalità d’origine più frequenti delle donne prostituite; ma sono in aumento anche cinesi, bulgare, russe, colombiane e tailandesi, soprattutto nei luoghi chiusi, meno visibili e raggiungibili da percorsi di tutela. È un mondo popolato da persone non solo
adulte, ma anche da minori; non solo immigrate, ma an- tutela della salute e di reinserimento sociale); i centri di
che in situazione di mobilità continua: cambiano luogo, si ascolto e gli sportelli di tutela legale; i programmi di protrasferiscono da una città all’altra in Italia, passano da un tezione sociale (disposti dalle istituzioni ma purtroppo
paese all’altro in Europa. È un fenomeno in continua evo- ancora molto deboli, pur avendo già interessato alcune
luzione, sia sul versante delle donne prostituite che dei migliaia di vittime, sia in ordine alle risorse che in relazioclienti: questi ultimi sempre più giovani.
ne alla provvisorietà di programmi che non si tramutano
La relazione sottolinea la connessione stretta tra pro- in servizi stabili nel territorio e negli enti locali); il numero
stituzione, traffico e tratta degli esseri umani, oltre che la verde sulla tratta; i progetti di cooperazione internazionarilevanza penale della prostituzione minorile. Non sono le, per lo più legati al rimpatrio.
fenomeni nuovi: già alla chiusura delle 256 case di tolleUna particolare attenzione è dedicata dalla relazione
ranza attive in Italia nel 1958, tra le migliaia di donne all’applicazione dell’articolo 18 del decreto legislativo
c’erano molte minorenni e provenienti da diversi paesi 286/98, che in quasi dieci anni ha consentito ad almeno 4
europei. E già negli anni Cinquanta si parlava, in relazio- mila donne di avere un titolo di soggiorno per protezione
ne alla prostituzione, in vari paesi e europei e non solo, di sociale: da una parte ha permesso di costruire un percorso
una vera e propria “tratta delle bianche”.
alternativo di vita e di tutela delle vittime, d’altro canto ha
innescato percorsi giudiziari per colpire sfruttatori e assoArticolo 18 poco valorizzato
ciazioni di trafficanti. Si tratta di una misura sociale efficaLa relazione dell’Osservatorio non si limita a fotografare il ce e completa, unica nel panorama europeo, anche se purfenomeno sul duplice versante delle vittime e dei clienti. troppo poco valorizzata da alcune questure, o utilizzata soMette a fuoco anche le alcune azioni di sostegno dispie- lo in collegamento all’aspetto penale della denuncia, nogate nel territorio nazionale: le unità di strada (realtà mol- nostante due richiami di ministri dell’interno (Pisanu prito importanti, per costruire percorsi di informazione, di ma e Amato oggi) e due richiami di Procuratori antimafia
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NOVEMBRE 2007
ROMANO SICILIANI
I
Prima relazione dell’Osservatorio
voluto dal ministero dell’interno,
cui partecipa anche Caritas.
Analisi di un fenomeno globale
e policentrico. Le proposte:
rafforzare il lavoro sociale.
Ed evitare le rimozioni
(Caselli prima e Grasso oggi). Tale misura è stata ulteriormente rafforzata ed estesa anche ad altre forme di tratta
(per lavoro e accattonaggio) dall’articolo 13 della legge 228
del 2003, a testimonianza del suo valore di “liberazione”
delle vittime e scardinamento delle reti criminali.
Una questione sociale
Nel capitolo conclusivo la relazione, dopo aver sottolineato che la prostituzione è anzitutto una “questione sociale”,
presenta un pacchetto di interessanti proposte di azione e
di collaborazione tra le diverse istituzioni (enti locali, forze di polizia, associazionismo) anche per il futuro. Oltre a
ribadire l’impegno per la protezione e l’integrazione delle
vittime, rafforzando anche un lavoro di osservazione sul
territorio da parte delle prefetture, si auspica un aumento
di risorse per i programmi di protezione sociale e per i
progetti di cooperazione internazionale, anche attraverso
la costituzione di un fondo nazionale.
Sul piano della prevenzione e del contrasto, si chiede
di rafforzare le misure connesse alla nuova legge sulla tratta del 2003, sviluppando strumenti di cooperazione di polizia internazionale, ma anche forme di controllo e moni-
toraggio nel settore dello spettacolo. Particolare attenzione è attribuita a una serie di misure volte alla protezione
dei minorenni: dalle campagne informative sul fenomeno
della prostituzione minorile e sul reato con cui è sanzionato il cliente, alla necessità di prevedere l’inescusabilità
per il cliente dell’error aetatis, fino a precise misure di prevenzione e tutela delle vittime.
Da parte del mondo dell’associazionismo, forte è stata
la preoccupazione di evitare divieti, multe e forme di ghettizzazione in quartieri a luci rosse e appartamenti, che rischiano di spostare, dimenticare, rimuovere il fenomeno
nella sua realtà, oltre che di trascurarne la complessità e di
rendere più difficoltosi gli interventi sociali. In questo senso, se si è accettato come extrema ratio il divieto di prostituzione nei pressi di alcuni luoghi pubblici particolarmente significativi (scuole, chiese, ospedali), non è stata
accettato dall’associazionismo – anche se è entrato nella
relazione – il divieto di prostituzione sulle strade e sulle
piazze, benché a tale misura i sindaci debbono giungere,
sempre secondo la relazione dell’Osservatorio, dopo aver
utilizzato tutti gli strumenti di mediazione e di tutela sociale disponibili e dopo aver considerato le competenze e
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9
nazionale
schiavitù moderne
le collaborazioni del mondo associativo e delle forze di vigilanza e di polizia del territorio.
Libertà e responsabilità
In conclusione, l’Osservatorio ha realizzato un lavoro importante e interessante intorno alla prostituzione. Per
questo mondo, che in quasi cinquant’anni è cambiato
molto quanto a storie e volti, valgono ancora, però, due
parole, che sintetizzano il contenuto della legge Merlin
sulla “abrogazione della regolamentazione della prostituzione e lotta allo sfruttamento della prostituzione altrui”:
libertà e responsabilità. Libertà: perché il corpo è il volto
della persona, della donna, e non può diventare merce
per nessuno e per nessun motivo, e la relazione sessuale è
un gesto d’amore importante, che non può essere regolamentato se non da una coscienza retta e informata. Il corpo di nessuno può essere relegato in “case chiuse” o in
“spazi” lontani: è un bene relazionale, che aiuta a costruire la comunità. Responsabilità: se il corpo di ogni persona
è un valore va difeso e tutelato, soprattutto se sfruttato, in
ogni occasione. La comunità e la città devono essere un
luogo sicuro per il corpo. La città e i cittadini non possono
abbandonare il corpo di nessuno in una situazione di disagio. E nessuno può non avvertire la responsabilità di difendere un corpo “trafitto”, indifeso, piccolo.
Il corpo non può essere salvato che da relazioni positive, di attenzione e mediazione, di cura e protezione: non
può entrare in logiche di mercato (che lo “usa”), o essere
Persone denunciate
per il reato di tratta [art. 601 Codice penale]
Persone denunciate per i reati di sfruttamento
e favoreggiamento della prostituzione [art. 3 L.75/58]
2007
2007
70
2006
129
2005
157
2004
126
0
50
100
2874
2005
2706
2004
150
200
2460
0
1000
2000
Nazionalità dei denunciati per sfruttamento
della prostituzione - anno 2006 [art. 3 Legge 75/58]
POLONIA
EQUADOR
BULGARIA
MOLDAVIA
SERBIA E MONTENEGRO
REP. DOMENICANA
COLOMBIA
NIGERIA
BRASILE
LUOGO IGNOTO
CINA POPOLARE
ALBANIA
ROMANIA
ITALIA
774
2006
gestito da logiche urbanistiche (che separano poveri e ricchi, cittadini e immigrati), o essere consegnato a logiche
di sicurezza (che considerano una vittima un pericolo).
Dal lavoro dell’Osservatorio, anche attraverso la mediazione con una politica che purtroppo oggi esibisce tendenze securitarie e deve fare i conti con un’opinione pubblica poco informata e spesso schizofrenica nelle richieste, sono insomma uscite proposte importanti e non semplificanti: istanze in grado di delineare un percorso per le
città, per gli enti locali, ma anche per il mondo dell’associazionismo, delle scuole, dell’informazione, delle forze
dell’ordine. L’obiettivo è indurre tutti alla “vigilanza” sul
valore del corpo di tutti, nel rispetto di un patto sociale
che riconosca anzitutto il valore della libertà di coscienza,
3000
4000
Nazionalità delle vittime del reato di sfruttamento
della prostituzione - anno 2006 [art. 3 Legge 75/58]
22
23
24
25
28
50
62
129
152
186
201
287
301
1144
0
200
400
600
800
ma aiuti anche a far crescere, a partire dal corpo, la responsabilità nei confronti di chi, prostituta o cliente, è vittima, è debole, è insicuro, è solo.
L’impegno di 70 Caritas diocesane, che ogni anno
ascoltano e aiutano con i loro operatori, i loro volontari e
i loro servizi almeno un migliaio di donne, accompagnandole in un percorso di tutela sociale e dei propri diritti, nei
prossimi anni dovrà diventare sempre più, anzitutto all’interno delle comunità cristiane, un lavoro culturale di
educazione alla responsabilità di tutti. Per riconoscere,
senza condanne sterili, i volti e le storie della prostituzione. E raggiungere insieme un bene comune che non sacrifichi, segreghi o si limiti a punire qualcuno, per il benessere e il decoro dei più.
1000
ITALIA
ROMANIA
ALBANIA
CINA POPOLARE
LUOGO IGNOTO
NIGERIA
BRASILE
MOLDAVIA
SERBIA E MONTENEGRO
BULGARIA
UNGHERIA
SVIZZERA
COLOMBIA
EQUADOR
0
25
50
75
100 125
150
175 200
FONTE: PRIMA RELAZIONE CONCLUSIVA
DELL’“OSSERVATORIO SULLA PROSTITUZIONE
E SUI FENOMENI DELITTUOSI AD ESSA CONNESSI”
Suor Valeria, tornata dall’Africa: «Ma le schiave sono in Italia»
Missionaria comboniana, opera al centro d’ascolto di Caritas Verona. «Le ragazze prostituite da noi sono figlie di donne coraggiose. Parliamo ai nostri uomini…»
di Francesco Chiavarini
ono stata vent’anni in Africa. Ma gli schiavi li ho trovati in Italia». Valeria Gandini, missionaria comboniana, ha vissuto a lungo in Nigeria e Sudan. Poi,
agli inizi degli anni Ottanta, è rientrata a Verona. E lì
ha trovato le vittime della tratta. «Schiave dei nostri
tempi», le definisce senza sfumature. Le incontra al centro
di ascolto della Caritas diocesana, quando vengono a chiedere aiuto e poco alla volta si raccontano, finché qualcuna
trova pure il coraggio di denunciare i propri sfruttatori. Oppure sulla strada, lungo la statale 11 che collega Verona a
Peschiera, intorno alla stazione, o tra i capannoni dell’area
industriale, quando esce la sera con i volontari dell’associazione Papa Giovanni o della Ronda della Carità.
A Verona sono almeno un centinaio ogni notte, secondo gli operatori. Più altrettante al chiuso, nelle discoteche,
«S
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nei night, negli appartamenti. La maggior parte arriva dai
paesi dell’est, in particolare da Romania e Moldavia. Un
buon numero anche dai quegli stessi villaggi africani che
suor Valeria aveva visitato da missionaria. «Nei villaggi rurali della Nigeria ho conosciuto donne straordinarie, capaci di sopportare fatiche inimmaginabili per crescere i figli, fiere e dignitose anche nella povertà – racconta la religiosa –. Per questo vedere giovani umiliate ogni notte sulle nostre strade, mi offende doppiamente».
Di quelle donne, le ragazze trattate in Italia spesso sono
le figlie o le nipoti. Secondo le associazioni, a prostituirsi
sono persone sempre più giovani. A volte anche minorenni. Quindicenni, sedicenni, ingannate con la falsa promessa di un lavoro in Europa, poi vendute a chi le traffica. Altre
volte non del tutto ignare di quello che viene loro chiesto di
fare una volta arrivate a destinazione. Tutte, comunque,
schiave. Costrette a vendersi per ripagare il debito che han-
no contratto per emigrare. Controllate giorno e notte dai
loro sfruttatori. Percosse, se non guadagnano abbastanza
o se provano a fuggire. Merce di scambio per il racket, che
con i loro corpi accumula profitti enormi, poi reinvestiti
negli altri mercati illegali: droga e armi.
Una “lucciola”, dieci clienti
«La tratta è la forma moderna della schiavitù – sottolinea
suor Valeria –. Ed è una forma forse peggiore di quella antica, perché non si limita a impossessarsi dei corpi, ma
esercita il proprio potere su qualcosa di più intimo e
profondo, le credenze, i sentimenti, gli affetti, i pensieri».
Per questa ragione suor Valeria è convinta che per sconfiggere il traffico lo stato possa e debba fare di più, intensificando le indagini per colpire la rete criminale che traffica le donne. Ma non solo. La repressione deve esser accompagnata da una battaglia culturale e di formazione.
«Per ogni prostituta ci sono almeno dieci clienti ogni notte – sottolinea –. Sono quasi tutti italiani. Per lo più sono i
nostri ragazzi e i nostri mariti. Bisogna dire a loro che ogni
volta che vanno con una prostituta non solo tradiscono le
loro fidanzate e mogli, ma danno una mano ai criminali».
Da questi presupposti nacque, due anni fa, “Stop alla
tratta - Libera la vita”, campagna di sensibilizzazione che
coinvolse l’intera diocesi veronese. La scintilla fu un fatto
noto alle cronache cittadine come “l’eccidio della Croce
bianca”, una brutta storia in cui persero la vita due poliziotti, una prostituta e il suo aguzzino. Da allora la città
reagì. La Caritas, l’associazione Papa Giovanni XXIII e la
Comunità dei Giovani promossero una serie di iniziative di
grande impatto. Manifesti, spot, fiaccolate. La mobilitazione generale ha portato anche alla creazione di un tavolo di
coordinamento, che ha visto come anima e ispiratrice il
prefetto. Non a caso, una donna: Italia Fortunati.
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nazionale
nazionale
dall’altro mondo
FUORI DAI NOSTRI CONFINI
UN’ITALIA TRE VOLTE PIÙ GRANDE
di Delfina Licata
Italia che guarda all’Italia fuori dai suoi confini è tre volte più popolosa rispetto a quella che vive in patria. Rispetto ai 58 milioni
di cittadini residenti, ci sono infatti 3.568.532 italiani che hanno
conservato la cittadinanza pur essendosi stabiliti all’estero (dati Aire,
aprile 2007), a cui si aggiungono tra i 60 e i 70 milioni di oriundi (figli, nipoti e pronipoti) e più di 100 milioni di cittadini stranieri interessati alle
cose italiane. I dati sono forniti dal Rapporto italiani nel mondo 2007,
promosso dalla Fondazione Migrantes, realizzato dalla redazione del
Dossier immigrazione Caritas-Migrantes, presentato in quattro
L’
San Marino; in America Latina Venezuela, Uruguay, Cile, Perù, Ecuador, Colombia e Messico.
L’emigrazione è una questione
nazionale: coinvolge le regioni italiane ricche quanto quelle povere. Dal
sud provengono 2 milioni di cittadini
italiani residenti all’estero (55,7% degli espatriati), dal nord 1 milione
(29,8%) e dal centro mezzo milione
(14,5%). Tra le regioni d’origine, spiccano Sicilia (600 mila unità), Campania (quasi 400 mila), Calabria, Puglia e
Lazio (300 mila), mentre da Lombardia e Veneto sono partiti in 250 mila.
città italiane a inizio ottobre (Info:
www.rapportoitalianinelmondo.it).
Il secondo
Secondo lo studio, gli italiani al“Rapporto italiani
l’estero sono destinati ad aumentare,
nel mondo” propone
e notevolmente, in seguito alla ridati e analisi
acquisizione della cittadinanza da
Flussi complementari
sulla diffusione
parte di centinaia di migliaia di perIl Rapporto, giunto alla seconda edie le attività dei nostri
sone, che hanno già presentato dozione,
si propone di contribuire a
concittadini all’estero.
manda nei consolati. La presenza itasanare
la frattura determinatasi tra
Siamo presenti in tutti
liana all’estero si concentra in preval’Italia rimasta a casa e quella andai continenti, soprattutto
lenza nell’area euroamericana: sono
ta all’estero. Perché questi legami
in America ed Europa.
9 emigrati su 10, più della metà in Euvengano rinsaldati, è necessario che
E il numero aumenterà
ropa (2.043.998 persone, il 57,3%),
gli italiani rimasti in patria non conpiù di un terzo in America (1.330.148,
tinuino a pensare che i connaziona34,3%). Essa però tocca tutti i continenti: in Oceania ci so- li all’estero sono una realtà residuale del passato; al conno 119.483 nostri concittadini (concentrati in Australia, a trario, essi possono offrire un prezioso supporto al prolungo importante sbocco dei nostri flussi), in Asia 26.670 tagonismo dell’Italia in un mondo globalizzato. A loro
(anche in seguito ai nuovi flussi migratori, per lo più di fi- volta, le collettività italiane all’estero sono invitate a
gure altamente qualificate), in Africa 48.223 (perlopiù la- proporsi in maniera più coinvolgente.
voratori nei cantieri delle proprie aziende).
Le esperienze fatte dagli italiani in terra altrui, inolTra le destinazioni, tre paesi (Germania, Argentina e tre, dovrebbero influire sugli orientamenti da seguire
Svizzera) ospitano mezzo milione e più di italiani, se- nel decidere le nostre politiche sull’immigrazione,
guiti dalla Francia (350 mila espatriati), mentre altri portando a eliminare i comportamenti che nel passaospitano circa 200 mila (Belgio, Brasile, Stati Uniti) o 100 to hanno fatto soffrire amaramente i nostri migranti.
mila italiani (Regno Unito, Canada, Australia). Seppure «Non c’è un’emigrazione buona e una cattiva – ha avcon numeri ridotti, inoltre, sono tanti i paesi da consi- vertito monsignor Piergiorgio Saviola, direttore genederare capitoli importanti della nostra storia emigrato- rale della Fondazione Migrantes –, ma una compleria: in Europa per gli insediamenti permanenti Austria, mentarità tra le due, che il nostro paese deve riuscire a
Lussemburgo e Paesi Bassi, per i frontalieri Monaco e comporre».
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stranieri in italia
IMMIGRATI, SEI SU CENTO
È IL TEMPO DEL DIALOGO
a cura della redazione del Dossier statistico Caritas-Migrantes
S
i può partire da una comprensibile curiosità: quanti erano i cittadini stranieri
regolari in Italia all’inizio del 2007, tenendo conto anche dei minori? La stima
del Dossier Caritas-Migrantes, la cui 17ª edizione è stata presentata il 30 ottobre,
a Roma alla presenza del ministro dell’interno Giuliano Amato e in contemporanea in venti altre città, indica 3.690.000 unità (su 28 milioni di cittadini stranieri censiti in Europa). Da noi l’incidenza è salita al 6,2%, valore più alto rispetto alla media europea; la stima include tutti i cittadini stranieri, anche se provengono
da un altro stato membro dell’Unione europea o da un paese a sviluppo avanzato. L’Italia
si colloca, con la Spagna, subito dopo la Germania tra i più grandi paesi di immigrazione
nell’Ue; per quanto riguarda l’incremento annuale, i due paesi mediterranei non hanno
uguali in Europa, superando in proporzione gli stessi Stati Uniti.
