Scuola e Storia
Storie nella Storia
Quaderno I
In cammino verso l’Unità
1848-61-66: il Veneto Orientale nella riflessione delle scuole e delle associazioni
Centro di Documentazione Aldo Mori
Portogruaro 2012
www.centromori.org
Centro di Documentazione Aldo Mori
Portogruaro 2012
MA CHE STORIA! (2010/2011)
Storia e Scuola. Storie nella Storia
Quaderno I - In cammino verso l’Unità
1848-61-66: il Veneto Orientale nella riflessione delle scuole e delle associazioni
Indice
p. 1
Lavori segnalati alla terza edizione del concorso
“Ma che storia!” (2010/11) per i 150 anni dell’Unità d’Italia
Redazione
Presentazione
Le motivazioni della giuria si possono leggere nel sito: http://www.centromori.org
Composizione della giuria:
Mirella Dall’Oro, Alfio Fantinel, Ivana Franceschinis, Carla Lucchetta,
Imelde Pellegrini, Ariego Rizzetto – presidente, Giovanni Strasiotto, Lucio Zanon
Mirella Dall’Oro
Alfio Fantinel
Carla Lucchetta
Pierangelo Piasentier
Maria Trivellato
Parte prima - Le “storie”
p. 2 Fratelli d’Italia
p. 14 Portogruaro mia patria
p. 21 Unità d’Italia fatta e … da fare a San Donà
>> Primo premio sezione Scuola Primaria
1848: Concordia e dintorni
Parte seconda – Il lavoro in archivio
Presentazione in power point e copia album originale della classe
4ª della primaria G. Carducci di Levada (IC Rufino Turranio – Concordia Sag.) coordinata dalle insegnanti Pizzolitto Vittoria e Salvador Luigina (con la collab. di Paola Guerra per il power point).
p. 27 1848 a Concordia e dintorni
p. 34 I tumulti agrari del 1848 nel sandonatese
p. 37 Vita quotidiana a Concordia nel Risorgimento
CENTRO DI
DOCUMENTAZIONE
ALDO MORI
Parte terza
Via Galileo Galilei, 5
30026 Portogruaro
(presso ISIS Luzzatto)
Via Galileo Galilei, 5 30026 Portogruaro
www.centromori.org
>> Primo premio sezione Scuola Secondaria di I grado (in ex aequo)
Sezione Sandonatese
via Perugia, 1 –
30027 San Donà di Piave
(presso ITCS Alberti)
Presentazione in DVD della classe 3ª A dell’IC Enrico Toti – Musile
di Piave, in collaborazione con la 4ª A primaria di Croce, coordinate dalle insegnanti Camin Antonella, Florian Luisa, Fregonese Michela, Croce Maria, Di Lorenzo Elisabetta, Marino Concetta.
p. 48 Le Giornate della Storia sandonatesi
p. 48
p. 52
p. 56
p. 60
p. 63
Presentazioni
A-Incontri
B-Mostre
C-Associazioni
D-Scuole
A sinistra: il tavolo della giuria. A destra: le autorità:
Giacomo Gasparotto (Assessore provinciale) e Bruno
Mares (Presidente Fondazione Santo Stefano)
150 passi verso la nostra Italia
p. 63 Le scuole
L’altro Risorgimento. Vita quotidiana a Concordia
Fascicolo delle classi 1ª A-B-D, 2ª C, 3ª A-B dell’IC Rufino Turranio di Concordia Sag., coordinate dalle insegnanti Gazziero Chiara,
Ponzin Anastasia, Sutto Ilaria.
>> Progetto “Che difficile questa Storia!” 2011-12
Patrocinio
Comune di
Concordia Sagittaria
Comune di
Fossalta di Portogruaro
Finanziato dalla
Comune di
Noventa di Piave
Città di
Portograuro
>> Menzione speciale sezione Scuola Secondaria di I grado
Comune di
Santo Stino di Livenza
Io sì lo conoscevo bene. Libera biografia, a più voci, di
Ippolito Nievo
Con il
contributo di
Copione della classe 1ª A della secondaria Leonardo da Vinci di
Gruaro, coordinata dalle insegnanti Sutto Antonella e Bittolo Bon
Gigliola.
>> Giornate della Storia 2011
Patrocinio
>> Primo premio sezione Scuola Secondaria di II grado
Con il
contirbuto di
Città di
San Donà di Piave
Museo
della Bonifica
Progetto grafico: ARTEFLUSSI di Polita Chiara
Stampa: Tipografia Sagittaria - Concordia Sagittaria
Forum della
Città del Piave
Portogruaro, mia patria. Dario Bertolini e gli altri eroi
della città
Fondazione
Terra d’Acqua
Finito di stampare il mese di Maggio 2012
Stampato su carta riciclata REVIVE
Ipertesto della classe 2ª C scientifico del Liceo XXV Aprile di Portogruaro, ccordinata dall’insegnante Moro Lorenza.
La premiazione del Concorso
nel Municipio di Portogruaro
Presentazione
La ricorrenza dei 150 anni dalla proclamazione del Regno d’Italia ha offerto l’occasione per ricordare e
ripensare personaggi, vicende, condizioni sociali che, a livello nazionale e locale, costituirono le premesse e le conseguenze del processo unitario del nostro Paese, che doveva compiersi, per quanto riguarda
il nostro territorio, solo alcuni anni dopo quella stessa proclamazione.
Anche il Centro Mori ha partecipato alla riflessione generale, accompagnando il lavoro delle scuole del
Veneto Orientale sul tema e favorendo il loro incontro con la ricerca locale. In particolare il concorso
“Ma che storia!” (premiazione delle scuole vincitrici presso il municipio di Portogruaro il 3 giugno 2011)
e le Giornate della Storia sandonatesi (15/29 maggio 2011) sono stati i momenti di maggior valorizzazione di questo cammino.
Di esso vogliamo ora lasciar traccia in questo quaderno, che riprende la testata di una gloriosa iniziativa
editoriale del nostro mondo della scuola nei primi anni di questo secolo e che offre una panoramica
non esaustiva, ma certo significativa di come ragazzi e insegnanti abbiano vissuto l’evento. Ci pare che
il quadro che ne risulta, frastagliato e complesso, dimostri come ogni buon lavoro di didattica sappia
tenersi lontano dalle lusinghe dell’ideologia e ancor più dalla contingenza politica..
Il Quaderno è articolato in tre parti.
Le prime due raccolgono in forma antologica le pagine essenziali e più pertinenti in questa sede di ricerche storiografiche ed archivistiche.
Rispetto all’imponente bibliografia, italiana e straniera, sul tema del Risorgimento italiano, importa
meno il giudizio storico-critico sull’originalità e profondità delle suddette ricerche, perché l’innegabile
valore aggiunto consiste nell’aver calato, con competenza, intelligenza e passione, le vicende fondative
dell’Unità italiana in stimolanti e proficue esperienze scolastiche, ridando vita soprattutto negli adolescenti, ma non solo, alle ineludibili radici storiche del nostro Stato.
Senza voler indulgere ad una facile retorica, ma non per questo rinunciare alla possibilità di sentirci uniti
a quei tanti giovani italiani che hanno vissuto e patito sulla propria pelle gli ideali che hanno mosso e
accompagnato il processo risorgimentale, vale la pena citare questo brano di Giuseppe Mazzini, grande
apostolo dell’unità italiana, che, rivolgendosi proprio ai giovani, affermava:
“Non dimenticate mai che la nostra bandiera è bandiera anzitutto di rinnovamento morale e che i precursori di questo rinnovamento devono rifletterne i caratteri in sé”.
Se la storia non è solo una memorizzazione eseguita col piglio erudito e specialistico di uno sguardo
distaccato e freddo che analizza, seziona, scompone e ricompone i fatti del passato, ma è anche e
soprattutto una memoria che vive e serve alla vita e, dunque, anche al presente, allora i giovani delle
nostre scuole hanno fatto storia.
E poi, per quanto riguarda quel sedicente spirito critico, maturo, che etichetta come stantia e superata
l’idealità che ha ispirato l’animo di tanti patrioti, merita richiamare questa bella sottolineatura di Mario
Isnenghi:
“Poiché non intendiamo o non ce la facciamo più noi a “innamorarci” di grandi cause, ci adoperiamo a
sporcare e mettere in dubbio anche quelle altrui”.
La terza parte contiene, in sintesi, tutto ciò con cui scuole, associazioni del territorio, intellettuali, giornalisti, costituzionalisti hanno voluto ricordare i 150 anni del nostro recente passato, nelle intense Giornate della Storia celebrate a S. Donà di Piave e nei percorsi di studio delle scuole del nostro territorio.
Anche in questo contesto i lavori sono stati numerosi e di qualità, a dimostrare come la Storia sia patrimonio comune e la sua conoscenza esercizio quotidiano.
Natale Sidran
Presidente Centro di Documentazione Aldo Mori
2
PARTE I - Le storie
>> Fratelli d’Italia
Storie di patrioti veneti nel Risorgimento
Classe 2ª A, Istituto Comprensivo “E. Mattei”, Meolo.
Insegnante: Maria Luisa Novello
[Scelta antologica dal lavoro presentato al concorso
“Ma che storia!” 2011]
>> Da nord a sud: Attilio ed Emilio Bandiera, morti
per la causa dell’unità
Attilio Bandiera (Venezia, 24 maggio 1810 – Vallone di
Rovito, 25 luglio 1844) e Emilio Bandiera (Venezia, 20
giugno 1819 – Vallone di Rovito, 25 luglio 1844) sono
stati due patrioti italiani.
Erano di famiglia nobile, dato che erano figli del barone Francesco Bandiera, contrammiraglio della marina
asburgica, e di Anna Marsich. Imbarcati nel 1840 sulla
squadra navale austriaca, parteciparono alla campagna
di Siria e iniziarono, attratti dall’idea nazionale, un’attività di cospirazione all’interno della marina imperiale.
L’anno seguente fondarono la società segreta “Esperia”, collegata alla “Giovine Italia” di Mazzini e ispirata
agli ideali unitari e repubblicani, che fece proseliti tra
gli ufficiali austriaci. Il tradimento di uno degli affiliati,
Tito Vespasiano Micciarelli, fece conoscere al comando
austriaco l’esistenza della società segreta e causò la denuncia dei fratelli che fuggirono a Corfù.
Nel Marzo 1844 a Cosenza scoppiò un moto durante
il quale il capitano Galluppi, figlio del grande filosofo
Pasquale Gallupppi, trovò la morte. In breve tempo
tornò la calma e con la calma il processo, dove furono
condannate a morte 21 persone, delle quali solo 6 furono giustiziate. Il 13 giugno 1844, i fratelli Bandiera,
a causa di una informazione rivelatasi poi inesatta, ritenendo che la rivolta fosse ancora in corso, partirono
da Corfù (dove avevano allestito una base segreta) alla
volta della Calabria, seguiti da 17 compagni, dal brigante calabrese Giuseppe Meluso e dal corso Pietro Boccheciampe. Il 16 giugno 1844 sbarcarono alla foce del
fiume Neto, vicino a Crotone, e appresero che la rivolta
scoppiata a Cosenza si era conclusa e che al momento
non era in corso alcuna ribellione all’autorità del re. Pur
non essendoci alcuna rivolta, i fratelli Bandiera vollero
comunque continuare l’impresa e partirono per la Sila.
Pietro Boccheciampe, appresa la notizia che non c’era alcuna sommossa a cui partecipare, sparì e andò al
posto di polizia di Crotone per denunciare i compagni.
L’allarme dato raggiunse anche la cittadina di San Giovanni in Fiore, dove più tardi vennero catturati, e più
precisamente:
“...giorno 19 giugno del 1844. In punto che corrono le ore 18, è qui
che giunse la triste notizia che il bandito Giuseppe Meluso di San
Giovanni in Fiore, da molti anni rifugiato in Corfù, sia disbarcato
nelle marine del Marchesato, con un mediocre numero di persone
abbigliate alla militare, ed introdottisi in tenimento di Cerenzia e
Caccuri, limitrofo a questo capuologo, col disegno di perturbare la
pubblica quiete” (ASCS, Imputati Politici).
Subito iniziarono le ricerche dei rivoltosi ad opera delle
guardie civiche borboniche. Proprio quando il gruppetto si trovava alle porte di San Giovanni in Fiore, vennero
avvistati dalle guardie civiche partite dal paese e, in seguito ad alcuni scontri a fuoco, avvenuti presso la località della Stragola (dove oggi si trova un ceppo in marmo commemorativo delle eroiche gesta) nel comune
di San Giovanni in Fiore, vennero tutti catturati, meno
il brigante Giuseppe Meluso che, buon conoscitore dei
luoghi, essendo egli stesso originario di San Giovanni in
Fiore, riuscì a sfuggire alla cattura. Vennero prima portati presso le prigioni della cittadina silana, tranne i feriti che vennero trasportati immediatamente a Cosenza.
I catturati furono portati dinanzi la corte marziale che
li condannò a morte. Il re Ferdinando II fu severo e ne
graziò pochi; i fratelli Bandiera con altri sette compagni
vennero fucilati nel Vallone di Rovito, nei pressi di Cosenza, il 25 luglio 1844. Le salme dei nove fucilati prima
furono seppellite nella chiesa di Sant’Agostino e poi nel
Duomo di Cosenza. Quelle dei fratelli Bandiera e di Domenico Moro rientrarono a Venezia il 18 giugno, circa
un anno dopo la liberazione della città al termine della
Terza guerra di indipendenza. Le tre salme sono sepolte
nella Basilica dei Santi Giovanni e Paolo.
>> 17-22 Marzo 1848. Venezia si ribella
Nell’anno 1797 l’invasione dei Francesi di Napoleone
segnò la fine della gloriosa Repubblica Veneta “SERENISSIMA”. Nonostante la neutralità, Napoleone occupò
Venezia, rovesciò il governo aristocratico della Repubblica e impose un governo filo-francese. Col Trattato
di Campoformio del 17 ottobre, Venezia venne ceduta
disinvoltamente all’Austria. In seguito fu unita al Regno
Italico, ma sotto lo scettro di Napoleone: una umiliazione e uno strazio per i Veneziani.
Dopo la fine di Napoleone, nel 1815, unita alla Lombardia per formare il Regno Lombardo-Veneto, Venezia
passò di nuovo all’Austria. Ricominciò allora per i Veneziani il grande sogno dell’ unità di una Patria libera e
indipendente dopo anni di dura oppressione, con moltissimi suoi patrioti che affrontarono il carcere duro a
causa del loro ribellarsi agli Austriaci. Erano ribellioni
isolate, che durarono 33 anni, fino all’eroica Grande Insurrezione.
Dopo 34 anni di dominio austriaco, repressivo ed esoso, che aveva avvilito ancora di più l’economia, un po’
3
Manin e
Tommaseo
liberati dal
popolo
tutte le classi sociali aspettavano l’occasione buona per
manifestare il proprio malcontento.
La scintilla contro tutti i governi della restaurazione
scoccò il 12 gennaio 1848, l’anno “dei portenti”, a Palermo, per diffondersi subito a Napoli, Parigi, Vienna,
Milano e finalmente anche a Venezia, dove il 22 marzo
Daniele Manin, a capo degli insorti, cacciò gli Austriaci
e proclamò la Repubblica.
Il 22 marzo 1848, Venezia si liberava dopo oltre cinquant’anni di schiavitù e di repressioni (o francese o
austriaca, da quel 1797, sempre repressione era!).
E fame! (questa era l’amara filastrocca – che poi fu ulteriormente aggiornata nel 1866)
“Co’ San Marco comandava
se disnava e se senava
Soto Franza, brava gente
se disnava solamente
soto casa de Lorena
non se disna e no se sena”
Traduzione:
Quando comandava San Marco
si pranzava e si cenava
Sotto la Francia, che era brava gente
si cenava solamente
Sotto la casa austriaca Lorena
niente pranzo e niente cena
Mentre più avanti, quando per la fame dovettero emigrare a milioni, aggiunsero:
“Soto Casa de Savoia
de magnar te ga voja
i n’à portà ‘na fame roja
Savoja, Savoja, intanto noaltri...andemo via...vaca
troja..”
Traduzione:
sotto Casa di Savoia
di mangiar hai solo voglia
ci hanno portato una fame troia
Savoia, Savoia, intanto noi andiamo via, vacca troja
A Mestre molti patrioti disarmarono con facilità i pochi
soldati di guardia in città, che erano in maggioranza Italiani e che perciò solidarizzarono presto con gli insorti.
Istituita una Guardia Civica, marciarono contro il Forte
Marghera, dove riuscirono ad entrare e ad impadronirsi
della fortezza grazie ad un passaggio indicato loro dai
contrabbandieri. Molti volontari stavano raggiungendo,
da ogni parte d’Italia, il Lombardo-Veneto, dove gli Austriaci si erano asserragliati nel Quadrilatero, costituito
dalle città di Mantova, Peschiera, Legnago e Venezia.
Mestre fu un crocevia per questi giovani, tra cui c’erano
moltissimi idealisti, ma anche alcuni avventurieri pronti
ad approfittare della situazione. In particolare, bisogna
ricordare la presenza di una divisione napoletana, guidata dal generale Guglielmo Pepe, cui si unirono i più
valorosi tra i volontari. I loro nomi sono oggi ricordati
dalla toponomastica di Mestre: Guglielmo Pepe, Alessandro Poerio, Cesare Rossarol, Antonio Olivi, Enrico
Cosenz e Girolamo Ulloa. Due sergenti polacchi, Costantino Mischevitz e Isidoro Dembowski, morirono sul
Ponte della Campana e il loro eroismo, portato da terre
così lontane, è ricordato da una lapide posta di fronte
alla chiesa dei Cappuccini. Fra l’8 e il 10 giugno 1848 si
tennero le prime libere elezioni della storia del Veneto
per nominare i delegati all’Assemblea Provinciale che
doveva pronunciarsi sull’annessione al Regno di Sardegna. Votarono i cittadini maschi, residenti, d’età non
inferiore a 29 anni e così tra i 7.000 abitanti di Mestre
furono eletti quattro delegati. In maggio, però, le truppe austriache riconquistarono tutto il Lombardo -Veneto e il 18 giugno rioccuparono anche Mestre. Intanto,
Carlo Alberto, con l’armistizio di Salasco, abbandonava
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Milano e Venezia al loro destino. Milano era già caduta,
solo Venezia resisteva contro l’Austria.
Mentre ormai Mestre era perduta, baluardo di Venezia restò il Forte Marghera che, assieme ai forti Mani
e di S. Giuliano e alla Ridotta Rizzardi, poteva contare
su 140 pezzi d’artiglieria e 2.300 uomini al comando
del colonnello Ulloa. La situazione ristagnò per alcuni
mesi, fino al 27 ottobre 1848, quando fu tentata un’azione di forza per liberare Mestre: la famosa Sortita
dal Forte Marghera. All’alba del 27 ottobre, 2.000 uomini uscirono dal Forte e ricacciarono verso Mestre le
truppe austriache di stanza a S. Giuliano. Raggiunti da
altri insorti, che avevano liberato Piazza Barche, si diressero tutti al Ponte della Campana, di fronte a Piazza
Maggiore, dove c’erano quattro cannoni austriaci che,
tuttavia, non riuscirono a fermare i nostri. Così Mestre
fu liberata dagli occupanti, messi in fuga verso Treviso.
Era però solo un’operazione di effetto, non destinata a
resistere nel tempo, data la sproporzione tra le forze
veneziane e quelle austriache comandate dal generale Haynau: 24.000 uomini e 200 cannoni concentrati a
Mestre e dintorni. Frattanto, nonostante l’eroica resistenza dei volontari, la terraferma era stata rioccupata dall’esercito austriaco. Il 4 maggio 1849 gli Austriaci
iniziarono le ostilità contro forte Marghera, presidiato
da 2.500 uomini al comando del colonnello napoletano
Girolamo Ulloa. La difesa fu accanita, ma la notte del
26, d’accordo col governo, Ulloa dovette dare l’ordine
di evacuare il forte. Gli Austriaci avanzarono allora lungo il ponte della ferrovia, ma, trovando anche qui una
forte resistenza, iniziarono un pesante bombardamento contro la città stessa. Una prima richiesta di resa da
parte del comandante in capo delle forze austriache,
feldmaresciallo Radetzky, fu sdegnosamente respinta.
L’episodio del bombardamento di Venezia del 1849 merita una menzione particolare: infatti in quel frangente,
accanto all’artiglieria, gli Austriaci impiegarono per la
prima volta dei palloni aerostatici nel tentativo di portare a termine un bombardamento aereo. L’uso dei palloni per scopi bellici non era del tutto nuovo, poiché fin
dal 1794 i Francesi avevano costituito una Compagnia
aerostieri con palloni ancorati a terra da cavi, con scopi di ricognizione; ma il 2 luglio le mongolfiere austriache furono caricate con bombe incendiarie, collegate
a micce a tempo che avrebbero dovuto lasciar cadere
l’esplosivo esattamente quando i palloni fossero giunti
sopra la città. Tuttavia il vento respinse i palloni, facendoli tornare verso le linee austriache, cosicché il primo
tentativo di bombardamento aereo della storia risultò
fallimentare. In quei giorni del ‘48, tra i patrioti liberati
c’era Daniele Manin, imprigionato mesi prima perché si
temevano da lui e dai suoi seguaci atti sovversivi. Uomo
politicamente molto attivo, fra le altre cose chiedeva
agli Austriaci per Venezia, autonome guardie civiche
composte da Veneziani e non da Austriaci. Per questo
e altro, Manin era divenuto sempre più scomodo e, ai
primi segnali di “tempesta”, gli Austriaci con alcune
pretestuose imputazioni lo scaraventarono nelle galere
dei Piombi, assieme a tante altre “teste calde”. Liberato, “per unanime volontà del popolo” Daniele Manin
fu posto a capo del Governo provvisorio. Nello stesso
giorno (22 marzo), portato in trionfo a Piazza San Marco, fu proclamata la Nuova Repubblica Veneta di San
Marco e Manin fu eletto ovviamente presidente.
>> Daniele Manin
Manin nacque a Venezia il 13 maggio 1804. Proveniva
da una famiglia israelitica e alla nascita viene registrato
come Daniele Fonseca. In seguito la famiglia si convertì
al cattolicesimo e, come era prassi in casi del genere,
assunse il cognome del padrino di battesimo, Pietro
Manin. Ottenuta la laurea in giurisprudenza a Padova
nel 1821, si dedicò all’attività forense nella città natia.
Nel 1824 sposa Teresa Perissinotti (1795-1849), appartenente ad una famiglia aristocratica veneziana con
ampie proprietà terriere a Venezia, nella terraferma e
nel trevisano.
Imprigionato nelle carceri austriache per la sua attività patriottica, fu liberato a furor di popolo il 17 marzo
1848 assieme all’altro patriota Nicolò Tommaseo. Dopo
l’avvento di Pio IX al soglio pontificio (1846) capeggiò a
Venezia, insieme a Tommaseo, le agitazioni del 1847 ,
finché nel gennaio 1848, fu arrestato dalle autorità. Liberato dall’insurrezione popolare (17 marzo 1848), guidò il movimento rivoluzionario di Venezia e il 23 marzo,
dopo le dimissioni del governo provvisorio municipale,
fu acclamato dagli insorti presidente della “rinata repubblica di Venezia”. Sebbene repubblicano convinto,
nell’intento di presentare un fronte di forze il più unito
possibile contro l’Austria, acconsentì alla fusione con il
Piemonte (4 luglio), riprendendo però i poteri l’11 agosto, dopo la sconfitta delle truppe sarde e l’armistizio
di Salasco. Nei mesi successivi fu l’animatore principale
della gloriosa resistenza di Venezia all’assedio austriaco. Costretto all’esilio dopo la caduta di Venezia, si recò
in Francia, dapprima a Marsiglia, dove perdette la moglie, e poi a Parigi, dove per vivere dovette dare lezioni
di italiano. Dopo essersi tenuto per qualche anno in disparte dalla politica attiva, dal 1854 si andò accostando sempre più decisamente alle posizioni di Cavour,
prendendo pubblicamente partito a favore della tesi
monarchico-unitaria: il partito repubblicano era pronto
a sacrificarsi per la causa nazionale, dicendo alla casa
Savoia: “Fate l’Italia e sono con voi. Se no, no”. Liberata
Venezia, nel 1868 le ceneri di Manin furono portate in
patria e sepolte a fianco della basilica di San Marco. La
sua figura è fra le più nobili del Risorgimento italiano, e
alla formazione dell’unità d’Italia Manin diede un apporto decisivo.
Dopo che gli Austriaci ebbero riconquistato tutte le città che si erano liberate (Udine, Belluno, Vicenza, Padova), sembrava che Venezia fosse rimasta a lottare per
la propria libertà e indipendenza. Così i Veneziani si
strinsero con fiducia intorno a Daniele Manin. Nessun
altro Stato italiano si mosse per portarle aiuto; soprattutto furono ignorati dai Piemontesi e da Cavour che
bollò l’indipendenza veneta di Manin una “corbelleria”.
Venezia rimase così a sbrigarsela da sola per oltre un
anno.
L’ 11 ottobre 1848, dopo già sette mesi di assedio, riunitasi l’Assemblea, furono confermati i pieni poteri a
Manin, a Cavedalis e Graziani. Dieci giorni dopo si volle
provare al nemico che i Veneziani sapevano non solo
difendersi, ma anche attaccare; quest’offensiva-impresa fu quella del Cavallino, villaggio particolarmente munito, cui si poteva accedere per uno stretto argine.
All’alba del 22 ottobre 1848, una colonna di quattrocento “Cacciatori del Sile” uscì da Treporti e s’incamminò per l’argine. Giunto il piccolo corpo in vicinanza del
Cavallino, i Cacciatori assalirono con determinazione
il villaggio e, dopo una breve mischia, misero in fuga
il presidio austriaco, composto di duecentocinquanta
soldati. Il 28 ottobre i Veneziani osarono attaccare gli
Austriaci a Mestre, che cadde tutta in potere dei Veneziani. Le condizioni degli assedianti si facevano di giorno in giorno più critiche e, con un inverno alle porte, si
cominciava a non aver più fiducia nell’aiuto dell’Inghilterra e della Francia.
Per difendersi Radetzky concentrò trentamila soldati
davanti a Marghera per prepararsi ad assaltare l’ultima città ribelle. Il 5 maggio, 150 cannoni iniziarono un
terribile bombardamento contro il forte di Marghera,
comandato dal colonnello napoletano Girolamo Ulloa
e difeso da duemilacinquecento uomini.
La sera stessa del 5 maggio Radetzky emanò un proclama in cui invitava i Veneziani ad arrendersi. Manin
rispose decretando la “ resistenza ad ogni costo”.
Il 24 maggio gli Austriaci iniziarono un bombardamento
infernale contro il forte di Marghera, che fu continuo
senza posa per tre giorni di seguito. Molti uomini di
questo presidio difensivo, sotto i colpi austriaci, rimasero uccisi, ma gli altri non cedettero finché, non essendo
possibile resistere oltre, la notte del 26 abbandonarono il forte la cui difesa era costata più di 500 uomini.
Con l’abbandono del forte, la difesa si restrinse dentro
i limiti della Laguna. Non potendo espugnare la città
attraverso la via del ponte, gli Austriaci escogitarono
un mezzo molto singolare, consistente nel bombardamento della città dall’alto con palloni aerostatici carichi
di granate e di bombe, ma il risultato fu solo quello di
distruggere case e chiese vuote. Allora cominciarono a
colpire la città con pezzi da ventiquattro, incendiando
Venezia dovunque, distruggendo così secolari palazzi,
chiese, tesori d’arte. Il bombardamento durò ininter-
rottamente 24 giorni. Il vettovagliamento di Venezia cominciò a trovarsi in gravi ristrettezze. Ai mali della guerra
si aggiunsero quelli della fame e nel caldo e afoso luglio
scoppiò anche il colera e scarseggiavano le munizioni.
Il popolo, sebbene estenuato dalla fame e dalle malattie, non voleva sentir parlare di resa e minacciava di
morte chiunque osasse proporla. Purtroppo non c’era
via di salvezza che la resa: erano cadute ad una ad una
tutte le illusioni e le speranze.
Manin, che più di tutti sapeva come stavano le cose, il
5 agosto convocò l’Assemblea in adunanza segreta ed
espose crudamente la situazione della città, ma i deputati si pronunziarono per la resistenza. Il giorno dopo
l’Assemblea deliberò di concentrare tutti i poteri nelle
mani di Manin affinché provvedesse liberamente alla
salvezza e all’onore di Venezia. Prima di rassegnarsi a
trattare con il nemico, egli lasciò passare ancora quattro giorni, poi capitolò per evitare la totale distruzione
della città. La risorta Repubblica era durata poco più di
un anno, la dura resistenza all’assedio, cinque mesi.
Il 27 agosto furono consegnati l’arsenale e la flotta; partirono per l’esilio Daniele Manin, Guglielmo Pepe, Nicolò Tommaseo e ai quaranta cittadini i cui nomi figuravano nella lista del Gorzkowski si aggiunsero tutti quelli
che non vollero sopportare la dominazione dell’odiato
straniero. Gli Austriaci presero possesso della città, silenziosa, quasi in lutto, e il 30 vi fece il suo ingresso
il Radetzky, il quale assistette ad una Messa solenne
celebrata dal Patriarca per ringraziare Iddio di avere
restituito Venezia al legittimo sovrano. Fra migliaia di
morti di colera e migliaia di morti sotto le cannonate,
forse sarebbe stato meglio celebrare un De Profundis,
o un Requiem. Sottoscritta la resa, Venezia dovrà sottomettersi per altri 18 anni al dominio austriaco. La “liberazione” definitiva avvenne pochi anni dopo, nel 1866,
con l’annessione al nuovo Regno d’Italia per mezzo di
un plebiscito.
Durissima fu la repressione degli Austriaci: fucilazioni,
deportazioni, carcere duro per coloro che erano stati
protagonisti di quel periodo eroico e terribile. Come se
ciò non bastasse, fu aggravato il carico fiscale, cosicché
la popolazione si trovò veramente in uno stato di miseria come non accadeva da secoli.
>> Niccolò Tommaseo
È nato a Sebenico, in Dalmazia, dove in pochi anni, a seguito delle campagne napoleoniche, si erano avvicendate le dominazioni veneziana, francese e asburgica.
Al predominante sentimento italiano Tommaseo saprà
affiancare un altrettanto genuino interesse per le culture popolari balcaniche, specialmente quelle illiriche e
neogreche. La sua educazione, iniziata nel paese natale
e proseguita a Spalato, fu di carattere umanistico e improntata, dai maestri Scolopi, a saldi principi religiosi.
5
6
Laureato in legge a Padova nel 1822, visse alcuni anni
fra Padova e Milano, lavorando come giornalista e saggista, frequentando altri personaggi del mondo intellettuale cattolico come Manzoni e Rosmini. È di questo
periodo anche l’inizio della collaborazione all’ “Antologia” di G.P. Viesseux.
Trasferitosi a Firenze nell’autunno del 1827, conobbe,
tra gli altri, Capponi e divenne una delle più importanti voci dell’ “Antologia”. Di questo periodo è anche la
pubblicazione del “Nuovo Dizionario de’ Sinonimi della lingua italiana” cui deve gran parte della sua fama.
A causa delle proteste del governo austriaco contro il
suo articolo in favore della rivoluzione greca, dovette
autoesiliarsi a Parigi, mentre le rimostranze austriache
portarono alla chiusura della rivista. Negli anni parigini
pubblicò l’opera politica “Dell’Italia”, il volume di versi
“Confessioni”, il racconto storico “Il Duca di Atene”, il
“Commento alla Divina Commedia”, e le “Memorie poetiche”. Da Parigi si spostò in Corsica dove, con la collaborazione del magistrato e letterato bastiese Salvatore
Viale, proseguì le ricerche di italianistica, contribuendo
alla raccolta della copiosa tradizione orale còrsa e definendo la lingua isolana come il più puro dei dialetti italiani. Tornato in Italia, si stabilì a Venezia dove continuò
a pubblicare numerose opere, fra cui le prime due stesure del romanzo “Fede e bellezza”, considerato il suo
capolavoro, precoce tentativo di romanzo psicologico.
Sempre di questi anni è la pubblicazione dell’importante raccolta dei “Canti popolari italiani, còrsi, illirici,
greci”; questo è il documento più schietto col quale
l’Italia mostrava di avere decisamente compreso l’importanza scientifica delle raccolte di poesia popolare.
Altrettanto importante pubblicazione sono le “Scintille”, esempio unico di cosmopolitismo culturale dell’epoca. Nel 1847, tornato nuovamente nel mirino della
polizia asburgica, venne arrestato a seguito di alcune
dichiarazioni sulla libertà di stampa che rivendicavano
il diritto di vedere applicate leggi che non la limitassero;
fu liberato il 17 marzo 1848, insieme a Daniele Manin,
durante l’insurrezione di Venezia contro gli Austriaci.
Alla successiva proclamazione della Repubblica di San
Marco, ottenne il maggior numero di voti dopo Manin
e prima di Giacomo Treves dei Bonfili e assunse importanti cariche del nuovo stato. Esiliato a Corfù nel 1849,
dopo l’entrata degli Austriaci a Venezia, si ammalò agli
occhi, ma trovò comunque il modo di scrivere numerosi saggi, tra cui “Rome et le monde” in francese, in cui,
da cattolico, dichiarava la necessità della rinuncia della
Chiesa Cattolica al potere temporale. Risale a questo
periodo anche l’insofferenza del Tommaseo verso la via
“moderata” all’unità d’Italia, da raggiungersi tramite
l’unione al Piemonte sabaudo.
Nel 1854, con la vista sempre più compromessa, si trasferì a Torino, a Firenze, dove restò fino alla morte. A
Firenze collaborò alla rivista periodica “Imparziale Fio-
rentino”, fondata nel 1857 da Michele Luci, figlio del
principe Poniatowski. La sua opposizione all’Italia riunita sotto i Savoia si andò radicalizzando, tanto da fargli
rifiutare i riconoscimenti ufficiali, tra cui la nomina a
Senatore del Regno.
Negli ultimi anni, oltre ad un’ininterrotta pubblicazione
di saggi, edizioni critiche e poesie, si dedicò al monumentale “Dizionario della lingua italiana” in otto volumi, completato solo dopo la sua morte, avvenuta nel
1874.
>> Pier Fortunato Calvi
Infanzia e giovinezza
Nacque a Briana di Noale, allora in provincia di Padova,
il 15 febbraio (secondo altre fonti il 17 febbraio) 1817,
concepito da Angela Meneghetti e da suo marito Federico Pietro.
Il padre era commissario di polizia e fedele suddito
dell’Austria (rappresentata dal Regno Lombardo-Veneto) e quando venne trasferito a Padova portò con sé la
famiglia. Pietro, che aveva già cominciato gli studi con il
parroco di Briana, proseguì la sua educazione presso il
ginnasio “Santo Stefano” (l’attuale “Tito Livio”).
Poco dopo il padre ottenne per lui un posto gratuito
presso il Collegio militare del genio di Vienna (Neustadt); vi uscì a diciannove anni come alfiere. Assegnato a un reggimento di fanteria, intraprese una brillante carriera: dopo undici anni, mentre era di stanza a
Wimpffen, fu nominato capitano.
Venne a contatto con le correnti patriottiche mentre
era di stanza a Venezia. Frequentò segretamente diversi circoli, come quello di Demetrio Mircovich, ma il
comando austro-ungarico, sospettando che Calvi fosse
legato alla massoneria, lo trasferì a Graz nel 1846. Frattanto, veniva promosso a tenente.
Moti rivoluzionari del Cadore nel 1848
Nell’aprile del 1848 abbracciò appieno le idee risorgimentali e si dimise dall’esercito. Raggiunse così Venezia
dove, il 23 marzo, era stata istituita la Repubblica di San
Marco ed entrò nella milizia rivoluzionaria con il grado
di capitano.
Inviato da Daniele Manin, Calvi passò in Cadore per
organizzare la resistenza armata. Era questa una zona
sensibile, al confine con l’Austria e porta d’accesso al
Veneto. Il 14 aprile 1848 Calvi assumeva ufficialmente
il comando e il 20 aprile giungeva a Pieve di Cadore.
Riuscì a mettere in piedi una piccola armata di circa
4.600 unità, costituita in massima parte da volontari
inesperti, ma valorosi i quali, spesso armati solo di falci, forche e sassi, riuscirono a tenere a bada il nemico
tramite tecniche di guerriglia, a respingere una colonna proveniente dalla valle del Boite (2 maggio) e poi a
sconfiggere a Rivalgo le truppe del generale Karl von
Culoz. Seguirono altre vittorie a Rindemera, alla chiusa
di Venas di Cadore e ancora a Rivalgo.
Il 15 giugno, però, con l’intensificarsi degli attacchi nemici, Calvi congedava la milizia e si metteva in salvo a
Venezia.
Esilio a Torino
Caduta Venezia e ripristinato il governo austriaco sul
Lombardo-Veneto, Calvi fuggì in esilio, prima in Grecia
presso Patrasso e poi a Torino. Qui entrò in contatto
con il cadorino Talamini Minotto e condusse tre anni
di vita miserevole, grazie al povero sostentamento che
il governo locale donava agli esuli, al lavoro saltuario
di traduttore dal tedesco e alle donazioni del fratello
Luigi. Alle difficoltà economiche si aggiungeva anche
l’interruzione di qualsiasi rapporto con il padre che lo
considerava un traditore. A Torino ebbe modo di incontrare altri esuli e di entrare in contatto con due dei più
grandi rivoluzionari del tempo, Giuseppe Mazzini e l’ungherese Lajos Kossuth. Con la loro collaborazione, Calvi
organizzò un rientro in Cadore, per merito in particolare di Mazzini che gli affidò l’incarico di “commissario
organizzatore delle provincie del Cadore e del Friuli”,
sul finire dell’estate del 1853, per accertarsi della possibilità o meno di portare nuovamente la rivoluzione. A
questo scopo alla fine dell’agosto del ‘53 scelse quattro
compagni, tra cui il padovano Roberto Marin, e dalla
Svizzera, Paese nel quale era stato costretto a rifugiarsi
a causa del suo coinvolgimento nei moti di Milano del 6
febbraio, iniziò il cammino verso il Veneto, non sapendo che la polizia austriaca, tramite una spia, conosceva
il suo progetto e i suoi spostamenti.
Arresto e processo
Varcato il confine austriaco nei pressi della Valtellina, il
gruppo riuscì involontariamente a far perdere le tracce
alla polizia austriaca. Giunti però a Cogolo, in Val di Sole
(TN), il 17 settembre 1853, i cinque rivoluzionari si fermarono in un’osteria e qui i gendarmi, venuti a sapere
che nel paesino si trovavano dei forestieri, scoprirono
i passaporti falsi e una notevole quantità di armi, tale
da giustificare il loro immediato arresto. Da qui furono trasferiti a Cles, Trento, Innsbruck e infine a Verona, per poi essere condotti nel castello di San Giorgio
a Mantova dove vennero processati secondo due riti:
il primo militare (Corte Marziale) estremamente duro,
durante il quale subirono torture; il secondo condotto
dall’autorità civile (Corte Speciale di Giustizia). Durante
entrambi i processi, Pietro Calvi dimostrò una straordinaria forza d’animo, cercando di addossarsi tutte le
responsabilità del piano rivoluzionario al fine di evitare
ai quattro compagni la condanna a morte con l’accusa di “alto tradimento”. Questo comportamento salvò
Morati, Chinelli, Fontana, Marin e Barozzi che furono
condannati rispettivamente a 18, a 16, a 12 e a 6 anni di
carcere. A Calvi, reo confesso, fu negata la Grazia Sovrana e venne condannato alla pena di morte tramite impiccagione. Al padre scrisse due giorni prima di morire,
affermando che “se tutti gli uomini venissero mossi da
una sola opinione, il nostro soggiorno quaggiù sarebbe
comparativamente, un Paradiso”.
Egli affrontò con estremo coraggio e grande dignità la
prova, dichiarando “di incontrare lieto la morte, proclamando in faccia al patibolo che quello che aveva fatto
l’aveva fatto di sua certa scienza e coscienza”. Venne
impiccato nella fortezza di Belfiore, nei pressi di Mantova, il 4 Luglio 1855.
Curiosità
A Calvi sono dedicati diversi monumenti: due a Noale,
in Piazza Castello e sotto i portici di Palazzo della Loggia. Si ricorda poi il monumento a Pieve di Cadore, cittadina che guadagnò la Medaglia d’Oro al valore per i
fatti del ‘48.
>> Carlo Di Rudio
Carlo Camillo Di Rudio nacque a Belluno il 26 agosto
del 1832 da una nobile famiglia, ma decaduta, composta dal padre Ercole Placido, dalla madre Elisabetta de
Domini, dal fratello Achille e dalla sorella Luigia. Fu avviato appena quindicenne alla carriera militare presso
il collegio di San Luca a Milano, oggi noto come Scuola
militare “Teuliè”. Nel 1848 fu coinvolto nei moti lombardi delle cinque giornate di Milano e uccise (sempre
con il fratello) un soldato austriaco-croato, responsabile di uno stupro e del conseguente assassinio di due
donne. Trasferito a Graz, ritornò clandestinamente,
accompagnato dal fratello Achille, a Belluno. Abbracciando gli ideali mazziniani, accorse generosamente
alla difesa di Venezia seguendo il patriota compaesano
Pier Fortunato Calvi. Fu sulle barricate di Venezia che
Achille trovò la morte a causa di un’ infezione colerica.
Sfuggito alla polizia austriaca, Carlo Di Rudio riparò a
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Roma in difesa della giovane repubblica. Qui conobbe
Garibaldi, Mazzini i fratelli Emilio ed Enrico Dandolo,
Aurelio Saffi, Goffredo Mameli e Nino Bixio. Con Venezia occupata dall’esercito austriaco e Garibaldi esule in
America a New York, anche Di Rudio, ormai perennemente braccato dalla giustizia di Vienna, riparò in Francia, ove si schierò coi Giacobini che si opponevano al
colpo di stato di Napoleone III di Francia. Nello stesso
anno partecipò all’insurrezione mazziniana del Cadore:
lo stesso padre Ercole Placido e la sorella maggiore Luigia furono arrestati e incarcerati a Mantova. Nel 1857
si trasferì a Genova, cercando un imbarco per l’America
del Nord. Naufrago, fu costretto a riparare in Spagna, in
Francia, Svizzera, Piemonte e, infine, in Inghilterra. Qui
conobbe la sua futura moglie, Eliza Booth, e per un certo periodo il patriota ebbe una vita tranquilla, dedita
alla famiglia, anche se continuamente tormentato da
problemi economici. Di Rudio lavorò per qualche tempo come giardiniere al servizio di Luigi Pinciani, un noto
filantropo amico di Victor Hugo e fu costantemente in
contatto con Giuseppe Mazzini .
L’attentato a Napoleone III e l’inferno della Caienna
Lo spirito rivoluzionario non tardò ad avere il sopravvento sulla quotidianità di una vita anonima. Così,
quando si presentò la prima occasione per entrare nuovamente in azione, Di Rudio si trovò subito pronto. Partecipò allo sciagurato piano progettato da Felice Orsini
per assassinare l’imperatore Napoleone III di Francia,
ritenuto, colpevole del fallimento dei moti italiani del
1848-’49. Il 14 gennaio 1858, alle 8 e mezza di sera, in
rue Lepelletier, nei pressi del teatro dell’Opéra National de Paris, tre bombe furono lanciate contro il corteo
imperiale che lasciarono però completamente illeso
Napoleone III (subì solo una piccola ferita alla guancia)
e l’imperatrice Eugenia, ma causarono invece otto morti e ben 156 feriti tra la folla assiepata ai bordi della
strada. Fallito l’attentato, Di Ruidio fu catturato la sera
stessa e processato nel mese di febbraio con tutti gli
altri congiurati italiani: Giovanni Andrea Pieri e Orsini.
Orsini e Pieri, ritenuti colpevoli, furono condannati a
Daniele Manin
morte e giustiziati il 13 marzo, mentre Di Rudio, condannato a morte in un primo tempo, riuscì, tramite l’abilità del suo avvocato, l’influenza del suocero inglese
e grazie all’indulgenza dell’imperatore, a sfuggire alla
ghigliottina, rimediando però, nel dicembre 1858, una
condanna all’ergastolo nella colonia penale della malfamata Isola del Diavolo nella Caienna della Guyana
Francese.
