Anno Accademico 2012/2013 “ Scrittura emotiva” 20 ottobre 2012 Prima lezione «L’emozione del primo giorno: la nebbia, il sole» “Il primo lavoro, la stessa strada, la stessa nebbia che mi dava il senso di immergermi, quasi di essere inghiottito nel mistero, nel nuovo, dove non sapevo cosa avrei trovato. L’incertezza di allora come ora, chi avrei trovato?” L’incontro: e il sole è apparso. Incomincia il nuovo anno accademico all’Università popolare di Camponogara, l’appuntamento è per oggi alle ore nove e trenta a Vigonovo, sezione staccata, presso la Biblioteca comunale, almeno così mi è stato detto, l’indirizzo è Via Veneto 2, non mi si dice altro e, come al solito, la mia curiosità, la mia pignoleria mi portano a fare un sopraluogo, ieri, il giorno prima, per essere più sicuro l’indomani, oggi. Aiutato dal navigatore del mio iPad ho scoperto che l’indirizzo è quello del municipio e che la biblioteca comunale si trova nelle adiacenze del municipio stesso, nel grande parco della villa seicentesca sede del Comune. Alle otto e quarantacinque circa mi sono messo in viaggio, considerando la poca strada, 14/ 16 Km, me la prendo con comodo anche perché c’è un po’ di nebbia, abbastanza da dover accendere i fari fendinebbia, ma più per essere visto che per vederci. Percorrendo quella strada, mi viene in mente che era la stessa che, cinquantacinque anni fa, percorrevo per andare al mio primo giorno di lavoro fuori casa. Sì, lasciavo il nido per incominciare la mia vita, lasciavo il mio lavoro che era poi quello di mio padre, la sua bottega di artigiano, per andare a inserirmi in quello che allora sembrava il futuro. Procedevo per quella strada, questa mattina, con quella nebbia che sembrava, ora come allora, la metafora della mia vita: sempre alla ricerca del nuovo, sempre con la curiosità di chi è convinto che il meglio e il peggio debbano ancora avvenire. Si! Chi mi conosce lo sa, io sono convinto che, fino a quando non avremo esalato l’ultimo respiro, ci si debba aspettare sempre, nel bene e nel male, un qualcosa che deve avvenire; è il divenire della vita umana che per fortuna ci dà questa opportunità. Capiamoci subito, non vivo con l’ansia e non mi riavvolgo nei ricordi, vivo la mia giornata, i miei giorni, la mia vita, assaporando il presente con l’esperienza del passato aspettandomi sempre qualche cosa di nuovo, cercandolo, provocandolo, inseguendolo, certo che si aggiungerà al bagaglio di esperienze che a settantatrè anni ho messo da parte; nel bene e nel male. «Non sono così pessimista come sembra, ho fiducia nel futuro e guardo con serenità al passato; sto godendo i frutti di una vita spesa bene, dedicata alla famiglia, al lavoro e alla crescita morale, umana e intellettuale e di fede. Ho compreso che l’esistenza deve essere spesa con generosità, vivendo delle possibilità reali senza fantasticare su desideri, bramosie e rimpianti che non servono a niente».1 Devo confessare che, questa mattina, un po’ di ansia mi saliva dallo stomaco, l’ansia del primo giorno, ora come allora, come ogni volta che incomincio una nuova esperienza. 1 Da un mio precedente lavoro Sapendo dove dovevo andare, dopo il sopraluogo, e sapendo finanche dove avrei parcheggiato l’auto, il mio pensiero era fisso sull’incognita di CHI’ avrei trovato come compagni di viaggio. Immerso in questi pensieri, procedevo mentre la strada mi si apriva davanti lentamente; si vedeva poco. Nulla sapevo nulla di chi avrei incontrato se non dell’insegnante, una donna bellissima, giovane, spigliata e con un’apertura psico-culturale superiore. Solo a pensare al tipo di lavoro che svolge, si arriva a dire che deve essere speciale e, vista la mia esperienza, per averla già avuta come insegnante, posso dire che le lezioni che ci accingiamo a incominciare saranno interessantissime. S’incomincia con la presentazione del programma che prevede un nutrito numero di argomenti e che, oserei dire, in sintesi e con tanta fantasia, si può elencare in: • • • • • Dove Come A Chi Perché Quando scrivere scrivere scrivere scrivere Da non confondere con: WHO («Chi») WHAT («Csa») WHEN («Quando») WHERE («Dove») scrivere Visto il programma e lo stile-metodo di lavoro proposto si lavorerà in collaborazione, in stretto contatto, fra gli allievi, in coppia, in gruppo o complessivamente tutti assieme. Per fare questo occorrerà conoscersi, collaborare nell’insieme, ognuno con le proprie capacità e peculiarità, confrontarsi con la possibilità di arricchimento reciproco. Con queste premesse s’incomincia l’autopresentazione, non siamo in tanti, in tutti sette: cinque donne e due uomini; di tutto il gruppo io sono sicuramente il più datato. L’altro maschio si chiama Stefano ed è un informatico e come tutti quelli che scelgono questo lavoro è molto scaltro e schematico nei ragionamenti. Vicino a lui una giovane donna “ingegnere”, dal carattere esuberante, davanti a noi tre ci sono le altre quattro donne, tutte molto aperte, di varie età e professione, alla prossima occasione mi dilungherò di più nelle presentazioni che, anche se vaghe, penso siano state sufficienti, per capire che siamo una bella compagnia. Si è fatta luce, la nebbia si è sciolta e sabato prossimo, alle dieci, incominceremo a lavorare. Vedo dalla finestra che la nebbia, quella vera, si è alzata e il sole illumina l’ampio parcheggio. E’ finita la lezione e me ne torno a casa con una bella giornata luminosa di un incredibilmente dolce, tiepido autunno, con le foglie degli alberi che spaziano nell’iride dei colori: dal verde smorto al verde al grigio, dal giallo al rosso, dalla ruggine al marrone, in un’infinità di sfumature; tutta la campagna è una tavolozza di colori e i campi appena arati di un marrone cupo, la terra, calda, in attesa di accogliere nel suo grembo, di essere ingravidata dalla semina del grano; per darci, dopo un lungo inverno, questa estate, il suo frutto. Con questo bello stato d’animo me ne torno in famiglia, dalla mia cara mogliettina Anna, con una ricchezza in più, non senza pensare alla metafora della nebbia e dell’esperienza che mi ha portato a maturare un po’ di più, con serenità, assieme ai nuovi compagni di viaggio. Buon lavoro. «L’insegnante ci lascia questo pensiero come traccia per creare la “forma mentis” durante la settimana». Quando farai una cosa solo per farla e cercherai di farla bene senza secondi fini al solo scopo che esista e sia soltanto questa la cosa più importante senza nemmeno accorgetene avrai creato qualche cosa piena di tanto amore che riempierà di gioia qualsiasi cuore. Vasco Rossi Università Popolare Camponogara. Anno Accademico 2012/2013 “ Scrittura emotiva” 10 novembre 2012 Seconda lezione Certamente il tempo, dal punto di vista climatico, è cambiato in questi venti giorni che ci separano dal primo incontro e dopo un’interruzione, una pausa forzata che ricupereremo, s’incomincia a lavorare. Il frumento che abbiamo visto essere stato seminato è germogliato e quei campi color marrone di tre settimane fa sono diventati tanti tappeti verdi, di un verde tenue da far commuovere, mentre le foglie variopinte sono quasi tutte cadute. S’incomincia con un giro d’impressioni portate dal primo incontro e ci riveliamo tutti molti sensibili agli argomenti trattati. Salta fuori così la “strumentista” (l’infermiera), non so se sia una strumentista, infermiera sì, ma mi rifaccio all’autrice del libro che andremo a leggere di seguito. Con il suo Amore per il figlio e l’orgoglio per la casa che con un impegnativo mutuo si è comprata, aggiungendovi la taverna e a essi dedica un testo molto poetico e grondante d’Amore. Altra sorpresa è la “sensitiva”, ci racconta della sensazione di disagio che ha provato trovandosi fra due persone che, per motivi precedenti e non noti, non si sopportavano e lei in mezzo a queste due si sentiva schiacciata e ne soffriva al punto da doversi spostare. Ecco siamo a cinque, sei se consideriamo anche Sabrina: il più datato, io, l’informatico, la ingegnere, l’infermiera, e la sensitiva, in seguito scopriremo le altre personalità, anche se qualcosa in mente c’è. Si fa fatica ad avviarsi, l’insegnante, che da ora chiameremo per nome, Sabrina, (se è d’accordo) è provata da una forte esperienza emozionale capitatale nel frattempo, un suo allievo, sappiamo che insegna nelle carceri di Treviso, volontariamente ha pensato e attuato il progetto disperato di passare all’altra vita. Il suo percorso di rieducazione ha subito un “Crack”, il lavoro di anni è andato in fumo, Sabrina sente di aver fallito, anche se non è proprio così, si sente in colpa. Sì è vero il suo lavoro è andato in fumo, ma la colpa di quello che è successo non è da imputare certamente a Lei, che, se pur nei suoi limiti, ha tentato di dare un Valore all’esistenza di quel giovane, ma al sistema carcerario che, pur prevedendola nei suoi enunciati, nei regolamenti, non riesce nel compito principale: la riabilitazione delle persone. Sembra, il fattaccio, avvenuto apposta, l’argomento, già programmato era appunto il “Crack”, inteso come rottura, strappo, interruzione improvvisa e rovinosa, assoluta. A questo nome viene anche associato un allucinogeno, una droga che, a quanto si dice, è molto diffusa anche come antistress in ambienti culturalmente raffinati. Di questo parleremo come secondo argomento. Per incominciare, e Sabrina è molto provata, cambiamo argomento, ci interessiamo della “lettera di protesta”, di rottura e come modello abbiamo nientemeno che “ La lettera al padre” di Franz Kafka. Lettera che il padre non ha mai letto, ma che rimane un capolavoro dell’autore come stile e metodo di comunicazione a senso unico. Ha comunque un buon programma, schema espressivo sul quale vale la pena soffermarsi un attimo. Si parte con l’elenco dei difetti, delle mancanze, ben definiti e provabili, dimostrabili, incontestabili, mettendosi dalla parte della vittima che ha sempre sbagliato tutto, anche accettando passivamente. Per poi tessere una regnatela di verità da inchiodare il destinatario alle sue responsabilità. Un lavoro creativo emozionale da Maestro. Quale compito per casa