Coppie di fatto. I linguaggi Relazioni tra i film della storia del cinema Ogni ambito di operazione creativa si distanzia e nel contempo si identifica con qualunque altro. Sappiamo tutti quanto il cinema si differenzi dalla letteratura a causa del diverso mezzo d’espressione che presiede all’uno e all’altra. Ma dovremmo anche sapere che lo sviluppo, le tendenze, le fughe, i miti in progress di una cultura sono gli stessi nell’una e nell’altra area. Ad esempio, esiste un’avanguardia (anzi, più d’una) di carattere letterario che, almeno a partire dall’inizio del Novecento, si è posta come fondamento di non poca produzione letteraria a venire; ed esiste un’avanguardia cinematografica (anche qui, in realtà, parecchie) che ha tentato di spezzare la linea tradizionale del racconto per immagini. Ovviamente, come si diceva, ambedue lo hanno fatto nei termini, nei modi e negli ambiti di loro competenza: rispettivamente, la parola e l’immagine. Compito della critica così come della storia del mezzo espressivo, ma anche dello spettatore colto, informato, culturalmente interessato e vigile, è discernere qual è il minimo comun denominatore delle due, che cosa, cioè, esse hanno in comune indipendentemente dalla diversità dei modi d’espressione. Talché, ad esempio, è possibile leggere nel fenomeno stesso del montaggio una sorta di figura della frammentazione per come essa si era venuta formando e imponendo nella pratica letteraria protonovecentesca, sino a svilupparsi in modi clamorosi con l’avvento del postmodernismo. Certo, parlare di luce in letteratura è infinitamente più arduo, se non impossibile, che farlo in ambito cinematografico (per non dire dell’animazione, che ovviamente in letteratura non esiste). Si tratta infatti di qualcosa che fa parte del mezzo specifico e non di un altro, e dunque non vi è in questo caso spazio per comparazioni e confronti. Ma comparazioni e confronti possono essere fatti anche all’interno di un singolo ambito operativo. Ad esempio, esiste un concetto di remake (molto controverso) che coinvolge sia letteratura che cinema, e ne esiste un altro (anche più controverso) che appartiene a uno solo di questi ambiti. Spetta alla critica fare ordine all’interno di un campo così intricato nel quale si intersecano linguaggi e mezzi e forme adeguati a dar loro corpo e senso. E spetta alla critica un ulteriore compito: quello di rintracciare – appunto attraverso la comparazione – l’evoluzione non solo dello stato dell’arte per quel che riguarda quella particolare area d’operazione, ma anche per quel che riguarda il senso che bisogna attribuire a quella evoluzione. In altre parole, il linguaggio non si limita mai a essere un fatto relativo a modi d’espressione, ma è sempre un fatto culturale, un marker che segna l’evoluzione (o la nascita) di modi diversi di percepire e rendere immaginativamente il mondo. Franco La Polla Coppie di fatto – I linguaggi. Relazioni tra i film della storia del cinema è una rassegna promossa da Fronte del Pubblico – Comitato Regionale di Coordinamento per le attività cinematografiche in Emilia-Romagna con il sostegno della Regione Emilia-Romagna – Assessorato alla Cultura e con la collaborazione di: Assessorato alla Cultura del Comune di Piacenza, Assessorato alla Cultura del Comune di Rottofreno – Cinema Jolly Due, Solares Fondazione delle Arti di Parma – Cinema Edison d’essai, Ufficio Cinema del Comune di Reggio Emilia – Cinema Rosebud, Assessorato alla Cultura del Comune di Modena – Associazione Circuito Cinema – Sala Truffaut, Cineteca del Comune di Bologna – Cinema Lumière, Assessorato Progetto Giovani del Comune di Imola – Centro La Palazzina, Assessorato alla Cultura del Comune di Ferrara – Circolo Louise Brooks – Sala Boldini e Cinema Apollo Multisala, Assessorato alla Cultura del Comune di Forlì – Unione Cooperativa Cinema Saffi d’essai Multisala, Assessorato alla Cultura del Comune di Cesena – Centro Cinema Città di Cesena – Cinema San Biagio, Assessorato alla Cultura del Comune di Ravenna, U.O. Spettacolo della Provincia di Ravenna, Assessorato alla Cultura del Comune di Alfonsine – Cinema Gulliver, Assessorato alla Cultura del Comune di Rimini – Fondazione Federico Fellini e Cineteca di Rimini, Assessorato alla Cultura del Comune di Cattolica – Salone Snaporaz. I testi sono a cura di: Franco La Polla, Alberto Boschi, Rinaldo Censi, Michele Fadda, Giacomo Manzoli. Avanguardie UN CHIEN ANDALOU (Francia 1929) ENTR’ACTE (Francia 1924) BALLET MÉCANIQUE (Francia 1924) LA VERIFICA INCERTA (Italia 1965) Hollywood SANGUE E ARENA (Blood and Sand, Usa 1922) LE IENE (Reservoir Dogs, Usa 1992) La rottura della linearità L’ANNO SCORSO A MARIENBAD (L’année dernière à Marienbad, Francia/Italia 1961) GOMORRA (Italia 2008) Animazione IL CONCERTO DELLA BANDA (Band Concert, Usa 1935) TOPOLINO E I FANTASMI (Lonesome Ghosts, Usa 1937) PIPPO E WILBUR (Goofy and Wilbur, Usa 1939) PAPERINO E L’ALBERO DI NATALE (Toy Tinkers, Usa 1949) PAPERINO E PIPPO NEL DESERTO DEI MIRAGGI (Crazy with the Heat, Usa 1947) CUCKOOS IN THE NEST (Usa 1950) PRINCIPI E PRINCIPESSE (Princes et princesses, Francia 1999) La luce JULES E JIM (Jules et Jim, Francia 1962) BARRY LYNDON (GB 1975) Lo spazio TEMPI MODERNI (Modern Times, Usa 1936) DOGVILLE (Danimarca/Svezia/Francia/Norvegia/Olanda/Finlandia/Usa/Germania/Giappone/ GB/Italia 2003) Influenza o remake? FUNNY GAMES (Austria 1997) FUNNY GAMES (Usa/GB/Francia 2007) Rivolte ROMA CITTÀ APERTA (Italia 1945) MORGAN MATTO DA LEGARE (Morgan, a Suitable Case for Treatment, GB 1966) Avanguardie UN CHIEN ANDALOU (Francia 1929) Regia: Luis Buñuel. Soggetto e sceneggiatura: Luis Buñuel e Salvador Dalí. Fotografia: Albert Duverger. Scenografia: Pierre Schildknecht. Montaggio: Luis Buñuel. Interpreti: Pierre Batcheff, Simone Mareuil, Jaime Miravitlles, Luis Buñuel. Produzione: Luis Buñuel. Durata: 16’. ENTR’ACTE (Francia 1924) Regia: René Clair. Soggetto: Francis Picabia. Fotografia: Jimmy Berliet. Scenografia: Francis Picabia. Musica: Erik Satie. Interpreti: Jean Borlin, Francis Picabia, Man Ray, Marcel Duchamp, Erik Satie, Georges Auric. Produzione: Rolf de Maré. Durata: 22’. BALLET MÉCANIQUE (Francia 1924) Regia: Fernand Léger e Dudley Murphy. Soggetto e sceneggiatura: Fernand Léger. Interpreti: Fernand Léger, Dudley Murphy, Katherine Murphy, Katrin Murphy. Durata: 19’. LA VERIFICA INCERTA (Italia 1965) Regia: Alberto Grifi e Gianfranco Baruchello. Durata: 35’. Prima di girare Un chien andalou (1929), Luis Buñuel fa in tempo ad insultare Abel Gance e a farsi licenziare da Jean Epstein, di cui era secondo aiuto regista sul set di La Chute de la maison Usher. Epstein lo avverte: “Attento, sento in lei delle tendenze surrealiste. Stia lontano da quella gente”. Essere all’avanguardia è forse anche questo: il gusto di farsi fischiare (Marinetti), oppure, di farsi cacciare. In ogni caso, prima di sperperare al caffè i denari che la madre gli ha spedito dalla Spagna, Buñuel riprende tra le mani un canovaccio (una collana di sogni incastonati su carta – quelli suoi e quelli del suo amico Dalí). All’epoca, Salvador Dalí non era ancora stato cacciato di casa per aver scritto sotto a un suo quadro: “È per puro piacere che sputo sul ritratto di mia madre”, non aveva ancora incontrato Gala Eluard, ma aveva rifiutato di essere giudicato dalla