3/2004
NOTIZIARIO DI STORIA E ATTUALITÀ SANTAGATESE N. 4 REG. TRIB. PS NR. 427 - DIR. RESP. G. DALL’ARA REDAZIONE SANT’AGATA FELTRIA
FAX 0541/929744 - GRAFICA E FOTOCOMPOSIZIONE IL PONTE STAMPA LA PIEVE POLIGRAFICA EDITORIALE, V. VERUCCHIO - EMAIL [email protected]
Sommario
Elezioni 2004
2
Confermato il
sindaco Polidori
Cronaca
3
Personaggi
4
Ricordi di guerra
5
Formula 1
6
Il parroco che divideva
7
Le chiese mignon
8
L’armadio poetico
9
La cronaca di Benedetta
10
Storia antica
11
La tomba di Sveva
12
Perticara e l’Olanda
ROCCA
È UN’INIZIATIVA
COMITATO FIERE
ED INIZIATIVE PROMOZIONALI
U
n sentito ringraziamento all’intera cittadinanza per l’importante successo, di proporzioni che
vanno al di là di ogni più rosea aspettativa, della lista civica “Insieme per lo
sviluppo del comune”. È quanto desidera esprimere il sindaco, riconfermato, Goffredo Polidori. “Sono molto soddisfatto - dichiara il primo cittadino
santagatese - del brillante risultato ottenuto dalla nostra lista, lista in cui sono
rappresentate diverse componenti di
forze politiche. Si tratta infatti di una
lista civica trasversale con rappresentanti che vanno dal centro destra al
centro sinistra, vincente per la credibilità delle persone e dei candidati piuttosto che per lo schieramento politico.
Abbiamo ottenuto l’appoggio della cittadinanza che ha capito l’operazione
politica complessiva portata avanti gra-
zie ad un programma elettorale condiviso dalla maggioranza dei cittadini che
ha visto unirsi forze politiche anche
non convergenti, su di un progetto
politico comune. Dai risultati elettorali
è emerso anche un appoggio complessivo del centro destra che evidentemente si è sentito rappresentato e ha
contribuito in modo importante alla vittoria sull’altra lista. Tutto ciò - conclude
Polidori - aumenta la responsabilità del
sindaco e della nuova amministrazione
perché i problemi sono tangibili e
urgenti. Basti pensare ai temi della viabilità, dei servizi, alle ristrutturazioni di
importanti beni immobili come ad
esempio la casa di riposo i cui lavori
inizieranno a breve e comporteranno la
questione del trasferimento degli anziani ospiti. Dobbiamo rimboccarci subito
le mani senza crogiolarci sugli allori”.
Benedetta Rinaldi
La Rocca
Maggio/Giugno 2004
CRONACA
hanno sacrificato la loro vita per il lavoro e per un ideale di
libertà. Se avete in casa fotografie, ricordi, attestati e desiderate aiutare il Comitato che sta organizzando la tradizionale
festa di ferragosto, prendete contatto con Manlio Flenghi in
Comune, o con Mario Nalin.
Un cappello
pieno di sogni
“Un cappello pieno di sogni” è il titolo del libro appena uscito su Padre Marella (Minerva Edizioni). Si tratta di uno splendido libro con delle stupende fotografie di Walter Breveglieri.
Nel libro si può leggere un breve profilo della vita, della filosofia, e delle opere realizzate da Padre Marella che tutti i lettori della Rocca ricordano bene.
Tra le testimonianze citate nel testo si trovano quelle di Indro
Montanelli, di don Dossetti e anche di Antonio Faeti, professore universitario di Bologna, di origini santagatesi.
Ventidue Euro spesi bene.
(Tra le tante idee che circolano tra i lettori della Rocca ci
sarebbe quella di organizzare, dopo l’incontro promosso lo
scorso anno su Padre Marella, una piccola mostra. C’è qualcuno interessato a dare una mano?)
La pergamene
delle Clarisse
Pensiamo di fare cosa gradita ai lettori delle Rocca informandoli che è cominciata la trascrizione delle pergamene
appartenute al convento delle Clarisse di S. Agata. Si tratta di
una settantina di pergamene le più antiche delle quali sono
del 1100. L’augurio è che la loro lettura, che avviene per la
prima volta in maniera scientifica, dia nuove informazioni
sulla storia del nostro paese, e del convento in particolare,
così vedremo se sarà confermata l’ipotesi che il convento
delle Clarisse sia stato fondato da S. Agnese, sorella di Santa
Chiara.
L’antica colombaia
di Tramonto
Se non avete letto la guida “La Valmarecchia delle colombaie” edita da Maggioli qualche anno fa a cura di Gianni
Volpe, è ora di farlo. Troverete descritte e fotografate colombaie di Casteldelci, San Leo, Petrella Guidi, Pereto, Torriana,
San Marino, Val Certajo, Miratoio, Talamello e tante altre
ancora. Qualche poesia di Tonino Guerra, vecchi documenti, disegni, qualche episodio legato alla presenza dei piccioni nell’antichità, qualche mistero, stimoleranno la vostra
curiosità e la conoscenza del nostro territorio. Ecco un brano
tratto dal libro, riguarda l’antica colombaia di Palazzo
Tramonto: “La casa si trova, con altre costruzioni rurali, in
località Tramonto, al confine tra S. Agata Feltria e
Casteldelci, poco distante dalla precedente torre di Val
Certajo in alto, sul versante opposto del torrente delle
Avezzane. Il toponimo Tramonto o Tramonti è molto antico e
può essere ricollegabile, come hanno già segnalato altri studiosi, a tal Pellegrino de Turmonte che nel 1360 ne era sindaco.
Nonostante l’arcaicità del sito, l’edificio e i suoi annessi sono
relativamente recenti, come testimoniano l’architettura e
ancor più chiaramente la chiave di volta con le iniziali F.G.
(Federico Giovannetti) datata 1892, collocata sul portale. Pur
senza grandi pretese formali, l’edificio si fa comunque notare per la piccola graziosa altana sul tetto che, per essere stata
in seguito trasformata in colombaia, permette di inserire questa casa modesta e appartata, fuori da ogni circuito, in un
itinerario particolare dei luoghi che in passato hanno ospitato gli uccelli della pace”.
… e la Pro Loco lo ha chiamato
“vicolo del bacio”
Gli eroi di Maiano
Il Comitato Pro Maiano, sta preparando un opuscolo dedicato agli Eroi di Maiano, che si sono distinti durante il servizio
militare e in guerra, e ai caduti in miniera, nel passato. La
pubblicazione intende riaccendere la memoria su quanti
(foto Serafini)
2
La Rocca
Maggio/Giugno 2004
PERSONAGGI
Antonio Gabrielli di Fragheto
H
o letto sul giornale La Rocca
2/2004 a riguardo della
miniera di Marcinelle e ho
trovato una imprecisione: perché non
sono due i montefeltrani deceduti in
quella sciagura, ma tre: mio fratello
Antonio di Sant’Agata Feltria Sapigno,
Bianconi Giovanni di Novafeltria e
Gabrielli Antonio di Casteldelci
Fragheto. Il Gabrielli, ragazzo intelligente e pieno di iniziative, voleva
creare energia elettrica con il montaggio di una turbina alla frazione di
Fragheto. Iniziò i lavori ma non giunse a termine per mancanza di denaro
e fece anche qualche piccolo debito
ed è per questo che emigrò in Belgio
con la speranza di rimediare i soldi
per portare a termine il suo sogno.