l’insegnante ci invita di scrivere, di provare a scrivere, vera o immaginaria che sia, una storia che contenga questi elementi. Mi riservo di realizzare questo compito appena possibile, per riflettere un po’ di tempo essendomi capitato tre ore dopo la lezione, un fattaccio che mi ha colpito fortemente e che potrebbe essere l’argomento del compito. Mentre devo confessare che nel libro “Mani calde” la motivazione del titolo del primo capitolo “Crack”, anche se mi sembra, ora, ovvia, non l’avevo recepita. Pur avendo letto il libro, mi chiedo, dove si trova la definizione, la motivazione del titolo del capitolo; brava Sabrina mi hai sorpreso. LETTERA “RESA DEI CONTI” [dedicata ad una persone che di peggio non ce n’è!] Cara cicala, ti scrivo questa lettera, dopo anni, per spiegarti come mai non ti accolsi in quella notte di gelido inverno. Forse questa lettera non ti arriverà mai, d’altronde non hai mai cercato dimora fissa, ma non importa, lasciamo che sia il destino a decidere. Fin dalla nascita io iniziai a pensare al futuro; già da piccola, infatti, quotidianamente mi occupavo di raccogliere le briciole di pane per la famiglia e accudivo le formichine più piccole mentre tu suonavi e cantavi, intrattenendo gli insetti del quartiere. Io ero la formica noiosa, tu eri la cicala simpatica. Iniziammo ad andare a scuola; io studiavo e continuavo a prendermi cura dei fratelli più piccoli, tu mi appiccicavi le gomme da masticare sui capelli e divertivi le compagne suonando e cantando. Io ero la formica secchiona, tu eri la cicala intraprendente. Finita la scuola io cominciai a lavorare, imparando a mettere sempre da parte qualcosa per il futuro della famiglia, mentre tu uscivi tutte le sere con gli amici e bevevi, suonavi e cantavi. Io ero la formica pensierosa, tu eri la cicala di compagnia. Un bel giorno, però, gli omenotteri dei tuoi genitori [* una sorta di offesa nel gergo degli insetti, ndr] (diciamocelo, erano dei genitori un bel po’ irresponsabili e spocchiosi) decisero di partire per l’America, lasciandoti sola e senza soldi. Ed è proprio qui che, insieme all’asino, cadde la cicala! Una sera, mentre mi stavo scaldando insieme a mio marito ed i miei figli davanti al caminetto, chiacchierando sulla giornata passata, sentii bussare alla porta.. non aspettavamo mai visite in tarda serata, men che meno ce le saremmo aspettate in una delle peggiori sere invernali. Aprii la porta, non senza un po’ di timore e.. c’eri tu, li, intirizzita e con una coperta bucata sulle spalle. Era rimasta solo la carcassa di quella cicala simpatica, intraprendente e di compagnia che eri. Io ero la formica soddisfatta della mia vita, tu eri la cicala sciupata. Dopo tutti gli anni passati ad odiarti, per la prima volta iniziai a provare pena per te e mi sentii fortunata, fortunata per come ero cresciuta, per le scelte che avevo fatto e per tutti i sacrifici compiuti per arrivare ad avere quello che avevo. Mi chiesi di aiutarti… aiutarti?!? Con che faccia tosta tu venni a cercarmi, dopo tutti i tuoi soprusi? dopo avermi sbeffeggiato e deriso per anni? Dopo aver denigrato la mia dedizione alla famiglia e al lavoro? Lettera “Resa dei conti” Ai miei genitori E’ femmina, queste parole dette con gioia da mia zia annunciavano la mia nascita, in una famiglia dove erano nati solo maschi “sette”. La gioia rimase solo nelle tue parole, nessun altro sembrava cogliere quel momento festoso. Ero stata moto desiderata da te mamma, stanca di tutti quei maschi, così mi hanno detto, ma io non ho mai sentito la tua contentezza, quello che avvertivo era solo stanchezza e assenza. C’eri, non avevi tempo, c’era troppo da fare, troppe cose a cui pensare, la mia cura affidata a fratelli o a zie che ogni tanto mi prendevano e mi portavano a casa loro. Non ricordo un tuo abbraccio, una parola che mi abbia scaldato o rassicurato, solo il tuo zittire qualsiasi emozione, non si poteva e non si doveva esprimere niente, nè gioia, nè disagio. Se c’era freddo quando mi costringevi ad andare a messa la domenica, in quella chiesa, in cui al ritorno sicuramente avrei preso i geloni, se ti chiedevo di parlare, mi rispondevi con frasi automatiche sul sacrificio, sulla pazienza, non ti sentivo, mi arrivava solo freddo e paura. Se ti contestavo non replicavi, zitta e sottomessa, non mi vedevi, non sapevi neanche dove mettermi a dormire, una stanza presa a prestito da un fratello che tornava ogni tanto o uno stanzino dove entrava solo un letto e le decisioni da prendere su di me affidate ad un coro di persone che non eravate voi genitori, il fratello prete, lo zio insegnante, quell’altro zio ecc... E quei pranzi sempre di fretta, guai a parlare o a lamentarsi, c’erano sempre tanti lavori da fare, e tu papà avevi solo il tempo lavoro, c’era la pioggia, poteva tempestare, troppo sole, poco tempo, fretta. Quando parlavi era solo per dire che c’era quel cugino più bravo, “e sì lui sì che ci sapeva fare”, mai un complimento, un abbraccio, una parola dolce. Parole di fuoco quando saltava fuori che c’era una persona che faceva un “non lavoro”, dipingeva, scriveva o suonava, allora sì che usciva il meglio di te “è gente che non ha voglia di lavorare” e che con l’arte non si mangia. E le tue mani posate e arrivate oltre i confini. Ero tua figlia... E così lentamente ho imparato a non sentire, si è calata la tenebra, che non era abbastanza fitta, con spiragli da dove entravano coltelli infuocati, perchè il giudizio quello si passava, eccome, non essere mai abbastanza brava, c’era sempre qualcuno più, non essere capace di stare zitta, l’amica che non è abbastanza, tutto non era mai abbastanza degno di essere accettato come ero. Ora non ci siete più e mentre scrivo questa lettera, sento il giudizio dentro, “questo che scrivi è banale”, “a cosa serve”, e così la parola si interrompe, la scrittura si fa difficile, sbaglio le parole, cancello e riscrivo le frasi più volte, e “ancora non devi sentire niente”. Ginevra Lettera di rottura -crackQuando nel millenovecentottantacinque, cedetti l’attività di pasticcere per dedicarmi alla gestione del negozio di bomboniere con mia moglie, mi sentivo libero come un uccello di bosco. Non più alzatacce, non più lavoro di domenica o altre feste, non più impasti o intrugli vari, aromi e sapori stravaganti e, sopra di tutto, non più responsabilità con il personale e con le regole igieniche. Mi sono riappropriato della mia vita, Fabio frequentava le elementari, Pierantonio, le superiori e Maria Cristina, finita la Maturità matricola al primo anno di università, con l’impegno di darci una mano in negozio il sabato, giorno di maggior affluenza di clienti. Per un po di tempo ebbi modo di godermi una vita serena dedicandomi anche alla scuola di Fabio, una scuola privata e divenni il presidente del comitato dei genitori che gestiva la scuola stessa. Avevo come sempre molta energia da spendere, mi guardai intorno, in quei giorni un amico si cimentava con un corso di recitazione, incuriosito, mi avvicinai, mi convinse e giusto un anno dopo debuttammo con una commedia di Goldoni; io ne ero il protagonista. Fu un successo e subito ci si mise al lavoro per allestire un nuovo spettacolo portando in giro per parecchio tempo il primo. Ero considerato un buon attore e alla lista si aggiunsero altri lavori, si accorse di noi un bravo attore quasi professionista il quale ha scelto di fare l’amatoriale, per non immischiarsi nella concorrenza e negli intrighi del professionismo e si era dedicato alla regia del teatro amatoriale di qualità. Si offrì a farci da regista in un lavoro molto impegnativo, molto più importante di quelli che fino allora avessimo allestiti, mi affidò la parte del protagonista, grande successo, eravamo richiesti in molte parti. Tutto funzionò bene fino a quando nel novanta, Maria Cristina decise di sposarsi e, naturalmente, non sarebbe venuta più in negozio. Senza la sua presenza in negozio, io non potevo assentarmi qualche ora prima dello spettacolo per concentrarmi, com’era ormai consuetudine, quando c’erano, delle “date” il sabato. Fu così che al concorso regionale al “Donatello” a Padova, quel sabato, giunsi all’ultimo momento essendo impegnato fino alle ore venti in negozio, senza concentrazione, con gli affanni del negozio e del traffico, da Piove a Padova, mi esibii nella forma peggiore che mi sia mai capitata. Eravamo i favoriti al concorso. Risultato: una figuraccia recensita dal Gazzettino in maniera spietata, anche se giusta: « Bravi tutti peccato le troppe distrazione del primo attore». Fu la fine non salii più su un palcoscenico e conservo ancora il giornale che mi fece rompere con il teatro. Mi costò molto, ma la vita presenta a volte queste scelte e ho dovuto essere pratico guardando il mio futuro e fu un CRACH! Che mi fa ancora male. Giorgio Resa dei conti Finalmente ci siamo! Questa è la mia resa dei conti. Ti scrivo questa lettera perché voglio con tutto me stesso rinfrescasti la memoria . Fin da quando abbiamo iniziato a lavorare assieme io ti ho sempre dimostrato massima fiducia. Ti ho aperto le porte della mia azienda chiedendoti di diventare un mio socio. Tu hai accettato e abbiamo iniziato un percorso difficile insieme agli altri tre soci, Angelo, Michele e rudy. I primi anni sono stati veramente elettrizzanti: la società cresceva, il numero di dipendenti aumentava, il lavoro non mancava. Ad un certo punto hai scoperto che tua zia ti aveva lasciato un patrimonio e che tu eri non più un comune mortale ma entravi di ritiro a far parte dei miliardari. Un giorno mi hai confessato che potevi disporre di quasi 7 miliardi delle vecchie lire. Cosa grandiose dovevamo fare, mi dicevi. La nostra società doveva diventare la prima in Italia nel campo della formazione e riqualificazione del personale. Io ho voluto crederti e anche quando uno dei miei soci storici, angelo, ha tentato d mettermi in guardia da ciò che stava accadendo, io ho continuato a credere in quello che mi dicevi. Ed è stato così che abbiamo dato avvio alla ristrutturazione della nostra azienda: non più una sola aula informatica ma ben tre aule con 20 computer ciascuna. Dovevamo pensare in grande! I soldi non mancano mi dicevi, stai tranquillo , amministro io il cambiamento, fidati! Dal 2001 al 2005 abbiamo cavalcato questa follia. Io insegnavo per 8-10 pre al giorno, tu amministravi la società, gli altri soci invece se ne erano andati perché non condividevamo le tue\nostre scelte aziendali. Siamo rimasti in due soci con una sede di 400 mq, 5 dipendenti e tanti costi a cui far fronte ogni mese. Ricordo che un giorno, stanco di non capire cosa stava succedendo, ho scelto di affrontarti chiedendoti precise informazioni relativamente all'amministrazione della nostra azienda. Da quel momento ho iniziato ad aprire gli occhi vedendo cosa stava accadendo: conti non in ordine, debiti bancari, fornitori non pagati. Ciò che mi avevi fatto vedere non esisteva, era pura illusione. Ho chiesto spiegazioni e tu non hai saputo rispondermi. Eravamo vicini al fallimento... La notte la passavi a tirare cocaina, di giorno facevi finta di lavorare. Non mi ero accorto di nulla: complimenti davvero per avermi fatto credere che tutto andava al meglio! Oggi a distanza di 7 anni la società non esiste più: ha cessato di produrre danni. 