U RIB E ON ZI T DIS ww a orn lgi w.i GR is led U AT a ocr ITA Numero settantanove – Settembre 2012 t te.i Mensile di cultura e conversazione civile diretto da Salvatore Veca Direttore responsabile Sisto Capra PAVIA E I SUOI ASSEDI - PRIMA LE GUERRE D’ITALIA DAL 1521 AL 1529 L’ASSEDIO DEL 1655 L’ASSEDIO DEL 1706 BONAPARTE A PAVIA PARTE: DAL 1521 AL 1796 FONDAZIONE SARTIRANA ARTE DA PAGINA 2 A PAGINA 13 FONDART Immagini a cura di Pinca-Manidi Pavia Fotografia Aspettando EXPO di Luigi Casali GIORGIO FORNI PAGINA 15 SPAZIO PUBBLICO IN CONCORSO LA BISACCIA DI PROTAGORA A PAGINA 14 Il testo l’ho fatto leggere quest’estate al vecchio Socrate alle prese con Caronte e Nerone. Il mio nuovo libro si chiama L’immaginazione filosofica. Sono almeno tre i temi ricorrenti in queste pagine. Il primo ha a che vedere con gli sviluppi delle meditazioni filosofiche sull’incertezza che mi hanno guidato, in questi anni, nella ricerca sull’idea di incompletezza. Il secondo tema chiama in causa le mie ricerche, nell’ambito della filosofia politica, sulla questione difficile e ineludibile di un’idea di giustizia globale. Il terzo tema, infine, riguarda i mutevoli rapporti tra filosofia e politica. Se il primo tema ha, almeno in parte, carattere metateorico e il secondo esemplifica un impegno normativo, il terzo tema ha una natura anfibia perché prende le mosse da una riflessione nel tempo sui mutevoli nessi fra l’esercizio della funzione intellettuale e le scelte dei soggetti della politica. Considerati assieme, i tre temi in realtà si intersecano fra loro, sullo sfondo dei frammenti di una sorta di autobiografia intellettuale, civile e politica. Non amo i toni solenni e, quando è possibile, preferisco un tocco di ironia. Sono molto affezionato alla battuta di Nietzsche, secondo cui la saggezza che si ascrive al filosofo in avanti negli anni, che si dedica a riflettere sulla natura della propria ricerca, in realtà è solo stanchezza. O, forse, si potrebbe dire che saggezza e stanchezza vanno in tandem. L’ultimo capitolo, dedicato specificamente all’idea di immaginazione filosofica, L’immaginazione filosofica di SALVATORE VECA prende le mosse da alcune tesi formulate nella ricerca sull’idea di incompletezza. Perché un invito all’immaginazione filosofica? Perché, anche nella ricerca filosofica, noi siamo spesso vittime della falsa necessità. E spesso la falsa necessità dipende semplicemente dalla mancanza di fantasia. Ne sono convinto: noi abbiamo un grande bisogno di immaginazione. La filosofia è una disciplina umanistica, come ci ha insegnato Bernard Williams. È una disciplina nel senso letterale del la Feltrinelli a Pavia, in via XX Settembre 21. Orari: Lunedì - sabato 9:00-19:30 Domenica 10:00-13:00 / 15:30-19:30 termine. Essa richiede appunto disciplina, metodo, rigore nell’argomentazione e chiarezza nell’esposizione. Ma non richiede allo stesso modo il feticismo del metodo. Essa nasce dalla percezione di ciò che fa problema e ha essenzialmente bisogno di immaginazione. Non possiamo rinunciare al compito mai finito di esplorare lo spazio delle possibilità e delle alternative. Questo spazio ha confini, anche se mutevoli. E i confini funzionano come vincoli per gli esercizi di immaginazione. E non vi sarà esercizio di immaginazione, in cui non si tratteggerà una mappa o una cartografia dai confini porosi tra fatti e interpretazioni, con buona pace di nuovi realisti e postmoderni, di recente impegnati in una querelle rumorosa e prevalentemente mediatica. Tutto ciò è vero per l’indagine filosofica. Ma non è forse vero anche per l’immaginazione sociale e la fantasia politica, ai tempi della sua crisi e del suo desolante discredito? Per uno come me, che alla fin fine si riconosce da lungo tempo come un socialdemocratico tenace e oggi “arrabbiato”, nel cuore di una crisi sistemica e persistente, che distorce i fondamentali dei regimi democratici sotto la pressione del capitalismo finanziario senza regole né frontiere, l’esortazione agli esercizi di immaginazione politica, economica e sociale, è un must. Per lo più, sotto il dominio della falsa necessità, grandi risorse intellettuali sono impiegate nella ricerca di mezzi per uscire dal tunnel. Ma scarsi sono gli investimenti intellettuali che mettano a fuoco lo spazio dei fini. Per questo, ha ragione Tony Judt nel suo appassionato testamento, affidato a Guasto è il mondo: “Per convincere gli altri che qualcosa è giusto o sbagliato ci serve un linguaggio dei fini, non un linguaggio dei mezzi”. E a questo - inter alia - mirano gli esercizi di immaginazione filosofica, nei loro limiti e nella loro portata. Il vecchio Socrate ha letto con attenzione e mi ha detto che mi farà sapere. Aspetto con ansia il suo giudizio. Come il vostro, care amiche e amici di Socrate al Numero settantanove - Settembre 2012 Pagina 2 di LUIGI CASALI PAVIA E I SUOI ASSEDI Breve storia dei 20 assalti e saccheggi subiti dalla città nel corso dei secoli. Un triste primato. La prima puntata va dal 1521 al 1796. Sul prossimo numero le vicende dei “secoli bui” e del Medioevo. Inizia con il presente numero di Socrate al Caffè una breve storia dei numerosi assedi che Pavia ha subito nel corso dei secoli. Da quello di Odoacre del 476 alla presa e al sacco napoleonico del 1796 se ne possono contare almeno venti, quasi un primato, peraltro non invidiabile, di cui i nostri antenati avrebbero sicuramente fatto volentieri a meno. Pavia è stata sovente coinvolta nelle numerose guerre che si sono succedute nell’Italia settentrionale fino al XIX secolo. Collocata sul Ticino, a poca distanza dalla confluenza con il Po, Pavia, o Ticinum, occupa fin dall’epoca romana una importante posizione geografica che le consente di controllare le vie di comunicazione a sud-ovest verso il mare, a occidente verso i passi alpini, a oriente verso il Veneto e a sud verso l’Italia centrosettentrionale. Durante il periodo imperiale romano Ticinum diventa centro di un importante mercato sorto lungo la grande arteria stradale che la collega a Placentia e soprattutto luogo dove soggiornano truppe e si concentrano rifornimenti. Gli avvenimenti che si svolgono nel corso del V secolo ne confermano la crescente importanza sia militare che civile. Infatti è in Ticinum che nel 476 si rinchiude Oreste nella guerra contro Odoacre ed è ancora in Ticinum dove Teodorico si difende dallo stesso Odoacre prima di (Continua a pagina 3) 476 - Odoacre assedia e saccheggia Pavia 489-490 - Odoacre assedia senza successo Pavia dove si è rinchiuso Teodorico, capo degli Ostrogoti. 569-572 - Alboino assedia e conquista Pavia che si arrende. 754 e 756 - Pipino, re dei Franchi, assedia due volte Pavia dove si è rinchiuso Astolfo, re dei Longobardi. 773-774 - Carlo Magno assedia Pavia dove si è rinchiuso Desiderio, l’ultimo re dei Longobardi. I Franchi conquistano la città. 924 - Gli Ungari assediano e incendiano Pavia. 1315 - Matteo Visconti conquista per tradimento Pavia. Morte di Ricciardino Langosco. 1356 - Galeazzo Visconti assedia Pavia ma viene respinto. 1359 - Secondo assedio di Galeazzo Visconti. Pavia si arrende. 1410 - Facino Cane prende e saccheggia Pavia. 1522 - Odet de Foix visconte di Lautrec assedia senza successo Pavia. 1524-1525 - Francesco I assedia Pavia. L’assedio termina con la battaglia del 24 febbraio 1525. 1527 - Odet di Foix visconte di Lautrec assedia, conquista e saccheggia Pavia. 1528, maggio - Gli Spagnoli guidati da Barbiano di Belgioioso, Duca d’Urbino, conquistano e saccheggiano Pavia. 1528, settembre - I Francesi di Francesco di Borbone-Vendôme duca di Saint-Pol e i Veneziani di Francesco Maria della Rovere assediano, conquistano e saccheggiano Pavia. 1529 - Antonio de Leyva assedia Pavia che si arrende. 1655 - I Collegati francesi, piemontesi e modenesi guidati da Tommaso di Savoia Carignano e da Francesco I d’Este duca di Modena assediano senza successo Pavia. 1706 - Gli Austriaci assediano e si impadroniscono di Pavia. 1796 - I Francesi di Napoleone Bonaparte conquistano Pavia in rivolta e la saccheggiano. Il giornale di Socrate al caffè Direttore Salvatore Veca Direttore responsabile Sisto Capra Editore: Associazione “Il giornale di Socrate al caffè” (iscritta nel Registro Provinciale di Pavia delle Associazioni senza scopo di lucro, sezione culturale) Direzione e redazione via Dossi 10 - 27100 Pavia 0382 571229 - 339 8672071 - 339 8009549 [email protected] Redazione: Mirella Caponi (editing e videoimpaginazione), Pinca-Manidi Pavia Fotografia Stampa: Tipografia Pime Editrice srl via Vigentina 136a, Pavia Comitato editoriale: Paolo Ammassari, Silvio Beretta, Franz Brunetti, Davide Bisi, Giorgio Boatti, Angelo Bugatti, Claudio Bonvecchio, Roberto Borri, Roberto Calisti, Gian Michele Calvi, Mario Canevari, Mario Cera, Franco Corona, Marco Galandra, Anna Giacalone, Massimo Giuliani, Massimiliano Koch, Isa Maggi, Arturo Mapelli, Anna Modena, Alberto Moro, Federico Oliva, Davide Pasotti, Fausto Pellegrini, Aldo Poli, Vittorio Poma, Paolo Ramat, Carlo Alberto Redi, Antonio Maria Ricci, Giovanna Ruberto, Antonio Sacchi, Dario Scotti. Autorizzazione Tribunale di Pavia n. 576B del Registro delle Stampe Periodiche in data 12 dicembre 2002 Ecco dove viene distribuito gratuitamente “Il giornale di Socrate al caffè” Numero settantanove - Settembre 2012 Pagina 3 di LUIGI CASALI PAVIA E I SUOI ASSEDI LUIGI CASALI (nella foto), nato a Pavia nel 1946, laureato in Scienze Politiche con una tesi sulla Stampa pavese nei moti del pane del 1898, è studioso, esperto e consulente di storia militare, uniformologia e oplologia soprattutto per il periodo compreso tra il Rinascimento e il Risorgimento. Autore di libri quali Federico II di Prussia, La Battaglia di Pavia (coautore), Gli Arazzi della Battaglia di Pavia nel Museo di Capodimonte, Dal Quaderno del Cauto Osservatore della Battaglia di Pavia. Nell’opera “Storia di Pavia” è coautore del saggio Pavia nelle vicende militari del XVI secolo e la battaglia del 24 febbraio 1525 . VEDUTA DI PAVIA NELLA PRIMA METÀ DEL XVI SECOLO (PAVIA, CHIESA DI SAN SALVATORE). A DESTRA, NELL’IMMAGINE CHE VIENE RIPROPOSTA IN TUTTE LE PAGINE DEL SERVIZIO: VEDUTA DI PAVIA NEL 1522, AFFRESCO ATTRIBUITO A BERNARDINO LANZANI (PAVIA, BASILICA DI SAN TEODORO). (Continua da pagina 2) passare al contrattacco e prevalere sul rivale. Il re dei Goti fa di Pavia un centro politico molto importante del suo regno, alla pari con Verona e secondo solo a Ravenna. Caduta quest’ultima durante la guerra contro i Bizantini, Ticinum diventa l’ultima sede del governo e del comando militare dei Goti. La città, ben fortificata, è l’unica che resiste, e per un lungo periodo, ad manente della corte e del comando militare è dovuta ancora una volta alla sua posizione. Militarmente già forte per natura e resa ancora più forte per mano dell’uomo, Pavia è infatti più sicura di Verona, minacciata da vicino, da est e da sud, da città e fortezze bizantine. Pavia, in quanto capitale e centro strategico di vitale importanza per chiunque miri a impadronirsi dell’Italia settentrio- NELLE IMMAGINI DELLA PAGINA ACCANTO, DALL’ALTO: - LE CINTE MURARIE DI PAVIA NELLE VARIE EPOCHE. PIANTA ESEGUITA NEL 1585 DA G. B. CLARICIO. IMMAGINE TRATTA DAL VOLUME DI C. SINISTRI E C. BELLONI “PAVIA NELLE SUE ANTICHE STAMPE”, PAVIA, LA GOLIARDICA PAVESE, 1992. - IL CASTELLO VISCONTEO DI PAVIA. - LA BATTAGLIA DI PAVIA. ANONIMO DEL XVI SECOLO (OXFORD, ASHMOLEAN MUSEUM). IMMAGINE TRATTA DALL’OPERA “STORIA DI PAVIA, VOL. II, TOMO 2”, PAVIA, BANCA DEL MONTE DI LOMBARDIA, 1990. - L’ASSEDIO DI PAVIA DEL 1655. STAMPA DI RANUTIO PRATTA DEL 1656. IMMAGINE TRATTA DAL VOLUME “VEDUTE DI PAVIA DAL ‘500 AL ‘700”, PAVIA, VIGIEFFE, 1992. - COMBATTIMENTO TRA FANTERIA SPAGNOLA E CAVALLERIA FRANCESE, METÀ DEL XVII SECOLO. IMMAGINE TRATTA DALL’OPERA DI J. C. ALLMAYER-BECK , E. LESSING, “ DIE KAISERLICHEN KRIEGSVÖLKER, 1479-1718”, MONACO, BERTELSMANN VERLAG, 1978. Alboino. Ed è proprio con i Longobardi, dopo la morte dello stesso Alboino, avvenuta per una congiura di palazzo cui non sono estranei i Bizantini, che Ticinum assume un’assoluta preminenza su tutte le altre città sedi di ducati. L’elezione di Pavia a capitale del regno longobardo e come sede per- nale, riceve vantaggi e svantaggi da questa condizione. Se i vantaggi di essere capitale sono evidenti, questo status e la sua posizione geografica sono anche causa di particolari e drammatici avvenimenti che sconvolgono di volta in volta la vita dei suoi abitanti. Ha inoltre pubblicato guide, opuscoli, saggi e articoli sulla battaglia di Pavia e su argomenti vari di storia militare su giornali e riviste di settore. Ha curato la pubblicazione di due volumi di memorie, documenti e relazioni sulla battaglia di Marengo e sulla seconda campagna d’Italia di Napoleone. Ha vinto il primo premio giornalistico 2007 “Cronache della Storia” per la stampa periodica nazionale indetto dalla Federazione Italiana Giochi Storici. Ricerca iconografica e immagini dell’intero servizio Pavia e i suoi assedi a cura di Pinca-Manidi/ Pavia Fotografia Capitale del Regno Itali- Nella metà del XVI seco e poi fiera rivale di Milano nel corso del