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Via Narni, 29 - 00181 Roma - Mensile di informazione - Anno LXI - N°10 - Ottobre 2012
Poste Italiane S.p.A. - Spedizione in Abbonamento Postale D. L. 353/2003 (conv. in L. 27/2/2004 n. 46) art. 1, comma 1 Aut. GIPA/C/RM - Una copia € 1,00
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SOMMARIO
NEL SEGNO
DEL SANGUE
Mensile della Unione Sanguis Christi
dei Missionari
del Preziosissimo Sangue
EDITORIALE
259
200 anni, rispetto a chi? di Michele Colagiovanni
MISSIONI
La mucca con un ascesso pericoloso di Giuseppe Montenegro
Anno LXI - N° 10
Ottobre 2012
Direttore Responsabile
Michele Colagiovanni, cpps
264
SUSSIDI
Il sangue di Cristo
ricompone la nostra esistenza schizofrenica di Rosario Pacillo
267
INCONTRO DI PREGHIERA
Stampa e fotocomposizione
Stab. Tipolit. Ugo Quintily S.p.A.
Viale Enrico Ortolani, 149/151
00125 Zona Industriale di Acilia - Roma
Tel. 06/52169299 (multilinea con r.a.)
Redazione e Amministrazione
00181 Roma - Via Narni, 29
Tel. e Fax: 06/78.87.037
e-mail: [email protected]
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http://www.sangasparedelbufalo.it
271
Con Maria ai piedi della Croce di Mauro Silvestri
ATTUALITÀ
Dai vizi alle virtù - La vita del giusto: avarizia di Romano Altobelli
275
I cristiani del Medio Oriente
non sono in pericolo di Clara Salpietro
280
CRONACA
A braccia spalancate accoglie l’assemblea di Antonio Martini
285
UMORISMO
287
Il lato comico di Comik
Abbonamento annuo
ordinario: € 9,50
sostenitore: € 15,00
estero: $ 22,00
C.C.P. n. 391003
UNIONE SANGUIS CHRISTI
Direttore
Autorizzazione Trib. Roma
n. 229/84 in data 8-6-1984.
Iscriz. Registro Naz. della Stampa
(Legge 8-8-1981, n. 416, Art. 11)
al n. 2704, vol. 28, foglio 25,
in data 27-11-1989
Finito di stampare
nel mese di Ottobre 2012
Michele Colagiovanni, cpps
Redattori
Italia Accordino, Claudio Amici,
Anna Calabrese, Maria Damiano,
Gabriella Dumo, Aldo Gnignera,
Stefania Iovine, Giovanni Lucii,
A. Maria Mascitelli, Vincenzo Mauro,
Noemi Proietti, Angela Rencricca,
Emanuela Sabellico, Mauro Silvestri,
Carla Taddei.
Grafica: Elena Castiglione
Foto: Archivio USC
Questa rivista è iscritta
all’Associazione
Stampa Periodica Italiana
CENTRO STUDI SANGUIS CHRISTI
Direttore
Tullio Veglianti, cpps
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I
l cardinale Carlo Maria
Martini è stato ormai archiviato da coloro che ne hanno fatto una clava, in occasione
della sua morte, durante un
assalto indegno e concertato,
per offendere l’attuale potenfice
e la Chiesa. Lo tireranno in ballo di tanto in tanto, sempre come il papa alternativo, o l’antipapa, il papa che avrebbero
voluto al posto di quello che ha
scelto lo Spirito Santo. Coloro
che non vogliono bene a Benedetto XVI in realtà non vogliono bene a nessun papa perché odiano la Chiesa di cui il papa è
200 anni,
rispetto a chi?
di Michele Colagiovanni
la fiammella che sta sul candelabro più alto.
La maggior parte di costoro
ammira Martini dopo averlo
ignorato. Lo ammira perché è
morto e perché crede di poterlo
usare contro il papa e contro la
Chiesa. Comportandosi così
offrono la prova provata di parlare (come al solito) di ciò che
non conoscono.
A ogni morte di papa costoro
recuperano un po’ di compren-
sione per il defunto solo per dire
che tutto sommato era un po’
migliore del suo successore, che
deve ancora cominciare il suo
mandato. Dal che noi deduciamo, adottando la loro logica e
purtroppo per loro: dunque teniamocelo. Lunga vita a Benedetto XVI, giacché il successore
sarà per loro certamente peggiore.
Un sapientone del quale
ignoro il nome ha detto grosso
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modo che se la Chiesa fosse una
società intelligente a suo tempo
avrebbe eletto papa Carlo Maria
Martini. Purtroppo per lui viene
smentito da Martini stesso, che
a proposito degli ultimi papi
così si è espresso: «Ho conosciuto di persona gli ultimi pontefici: Paolo VI, Giovanni Paolo
I, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Dobbiamo rendere grazie a Dio perché gli ultimi papi,
a cominciare soprattutto da san
Pio X, sono stati grandi non solo per l’equilibrio nelle questioni dogmatiche e morali, ma anche per la loro santità. Questo è
un grande dono fatto alla Chiesa degli ultimi due secoli. Io ne
sono testimone per gli ultimi
quattro papi e devo dire che sono stati tutti uomini evangelici e
sinceramente credenti».
E già basterebbe questa
dichiarazione per rendere di
plastica la clava (come quelle
che si usano a carnevale, imponenti ma vuote come palloncini)
che impugnano i suoi pretoriani,
non riconosciuti e non graditi e
sconfessati. Ma c’è di più. Carlo Maria Martini così continua:
«È un motivo in più, al di là delle ragioni dogmatiche ed ecclesiologiche, per dare al papa l’affetto e il sostegno che merita, in
particolare al pontefice attuale
che sta portando avanti il suo
Servizio con grande spirito di
sacrificio. Abbiamo entrambi la
stessa età e perciò posso ben
valutare quanto gli costi il suo
instancabile ministero. Il Signore gli conceda la gioia di sapere
che è ascoltato e seguito, perché
ciò che a Lui soprattutto importa è la conoscenza e l’amore di
Gesù Cristo».
Ecco il punto. Chi avrebbe
voluto il cardinale Martini papa,
se fosse intelligente, dovrebbe
ascoltarlo come se lo fosse! E
dovrebbe capire quale obbiettivo si prefigge Benedetto XVI,
come i suoi predecessori e successori: veicolare «la conoscenza e l’amore di Gesù Cristo».
Alcuni e lo stesso giudice
che accusa la chiesa di scarsa
intelligenza si fanno forti della
frase di Martini che suona così:
«La Chiesa è indietro di duecento anni». Temo che essi si illudano che Martini volesse dire
che la Chiesa stia duecento anni
dietro a loro, e che credano di
rappresentare quanto di meglio
l’umanità abbia saputo dare, fino a oggi. Insomma il Cardinale
avrebbe lamentato, con quella
frase, di non vedere la Chiesa in
trincea al fianco di tipi come
quelli che lo avrebbero voluto
papa. Si disilludano! Stanno
giocando una partita immaginaria.
Innanzitutto vediamo come
tali commissari tecnici da osteria, interpreti insipienti del pensiero di Martini, facciano auto-
gol con il loro schema di gioco.
Ponendo la Chiesa due secoli
indietro essa sarebbe al 1812.
Essa era perseguitata dai poteri
più forti di lei, in senso mondano. Il papa era in esilio (come
essi lo vorrebbero); impedito di
rivolgere la sua parola alla
Chiesa universale (come essi
vorrebbero). Napoleone, convinto di sapere ciò che più convenisse, tentò in quegli anni di
fare del papa il ministro della
religione del governo imperiale.
I discorsi del papa avrebbero
dovuto ricevere l’approvazione
dell’imperatore prima di essere
pronunciati (come costoro oggi
desidererebbero, visto con
quanta virulenza insorgono
quando i pronunciamenti non
sono graditi.
Come rispecchiano, costoro,
il concetto napoleonico della
società! E come sono davvero
essi duecento anni indietro!
Non si illudano che il cardinale
Martini pensasse a loro come al
punto ideale in cui si sarebbe
dovuta trovare la Chiesa d’oggi.
Forse una parte di costoro
amano sinceramente Martini
perché si sentivano amati da lui,
quindi accolti; ma non è amore
quello che si limita a compiacersi dell’altro, qualunque cosa
pensi e faccia; l’amore implicitamente o esplicitamente cristiano, che è l’unico vero, che
non teme confronti perché non
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illude su questa terra, vuol far
breccia nel cuore del prossimo
per proporre Cristo, perché l’amore implicito diventi esplicito,
quello esplicito cresca e dove è
assente si affermi.
Martini amava tutti, come
ogni autentico cristiano ama
chiunque, con maggiore o
minore capacità comunicativa
da parte sua rispetto a altri, con
maggiore o minore capacità
percettiva da parte dei destinatari, ma di certo così motivata:
veicolare «la conoscenza e l’amore di Gesù Cristo». Non si
può fare dono può bello a chi ci
sta accanto
È questa la chiave interpretativa della frase del Cardinale.
La Chiesa nel suo volto percepibile è indietro perché non è in
grado sempre o in misura accettabile di mettersi accanto all’uomo contemporaneo secondo le
parole del Concilio: «Le gioie e
le speranze, le tristezze e le
angosce degli uomini d'oggi, dei
poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le
gioie e le speranze, le tristezze e
le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel
loro cuore. La loro comunità,
infatti, è composta di uomini i
quali, riuniti insieme nel Cristo,
sono guidati dallo Spirito Santo
nel loro pellegrinaggio verso il
regno del Padre, ed hanno rice-
vuto un messaggio di salvezza
da proporre a tutti».
Si può esser certi che Martini
vedesse la chiesa duecento anni
indietro rispetto alla capacità di
testimoniare Cristo nella situazione odierna. E allora si deve
dire che egli è stato anche troppo benevolo nel suo giudizio.