L’Italia ha il primato negativo in Europa quanto a invecchiamento della popolazione
e condivide con il Giappone quello a livello
mondiale. Nel nostro paese è attribuibile alle Presentato il 17° “Dossier statistico
donne immigrate circa la metà dell'incremen- Caritas-Migrantes”. Italia prima in Europa
to della natalità registrato tra 1995 e 2005: esse hanno in media 2,45 figli a testa, contro per tasso di incremento della presenza
1,24 delle donne italiane, che per giunta par- straniera. Le politiche di ingresso
toriscono il primo figlio a 31,3 anni, quattro in
continuano a presentare ipocrisie.
più rispetto alle straniere.
Nel 2008 interculturalità protagonista
Processo di strutturalizzazione
Nel 2006 la quota d’ingresso di nuovi lavoratori è stata
fissata inizialmente a 170 mila unità, ma le domande
sono state più del doppio e hanno posto in evidenza le
ipocrisie riguardo ai meccanismi di incontro tra domanda e offerta: si continua a presupporre che i lavoratori stranieri aspettino dall’estero la loro chiamata,
mentre è risaputo che, in attesa di essere ufficialmente
assunti, hanno già cominciato a lavorare in Italia, con la
conseguente “clandestinizzazione” per via legale di una
gran massa di lavoratori.
Dall’analisi delle 540 mila domande di assunzione
presentate nel biennio 2005-2006 emergono una netta
prevalenza del settore domestico (quasi il 49% delle domande) e, seppure a distanza, di quello edile (quasi il
18%); la ridotta incidenza delle richieste di personale a
elevata professionalità (appena 1.200 domande per di-
rigenti e simili); l’alta concentrazione in determinate
province, soprattutto Roma (oltre 50 mila) e Milano (oltre 37 mila). Quanto ai paesi di origine dei lavoratori, al
primo posto della graduatoria si trova la Romania (oltre
130 mila domande), seguita a grande distanza da Marocco (50 mila), Ucraina e Moldavia (35 mila a testa), Albania (30 mila), Cina (27 mila), Bangladesh (20 mila),
India (13 mila), Sri Lanka e Tunisia (circa 10 mila a testa).
Una così forte crescita comporta problemi, ma garantisce benefici ancora più consistenti. Gli immigrati
soddisfano le esigenze occupazionali dell’Italia e incidono per più del 6% sul Prodotto interno lordo. Dal
punto di vista della ripartizione geografica, emergono
alcune tendenze: le aree più forti dal punto di vista occupazionale (nord-ovest, nord-est e centro) confermaI TA L I A C A R I TA S
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nazionale
nazionale
Europa
Africa
Asia
America
Oceania
Apolidi/altri
Totale
49,6%
22,3%
18%
9,7%
0,1%
0,3%
3.690.052
1.829.982
822.191
662.748
356.144
4.023
14.964
3.690.052
Motivi delle presenze degli immigrati regolari [aggiornata a fine 2006]
Motivi
Presenze
%
Motivi di lavoro
2.083.470
56,5
Motivi familiari
1.312.587
35,6
107.427
2,9
Motivi di studio
Motivi
Presenze
%
Motivi religiosi
70.152
1,9
Residenza elettiva
51.204
1,4
Altri motivi
65.212
1,8
no il loro ruolo di traino delle domande e degli ingressi
e, tuttavia, registrano un ridimensionamento delle percentuali d’aumento rispetto alla popolazione già insediata; il sud presenta flussi in entrata che, seppur corrispondenti al 12%-14% degli ingressi totali registrati nei
due anni, sono destinati a fare aumentare, se confermati, la quota percentuale della popolazione straniera; le
isole, sbocco di appena uno ogni 25 lavoratori entrati in
Italia, sono caratterizzate da un andamento stabile.
In Italia, in ogni caso, agiscono fattori che hanno reso l’immigrazione radicata e indispensabile: il “processo di strutturalizzazione” si alimenta del numero rilevante delle presenze, ma anche di ritmi d’aumento sostenuti, provenienza da una molteplicità di paesi (policentrismo), distribuzione differenziata ma diffusa in
tutto il territorio nazionale, “normalizzazione” demografica (equivalenza numerica dei due sessi, prevalenza
dei coniugati sui celibi e sui nubili, elevata incidenza dei
minori), persistente fabbisogno di forza lavoro aggiuntiva, aumentata tendenza alla stabilità e crescente esigenza di spazi di partecipazione.
La necessità di regolamentare i flussi non deve dunque portare a identificare nelle restrizioni l’essenza della politica migratoria: essa, al contrario, si sostanzia specialmente di adeguate procedure di ammissione e di
una grande attenzione all’integrazione. Tuttavia l’area
dell’irregolarità, quando è troppo estesa, rende la società meno disponibile all’accoglienza, perciò è indispensabile un’analisi non pregiudiziale, che individui le
piste praticabili per ridimensionare il fenomeno.
Integrazione, siamo tutti apprendisti
Il 17° Dossier contiene un ampio approfondimento sul
tema dell’interculturalità. Progettare il futuro insieme
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FONTE: DOSSIER STATISTICO
IMMIGRAZIONE CARITASMIGRANTES. ELABORAZIONI
SU DATI MINISTERI INTERNO
E AFFARI ESTERI.
Soggiornanti stranieri per continente di provenienza [2006]
FONTE: DOSSIER STATISTICO
IMMIGRAZIONE CARITASMIGRANTES. ELABORAZIONI
SU DATI MINISTERI
INTERNO.
stranieri in italia
agli immigrati, nel reciproco interesse, è infatti un imperativo, ribadito dalla proclamazione del 2008 come
Anno europeo del dialogo interculturale. “È un invito –
ricorda nell’introduzione al rapporto monsignor Vittorio Nozza, direttore di Caritas Italiana e membro del Comitato di presidenza del Dossier – a costruire l’Europa e
l’Italia del futuro in simbiosi con gli immigrati. La diversità può diventare uno stimolo in grado di perfezionare
la nostra crescita (…): pur restando attaccati ai valori
della nostra tradizione e salvaguardando, naturalmente,
i principi costituzionali e la nostra fede, siamo chiamati
ad aprirci ai valori di cui gli immigrati sono portatori, in
un rapporto di reciproco scambio. (…) In questo nostro
impegno il passato non è in grado di offrirci soluzioni
preconfezionate, perché i modelli “classici” di integrazione sono da rivedere. In Europa, inclusi i grandi paesi
di immigrazione del dopoguerra, si è diventati tutti apprendisti e bisogna andare alla ricerca di soluzioni innovative, tra l’altro attivando un dialogo costante anche
con i paesi di origine. Non si tratta solo di adottare decisioni su meccanismi riguardanti l’ingresso, il soggiorno,
il mercato occupazionale, ma anche di concordare
obiettivi validi per una società interculturale e interetnica. Le radici cristiane dell’Europa, seppure al termine di
un lungo e tortuoso processo, hanno favorito
l’affermarsi della tolleranza e della democrazia ed evidenziato la necessità di un sano concetto di società laica. Bisogna valorizzare questo grande passato per riuscire a garantire un adeguato clima di accoglienza e di
convivenza: è quanto ci raccomanda la Chiesa, da sempre sensibile alle esigenze degli immigrati. Una convivenza così impostata potrà essere d’esempio anche ai
paesi di origine, incentivando in loco dibattiti sulla dignità della persona e sulla tutela dei suoi valori”.
database
esclusione
politiche
sociale
sociali
MUTUO, QUANTO MI COSTI!
E L’EDILIZIA POPOLARE FRENA
di Walter Nanni
he in Italia esista un’emergenza casa è circostanza confermata
non solo dall’impennata dei mutui che ha messo in difficoltà
tante famiglie, ma anche da due recenti rapporti di ricerca, che
presentano informazioni aggiornate sul fenomeno. Dal primo Rapporto sulla condizione abitativa in Italia, predisposto dalla società
Nomisma per conto del ministero delle infrastrutture, emergono interessanti dati a proposito di alcuni argomenti.
PROPRIETÀ E MERCATO DEI MUTUI. Il 14% della popolazione italiana risiede in un’abitazione in affitto; sono proprietari della casa in cui vivono
C
adeguati alle esigenze odierne: solo lo 0,4% delle abitazioni non dispone di un gabinetto interno e lo
0,7% di acqua calda. Il 12,4% delle
famiglie, però, ritiene di vivere in
un’abitazione troppo piccola rispetto alle proprie esigenze.
LA CRISI DEGLI AFFITTI. Negli anni
Settanta per il 60% degli affittuari il
peso dell’affitto non superava il
10% del reddito disponibile; meno
del 9% erano le famiglie con un’incidenza dell’affitto sul reddito superiore al 20%. Negli anni 2000, sono solo il 23% le famiglie in affitto
per le quali il rapporto tra canone
di locazione e reddito non supera
il 20%. Attualmente il 45% dei nuclei in affitto destina al canone più
del 25% del reddito disponibile.
l’80% degli italiani. Nel 2006 il 13,8%
delle famiglie proprietarie pagava
Due indagini
un mutuo consistente: in media
confermano che
458 euro al mese (il 4,5% in più rile spese per la casa
spetto al 2005). Pur in presenza di
incidono sempre più
segnali di sofferenza, nel 2006 sono
sui bilanci delle famiglie
stati comunque accesi 404.276 muitaliane. Intanto
tui per la casa, il 2,9% in più rispetto
le amministrazioni
al 2005. Risulta in crescita il numepubbliche costruiscono
ro di famiglie in difficoltà nel pagasempre meno abitazioni.
mento del mutuo: nel primo trimePochi affittuari
Ma la qualità
Sul problema del mercato degli affitstre 2007 l’aumento è stato del 7,3%
degli alloggi è buona
rispetto al trimestre precedente.
ti, un’indagine realizzata nel 2007 dal
LE RISORSE DELL’EDILIZIA POPOLARE. Il
Censis per conto del Sunia (sindacapatrimonio abitativo pubblico comprende circa 1,4 milioni to inquilini della Cgil) evidenzia che sono 4 milioni 180
di alloggi. Anche se di notevoli dimensioni, esso è margi- mila le famiglie che vivono in affitto, pari al 18,7% delle fanale, se raffrontato alla consistenza dell’edilizia sociale dei miglie (erano il 20,3% nel 2004), mentre in Europa la perpaesi europei occidentali (ad esempio Olanda, Svezia, centuale di famiglie in locazione supera anche il 40%.
Germania). La produzione di alloggi a totale carico dello
Nel periodo 1999-2006, l’incremento dei canoni di
stato, circa 34 mila unità per anno negli anni Ottanta, si è locazione è stato pari al 112%: si pagano in media
notevolmente ridotta: nel 2004 le abitazioni di edilizia po- 1.600 euro al mese per 100 metri quadri nel centro di
polare ultimate in Italia sono state 1.900. Il 50% delle abi- Roma e Milano, 2.200 a Parigi, 4.000 a Londra, solo 900
tazioni popolari risultano edificate prima del 1981.
a Berlino. Il 76,4% delle famiglie in affitto ricade nella
LA SITUAZIONE DEGLI SFRATTI. Nel 2006 sono stati 43.395 i fascia di reddito sotto i 20 mila euro, il 20% tra i 20 mila
provvedimenti esecutivi emessi, 100.287 le richieste di e i 30 mila, solo il 3,5% dispone di un reddito familiare
sfratto e 22.189 le esecuzioni effettuate. Il numero di superiore ai 30 mila euro. Nelle grandi città, dove i casfratti in scadenza il 14 ottobre era intorno a 2.600.
noni sono molto più alti, le famiglie in affitto con redUNA BUONA QUALITÀ ABITATIVA. Sono poche le abitazioni dito sotto i 10 mila euro sono il 24,5% contro il 18,1%
che non raggiungono gli standard qualitativi minimi, dei centri con meno di 250 mila abitanti.
I TA L I A C A R I TA S
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NOVEMBRE 2007
15
nazionale
rapporto sull’esclusione
POPOLO
DOLENTE
PIERRE CARNITI
In Italia la percezione
di insicurezza è fondata?
Le misure di contrasto
dell’esclusione sono
efficaci? Meglio tutelare
pensionati o precari?
Parla Pierre Carniti,
già presidente della
Commissione nazionale
d’indagine sulla povertà
«POLITICA OMOLOGATA,
I POVERI SONO FUORI MODA»
di Paolo Brivio
a diretto un sindacato nazionale. Ha
presieduto la (da poco riconvocata)
Commissione nazionale d’indagine sulla povertà. Si è sempre battuto, da parlamentare, per l’affermazione dei diritti
dei deboli. Chi più di Pierre Carniti può
giudicare con autorevolezza, oggi in Italia, il grado di fastidio con cui ampie componenti del
paese guardano a intere categorie di marginali, e il torpore che frena le politiche di contrasto della povertà?
H
Lavavetri, mendicanti, girovaghi, prostitute: dibattito politico, mass media e senso comune
sembrano ormai decisi a considerarli un proble16
I TA L I A C A R I TA S
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NOVEMBRE 2007
ma di ordine pubblico, anziché soggetti che interpellano le politiche sociali. Questo orientamento le sembra giustificato da una reale emergenza criminale?
Soprattutto nelle strade delle grandi città è cresciuta
la presenza di un popolo dolente. Un popolo composto da vittime del bisogno, ma anche dello sfruttamento da parte di organizzazioni criminali. Questa
presenza è stata utilizzata per alimentare una diffusa
percezione di insicurezza, che chiede sempre più insistentemente di essere tacitata con misure rassicuranti. Tanto meglio se drastiche. Indipendentemente dalla loro plausibilità ed efficacia. Poco importa che
l’allarme sicurezza non trovi riscontro nei dati sui cri-
ROMANO SICILIANI
Volontario
e ospite in una
mensa Caritas
a Roma. In Italia
l’area della grave
emarginazione
non è studiata,
si amplia quella
della vulnerabilità
Ha cominciato
la sua vita pubblica
come sindacalista
nel 1957 a Milano,
71 anni. Dal 1979
al 1985 è stato
segretario generale
della Cisl: del suo mandato,
si ricorda il tenace sostegno
all’“accordo di San Valentino”
(1984) sulla scala mobile,
in dissenso con la Cgil.
Dal 1989 al 1999 è stato
deputato europeo per due
legislature, prima per il Psi
poi come indipendente nelle file
dei Ds, in cui era confluito
il movimento dei Cristiano
Sociali, fondato nel 1993
insieme a Ermanno Gorrieri.
Dal 1994 al 1998 è stato
presidente della Commissione
nazionale di indagine
sull’esclusione sociale (Cies).
Oggi presiede la Commissione,
promossa dalle presidenze
di Camera e Senato e dal Cnel,
che condurrà un’indagine
sul mondo del lavoro che cambia.
mini. In questioni di tale natura, i dati contano poco.
A contare sono le apparenze e le reazioni che si manifestano nell’opinione pubblica.
Perché in Italia è avvenuto, negli ultimi anni, uno
slittamento di percezione e di giudizio, riguardo
a intere categorie di persone marginali?
Non è una novità di questi tempi bizzarri. Tra i fattori
che influenzano le dinamiche collettive, l’irrazionalità
mantiene un ruolo non secondario. Oggi in Italia le
vittime di omicidi o atti di violenza sono infinitamente meno dei morti e degli infortunati sul lavoro. Per i
quali, purtroppo, non si registra alcuna significativa
manifestazione di allarme sociale. Quando parlano di
sicurezza molti fanno un’implicita (forse persino inconsapevole) distinzione tra “noi” e “loro”. Sopportano benissimo le disgrazie che riguardano gli altri,
mentre ritengono inaccettabile il peso delle proprie
preoccupazioni. Ma se la diagnosi è frutto delle emozioni e dell’immaginazione, più che dei fatti e della
realtà, è alquanto improbabile che se ne possa dedurre una terapia che funzioni. La formula della “tolle-
ranza zero” (cavallo di battaglia della destra americana, fatta propria dagli epigoni di casa nostra) non ha
risolto alcun problema. Spesso li ha addirittura aggravati. In proporzione alla rispettive popolazioni, gli
Stati Uniti hanno oggi un numero di detenuti sei volte superiore a quello dell’Italia. Eppure nelle strade
delle loro città scippi, rapine, furti, violenze, assassinii
sono aumentati. Ce n’è abbastanza per interrogarsi su
cosa si deve intendere per sicurezza.
La sinistra e le formazioni politiche progressiste,
in Italia, hanno tradizionalmente collegato le politiche di sicurezza (e addirittura quelle penali)
alla necessità di combattere povertà ed esclusione sociale. Oggi assistiamo a un mutamento diffuso di cultura politica, o al semplice tentativo di
intercettare consenso, in una fase di trasformazione della geografia dei partiti?
Più che un mutamento delle culture politiche, mi sembra che si manifesti una tendenza alla loro omologazione. Tanto che la stupidità non può più essere considerata un requisito esclusivo della destra: se essa può
vantare i suoi Gentilini, la sinistra può contare sui suoi
Cioni. La conseguenza è che diverse istituzioni si ispirano a un modello di sicurezza più orientato sull’emarginazione e l’esclusione che sulla coesione e la fiducia. Le sortite, incluse quelle più eccentriche, che
fanno la felicità dei media, riflettono un cambiamento
culturale e politico nell’approccio alla questione della
giustizia sociale. Tra i fattori che maggiormente hanno
influito su questo cambiamento, un peso rilevante va
attribuito al persistente riferimento di una parte della
sinistra al mito dell’universalismo puro nelle politiche
di protezione sociale; all’affievolirsi (anche in settori
significativi del mondo cattolico) della determinazione a tradurre in azione politica il valore della solidarietà; al fascino esercitato dalle politiche liberiste su
una parte consistente della cultura e degli uomini politici; alla crescente attenzione verso i ceti medi, motivata dal timore di perderne il consenso; all’aumento
delle disuguaglianze in molti paesi, interpretato dalla
vulgata mediatica come elemento di dinamismo e fattore decisivo di successo economico e sociale.
Lei è stato presidente della Cies (Commissione nazionale di indagine sull’esclusione sociale) per
cinque anni. Da poche settimane questo organismo è stato riattivato, dopo essere stato a lungo
I TA L I A C A R I TA S
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NOVEMBRE 2007
17
nazionale
rapporto sull’esclusione
ROMANO SICILIANI
SIAMO UOMINI
O CRIMINALI?
“sospeso” per effetto di una scelta del governo, che
ne ha rivisto composizione e meccanismi. Esigenze di contenimento della spesa pubblica o altre ragioni possono giustificare il ridimensionamento
di strumenti conoscitivi cruciali, in un paese in cui
una famiglia su cinque è povera o vulnerabile?
La parabola della Commissione di indagine sulla povertà era evidente da tempo. E non risulta che la sua
sospensione abbia prodotto reazioni sdegnate. Il percorso che l’ha caratterizzata si è svolto alla luce del sole. Fino a una decina di anni fa la Commissione era
un’emanazione della presidenza del consiglio, quindi
dell’intero governo. Poi è stata ridimensionata a iniziativa del ministero degli affari sociali. Infine è stata
ridotta a pura incombenza statistica. Per la quale non
sarebbe più necessaria una Commissione, perché basta l’Istat. In seguito è successo che l’Istat, con giustificazioni varie, ha deciso che i dati sulla povertà non
costituissero una priorità assoluta. Così, dal 2005, non
sono più stati elaborati. In ogni caso, non sono più
stati resi noti (i dati sulla povertà relativa diffusi ogni
ottobre dall’Istat, in effetti, derivano da un’indagine sui
consumi delle famiglie, ndr).