6 mesi fa siamo andati insieme da notaio e abbiamo firmato la fine di questa brutta avventura. Ci siamo andati 6 mesi fa perché prima non si poteva: tutti i debiti dovevamo essere estinti e poi ci si poteva recare da un notaio per far cessare l'azienda. A quei debiti ho dovuto pensare io perché tu nel frattempo avevi scelto di allontanarti per seguire un altro fallimento: il ristorante autoespresso di Marghera...mi dicono che in pochi anni hai bruciato più di 500.000 euro... Davanti al notaio ho voluto stringerti i la mano per salutarti nonostante tutto. La sensazione è stata sgradevole. Ho cercato il tuo sguardo ma hai preferito tenere la testa china intento a guardare i miei piedi. Non ci siamo neppure salutati alla fine. Ti consideravo un grande ma oggi ti considerò semplicemente un piccolo uomo misero. Ho un tatuaggio sulla gamba destra che mi ricorda ogni giorno quanto ho fatto in questi ultimi sette anni passati a lavorare per pagare i debiti prodotti dalla tua incapacità. Non dimentico ma a differenza di te , evolvo e miglioro ogni giorno. Vai al diavolo Tiziano. Stefano RESA DEI CONTI Caro destino,fato,sorte o come vogliamo chiamare quel qualcosa che sembra ci sovrasti nel bene e nel male lungo il corso della nostra vita, giunta alla mia tenera età, ritengo mi sia concesso un tentativo di “ resa dei conti” nei vostri confronti. Non che abbia poi così tanto rancore contro di voi, però posso affermare che non avete certo usato la mano leggera nel mettermi il palo fra le ruote fino dai miei primissimi giorni di vita. Sono nata il 4 settembre 1943, giusto per essere presente al più famoso “ otto settembre “ sì proprio quello collegato alla seconda guerra mondiale, momento di sbando e dolorosa presa di coscienza dell’Italia fascista. Proprio in quel giorno, dopo aver approfittato di un passaggio da uno sgangherato treno militare tedesco e, grazie a quei soldati del Reich che con le loro giubbe mi avevano allestito una specie di culla, alle nove di sera mi trovavo sulla riva sinistra del Po con la mia bellissima mamma e il mio bellissimo papà, sicuramente giovani e bellissimi ma non abbastanza previdenti visto che si trovavano a fronteggiare un’emergenza con una povera fantolina fra le braccia. Ormai è notte,il buio è totale, il fiume che ci separa dalla nostra casa scorre nero e indifferente ma soprattutto è largo, tanto largo. Non c’è nessuno, tranne un gruppetto di profughi stanchi e affamati, angosciati come noi nel constatare che il ponte di barche, che fino a qualche giorno prima collegava le due sponde del Po, non esisteva più, era stato bombardato. Perché caro destino metterci in questa situazione disperata? Perché farmi nascere 15 giorni prima del previsto? Volevi forse che capissi già dopo solo qualche giorno di vita che la vita non è un gioco? Anna Grazia Università Popolare Camponogara. Anno Accademico 2012/2013 “ Scrittura emotiva” 17 novembre 2012 Terza lezione Non c’è più tempo per scorribande climatiche o divagazioni più, o meno, naturalistiche; s’incomincia subito a lavorare. Appena il tempo per completare le presentazioni, assente l’informatico, arriva per ultima la salottiera, la public-relation, almeno così si è espressa, e si è dimostrata molto sensibile alle relazioni interpersonali; è una ragazza molto espressiva e sa tenere conversazione. Per ultima, ma non per colpa mia, è lei che si esprime poco, una bella donna, di età indefinibile, la chiamerò la “bionda”, di bella presenza, quasi imponente che, di tanto in tanto, con le sue ventilazioni cerca di far passare le “vampate di calore”, questo la fa relativamente giovane e, parole sue, è ancora alla ricerca di emozioni che pensa le possa offrire questo corso di scrittura. Questo la rivela ancora più giovane dentro. Per primo parto io con la mia relazione della “puntata” precedente, ormai diventata “diario di bordo” che, sembra sia piaciuta, spero di sì. Con la presentazione del mio lavoro sul “Crack”, mi sono reso conto di aver sbagliato tutto, non era questa la consegna e, ciliegina sulla torta, alla richiesta di chiarimenti da parte dell’insegnante, ho dato una spiegazione che non è stata commentata per non aggravare la mia posizione, evitandomi una brutta figura. Il racconto è anche piaciuto; ma non era quello che si voleva. Gli altri, chi più chi meno hanno centrato il bersaglio e assieme abbiamo accumulato ancora esperienza; ancora un passo avanti. Per la prossima settimana il compito prevede di scrivere una “lettera di seduzione”. Attenzione con questa parola non s’intende solo, seduzione amorosa, ma politica, culturale, di ideale filosofico-religioso, commercio o carriera e quant’ altro. In questo, Sabrina è stata molto chiara come tutte le altre volte. Quindi, e per concludere, il compito che, per i vari motivi esposti prima, mi aspetta questa settimana è triplice: • Lettera resa dei conti • Lettera di rottura • Lettera seduttiva Lettera “seduttiva” Alla matrigna com’eri bella quel giorno, mai vista una persona così bella, il tuo vestito splendeva come il tuo sguardo, in quella chiesa sontuosa, con tutti gli invitati che non avevano occhi che per te. Io invece lì con lo sguardo basso a fissare la punta delle scarpe, a pensare alla mamma che non c’era più e non ti guardavo, non mi accorgevo di quanto eri bella, eh sì eri più bella della mamma e non te l’ho mai detto. Quando passavi da una stanza all’altra del castello dove vivevamo, era come se il sole illuminasse ogni angolo. E io sempre lì imbronciata, anche quando mi rivolgevi dei timidi sorrisi per accativarti almeno un pò della mia amicizia, niente, sempre muso duro e testa bassa. E così siamo andate avanti per un pò, non serviva nessuna delle tue armi di seduzione, niente mi smuoveva. Capisco sì, che quel giorno non ne potevi proprio più, quando hai chiamato il Walter, quel tuo amico cacciatore, un vecchio spasimante che avrebbe fatto qualsiasi cosa per te, un giorno ha detto che avrebbe addirittura ammazzato se tu glielo avessi chiesto. Eri presa da un furore cieco, perchè non mi avvicinavo mai a te per dirti quello che invece pensavo, sì tu eri bellissima, la più bella del reame, degna di sostituire mia mamma. Siamo andati nel bosco, ma il Walter in fondo era un tenerone, era abituato a cacciare animali anche feroci, ma quando l’ho guardato sbattendo le ciglia, non è riuscito a fare quello che tu gli avevi chiesto. Quei nanetti, ti hanno detto che cantavo e lavoravo, cosa potevo fare tutto il giorno lì da sola e loro sempre a lavorare, diciamolo erano un pò stupidotti, e pensavo se fossi riuscita almeno una volta a farti un complimento, non saremmo arrivate a questo punto. Quello specchio poi, l’unica tua consolazione quando ti diceva “che ero io la la più bella del reame” lo faceva per farti arrabbiare, non avevi capito che era invidioso della tua bellezza, e ti ha esasperato al punto tale che ti è ripresa quella furia omicida che non riuscivi a controllare. Ti ho riconosciuta sai quel giorno con quei vecchi vestiti, truccata da strega, anche così conciata, non riuscivi a nascondere completamente la tua bellezza, sì in quel momento sarebbe bastata una mia parola, un complimento che avevo sulla punta della lingua, ma quello stupido orgoglio, tu hai capito, ci avevi provato un altra volta e io niente, così accecata dalla rabbia, mi hai offerto la mela avvelenata. E adesso che sono qua sdraiata, morta su questo letto di foglie, con questi stupidi nanetti che mi saltellano intorno “sembrano delle cornacchie”, penso a come sarebbe potuta andare, se almeno una volta avessi detto quello che provavo nei tuoi confronti, che eri tu la più bella del reame. E aspetto che arrivi questo principe a salvarmi e poi chissà se verrò da te e riuscirò a dire tutto quello che non sono riuscita a dirti prima del fattacccio. Ginevra Ho voglia di te. Fin da quando ti ho conosciuto anche solo l’idea della tua esistenza mi ha beatamente cullato. Accarezzo col pensiero le tue forme. Vorrei assaporarti, toccarti, prenderti tra le mie mani, leccarti e vedere che ti sciogli, lentamente, poco per volta. Prima vorrei sentire il tuo sapore, gustarlo e gelosamente tenerlo in bocca. Poi comincerei a morderti dolcemente, prima i fianchi, poi tutto il resto. Ti farei scivolare lentamente ed inizierei ad andare su e giù, giocando con la lingua per sentirti meglio. E continuerei, fino ad arrivare alla tua dura essenza. Amore mio mi agiti, risvegli in me gli istinti più profondi e travolgenti. Se mi vorrai sarò tua per sempre, magnum alla vaniglia. LA MIA PASSIONE Lo so! Dovrei resisterti. Vorrei desistere. Recedere il desiderio che provo per te. Più volte mi è stata negata la possibilità di poter vivere con te momenti indimenticabili. Mio malgrado mi è stato imposto, mio malgrado, ho obbedito ad un volere da me mai condiviso. Sono in molti a farmi notare che a volte esagero non dovrei, trovare