Ergastolano alla Caienna
Carlo Di Rudio, giunto alla Caienna, meditò costantemente su come fuggire al più presto da quell’inferno
tropicale e riuscì a trovare degli alleati disposti a partecipare al suo tentativo di fuga. Fallito un primo tentativo, dopo mesi e mesi di ulteriori preparativi segreti, la
fuga riuscì, suscitando un clamore eccezionale in tutte le terre coloniali francesi. I fuggiaschi raggiunsero,
dopo innumerevoli peripezie, il territorio inglese della
Guyana, trovandovi funzionari ben lieti di nasconderli
alle pressanti richieste francesi (molti deportati, infatti,
erano condannati politici, invisi alla monarchia francese, ma non alla corona inglese). Da qui si imbarcò per
l’Inghilterra, riabbracciando nuovamente la famiglia.
Era il 1860.
In cerca di fortuna in America
In Inghilterra, costantemente afflitto da problemi economici, il giovane Di Rudio avrebbe voluto partecipare
ai moti del Risorgimento italiano, ma, braccato dalla
polizia francese e da quella austriaca, privo di un futuro
in terra inglese, consigliato dagli amici più fidati e con
in tasca una raccomandazione di Giuseppe Mazzini,
preferì emigrare con la famiglia negli Stati Uniti. Sbarcato a New York City, anglicizzò il suo nome in Charles
De Rudio e nel 1861 trovò presto impiego nell’esercito
federale americano impegnato nella guerra civile, meritando i gradi di sottotenente. Terminata la guerra nel
1865, Carlo Di Rudio fu incorporato nei ranghi dell’esercito americano e nel 1869 venne assegnato al 7º Cavalleggeri degli Stati Uniti, alle dipendenze del tenente
colonnello George Armstrong Custer.
Niccolò Tommaseo
Pier Fortunato Calvi
A Little Big Horn
Il 25 giugno 1876 Carlo Di Rudio partecipò alla celebre
Battaglia di Little Big Horn che vide impegnata la cavalleria americana nella campagna contro le tribù dei
Sioux, Hunkpapa, Oglala e dei Cheyenne, capeggiate
da Cavallo Pazzo. Il tenente Di Rudio fu uno dei pochi
superstiti del 7º Cavalleggeri. Come uno dei pochi superstiti della battaglia, Di Rudio finì sulle prime pagine
di tutti i giornali americani. Trasferito ad altri incarichi,
fu assegnato nelle terre del Nordovest. Giunto in Texas
con nuovi incarichi logistici, ormai anziano, il soldato
italiano riuscì a conoscere anche il grande Geronimo
degli Apache. Ritiratosi a San Francisco, nel 1904 gli fu
riconosciuto il grado di maggiore. Carlo Di Rudio morì il
1º novembre del 1910 a Pasadena (California), in un letto sovrastato dai ritratti dei suoi tanto amati compagni
d’avventura: Pier Fortunato Calvi e Giuseppe Mazzini.
>> Roberto Marin
Nato il 4 maggio 1829 in una frazione di Rovolon, Frassanelle Euganee, Roberto Marin dalla difesa di Venezia
fino alla cattura in Val di Sole, fu sempre a fianco di Pietro Fortunato Calvi e con lui ebbe nel 1855 la condanna
a morte, commutata in dodici anni di carcere duro allo
Spielberg. Durante il processo contro Roberto Marin, il
consigliere Grubissich, nella sua relazione disse:
“ Certifico che Marin Roberto, figlio di Carlo, domiciliato a Padova, dal 1848 al 1849 militò per l’indipendenza
italiana contro gli Austriaci e partecipò attivamente alla
gloriosa difesa di Venezia” (Mantova, 31 luglio 1854). Il
17 gennaio 1855 fu condannato alla pena di morte col
capestro (cioè per impiccagione) insieme a Calvi ed altri. Graziato dall’amnistia politica del 1858, partecipò a
tutte le successive imprese per l’Unità d’Italia. Si spense a Padova come custode della Cappella degli Scrovegni e fu cremato il 10 dicembre 1886: le sue ceneri sono
al n° 1 della cappella dei cremati nel
cimitero di Padova.
Pieri, Orsini, Rudio, Gomez davanti ai giudici
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>> Sebastiano Barozzi
I Barozzi appartenevano alla più antica nobiltà veneziana. La tradizione di famiglia li dice originari di Padova e
il loro cognome è riportato in forme assai variegate. E’
comunque certo che nel XII secolo questa famiglia era
saldamente stabilita a Venezia. Come avveniva in molte famiglie della nobiltà veneziana, i Barozzi rivolsero il
loro interesse più alla carriera ecclesiastica che a quella
politica.
Sebastiano Barozzi nacque a San Fior il 20 maggio 1804,
alle 10 del mattino. La sua famiglia visse sempre in condizioni economiche difficili. I rudimenti della scrittura
gli furono impartiti dal padre: a quell’epoca la scuola
elementare non aveva una struttura definita. Così Sebastiano venne messo a pensione per qualche tempo
presso il parroco di Montaner, Domenico Zannantoni,
che curò la sua istruzione.
Successivamente, continuò gli studi presso il parroco
del suo paese, Bartolomeo Graziani: furono studi superiori o, come si diceva allora, di ‘grammatica’ (lingua
italiana e latina), poiché Graziani divenne parroco di
San Fior nel 1819, quando Sebastiano aveva 15 anni.
Barozzi si era successivamente orientato per il seminario e la carriera ecclesiastica: scelta che si dimostrò
sempre convinta, ma anche inevitabile, a quell’epoca,
per un ragazzo dotato di capacità, ma completamente
privo di mezzi di fortuna.
Frequentò il seminario di Ceneda che era a quell’epoca una scuola prestigiosa: l’insegnamento letterario
era severo e probabilmente impartito con pedanteria;
al suo centro stava il latino, che allievi e professori dovevano usare durante le lezioni e nella comunicazione
quotidiana.
Sebastiano maturò una forte passione per il mondo
classico e in generale per la storia; si distinse, in seminario, oltre che per le doti d’ingegno, per il temperamento refrattario alla disciplina. Nella sua coscienza,
infatti, fece sempre una chiara distinzione fra l’intima
osservanza della religione cattolica e l’ossequio incondizionato alle gerarchie ecclesiastiche, vincolate al podidascalia
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tere temporale e all’Austria.
Agli inizi del 1831 venne ordinato sacerdote e si stabilì
definitivamente a Belluno; la sua lunga vita si svolse da
allora in alcune parrocchie di quel contado e della provincia alpina, salvo il tormentato decennio 1848-1857,
nel quale le traversie della rivoluzione e della repressione poliziesca austriaca lo costrinsero a lunghe peregrinazioni e ad anni di carcere.
Nel 1834, quando venne riaperto il seminario di Belluno, venne chiamato ad insegnarvi grammatica, ma
venne presto sollevato dal suo incarico, già alla fine del
primo anno scolastico. Successivamente, don Sebastiano ricevette il suo primo incarico di cura d’anime, a Castion, come cooperatore del parroco mons. Della Lucia.
Lasciò di sé un buon ricordo, soprattutto per la sua opera nell’estate del 1836, quando il paese fu colpito da
un’epidemia di colera.
In quel periodo don Sebastiano maturava probabilmente le sue idee patriottiche; di certo ebbe i primi seri fastidi con le autorità ecclesiastiche. Il 17 giugno 1839,
infatti, il vescovo di Belluno gli inflisse una sospensione
a divinis, proibendogli di celebrare la messa per otto
giorni.
Nel 1839 venne trasferito a Pieve di Zoldo, sempre
come cooperatore soggetto al parroco don Gaspare De
Mas, che era animato da idee patriottiche, al cui ricordo don Sebastiano rimase sempre devoto.
Nel 1840 dovette trascorrere uno o più periodi a San
Fior presso la sua famiglia; nel 1842 predicò a Canale
d’Agordo.
Nel 1843 ottenne finalmente la sospirata nomina a
parroco che gli permetteva di usufruire d’un beneficio
regolare, per quanto modesto: divenne parroco di San
Pietro in Campo, con residenza a Sargnano, due piccoli
paesi a pochi chilometri da Belluno, ai piedi del monte Serva. L’incarico gli venne dato dal vescovo Antonio
Gava: una nobile figura di prelato, anch’egli di origine
cenedese, che aiutò don Sebastiano per quanto gli fu
possibile, anche contro le autorità austriache; e che
nel 1852, quando si vide ostacolato da queste nella sua
opera di vescovo, rinunciò alla sua carica e tornò a insegnare nel seminario di Ceneda. Don Sebastiano svolse
il suo ministero a San Pietro in Campo per pochi anni,
sempre apprezzato dai suoi parrocchiani per le sue calde doti umane. I tratti del carattere che attiravano su
Sebastiano simpatia, ammirazione e affetto erano: il
disinteresse per le questioni di denaro, la generosità,
l’umana partecipazione nei confronti dei parrocchiani
e perfino un certo gusto artistico e teatrale.
A quell’epoca don Sebastiano godeva già di una fama
locale come letterato, la sua passione per la poesia doveva essere iniziata molto presto: si era messo in luce
come brillante improvvisatore di versi; tradusse alcune
poesie latine di Cornelio Castaldi e qualche ballata dello Schiller, scrisse un’ispirata canzone in lode di Anto-
nio Ceccato, insigne intagliatore. Barozzi praticò poco
o nulla la narrativa, lavorò accanitamente e probabilmente portò a termine la più complessa delle traduzioni tedesche: il massiccio poema di Friedrich Klopstock,
Il Messia.
Si avvicinavano i giorni della rivoluzione, nei quali don
Sebastiano doveva giocare un ruolo non secondario e
spesso imbarazzante per le autorità religiose di Belluno.
Anni dopo, il 20 febbraio 1857, il vescovo Giovanni Renier ricordava questi fatti raccontando che Barozzi, dotato di fervida immaginazione e di molta buona fede,
si gettò all’impazzata dietro le follie del ’48, ma senza
mai smentire nella fede e nei costumi i principi cristiani
e senza nemmeno trascinar con sé i pochi suoi parrocchiani che lo amavano per la sua carità e lo stimavano
per la sua integra condotta in tutto quello che non era
politico.
Nel 1848 Barozzi capeggiò i Bellunesi che combattevano contro gli Austriaci e si aggregarono ad altre forze
venete.
All’inizio, la grinta dei Bellunesi fece arretrare gli Austriaci, ma in un secondo momento, quando gli Austriaci ricevettero rinforzi, le armi poco adeguate e il mancato addestramento militare costrinsero i Bellunesi alla
ritirata e vi furono molti prigionieri.
Don Sebastiano partecipò con passione a tutte queste
vicende.
Nell’agosto del ’48 fu richiamato dal vescovo per la sua
lunga barba e il suo abbigliamento, non adatti ad un
sacerdote e gli fu vietato di esercitare la funzione di
parroco.
Nel gennaio del 1849 penetrò a Venezia sotto assedio;
qui conobbe Pier Fortunato Calvi e Carlo Rudio che ebbero un ruolo importante nella sua biografia.
Don Sebastiano tornò a Belluno poco dopo la resa di
Venezia.
La sua vita ecclesiastica fu resa molto difficile dal suo
patriottismo: in alcune occasioni il Vescovo cercava di
coprirlo, ma in altre non gli era possibile.
Gli Austriaci continuarono a tenerlo d’occhio anche negli anni successivi perché temevano la sua influenza.
Nel gennaio del ’51 le autorità tedesche cercarono di
arrestarlo accusandolo di essere membro dell’ “Accademia delle Alpi”, ma, grazie ad un messaggio trovato
nel confessionale e aiutato da molte persone, riuscì a
fuggire e a recarsi a Torino, dove si recò in ambasciata
austriaca per discolparsi e inviò più lettere a Belluno
protestando la sua innocenza e dichiarandosi disposto
a tornare, a condizione di potersi difendere a piede libero.
Ma a queste richieste non venne dato alcun seguito e
Barozzi fu costretto a fermarsi a Torino per due anni.
Non aveva mezzi di sostentamento, non indossava abiti
da sacerdote ed era ridotto alla fame.
A Torino don Sebastiano rientrò in contatto con Pier
Fortunato Calvi, che dopo essere stato esiliato da Venezia, era approdato lì. All’arrivo di Barozzi, Calvi era
già ben inserito nel mondo dell’immigrazione veneta e
della cospirazione antiaustriaca.
Sempre a Torino, presso Calvi, Barozzi venne nuovamente in contatto con Carlo Rudio, il quale faceva da
intermediario tra Calvi stesso e Mazzini.
Tornò a Belluno: ormai aveva preso l’abitudine di non
indossare la veste talare, ma vestiti civili, e questo gli
procurò nel 1872 la sua ultima, definitiva sospensione
a divinis.
Le sue condizioni economiche migliorarono quando
riuscì a procurarsi qualche aiuto e qualche lavoro: come
letterato, come giornalista, come traduttore e grazie ad
una modesta pensione dal Comando della guerra.
Don Sebastiano dimostrò interesse per la causa italiana
e svolse anche delle missioni, come quella di cercare di
reperire somme dalla cugina Elisabetta Barozzi e tenere
corrispondenza tra i diversi membri della causa italiana
dando informazioni in codice.
Nel 1853 Calvi elaborò un piano per infiltrarsi a Belluno
e trasformare la città nel centro della rivoluzione delle
Alpi; per questo aveva bisogno di uomini e chiese aiuto
a Barozzi, che si trovava già nella città, per arruolarli.
Il sacerdote fece il possibile per procurare i volontari,
ma, nonostante questo, la missione fallì e Barozzi, assieme a Calvi, Marin, Di Rudio e altri, furono scoperti:
Di Rudio riuscì a fuggire, gli altri furono arrestati e processati.
Calvi si addossò ogni colpa e fu condannato a morte,
Barozzi fu condannato a 10 anni di carcere duro e alla
perdita del titolo nobiliare; la pena fu poi ridotta a 7
anni.
Sebastiano Barozzi morì il 4 maggio 1884, a quasi ottant’anni di età.
>> Raffaele Tosi
Raffaele Tosi nacque a Rimini nel 1833. Nel 1848, nonostante la sua giovane età, decise di servire la Guardia
Civile, mobilitata per la difesa del Veneto insorto. Venne, quindi, nominato Tamburino (non combattente); in
seguito fu arruolato e non tardò a diventare un combattente vero e proprio.
Durante l’assedio di Venezia, a Marghera s’impegnò
nei combattimenti contro gli Austriaci, guadagnandosi
l’ammirazione dei superiori e dei commilitoni.
Venne, però, colpito da febbre. La malattia lo costrinse
ad allontanarsi da Venezia e a lasciare i campi di battaglia; ma per poco tempo perché, una volta rimessosi,
avendo saputo che a Roma si era “issato il vessillo della
libertà”, non tardò a raggiungere la città verso la quale
stavano convergendo i patrioti italiani.
Qui, sempre in prima linea, nell’avamposto di casa
Giacomelli, rimase gravemente ferito ad una coscia.
Ricoverato presso l’ambulanza militare di Santa Maria
della Scala, a Trastevere, assistette all’agonia di Luciano
Manara, del moro Andre Aguyar e di tanti altri eroi.
Il generale Giuseppe Garibaldi gli conferì un certificato affermando che: “Questo milite merita encomio e
considerazione, per la sua bella comportazione nei fatti
d’arme di Roma nel 1849”.
Nel 1866, allo scoppio della III Guerra d’Indipendenza,
Tosi si arruolò come luogotenente nel 5° Reggimento
Volontari agli ordini del generale Giuseppe Garibaldi e
si guadagnò la seconda medaglia al “Valor militare”.
Venezia, 1848. L’Arsenale
Guarito, fu nominato aiutante maggiore in 1° del suo
reggimento e nel 1867 aderì subito all’appello che Garibaldi aveva rivolto agli Italiani per la liberazione di
Roma.
Divenne capitano del 7° battaglione della 3° colonna
comandata dal Colonnello Eugenio Valzania, distinguendosi con coraggio ed iniziativa.
Rientrato dopo tante battaglie nella sua Rimini, dedicò
il resto della vita ad opere di pace, aiutando i vecchi
compagni d’arme che la Patria aveva dimenticato. Fu
più volte ospite di Garibaldi nella solitudine della sua
Caprera.
Raffaele Tosi morì il 6 aprile del 1913 ed ebbe solenni
onoranze funebri dai concittadini e dai pochi compagni
di battaglia sopravvissuti e convenuti da ogni parte della Romagna e dalle vicine Marche.
Tosi, autore anche di due lavori di memorie,“Cenni autobiografici di un garibaldino” e “Da Venezia a Mentana”, fu ritenuto un personaggio minore, ma come tale
necessario ed indispensabile per il difficile processo
unitario italiano.
>> Ippolito Nievo
Ippolito Nievo (Padova, 30 novembre 1831 – mar Tirreno, 4 marzo 1861) è stato uno scrittore e patriota italiano dell’Ottocento.
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Ippolito Nievo
Ippolito Nievo nacque a Padova nella Villa Mocenigo
– Querini (ora Casa della Studentessa “L. Meneghetti”
sita in Via Sant’Eufemia, 2/4), primogenito di Antonio,
un magistrato della piccola nobiltà mantovana, e di
Adele Marin, figlia della contessa friulana Ippolita di
Colloredo e del patrizio veneziano Carlo Marin, intendente di finanza a Verona. I Marin erano titolari del feudo di Monte Albano, dove sorge il castello di Colloredo,
a mezza strada tra Tricesimo e San Daniele, luoghi frequentati nell’infanzia da Ippolito quando, nel 1837, il
padre venne trasferito da Soave nella pretura di Udine.
Nel 1841 Ippolito venne iscritto nel collegio del seminario di Sant’Anastasia di Verona come convittore interno poi, non sopportandone la disciplina, dal 1843 vi
frequentò il Ginnasio come esterno. La sua solitudine
fu alleviata dalle visite del nonno Carlo, uomo colto,
amico del Pindemonte e amante della letteratura, che
divenne, per la lontananza dei genitori, la figura di riferimento.
Quando nel 1843 morì il nonno Alessandro Nievo, il
primogenito Antonio, padre di Ippolito, ereditò la villa
della famiglia con terreni agricoli a Fossato, frazione del
comune di Rodigo (Mn), e palazzo Nievo a Mantova con
i relativi arredi, le collezioni d’arte e la ricca biblioteca. Il
padre vi prese domicilio anche in seguito al suo trasferimento nel 1847 alla pretura della vicina Sabbioneta e
Ippolito tornò nella famiglia a Mantova, città dove andò
a stabilirsi, a trascorrervi gli anni della pensione, anche
il nonno Carlo Marin. Qui proseguì gli studi al Liceo Virgilio, compagno di Attilio Magri (1830-1898) il quale,
innamorato di Orsola Ferrari, ne frequentò la casa e
vi introdusse anche Ippolito, che vi conobbe la sorella
maggiore, Matilde (1830-1868), il suo primo amore.
Nel 1848 il giovane Ippolito, affascinato dal programma
democratico di Mazzini e Cattaneo, partecipò alla fallita insurrezione di Mantova. Prudentemente, continuò
a Cremona gli studi con l’amico Attilio Magri e, l’anno
dopo, la famiglia ritenne opportuno che si allontanasse per qualche tempo dalla Lombardia, così si trasferì
in Toscana, prima a Firenze e poi a Pisa. Qui entrò in
contatto con gli esponenti del partito democratico di
Guerrazzi: anche la Toscana era scossa dai moti risorgimentali e forse Ippolito partecipò a Livorno al moto del
10 maggio 1849 contro gli Austriaci, intervenuti per favorire il ritorno del granduca Leopoldo, fuggito quattro
mesi prima da Firenze.
Ritornato in settembre a Mantova, andò a continuare
gli studi a Cremona, dove nell’agosto del 1850 conseguì
la licenza liceale. In autunno si iscrisse alla Facoltà di
Legge dell’Università di Pavia e mantenne continui rapporti epistolari con Matilde Ferrari.
Nel gennaio del 1852 iniziò un’attività di pubblicista
nel quotidiano bresciano La Sferza. Alla fine dell’anno
si iscrisse all’Università di Padova, riaperta dal governo
austriaco dopo le agitazioni liberali e, recandosi spesso
in Friuli, collaborò con la rivista “L’Alchimista Friulano”.
Nel 1855, deluso dalla situazione politica italiana, lo
scrittore si ritirò a Colloredo di Montalbano, dove si dedicò attivamente alla produzione letteraria, delineando
nella mente quello che fu il suo capolavoro, Le confessioni d’un italiano.
Continuò intanto la sua attività di pubblicista e si avvicinò al giornalismo militante milanese, collaborando al
settimanale Il Caffè.
Nel 1856, a causa di un racconto intitolato L’Avvocatino
pubblicato sul foglio milanese Il Panorama universale,
fu accusato di vilipendio nei confronti delle guardie
imperiali austriache e subì un processo nel quale patrocinò se stesso. Fu questa l’occasione per trascorrere
lunghi periodi a Milano dove ebbe modo di partecipare
agli stimolanti dibattiti letterari e politici che si svolgevano e di apprezzare il vivace clima culturale di quella
città. Ippolito Nievo in quel periodo iniziò una relazione con Bice Melzi, moglie del cugino Carlo Gobio; le fu
legato fino alla morte, indirizzandole numerose lettere
durante l’inteso periodo delle imprese garibaldine.
Tra il 1857 e il 1858 Nievo, ritornato a Colloredo, si dedicò intensamente alla stesura del suo grande romanzo
Le confessioni d’un italiano che verrà pubblicato postumo nel 1867 dall’editore Le Monnier con il titolo rivisto
Le confessioni di un ottuagenario.
Gli eventi del 1859 e del 1860 resero più intensa la sua
attività giornalistica e ne sollecitarono i primi due saggi
politici, l’opuscolo Venezia e la libertà d’Italia, ispirato
dalla mancata liberazione della città, e il Frammento
sulla rivoluzione nazionale.
Nel 1859 fu tra i Cacciatori delle Alpi di Garibaldi e l’anno seguente partecipò alla Spedizione dei Mille. Unendosi alle truppe garibaldine, il 5 maggio del 1860 salpò
da Quarto a bordo del Lombardo insieme a Nino Bixio
e Cesare Abba. Distintosi a Calatafimi e a Palermo, gli
venne affidata la nomina di “Intendente di prima classe” dell’impresa dei Mille con incarichi amministrativi,
divenendo il vice di Giovanni Acerbi. Fu anche attento
cronista della spedizione (Diario della spedizione dal 5
al 28 maggio e Lettere garibaldine). Avendo ricevuto
l’incarico di riportare dalla Sicilia i documenti amministrativi della spedizione, trovò la morte durante la navi-
gazione da Palermo a Napoli, nella notte tra il 4 e il 5 marzo 1861, nel naufragio del vapore Ercole avvenuto al largo
della costa sorrentina, in vista del golfo di Napoli. Nel naufragio tutte le persone imbarcate perirono e né relitti né
cadaveri furono restituiti dal mare. Le circostanze misteriose del naufragio alimentarono ipotesi di un complotto politico. In pubblicazioni successive sono state avanzate altre ipotesi all’origine dell’eventuale attentato, come il ruolo
giocato da finanziamenti internazionali, in particolari inglesi, indirizzati a favorire la spedizione dei Mille.
Questa teoria è stata ripresa anche da numerose pubblicazioni e romanzi successivi: Cesaremaria Glori, “La tragica
morte di Ippolito Nievo”, edizioni Solfanelli e Umberto Eco, “Il Cimitero di Praga”, Bompiani.
Scusi, ma lei è Ippolito Nievo?
Il 12 novembre 2011, nell’aula magna dell’ITIS “Leonardo Da Vinci”, tre scuole del portogruarese hanno messo in scena lavori
realizzati durante il precedente anno scolastico per celebrare i 150 anni dell’Unità d’Italia.
1.Incredibile! Intervistato Ippolito Nievo
Rappresentazione scenica dell’intervista immaginata dagli alunni delle classi 5ªA e 5ªB della scuola primaria “Sinistra Lemene”
(I.C. Rufino Turranio di Concordia Sagittaria), coordinati da Costanza Piana.
I ragazzi l’hanno pubblicata come articolo di “fondo” (assieme ad altri, sempre inerenti all’Unità d’Italia, legati al nostro territorio) in “L’Eco del Lemene “, 1861/2011, giornale intitolato al fiume che attraversa sia Concordia che Portogruaro e che anche
il Nievo ricorda nel suo romanzo.
2.Io sì lo conoscevo bene
Libera biografia a più voci, drammatizzata dagli allievi della scuola secondaria “Leonardo Da Vinci” di Gruaro (classe IªA), coordinati da Antonella Sutto e Gigliola Bittolo Bon, con la collaborazione dell’associazione culturale “La Ruota”. Nel raccontare le
vicende del Nievo, a partire dalla misteriosa fine del colonnello (morto a soli 29 anni, nel naufragio dell’Ercole), ai protagonisti
tratti dalla realtà si affiancano, come testimoni ideali, anche i personaggi cui Nievo ha dato vita nei suoi numerosi racconti,
romanzi, opere teatrali.
3.Il garibaldino Nievo
Lettura recitata e drammatizzata, a cura degli allievi del liceo “XXV Aprile” di Portogruaro, coordinati da Cecilia Bassani e Giuseppe Rizzuto, di alcuni passi tratti dalle note del “Giornale della spedizione in Sicilia” e dalle lettere scritte tra il 28 maggio 1860
e il 23 febbraio 1861. Dopo la presa di Palermo, scrive alla cugina Bice Melzi, riferendosi a Garibaldi: “noi fummo eroi solo per
avergli creduto una tale impossibilità”.
Tra una scena teatrale e l’altra, brani di musiche risorgimentali o composti sul tema (dal repertorio lirico e popolare alle “Camicie rosse” di Fiorella Mannoia).
Donne nel Risorgimento
Di alcune figure femminili, la cui opera si intreccia con il processo risorgimentale e vi contribuisce, è stato scritto, anche
in forma romanzata, tuttavia non esiste una ricerca storica
che superi una visione di genere. Inoltre, se di alcune l’opera
e il nome restarono vivi nelle carte e nei documenti, ancor
più numerose sono le donne senza nome che hanno operato
personalmente o che hanno sostenuto i congiunti, subendo
nei cuori lo strazio che i loro cari soffrivano nella carne per la
prigionia, le torture, la guerra, senza contare le donne ferite,
offese, uccise. Le donne sono dunque presenti, nel primo
Ottocento in una prodigiosa varietà di atteggiamenti, di scelte, alcune delle quali così coraggiose e innovatrici da segnare
una decisa maturazione culturale e spirituale che le consegna a un destino di dolore e attesta una partecipazione piena
alla dimensione civile del vivere. Alcune di loro producono
testi a stampa di vivace e profonda concretezza.
Esse aprono i loro salotti al nuovo spirito libertario, come
Nina Schiaffino Giustiniani, o Bianca De Simoni Rebizzo, o
accolgono gli esuli nelle loro case, come Giuditta Sidoli, o
svolgono nuovi ruoli, come prodigarsi come infermiere, fondare scuole e istituti professionali, asili per gli orfani, studiare
problemi sociali e del lavoro, come Bianca Rebizzo, Cristina
Trivulzio, Elena Casati Sacchi, Luisa Solera Mantegazza; altre
combattono cavalcando, come a Milano Cristina Trivulzio, o
sulle barricate, come a Novara Teresa Durazzo Doria o Anita
Ribeiro Garibaldi a Roma - vicina al suo José a Villa Spada nel
giugno ‘49, incinta del quinto figlio e destinata a spirare il 3
agosto dopo un calvario di 33 giorni di marce forzate a cavallo, a 28 anni - oppure sostengono con la loro fede destini di
esilio e di prigionia: tutte, comunque, consegnano alla storia
e al futuro dell’Italia un patrimonio di valori morali e civili che
accompagnerà il faticoso percorso dell’Unità.
E tuttavia il riconoscimento del loro valore si ridusse spesso
ad una valorizzazione di elementi romanzeschi, mentre una
certa supponenza maschile impedì anche a uomini di valore
di comprendere l’intelligente e costruttivo apporto di idee di
alcune straordinarie figure di donne, quali Cristina Trivulzio.
Il cammino verso l’emancipazione sarà lungo: esse, ad esempio, avranno il diritto di esprimere il loro voto solo nel 1946 e
non si può affermare che il loro cammino sulla via dell’emancipazione sia del tutto compiuto nemmeno oggi.
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Portogruaro mia patria
Classe 2ª C scientifico del Liceo “XXV Aprile”.
Insegnante Lorenza Moro
Parte del lavoro è stata presentata in una conferenza all’interno della settimana della cultura del Comune di Portogruaro il 13 aprile 2011.
[Scelta antologica dal lavoro presentato al concorso “Ma che
storia!” 2011]
>> Il 1848
Il 1848, a Portogruaro, si apre con alcuni eventi degni
di nota:
1) all’inizio dell’anno si sentono, nelle strade della città, clamori e canti ostili allo straniero e compaiono sui
muri e portoni della città scritte antiaustriache che in
qualche modo inneggiano all’Italia;
2) è fatto divieto nei negozi della città di vendere fazzoletti o cappelli o altri ‘’cascami’’ dai tre colori simbolo
dell’avversità al governo asburgico ed emblema di sentimenti politici anti ‘’tedeschi’’;
3) nelle bettole, nelle osterie e nei caffè della città irrompono talvolta individui che invitano a non fumare
‘’zigari’’ sollecitando ad una sorta di sciopero del fumo,
visto che lo stato asburgico aveva introdotto il monopolio dei tabacchi dalla vendita dei quali ricavava, ovviamente, delle tasse indirette. Sono le stesse sigarette
di cui parla Italo Svevo ne La Coscienza di Zeno: ... “Se
ne avevano in Austria di quelle che venivano vendute
in scatoline di cartone munite del marchio dell’aquila
bicipite”.
Già in precedenza alcuni giovani insegnanti del locale
seminario sono stati oggetto di sorveglianza da parte
del governo per l’atteggiamento progressista, liberale
e lungimirante da loro tenuto e comunicato agli allievi.
Don Antonio Cicuto, in particolare, e don Mattia Zannier avevano abbracciato, per esempio, nell’insegnamento del latino, il metodo piemontese, osteggiato
dall’Austria, più tradizionalista. Era stato inoltre, nel
maggio del 1847, nominato dal governo come vicario
apostolico mons. Francesco Rizzolati, di posizioni integraliste e conservatrici, esautorando mons. Carlo Fontanini, vescovo allora in carica.
Scoppia infine la rivolta a Venezia il 17 marzo 1848 e si
costituisce la Repubblica Provvisoria guidata da Daniele
Manin e Nicolò Tommaseo; il 18 marzo a Portogruaro
arriva la notizia dell’insurrezione veneziana e Carlo Giusti, uno studente universitario di Portogruaro, a cavallo
per le vie della città, sbandiera un fazzoletto rosso gridando ‘’Viva la Costituzione!’’. Sulla sua scia anche la
popolazione si riversa sulle strade con manifestazioni
di gioia e di tripudio. Il contingente austriaco si ritira
l’indomani a Palmanova e a Portogruaro si costituisce
la Guardia Civica.
Il 20 marzo gli allievi esterni del seminario non si presentano alle lezioni e contestano gli insegnanti, specie
quelli austriacanti, gridando slogan quali: viva l’Italia,
viva Pio IX, viva la libertà. La sera infuria “l’orgia” tanto da far pensare che tutti siano ‘’frenetici’’. La gente
si sofferma sotto il vescovado e fischia all’indirizzo di
mons. Rizzolati, mentre si inneggia all’indirizzo di mons.
Carlo Fontanini, che si affaccia e benedice i manifestanti dicendo di esser contento per la libertà acquisita ma
ammonendo a non abusarne.
Precedentemente, avendo Portogruaro, e poi Caorle,
aderito alla Repubblica di Venezia, vi si mandavano
i nostri rappresentanti, che furono Eugenio Bettoni e
Francesco Chevalier, i quali portarono da Venezia 150
fucili e 4 cannoni, due dei quali furono posti presso il
municipio. In quell’occasione tra la folla in tripudio furono bruciate le insegne asburgiche al suono della banda. Gustoso l’episodio, riportato da Marco Belli negli
Annali di Portogruaro, che vede protagonista un cane
che fende la folla per “andare a bagnare” con acqua,
che non era certo quella del Lemene, le ceneri delle
Aquile bruciate. La festa dell’insurrezione fu coronata
dall’allestimento di un piccolo corpo di armati da mandare in soccorso a Palmanova; fu allestita quindi una
bandiera per benedire la quale fu celebrata una messa
in piazza alla presenza del vescovo Fontanini, che muore il 1° novembre 1848.
Nel corso del mese di aprile vi sono vari ‘’disordini’’
che vedono anche le dimissioni di podestà e Giunta,
poi reintegrati, e tumulti nelle campagne. Nel frattempo comincia la riscossa degli Austriaci che riprendono
in mano il Friuli e, in un “brutto giorno” di maggio del
1848, rientrano in Portogruaro.
Intanto il cerchio d’assedio si stringe intorno a Venezia e chi usciva la sera da Portogruaro verso Summaga,
sentiva tuonare in lontananza il suono lugubre del cannone.
>> Il clero concordiese intorno al 1848
Fondamentale è stato il ruolo di una parte del clero
di “Concordia-Portogruaro” nelle vicende risorgimentali. Nel Seminario Vescovile di Portogruaro, infatti, vi
erano due fazioni: “l’alta”, conservatrice, reazionaria e
austriacante, “la bassa”, progressista, liberale e antiasburgica.
“L’alta” si riuniva intorno a mons. Rizzolati; nominato
vicario dall’Austria al posto di monsignor Carlo Fontanini, vescovo amatissimo e popolare, così “esautorato”,
intorno al quale si raccoglieva la fazione della “bassa”.
Don Antonio Cicuto e don Mattia Zannier, in particolare, avevano un insegnamento aperto e, come si è detto,
abbracciarono, nello studio del latino, il metodo “pie-
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Alcune immagini tratte dal Power Point relativo al lavoro della classe II C - Liceo XXV Aprile di Portogruaro
montese”, più basato sul concreto, piuttosto che quello
astratto e tradizionale, seguito dall’Austria.
Don A. Cicuto disse: “Insegnando la grammatica con
insegnamento intelligente e coscienzioso trovava necessario rompere la pedantesca notazione del metodo
irrazionale e capovolto, che procedeva dall’astratto al
concreto, cioè a ritroso della natura che nello sviluppamento delle menti giovanili va sempre invariabilmente
dal concreto all’astratto.”
Alcune pubblicazioni molto significative e fortemente patriottiche videro la luce a Portogruaro intorno al
1848.
Tra il 1847 e il 1848 una delle spine più acute del governo austriaco era proprio l’atteggiamento del clero. Don
Antonio Cicuto, don Mattia Zannier, don Giobatta Bortolussi vengono destituiti dall’insegnamento nel Seminario Vescovile di Portogruaro nel settembre del 1850.
Come disse don A. Cicuto, tra “il 6 ed il 12 settembre
1850 un ordine cascato dagli artigli dell’aquila bicipite,
(…) come saggio di quella libertà che godeva la Chiesa
quando un soldato ubriaco di rum poteva legalmente e
sardonicamente ridersi dell’Autorità Episcopale entrando in Seminario cogli stivali per cacciarne a capriccio i
e in Europa. Prese parte attiva ai moti rivoluzionari del
1848
Dopo l’insurrezione di Venezia e la successiva rivolta di
Portogruaro, fu infatti tra i protagonisti della ribellione
e fece parte della guardia civica, istituita dal governo
provvisorio repubblicano.
Dopo aver conseguito la laurea in giurisprudenza all’università di Padova, fu insegnante di lingua tedesca nel
Seminario di Portogruaro, dato che tale lingua venne
resa obbligatoria durante il regno Lombardo – Veneto.
Continuò a studiare da autodidatta e, insieme a De Rossi e Mommsen, interpretò correttamente alcuni passi
particolarmente difficoltosi e irrisolti di molte iscrizioni
latine.
La sua vera passione fu l’archeologia. Forse il più bell’elogio del Bertolini si deve al grande studioso tedesco
Theodor Mommsen che, pubblicando le iscrizioni di
Concordia nel Corpus Inscriptionum Latinarum, così si
esprimeva: L’avvocato Dario Bertolini, alla cui capacità
e dottrina si deve quasi tutto ciò che abbiamo scoperto,
fu a capo di questi scavi fin dal principio e ancora ora
vi soprassiede. Bertolini si dedicò quasi esclusivamente
all’archeologia dopo il 1873.
professori”.
>> Dario Bertolini
Dario Bertolini, figlio di Giovanni Battista (operaio) e di
Maria Cesco, nacque a Portogruaro il 20 gennaio 1823.
Ebbe una formazione umanistica al ginnasio e al liceo
del patrio seminario di Portogruaro, uno dei migliori di
tutto il Veneto.
Proseguì, per un anno, gli studi di giurisprudenza all’università di Padova, dove studiò la storia del diritto romano.
Dal 1843 al 1847 studiò all’università di Vienna, dove
apprese il tedesco, ma non riuscì a conseguire la laurea,
a causa della rivoluzione che stava avvenendo in Italia
Dario Bertolini
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Nel febbraio del 1873, in un terreno di proprietà
di Edoardo Perulli posto nei pressi di Concordia
sulla sinistra del Lemene, alcuni operai intenti all’estrazione di sabbia si imbatterono in un
sarcofago paleocristiano, che poi risultò essere
quello del soldato Vassione. Anima degli scavi e
successivamente della costruzione del museo fu
l’avvocato portogruarese Dario Bertolini.
Durante gli scavi di Concordia, trovò 270 sarcofagi e, come scrisse lo stesso Bertolini fu fatale
dover distruggere la necropoli discoverta, perché il suolo ove le arche posavano stava sotto
il letto del fiume, che vi scorre vicino e in breve
le sue acque invadevano l’area scavata e il loro
alzarsi e abbassarsi, il gelo e il disgelo, venivano d’anno in anno distruggendo questo cumulo
di avelli. Su suggerimento del direttore generale delle Antichità del Ministero dell’Istruzione,
Giuseppe Fiorelli, come testimoniano le lettere
presenti nell’archivio del Museo Nazionale Concordiese, furono segate dai sarcofagi le iscrizioni, che ora si trovano in Museo e l’intera necropoli fu sepolta.
Furono conservate 5 arche, quattro senza iscrizioni collocate davanti alla cattedrale di Concordia, e la quinta (la prima ritrovata), quella del
soldato Vassione campe doctor, cioè istruttore
con monogramma cristiano, nella navata destra
del Museo Nazionale Concordiese.
In quegli anni e in quelli immediatamente successivi,
però, si raccoglie in un contesto statuale e unitario un
grande nucleo del nostro patrimonio culturale e storico. Viene fondato nel 1888 da Bertolini il Museo Nazionale Concordiese, uno dei primissimi musei dello stato
postunitario, ispirato da idee di grande sapienza e lungimiranza di uno storico locale, ma non localistico, di
grande cultura ed erudizione e intuizione riconosciutegli da studiosi quali Mommsen, De Rossi, Lanciani, Fiorelli, personalità alle quali il nostro fu legato da amicizia
e frequentazione.
Intanto…
Si sposò con Carlotta Del Prà il 2 luglio 1856 ed ebbero
otto figli, di cui una sola femmina, che morì in giovane
età.
Assunse anche le cariche politiche di consigliere comunale e provinciale, fu membro della deputazione di
storia patria e nel 1889 divenne assessore municipale.
Si occupò della costruzione della rete ferroviaria all’interno della provincia e venne ricordato come un lavo-
ratore indefesso per il quale il lavoro era elemento di
gioia, forza e vita.
Bertolini fece demolire le mura di difesa di Portogruaro
costruite agli inizi del XIII secolo per dare spazio alla costruzione della nuova ferrovia.
Nel 1874 l’avvocato Bertolini scrisse: “Portogruaro: origini e nome”, nel quale espose le ipotesi della fondazione di Portogruaro e analizzò varie epigrafi della civiltà
romana locale.
Dario Bertolini è sepolto nel cimitero civico di Portogruaro. Le iscrizioni sulla sua lapide sono : “Dario Bertolini avvocato archeologo eminente. Del patrio museo
creatore. Della cosa pubblica per consigli per opere benemerito. Padre famiglia ottimo, dalla moglie dai figli
sempre invocato e pianto
XX GENNARO MDCCCXXIII – XXV GENNARO
MDCCCXCIV”.
“Portogruaro nel Risorgimento. Uomini, guerre e
denaro”
L’ISIS Luzzatto ha ospitato dal 26 novembre al 17 dicembre 2011 una mostra curata da Patrizio Manoni
e Ugo Perissinotto e realizzata in collaborazione con
la locale Amministrazione comunale (che poi ne ha
pubblicato il catalogo, presentato il 17 marzo 2012).
Coerentemente con l’indirizzo di studio dell’istituto, nelle cui sale c’è un Museo di Economia Aziendale, curato e continuamente arricchito dal suo direttore, il prof. Manoni stesso, la mostra è dedicata
in particolare ai patrioti della città ed ha un occhio
di riguardo all’aspetto economico e finanziario delle
vicende che accompagnarono il processo unitario.
Due sezioni sono dedicate ai libri “risorgimentali”
della famiglia Bertolini, compresi nell’omonimo
fondo conservato presso la biblioteca dell’istituto,
e al debito pubblico risorgimentale.
frattempo si è sposato, fatica a mantenere la sua numerosa famiglia con la sola pensione dato che ha cinque
figli di cui quattro bambini e una figlia affetta da disabilità fisica. Nel prosieguo del tempo un episodio pare
cozzare con la figura di eroe di tante campagne per la
libertà: partecipa come volontario alla repressione sanguinosa attuata dalla guardia nazionale di Portogruaro
contro i moti di rivolta di Gruaro insieme con i Reali Carabinieri.
“Le rivolte contadine nel Veneto Orientale”
>> Antonio Bon
Antonio Bon nasce a Portogruaro nel 1824 e muore
86enne nel 1910.
Nel 1848 partecipa all’insurrezione risorgimentale.
Durante la sua vita presta la sua opera per l’attività civile ed edilizia di Portogruaro.
Importante è il legame che stringe con Dario Bertolini.
Dario Bertolini si rivolse all’ingegner Bon per contrastare l’impaludamento del “sepolcreto dei militi” scoperto a Concordia nel 1873 e lo incaricò di redigere la
mappa del sepolcreto del 1876.
Il progetto del Museo Nazionale Concordiese, il restauro del campanile del duomo e la facciata del palazzo comunale sono opera di A. Bon. Inoltre è suo il progetto
delle scuole comunali di Portogruaro e il progetto del
cimitero.
Fu un uomo di grande sapienza e di larghe vedute tanto
che nel 1901 sollecitò i proprietari terrieri ad effettuare opere di bonifica sui propri terreni, opere che sarebbero state feconde di perenne e pregevole ricchezza.
>> Gaetano Castion
“Ma l’amore della patria in lui soverchiava i domestici
affetti…”
Gaetano Castion appartiene ad una delle famiglie che,
nel corso dell’Ottocento, caratterizzarono la storia di
Portogruaro e dimorarono nel centro storico nell’attuale Palazzetto Fratto. Gaetano, nato nel 1820 e morto
nel 1895, passa la sua giovinezza tra gli studi e il caffè
nella piazza che gestisce aiutando la madre.
Viene reclutato sotto le armi austriache all’età di 20
anni, ma nel 1848 parte volontariamente per la difesa
di Venezia. Prende parte poi alla spedizione dei Mille di
Marsala come volontario. Nel 1862 combatte in Aspromonte al seguito di Garibaldi, dal gennaio del 1865 una
legge conferisce a lui come agli altri Mille di Marsala
una pensione annua di lire mille. Ma Castion, che nel
Situazione delle province venete prima dell’annessione all’Italia
Il Veneto che si apprestava ad essere annesso al
nuovo Stato era in una situazione piuttosto precaria.
Un pesante regime fiscale aveva impedito qualsiasi forma e possibilità di sviluppo delle province, e in particolare dell’attività agricola: gli umili
contadini erano costretti a condizioni di vita disagiate e la privatizzazione dei beni comuni aveva
tolto anche le ultime fonti di sussistenza. I contadini perciò si opposero a questo provvedimento e nel 1848 le manifestazioni e le occupazioni
presero sempre più piede nelle terre a Fossalta
di Portogruaro, San Michele al Tagliamento e in
altri luoghi del Distretto del Veneto Orientale.
Il 1 gennaio 1869 venne istituita una nuova tassa
riguardante il macinato, calcolata sulla quantità
di cereali lavorati nei mulini, che, di conseguenza, pesava sui consumi dei cittadini più poveri.
A seguito dell’istituzione di questa imposta, per
protesta, i mugnai decisero di chiudere i battenti, rifiutandosi di pagare la tassa.
