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GELASIO DI ROMA
Lettera
sulle due nature
2012
quindicinale di attualità e documenti
Introduzione, testo, traduzione e commento a cura di Rocco Ronzani
5
Documenti
pp. 352 - € 32,00
129 Il papa, i cardinali e la fede
Fede ed evangelizzazione: le parole di Benedetto XVI alla Congregazione
per la dottrina della fede e alla Commissione teologica internazionale
e quelle del card. Dolan al Collegio cardinalizio riunito prima del concistoro
del 18 febbraio.
136 Lex orandi
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Novità in campo liturgico: il Messale in lingua inglese (commento di N. King);
il Rito delle Esequie (presentazione della seconda edizione italiana)
e la Liturgia penitenziale presieduta dal card. Ouellet durante il Simposio
in materia di violenze sessuali sui minori in contesto pastorale.
187 Giappone, un anno dopo
La prospettiva buddhista e quella cristiana in due riflessioni sul terremoto
e sullo tsunami che nel marzo 2011 hanno sconvolto il Giappone.
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"! Anno LVII - N. 1118 - 1 marzo 2012 - IL REGNO - Via Nosadella 6 - 40123 Bologna - Tel. 051/3392611 - ISSN 0034-3498 - Il mittente chiede la restituzione
e s’impegna a pagare la tassa dovuta - Tariffa ROC: “Poste Italiane spa - Sped. in A.P. - DL 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 1, DCB Bologna”
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quindicinale di attualità e documenti
GABRIELE BOCCACCINI - PIERO STEFANI
D
Dallo stesso grembo
ocumenti
1.3.2012 - n. 5 (1118)
Cogliamo l’occasione di questi primi
numeri dell’anno 2012 per invitare tutti
i lettori a un sollecito rinnovo
dell’abbonamento, segno concreto
dell’apprezzamento per il servizio svolto
dalla rivista nelle sue sezioni di
Attualità, Documenti e Annale.
In particolare per chi desiderasse
proporla in regalo, ricordiamo che è
possibile usufruire dell’offerta de Il
Regno edizione digitale, che
consente agli abbonati esteri di abbattere
le spese di spedizione, particolarmente
penalizzanti, e di poter ugualmente
leggere e consultare la rivista con
tempestività.
R
ANTONIO CARBONARA
Verso Medjugorje
La risposta a una «chiamata»
Benedetto XVI
129
La priorità della fede cattolica
{ Alla Congregazione
per la dottrina della fede
e alla Commissione teologica
internazionale }
Ecumenismo nella Tradizione
(Alla Plenaria della CDF)
La vera teologia cattolica
(Alla Plenaria della CTI)
163
136
Studi e commenti
170
Strategia di evangelizzazione
{ Discorso del card. T. Dolan,
arcivescovo di New York,
al Collegio cardinalizio }
Liturgia penitenziale
{ Pontificia università gregoriana:
Simposio per vescovi e religiosi in
materia di abusi sessuali }
Card. Ouellet: «Mai più!»
(card. Marc Ouellet, prefetto
della Congregazione per i vescovi)
A
Una sofferenza nascosta
{ Lettera pastorale dei vescovi
e dei superiori religiosi del Belgio
sulle violenze sessuali
nella Chiesa }
PREFAZIONE DEL CARD. CARLO MARIA MARTINI
Rito delle Esequie
{ Conferenza Episcopale Italiana }
Motivazioni e caratteristiche
(Comunicato della CEI)
Decreto della CEI (card.
Angelo Bagnasco, presidente)
Dal nuovo Rito delle Esequie
Dall’Appendice:
Esequie in caso di cremazione
Santa Sede
132
Chiese nel mondo
142
ccogliendo l’insolito invito di una collega,
l’autore si è ritrovato a Medjugorje: il
pellegrinaggio, pensato come una vacanza, si
è trasformato in un tempo di conversione, non
voluto, non previsto, tutto affidato all’insondabilità dei progetti divini. Dalla voce del
protagonista, il racconto vivace e autentico
di un’esperienza di grazia sorprendente e inaspettata.
Chiesa in Italia
157
Le origini del cristianesimo e del giudaismo rabbinico
Per amore del mio popolo
{ Lettera pastorale del card. Sepe
per la chiusura
del Giubileo di Napoli }
L’accesso nelle chiese
(Consiglio permanente della CEI)
Il nuovo Messale inglese
{ Nicholas King sulla nuova
traduzione inglese delle quattro
Preghiere eucaristiche
del Messale }
187
Perché è accaduto?
{ Buddhisti e cristiani a un anno
dal terremoto e dallo tsunami
in Giappone }
Reazioni buddhiste
(Miriam Levering)
Ma che cosa poteva significare?
(Peter Milward)
«CRISTIANI ED EBREI»
pp. 184 - € 16,50
-
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ALBERTO MELLO L’Ebraicità di Gesù e dei Vangeli pp. 160 - € 12,80
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Edizioni Dehoniane Bologna
Via Nosadella, 6
40123 Bologna
Tel. 051 4290011
Fax 051 4290099
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GABRIELE BOCCACCINI - PIERO STEFANI
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Dallo stesso grembo
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1.3.2012 - n. 5 (1118)
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ANTONIO CARBONARA
Verso Medjugorje
La risposta a una «chiamata»
Benedetto XVI
129
La priorità della fede cattolica
{ Alla Congregazione
per la dottrina della fede
e alla Commissione teologica
internazionale }
Ecumenismo nella Tradizione
(Alla Plenaria della CDF)
La vera teologia cattolica
(Alla Plenaria della CTI)
163
136
Studi e commenti
170
Strategia di evangelizzazione
{ Discorso del card. T. Dolan,
arcivescovo di New York,
al Collegio cardinalizio }
Liturgia penitenziale
{ Pontificia università gregoriana:
Simposio per vescovi e religiosi in
materia di abusi sessuali }
Card. Ouellet: «Mai più!»
(card. Marc Ouellet, prefetto
della Congregazione per i vescovi)
A
Una sofferenza nascosta
{ Lettera pastorale dei vescovi
e dei superiori religiosi del Belgio
sulle violenze sessuali
nella Chiesa }
PREFAZIONE DEL CARD. CARLO MARIA MARTINI
Rito delle Esequie
{ Conferenza Episcopale Italiana }
Motivazioni e caratteristiche
(Comunicato della CEI)
Decreto della CEI (card.
Angelo Bagnasco, presidente)
Dal nuovo Rito delle Esequie
Dall’Appendice:
Esequie in caso di cremazione
Santa Sede
132
Chiese nel mondo
142
ccogliendo l’insolito invito di una collega,
l’autore si è ritrovato a Medjugorje: il
pellegrinaggio, pensato come una vacanza, si
è trasformato in un tempo di conversione, non
voluto, non previsto, tutto affidato all’insondabilità dei progetti divini. Dalla voce del
protagonista, il racconto vivace e autentico
di un’esperienza di grazia sorprendente e inaspettata.
Chiesa in Italia
157
Le origini del cristianesimo e del giudaismo rabbinico
Per amore del mio popolo
{ Lettera pastorale del card. Sepe
per la chiusura
del Giubileo di Napoli }
L’accesso nelle chiese
(Consiglio permanente della CEI)
Il nuovo Messale inglese
{ Nicholas King sulla nuova
traduzione inglese delle quattro
Preghiere eucaristiche
del Messale }
187
Perché è accaduto?
{ Buddhisti e cristiani a un anno
dal terremoto e dallo tsunami
in Giappone }
Reazioni buddhiste
(Miriam Levering)
Ma che cosa poteva significare?
(Peter Milward)
«CRISTIANI ED EBREI»
pp. 184 - € 16,50
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enedetto XVI |
TEOLOGIA
La priorità
della fede cattolica
Alla Congregazione per la dottrina
della fede e alla Commissione
teologica internazionale
Ecumenismo
nella Tradizione
Alla Plenaria della CDF
La necessità di «rendere Dio nuovamente presente in questo mondo» per
aprire agli uomini «l’accesso alla fede»
è un compito che Benedetto XVI ritiene
strettamente collegato al tema dell’unità dei cristiani. Lo ha detto nel suo discorso alla Plenaria della Congregazione per la dottrina della fede (27.1.2012),
precisando che lo slancio ecumenico, sostenuto «da quell’“ecumenismo spirituale” che si trova nello spirito della preghiera», deve scongiurare «il rischio di
un falso irenismo e di un indifferentismo
del tutto alieno alla mente del Vaticano
II». Torna dunque il tema dell’accesso
alla verità cui è implicito il problema ecclesiologico: «Come arriva la verità di Dio
a noi?», si è chiesto il papa, segnalando
tra le questioni urgenti quella «dei metodi adottati nei dialoghi ecumenici», del
valore dei documenti prodotti e «le grandi questioni morali circa la vita umana».
Alla Plenaria della Commissione teologica internazionale (2.12.2011) – che ha
recentemente pubblicato il documento
Teologia oggi: prospettive, principi e criteri (8.3.2012) –, il pontefice ha invece
parlato del valore di una corretta interpretazione trinitaria del monoteismo
cristiano e della necessità di definire «i
principi e i criteri secondo i quali una teologia può essere cattolica».
Stampa (1.3.2012) da sito web www.vatican.va.
Sottotitoli redazionali.
IL REGNO -
DOCUMENTI
5/2012
Signori cardinali, venerati fratelli nell’episcopato e nel sacerdozio,
cari fratelli e sorelle!
Per me è sempre motivo di gioia potermi incontrare con voi
in occasione della sessione plenaria ed esprimervi il mio apprezzamento per il servizio che svolgete per la Chiesa e specialmente per il successore di Pietro nel suo ministero di
confermare i fratelli nella fede (cf. Lc 22,32). Ringrazio il card.
William Levada per il suo cordiale indirizzo di saluto, nel quale
ha ricordato alcuni importanti impegni assolti dal dicastero in
questi ultimi anni. E sono particolarmente riconoscente alla
Congregazione che, in collaborazione con il Pontificio consiglio
per la promozione della nuova evangelizzazione, prepara
l’Anno della fede, cogliendo in esso un momento propizio per
riproporre a tutti il dono della fede nel Cristo risorto, il luminoso insegnamento del concilio Vaticano II e la preziosa sintesi
dottrinale offerta dal Catechismo della Chiesa cattolica.
Come sappiamo, in vaste zone della Terra la fede corre il
pericolo di spegnersi come una fiamma che non trova più alimento. Siamo davanti a una profonda crisi di fede, a una perdita del senso religioso che costituisce la più grande sfida per la
Chiesa di oggi. Il rinnovamento della fede deve quindi essere
la priorità nell’impegno della Chiesa intera ai nostri giorni. Auspico che l’Anno della fede possa contribuire, con la collaborazione cordiale di tutti le componenti del popolo di Dio, a
rendere Dio nuovamente presente in questo mondo e ad aprire
agli uomini l’accesso alla fede, all’affidarsi a quel Dio che ci ha
amati sino alla fine (cf. Gv 13,1), in Gesù Cristo crocifisso e risorto.
Il tema dell’unità dei cristiani è strettamente collegato con
questo compito. Vorrei quindi soffermarmi su alcuni aspetti
dottrinali riguardanti il cammino ecumenico della Chiesa, che
è stato oggetto di un’approfondita riflessione in questa Plenaria, in coincidenza con la conclusione dell’annuale Settimana
di preghiera per l’unità dei cristiani. Infatti, lo slancio dell’opera
ecumenica deve partire da quell’«ecumenismo spirituale», da
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B
enedetto XVI
quell’«anima di tutto il movimento ecumenico» (Unitatis redintegratio, n. 8; EV 1/525), che si trova nello spirito della preghiera perché «tutti siano una cosa sola» (Gv 17,21).
Un modello di discernimento
La coerenza dell’impegno ecumenico con l’insegnamento
del concilio Vaticano II e con l’intera Tradizione è stata uno
degli ambiti cui la Congregazione, in collaborazione con il
Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, ha
sempre prestato attenzione. Oggi possiamo constatare non
pochi frutti buoni arrecati dai dialoghi ecumenici, ma dobbiamo anche riconoscere che il rischio di un falso irenismo e di
un indifferentismo, del tutto alieno alla mente del concilio Vaticano II, esige la nostra vigilanza. Questo indifferentismo è
causato dall’opinione sempre più diffusa che la verità non sarebbe accessibile all’uomo; sarebbe quindi necessario limitarsi
a trovare regole per una prassi in grado di migliorare il mondo.
E così la fede sarebbe sostituita da un moralismo, senza fondamento profondo. Il centro del vero ecumenismo è invece la
fede nella quale l’uomo incontra la verità che si rivela nella parola di Dio. Senza la fede tutto il movimento ecumenico sarebbe ridotto a una forma di «contratto sociale» cui aderire
per un interesse comune, una «prasseologia» per creare un
mondo migliore. La logica del concilio Vaticano II è completamente diversa: la ricerca sincera della piena unità di tutti i
cristiani è un dinamismo animato dalla parola di Dio, dalla verità divina che ci parla in questa Parola.
Il problema cruciale, che segna in modo trasversale i dialoghi ecumenici, è perciò la questione della struttura della rivelazione – la relazione tra sacra Scrittura, la Tradizione viva
nella santa Chiesa e il ministero dei successori degli apostoli
come testimone della vera fede. E qui è implicita la problematica dell’ecclesiologia che fa parte di questo problema: come
arriva la verità di Dio a noi. Fondamentale, tra l’altro, è qui il
discernimento fra la Tradizione con maiuscola, e le tradizioni.
Non vorrei entrare in dettagli, solo un’osservazione. Un importante passo di tale discernimento è stato compiuto nella preparazione e nell’applicazione dei provvedimenti per gruppi di
fedeli provenienti dall’anglicanesimo, che desiderano entrare
nella piena comunione della Chiesa, nell’unità della comune ed
essenziale Tradizione divina, conservando le proprie tradizioni
spirituali, liturgiche e pastorali, che sono conformi alla fede cattolica (cf. cost. Anglicanorum coetibus, art. III). Esiste, infatti,
una ricchezza spirituale nelle diverse confessioni cristiane, che
è espressione dell’unica fede e dono da condividere e da trovare
insieme nella Tradizione della Chiesa.
Il ruolo dei documenti di studio
Oggi, poi, una delle questioni fondamentali è costituita
dalla problematica dei metodi adottati nei vari dialoghi ecumenici. Anche essi devono riflettere la priorità della fede. Conoscere la verità è il diritto dell’interlocutore in ogni vero
dialogo. È la stessa esigenza della carità verso il fratello. In questo senso, occorre affrontare con coraggio anche le questioni
controverse, sempre nello spirito di fraternità e di rispetto reciproco. È importante inoltre offrire un’interpretazione corretta
di quell’«ordine o “gerarchia” nelle verità della dottrina catto-
130
IL REGNO -
DOCUMENTI
5/2012
lica», rilevato nel decreto Unitatis redintegratio (n. 11; EV
1/536), che non significa in alcun modo ridurre il deposito
della fede, ma farne emergere la struttura interna, l’organicità
di questa unica struttura. Hanno anche grande rilevanza i documenti di studio, prodotti dai vari dialoghi ecumenici. Tali
testi non possono essere ignorati, perché costituiscono un frutto
importante, pur provvisorio, della riflessione comune maturata
negli anni. Nondimeno, essi vanno riconosciuti nel loro giusto
significato come contributi offerti alla competente autorità della
Chiesa, che sola è chiamata a giudicarli in modo definitivo.
Ascrivere a tali testi un peso vincolante o quasi conclusivo delle
spinose questioni dei dialoghi, senza la dovuta valutazione da
parte dell’autorità ecclesiale, in ultima analisi, non aiuterebbe
il cammino verso una piena unità nella fede.
Un’ultima questione che vorrei finalmente menzionare è
la problematica morale, che costituisce una nuova sfida per il
cammino ecumenico. Nei dialoghi non possiamo ignorare le
grandi questioni morali circa la vita umana, la famiglia, la sessualità, la bioetica, la libertà, la giustizia e la pace. Sarà importante parlare su questi temi con una sola voce, attingendo
al fondamento nella Scrittura e nella viva Tradizione della
Chiesa. Questa Tradizione ci aiuta a decifrare il linguaggio del
Creatore nella sua creazione. Difendendo i valori fondamentali della grande Tradizione della Chiesa, difendiamo l’uomo,
difendiamo il creato.
A conclusione di queste riflessioni, auspico una stretta e fraterna collaborazione della Congregazione con il competente
Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, al
fine di promuovere efficacemente il ristabilimento della piena
unità fra tutti i cristiani. La divisione fra i cristiani, infatti, «non
solo si oppone apertamente alla volontà di Cristo, ma è anche
di scandalo al mondo e danneggia la più santa delle cause: la
predicazione del Vangelo a ogni creatura» (decr. Unitatis redintegratio, n. 1; EV 1/494). L’unità è quindi non solo il frutto
della fede, ma anche un mezzo e quasi un presupposto per annunciare in modo sempre più credibile la fede a coloro che non
conoscono ancora il Salvatore. Gesù ha pregato: «Come tu,
Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola,
perché il mondo creda che tu mi hai mandato» (Gv 17,21).
Nel rinnovare la mia gratitudine per il vostro servizio, vi
assicuro la mia costante vicinanza spirituale e imparto di cuore
a voi tutti la benedizione apostolica. Grazie.
Città del Vaticano, Sala Clementina, 27 gennaio 2012.
BENEDETTO XVI
La vera teologia
cattolica
Alla Plenaria della CTI
Signor cardinale, venerati fratelli nell’episcopato, illustri professori e professoresse, cari collaboratori!
È una grande gioia per me potervi accogliere a conclusione
dell’annuale sessione plenaria della Commissione teologica internazionale (CTI). Vorrei esprimere anzitutto un sentito ringraziamento per le parole che il signor cardinale William
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Levada, in qualità di presidente della Commissione, ha voluto
rivolgermi a nome di voi tutti.
I lavori di questa sessione hanno coinciso quest’anno con la
prima settimana d’Avvento, occasione che ci fa ricordare come
ogni teologo sia chiamato a essere uomo dell’avvento, testimone della vigile attesa, che illumina le vie dell’intelligenza
della Parola che si è fatta carne. Possiamo dire che la conoscenza del vero Dio tende e si nutre costantemente di
quell’«ora», che ci è sconosciuta, in cui il Signore tornerà. Tenere desta la vigilanza e vivificare la speranza dell’attesa non
sono, pertanto, un compito secondario per un retto pensiero
teologico, che trova la sua ragione nella persona di colui che ci
viene incontro e illumina la nostra conoscenza della salvezza.
Quest’oggi mi è grato riflettere brevemente con voi sui tre
temi che la Commissione teologica internazionale sta studiando negli ultimi anni. Il primo, come è stato detto, riguarda
la questione fondamentale per ogni riflessione teologica: la questione di Dio e in particolare la comprensione del monoteismo.
A partire da questo ampio orizzonte dottrinale avete approfondito anche un tema di carattere ecclesiale: il significato della
dottrina sociale della Chiesa, riservando poi un’attenzione particolare a una tematica che oggi è di grande attualità per il pensare teologico su Dio: la questione dello status stesso della
teologia oggi, nelle sue prospettive, nei suoi principi e criteri.
La comprensione del monoteismo
Dietro la professione della fede cristiana nel Dio unico si
ritrova la quotidiana professione di fede del popolo di Israele:
«Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico Dio è il Signore» (Dt 6,4). L’inaudito compimento della libera disposizione dell’amore di Dio verso tutti gli uomini si è realizzato
nell’incarnazione del Figlio in Gesù Cristo. In tale rivelazione
dell’intimità di Dio e della profondità del suo legame d’amore
con l’uomo, il monoteismo del Dio unico si è illuminato con
una luce completamente nuova: la luce trinitaria. E nel mistero
trinitario s’illumina anche la fratellanza fra gli uomini. La teologia cristiana, insieme con la vita dei credenti, deve restituire
la felice e cristallina evidenza all’impatto sulla nostra comunità
della rivelazione trinitaria. Benché i conflitti etnici e religiosi
nel mondo rendano più difficile accogliere la singolarità del
pensare cristiano di Dio e dell’umanesimo che da esso è ispirato, gli uomini possono riconoscere nel nome di Gesù Cristo
la verità di Dio Padre verso la quale lo Spirito Santo sollecita
ogni gemito della creatura (cf. Rm 8). La teologia, in fecondo
dialogo con la filosofia, può aiutare i credenti a prendere coscienza e a testimoniare che il monoteismo trinitario ci mostra
il vero volto di Dio, e questo monoteismo non è fonte di violenza, ma è forza di pace personale e universale.
Il punto di partenza di ogni teologia cristiana è l’accoglienza di questa rivelazione divina: l’accoglienza personale del
Verbo fatto carne, l’ascolto della parola di Dio nella Scrittura.
Su tale base di partenza, la teologia aiuta l’intelligenza credente
della fede e la sua trasmissione. Tutta la storia della Chiesa mostra però che il riconoscimento del punto di partenza non basta
a giungere all’unità nella fede. Ogni lettura della Bibbia si colloca necessariamente in un dato contesto di lettura, e l’unico
contesto nel quale il credente può essere in piena comunione
con Cristo è la Chiesa e la sua Tradizione viva. Dobbiamo vivere sempre nuovamente l’esperienza dei primi discepoli, che
«erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella
comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere» (At 2,42).
In questa prospettiva la Commissione ha studiato i principi e i
criteri secondo i quali una teologia può essere cattolica, e ha
anche riflettuto sul contributo attuale della teologia. È importante ricordare che la teologia cattolica, sempre attenta al legame tra fede e ragione, ha avuto un ruolo storico nella nascita
dell’università. Una teologia veramente cattolica con i due movimenti, «intellectus quaerens fidem et fides quaerens intellectum», è oggi più che mai necessaria, per rendere possibile una
sinfonia delle scienze e per evitare le derive violente di una religiosità che si oppone alla ragione e di una ragione che si oppone alla religione.
Il significato della dot trina sociale
La Commissione teologica studia poi la relazione fra la dottrina sociale della Chiesa e l’insieme della dottrina cristiana.
L’impegno sociale della Chiesa non è solo qualcosa di umano,
né si risolve in una teoria sociale. La trasformazione della società operata dai cristiani attraverso i secoli è una risposta alla
venuta nel mondo del Figlio di Dio: lo splendore di tale verità
e carità illumina ogni cultura e società. San Giovanni afferma:
«In questo abbiamo conosciuto l’amore; nel fatto che egli ha
dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la
vita per i fratelli» (1Gv 3,16). I discepoli di Cristo redentore
sanno che senza l’attenzione all’altro, il perdono, l’amore anche
dei nemici, nessuna comunità umana può vivere in pace; e
questo incomincia nella prima e fondamentale società che è la
famiglia. Nella necessaria collaborazione a favore del bene comune anche con chi non condivide la nostra fede, dobbiamo
rendere presenti i veri e profondi motivi religiosi del nostro impegno sociale, così come aspettiamo dagli altri che ci manifestino le loro motivazioni, affinché la collaborazione si faccia
nella chiarezza. Chi avrà percepito i fondamenti dell’agire sociale cristiano vi potrà così anche trovare uno stimolo per prendere in considerazione la stessa fede in Cristo Gesù.
Cari amici, il nostro incontro conferma in modo significativo quanto la Chiesa abbia bisogno della competente e fedele
riflessione dei teologi sul mistero del Dio di Gesù Cristo e della
sua Chiesa. Senza una sana e vigorosa riflessione teologica la
Chiesa rischierebbe di non esprimere pienamente l’armonia
tra fede e ragione. Al contempo, senza il fedele vissuto della
comunione con la Chiesa e l’adesione al suo magistero, quale
spazio vitale della propria esistenza, la teologia non riuscirebbe
a dare un’adeguata ragione del dono della fede.
Porgendo, per il vostro tramite, l’augurio e l’incoraggiamento a tutti i fratelli e le sorelle teologi, sparsi nei vari contesti ecclesiali, invoco su di voi l’intercessione di Maria, donna
dell’avvento e madre del Verbo incarnato, la quale è per noi,
nel suo custodire la Parola nel suo cuore, paradigma del retto
teologare, il modello sublime della vera conoscenza del Figlio
di Dio. Sia lei, la Stella della speranza, a guidare e proteggere
il prezioso lavoro che svolgete per la Chiesa e a nome della
Chiesa. Con questi sentimenti di gratitudine, vi rinnovo la mia
benedizione apostolica.
Città del Vaticano, Sala dei papi, 2 dicembre 2011.
BENEDETTO XVI
IL REGNO -
DOCUMENTI
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S
anta Sede |
CONCISTORO
Strategia di
evangelizzazione
B
D i s c o r s o d e l c a r d . T. D o l a n ,
a r c i v e s c o v o d i N e w Yo r k ,
al Collegio cardinalizio
«Secolarizzati ma aperti al divino»,
«Sorridete: la Chiesa è un sì», «Fino
all’effusione del sangue»: questi, in
sintesi, alcuni punti programmatici
della «strategia di evangelizzazione»
esposta in questo discorso, intitolato
«L’Annuncio del Vangelo oggi: tra
missio ad gentes e nuova evangelizzazione». Il card. Timothy M. Dolan, 62 anni, dal 2009 arcivescovo di
New York, lo ha pronunciato in
un’occasione doppiamente importante: chiamandolo a Roma per conferirgli la dignità cardinalizia, insieme ad altri 21 confratelli (cf.
Regno-att. 4,2012,73), Benedetto XVI
lo aveva anche incaricato di illustrare all’intero Collegio cardinalizio, il
17 febbraio scorso (il giorno che ha
preceduto il concistoro) il «dovere
della nuova evangelizzazione», così
come si presenta oggi, in particolare
di fronte alle attuali forme della secolarizzazione. Dopo di lui mons. Fisichella, presidente del Pontificio
consiglio per la promozione della
nuova evangelizzazione, ha svolto
una comunicazione sull’Anno della
fede, cui sono seguiti gli interventi di
alcuni dei 133 cardinali e neocardinali presenti.
Stampa (6.3.2012) dal sito web www.radiovaticana.org. Sottotitoli redazionali.
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eatissimo padre, signor cardinale Sodano, carissimi
fratelli, sia lodato Gesù Cristo!
Risale all’ultimo comando di Gesù, «Andate, ammaestrate tutte le genti!» ma è tanto attuale quanto
la parola di Dio che abbiamo ascoltato nella liturgia stamattina.
Mi riferisco al sacro dovere della nuova evangelizzazione. È «sempre antica, sempre nuova». Il come, il
quando e il dove possono cambiare, ma il mandato rimane
lo stesso, così come il messaggio e l’ispirazione: «Gesù Cristo, lo stesso ieri e oggi e sempre».
Siamo radunati nella caput mundi, evangelizzata dagli
stessi apostoli, Pietro e Paolo; nella città dalla quale il successore di Pietro «ha mandato» evangelizzatori a offrire la
Persona, il messaggio e l’invito che stanno al cuore dell’evangelizzazione, per tutta l’Europa, sino al «nuovo
mondo», nell’epoca delle «scoperte geografiche», nonché
all’Africa e all’Asia in tempi più recenti.
Siamo riuniti presso la basilica dove l’ardore evangelico della Chiesa si espanse durante il concilio Vaticano II;
vicino alla tomba del sommo pontefice che ha reso il termine «nuova evangelizzazione» familiare a tutti.
Siamo radunati con gratitudine per la fraterna compagnia di un pastore che ci fa ricordare ogni giorno la sfida
della nuova evangelizzazione.
Sì, siamo qui insieme come missionari, come evangelizzatori.
Accogliamo l’insegnamento del concilio Vaticano II,
specialmente come viene espresso nei documenti Lumen
gentium, Gaudium et spes e Ad gentes, che specificano più
precisamente come la Chiesa intenda il proprio dovere
evangelico, definendo l’intera Chiesa come missionaria;
vale a dire che tutti i cristiani, in virtù del battesimo, della
cresima e dell’eucaristia, sono evangelizzatori.
Sì, il Concilio ha ribadito, soprattutto nel decreto Ad
gentes, che, se ci sono esplicitamente dei missionari, cioè
coloro che sono mandati a luoghi in cui nessuno ha mai
sentito il nome stesso mediante il quale tutti gli uomini
sono stati salvati, non c’è tuttavia nessun cristiano che
venga escluso dal compito di testimoniare Gesù, trasmettendo ad altri l’invito del Signore nella vita quotidiana.
Così, la missione è diventata punto centrale della vita di
ogni Chiesa locale, di ogni credente. L’indole missionaria
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viene rinnovata non solo in senso geografico, ma in senso
teologico, in quanto il destinatario della «missione» non è
solo il non-credente, ma il credente. Alcuni hanno cominciato a chiedersi se questo allargamento del concetto di
evangelizzazione abbia involontariamente indebolito il significato della missione «ad gentes».
Non si trat ta di aut-aut
Il beato Giovanni Paolo II ha sviluppato questa nuova
comprensione del termine, sottolineando l’evangelizzazione
delle culture, in quanto il confronto tra fede e cultura ha
sostituito il rapporto tra Chiesa e stato che predominava
fino al Concilio, e questo spostamento d’accento comporta
il compito di ri-evangelizzare culture che costituivano una
volta il vero motore dei valori evangelici. Così la nuova
evangelizzazione diventa la sfida per applicare il richiamo
di Gesù alla conversione del cuore non solo ad extra ma
anche ad intra; a credenti e culture dove il sale del Vangelo
ha perso il suo sapore. Perciò, la missio si indirizza non solo
alla Nuova Guinea ma anche a Nuova York.
Nella Redemptoris missio, al n. 33, il beato Giovanni
Paolo II ha presentato questa impostazione, facendo una
distinzione tra l’evangelizzazione primaria – l’annuncio di
Gesù a popoli e contesti socio-culturali in cui Cristo e il
suo Vangelo non sono conosciuti – la nuova evangelizzazione – il riaccendere la fede in persone e culture in cui si
è spenta – e la cura pastorale delle Chiese che vivono la
fede e hanno riconosciuto il loro impegno universale.
È chiaro che non c’è nessuna opposizione tra la missio
ad gentes e la nuova evangelizzazione: non si tratta di autaut ma di et-et. La nuova evangelizzazione genera missionari entusiasti, e coloro che sono impegnati nella missio ad
gentes devono lasciarsi evangelizzare continuamente.
Sin dal Nuovo Testamento, la generazione stessa che
ha ricevuto la missio ad gentes dal maestro al momento dell’ascensione aveva bisogno che san Paolo la esortasse a
«ravvivare il dono di Dio», riaccendendo la fiamma della
fede depositata in loro. Questo è senz’altro uno dei primi
esempi di nuova evangelizzazione.
E più recentemente, durante l’incoraggiante Sinodo
sull’Africa, abbiamo sentito le voci dei nostri fratelli che
esercitano il loro ministero in luoghi dove la raccolta della
missio ad gentes era ricca, ma, adesso che sono passate due
o tre generazioni, avvertono anche essi il bisogno di una
nuova evangelizzazione.
L’acclamato missionario americano e predicatore televisivo, l’arcivescovo Fulton J. Sheen, disse: «La prima parola di Gesù ai suoi discepoli è stata “venite”, e l’ultima è
stata “andate”». Uno non può “andare” a meno che prima
non sia “venuto” a lui».
Una sfida enorme, sia per la missio ad gentes sia per la
nuova evangelizzazione, è il cosiddetto secolarismo. Ascoltiamo come il santo padre lo descrive: «La secolarizzazione, che si presenta nelle culture come impostazione del
mondo e dell’umanità senza riferimento alla trascendenza,
invade ogni aspetto della vita quotidiana e sviluppa una
mentalità in cui Dio è di fatto assente, in tutto o in parte,
dall’esistenza e dalla coscienza umana. Questa secolariz-
zazione non è soltanto una minaccia esterna per i credenti,
ma si manifesta già da tempo in seno alla Chiesa stessa.
Snatura dall’interno e in profondità la fede cristiana e, di
conseguenza, lo stile di vita e il comportamento quotidiano
dei credenti. Essi vivono nel mondo e sono spesso segnati,
se non condizionati, dalla cultura dell’immagine che impone modelli e impulsi contraddittori, nella negazione pratica di Dio: non c’è più bisogno di Dio, di pensare a lui e
di ritornare a lui. Inoltre, la mentalità edonistica e consumistica predominante favorisce, nei fedeli come nei pastori,
una deriva verso la superficialità e un egocentrismo che
nuoce alla vita ecclesiale». (BENEDETTO XVI, Discorso ai
partecipanti all’Assemblea plenaria del Pontificio consiglio
della cultura, 8.3.2008).
L’evangelizzazione in set te punti
Questa secolarizzazione ci chiama a un’efficace strategia di evangelizzazione. Permettetemi di esporla in sette
punti.
1. Secolarizzati ma aperti al divino
A dire la verità, nell’invitarmi a parlare su questo tema
– «L’annuncio del Vangelo oggi: tra missio ad gentes e la
nuova evangelizzazione» – l’eminentissimo segretario di
stato mi ha chiesto di contestualizzare il secolarismo, lasciando intendere che la mia arcidiocesi di New York è forse «la capitale della cultura secolarizzata».
Però – e credo che il mio amico e confratello, il cardinale
Edwin O’Brien, che è cresciuto a New York, sarà d’accordo
– oserei dire che New York – sebbene dia l’impressione di essere secolarizzata – è ciononostante una città molto religiosa.
Anche in luoghi che solitamente vengono classificati
come «materialistici» – come ad esempio i mass media, il
mondo dello spettacolo, della finanza, della politica, dell’arte, della letteratura – si trova un’innegabile apertura
alla trascendenza, al divino!
I cardinali che servono Gesù e la sua Chiesa nella curia
romana possono ricordarsi del discorso natalizio pronunciato da sua santità due anni fa, nel quale ha celebrato quest’apertura naturale al divino anche in quelli che si vantano
di aderire al secolarismo: «Considero importante soprattutto il fatto che anche le persone che si ritengono agnostiche o atee devono stare a cuore a noi come credenti.
Quando parliamo di una nuova evangelizzazione, queste
persone forse si spaventano. Non vogliono vedere sé stesse
come oggetto di missione, né rinunciare alla loro libertà di
pensiero e di volontà. Ma la questione circa Dio rimane
tuttavia presente pure per loro (…). Come primo passo dell’evangelizzazione dobbiamo cercare di tenere desta tale
ricerca; dobbiamo preoccuparci che l’uomo non accantoni
la questione su Dio come questione essenziale della sua esistenza. Preoccuparci perché egli accetti tale questione e la
nostalgia che in essa si nasconde. (…) Io penso che la
Chiesa dovrebbe anche oggi aprire una sorta di “cortile
dei gentili” dove gli uomini possano in una qualche maniera agganciarsi a Dio, senza conoscerlo e prima che abbiano trovato l’accesso al suo mistero, al cui servizio sta la
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vita interna della Chiesa» (BENEDETTO XVI, Discorso alla
curia romana per gli auguri natalizi, 21.12.2009; Regnodoc. 1,2010,11).
Questo è il mio primo punto: noi condividiamo la convinzione dei filosofi e dei poeti del passato, i quali non avevano il vantaggio di aver ricevuto la rivelazione, e cioè che
anche una persona che si vanta di aderire al secolarismo e
di disprezzare le religioni, ha dentro di sé una scintilla d’interesse nell’Aldilà, e riconosce che l’umanità e il creato sarebbero un enigma assurdo senza un qualche concetto di
«creatore».
Nei cinema circola adesso un film intitolato The Way,
in cui uno dei protagonisti è il noto attore Martin Sheen.
Forse l’avete visto. Questi recita la parte di un padre il cui
figlio, allontanatosi da casa, muore mentre percorre il
Cammino di Santiago di Compostela in Spagna. Il padre
angosciato decide di portare a termine il pellegrinaggio al
posto del figlio perduto. Egli è l’icona di un uomo secolarizzato: compiaciuto di sé, sprezzante nei confronti di Dio
e della religione, uno che si definisce un «ex cattolico», cinico verso la fede... ma, nondimeno, incapace di negare
che dentro di sé vi sia un interesse incontenibile di conoscere l’Aldilà, una sete di qualcosa – anzi, di qualcuno – in
più che cresce in lui lungo la strada.
Sì, potremmo prendere a prestito quello che gli apostoli dicono a Gesù nel Vangelo della scorsa domenica:
«Tutti ti cercano!». E ti stanno cercando ancora oggi.
2. Fiducia senza trionfalismo
Ciò mi porta al secondo punto: questo fatto ci dà una
fiducia immensa e un coraggio determinato per compiere
il sacro dovere della missione e della nuova evangelizzazione. «Non abbiate paura», ci viene detto: è l’esortazione
più ripetuta nella Bibbia.
Dopo il Concilio, la bella notizia era che il trionfalismo
nella Chiesa fosse morto. Ma, purtroppo, anche la fiducia!
Noi siamo convinti, coraggiosi e fiduciosi nella nuova evangelizzazione grazie al potere della Persona che ci ha affidato questa missione – si dà il caso che egli sia la seconda
Persona della santissima Trinità – e grazie alla verità del
suo messaggio e alla profonda apertura al divino, pure
nelle persone più secolarizzate nella nostra società odierna.
Sicuri, sì! Trionfalisti, mai!
Quello che ci tiene alla larga dall’arroganza e dalla superbia del trionfalismo è il riconoscimento di ciò che ci ha
insegnato papa Paolo VI nella Evangelii nuntiandi: la Chiesa stessa ha sempre bisogno di essere evangelizzata! Ciò ci dà
l’umiltà di ammettere che nemo dat quod non habet, che la
Chiesa ha il profondo bisogno di una conversione interiore,
il midollo della chiamata all’evangelizzazione.
3. Fede in Gesù Cristo
Un terzo elemento di una missio efficace è la consapevolezza che Dio non disseta la sete del cuore umano con un
concetto, ma tramite una Persona, che si chiama Gesù.
L’invito implicito nella missio ad gentes e nella nuova evangelizzazione non è una dottrina, ma un appello a conoscere, amare e servire – non qualcosa, ma qualcuno.
Beatissimo padre, quando lei ha iniziato il suo pontificato, ci ha invitati a un’amicizia con Gesù, espressione con
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cui lei ha definito la santità. È l’amore di una Persona, un
rapporto personale che è all’origine della nostra fede.
Come scrisse sant’Agostino: «Ex una sane doctrina impressam fidem credentium cordibus singulorum qui hoc idem
credunt verissime dicimus, sed aliud sunt ea quae creduntur, aliud fides qua creduntur» (De Trinitate, XIII, 2.5)
4. Analfabetismo catechetico
Ed ecco il quarto punto: questa Persona, questo Gesù
di Nazaret, ci dice che egli è la verità.
Perciò la nostra missione ha una sostanza, un contenuto. A vent’anni dalla pubblicazione del Catechismo della
Chiesa cattolica, nel 50° anniversario dell’apertura del concilio Vaticano II, e alla soglia di quest’Anno della fede,
siamo davanti alla sfida di combattere l’analfabetismo catechetico.
È vero che la nuova evangelizzazione è urgente perché
qualche volta il secolarismo ha soffocato il granello della
fede; ma ciò è stato possibile perché molti credenti non avevano la minima idea della sapienza, della bellezza e della
coerenza della verità.
Sua eminenza il cardinale George Pell ha osservato che
«non è tanto vero che la gente abbia perso la propria fede,
quanto che non la avesse sin dall’inizio; e se l’aveva in qualche modo, era così insignificante che gli poteva essere
strappata molto facilmente».
Ecco perché il card. Avery Dulles ci ha chiamato a una
neo-apologetica, non radicata in vuote polemiche, ma nella
verità che ha un nome, Gesù. Allo stesso modo, quando il
beato John Henry Newman ricevette il biglietto di nomina
al Collegio cardinalizio, ci mise in guardia sui pericoli del
liberalismo nella religione, cioè «la dottrina secondo cui
non c’è alcuna verità positiva nella religione, ma un credo
vale quanto un altro (...) la religione rivelata non è una verità, ma un sentimento e una preferenza personale».
Quando Gesù ci dice: «Io sono la verità», dice anche di
essere «la via e la vita». La via di Gesù è dentro e attraverso la sua Chiesa, che è come una madre santa che ci
dona la vita del Signore. «Come avrei conosciuto lui se non
per lei?» chiede De Lubac, facendo allusione al rapporto
inscindibile tra Gesù e la sua Chiesa. Di conseguenza, la
nostra missione, questa nuova evangelizzazione, ha delle
dimensioni catechetiche ed ecclesiali.
Questo ci spinge a pensare la Chiesa in un modo rinnovato: a concepirla come una missione stessa. Come ci
ha insegnato il beato Giovanni Paolo II nella Redemptoris
missio, la Chiesa non ha una missione, come se la «missione» fosse una cosa tra le molte che la Chiesa fa. No, la
Chiesa è una missione, e ciascuno di noi che riconosce
Gesù come Signore e salvatore dovrebbe interrogarsi sulla
propria efficacia nella missione.
In questi ultimi cinquant’anni dalla apertura del Concilio, abbiamo visto la Chiesa passare per le ultime fasi
della Controriforma e riscoprirsi come un’opera missionaria. In qualche luogo ciò ha significato una nuova scoperta del Vangelo. In paesi già cristiani ha comportato una
rievangelizzazione che abbandona le acque stagnanti della
conservazione istituzionale e, come Giovanni Paolo II ha
insegnato nella Novo millennio ineunte, ci invita a prendere il largo per una pesca efficace.
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In molti dei paesi qui rappresentati, la cultura e l’ambiente sociale una volta trasmetteva il Vangelo, ma oggi
non è più così. Ora dunque l’annuncio del Vangelo –
l’esplicito invito a entrare nell’amicizia del Signore Gesù –
deve essere al centro della vita cattolica e di tutti i cattolici.
E dunque il concilio Vaticano II e i grandi papi che ne
hanno dato interpretazione autorevole, ci spingono a chiamare la nostra gente a pensarsi in ogni occasione come
una schiera di missionari ed evangelizzatori.
5. Sorridete: la Chiesa è un «sì»
Quando ero appena entrato come seminarista al Collegio nordamericano tutti gli studenti di teologia del primo
anno di tutti gli atenei romani furono invitati a una messa
in San Pietro celebrata dal prefetto della Congregazione
per il clero, il card. John Wright. Ci aspettavamo una omelia cerebrale. Ma lui iniziò chiedendoci: «Seminaristi, fate
a me e alla Chiesa un favore: quando girate per le strade
di Roma, sorridete!».
Così, punto cinque: il missionario, l’evangelizzatore,
deve essere una persona di gioia. «La gioia è il segno infallibile della presenza di Dio», afferma Leon Bloy. Quando
sono diventato arcivescovo di New York un prete mi ha
detto: «Faresti meglio a smetterla di sorridere quando giri
per le strade di Manhattan o finirai per farti arrestare!».
Un malato terminale di AIDS presso la casa «Dono
della pace», tenuta dalle missionarie della carità, nell’arcidiocesi di Washington del card. Donald Wuerl, ha chiesto
il battesimo. Quando il sacerdote gli ha chiesto una espressione di fede quell’uomo morente ha mormorato: «Quello
che so è che io sono infelice, e le suore invece sono molto
felici anche quando le insulto e sputo loro addosso. Ieri finalmente ho chiesto loro il motivo della loro felicità. Esse
hanno risposto “Gesù”. Io voglio questo Gesù così posso
essere felice anche io». Un autentico atto di fede, vero?
La nuova evangelizzazione si compie con il sorriso, non
con il volto accigliato. La missio ad gentes è fondamentalmente un sì a tutto ciò che di dignitoso, buono, vero, bello
e nobile che c’è nella persona umana. La Chiesa è fondamentalmente un «sì!», non un «no!».
6. Opere d’amore
E, penultimo punto, la nuova evangelizzazione è un
atto d’amore.
Recentemente hanno chiesto al nostro confratello John
Thomas Kattrukudiyil, vescovo di Itanagar, nel Nord-est
dell’India, il motivo della enorme crescita della Chiesa
nella sua diocesi, che registra oltre diecimila conversioni
adulte all’anno. «Perché noi presentiamo Dio come un
Padre amorevole, e perché le persone vedono che la Chiesa
le ama» ha risposto. Non un amore etereo, ha aggiunto,
ma un amore incarnato in meravigliose scuole per bambini, cliniche per i malati, case per gli anziani, centri accoglienza per gli orfani, cibo per gli affamati.
A New York anche il cuore del più convinto laicista si
intenerisce quando visita una delle nostre scuole cattoliche
della città. Quando uno dei nostri benefattori, che si definiva agnostico, ha chiesto a suor Michelle perché alla sua
età, con i dolori artritici alle ginocchia, continuasse a lavorare in una bella ma assai impegnativa scuola; lei ha ri-
sposto: «Perché Dio mi ama e io lo amo e voglio che questi bambini scoprano questo amore».
7. Fino all’effusione del sangue
Gioia, amore e... ultimo punto… mi spiace doverlo
dire… il sangue.
Domani, ventidue di noi udiranno quello che la maggior parte di voi ha già udito: «A lode di Dio onnipotente
e a decoro della sede apostolica ricevete la berretta rossa
come segno della dignità del cardinalato, a significare che
dovete essere pronti a comportarvi con fortezza, fino all’effusione del sangue, per l’incremento della fede cristiana,
per la pace e la tranquillità del popolo di Dio e per la libertà e la diffusione della santa romana Chiesa».
Beatissimo padre, potrebbe, per favore, saltare «fino all’effusione del sangue» quando mi presenterà la berretta?