periodo comunale, Pavia sviluppa una tradizionale e naturale predisposizione militare che le torna utile per difendersi dai nemici che si presentano sotto le sue mura. Il dominio visconteo, dopo la conquista del 1359, se relega Pavia in secondo ordine rispetto a Milano, pure ne riconferma l’importanza militare edificando l’imponente Castello Visconteo. La vicinanza di Pavia con Milano, il suo Ponte Coperto in mattoni e pietra sul Ticino, la posizione geografica che le consente di controllare le comunicazioni della capitale del Ducato con Genova, le buone possibilità di difesa che essa offre continuano a farne un punto strategico molto importante durante le guerre d’Italia del XVI secolo. Tra il 1521 e il 1529 Pavia viene assediata sei volte e tre volte duramente saccheggiata. Il suo nome compare nella storia universale per la battaglia del 24 febbraio 1525 che termina con la sconfitta e la cattura del Re di Francia. PAOLA CASATI MIGLIORINI Perito della Camera di Commercio di Pavia dal 1988 C.T.U. del Tribunale di Pavia Perizie in arte e antiquariato Valutazioni e stime per assicurazioni Inventari con stima per eredità Consulenza per acquisti e collezioni Perizie a partire da 100 Euro TRAVACÒ SICCOMARIO (PAVIA), VIA ROTTA 24 TEL. 0382 559992 CELL. 337 353881 / 347 9797907 www.agenziadarte.it - email: [email protected] colo gli Spagnoli, riconosciuta l’importanza militare di Pavia, ne fanno una fortezza di prima grandezza dotandola di una poderosa cerchia bastionata. Ancora nel 1655 la città è considerata un obiettivo strategico fondamentale per le operazioni militari in Lombardia tanto che è la prima, e anche l’unica, città che viene investita dalle forze franco- sabaudo-modenesi. francese impegnata verso est contro l’esercito austriaco. L’insurrezione, o l’insorgenza che dir si voglia, preoccupa a tal punto Napoleone Bonaparte che questi rientra immediatamente a Milano e si porta a Pavia per reprimere personalmente la rivolta pavese nel timore che essa possa dilagare in tutta la Lombardia. Nel XIX secolo Pavia, e del 1859 vi passano truppe austriache, piemontesi e francesi ma Pavia ha ormai esaurito il suo tradizionale e consolidato ruolo militare. Con il tempo le sue mura, ormai in rovina, vengono smantellate per fare posto a viali, piazze e abitazioni private e quello che ne rimane al giorno d’oggi a testimonianza della storia passata si trova in uno stato di triste abbandono nella Cinquant’anni dopo, nel 1706, la città subisce un breve assedio da parte di un corpo di truppe austriache inviate dal principe Eugenio di Savoia dopo la battaglia di Torino. In seguito, nel corso del XVIII secolo, la decadenza di Pavia sembra quasi accompagnare quella progressiva della sua posizione di fortezza. Durante la guerra di Successione Polacca e Austriaca vi sono passaggi di truppe di vari eserciti ma senza che Pavia e i suoi abitanti subiscano danni o tribolazioni particolari. L’ultimo drammatico sussulto si ha nel 1796, con l’arrivo dei Francesi e la rivolta “sanfedista” contro i soldati della Rivoluzione. Pavia si trova nelle retrovie dell’armata RUEPRECHT HELLER, LA BATTAGLIA DI PAVIA DEL 24 FEBBRAIO 1525, (STOCCOLMA, MUSEO NAZIONALE). IMMAGINE TRATTA DAL VOLUME DI T. ARNOLD “THE RENAISSANCE AT WAR”, LONDRA, CASSELL, 2001. diventata città di frontiera, continua fino al 1859 ad essere sede di guarnigione per l’esercito austriaco ma è anche e soprattutto un centro molto importante e attivo per il Risorgimento nazionale cui i patrioti pavesi danno un notevole contributo di uomini, sangue e risorse. Durante le guerre del 1848-49 colpevole indifferenza dei suoi abitanti. La nostra narrazione inizia con gli assedi rinascimentali compresi tra il 1521 e il 1529 per proseguire poi con quelli del 1655 e del 1706 e concludere con la presa e il saccheggio napoleonico del 1796. Nel SPORTELLO DONNA – BUSINESS INNOVATION CENTER PAVIA-VIA MENTANA 51 ORGANIZZA OTTOMARZOTUTTOL’ANNO2011FESTIVAL 2011"Anno Europeo delle Attivitá Volontarie che promuovono la Cittadinanza Attiva" Per Info : Tel. 0382 1752269 Cel.: 348 9010240 Fax: 0382 1751273 SIAMO SU FACEBOOK Pagina 4 Numero settantanove - Settembre 2012 di LUIGI CASALI PAVIA E I SUOI ASSEDI DA SINISTRA: FRANCESCO I, RE DI FRANCIA (ATELIER DI JEAN CLOUET. PAVIA, PINACOTECA MALASPINA). IMMAGINE TRATTA DALL’OPERA “STORIA DI PAVIA” VOL. 3 T. II, PAVIA, BANCA DEL MONTE DI LOMBARDIA, 1990; GUILLAUME GOUFFIER, SIGNORE DI BONNIVET, AMMIRAGLIO DI FRANCIA E CONSIGLIERE PREFERITO DI FRANCESCO I. IMMAGINE TRATTA DALL’OPERA “STORIA DI PAVIA” VOL. 3 T. II, PAVIA, BANCA DEL MONTE DI LOMBARDIA, 1990; DON ANTONIO DE LEYVA. IMMAGINE TRATTA DALL’OPERA DI PAOLO GIOVIO “ELOGIA VIRORUM BELLICA VIRTUTE ILLUSTRIUM”, BASILEA 1575. Gli Le anni compresi tra il 1521 e il 1529 sono tra i più drammatici e cupi della storia di Pavia che, coinvolta nella guerra tra Carlo V, re di Spagna e Imperatore, e Francesco I, re di Francia, subisce in questo periodo ben sei assedi e tre feroci saccheggi. avanguardie francoveneziane arrivano sotto le mura di Pavia l’8 aprile seguite poco dopo dal resto dell’esercito. I Veneziani si accampano a oriente, da Santa Maria in Pertica a Porta Santa Giustina, i Francesi con i contingenti svizzeri a settentrione, nel Parco Visconteo, gli Italiani di Giovanni de’Medici e di Federico da Bozzolo da Borgoratto a Porta Calcinara. Molti abitanti nel frattempo hanno abbandonato la città via fiume. I Pavesi rimasti, ben decisi a combattere, hanno costituito una milizia di circa 3.000 uomini, tutti ben forniti di armi. Questi sfilano davanti al marchese di Mantova, che assiste da una finestra del Castello, guidati da nobili della città e innalzando gli antichi stendardi ducali con tre aquile nere in campo oro. Gonzaga chiede immediati aiuti a Prospero Colonna che gli invierà circa 1.500 uomini in due riprese. La guerra tra Francia e Spagna inizia nel 1521 e il campo di battaglia principale è costituito ancora una volta dall’Italia dove la Francia possiede il ducato di Milano e la Spagna è padrona del regno di Napoli. Con Carlo V si schiera anche il Papa Leone X mentre a fianco di Francesco I scende in campo Venezia. Nel mese di novembre un esercito ispano-pontificio comandato dal vecchio e abile Prospero Colonna occupa Milano e Pavia. Gli fa fronte Odet de Foix, visconte di Lautrec, comandante delle forze francesi in Italia. Il 16 marzo 1522 Francesco II Maria Sforza, erede al ducato di Milano, entra in Pavia con 6.000 lanzichenecchi guidati da Georg von Frundsberg e un contingente pontificio guidato da Federico Gonzaga, marchese di Mantova. In conseguenza di ciò Lautrec leva il blocco che ha posto a Milano. Di ciò approfitta lo Sforza che il 3 aprile con un’abile manovra riesce a riunirsi al Colonna. Pavia resta presidiata da Federico Gonzaga con circa 2.000 fanti e 300 cavalieri. Lautrec si unisce allora all’esercito veneziano che si trova a Binasco e muove contro Pavia per impadronirsi di questo importante punto strategico. PAVIA NEL Già CINQUECENTO capitale del Regno Longobardo e del Regno Italico Pavia è la seconda città del Ducato di Milano. Questa città NELL’IMMAGINE: SCENA DI ASSEDIO AL PRINCIPIO DEL XVI SECOLO. IN PRIMO PIANO UNA BATTERIA DI MORTAI E DI CANNONI IN AZIONE. PARTICOLARE DE “L’ASSEDIO DI ALESIA” DI MELCHIOR FELSEN (1495-1538). IMMAGINE TRATTA DALL’OPERA “ARMI ED ESERCITI NELLA STORIA UNIVERSALE”, VOL. II, TORINO, SALANI 1966. “è situata in tal maniera - scrive lo storico pavese Breventano - che rende di sé un dilettevole et meraviglioso spettacolo, et ha una bella prospettiva più che altra città che sia posta in piano, et ha d’intorno uno eguale orizzonte che facilmente si vede il Levante e il Ponente, il Mezzogiorno e il Settentrione… Questo sito adunque della città per esser in parte declino porge un gran diletto a riguardanti (e) rende di sé una bellissima prospettiva, si per la molta copia delle torri, tanto delle case private, quanto delle Chiese, le quali…. erano in numero di più di cento sessanta, come per la bella mostra, che fanno le chiese grandi et i palagi”. Sulla riva destra del fiume, su un’isola formata dal Ticino e da un suo ramo, il Gravellone, si trova il borgo di S. Antonio, oggi Borgo Ticino, collegato alla città per mezzo del trecentesco Ponte Coperto. Se la città è molto bella è per contro mal protetta da una cerchia di mura merlate, alte e sottili, risalenti alla fine del XII secolo, e come tali non in grado di resistere a lungo al tiro delle moderne artiglierie francesi e veneziane. Le mura, il cui percorso racchiude l’attuale centro storico di Pavia, sono intercalate da torri e circondate da un fossato largo e profondo. In esse si aprono dieci porte, che partendo in senso orario dal Ponte Coperto sono: la porta dello stesso Ponte Coperto e Porta Calcinara, dalla parte del Ticino; Porta Borgoratto, corrispondente all’incirca a Piazza della Minerva, e Porta Nuova di Milano, nei pressi del baluardo di Santo Stefano, l’odierna Rotonda, a occidente; Porta S. Vito, poi Porta Milano, che immette nel Parco Visconteo, e Porta S. Maria in Pertica, a settentrione; Porta Santa Giustina, poi Porta Garibaldi, a oriente; Porta Remondarolo, Porta Nuova e Porta Salara sul fiume. Sul lato settentrionale sorge il Castello Visconteo, bella e solida costruzione a pianta quadrata voluta da Galeazzo II Visconti. Adiacente all’ala occidentale del Castello si trova la cosiddetta Cittadella, delimitata a nord e a ovest da un tratto delle mura di cinta esterne e a sud da un muro che parten- do dalla zona corrispondente agli attuali giardini pubblici, corre ad unirsi alle mura occidentali seguendo il percorso dell’odierno viale Matteotti fino a Piazza Dante. A settentrione del Castello, partendo dalle mura della città fino a lambire la Certosa, si estende il grande Parco Visconteo. Realizzato come luogo di svago e divertimento da Galeazzo II Visconti e completato da Gian Galeazzo, è diviso nel Parco Vecchio e nel Parco Nuovo, entrambi circondati da un’alta e spessa muraglia con un perimetro totale di circa 21 chilometri. L’ASSEDIO DEL 1522 Gli assedianti iniziano il bombardamento il 9 aprile, da est e da ovest, aprendo subito larghe brecce nelle mura ma un assalto lanciato dai Francesi contro il bastione di Santo Stefano viene respinto con gravi perdite. Lautrec rinuncia a lanciare altri assalti ma continua il bombardamento, mentre i genieri francesi sotto la direzione dell’ingegnere militare spagnolo, Pedro Navarro, scavano un cunicolo di mina in corrispondenza della porta di Borgoratto. La situazione degli assediati comincia a farsi critica. Le mura non reggono al fuoco delle artiglierie del Lautrec e devono essere continuamente riparate e rafforzate e manca il denaro per pagare le truppe mercenarie. Gonzaga accompagna le richieste d’aiuto a Prospero Colonna con l’esplicito avvertimento che in mancanza di rapi(Continua a pagina 5) Pagina 5 Numero settantanove - Settembre 2012 di LUIGI CASALI PAVIA E I SUOI ASSEDI DA SINISTRA: ODET DE FOIX VISCONTE DI LAUTREC E FRANCESCO MARIA DELLA ROVERE DUCA D’URBINO (RITRATTO DI TIZIANO VECELLIO, 1489/90-1576). IMMAGINI TRATTE DAL VOLUME DI M. TROSO, “ITALIA! ITALIA! 1526-1530”, PARMA, ERMANNO ALBERTELLI ED., 2001. A DESTRA: UN LANZICHENECCO E LA SUA COMPAGNA (INCISIONE DEL XVI SECOLO). IMMAGINE TRATTA DAL VOLUME “LES GRANDES ILLUSTRATTEURS. TROIS SIÈCLES DE VIE SOCIALE. 