Purtroppo la tragedia spense per sempre lui e i suoi sogni e fu ancora più
Come e quanto sottoscrivere?
Ordinario 13 Euro
Sostenitore 15 Euro
Benemerito 25 Euro
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alla redazione della Rocca, Casella
Postale 26, 61019 S. Agata Feltria
(Pesaro), oppure possono essere consegnate ai vari collaboratori che distribuiscono (volontariamente) il giornale
a S. Agata, Novafeltria e nei paesi vicini.
Se siete alla ricerca di un numero arretrato della Rocca potete rivolgervi ad
Arrigo Bonci, o a Paola Boldrini, nei
rispettivi negozi in piazza Garibaldi a S.
Agata.
triste la sua fine perché non aveva
nessun familiare a piangere la sua
morte.
Solo qualche lontano parente era presente alla consegna della bara contenente la sua salma al rientro in Italia,
come non c’era nessuno al ritiro della
sua medaglia dei Maestri del Lavoro a
Miniera di Perticara il 27 marzo, ma
solo il sindaco del suo paese.
Ludovico Molari
Grazie all’amico Molari che ci permette di correggere una imprecisione,
contenuta nel comunicato stampa
relativo all’iniziativa della Regione
Marche che si è svolta a Miniera, in
ricordo della tragedia di Marcinelle.
In passato (1997) la Rocca ha pubblicato le fotografie di Antonio Molari e
di Giovanni Bianconi, due giovani
minatori morti a Marcinelle; ci piacerebbe pubblicare anche la foto di
Antonio Gabrielli, magari in occasione della Giornata Nazionale del sacrificio del lavoro italiano nel mondo,
che lo scorso anno fu celebrata dal
Ministro Tremaglia proprio a
Marcinelle.
La Rocca, il giornale del tuo paese
Le vostre foto nel nostro sito, prendete nota del nuovo indirizzo
Tutti i sottoscrittori che ci faranno avere la loro fotografia, potranno rivedersi nel sito web della Rocca. Se è da molto tempo che non lo visitate fatelo
subito! Il sito web curato da Gino Sampaoli è ora pieno di informazioni e di
fotografie inedite del nostro paese. Aiutateci a realizzare la sezione in dialetto e prendete nota del nuovo indirizzo - http://santagata.altervista.org/
Abbiamo bisogno del tuo contributo!
Grazie ai volontari che hanno provveduto a scrivere e distribuire il giornale,
grazie alle fotografie di Enzo Liverani e Marco Zanchini, ad Arrigo Bonci che
coordina la distribuzione, e grazie ai lettori e sostenitori, numerosi come sempre. Se il giornale vi piace ditelo ai vostri amici, e chiedete loro di sottoscrivere, per ricevere regolarmente la Rocca! Se volete aiutarci a fare più bello
questo giornale, inviateci articoli, fotografie, ricordi, lettere e commenti. Se
non siete d’accordo con il contenuto degli articoli pubblicati, o più semplicemente volete dire la vostra opinione, scriveteci.
Scuola di dialetto
A Gino Sampaoli piacerebbe organizzare, da Milano, una nuova sezione del
sito web: “A scuola di Dialetto” ma per fare questo avrebbe bisogno della
“materia prima” e cioè di qualcuno di S. Agata che sappia parlare il bel dialetto Santagatese. Un’idea potrebbe essere quella di coinvolgere gli insegnanti
ed i bambini delle Scuole per aiutare il sito a documentare il nostro dialetto.
Tra i nostri lettori c’è qualche volenteroso?
Angelo Masini, ben. Milano
Flora Bossari, S. Agata
Alberto Simoncini (benemerito), S. Agata
Anna Vicini (sost), S. Agata
Tiziana Tontoni (sost) S. Agata
Bruno Sorbini (sost) Pesaro
Marie Joelle Cangini (sost) S. Agata
Florindo Diana (ben) Bologna
Eva Mariani (sost) Novafeltria
Sandra Torri (sost), Ugrigno
Antonio Sartini (sost), S. Agata
Ettore Sampaoli (sost), Milano
Ersilia Paci (sost), Pereto
Adriano Mazzini (sost), S. Agata
Arnaldo Vicini (sost), Badia di Longiano
Fausto Rinaldi (sost), Pesaro
Marco Guidi(sost), Novafeltria
Domenico Cappelli (sost), S. Agata
Roberto Giovannini (sost), S. Agata
Enzo Gentili (ben) S. Agata
Riccardo Boldrini (sost), S. Agata
Decio Valli (sost), S. Agata
Martino Valli (sost), S. Agata
Leonilde Miliani (sost), S. Agata
Nicoletta paci (sost), S. Agata
Mario Nalin (sost), Bologna
Gigliola Fabbretti (sost), S. Agata
Domenico Magnani (sost), S. Agata
Pietro bartolini (sost), S. Agata
Rina Mariani (sost), Genova
Franco Guidi (sost), Rimini
Tosca Ciacci (sost), S. Agata
Don Elio Ciacci (sost), S. Agata
Luigi Ricci (sost), Limbiate
3
Teresa Borghesi (sost), S. Agata
Renzo Giovannetti (sost), Pesaro
Mirella Oprandi (sost), S. Agata
Marco Manni (sost), Brescia
Sergio Salone (sost), S. Agata
Paola Piacenti (sost), Talamello
Graziella Piacenti (sost), S. Agata
Gugliemnina Rossi (sost), S. Agata
Grazia Bartolini (ben) S. Agata
Fosco Sartini (sost), S. Agata
Edgardo Paolucci (sost), S. Agata
Federico Manzi (sost), S. Agata
Edgardo Bossari (sost), Sarsina
Gianfranco Ramberti (sost), S. Agata
Famiglia Luigi Ospici (sost), S. Agata
Maurizio Rinaldi (sost), Rimini
La Rocca
Maggio/Giugno 2004
STORIA
“Il sangue dei vinti”
Ricordi di guerra
A
bitavo a Molino del Rio e alla
Giardiniera, da piccolo, sul
finire della guerra. Ascoltavo
dai grandi orrendi fatti di sangue avvenuti nel territorio di Casteldelci.
Una “maestra”: Assunta Paggetti, tutte
le mattine dal Lamone andava a fare
scuola a Ca’ Marcello accompagnata
da una nipote giovanetta. Un giorno
fatale si avviò da sola: la nipote l’avrebbe seguita. Nascosto dietro uno
“scalandro” qualcuno l’aspettava da
tempo: è stata afferrata da di dietro e
sgozzata con uno scannino per maiali.
Aveva le mani tutte tagliate nel tentativo di difendersi. Buttata da una parte
in mezzo ai cespugli, venne ritrovata
dalla nipote di ritorno dalla scuola,
dove la zia non era mai arrivata. Si
fecero indagini, naturalmente, ma nessuno degli assassini di quegli anni è
stato scoperto e punito.
Qualche tempo prima, proprio poco
lontano dalla casa del Lamone, era
stato torturato per ore Marcelli
Gettulio, un giovane renitente di leva,
uno dei tanti che aveva allacciata ai
pantaloni la cintura di un tedesco
scomparso. Seviziato in tutti i modi
possibili, non ha raccontato la storia
della cintura.