La Chiesa è in ritardo e lo sarà
sempre, e magari fosse solo
questione di duecento anni! Si
tratta di millenni, rispetto a Cristo, che è sempre oltre, al di là
di ogni progetto illuminista, che
per quanto orgoglioso si svolge
sempre dentro un sepolcro chiuso, imbiancato fuori e dentro,
ma sepolcro chiuso.
Si disilludano dunque coloro
che sulla base di quella frase
pensano di rappresentare la
Chiesa che avversano meglio
della Chiesa reale. È indietro di
duecento anni (e anche di più)
perché non è in grado di proporre in modo convincente la persona di Cristo e la forza liberante della fede in lui. Quando ciò
accade tutti si inchinano o restano senza parole, come è stato il
caso di madre Teresa di Calcutta, monsignor Óscar Arnulfo
Romero y Galdámez, don Pino
Puglisi, don Andrea Santoro e,
grazie a Dio, di molte altre e
altri, in ogni angolo della terra;
magari alcuni con una fede solo
implicita in Cristo se è vero (lo
ha detto Gesù stesso) che molti
diranno ricevendo l’approvazione definitiva alla vita percorsa:
«Signore, quando mai abbiamo
fatto qualche cosa per te?”. E lui
dirà: «Ogni volta che l’avete
fatta ai più piccoli della Terra io
l’ho considerata fatta a me».
Martini ha incluso a pieno
titolo tra gli operatori di giustizia tutti gli ultimi papi. Certamente Martini giudica santi tutti gli ultimi papi «al di là delle
ragioni dogmatiche ed ecclesiologiche» sulle quali si può discutere e sulle quali non esistono certezze assolute e se esistono, nel vissuto concreto vanno
trattate nel contesto, come
anche la giustizia degli uomini
ammette e pratica. Ma la legge
non deve additare l’ideale, non
adeguarsi al vissuto legalizzandolo.
La Chiesa è indietro di due
millenni perché, pur insegnando
la retta via alle Nazioni, non è
capace di attuare ciò che dice nel
suo minuscolo Stato. La Chiesa
è indietro di due millenni perché
Gesù diceva: “Lasciate che i
bambini vengano a me…», e oggi invece occorre fare discernimento prima di affidare i bambini a uomini di Chiesa, tali e tanti sono gli abusi che si lamentano. Ma la Chiesa è avanti di
molti secoli rispetto alla società
cosiddetta civile, quando insiste
a costruire sulla sfera sessuale il
vero amore, che si fa – cioè si
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costruisce –, giorno per giorno,
per mettere al mondo i figli che
si desiderano e offrire loro l’ambiente più sereno nel quale possano prepararsi alla vita di relazione; quando predica il valore
dell’uomo pari al prezzo che è
stato pagato per la sua redenzione, cioè l’incarnazione del
Figlio di Dio e il versamento del
suo Sangue, preziosissimo. La
Chiesa è così avanti da apparire
irraggiungibile quando si batte
perché l’uomo sia rispettato fin
dall’istante del concepimento;
quando pensa e dice che i rapporti di coppia devono essere
sempre atti di amore piuttosto
che piacevoli esercizi ginnici nei
quali i corpi sono gli attrezzi.
Non è indietro quando lamenta i
facili divorzi; è avanti perché
credere ancora all’amore eterno,
piuttosto che all’amore precario,
come se il sodalizio tra uomo e
donna nel matrimonio fosse
meno del contratto di lavoro che
un industriale stipula con i suoi
dipendenti. La Chiesa è avanti
quando si prende cura dei tossicodipendenti, dei malati, delle
prostitute e dei prostituti di fatto
o virtuali, infinitamente più
avanti di chi erudisce ragazze e
ragazzi sul modo di sgambettare
o di denudarsi, per alzare il proprio prezzo sul mercato. La
Chiesa può essere indietro nelle
decisioni che prende come
deterrente ai vari mali; nella
legislazione matrimoniale, per
esempio; ma più indietro sta chi
tali piaghe le produce e le incentiva. Più indietro sta chi interpreta la carità come un servizio
reso a richiesta e al deluso dalla
vita che vuole morire dice (a
pagamento, tra l’altro): «Prego,
si stenda sul lettino e provvediamo subito. In pochi secondi sarà
soddisfatto. Buona fortuna».
Hanno stonato nel coro coloro che hanno voluto volgere in
politica la testimonianza di vita
e perfino la sua morte utilizzando la rinuncia all’accanimento
terapeutico e alla sedazione, che
la Chiesa ammette da decenni.
Ha rinunciato all’accanimento
terapeutico Madre Teresa di
Calcutta; ha rinunciato Giovanni Paolo II, entrambi glorificati
dalla Chiesa. Entrambi hanno
detto, a chi si affannava attorno
per prolungare di qualche giorno la loro presenza (certamente
per amore e non per sadico
gusto di prolungare la sofferenza): «Lasciatemi andare...». Ma
nessuno può pensare che chiedessero una iniezione letale, che
certamente non sarebbe un atto
di amore. Vi sono altri modi per
lasciare che si lasci questo mondo senza dolori per fine della
via e non perche qualcuno l’ha
spenta. A parte il problema
morale dell’atto in sé a cui alcuni potrebbero non dare troppa
importanza, è in gioco l’educa-
zione alla vita. A furia di svalutare la sacralità dell’esistenza e
esasperarne il valore sulla base
del godimento, presto vedremmo i centri di eutanasia caritatevole affollati da persone affette
da raffreddore, incapaci di
attendere i classici tre giorni
dopo i quali passa.
Il cardinale Martino voleva (e
Benedetto XVI vuole) una Chiesa capace di essere luce del
mondo, dove non vi fossero corvi e se anche qualcuno ve ne fosse, perché è inevitabile che ve ne
siano, si limitassero a crocidare,
solo perché è l’unica lingua che
conoscono e non sanno dire
altro. E se qualcuno, pervicacemente malevolo, interpretasse lo
sgradevole verso che emettono
come atto d’accusa, come fu nel
caso di Gesù, fosse poi costretto
a prendere atto che si trattava di
false accuse. tanto che – in quel
caso – perfino una esecuzione
capitale a danno del Salvatore
risultò salvifica per i colpevoli.
Come è noto le affermazioni
che risultano false dimostrano
che la verità è un’altra. Purtroppo non sempre è così e purtroppo i corvi non crocidano sognando una Chiesa migliore,
perché non è quella la via che vi
conduce. La via è Gesù. Forse
alla cifra data dal caritatevole
cardinale Martini manca uno
zero. Non duecento anni indietro, ma duemila. Da Cristo.
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4000 Messe Perpetue
I Missionari del Preziosissimo Sangue, per facilitare
la comunione di preghiera tra vivi e defunti, hanno
istituito da oltre un secolo l’ Opera delle 4000 Messe
Perpetue.
Ogni anno vengono celebrate 4000 Messe per tutti gli
iscritti, vivi o defunti.
Per associarsi, o per iscrivere i propri cari, basta
versare l’offerta di una Messa, una volta per sempre.
Si rimane iscritti in perpetuo.
Viene rilasciata una pagellina con il nome della persona
iscritta.
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Tel. e fax: 06/7
Abbonamento annuo alla Rivista
Nel Segno del Sangue
Ordinario: € 9,50 - Sostenitore € 15,00
Estero $ 22,00
Ringraziamo tutti coloro che
rispondono con tanta generosità.
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Missioni
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La mucca
con un ascesso pericoloso
di Giuseppe Montenegro
I
Missionari, ovunque si trovino, cercano sempre di
contribuire allo sviluppo
totale delle persone in mezzo
alle quali sono stati invitati a
lavorare. Generalmente l’evangelizzazione va di pari passo
con la promozione umana. Il
nostro impegno è rivolto soprattutto ad aiutare intere popolazioni a rendersi autosufficienti
per quanto riguarda l’istruzione,
la salute, il cibo e l’abitazione.
La nostra Missione in Tanzania era ben avviata, ma non c’era latte a sufficienza per i il fabbisogno della popolazione e
soprattutto dei bambini, perché
sul nostro territorio erano presenti solo le mucche zebù, una
razza che produce pochissimo
latte. Avevamo quindi bisogno
di trovarne al più presto una che
ne producesse maggiori quantità.
Sapemmo che avremmo
potuto trovare del bestiame in
vendita a circa 200 chilometri a
nord della nostra Missione di
Manyoni. Decidemmo per l’acquisto e ci mettemmo in viaggio
per andare a comprare la nostra
prima mucca da latte con il suo
vitellino e un’altra giovenca di
un anno che sarebbero stati il
primo nucleo per dar via al
nostro allevamento. Le mucche
da latte si dovevano però adattare al nuovo clima.
E qui inizia l’avventura che
vi voglio raccontare.
Per l’acquisto, io e l’autista
ci inoltrammo in quelle strade di
terra battuta con un camioncino
di tre tonnellate che, con i
dovuti adattamenti, avrebbe
potuto ospitare il bestiame.
La mucca che avevamo scelto produceva già circa 10 litri di
latte al giorno. Dopo un periodo
di adattamento al clima, le future generazioni avrebbero sicuramente migliorato la produzione.
Sul posto, insieme alla famiglia che ci aveva venduto il
bestiame, inventammo un marchingegno per sistemarlo sul
camioncino. La mamma e la
giovenca le legammo per bene
mentre il vitellino lo tenemmo
libero confidando nella nostra
certezza che sarebbe rimasto
accanto alla mamma. Purtroppo
ciò non avvenne, perché all’improvviso, proprio mentre stavamo per partire, fece un salto giù
dal camioncino e cominciò a
correre come il vento nei campi
di grano! Cercammo in ogni
modo di prenderlo, ma lui si
prese gioco di noi correndo
sempre più veloce.
