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Numero settantanove – Settembre 2012
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te.i
Mensile di cultura e conversazione civile diretto da Salvatore Veca
Direttore responsabile Sisto Capra
PAVIA
E I SUOI ASSEDI
- PRIMA
LE GUERRE D’ITALIA DAL 1521 AL 1529
L’ASSEDIO DEL 1655
L’ASSEDIO DEL 1706
BONAPARTE A PAVIA
PARTE: DAL
1521
AL
1796
FONDAZIONE
SARTIRANA
ARTE
DA PAGINA 2 A PAGINA 13
FONDART
Immagini a cura di
Pinca-Manidi
Pavia Fotografia
Aspettando
EXPO
di Luigi Casali
GIORGIO FORNI
PAGINA 15
SPAZIO PUBBLICO
IN CONCORSO
LA BISACCIA
DI PROTAGORA
A PAGINA 14
Il testo l’ho fatto leggere
quest’estate al vecchio
Socrate alle prese con Caronte e Nerone. Il mio nuovo libro si chiama
L’immaginazione filosofica.
Sono almeno tre i temi ricorrenti in queste pagine. Il
primo ha a che vedere con
gli sviluppi delle meditazioni filosofiche sull’incertezza
che mi hanno guidato, in
questi anni, nella ricerca
sull’idea di incompletezza.
Il secondo tema chiama in
causa le mie ricerche,
nell’ambito della filosofia
politica, sulla questione
difficile e ineludibile di
un’idea di giustizia globale.
Il terzo tema, infine, riguarda i mutevoli rapporti tra
filosofia e politica. Se il
primo tema ha, almeno in
parte, carattere metateorico e il secondo esemplifica
un impegno normativo, il
terzo tema ha una natura
anfibia perché prende le
mosse da una riflessione
nel tempo sui mutevoli
nessi fra l’esercizio della
funzione intellettuale e le
scelte dei soggetti della
politica. Considerati assieme, i tre temi in realtà si
intersecano fra loro, sullo
sfondo dei frammenti di
una sorta di autobiografia
intellettuale, civile e politica. Non amo i toni solenni
e, quando è possibile, preferisco un tocco di ironia.
Sono molto affezionato alla
battuta di Nietzsche, secondo cui la saggezza che
si ascrive al filosofo in avanti negli anni, che si dedica a riflettere sulla natura
della propria ricerca, in
realtà è solo stanchezza.
O, forse, si potrebbe dire
che saggezza e stanchezza vanno in tandem.
L’ultimo capitolo, dedicato
specificamente all’idea di
immaginazione filosofica,
L’immaginazione
filosofica
di SALVATORE VECA
prende le mosse da alcune
tesi formulate nella ricerca
sull’idea di incompletezza.
Perché un invito
all’immaginazione filosofica? Perché, anche nella
ricerca filosofica, noi siamo
spesso vittime della falsa
necessità. E spesso la falsa necessità dipende semplicemente dalla mancanza
di fantasia. Ne sono convinto: noi abbiamo un grande bisogno di immaginazione. La filosofia è una
disciplina umanistica, come ci ha insegnato Bernard Williams. È una disciplina nel senso letterale del
la Feltrinelli a Pavia,
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Orari:
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termine. Essa richiede appunto disciplina, metodo,
rigore nell’argomentazione
e chiarezza
nell’esposizione. Ma non
richiede allo stesso modo il
feticismo del metodo. Essa
nasce dalla percezione di
ciò che fa problema e ha
essenzialmente bisogno di
immaginazione. Non possiamo rinunciare al compito mai finito di esplorare lo
spazio delle possibilità e
delle alternative. Questo
spazio ha confini, anche se
mutevoli. E i confini funzionano come vincoli per gli
esercizi di immaginazione.
E non vi sarà esercizio di
immaginazione, in cui non
si tratteggerà una mappa o
una cartografia dai confini
porosi tra fatti e interpretazioni, con buona pace di
nuovi realisti e postmoderni, di recente impegnati in
una querelle rumorosa e
prevalentemente mediatica. Tutto ciò è vero per
l’indagine filosofica. Ma
non è forse vero anche per
l’immaginazione sociale e
la fantasia politica, ai tempi
della sua crisi e del suo
desolante discredito? Per
uno come me, che alla fin
fine si riconosce da lungo
tempo come un socialdemocratico tenace e oggi
“arrabbiato”, nel cuore di
una crisi sistemica e persistente, che distorce i fondamentali dei regimi democratici sotto la pressione
del capitalismo finanziario
senza regole né frontiere,
l’esortazione agli esercizi
di immaginazione politica,
economica e sociale, è un
must. Per lo più, sotto il
dominio della falsa necessità, grandi risorse intellettuali sono impiegate nella
ricerca di mezzi per uscire
dal tunnel. Ma scarsi sono
gli investimenti intellettuali
che mettano a fuoco lo
spazio dei fini. Per questo,
ha ragione Tony Judt nel
suo appassionato testamento, affidato a Guasto è
il mondo: “Per convincere
gli altri che qualcosa è giusto o sbagliato ci serve un
linguaggio dei fini, non un
linguaggio dei mezzi”. E a
questo - inter alia - mirano
gli esercizi di immaginazione filosofica, nei loro limiti
e nella loro portata. Il vecchio Socrate ha letto con
attenzione e mi ha detto
che mi farà sapere. Aspetto con ansia il suo giudizio.
Come il vostro, care amiche e amici di Socrate al
Numero settantanove - Settembre 2012
Pagina 2
di LUIGI CASALI
PAVIA E I SUOI ASSEDI
Breve storia dei 20
assalti e saccheggi
subiti dalla città
nel corso dei secoli.
Un triste primato.
La prima puntata
va dal 1521 al 1796.
Sul prossimo numero
le vicende dei “secoli
bui” e del Medioevo.
Inizia con il presente
numero di Socrate al
Caffè una breve storia
dei numerosi assedi
che Pavia ha subito nel
corso dei secoli. Da
quello di Odoacre del
476 alla presa e al sacco napoleonico del
1796 se ne possono
contare almeno venti,
quasi un primato, peraltro non invidiabile, di
cui i nostri antenati avrebbero sicuramente
fatto volentieri a meno.
Pavia è stata sovente
coinvolta nelle numerose
guerre che si sono succedute nell’Italia settentrionale fino al XIX secolo.
Collocata sul Ticino, a
poca distanza dalla confluenza con il Po, Pavia,
o Ticinum, occupa fin
dall’epoca romana una
importante posizione geografica che le consente
di controllare le vie di comunicazione a sud-ovest
verso il mare, a occidente
verso i passi alpini, a oriente verso il Veneto e a
sud verso l’Italia centrosettentrionale. Durante il
periodo imperiale romano
Ticinum diventa centro di
un importante mercato
sorto lungo la grande arteria stradale che la collega a Placentia e soprattutto luogo dove soggiornano truppe e si concentrano rifornimenti. Gli avvenimenti che si svolgono
nel corso del V secolo ne
confermano la crescente
importanza sia militare
che civile. Infatti è in Ticinum che nel 476 si rinchiude Oreste nella guerra contro Odoacre ed è
ancora in Ticinum dove
Teodorico si difende dallo
stesso Odoacre prima di
(Continua a pagina 3)
476 - Odoacre assedia e saccheggia Pavia
489-490 - Odoacre assedia senza successo Pavia dove si è rinchiuso Teodorico, capo degli Ostrogoti.
569-572 - Alboino assedia e conquista Pavia che si arrende.
754 e 756 - Pipino, re dei Franchi, assedia due volte Pavia dove
si è rinchiuso Astolfo, re dei Longobardi.
773-774 - Carlo Magno assedia Pavia dove si è rinchiuso Desiderio,
l’ultimo re dei Longobardi. I Franchi conquistano la città.
924 - Gli Ungari assediano e incendiano Pavia.
1315 - Matteo Visconti conquista per tradimento Pavia.
Morte di Ricciardino Langosco.
1356 - Galeazzo Visconti assedia Pavia ma viene respinto.
1359 - Secondo assedio di Galeazzo Visconti. Pavia si arrende.
1410 - Facino Cane prende e saccheggia Pavia.
1522 - Odet de Foix visconte di Lautrec assedia senza successo Pavia.
1524-1525 - Francesco I assedia Pavia.
L’assedio termina con la battaglia del 24 febbraio 1525.
1527 - Odet di Foix visconte di Lautrec assedia, conquista e saccheggia Pavia.
1528, maggio - Gli Spagnoli guidati da Barbiano di Belgioioso, Duca d’Urbino,
conquistano e saccheggiano Pavia.
1528, settembre - I Francesi di Francesco di Borbone-Vendôme duca di Saint-Pol e i Veneziani
di Francesco Maria della Rovere assediano, conquistano e saccheggiano Pavia.
1529 - Antonio de Leyva assedia Pavia che si arrende.
1655 - I Collegati francesi, piemontesi e modenesi guidati da Tommaso di Savoia Carignano e da
Francesco I d’Este duca di Modena assediano senza successo Pavia.
1706 - Gli Austriaci assediano e si impadroniscono di Pavia.
1796 - I Francesi di Napoleone Bonaparte conquistano Pavia in rivolta e la saccheggiano.
Il giornale di Socrate al caffè
Direttore Salvatore Veca
Direttore responsabile Sisto Capra
Editore: Associazione “Il giornale di Socrate al caffè”
(iscritta nel Registro Provinciale di Pavia delle Associazioni senza scopo di lucro, sezione culturale)
Direzione e redazione via Dossi 10 - 27100 Pavia
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Redazione: Mirella Caponi (editing e videoimpaginazione), Pinca-Manidi Pavia Fotografia
Stampa: Tipografia Pime Editrice srl via Vigentina 136a, Pavia
Comitato editoriale: Paolo Ammassari, Silvio Beretta, Franz Brunetti, Davide Bisi, Giorgio Boatti,
Angelo Bugatti, Claudio Bonvecchio, Roberto Borri, Roberto Calisti, Gian Michele Calvi, Mario Canevari,
Mario Cera, Franco Corona, Marco Galandra, Anna Giacalone, Massimo Giuliani, Massimiliano Koch,
Isa Maggi, Arturo Mapelli, Anna Modena, Alberto Moro, Federico Oliva, Davide Pasotti, Fausto Pellegrini,
Aldo Poli, Vittorio Poma, Paolo Ramat, Carlo Alberto Redi, Antonio Maria Ricci, Giovanna Ruberto,
Antonio Sacchi, Dario Scotti.
Autorizzazione Tribunale di Pavia n. 576B del Registro delle Stampe Periodiche in data 12 dicembre 2002
Ecco dove viene distribuito gratuitamente
“Il giornale di Socrate al caffè”
Numero settantanove - Settembre 2012
Pagina 3
di LUIGI CASALI
PAVIA E I SUOI ASSEDI
LUIGI CASALI
(nella foto),
nato a Pavia nel 1946, laureato
in Scienze Politiche con una
tesi sulla Stampa pavese nei
moti del pane del 1898, è studioso, esperto e consulente di
storia militare, uniformologia e
oplologia soprattutto per il periodo compreso tra il Rinascimento e il Risorgimento. Autore di libri quali Federico II di Prussia, La Battaglia di Pavia (coautore),
Gli Arazzi della Battaglia di Pavia nel Museo di Capodimonte, Dal Quaderno del Cauto Osservatore
della Battaglia di Pavia. Nell’opera “Storia di Pavia”
è coautore del saggio Pavia nelle vicende militari
del XVI secolo e la battaglia del 24 febbraio 1525 .
VEDUTA DI PAVIA NELLA PRIMA METÀ DEL XVI SECOLO
(PAVIA, CHIESA DI SAN SALVATORE).
A DESTRA, NELL’IMMAGINE CHE VIENE RIPROPOSTA IN TUTTE LE PAGINE DEL SERVIZIO:
VEDUTA DI PAVIA NEL 1522, AFFRESCO ATTRIBUITO A BERNARDINO LANZANI
(PAVIA, BASILICA DI SAN TEODORO).
(Continua da pagina 2)
passare al contrattacco
e prevalere sul rivale. Il
re dei Goti fa di Pavia un
centro politico molto importante del suo regno,
alla pari con Verona e
secondo solo a Ravenna. Caduta quest’ultima
durante la guerra contro
i Bizantini, Ticinum diventa l’ultima sede del
governo e del comando
militare dei Goti.
La città, ben fortificata,
è l’unica che resiste, e
per un lungo periodo, ad
manente della corte e
del comando militare è
dovuta ancora una volta
alla sua posizione. Militarmente già forte per
natura e resa ancora più
forte per mano
dell’uomo, Pavia è infatti
più sicura di Verona,
minacciata da vicino, da
est e da sud, da città e
fortezze bizantine.
Pavia, in quanto capitale e centro strategico di
vitale importanza per
chiunque miri a impadronirsi dell’Italia settentrio-
NELLE IMMAGINI DELLA PAGINA ACCANTO, DALL’ALTO:
- LE CINTE MURARIE DI PAVIA NELLE VARIE EPOCHE. PIANTA ESEGUITA NEL 1585
DA G. B. CLARICIO. IMMAGINE TRATTA DAL VOLUME DI C. SINISTRI E C. BELLONI
“PAVIA NELLE SUE ANTICHE STAMPE”, PAVIA, LA GOLIARDICA PAVESE, 1992.
- IL CASTELLO VISCONTEO DI PAVIA.
- LA BATTAGLIA DI PAVIA. ANONIMO DEL XVI SECOLO (OXFORD, ASHMOLEAN
MUSEUM). IMMAGINE TRATTA DALL’OPERA “STORIA DI PAVIA, VOL. II, TOMO 2”,
PAVIA, BANCA DEL MONTE DI LOMBARDIA, 1990.
- L’ASSEDIO DI PAVIA DEL 1655. STAMPA DI RANUTIO PRATTA DEL 1656. IMMAGINE TRATTA DAL VOLUME “VEDUTE DI PAVIA DAL ‘500 AL ‘700”, PAVIA, VIGIEFFE, 1992.
- COMBATTIMENTO TRA FANTERIA SPAGNOLA E CAVALLERIA FRANCESE, METÀ DEL
XVII SECOLO. IMMAGINE TRATTA DALL’OPERA DI J. C. ALLMAYER-BECK , E. LESSING, “ DIE KAISERLICHEN KRIEGSVÖLKER, 1479-1718”, MONACO, BERTELSMANN VERLAG, 1978.
Alboino. Ed è proprio
con i Longobardi, dopo
la morte dello stesso
Alboino, avvenuta per
una congiura di palazzo
cui non sono estranei i
Bizantini, che Ticinum
assume un’assoluta preminenza su tutte le altre
città sedi di ducati.
L’elezione di Pavia a
capitale del regno longobardo e come sede per-
nale, riceve vantaggi e
svantaggi da questa
condizione. Se i vantaggi di essere capitale sono evidenti, questo status e la sua posizione
geografica sono anche
causa di particolari e
drammatici avvenimenti
che sconvolgono di volta
in volta la vita dei suoi
abitanti.