rifugio solo in te. Ma la ragione ahimè è poca cosa. E’ stato un colpo di fulmine, perduta nell’incontrarti, e con il tempo, scoprendoti, conoscendo la tua moltitudine il Mio amore, la Mia devozione, sfugge ad ogni Mio controllo. Devo, non posso, voglio, desidero. Tu – accompagni – sempre – le mie giornate, le più tristi, le più belle. La mia vita non è più la stessa con te, è cambiata inesorabile, per sempre, e diversa ancora ed ancora per sempre lo sarà. Io e te, i miei sensi, vista, olfatto, gusto, tatto vengono rapiti, inebriati soddisfatti, in un turbinio di emozioni. Il tuo profumo, il tuo calore, la tua forza, la tua morbidezza. Quelle sensazioni conosciute, ritrovate. Il sorprendermi scoprendo di te, cose non ancora conosciute. Sono da tempo ormai tua, devota e schiava. Non mi si neghi dunque il volere di un nostro nuovo incontro. Possederti, essere dominata dal piacere. Io devo, incontrarti ancora una volta e giammai sia l’ultima. Un nuovo sapore, un nuovo colore. Bianco, nero, fondente! o al latte? Cosa, proverò oggi? “Cioccolato che passione” “La Mia passione Marilena Università Popolare Camponogara. Anno Accademico 2012/2013 “ Scrittura emotiva” 24 novembre 2012 quarta lezione Ci siamo, siamo diventati una squadra. Questa mattina la lezione ha avuto un’ intensità insperata da parte mia, tutto è incominciato ancora in cortile quando la “bionda”, Anna Grazia, classe 43, contemporaneamente alla “salottiera”…… casse ?, e a chi scrive, ci siamo presentati nello steso istante alla porta d’ingresso, quando, con un gesto rapido anche se spontaneo, ho aperto la porta e le ho invitate ad entrare per prime. Sembrava che ad un tratto fosse spuntato il sole ( è una mattina di nebbia fitta): tutte e due sorprese per un gesto, a me abituale, e, quasi all’emozione, la “ salottiera” a spiegarmi che non succede più in questi tempi una cortesia simile, io a spiegare loro che per me era normale, anche se mi rendo conto che le cose sono cambiate e di molto; nei marciapiedi devi essere attento e guardingo con la spalla dura e sempre pronta a parare i colpi di chi si prende il diritto, con prepotenza, di passare per primo a prescindere dalla situazione, maschio o femmina, e della età delle coppie o dalla situazione logistica della situazione. Ci siamo divertiti a considerare queste situazioni, anche in vista degli sviluppi che il nostro programma di narrazione comporta. Si entra in classe e i banchi, non ancora sistemati, non combaciano, manca il “buco” in mezzo qualcuno dice alludendo e ride, ma tutto con il “ buco” si mette al suo posto. Sulla linea della seduzione si continua ad alludere alla conquista maschile sulla femmina. Tutto sembra condurre a questo quando, arriva in aiuto il richiamo a Vasco Rossi e al suo bel “mantra”. quando farai una cosa solo per farla e cercherai di farla bene senza secondi fini al solo scopo che esista e sia soltanto questa la cosa più importante senza nemmeno accorgetene avrai creato qualche cosa piena di tanto amore che riempierà di gioia qualsiasi cuore. Vasco Rossi Vedi carissima “salottiera”, scusami ancora per il nomignolo, ma cercherò di ovviarlo per tutti2, è stato con questo intento che ho fatto, e faccio sempre, quel gesto e altri segni di cortesia, non penso ad altro che a essere gentile con chi mi è vicino. Non sono d’accordo con te quando dici che infondo quando un uomo è gentile con una donna pensa sempre a “quella cosa”, per me la donna è il capolavoro del creato e per donna intendo qualcosa di più che la femmina; in questo sta la differenza del pensiero comune di alcuni, se vuoi anche molto diffuso, e di chi la pensa come me. Ci siamo divertiti con i fraintendimenti e il gioco è stato fin troppo facile “ me la dai o non me la dai”, è stato divertente. Certo che noi maschietti, due, ne siamo usciti con le ossa rotte. Sabrina ha quindi preso le redini della lezione e si è lavorato molto. Datomi atto del mio ravvedimento sul compito della settimana scorsa, mi è stato riconosciuto come valido l’interpretazione del nuovo compito; sono felice. Gli altri sono andati tutti bene, anche Anna Grazia si è cimentata con un suo scritto ed è stato bello perché ha detto di averlo fatto sentendosi inserita nel gruppo e questo conferma la mia prima riga di oggi. Dopo aver letto il secondo capitolo, lo stesso titolo del romanzo, ci viene assegnato il compito per la settimana: • Evidenziare in un racconto “ le mano calde o fredde, asseconda della relazione interpersonale tra individui. • Raccontare un avvenimento, usando, più punti di vista, adoperando un linguaggio appropriato per ogni singola occasione. 2 Anzi no, se sei d’accordo, il tuo mi piace particolarmente e lo lascerei. Punti di vista UOMINI VS DONNE Episodio: un giorno un uomo ed una donna escono insieme per una cena. Alla fine della serata l’uomo invita la donna a salire da lui per un caffè ma la donna declina l’invito, lo saluta e va a casa. Donna [di ritorno, in auto]: che bello! e poi sembra non avere difetti: ha un bel lavoro, diversi interessi, si veste bene ed è molto simpatico… uff, ho forse sbagliato? è vero, avrei avuto voglia di andare su da lui, avremmo bevuto un caffè, magari l’amaro, e poi lui mi avrebbe preso tra le sue braccia, mi avrebbe baciato e avrebbe accarezzato la mia schiena con le sue magnifiche mani. Se penso a cosa mi sono persa… però se andavo da lui la prima sera magari sarei passata per una ‘facile’ e domani non mi avrebbe più cercato… ma se invece lui avesse preso questo mio diniego come un rifiuto? se non mi chiamasse più proprio perché io non mi sono dimostrata abbastanza disponibile? magari potevo almeno baciarlo così gli facevo capire che mi piace e che vorrei solo fare le cose con calma… se penso alla serata trascorsa insieme… mi guardava in modo molto ammiccante, mi ha sfiorato più volte la mano, si è dimostrato anche geloso del cameriere… si si dai gli piaccio per forza!!!! altrimenti non mi avrebbe dato quei segnali… erano troppo evidenti! se avesse solo voluto portarmi a letto non mi avrebbe offerto la cena, mi avrebbe portato al massimo a bere un aperitivo.. no, voleva proprio parlare con me per iniziare a conoscermi! peccato, se capivo prima queste cose avrei anche potuto salire da lui per finire romanticamente questa serata… comunque, visto che mi vuole bene, sto tranquilla perché mi perdonerà questa mia mancanza di sensbilità! d’altronde siamo umani perciò capita di sbagliare, no? stavo pensando... dicendo quella cosa che piaccio agli uomini per farlo un po’ ingelosire non è che invece lo abbia fatto soffrire? che stupida che sono, devo imparare a cucirmi la bocca a volte!!! mannaggia a me, magari pensa che mi piace qualcun altro e così non mi scrive più.. ecco che mi riparte l’ansia… dai Gianna, se ti ha chiesto di uscire vuol dire che era interessato a te, non cambia idea così facilmente… mmm, non so… però sono in ansia…. che sia il ciclo? vediamo, oggi è il primo settembre… si potrebbe essere il ciclo che mi rende nervosa! si si dai fra qualche giorno sarò più tranquilla ed affronterò il tutto con più calma! e poi vedrai che fra qualche giorno già mi avrà cercato… e io sono qui a farmi mille problemi e mille paranoie per nulla… fiuuuuu che stupida che sono a volte! perché dovrei essere pessimista? a parte qualche scivolone non ho detto nulla di male, mi pare di essermi comportata bene, il trucco era a posto e il vestito mi sembrava sobrio ma elegante… mmm… ma se avessi mangiato troppo? fammi fare mente locale… lui ha ordinato un antipasto ed un primo, io un antipasto ed un secondo… oddio e se gli fossi risultata ingorda? uff… è che a me la pasta di sera fa male, però caspita potevo almeno ordinare del pesce! sarei risultata più sofisticata di sicuro… non ce la posso fare, cerco di trattenermi ma mi viene da piangere… dai Gianna, senti, non è l’unico uomo al mondo, avrai sbagliato con lui, okkei, ma ti servirà di lezione per i prossimi! va bene, è inutile che io lo pensi ancora, tanto non si farà più vivo.. me la metto via e penso ai prossimi impegni... si, ma metti che si rifà vivo? cioè, è difficilissimo per carità, ma se fosse? cosa faccio? come mi comporto? potrei anche fare un po’ l’offesa perché ha pensato che io fossi un’ingorda solo perché avevo preso un secondo mentre lui solo il primo e perché voleva portarmi a letto la prima sera! ma chi crede che io sia? una frivoletta qualunque? non so, da questo punto di vista, in effetti, dovrebbe farsi perdonare lui prima di invitarmi di nuovo fuori.. potrei tirarmela fino a tre dei suoi messaggi e poi perdonarlo e uscirci di nuovo. si dai farò così, ma solo perché sono buona, come al solito… non so perché ma ho ancora un po’ di ansietta addosso… vabbhè senti adesso non ci penso più e aspetto che lui mi scriva! tanto anche lui sarà li che si chiede cosa è meglio fare per chiedermi scusa e conquistarmi… immagino che, per non fare ‘quello sfigato’ e per dimostrare che ha un sacco di impegni, non mi scriverà prima di sera ma sono sicura che non riuscirà a resistere per più di un giorno… si si non sarà facile nemmeno per lui stare in attesa con le farfalle sullo stomaco chiedendosi cosa penso di lui… Uomo [salito a casa]: ho fatto bene a mangiare al ristorante, non avevo voglia di fare la spesa. [rutta grattandosi le palle] belle tette la Gianna! [guarda l’orologio e rutta di nuovo] adesso chiamo Gigi per un amaro. Elena L’ingegnIere con la I maiuscola Come sanno in molti, l’INGEGNERE è un’ormai antica razza che si sviluppa e si moltiplica pressoché in tutto il mondo; non è una specie particolarmente estroversa ma si riconosce anche da lontano poiché alcune delle sue caratteristiche peculiari sono una fronte ampia, spessi occhiali rotondi, un abbigliamento trasandato e una cravatta. Alcuni individui utilizzano anche delle tiracche colorate, tuttavia questo elemento potrebbe trarre in inganno poiché viene molto utilizzato anche dalle razze dei MATEMATICI e dei FISICI. Le prime sottospecie ad essersi sviluppate e che tutt’oggi continuano a risultare le più numerose sono quelle dette “degli