Si creò quindi un ambiente caotico e ricco di
contrasti, un periodo pieno di tribolazioni e molto movimentato
L’insurrezione di Gruaro
Tra i vari paesi del Veneto Orientale, il malcontento della popolazione coinvolse anche la cittadina di Gruaro. Il modesto paesino ebbe una
vigorosa partecipazione collettiva agli eventi di
protesta che si svolsero il 3 gennaio 1869.
Questa rivolta destò enorme preoccupazione
tra le autorità locali e venne definita “l’ammutinamento di Gruaro”, inoltre palese era anche la
ferrea volontà dell’autorità di reprimere la ribellione popolare.
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Su richiesta del Sindaco di Portogruaro, lo
stesso giorno furono inviate la prima e la seconda compagnia della milizia cittadina, che
giunsero a Gruaro in ausilio alle guardie doganali dei carabinieri locali. Partecipò alla
repressione un contingente di 65 uomini.
L’opera si concluse rapidamente con l’arresto
di 23 contadini. Alla repressione delle rivolte
partecipò come sotto-ufficiale anche Gaetano
Castion.
Le autorità elogiarono le milizie che avevano
sedato la rivolta, per avere svolto un’opera
eroica e patriottica contro una massa di sconsiderati abitanti e contadini di quel villaggio.
L’elogio giunse anche al prefetto di Venezia,
che l’8 gennaio incaricò il Sindaco di Portogruaro di recapitare alla guardia nazionale il
proprio ringraziamento per la splendida prova
di patriottismo.
Le testimonianze riguardo i fatti di Gruaro
provengono da un’unica fonte, l’autorità pubblica. Si può capire perciò come la voce dei
contadini sarebbe stata ben diversa.
La repressione inoltre significò un ulteriore
peggioramento delle condizioni di vita di molte famiglie.
Negli anni seguenti perciò i contadini veneti
e friulani scelsero di intraprendere una nuova
strada: l’emigrazione verso paesi più ricchi e
potenti.
Negli anni ‘70 Gaetano viene nominato capo provvisorio della Guardia Urbana Campestre ricevendo la paga
di due lire al giorno. E qui cominciano le sue tribolazioni perché il ministero delle Finanze dà corso ad una
verifica sull’idoneità di ricevere la pensione dei Mille
di Marsala. Poiché Gaetano percepisce più di 1200 lire
all’anno (tetto massimo della retribuzione dei pensionati), la sua pensione prima viene sospesa, poi decurtata.
Castion si lamenta in vario modo contro il provvedimento sulla pensione da cui viene penalizzato e non si
può certo dargli torto perché, come egli stesso ha rilevato, per esempio, il cumulo a lui derivato dalla pensione e dall’assegno comunale non causerebbe “cumulo”
se fosse derivato dalla fortuna di una eredità. Ci si trova
di fronte al paradosso per il quale un “eroe”, componente della spedizione dei Mille, e come tale assegnatario di pensione, non può lavorare in un altro impiego
comunale e ricavare l’intero appannaggio!
Per colmo di sfortuna, quando nel 1879 viene approvata la legge che toglie il cumulo e Gaetano chiede la
restituzione di quello che, una volta, aveva versato, gli
viene risposto che la legge non è retroattiva!
Nel cimitero di Portogruaro c’è una lapide. Domenica 6
giugno 1926 fu esumata la salma di Gaetano Castion e,
dal campo comune dove era tumulata, venne trasportata in una tomba speciale.
Le autorità comunali con tutte le rappresentanze militari e della società civile, con una cerimonia ufficiale, inaugurarono in quella occasione un monumentino
dell’artista Marco Coassin. Pronunciò il discorso funebre Gian Carlo Bertolini, figlio di Dario. Venne pubblicato nel “Gazzettino” un articolo riguardante la cerimonia
funebre postuma per Gaetano Castion.
>> Bartolomeo Castion (1811 – 1859)
Estratto da registro d’epoca
“3 Maggio 1811
Bartolomeo Pietro Luigi figlio legittimo e naturale del
signor Pietro del signor Giacomo Castions e della signora Maddalena del signor Focari [?] nato lì 30 aprile
alle 10 pomeridiane, fu battezzato dal reverendo Don
Luigi Zamparo de licentia. Padrini furono il signor Luigi
Ongaro e la signora Maria moglie del signor Vincenzo
Benedetti ambi di questa cura”
La famiglia Castion prese in affitto nella seconda metà
del ‘700 il Palazzetto, ora Fratto, dalla famiglia Bettini
e cominciò ad esercitarvi la professione di farmacisti.
Ed è proprio lì che Bartolomeo (detto Bartolo) Castion
fece il farmacista come gli altri componenti della sua
famiglia.
Le sue passioni, però, erano la lettura e la scrittura, tanto che negli anni ‘40 dell’Ottocento aprì un gabinetto
di lettura.
In seguito si trasferì nel palazzetto Muschietti dove aprì
una tipografia nel 1843.
Nel 1848 fece parte della decuria di Portogruaro: un
consiglio composto da dieci degli uomini più importanti
della città, che furono eletti per fare le veci del podestà
quando egli si era dimesso dalla carica a causa delle rivolte.
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I Castion nella loro tipografia
Il Palazzetto, ora Fratto, presso il quale la faiglia Castion
dal ‘700 esercitò la professione di farmacisti
Nel 1847 vinse la medaglia d’argento per l’istituzione
dello stabilimento tipografico, premio che gli fu dato
dall’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti.
“Il Castion si meritò la medaglia d’argento perché da
ben quattro anni fondò nella sua patria , mercé ragguardevoli dispendi, una tipografia di cui difettava, e
con ciò diede modo di vivere a parecchi de suoi popolani, perché colla sua di licenza seppe procurarsi nitidi
tipi ed eleganti, perché le sue edizioni sono corrette ed
in generale nettissime, con intelligente spaziatura, e
mantenne in scrupoloso registro, lo stabilimento ch’egli eresse in Portogruaro tornerebbe onorevole a ben
maggiore città” (dagli Atti delle Adunanze dell’Istituto
Veneto di Scienze, Lettere e Arti).
Castion stampava principalmente libri e opere di interesse locale o di argomento religioso e di vita ecclesiale, visto che a Portogruaro in quegli anni c’era la sede
della Diocesi di Concordia.
Pubblicò anche gli Annali di Portogruaro di A. Zambaldi,
ripubblicati dal mons. prof. abate Marco Belli e le poesie edite ed inedite di Fausto Bonò.
Stampò tutti i proclami dell’autorità municipale, anche
durante il ’48, e molte opere, quali i Salmi per la liberazione dell’Italia: a Manin e Tommaseo Redentori della
Patria.
La Premiata Tipografia Castion si occupò anche di pubblicare moduli per imprese private e per i comuni (per
esempio l’anagrafe e i registri di popolazione) per l’area
di Portogruaro e dintorni.
Castion morì l’8 ottobre del 1859 a Portogruaro. Anche
dopo la sua morte la tipografia continuò la sua attività
fino alla prima metà del Novecento.
Negli elenchi delle nascite e dei battesimi, nell’archivio
della Parrocchia del Duomo di Portogruaro, sono stati
trovati dei documenti in cui viene citato il nome di Antonio Cimetta: trattasi probabilmente di omonimi nati
nello stesso periodo, ma di cui non si hanno fonti certe.
Da molti è considerato un eroe, ma nella lettera del Sindaco di Portogruaro del 1880, Francesco Fabris Isnardis,
rivolta al Sindaco di San Donà, il quale voleva dedicargli
«una modesta lapide sulla tomba dell’estinto», viene
descritto con parole piuttosto sconcertanti. Parole che
delineano la figura di Cimetta come figlio di un violento
barcaiolo, che, con la sua aggressività e scarsa presenza
in famiglia, crebbe il figlio, marinaio e barcaiolo come
lui, indirizzandolo ad un’indole piuttosto violenta, baldanzosa e sfrontata.
Antonio si sposò, divenne padre di due figli e fu condannato per furto, motivo per il quale scontò 8 anni
di carcere nella Casa di Forza in Padova. è evidente la
volontà di screditare la figura di questo martire per la libertà dell’Italia, anche perché lo stesso sindaco aggiunge che, quando il figlio, una volta annesso il Veneto al
Regno d’ Italia, chiese un tributo d’onore alla memoria
del padre, la popolazione portogruarese non glielo diede e rimase in silenzio.
La realtà era ben diversa: secondo i documenti Cimetta
nasce nell’ambiente dei barcaioli di Portogruaro.
Nel 1848, quando Venezia è cinta d’assedio, insieme
con altri porta nella città assediata uomini, viveri, armi
e munizioni, avendo un incarico ufficiale dal comitato
di Venezia.
Viaggiò per canali da Portogruaro a Falconera di Caorle, per giungere a Venezia. Durante il percorso fu cannoneggiato dagli austriaci, ma non si scoraggiò e prese
un’altra strada, quella della Fossetta; questa via d’acqua
conduceva a Venezia, ed era stata dismessa dai Francesi e dagli Austriaci, andando così in decadimento.
Presto gli Austriaci vennero a conoscenza dai fatti che
>> Antonio Cimetta
Antonio Cimetta nasce a Portogruaro, il giorno 21 giugno 1799, figlio di Sante e Lucetta Tomba.
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si stavano verificando e nonostante Cimetta fosse stato
spesso soggetto a ordine di cattura, egli non fuggì. Successivamente venne arrestato davanti alla sua dimora,
la quale venne perquisita, in Calle Marinaressa.
In seguito fu portato a San Donà di Piave e fu condannato alla fucilazione dagli Austriaci, comandati dal figlio
del Generale Radetzky. La condanna fu eseguita il 14
gennaio 1849 sull’argine del Piave, dove Cimetta venne
portato da duecento uomini armati fino alla gola.
Cimetta, prima di essere fucilato, lanciò in aria il cappello e gridò:
« VIVA L’ITALIA ! »
Questa lapide è un riconoscimento che Portogruaro
ha voluto dedicare a Cimetta in onore delle sue grandi
opere per la patria.
Portogruaresi morti per la patria
1848 – 1849
Frattina Morando Pavan Osvaldo Toffolo Marco
nell’assedio di Venezia
Drigo Domenico sulle mura di Udine
Antonio Cimetta marinaio
dalla soldatessa austriaca
qui arrestato l’11
per sentenza marziale fucilato a San Donà
il 14 Gennaio del 1849
perché in Venezia bloccata
ogni vigilanza lungamente sfidando
viveri munizioni difensori
introdusse
---------------Il comune nel 1911
pose
[Cfr. la figura del Cimetta delineata dal gruppo “El Solzariol” a p. 22]
La Medaglia ai “Benemeriti della Liberazione di Roma”
>> Domenico Perisan
La nostra ultima scoperta...
Siamo venuti casualmente a conoscenza di un altro
eroe della città che ha combattuto per la liberazione
di Roma. Non sono pervenute ulteriori informazioni riguardo a Domenico Perisan. Abbiamo comunque voluto dargli importanza per la sua impresa eroica. Ci riserviamo di studiarlo meglio nel prossimo futuro.
S.P.Q.R.
MEDAGLIA
ai
BENEMERITI DELLA LIBERAZIONE
di
ROMA
1849 1870
La Commissione istituita dalla Giunta Provvisoria di
Governo di Roma in virtù del Decreto del 28 Settembre 1870
DICHIARA
che il Sig. Perisan Domenico caporale del 62°
Reggimento Fanteria fece la campagna dell’anno
1871 per l’occupazione di Roma
ha diritto a fregiarsi della Medaglia de’ benemeriti della
liberazione di Roma
Roma addì 6 Aprile 1871
LA COMMISSIONE
P. il Presid.te di A. Carraro
La presente dichiarazione è stata registrata nell’elenco generale N.
La probabile casa del Cimetta in calle Marinaressa
Il segretario del Municipio di Roma
Unità d’Italia fatta e da fare… a San Donà
Fatti ed episodi che hanno caratterizzato la
“presa di coscienza e il cammino unitario
dei Sandonatesi”
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17 marzo 2011, 150° anniversario dell’Unità d’Italia, visto
dal “Gruppo El Solzariol” di Passarella di San Donà di Piave
[Scelta antologica dal lavoro presentato alle Giornate della
Storia sandonatesi, consegnato alle scuole e disponibile anche in dvd]
San Donà di Piave: via Maggiore (attuale C.so S.Trentin) agli
inizi del Novecento
>> Il Quarantotto
In Francia, a Parigi, si parla di rivoluzione proletaria nel
1848 a Parigi, mentre inizia lo sviluppo della grande industria e del lavoro a catena e lo sfruttamento operaio
di massa, in cui matura una ricerca di rimedi alla miseria e alla disoccupazione di quella che sarà la “classe
operaia”. Essa nel nostro Veneto è ”massa contadina”,
che domanda “un po’ di terra e un po’ di miglioramento delle condizioni di vita (prima la salute e la vittoria
sulla malaria).
In Austria alla concessione della “temperata costituzione” di Francesco I (25 aprile 1848), che non soddisfa
né gli uni né gli altri contraenti e fa aumentare il disordine generale, costringendo l’imperatore a rifugiarsi
in Tirolo, i liberali convocano a Vienna una “Assemblea
costituente” .
A Venezia nasce l’Insurrezione la sera del 16 marzo
1848 (un giorno prima che a Milano). Alle prime notizie
della Rivoluzione di Vienna, giunte a Venezia, il giorno
successivo parte una grande dimostrazione di popolo,
che induce il Governatore conte Palffy a liberare Daniele Manin (Venezia 1804 – Parigi 1857) e Nicolò Tommaseo (Sebenico 1802 – Firenze 1874), che divengono
membri del Governo provvisorio di Venezia. Essi erano
stati arrestati fin dal gennaio del 1848, per avere richiesto alcune riforme e ora organizzano la rivolta e la proclamazione in Piazza San Marco della nuova Repubblica. Per cui, l’anno dopo, l’Austria cinge d’assedio la città
di Venezia, assedio che dura ben 5 mesi (marzo-agosto
1849) e alla fine il popolo tormentato dalla sete, dalla
fame e dalla pestilenza, è costretto a cedere.
È fosco l’aere, / il cielo è muto… / ed io sul tacito / veron
seduto, / in solitaria malinconia, ti guardo e lacrimo /
Venezia mia! // Passa una gondola / della città / - Ehi,
della gondola, / qual novità? / - Il morbo infuria, / il pan
ci manca / sul ponte sventola / bandiera bianca!
Arnaldo Fusinato (Schio 1617 – Roma 1889)
A San Donà di Piave, certamente non tutti, ma alcuni
esultano per questo avvenimento veneziano e solleva-
no l’attenzione comune. Il 18 marzo 1848 giungono le
notizie che a Vienna è nata una sommossa e ci sono
delle concessioni imperiali, e che a Venezia c’è una
sollevazione, sono liberati i prigionieri politici, è proclamata la Repubblica (22 marzo). Essendo di domenica
pomeriggio le notizie si diffondono rapidamente e la
popolazione si infiamma e impone all’arciprete l’immediata celebrazione di un Te Deum di ringraziamento. Nei giorni successivi regna una calma apparente e il
giovedì successivo, arrivata a tarda sera la notizia delle
costituzione di un Governo provvisorio, viene benedetto lo stendardo municipale repubblicano, anche se è
assente Mons. Rizzi, l’arciprete, mentre la popolazione
abbatte le insegne austriache. Si costituisce immediatamente una Municipalità provvisoria, che fu tra le prime ad inviare la propria adesione al Governo provvisorio di Venezia e a dar effetto alle sue deliberazioni (cfr.
Biblioteca Nazionale Marciana).
Il 1° aprile fu istituita la Guardia civica. Il Plateo (Ediz.
1907) ricorda che era comandata da Giorgio Trentin
(nonno di Silvio) con capitani Federico Pierasca e Alberto Cian, e ufficiali subalterni Francesco Binelli, Francesco Bocecato, Vincenzo Bottani, Vincenzo Chinaglia,
Francesco Ferraresso, Lorenzo Janna, Domenico Padovan, Luigi Scotto, Angelo e Francesco Trentin. Contemporaneamente molti sandonatesi si arruolano nel
Corpo dei Crociati o nei Cacciatori del Sile, che cercano
di opporsi all’avanzata austriaca diretta a schiacciare la
rivoluzione, che tuttavia non vede molta partecipazione popolare e contadina.
>> Caduti in difesa di Venezia
… La disparità di forze è immensa, per cui il 1° luglio
si chiude la breve parentesi di libertà con l’ingresso in
San Donà delle truppe austriache. La zona è presidiata militarmente per impedire l’approvvigionamento di
derrate e viveri a Venezia (assediata), anche se più di
qualcuno, attraverso i canneti e i canali della laguna,
22
riusciva a forzare il blocco e a portare armi e viveri (in
modo insufficiente) alla città assediata. Intanto il paese
contava i suoi caduti in difesa di Venezia: Bincoletto Luigi, De Nobili Francesco, Papa Giuseppe e Zago Paolo,
dei quali esisteva una lapide in Municipio, con elencati
i volontari sandonatesi partecipanti (1848-49) alla difesa di Venezia: Alfier Pietro, Baron Antonio e Girolamo,
Barbini Giusto, Battistella Giovanni, Bincoletto Pietro,
Binelli Luigi, Boccaletto Pietro, Borin Sante, Callegher
Antonio, Chinaglia Grisante, Cian Alberto, Cibin Sante,
Dal Moro Giovanni, Davanzo Giovanni, Finotto Giovanni, Guerrato Antonio e Giacomo, Montagner Antonio, Milani Domenico, Nesto Giovan Battista, Onor
Francesco, Perissinotto Antonio, Quintavalle Angelo,
Quintavalle Antonio, Rossi Giuseppe e Sperandio,
Schiavinato Domenico, Scotto Luigi, Trentin Angelo e
Bincoletto Pietro. A cui vanno aggiunti Bincoletto Luigi, De Nobili Francesco, Zago Paolo e forse Conte Francesco, i Padovan, il Favaro o De Nobili.
La repressione e gli insulti dei vincitori sono reclamizzati, tanto che il 18 luglio un proclama intima la consegna di ogni arma entro 24 ore, ma, in risposta, la maggior parte di queste è interrata e nascosta, dato che
riemergerà più tardi. E questo nonostante il fatto che
ogni disobbedienza sia punita con la fucilazione; due
giorni dopo un nuovo editto impone una contribuzione
straordinaria di vino, paglia e carri. A questa seguono
altre imposizioni e requisizioni, con insistenza tale, da
costringere le autorità locali dei distretti di San Donà,
Oderzo e Motta di Livenza ad inviare due rappresentanti, presso il Ministero in Italia dell’Imperatore, per
cercare di ottenere che le disposizioni siano mitigate
e non si affami la popolazione. Ma l’esito è negativo.
Anzi c’è un inasprimento fiscale per colpire artigiani,
agrari e ceti medi (le teste calde) per il loro tradimento
e l’adesione spontanea ed entusiasta alla Municipalità
provvisoria.
>> Antonio Cimetta
Il 14 gennaio 1849 l’intero paese è scosso dalla fucilazione di un marinaio, Antonio Cimetta, portogruarese,
ma residente a San Donà, effettuata sulla riva del Piave,
di fronte alla casa dell’ex sindaco Guarinoni, per essere
stato trovato in possesso di un vecchio archibugio, non
consegnato, ma con lo scopo politico di servire da monito e da espressione esplicita delle intenzioni di riportare “ordine”. È sospettato di italianità e condannato
alla fucilazione dal Consiglio di guerra presieduto dal
Colonnello Radetzky, figlio del famoso Maresciallo. Il
Cimetta è circondato dai suoi carnefici, che lo accompagnano all’estremo supplizio incitandolo a rivelare i
nomi dei cospiratori, che si servono di lui per corrispondere con il Governo provvisorio di Venezia. Egli approfitta dell’ultimo istante di vita, dice il Plateo, per getta-
Il campanile del Duomo di San Donà di Piave,
visto dal Foro Boario. Inizi del Novecento
re in aria il berretto e gridare: Viva l’Italia!, come farà
(fucilato il 2 agosto 1851) Antonio Sciesa, il popolano
milanese celebre nella storia per la tipica frase Tiremm
innanz, quando gli proposero di tradire e dire i nomi dei
suoi compagni, per aver salva la vita.
Una colonna spezzata nel nostro cimitero, collocata
sulla fossa che racchiude le ossa del Cimetta, porta la
seguente epigrafe: ANTONIO CIMETTA / MARINAIO DI
PORTOGRUARO / AGENTE CORAGGIOSO DI QUELLA
COSPIRAZIONE/ CHE HA REDENTA LA PATRIA / A MORTE /DA TRIBUNALE AUSTRIACO / CONDANNATO / SUBIVA INTREPIDO LA FUCILAZIONE / IN QUESTO COMUNE
/ 14 GENNAIO 1849 / SPIRANDO CON IL GRIDO / VIVA
ITALIA / I CITTADINI DI SAN DONÀ /NEL XXXII ANNIVERSARIO.
>> Clero sandonatese tra Italia e Austria
Dopo la resa di Venezia del 1849, San Donà fu rioccupata dalle truppe austriache, ma un inasprimento serio
avvenne nelle disposizioni per reprimere le manifestazioni patriottiche. Allo scopo la “Imperiale Regia Gendarmeria” è già qui dall’ottobre 1848, con compiti di
intervenire in ogni più piccola azione e infrazione, con
rigorosissime misure di polizia, confermando un’idea
di scrupolosa ottusità, riconosciuta ed esperimentata,
contrariamente all’idea lasciata dalle altre autorità e
burocrazie comunali austriache. Le vessazioni riguardano soprattutto i più poveri e gli analfabeti e ha riferimento alla continua ricerca di cibo e provvigioni su
Mons. Giuseppe Biscaro
Giuseppe Bortolotto
una popolazione umiliata da pressioni e da immotivate
perquisizioni domiciliari e ancora più dall’incentivazione delle delazioni e della “spie”. Il tempo non cambia la
situazione.
Mons. Costante Chimenton (in San Donà di Piave e le
succursali di Passarella e Chiesanuova, ed. Trevigiana
1928, pagg. 47-50) parla di un episodio doloroso e cioè
dell’allontanamento di mons. Angelo Rizzi, arciprete
dal 24 settembre 1837, dopo un ingresso solenne con
il canto in chiesa dell’Inno all’Imperatore Ferdinando I
d’Austria, intriso di servilismo, che egli subì e dovette
insegnare nelle scuole di San Donà e sentirlo ripetere in
ogni sua visita, essendo all’epoca anche ispettore scolastico. Tuttavia all’arrivo delle notizie di ciò che accade
a Venezia egli si mostra molto diffidente, e non accetta
l’iniziativa di chi fa benedire lo stendardo della libertà
mentre lui è lontano e di chi manifesta l’adesione alla
rivoluzione e distrugge gli stemmi austriaci nel municipio e in piazza. Viene accusato di simpatie imperiali,
quando ormai si è messa in movimento l’esecuzione
dei decreti del Governo provvisorio di Venezia, che ha
ormai assunto la legalità di fatto. Aumenta il desiderio
di cambiamento e il malcontento contro chi non accoglieva decisamente le nuove idee di libertà anche da
noi. La posizione dell’arciprete si fa critica, gli si impone di pubblicare i decreti del Governo provvisorio e di
sostenere le manifestazioni per il cambiamento, egli si
impaurisce e il 2 maggio 1848 passa il Piave.
La ronda civica di Musile ne segnala la presenza all’agente comunale: mons. Rizzi viene arrestato in casa del
suo mansionario di Chiesanuova don Antonio Sbaitz,
e scortato fino davanti al colonnello Zambeccari a Fossalta di Piave. È accusato di avere troppe relazioni con
le autorità austriache, di aver ottenuto troppi favori
e privilegi e quindi di fare la spia stipendiata dall’Austria. Egli cerca di giustificarsi, ma viene trattenuto in
arresto presso la Deputazione comunale di Fossalta.
Rimane agli arresti e solo con l’intercessione del parroco di Salgareda ottiene la libertà provvisoria, ma gli
viene assolutamente vietato di ritornare a San Donà.
Passa a Treviso e poi a Venezia, dove cade in sospetto
di Nicolò Tommaseo, Ministro della Pubblica Istruzione
e dei culti, che lo considera nemico del nuovo Governo e solo l’intervento di amici e ammiratori lo esonera
dal fare una ritrattazione indiretta del suo rapporto con
l’Austria, scrivendo un libro di presentazione di alcune
persone emerite e combattenti della libertà.
La cosa non ha seguito, egli può tornare a San Donà
solo nel 1850 e il 15 novembre 1852 è nominato decano della Cattedrale a Treviso. I deputati Giuseppe Bortolotto, Luigi Trentin e Lorenzo Janna, come autorità
comunali, gli scrivono una dedica molto elogiativa e riconoscente e lo inseriscono tra i benefattori della città.
Sebbene nominato nel 1853, monsignor Giuseppe Biscaro riceve più tardi l’investitura formale a parroco di
San Donà, per lo scrupolo a cui si attiene l’I. R. Delegazione austriaca nell’espletare le formalità burocratiche
e decidere se adatto alle loro esigenze, visto anche che
esiste ancora lo Juspatronato delle famiglie nobili veneziane, proprietarie delle terre sandonatesi. Con lui,
che inizia la costruzione del campanile (1854), si crea
la forania di San Donà (1856), di cui fu primo vicario,
e inizia un periodo di estraneità politica e soprattutto
egli si distingue per il richiamo ai sacerdoti locali dei
loro doveri religiosi, perché qualcuno, ricorda mons.
Chimenton, spinto dalle idee liberali del tempo, e confondendo il sano amor di patria con l’insubordinazione,
che è sempre biasimevole, smette l’abito sacerdotale per immischiarsi nelle competizioni di parte, cioè ci
sono dei preti nel Basso Piave che si comportano da
patrioti e anti-austriaci.
Notevole è la notizia che lui è costretto ad intervenire
per l’abuso del suono delle campane a stormo da parte di patrioti e rivoluzionari, che chiama facinorosi: il 4
aprile 1859. Siccome il partito del sovvertimento non si
astiene da qualunque attentato, per far nascere delle
gravi turbolenze ne’ popoli, ed uno di questi è di aver
accesso ad una padronanza sui campanili e sulle torri
e luoghi tutti ove sono campane, impadronendosi delle
chiavi e suonando a stormo, e così invito i RR. Parroci…
a tenere una vivissima sorveglianza in proposito a non
permettere che le chiavi di esse torri e campanili e luoghi di campane mai escano dalle proprie mani, né di
notte, né di giorno….
>> Volontari nell’esercito piemontese e garibaldini
Sappiamo della presenza di alcuni soldati sandonatesi
e di alcuni espatriati clandestinamente ed arruolatisi
come volontari nell’esercito piemontese. San Donà torna ad essere occupata per qualche tempo dalle truppe
austriache, mal disposte a seguito degli insuccessi del
generale Giulay e l’ingresso di Vittorio Emanuele I e Napoleone III a Milano, il ritiro oltre il Mincio e lo sgombero della Lombardia.
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24
… anche molti sandonatesi rispondono all’appello della “patria”, mentre alcuni sono costretti ad emigrare per sottrarsi alle vessazioni della polizia, e perciò
si arruolano nei volontari dell’Esercito Piemontese:
Boer Giuseppe, Boer Antonio, Bottan Nicolò, Bertacco Tommaso (garibaldino), Baron Giuseppe, Biason
Vincenzo, Boscoscuro Ferdinando, Barbini Carlo, Baradel Giuseppe, Battistella Angelo, Battistella Francesco, Barbini Giovanni Battista (garibaldino), Callegher
Giuseppe, Chinaglia Francesco, De Nobili Ferdinando,
De Nobili Raimondo (garibaldino), Davanzo Carlo, Finotto Giovanni di Paolo, Fuser Giovanni, Fuser Luigi,
Grandese Giovanni, Guerrato Francesco, Maschietto
(Pesca) Angelo, Mucelli Giuseppe (garibaldino), Murer
Giovanni, Murer Pietro, Marusso Angelo (garibaldino), Pavanetto Eugenio, Pavanetto Luigi, Picchetti Luigi, Papa Giuseppe di Angelo, Trentin Angelo, Vescovi
Giordano, Vescovi Giovanni, Vescovo Giuseppe, Barbin Luigi (nella campagna di Mentana).
Di questi ritornano a casa con il grado di ufficiale Antonio Boer e Giuseppe Callegher; sono decorati alla
medaglia al valore per essersi distinti nei fatti d’armi lo
stesso Antonio Boer e Giuseppe Papa.
Ad una analisi anche superficiale si coglie che i componenti di questo elenco comunale sono per lo più i figli
cadetti della borghesia sandonatese, che associano al
desiderio di liberarsi dallo straniero, anche la volontà
di liberarsi dalla dipendenza dalla famiglia patriarcale,
agraria e soprattutto imprenditoriale agricola, dei “paroni de casa” e i loro “padri padroni”. Il patriottismo da
noi si porta dietro anche il cattivo rapporto tra padri
e figli, di un ambiente lento alle trasformazioni e alle
novità e sempre un po’ stretto per le aspirazioni e attese dei giovani. La libertà cercata in famiglia si lega alla
libertà della patria. Non sono molto presenti i giovani
del proletariato contadino, né le categorie più povere
dell’ambiente cittadino, salvo qualche piccolo commerciante o qualche contadino affittuario. La coscienza e il
senso dell’unità d’Italia crescono lentamente e si affermano progressivamente, mentre avvengono le vicende.
All’alba del 6 maggio accorrono i volontari, chiamati
dall’amore di patria, e partono anche alcuni sandonatesi ricordati: Barbini Giovanni Battista, Bertacco Tommaso, Biason Vincenzo (che muore poi valorosamente
combattendo contro i Borboni al Volturno il 2 ottobre
1960), De Nobili Raimondo, Marusso Angelo e Mucelli
Giuseppe (rimasto ferito sotto Capua l’1 ottobre).
>> Manifestazioni antiaustriache 1861-66
La speranza della liberazione del Veneto ogni giorno
cresce e spesso fanno capolino da noi audaci manifestazioni; tutte le occasioni erano buone per far comparire
spiegate le bandiere tricolori, per abbattere e sfregiare
stemmi austriaci, per far tuonare petardi o altro. Sono
scatti di italianità: la notte del 24 giugno 1863, quarto
anniversario delle battaglie di San Martino e Solferino,
si inalbera sul culmine del tetto della residenza municipale, ora uffici dei Consorzi di Bonifica, una bandiera
tricolore di seta, regalata dalla signora Giovanna Guarinoni, nota per i suoi sentimenti patriottici. All’alba del
giorno dopo il vessillo sventola superbo fin tanto che
la polizia austriaca, scompigliata da tanta improntitudine, non riesce ad impossessarsi del corpo del reato, sul
quale si imbastisce il relativo processo politico.
Questa ardita impresa ha come intrepidi e avveduti
esecutori Giuseppe Mucelli, Giuseppe Baradel e Leopoldo Zaramella, 3 distinti operai (falegnami), buoni
cittadini e ottimi patrioti, volontari e di cui il 3° si arruolerà nel 1866. La bandiera incriminata viene dal
Pretore custodita nel luogo più sicuro dell’ufficio, cioè
nel cassetto della propria scrivania. Nell’ottobre dello
stesso anno i 3 dimostranti, decisi a riavere il vessillo,
reso sacro dalla persecuzione austriaca, approfittando
di una notte in cui imperversa un temporale, con un
vento furioso e con frequenti scariche di tuoni e lampi, penetrano nell’ufficio del Pretore (ora caserma delle
Guardie di Finanza) e aperte porte e cassetti prendono
la bandiera ed escono inavvertiti. L’impresa desta in paese grande rumore, anche perché non sono scassinate
le porte dei depositi e toccati gli oggetti di valore che si
trovano con la bandiera, e gli autori della sottrazione
non lasciano tracce del loro passaggio. Tuttavia le perquisizioni domiciliari si estendono a molte persone sospette di sentimenti patriottici, ma senza esito, perché
la bandiera, bene piegata, è messa da Mucelli nel vuoto
dello scavo di un tagliere di legno, che rimane appeso
in cucina insieme a vari altri e sfugge all’occhio vigile
della polizia austriaca.
Nell’aprile del 1864 un altro vessillo tricolore, per opera di altre persone, con senso di patria e gusto per la
libertà, compare aperto sopra la croce di ferro della
chiesa parrocchiale di San Donà, che guarda alla piazza. Questa bandiera, benedetta dal sacerdote sandonatese don Giuseppe Nardini, è collocata là coraggiosamente sempre da Giuseppe Mucelli, assistito da
Giuseppe Baradel e la cosa impressiona il popolo, che
la mattina seguente la vede sventolare. A ricordare l’avvenimento dopo il 1866 (annessione) viene fregiata dei
3 colori la banderuola in ferro che segna la direzione
dei venti sotto la croce, che continua a colpire l’occhio
del passante, fino a quando rimane là.
Nel mese seguente, per opera di Giorgio Boer e Domenico Novello, vengono colorate le 3 campane con il
rosso, bianco e verde della bandiera.
Nel giugno 1866, approfittando della breve assenza del
telegrafista austriaco, alcuni cospiratori ispirano, due
operai eseguono l’idea di spostare l’apparato telegrafico Morse, per impedire al Governo della città di avere
notizie da Vienna. Il 18 agosto dello stesso anno 1866,
nella ricorrenza dell’anniversario della nascita dell’imperatore d’Austria, la campana maggiore si trova senza
batacchio, per cui quando vanno per suonare a festa,
nel ricevere in chiesa le autorità civili e militari, le campane rispondono con il suono da morto, con ira della
Gendarmeria austriaca.
>> Dall’annessione del Veneto al 1870
Alcuni cittadini sandonatesi partecipano alle campagne
anti austroungariche e Francesco Gaspare Rasa (cfr.
Diario dei martiri del Fantoni) muore combattendo nella infausta giornata di Custoza (24 giugno 1866).
… viene indetto il Plebiscito, ed anche qui si ha la quasi
totalità dei consensi per l’annessione al Regno d’Italia
(21 ottobre 1866).
Si sono arruolati anche altri per rafforzare il corpo dei
volontari garibaldini nelle diverse imprese del generale,
come quelli citati nell’impresa dei mille. Citiamo (sempre dal Plateo) Boccato Pietro, Battistella Antonio,
Battistella Luigi, Bertacco Luigi, Finotto Francesco,
Murer Antonio, Pasini Angelo, Finotto Francesco, Murer Antonio, Pasini Angelo, Pasini Giovanni, Pavanetto Angelo, Stalda Francesco, Stalda Luigi, Sante Luigi,
Striuli Luigi, Trentin Giovanni e Zaramella Leopoldo,
alcuni dei quali non hanno combattuto, ma erano riconosciuti per le loro idee e davano la loro disponibilità a
partire. Alcuni sono chiamati alla armi per la conquista
di Roma all’Italia, ma solo Luminato Luigi, Furlanetto
Giovanni, Battistella Francesco, Canever Costante,
Dal Moro Angelo, Rorato Luigi e Dus Angelo ebbero
la soddisfazione di entrare trionfanti nella città eterna
il 20 settembre 1870. Alcuni sono feriti e altri hanno la
medaglia al valore militare (una lapide presente in Municipio è stata distrutta con tutto lo stabile nel 1918).
faccia a faccia, affrontarsi all’arma bianca, baionetta in
canna, con la separazione di una canaletta o di un filare di viti o poco più. Pensiamo che erano sul campo
dei ragazzi diciassettenni (“i ragazzi del ‘99”) e adulti di
tutte la regioni d’Italia, a dover vivere nelle trincee, per
mesi, in condizioni indicibili, vedendosi sparire accanto
i compagni di lotta, con l’incertezza che poco dopo poteva capitare ad ognuno di morire.
I soldati, perlopiù giovanissimi, un po’ drogati, un po’
illusi, portavano con sé l’idea della ancestrale aspirazione ad un pezzetto di terra da coltivare in proprio e con
criteri non imposti, secondo scelte e criteri cooperativi,
come da secoli hanno cercato di fare i contadini. Alla
fine tutti, il 50% dei partiti e tornati, hanno imparato
a pensare che l’Italia è diversa, è molteplice, ha usi e
costumi diversificati; ma può aspirare all’unità, alla solidarietà, al reciproco cammino condiviso. Per questo
cogliamo gli elementi di questo vivere gli uni accanto
agli altri, questo dettare e scrivere le lettere a casa,
questo affrontare la morte con coraggio e senza perdere la speranza dentro le trincee. L’unità è nata qui e soprattutto è diventata da teoria e aspirazione di pochi,
a speranza ed esperienza vissuta di molti.
Fare unità, pensarla, progettarla significa avere storia
in comune, avere esperienze vissute insieme, avere un
patrimonio condiviso su cui incontrarsi, confrontarsi,
poter solidarizzare e ritrovarsi.
In secondo luogo la bonifica. Silvio Trentin (San Donà
11.11.1885 – Monastier-TV 11.3.1944) afferma: “La bonifica umana è scopo essenziale della bonifica idraulica
ed indispensabile premessa della bonifica agraria” (relazione e discussione al Congresso tenuto a San Donà di
Piave nel marzo 1922).
>> Ulteriori passi verso l’unità dopo il Risorgimento
Siamo alla ricerca dei momenti fondamentali della nostra storia, nei quali abbiamo scoperto l’unità e i vantaggi di essere e vivere in unità. Parliamo soprattutto
a livello di popolazione, di poveri cristi, che si sono
trovati coinvolti in vicende più grandi di loro e hanno
fatto parte della stessa realtà vissuta, che ha scatenato
incontro, condivisione, dialogo e sostegno reciproco.
Trincee nel Basso Piave
E allora bisogna pensare almeno a tre momenti.
Innanzitutto la vita nelle trincee del nostro territorio,
quello che a partire dal 12 ottobre 1917 è diventato, in
buona parte, prima linea, fronte per i 2 eserciti, italiano e austro-ungarico, e ha visto i soldati contrapporsi
La bonifica
Silvio Trentin
25
26
Lui appunto è cosciente della necessità di questo sforzo unitario e del ruolo nazionale che lo Stato deve far
proprio, trattandosi di un bene comune, da valorizzare
in quanto tale.
Ma è contemporaneamente interessante verificare
come questo cammino dell’avvertire di far parte di una
sola nazione abbia raggiunto anche la popolazione, i
lavoratori e i contadini di questa terra.
L’esperienza della vita comune fra tanti e diversi, la fatica condivisa tra squadre e cooperative di “sterratori”,
badilanti, spondini, incodegatori, draganti, e soprattutto scariolanti o cariolanti (anche se il termine non
è molto usato da noi ed è più in uso in Romagna, con i
canti relativi!), hanno fatto da educatrici e stimolo all’unità. Va considerato il fatto che il lavoro di scavo e di
trasferimento delle migliaia di slote de tera ha richiesto
una presenza massiccia di lavoratori (fino a 22.000 contemporaneamente presenti, in certi periodi) e ha visto
convergere nel territorio gente da tutte le provincie del
Veneto e da altrove. Si è trattato di un’esperienza di
scambio e di unitarietà, che ha realizzato nel vivere la
comunanza di fatica, sofferenza, lotta, ricerca di difesa
di diritti, feste e occasioni allargate di reciproca conoscenza e di amicizia, durate a lungo. Solo così cadono
pregiudizi, pigrizie ad allargare i rapporti umani, istintive solitudini e convinzioni di superiorità fondati sul nulla. La vita vissuta induceva alla condivisione: nascono
una serie di Cooperative di lavoratori, con il loro fazzolettone da collo distintivo e di diversi colori; e sono
rimaste famose: La Cooperativa Sterratori di Meolo,
dei forti e sempre in competizione di Calvecchia di San
Donà, dei competitivi della Cooperativa Serenissima di
Passarella e così via.
E non vanno certo dimenticate le condizioni generali di
vita (dicevamo nelle Storie dei senza storia del nostro
Gruppo El Solzariol del 1987, in quella raccolta di testimonianze degli ultimi cariolanti, ormai tutti scomparsi).
Attilio Rizzo e Gilda Rado in riva al Piave, 2003
Infine la Resistenza. Anche da noi si parla di prima
organizzazione resistenziale almeno dal marzo 1940,
quando un manipolo di coraggiosi organizza un primo
incontro, nonostante le simpatie fasciste del Parroco,
a Passarella, ospite dell’allora cappellano don Ernesto Montagner (+Pedrinhas-Brasile 11.12.1995), dopo
averlo rinviato più volte, e il capitano, geometra Attilio
Rizzo (Villadose-RO 16.3.1891 – Mautausen 15.1.1945),
che raduna segretamente nomi significativi.
Siamo di fronte ad una esperienza “sandonatese”, che
ha caratteri unici e significativi, anche rispetto ad altre
realtà, perché la resistenza da noi, caratterizzata fortemente dalla presenza “cattolica”, contemperata dalla
presenza socialista e comunista e del Partito d’Azione,
realizza una intesa e una conduzione che ha impedito qualsiasi forma di estremismo o di realizzazione di
vendette e di recriminazioni o trattamenti ingiusti dei
prigionieri, che può essere citata a livello nazionale e
costituisce un argomento forte a favore della democrazia e della forza delle diversità, che si incontrano e
dialogano. La democrazia, sostenuta universalmente,
permette anche di essere obiettivi e misurati negli interventi anche più impegnativi.
E non si tratta di una vicenda poco significativa se pensiamo che si è avuto in consegna alla fine, quando i tedeschi in fuga hanno attraversato la nostra zona, anche
300 prigionieri, racchiusi nell’attuale cinema dell’Oratorio dei Salesiani, difesi da ritorsioni, da vendette e punizioni personali e da ruberie di materiali personali. Si
trattava di un momento molto critico, in cui era facile il
ricorso a estremismi, a qualche trattamento sbrigativo
e, come è capitato in qualche caso, a essere eliminati,
fucilati e gettati in Piave con le mani legate con il fil di
ferro dietro la schiena.
Un capitolo tutto particolare va riservato alla donne
della resistenza, che ci parlano della loro partecipazione a questa tragedia, e che sono riuscite a non odiare,
a usare saggezza, furbizia, semplicità, anche nel nostro
ambiente. Un bel libro di Luisa Bellina e Maria Teresa
Sega (Tra la città di Dio e la città dell’uomo. Donne cattoliche nella resistenza veneta, edito dall’Istituto veneziano per la Storia della Resistenza e della Società contemporanea) include anche le figure significative, o le
cita, di alcune sandonatesi, che non sfigurano certo in
questo panorama.
Abbiamo accennato al coinvolgimento della popolazione in questo dramma e crediamo che l’incontro avvenuto tra Gilda Rado (nata a Noventa il 18 maggio 1922
e morta a San Donà il 27 dicembre 2005) e Giovannina
Boeretto (Nanea ’a barcàra) di Passarella di San Donà,
la testimonianza data dalle sorelle Elvira e Cesira Carozzani, da Carla Ortolan e dalla maestra Lisa Davanzo siano esempi della presa di coscienza delle donne
del valore della libertà, difesa per tutti e per cui vale la
pena di impegnare la vita.
PARTE II - Il lavoro in archivio
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1848: Concordia e dintorni
Classe quarta della scuola primaria “G.Carducci”
di Levada di Concordia Sagittaria
Insegnanti: Pizzolitto Vittoria e Salvador Luigina
[Scelta antologica dal lavoro presentato al concorso
“Ma che storia!” 2011]
>> Premessa
In occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia,
abbiamo ritenuto utile ed interessante conoscere se
gli ideali risorgimentali che portarono a questo evento,
hanno influito sulle vicende quotidiane e storiche dei
nostri paesi, in particolare per quanto riguarda il 1848,
l’anno della “primavera dei popoli”.
Da qui il titolo “1848 : Concordia e dintorni”.
Tenuto conto che gli alunni di una classe quarta della
primaria possono essere coinvolti a livello pratico e deduttivo, abbiamo cercato per quanto possibile di ricondurre la disciplina storica entro gli ambiti di un’esperienza diretta degli alunni a contatto con i documenti,
condotta in archivio e nei luoghi della memoria, utilizzando internet, ma anche foto e disegni, accompagnata
sempre dal racconto dei fatti da parte degli storici nel
testo di storia.
La ricerca, corredata da una documentazione sulla metodologia e sulle fonti utilizzate, riguarda tre aspetti
delle vicende accadute nel 1848 a Concordia, a Portogruaro e in parte a Venezia:
• Il patriottismo in città, tra avvisi e censure.
• Il fenomeno della diserzione dal servizio di leva obbligatorio.
• La messa all’asta dei beni comunali e la lotta dei contadini concordiesi per il ripristino delle antiche prerogative feudali.