Ha inoltre pubblicato guide, opuscoli, saggi e articoli sulla battaglia di Pavia e su argomenti vari di
storia militare su giornali e riviste di settore. Ha
curato la pubblicazione di due volumi di memorie,
documenti e relazioni sulla battaglia di Marengo e
sulla seconda campagna d’Italia di Napoleone. Ha
vinto il primo premio giornalistico 2007 “Cronache
della Storia” per la stampa periodica nazionale indetto dalla Federazione Italiana Giochi Storici.
Ricerca iconografica
e immagini
dell’intero servizio
Pavia e i suoi assedi
a cura di
Pinca-Manidi/
Pavia Fotografia
Capitale del Regno Itali- Nella metà del XVI seco e poi fiera rivale di
Milano nel corso del periodo comunale, Pavia
sviluppa una tradizionale
e naturale predisposizione militare che le torna
utile per difendersi dai
nemici che si presentano sotto le sue mura. Il
dominio visconteo, dopo
la conquista del 1359,
se relega Pavia in secondo ordine rispetto a
Milano, pure ne riconferma l’importanza militare
edificando l’imponente
Castello Visconteo.
La vicinanza di Pavia
con Milano, il suo Ponte
Coperto in mattoni e pietra sul Ticino, la posizione geografica che le
consente di controllare
le comunicazioni della
capitale del Ducato con
Genova, le buone possibilità di difesa che essa
offre continuano a farne
un punto strategico molto importante durante le
guerre d’Italia del XVI
secolo. Tra il 1521 e il
1529 Pavia viene assediata sei volte e tre volte
duramente saccheggiata. Il suo nome compare
nella storia universale
per la battaglia del 24
febbraio 1525 che termina con la sconfitta e la
cattura del Re di Francia.
PAOLA CASATI MIGLIORINI
Perito della Camera di Commercio di Pavia dal 1988 C.T.U. del Tribunale di Pavia
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colo gli Spagnoli, riconosciuta l’importanza militare di Pavia, ne fanno
una fortezza di prima
grandezza dotandola di
una poderosa cerchia
bastionata. Ancora nel
1655 la città è considerata un obiettivo strategico fondamentale per le
operazioni militari in
Lombardia tanto che è la
prima, e anche l’unica,
città che viene investita
dalle forze franco- sabaudo-modenesi.
francese impegnata verso est contro l’esercito
austriaco.
L’insurrezione, o
l’insorgenza che dir si
voglia, preoccupa a tal
punto Napoleone Bonaparte che questi rientra
immediatamente a Milano e si porta a Pavia per
reprimere personalmente la rivolta pavese nel
timore che essa possa
dilagare in tutta la Lombardia.
Nel XIX secolo Pavia,
e del 1859 vi passano
truppe austriache, piemontesi e francesi ma
Pavia ha ormai esaurito
il suo tradizionale e consolidato ruolo militare.
Con il tempo le sue mura, ormai in rovina, vengono smantellate per
fare posto a viali, piazze
e abitazioni private e
quello che ne rimane al
giorno d’oggi a testimonianza della storia passata si trova in uno stato
di triste abbandono nella
Cinquant’anni dopo, nel
1706, la città subisce un
breve assedio da parte
di un corpo di truppe
austriache inviate dal
principe Eugenio di Savoia dopo la battaglia di
Torino. In seguito, nel
corso del XVIII secolo, la
decadenza di Pavia
sembra quasi accompagnare quella progressiva
della sua posizione di
fortezza. Durante la
guerra di Successione
Polacca e Austriaca vi
sono passaggi di truppe
di vari eserciti ma senza
che Pavia e i suoi abitanti subiscano danni o
tribolazioni particolari.
L’ultimo drammatico
sussulto si ha nel 1796,
con l’arrivo dei Francesi
e la rivolta “sanfedista”
contro i soldati della Rivoluzione. Pavia si trova
nelle retrovie dell’armata
RUEPRECHT
HELLER,
LA BATTAGLIA
DI PAVIA DEL 24
FEBBRAIO 1525,
(STOCCOLMA,
MUSEO
NAZIONALE).
IMMAGINE TRATTA
DAL VOLUME
DI T. ARNOLD
“THE RENAISSANCE
AT WAR”, LONDRA,
CASSELL, 2001.
diventata città di frontiera, continua fino al 1859
ad essere sede di guarnigione per l’esercito
austriaco ma è anche e
soprattutto un centro
molto importante e attivo
per il Risorgimento nazionale cui i patrioti pavesi danno un notevole
contributo di uomini,
sangue e risorse. Durante le guerre del 1848-49
colpevole indifferenza
dei suoi abitanti.
La nostra narrazione
inizia con gli assedi
rinascimentali compresi tra il 1521 e il
1529 per proseguire
poi con quelli del
1655 e del 1706 e concludere con la presa
e il saccheggio napoleonico del 1796. Nel
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Numero settantanove - Settembre 2012
di LUIGI CASALI
PAVIA E I SUOI ASSEDI
DA SINISTRA: FRANCESCO I, RE DI FRANCIA (ATELIER DI JEAN CLOUET. PAVIA,
PINACOTECA MALASPINA). IMMAGINE
TRATTA DALL’OPERA “STORIA DI PAVIA”
VOL. 3 T. II, PAVIA, BANCA DEL MONTE DI
LOMBARDIA, 1990; GUILLAUME GOUFFIER, SIGNORE DI BONNIVET, AMMIRAGLIO
DI FRANCIA E CONSIGLIERE PREFERITO DI
FRANCESCO I. IMMAGINE TRATTA
DALL’OPERA “STORIA DI PAVIA” VOL. 3 T.
II, PAVIA, BANCA DEL MONTE DI LOMBARDIA, 1990; DON ANTONIO DE LEYVA.
IMMAGINE TRATTA DALL’OPERA DI PAOLO
GIOVIO “ELOGIA VIRORUM BELLICA VIRTUTE ILLUSTRIUM”, BASILEA 1575.
Gli
Le
anni compresi tra il
1521 e il 1529 sono tra i
più drammatici e cupi
della storia di Pavia che,
coinvolta nella guerra
tra Carlo V, re di Spagna e Imperatore, e
Francesco I, re di Francia, subisce in questo
periodo ben sei assedi e
tre feroci saccheggi.
avanguardie francoveneziane arrivano sotto
le mura di Pavia l’8 aprile seguite poco dopo dal
resto dell’esercito. I Veneziani si accampano a
oriente, da Santa Maria
in Pertica a Porta Santa
Giustina, i Francesi con i
contingenti svizzeri a
settentrione, nel Parco
Visconteo, gli Italiani di
Giovanni de’Medici e di
Federico da Bozzolo da
Borgoratto a Porta Calcinara. Molti abitanti nel
frattempo hanno abbandonato la città via fiume.
I Pavesi rimasti, ben decisi a combattere, hanno
costituito una milizia di
circa 3.000 uomini, tutti
ben forniti di armi. Questi sfilano davanti al
marchese di Mantova,
che assiste da una finestra del Castello, guidati
da nobili della città e
innalzando gli antichi
stendardi ducali con tre
aquile nere in campo
oro. Gonzaga chiede
immediati aiuti a Prospero Colonna che gli
invierà circa 1.500 uomini in due riprese.
La guerra tra Francia e
Spagna inizia nel 1521 e
il campo di battaglia
principale è costituito
ancora
una
volta
dall’Italia dove la Francia possiede il ducato di
Milano e la Spagna è
padrona del regno di
Napoli. Con Carlo V si
schiera anche il Papa
Leone X mentre a fianco
di Francesco I scende in
campo Venezia. Nel mese di novembre un esercito ispano-pontificio
comandato dal vecchio
e abile Prospero Colonna occupa Milano e Pavia. Gli fa fronte Odet de
Foix, visconte di Lautrec, comandante delle
forze francesi in Italia. Il
16 marzo 1522 Francesco II Maria Sforza, erede al ducato di Milano,
entra in Pavia con 6.000
lanzichenecchi guidati
da Georg von Frundsberg e un contingente
pontificio guidato da Federico Gonzaga, marchese di Mantova. In
conseguenza di ciò Lautrec leva il blocco che
ha posto a Milano. Di ciò
approfitta lo Sforza che
il 3 aprile con un’abile
manovra riesce a riunirsi
al Colonna. Pavia resta
presidiata da Federico
Gonzaga con circa
2.000 fanti e 300 cavalieri. Lautrec si unisce
allora all’esercito veneziano che si trova a Binasco e muove contro
Pavia per impadronirsi
di questo importante
punto strategico.
PAVIA
NEL
Già
CINQUECENTO
capitale del Regno
Longobardo e del Regno Italico Pavia è la
seconda città del Ducato
di Milano. Questa città
NELL’IMMAGINE: SCENA DI ASSEDIO AL PRINCIPIO DEL XVI SECOLO. IN PRIMO PIANO UNA BATTERIA DI MORTAI E DI CANNONI IN AZIONE.
PARTICOLARE DE “L’ASSEDIO DI ALESIA” DI MELCHIOR FELSEN (1495-1538).
IMMAGINE TRATTA DALL’OPERA “ARMI ED ESERCITI NELLA STORIA UNIVERSALE”, VOL. II, TORINO, SALANI 1966.
“è situata in tal maniera
- scrive lo storico pavese Breventano - che
rende di sé un dilettevole et meraviglioso spettacolo, et ha una bella
prospettiva più che altra
città che sia posta in
piano, et ha d’intorno
uno eguale orizzonte
che facilmente si vede il
Levante e il Ponente, il
Mezzogiorno e il Settentrione… Questo sito adunque della città per
esser in parte declino
porge un gran diletto a
riguardanti (e) rende di
sé una bellissima prospettiva, si per la molta
copia delle torri, tanto
delle case private, quanto delle Chiese, le quali…. erano in numero di
più di cento sessanta,
come per la bella mostra, che fanno le chiese
grandi et i palagi”.
Sulla riva destra del fiume, su un’isola formata
dal Ticino e da un suo
ramo, il Gravellone, si
trova il borgo di S. Antonio, oggi Borgo Ticino,
collegato alla città per
mezzo del trecentesco
Ponte Coperto.
Se la città è molto bella
è per contro mal protetta
da una cerchia di mura
merlate, alte e sottili,
risalenti alla fine del XII
secolo, e come tali non
in grado di resistere a
lungo al tiro delle moderne artiglierie francesi
e veneziane. Le mura, il
cui percorso racchiude
l’attuale centro storico di
Pavia, sono intercalate
da torri e circondate da
un fossato largo e profondo. In esse si aprono
dieci porte, che partendo in senso orario dal
Ponte Coperto sono: la
porta dello stesso Ponte
Coperto e Porta Calcinara, dalla parte del Ticino; Porta Borgoratto,
corrispondente
all’incirca a Piazza della
Minerva, e Porta Nuova
di Milano, nei pressi del
baluardo di Santo Stefano, l’odierna Rotonda, a
occidente; Porta S. Vito,
poi Porta Milano, che
immette nel Parco Visconteo, e Porta S. Maria in Pertica, a settentrione; Porta Santa Giustina, poi Porta Garibaldi, a oriente; Porta Remondarolo, Porta Nuova
e Porta Salara sul fiume.
Sul
lato settentrionale
sorge il Castello Visconteo, bella e solida costruzione a pianta quadrata voluta da Galeazzo II Visconti. Adiacente
all’ala occidentale del
Castello si trova la cosiddetta Cittadella, delimitata a nord e a ovest
da un tratto delle mura
di cinta esterne e a sud
da un muro che parten-
do dalla zona corrispondente agli attuali giardini
pubblici, corre ad unirsi
alle mura occidentali
seguendo il percorso
dell’odierno viale Matteotti fino a Piazza Dante.
A settentrione del Castello, partendo dalle
mura della città fino a
lambire la Certosa, si
estende il grande Parco
Visconteo. Realizzato
come luogo di svago e
divertimento da Galeazzo II Visconti e completato da Gian Galeazzo,
è diviso nel Parco Vecchio e nel Parco Nuovo,
entrambi circondati da
un’alta e spessa muraglia con un perimetro
totale di circa 21 chilometri.
L’ASSEDIO
DEL 1522
Gli assedianti iniziano il
bombardamento il 9 aprile, da est e da ovest,
aprendo subito larghe
brecce nelle mura ma
un assalto lanciato dai
Francesi contro il bastione di Santo Stefano viene respinto con gravi
perdite. Lautrec rinuncia
a lanciare altri assalti
ma continua il bombardamento, mentre i genieri francesi sotto la
direzione dell’ingegnere
militare spagnolo, Pedro
Navarro, scavano un
cunicolo di mina in corrispondenza della porta di
Borgoratto. La situazione degli assediati comincia a farsi critica. Le
mura non reggono al
fuoco delle artiglierie del
Lautrec e devono essere continuamente riparate e rafforzate e manca
il denaro per pagare le
truppe mercenarie. Gonzaga accompagna le
richieste d’aiuto a Prospero Colonna con
l’esplicito avvertimento
che in mancanza di rapi(Continua a pagina 5)
Pagina 5
Numero settantanove - Settembre 2012
di LUIGI CASALI
PAVIA E I SUOI ASSEDI
DA SINISTRA: ODET DE FOIX VISCONTE DI
LAUTREC E FRANCESCO MARIA DELLA
ROVERE DUCA D’URBINO (RITRATTO DI
TIZIANO VECELLIO, 1489/90-1576).
IMMAGINI TRATTE DAL VOLUME DI
M. TROSO, “ITALIA! ITALIA! 1526-1530”,
PARMA, ERMANNO ALBERTELLI ED., 2001.
A DESTRA: UN LANZICHENECCO E LA SUA
COMPAGNA (INCISIONE DEL XVI SECOLO).
IMMAGINE TRATTA DAL VOLUME
“LES GRANDES ILLUSTRATTEURS. TROIS
SIÈCLES DE VIE SOCIALE. 1500-1800”,
LIPSIA-MONACO, GEORGES H. IRTH., S.D.
(PAVIA, MUSEI CIVICI)
(Continua da pagina 4)
di soccorsi egli provvederà al caso suo.
Prima
del Colonna in
aiuto dei difensori arriva
il clima. A metà aprile il
tempo peggiora. Comincia a piovere molto forte
e con insistenza; il Ticino si gonfia rapidamente
e spazza via il ponte di
barche costruito dai
Francesi a monte della
città per ricevere rifornimenti da Vigevano, le
barche cariche di vettovaglie non possono navigare per la corrente
troppo rapida e i contadini del territorio che,
per brama di guadagno,
portano viveri al campo
francese non possono
percorrere le strade ridotte a torrenti di fango;
l’acqua allaga anche la
mina scavata dai Francesi rendendola inutilizzabile. Oltre a ciò Lautrec è a corto di denaro
con cui pagare i mercenari svizzeri. A metà
mese Prospero Colonna esce da Milano e occupa la Certosa. Lautrec
decide allora di inter-
rompere l’assedio per
non correre il rischio di
esser e
pr eso
tr a
l’esercito soccorritore e
le truppe della guarnigione. Il 18 aprile gli assedianti levano il campo
e si dirigono su Landriano. Il 29 dello stesso
mese Lautrec viene
sconfitto alla Bicocca
da Prospero Colonna ed
è costretto ad abbandonare la Lombardia.