Ancora, qualche tempo prima alla
“Crocina” di Frassineto, un “partigiano” aveva sparato, si dice per gelosia,
ad un soldato tedesco. Ma questa storia è abbastanza nota perché, come al
solito, ha portato ad una rappresaglia,
durante la quale sono stati fucilati dai
tedeschi, vari inoocenti della zona,
oggi sepolti nel cimitero di Santa Sofia
Valmarecchia. Ma il nome del “partigiano” quantomeno imprudente è
rimasto ufficialmente nascosto.
Ora, che mi sto avviando alla vecchiaia, voglio dare una mano alla storia e ricordare tutti questi senza giustizia, e lasciare ai posteri “l’ardua sentenza”,
Vorrei anche far sapere al Presidente
Ciampi, sempre che legga la Rocca,
che anche questa è “resistenza”, anzi è
l’unica che conosciamo noi montanari.
Ho tralasciato di parlare di Fragheto,
perché i fatti sono, apparentemente,
noti. Vorrei chiedere però a Domenica
Buriani, due volte in Gabrielli, che so
in buona salute, che racconti su “Il
Ponte” perché i Tedeschi se la sono
presa tanto con i Fraghetini!
Vorrei anche far riflettere Ciampi, sempre che legga la Rocca, che se in un
comune così piccolo come Casteldelci
ci sono da scoprire tante “resistenze”
quante ce ne saranno in tutta Italia?
Dopo sessantant’anni credo sia ora di
tirare fuori i cadaveri dagli armadi e
dare sì il giusto amore agli eroi di quei
tempi, ma anche smettere di far passare per eroismi quelle che sono state
soltanto vigliaccate.
Marino Moretti
Settembre 1943
Un breve periodo di speranza
S
i era sentita, anche a Maiano, la
radio che avvertiva dell’armistizio avvenuto. Per tutti fu come
dire: la guerra è finita.
Qualche soldato tornò a casa, a
Maiano, e ciò dette ancora più speranza alla gente, che aveva figlie e fratelli tanto lontano. Al monte vennero
due sloveni, che fuggirono dal campo
di prigionia di Fanoli. In attesa anche
loro della fine della guerra furono
ospitati da Felice C. al monte, in attesa di tempi più sicuri. Felice, che
aveva anche lui un figlio soldato, nei
Balcani, li ospitò in cambio dei lavori
nei campi. Si era creata simpatia con
questi due uomini e la gente pensava:
anche i nostri figlioli così lontani da
casa potrebbero trovare aiuto, presso
le famiglie del posto, in attesa del
ritorno a casa.
Questa situazioni aveva acceso molte
speranze nella gente.
Ricordo nei lavori dei campi la laboriosità di questi uomini. Parlavano
spesso della loro casa, i loro cari. La
gente, fra l’altro, non vedeva più girare i soliti uomini in divisa, col pantalone alla zuava e il fez in testa.
A fine settembre, una sera, sotto la
loggia del monte, i vicini tutti, grandi
e piccoli, spannocchiavano il granoturco. Una grande compagnia, rumorosa ed allegra. Tutti ascoltavano questi due slavi, che avevano tante cose
da raccontare. C’era chi cantava, chi
suonava, era una festa laboriosa, così
come ogni occasione valida per cacciare stanchezza, preoccupazioni, ed
invitare invece una speranza di serenità.
4
A metà serata venne un uomo, che
ricordo benissimo, che portò una triste notizia. La guerra continua, i due
uomini dovevano andare via subito,
non importa come: era nata la “repubblica di Salò”.
Tornarono, nei giorni seguenti, ancora
le divise di prima: camicia nera, pantalone alla zuava, ribattezzati così
dalla gente dopo il 25 luglio. I due
uomini partirono la notte stessa.
Crollò la speranza di pace a breve. A
novembre anch’io partii per Roma; ma
nessuno, credo, avrebbe potuto prevedere cosa ci sarebbe toccato nei
due anni a venire: due eserciti agguerriti che combatterono sulla nostra
terra, con l’aggravante di una guerra
fratricida, e venne l’inferno
Rizziero Angeli
La Rocca
Maggio/Giugno 2004
PERSONAGGI
Dalla Valmarecchia
l’ingegnere di Fisichella
Q
uando nei gran premi del
2004 vedrete un ragazzo di 35
anni chino sulla Sauber di
Formula 1 di Giancarlo Fisichella,
vedrete anche un pezzo di Romagna.
“Ho vissuto poco da queste parti, i
miei genitori per lavorare hanno fatto
spesso la valigia, ma ciò non toglie
che io mi senta e quindi sia romagnolo”. Più dell’anagrafe, insomma, poté il
sangue per questo ex bambino che
nei suoi primi anni di vita passati
fra,Sant’Agata, Miniera (dove abitava il
padre) e Miramare di Rimini giocava
con le macchinine, le macchinine e le
macchinine. Un gioco divenuto passione e poi mestiere. Da quest’anno
Giampaolo Dall’Ara, laurea al politecnico di Milano in ingegneria meccanica, è il responsabile tecnico della
Sauber di Giancarlo Fisichella. Tanto
per capirci, quei
signori che parlano
spesso
ad
un
microfono digitando
qualcosa su un pc
portatile. “Le automobili sono sempre
state il mio pallino.
Quando mio padre
si è trasferito vicino
a Monza, i miei giri
in bici finivano sempre davanti alle reti
dell’autodromo.
Certo, quando mi
sono iscritto all’università pensavo di
finire a progettare
auto di serie”.
E invece?
“E invece è andata
proprio così... nel
senso che subito
dopo la laurea e un
anno fra gli alpini ho
vinto una borsa di
studio in Fiat. Lavoro
appassionante, ma
di quattrini pochi. Lì
ho conosciuto tecni-
ci del reparto corse e così, nel 1994, è
partita la mia avventura sugli autodromi. Seguivo le alfa 155 del campionato Dtm tedesco, poi affossato nel
1996. A quel punto sono passato al
Superturismo, con le Alfa 156. Ma è
chiaro che quando sei nelle corse
guardi sempre alla F1”.
E da dove è arrivata la spinta giusta
per entrare in Sauber?
“Che ci crediate o no, ho mandato curriculum in giro. La prima risposta dalla
Svizzera, anzi, fu negativa. Poi, dopo
qualche mese, quando non ci pensavo
più, mi hanno chiamato. E così, nel
1999 mi sono trasferito in Svizzera a
dirigere il team che si occupa dei test”.
E quindi si è trovato a fianco dell’astro nascente della McLaren,
Kimi Raikkonen...
“Siamo i primi ad averlo portato in
pista. Più del talento stupisce la fred-
dezza di questo ragazzo. E’ più forte
di Montoya, ma forse inferiore ad
Alonso. Comunque sono arrivato dove
volevo, ma quest’anno perderò il
conto dei chilometri dovendo seguire
tutti i gran premi”.
Ottimista per Fisichella?
“speriamo nella macchina nuova, nella
nuova galleria del vento costata 40
milioni di euro e nei nuovi motori
Ferrari che, ci assicurano, saranno
uguali a quelli di Schumy e
Barrichello”.
Ma come vive un romagnolo in
Svizzera?
“Bene, molto bene. La Sauber è un
ambiente straordinario dove lavorano
tecnici di 20 nazioni. Ho una moglie e
una bimba di 15 mesi che si godono la
qualità della vita di questa terra. Sia
chiaro, però. Mia figlia è nata in Italia”.
