Anno XXXV
N. 1
Marzo/Aprile 2014
Euro 2,00
L'eremo dell'Epomeo e la
Chiesetta di S. Nicola
Ex libris : un tour classico
per l'isola d'Ischia
Fonti archivistiche
La Chiesa e il convento
francescano di S. Maria
delle Grazie (III)
Cinema
La Grande Bellezza
Rassegna Libri
Pagine in memoria di Giovanni Castagna
Il Museo di Pithecusae
Il Delfino come attributo e simbolo
V. Colonna in una lirica di Louis Aragon
Lamento per la morte di Vittoria Colonna
Pubblicazioni
La stampa isolana per Giovanni
G. Morgera: l'impegno in favore dei poveri
Presidente del Premio Ciro Coppola
Caro Raffaele... -- Caro Giovanni...
Periodico di ricerche e di temi turistici, culturali, politici e sportivi
Dir. responsabile Raffaele Castagna
La Rassegna d’Ischia
Anno XXXV- n. 1 Marzo/Aprile 2014
Euro 2,00
Periodico di ricerche e di temi turistici,
culturali, politici e sportivi
Editore e Direttore responsabile : Raffaele Castagna
La Rassegna d’Ischia
Via IV novembre 19 - 80076 Lacco Ameno (NA)
Registrazione Tribunale di Napoli n. 2907 del 16.02.1980
Iscritto al Registro degli Operatori di Comunicazione n. 8661.
Stampa : Press Up - Ladispoli (Roma)
Sommario
3 Ischia Film Festival 2014
Cineforum
4 Ordine Militare di Santa Brigida
Mostra Vanvitelli (Caserta)
5 Ex libris : un tour classico per l'isola d'Ischia
10 L'eremo dell'Epomeo e la chiesetta di S. Nicola
13 Un sito sul Santuario di S. Restituta
in lingua russa e ucraina
15 Rassegna Libri
19 Pagine in memoria di Giovanni Castagna
Il Museo di Pithecusae
Il Delfino come attributo e simbolo
V. Colonna in una lirica di Louis Aragon
Lamento per la morte di V. Colonna
Pubblicazioni
La stampa isolana per Giovanni
G. Morgera: l'impegno in favore dei poveri
Presidente del Premio Ciro Coppola
Caro Raffaele...
Caro Giovanni...
35 L'isola d'Ischia e le sue piante (Oltremontano)
37 Cinema
Sorrentino e la Grande Bellezza
41 Un inedito Francesco Buonocore
42 Insieme a Forio d'Ischia...
45 Fonti archivistiche : Convento di S. Francesco
Rinviata al prossimo numero la continuazione del
Ragguaglio historico topografico dell'isola d'Ischia
Lavori alla Torre Guevara
Il 22 febbraio u.s. sono ripresi i lavori di restauro
della Torre Guevara di Ischia e si prolungheranno
fino al 15 marzo 2014; infatti 4 restauratori della
Hochschule für Bildende Künste dell’Università di
Dresda, ospiti del Circolo Sadoul, con il prof. Thomas Danzl, porteranno avanti i lavori a suo tempo
concordati con la Soprintendenza ai Beni Culturali
ed il Comune d’Ischia, proprietario del cespite.
Come è noto, il Circolo Sadoul stipulò una convenzione con l’Università di Dresda per recuperare
e restaurare gli affreschi della cinquecentesca Torre Guevara di Ischia. Negli anni passati quasi 40
esperti dell’Ateneo tedesco si sono avvicendati per
riportare alla luce le immagini che erano state - in
passato - ricoperte a scopo di conservazione. L’attività di restauro è stata documentata con conferenze e visite guidate e - sempre a cura del Circolo
- la Torre è stata aperta al pubblico in coincidenza
con le giornate del FAI.
Il prof. Danzl esporrà i risultati della nuova campagna di restauri nel corso di una conferenza alla
Biblioteca Antoniana di Ischia il giorno 13 marzo
alle ore 18.00.
In coincidenza con le giornate "Monumenti aperti" indetta dal FAI (Fondo Ambiente Italiano) le sale
della Torre di Guevara saranno aperte per visite
guidate. Sabato 22 marzo: dalle ore 10 alle ore
12.30 e dalle 15.00 alle 17.00. Domenica 23 marzo
ore 10.00-12.30 e 15.00-18.00.
Giornata Internazionale della Donna
Sabato 8 marzo 2014, presso la sede del Centro di Ricerche
Storiche d’Ambra in Forio d’Ischia si è svolto un incontro
culturale sul tema: Storie di donne Ischitane del passato: da
Vittoria Colonna ad Anna Baldino.
Le opinioni espresse dagli autori non impegnano la rivista La collaborazione ospitata s’intende offerta gratuitamente
- Manoscritti, fotografie ed altro (anche se non pubblicati),
libri e giornali non si restituiscono - La Direzione ha facoltà di condensare, secondo le esigenze di impaginazione e
di spazio e senza alterarne la sostanza, gli scritti a disposizione.
conto corrente postale n. 29034808 intestato a
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Ischia Film Festival 2014
Si terrà dal 28 giugno al 5 luglio 2014 la dodicesima edizione
dell'Ischia Film Festival, concorso cinematografico internazionale dedicato alle location.
L'entry form per l'iscrzione di
lungometraggi, documentari e
cortometraggi all'edizione 2014
è pubblicata sul sito del festival :
www.ischiafilmfestival.it
Nello stesso sito si possono
trovare informazioni sulla precedente edizione del festival sfogliano i relativi cataloghi.
Al Festival possono partecipare
tutte le opere che abbiano valorizzato il territorio attraverso la
scelta delle location, promuovendone così la realtà storica, sociale
ed umana, le tradizioni e la cultura: lungometraggi, documentari,
cortometraggi, italiani ed internazionali, proiettati per la prima
volta al pubblco nel 2013 o 2014.
La deadlne per inviare le opere
è fissata al 15 aprile 2014.
L'elenco delle opere seleziona-
te sarà comunicato in conferenza
stampa in Giugno 2014.
"L'Ischia Film Festival è diventato un appuntamento internazionale dove ogni anno illustri ospti
e giovani autori promuovono
opere che raccontano attraverso
l'audiovisivo il territorio e la sua
diversificazine culturale" (Michelangelo Messina, fondatore e
direttore artistico IFF)
*
Ischia : cineforum (ogni mercoledì sino al 30 aprile 2014)
Mercoledì 26 febbraio 2014 è iniziato ad Ischia presso il Cinema Excelsior il cineforum, che proseguirà
tutti i mercoledì fino al 30 aprile, con il seguente programma:
26 febbraio ore 20.30 PHILOMENA del 2013, di Stephen Frears. Ha vinto vari premi; narra di una donna
irlandese costretta ad abbandonare suo figlio partorito in un convento.
5 marzo ore 20.30 VENUTO AL MONDO film del 2012 di Sergio Castellitto, tratto dal romanzo di
Margareth Mazzantini. 12 marzo ore 20.30 VIAGGIO SOLA del 2013, di Maria Sole Tognazzi. Narra di Irene, una donna che
ha superato i quarant’anni, niente marito, niente figli e un lavoro che è il sogno di molti. Irene è l’”ospite
a sorpresa”, si sente libera, privilegiata. Ma è vera libertà la sua? Qualcosa metterà in discussione questa
certezza...
19 marzo ore 20.30 HUNGER del 2008 di Steve Mc Queen, migliore opera al 61 Festival di Cannes.
Ricostruisce il trattamento riservato ai prigionieri politici nel carcere di Long Kesh in Irlanda del Nord, ed
evidenzia le violenze e le efferatezze delle guardie carcerarie.
26 marzo ore 20.30 FIGLIO DELL’ALTRA un film francese diretto da Lorrain Lèvy. Narra di uno
scambio di bambini, uno israeliano e l’altro palestinese poi adulti, alle prese con le vicende politiche dei loro
paesi.
2 aprile ore 20.30 L’ULTIMO PASTORE di Marco Bonfanti, è stato definito un film-documentario.
Presenta la vita reale dell’ultimo pastore che vuole mostrare il suo gregge ai bambini della metropoli. Un inno
alla libertà.
9 aprile ore 20.30 FOXFIRE di Laurent Cantet. “Ragazze cattive”, un dramma sociale nella violenza della
provincia americana, sotto il velo di una democrazia consolidata.
16 aprile ore 20.30 IL VOLTO DI UN’ALTRA del giovane regista napoletano Pappi Corsicato. La
protagonista è un’ambiziosa e arrogante star televisiva sposata con un affascinante chirurgo plastico. Film del
2013 con ben 4 riconoscimenti.
23 aprile ore 20.30 LA VITA DI ADELE di Abdel Kechiche, ha vinto la Palma d’oro a Cannes. Storia di
un’adolescente alla ricerca di sé.
30 aprile ore 20.30 CHIAVE DI SARA film del 2010 diretto da Gilles P.-Brenner, ambientato fra gli ebrei
parigini. E’ la storia di una bambina di dieci anni, deportata dai nazisti. La piccola, prima di partire riesce a
nascondere il fratellino in un armadio.
La Rassegna d’Ischia n. 1/2014
3
L’Ordine Militare di S. Brigida di Svezia è affidato a Torino
all’ischitano Giovanni Conte
maresciallo dei Carabinieri presso la stazione di Grugliasco
La provincia di Torino sarà rappre-
sentata da un ischitano nell’Ordine
Militare di Santa Brigida di Svezia,
l’antica istituzione nobiliare cavalleresca, nata nel 1366 ad opera di Santa
Brigida con l’approvazione di Papa
Urbano V e poi rifondata nel 1859 dal
Conte Vincenzo Abbate de Castello
Orleans con l’approvazione canonica
del Cardinale Cosenza e la controfirma del Re delle Due Sicilie Francesco
II di Borbone. Si tratta del dott. Giovanni Conte, maresciallo dei Carabinieri a Grugliasco, originario di Ischia
e sempre molto impegnato nel sociale.
A consegnare a Conte la nomina di
delegato dell’Ordine per la città di Torino, firmata dal Luogotenente per l’Italia, Cavaliere di Gran Croce Giannangelo Marciano, è stato il cavaliere
ufficiale Biagio Abbate, aiutante di
campo del Gran Maestro, conte Federico Abbate de Castello Orleans.
La semplice, significativa cerimonia
di conferimento della nomina al ca-
valiere Giovanni Conte è avvenuta al
Circolo Ufficiali di Torino.
Onorato dell’importante incarico,
il neo delegato ha dichiarato: adesso
occorrerà lavorare sul territorio per
realizzare concretamente gli scopi che
si prefigge l’Ordine di Santa Brigida:
rafforzare la pratica della vita cristia-
na, aiutare gli infermi, i bisognosi, gli
ammalati, le ragazze madri, gli orfani,
secondo gli insegnamenti della fondatrice e compatrona d’Europa, Santa
Brigida di Svezia.
*
Vanvitelli segreto i suoi pittori da Conca a Giaquinto – la “Cathedra Petri”
Inaugurata il 4 marzo 2014, la mostra
Vanvitelli segreto i suoi pittori da Conca a Giaquinto – la “Cathedra Petri”,
allestita nel Palazzo Reale di Caserta,
resterà aperta sino al prossimo 31 ottobre; l’esposizione è incentrata su due
aspetti della produzione di Luigi Vanvitelli: “inventore” di opere di arte decorativa e pittore.
Il primo aspetto è rivelato dal Trono
di San Pietro, imponente manufatto
tardo-barocco in marmo di Carrara a
metà strada tra scultura e arte decorativa, ideato da Vanvitelli per la Basilica
Vaticana.
Il trono, commissionato da Benedetto
XIV nel 1754, fu rifiutato dai canonici
della basilica per il carattere esuberante
rispetto alla celebre statua bronzea attribuita ad Arnolfo di Cambio.
La mostra espone il suo bellissimo
modello in terracotta e stucco dorato
conservato presso la Fabbrica di San
Pietro.
4 La Rassegna d’Ischia n. 1/2014
Nell’ambito della pittura viene esposto per la prima volta il Ritratto di
Gaspar van Wittel, il famoso vedutista olandese padre di Luigi Vanvitelli,
concesso in prestito dall’Accademia
Nazionale di San Luca.
In mostra anche dipinti degli artisti
più stimati da Vanvitelli, collaboratori
in alcune sue opere: Sebastiano Conca
che fu chiamato da Vanvitelli a Napoli
per importanti commissioni; Corrado
Giaquinto, uno dei massimi pittori del
rococò, trasferitosi a Napoli dopo il
soggiorno in Spagna come primo pittore di Corte.
Nel filone classicista degli artisti
stimati o attivi a fianco di Vanvitelli,
vanno annoverati Pompeo Batoni, successore del Conca come caposcuola del
700 romano, e Anton Raphael Mengs,
padre del Neoclassicismo.
Tutti questi artisti sono presenti in
mostra con varie opere, alcune mai
esposte al pubblico italiano, come il Ri-
tratto di Clemente XIII di Mengs, uno
dei capolavori della ritrattistica papale,
il Ritratto del principe Guglielmo Ruffo
in veste di Gran Camerario del Regno
di Napoli di Francesco De Mura, tra i
pochi artisti napoletani stimati da Vanvitelli, concesso in prestito dal principe
Fulco Ruffo di Calabria.
La mostra è arricchita dal Ritratto
del Vanvitelli di Giacinto Diano, da due
frammenti del quadro con la Natività di
Sebastiano Conca, distrutto nei bombardamenti subiti durante la seconda
guerra mondiale dalla Cappella Palatina della Reggia di Caserta, da una serie
di dipinti di de Mura, Batoni, Pozzi,
Giaquinto, modelli per gli arazzi che
dovevano decorare la camera da letto
di Ferdinando IV e Maria Carolina nel
Palazzo Reale di Napoli e da una serie
di disegni dello stesso Vanvitelli, manufatti del fondo casertano.
*
Ex libris
Un tour classico attraverso l’Italia e la Sicilia
di Sir Richard Colt Hoare
In due volumi, seconda edizione - Vol. I - Londra, 1819
Diario di un tour
per l’isola di Ischia
Domenica 12 settembre, 1790. - Ho
navigato da Napoli, allo spuntar del
giorno, in una robusta barca ischitana, con dieci uomini. Parzialmente coi
remi, e in parte con l’aiuto di una fresca
brezza, sono stato trasportato in modo
sicuro all’isola d’Ischia, in quattro ore e
mezzo. La distanza è calcolata in diciotto miglia.
Con piacere, volgendo lo sguardo
all’indietro, ho ammirato le sponde ben
note di Pausilippo, Puzzuoli, Baia, e
Miseno, le cui bellezze e antichità hanno richiamato tutto il mio entusiasmo
classico. Sono passato vicino all’isola
di Procida, la cui fortezza, che domina
sul punto più alto, e dietro la quale si
vedono le alte e scoscese montagne di
Ischia, formava un oggetto altamente
pittoresco. L’isola è pianeggiante e ben
coltivata, e l’industria naturale degli
abitanti è facilmente e riccamente pre-
miata. Mi è stato detto, che non meno di
duecento vascelli chiamati Tartane appartenevano agli abitanti, e ne ho osservato molte galleggianti nel porto. Tra i
venti e i trenta di questi sono di proprietà di un solo titolare. Quest’isola vanta
con Salerno l’onore di aver dato i natali
al celebre Giovanni di Procida, l’ideatore della ben nota insurrezione contro
i Francesi, e un principale protagonista
del massacro, che va sotto il titolo dei
Vespri Siciliani.
Un buon alloggio era stato preparato
per me, alla Casa degli Inglesi, adiacente al Casino di Buonocuore, dove risiede
il re durante le sue visite in questa isola.
Esso aveva il vantaggio di offrire alla
vista una prospettiva ampia e piacevole.
L’isola d’Ischia è stata menzionata dagli antichi scrittori sotto i diversi nomi
di Aenaria, Pithecusa e Inarime. Strabone immagina che, con Procida e Capri, sia stata separata dal continente da
qualche convulsione naturale, e Plinio
congettura che, come alcune delle Isole
A classical tour through Italy and Sicily
By Sir Richard Colt Hoare
In two volumes, second edition - Vol. I - London, 1819
Journal of a tour to the Island of Ischia
Sunday, Sept. 12, J790. - I sailed from Naples, at break of day, in
a stout Ischian boat, with ten men. Partly by rowing, and partly by
the help of a fresh’ breeze, I was safely conveyed to the Island of
Ischia in four hours and a half. The distance is computed at eighteen miles.
With pleasure I looked back on the well-known shores of Pausilippo, Puzzuoli, Baiae, and Misenum; the beauties and antiquities
of which had called forth all my classical enthusiasm. I passed close
under the Island of Procida; whose fortress, towering on its highest
point, and backed by the lofty and precipitous mountains of Ischia,
formed an object highly picturesque. This island is flat and well
cultivated, and the natural industry of the inhabitants is rewarded
by ease, and even affluence. I was told, that no less than two hundred of the vessels called Tartans belonged to the inhabitants; and
I observed many riding in the harbour. Between twenty and thirty
of these are owned by one proprietor. This island disputed with
Salerno the honour of giving birth to the celebrated Giovanni di
Procida, the contriver of the well-known insurrection against the
French, and a principal actor in the massacre, distinguished by the
title of the Sicilian Vespers.
Lipari, debba la sua origine ad una eruzione vulcanica, che l’abbia sollevata
dal mare. Dalla storia si apprende, che
i suoi primi abitanti erano di una stessa nazione di quelli che occuparono la
costa opposta di Cuma, e che in origine migrarono da Calcide in Eubea. In
tempi più tardi fu scambiata con l’Isola
di Capri dall’imperatore Augusto. Di
questa isola Strabone ha conservato un
interessante resoconto, dal quale si apprende che i Calcidesi abbandonarono
l’isola in seguito a una sedizione sorta
fra loro, e che subito dopo gli Eretriesi, così come gli abitanti mandati qui
da Gerone, tiranno di Siracusa, furono
egualmente costretti ad abbandonarla, a
causa di terremoti ed eruzioni vulcaniche.
«Pithecusas Eretrienses incoluerunt
atque Chalcidenses. Quum autem, ob
agri fertilitatem, atque auri metalla, rebus uterentur prosperis; seditione aborta, insulam Chalcidenses deseruerunt.
A good lodging had been prepared for me, at the Casa degli Inglesi, adjoining the Casino of Buonocuore, where the king resides
during his visits to this island. It had the additional advantage of
commanding a pleasing and extensive prospect.
The Island of Ischia has been mentioned by ancient writers under the different names of Aenaria, Pithecusa, and Inarime. Strabo
imagines, that, with Procida and Capri, it has been separated from
the continent by some natural convulsion; and Pliny conjectures,
that, like some of the Lipari Islands, it owes its origin to a volcanic
eruption, which raised it up out of the sea. From history we learn,
that its earliest inhabitants were of the same nation as those who
occupied the opposite coast of Cuma, and who originally migrated
from Chalcis in Euboea. In later times it was exchanged for the
Isle of Capri, by the Emperor Augustus. Of this island Strabo has
preserved an interesting account, by which we learn that the Chalcidenses quitted it in consequence of a sedition which arose among
them; and that soon afterwards the Eretrienses, as well as the inhabitants sent hither by Hiero, tyrant of Syracuse, were also compelled
to desert it, by earthquakes and volcanic eruptions.
«Pithecusas Eretrienses incoluerunt atque Chalcidenses. Quum
autem, ob agri fertilitatem, atque auri metalla, rebus uterentur
prosperis; seditione aborta, insulam Chalcidenses deseruerunt.
Mox etiam Eretrienses terra motibus exturbati, ignisque et maris
La Rassegna d’Ischia n. 1/2014
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Mox etiam Eretrienses terrae motibus
exturbati, ignisque et maris et calidarum aquarum eruptione; patitur enim
insula hujusmodi eructationes; propter
quas, etiam missi eo, ab Hierone Syracusanorum Tyranno, et ipsi maenia ab
se extructa, una cum insula deseruerunt,
quam indie Neapolitani occuparunt.
Atque hinc fabula est, Typhonem sub
hac jacere insula, obversuque corporis
flammas exspirare et aquas, quandoque
etiam insulas minutas, ferventem habentes aquam. Timoeus de Pithecusis tradit,
multa de iis fidem excedentia perhibuisse veteres: et paulo ante suam aetatem
media in insula Epopeum collem, motu
terrae concussum, ignes evomuisse, et
quod terrae inter mare et eum erat rursum ad mare perpulisse; terramque in
cineres versam, rursum, violento turbine, ad insulam accessisse, tribusque
inde in altum recessisse. Paulo post,
rursum ad terram dedisse impetum,
marisqne reflexu insulam inundasse,
ignemque, hoc pacto, in ea extinctum;
fragore autem perculsos mortales, qui
continentem incolebant, ab ora maritima in interiora Campaniae profugisse».
Da questo antico documento storico
si apprende, che i Calcidesi furono gli
abitanti originari, o primi colonizzator,
d’Ischia, cui successero gli Eretriesi, e
a questi i Napoletani. Troviamo, inoltre,
che una montagna al centro dell’isola,
chiamata Epopeus, improvvisamente
vomitò fiamme; e che questa eruzione,
insieme con la forza d’urto di un tremendo terremoto, provocò tanto spavento che gli abitanti del continente fuggirono dalla costa verso l’interno della
Campania.Queste convulsioni sono citate da Plinio, e da altri scrittori classici;
e Giulio Ossequente, nel suo Liber de
Prodigiis, fissa la data di uno nell’anno di Roma
«L. Marcio, Sex.
Julio consulibus, Aenariae terrae hiatu
flamma exorta in coelum emicuit». Tali
fenomeni, così come la favola di Tifeo,
hanno fornito temi e argomenti ai poeti.
Omero osserva, Iliade, lib. II:
… il suol gemea di sotto, come quando
irato Giove le saette scagliava e flagellava il terreno d’intorno a Tifeo, là in
Arime, ove era posto, secondo quanto si
dicea, il suo letto…..
Virgilio:
… onde ne tremano Procida ed Inarime,
e il gran Tifeo se n’ange, cui sì duro covile ha Giove imposto.
et calidarum aquarum eruptione; patitur enim insula hujusmodi
eructationes; propter quas, etiam missi ed, ab Hierone Syracusanorum tyranno, et ipsi maenia ab se extmcta, una cum insult deseruerunt, quam inde Neapolitani occuparunt. Atque hinc fabula
est, Typhonem sub hac jacere insula, obversuque corporis flammas
exspirare et aquas, quandoque etiam insulas minutas, ferventem
habentes aquam. Timaeus de Pithecusis tradit, multa de iis fidera
excedentia perhibuisse veteres: at paulo ante suam aetatein media
in insula Epopeum collem, motu terrae concussum,ignes evomuisse, et quod terrse inter mare et eum erat rursum ad mare perpulisse; terraraque in cineres versam, “rursum, violento turbine,
ad insulam accessisse, tribusque inde in altum recessisse stadiis.
Paulo post, rursum ad terram dedisse impetum, marisqne reflexu
insulam innndasse, ignemque, hoc pacto, in ea extinctum; fragore
autem perculsos mortales, qui continentem incolebant, ab ora maritima in interiora Campaniae profugisse».
From this ancient historical record we learn, that the Chalcidenses
were the original inhabitants, or first settlers, in Ischia; that they
were succeeded by the Eretrians; and these by the Neapolitans.
We find, also, that a mountain in the centre of the island, called
Epopeus, suddenly vomited forth flames; and that this eruption,
joined with the concussion of a tremendous earthquake, excited
such terror, as to drive the inhabitants on the continent from the
shore into the interior of Campania. These convulsions are mentioned by Pliny, and other classic writers; and Julius Obsequens,
in his Liber de Prodigiis, fixes the date of one in the year of Rome
«L. Marcio, Sex. Julio, consulibus, Aenariae terra hiatu
flamma exorta in coelum emicuit». Such phoenomena, as well as
the fable of Typhoeus, have furnished themes and comparisons to
the poet. Homer observes, Iliad, lib. II,
6 La Rassegna d’Ischia n. 1/2014
Annotazioni non sfuggite neppure all’attenzione di Lucano e Stazio.
Per l’osservatore più superficiale, la
superficie di questa isola mostra gli effetti del fuoco, e degli eventi vulcanici;
oltre a numerosi crateri, da tempo estinti; e gli strati di lava, in fasi diverse di
vegetazione. La lava dell’eruzione più
recente, del 1301, ancora oggi porta
sparso solo qualche filo d’erba, e alcune erbacce. Quindi possiamo giudicare
quanto lentamente la natura operi su
questa dura sostanza, quando non assistita da un terreno bagnato dai declivi
delle montagne. Se esaminiamo i numerosi crateri di cui questo posto abbonda,
in particolare il grande cratere tra Ischia
e Testaccio, accanto al lato della strada;
se volgiamo di nuovo la vista sulle montagne adiacenti, attualmente coperte da
uno spesso suolo e da boschi, si può
calcolare l’alta antichità, non solo di tali
eruzioni, ma dello stesso pianeta. Infatti,
tra le varie testimonianze che sono state addotte da quegli autori, che hanno
scelto di discutere l’opinione generale
sulla presunta età del mondo, nessuna
sembra avere più vigore rispetto a quelle
dedotte dalle indagini di materia vulcanica. Né sono queste evidenze fondate
Earth groan’d beneath them, as when angry Jove
Hurls down the forky lightning from above
On Arime, when he the thunder throws,
And fires Typhoeus with redoubled blows;
Where Typhon, press’d beneath the burning load,
Still feels the fury of th’ avenging God.
Virgil:
Turn sonitu Prochyta alta tremit, durumque cubile
Inarime, Jovis imperiis imposta Typhoeo.
They have also not escaped the notice of Lucan and Statius.
To the most superficial observer, the surface of this island exhibits
the effects of fire, and volcanic productions; besides many craters,
long extinct; and strata of lava, in different stages of vegetation.
The lava of the most recent eruption,, in 1301, even now bears only
a few scattered blades of grass, and some weeds. Hence we may
judge how slowly nature operates on this hard substance, when not
assisted by the soil washed down from the declivities of mountains,
or wafted by the wind. If we examine the many craters with which
this spot abounds, particularly the large crater between Ischia and
Testaccio, close to the side of the road; if we next turn our view to
the adjoining mountains, at the present covered with a deep soil,
and clothed with wood; we may calculate the high antiquity, not
only of such eruptions, but of the globe itself. Indeed, amidst the
various evidences which have been adduced by those authors, who
have chosen, to controvert the general opinion on the supposed age
of the world, none seem to carry more force than those deduced
from the investigation of volcanic matter. Nor are these evidences
su mere supposizioni; circa le date delle
eruzioni, molte sono note e, considerando gli strati della lava, e gli organismi
marini ivi formatisi, e confrontando
l’andamento relativo della vegetazione,
possiamo trarre una conclusione molto
probabile per quanto riguarda l’età del
più remoto, e, forse, possiamo essere indotti a dare al mondo un grado maggiore di antichità di quanto comunemente
ammesso.