L’ASSEDIO
DEL 1524-1525
Nonostante
i rovesci
subiti dai suoi eserciti
Francesco I è sempre
deciso a riconquistare il
ducato di Milano. Nel
1523 invia quindi in Italia
un altro esercito guidato
da Guillaume Gouffier,
signore di Bonnivet, ammiraglio di Francia. I risultati non sono però
migliori dei precedenti e
i Francesi sono nuovamente ricacciati fuori
dall’Italia. Nell’agosto
del 1524 gli IspanoImperiali invadono la
Provenza e assediano,
senza successo, Marsiglia finché sono costretti
a ritirarsi davanti a Francesco I che scende in
Italia alla testa di un formidabile esercito di oltre
30.000 uomini.
Gli
Imperiali non dispongono di forze sufficienti ad affrontare i
Francesi in campo aperto. Si ritirano quindi precipitosamente in Lombardia, lasciano una forte guarnigione a Pavia,
a b b a n d o n a n o
l’indifendibile Milano al
suo destino e ripiegano
verso l’Adda.
Francesco
I anziché
inseguire
i
resti
dell’esercito nemico per
assestargli il colpo definitivo decide di assediare Pavia, situata in una
posizione
strategica
molto importante e che
può fornire, con l’inverno
ormai alle porte, caldi e
comodi quartieri alle
truppe. D’altra parte
l’unico consigliere che il
re ascolta, l’ammiraglio
Bonnivet, è sicuro che la
città, priva di viveri, con
poca polvere da sparo e
difesa da una guarnigione costituita in gran parte da truppe mercenarie
tedesche, e come tali
inclini a cambiare campo in cambio di oro, cadrà facilmente. Così
Francesco I fa esattamente quello che i comandanti ispano- imperiali sperano concedendo loro il tempo di riorganizzarsi e di rinforzarsi con le truppe in arrivo
dalla Germania.
Nell’ottobre
del 1524
Pavia è presidiata da
circa 1000 Spagnoli e
5.000 lanzichenecchi
tedeschi, tutti agli ordini
di don Antonio de Leyva, abile e risoluto soldato veterano di origine
navarrese, fedelissimo a
Carlo V.
La città sembra comunque indifendibile. Le mura che la circondano sono le stesse che hanno
già sostenuto, subendo
gravi danni, l’assedio del
1522; viveri e polvere
scarseggiano, nei mesi
precedenti la popolazione è stata decimata dalla peste. Tuttavia Anto-
nio de Leyva non è uomo da arrendersi facilmente. Deciso a difendere Pavia a tutti i costi
si dedica con grande
impegno a porre la città
nelle condizioni di sostenere un assedio. La popolazione di Pavia comprende in questo momento circa 10.000 anime. Tutti gli abitanti validi vengono mobilitati per
partecipare al rafforzamento delle difese. Con
attività febbrile le mura
vengono rinforzate e
protette alla base con
terrapieni; le torri vengono riempite con terra e
pietrisco; nei punti più
pericolosi con barili
riempiti di terra, fascine,
travi e terrapieni vengono predisposte linee interne di difesa. Con
l’aiuto dei notabili locali,
soprattutto di Matteo
Beccaria, ghibellino e da
sempre fedele agli Sforza, viene anche creata
una milizia cittadina che
parteciperà attivamente
alla difesa. Grosse
quantità di viveri vengono stivate nella città e
ovunque si installano
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mulini a braccia o da
cavallo per macinare il
grano.
Le prime truppe francesi arrivano sotto Pavia
verso la fine del mese di
ottobre seguite nei giorni
successivi dal grosso
dell’esercito. Le sue
componenti sono eterogenee. La punta di diamante è costituita dalla
cavalleria pesante nobiliare, la cosiddetta Gendarmeria. La fanteria
d’urto comprende a sua
volta picchieri svizzeri e
i lanzichenecchi della
Banda Nera. Vi sono poi
compagnie di fanti guasconi e di italiani, adatte
più che altro ad azioni di
guerriglia e a dare
l’assalto alle mura. Il
parco d’artiglieria è imponente comprendendo
circa sessanta pezzi, sia
d’assedio che campali.
Francesco I
arriva
all’inizio di novembre e
alloggia a ovest di Pavia, nell’abbazia di San
Lanfranco, che Taegio
Taegi, cronista pavese
dell’assedio, descrive
come
“copiosissima di grandi
sale, di camere polite a
gran vaghezza dipinte e
compiutamente piene di
ciò, ch’a camera
s’appartiene”.
La compagine dei lanzichenecchi della Banda
Nera si accampa a non
molta distanza, in prossimità della chiesa di
San Salvatore (l’odierna
San Mauro); il castello di
Mirabello, al centro del
Parco Vecchio, e il Parco stesso sono occupati
dalla gendarmeria di
Galeazzo Sanseverino e
da fanterie francesi. Le
truppe svizzere si accampano a loro volta a
est di Pavia, nella zona
detta delle cinque abbazie, per la presenza delle abbazie di S. Pietro,
S. Giacomo, S. Spirito,
S. Paolo e S. Apollinare.
Al di la del Ticino il borgo Sant’Antonio viene
occupato da truppe italiane e francesi agli ordini di Anne de Montmorency, maresciallo di
Francia.
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Numero settantanove - Settembre 2012
di LUIGI CASALI
PAVIA E I SUOI ASSEDI
(Continua da pagina 5)
Il Ponte Coperto, protetto dalla parte del borgo
da una porta fortificata,
viene subito assaltato
dalle truppe di Montmorency, che sono però
respinte dopo un feroce
combattimento. I Francesi sfogano il loro disappunto
per
l’insuccesso dell’attacco
al Ponte contro la torre
detta del Catenone, sulla riva destra del Ticino,
che serve a sbarrare il
corso del fiume con una
catena tesa dalla Darsena alla torre stessa.
Montmorency dà ordine
di prendere a cannonate
la torre dove si sono
piazzati alcuni coraggiosi archibugieri spagnoli.
Vista inutile ogni resistenza questi si arrendono a condizione di aver
salva la vita ma vengono ugualmente impiccati
dal Montmorency che
non mantiene fede alla
parola data (i resti della
torre sono ancora visibili
al giorno d’oggi nei periodi di magra del Ticino). Ritenendo la posizione del Ponte troppo
esposta de Leyva ne fa
tagliare l’arcata principale e fa barricare la parte
verso Pavia con balle di
lana. Tra il 6 e l’8 novembre i Francesi effettuano un violento e prolungato bombardamento
contro le mura sia dalla
parte occidentale, a porta Borgoratto, sia da
quella orientale, a Porta
Santa Giustina, aprendovi larghe brecce. Finalmente, ritenendo che
queste siano sufficienti a
consentire il passaggio
delle truppe, partono
all’assalto. Non sanno
che i difensori hanno
predisposto una nuova
linea di trinceramenti
dietro le mura distrutte. I
Pavesi, filo-imperiali per
tradizione e terrorizzati
dalla
prospettiva
dell’inevitabile saccheggio se la città verrà conquistata d’assalto dai
Francesi, partecipano di
buona voglia ai lavori.
Anche le donne, sia le
tedesche, compagne dei
lanzichenecchi, che le
pavesi danno il loro con-
tributo. Tra tutte si distingue in particolare
Ippolita Malaspina, marchesa di Scaldasole che
“non si sdegnò - scrive il
Taegi - con quelle belle
e bianche
mani
portare
le ceste
piene di
terra al
bastione e
con
parole
ornate,
e piene
di efficacia
accendere gli
animi
de Cittadini, e
de Soldati alla
difesa”.
trambi i fronti con gravi
perdite.
Questo
smacco, la
scarsità di polvere e munizioni, esaurite nei
inducono Francesco I a
rinunciare, almeno per il
momento, al tentativo di
prendere
Pavia
d’assalto. Il re pensa di
deviare il corso del Tici-
SOPRA: FRANCESCO I E I SUOI CAVALIERI AVANZANO CONTRO GLI IMPERIALI
ARAZZI DELLA BATTAGLIA DI PAVIA (NAPOLI, MUSEO DI CAPODIMONTE).
SOTTO: LA CATTURA DI FRANCESCO I
ARAZZI DELLA BATTAGLIA DI PAVIA (NAPOLI, MUSEO DI CAPODIMONTE).
IN ALTO A SINISTRA: PAVIA E LA BATTAGLIA DEL 1525
INCISIONE DEL XVI SECOLO.
IMMAGINE TRATTA DAL VOLUME “VEDUTE DI PAVIA DAL ‘500 AL ‘700”, PAVIA, VIGIEFFE 1992.
IN ALTO A DESTRA: LA BATTAGLIA DI PAVIA DEL 24 FEBBRAIO 1525
STAMPA DI GIOVANNI ANDREA VAVASSORE (PAVIA, MUSEI CIVICI).
IMMAGINE TRATTA DAL VOLUME “VEDUTE DI PAVIA DAL ‘500 AL ‘700”, PAVIA, VIGIEFFE 1992
I Francesi attaccano
in forze,
con
il
consueto slancio, sia
da occidente, a
Borgoratto,
che da
oriente,
a Porta
Santa
Giustina
ma, superate
le brecce nelle
mura, si
trovano
di fronte la nuova linea
difensiva predisposta da
de Leyva. Dopo un violento combattimento durato due ore sono costretti a ritirarsi su en-
loro sovrano, gli ingegneri francesi cercano di
deviare le acque del fiume nel Gravellone. Alcune centinaia di genieri si
mettono al lavoro con
grande
al acr it à
cer cando
di
costruire
una diga
con pali,
grandi
teli cerati e pesi
di piombo ma
o g n i
sforzo è
inutile
perché il
fiume,
gonfio
per
le
p i o g g e,
spazza
via ine-
LE MONETE OSSIDIONALI
FATTE CONIARE DA ANTONIO DE LEYVA
DURANTE L’ASSEDIO DI PAVIA.
IMMAGINE TRATTA DAL VOLUME
DI M. TRAINA “GLI ASSEDI
E LE LORO MONETE”, BOLOGNA,
GIANNATTONI NUMISMATICO 1977.
Iniziato
alla fine di ottobre l’assedio si prolunga
durante l’inverno. Piove
e nevica in continuazione e fa molto freddo.
Mentre le operazioni
rallentano l’esercito francese va disperdendosi
nelle campagne attorno
a Pavia. In cerca di ripari più caldi e confortevoli
d e l l e
t e n d e
dell’accampamento molti cavalieri si installano
nelle numerose cascine
e monasteri sparsi attorno alla città. Quanto alle
truppe, soprattutto quelle che guarniscono la
prima linea, trovano riparo in ricoveri sotterranei a pozzo, di forma
circolare, collegati tra
loro da una lunga linea
di trincee che circonda
tutta la città, ben visibili
nelle stampe dell’epoca
prodotte poco dopo la
battaglia del 1525. Gli
altri si riparano come
possono sotto le tende o
nelle baracche improvvisate costruite con gli
alberi dei boschi del
Parco. All’interno della
città, poiché vi è poca
legna da ardere, i soldati
si difendono dal freddo
scoperchiando le case
per usarne le travi come
combustibile. Le malattie causate dal rigido e
malsano clima invernale
sono frequenti e fanno
molte vittime sia tra gli
assediati sia, soprattutto, tra gli assedianti.
I
Francesi bombardano
la città con azioni improvvise quanto violente, in base alla disponibilità della polvere da
sparo ma senza apprezzabili risultati. I difensori
rispondono con frequenti sortite che provocano
molte perdite tra gli assedianti e tormentano i
Francesi con il fuoco
preciso dei loro archibugi. I giorni passano, poi
le settimane e Pavia sotto il ferreo comando di
de Leyva non da segni
di cedimento.
bombardamenti
che
hanno
preceduto
l’attacco e la resistenza
della città, difesa da una
numerosa guarnigione
formata da ottime truppe
no per poter attaccare
Pavia dalla parte sud,
dove le mura sono più
basse e più deboli.
Sempre pronti a realizzare ogni desiderio del
All’interno il comandansorabilmente il lavoro
svolto. Questa fatica di
Sisifo continua fino al
mese di dicembre.
te spagnolo deve affrontare il problema dei mercenari tedeschi che nonostante la particolare
(Continua a pagina 7)
Numero settantanove - Settembre 2012
Pagina 7
di LUIGI CASALI
PAVIA E I SUOI ASSEDI
(Continua da pagina 6)
situazione reclamano il
soldo dovuto e minacciano in caso contrario
di aprire le porte ai francesi. Con una serie di
espedienti, come quello
di far fondere tutta la
propria argenteria, i vasi
d’argento del Duomo, le
mazze d’argento dei
Rettori dell’Università e
ricorrendo a prestiti più
o meno volontari de Leyva fa coniare a più riprese
monete
“ossidionali”, dette testoni, con cui riesce bene o
male a fronteggiare di
volta in volta le richieste
dei lanzichenecchi.
Il
problema dei viveri
non è invece particolarmente grave, almeno
fino a febbraio. In dicembre la città dispone
di scorte di frumento e
segale per tre mesi; vi
sono grandi quantità di
formaggio “parmense” e
vino per due mesi. Manca naturalmente la carne bovina e nelle
“beccarie - scrive Taegi
- non v’erano altre carni
che di cavallo e d’asino;
nella Piazza in vece de
fagiani, pernici, tortore e
caponi si vendevano
aglij, cipole e legumi”.
Le uova sono diventate
molto rare e molto care
e non si trovano più burro, olio e lardo. In ogni
modo agli ufficiali e ai
gentiluomini di sostanza
non mancano i buoni
cibi. Resta famoso lo
splendido banchetto offerto da Matteo Beccaria
in dicembre a tutti i capitani della guarnigione e
al quale partecipano non
meno di trecento persone. Nel menù sono elencati fegati arrostiti di
capponi, galline e anatre
aspersi con succo
d’arancia, pernici e tortore allo spiedo, pavoni
e conigli arrostiti, carne
di manzo trita condita
con zenzero, cannella e
chiodi di garofano, capponi allesso e arrosto,
petti e testine di vitello,
grandi pezzi di carne di
manzo con senape e
olive, piccioni, anatre e
lepri “accomodati” con
pere, limone e aceto,
porcellini interi arrostiti
coperti di salsa verde, e
poi frittelle, formaggi e
dolci di vario tipo. Il tutto
innaffiato da ottimi vini e
allietato da molti cantori
e suonatori con trombe
e tamburi. Si tratta evidentemente di un astuto, oltre che raffinato e
piacevole, espediente di
guerra psicologica perché de Leyva è sicuro
che Francesco I sarà
prontamente informato
dalle spie francesi presenti in città del ricco
banchetto, a dimostrazione che in Pavia non
vi sono problemi di viveri.