commissione d’esame, presso la Residencia de Estudiantes, a Madrid. Giunge a Parigi sprovveduto. Non sa attraversare la strada. Si abituerà presto all’ambiente (Avida Dollars è l’anagramma coniato per lui da Breton). Ritrovato Dalí, Buñuel recluta l’attore Pierre Batcheff, incontrato sul set di un film scadente interpretato da Josephine Baker: i due realizzano Un chien andalou. Alla prima del film, il gruppo surrealista è schierato al gran completo. Buñuel si aggira dietro allo schermo, armeggiando alcuni vinili e un giradischi, tenendo nelle tasche una buona quantità di pietre, nel caso la situazione dovesse degenerare. Le pietre resteranno al loro posto. Entr’acte E il film? Un occhio tagliato. Il palmo di una mano coperta di formiche. Un uomo che trascina un pianoforte su cui sono posati due asini in putrefazione e due preti, un campanello-shaker. Ecco alcune delle immagini che scorrono sullo schermo. Scorrendo i progetti, i soggetti cinematografici scritti dai componenti del gruppo surrealista, è possibile notare questa ossessione: un vero e proprio demone dell’analogia. Come avvicinare, fare scontrare le immagini? Come rendere al cinema questi sonni artificiali, questi stati di scrittura automatica? La complessa struttura produttiva del cinema ha spesso reso impossibile la realizzazione di questi soggetti. Artisti, poeti, musicisti e pittori scrivono soggetti, ingaggiano una lotta per liberare l’immagine dalla narrazione, dal significato: cercano il suo punto più incandescente. È di Francis Picabia l’idea e il soggetto di Entr’acte (René Clair, 1924). Come ricorda lo stesso René Clair: “Era compito di Picabia che tanto aveva fatto per la ‘liberazione’ della parola, di liberare l’immagine. In Entr’acte, l’immagine, ‘esentata dal suo dovere di significare qualcosa’, acquista un’esistenza concreta”. Quel funerale che osserviamo nel film, quel carro trainato da un dromedario, è perciò l’atto che insegue ogni avanguardista: fare il funerale al significato delle immagini? Una tabula rasa, per farne emergere il ritmo, la plasticità, lo scorrimento disorientante dei fotogrammi? Dimensione sperimentale di ogni avanguardia; nato come termine bellico, implica nel suo vocabolario una dimensione di pericolo, di confronto con ciò che è sconosciuto. Forzatura di una situazione, operazione di guerriglia, pure. Come ricorda Nicole Brenez (in Cinémas d’Avant-Garde, ed. Cahiers du cinéma, 2006), già alla fine del XVIII secolo esce un opuscolo intitolato L’avantGarde, il cui fine è quello di sviluppare i principi di libertà che devono “affermare la rivoluzione”. Nel 1820, il circolo dei San Simoniani afferma che l’arte deve essere “l’avanguardia della società”. Il soggetto del cinema per le avanguardie (Dada, Surrealismo in primis) non è dunque la storia narrata, ma la “materia” di cui ogni film è fatto: immagini mobili, le chiama Fernand Léger. Pulsazione dell’immagine. È un’arte che va al di là dell’umano: proprio per questo, Léger in Ballet mécanique La verifica incerta ne esalta la dimensione macchinica, fatta di dettagli esplosi, di corpi fatti a pezzi. Per Léger, le immagini mobili rappresentano la chance sperimentale di introdurre il movimento e il tempo nei suoi quadri. Resta un omaggio a Charlot, e l’idea di uno schermo senza profondità, di pura superficie, dove gli oggetti si muovono, debordano, entrano in collisione. Nessuna sceneggiatura, o messa in scena teatrale. Al limite nessun set. Leggiamo tra le note preparatorie del suo Ballet mécanique: “Utilizzare scarti di qualunque film – senza sceglierli – a caso”. Alberto Grifi e Gianfranco Baruchello prenderanno alla lettera questa ipotesi di lavoro. Il loro La verifica incerta data 1964-65. Ecco un film fatto con scarti di pellicola salvata dal macero. Trailer, film in formato anamorfico proiettati senza lente (figure giacomettiane...), détournement, sviamento del senso, porte che si aprono e si chiudono su un universo franto, disperso, sarcastico, caotico. Non è un caso che il film sia dedicato a Marcel Duchamp e che – originariamente – dopo la prima proiezione, dovesse essere fatto a pezzi e ogni fotogramma distribuito agli spettatori. Grazie al cielo, quest’atto sacrificale non è avvenuto. E oggi noi possiamo vedere uno dei primi esempi di “collage cinematografico” realizzato con found footage, materiale trovato. Le immagini circolano, combattono incandescenti. Rinaldo Censi Hollywood SANGUE E ARENA (Blood and Sand, Usa 1922) Regia: Fred Niblo. Soggetto: da Sangre y arena di Vicente Blasco Ibañez. Sceneggiatura: June Mathis. Fotografia: Alvin Wyckoff. Interpreti: Rodolfo Valentino, Lila Lee, Nita Naldi, George Field, Walter Long, Rosa Rosanova. Produzione: Jesse L. Lasky per Famous PlayersLasky. Durata: 80’. LE IENE (Reservoir Dogs, Usa 1992) Regia, soggetto e sceneggiatura: Quentin Tarantino. Fotografia: Andrzej Sekula. Scenografia: David Wasco. Montaggio: Sally Menke. Musica: Karyn Rach. Interpreti: Harvey Keitel, Tim Roth, Chris Penn, Steve Buscemi, Lawrence Tierney. Produzione: Lawrence Bender per la Live America – Monte Hellman e Richard N. Galstein. Durata: 102’. Dire Hollywood è dire cinema, o per essere più esatti: cinema come nostro patrimonio comune, cinema come siamo abituati a intenderlo, ovvero cinema nella compiutezza di un linguaggio capace di restituirci un mondo autonomo, armonico e forse migliore del nostro nel sapere risolvere le contraddizioni più insanabili, grazie a uno stile che, nel suo momento più alto, è stato definito non a caso ‘classico’. Si tratta però di una versione della settima arte che è spesso anche oggetto di fraintendimento. È vero, la potenza del suo immaginario, l’equilibrio formale che caratterizza i suoi racconti, sembrerebbero restituirci un universo dalle vesti familiari, a volte scontato. Ma è proprio in questo spazio in apparenza pacifico che si insinuano le nostre ansie e ossessioni. Se Hollywood tante volte ci appare come il cinema per eccellenza, è solo perché è stato capace di riflettere sullo schermo non solo i nostri desideri ma anche le nostre paure: insieme la parte migliore e la parte peggiore di noi stessi, il già noto con l’altra faccia, il lato più oscuro del nostro mondo. Fin dall’inizio della sua leggenda, a pensarci bene. Proviamo a trasferirci nel 1922, e prendiamo ad esempio Sangue e arena. Il film illustra il ‘metodo’ hollywoodiano: un mondo – forse esotico, certo non americano – viene trasportato e traslato in una dimensione dello spazio-tempo ‘altra’, in virtù della quale la Spagna è forse come la abbiamo sempre ‘immaginata’ ma non certo come dovrebbe essere nella sua realtà effettiva. Così, il gusto acre della sabbia e del sangue, nell’esercizio della tauromachia, si addolcisce in un’azione di repres- Sangue e arena sione dei suoi contenuti più estremi. È il principio della violenza, forse, a esserne innanzitutto sacrificato, perché è tipico del cinema americano il riveicolare ogni rito violento nella logica di un discorso che ne attutisca gli effetti più disturbanti, magari, come nel film di Fred Niblo, per esprimere una morale maggiormente vicina al senso comune. Il problema, però, è che in questo teatro di sangue, ovverosia di amore e morte, tutto ruota intorno alla figura indefinibile di Rodolfo Valentino. Basta dare un’occhiata al volto del