Circa le fonti storiche sono state utilizzate:
• fonti edite: pubblicazioni di storia locale, saggi di storia ed economia del Risorgimento;
• documenti inediti dell’Archivio Parrocchiale di Santo
Stefano in Concordia Sagittaria;
• documenti in fotocopia dell’Archivio Storico del Comune di Portogruaro raccolti e messi a disposizione dal
dott. Ugo Perissinotto;
• visita ai luoghi risorgimentali nella Portogruaro
dell’800.
La classe IV della scuola primaria “G.Carducci” con don Pierluigi Mascherin.
Il materiale così prodotto è stato raccolto sotto forma
di libro: cartonato, rilegato, variamente illustrato con
foto, disegni, tabelle.
>> L’invasione delle terre
Tra il 1840 e il 1846, per la difesa dei beni comunali,
scoppiarono numerose rivolte contadine sia in Veneto
sia in Friuli.
Il Risorgimento per i contadini avrà significati e portata
storica del tutto differenti dal modo di sentire proprio
dei Patrioti che vivevano nelle città.
Come scrisse nelle sue riflessioni Carlo Pisacane, “…
Chi negherà che libertà, patria, diritti… sono vani nomi
…sono amare derisioni per coloro che sono dannati in
perpetuo dalle leggi sociali, dalla miseria e dall’ignoranza…” .
La ricerca condotta dagli alunni si è limitata a contestualizzare l’avvenimento nell’ambito geografico, sociale e temporale dell’anno in cui esso è accaduto, vale a
dire nel 1848.
Il paesaggio
Dopo essere stato sul posto e aver visitato il territorio
compreso fra il Sile e il Tagliamento, il delegato Antonio
Da Mosto, nel 1807, così descrive Concordia Sagittaria
al Prefetto di Venezia: “Da Torre di Mosto a Concordia
per un tratto di 14 miglia, da ponente a levante, manca
del tutto il continente all’Adriatico ed il paese non offre
che l’ingrato aspetto di paludi bensì non inutili per il privato ma di nessun rimarco per il governo. (…) La comune di Concordia ha un circondario di qualche momento ch’è coltivato, ma cosa è questo punto in confronto
dell’immenso spazio inutile sino ad ora percorso? Essa
stessa verso il mare ha delle paludi considerabili. La
sua antichità e le sue sancite prerogative non tolgono
ch’essa non sia un cattivo soggiorno dove manca tutto
e per cui conviene ricorrere a Porto Gruaro che non è
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Dal Rergistro delle Decime: la produzione locale
Il territorio della ricerca
distante più di mezzo miglio e che rappresenta l’aspetto di una vera città. (…) al di là del fiume Lemene (…)
oltrepassato il confine di Concordia s’incontrano [sulla
riva destra del Tagliamento] comuni [che] occupano un
piccolo spazio in terra ferma e si estendono come tutti
gli altri verso il mare con sterminate paludi, eccettuato
San Michiel….”1.
“La comune di Concordia”, scrive nell’800 Antonio Da
Mosto, è circondata da un paesaggio coltivato per
“qualche momento”, ma tutto intorno lo spazio immenso è ricoperto da “paludi considerabili” che vanno
verso il mare. Nelle mappe del Cinquecento troviamo
acquerellato un immenso territorio “anfibio” dove tra
le vaste estensioni palustri (canedi e barene) si intravedono i “pascholi “ specie sui dossi fluviali, mentre i resti
di bosco vengono indicati, con gli alberelli, nelle parti
più alte ed asciutte del Lemene. Gli alberi segnavano
anche i confini, mentre le siepi trattenevano il “borin
e lo scirocco”. Sulle mote, cioè sugli isolotti vallivi, i pescatori costruivano con canne e frassini i “casoni “. A
tutt’oggi permangono i toponimi a indicare quali erano
i caratteri fisici naturali del paesaggio, come Levada,
Nicessolo, Marango, Alberoni,.. nella trama fitta dei
ghebi, cioè i vari rami fluviali che inzuppavano la terra
prima di arrivare al mare2.
Detta così, è l’immagine ambientale di un’area umida
unica e da preservare. Ma le condizioni di vita dei con-
tadini, ancora negli anni della prima metà dell’Ottocento, erano spaventose.
Il lavoro dei campi: mezzadri, braccianti, sotans
Nella prima metà dell’800, il Veneto era una regione
quasi interamente sorretta da un’economia rurale. La
popolazione viveva in prevalenza in città; scarsamente
abitati i piccoli borghi sparsi nella campagna. Se andiamo a indagare a chi apparteneva la terra, da chi e come
veniva lavorata e la diversa tipologia di contratto (fitto,
mezzadria, misto e/o altro), si potevano individuare nel
Veneto tre aree: la zona montuosa, la zona collinare e
dell’alta pianura e la zona della bassa pianura dove sta
Concordia.
Quest’area umida, scarsamente abitata, era all’origine
di malattie endemiche come la malaria, la pellagra e la
tubercolosi. La terra fertile invece era poca. Per lavorarla ci volevano le braccia e la forza degli animali da
tiro. La terra veniva data in mezzadria3 a coloni che pagavano il fitto con una parte del raccolto (grano) e con
le onoranze (regalìe) al padrone. Si trattava del pollame
e delle primizie che il contadino produceva nell’unico
campo avuto in libera concessione per il sostentamento della famiglia. I piccolissimi proprietari integravano
il loro povero reddito, andando a lavorare per altri a
giornata. I sotans4 non possedevano nulla: erano brac-
1. F.ROSSI, Portogruaro 1797-1814. Appunti per una ricerca, in, Portogruaro nell’Ottocento. Contesto storico e ambiente sociale, a cura di
R.SIMONATO e R.SANDRON, Nuova Dimensione 1995, pp.22-77, cit.p.55.
2. Dalle praterie vallive alla bonifica, a cura di F.VALLERANI, Consorzio di bonifica Pianura Veneta tra Livenza e Tagliamento, Portogruaro 2008,
cit.p.36.
3. Mezzadria è detto “un sistema di conduzione e di contratto agrario secondo cui il concedente e il capo di una famiglia colonica si associano
per la coltivazione di un podere e per l’esercizio delle attività connesse al fine di dividerne i prodotti e gli utili (originariamente a metà). Onoranze sono “i regali in natura recati per consuetudine al padrone o al parroco”. Miglìoria: con questo termine si indicano le opere apportate
in un podere per migliorarne l’efficienza, quali il rifacimento dei fossi, la bonifica degli acquitrini,il dissodamento di terreni incolti, ecc. Cfr.
G.Devoto-G.Oli, Le Monnier, Milano 1976.
4. Sotan: “Aggettivo arcaico. Situato in una posizione sottostante…” Per estensione ha finito con l’indicare una componente sociale corrispondente ai braccianti proletari, senza contratto . Nel “Nuovo Pirona” ed. 1983, p.1076, è definito:“Pigionale rustico in pianura, affittuale di casa
rustica con poca o punta terra coltivabile, che per camparla deve prestar l’opera propria di contadino o di bracciante al padrone o ad altri”.
Cfr. A.RIZZETTO, Una comunità agricola. Teglio Veneto dalle origini all’Unità d’Italia, Biblioteca Cominiana, Treviso 1987, nota nota 155, p.88.
cianti chiamati, di volta in volta, a lavorare durante la
semina e il raccolto e per qualche migliorìa nei terreni
degli altri, d’inverno. Giravano con la sporta che riempivano sia all’andata sia al ritorno con tutto ciò che trovavano a cielo aperto. Integravano la magra economia del
salario con il taglio di canne e di strame in valle e con
la pesca nelle acque della marina. Al contrario i braccianti fissi avevano un contratto: spesso accudivano al
bestiame nelle stalle del padrone e abitavano nelle sue
dipendenze.
Fatica e lavoro erano in perenne balìa delle calamità naturali e dei voleri del padrone. Il pagamento della affittanze avveniva sempre con la ripartizione del frumento
che obbligava il contadino ad insistere con la medesima
coltivazione: nei campi non avveniva nessuna rotazione
e mai nessun lembo di terra fertile era destinato al foraggio delle bestie che, pure, erano indispensabili per
la concimazione e il tiro dell’aratro.
Spesso a S.Martino i debiti non potevano essere onorati. Ne conseguiva o l’ulteriore indebitamento con l’ipoteca sul nuovo raccolto o la disdetta, vale a dire l’allontanamento dalla proprietà.
Condizioni di vita dei contadini nella Concordia
dell’800
Stenti, miserie e malattie segnavano la vita degli uomini, delle donne e dei bambini che sono vissuti in questo territorio nell’Italia preunitaria. Fra il 1814 e il 1818
una serie di cattivi raccolti portò alla morte per fame
di decine di contadini. Tra il 1835 e il 1836 a seminare
la morte fu l’epidemia di colera5. La pellagra, causata
dalle cattive condizioni igieniche in cui viveva la popolazione e dal nutrimento poverissimo, basato unicamente sul consumo di mais, cioè di polenta, mieteva
continue vittime. Tornano utili le parole di Marino Berengo che scriveva: “Nutrimento poverissimo e a base
quasi esclusivamente maidica; case ristrette, cadenti
e malsane; pellagra in quasi tutte le famiglie; e debiti
col padrone, incertezza del lavoro, dipendenza assoluta
dall’andamento dei raccolti ”.
Per i contadini veneti e quindi anche per quelli concordiesi, il periodo vissuto sotto il governo austriaco era
odioso per tre ragioni fondamentali:
•l’obbligo della coscrizione nell’esercito;
•la tassa sul sale e sulla persona;
•la messa all’asta dei beni comunali, da sempre in uso
alla popolazione locale.
La popolazione nella seconda metà dell’800 (appunti
di Ugo Perissinotto)
Nella seconda metà dell’800, a Concordia la popolazione ammontava a 2585 abitanti così suddivisi per frazione:
•Concordia di qua 952
•Concordia di là 554
•Frattuzza 74
•Spareda 156
•San Giusto 230
•Diesime 182
•Pontecasai 165
•Levada 77
•Bandoquerelle 195
Totale 2585
I beni comunali
Nella mappa di Angelo del Cortivo del 1534, riportata
nell’Atlante curato da Francesco Vallerani per conto del
Consorzio di Bonifica del Veneto Orientale6, viene descritta una porzione di bosco demaniale, “boscho del
comun da concordia”, utilizzato dalla comunità come
bene collettivo, comune. La presenza dei beni comunali concessi al tempo della Serenissima, escluso il taglio
dei preziosi roveri destinati all’Arsenale, verrà meno nel
corso dei decenni successivi, fino alla loro massiccia
messa all’asta ai privati per finanziare la guerra contro i
Turchi e la difesa dei possedimenti veneziani nelle acque orientali nel XVII secolo. Parte del territorio, in prevalenza pascolo, bosco, terreni paludosi ed incolti, era
lasciata alla comunità per il pascolo vago, la raccolta
della legna, la caccia e la pesca libere. Si trattava di una
legge non scritta, di una consuetudine antica che consentiva agli abitanti del luogo di raccogliere quello che
cresceva sotto il cielo senza essere stato seminato dall’
uomo e di usufruire di antichi diritti. Su questi “beni
comunali”, con diverse regole e consuetudini venivano esercitati tre diritti feudali: il legnatico, l’erbatico, il
pescatico. Come indica la parola stessa si trattava del
diritto al taglio della legna da ardere e da costruzione
nel “bosco del comun”, del diritto a far pascolare il proprio bestiame nei pascoli comuni e del diritto a pescare
o cacciare in valle liberamente. Questi “usi collettivi”
erano consentiti solamente ai “comunisti”, vale a dire
agli abitanti del luogo. I beni comunali occupavano il
20% di tutte le terre del Veneto ed erano di vitale importanza per la popolazione, perché consentivano di integrare la magra economia frutto del lavoro della terra.
All’inizio dell’800 al tempo della dominazione austria-
5. P.GINZBORG, Daniele Manin e la rivoluzione veneziana del 1848-49, Einaudi, Torino 2007, cit, p.21.
6. F.VALLERANI, 2008, op. cit., pp. 52-53.
29
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ca, a Concordia c’erano ancora diversi territori considerati beni comunali, fra questi le paludi del Sindacal. Il
“Paludo Sindacale ” era una proprietà demaniale della
Serenissima lasciata “ad uso e godimento delli poveri
Comuni (…) che essi Comuni non li potessero vendere,
livellare, dividere né in altro modo concedere ad alcuna
persona particolar, ma restar dovessero per uso e godimento di loro Comuni per dimostrazione dell’affezione
e paterna carità che gli porta la Sig. Nostra”. La Serenissima era l’unica proprietaria e ne concedeva l’uso,
limitato “al pascolo per sovvenimento e sostentamento
degli animali”, alle ville interessate per la durata di un
decennio, rinnovabile. I beni così concessi venivano
usati da un consorzio o sindacato di comuni. Da qui la
palude del sindacato o “Paludo Sindacal” 7.
che a loro erano stati sottratti i diritti di proprietà. Lo
obbligarono a vendere, a metà prezzo, il vino e il grano
raccolto su quel fondo. In questo modo, non si resero
colpevoli di furto, perché pagarono le spese sostenute
durante la semina e il raccolto dal possidente, ma riaffermarono che quel raccolto era stato prodotto su un
bene pubblico sottratto alla comunità. Questo episodio
diede l’avvio a tanti altri. I proprietari iniziarono a lamentarsi di furti, tagli di piante, danneggiamenti alle
valli e invocavano protezione da parte del nuovo governo di Venezia.
La legge del ‘39
Nel 1839 il governo di Vienna emanò una Legge che favoriva la privatizzazione di questi beni comunali, la loro
alienazione o concessione in affitto. Le recinzioni delle
comugne e la messa all’asta dei beni comunali diedero origine a rivolte, tumulti, proteste che durarono a
lungo, sia nel Veneto sia nel Friuli. Pochi piccoli possidenti ed artigiani, ma migliaia di famiglie di braccianti,
di salariati e di sotans si videro dall’oggi al domani privati di un mezzo di sopravvivenza disponibile dal tempo
della Serenissima e da ancora prima. La legge del ‘39
cambierà il destino di questa popolazione e muterà lo
stesso paesaggio con l’affermarsi dell’opera “creatrice
ed innovativa” delle bonifiche, alle quali faranno seguito le ondate migratorie dei senzaterra.
La cronaca del ‘48
A Venezia si era appena insediata la Repubblica di
Daniele Manin e di Nicolò Tommaseo, quando iniziarono le rivolte dei contadini: essi speravano che i Patrioti avrebbero abolito le tasse e tolto i recinti ai fondi
passati di mano dal comune ai privati. Così non fu! A
Concordia, i contadini invasero le terre di Bonaventura Segatti (1816/1882) possidente agrario e Deputato
Comunale a Portogruaro. Con la legge del ’39 l’estensione denominata “Paludo Sindacale” era stata in parte alienata e in parte affittata ai privati, fra cui appunto
Bonaventura Segatti, il quale fece lavorare i terreni così
acquisiti e mise a coltura il grano e la vite. Nella prima
metà di aprile del 1848, i contadini concordiesi invasero
con badili e forconi (“armata mano”) la sua proprietà:
non una occupazione, ma un’invasione simbolica per
significare che erano loro i veri proprietari del fondo e
Ricco possidente, Bonaventura Segatti ricoprì cariche amministrative sia durante il governo
austriaco, sia nella breve stagione della Repubblica del ’48, sia sotto il governo di sua maestà Vittorio Emanuele II Re d’Italia. Fu pure Sindaco della
vicina Concordia dopo il plebiscito. Suo malgrado,
invece, fu protagonista della lotta che i contadini concordiesi intrapresero sulle sue terre contro
l’alienazione dei terreni comunali del Paludo Sindacal. Ai nuovi proprietari del “Paludo Sindacal” e
cioè Bonaventura Segatti, Bonaventura dr. Bergamo, Mensa Vescovile di Concordia, Matteo Persico per mezzo del suo agente Pietro Croatto, Bettini Pietro, Fabris Dr. Girolamo di Sesto, Alvise Dr.
Mocenigo per mezzo del suo agente Giovanni Toniatti, i comunisti di Fossalta inviarono una lettera
raccomandata con la quale “ardivano” ribadire gli
antichi diritti feudali su quelle terre. La Legge diede torto ai contadini e ragione ai possidenti.
7. Questo consorzio di Comuni era costituito da “Ligugnana, Giussago, Rivago, Vado, Villanova (di Fossalta), Fossalta, Fratta, Gorgo Teggio
(Teglio), Susolins, Sacodal, Tesa-Brusada, Colombera, Boscat, Stiaco, Boada” (Cfr. A. GIACINTO, L’antica pieve di San Giorgio al Tagliamento,
Udine 1967, pp.67-69). Osservando le mappe di F. Vallerani, nel suo Atlante, in particolare la Carta Corografica di Venezia, di Antonelli, foglio
VIII, a p. 121 dell’opera citata, l’area di Concordia è abbondantemente interessata dalla Palude Lago e Sindacale di cui trattiamo.
Da che parte stava la Repubblica di
Venezia?
A - Proteste nella piazza del paese per impedire
l’asta di affitto o di vendita delle terre comunali
Il nuovo governo non si mise dalla
parte dei contadini, perché la maggioranza dei possidenti agrari erano
Patrioti e sostenitori della Repubblica Veneziana. Prese invece un paio di
provvedimenti a favore dei più poveri: il 26 e il 29 marzo 1848 fu abolita
l’odiosa tassa personale e fu ridotto
di un terzo il prezzo del sale.
Ma la cessione dei beni comunali a
vantaggio dei privati troverà compimento alla vigilia dell’Unità d’Italia,
quando ai Comuni resterà in proprietà meno di un quarto dei terreni comunali di inizio secolo.
Anche per Concordia sarebbe iniziata
l’epoca della Bonifica e dell’emigrazione verso le Americhe.
B – Invasioni delle terre
Concordia è stata aggiunta da Pizzolitto Vittoria alla tabella di
P.BRUNELLO, Ribelli, questuanti e banditi. Proteste contadine in Veneto
e Friuli 1814-1866, Marsilio, Venezia 1981, cit. p.40.
>> Da contadini a soldati
I coscritti
Napoleone, per le sue armate, aveva bisogno di soldati.
Così istituì la leva obbligatoria.
Nel 1815 la casa d’Austria abrogò la coscrizione obbligatoria, ma le cose non cambiarono lo stesso, perché
per reclutare soldati si procedeva al sorteggio. I coscritti
delle classi di leva, a 20 anni, venivano estratti a sorte;
per i più abbienti vi era la possibilità d’essere sostituiti,
dietro pagamento di una forte somma. Ancora una volta, i più poveri, i contadini e soprattutto gli indesiderati
o illegittimi erano chiamati a far parte dell’esercito. Potevano usufruire dell’esonero gli impiegati dello Stato,
gli insegnanti, gli ecclesiastici e parte degli studenti dei
seminari. Il servizio militare durava 8 anni, 3 di servizio
attivo più 5 di riserva: quello effettivo durava tre anni.
Spesso i giovani venivano mandati a prestare il servizio
di leva lontano dal paese, in altre province dell’Impero,
dove non si comprendeva neppure la lingua del posto.
Per questo chi poteva si cercava un «supplente» ; i più,
seppur a malincuore, prendevano la strada delle caserme, altri si davano alla macchia o emigravano oltre
le Alpi. Nel Comune di Portogruaro8 esistono tre fogli
che riportano il nome, cognome e paternità, distretto e
comune di appartenenza di ragazzi renitenti alla leva,
che si erano allontanati dal paese per sfuggire all’esercito. Nel foglio del 12 marzo 1849, sottoscritto dall’ I.
R. Consigliere Delegato Provinciale di Udine Co. Altan,
vengono elencati 57 giovani renitenti alla leva o che dovevano rientrare nel loro Corpo d’Armata e non l’hanno
fatto: fra questi, 17 di Portogruaro, 4 di Caorle, 7 di
Fossalta di Portogruaro, 3 di San Michele al Tagliamento, 3 di Teglio Veneto e 4 di Concordia Sagittaria:
Placitis Angelo di Gerolamo
Flaborea Giacomo di Antonio
Bozza Giuseppe di Angelo
Moro Antonio q. Angelo
Portogruaro – 1824, 1 settembre
Il Lombardo Veneto vuole dire per molti anche coscrizione obbligatoria. I coscritti erano spesso contadini,
sottratti al lavoro dei campi ed inviati nelle più sperdute
province dell’impero. Molti tentavano di sottrarsi all’arruolamento e si davano alla fuga. Le Amministrazioni
Locali tentavano di convincere i “refrattari” a presentarsi alle rispettive destinazioni.
Il sistema assai macchinoso, tentava di distribuire fra
tutte le classi sociali l’onere del servizio di leva assai
gravoso.
In realtà, le classi più abbienti detenevano il controllo
delle Amministrazioni Locali e trovavano così il modo
di essere esonerati dalla leva. Toccava ai “villici” e agli
“industrianti” il ruolo dei coscritti.
Cfr. AA.VV.,Portogruaro nell’età del Risorgimento, catalogo della mostra “Ai Molini” di Portogruaro del 2003/2004,
p.56, Scheda n°6).
8. Dall’Archivio Comunale di Portogruaro: Acp. b.269, foglio del 12 marzo 1849.
31
32
Disertori dell’esercito austriaco
In Italia, all’inizio del 1848, sui sessantuno battaglioni
di fanteria del maresciallo Joseph Wenzel Radetzky,
nove erano ungheresi, sei cechi, dieci slavi meridionali, dodici austriaci e ventiquattro italiani, ossia il 33
per cento dell’intero esercito era composto di italiani.
Molti restarono fedeli al giuramento prestato all’Imperatore d’Austria, ma molti altri disertarono. Nella battaglia all’Arsenale di Venezia, la mattina del 22 marzo
1848, gli ufficiali austriaci ordinarono alle truppe di
aprire il fuoco sui rivoltosi veneziani. “Ma le truppe italiane, fra le quali erano molti contadini veneti, contagiate dall’entusiasmo patriottico di quei giorni e dalla
promessa che avrebbero potuto tornare al loro paese
se avessero aderito alla causa italiana, si rifiutarono di
aprire il fuoco e sopraffecero i loro ufficiali”9. Fu l’inizio
della rivolta a Venezia! Fra i volontari accorsi in difesa di
Venezia che persero la vita si ricordano i portogruaresi:
Frattina Morando
Pavan Osvaldo
Toffolo Marco
Molti soldati, anche di Concordia, preferirono disertare
le bandiere austriache e diventare Patrioti Volontari per
l’indipendenza e l’Unità d’Italia, come Salotto Davide fu
Antonio, nato a Concordia il 9 ottobre del 1844, e Fabris
Candido Pietro, che nacque nel 1840 a Portogruaro e
finì i suoi giorni come medico veterinario a Concordia.
Elenco patrioti volontari italiani - disertori delle bandiere austriache10
Moro Sante di Francesco (n. 1828) disertò dalle guardie
Austriache nel 1859.
Dossa Giovanni fu Antonio (n.1834 ?), studente, disertò
dalle bandiere austriache nel 1864; fu ferito a Custoza e
fu fatto prigioniero.
Caenazzo Antonio di Giorgio (n.1828), praticante di farmacia, disertò a Lodi nel 1859 dalle bandiere austriache, fece la campagna di Napoli e Sicilia nel 1860.
Fabris Candido Pietro nacque nel 1840 a Portogruaro.
Non potè partire con i volontari del 1859, ma si arruolò
nell’Esercito Meridionale l’anno dopo (1860) nel reggimento Cosenza. Fece tutta la campagna e partecipò
alla memorabile giornata del Volturno e nel dicembre
dello stesso anno, sciolta la compagnia, ricevette regolare congedo a Santa Maria Capua Vetere. Non potendo
tornare in Patria perché compromesso, andò a Milano
dove frequentò all’Università la facoltà medico-veterinaria e conseguì la laurea in Veterinaria. Nel 1866
nominato sottotenente veterinario dei Cavalleggeri di
Saluzzo prese parte alla guerra contro l’Austria. Ristabi-
Gli Austriaci: dalla mostra realizzata sul lavoro di ricerca.
Gli Italiani: dalla mostra
realizzata sul lavoro di
ricerca.
lita la pace, lasciò l’esercito e ritornò a Concordia dove
esercitava la libera professione di medico veterinario.
L’anno seguente (1867) il Ministero per l’Agricoltura deliberava di installare a Portogruaro una stazione di stalloni per la monta e chiamò a dirigerla il Dott. Fabris che
la diresse con merito per trent’anni, dopo i quali chiese
ed ottenne di essere messo a riposo. Per i suoi meriti,
fece parte di numerose commissioni provinciali relative
all’allevamento ippico. Visse gli ultimi anni a Concordia
dove amava ricordare la gioventù e gli anni eroicamente spesi a favore della Patria.
Giusti Carlo di Antonio è lo studente che a cavallo sventola un panno rosso e infiamma i cuori dei Portogruaresi all’annuncio della rivolta di Venezia contro gli Austriaci. Perito agrimensore, di famiglia agiata, nel 1849
risulta renitente alla leva. Nel 1859 a 40 anni d’età è
emigrato da Portogruaro. Arruolatosi nel 21º Reggimento Fanteria, diventa successivamente capitano del
60º Regg. Fanteria.
Salotto Davide fu Antonio, nato a Concordia il 9 ottobre del 1844 , partecipò come soldato del 57° fanteria
alla presa di Roma nel 1870. Medaglia commemorativa delle guerre combattute per l’indipendenza e l’Unità
d’Italia (aprile 1870). Si sa che emigrò in Sud America.
Fabris Carlo fu Candido (n. 1822) ex alunno pretoriale,
disertò dalle bandiere austriache e si arruolò in Toscana nel 44° Reggimento. Passò in seguito nei Reali Carabinieri; nel 1860 fece la campagna meridionale. Nel
1866 quella del Tirolo.
Guerrini Francesco di Carlo (n.1834) praticante di farmacia, disertò le bandiere austriache e si arruolò nel
50° fanteria dell’esercito, dove rimase.
9. P. GINSBORG, Daniele Manin e la rivoluzione veneziana del 1848-49, Einaudi, Torino 2007, p. 111.
10. Fonte: ricerca di Sante Querin, copia presso la Biblioteca del Seminario di Pordenone (Archivio Perissinotto Ugo).
Elenco disertori e renitenti alla leva nel
Distretto di Portogruaro del 12 marzo 1849
PORTOGRUARESI ALLE GUERRE D’INDIPENDENZA E
NELLE IMPRESE GARIBALDINE
33
ARCHIVIO STORICO DEL COMUNE DI PORTOGRUARO, ACP, busta
269, Elenco 12/3/1849.
Il libro realizzato
dal lavoro di ricerca
1 - Volontari di Portogruaro partiti in difesa di Venezia del 1848
La guardia civica
1.
2.
3.
4.
5.
6.
7.
8.
9.
10.
11.
12.
13.
14.
15.
16.
17.
18.
19.
20.
21.
22.
23.
24.
25.
Bellotto Antonio
Bellotto Giacomo
Ing. Bon Antonio (1824-1910)
Berti Gaspare
Caenazzo Evangelista
Cantelli Antonio
Castion Gaetano
Dott. Fabbroni Germano
Co. Frattina Marquardo
Co. Frattina Morando
Giusti Giuseppe
Pavan Osvaldo
Pavan Luigi
Prosdocimo Gaetano di Motta di Livenza,
domiciliato a Portogruaro
Sartori Felice
Sartori Gio.Batta
Sartori Giuseppe
Toffolo Marco
Toneguzzo Antonio
Turchetto Giovanni
Turchetto Oreste
Piccolo Giovanni
Nadali Domenico
Drigo Antonio
Berti Gaspare
Cfr. Cfr. Annali di Portogruaro (1140-1797) del dott. Antonio Zambaldi, ripubblicati da mons. Marco Belli con
illustrazioni e aggiunte fino ai nostri giorni, Castion, Portogruaro 1923, p. 135
L’istituzione della Guardia Nazionale o Civica ha origini
antichissime. Aveva il compito di garantire la sicurezza
interna alle mura contro disordini e briganti. La Guardia
Civica moderna nasce nel periodo napoleonico, all’epoca della creazione delle Repubbliche Padane (1796).
In tutte le capitali italiane, insorte contro l’esercito austriaco, sorgono Guardie Civiche. Sottoscrizioni popolari provvedevano ad armare e vestire i militi che potevano anche essere contadini o artigiani. Il 20 marzo 1848,
Francesco Chevalier11, cittadino francese domiciliato a
Portogruaro, salì sulle gradinate del municipio per “arringare” la popolazione e farla convinta della necessità
di istituire la Guardia Civica12. Con un’Ordinanza della
Municipalità provvisoria furono invitati tutti gli uomini validi dai 18 ai 55 anni ad arruolarsi e si organizzò il
Corpo di Guardia Civica sotto il comando del Capitano
Felice Sartori di Giovanni Battista. Si formò un corpo di
fucilieri e di cannonieri comandati da Eugenio Bettoni
che facevano esercitazioni nel cortile del seminario. In
quei primissimi giorni di libertà ed indipendenza, furono abbattute le aquile asburgiche retaggio della dominazione austriaca così come era accaduto al tempo
dell’occupazione dei Francesi di Napoleone nei confronti dei leoni di San Marco.
11. Francesco Chevalier si sposerà con una ragazza di Concordia Sagittaria, Toniatti Caterina; il 25 febbraio 1859 avrà una figlia che
battezzerà con il nome di Antonia Italia, come abbiamo visto nell’atto di battesimo tratto dal registro della parrocchia di Concordia Sagittaria, durante la visita all’Archivio.
12. A. SCOTTA’, La rivoluzione liberale del 1848 a Portogruaro, in,
AAVV, Annuario 1975/85 del Liceo XXV Aprile, Portogruaro 1987,
34
I tumulti agrari del 1848 nel sandonatese
Classe 4ª B LT dell’Istituto Alberti di San Donà di Piave
Insegnante: Antonietta Casagrande. Vignette di Iop Chiara
Per commemorare i 150 anni dell’Unità d’Italia con
la classe 4 B LT dell’Istituto Alberti abbiamo scelto di
svolgere un lavoro di approfondimento sulla storia del
territorio e di ricostruire, in particolare, gli avvenimenti
del sandonatese durante il periodo del Governo Provvisorio instaurato da Daniele Manin il 23 marzo del 1848;
a questo fine è stata di grande utilità la consultazione di
alcuni documenti del tempo, conservati presso l’ archivio di Stato di Venezia (Governo provvisorio- busta II) e
dei saggi di Brunello e Chimenton che riportano un’accurata analisi di quel periodo storico. è stato possibile
così ricavare il punto di vista della popolazione locale,
in particolare dei ceti rurali che manifestarono, in questa occasione, una repressa sete di giustizia.
La maggiore difficoltà per i coloni dell’area Piave era
quella di pagare l’affitto del podere, come è testimoniato dalle carte giudiziarie del tempo, che pullulano di
cause per insolvenze tra proprietari e coloni.
Per chi non riusciva a pagare il canone annuo a S. Martino era previsto l’immediato sloggio dal podere. Ma
spesso i proprietari nobili, per paura di rimanere senza
braccia da lavoro, preferivano giungere ad un accordo
stabilendo modalità di pagamento accessibili per gli affittuari, oppure li costringevano a compiere prestazioni
gratuite, come scavare canali di irrigazione o a ristrutturare la stalla o il fienile.
I contadini erano anche obbligati a corrispondere altri
oneri non a beneficio padronale, ma della parrocchia,
come il quartese che consisteva nel pagamento al Parroco di un 1/40 dei prodotti, prelevato dal mucchio comune nel contratto a mezzadria, a carico del colono per
i cereali nei sistemi misti di affitto a generi e a denaro,
mentre il vino era a carico del padrone.
La popolazione in generale era di certo stanca del repressivo dominio dell’Austria, ma giudicava con sospetto le disposizioni del Governo di Manin, rimanendo
sulle difensive rispetto ai nuovi governanti.
L’adesione del Veneto alla Repubblica democratica di
Venezia fu immediata, ma caratterizzata da una forte
diffidenza che non permise il consolidarsi di un ordinamento costituzionale ben definito.
Tra i primi provvedimenti del Governo Provvisorio ci fu
la costituzione di una consulta formata da tre rappresentanti per ogni provincia, ma questa era totalmente
impotente, poiché il governo centrale considerava il
proprio potere, esercitato su mandato dei cittadini Veneziani, valido per tutto il Veneto. Di conseguenza ogni
paese pensava esclusivamente a se stesso, e ricorreva a
Venezia solo quando doveva invocare soccorso.
Nei giorni 25 e 26 maggio 1848, come riferisce la deputazione di San Dona’ di Piave, si crearono nel paese
disordini assai gravi, poiché l’intento dei popolani era
I tumulti agrari a
San Donà di Piave
nel 1848
35
I tumulti agrari nel sandonatese
quello di non fare passare grani e altri generi agricoli
diretti a Venezia. Nelle ore pomeridiane del 25 maggio
furono notate in piazza persone di dubbia condotta che
si adoperavano per organizzare qualche sommossa, ma
le autorità comunali riuscirono a tenere la situazione
sotto controllo, ottenendo menzognere promesse di
obbedienza dai rivoltosi.
“Infatti, dopo mezzanotte comparvero le medesime
persone alla testa di altre sessanta persone. Le avvicinò
il comandante superiore della guardia civica, il deputato Giorgio Trentin, assistito da alcuni contadini che
accorsero alla voce del tumulto e ci volle gran fatica a
persuaderli a tornare alle loro case, assicurando loro
che l’indomani avrebbero fatto qualunque cosa per
soddisfare le loro pretese. Comparso il giorno gli agitatori si accinsero all’arresto di tutti i carri di granaglie”1.
Per far fronte a questi tumulti a S. Donà il giorno 26
maggio, si riunirono nell’ ufficio comunale i deputati,
l’arciprete, ventisei consiglieri, oltre ai quattro rappresentanti del popolo che comunicarono le pretese della
popolazione, quali obbligare i siori e i deputati a non
allontanarsi dal paese medesimo perché, tornando,
i tedeschi li avrebbero fatti a pezzi, l’esportazione di
qualsiasi genere, emanare un provvedimento per gli artieri, i villici e gli operai che mancavano di lavoro.
Sull’istante il popolo fu accontentato con questi provvedimenti: la garanzia che il prezzo della farina non
sarebbe cresciuto di un centesimo, l’attivazione di un
lavoro stradale per dare possibilità di guadagno a tutti
gli operai disoccupati, la compilazione di un elenco di
famiglie bisognose da consegnare al parroco per fornir
loro una quantità giornaliera di sorgo turco e, a questo
proposito, il primo deputato, l’arciprete e i notabili del
1. A. S. V. Governo provvisorio- busta II.
2. A. S. V. Governo provvisorio- busta II.
paese offrirono complessivamente 100 staia di grano
turco.
I rappresentanti furono rassicurati e furono persuasi
a calmare il popolo e a convincerlo a non impedire il
transito dei grani e il blocco dei commerci. Ma molti
non si fidarono e cominciarono a girare a piedi o a cavallo, casa per casa, chiamando la popolazione a riunirsi di fronte alla casa canonica. Lì bruciarono i ruoli della
guardia civica per il terrore di possibili rappresaglie da
parte dei Tedeschi2.
L’arciprete di allora, mons. Angelo Rizzi, stanco di essere sempre chiamato in causa durante le agitazioni
da una popolazione che, profondamente religiosa, riconosceva il grande prestigio morale della sua carica e
desiderava la sua presa di posizione in ogni questione
pubblica, ritenne opportuno allontanarsi temporaneamente dalla parrocchia, finché gli assembramenti non
fossero stati sedati. Ma non appena ebbe oltrepassato
il Piave per recarsi a Chiesanuova, venne arrestato e accusato di essere un austricante.
Nel frattempo i civici rappresentanti Giuseppe Bortolotto, Giovanni Pasini e Luigi Trentin, per impedire il dilatarsi del male ed arrestare i capi della rivolta, inviarono al Prefetto centrale dell’ordine pubblico la richiesta
di inviare almeno 100 gendarmi della guardia civica. Ne
vennero mandati quaranta comandati da un commissario.
La prima considerazione da fare su questi fatti è rilevare l’esistenza di una profonda spaccatura tra i possidenti borghesi e il resto della popolazione del distretto
e i differenti motivi che portarono, gli uni e gli altri, ad
aderire al governo del Manin.
36
Le masse popolari venete, in genere, davano un significato sociale al Governo democratico, assai lontano dalle intenzioni della borghesia liberale che lo aveva promosso; pensavano che con il nuovo governo venissero
aboliti tutti gli oneri fiscali imposti dagli Austriaci, le
tasse comunali sui traghetti, la tassa personale e i suoi
eventuali arretrati; quest’ultima venne in effetti abolita
da un decreto della Repubblica Veneta del 26 marzo.
Tuttavia, specialmente in seguito alle disposizioni di
consegna di vettovaglie imposte alle zone del retroterra, risultava sempre più evidente l’atteggiamento di insensibilità delle nuove autorità governative verso i ceti
rurali e, di conseguenza, venne meno la disponibilità
dei contadini nel difendere le sorti della rivoluzione.
Se in un primo tempo era stata unanime la volontà delle masse popolari di ubbidire all’ordine governativo di
costituire la guardia civica in ogni centro grande e piccolo, già alla fine di aprile le autorità non potevano più
fare affidamento su di esse3.
A S. Donà di Piave i ruoli della guardia civica vennero
distrutti davanti alla canonica, tanto era il terrore della
vendetta dei vecchi dominatori austriaci.
La borghesia aderì subito con entusiasmo al governo
democratico, con le masse popolari, ma solamente in
funzione antiaustriaca, perché ben presto le sue aspirazioni furono rivolte ad un possibile progetto di annessione al Piemonte.
Il Governo, da parte sua, era in una posizione troppo
instabile per allarmarsi alla notizia di rivolte popolari e
alle continue richieste di invio di forze dell’ordine che
provenivano dalle Province.
Le proteste contadine e il blocco di cereali si verificavano nel Veneto puntualmente nei periodi di carestia,
in seguito al rialzo eccessivo del prezzo del pane e del
mais che per molte famiglie costituiva l’unico alimento
accessibile. I ceti popolari erano preoccupati non tanto
della scarsità dei raccolti, quanto dall’accaparramento
attuato dai mercati delle città, senza tener in alcuna
considerazione le esigenze della popolazione locale.
Nelle campagne era infatti radicata la concezione che
in tempi di carestia il grano non dovesse uscire dal paese, finché non fossero state soddisfatte le richieste
della popolazione: concezione tipica delle economie di
sussistenza e dei mercati isolati, che si rifaceva ad un
modello paternalistico del mercato presente nell’Europa preindustriale.
Le transazioni, secondo questo modello, dovevano avvenire solo nel mercato locale, i prezzi fissati dalle autorità locali e i grani venduti prima di tutto ai consumatori, senza l’intromissione di un intermediario o di un
accaparratore.
Si dà il caso che i primi a denunciare le speculazioni
mercantili fossero gli stessi proprietari terrieri che la-
I tumulti agrari a San Donà di Piave
mentavano l’esiguità dei loro guadagni in confronto a
quelli dei negozianti. Anche le autorità comunali consideravano immorale il profitto basato sulla speculazione,
ma non potevano assolutamente opporsi all’accaparramento dei grani. A Venezia, in particolare, il mercato di
derrate aveva assunto un carattere capitalistico e si era
inserito in una prospettiva europea; nel porto franco di
Venezia convogliavano le derrate provenienti dall’estero, dalla Russia ad esempio e dall’interno della regione, destinate ai mercati europei, inglesi, in particolare.
Questo era l’indirizzo economico dato dall’Austria al
Lombardo-Veneto, di esportatore e produttore di derrate agricole.
D’altra parte sia il mercato locale che quello regionale
non riuscivano ad assorbire le eccedenze granarie, perché la popolazione contadina non era in grado di acquistare i prodotti.
S. Donà, via Maggiore nel XIX sec., mercato del lunedì
La natura dei contratti agrari maggiormente diffusi,
quali la mezzadria e l’affitto a generi, costringevano i
contadini a saldare il canone prevalentemente in frumento e vino, lasciando il mais per il proprio sostentamento, e questo li metteva nell’impossibilità di disporre di denaro ed incrementare così il mercato interno.
I tumulti annonari del ’48 a S. Donà, come a Portogruaro e a Bassano, il blocco dei carri di cereali destinati alla
città, possono essere interpretati quindi come una presa di posizione decisa delle masse rurali4.
3. Brunello P., Ribelli questuanti e banditi. Proteste contadine in Veneto e in Friuli ( 1814 -’66), Venezia 1981.
4. Brunello P., Ribelli questuanti e banditi. Proteste contadine in Veneto e in Friuli (1814 -’66), Venezia 1981.
Vita quotidiana a Concordia
nel Risorgimento
Il 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia… una data
importante da far conoscere e ricordare ai ragazzi della scuola, così lontani da queste vicende per loro sconosciute. Proporre ai ragazzi di studiare questo argomento solo sui libri di testo ci è sembrato riduttivo. Lo
studio della storia spesso purtroppo non appassiona
ancora, nella fascia d’età della scuola media.
Spesso ci sentiamo chiedere dai ragazzi il motivo dello
studio della storia. “Prof., ma perché studiamo storia?”
Questa è una delle domande più frequenti, in genere
accompagnata da sbuffi (nascosti), sospiri (non tanto
nascosti) e un malcelato disappunto… Quando si gira
loro la domanda si ottengono le risposte più incredibili: “Perché altrimenti non mi dà il sei” (il che è anche vero!), “Perché siamo obbligati”, “Perché è nel
programma”… Insomma la storia è vista spesso solo
come un obbligo, come un dazio da pagare per poter
proseguire l’iter scolastico. La storia è noiosa, difficile,
non appassiona, non mi serve a nulla, sono tutti morti da anni, noi siamo moderni, giovani… la discussione
potrebbe proseguire a lungo…
E allora si prova a rendere la storia più interessante,
più coinvolgente attraverso film, ricostruzioni, aneddoti che hanno però spesso il grosso limite di essere già
preconfezionati, già filtrate le informazioni, già decisi
gli argomenti…
Così abbiamo pensato di rendere i ragazzi protagonisti
della ricerca di notizie storiche dell’epoca. L’idea del nostro lavoro è nata così, quasi per caso, con uno spunto
iniziale (“Cerchiamo qualche documento in archivio”)
che si è pian piano ampliato enormemente.
Ci siamo così recate in archivio parrocchiale (e ci piace
ricordare con affetto e gratitudine monsignor Mascherin, che ci ha aperto con simpatia e curiosità le porte
del suo archivio più volte, permettendo ai ragazzi di entrare in canonica e toccare i preziosi registri) alla ricerca
dei documenti dell’epoca e abbiamo potuto avere tra le
mani i registri dei nati, dei morti, dei matrimoni, il quartese degli anni risorgimentali. Sono stati scelti tre anni,
ritenuti decisivi per Concordia: il 1861, ovviamente,
il 1866, anno dell’annessione del Veneto all’Italia, e il
1855, anno in cui gli abitanti di Concordia sono stati colpiti da una epidemia di colera. E questi registri pesanti,
polverosi, consumati sono stati fotografati pagina per
pagina, stampati e portati ai ragazzi delle nostre classi,
coinvolgendo principalmente in questo lavoro tre prime medie, una seconda e due terze.
Non appena hanno avuto in mano questi fogli, il loro
primo momento è stato di smarrimento… non si legge
nulla, non c’è scritto a pc??? No, ragazzi, non c’è, una
volta si scriveva tutto a mano e da qui si traevano le
notizie che poi trascriviamo nei libri di storia…
Ma cosa c’è scritto in questi testi? Cosa si può trovare?
Dall’esigenza e dalla curiosità di leggere cosa ci fosse
scritto è nato il lavoro che ha coinvolto i ragazzi; un lavoro difficile, lento, a tratti sconfortante: la decodifica
dei registri medesimi, parola per parola, pagina per pagina. … se questo lavoro ha avuto come risultato almeno quello di convincerli a scrivere con una grafia più ordinata avremmo ottenuto già un risultato insperato….
Abbiamo quindi suddiviso le classi in coppie di lavoro,
consegnato a ciascuno una lente d’ingrandimento e
le fotocopie dei testi (per non rovinare gli originali) e
chiesto loro di trascrivere parola per parola quello che
trovavano. In alcuni casi abbiamo utilizzato la tecnolo-
Concordia Sagittaria. Primi del Novecento
I ragazzi al lavoro in archivio
Classi 1ª A- 1ª B- 1ª D- 2ª C- 3ª A- 3ª B
dell’I. C. Rufino Turranio – Concordia Sagittaria
Insegnanti: Chiara Gazziero, Anastasia Ponzin, Ilaria Sutto
[Scelta antologica dal lavoro presentato al concorso
“Ma che storia!” 2011]
Premessa
37
38
gia, ingrandendo nello schermo di un computer o sulle
lavagne interattive qualche parola che risultava di difficile comprensione. Poi abbiamo riportato nuovamente
il contenuto di questi fogli in tabelle più funzionali alla
successiva analisi. Per fare degli esempi pratici, nell’analisi del registro dei battezzati abbiamo riportato il
nome del bimbo nato, la data di nascita, quella del battesimo, i nomi dei genitori, dei padrini, della levatrice
ed eventuali particolarità. Su quello dei morti, anche le
cause di morte e l’età del defunto.