Per quasi cinque secoli quest’isola ha
cessato di manifestare qualsiasi forma
di eruzioni vulcanicche, ma le numerose
sorgenti di acqua calda, che continuano
ad emettere i loro vapori, dimostrano
che il fuoco sotterraneo esiste ancora.
Oltre a queste sorgenti di acqua calda,
tuttavia, ve ne sono altre di natura opposta, e dalla montagna stessa, che produce le acque sulfuree e medicinali, scaturisce una sorgente fredda, di elevata
qualità, ed essa è portata con acquedotti
alla città di Ischia.
Inarime non ubere dives ab uno
Fundit aquas.
… quot medica celebres virtute renident
.
L’alto monte, che ora porta il nome di
San Nicolo, è l’Epopeus degli scrittori
classici.
In medio elatis caput inter nubila
Rupibus, et valles late prospectat Epopeus.
A me sembrava un Etna in miniatura,
e, come questa montagna, l’Epopeo può
essere diviso in tre regioni, in basso è
coltivato, nella parte mediana rivestito
di boschi ricchi di querce e castagni, e
la parte superiore brulla e sterile, producendo solo pochi bassi arbusti e alberi
nani. Non è, comunque, inabitato, perché sulla sua vetta alcuni eremiti hanno
fissato la loro dimora, e certamente mai
un anacoreta ha scelto un luogo più appropriato.
Al di sopra delle abitazioni, essi affermano di essere al di sopra delle passioni
degli uomini, e di poter guardare con un
occhio di indifferenza su una prodigiosa
distesa di territorio, fittamente punteggiata di città e villaggi; fanno da contrasto alla semplicità di vita e alla situazione di tranquillità le preoccupazioni e le
difficoltà che caratterizzano la ricchezza
e il lusso del mondo sottostante, sicché
si può esclamare nella lingua del poeta,
founded on mere conjecture ; for the dates of many eruptions are
known, and by tracing the strata of lava, and the marine bodies interspersed, and comparing the relative progress of vegetation over
each, we may draw a very probable conclusion in regard to the age
of the more remote; and, perhaps, may be induced to give the world
a higher degree of antiquity than is commonly admitted.
For nearly five centuries this island has ceased to exhibit any volcanic eruption; but the numerous hot springs, which continue to
emit their vapour, prove that subterraneous fire still exists. Besides
these warm springs, however, there are others of an opposite nature; and from the same mountain, which produces the sulphureous
and medicinal waters, a cold spring issues, of the purest quality,
and is conveyed by aqueducts to the town of Ischia.
Inarime non ubere dives ab uno
Fundit aquas.
…… quot medica celebres virtute renident.
The lofty mountain, now bearing the name of St. Nicolo, is the
Epopeus of the classic writers.
In medio elatis caput inter nubila condit
Rupibus, et valles late prospectat Epopeus.
To me it seemed an Aetna in miniature; and, like that mountain,
it may be divided into three regions, the lower cultivated, the middle clothed with rich groves of oaks and chesnuts, and the upper
bleak and barren, producing only a few low shrubs and dwarf trees.
It is not, however, without inhabitants; for on this aerial summit
some hermits have fixed their abode; and no anchorite certainly
Oh cara, cara, cella,
Felice in libertà:
Qui poco ognun si gode,
E ricco ognun si crede;
Né più bramando, impara
Che cosa è Povertà.
Nel contemplare le coste opposte di
Pozzuoli, Baia, e Miseno, e confrontando il loro splendore passato con il declinante presente, abbiamo una viva e
perpetua lezione della fragilità del potere umano, e della natura transitoria della
mondana magnificenza.
La vetta della montagna è composta
da una terra biancastra, simile a quella
della Solfatara, nei pressi di Puzzuoli,
tetra e triste agli occhi, e offre una vista
piuttosto impressionante, che piacevole.
Per quanto riguarda la bellezza, la vista
dalla regione mediana e dai luoghi meno
elevati merita una decisa preferenza.
L’isola è ben popolata e ben coltivata.
Le città più notevoli sono Ischia (sede
del vescovo), Furia, Laco, e Casamiccia. Di questi, Furia contiene un numero
maggiore di abitanti. La situazione di
Ischia è singolarmente suggestiva. È il
ever selected a more appropriate spot. Exalted above the dwellings, as they profess to be above the passions, of men, they may
look down with an eye of indifference on a prodigious expanse of
territory, thickly dotted with towns and villages; and, contrasting
their homely fare, and tranquil situation, with the cares and troubles
which attend the wealth and luxury of the world beneath, they may
exclaim in the language of the poet,
Oh cara, cara, cella,
Felice in libertà:
Qui poco ognun si gode,
E ricco ognun si crede;
Né più bramando, impara
Che cosa è Povertà.
In contemplating the opposite coasts of Puteoli, Baiae, and Misennm, and contrasting their past splendour with their present decline, we have a living and perpetual lesson on the frailty of human
power, and the transitory nature of worldly magnificence.
The summit of the mountain is composed of a whitish earth, similar to that of the Solfaterra, near Puzzuoli, dreary and dismal to the
eye; and it commands rather a striking, than a pleasing, view. With
respect to beauty, the views from the middle region, and the less
elevated part, merit a decided preference.
The island is well peopled and well cultivated. The most considerable towns are Ischia (the seat of the bishop), Furia, Laco, and
Casamiccia. Of these, Furia contains the largest portion of inhabitants. The situation of Ischia is singularly picturesque. It crowns a
high and rugged rock, which projects into the sea, and is connected
La Rassegna d’Ischia n. 1/2014
7
coronamento di una roccia alta e robusta, che si protende in mare, ed è collegata con l’isola da un lungo molo, o
ponte. Tutta la faccia di questa roccia
è ricoperta da edifici, in alto presentandosi in una forma piramidale, con
un nuovo e sorprendente aspetto. Poca
o nessuna zona è seminata, e il paese è
prevalentemente coltivato a vite, e altri
alberi da frutto. Ad Ischia e a Testaccio,
le viti sono legate ad alti alberi di pioppo; ma nelle vicinanze di Furia, e nella
parte meridionale dell’isola, non sono
così elevate.
Terrazze sono state costruite per rimediare all’inconveniente derivato dal dislivello del terreno, e per rendere i declivi produttivi; ma i vini ottenuti da questa
maniera di coltivazione, non assistita dai
propizi raggi del sole, sono poco più che
aceto. Quelli di Furia sono bianchi, e più
apprezzati. L’isola produce abbondanza
di fichi, e i suoi frutti sono, in generale,
molto apprezzati. Le montagne, incolte,
presentano principalmente boschetti di
alberi di castagno, bosco ceduo e arbusti bassi, come corbezzolo, mirto, erica,
&c. Anche in questa stagione afosa l’intera isola mostra un verde molto vivace,
e le numerose abitazioni sparse lungo le
pendici rendono molto piacevole la pro-
spettiva. L’aria è pura ed elastica; favorisce l’appetito, e rende il corpo agile e
attivo. Cavalli e carrozze sono quasi rari
qui come a Venezia, e sono principalmente usati gli asini, sia da soma che da
viaggio. Si sta costruendo un’eccellente
strada da Ischia a Furia, che, sebbene incompiuta, è praticabile a cavallo.
Il quartiere a nord, e nei dintorni di
Ischia, è di gran lunga più pittoresco che
al sud, il quale è principalmente adatto
per la cultura della vite, e reso sgradevole nel suo aspetto da numerosi muri
di pietra e terrazze.
Tra le tante belle prospettive che l’isola offre, preferisco quella di Campagnana, all’estremità sud-orientale dell’isola.
Qui, con un unico sguardo, l’occhio può
ammirare il golfo di Napoli, e seguire
nettamente quelle classiche scene che
sono descritte da Virgilio, e da altri scrittori dell’antichità.
Iniziando dalle aspre rocce di Capri,
rese famose dalla residenza imperiale
di Augusto, e infamate da quella di Tiberio, lo spettatore può volgere la sua
vista attraverso lo stretto canale che separa l’isola dal promontorio di Miner-
with the island by a long pier, or bridge. The whole face of this rock
is covered with buildings, rising above each other in a pyramidical
form, and presenting a novel and striking appearance. Little or no
corn is sown, and the country is chiefly planted with vines, and
other fruit-trees. Near
Ischia and towards Testaccio, the vines are trained to lofty poplar
trees; bat in the vicinity of Furia, and the southern part of the island,
they are not trained so high. Terraces have been constructed to remedy the inconvenience derived from the ine* quality of the ground,
and to render the declivities productive; bat the wines obtained by
this mode of cultivation, unassisted by the genial rays of the sun,
are little better than vinegar. Those near Furia are white, and more
esteemed. The island produces abundance of figs, and its fruits in
general are in high repute. The mountains, which are uncultivated,
are chiefly clothed with groves of chesnut trees, or with coppice
wood and low shrubs, such as arbutus, myrtle, heath, &c. Even in
this sultry season the whole island exhibits the most lively verdure;
and the numerous habitations scattered along the declivities add
much to the gaiety of the prospect. The air is pure and elastic; creates an appetite; and renders the body alert and active. Horses and
carriages are almost as rare here as at Venice; and asses are chiefly
used, both for burthen and riding. An excellent road is now making
from Ischia to Furia, which, though unfinished, is practicable on
horseback.
The northern district, and the environs of Ischia, are far more
picturesque than the southern; which is chiefly appropriated to the
culture of the vine, and rendered disagreeable in its appearance by
numerous stone walls and terraces.
8 La Rassegna d’Ischia n. 1/2014
va, e contemplare le splendide rive di
Massa, Sorrento, Vico, e Castelamare.
I siti attualmente occupati dalle rovine
di Stabia, Pompei ed Ercolano, e dalla
montagna di fuoco a cui si deve la loro
rovina, può impegnare la sua attenzione.
Egli rifletterà con sorpresa sull’audacia
della generazione attuale, che ha eretto
i suoi numerosi e sontuosi palazzi sulle
stesse ceneri della città distrutte; e avrà
il timore che si possa ripetere in futuro
lo stesso tremendo fenomeno coinvolgendo in un destino simile le moderne
costruzioni, e consegnando nuovamente
a secoli di oblio i preziosi e curiosi residui di antichità, che sono stati recentemente portati alla luce.
I sentimenti di malinconia, che questa prospettiva risveglia, sono calmati
da una visione della gaia e lussuriosa
Parthenope, il luogo delle agiatezze e
delle voluttà, e dell’incantevole costa di
Pausilippo, dove Lucullo, e molti altri
illustri romani, cercarono un sollievo
dagli affanni e dal caos della capitale.
Di là l’occhio vaga sulla riva più vicina di Nisida, Puteoli e Baia, una volta
sedi di piacere e di licenziosità: prima il
ritiro di Mario, Silla, Cicerone, e i Cesari, e successivamente le dissolutezze, le
Of the many beautiful prospects which this island affords, I prefer that near Campagnana, at the south-eastern extremity of the
island. Here, at a single glance, the eye may command the whole
gulph of Naples, and trace distinctly those classic scenes which
are described by Virgil, and other writers of antiquity. Beginning
with the rugged rocks of Capreae, rendered famous by the imperial
residence of Augustus, and infamous by that of Tiberius, the spectator may cast his view across the narrow channel, which separates
the island from the Promontory of Minerva, and contemplate the
beautiful shores of Massa, Sorrento, Vico, and Castelamare. The
sites now occupied by the remains of Stabiae, Pompeii, and Herculaneum, and the fiery mountain to which they owe their ruin, may
next engage his attention. He will reflect with surprise on the boldness of the present generation, who have erected their numerous
and sumptuous palaces on the very ashes of the cities-destroyed ;
and will dread lest a repetition of the same tremendous phenomena
should at some future period involve the modern establishments
in a similar fate, and again consign to ages of oblivion the valuable and curious remnant of antiquity, which have been recently
brought to light.
The melancholy feelings which this prospect awakens, are
soothed by a view of the gay, the luxurious Parthenope, the abode
of ease and voluptuousness ; and the enchanting coast of Pausilippo, where Lucullus, and many other distinguished Romans, sought
a relief from the cares and bustle of the capital. From thence the eye
will rove over the nearer shores of Nisida, Puteoli, and liaise, once
the seats of pleasure and licentiousness : first the retreat of Marius,
Sylla, Cicero, and the Caesars; and afterwards contaminated by the
crudeltà, e il parricidio, di Nerone. Da
qui l’occhio può spaziare lungo il promontorio dirupato di Miseno, e i suoi
campi Elisi, può notare la situazione
dell’antica Cuma, e infine, dopo essersi
soffermato sulla vicina isola di Procida,
può riposare sull’osservatorio, che fornisce uno dei panorami più stupendi che
la natura possa visualizzare, e far preferire; distinto sia per l’interesse storico e
poetico, che per la bellezza pittoresca.
Sufficientemente, credo, è stato detto
per mostrare la gratificazione che l’uomo di gusto e di lettere può sperimentare, seguendo i miei passi a Ischia. L’artista, che ricerca la pittura di paesaggio, e
che vuole ampliare le sue idee, studiando la natura in ogni suo aspetto, troverà
qui scene di carattere domestico, piut-
tosto che sfarzoso, costituito da casette
deliziose, estesi vigneti e boschi ricchi
di castagni, &c. &c. Ma la posizione
del comune di Ischia appare non meno
insolita che pittoresca, mentre le coste
ondulate di Baia, Miseno e Puteoli, e le
coste più distanti di Napoli e Sorrento,
saranno visualizzate con uguale soddisfazione e vantaggio. Molto, tuttavia,
come questo luogo, può piacere all’artista, risvegliando un sentimento più alto
nella mente dello studioso. Qui troverà
il suo ricordo vivificato, e le sue idee
ampliate; qui egli riconsidererà, in realtà, le scene che nella descrizione ha conquistato la sua giovanile fantasia, qui
potrà soddisfare subito la sua memoria e
il suo occhio, contemplando prospettive
non meno piacevoli alla vista che grati-
debaucheries, the cruelties, and the parricide, of Nero. From hence
the eye may range along the bold promontory of Misenum, and its
Elysian fields; may mark the situation of the ancient Cuma; and
finally, after dwelling on the neighbouring island of Procida, may
repose on the observatory station, which has furnished one of the
most exquisite panoramas that nature can display, or taste select;
and no less distinguished by historical and poetical interest, than by
picturesque beauty.
Enough, I think, has been said to shew the gratification which the
man of taste and letters may experience, by following my footsteps
in Ischia. The artist, who makes landscape painting his pursuit, and
who seeks to enlarge his ideas by studying nature in every garb,
will here find scenes of domestic, rather than of a shewy, character; consisting of delightful cottages, extensive vineyards, and rich
groves of chesnuts, &c. &c. But the position and construction of
the town of Ischia will appear no less novel than picturesque; while
the waving shores of Baias, Misenum, and Puteoli, and the more
distant coasts of Naples and Sorrento, will be viewed and copied
ficanti per l’intelletto. Tali erano le mie
sensazioni nel rivedere questo terreno
veramente classico dalle alture di Inarime, e tali saranno senza dubbio quelle
di molti viaggiatori futuri, che possono
scegliere di dare spazio pieno allo spirito indagatore, e di deviare dai sentieri
battuti, che sono generalmente indicati
da guide e ciceroni.
Sabato 18 settembre. Io dissi addio a
questa incantevole isola, e dopo un piacevole viaggio di cinque ore e mezzo
giunsi a Napoli, dove ho notato un evidente cambiamento nell’aspetto della
baia, in seguito all’eruzione di un grande corso di lava dal monte Vesuvio.
***
with equal satisfaction and advantage. Much, however, as this spot
may please the artist, it will awaken a higher feeling in the mind
of the scholar. Here he will find his recollection quickened, and his
ideas expanded; here he will reconsider in reality the scenes which
in description captivated his youthful fancy; here he may at once
indulge his memory and his eye by contemplating prospects no less
delightful to the view than gratifying to the understanding.
Such were my sensations on reviewing this truly classic ground
from the heights of Inarime; and such will doubtless be those of
many a future traveller, who may choose to give full scope to the
spirit of investigation, and deviate from the beaten track, which is
too generally indicated by guides and ciceroni.
Saturday, Sept. 18. I bade adieu to this charming island, and after an agreeable voyage of five hours and a half reached Naples;
where I observed a manifest change in the aspect of the bay, in
consequence of the eruption of a large body of lava from Mount
Vesuvius.
Lacco Ameno - Il Fungo
La Rassegna d’Ischia n. 1/2014
9
Note di Mons. Camillo D’Ambra
L’eremo dell’Epomeo e la chiesetta di San Nicola
Wilhelm Friederich Gmelin (1745/1760 - 1821) : Il romitorio del monte Epomeo
L’antico eremo del Monte Forte,
cioè l’Epomeo, ebbe il suo periodo
di maggiore floridezza nella seconda metà del secolo XVIII. Ne fu
l’autore Giuseppe d’Argouth che,
originario delle Fiandre, era venuto
a Napoli al servizio degli Austriaci
che allora avevano il dominio sulle
regioni meridionali della penisola.
Era governatore dell’isola e risiedeva con la sua guarnigione sul Castello d’Ischia.
Durante un’operazione di polizia
contro dei facinorosi che avevano
trovato rifugio tra le rocce del monte Epoomeo fu accerchiato da quei
malviventi e temé di essere ucciso;
allora pregò San Nicola per essere
liberato da quel pericolo promettendogli di lasciare il mondo e farsi eremita.
Essendo stato esaudito, il d’Argouth mantenne la promessa e, insieme ad altri soldati che formavano
la guarnigione, salì sull’Epomeo e
10 La Rassegna d’Ischia n. 1/2014
vestì il saio eremitico, ne ampliò il
piccolo oratorio di San Nicola, scavato nel tufo, e cominciò anche ad
assistere spiritualmente gli agricoltori e i pastori che lavoravano sulla
montagna; acquistò dei terreni sulla
cima dell’Epomeo e costruì il Benefizio semplice di San Nicola con le
rendite di quei terreni.
Con istrumento del notaio Pietro Matarese del 1763 fu costituito
beneficiato uno degli eremiti, fra
Nicola Ramy. L’anno seguente fra
Nicola fu ordinato sacerdote e il 21
ottobre1764 fu confermato come
cappellano del Beneficio dal Vicario
isolano, essendo impedito per infermità il Vescovo Mons. Felice Amati.
Il Ramy fece un prezioso apostolato
sulla montagna specialmente con i
visitatori che si recavano là per diporto, tra i quali lo stesso Ferdinando
IV di Borbone. Ottenne dalla Curia
il permesso di conservare in chiesa
il Santissimo Sacramento, dinanzi al
quale sostavano in preghiera i buoni contadini. Quest’apostolato durò
per circa un decennio. Nicola Ramy
morì a Casamicciola il 5 ottobre
1774.
Dopo di lui tenne la cappellania di
San Nicola il sacerdote Domenico
Di Meglio fino al 1782. Intanto le
rendite dell’eremo erano aumentate
fino a 70 ducati annui. Queste rendite attrassero l’attenzione di un ingordo prete che tentò di appropriarsene.
Per quanto si è potuto appurare da
alcuni documenti dell’epoca conservati fortunosamente in Curia, dopo
lo scempio subito nel periodo in cui
il seminario divenne caserma dei
soldati francesi, si è appreso che un
certo Pietropaolo Iacono, uomo facoltoso e prepotente di Fontana, pretese che l’eremo fosse una cappellania della sua famiglia per un semplice legato di messe che egli diede
da celebrare a suo figlio D. Giorgio
Iacono. Questi si limitò solo a cele-
J. L. Philippe Coignet (1798 - 1866) : Monte San Nicola a Ischia
brare le 70 messe del legato senza
per nulla curarsi della chiesa di San
Nicola e tanto meno degli eremiti, i
quali defraudati dei loro introiti stentavano a vivere.
Stanchi di detti soprusi, nel 1802
gli eremiti fecero ricorso al Re, il
quale inviò sul posto un revisore
perché si rendesse conto dello stato
delle cose e riferisse a chi di dovere.
Fu fatto rapporto al Ministero
sull’operato di Don Giorgio Iacono e
tutto il dossier dell’inchiesta fu mandato alla Real Camera di S. Chiara.
Questa ordinò allo stesso revisore e
giudice, in data 11 settembre 1804,
di sentire il Vicario Capitolare d’Ischia, gli eremiti e lo stesso Giorgio
Iacono. Tenendo presente l’atto di
fondazione del Beneficio di S. Nicola con le sue rendite e i suoi pesi,
si volle verificare se il beneficiato
Iacono fosse stato investito dello
stesso beneficio a norma di legge.
Dopo di che l’originale dell’inchiesta scritta venne presentato al Vicario Capitolare.
Intanto gli eremiti continuarono
a subire vessazioni da parte di quel
prete per cui, impauriti, non parlavano, tanto più che, essendo cominciato il regno di Giuseppe Bonaparte, furono mandati sull’Epomeo dei
soldati francesi, i quali occuparono
l’eremo, trasformandolo in quar-
tiere militare adibito a vedetta sul
mare circostante l’isola. Le celle
degli eremiti furono saccheggiate,
due degli eremiti furono arrestati
e incarcerati come spie. La chiesa
subì profanazioni. Rimase solo un
eremita, vecchio, il quale salvò dalla
distruzione l’occorrente per la celebrazione della Messa in modo che si
poté celebrare la domenica.
La prepotenza del prete Iacono obbligò con minacce quell’ultimo eremita a tacere su quanto aveva visto
succedere sull’Epomeo; egli tacque
sino al 1818.
Intanto a Ischia era tornato il Vescovo dopo diciotto anni di vacanza
e a Mons. D’Amante l’eremita svelò
ogni cosa. Il Vescovo mandò a chiamare Giorgio Iacono e gli intimò di
esibire in Curia la copia della bolla
d’istituzione del Beneficio che egli
deteneva, pena il sequestro da parte dell’Amministrazione diocesana
delle rendite del Beneficio stesso.
L’incontro con il Vescovo avvenne il
15 novembre 1818.
D. Giorgio cercò di prendere tempo, adducendo false scuse, finché la
Curia il 13 febbraio 1819 gli replicò
l’ordine perentorio di presentare entro due giorni i documenti comprovanti il suo diritto alla cappellania.
Il prete Iacono non comparve in
Curia; si aspettò invano fino al 17
febbraio, quando la Curia emise il
decreto che dichiarava vacante il
Beneficio di S. Nicola, le cui rendite
passavano immediatamente all’ufficio amministrativo diocesano, a norma del regolamento del 31 ottobre
1818. Fu pure notificata la vacanza
ai patroni del Beneficio, invitati alla
presentazione di un nuovo beneficiato.
Quando lo Iacono venne a conoscenza del provvedimento, si precipitò ad Ischia, la sera del 18 febbraio,
portando al Vescovo un documento
risalente al 1782, con il quale la Real
Camera di S. Chiara aveva dichiarato che il Beneficio in questione era
un semplice “legato pio” fatto dalla famiglia Iacono e, in quanto tale,
non soggetto alla giurisdizione del
Vescovo per cui la Curia non doveva
ingerirsi.
Ci dovette essere uno scontro tempestoso. La Curia era ben edotta della macchinazione fatta dallo Iacono
per appropriarsi dei beni della chiesa, ritenuto un intruso e un usurpatore. Per rappresaglia, costui devastò
le terre, tagliò le viti e produsse molteplici danni.
***
La chiesa rupestre intitolata a San
Nicola di Bari sulla cima del monte
Epomeo è ricavata da uno scavo nel
tufo e già esisteva nel 14591. Era un
beneficio semplice. Esiste una bolla
del vescovo Donato Stinco datata 3
novembre 1512 con la quale viene
concesso il diritto di patronato su
questa chiesa a Giovan Battista Della Valle, un nobile dimorante all’interno del castello di Ischia per aver
dato in dotazione della Chiesa un
territorio sito in località Cufa. Nel
1534 il vescovo Agostino Falivene o
1 Note redazionali
Ne fa menzione lo storico Giovanni
Pontano del ‘400 (De bello neapoletano),
quando descrive la battaglia fra Giovani
d’Angiò, che assediava il Castello d’Ischia,
e le truppe dell’ammiraglio Giovanni Poo:
“vi era una chiesetta dedicata a S. Nicola
di Bari”.
La Rassegna d’Ischia n. 1/2014
11
Pastineo rinnovò la precedente concessione di patronato allo stesso Della Valle e ai suoi eredi. Altro rinnovo
da parte dello stesso vescovo ad Antonio Della Valle.
Nella metà del 1600 il diritto di patronato si trova goduto dalla famiglia Mele. Nel 1671 il sacerdote Domenico Mele trasmette il benefizio al canonico Giovanni
Mele.
Forse in quest’anno già dovevano vivere degli eremiti nelle celle attigue alla chiesa, anch’esse scavate
nel tufo. Nella chiesa infatti c’è una pietra tombale sulla quale è incisa la scritta: Sepultura fratrum – 1671,
quindi anteriormente al D’Argouth.
Gli eremiti del periodo del D’Argout furono: fra
Giorgio il Bavaro († 1747); fra Gaspare, che († 1763);
fra Valentino Moretti († 1767); fra Gabriele d’Ambra
da Forio che morì a 94 anni nel 1768. Il D’Argout
morì nel 1778 e gli successe come superiore alla guida dell’eremo fra Michele che morì nel 1811. Era con
quest’ultimo, nei primi anni del 1800, pure fra Desiderio2; il detto Giorgio Iacono e fra Giovanni Mattera.
Accenna all’isola e all’Epomeo lo scrittore russo
Nikolaj Vasil’evič Gogol’ che venne ad Ischia nel 1838.
Egli scrive: «L’isola ha un monte alto quasi come il Vesuvio e, a differenza della consorella (Capri, nda), tutta
roccia e strapiombi vertiginosi, è ammantata di verde
e le casette spuntano qua e là dalle chiome degli alberi come grossi nidi di aquile. Poco distante dal nostro
approdo si eleva dal mare un isolotto roccioso di lava
su cui è stata costruita una cittadella fortificata dagli
Spagnoli che per molti secoli hanno governato sugli
indigeni. Ischia è oltremodo famosa per le sorgenti termali quasi come quelle di Plombières. Dal mare gorgogliano acque sulfuree che guariscono gli storpi e le
donne sterili».
2
Fra Desiderio è citato dall’Oltremontano, in quanto accolse
lui e altri sulla vetta dell’Epomeo: « Nous voilà donc sur le faîte
de cette vaste pyra­mide… Descendus de dessus nos paisibles
montures, qui nous ont portés, sans broncher, au terme de notre
pèlerinage, Fra Desiderio nous reçoit à la porte de l’hermitage
et nous conduit par un corridor un peu long et obscur, à travers
la roche, sur une petite terrasse couverte et située au bord d’un
précipice….» - Eccoci sulla cima di questa vasta piramide…..