Ovviamente no! Ma noi siamo dei «sussidi audiovisivi scarlatti» per tutti i nostri fratelli e sorelle anch’essi chiamati a
soffrire e morire per Gesù.
Fu Paolo VI a notare saggiamente che l’uomo moderno impara più dai testimoni che dai maestri, e la suprema testimonianza è il martirio. Oggi, tristemente,
abbiamo martiri in abbondanza. Grazie, padre santo, perché ci ricorda così spesso coloro che oggi soffrono la persecuzione a causa della loro fede in tutto il mondo. Grazie,
card. Koch, perché ogni anno chiami la Chiesa al «giorno
di solidarietà» con i perseguitati a causa del Vangelo, e per
l’invito ai nostri interlocutori nell’ecumenismo e nel dialogo interreligioso a un «ecumenismo del martirio».
Mentre piangiamo i cristiani martiri; mentre li amiamo, preghiamo con e per loro; mentre interveniamo con
forza a loro difesa, noi siamo anche molto fieri di essi, ci
vantiamo in essi e annunciamo la loro suprema testimonianza al mondo. Essi accendono la scintilla della missio
ad gentes e della nuova evangelizzazione.
Un giovane a New York mi ha detto di essere ritornato
alla fede cattolica, abbandonata nell’adolescenza, dopo aver
letto I monaci di Tibhirine, sui trappisti martirizzati in Algeria quindici anni fa, e aver visto la loro storia nel film francese Uomini di Dio. Tertulliano non si sarebbe sorpreso.
Grazie a voi, santo padre e confratelli, per aver sopportato il mio italiano rudimentale. Quando il card. Bertone mi ha chiesto di parlare in italiano, mi sono
preoccupato perché io parlo italiano come un bambino.
Ma poi ho ricordato quando, da giovane prete fresco di
ordinazione, il mio primo pastore mi disse, mentre andavo
a fare catechismo ai bambini di sei anni: «Ora vedremo
che fine farà tutta la tua teologia, e se riesci a parlare della
fede come un bambino!».
E forse conviene concludere proprio con questo pensiero: abbiamo bisogno di dire di nuovo come un bambino
l’eterna verità, la bellezza e la semplicità di Gesù e della
sua Chiesa.
Sia lodato Gesù Cristo!
Città del Vaticano, Aula nuova del Sinodo, 17 febbraio
2012.
✠ TIMOTHY M. card. DOLAN,
arcivescovo di New York
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VIOLENZE SUI MINORI
Liturgia penitenziale
C
Pontificia università Gregoriana
Simposio per vescovi e religiosi
in materia di abusi sessuali
ontemplazione
dell’incarnazione
Uno dei tratti caratterizzanti il simposio «Verso la guarigione e il rinnovamento» organizzato a Roma dalla Gregoriana in collaborazione con
i principali dicasteri vaticani dal 6 al
9 febbraio (cf. Regno-att. 4,2012,75) è
stato l’aver affrontato il tema delle
violenze sessuali su minori in ambito pastorale secondo una modalità a
tutto campo. Per questo è stato preso in considerazione anche l’aspetto
liturgico, con una celebrazione penitenziale presso la chiesa di S. Ignazio
a Campo Marzio, presieduta dal
card. M. Ouellet, prefetto della Congregazione per i vescovi. La celebrazione, suddivisa in tre momenti –
«Contemplazione dell’incarnazione», «Grande preghiera penitenziale» e «Richiesta di perdono» – ha costituito da un lato un modello liturgico che i partecipanti potranno adattare alla propria realtà locale; dall’altro è stata una prima richiesta di
perdono da parte di un esponente di
primo piano nel governo della Chiesa universale. È necessario un «profondo rinnovamento nella Chiesa» a
partire dalla «tragedia e dalla vergogna» di uno scandalo che non deve avvenire «mai più» – ha concluso Ouellet nella sua omelia (cf. qui a p. 140).
Opuscolo bilingue inglese-italiano, Roma 2012.
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La chiesa è nella penombra. All’incrocio dei transetti una grande
croce, anch’essa nel buio. Ciascuno dei partecipanti entra in silenzio
recando in mano una lampada spenta e si dispone davanti alla croce.
[Sull’opuscolo che contiene i testi di questa liturgia seguono qui due letture bibliche, dal Libro della Genesi
(1,1-28) e dalla Lettera ai Romani (5,12.15-21), accompagnate da queste parole: «Le tre Persone divine osservano tutta la superficie ricurva del mondo, popolato da
uomini… vedendo che tutti vanno all’inferno, stabiliscono da tutta l’eternità che la seconda Persona si faccia
uomo, per salvare il genere umano… giunto il tempo prefissato, inviano l’angelo san Gabriele a nostra Signora». I
due brani non sono stati letti ad alta voce ma offerti alla
meditazione silenziosa, mentre su uno schermo scorrevano alcune immagini; ndr].
Lettore: «Chi manderò e chi andrà per noi?» (Is 6,8).
Lettore: «Cristo Gesù: / pur essendo nella condizione di
Dio, / non ritenne un privilegio / l’essere come Dio, /
ma svuotò se stesso / assumendo una condizione di servo,
/ diventando simile agli uomini. / Dall’aspetto riconosciuto come uomo, / umiliò se stesso / facendosi obbediente fino alla morte / e a una morte di croce» (Fil
2,5-8).
Viene illuminata la grande croce, mentre continua la recita dell’inno.
Lettore: «Per questo Dio lo esaltò / e gli donò il nome
/ che è al di sopra di ogni nome, / perché nel nome di
Gesù / ogni ginocchio si pieghi / nei cieli, sulla terra e
sotto terra, / e ogni lingua proclami: / “Gesù Cristo è Signore!”, / a gloria di Dio Padre» (Fil 2,9-11).
Dopo un breve spazio musicale, viene narrato il racconto della
risurrezione.
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Lettore: «Risorto al mattino, il primo giorno dopo il sabato», Gesù apparve «agli Undici, mentre erano a tavola,
e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore,
perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto
risorto. E disse loro: “Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà
condannato”. (...) Il Signore Gesù, dopo aver parlato con
loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio» (Mc
16,9.14-16.19).
Vengono rappresentate alcune missioni di evangelizzazione affidate alla Chiesa.
Lettore: «Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano» (Mc
16,20).
G
rande preghiera
penitenziale
Dopo aver contemplato il disegno originario del
Creatore che ha fatto buone e sante tutte le cose, deturpato dall’opera del Divisore, abbiamo udito la Parola divina risuonare in mezzo a noi per salvare
l’umanità perduta a causa del peccato e prendere dimora nella nostra carne mortale.
Nel mistero della sua morte e risurrezione è stato
sconfitto l’Accusatore e ci è stato donato il Nome di
salvezza, in cui tutta la creazione è stata ricapitolata e
consegnata nelle mani del Padre.
Questa realtà che appartiene all’eterno presente di
Dio è in costruzione per noi che viviamo nella storia,
tesi verso il compimento della promessa.
Il nostro è il tempo della Chiesa, inviata a immergere nel nome della Trinità l’umanità peccatrice, perché risorga dalle acque del battesimo come creatura
nuova, innestata nella novità che è Cristo.
È il tempo della lotta con le forze del male senza
però temerne il veleno, perché guariti dal farmaco di
immortalità che è il pane del cielo, sostegno lungo il
cammino.
È anche il tempo in cui sperimentiamo ancora l’afflizione della colpa che ci separa da Dio e in cui ci riconosciamo continuamente bisognosi di salvezza.
Ora il celebrante si porterà davanti alla croce. A
partire dalla grande preghiera penitenziale di Neemia
confesserà la fedeltà di Dio verso di noi e, alla luce di
tanta bontà e clemenza, confesserà il peccato che ancora ci ferisce e ci separa da colui che è il solo Santo.
Tu solo sei il Signore, / che hai fatto i cieli, i cieli dei cieli
/ e tutto il loro esercito, / la terra e quanto sta su di essa,
/ i mari e quanto è in essi; / tu fai vivere tutte queste cose
/ ed esse ti servono.
Benedíctus Deus in saecula!
Vescovo: Tu sei il Signore Dio, che hai scelto Abram /
e lo hai fatto uscire da una terra desolata. / Tu hai trovato
il suo cuore fedele davanti a te / e hai stabilito con lui
un’alleanza, / promettendo di dare a lui e alla sua discendenza / una terra rigogliosa dove scorre latte e miele.
/ E nella tua fedeltà hai mantenuto la tua parola.
Benedíctus Deus in saecula!
Vescovo: Tu hai visto l’afflizione dei nostri padri in
Egitto / e hai ascoltato il loro grido presso il Mar Rosso;
/ hai operato segni e prodigi contro il faraone, / contro
tutto il popolo della sua terra, / perché sapevi che li avevano trattati con durezza. / Hai squarciato il mare davanti a loro / ed essi sono passati in mezzo al mare
sull’asciutto. / Li hai guidati di giorno con una colonna
di nube / e di notte con una colonna di fuoco, / per rischiarare loro la strada su cui camminare.
Benedíctus Deus in saecula!
Vescovo: Sei sceso sul monte Sinai / e hai dato loro
norme giuste / e comandi buoni / per mezzo di Mosè,
tuo servo. / Hai dato loro / pane del cielo per la loro
fame / e hai fatto scaturire / acqua dalla rupe per la loro
sete, / e hai detto loro di andare / a prendere in possesso
la terra / che avevi giurato di dare loro.
Benedíctus Deus in saecula!
Vescovo: Ma i nostri padri, / si sono comportati con
superbia, / hanno indurito la loro cervice / e non hanno
obbedito ai tuoi comandi. / Non si sono ricordati dei tuoi
prodigi, / che tu avevi operato in loro favore; / e nella
loro ribellione si sono dati un capo / per tornare alla loro
schiavitù.
Atténde Dómine et miserére, / quia peccávimus tibi.
Il cardinale presidente si porta davanti alla grande croce
e come voce della Chiesa intesse un dialogo con il crocifisso,
seguendo la grande preghiera penitenziale di Neemia 9:
Vescovo: Ma tu sei un Dio pronto a perdonare, / misericordioso e pietoso, / lento all’ira e ricco di amore / e
non li hai abbandonati. / Anche quando si sono fatti un
vitello di metallo fuso / e ti hanno insultato gravemente,
/ tu nella tua grande misericordia, / non li hai abbandonati nel deserto. / Per quarant’anni li hai nutriti nel deserto / e non è mancato loro nulla. / Hai moltiplicato i
loro figli come le stelle del cielo / e li hai introdotti nella
terra / nella quale avevi comandato ai loro padri / di entrare per prenderne possesso, / ed essi sono vissuti nelle
delizie per la tua grande bontà. / Ma poi hanno disobbedito, / si sono ribellati contro di te, / si sono gettati la
tua legge dietro le spalle, / hanno ucciso i tuoi profeti, /
che li ammonivano per farli tornare a te, / e ti hanno insultato gravemente.
Atténde Dómine et miserére, / quia peccávimus tibi.
Cardinale: Signore, benediciamo il tuo nome glorioso,
/ esaltato al di sopra di ogni benedizione / e di ogni lode.
Vescovo: Perciò tu li hai messi nelle mani dei loro nemici, / che li hanno oppressi. / Ma nel tempo della loro
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angoscia / essi hanno gridato a te / e tu hai ascoltato dal
cielo / e, nella tua grande misericordia, / tu hai dato loro
salvatori, / che li hanno salvati dalle mani dei loro nemici. / Poiché quando avevano pace, / ritornavano a fare
il male davanti a te / e nella tua misericordia / più volte
li hai liberati. / Infine, nella pienezza dei tempi / hai
mandato il tuo Unigenito, / pensando: «Avranno rispetto
per mio figlio», / ma noi lo abbiamo preso, / lo abbiamo
cacciato fuori dalla vigna / e lo abbiamo ucciso inchiodandolo sulla croce.
Atténde Dómine et miserére, / quia peccávimus tibi.
Vescovo: Nella tua misericordia udisti il suo grido / in
cui hai riconosciuto il dolore / e lo strazio di tutta l’umanità / e a lui venisti incontro / non permettendo che il
suo corpo / conoscesse la corruzione del sepolcro. / Risorto il terzo giorno apparve alla sua Chiesa, / presentandosi come il Vivente che ha vinto la morte / e
inviando i suoi discepoli ai quattro angoli della terra / ad
annunciare il Vangelo di salvezza, / ammaestrando tutte
le nazioni. / Ed essi partirono fidandosi della sua promessa: / «Io sono con voi tutti i giorni, / fino al consumarsi dei secoli».
Breve sonata d’organo.
Cardinale: Ora, Padre, / guarda con pietà alla nostra
misera condizione: / ci è stato affidato il compito / di essere sacramento di salvezza, / di annunciare il tempo
della tua grazia. / Sulla tua promessa siamo andati, / per
combattere il male del mondo: / l’egoismo, l’ingiustizia,
lo sfruttamento dei deboli, / senza temerne il veleno; /
ma con stupore e vergogna / ci accorgiamo che questo
male rimane sempre dentro di noi / e gravemente offusca la nostra testimonianza ecclesiale. / Noi che dovevamo portare la salvezza ai «piccoli», / siamo talvolta
divenuti strumento del male contro di loro.
Atténde Dómine et miserére, / quia peccávimus tibi.
Vescovo: Abbiamo peccato, / non abbiamo saputo
ascoltare / il dolore di molti «piccoli». / Abbiamo avuto
paura e orrore / del peccato che ci ha ferito, / perché
non abbiamo confidato nella tua promessa, / e abbiamo
preteso di portarlo da soli / dimenticandoci di aggrapparci / alla salvezza della tua croce. / Lo abbiamo nascosto dentro di noi / come in un sepolcro, / senza
affidarlo al tuo cuore misericordioso.
Atténde Dómine et miserére, / quia peccávimus tibi.
Vescovo: Le nostre bocche che avrebbero dovuto annunciare il Vangelo / sono chiuse dal dolore e dalla vergogna; / le nostre mani che avrebbero dovuto essere
imposte / per guarire i malati, / sono legate e impotenti.
/ Eccoci umiliati davanti a te e davanti agli uomini, /
crocifissi dal male che ha sfigurato il volto della tua
Chiesa. / Siamo consapevoli che i nostri atti di riparazione / non potranno mai cancellare quanto di ingiusto è stato fatto, / né lenire la bruciante ferita della
nostra coscienza. / In grande angoscia / siamo Signore
di fronte alla tua croce: / ascolta il grido / che scaturi-
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sce dal nostro cuore lacerato / e che vuole essere di
nuovo risanato dall’amore. / Signore, vogliamo essere
vicino ai piccoli e ai deboli, / desideriamo essere sacramento della tua salvezza, / essere voce che annuncia il
Vangelo / e segno in questo mondo di comunione e di
guarigione.
Atténde Dómine et miserére, / quia peccávimus tibi.
Cardinale: Per questo sorretti dalla fede, / animati
dalla speranza / e infiammati di carità evangelica, / supplici ti chiediamo: / «Signore, perdonaci e vieni a salvarci!».
Pausa di silenzio, a cui segue l’omelia (cf. riquadro a
p. 140).
R
ichiesta di perdono
La Chiesa è inviata nel mondo come segno dell’amore salvifico di Dio per l’umanità che ha nel mistero di morte e risurrezione del Signore il centro
del suo annuncio e della sua testimonianza.
L’esperienza del peccato e del male che ci abita,
però, ci ha fatto rivolgere al Signore un grido di dolore nella consapevolezza di non poter essere sacramento di salvezza se non restando innestati nell’amore
di Cristo.
Anche noi, che attraverso il battesimo abbiamo ricevuto il nome nuovo, abbiamo bisogno di udire, di
accogliere e di celebrare il perdono del Crocifisso,
per essere risanati dalla sua misericordia.
In unione e come espressione del perdono di Cristo, anche il perdono di coloro che in vario modo
abbiamo offeso e ferito è fonte di guarigione.
Sappiamo che il perdono non lo possiamo pretendere ma ricevere solo come dono della grazia, che
muove il cuore al pentimento e apre alla capacità di
offrirlo. Siamo anche consapevoli che perdonare
non significa dimenticare, o peggio illudersi che un
gesto umano possa cancellare quanto è accaduto.
Il perdono che riceviamo da Cristo e che imploriamo da coloro che abbiamo ferito non ci esenta
dalla penitenza, il cui peso dobbiamo comunque
portare non da soli ma uniti al Signore.
È di nuovo dal Risorto e rinnovando l’esperienza
del nostro battesimo che desideriamo ripartire animati dalla speranza, per essere di nuovo luce e annunciatori della vittoria di Cristo sul male e sulla
morte.
Il lettore annuncia il perdono del Crocifisso: «Padre,
perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc
23,34).
Viene portato sotto la croce il cero pasquale.
Lettore: «Uno dei soldati gli colpì il costato con la
lancia e subito ne uscì sangue ed acqua» (Gv 19,34).
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Si riempie con l’acqua benedetta il bacile battesimale
posto presso il lato destro del Crocifisso.
Alcuni rappresentanti delle categorie coinvolte nella
vicenda degli abusi, recando con sé delle lampade spente,
innalzano l’umile richiesta di perdono.
Un vescovo: Signore, misericordioso e fedele, / rinnovaci nella fede che è per noi vita e salvezza, / nella
speranza che promette perdono e rinnovamento interiore, / nella carità che purifica e apre i nostri cuori /
ad amare te, e in te, tutti i nostri fratelli e sorelle.
Perdonaci e abbi pietà di noi. Kýrie eléison, Kýrie
eléison.
Camaldoli, 25-29 giugno 2012
31a edizione
L’opera di Luca
2. Gli Atti degli Apostoli
Dopo essersi segnato con l’acqua benedetta ciascun
rappresentante accende la propria lampada al cero pasquale e la colloca presso la croce.
Un educatore: Signore, maestro di verità, / possa la
tua Chiesa rinnovare il suo millenario impegno / alla
formazione dei nostri giovani sulla via della verità, /
della bontà, della santità / e del generoso servizio alla
società.
Perdonaci e abbi pietà di noi. Kýrie eléison, Kýrie
eléison.
RELATORE:
MASSIMO GRILLI
docente di Nuovo Testamento
alla Pontificia Università Gregoriana
COORDINANO:
p. ALFIO FILIPPI e p. SERGIO ROTASPERTI
Programma
Un superiore: Signore, vincitore della morte, / donaci il tuo Spirito consolatore, / perché ci difenda dall’Accusatore e ci sia di guida, / ispiri una nuova
primavera di santità e di zelo apostolico / affinché la
tua Chiesa possa realizzare / la missione per cui l’hai
voluta, amata e inviata.
Perdonaci e abbi pietà di noi. Kýrie eléison, Kýrie
eléison.
Un sacerdote: Signore, medico delle nostre anime, /
possano la nostra tristezza e le nostre lacrime, / il nostro sforzo sincero di raddrizzare gli errori del passato,
/ e il nostro fermo proposito di correzione, / portare
abbondanti frutti di grazia e di bene / in noi e nelle
persone che siamo chiamati a servire.
Perdonaci e abbi pietà di noi. Kýrie eléison, Kýrie
eléison.
Un genitore: Signore, nuovo Adamo, / con umiltà
ti chiediamo / che il nostro desiderio sincero di conversione / possa far germogliare la fede nelle nostre famiglie, / nelle parrocchie, scuole e associazioni, / per
il progresso spirituale delle società / e per la crescita
della carità, della giustizia, / della gioia e della pace,
nell’intera famiglia umana.
Perdonaci e abbi pietà di noi. Kýrie eléison, Kýrie
eléison.
Testi EDB consigliati:
• J. RADERMAKERS, PH. BOSSUYT, Lettura pastorale degli Atti degli
Apostoli, 3a ed., pp. 720, € 56,80;
• P. BIZZETI, Fino ai confini estremi. Meditazioni sugli Atti degli
apostoli, 2a ed., pp. 432, € 41,60;
• G. RAVASI, Gli Atti degli Apostoli, 4a ed., pp. 144, € 12,00;
disponibile anche in CD/MP3, € 17,40;
Un fedele: Signore, buon pastore, / ti preghiamo
per quanti, a causa della debolezza dei tuoi ministri,
/ hanno perso la fede in te e la fiducia nella tua
Chiesa, / ti affidiamo anche coloro / che hanno provocato scandalo nel tuo gregge: / tu che conosci i nostri cuori / lenisci il dolore delle vittime e sostieni
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Quota d’iscrizione: € 50, da versare all’apertura dei lavori.
Quote giornaliere a persona in camera con bagno: pensione completa
€ 59; mezza pensione € 49; giovani fino a 30 anni: € 39.
Prenotazioni c/o Foresteria di Camaldoli (tel. 0575.556013; fax
0575.556001; e-mail [email protected]), inviando entro 15 gg. caparra
del soggiorno di € 40 non rimborsabile in caso di disdetta.
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La partecipazione alla liturgia monastica è parte integrante del convegno.
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Card. Ouellet: «Mai più!»
a Liturgia penitenziale del 7 febbraio 2012, di cui riproduciamo in queste pagine i testi, è stata presieduta dal
card. Marc Ouellet, prefetto della Congregazione per i vescovi, che ha anche pronunciato l’omelia (stampa da supporto digitale in nostro possesso).
L
Venerati confratelli nell’episcopato e nel sacerdozio e cari fratelli e sorelle,
nel contesto della riflessione che si sta volgendo in questi
giorni del Simposio «Verso la guarigione e il rinnovamento»,
vogliamo prendere coscienza che questa sera siamo qui non
solo in qualità di credenti ma anche come penitenti.
Di fronte al dramma degli abusi sessuali compiuti da cristiani
su minori, specialmente da membri del clero, grande è la vergogna ed enorme è lo scandalo. Si è compiuto ciò contro cui Gesù
si scagliò: «È meglio che a uno venga messa al collo una pietra da
mulino e sia gettato in mare, piuttosto che scandalizzare uno di
questi piccoli» (Lc 17,2). L’abuso è infatti un crimine che causa
un’autentica esperienza di morte a delle vittime innocenti, che
solo Dio, nella potenza dello Spirito Santo, può veramente far
risorgere. Per questo, con profonda convinzione e coscienza del
gesto, preghiamo e imploriamo il Signore.
nella penitenza / coloro che si sono fatti portatori di
questo male.
Perdonaci e abbi pietà di noi. Kýrie eléison, Kýrie
eléison.
MARIANO PAPPALARDO
Un amore che libera
Cardinale: Signore, mite e umile di cuore / imploriamo il perdono per quanti hanno abusato / in diversi
modi dei piccoli e dei deboli / togliendo loro la speranza
/ di una piena realizzazione umana e spirituale / e per
coloro che hanno discriminato il prossimo / e lo hanno
emarginato senza riconoscersi figli e fratelli.
Perdonaci e abbi pietà di noi. Kýrie eléison, Kýrie
eléison.
Sentieri pasquali
Meditazioni per la Settimana santa
Anni A-B-C
P
er comprendere il significato della morte
e risurrezione di Gesù, cuore della fede
cristiana, il sussidio offre tre percorsi di
meditazione, uno per ogni anno liturgico,
a partire da tre elementi chiave: lo squarcio,
ovvero il mistero della Pasqua come forza
che allarga gli orizzonti; la dismisura, cioè
l’amore di Dio che redime il peccato dell’uomo con la grazia; le vesti, per cogliere il
vero volto del Padre, manifestatosi nella passione del Figlio.
Un rappresentante dei «piccoli» chiede la grazia di
poter unire la propria voce a quella del Cristo crocifisso:
Signore, oltraggiato dagli uomini, uomo dei dolori, / è
per noi pesante e difficile perdonare / coloro che ci
hanno fatto il male, / solo la tua grazia può aprirci a
questo dono: / ti chiediamo la forza di unirci al perdono che dalla croce / hai fatto scendere sull’umanità
peccatrice / come balsamo di guarigione / perché la
tua Chiesa sia sanata anche dal nostro perdono.
Perdona loro. Kýrie eléison, Kýrie eléison.
Quindi accende la propria lampada e la colloca vicino al cero pasquale.
«SUSSIDI PER I TEMPI LITURGICI» pp. 96 - € 7,20
EDB
Edizioni Edizioni
Dehoniane
Dehoniane
Bologna Bologna
Viene proclamato il Vangelo dell’invio dei discepoli
dopo il tradimento e l’abbandono: «La sera di quel
Via Nosadella 6 - 40123 Bologna
Tel. 051 4290011 - Fax 051 4290099
www.dehoniane.it
Vescovi, superiori religiosi, educatori, cristiani tutti, sentiamo
doloroso questo gesto di purificazione che coinvolge profondamente la Chiesa intera. Invochiamo su di essa lo Spirito di Dio che
guarisce e rinnova radicalmente tutte le cose, perché scenda su di
noi.
Come membri della Chiesa dobbiamo avere il coraggio di chiedere umilmente perdono a Dio e ai suoi «piccoli» violati; dobbiamo
essere vicini al loro cammino di sofferenza cercando, in tutti i modi
possibili, di fasciare le loro ferite sull’esempio del buon samaritano.
Il primo passo in questo cammino è di ascoltarli attentamente e di
credere alle loro storie di sofferenza.
Il cammino di rinnovamento della Chiesa, nella formazione
delle persone e nella creazione di strutture idonee ad aiutare a
prevenire da simili misfatti, deve avvenire all’insegna del «mai più».
Come già diceva il beato Giovanni Paolo II: «Nel sacerdozio e nella
vita religiosa non c’è posto per chi potrebbe far del male ai giovani» (Discorso ai partecipanti alla riunione interdicasteriale con
i cardinali degli Stati Uniti d’America, 23.4.2002, n. 3; Regno-doc.
9,2002,266). Non è tollerabile che nella Chiesa si abusi dei bambini.
Mai più!
Con tristezza constatiamo fin troppo bene che l’abuso sessuale
dei minori si trova in tutta la società moderna. Speriamo sinceramente che l’impegno della Chiesa per sconfiggere questo grande
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male possa favorire il rinnovamento anche nelle altre comunità e
strutture della società, parimenti colpite da questa tragedia.
In tale cammino di conversione, noi cristiani dobbiamo essere
consapevoli che solo la fede può garantire una vera opera di rinnovamento nella Chiesa. Fede intesa come personale, vero e vivificante rapporto d’amore con Gesù Cristo. Consapevoli della
debolezza della nostra fede, chiediamo al Signore Gesù di guarirci
e di condurci, passando attraverso l’agonia della croce, verso la
gioia della risurrezione.
Talvolta la violenza è giunta da persone profondamente disturbate o già a loro volta abusate. Occorreva prendersi cura di
loro e impedire che si trovassero in ruoli e ministeri a cui non
erano idonei. Questo non è sempre stato fatto in modo efficace
e perciò, di nuovo, chiediamo perdono alle vittime.
I pastori della Chiesa, avendo imparato da questa terribile e
umiliante esperienza, sono chiamati a una maggiore assunzione di
responsabilità nell’opera di discernimento e di accettazione dei
candidati ai servizi nella Chiesa e specialmente al ministero ordinato.
Questa liturgia vigiliare cerca di aiutare noi, ancora così profondamente sconvolti, a leggere questi terribili eventi, avvenuti
dentro il popolo di Dio, alla luce della storia della salvezza, che
tutti insieme abbiamo questa sera ripercorso. È una storia che parla
della nostra miseria, nelle ripetute cadute, e della sua infinita misericordia della quale abbiamo sempre bisogno.
Affidiamo tutti alla potente intercessione del Figlio di Dio,
che nel mistero del suo «svuotamento» (cf. Fil 2,7), avvenuto
nell’incarnazione e nella redenzione, ha preso su di sé ogni
male, anche questo male, distruggendone la potenza di morte,
perché essa non abbia l’ultima parola.
Gesù Risorto, infatti, è la garanzia e la promessa che la vita
trionfa sulla morte; egli che è capace di attuare la salvezza per
ogni persona.
Ora, continuando la nostra celebrazione, preghiamo con le
parole di Benedetto XVI, che ci invitano a una maggiore consapevolezza circa le nostre rispettive vocazioni, e così a riscoprire le radici della nostra fede in Gesù Cristo, per abbeverarci
a lui, sorgente d’acqua viva offertaci attraverso la sua Chiesa
(cf. Lettera pastorale ai cattolici d’Irlanda, 20.3.2010; Regnodoc. 7,2010,193ss).
Che lo Spirito Santo, Signore e fonte della vita, sempre attivo nel mondo, discenda e ci aiuti per le preghiere della beata
vergine Maria, Madre della Chiesa, che con la sua potente intercessione ci sostiene e ci guida ad obbedire ed accogliere
l’amore divino. Amen!
giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le
porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore
dei giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro:
“Pace a voi!”. Detto questo, mostrò loro le mani e il
fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù
disse loro di nuovo: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”. Detto questo, soffiò e
disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo”» (Gv 20,19-22).
sato il nostro peccato, / le nostre infedeltà e i tradimenti del tuo amore.
La tua misericordia e il perdono del tuo Cristo / e
dei «piccoli» della storia / ci sana dal nostro male / e
di nuovo ci invia nel mondo / per essere segno della
tua salvezza, / «buoni samaritani» dell’umanità, /
mandati a fasciare le piaghe dei cuori spezzati / annunciando il giorno senza tramonto / in cui tu sarai
tutto in tutti.
Questa luce che abbiamo ricevuto / come segno di
perdono / e del fuoco dello Spirito / la dobbiamo custodire con una vita santa, / perché permanendo uniti
al Signore / e al suo amore misericordioso, / animi la
nostra testimonianza, / riscaldi il cuore / e ci costituisca
come lampade / che ardono nelle tenebre del mondo /
finché sorgerà Cristo, stella del mattino, / e tutta la creazione / sarà ricondotta al tuo cuore di Padre.
Il cardinale presidente abbraccia la croce. Quindi rivolgendosi verso l’assemblea la saluta dicendo: Pax Dómini nostri Iesu Christi, / sit semper vobis.
Tutti: Et cum spíritu tuo.
Con la pace viene portata la luce del cero pasquale
all’assemblea, mentre si canta un canone allo Spirito
Santo.
Veni Sancte Spiritus, / tui amoris ignem accende. /
Veni Sancte Spiritus, / veni Sancte Spiritus.
Cardinale: Dio misericordioso e fedele, / ci uniamo
all’esultanza dei tuoi discepoli / che dopo aver fatto
l’esperienza / dell’abbandono e del tradimento / si
sentono rinsaldati dalla pace / ricevuta dal CrocifissoRisorto.
Anche noi, dopo aver confessato la tua grandezza /
e reso grazie per quanto amorevolmente hai fatto / e
continui a fare per la tua Chiesa, / ti abbiamo confes-
Roma, chiesa di Sant’Ignazio a Campo Marzio, 7 febbraio 2012.
MARC card. OUELLET,
prefetto della Congregazione per i vescovi
Tutti: Pater noster qui es in caelis: / sanctificétur
Nomen tuum; / advéniat Regnum tuum; / fiat volúntas
tua, / sicut in caelo, et in terra. / Panem nostrum cotidianum / da nobis hódie; / et dimítte nobis débita nostra, / sicut et nos / dimíttimus debitóribus nostris; / et
ne nos indúcas in tentatiónem; / sed líbera nos a malo.
Diacono: Benedicámus Domine.
Assemblea: Deo grátias.
L’assemblea si scioglie lodando e ringraziando Dio
con un canto finale e recando con sé le lampade accese.
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C
hiese nel mondo |
BELGIO
Una sofferenza
nascosta
I
Lettera pastorale dei vescovi e
dei superiori religiosi del Belgio
sulle violenze sessuali nella Chiesa
«La principale lezione da trarre dal recente passato riguarda la rottura del
silenzio. Si è taciuto, anche nella
Chiesa». Probabilmente si sarebbero
potute risparmiare alle vittime «molte sofferenze se si fosse incoraggiata
più spesso la trasparenza»: dopo la
stagione delle tempeste provocate
dalle rivelazioni dei mass media,
dall’alternarsi delle commissioni
d’inchiesta e delle loro presidenze
burrascose, dalla clamorosa perquisizione nell’arcivescovado di MalinesBruxelles (Regno-att. 2,2012,9ss), è arrivata il 13 gennaio la risposta dei vescovi e religiosi belgi alla questione
delle violenze sessuali su minori nella Chiesa. Essa riconosce innanzitutto
di non aver ascoltato le vittime, di
averne minimizzato i racconti, di
aver favorito un «esercizio autoritario
del potere». Ma soprattutto s’impegna
in un percorso operativo che sia contemporaneamente «globale», «integrato» e che abbia al centro la vittima,
lasciando a lei scegliere tra le diverse «forme di riparazione» che la Chiesa metterà in campo. Prima tappa
sarà l’istituzione di «punti di contatto» in ogni diocesi, ai quali le vittime
o le persone informate dei fatti possono rivolgersi.
Stampa (20.1.2012) da sito web abusdansleglise.be. Nostra traduzione dal francese.
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ntroduzione
Nel corso di questi ultimi mesi, siamo stati profondamente colpiti da un’ondata di racconti strazianti di violenze sessuali nella Chiesa cattolica. Noi,
vescovi e superiori religiosi, inizialmente siamo rimasti in silenzio, a parte la risposta alle domande
della Commissione speciale relativa al trattamento
delle violenze sessuali e di casi di pedofilia in una relazione di autorità, in particolare nella Chiesa fatta
per presentare una prima reazione attraverso i
media.
Questo silenzio non era assolutamente indifferenza. Non aveva nulla a che vedere con la volontà
di nascondere i fatti. Era segno del nostro stupore,
del nostro piegare la testa sotto il duro colpo, mentre ci domandavamo molto seriamente come tutto
ciò era potuto accadere. Nel corso degli ultimi diciotto mesi, ci è stata offerta la possibilità di ascoltare personalmente le vittime, nella maggior parte
dei casi, purtroppo, per la prima volta.
Questi racconti si sono dunque associati a nomi e
a volti, spesso dopo anni di sofferenza nascosta e di
tristezza. Il male inflitto alle vittime per non aver riconosciuto i fatti ha riempito di confusione noi responsabili della Chiesa. È proprio vero: le violenze
sessuali contraddicono l’etica e il messaggio che la
Chiesa vorrebbe diffondere.
Al termine di un periodo di valutazione e d’approfondimento, è venuto per noi il momento d’agire
in modo coerente ed energico. Grazie all’aiuto di
esperti di varie discipline, abbiamo elaborato un
piano d’azione globale per le violenze sessuali nella
Chiesa e la loro incidenza sulle vittime. Le linee di
fondo di questo piano d’azione sono raccolte nel
testo che qui presentiamo.
Anzitutto e soprattutto, vorremmo metterci in
ascolto delle vittime delle violenze sessuali e di coloro che le assistono. Vogliamo dedicare loro tempo
e aprire loro spazi perché possano esprimere la loro
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tristezza, la loro sofferenza e la loro rabbia. Non possiamo riscrivere il passato. Ormai possiamo solo offrire ciò che prima è crudelmente mancato: il
manifestarsi anzitutto umani e solidali. In dialogo
con le vittime, vogliamo trovare il modo migliore
d’essere al loro fianco. Al riguardo, in questo documento proponiamo varie piste.
Ma dobbiamo pur volgerci al futuro. Là dove
bambini o giovani sono in contatto con un’organizzazione ecclesiale, dobbiamo fare tutto il possibile
per prevenire un esercizio abusivo dell’autorità o un
comportamento trasgressivo. Dobbiamo accordare
la priorità alla prevenzione nel reclutamento, nella
formazione e nell’accompagnamento dei nostri collaboratori. Anche su questo aspetto, il documento
pone alcuni punti fermi.
I racconti delle violenze sessuali hanno messo in
cattiva luce tutta la Chiesa e specialmente l’autorità
ecclesiale. Perché e come mai le violenze sessuali non
sono emerse? I loro autori hanno potuto nascondersi
dietro alle strutture interne alla Chiesa? L’umiltà ci
spinge a rimetterci sulle orme di Gesù, il quale si è
opposto a ogni forma d’ingiustizia e ha sempre protetto i deboli. Speriamo di poter compensare le ingiustizie del passato con maggiore giustizia in futuro.
Come responsabili di una Chiesa impegnata e multiforme al tempo stesso vorremmo invitare ciascuno
a collaborare alla nostra iniziativa, con una mente
tanto aperta quanto critica.
Questo documento non può essere l’ultima parola.
L’ascolto delle vittime e l’offerta di riparazione costituiscono una sfida e richiedono un apprendimento.
Nel corso degli ultimi dodici mesi abbiamo già fatto
qualche passo avanti ma dobbiamo continuare. Con
l’aiuto di esperti del mondo accademico e di responsabili della società provenienti da vari settori, siamo
decisi a seguire questa problematica molto da vicino,
a perfezionare il nostro approccio e, all’occorrenza,
adattarlo. È importante che questo documento della
Chiesa cattolica in Belgio sia effettivamente tradotto
in pratica con passi avanti concreti.
Vari capitoli di questo testo descrivono iniziative
la cui applicazione concreta non poteva essere ricordata in questa pubblicazione. Informazioni più
ampie su queste iniziative e sulle procedure a esse
collegate possono essere trovate sul sito web abusdansleglise.be. Ogni volta che sarà disponibile una
nuova informazione, potrà essere trovata a questo
indirizzo.1
La comunità ecclesiale ha vissuto mesi difficili.
Vogliamo rendere omaggio a tutti coloro che, a partire da una fede provata o da un forte sentimento
d’umanità, hanno cercato di farsi forza e di dare
forza. La Chiesa è ben più degli individui che si sono
resi colpevoli di violenze sessuali. Essa vale molto di
più del male inflitto da alcuni. Grazie a tutti coloro
che continuano a lavorare per il futuro della nostra
Chiesa.
1
Elaborando questo documento ci siamo lasciati
guidare anzitutto da ciò che abbiamo imparato
dalle vittime. Abbiamo beneficiato anche dell’aiuto
di un gruppo di esperti nel campo dell’assistenza sociale, psicologica e medica, della giustizia riparatrice e del diritto nell’ambito: della responsabilità
civile, delle obbligazioni, penale, canonico e della
mediazione.
A tutti coloro che hanno collaborato a questo documento vanno i nostri ringraziamenti per il loro apporto e il loro impegno.
I.
Quali lezioni trarre
dai racconti dolorosi
Prima d’affrontare la nostra proposta di un approccio globale, dal recente passato vogliamo trarre
alcuni insegnamenti. Incontri con vittime e con
esperti ci hanno fatto prendere coscienza delle domande fondamentali rivolte alla Chiesa. Pur non
avendo risposte precostituite a queste domande e riflessioni critiche, le inseriamo in questo documento
e nella nostra riflessione, perché desideriamo lasciarci ancora interpellare in futuro. Inoltre, vogliamo collocare lo scandalo delle violenze sessuali
in un contesto più ampio.
1. Rompere il silenzio
La principale lezione da trarre dal recente passato riguarda la rottura del silenzio. Si è taciuto,
anche nella Chiesa. Molte vittime non hanno potuto
condividere la propria storia. Probabilmente si sarebbero potute risparmiare loro molte sofferenze se
si fosse incoraggiata più spesso la trasparenza e si
fosse reagito con maggior forza. È evidente che bisogna mirare alla trasparenza e non sottovalutare
nulla.
Per un certo tempo, le vittime possono scegliere
il silenzio, se non altro per sopravvivere, per rimanere in contatto con sé stesse o per non complicare
le relazioni con le persone del loro ambiente. Il silenzio può avere un effetto deleterio per il semplice
fatto di non esprimere ciò che deve essere messo in
luce. Non è una buona scelta tacere quando si avverte la necessità di parlare. Ma a volte occorre
molto tempo prima che una vittima sia in grado
d’esprimersi.
Nei casi di violenza sessuale perpetrata da un sacerdote o un religioso, le vittime si sono trovate certamente in una condizione di estrema vulnerabilità.
Gli autori della violenza potevano tacere perché sa-
Si può raggiungere questo sito anche cliccando su www.catho.be.
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pevano che la loro vittima avrebbe fatto lo stesso. La
vulnerabilità delle vittime era particolarmente grande perché la violenza proveniva spesso da una persona nella quale esse avevano fiducia.
Ora risulta che il prete o il religioso autore della
violenza era spesso vicino alla famiglia o apparteneva alla cerchia degli amici. Dove la vittima poteva
raccontare ciò che aveva vissuto? Chi le avrebbe creduto? Spesso la famiglia preferiva tenere nascosto
l’accaduto piuttosto che rischiare d’appannare la
propria immagine. Inoltre, una violenza perpetrata
da un ecclesiastico minava la fiducia in tutta la Chiesa. Stando così le cose, spesso sarebbe stato troppo
chiedere di contattare un’autorità ecclesiastica per
raccontargli l’accaduto. La vittima tuttavia non sa
più a chi rivolgersi, se le autorità ecclesiastiche, i genitori o gli amici non le credono.
Come responsabili della Chiesa, vogliamo essere
aperti a ogni racconto di violenza e ampliare ulteriormente la nostra disponibilità. A partire dal 1997
esiste nella Chiesa un punto di contatto al quale si
può segnalare una violenza sessuale. La sua missione
è stata ripresa nel 2000 con la creazione della Commissione interdiocesana per il trattamento delle accuse di violenza sessuale in una relazione pastorale,
presieduta anzitutto dal magistrato emerito Godelieve Halsberghe e poi dal prof. Peter Adriaenssens.
Nella primavera del 2010, quando la crisi delle violenze sessuali è scoppiata da noi e in vari paesi, la
Conferenza episcopale del Belgio ha nuovamente invitato le vittime a farsi avanti. Vogliamo continuare
su questa strada. Siamo fermamente decisi a continuare a operare per creare un clima e un quadro nei
quali nessuno debba più tacere la sofferenza che gli
è stata inflitta.
Gli incontri con le vittime ci hanno rivelato quanto fosse importante per loro poter parlare personalmente con i responsabili nella Chiesa. Esse ci
tengono a incontrare il superiore di chi ha usato loro
violenza per parlare della propria sofferenza nascosta e dell’ingiustizia subita. Vogliamo continuare a
essere personalmente disponibili per rispondere a
questa legittima aspettativa.
Va da sé che ogni persona che, attraverso la propria attività professionale, viene a conoscenza di un
caso di violenza sessuale, deve ricorrere a tutte le possibilità che le sono offerte dalla propria deontologia
e dal legislatore per segnalarlo. Questo vale soprattutto quando esiste un pericolo reale o imminente per
minori. Questa regola s’impone evidentemente anche
a chi è impegnato in un’istituzione o un’organizzazione legata alla Chiesa. Tutti coloro che vi collaborano devono utilizzare tutti i mezzi possibili per
porre fine a una violenza sessuale o per prevenirla. È
il primo servizio che le vittime hanno diritto d’aspettarsi da noi.
Ciascuno deve assumersi le proprie responsabilità. Sarebbe inammissibile che qualcuno, di fronte a
un caso di una violenza sessuale, impedisse consapevolmente alla vittima di renderlo pubblico, per
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porvi fine. Quando solo la parola può salvare, il silenzio diventa inaccettabile e deve essere rotto.
2 . L’origine delle violenze sessuali
Gli autori di violenze sessuali nel quadro di una relazione pastorale sono spesso o collaboratori stimati o
persone di fiducia della famiglia e della cerchia degli
amici. Come può allora avvenire una violenza? Studi
recenti rinviano a vari fattori che possono giocare un
ruolo al riguardo. I racconti ascoltati nel corso degli
ultimi dodici mesi hanno dimostrato che questi fattori
possono causare violenze, anche nella Chiesa. Essi
devono spingerci a riflettere sul funzionamento delle
nostre strutture, sulla formazione e l’accompagnamento dei nostri collaboratori e sulla necessità di una
migliore prevenzione.
Una sessualità non sufficientemente integrata.
Lo sviluppo di una personalità sana costituisce per
ciascuno un processo di crescita permanente. Un
aspetto essenziale in questo processo è la scoperta e
lo sviluppo della propria identità sessuale. Le persone
che non comprendono chiaramente la propria sessualità o non sono mai riuscite ad assegnarle il suo
giusto posto rischiano di essere, a un certo punto,
sommerse dalla sessualità.
Questo è distruttivo sia per loro stessi sia per le
persone che le circondano. In alcuni casi, si assiste a
una sorta d’asservimento. Ci si rende conto che un
certo comportamento ha delle conseguenze negative,
ma non per questo vi si rinuncia. Lo sviluppo di una
sana sessualità esige più della spiritualità o dell’ascesi.
Ha bisogno di un inquadramento umano e di un accompagnamento che permettano di affrontare esplicitamente e senza pregiudizi la sessualità.
In che modo la Chiesa ha affrontato in passato la
sessualità e come lo fa oggi? In che modo preti e religiosi che scelgono, o hanno scelto, il celibato possono
sviluppare una personalità equilibrata e gioiosa?
Un esercizio autoritario del potere
Gli educatori, preti e insegnanti, rappresentano
un’autorità. I giovani hanno spontaneamente fiducia
in loro. In questa relazione, un adulto può approfittare della propria superiorità in modo vergognoso per
soddisfare i propri bisogni. A causa della sua autorità,
l’autore della violenza gode in genere di una posizione
meno esposta rispetto a quella della vittima.