La testarda e ferma resistenza di Pavia dura
ormai da tre mesi e ogni
giorno che passa favorisce la causa di Carlo V.
Così mentre Francesco I
spreca tempo prezioso
sotto le mura di Pavia
dilettandosi di cacce e di
altri piacevoli passatempi e perdendo uomini
preziosi, dietro l’Adda gli
Ispano-Imperiali hanno
ricostituito un esercito di
oltre 20.000 uomini, tutte truppe molto agguerrite il cui nucleo principale
è formato da circa
12.000 lanzichenecchi
tedeschi.
Il 12 gennaio due coraggiosi e astuti soldati spagnoli riescono a passare
le linee francesi e ad
entrare in Pavia dove,
insieme a 3.000 ducati
d’oro, portano la confortante
notizia
che
l’esercito imperiale è in
procinto di muovere in
soccorso della città. É
tempo perché de Leyva
è ancora una volta alle
prese con i lanzichenecchi che reclamano la
paga. Il comandante
spagnolo deve dispiegare tutta la sua energia e
il suo prestigio per ottenere dalla cittadinanza il
denaro necessario a
pagare i mercenari tede-
schi. Per dare l’esempio
non esita a sacrificare
una pesante collana
d’oro e gli anelli con le
gemme che è solito portare. I movimenti di truppe che si registrano nel
campo francese verso la
fine di gennaio lasciano
d’altra parte chiaramente
int ender e
che
l’esercito di soccorso si
è messo in marcia. Una
grossa
parte
dell’esercito di Francesco I si è spostata infatti
verso est, a ridosso del
muro orientale del Parco
Vecchio e una linea di
fortificazioni campali è
stata
eretta
verso
l’esterno lungo la riva
destra della Vernavola
dal punto dove questa
esce dal Parco e per un
lungo tratto verso il Ticino. La morsa attorno a
Pavia si allenta. Finalmente il 5 febbraio
l’esercito imperiale arriva in vista del muro orientale del Parco e si
accampa a Prado (oggi
una frazione di Cura
Carpignano).
Per
circa tre settimane
francesi e imperiali si
fronteggiano in un crescendo di scaramucce,
scontri e incursioni; i difensori di Pavia effettuano numerose sortite con
le quali infliggono dolorose perdite al nemico.
Questa volta il tempo
lavora però a vantaggio
dei Francesi. I comandanti imperiali si trovano
infatti in una difficile situazione perché, a corto
di denaro, non possono
corrispondere il soldo
pattuito ai mercenari
tedeschi che minacciano
di
abbandonare
l’esercito e di tornare a
casa se non vengono
soddisfatte al più presto
le loro richieste. Anche
la situazione all’interno
della città si fa sempre
più difficile.
dai comandanti imperiali
la corresponsione del
soldo arretrato e un
grosso premio per la
vittoria. Con la minaccia
di saccheggiare la città i
mercenari tedeschi si
fanno mantenere a spese della popolazione nei
cui confronti commettono violenze e sopraffazioni di ogni genere.
Obbligati ad agire, i co-
GLI
mandanti di Carlo V decidono di giocare il tutto
per tutto affrontando il
Francesi in campo aperto. Nella notte tra il 23 e
il 24 febbraio gli Ispano Imperiali entrano nel
Parco Vecchio in prossimità di Due Porte e
muovono su Mirabello.
Nella battaglia che ne
segue Francesco I viene
sconfitto e fatto prigioniero e il suo esercito
pressoché distrutto.
L iberati
dall’incubo
dell’assedio i Pavesi,
esausti e impoveriti,
sperano di poter godere
finalmente di un periodo
di tranquillità. Non è che
una illusione, perché
essi devono subire ancora per qualche tempo
le angherie dei lanzichenecchi che reclamano
Finalmente
alla fine di
marzo i soldati tedeschi
liberano Pavia dalla loro
scomoda presenza.
ANNI TERRIBILI:
GLI ASSEDI
E I SACCHEGGI
DEL 1527
E DEL 1528
La battaglia del 24 febbraio e soprattutto la
cattura del re di Francia
pongono solo momentaneamente fine alla guerra che riprende dopo la
liberazione di Francesco
I e la stipula, il 22 maggio 1526, della Lega di
Cognac tra Francia, Venezia, Stato dello Chiesa, Firenze e Francesco II Sforza, desideroso quest’ultimo di liberarsi dell’opprimente
“protezione” spagnola.
Nel
luglio del 1527 i
Francesi scendono in
(Continua a pagina 8)
IN ALTO A SINISTRA: PAVIA CON LE OPERE DI DIFESA E DI CIRCONVALLAZIONE RELATIVE ALL’ASSEDIO DEL 1524-25. STAMPA DAL VOLUME “COSMOGRAPHIA” DI SEBASTIAN MÜNSTER, BASILEA 1544.
IMMAGINE TRATTA DA “VEDUTE DI PAVIA DAL ‘500 AL ‘700”, PAVIA, VIGIEFFE 1992.
IN ALTO A DESTRA: SCENA DI VITA DA CAMPO. INCISIONE DEL XVI SECOLO. IMMAGINE TRATTA DAL VOLUME DI J. RICHARDS “LANDSKNECHT SOLDIER 1486-1560”, LONDRA, OSPREY 2002.
IN BASSO A SINISTRA: L’ASSEDIO DI PAVIA. IMMAGINE TRATTA DALL’OPERA “STORIA DI PAVIA” VOL. 3, T. II, PAVIA, BANCA DEL MONTE DI LOMBARDIA 1990.
IN BASSO A DESTRA: ARTIGLIERIE D’ASSEDIO. INCISIONE DEL XVI SECOLO. IMMAGINE TRATTA DAL VOLUME DI J. R. HALE “ARTISTS AND WARFARE IN THE RENAISSANCE”, LONDRA, YALE UNIVERSITY PRESS 1990.
Pagina 8
PAVIA E I SUOI ASSE
(Continua da pagina 7)
Italia con un esercito guidato
ancora una volta da Odet de
Foix, visconte di Lautrec, che
ha un conto aperto con Pavia. Il
comandante delle forze spagnole in Lombardia, Antonio de
Leyva, concentra le sue migliori
truppe a Milano. Pavia resta
presidiata da poco meno di 17
“bandiere”, circa mille fanti italiani, agli ordini di Ludovico Barbiano di Belgioioso. Nel mese
di settembre Lautrec marcia su
Milano ma, saputo che la città è
molto ben difesa e che Pavia è
invece sguarnita di truppe, decide di impadronirsi di
quest’ultima. I Francesi, cui si
sono uniti nel frattempo i Veneziani, arrivano davanti alla città
il 29 settembre. I primi si accampano a occidente e a settentrione di Pavia, dal Ticino fin
quasi a Santo Spirito, i secondi
ad oriente, nella zona delle cinque abbazie. Lautrec invia subito un araldo per chiedere la resa della città ma la risposta di
Barbiano è negativa. Allora gli
assedianti piazzano le loro artiglierie a breve distanza dalla
cinta muraria, senza essere
molto disturbati dai difensori
che dispongono di pochi cannoni, e cominciano il bombardamento. I Francesi con diciassette pezzi battono la splendida
ala nord del castello, i Veneziani il tratto di mura vicino a porta
Santa Giustina. L’ala nord del
castello e le due torri d’angolo
crollano ben presto sotto il tiro
radente delle artiglierie francesi
mentre i Veneziani da parte loro abbattono cento passi di muro. L’assalto deve però essere
rinviato perché il fossato è ancora pieno d’acqua. Viene quindi deciso di prosciugarlo e di
riempirlo di fascine per rendere
più agevole la scalata. Cresce
nel frattempo il terrore dei Pavesi che prevedono quale sarà
la loro sorte se la città verrà
conquistata d’assalto. Nella
speranza di ingraziarsi la benevolenza divina si organizzano
processioni con l’esposizione
delle reliquie dei santi protettori
e si decreta di espellere tutti gli
ebrei da Pavia, con il divieto di
farvi ritorno per il futuro. Invano
i maggiorenti pavesi implorano
Barbiano di consegnare la città.
Questi ha deciso di arrendersi
ma solo “quando sarà tempo”.
Un primo assalto lanciato da
trecento Guasconi viene respinto dai difensori. Il 4 ottobre il
fossato, ormai prosciugato e in
parte riempito dalle macerie del
castello, non costituisce più un
ostacolo. L’assalto viene stabilito per il giorno dopo. Lautrec
emana una grida con cui promette ricompense agli ufficiali e
ai soldati che entreranno per
primi in Pavia e, dando ovviamente per scontato il saccheggio, ordina di rispettare i religiosi, le monache, le donne e i
bambini. Molti gentiluomini pavesi escono dalla città con le
loro famiglie grazie a salvacondotti concessi dal comandante
francese.
Poiché è evidente che la sorte
di Pavia è ormai segnata, Bar-
biano si risolve finalmente a
chiedere la resa. Ma questa
dec is ione,
pr es a
nell’imminenza dell’assalto, è
troppo tardiva. Il 5 ottobre,
mentre Lautrec si consulta con i
suoi comandanti sul da farsi, i
soldati francesi balzano di sorpresa all’assalto, si arrampicano sulle macerie del castello,
travolgono i pochi difensori, entrano in Pavia e danno inizio al
saccheggio.
Barbiano si salva la vita consegnandosi al Lautrec.
Pavia
viene saccheggiata nel
modo più orrendo per otto giorni. I più feroci sono soprattutto i
soldati guasconi e svizzeri che
commettono ogni sorta di atrocità e violenze, mentre i veneziani, più disciplinati e tenuti a
freno dai loro ufficiali, si comportano meglio. Molti pavesi,
soprattutto quelli più facoltosi,
vengono torturati a morte per
far loro rivelare dove hanno nascosto il denaro e gli oggetti
preziosi; donne, fanciulle e le
molte monache dei conventi
sono violentate e ridotte allo
stato di prostitute a disposizione dei soldati; chiese e conventi vengono saccheggiati e devastati, i sacerdoti massacrati. La
città corre anche il rischio di
essere distrutta dalle fiamme
quando un quartiere viene incendiato dalla soldataglia guascone. Duecento case vengono
distrutte dal fuoco. Per impedire
la totale distruzione di Pavia,
Lautrec, richiesto dai comandanti veneziani che sono stati
supplicati in tal senso da Gerolamo Beccaria, porta la propria
residenza dentro la città ordinando di circoscrivere e spegnere l’incendio.
fame. Secondo il cronista Pietragrassa lupi e volpi si aggirano per la città divorando i cadaveri insepolti di soldati e cittadini, erbacce e sterpi invadono le
piazze e le vie. In questa desolazione e miseria vi è anche chi
specula sulle disgrazie altrui
perché case e poderi vengono
venduti per “la compra del vito
de pochi giorni”.
La
città viene riconsegnata a
Francesco II Sforza che vi pone
un presidio di alcune compagnie sforzesche agli ordini di
Annibale Piccinardo. Nell’aprile
del 1528 queste sono sostituite
da poco meno di un migliaio di
soldati al servizio della Serenissima, tutti di qualità scadente.
L’occasione sembra buona a
de Leyva per tentare un colpo
Durante il sacco l’antica statua
del Regisole viene scalzata dalla base e caricata sopra una
nave dal ravennate Cosimo
Magni, uno dei primi a scalare
le mura di Pavia, per essere
trasportata a Ravenna. Ma la
nave viene fermata a Cremona
per ordine del duca Francesco
II Sforza. La statua del Regisole viene recuperata e portata
nel castello di Cremona, dove
resterà per cinque anni, finché
nel 1532 sarà finalmente riportata a Pavia; nel 1552 verrà ricollocata nella odierna Piazza
del Duomo. Per limitare in qualche modo gli eccessi ai danni
della popolazione, Lautrec fa
impiccare due soldati piemontesi che hanno rubato dei candelabri in una chiesa e tentato di
stuprare due monache.
L’esercito
francese rimane a
Pavia fino al 18 ottobre, quando
si mette in marcia verso Piacenza diretto alla volta di Napoli. Al momento della partenza
dei Franco-Veneziani Pavia
presenta uno spettacolo desolante. Larghi tratti di mura sono
in rovina, l’ala nord del castello
e le due torri sono ridotte a un
cumulo di macerie, chiese, palazzi e case danneggiati e spogliati dal saccheggio, i muri anneriti
dalle
fiamme
dell’incendio, la popolazione
decimata dalla guerra e dalla
EPISODIO DELLA BATTAGLIA DI PAVIA.
ARAZZI DELLA BATTAGLIA DI PAVIA
(NAPOLI, MUSEO DI CAPODIMONTE).
A DESTRA: L’ASSEDIO DI PAVIA DEL 1655
IN UNA STAMPA DEL XVII SECOLO.
IMMAGINE TRATTA DAL VOLUME
DI C. SINISTRI E C. BELLONI
“PAVIA NELLE SUE ANTICHE STAMPE”,
PAVIA, LA GOLIARDICA PAVESE 1992
di mano. Il 13 maggio 1528 sul
far dell’alba, duecento cavalieri
e duemila fanti spagnoli e italiani guidati da Barbiano di Belgioioso, che è stato nel frattempo liberato, scalano di sorpresa
le mura alla Darsena e a Borgoratto ed entrano in città incontrando scarsa resistenza da
parte delle truppe veneziane. I
soldati spagnoli saccheggiano
la città, predando quel poco
che si è salvato dal sacco precedente. De Leyva nomina governatore di Pavia il capitano
Galeazzo Birago.
La guerra intanto prosegue con
vicende alterne. Nel mese di
luglio scende in Italia un altro
esercito francese agli ordini di
Francesco di BorboneVendôme, duca di Saint-Pol.
Questi si unisce alle forze veneto-sforzesche comandate da
Francesco Maria della Rovere,
duca d’Urbino. In un primo momento sembra che i collegati
vogliano marciare su Milano,
tenuta da de Leyva, ma giunti a
Locate cambiano partito e si
dirigono su Pavia che credono
presidiata da una debole guarnigione. La città è invece tenuta
da duemila fanti, di cui circa un
quarto sono lanzichenecchi e il
resto in parte spagnoli e in parte italiani. La notizia dell’arrivo
di un altro esercito francoveneziano sparge il panico tra i
pavesi superstiti. Quelli che
possono abbandonano la città.
Le
forze della Lega arrivano
sotto le mura di Pavia il 13 settembre e si accampano a nord
Pagina 9
EDI di LUIGI CASALI
e a est della città. Vengono
piazzate batterie alla Darsena,
a Porta Santa Giustina e davanti al Castello. Altri cannoni
sono disposti in Borgo Ticino
per battere sul fianco i difensori
delle mura orientali. Il 19 settembre, dopo alcuni giorni di
continui bombardamenti ed un
intenso lavoro di zappa che ha
consentito di prosciugare il fossato, gli assedianti sono pronti
a lanciare l’assalto tra la Darsena e porta Santa Giustina.