1500-1800”, LIPSIA-MONACO, GEORGES H. IRTH., S.D. (PAVIA, MUSEI CIVICI) (Continua da pagina 4) di soccorsi egli provvederà al caso suo. Prima del Colonna in aiuto dei difensori arriva il clima. A metà aprile il tempo peggiora. Comincia a piovere molto forte e con insistenza; il Ticino si gonfia rapidamente e spazza via il ponte di barche costruito dai Francesi a monte della città per ricevere rifornimenti da Vigevano, le barche cariche di vettovaglie non possono navigare per la corrente troppo rapida e i contadini del territorio che, per brama di guadagno, portano viveri al campo francese non possono percorrere le strade ridotte a torrenti di fango; l’acqua allaga anche la mina scavata dai Francesi rendendola inutilizzabile. Oltre a ciò Lautrec è a corto di denaro con cui pagare i mercenari svizzeri. A metà mese Prospero Colonna esce da Milano e occupa la Certosa. Lautrec decide allora di inter- rompere l’assedio per non correre il rischio di esser e pr eso tr a l’esercito soccorritore e le truppe della guarnigione. Il 18 aprile gli assedianti levano il campo e si dirigono su Landriano. Il 29 dello stesso mese Lautrec viene sconfitto alla Bicocca da Prospero Colonna ed è costretto ad abbandonare la Lombardia. L’ASSEDIO DEL 1524-1525 Nonostante i rovesci subiti dai suoi eserciti Francesco I è sempre deciso a riconquistare il ducato di Milano. Nel 1523 invia quindi in Italia un altro esercito guidato da Guillaume Gouffier, signore di Bonnivet, ammiraglio di Francia. I risultati non sono però migliori dei precedenti e i Francesi sono nuovamente ricacciati fuori dall’Italia. Nell’agosto del 1524 gli IspanoImperiali invadono la Provenza e assediano, senza successo, Marsiglia finché sono costretti a ritirarsi davanti a Francesco I che scende in Italia alla testa di un formidabile esercito di oltre 30.000 uomini. Gli Imperiali non dispongono di forze sufficienti ad affrontare i Francesi in campo aperto. Si ritirano quindi precipitosamente in Lombardia, lasciano una forte guarnigione a Pavia, a b b a n d o n a n o l’indifendibile Milano al suo destino e ripiegano verso l’Adda. Francesco I anziché inseguire i resti dell’esercito nemico per assestargli il colpo definitivo decide di assediare Pavia, situata in una posizione strategica molto importante e che può fornire, con l’inverno ormai alle porte, caldi e comodi quartieri alle truppe. D’altra parte l’unico consigliere che il re ascolta, l’ammiraglio Bonnivet, è sicuro che la città, priva di viveri, con poca polvere da sparo e difesa da una guarnigione costituita in gran parte da truppe mercenarie tedesche, e come tali inclini a cambiare campo in cambio di oro, cadrà facilmente. Così Francesco I fa esattamente quello che i comandanti ispano- imperiali sperano concedendo loro il tempo di riorganizzarsi e di rinforzarsi con le truppe in arrivo dalla Germania. Nell’ottobre del 1524 Pavia è presidiata da circa 1000 Spagnoli e 5.000 lanzichenecchi tedeschi, tutti agli ordini di don Antonio de Leyva, abile e risoluto soldato veterano di origine navarrese, fedelissimo a Carlo V. La città sembra comunque indifendibile. Le mura che la circondano sono le stesse che hanno già sostenuto, subendo gravi danni, l’assedio del 1522; viveri e polvere scarseggiano, nei mesi precedenti la popolazione è stata decimata dalla peste. Tuttavia Anto- nio de Leyva non è uomo da arrendersi facilmente. Deciso a difendere Pavia a tutti i costi si dedica con grande impegno a porre la città nelle condizioni di sostenere un assedio. La popolazione di Pavia comprende in questo momento circa 10.000 anime. Tutti gli abitanti validi vengono mobilitati per partecipare al rafforzamento delle difese. Con attività febbrile le mura vengono rinforzate e protette alla base con terrapieni; le torri vengono riempite con terra e pietrisco; nei punti più pericolosi con barili riempiti di terra, fascine, travi e terrapieni vengono predisposte linee interne di difesa. Con l’aiuto dei notabili locali, soprattutto di Matteo Beccaria, ghibellino e da sempre fedele agli Sforza, viene anche creata una milizia cittadina che parteciperà attivamente alla difesa. Grosse quantità di viveri vengono stivate nella città e ovunque si installano STUDIO DIAPASON PAVIA COUNSELING - PSICOLOGIA - PSICOTERAPIA - PSICOPEDAGOGIA PSICOLOGI E PSICOTERAPEUTI DELLO STUDIO: D.ssa E.Biscuolo Tel. 339 3140196 email: [email protected] Psicologa - Psicoterapeuta Cognitiva Comportamentale D.ssa M. Pala Tel. 393 4184023 email: [email protected] Psicologa - Psicoterapeuta Breve Strategica D.ssa T. Brandolini Tel. 339 8792554 Psicologa - Mediatrice Familiare email: [email protected] D.ssa C. Torciani Tel. 338 3424929 email: [email protected] Psicologa - Psicoterapeuta Cognitiva Comportamentale D.ssa S. Malandra Tel. 338 9027205 Psicologa, specializzata in Psico-geriatria Domenica 23 settembre alle ore 11 alla Libreria Feltrinelli di Pavia La Psicosomatica Il nostro corpo parla, proviamo ad ascoltarlo email: [email protected] Incontro con: D.ssa A. Barcheri Tel. 348 0431015 email: [email protected] Psicologa - Psicoterapeuta Cognitiva Comportamentale D.ssa G. Benza Tel. 338 1490089 email: [email protected] Psicologa, Counselor con procedura immaginativa D.ssa C. Danesini Tel. 366 4138854 Psicologa - Psicoterapeuta familiare INCONTRIAMOCI la psicologa Gisella Benza Vi aspettiamo numerosi email: [email protected] Dr. L. Bertazzoni Tel. 338 7432153 email: [email protected] Psicologo - Psicoterapeuta ad orientamento Analitico Transazionale Studio Diapason Pavia STUDIO DIAPASON PAVIA SNC DI CASARINI F e AIELLO F VIA CASE NUOVE, 33/5 27028 SAN MARTINO SICCOMARIO (PV) P.IVA/C.F./Iscriz.Reg.Imprese Pv 02264140183 REA 259294 mulini a braccia o da cavallo per macinare il grano. Le prime truppe francesi arrivano sotto Pavia verso la fine del mese di ottobre seguite nei giorni successivi dal grosso dell’esercito. Le sue componenti sono eterogenee. La punta di diamante è costituita dalla cavalleria pesante nobiliare, la cosiddetta Gendarmeria. La fanteria d’urto comprende a sua volta picchieri svizzeri e i lanzichenecchi della Banda Nera. Vi sono poi compagnie di fanti guasconi e di italiani, adatte più che altro ad azioni di guerriglia e a dare l’assalto alle mura. Il parco d’artiglieria è imponente comprendendo circa sessanta pezzi, sia d’assedio che campali. Francesco I arriva all’inizio di novembre e alloggia a ovest di Pavia, nell’abbazia di San Lanfranco, che Taegio Taegi, cronista pavese dell’assedio, descrive come “copiosissima di grandi sale, di camere polite a gran vaghezza dipinte e compiutamente piene di ciò, ch’a camera s’appartiene”. La compagine dei lanzichenecchi della Banda Nera si accampa a non molta distanza, in prossimità della chiesa di San Salvatore (l’odierna San Mauro); il castello di Mirabello, al centro del Parco Vecchio, e il Parco stesso sono occupati dalla gendarmeria di Galeazzo Sanseverino e da fanterie francesi. Le truppe svizzere si accampano a loro volta a est di Pavia, nella zona detta delle cinque abbazie, per la presenza delle abbazie di S. Pietro, S. Giacomo, S. Spirito, S. Paolo e S. Apollinare. Al di la del Ticino il borgo Sant’Antonio viene occupato da truppe italiane e francesi agli ordini di Anne de Montmorency, maresciallo di Francia. www.studiodiapasonpavia.it (Continua a pagina 6) Pagina 6 Numero settantanove - Settembre 2012 di LUIGI CASALI PAVIA E I SUOI ASSEDI (Continua da pagina 5) Il Ponte Coperto, protetto dalla parte del borgo da una porta fortificata, viene subito assaltato dalle truppe di Montmorency, che sono però respinte dopo un feroce combattimento. I Francesi sfogano il loro disappunto per l’insuccesso dell’attacco al Ponte contro la torre detta del Catenone, sulla riva destra del Ticino, che serve a sbarrare il corso del fiume con una catena tesa dalla Darsena alla torre stessa. Montmorency dà ordine di prendere a cannonate la torre dove si sono piazzati alcuni coraggiosi archibugieri spagnoli. Vista inutile ogni resistenza questi si arrendono a condizione di aver salva la vita ma vengono ugualmente impiccati dal Montmorency che non mantiene fede alla parola data (i resti della torre sono ancora visibili al giorno d’oggi nei periodi di magra del Ticino). Ritenendo la posizione del Ponte troppo esposta de Leyva ne fa tagliare l’arcata principale e fa barricare la parte verso Pavia con balle di lana. Tra il 6 e l’8 novembre i Francesi effettuano un violento e prolungato bombardamento contro le mura sia dalla parte occidentale, a porta Borgoratto, sia da quella orientale, a Porta Santa Giustina, aprendovi larghe brecce. Finalmente, ritenendo che queste siano sufficienti a consentire il passaggio delle truppe, partono all’assalto. Non sanno che i difensori hanno predisposto una nuova linea di trinceramenti dietro le mura distrutte. I Pavesi, filo-imperiali per tradizione e terrorizzati dalla prospettiva dell’inevitabile saccheggio se la città verrà conquistata d’assalto dai Francesi, partecipano di buona voglia ai lavori. Anche le donne, sia le tedesche, compagne dei lanzichenecchi, che le pavesi danno il loro con- tributo. Tra tutte si distingue in particolare Ippolita Malaspina, marchesa di Scaldasole che “non si sdegnò - scrive il Taegi - con quelle belle e bianche mani portare le ceste piene di terra al bastione e con parole ornate, e piene di efficacia accendere gli animi de Cittadini, e de Soldati alla difesa”. trambi i fronti con gravi perdite. Questo smacco, la scarsità di polvere e munizioni, esaurite nei inducono Francesco I a rinunciare, almeno per il momento, al tentativo di prendere Pavia d’assalto. Il re pensa di deviare il corso del Tici- SOPRA: FRANCESCO I E I SUOI CAVALIERI AVANZANO CONTRO GLI IMPERIALI ARAZZI DELLA BATTAGLIA DI PAVIA (NAPOLI, MUSEO DI CAPODIMONTE). SOTTO: LA CATTURA DI FRANCESCO I ARAZZI DELLA BATTAGLIA DI PAVIA (NAPOLI, MUSEO DI CAPODIMONTE). IN ALTO A SINISTRA: PAVIA E LA BATTAGLIA DEL 1525 INCISIONE DEL XVI SECOLO. IMMAGINE TRATTA DAL VOLUME “VEDUTE DI PAVIA DAL ‘500 AL ‘700”, PAVIA, VIGIEFFE 1992. IN ALTO A DESTRA: LA BATTAGLIA DI PAVIA DEL 24 FEBBRAIO 1525 STAMPA DI GIOVANNI ANDREA VAVASSORE (PAVIA, MUSEI CIVICI). IMMAGINE TRATTA DAL VOLUME “VEDUTE DI PAVIA DAL ‘500 AL ‘700”, PAVIA, VIGIEFFE 1992 I Francesi attaccano in forze, con il consueto slancio, sia da occidente, a Borgoratto, che da oriente, a Porta Santa Giustina ma, superate le brecce nelle mura, si trovano di fronte la nuova linea difensiva predisposta da de Leyva. Dopo un violento combattimento durato due ore sono costretti a ritirarsi su en- loro sovrano, gli ingegneri francesi cercano di deviare le acque del fiume nel Gravellone. Alcune centinaia di genieri si mettono al lavoro con grande al acr it à cer cando di costruire una diga con pali, grandi teli cerati e pesi di piombo ma o g n i sforzo è inutile perché il fiume, gonfio per le p i o g g e, spazza via ine- LE MONETE OSSIDIONALI FATTE CONIARE DA ANTONIO DE LEYVA DURANTE L’ASSEDIO DI PAVIA. IMMAGINE TRATTA DAL VOLUME DI M. TRAINA “GLI ASSEDI E LE LORO MONETE”, BOLOGNA, GIANNATTONI NUMISMATICO 1977. Iniziato alla fine di ottobre l’assedio si prolunga durante l’inverno. Piove e nevica in continuazione e fa molto freddo. Mentre le operazioni rallentano l’esercito francese va disperdendosi nelle campagne attorno a Pavia. In cerca di ripari più caldi e confortevoli d e l l e t e n d e dell’accampamento molti cavalieri si installano nelle numerose cascine e monasteri sparsi attorno alla città. Quanto alle truppe, soprattutto quelle che guarniscono la prima linea, trovano riparo in ricoveri sotterranei a pozzo, di forma circolare, collegati tra loro da una lunga linea di trincee che circonda tutta la città, ben visibili nelle stampe dell’epoca prodotte poco dopo la battaglia del 1525. Gli altri si riparano come possono sotto le tende o nelle baracche improvvisate costruite con gli alberi dei boschi del Parco. All’interno della città, poiché vi è poca legna da ardere, i soldati si difendono dal freddo scoperchiando le case per usarne le travi come combustibile. Le malattie causate dal rigido e malsano clima invernale sono frequenti e fanno molte vittime sia tra gli assediati sia, soprattutto, tra gli assedianti. I Francesi bombardano la città con azioni improvvise quanto violente, in base alla disponibilità della polvere da sparo ma senza apprezzabili risultati. I difensori rispondono con frequenti sortite che provocano molte perdite tra gli assedianti e tormentano i Francesi con il fuoco preciso dei loro archibugi. I giorni passano, poi le settimane e Pavia sotto il ferreo comando di de Leyva non da segni di cedimento. bombardamenti che hanno preceduto l’attacco e la resistenza della città, difesa da una numerosa guarnigione formata da ottime truppe no per poter attaccare Pavia dalla parte sud, dove le mura sono più basse e più deboli. Sempre pronti a realizzare ogni desiderio del All’interno il comandansorabilmente il lavoro svolto. Questa fatica di Sisifo continua fino al mese di dicembre. te spagnolo deve affrontare il problema dei mercenari tedeschi che nonostante la particolare (Continua a pagina 7) Numero settantanove - Settembre 2012 Pagina 7 di LUIGI CASALI PAVIA E I SUOI ASSEDI (Continua da pagina 6) situazione reclamano il soldo dovuto e minacciano in caso contrario di aprire le porte ai francesi. Con una serie di espedienti, come quello di far fondere tutta la propria argenteria, i vasi d’argento del Duomo, le mazze d’argento dei Rettori dell’Università e ricorrendo a prestiti più o meno volontari de Leyva fa coniare a più riprese monete “ossidionali”, dette testoni, con cui riesce bene o male a fronteggiare di volta in volta le richieste dei lanzichenecchi. Il problema dei viveri non è invece particolarmente grave, almeno fino a febbraio. In dicembre la città dispone di scorte di frumento e segale per tre mesi; vi sono grandi quantità di formaggio “parmense” e vino per due mesi. Manca naturalmente la carne bovina e nelle “beccarie - scrive Taegi - non v’erano altre carni che di cavallo e d’asino; nella Piazza in vece de fagiani, pernici, tortore e caponi si vendevano aglij, cipole e legumi”. Le uova sono diventate molto rare e molto care e non si trovano più burro, olio e lardo. In ogni modo agli ufficiali e ai gentiluomini di sostanza non mancano i buoni cibi. Resta famoso lo splendido banchetto offerto da Matteo Beccaria in dicembre a tutti i capitani della guarnigione e al quale partecipano non meno di trecento persone. Nel menù sono elencati fegati arrostiti di capponi, galline e anatre aspersi con succo d’arancia, pernici e tortore allo spiedo, pavoni e conigli arrostiti, carne di manzo trita condita con zenzero, cannella e chiodi di garofano, capponi allesso e arrosto, petti e testine di vitello, grandi pezzi di carne di manzo con senape e olive, piccioni, anatre e lepri “accomodati” con pere, limone e