In un contesto ecclesiale si rischia di spiritualizzare il potere. Allora si maschera l’abuso di potere con
considerazioni o intenti religiosi. Quando le persone
pensano di poter tiranneggiare gli altri e tendono alla
manipolazione, a intervenire a proprio piacimento e
a parlare solo a partire dal proprio punto di vista, vi
è il rischio reale che nuocciano ad altri. Ma, anche senza arrivare a una violenza sessuale, l’abuso della posizione e della funzione può ferire profondamente l’altro. In che modo esercitare l’autorità come un servi-
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zio, senza pretese né secondi fini? Quali meccanismi
sono in grado di mettere gli autori potenziali nella condizione di compiere una violenza e di nasconderla?
CETTINA MILITELLO
I laici dopo il Concilio
Quale autonomia?
Aiutanti accecati da sé stessi
Le persone che prestano aiuto possono arrivare a
identificarsi a tal punto con il proprio ruolo che non
vedono più i bisogni personali e gli effetti che questi ultimi producono sugli altri. Nell’aiuto che offrono cercano una risposta al proprio bisogno di vicinanza e
tenerezza. Così possono diventare prigioniere del proprio entusiasmo e di sé stesse al punto di credersi migliori degli altri. A lungo andare, non vedono più la
reale portata della propria azione per l’altro e usano la
loro particolare posizione per giustificare un comportamento trasgressivo e una violenza sessuale. Quale sostegno offrire alle persone che aiutano – preti, religiosi
e collaboratori pastorali – perché continuino a distinguere fra i desideri personali e quelli altrui?
Vittime che diventano carnefici
Vari autori di violenze sessuali hanno subito a loro
volta violenze sessuali nell’infanzia o nella giovinezza.
La violenza ha profondamente sconvolto il loro sviluppo affettivo e sessuale. È tragico il fatto che «ripetano» inconsciamente quella violenza e facciano
nuove vittime. Perciò è di primaria importanza che i
preti, i religiosi e i collaboratori pastorali che hanno
ferite nascoste dovute a violenze sessuali subite nella
propria infanzia o giovinezza osino guardare in faccia
il corso della propria vita, possano parlarne liberamente e accettino un aiuto di tipo professionale.
A
50 anni dal Vaticano II occorre che le comunità
cristiane compiano un serio esame di coscienza
ecclesiale, a partire da una rilettura non superficiale
del Concilio. Accanto a ciò è indispensabile una ripresa
dell’azione formativa e una nuova valorizzazione dell’associazionismo. Seguendo il percorso conciliare,
diversi studiosi offrono spunti di riflessione su un
tema ancora dibattuto: l’identità e l’autonomia dei
laici nella Chiesa.
Una struttura della personalità di tipo dipendente.
Poiché è molto importante per loro riuscire nella vita
ed essere amate, le persone con una struttura della personalità di tipo dipendente nascondono spesso i propri
sentimenti e desideri reali. Si dimostrano obbedienti e si
sacrificano per gli altri. Nella spiritualità cristiana sono
valori positivi, purché siano praticati al momento giusto, nella giusta misura e a favore delle persone giuste.
Se l’abnegazione nasconde un disprezzo del proprio valore non può essere liberatrice. Questa frustrazione può innescare un comportamento trasgressivo e una violenza sessuale. Giustamente si chiede
anche ai preti e ai religiosi di controllare innanzitutto
che vi sia una sana interazione fra lo «spirituale» e
l’«umano», fra la cura degli altri e quella di sé stessi,
fra imparare a dare e imparare a ricevere.
«TEOLOGIA VIVA»
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DELLA STESSA CURATRICE
3. Prossimità e distanza
IL VATICANO II E LA SUA RICEZIONE AL FEMMINILE
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La violenza sessuale è legata a uno squilibrio fra
prossimità e distanza nei contatti con i bambini e i
giovani. Il giusto equilibrio non è facile da trovare.
Non è auspicabile che una relazione pedagogica si limiti a una relazione distante a motivo dell’eccessiva
angoscia che suscita la prossimità fra adulti, da una
parte, e bambini o giovani, dall’altra. C’è differenza
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fra un coinvolgimento affettivo sano, da una parte, e
un comportamento trasgressivo, dall’altra. Non è il
coinvolgimento il problema, ma la trasgressione. Si
avrebbe torto a credere che la distanza fra i due sia
minima. La violenza sessuale è uno sfruttamento sottile e violento della prossimità che è prerequisito di
ogni relazione pastorale o pedagogica.
Vi sono segnali che devono allertarci. I potenziali
autori di violenze spesso stanno molto vicini a bambini e a giovani, anche se la loro funzione non lo richiede. Può essere molto seducente per dei bambini
incontrare un adulto con la stessa struttura psicologica immatura. Non stupirà sapere che questi adulti
s’intendono bene con i bambini. In realtà, a volte
sono essi stessi «ancora bambini». Un primo segnale
d’allarme potrebbe essere proprio qui: quando un
adulto preferisce trascorrere il proprio tempo e le proprie vacanze in compagnia dei bambini degli altri.
Un secondo segnale, strettamente legato al precedente, è un evidente deficit di relazioni con persone
della stessa età. È spesso il caso di potenziali autori di
violenze. Spesso gli autori di violenze sui bambini non
sanno che cos’è una relazione di fiducia perché non
ne hanno mai fatto l’esperienza. Pensano che le proprie relazioni con persone della stessa età siano per
loro natura profonde e basate sulla fiducia. Ma interrogandoli maggiormente, si scopre ben presto che essi
condividono solo qualche raro aspetto della propria
vita con gli «amici» e che non si può parlare di un sostegno reciproco. Avere e intrattenere relazioni strette
con i pari è uno dei segnali più forti di una buona salute psichica. Il fatto che un adulto abbia poche relazioni con persone della propria età può essere un
segnale d’allarme.
Il potere stesso può oltrepassare i limiti. I preti, i
religiosi e gli animatori pastorali devono interrogarsi
sull’influenza o sul potere che sono associati al proprio ruolo e chiedersi se li usano a favore di coloro
che sono loro affidati. Può essere utile porsi regolarmente alcune domande come altrettanti punti di riferimento empirici.
Si parlerebbe e si agirebbe allo stesso modo se fossero presenti i genitori o gli amici della persona? Si
preferisce trattare con una persona in particolare invece che con altre? Ci si sentirebbe a proprio agio se
altri fossero al corrente di tutti gli aspetti di una relazione o c’è qualcosa che gli altri non potrebbero comprendere? Il rischio di violenza chiede una cultura
della vigilanza grazie alla quale un esercizio inaccettabile del potere o un comportamento sessuale trasgressivo potrebbero essere svelati e affrontati nel
modo più trasparente possibile.
4. Non lasciare in pace gli autori
di violenza sessuale
Permane una questione incresciosa: la sensazione
che nella Chiesa gli autori di violenze sessuali siano
stati lasciati in pace. Troppi autori di violenza ses-
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suale se la sono cavata – ahimè! – troppo facilmente
e non sono stati messi di fronte alle conseguenze dei
loro atti. O perché le vittime non hanno rivelato la
violenza subita o l’hanno fatto troppo tardi; oppure
perché a causa della loro funzione, essi poterono
dare un’immagine di sé che non corrispondeva alla
realtà; o perché, davanti ai propri superiori, continuarono a negare sistematicamente e a rifiutare ogni
collaborazione; o, infine, perché furono puniti dai
superiori, ma in una forma non adeguata al danno
inflitto o al rischio di recidiva. In caso di punizione,
essi non furono coinvolti nel processo di riconoscimento o in atti riparatori sui quali contava la vittima.
Nei riguardi degli autori di violenza sessuale la
Chiesa deve adottare una chiara linea di condotta.
Gli autori di violenze sessuali non possono essere lasciati in pace, anche quando si tratta di atti compiuti
molti anni fa. Oltre alle sanzioni previste dal diritto
per ogni cittadino, varie forme di sanzioni sono previste dal diritto canonico. Bisogna applicarle.
Esistono terapie per trattare i comportamenti devianti e in questo caso sono esplicitamente indicate.
Bisogna al tempo stesso adottare le misure adatte a
prevenire ogni reiterazione di fatti inaccettabili o a
evitare che nell’autore della violenza diano adito a
un senso di sicurezza. Nessuna forma di violenza
può essere tollerata.
In questo documento vogliamo coinvolgere in
tutto e per tutto gli autori di violenze sessuali nelle
modalità proposte di riconoscimento e di mediazione riparatrice. Vogliamo che siano i primi ad assumersi le proprie responsabilità verso le vittime, a
rendere conto dei propri atti e a collaborare attivamente nel processo di riparazione. Grava anzitutto
su di loro il dovere di offrire un risarcimento finanziario alla vittima.
Inoltre, esamineremo le ragioni per le quali alcuni nostri collaboratori hanno potuto compiere violenze sessuali o tenere comportamenti trasgressivi.
Evidenzieremo le cause di questa problematica per
poterla prevenire meglio.
II.
Linee di fondo per il trattamento
e la prevenzione delle violenze sessuali
1. Per un approccio globale e integrato
In quanto responsabili della Chiesa, vogliamo
prendere le nostre responsabilità nei confronti delle
vittime delle violenze sessuali. Vogliamo ascoltarle e
cercare insieme a loro il modo migliore per rispondere alle loro necessità e alle loro domande. Nei limiti delle nostre possibilità, vorremmo aprire dei
percorsi in vista del riconoscimento e della riparazione
della sofferenza inflitta. Al tempo stesso vogliamo
adottare le misure necessarie per una migliore pre-
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venzione delle violenze. Per il raggiungimento di
quest’obiettivo, abbiamo scelto un approccio globale
e integrato. Per questo ci basiamo sul contributo
scientifico di esperti di varie discipline.
Globale significa che bisogna prendere in considerazione tutti gli aspetti del problema delle violenze. Perciò vogliamo tenere conto della relazione
specifica fra vittima e autore della violenza, da una
parte, e tra autore della violenza e ambiente ecclesiale, dall’altra. Inoltre, vogliamo cercare soluzioni
per tutte le vittime, indipendentemente dal fatto che
i fatti siano prescritti o meno.
Integrato significa che i percorsi offerti per il riconoscimento e la riparazione si articolano in maniera congiunta. Il posto centrale della vittima esige
che le forme di riparazione offerte siano lasciate alla
sua scelta.
Per affrontare le violenze sessuali possiamo e dobbiamo anzitutto puntare su ciò che la società prevede, in particolare attraverso la Giustizia e i servizi
sociali. Da questo punto di vista, è chiaro che non
vogliamo introdurre procedure separate o parallele.
Intendiamo aderire a ciò che la società propone per
la prevenzione e il trattamento delle violenze. La nostra prima regola dev’essere un ricorso trasparente
alla collaborazione con i servizi offerti dalla società.
Gli autori di violenze sessuali sono naturalmente
i primi a dover rispondere per la sofferenza inflitta.
È su di loro che grava anzitutto il dovere di contribuire al riconoscimento e alla riparazione del danno
arrecato. Ma poiché gli autori di violenza sessuale
appartenevano o appartengono alla Chiesa, il loro
comportamento non ci lascia indifferenti.
In quanto responsabili nella Chiesa, siamo consapevoli della nostra responsabilità morale e di ciò
che la società si aspetta da noi. Nell’approccio da noi
proposto, vogliamo porci a fianco della vittima per
cercare insieme riconoscimento e riparazione.
Al centro bisogna mettere la vittima e le sue domande nella loro complessità. Infatti una violenza
sessuale può intaccare in forma grave e duratura sia
l’integrità fisica, l’equilibrio psichico e l’identità sociale sia le risorse finanziarie della vittima. Occorre
integrare tutti questi punti sensibili in un approccio
globale.
2 . Offrire percorsi di riconoscimento
e di riparazione
Un esame criminologico rivela che le vittime
hanno anzitutto bisogno che venga riconosciuto il
male a loro inflitto, la loro impotenza nei confronti
dell’autore della violenza, il silenzio al quale erano
state condannate, il danno arrecato dalla violenza al
proprio sviluppo personale e alle proprie capacità relazionali.
Vogliamo, anzitutto, essere accessibili alle vittime
e ascoltare il racconto della loro vita. È insieme a
loro che vogliamo cercare percorsi di riconoscimento
e di riparazione e metterli a loro disposizione. Possiamo farlo, ad esempio, attraverso l’offerta della
possibilità di un incontro fra la vittima e l’autore
della violenza o il suo superiore, con la presentazione
di scuse alla vittima da parte dell’autore della violenza o del suo superiore, con l’avvio di un percorso
duraturo, l’applicazione di sanzioni interne o di misure preventive nei confronti dell’autore della violenza, l’organizzazione di un incontro fra le vittime
e l’autorità ecclesiastica.
Il riconoscimento della sofferenza inflitta può
anche dar luogo a un risarcimento finanziario della
vittima. Infine, come riconoscimento della loro sofferenza, si può prevedere una commemorazione o
un memoriale simbolico che ricordi la sofferenza subita. Come abbiamo già detto, è la stessa vittima a
dover stabilire quale forma di riconoscimento possa
facilitare il ristabilimento della propria dignità.
La vittima che riceve un risarcimento (in un modo
o in un altro) non considererà necessariamente il gesto come un riconoscimento o una riparazione completa. La sofferenza e le altre aspettative umane della
vittima vanno ben al di là di ciò che può offrire un
semplice risarcimento materiale o finanziario. È soprattutto riguardo al riconoscimento e alla riparazione che le vittime si aspettano dalla Chiesa un atteggiamento diverso e nuove iniziative. Questa
costatazione ci ha indotti a prendere le seguenti iniziative.
Concretamente, noi prevediamo vari mezzi attraverso i quali la Chiesa vuole collaborare con le
vittime in vista del riconoscimento: punti di contatto
locali, una mediazione o un arbitrato. Attraverso il
primo di questi mezzi, la Chiesa vorrebbe mettersi a
disposizione e all’ascolto delle vittime. Gli altri due
prevedono l’intervento di un mediatore esterno o di
arbitri. Ognuno di questi mezzi verrà descritto più
dettagliatamente nel seguito del documento. Volendo metterci a disposizione e all’ascolto anche
delle vittime di fatti prescritti, ci soffermeremo anzitutto sulla questione della prescrizione.
3. I fat ti prescrit ti o non prescrit ti
Dal punto di vista giuridico, in materia di violenza
sessuale si può distinguere fra i fatti prescritti e i fatti
non prescritti. La durata della prescrizione non è la
stessa nel diritto comune e nel diritto canonico. Nel
diritto canonico, il termine della prescrizione è più
lungo di quello del diritto penale. Su questo punto
torneremo più avanti. Qui trattiamo della prescrizione così come viene presa in considerazione dalle
corti e tribunali dell’ordinamento giudiziario.
I fatti non sono prescritti finché non è trascorso il
termine entro il quale possono essere oggetto di
azioni giudiziarie. Solo l’autorità giudiziaria competente può pronunciarsi su un’eventuale prescrizione.
Se esiste anche il minimo dubbio al riguardo, la decisione spetta alla giustizia.
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In quanto autorità ecclesiastica, ripetiamo il nostro impegno a collaborare in modo costruttivo con
le istanze designate dalla società a trattare le violenze
sessuali. Se una vittima di fatti non prescritti si rivolge
a noi, la orienteremo verso le autorità giudiziarie. Se
essa non desidera farlo personalmente, noi stessi segnaleremo i fatti alla Giustizia eventualmente senza
fare il suo nome.
Se i fatti sono prescritti, la vittima non può più far
valere il proprio diritto in tribunale. Non può più fare
appello alla responsabilità civile in vista di una riparazione del danno subito. È come «fuori dal diritto».
Tuttavia, noi, in quanto autorità ecclesiastica, vogliamo andare incontro alle vittime di fatti prescritti.
Esse possono contare sulle tre vie di riconoscimento e
di riparazione descritte qui di seguito, ognuna delle
quale permette loro di rivolgersi alla Chiesa.
Alle vittime è innanzitutto offerta la possibilità di
rivolgersi a uno dei punti di contatto locali, con la loro
domanda di riconoscimento e di riparazione, inclusa
la richiesta di un risarcimento finanziario. Il punto di
contatto locale cercherà insieme a loro una forma
adatta di riconoscimento e di riparazione.
Alle vittime che non vogliono più dialogare con i
punti di contatto predisposti dalla Chiesa è offerta
una seconda possibilità: quella di rivolgersi a
un’istanza neutra, indipendente dalla Chiesa, in
vista di una forma di mediazione o fra la vittima e
l’autore della violenza sessuale o fra la vittima e l’autorità ecclesiastica.
Alle vittime è poi offerta una terza possibilità:
quella di scegliere l’arbitrato, che implica una procedura specifica.
Questo significa che gli autori della violenza devono prendere in considerazione la ferita che hanno
inferto alle vittime e alla comunità ecclesiale anche
dopo la prescrizione giuridica dei fatti. Noi controlleremo che, anche dopo la prescrizione, gli autori di
violenze sessuali collaborino a queste tre vie di riconoscimento e di riparazione che la Chiesa propone
alle vittime. Queste ultime stabiliranno la forma di
collaborazione che desiderano, che può consistere
nella disponibilità dell’autore, ad esempio, a un confronto con la vittima, nel riconoscimento dei fatti o
della colpa nei suoi confronti, in un gesto di buona
volontà o in un contributo finanziario alle spese legate alla riparazione.
4. Dieci punti di contat to locali
In quanto Chiesa, vogliamo anzitutto rispondere
alle richieste che ci sono state rivolte e offrire alle vittime una rete di punti di contatto locali. In Belgio saranno dieci: uno in ciascuna delle otto diocesi, un
altro per tutte le congregazioni e ordini religiosi francofoni (COREB) e uno per tutte le congregazioni e
ordini religiosi di lingua fiamminga (URV). Questi
punti di contatto sono operativi dal 1o gennaio 2012.
Si conserva, inoltre, il punto d’informazione nazio-
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nale per coloro che non trovassero subito l’accesso a
un punto di contatto locale. Il punto d’informazione
nazionale orienterà verso i punti di contatto locali.
Alla fine del documento si possono trovare tutti i riferimenti (qui omessi; ndt).
Ogni punto di contatto è diretto da un coordinatore che s’impegnerà a seguire la pratica dalla prima
informazione al termine del trattamento, e terrà informata la persona sul percorso della sua dichiarazione. I coordinatori di tutti i punti di contatto si
ritroveranno regolarmente per l’esame delle pratiche,
la formazione e la concertazione. Questa concertazione è necessaria per permettere loro di lavorare in
base agli stessi criteri e norme di qualità, condividere
le loro esperienze e per permettere alle informazioni
necessarie di circolare.
Questi punti di contatto sono finanziati dalle singole diocesi e dalle congregazioni e ordini religiosi,
anche se lavorano in modo del tutto indipendente da
queste autorità. Un responso o intervento sia dei
punti di contatto locali sia del punto d’informazione
nazionale è gratuito.
Chi è interessato?
Può rivolgersi a uno di questi punti di contatto
qualunque persona, di qualunque età, che sia stata
vittima o testimone recentemente o in passato di una
violenza sessuale o di un comportamento trasgressivo, nonché la persona che ha commesso o è sospettata di aver commesso atti del genere. Possono
rivolgersi a uno di questi punti di contatto anche le
vittime che hanno segnalato il loro caso alla Commissione Adriaenssens, ma la cui pratica non ha
avuto seguito, perché il loro dossier è stato sequestrato dalla giustizia.
L’informazione può riguardare sia determinati
fatti o comportamenti sia il modo in cui hanno reagito certi responsabili. Può riguardare sia i fatti prescritti sia gli altri. Verrà ricevuta e ascoltata nei punti
di contatto anche la persona che conosce fatti del genere o ha un ragionevole dubbio al riguardo. Chi si
rivolge al punto di contatto può farsi sempre accompagnare da una persona di fiducia.
Quando si tratta di fatti avvenuti in un settore che
riguarda un altro punto di contatto, il responsabile,
d’accordo con la persona che lo informa, si metterà
in comunicazione con il punto di contatto in questione. Così si evita all’interessato di aver l’impressione di essere sballottato da un posto all’altro.
Bisogna che il percorso sia il più breve possibile.
Le persone che si rivolgono a un punto di contatto per una violenza sessuale possono avere motivazioni diverse. Alcune vogliono esprimere la loro
insoddisfazione nei confronti di una persona o di
un’organizzazione nella quale sono impegnate.
L’espressione di un malcontento risponde a un bisogno in sé e non sfocia necessariamente in una denuncia strutturata formalmente. Alle persone che
più che presentare una denuncia vogliono essere
ascoltate si propone un incontro con una persona di
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fiducia. Per problemi particolari, basta l’informazione. Per altri sarà il primo passo verso la presentazione o di una denuncia alla giustizia o l’avvio di
una procedura di mediazione o di arbitrato. Può esservi associata una richiesta di risarcimento finanziario.
Possiamo immaginare che un’iniziativa presa da
una diocesi o da una congregazione religiosa risvegli,
in alcune vittime, una mancanza di fiducia o anche
diffidenza. Può essere difficile rivolgersi a un’autorità considerata corresponsabile del problema o che,
per la persona interessata, non è più al di sopra delle
parti. In questo caso ci si rivolgerà direttamente a un
Servizio di assistenza sociale alle persone che hanno
a che fare con la giustizia o a un altro organismo particolarmente competente in materia (cf. la lista di
questi servizi in allegato; qui omessa; ndt).
SANDRA ISETTA
Io sono
il Signore, colui
che ti guarisce
Malattia versus religione tra antico e moderno
Accessibilità e confidenzialità
La comunicazione con un punto di contatto può
avvenire in tutti i modi possibili: incontro personale,
per telefono, con una lettera o un’e-mail. La persona
che informa riceve sempre un’attestazione scritta di
ricezione della sua comunicazione, o per e-mail o
con lettera in busta chiusa con scritto «confidenziale» senza riferimenti esterni al punto di contatto.
Così si evita ogni sospetto di voler nascondere il caso.
La confidenzialità non è dissimulazione.
Accessibilità, confidenzialità e sicurezza sono importanti principi per il lavoro. Per le vittime non è
facile raccontare o ripetere ciò che hanno vissuto. La
loro apprensione merita rispetto e attenzione. Veglieremo per far sì che la prima persona con cui si
entra in contatto sia particolarmente capace
d’ascolto. Essa deve tener conto della difficoltà del
suo interlocutore nel fare un racconto coerente e credibile.
La vittima si pone molte domande. Che cosa riferisco e che cosa taccio? Che cosa accadrà in seguito? La conversazione mi darà sollievo o continuerò a essere disperato? La persona che mi ascolta
sarà veramente in grado di comprendere il mio caso?
Qual è lo scopo della mia accusa? Noi vogliamo che
la persona sappia e senta che la sua comunicazione
viene presa sul serio e apprezzata. Il coraggio di segnalare un comportamento trasgressivo merita stima.
Siamo convinti che in questo modo si contribuirà ad
aumentare un clima di integrità nella Chiesa e nella
società.
I punti di contatto possono ricevere una comunicazione in modo informale e confidenziale. Sono
anche in grado di offrire una prima accoglienza e,
all’occorrenza, aiutare a chiarire la questione. Spiegano come gli elementi riferiti saranno trattati successivamente. Possono esprimere un parere e fornire
eventualmente un primo aiuto sul piano psicologico,
sociale e giuridico, in base alle aspettative.
Ogni punto di contatto dispone di collaboratori
competenti in varie materie, come, ad esempio, nel
campo delle cure (mediche, psicologiche o sessuolo-
I
l volume presenta gli atti del Convegno internazionale (Roma, maggio 2010) organizzato grazie alla
collaborazione tra l’Università di Genova e l’Università
Cattolica del Sacro Cuore, Policlinico Gemelli. Studiosi
di area letterario-umanistica e medico-scientifica
ripercorrono alcune tappe che hanno portato all’attuale
senso etico della malattia, alla concezione del dolore
e dei limiti terapeutici, con un’importante apertura
alle connesse problematiche sociali.
«L ETTURE PATRISTICHE » pp. 400 - € 34,00
DELLA STESSA CURATRICE
LETTERATURA CRISTIANA E LETTERATURE EUROPEE
pp. 576 - € 51,50
www.dehoniane.it
Via Nosadella 6
40123 Bologna
Tel. 051 4290011
Edizioni Dehoniane Bologna
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giche), in quello giuridico e in quello sociale (criminologo, assistente sociale). La funzione di colla boratore in un punto di contatto è incompatibile
con l’esercizio di una funzione direttiva in una diocesi o in una congregazione od ordine religioso.
Quale aiuto ci si può aspettare?
Per tutto ciò che è avvenuto, recentemente o
meno, si ha il diritto d’aspettarsi un ascolto sincero,
un aiuto e un consiglio. Anche molto tempo dopo i
fatti, le vittime hanno diritto al riconoscimento e alla
giustizia. In base ai bisogni della vittima si disporrà
l’accoglienza più adeguata e le forme di riparazione
auspicabili. Bisogna anzitutto rispettare il suo racconto, il suo dolore e la sua sofferenza.
Non si pensa unicamente alla vittima diretta, ma
anche alle persone che ha attorno: il partner, la famiglia, i colleghi o amici della vittima. Si pensa anche
alle persone che vivevano attorno all’autore della
violenza o ai membri dell’organizzazione in cui operava. D’accordo con la persona che si rivolge al
punto di contatto, bisogna fare in modo che anche
tutti questi possano essere ascoltati e assistiti.
Previo l’accordo esplicito della vittima, il punto di
contatto può organizzare un incontro fra lei e l’autore
della violenza o il suo superiore, quello dell’epoca o il
responsabile attuale se l’altro è deceduto o non può
essere raggiunto. Durante quest’incontro, la vittima
deve poter chiedere spiegazioni e giustificazioni,
mentre la controparte ha la possibilità d’esprimere il
proprio rammarico e presentare le proprie scuse. In
occasione di un tale incontro, la vittima può esprimere la sofferenza causata dalla violenza nella propria vita.
Da parte sua, l’autore della violenza si trova personalmente e direttamente di fronte alla ferita che
ha inferto. L’incontro lo costringe a rendersi conto
del male arrecato alla vita della vittima. Esso deve
anche responsabilizzarlo maggiormente riguardo
alle conseguenze del suo comportamento.
Un tale incontro può avvenire solo se la vittima
desidera un confronto con l’autore della violenza ed
è in grado di sopportarlo. Se l’autore della violenza
non è disposto a partecipare, faremo tutto il possibile per indurlo a farlo.
Il punto di contatto può orientare verso un aiuto
esterno sia psicologico sia sociale o giuridico. In base
alla necessità o alla domanda (vittima, autore della
violenza, sospetto o testimone), può rinviare a un
Servizio di assistenza alle persone che hanno a che
fare con la giustizia, a un Centro di salute mentale,
a un’Équipe «SOS Enfants» o ad altri servizi od organismi di aiuto. Il punto di contatto non si limita a
orientare, ma, se l’interessato lo desidera, organizza
esso stesso l’incontro, per evitare perdita di tempo e
pasticci amministrativi.
Per quanto riguarda i fatti non prescritti, per i
quali è ancora possibile un’azione giudiziaria, il
punto di contatto spingerà sempre la vittima a informare, direttamente o per interposta persona, la po-
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lizia o gli organi giudiziari. Il punto di contatto l’accompagnerà in questo percorso. Infatti, l’idea di informare la giustizia può scoraggiare la vittima,
soprattutto se deve farlo da sola. Se una vittima non
vuole assolutamente contattare la polizia o la giustizia, si rispetterà la sua decisione, a meno che non esista un pericolo grave e imminente per l’interessato o
per terze persone.
In quest’ultimo caso, ed eventualmente senza fare
il nome della persona coinvolta, il punto di contatto
riferirà il fatto sia al procuratore del re presso il tribunale di prima istanza del domicilio della persona
sospettata sia al procuratore federale.
Il punto di contatto deve sempre spingere la persona coinvolta a riferire i fatti al superiore del presunto autore della violenza2 (vescovo, superiore
religioso, direzione della scuola o dell’istituto), per
prevenire un’altra violenza o un altro comportamento trasgressivo. Se l’informazione è credibile, il
presunto autore della violenza deve essere allontanato dal luogo o dalla funzione in cui si potrebbero
ripetere i fatti. A tale scopo, il punto di contatto formula proposte concrete indirizzate al vescovo o al
superiore. Questi ultimi comunicheranno sempre al
punto di contatto le loro decisioni in merito alle sue
proposte.
Per il risarcimento finanziario, il punto di contatto orienterà la vittima verso la mediazione o l’arbitrato, 3 a meno che la vittima non si aspetti che
questo intervento venga attuato dal punto di contatto. Il punto di contatto si baserà su criteri comparabili con quelli adottati nella mediazione riparatrice
e nell’arbitrato al di fuori del contesto ecclesiale.
Conseguenze per i presunti autori di violenze
Il punto di contatto invita il presunto autore di
violenze sessuali, eventualmente accompagnato da
una persona di fiducia, a un incontro esplorativo.
Anche nel caso di fatti ormai lontani nel tempo, il
presunto autore sarà posto di fronte a ciò che è stato
riferito sul suo riguardo.
Il presunto autore viene rinviato alla responsabilità che ha nella Chiesa. Egli ha la possibilità, in base
al diritto, di difendersi. Se sussiste il minimo dubbio
riguardo alla prescrizione dei fatti, sarà caldamente
invitato a informare gli organi giudiziari.
I presunti autori saranno seriamente invitati a
collaborare finanziariamente al risarcimento della
vittima, anche se in certe situazioni, come quello
della prescrizione, non possono esservi obbligati per
legge. Attraverso il suo contributo l’autore di una
violenza sessuale può dimostrare d’essere pronto a
collaborare alla riparazione del danno inflitto alla
vittima.
Tuttavia non si procederà mai a una transazione
finanziaria diretta fra l’autore della violenza e la vittima. Si negozierà un regolamento in via amichevole
fra la vittima e la Chiesa. Se un autore di violenza interviene finanziariamente, sarà la Chiesa a consegnare il suo contributo alla vittima.
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Monitoraggio della problematica
I punti di contatto annoteranno ogni informazione, menzionando la data della comunicazione, la
descrizione dei fatti che sono oggetto dell’accusa, il
periodo nel quale si sono svolti, il luogo, le persone
e organizzazioni coinvolte. Al termine del trattamento della questione, si redigerà un rapporto finale
per ogni caso, indicando chiaramente come è stato
seguito il dossier e quali misure sono state prese. Una
copia di questo rapporto è trasmessa alla Commissione interdiocesana per la protezione dei bambini e dei
giovani.4
La persona interessata e l’autore presunto della
violenza sessuale sono tenuti al corrente per iscritto
sul seguito dato alle informazioni ricevute.
La Commissione interdiocesana per la protezione
dei bambini e dei giovani redigerà un rapporto annuale sulle informazioni raccolte nei dieci punti di
contatto e sul loro trattamento. La trasparenza deve
garantire una condotta chiara e una prevenzione
adeguata.
indiretto (il mediatore funge da intermediario fra le
due parti senza farle fisicamente incontrare).
La mediazione riparatrice può riguardare sia le
conseguenze materiali (finanziarie) sia le conseguenze
morali del delitto. Questa mediazione può sfociare su
un risarcimento finanziario da parte dell’autore di
violenza sessuale o del responsabile ecclesiastico.
La Chiesa vuole offrire il proprio contributo per
permettere alle vittime di violenza sessuale di fare appello a una mediazione riparatrice così come è organizzata nella società.
Le diocesi, le congregazioni e gli ordini religiosi
possono farsi rappresentare in questa mediazione
dalla Fondazione per la compensazione alle vittime di
violenze sessuali, che si sta costituendo e sarà autorizzata a perseguire quest’obiettivo.
Se necessario e auspicabile, i punti di contatto
orienteranno le vittime di violenze sessuali verso questa forma di mediazione riparatrice. Se lo desiderano,
le vittime di violenze sessuali potranno anche farvi
appello direttamente.
5. La mediazione riparatrice
6. L’arbitrato
Per ottenere un riconoscimento, una vittima di
violenza sessuale può scegliere anche la strada delle
mediazione riparatrice. Al di fuori delle strutture ecclesiastiche, esistono enti specializzati che offrono
una tale mediazione, ad esempio «Médiante» (per i
francofoni) e «Suggnomè» (per i cittadini di lingua
fiamminga).
Riconosciuti e finanziati dal Servizio pubblico federale della giustizia, hanno una vasta esperienza su
come trattare situazioni complesse di perdita o di violenza. Esse lavorano in stretto collegamento con il
settore dell’assistenza sociale.
Nel quadro della mediazione riparatrice, un terzo
neutrale (il «mediatore») facilita e accompagna la comunicazione fra la vittima e l’autore presunto della
violenza sessuale. Questo è possibile solo se l’autore
della violenza è almeno disposto a riconoscere la sua
responsabilità riguardo ai fatti evocati. Se, ad esempio, in caso di decesso o di un atteggiamento recalcitrante, risulta impossibile coinvolgere un autore di
violenza sessuale o un sospettato nel processo di mediazione, si può ricorrere a una mediazione riparatrice fra la vittima e o un’autorità ecclesiastica, o la
Fondazione per la compensazione alle vittime di violenze sessuali.
In base alle preferenze e alle possibilità delle parti
coinvolte, una mediazione riparatrice può essere effettuata o in modo diretto (in seguito a incontri preparatori separati, la vittima e l’autore presunto della
violenza sessuale s’incontrano di persona in presenza
e con l’accompagnamento del mediatore) o in modo
Le vittime di fatti prescritti non dispongono più
di alcun strumento legale. Possono fare appello a
uno dei dieci punti di contatto locali o alla mediazione riparatrice appena descritta. Possono essere
orientate anche verso una forma di arbitrato. Si tratta
di una procedura speciale introdotta su richiesta
della «Commissione parlamentare speciale relativa
al trattamento delle violenze sessuali e dei casi di pedofilia in una relazione d’autorità, in particolare in
seno alla Chiesa» e con la collaborazione dei vescovi
e dei superiori maggiori.
Il suo oggetto è una richiesta di riconoscimento
della sofferenza derivante dalla violenza sessuale e
di ristabilimento della vittima nella sua dignità e/o
una richiesta di risarcimento finanziario. Quest’ultima è basata sulla responsabilità morale assunta dai
vescovi e superiori religiosi.
Consiste in una somma forfetaria unica, valutata
equamente, nel quadro della procedura d’arbitrato.
Si tratta di una procedura avviata presso un organo
neutro, indipendente dalle strutture della Chiesa. La
Chiesa si è impegnata in questa forma di arbitrato.
All’interno di una procedura arbitrale, le parti possono in qualsiasi momento preferire un regolamento
in via amichevole. Quest’ultimo può essere il risultato o di uno sforzo di conciliazione fatto dagli stessi
arbitri o di una mediazione riparatrice effettuata da
un mediatore neutrale.
Nel comunicato stampa del 30 maggio 2011, i vescovi e i superiori religiosi hanno affermato d’essere
disposti a collaborare a una forma multidisciplinare
2
Finché l’esame della credibilità e della serietà dell’accusa è
in corso, si usa l’espressione giuridica di «presunto colpevole» o
«autore presunto» di violenza sessuale.
3
4
Sulla mediazione riparatrice e l’arbitrato, cf. più avanti.
Su questa Commissione interdiocesana, cf. più avanti.
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d’arbitrato, adottata su richiesta della «Commissione
parlamentare speciale relativa al trattamento delle
violenze sessuali e dei casi di pedofilia in una relazione d’autorità, in particolare in seno alla Chiesa»:
«(…) Consapevoli della propria responsabilità morale
e dell’aspettativa della società civile nei loro riguardi»,
essi s’impegnano ad «assicurare un riconoscimento
delle vittime – di cui ammirano il coraggio – e a adottare misure riparatrici della loro sofferenza». A tale
scopo essi «accettano di collaborare, con gli esperti
della Commissione di monitoraggio, all’introduzione
di una forma pluridisciplinare di procedura di arbitrato, per i casi prescritti, che le corti e i tribunali non
possono più prendere in considerazione». Inoltre,
«sembra loro auspicabile che gli arbitri abbiano anche
la facoltà di orientare le parti verso una mediazione».
Due esperti della «Commissione parlamentare
speciale relativa al trattamento delle violenze sessuali
e dei casi di pedofilia in una relazione d’autorità, in
particolare in seno alla Chiesa»5 e quattro esperti designati dalla Conferenza episcopale o dai superiori
maggiori6 hanno messo a punto questa organizzazione arbitrale. Il Centro d’arbitrato ha la sede presso
la Fondazione Re Baldovino.7
I vescovi, le diocesi e le congregazioni saranno
rappresentate in questo arbitrato dalla succitata Fondazione.
7. Le procedure penali
Le leggi dei e per i cittadini
Gli autori di violenza sessuale che svolgono una
funzione ecclesiale o sono membri di una congregazione religiosa sono giudicabili dalle corti e dai tribunali dell’ordinamento giudiziario, come ogni cittadino.
Sono soggetti alle leggi penali belghe alle corti e ai tribunali. Se viene presentata una denuncia o un’accusa
contro di loro, bisogna rispettare tutte le procedure relative alle dichiarazioni rilasciate alla polizia e alla
Giustizia. Bisogna anche tener conto dei diritti alla difesa e alla presunzione d’innocenza, come per tutti i
cittadini.
Tutti i fatti di violenza che non sono prescritti devono essere trattati dalle corti e dai tribunali ordinari.
I vescovi e i superiori maggiori intendono appoggiare
questo trattamento che passa attraverso gli organi giudiziari.
Quando l’autorità ecclesiale riceve un’informazione o un’accusa, deve consigliare con fermezza all’autore presunto di costituirsi presso le autorità
giudiziarie. Essa lo aiuterà a farlo. Se il presunto autore di violenza non è disposto a farlo, la stessa autorità ecclesiale rinvierà il caso agli organi giudiziari, su
consiglio del punto di contatto locale.
Quando un presunto autore di violenza non viene
perseguito o è assolto, ha diritto di vedere ristabilita la
propria onorabilità, come ogni altro cittadino. L’autorità ecclesiale deve vigilare sulla buona reputazione
di chi è stato accusato a torto.
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La legislazione ecclesiastica
e il diritto penale ecclesiastico
Un autore di violenza sessuale che è stato ordinato
e ha ricevuto una missione nella Chiesa o che ha
emesso i voti religiosi è soggetto alla legislazione canonica e al diritto penale ecclesiastico.
Il diritto interno della Chiesa stabilisce con quali
mezzi punire preti, diaconi e religiosi colpevoli di violenze sessuali. Il diritto canonico qualifica questo atto
come delictum gravius. Norme recenti hanno rafforzato la qualifica di violenza sessuale su minori e la possibilità di sanzionarla.8 Anche l’acquisto, il possesso e
la diffusione di immagini pornografiche che ritraggono minori al di sotto dei 14 anni cadono sotto la definizione di violenza sessuale.
Il codice penale ecclesiastico è indipendente dal codice penale dello stato. Si tratta di un codice penale interno alla Chiesa, che non fa concorrenza al diritto
dello stato e non può contrastare l’intervento della giustizia. La definizione di delitto di violenza sessuale
data dal diritto canonico non coincide con quella del
codice penale belga. In alcuni casi, è possibile comminare una sanzione ecclesiastica laddove non ne è
prevista alcuna dal diritto dello stato.
Per la Chiesa, la prescrizione interviene dopo vent’anni e parte dal raggiungimento della maggior età da parte della vittima, cioè 18 anni compiuti. In casi gravi,
il tempo della prescrizione può essere accorciato e nei
casi ancor più gravi può essere addirittura soppresso.
Anche il tipo di sanzione è diversa. Questo fa sì che
la procedura penale ecclesiastica possa essere avviata
dopo o parallelamente alla procedura penale prevista
dal diritto dello stato. In Belgio, mentre una procedura
penale nei riguardi di un chierico è ancora in corso,
può essere opportuno attendere la fine di quest’ultima
prima d’avviare una procedura ecclesiastica.
Nel 2001 e nel 2010 la Congregazione per la dottrina della fede ha promulgato norme che possono
contribuire a punire efficacemente gli atti pedofili
compiuti da preti o da diaconi. Le norme promulgate
dalla Congregazione per la dottrina della fede definiscono anche lo svolgimento della procedura penale in
caso di violenza sessuale su minore.
Appena le viene segnalato un caso di violenza sessuale, l’autorità ecclesiastica deve svolgere con cura
un’indagine per valutare se l’informazione è credibile.
In caso affermativo, il vescovo deve prendere immediatamente misure provvisorie nei confronti del presunto autore: la sospensione dalle mansioni che svolgeva, l’obbligo di dimora in un certo domicilio, il
divieto d’intervenire pubblicamente come prete o
come diacono ecc. Queste misure non significano ancora una condanna. Finché non viene pronunciata
una sentenza definitiva, l’interessato gode della presunzione d’innocenza.
Se l’accusa non può essere provata, la sospensione
provvisoria dalla funzione e tutte le altre misure cautelari prese nei confronti del presunto autore vengono
rimosse. Bisogna infine adottare misure che possano
ristabilire la sua buona reputazione.
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È alla luce dei fatti, delle circostanze in cui sono
avvenuti, del senso di colpevolezza e dei rischi di recidiva che bisogna stabilire se un autore di violenza
sessuale può ancora assolvere una funzione o esercitare un servizio di tipo volontario. Non si può tolle-
rare alcuna forma di violenza sessuale, di esercizio
abusivo del potere o di comportamento trasgressivo.
L’esperienza insegna che per gli autori di violenze
sessuali c’è un elevato rischio di recidiva, nonostante
la terapia o l’accompagnamento. Perciò l’autore di
una violenza sessuale non può in alcun caso essere
reintegrato in un settore pastorale che lo mette in contatto con bambini o giovani. Riguardo agli altri settori
nei quali un autore di violenza sessuale potrebbe essere impiegato, l’autorità ecclesiastica deve lasciarsi
illuminare dagli esperti di cui dispone la società in
questo campo, ad esempio dagli psichiatri giudiziari.
Solo attraverso un accompagnamento competente e
sotto controllo si può eventualmente prendere in considerazione una nuova missione.
Riguardo a quest’ultima, i responsabili devono essere correttamente informati sui precedenti dell’interessato. Quest’informazione avviene con la sua
partecipazione e in concertazione con lui. Occorrono
accordi chiari riguardo alla supervisione e all’accompagnamento da prevedere nel nuovo ambiente in cui
l’interessato si troverà a interagire.
Bisogna stipulare nuovi accordi anche riguardo
alla sua forma di vita e luogo di residenza dell’itneressato. Bisogna adottare misure di sicurezza non
solo sul posto di lavoro, ma anche nell’ambiente personale.
In base alla situazione, si stipulerà con lui un contratto, nel quale si può prevedere, ad esempio, che
non potrà partecipare ad attività rivolte a bambini e
giovani, che non potrà mai trovarsi solo con bambini
o giovani, che dovrà accettare un accompagnatore e
una sorveglianza permanenti, che non potrà essere il
responsabile ultimo nella pastorale, e non potrà presiedere celebrazioni religiose nelle quali la sua presenza potrebbe scandalizzare o ferire.
Per quanto possa essere difficile ammetterlo, il colpevole di una violenza sessuale rimane una persona.
Durante l’inchiesta e anche in seguito a un’eventuale
condanna, egli ha diritto a un sostegno umano e a un
accompagnamento qualificato. Una cosa è abbandonare un autore di violenza sessuale al suo triste destino e altra è tollerare una condotta inaccettabile
senza intervenire energicamente.
Bisogna controllare che sia riservata un’accoglienza adatta e, all’occorrenza, imporre un accompagnatore o un trattamento. Bisogna aiutare l’autore
di violenze sessuali affinché veda le conseguenze dei
5
Paul Martens, presidente emerito della Corte costituzionale e Herman Verbist, avvocato e docente invitato all’Università
di Gand.
6
Manu Keirse, docente di Psicologia riparatrice, Facoltà di
Medicina, KU Leuven; Jean-Jacques Masquelin, avvocato;
Etienne Montero, docente di Diritto delle obbligazioni obblighi
e decano della Facoltà di diritto, Facoltà universitarie NotreDame de la Paix, Namur; Sophie Stijns, docente di Diritto delle
obbligazioni, Facoltà di diritto, KU Leuven.
7
Fondation Roi Baudoin, rue Brederode 21, 1000 Bruxelles.
8
Le norme e procedure che la Santa Sede ha stabilito in
caso di violenza sessuale si trovano nel Codice di diritto canonico
e nei seguenti documenti: GIOVANNI PAOLO II, motu proprio Sa-
cramentorum sanctitatis tutela, 30.4.2001 (Regno-doc. 3,2002,90);
CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, lettera Ad exequendam legem, 18.5.2001 (Regno-doc. 3,2002,91); CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE , norme De gravioribus
delictis, 21.5.2010 (Regno-doc. 15,2010,457). Questi documenti
possono essere consultati sul sito web www.vatican.va, dove si
trova anche una Guida per la comprensione delle procedure di base
della Congregazione per la dottrina della fede relative alle accuse di
abusi sessuali. Per le congregazioni di diritto pontificio, cf. il testo
– sempre su www.vatican.va – a firma di mons. C. Scicluna, promotore di giustizia presso la Congregazione per la dottrina della
fede, The Procedure and Praxis of the Congregation for the Doctrine of the Faith regarding Graviora Delicta.
Se l’accusa sembra avere una qualche credibilità,
il vescovo o il superiore maggiore devono, ognuno in
base alla procedura prescritta dal diritto canonico, informare la Congregazione per la dottrina della fede,
che decide sui passi da compiere.