Saint-Pol e il duca d’Urbino si
giocano ai dadi l’onore di attaccare per primi. Saint-Pol totalizza nove punti, il duca d’Urbino
dieci. Così il primo assalto tocca ai Veneziani di Antonio di
Castello. Il duca d’Urbino prende personalmente il comando
di 200 gendarmi appiedati. Dopo un violento combattimento
durato circa tre ore per la tenace resistenza dei difensori, le
truppe della Lega riescono a
superare le mura e a dilagare in
città. I lanzichenecchi tedeschi,
dimostrando ancora una volta il
consueto valore e coraggio, pur
soverchiati dal numero degli
assaltatori, retrocedono combattendo ferocemente nelle
strade finendo uccisi quasi tutti.
La
città viene saccheggiata
nuovamente, sebbene non vi
sia ormai più nulla da predare.
Antonio Grumello, nella sua
Cronaca, ci narra che
“li militi di la legha foreno dentro
epsa città occidendo militi, terrieri (cioè abitanti), donne, me-
nando la falze ad ognuno con
la magiore crudeltà del mondo….la infortunata città a saccho et sangue con tutti quelli
oprobrij fusseno possibile ad
fare”.
Alcuni ufficiali e qualche centinaio di soldati, soprattutto italiani e spagnoli, si salvano rinchiudendosi nel Castello Visconteo. Si arrenderanno il 21
settembre su promessa di avere salva la vita.
L’ULTIMO ASSEDIO
Pavia
viene riconsegnata ancora una volta a Francesco II
Sforza. Rientrato in possesso
della città, il duca emette una
grida che ordina a tutti gli abitanti che ne sono usciti di rientrarvi immediatamente pena la confisca
dei loro beni. Per
evitare epidemie le
centinaia di cadaveri
che si trovano nelle
strade e nelle case
vengono gettati nel
Ticino
“et sono già gitati più
di 1.000 - scrive il
veneziano Tommaso
Terminato finalmente il disastroso
Moro - quali veniranno al mar a ingrassar periodo delle lotte intestine, la Francia,
li pessi per esser to- regnante Luigi XIV, riprende la guerra
deschi molto grossi”. contro la Spagna e le antiche mire
sull’Italia. Per procurarsi gli alleati neGovernatore di Pa- cessari il cardinale Mazarino costituivia viene nominato sce una lega con Carlo Emanuele I
Annibale Piccinardo. duca di Savoia, e con Francesco I
La conquista di Pa- d’Este,duca di Modena.
via è l’ultimo successo della Lega. Il 21
giugno 1529, a Landriano, Antonio de
L e y va
annienta
l’esercito francese di
Saint-Pol. I Veneziani si sono ritirati oltre
l’Adda e il duca Francesco II Sforza non
dispone di forze sufficienti ad opporsi
agli Spagnoli. Il 5
agosto Francia e
Spagna firmano la
pace di Cambrai. A
metà settembre de
Leyva si presenta
davanti a Pavia ed
intima la resa al Piccinardo, che dispone
di pochi uomini. Per
fortuna dei Pavesi
superstiti la città è
sprovvista di polvere,
scarse sono le vettovaglie, le mura in
rovina. In queste
condizioni resistere è
un’impresa disperata
oltre che inutile. Dopo quindici giorni, il 6
ottobre, quando vede
che gli Spagnoli
piazzano le artiglierie
per bombardare la
città il capitano sforzesco conclude un
accordo con de Leyva che prevede la
resa della città in
cambio di aver salvi
la vita e gli averi suoi
e dei suoi soldati.
Nell’estate del 1655 un esercito fran-
co-piemontese comandato dal principe
Tommaso di Savoia-Carignano invade
la Lombardia, allora provincia spagnola. Attraversata la Lomellina e compiuto un largo giro, il 21 luglio si unisce
nei pressi di Belgioioso con il corpo
modenese guidato da Francesco I che
ha passato il Po ad Arena.
L’esercito dei Collegati marcia quindi
su Pavia con l’obiettivo di impadronirsene per farne la base per le future
operazioni in Lombardia.
Nel 1655 Pavia è munita di una pode-
rosa cinta muraria costruita dagli spagnoli nel XVI secolo. Le mura, che
seguono il percorso di quelle medioevali, comprendono otto bastioni pentagonali e cinque piattaforme costruiti
nella metà del ‘500 e sei mezzelune,
fortificazioni in terra antistanti le mura
vere e proprie, aggiunte nel 1648. Lo
stato di queste opere di difesa lascia
però molto a desiderare. Osserva
Francesco Maria Pirogallo, professore
di Lettere presso l’Università e autore
di una particolareggiata cronaca
dell’assedio pubblicata nel 1656, che
“tiene la piazza di Pavia una buona
ossatura per formarne corpo di fortezza inespugnabile, ma spogliato di carne, di sangue, di nervi, e quasi di pelle
rappresentava più tosto una imperfetta
figura di rilievo che una piazza bene
aggiustata: le bisognavano polpe, occhi, muscoli, cartilagini”. Così nel maggio del 1655 il governatore della Lombardia spagnola marchese Luis Bonavides de Caraçena ha chiamato padre
Giovanni Battista Drusiani, professore
di matematica e di arte militare presso
l’Università, e gli ha affidato il compito
di stabilire i lavori necessari per rafforle esistenti opere di difesa e per
In novembre France- zare
costruirne di nuove. Queste ultime
sco II Sforza si in-
vengono terminate verso la fine di luglio. All’inizio dell’assedio le fortificazioni di Pavia sono pertanto le seguenti:
verso il Ticino, da est verso ovest, la
parte sud del bastione della Darsena,
nell’attuale angolo formato dalla congiunzione di Lungoticino Sforza con
Viale Resistenza, la piattaforma del
Remondarolo, a porta Nuova, quella
del Terzago, a porta Salara, quella del
Ponte Coperto e il bastione di Calcinara; a occidente, correndo verso nord, il
bastione di Santa Margherita, la mezzaluna di San Patrizio, il bastione di
porta Borgoratto, le nuove mezzelune
Merisia, Beretta e Giovine, la piattaforma del Broglio, la mezzaluna della
milizia e il bastione di Santo Stefano,
protetto dalla mezzaluna Mezzabarba,
così chiamata perché costruita dai
soldati del conte Carlo Mezzabarba; a
settentrione l’altra parte del bastione di
Santo Stefano, la mezzaluna dei nobili,
tra il bastione di Santo Stefano e il
castello Visconteo, la piattaforma del
Castello e il bastione di Santa Maria in
Pertica, nell’odierna Piazza Emanuele
Filiberto; a oriente il bastione di
Sant’Epifanio, a metà dell’attuale Viale
Gorizia, protetto dalla mezzaluna dei
mercanti, il bastione di Santa Giustina,
corrispondente all’odierno piazzale di
Porta Garibaldi, con davanti la mezzaluna dei preti, e infine la parte orientale
del bastione della Darsena, con davanti la mezzaluna dei frati. Durante
l’assedio saranno aggiunte altre mezzelune e molte caponiere, elementi di
difesa che consentono il tiro radente
contro l’attaccante. Il borgo
Sant’Antonio, al di là del Ticino, è racchiuso da una linea fortificata oltre la
quale si estende una zona allagata con
le acque del Gravellone.
Tutte le porte vengono chiuse con
terra e letame, tranne la Salara e quella di S. Maria in Pertica. Per liberare il
campo di tiro delle artiglierie vengono
praticate vaste abbattute di alberi e per
non dare riparo al nemico vengono
incendiate le misere casupole addossate alle mura in prossimità della porta
di Borgoratto. Grandi quantità di viveri
(Continua a pagina 10)
Numero settantanove - Settembre 2012
Pagina 10
di LUIGI CASALI
PAVIA E I SUOI ASSEDI
IN ALTO A SINISTRA: LA MADONNA DELLA PALLA
PRIMA E DOPO IL NUBIFRAGIO DEL 1988.
IN ALTO A DESTRA: ANTOON VAN DYCK,
TOMMASO DI SAVOIA CARIGNANO (1596-1658),
TORINO, PINACOTECA SABAUDA; DIEGO VELASQUEZ, FRANCESCO I D’ESTE DUCA DI MODENA
(1610-1658), PARMA, GALLERIA ESTENSE.
QUI A SINISTRA: IL BASTIONE DI SANT’EPIFANIO
NELLE CONDIZIONI IN CUI SI TROVA AL GIORNO
D’OGGI; A DESTRA: ANONIMO XVII SECOLO,
SCONTRO TRA CAVALLERIA SPAGNOLA
E FRANCESE (PAVIA, COLLEZIONE PRIVATA).
SOTTO: LUCAS DE WAEL, L’ASSALTO A UNA
CITTÀ FORTIFICATA. IMMAGINE TRATTA DAL
VOLUME “LA BATTAGLIA NELLA PITTURA DEL
XVII E XVIII SECOLO”, PARMA, SILVA ED. 1994.
(Continua da pagina 9)
vengono stivate nei magazzini e per la macinazione delle
granaglie, di cui Pavia è ben
fornita, sono installati tredici
mulini sul Ticino e numerosi
altri a mano e da cavallo
all’interno della città. Pavia
conta una popolazione compresa tra i 16.000 e i 18.000
abitanti oltre a migliaia di contadini, le cronache dicono
6.000, che vi si sono rifugiati
per timore delle violenze delle
soldatesche nemiche. Questi
contadini, all’inizio non graditi
dalle autorità locali, che li
considerano bocche inutili da
sfamare, si riveleranno di
grande utilità durante
l’assedio perché hanno portato con sé grosse quantità di
viveri e di foraggio e forniranno, quantunque riluttanti, una
buona mano d’opera
nell’esecuzione delle opere di
difesa.
La guarnigione è
composta
da 52 compagnie di fanteria e
da 10 compagnie di cavalleria, spagnole e italiane. Ad
esse si uniscono circa 2.000
uomini della milizia cittadina
che sono inquadrati in 10
compagnie comandate da
nobili locali, e circa 400 preti
secolari e 86 frati, che alla
prova del fuoco si dimostreranno valenti combattenti.
Con questi religiosi vengono
organizzate tre compagnie
che devono agire come riserva. Comandante militare della
piazza è il generale conte
Galeazzo Trotti.
Il 24 luglio i Collegati arrivano
davanti alle mura di Pavia,
scaramucciano con le pattuglie uscite dalla città a disturbarli e il giorno seguente si
dispongono in due campi
principali: i FrancoPiemontesi a ovest, da San
Lanfranco fino alla strada per
Milano, i Modenesi a nord e a
est, da questa alla chiesa di
San Lazzaro. Alcuni reparti si
accampano al di là del Gravellone occupando San Martino e la Cava, davanti al borgo
Sant’Antonio. Per collegare
tra loro le due rive vengono
gettati sul fiume due ponti di
barche, uno a San Lanfranco,
a monte di Pavia, e l’altro a
San Lazzaro, a valle.
efficacemente dal Drusiani
che fa scavare trincee e pozzi
di contromina. Gli assedianti
lanciano anche numerosi
assalti che, forse perché non
coordinati tra le due componenti dell’esercito collegato,
vengono tutti respinti. Il più
violento e pericoloso viene
Da parte loro gli assediati
non subiscono passivamente
l’iniziativa avversaria ma effettuano frequenti sortite contro gli avamposti nemici con
lo scopo di danneggiare le
opere di approccio alla città
innescando vere e proprie
battaglie nelle quali hanno
In ogni caso le maglie del
blocco all’inizio non sono molto strette e il 25 luglio il conte
di Sartirana riesce ad entrare
in città con un rinforzo di circa
500 uomini.
Le operazioni d’assedio vere
e proprie, ostacolate
dall’inclemenza del tempo in
una estate insolitamente molto piovosa, iniziano l’1 agosto.
Appena pronti gli assedianti
cominciano a bombardare la
città. Sempre il Pirogallo ci
informa che nei cinquantadue
giorni della durata
dell’assedio vengono scagliati
su Pavia circa 6.000 proiettili
ma che i danni sono comunque limitati. Il 10 settembre
una palla di cannone si pianta
in un muro presso il convento
delle monache di San Felice,
oggi una casa privata al n. 5
di via Lanfranco, proprio nel
centro di un affresco di devozione popolare che raffigura
la Madonna col Bambino, da
allora chiamata la Madonna
della palla. Quest’ultima, la
palla, è ancora visibile ai giorni nostri, non così l’affresco,
distrutto dal nubifragio del
1988. Si comincia a scavare
per minare le mura ma tutti i
tentativi vengono controbattuti
e dalle malattie con la conseguenza che le diserzioni aumentano in modo preoccupante nonostante
l’inflessibilità e la durezza
delle punizioni. Nel frattempo
avvengono altri fatti che rendono ancora più difficile la
posizione dei Collegati. Nella
notte tra il 6 e il 7 settembre
gli Spagnoli si impadroniscono di alcune barche cariche di
vettovaglie e di materiali destinati agli assedianti; più
grave ancora nella notte tra
l’11 e il 12 settembre Arena
Po, la base modenese da cui
giungono i rifornimenti, viene
ripresa da bande di irregolari
guidati da nobili filo-spagnoli.
La notizia che forze nemiche
sono sbarcate in Liguria e si
apprestano a marciare sulla
Lombardia fanno finalmente
comprendere a Tommaso di
Savoia e a Francesco I d’Este
che è giunto il momento di
togliere l’assedio.
Alle due di notte del 14 setsferrato nella notte del 20
agosto. I Collegati, che hanno
finalmente elaborato un piano
comune, attaccano in forze
con migliaia di uomini, contemporaneamente da ovest e
da est. I Franco-Piemontesi
investono con 2.000 uomini le
mezzelune Beretta e Giovine;
i Modenesi, che hanno ricevuto da pochi giorni rinforzi di
truppe fresche, si scagliano
contro il bastione di
Sant’Epifanio. Dopo aspri
combattimenti gli attaccanti
vengono respinti su entrambi i
fronti con gravi perdite, valutabili attorno ai 700 uomini,
tra morti e feriti. I difensori
hanno 6 ufficiali, un sergente
e trenta soldati morti oltre a
molti feriti.
sempre la meglio. La più importante di queste sortite avviene il 28 agosto. Il generale
Trotti esce in forze con cavalleria e fanteria e impegna un
violento combattimento con i
Modenesi cui infligge la perdita di circa 500 uomini.
I comandanti dei Collegati
cominciano a nutrire seri e
fondati dubbi sulla possibilità
di prendere Pavia. Vengono
lanciati altri attacchi, sempre
respinti, il bombardamento
continua, inutilmente, i lavori
di mina non ottengono alcun
risultato. Del resto i difensori
non danno segni di cedimento
mentre le truppe collegate,
decimate e scosse dalle gravi
perdite, sono sempre più duramente provate dalle fatiche
tembre gli assedianti levano il
campo e muovono in gran
silenzio e senza segnali verso
i due ponti di barche lanciati
sul Ticino per ritirarsi al di là
del fiume. Gli assediati si accorgono degli strani movimenti nel campo nemico ma
non escono dalle fortificazioni
per timore di cadere in qualche tranello.