(da Il Resto
Carlino)
del
Giampaolo
Dall’Ara, 35
anni, ingegnere
nel team della
Sauber di
Formula 1,
nato da
genitori
romagnoli e
per molti anni
vissuto fra
Savignano
di Rigo e
Miramare.
Quest’anno è
l’ingegnere di
pista del pilota
italiano
Giancarlo
Fisichella,
passato alla
casa svizzera
e ai motori
Ferrari.
5
La Rocca
Maggio/Giugno 2004
STORIA
Il parroco che divideva il paese
N
elle prime tre puntate la Rocca
ha raccontato come Don
Bonaccorsi sia riuscito a
diventare parroco di S. Agata dividendo il paese, creando scandali e grossi
problemi alla Giunta Comunale, alle
organizzazioni politiche guidate dai
repubblicani e al Vescovo, al punto che
la Curia decise di inviare in paese Don
Baldassini per rimettere ordine . Il giovane sacerdote però non riesce a tenere a freno il più “navigato” Don
Bonaccorsi. Ecco l’ultima puntata.
Il 9 marzo del 1912 la Giunta
Comunale di S. Agata esprime compiacimento al Vicario della Diocesi per
l’apertura del concorso per la
Parrocchia di S. Agata che ha bisogno
“di un degno pastore”, dopo “le lunghe sofferenze patite dalla popolazione per una scelta infelice”. La Giunta
Comunale guidata da Giuseppe Celli
invita a considerare se in paese tra i
Sacerdoti della Parrocchia non vi sia
già “la persona adatta”. Tra le firme
della giunta quella di Rodolfo Luchesi.
Il 25 marzo un elenco di 146 firme di
“signore e signorine” parte da S. Agata
per chiedere al Vicario che la Chiesa
non resti chiusa durante la settimana
santa come accaduto l’anno precedente. Tra le firmatarie troviamo Adele
Buffoni vedova Celli, Maria Ragazzini
e Maria Bellocchi.
Il 30 dello stesso mese il sacerdote
Filippo Baldassini, inviato dalla Curia a
seguire di persona gli avvenimenti,
invia una lunga lettera nella quale
descrive la situazione che si è venuta
a creare in paese: “Riguardo alla
Processione, non so come potrà andare. Se Bonaccorsi chiude la Chiesa gli
andrà male. Se apre la Chiesa ma, o
nasconde, o non vuol dare gli oggetti
e la cera solita, andrà egualmente
male. Certo che esso sceglie una di
queste due vie”, e inoltre i preti litigano tra loro creando scandalo nel
popolo che non sa più chi sia il vero
Giuda, molti fedeli non vogliono
andare in Collegiata dal Bonaccorsi e
lui impedisce ai frati di fare comunioni pasquali. Pare addirittura che col
pretesto della richiesta di permesso
per la processione il Bonaccorsi faccia
firmare un foglio che non si sa cosa
contenga, e voci a non finire. “Siamo
in piena Tripolitana” - conclude - e lui
stesso corre il rischio di finire in galera per le querele del Bonaccorsi o di
perdere la fede.
La situazione sembra precipitare allorquando il Bonaccorsi nel mese di aprile del 1912 chiede all’Amministrazione
Comunale di S.Agata di poter effettuare la processione del Venerdì Santo (il
giorno 14 alle ore 20). Alla vigilia del
Venerdì Santo il Sindaco in considerazione del fatto che “per la persona del
promotore della processione detta del
Venerdì Santo, Sig. Bonaccorsi Don
Carlo, la processione suddetta può dar
luogo a serie perturbazioni dell’ordine
pubblico” vieta clamorosamente la
processione.
Visto poi come la cittadinanza accoglie
il decreto il Sindaco fa almeno in parte marcia indietro: il giorno dopo
chiarisce pubblicamente che qualunque altro sacerdote avrebbe potuto
promuovere la processione tranquillamente. Ed invita la popolazione a non
interpretare male il decreto del
Sindaco.
Quel che accadde lo apprendiamo da
una lettera del 4 maggio che Vittorio
Buffoni e Paolo Bartoletti scrivono al
Vicario. I due lamentano che la promessa di allontanare Don Bonaccorsi
non sia ancora stata mantenuta, “invece egli è ancora qui”. Se la processione del Venerdì Santo è stata fatta e tutto è proceduto senza disordini - dicono - è merito di don Baldassini, sacerdote amato dal popolo “che ad ogni
costo voleva sollevarsi”. Ma il futuro
non è roseo perché si attende la festa
del Corpus Domini, “guai se quel giorno chiesa e canonica non saranno
libere”.
Il 25 giugno 1912 Don Ercole
Bartolini, cappellano della Collegiata,
scrive da S. Agata al Vicario Generale
di Pennabilli. Don Ercole sostiene di
aver prestato 300 lire a Don
Bonaccorsi, il quale però disse in
seguito che il biglietto da 100 lire era
falso (ed accusò per questo don
Ercole) e aggiunse di aver restituito le
200 lire. In più don Bartolini si trova
ora citato in Tribunale con una richiesta di danni per 40 mila lire. “Mi consigli Monsignore come agire” conclude.
6
La situazione si ingarbuglia ulteriormente: il 9 dicembre arriva infatti a
Don Bonaccorsi la tanto attesa Bolla
Pontificia, manca ancora però l’exequatur.
Ormai sotto accusa è lo stesso Vicario
al quale giungono lettere di santagatesi che lo accusano apertamente di non
aver mantenuto e fatto quanto promesso. Girolama Rossi in Celli chiede
di “smettere questa prudenza” che
permette ad un “sacerdote indegno di
tenere in agitazione il paese”, e dichiara che farà conoscere a Roma il “contegno poco decoroso del Vicario
Vescovile” che si limita a cercare di
accontentare con buone parole.
Lo stesso Don Baldassini si ribella al
Vicario e scrive il 16 febbraio 1913:
“Da oggi non farò più cose odiose
contro Bonaccorsi, siano pure comandate dai Superiori: Esso ha tentato
ogni via per sacrificarmi, ed io ho
rimesso anche di salute; ma è giusto
però che io non sia sempre lo strumento in mano ai Superiori che offende Bonaccorsi, e nello stesso tempo i
Superiori si dicono salvi”.
Una lettera datata 23 gennaio 1913, e
firmata Brigida Buffoni, sembra spezzare una lancia a favore di Don
Bonaccorsi. In essa infatti si accusa
Don Baldassini di volere “il dominio
della Parrocchia”, e per far questo
mina la credibilità di Don Bonaccorsi
con diffamazioni e calunnie “insinuando al popolo che egli è scomunicato e
sospeso, che la sua Messa non è valida”. Senonchè, pochi giorni dopo,
un’altra lettera - che chiarisce i fatti giunge al Vicario. La scrive Clementina
Mazzoni Casadei “Il 23 scorso ho
dovuto ricopiare una lettera a lei diretta. Non volevo farlo ma non ho potuto esimermi riguardo che ho un interesse con la Signora che gliel’ha spedita, quindi ho dovuto farlo contro
volontà. Da quel giorno non ho più
avuto l’animo contento essendo il contenuto della lettera una calunnia contro il Cappellano di qui (cioè don
Baldassini), buono e zelante sacerdote. Il mio confessore mi ha detto di
scrivere a lei e di farle conoscere la
verità. La lettera che ho dovuto ricopiare era stata scritta da Don
segue nella pagina a fianco
La Rocca
Maggio/Giugno 2004
STORIA
Bonaccorsi, ne ho conosciuta la calligrafia, e la Signora stessa me l’ha confermato.