divo per accorgersi di quanto il glamour hollywoodiano possa produrre degli effetti che – non si sa se consapevolmente o meno – sfuggono al suo controllo. Valentino, come tanto cinema di Hollywood, è la quintessenza dell’ambiguità: con lui, ogni segno può essere ribaltato nel suo opposto, e non a caso l’amore cortese può sottintendere l’alone dello stupro, così come l’eroe virile può essere al tempo stesso carnefice e vittima. Il tutto sotto il segno di una sessualità insieme maschile e androgina, repressa ma in fondo presente, una carnalità a ben vedere mai davvero consumata ma proprio per questo indicativa dell’indicibilità di certo cinema: quella di un rito che crediamo innocuo, ma che forse può essere terribilmente sadico, come il gesto crudele di un matador. Settanta anni dopo, di nuovo a Hollywood, un nuovo tipo di matador (e di sadismo) ricompare. In Le iene di Tarantino l’arena è però ormai diventata definitivamente un macello, e a darsi in pasto allo spettacolo non sono tori ma solo gli uomini, nella loro insaziabile coazione ad uccidere. Come in certo teatro elisabettiano e giacobino, la violenza non è più trattenuta, e il sangue esplode, magari in una cerimonia che ha il passo di una danza, come nell’assolo con il rasoio di Mr. Blonde (un grande Michael Madsen), il performer che recide l’orecchio di un poliziotto al ritmo della musica. Hollywood evidentemente si è trasformata: siamo anche oltre il cinema di Sam Peckinpah e la cosiddetta New Hollywood degli anni Sessanta e Settanta, il sapore amaro di un cinema che attraverso l’ultraviolenza cercava di demistificare il mito dell’American Dream. Probabilmente, siamo al di là di ogni principio di decoro e di morale. Eppure, non bisogna farsi ingannare più di tanto. Anche in questa follia c’è del metodo: la crudezza dell’orrore si fa comunque spettacolo, secondo un principio di composizione armonico sino quasi a rendersi classico (come nella migliore Hollywood), e nel quale è l’esattezza geometrica del linguaggio a imporsi: nella bellezza fine a se stessa dell’incrociarsi delle pistole, nei dialoghi calibrati quanto in un film di Hawks, nelle linee disegnate dalla corsa delle pallottole nello spazio. E infatti è proprio questo a colpirci: la riduzione di tutto ciò che accade a un’estetica senza etica, una violenza grafica che in fondo non fa male, una morte in cui a pensarci bene non si muore (perché, ci insegnerà poi Pulp Fiction, la vita e la morte in Tarantino sono sempre un ciclo reversibile, e uno che muore alla fine te lo trovi più serafico che mai a mangiare in un diner). C’è sempre stato un che di vero e un che di falso ad Hollywood, anche in pellicole quali Sangue e arena. Con Tarantino e Le iene sembra invece che la dimensione artificiale abbia ormai invaso ogni cosa, fino ad annettere in sé la dimensione più autentica del dolore e della carne. Tutto può sembrare un prodotto preconfezionato, pronto al consumo, come nell’universo disneyano. Ma diversamente da Disney, un senso di disagio permane, quasi a testimoniare di un sintomo da cui non siamo immuni. Che è poi quello che Hollywood ha sempre fatto: ricordarci lì – in quel suo mondo così potente – del nostro possibile destino, qua da questa parte, nel nostro mondo. Michele Fadda Le iene La rottura della linearità L’ANNO SCORSO A MARIENBAD (L’année dernière à Marienbad, Francia/Italia 1961) Regia: Alain Resnais. Soggetto e sceneggiatura: Alain Robbe-Grillet. Fotografia: Sacha Vierny. Scenografia: Jacques Saulnier. Montaggio: Henri Colpi e Jasmine Chasney. Musica: Francis Seyrig. Interpreti: Delphine Seyrig, Giorgio Albertazzi, Sacha Pitoëff, Françoise Bertin, Luce Garcia-Ville. Produzione: Pierre Courau e Raymond Froment per Terra-Film, Sociéte Nouvelle des Films Cormoran, Précitel, Como-Films, Les Films Tamara, Cinetel, Silver Films, Paris, Cineriz, Roma. Durata: 95’. GOMORRA (Italia 2008) Regia: Matteo Garrone. Soggetto: dall’omonimo romanzo di Roberto Saviano. Sceneggiatura: Maurizio Braucci, Ugo Chiti, Gianni Di Gregorio, Massimo Gaudioso e Roberto Saviano. Fotografia: Marco Onorato. Scenografia: Paolo Bonfini. Montaggio: Marco Spoletini. Interpreti: Toni Servillo, Gianfelice Imparato, Maria Nazionale, Salvatore Cantalupo, Gigio Morra, Salvatore Abruzzese, Marco Macor. Produzione: Domenico Procacci per Fandango in collaborazione con Rai Cinema e Sky. Durata: 135’. Quando Alain Robbe-Grillet incrocia Alain Resnais, sembra che il loro incontro fosse in fondo inevitabile, atteso, destinato. Uno degli scrittori di punta del Nouveau Roman e l’autore dei documentari su Goya, sulla Bibliothèque Nationale (Toute la mémoire du monde), l’autore di Hiroshima mon amour, tratto dalla Duras: di cosa discutono durante il loro primo faccia a faccia? Di quanto entrambi non sopportino il cinema di papà, ben confezionato, ben strutturato, con una storia costruita e sequenziale, causale: in poche parole, lineare. Ci aveva messo un po’ di anni il cinema a definire un proprio “modo di rappresentazione”, come lo chiama Noël Burch. Per Burch, il cinema non ha fatto altro che passare, nel tempo, da una dimensione primitiva (M.R.P. – “modo di rappresentazione primitivo”) a una dimensione istituzionale (M.R.I. – “modo di rappresentazione istituzionale”). Da una declinazione autarchica delle inquadrature (frontale, brulicante di figure, centrifuga, bucata, decentrata – ciò che esplicitava la sua connotazione “primitiva”), cara alle vedute Lumière, alle prime comiche vicine al vaudeville, passiamo in maniera sempre più sottile ad una dimensione lineare, istituzionale. Stacchi sull’asse, raccordi sullo sguardo, piccoli inseguimenti, bilanciamento degli angoli di ripresa in modo che il montaggio risulti invisibile, centratura dello sguardo e conseguente immersione dello spettatore in una dimensione immaginaria: è ciò che il cinema classico hollywoodiano porterà al massimo splendore. Il cinema diventa qui una perfetta macchina di narrazione per immagini. A volte più o meno riuscite. Certo è che – a volte – può ancora fare tesoro del suo armamentario delle origini, incrociando i modi di rappresentazione. Perturbando la sua assodata linearità narrativa. Torniamo perciò al cinema di papà, che lasciava così perplessi Resnais e RobbeGrillet. La successione degli avvenimenti in questi film risultava loro troppo banale, addirittura scontata. Si trattava di sceneggiature letterarie, appesantite, in cui si notava l’assenza di un serio piano di découpage. Sceneggiature che non erano altro che testi illustrati, ripetuti da attori (il 99 per cento del cinema italiano contemporaneo). Ricorda Robbe-Grillet: “Il telefono squilla, l’uoGomorra mo alza la cornetta, vediamo allora l’interlocutore all’altro lato del filo, l’uomo risponde che sta per arrivare, riappende la cornetta, si dirige verso la porta, scende le scale, sale sulla sua vettura, percorre la strada, posteggia l’auto davanti a un portone, sale le scale, suona il campanello, un domestico gli apre la porta, ecc.” (A. Robbe-Grillet, L’année dernière a Marienbad - Ciné Roman, ed. Minuit, 1961). Nel 1959, con A bout de souffle, Jean-Luc Godard aveva fatto saltare questa ossessione del raccordo lineare. Due anni dopo (ma già Hiroshima mon amour si muoveva pienamente in questa direzione), ciò che interessa Resnais e Robbe-Grillet è la