ArchigraficA paperback
Ersilia Paniccia
15
Francesco Imperato
Napoli e la rivoluzione di Masaniello
ArchigraficA
2008
2010
ISSN 1974-2843
ArchigraficA
paperback
ArchigraficA paperback
collana monografica on-line del semestrale di architettura, città e paesaggio ArchigraficA
15
ersilia paniccia
Francesco Imperato
Napoli e la rivoluzione di Masaniello
Stampato in Italia
© dicembre 2010 by ersilia paniccia - ArchigraficA
prima edizione per ArchigraficA
formato ebook for educational purpose
Creative Common licence - con restrizioni
ArchigraficA, live architecture on the web
www.archigrafica.org
info: [email protected]
in copertina: Micco Spadaro, L’uccisione di Don Giuseppe Carafa
ISSN 1974-2843
Archigrafica paperback collana [online]
Indice
Introduzione
Capitolo I: Francesco Imperato: notizie biografiche
Capitolo II: La Napoli di Francesco Imperato
a) La vita economica e sociale
b) La vita politica
c) Il Seggio del Popolo
Capitolo III: Opere e pensiero politico
Conclusioni
Bibliografia
3
Introduzione
Oggetto del presente lavoro è Francesco Imperato ritenuto dagli storici uno dei maggiori riformatori napoletani del XVI secolo.
L’esiguità di notizie biografiche sull’autore ha reso necessario uno studio più approfondito della sue opere. La fortunata scoperta del primo testo pubblicato da Imperato nel 1598 e intitolato “Reformatione di
nuovo fatta per lo reggimento de le piazze populari de la Città de Napoli, con un breve discorso intorno
all’ Officio di Capitanio d’Ottina” nel quale egli rivendica una più incisiva rappresentanza della componente
popolare all’interno del Tribunale di San Lorenzo, ha aggiunto non solo qualche non trascurabile notizia
relativa alla sua iniziale attività politica, come rappresentante del popolo, all’interno dell’amministrazione
cittadina napoletana, ma ha rappresentato una preziosa fonte di notizie sulla società del tempo di cui
Imperato era certo profondo conoscitore, oltre che delle problematiche politiche, sociali, economiche che
caratterizzarono Napoli in quegli anni. L’ascesa a Capitale del Regno nel 1282 aveva avuto per Napoli
una funzione decisiva per lo sviluppo metropolitano. Il vertiginoso aumento della popolazione, gli sviluppi
sociali legati all’accentramento burocratico e all’inurbamento della grande aristocrazia feudale, una ininterrotta espansione ed attività edilizia, l’acquisizione di privilegi di natura giuridica e fiscale erano stati
i fenomeni a cui il ruolo di Capitale aveva dato luogo. Napoli era divenuta una delle più grandi capitali
d’Italia e d’Europa dunque, ma anche una realtà politica e sociale assai complessa. La società stessa si
è rilevata percorsa da profonde tensioni che avrebbero animato il vivace dibattito politico avente come
protagonisti una nobiltà a cui era affidato il controllo della capitale, e un popolo in cui emergeva un ceto
burocratico, sempre più alla ricerca di un riscatto sociale. Le nozioni di “popolo” e “nobiltà” hanno richiesto un’analisi attenta e approfondita, poiché rappresentavano universi diversamente variegati, nei quali
si canalizzavano fermenti culturali e politici estremamente disparati e tutt’altro che tra loro omogenei.
L’attenzione rivolta all’analisi di questi aspetti ha determinato un panorama vario e suggestivo della vita
politica e culturale napoletana del tempo, da non poter essere così ricondotto a schemi semplicistici e
riduttivi, che rischierebbero di oscurare la complessa dialettica dei ceti e il ruolo politico svolto dalla
componente popolare riformista di cui Imperato e Summonte furono gli ispiratori. Si è cercato così di
ricostruire il meccanismo che aveva portato alla formazione di questo movimento politico per valutarne,
al contempo, l’influenza che esso avrebbe avuto sugli sviluppi della storia politica cittadina. In particolar
modo, lo studio della vita urbana napoletana in epoca moderna ha ricevuto, negli ultimi vent’anni, notevoli contributi da parte di alcuni storici quali, Villari, Galasso, D’Agostino, Rovito, Muto, Musi. Lo studio
delle opere di questi autori ha reso più agevole l’analisi degli sviluppi della riflessione politica svolta da
Imperato e i legami che intercorrevano tra essa e la cultura non solo giuridica, ma anche scientifica, sia
italiana che europea.
4
capitolo primo
Francesco Imperato: notizie biografiche
Affrontare le vicende biografiche di Francesco Imperato, uno dei più autorevoli conoscitori delle istituzioni
e della storia cittadina di Napoli ed uno dei maggiori ideologi del « ceto popolare », significa innanzitutto
inquadrare, sia pur brevemente, la storia e gli eventi di una tra le più note famiglie napoletane. Ciò per
meglio definire non solo il contesto sociale e culturale in cui egli visse, quanto per capire un lato determinante della sua stessa personalità e del suo carattere, ovvero l’orgoglio di essere un Imperato e la
consapevolezza delle responsabilità che ne conseguivano, che egli sempre ebbe presente e che riaffiora
in ogni attività che egli intraprese.
Francesco Imperato nacque a Napoli nel 1570.1 Venne avviato dal padre Ferrante, noto naturalista e speziale2 ed attivamente impegnato nella vita politica della Capitale3, agli studi giuridici, e successivamente
presunto ritratto di Masaniello
alla carriera forense, per poi rappresentare dal 1596 al 1624, la Piazza popolare.4
La fama e l’influenza della sua opera nella storiografia a lui successiva furono strettamente legate alla
storia e alle vicende politiche del seggio popolare. A tal proposito Giulio Cesare Capaccio nel celebrare le
famiglie napoletane che avevano reso illustre tale seggio non poté non citare « gli Imperati, che in que1
L. Giustiniani, Memorie istoriche degli scrittori legali del regno di Napoli, , vol. II,Napoli, Simoniana, 17871788, p. 165.
2
Nella sua professione Ferrante Imperato godette di una notevole autorità e stima, tanto che già prima del
1572 fu eletto dai suoi colleghi partenopei membro del Consiglio di ispezione e sorveglianza dell’arte degli speziali, il
Consiglio degli otto, che insieme al Protomedico del Regno, oltre a controllare la correttezza dell’attività dei membri
della corporazione, avevano anche il compito di sovraintendere alla preparazione dei composti farmaceutici più delicati.
3
L’impegno del padre all’interno del Reggimento popolare è documentato già a partire dagli anni Ottanta
come Capitano del Popolo dell’ottina di Nido. Nel 1587 fu eletto governatore popolare della Gran Casa dell’Annunziata, complesso che comprendeva un collegio, cinque ospedali, una spezieria, un Monte di Pietà e un organo preposto
all’elemosina e che amministrava un ingente patrimonio anche in feudi.
4
Che Imperato avesse conseguito il dottorato in utriusque iure in età giovanissima è confermata non solo dal
frontespizio della sua opera del 1598, ma anche da uno studio effettuato da De Frede. Quest’ultimo, in appendice al
suo libro sugli studenti di legge a Napoli durante il Rinascimento, ripubblica il catalogo degli studenti graduati dal XV
secolo al XVII secolo stampato precedentemente dal giureconsulto Muzio Recco nel suo Commento giuridico - morale
del privilegio di Giovanna II circa la ricostruzione del Collegio dei dottori di Leggi. In questo catalogo viene citato
Francesco Imperato anche se non vi è nessuna determinazione cronologica precisa riguardo all’anno in cui divenne
dottore in legge. In C. De Frede, Studenti e uomini di legge a Napoli nel Rinascimento,Napoli, Arte Tipografica, 1958,
P.111
5
sta piazza a null’altra famiglia sono inferiori. Conoscerete persone insigni, un Gioseppe Imperato, che vi
nominai un di questi giorni, avvocato illustre, auditor della squadra delle galere di Napoli, virtuosissimo,
gentilissimo, ch’io soglio chiamar imperador di virtuosi e di quei che fan professione di esser amici, con
altra tanta gloria dei figli dottori, servidori del re, amabilissimi, continui osservatori di tutte l’attioni che
ponno nobilitar le famiglie e le persone. E con questi congiungerete quei segnalati homini, Ferrante, nella
materia di semplici5 cognito a tutta Europa, e che con molta lode ne scrisse; e di tanta nobiltà privilegiò
la sua casa, che non è principe o signor grande che non ambisca di visitare quel famoso studio di cose
naturali, che andò procacciando da tutto ’l mondo con grossissima spesa; mantenuto nell’istesso splendore da Francesco suo figlio, virtuosissimo giurisconsulto, c’ha dato alle stampe molte sue fatiche, e che
sempre nei maneggi del publico è stato adoprato con molto suo honore »6.
Nunzio Federico Faraglia, che in margine al suo lavoro su Fabio Colonna si interessò sia di Ferrante che
di Francesco Imperato, raccolse materiale documentario dalle cedole della Tesoreria Napoletana antica,
ricavandone l’idea che doveva trattarsi di una grande famiglia borghese e anche molto agiata, essendo
quasi tutti i membri arrendatori di gabelle, deputati dell’annona e portolani.7 Questa argomentazione trova facilmente la sua conferma in alcuni preziosi documenti che testimoniano le ingenti spese che Ferrante
sostenne per la gestione del suo museo; nonché in alcuni assensi regi per la vendita di alcune sostanziose
rendite a suo favore. 8
Francesco Imperato nel 1598 dimorò nell’ottina di Alvinia con la sua famiglia come riferito dal Parrino9
e di quella stessa ottina ne fu Capitano.
Quella di Capitano risulta essere stata tra le prime cariche popolari ricoperta dall’Imperato.10 Questa in5
La parola “semplici” deriva dal latino medievale medicamentum o medicina simplex usata per definire le erbe che all’epoca
venivano adoperate dalla medicina.
6
G. C. Capaccio, Forestiero, Napoli, Roncagliolo, 1634, p.793.
7
Come riportato dal dizionario araldico, gli Imperato, di origine germanica, scesero in Italia al seguito dell’imperatore Ottone II e grazie allo strettissimo rapporto di collaborazione con la corona meritarono l’appellativo di “Imperante” a cui devono l’origine
del nome di famiglia.
Comincia con Simone, barone di Montecorvino vissuto nel XII secolo, per finire con Francesco, favorito di Giovanna II, suo viceré in
Basilicata nel 1417 ed erario nel 1428, il tronco originario da cui ebbe origine il ramo che comprende Colaniello Imperato, balio di
Carlo V, appaltatore di dogane ed eletto del popolo nel 1517, il quale nel 1508 versò un’ ingente somma di scudi per la ricostruzione
della chiesa di San Pietro a Maiella e che nel 1525 si distinse nell’assedio di Pavia. Costui sposò Carolina Ascopo Alopa del Seggio di
Portanova. Ritornando al tronco originario della famiglia troviamo Ferrante Imperato, padre del nostro, noto naturalista ed illustre
esponente del ceto parlamentare borghese, ed i suoi discendenti. Oltre a Francesco infatti egli aveva altri due figli: Andrea, che fu
incarcerato nel 1610 per motivi rimasti oscuri, ed una femmina, di cui non ci è noto di sapere il nome e che morì nel 1612.
8
Il viceré Olivares nel 1585 diede l’assenso regio per settanta ducati di rendita venduti dalla signora Beatrice Valigiano in
favore di Ferrante Imperato. Successivamente Il viceré Don Giovanni Zunica nel 14 gennaio del 1587 spedì il regio assenso intorno
alla vendita di 80 ducati di rendita fatta da Muzio Spinelli allo stesso Ferrante. In N.F. Faraglia, Fabio Colonna linceo, Napoli, Giannini, 1885. p.25.
9
D. A. Parrino, Napoli città nobilissima, V. I ,Napoli,1700, p. 163.
10
F. Imperato, Reformatione di nuovo fatta per lo reggimento de le piazze populari de la Città de Napoli, con un breve
6
formazione ci é data dalla sua prima opera, pubblicata nel 1598, intitolata “Reformatione di nuovo fatta
per lo reggimento de le piazze populari de la Città de Napoli, con un breve discorso intorno all’ Officio
di Capitanio d’Ottina” 11. In essa Imperato ricapitolò gli statuti concessi nel 1522 dal viceré Charles de
Lannoy alla Piazza popolare di Napoli. Tale opera venne riedita nel 1624, aggiungendo nuove annotazioni
ed ampliando il discorso sui capitani d’ottina, col titolo “Privilegi, capituli e gratie concesse al fedelissimo
populo napoletano, et alla sua piazza. Con le sue annotazioni di nuovo aggiunte. Et il discorso intorno all’
officio dei Decurioni, oggi detti Capitani d’Ottina, seu piazze popolari, di nuovo ampliate, et aumentate”.12
Nel 1604 ricoprì la carica di rappresentante del Seggio del popolare all’interno del Tribunale dell’Acqua e
Mattonata. 13
Anche quest’ultima notizia è ricavata dall’opera che Imperato aveva pubblicato nello stesso anno con il
titolo “Discorso politico intorno al reggimento delle piazze della città di Napoli”,14 opera fondamentale, a
nostro avviso, non solo per comprendere il pensiero politico del nostro autore, ma anche decisiva per una
più vasta e profonda conoscenza del riformismo napoletano del ’600.
Nel 1607 Imperato partecipò come deputato del Seggio popolare, insieme all’Eletto del popolo Aniello Di
Micco Spadaro, ritratto di Masaniello
Martino, al Parlamento generale indetto dal Viceré Benavente.15
Parallelamente all’attività politico-giuridica, oltre a coadiuvare il padre nella gestione del famoso Museo di
scienze naturali,16 l’Imperato si dedicò alla pubblicazione di vari scritti di filosofia naturale.
Dopo aver curato nel 1599 la pubblicazione dell’”Historia naturale” scritta dal padre, nel 1605 dava alle
stampe una “Lettera composta in verso sdrucciolo intorno alle procelle, et alle esalazioni occorse in Napoli, nel dì 14 del mese d’ottobre, l’anno 1605”, nella quale descrive in tono epico gli eventi celesti ed
atmosferici verificatisi in Napoli il 14 ottobre del 1605, corredandoli di spiegazioni scientifiche, ma anche
di digressioni mitologiche.
discorso intorno all’ Officio di Capitanio d’Ottina, Napoli, Stigliola, 1598.p. 20.
11
Quest’opera , che si riteneva perduta, è consultabile presso la Biblioteca nazionale di Napoli in Rari.XXI.B.38.
12
Napoli, Roncagliolo, 1624.
13
Fin dal primo quarto del XVI secolo, il Tribunale dell’Acqua e Mattonate rappresentava una delle sei deputazioni ordinarie
della città di Napoli dipendenti direttamente dal Tribunale degli Eletti, cui spettava l’amministrazione cittadina. Due membri di
ogni seggio e un ufficiale regio costituivano questa deputazione, che aveva il compito di soprintendere alla manutenzione degli
acquedotti, delle fontane, del corso delle lave e del lastricamento delle strade. Venivano spesi per questa deputazione 16.615 ducati
ogni anno, e ciascun deputato veniva retribuito direttamente dal Tribunale della Pecunia. In B. Capasso, Catalogo ragionato dei libri
e scritture esistenti nella Sezione antica o Prima serie dell’Archivio municipale di Napoli (1387-1806), Napoli, 1899, p.42.
14
In F. Imperato, Discorso politico intorno al reggimento delle piazze della città di Napoli, Napoli, Stigliola, 1604, p.11
15
Privilegi, et Capitoli e con le altre gratie concesse alla fedelissima Città di Napoli, Milano, 1719, p.43.
16
In un locale annesso alla propria abitazione era accolto il famoso museo naturalistico. I materiali esposti provenivano da
campagne naturalistiche condotte o commissionate personalmente da Ferrante Imperato, da acquisti, doni e scambi con altri studiosi di tutta Europa, molti dei quali conosciuti a Francoforte, durante l’annuale fiera –mercato del libro che , a quanto risulta, fu
frequentata da Ferrante con una certa regolarità. In E. Stendardo, Ferrante Imperato: il collezionismo e studio della natura a Napoli
tra 500’ e 600, Napoli, 2001. p.12.
7
Nel 1610 dedicò al fratello Andrea un’opera in latino intitolata “De fossilibus opusculum in quo miro ordine continentur naturalis disciplinae scitu dignitissima, eiusque professoribus omnino necessaria, al aliis
minime escogitata”. L’opuscolo, pregevolmente illustrato e corredato da una preziosa tavola classificatoria, venne quasi certamente redatto da Imperato con l’ausilio del padre Ferrante, quest’ultimo speranzoso
che il figlio potesse inserirsi tra i membri della prestigiosissima Accademia dei Lincei17.
Federico Cesi, Principe dell’Accademia, propose la candidatura dell’Imperato il 26 gennaio del 1616 menzionandolo come «utriusque iuris doctorem eximium, sed non rebus naturalibus studiorum minus eximium, ut libello suo de fossilibus edito demonstravit»18, perchè era in possesso di quelle doti filosofico
- speculative che mancavano al padre, sottolineando così la sua adesione allo spirito anti-aristotelico e
galileiano, alla base della nascita della “scienza moderna”. La pratica non andò oltre e tuttavia rimase comunque nell’Imperato, anche dopo la morte del padre avvenuta poco dopo il 1615, il desiderio di entrare
a far parte dei Lincei.
Ne è testimonianza una lettera che Fabio Colonna inviò, nel 1628 al Faber o allo Stelluti, nella quale diceva: « Il signor Francesco Imperato già stampa e dedica il libro a Sua Ecc.za con speranza et desiderio di
esser Linceo ».19 Il libro a cui accenna Fabio Colonna, fu scritto e pubblicato da Imperato nel 1628, con il
titolo Discorsi intorno a diverse cose naturali. Opera non meno curiosa che utile e necessaria ai professori
della natural filosofia. I Discorsi erano una minuta descrizione di alcuni pezzi pregiati presenti nella collezione naturalista di famiglia. Ma ormai era troppo tardi. Il principe, già da tempo sofferente nella salute
ed alieno dalle occupazioni accademiche, non li lesse e i desideri e le speranze del nostro erano destinati
a rimanere frustrati.
Dopo la morte del padre l’Imperato divenne erede e curatore del Museo. Il Celano a tal proposito riferisce
che Francesco ricevette dal padre il museo in fedecommesso20. Svolse questo compito con grande dedizione, dal momento che la raccolta sopravvisse fin oltre la rivolta di Masaniello, venendo parzialmente
dispersa solo durante la peste del 1656, dopodiché passò, nel Settecento, alla famiglia Cirillo.
Ultima sua opera furono i Discorsi intorno all’origine, reggimento e stato della Gran Casa della Santissima
Annuntiata di Napoli, pubblicata nel 1629.
Nel 1631 Imperato risulta ancora attivo all’interno dell’amministrazione cittadina rappresentando il Seg17
L’ Accademia dei Lincei fu fondata a Roma nel 1603 da Federico Cesi. Quest’ultimo istituì delle colonie nelle principali città
europee, tra cui Napoli. L’ Accademia fu inaugurata a Napoli nel 1612 e fu presieduta da Giovan Battista Della Porta, fino alla sua
morte nel 1615, e successivamente da Fabio Colonna. In C. Minieri Riccio, Cenno storico delle Accademie fiorite nella Città di Napoli,
Napoli, Giannini, 1879,p. 12.
18
G. Gabrieli, Verbali delle adunanze e cronaca della I Accademia Lincea, 1603- 1630, classe di Scienze morali, storiche e
filologiche, serie VI, p.32.
19
G. Gabrieli, Il carteggio linceo della vecchia Accademia di Federico Cesi (1603-1630), in memore della Real Accademia
nazionale dei Lincei, cl. di scienze morali, storiche e filologiche, s. 6, 1938-1942, p.60.
20
C. Celano, Delle notizie del bello, dell’antico e del curioso della Città di Napoli, Napoli, vol. III, 1792, p. 34.
8
gio popolare durante i festeggiamenti di San Giovanni Battista.21
Dell’attività successiva a questa data non vi è rimasta alcuna testimonianza, rimanendo così a noi sconosciuta la data di morte.
Il ramo si estinse con la morte del figlio di Francesco Imperato, Andrea che « si distingueva nella poesia
latina »22, autore, nel 1610, di un’ elegia dedicatoria a premessa dell’opuscolo sui fossili scritto dal padre.
Un recente studio smentisce l’erronea identificazione di Francesco Imperato con un suo omonimo Francesco Imperato, marchese di Spineto dal 1619.
Un documento rinvenuto da Enrica Stendardo23 all’interno di un libro intitolato Aggiunta alla Napoli Sacra del D’Engenio, fornisce la prova di questo caso di omonimia. Il testo, infatti, contiene un documento
pubblicato proprio dal Marchese, intitolato “Risposta del Marchese di Spineto contro le opposizioni proposte da Hettore Artaldo Minutolo” e scritto per dimostrare la legittimità di quel titolo ricevuto nel 1617
da Filippo III e contestatogli da alcuni. In esso, cosa assai importante ai fini del nostro discorso, egli si
distingueva dai tanti Imperato che all’epoca vivevano in città e che, secondo la testimonianza diretta
dell’autore, non facevano parte dello stesso ramo. Tra di essi vi era quel Francesco Imperato vero oggetto
del nostro interesse.
Un’ulteriore conferma di quanto affermato dalla Stendardo si ritrova nel libro di De Lellis il quale, nella
sua guida sui luoghi sacri di Napoli, cita sia un Francesco Imperato marchese di Spineto, sia un Don Francesco Imperato, entrambi in qualità di possessori di una cappella nella Chiesa di Sant’Agostino24.
21
G. D. Giuliani, Apparato per la festività di San Giovanni Battista, Napoli, Roncagliolo, 1631.
22
F. Colangelo, Storia dei filosofi e dei matematici napoletani e delle loro dottrine, Napoli, Strani,
1833, p. 148.
23
E. Stendardo, Ferrante Imperato…cit., p. 16.
24
C. De Lellis, Supplemento a “Napoli Sacra “di Don Cesare D’Engenio Caracciolo, Napoli, Mollo,
1654. p. 185.
9
capitolo secondo
La Napoli di Francesco Imperato
a) La vita economica e sociale.
La città di Napoli, considerata da Imperato « una delle più Fedele, nobile, vaghe, grande, e popolose
Città, che habia il Mondo; lodata, e celebrata da tanti degni e famosi Autori Antichi, e Moderni, che si
potria con ragione chiamar Regina delle Città »,25 agli inizi del XVII secolo, si presentava come la prima
città d’Italia per numero di abitanti, contandone al suo interno 260.00026.
«Il mostro napoletano», così definito da Gerard Delille, avrebbe schiacciato tutti gli altri centri della
Penisola potendo essere paragonato per dimensioni soltanto a due città europee quali Londra e Parigi.27
Sfuggiva allora, sia a Imperato sia agli scrittori dei secoli XVI e XVII che, come lui, senza esitazioni
magnificarono la grande capitale, che nel caso di Napoli quella crescita era sproporzionata di molto rispetto
alla effettiva portata delle sue reali risorse ed energie. Soltanto la cultura illuminista del secolo XVIII,
avrebbe avuto una più chiara e reale coscienza dell’effettiva situazione di arretratezza del Mezzogiorno
e contemporaneamente avrebbe messo sotto accusa la Capitale, considerata come un’enorme testa
sovrapposta a un corpo esile e debole, dal quale succhiava come un parassita tutti gli umori, sacrificando
le potenzialità di crescita delle province alle esigenze della monarchia e della metropoli, strumento del
potere regio.
Questa nota immagine illuminista descriveva metaforicamente la crescita urbana e la storia demografica di
Napoli: la storia della città, infatti, avrebbe mostrato uno squilibrio costante tra l’andamento demografico
della popolazione e «le effettive capacità d’assorbimento della struttura economico-sociale »28.
L’ascesa di Napoli come una della più belle e grandi città d’Europa, aveva preso avvio in epoca aragonese
25
F. Imperato, Privilegi, capituli, e gratie, concesse al fedelissimo popolo napoletano, & alla sua Piazza. Con le sue annotazioni di nuovo aggiunte. Et il Discorso intorno all’officio di Decurioni; hoggi detti Capitanij d’ Ottine, feu Piazze Populari, di nuovo
ampliato, & aumentato, Napoli, Roncagliolo, 1624, p. 95.