I documenti che abbiamo potuto consultare finiscono qui. Il prete contestato rimarrà a S. Agata ancora qualche
tempo, poi finalmente se ne andrà.
G.D.
Qualche considerazione finale
C’è poco da dire a proposito del comportamento poco cristallino del
Bonaccorsi e dei suoi evidenti limiti di
carattere, anche se in molte delle accuse si sente il clima culturale di quegli
anni, ed anche il clima del piccolo
paese pieno di rancori personali. Va
detto che alcune accuse mosse contro
di lui sono poco credibili come il fatto
che abbia sostenuto la campagna elettorale dei socialisti. Ciò che meraviglia
di più è il lento dipanarsi della vicenda, dovuto tra l’altro:
- al fatto che il Bonaccorsi aveva rotto
i ponti alle spalle e non aveva alternative di impiego,
- al fatto che il Vescovo prima, e il
Vicario successivamente, portati a temporeggiare non affrontarono nei termini dovuti la questione. Meraviglia il
tono quasi ricattatorio più che disperato di alcune lettere del Bonaccorsi al
suo Vescovo, ma meravigliano anche
le ripicche personali non degne di un
sacerdote (come quando impedisce di
far suonare le campane a mezzanotte
in occasione della messa solenne per
l’ottavo centenario di santa Chiara
celebrato presso le Clarisse da Don
Bartolini, o durante le solennità
pasquali, o le infinite querele che
minaccia e sporge).
Restano come macigni i pareri negativi dei Tribunali, e soprattutto la conclusione della “conciliazione” avvenuta prima di quel che avrebbe potuto
essere un processo spettacolare.
Quanto alla Curia, resta inspiegabile
il fatto che fosse stato dato l’incarico di
Economo Spirituale a Bonaccorsi
quando era ancora Parroco a
Montriolo, un incarico che finiva per
tenerlo lontano e gli impediva di
rispettare gli impegni con il Vescovo di
Modigliana. La lettera di Don
Baldassini del 1913 apre uno squarcio
su un atteggiamento pilatesco che fino
ad allora si era solo potuto intravvedere, che è in fondo, forse, il vero grande
responsabile di tutta la vicenda..
Valmarecchia:
viaggio nelle chiese mignon
S
i è rimboccato il saio, ha reclutato un secchio, una cazzuola e
coppi a volontà con un obiettivo: curare il tetto della chiesa. “il
luogo è incantevole, l’edificio pure:
non meritava una fine ingloriosa spiega il frate cappuccino - così nel
1995, ho sistemato il tetto e ripulito la
facciata”. Il restauro non è completo,
ma padre Giacomo, cappuccino di
Sant’Agata Feltria, il suo dovere l’ha
fatto. Casciaio oggi può accogliere
anche piccoli gruppi di ospiti. La
canonica dispone di mansarda, cucina e legnaia e un pavimento in legno
che “regge” fino a quindici persone.
“In estate ci vengono i ragazzi” confessa soddisfatto il frate 60enne.
Casciato, nel bosco a venti minuti
d’auto da Sant’Agata Feltria, non è
l’unico esempio di chiesette mignon
in alta Valmarecchia. Si tratta di curiosità architettonica e di culto diffusa a
tappeto in tutta la vallata. Chiese piccole così che avrebbero fatto cantare
di stupore anche Fred Buscaglione.
Non si tratta infatti, di cellette votive
ma di edifici di culto veri e propri, ma
di dimensione mignon. Se Cà Rosello
detiene a due passi da Secchiano il
primato per dimensioni ridotte, la storia di questi edifici e soprattutto la
loro “resurrezione” è spesso frutto
della passione dei residenti e della
fedeltà di emigranti che in questa
fetta di terra hanno lasciato almeno il
cuore. Piedimonte ad esempio. In
quella proprietà battente bandiera
perticarese i cappuccini hanno piantato le tende per nove anni, prima di
cedere il testimone ai ragazzi di don
Oreste Benzi. Ripulita e sistemata, la
casa ospita sei giovani dell’associazione papa Giovanni XXIII, mentre la
chiesa arriva a contenere venti persone. Qualcuno di questi a Botticella
dovrebbe star fuori: capienza massima quindici fedeli. Dimensioni più
comunitarie si ritrovano a Schigno,
Senatello e alla Madonna del Piano,
in comune di Casteldelci. Stesso
discorso a Uffogliano mentre a
Monterotondo, patria del “mago”
Gambetti, la chiesa di forma romanica è uno spettacolo per gli occhi e
per il cuore.
(p.g.)
Il Maestro Fausto
Rinaldi agli inizi
della sua carriera
costellata
di successi
7
La Rocca
Maggio/Giugno 2004
ATTUALITÀ
L’armadio poetico
di Pennabilli
È
uscito da poco un libro di
sociologia del turismo che contiene un bel riconoscimento
alla città di Pennabilli ed ai suoi personaggi. L’autore è un famoso giornalista
tedesco,
Roland
Gunter.
Pensiamo di fare cosa gradita ai
nostri lettori proponendo una pagina
del libro.
Io ho una casa ad Anghiari, in
Toscana. Un mio amico faceva il servizio civile a Santarcangelo, siamo
andati là, al festival “Teatro sul posto”
(nel 1987). Ho dormito a casa dell’architetto Claudio Lazzarini, che è
responsabile di molti progetti di spazi
pubblici, e l’ho conosciuto: da allora il
suo lavoro mi ha conquistato. Lui mi
ha portato da un suo amico: Tonino
Guerra, un poeta e regista. L’ho intervistato: ha lavorato con Antonioni,
Fellini, Rosi, i fratelli Taviani,
Tarkofskji, Anghelopous.
All’inizio mi trattava in modo un po’
distaccato. Lo capisco: viene infatti
strumentalizzato da molte persone.
Poi ho scritto una pagina sul quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine,
un’altra sul giornale di Basilea e in
seguito ho scritto molto altro. In molti
anni mi sono attenuto a questo tema;
Tonino lo apprezzava, e così siamo
diventati amici.
Ho poi fatto una mostra all’hotel
“Lago Verde” a Pennabilli, con foto e
testi in italiano e in tedesco: si trattava
di una visione d’insieme, fino ai giorni nostri, dei circa trenta “luoghi poetici” in val Marecchia. Da qui ci sono
poi state altre piccole mostre nei corridoi e stanze a tema. Nasce così un
hotel culturale. Regalo all’hotel molti
miei testi che avevo comprato in vista
di un impegnativo libro di viaggio
sulla regione. Si crea una piccola
biblioteca in un armadio poetico di
Marco Brogi. Dopodichè faccio portare dalla Germania una grossa lumaca
di ferro di Horst Wolframm e la faccio
sistemare sul prato davanti all’hotel.
Diventa la beniamina dei bambini.
Anche i ricevimenti di nozze vogliono
averla nelle loro fotografie. E più di
una persona si è piazzata tra le sue
antenne a forma di corna: per divertirsi al gioco del “cornuto”! Per la
famiglia che gestisce l’hotel ormai non
sono più un ospite, ma un amico.