definizione di un tempo che non sia meramente narrativo, piuttosto ‘mentale’. A cui appunto la linearità faccia difetto, muovendosi avanti e indietro nella memoria. Una memoria che è fatta di buchi, vuoti, ripetizioni, errori. Nel cinema classico hollywoodiano, un travelling – ricordano Luc Moullet e poi Jean-Luc Godard – schiude una questione di morale. L’anno scorso a Marienbad fa di questo movimento di macchina il sontuoso e vertiginoso spazio di un flusso di memoria in cui una voce off (quella di Giorgio Albertazzi) ricorda ad un’algida dama (Delphine Seyrig) alcuni fatti accaduti in quel luogo, un anno prima, oppure millenni prima. Non sapremo mai la verità. Un luogo, i suoi corridoi, i magnifici lampadari, le statue, le pareti stuccate e intarsiate, i tendaggi, le scalinate, la stilizzazione del bianco e nero: ogni cosa viene assorbita da questi fluidi movimenti di macchina, introducendoci in uno spazio mentale, in una mise en abyme temporale, in cui non riusciamo a trovare il nostro posto, come se lo schermo ci mantenesse a distanza, invitandoci a risolvere l’enigma scuotendo la nostra passività. È la distanza che incontriamo nelle immagini di Gomorra. La narrazione è franta, simile a quella di un puzzle ad incastri. Le scene si susseguono orizzontali, il montaggio crea brusche ellissi, zone di frizione, raccordi mal suturati. Non ci sono eroi in cui immedesimarsi. Nulla ci viene spiegato. Le vele di Scampia, riprese in campo lungo, somigliano a vecchie piramidi azteche, provocando una sorta di cortocircuito nel film. Dove ci troviamo? Gomorra è uno dei pochi film italiani contemporanei che tenta di riportare il cinema al di fuori delle sabbie L’anno scorso a Marienbad mobili di una narrazione paratelevisiva. Lo fa azzerando la sua linea narrativa, appunto, rischiando i campi lunghi, utilizzando il dialetto napoletano, evitando tutto ciò che è medio, di stampo televisivo. Garrone lascia buchi nel film, non detti, e riesce clamorosamente a creare un dispositivo di suspense (ben lontano dai dettami istituzionali). Col passare dei minuti, mentre la guerriglia incombe, noi spettatori abbiamo il dubbio che ogni inquadratura possa terminare nel sangue, in un regolamento di conti. Come se qualcosa dovesse per forza irrompere dal fuori-campo. Qualcosa di minaccioso, di enigmatico e inevitabile aleggia sul film. Tempo mentale e spazio di una catastrofe imminente. Rinaldo Censi Animazione IL CONCERTO DELLA BANDA (Band Concert, Usa 1935) Regia: Wilfred Jackson. Produzione: Walt Disney. Durata: 9’. TOPOLINO E I FANTASMI (Lonesome Ghosts, Usa 1937) Regia: Burt Gillett. Produzione: Walt Disney. Durata: 9’. PIPPO E WILBUR (Goofy and Wilbur, Usa 1939) Regia: Dick Huemer. Produzione: Walt Disney. Durata: 8’. PAPERINO E L’ALBERO DI NATALE (Toy Tinkers, Usa 1949) Regia: Jack Hannah. Soggetto e sceneggiatura: Harry Reeves e Milt Banta. Musica: Paul J. Smith. Produzione: Walt Disney. Durata: 7’. PAPERINO E PIPPO NEL DESERTO DEI MIRAGGI (Crazy with the Heat, Usa 1947) Regia: Bob Carlson. Produzione: Walt Disney. Durata: 5’. CUCKOOS IN THE NEST (Usa 1950) Regia: Toni Pagot e Nino Pagot. Durata: 13’. PRINCIPI E PRINCIPESSE (Princes et princesses, Francia 1999) Regia, soggetto e sceneggiatura: Michel Ocelot. Scenografia: Marcel Ocelot, Benedicte Galup, Lionel Kerjean, Inni Karine Melby e Richard Mithouard. Montaggio: Dominique Lefever, Michèle Peju e Anita Vilfrid. Musica: Oliver Wallace. Produzione: Cnc, La Fabrique, Le Studio Canal+, Les Armateurs, Salud Productions, Studio O. Durata: 70’. Giocando, come sempre, sui forti contrasti, la prima parte del programma propone una selezione di cortometraggi prodotti durante l’epoca d’oro dello Studio Disney. Passato alla storia come il primo short con Mickey Mouse girato in Technicolor, lo straordinario Band Concert (1935) di Wilfred Jackson offre un ottimo esempio dell’importanza che assume nei migliori cartoons disneyani la componente sonora, anticipando di diversi anni l’operazione condotta in Fantasia (1940), dal quale tuttavia si discosta per l’approccio più scanzonato e meno deferente nei confronti della musica colta. Topolino tenta di dirigere l’ouverture del Guglielmo Tell di Rossini, ma viene continuamente disturbato dalle intromissioni di Paperino, che intona con un piccolo flauto il motivetto popolare Turkey in the Straw. Alla fine, quando l’orchestra (tra i cui membri sono riconoscibili Pippo, Orazio e Clarabella) intona il tema del temporale, si scatena un’autentica tromba d’aria che mette in fuga il pubblico e trascina con sé in aria Mickey Mouse e compagni, i quali, in un crescendo irresistibile di surrealismo Principi e principesse (forse) involontario, continuano imperterriti a eseguire la nota partitura. Lonesome Ghosts (1937) di Burt Gillett fa parte di un nutrito gruppo di short interpretati da Topolino, Paperino e Pluto, che vedono il terzetto impegnato nelle attività professionali più svariate, con esiti di norma disastrosi: pompieri, come nel memorabile Mickey’s Fire Brigade (1935), pulitori di orologi (Clock Cleaners, 1937) o, in questo caso, “ghost exterminators”. In esso si è voluto vedere un’anticipazione del lungometraggio Paperino e Pippo nel deserto dei miraggi Ghostbusters (1984) di Ivan Reitman, ma i fantasmi burloni con cui devono vedersela i tre eroi assomigliano anche a quelli della serie animata Casper. In Goofy and Wilbur (1939) di Dick Huemer, il primo cortometraggio disneyano con Pippo protagonista, il personaggio si dedica alla pesca con l’aiuto di un grillo di nome Wilbur. Nel natalizio Toy Tinkers (1949) di Jack Hannah, Donald Duck scatena una furiosa battaglia a base di armi giocattolo contro i suoi abituali antagonisti Chip and Dale (Cip e Ciop), che alla fine come al solito avranno la meglio sull’arrogante pennuto. Infine Crazy with the Heat (1947) di Bob Carlson ci mostra Donald e Goofy sperduti nel deserto del Sahara, alle prese con miraggi di ogni sorta. Nel panorama del lungometraggio animato di fine millennio, dominato da una parte dai prodotti digitali hollywoodiani della Dreamworks e della Pixar, destinati a soppiantare i tradizionali cartoon, e dall’altra dalle opere di maestri nipponici già affermati o emergenti quali Hayao Miyazaki, Mamoru Oshii o Satoshi Kon, il francese Michel Ocelot (1943) è forse l’unico nuovo talento europeo che si è imposto all’attenzione della critica e del pubblico anche non specializzato grazie alla sua capacità di coniugare originalità tematica, complessità narrativa, rigore formale e – almeno nel caso di quello che resta tuttora il suo maggiore successo commerciale, Kirikù e la strega Karabà (Kirikou et la sorcière, 1998) – una giusta dose di appeal popolare. È proprio grazie alla notorietà internazionale ottenuta all’improvviso grazie a questo suo primo lungometraggio che Ocelot ha potuto rimontare in un film di 65 minuti, Principi e principesse (Princes e princesses, 1999), sei degli otto cortometraggi realizzati a partire dal 1988 per la serie televisiva Ciné si, nei quali il cineasta rivisitava gli archetipi del mito e della fiaba classica, coniugando una raffinata sensibilità figurativa, una sottile ironia e un gusto della contaminazione culturale squisitamente postmoderno. Tenuti assieme da un’esile cornice metafilmica e ambientati in epoche e paesi