Al mattino il conte Trotti fa
uscire alcuni reparti in ricognizione. Quelli usciti da Borgoratto arrivano quando i Franco-Piemontesi hanno già passato il Ticino; quelli che muovono verso il campo di Francesco I d’Este riescono ad
attaccare la retroguardia modenese che copre il passaggio delle truppe sul ponte
lanciato a San Lazzaro. I Pavesi si impadroniscono anche
di sei cannoni del duca di
Modena mentre vengono
trasferiti al ponte di San Lanfranco perché quello di San
Lazzaro non è in grado di
reggerne il peso. Nei quartieri
abbandonati vengono trovate
grandi quantità di vettovaglie,
munizioni e foraggi, oltre a
numerosi feriti che sono ricoverati nel convento di San
Paolo, pietosamente curati e
inviati alcuni giorni dopo via
acqua a Brescello.
L’assedio di Pavia, pur pe-
sante per la città e per i suoi
abitanti, non è che un episodio molto marginale della
lunga lotta tra Francia e Spagna che si conclude nel 1659
con il Trattato dei Pirenei.
Giustamente orgogliosi in
ogni modo di avere compiuto
il proprio dovere di buoni sudditi, nel 1656 i Pavesi inviano
in Spagna da Filippo IV, il Re
Pianeta, Aurelio Bottigella,
professore presso
l’Università. Presentatosi al re
il Bottigella gli traccia il quadro delle misere condizioni
nelle quali Pavia è stata ridotta dall’ ultima guerra e poi gli
consegna un memoriale in cui
sono esposti gli alleggerimenti di oneri fiscali che la città
domanda a ricompensa della
sua fedeltà. Con tipica abitudine spagnola il re risponderà
con una lunghissima lettera
con cui elogerà la fedeltà e il
valore di Pavia, dirà che gli
alleggerimenti richiesti non
potranno comunque essere
concessi ma che tuttavia ricompenserà con le dovute
onorificenze coloro che si
sono distinti nel corso
dell’assedio.
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Numero settantanove - Settembre 2012
di LUIGI CASALI
PAVIA E I SUOI ASSEDI
IN ALTO A SINISTRA: IL BASTIONE DELLA DARSENA.
PARTICOLARE DEL QUADRO DI GIACOMO TRECOURT (1814-82)
“LA CONTESSA CLEMENTINA AL PORTO DI PAVIA” (PAVIA, MUSEI CIVICI). I
MMAGINE TRATTA DAL VOLUME “I BASTIONI DI PAVIA”, PAVIA, LIUTPRAND 1999.
IN ALTO A DESTRA: PIAZZA GRANDE CON IL BROLETTO.
STAMPA DI FINE XVII SECOLO. IMMAGINE TRATTA DAL VOLUME
“VEDUTE DI PAVIA DAL ‘500 AL ‘700”, PAVIA, VIGIEFFE 1992.
QUI A SINISTRA: UFFICIALI SUPERIORI FRANCESI. STAMPA DEL XIX SECOLO.
IMMAGINE TRATTA DAL VOLUME “ATLANTE DELL’ABBIGLIAMENTO”,
MILANO, LONGANESI & C. 1981.
QUI A DESTRA: FANTI AUSTRIACI NEL 1706. STAMPA DEL XIX SECOLO.
IMMAGINE TRATTA DAL VOLUME “ATLANTE DELL’ABBIGLIAMENTO”,
MILANO, LONGANESI & C. 1981.
Nel
1701 scoppia la
guerra di Successione
Spagnola, combattuta
da Francia e Spagna
contro Impero, Inghilterra e Olanda che si oppongono alla salita di
Filippo d’Angiò, poi Filippo V, nipote di Luigi XIV,
sul trono di Madrid.
La guerra si combatte in
tutta Europa e naturalmente anche in Italia,
dove Vittorio Amedeo II
di
Savoia,
dopo
l’alleanza iniziale con la
Francia, ha cambiato
partito e si è alleato con
l’Impero. Il 7 settembre
1706 Eugenio di SavoiaCarignano sconfigge
sotto Torino l’esercito
francese che assedia la
città. Di ritorno da Torino
Eugenio occupa Milano
e ordina al generale
Wiedrich Daun di impadronirsi di Pavia. Gli Austriaci arrivano davanti
alle mura di Pavia il 27
settembre. La città è
presidiata da 5 battaglioni di fanteria più alcuni
svizzeri e 200 dragoni,
in tutto circa 2.000 uomini, francesi e spagnoli,
con 25 cannoni di grosso calibro agli ordini del
generale spagnolo Conte Domenico Sartirana;
è stata costituita anche
una Milizia Urbana che
deve controllare la porta
del Ponte Coperto,
l’unica rimasta aperta
perché le altre sono state tutte murate. Daun ha
con sé due reggimenti di Le artiglierie austriache seduta permanente, gricorazzieri e quattro regdando loro che occorre
cominciano il bombardagimenti di fanteria, circa
arrendersi perché esmento all’alba del 1° ot3000 fanti, ma non possendo del tutto inutile
tobre. Quando una palla
siede equipaggi da ponogni resistenza non vi è
di cannone cade su una
te per cui non può ciralcuna necessità di farsi
casa della Piazza Grancondare completamente
bombardare. Ritornate
de si scatena la reazioPavia. Sartirana, isolato
in piazza le donne si imne popolare. Un gruppo
dal resto dell’esercito
battono in un ufficiale
di donne furibonde esce
francese, sa che la difefrancese che dichiara
in strada, invade il Brosa è senza speranza.
che prima di arrendersi i
letto e getta la palla daNonostante ciò rifiuta la
Francesi incendieranno
vanti agli esterefatti
resa che viene intimata
la città. L’imprudente
m
e
m
b
r
i
da Daun e ordina alle
ufficiale si salva dalla
dell’amministrazione, i
sue artiglierie di aprire il
folla che si è subito raDecurioni, che sono in
fuoco. Gli Austriaci cominciano allora le operazioni
d’assedio ma la
stagione piovosa
ritarda i lavori e
ostacola il trasporto delle artiglierie pesanti e
degli altri materiali
che devono arrivare da Novara e
da Milano. Da
parte loro gli abitanti sono terrorizzati. Un falso allarme che gli Austriaci stanno per
attaccare fa suonare a martello la
campana
della
Torre Civica e
porta tutti i cittadini a radunarsi sulla Piazza Grande.
Nessuno ha intenzione di combattere, tanto più per
IL PRINCIPE EUGENIO DI SAVOIA.
i Francesi, da
IMMAGINE TRATTA DALL’OPERA DI J. C. ALLMAYER-BECK E
sempre malvisti
E. LESSING “DIE KAISERLICHEN KRIEGSVÖ, 1479-1718”,
MONACO, BERTELSMANN VERLAG 1978.
dai Pavesi.
dunata rifugiandosi in
Duomo ma intanto si
sparge la voce che i
Francesi vogliono dare
Pavia alle fiamme. Molti
pavesi armati e furenti si
radunano in piazza e
cominciano a percorrere
le vie disarmando tutti i
soldati che vi trovano.
Le strade vengono sbarrate con barricate per
fermare i dragoni francesi, tutte le finestre sono
illuminate e si tengono
pronte le campane
per
dare
l’allarme. Da parte sua la guarnigione si ritira nel
Castello da dove
il Sartirana potrebbe fare bombardare la città.
Questa critica situazione
viene
risolta il giorno
dopo. Scavalcando del tutto il Sartirana una delegazione di cittadini
esce da Pavia e
offre la resa al
generale
Daun
che l’accetta con
grande
sollievo
perché sta incontrando grosse diff i c o l t à
nell’assedio
al
punto di avere già
richiesto rinforzi al
principe Eugenio.
Al generale Sartirana non resta
altro che far sospendere il fuoco.
Le porte della cit-
tà vengono aperte agli
Austriaci che entrano tra
le acclamazioni dei Pavesi tra i quali si distingue un folto numero di
religiosi che sventola
bandiere imperiali e inneggia a “Cesare”.
Daun
riceve le chiavi
della città, presenzia a
un solenne ed immancabile Te Deum in Duomo
e sfila per le strade accolto come un liberatore.
Il 4 ottobre i Francesi e
gli Spagnoli consegnano
agli Austriaci tutte le artiglierie, ben 62 pezzi tra
pesanti e leggeri, oltre
ad altro abbondante materiale bellico e a 4.000
sacchi di farina ed escono dalla città dal ponte
sul Ticino, percorrendo
tutta Strada Nuova tra
due ali di folla ostile. Tra
tutti si distingue per la
veemenza degli insulti
soprattutto il prevosto di
San Teodoro alla testa
di numerosi ecclesiastici.
Daun
riparte per raggiungere l’esercito del
Principe Eugenio e lascia a Pavia due reggimenti di fanteria e uno di
corazzieri.
Con
questo episodio
termina la presenza degli Spagnoli a Pavia. Ad
essi si sostituiscono gli
Austriaci che vi rimarranno, salvo brevi interruzioni e il lungo interludio napoleonico, fino al
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Numero settantanove - Settembre 2012
PAVIA E I SUOI ASSEDI
di LUIGI CASALI
G.C. BAGETTI, LA PRESA DI PAVIA, 25 MAGGIO 1796.
IMMAGINE TRATTA DAL VOLUME
“NAPOLEONE IN ITALIA NEGLI ACQUERELLI DI GIUSEPPE PIETRO BAGETTI
E NELLE CRONACHE DI STENDHAL E DI ADOLPHE THIERS”, MILANO, F.M.R. 2001.
LE TRUPPE FRANCESI ENTRANO IN PAVIA IL 25 MAGGIO.
IMMAGINE TRATTA DAL VOLUME DI J. TRANIÉ E J. C. CARMIGNANI,
“NAPOLÉON BONAPARTE 1ÉRE CAMPAGNE D’ITALIE”,
PARIGI, PYGMALION 1990.
Il 14 luglio 1789 scoppia a
Parigi la Rivoluzione Francese. Pochi anni dopo la Francia è in guerra contro i regnanti d’Europa. Alla fine del
mese di marzo del 1796 Napoleone Bonaparte assume il
comando dell’Armata d’Italia
che fronteggia gli eserciti piemontese ed austriaco sulle
Alpi. Bonaparte passa subito
all’offensiva e nel giro di poche settimane sconfigge i
Piemontesi e obbliga gli Austriaci a ritirarsi oltre il Ticino.
Nella prima decade di maggio
i Pavesi assistono con non
poca preoccupazione al passaggio di lunghe colonne di
sfiduciati soldati imperiali che
attraversano il Ticino sul Ponte Coperto. Il 10 maggio tutte
le truppe austriache hanno
abbandonato Pavia non senza aver prima tentato di far
saltare, senza successo,
un’arcata dello stesso ponte. I
Francesi dilagano nella Lombardia occidentale. I generali
André Massena e Pierre Fra-
nçois Augerau ricevono
l’ordine di occupare rispettivamente Milano e Pavia.
Con l’eccezione dei
“giacobini” e dei democratici
che hanno fatto proprie le
idee della Rivoluzione l’arrivo
dei Francesi è in generale
male accolto dalla massa
delle popolazioni lombarde
proprio come lo saranno in
seguito anche da quelle delle
altre regioni italiane. La Lombardia ha subìto nel corso del
XVIII secolo le guerre di Successione Spagnola, Polacca
ed Austriaca ma si è trattato
di guerre dinastiche, combattute al solo fine di assicurare
nuove conquiste territoriali,
che non hanno messo in pericolo il vecchio sistema e
l’ordine civile costituito. Al
contrario le guerre della Rivoluzione sono combattute per
la prima volta sulla base
dell’ideologia e da parte francese hanno l’obiettivo di esportare le idee e i princìpi
rivoluzionari oltre i confini
della Francia. Le truppe francesi hanno bisogno di tutto e
d’altronde è consuetudine per
gli eserciti rivoluzionari vivere
sulle risorse dei territori conquistati perché la Repubblica
non è in grado di mantenerli;
le disposizioni del Direttorio
parigino prevedono inoltre
che la Lombardia, una delle
province più ricche
dell’Impero austriaco, venga
spremuta “come un limone”
per rimpinguare le esauste
casse francesi. Le pesanti
requisizioni, le elevatissime
contribuzioni, l’arroganza e la
violenta verbosità
“rivoluzionaria” di molti esponenti giacobini sono tutti elementi che disgustano i lombardi, di tutti i ceti sociali. Il
patriziato, ormai in fase decadente, naturalmente contrario
ai Francesi, mantiene comunque, salvo poche eccezioni,
un atteggiamento prudente e
attendista; i borghesi sono
per lo più equidistanti tra le
due parti in lotta anche se mal
sopportano le eccessive in-
temperanze dei giacobini. I
buoni cattolici e i ceti più bassi sono anche spaventati e
preoccupati dalla irreligiosità
e dal laicismo rivoluzionario
dei Francesi. Per quanto riguarda la Chiesa, le alte gerarchie ecclesiastiche, pur
essendo naturalmente favorevoli all’Austria e spaventate
da quanto è accaduto in Francia durante la Rivoluzione, si
mantengono, almeno ufficialmente, neutrali e sembrano
accettare il nuove ordine,
nella speranza che prima o
poi l’Impero risulterà vittorioso. Il piccolo clero, quello di
campagna soprattutto, non
esita invece a schierarsi apertamente contro i nuovi venuti.
L’opposizione violenta ai
Francesi viene soprattutto da
parte dei ceti più umili, popolani e contadini, che, aizzati
dai loro padroni e dai curati di
campagna, vedono nell’arrivo
dei francesi una minaccia
all’ordine tradizionale, alla
religione e in generale a quel
sistema sociale patriarcale e
stratificato che è il solo che
possono concepire e che
costituisce il loro unico riferimento.
L’ARRIVO DEI FRANCESI
Il 14 maggio arriva a Pavia la
divisione del generale Augerau. I patrioti pavesi, non molti
per la verità, escono allora
allo scoperto. Il 16 maggio
piantano l’albero della libertà
in piazza del Duomo. In uno
stupido eccesso di furore
rivoluzionario i “giacobini”
atterrano e fanno a pezzi
l’antica statua del Regisole,
considerata un simbolo
dell’odiata tirannide per il solo
fatto che rappresenta un imperatore romano. Questo
episodio, insieme alle requisizioni eseguite dai francesi,
contribuisce non poco ad
aumentare l’avversione popolare verso i nuovi venuti. La
sera stessa del 16 maggio
scoppiano in Borgo Ticino
violenti disordini tra borghigiani e francesi, non è ben chiaro se per i pesanti complimenti rivolti da alcuni soldati
francesi ad alcune donne
borghigiane o per vendicare
l’atterramento del Regisole.