Quando vado a stare là - due volte
l’anno - ogni mattina verso le 11 vado
dal mio amico Tonino e ci mettiamo a
riflettere insieme. Io tengo sulle ginocchia dei foglietti e a volte anche un
nastro magnetico e una macchina
fotografica. Tonino Guerra è infatti un
vulcano di idee e ne raccolgo a piene
mani.
Tonino Guerra visse per qualche
tempo nella città tedesca di Troisdorf
sul Reno - oltre 50 anni fa - in condizioni durissime: lavorando in un
campo di concentramento, destinato a
morire per fame e per il troppo lavoro.
Fu là che scrisse le sue prime poesie,
e un medico che era con lui nel
campo le raccolse.
Feci in modo che la città di Troisdorf
nel 1992 invitasse il poeta e regista.
Nelle conferenze io traducevo le
discussioni e le divagazioni e poi lo
portavo in giro per la regione della
Ruhr.
Da questo evento pubblico nacque il
mio primo libro su Tonino Guerra:
“Partenza a Troisdorf” (Essen 1992). Il
poeta racconta la terribile guerra,
mentre io presento uno schizzo biografico della sua vita.
Dal 1998 osservo quanto segue:
Tonino Guerra e il suo amico Gianni
Giannini, con qualche aiuto hanno
salvato la valle Marecchia grazie ad
una visione artistico-letteraria dei
“luoghi poetici”, che rappresentano
anche una nuova dimensione di un
tipo di architettura basato sulla semplicità. In quella valle infatti i paesi
ormai vuoti - cadevano a pezzi - offrivano uno spettacolo crudele, che
intristiva. Ma Tonino Guerra ha modificato lo sguardo, è un fantastico creatore di euforia. Da molti anni osservo
come la valle a poco a poco torna a
fiorire. Alla visione poetica segue il
8
lavoro di pianificazione, all’insegna
della tutela e dello sviluppo.
In seguito ho scritto un secondo libro
su Tonino Guerra: sui “Luoghi Poetici”
(Essen, 1998). Ed ora ci sono altre 300
pagine di manoscritto per un terzo
libro.
Nel 1992, in Germania, ho iniziato con
alcuni amici - soprattutto con Janne
Gunter e Horst Wolframm - a creare
qualcosa di simile nella mia regione,
ad Eisenheim, vicino al Reno, nel
cuore
della
grande
città
di
Oberhausen, vicino a Dusseldorf.
Eisenheim è un luogo storico, pieno
di turisti: è l’insediamento più antico
nella regione della Ruhr. Abbiamo trapiantato lì le idee di Tonino Guerra.
Ne sono risultati dei “luoghi poetici” su terreni privi di edifici, in giardini e
davanti alla casa del popolo: “Il bosco
dei Taubenhauser”, “Il viaggio spaziale sulla terra”, “L’idea”, “La musica dell’acqua”, un ricordo del poeta
Heinrich Heine e altri.
Tratto da Roland Gunter “Viaggi di
conoscenza”, in “Lo sguardo del turista e il racconto dei luoghi” a cura di
Rossana Bonadei e Ugo Volli, Franco
Angeli Milano 2003.
L’ancora di
Novafeltria
Un gruppo di studenti e di insegnanti dell’Istituto d’Istruzione
Superiore “Einaudi” di Novafeltria
ha redatto, e pubblicato alla fine
del mese di aprile, un giornale di
16 pagine dal titolo L’Ancora. Il
giornale è ricco di informazioni,
poesie, lettere e cronaca. Se volete
leggere qualcosa di piacevole cercate di farvene dare una copia. Da
parte nostra complimenti alla redazione dell’Ancora.
La Rocca
Maggio/Giugno 2004
ATTUALITÀ
La nuova
Giunta
Rosana
A
Attendo che il mare mi dia un
segnale per capire dove arriverò / Forse ad un porto sicuro o in un’isola tutta mia / Voglio sentire la mia voce femminile / Sono stanca di fare l’uomo e derubare con la
tenerezza tutte le frontiere del cuore /
Non voglio né un marito né un amante ma sì, un’anima per tutta la vita.” E’
una forza serena e fremente allo stesso tempo quella racchiusa nella poesia
di Rosana Crispim da Costa, poetessa
brasiliana di San Paolo che vive in
Italia da quattordici anni, metà dei
quali trascorsi a Sant’Agata Feltria
dove attualmente risiede. “Può essere
scontato per una poetessa - dichiara
Rosana - ma la mia vita è sempre stata
guidata dall’amore e in Italia inizialmente mi ha portato l’amore per la lingua italiana. Ho poi scelto, felicemente, di rimanere in questo paese per
amore nei confronti di una persona”.
Rosana Crispim da Costa è diventata
poetessa all‚età di venticinque anni ma
scrive da quando ne aveva dodici. Ha
già all’attivo un libro di poesie uscito
nel 1996 (“Il mio corpo traduce molte
lingue” Fara Ed.), partecipa a quattro
antologie di autori italiani e stranieri,
insegna intercultura nelle scuole, ha
collaborato con diverse radio e televisioni private e partecipa all’associazione interculturale Eks&Tra, dalla quale
è stata premiata, che ogni anno e da
più di dieci anni organizza un concorso-festival internazionale di letteratura
di migrazioni patrocinato dalla provincia di Mantova, manifestazione che
raccoglie scrittori che oggi sono premi
importanti come il premio Montale.
Oltre ai componimenti poetici si dedica anche a racconti e prosa poetica e
da qualche tempo è diventata inoltre
compositrice di canzoni. “La poesia prosegue la scrittrice - è il modo diretto di esprimere i miei sentimenti e ho
la pretesa di scrivere per gli altri perché vorrei che si rispecchiassero in ciò
che scrivo. Nell’ultimo seminario organizzato dall’Università dell’autobiografia ad Anghiari, abbiamo discusso
della contaminazione nella lingua italiana, del contributo che uno scrittore
straniero può apportare alla lingua italiana arricchendola di metafore, fanta-
sia, nuove espressioni, il bagaglio culturale che ogni straniero porta con sé.
La grande difficoltà di ogni scrittore è
trovare un editore disposto a pubblicare le proprie opere. Io ho già terminato il mio secondo lavoro e spero di
pubblicarlo entro l’anno. Gli strumenti
della mia ispirazione sono le cose che
vivo nel quotidiano e Sant’Agata
Feltria è la fonte di forza e di ispirazione nella mia vita, l’aria che mi circonda, la campagna, i fiori, le lucciole.
Scrivere è vivere, è il mio sfogo di
gioia, di tristezza, di solitudine e di
integrazione. Il mio progetto per il
futuro è di trovare più tempo per scrivere e trasformare in poesia la gioia
che mio figlio Julio Cesar, che ha quasi
tre anni, sa trasmettermi”.
Benedetta Rinaldi
Il volo di
Gerardo
Immagine di
S. Agata vista
dal parapendio
a motore di Gabriele
Boldrini.
