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Luigi Cattanei
già Preside del
Liceo Classico Colombo
Un fiero avversario
di Cavour
“Noi non vogliamo appartenere a una Camera che,
a detta dei giornali, deve compiere la spoliazione
del Santo Padre e deve operare a levargli la sua Roma.
Noi non consigliamo nessuno, restringendoci a dire
ciò che vogliamo fare noi.
E noi non volgiamo essere né eletti, né elettori”.
Margotti
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Il Tempietto
Un fiero
avversario di
Cavour
Luigi Cattanei
Biografia di un oppositore
trascurato
Pur se il lungo governo democristiano
ha infittito gli studi sulle posizioni
cattoliche nel Risorgimento,
rifacendosi ai cattolici-liberali, al non
expedit, al Murri, al Giolitti a don
Sturzo, ha trascurato (forse per le
vicende dei suoi scritti) il più famoso
oppositore della politica e stampa
cavouriana. Giacomo Margotti (18321887), sanremese, doveva ai prelati
della sua famiglia la disponibilità del
padre Francesco, presidente del
Tribunale di Commercio, ad una
carriera ecclesiastica del figlio. Invero
gli studi, affidati “per comodità” a tale
Carboni (detto “Ribussa”) non
l’avrebbero portato lontano, se lo zio
canonico Giovanni non l’avesse voluto
al collegio civico, ove divideva
l’insegnamento con altri sacerdoti.
Giacomo (che spesso vestiva già l’abito
talare) nel vecchio convento agostiniano
fuori città maturò una vocazione
religiosa e passò naturaliter al
Seminario di Ventimiglia. Durante il
cursus studiorum, in un ambiente
circoscritto e pettegolo, dove
l’insegnamento era improntato a un
cattolicesimo severo ma un po’ freddo,
si segnalò per studi costanti pur con
risvolti critici che mettevano allo
scoperto una personalità polemica: la
facoltà espressiva si prestava agli scatti,
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alle punture risentite e frequenti. Colto
quanto bastava, non brillò per
frequenza, ma nel 1824 era diacono.
Accademia di Superga
L’anno dopo il vescovo Biale ne intuì
doti, carattere e dottrina per indirizzare
ulteriori studi a Torino, dove
l’Accademia di Superga raccoglieva in
congregazione dodici sacerdoti,
impegnati appunto in studi superiori di
teologia e diritto. Ne erano usciti
teologi e prelati di buona fama.
Reggeva in quell’anno la congregazione
il teologo Guglielmo Audisio; Margotti
ebbe dal padre il placet per il
trasferimento,ma incontrò il no
dell’arcivescovo torinese Luigi Franzoni,
il quale esigeva che solo sacerdoti
laureati accedessero all’Accademia.
Il rifiuto non demoralizzò Margotti; dai
gesuiti ventimigliesi trovò l’appoggio
necessario per trasferirsi a Genova, in
S. Ambrogio presso i loro confratelli
che tenevano allora l’Università
cittadina. Don Margotti vi bruciò le
tappe e toccò la laurea in teologia
anche con esami pubblici che
esaltavano la preparazione
ventimigliese e misero a frutto la
permanenza a Genova, determinando
sia l’ingresso a pieno titolo nella
Congregazione di Superga, sia una
maggior autostima, che lo volgeva
anche più alla polemica.
L’ambiente ne porgeva limitate
occasioni, se si tien presente quanto
poterono offrire i due soli giornali che
vi si leggevano.(1) Alla Torino piuttosto
bigotta venivano tardi echi d’oltralpe
sui casi dei gesuiti e sulle questioni
del potere temporale papale.
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Il Tempietto
Fortunatamente l’ordinazione
sacerdotale di don Margotti (1846)
trovò caldi riconoscimenti, feste,
congratulazioni e contatti con
l’arcivescovo. Era una svolta.