26
G. C. Capaccio,Descrizione di Napoli ai principi del XVII secolo, a cura di B. Capasso, Bologna, Forni, 1889. p. 29.
27
G. Delille, Demografia in Storia del Mezzogiorno: aspetti e problemi del Medioevo e dell’Età Moderna, Napoli, Edizioni del
sole , 1991. p. 25.
28
A. Musi, La spinta baronale e i suoi antagonisti nella crisi del Seicento, in Storia della Campania, Napoli, Guida, 1978.
p.234.
10
quando « la ricchezza dei Regni poteva ancora essere misurata sulla base dell’opulenza delle capitali,
dove risiedevano le corti dei nobili».29
I sovrani aragonesi si erano dedicati all’opera di ammodernamento dello stato, rinnovando l’apparato
politico-amministrativo e favorendo l’ascesa di Napoli a «epicentro geopolitico ed economico» del Regno
di cui dal 1282 era divenuta capitale, ma innanzitutto avevano dato l’avvio al progressivo passaggio della
Giulio Genolino e Masaniello
capitale da «universitas civium tardo-medievale» a «capitale moderna»30.
Strumento di tale progetto politico fu un insieme di privilegi di varia natura concessi alla capitale e ai suoi
residenti.
Dal 1442 al 1505 vengono emanate una serie di prammatiche contenenti vantaggi di natura economica
e fiscale, ma anche norme ben precise sul diritto di cittadinanza e sui vincoli relativi per partecipare alla
vita politica. Il cittadino che avesse voluto intraprendere una qualsiasi attività politica, sapeva di godere
di innumerevoli benefici, ma anche di entrare in un sistema di controllo politico-sociale.
Tale propensione in favore della città di Napoli si rafforzerà con Ferdinando il Cattolico che, conclusa la
conquista del Regno nel 1503, con una prammatica del 18 febbraio del 1505, confermò atti, concessioni
e privilegi concessi dagli aragonesi a favore della Capitale e delle università demaniali, consolidò e
incrementò, con lo sviluppo dell’apparato burocratico e con la promozione di nuovi ceti emergenti, il ruolo
di centro politico - amministrativo dell’intero Regno.
Nel Mezzogiorno intero Napoli divenne così l’unico soggetto in grado di trattare col potere centrale,
mentre i ceti rurali della periferia, a differenza di quanto accadeva nel Ducato di Milano, non avevano
rilevanza alcuna.31
Per tale ragione Napoli continuò ad essere il polo d’attrazione di masse di uomini provenienti da ogni dove
alla ricerca di una vita meno misera oppure di una carriera più onorevole, grazie ai privilegi e alle esenzioni
fiscali; dall’altro, la presenza dei centri di potere vi provocava una spettacolare concentrazione della
grande e piccola nobiltà feudale che impiegava enormi somme per stabilirsi nella capitale e mantenere
un tenore di vita adeguato.
Pur se gli interessi economici reali e la proprietà terriera erano altrove, era in città che bisognava
risiedere, se non si desiderava essere esclusi dalla vita politica. Pertanto, nel corso del ‘500 si consumava
il compromesso tra nobiltà feudale e monarchia: la prima, in cambio della conservazione di privilegi
e rafforzamento delle prerogative in seno al feudo, cedeva al sovrano, riconoscendosi suo suddito e
rinunciando alla possibilità di una contrapposizione paritetica di poteri era, d’altronde l’unica strada da
percorrere, a fronte di una politica volta ormai a favorire i nuovi ceti emergenti.
29
30
31
A. Lepre, Storia del mezzogiorno d’Italia, vol. I, Napoli, Liguori, 1987, p. 132.
G. D’Agostino, Per una storia di Napoli Capitale, Napoli, Liguori, 1988, p.86.
A. Musi, Le vie della modernità, Milano, Sansoni, 2000. p.103.
11
L’ascesa e la presenza del ceto medio alto nei quadri amministrativi, a fronte di un progressivo impoverimento
della nobiltà, ancora però saldamente in possesso delle cariche più importanti, avrà conseguenze decisive
sulla società napoletana a partire dal 1542. In tale data, infatti, il viceré don Pedro de Toledo formalizzò
i nuovi schemi di organizzazione dello Stato, ormai sanciti dalla cultura giuridica europea più avanzata,
e « sottrasse ai nobili di spada le funzione più delicate e gelose, quelle che influivano sui loro patrimoni,
sulla “roba”, sulla libertà: li espulse dal Consiglio Collaterale, ossia dal governo ».32
L’emarginazione della Nobiltà di Spada33 si collocava nell’ampio progetto di ristrutturazione degli apparati
finanziari che nella seconda metà del XVI secolo, con la promozione del ceto togato, avrebbe dato avvio
a un processo non indolore.34
L’avvocatura era considerata nelle società borghese, proprio come dirà D’Andrea, « l’unica strada in
Napoli, particolarmente alle persone nobili, di fare acquisto di ricchezze e di poter anco ascendere alle
supreme dignità ».35
Nello spazio di qualche generazione, si poteva salire in alto nella scala sociale, cambiando completamente
status.
Dopo aver seguito una lunga e severa preparazione universitaria nelle materie letterarie e giuridiche, gli
uomini di legge venivano chiamati sempre più spesso a ricoprire cariche pubbliche di rilievo. La nobiltà
di spada, dal canto suo, tendeva a rifiutare questo modello formativo «teorico-dottrinale», preferendo il
modello «etico - metafisico», del cavaliere «d’armi e d’amore». Pur non volendo perdere l’esercizio delle
funzioni pubbliche, l’aristocrazia del Regno di Napoli, soprattutto quella di origine spagnola, guardava con
disprezzo la disciplina e gli studi giuridici, lasciando di fatto ampio spazio all’inserimento dei dottori in
legge che formarono ben presto un compatto ordine corporativo pronto a difendere le proprie prerogative
32
R. Ajello, La crisi del Mezzogiorno nelle sue origini: la dinamica sociale in Italia e il governo di Filippo II, in Napoli e Filippo
II, Napoli, Macchiaroli, 1998. p.21.
33
I sette grandi uffici, attraverso i quali la nobiltà in passato aveva affiancato il potere del sovrano, restavano nominalmente
in vigore e ad alcuni di essi toccavano ancora compiti importanti. Ma già dell’ufficio principale, quello del Gran Contestabile che
un tempo aveva avuto il comando supremo delle milizie, era stata ridotta notevolmente l’ importanza così come era stata ridotta
l’importanza dell’ufficio di Gran Giustiziere, divenendo poi una semplice carica di corte. Restava invece l’importante ufficio di Grande
Ammiraglio il quale aveva giurisdizione civile e criminale su tutti coloro che traevano i loro mezzi di sostentamento dal mare. Al Gran
Camerario,a cui un tempo era toccato amministrare la finanza oltre che avere cura e custodia della persona del re, nel periodo del
viceregno l’ufficio si ridusse ad una carica soltanto onorifica e lo stesso avvenne per quello di Gran Protonotario e Logoteta, che
in passato aveva assolto alle funzioni di segreteria del re. Altro ufficio che aveva assunto un importanza molto maggiore era quella
del Gran Cancelliere, al quale era stato affidato il sigillo del re. Il Gran Siniscalco, infine, che aveva avuto cura dell’amministrazione
della corte reale, quando questa, col viceregno cessò di esistere, conservò le prerogative del suo grado ma senza più avere autorità
effettiva. In A. Lepre, Storia del Mezzogiorno..op. cit., 1987, pp. 136-137.
34
Ai fini del nostro discorso è d’obbligo ricordare i tre consiglieri di Tortorella: Francesco e Cesare Alderisio, padre e figlio di
modeste origini, il primo consigliere nel 1575, il secondo ottenne la medesima carica nel 1609; Scipione Rovito, orfano e di origine
contadina, ottenne la carica di consigliere nel 1577. Questi uomini furono la testimonianza vivente di come, attraverso il dottorato,
si potesse assurgere ai vertici di potere. In P. L. Rovito, La respubblica dei Togati, Napoli, Jovene, 1986, pp.50-54 .
35
C. De Frede, Studenti e uomini di legge a Napoli nel Rinascimento, Arte Tipografica, Napoli, 1957, p.54.
12
professionali e di status.
In questo contesto deve inserirsi anche l’opera di Diomede Carafa che, come ha sottolineato Raffaele Ajello,
tentò di proporre una mediazione tra la nobiltà di toga e la nobiltà di spada inducendo i rappresentanti di
quest’ultima a seguire un cursus studiorum per poter rientrare a far parte dell’élite di potere dalla quale
veniva sempre più esclusa.36
Di conseguenza gli organi di governo vennero ad essere un importante canale di promozione e di mobilità
sociale.
Nel Sacro Regio Consiglio, nel Collaterale, nella Camera della Sommaria, uomini nati in provincia, non
sempre da famiglie nobili e ricche, potevano così, compiuto il cursus honorum, diventare parte della
classe dominante e realizzare quella che è stata definita da Rovito la respubblica dei togati. 37
La respubblica dei togati aveva realizzato un nuovo sistema amministrativo ma non la soppressione di
quello antico: nel Regno, infatti, da un lato vi era il complesso delle istituzioni regalistico-municipali
(Consiglio Collaterale, Sacro Regio Consiglio, Regia Camera della Sommaria), in cui il ceto medio era
rappresentato da un sempre più crescente numero di giuristi, che sedevano accanto al viceré; dall’altro la
nobiltà più forte e antica controllava ancora saldamente i vertici di istituzioni come i Seggi, il Parlamento,
così come i baroni le università.
Tra i fattori che favorirono una più larga partecipazione di elementi della borghesia al potere politico, vi
furono alcune norme per il riconoscimento della qualifica di regnicolo
Cardinale Filomarino
38
e la vendita di alcuni uffici.39
36
R. Ajello, Napoli tra Spagna e Francia: problemi politici e culturali, in Arti e civiltà del Settecento a Napoli, a cura di
Cesare De Seta, Laterza, Bari, 1982. p.19.
37
La «Curia Regis» della Monarchia aragonese, diventò corte suprema di giustizia nel periodo spagnolo. Aveva la giurisdizione di appello da tutti itribunali inferiori, ma soprattutto dalla Vicaria. Giudicava in prima istanza sulle cause civili di relative ai
patrimoni feudali. Il Consiglio di Stato o Collaterale di Cappacorta era privo di effetttivo potere ed era destinato ad assistere il vicerè
in materia militare,; raramente convocato era costituito per intero da aristocratici. La Regia Camera della Sommaria fu istituita da
Alfonso d’Aragona nel 1450 come tribunale finanziario. Durante il periodo del viceregno ebbe competenze amministrative come il
controllo sui feudi, sugli uffici, sull’intera materia fiscale centrale e periferica. Compilava i bilanci del Regno. Doveva però fare i conti
con altri organismi, come il Collaterale, il Parlamento, i Seggi di Napoli che interferivano, sia per il loro profilo istituzionale, sia per
gli abusi di giurisdizione, con le prerogative del maggior organismo finanziario del Regno.
38
Nel 1495 Ferdinando II d’Aragona sancì il principio che gli uffici dovessero essere assegnati in maggioranza ai regnicoli, ciò
fu poi riconfermato nel maggio del 1503 e nei capitoli di Segovia del 5 ottobre del 1505. In seguito l’annosa questione, riguardante
l’attribuzione delle cariche pubbliche ai regnicoli, fu sistemata da Carlo V con la prammatica De officiorum provvisione, del 12 marzo
1555, e con i contemporanei capitoli di Bruxelles. Assegnando la quota di due terzi degli uffici agli oriundi, considerando come tali
coloro che avevano ottenuto la cittadinanza di Napoli dagli Eletti e coloro che, di qualsiasi nazione, avessero castelli o beni feudali
nel Regno. Mentre i comuni demaniali non potevano concedere la cittadinanza se non a coloro che avevano soggiornato per 10 anni
nel Regno, sposati con moglie napoletana e possidenti beni stabili. R .Villari, La rivolta . antispagnola a Napoli, le origini (15851647),Bari, Laterza, 1967. p. 21.
39
Secondo Villari il quadro dettagliato della situazione è offerto da un manoscritto il Codex officiorum Regnique Neapolitani,
redatto per ordine del re poco dopo la metà del XVII: malgrado le pressanti esigenze finanziarie del periodo precedente la
rivoluzione del 1647 e gli incitamenti provenienti da Madrid di alienare tutto quello che apparteneva al patrimonio regio, gli alti
gradi della burocrazia e le cariche giudiziarie rimasero immuni dalla pratica delle venalità. Villari avanza l’ipotesi che sia stata la
stessa aristocrazia a proteggere dalla venalità, anche durante la guerra dei Trent’anni, questo settore decisivo dell’amministrazione
pubblica, coincidendo questa opposizione alla venalità delle alte cariche , e quindi la possibilità che esse venissero acquistate da
13
Anche se, come dimostra Villari, quest’ultimo fenomeno non fu determinante in tal senso, poiché vi erano
due condizioni che consentivano alla nobiltà di non opporsi alla vendita degli uffici: la prima era costituita
dal fatto che la venalità riguardava quasi esclusivamente le funzioni subalterne; la seconda, era l’istituto
della sostituzione in base al quale l’acquirente di un ufficio poteva designare altri ad esercitarlo, cioè a
dire poteva darlo in affitto.40
L’aristocrazia manteneva inoltre assoluta preminenza nell’organizzazione militare: a metà del Seicento, i
33 membri del Consiglio di stato (al quale spettava anche il compito di nominare un luogotenente in assenza
del viceré ) appartenevano al ceto nobiliare. Particolare importanza ebbe poi il fatto che i governatori
delle Udienze provinciali41 furono scelti quasi sempre tra i rappresentanti dell’aristocrazia: ciò derivava
in parte dal mantenimento dell’antico carattere militare dell’ufficio, in quanto il governatore conservava
ancora la diretta responsabilità delle truppe dislocate nel territorio dell’Udienza provinciale. Ciò derivava
da un antico privilegio che Ferdinando il Cattolico aveva concesso nel 1507, su richiesta del Parlamento.
Anche i governatori locali delle terre regie furono in gran parte reclutati nelle file dell’aristocrazia: ancora
intorno al 1670, soltanto 16 su 50 non erano nobili.42
Il fenomeno della venalità comunque illustrava la coesistenza di elementi antichi e nuovi nel passaggio
alla modernità; infatti, se la tendenza verso la centralizzazione dei poteri dello stato era un fattore di
modernità, il processo di accesso alle cariche pubbliche era ancora fondato in parte su meccanismi di tipo
feudale.
L’attenzione prevalente per la città di Napoli avrebbe fatto «cessare qualsiasi investimento nelle città di
provincia, sempre più irrisolte e malate»,43 dando così l’avvio a quel processo di squilibrio città/campagna,
che tanto sarebbe pesato sulla capitale.
Conseguenze immediate furono la difficoltà per Napoli di assorbire l’afflusso demografico, dall’altro la
progressiva involuzione della campagna; la degradazione del paesaggio agrario e lo spopolamento della
montagna nella periferie della regione, come il Cilento; la mortalità malarica e l’assenza di un piano di
borghesi. Il problema della venalità degli uffici fu affrontato per la prima volta nel 1536. Il parlamento chiese al sovrano che non si
vendessero gli uffici. Appena due anni dopo , però il parlamento chiese la revoca di questa grazia, che fu effettivamente revocata,
facendo eccezione per gli uffici che amministravano la giustizia, con i capitoli di Barcellona del 25 luglio 1538.ivi. p. 42.
40 V. I Comparato, Uffici e società a Napoli (1600-1647).Aspetti dell’ ideologia del magistrato nell’età moderna, Firenze, Leo S.
Olschki editore, 1974.p. 53
41
Nelle provincie l’amministrazione della giustizia in prima istanza avveniva nelle Udienze, che dipendevano dai governatori
provinciali per le terre demaniali e nelle corti baronali per le terre feudali. I governatori che duravano in carica due anni, avevano
come funzione più importante proprio la cura dei servizi giudiziari, ma la loro autorità si estendeva, per quanto in misura limitata,
anche su quei funzionari incaricati della riscossione dei tributi. Le Udienze erano formate dagli uditori, con carica biennale, da un
avvocato erariale, da un segretario e da un cancelliere
42
R.Villari, La rivolta antispagnola...cit. p.20.
43
G. Labrot, La città meridionale, in Storia del Mezzogiorno: aspetti e problemi del Medioevo e dell’Età Moderna, Napoli,
Edizioni del Sole, 1991. p.231.
14
bonifica delle pianure impaludate, come la piana del Sele e il Vallo di Diano; le crisi alimentari, epidemiche,
e la conseguente progressiva depauperizzazione della forza-lavoro, mostrarono secondo Aurelio Musi un
« intreccio esemplare tra natura, società e politica e rinviano ad una matrice comune di questi fenomeni
da ricercarsi nell’organizzazione socio-economica di tipo feudale, realtà di lunga durata che il tempo
stenta a logorare»44.
La crisi agraria che colpì il Regno tra il 1585 e il 1610 avrebbe poi messo in evidenza i fattori strutturali di
debolezza economica: la crisi colpiva una società in cui la struttura generale era tale da non consentire la
formazione di riserve sufficienti a garantire un rapido ristabilimento dopo lunghe perturbazioni.
Il problema dell’approvvigionamento di una capitale così popolata, in cui, per la densità e la turbolenza
della popolazione, la carestia poteva avere conseguenze politiche molto gravi, fu affrontata dal governo
con una politica restrittiva, che proibiva l’esportazione e ostacolava in mille modi il commercio granaio
facendone quasi un monopolio.45
A ciò si aggiunsero altre restrizioni nei confronti di tutti quelli che arrivavano nella Capitale dal Regno e
che non avevano fissa dimora ed un mestiere.
Da qui la prammatica De Vagabundis del 1559, che in principio trattava degli stranieri nel Regno. Si era
infatti deciso di perseguire solo i forestieri di qualsiasi stato, i quali non esercitavano alcun mestiere. In
seguito, nel 1560 e 1585, si decise di includere anche napoletani e i regnicoli. Le prammatiche, oltre a
precisare le pene da comminare ai trasgressori, avevano un altro obiettivo: mobilitare e responsabilizzare
gli organi locali nel controllo dei forestieri che andavano identificati e registrati.46
Il susseguirsi di altre prammatiche, nel 1593, nel 1611, nel 1638, mostrarono la scarsa efficacia delle
pene minacciate. Quest’ultime colpirono maggiormente i poveri, che andavano ad infoltire la plebe, senza
riuscire a risolvere il problema dell’immigrazione che metteva in pericolo, con sommosse ed agitazioni,
l’equilibrio politico e sociale.
Inoltre la contrazione agricola e la contrazione della domanda estera, in un’economia il cui settore naturale
La scala del Palazzo dello Spagnolo di Sanfelice
costituiva la principale fonte di ricchezze della regione, stimolarono una serie di «effetti indotti»47 anche
nel settore artigianale e manifatturiero.
Durante la crisi generale del Seicento, il basso livello tecnologico, il controllo e il monopolio esercitato
dall’aristocrazia terriera, la funzionalità delle attività artigianali al modo di produzione feudale, in un periodo
in cui la nuova divisione internazionale del lavoro spingeva verso la trasformazione delle corporazione e
favoriva l’emergere delle più moderne figure imprenditoriali, limitavano sensibilmente la produttività dei
44
A. Musi, La spinta baronale... cit., p.231.
45
G. Coniglio, Annona e Calmieri nella Napoli spagnola, Napoli, Archivio Storico per le Provincie Napoletane, vol. LXV, p. 19.
46
P. Avallone, Il controllo dei“ forestieri” a Napoli tra il XVI e XVIII secolo, in «Mediterranea», III, n. 6, Palermo, 2006,
pp.188-189.
47
A. Musi, La spinta baronale...cit., p.231.
15
piccoli nuclei di industria familiare e la stessa capacità di sopravvivenza.
Inoltre l’intervento del mercante trasformò in misura notevole il carattere della produzione.
Dalla seconda metà del secolo XVI e dalla prima del XVII secolo a Napoli l’artigianato si era notevolmente
sviluppato. 48
Era indubbiamente assai diffusa la piccola produzione e molti artigiani vendevano direttamente
ai consumatori i propri prodotti. Ma spesso essi si univano in società, una forma assai frequente di
cooperazione, che consentiva di accrescere i capitali e di unire all’interno di uno stesso luogo di lavoro
più processi lavorativi e, infine, di provvedere, con uno dei soci, alla commercializzazione dei prodotti
finiti. Il distacco del processo di lavorazione da quello di commercializzazione aveva favorito lo sviluppo
dell’artigianato e la presenza sempre più massiccia di operatori commerciali stranieri che, per tradizione,
Decorazioni del portale di Palazzo di Sangro
erano già dal XVI secolo presenti nell’area napoletana. 49
Sicché i produttori e mercanti napoletani continuarono a controllare solo una piccola parte di questo
movimento commerciale e la Capitale, pur essendo economicamente e socialmente di gran lunga più
sviluppata del restante Regno, porto militare e commerciale di primaria importanza, residenza della
quota più consistente del ceto borghese e contenitore e fruitore della maggior parte della ricchezza
del Mezzogiorno, avrebbe condiviso con le provincie « il destino storico di area in posizione subalterna
rispetto al grande commercio e alla grande finanza internazionali ».50
I mercanti napoletani incontravano grosse difficoltà nel campo del commercio internazionale, dove si
trovavano di fronte alle consolidate presenze fiorentina, genovese e veneziana. Ma anche una parte
notevole del commercio interno era nelle mani dei mercanti stranieri. Quest’ultimi, in particolare
genovesi, veneziani e fiorentini si occupavano dei commerci dei cereali ed esportavano olio pugliese. La
Puglia, infatti, divenne, a partire dalla seconda metà del XVI secolo, la provincia dalla quale dipendeva
l’approvvigionamento di Napoli. A Bari, uno dei maggiori centri del commercio oleario, si era formata
una importante colonia di mercanti stranieri, molti dei quali, con il tempo, s’inserirono stabilmente nella
società cittadina.
Il passaggio obbligato verso il radicamento di famiglie straniere, in particolar modo genovesi, a Napoli
48
L’artigianato, attirava la maggior parte degli immigrati che giungevano a Napoli, seguendo spesso la strada già percorsa
da amici o parenti. Circa il 30% degli immigrati trovava lavoro in tali attività. Assai elevata era anche la percentuale, circa il 47%,
degli immigrati tra i nobili che si stabilivano nella capitale, spendendovi le loro rendite, e portando spesso con sé i loro domestici,
o comunque ne stimolarono l’immigrazione, provocando una forte espansione della categoria dei servizi, che dava lavoro a circa il
20% degli immigrati. In A. Lepre, Storia del….. cit. p. 162.
49
Le Arti della Seta e della Lana sovrastavano le altre per antichità delle loro tradizioni e per la parte che rappresentavano
nella vita economica della città.
Segno di particolare prestigio era il fatto che il Tribunale dell’Arte della Seta, assai più di quelli di tutte le altre corporazioni, non si
limitava a giudicare le sole cause nascenti nell’ambito del mestiere, ma si attribuiva anche tutte quelle civili, criminali e miste in cui
erano implicate le persone del mestiere.
50
G. Galasso, Napoli spagnola dopo Masaniello : politica, cultura, società,Firenze,Sansoni, 1982. p. XVI.
16
era dato dall’apertura di sportelli bancari. Infatti se la produzione era prevalentemente controllata dalla
feudalità e la sfera del mercato e della circolazione dagli stranieri, secondo Musi erano « abbastanza chiari
i termini del rapporto e tutti gli intrecci che vengono a crearsi attraverso le diverse operazioni bancarie».51
Difatti, il ceto mercantile, indipendentemente dalla nazionalità, non si limitava ad acquistare o vendere
derrate alimentari, materie prime, prodotti finiti, o, come già accennato, a finanziare la produzione di
tessili o altro con ammortamenti collegati alle scadenze delle ferie dei cambi. Ma soprattutto e in misura
non trascurabile finanziavano il governo vicereale e l’amministrazione della Capitale.
Nella prima metà del’500, durante il viceregno di Toledo, il sistema bancario di Napoli non differiva da
quello spagnolo.
Nel Napoletano, come in Spagna, l’attività bancaria era esercitata in prevalenza da banchieri genovesi.