Da anni in Italia non si conduce una rilevazione
ufficiale sull’area della grave emarginazione. Per18
I TA L I A C A R I TA S
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NOVEMBRE 2007
Una donna
con un bambino
in braccio chiede
l’elemosina
ai semafori.
Anche contro
mendicanti
e girovaghi molti
oggi chiedono
l’atteggiamento
politico della
“tolleranza zero”
ché il nostro paese sconta gravi ritardi nello studio dei fenomeni di povertà?
Perché i poveri non costituiscono un argomento di dibattito pubblico. Detto più brutalmente: stanno fuori
della “moda” politica. In una società che esalta i consumi superflui, il successo, la notorietà effimera, che
antepone l’apparire all’essere, povertà e fame tendono
a essere nascoste. Persino da chi è costretto a subirle.
Questo spiega (anche se non giustifica) perché la povertà non assume rilievo politico: non viene considerata un problema che riguarda l’intera società, ma essenzialmente un problema dei poveri. Milioni di persone povere costituiscono un esercito discreto, silenzioso, senza ufficiali né comandanti, che si considera,
non senza motivi, abbandonato a sé stesso. È potuto
così accadere, ed è solo un esempio, che nell’indifferenza quasi generale nel giro di un solo anno (dal 2003
al 2004), in Italia 270 mila famiglie siano scese sotto la
soglia di povertà relativa. La cosa è grave. Lo è particolarmente quando si verifica in un paese ricco. Ma chi
segue il dibattito politico non ricava la sensazione che
questo sia considerato un problema cruciale.
Caritas Italiana e Fondazione Zancan hanno presentato il 15 ottobre il loro settimo Rapporto sull’esclusione sociale. Vi si sostiene che non è più
tempo di misure settoriali e che occorre predisporre un Piano strategico nazionale di lotta alla
povertà. Come devono cambiare e quali priorità
devono fare proprie, nel nostro paese, le politiche
di settore?
Per delineare un’efficace politica di contrasto della
povertà bisogna tenere conto che esistono diversi tipi
di povertà. La povertà “estrema” è la condizione di chi
è senza casa, senza tetto, senza tutto: si tratta di povertà prevalentemente urbane, caratterizzate da rottura con le reti familiari e relazionali, da caduta delle
aspettative, da perdita di valori simbolico-esistenziali, da estraniazione rispetto al contesto sociale. La povertà “relativa” viene invece misurata utilizzando un
indicatore sintetico (e in qualche misura approssimativo) costituito dal reddito disponibile, o dalla spesa
per consumi, articolato in base al numero dei componenti della famiglia. Infine, la povertà “assoluta” viene
misurata utilizzando un apposito paniere di beni e
servizi ritenuti indispensabili. Proprio perché situazioni e bisogni sono diversi, è evidente che la stella
polare di una politica contro la povertà deve ispirarsi
al criterio dell’“universalismo con selettività”: in sostanza, “servizi per tutti e selettività nei sostegni”, in
relazione alla diversità dei bisogni, anche perché si
deve tenere conto dell’entità del debito pubblico e dei
conseguenti limiti di risorse.
Di questa impostazione non c’è traccia nelle attuali politiche?
In coerenza con l’obiettivo di combinare universalismo
e selettività, nella fase iniziale del primo governo Prodi
furono fatti significativi stanziamenti a sostegno di prestazioni selettive: l’assegno al nucleo familiare, il reddito minimo di inserimento, l’assegno ai nuclei familiari
con oltre tre figli al di sotto di una determinata soglia di
reddito. Purtroppo, gli stessi governi di centrosinistra
subentrati al primo hanno inopinatamente deciso di
cambiare strada, orientandosi sull’utilizzo del sistema
fiscale come strumento unico di redistribuzione pubblica del reddito. Con la conseguenza di un inevitabile
aumento delle disuguaglianze e di un sostanziale abbandono di un’efficace politica di contrasto della povertà. La questione oggi sembra riproporsi nuovamente. Per certi versi in termini aggravati. A giudicare dalle
campagne mediatiche e dagli strilli particolarmente
acuti (nei quali si distinguono elusori ed evasori fiscali), la riduzione della pressione fiscale sembra costitui-
re una priorità assoluta della politica italiana. Se queste
pretese verranno assecondate, bisogna sapere che tra i
prezzi da pagare c’è quello per cui la povertà, invece di
essere una condizione dalla quale si entra e si esce (in
rapporto alle circostanze della vita, ma anche all’efficacia delle politiche di contrasto), finisce per diventare
una sorta di “destino”, segnato dal luogo in cui si nasce,
dalla famiglia a cui si appartiene, dal gruppo sociale da
cui si proviene. Scongiurare che circostanze sfavorevoli si trasformino in una condanna, per certi versi irreversibile, è compito della politica. Cui tocca promuovere interventi appropriati per correggere i fattori di rischio e ricostruire, per chi si è trovato in circostanze
sfavorevoli, la speranza di un futuro migliore. Purtroppo però la politica sembra attratta da altre priorità.
Nella sua biografia un ruolo centrale è rivestito
dalla lunga carriera da leader sindacale. Il sindacato oggi appare stretto tra la necessità di difendere le pensioni e il tentativo di tutelare l’area
sempre più ampia dei lavoratori atipici e precari.
In uno scenario di finanza pubblica tutt’altro che
roseo, si devono privilegiare bisogni e diritti degli
anziani o dei giovani?
L’idea che la tutela dei giovani possa essere realizzata
solo a spese dei vecchi, o viceversa, è alquanto eccentrica, benché sia abbastanza presente nella vulgata mediatica. Ma essa, oltre a essere priva di fondamento,
viene agitata per evitare di dover discutere problemi
concreti. Tra essi, non andrebbe eluso quello relativo
alla distribuzione del reddito. A questo riguardo, in Italia le cose non vanno per niente bene. Nell’ultimo
quarto di secolo, la quota di reddito destinata al lavoro
(sia di coloro che sono in attività che di quanti sono in
quiescenza) è drasticamente diminuita, mentre è aumentata la quota destinata ai profitti. Ed è addirittura
esplosa quella relativa alle rendite. Questo sviluppo
non è frutto del caso, né una calamità naturale. Una distribuzione più equa del reddito può essere perseguita:
bisogna volerlo. Se accadesse, ne beneficerebbe la coesione sociale, ma anche il tasso di crescita dell’economia, dunque il tasso di occupazione. Ciò conterebbe,
per il futuro dei giovani, molto più di una montagna di
chiacchiere sconclusionate. E farebbe giustizia del cinismo di chi esorta i giovani a ritenere che la qualità del
loro futuro può dipendere anche dall’indifferenza (che
si può trasformare in disprezzo) verso la condizione
umana e materiale dei vecchi.
I TA L I A C A R I TA S
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NOVEMBRE 2007
19
nazionale
nazionale
contrappunto
rapporto sull’esclusione
Il paese dell’esclusione, analisi e storie per non rassegnarsi
Caritas Italiana e Fondazione Zancan hanno dato
non può contare su un contesto di disponibilità
alle stampe, e presentato ufficialmente a metà
e collaborazione da parte degli enti locali,
ottobre, la settima edizione del loro “Rapporto
come accade negli altri casi: la maggior parte
su emarginazione ed esclusione sociale”,
delle funzioni di orientamento, accompagnamento
che consolida un’iniziativa di analisi e proposta
e assistenza sono svolte all’interno della rete
sociale destinata ad assumere cadenza annuale.
ecclesiale.
Il settimo Rapporto, intitolato Rassegnarsi
Pur nella loro diversità, le esperienze analizzate
alla povertà?, è aperto da un excursus storico
hanno dimostrato che l’adozione di una logica
sistemica, in cui ciascun organismo è chiamato
sulla povertà in Italia. Il testo si articola
a svolgere la funzione che gli è propria,
in tre parti: nella prima vengono analizzate
in un contesto di forte interrelazione reciproca
le condizioni economiche, sociali, politiche
e culturali che suggeriscono la necessità di varare, con gli altri enti e di profonda condivisione
delle finalità da raggiungere,
in Italia, un piano organico di lotta
è uno dei presupposti per qualunque
alla povertà, capace di superare
intervento efficace di contrasto
la logica delle misure settoriali
della povertà.
(vedi IC 7/2007,
La terza parte del Rapporto,
pagine 6-9).
attraverso le stime ufficiali e i dati
La seconda parte propone
di 264 Centri di ascolto della rete
una panoramica su esperienze
nazionale Caritas riferiti a oltre
di contrasto alla povertà operanti
30 mila utenti nel periodo luglionel nostro paese: oltre ad analizzare
settembre 2006 (vedi IC 8/2007,
legislazioni regionali ed iniziative
pagina 9), traccia un affresco
di enti locali, racconta le prassi
del “paese nascosto”. E si conclude
operative avviate da tre Caritas
con uno studio, accompagnato
diocesane.
dal racconto delle storie di vita,
A Pordenone, l’associazione
RAPPORTO NUMERO 7
sui percorsi di uscita da situazioni
Nuovi Vicini Onlus, promossa
Caritas Italiana Fondazione E. Zancan,
acute di povertà.
dalla Caritas, conduce, sulla base
Rassegnarsi alla
Lo studio è stato realizzato
di un finanziamento comunale,
povertà? Rapporto 2007
attraverso
l’ascolto diretto di 124
un servizio di orientamento
su povertà ed esclusione
ex utenti delle Caritas diocesane
e consulenza economica
sociale in Italia,
Il Mulino,
in Italia, 53 italiani e 71 stranieri:
con la possibilità di effettuare,
Bologna, 2007,
esso evidenzia che il valore aggiunto
in aggiunta, microprestiti sociali.
pagine 258, euro 22
nel modello di intervento Caritas
A Prato, una storica sensibilità al
risiede nell’approccio complessivo alla situazione
tema della grave emarginazione e dei senza
della persona in stato di difficoltà, approccio
dimora, nonché la presenza di un’altrettanto
che tenta di coniugare l’aspetto concreto
storica collaborazione tra servizi sociali pubblici,
e materiale dell’aiuto offerto in una situazione
Caritas diocesana e soggetti del privato sociale
di emergenza o di bisogno acuto al sostegno
hanno consentito di consolidare fortemente
psicologico e relazionale. Gli intervistati, in effetti,
la rete territoriale, in cui la Caritas esercita
hanno evidenziato la validità dell’aiuto ricevuto
una funzione di raccordo e “smistamento”
dalla Caritas non solo in funzione della sua
delle situazioni di bisogno intercettate,
efficacia in sé, quanto piuttosto per la valenza
intessendo attorno a sé una fitta trama
motivazionale e morale che esso ha saputo
di collegamenti operativi da attivare a seconda
manifestare.
dei casi. A Messina, infine, la Caritas diocesana
20
I TA L I A C A R I TA S
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NOVEMBRE 2007
SERVIZIO O COMMERCIO?
IL BIVIO DELLA TV OMOLOGATA
di Domenico Rosati
hissà se vi sono parlamenti al mondo in cui, come in Italia, intere
sedute vengono dedicate alla sostituzione di un membro del consiglio di amministrazione della televisione pubblica. Indice di sensibilità istituzionale, passione per il bene comune o, più prosaicamente,
versione indigena della lotta per il controllo dei media, assillo delle moderne democrazie? Di certo, complicazioni simili non esistono nell’area
privata, dove un cenno del padrone decide ricambi, defenestrazioni, fusioni, incorporazioni d’impresa. Ne scaturisce una certa invidia verso
chi ostenta l’efficacia del metodo delle mani libere. E un argomento a sostegno della smobilitazione del “pubblico” per affidare al “privato”,
C
l’alimentazione della coscienza civica dei cittadini, la ricezione e il confronto di tutte le voci della società. È
il “servizio pubblico”, per il quale la
repubblica chiede un canone ai cittadini. Ma tale specificità viene meno nella rincorsa pubblicitaria, che
spinge anche la tv pubblica a conformarsi agli standard che attraggono, o
non respingono, l’interesse degli inserzionisti. E se è vero che in genere
senso della misura e stile sono meglio configurati in campo pubblico,
ciò non cambia l’andamento delle
cose, finché non si introdurrà una
netta differenza di qualità.
anche in questo vitale settore.
In Italia la partita è complicata
Il parlamento litiga
dall’esistenza di una colossale tv
per un posto
commerciale in grado, per l’intreccio
di comando in Rai.
delle figure, di invadere anche il camMentre la televisione
po del pubblico per annetterlo, come
Un tentativo coerente
pubblica si fa sempre
è accaduto, o condizionarlo, come
C’è un modo per recuperare la diffepiù prona alle esigenze
accade. E ciò avviene non solo per ciò
renza fondamentale tra ciò che è serpubblicitarie. Come
che concerne gli orientamenti politivizio e ciò che non lo è? L’esperienza
rendere concreta
ci nell’area dell’informazione, ma andei nostri vicini europei non offre
la differenza tra
che e soprattutto per l’orientamento
un’indicazione univoca. Si va dal reil vendere prodotti
dei programmi di più largo accesso
gime di separazione totale (Gran
e l’essere “servizio”?
popolare.
Bretagna, in parte Grecia), al regime
La constatazione dell’utente comisto con tre reti (Francia) o con due
mune è che tutti i canali si somigliano. Ma, conflitto a base federalista e con gestione “sociale” (Germania), o
d’interessi a parte, il problema è comune a tutti i paesi con assetto commerciale con governo pubblico (Spadell’occidente sviluppato in cui le due versioni televisive, gna). In Italia è in gestazione l’ennesima riforma, che afpubblica e commerciale, si sovrappongono e si confon- fiderebbe il servizio pubblico a una fondazione, nell’indono. L’elemento omologatore è la pubblicità: con essa tento di assicurare una gestione meno afflitta dalle conla tv commerciale si finanzia interamente mentre quella tese tra partiti. Come finirà?
pubblica ne trae una robusta quota di sostentamento.
Diranno i posteri. Basterebbe, per ora, tenere una rotMa tra tv pubblica e tv privata c’è una differenza fon- ta che allontani il più possibile il servizio pubblico daldamentale quanto al fine. Nel secondo caso, lo scopo è il l’invasività commerciale, gli assicuri la massima autonocommercio, la televisione lo strumento, a tal punto che se mia professionale dal potere politico ed economico, lo
un programma non è appetibile per i clienti (le aziende alimenti con risorse non condizionanti per la programche pagano) viene cancellato o non entra neppure in pa- mazione, ne mantenga il carattere popolare al più alto lilinsesto. Viceversa, la tv pubblica ha (avrebbe?) per mis- vello di qualità culturale. Quadratura del cerchio? Un tension l’informazione, la cultura in tutte le sue dimensioni, tativo coerente e visibile aiuterebbe a sperare.
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21
panoramacaritas
PILLOLE MIGRANTI
I flussi si governano in rete,
l’Ue prepara la “carta blu”
FLUSSI, DOMANDE VIA INTERNET. Viaggeranno solo on line
le domande per i flussi 2007. È la novità principale uscita
dal gruppo tecnico che sta definendo il decreto. L’idea è che
gli aspiranti all’ingresso possano fare da sé, autenticandosi
sul portale del ministero dell’interno, oppure si rivolgano
alle associazioni di categoria, che offriranno consulenza
e spediranno le domande per via telematica. La seconda via
sarebbe la più “sponsorizzata” dal ministero degli interni.
QUASI 10MILA IMMIGRATI MORTI ALLE FRONTIERE
DELL'EUROPA DAL 1988. Sarebbero 9.756 – un terzo dispersi
– i migranti morti nel viaggio verso l’Europa dal 1998, secondo
Fortress Europe, osservatorio sulle vittime dell’immigrazione
clandestina. Sono in gran parte naufraghi, ma anche vittime
di stenti nel deserto e di incidenti stradali. Dall’inizio dell’anno,
solo nei pressi di Lampedusa sono state 300 le vittime
dei viaggi della speranza; nel canale di Sicilia, tra Libia, Egitto,
Tunisia, Malta e Italia, sono stati 2.260 i migranti morti
e di 1.365 non sono stati recuperati i corpi; altri 553, di cui
metà “dispersi”, sono morti nel mare Adriatico e 64 navigando
dall’Africa verso la Sardegna. Sulle tratte verso la Spagna,
da Marocco e Algeria, i migranti che hanno perso la vita sono
stati 3.196; nel mare Egeo, tra Turchia e Grecia, si contano
696 vittime, per metà ritenuti “dispersi”.
“CARTA BLU” PER INGRESSI QUALIFICATI. Ok da Strasburgo
alla cosiddetta “carta blu”, che faciliterà la circolazione dei
lavoratori qualificati all’interno dell’Unione europea. La proposta
di istituire il documento fa parte di una risoluzione approvata
a larga maggioranza dal Parlamento europeo. Il rapporto
appoggia, in linea generale, i progetti di direttive, annunciati
da Franco Frattini, commissario alla Giustizia, libertà e sicurezza,
e poi presentati a Bruxelles a fine ottobre: oltre alla carta blu
sono previste norme comuni per i lavoratori stagionali e i tirocinanti
remunerati in settori come agricoltura, edilizia e turismo.
IN EUROPA CURE MEDICHE SOLO PER IL 24% DEGLI
IRREGOLARI. Per gli immigrati clandestini in Europa l’accesso
alle cure mediche resta spesso sulla carta. Lo denuncia
l’associazione Medici del Mondo, che ha interrogato
un campione di 835 immigrati irregolari in Italia, Spagna, Belgio,
Francia, Gran Bretagna, Grecia e Portogallo. Solo il 24%
degli irregolari ha beneficiato di una copertura sanitaria, contro
il 78% degli aventi diritto. In Italia, dov’è previsto un diritto
di accesso pressoché totale (99,3%), l’inchiesta (136 i clandestini
consultati) indica che ne ha usufruito il 55,2% degli interrogati.
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I TA L I A C A R I TA S
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NOVEMBRE 2007
CHIESA
AIDS IN ITALIA
Bene comune,
riflessione
dopo Pistoia
Caritas avvia
un percorso
di analisi
Una delegazione di Caritas
Italiana e alcuni membri
di Caritas diocesane hanno
partecipato alla 45ª Settimana
sociale dei cattolici, tenutasi
a Pistoia e Pisa da giovedì
18 a domenica 21 ottobre.
Nel centenario della sua
istituzione, la Settimana
ha riflettuto sul tema del bene
comune. Caritas Italiana
ha richiamato alcune questioni
di fondo: la necessità
di intendere il benessere non
solo come risposta ai bisogni,
ma come ricerca di qualità
dell’ambiente, delle relazioni,
dei consumi e dei servizi;
il cambiamento dello stato
sociale, che non deve
trascurare soggetti invisibili,
in mobilità, ai margini (nomadi,
immigrati, carcerati, senza
dimora…); la preoccupazione
che l’aziendalizzazione
dei servizi non deprivi famiglie
e persone di beni che sono
comuni (acqua, salute, casa,
ecc); la necessità di sviluppare
azioni di cooperazione e
sviluppo a livello internazionale
come dimensione essenziale
per interpretare
la globalizzazione nella logica
della solidarietà. Questa
riflessione accompagnerà
il lavoro preparatorio per
il Convegno nazionale Caritas
di giugno 2008, coniugando
la riflessione sul bene comune
con quella sulle opere-segno.