Notizie della amnistia concessa da Pio
IX e del nuovo corso politico
Carloalbertino (dopo il licenziamento
del Solaro della Margherita) lo
raggiunsero in vacanze a Sanremo;
tornò a Superga, ove visse il ’48 e le
diverse scelte e opinioni che
circolavano sul Gioberti, autore
preferito dal Margotti, osservatore
assido di uomini ed eventi, fino a
vergare un’ode al re proprio mentre
emanava la legge sulla stampa… Essa
moltiplicò i giornali letti a Superga,
stimolo sufficiente a don Margotti, che
inviò quattro pezzi polemici al
"Giornale degli Operai” e allo
"Smascheratore", incorrendo in
rimproveri, perfino in minacce: per
stampare ancora dovette farlo in
Liguria. A Torino aveva a disposizione
giornali codini che fece oggetto di
critica, tirandosi addosso avversari e
censure. C’era quanto bastava per fare
ritorno a Sanremo ove il vescovo gli
avrebbe affidato la parrocchia di S.
Siro; ma Margotti rifiutò, obbedendo
alla spinta polemico - giornalistica che
aveva conosciuto a Superga.
Da giornalista a Direttore
della Rivista "l’Armonia"
Una nuova occasione venne ben
presto, giacché un gruppo di
personalità subalpine diede ascolto e
sostegno alle insistenze del Can.
Audisio, incline a fondare un nuovo
giornale cattolico. Il marchese Carlo
Emanuele Birago di Vische, Mons.
Moreno vescovo d’Ivrea caldeggiavano
il gruppo fondatore. Da loro, che lo
reputavano vocato al giornalismo, fu
chiamato in gioco il Margotti, affinché
desse un nome alla testata. Allorché il
sacerdote propose La provvidenza non
se ne fece nulla, assumendo invece
quello di un giornaletto ligure fuso col
nuovo foglio: L’Armonia della
religione con la Libertà, cui il
Margotti fece seguire il motto Fortiter
et Suaviter… L’organigramma
redazionale, posta la proprietà del
Birago, vedeva direttore l’Audisio,
primo collaboratore il teologo genovese
Fabio Invrea, mentre prestigiosi nel
gruppo erano il fratello di Cavour,
Gustavo, e il Rosmini,
L’esordio si ebbe con la dichiarata
ispirazione cattolica e il conformarsi al
verbo del papa.(2) Un programma più
conservatore di quanto risultò poi
“L’Armonia” (che la critica odierna
annovera nella costellazione dei
giornali pugnaci o cattolico moderati!!)(3) V’è però da tener conto
che di così frequenti e combattivi
articoli ne fecero una
pubblicazione di punta
nell’intransigenza. Forse l’aver preso le
distanze dai gesuiti (col Rosmini)
favorì per qualche tempo l’equivoco in
cui incorse “La gazzetta del popolo”.
La guerra fu seguita con attenzione
“ricordatevi che è in vostra mano
la salute della patria, che siete
cittadini, che dovete consacrarvi
interamente al bene della
medesima…Viva Carlo Alberto!
Viva Vittorio Emanuele!”
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Il Tempietto
Se c’era riprovazione per la legge che
sopprimeva le congregazioni religiose,
in redazione più ci si dolse per la
sconfitta di Custoza, sostenendo un
governo Gioberti. La posizione assunta
comportava attacchi a Brofferio, a
Depretis, Sioto Pintor, Valerio e a
quanti si agitavano fra costituzione e
repubblica. Margotti continuava a
scrivere, di preferenza sullo
"Smascheratore” e non tornavano
graditi al Gioberti i suoi articoli né
taluni opuscoli che sostenevano altra
linea dalla stampa cattolica, arrivando
a stilare il sacerdote sanremese una
ventina di ritratti (dai deputati Balbo,
Brofferio, De Castro, Mauro, Sito
Pintor, fino a Camillo Cavour…).
Profili abbastanza pesanti, se si
esclude l’ultimo, certo per un riguardo
al fratello Gustavo…
Era un confronto secco con la vita
pubblica, tanto che l’opuscolo ora
firmato Giovanni Mongibello
(pseudonimo non privo d’arguzia): era
presto per inimicarsi l’ambiente di
Superga in così breve tempo. Ma
Margotti non si sottrasse al pubblico
giudizio. Gli studi, la permanenza fra i
gesuiti genovesi, la preparazione
politica a Torino dovettero contribuire
all’autostima, volgendolo più sicuro a
interessi cittadini e politici, visto che
gli spiriti polemico - politici trovavano
esca nella concorde Accademia
dell’Audisio: se non ci si vuole
limitare ai fogli citati, c’erano “La
Gazzetta piemontese” e “L’Universo”, i
soli fogli che giungevano a Superga.