La Congregazione per la dottrina della fede può
decidere di avocare a sé il caso. Può affidare al vescovo la gestione di un caso e indicargli la strada da
percorrere: o il vescovo in prima persona, dopo un
esame più approfondito e la concertazione con i propri consiglieri, deve prendere una decisione (via amministrativa); o deve rinviare il caso a un tribunale ecclesiastico locale (via giudiziaria). Per la scelta
saranno decisivi i risultati dell’indagine preliminare:
si dispone di una visione corretta dell’importanza dei
fatti e del periodo nel quale furono commessi, nonché del momento in cui cessarono? L’autore della
violenza sessuale ha confessato? C’è già stata un condanna penale? L’autore della violenza ha comunicato
la volontà d’essere sollevato dagli obblighi legati al
suo stato clericale?
Una sanzione ecclesiastica può assumere varie
forme. Nel caso di preti e diaconi, una violenza sessuale
può portare alla sospensione dall’esercizio del ministero. Una violenza sessuale compiuta da un membro
non sacerdote di una congregazione o di un ordine religioso può dar luogo all’esclusione dall’istituto.
A ogni tappa di una procedura disciplinare nei
confronti di un membro della Chiesa, sia essa di diritto
comune o di diritto canonico, è essenziale fornire
un’informazione aperta e corretta ai responsabili della
parrocchia, dell’organizzazione o della comunità di
appartenenza dell’interessato. Una comunicazione
trasparente può facilitare una libera discussione del
caso, la possibilità data alle ferite di emergere, la decisione di misure adatte in vista della riparazione e
della guarigione e, infine, l’assicurazione di un futuro
per la comunità.
8. Il futuro degli autori
di violenza sessuale
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propri atti e continui a lavorare su se stesso. Anche in
lui deve prevalere ciò che di meglio c’è in lui.
9. Aumentare la prevenzione
La nostra prima preoccupazione deve essere quella
di fornire ai bambini e ai giovani un ambiente di vita
e di attività sicuro. Ciò che sembra evidente, in realtà
non lo è. I racconti di violenze sessuali ci insegnano
che questo compito non è stato sempre considerato e
vissuto con tutte le sue conseguenze. La protezione dei
bambini può essere efficace solo se tutti considerano
questa missione un compito e una responsabilità collettivi. Perciò noi vogliamo espressamente sensibilizzare e professionalizzare i nostri collaboratori, volontari o stipendiati. Vogliamo anche stabilire regole e
strutture chiare in vista di una migliore prevenzione.
La selezione e la formazione
dei nostri collaboratori
Nella selezione di candidati a funzioni che comportano una responsabilità pastorale bisogna prestare
attenzione alla loro personalità, maturità affettiva,
rapporto con l’autorità e con i limiti da rispettare nelle relazioni. Durante le procedure di reclutamento, bisogna a volte ottenere informazioni confidenziali. Se alcuni segnali dovessero essere inquietanti, è opportuno
eseguire uno screening psicologico supplementare.
Questa vigilanza supplementare è certamente obbligatoria per i candidati al presbiterato o alla vita religiosa. Nella formazione di preti, diaconi e religiosi,
la riflessione sulla loro personalità deve occupare un
posto importante. Grazie all’accompagnamento personale e spirituale, i candidati imparano a conoscere
meglio il percorso della propria vita, i propri punti forti e punti deboli, le proprie motivazioni e la propria vita
di fede.
Grazie all’accompagnamento delle loro attività pratiche (circoscritte a stage, supervisioni, revisioni) imparano a valutare e a correggere il proprio comportamento da pastori. Bisogna prestare attenzione alla gestione del potere e dei suoi limiti, alla crescita personale sul piano emotivo e sessuale, all’integrità personale, alla qualità delle relazioni umane, nonché allo sviluppo dell’empatia. Durante gli incontri con gli accompagnatori, questi ultimi dovranno prestare una particolare attenzione al loro impegno nei riguardi di una
vita celibe e alla loro capacità di costruire un’esistenza equilibrata e gioiosa.
Per aiutarli in questo campo importante della formazione, i responsabili devono fare appello a esperti
in scienze sociali e in psicologia.
Durante la formazione dei futuri preti, religiosi, diaconi e animatori pastorali, bisogna essere attenti alla
problematica delle violenze sessuali o dei comportamenti trasgressivi nella relazione pastorale. L’attività
pastorale comporta dei rischi per quanto riguarda la
vicinanza e l’intimità. Quando si sentono fragili a causa di un lutto o di un dolore, le persone si rivolgono spes-
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so al pastore. Consciamente o meno, quest’ultimo può
essere animato da motivi diversi da quello dell’aiuto alla
persona. Al riguardo, bisogna che i futuri pastori ricevano la formazione necessaria.
La formazione dei preti, dei religiosi, dei diaconi e
degli animatori pastorali non si ferma sulla soglia della loro missione. Un accompagnamento e una formazione permanenti devono permettere ai nuovi pastori d’imparare a ottimizzare la propria azione pastorale,
a mantenere viva e pura la loro motivazione e a prevenire il burnout (esaurimento psicofisico) o gli sbandamenti. A favore di tutti i pastori la Chiesa deve elaborare un sistema più efficace d’accompagnamento e
di formazione permanente obbligatori, com’è previsto
per altre professioni a spiccato contenuto sociale.
Evitare posizioni intoccabili
Una forma di prevenzione determinante è quella
data dalla certezza che ogni situazione dubbia sarà oggetto di un esame attento, qualunque sia la gravità di
reato sessuale o di una violenza. Tutti devono comportarsi in modo corretto e trasparente nei riguardi di
bambini, giovani o collaboratori adulti. Perciò la protezione dei bambini e dei giovani e l’incoraggiamento
ad adottare comportamenti corretti sono prioritari.
Tutti i collaboratori hanno l’obbligo di comunicare al
punto di contatto locale qualsiasi sospetto serio di
reato sessuale o di violenza. Il punto di contatto indagherà accuratamente ogni segnalazione e proporrà
all’autorità le misure più adatte.
Inoltre, in un contesto pastorale, dobbiamo restare
in guardia rispetto alla presenza di posizioni intoccabili. Vogliamo continuare a promuovere all’interno di
tutte le nostre strutture modelli d’animazione collegiale e di responsabilità condivisa. Bisogna bandire
dalla Chiesa forme abusive d’esercizio del potere.
Non è casuale il fatto che una violenza sessuale si verifichi più facilmente in un contesto nel quale le differenze di potere hanno un aggancio istituzionale, e
non possono quindi essere messe in discussione. Per assicurarsi che vi sia prevenzione, bisogna stimolare e
garantire esplicitamente nella Chiesa la possibilità di
una comunicazione molto aperta che non tema d’essere contraddetta.
Vigileremo affinché sia elaborato e rispettato, in
tutte le organizzazioni legate alla Chiesa che lavorano
con i giovani o le persone vulnerabili, un codice di
condotta finalizzato alla prevenzione sia delle violenze
sessuali sia degli abusi di potere.
Vivere in comunione
Infine, dobbiamo prestare più attenzione alle condizioni di vita e di lavoro dei preti e dei religiosi. Fortunatamente, molte cose sono già cambiate: in
un’équipe pastorale, i preti lavorano con uomini e
donne, sposati o meno. Le canoniche e le case religiose
sono diventate sempre più luoghi d’incontro aperti.
Oggi, molto più che in passato, si può restare in relazione con gli amici e la famiglia.
Tuttavia le tentazioni non mancano: solitudine, poca
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La rivista
attenzione al proprio stile di vita, mancanza d’intimità, di calore umano o di cordialità, scarsa adesione a
reti sociali che consentono un feedback e una riflessione
critica libera, scoraggiamento e mancanza di contatti stimolanti. Chi non si sente a proprio agio nel lavoro o nella propria pelle andrà a cercare compensazioni
che possono dar luogo a un comportamento inadatto
e alla fin fine distruttivo. Anche il difficile periodo che
sta attraversando la Chiesa può giocare un ruolo. I preti e i religiosi possono sperimentare la delusione e lo
scoraggiamento, così come possono aggrapparsi a posizioni di potere o a soluzioni alternative in grado di
nascondere il loro senso di vuoto.
È importante per persone che vivono nel celibato
intrattenere buoni rapporti con la famiglia e legami
di amicizia. Bisogna che da qualche parte si sentano
a casa e sappiano d’essere personalmente apprezzati.
Insieme ai preti e ai religiosi, dobbiamo cercare
nuove forme di comunione e di sostegno reciproco,
condizioni di lavoro o d’alloggio che favoriscano uno
stile di vita sano e un certo calore umano, un nuovo
equilibrio fra il tempo dedicato agli altri e quello dedicato a sé stessi.
Bisogna fare sufficientemente attenzione anche
alle condizioni di vita dei preti e dei religiosi anziani.
In gioventù, hanno scelto di vivere il celibato per
amore di Gesù Cristo e della Chiesa. Quando invecchiano o hanno bisogno di cure, non hanno né moglie, né figli che li aiutino. Coloro che si sono dedicati
al servizio della comunità hanno diritto di pensare a
un futuro che abbia senso. La sensazione di contare
per qualcuno o il sentirsi stimati fa sì che, una volta invecchiati, non si ripieghino su sé stessi con amarezza,
non si comportino a modo loro o non si rifugino in
compensazioni come l’alcol. Il prete o il religioso che
ha sopportato il peso di una vita deve poter godere di
una vecchiaia umanamente degna.
d’intesa con l’Ufficio catechistico nazionale
organizza la
SCUOLA PER FORMATORI
ALL’EVANGELIZZAZIONE
E ALLA CATECHESI
Gesù Cristo: strada dell’annuncio
SIUSI (BZ), 8-17 luglio 2012
La scuola si propone di accompagnare
i formatori dei catechisti a:
䉬 riconoscere la diversità dei percorsi
䉬 abitare evangelicamente la realtà
䉬 orientare l’annuncio
䉬 imparare lo stile di Gesù
Il metodo è basato sulla logica del laboratorio
per un apprendimento adulto dei partecipanti.
➣ Le informazioni vanno richieste a:
Segreteria Scuola per formatori
p. Rinaldo Paganelli
Via Casale San Pio V 20 – 00165 Roma
tel. 06.660560 – cell. 328.3793662
e-mail: [email protected]
Ci si può utilmente rivolgere a:
suor Giancarla Barbon
tel. 049.8803588 - cell. 329.1274401
e-mail: [email protected]
➣ La scuola si svolge a Siusi (BZ)
dall’8 al 17 luglio 2012.
L’ospitalità è presso l’Hotel Salego
tel. 0471/706123.
10. Trasparenza e collaborazione
fra tut ti i responsabili
Tutte le diocesi e congregazioni o ordini religiosi
del Belgio si impegnano a collaborare in modo trasparente ed efficace nei rapporti con le vittime e con
gli autori di violenza sessuale. Questo è tanto più necessario per il fatto che questa problematica incide direttamente sulla missione e sulla credibilità di tutta la
Chiesa.
I vescovi informeranno i superiori religiosi e collaboreranno con loro nel caso ricevano un’informazione o un’accusa riguardante un membro del loro
ordine o congregazione. Da parte loro, i superiori religiosi avranno cura d’informare il vescovo locale e di
collaborare con lui quando ricevono un’informazione
o un’accusa riguardante un membro del proprio ordine o congregazione o un prete diocesano operante
nelle loro istituzioni. Così le vittime non potranno più
avere l’impressione di essere, nella Chiesa, sballottate
da una parte all’altra.
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DOCUMENTI
“Evangelizzare”
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➣ La quota di iscrizione è stabilita in € 90
da versare al momento dell’arrivo alla scuola.
➣ La quota di soggiorno varia da € 510
a € 380 (camera singola € 510,
doppia € 445, tripla o quadrupla € 380).
IL PERCORSO PREVEDE QUESTA SCANSIONE:
䉬 Formare a uno stile di annuncio
䉬 I centri e le strade
䉬 Gesù centro dell’annuncio
䉬 Gesù strada dell’annuncio
I LABORATORI NEL POMERIGGIO
IL TIROCINIO
Alle persone che hanno già frequentato le due annualità
della Scuola nazionale viene proposto un tirocinio.
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hiese nel mondo
Gli autori di violenze sessuali – sacerdoti diocesani o
religiosi – non possono in alcun caso essere ingaggiati o
abitare da qualche parte senza che il vescovo locale sia
stato avvertito e abbia dato il suo consenso. Non possono neppure essere spostati o trasferirsi altrove, neppure
all’estero, senza che il vescovo locale sia stato avvertito
e abbia dato il suo consenso.
Per assicurare una collaborazione coerente e un’azione efficace di tutte le diocesi, congregazioni e ordini religiosi, la Conferenza episcopale e le due Unioni dei superiori maggiori (COREB e URV) hanno istituito una
Commissione interdiocesana per la protezione dei bambini
e dei giovani, che dovrebbe essere operativa verso il 1o luglio 2012. Sarà composta da alcuni esperti accademici
di varie discipline (diritto, assistenza sociale, aiuto alle vittime), da alcuni responsabili dei settori nei quale può verificarsi la violenza sessuale su bambini e giovani (pastorale,
insegnamento, lavoro sociale), dai due vescovi di riferimento per le violenze sessuali e dai presidenti delle due
Unioni dei superiori maggiori. La Commissione dovrà
coinvolgere nel suo funzionamento anche vittime di violenze sessuali. Per garantire la trasparenza, due osservatori
esterni potranno seguire i lavori della Commissione. Alla
Commissione saranno affidate vari compiti, fra cui:
– supervisionare l’attività dei dieci punti di contatto
e controllare che applichino un metodo di lavoro valido
in tutto il paese;
– elaborare nuove proposte d’azione da sottoporre
alla Conferenza episcopale e alle due Unioni dei supe-
A CURA DI
DINO DOZZI
Marco:
l’«inizio» del Vangelo
I
l volume prosegue l’itinerario di spiritualità
su testi biblici visti alla luce del messaggio
di san Francesco e dell’attualità: è la volta di
Marco, il Vangelo del primo annuncio. Lo
schema è collaudato: dal testo biblico (Parola...) si passa a osservare la prospettiva del
francescanesimo (...e sandali), per arrivare
infine alle sfide di oggi (...per strada).
«LA BIBBIA DI SAN FRANCESCO» pp. 240 - € 20,00
EDB
C
Pubblicando questo documento, i vescovi e i superiori maggiori del Belgio vogliono rompere il silenzio
che ha regnato attorno alle violenze. In quanto responsabili della Chiesa, vogliamo imboccare risolutamente la strada del riconoscimento e della riparazione
delle sofferenze causate alle vittime. Vogliamo agire in
modo coerente ed energico grazie alla collaborazione
con esperti in vari campi. Essi ci hanno aiutato a elaborare questi orientamenti e resteranno al nostro
fianco durante la loro messa in opera.
Siamo a disposizione delle persone per ascoltarle e
offrire loro il riconoscimento di ciò che hanno vissuto.
Vogliamo dimostrare la nostra disponibilità nei fatti.
Chiediamo anche perdono per le ingiustizie commesse
da alcuni dei nostri collaboratori. Inoltre, chiediamo
perdono se in passato alcuni responsabili non hanno
fatto abbastanza per scoprire le violenze o porvi rimedio. Ma ci rendiamo anche conto che il perdono è possibile solo se le vittime hanno l’impressione che si è
scelto e applicato con grande determinazione un nuovo
orientamento. Oltre a riconoscere e a riparare ciò che
è accaduto in passato, ci volgiamo anche verso il futuro. Le misure preventive e l’accompagnamento adeguato dei nostri collaboratori sono basi importanti per
questa nuova gestione della problematica.
«La verità vi farà liberi» (Gv 8,32): questa parola di
Gesù deve essere per noi un filo conduttore e un segno
di speranza.
I VESCOVI
E I SUPERIORI MAGGIORI
DEL BELGIO
Via Nosadella 6 - 40123 Bologna
Tel. 051 4290011 - Fax 051 4290099
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NELLA STESSA COLLANA
SALMI: PREGHIERA DI ISRAELE E DELLA CHIESA
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Bologna Bologna
riori maggiori, per migliorare la prevenzione delle violenze sessuali e dei comportamenti trasgressivi nel quadro di iniziative o di istituzioni legate alla Chiesa;
– garantire un contatto ottimale tra responsabili ecclesiali e l’approccio globale e i servizi della società nel
campo delle violenze sessuali e della prevenzione;
– aiutare a individuare le strutture e i tipi di attività
che possono sia dar luogo a violenze sessuali o a comportamenti trasgressivi nella Chiesa, sia ostacolare un
approccio efficace agli stessi;
– produrre un rapporto annuale su ciò che è stato
comunicato ai diversi punti di contatto e sul modo in cui
vi hanno dato seguito;
– seguire le iniziative prese in altri paesi per trarne
un insegnamento, organizzare giornate di studio e d’incontro, collaborare alle ricerche scientifiche sulle questioni relative alle violenze sessuali all’interno di
relazioni d’autorità e, infine, prevedere espressioni pubbliche di riconoscimento, come una giornata commemorativa.
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hiesa in Italia |
LITURGIA
Rito delle Esequie
Motivazioni
e caratteristiche
Conferenza Episcopale Italiana
Comunicato della CEI
«Numerosi sono gli adattamenti di
natura rituale e testuale introdotti
nella seconda edizione italiana» del
Rito delle Esequie, come illustrato
dal comunicato che la CEI ha diffuso
nel corso della conferenza stampa
del 2 marzo scorso, e che qui pubblichiamo insieme alla «Presentazione»
e alle «Precisazioni» introdotte nel
nuovo libro liturgico. Tali adattamenti
mirano a contrastare la «tendenza a
privatizzare l’esperienza del morire»,
riproponendo «la forma tradizionale
della celebrazione esequiale, distesa
nelle sue diverse tappe: la visita alla famiglia del defunto, la veglia, la preghiera alla chiusura della bara, la processione alla chiesa, la celebrazione delle esequie in chiesa, la processione al
cimitero, la benedizione del sepolcro e
la sepoltura». Ma «la novità più significativa» di questa edizione del Rito, prosegue il comunicato CEI, «è costituita sicuramente dall’Appendice dedicata alle “Esequie in caso di cremazione”», dove emerge la «preoccupazione pastorale… di evitare che eventuali vuoti celebrativi siano occupati da
una ritualità aliena dai contenuti della fede cristiana».
Stampa (5.3.2012) da sito web www.chiesacattolica.it; CEI, Rito delle Esequie, Libreria editrice vaticana, Città del Vaticano 2011, 11-14;
29-30; 205-208; 231-232.
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1. La pubblicazione della seconda edizione in lingua
italiana del Rito delle Esequie si pone nel solco dell’impegno delle Chiese che sono in Italia nell’applicazione della
riforma liturgica conciliare. Dopo una prima fase, dedicata alla semplice traduzione dei libri liturgici dalla loro
edizione tipica latina, a partire dal 1983 si è infatti concretizzata una particolare attenzione alla questione dell’adattamento.
2. Come dichiarato nella Presentazione della Conferenza Episcopale Italiana, «La seconda edizione del
Rito delle Esequie in lingua italiana, pubblicata alcuni decenni dopo la prima edizione (1974), risponde alla diffusa esigenza pastorale di annunciare il Vangelo della
risurrezione di Cristo in un contesto culturale ed ecclesiale caratterizzato da significativi mutamenti». Una
delle situazioni nelle quali oggi la Chiesa è chiamata a
vivere l’afflato missionario è infatti quella che riguarda
la morte di un membro della comunità cristiana, evento
ricorrente nella dinamica di una vita parrocchiale. Il
Rito delle Esequie da sempre intende essere un annuncio della novità portata da Cristo Gesù dinanzi al mistero della morte.
3. Numerosi sono gli adattamenti di natura rituale e
testuale introdotti nella seconda edizione italiana.
– Incontriamo una prima novità di ordine rituale e
testuale nel primo capitolo della prima parte: «Visita alla
famiglia del defunto». Un paragrafo non presente nell’edizione latina del 1969 e nemmeno in quella italiana
del 1974. La premessa a tale momento di preghiera ne
evidenzia il motivo e l’importanza.* Il primo incontro con
la famiglia è un momento particolarmente significativo e
carico di emozione. Diventa infatti per il parroco un momento di condivisione del dolore, di ascolto dei familiari
colpiti dal lutto, di conoscenza di alcuni aspetti della vita
della persona defunta in vista di un corretto e personalizzato ricordo durante la celebrazione delle esequie. In
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hiesa in Italia
Decreto della CEI
C
on questo atto ufficiale della Conferenza episcopale italiana (prot. n. 725/2011), il presidente card. Angelo Bagnasco,
dopo l’approvazione dell’Assemblea e la conferma della Santa
Sede, ha ufficializzato la pubblicazione del nuovo libro liturgico
(Rito delle Esequie, 10).
Questa seconda versione italiana dell’editio typica dell’Ordo
Exsequiarum è stata approvata secondo le delibere dell’Episcopato
e ha ricevuto la conferma della Congregazione per il Culto Divino
e la Disciplina dei Sacramenti, con decreto prot. n. 1161/09/L del 23
luglio 2010.
alcuni casi può essere anche un momento per preparare
o indicare il senso dei vari riti esequiali.
– Sempre nel primo capitolo troviamo la seconda
novità. Il paragrafo precedentemente chiamato «Preghiera per la deposizione del corpo del defunto nel feretro» diventa ora «Preghiera alla chiusura della bara».
La sequenza rituale è stata rivista e arricchita.** Si vuole
sottolineare e leggere alla luce della parola di Dio e della
speranza cristiana un momento molto delicato e doloroso quale quello della chiusura della bara, quando il
volto del defunto scompare per sempre dalla vista dei
familiari.
– Nella celebrazione delle Esequie nella Messa o
nella Liturgia della Parola, arricchimento significativo è
una più varia proposta di esortazioni per introdurre il
rito dell’ultima raccomandazione e commiato. Un rito
che, come si legge nelle «Premesse Generali», costituisce
l’ultimo saluto rivolto dalla comunità cristiana a un suo
membro prima che sia portato alla sepoltura. Ora vengono offerte dodici proposte di esortazione che possono
essere lette o adattate.
– Sempre in questo capitolo sono da segnalare ancora tre adattamenti. Il primo, conservato dalla precedente edizione italiana, consente, secondo le
consuetudini locali, di pronunciare «parole di cristiano
ricordo del defunto». Il secondo adattamento risponde
invece a una richiesta inoltrata da numerosi vescovi ed
esplicitamente approvata in Assemblea generale. Riguarda la conclusione della celebrazione in chiesa o
nella cappella del cimitero: «Il rito dell’ultima raccomandazione e del commiato si conclude sempre con la
benedizione. Se il sacerdote (o il diacono) accompagna
processionalmente il feretro al cimitero non congeda
l’assemblea, ma aggiunge: Benediciamo il Signore». Il
terzo adattamento è l’introduzione, al termine dei riti di
tumulazione al cimitero, di due formule alternative di
conclusione. Al canto, che può concludere l’intero rito,
è possibile affiancare il gesto dell’accensione di un cero
sulla tomba o davanti a essa. Significativo infine è l’inserimento della possibilità di utilizzare le Litanie dei
Santi nelle processioni dalla casa alla chiesa e dalla
chiesa al cimitero.
– Del capitolo quarto, «Esequie nella cappella del
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La presente edizione deve essere considerata «tipica» per la
lingua italiana, ufficiale per l’uso liturgico.
Questa versione del Rito delle Esequie si potrà adoperare appena pubblicata; diventerà obbligatoria dal 2 novembre 2012.
Roma, 2 novembre 2011, Commemorazione di tutti i fedeli defunti.
ANGELO card. BAGNASCO,
arcivescovo di Genova,
presidente della Conferenza Episcopale Italiana
cimitero», è da segnalare una ricca proposta di formulari per la preghiera dei fedeli, ben sette. Tre sono ripresi dal rituale precedente, quattro sono di nuova
composizione.
– È infine da segnalare che nella seconda edizione
non compare più il capitolo V dell’edizione precedente,
corrispondente al capitolo IV dell’Ordo Exsequiarum:
«Esequie nella casa del defunto». I Vescovi hanno ritenuto questa possibilità estranea alla consuetudine italiana e non esente dal rischio di indulgere a una
privatizzazione intimistica, o circoscritta al solo ambito
familiare, di un significativo momento che di sua natura
dovrebbe vedere coinvolta l’intera comunità cristiana,
radunata per la celebrazione.
4. La novità più significativa della seconda edizione
del rituale è costituita sicuramente dall’Appendice dedicata alle «Esequie in caso di cremazione» (cf. qui a p.
161). Questa parte è articolata in tre capitoli: «Nel luogo
della cremazione», «Monizioni e preghiere per la celebrazione esequiale dopo la cremazione in presenza dell’urna cineraria», «Preghiere per la deposizione
dell’urna». Dall’esame delle sequenze rituali proposte e
delle indicazioni di carattere pastorale possiamo dedurre
alcune considerazioni.
– La denominazione di Appendice, oltre a segnalare
che non esiste una sua corrispondenza nell’edizione tipica latina, vuole richiamare il fatto che la Chiesa, anche se non si oppone alla cremazione dei corpi quando
non viene fatta in odium fidei, continua a ritenere la sepoltura del corpo dei defunti la forma più idonea a
esprimere la fede nella risurrezione della carne, ad alimentare la pietà dei fedeli verso coloro che sono passati
da questo mondo al Padre e a favorire il ricordo e la preghiera di suffragio da parte di familiari e amici.
– I vari capitoli dell’Appendice sono preceduti da
un’introduzione nella quale vengono segnalati i cambiamenti sociali in atto, ribaditi i riferimenti alla dottrina cristiana e offerte indicazioni di carattere pastorale.
– La celebrazione delle esequie precede di norma la
cremazione: in questo caso va posta particolare attenzione alla scelta dei testi più adatti alla circostanza.
– Eccezionalmente i riti previsti nella cappella del
cimitero o presso la tomba si possono svolgere nella
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stessa sala crematoria, evitando ogni pericolo di scandalo e l’introdursi di consuetudini estranee ai valori della
tradizione cristiana.
– Si raccomanda l’accompagnamento del feretro al
luogo della cremazione.
– Particolarmente importante l’affermazione che la
cremazione si ritiene conclusa con la deposizione dell’urna nel cimitero da leggersi come conseguenza di
quanto affermato al n. 165 a proposito della prassi di
spargere le ceneri in natura o di conservarle in luoghi
diversi dal cimitero. Tale prassi infatti solleva non poche
perplessità sulla sua piena coerenza con la fede cristiana,
soprattutto quando sottintende concezioni panteistiche
o naturalistiche. Anche se il rituale non prende netta posizione sul versante disciplinare, offre però sufficienti elementi per una catechesi e un’azione pastorale che
sappiano sapientemente educare il popolo di Dio alla
fede nella risurrezione dei morti, alla dignità del corpo,
all’importanza della memoria dei defunti, alla testimonianza della speranza nella risurrezione.
– L’Appendice si propone quindi di offrire testi e riti
liturgici che accompagnano le varie fasi che conducono
alla cremazione: la preoccupazione pastorale che
emerge è quella di evitare che eventuali vuoti celebrativi
siano occupati da una ritualità aliena dai contenuti della
fede cristiana.
– La seconda edizione italiana del Rito delle Esequie
si potrà utilizzare appena pubblicata e diventerà obbligatoria dal 2 novembre 2012.
ranza che le anima sono da vivere e da comprendere
nell’ottica della Pasqua del Signore. Illuminati dal suo
mistero, i cristiani sono invitati ad affrontare la propria
morte e quella dei loro cari non solo come una scomparsa e una perdita, ma come un passaggio, un vero e
proprio esodo da questo mondo al Padre, verso il compimento definitivo e pieno, nell’attesa del giorno ultimo
in cui tutti i morti risorgeranno (cf. 1Cor 15,52). Nella
morte di ogni uomo si realizza infatti una misteriosa comunione con la Pasqua di Gesù Cristo, che risorgendo
dai morti «ha distrutto la morte» (2Tm 1,10). Coloro
che con il Battesimo sono già stati uniti alla vittoria di
Cristo sulla morte, per camminare in una vita nuova (cf.
Rm 6,3-5), nella loro morte corporale portano a termine
il cammino di incorporazione a Cristo, e a lui vengono
affidati per divenire pienamente partecipi della risurrezione, nella certezza che nulla «potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore»
(Rm 8,39). A questa grande verità mirano i riti cristiani
delle esequie, i quali accompagnano i tempi e i luoghi
dell’esperienza della morte di ciascun fedele e confessano attraverso gesti e parole l’articolo di fede: «Credo
la risurrezione della carne».
Motivazioni e carat teristiche
della seconda edizione italiana
del Rito delle Esequie (nn. 2-3)
La risurrezione di Gesù Cristo è il nucleo e il centro
della nostra fede. Come insegna con forza l’Apostolo
Paolo: «Se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra
predicazione, vuota anche la vostra fede» (1Cor 15,14).
I riti delle esequie cristiane, lo spirito di fede e di spe-
La seconda edizione del Rito delle Esequie in lingua
italiana, pubblicata alcuni decenni dopo la prima edizione (1974), risponde alla diffusa esigenza pastorale
di annunciare il Vangelo della risurrezione di Cristo in
un contesto culturale ed ecclesiale caratterizzato da significativi mutamenti. A fronte di nuove situazioni sociali che rendono ancora più angosciosa l’esperienza
della morte, ma che recano con sé anche una profonda
domanda di prossimità solidale e aprono a un’autentica ricerca di senso, l’azione pastorale della Chiesa è
più che mai sollecitata a proporre un cammino di fede,
scandito a tappe mediante celebrazioni comunitarie,
per aiutare ad affrontare nella fede e nella speranza
l’ora del distacco e a riscoprire il senso cristiano del vivere e del morire.
Sulla base dell’esperienza maturata in questi anni e
di fronte alle nuove situazioni, questa seconda edizione:
– offre una più ampia e articolata proposta rituale a
partire dal primo incontro con la famiglia, appresa la
notizia della morte, fino alla tumulazione del feretro;
*
Riportiamo il testo di queste «Premesse» (n. 26): «Momento particolarmente significativo e carico di emozione è il primo incontro con
la famiglia, appresa la notizia della morte. È bene che questo incontro
sia compiuto dal parroco o da un altro sacerdote o diacono della comunità parrocchiale. Dove ciò non è possibile, è opportuno che vi siano
laici preparati e incaricati di questo ministero di comunione e di consolazione a nome di tutta la comunità cristiana. Prima di dedicare un
congruo spazio alla preghiera, il sacerdote, il diacono, o il ministro
laico condividano il dolore attraverso un cordiale colloquio e un sincero
e affettuoso ascolto dei familiari colpiti dal lutto. È anche un’occasione
per conoscere le gioie, le sofferenze e le speranze della persona defunta,
in vista di un corretto e personalizzato ricordo durante la celebrazione
della veglia e delle esequie. In questo contesto di fraterno colloquio è
possibile e opportuno preparare con i familiari la celebrazione dei vari
riti esequiali. In base al contesto familiare e alle circostanze del luogo
e del momento questi testi di preghiera possono essere usati anche solo
in parte» (Rito delle Esequie, 35; ndr).
**
Anche qui riportiamo il testo delle «Premesse» (n. 42): «La chiusura della bara costituisce, dal punto di vista umano, un momento delicato e molto doloroso. Esso deve essere vissuto alla luce della parola
di Dio e della speranza cristiana. Questa pregheira, con le opportune
scelte secondo i luoghi e le circostanze, può essere presieduta da un ministro ordinato o, in sua assenza, guidata da un laico o da un familiare
debitamente preparato» (Rito delle Esequie, 59; ndr).
Dal nuovo
Rito delle Esequie
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resentazione
Credo la risurrezione della carne (n. 1)
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hiesa in Italia
– presenta una traduzione rinnovata dei testi di preghiera riportati nella editio typica, secondo le indicazioni
dell’Istruzione Liturgiam authenticam,1 delle letture bibliche e dei Salmi secondo la nuova versione ufficiale
della Conferenza Episcopale Italiana;2
– integra i testi delle monizioni e delle preghiere presenti nella prima edizione con nuove proposte, attente alle
diverse situazioni;
– risponde con apposite indicazioni a nuove situazioni pastorali, in particolare per quanto concerne la questione della cremazione dei corpi;
– provvede a suggerire nuove melodie per alcune
parti della celebrazione.
I tempi e i luoghi della celebrazione (n. 4)
La tendenza a privatizzare l’esperienza del morire e a
occultare i segni della sepoltura e del lutto, particolarmente accentuata nel contesto urbano, non annulla il valore che la Chiesa assegna ai tempi e ai luoghi della
celebrazione, che testimoniano la speranza della risurrezione e la vicinanza della comunità cristiana a chi è toccato dall’evento della morte.
È pertanto importante custodire e riproporre con
nuovo slancio la forma tradizionale della celebrazione
esequiale, distesa nelle sue diverse tappe: la visita alla famiglia del defunto, la veglia, la preghiera alla chiusura
della bara, la processione alla chiesa, la celebrazione delle
esequie in chiesa, la processione al cimitero, la benedizione del sepolcro e la sepoltura.
Tale cammino valorizza tre luoghi particolarmente significativi:
– la casa, luogo della vita e degli affetti familiari del
defunto;
– la chiesa parrocchiale, dove si è generati nella fede
e nutriti dai sacramenti pasquali;
– il cimitero, luogo del riposo nell’attesa della risurrezione.
I ministri deputati prestino la debita attenzione anche
ai frequenti casi di morte in ospedale o in casa di riposo,
dove la salma del defunto viene composta in ambienti a
ciò riservati, adattando opportunamente i riti previsti
nella casa del defunto. Diventano rilevanti in questa prospettiva i tempi e le modalità di accompagnamento di coloro che sono nel dolore.
Presenza e par tecipazione
della comunità cristiana (n. 5)
I momenti che accompagnano la morte e la sepoltura
di un fratello o di una sorella nella fede, la preghiera di
suffragio, la partecipazione al dolore dei familiari appartengono all’azione pastorale della Chiesa ed esprimono la
premura dell’intera comunità cristiana.
La partecipazione della comunità si manifesta in
modo peculiare attraverso la presenza del sacerdote e il
servizio di ministri che, con particolare sensibilità umana
e spirituale e adeguata formazione liturgica, si pongono
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accanto a chi è stato colpito da un lutto per offrire il conforto della fede e la solidarietà fraterna.
La presenza di una ministerialità differenziata in ciascuno di questi momenti fa parte dell’ordinario esercizio
della sollecitudine pastorale dell’intera comunità verso
quanti sono nel dolore.
Accurata preparazione
delle celebrazioni (n. 6)
La Chiesa, affermando che ogni celebrazione liturgica è
il culmine e la fonte del suo agire, al punto che nessun’altra
sua azione ne uguaglia l’efficacia (cf. Sacrosanctum Concilium, n. 10), è consapevole che le esequie cristiane costituiscono una situazione particolarmente favorevole per annunciare la morte e la risurrezione del Signore non solo ai
credenti ma anche a coloro che non credono. Infatti, i gesti
e le parole del rito che annunciano il Vangelo della speranza
possono essere eloquenti per tutti, nella misura in cui sono
compiuti in spirito e verità. Ciò richiede particolare attenzione nella scelta dei testi più adatti, nell’omelia e nelle monizioni, nei canti e nella cura dei gesti da parte dei ministri,
così che la celebrazione sia al contempo orientata al riconoscimento della presenza e dell’agire salvifico del Signore
e adatta alle concrete situazioni dell’assemblea.
Roma, 29 novembre 2009, prima domenica di Avvento.
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recisazioni
La Conferenza Episcopale Italiana, per quanto di sua
competenza, imparte le seguenti direttive pastorali e stabilisce i seguenti adattamenti liturgici.
1. Ferma restando la possibilità di svolgere le esequie
nei diversi modi e luoghi previsti dal rituale, si raccomanda di conservare come normale consuetudine lo svolgimento dei funerali nella chiesa parrocchiale con la
celebrazione della Messa.
2. Possono presentarsi situazioni pastorali nelle quali
è opportuno, o addirittura doveroso, tralasciare la celebrazione della Messa e ordinare il rito esequiale in forma
di Liturgia della Parola. La celebrazione eucaristica rimane esclusa il Giovedì santo e in quei giorni che non la
prevedono (Venerdì e Sabato santo).
3. I pastori siano premurosi nell’aiutare i fedeli a cogliere
il senso profondo del funerale cristiano; scelgano tra i formulari proposti dal Rituale quelli più adatti alla situazione;
utilizzino con sapienza la varietà dei testi biblici proposti dal
Lezionario; sappiano utilizzare con intelligenza e discrezione
il momento dell’omelia per infondere consolazione e speranza cristiane e per condurre i fedeli a una più consapevole
professione di fede nella risurrezione e nella vita eterna.
4. Le esequie, per quanto è possibile, siano celebrate
con il canto.
5. Il sacerdote abbia cura che la preghiera universale
o dei fedeli sia conforme alla natura e alla forma propria
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di questo testo (cf. Introduzione all’«Orazionale per la
preghiera dei fedeli»), evitando che vengano introdotte
espressioni improprie e improvvisazioni.
6. Dopo la monizione introduttiva all’ultima raccomandazione e commiato, secondo le consuetudini locali approvate dal Vescovo diocesano, possono essere aggiunte brevi
parole di cristiano ricordo nei riguardi del defunto. Il testo sia
precedentemente concordato e non sia pronunciato dall’ambone. Si eviti il ricorso a testi o immagini registrati, come
pure l’esecuzione di canti o musiche estranei alla liturgia.
7. È opportuno che nella celebrazione delle esequie i
fedeli siano invitati a professare la propria fede con la recita del Credo, ad esempio dopo la proclamazione della
parola di Dio durante la veglia nella casa del defunto, o
presso la tomba, o anche in altro momento adatto, a giudizio del sacerdote celebrante.
8. Le indicazioni pastorali per le esequie in caso di
cremazione sono riportate nel capitolo dedicato a questo
rito (cf. nn. 165-167 e 180-185; cf. qui sotto).
9. Il colore liturgico per la celebrazione esequiale è il
viola. Nelle esequie dei bambini si usa il bianco.
10. I testi aggiunti e gli adattamenti, propri di questa
edizione della Conferenza Episcopale Italiana, sono segnati con un asterisco.
In assenza di motivazioni contrarie alla fede,
la Chiesa non si oppone alla cremazione
Tuttavia, in assenza di motivazioni contrarie alla
fede, la Chiesa non si oppone alla cremazione e accompagna tale scelta con apposite indicazioni liturgiche e
pastorali.
Motivate perplessità di fronte alla prassi
di spargere le ceneri in natura
La prassi di spargere le ceneri in natura, oppure di
conservarle in luoghi diversi dal cimitero, come, ad
esempio, nelle abitazioni private, solleva non poche domande e perplessità.
La Chiesa ha molti motivi per essere contraria a simili scelte, che possono sottintendere concezioni panteistiche o naturalistiche. Soprattutto nel caso di
spargimento delle ceneri o di sepolture anonime si impedisce la possibilità di esprimere con riferimento a un
luogo preciso il dolore personale e comunitario. Inoltre si rende più difficile il ricordo dei morti, estinguendolo anzitempo. Per le generazioni successive la vita di
coloro che le hanno precedute scompare senza lasciare
tracce.
Dot trina e prassi cristiana (n. 166)
Dall’«Appendice»
Esequie in caso
di cremazione
I
ntroduzione
I cambiamenti in at to (n. 165)
La Chiesa ha sempre privilegiato
la sepoltura del corpo dei defunti
La Chiesa cattolica ha sempre preferito la sepoltura
del corpo dei defunti come forma più idonea a esprimere la pietà dei fedeli verso coloro che sono passati da
questo mondo al Padre, e a favorire il ricordo e la preghiera di suffragio da parte di familiari e amici. Attraverso la pratica della sepoltura nei cimiteri, la comunità
cristiana – facendo memoria della morte, sepoltura e risurrezione del Signore – onora il corpo del cristiano, diventato nel Battesimo tempio dello Spirito Santo e
destinato alla risurrezione. Simboli, riti e luoghi della sepoltura esprimono dunque la cura e il rispetto dei cristiani per i defunti e soprattutto la fede nella risurrezione
dei corpi.
1
CONGREGAZIONE PER IL CULTO DIVINO E LA DISCIPLINA DEI SACRAMENTI, Liturgiam authenticam, quinta istruzione per la retta ap-
plicazione della costituzione sulla sacra liturgia del concilio Vaticano II
(Sacrosanctum Concilium, art. 36) sull’uso delle lingue vernacole nelle
edizioni dei libri della Liturgia romana, 28.3.2001; EV 20/363ss.
Fede nella risurrezione dei morti
Con la morte, separazione dell’anima e del corpo,
questo cade nella corruzione, mentre l’anima va incontro
a Dio, pur restando in attesa di essere riunita al suo corpo
glorificato. Dio nella sua onnipotenza restituirà definitivamente la vita incorruttibile ai corpi riunendoli alle
anime, in forza della risurrezione di Gesù (cf. Catechismo
della Chiesa cattolica, n. 997).
Dignità del corpo
Divenuto «tempio dello Spirito Santo» attraverso il
Battesimo (cf. 1Cor 6,19), anche il corpo inanimato conserva una sua dignità. I gesti di rispetto e di pietà riservati
alla salma di Gesù dopo la sua morte e al momento della
sepoltura hanno ispirato lungo i secoli il comportamento
dei cristiani nei confronti dei defunti.
I riti funebri e l’attenzione al corpo
Il lutto ha sempre comportato segni e precise forme
espressive. I riti funebri, mentre esprimono il congedo rituale dalla persona amata, aiutano parenti e conoscenti
ad affrontare ed elaborare i loro sentimenti. Essi, inoltre,
indicano sempre il fine della vita al quale la persona defunta si è avvicinata.
Cimiteri: luogo della memoria
Fin dai primi secoli le tombe degli apostoli e dei martiri sono state contrassegnate con i nomi e i simboli della
2
CONGREGAZIONE PER IL CULTO DIVINO E LA DISCIPLINA DEI SACRAMENTI, Decreto, 21.9.2007, prot. n. 297/07/L; CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Decreto di promulgazione, 4.10.2007, prot. n.
742/07.
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memoria o della risurrezione. I cimiteri divennero luoghi di culto e di pellegrinaggio, espressione positiva della
memoria e del riconoscimento della dignità personale
dei defunti, luoghi di annuncio della speranza cristiana
nella risurrezione.
Mantenere viva la memoria dei defunti e ricordarsi
di loro è per le persone in lutto una consolazione e un
aiuto.
E testimonianza della speranza nella risurrezione
La potenza della risurrezione oltrepassa ogni limite
umano e non è ostacolata dalle modalità di sepoltura.
Tuttavia, non solo la celebrazione delle esequie, ma
anche le forme di sepoltura e gli stessi cimiteri devono
testimoniare la fede in Dio e la speranza nella risurrezione.
Indicazioni pastorali (n. 167 )
1. La Chiesa raccomanda vivamente che si conservi
la pia consuetudine di seppellire i corpi dei defunti.
La Chiesa permette la cremazione se tale scelta non
mette in dubbio la fede nella risurrezione (cf. CIC, can.
1176 § 3; Catechismo della Chiesa cattolica, n. 2301).
2. Il fedele che abbia scelto la cremazione del proprio corpo, nello spirito di cui sopra, ha diritto alle esequie ecclesiastiche, nei limiti previsti dalla legislazione
ecclesiastica e dai riti liturgici approvati.
3. La celebrazione liturgica delle esequie preceda la
cremazione. I riti, nella Messa o nella Liturgia della Parola, sono i medesimi previsti per il caso della sepoltura.
Si ponga però attenzione a scegliere i testi liturgici più
adatti a questa particolare situazione.
4. Eccezionalmente, «i riti previsti nella cappella del
cimitero o presso la tomba si possono svolgere nella
stessa sala crematoria» (n. 15). In questo caso il sacerdote o il diacono utilizzino il rito previsto ai nn. 168-177,
evitando ogni pericolo di scandalo, di indifferentismo religioso o l’introdursi di consuetudini estranee ai valori
della tradizione cristiana,
5. Anche nel caso della cremazione, dopo le esequie
il sacerdote, il diacono o il laico incaricato accompagnino il feretro al luogo indicato, se ciò è possibile ed è
consuetudine. Qualora la cremazione debba essere differita, si può omettere l’accompagnamento.
6. La cremazione si ritiene conclusa solo al momento della deposizione dell’urna nel cimitero. Pertanto, se i familiari lo desiderano e ciò è possibile, il
sacerdote, il diacono o il laico incaricato si rendano disponibili per la preghiera di benedizione del sepolcro
al momento della deposizione dell’urna con le ceneri.
In caso contrario siano i familiari o gli amici ad accompagnare questo ultimo atto con la preghiera cristiana.
7. Qualora, eccezionalmente, accada che la cremazione preceda le esequie e queste vengano richieste con
la presenza dell’urna cineraria, ci si attenga alle indicazioni del Vescovo diocesano e a quanto indicato ai
nn. 180 e 185.
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onizioni e preghiere
in presenza dell’urna cineraria
Disposizioni pastorali (nn. 180-185)
(180) Per alcune ragioni di natura pratica (morte all’estero e rimpatrio in urna cineraria dopo la cremazione
ecc.), talora, eccezionalmente, i riti esequiali possono avere
luogo solo a cremazione avvenuta. In virtù dell’indulto concesso dalla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti in data 24 maggio 2010 (prot. n.