Nei giorni seguenti nelle
campagne si hanno i primi
prodromi della rivolta. Al suono delle campane i contadini
guidati dai loro parroci e dai
fittavoli si radunano e presidiano paesi e strade, pronti
ad attaccare i reparti francesi
isolati. I primi gruppi armati si
sono d’altra parte formati nei
giorni precedenti per difendersi dalle requisizioni dei Francesi, requisizioni che nelle
campagne assumono di frequente le forme e la violenza
di veri e propri saccheggi.
Augerau, richiamato da Bo-
naparte che sta riprendendo
le operazioni contro gli Austriaci, lascia Pavia con la sua
divisione il 21 maggio. La città
rimane presidiata da 450 uomini, di cui la metà sono ammalati o convalescenti, agli
ordini del capitano Guillaume
Latrille de Lorenczec, che si
acquartierano nel Castello
Visconteo.
LO SCOPPIO
DELLA RIVOLTA
L’insurrezione “bianca” esplode il 23 maggio. Verso le
otto del mattino un gruppo di
(Continua a pagina 13)
Numero settantanove - Settembre 2012
Pagina 13
di LUIGI CASALI
PAVIA E I SUOI ASSEDI
IL SACCO DI PAVIA DEL 25 E 26 MAGGIO 1796. STAMPA DI CARLE VERNET
(COLLEZIONE PRIVATA). A DESTRA: LA RIVOLTA E IL SACCO DI PAVIA. STAMPA
DEL XIX SECOLO. IMMAGINE TRATTA DAL VOLUME DI C. SINISTRI E C. BELLONI,
“PAVIA NELLE SUE ANTICHE STAMPE”, PAVIA, LA GOLIARDICA PAVESE 1992.
NELLA PAGINA ACCANTO: BACLER D’ALBE,
NAPOLEONE BONAPARTE, GENERALE IN CAPO
DELL’ARMÉE D’ITALIE NEL 1796
(MUSEO DEL CASTELLO DE LA MALMAISON).
QUI A DESTRA: RIVOLTA E SACCO DI PAVIA.
I RAPPRESENTANTI DEL CLERO
A DESTRA: L’ANTICA STATUA DE
IL REGISOLE;
“NAPOLEONE PERDONA A’
RIVOLTOSI DI PAVIA”.
STAMPE DEL XIX SECOLO.
IMMAGINI TRATTE DAL VOLUME
DI C. SINISTRI E C. BELLONI
“PAVIA
NELLE SUE ANTICHE STAMPE”,
PAVIA, LA GOLIARDICA PAVESE
1992.
(Continua da pagina 12)
ragazzi, a un segnale dato, fa
cadere il berretto frigio che si
trova in cima all’albero della
libertà, subito dopo abbattuto
a colpi d’ascia da un gruppo
di popolani in attesa. Allora le
strade si riempiono di uomini
armati che al grido di “giù la
coccarda (con riferimento a
quella francese), viva
l’Imperatore” cominciano a
dare la caccia ai soldati francesi e ai cittadini filo repubblicani; molti soldati sorpresi
nelle strade sono fatti prigionieri. Mentre la campana della
Torre comunale, di cui i rivoltosi si sono impadroniti, suona a martello per annunciare
al contado che la rivolta è
iniziata, gruppi di insorti corrono alle porte delle mura, disarmano le sentinelle francesi
e fanno entrare in città la moltitudine di contadini armati
che sono in attesa fuori dalla
città. Le poche truppe francesi, incapaci di fronteggiare le
migliaia di insorti, si rinchiudono nel castello. A capo degli
insorti si pongono un capomastro, Natale Barbieri e don
Paolo Bianchi, parroco di San
Perone, uno dei principali
istigatori della rivolta. I francesi resistono per due giorni
finché la sera del 24 maggio
Latrille, che non deve essere
stato un cuor di leone, decide
di arrendersi al mattino del
giorno dopo sull’assicurazione
di avere salva la vita per sé e
per i suoi uomini, cosa che
viene scrupolosamente rispettata. Ormai padroni incontrastati della città gli insorti aspettano ora le truppe austriache, il cui arrivo è stato loro
dato ad intendere come imminente dagli organizzatori della
rivolta.
LA REAZIONE FRANCESE
Le notizie provenienti da Pavia hanno molto inquietato
Bonaparte. Impegnato contro
l’esercito austriaco verso est,
egli teme che il focolaio pave-
E DELLA CITTADINANZA PAVESE IMPLORANO
LA CLEMENZA DI BONAPARTE.
LE IMMAGINI SONO TRATTE DAL VOLUME
DI J. TRANIÉ E J. C. CARMIGNANI
“NAPOLÉON BONAPARTE 1ÈRE CAMPAGNE
D’ITALIE”, PARIGI, PYGMALION 1992
se possa innescare una serie
di agitazioni a catena in tutta
la Lombardia, proprio alle
spalle dell’armata d’Italia,
mettendo in pericolo le comunicazioni con la Francia. Rientrato subito a Milano, ordina al
capo brigata Jean Lannes,
futuro Maresciallo dell’Impero,
di muovere verso Pavia con
una colonna di circa 2.000
uomini. Lannes si muove rapidamente. Raggiunta Binasco,
la trova difesa dai contadini
della zona che vi si sono asserragliati. Il paese viene conquistato con un energico assalto alla baionetta e quindi
brutalmente saccheggiato e
dato alle fiamme.
I bagliori dell’incendio che si
stagliano contro il cielo durante la notte sono ben visibili
anche da Pavia. Resisi ormai
conto che nessun aiuto può
arrivare dall’esercito austriaco, gli insorti decidono comunque di resistere. Le mura
nord di Pavia si riempiono di
armati, ben determinati, almeno così sembra, a combattere. La colonna francese, comprendente alcuni battaglioni di
fanteria, 300 dragoni a cavallo
e sei pezzi d’artiglieria arriva
davanti alle mura di Pavia
verso le quattro del pomeriggio del 25 maggio. Verso le
cinque i francesi cominciano il
bombardamento. In città
scoppiano varie bombe e
molte altre vengono sparate
contro Porta di San Vito.
“Tutta la città - scrive Vincenzo Rosa, testimone oculare
degli avvenimenti - sembra
spopolata o istupidita. Non si
ode che le campane a martello, le cannonate e le bombe”.
Dopo circa una mezz’ora i
Francesi si lanciano
all’attacco ed entrano in città
da Porta San Vito e da quella
di Borgoratto rimasta aperta e
sguarnita. I rivoltosi oppongono una breve resistenza e poi
si disperdono. I combattimenti
continuano nelle vie della città
dove le truppe francesi sono
anche fatte segno del lancio
di proiettili dai tetti e dalle
finestre. I dragoni spazzano le
strade sciabolando chiunque
vi si trovi; i fanti a loro volta
sparano contro le finestre e i
tetti. É così che viene ucciso il
frate domenicano Severino
Capsoni, insigne studioso,
affacciatosi alla finestra per
vedere cosa sta succedendo
in strada. Il numero dei morti
tra gli insorti aumenta rapidamente; alla fine se ne conteranno quasi un centinaio. I
contadini escono dalla città
dal Ponte Coperto e si disperdono nelle campagne. Verso
sera gli scontri si placano. I
francesi, che hanno avuto
anche loro alcuni morti, rastrellano le strade e arrestano
tutti i sospetti che vi vengono
trovati. Il Barbieri viene catturato in un osteria, dove si è
rifugiato. Bonaparte arriva a
Pavia accompagnato dal
commissario politico Cristoforo Saliceti e si installa nel
collegio Caccia, oggi palazzo
Cattaneo, al n. 20 dell’attuale
Viale Matteotti.
IL SACCO DI PAVIA
Deciso a dare una lezione
che serva di esempio alle
altre città, Bonaparte è intenzionato a incendiare la città.
Rabbonito dal deciso intervento dell’avvocato Camillo
Campari, che lo convince
della sostanziale estraneità
dei cittadini pavesi alla rivolta,
rinuncia al suo proposito ma
concede alle truppe il saccheggio che inizia la sera
stessa del 25 maggio.
Case, chiese e botteghe so-
no invase e depredate. Al
saccheggio partecipano anche molti esponenti del partito
filo-francese, alcuni dei quali
si distinguono per la loro rapacità. Il Monte di Pietà, ad
esempio, viene svaligiato
soprattutto dai pavesi tra i
quali è citato, con non poca
sorpresa, anche Siro Comi.
Comunque non si registrano
violenze contro le persone né
le donne subiscono molestie.
Il saccheggio avviene soprattutto di notte; l’ordine di cessarlo viene diramato verso le
9 del mattino ma esso continua ancora per alcune ore.
Anche tutto il contado viene
saccheggiato, sovente in modo più grave e violento che in
città.
I francesi nominano una nuova giunta municipale con elementi “democratici”. I membri
del precedente consiglio sono
arrestati tranne alcuni come il
marchese Benedetto Conti e il
conte Francesco Gambarana
che, accusati di essere tra i
sobillatori della rivolta, sono
fuggiti. I municipalisti saranno
tutti assolti nel processo tenuto alcune settimane dopo.
Una settantina di cittadini
pavesi e del contado sono
trattenuti come ostaggi ed
inviati in esilio ad Antibes,
dove resteranno fino alla fine
del 1796.
La rappresaglia più dura viene esercitata contro coloro
che si sono più esposti durante la rivolta. Natale Barbieri,
dopo una lunga notte di sevizie, viene fucilato all’alba del
26 maggio, fuori della porta
del Castello; don Paolo Bianchi ed alcuni altri nei giorni
seguenti. Sequestri, requisizioni e confische continuano
ancora per un certo tempo ma
dopo poche settimane la vita
in città riprende il tranquillo
corso di sempre. D’altra parte
le maniere galanti e socievoli
dei francesi cominciano a
renderli simpatici alla popolazione che si adegua poco per
volta alla nuova situazione
politica.
Nessuno può ancora saperlo
ma il Risorgimento italiano ha
cominciato a muovere i suoi
Pagina 14
Numero settantanove - Settembre 2012
Il
Collegio degli Ingegneri e
degli Architetti della Provincia di Pavia, con la collaborazione di Myenergy S.p.A, il
patrocinio della Provincia di
Pavia, dell’Ordine degli Ingegneri e dell’Ordine degli Architetti, bandisce il concorso
di idee dal titolo Lo spazio
pubblico, luogo per dare
energia alla città aperto a
tutti gli iscritti under 35 agli
Ordini Provinciali degli Ingegneri e degli Architetti del
territorio della Regione Lombardia. Un concorso nato per
ricercare nuove “filosofie” di
approccio al tema energetico, partendo dallo spazio
pubblico inteso come luogo
fisico di uso sociale e collettivo. Il concorso diventerà
occasi on e
per
forni re
“giovani” idee volano virtuoso di nuove proposte innovative sul tema energeticoambientale.
Il testo del bando può essere scaricato dal sito:
www.ordinearchitettipavia.it
oppure dal sito:
www.socratealcaffe.it
Ecco un estratto del bando.
Oggetto. Individuazione dei
“luoghi” intesi come àmbiti
riconoscibili del territorio
provinciale da impreziosirsi
con il ricorso a fonti energetiche rinnovabili. Il tema non
L O SPAZIO PUBBLICO
Luogo per dare energia
alla città
prevede
espressamente
l’individuazione di una specifica area di intervento; piuttosto un “modello” ambientale, caratterizzante e pertanto riconoscibile del nostro
territorio provinciale, su cui
la soluzione energetica possa fare sintesi col paesaggio.
Partecipanti. La partecipazione al concorso è aperta
agli Ingegneri e Architetti,
attualmente iscritti agli Albi
dei rispettivi Ordini Professionali della Regione Lombardia. La partecipazione
potrà essere in gruppo.
Fasi. Il concorso si svilupperà in un’unica fase.
Tempi. Step 1) Presentazione delle domande di chiarimento sul concorso entro 30
giorni dalla pubblicazione del
bando, data che viene convenzionalmente stabilita al
15 settembre 2012. Step 2)
Risposta alle domande e
pubblicazione:
entro
30
giorni dalla fase 1. Step 3)
Presentazione delle soluzioni
progettuali: entro 60 giorni
dalla fase 2. Step 4) Pubblicazione dei risultati: entro
30 giorni dalla fase 3. Step
5) Giornata illustrativa e
premiazione: entro i successivi 30 giorni in data da destinarsi.
Punteggio. Su un punteggio complessivo di 100 punti
il concorso prevede: 40 punti per inserimento della soluzione nel contesto ambientale; 20 punti per rappresentazione grafica e sinteticità
della proposta; 40 punti per
f a c i l i t à
d i
diffusione/ripetibilità
della
proposta sul territorio.
Modalità di partecipazione. L’iscrizione al concorso
deve essere effettuata entro
le ore 12 di quanto contenuto nello Step 2 personalmente o tramite lettera raccomandata indirizzata alla
Segreteria del concorso
Modalità di presentazione. I progetti dovranno pervenire, a pena di esclusione,
in plico chiuso e sigillato,
anonimo, su cui deve comparire unicamente la scritta
“Concorso di idee - lo spazio
pubblico, luogo per dare energia alla città”. Il materiale deve essere inviato a: Segreteria del Collegio Ingegneri e Architetti della Provincia di Pavia - V.le Indipendenza 11 - 27100 Pavia.
Deve essere omessa qualsiasi indicazione che possa
rivelare il nominativo del
concorrente.
Giuria. La giuria sarà costituita da 7 membri così individuati: un ingegnere e un
architetto in rappresentanza
del Collegio degli Ingegneri
e degli Architetti della Provincia di Pavia; un rappresentante della società Myenergy; un rappresentante
dell’Ente Provincia di Pavia;
un docente universitario in
rappresentanza del Dipartimento di Ingegneria Civile
e d
A r c h i t e t t u r a
dell’Università di Pavia; un
ingegnere e un architetto
under 35 in rappresentanza
dei rispettivi Ordini Provinciali di Pavia.
Premio. Il premio previsto
si concretizza in uno stage
presso Myenergy S.p.A, con
l’opportunità di continuare
ulteriormente la collaborazione dopo i primi 6 mesi o
di convertirla in assunzione.
Il vincitore lavora nel team
che si occupa dello sviluppo
del settore “efficienza energetica” all’interno di Myenergy S.p.A. L’obiettivo è di
concretizzare nella pratica
quanto sviluppato in sede di
concorso, al fine di convertire l’idea di base in progetto
reale e vendibile nel mercato
energetico italiano. Lo stage
prevede un compenso mensile netto pari a 600 euro.
Lo stage può avvenire sia
sotto forma di collaborazione
professionale sia come contratto a progetto.