Dalla Torino bigotta e nell’Accademia
appartata appena echi d’oltralpe circa
i casi gesuitici e l’eterno problema del
131
potere temporale…Ordinato sacerdote
nel 1846, Margotti frequentò
l’Arcivescovo col quale potè parlare da competente - dei "Prolegomeni”
giobertiani, perché Mons. Moreno
l’aveva voluto all’“Armonia”: ne aveva
notato l’efficacia giornalistica, dandone
notizia al vescovo Biale di Ventimiglia
in questi termini: “Riesce ottimamente
nella polemica giornalistica: poiché le
cose della religione cattolica volgono
di male in peggio…”
La lettera passò dal Biale… al
Margotti, poiché il vescovo vedeva la
vena pubblicistica “graffiare” più delle
omelie… Con la spinta vescovile
venne da Sanremo quella paterna,
anche se l’ambito redazionale di don
Giacomo si restringeva a qualche
articolo di circostanza sulle notizie e a
tener d’occhio la coerenza della linea
del giornale. A ventisei anni egli si
vedeva aprire carriera e agio di studi
con una retribuzione di 1.500 franchi
annui. Avrebbe poi scritto di sé:
“giornalista per obbedienza da 32
anni anni - scriveva nel 64 - non
sono mai stato amico del
giornalismo. Dall’anno 1856 aveva
in mente uno scritto sui danni che
porta il giornalismo alla
letteratura, alla politica, alla
morale… Col passare del tempo
restai sempre più persuaso di questa
verità. Il giornalista è un poeta
improvvisato, costretto a
improvvisare non sonetti o
madrigali ma economia politica,
gius pubblico, apologia cattolica.
Non si può dire a sua scusa
“s’improvvisa, signori, non si
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stampa”. Dovendo l’improvvisazione
essere più presto stampata che
finita”.(4)
I tempi e l’ambiente giornalistico
torinese non erano facili; l’Audisio
nutriva qualche riserva sul giovane
collaboratore per certi riconoscimenti
che gli venivano fin dalla "Gazzetta",
foglio che “pur ribocca di gesuitismo
fra i ritenuti massoni”(5), i quali si
accanivano contro “L’Armonia” e
l’Audisio, volgarmente insultati: “fate
ribrezzo” per aver celebrato la morte
di Carlo Alberto il 19.XI.1849. Ci fu
un’interpellanza parlamentare che
sollecitò la destituzione del canonico.
Toccò a Margotti ribattere allo
schieramento avversario, assumendo
la direzione dell’“Armonia”. I toni si
fecero ancor più vibranti e accesi, fino
a denunziare pericoli repubblicani,
intesi a mettere
"a nudo le origini, la missione e la
competenza di talune false dottrine
con le quali taluno vorrebbe
inaugurare il risorgimento
italiano… Un fantasma armato di
pugnale, detto repubblica, in
gennaio compare a Roma, in
febbraio a Firenze, in marzo a
Genova. Nel Piemonte una banda
democratica, sinonimo di
repubblicana, mandava a rompersi
contro l’Austria un Re degno di
miglior e destino… Il fantasma
repubblicano sparì dall’Italia ma
si rifugiava nella Camera
subalpina, inetta, imprudente,
subdola, ostile al principe e alla
nazione".