Discesi dalle nostre tranquille cavalcature, che ci hanno portato
senza batter ciglio alla fine del nostro pellegrinaggio, Fra
Desiderio ci riceve alla porta dell’eremo e ci conduce attraverso
un corridoio un po’ lungo e buio, attraverso la roccia, su una
piccola terrazza coperta e situata sul bordo di un precipizio…
Ultramontain (Conrad Haller), Tableau topographique et
historique des isles d’Ischia, de Ponza…. Naples 1822.
Si possono anche consultare le seguenti opere: Agostino Di
Lustro, L’Archivio vescovile d’Ischia attraverso i secoli, in
Archivio storico per le Provincie Napoletane, serie IV vol. XIV,
1975, p. 308, n.4 – Enrico Iacono, L’Epomeo nella leggenda,
nella storia, nel diritto, nella poesia, nell’avvenire, Firenze 1952
– Pietro Monti, Ischia archeologia e storia, 1980.
12 La Rassegna d’Ischia n. 1/2014
C’è stato sempre un contenzioso tra il Comune di
Serrara Fontana e la Curia vescovile circa il possesso
della chiesa dell’eremo. Dopo la fine della guerra mondiale il Comune propose al Vescovo di erigere nella
Chiesa di S. Nicola un’ara pacis in ricordo dei caduti
in guerra. Era un sotterfugio. L’eremita fra Francesco
Mattera resistette a quel progetto, che avrebbe sanzionato l’ingerenza del Comune, e rimase sino alla sua
morte detentore del Beneficio di S. Nicola.
Al beneficiato residente nel romitorio di S. Nicola veniva assegnato nell’atto di fondazione la cella attigua
al refettorio, cioè la prima a mano manca, senza che
potesse essere molestato, cella che era stata occupata
in precedenza da fra Nicola Ramy e prima di lui dal
D’Argouth. Qui morì nel 1933 fra Giovanni Mattera.
Molti anni dopo fu posta questa scritta su una lapide,
composta da D. Mario Iacono, parroco di Serrara:
Fra Giovanni Mattera
n. 1847 – morto il 20.04.1933
eremita dell’Epomeo
che il salutare silenzio
contemplativo contemperò
incallendo le mani al lavoro
semplice - arguto – ospitale
l’onestà ebbe cara
l’oscuro lucro a vile
Il nipote Giuseppe Cenatiempo
di Chester Pa
con i parenti e gli Isolani d’America
Donarono
Anno 1952
Nel 1938 andò ad occupare l’eremo fra Luigi Luongo,
un ex frate laico dei Minori, e vi rimase sino al 1949.
Durante la guerra 1941-45 fra Luigi divenne cuoco del
contingente militare che aveva preso stanza sulla cima
dell’Epomeo, scelta come luogo di avvistamento.
Mons. Camillo D’Amba
L. Th. Turpin de Crissé - Vetta dell'Epomeo
vista da Lacco Ameno
Chiesa ortodossa russa dell'Apostolo Andrea a Napoli (Patriarcato di Mosca)
con parroco l'arciprete Igor' Vyzhanov
Sul sito www.santandrea.ru curato dal prof. Mikhail Talalay, viene presentato il
Santuario di Santa Restituta di Lacco Ameno, anche con cenni e alcune foto dell'omonimo Museo. Il testo è in lingua russa e quella ucraina, come qui riportato.
Раннехристианская базилика св.
мученицы Реституты Карфагенской в
Лакко-Амено, о-в Искья
Лакко-Амено прибули мощі св. Рестітути,
замученої за переказами 17 травня 284 р. в
Карфагені. На Іскьї однак виникла пізніша
легенда, що мощі прибули морем, в човні,
веденої aнгелами, і були знайдені місцевою
жителькою Лукіної (Лючиной).
Понтификальная базилика св.
Реституты Карфагенской
(Ucraino) В Лакко-Амено з'явилася перша
давньогрецька колонія в Західній Європі
(VIII ст. до Р.Х.);
при римлянах тут знаходилась адміністрація
острова, а з приходом християнства, з ІІІ ст.,
тут утворився центр релігійного Іскьї. До
того часу відноситься і заснування базиліки,
фрагменти якої виявлені під час розкопок,
початих y 1950-х рр. настоятелеи церкви
П'етро Монті.
Велика маса християн, разом із священками,
прибула на Іскью в середині V ст з Північної
Африки в резyльтаті руйнівних набігів
туди вандалів. Ймовірно, саме тоді в
Прибытие морем мощей св. Реституты,
современная скульптура
(Russo) Св. Реститута стала почитаться как
Небесная покровительньница Лакко-Амено,
а день 17 мая и поныне - торжественный
престольный праздник. Однако в середине
IX в., росле ряда надежное место - в древний
кафедральный собор Неапола, который
с той поры получил ее имя (в настоящее
время вошел в состав нового собора, в
качестве обширного левого придела, вместе с
раннехристианским баптистерием).
La Rassegna d’Ischia n. 1/2014
13
начальной базилики и баптистерия.
Экспозиция дает прекрасное представление
об истории острова Искья, начиная
с доисторического периода до грекоэллинско-римского и первых свидетельств
христианства.
Музей, вход в который находится справа
от церковного двора, занимает площадь
около 1550 квадратных метров и делится
на две части. Верхний этаж составляют три
зала, в которых представлена коллекция
картин, священных облачений, фигурок
рождественских вертепов, реликвариев,
распятий, требников, предметов домашнего
обихода, серебряных украшений.
Интерьер базилики
Древняя базилика в Лакко-Амено не раз
перестраивалась, в последний раз – после
катастрофического землетрясения 1883 г.
Для храма, вновь освященного в 1886 г.,
живописец Ф. Мастроянни написал серию из
десяти картин на тему Жития св. Реституты.
Нижняя часть, собственно археологическая
зона, разделена на четыре сектора: 1)
промышленная зона греков с печами по
обжигу и сушке керамики, мастерскими
для работы с глиной, декантационными
чанами VII-II вв. до Р.Х.; 2) алтарь, хранивший
первоначальную раку с мощами св. Реституты;
3) свидетельства первых греческих поселенцев;
4) раннехристианское кладбище, с найденными
предметами, среди которых – керамические
гробики для младенцев, устроенные из
амфор.
Михаил Талалай
Фрагменты
раннехристианской
купели
Мученичество св. Реституты Карфагенской,
художник Ф. Мастроянни, 1880-е 22.
В храме, имеющем статус понтификального
санктуария, хранится чтимый католиками
скульптурный образ Мученицы (XVI в.) и
часть ее мощей.
В подземелье – музеефицированная
археологическая зона с фрагментами
14 La Rassegna d’Ischia n. 1/2014
Детские гробики-амфоры
Rassegna LIBRI
Le piante vascolari spontanee o
coltivate nell'isola d'Inarime
di Giovanni Gussone
Traduzione dal latino di Raffaele Castagna
In aggiunta altri scritti (De Rivaz, Béguinot, Iovene, Vallariello...) sulla flora dell'isola d'Ischia
Punto cardine di questa pubblicazione è l’opera del bo-
tanico Giovanni Gussone, intitolata Enumeratio plantarum vascularium in insula Inarime sponte provenientium
vel oeconomico usu passim cultarum e scritta in latino,
che qui presentiamo nella versione italiana, curata da
Raffaele Castagna, anche se lontani appaiono e sono i
tempi in cui questo studio fu presentato (1855) ed in cui
tutto il territorio era ancora completamente naturale ed
incontaminato (vi persisteva ancora l’ampia brulla distesa
dell’Arso) e che l’uomo non aveva incominciato a modificare per le sue esigenze moderne, non sempre volto
anche alla salvaguardia di un ambiente particolarmente
dotato negli aspetti della vegetazione, ricevendo, come si
è sempre favoleggiato, forza ed energia dal mitico Tifeo
da Giove fatto giacere sotto il monte Epomeo.
Giovanni Gussone dice nella dedica al re Ferdinando
II che, trovandosi ad Ischia per i servigi alla Regia Casa,
pensò di organizzare la sua Flora “soprattutto col proposito di rendere note ai botanici le condizioni particolari
della vegetazione inarimense”. Egli prese così a scorrere
l’isola in lungo e in largo ed annotò e descrisse 960 specie
delle piante vascolari, mentre attendeva anche a rinverdire le lave dell’Arso.
Nel periodo successivo ci sono stati altri studi particolari sulla flora inarimense, come si può anche desumere
dalla bibliografia proposta, di alcuni dei quali si son voluti proporre qui ampi riferimenti (De Rivaz, Béguinot,
Iovene…); in particolare si pone in evidenza la ricerca
di alcuni studiosi (Ricciardi, Nazzaro, Caputo, Di Natale, Vallariello, dell’Università di Napoli Federico II e
dell’Orto Botanico di Napoli) che negli anni 2003-2004
vollero procedere ad un aggiornamento delle conoscenze
floristiche, riconoscendo piante nuove per l’isola e indicando quali entità segnalate già da Gussone e altri autori
non furono rinvenute. Si legge all’inizio dell’opuscolo:
«Intorno alla metà del secolo XIX, in un periodo particolarmente felice per gli studi floristici, il popolamento
vegetale di Ischia fu accuratamente studiato e reso noto
da Giovanni Gussone, la cui opera e il più recente ed
ampio contributo di Béguinot, nel quale le notizie sull’isola d’Ischia sono inserite nell’ambito della monografia
su flora e vegetazione delle isole ponziane e napoletane,
restavano, per Ischia, le sole ma ormai antiche opere di
notevole respiro a disposizione degli studiosi. Quest’isola
era in effetti l’unica, tra quelle che emergono al largo
delle coste della Campania e del Lazio, ad essere priva di
un aggiornamento delle conoscenze floristiche. Si hanno
invece studi dedicati agli isolotti Li Galli (Caputo, 1961),
alle minori delle isole flegree, cioè Procida e Vivara (Caputo, 1964-65), alle Isole Ponziane (Anzalone, 1953-54;
Anzalone & Caputo, 1974-75) ed a Capri (Ricciardi,
1996).
Nel primo decennio del 2000 alcuni studiosi (Ricciardi, Nazzaro, Caputo, Di Natale, Vallariello) ritennero di
non trascurabile interesse rivolgere l’attenzione alla flora dell’isola d’Ischia, anche al fine di portare a termine
l’aggiornamento delle conoscenze floristiche per le isole
del Golfo di Napoli, «sempre nell’ambito delle iniziative
dirette ad una più completa e approfondita esplorazione biologica degli ambienti microinsulari». L’aggiornamento si può facilmente leggere nel sito qui riportato: - http://www.herbariumporticense.unina.it/it/doc/pdf/
Flora/Ischia-flora.pdf Per le relative descrizioni delle piante abbiamo indicato
negli ultimi studi segnalati un richiamo ed un riferimento
alle pagine specifiche del Gussone.
Infine sono stati riportati alcuni articoli sulla flora
dell’isola che nel tempo furono pubblicati sul periodico
La Rassegna d’Ischia.
*
La Rassegna d’Ischia n. 1/2014
15
Melchi - vi racconto una storia
di Sergio Schiazzano
Graus Editore, collana Tracce, pagine 232
L’Editore Graus di Napoli ha annunciato per il prossimo
mese di aprile 2014 la pubblicazione del libro Melchi, vi
racconto una storia di Sergio Schiazzano, giovane studente
universitario di Giurisprudenza nato ad Ischia nel 1993, distintosi già negli anni di studio del Liceo in un concorso sui
150 anni dell’Unità d’Italia “L’identità nazionale nella cultura, nell’economia, nel costume”, indetto dalla Fondazione
Nazionale FIDAPA.
Il libro
Un giovane scrittore vede crollare tutti i propri sogni quando perde ciò che ha cercato per tutta la vita: la sua Storia da
Raccontare, la più bella di tutte le storie, l’unico racconto
capace di procurare l’immortalità a chi sarà così fortunato
da catturarlo. Ritornato sulla sua isola natia, incontra un eccentrico personaggio che darà una scossa alla sua esistenza
disincantata: un vecchio vagabondo, apparentemente privo
di passato, che, senza meta e senza scopo, erra per le strade dispensando sorrisi e regalando cianfrusaglie ai passanti.
Eppure il vecchio non è benvoluto dagli isolani, e il motivo
è che di notte, sotto la luce fatata dei lampioni, egli misteriosamente pare trasformarsi e ringiovanire. Malgrado la diffidenza dell’intero paese, il giovane scrittore si affeziona a
lui, sperando inconsciamente che possa aiutarlo a ritrovare
la sua Storia da Raccontare. Ma forse la storia che si nasconde dietro quell’uomo è ben lungi dal poter essere narrata...
E così il segreto di cui è portatore peserà come un macigno
sul cuore del giovane scrittore, e il mondo in cui il vecchio
lo trascina rovescerà tutte le sue certezze e lo indurrà a chiedersi se ciò che vede sia la realtà o solo un sogno.
*
Il ricordo dell'esperienza politico-amministrativa
dell'Avv. Giovanni Di Meglio
del prof. Vincenzo Cenatiempo
C’è un’umanità di tempi passati – eppure consegnati scrupolosamente alla memoria - nello scritto che Vincenzo Cenatiempo dedica al ricordo di Giovanni Di Meglio (Il ricordo
dell'esperienza politico-amministrativa dell'Avv. Giovanni
Di Meglio che ha segnato la modernizzazione del Comune
di Barano d'Ischia). Un’umanità alacre e gaia, solida, devota, operosa, disposta al sacrificio, caparbia, infaticabile.
Incontri Donna Francesca Scotti che recita il rosario nella
controra sul terrazzo ombroso della Villa dei Di Meglio; ti
sembra di sentire i lavoratori delle vigne discutere della sua
parsimonia, e i sacerdoti di famiglia, monsignori, vescovi,
occupati da sempre nel ruolo di educatori al servizio della
Chiesa e del popolo fedele.
C’è tutto questo nelle pagine di Vincenzo Cenatiempo.
C’è un pezzo della storia di Barano d’Ischia. Dei suoi anni
migliori. Quelli del progresso civile e del benessere via via
più diffuso. Di una comunità, quasi tutta contadina, talvolta
aspramente divisa, ma unita intorno ai valori della famiglia,
del lavoro, del focolare. Quegli anni febbrili vissuti da pro16 La Rassegna d’Ischia n. 1/2014
tagonista dall’Avv. Giovanni Di Meglio, Sindaco per più
lustri e uomo simbolo del comune collinare, in un tempo
in cui, dell’isola verde “giardino d’Europa”, appena si vagheggiavano i tratti. Li racconta, emozionato, il Preside Cenatiempo. Con la stessa emozione con cui, sicuramente li
visse. Testimone eccezionale delle doti umane, professionali
e politiche dell’Avv. Giovanni Di Meglio, di cui fu seguace
in politica ed amico personale, racconta senza sottacerla, la
traumatica rottura di quel rapporto nel 1964, la vicenda del
simbolo dello scudo crociato perso e riottenuto, il recupero
quasi dieci anni più tardi di un leale rapporto di stima e fiducia che sarebbe durata fino alla fine. Sullo sfondo, un paese
in crescita, che grazie alle intuizioni ed alle straordinarie doti
relazionali e politiche di Giovanni Di Meglio, riceveva nel
‘52 la visita di Alcide De Gasperi ed otteneva la promessa di
finanziamento per la realizzazione dell’opera più rilevante di
tutti i tempi per lo sviluppo economico di Barano d’Ischia,
la strada di collegamento Testaccio-Maronti. Pagine vere
di storia locale, che è poi storia dell’uomo. Di legami in-
trecciati col lavoro della terra a terrazze
coltivate a vigneti, di uomini che avevano imparato il latino e i classici greci
negli studi in seminario e non li hanno
mai più dimenticati. Di uomini che sapevano cos’era la pietas e - nel rispetto
della memoria degli avi - continuavano
il culto dei Lari. Leggi queste pagine di
Vincenzo Cenatiempo e ti ricongiungi
ad una storia che poi scopri essere anche
una parte della tua storia, per quei legami di sangue oppure elettivi che sono fili
intrecciati di famiglie e di uomini in un
piccolo paese ai piedi di amene colline.
In molte famiglie o comunque in alcune
di esse, un figlio prescelto, un dono del
Cielo, destinato a suggellare la devozione del popolo, era offerto alla Chiesa.
Ce n’erano molti fra gli Scotti e i Di
Meglio, alcuni in concetto di santità, e
li incontri con rapidi tratti e vividi segni, nelle pagine che seguono dedicate a
Giovanni Di Meglio; ce n’erano in casa
Cenatiempo, sacerdoti e amministratori, - uno di essi - Don Francesco, tenace
studioso del Sommo Poeta fu maestro e
guida del giovane Vincenzo, autore del-
le pagine che seguono; ce n’erano nella
numerosa famiglia di mia nonna materna, una Buono - nipote del Parroco Vincenzo per parte di padre - e D’Arco per
parte di madre. Appartengono tutti costoro a quella “corona di spiriti magni”
in cui Vincenzo Cenatiempo ha voluto
Alle fonti del Vesuvio
dalle origini all'eruzione del 1631
di Salvatore Argenziano, Aniello Langella, Vincenzo Marasco, Armando Polito
Edzione Il miolibro, colore, pagine 236, 2013
Nelle pagine che seguono abbiamo
passato in rassegna, sulla scorta degli
studi precedenti, le fonti conosciute
integrandole per quanto la nostra capacita e la fortuna hanno consentito. In
ogni caso le abbiamo riprodotte nella
lingua originale corredandole della nostra traduzione, per la quale ci siamo
sforzati di conservare per ogni vocabolo il significato originario o, perlomeno, quello, desumibile dal contesto,
con il quale l’autore lo usa; tutto ciò
ci è sembrato condizione primaria per
consentire allo studioso specializzato
in vulcanologia ma non in filologia di
trarre le sue deduzioni scientifiche. Le
nostre note, poi, hanno il compito di
facilitare la comprensione e, ci illudiamo, anche l’nterpretazione del testo,
nonché una funzione dl orientamento
in un matertale non privo di insidie
provenienti non solo dalle numerose
falsificaziani che un po’ in tutte le epo­
che sono state perpetrate.
Non deve stupire che accanto a cronisti (autori di cronache), viaggiatori ed
antiquari la nostra rassegna comprenda anche i poeti, i pittori, gli scultori:
c’e chi, probabilmente esagerando,
attribuisce all’arte l’unica conoscenza
possibile della realtà, suscitando, naturalmente l’ilarità, anche questa, forse
eccessiva, degli scienziati. Riteniamo
che ogni voce vada ascoltata: non a
caso, anche se il nostro spirito laico
tendeva a considerarli, al di là dei grossissimi problemi di autenticità, dl cronologia e di tradizione testuale, poco
più che una fanfaronata, abbiamo fat­to
riferimento anche agli Oracula Sybillina, né abbiamo trascurato, nonostante
fosse per lo più problematicato spre-
collocare la memoria dell’Avv. Giovanni Di Meglio, consegnandolo alla storia
di Barano d’Ischia e dell’isola intera.
«Sì, dice lo Spirito, riposeranno dalle
loro fatiche perché le loro opere li seguono» (Ap.14,13).
(Presentazione di Lello Montuori)
mere da loro qualche informazione
concreta, nella valenza esemplare dei
loro riferimenti, gli autori cristiani.
Ma, tornando ai poeti, c’è da dire
che, pur nella trasfigurazione che la
superiore sensiblità e l’empito creativo
del suo autore comportano, una poesia
può consentire, attraverso riscontri
esterni o indiretti (la Guardia di Finanza li chiamerebbe controlli incrociati),
di collocare nel tempo un evento, per
quanto approssimativamente. Qualche
volta, c’è da aggiungere, i poeti fanno
addirittura sorgere sospetti, forse avventati e precipitosi, di etilismo.... Ci
auguriamo che gli stessi sospetti non
siano avanzati nei nostri confronti da
parte dei nostri lettori dl manzoniana
memoria; ci dispiace pure dover chiudere queste poche note con una riflessione amara: la consultazione dei testi,
molti dei quali antichi, rari e pressoché
introvabili, è stata resa possibile dalla Rete, in cui l’Italia, detentrice della
maggior parte del patrimonio culturale
dell’Umanità, non escluso quello librario, rispetto ad altri paesi, di risorse digitalizzate. Nessuna iniziativa al
momento è stata intrapresa dalle pubbliche istituzioni, per attuare la quale
La Rassegna d’Ischia n. 1/2014
17
sarebbe sufficiente, senza aggravio finanziario, dirottare
alla digitalizzazione tutti coloro che attualmente (ma da
tem­po immemorablle) nelle biblioteche e negli archivi
(compresi quelli dei conventi) si grattano la pancia, e mettere poi in rete, a disposizione di tutti (questa è la vera democrazia, per parafrasare, in un certo modo, don Lorenzo
Milani), i risultati della loro fatica (!). Quelli della nostra,
invece, sono il frutto, per quanto modesto, di un lavoro
comune al quale ognuno si è sforzato di dare il massimo
contributo possibile in rapporto alla sua, reale o presunta,
comunque mai suffi­ciente, preparazione specifica.
Tuttavia, siccome spesso l’équipe costituisce, in buona o
in mala fede, un comodo ed efficace espediente per rendere problematica l’individuazione delle responsabilità personali, sentiamo il dovere, soprattutto per rispetto del lettore, di quantificare, in linea generate, il tagllo della nostra
individuale partecipazione: Salvatore Argenziano ha curato la veste grafica e la revisione flnaler Anlello Langella e Vincenzo Marasco si sono occupati del reperimento
delle fonti, Armando Pohto del loro controllo, traduzione
e commento filologico e, dirà qualcuno, in qualche caso,
filollogico...
Chiediamo scusa, infine, agli addettl ai lavori se il nostro scritto apparirà grondante, speciatmente nelle note,
di riferimenti ovvi e banali per loro, non per il comune
lettore: ci augunamo, sotto questo punto di vista, di non
aver fallito nel nostro intento divulgativo (Premessa del
libro).
Monte Vesuvio (da Wikipedia)
18 La Rassegna d’Ischia n. 1/2014
Pagine in memoria
di
Giovanni Castagna
Giovanni Castagna, nato a Lacco Ameno il 2 giugno 1934 e
deceduto il 7 febbraio 2014 a Sucy en Brie (Francia), dove ha
per lo più vissuto gli ultimi due anni, amorevolmente e costantemente assistito dalla figlia Valérie.
Le sue spoglie sono state tumulate nel cimitero di Lacco Ameno, suo paese natìo, dopo il rito funebre svoltosi il 13 febbraio
2014 nella Parrocchia di S. Maria delle Grazie, dove ha celebrato la Santa Messa il parroco di Sant’Angelo don Vincenzo
Fiorentino, assistito da don Pasquale Sferratore.
Ne hanno tracciato la figura e l’attività prima lo stesso Fiorentino e il prof. Agostino Di Lustro (insieme elaborarono la
voluminosa Positio super virtutibus per la canonizzazione del parroco Giuseppe Morgera) , e successivamente il prof. Giuseppe
Amalfitano, il sindaco di Lacco Ameno dott. Carmine Monti e
l’avv. Nino d’Ambra con un caloroso e commovente ricordo.
Hanno espresso il loro cordoglio l’Amministrazione di Lacco
Ameno e Museo di Pithecusae, l’Amministrazione di Casamicciola, l’Amministrazione di Forio, la Parrocchia di S. Maria Maddalena di Casamicciola, la Congrega dell’Assunta di
Lacco Ameno, la Curia vescovile d’Ischia, l’Associazione “Le
Ripe” di Lacco Ameno (organizzatrice della manifestazione
dell'approdo di S. Restituta a San Montano di cui è stato collaboratore il Castagna), l’Associazione Pro Casamicciola Terme
e Premio Ciro Coppola (del quale è stato Giovanni per vari
anni presidente della giuria tecnica); sulla stampa isolana e sul
Web vi sono stati vari articoli e richiami che hanno posto in
rilievo gli aspetti di una intensa attività e partecipazione di Giovanni alla vita sociale e culturale dell’isola d’Ischia con la pubblicazione di libri a sfondo storico e letterario, oltre che come
segretario amministrativo del Museo di Pithecusae. Numerosa
anche la partecipazione di amici, conoscenti, compagni di infanzia e di lavoro.
La Rassegna d’Ischia, in memoria di Giovanni Castagna, fratello del direttore del periodico stesso, ne ricorda alcuni momenti in cui maggiormente si sono manifestati i
risultati dei suoi studi nel campo storico e letterario, a cominciare da quelli sui dialetti
dell’isola e particolarmente su quello foriano, in cui ha addirittura elaborato una guida grammaticale, e sulla produzione poetica del foriano Giovanni Maltese.
La Rassegna d’Ischia n. 1/2014
19
Pagine in memoria di Giovanni Castagna
Il Museo di Pithecusae *
"Di Nestore la coppa buona a bersi.
ma chi beva da questa coppa,
subito sarà preso dal desiderio
d’Afrodite dalla bella corona”
Giovanni Castagna in Itine-
raries, some stories about gulf of Naples,
n.1-2007, Luise Services & Communications, Napoli.
20 La Rassegna d’Ischia n. 1/2014
Il Museo Civico Archeologico di Pithecusae ha sede nell’edificio principale del complesso di Villa Arbusto in Lacco Ameno. Fu aperto al pubblico
nell’aprile del 1999, e si compone di 8 sale ove sono “esposti, secondo gli
accorgimenti della museografia moderna, oltre tremila reperti, una parte
soltanto di quelli portati alla luce dal dott. Giorgio Buchner, le cui ricerche
archeologiche hanno fatto indicare in Pithecusae (l’odierno territorio di
Lacco Ameno) il più antico stanziamento greco in Italia meridionale, confermando la tradizione delle fonti antiche (Strabone, Livio...).
I reperti illustrano la storia dell’isola d’Ischia dalla preistoria fino all’età
romana. Materiali ceramici e litici attestano insediamenti umani nel Neolitico Medio superiore (3500 a.C): strumenti di selce e di ossidiana, macine,
ceramica d’impasto, pesi di terracotta. In un villaggio, databile dalla media
età del Bronzo (1440-1300 a.C.) all’età del Ferro (X-prima metà VIII secolo
a.C), individuato sulla collina del Castiglione, presso Casamicciola Terme,
sono stati rinvenuti, oltre a materiale ceramico delle cosiddette civiltà Appenninica e Villanoviana, frammenti di ceramica micenea che evidenziano
precoci scambi commerciali con il mondo egeo, già qualche secolo prima
della colonizzazione greca, nonché fornelli fittili portabili. Degne di nota,
le rondelle circolari, ricavate da cocci, che si ritrovano anche nelle epoche
successive sino all’età ellenistica: rondelle che, secondo Giorgio Buchner,
“costituirebbero la testimonianza di un antichissimo gioco che, sino agli
anni intorno al 1960, i ragazzi giocavano ancora nelle strade”, il cosiddetto
gioco delle pastore. Dallo stesso sito provengono fusaioli e piramidette troncoconiche “in terracotta e forate alla sommità” che attestano la pratica della tessitura. Avanzi di pasto “permettono di stabilire che venivano nell’età
del Ferro, come già nell’età del Bronzo, allevati il bue, il maiale, la capra e
la pecora e mangiati alcuni degli stessi molluschi marini che si mangiano
ancora oggi, con prevalenza delle patelle”.