Soltanto verso la fine del XVI secolo si assistette «all’emergere, più che altrove nella capitale di ceti
borghesi imprenditoriali locali in grado di distinguersi polemicamente e con successo così dalla nobiltà
cittadina e feudale come dal capitalismo forestiero».52
In seguito al fallimento di alcuni banchi privati, nel 1584, il viceré duca d’Ossuna ( 1582- 1586 ) aveva
dichiarato banco pubblico un istituto pio a larga presenza borghese, quale il Monte di Pietà53 e approvò
nuovi capitoli concernenti l’opera pia Monte dei Poveri, che nel Seicento sarebbe divenuto banco pubblico.54
Ciò avrebbe comportato un rafforzamento della finanza napoletana attraverso il definitivo ed incontrastato
affermarsi del banco pubblico, a funzione quasi esclusiva di deposito e copertura della media borghesia
cittadina napoletana, e la contemporanea riduzione dei banchi genovesi. Nel 1598 fallì l’importante Banco
de’ Mari, nel medesimo anno, il banchiere genovese Giacomo Saluzzo, presidente di Camera, chiese il
permesso di istituire una depositaria generale. Il nuovo istituto avrebbe dovuto esercitare il monopolio
dell’attività bancaria, con direzione a Napoli e filiali nelle città sedi di Udienze e in altre quattro località
da designare. Il viceré fu favorevole alla proposta, ma non poté vincere l’ostilità dell’opinione pubblica
napoletana, ostile ai genovesi e legata ai Banchi dei Luoghi Pii.55
I Monti di Pietà si connotarono così come un fenomeno religioso- assistenziale e al contempo economico,
51
A. Musi, Mezzogiorno spagnolo. La via napoletana allo stato moderno, Napoli, Guida, 1991. p. 143.
52
R. Colapietra, Il governo spagnolo nell’Italia meridionale ( Napoli dal 1580 al 1648 ), in Storia di Napoli, vol. V, T. I, ed.
Scientifiche italiane, 1974, p175.
53
Il risveglio religioso, che si manifestò nel Mezzogiorno come altrove, con l’affermarsi della riforma protestante, provocò un
fiorire di ordini religiosi, in parte di origine italiana in parte di origine spagnola. Gli appartenenti a questi ordini andavano predicando
nelle Chiese napoletane per risvegliare nei frequentatori la coscienza dei grandi valori della Cristianità. Un peso notevole fu esercitato dai padri Teatini, l’ordine creato da Gaetano da Thiene, che sostennero nelle loro prediche la necessità, per venire incontro
alle classi sociali meno fortunate, di istituire dei Monti di Pietà. Fu dalla loro predicazione che nacque a Napoli, nel 1539, il Monte di
Pietà, istituto non nuovo in Italia, in quanto diffuso negli Stati della Chiesa fin dalla seconda metà del Quattrocento.
54
L. De Rosa, L’Archivio del Banco di Napoli e l’Attività dei Banchi Pubblici Napoletani, in De Computis, Revista Española de
Historia de la Contabilidad, n˚1, 2004, p. 54.
55
G. Coniglio, I viceré spagnoli di Napoli, Napoli, Fiorenino, 1967. p.150.
17
venendo incontro a due fondamentali esigenze: la prima, strettamente legata alla scarsità di moneta in
circolazione; la seconda, legata alle necessità finanziarie dei luoghi pii, che si moltiplicarono a man mano
che la città si popolava più densamente.
Infatti, le occasioni di lavoro che scaturivano dalla presenza di una folta classe di benestanti e dallo sviluppo
della manifattura tessile erano diventate largamente insufficienti rispetto all’espansione demografica della
città.
Un’ espansione che si ripercuoteva soprattutto sul tessuto urbano. Esso si presentava suddiviso in
quattro zone fondamentali: un’area settentrionale abitata prevalentemente da nobili e burocrati di alto
rango; i quartieri spagnoli, interessati nel XVI secolo da un notevole sviluppo edilizio, con insediamenti e
servizi militari; l’area meridionale che nella prima metà del Seicento era il cuore della vita commerciale,
artigiana e manifatturiera della capitale; la fascia periferica in cui è possibile identificare una struttura
prevalentemente agricola nella zona esterna lontana dalle mura (Capodimonte, Vomero, Posillipo) e
un’area interna in cui prevalevano mestieri urbani e commerciali. Sicché la descrizione delle aree della
città poteva essere nel contempo descrizione delle attività che si svolgevano al suo interno.
Già verso la metà del Seicento si contano all’interno della Capitale palazzi a sette piani; mentre in
molti erano costretti ad abitare in spazi ristrettissimi, i «bassi» e le baracche, raccolti nei fondaci e nei
luoghi dove maggiormente si svolgevano la vita economica, il mercato, le attività artigianali e quelle
manifatturiere.
Si andarono così fissando «i tratti pletorici e parassitari della struttura sociale»56 ed il conseguente
abnorme sviluppo urbano e suburbano del tutto illegale, che avrebbe caratterizzato la topografia della
Capitale57.
Tra il 1595 e il 1606, inoltre, le fasce periferiche cittadine subiscono una maggiore espansione rispetto
alle aree interne della città. All’esterno della città si era infatti sviluppata una fitta rete di borghi suburbani
che con il tempo finiranno per congiungersi alle mura di Napoli. Essi costituivano uno sfogo all’edilizia
residenziale che non riusciva ad espandersi a sufficienza all’interno delle mura e, pur contro le disposizioni
delle prammatiche, tale sviluppo continuò fino alla prima metà del Seicento.
Di fatti la massa di vagabondi provenienti dalle campagne e dalle città vicine trovava rifugio in questi
borghi alimentando un flusso pendolare tra questi e la città murata. Gli abitanti di tali luoghi erano
costretti per entrare in città a raggiungere le varie porte e non sempre ciò era agevole. Fu così che
all’inizio del Seicento si cominciarono a praticare dei varchi abusivi e molti di questi passaggi furono in
seguito, sotto la richiesta popolare, trasformati da pertugio in vere e proprie porte.
56
G. D’Agostino, Per una storia… cit., p.96.
57
Il potere centrale vietò con una serie di prammatiche, pubblicate ben 7 volte fra il 1555 e il 1627, ogni possibilità di costruire in prossimità delle mura, sia all’esterno che all’interno di esse. In G. Labrot, La citta meridionale, in Storia del Mezzogiorno:
aspetti e problemi del Medioevo e dell’Età Moderna, Napoli, Edizioni del Sole, 1991. p. 256.
18
La stessa complessità e disorganicità valeva per la stratificazione cittadina.
La piramide sociale di Napoli nel Seicento si presentava composta da molti livelli: sul livello più alto vi
erano i nobili e i maggiori rappresentanti della burocrazia statale; in mezzo vi erano i notai, gli avvocati, i
medici, i burocrati di grado non elevato, i mercanti e ai livelli inferiori gli artigiani e i piccoli commercianti.
Su quello più basso quanti vivevano alla giornata, esercitando ora un mestiere ora un altro e affidandosi
talvolta per sopravvivere, alla carità pubblica e privata, i cosiddetti lazzari. 58
b) La vita politica.
Con la fine dell’autoritarismo del viceré Toledo, grazie al quale Carlo V, subito dopo la sconfitta di Lautrec,59
aveva inflitto un duro colpo all’antica feudalità filo-francese e alla fazione angioina,60 si apre per Napoli
« la fase centrale del processo di autovalorizzazione della Città come e in quanto Capitale del Regno »61.
I Seggi della Capitale, sfera sempre più chiusa dell’organizzazione politica e rappresentativa cetuale,
Un lazzaro
erano divenuti l’unico sbocco dell’indipendentismo nobiliare.62
I Seggi, 5 nobili ed uno popolare, dominavano, quello del popolo in misura estremamente ridotta, la vita
politica della Capitale e con le serrate l’aristocrazia limitava e controllava l’accesso ad essi, in conseguenza
del fatto che la loro importanza era cresciuta a dismisura con l’allontanamento da Napoli dei sovrani e con
l’avvento del regime vicereale.
63
58
Il nome lazzaro deriva dallo spagnolo, ed è legato all’antico vocabolo spagnolo lacerìa che significava insieme « lebbra »
e « miseria ». Già in uso nel linguaggio di conversazione a fine Cinquecento, nel senso di plebeo o pezzente, diventa nel Seicento
vocabolo specifico per indicare un determinato strato sociale.
59
Nel 1528 fallisce il tentativo francese di invadere il Regno di Napoli con un esercito comandato da Lautrec. Quest’ultimo
venne respinto dall’ammiraglio genovese Andrea Doria e dalla sua flotta.
60
L’attività di Don Pedro Alvarez de Toledo fu varia e complessa. Innanzitutto colpì lo strapotere dei signori feudali con alcune
prammatiche pubblicate tra il 1536 ed il 1540. Nel 1536 fu vietato ai baroni di limitare la libertà di commercio dei loro vassalli. Ciò
tendeva ad evitare che i feudatari pretendessero di acquistare i prodotti agricoli del feudo ad un prezzo a loro conveniente e di vendere agli abitanti le merci di cui potessero avere bisogno. Proibì che i nobili cedessero nelle terre sottoposte alla loro giurisdizione
gli uffici giudiziari e combatté gli abusi di qualsiasi genere nell’esercizio della giustizia baronale. Inoltre nel periodo delle guerre i
feudatari avevano proceduto a vaste usurpazioni di demani comunali e statali. Il viceré cercò di riportarli nei loro confini, vietò la
chiusura dei terreni ad uso della collettività ed ordinò che si provvedesse a reintegrare i territori che appartenevano ai pascoli della
Dogana delle pecore di Foggia. In G. Coniglio, I Viceré …cit., p.39.
61
G. D’Agostino, Napoli al tempo di Filippo II, in Napoli e Filippo II…op. cit., p. 34.
62
Nel periodo precedente alla dominazione angioina risultavano presenti 29 Seggi, quanti erano i rioni della Città. Nel 1306
la Riforma fiscale attuata da Carlo II d’Angiò « da una parte toglie importanza alle platee come ripartizioni tributarie », dall’altra
asseconda un fenomeno già in atto di accorpamento delle platee minori attorno alle maggiori. Un processo questo che portò in breve
tempo alla riduzione dei Seggi al numero di 5: le Piazze di Capuana e Nido, che accoglievano la nobiltà più antica; Porto, Portanova
e Montagna per la nobiltà più recente e di grado inferiore. In G. D’Agostino, Per una storia…,op. cit, p.70.
63
Agli inizi del Seicento facevano parte dei Seggi nobili non meno di un centinaio di famiglie, mentre la restante popolazione
era rappresentata dal Seggio del popolo. Le adunanze degli associati di ciascun Seggio nobile avvenivano in luoghi separati: il Sedile
di Capuana nella strada dei Tribunali; quello di Montagna tra via San Paolo e la Chiesa di S. Angelo a Segno; quello di Forcella
nell’omonima via, accanto alla Chiesa di Santa Maria a Piazza; quello di Nido o Nilo, nel Largo di Santa Maria dei Pignatelli, ossia
dove oggi vi è la statua del Nilo; il Sedile di Porto nell’attuale via Mezzocannone; quello di Portanova nell’omonima piazza, accanto
19
La nobiltà napoletana si presentava gerarchicamente ripartita e ben definita nei propri ranghi: nobiltà
di seggio, nobiltà fuori piazza nella capitale, signori titolati, baroni, nobili di città nelle provincie. Va
sottolineato che questa gerarchizzazione non escludeva l’esistenza di molteplici e intricati intrecci tra le
diverse sfere della nobiltà, che si manifestavano in molteplici fenomeni culturali e associativi.64
Inoltre nel ceto nobiliare vi erano evidenti contrasti: sono note le tradizionali divisioni e la pretesa dei
due seggi nobili più ricchi e numerosi di Capuana e Nido rispetto agli altri tre Seggi, a cui era ascritta una
nobiltà minore. 65
Infatti i primi due opponevano la loro antica nobiltà rispetto all’origine mercantile e borghese di Montagna,
Porto e Portanova66 in cui sarebbero confluiti, a partire dall’età angioina, gli esponenti di un ceto urbano
legato alla Corona da prestiti monetari. 67 Ciò spiega la regola a non imparentarsi con gli altri tre Seggi e
la pratica di specifiche consuetudini dotali.68
La nobiltà napoletana residente in città, secondo D’Agostino, era formata sostanzialmente da due anime
che corrispondevano ai due nuclei principali che la costituivano: baronaggio provinciale inurbatosi e cavalieri ab antiquo proveniente dai seggi e ad essi collegati.69
Come ha sottolineato Muto, « un primo criterio discriminante opera all’interno della nobiltà cittadina,
dividendola in due condizioni assai diverse »70; vi erano infatti due ordini di nobiltà nella Capitale: una
al palazzo Mormile.
Ciascun Seggio nobile era governato, al suo interno, da sei cavalieri, con l’eccezione del seggio di Nido che era retto da cinque
deputati: questi, in totale 29, costituivano una magistratura, detta dei Cinque e Sei, con giurisdizione sui nobili della propria Piazza,
potestà di convocare i Seggi stessi e di nominarne gli Eletti per il Tribunale di San Lorenzo. Ciascuna delle sei Piazze nobili aveva
un proprio Eletto, tranne quella di Montagna che ne aveva due, ma con un unico voto, perché la si considerava sempre unita con la
Piazza di Forcella un tempo autonoma. In G. D’Agostino, Per una storia… cit., p.70; B. Capasso, Catalogo…cit., pp. 26-27.
64
La “nobiltà titolata” , con la sua riconosciuta gerarchia di principi, duchi, marchesi, e conti, era investita di potere giurisdizionale sul territorio infeudato. Inoltre per i membri di queste famiglie, concentrate in un ristretto numero di casate di antica
nobilitazione ( poco più di una decina), il titolo si accompagnava di norma alla condizione di patrizio di seggio, rendendo evidente
la capacità di intervento al centro e alla periferia, nella città e nelle campagne.
65
R.Villari, La feudalità e lo Stato napoletano nel secolo XVII, Roma, Ambrosini, 1965. p. 15.
66
Questi tre seggi erano tradizionalmente riservati alla nobiltà più recente costituita da ceti emergenti e legisti, famiglie che
attraverso la toga tentarono con successo di risalire la piramide nobiliare.
67
A causa dei continui contrasti sorti su questioni di origine nobiliare tra Nido e Capuana, da un lato, e Montagna, Porto e
Portanova, dall’altro, nel periodo tra il 1332 e 1338, re Roberto volle stabilire limiti e competenze dei Seggi, promulgando “ i Capitoli di Concordia e Pace”. Il lodo di re Roberto fissò alcuni importanti principi: un terzo degli onori e delle cariche furono attribuite
ai nobili di Capuana e Nido, mentre i due terzi furono attribuiti alle restanti platee; la facoltà ai primi di riunirsi separatamente e le
relative modalità; la collegialità e la composizione, anche essa proporzionale, della magistratura dei Sei e i rapporti da osservare
con il Capitano di Città, funzionario di nomina regia predisposto al controllo del buon andamento dell’amministrazione cittadina. In
G. D’Agostino, Per una storia…,op. cit, p.70
68
M. A. Visceglia, Identità sociali. La nobiltà napoletana nella prima età moderna,Milano, Unicopli, 2002, p.29.
69
G. D’Agostino, Parlamento e società nel Regno di Napoli ( XV-XVIII secolo), Napoli, Guida, 1979, p.134
70
G. Muto, « I segni d’honore». Rappresentazioni delle dinamiche nobiliari a Napoli in età moderna, a cura di, M. A. Visceglia,
Signori, patrizi e cavalieri,Napoli, Laterza, 1992.p.174.
20
facente parte dei Seggi e un altro tenuto fuori da questi e detto fuori piazza.
La cooptazione nei Seggi era non solo un segno di distinzione e di onore, ma anche un lucro economico,
dal momento che i Seggi dividevano tra loro « la sessagesima parte di tutte le merci che per mare e per
terra entravano dentro Napoli».71
All’organizzazione per seggi era inoltre connessa la difesa del territorio cittadino. Per antica tradizione alle
cinque piazze nobili era dato il compito di eleggere altrettanti capitani di guerra ai quali erano affidate
le chiavi della città, la custodia delle mura e della porte di Napoli. In maniera indiscussa ai seggi nobili
veniva inoltre affidato l’incarico di eleggere il Sindaco della Città. Quest’ultimo, designato a turno da una
della piazze nobili, aveva il diritto di precedenze rispetto ai signori feudali e a tutti gli ufficiali, in quanto
rappresentante di tutta la città e il Regno,nelle cerimonie ufficiali, come l’ingresso del viceré nella sua
carica, e nei parlamenti generali. Infine, essere ricevuto nei sedili nobili era inclusivo del privilegio di
Palazzo Donn’Anna
cittadinanza.72
Di conseguenza la nobiltà fuori piazza «guardava con invidia e con rancore quei cavalieri privilegiati che,
perché appartenenti ad un sedile, eleggevano nel proprio seno gli amministratori cittadini con l’annessa
ingerenza negli appalti e negli approvvigionamenti, e creavano i magistrati della città e i governatori dei
banchi e delle opere pie e i componenti delle numerose deputazioni».73
Tra il 1517 ed 1542, ossia nel periodo più critico del viceregno74, ogni varco fu chiuso e tutto il patriziato
napoletano si attestò nei Seggi, serrandoli maggiormente.
Ad iniziare fu il Seggio di Capuana che nel 1517 deliberò vincoli strettissimi all’aggregazione: per essere
ammessi agli onori di Seggio bisognava provenire da famiglia avente quattro quarti di nobiltà, ossia che
fosse antica da almeno quattro generazioni, nella discendenza patrilineare, con qualche attenuazione
in caso di matrimonio con dame dello stesso Seggio. Inoltre, i membri della casata dovevano essere
legittimi, nati ex legitimis, residenti nel territorio del Seggio ed aventi parentela e familiarità con lignaggi
71
P. L. Rovito, Il Viceregno spagnolo di Napoli, Napoli, Arte tipografica, 2003, p.73.
72
Il 4 giugno del 1479, Ferrante d’Aragona aveva promulgato, 14 anni dopo la sconfitta a Troja della prima Congiura dei
Baroni (1460-1465),la prammatica De Immunitate Neapolitanorum, che sanciva in modo organico le modalità di acquisizione
della cittadinanza napoletana e le prerogative da essa derivanti. Tra i requisiti principali necessari ad ottenere la cittadinanza,
oltre alla residenza stabile e continua intra moenia, era la ductio uxoris, ossia la obbligatorietà di convolare a nozze con una
napoletana. L’obbligo di cittadinanza divenne un ottimo strumento di controllo politico-sociale, poiché chiunque avesse voluto
intraprendere una scalata sociale e partecipare alla vita politica della capitale, avrebbe dovuto acquisire necessariamente la cittadinanza napoletana; solo in questo modo infatti si poteva ottenere la facoltà di esercitare gli uffici del Regno, privilegio riservato
esclusivamente ai cittadini napoletani. Quest’ultimi in qualunque tipo di causa beneficiavano del privilegio del foro, non potevano
essere torturati «senza previo processo informativo» e non erano soggetti alla confisca dei beni, «se non nei reati di lesa maestà
divina e umana». In B. Capasso,Catalogo…cit., p. 15.; P. Ventura, Il linguaggio della cittadinanza a Napoli tra ritualità civica,
amministrazione e pratica politica, (secoli XV-XVI )I, in Linguaggi e pratiche del potere, Salerno, Laveglia, 2007. p.348.
73
M. Schipa, Masaniello, Bari, Laterza,1925.p.21.
74
Il decennio 1520-1530 fu importantissimo nell’elaborazione di una linea politica per la “parte spagnola” dell’Impero, nella
ricerca di un punto di equilibrio tra due esigenze: l’affermazione dell’autorità della monarchia e la ricerca di alleanze con i ceti sociali
dei singoli regni.
21
già ascritti in quel Seggio.
Di qui i Capitoli approvati dal Seggio di Nido nel 1520, una riforma consistente nell’affiancare alla
prova di nobiltà su quattro generazioni patrilineari, un’antichità nobiliare familiare limitata alla seconda
generazione, ma allargata a comprendere la nobiltà della madre e di ambedue i genitori di questa75.
Come ha dimostrato Muto, nella seconda metà del Cinquecento la pressione della nobiltà fuori piazza sui
seggi si fece aggressiva.
Dopo il 1557 un gruppo cospicuo di famiglie nobili tentò ripetutamente di forzare i ranghi del patriziato
nel 1561, 1571, 1580, poi nel secolo successivo nel 1608, nel 1637, alla vigilia della rivoluzione del 1647,
enfatizzando la propria fedeltà e gli stretti legami con la Corona spagnola.76
Una precisa analisi di questo contrasto è data da D’Agostino, che giudica il conflitto «fortemente indicativo
della resistenza conservatrice del patriziato cittadino a qualsiasi apertura che potesse pregiudicare la
propria posizione di potere e di privilegio nell’ambito dell’amministrazione e del governo della Capitale,
ma anche rivelatore della forte coscienza da parte della nobiltà cittadina della propria individualità rispetto
al baronaggio provinciale e al Regno stesso».77
In effetti l’irrigidimento dei metodi di aggregazione, deliberati dalle piazze nobili nel primo Cinquecento,
era accresciuto a partire dalla seconda metà del secolo a causa dell’espansione del mercato del feudo e
dalla contemporanea inflazione dei titoli nobiliari.
Alla nobilitazione attraverso la via politico-amministrativa, che fu caratteristica dell’epoca aragonese, si
aggiunse, nel corso del XVI secolo e fino al tramonto della feudalità (1806), la nobilitazione provocata
dalle speculazioni finanziarie.
Si verificò così un ingrossamento della nobiltà di provenienza borghese e, prima ancora, un aumento di
ricchezze di origine mercantile e finanziaria.
Uno degli elementi che contribuì all’ascesa sociale dei “nuovi ricchi”, di cui mercanti e capitalisti stranieri
(soprattutto genovesi) e regnicoli, liberi professionisti e titolari di uffici rappresentarono la grandissima
maggioranza, era stato aperto dalla possibilità di acquisto di beni feudali con la relativa nobilitazione.
Il possesso di un feudo era divenuto la sorgente prima di ogni grande ricchezza e assorbiva le energie ed i
mezzi finanziari non solo dell’aristocrazia ma anche di questi nuovi ricchi, la cui sola ambizione era quella
di insediarsi grazie ad esso, nel ceto aristocratico.
La ricerca del possesso di un feudo divenne sempre più affannosa e costosa, costituendo il grande affare
del Cinquecento e soprattutto, dell’intero Seicento, quando la crisi generale, economica e politica, spingeva il potere centrale alla ricerca di nuove entrate e, quindi, ad alienare sempre più le città demaniali al
75
76
77
M. A. Visceglia, Signori, patrizi e cavalieri,Napoli, Laterza, 1992, pp.24-25.
G. Muto, « I segni d’honore»… cit. p.175, 176.
G. D’Agostino, La Capitale ambigua, Napoli dal 1458 al 1580, Napoli, S.E.N, 1979. p.246.
22
migliore offerente.
La feudalità aveva così subito nel corso del XVI secolo «un processo di ampliamento, di assimilazione e
di modificazione».78
Si era inoltre pienamente compiuta, secondo Rovito, la distinzione tra feudo medievale e feudo moderno,
poiché « se il primo indicava nobiltà, quello moderno indicava ricchezza».79
Questa trasformazione della feudalità produrrà conseguenze drammatiche per i vassalli, soggetti allo
sfruttamento accanito e senza misura dei nuovi baroni, poiché « la violenza sistematica e preordinata
costituiva un elemento caratterizzante del feudo moderno, la condizione per goderne le rendite».80
Il problema dell’esclusione dai Seggi si poneva quindi e soprattutto per la nuova nobiltà e per la maggiore
borghesia professionistica, che «rappresentavano tutto ciò che in fatto di energie sociali in ascesa la città
riuscisse ad esprimere o a concentrare tra le sue mura». 81
Nel 1557 la nobiltà fuori Seggio inviò un ambasciatore a Madrid con il compito di proporre possibili
soluzioni all’accesa questione.