ELETTRICI”, “degli ELETTRONICI”, “dei CIVILI” e “dei MECCANICI”; altre sottospecie, sviluppatesi in seguito causa di alcune mutazioni genetiche, sono quelle dette “dei TELECOMUNICAZIONISTI”, “degli EDILI”, “degli AMBIENTALI”, “dei CHIMICI” e “dei GESTIONALI”. Allo stato attuale non vengono riscontrati segni di una loro possibile estinzione, tuttavia tale razza viene tutelata, in via precauzionale, da un ente detto l’ORDINE DEGLI INGEGNERI. Gli ingegneri tra di loro utilizzano un gergo pressoché incomprensibile da parte delle altre razze dette “dei comuni mortali”, comunque, grazie alla loro predisposizione alla logica, allo studio ed al problem solving, hanno imparato ad utilizzare il linguaggio comune come semplificato idioma di comunicazione. Premesso ciò, una mattina di una calda giornata di luglio un ingegnere incravattato si recava a comprare una rivista di informatica. Mentre camminava rimuginando su alcuni integrali tripli di rotori che gli erano ancora poco chiari, si imbatté in una forma vivente dall’aria femminile che non era contenuta nel suo database; all’inizio si arrabbiò molto poiché gli avevano assicurato che l’ultima revisione della ‘memoria umana’ doveva contenere anche l’aggiornamento integrale di wikipedia, tuttavia, dopo un attimo di riflessione, pensò che forse avrebbe potuto redigere lui stesso una pubblicazione su questa sconosciuta forma di vita! L’ingegnere decise perciò di intraprendere un dialogo con questa esserina e, visto che la riteneva di una forma più evoluta della terrestre (le dava atto che, pur essendo una femmina, era arrivata fin li dallo spazio), utilizzò il linguaggio tecnico tipico della razza degli ingegneri. I: “Ciao.” L’aliena non fece in tempo a rispondere che l’ingegnere incalzò: I: “Ti ho detto C I A O: parola che viene utilizzata quando si decide di mettere in pratica una tecnica di approccio semplice, hai capito?” L’aliena lo guardò in silenzio.. I: “Da che pianeta della nostra galassia provieni? ti chiedo questo poiché non oso pensare che tu possa arrivare addirittura da un’altra galassia… no, le probabilità in questo caso diminuirebbero proporzionalmente al quadrato della distanza tra la terra ed il pianeta moltiplicato per un fattore k che dipende dal numero di stelle della nostra galassia diviso quelle della galassia della tua provenienza, dalla densità dell’atmosfera extraterrestre, dal peso medio degli abitanti e…” L’ingegnere si fermò di colpo e, preso da un attacco di esultanza incontenibile, tirò fuori dalla tasca il suo spruzzino per l’asma.. l’ultima volta lo aveva utilizzato quando Margherita Hack gli aveva firmato un autografo..! Una volta calmatosi, riprese a parlare: I: “Allora, dicevamo… la forma della tua testa è visibilmente schiacciata sulla nuca…” L’aliena lo guarda.. I: “Si, va bene, so che “visibilmente” non quantifica esattamente la caratteristica che sto valutando e perciò tu potresti non capire, comunque, per darti un’idea, tieni conto che per il calcolo preciso utilizzerò la formula di Guldino applicata alla geometria non euclidea. Tornando a noi, con molta probabilità tu dovresti arrivare da un pianeta con un’alta accelerazione di gravità.. facendo un conto rapido dell’integrale della distanza dall’occhio al naso rotato sull’asse Z e moltiplicato per la distanza tra il mento e la fronte… mmm.. diciamo che questa accelerazione di gravità dovrebbe variare tra i 10 e i 20 metri al secondo quadrato con uno scarto quadratico medio molto limitato.” La povera extraterrestre continuava a non capire questo buffo essere e cominciava ad annoiarsi.. I: “Facciamo un’altra ipotesi, un po’ restrittiva, lo ammetto, ma potrebbe essere sufficientemente attendibile: supponiamo che tu provenga dal nostro sistema solare.. d’altronde la galassia di per se è impervia, avresti dovuto superare nebulose di gas interstellari in contrazione compiendo traiettorie complanari a masse generate da reazioni termonucleari.. “ La poveretta non ne poteva più.. era una donna evoluta ed intraprendente, all’avanguardia nel campo del design e della moda e si era ritrovata in una situazione perlomeno imbarazzante; non le era mai capitato di parlare meno di un uomo, tantomeno di rimanere zitta per più di un’ora!!! e, oltretutto, questo buffo uomo… che stava dicendo?!? Così la donna, vista la mal parata, tirò fuori le chiavi dell’auto (che l’ingegnere scambiò per un condensatore di flusso ad alta risoluzione con microprocessore interstellare integrato) e prima che l’uomo, incantato da quell’oggetto, riuscisse ad aprire nuovamente bocca, salì in auto e si de materializzò in un ventesimo di picosecondo. L’ingegnere dal canto suo, abituato infondo a questo tipo di sparizioni, si asciugò la fronte dal sudore, si risistemò gli occhiali e tornò a concentrarsi sugli integrali tripli di rotori incamminandosi verso l’edicola. Elena Università Popolare Camponogara. Anno Accademico 2012/2013 “ Scrittura emotiva” 1 dicembre 2012 quinta lezione Con calma e con serenità siamo arrivati tutti, alcune, sono l’unico uomo mancando Stefano, si sono gustate il caffè, altre, si stanno scambiando le novità della settimana, qualche battuta allusiva a sabato scorso e Sabrina parte con il programma. Il clima è sereno così come deve essere questo bell’impegno che ci siamo presi e che incomincia a dare i suoi frutti. Parte la “sensitiva”, Ginevra, e ci racconta che quando torna a casa da questi incontri ha bisogno di decantare, che si sente la testa come un frullatore che frulla, frulla le tante cose che ci mettiamo dentro, in queste lezioni. In parte è vero, ma allora anche il soprannome che simpaticamente che le ho affibbiato è centrato, nel senso che si prende troppo sul serio per questo bell’argomento che andiamo a trattare in queste lezioni e la sua sensibilità è messa alla prova. In tre si sono espresse con tre lavori la “salottiera” l’”infermiera” e “la ingegnere” con, a mio giudizio, tre bei lavori, anche se qualche battuta l’ho persa per la mia sordità, che spero temporanea, per cui riesco a sentire bene solo Sabrina, gli altri, forse perché impegnati nell’ esposizione, tengono il tono della voce troppo basso e per me dovrebbero alzare un pochino il volume. Manco farlo apposta il mio lavoretto, spedito per posta elettronica, è stato giudicato fuori tema: «E’ più un “punto di vista” che una “sensazione” al contatto-scambio interpersonale». Ha sentenziato l’Insegnante! Avrei voluto spiegare all’insegnante il mio parere, ma ho capito che devo stare più attento. Mentre scrivo pensando all’incontro, sento che mi arriva della posta elettronica, apro e trovo due messaggi: 1 Grazie Giorgio, Il tuo diario di bordo è diventato un appuntamento fisso! Sabrina - Questa è una coccola antidolorifica dopo il giusto pestaggio di questa mattina. Comunque, GRAZIE! A te2 ciao a tutti! Come promesso in allegato, v’invio la foto che avevo fatto in Africa accompagnata da un po' di emozioni. […] Vi scrivo due parole che rimuginavo oggi tornando a casa dal corso, ripensando al nostro gruppo: se il mondo è una collana noi siamo delle perle Un bacio e a presto! Elena -INGEGNERE!!!!!!! Hai fatto centro.Carissima Elena, con il tuo “Il Respiro dell’anima”, hai colpito nel segno il senso della vita e con la “collana” il mio pensiero, la mia filosofia di vita, per questo, per te e per tutti, ho stampato questo opuscolo con due miei lavoretti, che vi consegno, che sono stati considerati al concorso di Assisi, all’ultimo paragrafo del “Diario” troverai un pensiero simile e la tua “collana” che andrà ad aggiungersi a questa mia ormai tanto lunga. Il più datato Ci si rivede il 15 dicembre, il lavoro per casa consiste nel descrivere una sensazione improvvisa che coglieremo in questi giorni descrivendone sensazioni, immagini, colori, odori. A Elena e a Sabrina mi riservo di rispondere con il “Giornale di bordo”. A Stefano dico si! E’ stato un incontro molto ricco, come gli altri d’altra parte.Ad Anna Grazia dico grazie, a nome di tutti, molto del merito va a Sabrina che ci guida con filo–sofia e una parte, anche se piccola, anche alla nostra sensibilità. Emozioni nate dai quadri “Paura” ore 7 a.m. del 4 dicembre 2012 Paura, non vedo, non sento, non rispondo fuggo nel buio lasciami, non lasciarmi baciami, non baciarmi tienimi, lasciami andare i miei occhi sono chiusi, con le mani tocco il vuoto non sò dove andare, annaspo, cerco conforto nell’aria poi ritorno e tu sei lì, mi riprendi e tutto ricomincia Ginevra colori immagini rumori giocando formano un vortice omogeneo e indissolubile trama fina che non filtra trattiene sensi intimamente coinvolti e catturati per sempre da una nuova dimensione ambrata che sgretola ogni barriera cuori che battono all’unisono al di la dell’orizzonte mondi diversi che si incontrano e si scrutano le distanze si riducono i colori si fondono come lingue di fuoco che si intrecciano verso il cielo le percezioni diventano un tutt’uno con la terra calda che si respira ovunque tempi e spazi si annullano negli anfratti impolverati dei villaggi inconsapevoli spettatori di un disegno superiore Università Popolare Camponogara Anno Accademico 2012/2013 “ Scrittura emotiva” 15 dicembre 2012 sesta lezione Nella tipicità stagionale di una giornata tetra, nebbiosa, umida all’inverosimile arrivo al parcheggio e per la prima volta lo trovo occupato in quasi tutta la sua capienza; a fatica riesco a trovare un posto. In aula mi accoglie un bella diapositiva di due magnifici esemplari canini, due belle creature di cui Sabrina va fiera (desktop del suo pc!). Con qualche minuto di ritardo incominciamo la lezione. Questa volta ho fatto centro, ho sparato con gli occhi bendati ma ho fatto centro. Con la motivazione agli auguri di Natale e che ho mandato a Sabrina, affinché me li correggesse e che allego alla presente, ho adempiuto al compito per casa che io credevo di non aver fatto, vale a dire: “Descrivere una sensazione improvvisa che coglieremo in questi giorni descrivendone sensazioni, immagini, colori, odori.” La varietà e la bellezza degli altri elaborati ci commuovono, a prescindere