Finalmente il proprietario
che ci aveva venduto il bestiame, decise di prendere il suo
cavallo per inseguirlo. Il vitellino ci prendeva sempre più gusto
a saltellare e correre di qua e di
là. A dire il vero la scena mi stava divertendo. Come fossi in
uno stadio facevo il tifo per le
sue prodezze. Soltanto dopo un
quarto d’ora il cavallo e il suo
cavaliere riuscirono a raggiungere il vitellino e riportarlo alla
base. Lo mettemmo letteralmente di peso sul camioncino,
legato vicino alla mamma. La
mucca lo leccò per bene quasi
volesse coccolarlo e congratularsi per le sue prodezze e lo
nutrì dandogli un poco del suo
latte! Finalmente potemmo congedarci e partire per la Missione. Arrivammo che oramai era
notte fonda, perché ci dovemmo
fermare spesso per risistemare
bene le corde e fare riposare le
bestie. Ben presto si ambientarono e potemmo cominciare a
gustare il latte condividendolo
con il vitellino ancora per qualche mese, fino al suo svezzamento. Da allora il latte fu
abbondate.
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Dopo alcuni mesi il pastore
che aveva cura del nostro
bestiame, una mattina venne a
cercarmi per avvisarmi che la
mucca da latte stava male.
Andai di corsa a vedere. In
effetti aveva un ascesso enorme
proprio nelle sue parti più delicate. Chiamammo immediatamente il veterinario del Distretto, una vera personalità in questo campo. Venne, controllò la
mucca e sentenziò “È un ascesso”. Il pastore mi guardò, come
per congratularsi con me che
avevo detto la stessa cosa. Eravamo pronti a pagare la medicina che occorreva, ma il veterinario ci disse dispiaciuto che
non aveva con lui l’antibiotico
che serviva, ma doveva essere
ordinato a Dar-es-Salaam, distante 600 km circa da noi.
Risposi che avremmo pagato
anche le spese di trasporto,
l’importante era avere subito il
medicinale per guarire la mucca. Ma per averla ci voleva
almeno un mese di tempo! Pensai subito che attendere tutto
quel tempo prima di iniziare le
cure significava mettere a
repentaglio la sua vita.
Per un istante vidi sfumare il
sogno di allevare mucche da latte. Pensai che tutti gli sforzi fatti per questo progetto stavano
svanendo. Purtroppo io ho studiato medicina, ma non veterinaria! Davanti a questa grande
difficoltà, però, mi balenò in
testa un’idea per tentare di salvare la mucca.
Domandai al veterinario in
quale proporzione, tra un essere
umano e una mucca, si sarebbe
dovuto somministrare un antibiotico. Mi rispose che andava
iniettato in proporzione al peso.
Più o meno tre volte di più di
quanto se ne dà a una persona.
Mi bastò conoscere questo.
Presi un bibita col veterinario, pagai il disturbo e gli dissi
che sarei andato io stesso a
prendere questa medicina a Dares-Salaam. Mi consultai con il
pastore e misi in pratica i miei
studi. Meglio tentare il possibile
che vedere il sogno dell’allevamento delle mucche da latte fallire. Avevo con me quattro flaconi di antibiotico da un grammo, che stava per scadere. Decisi di farne una dose la sera e
l’altra al mattino successivo.
Legai bene la bestia, disinfettai
la zona della coscia e con delicatezza feci la prima iniezione.
La mucca non se ne accorse
nemmeno, tanto fu delicato l’intervento. Pregai il Signore che
la situazione non peggiorasse.
Dissi esplicitamente al pastore
che era la prima volta che usavo
la medicina umana sulle bestie
sostituendomi al veterinario!
Sorridemmo per l’accaduto, ma
eravamo entrambi preoccupati
per quello che poteva succedere.
Il pastore aveva l’abitudine
di venire molto presto al mattino per accudire il nostro bestiame. Stavo ancora dormendo
quando mi sentii chiamare dalla
finestra della camera: “Padre
Giuseppe, Padre Giuseppe” …
Mi svegliai di soprassalto e
riconoscendo la voce del pasto-
re, pensai subito al peggio. Scesi dal letto, mi avvicinai alla
finestra e detti voce. Domandai
subito: “È morta la mucca?” La
risposta fu un qualcosa di incredibile. Il pastore con un sorriso
a 360 gradi mi disse: “L’ascesso
è scomparso e la mucca è perfettamente guarita!” Non credevo alle mie orecchie! Intimamente, ringraziai il Signore perché la mucca non era morta. Mi
vestii in fretta e senza neppure
lavarmi, andai di corsa a costatare l’accaduto. Incredibilmente, sopra ogni aspettativa, il
grande ascesso di dieci centimetri era già completamente scomparso! Presi con gioia tra le mie
mani la testa della mucca. La
chiamai per nome, -“Stella”
(perché aveva sulla sua fronte
una macchia bianca che spiccava sul suo mantello marrone
chiaro) - le dissi con tenerezza “Sei grande, hai reagito con
coraggio, brava!” Mi rispose
con un muggito di gioia.
Non riuscivo a credere ai
miei occhi. Il pastore si congratulava con me, mi disse che ero
un esperto, ma le dissi in tutta
sincerità che il mio era stato
veramente un esperimento
disperato, fatto per la prima volta in vita mia! A questo punto,
visto il successo conseguito,
decisi di fare soltanto un’altra
iniezione quella mattina, sempre di un grammo nella speranza che bastasse. Fu così che la
mucca non si ammalò più.
Ripensandoci... È proprio vero
il detto che dice: “Tentar non
nuoce!”.
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Nel Segno del Sangue
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Sussidi
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Sussidi
Il Sangue
di Cristo
ricompone la
nostra esistenza
schizofrenica
di Rosario Pacillo
CANTO INIZIALE
S. L’amore di Cristo, che con il suo Sangue ha riportato l’uomo alla sua armonia originaria, sia
fratelli e sorelle, con tutti voi.
T. E con il tuo spirito.
Il sacerdote introduce brevemente la preghiera
Dal libro del profeta Geremia (19, 1-2. 10-11)
Così disse il Signore a Geremia: “Va a comprarti una brocca di terracotta; prendi alcuni anziani
del popolo e alcuni sacerdoti con te ed esci nella valle di Ben-Hinnòn, che è all’ingresso della
Porta dei cocci. Là proclamerai le parole che io ti dirò... Tu, poi, spezzerai la brocca sotto gli
occhi degli uomini che saranno venuti con te e riferirai loro: Spezzerò questo popolo e questa
città, così come si spezza un vaso di terracotta, che non si può accomodare”.
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TESTI PATRISTICI
1. Dai Discorsi di S. Agostino (104, 3)
“Alla molteplicità è superiore l’unità, perché non è l’unità che deriva dalla molteplicità, ma la
molteplicità dall’unità. Molte sono le cose create, ma uno solo è il loro Creatore”.
2. Dal Trattato sulla Trinità di S. Agostino (4, 7-11)
“Distaccandoci dall’Unico, sommo e vero Dio, con le nostre empietà e opponendoci a lui, ci eravamo dispersi e vanificati in una moltitudine di cose, distratti in esse, attaccati ad esse”.
3. Dai Discorsi di S. Agostino (128, 6-9)
“Non hai voluto restare unito al Signore, sei caduto, sei infranto, sei ridotto a pezzi come avviene di un vaso che cade a terra dalla mano dell’uomo. E dal momento che sei spezzato, sei l’avversario di te stesso, quindi sei contro te stesso. Niente in te sia contro di te, e resterai integro”.
4. Dall’esposizione sui Salmi di S. Agostino (4, 9)
“Non sempre il moltiplicarsi significa abbondanza; talvolta significa scarsezza. Quando l’anima
dedita ai piaceri terreni brucia sempre di cupidigia, e non può saziarsi, ed è impedita da molteplici e tumultuosi pensieri, lo schietto bene non si scorge più... Dobbiamo essere semplici, isolati dalla folla e dalla turba delle cose che nascono e muoiono, innamorati dell’eternità e dell’unità”.
5. Dall’Opuscolo “Come l’esicasta deve sedere” di Gregorio Sinaita
“Intendi bene: nessuno può con le sole sue forze, tenere a freno la mente, se non è a sua volta
tenuto a freno dallo Spirito. Noi siamo privi di freno non per natura ma perché, per trascuratezza, abbiamo preso la tendenza alla dispersione... Violando i comandamenti di Dio, ci siamo separati da lui, perdendo la coscienza delle cose spirituali e l’unione con Dio. La mente, scivolata via
da questa unione e separandosi da Dio, si lascia trascinare in ogni direzione come prigioniera e
non ha altro modo di tornare al punto fermo che sottomettendosi a Dio”.
6. Dai Discorsi di S. Agostino (86, A/VII, 7)
“Riconosci il tuo Redentore, il tuo liberatore. Mettiti al servizio di lui: egli ti comanda cose più
facili, non ti comanda cose opposte. Osa dire anche di più: comandavano cose opposte l’avarizia e la prodigalità, in modo che ti era impossibile obbedire ad ambedue. Una infatti ti diceva:
“Conserva per te e pensa al tuo avvenire”; l’altra invece diceva: “Spendi, e tratta bene l’anima
tua”. Si presenti il tuo Signore e Redentore, dicendo le stesse cose e non dicendo cose contrarie... Presta attenzione al tuo Redentore, considera il tuo prezzo. È venuto per riscattarti, ha ver-
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sato il Sangue. Tu gli sei caro perché ti ha comprato a caro prezzo. Tu riconosci colui che ti ha
comprato, considera da cosa ti riscatta! Non parlo di tutti gli altri vizi che orgogliosamente dominano su di te, poiché tu eri schiavo di innumerevoli cattivi padroni. Parlo solo di queste due
padrone, dell’avarizia e della prodigalità, che ti comandano cose opposte e ti trascinano in direzioni opposte. Strappati da esse, vieni dal tuo Dio. Le stesse cose che ti dicevano l’avarizia e la
prodigalità le senti anche dal tuo Signore, ma ora non sono più opposte”.