Foto di Gerardo Boschi
9
Volti e nomi nuovi fra i consiglieri
della giunta del comune di
Sant‚Agata Feltria e atti di nomina
anche nei confronti di due “vecchie
conoscenze”, Francesco Bagnoli
con delega a vice sindaco e assessore per le attività produttive, scuola e sport, e Andrea Rinaldi, riconfermato all’assessorato per il
Turismo e la cultura. Costituita a
poco meno di due settimane dalla
vittoria della lista civica no. 2
“Insieme per lo sviluppo del
Comune” capeggiata da Goffredo
Polidori, la nuova squadra di giunta
che peraltro era stata preannunciata
durante gli incontri nelle frazioni e
nel capoluogo durante la campagna
elettorale. Consiglieri di maggioranza, oltre ai menzionati Bagnoli e
Rinaldi, Guglielmino Cerbara, con
delega ai lavori pubblici, urbanistica, agricoltura, personale e protezione civile, Roberto D’Orazi, Gloria
Manzi, Gilberto Piccini, Giancarlo
Marinelli e Daniele Paci. Nominato
inoltre un assessore esterno,
Giampaolo Ugolini, con delega ai
servizi sociali. Consiglieri di minoranza saranno invece Gianfranco
Marini, Ulderico Sabba, Ombretta
Fabbri e Paolo Ricci.
Benedetta Rinaldi
La Rocca
Maggio/Giugno 2004
STORIA
Il cancelliere esecrato
C
ristoforo Beni, notaio in S.
Agata dal 1775 al 1821, è nel
1802 da 16 anni cancelliere del
tribunale podestarile dello stesso
luogo, “contro le leggi fatte ab immemorabili che li paesani non possino,
né debbino servire in detti impieghi”.
Pare che egli impedisca con sotterfugi
e raggiri che il podestà amministri con
il dovuto rigore la giustizia.
L’anonimo scrivente, avverso all’operato del Beni, avverte il delegato apostolico di Urbino dei “disordini” e
delle ingiustizie commesse da quel
cancelliere. Egli propone anche un
esempio: “Pochi anni or sono un certo
Luca Perruzzi della Comunità di
Rusciano subordinata a questa di S.
Agata, fece di giorno un omicidio, con
torcere il collo ad un giovinetto di tredici anni senza alcun motivo (sic).
Questo Peruzzi è di una famiglia
rispettabile de’ nostri monti, di possidenza e di denaro. Il cancelliere Beni
unito col giusdicente li vuotarono la
borsa, e neppure presero il corpo del
delitto; il delinquente fece un anno
circa di contumacia, poi ritornò alla
sua casa senza che la giustizia lo perseguitasse.
Lo scopo dello scrivente è di voler sollecitare il presidente della provincia a
voler rimediare ai disordini creati dal
Beni col rimuoverlo dall’incarico affinché in avvenire la giustizia in S. Agata
sia ripristinata.
Un altro scrivente, anch’egli anonimo,
informa lo stesso alto prelato sul
modo in cui si vive nella “terra” di S.
Agata Feltria e sua giurisdizione.
Molte persone, sebbene non munite
delle opportune licenze - riferisce l’ignoto denigratore dell’operato del
Beni -, non si peritano di mostrarsi in
pubblico con armi da fuoco e da
taglio, ignorando il recente editto che
ne vieta il porto abusivo. Alcuni di
questi, contro le disposizioni di bandi
antichi e recenti, hanno l’ardire di
andare a caccia di starne e lepri in
tempo di neve, e nel contempo di
uccidere i colombi, dei quali hanno
assottigliato di molto il numero, con
grave danno dei loro proprietari e privando in tal modo anche l’ingrassa-
mento della terra da lavoro in un
paese così montuoso e dilavato dalle
acque come il Santagatese.
“Cacciando costoro devastano siepi,
calpestano seminati, ed introducendosi anche ne’ grani in tempo che sono
prossimi a maturare, ne fanno una
strage esecrabile atterrandoli e coi
piedi e coi cani che v’introducono;
penetrando altresì nelle vigne, e prima
che si maturano le uve, scelti alcuni
grani, si osservano i grappoli gettati
per terra, e giunto il tempo della vendemmia si sa che alcuni ne hanno trasportata tanta quantità alle proprie
case, colla quale non solo hanno
potuto fare l’acquato per uso dell’intera loro famiglia, ma anche il vino da
vendere”.
Ovunque regna il ladroneggio “e la
soperchieria, formatasi non già dalla
forza dell’indigenza, ma dell’indolenza
di questo Tribunale”, dove pare domini incontrastato il tristo e forse corrotto cancelliere, e non i podestà protempore, “e passano mesi ed anni
senza potersi ottenere un semplice
decreto”. Un fatto presenta il nostro al
delegato apostolico, ond’egli possa
venire a conoscenza degli arbitri che
si perpetrano nel tribunale di S. Agata,
che egli chiama il tribunale di Pilato:
“Sorpreso da birri un certo Gio. Para
col corpo del delitto indosso, cioè con
la refurtiva di alcuni panni di qualche
conseguenza, senza consultare, che
pur doveasi, fu benignamente dimesso la notte istessa in cui seguì il suo
aresto. Prese costui magior ansia a
delinquere, onde, trascorsi pochi giorni, si avanzò a comettere un furto
sacrilego e qualificato coll’asportare
dalla chiesa di S. Cristoforo un calice
e patena, per cui arrestato nella città
di Rimini ne l’atto che stavalo contraendo, ove resta per anche detenuto
in quelle carceri”.
Anche questo anonimo brama la rimozione dei Beni dall’incarico di cancelliere, considerato che il nuovo bargello, intraprendente e coraggioso ed
attorniato da bravi sbirri, sarebbe sufficiente a far rispettare l’editto sul
disarmo recentemente promulgato se
un ufficiale forestiero, diverso dall’attuale, “non si faccia difensore della
10
vile marmaglia, che sempre più infoltisce”.
Chi scrive però pecca senz’altro di
parzialità nel descrivere la figura e l’operato del cancelliere santagatese perché egli stesso si propone come candidato a sostituirlo. E facendolo rivela
segretamente il suo nome al solo delegato apostolico perché sospetta che i
suoi uditori possano proteggere e
difendere l’aborrito preteso rivale.
La figura a tinte fosche che alcuni
hanno voluto dipingere di Cristoforo
Beni è messa in forse da una lettera
del 1806 che lo stesso indirizza al
delegato apostolico. Egli è stato destinato alla cancelleria di Pennabilli, ma
supplica l’alto prelato di rimanere a S.
Agata Feltria e di mandare in quella
sede colui che al suo posto era destinato. Egli precisa di non essere nativo
di S. Agata Feltria, bensì di Pietracuta
e di avere ottenuto la cancelleria di
quella terra, e di esservi stato riconfermato, non per il “servizio prestato per
20 anni nel giro de’ vicari, ma per
avere eseguito tutte le confinazioni di
questa Legazione colli Stati esteri
quasi gratuitamente, cioè per soli
baiocchi 75 al giorno, compresa la
cavalcatura e cibarie”.
Egli è convinto che, per i diritti acquisiti in quegli anni, meriti di rimanere
nella stessa cancelleria e perciò ne
implora la conferma, anche perché gli
sarebbe di grave pregiudizio muoversi ora da detto luogo con la famiglia,
dove svolge anche la funzione di
computista e di notaio.
E lì sarebbe rimasto, come testimonia
una lettera del podestà di Sant’Agata
al delegato apostolico del 26 gennaio
1808: “A fronte della stravaganza della
stagione e della grossa neve questo
mio cancelliere Beni si è portato colla
squadra feretrana nel vicariato di
Montegelli per eseguire la commissione addossatagli dall’eccellenza vostra
reverendissima con lettera facoltativa
dei 16 andante, toccante l’espulsione
dei coscritti del Regno Italico rifugiatisi in detto luogo”.