La proposta formulata al governo madrileno era articolata in due direzioni: ripristinare l’antico seggio di
Forcella e creare uno in onore del viceré Toledo; aggregare i cavalieri «già fatti cittadini, così italiani, come
spagnoli» ai tre seggi demograficamente meno cospicui ( Montagna, Porto e Portanova) e soprattutto al
seggio di Montagna, il più povero di gente, ridotto ormai a 12 famiglie delle quali, però, nessun esponente
deteneva meno di due o tre uffici.82
Nel frattempo la nobiltà di Seggio chiese e ottenne, per difendersi dalla pressione della nobiltà esclusa da
tutti gli onori, che non potesse essere aggregato alcuno ai Seggi senza il consenso del sovrano Filippo II.
Portale signorile dei Quartieri Spagnoli
Questa importante innovazione normativa si ebbe con la legislazione del 155983 che non solo modificò
le procedure istituzionali per l’aggregazione ai Seggi napoletani, ma valorizzò il ruolo mediatore della
Corona, in una fase in cui la pressione convergente di baroni e nobili fuori piazza da una parte e popolari
dall’altra aveva prodotto tensioni fortissime nella vita politica della capitale. Le Piazze avevano così
rinunciato ad una loro importante prerogativa, quella cioè di procedere, per le richieste di aggregazione,
in tutta autonomia, ma si capisce che la rinunzia copriva una manovra oligarchica, intesa a rendere più
difficili, lunghe e incerte le pratiche di ammissione ai Seggi.
78
P. L. Rovito, Funzioni pubbliche capitalismo signorile nel feudo napoletano del Seicento, Bollettino del Centro Studi Vichiani, vol. XVI, 1986, p.108.
79
Ivi, p.109.
80
Durante la rivoluzione del 1647 alcuni vassalli si offrirono a grandi famiglie nobili, sperando di essere liberati da un padrone togato. In P.L.Rovito, Funzioni pubbliche…cit., p.116
81
G. Galasso, Napoli spagnola…cit., p.XIV.
82
M. A. Visceglia, Identità sociali… cit, p.131
83
M. A. Visceglia, Signori… cit. p.127.
23
Così la nobiltà volle soprattutto difendersi dalla nobiltà più recente e dall’alta borghesia professionistica
e mercantile.
Tutto ciò portò ad una maggiore chiusura della mentalità già conservatrice filo-nobiliare, concorde nel
condannare la mobilità sociale a qualsiasi livello essa si presentasse, e avvertendo come una minaccia i
movimenti che avvenivano nell’ambito degli strati borghesi superiori e della nobiltà cittadina di provincia
che affluiva a Napoli per via del dottorato, cioè proprio i ceti entro i quali erano fondamentalmente
reclutati gli ufficiali. 84
Inoltre, come si è accennato, attraverso la pratica mercantile e la crescente commercializzazione, sia nel
settore industriale che in quello agricolo, il gruppo di operatori economici napoletani si andò allargando.
La formazione e la circolazione di nuova ricchezza andò irrobustendo il «popolo di mezzo» il quale,
avendo messo salde radici nella vita sociale e politica della capitale era divenuto consapevole della propria
nuova condizione, del suo peso e delle sue possibilità, rivendicando la parità di rappresentanza all’interno
dell’organo amministrativo e decisionale della città, ossia il Tribunale di San Lorenzo, formato dalla giunta
dei sei Eletti.85
La struttura amministrativa della capitale si era definita sotto gli Angioini, ma fu soltanto in epoca aragonese
che si assistette «alla costruzione stabile di un organismo permanente di governo amministrativo della
città e alla crescita del parallelo e corrispondente corpo esecutivo, Eletti e Tribunale di San Lorenzo, che
ha la propria base sociale di riferimento nel patriziato urbano ascritto ai Seggi nobili, cui si aggiunge nel
84
G. Galasso, Il Regno di Napoli. Il Mezzogiorno angioino e aragonese, in Storia d’Italia, diretta da G. Galasso, t. XV, Utet,
1992, p.230.
85
Il Tribunale aveva la sua sede nella torre della chiesa di San Lorenzo Maggiore; aveva una sua Segreteria e una sua
organizzazione burocratica, e fungeva da organo amministrativo e giudiziario nelle materie di sua competenza.
Gli eletti erano assistiti da quattro ufficiali maggiori della città: Segretario, Razionale, Scrivano di razione, Credenziere della pecunia,
ciascuno dei quali con i propri aiutanti, scrivani e portieri.
Funzioni specifiche svolgevano poi le Deputazioni ordinarie, di cui alcune svolgevano giurisdizione attiva ( il Tribunale delle
Fortificazioni, Acqua e Mattonata, il Tribunale della visione e della revisione dei conti, il Tribunale della pecunia, il Tribunale della
salute ), altre invece ne erano prive ( la Deputazione dei capitoli e privilegi ).
La struttura delle deputazioni preesisteva in larga misura all’arrivo degli Spagnoli e rispondeva in maniera abbastanza efficace alle
funzioni essenziali della vita civile della città.
Nel corso del Cinquecento gli Spagnoli ne istituirono altre due, entrambe in materia di finanze comunali. Il Tribunale della Pecunia,
creato agli inizi degli anni venti, ma abolito un secolo dopo con il ritorno della sua giurisdizione agli eletti del popolo, curava l’affitto
dell’entrate della città e le spedizioni dei mandati di pagamenti firmati dagli Eletti; aveva il compito, inoltre, di compilare il conto
di introito ed esito, ovvero il bilancio comunale, sulla base delle risultanze dei libri cassa e dei documenti giustificativi. Il Tribunale
della Visione e Revisione dei conti, istituito nel 1542, giudicava il bilancio mostrato dal Tribunale della Pecunia ed ogni altro conto
che provenisse da gestioni extra bilancio.
24
corso degli anni, e in maniera definitiva, quello del popolo ».86
Il regno di Ferrante d’Aragona apportò nuove prospettive ed opportunità per le forze politiche e sociali
della città, a scapito del baronaggio.
Infatti l’atteggiamento del sovrano si dimostrò largamente favorevole all’ascesa delle forze politiche
presenti nella capitale. Mediante la capitolazione del 1476, venne attuata una «rivalutazione organica
dell’organizzazione politica cittadina fondata sulla magistratura collegiale degli Eletti, con funzione
di controllo politico amministrativo, polizia urbana,e soprattutto con ampia giurisdizione in materia
annonaria».87 Si andò così creando uno stretto collegamento tra controllo politico della municipalità e la
gestione della delicata materia annonaria, che diede avvio « al processo di integrazione tra il baronaggio
provinciale, produttore di derrate agricole, e il patriziato urbano della capitale, in parte minore produttore,
ma molto legato all’approvvigionamento e alla distribuzione delle stesse».88 Con la capitolazione del 1476
e con le altre precedenti (1462, 1466) fu sempre riconosciuto e rafforzato lo status privilegiato dei
La cupola di San Marcellinoi e Festo
napoletani e della Città, in quanto capitale, nei confronti delle altre città e terre demaniali del Regno,89
creando i presupposti di una estensione del campo di intervento del gruppo dirigente locale, che avrebbe
in seguito travalicato il terreno dell’amministrazione per attingere quello della politica.
Nei primi decenni del secolo XVI l’organizzazione municipale napoletana iniziò ad avere una struttura
definitiva.
I poteri delle Piazze e dei suoi Eletti erano molteplici, ed erano variati col tempo, ma nella seconda metà
del secolo XVI la loro funzione principale era divenuta quella di assicurare l’Annona a buon mercato.
Intorno al 1562, in questa materia gli Eletti vennero presieduti da un Prefetto dell’annona o Grassiere.
Questi, nominato dal viceré e formalmente addetto a garantire il corretto reggimento del sistema annonario,
si trasformò, nel giro di un cinquantennio, nel vero capo dell’amministrazione cittadina. L’introduzione
del Grassiere, carica di norma esercitata da un reggente del Collaterale o da un Consigliere di Stato
appartenente alla fazione filo ministeriale della nobiltà, avrebbe inferto un duro colpo alla giurisdizione
del Tribunale di San Lorenzo.90
Accanto a queste erano attive diverse deputazioni straordinarie, create alla bisogna per la risoluzione di problemi specifici, ma
spesso per sottrarli ad una conflittualità esacerbata dalle tensioni di parte. Così come avvenne nel 1604 quando fu istituita una
apposita Deputazione per decidere le iscrizioni da apporsi alle fontane erette nella strada di Poggioreale, risolvendo così un contenzioso sorto tra il Viceré Benavente e il marchese di Corleto per la scelta delle suddette iscrizioni. In G. Muto, Istituzioni delle
universitas e ceti dirigenti locali locali, in Aspetti e problemi del Medioevo e dell’ Età moderna, Napoli, Edizioni del sole, 1991. p.
47; B. Capasso, Catalogo… cit., p. 36.
86
G. D’Agostino, Per una storia…,op. cit, p. 85.
87
G. D’Agostino, Capitale, regione e territorio, in Storia della Campania, Napoli, Guida, 1978 ., p.197.
88
R. Villari, La rivolta…cit., p. 198.
89
G. Buffardi, G. Mola, Questioni di storia e istituzioni del Regno di Napoli, secoli XV-XVII,Napoli, E.S.I., 2005. p.17.
90
Intorno alla metà del XVI secolo la Nobiltà fuori Seggio aveva sollecitato la nomina di un ministro regio all’interno del
Tribunale di San Lorenzo, per controllare l’operato dei membri dello stesso. In P.L. Rovito, Il viceregno…cit., p.158; G. Galasso,
25
Oltre alle competenze annonarie il tribunale ne aveva altre relative alla nettezza urbana, alla polizia
cittadina, alla tutela del buon costume, alla rappresentanza della città e del Regno in molte cerimonie, alla
difesa e alla garanzia delle grazie e dei privilegi della Città, alla facoltà di designare coloro che dovevano
procedere al sindacato dei giudici della Vicaria allo scadere del loro biennio di carica, i deputati della salute
pubblica nelle occasioni che lo richiedevano e i periti, tavolari, nelle cause del Sacro Regio Consiglio in cui
li si richiedeva, al diritto di tenere una Deputazione per il conio delle monete e un’altra per opporsi all’
ingerenza del Sant’Uffizio dell’ Inquisizione romana, al potere di amministrare varie istituzioni cittadine
tra cui spiccava per importanza patrimoniale e sociale l’ Annunziata, alla partecipazione ai Parlamenti
generali del Regno. Su quest’ultimo terreno si trasferivano inoltre i contrasti tra i vari ceti, in particolare
nel corso dei Parlamenti del 1560, 1562 e 1564. Napoli aveva guadagnato all’interno dell’assemblea una
rilevante posizione attraverso il proprio Sindaco e deputati, pur restando esente per antico privilegio,
da qualsiasi contribuzione, a cui erano invece tenuti tutti gli altri regnicoli. I dodici rappresentanti del
baronaggio, sei titolati e sei non titolati, contestavano ai dodici rappresentanti dei Seggi la facoltà di
disporre di un voto a testa, sostenendo invece che ne toccavano loro solo sei, ossia uno per seggio.
La questione fu risolta con il riconoscimento, da parte del Consiglio Collaterale, della fondatezza della
pretesa dei baroni, ma venne riconosciuto ai rappresentanti della Città il diritto di iniziativa e priorità sui
punti cruciali dell’azione parlamentare (grazie e donativi ).91
Il XVI secolo sembrava dunque concludersi con una serie di caratteri consolidati: «in primo luogo, l’esito
vittorioso della lotta della nobiltà della metropoli per la chiusura dei propri ranghi, e ciò a differenza
della nobiltà feudale che si era accresciuta numericamente nel corso del XVI secolo. In secondo luogo,
la funzione di rappresentanza politica nel regno che l’aristocrazia aveva pressoché monopolizzato nei
parlamenti a danno del baronaggio provinciale e delle città demaniali. E infine la persistenza di un
autonoma amministrazione cittadina in cui la Piazza del Popolo, quando non si faceva semplicemente
esecutrice di un proposito governativo, rimaneva in perpetua minoranza».92
c) Il Seggio del Popolo.
Agli inizi del XVII secolo l’organismo rappresentativo popolare era dotato di una struttura di potere piramidale: alla base, i Capodieci, governatori delle decurie in cui era suddivisa l’Ottina; al centro i Capitani;
al vertice l’Eletto e i suoi dieci Consultori.
Napoli spagnola dopo Masaniello, Firenze, Sansoni, 1982, p.XX.
91
G. D’Agostino, Napoli….cit., p.31; IDEM, Parlamento …cit., p. 134.
92
V, I, Comparato, Uffici e società…cit.,p. 230.
26
La Piazza popolare definita da Rovito «contenitore enorme ed indifferenziato» nel quale confluiva un’umanità estremamente varie e articolata, «proprio per la sua indeterminatezza aveva avuto un vita grama e
sotto il profilo giuridico, una connotazione ambigua».93
Al termine del Medioevo e con l’avvento della dinastia aragonese, il popolo era stato completamente
escluso dal governo cittadino. 94
Nel 1456, infatti, il Seggio popolare, volgarmente detto Seggio pittato, ubicato presso la cappella di San
Chirico, in via della Sellaria, odierna Piazza Nicola Amore,95 venne distrutto per volontà di Alfonso I.96
Il Seggio fu forse detto pittato perché vi erano dipinte sulle pareti gli avvenimenti più importanti che
avevano caratterizzato la storia del Reggimento popolare, l’uso della pittura aveva non solo una funzione
commemorativa ma anche didascalica; tutti i popolani potevano così comprendere e conoscere la storia
del proprio Seggio.
A proposito delle cause della distruzione ordinata da il sovrano Alfonso I sono state avanzate diverse ipotesi: una si ricollega perfino alla nota storia d’amore tra il re Alfonso e Lucrezia D’Alagno, tramandataci da
Croce in Storie e Leggende napoletane97: il Re lo avrebbe fatto demolire per allargare lo spazio circostante
alla residenza della famiglia dell’amante, ubicata appunto nei pressi della Sellaria; una seconda, meno
romanzata ma non per questo del tutto credibile, riconduce alla costruzione voluta dallo stesso Re di una
nuova strada che dal Seggio di Portanova conducesse direttamente alla Sellaria la quale avrebbe dovuto
attraversare proprio il luogo dove era ubicato il Seggio del Popolo. 98
Molto probabilmente Alfonso d’Aragona volle ingraziarsi la nobiltà che mal sopportava il fatto che i popoSchema di scala aperta scenografica alla napoletana
lari avessero un proprio luogo di riunione al pari dei nobili.99
A causa della distruzione del Seggio «la città tutta prese le armi, ed il re fu obbligato a cavalcare per le
vie della medesima, onde placare gli animi esacerbati».100 Il popolo escluso dal governo cittadino, si era
radunato nella Piazza della Sellaria, per far valere i propri diritti.
93
P. L. Rovito, Il Viceregno….cit. p.88.
94
Durante la dominazione angioina vi furono casi rari e eccezionali di governo largo all’interno della municipalità napoletana
in cui parteciparono nobiltà e popolo, precisamente sotto la reggenza di Giovanna I nel 1349 e nel 1374; di Margherita nel 1386;
di re Ladislao nel 1401; di Giovanna II nel 1418; di Renato d’Angiò nel 1421. in G. D’Agostino, Per una storia… cit., pp. 69-81; M.
Schipa, Studi Masaniellani, Napoli, Cimmaruta, 1916, p. 22; N. Faraglia Le Ottine e il Reggimento popolare a Napoli, in Archivio
storico per le provincie napoletane, Napoli, Giannini, 1898, p. 6.
95
G. C. Capaccio,. Il Forestiero…cit., p. 787.
96
P. L. Rovito, Il Viceregno…cit., p.124; M. Schipa, Studi…cit., p.20; B. Capasso, Masaniello, la sua vita e la sua rivoluzione, Napoli, ed. Torre, 1993,
p.124.
97
B. Croce, Storie e leggende napoletane, Milano, Adelphi, 1999.
98
N. F. Faraglia, Le Ottine…. cit., p. 6.
99
B. Capasso, Masaniello…cit.,p.122.
100
Ibidem.
27
Il sovrano allora, per acquietare gli animi, emanò un bando nel quale dispose che nel Seggio di Portanova
dovessero essere aggregati i principali cittadini del popolo, placando così il tumulto.101
Il popolo restò così per circa quarant’anni senza alcuna rappresentanza all’interno del governo municipale.
Bisognerà dunque attendere gli scorci del secolo XV perché il ceto popolare iniziasse la risalita.
Soltanto verso la fine XV secolo le prerogative dell’Eletto del popolo divennero notevoli e non del tutto
inferiori a quelle degli Eletti nobili.
I popolari, infatti, avevano riacquistato, con il breve dominio di Carlo VIII a partire dal 1495 un notevole
peso contrattuale le cui tappe si possono individuare nella capitolazione da essi fatta con i nobili il 17
giugno dello stesso anno.
Il sovrano Carlo VIII autorizzò il ceto popolare a creare un seggio proprio per la trattazione degli affari
particolari del ceto, insieme ai dieci Consultori e ai Capitani delle varie Ottine, all’interno di una sala del
monastero di San Agostino.
Inoltre il popolo ebbe la facoltà di nominare un proprio Eletto, che partecipasse alle assemblee nel Tribunale di San Lorenzo coi cinque Eletti nobili, per trattare insieme a quest’ultimi gli affari della città.
Il Seggio ebbe, inoltre, la facoltà di eleggere altri ufficiali per la tassazione e l’esenzione della tangente
dovuta nelle contribuzioni statali e per le misure particolari in caso di peste, impiegando una quota, concordata coi nobili, dell’utile delle gabelle municipali e di conseguenza partecipando anch’esso all’amministrazione di quelle gabelle.102
Un ulteriore accrescimento delle forze popolari si ebbe quando vi fu la «restaurazione aragonese» di Ferrante II detto Ferrandino, «dovuta principalmente al favor popolare» .103
Essa rappresentò «il frutto più duraturo del breve regno di Carlo VIII»,104 poiché il sovrano nel 1496 «gli
reintegrò e riaffermò gli honori, progative e maneggi del governo della Città con multa più autorità, percioché ad esso solo convenisse il governo delle cosa della grassa»,105 concedendo cinque, su ventuno capi
di grazia richiesti dai popolari, riguardanti la libertà di riunione, la giurisdizione consolare per le arti e i
mestieri, il diritto agli uffici pubblici, la sindacabilità e la temporaneità degli ufficiali, la privativa dell’esercizio della sensalìa106, il ristabilimento del Collegio medico, l’esenzione dal focatico e da altri pesi fiscali,
101
102
103
Ivi, p.123.
M. Schipa, Masaniello… cit., p.10.
ibidem.
104
G. D’Agostino, Poteri, istituzioni e società nel Mezzogiorno medievale e moderno, Napoli, Liguori, 1996, p.53.
105
G. A. Summonte, “Historia della Città e del Regno di Napoli”, Napoli, Costatino Vitale, vol. V, 1748. p.180.
106
Il sensale era il mediatore che intercorreva tra venditore e acquirente in affari commerciali, in particolar modo nelle contrattazioni di prodotti agricoli e di bestiame.
28
la restituzione delle proprietà riservate alla caccia reale.107
Ma il successore di Ferrandino, suo zio Federico, non fu altrettanto bendisposto nei confronti dei popolari,
la cui condizione politica fu attaccata duramente a tutto vantaggio della classe nobiliare. Si riaccesero «
le differenze (come ebbe a dire lo stesso Re), le discordie e le dissensioni tra l’università popolare da un
lato, e i nobili dei Sedili, dall’altro, quanto al regime, alle preminenze, agli onori, alle prerogative spettanti alla città; e crebbero a tal segno, tra il 1497 e il principio del 1498, da far temere una guerra civile
e gravi pericoli per lo stato ».108
Con il lodo del 17 luglio del 1498, infatti, oltre a riconfermare o stabilire le norme per la loro convivenza
politica e le proporzioni per le loro rappresentanze, il sovrano limitava o addirittura annullava qualsiasi
autonomia conquistata in precedenza dal ceto popolare.
Nel lodo fu proclamato che i nobili dovessero avere cinque Eletti, mentre i popolari uno, inoltre, fu stabilito
che entrambi, nominati con invalso sistema, «coniunctim conveniant» in San Lorenzo, concludendo i «negotia» per «voces maiores partis ipsorum electorum». Stabilendo così l’obbligo di maggioranza (quattro
voti ), senza includere il rappresentante popolare, a differenza di ciò che era stato stabilito in precedenza.
Fu inoltre ribadito che i popolari potessero nominare 10 consultori o deputati, perché collaborassero con
l’Eletto popolare tanto alla risoluzione di questioni relative al loro ceto, quanto per faccende concernenti
l’intera universitas.
In caso di pubbliche emergenze o di nuove imposizioni tributarie, l’Eletto del popolo avrebbe dovuto trattare tali affari in San Lorenzo, e in tale sede tutti gli eletti avrebbero deliberato i provvedimenti in caso di
peste, di imposta o di mutuo, riservandosi l’esecuzione separatamente ai nobili per i nobili e al popolo per
il popolo con l’intervento e sotto «auctoritate officiales nostri» a ciò deputato «pro tempore».
Infine fu ordinato che «in omnibus honoribus et dignitatibus compareant ipsi nobiles in nomine totius
universitatis» e che i Capitani d’Ottina o Capita pletearum popolarium fossero eletti attraverso «nostram
maiestatem et successores nostrum».109
Il lodo comportò non solo un arretramento delle precedenti conquiste popolari, ma un ulteriore ridimensionamento dei poteri degli Eletti, controllati da un alto funzionario regio.
Quando poi Ferdinando il Cattolico giunse a Napoli nell’ ottobre del 1506, l’Eletto del popolo Francesco
Coronato con altri deputati del Seggio chiesero al Re alcuni capi di grazia: «piena facoltà di fare i propri
statuti; conferma dei privilegi delle Arti di eleggere propri consultori; restituzione all’Ottine della nomina
dei propri capitani; un annuo provento per la cassa del popolo, concedendo inoltre la licenza di raccogliere
107
M. Schipa, Masaniello... cit., p.10.
108
Ivi, p.11.
109
Privilegi, et Capitoli, con le altre gratie concesse alla fedelissima Città di Napoli, e Regno per i Serenissimo Ré di Casa de Aragona,
Confermati e di nuovo concessi per la Maesta Cesarea dell’Imperatore Carlo V e li Re Filippo nostro Signore, Venezia, 1588.
29
dal Regno 200 carra 110 di grano ogni anno e altrettanti carra di sale e di poterne disporre la vendita
da parte dell’Eletto; parte uguale a quella dei nobili nella custodia della porte della città, asserendosi
appartenuta un tempo esclusivamente ai popolari; che agli incettatori fosse proibita la compra in dogana
e nel raggio di 25 miglia di commestibili in erbe; ed ai produttori fosse permessa la vendita diretta di
vettovaglia in Città; si implorò che negli affari il popolo avesse tante voci quante la nobiltà».111
Il nuovo sovrano, presso Castelnuovo, con un diploma del 18 maggio del 1507 acconsentì parzialmente
alle tre prime domande; accolse la quarta e la sesta, respinse la quinta e l’ultima, che era la più importante.
La tendenza a favorire il popolo fu presente anche nella politica del suo successore Carlo d’Austria, futuro
Carlo V. Il 4 settembre del 1517 il sovrano riconfermò tutto quello che dieci anni prima aveva concesso
suo nonno al popolo napoletano; Il governo spagnolo mostrò sin dall’inizio l’intenzione di fare del Seggio
popolare uno stabile instrumentum regni.
Quando giunse a Napoli, il 16 luglio del 1522, il nuovo viceré Carlo di Lannoy « rinnovò i giorni di Ferrante
II » 112concedendo il 12 ottobre del 1522, una riforma del Reggimento popolare, nella quale ne ordinò le
finanze, i criteri di elezione dei propri rappresentanti e prerogative da essi derivanti.
La politica del viceré Lannoy, fissando due udienze pubbliche settimanali, una per la nobiltà l’altra per il
popolo, «sembrava voler avviare un discorso con gli strati borghesi della capitale, nel senso di promuove-
Domenico Antonio Vaccaro, pianta della Concezione a
Montecalvario
re un collegamento tra il progresso dell’assolutismo regio e l’allargamento delle basi sociali del potere».113
Quando, nel maggio del 1523, il viceré Lannoy partì per partecipare alla battaglia di Pavia, il governo del
Regno fu affidato ad Andrea Carafa, conte di Santa Severina, con la carica di Luogotenente. Questi nel
maggio del 1526 , concesse al popolo l’ambita meta di custodia delle porte della Città.114 L’anno successivo l’ Eletto del popolo Girolamo Pellegrino ricevette ampi ed eccezionali poteri per provvedere all’approvigionamento della città e preservarlo dalla peste.