446/10/L), la celebrazione delle esequie, inclusa la celebrazione dell’Eucaristia, alla presenza delle ceneri di una
persona defunta, è permessa nelle diocesi d’Italia alle seguenti condizioni.
– In accordo con il Codice di Diritto Canonico, la cremazione non deve essere motivata da intenzioni contrarie
all’insegnamento cristiano (cf. can. 1176 § 3).
– Il Vescovo diocesano deve esprimere il suo giudizio
sulla opportunità di celebrare le esequie, compresa la celebrazione dell’Eucaristia, alla presenza dell’urna con le ceneri, tenendo conto delle circostanze concrete di ciascun
caso, nel rispetto dello spirito e del contenuto delle norme
canoniche e liturgiche.
(181) La liturgia esequiale in chiesa (o nella cappella cimiteriale) può svolgersi nella Messa o nella Liturgia della
Parola. Si raccomandano le seguenti attenzioni.
a) Il sacerdote accoglie le ceneri del defunto alla porta
della chiesa e rivolge ai familiari e ai presenti un cristiano
saluto. Si avvia la processione verso l’altare.
b) L’urna cineraria viene deposta su un tavolo, ricoperto
da un drappo viola (o bianco, nel caso di un bambino) e collocato nello spazio antistante l’altare, fuori del presbiterio.
c) Accanto all’urna si pone il cero pasquale e, se non è
ben visibile la croce dell’altare, la croce astile.
d) Se l’urna giunge in chiesa molto tempo prima dell’inizio della celebrazione, oppure se si ritiene più opportuno non fare la processione, l’urna viene deposta secondo
le indicazioni offerte sopra. A tempo debito la celebrazione
inizia come di consueto.
(182) I testi propri per la celebrazione della Messa esequiale si trovano nel Messale Romano: si eviti però di usare
il prefazio IV dei defunti, dove è contenuto un esplicito riferimento al corpo del defunto che ritorna alla terra.
(183) Dopo i riti iniziali si celebra la Liturgia della Parola.
Tra i testi biblici proposti dal Rito delle Esequie, si suggeriscono le letture seguenti, particolarmente adatte alla situazione: 1) Gb 19,1.23-27; 2) 2Cor 4,14-5,1; 3) Gv 6,37-40.
(184) Al termine della Messa (o della Liturgia della Parola) si tiene il rito dell’ultima raccomandazione e commiato, usando i testi qui proposti, omettendo l’aspersione e
l’incensazione.
(185) Nel caso della liturgia a due stazioni (chiesa-cimitero), non sembra opportuno che dopo la celebrazione in
chiesa segua la processione al cimitero con l’urna cineraria.
Di comune accordo corpi familiari, si preveda però un momento di preghiera alla deposizione dell’urna cineraria.
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VITA PASTORALE
Per amore
del mio popolo
Lettera pastorale del card. C. Sepe
per la chiusura del Giubileo di Napoli
«Con il Giubileo, la Chiesa di Napoli
ha voluto rinvigorire e dare il giusto
senso a quella speranza della quale la
città, e ognuno dei suoi abitanti, non
può fare a meno»: così il card. Crescenzio Sepe, arcivescovo di Napoli,
nella lettera pastorale Per amore del
mio popolo, presentata il 13 gennaio
scorso, a meno di un mese dalla veglia di chiusura dell’Anno giubilare
2011 (16.12.2011). A dieci anni di distanza dalla visita di Giovanni Paolo
II e a soli quattro anni da quella di
Benedetto XVI, sembra ancora permanere il monito sulla «necessità di
non disperdere, ma di organizzare la
speranza della città». Una città che
malgrado i «suoi mali» non ha mai
mancato di «essere presente a ogni
tratto del nostro pellegrinaggio» e a
cui la Chiesa di Napoli non può voltare le spalle. Primario, dunque, per
la pastorale ordinaria sarà l’obiettivo del bene comune e della corresponsabilità di tutti nel compierlo,
seguendo tre traiettorie: «l’ammaestramento del Concilio», gli orientamenti CEI per il decennio 2010-2020,
Educare alla vita buona del Vangelo,
e il piano pastorale diocesano, riqualificato e più «radicato nel servizio e nel territorio».
Stampa (10.2.2012) da sito web www.chiesadinapoli.it.
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La Por ta della nostra speranza
Ringraziamo con gioia Dio, Padre del Signore nostro
Gesù Cristo il quale, con l’opera dello Spirito Santo, ci
ha confortati e animati in questo particolare anno giubilare della città e della diocesi di Napoli.
Alla santissima Trinità la lode e la gloria della nostra
Chiesa, che è stata benedetta con ogni benedizione spirituale.
Guidati dallo Spirito, abbiamo attraversato le strade
impregnate della nostra storia, seminando la speranza e
rinfrancando il nostro cammino con concrete opere di
misericordia. Nessun passo è andato perduto e, mentre
avanzavamo, come per i discepoli di Emmaus, abbiamo
sentito crescere nei nostri cuori un ardore nuovo e misterioso.
In un certo senso, attraversando la città da una porta
all’altra, l’abbiamo rivisitata e resa ancora più nostra.
Siamo andati incontro agli uomini e alle donne che
ogni giorno costruiscono, dal vivo, la trama di una vita
quotidiana intessuta di una profonda umanità ricca di valori.
1. In cerca dell’anima della cit tà
Di questa nostra città siamo andati in cerca soprattutto dell’anima: non ci siamo accontentati di visioni frettolose e distratte. Come pellegrini, ci siamo incamminati
con la bisaccia piena della volontà di condivisione e dell’umile ricerca di una verità anch’essa da condividere. Abbiamo idealmente bussato a ogni porta di casa, per
entrare nel vivo di quella comunità di affetti che è la famiglia, il cui sguardo sulla società è sempre più appannato dalle ombre della crisi economica, e non solo.
I passi della nostra Chiesa non hanno escluso nessuno
e abbiamo cercato di declinare, con coraggio evangelico,
il valore dell’accoglienza, vivendo momenti particolarmente intensi negli incontri con le comunità etniche e con
quelle di differente culto e credo.
Abbiamo camminato sintonizzandoci con il passo e con
il cuore dei nostri giovani, interlocutori privilegiati della spe-
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L’accesso nelle chiese
L’
accesso alle chiese aperte al culto non può essere condizionato
al pagamento di un biglietto di ingresso. Una Nota, approvata
dal Consiglio Episcopale Permanente della Conferenza Episcopale Italiana, intende riaffermare tale principio, tipico della tradizione italiana, in virtù del quale l’apertura delle chiese è gratuita, in
quanto luoghi dedicati primariamente alla preghiera comunitaria e
personale.
Questa regola vale sia per le chiese di proprietà di enti ecclesiastici che per quelle dello Stato, di altri enti pubblici e di soggetti privati. Si applica anche alle chiese di grande rilevanza storico-artistica,
interessate da flussi notevoli di visitatori: è fondamentale, infatti,
che il turista percepisca di essere accolto nel luogo sacro e, di conseguenza, si comporti in maniera adeguata e rispettosa.
Il principio generale non impedisce che si possa esigere il pagamento di un biglietto per la visita a parti del complesso chiaramente
distinte dalla chiesa, quali, per esempio, la cripta, il tesoro, il battistero, il campanile, il chiostro o una singola cappella.
Vi sono, di fatto, in Italia chiese con ingresso a pagamento: si
tratta, comunque, di eccezioni numericamente assai contenute, rispetto all’ingente patrimonio complessivo. Da un’indagine condotta
lo scorso anno dalla CEI sull’intero territorio nazionale, risultano infatti solo 59 chiese per accedere alle quali viene chiesto il pagamento
di un biglietto. Non è rara, invece, la scelta – a fronte di frotte di turisti – di contingentare il numero delle presenze, imponendo una turnazione al fine di assicurare la conservazione e la sicurezza del bene.
(Presentazione a cura della CEI; supp. dig. in ns. possesso)
1. Secondo la tradizione italiana, è garantito a tutti l’accesso gratuito
alle chiese aperte al culto, perché ne risalti la primaria e costitutiva destinazione alla preghiera liturgica e individuale. Tale finalizzazione è tutelata anche dalle leggi dello Stato.
2. La Conferenza Episcopale Italiana ritiene che tale principio debba
essere mantenuto anche in presenza di flussi turistici rilevanti, consen-
ranza. Anche attraverso le loro attese, abbiamo cercato di
esplorare più a fondo il mondo delle istituzioni pubbliche.
Sui nostri passi abbiamo trovato anche percorsi difficili e accidentati, lungo i quali abbiamo cercato di confrontarci e di seminare speranza, scegliendo la corsia
opposta a quella occupata dalla sopraffazione e dalle consorterie della violenza organizzata.
2 . Un canto di speranza
per una cit tà senza voce
Il giubileo è stato il nostro rinnovato canto di speranza,
rivolto a una città della quale continua a essere, oggi più che
mai, il respiro. Tutto a Napoli si coniuga nel nome della speranza. Venne un grande papa, ora beato, Giovanni Paolo
II, a indicare la necessità di non disperdere, ma di organizzare la speranza della città; e il suo successore, papa Benedetto XVI, nella sua visita di quattro anni fa, l’ha indicata
ancora una volta, come una grande e irrinunciabile risorsa.
La speranza è l’indice della salute di Napoli, e
quando si parla di «città malata», la diagnosi è sempre
a portata di mano. Perché i tentativi di togliere la speranza non sono mai mancati, e vengono da fronti vasti
e agguerriti. Talvolta, più che di attacchi, si tratta di veri
e propri assedi.
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tendo l’accesso gratuito nelle chiese nelle fasce orarie tradizionali, salvo
casi eccezionali a giudizio dell’Ordinario diocesano. Pertanto le comunità cristiane si impegnano ad assicurare l’apertura delle chiese destinate al culto, in special modo quelle di particolare interesse storico e
artistico situate nei centri storici e nelle città d’arte, sulla base di calendari e orari certi, stabili e noti.
3. Le comunità cristiane accolgono nelle chiese come ospiti graditi
tutti coloro che desiderano entrarvi per pregare, per sostare in silenzio,
per ammirare le opere d’arte sacra in esse presenti.
4. Ai turisti che desiderano visitare le chiese, le comunità cristiane
chiedono l’osservanza di alcune regole riguardanti l’abbigliamento e
lo stile di comportamento e soprattutto il più rigoroso rispetto del
silenzio, in modo da facilitare il clima di preghiera: anche durante le
visite turistiche, infatti, le chiese continuano a essere “case di preghiera”.
5. In presenza di flussi turistici molto elevati gli enti proprietari, allo
scopo di assicurare il rispetto del carattere sacro delle chiese e di garantire la visita in condizioni adeguate, si riservano di limitare il numero
di persone che vengono accolte (ricorrendo al cosiddetto contingentamento) e/o di limitarne il tempo di permanenza.
6. Deve essere sempre assicurata la possibilità dell’accesso gratuito
a quanti intendono recarsi in chiesa per pregare e deve essere sempre
consentito l’accesso gratuito ai residenti nel territorio comunale.
7. L’adozione di un biglietto d’ingresso a pagamento è ammissibile
soltanto per la visita turistica di parti del complesso (cripta, tesoro, battistero autonomo, campanile, chiostro, singola cappella ecc.), chiaramente distinte dall’edificio principale della chiesa, che deve rimanere a
disposizione per la preghiera.
Roma, 31 gennaio 2012, Memoria di San Giovanni Bosco.
IL CONSIGLIO PERMANENTE
DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA
La speranza di Napoli si è trovata a un tratto non solo
assopita ma devastata. E sotto i nostri occhi è apparsa una
città allo sbando e non più riconoscibile. C’è stato:
Chi non ne ha sopportato la visione, ed è arrivato a
voltarle le spalle.
Chi è stato preso dalla rassegnazione e ha deposto
anche il flebile coraggio che aveva.
Chi ha continuato a praticare la via antica e usurata
delle analisi senza sbocchi.
Chi è rimasto in silenzio.
Chi è caduto nelle mani assassine della violenza.
Il pellegrinaggio giubilare non ci ha fatto, certo,
chiudere gli occhi di fronte a questi mali. Semmai, ci
ha resi più attenti e, soprattutto in occasione del Giubileo della legalità, ha mostrato la totale e assoluta alterità di fronte a tutto ciò che, nei suoi perversi modi,
muove la violenza. La città colpita dai suoi mali – fino
allo scandalo dei rifiuti per strada – è stata presente a
ogni tratto del nostro pellegrinaggio. Ma la Napoli assediata dalla violenza, la città sotto la sferza della tracotanza camorristica, ci ha accompagnato, passo dopo
passo, come un tormento. Non esiste nella nostra terra
un nemico più perfido e vile di chi pensa che dalle armi
possa venire potere e ricchezza. La violenza organizzata è la prima e più grave tragedia di Napoli. Ed è
anche la peggiore ipoteca sul futuro, per la malvagia attrazione che cerca di esercitare sui giovani. A suo modo
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«arruola» e «assume». Ma è solo una terribile industria
di morte.
La Chiesa non può voltare le spalle, non può avere il
cuore di pietra, non può tradire se stessa e la propria missione. La Chiesa non è sorta per raccogliere o raccattare
alibi. Non lo potrebbe mai, perché li brucia, uno dopo
l’altro, l’amore che Cristo ci ha dato come riconoscibile
divisa: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli:
se avete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35).
E allora di fronte al corpo malato della nostra città,
la nostra prima domanda non è stata neppure il «che
fare?», ma l’altra ancora più severa: «Dove abbiamo sbagliato?». Toccava alla Chiesa, esperta e maestra in umanità, depositaria della «speranza che non delude», la
prima risposta. E non solo per venire incontro ai fratelli,
ma per rigenerare noi stessi e ricostruire le basi di una
pastorale che non può essere un bel piano studiato a tavolino.
Nella relazione al plenum diocesano del 28 giugno
scorso, affermavo che dalla volontà di rispondere ai «dolorosi interrogativi» sulla città «è nata la volontà di realizzare una prassi pastorale della comunità cristiana per
mettere a fuoco una strategia educativa che, partendo dal
piano pastorale diocesano, puntasse verso la formazione
di una coscienza matura e avveduta, capace di avviare
una rinascita morale e sociale della città». In quella stessa
occasione non avevo nascosto le difficoltà e i ritardi nell’affrontare il grave problema dell’educazione per cui ci
troviamo di fronte a un vuoto formativo che sta manifestando tutte le tragiche conseguenze anche nella società
civile. Il nostro Giubileo ci ha aperto la strada per una
più incisiva formazione della nostra comunità che abbia
come obiettivo la corresponsabilità di tutti per realizzare
il bene comune e ricostituire le basi di una pastorale rinnovata e adeguata alle esigenze della città.
3. Il dovere del bene comune
Educare al bene comune significa innanzitutto educare all’impegno e al senso di responsabilità perché si realizzi il bene di tutti. Per il magistero sociale della Chiesa,
la promozione e la formazione al bene comune, attraverso la conoscenza della dottrina sociale della Chiesa,
costituisce l’impegno prioritario dell’azione pastorale
delle nostre comunità. Dobbiamo ammettere che, in questo campo, esiste una notevole carenza. Certamente la
Chiesa ha sempre svolto una funzione educativa e, di
fatto, esercita un forte impatto sui comportamenti e sulle
coscienze di tutti.
Tuttavia, si deve anche riconoscere che la comunità
dei fedeli non sempre manifesta un’adeguata sensibilità
verso i doveri civici e la responsabilità pubblica. Non possiamo non registrare un palese deficit formativo anche
nelle nostre strutture, di cui bisogna prendere atto per stimolare i diversi ambiti della vita ecclesiastica.
Ma è necessario che la riflessione autocritica si estenda
anche a tutti i soggetti deputati all’educazione, i quali
spesso riducono la formazione al funzionalismo educativo,
per cui prevale la priorità dell’utile e la logica del mercato.
Come ho fatto presente in occasione del Giubileo della cultura, non è sufficiente un sistema educativo che si limita all’efficienza produttiva e alla capacità di immettere sul mercato del lavoro tecnici specializzati e professionisti preparati;
c’è bisogno di formare l’uomo nella sua integralità, sviluppando la sua passione per gli interessi generali, la sua responsabilità di cittadino e la sua coscienza civica.
Bisogna anche ammettere che gli attuali scenari sociali
rendono più complessa l’individuazione del bene comune,
che va concepito «in forma dinamica», come misura e fine
della comunità politica (Gaudium et spes, n. 74; EV 1/1567ss).
Esso comporta la spartizione equa dei benefici e delle risorse che ogni comunità produce o si trova ad amministrare. È
questo il grande compito della politica; da qui deriva una sua
funzione che la identifica come insostituibile servizio, il più
alto «servizio alla carità», secondo una celebre espressione
di Paolo VI.
Ma se la politica evita di misurarsi sul terreno del bene
comune e cerca scorciatoie per mettere al sicuro privilegi e
visioni di parte, allora il degrado, lo spettro del declino e la
condanna a un ruolo insignificante congiurano tutti insieme
per fare della città non una comunità matura e responsabile, ma un «corpo malato» sul quale si addensano e incancreniscono i piccoli e i grandi problemi che l’attraversano.
Certamente, la realizzazione del bene comune non è facile, anzi, come ci ricorda il Compendio della dottrina sociale
della Chiesa, è «arduo da raggiungere perché richiede la capacità e la ricerca del bene altrui come se fosse proprio» (n.
167). Nella sua accezione più vasta, il bene degli altri diventa accoglienza gratuita del prossimo, sostegno per chiunque abbia bisogno, senza discriminazione di etnie, culture,
classi sociali, religioni. Un bene è tanto più vero e autentico
quanto più è partecipato, come ci insegna il Vangelo e come
abbiamo potuto realizzare nel Giubileo attraverso la pratica
delle opere di misericordia.
Il cammino è segnato: dobbiamo e vogliamo continuare
in questo impegno sapendo che, come afferma Benedetto
XVI nella Caritas in veritate, «tutta la Chiesa, in tutto il suo
agire, quando annuncia, celebra e opera nella carità, è tesa
a promuovere il bene integrale dell’uomo» (n. 11; Regnodoc. 15,2009,460)
4. Come tradurre lo «spirito giubilare»
nella pastorale ordinaria
Il dato più confortante del Giubileo è che esso, in un
certo senso, si è fatto strada da solo nel percorso pastorale
della nostra Chiesa di Napoli. E non come qualcosa che
mancava, bensì come un provvidenziale e rinnovato impegno nella prospettiva di una «nuova evangelizzazione»,
obiettivo primario del piano pastorale della diocesi.
In sostanza, si è trattato di un evento che ha arricchito e
ha dato un senso più profondo ai nostri programmi ordinari, orientandoli in modo nuovo verso un obiettivo, intorno
al quale far ruotare tutto: l’educazione all’impegno e al senso
di responsabilità per il bene comune. Questo «nuovo orientamento» va inteso nello stesso senso che il beato Giovanni
Paolo II attribuiva alla «nuova evangelizzazione». Essa, affermava il papa, non significa inventare qualcosa che non
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esisteva prima, ma piuttosto rifare il tessuto cristiano della
società umana con metodo nuovo: «Nuovo nel suo ardore,
nei suoi metodi e nella sua espressione» (Allocuzione all’Assemblea del CELAM a Port-au-Prince, Haiti, 9.3.1983).
Lo spirito del Giubileo esalta questa «novità» ma non si
pone in alternativa alla pastorale ordinaria che, talvolta, può
ridursi a una statica gestione dell’esistente. Occorre non farsi
mancare il coraggio della novità e uscire il più possibile da
una pastorale di routine. Insomma: una pastorale con spirito
nuovo, più vicina alla vita delle persone, meno affannata e
complessa, meno dispersiva e più unitaria.
Se il cammino giubilare ha reso più vigile il nostro
sguardo e più attenti i nostri cuori ai bisogni della diocesi e
dei nostri fratelli e sorelle, negli anni che seguono non dobbiamo disperdere o sciupare tutto ciò che è venuto da questo tempo di grazia, ma investirlo in una quotidianità da
vivere in modo nuovo. Ciò significa, come ho a volte ripetuto, che il «nuovo» non deve intendersi nella logica del
«fare di più», ma in quella del «fare meglio».
Non bisogna, cioè, immaginare un ulteriore carico di lavoro che gravi sulle spalle già oberate dei parroci e degli altri operatori pastorali. «Fare meglio» significa innanzitutto
«fare insieme» e dare un nuovo orientamento alle attività della
pastorale ordinaria per riqualificarla e rifinalizzarla su un
obiettivo comune e preciso.
Tale obiettivo è innanzitutto la riscoperta della verità
fondamentale che ci riguarda: la vocazione alla santità, che
comporta la ripresa di un’autentica vita spirituale, fondata
su una fede incarnata e vissuta secondo lo Spirito (cf. Gal
5,25). Se la santità è per tutti, essa è richiesta, in modo particolare, ai sacerdoti a causa dell’altissima missione che Cristo ha loro affidata.
Come pastore di questa santa Chiesa, esorto caldamente
tutti e, in particolare, i miei cari sacerdoti a impegnarsi con
tutte le energie a vivere una santità incarnata, come ci ha insegnato il concilio Vaticano II e come abbiamo potuto sperimentare in questo anno giubilare seguendo la tradizione di
quella «scuola di santità napoletana» rappresentata, ad
esempio, da san Tommaso d’Aquino, da sant’Alfonso M.
de’ Liguori, dal venerabile nostro predecessore, Sisto Riario
Sforza, da san Giuseppe Moscati, da san Gaetano Errico e,
come ha significativamente sottolineato papa Paolo VI, dal
beato Vincenzo Romano (Discorso della beatificazione,
17.11.1963): santità presbiterale che nasce, si forma e si realizza nel tempo e nei luoghi dove si vive e si opera.
Da questo fondamentale orientamento, scaturisce la necessità della «conversione pastorale», che richiede di passare da una pastorale di conservazione a una pastorale di
missione permanente, come ci esorta anche la Chiesa italiana (cf. EPISCOPATO ITALIANO, Comunicare il Vangelo in
mondo che cambia, n. 14; Regno-doc. 13,2001,441). Dobbiamo, cioè, uscire dalle nostre mura e andare nelle strade
per condividere le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini di oggi, soprattutto dei più poveri.
La pastoralità, infatti, non è un «modo di fare», ma è un
modo di sentire e, quindi, ha bisogno di un’anima. Senza
una conversione spirituale non si potrà mai parlare di una
vera conversione pastorale. Anche l’attivismo pastorale può
diventare fine a se stesso se non è supportato da una spiritualità che, rendendolo credibile, lo rende anche incisivo ed
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efficace: soltanto se il tralcio rimane nella vite è un tralcio
che vive, si fa fecondo e produce vita (cf. Gv 15,1ss).
Proprio questa è la splendida impostazione che del problema pastorale il beato Giovanni Paolo II ha offerto alla
Chiesa all’inizio del terzo millennio. Più volte ha ripetuto,
con singolare chiarezza, che la santità è l’elemento essenziale
e qualificante di ogni programmazione pastorale. Finito il
Giubileo, ricomincia il cammino ordinario; ma additare la
santità resta più che mai un’urgenza della pastorale (cf. Novo
millennio ineunte, n. 30).
I documenti della nostra Chiesa sono eloquenti perché
parlano innanzitutto attraverso le opere e, più ancora, perché in essi appare chiara l’impronta dell’inchiostro della nostra terra.
In tal modo sarà possibile porre in evidenza, nel concreto, la correlazione tra la vita del Vangelo e le particolari
esigenze di giustizia espresse dal nostro territorio. Non possiamo ignorare che la nostra terra è, oggi, attraversata da
un grido di ribellione che, senza spiragli di autentica speranza, rischia di diventare insorgenza civile. Una pastorale
davvero profetica non può orientare se stessa solo all’interno
del tempio. Il Giubileo, attraverso il simbolo della porta,
segna la strada. La porta va spalancata per indicare il cammino e proiettare le nostre comunità nel mare aperto del
territorio, ma anche per raccogliere i richiami che a essa
vengono dal vivo della realtà quotidiana. Se il nostro compito primario è evangelizzare, dobbiamo aver chiaro che il
nostro prossimo non può essere un’entità astratta: ci è chiesto di conoscerlo e di andarlo a cercare; di vedere dove e
come egli vive; di sapere delle sue speranze e dei suoi timori,
delle attese e delle inquietudini. Queste non devono essere
notizie da trasferire in qualche registro, ma ricchezze da investire per rendere la nostra Chiesa più radicata nel servizio
e nel territorio.
5. Nuovo volto di Chiesa
Davanti a questo impegno che ci attende, qual è l’immagine di Chiesa a cui dobbiamo riferirci? Credo che si possano delineare tre direttive principali: 1) il nuovo volto di
Chiesa, emerso dal concilio Vaticano II di cui, nel prossimo
ottobre, celebreremo il 50° anniversario dell’apertura; 2) gli
orientamenti dell’Episcopato italiano per il decennio 20102020: Educare alla vita buona del Vangelo; 3) il piano pastorale diocesano, con la triplice esortazione di comunicare,
educare e vivere la fede.
1) Sempre più il concilio Vaticano II si conferma come la
«grande grazia di cui la Chiesa ha beneficiato nel XX secolo»
(Novo millennio ineunte, n. 57; EV 20/117). Il nostro Giubileo ha cercato di far rivivere l’immagine conciliare della
Chiesa come popolo santo di Dio. «Proprio seguendo l’ammaestramento del Concilio – ho affermato nel citato plenum
diocesano del 28 giugno scorso – non dobbiamo dimenticare
che esiste un naturale rapporto e una vicendevole chiarificazione tra cristologia, ecclesiologia e antropologia: la Chiesa,
popolo di Dio, assume il modello del Cristo incarnato come
espressione della sua natura di Chiesa missionaria e serva del
Vangelo e, per ciò stesso, al servizio dell’uomo e di tutti gli
uomini». L’immagine di Chiesa missionaria ci indica la trac-
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RINO COZZA
cia per la Chiesa del terzo millennio che, interrogandosi sulla
ricezione del Concilio, può accorgersi come, «a mano a mano
che passano gli anni, i testi conciliari non perdono il loro
smalto, né il loro valore» (ivi).
« È sempre più necessario – come si legge nella Novo
millennio ineunte – che essi vengano letti in maniera appropriata, che vengano conosciuti e assimilati come testi
qualificanti e normativi del magistero, all’interno della tradizione della Chiesa» (ivi).
2) Gli «orientamenti» dell’episcopato italiano puntano
sugli aspetti educativi e formativi della comunità e rappresentano, quindi, un punto di riferimento irrinunciabile per
una pastorale capace di promuovere la responsabilità primaria della comunità cristiana. Un’attenzione specifica, a
questo riguardo, andrà rivolta alla reciprocità tra famiglia,
comunità ecclesiale e scuola, i luoghi più significativi per stabilire una feconda alleanza educativa.
3) L’orizzonte più vicino e immediato, nel quale la traduzione del «Giubileo-evento» è chiamata a saldarsi con la
pastoralità ordinaria, riguarda la dimensione diocesana.
Qui il nostro sguardo, alla luce della santità-spiritualità del
popolo di Dio e della conversione pastorale, deve diventare, in un certo senso, più attento poiché si tratta di vedere dentro noi stessi; di verificare i nostri programmi e
vagliare i nostri propositi. Più di tutto, siamo chiamati a
renderci conto di quanto, e in che modo, lo «spirito» del
Giubileo-evento ha già inciso sulla realtà quotidiana e
come potrà guidarci nel percorso prossimo futuro. In
primo luogo, è necessario consolidare il cammino, già avviato, per una Chiesa di comunione e di partecipazione.
Se «per fare meglio», dobbiamo «fare insieme», allora la
comunione deve realizzarsi, anzitutto, tra i presbiteri nelle
forme del presbiterio locale, condividendo esperienze di
vita comune e di lavoro pastorale tra parrocchie vicine. È
necessario promuovere, inoltre, la vita di comunione con i
religiosi e le religiose i quali, grazie al loro specifico carisma, potranno apportare all’interno di ogni parrocchia e
decanato – dove sono presenti – il loro prezioso contributo.
Una comunione che va estesa anche ai diaconi permanenti
e ai fedeli laici, il cui impegno è assolutamente indispensabile per costruire la comunità ecclesiale.
Per realizzare una autentica spiritualità di comunione,
invito soprattutto i cari sacerdoti e diaconi a porre un’assidua attenzione alla formazione permanente nei modi e nei
tempi che saranno indicati.
Una pastorale «incarnata» richiede anche una catechesi
«incarnata». Già nel piano pastorale ci eravamo impegnati
a presentare linee per l’inculturazione della catechesi nella
realtà napoletana. L’Ufficio catechistico diocesano ha elaborato alcuni sussidi, che possono essere utilizzati soprattutto nelle catechesi parrocchiali.
Icona del Giubileo, poi, è stata la grande tela del Caravaggio, che raffigura le sette opere di misericordia, le quali
ci hanno guidati sulla strada di una carità operosa, che deve
caratterizzare il nostro agire. La nostra Chiesa vuole continuare a testimoniare la carità di Cristo attraverso la Caritas
parrocchiale, decanale e diocesana, nelle forme richieste, secondo quella nuova «fantasia della carità», di cui ci ha parlato il beato Giovanni Paolo II.
Inoltre, niente è più vivo, nello spirito del Giubileo, del
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Voglia di vita
evangelica
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a vita consacrata fatica a pensarsi e
proporsi in modo nuovo, soprattutto
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C
hiesa in Italia
richiamo al ministero della riconciliazione e del perdono.
Esorto, perciò, tutti ad accostarsi al sacramento che riconduce ogni penitente nelle braccia misericordiose del Signore.
6. «Gratuitamente avete ricevuto,
gratuitamente date»
Il Giubileo è stato caratterizzato dal richiamo alle opere di misericordia. Tradurre lo spirito del Giubileo nella pastorale ordinaria significa anche, soprattutto per i sacerdoti, vivere uno stile di povertà come i discepoli del maestro, i
quali hanno lasciato tutto per seguirlo. È necessario testimoniare chiaramente che solo in Cristo noi poniamo la nostra fiducia e speranza; solo per lui noi spendiamo la nostra
vita. Non dobbiamo vivere l’affanno della ricerca di altre garanzie, perché è lui la nostra eredità; facciamo della nostra
vita un dono, disposti a essere poveri come il Signore volle
essere.
La vita, specialmente del presbiterio, sia perciò sobria ed
esemplare così da non scandalizzare i poveri e ricordare ai
ricchi le loro responsabilità, qualora se ne dimenticassero,
nei riguardi dei poveri.
Il ministero ordinato esige anche che noi per primi pratichiamo giustizia e trasparenza nella gestione dei beni della
Chiesa, trattandoli non come patrimonio personale ma, appunto, come beni dei quali dobbiamo rendere conto a Dio
e ai fratelli, soprattutto ai più poveri.
In tale contesto, e in un clima di reale e convinta fraternità sacerdotale, sento, come pastore che presiede la comunione, di indicare alcune realizzazioni concrete in grado di
aiutare tutta la Chiesa locale a percorrere un nuovo cammino pastorale.
Un primo passo riguarda l’istituzione di un fondo di solidarietà tra le parrocchie.
«Non si tratta infatti di mettere in difficoltà voi per sollevare gli altri, ma che vi sia uguaglianza» (2Cor 8,13).
Per testimoniare, per esempio, una reale e convinta comunione, le parrocchie più grandi e più ricche si potrebbero
fare carico di quelle più piccole e più povere attraverso una
forma di gemellaggio tra parrocchie. Inoltre, considerando che
viviamo tutti la difficile congiuntura economica che tocca l’intero paese, e che la crisi non si ferma alle porte delle parrocchie, al punto che alcuni parroci sono costretti a chiedere prestiti alle banche, come segno di uno stile nuovo scaturito dal
Giubileo, propongo l’istituzione di un fondo diocesano di solidarietà tra le parrocchie con il concorso di partecipazione di
quote della diocesi destinato al finanziamento di piccoli progetti parrocchiali: una sorta di microcredito che non preveda
erogazioni a fondo perduto, ma un responsabile piano di
rimborso, senza alcun interesse. È chiaro che questa iniziativa
non ha alcuna pretesa di poter risolvere tutti i problemi finanziari di una parrocchia, ma può rappresentare un respiro
di fronte alle piccole urgenze che talvolta ostacolano seriamente le attività delle comunità parrocchiali.
Un’altra iniziativa riguarda la liberalizzazione delle offerte.
«Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt
10,8). «Qual è, dunque la mia ricompensa? Quella di annunciare gratuitamente il Vangelo senza usare del diritto
conferitomi dal Vangelo» (1Cor 9,18).
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Poiché la comunità ecclesiale è mistero di comunione e
di condivisione fraterna, sempre nello spirito del Giubileo che
abbiamo celebrato, chiedo che le offerte date dai fedeli nelle varie occasioni, anche e soprattutto per la celebrazione dei
sacramenti, siano caratterizzate da spirito di liberalità e di
spontaneità, come già avviene in molte parrocchie. Sono certo che questo «segno giubilare» avrà un forte impatto nell’attività pastorale perché aiuterà a correggere il sospetto di alcuni,
secondo i quali anche i sacramenti «si comprano». Che nessuno esca dalle nostre chiese con la sensazione di aver comprato un beneficio che il Signore elargisce secondo la ricchezza
del suo cuore! A tutti dobbiamo offrire il volto di una Chiesa
animata dal solo desiderio di servire, senza nulla pretendere.
Ciò, tuttavia, non esime dal dovere di educare i fedeli
alla responsabilità di sovvenire alle necessità della parrocchia, affinché essa possa disporre di quanto è necessario per
il culto divino, per le opere di apostolato e per il sostentamento dei ministri.
Sono certo che la divina Provvidenza ci donerà copiosi
e abbondanti frutti.
7. Lo Spirito ha preso per sé
l’evento giubilare
Abbiamo vissuto un anno straordinario. Lo Spirito ha
davvero preso per sé l’evento e ci troviamo oggi a rallegrarci
dei suoi « aiuti insperati».
Le porte del Giubileo si sono aperte al passaggio dei nostri pellegrinaggi, ma l’immagine più vera è forse quella di
una Chiesa che ha spalancato le sue porte e si è riversata
nelle strade per essere più vicina alla sua gente.
In quest’anno giubilare sono state sperimentate tante iniziative, che hanno messo insieme le forze della città e della
diocesi, suscitando molteplici attese. La Chiesa ha chiamato
a raccolta gli uomini e le donne di buona volontà coinvolgendo tutti i settori della comunità civile. Così, ad esempio,
le università e le scuole hanno aperto le loro porte, i dirigenti scolastici e i docenti hanno risposto all’offerta di dialogo per la formazione delle nuove generazioni. Gli ospedali
e il mondo della medicina, gli operatori della giustizia e della
legalità, il mondo operaio e quello della imprenditoria, gli
uomini del mare e dell’informazione: tutti hanno risposto
con entusiasmo e convinzione alla chiamata della Chiesa
verso un nuovo impegno per il bene comune. Di questa mobilitazione non intendiamo solo rallegrarci: abbiamo ora il
dovere di dare continuità e non mettere il punto a un discorso che può portare lontano.
Un segno di credibilità è che tutto inizi a partire da noi
stessi come Chiesa di Napoli. È necessario, perciò, che questo «spirito giubilare» continui e si realizzi tra tutto il popolo
di Dio e, in particolare, nelle parrocchie e nei decanati. Per
questo ogni decanato e parrocchia potrà individuare, secondo la specificità del proprio territorio, il modo per «tradurre» le iniziative già realizzate a livello diocesano. Si tratta,
cioè, di trasferire, nel modo più adeguato, lo «spirito del
Giubileo» tra le case e le strade del proprio territorio parrocchiale e decanale, coinvolgendo tutte le strutture che vi
sono presenti come, ad esempio, scuole, ospedali, istituti
educativi, associazioni sportive e del tempo libero. Nella
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continuità del Giubileo, pertanto, nessun luogo della città
deve sentirsi estraneo di fronte a un evento che, seppure formalmente concluso, non può coniugarsi con i verbi al passato.
A tale riguardo, non mancherà, attraverso gli uffici della
curia, un opportuno sostegno alle iniziative che nascono nei
decanati e nelle parrocchie, valorizzando ulteriormente
quelle già sperimentate come, ad esempio, il dialogo ecumenico e interreligioso, gli incontri con le associazioni di categoria, il confronto con gli operatori della scuola e del
mondo del lavoro. Gli uffici, quindi, devono essere concepiti
più come una risorsa a sostegno della pastorale che come
una funzione aggiuntiva che richiede impegni ai decanati e
alle parrocchie.
Particolarmente importante appare, poi, il coinvolgimento e la valorizzazione dei religiosi, delle associazioni e
dei movimenti ecclesiali, eventualmente presenti nelle parrocchie e nei decanati, ai quali vanno affidati compiti mirati, secondo il loro specifico carisma.
8. Porre la tenda dove la gente vive
La Chiesa di Napoli non può che porre la sua tenda là
dove la sua gente vive e soffre, ama e spera. Il Cristo, che si
è fatto uomo ed è venuto a farsi servo dell’umanità, è la
strada della missione che dobbiamo percorrere.
È il Signore stesso a insegnarci che incontriamo personalmente lui nel servizio che offriamo ai fratelli: «Ho avuto
fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete
dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi
avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete
venuti a trovarmi» (Mt 25,35-36).
Col Giubileo, ci siamo così avvicinati di più alle case
della nostra gente, con fiducia certo, ma anche con il timore
di invadere campi che non sono nostri, ma che ugualmente
ci appartengono perché riguardano da vicino la vita dei nostri fratelli, delle loro famiglie, dei giovani, dei padri e delle
madri che stentano sempre più ad assicurare il pane quotidiano per il lavoro che viene a mancare, per un precariato
che impedisce di guardare avanti con la necessaria serenità.
Le ristrettezze che ogni famiglia vive segnano, per prime
e in misura maggiore, il corso dei diversi affluenti che vanno
a ingrossare il mare magnum di una crisi sociale ed economica con pochi precedenti.
9. Il nostro amore è cresciuto
Vedere ancora più da vicino le sofferenze, condividere
ancora più a fondo le attese e le angosce della nostra gente,
toccare con mano e con cuore le mille piaghe di questa nostra bella e amata città ha fatto crescere il nostro amore.
Lungo il cammino abbiamo scoperto una città che diventa lo specchio di noi stessi, dei nostri limiti, delle nostre
carenze, dei nostri ritardi: per tutto questo chiediamo perdono! Allo stesso tempo, la città ci ha aiutati a trasmettere e
a far vivere anche le speranze che ci appartengono, le attese, i nostri slanci generosi, la nostra volontà di impegnarci
ad aiutarla.
Abbiamo visto che la città vive di noi. Essa non si identifica soltanto nelle sue pietre, nei suoi palazzi importanti,
nelle sue vie e nelle piazze e neppure nei suoi monumenti
più illustri. Siamo noi, ognuno di noi, le tessere del mosaico
che compongono, anche oggi, il volto della sua storia.
Per chi la vive a fondo, la città è la casa comune con i
quartieri che, allo sguardo familiare e consueto, diventano –
dopo il nucleo familiare – il perimetro della più prossima
comunità sociale.
10. Che cosa sarebbe Napoli senza speranza?
Napoli è un capolavoro che Dio ha posto nelle mani dell’uomo. Neppure l’incuria più colpevole e ostinata può mai
riuscire a cancellare i segni di una bellezza che per Napoli
è come una seconda pelle, e forse ancora più: una seconda
vita. In realtà, Napoli non lascia a nessuno, neppure nei momenti più tragici e rovinosi, l’ultima parola: tiene per sé una
risorsa che sembrerebbe «inventata» proprio a misura della
sua tormentata storia.
Che sarebbe Napoli senza speranza?
Non sarebbe più Napoli, ma forse neppure la speranza
continuerebbe a essere se stessa se, a un tratto, dai suoi orizzonti venisse a mancare questa porzione di territorio.
Con il Giubileo, la Chiesa di Napoli ha voluto rinvigorire e dare il giusto senso a quella speranza della quale la
città, e ognuno dei suoi abitanti, non può fare a meno.
Abbiamo attraversato le porte della città nel segno del
pellegrinaggio, perché la speranza, che viene da Cristo, fosse
lanterna ai nostri passi. Al termine di questo percorso, come
di ogni cammino in suo nome, non è possibile tracciare un
bilancio, tanto vaste, insondabili e misteriose sono le «strade
del Signore». Ma possiamo certo dire che niente sarà come
prima, perché il Giubileo è andato a bussare alla porta di
coscienze assopite ed è stato un richiamo – anche forte –
contro l’individualismo e l’indifferenza.
A questo richiamo, molti hanno risposto con coraggio e
generosità facendosi parte attiva e responsabile di un riscatto
sociale ed etico della nostra città. Possiamo dire che il Giubileo ci ha insegnato un modo nuovo di essere nel mondo, di
parlare al cuore della nostra gente, ricca di calore, generosità ed entusiasmo, ma anche di grande fede, nonostante i
segni di una secolarizzazione che avanza.
Mentre chiudiamo il Giubileo, siamo convinti che il suo
impulso continuerà per richiamare non solo la Chiesa, ma
tutti gli uomini e le donne di buona volontà a camminare insieme nella certezza che, con il contributo di tutti, riusciremo a far risplendere il volto bello e luminoso di questa
terra benedetta da Dio.
Ci accompagni la materna protezione di san Gennaro,
nostro patrono, e della beata Vergine Maria, madre e regina
di Napoli, che da sempre hanno mostrato una particolare
predilezione per tutti noi.
Dio benedica tutti e ‘A Maronna c’accumpagna!
Napoli, dalla sede arcivescovile, 8 dicembre 2011, solennità dell’Immacolata concezione.
CRESCENZIO card. SEPE
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S
tudi e commenti |
LITURGIA
Il nuovo Messale
inglese
N
Nicholas King sulla nuova traduzione
inglese delle quattro Preghiere
eucaristiche del Messale
La nuova traduzione del Messale romano è già in uso dallo scorso novembre nei paesi di lingua inglese, dopo
una contrastata elaborazione e non
poche resistenze da parte di numerosi vescovi e teologi, contrari soprattutto
a quelle scelte che hanno privilegiato
un’aderenza formale e rigida all’originale latino, a scapito della comprensibilità e della scorrevolezza. Sedatesi ormai le polemiche e avviatasi
la fase della recezione dal parte delle
assemblee liturgiche, il biblista gesuita Nicholas King – docente di greco e di
Nuovo Testamento all’Università di
Oxford – coglie questo «momento propizio per fare il punto della situazione,
sine ira et studio, e tentare una valutazione di alcune delle implicazioni,
specialmente in riferimento all’importantissimo canone della messa».
Concludendo che «la nuova versione,
anche presa in sé, non è riuscitissima,
ma la possiamo comunque assolvere
dall’accusa di essere un tentativo sistematico di vanificare i passi avanti
per la Chiesa compiuti dallo Spirito Santo nel concilio Vaticano II». Con qualche suggerimento per una futura revisione.
«The new English Missal: a user’s guide. Lost,
and found, in translation», in The Tablet
19.11.2011, supplemento; nostra traduzione dall’inglese. Cf. Regno-att. 20,2011,654.
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essuna traduzione è perfetta. Quando poi il testo
da tradurre è molto amato, come la messa che
abbiamo avuto in inglese per quasi quarant’anni
ormai, il dispiacere è inevitabile; ricordiamoci
però che i traduttori non si alzano al mattino
chiedendosi: «Chi posso fare inquietare oggi?».
Piuttosto, l’inquietudine che si è diffusa è l’altra faccia del
grande dono che è stato per noi la liturgia in lingua corrente dal
1973, e della flessibilità che ha offerto all’articolazione liturgica. Infatti essa si è prestata bene alle occasioni solenni, come
alle messe di chi ha difficoltà di apprendimento, come alle celebrazioni informali con gli accademici di Oxbridge (un modo
per indicare il mondo accademico, unendo i nomi delle famose
università di Oxford e Cambridge; ndt).
La nuova traduzione è in uso già da diverse settimane, e vi
sono state reazioni diverse, forse perlopiù di dispiacere. Può essere questo un momento propizio per fare il punto della situazione, sine ira et studio, e tentare una valutazione di alcune
delle implicazioni, specialmente in riferimento all’importantissimo canone della messa.
Durante le scorse settimane ho potuto osservare in tre nazioni anglofone i celebranti che lottavano con il testo, come ho
fatto io stesso. Devo dire che finora ho visto solo un prete riuscire ad arrivare alla fine della preghiera eucaristica senza inciampare.
Non è chiaro ciò che se ne può dedurre; da un certo punto
di vista può essere semplicemente che i traduttori non hanno
fatto quanto fecero i gruppi di studiosi che ci hanno dato la traduzione della Bibbia del re Giacomo, ossia leggere il testo ad
alta voce prima di stamparlo. Come dicevo, nessuna traduzione è perfetta, ma questo può essere tenuto presente quando
la presente traduzione verrà rivista. Mi sembra di notare che
le difficoltà si presentino specialmente per i celebranti la cui
lingua madre non è l’inglese.
Tuttavia prima di esaminare le preghiere eucaristiche e sottolineare le difficoltà del lavoro dei traduttori, vorrei indicare
due caratteristiche della nuova traduzione, una all’inizio (e in
diversi altri punti della messa) e una alla fine.