Poi sono state analizzate queste tabelle, con intento
storico e aneddotico… e così, accanto ai dati più semplici da ricavare (quanti nati, quanti morti, le età, le cause
di morte, i nomi più diffusi) i ragazzi hanno incominciato ad appassionarsi a questa ricerca, cercando i riscontri e i rimandi negli altri registri, confrontando i dati,
interrogandosi sui significati delle parole, chiedendo
ai nonni (depositari della saggezza antica), ai vicini di
casa, al parroco, al cappellano…intervistando chi aveva
già compiuto ricerche analoghe. Infatti è stata contattata la dottoressa Monica Palù che ha scritto una tesi sul
colera in quegli anni a Portogruaro e che si è lasciata
intervistare dai ragazzi di una delle classi.
E i ragazzi si sono incuriositi alle vicende liete e tristi
della popolazione, le nascite dei gemelli, la morte prematura dei bimbi e talvolta delle loro madri nel metterli
al mondo, concittadini che combatterono a fianco degli
Austriaci, matrimoni celebrati in pieno inverno, mestieri ormai sconosciuti, malattie non ancora debellate,
usanze e tradizioni che si tramandano ancora oggi.
Pagina dopo pagina i ragazzi hanno scoperto che le abbreviazioni erano sempre le stesse (e quindi più facilmente riconoscibili), le formule codificate, i nomi (delle
levatrici ad esempio) ripetuti… e dopo un bel po’ sono
riusciti a trarre le prime conclusioni… hanno scoperto
così chi era la levatrice, figura insostituibile fino a pochi anni fa, ma di cui i ragazzi non avevano mai sentito
parlare, anzi chi erano e quante erano, hanno notato
che spesso i nomi dei bambini erano quelli del nonno,
che la comunità di Concordia era piccola e che sovente
i padrini erano gli zii e le zie, hanno scoperto la differenza tra figli legittimi e figli naturali, abbiamo capito
perché i matrimoni si svolgevano prevalentemente in
novembre, abbiamo scoperto di cosa si moriva e quante malattie ora facilmente curabili fossero all’epoca fatalmente mortali…
I ragazzi hanno imparato il metodo storico della ricerca
incrociata, nel confrontare i dati tra i registri di nascita e
di morte, nel provare ad immaginare la storia di questi
bimbi volati in cielo in tenerissima età, dei loro genitori
(v. La triste storia di Maria Pellegrin), dei ragazzi partiti
a combattere per un paese straniero contro quelli che
sarebbero divenuti i loro compatrioti. Da loro stessi è
sorta la curiosità di guardare negli altri registri, scoprire
se i fidanzati si erano poi sposati (controllando quindi
il registro dei matrimoni), se i bambini battezzati dalla
levatrice erano sopravvissuti (confrontando i nomi sul
registro dei morti); alcuni di loro sono stati in cimitero
per cercare il luogo dove venivano sepolti i bimbi non
battezzati; abbiamo consultato registri e documenti per
cercare il luogo di una battaglia che invece non c’era
mai stata…
Hanno anche imparato - e questa sarà speriamo un’attenzione critica che avranno su tutto ciò che è scritto e
che “si lascia scrivere”- che non sempre il testo scritto è
perfetto…. Ci sono cancellature, errori materiali, errori
inspiegabili, discrepanze tra i registri.
Errori
Ad esempio, sono stati trovati diversi errori materiali
nella scrittura del registro dei battesimi del 1866.
Il più clamoroso è la dicitura del 31 novembre
(1865, data del matrimonio dei genitori di Amalia
Zannin, numero 15); è ipotizzabile che si intendesse
il 30 novembre, ma poiché il matrimonio era stato
celebrato a Gruaro e non disponendo quindi del
registro dei matrimoni di quel comune, non è stato
possibile raffrontare i due dati.
Molti altri errori sono stati corretti direttamente
dal compilatore del registro; si tratta di nomi errati, come nel caso del nome di una levatrice, poi
corretto con l’altra (ha scritto il nome più operativo
tra le levatrici, Furlanis Lucia, poi corretto in Angela
Ostan).
Altre volte gli errori erano più numerosi o più significativi e quindi è stata cancellata tutta la riga.
I cognomi hanno suscitato l’interesse dei ragazzi, in
quanto sono i loro cognomi, hanno scoperto dei loro
omonimi e questo li ha molto stupiti (come li ha stupiti
il fatto che esistessero già gli stessi nomi delle strade
Bandoquerelle, il Paludo, o “Concordia di qua e Concordia di là”).
Casi interessanti sono risultati essere quello del nostro
concittadino ucciso dai Bersaglieri Italiani a Calto, la
morte dei due giovani di Pasiano, colpiti da un fulmine
nel medesimo luogo e nella medesima ora, la persona
morta a Vienna, di cui non si è saputo più nulla per dieci
anni.
Ci è parso un caso particolare quello di Giovanni Pasian, un ragazzo di 23 anni morto a Vienna.
Perché è morto così lontano da casa? Forse era
arruolato come soldato austriaco? La nota commissariale però ci fa pensare che probabilmente
è morto in carcere, ma non si sa per quale motivo. A differenza di tutti gli altri casi registrati, in
questo non si fa riferimento alla causa di morte e
soprattutto ciò che colpisce è che la registrazione
della morte avviene dieci anni dopo il decesso. Il
caso di Giovanni Pasian rimane, almeno per ora,
uno dei tanti irrisolti e circondati da mistero.
O ancora l’origine della processione della Madonna del
Tempeston, che si svolge ancora adesso il 2 luglio. Nel
registro del quartese, l’economo spirituale aveva segnato in quella data una violenta grandinata che aveva distrutto i raccolti cosicché lui “poco pochissimo ne
raccolse”. Ecco: il leggere in originale, con la grafia un
po’ difficoltosa di don Osvaldo Moretti, il motivo per
cui ancora adesso si svolge questa processione, ha fatto
sentire i ragazzi più vicini a questi testi.
Frumento, granoturco, fagioli, vino,
in minor quantità
orzo, avena, sorgo.
Questi erano i
prodotti coltivati a
Concordia alla fine
dell’800.
Lo abbiamo scoperto analizzando il Registro del
Quartese
degli
anni 1862-1874;
il quartese, insieme alla decima, era la maggior
entrata per un parroco di campagna.
In questo registro troviamo annotato tutto quanto veniva portato dai Concordiesi alla Parrocchia
e, oltre al tipo di coltivazioni presenti nel nostro
territorio, riusciamo a risalire ai nomi delle famiglie e alle varie località del paese, perché il Parroco registrava tutto con precisione, anche gli
inadempienti o i ritardatari nei pagamenti.
Parlando con i nostri nonni, abbiamo scoperto
che non da tanto è stato abolito, infatti, quando
loro erano piccoli, passava un incaricato del parroco a ritirare il quartese.
Una volta appreso il meccanismo della ricerca e analisi
dei dati, i ragazzi si sono buttati a capofitto con l’entusiasmo dell’adolescenza e l’ingenuità di pensare di aver
tutto compreso… ma abbiamo lasciato così il lavoro
che non aveva pretesa di essere, non in questa fase
quantomeno, un’analisi storico-documentale rigorosa
ed esaustiva dei registri parrocchiali dell’epoca risorgimentale, ma solo un approccio metodologico differente verso lo studio. I ragazzi hanno lavorato su documenti differenti tra di loro, unendo poi il materiale.
Abbiamo poi realizzato una mostra a scuola in cui abbiamo cercato di riprodurre parte del lavoro svolto,
coinvolgendo il coro e creando due piccole drammatizzazioni.
La ricerca, ci preme sottolinearlo, è stata eseguita dai
ragazzi, con l’aiuto e il supporto degli insegnanti, ma
principalmente da loro; di sicuro il lavoro non è concluso e meriterebbe maggiori approfondimenti, ma ha
permesso ai ragazzi di “vivere” con i loro quadrisavoli
la vita quotidiana a Concordia. Alla fine, forse, di tutto
questo lavoro rimarrà l’interesse per i piccoli fatti, per
la storia locale, per la ricerca, per l’indagine metodologica, per la precisione… e la curiosità di andare oltre il
libro di testo, di spulciare le foto dei nonni, le iscrizioni
su una tomba, le lapidi in un cimitero, un vecchio libro
polveroso ripescato in un archivio o in un magazzino o
destinato al macero.
>> Il colera a Concordia nel 1855
Facendo la trascrizione dei registri parrocchiali, in particolare quello dei battesimi e quello dei morti dell’anno
1855 abbiamo potuto ricavare, pur non avendo i dati
del totale della popolazione, le seguenti informazioni:
i nati sono stati 64 e i morti 113. I numeri ci sono sembrati sorprendenti, ci ha impressionato particolarmente osservare che molti dei morti erano bambini piccoli
che ‘volavano al cielo’, ma soprattutto ci hanno fatto
pensare le cause di morte: moltissimi decessi avvenivano per febbri gastro-intestinali e, soprattutto a partire
dal mese di giugno, a causa del colera. Il particolare ci
ha molto incuriosito per due motivi: volevamo capire
che cosa fosse questa malattia, con quali sintomi si manifestava e se si poteva in qualche modo paragonare
alla peste che avevamo già incontrato studiando il Trecento; in secondo luogo ci ha colpito il fatto che il colera dilaga ancora oggi in alcune parti del mondo come
sentiamo dalle notizie provenienti da Haiti. Ci siamo
posti allora alcuni interrogativi quali la provenienza, l’eziologia, le cure del colera e abbiamo avuto la fortuna
di trovare molte risposte alle nostre domande grazie a
un’esperta, la dottoressa Monica Palù, autrice della tesi
di laurea Il colera a Portogruaro nell’Ottocento (18361893). L’autrice della tesi non solo ci ha prestato il suo
39
40
Particolari relativi ai tabelloni della mostra, con riferimento alla parte riguardante il colera
lavoro, ma è anche venuta in classe nostra, ci ha spiegato come ha condotto la sua ricerca e ci ha dato utili
suggerimenti su come fare una ricerca; infine, ha risposto a molte delle nostre curiosità.
Brani dall’intervista alla dottoressa
Generalmente il colera si trasmette per via orale. Nel
1855 a Concordia come pure a Portogruaro non c’erano
impianti di fognature e acquedotti e il vero problema
era l’approvvigionamento di acqua pulita; oltre a ciò,
le condizioni igieniche erano scarse e il colera trovava
terreno fertile per il contagio. La popolazione attingeva
l’acqua dal fiume Lemene oppure dai pozzi, spesso contagiati da micro-organismi. La malattia si evolve molto
rapidamente e può avere un esito letale in pochi giorni per l’imponente disidratazione: un malato di colera
può eliminare fino a 20 litri di acqua in un giorno.
Generalmente la fascia più colpita era quella dei poveri,
i quali erano malnutriti o denutriti e le loro condizioni
igieniche erano davvero precarie visto che spesso pascolavano nelle loro case animali domestici quali galline o maiali e il lavabo poteva trovarsi vicino a uno spazio di raccolta del letame.
Le principali misure preventive, come per la peste, consistevano nell’isolare i malati, sospendere tutte le fiere
e i mercati per ridurre al minimo i contatti con il morbo;
inoltre, era vietata la vendita di vino novello, di frutta
acerba o troppo matura. I morti di colera erano seppelliti il giorno stesso del decesso, la sera tardi, sia per il
timore del contagio, sia per evitare di seminare il panico tra la popolazione. Per lo stesso motivo, le autorità
chiedevano ai parroci di non suonare con insistenza le
campane, il cui rintocco avrebbe contribuito alla crescita esponenziale della paura.
Nelle situazioni difficili da controllare non manca chi
cerca di trarre guadagno personale soprattutto chi è in
difficoltà e vive di espedienti. È il caso di un facchino
originario di Concordia, Luigi Olivier, che chiede a Gio
Batta Fantinel della parrocchia di Summaga un sussidio
a favore del fratello di questi, Giacomo Fantinel. Gio
Batta affida il denaro a Olivier, ma scopre che il fratello
non riceve il denaro e denuncia il facchino.
Le autorità austriache fronteggiano il colera attraverso
la mobilitazione dell’apparato amministrativo-sanitario,
il quale era molto organizzato per gli standard dell’epoca. Viene istituita la figura del medico condotto, tenuto
a curare gratuitamente i poveri e Portogruaro è il luogo
del ‘chirurgo scientifico distrettuale’, il quale presta assistenza come gli altri medici condotti e deve attuare
vaccinazioni nel caso si manifestino malattie contagiose. Le autorità austriache mirano, attraverso i canali
amministrativo-sanitari, a raccogliere informazioni e
dati attraverso i quali poter fare ricerche e attuare le
debite misure contro il colera. Gli stessi medici sono
chiamati dalle autorità a comunicare le terapie prescritte e i risultati che ottengono in modo da favorire confronti e suggerimenti. Fin da subito vengono praticate
misure igieniche, ad esempio la biancheria dei malati
viene disinfettata in appositi luoghi, i malati vengono
isolati, i pagliericci vengono bruciati, le case vengono
disinfettate con la calce, anche se molti cercano di evadere quest’ultima prescrizione probabilmente anche
per mancanza di mezzi. Infine, le autorità cercano di
eliminare i cumuli di letame, venduto come concime
ai contadini, dalle strade cercando di farlo convogliare in spazi appositi. Gran parte delle direttive e delle
attività delle autorità sono volte a perseguire l’igiene,
ma il problema rimane quello dell’approvvigionamento
idrico e della possibilità di attingere ad acque pulite. La
discussione per le opere di canalizzazione e la costruzione dell’acquedotto si protrarrà a lungo per i costi notevoli e sarà uno degli impegni importanti dello Stato
italiano.
1861 L’Italia è fatta
Il 1861 è l’anno cruciale nel cammino verso l’unità.
In quell’anno, il 17 marzo, Vittorio Emanuele II viene
acclamato re d’Italia dal parlamento piemontese divenuto nazionale.
“Il Senato e la Camera dei Deputati hanno approvato;
noi abbiamo sanzionato e promulghiamo quanto segue:
Articolo Unico: il Re Vittorio Emanuele II assume per Sé
e i suoi Successori il titolo di Re d’Italia…”
Sono le parole riportate nel documento della legge n.
4671 del Regno di Sardegna e valgono come proclamazione ufficiale del Regno d’Italia.
In realtà mancano ancora delle parti per completare il
puzzle della nostra Italia, come il Veneto che sarà annesso al nuovo Regno solo nel 1866.
Probabilmente a Concordia, ancora sottoposta al dominio austriaco, arrivavano le notizie di quanto accadeva nel resto del Paese che si andava formando. Certo,
non c’era la televisione, non c’era internet e non c’erano i social network; le notizie viaggiavano più piano ma
viaggiavano, tant’è che il 23 marzo, solo pochi giorni
dopo la prima seduta del Parlamento, nella nostra Concordia nacque una bambina alla quale venne messo il
nome di Annunziata Italia. In realtà, non sappiamo se
papà Giovanni Simon e mamma Luigia Pizzolitto, originari di Lugugnana, abbiano fatto questa scelta perché
spinti da spirito patriottico, resta comunque il fatto che
tale nome appare quanto meno singolare, essendo in
quell’anno l’unica bambina così battezzata1.
Concordia nei registri parrocchiali
Noi abbiamo cercato, attraverso la consultazione dei
registri parrocchiali, di mettere in luce la situazione demografica e capire, almeno in parte, che cosa accadeva negli anni del Risorgimento a Concordia. Grazie al
nostro Parroco, don Luigi Mascherin, improvvisamente
mancato proprio pochi giorni prima della presentazione a scuola del nostro lavoro, abbiamo avuto la possibilità di consultare in archivio parrocchiale tre registri:
• Il registro dei morti, che comprende le annotazione
relative agli anni 1843-1867
• Il registro dei nati, che comprende le annotazione relative agli anni 1842-1868
• Il registro dei matrimoni, che comprende le annotazioni relative agli anni 1843-1867
Sono libri molto grandi, con pagine ingiallite, spesso
compilati con una grafia poco chiara; è stato abbastanza
difficoltoso capire quello che vi è scritto e, a volte, non
siamo riusciti a risalire alla parola riportata. In quell’anno i registri venivano compilati dall’economo spirituale2 don Osvaldo Moretti; effettivamente, per prendere
confidenza ed abituare la nostra vista alla sua grafia, ci
abbiamo messo un po’: l’andatura è obliqua, spesso la s
e la f si confondono perché tracciate con un segno lungo riccioluto, la c è indicata con una linea, alcuni nomi
incontrati sono così strani da essere indecifrabili. Vero
è però, come ha notato qualcuno di noi, che in alcune
trascrizioni il Moretti scrive più chiaramente, forse perché meno affannato dalle incombenze quotidiane3.
Il registro dei morti
Il registro dei morti è un libro grande, rivestito con
carta a fiori, probabilmente in un tempo successivo al
Moretti, che riporta sul frontespizio un’etichetta con la
dicitura Registro dei morti, 1843-1867.
Esso è stato il primo su cui abbiamo lavorato e ha sollecitato in noi molta curiosità facendoci appassionare
alle storie che tra quelle trascrizioni quotidiane sono
emerse.
Mentre la Storia consegnava alla Patria i propri eroi,
la vita e la morte camminavano nel nostro Paese l’una a fianco all’altra ed a volte, con troppa irruenza, la
seconda chiedeva sacrifici molto alti alle famiglie dei
nostri avi.
Ci immaginiamo Osvaldo Moretti vicino ai parenti,
pronto a portare parole di conforto a chi aveva appena subito un lutto. Spesso purtroppo doveva consolare
delle mamme e dei papà che, anziché gioire della nascita di un figlio, ne piangevano la terribile perdita: consistente era infatti allora la probabilità di non sopravvivere al parto o di morire prematuramente.
Ci ha colpiti la storia di una giovane mamma, Maria Pellegrin di 33 anni; il suo decesso, avvenuto per (…)4
puerperale è registrato al n.21 il 28 marzo; proprio sopra, il 25 marzo, contrassegnato al n. 20, morì sotto
i travagli del parto, un neonato di sesso maschile, figlio proprio di questa Maria Pellegrin e di Massarutto
Giuseppe, rimasto ormai vedovo, senza il figlio e forse
con altri piccoli da crescere. Abbiamo anche la certezza
della difficoltà del parto: il piccolo infatti, la cui nascita
è registrata al n. 25 del libro dei nati, è stato battezzato
dal chirurgo, il medico del paese che fa la sua comparsa
solo in questa occasione5; questa singolarità testimonia
1. Annunziata Italia è segnata al n. 26 nel registro dei nati; è stata battezzata il 25 marzo, giorno scelto dalla Chiesa per ricordare l’evento in
cui il figlio di Dio si fa carne, fissato esattamente nove mesi prima della nascita di Gesù (Natale). È facile intuire che il nome della piccola voglia
essere in primis un ricordo del fatto religioso, ma unito a Italia suona più che profetico, come se, e qui voliamo di fantasia, i genitori abbiano
voluto augurare alla loro creatura di poter vivere in un’Italia nuova. Tant’è che ella è l’unica in questo anno così chiamata, mentre per esempio
nel 1866 troviamo una Vittoria Maria Italia e due Italia Maria.
2. L’economo spirituale era un parroco reggente che per svariati motivi, morte o altro, sostituiva il parroco titolare.
3. Non siamo esperti grafologi, ma essendo le scritture molto diverse probabilmente a volte non era lui a scrivere ma i cappellani presenti a
Concordia, anche se in calce troviamo la firma del Moretti.
4. Parola non decifrata
5. Altre volte invece era la levatrice che propter vitae periculum somministrava il battesimo.
41
42
il carattere drammatico con cui si sono svolti i fatti e
come un evento che doveva essere lieto si è poi trasformato, per questa famiglia, in una pesante croce6.
La triste storia di Maria Pellegrin
Vita e morte camminano vicine
Il caso, che a volte accompagna le scoperte
storiche, ci ha permesso di ricostruire la triste
vita di questa povera mamma.
Maria Pellegrin e Giuseppe Massarutto si sposano il 20 luglio 1850; il 5 marzo 1855 nasce
Giovanni, non sappiamo se primogenito.
La presenza registrata di due levatrici ci fa sospettare che il parto abbia subito complicazioni ed infatti …
Il piccolo Giovanni muore dopo un giorno, anche se il Parroco annota erroneamente Giovanni Massarutto … di giorni otto.
Il 25 marzo 1861 nasce un altro maschietto in
casa Massarutto (non sappiamo se tra il ’55 e
il ’61 siano nati altri bambini).
Anche qui qualcosa ci insospettisce … viene
chiamato addirittura il chirurgo, unica volta
in tutte le situazioni da noi analizzate, probabilmente il quadro generale è davvero drammatico, in più il bambino non ha neanche un
nome. Ed infatti …
il piccolo muore, sotto i travaglio del parto.
Anche la giovane Maria muore tre giorni dopo
il suo piccolo.
Questa storia ci ha fatto riflettere su come
la vita dei nostri avi fosse costellata da fatti
drammatici ed un evento, che doveva essere
lieto, si è invece trasformato per questa famiglia in una pesante croce.
Il giovane Giuseppe però ha deciso di reagire all’infausto destino e, con nostra grande
sorpresa … ha deciso di risposarsi con Teresa
Brussolo proprio nello stesso anno in cui la povera Maria è morta!
Ci piacerebbe scoprire se a questa nuova famiglia la vita ha riservato giorni più lieti!
Quando la morte sfacciatamente si porta via dei piccoli,
per registrarne il decesso viene, con delicatezza, utilizzata la formula volò al cielo, come a trovare conforto
nell’immagine popolare dei bambini che diventano angeli; quando si parla di un adulto si utilizza preferibilmente la dicitura morì.
Abbiamo inoltre scoperto che a Concordia operavano
anche due cappellani: don Giuseppe Peller (cfr. registrazione n.27) e don Giovanni Lazzarin (cfr. reg. n. 28).
Ma il dato che immediatamente emerge è che la metà
dei morti ha meno di 20 anni e ben 27 piccoli sono volati al cielo prima di compiere un anno.
Le cause di morte
Ma di cosa si moriva nel 1861 a Concordia? Osvaldo
Moretti riporta quasi sempre la causa della morte, la
quale allora aveva nomi molto strani7.
Nel 1866 a Concordia sono morte 69 persone, delle
quali 40 maschi e 29 femmine.
Di questi ben 24 sono bimbi sotto l’anno d’età (alcuni
morti pochi istanti dopo il parto), 4 tra i 12 mesi e i 24,
8 tra i 2 e i 10 anni, 4 tra gli 11 e i 20, 10 morti tra i 21 e
i 40 anni, 10 tra i 41 e i 60, 7 tra i 60 e gli 80 anni e ben
2 ultraottantenni (di 82 e 86 anni).
La mortalità infantile come si può notare era molto elevata, molti bambini non sopravvivevano al primo anno
di età: dall’analisi di questo registro si può notare anche che spesso la morte colpiva più volte nella stessa
famiglia. Uno di questi tristi casi è rappresentato dalla
famiglia Cominato Caldo (anche se la trascrizione del
cognome è incerta), che perde nel giro di 11 mesi un
bimbo di otto giorni, Antonio, e una bambina di 3 anni,
Caterina. Un altro caso è dato dalla famiglia Mior che
perde un bimbo di due mesi, Giuseppe, in novembre.
Sfogliando per un controllo di un dato il registro dei
morti dell’anno 1867 si scopre che un anno dopo, il 26
dicembre, nasce e muore lo stesso giorno un altro figlio
della coppia.
Diversissime tra loro le cause di morte, che venivano
trascritte con meticolosità dall’economo spirituale don
Osvaldo Moretti.
I registri parrocchiali forniscono indicazioni preziose
per conoscere i motivi dei decessi. Si scopre così che
alcune malattie non esistono più in queste zone (il tifo
ad esempio o il colera che aveva colpito la popolazione concordiese già nel 1855 ma che registra ancora un
paio di casi), altre invece che oggi sono facilmente curabili erano all’epoca mortali (come la dissenteria o la laringite); altre sono ormai sconosciute anche nel nome
(miliare, tabe, arioma).
Proprio quest’ultima è stata oggetto di ricerca, in quanto insolita e non precisa.
6. Tra l’altro, questo è l’unico caso in cui viene scritto che il corpo della giovane donna fu portato alla cella mortuaria per essere seppellito
accompagnata dal clero della Parrocchia.
7. Siamo riusciti a tradurre parole a prima vista illeggibili (a dire la verità, anche dopo la trascrizione, rimaneva l’enigma del significato) grazie
alla consultazione di una tabella stilata dal nostro Dirigente Scolastico, prof. Roberto Barbuio, che si trova a p. 153 di Portogruaro nell’Ottocento, contesto storico e ambiente sociale, a cura di R. Simonato e R. Sandron, Ediciclo Editore, 1995.
Leggendo varie fonti8 si deduce che possa trattarsi di
varie malattie (dal verme solitario, alle convulsioni, alle
malattie gastroenteriche, al meconio) legate ai bambini
(infatti i decessi per arioma coinvolgono neonati e bambini fino ai due anni).
Alle volte, purtroppo, un momento di felicità e di gioia
come la nascita di una nuova creatura, viene funestato
dal decesso della puerpera, che muore dando la vita
al figlio. È il caso di Natalina Furlanis, che muore a 41
anni di parto laborioso. La bimba, registrata sul libro
dei battesimi, le sopravvive. Ma possiamo immaginare
la difficoltà della famiglia privata così della moglie, della
madre, della donna di casa, con una piccola creatura
probabilmente affidata ad una zia o a una sorella più
grande.
Alcuni decessi risultano essere molto particolari e insoliti, come la morte di due giovani colpiti assieme da
un fulmine. Altri ancora legati alle circostanze storiche,
come la morte a causa di una ferita in combattimento
di Vendrame, che a 25 anni si trova a combattere dalla
parte degli Austriaci e muore per mano dei Bersaglieri
Italiani 3 mesi prima dell’annessione del Veneto all’Italia.
I neonati spesso morivano a causa di un parto difficile, stentato o per incapacità nella nutrizione (“impedita deglutizione”). Talvolta anche le madri morivano
durante il parto e non sempre i bambini riuscivano a
sopravvivere: è il caso di Antonio Bandiziol che muore
il 5 febbraio, dopo soli 20 giorni di vita. Viene segnalato
che la madre è già deceduta (anche se non è segnata in
questo registro) e quindi si può ragionevolmente presumere di parto. Nel registro dei battesimi non compare il nome del bambino e si può supporre che forse
la famiglia si trovasse in un altro comune e che dopo
la morte della moglie il marito si fosse spostato nel suo
paese d’origine alla ricerca d’aiuto; oppure che la dicitura “20 giorni” non sia corretta e che il bambino fosse
un po’ più grande. Per trovare risposta a questi interrogativi bisognerebbe consultare i registri dei battesimi
anche dell’anno precedente o controllare tutti i registri
dei matrimoni alla ricerca dei due sposi.
Qualche volte la vita era invece lunga e supponiamo
molto operosa: muoiono anche degli anziani, muniti
dei conforti religiosi, per “morte fisiologica”; ed è impressionante pensare a quanti avvenimenti storici sono
intercorsi tra la loro nascita e il decesso.
Le morti avvenivano ovviamente in tutti i mesi dell’anno, per quanto si può notare una preponderanza maggiore nei mesi freddi, probabilmente a causa dei rigori
invernali e della scarsità di riscaldamento nelle case.
Formule
Vengono usate moltissime formule differenti per indicare l’avvenuta morte. La più ricorrente, purtroppo,
è l’espressione “volò al cielo” per indicare la morte di
un bambino piccolo (ben 30 volte). A volte però anche
per i bimbi molto piccoli vengono utilizzate espressioni tipiche degli adulti, ad indicare una certa frettolosità
o stanchezza nel compilare i registri (oppure la mancanza di un formulario imposto). Di sicuro più creative
le formule “passò all’altra vita” (2 volte) ,“passò a vita
migliore” (2 volte, riferiti a una bimba di 21 mesi e ad
un’altra di tre anni), “fu trasportato da questa a miglior
vita” (anche questa formula usata per un bimbo di 10
mesi e dà comunque l’idea del volo in cielo, quasi fosse
già un piccolo angelo), “mancò ai vivi” (3 volte).
Altre formule ricorrenti
Nei registri vengono ripetute alcune formule, alcune in latino, altre invece in italiano. Le più frequenti e significative, oltre all’abbreviazione del
“fu” per indicare il decesso del genitore, sono:
• ob periculum vitae e ob periculum mortis (a
volte anche intra domesticas parietes) ad indicare l’imminente pericolo di vita (o di morte) del neonato e che quindi giustificava l’immediato battesimo da parte della levatrice;
• f.l.n., figlio legittimo naturale, formula usata
in caso di nascita dopo il matrimonio dei genitori;
• jugali per atto seguito, cioè “sposati in data
e nel luogo riportati in un documento”, ad
indicare l’avvenuto matrimonio tra i genitori del bambino e quindi la legittimazione del
bambino stesso;
• ed oggi fù battezzato, ad indicare la data del
battesimo (da notare l’accento su fu);
• tenendolo al Sacro Fonte , formula per indicare i nomi dei padrini.
8. Cfr. Federico Bozzini “L’imperatore e lo speziale: le vicende sanitarie di un comune veronese nella prima metà dell’Ottocento: Erbé, 18171847”, dove si legge: “Nel 1856 uno studioso cittadino di statistica sanitaria osserva come agli inizi del secolo fosse imponente il numero dei
fanciulli morti per arioma. Si meraviglia come verso gli anni Cinquanta questa malattia sia molto diminuita, ...”
E ancora: in Tradizioni popolari del Mantovano di Giovanni Tassoni (Olschki, 1964) si legge: “resiste qua e là invece l’abitudine di somministrare al bimbo un cucchiaino d’olio o di sciroppo di cicoria: si dice per liberarlo presto dal meconio (arioma) e dalle... impurità dello stomaco”...
Iinfine, lo storico Ugo Perissinotto ci fornisce questa ipotesi: “l’arioma è una misteriosa infermità che affligge i bambini e sconcerta ancora i
medici; tradizionalmente nota con l’intraducibile termine di arioma, come si legge su un sito dedicato all’antropologia medica trentina (http://
www.trentinocultura.net/radici/identita/come_siamo/antrop_medica_h.asp), dovrebbe essere una malattia infantile tipo gastroenterite o
più genericamente “convulsioni” che dà uno stato di agitazione. C’è anche un modo di dire veneto trentino che dice: tasi ‘n momènt che te
me fai vegnir l’arioma.
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Estrema unzione e conforti religiosi
Il sacramento dell’estrema unzione era molto noto
all’epoca (un po’ meno tra i ragazzi di oggi) e veniva impartito al malato. Il compilatore del registro annotava
diligentemente e scrupolosamente se il defunto avesse
ricevuto i “conforti religiosi” (talvolta sottolineato tutti
i conforti religiosi) o l’”estrema unzione”, specificando
spesso se si fosse anche confessato (“dopo confessato”).
Alcune volte, per i più svariati motivi che però non erano trascritti, il sacramento dell’estrema unzione non
era somministrato e quindi veniva riportata la dicitura
“senza poter ricevere i sacramenti religiosi” o “senza
sacramenti”. Alle volte viene citata anche una pontificia
benedizione alla salma. Tutti comunque sono seppelliti nel cimitero di San Pietro a Concordia, ad eccezione del gendarme morto in combattimento a Calto, in
provincia di Rovigo e lì seppellito nel locale cimitero. I
bambini che fossero morti senza aver potuto ricevere il
battesimo neppure dalla levatrice erano invece sepolti
fuori dalle mura della chiesa, in quanto non purificati
dal sacramento e quindi indegni di riposare in un luogo
consacrato quale il Cimitero.
>> Registro dei nati (1842-1868)
Con la stessa cura, il nostro economo compilava il registro dei battesimi che ci permette di capire il numero
dei nati nel 1861.
Ogni annotazione riporta il nome del bambino, dei
genitori, dei padrini9, il giorno di nascita e del battesimo e si scopre così che, rispetto ad oggi, il sacramento
del battesimo veniva somministrato già a pochi giorni.
Come già accennato, a volte era la levatrice che battezzava il bambino e questo avveniva quando il parto
aveva subito complicazioni e la vita del piccolo sembrava a rischio. (Adesso lo affermiamo con sicurezza ma
per capire chi fosse questa levatrice ci abbiamo messo
un po’, avanzando ipotesi assurde che evitiamo di riportare). In quell’anno a Concordia operavano quattro
levatrici: Lucia Furlanis Gozzo, Miorin Angela, Bellotto
Angela, Anna Moras (o Marcos). In due casi, le future
mamme si sono avvalse dell’aiuto di levatrici provenienti da Summaga: Domenica (???) (caso 46) e Bozza
Angela (caso 48); probabilmente queste famiglie abitavano nei pressi di Summaga.
Interessante notare, accanto al nome del bambino, la
sigla fln che sta per figlio naturale legittimo. Il parroco
doveva infatti accertare che la nascita fosse legittima,
avvenuta cioè all’interno del matrimonio (per questo
riporta anche la data di matrimonio dei genitori). Nel
caso di nascita illegittima, il parroco non doveva indicare il nome del padre, a meno che questi non fosse
venuto a richiederlo con due testimoni10.
In tre casi il bambino è registrato con NN cioè, come
abbiamo supposto, nessun nome.
Tristi i casi 96 e 97: nascono l’8 dicembre due gemelli:
Natale e Maria Gaiarin, fln di Marco e Boldarin Angela.
Qui niente ci fa sospettare il peggio perché il battesimo è stato somministrato dal Moretti, ma due croci riportate vicino ai nomi dei bambini ci fanno venire un
dubbio … infatti a soli sette giorni la piccola Maria volò
al cielo per indurimento celulare (?), raggiunta dal fratellino tre giorni dopo.
Così il registro dei nati, quello delle storie belle, si interseca continuamente con quello dei morti, in una corsa repentina in cui purtroppo troppo spesso la morte
ha il sopravvento.
>> Registro matrimoni 1866
Per registrare l’avvenuto matrimonio tra due sposi, si
trovano nel 1866 a Concordia due registri, uno più sottile, con la copertina rossa, che reca in doppia pagina
l’avvenuto matrimonio, i nomi degli sposi, la data di nascita, il paese di origine, l’età, spesso i mestieri (tutti
villici), i nomi dei genitori, dei testimoni (spessissimo
Bianco Osvaldo, uno dei sagrestani); l’altro invece,
scritto con scrittura incerta e sbiadita da don Osvaldo
Moretto, sempre in doppia pagina, che riporta anche
la promessa di matrimonio, che di solito avviene qualche settimana prima della cerimonia e che annuncia le
imminenti pubblicazioni e la loro data. Solo in un caso
questa nozze non sono poi avvenute… chissà per quale
motivo.
La ripartizione per mesi, come “scoperto” dai ragazzi, è
determinata dal lavoro dei campi e dalle liturgie della
Chiesa. In Quaresima ed in Avvento infatti non ci si poteva sposare e il 28 novembre è quindi l’ultimo giorno
utile dell’anno 1866, prima che inizi il periodo di preparazione al Natale. E infatti, terminato il periodo natalizio, dopo l’Epifania troviamo subito i matrimoni di
gennaio (10).
I tempi dei raccolti influenzano la scelta della data: i
matrimoni si celebravano infatti principalmente in novembre, perché il lavoro nei campi era terminato, perciò i contadini non erano più impegnati tutto il giorno;
inoltre con la vendita del raccolto dei mesi precedenti
avevano ricavato i soldi necessari per poter celebrare
il matrimonio. Inoltre, è stato trovato che nella civiltà
contadina non esistevano mesi di ozio: i mesi primaverili ed estivi erano dedicati ai campi, mentre i mesi
autunnali, dopo le vendemmie, alle cerimonie. In quelli
9. Alla registrazione 36 come padrino è riportato il nome di Giacomo Stringhetta, … che sia il nostro illustre concittadino, famoso cavatore di
pietre che per primo realizzò la pianta di Concordia romana?
10. Cfr. Brunello Piero, Acquasanta e verderame, Parroci agronomi in Veneto e Friuli nel periodo austriaco (1814-1866), p. 15, ed. CIERRE, 1996
Verona.
45
Registro dei matrimoni 1850-1871.
Dai cartelloni della mostra
Registro dei matrimoni 1843-1867
Dai cartelloni della mostra
invernali si aggiustavano gli attrezzi da lavoro.
I matrimoni non venivano celebrati di domenica, come
è usanza ai giorni nostri, ma durante la settimana; frequentemente venivano celebrati più matrimoni nella
stessa giornata, probabilmente tutti assieme, sicuramente nello stesso luogo “presso l’altare maggiore”.
La media dell’età degli sposi è di 23/24, mentre le spose sono un po’ più giovani (21 anni in media). La differenza tra i due in genere è di 2/3 anni.
Curioso notare come i primi 6 sposi fossero dello stesso
anno (a cui si aggiungono 2 negli ultimi mesi): su 18
sposi complessivi, di cui 16 di Concordia, ben otto si
sposano lo stesso anno. Piace pensare ad un gruppo
di persone che hanno condiviso le tappe fondamentali
della vita insieme.
A volte la differenza d’età tra gli sposi è notevole: sono
i casi di Fontanel Antonio e Pin Cattarina (40 anni lo
sposo e 22 la sposa; lui è di Portogruaro ed è vedovo) e
di Maurizio Giovanni di 39 anni e Padovese Catterina
di 27, entrambi nubili.
Lo sposo più “anziano” ha 44 anni (è del 1822) ed è al
secondo matrimonio e la sua sposa è la più anziana, 41
anni, ed è vedova pure lei.
Gli sposi maschi più giovani sono quelli del 1843 e hanno quindi 22 e 23 anni (a voler guardare il mese); le due
spose più giovani hanno appena 17 anni e quindi, come
tutte le spose minorenni, hanno dovuto chiedere e ottenere speciale autorizzazione che viene regolarmente
annotata e trascritta sul registro. La maggiore età si
raggiungeva al compimento dei 21 anni. Ci sono ben 8
spose minorenni.
La maggior parte dei matrimoni celebrati a Concordia
nel 1866 sono tra persone entrambe nubili (il termine
veniva usato indistintamente per maschi e femmine).
In un solo caso entrambi sono vedovi; e in due casi è
vedovo solo lo sposo, mentre la moglie è alle prime
nozze.
Osvaldo Moretti, economo spirituale. Dai cartelloni della mostra
La quasi totalità degli sposi (maschi) proviene da Concordia (16 su 18); in due soli casi lo sposo viene da poco
lontano (Portovecchio e Portogruaro) e in entrambi
questi casi lo sposo è vedovo. Le spose sono tutte di
Concordia.
>> Registro dei battesimi – Concordia 1866
Nascite e battesimi
Nel 1866 a Concordia sono nati 102 bambini, dei quali
50 maschi e 52 femmine.
11 di questi bambini morirono nello stesso anno, alcuni
dopo pochi istanti, altri dopo pochi mesi.
Le cause più frequenti di morte neonatale sono state:
impedita deglutizione, parto stentato o immaturo, enterite, astenia. Molti di questi bambini venivano battezzati subito dalla levatrice, proprio per scongiurare il
pericolo che morissero senza aver ricevuto il battesimo
e quindi non potessero essere seppelliti nel cimitero,
ma in un altro luogo, esterno al cimitero stesso e adibito alla sepoltura dei non battezzati. Il registro riporta diverse diciture per giustificare il battesimo da parte della
levatrice: la formula più frequente è ob periculum mortis, con la variante ob periculum vite (il dittongo latino
ae semplificato in –e). Il battesimo veniva dunque somministrato dalla levatrice che, secondo le disposizioni
dell’epoca, poteva impartirlo in caso di pericolo di vita
all’interno delle mura domestiche e non in battistero
(intra domesticas parietes, come nel caso di Maria Moretto, nata da parto gemellare il 31 gennaio, battezzata
dalla levatrice e poi deceduta il 19 febbraio).
In alcuni casi il bambino veniva successivamente ribattezzato, alla presenza di padrini, magari perché, nella
concitazione di un battesimo affrettato e forse con la
stessa madre in pericolo di vita, non venivano rispettati
tutti i momenti salienti della cerimonia. In un caso si
trova esplicitamente riportato il motivo per cui il bat-
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tesimo venne ripetuto: Fu battezzata dapprima dalla levatrice ob periculum mortis e poi fu ribattezzata
“solo condizione non essendo stata versata l’acqua sul
capo” (battesimo di Maria Boldarin, avvenuto il 2 Luglio 1866). In questo caso il padrino fu Osvaldo Bianco,
nome che ricorre altre 4 volte nel registro come padrino e in tre casi si tratta di ri-battesimi. (Egli era in quegli
anni nonsolo a Concordia).
I battesimi avvenivano in genere entro i sette giorni di
vita del bambino; la madre non assisteva alla cerimonia
in quanto non poteva entrare in chiesa prima dei 40
giorni di puerperio e anche allora doveva sottostare ad
una cerimonia di purificazione.
Matrimoni
Nel registro dei battesimi vengono annotati con scrupolosità anche i matrimoni dei genitori; infatti solo
i bambini nati da genitori sposati erano riconosciuti
come figli legittimi naturali (abbreviato in f.l.n.). Nel
1866 su 102 nascite solo una non è legittima, in quanto
i genitori erano solo fidanzati. La ricerca dell’avvenuto
successivo matrimonio ha permesso di scoprire che si
sono sposati il 21 gennaio del 1867.
L’analisi delle date di matrimonio ha dato alcuni risultati significativi: su 99 matrimoni ben 36 erano stati
celebrati in novembre, ovviamente di anni diversi. In
alcuni casi (3) non viene riportata la data esatta del
matrimonio, ma solo l’anno. Questo accade solo quando il matrimonio era stato celebrato non a Concordia
ma altrove, in un Comune vicino. La maggior parte dei
matrimoni erano stati celebrati a Concordia (74).
I matrimoni più “antichi” rispetto alla data di nascita
del figlio risalgono al 1842 e 1845, ben 24 anni prima;
i matrimoni invece più “recenti” sono della fine di gennaio e del 7 febbraio 1866, circa nove mesi prima della
nascita del bambino.
La levatrice
La figura della levatrice era preziosissima e tradizionale
nell’antichità e fino a pochi decenni fa, soprattutto nelle campagne e nei piccoli paesi.
Era un mestiere tradizionalmente femminile, frutto della cultura popolare, dell’esperienza delle donne, basato
sul rispetto della natura e sull’assenza di medicalizzazione del parto.
Soprattutto nella civiltà contadina, la levatrice godeva
di una notevole considerazione e di un certo prestigio,
era il testimone del succedersi delle generazioni e delle
nascite, accertava la venuta al mondo di un bimbo e ne
testimoniava l’identità presso il parroco (che sostituiva
l’anagrafe civile), era presente nei momenti lieti delle
nascite e in quelli tristi e dolorosi delle morti di partorienti e neonati.
Somministrava i battesimi in caso di necessità, quando
il parto difficoltoso o una nascita prematura facevano
La levatrice.
Dai cartelloni della mostra
temere per la vita del bambino. Talvolta il battesimo
veniva poi ripetuto. Già dal 1700 si trovano le prime
scuole di ostetricia in quello che sarà il futuro Stato italiano, ragazze che venivano istruite nelle più elementari norme di igiene, di puericultura e di conoscenza del
corpo femminile.
Talvolta venivano accusate di sortilegi, di pratiche superstiziose; spesso venivano da fuori città ed erano viste con sospetto dalle comari del paese.
Erano chiamate quando la partoriente cominciava a
manifestare i primi sintomi del travaglio, si occupavano dell’igiene della stanza (cosa per noi scontata, ma
che all’epoca non lo era affatto) e della donna, consigliavano la puerpera nelle nozioni fondamentali per
l’accudimento del neonato; spesso tornavano nei primi
giorni dopo il parto per visitare la madre e controllare
la salute del bambino (la mortalità infantile era molto
elevata).
Nel 1866 troviamo 8 levatrici che hanno assistito a 102
nascite (di cui due gemellari).