Sono più di 22 mila i malati
di Aids in Italia, 40 milioni nel
mondo. Mentre si cerca di far
fronte al dilagare della
malattia nei paesi in via di
sviluppo, sembra scomparsa
l’attenzione sulla situazione
nel nostro paese. Sono però
diverse le Caritas diocesane,
così come altri organismi
ecclesiali, impegnate a fianco
dei malati. Mentre ci si
appresta a celebrare
la Giornata mondiale di lotta
all’Aids, il 1° dicembre,
Caritas Italiana ha avviato
un percorso di analisi,
riflessione ed elaborazione
di proposte, a partire dalle
esperienze maturate. Degna
di nota è anche la presenza
di Caritas Italiana ai lavori
sempre più stringenti della
Consulta nazionale Aids
al ministero della salute,
dove sono in preparazione
una campagna
di prevenzione e progetti
di ricerca con l’apporto
di numerose associazioni.
CARITAS - S. EGIDIO
Soggetti fragili,
ok alla proroga
degli sfratti
Caritas Italiana e Comunità
di Sant’Egidio hanno diffuso,
a metà ottobre, un comunicato
stampa per esprimere
preoccupazione riguardo alla
situazione abitativa di molte
famiglie in stato di povertà
e soggette a sfratto. I due
organismi hanno chiesto
al governo “la proroga degli
I GIOVANI CHE SERVONO
Le quattro dell’Avs:
servizio, gratuità, comunità
ANCH’IO HO DIRITTO
Il poster della campagna
Caritas a favore dei diritti
dei malati mentali in Serbia
sfratti immediata, e
immediati segnali di una
nuova politica per la casa,
disattesa da molte legislature.
In attesa che i provvedimenti
varati nella nuova legge
finanziaria possano, in tempi
rapidi, avviare soluzioni
più durature e stabili”.
La richiesta era motivata
dal fatto che gli effetti della
legge 9 del febbraio 2007,
che ha previsto la deroga
all’esecuzione degli sfratti
per categorie particolarmente
fragili, si erano esauriti il 14
ottobre: i beneficiari di tale
concessione (nuclei familiari
con reddito annuo lordo
inferiore a 27 mila euro e
composti da anziani over 65,
malati terminali o portatori
di handicap con invalidità
superiore al 66%, per un
totale di 2.889 procedimenti
bloccati in Italia), si trovavano
senza protezione giuridica
e correvano il rischio
di rimanere senza casa.
Il consiglio dei ministri
di martedì 23 ottobre ha poi
prorogato fino al 15 ottobre
2008 la sospensione degli
sfratti, in attesa che il
“Programma casa” inserito in
finanziaria divenga operativo.
SERBIA
Malati mentali:
campagna
anti-stigma
Caritas Italiana, dodici Caritas
diocesane e Caritas Serbia
dal 2000 conducono un
programma di salute mentale,
che ha raggiunto un primo
obiettivo con la recente
pubblicazione, da parte del
ministero della salute serbo,
della prima “Strategia
nazionale per la salute
mentale”: essa recepisce
l’idea di un nuovo approccio
di cura, fuori dagli ospedali e
dentro la comunità, e rafforza
prevenzione e riabilitazione.
Ma il forte stigma sociale
e culturale verso i malati
mentali persiste. Così il 10
ottobre, Giornata mondiale
della salute mentale, Caritas
Italiana ha lanciato
a Belgrado una campagna
di sensibilizzazione, che
coinvolge Caritas Serbia,
l’ong toscana Ucodep,
la Commissione nazionale
sulla salute mentale, ospedali
psichiatrici e la sede serba
dell’Oms. “Anch’io ho diritto”
è lo slogan-guida: tra le azioni,
l’attivazione di gruppi di auto
e mutuo aiuto, percorsi
per rafforzare le associazioni
di familiari, azioni di advocacy.
La nostra avventura è cominciata a marzo. Siamo state
noi le prime quattro ragazze a vivere l’esperienza dell’Anno
di volontariato sociale (Avs) nella diocesi di Caltanissetta,
nell’ambito del progetto Caritas “Avs, un anno per la pace”.
Ci è stata data l’opportunità di donare un anno
della nostra vita agli altri, facendo l’esperienza della totale
gratuità e della vita comunitaria: un anno all’insegna
dell’educazione alla solidarietà e all’impegno sociale,
una scelta di investimento sulla nostra vita. Ben calata
nel contesto pastorale e sociale della nostra città,
l’esperienza è finalizzata a promuovere, in diversi ambienti,
la cultura della nonviolenza, della solidarietà,
della mondialità e della cittadinanza attiva.
Ognuna di noi è impegnata in una diverso settore
dell’attività Caritas (centri d’ascolto, minori, anziani, ecc.),
ma tutte partecipiamo alla proposta di educazione alla pace
e alla mondialità, che quest’anno, in diocesi, si concretizza
nell’iniziativa “Adotta un conflitto”, percorso elaborato
per gli studenti degli istituti superiori. Attraverso attività
di gestione e risoluzione dei conflitti che si manifestano
a partire dal livello interpersonale, per giungere allo scenario
mondiale, invitiamo i giovani a elaborare un pensiero critico
sulle realtà di conflitto microsociale e macrosociale.
Le esperienze di servizio si completano con la vita
comunitaria, che è anch’essa un mettersi a servizio,
l’una dell’altra, lungo giornate mai uguali alle precedenti.
Al mattino ci svegliamo alle 7.30 e facciamo colazione
insieme; alle 9 raggiungiamo i luoghi di servizio (scuole
e centri d’ascolto) cercando di dare il meglio di noi stesse.
Poi il rientro a casa, sempre in spirito di cooperazione:
insieme prepariamo il pranzo e allo stesso modo rigoverniamo
la casa. Dopo aver terminato le faccende domestiche
ci riposiamo un po’, in modo da essere cariche per affrontare
la restante parte della giornata. Intorno alle 16 ci rechiamo
di nuovo ai luoghi di servizio (centro minori, “Boccone
del povero”, centri d’ascolto). Poi nuovo rientro in comunità
per cena, con uno spazio per discutere gli eventi accaduti
durante la giornata e condividere le esperienze fatte.
Le attività formative e socio-educative del progetto Avs,
accanto all’esperienza della vita comunitaria, stanno
segnando profondamente la nostra vita. Certamente
raggiungeremo l’obiettivo che il progetto si pone: diventare
cittadine attive. E persone capaci di condivisione, nelle piccole
cose della vita quotidiana e nei progetti rivolti al territorio.
Angela Colajanni, Lorella Alù,
Valentina Riso, Vania Dauria
I TA L I A C A R I TA S
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NOVEMBRE 2007
23
internazionale
progetti > lotta all’aids
MICROPROGETTI
Il 1° dicembre si celebra la Giornata
mondiale di lotta all’Aids.I dati non sono
molto incoraggianti. Il tasso di infezione
tende ad aumentare, il virus sta
ricomparendo in zone dove sembrava
essere stato ridotto. L’Aids-Hiv nel 2006
ha causato 2,9 milioni di morti, tra cui
380 mila bambini sotto i 15 anni,
e 4,3 milioni di nuovi contagi. Nel mondo
sono 39,5 milioni le persone sieropositive,
2,3 milioni hanno meno di 15 anni,
circa il 90% vivono nell’Africa subsahariana.
Nell’ambito degli interventi nel settore
socio-sanitario, Caritas Italiana sostiene
le comunità locali, soprattutto
in Africa, per assicurare cure dignitose
ai malati e attività di coscientizzazione
per contrastare la diffusione del virus.
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Indonesia
Kenya
Perù
]
KENYA
Una speranza per le donne di Bungoma
L’Aids resta una delle più gravi sfide che il continente
africano è chiamato ad affrontare: famiglie, donne, uomini
e bambini, nelle città come nelle campagne, devono fare
i conti con la terribile pandemia. Tra i diversi progetti
che Caritas Italiana sostiene, vi è quello realizzato
dalla diocesi di Bungoma, situata in un territorio
prevalentemente agricolo nella zona occidentale del Kenya.
L’intervento prevede il sostegno e l’accompagnamento di
un gruppo di 25 donne, vedove e sieropositive, per garantire
una vita dignitosa e una speranza per il futuro a loro, ai figli
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I TA L I A C A R I TA S
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NOVEMBRE 2007
e ai bambini orfani a causa del virus che esse hanno deciso
di accudire e accogliere nelle loro case. Le attività sono
il counselling per malati e famiglie, la creazione di contatti
con le strutture sanitarie che forniscono i farmaci antiretrovirali,
il contributo per le spese scolastiche dei ragazzi e il sostegno,
attraverso piccoli crediti, di attività generanti reddito
nel settore agricolo (produzione e commercializzazione
dei prodotti) che sono svolte dal gruppo.
> Costo 10 mila euro (per un anno)
> Causale Aids Kenya - Grandi Laghi
Zimbabwe
ZIMBABWE
Allevare galline per nutrire i malati
Lo Zimbabwe è un paese con sacche di povertà
estrema. L’ospedale S. Mary di Wedza accoglie
soprattutto persone malate di Aids o sieropositive,
che vivono in stato di indigenza. L’alimentazione
è carente, sia per gli ospiti della piccola struttura
sanitaria che per gli abitanti dei villaggi vicini.
La richiesta consiste nel finanziare un piccolo
allevamento di oltre 600 galline, che può garantire
un minimo sostegno nutrizionale ai malati
accolti nell’ospedale.
> Costo 5 mila euro
> Causale MP 122/07 Zimbabwe
PERÙ
Alcol e droga si possono battere
Sono passati oltre sedici anni dall’apertura
del centro di riabilitazione per tossicodipendenti
“Escuela de Vida”. Persone dai 18 ai 50 anni,
spesso infette dall’Hiv, sono accolte nel piccolo
centro, che lotta quotidianamente per il recupero
di persone vittime dell'alcol e della droga.
Il lavoro, non semplice, dà risultati positivi:
una percentuale molto alta di persone in trattamento
esce dal tragico ciclo della dipendenza senza
manifestare ricadute, grazie alle capacità
degli operatori, fra cui molte suore, e alla possibilità
di imparare un mestiere all’interno della struttura.
Il progetto prevede l’acquisto di materiali
per i laboratori di produzione di detersivi ecologici,
serigrafia e restauro di tappeti.
> Costo 3.089 euro
> Causale MP 279/07 Perù
INDONESIA
Un mestiere per le carcerate
Nel carcere di Ketapang sopravvivere giorno
dopo giorno è molto difficile, soprattutto
se non si ha un futuro professionale, si viene
dalla strada e si è malati di Aids.
Il cappellano e gli operatori sociali cercano
di organizzare corsi di formazione per carcerati,
per insegnare loro un mestiere. Il progetto
prevede l’acquisto di materiali necessari
per dare vita a un laboratorio di cucito e di piccola
falegnameria nella sezione femminile.
> Costo 2.666 euro
> Causale MP 311/07 Indonesia
I TA L I A C A R I TA S
| NOVEMBRE
2007
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internazionale
medio oriente
VIVERE E MORIRE IN IRAQ
PAESE DEI MOLTI DITTATORI
RAÌS CANCELLATO
Iracheni discutono con
un operatore umanitario
sotto un mosaico
imbrattato che
rappresenta l’ex dittatore
Saddam Hussein
di Khawla Elia Segretaria generale Caritas Iraq
ome dare un quadro reale di come viviamo in Iraq, più precisamente a Bagdad? Vado
con il pensiero al dicembre di tre anni fa, quando fu mostrato il volto di Saddam catturato, sporco, scarmigliato. Gli occhi mi si riempirono di lacrime, non perché mi sentissi dispiaciuta per lui, ma pensando a me stessa e a tutti gli iracheni che avevano
speso e perso i migliori anni della loro vita sotto quella specie di martello, che ci aveva distrutto con la paura e con la povertà. Ma dopo questi anni ho capito qualcosa di
ancora più frustrante: Saddam era una specie di coperchio, grande e pesante, posto
su una fossa di liquami. Quando il coperchio è stato rimosso, ogni specie di terrore e di ingiustizia
è venuto a galla. Bagdad è diventata un grande cimitero, il più grande al mondo. Gli iracheni, sunniti o sciiti che fossero, si sposavano fra di loro e tutti avevano buoni rapporti con i cristiani, che vivevano nel paese in pacifica armonia. Ora non è più così.
Oggi tutti gli iracheni rientrano in casa non più tardi delle 19. Alle 22 inizia il coprifuoco. Di giorno ragazzi senza speranza giocano a pallone su strade abbandonate. Appena arriva una pattuglia
di americani spariscono, per riapparire appena i militari se ne sono andati. Ascolto ogni giorno le
loro voci e mi sento triste perché non posso fare niente per questi poveri iracheni. Non possono frequentare i luoghi dove andavano un tempo, praticare i loro hobby, avere insomma una vita normale. Io stessa ho la Saddam era martello e coperchio.
possibilità di incontrare mia mamma o mia sorella ogni
Rimosso lui, sono venuti
sei mesi, ma in pratica le uniche occasioni di incontro per
i miei concittadini sono rimasti i funerali oppure le nozze, a galla terrori e ingiustizie.
che ora si fanno di pomeriggio e non più nelle ore serali La quotidianità, a Bagdad,
come si usava, a causa dell’insicurezza.
I miei figli mi chiedono spesso di uscire, ma è diffici- è un inferno di violenze e disagi.
le vivere in una tragedia ormai divenuta insopportabile. Che induce a parlare di cose tristi.
La gente sembra trasformata in zombie, corpi che cam- Il disilluso racconto
minano con dentro anime morte. Il mio figlio più grande ha visto con i suoi occhi un amico ucciso da una di una testimone diretta,
bomba, mentre si trovava con il padre al mercato. Da al- una drammatica “voce da dentro”
lora qualcosa sembra essersi spezzato dentro di lui, non
è più quello di prima.
schiene si piegano sotto i pesi che dobbiamo trasportare. Moltissime famiglie hanno perso uno o due compoMalati, dove pensate di andare?
nenti e questo fa sì che i figli devono lasciare la scuola
Ciò che conta ora è rimanere vivi, e rimanerlo il più a per tentare di procurare qualcosa per i familiari, mentre
lungo possibile. Tutte le famiglie sono occupate a trova- le ragazze devono…
re carburante per i generatori elettrici, viveri per riemLa scuola, appunto. È un peso per molte famiglie,
pire gli stomaci, acqua pulita. Non potete immaginare ma non è solo un problema di soldi o di materiali. I
cosa significhi passare notte dopo notte nella più com- maestri non sono più preparati, tutto si fa solo per depleta oscurità. A volte mi pizzico e mi dico: non è così, naro. È il sistema a essere completamente corrotto. La
questo è un incubo da cui dobbiamo svegliarci tutti. Le corruzione prevale ed è fiorente: è il suo tempo, è il tem-
che puoi morire prima, quindi mettere fine così alle tue sofferenze.
Girare per Bagdad è un’esperienza
che mette paura, soprattutto se lo fate
a bordo di un’automobile che dà nell’occhio. Diventate un facile bersaglio:
vi fermano in mezzo alla strada e vi
portano via l’auto, semplicemente. Ma
il prezzo dei trasporti pubblici è raddoppiato, fuori città è triplicato. La
benzina e il gasolio sono merce sempre
più cara, nonostante l’Iraq sia ricco di
petrolio. Ma sembra proprio che esso
non sia stato e non sarà mai per noi.
Quando ci si incontra, fra familiari,
amici o colleghi, si parla di molte cose,
ma soprattutto di cose tristi: «Come te
la cavi? Come trovi l’acqua? Quante ore
di elettricità hai? Quanto paghi per
ampère al generatore che ti dà la corrente?». E soprattutto: «C’è un modo
per fuggire da questo dannato paese,
abbandonato da Dio?». Tutti vorrebbero andarsene, in Siria, Giordania, Turchia, Egitto. Eppure gli iracheni sono
trattati, in quei luoghi, come persone
senza valore. Il peso dell’esilio si aggiunge al peso della povertà.
C
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I TA L I A C A R I TA S
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NOVEMBRE 2007
po del male. È il tempo in cui i ricchi diventano più ricchi e i poveri più poveri.
Se poi vi ammalate, dove pensate di andare? Gli
iracheni vivono con un sistema sanitario assolutamente insufficiente, in servizi e personale. Moltissimi
medici hanno lasciato il paese, verso il nord (la regione del Kurdistan, ndr) o i paesi confinanti. Se non
puoi permetterti gli alti prezzi delle cliniche private e
ti rivolgi per una radiografia agli ospedali pubblici,
devi aspettare il tuo turno per mesi. Questo significa
Cristiani, il peso dell’esilio
I cristiani sono un altro problema. Eravamo orgogliosi
di mostrare la croce, ora abbiamo paura di farla vedere
e di farci identificare come cristiani. In Iraq tutti sono
contro tutti, ma tutti sono contro i cristiani. Essi rivivono in Iraq l’esodo biblico. Alle messe domenicali le chiese erano di solito piene, ora i fedeli presenti sono pochi.
Ricordo quello che è successo a Dora, uno dei quartieri
più caldi di Bagdad. Tutti sono stati sottoposti a minacce e costretti a lasciare le loro case, occupate poi dai viI TA L I A C A R I TA S
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NOVEMBRE 2007
27
internazionale
medio oriente
cini o dalle milizie dei mujahidin (combattenti islamici,
ndr). Ad alcuni fu concesso di rimanere solo se davano
una delle loro figlie in matrimonio al capo mujahidin.
Alcuni fatti di cui siamo stati testimoni sono così tristi
da sembrare la trama di un film. Il Collegio di studi teologici è stato abbandonato e i mujahidin hanno rimosso le croci dalle chiese di quella zona.
La grande domanda è allora la seguente: dov’è il governo in questo caos, al cospetto di queste uccisioni, di
queste violenze? All’inizio eravamo felici che la democrazia avesse vinto la sua battaglia finale contro la dittatura. Ci sbagliavamo, molti altri dittatori hanno sostituito Saddam. Molta gente non conosce il significato della
parola democrazia. Sono le milizie a governare il paese,
il governo ufficiale esiste solo nella Green Zone (il centro
cittadino, dove si concentrano uffici pubblici e comandi militari, comunque una piccola parte di Bagdad,
ndr). Per il resto a Bagdad e in Iraq devi cavartela da so-
lo, proteggerti, provvederti l’acqua, l’elettricità, tutto.
Quali sono i piani nascosti che si preparano per questo paese? Gli iracheni sono sempre stati poveri e sembra che lo saranno ancora a lungo. Quanto a me e a tutti gli altri che conosco, abbiamo perso speranza e fiducia nel governo, nei media, nelle politiche; non sono altro che un mazzo di bugie.
So di avere raccontato il lato oscuro della storia. Ma,
credetemi, non riesco a vedere il lato luminoso.
Più di un quarto in emergenza,
i numeri di una crisi terribile
on può essere catalogato fra i conflitti dimenticati. Tra alti e bassi, se ne parla. Ma ciò che sta diventando dimenticata, o peggio data per ineluttabile, è la tragedia vissuta quotidianamente in
Iraq dalla popolazione civile, colpita, ferita, in
fuga, comunque vittima di violenze fratricide e di una crescente povertà. Ostaggio di un paese “esploso”, tribalizzato
e spopolato, per alcuni praticamente morto, da seppellire
nelle forma politica in cui lo si era conosciuto finora.
Caritas Iraq, insieme al Comitato di coordinamento
delle ong in Iraq (Ncci), invia puntuali aggiornamenti sulla tragedia umanitaria in atto nel paese. Si calcola che
l’emergenza riguardi 8 dei circa 30 milioni di abitanti del
paese, più di un quarto della popolazione. La comunità
internazionale è stata molto lenta nel riconoscere che ci si
trova davanti a un’emergenza umanitaria; anzi, mentre i
fondi per la ricostruzione si sono accresciuti enormemente (+922% nel periodo 2003-2005), quelli per l’aiuto
d’emergenza, da parte dei paesi donatori dell’Ocse, sono
diminuiti del 47% dal 2003. A ciò si aggiunge il rifiuto di
molte organizzazioni irachene di ricevere fondi da governi che hanno truppe in Iraq, perché questo mette a repentaglio la sicurezza dei propri operatori. Così in Iraq oggi si assiste a un paradosso: strutture nuove e vuote da una
parte, milioni di persone abbandonate, e impossibilitate a
beneficiarne, dall’altra.