Pesavano sulla pagina le
preoccupazioni dettate dalla cura di
difendere i cattolici, pur nel rispetto
dello Statuto, dalle Leggi Siccardi
(1850), che profilavano spiriti
anticattolici ed anticlericali. Il
concorde giudizio dei prelati sulla vis
polemica non era tale da soddisfare il
Margotti, perché al giornale si voleva
una linea più cauta. Il nuovo direttore
ne era non poco infastidito, ma gettava
il suo animo nelle pagine, pur vedendo
il rischio che Pio IX prendesse
posizioni diverse da quelle che
parevano averlo indotto all’amnistia
del ’46, alla mosse per una lega
doganale italiana, alla tutela del
confine coi reparti col Durando. La
presenza di questi venne
sopravvalutata e creduta alleanza del
governo col Pontefice, talchè si ritenne
poi "sua debolezza” e obbedienza a
convinzioni tutte personali il passaggio
a una nuova politica…(6) Le lagnanze
laiche sul malgoverno del Pontefice
avevano qualche fondamento, ma il
papa s’era pur speso in interventi di
curia, aveva tolto dall’Indice gli scritti
di Galileo ed elevato alla porpora
uomini valenti, quando ancora erano
poco noti (Angelo Mai), favorendo il
decollo della monumentale opera del
Migne.(7)
Le battaglie ideologiche e le
polemiche tra anticattolici e cattolici
nell’avvio del Risorgimento possono
dettare un interrogativo: esso era
divenuto anticlericale per l’avversione
del clero e cattolici o questi gli furono
ostili perché il comportamento del
governo s’era fatto ostile al mondo
cattolico e al clero con misure
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Il Tempietto
legislative? Così è arduo spiegare tanto
la presenza di sacerdoti-martiri nelle
cospirazioni del tempo, in cui Mazzini
un poco spento mentre Pio IX
legittimava la presenza austriaca in
Italia, quale garante dell’ordine. Su
tale equilibrio instabile Pio IX parve(8)
alla politica cavouriana “perplesso”
sulle classi dirigenti e insistente
sull’autorevolezza del clero (che per
tutto il secolo fu biasimato dai liberali,
molto sommari nel passar sopra figure
di spicco (come il Cottolengo, Don
Bosco, Rosmini, Gioberti, Camboni,
Massara, Sapeto).
Fatto si è che l’“Armonia” e il suo
direttore si scatenarono all’arresto di
Mons. Fransoni, posto in atto dai
governativi, pronti a inserirsi in
elettorato indeciso e influenzabile.
L’immancabile sequestro del giornale
e la multa al gerente ebbero a pretesto
un aspro articolo ironizzante (“L’era
nuova del Piemonte”)(9) cui seguì una
discesa in campo dell’arcivescovo di
Torino, coll’invito a non far conto delle
leggi sopprimenti il foro ecclesiastico.
La contesa era al color bianco; il
ministro De Rossi di Santarosa tenne
duro sulle leggi anticlericali; ma, in
punto di morte, gli si negarono i
sacramenti! Nel clima creatosi il
Margotti ricorse ad un espediente
giornalistico vistoso: diede alla stampa
solo mezzo foglio del giornale gremito
di notizie a denunziare
“L’anno della violenza (1850),
della menzogna, dei soprusi e delle
vessazioni, che vide predicati
incatenati e vescovi alla berlina,
Siccardi che trionfa, la Chiesa che
133
patisce, i fiscali sul Campidoglio, i
vescovi sulla Rupe Tarpea, i
cattolici in lacrime, i rivoluzionari
in festa”.(10)
Conoscitore del pubblico e della sua
psicologia, Margotti non si limitò a
questo, ricorrendo alle consuete
colonne dello "Smascheratore", offerto
in strenna con la difesa dei vescovi di
Torino e di Asti:
“Ho fatto un frontespizio lungo per
molte ragioni: perché restasse
qualcosa nella testa di coloro che
si sono impegnati a non voler
leggere in questo tempo se non il
frontespizio”.
Era l’ora della sua massima vis
polemica, dell’ironia feroce, delle
parole forti, che scontentavano tanto
Gustavo Cavour per gli attacchi (che
non condivideva) mossi al fratello
Camillo: ne assunse le difese sul
giornale rivale (Il Risorgimento) e pure
lui passò il segno, pur contestando i
notabili delle due parti in contesa.