Un’ulteriore particolarità viene dal parto di Maria Gazzin, avvenuto il 6 giugno, in quanto unico caso in cui
erano presenti al parto due levatrici. Si è potuto ragionevolmente supporre che il parto fosse stato complicato, la bambina è stata infatti battezzata subito da una
delle due levatrici, Caenazzo Paola (il confronto con il
registro dei morti ha purtroppo rilevato che la bambina
è morta subito dopo, e come causa del decesso è stato
riportato “parto stentato”). Inoltre la data del matrimonio degli sposi –1847- aveva fatto supporre che la madre non fosse giovanissima. Dal controllo del registro
dei matrimoni del 1847 si è potuto scoprire infatti che
la madre era nata il 3 maggio 1825 e quindi al momento del parto aveva 41 anni, che era per l’epoca un’età
matura per avere figli.
Parto della levatrice.
Anche le levatrici partoriscono! Una delle partorienti
risulta essere Paola Caenazzo, che il giorno 12 giugno,
assistita dalla collega Lucia Furlanis, partorisce un maschietto, Alessandro Pietro Giovanni. Il dato interessante è che la Caenazzo torna al suo lavoro di ostetrica
dopo soli 44 giorni dal parto, insomma, appena terminato il canonico periodo di puerperio (40 giorni). Ci
piace immaginare che portasse con sé il bambino, per
allattarlo.
Nomi
Una delle ricerche più appassionanti è stata quella sui
nomi. Si è così potuto scoprire che spesso il nome del
bambino è quello di uno dei nonni. Il caso più emblematico è quello di Natale Rossano (nato il 12 novembre) che aveva entrambi i nonni di nome Natale (Natale
Rossano e Natale Padovese).
Sono state registrate anche alcune bambine “patriottiche”.
Nomi di patria, nomi di fede
Nel 1866 a Concordia nascono tre bambine che
abbiamo definito “patriottiche” in quanto vengono battezzate con il nome dell’Italia da poco
costituita (anche se non in Veneto).
In un caso il nome è accostato a quello della Vittoria e sempre, in tutti e tre i casi, a quello protettore di Maria:
• Vittoria Maria Italia Canciani, nata il 24 giugno, e battezzata il 12 luglio (fatto curioso,
in quanto i bambini erano battezzati dopo
un giorno o al massimo entro la settimana di
vita). I genitori si erano sposati a Portogruaro
nel 1859;
• Italia Maria Violin, nata l’11 ottobre;
• Italia Maria Bergamo, nata il 4 novembre.
Talvolta i nomi erano doppi e in alcuni casi anche
tripli (Ernesto Giovanni Pietro, nato il 3 gennaio,
Alessandro Pietro Luigi nato il 12 giugno; la già
citata Vittoria Maria Italia).
Alcuni particolari dei tabelloni della mostra realizzata dal
lavoro di ricerca dei ragazzi
In alcuni casi i primogeniti venivano battezzati con il benaugurante nome di Benvenuto o Benvenuta.
Il giorno di Ognissanti, 1 novembre, nasce una bimba a
cui viene imposto il nome di Santa (che però è anche il
nome del nonno materno).
Ultima particolarità: una delle madri si chiama Concordia (madre di Giovanni Furlanis, nato il 13 aprile) e dato
il luogo di residenza è piuttosto significativo.
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PARTE III - Le Giornate della Storia sandonatesi
Presentazione
dell’Amministrazione comunale
La città di San Donà di Piave ha solennemente celebrato nella primavera dello scorso anno il 150° anniversario dell’Unità della Nazione.
Non c’è parola migliore del termine “sussidiarietà”,
sancito dalla costituzione, per esprimere l’intensità
della collaborazione tra plurale espressione della cittadinanza ed istituzioni. Il movimento spontaneo che è
sorto intorno a questo momento celebrativo, sapientemente coordinato dal gruppo di lavoro sandonatese
per le “Giornate della Storia” ed il centro studi “Aldo
Mori” di Portogruaro, ha raccolto proposte, idee, iniziative emergenti da tutto il vasto mondo della cultura,
della scuola, dell’associazionismo, un insieme ricco di
sapienza, sensibilità ed operatività, fortunata risorsa di
cui la città è fiera.
E così attorno alla celebrazione si è costruita una attività
intensissima che ha portato all’organizzazione di eventi
condivisi ed accolti con entusiasmo dall’Amministrazione comunale attraverso l’assessorato alla cultura.
Le iniziative, attuate anche attraverso l’efficace coinvolgimento del mondo scolastico, e che si sono distribuite
in una serie di incontri, relazioni, interventi anche autorevoli sono culminate in due mostre organizzate presso le istituzioni cittadine; la prima di documentazione
storica ed artistica al Centro culturale “Leonardo da
Vinci”, allestita grazie alla sensibilità di studiosi, artisti e
collezionisti locali, e la seconda al Museo della Bonifica
dovuta alla sentita partecipazione del Circolo Filatelico
Numismatico Hobbies vari Sandonatese.
Esprimiamo gratitudine e plauso per tutti coloro che
attraverso la loro collaborazione diretta con tangibile
passione e senso civico hanno reso disponibili le loro
raccolte per una fruizione pubblica di ottimo livello documentativo ed estetico.
Le risorse economiche civiche, da destinare agli interventi culturali, si trovano in questo momento contingente ad essere ristrette ad una sempre minore entità,
ma la risposta data dall’intera città per questo evento
commemorativo fa ben sperare anche per occasioni future.
Ancora una volta, pertanto, desideriamo indirizzare le
espressioni di ringraziamento a nome di tutta l’Amministrazione cittadina agli organizzatori, agli istituti scolastici, a tutte le associazioni, ai collezionisti, agli sponsor,
agli appassionati che sono intervenuti anche con il solo
apporto collaborativo e gratuito, affinché gli eventi qui
ricordati potessero ottenere un apprezzabile successo.
Pietro Furlan
Francesca Zaccariotto
Assessore alla Cultura Sindaco di San Donà di Piave
>> Giornate della Storia
In cammino verso l’Unità
In occasione del 150° Anniversario dell’Unità d’Italia, il
Centro di Documentazione “Aldo Mori”, la Città di San
Donà di Piave, con la collaborazione della Provincia
di Venezia e delle Associazioni Culturali del territorio,
delle Scuole del Distretto Scolastico e la partecipazione
delle Associazioni Combattentistiche, hanno organizzato le “Giornate della Storia - In cammino verso l’Unità”.
Esse hanno avuto avvio il giorno 15 Maggio 2011 in
Piazza Indipendenza con la cerimonia dell’alzabandiera,
alla presenza delle Autorità Politiche, delle Associazioni
Combattentistiche, della Fanfara dell’A.N.B - sez. di San
Donà e si sono concluse il giorno 29 Maggio 2011.
Il progetto si proponeva di dare voce alle diverse forme espressive e culturali, volte alla ricostruzione degli
aspetti e delle vicende che hanno interessato il territorio ed il nostro paese, nel periodo precedente e successivo all’unità.
Questo periodo storico è stato determinante per l’assetto sociale e istituzionale della nostra nazione, coinvolgendo visioni politico-culturali diverse, sostenute da
insigni uomini che si sono impegnati nella realizzazione
e attuazione dei propri ideali.
Il nostro Paese ha visto la presenza, per molti secoli, di
Stati tra loro separati o sottomessi a potenze straniere
e ha raggiunto la libertà e l’unità solo in seguito a moti,
insurrezioni, guerre.
Il territorio a noi circostante è stato parte attiva dei processi storici accaduti a livello nazionale e internazionale, come testimoniano ricerche, lavori di storia locale e
opere di artisti del luogo.
Consapevoli che l’Unità sia un percorso che deve essere costruito nella valorizzazione delle diversità, Enti,
Istituzioni Educative e Culturali, Associazioni e Scuole
hanno collaborato per approfondire aspetti della variegata realtà sociale, istituzionale, storica, culturale ed
artistica, arricchendo il quadro della conoscenza.
Il libro di Antonio Caprarica “C’era una volta
in Italia”
Il libro di Mario Pettoello
“Nelle Terre Basse”
Si sono uniti nella ricerca storica ambiti e visioni differenti, secondo modalità e approcci consoni alla propria
specificità, nell’intento di far conoscere, anche ai giovani, attraverso l’utilizzo di diversi linguaggi (della storia,
dell’arte, della letteratura, dell’informatica, della musica e del teatro), avvenimenti e personaggi che hanno
caratterizzato la storia del Risorgimento.
Il progetto si è quindi tradotto in molteplici iniziative:
conferenze, mostre, spettacoli.
Dibattiti e relazioni hanno ricoperto un ampio panorama culturale trattando tematiche storiche, artistiche,
istituzionali.
La dottoressa Chiara Polita ha illustrato la pittura del
periodo a partire dall’Unità, soffermandosi su pittori
locali, quali Emanuele Bressanin e Vittorio Marusso; il
dottor Dino Casagrande ha esposto la ricerca condotta
per conoscere “La località Forte del ‘48 e la Resistenza
di Venezia”.
Lo scrittore Mario Pettoello ha presentato il suo libro
“Nelle terre basse”, vincitore del premio letterario “Todaro Faranda”, mentre il giornalista Antonio Caprarica
ha guidato nel viaggio fra patrioti, briganti e principesse, con il libro “C’era una volta in Italia”.
Il Presidente emerito della Corte Costituzionale professor Valerio Onida e il dottor Edoardo Pittalis hanno illustrato il tema “Dallo Statuto Albertino alla Costituzione
Italiana, passando attraverso le proposte repubblicane,
federali e unitarie”, mettendo a confronto le proposte
statutarie e il percorso culturale che ha condotto alla
stesura della Costituzione Italiana.
Il Professor Fulvio Salimbeni, docente di storia contemporanea all’università di Udine, ha sollecitato il dibattito con i giovani studenti delle scuole superiori, ponendo la domanda “Sono giovani i valori risorgimentali?”
Le riflessioni sono state accompagnate dai brani del
gruppo musicale giovanile “Ecocostante” che ha intonato canzoni di impegno, foriere di ideali.
Dal Risorgimento sono inoltre giunte delle Lettere alla
“Cara Italia” presentate, lette, interpretate dal Centro
Culturale “Ca’ Tessere”.
Il libro di Dino Casagrande “Il Forte del ‘48”
L’evento promosso dal
Centro Culturale “Ca’ Tessere”
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Due immagini della mostra “1848-1866: Unità d’Italia raccontata dalla Filatelia e
dalla Numismatica” presso il civico Museo della Bonifica di San Donà di Piave
Particolare della mostra “Novembre 1917-Novembre 1918. Il Particolare della mostra “Notifronte a casa nostra” dell’Ass. C’era una volta Musile
zie in cronaca”
Sono state allestite anche diverse mostre.
Un’ esposizione di libri sul tema “Dalla Restaurazione ai
giorni nostri” è stata organizzata dalla Biblioteca Civica;
una di pittura “Forme e colori della nostra Terra” è stata realizzata dall’Accademia d’Arte Vittorio Marusso con
quadri degli allievi dell’Accademia che rappresentavano
soggetti del Risorgimento e aspetti del nostro ambiente, pennellato da corsi d’acqua, vegetazione rigogliosa,
ampie distese. Nella Galleria Civica del Centro Culturale
“Leonardo da Vinci”, sono state accolte altre mostre di
carattere storico come: “Nel 1861 noi Veneti non c’eravamo” dell’Associazione “Serenissima Repiovega”,
“Notizie in cronaca. Risorgimento - Fogli Gazzette, giornali” curata da Fabio Cecchinato, Chiara Polita, Maria
Trivellato, e poi “Novembre 1917- Novembre 1918- Il
Fronte a casa nostra” dell’Associazione Culturale “C’era
una volta Musile”.
Sono stati tracciati dei percorsi di Storia attraverso l’esposizione di giornali, gazzette, medaglie, documenti,
fotografie per ripercorrere gli avvenimenti del periodo
risorgimentale accaduti a livello nazionale e locale.
Presso il Museo della Bonifica, la mostra “1848-1866:
Unità d’Italia raccontata dalla Filatelia e dalla Numi-
La mostra dell’Accademia
d’Arte V. Marusso
Pannello dell’ Ass. Serenissima Repiovega
smatica”, fatta in collaborazione con il Museo, ha presentato un significativo numero di francobolli, monete
e medaglie, inaugurandola con un annullo filatelico.
Il Gruppo “El Solzariol” ha prodotto un cd su “Unità d’Italia, fatta e da fare.. a San Donà”, approfondendo lo
studio del territorio.
Il progetto “In cammino verso l’Unità” si è svolto in sinergia con le scuole del Distretto Scolastico, che hanno
condiviso il tema del progetto. Gli studenti, guidati dai
loro docenti, hanno realizzato interessanti e originali lavori di ricerca, producendo dispense, quadernoni,
cartelloni, disegni, illustrazioni, cd, dvd, esposti in Sala
Conferenze del centro Culturale della Città. Gli alunni
degli Istituti Comprensivi di San Donà, nell’intento di
esprimere lo spirito di unità delle Scuole, hanno interpretato, in modo corale, attraverso letture, canti, balli,
drammatizzazione, gli eventi, i personaggi, i valori, gli
ideali che hanno attraversato e formato il periodo risorgimentale, coinvolgendo gli spettatori in un viaggio
teatrale ricco di immagini ed emozioni.
Attingendo al patrimonio musicale italiano, le Giornate della Storia si sono concluse con “L’Italia in…canto.
Cinquant’anni di melodie”, ricco programma presen-
tato dal Circolo Culturale Musicale “E. Segattini”e dal
Coro Lirico Sandonatese con i “Pueri Cantores”. Passando attraverso i vari generi della musica classica, del
melodramma a quelli più leggeri e popolari borghesi,
romanze, operette e canti, è stata ricostruita la nostra
identità nazionale, accogliendo in un armonioso abbraccio gli Italiani presenti “In cammino verso l’Unità”.
La rassegna “Dalla Restaurazione ai giorni nostri”
curata dalla Biblioteca Civica di San Donà di Piave
Si ringrazia per la collaborazione nella realizzazione delle Giornate della Storia: il Sindaco di San Donà di Piave,
dott.ssa Francesca Zaccariotto, la Provincia di Venezia,
l’Ufficio Cultura, l’Assessore alla Cultura, prof. Pietro
Furlan, la dottoressa Sara Campaner, il Museo della
Bonifica, le Scuole, la Biblioteca Civica, le Associazioni
Combattentistiche, le Associazioni Culturali del territorio, la libreria Moderna.
Hanno partecipato:
L’Assessore alla Cultura di San Donà di Piave, prof.
Pietro Furlan (a destra) inaugura le mostre in Galleria Civica. A sinistra dell’Assessore: la prof.ssa
Maria Trivellato e il prof. Fabio Cecchinato
I.C. “Ippolito Nievo” S. Donà di Piave, I.C. “R.Onor”, S.
Donà di Piave, I.C. “L. Schiavinato” S. Donà di Piave ,
C.F.P. “S.Luigi” S. Donà di Piave , I.T.G. “Carlo Scarpa”
S. Donà di Piave, I.T.I. “Vito Volterra” S. Donà di Piave,
I.T.C. “Leon Battista Alberti” S. Donà di Piave, L.C. “E.
Montale” S. Donà di Piave, L.S. “Galileo Galilei” S. Donà
di Piave, L. L. “S.Luigi” Eraclea, I C “ G.Mazzini” Noventa
di Piave” , I.C. “E.Mattei” Meolo; I.C. “E.Toti” Musile di
Piave, I.C. “E.de Amicis” Eraclea, I.C. “ G. Marconi” Ceggia, I.C. “G.Toniolo” Santo Stino di Livenza.
Accademia “V.Marusso”, ANPI, AIART, Bandiera Gialla,
Biblioteca civica, C’era una volta Musile, Comitato d’intesa tra le Associazioni Combattentistiche e d’Arma, El
Solzariol, GRIL, Gruppo Musicale Ecocostante, Circolo
Culturale e Musicale “E Segattini” , Circolo FilatelicoNumismatico ed Hobbies vari Sandonatese, Comitato
Nazionale di Poesia dialettale premio Lisa Davanzo,
Fanfara dell’A.N.B, Forum della Città del Piave, Libreria
Moderna, Museo della Bonifica, Poste Italiane, Serenissima Repiovega, UCIIM, UNIPER.
Alcune immagini relative ai lavori delle scuole esposti
presso la sala conferenze del Centro Culturale “Leonardo da Vinci” - S. Donà di Piave
51
A-Incontri
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[29 maggio]
Dallo Statuto Albertino alla Costituzione
repubblicana passando attraverso le proposte repubblicana, federale ed unitaria
Due testimoni, il dottor Edoardo Pittalis e il Presidente
emerito della Corte Costituzionale, Valerio Onida, hanno raccontato la loro “storia” della Costituzione. Tutti
e due infatti hanno vissuto gli anni della nascita e del
faticoso affermarsi di questa carta fondamentale della
nostra repubblica.
Il giornalista E.Pittalis è nato nel 1948, in un’Italia uscita
da poco dalla guerra, nonostante ciò si definisce fortunato rispetto al nonno che ha vissuto sia l’esperienza
dell’emigrazione che quella della guerra e al padre che
ha combattuto le due guerre del XX secolo. Fortunato
anche grazie all’art.11 della Costituzione che ripudia la
guerra e gli ha garantito una vita di pace, e all’art. 34
che garantisce il diritto all’istruzione, che ha permesso
a lui e a molti altri giovani di studiare anche se poveri,
ponendo le basi di una società di uguali e di liberi.
Libertà che ha sempre avuto nella sua professione, non
ha mai avuto un ministero che gli dicesse cosa scrivere,
anche se la censura, magari sotterranea e discreta, c’è
sempre stata. La libertà e la democrazia sono beni indivisibili che vanno protetti tutti i giorni. Per questo non
si deve dimenticare il passato, che ci serve per capire
da dove vengono il diritto, la libertà e la democrazia.
Il dottor Pittalis ribadisce la fortuna che ha avuto di fare
liberamente un lavoro che gli piaceva, cosa che non
è garantita alla generazione attuale che stenta a trovare un lavoro, situazione aggravata dal forte tasso di
abbandono scolastico; è questa la generazione che ha
meno prospettive rispetto alle precedenti. La Costituzione, se applicata bene, potrebbe garantire a questi
giovani quei diritti di cui sono privati.
Interviene, di seguito, il prof. Onida, che sottolinea
come i festeggiamenti del 150° siano un’occasione per
guardare indietro e volgere lo sguardo in avanti per
progettare il futuro.
Racconta che l’Italia territorialmente si è formata come
allargamento del Regno di Sardegna, per opera di una
monarchia non italiana, i Savoia, attraverso le guerre
d’indipendenza. Dal punto di vista politico è nata non
con un originale processo costituente, ma con l’estensione dello Statuto Albertino a tutto il territorio, permanendo comunque profonde divisioni, ad esempio
tra Stato e Chiesa.
Il fascismo non ha abolito la Costituzione, che è rimasta quella del ’48: di fatto, l’ha resa un guscio vuoto.
Non c’era una Corte Costituzionale; gli stati autoritari
rifiutano la Costituzione perché non ne accettano le
premesse: uguaglianza, libertà, democrazia. Lo Stato
Una pagina dell’opuscolo “Giornate della Storia. In cammino
verso l’unità”, relativo al programma delle iniziative promosse a San Donà di Piave
nazionalista, che affermava la propria superiorità con
la forza, aveva annullato la coesione e accentuato le divisioni sociali.
Così il fascismo apparentemente ha chiuso la frattura
tra Stato e Chiesa, in realtà ha lasciato aperta questa
ferita, dando vita ad uno stato confessionale, l’unica
religione era quella cattolica, ma in cambio di questa
concessione vi era un asservimento delle coscienze alla
mistica del fascismo.
Nel 1943, al crollo del fascismo, l’Italia era nella situazione peggiore, il paese era diviso in due parti: a nord
la Repubblica Sociale Italiana, a sud il governo provvisorio. Ma è proprio nel periodo dal 1943 al 1945 che
si riesce a cogliere all’origine la funzione storica della
Costituzione, gli uomini della resistenza che avevano
combattuto per dare vita ad un nuovo stato italiano lo
avevano fatto per un’Italia unita. La liberazione e la fine
della guerra coincidono con una ricerca di unità.
Il referendum sul tipo di stato che il paese doveva darsi,
ha evidenziato le divisioni esistenti, l’Italia era divisa in
due: a nord prevaleva la repubblica, anche perché c’era
stata la resistenza, a sud la monarchia.
L’Assemblea Costituente del popolo italiano ha voluto
ricostruire lo stato al di là di divisioni territoriali, economiche, sociali, politiche. Infatti il primo Presidente
della Repubblica è stato Enrico De Nicola, liberale, monarchico. È stata una scelta consapevole, si voleva che
gli elementi di frattura portassero all’unificazione tra
nord e sud e tra forze politiche. La ricerca di un terreno
comune si è concretizzata in uno stato costruito sulla
base del riconoscimento della persona, come base della convivenza.
La Costituzione è nata come segno di unità al di là delle
divisioni profonde che esistevano tra i tre grandi partiti antifascisti, di maggioranza nella costituente. Nonostante i contrasti tra i partiti, la Costituzione ha proseguito nella sua formulazione e ha sancito la prima vera
unità d’Italia, una e indivisibile, riconoscendo e promuovendo contemporaneamente le autonomie locali.
Solo in questo momento viene risolta la storica frattura tra Stato e Chiesa con il riconoscimento, attraverso
l’art. 7, di una reciproca libertà, per arrivare a quando
la Corte Costituzionale enuncia il principio della laicità
dello Stato.
La Costituzione riafferma lo Stato Nazionale non più
come entità che cerca di sopraffare altri stati, art 11,
ma esprime la consapevolezza che c’è un’umanità che
comprende tutte le Nazioni, che difende gli stessi principi in tutto il mondo.
La Costituzione è quindi un fattore fondamentale di
unità, che garantisce il rispetto delle diverse forze politiche, l’autonomia dei poteri dello Stato, la convivenza
pacifica tra idee, religioni, razze. Tutto questo la rende
un patrimonio irrinunciabile per il nostro paese.
[28 maggio]
Sono giovani i valori risorgimentali?
Dialogo tra uno storico e voci
Com’eran belli i Mille in quella prima
Gigante pugna di liberatori!
Imberbi i più, delicati e snelli
Come fanciulle, dell’intelligenza
Figli diletti! E come fiero io son
D’appartenere a quella schiera! …
(dal Poema autobiografico di Giuseppe Garibaldi)
Accompagnati da questi appassionati versi dell’Eroe
dei due Mondi, che ben rievocano ed esprimono la giovinezza dei valori risorgimentali, ripercorriamo la bella
giornata dedicata alle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia.
È stato un incontro che ha saputo comunicare con i giovani delle scuole medie superiori, raccontando le vicende del Risorgimento attraverso il linguaggio verbale e
musicale. Con l’alternarsi degli interventi dello storico
prof. Fulvio Salimbeni e del Gruppo Musicale “Ecocostante”, è stato possibile cogliere ed esprimere in modo
efficace e coinvolgente quegli aspetti e quei significati
del Risorgimento italiano che, oltre a valere come un
insostituibile patrimonio di valori umani e civili per la
nostra identità nazionale, si sono ampliati nello spazio
e nel tempo in modo tale da toccare personaggi e vicende della storia contemporanea.
Dopo una breve introduzione del moderatore, prof.
Francesco Carrer, il Gruppo Musicale propone la toccante, per ricchezza d’umanità, canzone di Fabrizio De
André “La guerra di Piero”.
L’assessore Giansilvio Contarin porta, quindi, il saluto
dell’Amministrazione comunale dicendo: “L’Amministrazione è orgogliosa di accogliere le scuole di San
Donà ed Eraclea per celebrare i 150 anni dall’Unità.
Questa ricorrenza serve a tutti per ripercorrere la storia
del nostro Paese. La guerra di Piero, un giovane che ha
perso la vita in battaglia. È importante ricordare i sacrifici dei ragazzi che sul Piave hanno dato la loro vita per
la nostra nazione”.
Il prof. Carrer, quindi, sottolineando il messaggio di
fratellanza e solidarietà umana che, pur nelle tragiche
vicende di una guerra, deve comunque valere per ogni
persona e, in particolare, per le nuove generazioni,
cede la parola al relatore, prof. Salimbeni.
Il suo intervento riesce a toccare e connettere diversi
aspetti e componenti del Risorgimento quale evento
fondativo della nazione italiana: dagli aspetti politicorivoluzionari, agli autentici e profondi valori di civiltà
che li hanno promossi, diffusi e accompagnati; valori
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che sono stati veicolati attraverso la Letteratura, la Musica, lirica e popolare, la Pittura.
Per quest’ultima, vale la pena di ricordare il celebre
quadro “Libertà che guida il popolo” di Eugène Delacroix (opera pittorica emblematica nel rappresentare la
rivolta del popolo sulle barricate) e il quadro di Francesco Hayez che esprime la passione giovanile e amorosa.
La ballata “La Bella Gigogin” è quel motivo pieno di freschezza giovanile che ha accompagnato l’entusiasmo
dei giovani garibaldini in battaglia; ma sono, poi, le opere liriche di Verdi e di Rossini quelle che scandiscono
più in profondità il significato dell’epopea risorgimentale; eseguite e rappresentate nei teatri, riuscivano,
comunque, a trovare una diffusione sempre più vasta
e capillare fra la gente del popolo che, analfabeta per
il 90%, poteva tuttavia cogliere ed esprimere attraverso le ariette liriche sia la pena per la mancanza di una
patria che il desiderio d’indipendenza dallo straniero e
della libertà.
L’importante ruolo che la musica lirica ha svolto nella
coscienza risorgimentale è stata ben evidenziata nel
film “Senso” di Luchino Visconti, la cui sceneggiatura è
ispirata all’omonima novella di Camillo Boito; nel cast,
tra gli altri, eccelle l’interpretazione di un’intensa e bravissima Alida Valli; l’ambientazione storica è quella del
Veneto del 1866, alla vigilia della terza guerra d’indipendenza.
Il prof. Salimbeni ricorda come Il film si apra con la rappresentazione, alla Fenice di Venezia, dell’opera lirica
verdiana de “Il Trovatore”, e come questa divenga, allora, una preziosa occasione per risvegliare nei Veneti
quello spirito patriottico che li spingerà alla lotta per
riunirsi alla ‘madre’ Italia.
All’esposizione del prof. Salimbeni si intercalano, in
modo appropriato e quanto mai avvincente, gli interventi musicali del Gruppo “Ecocostante”.
Segue alla “Guerra di Piero” la canzone “Camicia rossa”,
come ineludibile elogio al simbolo dell’epopea garibaldina.
La canzone “Comandante Che Guevara” offre, poi, lo
spunto per allargare, attraverso il celebre politico e
guerrigliero argentino, lo sguardo nello spazio e nel
tempo e cogliere così esperienze diverse di lotta per la
libertà; peraltro, fin dall’inizio l’internazionalismo ha
costituito un’innegabile componente del Risorgimento
italiano: giovani italiani che vanno a combattere per la
libertà dei Greci e dei Polacchi, e le camicie rosse partecipano, in Serbia e Albania, alla guerra contro l’impero
turco.
Fratellanza tra le nazioni e solidarietà nella questione
operaia (società di mutuo soccorso piuttosto che la
marxiana lotta di classe) sono tra i principi più convinti
ed essenziali nel pensiero politico di Giuseppe Mazzini;
non a caso di questi principi ha fatto tesoro anche il
Mahatma (Grande Anima) Gandhi nella sua lotta nonviolenta per la liberazione dell’India.
Il prof. Salimbeni e il prof. Carrer, durante la conferenza presso l’Auditorium del Centro Culturale “Leonardo da Vinci”
Ulteriore conferma di come i grandi protagonisti del Risorgimento italiano, in particolare Garibaldi e Mazzini,
siano noti ed apprezzati nel mondo intero e, purtroppo,
molto di più che nel nostro paese.
Per tornare a Mazzini, un valore speciale assume nel
suo pensiero l’impegno nell’educazione, che il grande
Apostolo dell’Unità italiana mette in pratica durante
gli anni del suo esilio in Inghilterra, aprendo scuole per
emigrati e figli di emigrati.
E quello della scolarizzazione è, anche, uno dei problemi più profondi ed urgenti che il nuovo stato italiano si
trova a dover affrontare. L’acquisizione della lingua italiana e del bagaglio storico-culturale resta un inderogabile imperativo per la formazione di un comune sentire
e di un consapevole senso di cittadinanza: ecco il ruolo
decisivo che doveva svolgere l’istruzione e l’educazione
scolastica.
Merita ricordare l’esperienza di Quintino Sella, uomo
politico della Destra storica, attivissimo nel realizzare
scuole per la formazione professionale, che, durante i
pochi mesi in cui si trova a Udine, pensa non solo alla
linea ferroviaria, alla banca, ma anche alla scuola e
pone, così, le fondamenta dell’Istituto “Antonio Zanon”
uno dei più prestigiosi per la formazione professionale.
Ma è stata, ancora una volta, la drammatica e tragica
esperienza della Battaglia del Piave (1917-18), dove a
fianco dei Veneti si sono ritrovati Sardi, Siciliani, Pugliesi, Italiani provenienti da tutte le regioni d’Italia, a cementare il comune sentimento di patria.
Anche pensando a questo sentimento di partecipazione, inteso ora a costruire una società democratica
sempre più civile e solidale, l’incontro si conclude con
la canzone di Giorgio Gaber “La libertà” … perché la libertà è anche, appunto, partecipazione.
[27 maggio]
Le scuole del nostro territorio
si incontrano
“È la giornata delle “Scuole nell’Unità”, che si incontrano per festeggiare insieme un evento, tappa di un
cammino che impegna a realizzare il progetto della
vita personale e della nostra nazione. È la celebrazione
dell’Unità del Paese opposta alla divisione, ma non alla
diversità. Unità che richiede umiltà, partecipazione, impegno e conoscenza. I docenti hanno affidato ai ragazzi
l’impegno di ricordare momenti che hanno fondato il
nostro stato; con professionalità, fatica ed entusiasmo
hanno avviato un percorso sociale-educativo che la
scuola non interrompe mai”.
Con queste parole la prof. Trivellato ha dato inizio alla
giornata dedicata alle scuole, dopo che si erano spente
le note dell’Inno di Mameli, eseguito, con testo integrale, dal coro dell’Istituto Comprensivo “Ippolito Nievo”.
L’assessore Seren Rosso ha portato poi i saluti dell’Amministrazione e invitato gli studenti all’impegno perché
loro rappresentano il futuro e devono conservare i valori e i principi dell’unità.
Si sono succeduti i dirigenti dei tre Istituti Comprensivi
di San Donà di Piave. La prof.ssa Morena Causin dirigente dell’I. C. “I.Nievo” ha sottolineato l’emozione nel
vedere tanti giovani che insieme celebrano l’unità di
una nazione ricca di cultura e d’arte. La prof.ssa Anna
Maria Babbo dirigente dell’I.C. “L.Schiavinato” ha auspicato che i principi, che hanno accompagnato le celebrazioni, possano restare nel cuore di ogni giovane e
guidarlo nella sua crescita. Il prof. Vincenzo Sabellico,
dirigente dell’ I. C. “R. Onor”, ha dichiarato di aver colto con entusiasmo la proposta di condividere le celebrazioni perché ritrovarsi insieme è il modo migliore
e più significativo per esprimere l’ importante evento
dell’unità.
Gli alunni della terza A dell’Istituto “Romolo Onor”
hanno quindi presentato “L’Unità d’Italia viene da lontano”.
“L’Unità d’Italia viene da lontano, viene dall’unione linguistica che precede quella politica. … L’Unità nazionale
è quindi il coronamento di un’Unità linguistica che ha le
radici nel nostro passato”.
I ragazzi si sono alternati poi nella lettura di brani tratti
dai testi De vulgari eloquentia, in cui Dante parla dell’unità geografica e linguistica del nostro paese , Dell’amor
patrio di Dante, in cui Giuseppe Mazzini spiega come il
valore educativo, civile e religioso dell’arte promuova
l’elevazione spirituale di un popolo. è stato letto un passo del Discorso sulla Costituzione di Pietro Calamandrei
che invitava i giovani ad amare e difendere la nostra
Costituzione, momento conclusivo della nostra unificazione. Gli alunni hanno concluso con alcune riflessioni
sull’Unità scritte dagli alunni stessi. Durante tutta la lettura, sullo sfondo si sono susseguite immagini di personaggi ed eventi che rappresentano la storia patria.
Subito dopo sulle note dell’Inno di Mameli, in forma
rap, altri ragazzi si sono esibiti in un ballo. Nel chiacchiericcio diffuso che segue un momento di forte attenzione, sono saliti sul palco i bambini della scuola primaria del “Forte ‘48” che hanno raccontato, in modo
creativo, il percorso dai moti rivoluzionari alla guerra,
dagli stati divisi all’Unità. Hanno recitato, danzato, cantato e suonato, sottolineando, con la loro spontaneità,
di appartenere ad un’unica nazione, senza divisioni,
uniti sotto una stessa bandiera: verde, come le nostre
terre rigogliose, rosse come il sangue versato dai nostri
eroi, bianco, come le cime delle nostre montagne.
È stata poi la volta dell’Istituto Comprensivo “Lucia
Schiavinato”. Per primi gli alunni della scuola primaria
“G. Carducci” hanno presentato Amo l’Italia perché,
letture tratte dal libro Cuore, che insegnano la giustizia
sociale tra persone di diversi ceti e culture.
L’intervento della Scuola “Forte 48” e della Scuola Media dell’Istituto Comprensivo “R.Onor”
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L’inno, in forma rap, è stato la base per una danza con
drappi e veli tricolori, sottolineato da strumenti suonati
dagli alunni stessi e ha concluso il lavoro dei ragazzi. Gli
alunni della Scuola secondaria di I grado “L. Schiavinato” hanno presentato poi “Ode a Venezia” di A. Fusinato. Una profonda suggestione viene creata attraverso la
recitazione, i ritmi, i gesti, le forme d’insieme dei corpi.
Si partecipa emotivamente alla sfortunata sollevazione
di Venezia soffocata dagli Austriaci e aggravata dalla
diffusione del morbo della peste… “il morbo infuria, il
pan ci manca sul ponte sventola bandiera bianca..”. Alla
fine però è la bandiera tricolore ad avvolgere gli alunni.
Infine è ritornato sul palco il coro della scuola “I. Nievo” che ha eseguito una serie di canzoni patriottiche:
La leggenda del Piave, Addio al volontario, La bandiera
dei tre colori, che raccontano dell’impegno e dell’amore per la propria patria. Di seguito il coro ha presentato tre brani operistici: Si desti il leon di Castiglia, tratto
dall’Ernani, Va’ pensiero, tratto dal Nabucco e infine
Viva Italia, dalla Battaglia di Legnano, la canzone più
patriottica di Verdi.
Un gruppo di violini ha proposto l’ascolto guidato
dell’inno , invitando tutti i presenti a cantare.
Si è così conclusa questa giornata che ha visto le scuole
di San Donà raccontare, in modi diversi, la storia del
nostro paese, che è divenuta anche la loro storia, il loro
passato che sicuramente li aiuterà a costruire il loro futuro.
La Scuola “G. Carducci” - Ist. Comp. “L. Schiavinato”
La Scuola “L. Schiavinato” - Ist. Comp. “L. Schiavinato”
B-Mostre
Il Risorgimento: un cammino verso l’Unità
In occasione dei 150 dall’Unità d’Italia sono state allestite, nella Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea del Centro Culturale “L.da Vinci”, mostre
sul tema “Il Risorgimento: un cammino verso l’Unità”
rivolte alla ricostruzione degli avvenimenti che hanno
caratterizzato il periodo risorgimentale e condotto alla
formazione dello Stato Italiano.
Giornali, documenti storiografici, fotografie, quadri
hanno tracciato un percorso variegato, volto anche a
definire ed evidenziare aspetti e fatti accaduti nei nostri
luoghi durante questa fase della vita del Paese.
Introdotti nell’ambiente circostante da quadri dipinti dagli allievi dell’Accademia “V. Marusso”, pittore di
cui sono state esposte alcune opere, ci si inoltrava tra
paesaggi in cui acqua, terra e cielo si stemperavano in
infinite sfumature, suggestioni e giochi di luce, secondo temi che caratterizzano il paesaggio del Basso Piave
nelle varie stagioni: il fiume, le vie d’acqua minori, la
vegetazione, la terra, i casolari e la presenza dell’uomo. Territorio e paesaggio suscitavano non solo stati
I violini e il coro della Scuola “i. Nievo” - Ist. Comp. “I . Nievo”
A sinistra:
opere di
alcune allieve
dell’Accademia
V. Marusso;
opere di: Sara
Dario, Laura
Zanetti,
Sara Di Tos
Alcuni particoalri della mostra “Notizie in Cronaca - Risorgimento: Fogli, Gazzette, Giornali” presso la Galleria Civica
d’animo, ma al tempo stesso diventavano un originale
documento storico che contribuì a creare un’identità.
Quadri di soggetto storico accompagnavano alla mostra
“Notizie in Cronaca – Risorgimento: Fogli, Gazzette,
Giornali” costruita attraverso Giornali dell’Ottocento e
testimonianze iconografiche, storiografiche, medaglie,
decorazioni, curata da Fabio Cecchinato, Chiara Polita,
Maria Trivellato.
La “Stampa”, nella prima metà dell’Ottocento, era di carattere letterario o meramente informativa di fatti, avvenimenti italiani e di politica estera, soggetti a censura
preventiva; le notizie venivano infatti filtrate dal potere politico istituzionale. Era in atto la Restaurazione e
le potenze europee cercavano di riportare, secondo il
principio di legittimità e di equilibrio, l’ordine precedente allo scompiglio territoriale causato da Napoleone. Le idee però di libertà e indipendenza, accompagnate alla richiesta di carte costituzionali, crearono un
clima di agitazione che sfociò nei moti insurrezionali
degli anni 20-21, 30-31, in alcuni Paesi dell’Europa e
nei moti mazziniani.
Dal 1847, il fervore profuso nell’ affermare e divulgare le idee democratiche, repubblicane e liberali, unitamente alle lotte messe in atto per il conseguimento
delle Costituzioni e delle libertà territoriali e civili, favorirono l’acquisizione di una maggiore libertà di stampa.
Si assistette allora ad un proliferare di testate giornalistiche che evidenziavano e diffondevano un pluralismo di idee che andava dal radicalismo repubblicano al
conservatorismo aristocratico-clericale. Le guerre d’Indipendenza incontrarono gli entusiasmi, la partecipazione di vari strati della popolazione. “La nostra guerra
mirò alla nazionale indipendenza. Sia dunque principale ed unico patto. Indipendenza d’Italia dalle Alpi al
Lilibeo. L’Italia è risorta” da Il Popolano (27 Settembre
1848).
Anche l’insurrezione a Venezia, capeggiata da Daniele
Manin, a partire dal 17 Marzo 1848, rivelò il vivo entusiasmo dei Veneziani e di altri che accorsero per difendere la città dall’attacco e dall’assedio degli Austriaci.
Nel periodo di strenua difesa dal nemico, la città venne
guidata da un Governo provvisorio. Da Supplimento
Straordinario Alla Gazzetta di Bologna n. 14 Venezia, 22
Marzo “Viva Venezia! Viva Venezia! Cittadini! La vittoria è nostra e senza sangue. Il Governo Austriaco Civile
e Militare è decaduto. Gloria alla nostra brava Guardia
Civica.”(Sabato 22 Marzo 1848).
Giornali e testi storiografici esaltavano lo strenuo valore, la tenacia e le difficili condizioni di vita a cui furono
sottoposti gli insorti. Nella mostra è stata inserita anche
un’ interpretazione critica nei confronti dell’annessione
del Veneto al Regno dei Savoia “Nel 1861 noi Veneti
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Alcuni particoalri della mostra “Notizie in Cronaca - Risorgimento: Fogli, Gazzette, Giornali” presso la Galleria Civica
non c’eravamo” dell’Associazione “Serenissima Repiovega”, nonché il Giuramento di Perasto, ovvero l’ orazione funebre con cui i Perastini seppellirono nella loro
cattedrale il vessillo da guerra della Serenissima.
Si poneva il problema “Se meglio all’Italia convenga la
lega, il patto federale, o la fusione dei suoi vari Stati”
“ .. “I trattati di alleanza si formano e si sciolgono, …
L’alleanza dei vari Stati italiani non mieterebbe fra essi
quel legame, che avvince gli individui appartenenti ad
uno stesso corpo di società…” “Ma, poiché un popolo
perde col rimaner diviso in più parti, non sarebbe più
ragionevol partito che l’Italia, in luogo di chiudere Stati
Confederati, divenisse uno Stato solo?..” Diego Soria da
Il Mondo illustrato, Sabbato, 15 Aprile 1848.
Le alterne vicende storiche della seconda metà dell’Ottocento accolsero e respinsero le richieste di spazi di
libertà, ma grazie alla politica lungimirante di Cavour,
alla guida di valorosi condottieri come G. Garibaldi, al
contributo di forze provenienti da Paesi stranieri, al generoso sacrificio di molti italiani, dopo guerre ed ardite
imprese, si arrivò il 17 marzo 1861 alla proclamazione
dell’unità d’Italia. “Due vapori inseguiti da due fregate
con bandiere napolitane. Deti vapori fanno rotta per il
posto di Marsala.. Grande entusiasmo nella popolazione di Marsala. Gente scende a torrenti dalle vicine
montagne” Il Crostolo. Giovedì 24 Maggio 1860. Il Veneto era ancora sotto il controllo delle forze straniere,
ma dall’Italia arrivavano inviti a ricongiungere a sé questa parte del Paese “Forse lontana l’ora, in cui l’eccelso
Capo della Italica Nazione, farà sentire il grido di guerra
per l’ultima riscossa…. col valore degli Italici petti, ricaccerà i Barbari fuori dal Veneto” (La guardia Nazionale
del Regno, Fi 6 Aprile 1864). Il Veneto si unì nel 1866 e
Roma divenne capitale nel 1871. Solo dopo la conclusione della I guerra mondiale vennero assegnati all’Italia Trento e Trieste.
Nella Grande Guerra il fiume Piave era stato teatro di
decisive battaglie, come attestano le numerose fotografie esposte nella mostra “Novembre 1917- Novembre 1918- Il Fronte a casa nostra” dell’Associazione Culturale “C’era una volta Musile”. Esse documentavano
gli effetti conseguenti al conflitto sulle case, sugli edifici, sul territorio e la partecipazione di uomini alle azioni di guerra. Lo scenario bellico rappresentato è quello
del territorio del basso Piave e di Musile. La Leggenda
del Piave trovava evidente testimonianza in queste significative fotografie. Un’ultima sezione della mostra
esponeva documenti di epoca successiva, relativi alla
commemorazione dei moti del 1848.
Testate in esposizione:
Il Nuovo Postiglione di Venezia, Il Monitore Bolognese (Bologna)
Luglio 1797 Giornale Italiano (Mi) Giornale del dipartimento del
basso Po (Fe) Il Nuovo Osservatore, Notizie dal Mondo (Ve) Gazzetta
di Genova (Ge), Gazzetta di Milano (Mi), Supplemento alla Gazzetta
di Milano(Mi), Giornale dell’Intendenza della Valle di Siracusa (Sr),
Gazzetta di Firenze (Fi), La Favilla (Ts), Giornale privilegiato di Lucca
(Lc), Gazzetta Ticinese (Lugano), Gazzetta privilegiata di Bologna
(Bo), La Farfalla (Bo), Pallade (Roma), La Rigenerazione (Na), Gazzetta di Roma (Roma), L’Eco (Bo), Supplemento all’Eco (Bo), Il Mondo Illustrato (To), La Riforma, La Libertà Italiana, Giornale Costituzionale del Regno delle due Sicilie, Gazzetta Piemontese, Gazzetta
Piemontese Supplemento, Il Popolano, Stenterello – Giornale Costituzionale del Regno delle due Sicilie, Don Pirlone (Roma), Il Messaggiere Foglio di Modena, Monitore Toscano, Il Crepuscolo (Mi) ,
Gazzetta di Parma, Il Crostolo (giornale di Reggio) + supplemento,
Monitore di Bologna (Bo), Giornale di Sicilia, Il Veneto Cattolico, L’Illustrazione Popolare.
• Collezioni private di Fabio Cecchinato e Chiara Polita
• Per medaglie, decorazioni e altro materiale storico: collezione
Dorio Feltrin
Delle mostre è in corso di edizione il catalogo promosso dal Centro di Documentazione “Aldo Mori” e dalla Città di San Donà di Piave - Assessorato
alla Cultura, con il contributo del Forum Città del Piave - Fondazione Terra d’Acqua: “Risorgimento: un cammino verso l’Unità. Mostre storiche al
Centro Culturale ‘Leonardo da Vinci - San Donà di Piave’. Nell’occasione
del 150° Anniversario dell’Unità d’Italia”, a cura di Maria Trivellato, Fabio
Cecchinato, Chiara Polita, Accademia d’Arte Vittorio Marusso, Associazione
Serenissima Repiovega, Associazione “C’era una volta Musile”, San Donà di
Piave 2012.