Fu durante il lungo viceregno di Pietro di Toledo ( 1532- 1553) visto dai contemporanei come il « più
benigno ed utile al popolo », che si ebbero due importanti modificazioni all’interno dell’organizzazione
popolare. Il 9 giugno del 1534 il viceré ordinò che gli Eletti del Tribunale di San Lorenzo si attenessero
alla sentenza emanata dal re Federico d’Aragona, ribadendo il principio che per la validità delle delibere
bastava la maggioranza degli Eletti, ossia di quattro su sei. Nel caso in cui alla minoranza fosse sembrata
110
Antica unità di misura di capacità per gli aridi, uguale a moggia legali 352,8. In A. De Rivera, Tavola di riduzione dei pesi
e delle misure, Napoli, 1840, p. 117.
111
M. Schipa, Masaniello... cit., p.10.
112
Ivi,p. 15.
113
Ivi. p.16.
114
Nel 1269 risulta, secondo Schipa, come consuetudine antica la prerogativa popolare di custodire la pubblica statera e la porta della Dogana. In M. Schipa, Studi Masaniellani… cit., p.
30
ingiusta la deliberazione della maggioranza, questa avrebbe potuto ricorrere al viceré, il quale, ascoltate
le due parti, avrebbe disposto ciò che più era conveniente al bene della Città.
Nel 1548 il viceré applicò la clausola del Lannoy circa la nomina dell’Eletto del popolo, avocando a sé
nomina tale nomina tra i sei nomi risultati dalla prima votazione, « su cui pure cercava di interferire
pesantemente».115
Questa in effetti fu una delle tante misure repressive adottate dal viceré nei confronti dei comportamenti
sovversivi di tutta la popolazione verificatisi a Napoli nel 1547, in occasione del tentativo spagnolo di
introdurre l’Inquisizione nel Regno.116
Il viceré Toledo aveva compreso assai bene il legame tra il rappresentante del popolo e la sua base
sociale, agevolando il distacco dell’Eletto del popolo dalla più larga base popolare.
L’Eletto finì per essere strumento del viceré e, al contempo, freno del proprio ceto e mezzo di controllo
sui nobili.
Inoltre per una prassi consolidata tra i designati a ricoprire l’incarico c’era sempre un avvocato, che solitamente, alla fine del mandato come Eletto era ricompensato con il conferimento di un ufficio o di un alta
carica all’interno della magistratura.117
Il sistema di elezione del rappresentante del popolo, tendeva così a divenire un’espressione del potere
regio. Nel ceto popolare la Corona aveva trovato lo strumento indispensabile della sua azione assolutistica, mentre il primo aveva trovato nella Corona la promotrice della propria ascesa sociale.
115
G. D’Agostino, Storia della Campania…cit.,p.216.
116
Ibidem.
117
I nomi degli Eletti succedutisi nel secolo XVII, riportata da Tutini, rivelano una predominanza di giuristi: Giovan Battista Crispo: 6
novembre 1593 (eletto per la terza volta);Giovan Andrea Auletta, dottor in legge: 2 gennaio 1596; Aniello di Martino, notaio:24 luglio 1599; Giovanni Andrea Auletta: 7 agosto 1602; Aniello di Martino: 2 gennaio 1605; Scipione Bartolino, dottore in legge: 13 luglio 1608; Aniello di Martino:
2 gennaio 1612; Baldassarre Golino: dottore in legge: 1 maggio 1616; Scipione Porzio: 8 aprile 1617; Carlo Grimaldi, dottore in legge: 9 agosto
1618; Gulio Genoino, Dottore in legge: 4 maggio 1619 ( tre mesi); Ottavio Spina: 20 agosto 1619; Giulio Genoino: 8 aprile 1620 (45 giorni); Carlo
Grimaldi: 23 maggio 1620; Giulio Genoino: 19 maggio 1620 ( 7 giorni);Carlo Grimaldi: 4 giugno 1620; Paolo Vespolo: 25 ottobre 1621; Francesco
Cesare, dottore in legge; 5 luglio 1623;Pietro Antonio d’Amato, dottore in legge: 9 maggio 1624; Giovanni Battista Apicella, dottore in legge: 14
gennaio 1625; Francesco Antonio Scacciavento, dottore in legge; Simone Carola, dottore in legge: 1° gennaio 1630; Baldassarre Golino, 8 agosto
1630; Simone Carola 29 dicembre 1630; Giovanni Battista Naclerio, dottore in legge: 31 gennaio 1631; Francesco Antonio de Angelis, dottore in
legge: 15 febbraio 1631; Andrea Paolella: 1° luglio 1634; Giovan Battista Naclerio: 5 dicembre 1637; Andrea Naclerio, dottore in legge: 12 luglio
1642. In C. Tutini, Del origini e fondazione de’ i seggi di Napoli, Napoli, 1754, pp. 288-290.
31
capitolo terzo
opere e pensiero politico
Verso la fine del XVI secolo un segno preciso di decadenza dell’organizzazione popolare era dato dalla
dispersione degli statuti e degli atti pubblici che regolavano le complesse funzioni del Seggio del popolo.
La pubblicazione nel 1598 da parte di Imperato, come egli stesso affermava «a mie proprie spese», della
“Reformatione di nuovo fatta per lo Reggimento de le Piazze populari de la Città de Napoli”, e la successiva ristampa del 1624 con il titolo “Privilegi, capituli, e gratie, concesse al fedelissimo popolo napoletano,
& alla sua Piazza. Con le sue annotazioni di nuovo aggiunte. Et il Discorso intorno all’officio di Decurioni;
hoggi detti Capitanij d’ Ottine, feu Piazze Populari, di nuouo ampliato, & aumentato”, rappresentarono un
deciso e concreto tentativo di regolarizzare e legittimare ruoli e competenze del Seggio popolare nell’amministrazione cittadina. In entrambe le edizioni era infatti presente La Riforma del 1522, concessa dal
viceré Lannoy, che «ritrovandosi per l’ingiuria del tempo quasi dispersa e incognita»,118 rappresentava
uno dei pochi statuti storicamente certi del Reggimento popolare.
Attraverso la vis legis, il ceto popolare poteva far valere i propri diritti e prerogative concessi dai sovrani,
che come tali erano da considerarsi inalienabili.
La ripubblicazione della Riforma va dunque intesa come intervento di più immediato significato politico da
parte dell’ Imperato e della componente popolare da lui rappresentata.
La prima ristampa della Riforma cade, infatti, in un periodo in cui «ascesa politica della borghesia cittadina e rafforzamento della monarchia appaiono come indissolubilmente connessi»119.
Non a caso, dunque, Imperato dedicava l’opera del 1598 al Conte di Olivares, 120 il cui governo aveva rispecchiato l’ideale della monarchia riformatrice che aveva dominato le correnti popolari, avendo condotto
negli anni del suo viceregno una politica di tipo accentratrice, tendente al « privatismo privilegiato» e allo
«statalismo».
Il giudizio di Pietro Giannone alla politica di Olivares fu molto favorevole, «genio serio e severo», dedito
alla repressione di molti abusi, specie in materia di « vanità di titoli » e di « lussi smoderati » e ai «prov-
118
F. Imperato, Reformatione... cit., p.3.
119
R. Villari, La rivolta… cit., p. 126.
120
IL conte di Olivares fu reputato grand’uomo di Stato; gli spagnoli, infatti, lo avrebbero soprannominato gran papelista, per il gran
numero di prammatiche che egli promulgò durante il suo governo. Egli inoltre era stato un valoroso combattente a San Quintino ( 1557) e tra il
1580 e 1582 aveva ricoperto la carica di ambasciatore a Roma. Quando il mese di novembre del 1595 entrava in Napoli il popolo gli andò incontro
gridando «grascia, signore, grascia».
32
vidi ordinamenti » assunti relativamente alla pubblica annona.121
Il provvedimento che maggiormente incise sulle fortune popolari fu il diritto di veto concesso al seggio
popolare: quando il voto popolare divergeva da quello di colleghi nobili, il viceré avocava a sé la delibera
e con il concorso del Collaterale, cercava di risolvere la questione.122 Nella sostanza i provvedimenti del
governo vicereale si limitavano esclusivamente ad incoraggiare l’azione di disturbo dell’Eletto popolare,
senza mai sfiorare, però, la questione della parità di voti tra nobili e popolari.
L’edizione del 1624 sarà dedicata a Don Antonio Alvarez de Toledo, duca d’Alba, 123 ritenuto da Imperato
« protettore del fedelissimo popolo napoletano», 124 perché avrebbe cercato di affrontare la grave crisi
monetaria e la carestia che avevano investito il Regno di Napoli, con «modi soavi, e che meno incomodassero i sudditi».125Ancora una volta Imperato andava a sottolineare il ruolo della componente popolare
all’interno del Reggimento popolare per evitare il ripresentarsi di quei mali pubblici ricorrenti.
Questa nuova edizione venne, infatti, accresciuta da copiose annotazioni aggiunte ai Capitoli della Riforma, il tutto « a beneficio di detta Piazza e suoi Cittadini ».126
In essa, inoltre, Imperato pubblicava i capi di grazia che erano stati richiesti dal popolo al nuovo sovrano
spagnolo Ferdinando il Cattolico nel 1507, e la riconferma di quelle grazie concesse da quest’ultimo, dalla
Il castello e la piazza del Carmine nel Seicento
Queste grida esprimevano la grave situazione in cui versava il popolo minuto a causa del grave dissesto dell’annona e del grave deficit in cui versava la capitale, nel 1596 esso, infatti, ammontava a 3.000.000 ducati, somma che nel 1607 sarebbe giunta a 8.000.000 ducati. In N, F, Faraglia, Storia
dei prezzi in Napoli dal 1131 al 1860, Napoli, Real Istituto di Incoraggiamento, estratto dalla serie II degli Atti del Real Istituto di Incoraggiamento,
1878, p.141; G, Coniglio, I viceré spagnoli di Napoli, Napoli, Fausto Fiorentino, 1967, p. 150.
121
P. Giannone, Istoria civile del Regno di Napoli, Napoli, Lombardi, 1865, vol. VI. pp. 258-260. Una delle principali vittime della politica
di ridimensionamento delle prerogative nobiliari era stato Fabrizio di Sangro scrivano di razione, e perciò investito di uno dei più alti e lucrosi uffici
dell’amministrazione finanziaria. Fabrizio di Sangro era, infatti, alla testa, insieme a Cesare d’Avalos, dell’aristocrazia “privilegiata” che, insieme
ai circoli affaristici della nobiltà non titolata, avevano dimostrato una diffusa ostilità alla politica dell’Olivares. Al di Sangro si affiancarono in carcere gentiluomini appartenenti « a famiglie impegnate intensamente negli affari», i quali cercarono di combattere sia il pericolo rappresentato da un
rafforzarsi della presenza finanziaria forestiera, in particolare genovese, sia l’avanzata del ceto borghese imprenditoriale, finanziario e mercantile,
di cui Colapietra ha sottolineato la dinamica e solida affermazione nei confronti della rafforzata nobiltà cittadina e feudale, come del capitalismo
forestiero. In R. Colapietra, Il governo spagnolo nell’Italia meridionale ( Napoli dal 1580 al 1648 ), in Storia di Napoli, vol. V, T. I, ed. Scientifiche
italiane, 1974, p. 178; G, Coniglio, I viceré spagnoli di Napoli, Napoli, Fausto Fiorentino, 1967, p. 150, 175.
122
Il testo del provvedimento del conte di Olivares è presente nell’opera di Capaccio, Forestiero…cit., p. 483; P.L.Rovito, Il viceregno….
cit., p132.
123
Suo predecessore era stato il cardinale Antonio Zapata y Cisneros ( 1620-1622), canonico e inquisitore a Toledo. Egli rivelò la sua
incapacità nell’affrontare la grave carestia e la crisi monetaria che angustiò il Regno nel 1622, scatenando così l’ira popolare. Nell’agosto del 1621
il popolo minuto mostrava al cardinale il pane cattivo e si udiva per le strade lo slogan del ribellismo popolare: « viva il re e mora il malgoverno».
Nel gennaio del 1622 vi furono tre occasioni di tumulti a causa della fame e il viceré fu costretto a rifugiarsi nel convento dei certosini. Nell’aprile
e nel maggio dello stesso anno la carrozza del viceré fu assalita e colpita dal lancio di alcune pietre. In G, Coniglio, I viceré…cit., p.185.
124
F. Imperato, Privilegi…cit., p. 4.
125
P. Giannone, Istoria…cit, vol. XXXVI, p.3.
126
F. Imperato, Privilegi…cit., p. 4.
33
regina Giovanna e dal figlio Carlo d’Asburgo, futuro Carlo V nel 1517. 127
Quest’ultima edizione rappresenta dunque un testimone prezioso che ci permette di capire non solo come
era strutturata l’organizzazione interna del Seggio popolare ma anche quali mutamenti intercorsero all’interno del Seggio negli anni in cui visse Imperato.
Nel primo Capitolo della Riforma, strettamente dipendente dalla quarta delle grazie concesse da Ferdinando
il Cattolico, veniva specificato il modo e il periodo in cui dovessero essere vendute le tratte o licenze del
grano e del sale.
128
La loro vendita sarebbe dovuta effettuarsi attraverso bandi o “aste a candela vergine”129, anno per anno,
e « non ante tempus».130In caso contrario sarebbe stato lecito ad ogni privato cittadino ricorrere131 al
viceré.
Al Seggio popolare era stata affidata, infatti, la cura e la conservazione dei grani e delle farine, allo scopo
di fornire giornalmente e con facilità la distribuzione di questi all’ Eletto del Popolo.
Questa non era una competenza da poco giacché l’imponenza del servizio annonario e l’importanza
politica che ad essa si ammetteva ai fini dell’ordine pubblico e della tranquillità della capitale facevano
dell’amministrazione della scorta di grano, uno dei gangli vitali nella gestione del potere municipale ed
uno degli interessi maggiori della parte popolare, essendo evidente che la garanzia del rifornimento
annonario aveva importanza per i ceti di più modesta condizione economica ben più che per la nobiltà e
per i ricchi ceti medi.
Il diritto di disporre della tratta dei grani era stato sostituito dalla Regia Camera della Sommaria in una
concessione al Reggimento popolare di 880 ducati annui, mentre per quella del sale la stessa Regia Camera assegnò altri 900 ducati, e dieci ducati sull’ arrendamento della gabella del vino; gli arrendatori,
invece, ne pagavano alla Piazza solamente 838, e i restanti 72 venivano pagati ogni anno al Sacro Monte
di Pietà.132
Nell’annotazione al suddetto capitolo Imperato fa, inoltre, un breve accenno alla prima delle grazie con127
Due mesi dopo la pubblicazione della Reformatione del 1598, verranno registrati presso la Regia Camera della Sommaria ad opera
dell’Eletto del Popolo Andrea Auletta i privilegi riconfermati da Carlo d’Asburgo. I popolari già in precedenza ebbero cura di assicurare all’avvenire e rendere pubblici i privilegi concessi da Ferdinando il Cattolico nel 1507. In un primo momento uno dei mastrodatti della Vicaria, Giacomo
Pinto, ebbe una copia di quel diploma; poi l’Eletto Luca Russo mandò un messo in Spagna per trasformare quel documento in privilegio e avutala
fece dipingere su di un muro della sala di San Agostino la figura del Re in trono nell’atto di consegnare il documento all’Eletto e ai Consultori
inginocchiati, dipinto che fu concluso nel 1509. In F. Imperato, Privilegi… cit., p. 20, 24.
128
F. Imperato, Privilegi…cit., p.24.
129
Sistema di asta pubblica nella quale l’aggiudicazione veniva fatta al concorrente la cui offerta non fosse stata superata da altra durante
il tempo occorrente all’ardere successivo di tre candele ( circa un minuto ciascuno ).
130
F. Imperato, Privilegi…cit., p.24.
131
IDEM, Reformatione... cit. p.5; IDEM, Privilegi… cit., p.21.
132
IDEM, Privilegi…cit., p.24.
34
cesse dal sovrano spagnolo nel 1507 per la quale « si permette che il Reggimento della Piazza del popolo
possa far Capitulazioni e ordinatione per beneficio de Cittadini », rimanendo « molto meravigliato, come
havendo il Popolo con molta istanza dimandata, e ottenuta licenza di questo, vedendo esser molto necessaria; dopoi esser fatta la prima Capitulazione, hoggi quella non ritrovasi ».133
I Capitoli secondo, terzo e quarto della Riforma trattavano l’elezione dei Tesorieri del Reggimento. In
essi era ordinato che le entrate del Reggimento popolare dovessero essere gestite da due «Cittadini da
bene e di buona coscienza», scelti dall’Eletto, dai Consultori e dai Capitani d’Ottina. Tra i cittadini presentati da quest’ultimi sarebbero stati scelti i sei che avessero avuto più voti. Tra questi sei poi sarebbero
stati estratti a sorte i due cittadini che avrebbero adempiuto all’incarico di Tesorieri del Reggimento popolare.134
Nelle annotazioni Imperato affermava che « questi Capitoli hanno patito à nostri tempi alquanto
d’alterazione, ma non notabile e sustantiale ».135
Infatti ai tempi di Imperato un solo cittadino ricopriva l’incarico di Tesoriere. Nel periodo dell’elezione
ciascuno dei Consultori e dei capitani d’Ottina proponeva un cittadino « riputato bastante a questo
mestiero», di questi colui che avrebbe ricevuto più voti sarebbe divenuto il Tesoriere del Reggimento. 136
Nei Capitoli quinto e sesto veniva ordinato che il Reggimento popolare, estinti i propri debiti, avrebbe
potuto concedere la dotazione di «sei onze integre», ogni due anni, a 27 donne povere e vergini, scelte
La cupola della Pietrasanta
da ciascun capitano d’ottina e poi estratte a sorte, dall’età non inferiore ai quindici anni. 137
Il Capitolo settimo aveva per oggetto la nomina del Cancelliere del Reggimento, che in un primo momento aveva la mansione di scrivere e sigillare lettere e scritture appartenenti al Seggio e di conservarne
privilegi e atti. In seguito a costui verrà aggiunto anche l’incarico di annotare gli appuntamenti e le conclusioni delle radunanze del Reggimento. 138
Imperato descriveva così i requisiti che avrebbe dovuto avere il Segretario del Reggimento: «fedele; segreto acciò non palesi i segreti à gli avversarij, mentre a lui si confidano; dev’essere per natura, e per industria cupe e di molta accortezza; che sia da bene, perché essendo il contrario è facile a corrompersi».139
Ma ciò di cui si doveva avere maggior cura nella sua elezione « che sia da bene; perché essendo il contrario e facile a corrompersi; palesa i secreti a lui confidati, e nota falsamente quello che con verità deve
133
134
135
136
137
138
139
Ibidem.
IDEM, Privilegi…. cit., p.26.
Ibidem.
IDEM, Privilegi...cit., p.26.
IDEM, Refomatione... cit.,p.7; IDEM, Privilegi.... cit. p. 28.
IDEM, Reformatione... cit., p.6; IDEM, Privilegi... cit., p.29-30.
IDEM, Privilegi.....cit., p.30.
35
notare; deve anco esser intelligente, cioè che habbia esperienza, acciò sappia facilitare la scrittura, e li
negotij, occorrendo che nella Piazza vi siano uomini poco intelligenti».140
Nel Capitolo ottavo veniva concesso al Seggio il diritto di inviare, quando occorresse, e mantenere per
quanto tempo si ritenesse opportuno, propri particolari ambasciatori, scelti dall’Eletto, dai Consultori e
dai Capitani d’Ottina, presso la Corte Cesarea.141
Secondo la disposizione emanata da Federico d’Aragona nei capitoli del 1498, per la quale veniva determinato che sia le Piazze nobili che quella popolare simul et coniunctim conveniant, veniva ribadito che,
mentre la riunione di quattro delle sei Piazze bastava a «fare Città», ossia a deliberare il numero legale
a nome di tutta la municipalità, nessuna riunione era però valida se non fosse stato presente l’Eletto del
Popolo. Nel caso in cui la parte popolare fosse stata aggravata dalle conclusioni, per il capitolo VIII della
Riforma, essa avrebbe potuto ricorrere all’Imperatore o al Vicerè, affinché questi « avesse cura, che nelli
suoi stati, coloro che sono più potenti, non opprimono li meno potenti, ma soccorrere li più deboli ».142
Il Capitolo nono riguardava l’assunzione di non più di quattro portieri, scelti dall’Eletto e i Consultori. 143
Nell’annotazione al Capitolo Imperato giustificava la presenza di sei portieri affermando « che al presente
la Città si ritrova di grandezza, e di Populo così numerosa, ne li negoti pubblici erano in tanta copia, e
gravità, sin come sono al presente; massimamente li negotij di grassa, spettanti più all’Eletto del Popolo
, che a gl’altri, atteso ripresenta si gran popolo e tiene l’obbligo di darli piena soddisfattione, a ciò non se
riempia di querimonie; e perciò tiene necessità di avere detto numero di portieri; acciò possi con maggior
La chiesa dei Girolamini
facilità far eseguire, e effettuare li negotij per benefico pubblico».144
Inoltre, secondo Imperato, nella scelta degli «officiali» che avrebbero dovuto amministrare i beni pubblici
della Città bisognava aver riguardo che fossero innanzitutto «mediocremente dotati di beni di fortuna»,
evitando di assumere chi fosse oppresso da povertà, poiché « li poveri fra le tante imperfezioni che
tienono , sogliono essere pericolosi nella quiete pubblica, perché non vi hanno interesse, e non hanno
che perdere; e per questo i Romani non ascrivevano ordinariamente nella militia terrestre, quale era più
degna di quella marittima, li poveri».145
I Capitoli decimo, undicesimo, dodicesimo e tredicesimo, riguardavano le festività religiose alle quali partecipava il Seggio popolare.
140
141
142
143
144
145
146
146
Ibidem.
IDEM, Reformatione...cit., p.6;IDEM, Privilegi... cit., pp. 30-31.
IDEM, Privilegi.....cit., p.33.
IDEM, Reformatione...cit., p.9;IDEM, Privilegi…. cit., pp. 36-37.
IDEM, Privilegi... cit., p. 37.
Ivi, pp. 36-37.
IDEM, Reformatione... cit., pp.9-10;IDEM, Privilegi... cit., pp. 38-49.
36
Il Seggio popolare doveva ogni 23 gennaio celebrare l’ anniversario della morte del re Ferdinando il Cattolico. La messa di suffragio avveniva nella chiesa del monastero di San Agostino, alla quale partecipavano,
oltre ai monaci di detta chiesa, i tre Ordini Mendicanti, l’Eletto, i Consultori, i Capitani e il Tesoriere del
Seggio popolare.
In conformità ai Capitoli decimo e undicesimo, per questa ricorrenza e quella del Giovedì Santo, il Seggio
popolare doveva donare al monastero di Sant’Agostino 14 torce di cera bianca di 3 libbre ciascuna.147
Nel Seicento, dodici erano considerate le feste principali nella Città di Napoli, ma i due momenti più significativi che esprimevano un unità inscindibile tra celebrazione religiosa e vita civile coincidevano a Napoli
con il miracolo di San Gennaro e con la festa del Corpus Domini. Quest’ultima risaliva al 1264, anno in
cui il pontefice Urbano IV aveva reso ufficiale il dogma della transustanziazione.
Nel 1496 Re Ferdinando II, per celebrare tale festività, consegnò un asta del palio ad Antonio Sasso,
allora Eletto del popolo, che fu l’unico, tra tutti gli eletti a sorreggerne una.
Il 23 maggio del 1499 Federico d’Aragona riorganizzò la struttura della processione con una sentenza
nella quale si decise che le aste dovessero essere distribuite tra tutti e sei gli Eletti.148 Nei mutamenti
accorsi nel rituale della processione si possono così evidenziare l’esito della lotta, all’interno del governo
cittadino, tra l’Eletto del popolo e la componente nobiliare.