La principale caratteristica che viene generalmente
indicata come distintiva della specie umana è che
essa, a differenza delle restanti specie, è in grado
di “parlare, scrivere e far di conto”. Aristotele, infatti,
definisce l’uomo uno zòon lògon èchon, cioè un
animale che dimostra questa abilità “a fare logos”. Il
verbo leghein, da cui deriva logos, comprende però
una molteplicità di significati che vanno appunto dal
discorrere, al narrare, all’enumerare, ma anche al
raccogliere e al classificare.
di PIER GIUSEPPE MILANESI
Le neuroscienze, nello sforzo di ricerca di momenti
di contatto tra mente e cervello, tra natura e cultura,
si sono volte con particolare attenzione allo studio
del linguaggio, in quanto proprio il linguaggio, o
meglio la più ampia e articolata dimensione del
logos, rappresenta il momento in cui il cervello si
trasforma in uno speciale calcolatore in grado di
organizzare discorsi e operazioni matematiche e di
ordinamento.
L’ambito di studio della neurolinguistica si è così
candidato a luogo privilegiato per un rendez vous
ad alto livello tra scienze della cultura e neuroscienze. Con grande fervore si è anche aperta una
“caccia al gene”: un gene “del linguaggio” che potrebbe essere responsabile di questa trasformazione dell’animale in zòon lògon èchon. Chissà! Se
tale gene esistesse davvero forse un giorno riusci-
remo a dialogare anche con il cane e il gatto di
casa. Dal canto nostro vorremmo invece sostare
un attimo e tornare a riflettere su un significato
trascurato di leghein: quello di “raccogliere”: il semplice gesto di raccogliere.
A tal fine vorrei riportare uno dei più begli aneddoti
tramandati nella storia della filosofia. Si narra infatti
che Democrito - il grande filosofo che per primo
concepì un universo formato da atomi - avesse
intuito le enormi capacità filosofiche di un giovanetto, osservando come questi raccoglieva e ordinava
la legna facendone un fardello da trasportare. Democrito chiamò a sé il giovanetto e gli fece disfare
e poi ricomporre il fardello di legna per avere la
conferma della genialità e della sapienza con cui
tale fardello veniva costruito. Quel giovanetto era
Protagora, il primo “filosofo del
linguaggio”, per quanto fondatore
dell’antica sofistica.
Questo aneddoto ci porta a gustaSETTORE ASSICURATIVO
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re il significato più antico del logos,
come leghein, come raccolta, disposizione e ordinamento, anzi
come “corretto ordinamento”, ossia
come abilità di non fare di tutta
l’erba (la legna) un fascio: qualcosa
che si avvicina a ciò che anche la
linguistica continua a ricercare nei
discorsi degli uomini - i “misteri”
della sintassi - perché in greco
“corretto ordinamento” si dice appunto syn-taxis.
Se c’è una capacità squisitamente
“umana”, da proporre come discrimine col restante mondo animale,
essa deve essere attribuita non
tanto al linguaggio come tale, ma
piuttosto a un logos da intendere come abilità sintattica in generale, ossia a una generale vocazione
umana per l’ordine, una tendenza a ordinare una
quantità di cose, suoni, immagini, oggetti, arredi,
eccetera, e infine anche le parole! Ma sempre in
ossequio ad abilità pratiche, estetiche e di buon
gusto nelle quali eccellono, tra l’altro, soprattutto le
donne, le quali (secondo un diffuso pregiudizio)
sarebbero notoriamente, e perciò non a caso (e
forse proprio per questo) anche delle … grandi
chiacchierone!
modo prossimamente di spiegare, in successivi
interventi, parlando dell’arte e della musica. Non
possiamo non far notare - a proposito di quanto
scherzosamente si diceva sulle donne
“chiacchierone” - che il cervello umano maggiormente “ottimizzato” è proprio il cervello femminile,
come è stato tra l'altro dimostrato in un recentissimo studio, anche se ciò non desta sorpresa, dacché era da tempo noto che il cervello femminile
presentasse una maggior densità di connessioni
interemisferiche e intramodulari.
Da dove proviene questa “abilità”? È una questio-
Questa “ottimizzazione” delle prestazioni cerebrali
ne genetica? Riusciremo con appositi trapianti di
geni a conversare con il gatto di casa? Probabilmente no. Si tratta solo di un problema di “cortecce
intelligenti”.
scaturisce proprio dalla stessa spinta evolutiva che
costringe quelle stesse parti (che sono presenti con
opportune varianti nel cervello di tutti i mammiferi
superiori) a subire un processo di intensificazione e
velocizzazione delle loro relazioni interne, tenuto
conto che il contenitore, la “bisaccia” di Protagora,
si rivela sempre più angusto a fronte di moltiplicate
esigenze di prestazioni. Il risultato di questo processo di “ottimizzazione” dell’esistente, in senso
evolutivo, è appunto ciò che chiamiamo
“coscienza”.
La “bisaccia” entro la quale Protagora cercava di
comprimere e incastrare la sua legna con somma
maestria è il nostro stesso cervello! Democrito aveva notato la genialità dell’incastro, la syn-taxis, e
non certamente la qualità e la quantità dei legni
assemblati. Ed è quello che dovremmo essere
invitati noi a fare quando ci avviciniamo allo studio
della nostra architettura cerebrale! Non dovremmo
guardare alle parti - alla qualità e quantità delle
parti - ma piuttosto alla sapienza della loro distribuzione, che probabilmente è in grado di moltiplicare
le funzionalità cerebrali e le potenziali capacità di
sintesi proiettando il cervello umano oltre la sua
stessa natura, ossia trasformandolo in strumento di
cultura.
È in questa prospettiva che il cervello si presenta
come una enorme macchina di raccolta, selezione
e ordinamento, esprimendo, con la sua stessa
struttura, il significato originario del logos-leghein a
cui accennava Aristotele. E questa attività inizia già
a livello delle cortecce sensoriali, come avremo
In sintesi, se è questo lo scenario espansivo in cui
la natura opera, allora diremo che può diventare
una operazione sterile impostare il rapporto
mente/cervello come un problema di ricerca di
“parti” e di identificazione, all’interno della architettura cerebrale, di presunte “sedi di facoltà”, come
se il cervello fosse organizzato a mo’ di senato
accademico, col preside seduto sull’area di Broca.
Un tempo il ricercatore per documentarsi sui misteri
dell’animo umano scendeva in biblioteca a cercare
un volume, adesso invece viene invitato a farsi una
neuroimmagine. Ma non può essere così! Lo spazio aperto dalle neuroscienze non può essere trasformato nell’esercizio di una vuota tautologia.
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Numero settantanove - Settembre 2012
Cosa bolle in pentola a Sartirana. Informazioni confidenziali intercettate. Schema tecnico di allestimento.
Piano terreno del
castello. Cinque sale
come altrettante
piccole personali.
Artisti, in ordine di
sala:
Marco Lodola Arnaldo e Giò
Pomodoro - Emilio
Scanavino - Marcello
Pirro - Carlo Mo Mauro Staccioli Umberto Milani.
Primo piano. Tre saloni per Angelo Bozzola. Due sale per
Alberto Ghinzani
e Sergio Alberti. Una
sala collettiva per
scultori meno rappresentati in collezione permanente.
Sala "delle armi"
dedicata a Pietro
Consagra. Sala"del
teatro" per Fausto
Melotti. Omaggio al
grande Maestro,
ultimo proprietario
del castello. Prima
che arrivassero i
barbari della Fondazione Sartirana Arte.
Accanto al miliare
romano, la colonna
di granito all'ingresso del Castello,
trasformata nel XIX
secolo in supporto
per una raffinata
lampada… (rispetto
per la storia cosa
rara è e fu ...) sarà
collocata una grande
scultura di Bozzola,
quasi controcanto
alla torre di mattoni
rossi, svettante sui
tetti del borgo.
Opera di metà
Quattrocento,
autografa di Ridolfo
Fioravanti, sua ultima fatica per gli
Sforza prima del viaggio in Russia, dove costruì per lo Zar
Ivan il Terribile il
Palazzo del Cremlino. Nel cortile e nel
parco opere di Carlo
Mo e Pino Spagnulo.
Atteso, hoc est in
votis, il ritorno di
una grande opera di
Arnaldo Pomodoro,
forse collocabile
(stabilmente) tra il
verde del fossato
che circonda
il castello. La giungla lomellina
suggerita da
Ermanno Casasco.
FONDAZIONE
SARTIRANA
ARTE
Atteso con ansia da Via Manin - Pronti al “via” - Il cronoprogramma
di GIORGIO FORNI
quei magici anni
'50.
Nel mese di settembre in corso
Fondazione Cariplo
dovrebbe formulare la valutazione
finale del progetto
sulla valorizzazione integrata dei
beni culturali che
abbiamo presentato. A Milano, il
giardino e le sale
del Palazzo della
Triennale occupano la virtuale corsia n.1.
Con lui, a parlarci
del Movimento Arte Concreta, potrebbero esserci,
nelle diverse sedi,
anche gli storici e
critici Marco Rosci,
Luciano Caramel,
Martina Corgnati,
Flaminio Gualdoni,
Marco Meneguzzo,
che nel tempo, da
ultimo Vittorio
Sgarbi, si sono occupati nei loro studi del lavoro di
Bozzola.
In pista, in corsia
2, ci siamo noi a
Sartirana, già con
la mano calda.
Pronti a movimentare
le basi per le sculture
di Angelo Bozzola e
per quelle di tutti gli
altri artisti che faranno loro corona. Già
ipotizzate nel disegno
allestitivo. Ancora segreto, ma abbiamo
indiscrezioni attendibili.
In corsia 3 la Provincia di Pavia. Progetto
Mentre tutto ciò
definito per la collocazione delle opere
nel verde dei Giardini
Malaspina, in auspicio
per i primi soli primaverili del 2013.
La quarta corsia è
occupata da Belgioioso, Giardino Storico
del Castello.
Ma c'è pure l'ipoteca
aperta per un allestimento della formida-
bile sala (appena
reinventata sul vuoto
e pronta all'utilizzo,
grazie ai fondi comunali e al finanziamento di " mamma" Cariplo).
Quinta corsia a Valle
Lomellina, per un
quasi simbolico dialogo Bozzola/Ghinzani
nella chiesa di Santa
Maria, sotto gli occhi
1
□
attenti degli affreschi
rinascimentali salvati
e restaurati. Ancora
una volta con il contributo della sempre
generosa Fondazione
guidata da papà Guzzetti.
Tutte partenze scaglionate, ma con la
possibilità di una sesta corsia, nei pressi
della quale si sta
scaldando il Comune
di Mede. Per quella
rimpatriata di vecchi
amici/colleghi del
MAC, quali furono
Regina Cassolo e
Bozzola. Ad essa non
vorrebbe mancare il
più che centenario
Gillo Dorfles, che sarebbe il più brillante
esegeta dei comuni
momenti creativi di
accadrà sarà possibile la definizione di
altre tappe dell'itinerario, di altri Castelli
del nostro territorio
(Lomello, Frascarolo,
Scaldasole, Valeggio,
Castello d'Agogna,
sino a Vigevano, Abbiategrasso e Bereguardo), tutte ipotesi
da confermare e attivare … in attesa di
EXPO.
3
□
2
□
4
□
1 - IL CASTELLO DI SARTIRANA
4 - LA CHIESA DI SANTA MARIA
DI VALLE LOMELLINA
2 - I GIARDINI MALASPINA A PAVIA
3 - IL CASTELLO DI MEDE
5
□
5 - IL GIARDINO STORICO DEL CASTELLO
DI BELGIOIOSO
Pagina 16
CORRADO AUGIAS
I SEGRETI D’ITALIA
RIZZOLI
Leopardi l’ha percorsa a disagio, sballottato in una carrozza, Shelley ci ha lasciato la vita, Garibaldi la salute: è
l’Italia, da tempo immemorabile vituperata e ammirata, un Paese che pensiamo di conoscere ma che nasconde
in ogni città, in ogni suo angolo un segreto. Compreso il più sconcertante:
come mai le cose sono andate come
sono andate? Come ha potuto diventare, questa penisola allungata di sbieco
nel Mediterraneo tra mondi diversi,
allo stesso tempo la patria dei geni e
dei lazzaroni, la culla della bellezza e il
pozzo del degrado? Questo libro tenta
una spiegazione in forma di racconto,
accompagnandoci dalle cupe atmosfere della Palermo di Cagliostro
all’elegante corte di Maria Luigia a Parma, dalla nascita del ghetto di Venezia
all’eroica fiammata dell’insurrezione
napoletana contro i nazisti. Nel suo
racconto dell’antropologia italiana, Augias mette a confronto due libri antitetici come “Cuore” di De Amicis e “Il
piacere” di D’Annunzio, ricorda le truci
storie di briganti che affascinarono
Stendhal, celebra la resurrezione postbellica di Milano attraverso le glorie
della Scala e del Piccolo Teatro, ma
constata anche la decadenza di una
classe dirigente.
ALESSANDRO BARICCO
TRE VOLTE ALL’ALBA
FELTRINELLI
Nell’ultimo romanzo che ha scritto, Mr
Gwyn, si accenna a un certo punto a
un piccolo libro scritto da un angloindiano, Akash Narayan, e intitolato Tre
volte all’alba. Si tratta naturalmente di
un libro immaginario, ma nelle imma-
Numero settantanove - Settembre 2012
ginarie vicende là
raccontate esso riveste un ruolo tutt’altro
che secondario. Il
fatto è che mentre
Bar icco
scr iv ev a
quelle pagine gli è venuta voglia di
scrivere anche quel piccolo libro, un
po’ per dare un lieve e lontano sequel
a Mr Gwyn e un po’ per il piacere puro
di inseguire una certa idea che aveva
in testa. Così, racconta Baricco, “finito
Gwyn, mi sono messo a scrivere Tre
volte all’alba, cosa che ho fatto con
grande diletto”. “Venga, le ho detto.
Perché? Guardi fuori, è già l’alba. E
allora? E’ ora che lei torni a casa a
dormire. Cosa c’entra che ora è? Sono
mica una bambina. Non è questione di
ore, è una questione di luce. Che cavolo dice? È la luce giusta per tornare
a casa, è fatta apposta per quello. La
luce? Non c’è luce migliore per sentirsi
puliti. Andiamo”.
VIRGINIA WOOLF
CONSIGLI A UN ASPIRANTE SCRITTORE
RIZZOLI
Una scrittrice straordinariamente prolifica, uno dei circoli letterari più esclusivi del Novecento, un diario che annota fedelmente opinioni, sensazioni,
pensieri sui propri libri e su quelli degli
altri, sugli autori classici e sugli amici
più cari. Da questa miscela, che non
ha avuto eguali nella storia letteraria,
sgorga un flusso inarrestabile di domande e risposte, preziose e sorprendenti. Virginia Woolf si muove, con il
suo stile inimitabile, tra conferenze,
saggi e illuminanti pagine di diario,
spiegando con limpida chiarezza un
classico, stroncando James Joyce e
forse Ernest Hemingway, riflettendo
sulle strategie migliori per costruire un
personaggio.
1928-2012
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