1848 – 1866: Unità d’Italia raccontata dalla Filatelia e dalla Numismatica
Il “racconto” ha utilizzato prezioso materiale: francobolli, buste e annulli postali, monete e cartamoneta,
medaglie, documenti, manifesti, testimonianze significative del percorso storico che va dal 1848 al 1866
quando, nell’autunno, anche il Veneto viene annesso
al Regno d’Italia.
L’obiettivo è stato quello di illustrare un momento importante della nostra storia, caratterizzato da grandi
speranze, cocenti delusioni, alterne fortune, eccitazioni ed entusiasmi presto infranti contro infausti eventi.
Tutto nell’ambito delle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia.
“Leggere la storia” attraverso fonti un po’ diverse, ma
significativamente efficaci ed importanti, accresce ed
arricchisce la conoscenza del cammino delle vicende
umane, solitamente affidata in prevalenza ai testi o ad
altre fonti di documentazione e di comunicazione.
Se vogliamo, è una “lettura” della storia un po’ originale, un po’ inedita, ma allettante, ricca di variegate
sfaccettature, di molteplici aspetti che rendono indubbiamente motivato il desiderio di coloro che cercano di
farsi “catturare”, lasciando spazio alla curiosità.
Quindi non un percorso solo per pochi intimi, per “addetti ai lavori”, in una parola…per i collezionisti. Ma per
tutti.
Stimolante è stato l’apporto degli alunni degli Istituti
Comprensivi del Sandonatese, impegnati nella realizzazione di progetti didattici tesi a ricordare i 150 anni
dell’Unità d’Italia.
Ad essi, alla loro inesauribile fantasia creativa, è stato
affidato il compito di realizzare delle cartoline – con
messaggi ispirati al tema dell’Unità – su cui poi apporre
uno speciale annullo filatelico quale “collante” di tutta
una serie di importanti manifestazioni celebrative.
Questo Circolo si è rivolto al mondo della scuola consapevole dell’importanza dell’insegnamento della Storia
allestendo due mostre in collaborazione con il civico
“Museo della Bonifica”.
A prescindere dalle convinzioni personali, dai giudizi e
dai pregiudizi, il ricordo dei 150 anni dell’Unità d’Italia
ha evidenziato senza ombra di dubbi il valore etico di
un lungo e travagliato cammino storico.
Un cammino con un obiettivo non ancora compiutamente raggiunto e realizzato nei suoi vari aspetti, ma
che deve far emergere sempre più e rivitalizzare valori
di memoria, di democrazia, di libertà, di partecipazione, di dialogo e di coesione.
L’Unità d’Italia, faticosamente raggiunta, va difesa e
alimentata dall’impegno di tutti, cercando di trasmetterne la memoria soprattutto nell’educazione delle giovani generazioni.
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ITALIA, opera di Paolo Davanzo
- Circolo Filatelico Numismatico Hobbies Vari San Donà di
Piave
GRAZIE, opera di Priscilla
Tonetto(Cl. 3a B - A.S. 20102011) Ist. Comp. “L. Schiavinato” - San Donà di Piave
La mostra allestita presso il civico Museo della Bonifica di San
Donà di Piave
Un particolare della mostra al museo
Centocinquanta volte…VIVA L’ITALIA UNITA!
G.Carlo Succol
Circolo Filatelico e Numismatico
e Hobbies vari Sandonatese
L’alunna Priscilla Tonetto, della classe 3ª B dell’Istituto Comprensivo “Lucia Schiavinato” di San Donà di Piave, ha realizzato un disegno di cui è stato effettuato l’annullo dalle Poste
Italiane, a cura del Consiglio Regionale del Veneto, come
simbolo delle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità
d’Italia nel giorno dell’Unità Nazionale delle Forze Armate,
celebrato a Vittorio Veneto il 5/11/2011, con la frase “A tutti
coloro che hanno combattuto senza chiedere nulla in cambio. Grazie”.
C-Associazioni
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In…canto:
centocinquant’anni di melodie italiane
di Mauro Perissinotto
(Circolo Culturale Musicale “Enrico Segattini”)
L’identità culturale di una nazione si può gustare in
modo suggestivo anche assaggiando le prelibatezze
della sua mensa musicale. Alla luce di ciò il Circolo Culturale Musicale “Enrico Segattini” – invitato a porre un
sigillo sulle lodevoli iniziative sandonatesi in memoria
del centocinquantesimo anniversario dell’unificazione
italiana - ha pensato di offrire alla comunità locale un
viaggio sonoro attraverso alcuni significativi paesaggi
della nostra penisola.
Ed è stata quella del 29 maggio 2011 presso l’Auditorium “L. da Vinci” una di quelle occasioni grazie alle
quali per molti si rispolvera la consapevolezza dell’inestimabile valore della tradizione musicale italiana nel
mondo. Qualcuno – forse con troppa supponenza – afferma che l’Italia sia la patria della musica; più onestamente, ma con fiero orgoglio, dobbiamo riconoscere
che anche per i fiori di Euterpe siamo conosciuti, amati
e – perché no – spesso invidiati in quasi ogni parte del
globo.
Preludio all’itinerario è stato Il canto degli italiani di
Novaro – Mameli, riarmonizzato dallo scrivente e intonato dalla platea tra sfavillanti coccarde tricolori. Ad
incipit del viaggio– in nome di non celato campanilismo
– si è posta la Città dei Dogi, ad emblema della quale
si è ascoltata la Barcarola da I due Foscari di G. Verdi.
Lo stesso eroe di Busseto ha impalmato la celeberrima
melodia del Duca di quella Mantova, che diede i natali
al divin Virgilio: per i meno avvezzi al melodramma la
“canzonaccia” a cui ci si riferisce (così la definì il suo
stesso autore) è La donna è mobile da Rigoletto. Se
a sottotitolo di quest’ultima si è posta la citazione virgiliana “Mantua me genuit”, lo spettro dantesco della
successiva melodia pucciniana - O mio babbino caro da
Gianni Schicchi – è divenuto un trade d’union culturale
formidabile, che ci ha trasferiti dalle rive del Mincio a
quelle dell’Arno. La trecentesca Fiorenza ha lasciato poi
il testimone all’ “Urbe dei Cesari e dei Papi”: qui si consuma il dramma di Floria Tosca, dapprima tra le aure
neoguelfe della Chiesa di Sant’Andrea della Valle e poi
tra quelle più ghibelline di Castel Sant’Angelo. Gli ultimi
tributi al melodramma ci hanno condotto dapprima tra
gli olezzanti aranci della bella Trinacria con le note di
Cavalleria rusticana ed infine nelle Terre Sante, al fianco dei paladini della cristianità (Nabucco, I Lombardi
alla Prima Crociata).
Quanto poi ai generi più “leggeri” e popolar-borghesi,
non potevano mancare: le note di Napoli, per le quali
tanto siamo osannati nel mondo; una delle romanze da
Giuseppe Verdi.
Da “L’Illustrazione Popoltare”, collezione privata
salotto di F.P. Tosti, che accompagnarono molte serate
milanesi del secolo scorso; un tuffo nei caffè della Belle
Epoque; un assaggio d’operetta italiana, tanto imperante nei gusti tra gli anni Venti e Sessanta; una dovuta
citazione al contributo eccelso offerto dalle nostre corone al mondo cinematografico (Mission di Morricone);
un memoire di canzone d’autore; un celebre canto di
guerra, legato alle terre venete (La canzone del Piave)
ed armonizzato dallo scrivente. Si è terminato l’incontro canoro tra fragorosi applausi con un beneaugurante
Brindisi da La traviata.
Interpreti assai apprezzati dai numerosissimi presenti
sono stati il Coro “Pueri Cantores” ed il Coro Lirico Sandonatese – diretti e preparati dal M° Giulia Longato –,
due giovani ed affermate voci della lirica quali il soprano Diana Mian ed il tenore Domenico Menini ed uno
spumeggiante e celebre comico-cabarettista, Giuliano
Scaranello; chi scrive ha ideato il programma musicale
ed accompagnato al pianoforte l’intero concerto.
Lode del pubblico e dell’amministrazione comunale al
Circolo “Segattini” ed ai promotori dell’iniziativa per il
taglio culturale offerto e per la qualità degli interpreti
presentati. Prosit!
San Donà di Piave, ottobre 2011
AIART Associazione Spettatori ONLUS
- Gruppo Territoriale di San Donà di
Piave- Mostra 150° Unità d’Italia
Educare attraverso i media significa promuovere
lo sviluppo di competenze cognitive e relazionali, delle capacità di risolvere problemi, di porre
domande, di prendere decisioni; significa promuovere il pensiero creativo, il pensiero critico, il
senso civico come motore di convivenza; significa
anche affinare una comunicazione efficace in direzione di una sempre maggior autoconsapevolezza e partecipazione inclusiva.
Per questo alla mostra erano esposti i prodotti
realizzati nelle scuole primarie e secondarie di
primo grado che hanno partecipato ai progetti
AIART (Associazione Spettatori ONLUS) in modo
continuativo, proprio per poter raggiungere le finalità che l’educazione ai media si prefigge.
Laboratori sul cinema e storia, sui linguaggi della pubblicità, sul quotidiano con un’attenzione
particolare all’infografica e alla valenza comunicativa delle immagini, le raccolte in quaderni che
documentano esperienze significative svolte con
gli alunni della scuola primaria Giannino Ancillotto di San Donà di Piave, delle scuole secondarie
Ippolito Nievo, Romolo Onor, Lucia Schiavinato,
della scuola primaria di Stretti e di quella secondaria di Eraclea. Prodotti che testimoniano storie di ‘complicità‘ tra insegnanti – bambini- ragazzi - genitori nell’avventura del fare per crescere
insieme. Questa è la media education: condurre i
nostri bambini e ragazzi a costruire sensi intorno
ai linguaggi del mondo dei media tradizionali e
nuovi.
Ed ecco le “tre C”: Competenza (di lettura, scrittura), capacità Critica, Consapevolezza (di cittadinanza) -da fruitori o produttori ingenui a consapevoli, competenti, critici.
La consapevolezza viene rafforzata dalla documentazione, dal mostrare per comunicare a se
stessi e agli altri (compagni, insegnanti, famiglie,
territorio…), intendendo la documentazione modalità informativa, espressiva, di contatto sociale,
di stimolo all’azione formativa. Essa infatti coinvolge:
>> l’area dell’identità personale - produce coscientizzazione, progettualità, riflessione sui prodotti e sui processi messi in atto per raggiungerli;
l’area della partecipazione sociale - stimola gruppalità, partecipazione, interazione, e, all’interno
di una mostra, il confronto, il dialogo;
>> l’area della produzione culturale - si favorisce
la produzione di comportamenti, l’espressione di
61
pensieri, la costruzione di linguaggi con attenzione all’efficacia
comunicativa;
>> l’area della valutazione – del gradimento, degli apprendimenti, dei fattori di cambiamento; implica l’autovalutazione
degli alunni, degli insegnanti – che cosa ha funzionato e che
cosa no - la consapevolezza che ogni prodotto, ogni processo,
ogni percorso è sempre migliorabile sapendo stabilire chiari
obiettivi da perseguire insieme.
Sono tutti passi che vanno a costruire tasselli di identità di persone, di cittadini di una Nazione giovane, che porta dentro ancora vive e fermenti le motivazioni che hanno favorito la sua
nascita e costituzione e che ora chiedono di essere ascoltate,
ravvivate attraverso il contributo appassionato e fattivo delle
comunità umane che la abitano: viverla, valorizzarla, arricchirla di senso, migliorarla.
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Celebrare, commemorare o festeggiare?
Associazione Serenissima Repiovega
[Al centro culturale l’associazione Serenissima Repiovega
ha espresso la sua posizione contraria alle celebrazioni unitarie. Riportiamo alcuni passaggi di un suo articolo che ne
illustrano le motivazioni, non condivise dalla redazione del
Quaderno.]
L’associazione Serenisima Repiovega ha partecipato
alla celebrazione dei centocinquant’anni della cosiddetta unità d’Italia esponendo due pannelli nella mostra
alla Galleria del Centro culturale. Il primo era dedicato
all’evento, e vi veniva espressa una posizione critica nei
confronti dell’annessione del Veneto al Regno dei Savoia (1866); il secondo riportava il Giuramento di Perasto,
cioè la commovente orazione funebre con cui i Perastini seppellirono nella loro cattedrale il vessillo da guerra
della Serenissima, di cui erano tradizionalmente i gelosi
e valorosi custodi. Era il 23 agosto 1797.
La scelta dei due pannelli contava sulla forza del mito di
Venezia e su quella dei simboli, come il vessillo giallooro ed il leone di San Marco, per risvegliare nell’animo
del visitatore veneto la memoria, conculcata ormai da
due secoli, della gloriosa storia della Veneta Repubblica. La nostra partecipazione critica nei confronti del Regno dei Savoia prevedeva anche la diffusione gratuita di
una brossura, in cui era riassunta la tre volte millenaria
storia del Popolo Veneto ed un elenco delle eccellenze
e dei primati storici e civili della Serenissima Repubblica.
La nostra associazione, giusto un mese prima della
mostra dedicata alla cosiddetta unità d’Italia, aveva
chiamato il professor G. Paolo Borsetto a tenere una
conferenza sulla forzata e truffaldina annessione delle Venezie, del Friuli e di Mantova al Regno dei Savoia. L’argomento fu introdotto da alcune osservazioni
tendenti a dimostrare come, in un Risorgimento prosternato in adorazione dei Francesi, succubo dei loro
interessi nazionali nonostante i crimini dai medesimi
commessi, fosse invece fomentato ad arte un odio
forsennato tutto e solo contro gli Austriaci, che invece furono nei nostri confronti molto più rispettosi dei
transalpini, come finirà per dimostrare la storia, se riuscirà a liberarsi della faziosità nella quale è attualmente
impantanata. I crimini dei Francesi nei nostri confronti
furono la sanguinosa repressione delle Pasque Veronesi, la cessione del Veneto all’Impero – non come si
dice, sbagliando, all’Austria -, i duecentomila insorti veneti fatti massacrare da Napoleone nel Regno Italico, i
ventimila soldati italiani mandati a morire in Russia con
la grande Armée). L’atteggiamento degli Imperiali nei
nostri confronti divenne più duro solo dopo le indicibili atrocità compiute dai patrioti milanesi delle Cinque
Pannello relativo al Giuramento di Perasto
Giornate sugli inermi soldati imperiali e lombardoveneti ricoverati negli ospedali, al momento dello sgombero
di Milano da parte di Radetzky.
A livello popolare, soprattutto contadino, la fedeltà al
Regno (Lombardo-)Veneto e l’avversione per il Regno
dei Savoia è dimostrata dal comportamento dei marinai veneti a Lissa, dove sconfissero la flotta “italiana”,
ma soprattutto da quello dei fanti alla battaglia di Sadowa, dove ventiduemila soldati (lombardo)veneti si
batterono con onore, inquadrati in dieci reggimenti di
fanteria ed in due battaglioni di cacciatori.
Il Re e Imperatore (lombardo)veneto Francesco Giuseppe ne riconobbe il valore, concedendo loro un centinaio di medaglie con un Ordine Militare della Corone
Ferrea al colonnello Giulio Bagnalasta, ed assistendo
alla loro sfilata a Vienna, mentre cantavano “Servi Iddio
l’Austriaco Regno”. Non vi fu alcun disertore, neanche
fra i circa seicento (lombardo)veneti fatti prigionieri dai
Prussiani. Nessuno di loro accettò di far parte di un battaglione “italiano” da impiegare contro l’Impero. Furono lasciati morire di fame e di stenti nei campi in cui
erano internati, dato che, dopo l’annessione del Veneto, non li volle nessuno. Chissà come avrebbero votato,
con i loro ventiduemila commilitoni, se avessero potuto
partecipare al plebiscito per l’annessione…
A.C. Serenisima Repiovega
D-Scuole
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[L’attività delle scuole presenti alle Giornate della Storia sandonatesi è stata inserita nella sezione seguente, che
offre una panoramica del lavoro svolto nell’intero territorio del Veneto Orientale.]
Le scuole
Sentirsi italiani…
... ricostruendo e interpretando le vicende risorgimentali
“Ode a Venezia”
Trasposizione scenica della famosa ode di Arnaldo Fusinato
Classi 2ª A e 2ª B dell’Istituto Comprensivo “Lucia Schiavinato” di San Donà di Piave, scuola media, coordinate dai docenti Agnolin Rossella e Dante Costantin
Due momenti della rappresentazione al Centro Culturale
“Leonardo da Vinci di San Donà di Piave”
La storia dell’Unità nel nostro territorio passa attraverso le vicende dell’insurrezione di Venezia nel 1848 con
la sua dolorosa conclusione.
I ragazzi, con grande bravura, hanno reso la fine dolente di una città simbolo, con uno straordinario gioco di
luci, ombre, parole e suoni.
Tutti sono coperti da un grande drappo bianco, ma…
dalla bianca bandiera della resa, emerge lo scintillante
Tricolore dell’Unità.
Il lavoro è stato presentato a Palazzo Ferro Fini a Venezia, in data 28/10/2011 e il video è rimasto in proiezione per tutta la durata della mostra (dal 28/10/2011 al
31/12/2011).
Per questo spettacolo sono giunti alla scuola media
Schiavinato attestati di plauso dal Sindaco di Venezia,
Giorgio Orsoni; dalla dott.ssa Carmela Palombo, Direttore generale MIUR – Dipartimento per l’istruzione,
Direzione Generale per gli ordinamenti scolastici e per
l’autonomia scolastica; dalla dott.ssa Gianna Miola,
Vice Direttore Generale Ufficio Scolastico Regionale per
il Veneto; dal prof. Carlo Carraro, Rettore dell’Università Cà Foscari di Venezia; dal Gen. Enrico Pino, Comandante in capo delle Forze Armate del Triveneto.
Questo spettacolo è stato rappresentato anch’esso
all’Expo di Padova ed ha concluso le manifestazioni
venete per l’anno dedicato all’Unità d’Italia il 17 marzo 2012 al Bò di Padova, sede dell’Università, su invito
del Presidente del Consiglio regionale del Veneto, dott.
Clodovaldo Ruffato.
La scuola media Schiavinato ha ricevuto per questi lavori un encomio dal Presidente della Repubblica, on..
Giorgio Napolitano, cui si è associato a più riprese il
Sindaco del comune di San Donà, dott.ssa Francesca
Zaccariotto.
64
150 passi verso la nostra Italia
Anna Maschietto e Francesca Bittolo (classe 3ª A dell’Istituto
Comprensivo “E. Toti” di Musile di Piave)
“150 passi verso la nostra Italia” è il titolo che abbiamo
assegnato al nostro spettacolo in onore dei 150 anni
dell’Unità d’Italia.
Abbiamo aperto le nostre riflessioni con le parole
dell’ex Presidente della Repubblica, l’onorevole Ciampi:
“La memoria del passato è il terreno su cui cresce l’Unità della nazione e i popoli che non hanno tale memoria
non sono padroni del loro futuro”.
Per non dimenticare questo valore importante, la memoria del difficile cammino fatto di passi talvolta pesanti talvolta leggeri, noi ragazzi della classe 3ª A, insieme ad alcune ragazze della 3ª C e con la collaborazione
dei bambini della classe 4ª della scuola primaria di Croce, abbiamo progettato questo percorso, dividendo in
quattro parti: la nascita dell’amor di patria che portò
alle tre guerre d’indipendenza, il suo sviluppo durante
la prima guerra mondiale e poi durante la seconda, per
giungere a considerare quello stesso sentimento che
spinge i nuovi eroi di oggi a partire in missioni di pace.
Innanzitutto abbiamo voluto spiegare che cos’è l’AMOR
DI PATRIA: un sentimento che nacque nel primo Ottocento, che animò la rivolta contro lo straniero e segnò
il bisogno di unire un popolo sotto la stessa bandiera.
Sicuramente, da come la platea ascoltava le poesie che
avevamo scelto, e che sottolineavano il sentimento nazionale che fortemente andava diffondendosi in quel
periodo, l’intento perseguito era stato raggiunto.
Nella seconda parte le letture erano ispirate a giovani
soldati che si sono fatti eroi per noi, abbiamo quindi
ricordato Enrico Toti, a cui è dedicata la nostra scuola, e Tito Acerbo a cui è dedicata la scuola primaria di
Croce, entrambi medaglia d’oro al valor militare. Forse però il momento più commovente di questa parte
è stato quando Emma, una bambina di Croce, ha letto
il tema di un bambino di allora (diventato poi don Luigi Boschet) in cui raccontava tutta la pena provata per
quel soldato austroungarico che durante l’occupazione
si privava del suo rancio per darlo a lui e forse proprio
per questo poteva essere morto di fame.
Nella terza parte si sono fatte altre letture tra cui la
commovente poesia di S.Quasimodo “Milano, agosto
1943” che ci ha permesso di immaginare quale e quanto grande potesse essere il dolore dei sopravvissuti se
avevano addirittura perso la voglia di vivere; inoltre abbiamo confrontato gli articoli della nostra Costituzione
con quelli dello Statuto Albertino.
Nella quarta parte si è voluto elogiare ed esaltare gli
“eroi di oggi”, morti per aiutare altri Paesi a ritrovare
la pace.
Abbiamo concluso le nostre riflessioni riportando una
parte del discorso di Piero Calamandrei, uno dei padri
della nostra Costituzione: “Voi dovete vedere, nella
nostra Costituzione, giovani come voi caduti combattendo, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta…che non
è morta, è un testamento… di tutti gli italiani che sono
morti per riscattare la libertà e la dignità”.
LIBERTÀ e DIGNITÀ due valori per anni negati, che finalmente tutti hanno acquisito, ma bisogna portarli
avanti, affinché nessuno ce li sottragga mai più! PATRIA
e COSTITUZIONE due parole che con questo percorso
abbiamo intensamente sentito e vissuto con orgoglio.
Tra una riflessione e l’altra abbiamo ascoltato toccanti
canti patriottici che i Bersaglieri, con le loro voci e le
loro note, hanno lasciato nei nostri cuori.
Della bellissima serata, che ha profondamente commosso una gremitissima aula magna, un’immagine rimarrà a lungo impressa nella nostra memoria: insieme
alla Fanfara dei Bersaglieri di San Donà di Piave stavamo cantando la nostra canzone del Piave, alle prime
note un ultranovantenne bersagliere dell’associazione
di Caposile si è alzato in piedi. Unico ex-combattente in
piedi, ritto su gambe malferme ad ascoltare: le lacrime
scorrevano sul viso scavato!
Quando alla fine abbiamo ricantato l’inno di Mameli,
tutti in piedi con la mano sul cuore, abbiamo provato
un’emozione più vera e un orgoglio più grande: grazie a
quel NONNO di cui non conosciamo il nome!
L’Unità d’Italia viene da lontano
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Classe 3ª A della scuola secondaria di primo grado “Romolo
Onor” di San Donà di Piave
Il lavoro, fatto dalla classe terza A della scuola media
“Romolo Onor” in occasione della commemorazione
dell’anniversario dei 150 anni di Unità d’Italia, è stato
intitolato “L’ unità d’Italia viene da lontano” ed è partito da un’ ipotesi suggestiva che ha visto l’unità nazionale solo come la conclusione di un percorso che nasce
dall’unità linguistica e culturale del nostro Paese, che
poi si è coronata con l’unità politica.
A tal fine sono state scelte alcune letture utili a sostenere questa suggestione.
Esse sono state tratte:
• dal “De vulgari eloquentia”, testo in cui Dante parla
dell’ unità geografica e linguistica del nostro Paese,
• da un saggio di Giuseppe Mazzini, Dell’amor patrio
di Dante, che sostiene la funzione educativa, civile
e religiosa dell’arte come promotrice dell’elevazione spirituale di un popolo,
• da uno stralcio del Discorso sulla Costituzione dove
Pietro Calamandrei invita i giovani ad amare e difendere la nostra Costituzione, perché essa rappresenta il momento conclusivo del processo di unificazione e liberazione dell’Italia.
• Infine da alcune riflessioni scritte da due alunne
della nostra scuola sull’Italia.
È stato importante per i ragazzi confrontarsi con i grandi uomini della storia italiana: Dante per primo, colui
nel quale, secondo Mazzini “... In tutti i suoi scritti, di
qualunque genere essi siano, traluce sempre sotto forme diverse l’amore immenso, ch’ei portava alla patria;
amore, che non nutrivasi di pregiudizietti, o di rancori
municipali, ma di pensieri luminosi d’unione, e di pace;
che non ristringevasi ad un cerchio di mura, ma sibbene
a tutto il bel paese, dove il sí suona, perché la patria
d’un italiano non è Roma, Firenze, o Milano, ma tutta l’Italia... Insegnando a’ suoi coetanei, come questo
idioma illustre, fondamentale non aveva nessun limite,
ma si facea bello di ciò, ch’era migliore in ogni dialetto,
egli cercava di soffocare ogni contesa di primato in fatto
di lingua nelle varie provincie, ed insinuava l’alta massima, che nella comunione reciproca delle idee sta gran
parte de’ progressi dello spirito umano...”
Significativi i pensieri di Mazzini, colui che ha sacrificato
tutta la sua esistenza per perseguire l’ideale di Unità e
d’Indipendenza dell’Italia.
Infine formativo il messaggio di Calamandrei che insegna ai giovani di ogni tempo che la Costituzione è la
“Carta della solidarietà sociale ed umana, la Carta della
Libertà...”
Queste letture sono state accompagnate da un video
La rappresentazione al Centro Culturale “L. Da Vinci”
Giuseppe Mazzini. Da “L’Illustrazione Popolare”. Coll. priv.
prodotto dai ragazzi, composto da foto e stralci di film
inerenti la storia italiana e dei personaggi più importanti di essa.
Alla fine è stata realizzata una coreografia sulle note
dell’Inno d’Italia.
Forse un giorno questi ragazzi dimenticheranno le parole di questi grandi, ma spero non dimenticheranno il
grande senso di unità che li ha legati attorno ai temi di
questo lavoro, alle fatiche fatte insieme, agli entusiasmi
del dopo spettacolo. E non è forse questo il concetto di
Unità che dovrebbe continuare ad esistere fra i giovani? Lavorare insieme per un unico scopo da raggiungere, anche a costo di tanta fatica. E’ stato questo andare
col pensiero “... Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità...” che spero resterà nella
loro mente, perché io credo fermamente nelle parole
di Mazzini “... O Italiani! – non obbliate giammai, che il
primo passo a produrre uomini grandi sta nello onorare
i già spenti.”
Prof.ssa Donatella Giacchetto
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La strada ferrata: trasformazione ed unificazione del territorio
Relazione di Isufi Kleviana e Marcuzzo Eleonora 2ª C sugli incontri organizzati dal Centro di Formazione Professionale San
Luigi di San Donà di Piave in collaborazione con il Dopolavoro
Ferroviario di Portogruaro ed il sig. A. Battistella nell’ambito
delle attività promosse in occasione del 150° anniversario
dell’Unità d’Italia.
Il giorno 8 aprile 2011 dalle 11.00 alle 13.00 abbiamo
partecipato ad un incontro in aula magna con il signor
Battistella Angelino e il signor Girardi Dario, entrambi
appassionati di storia locale. Questi due signori sono
venuti per raccontarci della loro infanzia trascorsa accanto alla ferrovia.
L’incontro è iniziato con le domande di alcuni ragazzi
a cui, il signor Battistella, ha risposto chiaramente raccontando la sua passione della fotografia trasmessa
dal padre; poi ha descritto la sua famiglia, gli incidenti successi alla ferrovia, gli anni della Seconda Guerra
Mondiale e cos’era per lui il treno. Molte foto del padre
raffiguravano la ferrovia, dato che abitavano là vicino e,
da ciò che ha raccontato il signor Battistella, la ferrovia
accompagnava la vita di chi viveva lì intorno.
Ogni macchinista metteva un nome al “proprio” treno e
i treni, per i bambini, erano come degli amici. Quando
passavano loro saltavano, giocavano e salutavano i passeggeri che c’erano dentro e, quando i treni venivano
bombardati, veniva loro da piangere nel vedere quella macchina che andava avanti sofferente. Anche con
i ferrovieri andavano molto d’accordo perché davano
l’acqua calda per lavarsi e facevano cadere del carbone
per terra in modo da aiutare le famiglie più povere.
Una cosa che mi ha colpito molto è quando il signor Angelino ha detto che sua mamma capiva che tempo faceva guardando il colore del fumo che lasciavano i treni.
Il giorno 11 aprile 2011 dalle 8.30 alle 10.50 nell’aula
magna del CFP San Luigi, abbiamo partecipato al se-
condo incontro riguardante la ferrovia e il treno come
fattore di unificazione del territorio, con il signor Luciano, il signor Italo e il signor Silvano, rispettivamente ex
ferroviere, ex capostazione ed ex macchinista.
A differenza del signor Battistella e del signor Girardi,
questi tre signori hanno parlato del lato storico e tecnico della ferrovia e del treno.
L’incontro si è aperto con il signor Italo e il signor Silvano che hanno raccontato la storia del treno che iniziò in
Inghilterra nei primi anni dell’Ottocento. Questo stato
era già industrializzato e aveva molte materie prime tra
le quali il carbone. La contea di Duhran era quella che
aveva più giacimenti. Infatti, la prima locomotiva venne
inventata da Stephenson e il primo tratto di ferrovia andava da Darlington al porto di Stockton e fu inaugurato
il 27 settembre 1825. La velocità che raggiungeva era di
20 km orari che, per allora, era già una velocità molto
buona. La distanza dei binari era pari alla larghezza dei
carri di Giulio Cesare, trascinava 34 carri di carbone e i
vagoni potevano tenere al massimo 450 persone.
Nel 1839, quando l’Italia era ancora divisa in tanti stati, nel Regno delle Due Sicilie venne costruita la prima
ferrovia e precisamente la Napoli - Portici. Il tragitto
era lungo 7 km e raggiungeva i 38 kmh, la locomotiva si
chiamava Vesuvio e venne inaugurata il 3 ottobre 1839.
Le prime ferrovie nel Veneto vennero create quando
era ancora Lombardo - Veneto, in particolare, la Milano
- Venezia che venne completata nel 1857. Per poter collegare Venezia con la terra ferma hanno dovuto costruire il ponte Translagunare che, allora, era il più lungo
del mondo. Hanno lavorato 800 uomini, hanno usato
23 milioni di mattoni, molte tonnellate di tronchi di larice e di pietre d’Istria, per costruire un ponte di 222
arcate, pari a 3602 m di lunghezza. È stato inaugurato
l’11 gennaio 1846, dopo quattro anni di lavoro, alla presenza dell’Arciduca Ferdinando d’Austria e del Podestà
di Venezia Correr. Le altre tratte ferroviarie costruite in
quegli anni nel Veneto sono:
Il lavoro dal C.F.P. San
Luigi esposto al Centro
Culturale con l’ingradimento di una cartolina d’epoca realizzato
dal Sig. Angelino Battistella
La Marghera – Padova inaugurata il 12 dicembre 1842;
La Padova – Vicenza inaugurata il 13 gennaio 1846;
La Mestre – S. Donà inaugurata il 29 giugno 1885;
La S. Donà – Portogruaro inaugurata nel 1886.
Il ponte della ferrovia di S. Donà, durante la Prima
Guerra Mondiale, nel 1917, è stato fatto saltare ed è
stato ricostruito nel 1921, mentre nel 1926 hanno aggiunto un altro binario alla linea ferroviaria. Durante la
Seconda Guerra Mondiale, invece, la ferrovia di S. Donà
venne bombardata il 10 ottobre del 1944 insieme all’Ospedale e al Teatro Verdi.
Dopo aver raccontato la storia della ferrovia, il signor
Silvano, ex macchinista, ci ha descritto tecnicamente
come funzionava il treno a vapore facendoci vedere
delle immagini per farci capire meglio.
Alla fine dell’incontro ci hanno consegnato dei cappelli
e dei libri.
Questi incontri ci hanno fatto capire che il tempo cambia molte cose, infatti, guardando le foto del signor Battistella, S. Donà era molto diversa da come è adesso, è
tutto più comodo e più veloce, però c’è anche meno
curiosità e interesse da parte delle persone.
… nella lingua e nella letteratura
Fratelli d’Italia
La scrittura e i valori del Risorgimento
La conversazione con Enza Del Tedesco dell’università
di Padova, promossa dalla scuola media Bertolini di
Portogruaro, si è tenuta presso il teatro cittadino, il 12
febbraio 2011, sul “ruolo della letteratura, del mondo della parola, nella diffusione di un valore fondante
come quello della fratellanza”. I contenuti della conferenza, assieme a materiali di approfondimento, sono
pubblicati dal curatore del progetto “Piccole conferenze per grandi incontri” prof. Daniele Dazzan, usando lo
strumento ilmiolibro.it messo a disposizione dal Gruppo Editoriale L’Espresso S.p.A. (www.dadazz.com/conferenze/DelTedesco.html).
L’Italia compie 150 anni
Nel sito dell’Istituto Comprensivo di Ceggia (www.marconicomprensivo.org) si illustrano le iniziative promosse nei vari plessi, tra cui un concorso letterario. A nome
della giuria, Fermo Fornasier, già preside della scuola
media Marconi, ha sottolineato come “la lingua italiana
abbia rappresentato nella Storia un forte elemento di
Unità nazionale e di coesione di culture diverse”.
… riscoprendo le proprie radici
A passeggio per Santo Stino
Classe 3ªB della S.M.S. “G. Toniolo” di Santo Stino di Livenza, coordinati da Dall’Oro Mirella, con il supporto artistico di
Giorgio Alberto
A passeggio per S. Stino è il terzo lavoro che, come insegnante di lettere in una scuola media, eseguo per
avvicinare i ragazzi alla storia, motivandoli allo studio
di questa disciplina che, pur complicata, si rivela importante per la loro formazione culturale e civile.
Il testo redatto per sviluppare e accrescere l’interesse
degli alunni per la storia del territorio, vede protagonisti due ragazzini.
Costoro, attraverso la scoperta di un diario, rievocano
fatti, episodi, sensazioni, sentimenti di un’altra epoca.
S’intreccia un dialogo tra il mondo di oggi e quello del
passato: due vite parallele ripercorrono gli stessi ambienti a distanza di secoli.
Al fine di scoprire specifiche radici storiche nella realtà
locale si è proceduto attraverso la ricerca. Per evitare
dispersioni di tempo e di energia è stata redatta una
traccia per la raccolta di informazioni relative al castello
e alle ville venete considerate, sono state poi raccolte
foto degli edifici e delle opere d’arte in essi presenti e
dei luoghi in cui essi sono situati. Il contributo artistico
del prof. Giorgio Alberto ha permesso di “dar vita” alle
informazione fissandole meglio nella memoria, interpretando i temi considerati attraverso la loro minuziosa
descrizione iconografica.
Per la stesura finale vari docenti del Consiglio di classe
hanno contribuito apportando un valido supporto.
Il lavoro di ricerca ha attinto a varie fonti: interviste, testi di storia locale, documenti storiografici, fotografie.
L’articolazione del lavoro si è sviluppata nell’arco del
triennio, pertanto oltre al diario sono presenti le forme
testuali che i ragazzi hanno incontrato nel loro percorso
67
Conferenza su temi della storia risorgimentale:
intervento di Anita Garibaldi, pronipote di Giuseppe Garibaldi
68
educativo: leggenda, lettera, relazione e argomentazione.
È da questa varietà di scrittura che è nata l’esigenza di
contestualizzare la forma verbale in tempi diversi. Dunque, utilizzando varie forme testuali, si sono analizzati
i principali avvenimenti che hanno segnato i cambiamenti del loro paese, delineando cenni sulle origini del
territorio e del fiume Livenza, sui primi insediamenti
umani; riconosciuta poi la presenza dell’impero romano, si è ricordata l’epoca delle invasioni barbariche, per
richiamare la conquista dell’Italia da parte dei Longobardi. Cura particolare è stata dedicata alla descrizione
degli aspetti economici e sociali della vita nel Medioevo, al funzionamento e all’importanza di strutture come
il castello e la curtis. Infine è stata svolta una ricerca di
informazioni relative alla cultura di villa.
Al fine di scoprire specifiche radici storiche nella realtà
locale si è proceduto attraverso la ricerca di informazioni in biblioteca, su testi specifici con interviste alle
persone anziane. Per evitare dispersioni di tempo e di
energia è stata redatta una traccia per la raccolta di informazioni relative al castello e alle varie ville venete
considerate, sono state poi raccolte foto degli edifici
e delle opere d’arte in essi presenti e dei luoghi in cui
essi sono situati. Il contributo artistico del prof. Giorgio
Alberto ha permesso di “dar vita” alle informazione fissandole meglio nella memoria.
Per la stesura finale vari docenti del Consiglio di classe
hanno contribuito apportando un valido supporto.
Varie sono state le iniziative che il Comune di San Stino di Livenza ha inserito nel programma per i festeggiamenti dei 150 anni dell’unità d’Italia. Al Cinema
Teatro Romano Pascutto è stata proiettata la rassegna
cinematografica : “150 anni e l’italiano come sta?” Un
film, in particolare, la cui visione era destinata anche
agli studenti delle scuole locali “La grande guerra” ha
ottenuto il plauso del pubblico. Nello stesso locale
sono state realizzate “Neonata democrazia”, opera
teatrale ispirata ai testi poetici di Romano Pascutto
e “Fratelli d’Italia, fratelli d’Europa”, opera musicale
di Mattia Geretto. Gli alunni della scuola primaria di
Biverone hanno messo in scena, sempre al Pascutto,
lo spettacolo teatrale “150 L’Italia canta ”; hanno poi
collaborato con la Banda Musicale Cittadina allestendo il Concerto d’estate “150 L’Unità d’Italia in musica”. La scuola media statale “G. Toniolo” ha organizzato la mostra di elaborati d’arte allestita in un locale
del Palazzo Municipale.
Il Sindaco, Luigino Moro e le Autorità hanno celebrato
i 150 anni dell’Unità d’Italia coinvolgendo gli studenti
dei vari istituti scolastici del paese con l’alzabandiera;
la cerimonia si è conclusa con il concerto della Banda
Musicale Cittadina.
Le iniziative, come si può ben vedere, sono state molteplici e, fiorite in gennaio, si sono avviate alla conclusione il 30 settembre con la conferenza di Anita
Garibaldi, pronipote di Giuseppe Garibaldi che ha
raccontato ad un vario pubblico alcuni eventi storici
del Risorgimento.
Alle consuete presentazioni ufficiali del Sindaco e
dell’Assessore alla cultura, Simonetta Calasso, è seguito il racconto avvincente di Anita, giornalista e ricercatrice che svolge attività culturali e sociologiche per
la Comunità europea.
Anita è figlia di Ezio e nipote di Ricciotti (1847), quarto
e ultimo figlio dell’eroe e di Anita.
Il pubblico, costituito da alunni della scuola elementare e media, da esperti e amanti della storia, da persone incuriosite dal seducente personaggio, ha contribuito con l’interesse dimostrato nelle molteplici
domande rivolte alla relatrice a creare un coinvolgimento totale. L’atmosfera creatasi ha fatto pensare ad
un incontro tra persone accomunate dallo stesso interesse, in cui la voce della più influente confida episodi alcuni noti, altri più intimi, evidenziando aspetti
di una quotidianità che difficilmente nei testi di storia
si possono rinvenire. È soprattutto sulla figura della
compagna di Giuseppe Garibaldi che verte la centralità della conferenza inevitabilmente arricchita dalle
gesta dell’eroe e dai richiami storici dell’epoca.
Anita Garibaldi, personaggio leggendario del Risorgimento Italiano, ha sempre simboleggiato la compagna
ideale che difende i diritti dei popoli e l’uguaglianza dei
cittadini.
Proviene da una famiglia di modeste condizioni, originaria delle Azzorre portoghesi, che dal ‘700 era emigrata in
Brasile, nella provincia di Santa Catarina .
È qui, presso Laguna, che nacque il 30 agosto 1821 Ana,
chiamata in famiglia Aninha. Sarà Garibaldi ad attribuirle
il diminutivo spagnolo Anita, con il quale è universalmente conosciuta.
La relatrice evidenzia alcuni aspetti del suo carattere,
in particolare la sua determinazione ad agire seguendo
oltre i principi anche il suo istinto, qualità condivisa e apprezzata dal futuro marito. Già da ragazzina, quando si
vide sfilare da un suo pretendente un sigaro dalla bocca,
pensò bene di riappropriarsene e spegnerlo sul viso del
carrettiere.
Il racconto cresce d’interesse quando la relatrice parla
del matrimonio di Anita quattordicenne con un calzolaio.
Ad attestare la veridicità di tale unione, che il figlio primogenito Menotti diniega, esiste un atto di matrimonio
e una citazione dello stesso Garibaldi nelle sue Memorie.
E si arriva al luglio del ‘39, quando la diciottenne Anita
attrae intensamente Garibaldi grazie alla sua altezza, al
suo volto ovale, ai grandi occhi neri e ai seni prosperosi.
Il giovane è a bordo della sua nave, sta scrutando il villaggio della Laguna, quando scorge per la prima volta la
ragazza. Passerà solo un’ora da quella fatidica frase: “Tu
devi essere mia!”
E sarà tutta sua per undici anni: questa è la durata della
loro avventura sentimentale, politica e sociale.
La pronipote Anita, detentrice di un curricolo professionale e culturale di indubbio valore, si emoziona nel narrare la travagliata sorte toccata alla salma di Anita e lo stato
emotivo in cui si trovava Garibaldi, soprattutto dopo le
accuse rivoltegli di aver strangolato la moglie incinta.
La relatrice puntualizza l’evidenza che si trattasse di un
rapporto costruito dalla polizia dello stato pontificio atto
a screditare Garibaldi. Furono gli stessi medici legali pontifici a dichiarare che Anita era deceduta per cause naturali.
Dopo varie traversie, Garibaldi, i figli Teresita e Menotti
e alcuni fedelissimi condussero la salma di Anita a Nizza
e la fecero seppellire accanto alla tomba materna. Ancora coinvolta emotivamente si sofferma ad evidenziare la
valenza affettiva e contemporaneamente l’obiettivo polemico di tale scelta. Solo nel 1932, il 2 dicembre, i resti
della salma verranno deposti, alla vista di migliaia di persone provenienti da tutto il mondo, nel basamento del
monumento eretto in suo onore sul Gianicolo.
L’applauso caloroso del pubblico presente è stato l’evidente ringraziamento della comunità di Santo Stino per
l’apporto culturale, sociale e affettivo della pronipote di
Anita e Giuseppe Garibaldi.
Eraclea tra terra e mare
Istituto Comprensivo “E. De Amicis”
di Eraclea
Il libro Eraclea tra terra e mare è una raccolta di
lavori realizzati dagli alunni di tutti tre gli ordini di
scuola dell’Istituto Comprensivo “E. De Amicis” di
Eraclea: infanzia, primaria e secondaria di primo
grado.
È un lavoro a più mani dove, a vari livelli, in base
all’età e alle capacità degli alunni, ogni plesso ha fornito il proprio contributo e per questo motivo si può
definire un’ “opera corale”. Sfogliando le pagine di
questo libro si possono trovare ricerche sui giochi
di una volta, ricette della cucina locale, proverbi e
modi di dire, nonché approfondimenti sulla storia
di Eraclea, sulla bonifica, notizie delle varie frazioni,
informazioni sui personaggi che hanno contribuito a
vario titolo e in vari modi a valorizzare questi luoghi.
Tutti gli argomenti sviluppati sono scaturiti dal vissuto degli alunni e attraverso l’osservazione e l’ascolto
delle testimonianze degli anziani, gli stessi, hanno
ricostruito la storia del territorio in cui vivono.
L’approccio didattico multiculturale ha riguardato
diverse discipline, l’itinerario educativo, partendo
dalla quotidianità dell’alunno ha permesso di costruire i vari tasselli che compongono la nostra identità, ha condotto l’alunno alla scoperta delle sue
origini, scopo principale di questa raccolta di lavori. Il processo di formazione dell’identità, infatti, si
costruisce stabilendo relazioni con gli altri e con il
mondo che ci circonda e la scuola è il luogo privilegiato per far riflettere sul come e perché sono, dico,
faccio in un certo modo.