Pochi tenero un comportamento
guardingo, e all’inizio del ’51 Gustavo
lasciava l’“Armonia” sulla quale le
parole più roventi non erano comparse,
giacchè i contendenti si esprimevano
su altri fogli, quasi a garantire dal
sequestro il loro giornale…
La polemica si volse alle persone e ne
fece le spese il Margotti, deriso per
una poesiola corsa per la città:
“Precedeva il convoglio don
Margotto
col naso sporco, adunco e
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rubicondo,
portando sulla groppa un gran
fagotto
di velenosi articoli di fondo"
Il sacerdote fu pronto a ribattere colpo
su colpo (“ho il naso non adunco, non
sporco… il mio nome comparisce per
la prima volta sul giornale
rivoluzionario”), anche se gli restò
appioppato l’epiteto di Furibondo
margotto. Non cedette di un passo,
volgendo tutta la polemica scaturita
dall’articolo “Carabinieri d’Italia e la
Rivista dello Statuto” contro il giornale
rivale, “Il Risorgimento” che Cavour
abbandonò offeso, (altre armi gli
restavano…). Margotti non fu pago, la
difesa di un vescovo incorso nella
disapprovazione liberale si tradusse
nell’ennesima denuncia politica,
giacché
“giornali e deputati possono
insultare i preti, frati e vescovi, il
Papa, la Chiesa tutta, un vescovo
non può indicare ai fedeli perché
vanno a pregare”.(11)
La prosa e la sincerità indicano la
temperatura del contrasto, allargatosi
per l’esilio del Franzoni, minacciato
d’arresto coi presuli di mezzo
Piemonte opposti alle leggi
antiecclesiastiche. Ma il giornale passa
la misura e al suo interno lascia
percepire crepe: Rosmini e Alimonda
abbandonano l’“Armonia”, retta ancora
dal Birago coi redattori rimasti dell’ala
destra che fa capo a Mons. Moreno.
Ora certe posizioni s’accostano ai
gesuiti e alla loro rivista, si punta sulla
miglior tiratura, s’arriva a un quarto
numero autunnale recante
documentazioni storiche che
richiamano lettori fino ad un traguardo
impensato(12) di sei numeri la
settimana(1855). Ma va detto che
Margotti prova la sua penna polemica
su altre testate, sfodera documenti
inediti relativi a miracoli; attacca
Aurelio Bianchi Giovini diffondendosi
sulla condanna del Direttore
dell’“Opinione” per aver diffamato e
derubato(!) la Chiesa.
Ora siamo alla rissa giornalistica, la
minaccia di sequestro si concreta dopo
l’ennesimo attacco a Cavour per un
anticlericalismo che si dice risalire al
D’Azeglio, per la legge sopprimente
ben 35 congregazioni religiose fra
quelle non rivolte a istruzione o
beneficenza, talchè si trovarono fuori
di convento ben 8563 religiosi!
“Pensateci, speriamo nella
misericordia di Dio e ricordiamo
anche che in Piemonte alle
usurpazioni francesi seguiva il
1814!”
“Né eletti, né elettori”
Roma aveva rotto le relazioni con quel
governo che correva il rischio di
scomunica;(13) esso usò la maniera forte:
vennero sequestrate ben 3000 copie
dell’"Armonia"(il doppio d’ogni altro
foglio), ritenendo di interpretare una
diffusa opinione filogovernativa; il
1855 scatenò il governo contro il
direttore; lettere minatorie d’un certo
Botto “sottotenente a Roma e a Venezia
nel ’49 giunsero a Margotti, con una
quantità d’insulti e la chiusa “Et du
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boyan au dernier pretre entranlons le
dernier des papes”. Don Margotti
conobbe l’aggressione fisica allo svolto
di via della Zecca in via Vanchiglia,
presso il caffè “Progresso” (quasi un
simbolo!). Ne uscì tramortito per un
colpo al capo. Non fece conto del nome
dell’aggressore e dei mandanti che gli
si volevano fornire notizie (“per meglio
perdonarli”) anche se l’episodio gli
costò qualche giorno di assenza dal
giornale ove il fido don Emanuelli
aveva stampato pacatamente notizia e
condanna di violenza e calunnia;
Margotti si limitò a compianger
l’aggressore ed a perdonare i violenti:
“Lode a Dio io posso portare alta
la fronte contro certe insinuazioni,
invocare di preferenza l’attestato
medesimo dei miei avversari. Essi
hanno sottomesso la mia vita a
una polizia di cui non trovasi
esempio nel resto d’Italia: e non mi
permisero nemmeno di muovermi
da Torino senza pubblicarlo.