dalla lunghezza dei testi, altro valore che abbiamo imparato a considerare, stiamo progredendo molto bene a mio avviso. Rimpiango due cose: il tempo risicato concesso a Marilena per il suo imperativo messaggio a Babbo Natale [O mi accontenti altrimenti non capisci niente, io sono stata buona!], e di non poterne avere una copia, perché è scritta a mano e lei non ha in indirizzo mail che è la cosa più grave. L’argomento anche questa mattina è molto interessante, “Flussi di coscienza nello scrivere”. Sempre e comunque quando scriviamo, siamo influenzati dalla nostra personalità o “coscienza”, mi fa pensare che “la botte dà il vino che ha”. In un flusso e riflusso mi è venuto alla mente questo capolavoro di Platone che mette in bocca a Socrate queste parole: La tecnica ci viene in aiuto come sempre e allora vediamo che con i “Flussi di coscienza nello scrivere” abbiamo: il monologo interno / il monologo esterno e il concetto narratore quale linguaggio moderno fra virgolette. Altra tecnica importante il “ dibattito interiore” parlare con la propria coscienza e “dibattito esteriore” comunicare con un personaggio reale che non presente, solo ci da le risposte, che poi saranno le nostre risposte. Abbiamo dei precedenti illustri nella storia: Il Maestro Petrarca che dialoga con S’ Agostino e di recente il film “Provaci ancora Sem” di e con Woodi Allen. Per casa il compito è di costruire un dialogo con un personaggio famoso, un eroe he ci dia consigli su un problema da risolvere. Mi dispiace per Marilena che non può godere di questi momenti che sono magici (via e-mail). Giorgio, “il più datato” Giogio Piove di Sacco 14 gennaio 2013 In auto di ritorna da scuola mi trovo a fare delle considerazioni e mi dico bel colpo Carraro anche questa volta hai fatto una figura di merda sei andato per campi non hai rispettato le regole come quel cretino che sta attraversando la strada ma dico io come si può essere più stupidi di così e capire fischi per fiaschi e pensare al mio entusiasmo e sì che Sabrina è stata chiara a ripensarci come lo è stato anche questa mattina quando con gentilezza mi ha detto per darmi un contentino che se era anche scritto benino non era il compito che ci aveva affidato ma guarda quello tutti a me capitano dove vuole andare quell’imbranato con quella carretta chissà se sarà andata alla revisione e se lui ha la patente sarebbe da ritirala come dovrei io ritirami dal coso con la capoccia che mi ritrovo ma proprio per questo continuo e chi la dura la vince alla mia età ormai non fai neanche brutta figura sei solo compatito come quel pirata che perché viene da destra non mi da la precedenza chissà se sa che se ha mai sentito parlare delle rotonde dove per entrarvi devi sempre dare la precedenza questo mi fa pensare a quel matto che credendosi un chicco di mais aveva paura di essere mangiato delle galline al quale non sono valse le cure per guarirlo e alla commissione ha dichiarato di aver capito di non essere più un chicco solo per uscire se non per tornarvi solo qualche ora affermando che lui era si convinto di non essere più un chicco ma la gallina che aveva incontrato forse non era stata avvertita ma chi ti ha dato la patente ecco il sole speriamo che la giornata prenda un’altra impronta e di arrivare a casa solo con la bastonate prese a scuola anche se addolcite da tanta simpatia Giorgio Monologo interiore La mia Jacuzzi M’immergo e quasi la vasca trabocca la temperatura dell’acqua è relativamente alta quasi scotta ma per avere l’effetto desiderato deve essere sostenuta mi sento un pesce lesso nonostante tutto l’atmosfera aiuta a rilassarmi aumentando il piacere di un buon bagno terapeutico con la aromaterapia accompagnata dalla luce soffusa delle candele le quali emanano tutti i profumi del bosco esaltati dal vapore acqueo che la vasca ricolma a sua volta emana senza farsi notare nella penombra della luce da sogno il quale parte quando premo il pulsante di avvio dell’idromassaggio che con un ronzio tenue monotono rassicurante quasi a conciliare il sonno sicuramente il rilassamento come quello di una mamma ad un bimbo in culla mi coccola liberando la mia mente in un senso di libertà che mi permette di lassciarmi andare con il pensiero a briglia sciolta vagando qua e la vedendo luci e ombre che si accavallano figure che si rincorrono stimolate dai flussi di bollicine che escono dai tubicini facendo fluttuare i miei pensieri che variano dai più semplici ai più complicati incrociando quelli disinvolti con quelli impegnativi uniti ai più casti a quelli impronunciabili senza mai una sosta così come sono senza sosta le bollicine che mi accarezzano il corpo comprimendolo con un massaggio rigeneratore partendo dalle caviglie avvolgendo la pianta dei piedi arrivando alle cosce e ai fianchi premendo sotto le ascelle e ai cervicali facendomi sentire la pelle che si scalda per l’acqua dalla temperatura leggermente superiore al mio corpo che comunque incomincia a rilassarsi in un torpore indescrivibile che bisogna provare e non si può raccontare come un sogno che ti porta a volare facendoti dono di questa emozione senza soluzione di continuità al punto da farti perdere l’orientamento dandoti la sensazione della felicità la stessa di quando realizzi il tuo desiderio più intimo come l’intimità irraccontabile che questi getti di bollicine in questo momento pur senza eccitarmi mi procura una sensazione che mi appaga in una totalità di rilassatezza così come le bocchette ai fianchi con un massaggio alla schiena quasi celestiale facendoti sognare scene e paesaggi armoniosi al di la di ogni fantasia che non necessariamente deve essere erotica ma di una compiuta soddisfazione fisica che porta alla pace dei sensi che viene sottolineata dallo stacco improvviso ma atteso del compressore e ti trovi nel silenzio più assoluto con le ultime bollicine che pigre risalgono accarezzandoti il corpo in un ultimo leggerissimo massaggio finale al quale non è possibile dare un aggettivo in quella rilassatezza pari solo a dopo un bel lavoro ben riuscito con la colonna sonora del dott. Zivago sullo sfondo che completa questa magica atmosfera. Giorgio Università Popolare Camponogara Anno Accademico 2012/2013 “ Scrittura emotiva” 22 dicembre 2012 settima lezione Siamo nella pre-anti- vigilia di Natale e le sorprese non mancano arrivo al parcheggio della scuola e vedo le imposte ancora chiuse segno che non è arrivato nessuno salgo le scale e la porta dell’aula è chiusa ermeticamente, in giro nessun collega mi guardo intorno e non vedo facce note; con calma prendo il telefono faccio il numero e al terzo squillo mi dà il segno di occupato mi domando perché e rifaccio il numero la stessa cosa mi giro notato la siluette di Sabrina intuibile anche sotto il cappotto e con un numero indefinito di pacchi fra le braccia, ma i suoi tacchi di dodici centimetri aggiungono un tocco magico all’insieme al suo incedere con al suo fianco un pò meno slanciato Stefano carico all’inverosimile erano solo un pò in ritardo! In classe arrivano piano piano tutti quando mi si avvicina Ginevra e mi chiede dove mi sarei seduto non capisco la domanda e chiedo spiegazioni che giungono puntuali come una gradita sorpresa da parte mia alludendo al fatto che nel giro delle lezioni tutte le altre si erano turnate nel sedersi al mio fianco e lei la sensitiva ancora non ci era riuscita. Pensando fosse una battuta la lezione prosegue con la lettura dei lavori anche questa volta ho fatto centro sia pure mirando ma ci sono riuscito come tutti gli altri e Sabrina chiude i libri lezione finita! Con un’espressione trasognata Ginevra mi guarda stupita mostrando incredulità all’orologio che le dice che il tempo è passato e lei non se ne era accorta ancorché io e Carla seduta dall’altra parte di Ginevra ci siamo guardati a all’unisono ci siamo sentiti di dirle che era merito nostro in quanto il nostro fluido era positivo manco farlo a posta questo era il suo scopo stare fra me e Carla per sperimentare le sue sensazioni che a suo dire sono state magnifiche e a proposito dei tacchi alti di cui si parlava quando affermava che li calza volentieri perché le alzano il sedere e la fanno più elegante ora se il riso fa bene venire a scuola fa bene visto che con l’ennesima risata abbiamo concluso la lezione! PS - Volutamente ho tralasciato la lezione di oggi, che come sempre risultò interessante, e che aveva per argomento “ Il monologo interiore”. In questa chiave ho voluto redigere il “diario di bordo” sperando di esserci riuscito, alle correzioni, gradite darò ascolto imparando. BUON NATALE! Con l’accordo di tutti, messo via i libri, ci siamo organizzati per passare un’oretta conviviale in cui tutti hanno contribuito con qualche cosa. Ci si è rilassati e dopo aver mangiato e bevuto, non toppo, alla fine con lo scambio degli auguri ci siamo salutati con un arrivederci all’anno prossimo. Mancava Anna Grazia perché in viaggio al caldo. Davanti al Presepio Eccolo il bambinello, intirizzito dal freddo, immobile con le braccia sempre aperte e uno sguardo che sembra interrogare. Fa freddo, ma sono vestito bene, mi siedo su qualcosa indefinibile, che sembra messa apposta per invitarmi a sostare davanti a quel cosino, lo guardo e lui guarda me, un silenzio soave mi avvolge. Lui, il bambinello, abbassa le braccia, si mette a sedere sulla paglia girandosi verso di me, gambe a penzoloni oltre il bordo della mangiatoia, piedini scalzi, con un sorriso disarmante mi rivolge la parola: Il Bambinello – Ciao, come ti chiami? Io - Dovresti saperlo, se sei chi penso io. Il Bambinello - Certo che lo sono, sono Gesù, volevo accertarmi che tu fossi sveglio, e so che ti chiami Giorgio. Giorgio - Non avevo molti dubbi ma sai, con tutto quello che succede, qualche attenzione la dobbiamo avere. Gesù - Perché tutte queste incertezze? Sei tu che hai intagliato queste figure e dovresti riconoscerci. Giorgio - Bè,…sì, ma io non sono Geppetto e non sapevo che ti saresti animato. Gesù - Guarda che gli altri, non vedono tutto questo. Io sto parlando solo con te, per tutti tu sei seduto davanti