Numerosi e importantissimi sono poi i reperti relativi all’insediamento
greco di Pithecusae, fondato nel secondo quarto dell’VIII secolo a.C. da
Greci provenienti dall’isola Eubea.
Vi è esposta gran parte dei corredi della necropoli, ubicata nella Valle
di San Montano, usata come luogo di sepoltura per un millennio a partire
dall’VIII secolo a.C.
I corredi funerari, infatti, sono costituiti da vasi ceramici, che permettono di delineare lo sviluppo morfologico e l’evoluzione delle decorazioni
geometriche, da oggetti importati dalla madrepatria e dal Mediterraneo
orientale, che testimoniano l’estesissima rete delle relazioni commerciali
dei Pithecusani con il Vicino Oriente, Cartagine, la Grecia, la Spagna,
l’Etruria meridionale, la Calabria e la Sardegna: scarabei egizi, amuleti
in pietra dura con incisioni, resti di lavorazione di fibule in ferro, prodotte
nelle fornaci metallurgiche del centro Mazzola.
I corredi funerari hanno dimostrato, inoltre, che i fondatori non furono
soltanto Greci di Eubea, ma anche “residenti orientali”, soprattutto Siriani e Fenici. Tipici ornamenti personali, ritrovati nelle tombe, sembrano,
d’altra parte, lasciare supporre che la maggioranza delle donne dei coloni
fossero donne indigene. Primo esempio, forse, di acculturazione.
Metalli preziosi, inoltre, messi a
corredo permettono di conoscere i
modi dell’ornamento personale in
uso sull’isola. “Tutte le sepolture a
cremazione femminili e parte delle
sepolture ad inumazioni femminili
posseggono quella che era la parure
standard delle donne di Pithecusae
di un certo livello medio o medio
superiore: su ciascuna spalla una
fibula a sanguisuga di lamina d’argento, talvolta accompagnata da
una o più fibule di bronzo e in testa due anelli fermatreccia a spirali
d’argento o spesso anche d’argento placcato con sottilissima lamina
d’oro, ai quali si aggiunge frequentemente una collana di pendaglietti
a globo o a ghianda di sottilissima
lamina d’argento e, più raramente, una coppia di larghi bracciali di
lamina ondulata d’argento. Tra le
tombe maschili ci sono alcune che
contengono una piccola accetta
di ferro, probabilmente uno strumento da carpentiere; una tomba
di un giovane di circa 21 anni con
intero arsenale di 11 strumenti di
ferro, accetta, scalpelli, punteruoli,
coltello, anch’essi da carpentiere”
(Buchner 1975). Un’altra tomba a
inumazione a fossa, detta tomba del
pescatore, presenta un amo di bronzo, un’asticciola di piombo e undici
pesi di piombo per le reti. Mancano
sepolture di individui appartenenti
al ceto sociale più elevato, i nobili
guerrieri. Non sono state trovate,
infatti, armi. Tutte le tombe appartengono a famiglie di ceto medio
e medio basso ove mancano ornamenti personali di oro e rari sono
quelli di elettro.
Dalla necropoli di San Montano
provengono anche i più celebri vasi
pithecusani. Il “cratere del naufragio”
di fabbricazione locale (fine VIII
secolo a.C), il più antico esempio
di pittura vascolare che sia mai stato trovato in Italia: da un lato del
vaso una grande nave capovolta
con marinai che cercano scampo a
nuoto, ma circondati da grandi pesci; dall’altro lato, si vede un pesce
enorme divorare un uomo la cui testa è già nella sua bocca.
La “gemma del museo”, la kotyle
rodia, cosiddetta “coppa di Nestore”,
ricomposta da minuscoli frammenti
con pazienza e costanza da Giorgio
Buchner, ormai celebre in tutto il
mondo per gli studi pubblicati e, soprattutto, anche per le diverse opinioni espresse, sia per la datazione
sia per l’iscrizione che porta scalfita,
nonché per le interpretazioni a volte
contrastanti che se ne danno.
È decorata in due zone sovrapposte: nella parte inferiore, da ansa
a ansa, seguendo i motivi lineari,
vi è incisa un’iscrizione retrograda
di tre versi in cui si allude alla coppa di Nestore, descritta da Omero
nell’Iliade, ma l’anonimo incisore
pithecusano, con un certo humour,
ritiene la sua piccola coppa di argilla più pregiata di quel capolavoro
dell’oreficeria micenea:
“Di Nestore la coppa buona a bersi. Ma
chi beva da questa coppa, subito sarà preso
dal desiderio d’Afrodite dalla bella corona”.
Alcuni studiosi asseriscono che l’iscrizione è “la maggiore testimonianza
di scrittura, anzi di bello scrivere con sticometria metrica, segni diacritici, segni marginali, negli anni d’Omero” e fornisce,
quindi, un valido argomento alla
soluzione standard della questione
omerica. Altri, invece, la consideraLa Rassegna d’Ischia n. 1/2014
21
Pagine in memoria di Giovanni Castagna
no, con interesse archeologico e antropologico, soltanto come un’ammirabile testimonianza dell’ “estetica del banchetto” sin dall’VIII secolo a.C, di quel symposion che univa
partners “capaci di raffinati giochi
simbolici sulla scrittura e la poesia”.
L’epigramma, in alfabeto euboico,
vi è stato inciso dopo la cottura,
sicuramente, quindi, a Pithecusae,
“dove i Greci udirono per primi le nuove
tendenze della poesia fenicia d’amore e di
piacere nel contesto del primo symposion
occidentale” (0. Murray).
La celebre coppa cantata da Omero comportava quattro anse e su ciascuna di esse due colombe (uccello
caro ad Afrodite) che, con il becco
rivolto all’interno, “beccavano”. In
questo modo sull’ansa aerea, scrive
Robert Triomphe “la verginità alata
dell’uccello, volta verso la soglia dove la
preziosa bevanda è in attesa d’esser bevuta,
annuncia a colui che porterà la mano su
di essa una soddisfazione erotica perfetta”.
Pur non essendoci colombe, l’iscrizione che figura sulla coppa di Nestore, trovata nella necropoli di Pithecusae, in termini chiari, “afferma
che darà al bevitore il desiderio di Afrodite
dalla bella corona” oggettivando così
“il bisogno d’acqua, di miele o di vino dionisiaco, la sete di amore”.
Il ritrovamento in un deposito
votivo di due modelli di carri trainati ciascuno da due muli, sembra
attestare la presenza di un piccolo
tempio, dedicato ad Hera, dea protettrice degli amori legittimi e dei
matrimoni, diversamente da Afrodite, dea della seduzione erotica e
del piacere amoroso, e da Artemide,
dea della castità e del rifiuto dell’unione sessuale; le tre dee, quindi,
che presiedevano allo statuto della
donna. I carretti e i muli, che dalla
casa del padre conducevano la sposa alla casa dello sposo, sono offerte
votive di ringraziamento e fanno
pensare al canto d’augurio dell’Eiresione: “la sposa di tuo figlio su un carro
22 La Rassegna d’Ischia n. 1/2014
giungerà a voi / e mule dai piedi robusti
la porteranno a questa casa / e lei mentre
tesse la tela poggi i piedi sull’oro” (Alien).
Agli inizi del VII secolo a.C, per lo
sviluppo di Cuma sulla terraferma,
l’intensa attività commerciale di Pithecusae perde a poco a poco d’importanza, ma terrecotte architettoniche, tra cui una sima laterale con
gocciolatoio in forma di testa d’ariete, attestano la presenza di templi
sull’acropoli di Monte di Vico.
Il periodo romano è documentato
sia da corredi tombali, anche se assai
poveri, sia da calchi dei rilievi votivi
dedicati alle Ninfe Nitrodi, rinvenuti alla fine del '700 presso la sorgente
termale di Nitrodi (Barano), nonché
da reperti sottomarini (ceppi di ancore di piombo, ancore di pietre ed
anfore vinarie) e da lingotti in piombo e stagno della fonderia di Cartaromana (Ischia), sommersa a causa
di uno scoscendimento tettonico. Le
sorgenti termali di Ischia, già note
agli antichi, conservano perenne la
loro efficacia. Pur avendo, all’epoca romana, l’isola cambiato nome
in quello di Aenaria, pur tuttavia, i
suoi abitanti, come già fece osservare Buchner, venivano ancora chiamati pitecusani, anzi “petecusani”.
Un graffito, infatti, scoperto a Pom-
pei e datato al I secolo d.C, recita:
“Buona fortuna agli abitanti di Pozzuoli,
prosperità a quelli di Nuceria, l’uncino del
carnefice ai Pompeiani e ai Pitecusani”. I
reperti esposti sono tutti di piccole
dimensioni e composti, in maggior
parte, da ceramiche.
Un Museo, quindi, che illustra la
vita, con la sua cultura materiale,
le relazioni commerciali, le attività industriali e il ruolo di primaria
importanza che ebbe Pithecusae,
dal 770 a.C. fino all’inizio del VII
secolo a.C, quello, cioè, di emporio commerciale “attraverso il quale”,
come è stato affermato, “le popolazioni etrusche e italiche conobbero per la
prima volta i prodotti della civiltà greca e
di quella del Vicino Oriente mediterraneo”,
soprattutto, l’alfabeto, “uno dei tasselli fondamentali di quel patrimonio di conoscenze
che le popolazioni dell’Italia centrale mutuarono dai Greci di Pithecusae”.
Situato in un parco, unico per
struttura, esposizione, varietà di
piante e per il suggestivo panorama,
ove storia, cultura, arte e tradizioni
si fondono magicamente, il Museo
offre la possibilità di ripercorrere i
passi dell’uomo fin dall’età preistorica.
Cratere con scena di naufragio
*
Il Delfino come attributo e simbolo *
Il pesce, ICHTUS (nella trascrizione latina Iêsou Christos Theou Uios Sô­têr: Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore)
che simbolizzava la fede per i primi cristiani, aveva spesso la forma di un delfino.
Il ricorso a una tale immagine affonda le sue radici
nella tradizione antica e in alcune leggende che fanno
del delfino il salvatore dell’uomo. Eppure, nell’Iliade
(XXI,22-26) i Troiani, inseguiti dal furioso Achille che
vuole vendi­care la morte di Patroclo, sono paragonati a
pesci atterriti che riempiono «i recessi d’un porto sicuro»
per sfuggire al «delfino grosso animale che avi­damente
inghiotte» tutti quelli che raggiunge. Nell’Odissea (XII,9597), tut­tavia, anch’esso è vittima di Scilla, «mostro tremendo», insieme a «pescicani e mostri più grandi».
Il settimo degli Inni omerici canta il rapimento di Dioniso
ad opera di pi­rati Tirreni, che tentano di legare il dio,
scambiandolo per un mortale, ma Dioniso manifesta la
sua divinità con una serie di portenti e, alla fine, puni­sce
gli aggressori, trasformandoli in delfini. Una coppa, decorata dal celebre ceramografo Exekias, attivo nel 545525 a.C., (Monaco, Antikensammtun­gen) rappresenta
appunto Dioniso che «dall’alto della vela» fa germogliare una vite con grappoli penzolanti e incute terrore agli
aggressori, i quali, per evi­tare la morte, si gettano nel
mare e diventano delfini guizzanti.
Sarà forse stato il pentimento a far sì che quei pirati
crudeli, mutati in delfini, diventassero salvatori di naufraghi.
Erodoto racconta, infatti, che il famoso citaredo Arione di Metimma, nell’isola di Lesbo (fine VII sec.-metà
VI sec. a. C.), gettato in alto mare dai ma­rinai per impossessarsi delle sue ricchezze, fu preso in groppa da un
del­fino e fu portato in salvo a riva al Tenaro. (Storie, I,
23,24) «La leggenda del delfino soccorritore si riflette
anche sulle raffigu­razioni monetali di Ta­ranto, Corinto
e Metimma», le tre città nominate da Erodoto, «dove è
Giovanni Castagna
in Delphis news, periodico
di informazione dell'Associazio e Delphis, Isola d'Ischia,
anno V n. IV / novembre 2006.
Coppa decorata dal ceramografo Exekias, attivo nel 545-525
a. C. (Monaco, Antikensammtungen)
rap­presen­tato un uomo sul dorso di un delfino». Su mo­
nete puniche, d’altronde, (di­dramma, tetradramma d’argento), delfini circon­dano teste femminili e del­fini sono
spesso raffigurati nelle pitture vascolari, come, per esempio, su una delle «kimbai» (tazze) del Museo di Atene.
Il delfino, inoltre, era l’attributo di alcune divinità
dell’Olimpo e di Nereidi o ninfe del mare.
Era consacrato a Posidone e spesso il dio lo cavalca.
Anzi, quando si in­namora della nereide Amfitrite, che
lo sfuggiva per sottrarsi alle sue assi­duità, Posidone invia una schiera di delfini ad inseguirla, i quali riescono
a convincerla di ritornare per sposarlo. Nelle rappresentazioni, Amfitrite sta in groppa ad un delfino accanto al
carro di Posidone; altre volte, invece, guida una grande
conchiglia trainata da delfini. Lo stesso Posidone, mentre salva Am­ymoné, una delle cinquanta figlie di Danao,
La Rassegna d’Ischia n. 1/2014
23
Pagine in memoria di Giovanni Castagna
Testa di Core circondata da delfini
(Napoli, Museo Archeologico Nazionale)
dall’abbraccio importuno di un satiro, è rappresentato su
di un delfino, cingendo con un braccio la fan­ciulla per la
vita. Quando poi personifica l’acqua è sempre accompagnato da tritoni, nereidi, ippocampi e delfini.
Apollo, nell’inno omerico a lui dedicato, appare a marinai cretesi in forma di delfino e, dopo aver ripreso l’aspetto divino, con queste parole si rivolge a loro: «come
prima sono apparso, sul mare coperto di nebbia, in forma di delfino
e balzai sulla vostra nave veloce, allo stesso modo invocatemi con il
nome di Delfinio ed anche il mio altare sarà chiamato Delfico e sarà
celebre nel mondo». Licofrone nella sua Alexandra (v. 208), seguendo l’inno omerico, chiama Apollo «Delfinio». L’epiteto sta a significare che era il dio di Delfi (Δέλφοι) e,
nello stesso tempo, il protettore dei marinai, che poteva
assu­mere l’aspetto di un delfino (δέλφις).
Pur se negli Inni Orfici Afrodite, andando sull’onda del
mare in un coc­chio tirato da cigni, si rallegra delle «danze circolari dei cetacei» in genere, i del­fini, tuttavia, sono
uno dei suoi attributi, ricordando che la dea della bellezza e dell’amore è nata dal mare. Delfini, con passeri
e colombe, festeggiano, inoltre, la nascita della «Venere
di Citara», cantata in parlata foriana dal po­eta Gio­vanni
Maltese (1852-1913):
Me cuntava stu tale ca na vòte
Mmène nun sòcce a chi, anticamente,
nda na tempest’e trònel’ e de viente
cu nu mare tremènde che ghiembève
quante ce sta de lèrie
tra la pónt’u Seccùrz’e u Mberratore
d’unu liette de scumme;
mmiéz’a nule de pèsser’e palòmme
e pisce a mmeliùne
24 La Rassegna d’Ischia n. 1/2014
- che chiammave delfine
pe ndènne ferùne –
na gióna surprennènte
quase cuccat’ammiez’a chégghia scumme,
cumm’a nu giglie chine de rusate,
vutata mère terr’iéva summe.
Nun se su biste mei’é primm’e doppe
- me cuntava stu sèvie che v’ho ditte –
né ferune fa zùmpete cchiù ruósse
né sbulazzà palomme cchiù briose;
e dòppe tre menute, nda la réne,
de pèsser’e palómme mbugghiecata,
da facce Ceturrie, se smiccïava
all’ért’ammiez’a gghióre
na fémmen’a l’annule che teneve
ngòpp’a le spagghie, ngàpe, mmène, mpètte
-sbattènne cu le scégghiena quantetà d’aciégghie.
[…]
Era nate la Vener’e Cetare!
Mi raccontava quel tale ch’una volta
Al tempo di non so chi, anticamente,
in una tempesta di tuoni e di venti,
ed un mare tremendo che riempiva
tutto quanto si estende
dal Soccorso alla Punta Imperatore
d’un letto di schiuma
tra nuvoli di passeri e colombe
e pesci a milioni
- che chiamava delfini
per capirci «feruni» una fanciulla sorprendente
quasi distesa sopra quella schiuma
come giglio cosparso di rugiada
veniva a galla guardando la spiaggia.
Mai non si vide né prima né dopo
-raccontava quel saggio che vi ho dettoné delfini far salti più grandi
né con più brio svolazzar le colombe
e dopo tre minuti sulla sabbia
brulicante di passeri e colombe
su da Citronia si scorgeva
in piedi a mezzo a loro
nuda una donna
con sulle spalle, sulla testa e il petto
innumeri uccelli
dalle ali frementi.
[…]
Era nata la Venere di Citara!
Fra i canti orfici, quello dedicato al profumo del-
le Nereidi o ninfe del mare rappresenta le cinquanta
fanciulle,«folleggianti tra le onde», cavalcando tri­toni,
che si divertono ad ammirare «delfini vaganti nel mare,
risonanti nei flutti, splendenti d’azzurro».
La dea Fortuna, sovrana del mare, secondo Orazio, e
temuta dai marinai, avendo come attributi un timone e
una vela gonfia (simbolo dell’incostanza dei venti), appare nelle rappresentazioni in groppa ad un delfino.
Nell’arte paleocristiana, come si è già accennato, il
delfino è il simbolo di Gesù Cristo Salvatore. L’àncora, inoltre, simbolo della stabilità, della sicu­rezza e, secondo San Paolo, anche simbolo della Speranza, viene
spesso ac­compagnata, nell’iconografia dei primi secoli
cristiani, da un delfino.
Riferimenti bibliografici
Oltre a quelle classiche, indicate nel testo, si è fatto ricorso
alle se­guenti opere:
James Hall, Dictionary of Subjects and Symbols in Art, 1974
Michel Feuillet, Lexique des symboles chrétiens, PUF, Que saisje?, 2004, n. 3697.
Bollettino Numismatico, Monete puniche nelle colle­zioni italiane,
Mono­grafia 6-3, a cura di Enrico Acquaro, Parte III,
Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato,2000.
Semni Karouzou, Guida illustrata del Museo di Atene, Ekdotike
Athenon S.A. Atene 2000.
Pietro Monti, Ischia Altomedievale, Ricerche storico-archeologiche,
Ischia 1991.
Al Museo e Scavi S. Restituta si può ammirare un frammento di pàtera, «a impasto e vernice rossa, il quale
reca a rilievo l’immagine di un delfino, sormontato da
un paffuto angioletto: dovrebbe trasmettere la fase di
un momento difficile della vita del profeta Giona, inghiottito dal cetaceo, e ri­buttato dopo tre giorni sulla
spiaggia (simbolo di Cristo sepolto e risorto)», come
interpreta don Pietro Monti.
La Rassegna d’Ischia n. 1/2014
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Pagine in memoria di Giovanni Castagna
Ischia la mia terra natale
Eredità
L’isola dei miei antenati un ‘isola di vulcani
Scoglio d’arcobaleni prigione d’un titano
L’isola dove son nato è l’isola donde partirono
I fondatori di Cuma nell’ora delle rivolte
Fu l’isola del vasaio che in un mare di ginestre
Sospirava parole d’amore
Per un’ombra di tristezza in un cielo sereno a bagliori
Isola aperta ai venti né le sue torri né le campane
Risparmiarono ai miei padri la chitarra del dolore
E le donne ombre nude nei marosi del ricordo
Ritornavano sogno azzurro sui ginepri degli aprili
Lo stornello del potatore beffeggiato dal marinaio
Smoriva in un sussurro sulle labbra di Maria
Quando Maria labbra-sorriso pregava i Santi
[dell’in­fanzia
Quando Maria labbra-singhiozzo pregava la Vergine tòrca
Che il mare un giorno di maggio
Fece fiorire sulla spiaggia
Ho sempre nel mio cuore la boria catalana
Ma nel mio sguardo brilla
La dolcezza fanciulla d’Angiò
E mai rinnegherò
Quest’eredità di bastardo
L’isola mia cuore violato
Sulla sabbia delle sue spiagge
Quante leggende cullarono la mia infanzia occhi-di-mare
Allor che sul mare trascorrono
Sussurri fremiti d’iridi
Tenerezze devastatrici
Oh la mia furia dì Saracino.
Giovanni Castagna (1981)
Lacco Ameno, paese mio
Case come ricordi, vicoli come vento,
alberi sempre verdi, viti della filossera,
vela nel maestrale, torpore di scirocco,
tramontana gelida, reti sempre rotte:
paese sul mare, paese mio.
Ti sorveglia uno scoglio, ti sorveglia una torre,
ti protegge una Santa
o almeno lo credi sull’onda in tempesta
o quando nel sole, distratto d’azzurro,
dimentichi
pur quella preghiera che trovasti nel pianto.
Paese sul mare, paese mio,
quando lotti, quando canti, quando piangi,
quando le notti riportano a riva
relitti e gli echi lontani,
echi soltanto, già stanchi, già ieri.
Paese sul mare, paese mio,
26 La Rassegna d’Ischia n. 1/2014
quando ti lasciarono tombe,
come in luogo sicuro le nenie i rimpianti,
quando fosti greco,
quando fosti romano, un asilo
d’esuli vinti, briganti, una preda,
quando schiavo ti portarono lontano,
quando anche la terra ti scacciò
col fuoco, con l’acqua o ti trattenne
per sempre nelle rovine.
Paese sul mare, paese mio,
quando fosti pagano,
Ercole il tuo dio,
quando fosti cristiano,
una vergine la tua Santa,
quando la guerra ti bruciò
pure il cuore d’una preghiera,
quando i turchi ti rubarono
pur la voce del pianto.
Quando fosti analfabeta, ignorante,
quando baciavi ogni mano,
quando ti presero le donne,
quando le accogliesti baciando le loro ferite,
quando masticavi il tuo sangue senza sputarlo,
quando temevi che t’avrebbero costretto a leccarlo,
paese mio, paese mio.
Giovanni Castagna (1957)
A mia madre
Nell’ombra della notte insonne
sul mio respir sta chino
il biancor della testa di Maria.
Sogni tremendi in un gridar d’angoscia...
e tremula domanda nel sorriso stanco di veglie.
S’allontana quel trepido silenzio d’amor!
...Una soave nanna appen distinta,
una carezza e il pianto per ogni mio malanno,
un dondolar di culla e nello sguardo incerto
un dolorante amor,
il bacio sulla bocca d’un lamento,
un trepidar nell’ombra
sempre a me daccanto da non ricordo quando...
Ed or nell’ombra ho paura, Maria,
d’invocarti col nome di mamma!
Tanti, ma tanti dolori
nel cuor
sorridente nascondi
ed il figlio, o mia bianca Maria,
invocarti col nome di mamma
non può.
Ma tu stammi vicino, vicino nell’ombra a mostrarmi
il chinar della testa tua bianca.
Giovanni Castagna (1960)
Vittoria Colonna
in una lirica di Louis Aragon
Nel corso di una ricerca, d’altronde ancora incompiuta, per raccogliere e analizzare testi su Vittoria Colonna,
onde potere, infine, riuscire a comprendere ciò che per
noi rimane, ancora e soltanto, un mito, il mito di Vittoria Colonna, abbiamo rilevato anche una lirica del poeta
francese LOUIS ARAGON: Plainte pour la mort di Madame
Vittoria Colonna, marquise de Pescaire.
Pur se la lirica, ai fini della nostra ricerca, non offre
alcun particolare che possa singolarizzare la Nobildonna,
messo forse a parte quei “fiori leggeri” con i quali Vittoria, sembra, adornava la sua chioma, in cui Paolo Giovio
scorgeva “riflessi dorati”, siamo tuttavia lieti di presentare
a tutti gli innamorati ischitani di Donna Vittoria (e sono
innumeri) un nuovo canto in onore della “Signora del Castello”.
La lirica fa parte della raccolta LES YEUX D’ELSA,
pubblicata da Aragon nel 1942, e si inserisce in un periodo in cui un popolo sconfitto, oppresso, sentiva il bisogno
d’un canto nazionale ove poter attingere un sentimento di
unione. Essa appartiene, inoltre, a quello che si può definire il primo ciclo dei lamenti sulle miserie della Francia.
Ci sarà poi il ciclo della collera, ove lo spirito di resistenza
diventa più violento e dove Aragon, sotto vari pseudonimi, si rivolgerà direttamente al nemico.
Questa precisione è necessaria se si vuole ben comprendere la lirica. La quartina di Michelangelo, infatti, con
cui Aragon inizia il suo lamento, non poche volte è stata presentata da commentatori come una confessione di
desolato abbandono di fronte alle miserie della patria ed
alcuni le hanno perfino opposto il patetico anche se retorico grido di Leopardi:
L’armi, qua l’armi; io solo
combatterò, procomberò sol io.
Due temi prevalgono nella lirica: il tema della morte e il
tema “de l’amour séparé”. Due motivi: l’esilio e la miseria
della patria.
Vittoria Colonna muore nel 1547 e Michelangelo è a
Roma, lontano dalla sua Firenze che aveva tanto cercato
di difendere durante l’assedio 1529-30 contro l’esercito
imperiale e mediceo. Eccolo quindi in una “Roma straniera” dove la morte di Vittoria lo lascia ancor più nella
sua angosciosa solitudine.
Aragon intreccia il tema della morte e il tema della guerra: la guerra come la morte divide la coppia, unità naturale e quasi sacra “su cui il poeta fonda l’edificio morale
e politico della società” (1). Guerra e morte sono i due
mostri che separano la coppia d’una separazione fisica e
morale.