Seppero perfino e dissero che una
volta viaggiando presi il nome di
mia madre e lo scrissi sul baule.
Povero me se avessi fatto qualcosa
di male!…”
È guerra aperta, pure i fatti privati
portano il segno d’un assedio polemico
che scade fin nell’episodio personale e
in accuse fuori di misura. E
all’“Opinione” Margotti rispose:
“Il Bianchi Giovini accusa senza
reticenze che senza SARÀ o non
SARÀ contro di me, lo dichiaro
calunniatore, vigliacco.”(14)
135
In termini inconsueti 15 anni dopo,
riparlandone su “L’unità cattolica” per
il venticinquesimo del di giornalismo
(1873) concludeva: “Ma non
occupiamoci del mio periodicino
(“L’Armonia”).
Ancora due strenne polemico politiche aveva offerto Margotti con la
Ciaria, almanacco 1875, rivolto a
Cavour: “figlio e padre della Ciarla,
che ciarlando divenne ministro e
ministro si conserva ciarlando…”
Seguì l’almanacco per l’anno dopo, La
logomachia politica, in cui era
satireggiato il Parlamento ove il
sacerdote scrisse: “d’aver voluto
mettere in ridicolo l’Abuso del
parlamentarismo”. Un’altra satira
(firmata Mongibello) raccoglieva un
florilegio di citazioni di scritti contro
Mazzini, Gioberti; Cavour era attaccato
specialmente per la partecipazione al
Congresso di Parigi "ove si prese una
lezione dall’Austria(!) Furono inflitti al
gerente in quell’anno, per u articolo
sulla Festa dello Statuto ben 18 mesi
di carcere: i processi intentagli furono
un banco di prova per le elezioni del
1857 (Margotti aveva biasimato il
Piemonte, non taceva…). La
consultazione elettorale mostrò che gli
intransigenti erano avversi… alla stato
in quanto alla politica governativa:
infatti i casi di Pisacane potevano
tradire occulti legami con Torino;
Genova pareva sull’orlo di una rivolta,
la spedizione in Crimea dava la
sensazione d’un inevitabile conflitto
con l’Austria, accendendo gli animi.
Gli elettori del 1949 erano soltanto
30.000; ma ora Cavour e i liberali
pretendevano più forti maggioranze per
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la loro lotta politica, mentre un’altra
corrente puntava a bloccare Cavour su
quel progetto. Margotti aveva scritto il
30 novembre “I regicidi di Carlo
Alberto” e si ebbe un processo voluto
da Amedeo Melegari, ove fu difeso
dall’avv. Vittorio Cancino. Ciò
malgrado capeggiò i preparativi
elettorali conservatori e controllò le
operazioni di voto, presentandosi
candidato ad…Oristano (ove non era
mai andato). Per le elezioni l’Armonia”
pubblicò l’elenco dei deputati con la
posizione presa da ciascuno circa le
leggi antiecclesiastiche passate: le tre
leggi sul matrimonio erano state
respinte dal Senato come quella di
rettifica del Codice Penale, ma si erano
colpiti diversi parroci, cui per la
soppressione d’altre Congregazioni si
sarebbe aggiunta la “legge - impostura”
del servizio militare per tutti i giovani
sotto i 24 ani (Il Margotti la definirà
"imposta sul sangue"). Tuttavia seppe
dimostrare che il dettato dell’articolo
98 si riferiva a parroci e vescovi, non
ai canonici “che non curavano anime”
e non avevano giurisdizione. Insinuò
che la Camera non avrebbe avuto
difficoltà a convalidare la di lui
elezione se si fosse trattato di
candidato governativo. Invano.
Irregolarità elettorali si denunciarono
per i casi di Margotti e Birago, ma il
sacerdote inaspettatamente eletto, si
presentò egualmente alla Camera per
il giuramento (“di buona voglia in
quanto giuravo come deputato avevo
giurato molto prima come cattolico”).