7. Dal Commento al Vangelo di Giovanni di S. Agostino (26, 16)
Il Signore Gesù Cristo ci ha affidato il suo corpo ed il suo Sangue, attraverso il pane e il vino,
elementi dove la molteplicità confluisce nell’unità. Il Corpo, infatti, si fa nel pane da molti grani; il Sangue confluisce nell’unico calice da molti acini d’uva.
Il sacerdote aiuta la riflessione con un breve pensiero, al termine del quale ognuno, in silenzio,
pensa a come la sua vita e la sua mente si vanno disperdendo in tante cose quando si smarrisce
il riferimento all’unico Signore.
PREGHIERE LIBERE
Ad ogni intenzione rispondiamo con il versetto:
“Come cocci di un vaso è la mia vita,
il tuo Sangue, Signore, mi raccolga in unità”.
PADRE NOSTRO
Tu, mio Gesù, sei l’unico Signore,
la tua unicità di Figlio
nulla toglie all’unità con il Padre e lo Spirito.
Io, separandomi da te, sono svanito in mille cose.
La superbia mi ha dissolto nell’intimo
e mi ha allontanato dai miei fratelli.
In me tutto è disgregato:
il mio corpo, dalla mia mente, dal mio cuore,
dal mio spirito, dalla mia volontà.
Il mio corpo è disperso in tante faccende e tanti piaceri;
la mia mente è dilaniata da tanti progetti e tanti pensieri;
il mio cuore è spezzato da tanti beni e tanti amori;
il mio spirito è attirato da tanti idoli e tante ideologie.
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Tu, mio Pastore, sei fonte di unità,
e nel tuo Sangue possa trovare la pace.
Fa che in questo Sangue versato sulla Croce,
per radunare i tuoi figli lontani,
possa ritrovare me stesso
e la mia volontà divisa e dilaniata
per aderire solo a Te, mio uno e mio tutto.
AMEN.
Al termine dell’incontro prendiamo davanti al Signore un impegno
Al termine della giornata, pensando a ciò che ho vissuto, sento di essere attirato a correre dietro
a tante cose che mi sono capitate o mi sento di poter raccogliere con facilità tutto in Cristo?
Se mi risulta difficile proverò a dare maggiore unità alla giornata successiva.
21 ottobre
Festa di San Gaspare del Bufalo
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INCONTRO DI PREGHIERA
ottobre 2012
Con Maria ai piedi della croce
di Mauro Silvestri
Canto – Esposizione eucaristica
Saluto del Celebrante – Fratelli e sorelle, quest’oggi la nostra preghiera è ai piedi della croce
di Gesù, accanto a Maria sua madre. Insieme alla Passione del Signore anche Maria subì il
martirio, non martirio di sangue come quello del Figlio, ma sofferenza dello spirito, terribile
almeno quanto quella fisica. Come non ripensare alla profezia del vecchio Simeone: “Anche
a te una spada trafiggerà l’anima” (Lc 2, 35) che si compì in quelle ore terribili?
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Dal vangelo secondo Giovanni (Gv 19, 25-27)
Ecco tuo figlio! Ecco tua madre!
In quel tempo, stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria
madre di Clèopa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco
tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé.
Riflessione – Non è certo soltanto un atto di pietà filiale l’affidamento che Gesù, inchiodato
sulla croce, fa di Maria alle cure di un discepolo a lui particolarmente legato. Le parole che
seguono il testo che abbiamo ascoltato (“Dopo questo, Gesù, sapendo che ormai tutto era
compiuto …” Gv 19, 28) ci fanno comprendere che si tratta di un preciso disegno di Dio: il
Figlio, nel momento supremo del sacrificio, avendo ormai rinunciato a tutto, rinuncia anche
alla sua figliolanza verso la madre a favore dei suoi discepoli, della Chiesa che sta nascendo
ai piedi della croce. D’altra parte, con l’istituzione dell’Eucaristia, Gesù ha inaugurato un nuovo modo di essere con i suoi: una vicinanza così “intima” che trasforma la loro vita “con” Cristo nella vita di Cristo “in” loro. Ricordiamo le parole di Paolo, discepolo afferrato da Cristo:
“… non vivo più io, ma Cristo vive in me” (Gal 2, 20). Capiamo allora che la maternità di
Maria, nel momento in cui il Figlio torna al Padre e compie il suo percorso terreno, si allarga
ai suoi discepoli, nei quali ora vive in modo totalmente nuovo e inaspettato il Figlio.
Certo che il cuore della madre, già piagato dalla vista delle sofferenza del Figlio, riceve con
l’affidamento al discepolo un ulteriore lancinante dolore: è come se egli morisse ancor prima
di morire. E certamente è ancora presto per comprendere la portata della maternità universale che le viene affidata, al di là di ogni limite di spazio e di tempo. La spada profetizzata da
Simeone penetra sempre più in fondo nella sua anima, la trapassa.
La strada che Dio ha scelto per la redenzione del mondo, il sacrificio, il dono della propria
vita, l’offerta del proprio sangue, coinvolge anche Maria che non ritira il “sì” che trenta anni
prima aveva dato senza riserve al progetto di Dio annunciatole dall’angelo Gabriele e che continua a fidarsi della parola di Dio nonostante tutto quello che sta accadendo. Maria offre a Dio
questo sacrificio che nello spirito la fa morire insieme al Figlio.
Il buio proseguirà per tutto il giorno successivo, un sabato, una giornata che da allora sarà
sempre associata alla persona di Maria che lo ha santificato con il dolore di quelle terribili ore.
Fino alla luce del nuovo giorno, il primo dopo il sabato, quando prorompe la gioia della risurrezione. Lo Spirito, l’ombra di Dio che aveva concepito in Maria il Figlio, tornerà su lei cinquanta giorni dopo, a Pentecoste. Sarà un nuovo concepimento, una maternità universale
ancora una volta generata dalla Parola di Dio, quella dell’affidamento pronunciato sul legno
della croce.
Dagli scritti di Henri J. M. Nouwen
Gesù e Maria come compagni di viaggio
“La morte di Gesù precipitò Maria nel dolore più profondo che sia mai stato vissuto da un
essere umano, all’infuori di Gesù stesso. Maria è veramente la madre pietosa. Il suo cuore è
trafitto dalla sofferenza e dalla morte di suo figlio nel quale e per mezzo del quale viene assunto tutto il dolore. La purezza che ha reso Maria la madre del bambino Gesù, l’ha anche resa
madre dell’uomo dei dolori. Lei, che non poteva ferire suo figlio, provò la pietà più lancinante per le sue ferite. Di conseguenza lei, la cui pace era la più profonda, provò anche il dolo-
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re più profondo. La sua sofferenza e la sofferenza di Gesù sono intimamente unite l’una all’altra, così come la sua pace era unita con la pace di Gesù. Pace e sofferenza sono entrambe parte della sua maternità. Quando il corpo straziato di Gesù viene adagiato tra le sue braccia,
Maria abbraccia il dolore del mondo intero, patito da Gesù. In tal modo, diventa la madre di
tutte le creature per il cui dolore Gesù è vissuto e è morto.
Sorelle e fratelli, guardate Maria mentre sorregge il corpo straziato di suo figlio. Lì possiamo riconoscere la nostra vocazione ad aprire le braccia a coloro che soffrono e a far sì che
essi comprendano che, in comunione con Gesù, possono vivere la loro sofferenza senza perdere la pace. Sapete – ma lo dimenticate continuamente, come capita anche a me – che la
nostra vocazione non è quella di eliminare la sofferenza umana, ma di rivelare che per mezzo di Gesù la sofferenza è diventata la via che conduce alla gloria di Dio.
Ogni volta che un prete prende il pane e il calice del vino e dice: ‘Questo è il mio corpo,
questo è il mio sangue’, offre al popolo di Dio il cibo e la bevanda spirituale che rendono fratelli e sorelle di Gesù e partecipi del suo dolore. L’Eucarestia è il mistero che rende possibile
che tanto la pace quanto il dolore di Gesù forgino i nostri cuori e così rendano la nostra fede
più profonda, rafforzino la nostra speranza e purifichino il nostro amore.
Stabat mater, Maria rimase là. Non si lasciò sopraffare dal suo dolore. Lei rimase immobile nel suo dolore, profondamente radicata nella pace di Gesù. Maria sta ancora ai piedi della
croce della nostra umanità sofferente. Ogni volta che innalziamo il pane di vita e il calice della salvezza e in tal modo uniamo il concretissimo dolore quotidiano degli uomini con il sacrificio di Gesù unico e universale, Maria è là e dice: ‘Diventa quello che sei, un autentico discepolo di Gesù, accolto, benedetto, lacerato e donato’ ”.
Preghiere dei fedeli
Inno armeno per le feste di S. Maria Vergine – VIII secolo
Madre santa della Luce mirabile, che nel tuo grembo hai portato il Dio di tutti secoli, e per
la gioia del mondo hai generato il Dio Verbo; noi ti imploriamo.
Madre santa, intercedi!
Supplica per noi il Dio in te incarnato, che si umiliò dal seno del Padre e prese carne secondo la natura umana, per stabilire la pace in cielo e sulla terra; noi ti imploriamo.
Madre santa, intercedi!
Supplica per noi il Dio in te incarnato, perché ci perdoni, dimentichi le nostre colpe e ci conceda il suo aiuto affinché possiamo resistere agli avversari nella lotte; noi ti imploriamo.
Madre santa, intercedi!
Supplica per noi il Dio in te incarnato, perché cessino le guerre, abbiano termine le aggressioni dei nemici, siano stabiliti sulla terra amore e giustizia; noi ti imploriamo.
Madre santa, intercedi!
Supplica per noi il Dio in te incarnato, perché moltiplichi nella nostra terra le dolci sorgenti
d’acqua, conceda rigoglio copioso alle piante e agli alberi, affinché possiamo gioiosamente
soddisfare tutte le nostre necessità; noi ti imploriamo.
Madre santa, intercedi!