Una commissione di docenti dell’Istituto ha raccolto tutti gli elaborati, li ha ordinati e sistemati, il Comitato Genitori, promotore di questa iniziativa, ha
permesso la stampa di questa raccolta che è corredata da un dvd con le immagine più significative di
Eraclea e dintorni. Con questo libro, gli alunni e gli
insegnanti hanno inteso offrire uno stimolo a tutti
coloro che desiderano ripensare al passato, per capire meglio il presente e progettare il futuro perché
un albero senza radici al primo soffio di vento cade.
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... scoprendo le strade dell’Unità
Le strade dell’Unità d’Italia: Portogruaro
(Classe terza C scientifico del Liceo “XXV Aprile” di Portogruaro)
Come fare a coinvolgere in un lavoro sull’Unità d’Italia
una classe di terza liceo scientifico che si sarebbe occupata durante l’anno scolastico di un periodo storico
a cavallo tra il 1200 e il 1600? Semplice: attraverso il
linguaggio informatico.
Così, forte di questa convinzione, ho proposto nell’anno scolastico 2010-2011 alla classe terza C scientifico
del Liceo classico “XXV Aprile” di Portogruaro un lavoro
sul Risorgimento. Più precisamente l’idea era quella di
costruire un percorso lungo le vie di Portogruaro intitolate ai protagonisti dell’Unità d’Italia.
Armati di piantine di Portogruaro, gli alunni hanno iniziato ad individuare i luoghi simbolo del Risorgimento e
a dividersi il lavoro di ricerca della informazioni su personaggi, battaglie e movimenti storico-letterari.
Dopo questa prima fase, ci si è posti il problema della
realizzazione tecnica del lavoro. Così, corteggiando un
collega di matematica, un piccolo gruppo di alunni è
riuscito ad imparare ad usare il linguaggio di programmazione HTML e a trasferire, in un secondo momento,
le conoscenze acquisite a tutti i compagni di classe. In
questo modo ognuno di loro ha potuto autonomamente costruire la sua o le sue pagine, supervisionate tecnicamente da un gruppo scelto.
L’attività è proseguita con un’opera di rivisitazione, limatura e correzione dei testi elaborati a partire da informazioni ricavate da vari siti Internet. Il lavoro si è
poi ampliato, in quanto all’interno delle singole pagine
sono stati creati dei “punti caldi”, costituiti da parole
che rimandavano ad altre pagine di approfondimento.
La ricerca del titolo del lavoro è stata fonte di discussione tra i ragazzi, che alla fine hanno optato per un titolo
semplice: Le strade dell’Unità d’Italia - Portogruaro.
La guida di Portogruaro così creata risulta composta
da una mappa della città, suddivisa in vari settori, e da
schede testuali corredate da immagini che vogliono
dare informazioni sul periodo risorgimentale e permettere di percorrere le vie della città forti di alcune conoscenze.
Il lavoro ha rappresentato un’occasione per conoscere
meglio la città dove si vive o si studia, per guardare con
occhi diversi e più consapevoli i luoghi che quotidianamente si attraversano, per rinfrescare conoscenze sopite e per crearne di nuove. E’ inoltre servito a stimolare
lo spirito di ricerca e la curiosità nei ragazzi, e a creare
spirito di collaborazione.
Gli alunni hanno dimostrato in questa attività ottime
Portogruaro: palazzo Fabris e Dal Moro. Coll. priv.
Portogruaro: piazza Vittorio Emanuele agli inizi del Novecento. Coll. priv.
capacità organizzative, spirito d’iniziativa e di collaborazione e una dose d’entusiasmo non indifferente.
Il prodotto creato è stato presentato nel mese di maggio all’isola di San Servolo, giornata conclusiva delle
attività organizzate da Retestoria e dalla Provincia di
Venezia sull’Unità d’Italia.
In quest’anno scolastico c’è stato un ulteriore sviluppo
dell’attività: i ragazzi hanno lavorato su un documento
d’archivio- una delibera del 1910 del Comune di Portogruaro- in cui veniva sollevato e discusso il problema di
intitolare una via del Comune a Giuseppe Mazzini.
Il lavoro è stato consegnato al FAI di Portogruaro che ne
curerà la pubblicazione.
Prof.ssa Stefania Sari
Al concorso della Provincia hanno partecipato anche
le scuole di Pramaggiore, con il giornalino 150 anni insieme, che descrive del Risorgimento, “oltre agli eventi
storici, anche la vita, le imprese, le curiosità di alcuni
personaggi”. Il giornalino si può sfogliare in internet:
w w w. i c - i p p o l i t o n i e v o . i t / p r o g e t t i / g i o r n a l i n o _
unità_d’italia_2011_ss_pram.pdf.
Le vie delle 5 bandiere
L’IPSIA “D’Alessi” di Portogruaro ha ricordato i 150
anni dell’Unità d’Italia dedicando il percorso cicloturistico di quest’anno alla scoperta delle vie di Portogruaro, Concordia, Fossalta di Portogruaro, Teglio
Veneto e Gruaro che ricordano eventi e personaggi
risorgimentali.
Guidati dal prof. Natale Cigagna, che sviluppa annualmente progetti di educazione ambientale con
protagonista la bici, i ragazzi sono stati anche ricevuti dai sindaci dei 5 paesi e hanno reso omaggio ai
tricolori dei 5 municipi.
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San Donà di Piave, via Garibaldi. Anni ‘50. Coll. priv.
L’Italia unita nelle vie di San Donà di Piave
Classe 2ª A dell’Istituto Comprensivo “Lucia Schiavinato” di
San Donà di Piave, scuola media
La classe II A, nell’anno scolastico 2010/2011, ha voluto
dare il proprio contributo alle celebrazioni del 150° anniversario dell’unità d’Italia.
Il lavoro è nato dall’idea di cercare nella vita quotidiana
i segni che ci richiamano ad una più vasta appartenenza.
I nomi delle strade e delle vie di San Donà sono stati il
punto di riferimento iniziale: il passo successivo è stato
quello di circoscrivere la ricerca ai personaggi veneti e
sandonatesi a cui sono intitolate le vie e che rappresentano il contributo dato alla grandezza dell’Italia unita,
dal Risorgimento alla storia contemporanea.
La ricerca sulla vita e le opere di queste persone è stata una scoperta per rivalutare le vite spese per il bene
comune.
Accanto a personaggi famosi in tutta Italia, ce ne sono
altri di dimensione locale, ma non per questo meno
importanti nella loro opera per lo sviluppo del nostro
territorio nell’ambito della nazione.
Alla fine, non poteva mancare Giuseppe Garibaldi: non
è veneto, ma gli alunni hanno pensato che, oltre a San
Donà, non c’è paese in Italia che non abbia una via dedicata a lui e la sua fama ci riporta sempre a pensare
alla nostra storia di unità.
Il lavoro è stato predisposto in un CD, elaborato in power point dagli alunni, i quali hanno fatto corrispondere alla fotografia della via attuale, l’immagine e la storia
del personaggio individuato. La presentazione è data
dai famosi versi di Ugo Foscolo, tratti da “I sepolcri”: “…
ma più beata che in un tempio accolte
serbi l’itale glorie, uniche forse
da che le mal vietate Alpi e l’alterna
onnipotenza delle umane sorti
armi e sostanze t’invadeano ed are
e patria e, tranne la memoria, tutto…”
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dove gli alunni, evidenziando le parole riferite alla memoria hanno voluto presentare la storia d’Italia come
un susseguirsi di dominazioni diverse e vicende alterne,
ma la memoria dell’appartenenza culturale non è mai
andata perduta ed è stata il motore dell’unificazione.
La colonna sonora del lavoro è l’inno di Mameli nell’esecuzione strumentale dei Berliner Philharmoniker diretti da Herbert von Karajan.
Una parte importante è dedicata alle vicende del Piave,
dove le immagini e la storia sono accompagnate dalla
“Canzone del Piave”, nell’esecuzione strumentale della
Fanfara del Piave di San Donà.
Il coordinamento del lavoro e degli alunni è stato predisposto dalle insegnanti Daniela Bellè e Cristina D’Antoni, su un’idea iniziale della vicepreside, prof.ssa Giovanna Zordan.
… scrivendo una legge
Questo lavoro ha vinto il primo premio per la sezione
“scuola secondaria di primo grado” della provincia di
Venezia al concorso regionale “Veneto e 150° anniversario dell’Unità d’Italia”, organizzato dall’Agenzia per lo
Sviluppo dell’Autonomia Scolastica-nucleo Territoriale
Veneto. Gli alunni sono stati premiati nel corso di una
manifestazione all’Expo Scuola di Padova, il 10 novembre 2011, alla presenza del Presidente del Consiglio regionale del Veneto, dott. Clodovaldo Ruffato, del Direttore ANSAS NT Veneto, dott.ssa Alessandra Missana,
del Direttore generale reggente U.S.R. per il Veneto,
dott.ssa Daniela Beltrame.
• Definizione di legge e Costituzione
• Iter legislativo (video su CD)
• Simulazione di seduta con copione predisposto
dal Senato
• L’Unità d’Italia attraverso i personaggi (Cavour,
Mazzini; Garibaldi)
• Individuazione della legge “Abbiamo fatto l’Italia ora facciamo gli Italiani” ed assegnazione alla
5ª C (Commissione)
• Stesura disegno di legge
• Approvazione disegno di legge sia in 5ª B
(Senato) che in 5ª A (Camera dei Deputati)
• Firma del Dirigente Scolastico e promulgazione.
Abbiamo fatto l’Italia
ora facciamo gli Italiani
Classi 5ª A, 5ª B e 5ª C della scuola primaria “G. Noventa”
dell’Istituto Comprensivo Noventa di Piave, guidati dagli insegnanti A.Amadio, D.Carraro Donatella, O. De Bortoli, N.
B.Segato e la referente della funzione strumentale A. Di Saverio
Percorso didattico rivolto alla stesura del disegno di
legge
Si è proceduto secondo le seguenti fasi:
Sono stati suddivisi i compiti tra le varie classi:
• proposta, elaborata dalla Commissione 5ª C; modifica del Senato 5ª B;
• valutazione e modifica della Camera dei Deputati
5ª A;
• rivalutazione e approvazione del Senato;
• promulgazione della legge alla presenza del Presidente della Repubblica, impersonato dal Dirigente
Scolastico e del Sindaco del Comune di Noventa
di Piave che, per l’occasione, ha consegnato ad
ognuno di loro una copia della COSTITUZIONE.
Le attività predisposte hanno permesso ai ragazzi di
cogliere l’importanza delle leggi e del confronto democratico, comprendendo quali siano i passaggi necessari
perché una legge possa concretizzarsi.
Il percorso didattico, finalizzato alla conoscenza della
Repubblica italiana e del percorso storico dell’Unità d’Italia attraverso lo studio dei principali protagonisti, ha
consentito ai ragazzi di sperimentare un vero progetto
di cittadinanza attiva.
Questo lavoro li ha coinvolti in un gioco di trama e ordito, in un intreccio di pensieri ed emozioni che ha fatto
sentire l’importanza di far parte di un NOI che li unisce.
Il DVD realizzato, contiene la registrazione dei brani da
loro scelti : “Libertà” di Gaber e “’Inno d’Italia” di Mameli che sono stati eseguiti grazie alla collaborazione
del professor Memo, insegnante di Educazione Musicale della scuola secondaria di 1° grado dell’Istituto.
Vengono di seguito trascritte le osservazioni di alcuni
alunni.
La nostra legge è nata perché volevamo darci alcune
indicazioni per stare tutti insieme e diventare così i protagonisti di un’Italia unita.
Il lavoro della Commissione del Senato 5ª C è partito
dall’analisi dell’impegno profuso dai nostri patrioti per
l’amor di patria.
Com’è noto la nostra nazione era divisa in 7 stati, di cui
solo uno, il Regno di Sardegna, era governato da un re
italiano. Tutto era diverso: le leggi, il denaro, le unità
di peso e misura … Cominciò allora a diffondersi l’idea
dell’indipendenza dagli stranieri, dell’unità nazionale e
di una Costituzione per limitare i poteri del re e riconoscere i diritti di tutti.
Abbiamo studiato i fatti e i personaggi del Risorgimento, Mazzini, Garibaldi e Cavour, che con il loro impegno
e le loro idee hanno contribuito alla realizzazione del
sogno italiano.
Successivamente abbiamo tracciato le tappe che hanno portato all’Unità d’Italia. Abbiamo constatato che la
nostra regione nel marzo 1860, quando Garibaldi consegna il Regno delle Due Sicilie a Re Vittorio Emanuele
II, era ancora in mano agli Austriaci e che è diventata
italiana solo nel 1866.
Infine, prima di scrivere la legge “Fatta l’Italia facciamo
gli italiani”, ciascuno di noi ha provato a dare la sua definizione di Italia e a spiegare cosa significa per lui essere italiano.
Abbiamo discusso molto prima di decidere cosa e come
scrivere.
La discussione ci ha portato a concludere che essere
cittadino italiano significa essere un cittadino del mondo, significa partecipare attivamente alla realizzazione
della libertà di uno e di tutti.
Quindi, abbiamo definito i tre articoli che compongono
la legge allo scopo di indicare chiaramente i comportamenti che ogni buon cittadino, secondo noi, deve seguire per definirsi tale.
Nell’art. 1 si parla della libertà di professare la propria
religione. L’art. 2 invita a riflettere sui giusti comportamenti per preservare l’ambiente. Infine, nell’art. 3
parliamo della libertà che pensiamo sia soprattutto “rispetto verso se stessi, gli altri e le cose.”
Per concludere vorrei fare una riflessione che viene dal
cuore.
Il documento finale è stato redatto grazie ai ragionamenti di tutti i componenti della Commissione dove la
cultura marocchina, albanese, argentina e italiana ha
saputo intrecciarsi fino a fondersi insieme.
(Zienab Belbachena)
Noi alunni di 5ª B abbiamo avuto l’opportunità di leggere e analizzare il testo di legge proposto dalla Commissione del Senato per tempo. Ciò ci ha permesso di
riflettere sugli argomenti che la Commissione aveva
messo in luce e preparare gli interventi che avrebbero poi consentito ai lavori del Senato di specificare in
modo più preciso alcuni punti che ci sembravano poco
chiari. Nel corso della seduta del Senato, infatti, sono
stati chiariti alcuni punti ed è stato introdotto un emendamento.
Successivamente abbiamo espresso le nostre intenzioni di voto.
Anche nella seduta successiva a quella della Camera
abbiamo utilizzato le stesse modalità per approvare
definitivamente il testo modificato dalla Camera dei
Deputati, rappresentata dai nostri compagni di 5ª A.
Questa esperienza ci ha fatto sentire come dei veri senatori.
Dopo la prima riunione del Senato ci siamo riuniti noi
della Camera dei Deputati: la classe 5ª A.
Anche noi abbiamo avuto l’occasione di poter disporre
per tempo della proposta di legge che era stata presentata dalla Commissione e rivista dal Senato. Dopo
aver analizzato il testo redatto dal Senato, noi deputati
abbiamo discusso per chiarire alcuni punti. La discussione ci ha portato a proporre di tramutare l’avverbio
“stranamente”, che definiva l’Italia, in aggettivo apportando il seguente emendamento “da venti regioni che
le danno una strana forma”.
Il disegno di legge è stato quindi rinviato al Senato per
la sua approvazione definitiva.
Il testo di legge è stato poi presentato anche al nostro
Dirigente Scolastico e al Sindaco del nostro Comune che
ha organizzato una cerimonia, per il 17 marzo 2011, festa nazionale per i 150 anni dell’Unità d’Italia, in cui il
Consiglio Comunale ha integrato il proprio Statuto con
la nostra legge.
Vorrei concludere ringraziando il Senato, soprattutto
nella persona del Presidente Schifani, per averci dato
questa bellissima opportunità di vivere concretamente
l’iter legislativo che trasforma un’idea, un desiderio in
legge.
Questa esperienza è stata per noi un’esperienza di libertà, perché libertà è partecipazione.
73
74
… trovando i fratelli d’Italia di Grassano
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Fratelli d’Italia - Concorso F.A.I. per la scuola primaria e secondaria di 1° grado
Classe 2ª B, a tempo normale scuola secondaria di 1° grado “G: Marconi” Ceggia
Relazione della docente sul percorso didattico svolto e sulla
comunicazione con la classe gemellata
a. Percorso didattico della ricerca e scelta dei beni del territorio.
Quest’anno ho scelto di iscrivere la mia classe seconda (22 alunni) al Concorso “Fratelli d’Italia” ritenendo
di poter affrontare in modo più efficace, mediante le
attività relative alla partecipazione al concorso, lo studio delle odierne realtà comunali italiane, a partire dal
Comune medievale, e in particolare la storia e l’identità
del Comune in cui si trova la scuola e vivono gli alunni,
Ceggia (VE). Un altro obiettivo, non meno importante,
era quello di poter rendere concretamente consapevole la classe delle differenti realtà sociali e geografiche
italiane, attraverso la valida proposta del gemellaggio;
ed infine per sviluppare la conoscenza di realtà associative come il FAI, in cui l’apporto volontario del singolo
cittadino contribuisce a tutelare i beni e il territorio, migliorando la vita dell’intera collettività.
L’iscrizione al Concorso è stata condivisa con la classe; i
ragazzi, in un primo momento (mese di dicembre) sono
stati invitati a ispezionare il territorio e a cogliere, con
foto e schizzi, elementi a loro avviso specifici del nostro
paese. Alcuni hanno svolto questa attività singolarmente, altri in coppie. Al rientro delle vacanze di Natale il
materiale è stato tutto visionato insieme. Successivamente ho dedicato numerose lezioni allo studio della
realtà storico-geografica generale del territorio comunale per approdare al lavoro “Sono fiero di vivere a…
perché” e “Vorrei far conoscere a tutti…”. Questo è stato un momento molto importante del percorso perché
dai testi prodotti e dalle scelte effettuate dagli alunni
sono emersi il forte legame dei ragazzi con il territorio
e il loro senso di appartenenza al luogo in cui vivono
con le loro famiglie. I testi sono stati condivisi, letti e
commentati; successivamente sono stati scelti i beni
che parlassero di questi luoghi a coetanei lontani (mese
di gennaio-febbraio), tramite il poster e la tessera del
puzzle.
Ho invitato in classe, in questa fase, una delegata FAI
di Portogruaro, perché presentasse l’associazione con
l’ausilio di materiali video, e testimoniasse con la sua
presenza e con la sua esperienza di volontaria il valore
dell’impegno personale, mediante il quale ogni ambito
sociale, anche quello culturale, trae miglioramento.
Individuati i beni – materiali e immateriali – ho costi-
Il cartellone realizzato dai ragazzi
tuito piccoli gruppi di studio che ne approfondissero
la conoscenza, soprattutto in classe, con l’ausilio di testi, ricorso a fonti orali, presentazioni multimediali di
immagini del territorio, semplici ricerche in internet,
etc., in modo da strutturare delle schede descrittive dei
beni. Queste schede andranno a costituire un fascicoloricerca cartaceo sul Comune di Ceggia, di cui ogni alunno avrà copia, che sarà completato entro la fine dell’anno scolastico. Successivamente, a gruppi, vi è stato un
laboratorio di scrittura creativa con la produzione di
limerick, acrostici, filastrocche, alcuni dei quali hanno
trovato spazio nel cartellone.
Contemporaneamente, con la fattiva collaborazione
della collega prof.ssa Lorena Romanin (di sostegno alla
classe, docente di Educazione Artistica), si è avviata in
classe la ricerca sulle modalità di realizzazione del poster, della tessera del puzzle e della cartellina per contenere il tutto. Tutti gli alunni hanno creato una loro
proposta motivandola, successivamente si è arrivati
insieme alla scelta del bozzetto e dei materiali per realizzare i tre prodotti.
La realizzazione delle 3 copie poster (i ragazzi hanno voluto farne una in più da tenere in classe), delle tessere
del puzzle e della cartellina ha visto impegnati, a turno,
tutti gli alunni, ognuno a seconda delle proprie abilità e
della propria creatività (marzo).
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Il Power Point del lavoro realizzato
b. Comunicazione con la classe gemellata
Siamo stati gemellati a sorpresa con la classe 2ª A della
scuola secondaria “A. Ilvento” di Grassano (MT).
Il gemellaggio e la corrispondenza, che si sta svolgendo volutamente in modo abbastanza spontaneo fra le
due classi, si sta rivelando molto stimolante e utile ad
individuare tratti comuni e grandi differenze fra realtà
italiane geograficamente così lontane. Gli alunni attendono con ansia lettere da Grassano, e altrettanto sono
desiderosi di scrivere delle proprie esperienze di vita e
quelle del proprio paese. Non hanno volutamente inviato alla classe di Grassano fotografie della classe, né
del paese, per lasciare il gusto della sorpresa quando
i nostri materiali arriveranno nella scuola di Grassano.
La corrispondenza avviene con il sistema tradizionale,
dato che entrambe le classi, sia a Ceggia che a Grassano, non hanno a disposizione altre modalità di contatto
(posta elettronica, laboratorio di informatica).
Per quanto riguarda la realizzazione dei materiali richiesti dal concorso, per ragioni organizzative e, soprattutto per le numerose incombenze didattiche connesse
allo svolgimento del curricolo e le davvero esigue risorse a disposizione, non vi è stata la possibilità di avere un
confronto costante sulle soluzioni adottate dalla due
classi; ci si è confrontati soprattutto nella realizzazione
del puzzle (via e-mail le due docenti, extrascuola).
È, naturalmente, nostra intenzione proseguire anche
nel prossimo anno scolastico questa esperienza del gemellaggio, interessante sia dal punto di vista didattico
che formativo, per far crescere questo nuovo rapporto, far nascere nuove amicizie e, chissà, magari anche
far incontrare le due classi; ipotesi, quest’ultima, che
certamente presenta molte difficoltà, vista la notevole
distanza fra Ceggia e Grassano.
c. Conclusione
L’esperienza condotta fin qui è stata intensa e stimolante, ha arricchito la classe da molti punti di vista: ha
permesso agli alunni di conoscere in modo concreto il
territorio in cui vivono e studiano e le sue bellezze, di
stabilire un rapporto vivo con coetanei lontani, con i
quali condividere interessi ed esperienze; li ha aiutati a
scoprire abilità e interessi personali e il gusto di realizzare un progetto condiviso.
Vi sono state anche alcune difficoltà, legate soprattutto
al fatto che, essendo la classe 2ª B una classe a tempo
normale, è pochissimo il tempo in cui poter svolgere
attività integrative di approfondimento come questa;
inoltre, la mancanza di ore di compresenza docenti ha
oltremodo ridotto le uscite della classe sul territorio.
L’attività svolta ha mostrato a noi docenti, ancora una
volta, che ogni giorno, a scuola, nell’intreccio di emozioni e interessi diversi, esperienze motivanti come
questa arricchiscono ciascuno di noi e, siamo certi,
contribuiscono alla formazione di cittadini consapevoli
e più attivi nella tutela dell’ambiente e del territorio.
Ceggia, 30.3.2011
(Prof. Annalisa Guiotto)
Relazione degli alunni sugli elementi scelti e sulle motivazioni della scelta
In questa attività proposta dal F.A.I., per illustrare Ceggia, il paese in cui viviamo, discutendo a lungo in classe
e dopo un lungo confronto, abbiamo scelto di studiare
in modo approfondito e poi di inserire nel poster i seguenti elementi:
la regione Veneto, nella quale si trova Ceggia; sul poster con una lente d’ingrandimento abbiamo evidenziato il cuore del nostro paese - una veduta del centro
storico, con il Piavon (il fiume su cui il paese è nato) e
il Municipio in festa, fotografato il 17 Marzo nella festa
per i 150 anni dell’unità d’Italia.
Con lo stemma del leone di San Marco abbiamo voluto
ricordare che, per quasi 5 secoli, Ceggia ha fatto parte
della Repubblica di Venezia e anche oggi se ne vedono
le tracce.
La pianura, in gran parte bonificata, molto ricca di acque, nella quale l’agricoltura è praticata da millenni: abbiamo evidenziato, con alcune immagini, i vari paesaggi
offerti dalla campagna nelle varie stagioni e due colture
tipiche, la vite e il mais che ci danno vini pregiati e un
piatto, la polenta, che in passato ha sfamato la maggior parte delle persone che vivevano qui e che oggi si
accompagna a molti piatti tipici. Abbiamo inserito due
proverbi locali in dialetto che ci parlano della polenta e
del vino, a testimonianza del fatto che, a Ceggia, l’uso
del dialetto è ancora molto vivo, anche fra i giovani.
Alcuni momenti fondamentali della storia del nostro
territorio:
• Il periodo della colonizzazione romana, con l’area
archeologica del ponte sul Canalat, sul quale pas-
sava la via Annia; lo studio di questo periodo della
storia del nostro paese ha affascinato molti di noi;
• Il Rinascimento, con la villa e l’oratorio Bragadin al
centro di Ceggia;
• La nascita dell’industria nel 1900: abbiamo studiato l’ex zuccherificio Eridania, oggi chiuso, dichiarato monumento di archeologia industriale, nel quale
hanno lavorato molti dei nostri familiari. Attualmente nel sito è in corso la bonifica e sembra che
sarà conservata una vasca come oasi naturalistica,
fatto sul quale siamo molto d’accordo;
• La vita sociale e la nostra cultura, che nascono nel
territorio in cui viviamo.
A Ceggia i Ciliensi, di tutte le età, amano stare insieme
nel tempo libero e partecipano a moltissime associazioni sportive, culturali, di solidarietà, etc.: noi ne abbiamo contate ben 67! Durante l’anno si organizzano
molti eventi, di vario genere. Fra tutti abbiamo deciso
di trattarne uno: “il Carnevale dei Ragazzi”, che si tiene
ormai da 58 anni, a cui collabora tutto il paese e, nei
giorni delle sfilate dei gruppi mascherati (formati da
persone di ogni età e da moltissimi ragazzi come noi)
e dei carri allegorici, partecipano migliaia di persone
provenienti da molte località del Veneto e delle regioni
vicine.
Nella tessera del puzzle, da un lato abbiamo ripreso alcuni elementi del poster e dall’altro abbiamo inserito la
nostra foto di classe, lo stemma dell’Istituto Marconi e
alcune righe della prima lettera che abbiamo mandato
alla classe 2ª A di Grassano. Tutti noi siamo molto felici
del gemellaggio con la scuola di Grassano (Matera) e
continueremo la corrispondenza anche in futuro.
Nel corso di questo progetto abbiamo conosciuto in
modo approfondito il nostro paese nei suoi aspetti storici e nella sua realtà attuale e abbiamo scoperto che
anche il paese di Ceggia ha molti beni storici, naturali e
culturali importanti, anche se è molto piccolo.
Abbiamo potuto lavorare in gruppo e sviluppare in classe nuove relazioni, conoscerci meglio e anche scoprire
abilità idividuali poco utilizzate e nascoste.
A scuola, qualche volta, non è stato semplice trovare
tempo per queste attività di laboratorio durante le normali ore scolastiche.
Ci siamo impegnati molto, abbiamo avuto molte scadenze da rispettare, ma è stato molto piacevole svolgere le varie attività richieste dal concorso; siamo davvero
soddisfatti di aver partecipato a questo progetto nazionale del F.A.I.
Anche per questa ragione, il giorno 26 Marzo, una delle
giornate di Primavera del F.A.I., ci siamo iscritti come
classe al F.A.I, presso la Delegazione di Portogruaro
(VE). Lo abbiamo fatto per partecipare in modo attivo
a questa associazione e per migliorare la nostra conoscenza del territorio e del paesaggio italiano.
… scrivendo lettere dal fronte
La notte in trincea. Un’esperienza outdoor
di didattica della storia
Istituto “Scarpa” di San Donà
“... la nostra non è l’unica maniera di essere uomini:
è concepibile che la si possa cambiare... (G. Bateson)”
È prassi comune, quando si lavora ad una programmazione didattica, utilizzare con generosità l’espressione “rendere l’alunno protagonista”. Fortunatamente,
dopotutto. L’espressione scorre come un fiume sotterraneo nei piani di lavoro e nelle offerte formative;
l’ampia diffusione del concetto, almeno nella routine,
lo trasforma quasi in un obbligato luogo comune. L’obiettivo dichiarato è quello di coinvolgere lo studente
come soggetto attivo, nel tentativo di preservarlo dallo
spettro di uno studio scolastico, mnemonico o, peggio
ancora dai ricorrenti stati di apatia siderale nei quali
soggiace come in una sorta di letargo. Ma dietro le buone intenzioni, quali procedure si possono realmente attivare o quali metodologie impiegare per raggiungere
un obiettivo così importante?
Molti insegnanti vivono ancora, nonostante le odierne
mortificazioni e le accuse di reiterata fannulloneria che
piovono da tutti i lati, l’ambizione di risultare docenti
stimati per la competenza professionale e si sentono
moralmente impegnati nella sfida che si combatte quotidianamente intorno alle polverose lavagne in migliaia
di aule: portare i propri discepoli a raggiungere la vetta
della conoscenza pura, eterna ed inossidabile, riscuotere successo ed attenzione, coinvolgere ed appassionare
greggi di alunni più alle prese con i brufoli e gli ormoni
vaganti.
Non basta riesumare i vecchi documentari in VHS, ricorrere ai film storici, ai power point, alle tesine individuali o di gruppo, spingersi fino al cooperative learning,
in un’epoca in cui la velocità della comunicazione e la
galoppante evoluzione della multimedialità lascia sempre la scuola e il docente ai blocchi di partenza. Occorre
provare qualcos’altro, più forte, condito di adrenalina.
Un’apprezzabile opportunità, come alternativa, può derivare dalla dinamica attività outdoor. Muoversi, uscire
dall’aula, raggiungere lo “spazio storico”, vedere realmente i luoghi e le tracce degli eventi o i segni lasciati
dall’uomo sul territorio, portare gli studenti a toccare
con mano. Ottimo, si direbbe, ma a parte l’accurato logorio d’impedimento e di ostacolo messo in atto dalla
burocrazia scolastica per scoraggiare l’insegnante troppo fantasioso, le attività extrascolastiche costano.
Costano tempo, molto tempo. L’uscita deve rifuggire
dall’estemporaneità e dall’improvvisazione, va prepa-
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rata nelle aspettative e nella costruzione delle necessarie pre-conoscenze tramite un accurato lavoro di ricerca; insomma, far sì che gli alunni possano partecipare
attivamente e fruire al massimo delle loro potenzialità
dell’opportunità che viene offerta. E poi si dovrebbe
verificare di volta in volta l’efficacia delle ricadute, misurare gli esiti dell’incremento sperato. Ma costa anche
in termini economici e il docente si fa scrupolo, visti i
tempi, di gravare con proposte azzardate sul bilancio di
famiglie già in difficoltà.
Eppure è una preziosa opportunità che, almeno in qualche circostanza, va giocata: la scuola fuori dalla scuola, la scuola lontana dalla scuola, con alunni proiettati
in una dimensione ideale di percettività, trascinati in
un’esperienza di apprendimento sviluppata all’esterno
dell’aula. L’outdoor learning persegue in sostanza tre
obiettivi di fondo:
• velocizzare i processi di apprendimento dei partecipanti, potenziando la capacità di analisi e di interpretazione critica verso gli accadimenti umani;
• utilizzare l’esperienza concreta per elaborare e sedimentare i concetti, anche mediante le emozioni
che si sviluppano;
• vivere l’evento formativo come un momento piacevole e aggregante, da ricordare.
In genere le esperienze outdoor ispirano passione,
creano un “habitus mentale” per la scoperta degli avvenimenti storici, stimolano la curiosità come utile leva
della scoperta, coinvolgono lo studente sotto il profilo
emozionale fissando l’emotività all’esperienza, motivano gli studenti a raggiungere il successo e a crescere
come cittadini intraprendenti e responsabili.
La notte in trincea costituisce il classico esempio di
come, affrontando un normalissimo e scontato argomento di storia (La Grande Guerra, con particolare riferimento alle condizioni di vita del soldato), si possa
percorrere una metodologia alternativa che filtra attraverso un processo d’immedesimazione, quasi una
catarsi che diventa esperienza di vita, in contesti solo
vagamente immaginati, recuperando la memoria del
passato come valore integrante della cultura personale.
Per i profani risulta doveroso spiegare come funziona
La notte in trincea. Se un docente ex cathedra arriva incolume dall’attentato di Sarajevo al Patto di Versailles,
citando ad epilogo della tragedia i 650.000 morti italiani della prima guerra mondiale ottiene al massimo un
cenno di partecipe condoglianza da parte degli alunni
dei primi banchi, ancora in grado di connettere pur travolti dal labirinto di date e luoghi, eventi e personaggi.
Se si porta uno studente e scegliere un compagno virtuale nel bel mezzo di ossario con oltre 20.000 caduti
in guerra, spesso suoi coetanei, e vivere una notte in
trincea cercando di conservare un rapporto dialettico
con lui, sono possibili risultati che vanno ben oltre l’ordinario.
Anzitutto occorre dire che l’organizzazione della “notte” è un po’ complessa ed avviene attraverso la Rete
Scuole Outdoor, che a sua volta utilizza l’aiuto di volontari dell’ANA e di alcune sezioni del Club Alpino Italiano.
L’attività, per comprendere una notte, si estende a due
intere giornate e si svolge sul Massiccio del Grappa, prima a Cima Grappa, poi sul Monte Palon. Consiste nella
parziale simulazione delle condizioni di vita del fante,
trascorrendo una notte di guardia in trincea: acqua razionata, cibo razionato, zaino carico del necessario individuale, marce di spostamento, fatica fisica, sudore,
stanchezza, freddo, a volte pioggia.
Lo scenario di partenza è Cima Grappa che si raggiunge
con l’autobus: offre un piccolo museo, la grande opera
militare denominata Galleria Vittorio Emanuele III, l’imponente sacrario, tutti elementi importanti per avviare
la necessaria contestualizzazione delle vicende; occorre però agire utilizzando questi elementi in termini di
sensibilizzazione, scalfendo la spessa corazza d’indifferenza e/o di diffidenza per innescare un processo di
simbiosi che porti lo studente alla massima partecipazione attiva. Il sacrario è un monumento significativo,
ma freddo e retorico.
Lo si può attraversare con sguardo annoiato come lo
si può interpretare a diversi livelli di permeazione se
si riesce a tirar fuori un’anima, a farlo parlare con un
linguaggio chiaro e, meglio ancora, toccante, a far germogliare un legame ideale tra un giovane caduto nel
1918 e un giovane coetaneo di oggi. Incredibile, ma
possibile. Portare gli alunni fino in fondo a questo processo di penetrazione, a toccare con mano incerta la
lastra di bronzo col nome del compagno prescelto, contatto simbolico denso di significato, unione virtuale. In
un momento diventano coetanei: loro vedranno per
gli occhi spenti dei soldati caduti, dialogheranno, spiegheranno. Sarà un impegno ed una promessa solenne,
sulla tomba.
Poi è il momento della lunga marcia sulla mulattiera di
arroccamento, fino a quattro ore per la lenta comitiva,
con tutto l’equipaggiamento in spalla, passaggio necessario per assumere il ruolo fino in fondo, passando
gallerie e strapiombi dietro la linea del fuoco, sul rovescio delle postazioni italiane, evitando di uscire allo
scoperto sotto il tiro dell’esercito nemico. Arriva infine
la trincea del Monte Palon, dove si combatterà la battaglia. Si uniscono di solito due o tre classi quinte dimezzate, con provenienze da località ed istituti diversi, per
simulare le eterogenee origini dei soldati al fronte, che
producono i due schieramenti italiano ed austriaco da
amalgamare al momento.
Dopo aver inscenato una rivisitazione serale della guerra attraverso letture di documenti interpretati, rievocazioni, video, canzoni o rappresentazioni che le classi
si scambiano reciprocamente come prodotti di lavori
preparati in precedenza, giunte le tenebre della notte,
inizia la guerra.
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Alcune immagini dell’esperienza
Gioco in realtà, sotto la volta stellata, alla conquista di
palloncini e bandiere, bersagli di sortite e di accanite
difese che impegnano lungamente soldati e soldatesse italiani ed austriaci. Infine la stanchezza e l’umidità
della notte logorano la resistenza degli schieramenti;
quello più disciplinato nel rispetto dei ruoli e meglio
organizzato sul piano tattico, riuscirà a prevalere espugnando il campo avversario.
La notte poi completerà il processo di straniamento
entro tendine da campo, ricoveri improvvisati o bivaccando sotto le stelle. Il mattino successivo, stanchi ed
assonnati, tutti i partecipanti saranno impegnati prima
nel risistemare le trincee e pulire il campo di battaglia,
poi in una riflessione comune sul significato dell’esperienza, passando dal gioco alla tragedia, richiamando le
sembianze di chi, in quei luoghi, negli stessi anfratti ha
lasciato la giovane esistenza spezzata da una scheggia
o da un proiettile. È il momento culminante. In questa
delicata fase sono nate le lettere dal fronte prodotte da
ragazzi che la guerra l’hanno simulata.
Outdoor diventa in questo caso estraneazione, allontanamento dalla contingenza dal quotidiano; scompare il
cellulare e il comfort abituale, travolto dal disagio, dalla
fatica, dalla mancanza di acqua e dal cibo razionato, da
un ambiente sconosciuto che circonda con ostilità, dalla solitudine, dal senso d’impotenza di fronte alle difficoltà, perfino alla paura. Eppure il toccare con mano,
l’analizzare, il capire come e perché alcuni comportamenti producano specifici effetti, favorisce lo sviluppo
della motivazione necessaria a modificare il proprio
comportamento per adeguare la prestazione agli obiettivi dell’organizzazione e del gruppo.
Se viviamo nell’epoca della dissoluzione dei legami,
della frantumazione delle relazioni interpersonali, dello
smarrimento dei valori, entro i confini di questa esperienza, almeno per una notte, cerchiamo di ricostruirli. Una piccola, ma importante parentesi, nella quale il
vissuto porta lo studente a varcare convintamente le
soglie del tempo e a relazionarsi con un contesto di conoscenza vissuta, altrimenti relegata al classico capitolo da studiare per casa.
Le indicazioni ministeriali sottolineano come la Scuola
può continuare ad essere il perno dell’educazione se
accompagna i processi della conoscenza, se incoraggia
i propri allievi a dare senso alla pluralità e alla varietà
delle esperienze. La metodologia didattica esperienziale si basa su una calibrata mescolanza dei seguenti
ingredienti:
• avventura: per avanzare in contesti sconosciuti nei
quali è più facile lasciarsi andare all’assunzione di
ruolo e all’azione spontanea, disinvolta;
• osservazione: per far emergere le risorse individuali, a volte incognite;
• coinvolgimento: per scambiare feedback di condivisione, se applicato ai comportamenti di tutti;
• riflessione: per favorire l’interiorizzazione emozionale, l’emersione di una sensibilità diversa e la captazione dei significati al termine dell’esperienza;
• metafora: per legare le attività proposte con i contesti di studio e facilitare il trasferimento del vissuto personale nella sfera dell’apprendimento diventando consapevoli del valore dell’apprendimento
come parte integrante della persona e quindi come
opportunità da “coltivare” per tutta la vita.
Se certamente non si può impostare un intero programma sulle risorse dell’outdoor, prevedere almeno
un’esperienza di tale genere, nel corso di un anno scolastico, può consentire la costruzione di un utile modello di riferimento sul significato della storia, in particolare per il programma dell’ultimo anno. Le metodologie
didattiche esperienziali mettono al centro del processo di apprendimento l’attività concreta dell’individuo
e consentono di sviluppare le potenzialità personali
e/o del gruppo, modificare il sistema di atteggiamenti-
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comportamenti dell’individuo, facilitare i processi di
apprendimento fornendo un modello di contestualizzazione ri-utilizzabile.
Attività esperienziali passate attraverso forti processi
di partecipazione permettono il coinvolgimento emotivo e mettono in gioco tutte le energie disponibili
per fronteggiare l’incertezza dell’ambiente esterno in
vista dell’obiettivo. I risultati che si possono ottenere
appaiono apprezzabili, almeno a giudicare da quanto
i protagonisti, raccogliendo le idee e interrogandosi, sono in grado di comunicare sotto forma di lettera
scritta la mattina successiva, ai piedi della trincea, al
compagno ideale adottato tra i ventimila dell’ossario.
Di queste produzioni spontanee se ne sono raccolte un
centinaio, spesso simili tra loro, ma tutte commoventi,
vibranti di passione e di sentimento. In questo spazio ci
è consentito presentarne solo un paio.
Elia, 2011
Monte Palon, 24 Maggio 2011
Caro Oreste,
forse cent’anni fa, te ne stavi seduto tranquillo all’ombra di una grande quercia, pensando al tuo futuro, ma
eri ignaro di quello che il destino ti avrebbe concesso
pochi anni più tardi. Forse provavi gli stessi pensieri,
le stesse emozioni, le stesse gioie, le stesse fatiche, le
stesse angosce che provo io, ora, nella mia giovinezza
spensierata. Una sola cosa non proverò mai: come si
sta, costretti in un canale scavato tra la roccia chiamato
trincea, sotto il sole cocente di agosto, sotto la candida
neve di dicembre, sotto una pioggia di proiettili o sotto
una nebbia di gas mentre un maledetto proiettile colpisce il tuo migliore amico, vicino a te, e lo fa cadere tra
le tue braccia, ormai cadavere, lasciandoti solo il suo
sangue e nell’istante che i suoi occhi privi di speranza si
chiudono, ti sale il terrore che il prossimo colpo possa
essere, per te, l’ultimo. Una notte nelle trincee del Palon non può farmi capire quello che hai provato tu nel
sentire l’odore della morte, il dolore verso la famiglia
lasciata, l’attesa di una licenza lontano dall’inferno. Abbiamo tentato di “ricostruire” il conflitto e questa esperienza mi lascerà, comunque, dei ricordi indelebili come
la fame e la stanchezza che tu hai passato per ben oltre
due cortissimi giorni. Quest’anno si festeggia il centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia e solo in
queste commemorazioni la maggior parte delle persone che si ritengono italiane ricordano il vostro sacrificio,
il sacrificio massimo che una persona può dare, la vita
per la nostra libertà, non per diventare eroi o per essere
sepolti in un sacrario confusi con migliaia di sfortunati
come te, ma per una maledetta cartolina che ti obbli-
gava a difendere una Patria che per te non c’era mai. In
questi due giorni sei risorto nella mia mente, ma penso
che non ti scorderò fino alla fine della mia esistenza.
Con la promessa che un dì ritornerò lì, sul Grappa, per
un’altra chiacchierata con te, magari sotto un bel cielo
stellato. Con affetto.
Giovanni, 2011
Monte Palon, 24/05/11
Caro Michele,
in questi due giorni passati in trincea ho pensato non
solo a te, ma anche a tutti i tuoi compagni che hanno
dato la vita per noi. Lo so che tu, in questo momento,
vorresti ritornare indietro e vivere la tua vita in cambio
dell’onore che ti è stato dato per essere morto in guerra e ti capisco, ma questo è impossibile. L’unica cosa
che posso fare è ricordarti, cosicché il tuo nome e il tuo
spirito possa continuare a vivere. Dopo aver passato
solo due giorni in quelle trincee dove tu, assieme ai tuoi
compagni, hai patito le pene dell’inferno, ho capito in
quale benessere viviamo noi, fatto di cose inutili che riteniamo importanti per la nostra vita. Io definisco materialiste le persone d’oggi, prive di ideali e valori, che
vedono nel denaro e nel benessere l’unico scopo della
vita. Penso che i veri ideali che voi avevate, ormai siano quasi persi e da ora in avanti le cose peggioreranno
sempre di più fino a che ogni essere umano non darà più
importanza alle semplici sensazioni della vita. L’uomo
sembra ormai mutare il suo comportamento, assomigliando sempre di più alla sua creazione: la macchina,
fredda e priva di emozioni, che vive solo per lavorare.
Ma un piccolo spiraglio di luce c’è ancora, fatto dalle
persone che ritengono importanti questi ideali, ormai
perduti, o come dicono le persone di oggi, “fuori moda”.
Scusami se mi sono dilungato un po’ troppo, ma penso
che ti faccia piacere sapere come va il mondo per cui voi
avete combattuto. Ieri, al sacrario, notando che tu avevi il mio stesso cognome e addirittura lo stesso nome di
mio padre, ho pensato che, in un altro tempo, poteva
essere il nome di mio padre scritto su quella tomba; in
quel momento ho provato una sensazione di angoscia
e paura che mi è passata per tutto il corpo. Io credo
al destino e penso che questo non mi sia accaduto per
caso, ma per farmi capire quanto questa vita sia importante e che noi, gente moderna, disprezziamo come
fosse carta straccia. Per cambiare dobbiamo guardare
al passato e ricordare voi eroi che avete dato la vita per
un mondo migliore che tuttora non c’è. Tanti saluti.
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Scuola e Storia - Centro di Documentazione Aldo Mori