N
Profughi, oltre due milioni
L’eloquenza dei numeri è inoppugnabile, e attesta una si28
I TA L I A C A R I TA S
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NOVEMBRE 2007
tuazione umanitaria terribile. Sono quasi 4 milioni gli iracheni che vivono nell’incertezza alimentare (food insicure)
e in disperato bisogno (dire need) di assistenza umanitaria.
Di essi, solo il 60% ha accesso alle razioni distribuite dal governo, progressivamente ridottesi dal 2004. Il 43% degli iracheni vive inoltre sotto la soglia della povertà; secondo alcune stime, metà della popolazione è senza lavoro.
Capitolo violenze. Le vittime sono per il 90% uomini: dal 2003 si stima che siano stati uccisi 65 mila civili;
cresce notevolmente, di conseguenza, il numero di vedove e orfani costretti a vivere nella precarietà. La sovvenzione mensile data a queste famiglie dal ministero
degli affari sociali è di circa 70 euro, cifra insufficiente.
Sul versante sanitario, il tasso di malnutrizione dei
bambini è passato dal 19% prima dell’attacco occidentale, nel 2003, all’attuale 28%: un tasso di peggioramento senza precedenti. Gli iracheni che non hanno accesso all’acqua potabile sono aumentati dal 50 al 70% dal
2003, mentre la mancanza di rete fognaria colpisce
l’80% delle persone: gli scarichi si riversano nei fiumi,
sorgente principale di acqua da bere. L’elettricità negli
agglomerati cittadini non viene garantita per più di due
ore al giorno. Metà dei 34 mila medici che erano registrati nel 2003 hanno lasciato il paese e in alcuni ospedali della capitale Baghdad manca l’80% del personale
sanitario; in generale, la “fuga dei cervelli” (il 40% dei
professionisti è espatriato) peggiora ulteriormente i già
precari servizi pubblici. Il 90% dei 180 ospedali attivi in
Iraq manca di adeguato materiale sanitario e attrezza-
ROMANO SICILIANI
Quattro milioni di iracheni senza cibo sufficiente. Il 70% senza acqua. Metà
dei medici fuggiti dal paese. Eppure dal 2003 i fondi per gli aiuti sono diminuiti
TANTA FAME
Anche fare la
spesa a Bagdad
oggi è difficile
ture chirurgiche; i pazienti feriti devono procurarsi sul
mercato il necessario, comprese le trasfusioni di sangue, se vogliono essere curati.
Un problema drammatico riguarda profughi e sfollati interni. Questi ultimi sono più di due milioni, 820
mila solo dal febbraio 2006. Di essi, il 32% non ha accesso alle razioni di viveri e il 51% le riceve di rado, anche per le difficoltà di consegna. Sono invece oltre 2
milioni gli iracheni rifugiati nei paesi confinanti:
1.400.000 in Siria, 750 mila in Giordania, 40 mila in Libano. Non sempre sono accolti e assistiti in modo adeguato: l’Alto commissariato Onu per i rifugiati, per
esempio, ha denunciato casi di lavori, promessi in Siria, che celavano forme di sfruttamento sessuale; in
ogni caso all’estero ci sono problemi per alloggio, lavoro, istruzione. Intanto circa 50 mila rifugiati palestinesi, siriani e iraniani che vivevano in Iraq si sono trovati nuovamente in pericolo; la cosa ha riguardato in
particolare 34 mila palestinesi, costretti a lunghe soste
L’IMPEGNO CARITAS
Caritas Iraq, supportata dalla rete internazionale Caritas,
è rimasta una delle poche ong che riesce a condurre
sul terreno il suo programma di assistenza. Superando strade
disastrate e check point, i suoi operatori si muovono in tutte
le parti del paese, anche perché neutrali rispetto alle contese
politiche e militari e appartenenti a un background culturale
e geografico che non innesca sospetti o gelosie. Anche loro,
ovviamente, tengono un basso profilo, viaggiando sovente
con veicoli non riconoscibili e cambiando spesso percorso.
Il programma 2007-2008 di Caritas Iraq presenta
un budget di 2,6 milioni di euro e si riassume in sette ambiti
operativi. Tra essi, Caritas Italiana (che nel 2006-2007
ha contribuito per 298 mila euro) ne ha individuati due,
che appoggia in via prioritaria: si tratta del Well Baby Program
(sostegno alimentare, in 12 centri, a minori denutriti
e mamme in gravidanza o subito dopo il parto, progetto
sostenuto già prima della guerra) e del Programma di aiuti
umanitari (fornitura di viveri e assistenza sanitaria ad anziani,
disabili, orfani e altri soggetti vulnerabili). Gli altri ambiti
operativi di Caritas Iraq sono: Progetto volontari (formazioni
di giovani alla solidarietà e alla cittadinanza attiva); Programma
di emergenza per le famiglie sfollate (per limitare il numero
dei rifugiati); Ristrutturazione di un centro giovanile a Bagdad
(struttura di socializzazione); Progetto pace e riconciliazione
(formazione alla risoluzione pacifica dei conflitti);
Ristrutturazione-riparazione di edifici danneggiati da atti
di terrorismo (appartenenti a Caritas Iraq e altre organizzazioni).
sul confine, indesiderati da una parte e dall’altra.
Nel campo dell’educazione non va meglio. I bambini che non frequentano la scuola sono passati, dal 2004
a oggi, da 600 a 800 mila; molti istituti sono chiusi sia
per ragioni di insicurezza, sia perché usati per dare ricovero agli sfollati. Le università sono infiltrate da milizie,
le ragazze sono costrette a portare il velo islamico.
Infine, la spinosa questione delle discriminazioni.
Un dramma nel dramma, come più volte denunciato
dalle più alte autorità della chiesa locale, è costituito
dalle condizioni della minoranza cristiana, ridotta a circa 500 mila persone (fino a pochi anni fa ne contava
1.200.000). Si registrano addirittura casi di conversioni
forzate, imposte a chi vuole conservare la propria casa.
Altre minoranze, su base etnica (Yazidi, Turkmeni, Curdi), al di fuori della propria regione, il Kurdistan, sono
ugualmente discriminate. E nemmeno gli operatori
umanitari sono al sicuro: almeno 88 membri di varie
ong locali sono stati uccisi da marzo 2003.
I TA L I A C A R I TA S
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NOVEMBRE 2007
29
internazionale
internazionale
contrappunto
L’ARMONIA DEGLI AFFARI,
ALLA DEMOCRAZIA CI PENSEREMO
di Alberto Bobbio
girano più fluidi e senza vigilanza, dove il potere non sta sotto controllo democratico. L’Estremo Oriente è una
gran bella arena, in questo senso.
Cina e India sono complici e antagonisti insieme, ma garanti delle
regole di un gioco sprezzante, che si
fa sulla pelle dei popoli. E che rimanda a quella che ormai si chiama
“seconda globalizzazione”, nella
quale un ruolo decisivo e assai pericoloso lo ha la potenza del nazionalismo in paesi, come appunto India
e Cina, che crescono a due zeri manpuò servire a fare il punto su un contiLe pratiche politiche,
tenendo un alto regime di protezionente di giganti dove tutti rincorrono
in Estremo Oriente,
nismo. I giganti hanno bisogno di
tutti, mentre promettono modelli di
non sempre si accordano terra attorno, per muoversi e avere
integrazione che si sfaldano alla pricon l’ideale massimo
vita agevole. Ma tutto deve essere
ma prova di democrazia. L’Estremo
della cultura di quelle
sotto controllo, non sono ammessi
Oriente, in definitiva, è un mosaico di
terre. La geoeconomia
colpi di testa, fossero pure per mipovertà immani e di ricchezze straorcomporta il sacrificio
gliorare la qualità della vita e la diffudinarie, di democrazia formale e di redi interi popoli. Come
sione del bene comune tra i popoli.
pressione, di conflitti a bassa intensità
dimostra il rapporto
Secondo questa logica sono stati
e di tensioni per il controllo di rotte
tra la Birmania
fatti affari con la sanguinaria giunta
commerciali e energetiche. A sud dele i suoi vicini
militare birmana. La top five dei paela Birmania, nel canale che si infila tra
si che riempiono il portafogli con
Sumatra e la Thailandia, passa oltre
metà del greggio mondiale, trasportato dalle grandi petro- Rangoon annovera Thailandia, Cina, India, Singapore e
liere. E i progetti di oleodotti e gasdotti dell’Asia continen- Malaysia. Certo, anche la democratica India, affamata del
gas naturale del sottosuolo birmano, che tre anni fa sotale sono tra i più arditi al mondo.
steneva apertamente San Suu Kyi e la Lega per la Democrazia ma l’anno scorso ha ricevuto il capo dei suoi aguzSeconda globalizzazione
È la geoeconomia, più che la geopolitica, il vero banco di zini con tutti gli onori e, mentre scoppiava la rivolta dei
prova delle aperture democratiche. Su di esso finiscono monaci, ha mandato in Birmania un suo ministro a firstritolati popoli e religioni, ma non importa quasi a nessu- mare accordi economici, per vendere armi e comprare
no. L’Oriente fa paura quando le borse si mettono a ballare, energia, nonostante embarghi di varia natura. Poi ci sono
quando la domanda di energia cinese e indiana fa schizza- la Cina, di cui è quasi inutile dire, e la Russia, che nel paere i prezzi del petrolio alle stelle, quando i giochi dei capita- se asiatico costruisce centrali atomiche. Il resto del monli asiatici impennano l’euro e abbattono il dollaro, così che do si limita all’affetto per un premio Nobel agli arresti doil costo dell’energia mondiale pesa sulle povere spalle del- miciliari e si appunta sul petto una coccarda rossa. Un po’
l’Unione. I grandi affari e i grandi capitali si sottoscrivono e poco, per incidere sulle politiche-canaglia.
sudan
SORRIDERE
ALL’ACQUA
I residenti nel campo per
sfollati di Khamsadegaig
guardano dentro al pozzo
che hanno aiutato
a costruire,
con l’assistenza
di Act-Caritas
PACE,
UN PEZZO
DI CARTA
IN DARFUR
SERVE
DIALOGO
è un popolo calpestato e solo alle porte dell’Estremo Oriente.
Abita in un luogo dove una dittatura tra le più odiose al mondo
ha imposto pure il cambio del nome alla terra, che una volta si
chiamava Birmania. Da trent’anni l’organo istituzionale del governo di
quel popolo ha il nome più bello del pianeta: Consiglio di stato per la pace e lo sviluppo. Fa parte, la scelta del nome, dell’archetipo dell’armonia
che pervade l’Oriente, le sue religioni, i suoi desideri. E che dovrebbe anche percorrerne la politica e l’arte di governo.
Ma così non accade. La geopolitica dell’Asia fa a pugni con tutto ciò
che dovrebbe essere “armonioso”. La recente e dolorosa crisi birmana
C’
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NOVEMBRE 2007
Nella tormentata regione del Sudan arriverà da gennaio una robusta forza
di peacekeeping mista, Onu - Unione africana. Ma gli strumenti militari non
bastano: servono trattative in grado di coinvolgere i tantissimi attori del conflitto
di Giovanni Sartor foto Paul Jeffrey/Act-Caritas
A
rrivano i caschi blu, ma il Darfur non trova pace. La situazione politica, militare e umanitaria,
nella martoriata regione del Sudan, resta incandescente. Da inizio 2007 si sono registrati 170
mila nuovi sfollati interni (il totale è ormai di 2,5 milioni), mentre fonti delle Nazioni Unite
parlano di circa 200 mila morti dall’inizio del conflitto. Continuano i combattimenti: i ribelli
(espressione della componente nero-africana della popolazione) risultano sempre più frammentati in una dozzina di fazioni, ognuna delle quali risponde a un leader e controlla piccole porzioni di territorio; anche le milizie arabe sono divise e in certi casi arrivano a combatI TA L I A C A R I TA S
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internazionale
tersi; il governo del Sudan, infine, è coinvolto nel conflitto
e riesce a controllare solo alcune aree della vasta regione.
Eppure vigerebbe un trattato di pace. Firmato nel maggio 2006 tra governo e un gruppo di ribelli. Ma si è rivelato
un fallimento: invece di cessare, i combattimenti sono aumentati. E le violenze rendono sempre più difficile, in molti casi impossibile, l’assistenza delle popolazioni da parte
delle organizzazioni umanitarie. Recentemente, dopo
molti mesi di pressioni internazionali ed estenuanti mediazioni, il governo del Sudan ha accettato che le Nazioni
Unite adottassero una risoluzione, la 1769, che prevede
l’invio in Darfur, in maniera graduale a partire da gennaio
2008, di una forza di peacekeeping mista, denominata
Unamid (Missione delle Nazioni Unite - Unione africana
in Darfur), che conterà 26 mila effettivi e sostituirà la forza
della sola Unione africana, composta da 6 mila uomini,
presente in Darfur dal 2004, mai stata in grado, anche perché il mandato non lo consentiva, di far rispettare il cessate il fuoco e di proteggere la popolazione civile.
Non è ancora chiaro, a dire il vero, quali nazioni comporranno la forza “ibrida” Onu-Ua, anche perché il governo
di Khartoum non gradisce la presenza di soldati non africani né il mandato della missione. La risoluzione che ne ha
sancito il varo fa riferimento al capitolo settimo della carta
delle Nazioni Unite e prevede, tra le altre cose, la protezione
dei civili e il mantenimento della pace. Su questo punto
però vi sono diverse interpretazioni, che alimentano un interrogativo: come si potrà mantenere una pace che non c’è
e far rispettare un accordo già abbondantemente disatteso,
che non coinvolge tutte le parti in conflitto?
Diversi esponenti della società civile sudanese hanno
criticato la risoluzione del Consiglio di sicurezza come inutile e per certi versi dannosa. Si teme che la forza di peacekeeping, molto costosa, abbia un impatto socio-ambientale negativo sul territorio (si pensi solo all’utilizzo della risorsa acqua), sulla popolazione (aumento dei prezzi, rischio di forme di prostituzione e abusi sessuali) e sui lavoratori sudanesi delle organizzazioni umanitarie (che si presume saranno attratti dai favolosi salari che saranno offerti
da Unamid per il personale locale di appoggio). I risultati
positivi, invece, sono difficili da immaginare, tenendo conto della situazione deteriorata che si registra sul terreno.
Violenza, unica certezza
Per il momento, insomma, l’unica certezza in Darfur è
l’acuirsi della violenza, che in molti attribuiscono alla volontà dei vari gruppi di assicurarsi posizioni e mezzi; si registra, per esempio, un’impennata di furti di automezzi e
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ISTRUIRSI, NUTRIRSI
Il direttore della scuola si rivolge
gli studenti prima dell’ingresso in classe,
nel campo per sfollati di Dereig. Sotto, peso
e altezza dei bambini sfollati sono monitorati
al centro nutrizionale e di salute di Kubum
sudan
L’IMPEGNO CARITAS
Caritas Italiana sostiene in Sudan
strumenti di comunicazione a danno delle organizzazioni
umanitarie, per timore del maggior controllo che dovrebbe essere imposto a partire da gennaio.
La forza di pace, da sola, non può essere la risposta al
conflitto, soprattutto se, come molti sostengono, non sarà
strettamente collegata all’avanzamento delle trattative per
rivedere l’accordo del maggio 2006, che Onu e Unione africana hanno riaperto a Tripoli il 27 ottobre, ma alle quali, fino a pochi giorni prima, non si sapeva chi avrebbe partecipato. La priorità è arrivare il prima possibile a un cessate il
fuoco, per garantire la protezione dei civili; successivamente si potrà intavolare il confronto, che si prevede lungo e difficile, se si vuole che ottenga risultati positivi. L’imposizione
di scadenze temporali dall’esterno e l’esclusione dalle discussioni e dal successivo accordo di molti leader che rappresentano la popolazione del Darfur hanno già reso inefficace l’intesa del 2006. Sono errori da non ripetere: soprattutto il secondo, perché uno sforzo di ricerca di posizioni
comuni tra i vari gruppi di ribelli resta tra le principali condizioni per giungere a una vera pace nella regione.
Un nodo ulteriore riguarda il collegamento da costruire con l’Accordo di pace complessivo (Cpa, Comprensive
peace agreement), che regola i rapporti tra Nord e Sud Sudan. Firmato a inizio 2005, benché traballante potrebbe
essere il punto di partenza per consolidare la pace nell’intero paese. Infine, non meno importante è tener conto che
alcuni stati confinanti (Egitto, Libia, Repubblica Centrafricana, Ciad ed Eritrea) sono, in maniera diversa, coinvolti
nel conflitto in Darfur. Qualsiasi accordo non può non vederli protagonisti e deve cercare di stabilizzare l’intera regione. Altrimenti, la pace resterà una chimera.
i progetti delle Caritas locali (nazionale e diocesane)
e opera in coordinamento con la rete internazionale
Caritas. In Darfur continua la partecipazione
all’intervento di emergenza delle reti internazionali
Caritas e Act (network delle chiese protestante
e ortodossa); Caritas Italiana sostiene le attività
nei settori sanitario e dell’istruzione primaria,
sia all’interno dei campi per sfollati, sia nei villaggi
circostanti. Nel Nord Sudan prosegue il finanziamento
al progetto delle scuole informali nelle periferie
della capitale, gestito dall’arcidiocesi di Khartoum,
e si sta intensificano la collaborazione con la regione
pastorale di Kosti nel settore sanitario nelle zone
di Renk e Sennar. Nel Sud Sudan sono consolidati
i rapporti di partenariato con le diocesi di Rumbek
(sanità) e Tombura-Yambio (approvvigionamento idrico,
sanità e istruzione). Nel campo profughi di Kauma,
nel nord del Kenya, viene finanziato un progetto
per l’acquisto di strumenti di lavoro per giovani
che desiderano rientrare in Sud Sudan.
Caritas Italiana, inoltre, è membro della Campagna
italiana per il Sudan - Una pace da costruire,
che ha avviato, oltre ad attività di animazione,
sensibilizzazione e advocacy in Italia, un programma
quadro per la costruzione della pace, in collaborazione
con organizzazioni della società civile sudanese.
In particolare è in partenza il progetto dal titolo
“Combattere l’esclusione sociale delle donne
attraverso il rafforzamento delle organizzazioni locali,
per un processo di pace sostenibile in Sudan”.
Le donne tra violenza e libertà
nel campo che diverrà baraccopoli
Viaggio a Zilingei, in uno dei quattro centri di raccolta per sfollati interni. Si aspetta
l’arrivo dei “bianchi”. Mentre le gerarchie sociali tradizionali si trasformano…
alingei, Darfur occidentale, prima della guerra era
un centro di riferimento per i commerci dell’area,
abitato da poche migliaia di persone. Oggi è una
cittadina. E punto di riferimento lo è non più per
mercanti e acquirenti, ma per 100 mila sfollati
ammassati nei quattro campi circostanti: Hassa Hissa, Hamidiya, Khamsadagaig (abitati da persone dell’etnia afri-
Z
cana fur) e Taiba (che accoglie una popolazione nomade
d’origine araba).