Marco Battistelli
La Rocca
Maggio/Giugno 2004
STORIA
La misteriosa tomba
di Sveva
N
ell’Alta Val Marecchia, più o
meno a metà strada tra
Novafeltria e Pennabilli, c’è
un’antica chiesa del Quattrocento,
silenziosa custode di una splendida
Madonna in ceramica di Luca Della
Robbia e dei resti di un’altra
“Madonna” molto più misteriosa.
Posta su di un piccolo declivio fra un
gruppo di case, la chiesa di Santa
Maria D’antico è datata 1484, ma il
suo aspetto esterno in conci di pietra,
soprattutto la facciata con il bel rosone tipicamente gotico (anche se qui è
attribuito allo stile Romanico, forse
tardo, e datato XIII sec.), la lunetta
scolpita in pietra arenaria - raffigurante la Vergine che benedice e protegge
sotto il suo mantello i soldati - come il
bel portale su cui è posta (anche se
datati XV secolo) fanno pensare all’esistenza di una chiesa ancora più antica, ingrandita e rimodernata verso la
fine del XV secolo. Qui nasce la leggenda che la vuole innalzata dal conte
Gian Francesco Oliva, signore di quelle terre, in onore della sua amata di
cui custodirebbe le spoglie.
Si narra che il giovane conte avesse
una relazione con una donna di nome
Sveva (pare una cognata) di cui era
molto innamorato, tanto da non riuscire a rassegnarsi alla sua prematura
e improvvisa morte, avvenuta in una
nevosa notte di febbraio.
Cadeva fitta la neve quella notte e le
grida disperate del conte squarciavano il silenzio calato sul paese d’Antico
(oggi Santa Maria di Maiolo). Gli abitanti corsi fuori dalle case si recarono
al castello per rendersi conto dell’accaduto e vi trovarono il loro signore
in lacrime, straziato sopra il corpo
ormai senza vita dell’amata Sveva.
Piangeva e urlava disperato il conte e
non si rassegnava a quella perdita.
Andò avanti per ore, finché a mezzanotte, un giovane e misterioso messaggero suggerì al giovane feudatario
di redimersi da tutti i suoi peccati e
glorificare questo grande amore innalzando un tempio sacro alla Vergine
Maria come tomba per la povera
Sveva. Così fu detto, ed ecco la chiesa di Santa Maria dedicata alla Beata
Vergine del Carmine, nel cui presbiterio in perfetto stile brunelleschiano,
dietro all’altare di pietra, è posta la
preziosa Madonna delle Grazie con
Bambino del Della Robbia (uno degli
artisti che lavorò nel Tempio
Malatestiano di Rimini).
Costruita nel 1484, ma consacrata nel
1509 e restaurata nel 1908, in questa
piccola e affascinante chiesa dall’esterno medievale e l’interno cinquecentesco, non c’è traccia però della
presenza di Sveva. Nessun segno.
Niente tomba. Né un’iscrizione, una
statua, una lapide, un dipinto... Si dice
che in uno dei trentasei rosoni in stucco che decorano il soffitto a cassettoni del presbiterio Cinquecentesco, sia
raffigurata un’immagine di donna...
beato chi l’ha vista, perché io no.
In compenso, si dice anche, a completare la leggenda, che nelle notti di
febbraio quando nevica e spira la gelida tramontana, vicino alla chiesa
appare una candida ombra gemente e
china come su una tomba, finché s’allontana lentamente sull’aspro sentiero
che sale verso il monte. In cerca di
quella pace che mai trovò.
Lara Fabbri
(Tratto da Ariminum n. 3 - 2004)
Igea Marina
1956
Prima fila in basso,
abbiamo riconosciuto:
Wally D’Orazio,
Eva Mariani
(grazie per la foto),
Anna Dorazi,
Gugliemina Rossi,
Anna Bettini.
Seconda fila:
Elvina Ciccioni,
Carla Cerbara,
Anna Sartini,
Paola Ricci,
Lidia Sampaoli (?)
Terza fila:
Maria Marani, Sabba,
Piacenti, Albarosa
Cinarelli, Lina Ciccioni
11
La Rocca
Maggio/Giugno 2004
CRONACA
Le origini della Indel B
Perticara
capitale
d’Olanda
C
Grazie a Saro Di Bartolo per aver rintracciato e fotografato la locandina che
ricorda il contributo dato dalla Indel B ai viaggi nello spazio, con il brevetto
relativo al sistema refrigerante orbitale.
In riferimento all’articolo pubblicato sull’ultimo numero de La Rocca, al già
nutrito numero di persone che si recarono a lavorare alla Mivis (ora Indel B) di
Ravenna nel lontano 1969/70, vanno aggiunti i seguenti nominativi, con i quali
ci scusiamo per la dimenticanza:
Sergio Salone (ora novello pensionato)
Calogero Virone
Angelo Costantini
Paolo Polidori
Giacomo Bartolini
Arnaldo Campitelli
12
arta geografica alla mano
l’Olanda dista 1500 km.
Attraversare mezza Europa
non è certo una passeggiata, soprattutto in estate con le interminabili
code in autostrada. Il classico esodo
estivo però non riguarda le assolate
spiagge di Rimini o Riccione bensì
Perticara, piccolo paese dalle grandi
tradizioni minerarie. Sono sempre di
più i turisti olandesi (soprattutto),
tedeschi e danesi che preferiscono
alla frenesia della riviera un’oasi di
tranquillità nell’alta Valmarecchia. I
primi a scegliere questa meta sono
stati Bert e Nel Eigenbrood, coniugi
olandesi di Lisse (“la patria dei tulipani”, racconta fiera Nel) che durante una vacanza si sono innamorati di
questi posti al punto da volerci vivere e lavorare. Così è nata l’idea del
camping: “Questo è un posto meraviglioso con un panorama stupendo si entusiasma Bert - e credo che un
camping mancasse in questa zona”. “
Quando siamo arrivati qui nel ‘98
c’era solo un capannone con quattro
muri e il tetto - prosegue Nel -.
Mancava l’acqua, la luce e il gas ma
ci siamo dati da fare e nel maggio ‘99
abbiamo aperto. I turisti vengono qui
per rilassarsi, per il cibo - le cuoche
sono rigorosamente italiane - e per la
cultura”. Con l’aiuto di Internet Bert e
Nel si sono fatti conoscere in patria e
da maggio a settembre di ogni anno
parte una lunga processione di connazionali alla ricerca di relax. “
Questo è il secondo anno che vengo
e sicuramente in futuro ci tornerò racconta Hans Kippers di Maastricht il panorama è incantevole e poi la
pasta, il formaggio di fossa, i dolci
sono ottimi motivi per passare le
vacanze qui”. Intenti a smontare la
loro tenda due ragazzi di Haarlem,
Maurice e Monique: “Siamo stati
molto bene, il cibo è buono e soprattutto rispetto a Roma è molto più
economico”: Mentre ci allontaniamo,
Bert dice convinto: “Torneranno”. C’è
da credergli, ormai Perticara è un
feudo olandese.
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Rocca di Giugno 2004 - il giornale di Sant`Agata Feltria