La prima, di cui tanto si è parlato, è che quando il celebrante dice, ad esempio, «The Lord be with you», «Il Signore sia
con voi», la risposta dell’assemblea è ora «And with your spirit»,
«E con il tuo spirito». Sostengono questa traduzione due valide
ragioni, e una ragione che non è valida affatto. È assolutamente
valido far notare, primo, che essa coglie esattamente il latino e,
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secondo, che (per quanto ne so) è la traduzione adottata in ogni
altra parte del mondo, così che anche lo zulu, che normalmente segue la traduzione inglese molto da vicino, ha ibe nomoya wakho futhi («che sia anche con il tuo spirito»).
Una ragione molto meno felice portata talvolta a favore
della nuova traduzione è che essa ascrive al sacerdote qualche
tipo di superiorità ontologica, così che siamo invitati a rivolgerci non a lui, ma al suo «spirito». Questo sembrerebbe vanificare alcune delle più importanti conquiste del concilio
Vaticano II.
La seconda caratteristica è il congedo alla fine della messa.
Il latino, come tutti sanno, dice «Ite missa est». Così com’è, è
intraducibile. Letteralmente significa «Andate – è stata mandata». Esiste su questo un’infinità di studi, e le opinioni sono
divise sull’origine dell’espressione, che chiaramente si riferisce
sia al fatto di condurre a termine la celebrazione eucaristica,
sia al fatto di affidare una missione («inviare») al popolo di
Dio.
Nel VI secolo la parola missa era ormai arrivata a indicare
chiaramente la «messa» nel senso odierno; ed ecco che oggi
utilizziamo parole come «messale» per il libro in cui sono raccolti i testi della messa in tutte le principali lingue del mondo.
Tuttavia, la cognizione del viaggio che ha compiuto nella
storia la parola missa per giungere a quel punto probabilmente
è irrimediabilmente andata perduta. Così, quando la nostra
nuova traduzione offre alternative differenti, ossia «Go forth,
the Mass is ended», «Andate, la messa è finita», oppure «Go
and announce the Gospel of the Lord», «Andate e annunciate il
Vangelo del Signore», oppure «Go in peace, glorifying the Lord
by your life», «Andate in pace, glorificando il Signore con la vostra vita», si tratta di mandati ineccepibili, affidati a noi che
dalla messa usciamo nel mondo del lunedì. Ma sono traduzioni? Sollevo la questione soltanto per far notare la difficoltà
di compiere il lavoro di traduzione.
Lo stesso vale per le preghiere eucaristiche; e qui propongo
semplicemente di esaminare alcuni elementi dei quattro canoni principali della messa (naturalmente abbiamo almeno
altre otto possibilità) e sottolineare alcune delle sfide poste all’arte della traduzione.
Tabella 1 - Preghiera eucaristica I
Versione del 1973
Versione del 1973
(inglese)
(traduzione)
We come to you, Father,
with praise and
thanksgiving, through
Jesus Christ your Son…
Tabella 2
Versione del 1973
(inglese)
... watch over it, Lord,
and guide it: grant it
peace and unity
throughout the world ...
for all who hold and
teach the Catholic faith
that comes to us from
the apostles.
Veniamo a te,
Padre, con lode e
rendimento di grazie, per
Gesù Cristo tuo Figlio...
La Preghiera eucaristica I
Una bella caratteristica della nuova versione (tabella 1) è
che echeggia il risalto dato dal testo latino a colui al quale si rivolge, ossia il «Padre»; e «we make humble prayer and petition»,
«leviamo umile preghiera e supplica», è più vicino all’originale.
Riesce anche abbastanza bene a cogliere i due verbi, rogamus
ac petimus (una ripetizione, va detto, che non aggiunge molto
al senso), per mezzo di due sostantivi, «prayer and petition»,
«preghiera e supplica».
Ovviamente ciò ha un costo, e infatti il testo che ne risulta
è molto più difficile da pronunciare della versione 1973, specialmente per un celebrante che parli in una seconda o terza
lingua. E a questa versione non riesce di collocare «through
Christ, your son, our Lord» «per Cristo, tuo Figlio, nostro Signore» immediatamente dopo l’indirizzo al Padre, a cui invece
si riferisce (e qui è fatto divieto ai lettori più maturi di ricordare
la storiella popolare negli anni Cinquanta su quel prete con
scarsa padronanza del latino il quale, alla richiesta del suo ordinario di tradurre il Canone romano ad alta voce, prese un bel
respiro e cominciò: «You, therefore, Father of Clement...» «Tu
dunque, Padre di Clemente...»).
Di nuovo (tabella 2), la versione del 1973 è facile da pronunciare, ma anche la nuova versione esce di bocca abbastanza
agevolmente, e «guard, unite and govern», «proteggerla, unirla
e governarla», rende molto bene il fascino della preghiera latina. Se invece la nuova traduzione non ha reso toto orbe terrarum, con il suo richiamo alla Roma imperiale, sfido chiunque
a fare di meglio. Incontreremo spesso «be pleased», «compiàciti» per tradurre digneris; col grazioso richiamo alle prime parole di Estella a Pip in Grandi speranze («be pleased to step this
way»), anche se forse non è questo che aveva in mente il traduttore.
La conclusione della preghiera non funziona molto bene.
La versione latina conserva, senza tradurla, una parola greca
(orthodoxis, che significa qualcosa come «retto pensiero»), che
in inglese è diventata «those who hold to the truth», «coloro che
si attengono alla verità» e, in maniera non del tutto soddisfa-
Versione latina
Te igitur, clementissime
Pater Per Iesum
Christum, Filium tuum,
Dominum nostrum,
supplices rogamus ac
petimus...
Versione del 1973
(traduzione)
Versione latina
... veglia su di essa,
Signore, e guidala:
assicurale pace e unità in
tutto il mondo... per tutti
quelli che abbracciano e
insegnano la fede
cattolica che ci viene
dagli apostoli.
... quam
[sc. Ecclesiam] pacificare,
adunare et regere
digneris toto orbe
terrarum... et omnibus
orthodoxis atque
catholicae et apostolicae
fidei cultoribus.
Nuova versione
(inglese)
Nuova versione
(traduzione)
To you, therefore, most
merciful Father, we make
humble prayer and
petition through Jesus
Christ, your Son, our Lord
...
A te, dunque,
clementissimo Padre,
leviamo umile preghiera e
supplica per Gesù Cristo,
tuo Figlio, nostro
Signore...
Nuova versione
(inglese)
Nuova versione
(traduzione)
... Be pleased to grant her
peace, to guard, unite
and govern her
throughout the whole
world ... and all those
who, holding to the
truth, hand on the
catholic and apostolic
faith.
... Compiàciti
di assicurarle pace,
di proteggerla, unirla
e governarla
nel mondo intero...
e tutti coloro che,
attenendosi alla verità,
trasmettono la fede
cattolica e apostolica.
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tudi e commenti
Tabella 3
Versione del 1973
(inglese)
Remember all of us
gathered here before you ...
we pray to you for our
well-being and
redemption.
Versione del 1973
(traduzione)
Ricorda tutti noi riuniti qui
davanti
a te... ti preghiamo per il
benessere e la redenzione
nostri.
Tabella 4
Versione del 1973
(inglese)
Versione del 1973
(traduzione)
Giuseppe suo marito.
Joseph her husband.
Tabella 5
Versione del 1973
(inglese)
Versione del 1973
(traduzione)
Versione latina
[memento] omnium
circumstantium... pro spe
salutis et incolumitatis
suae.
Versione latina
Sed et beati Joseph,
eiusdem Virginis sponsi.
Versione latina
Nuova versione
(traduzione)
... all gathered here ... in
hope of health and wellbeing, and paying their
homage to you.
... tutti riuniti qui... nella
speranza di salute e
benessere, e rendendo a
te il loro omaggio.
Nuova versione
(inglese)
Nuova versione
(traduzione)
blessed Joseph her spouse.
Nuova versione
(inglese)
il beato Giuseppe suo
sposo.
Nuova versione
(traduzione)
... accept this offering from
your whole family ...
... accetta questa offerta
dalla tua intera famiglia...
... Hanc igitur oblationem
servitutis nostrae...
quaesumus ut placatus
accipias...
... graciously accept this
oblation of our service
... benevolmente accetta
questa oblazione del nostro
servizio
... count us among those
you have chosen.
... annoveraci fra coloro che
hai scelto.
et in electorum tuorum
iubeas grege numerari.
... and command that we be
... counted among the flock
of those you have chosen.
... e comanda che siamo...
contati nel gregge di coloro
che hai scelto.
Nuova versione
(inglese)
Nuova versione
(traduzione)
Tabella 6
Versione del 1973
(inglese)
Bless and approve our
offering; make it
acceptable to you, an
offering in spirit and in
truth.
Versione del 1973
(traduzione)
Benedici e approva la nostra
offerta; rendila accettabile
a te, un’offerta in spirito
e in verità.
Versione latina
Quam oblationem tu, Deus,
in omnibus, quaesumus,
benedictam, adscriptam,
ratam, rationabilem
acceptabilemque facere
digneris.
cente, la nuova versione offre «hand on», «trasmettono», per
cultoribus, che intendo come una metafora derivata dall’agricoltura, e dovrebbe quindi significare coloro che «make the Catholic and apostolic faith grow», «fanno crescere la fede cattolica
e apostolica».
È una particolarità interessante (e l’incontreremo anche
nella traduzione delle Preghiere eucaristiche II e IV) che il traduttore (tabella 3) abbia sorvolato sul chiaro accenno del latino
al fatto che il popolo di Dio sta in piedi attorno all’altare. È palese che la preferenza vada alla postura inginocchiata durante
la preghiera eucaristica, relativamente recente. La conclusione
della preghiera è forse un miglioramento rispetto al 1973, sebbene non mi convinca particolarmente «health and well-being»,
«salute e benessere», per salutis et incolumitatis.
Nella tabella 4 la nuova versione sembra quasi cercare la
pienezza del latino, affermando che Giuseppe è «blessed»,
«beato», e uno «spouse», «sposo», anziché un marito, ma (saggiamente, anche se non coerentemente) omette la ridondante
espressione «of the same Virgin», «della stessa Vergine».
È possibile che nella tabella 5 il latino voglia richiamare diakonia tes leitourgias da 2Cor 9,12, ed evidentemente nel 1973
i traduttori non seguirono questa direzione. Ma non è subito
chiaro che «oblation of our service», «oblazione del nostro servizio», dal suono non molto inglese, colga invece quell’eco scritturistica. Placatus non ha esattamente lo stesso significato di
«graciously», «benevolmente»; in realtà suggerisce l’idea ab-
172
Nuova versione
(inglese)
IL REGNO -
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Be pleased, o God, we pray,
to bless, acknowledge, and
approve this offering in
every respect; make it
spiritual and acceptable.
Compiàciti, o Dio, ti
preghiamo, di benedire,
riconoscere, e approvare
quest’offerta in ogni
aspetto; rendila spirituale e
accettabile.
bastanza allarmante di un Dio che ha bisogno di essere «appeased», «placato».
Possiamo sentirci sollevati dal fatto che i traduttori della
nuova versione abbiano fatto una scelta diversa, ma possiamo
anche chiederci se questa sia una traduzione nel vero senso
della parola. Al termine della preghiera, tuttavia, hanno fatto
un lavoro eccellente preservando l’immagine «pastorale» di
grege numerari, che la versione del 1973 non traduceva.
Il Quam oblationem (tabella 6) presenta un problema particolare, in quanto in latino è una frase unica, e l’inglese non padroneggia bene frasi di questo tipo. Inoltre nel tentativo di
riecheggiare Rm 12,1 il latino inanella una serie di non meno
di cinque aggettivi, cosa davvero troppo pesante per l’inglese.
I traduttori della nuova versione hanno qui mostrato attenzione alla «lingua dei destinatari» mutando tre degli aggettivi
in verbi («bless, acknowledge, approve», «benedire, riconoscere,
approvare») e conservandone due. Lascio ad altri decidere se
ciò rispetti o meno i criteri della Liturgiam authenticam.
Vediamo ora (tabella 7) le parole dell’istituzione, che sono
all’incirca le stesse in tutte e quattro le preghiere eucaristiche,
così che non vi sarà bisogno di ritornarvi nella seconda parte
dell’articolo.
La nuova versione ha colto la forza del congiuntivo imperfetto pateretur con «was to suffer», «avrebbe dovuto soffrire».
Ha inoltre conservato il latino sanctas ac venerabiles come «holy
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and venerable», «sante e venerabili», mentre la versione del
1973 semplicemente aveva «sacred hands», «sacre mani». Venerabilis è un latino relativamente tardo, e può significare sia
«worthy of veneration», «degne di venerazione», sia «showing
veneration», «che mostrano venerazione»; e sebbene l’inglese
non sopporti facilmente la moltiplicazione degli aggettivi, ritengo che in questo caso funzioni bene, in quanto siamo invitati a contemplare (e venerare) ciò che a quelle mani accadrà,
poche ore più tardi, il che è importante al fine di comprendere
appieno che cos’è l’eucaristia.
Nella riga successiva la nuova traduzione ha mantenuto il
sapore dell’ablativo assoluto latino con «with eyes raised to heaven», «con gli occhi levati al cielo», invece di «looking up»,
«guardando su», e in inglese rende molto bene, poiché fissa
l’attenzione sul gesto di Gesù. Nella riga seguente si potrebbe
obiettare che «o God», «o Dio», implica un vocativo, mentre
«Deum», «Dio» è invece all’inizio di un sintagma accusativo,
che si riferisce a te; ma chiaramente è quello che si potrebbe definire un «vocativo implicito», poiché è a Dio che ci si rivolge,
come evidenzia il pronome tibi.
Nella riga successiva la versione 1973 ha «gave you thanks
Tabella 7
Versione del 1973
(inglese)
Versione del 1973
(traduzione)
and praise», «ti rese grazie e lode», ma omette «benedisse», e
penso che benedixit sia reso bene nella nuova versione come
«said the blessing» «disse la benedizione», che evoca la liturgia
ebraica sottostante a ciò che sta avvenendo.
Entrambe le versioni inglesi poi inseriscono «the bread», «il
pane», dopo «broke», «spezzò», forse necessario per chiarezza,
sebbene non sia una traduzione in senso stretto. E la nuova
versione conserva il latino enim («for» «poiché»); può essere un
errore, in quanto enim è enclitico in latino (nella frase non può
venire per primo), mentre mettere «for» all’inizio della frase inglese distrae l’ascoltatore da «this is my body», «questo è il mio
corpo».
Vediamo ora (tabella 8) la preghiera sulla coppa.
Su questo naturalmente vi è molto da dire, e non vi è spazio per dire tutto. Innanzitutto, la nuova traduzione ha mantenuto Simili modo, omesso dalla versione 1973, conservando
il legame con il racconto dell’istituzione nella versione di Paolo,
lievemente diversa. Quindi viene la parola «chalice», «calice»,
in contrapposizione a «cup», «coppa», della versione 1973. È
ripetuta tre volte nella nuova versione, e solo due in latino, ma
la ripetizione può essere semplicemente perché, come nella
Versione latina
Nuova versione
(inglese)
Nuova versione
(traduzione)
The day before he suffered,
he took bread in his sacred
hands, and looking up to
heaven, to you, his almighty
Father, he gave you thanks
and praise.
Il giorno prima di soffrire
prese del pane nelle sue
sacre mani, e guardando su
al cielo, a te, suo
onnipotente Padre, ti rese
grazie e lode.
Qui pridie quam
paterentur, accepit panem,
in sanctas ac venerabiles
manus suas, et elevatis
oculis in caelum ad te
Deum Patrem suum
omnipotentem, tibi gratias
agens benedixit,
On the day before he was
to suffer, he took bread in
his holy and venerable
hands, and with eyes raised
to heaven to you, o God,
his almighty Father, giving
you thanks, he said the
blessing,
Nel giorno prima di quando
avrebbe dovuto soffrire,
prese del pane nelle sue
sante e venerabili mani, e
con gli occhi levati al cielo a
te, o Dio, suo onnipotente
Padre, rendendoti grazie,
disse la benedizione,
He broke the bread, gave it
to his disciples, and said:
Take this, all of you, and eat
it: this is my body which will
be given up for you.
Spezzò il pane, lo diede ai
suoi discepoli, e disse:
Prendete questo, tutti voi, e
mangiatelo: questo è il mio
corpo che sarà dato per voi.
fregit, deditque discipulis
suis, dicens: Accipite et
manducate ex hoc omnes:
hoc est enim corpus meum,
quod pro vobis tradetur.
broke the bread and gave it
to his disciples, saying: Take
this, all of you, and eat of it:
for this is my body, which
will be given up for you.
spezzò il pane e lo diede ai
suoi discepoli, dicendo:
Prendete questo, tutti voi, e
mangiatene: poiché questo
è il mio corpo, che sarà dato
per voi.
Versione del 1973
(traduzione)
Versione latina
Nuova versione
(inglese)
Nuova versione
(traduzione)
In a similar way, when
supper was ended, he took
this precious chalice in his
holy and venerable hands
In modo simile, quando la
cena fu terminata, egli prese
questo prezioso calice nelle
sue sante e venerabili mani
and once more giving you
thanks he said the blessing
and gave the chalice to his
disciples, saying:
e una volta ancora
rendendoti grazie disse la
benedizione e diede il calice
ai suoi discepoli, dicendo:
Tabella 8
Versione del 1973
(inglese)
When supper was ended,
he took the cup.
Quando la cena fu
terminata, egli prese la
coppa.
Again he gave you thanks
and praise, gave the cup to
his disciples, and said:
Di nuovo ti rese grazie e
lode, diede la coppa ai suoi
discepoli, e disse:
Simili modo, postquam
coenatum est, accipiens et
hunc praeclarum calicem in
sanctas ac venerabiles
manus suas,
item tibi gratias agens
benedixit, deditque
discipulis suis, dicens:
Take this all of you and
drink from it: this is the cup
of my blood,
Prendete questa tutti voi e
bevete da essa: questa è la
coppa del mio sangue,
Accipite et bibite ex eo
omnes:hic est enim calix
sanguinis mei,
Take this, all of you, and
drink from it: for this is the
chalice of my blood,
Prendete questo, tutti voi, e
bevete da esso: poiché
questo è il calice del mio
sangue,
the blood of the new and
everlasting covenant.
il sangue del nuovo e
perenne patto.
novi et aeterni testamenti,
the blood of the new and
eternal covenant
il sangue del nuovo ed
eterno patto
It will be shed for you and
for all so that sins may be
forgiven.
Sarà sparso per voi e per
tutti così che i peccati
possano essere perdonati.
qui pro vobis et pro multis
effundetur in remissionem
peccatorum.
which will be poured out
for you and for many for
the forgiveness of sins.
che sarà versato per voi e
per molti per il perdono dei
peccati.
Do this in memory of me.
Fate questo in memoria
di me.
Hoc facite in meam
commemorationem.
Do this in memory of me.
Fate questo in memoria
di me.
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tudi e commenti
Tabella 9
Versione del 1973
(inglese)
Versione del 1973
(traduzione)
Versione latina
Nuova versione
(inglese)
Nuova versione
(traduzione)
Father, we celebrate the
memory of Christ your
Son. We, your people and
your ministers, recall his
passion, his resurrection
from the dead, and his
ascension into glory; and
from the many gifts you
have given us we offer to
you, God of glory and
majesty,
Padre, noi celebriamo la
memoria di Cristo tuo
Figlio. Noi, tuo popolo e
tuoi ministri, rievochiamo
la sua passione, la sua
risurrezione dai morti, e la
sua ascensione nella gloria;
e fra i molti doni che ci hai
dato noi offriamo a te, Dio
di gloria e maestà,
Unde et memores, Domine,
nos servi tui, sed et plebs
tua sancta, eiusdem Christi
filii Tui, Domini nostri, tam
beatae passionis, necnon
et ab inferis resurrectionis,
sed et in caelos gloriosae
ascensionis offerimus
praeclarae maiestati tuae
de tuis donis ac datis
Therefore, o Lord,
as we celebrate the
memorial of the blessed
passion, the resurrection
from the dead, and the
glorious ascension into
heaven of Christ, your Son,
our Lord, we, your servants
and your holy people offer
to your glorious majesty
from the gifts you have
given us
Quindi, o Signore, mentre
noi celebriamo il memoriale
della beata passione, della
resurrezione dai morti, e
della gloriosa ascensione al
cielo di Cristo, tuo Figlio,
nostro Signore, noi, tuoi
servi e tuo popolo santo
offriamo alla tua gloriosa
maestà fra i doni che ci hai
dato
this holy and perfect
sacrifice,
questo santo e perfetto
sacrificio,
hostiam puram, hostiam
sanctam, hostiam
immaculatam,
this pure victim this
spotless victim
questa pura vittima, questa
vittima immacolata
the bread of life and the
cup of eternal salvation.
il pane della vita e la coppa
dell’eterna salvezza.
panem sanctum vitae
aeternae et calicem salutis
perpetuae.
the holy bread of eternal
life and the chalice of
everlasting salvation.
il pane santo della vita
eterna e il calice della
perenne salvezza.
preghiera sul pane, l’inglese ha bisogno di un complemento
oggetto per «gave», «diede».
Cosa dire del termine «chalice»? Da quello che capisco, si
ritiene che esso abbia un tono più adeguatamente solenne, e
certamente alza di qualche gradino il livello della narrazione.
Ma l’innalzamento potrebbe anche essere un po’ artificioso,
poiché calix è una latinizzazione della parola greca kylix, che
indica soltanto una «tazza per bere» e prende un sapore nobile
solo quando entra nel francese antico. È mia opinione che qui
«cup», «coppa», colga meglio ciò che sta avvenendo durante
l’ultima cena, quando i Vangeli usano poterion, che senza dubbio è una «coppa» e non un «calice».
Entrambe le versioni inglesi mettono «the blood», «il sangue», prima di «the new and eternal covenant» «il nuovo ed
eterno patto», forse perché l’inglese richiede un qualche sostantivo a questo punto, ma chiaramente questa è più di una
semplice traduzione del latino. La parola «new», «nuovo»,
viene dalle narrazioni di Paolo e Luca; ma «eternal», «eterno»,
che è nel latino, non è in alcuno dei racconti scritturistici.
Vi è qui un’altra scelta della nuova versione che ha fatto
versare fiumi d’inchiostro: quella di tradurre pro multis come
«for many», «per molti», mentre la versione del 1973 ha «for
all» «per tutti». Ho sentito usare la parola «eresia» a questo
proposito, che ritengo sia decisamente troppo forte. Il fatto è
che in realtà multis significa «many», «molti»; la difficoltà si
pone se si considera ciò come un’implicazione che Gesù morì
solo per alcuni, e non per tutti. Evidentemente non è così a
mio modo di vedere; la lingua semitica sottostante il nostro
testo usa «many» «molti» per significare «un grandissimo numero, virtualmente tutti»; e nella seconda parte di questo articolo vedremo come i nostri traduttori certamente non credono
che Gesù morì solo per alcuni. Dovremmo tuttavia tenere in
considerazione l’ansietà che questa traduzione ha generato, e
nelle ultime settimane ho potuto osservare non pochi celebranti
che, sembra di proposito, hanno conservato la formula precedente.
Un’ultima cosa da dire qui è che le due versioni inglesi sono
d’accordo nel tradurre il latino in meam commemorationem
come «in memory of me», «in memoria di me». La frase latina
raccoglie ciò che Paolo dice in 1Cor 11,25, ma forse dovrebbe
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essere tradotta più precisamente come «remembrance», «rimembranza», o «reminder» «ricordo». La resa sarebbe anche
più fedele al latino.
Possiamo trattare abbastanza rapidamente il resto della
Preghiera eucaristica I (tabella 9).
Nell’Unde et memores, le due versioni inglesi partono simili:
«celebrate the memory/memorial», «celebriamo la memoria/memoriale», anche se la resa avrebbe potuto essere migliore usando «mindful», «memori». Esse affrontano tuttavia
in modo diverso le complessità della frase latina. La versione
del 1973 la spezza in due parti, il che si adatta meglio all’inglese; la nuova versione è più fedele al periodo latino e la conserva come unica frase, e naturalmente questo la rende più
difficile da pronunciare.
La nuova versione è anche più fedele nel legare la «memoria» direttamente alla passione, risurrezione e ascensione di
Gesù, sebbene, in accordo con il latino, l’ascensione sia descritta come gloriosa, mentre la risurrezione è «from the dead»,
«dai morti», invece del latino «dall’oltretomba», o anche «dagli
inferi»; lo vedremo di nuovo nella Preghiera eucaristica IV.
Successivamente la cosa si fa interessante: la nuova versione
è più vicina al latino con «glorious Ascension», «gloriosa ascensione», contro «Ascension into glory», «Ascensione nella gloria»; e nel prosieguo della frase conserva l’ordine del latino
(sebbene, come sempre, al prezzo di rendere l’inglese più difficile da pronunciare): il soggetto e il verbo principale sono tenuti
insieme («servants offer», «servi offriamo»), cosa che molti anni
fa a noi studenti veniva insegnato di evitare, traducendo il latino o il greco in inglese, ma forse la moda è cambiata.
Poi, quando la versione 1973 ha «we offer to you, God of
glory and majesty», «offriamo a te, Dio di gloria e maestà», la
nuova versione propone «offer to your glorious majesty» «offriamo alla tua gloriosa maestà», che è certamente più fedele
al latino. Le due versioni inglesi lottano entrambe con de tuis
donis ac datis («i tuoi regali e doni»?), unendo i concetti – con
quella del 1973 che si concede un’originalità aggiungendo
«many», «molti» – come «gifts you have given us», «doni che
ci hai dato», che non è esattamente ciò che dice il latino.
In seguito, i traduttori della nuova versione semplicemente
rinunciano al tentativo di seguire il latino poiché omettono (e
170-186:Layout 3
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li comprendiamo) hostiam sanctam (presumibilmente sarebbe
«holy victim», «santa vittima»). «Victim» «vittima», comunque,
mi sembra un buon tentativo per tradurre hostia, e l’Antico
Testamento vi risuona più che nel «sacrifice», «sacrificio», del
1973. Di nuovo, seguendo le scelte precedenti, la nuova versione dà «chalice» invece di «cup».
La nuova versione (tabella 10) riesce bene nel tradurre il
Supra quae propitio...
«Serene and kindly countenance», «espressione serena e benigna» (che suona meglio di «kindly and serene», «benigna e serena», come potrebbe suggerire l’ordine del latino) è
semplicemente omesso dalla versione 1973, che ha «with favour», «con favore». Entrambe le versioni inglesi hanno «accept», «accetta», mentre il latino potrebbe suggerire qualcosa
come «regard as acceptable», «guarda come accettabile», per
sottolineare che tutto è opera di Dio. Allo stesso modo sia «were
pleased to accept», «ti sei compiaciuto di accettare», sia l’attestazione di Abele come «just», «giusto», restituiscono ciò che
dice il latino, anche se non so bene da dove provenga «just»,
che non è nel racconto della Genesi su Caino e Abele. «The offering of your high priest Melchisedek», «l’offerta del tuo sommo
sacerdote Melchisedek», è abbastanza accurato; la versione
Tabella 10
Versione del 1973
(inglese)
Versione del 1973
(traduzione)
1973 utilmente inserisce a questo punto «bread and wine»,
«pane e vino», per quanti non ricordano Genesi 14, che la
nuova versione omette; e non è una sorpresa che la nuova versione ripristini «a holy sacrifice, a spotless victim» «un santo sacrificio, una vittima immacolata».
Nel Supplices te rogamus (tabella 11) la nuova versione mantiene la frase unica del latino, che rende la traduzione difficile
da pronunciare; tuttavia «in humble prayer», «in umile preghiera», non è male per Supplices. La parola haec per l’inglese
richiede qualche spiegazione, e la versione 1973 ha aggiunto
«this sacrifice», «questo sacrificio», mentre la nuova versione è
forse più vicina con «these gifts», «questi doni», come è anche
più vicina con «your altar on high», «tuo altare nell’alto»; ma,
a causa della separazione in due frasi, alla versione del 1973 riesce meglio la contrapposizione che il latino fa fra i due altari.
D’altro canto essa omette la nozione di «participation»
«partecipazione», che appare molto importante in teologia, e
forse la adombra soltanto con «sacred», «sacro», per sacrosanctum, che in realtà significa qualcosa come «stabilito o costituito santo». Ancora una volta, è a Dio che va l’attenzione. La
nuova traduzione si è di nuovo presa la libertà di cambiare l’ordine. Il latino suggerirebbe «every heavenly blessing and grace»
Versione latina
Nuova versione
(inglese)
Nuova versione
(traduzione)
Look with favour on these
offerings,
Guarda con favore a
queste offerte,
Supra quae propitio ac
sereno vultu respicere
digneris:
Be pleased to look upon
these offerings with a
serene and kindly
countenance
Compiàciti di guardare a
queste offerte con
espressione serena e
benigna
and accept them as once
you accepted
e accettale come una
volta accettasti
et accepta habere,
sicuti accepta habere
dignatus es
and to accept them, as
once you were pleased to
accept
e di accettarle, come una
volta ti sei compiaciuto di
accettare
the gifts of your servant
Abel, the sacrifice of
Abraham, our father in
faith, and the bread and
wine offered by your
priest Melchisedek.
i doni del tuo servo Abele,
il sacrificio di Abramo,
nostro padre nella fede, e
il pane e il vino offerti dal
tuo sacerdote
Melchisedek.
munera pueri tui iusti
Abel, et sacrificium
patriarchae nostri
Abrahae et quod tibi
obtulit summus sacerdos
tuus Melchisedech,
sanctum sacrificium,
immaculatam hostiam.
the gifts of your servant
Abel the just, the sacrifice
of Abraham, our father in
faith, and the offering of
your high priest
Melchisedek, a holy
sacrifice, a spotless victim.
i doni del tuo servo Abele
il giusto, il sacrificio di
Abramo, nostro padre
nella fede, e l’offerta del
tuo sommo sacerdote
Melchisedek, un santo
sacrificio, una vittima
immacolata.
Nuova versione
(inglese)
Nuova versione
(traduzione)
Tabella 11
Versione del 1973
(inglese)
Versione del 1973
(traduzione)
Versione latina
Almighty God,
we pray
Onnipotente Dio, ti
preghiamo
Supplices te rogamus,
omnipotens Deus:
In humble prayer we ask
you, almighty God:
command
In umile preghiera ti
chiediamo, onnipotente
Dio:
that your angel may take
this sacrifice to your altar
in heaven.
che il tuo angelo possa
portare questo sacrificio al
tuo altare in cielo.
iube haec perferri per
manus sancti Angeli tui in
sublime altare tuum, in
conspectu divinae
maiestatis tuae;
that these gifts be borne by
the hands of your holy
angel to your altar on high
in the sight of your divine
majesty,
ordina che questi doni siano
portati per le mani del tuo
santo angelo al tuo altare
nell’alto alla vista della tua
divina maestà,
Then, as we receive from
this altar
Quindi, mentre riceviamo da
questo altare
ut quotquot ex hac altaris
participatione
so that all of us, who
through this participation
at the altar
così che tutti noi, che
mediante questa
partecipazione all’altare
the sacred body and blood
of your Son,
let us be filled with every
grace and blessing.
il sacro corpo
e sangue del tuo Figlio,
fa’ che siamo colmati di ogni
grazia e benedizione.
sacrosanctum Filii tui
corpus et sanguinem
sumpserimus,
omni benedictione caelesti
et gratia repleamur.
receive the most holy Body
and Blood of your Son,
may be filled with every
grace and heavenly
blessing.
riceviamo il santissimo
Corpo e Sangue del tuo
Figlio, possiamo essere
colmati di ogni grazia e
celeste benedizione.
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S
tudi e commenti
«ogni celeste benedizione e grazia», ma per salvare i ritmi naturali dell’inglese il traduttore si è permesso «every grace and
heavenly blessing», «ogni grazia e celeste benedizione», evitando così il suono troppo pesante di quel monosillabo finale.
Quella che segue (tabella 12) in latino è una bella preghiera,
con la sua richiesta di «un posto di ristoro, di luce e di pace» per
coloro che sono morti, ma non è facile da rendere in inglese.
Alla versione del 1973 è riuscita l’eco dell’Apocalisse con «marked with the sign of faith» «segnati con il segno della fede» (che
però non è nel latino). In latino vi sono tre parole per «rest», «riposano», o «sleep», «dormono».
La nuova versione riesce a usarle tutte e tre, ma nell’ordine
sbagliato, per ragioni comprensibilissime (evitare l’uso di
«sleep», «sonno/dormire», due volte nella stessa frase, come
sostantivo e come verbo), e deve tradurre quiescentibus («those
who rest», «quelli che riposano») come «[to] all who sleep» «
[a] tutti quelli che dormono». La versione del 1973 evita il problema omettendo le prime due ricorrenze di «sleep», «dormono».
La versione del 1973 cambia anche l’ordine di ciò per cui
preghiamo per conto dei defunti, apparentemente a causa di
come suona in inglese: «light, happiness, and peace», «luce, felicità e pace». «Happiness» è un po’ debole per refrigerium, e
«refreshment», «ristoro» (nuova versione), si avvicina un po’
di più.
Tabella 12
Versione del 1973
(inglese)
Versione del 1973
(traduzione)
Versione latina
Nuova versione
(inglese)
Nuova versione
(traduzione)
Remember, Lord, those who
have died and have gone
before us marked with the
sign of faith ...
Ricorda, Signore, coloro che
sono morti e ci hanno
preceduto segnati con il
segno della fede...
Memento etiam, Domine,
famulorum famularumque
tuarum... qui nos
praecesserunt cum signo
fidei et dormiunt in somno
pacis.
Remember also, Lord, your
servants ... who have gone
before us with the sign of
faith and rest in the sleep of
peace.
Ricorda anche, Signore, i
tuoi servi... che ci hanno
preceduto con il segno della
fede e riposano nel sonno
della pace.
May these and all who
sleep in Christ find in your
presence light, happiness
and peace.
Possano questi e tutti quelli
che dormono in Cristo
trovare alla tua presenza
luce, felicità e pace.
Ipsis Domine, et omnibus in
Christo quiescentibus,
locum refrigerii, lucis et
pacis ut indulgeas
deprecamur.
Grant them, o Lord, we
pray, and all who sleep in
Christ, a place of
refreshment, light and
peace.
Concedi loro,
o Signore, ti preghiamo, e a
tutti quelli che dormono in
Cristo, un luogo di ristoro,
luce e pace.
Tabella 13
Versione del 1973
(inglese)
Versione del 1973
(traduzione)
Versione latina
For ourselves, too ... Though
we are sinners ... we ask
some share ...
Per noi pure... Benché siamo
peccatori... chiediamo
qualche parte...
Nobis quoque peccatoribus
famulis tuis...
To us also your servants
who, though sinners ...
admit us, we beseech you,
into their company,
Anche a noi tuoi servi che,
benché peccatori...
ammettici,
ti supplichiamo, nella loro
compagnia,
... Do not consider what we
truly deserve, but grant us
your forgiveness.
... Non considerare ciò che
veramente meritiamo, ma
concedici la tua indulgenza.
... intra quorum nos
consortium non aestimator
meriti, sed veniae,
quaesumus, largitor
admitte.
not weighing our merits,
but granting us your
pardon.
non pesando i nostri meriti,
ma concedendoci il tuo
perdono.
Tabella 14
Versione del 1973
(inglese)
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Il Nobis quoque (tabella 13) nella versione 1973 era separato molto bene in due frasi, la seconda che inizia «Though we
are sinners...», «Benché siamo peccatori...». La nuova versione
ha mantenuto la struttura del latino, ma rende quasi impossibile la pronuncia in inglese. Ha ripristinato l’aggettivo «holy»,
«santo», per «apostles and martyrs» «apostoli e martiri», sebbene non sembri strettamente necessario.
È interessante notare che sia la versione del 1973 sia la
nuova identificano Giovanni come il Battista. Si argomenterà
senza dubbio che in giro per la Palestina del primo secolo ci
sono troppi Giovanni, ma ci si potrebbe chiedere se questa è
traduzione o esegesi.
Nella seconda frase della preghiera il latino ha un mirabile
equilibro, intraducibile in inglese: «...non aestimator meriti...
sed veniae... largitor» («non un giudice del nostro merito, ma
una riserva generosa di indulgenza»), che dà risalto a Dio, non
agli esseri umani.
La versione del 1973 non ha affrontato la cosa; la nuova
versione ha tentato senza veramente riuscire, e non gliene si
può fare una colpa.
Allo stesso modo intraducibile è la preghiera conclusiva del
canone (tabella 14).
La nuova versione è efficace, cogliendo semper... creas come
«continue to make», «continui a fare», mentre quella del 1973
ha dovuto cambiare l’ordine per via di come suona in inglese.
Versione del 1973
(traduzione)
Versione latina
Nuova versione
(inglese)
Nuova versione
(traduzione)
Nuova versione
(inglese)
Nuova versione
(traduzione)
Through him you give us all
these gifts.
Per mezzo di lui tu ci dai
tutti questi doni.
Per quem haec omnia,
Domine,
Through whom you
continue to make all these
good things, o Lord;
Per mezzo del quale tu
continui a fare tutte queste
buone cose, o Signore;
You fill them with life and
goodness, you bless them
and make them holy.
Tu li riempi di vita e bontà, li
benedici e li rendi santi.
semper bona creas,
sanctificas, vivificas,
benedicis et praestas nobis.
you sanctify them, fill them
with life, bless them, and
bestow them
upon us.
tu le santifichi, le riempi di
vita, le benedici, e le elargisci
a noi.
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Tabella 15 - Preghiera eucaristica II
Versione del 1973
Versione del 1973
(inglese)
(traduzione)
Let your Spirit come
upon these gifts to make
them holy ...
Tabella 16
Versione del 1973
(inglese)
Before he was given up
to death, a death he
freely accepted ...
Fa’ che il tuo Spirito venga
sopra questi doni per
renderli santi...
Versione del 1973
(traduzione)
Prima che fosse
consegnato alla morte,
una morte che egli
liberamente accettò...
Versione latina
Haec ergo dona,
quaesumus, Spiritus tui
rore sanctifica...
Versione latina
Qui cum passioni
voluntarie traderetur...
La nuova versione mantiene la parola latina «sanctify», «santifichi», ma singolarmente del 1973 conserva «fill... with life»,
«riempi di vita», anziché optare per «vivify», «vivifichi». E «bestow» «elargisci» è un buon praestas inglese.
Il nostro esame della Preghiera eucaristica I spero abbia
reso evidente che tradurre è un compito difficile, più un’arte
che una scienza, e che nessun traduttore resta sempre coerente
ai propri principi. È chiaro che le norme fissate nella Liturgiam
authenticam non sono state le uniche a guidare questa versione.
Nella seconda parte di questo articolo possiamo guardare più
brevemente alle altre preghiere eucaristiche.
Preghiere eucaristiche da II a IV
Consultando una delle prime edizioni della Bibbia di
Douay-Rheims si può vedere come il versetto 3 del Salmo
121 (122 nella numerazione ebraica) reciti: «Jerusalem is built
as a city, whose participation is in the self-same/whose participation is together in itself», «Gerusalemme è costruita come
città, la cui partecipazione è in se stessa/la cui partecipazione
è insieme in sé». Quell’ultima incomprensibile proposizione
relativa fu rivista nella versione del Challoner come «a city
that is compact together», «una città che è insieme compatta».
Senza andare adesso a cercare le origini dell’inglese nell’ebraico attraverso il greco e il latino, può essere una dimostrazione sufficiente di come a volte una traduzione letterale
del latino possa avere effetti catastrofici, e come per coglierne
il significato possa essere necessario riandare alle lingue che
stanno sotto il nostro latino.
Ora, talvolta si argomenta che per tornare ad accostarsi
all’eucaristia con la reverenza che le è dovuta è necessario ritornare all’«originale latino». Il problema di questo approccio è che il latino non era originale. Il Vangelo fu prima
annunciato da Gesù nel suo dialetto nativo, l’impenetrabile
aramaico della Galilea. Per poter essere trasmesso dovunque
nel mondo mediterraneo (e qui non si può sottovalutare l’influenza di san Paolo), esso dovette essere tradotto in greco, e
non il greco sofisticatissimo dell’Atene del V secolo, ma il comune linguaggio quotidiano che permetteva a popoli con lingue native differenti di comunicare gli uni con gli altri in tutto
l’Impero romano.
Fu solo a partire dal II secolo che i cristiani usarono il latino nei propri documenti ufficiali, e non era più il latino di
Nuova versione
(inglese)
Nuova versione
(traduzione)
Make holy, therefore,
these gifts, we pray, by
sending down your Spirit
upon them like the
dewfall ...
Rendi santi, quindi, questi
doni, ti preghiamo,
facendo scendere il tuo
Spirito su di essi
come la rugiada
che cade...
Nuova versione
(inglese)
Nuova versione
(traduzione)
At the time he was
betrayed and entered
willingly into his passion
...
Al tempo in cui fu tradito
ed entrò volontariamente
nella sua passione...
Cicerone e nemmeno di Tacito, era la lingua di tutti i giorni
che la gente usava per parlare con gli altri. Oggi si potrebbe
pensare ad esempio al linguaggio dei tweets e a Facebook.
L’equivalente moderno del latino del II secolo è l’inglese, non
quello di Shakespeare e Dickens, ma l’inglese che consente
ad esempio ai piloti di aerei e agli ingegneri informatici di comunicare in tutto il mondo, quale che sia la loro lingua d’origine.
Per poter diventare un simile linguaggio comune, una lingua passa attraverso un certo processo. Lo vediamo con l’inglese nel nostro mondo contemporaneo, ed è ciò che accadde
al latino che divenne la lingua franca dell’Europa. Diventò
più semplice da padroneggiare, con una grammatica meno
pressante, e con un’inevitabile perdita in eleganza e talvolta
in potenza (vi fu un noto cardinale che rifiutò di recitare il
breviario, allora interamente in latino, perché esso avrebbe
irrimediabilmente rovinato la sua prosa ciceroniana).
Se i nostri pro-pro-pronipoti ci dicessero di ritenere una
«lingua sacra» il nostro inglese attuale, lo penseremmo un
fatto alquanto singolare; ed è ugualmente singolare trovare
chi difende l’uso del latino nella liturgia sulla base del fatto
che «preserva il mistero». A volte sembrano voler dire semplicemente che «non si capisce».
Con questo in mente, guardiamo alla nuova traduzione
inglese delle preghiere eucaristiche dalla II alla IV. Possiamo
essere più sintetici, poiché molto è già stato detto in precedenza.
Notiamo (tabella 15) la relativa brevità della versione latina e della traduzione 1973 che omette la metafora della rugiada («con la rugiada del tuo Spirito»); la nuova versione ha
aggiunto «sending down», «facendo scendere» lo Spirito, e
ha cambiato la metafora in una similitudine, sacrificando in
concisione. C’è chi ha fatto obiezione a «dewfall» «rugiada
che cade», ma immagino che i traduttori desiderassero evitare
il rischio di confondere la parola «dew» con altre di simile pronuncia come «due», «dovuto», o «Jew», «ebreo».
L’introduzione alle parole dell’istituzione è riportata nella
tabella 16.
Il latino qui significa qualcosa come «il quale, quando di
sua libera volontà veniva consegnato alla sofferenza». La versione 1973 ha letto «sofferenza» come «morte», che non è
necessariamente sbagliato. La nuova versione non usa l’apposizione, e produce una traduzione ammirevolmente breve.
Il traduttore ha aggiunto «and entered», «ed entrò», che può
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Tabella 17
Versione del 1973
(inglese)
Versione del 1973
(traduzione)
Versione latina
Nuova versione
(traduzione)
In memory of this death
and resurrection, we offer
you, Father ...
In memoria della sua morte
e risurrezione, ti offriamo,
Padre...
Memores igitur mortis et
resurrectionis eius, tibi,
Domine...
Therefore as we celebrate
the memorial of his death
and resurrection, we offer
you, Lord ...
Quindi mentre celebriamo il
memoriale della sua morte e
risurrezione, ti offriamo,
Signore...
We thank you for counting
us worthy to stand in your
presence and serve you ...
Ti ringraziamo di
considerarci degni di stare in
piedi alla tua presenza e
servirti...
gratias agentes quia nos
dignos habuisti astare
coram te et tibi ministrare.
giving thanks that you have
held us worthy to be in
your presence and minister
to you.
rendendo grazie perché ci
hai ritenuti degni di essere
alla tua presenza e renderti
culto.
May all of us who share in
the body and blood of
Christ be brought together
in unity by the Holy Spirit.
(Fa’ che) Possiamo tutti noi
che condividiamo il corpo e
il sangue di Cristo essere
portati insieme in unità dallo
Spirito Santo.
Et supplices deprecamur ut
corporis et sanguinis Christi
participes a Spiritu Sancto
congregemur in unum.
Humbly we pray that,
partaking of the body and
blood of Christ, we may be
gathered into one by the
Holy Spirit.
Umilmente ti preghiamo
che, prendendo parte
al corpo e il sangue di Cristo
possiamo essere radunati
in uno dallo Spirito Santo.
Versione del 1973
(traduzione)
Versione latina
Nuova versione
(inglese)
Nuova versione
(traduzione)
Tabella 18
Versione del 1973
(inglese)
Remember our brothers
and sisters who have gone
to their rest in the hope of
rising again;
Ricorda i nostri fratelli e
sorelle che sono andati al
loro riposo nella speranza di
sorgere ancora;
Memento etiam fratrum
nostrorum qui in spe
resurrectionis dormierunt,
omniunque in tua
miseratione defunctorum,
Remember also our
brothers and sisters who
have fallen asleep in the
hope of the resurrection,
and all who have died in
your mercy:
Ricorda anche i nostri fratelli
e sorelle che sono caduti
addormentati nella speranza
della risurrezione, e tutti
quelli che sono morti nella
tua misericordia:
bring them and all the
departed into the light of
your presence.
porta loro e tutti i defunti
nella luce della tua presenza.
et eos in lumen vultus tui
admitte.
welcome them into the
light of your face.
accoglili nella luce del tuo
volto.