Lamento per la morte di
Donna Vittoria Colonna
Marchesa di Pescara
Come mi è dolce dormire il sogno della pietra
Il sonno è profondo che le statue culla
Quando il secolo è infame da far chiudere le palpebre
Non-vedere e non-sentir divengono virtù
Zitto Non mi destar Deh parla basso
Chi parla nella camera ove la morte fa silenzio
No non è lo scultore immobile e sognante
Non avevo assai sofferto per la fine di Firenze
Donna e bisognava che vi vedessi prima
Di Michelangelo prima di me dinanzi al Dio vivente
Sono geloso di Lui come dei fiori leggeri
Che a volte frammischiavi ai tuoi capelli dorati
Ho pianto troppo spesso nella Roma straniera
Scuola d’esilio per l’amore separato
La sventura per la quale piangerò domani
Mia Vittoria dagli occhi chiusi che l’eterno imbelletta
Te che le braccia mie mai mai stringeranno
Ho sfiorato la tua mano fredda e per sempre ho nel cuore
Il rimpianto di non avere osato toccare la tua fronte
O terribile desiderio che più niente interrompe
Donna Colonna sul letto a colonne
Voi cambiate volto in questo giorno straziante
E la notte delle tombe finalmente vi dona
I lineamenti che ho dato cappella San Lorenzo
A quella Notte che sogna un mondo diverso
Amore non avrai pietà degli anni miei canuti
Amore non m’hai già da troppo tempo odiato
Amore nella bara si ama forse di più
Niente potrà quietare questo povero vecchio cuore
E né di aver perduto Vittoria e la mia patria.
Il lettore, che conosce un po’ le poesie di Michelangelo,
non può non rilevare nella lirica echi dei versi da quest’ultimo dedicati a Vittoria Colonna: il motivo del capo bianco
(“mon grand àge”) e “ce pauvre coeur vieilli” (che il gioir
vecchio picciol tempo dura).
D’altra parte, tutta la lirica non è che un “un compianto
su se stesso per la morte di Vittoria Colonna” secondo il modello
delle liriche di Michelangelo in morte della “donna alta e
sincera”.
Aragon applica poi in questa lirica, come in tante altre,
i principi esposti ne La Leçon de Ribérac (2): “Le culte de la
femme, ici concilié avec la mission de l’homme, éclaire
cette mission de justice et de vérité” (3).
Giovanni Castagna – Articolo e traduzione dal francese della poesia del poeta Louis Aragon “Plainte pour la mort
de Madame Vittoria Colonna marquise de Pescaire” pubblicata nella raccolta “Les yeux d’Elsa” (1942).
La Rassegna d’Ischia n. 1/2014
27
Pu bbl i c a z ion i
Pagine in memoria di Giovanni Castagna
Dopo aver ricordato che i trovatori avevano “come
primo oggetto l’amore e l’amore di Donne inaccessibili
perchè sposate a mariti gelosi del loro onore”, Aragon
continua:
“Le clus trover” permettait aux poètes de chanter leurs
Dames en présence mème de leur Seigneur” (4).
Sull’esempio quindi di Arnaldo Daniello e degli altri
trovatori, Aragon si serve dell’ermetismo della poesia per
lottare contro Hitler e il potere di Vichy.
V. Colonna, in questo accorato lamento di Michelangelo, è per Aragon “la donna schermo”, nello stesso tempo
Elsa, da cui è lontano a causa della guerra, e la Francia, il
suo paese, “con il piede straniero sopra il cuore”.
1981
28 La Rassegna d’Ischia n. 1/2014
1) Lecherbonnier : aragon - bordas n. 805, pag. 125
2) Aragon si trovava a Ribérac nel giorno in cui Pétain firmò
l’armistizio. Ribérac, cittadina poco lontana da Périgueux, fu la
patria del trovatore Arnaut Daniel, lodato da Dante e da Petrarca.
Guido Guinizelli lo addita a Dante come “miglior fabbro del parlar
materno / Versi d’amore e prose di romanzi / Soverchiò tutti “
(Purgatorio, 26 vv. 115-142).
“La leçon de Ribérac” prende lo spunto da questo riferimento
storico per un lungo saggio erudito ove pur se si parla dei trovatori e
della loro poesia nel XIII sec, il vero soggetto è quello dei poeti e del
loro impegno nel 1940: Capitò che in quel 25 giugno 1940 noi uscissimo
dall’inferno come Dante e Virgilio nell’alba pasquale del 1300 e che da Ribérac
noi potessimo come loro dire: e quindi uscimmo a riveder le stelle.
3) Il culto della donna, ora riconciliato con la missione dell’uomo,
illumina questa missione di giustizia e di verità.
4) Il trobar clus permetteva ai poeti di cantare le loro Dame pur
in presenza del loro Signore.
“C’était la côte dentelée et à pic de la charmante île
d’Ischia, que je devais tant habiter et tant aimer plus tard.
Elle apparaissait pour la première fois, nageant dans la
lumière, sortant de la mer, se perdant dans le bleu du ciel,
et éclose comme d’un rêve de poète pendant le léger sommeil
d’une nuit d’été...”. (Lamartine, Graziella)
C’est presque toujours dans cette atmosphère
couleur d’or et de rose que l’on aperçoit flotter
Ischia avec sa double pyramide parfaitement isolée dans les récits de tant de voyageurs qui abordèrent ses rivages.
Les deux auteurs que nous présentons dans cette
plaquette font partie d’une édition bilingue en
préparation, dédiée aux voyageurs français ou de
langue française du XIXe siècle qui ont séjourné
à Ischia.
Le premier, Mme De la Recke, est, en réalité,
un auteur allemand, mais son œuvre, traduite
en français, dut, selon nous, jouir d’une certaine
publicité, au moins chez ceux qui s’apprêtaient à
partir pour l’Italie et pour Ischia. On relève, en
effet, plusieurs échos dans les écrits d’autres voyageurs français et parfois des reprises de passages
entiers presque mot pour mot. Sa présence, en
outre, s’imposait car c’est l’unique texte, au moins
à notre connaissance, qui permet une vision claire
de l’Ile au début du XIXe siècle et annonce déjà
la transformation du voyageur du Grand Tour du
XVIIIe siècle en touriste moderne.
Alphonse Kannengißer, Abbé alsacien, par
contre, clôt le siècle et en même temps est le témoin de la fin de certaines habitudes de vie que
l’Ile ne retrouvera plus après le tremblement de
terre de 1883, tremblement qui, en plusieurs endroits, effaça «tous les témoignages des valeurs de
l’ambiance et même l’image de la riche et vitale
stratification des lieux».
Turpin de Crissé avec
ses «Souvenirs du golfe de
Naples recueillis en 1808,
1818 et 1824...» et avec sa
peinture confie au sentiment
la connaissance de la nature
d’Ischia et préfère les sites les
plus agrestes et les plus remarquables par leur sévérité.
Conrad Haller (Tableau
topographique et historique
des isles de Ischia, de Ponza,
de Ventotena, de Procida et
de Ni-sida, du cap de Misène et du Pausillipe,1822)
s’adresse aux amateurs de
la simple Nature, qui «pour
cacher les ravages du Temps,
/ Répand ses fleurs et sa verdure / Sur les antiques monuments».
Presque tous les auteurs
nous dépeignent le caractère
des habitants de l’Ile, la singularité de leurs vêtements,
et ils nous informent sur les
ressources et l’exploitation
du sol. Plusieurs d’entre eux
en retracent l’histoire depuis
l’antiquité et, sur la base des
données archéologiques de
leur époque, abordent la colonisation grecque et parlent
de Pithécuse, d’Aenaria et
du géant Typhon ou Typhée
enseveli sous l’île d’Ischia.
Seulement Conrad Haller,
cependant, énonce l’hypothèse que les Eubéens débarquèrent d’abord à Ischia et
ensuite à Cumes. Hypothèse
que les fouilles menées par
Giorgio Buchner depuis
1952 ont confirmée.
Stendhal, Lamartine, Renan ( Ernest et Ary), Elisabeth Louise Vigée Lebrun,
Corot, Louis Gay-Lussac,
Paul De Musset, De La Chavanne et d’autres auteurs
moins connus nous ont
laissé des souvenirs d’Ischia
si vivants que nous mêmes
voyons notre île d’autrefois
par les images qu’ils nous ont
transmises.
La Rassegna d’Ischia n. 1/2014
*
29
La stampa isolana per Giovanni
Pagine in memoria di Giovanni Castagna
Giuseppe Mazzella - Il Golfo (8 febbraio 2014)
Ida Trofa - Il Dispari (13 febbraio 2014)
Antonio Schiazzano - Il Dispari (13 febbraio 2014)
Costanza Gialanella (Dirigente della
Soprintendenza archeologica di Napoli)
- Il Golfo (13 febbraio 2014)
Antonella De Rosa - Il Dispari (8 febbraio 2014)
30 La Rassegna d’Ischia n. 1/2014
L'opera per il parroco Giuseppe Morgera
L’impegno in favore dei poveri *
Per il parroco Morgera non poteva
esserci amore verso Dio senza prima
donarsi agli altri. Fu un padre premuroso sia per l’educazione ai valori eticosociali sia per i bisogni materiali, avendo
come fine ultimo il bene della comunità
a lui affidata, non per un punto d’onore
che esige sacrifici gratuiti, ma per scelta
autonoma di vita.
Risollevare un uomo, una donna dalla
miseria significava per lui ridare quella
dignità che le vicissitudini della vita avevano loro strappato.
Troppo lungo sarebbe, in questa sede,
delineare, sia pure a grandi tratti, la sua
opera per alleviare pene e dolori, opera
che svolse con amore e costanza. Preferiamo, quindi, singolarizzare questo suo
operare nel momento più triste dell’Isola d’Ischia e di Casamicciola, in particolare, quando il terremoto del 28 luglio
1883 sconvolse non solo le fondamenta
del paese, ma lo stesso equilibrio fisico
e spirituale dei suoi abitanti. Quando,
com’egli scrisse, «non aveva più faccia
di paese questa terra sventurata, perché
i suoi figli raminghi, mutilati, infermi,
senza tetto, senza chiesa, senza vie di comunicazioni tra diversi punti davano la
immagine della desolazione».
Tutto era sconvolto e tutto bisognava
ricostruire, mattone dopo mattone. Ma
bisognava, soprattutto, ridare fiducia
nell’avvenire e infondere il coraggio
di ricominciare dal nulla a ricostruire
prima il proprio mondo interiore e poi
l’ambiente nel quale operare e vivere.
La gara di solidarietà mondiale che si
creò intorno all’Isola d’Ischia certamente contribuì in modo efficace alla ricostruzione materiale, ma fu necessario,
prima di tutto, ricostruire lo spirito dei
superstiti.
Comincia così per Morgera, eletto
parroco nel dicembre 1883, il periodo
più importante della sua vita e della sua
attività sacerdotale, che caratterizzerà la
fase più delicata della rinascita di Casamicciola.
Giovanni Castagna in L'Osservatore
Romano (venerdì 17 aprile 1998)
Positio super virtutibus relativa al Processo di
canonizzazione del parroco G. Morgera
(preparata insieme con il prof. Agostino Di
Lustro)
Si dedicò alla costruzione della nuova
parrocchia, perché ebbe chiara la visione che essa sarebbe stata non soltanto il
simbolo di una Casamicciola risorta, ma
soprattutto la prova tangibile d’una Casamicciola unita e rinnovata nello spirito della fratellanza, sopite le discordie e
superati i meschini interessi. Segno, non
solo di una comunità ritrovata, ma anche rivendicazione delle proprie radici
e, quindi, della propria identità, dal momento in cui il terremoto aveva annullato tutte le testimonianze del passato e
«perfino l’immagine della ricca e vitale stratificazione storica dei luoghi».
Pur lodando e ringraziando quella gara
di solidarietà, nazionale e internazionale, che aveva fatto sì che Casamicciola
non si sentisse dimenticata né abbandonata al proprio destino, Morgera volgeva soprattutto lo sguardo ai suoi parrocchiani e si preoccupava.
Figlio del popolo, viveva in mezzo al
Parte isolana relativa al Processo di canonizzazione del parroco Morgera
Giovanni Castagna : il secondo da destra
La Rassegna d’Ischia n. 1/2014
31
Pagine in memoria di Giovanni Castagna
popolo, ne conosceva le esigenze, le
capacità e le virtù, ma anche i difetti, i
tentennamenti e, in quel periodo, quella
tentazione a lasciarsi andare, perché ancora inebetiti dallo choc traumatico non
solo, ma anche perché sollecitati da una
certa facilità, in quel primo momento, di
avere a volte sostanziosi sussidi.
Il parroco si accorgeva che quella tentazione era naturale dopo una simile
catastrofe, voleva salvare la loro dignità,
voleva che non fossero degli eterni mendicanti, degli eterni assistiti, ma trovassero in loro stessi la forza di riprendersi,
di farsi strada, di risollevarsi da quella
prostrazione che sembrava procrastinarsi.
Diventerà così il punto di riferimento
sicuro, non solo nel campo religioso, ma
anche in quello materiale, perché a lui si
rivolgeranno tutti coloro i quali avranno un dolore da lenire, una lacrima da
asciugare, un aiuto per sopravvivere.
Egli sarà il padre di una popolazione diventata all’improvviso povera di ricchezza materiale e spirituale e, alleviando
le sofferenze materiali del suo popolo,
ricostruirà anche spiritualmente la sua
gente, affidandola al Cuore di Gesù nel
quale vuole tutto rinnovare ricostruendo
la sua nuova Casamicciola.
In questo periodo la personalità umana
e sacerdotale di Morgera si rivela in tutta la sua molteplice ricchezza: maestro,
pastore e padre d’un popolo, al quale
offre tutto se stesso fino a donare la sua
stessa vita. A lui si rivolgono tutti, non
solo i suoi filiani, ma tutti quelli che hanno bisogno di una parola di conforto,
siano essi dell’Isola d’Ischia o forestieri,
capitati a Casamicciola per la cura dei
bagni.
Presidente della giuria del Premio di poesia Ciro Coppola
organizzato dall'Associazione Pro Casamicciola Terme
32 La Rassegna d’Ischia n. 1/2014
Caro Raffaele,
tu sai quanto me che nel momento
in cui una persona cara ci lascia, resta sempre, coniugato al dolore per
la scomparsa, il rammarico di non
aver avuto poi tutte quelle occasioni, opportunità per poterla capire
appieno, pur frequentandola con la
parola del dialogo e dell’ascolto, anche in momenti importanti, a nostro
sentire, della vita dove le occasioni
sono sempre poche perché da dividere con altri e con altre circostanze
della quotidianeità relazionale.
Un rammarico questo che si materializza in un sentimento di nostalgia
che ci porta a ripercorrere sentieri
ormai lontani, per recuperare frammenti di un affetto, di un amore, di
un’amicizia ancora più sentita se accompagnata dalla stima, sentimento
nobile e raro perché disinteressato e
motivato solo dal modo di essere e di
agire della persona a cui ci si lega in
affetto ed amicizia.
Giovanni era amabile nei rapporti umani, rispettoso e discreto nel
relazionarsi, essere in sintonia con
gli altri; una presenza, la sua, degna
di ogni attenzione e non solo intellettuale. Tanto il rispetto per il suo
motivato impegno, la sua curiosità
verso i vari e variegati aspetti delle
manifestazioni culturali.
Grazie a lui (come non accomunare, coniugare a1 tuo stesso operare)
la cultura isolana ha conosciuto e
conosce un periodo lungo di presenza autorevole, attenta e partecipe
di momenti ricchi di saperi radicati,
diversificati; quanti i titoli di pubblicazioni, testi tosti, quanti gli indici
della tua, della vostra “La Rassegna
d’Ischia”. Conoscendovi so bene il
lavoro, tanto lavoro in solitario, quello che c’è dietro questo “tuo figlio
unico”; quanti sacrifici e non solo
economici, per poterlo far crescere,
mantenerlo in vita, pur nella sordina
di una realtà che nella più parte privilegia l’apparire all’essere.
Giovanni mi è caro, mi è stato vicino sin dai primi momenti che l’ho
Gennaro Zivelli (a sinistra) e Giovanni Castagna
conosciuto; mi ha fatto dono di presentazioni per alcune mie pubblicazioni, recensioni preziose e curate
nello studio dei testi, nell’analisi di
una lettura attenta, nelle conclusioni che mi trovano del tutto partecipe
nella loro declinazione.
Giovanni mi è caro nel ricordo del
sodalizio con Gennaro, coinvolto in
tanti incontri dove si parlava di poesia e si leggeva poesia.
Lui non potrà più sentire le nostre
parole, noi continueremo a sentire le
sue, a leggere il suo pensiero, il suo
impegno, la sua ricerca, le sue traduzioni dotte e raffinate.
Noi continueremo a parlargli per
non dimenticare quanto ha dato in
ricchezza e prestigio alla nostra vita
culturale; certe voci arrivano ben
oltre i confini dell’insularità quando
confermano la primazia e la bellezza dell’impegno intellettuale, dello
studio e della ricerca certosina che
hanno portato alla nostra attenzione pagine di storia, di letteratura, di
avvenimenti artistici e di varia umanità, rivisitate o ricostruite grazie a
La Rassegna d’Ischia di Raffaele e
Giovanni Castagna.
Mi piace ricordare Giovanni come
persona amica da ringraziare per il
solo fatto di esserci stato in tanti momenti che sono raccolti in una antologia preziosa di ricordi, tanti quante
le pagine che ci ha regalato.
Caro Raffaele, ti abbraccio con
l’affetto di tanti anni in cui sempre,
con quella scrupolosa, attenzione,
premurosa e puntuale che ti carisma, mi hai dato e a tanti altri hai
dato, la possibilità di parlare agli altri
che quanto me ti stimano per tutto
quanto hai fatto, una cum Giovanni,
per la cultura sulla nostra isola
(febbraio 2014,
Pietro Paolo Zivelli)
.... Ora al subito sparir di tanto raggio, l'immagine cara di lui si è risvegliata nitida nel mio
cuore. Ho celebrato una Messa in suo suffragio
e spero che mai si spenga in me, finché vivrò, la
lampada pia del ricordo. Ti sono vicino, caro
Raffaele, e mi unisco al cordoglio con l'affetto e la
preghiera (Mons. Camillo D'Ambra)
La Rassegna d’Ischia n. 1/2014
33
Caro Giovanni
La casa, la vecchia casa costruita sulla pietra si apre all’intenso profumo della brezza marina nei momenti di quiete,
protegge dal minaccioso e roboante infrangersi delle onde nei giorni di tempesta, porta sui muri e sui davanzali i segni
di quanti l’hanno abitata. Porta impresse nelle pareti le vibrazioni delle voci familiari, ancora echeggia del rumore dei
tuoi passi, del suono della tua voce.
Quando il giorno dopo trovo il vuoto, in quello spazio fisico occupato dalla determinazione, dal respiro, dal calore e
dal sentimento e da un sorriso discreto, resto sconcertato. Un buco nella mia rete di affetti, la rottura di un legame,
la mancanza di un punto di riferimento, una debolezza, un collegamento in meno nella mia vita.
Non riesco ad Iimaginare quel tavolo e quella sedia, che ti vedevano impegnato a scrivere, a riflettere e a immaginare
di costruire un futuro prossimo o meno prossimo, consumati dalla polvere. Non posso perché questo è il posto dove
non mi sento solo, questo è il posto dove mi sento a casa.
Ho il timore di chiamare sul numero di casa e rendermi conto di non poter più ascoltare la tua voce che discretamente mi intratteneva per una breve saluto, mi chiedeva della mia salute, mi passava Raffaele.
Certi ricordi restano nitidi nel tempo perché ci pare sempre di essere vissuti a lungo nei luoghi in cui abbiamo vissuto
intensamente. Ricordo ancora quando con te ho avuto la fortuna di visitare Villa Arbusto, un complesso che hai
trasformato ai miei occhi in una reggia fantastica sospesa tra il mare che la linea d’orizzonte rende infinito e il Monte
Epomeo che in una sorte di protezione copre le spalle, rende più forti. Raccontavi con l’entusiasmo di un bambino
la trasformazione di questa masseria, i lavori eseguiti alla fine del ‘700 dal duca di Atri, di Angelo Rizzoli nuovo
proprietario, dell’acquisto da parte del Comune per farne sede del Museo Archeologico di Pithecusae, un museo che
hai aiutato a nascere e a crescere. Ricordo ancora la corsa tra le sale e, tra un frammento di grande olla con motivi
decorativi, uno scarabeo di tipo egizio o la più famosa coppa di Nestore, a percorrere un fantastico viaggio nel tempo.
Erano i tuoi occhi a tradire la gioia, le tue labbra l’emozione il tuo sorriso a ricordare che ogni felicità è un’innocenza.
Ora quei frammenti del passato, immersi in una atmosfera magica fatta di luce e di silenzio, vivono una nuova vita.
“La memoria della maggior parte degli uomini è un cimitero abbandonato, dove giacciono senza onore i morti che
essi hanno cessato di amare”. Guardo le tue numerosissime ricerche di linguistica e non solo. Penso quanto dobbiamo
esserti grati, quanti morti hai richiamato alla vita, quanta storia dell’isola ci hai regalato. Il tuo lavoro schivo, silenzioso, incisivo ha nutrito e continuerà a nutrire il nostro desiderio di conoscenza e quello di coloro che verranno dopo di
noi. Ci rende meno soli perché una parte delle tue parole sono dentro di noi, si sono confuse con le nostre e quando
le comunichiamo continuiamo a partecipare di te e tu di noi.
Piccola anima smarrita e soave, compagna e ospite del corpo, ora t’appresti a scendere in luoghi incolori, ardui e
spogli, ove non avrai più gli svaghi consueti. Un istante ancora, guardiamo insieme le rive familiari, le cose che certamente non vedremo mai più... Cerchiamo d’entrare nella morte a occhi aperti... (Marguerite Yourcenar)
Carmine Negro
34 La Rassegna d’Ischia n. 1/2014
L'isola d'Ischia e le sue piante
"già ornamento de' giardini d'Europa"
L’Anonimo Oltramontano (Conrad Haller), autore di
un’opera sull’isola d’Ischia (Tableau topographique et historique des isles d’Ischia....., 1822), nota in crescita sull’isola una quantità di piante “già ornamento de’ giardini d’Europa”. L’autore si sofferma in varie pagine sull’argomento,
con particolare riguardo ai vini di qualità, esportati un po’
dovunque. Inoltre precisa che «la seta d’Ischia è superiore a
quella di Calabria; la produzione però non va oltre le necessità locali, come quella del cotone (gossypium herbaceum),
migliore di quello che forniscono i dintorni di Torre dell’Annunziata». Grande pregio dell’isola (“un vasto vigneto”), dopo il vino,
sono i frutti e particolarmente i fichi, che costituiscono l’alimento quasi esclusivo delle classi povere per molti mesi
dell’anno, citando le famose “chioppe”. La vegetazione in
generale è rigogliosa, considerata la natura del terreno. «Nel
vasto bacino di Campagnano e a Pieo il vitigno si arrampica
liberamente sugli alti pioppi, come in Terra di Lavoro, ma
nelle altre parti dell’isola si reprime il vigore dei tralci legandoli a pali; nei vigneti bassi si lascia salire la vite, ma la si
tiene più giù a mano a mano che il terreno si eleva.
Sui poggi che danno il miglior vino, i pali servono solamente d’appoggio a una o due traverse intorno alle quali i
tralci s’attorcigliano, avanzano orizzontalmente a destra e a
sinistra e formano pergole e pergolati a mezza altezza d’uomo, in modo che il vigneto, visto dall’alto, sembra essere
tutto un reticolato.
Ogni vigneto è circondato da muri a secco, senza malta, e
la maggior parte dei vigneti situati sul pendio delle colline si
compone di una successione di terrazze più o meno strette,
murate davanti ed elevate a gradi, le une sulle altre.
Nei piccoli sentieri che menano a questi vigneti chiusi, lo
straniero può andare errando ore intere, come in un labirinto,
fra due muri che non gli danno la possibilità di orientarsi.
L’uva nera rappresenta soltanto una piccola parte rispetto
all’uva bianca. Nei tempi antichi venivano mischiate nel torchio ricavandone un vino chiaretto poco gustato; ma ora si
separa non solo l’uva bianca dalla nera, ma anche la precoce e la marcia dall’uva più perfetta, lasciandola leggermente appassire sulla vite stessa o dopo averla colta. In questo
modo si ottengono vini di due colori distinti e di diverse qualità.
La rarità dello zucchero e la necessità di supplirvi con altre
sostanze meno care, favorirono l’introduzione dello sciroppo d’uva e ben presto l’isola d’Ischia ne fornì in abbondanza
agli ospedali e agli abitanti della Capitale. Dato che l’uva
bianca era più adatta alla confezione di questo sciroppo, i
nostri ischitani impararono a separare ogni colore e a stare
più attenti ai lavori della vendemmia.
Questo miglioramento, una volta adottato da tutti, è diventato costume e per il loro stesso interesse lo hanno seguito
anche dopo i cambiamenti politici, che hanno reso lo sciroppo d’uva del tutto superfluo.
I vini d’Ischia, infatti, adesso si vendono molto più facilmente di prima. Per la vendemmia ci si serve di tinelli nei
quali si trasporta l’uva. L’uva si pigia nei palmenti in muratura, poco profondi ma larghi, e rivestiti d’eccellente cemento. È abitudine accumulare l’uva di una giornata di raccolta
e di pigiarla insieme la sera.
Lo stesso palmento, che è servito per quest’operazione,
serve anche da torchio, dopo avervi fatto fermentare il vino.
L’albero del torchio non ha alcuna vite: s’introduce uno dei
capi dell’albero nel buco di un muro laterale del palmento e,
sospendendo delle grosse pietre dall’altro capo, si riesce a
premere l’uva quasi così bene che con gli attrezzi più complicati in uso al di là delle Alpi. Dopo la seconda torchiatura
si mischia tutto il mosto compreso il crovello, e s’imbotta
per terminare la fermentazione.
In seguito si versa acqua sulle vinacce che restano nel palmento e ciò che ne scorre è il vinello che si fa bere ai braccianti. Ne possono bere in quantità e sono anche ben pagati;
mal nutriti, però, ricevono, infatti, dal proprietario solo un
pane e pochi pesci salati.
Ben poco è il vino rosso, ha, però, forza e colore e i cantinieri di Napoli l’usano per correggere i vini della Terraferma, quando cominciano a guastarsi.
A Ischia si produce un po’ di malvasia e del vino dolce,
conosciuto sotto il nome di vino lambiccato e spesso serve
a dare qualità ad altri vini. Viene preparato facendo filtrare
il succo d’uva bianca selezionata attraverso una diecina di
maniche di feltro, sospese le une sopra le altre. Gocciolando
dalla manica più bassa, il vino è perfettamente limpido e si
conserva senza farlo fermentare.
I tre quarti dei vini che l’isola d’Ischia produce sono bianchi, secchi, più o meno generosi, ma non di lunga conservazione. Quello che si produce deve esser bevuto subito e
il proprietario lo conserva raramente più di un anno. Ecco
perché è difficile trovare sull’isola vino di due o tre anni. Il
timore di perdere il vino arreca molti torti al coltivatore.