aceto, porcellini interi arrostiti coperti di salsa verde, e poi frittelle, formaggi e dolci di vario tipo. Il tutto innaffiato da ottimi vini e allietato da molti cantori e suonatori con trombe e tamburi. Si tratta evidentemente di un astuto, oltre che raffinato e piacevole, espediente di guerra psicologica perché de Leyva è sicuro che Francesco I sarà prontamente informato dalle spie francesi presenti in città del ricco banchetto, a dimostrazione che in Pavia non vi sono problemi di viveri. La testarda e ferma resistenza di Pavia dura ormai da tre mesi e ogni giorno che passa favorisce la causa di Carlo V. Così mentre Francesco I spreca tempo prezioso sotto le mura di Pavia dilettandosi di cacce e di altri piacevoli passatempi e perdendo uomini preziosi, dietro l’Adda gli Ispano-Imperiali hanno ricostituito un esercito di oltre 20.000 uomini, tutte truppe molto agguerrite il cui nucleo principale è formato da circa 12.000 lanzichenecchi tedeschi. Il 12 gennaio due coraggiosi e astuti soldati spagnoli riescono a passare le linee francesi e ad entrare in Pavia dove, insieme a 3.000 ducati d’oro, portano la confortante notizia che l’esercito imperiale è in procinto di muovere in soccorso della città. É tempo perché de Leyva è ancora una volta alle prese con i lanzichenecchi che reclamano la paga. Il comandante spagnolo deve dispiegare tutta la sua energia e il suo prestigio per ottenere dalla cittadinanza il denaro necessario a pagare i mercenari tede- schi. Per dare l’esempio non esita a sacrificare una pesante collana d’oro e gli anelli con le gemme che è solito portare. I movimenti di truppe che si registrano nel campo francese verso la fine di gennaio lasciano d’altra parte chiaramente int ender e che l’esercito di soccorso si è messo in marcia. Una grossa parte dell’esercito di Francesco I si è spostata infatti verso est, a ridosso del muro orientale del Parco Vecchio e una linea di fortificazioni campali è stata eretta verso l’esterno lungo la riva destra della Vernavola dal punto dove questa esce dal Parco e per un lungo tratto verso il Ticino. La morsa attorno a Pavia si allenta. Finalmente il 5 febbraio l’esercito imperiale arriva in vista del muro orientale del Parco e si accampa a Prado (oggi una frazione di Cura Carpignano). Per circa tre settimane francesi e imperiali si fronteggiano in un crescendo di scaramucce, scontri e incursioni; i difensori di Pavia effettuano numerose sortite con le quali infliggono dolorose perdite al nemico. Questa volta il tempo lavora però a vantaggio dei Francesi. I comandanti imperiali si trovano infatti in una difficile situazione perché, a corto di denaro, non possono corrispondere il soldo pattuito ai mercenari tedeschi che minacciano di abbandonare l’esercito e di tornare a casa se non vengono soddisfatte al più presto le loro richieste. Anche la situazione all’interno della città si fa sempre più difficile. dai comandanti imperiali la corresponsione del soldo arretrato e un grosso premio per la vittoria. Con la minaccia di saccheggiare la città i mercenari tedeschi si fanno mantenere a spese della popolazione nei cui confronti commettono violenze e sopraffazioni di ogni genere. Obbligati ad agire, i co- GLI mandanti di Carlo V decidono di giocare il tutto per tutto affrontando il Francesi in campo aperto. Nella notte tra il 23 e il 24 febbraio gli Ispano Imperiali entrano nel Parco Vecchio in prossimità di Due Porte e muovono su Mirabello. Nella battaglia che ne segue Francesco I viene sconfitto e fatto prigioniero e il suo esercito pressoché distrutto. L iberati dall’incubo dell’assedio i Pavesi, esausti e impoveriti, sperano di poter godere finalmente di un periodo di tranquillità. Non è che una illusione, perché essi devono subire ancora per qualche tempo le angherie dei lanzichenecchi che reclamano Finalmente alla fine di marzo i soldati tedeschi liberano Pavia dalla loro scomoda presenza. ANNI TERRIBILI: GLI ASSEDI E I SACCHEGGI DEL 1527 E DEL 1528 La battaglia del 24 febbraio e soprattutto la cattura del re di Francia pongono solo momentaneamente fine alla guerra che riprende dopo la liberazione di Francesco I e la stipula, il 22 maggio 1526, della Lega di Cognac tra Francia, Venezia, Stato dello Chiesa, Firenze e Francesco II Sforza, desideroso quest’ultimo di liberarsi dell’opprimente “protezione” spagnola. Nel luglio del 1527 i Francesi scendono in (Continua a pagina 8) IN ALTO A SINISTRA: PAVIA CON LE OPERE DI DIFESA E DI CIRCONVALLAZIONE RELATIVE ALL’ASSEDIO DEL 1524-25. STAMPA DAL VOLUME “COSMOGRAPHIA” DI SEBASTIAN MÜNSTER, BASILEA 1544. IMMAGINE TRATTA DA “VEDUTE DI PAVIA DAL ‘500 AL ‘700”, PAVIA, VIGIEFFE 1992. IN ALTO A DESTRA: SCENA DI VITA DA CAMPO. INCISIONE DEL XVI SECOLO. IMMAGINE TRATTA DAL VOLUME DI J. RICHARDS “LANDSKNECHT SOLDIER 1486-1560”, LONDRA, OSPREY 2002. IN BASSO A SINISTRA: L’ASSEDIO DI PAVIA. IMMAGINE TRATTA DALL’OPERA “STORIA DI PAVIA” VOL. 3, T. II, PAVIA, BANCA DEL MONTE DI LOMBARDIA 1990. IN BASSO A DESTRA: ARTIGLIERIE D’ASSEDIO. INCISIONE DEL XVI SECOLO. IMMAGINE TRATTA DAL VOLUME DI J. R. HALE “ARTISTS AND WARFARE IN THE RENAISSANCE”, LONDRA, YALE UNIVERSITY PRESS 1990. Pagina 8 PAVIA E I SUOI ASSE (Continua da pagina 7) Italia con un esercito guidato ancora una volta da Odet de Foix, visconte di Lautrec, che ha un conto aperto con Pavia. Il comandante delle forze spagnole in Lombardia, Antonio de Leyva, concentra le sue migliori truppe a Milano. Pavia resta presidiata da poco meno di 17 “bandiere”, circa mille fanti italiani, agli ordini di Ludovico Barbiano di Belgioioso. Nel mese di settembre Lautrec marcia su Milano ma, saputo che la città è molto ben difesa e che Pavia è invece sguarnita di truppe, decide di impadronirsi di quest’ultima. I Francesi, cui si sono uniti nel frattempo i Veneziani, arrivano davanti alla città il 29 settembre. I primi si accampano a occidente e a settentrione di Pavia, dal Ticino fin quasi a Santo Spirito, i secondi ad oriente, nella zona delle cinque abbazie. Lautrec invia subito un araldo per chiedere la resa della città ma la risposta di Barbiano è negativa. Allora gli assedianti piazzano le loro artiglierie a breve distanza dalla cinta muraria, senza essere molto disturbati dai difensori che dispongono di pochi cannoni, e cominciano il bombardamento. I Francesi con diciassette pezzi battono la splendida ala nord del castello, i Veneziani il tratto di mura vicino a porta Santa Giustina. L’ala nord del castello e le due torri d’angolo crollano ben presto sotto il tiro radente delle artiglierie francesi mentre i Veneziani da parte loro abbattono cento passi di muro. L’assalto deve però essere rinviato perché il fossato è ancora pieno d’acqua. Viene quindi deciso di prosciugarlo e di riempirlo di fascine per rendere più agevole la scalata. Cresce nel frattempo il terrore dei Pavesi che prevedono quale sarà la loro sorte se la città verrà conquistata d’assalto. Nella speranza di ingraziarsi la benevolenza divina si organizzano processioni con l’esposizione delle reliquie dei santi protettori e si decreta di espellere tutti gli ebrei da Pavia, con il divieto di farvi ritorno per il futuro. Invano i maggiorenti pavesi implorano Barbiano di consegnare la città. Questi ha deciso di arrendersi ma solo “quando sarà tempo”. Un primo assalto lanciato da trecento Guasconi viene respinto dai difensori. Il 4 ottobre il fossato, ormai prosciugato e in parte riempito dalle macerie del castello, non costituisce più un ostacolo. L’assalto viene stabilito per il giorno dopo. Lautrec emana una grida con cui promette ricompense agli ufficiali e ai soldati che entreranno per primi in Pavia e, dando ovviamente per scontato il saccheggio, ordina di rispettare i religiosi, le monache, le donne e i bambini. Molti gentiluomini pavesi escono dalla città con le loro famiglie grazie a salvacondotti concessi dal comandante francese. Poiché è evidente che la sorte di Pavia è ormai segnata, Bar- biano si risolve finalmente a chiedere la resa. Ma questa dec is ione, pr es a nell’imminenza dell’assalto, è troppo tardiva. Il 5 ottobre, mentre Lautrec si consulta con i suoi comandanti sul da farsi, i soldati francesi balzano di sorpresa all’assalto, si arrampicano sulle macerie del castello, travolgono i pochi difensori, entrano in Pavia e danno inizio al saccheggio. Barbiano si salva la vita consegnandosi al Lautrec. Pavia viene saccheggiata nel modo più orrendo per otto giorni. I più feroci sono soprattutto i soldati guasconi e svizzeri che commettono ogni sorta di atrocità e violenze, mentre i veneziani, più disciplinati e tenuti a freno dai loro ufficiali, si comportano meglio. Molti pavesi, soprattutto quelli più facoltosi, vengono torturati a morte per far loro rivelare dove hanno nascosto il denaro e gli oggetti preziosi; donne, fanciulle e le molte monache dei conventi sono violentate e ridotte allo stato di prostitute a disposizione dei soldati; chiese e conventi vengono saccheggiati e devastati, i sacerdoti massacrati. La città corre anche il rischio di essere distrutta dalle fiamme quando un quartiere viene incendiato dalla soldataglia guascone. Duecento case vengono distrutte dal fuoco. Per impedire la totale distruzione di Pavia, Lautrec, richiesto dai comandanti veneziani che sono stati supplicati in tal senso da Gerolamo Beccaria, porta la propria residenza dentro la città ordinando di circoscrivere e spegnere l’incendio. fame. Secondo il cronista Pietragrassa lupi e volpi si aggirano per la città divorando i cadaveri insepolti di soldati e cittadini, erbacce e sterpi invadono le piazze e le vie. In questa desolazione e miseria vi è anche chi specula sulle disgrazie altrui perché case e poderi vengono venduti per “la compra del vito de pochi giorni”. La città viene riconsegnata a Francesco II Sforza che vi pone un presidio di alcune compagnie sforzesche agli ordini di Annibale Piccinardo. Nell’aprile del 1528 queste sono sostituite da poco meno di un migliaio di soldati al servizio della Serenissima, tutti di qualità scadente. L’occasione sembra buona a de Leyva per tentare un colpo Durante il sacco l’antica statua del Regisole viene scalzata dalla base e caricata sopra una nave dal ravennate Cosimo Magni, uno dei primi a scalare le mura di Pavia, per essere trasportata a Ravenna. Ma la nave viene fermata a Cremona per ordine del duca Francesco II Sforza. La statua del Regisole viene recuperata e portata nel castello di Cremona, dove resterà per cinque anni, finché nel 1532 sarà finalmente riportata a Pavia; nel 1552 verrà ricollocata nella odierna Piazza del Duomo. Per limitare in qualche modo gli eccessi ai danni della popolazione, Lautrec fa impiccare due soldati piemontesi che hanno rubato dei candelabri in una chiesa e tentato di stuprare due monache. L’esercito francese rimane a Pavia fino al 18 ottobre, quando si mette in marcia verso Piacenza diretto alla volta di Napoli. Al momento della partenza dei Franco-Veneziani Pavia presenta uno spettacolo desolante. Larghi tratti di mura sono in rovina, l’ala nord del castello e le due torri sono ridotte a un cumulo di macerie, chiese, palazzi e case danneggiati e spogliati dal saccheggio, i muri anneriti dalle fiamme dell’incendio, la popolazione decimata dalla guerra e dalla EPISODIO DELLA BATTAGLIA DI PAVIA. ARAZZI DELLA BATTAGLIA DI PAVIA (NAPOLI, MUSEO DI CAPODIMONTE). A DESTRA: L’ASSEDIO DI PAVIA DEL 1655 IN UNA STAMPA DEL XVII SECOLO. IMMAGINE TRATTA DAL VOLUME DI C. SINISTRI E C. BELLONI “PAVIA NELLE SUE ANTICHE STAMPE”, PAVIA, LA GOLIARDICA PAVESE 1992 di mano. Il 13 maggio 1528 sul far dell’alba, duecento cavalieri e duemila fanti spagnoli e italiani guidati da Barbiano di Belgioioso, che è stato nel frattempo liberato, scalano di sorpresa le mura alla Darsena e a Borgoratto ed entrano in città incontrando scarsa resistenza da parte delle truppe veneziane. I soldati spagnoli saccheggiano la città, predando quel poco che si è salvato dal sacco precedente. De Leyva nomina governatore di Pavia il capitano Galeazzo Birago. La guerra intanto prosegue con vicende alterne. Nel mese di luglio scende in Italia un altro esercito francese agli ordini di Francesco di BorboneVendôme, duca di Saint-Pol. Questi si unisce alle forze veneto-sforzesche comandate da Francesco Maria della Rovere, duca d’Urbino. In un primo momento sembra che i collegati vogliano marciare su Milano, tenuta da de Leyva, ma giunti a Locate cambiano partito e si dirigono su Pavia che credono presidiata da una debole guarnigione. La città è invece tenuta da duemila fanti, di cui circa un quarto sono lanzichenecchi e il resto in parte spagnoli e in parte italiani. La notizia dell’arrivo di un altro esercito francoveneziano sparge il panico tra i pavesi superstiti. Quelli che possono abbandonano la città. Le forze della Lega arrivano sotto le mura di Pavia il 13 settembre e si accampano a nord Pagina 9 EDI di LUIGI CASALI e a est della città. Vengono piazzate batterie alla Darsena, a Porta Santa Giustina e davanti al Castello. Altri cannoni sono disposti in Borgo Ticino per battere sul fianco i difensori delle mura orientali. Il 19 settembre, dopo alcuni