Tabella 19
Versione del 1973
(inglese)
... make us worthy to share
eternal life ...
Versione del 1973
(traduzione)
... rendici degni di
condividere la vita eterna...
Versione latina
... aeternae vitae mereamur
esse consortes...
aiutare la comprensione, ma non è nell’originale; ma più goffamente ha usato «betray», «tradire» per un verbo che nella
narrazione dell’istituzione sta per tradurre come «given up»,
«consegnato».
Si tratta di un punto importante: la parola greca che sta
sotto il latino potrebbe significare «tradire», che è il modo in
cui è stata normalmente compresa. Ma potrebbe anche significare «passare, consegnare», il che solleva la questione del
ruolo di Giuda nella morte di Gesù. Forse il traduttore sta
cercando di salvaguardare tutto traducendo lo stesso verbo
in due modi diversi, il che tuttavia può confondere quando
questi sono presenti nella stessa frase.
Come spesso altrove, nel brano successivo (tabella 17) la
versione 1973 spezza in due la singola frase latina, il che
rende l’inglese più scorrevole. Il «celebrate the memorial»,
«celebriamo il memoriale», della nuova versione non è
esattamente memores... mortis et resurrectionis, ma vi si accosta maggiormente della versione del 1973, dove «in memory», «in memoria», fa della risurrezione un evento più
remoto di quanto il cristianesimo ortodosso potrebbe accettare; forse «mindful», «memori», avrebbe risolto il problema.
La nuova versione è corretta, avendo «Lord», «Signore»,
non il «Father», «Padre» del 1973 (e so per esperienza quanto
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Nuova versione
(inglese)
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Nuova versione
(inglese)
... we may merit to be coheirs to eternal life ...
Nuova versione
(traduzione)
... possiamo meritare di
essere coeredi della vita
eterna...
sia facile commettere quest’errore traducendo). È interessante
vedere ancora una volta la nuova versione riluttante a rappresentare l’assemblea «standing», «in piedi», durante preghiera eucaristica, preferendo «be in your presence», «essere
alla tua presenza», per astare coram te, mentre la versione del
1973 lo traduce correttamente.
I nuovi traduttori avrebbero potuto seguire il 1973 anche
traducendo ministrare con «serve», «servire», piuttosto che
con «minister», «renderti culto». È vero che «minister» significa «serve», è vero anche che segue la radice latina, ma in inglese la parola ha forse un sapore troppo cultuale per restituire
ciò che il latino sembra dire. Al termine della preghiera, tuttavia, la nuova versione è corretta, traducendo congregemur in
unum con «we may be gathered into one», «possiamo essere
raccolti in uno».
Nel brano successivo (tabella 18) la nuova versione ha
colto molti aspetti dell’originale, e ha anche introdotto un insolito tocco di linguaggio inclusivo («brothers and sisters», «fratelli e sorelle»). «Fallen asleep», «caduti addormentati», è
leggermente meglio, a mio giudizio, di «gone to their rest»,
«andati al loro riposo», e «died in your mercy», «morti nella
tua misericordia» riprende molto bene il latino. E mi piace
particolarmente «welcome them into the light of your face»,
«accoglili nella luce del tuo volto» per eos in lumen vultus tui
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admitte, sebbene la versione 1973 avesse colto il significato
dell’espressione ebraica sottostante il latino.
Tutto questo rende più sconcertante la conclusione della
preghiera (tabella 19). Il latino qui significa qualcosa come
«possiamo meritare di condividere la vita eterna». «Merit to
be co-heirs» è praticamente impossibile da dire ad alta voce,
non suona inglese, e non coglie realmente ciò che dice il latino. È un triste modo di terminare la bella Preghiera eucaristica II.
La Preghiera eucaristica III (tabella 20) nella nuova versione a mio parere comincia veramente molto bene. La nuova
versione corregge «Father», «Padre», con «Lord», «Signore»,
e cambia «all creation», «tutta la creazione», in «all you have
created», «tutto ciò che hai creato»; questo è un po’ più vicino al latino, che significa qualcosa come «l’intera creazione
da te fondata», anche se il traduttore ha conservato «rightly
gives you praise», «giustamente ti rende lode», del 1973 per
«meritatamente ti loda». «By the power and working of the
Holy Spirit», «per potenza e opera dello Spirito Santo», non
è male per Spiritus Sancti operante virtute; e mi piace «you
give life to all things and make them holy», «tu dai vita a tutte
le cose e le rendi sante», per vivificas et stanctificas universa,
che è più vicino che «all life, all holiness comes from you»,
«tutta la vita, tutta la santità vengono da te»; universa non è
facile da rendere in inglese.
Tabella 20 - Preghiera eucaristica III
Versione del 1973
Versione del 1973
(inglese)
(traduzione)
Mi è sempre piaciuto come suona «from age to age you gather...», «di età in età tu raduni...», ma devo ammettere che
non coglie il latino bene come «you never ceases to gather...»,
«mai cessi di radunare...». «From the rising of the sun to its setting», «dal sorgere del sole al suo tramonto» è preferibile a
«from east to west», «da Oriente a Occidente», e mi ha fatto
felice vedere che il traduttore ha resistito alla tentazione di
tradurre oblatio con «oblation», «oblazione»: «a pure sacrifice», «un sacrificio puro», funziona molto bene, e nel momento in cui questo testo sarà rivisto, si potrebbe suggerire ai
revisori di usare il comando «Sostituisci tutto» del computer
per rimuovere tutte le ricorrenze di «oblation», «oblazione».
Nel Supplices ergo te rogamus (tabella 21) la nuova versione
ha vinto la tentazione di usare «sanctify», «santificare» (che è
la pratica normale), e ha scelto il più autentico inglese «make
holy» «rendere santo»; «for consecration», «per la consacrazione», probabilmente coglie sacranda leggermente meglio,
e ugualmente penso che in ogni caso sia preferibile «mysteries», «misteri», a «eucaristia», anche se comprendo perché vi
sia chi lo respinge.
Vi è poi (tabella 22) un piccolo problema; la nuova versione correttamente traduce il pronome enfatico ipse con «he
himself», «egli stesso», senza aggiungere veramente nulla al significato, ma stranamente segue il 1973 traducendo il tempo
imperfetto come «he was betrayed», «fu tradito», piuttosto che
Versione latina
Nuova versione
(inglese)
Nuova versione
(traduzione)
Father, you are holy
indeed,
Padre, tu sei santo
veramente,
Vere sanctus es, Domine,
You are indeed holy, o
Lord,
Tu sei veramente santo, o
Signore,
and all creation rightly
gives you praise.
e tutta la creazione
giustamente ti rende
lode.
et merito te laudat omnis
a te condita creatura,
and all you have created
rightly gives you praise,
e tutto ciò che hai creato
giustamente ti rende
lode,
All life, all holiness comes
from you through your
Son, Jesus Christ our
Lord,
Tutta la vita, tutta la
santità vengono da te
mediante tuo Figlio, Gesù
Cristo nostro Signore,
quia per Filium tuum,
Dominum nostrum Iesum
Christum,
for through your Son our
Lord Jesus Christ,
poiché mediante tuo
Figlio nostro Signore Gesù
Cristo,
by the working of the
Holy Spirit.
per opera dello Spirito
Santo.
Spiritus Sancti operante
virtute,
by the power and
working of the Holy Spirit
per potenza e opera dello
Spirito Santo
From age to age you
gather a people to
yourself, so that from
east to west a perfect
offering may be made to
the glory of your name.
Di età in età tu raduni un
popolo a te così che da
Oriente a Occidente
un’offerta perfetta possa
essere fatta a gloria del
tuo nome.
vivificas et sanctificas
universa, et populum tibi
congregare non desinis,
ut a solis ortu usque ad
occasum oblatio munda
offeratur nomini tuo.
you give life to all things
and make them holy, and
you never cease to
gather a people to
yourself, so that from the
rising of the sun to its
setting a pure sacrifice
may be offered to your
name.
tu dai vita a tutte le cose
e le rendi sante, e mai
cessi di radunare un
popolo a te, così che dal
sorgere del sole al suo
tramonto un sacrificio
puro possa essere offerto
al tuo nome.
Versione del 1973
(traduzione)
Versione latina
Nuova versione
(inglese)
Nuova versione
(traduzione)
Tabella 21
Versione del 1973
(inglese)
And so, Father, we bring
you these gifts.
E dunque, Padre, ti
portiamo questi doni.
Supplices ergo te,
Domine,
Therefore, o Lord, we
humbly implore you:
Quindi, o Signore,
umilmente ti imploriamo:
We ask you to make
them holy by the power
of your Spirit ... at whose
command we celebrate
this eucharist.
Ti chiediamo di renderli
santi per la potenza
del tuo Spirito... al cui
comando celebriamo
questa eucaristia.
deprecamur ut haec
munera, quae tibi
sacranda detulimus,
eodem Spiritu
sanctificare digneris...
cuius mandato haec
mysteria celebramus.
by the same Spirit
graciously make holy
these gifts we have
brought to you for
consecration ... at whose
command we celebrate
these mysteries.
per lo stesso Spirito
benevolmente rendi santi
questi doni che abbiamo
portato a te per la
consacrazione...
al cui comando
celebriamo questi misteri.
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tudi e commenti
Tabella 22
Versione del 1973
(inglese)
On the night he was
betrayed, he took bread
...
Versione del 1973
(traduzione)
Nella notte in cui fu
tradito, egli prese del
pane...
Tabella 23
Versione del 1973
(inglese)
Father, calling to mind
the death your Son
endured for our
salvation, his glorious
resurrection and
ascension into heaven,
and ready to greet him
when he comes again, we
offer you in thanksgiving
this holy and living
sacrifice.
Versione del 1973
(traduzione)
Padre, chiamando alla
mente la morte che tuo
Figlio ha sopportato per
la nostra salvezza, la sua
gloriosa risurrezione e
ascensione al cielo, e
pronti a riceverlo quando
ritorna, ti offriamo in
rendimento di grazie
questo santo e vivente
sacrificio.
Tabella 24
Versione del 1973
(inglese)
Look with favour on your
Church’s offering, and
see the victim whose
death has reconciled us
to yourself. Grant that
we ... may become one
body, one spirit ...
Versione del 1973
(traduzione)
Guarda con favore
all’offerta della tua
Chiesa, e vedi la vittima la
cui morte ci ha riconciliati
con te stesso. Concedi
che noi... possiamo
diventare un corpo, uno
spirito...
Versione latina
Ipse enim in qua nocte
tradebatur, accepit
panem...
Versione latina
Memores igitur, Domine,
eiusdem Filii tui
salutiferae passionis
necnon mirabilis
resurrectionis et
ascensionis in caelum,
sed et praestolantes
alterum eius adventum,
offerimus tibi, gratias
referentes, hoc
sacrificium vivum et
sanctum.
Versione latina
Respice, quaesumus, in
oblationem Ecclesiae
tuae et, agnoscens
hostiam, cuius voluisti
immolatione placari,
concede ut... unum
corpus et unus spiritus
inveniamur...
«he was being betrayed» (o «handed over»), «veniva tradito» (o
«consegnato»).
Per una volta (tabella 23), entrambe le traduzioni inglesi
sono un po’ più brevi dell’originale latino. La nuova versione
pare un po’ impacciata nella traduzione di parole relativamente poco importanti come igitur, ma abbastanza inesatta
traducendo memores in modo sovraccarico come «we celebrate
the memorial», «celebriamo il memoriale», e salutiferae come
«saving», «salvifica», sebbene qui «wondrous», «mirabile»,
sia probabilmente più accurato del «glorious» del 1973 per
mirabilis. Va detto che naturalmente «glorious», «gloriosa»,
suona meglio nell’inglese contemporaneo. Non mi convince
«as we look forward», «mentre attendiamo», per praestolantes,
per cui sarebbe stato meglio qualcosa come «stand ready for»,
«stiamo (in piedi) pronti per», non così lontano dal «ready to
greet», «pronti a riceverlo», del 1973.
Nella parte successiva (tabella 24), nella nuova versione
qualcosa è andato proprio storto. Per il latino respice dovremmo avere qualcosa come «look carefully», «guarda attentamente», e la versione del 1973 ci va un po’ più vicino.
«Oblation», «oblazione», non è realmente necessario; come
abbiamo già visto, i traduttori altrove lo rendono volentieri
con «offering», «offerta».
La maggiore difficoltà sta nella teologia del testo latino,
un po’ inquietante, la quale suggerisce un Dio dal brutto carattere che chiede sangue, in una proposizione che alla lettera potrebbe essere resa come «riconoscendo il sacrificio
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IL REGNO -
DOCUMENTI
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Nuova versione
(inglese)
For on the night he was
betrayed, he himself took
bread ...
Nuova versione
(traduzione)
Poiché la notte
in cui fu tradito,
egli stesso prese
del pane...
Nuova versione
(inglese)
Nuova versione
(traduzione)
Therefore, o Lord, as we
celebrate the memorial
of the saving passion of
your Son, his wondrous
resurrection and
ascension into heaven,
and as we look forward
to his second coming, we
offer you in thanksgiving
this holy and living
sacrifice.
Quindi, o Signore, mentre
celebriamo il memoriale
della salvifica passione del
tuo Figlio, della sua
mirabile risurrezione e
ascensione al cielo, e
mentre attendiamo la sua
seconda venuta, ti
offriamo in rendimento di
grazie questo santo e
vivente sacrificio.
Nuova versione
(inglese)
Nuova versione
(traduzione)
Look, we pray, upon the
oblation of your Church,
and, recognising the
sacrifical victim by whose
death you willed to
reconcile us to yourself,
grant that we ... may
become one body, one
spirit ...
Guarda, ti preghiamo
all’oblazione della tua
Chiesa, e, riconoscendo la
vittima sacrificale per la
cui morte tu volesti
riconciliarci con te stesso,
concedi che noi...
possiamo diventare un
corpo, uno spirito...
dalla cui immolazione tu volesti essere placato». Altra difficoltà è che la lunga frase latina, sottilmente articolata con attenta subordinazione, in inglese semplicemente non funziona,
e il participio «recognising», «riconoscendo», non riesce ad
avere in inglese l’effetto che agnoscens ha in latino. In questo
riesce molto meglio la versione del 1973 con «and see», «e
vedi». E «we may become», «possiamo diventare», che è la
scelta sia del 1973 sia della nuova versione, in realtà non funziona per inveniamur, che ha un’inflessione in qualche modo
simile al se trouver francese. Ma mi pare che non lo si potrebbe tradurre neanche come «we may be found», «possiamo
essere trovati».
La nuova versione (tabella 25) ha «make of us», «fare di
noi», per nos perficiat, anche se non è chiaro il motivo, e blandamente traduce valeamus come «we may», «possiamo», che
non vale «enable us», «metterci in grado», del 1973. La pletora di aggettivi, presi pari pari dal latino, in inglese non funziona, e non aggiunge nulla al significato. In modo un po’
singolare, la parola latina perpetuo sembra essere tradotta due
volte, come «constant», «costante», e come «unfailing», «infallibile». Forse è un modo per salvare capra e cavoli.
Nella nuova versione successivamente (tabella 26) ci sono
delle buone scelte. «Sacrifice of reconciliation», «sacrificio di riconciliazione», traduce abbastanza bene il latino, sebbene
normalmente la nuova versione opti per «sacrifical victim»,
«vittima sacrificale», per il latino hostia. In effetti al «which
has made our peace with you», «che ha fatto la nostra pace
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con te», del 1973 riesce molto bene la metafora della riconciliazione.
Chi si preoccupa del «for many», «per molti», nelle parole
dell’istituzione, temendo che possa limitare il piano di salvezza di Dio ad alcuni soltanto, qui tirerà un sospiro di sollievo alla traduzione di proficiat ... ad totius mundi pacem
atque salutem in «advance the peace and salvation of all the
world», «fare procedere la pace e la salvezza di tutto il
mondo». È interessante che i traduttori della nuova versione
Tabella 25
Versione del 1973
(inglese)
May he make us an
everlasting gift to you and
enable us to share in the
inheritance of your saints,
with Mary, the virgin
mother of God; with the
apostles, the martyrs ... on
whose constant
intercession we rely for
help.
Tabella 26
Versione del 1973
(inglese)
Versione del 1973
(traduzione)
Possa egli renderci un
perenne dono a te e
metterci in grado di
condividere l’eredità dei tuoi
santi, con Maria, la vergine
madre di Dio, con gli
apostoli, i martiri... sulla cui
costante intercessione noi
contiamo per aiuto.
Versione del 1973
(traduzione)
qui siano rimasti fedeli a quella del 1973, come hanno fatto
anche con la bella immagine di «your pilgrim Church on
earth» «tua Chiesa pellegrina sulla terra», che invece, per rendere giustizia al participio presente, avrebbero potuto correggere in «your Church as it makes its prilgrimage on earth»,
«tua Chiesa mentre compie il suo pellegrinaggio sulla terra».
Molti osservatori hanno espresso irritazione per l’importanza data ai vescovi, in un momento in cui questi non godono di grande popolarità; «the Order of Bishops», «l’ordine
Versione latina
Ipse nos perficiat munus
aeternum, ut cum electis
tuis hereditatem consequi
valeamus, cum beatissima
virgine, Dei genetrice, Maria,
cum beatis apostolis tuis et
gloriosis martyribus...
quorum intercessione
perpetuo apud te
confidimus adiuvari.
Versione latina
Nuova versione
(inglese)
May he make of us an
eternal offering to you, so
that we may obtain an
inheritance with your elect,
especially with the most
blessed virgin Mary, mother
of God, with your blessed
apostles and glorious
martyrs ... on whose
constant intercession in
your presence we rely for
unfailing help.
Nuova versione
(inglese)
Nuova versione
(traduzione)
Possa egli fare di noi
un’eterna offerta
a te, così che possiamo
ottenere un’eredità con i
tuoi eletti, specialmente
con la beatissima vergine
Maria, madre di Dio,
con i tuoi beati apostoli e
gloriosi martiri...
sulla cui costante
intercessione alla tua
presenza noi contiamo
per infallibile aiuto.
Nuova versione
(traduzione)
Lord, may this sacrifice,
which has made our peace
with you, advance the
peace and salvation of all
the world.
Signore, possa questo
sacrificio, che ha fatto la
nostra pace con te, fare
procedere la pace e la
salvezza di tutto il mondo.
Haec hostia nostrae
reconciliationis proficiat,
quaesumus, Domine, ad
totius mundi pacem atque
salutem.
May this sacrifice of our
reconciliation, we pray, o
Lord, advance the peace
and salvation of all the
world.
Possa questo sacrificio della
nostra riconciliazione,
ti preghiamo, o Signore, fare
procedere la pace e la
salvezza di tutto
il mondo.
Strengthen in faith and love
your pilgrim Church on
earth, your servants ... and
all the bishops, with the
clergy and the entire people
your Son has gained
for you.
Rafforza nella fede e
nell’amore la tua Chiesa
pellegrina sulla terra, i tuoi
servi... e tutti i vescovi, con il
clero e l’intero popolo che
tuo Figlio ha guadagnato
per te.
Ecclesiam tuam,
peregrinantem in terra,
in fide et caritate firmare
digneris cum famulis tuis...
cum episcopali ordine et
universo clero et omni
populo acquisitionis tuae.
Be pleased to confirm
in faith and charity your
pilgrim Church on earth,
with your servants ... the
Order of Bishops, all the
clergy, and the entire
people you have gained
for your own.
Compiàciti di confermare
nella fede e nella carità
la tua Chiesa pellegrina sulla
terra, con i tuoi servi...
l’Ordine dei Vescovi, tutto il
clero, e l’intero popolo che
hai guadagnato
per te stesso.
Tabella 27
Versione del 1973
(inglese)
Versione del 1973
(traduzione)
Versione latina
Nuova versione
(inglese)
Nuova versione
(traduzione)
Father, hear the prayers of
the family you have
gathered here before you.
Padre, ascolta le preghiere
della famiglia che hai
radunato qui davanti a te.
Votis huius familiae, quam
tibi astare voluisti, adesto
propitius.
Listen graciously to the
prayers of this family,
whom you have
summoned before you:
Ascolta benevolmente le
preghiere di questa famiglia,
che hai convocato davanti a
te:
In mercy and love unite all
your children wherever
they may be.
Nella misericordia e
nell’amore unisci tutti i tuoi
figli dovunque possano
essere.
Omnes filios tuos ubique
dispersos tibi, clemens
Pater, miseratus coniunge.
in your compassion, o
merciful Father, gather to
yourself all your children
scattered throughout the
world.
nella tua compassione, o
misericordioso Padre, raduna
a te tutti i tuoi figli sparsi in
tutto il mondo.
Welcome into your
kingdom our departed
brothers and sisters, and all
who have left this world in
your friendship.
Accogli nel tuo regno i
nostri fratelli e sorelle
defunti, e tutti quelli che
hanno lasciato questo
mondo nella tua amicizia.
Fratres nostros defunctos
et omnes qui, tibi placentes,
ex hoc saeculo transierunt,
in regnum tuum benignus
admitte,
To our departed brothers
and sisters and to all who
were pleasing to you at
their passing from this life,
give kind admittance to
your kingdom.
Ai nostri fratelli e sorelle
defunti e a tutti quelli che
erano graditi a te al loro
passaggio da questa vita, dai
benigna ammissione nel tuo
regno.
We hope to enjoy forever
the vision of your glory ...
Speriamo di godere per
sempre la visione della tua
gloria...
ubi fore speramus, ut simul
gloria tua perenniter
satiemur...
There we hope to enjoy
forever the fullness of your
glory ...
Là speriamo
di godere per sempre la
pienezza della tua gloria...
IL REGNO -
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Pagina 182
S
tudi e commenti
dei vescovi», pare un po’ troppo «sbattuto in faccia», come dicono a New York, e forse le minuscole («the order of bishops») aiuterebbero a stemperare l’irritazione. «The entire
people you ave gained for your own», «l’intero popolo che hai
guadagnato per te stesso» è meglio del 1973, e più vicino alla
metafora veterotestamentaria del popolo di Dio.
«Listen graciously», «ascolta benevolmente» (tabella 27)
non è troppo male per adesto propitius, che dovrebbe significare qualcosa come «sii benignamente presente» o «sii benigno e attento». Vi è di nuovo riluttanza di fronte all’antica
idea dell’assemblea che sta in piedi durante la preghiera eucaristica, poiché il latino dovrebbe significare «che hai desiderato che stessero in piedi alla tua presenza», ma è stato
ridotto a «whom you have summonned before you», «che hai
convocato davanti a te».
È bene notare che filios e fratres sono correttamente tradotti «children», «figli», e «brother and sisters», «fratelli e sorelle», quando la tentazione avrebbe potuto essere quella di
optare per una resa più esclusivamente maschile. Ubique dispersos, che significa «sparsi ovunque», è divenuto «scattered
throughout the world», «sparsi in tutto il mondo», che è probabilmente corretto, sebbene il «wherever they may be», «dovunque possano essere» del 1973 colga la stessa idea.
Nella frase conclusiva di questa preghiera si arriva a capire ciò a cui miravano i traduttori ponendo all’inizio quel
«departed brothers and sisters», «fratelli e sorelle defunti», nello
stesso luogo dove si trova in latino, ma ciò significa che il sinTabella 28 - Preghiera eucaristica IV
Versione del 1973
Versione del 1973
(inglese)
(traduzione)
182
tagma inglese introdotto dalla preposizione sta reggendo un
peso impossibile, con «to» che barcolla sotto l’immenso peso
del resto della frase.
A mio parere «all who were pleasing to you at their passing
from this life», «tutti quelli che erano graditi a te al loro passaggio da questa vita», è meglio di «all who have left this world
in your friendship» «tutti quelli che hanno lasciato questo
mondo nella tua amicizia». «Give kind admittance», «dài benigna ammissione», ha un bel suono per benignus admitte,
ma la frase successiva è davvero spinosa da volgere in inglese,
e nessuna delle versioni ci riesce: «Where we hope to be, in order
that down the years we may be abundantly sated by your glory»,
«dove speriamo di essere, affinché nel corso degli anni possiamo essere abbondantemente saziati dalla tua gloria», è una
brutale e legnosa traduzione letterale, che vuole solo mostrare
sia ciò a cui mirano le due versioni inglesi, sia l’impossibilità
di qualunque traduzione.
Eccoci ora (tabella 28) alla Preghiera eucaristica IV, la più
bella e la più scritturistica fra quelle che ci sono state date nel
1973. Contiene alcuni problemi interessanti, come l’uso di
homo che significa l’«essere umano»: lo si tradurrà come
«man», «uomo», oppure come «humanity», «umanità», oppure «men and women», «uomini e donne», o è meglio usare
qualche eufemismo più o meno elegante?
Qui e poco oltre la nuova versione dà «Father most holy»
«Padre santissimo» per Pater sancte, presumibilmente per il
fatto che suona meglio in inglese (e vi sono altre parti in cui
Versione latina
Nuova versione
(inglese)
Nuova versione
(traduzione)
Father, we acknowledge
your greatness: all your
actions show your
wisdom and love.
Padre, noi riconosciamo la
tua grandezza: tutte le
tue azioni mostrano la tua
saggezza e il tuo amore.
Confitemur tibi, Pater
sancte, quia magnus es
et omnia opera tua in
sapientia et caritate
fecisti.
We give you praise, Father
most holy, for you are
great and you have
fashioned all your works
in wisdom and in love.
Ti rendiamo lode, Padre
santissimo, poiché tu sei
grande e hai modellato
tutte le tue opere nella
saggezza e nell’amore.
You formed man in your
own likeness and set him
over the whole world to
serve you, his Creator,
and to rule over all
creatures.
Tu formasti l’uomo a tua
stessa somiglianza e lo
ponesti sul mondo intero
per servire te, suo
Creatore e governare su
tutte le creature.
Hominem ad tuam
imagine condidisti, eique
commisisti mundi curam
universi, ut tibi soli
Creatori serviens,
creaturis omnibus
imperaret.
You formed man in your
own image and entrusted
the whole world to his
care, so that serving you
alone, the Creator, he
might have dominion
over all creatures.
Tu formasti l’uomo a tua
stessa immagine e
affidasti il mondo intero
alla sua cura, così che
servendo te solo, il
Creatore, egli potesse
avere dominazione su
tutte le creature.
Even when he disobeyed
you and lost your
friendship you did not
abandon him to the
power of death, but
helped all men to seek
and find you.
Anche quando egli ti
disobbedì e perse la tua
amicizia non lo
abbandonasti al potere
della morte, ma aiutasti
tutti gli uomini a cercarti
e trovarti.
Et cum amicitiam tuam,
non oboediens, amisisset,
non eum dereliquisti in
mortis imperio. Omnibus
enim misericorditer
subvenisti, ut te
quaerentes invenirent.
And when through
disobedience he had lost
your friendship, you did
not abandon him to the
domain of death. For you
came in mercy to the aid
of all, so that those who
seek might find you.
E quando attraverso la
disobbedienza aveva
perduto la tua amicizia, tu
non lo abbandonasti al
dominio della morte,
poiché tu venisti nella
misericordia in aiuto di
tutti, così che coloro che
cercano possano trovarti.
Again and again you
offered a covenant to
man, and through the
prophets taught him to
hope for salvation.
Molte volte tu offristi un
patto all’uomo, e
attraverso i profeti gli
insegnasti a sperare nella
salvezza.
Sed et foedera pluries
hominibus obtulisti
eosque per prophetas
erudisti in expectatione
salutis.
Time and again you
offered them covenants
and through the prophets
taught them to look
forward to salvation.
Diverse volte offristi a
loro patti e attraverso i
profeti insegnasti loro a
restare in attesa della
salvezza.
Father, you so loved the
world that in the fullness
of time you sent your
only Son to be our
Saviour.
Padre, tanto amasti il
mondo che nella pienezza
del tempo mandati il tuo
unico Figlio per essere il
nostro Salvatore.
Et sic, Pater sancte,
mundum dilexisti, ut,
completa plenitudine
temporum, Unigenitum
tuum nobis mitteres
Salvatorem.
And you so loved the
world, Father most holy,
that in the fullness of
time you sent your only
begotten Son to be our
Saviour.
E tanto amasti
il mondo, Padre
santissimo, che nella
pienezza del tempo
mandasti il tuo solo
unigenito Figlio per essere
nostro Salvatore.
IL REGNO -
DOCUMENTI
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Tabella 29
Versione del 1973
(inglese)
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Pagina 183
Versione del 1973
(traduzione)
Versione latina
He was conceived
through the power of the
Holy Spirit and born of
the virgin Mary, a man like
us in all things but sin.
Egli fu concepito
mediante il potenza dello
Spirito Santo e nacque
dalla vergine Maria, un
uomo come noi in tutte
le cose fuorché il peccato.
To the poor he
proclaimed the good
news of salvation, to
prisoners, freedom, and
to those in sorrow, joy. In
fulfilment of your will, he
gave himself up to death;
but by rising from the
dead he destroyed death
and restored life.
Tabella 30
Versione del 1973
(inglese)
Nuova versione
(inglese)
Nuova versione
(traduzione)
Qui, incarnatus de Spiritu
Sancto et natus ex Maria
virgine, in nostra
condicionis forma est
conversatus absque
peccato...
Made incarnate by the
Holy Spirit and born of
the virgin Mary, he shared
our human nature in all
things but sin.
Fatto incarnare dallo
Spirito Santo e nato dalla
vergine Maria, condivise la
nostra umana natura in
tutte le cose fuorché il
peccato.
Ai poveri proclamò la
buona notizia della
salvezza, ai prigionieri la
libertà, e a quelli nella
sofferenza, la gioia. A
compimento della tua
volontà egli diede se
stesso alla morte;
Salutem evangelizavit
pauperibus,
redemptionem captivis,
maestis corde laetitiam.
Ut tuam vero
dispensationem impleret,
in mortem tradidit
semetipsum
To the poor he
proclaimed the good
news of salvation, to
prisoners, freedom, and
to the sorrowful of heart,
joy. To accomplish your
plan, he gave himself up
to death,
Ai poveri proclamò la
buona notizia della
salvezza, ai prigionieri la
libertà, e ai sofferenti nel
cuore, la gioia. Per
realizzare il tuo progetto,
egli diede se stesso alla
morte,
ma nel risorgere dai morti
distrusse la morte e
ristabilì la vita.
ac, resurgens a mortuis,
mortem destruxit
vitamque renovavit.
and, rising from the dead,
he destroyed death and
restored life.
e, risorgendo dai morti,
distrusse la morte e
ristabilì la vita.
Versione del 1973
(traduzione)
Versione latina
Nuova versione
(inglese)
Nuova versione
(traduzione)
And that we might live
no longer for ourselves
but for him, he sent the
Holy Spirit from you,
Father, as his first gift to
those who believe, to
complete his work on
earth
E affinché possiamo
vivere non più per noi
stessi ma per lui, mandò
lo Spirito Santo da te,
Padre, come suo primo
dono a coloro che
credono, per completare
la sua opera sulla terra
Et, ut non amplius
nobismetipsis viveremus,
sed sibi qui pro nobis
mortuus est atque
surrexit, a te, Pater, misit
Spiritum Sanctum
primitias credentibus, qui,
opus suum in mundo
perficiens,
And that we might live
no longer for ourselves
but for him who died
and rose again for us, he
sent the Holy Spirit from
you, Father, as the first
fruits for those who
believe, so that, bringing
to perfection his work in
the world,
E affinché possiamo
vivere non più per noi
stessi ma per lui che morì
e risuscitò per noi, egli
mandò lo Spirito Santo da
te, Padre, come i primi
frutti per coloro che
credono, così che,
portando a perfezione la
sua opera nel mondo,
and bring us the fullness
of grace.
e portarci la pienezza di
grazia.
omnem sanctificationem
compleret.
he might sanctify
Creation to the full.
egli possa santificare la
Creazione in pienezza.
si vorrebbe che tale criterio fosse stato maggiormente utilizzato). Nella frase seguente la versione del 1973 coglie tutti gli
elementi del latino, ma è interessante che la nuova versione
abbia «you have fashioned all your works in wisdom and in
love», «hai modellato tutte le tue opere nella saggezza e nell’amore», dove il tono di «fashioned», «modellato», è forse un
gradino più alto di quello di fecisti; e colpisce che la nuova
versione, che altrove insiste su «charity», «carità», qui traduce
caritate come «nell’amore».
Quando si arriva alla questione del linguaggio inclusivo,
entrambe le versioni traducono hominem come «man»,
«uomo», sebbene la nuova versione si redima passando abbastanza bruscamente a «all», «tutti», e a «them», «loro»,
mentre il latino offre il plurale hominibus. È una questione
spinosa, e molti celebranti (incluso, va detto, il sottoscritto)
semplicemente non sono capaci di dire «uomo» quando la
preghiera si riferisce alla razza umana, così che forse sarebbe
stato meglio offrire un termine più neutro come genere. Tuttavia, va dato credito alla nuova versione di aver resistito alla
tentazione di usare un linguaggio esclusivo in «so that those
who seek might find you», «così che coloro che cercano possano trovarti», e «taught them to look forward to salvation»,
«insegnasti loro ad attendere la salvezza».
«Entrusted the whole world to his care», «affidasti il mondo
intero alla sua cura», è molto meglio per eique commisisti
mundi curam universi che «set him over the whole world», «lo
ponesti sul mondo intero»; e «so that serving you alone, the
Creator, he might have dominion over all creatures», «così che
servendo te solo, il Creatore, egli potesse avere dominazione
su tutte le creature», è corretto per ut tibi soli creatori serviens,
creaturis omnibus imperaret.
Di questi tempi ci viene richiesto molto opportunamente
di riprovare l’idea che l’umanità abbia licenza di fare ciò che
vuole con il pianeta; e qui ciò che limita la nostra libertà è
l’insistenza, non così esplicita nella versione del 1973, sul fatto
che dobbiamo servire Dio solo. Se comprendiamo correttamente, quindi, non abbiamo diritti illimitati su ciò che Dio ci
ha dato; non possiamo, ad esempio, semplicemente servire i
nostri appetiti.
«When through disobedience he had lost your friendship»,
«e quando attraverso la disobbedienza aveva perduto la tua
amicizia», coglie meglio che nel 1973 l’impatto del participio
presente latino (non oboediens) sul verbo principale; ed è un
tocco gradevole nella nuova versione che ripeta la radice «dominion... domain» «dominazione... dominio» per l’assonanza
latina imperaret... imperio.
Pluries è tradotto, non senza ragione, come «time and
again» «più volte», contro «again and again», «ripetutamente», del 1973, sebbene non vi sia molto da scegliere fra
queste versioni.
Ammesso che i fedeli comprendano la frase «made incarnate», «fatto incarnare» (tabella 29), la nuova versione è più
vicina al latino che nel 1973, sebbene de Spiritu Sancto non
sia né «by», «dallo», né «through the power of», «mediante la
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S
tudi e commenti
potenza dello». Ma «shared your human nature in all things
but sin» «condivise la nostra umana natura in tutte le cose
fuorché il peccato» è eccellente per cogliere l’eco scritturistica
del latino.
Gran parte della nuova versione a questo punto sembra
di fatto una revisione del 1973, con la modifica in «sorrowful
of heart», «sofferenti nel cuore» che tiene il testo più vicino all’originale. È bello notare che entrambe le versioni inglesi evitano di usare la metafora obsoleta di «redemption»,
«redenzione», il cui collegamento con il riscatto degli schiavi
è ora dimenticato dai più.
Va detto che «to accomplish your plan», «per realizzare il
tuo progetto», è meglio di «in fulfilment of your will», «a compimento della tua volontà»: la versione del 1973 induce
troppo a ritenere che Dio condanni a morte suo Figlio, mentre la nuova colloca l’abbandono di Gesù alla morte nel
grande orizzonte della storia della salvezza. La versione del
1973, d’altro canto, è leggermente preferibile nella sua traduzione del participio presente resurgens come «by rising»,
«nel risorgere», dando risalto al contributo di Gesù alla distruzione della morte.
In questa parte della preghiera la nuova versione ha ripristinato l’importante elemento «lui che morì e risuscitò per
noi», sebbene non colga del tutto la forza riflessiva di sibi, forse
intraducibile. E in questa stessa parte «first fruits», «primi
frutti», è meglio per primitias di «first gift», «primo dono».
Due altri cambiamenti segnano un miglioramento rispetto al 1973, senza raggiungere del tutto la forza del latino: «bringing to perfection his work in the world», «portando a perfezioTabella 31
Versione del 1973
(inglese)
Father, may this Holy
Spirit sanctify these
offerings ... as we
celebrate the great
mystery which he left us
as an everlasting
covenant.
Versione del 1973
(traduzione)
Padre, possa questo
Spirito Santo santificare
queste offerte... mentre
celebriamo il grande
mistero che ci ha lasciato
come un patto perenne.
Tabella 32
Versione del 1973
(inglese)
He always loved those
who were his own in the
world. When the time
came for him to be
glorified by you, his
heavenly Father, he
showed the depth of his
love.
Versione del 1973
(traduzione)
Egli ha sempre amato
coloro che erano suoi nel
mondo. Quando venne
per lui il tempo di essere
glorificato da te, suo
celeste Padre, egli mostrò
la profondità del suo
amore.
Tabella 33
Versione del 1973
(inglese)
... he took the cup filled
with wine ...
184
IL REGNO -
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Versione del 1973
(traduzione)
... egli prese la coppa
riempita di vino...
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ne la sua opera nel mondo» non è del tutto giusto. L’inglese dovrebbe essere qualcosa come «completing his task in the world»,
«completando il suo compito nel mondo». La frase omnem et
sanctificationem compleret sembra implicare qualcosa come «che
egli possa completare l’intero compito di rendere santo», ma la
nuova versione è certamente più vicina al latino del «bring us
the fullness of grace», «portarci la pienezza di grazia», del 1973.
«Therefore, o Lord, we pray», «Dunque, o Signore, ti preghiamo» (tabella 31), nella nuova versione dà il senso leggermente più pieno della preghiera latina, sebbene «this same»,
«questo stesso», e «graciously», «benevolmente», suonino superflui in inglese; e «this», «questo», non è nel latino. E «for
the celebration», «per la celebrazione», funziona meglio che
«as we celebrate», «mentre celebriamo»; pare anche importante che la nuova versione abbia tradotto ipse («he himself»,
«egli stesso»), affermando così che è stato proprio Gesù, il
quale morì e risuscitò, colui che ci ha lasciato l’eucaristia.
La versione 1973 (tabella 32) è piacevole, in quanto in inglese la frase latina unica non suona bene; qui la forza della
nuova versione è che preserva l’importantissima eco della narrazione giovannea dell’ultima cena (Gv 13,1–17,1) nonostante abbia di nuovo importato il superlativo «most holy»,
«santissimo», che non è nel latino, forse per il comprensibile
timore che si possa prendere un disadorno «holy Father»,
«santo Padre», come un riferimento al vescovo di Roma. Il felice effetto complessivo è di conservare la speciale memoria
del racconto della passione di Gesù fatto dal quarto Vangelo.
«Accipiens chalicem…»: qui (tabella 33) la nuova versione
ha ripristinato «fruit of the vine», «frutto della vite», che ri-
Versione latina
Nuova versione
(inglese)
Nuova versione
(traduzione)
Quaesumus igitur,
Domine, ut idem Spiritus
Sanctus haec munera
sanctificare dignetur... ad
hoc magnum mysterium
celebrandum, quod ipse
nobis reliquit in foedus
aeternum.
Therefore, o Lord, we
pray: may this same Holy
Spirit graciously sanctify
these offerings ... for the
celebration of this great
mystery which he himself
left us as an eternal
covenant.
Dunque, o Signore,
ti preghiamo: possa
questo stesso Spirito
Santo benevolmente
santificare queste
offerte... per la
celebrazione di questo
grande mistero che egli
stesso ci ha lasciato come
un eterno patto.
Versione latina
Nuova versione
(inglese)
Nuova versione
(traduzione)
For when the hour had
come for him to be
glorified by you, Father
most holy, having loved
his own who were in the
world, he loved them to
the end.
Poiché quando fu venuta
per lui l’ora di essere
glorificato da te, Padre
santissimo, avendo amato
i suoi che erano nel
mondo, li amò sino alla
fine.
Nuova versione
(inglese)
Nuova versione
(traduzione)
Ipse enim, cum hora
venisset ut glorificaretur
a te, Pater sancte, ac
dilexisset suos qui erant
in mundo, in finem dilexit
eos.
Versione latina
... accipiens calicem, ex
genimine vitis repletum...
... taking the chalice filled
with the fruit of the vine
...
...
prendendo il calice
riempito con il frutto
della vite...
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Tabella 34
Versione del 1973
(inglese)
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Pagina 185
Versione del 1973
(traduzione)
Versione latina
Nuova versione
(inglese)
Nuova versione
(traduzione)
Father, we now celebrate
this memorial of our
redemption. We recall
Christ’s death, his descent
among the dead, his
resurrection...
Padre, ora celebriamo
questo memoriale della
nostra redenzione.
Ricordiamo la morte di
Cristo, la sua discesa fra i
morti, la sua risurrezione...
Unde et nos, Domine,
redemptionis nostrae
memoriale nunc
celebrantes, mortem
Christi eiusque descensum
ad inferos recolimus, eius
resurrectionem...
profitemur...
Therefore, o Lord, as we
now celebrate the
memorial of our
redemption, we remember
Christ’s death and his
descent to the realm of the
dead, we proclaim his
resurrection ...
Dunque, o Signore, mentre
ora celebriamo il memoriale
della nostra redenzione,
rammentiamo la morte di
Cristo e la sua discesa al
reame dei morti,
proclamiamo la sua
risurrezione...
... the acceptable sacrifice
which brings salvation to
the whole world.
... l’accettabile sacrificio che
porta salvezza al mondo
intero.
sacrificium tibi acceptabile
et toti mundo salutare.
... the sacrifice acceptable
to you which brings
salvation to the whole
world.
... il sacrificio accettabile a
te che porta salvezza al
mondo intero.
Versione del 1973
(traduzione)
Versione latina
Tabella 35
Versione del 1973
(inglese)
Nuova versione
(inglese)
Nuova versione
(traduzione)
Lord, look upon this
sacrifice which you have
given to your Church; and
by your Holy Spirit,
Signore, guarda a questo
sacrificio che tu hai dato
alla tua Chiesa; e per il tuo
Santo Spirito
Respice, Domine, in
hostiam, quam Ecclesiae
tuae ipse parasti,
Look, o Lord, upon the
sacrifice which you
yourself have provided for
your Church,
Guarda, o Signore, al
sacrificio che tu stesso hai
provveduto per la tua
Chiesa,
gather all who share this
bread and wine into the
one body of Christ, a living
sacrifice of praise.
raduna tutti coloro che
condividono questo pane e
questo vino nell’unico
corpo di Cristo, un
sacrificio vivente di lode.
et concede benignus
omnibus qui ex hoc uno
pane participabunt et
calice, ut, in unum corpus a
Sancto Spiritu congregati,
in Christo hostia viva
perficiantur,
ad laudem
gloriae tuae.
and grant in your loving
kindness to all who
partake of this one bread
and one Chalice that,
gathered into one body by
the Holy Spirit, they may
truly become a living
sacrifice in Christ to the
praise of your glory.
e concedi nella tua
amorevole benignità a tutti
quelli che partecipano di
questo unico pane e unico
calice che, radunati in un
unico corpo dallo Spirito
Santo, essi possano
veramente diventare un
sacrificio vivente in Cristo a
lode della tua gloria.
chiama l’eco dei tre racconti sinottici dell’istituzione dell’eucaristia.
La nuova versione (tabella 34) ha tradotto ad inferos («l’oltretomba» o anche «inferno») con «realm of the dead»,
«reame dei morti», che è leggermente meglio di «among the
dead», «fra i morti»; ma nulla arriva alla forza dell’originale
latino, che presumibilmente vuole echeggiare 1Pt 3,19. «We
proclaim», «proclamiamo», è meglio per profitemur che «we
profess», «professiamo», sebbene nessuna delle due traduzioni
lo colga esattamente. E notiamo con piacere, una volta ancora, che la traduzione guarda a quanto Gesù ha fatto come
ciò che ha permesso «salvation to the whole world», «salvezza
al mondo intero», così che si presume che «for many», «per
molti», non voglia implicare «per alcuni ma non per altri».
Concede benignus (tabella 35) diventa in inglese «grant in
your loving kindness», «concedi nella tua amorevole benignità», nella nuova versione, dove chiaramente i traduttori
hanno voluto mostrare qualche rispetto alla lingua dei destinatari. Nel 1973 evidentemente non riuscirono, e omisero sia
quella frase sia ad laudem gloriae tue, che sembra importante
per la preghiera.
«Become», «diventare», forse non è una traduzione convincente di perficiantur, benché sia difficile suggerire una precisa alternativa. Forse potrebbe essere «be brought to
perfection/completion as a living sacrifice», «essere portati a
perfezione/completamento come sacrificio vivente». È un
altro invito ancora a simpatizzare con l’impossibile lavoro del
traduttore; questa frase latina è molto difficile da rendere in
inglese.