diversi, dall’Egitto dei faraoni al Giappone degli haiku e delle stampe di Hokusai, dall’Europa medievale e barocca a un fantascientifico e ipertecnologico futuro, gli episodi sono accomunati sul piano espressivo dall’uso della tecnica delle ‘silhouettes animate’, portata al massimo grado di raffinatezza e perfezione dalla tedesca Lotte Reiniger (1899-1981) nello straordinario lungometraggio Le avventure del principe Ahmed (Die Abenteuer des Prinzen Ahmed, 1926) e nelle sue opere successive, che prevede l’animazione a passo uno di sagome in cartoncino dalle articolazioni snodabili disposte su una lastra di vetro e riprese in controluce, in modo da ottenere figurine di un nero uniforme del tutto prive di dettagli interni in risalto su un luminoso fondo chiaro. Come scrive Pierre Jouvanceau, “con Principi e principesse, film che possiede le qualità di un grande classico, Michel Ocelot ha provato che è possibile coniugare tradizione e modernità, animazione ambiziosa e mezzi limitati, successo di pubblico e riconoscimenti artistici e professionali. Cosa che non avveniva dai tempi… del Principe Ahmed” (P. Jouvanceau, Il cinema di silhouette, Le Mani, Recco 2004, p. 58). Alberto Boschi La luce JULES E JIM (Jules et Jim, Francia 1962) Regia: François Truffaut. Soggetto: dall’omonimo romanzo di Henri-Pierre Roché. Sceneggiatura: François Truffaut e Jean Gruault. Fotografia: Raoul Coutard. Scenografia: François Truffaut. Montaggio: Claudine Bouché. Musica: Georges Delerue. Interpreti: Jeanne Moreau, Oskar Werner, Henri Serre, Marie Dubois, Vanna Urbino, Boris Bassiak, Sabine Haudepine. Produzione: Les Films du Carrosse, SEDIF. Durata: 105’. BARRY LYNDON (GB 1975) Regia: Stanley Kubrick. Soggetto: dal romanzo Le memorie di Barry Lyndon di William M. Thackeray. Sceneggiatura: Stanley Kubrick. Fotografia: John Alcott. Scenografia: Ken Adam. Montaggio: Tony Lawson. Interpreti: Ryan O’Neal, Marisa Berenson, Patrick Magee, Hardy Krüger, Steven Berkoff, Gay Hamilton, Marie Kean. Produzione: Hawk Films, Peregrine, Warner Bros. Durata: 184’. Una delle più grandi ingiustizie della storia del cinema e di quella teoria dell’autore su cui essa in gran parte si è basata, è quella di aver relegato in una posizione marginale i direttori della fotografia. Per fare un esempio, nella versione italiana di Wikipedia, alla voce Raoul Coutard corrispondono due scarne righe, quasi imbarazzanti. Chi scrive ha avuto l’onore di conoscere il signore in questione nella cornice di un’Università americana. Invitato da un docente cinefilo, Coutard si presentava come un anziano dandy, riservato e modesto, di fronte ad una scarna platea di studenti perplessi. La cosa addolora chi ama il cinema, perché tutti conoscono la Nouvelle Vague e sono in grado di associarla a un manipolo di “giovani turchi” capitanati da François Truffaut e Jean-Luc Godard. Quello che quasi nessuno sa è che quando allo scadere degli anni Cinquanta i due signori hanno deciso di passare alla regia, erano pressoché digiuni di tecnica cinematografica. Raoul Coutard è l’uomo che ha insegnato loro praticamente tutto, che ha reso possibili quei piccoli grandi film, quelle loro atmosfere meravigliosamente libere, ariose, vitali, francesi fino al midollo ma capaci di comunicare la sensazione di un rinnovamento profondo nella natura stessa delle immagini filmiche agli spettatori di tutto il mondo. Perché Raoul Coutard è il direttore della fotografia e l’unico vero filo conduttore che lega insieme Pierrot le fou e Tirate sul pianista, La cinese e Jules e Jim, e con questi un’infinità di altri capolavori che hanno segnato la storia del cinema cosiddetto moderno (l’amore a vent’anni, appunto). Quando, una quindicina di anni fa, ci furono le celebrazioni per il centenario del cinema, si scoprì con chiarezza che la sola cosa che tenesse assieme Reynaud e Marey, Lumière e Méliès, Disney e il documentario, le lanterne magiche e la caverna di Platone Barry Lyndon era la luce. Si sarebbe dovuto anche fare un monumento a questi signori riservati, tecnici geniali, che con la luce sanno scrivere, conoscendo i segreti di quel misterioso apparato ottico che è la macchina da presa e di quella miracolosa e precaria carta per caméra-stylo che è la pellicola. Non è un dettaglio. Senza la luce magistralmente raccolta e organizzata da Coutard, un film come Jules e Jim avrebbe semplicemente raccontato la storia di Henri-Pierre Roché come un melodramma qualsiasi, per quanto impreziosito da una regia brillante e da interpreti al di sopra della media. Grazie a quella luce che fa risplendere letteralmente perfino l’infelicità definitiva sul volto di Jeanne Moreau e dei suoi amanti, questo triangolo impossibile – ambientato fra Alsazia e Costa Azzurra – diventa una specie di inno alla leggerezza, all’amore, alla giovinezza. Una specie di racconto morale sull’amicizia e il desiderio, che racconta di tre persone che pensano – per un attimo – di potersi liberare dal peso della moralità e restano bruciati dal calore abbagliante della libertà, senza che vi sia spazio per alcuna forma di rimpianto. Un manifesto per un’intera generazione, che infatti venne ritenuto pericoloso – nella sua uscita italiana del 1962 – e vietato ai minori di diciotto anni, nonostante Truffaut si affannasse a spiegare che se c’era una matrice ideologica nel racconto, questa era tutta a favore della coppia. In realtà, nello svolgere il loro sordido e insopportabile compito, i censori avevano capito benissimo la portata rivoluzionaria di questo film che conserva intatta la sua forza proprio per la freschezza figurativa con cui riesce a rendere contemporanea la storia di un’epoca passata (la Grande Guerra: niente di più vetusto e polveroso). E alla stessa Guerra anche Stanley Kubrick aveva dedicato uno dei suoi capolavori, Orizzonti di gloria, ma è con Barry Lyndon che riesce a scrivere una pagina davvero rivoluzionaria del capitolo sui rapporti fra cinema e storia. Come notava Enzo Ungari all’uscita del film, questa storia tratta da un bizzarro libro di William Makepeace Thackeray (scrittore ottocentesco che fa la parodia dei romanzi biografici del Settecento) rappresenta il primo riuscito tentativo di fare non un film su un’epoca storica quanto un film sulla storia in quanto tale, calandosi nell’epoca in questione e mettendola in Jules e Jim scena con una sconcertante corrispondenza con la maniera in cui l’avevano concepita e rappresentata coloro che quell’epoca l’hanno abitata e vissuta. Da qui lo sforzo di far corrispondere pressoché ogni inquadratura all’iconografia del periodo, quale è stata tramandata in particolare dai grandi pittori: Hogarth, Reynolds, Hayez, Chardin, Watteau e molti altri. Un’impresa coronata da successo grazie al lavoro pazzesco dello scenografo Ken Adam, figura ormai mitologica, ma che sarebbe stato vano se Kubrick non avesse dispiegato la sua mostruosa ansia di perfezionismo e costretto le industrie Zeiss a progettare appositamente lenti e obiettivi in grado di restituire la morbidezza pittorica di immagini riprese con l’illuminazione di candele o lampade a olio (la cui sola idea avrebbe suscitato le ire di qualsiasi direttore della fotografia tradizionale). Perché non bisogna essere Warburg o Panofsky per capire che, in pittura, la luce è tutto. E, infatti, in questo come