I campi sono stati creati nel 2004; gli arrivi proseguono, ma la maggioranza della popolazione ormai è stabile
e ha assunto abitudini tipiche della vita di villaggio: alcune famiglie hanno costruito case di mattoni, alcuni uomini hanno avviato piccolo commerci. Si è creato un sistema
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internazionale
internazionale
sudan
di relazioni che a un primo sguardo fa ritenere la guerra
lontana e dimenticata. Però, parlando con la gente, il conflitto riemerge, ben radicato nella coscienza delle persone.
E non potrebbe essere diversamente.
Nel campo di Khamsadagaig (13.500 sfollati, la maggior
parte costretti a vivere in capanne coperte dai teli di plastica delle Nazioni Unite alle pendici e sul crinale di una collina) incontriamo un gruppo di donne in un centro sociale aperto da Act-Caritas. Raccontano. Ed emerge lacerante
il ricordo drammatico del giorno in cui hanno dovuto lasciare il villaggio in fiamme, alcune hanno perso il marito,
ucciso dalle milizie Janjaweed, altre i figli, dispersi nella
confusione della fuga. Parlano anche delle difficoltà della
vita nel campo, soprattutto dei rischi che corrono per andare a prendere la legna da ardere o l’acqua nelle immediate vicinanze: storie di violenza sessuale sono all’ordine
del giorno. Hanno dovuto adeguarsi alla nuova vita: prima
le loro principali occupazioni, oltre alla famiglia e ai figli,
erano l’agricoltura e l’allevamento, ora vengono al centro
sociale un paio d’ore al giorno per seguire i corsi di alfabetizzazione. Non sapevano leggere né scrivere, al villaggio
non avevano avuto l’opportunità di andare a scuola.
Il capo al telefono da Parigi
Nel programma del centro sociale sono previsti anche corsi sui temi della pace, della riconciliazione e dei diritti umani. Tutto ciò aiuta le donne a prendere coscienza dei propri
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diritti e sta provocando un cambiamento nei rapporti di potere
all’interno delle comunità di sfollati. Lo ripetono anche gli operatori che gestiscono il centro: se all’inizio ogni cosa era decisa dagli anziani, che avevano un potere indiscusso su tutto e tutti, ora i gruppi
di donne, ma anche i giovani, non
si sentono più legati a un contesto
sociale tradizionale che imponeva
la sottomissione e si sentono più
liberi di esprimere le proprie idee.
Nel caso dei giovani questo sta
diventando un grosso problema,
CAPANNA
perché la maggior parte di loro
DI FAMIGLIA
Ragazza nel villaggio
non ha nulla da fare e facilmente
arabo di Dondona,
sono attirati da attività illecite: furSud Darfur,
dove sono affluiti
ti e rapine si susseguono dentro e
molti sfollati
fuori i campi. Le donne, intanto,
continuano a raccontare: sono
informatissime sulla situazione del Darfur e hanno le idee
piuttosto chiare sulla possibile soluzione del conflitto.
Hanno grande speranza nella forza di pace ibrida (Nazione Unite - Unione Africana) che si aspettano composta,
poco realisticamente, solo da Kawajia: i “bianchi”, in arabo, gli stessi che oggi garantiscono la sopravvivenza nei
campi attraverso gli aiuti umanitari. Le donne sperano che
i soldati bianchi arrivino ben armati a liberare gli sfollati
dai soprusi delle milizie arabe e a riportarli nelle terre
d’origine. La forza di pace dell’Unione Africana viene considerata in qualche modo come nemica, perché “figlia”
dell’accordo di pace del 2006, che gran parte degli sfollati
ha vissuto come imposto e non ha mai accettato.
Il leader indiscusso degli sfollati è Abdel Wahid Nour,
fur come loro: vive a Parigi e da lì, grazie ai telefonini, che
tutti hanno nei campi, comunica con i sostenitori. Non ci
sarà mai pace, dicono le donne, fino a quando il nostro leader non parteciperà alle trattative e firmerà gli accordi, che
devono prevedere una compensazione per le sofferenze, il
disarmo delle milizie Janjaweed e la ricostruzione dei villaggi. Alla domanda se tutte ritornerebbero al villaggio, dopo che queste condizioni saranno soddisfatte, la risposta
non è unanime. Alcune sono incerte: a riprova del fatto che
il campo di Khamsadagaig è destinato non a chiudere, ma
a diventare, come forse tanti altri in Darfur, una baraccopoli alla periferia della città. La guerra ha fatto deragliare la
vita, difficile tornare sui binari di un tempo.
guerre alla finestra
LE FORMICHE DI MAKENI,
UN PAESE RINASCE DAL BASSO
di Stefano Verdecchia
ono passati due mesi da quel giorno di inizio settembre (domenica
9) in cui Franciss, Albert, Ann ed altri, sistemandosi nei seggi elettorali, aspiravano a garantire un corretto svolgimento delle elezioni
presidenziali. «Che siano votazione vere, dignitose, di un paese autonomo, in ripresa, senza truppe straniere a presidiare strade e ponti»: questi
i pensieri che affollavano la testa dei cittadini della Sierra Leone. Franciss,
Albert ed Ann e tanti altri volevano costruire un pezzetto di speranza per
la loro terra, anche grazie a un lavoro da formiche, pezzo dopo pezzo,
quel punto Franciss, Albert e Ann
hanno capito che il loro mandato
cambiava. Ma come fare, perché i cittadini continuino a seguire coscientemente e attivamente le decisioni che
riguardano il proprio distretto o villaggio? Perché riescano a influire, a livello locale, sulle scelte riguardanti un
centro di salute, la gestione delle acque di irrigazione, il funzionamento
delle scuole, la costruzione di un pozzo o di piccole dighe per gli orti, la tasa testa bassa sul loro compito.
sazione locale, l’organizzazione della
La Commissione giustizia e pace
La Sierra Leone
raccolta dei rifiuti?
della diocesi di Makeni (nord del paeha archiviato una brutale
Gli obiettivi su cui impegnarsi
se), di cui sono operatori, aveva orgaguerra civile.
non mancano. Ma se il lavoro delle
nizzato, nei mesi precedenti, un proOra si succedono
formichine della Commissione ha fagramma di sensibilizzazione alla citle tornate elettorali.
cilitato un buon svolgimento della
tadinanza attiva, per facilitare la parMa il voto non garantisce
campagna elettorale e delle elezioni,
tecipazione popolare alla politica. Andemocrazia e ripresa.
potrà contribuire a centrare obiettivi
che la radio diocesana è stata mobiliBisogna che gli elettori
ancora più importanti. A patto di satata per trasmettere programmi di
siano coscienti
per attirare un numero sempre magsensibilizzazione, in onda alle 5 di
e preparati. Anche grazie
giore di formiche.
mattina, quando i contadini si svea una radio…
Per Franciss, Albert e Ann quello
gliano e le donne accendono il fuoco
che conta ora è il 2008. Tra pochi mesi
e prendono l’acqua al torrente più vicino. Tutti in quei giorni esibivano un sorriso rassicurante. si svolgeranno le elezioni municipali, le seconde dalla fine
In realtà, ognuno in cuor suo nutriva dubbi, ansie e paure. del conflitto, forse ancora più importanti delle presidenziali. Bisogna cogliere l’occasione di lavorare con giovani e
donne, affinché si formino futuri leader locali, sani, impeInfluire sulle acque di irrigazione
Ad affrontarsi, al ballottaggio delle presidenziali, sono gnati, decisi a rischiare per costruire una nuova politica. Le
stati i candidati di Slpp (partito di maggioranza uscen- elezioni municipali sono importanti per migliorare le conte) e Apc (partito sfidante). Ma la gente, più che interes- dizioni di vita nel paese. Proprio nel 2004, all’epoca del prisarsi di denominazioni e sigle, o a stucchevoli campa- mo voto locale, la Commissione giustizia e pace aveva inigne elettorali con bandierine e palloncini colorati, era ziato a lavorare sul tema della cittadinanza attiva. Il paese,
interessata a confermare una difficile ripresa, dopo la fi- in piena transizione, allora necessitava di stabilità, maturità
ne (nel 2001) della guerra civile che aveva insanguinato e ascolto. Un bisogno vivissimo anche oggi. Perché il gesto
di mettere la scheda in un’urna è cosa semplice. Ma coil paese per un decennio.
Da Makeni la Commissione giustizia e pace ha tra- struisce un percorso duraturo di lotta alla povertà, oltre che
smesso via radio al paese i primi risultati del round eletto- di pacificazione e riconciliazione, solo se è preparato, conrale. L’Apc si è aggiudicata la fetta più grande della torta. A sapevole, capace di vigilare sulle sue conseguenze.
S
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internazionale
UNIONE EUROPEA. Cittadini stranieri nei paesi comunitari [31 dicembre 2005]
Nel vecchio continente gli stranieri sono più
di 50 milioni. Molti sono protagonisti
di flussi intraeuropei, ma gli arrivi
avvengono da tutto il mondo.
E continueranno.
Per governarli, occorre
aprire canali legali
Paese
Stranieri % su pop.
Paese
Stranieri
% su pop.
Austria
814.100
9,8
Germania(2004)
7.287.900
Belgio
900.500
8,6
Grecia (2003)
25.600
0,3
Irlanda
258.400
2,5
Italia
98.100
13,1
Danimarca
270.100
5,0
Estonia (1999)
274.300
20,0
Finlandia
113.900
3.263.200
Bulgaria (2000)
Rep. Ceca
Cipro (2004)
Francia (1999)
Paese
Stranieri % su pop.
8,8
Polonia (2001)
700.300
1,8
891.200
8,1
Portogallo
432.000
4,1
314.100
7,4
Regno Unito (2004) 3.066.100
5,2
2.286.000
3,9
Romania
25.900
0,1
Lettonia
456.800
19,9
Slovacchia
25.600
0,5
Lituania
32.900
1,0
Slovenia
48.900
2,4
Lussemburgo
181.800
39,6
Spagna
4.002.500
9,1
2,2
Malta (2004)
11.900
3,0
Svezia
479.900
5,3
5,6
Paesi Bassi
691.400
4,2
Ungheria
156.200
1,5
ROMANO SICILIANI
Globalizzazione, non solo merci
MIGRANTI VERSO L’EUROPA,
LA SPINTA È SEMPRE FORTE
di Oliviero Forti e Ettore Fusaro
ostruire ponti o barriere? Interrogativo cruciale in tempi, i nostri, in cui la mobilità degli esseri umani è fenomeno sempre più diffuso, in
certi casi travolgente. Ed è stato anche lo slogan del quinto Migration forum (“Forum delle migrazioni”), organizzato a Lisbona a fine
settembre da Caritas Europa. Migrazioni e sviluppo sono stati i temi al centro di tre intense giornate, alle quali hanno partecipato operatori Caritas provenienti
da molti paesi europei ed extraeuropei, insieme a rappresentanti di vari governi e organizzazioni del terzo settore.
L’Europa è da decenni al centro di intensi flussi migratori, che hanno dato vita a una presenza massiccia e diversificata di stranieri: sono ormai più di 50 milioni nei
paesi del vecchio continente, se si includono quanti nel
frattempo hanno acquisito la cittadinanza, vale a dire 6
stranieri ogni 100 cittadini europei, con sensibili differen-
C
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ze fra i paesi neocomunitari, dove il rapporto è appena
dello 0,5%, e altri paesi, in cui la percentuale arriva all’8%.
In generale, negli ultimi anni, nei paesi di vecchia immigrazione la presenza di stranieri è rimasta stabile o, come
nel caso della Germania, è leggermente diminuita. Invece
nei paesi di nuova immigrazione (Italia, Spagna e Grecia)
la presenza di immigrati è andata progressivamente aumentando e sembra che nel prossimo futuro il trend sarà
in crescita. Il Dossier statistico immigrazione Caritas - Migrantes fornisce interessanti dati sulla provenienza degli
immigrati nell’Unione europea, per due terzi non comunitari: il 32% sono europei extra-Ue (in gran parte russi,
turchi e balcanici), il 22% africani (di cui due terzi provenienti dalle regioni settentrionali), il 16% asiatici (equamente divisi tra provenienza dall’Estremo Oriente, Cina in
testa, e dal subcontinente indiano), il 15% americani (per
la gran parte provenienti da America Latina e Caraibi).
In un contesto tanto composito e in continuo mutamento, il Migration Forum di Lisbona è stato un’ulteriore occasione per approfondire temi cruciali, primo fra
tutti il rapporto tra migrazioni internazionali e sviluppo
dei paesi di origine. Sembra che i fattori di spinta – disoccupazione, guerre, problemi sociali e ambientali –
siano ancora forti, quindi non in grado di scoraggiare i
flussi verso l’Europa o all’interno dell’Europa stessa. Il
nostro continente, infatti, costituisce ancora una forte
attrattiva, in particolare per paesi a noi molto vicini.
Spagna e Italia, ad esempio, stanno registrando un aumento considerevole dei flussi dalla Romania e dall’Ucraina. Si tratta di migrazioni di breve o medio periodo,
che presumibilmente si ridurranno con la prevedibile
crescita economica e sociale dei due paesi.
Sembra, dunque, che solo una reale stabilizzazione
delle aree di origine possa rappresentare un freno alle
migrazioni. Nonostante questa consapevolezza, gli aiuti
allo sviluppo, nell’area Ue, sono diminuiti e rappresentano oggi una parte minimale e residuale del Pil dei paesi donatori. Ma a Lisbona si è parlato anche di globalizzazione come nuova dimensione dell’era moderna. I
flussi migratori contemporanei, infatti, sono frutto della
globalizzazione, intesa come fenomeno di crescita progressiva delle relazioni e degli scambi, non solo di merci,
ma sempre più di persone. L'organizzazione dell’economia, com'è stata intesa fino a oggi, va ripensata, poiché
lo stato – limitato entro i propri confini – non può più
dettare regole a un mercato globalizzato, che opera al di
fuori di qualsiasi definizione territoriale. Ed è proprio in
questa arena planetaria che l’immigrazione gioca un
ruolo da protagonista, fornendo un’occasione di miglioramento sia al migrante, che tenta la via di un’esistenza
migliore, sia ai paesi di immigrazione, che sostengono le
proprie economie grazie all’apporto di questi lavoratori.
Non sempre, però, l’immigrazione è una semplice scelta: in molti casi è una costrizione connotata dal mancato rispetto dei diritti di civili e, nei casi più gravi, dalla
violazione dei diritti fondamentali. La globalizzazione,
quindi, oltre a costituire un’opportunità, è senza dubbio
una sfida per il migrante e alcune volte un limite per il
suo paese, che si vede drenare le forze migliori, attraverso il fenomeno conosciuto come “fuga dei cervelli”.
È difficile, comunque, immaginare entro breve un contenimento della spinta migratoria attraverso lo sviluppo
dei paesi di origine. Oggi si può parlare, al limite, di governo dei flussi, che necessita però in tutta Europa di maggiore realismo. E soprattutto dell’apertura di canali legali, in
grado di scoraggiare gli ingressi irregolari. Su questo punto
è emersa una sostanziale condivisione tra i partecipanti al
Forum di Lisbona, che hanno potuto riflettere anche su altri temi importanti: il ruolo del migrante e della sua famiglia come agenti di sviluppo nelle terre d’origine, la diversità culturale e il suo rapporto con razzismo e xenofobia,
l’immigrazione di genere. Perché le migrazioni sono un fenomeno che va considerato per il suo impatto complessivo su un territorio. Ma che va anche conosciuto nelle sue
specificità. Un uomo in movimento non è mai “migrante”
soltanto: ha caratteristiche (di età, di genere, di condizione
culturale, religiosa, sociale, economica) che lo rendono diverso e unico. E se le politiche devono fare azione di sintesi su ampia scala, l’impegno dell’accoglienza non può trascurare queste unicità molteplici.
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FONTE: DOSSIER STATISTICO IMMIGRAZIONE CARITAS-MIGRANTES.
ELABORAZIONI SU DATI EUROSTAT, OECD, COUNCIL OF EUROPE, ISTAT
flussi globali
internazionale
internazionale
casa comune
flussi globali
La svolta di Ariana: con Warm
il ritorno è un investimento
Un progetto Caritas - comune di Roma accompagna il rientro in Albania dei
clandestini. Un’occasione per superare il fallimento. E far crescere un paese
di Gianmaria Pinto
a quando, all’inizio degli anni 1990, l’Albania si è Alcuni, addirittura, vengono sostenuti nello sforzo di avaperta al mondo, centinaia di migliaia di persone viare in prima persona un’attività imprenditoriale.
hanno abbandonato il paese in cerca di fortuna.
L’Italia, per i suoi legami storici e per la prossimità Nascono le prime imprese
geografica, ha rappresentato una delle mete pri- La rilevanza di Warm è duplice. Anzitutto, esso mira a canvilegiate del flusso migratorio. Molte di queste persone so- cellare le ragioni che hanno indotto le persone a lasciare
no entrate in Italia senza documenti: da qualche anno, so- l’Albania. In secondo luogo, ha un impatto positivo sul
prattutto per gli albanesi, sta assumendo una rilevanza morale delle persone che hanno vissuto la difficile espesempre maggiore la questione degli “emigranti di ritorno”.
rienza dell’espulsione o, comunque, della clandestinità. Il
Ariana Kurti è una di questi. Ariana ha avuto una vita programma, infatti, mira a far superare il profondo senso
difficile: abbandonata dal marito, un bimbo da mantene- di frustrazione (se non addirittura di colpa) provato da core. Entrata clandestina in Italia, a un certo punto ha dovu- loro che hanno fallito e sono stati costretti a rientrare.
to subire il rimpatrio in Albania e, con
Il programma iniziale prevedeva
esso, un senso di inadeguatezza e faldi formare duecento persone, di avlimento. Ora Ariana sta per aprire
viarne al lavoro cento e di creare venuno studio da parrucchiera, e ha riti piccole imprese. I primi risultati sotrovato la speranza.
no più che soddisfacenti: nella prima
La svolta di Ariana è stata resa
fase, 426 persone hanno partecipato
possibile dal programma Warm (Welalle attività di reclutamento e 146 socome again: reinsertion of migrants,
no state formate. Grazie all’erogazio“Benvenuti di nuovo: reinserimento
ne di borse lavoro, 53 beneficiari del
dei migranti”), che mira a reintegrare INVESTIRE SU SE STESSI
progetto sono stati avviati a un’occui cladestini di ritorno reinserendoli Migranti ritornati a un corso di Warm
pazione in patria. In seguito alla pubnel mercato del lavoro albanese. Capofila del progetto è il blicazione del primo bando pubblico per sostenere
comune di Roma, cui si affianca Caritas Italiana; partner l’avviamento di piccole imprese (sono previsti altri tre
locali sono Caritas Albania e Partnership for Development bandi entro la fine del 2008), Warm ha inoltre già finanzia(Pfd), organizzazione non governativa albanese.
to sei microimprese. I risultati raggiunti sono stati ratificaWarm centra la sua attenzione su emigrati di ritorno ti dalla Commissione europea, che ha espresso un giudi(espulsi o volontariamente ritornati) che mostrino la vo- zio lusinghiero sul lavoro sin qui condotto, e dal governo
lontà di prendere parte a un processo di formazione e in- albanese che, in sede di consiglio d’Europa, ha scelto il
vestimento nel proprio paese. Il programma ha sin qui or- progetto Warm come best practice (buona prassi) per afganizzato corsi in sei diverse sedi, distribuite in tutto il frontare la sfida posta al paese dagli emigranti e per svipaese. Il training si protrae per quattro fine settimana: luppare politiche in grado di gestire al meglio il fenomeno
prevede corsi generali (tecniche per la stesura di un curri- della diaspora degli albanesi, e del suo riflusso.