Nel Capitolo dodicesimo veniva accordata la facoltà ai Deputati, ai Capitani, al Cancelliere e ai Tesorieri
popolari di portare, durante la processione del Ss. Sacramento delle torce accese, facendo così nascere il
malcontento della nobiltà che ambiva a tale onore durante la processione del Ss. Sacramento.149
Il capitolo quattordicesimo riguardava le festività di S. Severo, di S. Aniello, S. Arpino e di S. Auframo
nelle quali partecipava esclusivamente il popolo.
I capitoli quattordicesimo e quindicesimo riguardavano il «maritaggio» di quattro orfanelle della Chiesa
dell’Annunziata di Napoli. 150
Il Capitolo sedicesimo riguardava il pagamento di venticinque ducati annui per l’affitto del luogo di congregazione del Seggio.151
Nel Capitolo diciassettesimo si ordinava « per beneficio pubblico» che si retribuissero «fino alla somma
di ducati ducento annui» quattro maestri «d’abbaco, di poesia, e scrivere; li quali abbiano da imparare li
figliuoli dei cittadini».
147
148
149
150
151
152
152
Imperato giustifica la sostituzione di questi maestri con alcuni «Lettori pubblici
IDEM, Privilegi... cit., pp. 39-40.
Ivi, pp.39-41.
IDEM, Reformatione... cit, p.10;IDEM, Privilegi... cit., p.40.
IDEM, Reformatione... cit, p.12;IDEM, Privilegi... cit., p.50.
IDEM, Reformatione... cit, p.14;IDEM, Privilegi... cit., p.51
IDEM, Reformatione... cit, p.11;IDEM, Privilegi... cit., p.55.
37
della scientia legale, molto necessaria e seguita à nostri tempi», affermando che « si ben la poesia è
laudabile e degna, tutta volta a nostri tempi apporta con sé poca utilità e per questa cagione non viene
eseguita; massimamente che per mezzo di quella non si può ordinariamente ascendere à gradi maggiori
». Questi venivano poi retribuiti con l’esazione delle Catapanie153 spettanti al Seggio popolare.154
Nel Capitolo diciottesimo veniva ordinato al Reggimento che le restanti entrate del Seggio si dovessero
spendere per accrescere i beni del Seggio.
Infine i Capitoli diciannovesimo, ventesimo, ventunesimo, ventiduesimo, ventitreesimo riguardavano
La cupola di Santa Maria della Sanità di fra Nuvolo
esclusivamente le modalità di elezione dell’Eletto e dei dieci Consultori.155 Alla vigilia della Festività di S.
Giovanni, i Capitani d’Ottina dovevano radunare tutti li capi di casa, di ciascuna Ottina, per poter eleggere
due Procuratori. Tra tutti quelli nominati, davanti ad un Notaio, dai capi di casa ne venivano imbussolati
i sei che avevano ricevuto più voti, per poi da questi estrarne a sorte i due che avrebbero adempiuto
all’incarico di Procuratori.
Quest’ultimo avevano il compito di nominare l’Eletto del popolo, nel giorno della festività di San Giovanni,
presso il chiostro di S. Agostino.
Tra i 58 Procuratori venivano estratti a sorte i quattro che avrebbero assistito il Cancelliere nell’annotare
i nomi di coloro trai quali sarebbe stato nominato l’Eletto.
Infine dai 54 procuratori rimanenti venivano scelti i sei che avevano raccolto più voti. Da questi sei
sarebbe stato estratto colui che avrebbe adempiuto all’ufficio di Eletto. 156
Uguale metodo veniva usato per l’elezione dei dieci Consultori: i venti che avevano ottenuto più voti
venivano imbussolati e da questi venivano estratti a sorte i dieci che sarebbero divenuti i Consultori.
Nei Capitoli veniva inoltre determinata la durata della carica dell’Eletto e dei Consultori. Entrambe le cariche non potevano protrarsi oltre i sei mesi. Inoltre l’ Eletto non doveva avere meno di 40 anni, mentre
i Consultori non dovevano avere meno di trent’anni.
Nei Capitoli era ribadito che, per evitare frodi e abusi da parte dell’Eletto e dei sui Consultori, dovesse
essere proibito, terminata la carica dell’ufficio, la rielezione degli stessi dopo breve spazio di tempo,
sarebbero dovuti trascorrere infatti tre anni prima di poter nuovamente ricoprire entrambe le cariche.
Questo meccanismo di elezione si dimostrava abbastanza efficace nel compattare il tessuto popolare’
poiché, da un lato, la scelta dell’eletto non poteva escludere le ottine più numerose e potenti; dall’altro,
il rapporto tra l’Eletto e la sua base veniva filtrato e organizzato dai Consultori, dai Capitani delle ottine,
dai Capodieci.
153
154
155
156
le Catapanie erano i proventi delle assise dei commestibili.
F. Imperato, Privilegi... cit., p.55.
IDEM, Reformatione.... cit, pp.11-15; IDEM, Privilegi... cit., p.56-69.
IDEM, Privilegi... cit., pp.56-69.
38
A questa elezione, affidata in massima parte al Popolo, fu posta dal viceré una clausola nella quale si
affermava che l’elezione potesse esser fatta diversamente quando lo esigesse il servizio di Sua Maestà.
Infatti, il meccanismo di scelta della rappresentanza popolare subì rilevanti modifiche nel corso del
Cinquecento. Come già riferito precedentemente la modifica più radicale intervenne nel 1548 quando il
viceré Toledo, comprendendo assai bene il legame tra il rappresentante del popolo e la sua base sociale,
riservò a sé la scelta dell’eletto tra i sei che avessero raccolto più voti. 157
Esso però non fu un atteggiamento isolato.
Il cardinale Pacheco, durante il suo il viceregno, ebbe consapevolezza di quanto era necessario che l’Eletto del popolo «fosse devoto al Principe»158, e nell’anno 1554, a causa della guerra che vi era in Italia,
ordinò che fosse lui a scegliere tra i sei sorteggiati l’Eletto del Seggio popolare. 159
Nel 1622, durante il mese d’ottobre, l’Eletto Paolo Vespolo tentò di rinunciare all’incarico, ma la Piazza
popolare si oppose e ricorse al viceré, affinché l’Eletto assolvesse al suo incarico fino alla fine del semestre. In seguito il Vespolo, «per la sua integrità e circospettione con la quale esercitava detto officio», fu
riconfermato nell’incarico, alla fine del detto semestre, dal viceré Duca d’Alba. 160
Inoltre, secondo i Capitoli, l’Eletto non poteva essere rimosso dalla carica, poiché la si considerava inter
munera publica personalia, cum onoribus annexa avendo giurisdizione e potestà particolare intorno alla
grassa o Annona,161 ne poteva rinunciare a tale incarico dopo averlo accettato, altrimenti eletto sarebbe
incorso, per legge, ad una condanna, poiché omnes enim qui obsequia pubblicorum munerum tenteverint
declinare, simili conditione teneri oportet.162
Lo stesso avveniva per la carica di Consultore che poteva essere prolungata o interrotta dal viceré. Inoltre
essi non venivano più nominati insieme all’Eletto del popolo, ma successivamente affinché i Consultori
uscenti potessero « dar raguaglio e informatione al nuovo Eletto delli publici negotij ».163
In conclusione sia dei “Privilegi “ che della “Reformatione” Imperato aggiungeva all’edizione del 1598 un
“Breve discorso intorno all’ Officio di Capitanio d’Ottina” e un “Discorso intorno all’ officio dei Decurioni,
oggi detti Capitani d’Ottina, seu piazze popolari, di nuovo ampliate, et aumentate” a quella del 1624.164
157
158
159
Ivi, p. 58.
Ivi, p. 60.
Ibidem.
160
Ivi. p.62.
161
Ibidem.
162
Ivi. p.61.
163
Ivi p.65.
164
IDEM, Reformatione di nuovo fatta per lo reggimento de le piazze populari de la Città de Napoli, con un breve discorso intorno all’
Officio di Capitanio d’Ottina, Napoli, Stigliola, 1598; IDEM,Privilegi, capituli e gratie concesse al fedelissimo populo napoletano, et alla sua
piazza. Con le sue annotazioni di nuovo aggiunte. Et il discorso intorno all’ officio dei Decurioni, oggi detti Capitani d’Ottina, seu piazze popolari,
39
L’intento dell’autore era quello di rivendicare il ruolo e le funzioni ricoperti dai capitani d’ottina all’interno del Seggio popolare e dell’amministrazione cittadina. L’ufficio di capitano d’ottina era infatti definito
dall’Imperato, giacché « rappresenta la sua Ottina, e tutti gionti l’integro populo», «officio antico, meritevole, e pieno di dignità, e prerogative»165.
La città di Napoli era suddivisa in Ottine o circoscrizioni, a cui faceva capo un Capitano.166Quest’ultimo era
l’anello d’unione tra i reggitori del Seggio, Eletto e Consultori, e la base popolare.
In seguito all’intensa crescita demografica della Capitale il numero delle ottine andò aumentando e i capitani acquistarono un notevole potere politico.
A tal proposito Faraglia aggiunge alla classica divisione dell’Universitas civitatis Neapolis in Universitas
nobiliorum e in Universitas popularium, quella, interna a quest’ultima , di Universitas octinae.167
Nel 1443 il territorio cittadino era stato suddiviso in venti ottine, nel 1522 invece si presentava suddiviso
in ventuno ottine, divenute poi, nel 1535, ventinove, numero rimasto tale nel periodo in cui visse Imperato.
Le ottine ai tempi di Imperato erano le seguenti: 1) dello Spirito Santo; 2) d’Alvina; 3) di S. Angelo a signo; 4) dell’Armieri; 5) del Caputo; 6) di Capuana; 7) di S. Caterina; 8) di Fistola e Baiano; 9) di Forcella;
10) della Porta di S. Gennaro; 11) di San Genarello; 12) di San Giuseppe; 13) di San Giovanni a mare;
14) di San Giovanni Maggiore; 15) della Loggia; 16) di Santa Maria maggiore; 17) del Mercato; 18) del
Mercato vecchio; 21) di Nido; 21) di S. Pietro martire; 21) di Porto; 22) di Rua Catalana; 23) della Rua
Toscana; 24) della Scalesia; 25) della Sellaria; 26) della Selice; 27) della Spetiaria antica; 28) di Santo
Giorgio Sommer (1834-1914), Napoli. Pozzo del chiostro della Certosa di San Martino. Ca. 1880.
Spirito; 29) della Vicaria vecchia.168
L’ottina di cui era capitano Imperato, era quella d’Alvinia, che nel 1606 contava al suo interno 411 fuochi e
3.345 anime169, e si estendeva sull’antica Platea Albinense dove Eufrasia, figlia di Stefano, duca di Napoli
nell’VIII secolo, elevò, accanto ad una chiesetta ed un convento fondato da alcun monache profughe da
Costantinopoli, il Monastero benedettino di S. Maria Donnalbina. 170
Tra le prerogative dei Capitani vi era quella di aver «voce» nel parlamento della Piazza popolare, né si
di nuovo ampliate, et aumentate, Napoli, Roncagliolo, 1624.
165
F. Imperato, Reformatione…p. 25.
166
Questo tipo di ripartizione, che in altre città venivano indicate col nome di sestieri, quartieri e corporazioni d’arti, secondo Faraglia, risaliva ai tempi in cui Napoli era dominata dagli angioini,. Inoltre, sempre secondo lo studioso, il nome ottina derivava dagli otto cittadini notabili del
quartiere che avevano il compito di nominarne il Capitano. In N . F. Faraglia, Le Ottine e il Reggimento popolare in Napoli, in « Atti dell’Accademia
Pontaniana», XXVIII, 1898, p.22.
167
N . F. Faraglia, Le Ottine…cit., p.22.
168
F. Imperato, Reformatione…cit., p.36;IDEM, Privilegi …,cit., p.38.
169
B. Capasso, Descrizione… cit., p. 529.
170
F. Ferrajoli, Napoli monumentale, Napoli, Galina editore, 1981, p.30.
40
sarebbe potuto fare o concludere negozio se non fossero intervenuti almeno 15 di essi; al contrario, non
si aveva riguardo per il numero dei Consultori, poiché le conclusioni, anche se non vi fosse intervenuta la
maggior parte di essi, non sarebbero state annullate. 171
Tra i compiti del Capitano rientravano inoltre la numerazione della popolazione residente e certificazioni
di vario genere rispetto agli abitanti della propria giurisdizione territoriale; ad esempio le fedi dei cittadini
che si recavano fuori dal regno.
La numerazione della popolazione era eseguita in caso di carestia per assegnare il pane per cartelle,
quest’ultime dovevano essere necessariamente firmate dallo stesso Capitano.
Per assegnare il pane ai cittadini era quasi sempre adottato il seguente sistema: in ogni Seggio erano
eletti dei deputati: 13 nel Seggio di Capuana, 19 nel Seggio di Montagna, 10 nel Seggio di Nido, 38 in
quello di Porto, 34 nel Seggio di Portanova, per un totale di 114 deputati.
Altrettanti «uomini probi»172 erano scelti nelle file del popolo dai Capitani d’Ottina, per giungere alla cifra
complessiva di 228 deputati.
La città era poi divisa in 114 rioni, ciascuno dei quali assegnato a due deputati, uno appartenente alla
nobiltà, l’altro al popolo. Questi deputati avevano il compito di calcolare il numero dei componenti di ogni
famiglia che risiedeva in ciascun rione.
Terminata la numerazione, il computo veniva affidato ad una persona deputata dal tribunale di San
Lorenzo. In ogni Ottina furono designate 114 botteghe nelle quali doveva esser distribuito il pane: a
ciascun scrivano, che collaborava con i deputati di ogni rione, fu assegnata una bottega. Questi inoltre
aveva il compito di segnare all’interno di apposite cartelle i componenti di ciascuna famiglia e il nome
di ogni capofamiglia, la quantità di pane da assegnare ed il panettiere dal quale dovevano rifornirsi.
Successivamente i consoli173 dei panettieri e il segretario facevano il calcolo della farina necessaria per
preparare il pane.
Ogni famiglia aveva così la propria cartella che avrebbe poi presentato al panettiere assegnatogli e con
essa avrebbe potuto comprare tanto pane quanto gli era stato destinato.174 Inoltre era vietato ai panettieri
di vendere il pane a chi non avesse la cartella con apposta la firma del Capitano d’Ottina, pena una multa
di sei ducati e un’altra fissata dal Tribunale di San Lorenzo.175Dal 1497 anche all’Eletto del popolo venne
171
F. Imperato, Privilegi…cit., p. 84.
172
Le Ottine, durante i censimenti erano raggruppate intorno ai Seggi dei nobili. Secondo Faraglia si può intendere quest’«unione» dal
fatto che nei censimenti non venivano solo numerati i popolani, ma anche i patrizi, e per questo entrambi gli incaricati alla numerazione avevano il
compito di «andare in paranza» per le vie assegnate a fare il censo, da ciò nasceva dunque l’unione. In N. F. Faraglia, il Censimento... cit., p.256
173
A capo di ciascuna corporazione di arte e di mestiere vie erano normalmente i consoli. Il loro compito maggiore era quello di verificare che non fossero trasgredite dai membri della corporazione le norme imposte nelle capitolazioni.
174
175
N. F. Faraglia, Storia dei prezzi in Napoli dal 1131 al 1860, Napoli, Real Istituto di Incoraggiamento, II serie, 1878. p.142.
IDEM, il Censimento... cit. p.256
41
concessa la facoltà di poter aggregare forestieri alla cittadinanza napoletana, tuttavia, tale concessione
era vincolata all’assenso regio.176
Micco Spadaro, Piazza Mercato
176
Le fedi prodotte dagli Eletti non corrispondevano pienamente al privilegio di cittadinanza. per godere delle franchigie a cui dava diritto
la cittadinanza vi era bisogno di una patente rilasciata dalla Regia Camera della Sommaria, da esibire nelle dogane, che rientravano sotto la sua giurisdizione. P. Ventura, Il linguaggio della cittadinanza napoletana tra ritualità civica, amministrazione e pratica politica, in Linguaggi e pratiche
del potere, a cura di G. Petti Bolbi e G. Vitolo, Salerno, Laveglia,2007, pp. 350-351.
42
Per tale motivo, i Capitani delle ottine dovevano ogni anno, ad ottobre, accertare l’effettiva residenza
stabile di quanti erano diventati cittadini napoletani in virtù della ductio uxoris. Le case non dovevano essere gravate da debiti e la moralità dei richiedenti il privilegio, sia come vicini sia come padri di famiglia,
doveva essere garantita dall’opinione comune.177
I Capitani delle ottine oltre ad attendere alle incombenze del controllo dell’ordine pubblico, avevano
anche il compito di custodire le porte cittadine, quando presenti nel territorio amministrato. 178
Ogni ottina era inoltre divisa in curie e decurie a cui sopraintendeva un capodieci; quest’ultimo aveva il
compito di riunire tutti li capi di casa per l’elezione del Capitano.
Il Capitano uscente, dopo essersi consultato con i cittadini congregati, proponeva coloro che erano ritenuti «molti abili per questo ufficio»179.
La carica di Capitano aveva la durata di un anno, salvo però l’intervento del viceré che poteva prolungarla
per varie ragioni, come ad esempio quella delle «gran controversie, che spesso occorrono nelle piazze dei
populari, per occasione di questa elezione».180
Nel 1498 il re Ferdinando avocò a se l’elezione di ciascun Capitano d’ottina, successivamente, nel 1507,
fu ottenuto, per regio assenso, che i capitani venissero eletti dai popolani, con la clausola «che si eligano
sei huomini di buona vita» e che il viceré o il Re potesse «da quelli eligerne uno à suo arbitrio».181 Il
capitano diveniva così una «creatura» del viceré e per questo secondo Imperato doveva «meritatamente
chiamarsi Official Regio».182
A conferma ulteriore della dignità dell’ufficio, il viceré duca D’Ossuna nel 1617 ordinò che i 5 governatori
della S.S. Casa dell’Annunziata183 fossero eletti in segreto dai Capitani e i Consultori del Reggimento popolare, e non più scelti dagli stessi governatori, evitando così « che in poco spazio di tempo ritornavan
l’istessi ad esser’ Eletti per Governatori»184, inoltre ai Capitani spettava il compito di conferire cogli amministratori dei Monti per la distribuzione delle elemosine e dei maritaggi.
Ancora, tra le attribuzioni dei Capitani vi erano coloro a cui era affidata la custodia delle porte «in tenerle,
177
Ibidem.
178
Nel 1594 il Seggio del Popolo giunse a convenzione con i nobili nella distribuzione delle chiavi delle porte, che vennero affidate anche
all’Eletto del Popolo. F. Imperato, Privilegi…cit., p. 92
179
F. Imperato, Privilegi … cit., p.86.
180
Ibidem.
181
Ivi, p.85.
182
F. Imperato, Reformatione …cit.,p.36; IDEM, Privilegi …,cit., p.86.
183
Istituzione caritativa preposta a precise funzioni devozionali e assistenziali: elemosine,doti, vitto e alloggio, vestiti, cure mediche, istruzione, prestiti su pegno senza interessi; servizi indispensabili a sostenere il “popolo minuto” il cui tenore di vita si presentava precario e insicuro.
184
F. Imperato, Privilegi … cit., 1624, p. 92.
43
cioè, serrate di notte, e aperte, e ben custodite di giorno, parte per evitare, e impedire l’entrata di alcuna
licenziosa moltitudine unita ad alcun male affare».185
Nella dedica a Fulvio di Costanzo, marchese di Corleto ( sul quale bisognerà ritornare) che apre il “
Discorso politico intorno al reggimento delle piazze della Città di Napoli”186 Imperato spiegava i motivi e le
esitazioni che, negli anni passati, avevano ritardato la pubblicazione della sua opera. L’autore, attraverso
lo studio dell’ «utilissima letione delle Historie», aveva raccolto «un infinito numero de notabili concerneti
all’ottimo governo delle Città, e formatone una boza con proposito di mandarla in luce». L’autore esita
però a pubblicarla per il timore di « incorrere in quello, in che altri sono incorsi, con il scrivere in materia
diversa della loro natural professione».187
Come ben sappiamo Imperato, benché scienziato e letterato, era innanzitutto un dottore in legge, e come
tale non doveva essere all’oscuro della polemica che era sorta verso la metà del XVI secolo, tra i teorici
della Ragion di Stato e i giuristi. I primi, infatti, si rifiutavano di intendere la “nuova scienza politica” come
parte della scienza del diritto, facendo coincidere la « ratio »con lo « jus ».188
Soltanto grazie «all’esperienza, e alli continui maneggi» ed «essendo per spatio di anni otto continuamente
intervenuto nel regimento di questa Città, rappresentando la Piazza del fedelissimo Popolo, nelli generali
parlamenti, e nelle ordinarie, e straordinarie deputazioni », Imperato poteva pubblicare, avvalendosi
«della disposition legale e della ragion di Stato , collocate nelli suoi propri luoghi », « un piccolo modello
» « sull’ottimo governo della Città » messo « al servitio del mio Principe, e all’utile, e beneficio della mia
Patria».189
Con quest’ultimo assunto egli si riallacciava così alla canonica definizione di Ragion di Stato elaborata
dal Botero per il quale il Principe, al di sopra delle leggi umane e detentore verso di esse di una capacità
di riordinamento e correzione, diviene garante e custode “del giusto” e “dell’utile pubblico”, attraverso i
mezzi come la giustizia, la pace, e l’abbondanza.190
Imperato utilizza la dedica come giustificazione della sua sensibilità alle problematiche della Ragion
di Stato, e al pari dei filosofi politici, dimostrava la profonda conoscenza dell’argomento citando in vari
luoghi Giovanni Botero, Agostino Nifo, Francesco Patrizi, Scipione Ammirato, Girolamo Garimberto, a
185
186
187
IDEM, Reformatione …cit.,p. 40.
Stigliola, Napoli, 1604.
F. Imperato, Discorso….cit., pp.3-4.
188
R. De Mattei, Il problema della Ragion di Stato nell’età della Controriforma, Milano, 1979, p.259.
189
F. Imperato, Discorso….cit., p 3-4.
190
Il termine “Ragion di Stato” definito da Botero « notizia dei mezzi atti a fondare, conservare e ampliare un dominio » secondo Burke
«nasceva probabilmente come eufenismo, un modo per evitare la schiettezza esplicita del Machiavelli quando parlava di “necessità”».P. Burke,
L’età barocca, in Storia Moderna, Roma, Donzelli, 1998.p.236.
44
Stopendael, Veduta di Napoli nel Seicento
45
cui aggiungeva la perfetta conoscenza, del resto obbligatoria per tutti i giuristi, di Platone, Aristotele,
Senofonte, Polibio, Cicerone. Imperato nella sua opera oltre a chiamare in causa i greci, come Platone e
Aristotele, nei quali facilmente si riscontra il concetto di “utile dello Stato”, cita anche i latini, utilizzando
largamente Tacito, considerato come colui che aveva chiaramente enunciato una perfetta Ragion di Stato,
giustificando la violenta iniziativa del principe ai fini della pubblica utilità.
Partendo da queste premesse, Imperato utilizza i modelli di governo, legati alla tradizione dell’aristotelismo
medievale di matrice tomistica ( di qui il continuo richiamo De Regimine Principum di San Tommaso
d’Aquino) e i miti storico-politici presenti nella letteratura politica del tempo, per strutturare il suo
Discorso intorno al problema del governo della Città di Napoli, ponendosi in modo critico rispetto alla
gestione dell’amministrazione municipale cittadina e rendendosi paladino delle istanze politiche del Popolo,
assegnando al Principe, assistito dagli organi rappresentativi, la funzione di mediatore e equilibratore dei
diversi ceti sociali, dotati di eguali diritti e partecipanti al potere politico.
La prima parte del Discorso si apre infatti con l’enumerazione delle ragioni storiche per le quali il popolo
napoletano dovesse avere peso uguale a quello dei nobili nel governo cittadino. Secondo Imperato era
indubbio che fin dall’antichità « Nobiltà e Popolo godessero il governo», affermando che ai tempi in cui
Napoli era una Repubblica greca fosse governata con gli stessi principi e le medesime leggi della Repubblica
d’Atene, giacchè ebbe i suoi Arconti, Demarchi e Magistrati a perfetta somiglianza dell’ordinamento
ateniese. Secondo Imperato fin dai tempi più antichi il governo della città era diviso tra nobiltà e popolo,
per cui l’autorità dell’Arconte, che equivaleva a quella dei consoli in Roma, derivava dagli ordini equestre
e senatoriale ed era appannaggio della nobiltà; il Demarcho o Princeps populi, invece a somiglianza dei
Tribuni romani, proveniva dal popolo.191
Veniva così ricercato nella storia un fondamento alle aspirazioni popolari al governo di Napoli e i fondamenti giuridici della rivendicazione della parità di voti con la nobiltà.