Supplica per noi il Dio in te incarnato, perché riunisca la sua santa Chiesa, edificata sul fondamento degli apostoli e dei profeti, la conservi senza macchia fino al giorno della sua venuta visibile; noi ti imploriamo.
Madre santa, intercedi!
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Preghiere spontanee
Ci uniamo ora a tutta la Chiesa per offrire al Padre il dono preziosissimo del sangue di Cristo, nostra gloria, salvezza e risurrezione.
Eterno Padre, noi ti offriamo con Maria, Madre del Redentore del genere umano, il sangue che Gesù sparse con amore nella passione e ogni giorno offre in sacrificio nella celebrazione dell’Eucaristia.
In unione alla vittima immolata per la salvezza del mondo, ti offriamo le azioni
della giornata in espiazione dei nostri peccati, per la conversione dei peccatori, per
le anime sante del purgatorio e per i bisogni della santa Chiesa. E in modo particolare:
Generale: Per lo sviluppo e il progresso della Nuova Evangelizzazione nei Paesi di
antica cristianità.
Missionaria: Perché la celebrazione della Giornata Missionaria Mondiale sia l’occasione di un rinnovato impegno di evangelizzazione.
Benedizione eucaristica
Preghiera alla Vergine
Don Tonino Bello – Maria donna dei nostri giorni - 1993
Santa Maria, vergine della notte, noi t’imploriamo di starci vicino quando incombe il
dolore, e irrompe la prova, e sibila il vento della disperazione, e sovrastano sulla nostra
esistenza il cielo nero degli affanni, o il freddo delle delusioni, o l’ala severa della morte.
Liberaci dai brividi delle tenebre. Nell’ora del nostro Calvario, tu, che hai sperimentato l’eclisse del sole, stendi il tuo manto su di noi, sicché, fasciati dal tuo respiro, ci sia più
sopportabile la lunga attesa della libertà.
Alleggerisci con carezze di madre la sofferenza dei malati. Riempi di presenze amiche
e discrete il tempo amaro di chi è solo. Spegni i focolai di nostalgia nel cuore dei naviganti, e offri loro la spalla perché vi poggino il capo. Preserva da ogni male i nostri cari
che faticano in terre lontane e conforta, col baleno struggente degli occhi, chi ha perso la
fiducia nella vita.
Ripeti ancora oggi la canzone del Magnificat, e annuncia straripamenti di giustizia a tutti gli oppressi della terra.
Non ci lasciare soli nella notte a salmodiare le nostre paure. Anzi, se nei momenti dell’oscurità ti metterai vicino a noi e ci sussurrerai che anche tu, vergine dell’Avvento, stai
aspettando la luce, le sorgenti del pianto si disseccheranno sul nostro volto.
E sveglieremo insieme l’aurora.
Cosi sia.
Canto finale a Maria
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DAI VIZI ALLE VIRTÙ
LA VITA DEL GIUSTO:
AVARIZIA
di Romano Altobelli
Ogni epoca ha la sua identità culturale. Il nostro tempo è caratterizzato dall’adagio: “Nessuno
fa niente per niente”. A pensarci bene, però, l’avidità dei beni materiali attraversa tutta l’umanità,
dall’antichità ai nostri giorni. Nel Medioevo S. Bernardo diceva che l’avaro viveva continuamente
in miseria “per paura della miseria”. S. Paolo al discepolo Timoteo scrive: “L’attaccamento al
denaro è la radice di tutti i mali” (1Tm 6,10). Prendendo la prima lettera delle quattro parole del
testo latino (Radix Omnium Malorum Avarizia) ci dà la sigla ROMA per dire che Roma è la radice di tutti i mali per la sua avarizia. Nel XII secolo nell’elenco dei vizi l’avarizia è situata al secondo posto, dopo la superbia. Nell’undicesimo secolo diventa il motore del mercato, delle città e, perciò, di tutta la società. Anche quando l’accumulo del capitale poteva servire per lo sviluppo della
collettività, s’infiltra l’usura, che è la quintessenza dell’avarizia. Oggi viviamo la stessa realtà.
Quanto veniva attribuito a ROMA, ai nostri giorni è detto degli Stati Uniti d’America (USA: United States of Avaritia = Stati Uniti dell’Avarizia).
Nella storia, pian piano il denaro ha occupato il posto di Dio.
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Il dio denaro
L’avaro pone il denaro al posto di Dio. Per lui esiste solo il “dio
denaro”. Non è vero che tutti, chi più chi meno, si è avvelenati dalla
divinità denaro? Non è vero che ognuno, chi più chi meno, è intossicato dal dio denaro? Si è convinti che sia il tutto della vita. Non si
parla del necessario per la vita, ma del possedere molto. E’ onnipotente!
Il canonico Pietro Pictor, già nel lontano XII secolo, in uno scritto
satirico scriveva:
“Il denaro regna, governa, impera e vince ogni cosa.
Comanda insieme a Giove;
entrambi, assunti a divinità, sono venerati in tutto il mondo,
ma vale di più il denaro, che come dio conta per due.
Infatti, quello che né i tuoni né i fulmini possono piegare.
Il denaro lo piega e lo fa proprio.
Giove offeso non vendica tutti gli insulti,
innumerevoli sono le offese che il denaro punisce”.
L’“eccesso” è l’identità dell’avarizia. Ha ragione S. Paolo quando
scrive ai cristiani di Colossi: “Mortificate… quell’avarizia insaziabile che è idolatria” (Col 3,5). L’avaro è incontentabile, non conosce la
giusta misura. E’ smodato nel desiderio del possesso dei beni materiali e degli onori. Ha un eccessivo attaccamento al denaro che ha
acquistato e conserva gelosamente.
Il risparmio, virtù che dà equilibrio agli spendaccioni, limita gli
sprechi e il superfluo. Il possedere diventa un’ossessione: insabbia
l’unico denaro, che potrebbe produrre qualcosa per il bene dell’altro,
della famiglia, della società. Il risparmio avaro della conservazione
porta a perdere tutto, anche quello che si è sotterrato. Sarebbe opportuno ritornare alla parabola dei talenti, che S. Matteo riporta per dirci della necessità della vigilanza in preparazione al giudizio finale
(Mt 25,14-30).
Incontentabilità
“L’incontentabilità” è il titolo di una poesia in dialetto romanesco
di Trilussa. Esprime bene l’atteggiamento interiore dell’avaro. Si tratta di Adamo al quale Dio creatore si rivolge e gli dice:
“Quello che vedi è tuo…
E lo potrai sfruttà come te pare:
te dò tutta la Terra e tutto er Mare,
meno ch’er Celo, perché quello è mio…
Peccato – disse Adamo. – È tanto bello…
Perché nun m’arigali puro
quello?” 1.
L’Adamo che ci abita dentro
non si accontenta di quanto ha;
non si rende conto di quello che
ha ricevuto. Ognuno vuole sempre di più con il motivo scusante di una vita più umana. Si dimentica che più si ha materialmente, più la vita è arida e spiritualmente più povera.
All’incontentabilità delle cose, l’avaro aggiunge quella dello spirito. Va in cerca di cose
nuove, di esperienze spirituali
sensazionali, di partecipare a
fatti straordinari, dimenticando
l’essenziale. Gesù disse a Marta: “Una sola è la cosa di cui c’è
bisogno”. Paolo VI così pregava
Gesù: “Tu ci sei necessario”.
L’avarizia è stata definita
“malattia dello spirito”. Non
consiste soprattutto nelle cose e
nel denaro.
È un vizio che prende lo spirito: è una bramosia, un attaccamento, un affetto; è un vizio spirituale. Già al tempo di S. Gregorio Magno (540-604) era considerato vizio spirituale legato
ad altri vizi spirituali. L’avaro
ha la presunzione di essere autosufficiente, di bastare a se stesso, di non aver bisogno di niente, per cui è imparentato con la
superbia. La parentela si estende all’invidia nei confronti dei
beni degli altri che vorrebbe
possedere. Se non riesce a impossessarsene, salta sulle furie e
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si adira quando perde quello che
ha.
Egli non solo fa dei beni
materiali il proprio dio, diventando idolatra, ma lui stesso
diviene un dio onnipotente. Il
denaro offre un’autosufficienza
tale, che dà l’illusione di essere
un dio capace di trasformare
ogni cosa in denaro, di essere un
nuovo dio, centro del proprio
ambiente. Gira tutto attorno a
lui: strumentalizza persone e
cose per i propri interessi. Si
comporta come un falso dio che
vuole tutto e presto. Le persone
delle quali ha bisogno, devono
essere a sua disposizione, non
tenendo conto dei doveri e delle
responsabilità che hanno. Diventa prepotente, a volte manifestamente, a volte rivestito di
delicatezza e di “bon ton”, sicuro che all’onnipotente nessuno
può dire di no.
Le conseguenze
I sette vizi sono chiamati
“capitali” perché ne generano
altri. Anche l’avarizia ha un
nutrito numero di figli e figlie
che rendono l’avaro traditore,
ladro, ingannatore, spergiuro,
inquieto, duro di cuore.
A quali sacrifici va incontro?
Considera il denaro come fine
della vita: per questo sacrifica
tutto e perde la propria libertà e
dignità. Ha una vita ascetica
rigida e tacita la coscienza
dicendo di essere spiritualmente
impegnato: si priva di tutto per possedere di più; non gioisce di quanto ha, perché ansioso. Cerca una sicurezza totale, che non avrà mai;
è pigliato dalla paura di perdere quanto ha accumulato, di non riuscire a realizzare un nuovo affare, di essere superato da altri nei gradini
della scala sociale. L’ansia e la paura lo rendono schiavo. La tristezza è la logica conseguenza. L’inferno dantesco è pieno di avari. E’
una realtà che deve far pensare tutti, senza escludere alcuna categoria di persone: “Qui vidi gente più che altrove troppa”. Questa “troppa” gente chi è? Nessuno può pensare di non essere nella lista.