IL REGNO -
DOCUMENTI
5/2012
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PAOLO MARTINELLI
La teologia
spirituale oggi
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I
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compito della teologia spirituale oggi,
confrontandosi con gli sviluppi interni alla
disciplina dopo il Vaticano II. I contributi
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tudi e commenti
Tabella 36
Versione del 1973
(inglese)
Versione del 1973
(traduzione)
Versione latina
Nuova versione
(inglese)
Nuova versione
(traduzione)
Nunc ergo, Domine,
omnium recordare, pro
quibus tibi hanc
oblationem offerimus...
et offerentium, et
circumstantium, et cuncti
populi tui, et omnium, qui
te quaerunt corde
sincero.
Therefore, Lord,
remember now all for
whom we offer this
sacrifice ... those who
take part in this offering,
those gathered here
before you, your entire
people, and all who seek
you with a sincere heart.
Dunque, Signore, ricorda
ora tutti quelli per i quali
offriamo questo
sacrificio... coloro che
prendono parte a questa
offerta, quelli radunati qui
davanti a te, il tuo intero
popolo, e tutti quelli che
ti cercano con un cuore
sincero.
Versione del 1973
(traduzione)
Versione latina
Nuova versione
(inglese)
Nuova versione
(traduzione)
Father, in your mercy,
grant also to us, your
children, to enter into our
heavenly inheritance in the
company of the virgin
Mary, the mother of God,
and your apostles and
saints.
Padre, nella tua
misericordia, concedi anche
a noi, tuoi figli, di entrare
nella nostra celeste eredità
in compagnia della vergine
Maria, la madre di Dio,
e dei tuoi apostoli
e santi.
Nobis omnibus, filiis tuis,
clemens Pater, concede, ut
caelestem hereditatem
consequi valeamus cum
beata virgine, Dei genetrice,
Maria, cum apostolis et
sanctis in regno tuo,
To all of us your children,
grant, o merciful Father,
that we may enter into a
heavenly inheritance with
the blessed virgin Mary,
mother of God, and with
your apostles and saints in
your kingdom.
A tutti noi tuoi figli,
concedi, o misericordioso
Padre, che possiamo
entrare in una celeste
eredità con la beata vergine
Maria, madre di Dio, e con i
tuoi apostoli e santi nel tuo
regno.
Then, in your kingdom,
freed from the corruption
of sin and death, we shall
sing your glory with every
creature through Christ
our Lord, through whom
you give us everything that
is good.
Allora, nel tuo regno,
liberati dalla corruzione del
peccato e della morte,
canteremo la tua gloria con
ogni creatura per mezzo di
Cristo nostro Signore per
mezzo del quale tu dai a
noi tutto quello che è
buono.
ubi cum universa creatura,
a corruptione peccati
mortis liberata, te
glorificemus per Christum
Dominum nostrum, per
quem mundo bona cuncta
largiris.
There, with the whole of
creation, freed from the
corruption of sin and
death, may we glorify you
through Christ our Lord,
through whom you bestow
on the world all that is
good.
Là, con l’intera creazione,
liberati dalla corruzione
del peccato e della morte,
possiamo glorificarti per
mezzo di Cristo nostro
Signore,
per mezzo del quale tu
elargisci al mondo tutto ciò
che è buono.
Lord, remember those for
whom we offer this
sacrifice ...
Signore, ricorda coloro
per i quali ti offriamo
questo sacrificio...
Remember those who
take part in this offering,
those here present and
all your people, and all
who seek you with a
sincere heart.
Ricorda coloro che
prendono parte a questa
offerta, quelli qui presenti
e tutto il tuo popolo, e
tutti quelli che ti cercano
con un cuore sincero.
Tabella 37
Versione del 1973
(inglese)
Stranamente la nuova versione ha qui (tabella 36) resistito
alla tentazione di aggiungere «o» prima del vocativo «Lord»,
«Signore», e di tradurre oblationem con il non-inglese «oblation», «oblazione», preferendo invece «sacrifice», «sacrificio».
Ci si potrebbe domandare: se qui è stato possibile, perché non
altrove? Non per la prima volta, vediamo la riluttanza a incoraggiare l’assemblea a stare in piedi durante la preghiera
eucaristica, poichè circumstantium è tradotto come «those gathered here before you», «quelli radunati qui davanti a te», mentre significa chiaramente «di quelli che sono in piedi attorno».
E offerentium sembra implicare, molto correttamente, che è
l’intero popolo di Dio a compiere il sacrificio, mentre entrambe le versioni inglesi lo riducono semplicemente a un
prendere «part in this offering», «parte a questa offerta».
Qui (tabella 37) è piacevole vedere filiis tradotto con «children» e non «sons», «figli maschi»; a riprova del fatto che non
si ha timore di un linguaggio sensibile al genere. «Grant, o
merciful Father», «concedi, o Padre misericordioso», ci riporta
al vocativo con «o», che non è un inglese del tutto naturale,
ed evidentemente non viene sempre richiesto al traduttore
della nuova versione. La versione del 1973 fa un errore implicando che siamo «noi» che veniamo «liberati dalla corruzione di peccato e morte», mentre nel latino è «l’intera
creazione». La nuova versione non fa chiarezza, ma lascia
aperta la possibilità. L’articolo indeterminativo prima di «heavenly inheritance», «celeste eredità», invece non fa onore alla
nuova versione; in latino non vi è un articolo determinativo,
e così dovrebbe essere tradotto come «l’eredità», o anche,
come nel 1973, come «our» «nostra», cogliendo l’allusione
scritturistica alla terra come eredità promessa del popolo di
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IL REGNO -
DOCUMENTI
5/2012
Dio. Il «bestow», «elargisci», della nuova versione è meglio
per largiris di «give», «dai», come era nel 1973.
Conclusione
Tradurre è un compito impossibile. La nuova versione,
anche presa in sé, non è riuscitissima, ma la possiamo comunque assolvere dall’accusa di essere un tentativo sistematico di
vanificare i passi avanti per la Chiesa compiuti dallo Spirito
Santo nel concilio Vaticano II. Desidererei concludere con due
suggerimenti, uno minore e un altro le cui implicazioni possono richiedere qualche sforzo.
Il primo è che si dovrebbe far sparire «oblazione»: non riesce nel suo intento, e non aggiunge nulla alla celebrazione dell’eucaristia. Il secondo è che proprio per la medesima ragione
per la quale la Chiesa ha scelto il greco nel primo secolo,
quando proclamava il Vangelo nei grandi agglomerati urbani
ellenici, e il latino nel secondo secolo, dovremmo stendere i testi
liturgici in un linguaggio che possa essere tradotto facilmente
in altre lingue vernacolari.
Lascio alla fantasia di ognuno immaginare quale potrebbe
essere un simile linguaggio fra cento anni: ma al momento
l’unica possibilità è il linguaggio internazionale dei piloti d’aereo, la forma semplificata di inglese che al giorno d’oggi è ciò
che una volta era il latino, un linguaggio comprensibile quasi
dovunque nel mondo. Questa non è una conclusione che pretende un pronto assenso; ma è da molto tempo che il latino
non adempie più a questa funzione.
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tudi e commenti |
GIAPPONE
Perché è accaduto?
Reazioni buddhiste
Buddhisti e cristiani a un anno
dal terremoto e dallo tsunami
Miriam Levering
Le tragiche conseguenze del violento
terremoto che si è abbattuto sul
Nord-est del Giappone l’11 marzo
2011 hanno sollevato domande profonde. Un anno dopo, due autori fortemente radicati nella vita e nella cultura giapponese riflettono sulle risposte che buddhisti e cristiani hanno dato alle domande di senso suscitate dall’evento. Miriam Levering testimonia di un buddhismo che, pur
diviso nelle interpretazioni, è stato
concorde nella compassione e nel
servizio alle vittime: seguendo la via
«della bontà, che comprende la simpatia e della generosità, che comprende la compassione e il calore
umano», sarà possibile accettare
«questa catastrofe ... come un mezzo
che ci viene offerto per diventare
grandi e crescere in umanità». Peter
Milward mostra come la prospettiva
cristiana si sforzi sempre di superare l’idea diffusa della «punizione divina», per cercare invece «la misericordia di Dio, che compare in filigrana, anche in quello che sembra un castigo». «“Dov’è Colui che sempre più
distilla la deliziosa bontà? Egli è paziente”. È la lezione che dobbiamo
trarre da questo tempo di sofferenza».
Stampa (14.2.2012) da sito web eglasie.mepasie.org. Nostra traduzione dal francese. Titolazione redazionale.
IL REGNO -
DOCUMENTI
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Reagendo a un terremoto catastrofico che colpì il Giappone al suo tempo, Ryôkan (1758-1831), monaco zen e poeta,
scrisse quest’avvincente poesia di un insolito sapore confuciano:
«Giorno dopo giorno dopo giorno, / a mezzogiorno e a
mezzanotte, il freddo era pungente. / Il cielo si copriva di
nubi nere che bloccarono il sole. / Venti violenti fischiavano,
la neve vorticava con violenza. / Onde furiose hanno preso
d’assalto il cielo, schiaffeggiando il pesce mostruoso. / Scossi,
i muri tremavano, le persone urlavano in preda al terrore. /
Ritornando sugli ultimi quarant’anni, ora vedo che era tutto
fuori controllo: / I popoli erano cresciuti in viltà e indifferenza, / formando clan e battendosi fra loro. / Hanno dimenticato obblighi e dovere, / ignorato i concetti di lealtà e
di giustizia, / per pensare solo a loro stessi. / Pieni d’amor
proprio, si sono ingannati a vicenda. / Creando un disordine
immondo e senza fine. / Il mondo era in preda alla follia. /
Nessuno ha condiviso le mie inquietudini. / Tutto è peggiorato finché colpisce la catastrofe finale. / Ben pochi si sono resi
conto che il mondo era maledetto / e che regnava il disordine
più spaventoso. / Se vuoi comprendere veramente questa tragedia, guarda nel profondo di te stesso / piuttosto che piangere, impotente, il tuo crudele destino» (JOHN STEVENS,
Dewdrops on a Lotus Leaf: Zen Poems of Ryôkan, Shambala,
Boston 1996, 63)
In Cina, fin dall’epoca precedente a quella della dinastia
Han, i confuciani dell’Asia orientale hanno stabilito uno
stretto legame fra la moralità del sovrano o dell’élite al potere
e la comparsa di quelle che noi chiamiamo «catastrofi naturali». Il cielo governa tutte le cose. Quando l’immoralità domina nella sfera umana, il cielo risponde con dei segni, come
vitelli con due teste, o catastrofi naturali, come terremoti e
inondazioni. Ryôkan, come buddhista in un’epoca dominata
dal confucianesimo, prolunga questa corrispondenza al di là
dell’élite dirigente. Se i popoli in generale sono apatici e indifferenti, dimenticando obblighi e doveri, lealtà e giustizia, allora il mondo è squilibrato e sarà colpito da catastrofi. Il
governatore di Tokyo ha pubblicamente affermato (scusan-
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dosene poi l’indomani) che mandando il terremoto e lo tsunami gli dèi avevano dato la loro risposta a un Giappone che
pensava solo a se stesso. Quest’affermazione, che ha fatto il
giro del mondo, riecheggiava il pensiero di Ryôkan.
Un’amica giapponese di Tokyo, buddhista illuminata, ha
fatto sue le impressioni di Ryôkan, pur attenuando il concetto
di giustizia immanente che esse sottintendevano: «Noi non
sappiamo perché queste orribili sofferenze sono state inflitte
agli abitanti del Nord-est, ma dobbiamo cercare la risposta
nel nostro cuore e pentirci».
Karma e causalità
Naturalmente nel buddhismo questo tipo di spiegazione
dev’essere messo sempre in relazione con la legge della causalità karmica insegnata dal Buddha: ciascuno dei nostri atti
(karma, in sanscrito) porta dei frutti (phala) nel presente o in
una successiva reincarnazione. Gli atti possono essere positivi, negativi o neutri. In base a questa teoria, si sopportano
prima o poi le conseguenze di ciò che si fa. Questi atti possono
essere azioni concrete, parole o pensieri. Prolungando questo
ragionamento, gli oltre 20.000 abitanti del Nord del Giappone morti o dispersi hanno raccolto ciò che hanno seminato.
Ma tutti i buddhisti del Giappone, come i miei amici buddhisti, non condividono questa visione delle cose. Il rev. Shaku
Tesshu, superiore del tempio Nyoraiji, tempio annesso alla
scuola buddhista Jôdo Shinshû (Vera scuola della Terra pura)
della città di Ikeda, in Giappone, ha reagito così: «Si dice che
il buddhismo è una religione senza dio. In realtà, noi non pensiamo che Dio sia la causa (di questa catastrofe); noi crediamo
nella legge di causa ed effetto e cerchiamo qual è la vera causa
con un approccio scientifico. E la causa di questo terremoto
è l’attrito fra la placca nordamericana e quella del Pacifico».
Apparentemente, stando a questo punto di vista, all’origine di tutto ciò che accade non c’è necessariamente il karma.
Una religiosa buddhista specialista in storia del buddhismo
mi ha rimandato alla spiegazione del karma di Mahasi Sayadaw, monaco birmano. Anche Mahasi Sayadaw non ritiene
che tutto ciò che accade a una persona sia causato dalla qualità morale delle sue azioni passate. Egli scrive: «Secondo il
buddhismo, vi sono cinque ordini (niyâma) (leggi; ndt franc.)
che operano nei campi fisici e mentali:
1. Utu niyâma: l’ordine fisico inorganico (“legge atmosferica” che governa i fenomeni naturali; ndt franc.), come il susseguirsi inesorabile delle stagioni nei cambiamenti a esse
legati, i venti, le piogge o il calore.
2. Bija niyâma: l’ordine della germinazione e dei semi o
ordine fisico organico (“legge biologica” che governa il funzionamento del vivente; ndt franc.). Rientrano in questa categoria la crescita del riso a partire dai suoi semi, il sapore
dolce della canna da zucchero o del miele, le caratteristiche
dei frutti ecc. Fa parte di questo ordine anche tutto ciò che
procede dalla crescita cellulare o dalla determinazione genetica (come i gemelli).
3. Kamma niyâma (Karma niyama, in sanscrito): l’ordine
dell’azione e del risultato (“legge karmica”; ndt franc.). Gli
atti, desiderati o meno, generano dei risultati, buoni o cattivi.
Come l’acqua che ritrova sempre il suo livello originario, il
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IL REGNO -
DOCUMENTI
5/2012
karma agisce in funzione degli atti producendo il suo risultato inevitabile, non sotto forma di ricompensa o di punizione, ma come una conseguenza naturale. Il fatto che l’atto
produca una conseguenza è naturale e necessario come il
corso del sole e della luna.
4. Dhamma niyâma: l’ordine della norma (“legge fisica” o
“accadimenti improvvisi”; ndt franc.), ad esempio i fenomeni
naturali che si verificano alla nascita di un bodhisattva nella
sua ultima reincarnazione. Si possono includere in questo
gruppo la gravitazione e altre leggi simili della natura, la ragione naturale di essere buoni e molte altre leggi.
5. Citta niyâma: l’ordine del pensiero (“legge psicologica”;
ndt franc.), i fenomeni legati allo psichismo, recupero e perdita di coscienza, i componenti della coscienza, la forza dello
spirito ecc., comprese la telepatia, la telestesia (telepatia volontaria e controllata; ndt franc.), retrocognizione, premonizione, chiaroveggenza, chiaroaudizione (facoltà di audizione
paranormale; ndt franc.), lettura del pensiero e ogni altro fenomeno psichico inspiegabile da parte della scienza moderna.
Ogni fenomeno fisico o psichico potrebbe essere spiegato
dall’insieme di questi cinque ordini o processi, che sono leggi
in sé. Il karma come tale rappresenta solo uno dei cinque ordini».
Compassione e servizio
Come fa notare il rev. Shaku, il terremoto e il successivo
tsunami sono gli effetti dell’Utu niyama, il processo fisico di
causalità, e non del Karma niyama. Si sono scontrate placche tettoniche della crosta terrestre. Sebbene alcuni amici
buddhisti abbiano insistito sul fatto che i cinque niyama sono
solo distinzioni formali che, in realtà, formano un tutt’uno e
il karma incide su tutti gli altri processi, e altri abbiano messo
l’accento sul legame di causa ed effetto fra le catastrofi naturali e i disordini degli spiriti, la stragrande maggioranza dei
miei amici buddhisti giapponesi ha considerato terremoto e
tsunami semplici fenomeni naturali. Si può veramente sostenere che le persone che vivono nelle zone colpite dai terremoti e dagli tsunami hanno tutte un karma più cattivo e
raccolgono quindi frutti karmici peggiori rispetto a coloro che
vivono in aree geologicamente più tranquille?
I miei amici buddhisti hanno incentrato maggiormente
l’attenzione sulla compassione e sul modo in cui potremmo
aprirci alla sofferenza degli altri e cercare di rispondervi.
Come ha detto il rev. Shaku: «I giapponesi sono portati ai
rapporti umani più di quanto non siano contrari alla fede e
compatiscono il dolore degli altri. Ne sono stato testimone in
occasione del terremoto a Hanshin-Awaji (nel 1995, il terremoto a Hanshin, sull’isola di Awaji, ha fatto circa 6.500 vittime; ndt franc.). Molti sono venuti nella zona colpita per
prestare aiuto come volontari. “I figli del terremoto” è
l’espressione che viene sempre utilizzata per indicare coloro
la cui vita è stata sconvolta dalla catastrofe. Costoro sono oggi
molto attivi nel servizio della comunità o sono diventati monaci buddhisti. Così, aprendosi alle gioie e alle sofferenza degli
altri, le persone diventano più spirituali».
I templi buddhisti risparmiati appartenenti alle scuole
buddhiste giapponesi tradizionali, nonché i Centri del
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dharma dei gruppi buddhisti delle «nuove religioni», come
Risshôo Kôsei-kai e Sôka Gakkai, hanno aperto le porte ai rifugiati senzatetto dello tsunami o agli sfollati dalle zone della
catastrofe naturale. Le grandi confessioni buddhiste tradizionali e le nuove religioni buddhiste hanno offerto in gran quantità beni di prima necessità e inviato gruppi di volontari al
Nord per aiutare i rifugiati e partecipare allo sgombero delle
macerie. Queste iniziative continuano e continueranno per
qualche tempo.
Dopo l’11 marzo, per i sacerdoti buddhisti della regione
Nord del Giappone la necessità più imperiosa è stata quella
delle cerimonie e delle preghiere per i defunti: i morti durante
il terremoto e lo tsunami e i morti in seguito nei centri di accoglienza. In Giappone, la stragrande maggioranza dei defunti viene sepolta secondo i riti buddhisti, con cremazione e
inumazione in una tomba di famiglia. A causa del gran numero di corpi portati via dallo tsunami, molti giapponesi sono
stati costretti a rinunciare ai riti considerati necessari per i
morti. I sacerdoti buddhisti giapponesi fanno tutto il possibile
per offrire cerimonie collettive ai sopravvissuti cui è negata la
consolazione di vedere il corpo e procedere alla cremazione.
John Nelson, professore universitario americano, ha detto:
«Nei prossimi giorni, vedrete persone con le mani giunte, pregare per gli spiriti di coloro che sono morti. Proveniente dalla
notte dei tempi, questo complesso di credenze negli spiriti e
di riti destinati a controllarli può durare 49 giorni o, secondo
le scuole buddhiste, fino a 7 anni».
La transitorietà di ogni cosa
Una triste illustrazione delle dure condizioni di vita nel
Nord-est è il fatto che i corpi sono stati sepolti in fosse comuni o cremati senza cerimonia buddhista completa. Il giornalista Steven Jiang ha incontrato un sacerdote buddhista al
tempio di Senryuji, sull’estremo limite dell’area di 20 km vietata, la cosiddetta zona di evacuazione attorno all’Unità 1
della centrale nucleare di Fukushima. Scrive: «Spazzando
un terreno tenuto in modo impeccabile, Shinkoh Ishikawa,
monaco buddhista di 58 anni resta nel suo tempio – con giardino zen e vasca per le carpe – dove offre un rifugio molto
apprezzato a una comunità distrutta e sconvolta da una serie
di catastrofi.
Il governo ha raccomandato alla popolazione che vive in
un perimetro di 20-30 km attorno alla zona di andarsene o
di sigillare porte e finestre e chiudersi in casa. “La religione
non è qualcosa di lontano, è presente, molto vicina”, afferma
Ishikawa, spiegando la sua decisione di restare dopo aver
visto centinaia di vittime dello tsunami cremate nel locale
luogo di riunione dei familiari del defunto senza i dovuti riti
buddhisti. “Spero che le persone comprendano che la morte
non è la fine della vita, ma un ciclo nel quale le vite rinascono”».
Steven Jiang continua: «Accendendo un cero nella sala
principale del tempio dove su un tavolo sono deposte otto
urne cinerarie, Ishikawa recita preghiere per i morti».
Una delle preoccupazioni principali riguardo alla morte
è che il defunto riceva un nome onorifico postumo o kaimyô.
Risshô Kôsei-Kai, una «nuova religione» buddhista, ad esempio, ha subito dato a tutti i morti conosciuti o sconosciuti del
terremoto del Nord-est, come si chiama ora, un nome postumo onorifico collettivo, in modo che i meriti dei sacerdoti
e dei sutra recitati possano raggiungerli nel luogo in cui si trovano fra la morte e la rinascita o, in altri termini, in occasione
della loro trasformazione da essere vivente in antenato. Il
«trasferimento dei meriti», che avviene al termine di tutti i
riti funebri di Risshô Kôsei-Kai celebrati nel paese, si rivolge
generalmente ai diversi buddha e bodhisattva, dèi, spiriti, fondatori di clan, maestri spirituali di Risshô Kôsei-Kai, ai loro
propri antenati, nonché a quelli degli altri membri. Dall’11
marzo, una parte dei meriti viene trasferita all’insieme dei
morti del terremoto. Per tornare a beneficiare dei meriti che
erano loro rivolti, i destinatari abituali dovranno aspettare che
i morti del terremoto e dello tsunami abbiano raggiunto come
hotoke lo stato di beatitudine e di pace degli antenati diventati
buddha.
Un aspetto della reazione buddhista giapponese al terremoto è la comprensione del richiamo alla transitorietà di ogni
cosa. La vita «normale» che noi diamo per scontata è fragile,
e quindi non veramente «normale», come sottolineava uno
dei miei amici di Tokyo. È apparso particolarmente evidente
a Tokyo, dove i treni si sono fermati, il pane, la carta igienica
e il latte sono scomparsi dagli scaffali dei negozi e i telefoni cellulari hanno smesso di funzionare. Anch’io, col terremoto, ho
compreso in modo nuovo e profondo che ogni persona e ogni
cosa erano infinitamente preziose. I buddhisti di tutto il
mondo insegnano che, colta nell’istante presente, la vita è al
tempo stesso infinitamente preziosa e l’unica che abbiamo,
per quanto possa continuare.
Interrogato sul terremoto e sullo tsunami in Giappone,
Thich Nhat Hanh ha detto: «Un avvenimento come questo
ci ricorda il carattere effimero della nostra vita. Contribuisce
a ricordarci che la cosa più importante è quella di amarci gli
uni gli altri, essere presenti gli uni agli altri, ad apprezzare
ogni istante della nostra vita. È ciò che possiamo fare di meglio per coloro che sono morti: possiamo vivere in modo tale
da far sentire loro che continuano a vivere in noi, più spiritualmente, più profondamente, più magnificamente, gustando per loro ogni minuto della vita che ci è donata».
Per «crescere in umanità»
I buddhisti giapponesi non sarebbero d’accordo nel dire
che questo è ciò che possiamo fare di meglio per i nostri cari
defunti o i nostri concittadini morti nello tsunami: i nomi postumi e i trasferimenti di meriti sono importanti. Ma sarebbero d’accordo con la prima parte dell’affermazione di Thich
Nhat Hanh. Accettare la verità della transitorietà e dell’interdipendenza, ma anche il fatto di vivere insieme come una
sola famiglia, amandoci gli uni gli altri, aprendo il nostro
cuore alla compassione, considerando ogni istante una vera
opportunità per vedere, agire, apprezzare la vita, appoggiandosi su un insegnamento fondato su valori che oltrepassano
questo mondo, su valori fondati su verità che oltrepassano
questo mondo, sono reazioni giapponesi. Questo è relativamente facile da accettare conducendo una vita serena e apparentemente senza problemi, ma deve sembrare quasi
impossibile quando si è sommersi da una catastrofe. Tuttavia
questi stessi principi si applicano anche allora.
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Niwano Nichiko, presidente di Risshô Kôsei-Kai, ha raccontato la gioia, la gentilezza e la generosità di cui è stato testimone durante la sua visita nelle zone devastate: «La letizia
fa parte della saggezza del Buddha e significa che non bisogna lasciarsi mai dominare dall’emozione, ma vivere con coraggio facendo del dharma la nostra luce. La bontà
comprende la simpatia e la generosità comprende la compassione. Questa frase significa che dobbiamo avanzare sulla
via della liberazione reciproca alla luce della saggezza del
Buddha, coltivando la compassione e il calore umano… È di
questo che dobbiamo preoccuparci nella situazione in cui ci
troviamo oggi.
Fra le popolazioni delle zone devastate che sono state evacuate dal loro luogo di residenza a causa dello tsunami o degli
incidenti nucleari, alcuni hanno perso familiari, casa o lavoro
e non hanno più la speranza di ritornarvi. Hanno tuttavia la
possibilità di rifarsi un avvenire vivendo giorno dopo giorno.
Io li prego di incoraggiarsi a vicenda e di aiutarsi gli uni gli
altri, approfittando al meglio delle persone ma anche di tutte
le cose che hanno attorno.
Noi abbiamo un detto: “Più l’acqua è fangosa, più grande
è il fiore di loto”. Nessuno ha la minima idea del tempo che
occorrerà ai sopravvissuti al disastro per superare il loro fardello di difficoltà e afflizione. Tuttavia credo che, se ci ricordiamo di detti come quello del fiore di loto, non penseremo
più a questa catastrofe unicamente come a un’immensa tragedia, ma l’accetteremo come un mezzo che ci viene offerto
per diventare grandi e crescere in umanità. Penso che sia proprio questo il modo migliore di onorare coloro che sono morti
e vivere ugualmente come essi avrebbero voluto che noi vivessimo».
Alla domanda su che cosa intendesse con «crescere in
umanità», il presidente Niwano ha risposto: «Nel corso dei
circa 70 anni trascorsi dalla Seconda guerra mondiale, il
Giappone ha fatto grandi progressi sul piano materiale al
punto da essere oggi una delle maggiori potenze economiche
del pianeta. Ma abbiamo dimenticato il nostro vero patrimonio e ci siamo abbandonati a eccessi di ogni sorta, al consumo eccessivo e allo spreco. Dobbiamo riflettere sul nostro
senso dei valori, sul nostro modo di vivere e cambiare mentalità per poter avanzare in futuro».
Eccoci quindi ricondotti al nostro punto di partenza, al
pensiero di Ryôkan, anche se non completamente. Nella
mente del presidente Niwano il terremoto non è stato causato dai nostri disordini. Ma, alla luce della nostra presa di
coscienza della transitorietà e della sofferenza altrui, nonché
della nostra rinnovata volontà di formare una sola famiglia
con gli altri, non possiamo fare la scelta di continuare come
abbiamo fatto finora, con la leggerezza che sembra contraddistinguerci in questo momento. Ci viene offerta un’opportunità di riflettere, un’opportunità di cambiare il nostro
avvenire.
MIRIAM LEVERING*
* Presidente della Società di studi buddhisti e cristiani. Docente emerito di studi religiosi all’università del Tennessee (Stati Uniti). Consigliere
internazionale a Tokyo della Risshô Kôsei-kai, importante organizzazione
buddhista giapponese. Ha pubblicato Rethinking Scripture: Essays from a
Comparative Perspective (SUNY Press, Albany [NY] 1989) e Zen: Images,
teste, enseignements (Artisan, New York 2000).
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Ma che cosa poteva
significare?
Peter Milward si
I terremoti causano sofferenza e spavento.
Gli uomini si chiedono cos’è accaduto
e cosa questo può significare.
John Donne
Oggi gli uomini non si chiedono più che cosa è accaduto.
Abbiamo la spiegazione scientifica esatta del movimento delle
placche tettoniche della costa del Tohoku. Non posso dire di
comprendere, perché non ho una formazione scientifica. Ma
quando ascolto le spiegazioni che propongono gli scienziati,
mi inchino e le accetto come verità evangeliche.
Al tempo stesso, non ricavo alcuna consolazione dalle loro
parole. Perché tutto ciò che possono offrire è l’enunciazione di
fatti che hanno come risultato tutti questi movimenti sotterranei e nascosti della terra e dei mari, senza nemmeno considerare gli effetti delle radiazioni, delle migliaia di persone di cui
è stata confermata la morte, delle migliaia di altre persone date
per disperse e di molte altre migliaia che sono state private delle
loro abitazioni, dei loro mezzi di sussistenza e della loro speranza nel futuro. Hanno perso tutto e per loro tutto è finito,
tutto è stato improvvisamente ridotto a nulla. Che cosa dicono
gli scienziati a queste persone nella sofferenza? Nulla.
Si può allora aggiungere una domanda: che cosa potrebbero dire le persone religiose? Qui, in Giappone, esse hanno
una risposta pronta. Non so se sono buddhisti, shintoisti o confuciani. Ma sono le persone comuni, indipendentemente dalla
loro appartenenza religiosa, ad avere tale risposta, un’espressione consacrata dall’uso: Kurushii Toki no kami-danomi («In
tempo di sofferenza, volgiamoci verso Dio [o gli dèi]»). Che
cosa significa? Significa che, mentre noi siamo sulla terra, c’è
un Dio (o vi sono più dèi) in cielo. Noi possiamo vederci, udirci
e toccarci, ma c’è uno (o più) che noi non possiamo vedere,
udire e toccare. Gli scienziati possono dire che non esiste nulla
nell’universo al di fuori di ciò che possiamo vedere, udire, toccare, ma è un dogma che non possono dimostrare. È il metodo
che hanno scelto per seguire la strada della scienza sperimentale, e finché seguiranno il loro metodo, io non troverò nulla da
ridire. Ma quando cominciano a uscire dai confini fissati dal
loro metodo e a negare l’esistenza di ciò che non potrebbero né
vedere, né udire né toccare, dovrebbero ricordare le parole di
Amleto: «Vi sono più cose nei cieli e sulla terra» – e particolarmente nei cieli – «di quante ne potrebbe sognare la vostra
filosofia».
Nella misura in cui c’è un senso da dare a ogni cosa, compreso in Giappone ai tradizionali jishin, kaminari, kaji, oyaji (i
terremoti, il fulmine, l’incendio, il padre, ovvero i quattro timori tradizionali dei giapponesi; ndt franc.), noi dobbiamo cercarlo non qui sulla terra, dove le cose sono semplicemente cose,
ma lassù, dove (come diciamo nel Padre nostro) «il nostro Padre
(è) nei cieli». Tutto ciò che noi possiamo vedere, udire e toccare, inclusi gli esseri umani, appartiene alla realtà materiale;
ma il mondo spirituale, che comprende il pensiero e il desiderio, è immateriale. E la materia non può dare un senso alla ma-
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teria. La materia deve ricevere il suo senso dallo spirito, sia esso
lo spirito dell’uomo terreno sia esso Dio, che è Spirito. Perciò,
se vogliamo conoscere il significato di questo o quel terremoto
o di qualsiasi altra catastrofe, sia essa naturale o causata dall’uomo, occorre distogliersi dagli scienziati (che sono incapaci
di rispondere) e volgersi verso il popolo dei credenti (che sono
fin troppo disposti a rispondere).
Il conf lit to delle interpretazioni
Così come non possiamo fidarci di tutto ciò che uno scienziato può dire, dal momento che alcuni dicono una cosa e altri
un’altra, allo stesso modo non possiamo fidarci di tutto ciò che
esprimono le persone religiose, perché anche le loro divergenze
sono spettacolari.
Un punto di vista noto, quello espresso dall’attuale governatore di Tokyo (Shintaro Ishihara; ndr), ritiene che il terremoto sia stato mandato da Dio per punire il popolo
giapponese. Ignoro su quale religione egli fondi questa sua opinione, ma è effettivamente un’idea diffusa tra i credenti, compresi ebrei e cristiani che traggono le loro convinzioni dalla
Bibbia, che tutte le sofferenze dell’umanità, dopo la caduta dei
progenitori siano spiegabili come una punizione divina dei peccati. Il fatto che tutti siano peccatori significa che, anche se apparentemente innocenti, tutti meritano ciò che loro accade,
anche quando gli innocenti sembrano soffrire più dei colpevoli. Possiamo quindi fare nostre queste parole applicate da
Amleto a se stesso: «A cosa servono esseri come me, che strisciano fra cielo e terra? Siamo tutti fior di birbanti!». Davanti
a un terremoto come quello che ci ha colpito l’11 marzo 2011,
e davanti a tutte le sofferenze che vediamo ogni giorno alla televisione, quelle delle popolazioni maggiormente colpite dal
terremoto a Iwate, Miyagi e Fukushima, tutto ciò che possiamo
fare è piegare la testa sotto la potente mano di Dio, come leggiamo nella Lettera di Pietro, implorando il suo perdono e
mormorare con il pubblicano della parabola di Gesù: «Signore, abbi pietà di noi, peccatori!».
Ma una tale visione non è troppo severa nei nostri confronti, per poveri peccatori che siamo? Non esiste altra interpretazione che potrebbero offrire gli uomini di religione,
diversa da quella del signor Ishihara – benché io ignori a quale
religione egli si riferisca, se mai lo fa? Mi resta perlomeno la
convinzione dell’autore che ho citato in esergo, John Donne,
ma in questo caso espressa come pastore e non come poeta. Il
poeta sottolineava lo stupore ispirato dalle catastrofi, come i
«terremoti», e dalle «paure e sofferenze» che seguono i terremoti; ma il predicatore attira l’attenzione non tanto sulla punizione divina, quanto piuttosto sulla misericordia di Dio, che
compare in filigrana, anche in quello che sembra un castigo.
In uno dei suoi sermoni, egli esclama: «Tu eri sulle strade
della fortuna, della conoscenza e della coscienza; e tuttavia eri
immerso nell’ignoranza fino a oggi, imprigionato nel freddo e
nel gelo, circondato da nuvole e tenebre, soffocando e asfissiando fino allo stordimento. E ora ecco che Dio viene a te,
non come il giorno che nasce, né come la gemma che si apre
a primavera, ma come il sole del mezzogiorno che scaccia le tenebre, come i covoni della mietitura che allontanano la fame.
In tutte le cose si offre la sua misericordia e in ogni tempo fioriscono le sue stagioni».
Come sono rassicuranti queste parole, dopo il discorso gla-
ciale sulla punizione divina! Ma forse queste due interpretazioni, quella del castigo e quella della misericordia, quella della
punizione e quella del perdono, non sono così opposte come
sembrano essere. Non solo John Donne, ma lo stesso signor
Ishihara potrebbe fare appello alla Bibbia per giustificare la sua
opinione, se mai è appropriato parlare di «opinione» in questo
contesto. Quando ci rivolgiamo alla Bibbia, troviamo entrambe le «opinioni» espresse paradossalmente insieme, sia nel
libro di Giobbe («Egli ferisce e fascia la piaga, colpisce e la sua
mano risana»; Gb 5,18) e nella profezia di Osea («Egli ci ha
straziato ed egli ci guarirà. Egli ci ha percosso ed egli ci fascerà»; Os 6,1). Ma questa giustapposizione non la troviamo
solo nell’Antico Testamento, quasi fosse una coincidenza, ma
anche nella Lettera agli Ebrei: «Il Signore corregge colui che
egli ama, e percuote chiunque riconosce come figlio» (Eb 12,6).
Tutta la storia di Israele non è forse una lunga serie di catastrofi, nelle quali il popolo ebraico ritrova, ancora e sempre, la
propria anima e diventa la luce delle nazioni?
La grazia che viene dalla ferita
Anche se le popolazioni colpite della regione del Tohoku,
in Giappone, concordano con il signor Ishihara e pensano che
le catastrofi siano una punizione divina dei peccati, essi potrebbero ancora trovare un incoraggiamento nelle Scritture e
scoprire anche in esse i segni della prossimità di Dio. Gesù
stesso apre il Discorso della montagna con una serie di benedizioni per i poveri e i sofferenti, gli affamati e gli assetati, gli oppressi e i perseguitati. Ma purtroppo ben poche persone nella
regione del Tohoku hanno ascoltato queste parole di Gesù, o
almeno ben poche le hanno comprese!
Tuttavia, ciò che noi vediamo della loro risposta alle sofferenze – e abbiamo potuto constatarlo alla televisione tutti i
giorni del mese scorso – è la loro incredibile pazienza, la loro
attenzione per gli altri e la loro bontà che è motivo di vergogna
per molti cristiani. Ciò che hanno potuto apprendere dal Buddha, in termini di pazienza e bontà, non sembra molto diverso
da ciò che i cristiani imparano da Gesù Cristo, e nel loro umile
sapere predicano ai popoli pagani senza averne l’aria. Come
dice il re Lear di Shakespeare a Gloucester, il suo servo sofferente: «Io predicherò per te, prendi nota!». E ciò che egli dice
è semplicissimo: «Devi essere paziente!». Come drammaturgo,
non ci si aspetta da Shakespeare che predichi, ma egli lo fa,
anche se solo per bocca di un pazzo.
Appena un mese fa, il mese del terremoto, ho avuto l’occasione di trascorrere una settimana a Denver, Colorado, per
una missione universitaria. Ma lì ho scoperto che la missione
era più che universitaria. I numerosi studiosi che vi ho incontrato hanno espresso profondi segni di simpatia verso di me e
verso i giapponesi che avevo lasciato laggiù. Non erano solo
pieni di compassione, ma anche di ammirazione per la reazione dei giapponesi che avevano visto, come avevo fatto anch’io, alla televisione. Che meravigliosa invenzione la nostra
televisione, che porta avvenimenti di paesi lontani fin nelle nostre case! Così c’è poca differenza fra gli americani a Denver e
io a Tokyo. Essi possono vedere alla televisione esattamente ciò
che posso vedere io e provare la mia stessa ammirazione per la
pazienza e la bontà degli abitanti della regione colpita. Con la
sola differenza che il giorno stesso, venerdì 11 marzo – che personalmente considero un venerdì 13 – io ho potuto sperimen-
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tare anche qualcosa del terremoto, di magnitudo 5,5 – che sul
posto è stato stimato a 8,8 (elevato poi a 9,0) – e ho fatto l’esperienza di una valanga di libri, giornali, foto e vari soprammobili rotolati giù dai miei scaffali e sparsi sul pavimento nella
confusione più totale.
La fede sot to il fuoco
L’oggetto della nostra riunione a Denver era lo studio delle
poesie, degli scritti in prosa e della personalità del gesuita Gerard Manley Hopkins. Fra le sue poesie, trovo oggi un senso
nuovo a una di quelle più celebri, «Il naufragio del Deutschland». Questa catastrofe marittima avvenne al largo delle
coste dell’Essex, nell’inverno del 1875, e costò la vita a moltissimi passeggeri. Ovviamente, in termini di cifre, può difficilmente essere paragonata col terremoto del Tohoku, con lo
tsunami che lo seguì e col pericolo delle radiazioni provenienti
dai reattori nucleari, ma una catastrofe è una catastrofe e il terrore di chi è colpito non dipende dalla sua ampiezza. Tutte le
catastrofi inducono a porsi la stessa domanda sul senso. Perché è accaduto? E se Dio esiste ed è buono, perché ha permesso che accadesse? Non avrebbe potuto salvare le vittime?
O non poteva almeno servirsi di quel disastro come un mezzo
paradossale per condurle alla salvezza?
Sono esattamente tali domande che il poeta gesuita ha voluto esaminare alla luce della sua fede. Anzitutto, ha fatto una
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Il n. 3 è stato spedito il 17.2.2012;
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In copertina: P. DE CHAMPAIGNE,
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L’editore è a disposizione degli aventi diritto che non è
stato possibile contattare, nonché per eventuali e involontarie inesattezze e/o omissioni nella citazione delle
fonti iconografiche riprodotte nella rivista.
descrizione poetica commovente di ciò che era realmente accaduto, basandosi sui racconti dell’epoca trovati sul Times di
Londra. Poi ha cercato di decifrare il senso di quella tragedia
coi cosiddetti «occhi della fede». A bordo c’erano cinque religiose ed è attraverso di loro che Hopkins mette in scena Cristo
stesso il quale va loro incontro camminando sull’acqua, come
era andato un tempo incontro ai suoi discepoli sulla loro barca,
camminando sulle onde del lago di Gennesaret (il lago di Tiberiade; ndt franc.). Cristo non viene a punirle, ma a salvarle;
e non solo loro, ma anche tutti gli altri che condividono la stessa
sorte funesta, gli altri che egli chiama all’inizio «gli abbandonati, senza assoluzione», ma dei quali dirà subito dopo: «No,
non abbandonati».
Infatti, anche su di loro egli sente il «dito pieno di sollecitudine di una Provvidenza beata» e sente il bisogno imperioso
di dare risposta a quella «lieve delicatezza» che «può farsi obbedire dal cuore di una giovane vergine e far risuonare l’appello che riconduce la povera pecorella smarrita». E porre poi,
come conclusione, la domanda: «Il naufragio sarebbe allora la
mietitura, con la tempesta che porta i chicchi verso te?».
Una conclusione del genere è certamente ciò che un monaco zen potrebbe riconoscere come il satori («risveglio»; ndt
franc.), perlomeno nella misura in cui il satori non si limita a
una meditazione buddhista, ma può essere vissuto in ogni
forma di contemplazione mistica o meditativa. Questo si potrebbe interpretare come uno zen cristiano, particolarmente
adatto agli Esercizi spirituali di sant’Ignazio, così profondamente radicati in Hopkins nelle poesie della maturità. E questa visione delle cose non si trova solo ne «Il naufragio del
Deutscland», ma con chiarezza ancora maggiore e accenti più
personali la si trova nelle poesie tardive, quei «sonetti terribili»
nei quali egli lotta con le spaventose «falesie della caduta» del
suo stesso spirito. Lì, egli non evoca solo la sofferenza degli altri,
nella quale vede la passione, la morte e la risurrezione di Cristo, ma anche e soprattutto le sue sofferenze, attraverso le quali
egli si volge alla pazienza di Dio.
Tale è il sonetto che si apre con le parole: «Pazienza, cosa
dura! Cosa dura pregare, supplicare per essa, è pazienza». Poi,
in un tentativo disperato di trarre la lezione dal dialogo fra Lear
e Gloucester, egli si interroga: «Dov’è dunque colui che sempre più distilla la deliziosa bontà?». E risponde: «Egli è paziente». È la lezione che noi, esseri umani, dobbiamo trarre da
questo tempo di sofferenza, indipendentemente dal fatto di essere cristiani, come Hopkins e Shakespeare, o buddhisti, come
tanta di quella povera gente di Tohoku, in Giappone.
Inoltre, mentre tentiamo di apprendere al nostro meglio
tale dura lezione e cerchiamo disperatamente di metterla in
pratica – ovvero di acquisire la «pazienza» in mezzo alle nostre
angosce identificandoci con il Crocifisso – la stiamo, senza rendercene conto, insegnando agli altri. Così, dunque, come possiamo leggere nel libro di Isaia: «La conoscenza del Signore
riempirà la terra come le acque ricoprono il mare» (Is 11,9).
PETER MILWARD si*
* Gesuita, docente emerito di letteratura inglese alla cattolica Sophia
University di Tokyo, città nella quale vive dal 1954. Studioso e specialista riconosciuto di Shakespeare, del movimento letterario legato allo scisma dei ricusanti (i cattolici inglesi che rifiutarono la riforma anglicana di Enrico VIII;
ndt franc.), di G.M. Hopkins e di T.S. Eliot. È autore e curatore di numerose
pubblicazioni sui temi di suo interesse in ambito accademico.
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GELASIO DI ROMA
Lettera
sulle due nature
2012
quindicinale di attualità e documenti
Introduzione, testo, traduzione e commento a cura di Rocco Ronzani
5
Documenti
pp. 352 - € 32,00
129 Il papa, i cardinali e la fede
Fede ed evangelizzazione: le parole di Benedetto XVI alla Congregazione
per la dottrina della fede e alla Commissione teologica internazionale
e quelle del card. Dolan al Collegio cardinalizio riunito prima del concistoro
del 18 febbraio.
136 Lex orandi
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Novità in campo liturgico: il Messale in lingua inglese (commento di N. King);
il Rito delle Esequie (presentazione della seconda edizione italiana)
e la Liturgia penitenziale presieduta dal card. Ouellet durante il Simposio
in materia di violenze sessuali sui minori in contesto pastorale.
187 Giappone, un anno dopo
La prospettiva buddhista e quella cristiana in due riflessioni sul terremoto
e sullo tsunami che nel marzo 2011 hanno sconvolto il Giappone.
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"! Anno LVII - N. 1118 - 1 marzo 2012 - IL REGNO - Via Nosadella 6 - 40123 Bologna - Tel. 051/3392611 - ISSN 0034-3498 - Il mittente chiede la restituzione
e s’impegna a pagare la tassa dovuta - Tariffa ROC: “Poste Italiane spa - Sped. in A.P. - DL 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 1, DCB Bologna”
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