Genova e Roma offrivano una volta lo sbocco più sicuro
e più notevole ai vini d’Ischia, ma oggi l’esportazione per
questi Stati si riduce a ben poca cosa, in seguito ai diritti di
dogana sul vino d’Ischia che sono raddoppiati e triplicati.
D’altra parte questi vini non sono molto richiesti nel Nord
d’Europa, perché non sopportano bene il lungo tragitto per
mare. Il povero proprietario dipende quasi esclusivamente
dalla Capitale del Regno di Napoli per la vendita del suo
vino.
[...]
Il dolce clima di Napoli garantisce la vite da un’infinità
d’accidenti e malattie cui è soggetta nei paesi situati al di là
delle Alpi, ma a Ischia, su quest’isola alta ed esposta a tutti
i venti, il Libeccio impetuoso, lo Scirocco ardente arrecano
spesso danni ai vigneti. La grandine, inoltre, vi causa anche
più devastazione che sul continente vicino.
È come se il Picco dell’Epomeo attirasse le nuvole tempeLa Rassegna d’Ischia n. 1/2014
35
stose. Quello che è certo è che in nessun’altra parte abbiamo
visto scoppiare la tempesta con tanto furore, né sentito rimbonbare il tuono in un modo così spaventoso come a Ischia.
Tra i frutti che l’isola produce i fichi meritano il primo posto. Sono d’un gusto squisito e l’alimento quasi esclusivo
dei ceti poveri per molti mesi dell’anno. E quelli che non si
mangiano quando son freschi, si fanno seccare per l’inverno,
ma non si esportano.
Di tutti gli alberi fruttiferi il fico è il più produttivo. Una
parte dei frutti dello stesso albero matura in estate, il resto in
autunno e spesso ancora più tardi. I primi fichi, cioè quelli
dei mesi di luglio e agosto, sono più grossi ma meno dolci e
meno sostanziosi di quelli che si colgono più tardi. Mentre i
primi fichi maturano sull’albero, altri ne spuntano e così di
seguito fino a novembre, persino fino a Natale, soprattutto se
il tempo permette a questo frutto di giungere a maturazione.
[...]
A Ischia ogni famiglia un po’ agiata fa la sua provvista di
fichi secchi per l’inverno. Le Chioppe (doppie) o fichi doppi
sono i migliori fichi secchi. Si scelgono i fichi freschi più
belli e vengono tagliati in modo che restino attaccati con il
capo e su ogni fico aperto se ne applica un altro aperto allo
stesso modo, e si mettono a seccare. I due fichi, conglutinati
dal succo, diventano uno solo, ma doppio, piatto e allungato.
Spesso vi si frammettono semi di finocchio per dare più
sapore. Doo le Chioppe d’Ischia, quelle di Sorrento sono le
migliori che abbiamo gustato.
Nel vederle per la prima volta, capimmo infine l’epiteto
che Orazio, in una delle sue Satire, dà a questo frutto. Fa
dire all’onesto Ofello, nel numerare i semplici alimenti che
offriva ai vicini:
Non pesci cercati in città,
ma un pollo e un capretto e poi come frutta
uva appesa, noci con fichi doppi 1 .
[...]
Ottimi frutti sono anche i granati. Pochi sono i meli, ma
abbondano peri di molte specie, tra cui uno o due veramente
deliziosi e migliori di quelli del continente; ed è lo stesso per
peschi, albicocchi, prugni e ciliegi.
Un albero assai raro, che si incontra qua e là sull’isola, è il
lazzeruolo (crataegus oxiacantha): ve ne sono di due specie.
Il sorbo orna i viali delle case rurali.
Il corbezzolo (arbutus unedo) cresce spontaneamente; il
frutto, chiamato sorbo peloso e corbezzolo, passa nel maturare attraverso tutte le sfumature di verde, di giallo e di rosso
sino allo scarlatto. L’albero si trova, nel suo stato selvaggio
o piantato, in vari angoli dell’isola, ma non si fa gran caso ai
frutti, per lo più mangiati dalla gente povera.
Il castagno cresce bene in terreni vulcanici; e l’isola ne è
ben ricca, soprattutto sul declivio orientale dell’Epomeo: alcuni sono lasciati crescere per ricavarne frutti, ma altri sono
tagliati ogni otto anni.
Ci si chiede spesso perché gli Ischioti non si applichino
alla cultura degli olivi, albero già ben introdotto sull’isola: se
1 Orazio, Satire: ...non piscibus urbe petitis / sed pullo atque
haedo, tum pensilis uva secundas / et nux ornabat mensas, cum
duplice ficu.
36 La Rassegna d’Ischia n. 1/2014
ne trovano presso le abitazioni, per utilizzarne quanto basta
per la cucina e la tavola. In alcuni luoghi si hanno piccoli oliveti, che danno un buon risultato, e dimostrano che a Ischia
si potrebbe ottenere un olio eccellente, paragonabile a quello
di Capri e Sorrento.
Gli Agrumi, cioè, i limoni e gli aranci sono ben pochi a
Ischia, ma, come ogni produzione dell’isola, anche i loro
frutti sono perfetti. Gli alberi sono un po’ gracili e piccoli
rispetto a quelli di Sorrento.
I Limoncelli sono piccoli, ma aromatici e pieni di succo, la
scorza, infatti, non è più spessa d’un foglio di pergamena. Si
colgono a novembre e dicembre, ancora verdi, perché sembra che si conservino meglio e diano più succo di quanto non
ne diano se si lasciano maturare sull’albero.
Ogni inverno si esportano una cinquantina di casse di limoncelli e altrettante botti di succo di limone, che è molto
più forte di quello che fornisce la Sicilia.
*
Corbezzolo
Monte Epomeo visto da Lacco Ameno
Cinema - La Grande Bellezza
di Carmine Negro
Interpretato da un cast di grandi attori italiani il film di Paolo Sorrentino
continua a raccogliere forti consensi e numerosi premi internazionali
Sorrentino e la grande bellezza
Viaggiare è proprio utile, fa lavorare l’immaginazione. Tutto il resto è delusione e fatica. Il viaggio che ci è dato
è interamente immaginario. Ecco la sua forza. Va dalla vita alla morte. Uomini, bestie, città e cose, è tutto inventato. È un romanzo, nient’altro che una storia fittizia.
Lo dice Littré, lui non sbaglia mai. E poi in ogni caso
tutti possono fare altrettanto. Basta chiudere gli occhi.
È dall’altra parte della vita (Louis-Ferdinand Céline)
I primi fotogrammi del film partono da questa citazione di Céline, tratta dal suo lavoro più famoso: Viaggio al termine della notte (Voyage au bout de la
nuit, 1932). In questa opera l’autore critica in modo
quasi dissacrante la società e l’umanità attraverso
un’esplorazione cupa della natura umana e delle sue
miserie quotidiane. Su questa frase di Céline, intrisa di
illusione e di realismo, si dipana il film di Sorrentino
“La Grande Bellezza”, girato in una Roma imponente
ed incantata nella quale i protagonisti sprecano le loro
esistenze in feste sfrenate e volgari, in pettegolezzi, in
discorsi vacui e ridondanti. Lo spettatore da subito è
sospeso tra la bellezza monumentale della Capitale ed
un’umanità “desolata e desolante”. ***
I vari personaggi che costruiscono il film sono stati
ben disegnati e caratterizzati eppure manca quel raccontare una storia, quella creazione di intrecci fra
personaggi. Senza una trama nel senso classico del
termine, le varie vicende che costituiscono il fluire narrativo del film presentano una propria peculiarità: un
affiancamento audace di frammenti di storie che costruiscono un’esposizione più per evocazione che per
descrizione.
Il panorama struggente di Roma, reso magico da una
tersa e calda luce d’estate, incanta alcuni turisti giapponesi: uno di loro si allontana dal gruppo per catturarne la
bellezza, punta la macchina fotografica, ma quando sta
per scattare la foto, d’improvviso crolla. Uno splendore che persiste oltre l’evento ultimo della vita. Fin dalla
prima sequenza la morte è il tema portante di questa
narrazione. Jep Gambardella (Toni Servillo) è un giornalista di costume e critico teatrale: intervista donne e
uomini celebri per una rivista di grande prestigio. In
gioventù si era cimentato nella scrittura con la pubblicazione del suo libro: L’apparato umano. Nonostante
questa sua prima opera fosse stata apprezzata, non ha
più scritto altri libri, perché sente che nella sua vita non
c’è più nulla in cui credere e comunicare ad altri che
vivono come lui. Lo scopo della sua esistenza è stato
quello di divenire non solo “un” mondano ma il primo
dei mondani, come lui stesso racconta: «Quando sono
arrivato a Roma, a 26 anni, sono precipitato abbastanza presto, quasi senza rendermene conto, in quello che
potrebbe essere definito “il vortice della mondanità”.
Ma io non volevo essere semplicemente un mondano.
Volevo diventare il re dei mondani. Io non volevo solo
partecipare alle feste. Volevo avere il potere di farle
fallire.» Jep è un uomo schietto, ironico e tagliente.
Si rende conto che la sua vita è legata ad un’esistenza
vuota e frivola e nel rincorrere la grande bellezza sente di essere uno scrittore imprigionato da tempo in un
La Rassegna d’Ischia n. 1/2014
37
blocco creativo. L’intero film rappresenta una ricerca, a volte esplicita e a volte meno, delle ragioni che
hanno portato a questo blocco della
sua ispirazione con amare considerazioni: «Siamo tutti sull’orlo della
disperazione, non abbiamo altro
rimedio che farci compagnia, prenderci un po’ in giro». Nel gruppo di
amici che Jep frequenta c’è Romano
(Carlo Verdone), scrittore teatrale
succube di una giovane donna che
lo sfrutta, Lello (Carlo Buccirosso)
un venditore di giocattoli, sposato,
che scarica le proprie frustrazioni frequentando diverse prostitute,
Viola (Pamela Villoresi) facoltosa
borghese con un figlio pazzo, Stefania (Galatea Ranzi) egocentrica
scrittrice radical chic, Dadina (Giovanna Vignola) la direttrice nana del
giornale per cui Jep scrive. Altri personaggi popolano l’universo di Jep
ed ognuno lo porta a riflettere sulla
povertà dei contenuti che scorge in
queste feste e a dolorose confessioni: «Mi chiedono perché non ho
più scritto un libro. Ma guarda qua
attorno. Queste facce. Questa città,
questa gente. Questa è la mia vita:
il nulla. Flaubert voleva scrivere un
romanzo sul nulla e non ci è riuscito: dovrei riuscirci io?». Una mattina, quando torna da una delle solite
insignificanti feste, davanti alla porta di casa incontra Alfredo (Luciano
Virgilio) il marito di Elisa, il suo primo e forse unico amore. Sua moglie
è morta lasciando un diario in cui
narra dell’amore, mai perduto, per
Jep. Il marito che è stato un semplice surrogato per 35 anni, nient’altro
che “un buon compagno” dopo aver
dichiarato di voler continuare a vivere in adorazione della moglie ben
presto troverà consolazione al suo
dolore nell’accoglienza affettuosa
della sua domestica straniera. Un incontro particolare è certamente quello con Ramona (Sabrina Ferilli) che
rappresenta l’incontro con il suo opposto. L’anima di Jep si decompone,
il corpo di Ramona sta morendo. Lei
è malata e lavora con il corpo, per
38 La Rassegna d’Ischia n. 1/2014
Sabrina Ferilli, Toni Servillo, Giorgio Pasotti
Roberto Herlitzka e Toni Servillo
curarlo e non morire. Ha sempre incontrato solo persone interessate al
suo corpo. L’incontro con Jep la sorprende: è la prima persona che incontra interessata alla sua anima. Il
tema della morte che ritorna. Dopo
il turista giapponese, Alfredo che
gli comunica la morte del suo amore giovanile, il figlio di Viola che si
suicida, c’è Ramona. In un atelier
diventato mausoleo lui l’accompagna a scegliere il vestito adatto per
un funerale, descritto come appuntamento mondano per eccellenza. La
vestizione di Ramona, che morirà
poco dopo, è il racconto della sua
morte. Il regista utilizza spesso allegorie iconiche per raccontare altro,
così che ciò che vediamo ci consente di conoscere ciò che non vediamo. Questi eventi e il compimento
del suo compleanno spingono Jep a
una lunga meditazione su se stesso e
sul mondo che lo circonda. «La più
sorprendente scoperta che ho fatto
subito dopo aver compiuto sessantacinque anni è che non posso più
perdere tempo a fare cose che non
mi va di fare!». È quello che pensa
quando cammina per piazza Navona dopo aver abbandonato il letto di
Orietta (Isabella Ferrari), una donna ricca, malata di noia e del culto
narcisistico della propria bellezza. È
quello che risponde a Stefania che
ha rivendicato orgogliosa di essere
«donna e madre» che fa i «salti mortali» per riuscirci
scrivendo «undici romanzi di impegno civile e il libro
sulla storia ufficiale del partito». La risposta di Jep è
puntuale e spietata: «La storia ufficiale del partito l’hai
scritta perché per anni sei stata l’amante del capo del
partito. I tuoi undici romanzi pubblicati da una piccola casa editrice foraggiata dal partito, recensiti da
piccoli giornali vicini al partito, sono romanzi irrilevanti. L’educazione dei figli che tu condurresti con
sacrificio... Mia cara tu lavori tutta la settimana in tv,
esci tutte le sere pure il lunedì quando non si manifestano neppure gli spacciatori. Hai un cameriere, un
maggiordomo, un cuoco, un autista che accompagna i
bambini a scuola, tre baby sitter ... Come e quando si
manifesta il tuo sacrificio?» Il breve monologo ristabilisce un punto di verità sulle scelte di vita fatte da
Stefania, risponde al lungo soliloquio auto-incensante.
Una risposta talmente ben piazzata e recitata da Servillo in modo così convincente da lasciarla senza parole e
costringerla ad abbandonare la scena.
Iaia Forte
***
Inquadrature e virtuosismi tecnici rendono eccezionale l’uso della fotografia, la musica sacra affascina
e incanta e la disco music, con la versione remixata
da Bob Sinclair A far l’amore comincia tu, frastorna
e stordisce. La visione del film non lascia indifferenti,
coinvolge i sensi regalando straordinari, poetici e vi-
Toni Servillo
Cast tecnico
Regia : Paolo Sorrentino
Sceneggiatura: Paolo Sorrentino, Umberto Contarello
Musiche: Lele Marchitelli
Fotografia: Luca Bigazzi
Montaggio: Cristiano Travaglioli
Scenografia: Stefania Cella
Costumi: Daniela Ciancio
Soggetto: Paolo Sorrentino
Cast
Toni Servillo - Carlo Verdone - Sabrina Ferilli - Isabella
Ferrati - Giorgio Pasotti - Luca Marinelli - Carlo Buccirosso - Giorgia Ferrero - Pamela Villoresi - Iaia Forte
- Galatea Ranzi - Anna Della Rosa - Giovanna Vignola
- Roberto Herlitzka - Massimo De Francovich - Massimo
Popolizio - Giusi Merli - Franco Graziosi - Serena Grandi - Dario Cantarelli - Ivan Franek - Anira Kravo - Sonia
Gessner - Giulio Brogi - Vemon Dobtchneff - Angelia
Borghese.
Dati
Anno: 2013
Nazione: Italia
Distribuzione: Medusa
Data uscita in Italia: 21 maggio 2013
Sabrina Ferilli
sionari momenti di cinema. E alle critiche più spietate
che accusano il film di essere un lungo e interminabile trailer privo di trama e di sceneggiatura si potrebbe
obiettare che proprio questa è la “forma” della nostra
vita sociale, liquida e frammentaria, priva di qualsiasi
trama o disegno coerente. In una entusiasta recensione
l’intellettuale americano Dwight Macdonald, inventore del concetto di midcult, scriveva che si tratta di un
film che ha molte sfaccettature: storico, sensuale, lirico, arguto, satirico …
Jep a 26 anni lascia la sua città natale, un’isola del sud,
e ciò che ha realizzato, il suo primo romanzo, L’apparato umano che Suor Maria “La Santa” (Giusi Merli) uno degli ultimi personaggi a comparire nel film,
definisce bello e feroce come il mondo degli uomini
La Rassegna d’Ischia n. 1/2014
39
per ricercare la grande bellezza. La locuzione che è
poi il titolo del film è interessante perché l’aggettivo
“grande”, termine oltremodo relativo a chi lo pronuncia o proclama, è associato a “bellezza”, un concetto di
per sé vago e astratto. A Roma diventa il protagonista
della mondanità, perdendosi in un labirinto di umanità
fatta di persone oziose e senza obiettivi, che si aggirano inutilmente in feste e festini danzanti, di personaggi
inutili che hanno più a cuore l’apparire che l’essere.
Il film di Paolo Sorrentino diventa un viaggio, una ricerca, una via di uscita dal torpore esistenziale delle
feste romane, «i cui trenini sono i più belli perché non
portano da nessuna parte» e dai ritrovi di loschi maghi
del lifting, chirurghi plastici venerati come santoni. E
la stessa ricerca di un interlocutore valido, sotto l’aspetto spirituale, come il Cardinale Bellucci (Roberto
Herlitzka) mostra che un certo clero è più interessato alla mondanità che alla propria missione pastorale.
Il vescovo alla confidenza del protagonista sulle sue
inquietudini spirituali si allontana o cambia discorso
parlando di carne e vino. La suora, soprannominata “la
Santa”, invece mangia radici e dorme per terra. Proprio
lei in una scena suggestiva raduna attorno a sé bellissimi uccelli di cui dice di conoscere «il nome di battesimo», e li fa volare soffiando loro sopra, nell’alba. È
lei a chiedere a Jep perché non ha più scritto un libro, è
lei che gli spiega che mangia solo radici perché le radici sono importanti. Sarà questo riferimento alle radici,
sarà che finalmente accetta di andare a scandagliare per
il giornale il fallimento di un’intera società che nel film
viene simboleggiato proprio dal grande scheletro della
Costa Concordia, adagiato di lato sul fondale prospiciente l’Isola del Giglio, sarà la perdita di un’amicizia
per lo scrittore Romano, sarà la morte di una persona
cara come Ramona, per cui sceglie di tornare indietro, agli inizi, quando i tempi erano colmi di speranza
nella vita. E sulla nave di ritorno rivive i momenti di
un amore giovanile interrotto che sa di morte. Anche il
corpo e il viso della santa, tesi nello sforzo di salire una
scala che dovrebbe garantirle l’indulgenza per sfuggire
alle fiamme dell’inferno, sembrano spasimi di morte. «Finisce sempre così. Con la morte. Prima, però, c’è
stata la vita, nascosta sotto il bla bla bla bla bla. È
tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore.
Il silenzio e il sentimento. L’emozione e la paura. Gli
sparuti incostanti sprazzi di bellezza. E poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile. Tutto sepolto dalla coperta dell’imbarazzo dello stare al mondo. Bla.
Bla. Bla. Bla. Altrove, c’è l’altrove. Io non mi occupo
dell’altrove. Dunque, che questo romanzo abbia inizio.
In fondo, è solo un trucco. Sì, è solo un trucco».
Per Sorrentino «Le ambizioni ed il tono del
“Viaggio al termine della notte” hanno ispirato
molto questo film. Questo libro non è solo una
critica alla società e all’umanità, è anche il più
grande tentativo di conoscere l’uomo nelle sue
bassezze e come dentro le sue bassezze si possa
mirare alla bellezza. L’autore fa delle memorabili descrizioni di gente umanamente e moralmente miserabile che però è portatrice di bellezza».
Carmine Negro
Oscar, "La grande bellezza" miglior film straniero
Con Paolo Sorrentino la statuetta in Italia a 15 anni da "La vita è bella" di Benigni
40 La Rassegna d’Ischia n. 1/2014
Il protomedico Francesco Buonocore e il termalismo a Ischia nel Settecento
Un inedito Francesco Buonocore
emerge dalle pagine di Luigi Ziviello
Francesco Buonocore, figura emblematica della cultura
scientifica ed umanistica del 700, rivestì un ruolo determinante come protomedico del Regno di Napoli e primo medico di Camera del Re Carlo di Borbone e del suo erede
Ferdinando IV.
L’8 agosto 2013, presso lo stabilimento termale militare di Ischia, è stato presentato il libro dell’architetto Luigi
Ziviello intitolato Il protomedico Francesco Buonocore - il
termalismo a Ischia nel 700.
Nel testo sono presenti numerose novità ed importanti
scoperte sulla vita del Buonocore che possono chiarirci i vari
aspetti della sua prestigiosa carriera.
La sede scelta per l’evento è di certo la più adatta per
comprendere la personalità del nostro insigne concittadino.
Infatti, fu proprio su quella collinetta, nota come il bosco dei
Polverini (sopra la Piscinella, ossia sopra i bagni di Fornello
e Fontana) che egli decise di costruire il suo palazzo.
Il Buonocore era intenzionato a lasciare il segno del suo
prestigio proprio nel luogo natio da cui era partito e che era
stato, per quasi un secolo, la residenza della famiglia Buonocore che lo possedeva come enfiteuta dei Signori Polverini.
Nell’anno 1740, il medico riuscì a concludere una compera di grande importanza per 2325 ducati, con la quale tutti
i terreni ischitani dei Polverini divenivano di sua legittima
proprietà.
La conferenza si è svolta nell’androne della Villa Reale
dove un folto, attento e preparato pubblico ha potuto, nell’attesa, osservare la bellezza del luogo reso più incantevole dai
colori di una tipica serata estiva ischitana.
Il panorama non è più lo stesso di allora: possiamo solo
immaginare come si presentasse grazie ai dipinti dell’epoca.
Tuttavia, ancora oggi conserva tutto il suo fascino.
Il presidente del Centro Studi di Ischia, Antonino Italiano,
ha letto l’iscrizione di un’epigrafe del Mazzocchi (1), voluta
dal Buonocore e posta all’entrata del palazzo, e che qui riportiamo nella sua interezza:
“Villa di Francesco Buonocore, costruita fin dalle fondamenta colle grandi ricchezze che aveva acquistato in Ispagna colla perizia della sua arte e per la munificenza di re e
principi”,
Poi seguivano i seguenti versi:
“Non oltrepassare, viaggiatore, già viene la sera. Fermati. Né ambisco ospiti regali, né caccio dalla porta gli
umili. Da questa villa suburbana sia lontano soltanto ogni
inganno e siano lontani i malvagi, i ladri e l’avvocato”.
Dopo alcune riflessioni, il presidente fa notare che, prima
che lo Ziviello pubblicasse il suo libro, si pensava di conoscere quasi tutto sulla vita del Protomedico, grazie soprattutto alle numerose ricerche svolte dal fondatore del Centro
Studi (Onofrio Buonocore) prima e dal Buchner poi.
Si trattava però di notizie che provengono essenzialmente
da fonti indirette. Il merito della ricerca di Luigi Ziviello è
nell’aver trovato fonti vicine al nostro protomedico e persino delle lettere scritte di proprio pugno.
Dalla lettura emerge “il tratto intimo e personale e a volte
perfino struggente di Francesco Buonocore, immerso nella
intricata realtà della vita di corte, tra insidie e rivalità dalle
quali dovette guardarsi per non soccombere.
Diede prova di possedere una acuta intelligenza diplomatica e anche di essere mordace e irruente con i propri avversari”.
La Prof.ssa Manuela Sanna, Direttrice dell’Istituto del
ISPF-CNR, ha descritto il metodo di studio utilizzato
La Rassegna d’Ischia n. 1/2014
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dall’autore, le scoperte fatte e l’importanza del libro, in cui
sono state corrette le date errate del Nicolini relative alla
nascita e morte del Buonocore. Il libro dedica anche ampio spazio al termalismo e alla sua importanza nel '700. Le
terme erano come dei salotti mondani dove gli intellettuali
del tempo, soprattutto i medici, potevano scambiarsi informazioni, metodologie e nuovi strumenti (2).
L’autore descrive le parti salienti del suo scritto attraverso
delle diapositive, in cui vengono mostrati un quadro di Giacinto Gigante, raffigurante il casino del Buonocore che domina sul lago, e importanti personaggi dell’epoca che hanno
interagito e segnato la vita del Buonocore (3).
Descrivendo la figura di quest’ultimo, afferma che il Buonocore fu un uomo dalla personalità complessa, talvolta irruente, decisamente sarcastico, ma indubbiamente un uomo
di potere.
Riuscì, infatti, a conservare, per circa 40 anni, la più alta
carica che potesse essere ottenuta da un medico, liberandosi
di volta in volta di diversi concorrenti.
Molti personaggi illustri dell’epoca elogiarono il Buonocore per le sue molteplici qualità; non era dello stesso avviso
il marchese Bernardo Tanucci che lo dipinge come un uomo
che trama ed un ingannatore.
L’autore fa notare che il Tanucci, in generale, era prevenuto verso i Napoletani; in particolare, l’odio mostrato nei
confronti del Buonocore era dovuto essenzialmente a ciò
che Ziviello ha definito antagonismo di carattere culturale.
L’autore conclude la sua esposizione mostrando il Buonocore in una nuova veste, informandoci di quanto fu importante il suo contributo nelle sorti della guerra contro gli
Austriaci. Infatti, egli riuscirà a salvare la vita del proprio re
e di conseguenza il suo regno.
L’episodio viene narrato dallo stesso Buonocore in una
lettera inviata al duca di Sora: “Il nemico alle 5 della mat-
tina è entrato con 4000 e più soldati e se non fosse stato
avido della preda haverebbe fatto senza dubio prigioniero
il nostro Re. Io correndo a palazzo insieme con il marchese
di Villafuerte havemo fortemente bussata la porta, l’havemo
fatto vestire e poi a piede è corso per lo giardino nel campo
insieme con tutta la scorta sopravvenuta” (Velletri, 11 Agosto 1744).
Al termine della conferenza, l’unica domanda che è stata posta all’autore riguardava la possibilità di ritrovare un
ritratto del Bonocore. Lo Ziviello in proposito è ottimista.
Nell’attesa riportiamo i versi di Bartolomeo Donato che,
come ha fatto notare il Buchner “potrebbero stare benissimo
sotto un suo ritratto”:
FRANCISCUS BONOCORIUS
REGIS, REGNIQUE ARCHIATER.
QUI MORBOS ARCERE VALET, QUIVE ABDITA CAECIS
FARMACA VULNERIBUS SAEPE PARARE SOLET.
INDICAT EN VULTU QUANTA EST SAPIENTIA MENTI;
QUANTA ILLI EST BONITAS MORIBUS IPSE DOCET.