La ricostruzione del passato era, infatti, servita ai gruppi aristocratici per celebrare la nobiltà delle loro
famiglie, e quindi per legittimare il loro dominio. Per i gruppi borghesi la storia assumeva un analogo
significato. Essa poteva essere lo strumento con cui combattere la nobiltà sul suo stesso terreno, perché
attribuiva al popolo radici altrettanto antiche e illustri di quelle dei nobili. Era collegata, inoltre, a questa
esigenza di richiamo al passato un’idea di cambiamento come restaurazione, ritorno a condizioni politiche che avevano subito la corruzione del tempo e occorreva restaurare nei loro caratteri originari. Infatti
nell’opera dell’Imperato si parla di restaurazione e non di mutazione. Un termine questo in uso nella
trattatistica politica , ma con una accezione estremamente negativa. Quest’ultimo assunto mette in evidenzia il fatto che si fosse ormai esaurita la tendenza antispagnola che aveva caratterizzato le agitazioni
del periodo 1585-99.
191
F. Imperato, Discorso….cit., pp. 10-12.
46
Il Discorso politico rappresentava così il passaggio dalla fase estremistica, che aveva caratterizzato il
secolo precedente, a quella Riformatrice e filomonarchica. Il riformismo popolare dell’Imperato traeva vigore e forza nel frequente richiamo alla tradizione politica, giuridica e istituzionale del popolo napoletano,
anziché ai motivi messianici e religiosi.192.
Secondo Villari fu fondamentale « nel garantire la continuità del movimento riformatore », il ripensamento che seguì la fase del ribellismo e la presa di coscienza degli effetti negativi che tali fenomeni di rivolta
avevano sul Seggio popolare.193 La nobiltà considerava il ruolo svolto dal popolo nella storia napoletana,
soprattutto dalla rivolta del 1585 in poi, come testimonianza della natura inquieta e incline alla sovversione del popolo e della sua infedeltà nei confronti della Corona.
In tutte le opere dell’Imperato, infatti, ritorna con particolare insistenza l’ideale di fedeltà del popolo nei
confronti della Corona che, secondo Villari, « esprimeva, in maniera comprensibile alla maggior parte della popolazione, l’esigenza della coesione, dell’autorità e della disciplina; più in generale esprimeva l’idea
della collettività politica e degli obblighi connessi con la sua esistenza e con il suo riconoscimento».194
Egli intendeva affermare così la piena appartenenza del popolo e dei suoi rappresentanti alla « nazione
politica »195, e quindi ai diritti che ne derivavano e, in primo luogo, la necessità di equilibrare la presenza
di nobili e popolari nelle istituzioni rappresentative. 196
Imperato avrebbe così ricordato come Ferrante II avesse riconosciuto la fedeltà del popolo di Napoli «
nella quale mai ha mancato, et in ogni occasione si è sempre forzato di innalzarla e favorirla» e allo stesso
Popolo avesse confermato «tutti li honori e dignità ne i governi di questa Città»,197 attribuendo al Popolo il
merito di aver introdotto il sovrano attraverso la porta del mercato e a Giovan Carlo Tramontano quello
di aver assoldato a spese della Piazza del Popolo un esercito che aiutasse Ferrante nell’espulsione dei
francesi.
192
Tommaso Campanella, durante il suo primo soggiorno a Napoli venne a contatto con l’ambiente culturale naturalistico di stampo dellaportiano, di cui erano i maggiori esponenti Colantonio Stigliola, Gulio Cortese e Paolo Vermiglione. Quest’ultimi, infatti, nel settembre del 1599,
avevano fornito a Campanella precisi supporti astrologici al suo progetto rivoluzionario, che aveva come fine la liberazione della Calabria dalla
dominazione spagnola attraverso l’intervento di potentati stranieri. Non fu dunque casuale che lo stesso Col Antonio Stigliola fosse stato, a pochi
anni di distanza, l’editore della Historia del Regno di Napoli di Giovanni Antonio Summonte e delle opere di Francesco Imperato.
193
R. Villari, Elogio della dissimulazione. Lotta politica nel Seicento, Bari , Laterza. 2003, p.29.
194
IDEM, Per il Re o per la Patria. La fedeltà nel Seicento, Bari, Laterza, 1994. p.13.
195
Ivi, p.11.
196
L’Imperato, nel ribadire l’ideale di fedeltà proprio del popolo, non tralascia di descrivere un affresco presente sulla porta d’ingresso del
Chiostro di S. Agostino nel quale erano raffigurati un uomo e una donna che univano le loro mani destre e al centro di entrambi era raffigurato un
bambino; sul capo dell’uomo vi era una scritta dove si leggeva honor, mentre sul capo della donna vi era scritto veritas,e infine sul fanciullo era
scritto amor, spiegando così il significato dell’opera:« che dall’honor vero, nasce l’amore, senza il quale non si ha esser perfettamente fedele; per il
qual simulacro il Popolo de Napoli fa palese al mondo la sua perfetta fedeltà verso il Principe, dal quale vien protetto». In F. Imperato, Privilegi…
cit.., p.24.
197
IDEM, Discorso ….cit.., p.72.
47
La fedeltà al sovrano e il suo ricorso contro il mal governo dei ministri cittadini diviene il punto centrale
dell’ideologia “filo assolutistica” e “altopopolare” intorno al quale si strutturava l’opera di Imperato.198 Egli,
infatti, concludeva la ricostruzione storica degli atti e bandi del Seggio popolare con la citazione del Lodo
di re Federico d’Aragona del 17 luglio del 1498. Ai Seggi napoletani era stato ordinato che « tutte e sei
le piazze devono giontamente unirsi » per trattare gli affari della Città, e se ciò non fosse accaduto « il
trattato e il concluso saria nullo », poiché le Piazze assenti « averian possuto tirare e indurre l’altre alli
lor voti ».199
In particolar modo Imperato si soffermava sul quarto capitolo concesso dal Re, ossia quello riguardante il
ricorso al Principe o al Vicerè «che ha l’istessa autorità, e potestà concessagli dall’istesso Principe». Nel
1534 tale ricorso venne riconfermato dal viceré Toledo, concedendo al Seggio Popolare « il ricorso, non
solo in negotij di grassa, ma in ogni altro negotio e trattato», « rafforzato » poi dall’ Imperatore Carlo V
e, successivamente dai sovrani Filippo II e Filippo III.200
Con questo atto si concedeva la facoltà alla Piazza di inviare ambasciatori al sovrano, diritto che in pratica
era stato esercitato raramente a causa dell’opposizione nobiliare. L’ostruzionismo di quest’ultimi a tale
ricorso veniva confermato dalla parole dello stesso Imperato « si ben le Piazze nobili, sotto pretesto della
lite, che tiene con la Piazza popolare, qual pretende che non si intende conclusione ove essa Piazza non
concorre, habbiano dimandato, che quattro Piazze possono non solo concludere, ma anco liberamente
eseguire il concluso, e la minor parte sia obbligata a concorrere ».201
Ma era appunto grazie a questo ricorso che « per la minor parte gravata non è obbligata a giustificar le sue
pretendenze innanzi alla maggior parte, la quale come sospetta non può esser giudice della minore».202
Inoltre secondo Imparato il ricorso al Viceré o al Principe avrebbero potuto rappresentare un ottimo
“mezzo” o “strumento” attraverso il quale il Sovrano poteva controllare l’amministrazione del Regno:
«ma quanto benefecio riceve il Principe, e anco l’istessa città dall’uso del detto ricorso, l’esperienza maestra delle cose lo mostra chiaramente al mondo; accennerò solamente questo, che il Principe con questo
mezzo viene ad essere partecipe del governo della città, e a saper che si tratta giornalmente nelli suoi
Tribunali; che se alla minor parte gravata non competesse detto refugio, non accaderia ricorre al Principe,
il quale viene a rettamente e egualmente a dominare la maggiore, e minor parte delle Piazze, e anco alla
Nobiltà, et al Populo, interponendo la sua autorità,e arbitrio in determinare, e decidere le loro controversie, appogiandosi a quel che si aggira più al servizio suo, e all’utilità pubblica, anzi si tiene bilanciato i
198
199
200
201
202
E. Nuzzo, I percorsi della quiete, Bollettino del Centro Studi Vichiani, 1986, XVI. p.40.
F. Imperato, Discorso….cit., p. 16.
Ivi, pp. 19-21.
Ivi, p. 21.
Ivi, p. 18.
48
loro stati e iurisdittioni; dalli quali non bilanciati sogliono succedere, tanto nelle Repubbliche tanto nelle
Monarchie inconvenienti notabili».203
Il Principe avrebbe così svolto la sua funzione di garante e di forza equilibratrice tra le parti. L’ esempio
degli « inconvenienti notabili verificatisi » nella Repubblica Romana, di Firenze, di Pisa, Napoli ai tempi
di Ferrante d’Aragona, citando Camillo Porzio e la sua “Congiura dei Baroni”, dimostravano la pericolosità
della mancanza di tale equilibrio. Attraverso questi esempi Imperato richiamava l’attenzione del Principe
ad interporre « la sua autorità, e arbitrio nel determinare, e decidere le controversie» che intercorrevano
tra il Seggio popolare e i Seggi nobili.
Il Principe considerato come «Padre dei populi»204, doveva intervenire sul governo della Città, ma anche
all’interno dei meccanismi di funzionamento del rifornimento annonario, ufficio amministrativo che si rivela di strategica importanza politica.
Solo un potere centrale, non esclusivamente cittadino, con un’autorità diffusa in tutto il regno, poteva
assicurare l’approvvigionamento granaio di Napoli.
Per garantire la pace nel regno, il beneficio universale, la tranquillità del popolo era necessario innanzitutto fare in modo che il regno non soffra la fame: « il Principe con ogni diligenza per beneficio della plebe
opressa da carestia deve opurtunamente remediare alle cattive raccolte, et provveder intorno a ciò intrepidamente; et occorrendo etiam con la propria borsa, et senza temere la infedicotà della terra, et pericolo
del mare, ambi alle volte de impedimento alle provisioni, et espedienti che soglion pigliarsi per rimediar
a detta penuria, senza però gravar i populi di nuove gravezze; ma secondo me a qualsivoglia espediente
pratticato tanto a tempi fertili quanto sterili, deve necessariamente la vera cognitione della qualità della
raccolta; diligenza che fa spesso impedire l’alteratione delli prezzi del frumento, mentre si sa con verità
la sua quantità, spesso da interessati occultata, et ristretta per questo effetto».205
Il rifornimento continuo, in modo da tenere sempre provvisti i granai, anche in tempi di carestia o di
perdita delle farine nel trasporto, la conservazione nei depositi cittadini,la distribuzione ai fornai, il controllo della palata (unità di misura del pane), sono tutti momenti che il vicerè deve seguire con la mente
sempre rivolta al funzionamento di quest’organismo, che significa non lasciare mai i sudditi sprovvisti di
cibo, pena la ribellione popolare. Inoltre, Imperato sottolineava come si complicava il compito di chi governava nel cercare di mantenere un equilibrio tra il necessario funzionamento dell’annona e nello stesso
tempo l’obbligo di pareggiare i conti dell’erario pubblico per non farne aumentare il debito, altra fonte di
rovina del regno. Al pareggio dell’erario era infatti collegata l’imposizione delle gabelle che « odiosissime
si devono fuggire quanto si può»e che, secondo Imperato, bisognava aver cura che esse fossero imposte
203
204
205
Ivi,pp.23-24.
Ivi, p.42.
Ivi, pp. 30-31
49
« nelli casi che non vi è altro aiuto straordinario, dal quale le città possan haver giovamento» e facendo
attenzione « ad eguagliare solamente l’entrate della Città», moderando l’ingordigia di quelli che speculavano su di esse.206
Imperato manifestava così un disagio diffuso che si avvertiva a Napoli circa le speculazioni sul commercio
dei grani del regno, che avevano coinvolto alcuni vicerè e degl’uomini d’affari vicini al potere vicereale e
conclusosi con l’aumento del debito pubblico.
All’abbondanza di viveri Imperato suggerisce « dui altri modi di trattenersi lieti e tranquilli» il popolo ossia
i «pubblici trattenimenti e le ricreazioni».207 In questi trattenimenti e festini «v’intervene la persona del
Principe, il quale con questo mezzo viene a conciliare amore, e benevolenza grandissime del populo»,
come accadeva nella festa di San Giovanni Battista e maggiormente in quella di San Gennaro, dove tutti
i popolari avevano l’onore di rimanere a capo coperto in presenza del Viceré.208 Venivano da Imperato
così ripresi i precetti e le indicazioni di Botero riguardanti gli strumenti necessari al fine dell’obbedienza
civile. Strumenti che vengono identificati nella religione e nella devozione e che costituiscono la sapienza
del Principe, connubio di azione politica e prescrizione religiosa. Imperato si poneva in modo critico nei
confronti di Machiavelli, che aveva preteso di scindere l’agire politico da quello religioso. La “sapienza”
insieme alla “prudenza” costituivano due qualità fondamentali per la conservazione e la stabilità dell’autorità politica. L’azione politica del principe doveva tendere a realizzare quel rapporto di comando e di
obbedienza, che poteva nascere solo da un pieno e completo consenso popolare, evitando cosi quegli
infausti avvenimenti, come quello del 1585 che Imperato non esitò a definire un «inopinato successo».209
Chiedendosi, poi, a quale forma di governo potesse appartenere l’amministrazione cittadina napoletana iniziava ad analizzare i vari generi di dominazione, aggiungendo, alle due specie di governo, di uno
solo o di molti, le relative divisioni e degenerazioni aristoteliche, con copiosi esempi desunti dalla storia
antica.210L’Università napoletana non rientrava, infatti, in nessuna delle tipiche forme di governo ritenute
da Imparato «dannose e corrotte »,211 e dunque non doveva considerarsi né oligarchico « di pochi ricchi,
e potenti ò vero nobili », né aristocratico « dei più buoni e virtuosi », né tantomeno democratico « del
popolo».212
Infatti secondo Imperato se « si governasse solamente dalli pochi ricchi, e potenti, non è dubbio nessuno
206
207
208
209
210
211
212
Ivi. p.29.
Ivi, p.68.
Ivi, pp. 68-69
F. Imperato, Privilegi…cit., p.42.
Ivi, p. 32.
Ibidem.
Ivi, p.33.
50
che saria ingiusto, perché se applicariano alla rapina, e toglierebbero la robba alla moltitudine, e così similmente se il governo fosse in mano degli Ottimati, perché essendo essi come giusti e virtuosi solamente
honorati, gli altri non participando de gl’honori si riputerebbero ingiusti e ignoranti, e indegli de gli honori;
sé il governo fosse in mano al populo, si riputarebbe ancora non perfettamente giusto, perche si spartirebbe la robba de’ ricchi, e potenti; talché tutte dette spetie de’ governi da per se si reputano ingiuste, e
soggette alla corruzione ».213
Né secondo Imperato « si poteva arguire in contrario con l’esempio della Repubblica di Venezia, la quale
nonostante che il Popolo non ha parte nel governo, pure ha durato per tanto spazio di tempo, e ha continuamenta goduto, e al presente godela sua libertà, perché di questo non è caggione il non avere parte
il Populo nel governo, secondo alcuni dicono senza fondamenti ragionevoli, ma l’essere stato mediocre,
qual si governa più perfettamente del stato immenso, e grande ».214
Il “mito” della Repubblica di Venezia, caro agli scrittori politici del tempo, non poteva essere assunto a
modello politico dagli altri Stati italiani perché, secondo Imperato, i motivi che la rendevano “libera” e
priva di guerre intestine erano da ravvisarsi innanzitutto nella sua posizione geografica, « situata dentro
le acque salse, per il che diviene inespugnabile, secondo l’esperienza delle turbolentie successigli nell’anno 1509, e perché circundato il suo stato da potenze grandi a lei formidabili, quale la mantengano unita,
et senza dispareri e guerre civili », ma anche nelle leggi e negli statuti emanati « con grande artificio e
osservati inviolabilmente».
Imperato può essere definito uno dei primi a mettere in discussione tale mito, fatto di enorme importanza
, poiché rappresenta nuovamente un audace richiamo a Machiavelli, attraverso la citazione dell’« auereo
opuscolo » di Agostino Nifo il De Regnandi Peritia.215
Un altro motivo, il più importante secondo Imperato, che rendeva Venezia “libera” era dato dal fatto che
« alcuno Gentilhuomo avanzando di valore, e esperienza, e sequela de amici, non aspiri a farsi superiore
à gli altri, e per conseguenza Tiranno de la sua Patria, si come si porta l’Esempio del successo quasi a
tempi nostri in Fiorenza in persona di Alessandro, e Cosmo di Medici ».216
Concludendo che la città di Napoli non rientrava in nessuna delle forme politiche menzionate, riguardo
alla Repubblica Imperato affermava « atteso si ben ne have alcun sembiante, rispetto alla Oligarchia et
213
Ivi, p.35.
214
Ivi, p.37
215
Ad Agostino Nifo andava attribuito il merito di aver pubblicato per la prima volta in Napoli, anche se in traduzione latina, il Principe di
Machiavelli. L’opera apparve nel 1523 con dedica a Carlo V e con il titolo De Regnandi Peritia. Quest’opera viene considerata un vero e proprio
plagio rispetto al Principe da quasi tutti gli autori che si sono imbattuti nella questione. A tal proposito sia De Frede che Persico ritengono che con
molta probabilità che il Nifo avesse conosciuto il Macchiavelli a Pisa, e che fosse stato lo stesso Macchiavelli ad incoraggiare il Nifo a tradurlo
in latino e a divulgarlo in forma dottrinale. In C. De Frede, I lettori d’umanità nello studio di Napoli durante il Rinascimento, Arte Tip., Napoli,
1960.p. 125; in T., Persico, Gli scrittori politici napoletani dal 400’ al 700’, Napoli, Perrella, 1912. p.32.
216
F. Imperato, Discorso politico…cit., p.40
51
Democratia che è il governo dei pochi, et il governo del populo, non di meno li manca la migliore qual è
la Consulare, delli quali tre stati è formata la vera, et perfetta Repubblica come s’è detto di sopra: ma
se la parte Consulare si vorrà rappresentare per gli homini Regij, quali assisteno, et intervengono nelli
Reggimenti di questa Città, se potria forsi dire che il detto regimento delle Piazze habbia alcun sembiante,
et vestigio de l’anticha Repubblica, ma sottoposta alla Monarchia et al sopremo, et Regio dominio della
Maestà del Re nostro Signore ».217
Imperato, nell’articolazione del suo sistema cittadino ideale, assegnava agli «huomini regij», ossia ufficiali e i magistrati, la parte consolare della Repubblica. Quest’ultimi sono chiamati da Imperato a condividere
il suo programma politico che faceva perno sulla rivalutazione della piazza popolare. Ed è infatti, il solo
popolo di mezzo situato tra i nobili e i plebei, a dover partecipare al governo della città di Napoli, ripercorrendo così le indicazioni aristoteliche del Botero, del Garimberti e del Ferrari,218 sul fondamentale supporto del ceto medio per la conservazione politica di uno Stato. Qui entrava in gioco l’importante funzione
che attribuisce Imperato alla prudenza politica come principale virtù necessaria al principe nella difficile
arte di governo e, affianco ad essa, l’indicazione dei concreti organi di governo strategici per conservare
l’ordine civile e politico del regno di Napoli e in particolare della sua turbolenta capitale.
Strutturando il Discorso sulla classificazione delle forze sociali della Capitale, Imperato indicava i due poli
della vita sociale napoletana nella nobiltà e nel popolo.
Imperato, infatti, suddivideva la Nobiltà in quattro specie: « la prima che chiamase Nobiltà de animo, la
seconda Nobiltà de sangue, la terza Nobiltà politica, o vero civile, la quarta nobiltà mista, che partecipa
delle prime dette due specie; ». La quarta specie della nobiltà nella quale «partecipa dalla nobiltà di
sangue, e dell’animo, la qual viene ad essere più degna d’ugniun delle due prime specie essendo unite
in un medesimo soggetto».219 La virtù era quel «predicato» che conferiva maggiore dignità alla nobiltà
di sangue, ma era in effetti quella stessa virtù che conferiva altrettanta dignità alla nobiltà «civile,dativa
o politica quale è una dignità e qualità che si conferisce dal Principe, qual non riconosce superiore e può
avere origine da causa buona, ò cattiva, giusta, ò ingiusta, iniqua, vitiosa, ò virtuosa, secondo la voluntà
del Principe, e si verifica nella dignità equestre e militare, et anco nella dignità Dottorale, qual dignità
si conferisce per causa degna, e lodata che è la virtù, e scienza, per la quale viene ornato il Dottore di
detta nobiltà politica, precedendo prima l’esamine et approbatione dello collegio dei dottori, e di quanta
prerogativa e preminenza ».220 In tal senso la borghesia non sarebbe stata differente dalla nobiltà, poiché
217
Ivi, pp. 44-45.
218
Girolamo Garimberto, (1506-1557) nel 1554 pubblicava un trattato di politica, in cui aveva dimostrato una notevole dimestichezza
con le opere di Machiavelli, intitolato De Reggimenti pubblici della Città; Francesco Patrizi da Siena (1413- 1494) nel 1450 pubblicava un opera
intitolata De Repubblica Istitutiones. In F. Cavalli, L a scienza politica in Italia, Venezia, Tip. Antonelli, 1863. pp. 124-127
219
F. Imperato, Discorso…cit., pp.74-75
220
Ivi, p.72.
52
riusciva a gareggiare con essa nell’acquisto delle virtù.
La dignità dottorale veniva definita simile alla nobiltà di sangue, inoltre, tale uguaglianza aveva il suo
fondamento nella distinzione netta che Imperato attua tra “plebe” e “popolo”.
Anche se formalmente la distinzione non sarebbe possibile, perché la plebe «non ha corpo di per sé»,221 ma
nella sostanza, il popolo era costituito da strati che avevano caratteri fortemente differenziati. Solo «li più
eletti, ricchi, e virtuosi che viveno civilmente senza far esercizi sordidi e meccanici rappresentano lo stato
populare »,222 ad essi solo spettavano, infatti, le cariche della piazza del popolo. Imperato, avvalendosi
della sentenza di Re Roberto d’Angiò, nella quale veniva specificato che gli onori concessi si riferivano
al popolo « qui communi vocabulo dicitur Crassus, e non de popolo minuto, e artistis », specificava che
le cariche politiche non potevano essere conferite al popolo minuto «forsi per alcune imperfettioni che
generalmente parlando, se gli possano applicare, cagionate dalle inesperienza dei governi, e dalla povertà,
per la quale è costretto più a procacciarsi il vitto, che nell’esercitio de carichi populari, per li quali con
difficoltà lascia il suo esercitio, e lasciandolo, con vergogna dopò finito il governo il ripiglia».223 La plebe
era, inoltre, priva delle qualità necessarie all’amministrazione della Città« che sono, il vivere nobilmente,
e con beni di fortuna, et anco esser ornati di virtù ; esse mantengono nel suo essere la nobiltà, anzi gionte
la conferiscono », per cui nessun pregiudizio poteva venire agli amministratori nell’esercizio delle cariche
popolari, « havendo rappresentato una Piazza Regia, nobile, e fedelissima».224 Il rapporto tra i ceti veniva
considerato da Imperato soprattutto in termini di potere politico ed egemonia morale ed intellettuale e,
infatti, da questa distinzione che egli attua all’interno delle società napoletana prenderà avvio l’accusa di
democratismo fattagli da De Tejada.225
Imperato avvalendosi dell’autorità del Patrizi, del Botero e del Garimberti affermava con sicurezza «qual
mediocrità quanto nelli governi sia sicura, e quanto sia lodata e pregiata, e utile alle Repubbliche e alle
Monarchie più delli due estremi, amici per ordinario delle novità».226
La mediocritas aristotelica veniva considerata da Imperato come una qualità e non come un impedimento
a ricoprire incarichi pubblici dimostrando che «si ben’alle alle volte succede darsi detti carichi ad alcun
Cittadino honorato, et da bene, forsi non versato in simili governi, et che si ritrovi in bassa fortuna, non
per questo può la piazza riputarsi diminuta, e imperfetta, perché quel cittadino essendo creato Eletto, può
221
Ivi, p.53.