Intendeva così la materia cui avrebbe
tenuto fede: fedeltà al re, ottemperanza
allo Statuto e alla legge. Alla prima
seduta, mentre il deputato Mari con
Natayana e Garin contestò l’elezione
del Crutti e del Sotgiu, a una proposta
d’inchiesta non aderì
perché…risultava assente dalla seduta
(sebbene fosse in aula, col giornale
spiegato che gli altri si contendevano);
quando la Camera gli sconsigliava di
prendere di petto l’argomento, si
limitava a scrivere sul giornale il suo
discorso, introdotto dalla formula: “Se
fossi stato presente avrei detto…” Ma
l’inchiesta parlamentare cancellò i
risultati elettoral; malgrado qualche
opposizione, vide sparire dalla Camera
la più energica voce dei cattolici che
dovettero ritirarsi nella formula che
avrebbe retto per decenni la loro
astensione: il motto era: “Né eletti, né
elettori”.
“Noi non vogliamo appartenere a
una Camera che, a detta dei
giornali, deve compiere la
spoliazione del Santo Padre e deve
operare a levargli la sua Roma.
Noi non consigliamo nessuno,
restringendoci a dire ciò che
volgiamo fare noi. E noi non
volgiamo essere né eletti, né
elettori”.
L’affluenza dei deputati (erano 397)
alla seduta della Camera si ridusse. fu
breve sull’“Armonia” il necrologio per
la morte di Cavour, cui si
riconoscevano finalmente doti di
statista, suggerite anche dal suo
trapasso d’osservanza cattolica. Ma le
posizioni non mutavano, tanto più che
il Margotti non scriveva soltanto sul
suo giornale “Alcune osservazioni
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Il Tempietto
intorno alla separazione della Chiesa”,
rispondendo con “l’indispensabilità
della Chiesa al benessere statale” ad
una pagina del Boggio che lodava i
primi anni di vita politica. Ai primi
d’agosto del 1963 “l’Armonia” riportò
ancora un breve elogio papale: ma fu
l’ultimo grido de giornale.
Lascia l’Armonia
La sua crisi era logica, in quanto non
tutti i collaboratori (col Moreno in
testa) avevano il medesimo sentire; né
mancavano dissidi tra la direzione e
proprietà del foglio, della tipografia, a
causa dei frequenti sequestri. Si
aggiunse ai problemi la scomparsa del
Birago, che scatenò control il giornale
i tribunali penale e di commercio,
fattisi sempre più invasivi. Margotti
credette opportuno lasciare
“L’Armonia” che senza la sua figura
avrebbe conosciuto più rari interventi
oppressivi.
L’11/X/1863, col fratello Stefano,
corrispondente da Parigi e unitamente
all’inseparabile Davide Emanuelli
informò il Moreno e gli eredi - Birago
della sua intenzione di ritirarsi (entro
novembre) dal giornale, anche per
ovviare alla carenza di fondi.
Il nuovo giornale: “L’unità cattolica”
V’era peraltro una ragione non
espressa: il cardinal Fippo De Angeli
(a Torino, in domicilio coatto) garantì
al Margotti un sussidio della Santa
Sede di Lire 100.000 (in parte poi
rimborsato), onde facilitare l’uscita di
un nuovo foglio, “L’unità cattolica.
Giornale degli antichi scrittori
dell’“Armonia”. “La caccia agli
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abbandoni nel breve giro di tempo che
precedette l’uscita parve
"provocatoria” Ai proprietari
dell’“Armonia”, che licenziarono
rapidamente i collaboratori passati alla
nuova testata dandone notizia ai
lettori, mentre si spargeva la voce
della prossima “linea” dell’“Unità
cattolica”, che avrebbe offerto in dono,
concorrenzialmente i primi tre numeri.
Il divorzio di don Margotti dal giornale
di tante battaglie e di tante polemiche
alimentò sospetti sul nuovo foglio
(fondato forse su promesse papali
(“sotto il sublime magistero del
Romano Pontefice”), stante anche il
trasferimento de "L’unità” a
Firenze.Voluto dai direttori della nuova
testata il cenno all’“Armonia”, dava
pur sempre una implicita valutazione
positiva della figura e del passato di
Margotti, che allineò il nuovo foglio
alla figura e al dettato di PIO IX.