INGENII EX OCULIS DECOR EMICAT, ATQUE VENUSTAS
FRONTIS LANGUORES, TRISTITIAMQUE FUGAT,
REGIS VITA TIBI CONCREDITUR; ERGO SALUTEM
REGNORUM TUA NUNC ARS OPEROSA REGIT. (4)
Note
1) Il Mazzocchi, famoso epigrafista, compose ulteriori versi per il
casino del Buonocore.
2) In una lettera a Micheli, “Buonocore si fa portavoce della richiesta di Cirillo di un termometro”.
3) Cirillo, Vico, Pier A. Micheli, Giovanni Targioni Tozzetti ecc.
4) Tratto da Otia Sebethi ac Sabbati sive Heroes Monarchiae Caroli
Borboni Illustriores (Stephanus Abbas, Napoli 1738).
Giacinto Gigante (1806.1876) : Porto d'Ischia
42 La Rassegna d’Ischia n. 1/2014
Gianni Matarese
Insieme a Forio nell'isola d'Ischia
... Ad un tratto, improvvisamente,
un gelido vento di maestrale...
di Gaetano Ponzano
Il cinque Novembre 1962, dopo dodici anni facevo ritorno, in compagnia
della mia amata Maria Fiore, mia moglie da sette giorni, sull'isola d'Ischia,
nella mia Forio. Ci trovavamo su di un piroscafo, adibito per il trasporto
sia di merci che di passeggeri, in partenza da Napoli, molo Beverello. In
un primo tempo prendemmo posto sulla sommità del piroscafo, all'aperto,
comodamente seduti, mentre osservavamo, verso sinistra la maestosità del
Vesuvio, e l'andirivieni di pallidi raggi di sole: la giornata si proponeva anche
alquanto ventosa. Mentre amorevolmente osservavamo tutto ciò, io iniziai a
preoccuparmi poiché, pur essendo ancora ormeggiati al molo, la nave oscillava, dondolando vistosamente. A quel punto convinsi mia moglie a scendere
nella sala interna.
Saggia fu la mia decisione, poiché appena salpati e usciti dal porto il piroscafo iniziò sia ad ondeggiare che a beccheggiare vistosamente. Io sapevo
di non soffrire il mal di mare, ma la mia consorte soffriva e pertanto i miei
timori e preoccupazioni per lei aumentavano. Le sue sofferenze crescevano
vistosamente, l'acqua delle onde del mare, agitatissime, sotto lo sferzare di
forti raffiche di vento, entravano dalla prora del piroscafo, per uscire dalla
poppa. Cercai di tranquillizzarla, dicendole che al primo approdo sull'isola
d'Ischia, saremmo scesi, senza arrivare fino all'approdo nel porto di Forio. Le
mie parole la tranquillizzarono solo in parte, poiché continuava a star male.
Finalmente, dopo tante indicibili ansie e trepidazioni, e una turbolenta navigazione, giungemmo nel porto d'Ischia. Appena sbarcati sul molo, messo
piede a terra, come d'incanto il mal di mare e tutti i disturbi collegati svanirono, e subitamente iniziammo ad apprezzare tutte le bellezze dell'isola.
Prendemmo una motocarrozzetta, per arrivare a Forio e comodamente seduti, ci guardavamo in volto stupiti e io ero sconvolto da quello di Maria:
raggiante e felice. Io cercavo di farle da 'cicerone', anche se mancavo dalla
mia mitica isola da dodici anni. Il conducente della motocarrozzetta procedeva a bassa velocità e a tratti interveniva anch'egli nella spiegazione di alcuni
luoghi. Così, ad andatura moderata, viaggiavamo tra ville, alberghi, belve-
Forio - Veduta dal mare
Forio - Il Torrione
deri sul mare e fiori multicolori, dai
profumi inebrianti, mentre io parlavo anche di me, della mia famiglia
e di mio padre. Ad un certo punto, il
conducente, avendo sentito nominare mio padre, fermò la motocarrozzetta, e rivolgendosi verso di me: voi
siete forse il figlio del maresciallo
Ponzano?...Venuto a conoscenza del
fatto che io ero veramente il figlio,
scese dalla motocarrozzetta: Voi
siete 'padrone' di tutto, non dovete
preoccuparvi di nulla, provvederemo a tutto noi, il vostro soggiorno
a Forio, in viaggio di nozze, dovrà
essere senza la minima preoccupazione né per voi, né tanto meno per
la vostra sposa, questo è il minimo
che possiamo fare, per onorare la
persona integerrima quale era stato
vostro padre, il Maresciallo Ponzano. Dettomi tutto ciò che poteva o
voleva dirmi, con particolare moderata andatura riprendemmo il nostro
itinerario di avvicinamento a Forio.
Ormai il conducente mi aveva sostituito come cicerone. Ci trovammo
così a percorrere un lungo tratto di
strada, quella di Cavallaro, alberata
di oleandri odorosi, sulla sommità
della quale si poteva scorgere a mo'
di cartolina illustrata, un panorama
mozzafiato: scorgevamo un dolce
declivio verdeggiante cosparso qua
e là da basse casette multicolori che
La Rassegna d’Ischia n. 1/2014
43
dolcemente giungevano fino al nucleo abitativo della
mia mitica Forio, con sullo sfondo, a picco sull'azzurro-verdeggiante distesa marina, la candida chiesetta
della Madonna del Soccorso, con le sue croci lignee
e il maestoso portale. All'orizzonte, dopo aver cinto in
un caloroso abbraccio sia la chiesetta della Madonna
del Soccorso che tutta la costa, baciata dalla variegata distesa marina, incantevole con tutti i suoi profumi,
solcata qua e là da piccole leggere barchette che dolcemente venivano cullate dalle onde: visione mozzafiato!
Eravamo esterrefatti da cotanta bellezza fino al punto
che la mia consorte, a stento, emozionata, si espresse
così dicendo: ma questi luoghi sono il Paradiso celeste
sulla terra! Io, dolcemente, stringendo affettuosamente
le sue tra le mie mani le sussurrai: di questi scorci paradisiaci sull'isola d'Ischia ce ne sono molti.
Giungemmo così sulla litoranea che conduceva al
centro di Forio. Dopo aver superato la vecchia, ormai
in disuso centrale elettrica, sulla nostra sinistra, percorrendo la litoranea alberata da piante medio-alte, tutte
colme di fiori profumati di oleandri, nonostante il periodo autunnale in cui eravamo, e con la brezza che dal
mare spettinava i capelli giungemmo nella piazzetta,
dove l'omonima chiesetta di San Gaetano, alcuni piccoli bar-ristoranti e un'agenzia turistica la circondavano
rendendola caratteristica ed accogliente. Il conducente
della motocarrozzetta soffermò la sua andatura, senza fermarsi, ed espresse l'intenzione di condurci fino
alla piazzetta attigua all'abitazione della signora e del
professor Luigi Polito: Largo Rosa Thea. Dopo aver
voltato a destra, nel Corso Umberto I, una strada ciottolata con grosse pietre grezze, e dopo aver superato la
piazzetta con una piccola fontana di pietra, al centro,
con sul lato sinistro bar storici, caratteristici con relativi dehors, giungemmo nei pressi dell'abitazione della
famiglia Polito. Il conducente della motocarrozzetta ci
aiutò a scendere e, prendendoci l'unica valigia che avevamo, ci precedette avviandosi, salendo la lunga scalinata che ci avrebbe condotto dinanzi all'uscio di casa, e
nel mentre rivolgendosi verso di me: Sig. Ponzano, voi
non dovete preoccuparvi di nulla, pensiamo a tutto noi,
voi qui siete padrone di tutto.
Bussato alla porta, ci aprì la signora Polito che, solo
nel vedermi, mi riconobbe immediatamente, dicendomi: ma tu sei Gaetano, siete in viaggio di nozze? Bene
ora siete nostri ospiti, siete a casa vostra. Guardandomi
attentamente: ma tu Gaetano, non sei affatto cambiato,
sei identico a quando eri piccolo. Come è bella la tua
sposa Maria, siete veramente una bella coppia. Fummo
accolti con molto calore sia dalla signora Polito che da
suo marito, il professor Luigi Polito. La famiglia Polito
era composta, oltre che dai genitori, da quattro figli:
Enzo, Giovanni, Lia e Rosatea. La mia Maria socializzò subito, sia con la signora Polito che con le figlie Lia
44 La Rassegna d’Ischia n. 1/2014
e Rosatea. Frattanto, io ero trattato e considerato come
un 'figlio aggiunto', stimato e amato come tale.
A sera ci venne offerto, come era loro costume, di
occupare la loro camera matrimoniale, come augurio
propiziatorio di una lunga vita felice insieme. Dopo
averli a lungo ringraziati, ci ritirammo, nell'alcova,
elegantemente e finemente arredata.
L’indomani ci destammo con il chicchirichì di un gallo che cantava nella piccola aia adiacente la casa dei
Polito; erano le sette e trenta del sei novembre 1962.
Decidemmo io e la mia giovane moglie Maria di uscire per una breve passeggiata, ci recammo in via Sopra
Scaro, dove avevo abitato ed ero nato, e giungemmo
così sulla balconata murale che s'affacciava sul vasto
arenile di finissima candida sabbia, con sulla sinistra
il molo antico con il maestoso faro dalla luce scandita con intermittenza e numerose barche multicolori di
svariata stazza, alcune adagiate sul bagnasciuga, altre
ancorate in mare, accarezzate da piccole onde che le
cullavano.
Ad un tratto, improvvisamente un gelido vento di maestrale, proveniente da nord-ovest, ci avvolse con tutti
i suoi potenti sbuffi; i nostri volti vennero sconvolti e
raggelati dalle potenti folate. Il mare, da calmo iniziò
ad agitarsi e ben presto da azzurro-verdeggiante divenne azzurro-cupo, con onde dalla sommità coronata da
candida spuma che emanava nell'aere una moltitudine
di spruzzi salmastri. Il freddo maestrale ci avvolgeva
interamente. Istantaneamente, così manifestai la mia
ammirazione, per tali infinite sensazioni che scorgevo
in mare, sconvolgendo il mio animo... e nacque:....
La Burrasca
Riluceva la scogliera
sotto gli argentei raggi
della pallida luna
che baciava i marosi
che s'ergevano imperiosi
spumeggianti ed impetuosi,
trasportando qua e là
le barchette alla deriva.
Gaetano Ponzano
Forio - La candida chiesetta della Madonna del Soccorso
Colligite fragmenta, ne pereant
Fonti archivistiche per la storia dell’isola d’Ischia
A cura di Agostino Di Lustro
La Chiesa e il convento francescano
di S. Maria delle Grazie o dell'Arena
III
Continuando ad esaminare il fascio 5227 del fondo Corporazioni Religiose Soppresse, che stiamo indicando sempre
con la sigla: C.R.S. dell’Archivio di Stato di Napoli, che fa
parte della documentazione proveniente dal convento dei
frati Conventuali di Santa Maria delle Grazia o dell’Arena
fuori del borgo di Celsa sull’isola d’Ischia, notiamo che esso
ci fornisce alcune indicazioni sulle entrate pervenute al convento nella seconda metà del secolo XVI. Pertanto dall’inventario dei beni e delle rendite dal 1560 al 1592 possiamo
ricavare il seguente quadro riassuntivo delle rendite del convento:
Anno
Ducati
15601
56- 1-46
?2
78- 2- 6
15893 108- 0- 11
15904 66- 2- 0
1592
119- 2- 0
15925
48- 5- 28 ( riscossioni )
Inoltre possiamo ricostruire in parte l’archivio e il patrimonio immobiliare del convento attraverso il fascio 5228
dello stesso fondo archivistico citato. Infatti questo presenta
un lungo documento su questo aspetto particolare, dopo aver
presentato una breve memoria sulla fondazione del convento. Esso così comincia: «Reassunto di tutti gl’istrumenti in
carta pecora che si ratrovano in convento di Santa Maria
delle Grazie d’Ischia, per tutt’oggi 20 agosto 1699. Si avverte che tutti istrumenti stanno segnati fuori con l’abbaco,
incominciando dal 1, 2, 3 e seguito, onde quando in questo
libro si trovarà nella fine del reassunto, numero 10 verbi gratia, si dinota quell’istromento in carta pecora con lo detto
numero. Elaborato nel governo del molto Reverendo padre
Maestro Clemente Bellabona di Napoli».
Sarebbe molto interessante per la conoscenza della toponomastica, e anche dell’aspetto fisico di parecchie zone
dell’Isola d’Ischia, riassumere il contenuto di questi documenti: Mi limito a trascriverne solo qualcuno che mi sembra
1) Compilato da fra Antonio d’Ischia (C.R.S. n. 5227 ff. 94-97).
2) L’anno non è indicato. È stato compilato da P. Francesco Mineo
(ibidem, f. 98 ).
3) Compilato da fra Giovanni di Nola (ibidem, ff. 108-110).
4) Compilato da fra Gironimo d’Ischia.
5) Compilato da fra Giovanni Antonio da Nola guardiano (ibidem,
ff. 114 e 115 ).
maggiormente interessante, dopo aver sottolineato che le
pergamene qui citate sono ben cinquantotto.
Il 13 dicembre 1557 il guardiano fra Vincenzo Balestriero
di barano e gli altri padri, concedono in enfiteusi a Giacomo
Monte di casamicciola due terre seminatorie ubicate nella
stessa Casamicciola: una di mezzo moggio all’Arvanello a
Boceta presso i beni della chiesa di S. Pietro a Pantaniello
e S. Antonio della città e l’altra di un tomolo a Boceta con
obbligo di pagare carlini otto il 1° novembre: L’atto viene
rogato per notar Luca Marzia «di Mataloni, cittadino Isclano»6.
Il 9 gennaio 1582, per notar Giovanni Aniello Mancusi,
il guardiano fra Donato Loise di Caposele e gli altri frati,
censuano alla vedova D. Costanza Caracciolo «un territorio
sterile e orticello murato con piede di fico e granato, dove si
dice l’Arso presso una pietra grossa, per scudi otto l’anno
con patto che, volendo fabricare non bisogna fare finestre»7.
Il 16 ottobre 1603 per not. Giavanni Aniello di Francesco,
il P. Pietro di Maio concede in enfiteusi a mastro Nicola Capuano di Forio per ducati cinque una terra arbustata e vitata
di tre quadre con casa terranea e palmento nel «loco dove si
dice lo Scentone presso i beni del quondam Paulo Monte,
Giovan Giacomo Capuano e via publica»8.
Il 4 luglio 1605 Silvestro di Maio, erede di Tomasino di
Maio di Forio, essendo debitore nei confronti del convento
per ducati ventuno per frutti decorsi di un censo sopra una
«casa terranea con astrico a sole cortile piscina cantaro forno
con giardino» ubicati a Forio «a le cerque seu Casa di Maio
presso i beni di Andrea di Maio, eredi di Agostino di Maio
e di Giacomo Sportiello, via pubblica si impegna a pagare
ducati ventuno in diverse rate come di stabilito per atto del
not. Giovan Domenico Vitale»9.
Il 14 maggio 1646 il guardiano fra Innocenzo di Napoli e
gli altri frati danno a censo di cinquanta ducati a Bartolomeo
Ferraro di Forio, di mestiere speziale, sopra un «magazzeno
terraneo e una camera con astrico a sole sito dove si dice
la Caccavaro, e nel detto magazzeno il detto Bartolomeo ci
tiene la spezieria»; paga di censo ogni anno ducati cinque
come per atto del not. Scipione Calosirto10.
Scipione Vitale di Ischia vende a Salvatore Borrello, anche
lui di Ischia, due territori «uno seminatorio con arbori frut6) Ibidem, f. 137.
7) Ibidem, f. 140.
8) Ibidem .f. 145.
9) Ibidem , f. 145.
10) Ibidem, f. 164 r. e v.
La Rassegna d’Ischia n. 1/2014
45
tiferi et un boschetto da far legna di quarte sette» ubicato in
Ischia «a lo Monte di Campagnano», un sambuco da bosco e
da capra per il prezzo di ducati centocinquantacinque. «Non
si mette giorno, ne mese, ne anno, perche non si puo leggere.
L’istromento l’ha rogato notar Giovanni Aniello Mancuso
d’Ischia ut in numero 57»11.
Sebbene si riferisca ad un periodo molto tardi, tuttavia per
le vicende del patrimonio immobiliare del convento assume particolare importanza questa «fede» che ci presenta la
situazione di una proprietà del convento e dei beni da essa
prodotti. Per il periodo dal 1796 al 1802 i frati hanno fittato
un terreno per cui il padre guardiano e gli altri frati fecero
fare una «perizia» o inventario di quanto si trovava nel terreno che veniva fittato. Tale fondo era ubicato in Ischia alla
«Mandra», al confine dell’Arso, lungo la strada pubblica.
ll terreno si estende per misurelle 32 delle quali sei sono
vitate e sei paludosi. Gli aumenti, già realizzati nel fondo,
vengono valutati ducati 138; le viti vecchie numerate ad una
ad una sono in tutto 1350, quelle nuove, anch’esse numerate
ad una ad una sono 200 di numero. Inoltre in questo territorio troviamo:
«piedi di percoche, e pomi tra piccoli e grandi numero
115; piedi di crisomole piccoli n. 3; delli piccoli e grandi n.
57; un piede di cetrangolo agro e tre piccoli numero 4; un
sorbo; piedi di fichi piccoli e grandi n. 16; pioppi tre piccoli
e grandi numero 22; piedi di celsi numero 5, cioè due grandi
e tre piccoli; ceppe di granate numero 7, cioè uno mezzano
e sei piccole; finalmente due ceppe di canne, in tutto ducati
102 Criscienzo di Meglio»12.
Altro documento molto indicativo che getta uno sprazzo di
luce anche sul modo di gestirlo da parte dei frati, e supratutto
dei vari padri guardiani che si sono succeduti nel tempo, i
quali non sempre sono stati scrupolosamente attenti alla salvaguardia dei beni del convento, ci viene da un frate molto
attento a questa problematica. Infatti egli ha compilato il fascio 5382 del fondo C.R.S. dell’Archivio di Stato di Napoli
che così intitola: «Platea di questo convento di Santa Maria
delle Grazie fatta dal Molto Reverendo padre maestro Garofalo nell’anno 1756». Egli ci presenta alcune notizie sia
sull’archivio che sulle vicende della gestione del patrimonio
fondiario.
Archivio di Stato di Napoli
Fondo: Corporazioni Religiose Soppresse
Fascio 5382
f. 1 r.
In questa Platea si chiamano i libri dove si trovano l’istrumenti, o fedi di essi, quali libri si conservano nell’archivio
del convento, dove ancora si conservano le carte in pergameno, che si chiamano in Platea. Li quali libri sono segnati tanto sopra, quanto in essi colle seguenti Lettere, che si
citano e chiamano in questa Platea, cioè libro Lettera A =
Libro lettera B = Libro lettera H= Libro lettera E= Libro
lettera J = Libro lettera O = Libro lettera U Libro degli
strumenti= Libro degli affitti che in tutto sono libri nove che
11) Ibidem, f. 164 v.
12) Ibidem, fascio 52 31, f. 212 v.
46 La Rassegna d’Ischia n. 1/2014
si conservano dal Convento segnati nella sudetta maniera e
vi si conserva ancora il libro della tabella delle Messe; qual
libro si cita anche nella presente Platea.
f. 1 v.
Avviso
Sia noto a tutti i Guardiani pro tempore, e a religiosi stanzianti in questo convento, come per la poco, o niuna attenzione de’ Guardiani di detto convento in notare nella Platea
vecchia i nomi de debitori del convento, quando succedevano i nuovi, o di notare nella restituzione di qualche capitale
con chi si rimpiazzava, come ancora il nome del Notaro,
che strumentava, e nell’anno si strumentava, tutto ciò è stato cagione che il convento ha perduto molti capitali, e per
recuperarne alcuni si è dovuto fare molta fatica in ritrovare
gl’istrumenti a caso, per evitare in tempo futuro un tanto
male si e impetrata dal regnante sommo Pontefice Benedetto XIV una Bolla contra tutti i guardiani, che pro tempore
saranno di questo convento, e contro tutti gli stanzianti, e
privi della voce attiva, e passiva , e da non potersi assolvere
che solamente dal Papa contro tutti li Religiosi stanzianti, in
detto convento se saranno trascurati per lo spazio di giorni quattro compiti di notare, e registrare nella Platea del
convento i nomi delli debitori, che succederanno a quelli
cui sono notati, come ancora se trascuraranno di notare i
capitoli con chi sono stati rimpiazzati, e sopra gli fondi sono
stati, come ancora se trascureranno di notare i capitoli con
chi sono stati ipotecati, e per mano di quale Notaro sono
stati fatti gli strumenti, et in quale anno come appare tutto
ciò, et altro dalla sudetta Bolla emanata a 18 Febbraro del
1754, e si conserva in carta pergamena segnata col numero
58 nell’Archivio del convento.
Inoltre il fascio 5358 presenta un quadro sinottico di tutto
il patrimonio immobiliare del convento. Credo sia utile riassumerlo e presentarlo in questa sede soprattutto perché ci
vengono indicate le notizie fondamentali dei vari appezzamenti di terreno e delle case che fanno parte del patrimonio
del convento.
Da Francesco Buonocore per massaria di moggia 3 ½ sui
suoi beni, duc. 26; da Giuseppe Lauro per territorio di un
moggio ortalizio detto «La Pezza o Le Pezze», duc. 5; da
Marino Lanfreschi per casa terragna a terrazappata: «la prima casa terragna a mano manca posta sul pontone quando
si va da terra zappata a Casa Lauro sopra la quale sta una
casa con astrico a sole» carlini 37; dalle Monache per magazzino e casa sopra a Celsa, duc. 7 e tarì 4; su territorio a
Formicasa a Barano carlini 13; da Antonio e Alessando Penniello sopra magazzino a Celsa presso la «Torre della Città»,
duc. 6; da Giuseppe Sirabella per «un’aria seu sito di casa
con azione di gradiata a Terrazappata sopra del magazzino
del convento» carlini 5; dalla eredità dei Matarese, dai beni
di Mascambruno come successori dei d’Avalos ; da Caterina
Colonna per casa «dietro l’orto a Celsa», carlini 13; dagli
Agostiniani per «casa dietro l’orto nel secondo vicolo principiando dalla parte di basso», carlini 13; da Giovanni Terzuolo per casa a Celsa «dietro l’orto come sopra» carlini 14;
dalla Città per il patronato , duc. 4; da Giusepppe de Lellis
«per casa terragna nel vicolo continguo alla fontana», carlini 20; dalla Regia Camera «per mantenimento de’ Religiosi
e senza verun peso» dal Banco di San Giacomo per ducati
2.000 di capitale, duc. 6 ½ ; erano duc. 140 di rendita al 7
½ «sopra la regia Dogana di Napoli e altri arrendamenti»,
come per istrumento del not. Scipione Calosirto del 26 ottobre 1637. «Avendo poi il Re Filippo Quinto avuto bisogno
di denaro, si servì delli denari dei Banchi, ed abbassò gl’arrendamenti, per la quale cagione il convento soggiacque
alla annual perdita» e la rendita passò da 140 a 6 ducati; dal
duca di Bovino sulla massaria di S. Anna, carlini 7; dal canonico Tommaso Scotto sul territorio di Soronzano di tomola 36 vitato e fruttato, duc. 5 e tarì 3; da Francesco Garofalo
per massaria di moggia 5, carlini 20; da Domenico e altri
Lauro per censi sopra una casa a Celsa, carlini 32; da Onorio
Menga per casa soprana con terrazzo, piscina, croaca, nella
parrocchia del vescovato, carlini 10; da Scipione Calosirto,
ducati 5; da Francesco Coda per la cappella di S. Anna della
chiesa del convento, carlini 7 ½ ; da Antonio Montefusco
per «territorio di un moggio ½ ortalizio e mezzo vitato e
arbustato con due case, una terranea e l’altra soprana con
astrico a sole l’una posta sopra l’altra con due pozzi pure
d’acqua dolce con peschiera da riporvi l’acqua per adacquare l’orto…. ubicati alla Mandra»; da Nicola Monicello
per fitto di un giardino «nella marina del Pontano» di ½
moggio con pozzo d’acqua, «fruttato di fichi e celsi bianchi
presso la Marina, l’Arzo, col Pontano, il cortile e il giardino
del convento», duc. 10; da Agostino il Sardignolo per «un
magazzino alla Marina del Pontano e propriamente la terza
casa terragna seu magazeno principiando dalla parte del
convento, presso giardino del Pontano, beni dei Gesuiti», la
Marina il convento e Casa Siniscalchi ducati 3 e carlini 30;
da Domenico Fiore per fitto di magazzino «nella Marina del
Pontano, presso giardino del Pontano, beni del convento e
dei Gesuiti, e la Marina», «secondo magazeno principiando
dalla parte che guarda il convento», carlini 35; da Girolamo
Candia per un magazzino. Il quarto dopo i precedenti e da
Francesco Candia per il quinto magazzino, ducati 75 ½ ; da
mastro Michele Manzo per una casa terragna presso i beni
di Silvestro Bacco e via pubblica, carlini 20; da Domenico
Mancuso «per una camera a terra zappata presso i beni dei
Lanfreschi dall’Occidente con un vicoletto che non spunta,
da mezzogiorno col largo di Terrazappata e via pubblica»
ducati 8; da Crescenzo Capo di Pupo per un magazzino a
terra zappata, confina con «l’altro del convento, sopra del
quale sta una camera con astrico a sole» e presso i beni del
convento, duc. 8; da Bartolomeo Tremaglia per fitto di un
magazzino a Terrazappata, «posto al pontone di Terrazappata, beni di Isabella Guarniero, Canonico Lonardo Terzuolo,
via pubblica e si trova sopra detto magazeno del canonico
Terzuolo» duc. 15; da Giuseppe Sirabella per fitto di altro
magazzino a terra zappata, presso i beni dei Lanfreschi, via
pubblica ecc. ubicati sotto la casa di Giuseppe, duc. 5 ½; da
Nunzio Trammontano per fitto di «una casa terragna seu
basso a Celsa dietro l’orto e propriamente al primo vicolo principiando da quello della parte della piazza di Celsa
presso i beni del convento», beni della chiesa dello Spirito
Santo, e via pubblica «venuta da Marsilia Spiritiello per legato di ducati 10 e per esse carlini 10 sopra i beni, e sopra
detta casa sulla quale si pagavano altri carlini 13 dalla eredità Matarese», duc. 5; da Cecilia Guarniero per «una casa
terragna dietro l’orto al secondo vicolo principiando dal
vicolo della parte della piazza di Celsa» presso i beni della
parrocchia di S. Domenico, di Domenico Castaldi e via pubblica, carlini 30; da Restituita Califano per una «una casa
terragna a Celsa dietro l’orto nel primo vicolo principiando
da quello che sta presso la piazza di Celsa, pressoi beni del
convento, beni di D. Evangelista Morgioni e via pubblica
con astrico a sole», duc. 4 ½ ; da Tammaro Onorato per una
casa «dietro l’orto nel primo vicolo prossimo alla piazza con
astrico a sole cataratta, gradiata coperta et altre comodità»
presso i beni di Nicola Mazzella, di D. Evangelista Morgioni
e via pubblica: «tiene due finestre una all’oriente e l’altra a
occidente» duc. 7 ½ ; da Gipovanni Battista Mazzella per
una massaria a «Campagnano sue casa Mormile di moggia
1 ½ vitata e arbustata a tramontana», duc. 5 e carlini 5; da
gennaro Guarniero di Raimo per una masseria a «il Monte
seu Cognulo seu delli Pignatielli di tre mogia aumentata di
viti e altri alberi fruttiferi con casa terragna. Tiene l’azzione
di passare dentro la massaria delli Vitali», duc, 6; da Giuseppe Iacono per territorio a Campagnano detto «Chiano
Livuoro» vitata e ficata di moggia 1 ½ , duc. 6;
Irredimibili
Bernardino di Candia per territorio a Campagnano di moggia 4 «piantato di alberi di mele e parte seminatorio», carlini
20; dal canonico Orazio Albano per una massaria con bosco
a Campagnano alla Fasolara, di moggia 8 vitato e arbustato,
con il bosco di ceppe di querce. Nella masseria ci sono case,
cisterna e altre comodità, duc. 9; da Aniello Canetta per una
selva di moggia 2 di moggia al Crevore con ceppe castagnole di moggia 2, ducati 7; da Filippo Mazzella su due territori
«nel luogo grotta di Terra piantati a viti: uno di maggia 1
e l’altro di moggia 5, carlini 32»; da Giuseppe Arcamone
per il territorio a «Chiano di Livuoro» di moggia 2, duc.6 e
tarì 3; da Silvestro Curcio per due territori «a Li Pignatielli
di moggia 2 vitato e l’altro a Santo Antuono di moggia vitato» Vi sono due case matte e una cisterna, duc. 5 e tarì 1; da
Gennaro Boccanfuso per un territorio a «Chiano Livuoro»,
carlini 12;dal reverendo Giovanni di Martini per un bosco «a
Santo Antuono», carlini 24.