Mentre leggo questa triste realtà, forse sto pensando a delle persone concrete colpite da questa malattia umana e spirituale. Non mi
chiedo che in qualche modo anch’io potrei essere etichettato “avaro”
con tutte le caratteristiche e conseguenze?
“Chi ama il denaro non è mai sazio di denaro e chi ama la ricchezza, non ha mai entrate sufficienti” (Qoelet 5, 9). L’avaro vuole
sempre più denaro. E’ “fuori la natura” e pecca “contro la natura”,
contro la terra e il mare, che producono naturalmente il necessario per
vivere. L’avaro vuole ottenere di più e violenta il creato e l’ambiente. Questo peccato è descritto da un antico autore del dodicesimo
secolo, che apostrofa così l’avaro:
“Ascolta cosa dicono contro di te gli elementi della natura e
soprattutto la terra, tua madre: perché ingiuri tua madre?
Perché fai violenza a me che ti ho partorito dalle mie viscere?
Perché mi tormenti con l’aratro per farmi rendere il centuplo?
Non ti bastano le cose che ti dò spontaneamente
senza che tu me le estorca con la violenza?
Verrà tempo che tornerai alle tue origini, allora io ti accoglierò,
ti racchiuderò nel mio ventre e ti esporrò ai vermi.
come tu mi esponesti alle percosse.
Ascolta cosa dice contro di te il mare:
Uomo, perché mi solchi con le navi, mi percuoti con i remi,
mi scruti le viscere con le reti? Non meravigliarti se ti sommergerò, ti farò fare naufragio e ti assalirò sferzandoti con le tempeste”2.
È spontaneo, a questo punto, riflettere sul valore, la durata e gli
effetti delle ricchezze.
Ricchezze vere e ricchezze false
Ci sono ricchezze vere e false, in contrasto e inconciliabili tra loro.
Gesù, infatti, dice che Dio e Mammona non possono andare d’accordo: “Non potete servire Dio e la ricchezza” (Mt 6,24). Si tratta del-
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l’inconciliabilità del mezzo e
del fine. La ricchezza è strumento che non può mai diventare fine, ma serve per raggiungere il fine. Se diventa il fine, Dio
non è più lo scopo della vita e al
suo posto entra il dio denaro.
Il bene umano si misura con
il tempo che passa, il bene divino con l’eternità. L’uno è caduco, transitorio, limitato; l’altro è
eterno, illimitato. I beni umani
sono provvisori, deperibili, labili e fugaci; quelli celesti sono
perenni. Ciò che passa e si usura e produce infelicità, mestizia,
tristezza. Al contrario il fine dà
senso e significato alla vita.
Questo fine è Dio Amore eterno.
In una specie di antologia di
vizi e virtù del secolo XIV, gli
avari sono paragonati ai bambini che vanno nei prati in cerca di
farfalle. Una volta catturata la
farfalla, si accorgono di avere in
mano solo un verme dalle ali
spezzate che sporca le loro
mani. Anche gli avari al
momento della morte scoprono
di avere in mano nulla: le ali
colorate della ricchezza scompaiono e rimane solo il verme
della coscienza che rimprovera.
La ricchezza è un bene che
deve essere distribuito, perché
ogni bene è “diffusivo di sé”: il
sole, infatti, diffonde la luce, il
fuoco il calore e gli alberi i frutti. L’avaro non condivide nulla
con gli altri; la sua ricchezza
non è diffusiva. Il denaro, se
passa dagli uni agli altri, produce frutti per il bene comune. Se
rimane fermo, è inutilizzabile.
L’acqua stagnante è inservibile
e manda cattivo odore; può
essere bevuta da tutti, se diventa limpida.
Quale terapia
È stato detto che è molto difficile la guarigione dell’avaro.
Anzi, Socrate scrive che “l’avarizia è incurabile” (Etica Nicomachea, IV, 1,13). L’uomo, sin
da bambino, grida a chi vuole
prendergli il giocattolo: “È
mio”. La maggioranza degli
uomini sono portati a non dare,
ma a prendere. Il problema non
è tanto il dare e non prendere
agli altri. “Non servirà a nulla
privarsi del denaro, se sussisterà
in noi la brama di possederne”...
E’ un problema affettivo: finché
il cuore è legato ai beni terreni,
il dare avrà sempre una motivazione interessata.
Per la guarigione bisogna far
leva sugli affetti in positivo:
acquisire sentimenti nuovi nei
confronti degli altri e instaurare
nuove relazioni. Occorre convincersi con la mente e il cuore
che quanto si è ricevuto, deve
essere donato, perché anche gli
altri abbiano il necessario per
vivere. Prendere coscienza che
nel mondo ci sono anche altre
persone, verso le quali compiere gesti generosi. Perseverare
nel cambiamento affettivo guarisce e l’avaro stesso cambia di
dentro. Diventa generoso.
Si pensa, qualche volta, che
l’avaro, per liberarsi dell’avarizia, debba diventare prodigo.
Non è così: l’avaro pecca per
difetto (non dà), il prodigo pecca per eccesso (sperpera). Nel
giusto mezzo dei due eccessi
sono la generosità - la liberalità. Virtù che non sperpera e non
dissipa i beni, per farne dono a
chi ne ha bisogno. Chi sciupa è
sempre motivato da un qualche
interesse sotterraneo.
L’avaro e il prodigo non sanno amare la ricchezza per la sua
utilità. Uno ne fa il bene sommo, l’altro non la considera
come bene degno di essere curato, perciò la dissipa. Non sanno
dov’è di casa il “dono”. Solo la
generosità-liberalità usa il denaro per lo scopo per cui è stato
donato: l’utilità per tutti e ognuno per una vita più serena e
tranquilla.
Conclusione
Uno spiraglio di speranza per
l’avaro. Nonostante la difficoltà, forse l’impossibilità, che un
avaro cambi nella mente, nel
cuore e nei comportamenti, occorre avere fiducia nella ricchezza interiore e nella sensibilità dell’uomo creato a immagine di Dio.
Boccaccio nel Decamerone
racconta che un certo Erminio,
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più semplice, che respiri un’aria
pulita. Aria fisica, aria morale,
aria spirituale. “Solo il dono,
solo l’amore fa uscire l’avaro
dalla solitudine di cui è prigioniero.
Avarizia e ingiustizia sociale
Nonostante le varie concezioni della giustizia sociale,
rimane sempre vero che delle
ricchezze si è custodi, amministratori e non possessori. Esse
sono create per essere distribuite. L’avaro è ingiusto perché, in
genere, si arricchisce privando
il povero del poco che ha. Il re
Achab s’impadronì della vigna
del povero Naboth fino a farlo
lapidare (1Re 21). S. Ambrogio
prende l’occasione da questo
episodio per inveire contro i ricchi: “Fin dove volete arrivare, o
ricchi, con le vostre insane brame? Perché cacciate colui con il
quale avete in comune la natura
e pretendete di possedere per
voi la natura? La terra è stata
creata come un bene comune,
per tutti, per i ricchi e i poveri:
perché, o ricchi, vi arrogate un
diritto esclusivo sul suolo?”.
L’avarizia è un peccato contro il prossimo: “Nelle ricchezze esteriori un uomo non può
sovrabbondare senza che un
altro sia per questo nell’indigenza” (S. Tommaso d’Aquino,
Summa Theologica, II, IV, 3).
L’avaro non rispetta il diritto
dell’altro e diventa violento per
avere quello che è degli altri:
ruba. Contro di loro interviene
Gesù, che li accusa: “Non mi
avete dato cibo, acqua, vestiti
quando ero affamato, assetato,
nudo; non mi avete ospitato e
confortato”. Saranno i poveri a
possedere i beni del cielo e i ricchi spogliati dei beni della terra.
Al ricco epulone sarà detto:
“Ricordati che, nella vita, tu hai
ricevuto i tuoi beni e Lazzaro i
suoi mali; ma ora in questo
modo lui è consolato, tu invece
sei in mezzo ai tormenti” (Mt
16,25).
Ci domandiamo se, oggi, si
può parlare di giustizia sociale,
quando il denaro e i beni materiali sono concentrati nelle mani
di poche persone, che hanno
privato i moltissimi del poco o
pochissimo che hanno?
Fare un percorso spirituale
È opportuno che una comunità parrocchiale impegnata utilizzi ciò che le è proprio: fare un
cammino di vita spirituale, coltivando la gratuità nel donare.
Dio dona sempre gratuitamente;
i beni che offre non sono dati
con il solo criterio di produrre
per andare incontro agli altri.
Gesù ci dice anche: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 10,8). Se l’avaro opera tale cambiamento, possiamo dire che diventa eucaristico. Come Gesù ha donato e
dona gratis tutto se stesso a tut-
ti, amici e nemici, così egli deve
rivolgere il suo affetto alle persone bisognose con la concretezza della condivisione e della
partecipazione, perché tutti possano sedere alla mensa comune,
su cui è preparato lo stesso cibo
e la stessa bevanda.
Altro passo del cammino spirituale è la purificazione: eliminare la “cupidigia delle ricchezze” per non “arrivare al vano
onore del mondo e alla superbia”. (Cfr. S. Ignazio di Loyola,
Esercizi spirituali, n. 142). Un
cristiano è sempre impegnato in
questo cammino. Nella Veglia
Pasquale gli è stato chiesto:
“Rinunci alle seduzioni del
male per non lasciarvi dominare
dal peccato?”. Ed egli ha risposto: “Rinunzio”.
NOTE
A questo proposito si può fare
riferimento al bel trattato di Stefano
Zamagni, Avarizia, Vade retro, taccagno, Ed. il Mulino, Bologna
2009.
2
TRILUSSA, Incontentabilità, da
Le storie.
3
Alano di Lilla, Summa de arte
predicatoria, VI, in Patrologia latina 210, coll. 124-125).
4
Giovanni Cassiano: Le istituzioni cenobitiche, VII, 21.
5
BOCCACCIO, Decameron, giornata I, novella 8, 18.