222
Ibidem.
223
IDEM, Privilegi…cit., p.57.
224
IDEM, Discorso intorno all’origine, Regimento, e Stato della gran Casa della Santissima Annunziata di Napoli, Napoli, Longo, 1629,
pp.19-22.
225
F. E., De Tejada, Napoles hispanico : las espanas argenteas ( 1598-1621),IV, Montejurra, Madrid, 1961, p.89.
226
F. Imperato, Discorso politico…cit., p.58.
53
consultarsi con i suoi Consultori al numero di diece, destinati a questo effetto solamente, si come appare
per la detta sentenza di re Federico nel quarto capo; si è creato Capitanio avrà i suoi compagni, da i quali
può ricever introduttione, e così potrà la Piazza esser perfettamente governata e guidata conforme al
solito; concorrendovi l’affetto grandissimo, che al generale ne i petti de Cittadini verso detta Piazza ».227
La «bassa fortuna » di alcuni popolari non poteva essere così per Imperato causa dello sdegno di
alcuni cittadini ad impegnarsi a ricoprire incarichi popolari « presupponendo farsi pregiudicio ad alcune
figurate pretendente de nobiltà, perché respetto al’esercitio de detti carichi, e degnità, e anco rispetto
a quell’attione de unione delle Piazze populari, a trattar negotii pubblici, non può nessun aggravarsi ne
pregiudicarsi, massimamente intervenendovi compagni della qualità predetta, atteso in quell’attione il
ricco e il povero sono eguali».228
Se la diversità dell’estrazione sociale pregiudicava “l’unione” in un fronte compatto delle forze popolari,
lo stesso non poteva dirsi della Nobiltà che anzi dall’Imperato veniva presa come un esempio positivo, in
quanto in essa «trattandosi unione, chiara cosa è, che vi entrano et v’intervengono Gentil huomini privati,
Titulati antichi, e moderni, di diversi Tituli, e anco di quelli che hanno avuto diversi carichi, e dignità
militari, Gentil’huomini anco, che sono di famiglie antche originarie, e anco che han quarti Regij, e non
ostante questa diversità pur’ in quell’attion d’unione ogn’uno hà il suo voto uguale».229
Rinnovando così la polemica contro coloro che rifiutavano le cariche popolari con il pretesto di una
pretesa nobiltà che li rendevano, agli occhi di Imperato « incapaci di ragione, servendosi della semplice
voluntà; che presupponendosi configurarsi alcuna spetie di nobiltà farsi riputar per tali, s’ingannano di
gran lungha; e se ben essi, o i lor Padri hanno acquistato beni di Fortuna, e tentano in varij modi obliqui
scostarsi dal popolo, e fra gli altri con far rivolger sottosopra I regij Archivij, e le antiche Sedie de Notari,
per haver cognizione e notitia delle Famiglie alle lor simili; e con questo inestarsi ne i rami, sen’esser della
propria spetie del stipite».230
Dall’ uguaglianza tra il ceto dei dottori e la nobiltà, Imperato traeva lo spunto per proporre nel suo
Discorso una possibile unione tra i due ordini della cittadinanza.
Imperato aveva dedicato la sua opera a Fulvio Di Costanzo marchese di Corleto, che era stato nel 1588
giudice della Vicaria, nel 1590 Regio Consigliere di S. Chiara e Vicecancelliere del Regno, creato poi
membro del Consiglio d’Italia e nel 1603 ritornato a Napoli per ricoprire gli uffici di Reggente del Collaterale
e Prefetto dell’annona.231 Il Di Costanzo era un nobile appartenente al Seggio di Portanova, uno dei tre
227
228
229
230
231
Ivi, p. 59.
Ivi, p.60.
Idem.
Ivi, pp. 63-64.
L. Giustiniani, Memorie…cit., p. 67.
54
seggi fluidi nei quali erano confluite, a partire dall’età angioina, le famiglie appartenenti alla borghesia
e legate alla monarchia da prestiti monetari. Forse quest’ultimo particolare potrebbe far comprendere
il motivo per cui Imperato si rivolge a lui «confidando nella sua altissima humanità, e cortesia», con
l’illusione di trovare in questi una maggiore sensibilità alle istanze popolari. Presumibilmente risultava
necessario e naturale per Imperato affidarsi alle grazie di un uomo potentissimo, detentore di una delle
più alte cariche del regno, nonché Prefetto dell’annona, titolare di uno degli uffici più importanti e delicati
dell’amministrazione della Città di Napoli.
Si trattava, infatti, di un personaggio altamente idoneo, da un lato, alla rappresentanza delle doglianze
o istanze di riforma dell’amministrazione pubblica, dall’altro all’aperta presentazione della candidatura
del ceto medio a gestire, con eguale dignità dei nobili, la cosa pubblica napoletana. Questa unione veniva
dell’Emblema di Andrea Alciato,232 «qual descrive la
perfetta amicitia et amore con l’esempio materiale dell’infruttifero albero del pioppo circundato dalle viti,
della quale emblema altri si son servitià denotar la Nobiltà con il detto albero, e lo popolo con le viti, per
dimostrar che deve la Nobiltà e i Popolo esser uniti con perfetto vincolo di amicizia»e da ciò «cavarne il
esemplificata alla fine del Discorso avvalendosi
succo del commun beneficio e utilità».233
Nelle parole dell’Imperato sembrava avvertirsi un’eco di quella «concordia sociale » raggiunta nel 1418,
quando vi fu l’unione tra nobili e popolo, coalizzati contro la grande aristocrazia feudale.234
Nell’ottica dell’Imperato la “nobiltà dottorale” non era vista in conflitto con la nobiltà di sangue, né,
tantomeno, si confondeva con essa con la ricerca di un fondamento giuridico, essendo ad essa parallela
ed alleata. Il programma politico dell’Imperato puntava così a creare una nuova forma di unità di tutte le
fazioni della classe dirigente attorno ad una amministrazione regia più funzionale.
La fine del viceregno del conte di Lemos235 segnò l’inizio del lungo ritiro dalla scena politica napoletana di
Imperato. Egli iniziava così a concentrarsi maggiormente negli studi scientifici, allettato dalla possibilità di
entrar a far parte dell’Accademia dei Lincei. Un ingresso che presupponeva la rinuncia a qualsiasi attività
che non fosse collegata allo sviluppo della “scienza moderna”.
L’abbandono di Imperato della scena politica può essere stato così causato dalla delusione delle speranze
che egli aveva riposto nella politica “riformatrice” del Lemos, poiché quest’ultimo non aveva sostenuto, o
per meglio dire trascurato, la possibilità di inserire nel suo progetto politico un attiva presenza delle forze
232
A. Alciato, Emblemata, Parigi, 1534.
233
F. Imperato, Discorso politico, ...cit.,p. 74-75.
234
G. D’Agostino,Per una storia…cit.,p.80.
235
Il conte Pietro Fernandez di Castro, fine letterato e mecenate aveva non solo fondato nel 1611 l’Accademia degli Oziosi, di cui faceva
parte anche Imperato, ma aveva anche riformato l’Università napoletana sul modello di quella di Salamancas. Il conte di Lemos, inoltre, viene
ricordato dagli storici per la riforma finanziaria con cui cercò di assicurare alle esauste casse dello Stato con un gettito costante di entrate. Impresa
questa che si rivelò impossibile data dalla corruzione degli esattori dell’entrate.
55
popolari come soggetto di vita sociale e politica.
Di conseguenza nasce anche l’impossibilità di attribuire a Imperato una probabile partecipazione, negli
anni successivi, al movimento riformatore più radicale, al cui capo vi era l’avvocato Giulio Genoino,
sostenitore dell’antico programma popolare teso alla parità dei voti e alla separazione tra nobiltà e
popolo, attraverso l’utilizzo dell’eversione plebea.
Gli anni caratterizzati dall’azione assolutistica del viceré Pietro Terrez duca d’Ossuna (1616-1620)
avrebbero, infatti, reso evidente le fratture esistenti all’interno dello stesso Seggio popolare. Il progetto
politico del viceré aveva come obiettivo la creazione di una più organica alleanza tra stato e ceti popolari.
Con l’ausilio di Giulio Genoino il viceré aveva dato inizio allo scontro con le magistrature della Capitale.
Il vicerè, senza consultare i Procuratori delle Ottine, aveva nominato il Genoino proeletto del Seggio
popolare nell’aprile del 1619; il Collaterale, data l’illegalità della procura, aveva di conseguenza annullato
la nomina. Dopo la seconda nomina a proeletto, il 9 aprile del 1620, e a giudice della Vicaria, il 28 maggio
dello stesso anno, il Genoino riuscì a divenire Eletto del popolo il 29 maggio, grazie alla rinunzia della
carica da parte di Carlo Grimaldi, che ebbe in cambio la promozione a proconsigliere del Sacro Regio
Consiglio. Non appena il Genoino prese possesso di tale carica, destituì i capitani d’ottina in carica per
eleggere al loro posto « i più famosi compagnoni che allora fussero in Napoli, specie ai vagabondi e faziosi
legati in compagnia a comune difesa e vantaggio».236 Tra questi, inoltre, veniva nominato come capitano
dell’ottina del Mercato Francesco Antonio Arpaia, uomo di legge che, ventisette anni dopo sarebbe stato,
insieme al Genoino, uno dei principali protagonisti della rivolta del 1647. Era dunque intenzione del
Genoino e del duca d’Ossuna procurarsi i favori del cosiddetto popolo minuto.
Giustamente alcuni provvedimenti attuati dal viceré vengono considerati da Colapietra di carattere
puramente paternalistici e demagogici, 237 come l’abolizione, nel marzo del 1619, della gabella sulla farina
e dell’impopolarissima gabella sulla frutta, la cui abolizione avrebbe arrecato un vuoto di 350 mila ducati
alle finanze della municipalità napoletana. 238 A questi provvedimenti di natura fiscale ne vanno aggiunti
altri che maggiormente dimostrarono la volontà del viceré di rafforzare il potere dei popolari.
Il duca d’Ossuna, infatti, dopo aver sequestrato l’artiglieria dal chiostro di San Lorenzo e licenziato le
compagnie del Battaglione di stanza nella Capitale, ordinò l’armamento della Piazza popolare, che era
sempre stato avversato dalla nobiltà.
L’Eletto del popolo ebbe così il compito, dopo aver consultato la Piazza, di proporre le persone da nominare
capitani di compagnia. Quest’ultimi nelle rispettive ottine avrebbero dovuto procedere al reclutamento
236
237
238
B. Capasso, Masaniello…cit., p. 69.
R. Colapieta, La pretesa fellonia del duca d’Ossuna, in Storia di Napoli…cit, p.205.
Ivi.
56
delle milizie.239
Secondo Schipa « quella chiamata di artigiani e cittadini al servizio militare fu il primo segno serio, la
prima forma seria di quella democrazia del duca d’Ossuna, che, dai giorni suoi ai nostri, fu giudicata
mezzo alla concepita usurpazione al trono».240
Nell’insieme quei provvedimenti avrebbero messo in luce il reale intento del viceré, ossia quello di
colpire i « cavalieri che, a suo giudizio, sediziosi, promotori perenni di disordini, autori veri della rovina
economica della città, vili e miserabili, senz’altro mezzo di sussistenza che uffici pubblici, si erano resi
proprietari esclusivi di questi uffici a detrimento dei diritti popolari e con disgusto de’ migliori baroni
che, non chiamati e per fierezza ritrosi, sene tenevano lontani. Questi per tanto e il popolo bisognava
contrapporre a quella nobiltà turbolenti, chiamando i primi alle cariche, staccando da essa il popolo,
dandogli maggiore indipendenza e forza».241
Il programma politico di Genoino, facente perno sull’appoggio delle classi inferiori, dava quasi per scontato
l’appoggio della gente civile, che egli presupponeva di poter soddisfare nelle loro ambizioni e bisogni
con una serie di riforme non solo interne all’organizzazione amministrativa della Capitale ma anche
dell’intero Regno.
Ma il sostegno del ceto civile non vi fu; infatti, quando nel maggio del 1620 il viceré, ad istanza di
Genoino, invitava a radunarsi presso la propria residenza la nobiltà , il Collaterale e i capitani d’ottina e
i consultori sia del vecchio che del nuovo semestre, affinchè ascoltassero e firmassero il “Manifesto del
fedelissimo popolo napoletano”, redatto dallo stesso Genoino e firmato dal notaio Francesco Romano il
30 maggio dello stesso anno, intervennero a tale assemblea soltanto alcuni dei capitani d’ottina che, in
aggiunta, si rifiutarono di firmare tale riforma. Fu dunque l’inizio della fine del viceregno dell’Ossuna.
Inoltre il Genoino aveva tentato di far coalizzare gli “huomini regi” e piccola borghesia in un unico fronte,
inserendo all’interno della Riforma un capo nel quale veniva prospettata ai primi la possibilità di accedere
agli uffici dei Tribunali e alla cariche di Reggenti della Cancelleria, sottraendo la quota che spettava
normalmente ai regnicoli.242
Gli “huomini regi “, alla pari di Imperato, non avrebbero mai potuto aderire al programma del Genoino,
che faceva perno non solo sulla rivalutazione del popolo minuto e della plebe come soggetti politici ma
tendente ad intaccare anche la “costituzione” del Regno, modificando il sistema di potere cittadino a
vantaggio non esclusivo della sola componente elitaria borghese.
La ripresa dello studio della “scienza politica” da parte di Imperato avvenne nel 1624 con la pubblicazione
239
240
241
242
M. Schipa, Masaniello…cit., p.34; Idem, La pretese fellonia del duca d’Ossuna: 1619-1620, Arte tip. Pierro, 1919, p.712.
M. Schipa, La pretesa…cit., p.34.
M. Schipa, Masaniello…cit., p.35.
M. Schipa, La pretesa…cit., p.713.
57
dei già citati Privilegi e, cinque anni più tardi, nel 1629, con la pubblicazione dei Discorsi intorno all’origine,
regimento, e stato, della Gran Casa della Santissima Annunziata di Napoli, dove si ripetevano concetti
già espressi nel precedente “Discorso politico.” L’alleanza tra la monarchia e il popolo “civile” era l’unica
strada per allontanare sia la minaccia dell’eversione plebea, sia il malgoverno dei finanzieri forestieri e dei
cavalieri di Seggio. I Discorsi divengono così una apologia della più forte istituzione a maggioranza popolare
e una proposta di governo cittadino dei ricchi e virtuosi in forma repubblicana. Anche qui Imperato parte
dalle origini repubblicane del governo di Napoli, per affermare che la Casa Santa «partecipa alquanto del
governo, e stato di Repubblica; per la quale potremo intendere ogni governo, che abbia per fine il bene
publico, di qualsivoglia che sia, conforme all’autorità di Aristotele».243 I governatori sono infatti elettivi e
non nominati, perché « fra eligere e nominare de iure vi è gran differenza».244 Solo uno dei governatori
era Eletto dalla nobiltà del Seggio di Capuana, mentre i restanti quattro erano eletti dal popolo, inoltre,
nessuno era rieleggibile prima dei cinque anni. Poiché il governo repubblicano era considerato quello in
cui gli Eletti agiscono in vista del bene pubblico e non per fini personali, i governatori devono possedere
quattro requisiti indispensabili. Il primo requisito era quello di non cumulare altri uffici sulla propria
persona. Secondo requisito che « non abbiano altro oggetto, sol che il perfetto governo di detta Casa
Santa». Terzo requisito, che abbiano dato buona prova di sé in precedenti governi di luoghi pii. Infine
quarto requisito «che abbiano beni di fortuna, essendo la povertà, e necessità gran cagione di deviar dalla
via retta».245 Anche nei Discorsi Imperato ritornava sul problema della divisione interna al ceto popolare.
L’essere eletti governatori della Casa Santa era servito, secondo Imperato, ad alcuni per «far palese con
questo mezzo la loro pretendenza in nobiltà; e dopo esser eletti, ricusano l’amministrazione: e perciò vi
fanno interponete decreti, che li sia lecito amministrare, citra praeiudicium della loro nobiltà». « ma per
far’ che questi Signori pretensori si avvedano del loro errore, dirrò, che la città di Napoli è divisa in tre
sorti di persone, cioè nobiltà, popolo e plebe; ma li maneggi dei magistrati, e pubblici governi di quella
sono guidati dalla nobiltà delle piazze dei Seggi, e dal popolo volgarmente detto Crasso: cioè mediano
fra la nobiltà e la plebe bassa, e minuta, esclusa da detti maneggi».246 Imperato taceva su ogni accenno
polemico nei confronti della nobiltà, forse a causa degli episodi durante il governo del viceré Ossuna che
avevano esacerbato tale polemica, minando così la stabilità politica.
Unico dato certo riguardante il legame tra Imperato e la rivoluzione del 1647 è dato dal fatto che egli fu
un modello illustre per la componente popolare implicata in quei moti o negli anni precedenti ad essi, dal
quale attingere fonti riguardi la vita civile e politica napoletana. L’origine e il ruolo dei Capitani a guerra
243
244
245
246
F. Imperato, Discorsi intorno…cit.,p. 17.
Ivi, p. 25.
Ivi, pp. 18, 22-23.
Ivi, p. 18.
58
divenne particolarmente importante in momenti di estremo pericolo per la Città, in cui il capitano a guerra
aveva poteri pressoché illimitati su nobili e popolari.
Quando nel settembre del 1640 era vicina la minaccia di un possibile sbarco francese, l’Eletto del popolo
Andrea Naclerio propose di formare un esercito, composto dal solo popolo e comandato da esso per
resistere ad un’eventuale invasione. Fonte della proposta del Naclerio era il Discorso politico di Imperato.
Altrettanto accadrà nel 1647 quando l’ Eletto Giovanni Battista Naclerio, il primo rappresentante popolare
ad essere coinvolto nei moti di Masaniello, inviato dal duca d’Arcos a sedare la sollevazione in atto,
nel tentativo di trovare una via di mediazione con il popolo, avviò la discussione intorno alla possibilità
di eleggere un capitano a guerra di estrazione popolare. L’Eletto, nel caldeggiare la concessione di un
proprio capitano a guerra e per dimostrare l’indiscussa fedeltà del popolo napoletano al Viceré, utilizza
Imperato.247 In risposta alla mozione del Naclerio, Francesco Capecelatro,
Eletto del Seggio di Capuana, in uno dei sui “Scritti in materia delli Capitani a guerra”, cercò di dimostrare
l’assoluta infondatezza delle fonti popolari invocate dal Naclerio. Altrettanto avrebbe fatto Camillo Tutini,
quando nel capitolo XII dedicato alla fedeltà del popolo napoletano non esitò ad utilizzare come fonte
nuovamente come
fonte
l’opera dell’Imperato.248
Va dunque attribuito a Imperato e al Summonte il merito «di aver solcato la strada»249 del movimento
riformatore che, nel tempo, si arricchirà di diverse espressioni ideologiche.
I protagonisti dei moti del 1647 prenderanno infatti le distanze dal pensiero politico dell’autore fondato
su istanze di giustizia e di rinnovamento, al di là di qualsiasi intento demagogico o utilitaristico, alla luce
di una volontà di riorganizzare l’amministrazione cittadina sul fondamento di una pacificazione sociale e
politica e di una conciliazione degli schieramenti.
247
D. De Liso, La scrittura della storia: Francesco Capecelatro, Napoli, Loffredo, 2004. p.250; A. Musi, La rivolta di Masaniello nella
scena politica Barocca, Napoli, Guida, 1989.p. 86.
248
Tutini, C., Del origini… cit., p. 237.
249
F. Imperato, Reformatione…cit., p. 43.
59
conclusioni
Notevole difficoltà ha rappresentato questo percorso di studio, nel quale ho tentato di ricostruire
compiutamente la vita, il ruolo e le idee di Francesco Imperato attraverso non solo la rilettura degli eventi
e le opere dei contemporanei, ma anche attraverso un più attento studio della sua formazione e della
sua opera. Lo studio della formazione culturale è risultato essere, infatti, estremamente significativo
per la ricostruzione della figura del riformatore. Accanto agli studi giuridici, assumono notevole rilievo la
frequentazione e i contatti con i più importanti circoli intellettuali dell’epoca.
Il mio studio, dunque, ha avuto come obbiettivo il recuperare la figura di Imperato nella sua complessità.
Emerge, soprattutto, un’ immagine nuova, poliedrica e più articolata del politico, che mette in evidenza
l’impossibilità di attribuirne, come alcuni storici hanno fatto, i medesimi obiettivi della maggior parte
degli individui appartenenti al suo ceto, ossia la parificazione all’aristocrazia, e quindi la nobilitazione, né,
tantomeno, la piena appartenenza a quei ceti imprenditoriali, arricchitisi attraverso gli arrendamenti e le
speculazioni, di cui sicuramente la famiglia fece parte.
L’ideologia di Imperato risulta così in contrasto con il sistema neo-feudale, inteso come limite alla creazione
di forme più moderne d’organizzazione politica e sociale. Egli pone la questione della improponibilità
di valori ormai appartenenti al passato, un’opinione questa consolidata e condivisa all’interno della
società colta secentesca non solo italiana ma anche europea. Infatti, nel ribadire il valore della dignità
dottorale, guarda a quei giuristi francesi, che avevano risolto il problema della nobilitazione trasferendo al
sovrano il potere di nobilitare e declassando il feudo, considerandolo null’altro che un bene patrimoniale
da valutarsi solo come tale. Imperato fa proprie le tematiche nelle quali era radicata la convenzione
che la virtù o “dottrina” valesse più del sangue nobile, opinioni queste che vent’anni prima erano state
avanzate in ambiente francese, riprese poi, in ambito napoletano da Marino Freccia, e portate all’estreme
conseguenze da Traiano Boccalini e Francesco D’Andrea.
Imperato,inoltre, guarda nuovamente a Parigi e ai teorici italiani della Ragion di stato come modelli a
cui ispirarsi per la teorizzazione del progetto di uno Stato centralizzato e burocratico, potenziato dallo
sviluppo di un ceto amministrativo solidale con la monarchia. Infatti, la sua opera maggiore, il “Discorso
politico”, nasce nel periodo in cui si esauriva l’unico tentativo, nella storia del Mezzogiorno, di privilegiare
la mediazione burocratica contro quella dei notabili, favorita dalla nobiltà di Seggio e dall’aristocrazia
feudale.
Nelle sue opere Imperato s’impegna ad analizzare e risolvere alcune questioni di particolare importanza
per il corretto funzionamento dell’amministrazione cittadina; l’espansione della popolazione urbana, le
crisi economiche e annonarie ricorrenti, causate dal contrabbando e dalle speculazioni da lui denunciate,
60
le conflittualità sociali. Su quest’ultimo punto egli aspira a creare non solo un ceto medio unito e forte e
nel contempo alleato all’aristocrazia filo-ministeriale.
Ma è partendo dalla critica del “mal governo”, condotta con l’adozione di appurati strumenti giuridici,
Imperato dimostra la modernità del suo pensiero politico. Egli tenta di dare un fondamento torico alla
“monarchia popolare” ed a ricercarne le basi storiche. Dove il concetto storico di restaurazione, acquista
un ulteriore significato, serve non solo a combattere la nobiltà sul suo stesso terreno, ma anche a
dissimulare ciò che nella realtà stava avvenendo in tutte le grandi monarchie d’Ancien régime, e cioè un
incessante meccanismo di mobilità sociale che avrebbe consentito al ceto civile di crescere come corpo
sociale e mutare così l’ordine gerarchico costituito, ed inserirsi all’interno di esso.
Imperato si professava in sostanza promotore di una borghesia intellettuale e burocratica, che cercava di
riscattare la propria dignità sociale e un proprio ruolo all’interno del meccanismo politico-amministrativo
della Capitale. Lo studio e la pratica nell’amministrazione, non dunque l’eccessiva ricchezza o l’appartenenza alla nobiltà, sarebbero dovute essere, secondo Imperato, le qualità a cui la monarchia avrebbe
dovuto guardare nella scelta dei propri ufficiali per realizzare “il bene comune”.
Francesco Imperato fu dunque un prudente riformatore di fine ‘500 che attraverso il perseguimento del
benessere sociale tentò di dare un’ampia coesione alla causa popolare.
61
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