Censi
da Tommaso Buono, su una massaria Cufa di moggia 4,
quadre 3 e none 7 con viti, ducati 19; da Carlo Brandi su un
terreno «al luogo detto Schiajano di mogia 3 parte arbustato
e parte boscoso», duc. 19; da Natale e Pancrazio Arcamone
su un territorio a «La Schiappa di Barano», vitato e fruttato
di misurelle 200 e un terzo di misurella, duc. 12 e carlini 5;
da Nicola Malfitano, Filippo Gioacchio e Simone Lombardo
di Moriello su un abitacolo di case e orto, carlini 20; da D.
Girolamo Balestriero su case a Barano «al luogo detto casa
Balestriero», carlini 6; da Andrea Balestriero su territorio a
Barano «detto Impetra seu Mpetra» ducati 5 ½ .
Annue entrate
Da Domenico Michele e Gioacchino di Palma su capitale
di ducati 162, ducati 12 e tarì 12; da Gennaro Santoro per
capitale di ducati 12 ½ sopra alcune case a Celsa «pervenute al convento da D. Evangelista Morgioni. Restituite al
La Rassegna d’Ischia n. 1/2014
47
convento fu rimpiazzato con Gennaro Santoro sopra un territorio vitato al Cardeto di moggio 1 ½ con casa matta ….
e sopra un territorio boscoso a Cardeta di mezzo moggio
e sopra due case terragne sempre a Cardeta con palmenti, cortili, cisterna e altre comodità», carlini 10; dal Can.co
Domenico Garofalo su tre case con orto a «Casa Orcione»
e su orto di misurelle 12, carlini 24; dal Reverendo Giorgio
Mazzella su un territorio detto «San Domenico» di moggio
1 ½ vitato con casa terragna e altro, carlini 20; da Domenico
Conte per il territorio della Impetra a Barano di un moggio;
da Nicola di Meglio alias Quarè sopra rendita fatta da Nicola
di Meglio sopra i primi frutti dei beni: territorio di moggia 2
con tre case terragne, altro territorio di moggia 2 e altre due
case sovrapposte alla casa, nel territorio di Cufa, duc. 6 e
tarì 2; dalle Monache su territorio detto «Monte formicoso»
di moggia 10, 10; da Sebastiano e Giuseppe Iacono eredi di
Crescenzo Iacono di «mattocia» su un territorio a «Rosato»
vitato di moggia 10 con comprensorio di case, carlini 10;da
Pietro e D. Filippo di Meglio sui loro beni per vari capitali,
ducati 8; da Antonio Migliaccio «alias stimato» carlini 30.
Affitti
da Leonardo di Meglio, per un territorio al Mortito di misurelle 6 aumentato di viti, carlini 10; da Pietro di Meglio
Angiola Mazzella, per un territorio di moggia 3 e misurelle
3 ½ ubicato a Piejo parte in piano e parte schiapposo «alla
parte del piano colla via vicinale, e da detta via dalla parte
del piano di basso va a uscire alla Croce di Piejo», duc.
16; da Franco e Nicola Malfitano per un territorio ubicato a
«lo bosco, seu Chiano di manna di moggia 23 di cui 5 aumentato di viti e 23 boscoso di bosco selvaggio con alcuni
alberi castagnoli presso i beni …di Francesco Buonocore di
Cicciotto e via pubblica che principia sotto lo Montagnone
sopra lo fondo ferraio». C’è una casa a travi ad uso di cantina, duc. 50.
Rendite
da Crescenzo di Scala di «Carcopalca» per un capitale di
duc. 100, carlini 15; da Ignazio Malfitano per alcuni capitali,
duc. 5 e grana 12; da Mattia e Gaetano Nobilione per capitale di duc. 20, carlini 20.
Affitti
da Tommaso di Scala per il territorio a Capo di maggio
parte vitato e parte sterile «con tre catenelle di territorio
seminatorio colla montagna da parte di mezzogiorno» di
moggia 1 e misurelle 15 ½ , duc. 6; da Giuseppe Iovene per
una selva nel luogo detto «Fratanza» di moggia 2 ½ «legnami castagnoli» di moggia 2 ½ , carlini 8; da Antonio,
Giovan Giacomo, Ambruoso, Girolamo di Costanzo con i
figli Vincenzo e Fabio, per legato su un territorio ubicato a
Moropano, vitato, di moggio 4 ½ con casa e palmento, duc.
10; da Mattia e fra Pietro di Meglio, duc. 4; da Cecilia di
Meglio alias Catena per un territorio a «Caperseto» di moggia 4 ½ piantato a viti, duc. 2.
Censi
Alessio Monti per due territori: uno a selva di moggia 1
½ , terra seminatoria al «Larvanella seu Boceta e un altro a
48 La Rassegna d’Ischia n. 1/2014
Boceta di moggia 1», carlini 30; da Luca e Andrea Monti
per una massaria «dentro Schiacchitiello di moggia 1 ½ sul
quale si trovano alcune case, palmento e aumentata di viti»,
duc. 19; da Saverio Siano per capitale di duc. 68, duc. 5, tarì
5 e grana 18.
Dalle stesse fonti possiamo anche tentare la compilazione
di un elenco dei vari «frati guardiani» che si sono succeduti
nel tempo, anche se non riusciamo a compilare un catalogo
completo. A partire dal 1556 fino al 1801 questi sono i nomi
che sono riuscito ad annotare.
Catalogo dei frati Guardiani del convento
6 settembre 1556, fra Vincenzo Calosirto
(C.R.S. fascio 5358 f. 136 r.);
13 dicembre 1557, fra Vincenzo Balestriero di Barano
(ibidem f. 137 r);
24 febbraio 1578, fra Clemente Oliva
(fascio 5230 f. 147);
9 gennaio 1582, fra Donato de Loise di Caposele
(ibidem, f. 140 r.);
19 settembre 1582, fra Antonio Palumbo di Raniello
(ibidem, f. 139 r.);
25 maggio 1590, fra Pietro di Majo di Ischia
(ibidem , f. 141 v.);
1590, fra Giovanni Antonio di Nola
(ibidem, fascio 5227 f. 4 v.);
16 ottobre 1603, fra Pietro di Majo
(ibidem , f. 145 r. );
22 aprile 1604, fra Felice de Rosa di Napoli
(ibidem, f. 146 r.);
19 aprile 1636, fra Tommaso Rolla di Napoli
(ibidem, f. 161 v.);
15 marzo 1643, fra Clemente di Napoli
(ibidem, f. 163 r.);
14 maggio 1646, fra Innocenzo da Napoli
(ibidem, f. 164);
17 luglio 1658, fra Francesco Antonio di Sora
(ibidem, fascio 5233 f. 201);
20 agosto 1699, fra Clemente Bellabona
(fascio 5228 f. 1);
1° ottobre 1704 fino a 1707, fra Gennaro Antonio Garofalo
(ibidem, f. 170-173 r.);
27 settembre 1712, fra Gennaro Antonio Garofalo
(ibidem. fascio 5230 f. 186);
25 maggio 1712, fra Tommaso de Martino
(ibidem, f.180);
14 ottobre 1719, fra Ludovico Sansone
(ibidem, fascio 5227 f. 267);
10 agosto 1735, fra Angelo Conti
(ibidem , f. 202);
14 aprile 1755, fra Angelo Conti
(ibidem, fascio 5231 f. 261);
9 marzo 1771, fra Giuseppe Garofalo
(ibidem, fascio 5370 f.13);
16 ottobre 1780, fra Angelo Conti
(ibidem, fascio 5230 ff.nn.);
19 novembre 1780, fra Nicola Giordano
(ibdem, fascio 5230 f. 193 r,);
1788- 1789- 1790-1791, baccelliere fra Giuseppe Garofalo
(ibidem, fascio 5373 ff. nn.);
1791-1792, fra Giuseppe Turco
(ibidem, ff. nn. );
1800-1801, fra Domenico Tammaro
(ibidem, fascio 5373 ff. nn.);
22 aprile 1802, Domenico Lubrano
(ibidem, fascio 5370 f. 58 );
31 dicembre 1802, fra Bonaventura Tammaro.
Sulla ricostruzione settecentesca della chiesa non possediamo notizie nè sul progettista né sulle maestranze che
l’hanno costruita. A giudizio del Salvati, «questa è certamente l’esempio dell’architettura maggiormente progredita dell’Isola nella sua epoca. La facciata principale. Tutta
bianca, con i grandi scuri dell’arcata centrale e del finestrone, col grande ordine composito, è quasi maestoso. Il
campanile a destra è un’opera pregevole del vero barocco
napoletano, il piccolo portale accanto al campanile, completa il quadro del complesso, chiesa , campanile convento.
Lo stile mediterraneo, come spesso avviene, si rivela nella
facciata laterale e nel retro. La facciata appare chiaramente
barocca: la grossezza dei pilastri e l’ampiezza degli archi, e
grossi fascioni della volta, la sua simmetria, la mancanza di
navate ce lo dicono»13.
I faldoni del fondo Corporazioni Religiose Soppresse
dell’Archivio di Stato di Napoli, dai quali abbiamo attinto
tante informazioni, non presentano alcuna testimonianza o
relazione sulla ricostruzione settecentesca della chiesa. In
essi non vi è traccia nemmeno dell’ammontare delle spese
che sono state effettuate, né delle maestranze che l’anno realizzata. Solo l’Onorato, che certamente in prima persona ha
assistito alla ricostruzione della chiesa15, ci ha lasciato la seguente testimonianza nella sua opera nella quale così scrive:
«Essa chiesa è un’opera nuova fattasi per l’attenzione del
fu maestro Teodoro Garofalo…. Siccome nella vecchia chiesa nulla mai di singolare ci fu in ordine a statue, a pitture,
e marmo, e ad iscrizioni, così nella nuova altro non si vede,
che la piccola quadreria formata, e dipinta da Spigna nella
di lui decrepita età, e pattuita in modo serafico, e meschino»14. Il nostro canonico si riferisce alle due grandi tele del
transetto raffiguranti «S. Francesco che riceve le stimmate»
e «S. Antonio di Padova dinanzi al Bambino Gesù». Ma c’è
da ricordare anche la «Levitazione di S. Giuseppe da Copertino» sul primo altare di destra, che costituisce uno degli
ultimi capolavori del di Spigna. «È il miracolo della vecchiezza di un pittore raffinato e padrone della prospettiva,
della scansione dello spazio, dell’accostamento dei colori
qui schiariti al massimo direi purificati». Il viso del Santo
è «trasfigurato da una luce terrena……forse esprimeva lo
stato d’animo del vecchio pittore che in questi capolavori
dava un addio alla lunga e laboriosa vita con un messaggio
13) F. P. Salvati, Architetture dell’isola d’Ischia, casa editrice Raffaele Pironti e figli, Napoli 1951, p. 43.
14) Infatti Vincenzo Onorato è nato nel borgo di Celsa il 25 aprile
1739. Un profilo biografico dell’Onorato si può leggere nella tesi di specializzazione in Storia dell’Arte Medioevale della Dott.ssa
Ernesta Mazzella dell’anno accademico 2008-2009.
15) V. Onorato, op. cit. p. 62.
di arte e di fede che i posteri faranno bene a non ostracizzare per motivi che disonorano la storiografia antica»16.
Nel 1809, in seguito allo scontro tra gli anglo-borbonici
da un lato e i francesi dall’altro verificatosi nello specchio
d’acqua intorno al castello d’Ischia, il monastero delle Clarisse, insieme con la cattedrale, subì seri danni a causa delle
cannonate degli eserciti in lotta tra loro. Le monache dovettero abbandonare il loro monastero insieme con la nuova
chiesa che non ancora era stata del tutto completata17. Per
questo furono loro concessi i locali dell’abolito convento dei
frati Minori Conventuali e così il 4 gennaio 1810 passarono
nella loro nuova sede18. Così furono messe in salvo anche
alcune opere d’arte di particolare importanza esistenti nel
monastero, tra cui il famoso polittico che, forse proprio in
questa occasione, fu smembrato per facilitare il trasporto
delle varie formelle. Oggi queste sono conservate nella sacrestia della chiesa di Sant’Antonio19. Con il polittico furono
portati nella nuova sede anche altri quadri, che oggi sono
sistemati sia in sacrestia che nella chiesa.
Sebbene per la legge n. 251 del 17 febbraio 1861 il monastero fosse stato soppresso, tuttavia le monache restarono al
loro posto fino alla morte dell’ultima di esse avvenuta il 21
giugno 191120. I beni del convento furono acquisiti dalla
Cassa Ecclesiastica per le Province di Napoli. I locali dell’ex
convento, con verbale del 29 settembre 1903 approvato con
decreto del 30 novembre dello stesso anno, furono ceduti in
proprietà al comune di Ischia in applicazione dell’articolo 20
della legge 3036 del 7 luglio 1866. La proprietà della chiesa
rimase al Fondo Edifici di Culto ( F.E.C.) che era succeduto
alla Cassa Ecclesiastica. La chiesa fu ceduta in uso al vescovo d’Ischia Mario Palladino con verbale del 23 marzo
1906, approvato con decreto del 29 marzo successivo, con
l’obbligo da parte del vescovo di mantenere aperto il sacro
edificio, officiarlo e provvedere alla sua manutenzione ordinaria a proprie spese. Con la chiesa furono ceduti in uso
anche alcuni locali ad essa adiacenti che dovevano servire
ad uso di rettoria, rimanendone proprietario sempre il F.E.C.
L’entità di questi locali fu ulteriormente precisata con una
serie di atti del 1° aprile 1933 e 19 aprile 1934 approvati con
decreto del Ministero dell’Interno il 12 maggio 1934 n. 2662
e registrati alla Corte dei Conti il 26 maggio successivo21.
16) G. Alparone, Ricerche su Alfonso di Spigna, in Ricerche contributi e memorie, vol. II cit. p.37.
17) Ne parleremo quando tratteremo più diffusamente del monastero di Santa Maria della Consolazione.
18) A.S.N., Intendenza Borbonica fascio 807 fascicolo 2955:
«Ischia Padri Conventuali; il locale fu concesso alle Monache d’Ischia per superiore disposizione ai 4 gennaro 1810, ove attualmente si trovano perché il loro monistero soffrì delle devastazioni nel
1809»
19) Questo polittico smembrato è stato variamente attribuito. Tra
i contributi più importanti su questo importante polittico, segnalo:
G. Alparone, Un polittico del sec. XVI nel convento di S. Antonio
dei Frati Minori d’Ischia, in Cenacolo Serafico n. 4, anno 1961;
E. Persico Rolando, Dipinti dal XVI al XVIII secolo nelle chiese di
Ischia, Napoli Edizioni GrafhatroniK 1991, pp. 102-106.
20) O. Buonocore, Ischia piccola Atene del Golfo, Rispoli Editore
in Napoli 1955 p. 28.
21) A.D.I., Cartella chiesa di S. Antonio, lettera del 2 luglio 1997
del Ministero dell’Interno.
La Rassegna d’Ischia n. 1/2014
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Con la morte dell’ultima clarissa, Suor Teresa Scottion di
Procida, i locali dell’ex convento-monastero furono liberi
e il comune d’Ischia potè concederli in uso al canonico D.
Onofrio Buonocore per le varie iniziative scolastiche da
lui intraprese22. Ma fin dal 1916 gli amici ischitani del P.
Valentino Barile, francescano, gli chiesero di adoperarsi
perché i figli di S. Francesco ritornassero a Ischia. Il comune d’Ischia, dopo lunghe trattative, concesse metà dei locali
dell’antico convento ai frati Minori di S. Francesco perché
vi aprissero un nuovo convento, mentre l’altra metà rimase
al Buonocore per le sue attività scolastiche. Così il 19 marzo
1920 il padre Valentino Barile potè insediare nuovamente i
Francescani nell’antico convento di S. Maria delle Grazie
o dell’Arena23. Successivamente fu trasferito nel convento di Ischia lo studentato dei Frati Minori della provincia
monastica e qui si formarono le nuove leve dei figli di S.
Francesco. Questi, nel corso degli anni, si adoperarono perché la loro presenza a Ischia potesse diventare stabile e non
soggetta ad eventuali colpi di testa delle autorità del comune
che restava pur sempre proprietario dei locali del convento.
Finalmente con atto del notar Bonaventura Morgera del 4
aprile 1933 il padre Giuseppe Faicchio, in nome e per conto
della Provincia monastica francescana di S. Pietro ad Aram,
comprava la maggior parte del convento24, mentre il resto
dei locali restava di proprietà del comune di Ischia. La chiesa con i locali annessi, già concessi alla chiesa dal comune,
restarono in uso alla stessa chiesa. Questa, ancora oggi, resta proprietà del F.E.C. ma affidata alla diocesi d’Ischia per
quanto riguarda il culto che in essa si svolge. La diocesi, a
sua volta, vi nomina un rettore nella persona del padre guardiano del convento di Sant’Antonio che provvede a quanto
necessario all’ordinato svolgimento del culto liturgico.
22) O. Buonocore, op. cit. pp. 28-29; L. Iannicelli, Mons. Onofrio
Buonocore, Ischia 2013 pp, 33 e ss.
23) O. Buonocore, op. cit. p. 31.
24) A.D.I., cartella convento di. S. Antonio cit.
Agostino Di Lustro
Il superiore della Chiesa di Sant’Andrea
ha preso parte a un incontro
interconfessionale a Ischia
Selezionati i 42 cortometraggi
per la VII edizione di “A Corto di Donne”
La manifestazione si terrà a Pozzuoli dal 10 al 13 aprile
alle Terme Stufe di Nerone e a Palazzo Toledo
Sono 42 i lavori selezionati che saranno presentati in concorso nella settima edizione di “A Corto di Donne”, rassegna di cortometraggi al femminile, in programma a Pozzuoli
(Na), alle Terme Stufe di Nerone e alla Biblioteca di Palazzo
Toledo, dal 10 al 13 aprile 2014.
L’elenco completo dei cortometraggi finalisti e il programma del festival è disponibile sul sito www.acortodidonne.it.
Il 21 gennaio 2014 sull’isola di Ischia
il superiore della chiesa del Santo Apostolo Andrea Primo, chiamato arciprete Igor' Vyzhanov, ha preso parte a
uno degli incontri intercristiani svoltisi
nell’ambito dell’annuale “settimana di
preghiera per l’unità cristiana” indetta dalle Chiese occidentali. L’incontro
si è tenuto nella parrocchia cattolica di
Sant’Antonio da Padova nella città di
Casamicciola Terme.
L’iniziativa è stata presieduta dal vescovo di Ischia Monsignor Pietro Lanese. Su richiesta degli organizzatori
dell’evento l’arciprete Igor' Vyzhanov
si è rivolto ai presenti con un discorso
a partire da un versetto tratto dalla Prima Lettera dell’apostolo Paolo ai Corinzi (1, 1-17) preso a fondamento per
gli incontri comuni e le considerazioni
durante gli incontri della settimana di
preghiera per l’unità cristiana nel 2014.
All’incontro ha partecipato anche il pastore della comunità luterana di Napoli
Holgher Milkau.
Le giurie tecniche, formate da esponenti del mondo del
cinema, della cultura e dello spettacolo, assegneranno il
premio al miglior cortometraggio per ciascuna delle quattro
categorie in cui è articolato il festival: a) Animazione; b) Documentari; c) Fiction; d) Sperimentale.
Sarà inoltre attribuito dalla direzione del festival un premio speciale a un cortometraggio italiano, individuato tra
tutti quelli selezionati per la fase finale della rassegna.
Una rappresentanza di studenti degli istituti superiori flegrei assegnerà, infine, il premio “Giuria Giovani” al miglior
cortometraggio di ciascuna categoria.
Edizioni La Rassegna d’Ischia
Raffaele Castagna - Calcio Ischia - Storia, risultati, classifiche, protagonisti delle squadre isolane negli anni
1957/1980 - Supplemento al n. 1/aprile 1981 de La Rassegna d’Ischia.
Giovanni Castagna - Guida grammaticale del dialetto foriano letterario – 1982.
Giovanni e Raffaele Castagna - Ischia in bianco e nero - 1983.
Giuseppe d’Ascia - Caterina d’Ambra (dramma storico del 1862) - Introduzione e note a cura di Giovanni
Castagna - 1986.
Giovanni Maltese - Poesie in dialetto foriano: Cerrenne I, II, III; Ncrocchie; Sonetti; Poesie inedite - Ristampa
con introduzione, note, commento e versione in italiano a cura di Giovanni Castagna - 1988.
Raffaele Castagna - Lacco Ameno e l’isola d’Ischia: gli anni ‘50 e ‘60, Angelo Rizzoli e lo sviluppo turistico
(cronache e immagini) - 1990.
Vincenzo Cuomo - La storia attraverso i suoi personaggi - Supplemento al n. 1-Febbraio 1991 de La Rassegna
d’Ischia (edizione fuori commercio).
Francesco De Siano - Brevi e succinte notizie di storia naturale e civile dell’isola d’Ischia (1801) - Ristampa Supplemento de La Rassegna d’Ischia / giugno 1994.
Pietro Monti - Tradizioni omeriche nella navigazione mediterranea dei Pithecusani - Supplemento de La Rassegna d’Ischia n. 1/Gennaio 1996.
Pietro Monti – Pithekoussai, segnalazione di siti archeologici - Parte I - La Rassegna d’Ischia n. 1/1997.
Venanzio Marone - Memoria contenente un breve ragguaglio dell’isola d’Ischia e delle acque minerali (1847)
- Ristampa con introduzione di Giovanni Castagna - Supplemento de La Rassegna d’Ischia/giugno 1996.
Pasquale Balestriere - Effemeridi pithecusane (Poesie) - Giugno 1994 (edizione fuori commercio).
Vincenzo Pascale - Descrizione storico-topografico-fisica delle Isole del regno di Napoli (1796) - Ristampa
allegata a La Rassegna d’Ischia, aprile 1999.
Vincenzo Mennella - Lacco Ameno, gli anni ‘40 - ‘80 nel contesto politico-amministrativo dell’isola d’Ischia,
gennaio 1999 (edizione fuori commercio).
Raffaele Castagna - Ischia e il suo poeta Camillo Eucherio de Quintiis, allegato a La Rassegna d’Ischia (edizione ridotta), settembre 1998.
Chevalley De Rivaz J. E, - Déscription des eaux minéro-thermales et des étuves de l’île d’Ischia (1837) - Ristampa in versione italiana curata da Nicola Luongo, 1999.
Philippe Champault - Phéniciens et Grecs en Italie d’après l’Odyssée (1906) - Ristampa in versione italiana
curata da Raffaele Castagna con il titolo L’Odissea, Scheria, Ischia, 1999.
AA.VV. - Il Castello d’Ischia: la rocca fulgente - scritti vari ed in particolare: Stanislao Erasmo Mariotti - Il
Castello d’Ischia (1915).
Raffaele Castagna (a cura di) - Ischia: un’isola nel Mar Tirreno... - Raccolta di articoli vari già pubblicati su La
Rassegna d’Ischia (storia - archeologia - folclore....), settembre 2000.
Antonio Moraldi - Ferdinando IV a Ischia (1783-1784) - Ristampa (allegato de La Rassegna d’Ischia n. 5 /
Settembre 2001).
Paolo Buchner - La Villa Reale presso il porto d’Ischia e il protomedico Francesco Buonocore (1689-1768) Ristampa (allegato de La Rassegna d’Ischia n. 5 /Settembre 2001).
Assoc. Pro Casamicciola - Sotto il sole di Casamicciola - Raccolta di scritti vari sulla cittadina isolana, a cura
dell’Associazione Pro Casamicciola Terme - (Edizione fuori commercio, distribuita ai partecipanti al Premio Ciro Coppola 2001).
Camillo Eucherio de Quintiis - Inarime (poema in latino di oltre 8000 versi), pubblicato nel 1727. Versione
integrale italiana curata da Raffaele Castagna, gennaio 2003.
Rodrigo Iacono, Raffaele Castagna – La Flora dell’isola d’Ischia, la letteratura floristica (stampato in proprio
ed edizione fuori commercio.
Raffaele Castagna – Isola d’Ischia, tremila voci titoli immagini, gennaio 2006.
Giovanni Castagna – La Parrocchia della SS. Annunziata alla Fundera di Lacco Ameno, supplemento allegato
a La Rassegna d’Ischia n. 3 del 2007.
Raffaele Castagna – Lacco Ameno e l’isola d’Ischia, gli anni ’50 e ’60, Angelo Rizzoli e lo sviluppo turistico
(cronache e immagini). Ristampa dell’edizione 1990, dicembre 2010.
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La Rassegna d`Ischia 1/2014