giorni di continui bombardamenti ed un intenso lavoro di zappa che ha consentito di prosciugare il fossato, gli assedianti sono pronti a lanciare l’assalto tra la Darsena e porta Santa Giustina. Saint-Pol e il duca d’Urbino si giocano ai dadi l’onore di attaccare per primi. Saint-Pol totalizza nove punti, il duca d’Urbino dieci. Così il primo assalto tocca ai Veneziani di Antonio di Castello. Il duca d’Urbino prende personalmente il comando di 200 gendarmi appiedati. Dopo un violento combattimento durato circa tre ore per la tenace resistenza dei difensori, le truppe della Lega riescono a superare le mura e a dilagare in città. I lanzichenecchi tedeschi, dimostrando ancora una volta il consueto valore e coraggio, pur soverchiati dal numero degli assaltatori, retrocedono combattendo ferocemente nelle strade finendo uccisi quasi tutti. La città viene saccheggiata nuovamente, sebbene non vi sia ormai più nulla da predare. Antonio Grumello, nella sua Cronaca, ci narra che “li militi di la legha foreno dentro epsa città occidendo militi, terrieri (cioè abitanti), donne, me- nando la falze ad ognuno con la magiore crudeltà del mondo….la infortunata città a saccho et sangue con tutti quelli oprobrij fusseno possibile ad fare”. Alcuni ufficiali e qualche centinaio di soldati, soprattutto italiani e spagnoli, si salvano rinchiudendosi nel Castello Visconteo. Si arrenderanno il 21 settembre su promessa di avere salva la vita. L’ULTIMO ASSEDIO Pavia viene riconsegnata ancora una volta a Francesco II Sforza. Rientrato in possesso della città, il duca emette una grida che ordina a tutti gli abitanti che ne sono usciti di rientrarvi immediatamente pena la confisca dei loro beni. Per evitare epidemie le centinaia di cadaveri che si trovano nelle strade e nelle case vengono gettati nel Ticino “et sono già gitati più di 1.000 - scrive il veneziano Tommaso Terminato finalmente il disastroso Moro - quali veniranno al mar a ingrassar periodo delle lotte intestine, la Francia, li pessi per esser to- regnante Luigi XIV, riprende la guerra deschi molto grossi”. contro la Spagna e le antiche mire sull’Italia. Per procurarsi gli alleati neGovernatore di Pa- cessari il cardinale Mazarino costituivia viene nominato sce una lega con Carlo Emanuele I Annibale Piccinardo. duca di Savoia, e con Francesco I La conquista di Pa- d’Este,duca di Modena. via è l’ultimo successo della Lega. Il 21 giugno 1529, a Landriano, Antonio de L e y va annienta l’esercito francese di Saint-Pol. I Veneziani si sono ritirati oltre l’Adda e il duca Francesco II Sforza non dispone di forze sufficienti ad opporsi agli Spagnoli. Il 5 agosto Francia e Spagna firmano la pace di Cambrai. A metà settembre de Leyva si presenta davanti a Pavia ed intima la resa al Piccinardo, che dispone di pochi uomini. Per fortuna dei Pavesi superstiti la città è sprovvista di polvere, scarse sono le vettovaglie, le mura in rovina. In queste condizioni resistere è un’impresa disperata oltre che inutile. Dopo quindici giorni, il 6 ottobre, quando vede che gli Spagnoli piazzano le artiglierie per bombardare la città il capitano sforzesco conclude un accordo con de Leyva che prevede la resa della città in cambio di aver salvi la vita e gli averi suoi e dei suoi soldati. Nell’estate del 1655 un esercito fran- co-piemontese comandato dal principe Tommaso di Savoia-Carignano invade la Lombardia, allora provincia spagnola. Attraversata la Lomellina e compiuto un largo giro, il 21 luglio si unisce nei pressi di Belgioioso con il corpo modenese guidato da Francesco I che ha passato il Po ad Arena. L’esercito dei Collegati marcia quindi su Pavia con l’obiettivo di impadronirsene per farne la base per le future operazioni in Lombardia. Nel 1655 Pavia è munita di una pode- rosa cinta muraria costruita dagli spagnoli nel XVI secolo. Le mura, che seguono il percorso di quelle medioevali, comprendono otto bastioni pentagonali e cinque piattaforme costruiti nella metà del ‘500 e sei mezzelune, fortificazioni in terra antistanti le mura vere e proprie, aggiunte nel 1648. Lo stato di queste opere di difesa lascia però molto a desiderare. Osserva Francesco Maria Pirogallo, professore di Lettere presso l’Università e autore di una particolareggiata cronaca dell’assedio pubblicata nel 1656, che “tiene la piazza di Pavia una buona ossatura per formarne corpo di fortezza inespugnabile, ma spogliato di carne, di sangue, di nervi, e quasi di pelle rappresentava più tosto una imperfetta figura di rilievo che una piazza bene aggiustata: le bisognavano polpe, occhi, muscoli, cartilagini”. Così nel maggio del 1655 il governatore della Lombardia spagnola marchese Luis Bonavides de Caraçena ha chiamato padre Giovanni Battista Drusiani, professore di matematica e di arte militare presso l’Università, e gli ha affidato il compito di stabilire i lavori necessari per rafforle esistenti opere di difesa e per In novembre France- zare costruirne di nuove. Queste ultime sco II Sforza si in- vengono terminate verso la fine di luglio. All’inizio dell’assedio le fortificazioni di Pavia sono pertanto le seguenti: verso il Ticino, da est verso ovest, la parte sud del bastione della Darsena, nell’attuale angolo formato dalla congiunzione di Lungoticino Sforza con Viale Resistenza, la piattaforma del Remondarolo, a porta Nuova, quella del Terzago, a porta Salara, quella del Ponte Coperto e il bastione di Calcinara; a occidente, correndo verso nord, il bastione di Santa Margherita, la mezzaluna di San Patrizio, il bastione di porta Borgoratto, le nuove mezzelune Merisia, Beretta e Giovine, la piattaforma del Broglio, la mezzaluna della milizia e il bastione di Santo Stefano, protetto dalla mezzaluna Mezzabarba, così chiamata perché costruita dai soldati del conte Carlo Mezzabarba; a settentrione l’altra parte del bastione di Santo Stefano, la mezzaluna dei nobili, tra il bastione di Santo Stefano e il castello Visconteo, la piattaforma del Castello e il bastione di Santa Maria in Pertica, nell’odierna Piazza Emanuele Filiberto; a oriente il bastione di Sant’Epifanio, a metà dell’attuale Viale Gorizia, protetto dalla mezzaluna dei mercanti, il bastione di Santa Giustina, corrispondente all’odierno piazzale di Porta Garibaldi, con davanti la mezzaluna dei preti, e infine la parte orientale del bastione della Darsena, con davanti la mezzaluna dei frati. Durante l’assedio saranno aggiunte altre mezzelune e molte caponiere, elementi di difesa che consentono il tiro radente contro l’attaccante. Il borgo Sant’Antonio, al di là del Ticino, è racchiuso da una linea fortificata oltre la quale si estende una zona allagata con le acque del Gravellone. Tutte le porte vengono chiuse con terra e letame, tranne la Salara e quella di S. Maria in Pertica. Per liberare il campo di tiro delle artiglierie vengono praticate vaste abbattute di alberi e per non dare riparo al nemico vengono incendiate le misere casupole addossate alle mura in prossimità della porta di Borgoratto. Grandi quantità di viveri (Continua a pagina 10) Numero settantanove - Settembre 2012 Pagina 10 di LUIGI CASALI PAVIA E I SUOI ASSEDI IN ALTO A SINISTRA: LA MADONNA DELLA PALLA PRIMA E DOPO IL NUBIFRAGIO DEL 1988. IN ALTO A DESTRA: ANTOON VAN DYCK, TOMMASO DI SAVOIA CARIGNANO (1596-1658), TORINO, PINACOTECA SABAUDA; DIEGO VELASQUEZ, FRANCESCO I D’ESTE DUCA DI MODENA (1610-1658), PARMA, GALLERIA ESTENSE. QUI A SINISTRA: IL BASTIONE DI SANT’EPIFANIO NELLE CONDIZIONI IN CUI SI TROVA AL GIORNO D’OGGI; A DESTRA: ANONIMO XVII SECOLO, SCONTRO TRA CAVALLERIA SPAGNOLA E FRANCESE (PAVIA, COLLEZIONE PRIVATA). SOTTO: LUCAS DE WAEL, L’ASSALTO A UNA CITTÀ FORTIFICATA. IMMAGINE TRATTA DAL VOLUME “LA BATTAGLIA NELLA PITTURA DEL XVII E XVIII SECOLO”, PARMA, SILVA ED. 1994. (Continua da pagina 9) vengono stivate nei magazzini e per la macinazione delle granaglie, di cui Pavia è ben fornita, sono installati tredici mulini sul Ticino e numerosi altri a mano e da cavallo all’interno della città. Pavia conta una popolazione compresa tra i 16.000 e i 18.000 abitanti oltre a migliaia di contadini, le cronache dicono 6.000, che vi si sono rifugiati per timore delle violenze delle soldatesche nemiche. Questi contadini, all’inizio non graditi dalle autorità locali, che li considerano bocche inutili da sfamare, si riveleranno di grande utilità durante l’assedio perché hanno portato con sé grosse quantità di viveri e di foraggio e forniranno, quantunque riluttanti, una buona mano d’opera nell’esecuzione delle opere di difesa. La guarnigione è composta da 52 compagnie di fanteria e da 10 compagnie di cavalleria, spagnole e italiane. Ad esse si uniscono circa 2.000 uomini della milizia cittadina che sono inquadrati in 10 compagnie comandate da nobili locali, e circa 400 preti secolari e 86 frati, che alla prova del fuoco si dimostreranno valenti combattenti. Con questi religiosi vengono organizzate tre compagnie che devono agire come riserva. Comandante militare della piazza è il generale conte Galeazzo Trotti. Il 24 luglio i Collegati arrivano davanti alle mura di Pavia, scaramucciano con le pattuglie uscite dalla città a disturbarli e il giorno seguente si dispongono in due campi principali: i FrancoPiemontesi a ovest, da San Lanfranco fino alla strada per Milano, i Modenesi a nord e a est, da questa alla chiesa di San Lazzaro. Alcuni reparti si accampano al di là del Gravellone occupando San Martino e la Cava, davanti al borgo Sant’Antonio. Per collegare tra loro le due rive vengono gettati sul fiume due ponti di barche, uno a San Lanfranco, a monte di Pavia, e l’altro a San Lazzaro, a valle. efficacemente dal Drusiani che fa scavare trincee e pozzi di contromina. Gli assedianti lanciano anche numerosi assalti che, forse perché non coordinati tra le due componenti dell’esercito collegato, vengono tutti respinti. Il più violento e pericoloso viene Da parte loro gli assediati non subiscono passivamente l’iniziativa avversaria ma effettuano frequenti sortite contro gli avamposti nemici con lo scopo di danneggiare le opere di approccio alla città innescando vere e proprie battaglie nelle quali hanno In ogni caso le maglie del blocco all’inizio non sono molto strette e il 25 luglio il conte di Sartirana riesce ad entrare in città con un rinforzo di circa 500 uomini. Le operazioni d’assedio vere e proprie, ostacolate dall’inclemenza del tempo in una estate insolitamente molto piovosa, iniziano l’1 agosto. Appena pronti gli assedianti cominciano a bombardare la città. Sempre il Pirogallo ci informa che nei cinquantadue giorni della durata dell’assedio vengono scagliati su Pavia circa 6.000 proiettili ma che i danni sono comunque limitati. Il 10 settembre una palla di cannone si pianta in un muro presso il convento delle monache di San Felice, oggi una casa privata al n. 5 di via Lanfranco, proprio nel centro di un affresco di devozione popolare che raffigura la Madonna col Bambino, da allora chiamata la Madonna della palla. Quest’ultima, la palla, è ancora visibile ai giorni nostri, non così l’affresco, distrutto dal nubifragio del 1988. Si comincia a scavare per minare le mura ma tutti i tentativi vengono controbattuti e dalle malattie con la conseguenza che le diserzioni aumentano in modo preoccupante nonostante l’inflessibilità e la durezza delle punizioni. Nel frattempo avvengono altri fatti che rendono ancora più difficile la posizione dei Collegati. Nella notte tra il 6 e il 7 settembre gli Spagnoli si impadroniscono di alcune barche cariche di vettovaglie e di materiali destinati agli assedianti; più grave ancora nella notte tra l’11 e il 12 settembre Arena Po, la base modenese da cui giungono i rifornimenti, viene ripresa da bande di irregolari guidati da nobili filo-spagnoli. La notizia che forze nemiche sono sbarcate in Liguria e si apprestano a marciare sulla Lombardia fanno finalmente comprendere a Tommaso di Savoia e a Francesco I d’Este che è giunto il momento di togliere l’assedio. Alle due di notte del 14 setsferrato nella notte del 20 agosto. I Collegati, che hanno finalmente elaborato un piano comune, attaccano in forze con migliaia di uomini, contemporaneamente da ovest e da est. I Franco-Piemontesi investono con 2.000 uomini le mezzelune Beretta e Giovine; i Modenesi, che hanno ricevuto da pochi giorni rinforzi di truppe fresche, si scagliano contro il bastione di Sant’Epifanio. Dopo aspri combattimenti gli attaccanti vengono respinti su entrambi i fronti con gravi perdite, valutabili attorno ai 700 uomini, tra morti e feriti. I difensori hanno 6 ufficiali, un sergente e trenta soldati morti oltre a molti feriti. sempre la meglio. La più importante di queste sortite avviene il 28 agosto. Il generale Trotti esce in forze con cavalleria e fanteria e impegna un violento combattimento con i Modenesi cui infligge la perdita di circa 500 uomini. I comandanti dei Collegati cominciano a nutrire seri e fondati dubbi sulla possibilità di prendere Pavia. Vengono lanciati altri attacchi, sempre respinti, il bombardamento continua, inutilmente, i lavori di mina non ottengono alcun risultato. Del resto i difensori non danno segni di cedimento mentre le