Il maggiore successo di Warm, tuttavia, è costituito da
culum vitae, analisi del mercato del lavoro, ecc.) e specifici (per costruire competenze). Alla fine, i partecipanti ot- storie come quelle di Ariana e di altre persone che hanno
tengono una certificazione ufficiale. Poi molti di loro ven- ricevuto strumenti per investire sul futuro. Senza più
Info www.aeneaswarm.org
gono inseriti in posti di lavoro, o fruiscono di borse lavoro. scappare dalla propria terra.
D
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IL TEMPO DEI MIGRANTI,
L’UNIONE DEVE FARE SQUADRA
di Gianni Borsa inviato agenzia Sir a Bruxelles
nitari rispetto a quelli dei cittadini provenienti da paesi terzi. Un portoghese
che si trasferisce a Londra per l’Ue non
è un migrante (siamo nel quadro della
libera circolazione delle persone, una
delle quattro libertà fondamentali dell’Ue), mentre lo è un senegalese che si
stabilisce a Berlino. Nel settore delle
migrazioni, non pienamente “comunitarizzato”, si avverte appunto la necessità di rafforzare le azioni comuni,
pur lasciando ampio spazio di manoIn realtà l’Unione già nel Trattato
vra ai singoli stati (a cominciare dalla
di Maastricht (1993) cominciava a
Di fronte ai fenomeni
definizione del numero di immigrati
considerare le politiche migratorie,
migratori, l’Ue ha
da accogliere). E proprio in questo cad’asilo e di sicurezza (frontiere) “macompreso la necessità
so normative e politiche Ue rientrano
terie di interesse comune”. Poi, con il
di una strategia comune.
(emblematicamente) nel settore “liConsiglio di Tampere (1999) e il sucMa prevarrà
bertà, sicurezza, giustizia”: confermancessivo Programma dell’Aja (2004) si
l’atteggiamento
do l’impressione che si pensi solo a un
sanciva il principio della “importanche legge nella mobilità
“problema da contrastare”, anziché a
za dell’immigrazione legale ai fini
umana un problema
un’opportunità da cogliere.
della crescita e della competitività
da contrastare, anziché
Si situa in questo contesto la sfida
Ue”, accanto al principio dell’integraun’opportunità
di
definire
una politica globale Ue in
zione degli immigrati legali “assicuda cogliere?
materia di migrazioni. La quale non
randone l’equo trattamento”. Nel
dovrebbe prescindere da alcuni punti
2005 la Commissione ha varato un
interessante Libro verde sulle migrazioni economiche. fermi. Servirebbe, ad esempio, una presa di coscienza culDall’esecutivo si attendono entro breve proposte per una turale e politica della ineluttabilità dei fenomeni di mobidirettiva per l’eguale trattamento dei lavoratori immigrati lità interna e internazionale. Occorrerebbe poi rafforzare la
regolari, mentre la terza Relazione annuale su migrazione collaborazione tra Ue e paesi d’origine (sviluppo economico, consolidamento democratico, controllo delle frontiere,
e integrazione nell’Ue è stata pubblicata a settembre.
lotta alla tratta di esseri umani e al terrorismo). Non dovrebbe mancare uno sforzo diffuso per sensibilizzare
Portoghesi e senegalesi
È un compito difficile definire un piano comune sulle mi- l’opinione pubblica, al fine di prevenire razzismo e xegrazioni, sullo sfondo di scenari complessi e dinamici: nofobia. E, prima di tutto, occorre (basta con i condizionaglobalizzazione economica, squilibri e riorientamenti de- li!) considerare l’immigrato e i suoi familiari come persone,
mografici (“invecchiamento” dell’occidente, surplus di cui richiedere il rispetto delle regole e dei valori fondabocche nel sud del mondo), crescenti fenomeni di mobi- mentali dei paesi ospitanti, assicurando loro al contempo
lità per ragioni economiche, socio-ambientali, politiche… piena dignità umana, diritti e opportunità di integrazione
Una cosa appare però chiara: l’Ue affronta in maniera nel paese d’arrivo, senza dover rinunciare alla propria “didifferente gli spostamenti di cittadini entro i confini comu- versità” (cultura, lingua, tradizione, credo religioso).
l termine è abusato. Ma i fenomeni migratori rappresentano
per l’Unione europea una sfida. Cui i 27 stanno cercando di far
fronte insieme, dopo essersi accorti di recente che un’azione
efficace in tale ambito (controllo dei flussi e dell’illegalità; integrazione e valorizzazione ei nuovi arrivati legali) può essere perseguita solo facendo squadra. È questo uno dei compiti principali assegnati al commissario italiano a Bruxelles, Franco Frattini, titolare
delle deleghe “libertà, giustizia e sicurezza”.
I
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agenda territori
ottoxmille
PALERMO
BOLZANO-BRESSANONE
Fotografare “Palermondo”
per raccontare la multiculturalità
Giorno da volontari:
impegno per adulti,
“prima volta” per 180
Un concorso internazionale di fotografia, mirato
a promuovere il territorio della provincia di
Palermo. Ma non in chiave imprenditoriale,
culturale o turistica. Piuttosto, come luogo
di pace e intercultura. L’idea si deve agli
operatori dell’area mondialità della Caritas
diocesana, che hanno trovato il sostegno dell’assessorato provinciale
ai diritti umani e civili. “Palermondo: racconto sulla multiculturalità”
intende documentare i processi di integrazione tra i diversi popoli presenti
nel territorio, e allo stesso tempo denunciare comportamenti discriminatori.
Il primo premio del concorso sarà costituito da un viaggio a Nyololo (diocesi
di Iringa, Tanzania, realtà sostenuta dalla diocesi siciliana) per realizzarvi un
reportage fotografico. Il concorso è aperto a fotografi noti ed emergenti,
italiani e stranieri, senza limiti di età; premiazione a gennaio, in occasione
della festa “Palermondo 2008”. Le immagini selezionate saranno raccolte
in un libro-catalogo che verrà inviato agli 81 comuni della provincia
nell’ambito dei percorsi di educazione alla mondialità e alla multiculturalità.
INFO www.caritaspalermo.it
MILANO
Città senza bussola,
contro la povertà
appello in 4 punti
Caritas Ambrosiana e il mensile
di strada Scarp de’ tenis (con altri
soggetti) hanno organizzato iniziative
di sensibilizzazione nella settimana
del 17 ottobre, Giornata mondiale Onu
di lotta alla povertà. Il tema-guida scelto
per l’edizione 2007 è stato “Milano
senza bussola”, titolo di un documento
sottoscritto da ventidue realtà,
che propone un’articolata riflessione
sul disorientamento culturale che coglie
opinione pubblica, media, politica
e lo stesso mondo della solidarietà
organizzata di fronte ai fenomeni
di povertà, esclusione sociale e grave
emarginazione. Il documento si chiude
con un “Appello a Milano” in quattro
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punti: essi chiedono di affrontare
la povertà come problema di cittadinanza
(“anche a Milano servono politiche
di garanzia di un reddito sufficiente…
e politiche di edilizia residenziale
pubblica ambientalmente sostenibili,
ma sviluppate e coraggiose”); di varare
politiche urbanistiche che “tengano
conto della presenza di tutti, diluendo
la presenza dei più poveri, anziché
concentrarli, secondo la logica dei
campi o degli insediamenti omogenei,
nelle zone periferiche o esterne”;
di ridefinire “principi ispiratori e modalità
organizzative dei servizi sociali”,
irrobustendoli finanziariamente
e dotandoli “di un numero maggiore
di operatori specializzati, oggi
insufficienti”; infine di coordinare
le politiche di sicurezza “con le politiche
socio-educative”, secondo il principio
“un educatore ogni poliziotto”.
È stato un successo. Il primo “Giorno
di volontariato” in Alto Adige ha visto
impegnati, in 41 progetti sociali sparsi
nel territorio provinciale, ben 180
volontari (uno di loro, nella foto). Obiettivo
del “Giorno di volontariato” (promosso
da soggetti istituzionali e di volontariato
del territorio, tra cui la Caritas diocesana
di Bolzano-Bressanone) era la
promozione dell’impegno sociale
in Alto Adige, per avvicinare persone
maggiorenni che finora non hanno potuto
impegnarsi in campo sociale, per motivi
familiari
o professionali.
La metà
dei partecipanti,
in effetti, ha
affrontato per la
prima volta un’esperienza di volontariato
sociale; l’età media dei volontari coinvolti
è stata di 39 anni, due terzi erano
donne. Dopo l’esperienza di prova alcuni
partecipanti hanno deciso di continuare
a impegnarsi nel volontariato sociale.
SENIGALLIA
“Lavoro in corso”,
studio sul disagio
legato alla precarietà
L’Osservatorio delle povertà
e delle risorse della Caritas diocesana
di Senigallia ha condotto, nel 2006,
una ricerca dal titolo “Lavoro in corso”,
divisa in due parti: la prima, di tipo
quantitativo, ha indagato il bisogno
di reddito e lavoro di 400 persone,
recatesi al Centro di solidarietà di
Senigallia dal 15 giugno al 15 dicembre
2006; la seconda, di tipo qualitativo,
comprende le storie di vita di nove
donne, italiane e straniere, residenti
nella diocesi marchigiana. La ricerca
evidenzia che il 51% di coloro che si
rivolgono al centro di ascolto diocesano
sono persone che accusano evidenti
difficoltà socio-economiche a causa
dell’instabilità del lavoro, ovvero di un
ciclo occupazione-inoccupazione troppo
serrato, che impedisce la costruzione
di un progetto di vita autonomo.
Le categorie più a rischio sono risultate
le donne, gli immigrati, i lavoratori sopra
i 45 anni che hanno perso il lavoro
e faticano a trovarne altri, i giovani.
I risultati della ricerca sono stati
discussi in un seminario che ha
coinvolto rappresentanti delle istituzioni
ecclesiali e civili del territorio, nonché
delle associazioni di categoria,
dei sindacati e del terzo settore.
ROMA
Ricordo di Di Liegro
e intesa per aiutare
gli ammalati di Sla
Caritas Roma ha celebrato nella decade
centrale di ottobre il decimo
anniversario della morte di don Luigi
Di Liegro, suo storico fondatore,
sacerdote che ha lasciato un segno
profondo nella storia recente della
capitale, tanto che a ricordarlo sono
stati non solo cerimonie ed esponenti
del mondo ecclesiale, ma anche
di istituzioni, società civile e cultura
capitoline. Nel frattempo i volontari
della Caritas diocesana hanno avviato
una nuova esperienza “di frontiera”.
È stata infatti ratificata
a metà ottobre
la collaborazione tra
la Caritas diocesana di
Roma e l’associazione
“Viva la vita”, creata
di Franco Mammola
Agape e la “Cittadella”: Mondovì
si apre ai bisogni locali e globali
Si concludono a novembre i lavori di
ristrutturazione dell’edificio (foto sopra) destinato
ad accogliere, nel centro storico di Mondovì
(Cuneo), il centro unico dei servizi della Caritas
diocesana, denominato “Cittadella della Carità” e
realizzato con il contributo del fondo Cei otto per
mille e grazie alle offerte dei fedeli della diocesi.
Da anni diversi soggetti ecclesiali del territorio
hanno organizzato iniziative di risposta ai bisogni
delle persone in situazione di povertà e disagio;
da queste esperienze si è sviluppato il centro
d’ascolto della Caritas diocesana e si sono
intensificati i rapporti con le istituzioni locali. Ora,
attraverso il progetto Agape, che avrà sede nella
Cittadella, verranno riorganizzati i servizi forniti, in particolare a livello cittadino,
da organismi diocesani e parrocchiali e da associazioni di volontariato vecchie
e nuove. Nella nuova realtà troveranno spazio il centro di ascolto, la mensa
dei poveri, il servizio di accoglienza notturna maschile, il centro di aiuto alla
vita, quattro minialloggi per l’accoglienza a tempo determinato di mamme in
difficoltà con figli. Inoltre è emersa la necessità di potenziare i contatti con le
agenzie di formazione e le cooperative di lavoro del territorio: in questo modo
il progetto Agape, attivo da circa un anno, intende delineare percorsi
individualizzati di reinserimento sociale e lavorativo; negli ultimi mesi sono già
state reinserite al lavoro numerose persone (soprattutto ultraquarantenni,
maschi e soli). Inoltre, in molti casi si è riusciti a dare una sistemazione
abitativa a persone prive di casa.
Laboratorio missionario
Queste iniziative vanno nella direzione della costruzione di una comunità
solidale. Attenta ai bisogni del territorio, ma anche alle disuguaglianze
presenti nel mondo. Per questo Agape affianca al centro unico dei servizi un
laboratorio missionario di pace e giustizia fra i popoli (foto sotto, un incontro),
situato a pochi passi dalla Cittadella. Gestito dall’associazione di volontariato
L’antenna Missiomondo (braccio operativo del centro missionario e della
Caritas diocesani), il laboratorio ha lo scopo di fare sensibilizzazione,
nel territorio, sui temi della giustizia, della pace, della solidarietà e della
salvaguardia del creato, lavorando soprattutto con ragazzi e giovani.
Tra novembre e giugno ha coinvolto nelle sue attività circa 400 ragazzi
di scuole e gruppi parrocchiali; nel 2008 attiverà un percorso di educazione
alla pace, rivolto a ragazzi della scuola primaria e della scuola media.
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NOVEMBRE 2007
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agenda territori
sto in campagna/1
di Daniele Bombardi
La salute, diritto che continua a essere violato:
ma ridurre mortalità e vincere malattie non è un sogno
PAUL JEFFREY / ACT-CARITAS
Lo scenario
La salute é uno dei parametri fondamentali dello sviluppo
umano. Senza salute non c’è ben-essere, lavoro, pienezza
di vita. Ed è ancora più difficile, per i poveri, accedere
a un’istruzione adeguata, a un tenore di vita dignitoso,
a una piena partecipazione alla vita sociale e politica, perché
la sofferenza fisica isola l’individuo. Molti documenti
internazionali riconoscono la salute come diritto umano
primario. Eppure la salute, e di conseguenza il diritto alla cura,
è uno dei diritti fondamentali più violati, uno dei settori che
hanno maggior bisogno di una presenza solidale.
Ridurre la mortalità infantile, ridurre la mortalità materna,
combattere la diffusione di Aids, malaria e altre malattie:
non sono sogni, ma tre (il 4, il 5 e il 6) degli otto Obiettivi
di sviluppo del millennio, che 189 paesi nel mondo si sono
impegnati (nel 2000) a raggiungere entro il 2015. A metà del percorso, la loro realizzazione è ancora lontana
(in particolare nell’Africa subsahariana): il tasso di mortalità infantile, che nei paesi in via di sviluppo era di 105 per mille
nati vivi nel 1990, si attesta ora a 83, con una riduzione pari al 16%, ancora ben lontana dalla riduzione del 75% fissata
per il 2015; ancora 530 mila donne muoiono ogni anno per gravidanza e parto e il 99% vive nei paesi in via di sviluppo
(nell’Africa subsahariana il rischio di morire per cause legate al parto è 1 a 16, nei paesi industrializzati 1 a 3.800);
la diffusione delle infezioni da Hiv è addirittura in aumento (le morti per cause legate all’Aids sono passate
da 2,2 milioni nel 2001 a 2,9 milioni nel 2006, mentre a fine 2006 circa 39,5 milioni di persone vivevano con l’Hiv,
contro i 32,9 milioni del 2001).
Le iniziative
Se la mancanza di cure essenziali per le malattie più comuni e diffuse (difterite, pertosse, morbillo, tubercolosi, tetano
e poliomielite) provoca ancora la morte di tante persone, si pone non un problema di solidarietà circostanziale, ma
di chiara giustizia sociale. Purtroppo molti interventi a favore della salute nei paesi poveri si prefiggono di creare
o sostenere strutture ospedaliere esclusivamente curative, che favoriscono pochi privilegiati, anziché rafforzare i piccoli
centri di salute diffusi nel territorio. Oppure si concretizzano nell’invio di farmaci non generici, che causano difficoltà
di distribuzione e contribuiscono all’arricchimento delle aziende farmaceutiche. O ancora nella donazione
di apparecchiature scadenti, o non utilizzabili perché troppo sofisticate.
Queste preoccupazioni guidano anche le iniziative della campagna “Prima che sia troppo tardi”, promossa in Italia
da Caritas e Focsiv, che a livello internazionale vigila sulla realizzazione degli Obiettivi di sviluppo del millennio. Occorre,
nel settore della salute, anche evitare il rischio del paternalismo, cioè della guarigione “dal di fuori”, superficiale.
Giovanni Paolo II, nel messaggio all’Assemblea generale dell’Onu del 22 agosto 1980, ricordava che “la sussidiarietà
serve a proteggere gruppi e popoli dalla volontà di cercare soluzioni globali, le quali siano contro le loro capacità
di provvedere da sé a loro stessi”.
In questo senso, gli Obiettivi di sviluppo del millennio dovrebbero rappresentare non solo un traguardo,
ma un punto di riferimento per rileggere il modo di fare sanità nel mondo. INFO www.primachesiatroppotardi.it
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NOVEMBRE 2007
da familiari di malati di sclerosi laterale
amiotrofica (Sla), per promuovere
il volontariato domiciliare. Un gruppo
di volontari appositamente formati si
recherà nelle case per assistere i malati
e dare vicinanza affettiva e sostegno
ai famigliari. A Roma i malati di sclerosi
laterale amiotrofica in stato avanzato
sono circa trecento; ogni anno sono
diagnosticati 150 nuovi casi di Sla.
La Caritas impegnerà nel progetto
i volontari del servizio domiciliare
“Aiuto alla persona”, che assistono
già anziani soli e famiglie in difficoltà.
RAGUSA
Nove personaggi
sgomberati
in cerca di alloggio
Nove nomadi “sfrattati” dalla casa
abbandonata che occupavano e accolti,
nella fase dell’emergenza, nella vecchia
sede del centro di ascolto. A Ragusa è
andato in scena il dramma di quelli che
la Caritas diocesana ha definito i “nove
personaggi in cerca di autore”. Niente
teatro, però: i personaggi hanno carne
e ossa e una storia vera. Quattro
donne, quattro uomini e un bambino,
tutti di nazionalità rumena, ospiti da
inizio ottobre in un alloggio approntato
in emergenza dalla Caritas in un ufficio
dismesso. L’autore di cui sono in cerca
deve saper scrivere una storia
di accoglienza: la Caritas ha lanciato
un appello “a chi pensa che sgomberare
persone da un immobile e lasciarle
per strada, senza curarsene, non sia
un atto di legalità”. Molti abitanti
del territorio della parrocchia San Paolo
di Ragusa durante l’estate hanno fornito
acqua e generi di prima necessità,
ma anche dialogo, ai nove “personaggi”.
L’appello è anche un invito ai servizi
sociali del comune, perché assicurino
ascolto e coinvolgimento.
sto in campagna/2
Stop alla circolazione delle armi,
i giovani in Burundi chiedono pace
Lo scenario
Disarmare il Burundi.
Per sottrarre il piccolo paese
centrafricano al rischio
di cadere nuovamente nella
spirale della guerra civile.