in altri film di Kubrick, si può dire che il ruolo di John Alcott – sia pure premiato da un Oscar – sia stato praticamente ancillare, come è inevitabile quando a dirigere è un individuo dotato di intelligenza e talento assoluti. Peraltro, il pubblico degli anni Settanta accolse il film freddamente, forse spaventato proprio dall’eccesso di splendore figurativo. In realtà, Barry Lyndon è soprattutto un film picaresco, di avventure, amori e guerre, un apologo sulla natura bizzarra del destino e sull’impossibilità, per l’antieroe che dimora in ciascuno di noi, di cavalcarne le onde. Giacomo Manzoli Lo spazio TEMPI MODERNI (Modern Times, Usa 1936) Regia, soggetto e sceneggiatura: Charlie Chaplin. Fotografia: Rollie Toteroh e Ira Morgan. Scenografia: Charles D. Hall. Montaggio e musica: Charlie Chaplin. Interpreti: Charlie Chaplin, Paulette Goddard, Henry Bergman, Chester Conklin, Stanley Sanford, Hank Mann, Louis Natheaux, Allan Garcia. Produzione: United Artists. Durata: 85’. DOGVILLE (Danimarca/Svezia/Francia/Norvegia/Olanda/Finlandia/Usa/Germania/Giappone/ GB/Italia 2003) Regia, soggetto e sceneggiatura: Lars von Trier. Fotografia: Anthony Dod Mantle. Scenografia: Peter Grant. Montaggio: Molly Marlene Stensgard. Interpreti: Nicole Kidman, Stellan Skarsgård, Siobhan Fallon, Chloë Sevigny, Patricia Clarkson, Jeremy Davies. Produzione: Alan Young Pictures, Canal+, Det Danske Filminstitutet, Edith Film Oy, Film i vast, Hachette Première, Isabella Films B.V., J&M Entertainment, Kc Medien Ag, KushnerLocke Company, Kuzui Enterprises, Liberator productions, Mdp Worldwide, Memfis Film. Durata: 135’. Gli architetti lo sanno benissimo. Lo spazio non è solo una cosa vuota dentro alla quale si può entrare o si possono mettere delle cose. Lo spazio è un fatto concreto, sempre significativo, sempre culturalmente costruito, sempre in grado di suscitare delle sensazioni specifiche in chi vi si trova dentro o di fronte. Michel Foucault, per esempio, ha passato la vita a dimostrare che lo spazio della prigione, dell’ospedale o del manicomio non erano stati organizzati nel modo in cui ci siamo abituati a conoscerli per ragioni di semplice funzionalità. Al contrario, per quanto noi li avessimo ormai naturalizzati, questi spazi erano stati predisposti in quel modo per una ragione culturale, affinché comunicassero – in quanto forme simboliche – l’insieme delle concezioni ideologiche di chi le aveva costruite; in merito al crimine, alla malattia, al disagio mentale (ovvero all’anormalità) e così via. Ebbene, una trentina d’anni prima di Foucault, Charlie Chaplin, apparentemente un saltimbanco naïf ma in realtà uno dei più grandi artisti e pensatori del Novecento, aveva girato un film in cui si dimostrava – con l’efficacia realista tipica del cinema – esattamente lo stesso concetto. Tempi moderni, infatti, in superficie è la storia di un vagabondo che non si conforma a vivere secondo le leggi correnti e quindi fugge verso una vita più poetica. Ma se si ha l’accortezza di guardarlo con un po’ più di attenzione, ci si accorge subito che si tratta di un vero e proprio saggio sugli spazi che caratterizzano la società industriale in quanto forme simboliche dei rapporti di potere. Per prima cosa, la fabbrica. Ciò che colpisce, nella celebre sequenza dove l’omino coi baffi finisce dentro all’ingranaggio e continua ad avvitare bulloni anche senza bulloni, è la sproporzione sconcertante fra l’uomo e la macchina. Tuttavia, non solo quest’ultima esorbita nettamente la dimensione dell’essere umano, come già in Metropolis: a differenza del film di Lang, quello della fabbrica chapliniana non è un ambiente asettico e perfettamente organizzato, bensì un luogo sporco e caotico, in cui l’essere umano rincorre un dispositivo mostruoso che produce secrezioni, fumi e detriti, odori e rumori. Un incubo, insomma. Rispetto al quale persino la prigione assume inizialmente una valenza quasi bucolica. Ciò che Tempi moderni © Roy Export Company Establishment Dogville la rende terrificante è proprio l’assenza di spazio, ovvero la sfida alla legge della impenetrabilità dei corpi che risolve l’aspetto punitivo della condanna nel far stare troppe persone in un’area troppo piccola, costringendoli a fare i conti con la reciproca aggressività che – lo sa bene qualsiasi etologo – si scatena dalla convivenza forzata in cattività. Ancora, Chaplin/Charlot si trova ad abitare lo spazio aperto e progressista della piazza, del viale aperto, durante una manifestazione di rivendicazione sindacale (di cui diventa involontariamente la guida). Questo spazio diventa però subito il teatro di un conflitto, apparentemente ideologico ma in realtà basato su istanze assai concrete, fra due masse che tendono a schiacciare il piccolo uomo che aspira a mantenere una propria individuale distinzione. Operai da una parte e polizia dall’altra: guerra civile, fatalmente a vantaggio degli uomini in divisa che hanno avuto la possibilità di progettare il luogo della battaglia (il prefetto Haussmann allargò i boulevard della Parigi ottocentesca per impedire che i rivoltosi potessero dedicarsi alla guerriglia urbana...). Infine, l’eroe si ritrova a lavorare nel grande centro commerciale, luogo del desiderio, dove le pareti sono fatte per lasciar penetrare lo sguardo ma non il corpo (vetrine). La scena più strepitosa e perturbante del film è quella in cui Charlot vaga in questo spazio fatalmente vuoto, irresistibile e spettrale, utilizzando i pattini. Il corpo vola, volteggia, sfida le leggi di gravità, ma ad ogni cerchio concentrico che descrive è sempre più chiaro che si avvicina all’orlo di un precipizio, una terrazza senza balaustra. A un soffio dall’abisso: Cadrà? Manterrà l’equilibrio? Mai rovinare la suspense allo spettatore. Non lo fa neppure uno dei registi più provocatori che abbiano mai calcato i palcoscenici internazionali, quel Lars von Trier che ha costantemente giocato con le distinzioni concettuali fra cinema e televisione, fiction e documentario, ortodossia ed eterodossia, senso del limite e rivoluzione, generi ed etica. Non sappiamo, fino alla fine di Dogville, quale sarà il destino della Grazia in una società ossessionata dalla relazione fra produzione e consumo, ovvero dalla ricchezza. Sappiamo che la provocazione di von Trier, in questo caso, è quella di dire che i poveri e i reietti non sono affatto migliori dei ricchi baciati dal successo, solo più sfortunati. Il teorema etico che il film mette in scena è tale da attivare tutte le dissonanze cognitive di cui sono capaci gli spettatori occidentali, perché ragioniamo in base a schemi che ci dicono che l’aumento del benessere, la sua diffusione, renderà necessariamente gli uomini migliori (una complessità analoga si trova nello splendido Il vento fa il suo giro di Giorgio Diritti, un film che – senza dirlo – rientra a pieno titolo nella strada aperta dal Dogma di von Trier e allievi). Ma questa parabola sul potere corruttore della ricchezza, sulla cattiveria intrinseca nell’uomo, sull’ipocrisia, sulla violenza ricattatoria della vittima, non si sarebbe potuta realizzare se von Trier non avesse avuto l’intuizione geniale di rinchiuderla nello spazio angusto – provocatoriamente più brechtiano di Brecht – di un teatro di posa, dove le pareti sono abolite e la rappresentazione dei luoghi e