1
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I cristiani
del Medio
Oriente
non sono
in pericolo
Intervista a monsignor Lahham
vicario del patriarca latino di
Gerusalemme per la Giordania
di Clara Salpietro - Amman, Giordania
“I
cristiani del Medio
Oriente non devono
avere paura, non sono
in pericolo nonostante sono una
minoranza”, queste le parole
che monsignor Maroun Lahham
(foto sopra), vicario del patriarca latino di Gerusalemme per la
Giordania, vuole far arrivare a
tutti i cristiani che vivono nell’area mediorientale.
Monsignor Lahham è un
arcivescovo cattolico giordano,
è nato infatti a Irbid, in Giordania, sotto l’altipiano del Golan,
a pochi chilometri dai confini
con Israele e con la Siria.
È laureato in Teologia Pastorale ed è stato ordinato sacerdote il 24 giugno 1972. Ha svolto
il ministero come Vicario parrocchiale nella parrocchia di
Cristo Re ad Amman, capitale
della Giordania, nelle missioni
della diocesi patriarcale nel
Golfo, a Fuheis e quindi come
parroco a Madaba. Dal 1993
fino alla nomina a Vescovo è
stato Rettore del Seminario di
Beit Jala.
L’8 settembre 2005 è stato
eletto vescovo di Tunisi e, il
successivo 2 ottobre, ha ricevuto, nella chiesa dello seminario
di Beit Jala, la consacrazione
episcopale dalle mani del pa-
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Amman,
Chiesa Latina del Sacro Cuore
triarca di Gerusalemme dei
Latini Michel Sabbah. Il 19
gennaio 2012 è stato trasferito
alla sede titolare vescovile di
Medaba, mantenendo il titolo di
arcivescovo, e nominato all’ufficio di vescovo ausiliare di
Gerusalemme dei Latini con
l’incarico di vicario patriarcale
per la Giordania. Parla l’arabo,
il francese, l’inglese e l’italiano.
La comunità latina giordana
è una delle più vivaci del Medio
Oriente, con parrocchie, scuole,
tra cui l’università cattolica di
Madaba, e opere assistenziali di
ottimo livello. Durante il nostro
incontro ad Amman ci parla della condizione dei cristiani in
Giordania ed afferma: “Stiamo
bene se ci lasciano da soli e questo per due motivi: perché i cristiani giordani sono arabi come
gli altri e poi perché l’Islam
giordano è moderato, c’è qualche fondamentalista qua e là ma
questo non incide molto”.
“I cristiani – aggiunge – sono
il 3%-4% della popolazione,
numericamente parlando, però
dal punto di vista economico
sono al 30%, pensi che tra le 50
persone più ricche della Giordania 10 sono cristiani, questo per
dire che la presenza cristiana
moralmente, culturalmente ed
economicamente è importante
in questo Paese. C’è libertà,
abbiamo delle chiese, ci sono
parrocchie, oratori, ci sono due
università cattoliche, ospedali”.
“Un punto da trattare con
l’Islam – evidenzia monsignor
Lahham – è la libertà religiosa
che qui è intesa come libertà di
culto, cioè libertà di scegliere la
propria religione, la propria
fede o di non sceglierla. Qui
non esiste la libertà religiosa e
la reciprocità nei matrimoni, ad
esempio un giovane musulmano
può sposare una ragazza cristiana, ma un giovane cristiano non
può sposare una ragazza musulmana tranne che lui non si converta. Sono i due punti su cui
discutiamo sempre. Terzo punto
è la possibilità di insegnare il
catechismo agli studenti cristiani che sono nelle scuole pubbliche, questo ancora non c’è.
Ecco i punti interni su cui deve
esserci dialogo”.
Com’è il rapporto tra i cristiani e le altre confessioni religiose?
Con ortodossi e protestanti è
buono, come dite voi siamo
quattro gatti.
Ad Amman, a maggio, è stato inaugurato il Centro cattolico
di studio e formazione per i
media (Catholic Centre for Studies and Media). Quali sono gli
obiettivi fondamentali del Centro?
È un Centro molto importante, che vuole favorire lo sviluppo della comunicazione per
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essere al servizio del dialogo tra
cristiani con le altre religioni e
della buona convivenza. Ultimamente il Centro ha avuto la
medaglia d’argento da tutto il
mondo arabo. Siamo Al Jazeera
cristiana e siamo visti da più di
10 milioni di persone, l’obiettivo è di diffondere tutte le notizie sia della chiesa locale che
della chiesa universale e tanti
articoli, documenti, reportage. Il
Centro è collegato con la televisione cattolica del Libano,
Noursat, che ha aperto qui una
sezione. Il Centro copre tutto
quello che è religioso, non solo
cattolico ma tutte le confessioni.
La Giordania risente di quello sta accadendo in Siria?
Politicamente parlando sì. La
Giordania è un paese piccolo e
quello che sta accadendo in
Siria ci preoccupa tanto, così
come preoccupa il Libano, ma è
ancora a livello politico e non a
livello religioso. Non bisogna
pensare che tutte le crisi siano
dovute alla religione, non è così.
C’è un problema politico grande, se cade il regime di Assad, la
severità politica della Giordania
dipenderà da quello che viene
dopo Assad. Attualmente siamo
nell’incertezza e c’è un po’ di
paura politica.
In Siria con il governo di
Assad i cristiani sono stati sempre trattati bene, protetti. La
paura è che dopo Assad non ci
sia più questa protezione. È
così?
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È un’ipotesi, non è detto che
se va via Assad saremo perseguitati, questa è la pseudo-psicologia della minoranza, quando una minoranza si sente protetta preferisce lo status quo,
perché non sa quello che può
venire dopo. Io sono stato in
Tunisia dopo la rivoluzione e
non è cambiato niente per i cristiani, in Libia neanche, stessa
cosa dovrebbe accadere in Siria,
dove non penso che se cade
Assad arriveranno al potere i
Fratelli Musulmani più fanatici.
Anche se dovessero arrivare i
Fratelli Musulmani, come sono
saliti al potere in Tunisia o Egitto, oggi l’Islam politico o è
moderato oppure non esiste. La
Giordania è un paese musulma-
no sunnita come la Siria. Non
credo alla linea di fondo che se
cade il nostro protettore noi cristiani siamo perseguitati, non è
vero. È più una paura morale e
psicologica, che significa “preferisco te che conosco che non
l’altro che non conosco”.
Lei è stato in Tunisia, che
Paese ha lasciato?
Un bel paese, che deve servire da laboratorio per tutti gli
altri Paesi arabi. E’ stato il primo a fare la rivoluzione, ha fatto già la Costituente, le elezioni,
sarà discussa una bozza della
Costituzione e a livello della
Chiesa non c’è stato nessun
cambiamento. La cosa bella è la
gioventù araba che ha rotto la
barriera della paura, adesso i
giovani arabi possono manifestare, protestare contro il regime, fare sciopero e per me questa è una rivoluzione bella. Prima in tutti i Paesi arabi il popolo aveva paura dei suoi dirigenti, adesso è l’opposto e questo è
positivo.
In ogni rivoluzione il problema sono i profughi che arrivano
nei paesi confinanti. In Giordania adesso c’è il problema dei
profughi al confine con la Siria.
Come si riesce a gestire questa
emergenza?
È una emergenza, proprio
così. Ad esempio durante la
rivoluzione in Libia ci sono stati 200 mila libici che sono andati via e appena la situazione
politica si è calmata sono torna-
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ti. Dalla Siria la gente sta
andando in Giordania, in Libano, in Turchia ed è un’emergenza dovuta al fatto che il paese
non è stabile. Io penso che i profughi, da qualsiasi Paese provengono, sono sempre aiutati e
protetti, ovunque c’è un senso
comune di umanità. Ad esempio
in Giordania la nostra Caritas ha
aperto le scuole parrocchiali il
pomeriggio per gli studenti
siriani, tutti aiutano i profughi.
Si dice che l’Emiro del Qatar
vuole diventare il leader del più
grande movimento islamico del
Medio Oriente. Secondo Lei il
rischio esiste e quale potrebbe
essere il futuro dei cristiani?
Non preoccupatevi dei cristiani, pensate alle evangelizzazioni nelle vostre nazioni, come
Italia e Francia che stanno
diventando pagane. Noi stiamo
bene, non fateci pensare che siamo sempre in pericolo e che la
nostra salvezza viene da voi.
Noi non siamo in pericolo e
desidero che questo sia messo in
evidenza. Il Qatar è un piccolo
paese con delle ambizioni enormi, la sua politica è molto ambigua. Certamente in Qatar c’è la
base americana più grande del
mondo, è un paese che prova a
seguire la politica americana
nonostante si presenti come un
paese islamico. Il Qatar ha tanti
soldi ma non per questo può
diventare il leader del mondo
arabo islamico, non si pagano le
nazioni con i soldi.
Qual è il messaggio che Lei
in questo momento vuole inviare ai cristiani del Medio Oriente?
Non abbiate paura, siete una
minoranza, lo siete sempre stati,
siete il sale e il sale deve essere
sempre poco, troppo sale guasta. Non abbiate paura, Dio è
con voi, Dio vi ha voluto cristiani in questi Paesi per vivere
la vostra fede in questi paesi,
non vi ha chiamato per andare
in Australia o in Svezia, in Italia
o Francia, lì ci sono cristiani che
pensano per quei territori. Dio
vi ha chiamati, vi ha creati cristiani in Giordania, in Palestina,
in Siria, rimanete lì anche se
dovete soffrire e non potete pretendere di essere trattati meglio
del vostro Gesù Cristo, che di
pace ne ha avuta poca.
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A braccia spalancate
accoglie l’Assemblea
di Antonio Martini
N
on si può descrivere in
poche righe il Crocifisso perché è uno dei
segni più potenti che ci siano
nella fede e nella devozione dei
credenti. In questo senso come
potrei presentare il valore spirituale del Crocifisso dell’artista
Giuseppe Pelagalli da me commissionato per arricchire la
Chiesa parrocchiale, in Piazza
Municipio, che Dio mi ha affidato a Piedimonte San Germano? Mi limiterò pertanto a linee
essenziali.