Quella protrattasi dal 1993
alla metà di questo decennio
ha fatto centinaia di migliaia
di morti: si è trattato di una guerra fratricida, a lungo considerata “a bassa
intensità” ma inscritta, in realtà, nel quadro dell’instabilità che ha percorso
per oltre un decennio la regione dei Grandi Laghi. La “favola etnica”
che viene fatta circolare per spiegare il conflitto nasconde il fatto
che il territorio congolese, ricchissimo di risorse, soprattutto minerarie,
ha fatto e fa gola a reti criminali e di riciclaggio, a circoli imprenditoriali
e finanziari leciti e illeciti, a riciclatori di denaro e a trafficanti d’armi, a crudeli
signori della guerra locali. L’accanimento per il controllo di Burundi e Ruanda,
paesi confinanti, senza ricchezze, se non la posizione favorita per l’accesso
all’oro, ai diamanti e ai minerali congolesi, si spiega in questa prospettiva.
L’iniziativa
Dopo gli accordi di pace firmati nel 2000 e le elezioni libere (le seconde
nel paese) dell’agosto 2005, oggi il Burundi sperimenta sulla carta
la democrazia. Ma la realtà quotidiana è ancora percorsa da tensioni
e violenze. Il centro giovanile “Kamenge” opera nei quartieri nord della
capitale Bujumbura dal 1992: fondato dal saveriano italiano padre Claudio
Marano, da sempre esercita una pedagogia della pace che gli ha meritato
a Stoccolma, nel 2002, il premio alternativo per la pace “Livelihood”.
Alcune sue attività sono sostenute da Caritas Italiana: oggi conta più
di 28 mila giovani iscritti
e propone, insieme all’associazione “Amici del Senatore Spagnolli”,
la campagna “Aiutiamoli, aiutiamoci a fare pace” per il disarmo del paese.
Recentemente Guillaume Bunyoni, comandante della polizia burundese,
ha affermato che centomila armi leggere si trovano nelle mani dei civili.
L’iniziativa si propone di raccogliere firme di cittadini di tutto il mondo,
in calce a una petizione scaricabile dai siti delle associazioni promotrici:
essa chiede che le operazioni di disarmo totale, iniziate con la supervisione
Onu nel 2005, vengano portate a termine e che si svolga un controllo
costante sulle azioni di compravendita di armi. La lettera sarà inviata entro
il 15 dicembre al presidente della repubblica e ai rappresentanti dei principali
partiti burundesi. INFO www.cejeka.org - www.assamicispagnolli.org
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NOVEMBRE 2007
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villaggio globale
sussidi
LIBRI
AGENZIE
Cooperanti,“Solidali con la valigia”
Focsiv riscrive 35 anni di sviluppo
“DiReS”, ogni giorno
duecento notizie
su welfare e dintorni
Come alzare la voce contro la povertà e le ingiustizie, senza
passare per sepolcri imbiancati? Volontari nel mondo - Focsiv
sostiene che impegno e coerenza personali sono le uniche
credenziali per orientare l’agire, anche nel campo
della cooperazione internazionale. Da sempre la Federazione
degli organismi di volontariato internazionale di ispirazione
cristiana lotta perché una visione meramente professionistica
della cooperazione non snaturi le motivazioni di fratellanza
e condivisione, che non possono non alimentare l’impegno per
la solidarietà tra i popoli. In occasione del suo trentacinquesimo
anniversario, la Focsiv (principale raggruppamento di ong in Italia) ha voluto
raccogliere in un libro le voci che hanno costruito la sua storia, riallacciando i fili
di vite e cammini lontani, ritrovando vecchi protagonisti e collocandoli accanto
a chi oggi lavora con gli ideali di ieri e con metodi per forza diversi, adatti a tempi
più complessi. Solidali con la valigia. Lo sviluppo è il nuovo nome della pace (PaolineFocisv, Milano 2007, pagine 192) è il frutto di questo tentativo: scritto a quattro
mani da Paolo Lambruschi, giornalista di Avvenire, e da Sergio Marelli, dal 1994
direttore generale di Focsiv e presidente dell’Associazione delle ong italiane,
il libro racconta le tappe di un lungo cammino e ricostruisce, anche attraverso
avvincenti testimonianze, una storia associativa che è anche un percorso
di consapevolezza politica. E che riconosce nella solidarietà e nella cooperazione
internazionale la strada maestra per l’integrazione culturale e per la pace nel mondo.
INTERNET
Carcere porte aperte,
la cittadella di Bollate
visitabile on line
Vsitare il carcere di Bollate, il più nuovo
tra quelli milanesi, a ogni ora del giorno
e della notte. Per farlo basta andare
sul sito www.carcerebollate.it, che
da metà ottobre spalanca virtualmente
le porte dell’istituto penitenziario.
Il carcere alla periferia di Milano ospita
702 detenuti (su una capienza
massima di 971 posti): una piccola
città, chiusa da alte mura, che internet
permette di scavalcare. Il sito, realizzato
dall’associazione Altrocinema con
il sostegno della Fondazione Cariplo,
propone un viaggio virtuale nelle sei
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NOVEMBRE 2007
sezioni. Si scopre così che non esistono
solo celle (comunque aperte dalle 8 alle
20) e cancelli, ma anche una ludoteca
e una stanza dell’affettività, progetti
e servizi per il recupero sociale dei
detenuti, una biblioteca con 16 mila
volumi e 2 mila film, aule e laboratori
per i corsi
di formazione
professionale,
quattro
cooperative
di lavoro. «Il sito internet – afferma
Lucia Castellano, direttrice dell’istituto –
è il nostro contributo al dibattito sulla
sicurezza. Siamo convinti che un certo
modo di far scontare la pena dia buoni
frutti e riduca i casi di recidiva fra
gli ex detenuti». [redattore sociale]
È stato presentato il 25 ottobre
a Roma, nella sede della Fnsi,
il sindacato nazionale dei giornalisti,
DiReS, il nuovo notiziario sociale nato
dall’iniziativa congiunta di due agenzie
di stampa. Dire (che mette a
disposizione la redazione “Dire welfare”,
che produce già l’omonimo notiziario
quotidiano) e Redattore sociale hanno
infatti deciso di unire le forze per dare
vita a un nuovo notiziario giornalistico,
dedicato ai temi del welfare e del
disagio, della salute e della medicina,
del terzo settore e del volontariato.
Ma anche ad altri settori delle politiche
sociali (scuola, lavoro, previdenza,
povertà, giovani, donne, anziani,
disabilità, immigrazione, cooperazione,
solidarietà, dialogo interreligioso),
di cui verranno esplorati sia il versante
nazionale che quello europeo. Il nuovo
notiziario sarà destinato alle testate
giornalistiche, alle istituzioni, alle
associazioni non profit, agli studiosi e
a tutti i cittadini interessati alle politiche
sociali: si tratterà di un contenitore
con duecento lanci al giorno,
che saranno leggibili in abbonamento
sui portali web delle due agenzie
e attraverso il sistema Telpress.
INFO www.dire.it www.redattoresociale.it
CINEMA
I “corti” di Pergola,
“Oltre le apparenze”
per affermare i diritti
Si è svolta a Pergola (Pesaro Urbino)
a fine settembre la quarta edizione
del Festival del cortometraggio “Città
di Pergola”. Organizzato da comune
e Pro Loco della cittadina marchigiana,
rivolto a giovani cineasti, sin dagli inizi
vede partecipare la delegazione regionale
Caritas Marche, che cura la sezione
“Pace e diritti umani”, dettandone
l’argomento e premiando i partecipanti.
Quest’anno il tema della sezione era “Il
diritto di vivere la propria umanità”. I
premiati, in questa sezione, sono stati i
cortometraggi Oltre le apparenze di
Giuseppe Tumino (miglior film, nella foto
un’inquadratura), Gli obiettivi del millennio
degli alunni del 3° Circolo di Fermo
(migliori riflessioni sul tema) e Last wish
di Alessandro
Maresca (miglior
tecnica
cinematografica).
Nelle altre sezioni hanno prevalso Tana
libera tutti di Vito Palmieri (miglior film
sezione principale, premio “Città di
Pergola”), Bosco infinito di Michele
Senesi (miglior film sezione amatoriale,
premio “Pro Loco”), Memento Mestre
di C. Ferruzzi e E. Rottigli (premio
“Pergola nostra”) e Peppino di Mauro
Petito (premio del pubblico).
INFO www.festivalcortopergola.it
“Tu che annunci liete notizie”,
Avvento e Natale pregati a colori
«L’Avvento e il Natale sono momenti
essenziali nella pedagogia della Chiesa, che
accompagna il credente nel cammino di
conformazione a Cristo. Lo fa mettendo tra le
sue mani la Parola viva, in cui profezia e
storia si intrecciano per dar spazio non a una
semplice filosofia di vita o a una tavola di
precetti, ma a una promessa che riempie il
cuore e illumina il presente, interpella la vita e
interpreta gli eventi. Non c’è dunque salvezza,
se mancano coloro che annunciano “liete
notizie”, ossia la persona di Gesù e il modo in
cui il suo mistero si innesta nella vita di ogni
uomo». Così monsignor Giuseppe Betori,
segretario generale della Cei, presenta i
materiali predisposti dagli uffici della
Conferenza episcopale, tra cui Caritas Italiana.
“Tu che annunci liete notizie” è dunque il
tema a cui anche Caritas Italiana ispira gli ormai tradizionali sussidi di Avvento e
Natale. Essi raccolgono l’esperienza di tanti collaboratori e volontari, che nel loro
servizio quotidiano vivono l’esperienza di annuncio della “lieta notizia” soprattutto ai
poveri. I racconti in prima persona sono affiancati da proposte di preghiera e
riflessione, rivolte alla famiglia. Il tutto, con una veste grafica sempre più colorata,
perché la gioia dell’Incarnazione sia evidente già a un primo sguardo.
Il racconto del piccolo Michele
CINEMA
Immagini d’ambiente,
a Torino il festival
compie dieci anni
Ha celebrato quest’anno il suo
decennale. E ha confermato il suo ruolo
di principale manifestazione italiana di
settore, perno della rete europea degli
eventi cinematografici dedicati al tema.
La decima edizione di CinemAmbiente si
è svolta a Torino dall’11 al 16 ottobre
con l’ambizione di sempre: far crescere,
attraverso il cinema, la cultura
dell’ambiente. Anche quest’anno, su
iniziativa del Museo nazionale
I materiali sono molteplici. Anzitutto l’opuscolo (foto sotto), che nelle testimonianze
di annuncio ai poveri e da parte dei poveri individua il messaggio di speranza
proposto dal Natale. Con una novità, rispetto al passato: grazie alla collaborazione
di una scuola media romana che ha partecipato all’iniziativa “La nave della
legalità”, si riflette sul fenomeno mafioso, confermando che è possibile annunciare
liete notizie anche in situazioni drammatiche. Nell’album per i bambini (foto sopra)
“Caro Gesù ti racconto…” (nella foto), il piccolo Michele attende il Natale invitando i
compagni di scuola a partecipare alla narrazione: un itinerario utile in famiglia o a
catechismo, per avvicinarsi alla festa (grazie ai testi di Cosetta Zanotti e ai disegni
di Cinzia Ratto) in modo consapevole e divertente. Gli altri strumenti sono il poster
(un bambino corre, saltellando, in un ambiente poverissimo; la sua voglia di vivere
si fa mezzo inconsapevole di un annuncio gioioso), il salvadanaio (strumento per
chi accompagna il cammino di Avvento con un gesto concreto di solidarietà) e
la scheda per l’animazione pastorale (scaricabile dal sito www.caritasitaliana.it).
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NOVEMBRE 2007
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ritratto d’autore
villaggio globale
pagine altre pagine
del cinema, spalleggiato da molti altri
soggetti (a cominciare dal ministero
dell’ambiente e dagli enti locali
piemontesi), la rassegna torinese
ha proposto i migliori film dell’anno a tema
ambientale, ma anche mostre, dibattiti,
momenti di riflessione. I film presentati
a Torino non sono solo documentari
in stile televisivo, ma appartengono
a vari generi: dai cartoni animati
sull’inquinamento alle inchieste
sulla deforestazione sulle ecomafie, dai
lungometraggi sulle guerre ai lavori poetici
di famosi registi (De Seta, Quilici, Flaherty,
Ivens). Storia e attualità del festival sono
documentate dal suo bel sito internet.
INFO www.cinemambiente.it
SEGNALAZIONI
Tutto Bauman,
i diversi aspetti
dello sviluppo
Zygmunt Bauman, Homo
consumens. Lo sciame inquieto
dei consumatori e la miseria
degli esclusi (Erickson, 2007,
pagine 101). Il volume ha il merito
non solo di riassumere in un centinaio
di pagine le tesi dell’autore (noto per
la sua caratterizzazione della modernità
come “vita liquida”), ma anche di offrire
al lettore una panoramica dei testi
sociologici contemporanei dedicati
alla società dei consumi.
Partha Dasgupta, Povertà,
ambiente e società (Il Mulino,
2007, pagine 336). Secondo
l’autore, docente di economia
all’università di Cambridge,
lo sviluppo economico è un
processo che va indagato tenendo conto
di diversi aspetti: dimensione economica
e sociale, cultura e istituzioni, dimensione
ambientale, diritti e partecipazione politica.
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NOVEMBRE 2007
di Francesco Dragonetti
Cosa sarà di noi dopo la morte?
La vita in un’altra dimensione,
riflessioni per non disperare
La morte? Non è un taglio netto alla nostra vita, ma è la porta che
attraversiamo per continuare a vivere in un’altra dimensione; che ci
conduce a una vita che sarà tanto più luminosa, quanto più
coscientemente l’uomo avrà portato a termine i compiti
della sua vita terrena. Se comprendiamo che cosa
è veramente la vita, non abbiamo più motivo di temere
la morte. Il volume di Gabriele di Wurzburg, Da dove vengo?
Dove vado? (Vita Universale, 2007, pagine 84) dà una risposta
alle 75 domande poste più frequentemente sulla vita dopo la morte:
il decesso, l’assistenza nel momento della morte, la vita dell’anima
nell’aldilà, il vero senso della vita su questa terra e molti altri aspetti.
Nella metamorfosi che segue la morte fisica, come una
farfalla che emerge dalla crisalide ci è possibile attraversare
“il ponte”, un arcobaleno che collega il mondo della materia
e il mondo dello spirito: è la tesi di Accompagnarli verso la
luce di Petia Prime (Amrita, 2007, pagine 104), che insegna
come si attraversa il “ponte” e come si possono aiutare gli altri a farlo.
Nde. Near-death Experience. Testimonianze di esperienze in punto
di morte, di Paola Giovetti (Edizioni Mediterranee, 2007 pagine 200),
rappresenta invece l’unica inchiesta italiana compiuta sull’argomento.
Il libro prende in considerazione il materiale disponibile, presentando
una vasta documentazione raccolta in Italia e all’estero,
facendo confronti con la casistica del passato e prendendo
in considerazione anche elementi totalmente nuovi:
le esperienze in punto di morte dei bambini, quelle dei nati
ciechi, quelle di persone appartenenti a religioni diverse
dalla cristiana, quelle di chi ha tentato il suicidio, le esperienze
oniriche dei morenti e altro ancora. Il libro rappresenta un’antologia
di quanto finora si conosce sulle esperienze in punto di morte e può
contribuire a dare una visione più serena sul nostro destino ultimo.
Infine il volume, sempre attuale, La questione della morte nella
teologia contemporanea. Teologia e teologi di Francesco Brancato
(Giunti, 2005, pagine 168), attraverso l’analisi dei principali
contributi dei più rappresentativi studiosi di lingua tedesca,
spagnola e italiana, presenta le linee fondamentali
dell’attuale riflessione teologica intorno alla questione
della morte, realizzando uno sguardo sistematico
e chiarificatore sul pensiero della chiesa a proposito di un passaggio
cruciale dell’esperienza umana.
di Rula Jebreal giornalista La7
LA FIERA DI MOHAMMED,
UN EURO È PER IL CAPORALE
S
e sei straniero in Italia nulla può renderti immune dal pregiudizio. Quanto sia vera
questa affermazione ho avuto modo purtroppo di sperimentarlo, prima sulla mia
pelle, poi nei volti e nelle storie dei tanti immigrati, famosi o anonimi, che ho
incontrato, ascoltato, intervistato. Ancora impressi nella mia mente sono i racconti
di vita attraverso i quali ho cercato di tracciare un affresco dell’Italia vista con gli occhi
degli immigrati, nel libro Divieto di soggiorno, appena pubblicato.
Tra tutte, forse le parole di Mohammed, 57 anni e quattro figli, sono le più nitide.
«Io sono musulmano e la mia fede dice: se tu vedi l’ingiustizia devi agire per combatterla,
con le parole e con il cuore, devi sentire dentro di te che quella cosa è sbagliata
e cambiarla». Nel 1994, quando lavorava nel cantiere del nuovo polo fieristico milanese,
Mohammed ha denunciato il caporale che lo sfruttava. Ne è nato un caso mediatico:
tanto scalpore, grande scandalo, ma poi, a luci spente, tutto è tornato come prima.
Salvo che Mohammed, per proteggersi da minacce e ritorsioni e tutelare la sua famiglia,
ha dovuto trovare un nuovo lavoro. Dopo qualche settimana il caporale era di nuovo
in libertà e ancora oggi, dopo tre anni, non si sa a che punto è il processo. E Mohammed
ha ancora paura. Quando lo incontro mi colpisce subito la sua concretezza, la sua
semplicità, ma anche, nonostante tutto, la forza di non rassegnarsi all’ingiustizia.
Dal Marocco è arrivato in Italia nel 1988. Per qualche anno ha lavorato la ceramica
nel Varesotto, poi ha iniziato a lavorare nell’edilizia, fino a essere ingaggiato
per la costruzione dell’avveniristica Fiera di Milano. «Degli otto euro che
Faceva il muratore.
guadagnavo all’ora – mi dice chiaramente – uno lo dovevo dare al caporale.
Nell’avveniristico
Ho provato a protestare, a parlare con gli altri, ma tutti mi facevano capire che
cantiere alle porte
così andavano le cose, non c’era da stupirsi, bisognava adeguarsi. Tutti
di Milano. Ma versava
sapevano e tutti tacevano».
parte dello stipendio
Finché Mohammed racconta la sua storia ad alcuni sindacalisti e,
al suo sfruttatore.
con il loro aiuto, si mette in contatto con la polizia. Lo sfruttatore viene colto
Ha trovato il coraggio
in flagrante e mentre viene arrestato lancia alla sua vittima sguardi
di ribellarsi. E ha dovuto
minacciosi, carichi di odio. È l’epilogo, o meglio solo una tappa della storia
cambiare lavoro.
di Mohammed. Che oggi ha cambiato impresa, ma continua
«L’Occidente
ad appassionarsi al suo duro lavoro di muratore, che gli dà la soddisfazione
ha ancora angoli bui»
di «veder venir su le case, giorno dopo giorno». Invece i caporali continuano
a far soldi sulla pelle della povera gente.
Mentre beviamo un té alla menta nella sua casa nella periferia di Milano, sul tavolo
c’è un quotidiano aperto su un articolo che denuncia l’ennesimo caso di sfruttamento
del lavoro, di capolarato. Mohammed sospira, alza gli occhi, mi guarda e dice: «Certo,
l’Occidente è la patria dei diritti civili, ma con degli angoli ancora molto bui».
Il té in quel momento mi sembra proprio amaro, ma continuo a sorseggiarlo, mentre
davanti ai miei occhi rivedo Olga, Jean Leonard Touadi, Zeudi Araya, Tarek Ben Ammar
e altri ancora. Percorsi diversi, corsa a ostacoli per alcuni, vite segnate da luci e ombre,
che parlano alle nostre coscienze e richiamano ognuno di noi alla grande responsabilità
di creare insieme un futuro, in cui ci siano convivenza civile, diritti e doveri.
I TA L I A C A R I TA S
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NOVEMBRE 2007
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Numero 9 - Caritas Italiana