truppe collegate, decimate e scosse dalle gravi perdite, sono sempre più duramente provate dalle fatiche tembre gli assedianti levano il campo e muovono in gran silenzio e senza segnali verso i due ponti di barche lanciati sul Ticino per ritirarsi al di là del fiume. Gli assediati si accorgono degli strani movimenti nel campo nemico ma non escono dalle fortificazioni per timore di cadere in qualche tranello. Al mattino il conte Trotti fa uscire alcuni reparti in ricognizione. Quelli usciti da Borgoratto arrivano quando i Franco-Piemontesi hanno già passato il Ticino; quelli che muovono verso il campo di Francesco I d’Este riescono ad attaccare la retroguardia modenese che copre il passaggio delle truppe sul ponte lanciato a San Lazzaro. I Pavesi si impadroniscono anche di sei cannoni del duca di Modena mentre vengono trasferiti al ponte di San Lanfranco perché quello di San Lazzaro non è in grado di reggerne il peso. Nei quartieri abbandonati vengono trovate grandi quantità di vettovaglie, munizioni e foraggi, oltre a numerosi feriti che sono ricoverati nel convento di San Paolo, pietosamente curati e inviati alcuni giorni dopo via acqua a Brescello. L’assedio di Pavia, pur pe- sante per la città e per i suoi abitanti, non è che un episodio molto marginale della lunga lotta tra Francia e Spagna che si conclude nel 1659 con il Trattato dei Pirenei. Giustamente orgogliosi in ogni modo di avere compiuto il proprio dovere di buoni sudditi, nel 1656 i Pavesi inviano in Spagna da Filippo IV, il Re Pianeta, Aurelio Bottigella, professore presso l’Università. Presentatosi al re il Bottigella gli traccia il quadro delle misere condizioni nelle quali Pavia è stata ridotta dall’ ultima guerra e poi gli consegna un memoriale in cui sono esposti gli alleggerimenti di oneri fiscali che la città domanda a ricompensa della sua fedeltà. Con tipica abitudine spagnola il re risponderà con una lunghissima lettera con cui elogerà la fedeltà e il valore di Pavia, dirà che gli alleggerimenti richiesti non potranno comunque essere concessi ma che tuttavia ricompenserà con le dovute onorificenze coloro che si sono distinti nel corso dell’assedio. Pagina 11 Numero settantanove - Settembre 2012 di LUIGI CASALI PAVIA E I SUOI ASSEDI IN ALTO A SINISTRA: IL BASTIONE DELLA DARSENA. PARTICOLARE DEL QUADRO DI GIACOMO TRECOURT (1814-82) “LA CONTESSA CLEMENTINA AL PORTO DI PAVIA” (PAVIA, MUSEI CIVICI). I MMAGINE TRATTA DAL VOLUME “I BASTIONI DI PAVIA”, PAVIA, LIUTPRAND 1999. IN ALTO A DESTRA: PIAZZA GRANDE CON IL BROLETTO. STAMPA DI FINE XVII SECOLO. IMMAGINE TRATTA DAL VOLUME “VEDUTE DI PAVIA DAL ‘500 AL ‘700”, PAVIA, VIGIEFFE 1992. QUI A SINISTRA: UFFICIALI SUPERIORI FRANCESI. STAMPA DEL XIX SECOLO. IMMAGINE TRATTA DAL VOLUME “ATLANTE DELL’ABBIGLIAMENTO”, MILANO, LONGANESI & C. 1981. QUI A DESTRA: FANTI AUSTRIACI NEL 1706. STAMPA DEL XIX SECOLO. IMMAGINE TRATTA DAL VOLUME “ATLANTE DELL’ABBIGLIAMENTO”, MILANO, LONGANESI & C. 1981. Nel 1701 scoppia la guerra di Successione Spagnola, combattuta da Francia e Spagna contro Impero, Inghilterra e Olanda che si oppongono alla salita di Filippo d’Angiò, poi Filippo V, nipote di Luigi XIV, sul trono di Madrid. La guerra si combatte in tutta Europa e naturalmente anche in Italia, dove Vittorio Amedeo II di Savoia, dopo l’alleanza iniziale con la Francia, ha cambiato partito e si è alleato con l’Impero. Il 7 settembre 1706 Eugenio di SavoiaCarignano sconfigge sotto Torino l’esercito francese che assedia la città. Di ritorno da Torino Eugenio occupa Milano e ordina al generale Wiedrich Daun di impadronirsi di Pavia. Gli Austriaci arrivano davanti alle mura di Pavia il 27 settembre. La città è presidiata da 5 battaglioni di fanteria più alcuni svizzeri e 200 dragoni, in tutto circa 2.000 uomini, francesi e spagnoli, con 25 cannoni di grosso calibro agli ordini del generale spagnolo Conte Domenico Sartirana; è stata costituita anche una Milizia Urbana che deve controllare la porta del Ponte Coperto, l’unica rimasta aperta perché le altre sono state tutte murate. Daun ha con sé due reggimenti di Le artiglierie austriache seduta permanente, gricorazzieri e quattro regdando loro che occorre cominciano il bombardagimenti di fanteria, circa arrendersi perché esmento all’alba del 1° ot3000 fanti, ma non possendo del tutto inutile tobre. Quando una palla siede equipaggi da ponogni resistenza non vi è di cannone cade su una te per cui non può ciralcuna necessità di farsi casa della Piazza Grancondare completamente bombardare. Ritornate de si scatena la reazioPavia. Sartirana, isolato in piazza le donne si imne popolare. Un gruppo dal resto dell’esercito battono in un ufficiale di donne furibonde esce francese, sa che la difefrancese che dichiara in strada, invade il Brosa è senza speranza. che prima di arrendersi i letto e getta la palla daNonostante ciò rifiuta la Francesi incendieranno vanti agli esterefatti resa che viene intimata la città. L’imprudente m e m b r i da Daun e ordina alle ufficiale si salva dalla dell’amministrazione, i sue artiglierie di aprire il folla che si è subito raDecurioni, che sono in fuoco. Gli Austriaci cominciano allora le operazioni d’assedio ma la stagione piovosa ritarda i lavori e ostacola il trasporto delle artiglierie pesanti e degli altri materiali che devono arrivare da Novara e da Milano. Da parte loro gli abitanti sono terrorizzati. Un falso allarme che gli Austriaci stanno per attaccare fa suonare a martello la campana della Torre Civica e porta tutti i cittadini a radunarsi sulla Piazza Grande. Nessuno ha intenzione di combattere, tanto più per IL PRINCIPE EUGENIO DI SAVOIA. i Francesi, da IMMAGINE TRATTA DALL’OPERA DI J. C. ALLMAYER-BECK E sempre malvisti E. LESSING “DIE KAISERLICHEN KRIEGSVÖ, 1479-1718”, MONACO, BERTELSMANN VERLAG 1978. dai Pavesi. dunata rifugiandosi in Duomo ma intanto si sparge la voce che i Francesi vogliono dare Pavia alle fiamme. Molti pavesi armati e furenti si radunano in piazza e cominciano a percorrere le vie disarmando tutti i soldati che vi trovano. Le strade vengono sbarrate con barricate per fermare i dragoni francesi, tutte le finestre sono illuminate e si tengono pronte le campane per dare l’allarme. Da parte sua la guarnigione si ritira nel Castello da dove il Sartirana potrebbe fare bombardare la città. Questa critica situazione viene risolta il giorno dopo. Scavalcando del tutto il Sartirana una delegazione di cittadini esce da Pavia e offre la resa al generale Daun che l’accetta con grande sollievo perché sta incontrando grosse diff i c o l t à nell’assedio al punto di avere già richiesto rinforzi al principe Eugenio. Al generale Sartirana non resta altro che far sospendere il fuoco. Le porte della cit- tà vengono aperte agli Austriaci che entrano tra le acclamazioni dei Pavesi tra i quali si distingue un folto numero di religiosi che sventola bandiere imperiali e inneggia a “Cesare”. Daun riceve le chiavi della città, presenzia a un solenne ed immancabile Te Deum in Duomo e sfila per le strade accolto come un liberatore. Il 4 ottobre i Francesi e gli Spagnoli consegnano agli Austriaci tutte le artiglierie, ben 62 pezzi tra pesanti e leggeri, oltre ad altro abbondante materiale bellico e a 4.000 sacchi di farina ed escono dalla città dal ponte sul Ticino, percorrendo tutta Strada Nuova tra due ali di folla ostile. Tra tutti si distingue per la veemenza degli insulti soprattutto il prevosto di San Teodoro alla testa di numerosi ecclesiastici. Daun riparte per raggiungere l’esercito del Principe Eugenio e lascia a Pavia due reggimenti di fanteria e uno di corazzieri. Con questo episodio termina la presenza degli Spagnoli a Pavia. Ad essi si sostituiscono gli Austriaci che vi rimarranno, salvo brevi interruzioni e il lungo interludio napoleonico, fino al Pagina 12 Numero settantanove - Settembre 2012 PAVIA E I SUOI ASSEDI di LUIGI CASALI G.C. BAGETTI, LA PRESA DI PAVIA, 25 MAGGIO 1796. IMMAGINE TRATTA DAL VOLUME “NAPOLEONE IN ITALIA NEGLI ACQUERELLI DI GIUSEPPE PIETRO BAGETTI E NELLE CRONACHE DI STENDHAL E DI ADOLPHE THIERS”, MILANO, F.M.R. 2001. LE TRUPPE FRANCESI ENTRANO IN PAVIA IL 25 MAGGIO. IMMAGINE TRATTA DAL VOLUME DI J. TRANIÉ E J. C. CARMIGNANI, “NAPOLÉON BONAPARTE 1ÉRE CAMPAGNE D’ITALIE”, PARIGI, PYGMALION 1990. Il 14 luglio 1789 scoppia a Parigi la Rivoluzione Francese. Pochi anni dopo la Francia è in guerra contro i regnanti d’Europa. Alla fine del mese di marzo del 1796 Napoleone Bonaparte assume il comando dell’Armata d’Italia che fronteggia gli eserciti piemontese ed austriaco sulle Alpi. Bonaparte passa subito all’offensiva e nel giro di poche settimane sconfigge i Piemontesi e obbliga gli Austriaci a ritirarsi oltre il Ticino. Nella prima decade di maggio i Pavesi assistono con non poca preoccupazione al passaggio di lunghe colonne di sfiduciati soldati imperiali che attraversano il Ticino sul Ponte Coperto. Il 10 maggio tutte le truppe austriache hanno abbandonato Pavia non senza aver prima tentato di far saltare, senza successo, un’arcata dello stesso ponte. I Francesi dilagano nella Lombardia occidentale. I generali André Massena e Pierre Fra- nçois Augerau ricevono l’ordine di occupare rispettivamente Milano e Pavia. Con l’eccezione dei “giacobini” e dei democratici che hanno fatto proprie le idee della Rivoluzione l’arrivo dei Francesi è in generale male accolto dalla massa delle popolazioni lombarde proprio come lo saranno in seguito anche da quelle delle altre regioni italiane. La Lombardia ha subìto nel corso del XVIII secolo le guerre di Successione Spagnola, Polacca ed Austriaca ma si è trattato di guerre dinastiche, combattute al solo fine di assicurare nuove conquiste territoriali, che non hanno messo in pericolo il vecchio sistema e l’ordine civile costituito. Al contrario le guerre della Rivoluzione sono combattute per la prima volta sulla base dell’ideologia e da parte francese hanno l’obiettivo di esportare le idee e i princìpi rivoluzionari oltre i confini della Francia. Le truppe francesi hanno bisogno di tutto e d’altronde è consuetudine per gli eserciti rivoluzionari vivere sulle risorse dei territori conquistati perché la Repubblica non è in grado di mantenerli; le disposizioni del Direttorio parigino prevedono inoltre che la Lombardia, una delle province più ricche dell’Impero austriaco, venga spremuta “come un limone” per rimpinguare le esauste casse francesi. Le pesanti requisizioni, le elevatissime contribuzioni, l’arroganza e la violenta verbosità “rivoluzionaria” di molti esponenti giacobini sono tutti elementi che disgustano i lombardi, di tutti i ceti sociali. Il patriziato, ormai in fase decadente, naturalmente contrario ai Francesi, mantiene comunque, salvo poche eccezioni, un atteggiamento prudente e attendista; i borghesi sono per lo più equidistanti tra le due parti in lotta anche se mal sopportano le eccessive in- temperanze dei giacobini. I buoni cattolici e i ceti più bassi sono anche spaventati e preoccupati dalla irreligiosità e dal laicismo rivoluzionario dei Francesi. Per quanto riguarda la Chiesa, le alte gerarchie ecclesiastiche, pur essendo naturalmente favorevoli all’Austria e spaventate da quanto è accaduto in Francia durante la Rivoluzione, si mantengono, almeno ufficialmente, neutrali e sembrano accettare il nuove ordine, nella speranza che prima o poi l’Impero risulterà vittorioso. Il piccolo clero, quello di campagna soprattutto, non esita invece a schierarsi apertamente contro i nuovi venuti. L’opposizione violenta ai Francesi viene soprattutto da parte dei ceti più umili, popolani e contadini, che, aizzati dai loro padroni e dai curati di campagna, vedono nell’arrivo dei francesi una minaccia all’ordine tradizionale, alla religione e in generale a quel sistema sociale patriarcale e stratificato che è il solo che possono concepire e che costituisce il loro unico riferimento. L’ARRIVO DEI FRANCESI Il 14 maggio arriva a Pavia la divisione del generale Augerau. I patrioti pavesi, non molti per la verità, escono allora allo scoperto. Il 16 maggio piantano l’albero della libertà in piazza del Duomo. In uno stupido eccesso di furore rivoluzionario i “giacobini” atterrano e fanno a pezzi l’antica statua del Regisole, considerata un simbolo dell’odiata tirannide per il solo fatto che rappresenta un imperatore romano. Questo episodio, insieme alle requisizioni eseguite dai francesi, contribuisce non poco ad aumentare l’avversione popolare verso i nuovi venuti. La sera stessa del 16 maggio scoppiano in Borgo Ticino violenti disordini tra borghigiani e francesi, non è ben chiaro se per i pesanti complimenti rivolti da alcuni soldati francesi ad alcune donne borghigiane o per vendicare l’atterramento del Regisole. Nei giorni seguenti nelle campagne si hanno i primi prodromi della rivolta. Al suono delle campane i contadini guidati dai loro parroci e dai fittavoli si radunano e presidiano paesi e strade, pronti ad attaccare i reparti francesi isolati. I primi gruppi armati si sono d’altra parte formati nei giorni precedenti per difendersi dalle requisizioni dei Francesi, requisizioni che nelle campagne assumono di frequente le forme e