(“L’unità” ebbe vita sino al 1909),
mentre “L’Armonia puntò sulla firma
direttiva di Celestino Musso, ma vide
diminuire i lettori (e finì anch’essa
Firenze capitale, in cerca di
finanziamenti freschi; invano (chè il
’70 ne vide la fine in un momento
cruciale dei rapporti tra Papato e il
Regno d’Italia).
La morte si prese il Margotti il 6/V/1887
a Torino, in via Gioberti) dopo una
brevissima malattia: aveva appena
siglato "La concezione di S. Agostino e
la conciliazione”. Il sacerdote aveva
guardato lontano, se l’ultimo articolo de
"L’unità” del 1929 coincise
coll’esaltazione della processione in S.
Pietro che aveva suggellato proprio la
conciliazione. Fu salutata come
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Il Tempietto
una vittoria; certo chiuse positivamente
un conflitto durato dal Margotti
(largamente compianto rimpianto in un
clima aspro e sfavorevole, in difesa dei
diritti cattolici).
Alla morte gli fu da tutti riconosciuta e
lodata la sempre schietta e rettilinea
difesa della Chiesa, senza negarsi
all’Italia negli anni del suo costituirsi a
Regno, che furono a lungo
dell’intransigenza, destinata a lungo
seguito nel segno del suo motto, né
eletti, nè elettori, divenuto formula
civile e politica dei cattolici per
decenni.
Note
(1) "La gazzetta piemontese” e, con scarsa
diffusione,"L’Universo",organo degli
ultramontanisti seguaci di Louis Veuillot.
(2) Dichiarazione che il nostro giornale
ispirandosi alla religione e al suo supremo
Pastore, il pontefice di Roma, si
indirizzerà al clericato non meno che al
laicato. Al grande Pio saranno rivolti e
fissi il nostro guardo e aperto il nostro
animo alla sua parola per diffonderla nel
clero, nel popolo e i ogni famiglia".
(3) Cfr.B. Montale, Lineamenti generali per la
storia dell’Armonia, in Atti del xxxiii
Congresso di Storia del isaorgimento,
Roma, 1958.Per i tipi di Alessandro
Fontana “L’Armonia usciva
bisettimnamente ; col tempo aggiunse un
folgio, divenendo trisettimanale.
(4) Cfr.Il giornale dei giornali, Milano, 24/2/
1880, pag. 311
(5) La “Gazzetta” poggiava sul Bottero e sul
Gvean, ritenuti massoni. (5) Cfr. Esposito,
La massoneria in Italia, Roma 1952
(6) Il Perini Bembo le attribuì ad una
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oscillazione temperamentale fra la cura
dell’opinione pubblica e le convinzioni
personali maturate.
Del resto un viaggio del Margotti a Londra
nel ’58confermò l’alto concetto ch’egli
aveva della città papale:il parallelo
vergato la favorì ulteriormente.
G. Spadolini, L’Oposizone cattolica,
Firenze, Le Monnier, 1954
Così titolava l’Armonia; ma l’arcivescovo
conobbe la convocazione in tribunale e,
fattavi mancare la sua presenza finì per
un mese agli arresti con una multa di 500
lire
Può bastare l’enfasi di queste righe per
evidenziare i toni della polemica
margottiana.
Su “Lo smascheramento” appariva il
Panergrioc del Conte Giuseppe Siccardik,
firmato Giuseppe, Mongibello, in Torino
nel1851.
Pure le copi stampate e diffuse offrono al
temperatura della polemica in atto.
L’arresto di Moms. Franzoni, allontanato
poi dallo Stato, mentre le sue rendite
venivano poste sotto sequestro furono un
duro colpo per i cattolici; il matrimonio
civile parve a Margotti un’impostura che
trovava consenso solo fra “un’accozzaglia
di gente” (i liberali). I fatti deprecati
accrescevano gli spunti politici;
“L’Armonia” diveniva quotidiano, in
polemica per le spese di rafforzamento di
Alessandria e di Spezia, per la vicenda d
Crimea, per i necrologi governativi
("fagiolate") dei soldati caduti provocata
dai “buffi di vento” dei memoriali
cavoriani!…
La polemica, violenta e senza più
riguardi, finì per suscitare “code”
giuridiche contro il gerente, che uscì
condannato a 18 mesi di carcere…
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Un fiero avversario di Cavour