delle cose è sostituita da un significante che le designa. Sorta di incubo lacaniano che travalica i confini del cinema, Dogville fa piazza pulita di quasi un secolo di teorizzazioni sull’organizzazione dello spazio cinematografico (da Ejzenstejn a Rohmer) e dimostra come sia possibile reinventare il cinema come arte irrealistica, e come l’opzione espressionista conservi a tutt’oggi una sua forza, soprattutto se riportata al grado zero dei suoi presupposti. Il massimo della realtà consiste nel negare l’apparenza realista del cinema e nell’esplorarne fino in fondo le potenzialità sul piano della rappresentazione. Lo spazio filmico, in fondo, è un buco nero appena rischiarato da simboli: l’unica cosa vera sono i corpi e le voci degli attori. A sbranarsi fra loro come lupi: carne ed ossa. Giacomo Manzoli Influenza o remake? FUNNY GAMES (Austria 1997) Regia, soggetto e sceneggiatura: Michael Haneke. Fotografia: Jürgen Jürges. Montaggio: Andreas Prochaska. Scenografia: Christoph Kanter. Interpreti: Susanna Lothar, Ulrich Mühe, Arno Frish, Frank Giering, Stefan Clapczynski, Doris Kunstmann. Produzione: Wega Film. Durata: 103’. FUNNY GAMES (Usa/GB/Francia 2007) Regia, soggetto e sceneggiatura: Michael Haneke. Fotografia: Darius Khondji. Scenografia: Kevin Thompson. Interpreti: Naomi Watts, Michael Pitt, Tim Roth, Brady Corbet, Devon Gearhart, Boyd Gaines. Produzione: Celluloid Dreams, Celluloid Nightmares, Halcyon Pictures, Tartan Films, X Filme International, Dreamachine. Durata: 97’. La questione dell’originalità di un’opera d’arte, si sa, è uno dei temi più dibattuti tra le questioni poste in essere dall’estetica. Almeno da quando, come si accorse Walter Benjamin, l’evento dell’arte deve fare i conti con l’affermarsi della riproducibilità tecnica, la possibilità appunto di riprodurre, ripetere uno stesso artefatto estetico attraverso la tecnologia. Il cinema – strana forma d’arte che esiste solo grazie all’apporto di una macchina – tutto questo lo sa sin troppo bene. Nulla nasce dal nulla, e niente esiste una volta per tutte: c’è sempre l’influenza di un modello di riferimento a cui attenersi, e ogni film è incluso in un meccanismo a priori che può riproporre ogni volta se stesso. Quando poi il cinema si mostra nella formula del remake, nella rivisitazione di una pellicola precedente, questo dato ci appare con ancora maggiore chiarezza. Come in un gioco, in fondo, ci sono delle regole da rispettare, personaggi ed eventi da ripercorrere, e il piacere che ne deriva consisterà, oltre che dal riconoscimento dell’identico, da quel margine di differenza che ogni ripetizione, inevitabilmente, porta Funny Games con sé. Anche perché è nello scarto dalla norma che il senso di un film – magari proprio quel film che riconosciamo o crediamo da sempre di conoscere – emerge in tutta la sua potenza, a volte anche disturbante. Si consideri quindi il caso di Michael Haneke, un cineasta consapevolmente sgradevole, davvero non per tutti. Non è che il regista austriaco non stia al gioco del cinema: semmai è che, proprio rispettando sino in fondo una certa ritualità, la ripetizione appare nelle vesti di un gioco al massacro, fino a rompere l’incantesimo. Ecco ciò che accade in Funny Games: in un villino in mezzo al lago, nella quotidianità sempre uguale di una famiglia borghese per bene, due ragazzi irrompono con modi solo in apparenza gentili, per imporre la formula prestabilita di un sadico gioco adolescenziale (essendo il sadismo la quintessenza dell’infinita coazione a ripetere), il cui unico fine è l’omicidio e l’umiliazione. Il meccanismo ripetitivo si svela in questo caso come serialità criminale, e quello che lascia sconcertati è la freddezza di un atto, glaciale come l’ambiente in cui si svolge, nel quale è un’inaccettabile indifferenza verso la morte e il dolore umano a dominare. Solo che non si tratta semplicemente di mostrare una terribile storia di ordinaria follia. Proprio mentre i protagonisti ribadiscono la ciclicità del loro gioco crudele, Haneke ferma il film: come attivando il tasto rewind su un nastro, la pellicola torna indietro, e poi di nuovo avanti, per farci capire che l’atrocità del ricominciare ogni volta da capo non attiene tanto alla cattiveria indicibile di due ragazzi, quanto al linguaggio stesso dell’audiovisivo contemporaneo. In Funny Games tal modo, infatti, il cinema svela se stesso e lo spettatore è chiamato in causa, come corresponsabile di tutto quello che si dà a vedere. “È anche a questa innocente complicità che la violenza deve la sua presenza soffocante nel cinema”, ha detto Haneke. Per il regista, il massimo dell’orrore coincide con il partecipare del pubblico al ripetersi infinito della rappresentazione della violenza nella società dello spettacolo, con un consumo dell’immagine che nel suo essere sempre uguale a se stesso ha finito per anestetizzare la consapevolezza del male in tutti noi. Ciò detto, resta da chiedersi cosa possa aggiungere la ripetizione di uno stesso film – di questo stesso film – in un tardo remake. A distanza di dieci anni dal Funny Games originale europeo, Haneke ha realizzato Funny Games a Hollywood, con un’operazione di calco (spiazzante in primo luogo per chi aveva già visto il film), all’interno della quale ripropone con esattezza millimetrica non solo la sceneggiatura di partenza, ma le stesse inquadrature, gli stessi movimenti di macchina, la medesima colonna sonora (volutamente quasi inascoltabile) di John Zorn. Sembra di trovarsi in un esperimento analogo a quello voluto dal Pierre Menard dell’omonimo racconto di Borges, alla follia di quello scrittore immaginario che provava a riscrivere parola per parola il Chisciotte di Cervantes. Il ‘nuovo’ Funny Games, in apparenza identico a quello precedente, sembrerebbe quindi imporre la logica dell’influenza nell’atto creativo del cinema, la definitiva vittoria di ciò che già esiste sulla propria replica, incapace di smarcarsi in una sua indipendenza. Eppure così non è, perché uno scarto neppure tanto sottile permane, tale da rendere comunque il film più recente un ‘rifacimento’, una ricreazione di quello più antico. Tutto si ripete nell’identico, ma in un’ambientazione americana, sostituendo i volti meno noti degli attori della pellicola austriaca con quelli più noti dei divi hollywoodiani. Ri-locando Funny Games nel contesto statunitense, senza rinunciare alla ripetizione identica dell’orrore dell’originale, Haneke ha cercato di prevenire quel carattere inautentico che caratterizza molti rifacimenti hollywoodiani di pellicole europee. Ma al di là di questo, ha voluto soprattutto salvaguardare l’impatto perturbante di una certa serialità della crudeltà all’interno di un sistema – quello del cinema hollywoodiano – che di solito cerca di giustificare il mito della violenza, occultandone il suo lato più oscuro. Di qui l’accusa esplicita al dominio dell’americanismo nel sistema della comunicazione contemporanea, un partito preso che può (non a torto) anche apparire qualunquistico, banale. Se non fosse che – è questa la lezione di Haneke – è proprio nel farsi del nostro più scontato senso comune, nelle pratiche più consolidate del produrre e del vedere le immagini, che può insinuarsi l’ultima differenza necessaria, per sfuggire in qualche modo alla banalità del male, così caratteristica