la violenza di veri e propri saccheggi. Augerau, richiamato da Bo- naparte che sta riprendendo le operazioni contro gli Austriaci, lascia Pavia con la sua divisione il 21 maggio. La città rimane presidiata da 450 uomini, di cui la metà sono ammalati o convalescenti, agli ordini del capitano Guillaume Latrille de Lorenczec, che si acquartierano nel Castello Visconteo. LO SCOPPIO DELLA RIVOLTA L’insurrezione “bianca” esplode il 23 maggio. Verso le otto del mattino un gruppo di (Continua a pagina 13) Numero settantanove - Settembre 2012 Pagina 13 di LUIGI CASALI PAVIA E I SUOI ASSEDI IL SACCO DI PAVIA DEL 25 E 26 MAGGIO 1796. STAMPA DI CARLE VERNET (COLLEZIONE PRIVATA). A DESTRA: LA RIVOLTA E IL SACCO DI PAVIA. STAMPA DEL XIX SECOLO. IMMAGINE TRATTA DAL VOLUME DI C. SINISTRI E C. BELLONI, “PAVIA NELLE SUE ANTICHE STAMPE”, PAVIA, LA GOLIARDICA PAVESE 1992. NELLA PAGINA ACCANTO: BACLER D’ALBE, NAPOLEONE BONAPARTE, GENERALE IN CAPO DELL’ARMÉE D’ITALIE NEL 1796 (MUSEO DEL CASTELLO DE LA MALMAISON). QUI A DESTRA: RIVOLTA E SACCO DI PAVIA. I RAPPRESENTANTI DEL CLERO A DESTRA: L’ANTICA STATUA DE IL REGISOLE; “NAPOLEONE PERDONA A’ RIVOLTOSI DI PAVIA”. STAMPE DEL XIX SECOLO. IMMAGINI TRATTE DAL VOLUME DI C. SINISTRI E C. BELLONI “PAVIA NELLE SUE ANTICHE STAMPE”, PAVIA, LA GOLIARDICA PAVESE 1992. (Continua da pagina 12) ragazzi, a un segnale dato, fa cadere il berretto frigio che si trova in cima all’albero della libertà, subito dopo abbattuto a colpi d’ascia da un gruppo di popolani in attesa. Allora le strade si riempiono di uomini armati che al grido di “giù la coccarda (con riferimento a quella francese), viva l’Imperatore” cominciano a dare la caccia ai soldati francesi e ai cittadini filo repubblicani; molti soldati sorpresi nelle strade sono fatti prigionieri. Mentre la campana della Torre comunale, di cui i rivoltosi si sono impadroniti, suona a martello per annunciare al contado che la rivolta è iniziata, gruppi di insorti corrono alle porte delle mura, disarmano le sentinelle francesi e fanno entrare in città la moltitudine di contadini armati che sono in attesa fuori dalla città. Le poche truppe francesi, incapaci di fronteggiare le migliaia di insorti, si rinchiudono nel castello. A capo degli insorti si pongono un capomastro, Natale Barbieri e don Paolo Bianchi, parroco di San Perone, uno dei principali istigatori della rivolta. I francesi resistono per due giorni finché la sera del 24 maggio Latrille, che non deve essere stato un cuor di leone, decide di arrendersi al mattino del giorno dopo sull’assicurazione di avere salva la vita per sé e per i suoi uomini, cosa che viene scrupolosamente rispettata. Ormai padroni incontrastati della città gli insorti aspettano ora le truppe austriache, il cui arrivo è stato loro dato ad intendere come imminente dagli organizzatori della rivolta. LA REAZIONE FRANCESE Le notizie provenienti da Pavia hanno molto inquietato Bonaparte. Impegnato contro l’esercito austriaco verso est, egli teme che il focolaio pave- E DELLA CITTADINANZA PAVESE IMPLORANO LA CLEMENZA DI BONAPARTE. LE IMMAGINI SONO TRATTE DAL VOLUME DI J. TRANIÉ E J. C. CARMIGNANI “NAPOLÉON BONAPARTE 1ÈRE CAMPAGNE D’ITALIE”, PARIGI, PYGMALION 1992 se possa innescare una serie di agitazioni a catena in tutta la Lombardia, proprio alle spalle dell’armata d’Italia, mettendo in pericolo le comunicazioni con la Francia. Rientrato subito a Milano, ordina al capo brigata Jean Lannes, futuro Maresciallo dell’Impero, di muovere verso Pavia con una colonna di circa 2.000 uomini. Lannes si muove rapidamente. Raggiunta Binasco, la trova difesa dai contadini della zona che vi si sono asserragliati. Il paese viene conquistato con un energico assalto alla baionetta e quindi brutalmente saccheggiato e dato alle fiamme. I bagliori dell’incendio che si stagliano contro il cielo durante la notte sono ben visibili anche da Pavia. Resisi ormai conto che nessun aiuto può arrivare dall’esercito austriaco, gli insorti decidono comunque di resistere. Le mura nord di Pavia si riempiono di armati, ben determinati, almeno così sembra, a combattere. La colonna francese, comprendente alcuni battaglioni di fanteria, 300 dragoni a cavallo e sei pezzi d’artiglieria arriva davanti alle mura di Pavia verso le quattro del pomeriggio del 25 maggio. Verso le cinque i francesi cominciano il bombardamento. In città scoppiano varie bombe e molte altre vengono sparate contro Porta di San Vito. “Tutta la città - scrive Vincenzo Rosa, testimone oculare degli avvenimenti - sembra spopolata o istupidita. Non si ode che le campane a martello, le cannonate e le bombe”. Dopo circa una mezz’ora i Francesi si lanciano all’attacco ed entrano in città da Porta San Vito e da quella di Borgoratto rimasta aperta e sguarnita. I rivoltosi oppongono una breve resistenza e poi si disperdono. I combattimenti continuano nelle vie della città dove le truppe francesi sono anche fatte segno del lancio di proiettili dai tetti e dalle finestre. I dragoni spazzano le strade sciabolando chiunque vi si trovi; i fanti a loro volta sparano contro le finestre e i tetti. É così che viene ucciso il frate domenicano Severino Capsoni, insigne studioso, affacciatosi alla finestra per vedere cosa sta succedendo in strada. Il numero dei morti tra gli insorti aumenta rapidamente; alla fine se ne conteranno quasi un centinaio. I contadini escono dalla città dal Ponte Coperto e si disperdono nelle campagne. Verso sera gli scontri si placano. I francesi, che hanno avuto anche loro alcuni morti, rastrellano le strade e arrestano tutti i sospetti che vi vengono trovati. Il Barbieri viene catturato in un osteria, dove si è rifugiato. Bonaparte arriva a Pavia accompagnato dal commissario politico Cristoforo Saliceti e si installa nel collegio Caccia, oggi palazzo Cattaneo, al n. 20 dell’attuale Viale Matteotti. IL SACCO DI PAVIA Deciso a dare una lezione che serva di esempio alle altre città, Bonaparte è intenzionato a incendiare la città. Rabbonito dal deciso intervento dell’avvocato Camillo Campari, che lo convince della sostanziale estraneità dei cittadini pavesi alla rivolta, rinuncia al suo proposito ma concede alle truppe il saccheggio che inizia la sera stessa del 25 maggio. Case, chiese e botteghe so- no invase e depredate. Al saccheggio partecipano anche molti esponenti del partito filo-francese, alcuni dei quali si distinguono per la loro rapacità. Il Monte di Pietà, ad esempio, viene svaligiato soprattutto dai pavesi tra i quali è citato, con non poca sorpresa, anche Siro Comi. Comunque non si registrano violenze contro le persone né le donne subiscono molestie. Il saccheggio avviene soprattutto di notte; l’ordine di cessarlo viene diramato verso le 9 del mattino ma esso continua ancora per alcune ore. Anche tutto il contado viene saccheggiato, sovente in modo più grave e violento che in città. I francesi nominano una nuova giunta municipale con elementi “democratici”. I membri del precedente consiglio sono arrestati tranne alcuni come il marchese Benedetto Conti e il conte Francesco Gambarana che, accusati di essere tra i sobillatori della rivolta, sono fuggiti. I municipalisti saranno tutti assolti nel processo tenuto alcune settimane dopo. Una settantina di cittadini pavesi e del contado sono trattenuti come ostaggi ed inviati in esilio ad Antibes, dove resteranno fino alla fine del 1796. La rappresaglia più dura viene esercitata contro coloro che si sono più esposti durante la rivolta. Natale Barbieri, dopo una lunga notte di sevizie, viene fucilato all’alba del 26 maggio, fuori della porta del Castello; don Paolo Bianchi ed alcuni altri nei giorni seguenti. Sequestri, requisizioni e confische continuano ancora per un certo tempo ma dopo poche settimane la vita in città riprende il tranquillo corso di sempre. D’altra parte le maniere galanti e socievoli dei francesi cominciano a renderli simpatici alla popolazione che si adegua poco per volta alla nuova situazione politica. Nessuno può ancora saperlo ma il Risorgimento italiano ha cominciato a muovere i suoi Pagina 14 Numero settantanove - Settembre 2012 Il Collegio degli Ingegneri e degli Architetti della Provincia di Pavia, con la collaborazione di Myenergy S.p.A, il patrocinio della Provincia di Pavia, dell’Ordine degli Ingegneri e dell’Ordine degli Architetti, bandisce il concorso di idee dal titolo Lo spazio pubblico, luogo per dare energia alla città aperto a tutti gli iscritti under 35 agli Ordini Provinciali degli Ingegneri e degli Architetti del territorio della Regione Lombardia. Un concorso nato per ricercare nuove “filosofie” di approccio al tema energetico, partendo dallo spazio pubblico inteso come luogo fisico di uso sociale e collettivo. Il concorso diventerà occasi on e per forni re “giovani” idee volano virtuoso di nuove proposte innovative sul tema energeticoambientale. Il testo del bando può essere scaricato dal sito: www.ordinearchitettipavia.it oppure dal sito: www.socratealcaffe.it Ecco un estratto del bando. Oggetto. Individuazione dei “luoghi” intesi come àmbiti riconoscibili del territorio provinciale da impreziosirsi con il ricorso a fonti energetiche rinnovabili. Il tema non L O SPAZIO PUBBLICO Luogo per dare energia alla città prevede espressamente l’individuazione di una specifica area di intervento; piuttosto un “modello” ambientale, caratterizzante e pertanto riconoscibile del nostro territorio provinciale, su cui la soluzione energetica possa fare sintesi col paesaggio. Partecipanti. La partecipazione al concorso è aperta agli Ingegneri e Architetti, attualmente iscritti agli Albi dei rispettivi Ordini Professionali della Regione Lombardia. La partecipazione potrà essere in gruppo. Fasi. Il concorso si svilupperà in un’unica fase. Tempi. Step 1) Presentazione delle domande di chiarimento sul concorso entro 30 giorni dalla pubblicazione del bando, data che viene convenzionalmente stabilita al 15 settembre 2012. Step 2) Risposta alle domande e pubblicazione: entro 30 giorni dalla fase 1. Step 3) Presentazione delle soluzioni progettuali: entro 60 giorni dalla fase 2. Step 4) Pubblicazione dei risultati: entro 30 giorni dalla fase 3. Step 5) Giornata illustrativa e premiazione: entro i successivi 30 giorni in data da destinarsi. Punteggio. Su un punteggio complessivo di 100 punti il concorso prevede: 40 punti per inserimento della soluzione nel contesto ambientale; 20 punti per rappresentazione grafica e sinteticità della proposta; 40 punti per f a c i l i t à d i diffusione/ripetibilità della proposta sul territorio. Modalità di partecipazione. L’iscrizione al concorso deve essere effettuata entro le ore 12 di quanto contenuto nello Step 2 personalmente o tramite lettera raccomandata indirizzata alla Segreteria del concorso Modalità di presentazione. I progetti dovranno pervenire, a pena di esclusione, in plico chiuso e sigillato, anonimo, su cui deve comparire unicamente la scritta “Concorso di idee - lo spazio pubblico, luogo per dare energia alla città”. Il materiale deve essere inviato a: Segreteria del Collegio Ingegneri e Architetti della Provincia di Pavia - V.le Indipendenza 11 - 27100 Pavia. Deve essere omessa qualsiasi indicazione che possa rivelare il nominativo del concorrente. Giuria. La giuria sarà costituita da 7 membri così individuati: un ingegnere e un architetto in rappresentanza del Collegio degli Ingegneri e degli Architetti della Provincia di Pavia; un rappresentante della società Myenergy; un rappresentante dell’Ente Provincia di Pavia; un docente universitario in rappresentanza del Dipartimento di Ingegneria Civile e d A r c h i t e t t u r a dell’Università di Pavia; un ingegnere e un architetto under 35 in rappresentanza dei rispettivi Ordini Provinciali di Pavia. Premio. Il premio previsto si concretizza in uno stage presso Myenergy S.p.A, con l’opportunità di continuare ulteriormente la collaborazione dopo i primi 6 mesi o di convertirla in assunzione. Il vincitore lavora nel team che si occupa dello sviluppo del settore “efficienza energetica” all’interno di Myenergy S.p.A. L’obiettivo è di concretizzare nella pratica quanto sviluppato in sede di concorso, al fine di convertire l’idea di base in progetto reale e vendibile nel mercato energetico italiano. Lo stage prevede un compenso mensile netto pari a 600 euro. Lo stage può avvenire sia sotto forma di collaborazione professionale sia come contratto a progetto. La principale caratteristica che viene generalmente indicata come distintiva della specie umana è che essa, a differenza delle restanti specie, è in grado di “parlare, scrivere e far di conto”. Aristotele, infatti, definisce l’uomo uno zòon lògon èchon, cioè un animale che dimostra questa abilità “a fare logos”. Il verbo leghein, da cui deriva logos, comprende però una molteplicità di significati che vanno appunto dal discorrere, al narrare, all’enumerare, ma anche al raccogliere e al classificare. di PIER GIUSEPPE MILANESI Le neuroscienze, nello sforzo di ricerca di momenti di contatto tra mente e cervello, tra natura e cultura, si sono volte con particolare attenzione allo studio del linguaggio, in quanto proprio il