Posto al di sopra dell’altare,
al centro del presbiterio, come
d’altronde progettato dagli
architetti Perugini e Tonelli, il
Crocifisso definisce lo spazio
dell’azione sacramentale e crea
una superficie idonea ad accogliere quanti consacrano la propria vita nella sua verità trascendentale.
L’incrocio tra la linea verticale e quella orizzontale rappresenta la più efficace sintesi della domanda dell’uomo e della
risposta di Cristo: l’inserimento
del mondo e della storia nella
salvezza. È questa l’ottica del
Crocifisso del Pelagalli che non
si ferma alle semplici immagini
da contemplare, ma nei minimi
particolari e allo stesso tempo
nel suo insieme, segnano il pas-
saggio del credente da ciò che
vede a quanto ne potrà fare esperienza, da ciò che contempla
a quanto potrà viverlo.
La scena apparirebbe immobile se lo sguardo si fermasse alla morte, come se il tempo si
fosse fermato, e invece, lo
sguardo puro ad occhi aperti e i
lunghi capelli biondi illuminati
e disciolti introiettano lo spirito
del credente nella vita del Risorto.
Gesù viene proiettato dall’alto ferito e forte. La morte non è
stata che un passaggio immediato dai segni crocifiggenti allo
splendore della vita nuova della
resurrezione. Egli sta sulla croce diritto e risoluto: espressione
del “Christus triumphans”. E la
sua tonda aureola luminosa fa
pensare al dono dell’Eucarestia:
sacramento dell’incontro dell’uomo con Dio nella luce della
compagnia del Risorto, quale
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coerente impegno da Lui assunto nell’ultima cena con i suoi.
Allo stesso tempo tutto il colore
luminoso del corpo del Crocifisso-Risorto, espresso dall’artista, già introduce all’immagine
della croce gemmata glorificata.
Ancor più il costato, che versa acqua e sangue insieme,
avvicina molto alla proposta
sacramentale dell’effusione dello Spirito Santo che introduce il
credente nel Battesimo, quale
suo ingresso nella vita del
Risorto mediante il cruento
sacrificio della croce, e nell’Eucarestia, che si propone sacramentalmente sull’altare col calice in cui il sacerdote versa vino
e acqua, quali segni della riconciliazione dell’uomo con Dio
operata da Cristo. Quando dunque si mischia nel calice l’acqua
col vino si unisce il popolo a
Cristo e, allo stesso tempo, il
popolo fedele si congiunge e si
unisce con Colui nel quale crede. Così infatti scrive l’evangelista Giovanni: “E chi è che vince il mondo se non chi crede che
Gesù è il Figlio di Dio? Questi è
Colui che è venuto con acqua e
sangue, Gesù Cristo; non con
acqua soltanto, ma con l’acqua
e il sangue” (1 Gv 5,5-6). Osservando direttamente la linea verticale delle gambe non appare il
doloroso abbandono di un corpo
piegato sotto il suo peso, ma in
uno sguardo d’insieme bracciagambe. È lodevole l’espressione
delle mani benedicenti che formano il tutto nella prospettiva
salvifica del “beati voi quando
vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno
ogni sorta di male contro di voi
per causa mia. Rallegratevi ed
esultate, perché grande è la
vostra ricompensa nei cieli” (Mt
5,11-12).
Un corpo inclinato dolorosamente nella posa patetica del
“Christus patiens” rappresenterebbe ancora l’effetto delle conseguenze del peccato di disobbedienza dell’antico Adamo; il
corpo, invece, longilineo e
sinuoso, espresso dal Pelagalli,
introduce nei suoi giochi di luce
alla vita eterna del nuovo Adamo (Cristo) che nel suo sangue
versato opera la riconciliazione
del mondo e dell’uomo con Dio.
Le mani concave del Crocifisso-Risorto esprimono infatti
come Egli racchiude tutto e tutti in sé nel segno del sacrificio
offerto per gridare ancora “Io,
quando sarò elevato da terra,
attirerò tutti a me” (Gv 12,32).
Questa speranza salvifica è
altresì ben dipinta dal Pelagalli
negli occhi luminosi e attenti di
Cristo. Ovunque l’osservatore si
ponga in ogni lato del presbiterio percepirà immediatamente
lo sguardo fisso degli occhi del
Crocifisso-Vivente su di sé. Cristo è così rappresentato come
Colui che volge il suo sguardo
sull’uomo e sulla storia del
mondo con grande dolcezza:
“Ecco, Io sono con voi tutti i
giorni, fino alla fine del mondo”
(Mt 28,20).
E questo sguardo suo penetrante richiama anche altri motivi del vangelo. Come Gesù
abbia insistito che la sua presenza sarebbe sentita nel ministero
cristiano, dicendo: “... chi accoglie voi, accoglie me” (Mt
10,40), “... chi accoglie anche
uno solo di questi bambini in
nome mio, accoglie me” (Mt
18,05), e “... quello che hai fatto
a uno dei più piccoli dei miei
fratelli, l’avete fatto a me” (Mt
25,40). E ancora si evince come
abbia impegnato la sua presenza
permanente nella chiesa nella
consacrazione del pane e del
vino nella celebrazione della
Santa Messa [“Prendete e mangiate, questo è il mio corpo...
Bevetene tutti, perché questo è
il mio sangue dell’alleanza...”
(Mt 26,26-28)]. E infine nella
sua espressione convincente di
autorità nella comunità cristiana
[“... dove sono due o tre riuniti
nel mio nome, io sono in mezzo
a loro” (MT 18,20)].
Il Crocifisso è stato scoperto durante una solenne celebrazione eucaristica presieduta dall’abate di Casamari Don
Silvestro Buttarazzi e una partecipazione di popolo che ha
gremito la chiesa. Al termine
l’opera è stata presentata con
vari contributi dall’avvocato
Luciano Santoro, Laurentino
Garcia y Garcia e dallo stesso
autore Giuseppe Pelagalli; che
ha detto tra l’altro: «Nella
parte bassa predominano il
marrone e il rosso, che richiamano alla terra, al sangue e
alla passione, in quella centrale l’oro e giallo della luce
di Dio, mentre nella parte
superiore le gradazioni del
blu, colore del cielo e della
spiritualità, diventano sempre
più intense. Il colore bianco
che circonda il corpo di Gesù è
simbolo del mutamento che
sta avvenendo dal dolore alla
gioia della salvezza».
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Umorismo
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Il lato comico
di Comik
AVVISO AL LETTORE
A volte i fatti di cui si occupa questa rubrica, che Comik conduce da oltre diciotto anni (febbraio 1994), non si presentano precisamente come i più idonei a scherzarci su. Sono anzi
sempre più spesso (o presentano aspetti) di alta drammaticità. Il lato comico sta nelle reazioni, nei commenti, nelle mascherature che certuni allestiscono per indorare il lato tragico.
Come per esempio, dopo aver detto la loro, scandalizzarsi se un altro dice la sua. Cosa che
potrebbe accadere specialmente nei casi seguenti.
GIAMPIERO MUGHINI
Scrive: «Era un pomeriggio di fine gennaio 1971 quando ci demmo appuntamento innanzi a
un notaio nella casa romana di Lucio Magri, a piazzetta del Grillo [per fondare il Manifesto}.
Quella che è stata fino all’ultimo la sua abitazione, da dove all’età di 79 anni Magri è uscito
e ha chiuso la porta per avviarsi nella città svizzera dove il 29 novembre 2011 aveva preso
un appuntamento con la morte. Un gesto che me lo ha reso immensamente fraterno, e di cui
era oscena la ridda dei commenti pro o contro. Solo il silenzio si addiceva a una decisione
talmente risoluta, a una disperazione talmente totale da non volere continuare nemmeno per
un’ora una vita che sino all’altro ieri era stata ricca e intensa». Così scrive Giampiero Mughini e definisce osceno parlare di un fatto tanto grave. Osceno sia che ci si dichiari a favore, sia
che si sia contrari. Si parli di tutte le futilità, ma sulle cose serie, solo il silenzio è adeguato –
dice Mughini. E allora perché ne parla lui, pretendendo che gli altri tacciano? Può e deve accadere di sentirsi immensamente fraterni, anzi è doveroso, verso il dottor Magri non «per il
gesto», ma per l’amarezza che lo ha condotto a compierlo.
SENTIMENTI
Lucio Magri aveva appuntamento con la morte – scrive Giampiero! No, caro Mughini. Aveva
preso appuntamento con uno che gli aveva detto, certo con parole meno esplicite, ma uguali nella loro verità: «Sì signor Lucio, venga pure il giorno tale, all’ora tale e la ucciderò in modo civilissimo. Nessuno al mondo sa farlo meglio di noi, qui nella nostra clinica». Ecco: il gesto di quest’uomo che fa stendere il cliente sul lettino, dopo aver intascato l’assegno per il servizio, non me lo fa sentire «immensamente fraterno». Anzi me lo fa sentire parecchio ripugnante.
LE GAMBE
Alle riunioni della redazione che concertava il Manifesto partecipavano «non meno di venticinque-trenta» persone. Mughini ricorda il volto di Pintor, il volto affilato e intenso della figlia
di Pintor che ascoltava in piedi e «le magnifiche gambe di una Ritanna Armeni ai suoi debutti giornalistici e alla quale» non finiva «di raccomandare di indossare gonne sempre più corte». Del volto non dice niente. Chissà se almeno mentre la supplicava di accorciare ulteriormente le gonne la guardò in viso. Di per sé vi erano ragioni valide per non distogliere lo
sguardo dall’oggetto del desiderio, caso mai provvedesse all’istante.
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Ottobre 2012 - Centro Studi Sanguis Christi