al tuo presepio, quello che hai fatto con le tue mani e l’hai costruito per celebrare, i Natali che ti rimangono da vivere, ricordando la mia venuta sulla terra. Perché è questo che intendevi fare e l’hai fatto; io lo so. Giorgio - Si. È vero, me l’hanno insegnato i preti, ci ho creduto, gli storici ci confermano che questi. fatti sono avvenuti, ci ho ragionato su un pochino e ci credo, la continuità apostolica ci conferma l’inizio della tua avventura fra noi, credo nella tua venuta, della tua generosità nel dare la vita per noi, ma mi chiedo…: perché sei venuto? Potevi salvarci in tante altre forme, tutte, meno impegnative, per te, e molto meno imbarazzanti per noi. Gesù - Questo non lo devi chiedere a me, nemmeno per me è stata una passeggiata, è stato il Suo amore per voi, e sempre mal corrisposto da voi umani. Vedi, il Suo Amore per me, è così grande che ha sofferto molto più di me, per quello che mi è successo a causa vostra. Non ti faccio la “Genesi”, quella la lasciamo agli “Agiografi”, non ti faccio la “Storia” quella la lasciamo agli “Storici”. Ti accenno alcuni capisaldi della nostra/vostra avventura. Uomo Sapiens Dopo aver creato il mondo con l’umanità, Egli ha assistito all’abbruttimento dell’Uomo Sapiens, del suo egoismo alla sua incapacità di amare al punto da darsi leggi molto ingiuste a favore solo di alcuni. Tentò di guidarlo e il risultato è che vide la luce: Codice di Hammurabi scritto in Mesopotamia. Hammurabi re di Ur creo cio che è supposto essere il primo codice legale all'incirca nell’anno 2050 a.c. Non era il massimo, ma solo quello che l’uomo riuscì a concepire in quei tempi. Era una disciplina molto di parte, ma teneva in considerazioni realtà prima impossibili a quei tempi. “La legge del Taglione” Dopo molto tempo intervenne direttamente Lui, abbiamo così: I Dieci Comandamenti La bontà e il Suo Amore comunicò agli uomini il Suo pensiero. Non bastò e l’uomo continuò con il suo egoismo che sembra non conoscere limiti. Con i Profeti annunciò la mia venuta, che non fu accolta con entusiasmo, tu sai come andò a finire. Da parte mia, fondai la chiesa, il mio segno l’ho lasciato, ma è l’uomo che deve rispondere. Datti da fare. Ora va che è ora di cena, ti stanno chiamando, buon appetito. Giorgio - Gesù ti copro un po’? Gesù - Dopo otto anni ti accorgi che sono al freddo? Vai e stai sereno. Ciao. Giorgio Caro Babbo Natale – quest’anno io non so se sono stata buona, meritevole di poter richiedere il suo servigio, non so, se posso io osare. Ma sei io fossi stata buona, se io fossi meritevole e in quel caso potessi io osare, non chiederei a te per questo Santo Natale, un nuovo viaggio in luoghi lontani e misteriosi. Un nuovo sbarluccicoso abito scelto tra mille. Tra mille negozi, in mille città “rubato” ad altre mille donne. Non ti chiederei di sostituire la mia vecchia ormai acciaccata auto, finestrino lento, carburatore un po’ sporco, un graffio qua, na bottarella de la presa in un momento di distrazione mentre pensavo a quegli occhi. Non oserei, chiedere un computer, una nuova TV, uno stereo ultima? generazione? Un mp3, hai che fon 6, vasca da bagno 8, microonde 2013. Rinuncerò malgrado me a cotanta tecnologia, sacrificherò questa mia possibilità. Se potessi oserei, ma non vorrei, un chilo di prestigiosissimo the bianco coltivato, essiccato, confezionato e spedito solo a me e solo per me da “l’ultimo dei samurai”. Non ti chiederei, seppur potessi osare, di trovare il giorno del Santo Natale sulla mia porta, consegna a domicilio, castorino appena slegato sceso dall’albero dopo aver creato l’ultima bolla sulla, mia, ENORME TAVOLOZZA di cioccolato alla menta con riso soffiato, nocciole, cannella, fiori di loto, coccole fondenti, caldi abbracci, fumanti notti di fuoco con George Clooney. E’ pur vero che siamo una a sette ragazze, ma sarà che ci dobbiamo strappare tutte i peli più dolorosi per quest’uomo? che poi… si dice pure che sia gay. Omofobica? No! Uomini ed il Natale sono sacri… e profani, nello stesso ordine? Non potrei mai, se osassi, osare nel poterle chiedere Signor Babbo Natale, na papera, si per i miei bagni caldi. Incenso, candele, lavanda, schiuma, musica classica e… lei, la paperella. Rigorosamente rosa assolutamente con fischietto. Se pur concesso il poter osare, non le chiederei di poter avere tutti i colori dell’arcobaleno e… “Cinquanta sfumature di grigio” così, per poter illuminare i miei limiti. Ed imparare, quello che il tempo, le mie rughe e i miei uomini, non hanno saputo mostrarmi. Pur osando non chiederei, anche quest’anno come ogni anno di poter ricevere quell’abbraccio mai avuto. Due estati ogni inverno? Le ali di un angelo così da dover abbassare lo sguardo per poter guardare le nuvole mentre corrono e cambiano volto. Una luna tutta mia, parcheggiata nel mio garagge (si, si, che ce stà er garagge è doppio) da mostrare ai miei amici, solo i migliori amici. Se fossi stata buona, tanto buona. Se io fossi meritevole, tanto meritevole. Tanto che Tu, il Mio buon Babbo Natale guardandomi diresti: “Osa Mia cara Marilena” guardandoti osando chiederei: “Riporta il mio sguardo – quello sguardo. Permetti ai miei occhi di nutrirsi ancora di quegli occhi”. Perché io – ho fatto – la buona – Babbo Natale quindi non facciamo scherzi, che per quello hanno già inventato i pesci ad Aprile. Tu invece sei vero! Vero? Perché io… aspetto!!! Marilena Università Popolare Camponogara Anno Accademico 2012/2013 “ Scrittura emotiva” 12 Gennaio 2013 ottava lezione Una bella giornata di sole ci accoglie alla ripresa delle lezioni, sembra apposta per porre l’accento sullo spirito di ognuno di noi, siamo tutti contenti di ritrovarci e questo conferma la sensazione che siamo diventati un gruppo; e lo siamo veramente. Manca solo Ginevra, la sensitiva che si è persa la battuta del “diario di bordo”. Dopo i convenevoli di rito e lo scambio di qualche novità si affronta l’argomento del prolungamento e con varie argomentazioni si arriva al nuovo calendario che, dopo il 23 febbraio, si prolungherà nei giorni: - 2 – 9 – 16 – 23 marzo. Con una variante di orario, 10/12, fin dalla prossima lezione, che ci porterà a recuperare sia la giornata persa il 27 di ottobre che la quinta giornata delle previste dal prolungamento. Quasi tutti abbiamo portato un lavoretto indicato da Sabrina e ne è venuto fuori un bell’assortimento con varie esperienze e provocazioni. In particolare quello di Elena ha dipinto il rapporto fra uomo-donna in maniera spiritosa e provocatoria, ribadisco il termine “provocatoria”, da dove noi maschietti siamo usciti bastonati, quasi beffeggiati, tanto che io e Stefano ci siamo guardati e ironicamente gli ho fatto la proposta di andarsene visto la figuraccia che Elena ha fatto fare a tutti i galletti del genere umano, ma a rimediare la situazione è intervenuta Anna Grazia che con un intervento che è stato sia un inno all’Amore che una dichiarazione d’amore al marito, i presenti ricorderanno e con una lezione di relazioni basate sulla fiducia reciproca ha rimesso le cose al loro posto. Per quanto riguarda il mio lavoretto lascio spazio a quello che ho riportato più sotto. Condizione di attesa Tutto incomincia con la necessità di un piccolo intervento chirurgico, una cosa leggera; la rimozione di un’antipatica cisti. Nell’anticamera della sala operatoria fa freddo, sono nudo, coperto solo da un camiciotto grigio, grezzo, rigido, rugoso, la sua chiusura dietro la schiena mi da fastidio. Prima di portarmi qui con il mio letto mi hanno fatto un’iniezione, “preindormia”, mi hanno detto, ed io sono rilassato. Sento la mano di mia moglie che cerca di farmi coraggio, ma io sono tranquillo e spero che lo senta anche lei attraverso questo contatto che fra poco cesserà e che si tranquillizzi; da parte mia, nella penombra di questa sala, quasi prendo sonno. A un certo punto una luce mi abbaglia, un calore gradevole m’invade, siamo dentro la sala operatoria, Anna non è più accanto a me, non sono più sul mio letto, ma al centro della sala e sopra una grande luce, tanta gente intorno, vedo il chirurgo ai miei piedi, con le braccia alzate coperte da guantoni bianchi, una mascherina sul volto, lo riconosco, è il dott. Pietro primario di chirurgia e amico di famiglia, mi strizza l’occhio e fa un cenno all’anestesista dietro di me il quale preme su una siringa che mi avevano predisposto e non vedo più nessuno; quella luce mi sembrava il sole e quel calore il suo calore; ho pensato a Icaro. Ero in alto, molto in alto, giravo, potevo andare, dove volevo…sì! Volavo… che bello! Bastava formulare un pensiero e si realizzava: pensavo di girare a destra ed ero già in virata, se pensavo di andare a sinistra, altra virata, lo stesso per le picchiate e per le impennate, sopra e sotto le nubi; che bello! Le nubi sembravano un’enorme distesa di panna montata, ma non potevo toccarle. Vedo, in alto sopra ogni cosa il sole con il suo calore, penso ancora a Icaro; giù in picchiata oltre le nubi… che bello, quanti colori. La terra la giù, ecco le Alpi innevate, Il monte Rosa, il monte Bianco, il dente del gigante, sono in Francia, Parigi e la torre Eiffel, l’arco di trionfo e gli Champs Elysées, oltre la manica Londra con il suo Bin Bang, giro a sinistra, il Portogallo, ecco Lisbona inconfondibile con la sua laguna, ecco la torre di Belém. All’orizzonte vedo la Spagna, bagnata dall’oceano Atlantico e dal mare Mediterraneo, ecco l’isola di Majorca, risalendo Genova e la sua lanterna, Torino con Superga e la sua Mole, guardo laggiù, il duomo di Milano, la pianura padana. Mi sento leggero, come una piuma, ma dove andare lo decido io. Ecco vedo Venezia, con i canali e i suoi ponti, il campanile di S Marco, la sua piazza, giro a destra, e, Bologna mi appare con il suo S. Luca. Dopo gli Appennini, vedo Firenze, riesco a vedere il campanile di Giotto e Palazzo Vecchio, ed ecco la torre di Pisa, piazza dei miracoli, piazza del palio di Siena, giro a sinistra e la in fondo il cupolone di S. Pietro è Roma. Da sopra l’Agripontino e l’isola di Ponza, all’orizzonte, il Vesuvio, Napoli con il Castel