linguaggio, o meglio la più ampia e articolata dimensione del logos, rappresenta il momento in cui il cervello si trasforma in uno speciale calcolatore in grado di organizzare discorsi e operazioni matematiche e di ordinamento. L’ambito di studio della neurolinguistica si è così candidato a luogo privilegiato per un rendez vous ad alto livello tra scienze della cultura e neuroscienze. Con grande fervore si è anche aperta una “caccia al gene”: un gene “del linguaggio” che potrebbe essere responsabile di questa trasformazione dell’animale in zòon lògon èchon. Chissà! Se tale gene esistesse davvero forse un giorno riusci- remo a dialogare anche con il cane e il gatto di casa. Dal canto nostro vorremmo invece sostare un attimo e tornare a riflettere su un significato trascurato di leghein: quello di “raccogliere”: il semplice gesto di raccogliere. A tal fine vorrei riportare uno dei più begli aneddoti tramandati nella storia della filosofia. Si narra infatti che Democrito - il grande filosofo che per primo concepì un universo formato da atomi - avesse intuito le enormi capacità filosofiche di un giovanetto, osservando come questi raccoglieva e ordinava la legna facendone un fardello da trasportare. Democrito chiamò a sé il giovanetto e gli fece disfare e poi ricomporre il fardello di legna per avere la conferma della genialità e della sapienza con cui tale fardello veniva costruito. Quel giovanetto era Protagora, il primo “filosofo del linguaggio”, per quanto fondatore dell’antica sofistica. Questo aneddoto ci porta a gustaSETTORE ASSICURATIVO RICERCA CONSULENTE RAMO VITA PRIMARIA AGENZIA GENERALE DI PAVIA RICERCA CANDIDATO/A CON DOCUMENTATA ESPERIENZA NELLA VENDITA DI PRODOTTI ASSICURATIVI VITA SI OFFRE FISSO MENSILE di € 1.600-provvigioni e incentivi PER INFORMAZIONI CHIAMARE IL 3342113249 re il significato più antico del logos, come leghein, come raccolta, disposizione e ordinamento, anzi come “corretto ordinamento”, ossia come abilità di non fare di tutta l’erba (la legna) un fascio: qualcosa che si avvicina a ciò che anche la linguistica continua a ricercare nei discorsi degli uomini - i “misteri” della sintassi - perché in greco “corretto ordinamento” si dice appunto syn-taxis. Se c’è una capacità squisitamente “umana”, da proporre come discrimine col restante mondo animale, essa deve essere attribuita non tanto al linguaggio come tale, ma piuttosto a un logos da intendere come abilità sintattica in generale, ossia a una generale vocazione umana per l’ordine, una tendenza a ordinare una quantità di cose, suoni, immagini, oggetti, arredi, eccetera, e infine anche le parole! Ma sempre in ossequio ad abilità pratiche, estetiche e di buon gusto nelle quali eccellono, tra l’altro, soprattutto le donne, le quali (secondo un diffuso pregiudizio) sarebbero notoriamente, e perciò non a caso (e forse proprio per questo) anche delle … grandi chiacchierone! modo prossimamente di spiegare, in successivi interventi, parlando dell’arte e della musica. Non possiamo non far notare - a proposito di quanto scherzosamente si diceva sulle donne “chiacchierone” - che il cervello umano maggiormente “ottimizzato” è proprio il cervello femminile, come è stato tra l'altro dimostrato in un recentissimo studio, anche se ciò non desta sorpresa, dacché era da tempo noto che il cervello femminile presentasse una maggior densità di connessioni interemisferiche e intramodulari. Da dove proviene questa “abilità”? È una questio- Questa “ottimizzazione” delle prestazioni cerebrali ne genetica? Riusciremo con appositi trapianti di geni a conversare con il gatto di casa? Probabilmente no. Si tratta solo di un problema di “cortecce intelligenti”. scaturisce proprio dalla stessa spinta evolutiva che costringe quelle stesse parti (che sono presenti con opportune varianti nel cervello di tutti i mammiferi superiori) a subire un processo di intensificazione e velocizzazione delle loro relazioni interne, tenuto conto che il contenitore, la “bisaccia” di Protagora, si rivela sempre più angusto a fronte di moltiplicate esigenze di prestazioni. Il risultato di questo processo di “ottimizzazione” dell’esistente, in senso evolutivo, è appunto ciò che chiamiamo “coscienza”. La “bisaccia” entro la quale Protagora cercava di comprimere e incastrare la sua legna con somma maestria è il nostro stesso cervello! Democrito aveva notato la genialità dell’incastro, la syn-taxis, e non certamente la qualità e la quantità dei legni assemblati. Ed è quello che dovremmo essere invitati noi a fare quando ci avviciniamo allo studio della nostra architettura cerebrale! Non dovremmo guardare alle parti - alla qualità e quantità delle parti - ma piuttosto alla sapienza della loro distribuzione, che probabilmente è in grado di moltiplicare le funzionalità cerebrali e le potenziali capacità di sintesi proiettando il cervello umano oltre la sua stessa natura, ossia trasformandolo in strumento di cultura. È in questa prospettiva che il cervello si presenta come una enorme macchina di raccolta, selezione e ordinamento, esprimendo, con la sua stessa struttura, il significato originario del logos-leghein a cui accennava Aristotele. E questa attività inizia già a livello delle cortecce sensoriali, come avremo In sintesi, se è questo lo scenario espansivo in cui la natura opera, allora diremo che può diventare una operazione sterile impostare il rapporto mente/cervello come un problema di ricerca di “parti” e di identificazione, all’interno della architettura cerebrale, di presunte “sedi di facoltà”, come se il cervello fosse organizzato a mo’ di senato accademico, col preside seduto sull’area di Broca. Un tempo il ricercatore per documentarsi sui misteri dell’animo umano scendeva in biblioteca a cercare un volume, adesso invece viene invitato a farsi una neuroimmagine. Ma non può essere così! Lo spazio aperto dalle neuroscienze non può essere trasformato nell’esercizio di una vuota tautologia. Pagina 15 Numero settantanove - Settembre 2012 Cosa bolle in pentola a Sartirana. Informazioni confidenziali intercettate. Schema tecnico di allestimento. Piano terreno del castello. Cinque sale come altrettante piccole personali. Artisti, in ordine di sala: Marco Lodola Arnaldo e Giò Pomodoro - Emilio Scanavino - Marcello Pirro - Carlo Mo Mauro Staccioli Umberto Milani. Primo piano. Tre saloni per Angelo Bozzola. Due sale per Alberto Ghinzani e Sergio Alberti. Una sala collettiva per scultori meno rappresentati in collezione permanente. Sala "delle armi" dedicata a Pietro Consagra. Sala"del teatro" per Fausto Melotti. Omaggio al grande Maestro, ultimo proprietario del castello. Prima che arrivassero i barbari della Fondazione Sartirana Arte. Accanto al miliare romano, la colonna di granito all'ingresso del Castello, trasformata nel XIX secolo in supporto per una raffinata lampada… (rispetto per la storia cosa rara è e fu ...) sarà collocata una grande scultura di Bozzola, quasi controcanto alla torre di mattoni rossi, svettante sui tetti del borgo. Opera di metà Quattrocento, autografa di Ridolfo Fioravanti, sua ultima fatica per gli Sforza prima del viaggio in Russia, dove costruì per lo Zar Ivan il Terribile il Palazzo del Cremlino. Nel cortile e nel parco opere di Carlo Mo e Pino Spagnulo. Atteso, hoc est in votis, il ritorno di una grande opera di Arnaldo Pomodoro, forse collocabile (stabilmente) tra il verde del fossato che circonda il castello. La giungla lomellina suggerita da Ermanno Casasco. FONDAZIONE SARTIRANA ARTE Atteso con ansia da Via Manin - Pronti al “via” - Il cronoprogramma di GIORGIO FORNI quei magici anni '50. Nel mese di settembre in corso Fondazione Cariplo dovrebbe formulare la valutazione finale del progetto sulla valorizzazione integrata dei beni culturali che abbiamo presentato. A Milano, il giardino e le sale del Palazzo della Triennale occupano la virtuale corsia n.1. Con lui, a parlarci del Movimento Arte Concreta, potrebbero esserci, nelle diverse sedi, anche gli storici e critici Marco Rosci, Luciano Caramel, Martina Corgnati, Flaminio Gualdoni, Marco Meneguzzo, che nel tempo, da ultimo Vittorio Sgarbi, si sono occupati nei loro studi del lavoro di Bozzola. In pista, in corsia 2, ci siamo noi a Sartirana, già con la mano calda. Pronti a movimentare le basi per le sculture di Angelo Bozzola e per quelle di tutti gli altri artisti che faranno loro corona. Già ipotizzate nel disegno allestitivo. Ancora segreto, ma abbiamo indiscrezioni attendibili. In corsia 3 la Provincia di Pavia. Progetto Mentre tutto ciò definito per la collocazione delle opere nel verde dei Giardini Malaspina, in auspicio per i primi soli primaverili del 2013. La quarta corsia è occupata da Belgioioso, Giardino Storico del Castello. Ma c'è pure l'ipoteca aperta per un allestimento della formida- bile sala (appena reinventata sul vuoto e pronta all'utilizzo, grazie ai fondi comunali e al finanziamento di " mamma" Cariplo). Quinta corsia a Valle Lomellina, per un quasi simbolico dialogo Bozzola/Ghinzani nella chiesa di Santa Maria, sotto gli occhi 1 □ attenti degli affreschi rinascimentali salvati e restaurati. Ancora una volta con il contributo della sempre generosa Fondazione guidata da papà Guzzetti. Tutte partenze scaglionate, ma con la possibilità di una sesta corsia, nei pressi della quale si sta scaldando il Comune di Mede. Per quella rimpatriata di vecchi amici/colleghi del MAC, quali furono Regina Cassolo e Bozzola. Ad essa non vorrebbe mancare il più che centenario Gillo Dorfles, che sarebbe il più brillante esegeta dei comuni momenti creativi di accadrà sarà possibile la definizione di altre tappe dell'itinerario, di altri Castelli del nostro territorio (Lomello, Frascarolo, Scaldasole, Valeggio, Castello d'Agogna, sino a Vigevano, Abbiategrasso e Bereguardo), tutte ipotesi da confermare e attivare … in attesa di EXPO. 3 □ 2 □ 4 □ 1 - IL CASTELLO DI SARTIRANA 4 - LA CHIESA DI SANTA MARIA DI VALLE LOMELLINA 2 - I GIARDINI MALASPINA A PAVIA 3 - IL CASTELLO DI MEDE 5 □ 5 - IL GIARDINO STORICO DEL CASTELLO DI BELGIOIOSO Pagina 16 CORRADO AUGIAS I SEGRETI D’ITALIA RIZZOLI Leopardi l’ha percorsa a disagio, sballottato in una carrozza, Shelley ci ha lasciato la vita, Garibaldi la salute: è l’Italia, da tempo immemorabile vituperata e ammirata, un Paese che pensiamo di conoscere ma che nasconde in ogni città, in ogni suo angolo un segreto. Compreso il più sconcertante: come mai le cose sono andate come sono andate? Come ha potuto diventare, questa penisola allungata di sbieco nel Mediterraneo tra mondi diversi, allo stesso tempo la patria dei geni e dei lazzaroni, la culla della bellezza e il pozzo del degrado? Questo libro tenta una spiegazione in forma di racconto, accompagnandoci dalle cupe atmosfere della Palermo di Cagliostro all’elegante corte di Maria Luigia a Parma, dalla nascita del ghetto di Venezia all’eroica fiammata dell’insurrezione napoletana contro i nazisti. Nel suo racconto dell’antropologia italiana, Augias mette a confronto due libri antitetici come “Cuore” di De Amicis e “Il piacere” di D’Annunzio, ricorda le truci storie di briganti che affascinarono Stendhal, celebra la resurrezione postbellica di Milano attraverso le glorie della Scala e del Piccolo Teatro, ma constata anche la decadenza di una classe dirigente. ALESSANDRO BARICCO TRE VOLTE ALL’ALBA FELTRINELLI Nell’ultimo romanzo che ha scritto, Mr Gwyn, si accenna a un certo punto a un piccolo libro scritto da un angloindiano, Akash Narayan, e intitolato Tre volte all’alba. Si tratta naturalmente di un libro immaginario, ma nelle imma- Numero settantanove - Settembre 2012 ginarie vicende là raccontate esso riveste un ruolo tutt’altro che secondario. Il fatto è che mentre Bar icco scr iv ev a quelle pagine gli è venuta voglia di scrivere anche quel piccolo libro, un po’ per dare un lieve e lontano sequel a Mr Gwyn e un po’ per il piacere puro di inseguire una certa idea che aveva in testa. Così, racconta Baricco, “finito Gwyn, mi sono messo a scrivere Tre volte all’alba, cosa che ho fatto con grande diletto”. “Venga, le ho detto. Perché? Guardi fuori, è già l’alba. E allora? E’ ora che lei torni a casa a dormire. Cosa c’entra che ora è? Sono mica una bambina. Non è questione di ore, è una questione di luce. Che cavolo dice? È la luce giusta per tornare a casa, è fatta apposta per quello. La luce? Non c’è luce migliore per sentirsi puliti. Andiamo”. VIRGINIA WOOLF CONSIGLI A UN ASPIRANTE SCRITTORE RIZZOLI Una scrittrice straordinariamente prolifica, uno dei circoli letterari più esclusivi del Novecento, un diario che annota fedelmente opinioni, sensazioni, pensieri sui propri libri e su quelli degli altri, sugli autori classici e sugli amici più cari. Da questa miscela, che non ha avuto eguali nella storia letteraria, sgorga un flusso inarrestabile di domande e risposte, preziose e sorprendenti. Virginia Woolf si muove, con il suo stile inimitabile, tra conferenze, saggi e illuminanti pagine di diario, spiegando con limpida chiarezza un classico, stroncando James Joyce e forse Ernest Hemingway, riflettendo sulle strategie migliori per costruire un personaggio. 1928-2012