nel regime dell’identico e dell’indifferenziato che attanaglia la nostra realtà. Michele Fadda Rivolte ROMA CITTÀ APERTA (Italia 1945) Regia: Roberto Rossellini. Soggetto: Sergio Amidei e Alberto Consiglio. Sceneggiatura: Sergio Amidei, Federico Fellini e Roberto Rossellini. Fotografia: Ubaldo Arata. Scenografia: Renzo Megna. Montaggio: Eraldo da Roma. Musica: Renzo Rossellini. Interpreti: Marcello Pagliero, Aldo Fabrizi, Anna Magnani, Herry Feist, Francesco Grandjacquet, Giovanna Galletti. Produzione: F. De Martino per la Excelsa Film. Durata: 100’. MORGAN MATTO DA LEGARE (Morgan, a Suitable Case for Treatment, GB 1966) Regia: Karel Reisz. Soggetto e sceneggiatura: David Mercer. Fotografia: Larry Pizer. Scenografia: Philip Harrison. Montaggio: Victor Proctor e Tom Priestley. Musica: John Dankworth. Interpreti: Vanessa Redgrave, David Warner, Robert Stephens, Irene Handl, Bernard Bresslaw. Produzione: Quintra Films, British Lion. Durata: 97’. Ecco un argomento di difficile trattazione a causa del suo stato inflativo. Da Zero in condotta di Jean Vigo al suo remake di Lindsay Anderson, da I cospiratori di Martin Ritt a Braveheart, da Le quattro giornate di Napoli di Nanni Loy a Pierrot le fou di Jean-Luc Godard, da Achtung Banditi! di Carlo Lizzani a, perché no?, Guerre stellari di George Lucas e via dicendo, si tratta di un tema di larghissima inclusione e forse proprio per questo tra i favoriti della cinematografia planetaria. Come amalgamare, come unificare opere tanto diverse per ispirazione e talvolta persino per ideologia? Impossibile. E dunque sarà meglio organizzare il discorso secondo un’altra angolazione. Roma città aperta, il capolavoro rosselliniano presentato sotto l’egida del neorealismo, è parte della schiera dei film resistenziali del nostro immediato dopoguerra. In esso, quindi, la rivolta è rivolta contro l’invasore nazista ed è rifiuto dei suoi obiettivi e dei suoi metodi. La componente sociale, certo presente, vi passa in seconda linea davanti a quella politica e il film diventa una celebrazione dell’eroismo e del sacrificio di coloro che al nazifascismo non si piegarono, clero di base compreso. In Roma città aperta l’obiettivo segue i suoi piccoli grandi eroi come del resto aveva già fatto in Paisà, ma qui l’aria della rivolta si respira negli stretti vicoli romani, nelle sue stanzette cospiratorie, nell’aria costretta di una grande città ridotta a villaggio, a quartiere, nella quotidiana sofferenza inflitta da torturatori melliflui e spietati. Le ragioni del personale, del privato cozzano contro quelle della Storia, dimostrando che la vera rivolta non può coniugarsi alle esigenze dei sentimenti, i quali, quando esplodono, sono forieri di morte certa (la famosa scena del rastrellamento e della morte della Magnani). Ma la rivolta in questo film ha anche un altro volto, il volto della forma. Ma come? Dopo anni di retorica fascista e di simpatiche imitazioni della lustra commedia hollywoodiana, eccoti un cinema che, secondo la predicazione zavattiniana, scende nelle strade e si fa con la gente comune e che, più largamente, evidenzia disparità e piaghe sociali (da Sciuscià a Umberto D.). Francamente non vi eravamo abituati, e per questo il nuovo regime insorse censurando con i suoi anatemi quel grande momento di verità. Nell’Italia dove la polizia di Scelba soffocava nella violenza il diritto di sciopero e di occupazione delle piazze difficilmente la verità poteva avere spazio. Chissà forse è anche per questo che il neorealismo si stemperò nella commedia all’italiana, qualche volta graffiante, certo (alcune cose di Morgan matto da legare Dino Risi, ad esempio), ma sicuramente più edulcorata rispetto alle posizioni di De Sica e Rossellini. Il volto della forma, si diceva. In fondo è una rivolta non minore dell’altra quella che presiede alla poetica del neorealismo, che si oppone (si rivolta) contro la pacificazione imposta sia dal fascismo che dal regime democristiano. Rivolta fruttuosa, se si pensa a quale slancio internazionale essa portò il cinema italiano; un po’ meno esaltante se si pensa a quanto il trionfo mondiale di quella breve stagione abbia poi condizionato tutto il nostro cinema a venire, talché ancor oggi ‘neorealismo’ è un parametro sul quale si misurano opere confezionate a distanza di sessant’anni (Gomorra compreso). In questo senso il neorealismo è un po’ come la letteratura Beat: importante momento di innovazione, destinato però a rimanere se stesso, costretto dal suo stesso successo a non evolversi e a rimanere punto di riferimento diretto e obbligato per il futuro. Non così per altre ‘nouvelles vagues’, come ad esempio il cosiddetto Free Cinema britannico, di cui Morgan matto da legare è forse un esempio meno rappresentativo di altri. Qui il discorso sarebbe lungo, ché, a rigore, quel cinema si identifica in una breve stagione documentaristica più che nei prodotti di fiction che immediatamente seguirono. Ma comunque mi pare chiaro che pellicole come Io sono un campione di Lindsay Anderson e Sapore di miele di Tony Richardson (o addirittura Billy il bugiardo di John Schlesinger, che pure al movimento non è mai appartenuto) abbiano anche più titoli per figurare rappresentativi di quella produzione di quanti ne abbia il film di Karel Reisz. In questo serpeggia una forte vena di assurdità (quasi verrebbe da dire di surrealismo) che è comunque ben lontana dalla diretta denuncia che animava la cinematografia degli ‘arrabbiati’. Morgan, intendiamoci, è un bel film, dinamico, effervescente, ironico (e anche molto triste), ma non intende certo porsi come specchio della realtà proletaria o piccolo-borghese cinquantesca inglese. Esso più che di rivolta è un film di denuncia del fallimento delle speranze comuniste e dell’apparente eternità della borghesia britannica in quanto ruling class. Il proletariato, ridotto a mimare le animalesche movenze di un primate, ha ormai i giorni (gli Roma città aperta anni) contati. In questo senso Morgan è addirittura una pellicola profetica, nella quale la rivolta – se di rivolta si tratta – si identifica nella vorticosa costruzione sintattica e nell’inventività delle trovate divisate dal protagonista, le cui energie sono incanalate unicamente nel tentativo di riconquista della ragazza. Certo, è ben vero che questo (non)rapporto mostra chiaramente una forte componente metaforica, la sudditanza della classe inferiore a quella superiore. Ma questo è il massimo di apogeo che si permette una pellicola incentrata su un fondamentale problema teorico sociale nella forma di racconto costruito con materiali, ritmi e metodi pop. Diversi ancora i casi della ribellione francese e tedesca. L’una primariamente formale (con l’eccezione di Godard che fa della forma il veicolo per una teorizzazione politica), la seconda articolata in direzioni metalinguistiche (Fassbinder), didascaliche (Herzog, Schloendorff) o di manipolazione culturale (Wenders). Quasi verrebbe da dire che a partire dalla seconda metà del Novecento non è più tempo di rivolta, o meglio che da quel momento la rivolta assume un altro statuto, assorbita anch’essa come qualsiasi altra cosa, dalle esigenze di mercato, tema da trattare secondo modi già previsti e codificati dal sistema. Morgan è ormai entrato nella gabbia una volta per tutte. Franco La Polla