dell’Ovo, il Mastio Angioino e Piazza Plebiscito, ecco l’Etna oltre lo stretto di Messina, sorvolo la Sicilia, ecco Agrigento con la Valle dei Templi con una virata a destra sotto di me, trovo la Sardegna. Vedo Cagliari e le meravigliose spiagge di Villasimius. Penso, dove atterrare, quando due schiaffi sulla faccia mi svegliano, è l’anestesista e, a fianco a lui, mia moglie che mi sorride. Eravamo nell’anticamera della sala operatoria, nel mio letto. Mi giro e sul comodino della mia camera, a casa mia, vedo il libro “ Il gabbiano Jonatahn Livingston”. Mia moglie si sveglia, stendo la mano e continuiamo a volare. Ricoverato in chirurgia per un piccolo intervento di Fistulectomia, così mi dicono, poi risulterà, essere meno piccolo di quello che pensavo, alle 11,14 sono in attesa di essere chiamato in sala operatoria, mi hanno appena rasato il fondo schiena e per farlo più comodamente l'infermiere mi ha fatto mettere alla pecorina: ginocchia e gomiti ben piantati e sedere alto, una posizione assolutamente antipatica. Il rasoio che passava la dove nemmeno io ho mai visto era freddo e anche le mani dell’infermiere erano fredde. Era ruvido nei movimenti, sembrava avesse fretta di finire…, più di me. Nei quindici giorni precedenti è stato necessario un percorso di visite, esami, colloqui, dieta e assunzioni di lassativi; per ultimo un bel clistere per liberare l’intestino. Sono sereno anche perché so che sarò l'ultimo a essere chiamato, essendo, il mio intervento considerato, un lavoro, "sporco", trattandosi di "culo" è da capire ed essendoci in atto un'infezione, si dovrà, poi, disinfettare a fondo la sala operatoria. Alle 12.00 sono invitato a seguire una bella infermiera [Con lei verrei anche in paradiso], fu la mia risposta alla chiamata e che ha fatto subito capire con chi aveva a che fare. Mi ha preso sottobraccio e ci siamo avviati verso il blocco o Piastra operativa…mani calde. Seguiti da mia moglie che si fermerà nel corridoio, entriamo nell’anticamera e subito mi forniscono delle bustine da calzare sopra le pantofole, mi fanno comodare in un angolo, qualche minuto d'attesa e mi conducono in uno stanzino, dove m’invitano a spogliarmi completamente e a infilare il classico camiciotto con la chiusura dietro le spalle. Gli indumenti individuali me li fanno deporre in una cassetta che, mi dicono, sarà consegnata alla moglie che aspettava nel corridoio antistante alla "piastra" delle sale operatorie. Più avanti capiremo il perché di questo nome. Il mio pensiero va a quei poveri disgraziati che erano fatti spogliare per essere introdotti nelle camere a gas, per disinfezione dicevano, e lasciavano quegli stracci per andare incontro alla morte. Mi conducono, in barella, nell'anticamera propria delle sale operatorie, in un ambiente fantastico, incredibile, dove a prima vista la confusione regnava padrona, gente che correva avanti e in dietro, si scambiavano informazioni, notizie, ilarità', termini tecnici, a volte incomprensibili, forse volutamente, altre banalità' della loro vita quotidiana. E’ l’anticamera ascetica di ben quattro sale operatorie che operano contemporaneamente e quindi si capisce il trambusto. Gente che va e viene, barelle che entrano ed escono per la fase preparatoria e, dopo l’intervento, per la decantazione o risveglio. Subito ho pensato al libro che stiamo leggendo a scuola, e a tutti voi amici compagni del corso, a Davide e quello che ha vissuto. L’anestesista, con la quale ho avuto un contatto che si potrebbe definire " mani calde" confermato, quando alla ricerca del punto giusto dove infilare l’ago, mi palpava la spina dorsale, mi ha illustrato tutto quello che avrei provato con dovizia di particolari mettendomi a mio agio al punto che, rassicurato, le ho raccontato una barzelletta. Sembra si sia divertita e mi ha chiesto di raccontarla sotto i fari del letto operatorio, il chirurgo la sapeva già, glie l'ho raccontata io alla visita protologica. La brava anestesista, fatta la lombare, mi ha guidato mentre il corpo nella parte inferiore si addormentava e quando, dopo avermi dato due pizzicotti uno alla coscia e uno al fianco un poco più su, mi ha chiesto quanti ne abbia sentito e la risposta è stata: "Uno solo", a un suo cenno l’infermiere m’introduce nella sala operatoria, dove il chirurgo, pronto, mi saluta. Un via vai incredibile anche qui, mi alzano un telo davanti, all’altezza dell’ombelico, come sipario e non vedo più' niente, solo gente che va e che viene ai lati che portano dei strani oggetti, solo dopo avrei capito a cosa sarebbero serviti; l’anestesista dietro di me che mi misura periodicamente la pressione arteriosa. Sento parlare sommesso, battere di ferri, penso su delle bacinelle, il tempo passa, non saprei dire quanto, ma ad un certo punto mi viene un prurito al naso, prima leggero e cerco di vincerlo, poi può' forte al punto che non ce la faccio più', giro gli occhi e non vedo nessuno, provo a muovere le mani e sono legate, nessuno, sento solo un silenzio totale... Mi sembrava di essere abbandonato allora grido:< C'è nessuno qui'?>... Come per incanto oltre il siparietto di tela davanti a me e si affacciano dieci teste, tutte con la mascherina sul viso: < Ho un prurito al naso>, si mettono a ridere e una di loro o forse era l’anestesista dietro di me, con una garza mi strofina il naso: GRAZIE! È' stato il mio pensiero e con un sorriso ho gustato le sue mani calde, era l'anestesista, poi mi scioglie le braccia e così mi potevo grattare io, cosa che solo se fatta da soli riesce bene. Sembra strano come una cosa tanto banale in condizioni particolare diventa importante. E’ finita, il chirurgo si toglie la mascherina, mi si affianca e con una mano, [calda] sulla spalla mi dice:< E' andato tutto bene, abbiamo fatto un bel lavoretto>. Noto, nel trambusto, che portano via degli attrezzi che avevo visto prima e che sono serviti per poggiare le gambe alte e divaricate come per una partoriente, in quella posizione mi hanno operato. E ora capisco anche il freddo metallico sul sedere quando mi hanno steso sul letto operatorio, era la cerniera per poterlo staccare. Una volta portato nella mia camera, nel mio letto, io esistevo solo perché' ragionavo, vedevo, sentivo e parlavo, oltre che muovere le braccia, altro non riuscivo a fare, una strana sensazione, un mondo da scoprire, una mano calda sul mio viso mi fa una carezza: mia moglie. Giorgio La mente Fili invisibili, scatti di braccia, gamba veloce, stanze, porte che si chiudono rapide, né odori né sapori, solo scatti! Burattino che cosa vedi cosa senti, non si posa il tuo sguardo non si ferma non contempla, fugge via per un altro scatto, un altro movimento, un altro gesto veloce, il respiro non si sente, veloce lo scatto, la mano scorre via, non si posa, non accarezza non scalda, burattino che il filo tira qua e là, esci, ma i fili ti seguono ti tirano, ti portano, la tua anima geme, ma il filo tira, porta da un'altra parte, il nodo stringe, la gola raschia, ma il filo tira ancora, un'altra stanza, un altro gesto, la mano veloce che non posa, la sedia fugge, nell’angolo del tuo cuore fermo. Ginevra FLUSSI DI COSCIENZA: DIBATTITO INTERIORE ESERCIZIO: SCEGLIERE UN EROE CHE CI DIA DEI CONSIGLI SU UN PROBLEMA DA RISOLVERE RAGAZZA – ...chissà se Lei si sentiva così quando doveva uscire... capirai...le è bastata una sola uscita! CENERENTOLA - Beh! Cos’è quell’elastico nei capelli...? RAGAZZA – Trovo che sia educato far vedere il viso e poi è igienico avere i capelli raccolti... CENERENTOLA – E’ forse educato o igienico che nessuno ti caghi?? RAGAZZA – No... ma... CENERENTOLA - Guardati le scarpe... ti sembrano adatte ad una serata elegante... un ballo...? RAGAZZA – C’è la neve fuori... quando ho freddo comincio a balbettare... erano in svendita... 29 e 90... CENERENTOLA – E allora?... finchè guardano, non ascoltano cara... chi se ne frega di quello che dirai... Tu credi proprio che qualcuno raccoglierà uno scarpone puzzolente col pelo se farai tardi... RAGAZZA – e la bacchetta magica dove la trovo?... e una gran botta di culo? CENERENTOLA – Guarda che ho fatto anni di gavetta io, sai?...ma le magie che fanno un popo’ di zucca, un vestito scollato e un tacco 12.... Carla Università Popolare Camponogara Anno Accademico 2012/2013 “ Scrittura emotiva” 19 Gennaio 2013 nona lezione Quella di oggi è stata certamente una lezione intensa, dopo un po’ di ritardo, colpa di qualcuno che se l’è presa comoda, Sabrina, la prima ad arrivare, appena ha potuto, incomincia con una lezione che risulterà molto interessante. Si parte con il lavoro fatto a casa e, bisogna dirlo, questa volta mirando bene ho fatto un bel centro e il mio prodotto è stato accolto con favore, e con simpatia e approvazione è stato accolto anche il “diario di bordo” che fedelmente richiamava quello che si era fatto la settimana prima, tutti gli altri hanno fatto delle belle cose che sono state apprezzate. Sabrina ci ha introdotto in un argomento molto interessante: non si scrive solo quello che ci ricordiamo, ma anche quello che abbiamo nascosto nella memoria più profonda, basta saperlo fare affiorare. Una tecnica esiste e questo sarà l’argomento di oggi. Si parla di scrittura libera, che consiste nello scrivere su una traccia definita per un certo numero di minuti, per noi oggi saranno dieci, tenendo conto queste poche regole: 1. Non si deve mai staccare la penna dal foglio, non smettere di scrivere. 2. Non si deve riflettere 3. Non si deve rileggere 4. Non si deve correggere 5. Se si rinuncia, si scrive: non so cosa scrivere. • Si deve condividere quello che si è scritto • Sono banditi i commenti. Le tracce da seguire si possono scegliere tra queste: 1) Dietro la porta 2) Arrivati al mare 3) Seguendo la strada Si parte ed è stato bellissimo, la fantasia è veramente una miniera inesauribile e, per ognuno di noi singolarmente inestimabile; ne è scaturito un bell’impegno con degli ottimi risultati. Da rifare per casa assieme al “Cambiamento di carattere causato dall’incontro di una persona” dopo aver letto il settima capitolo del libro “Mani calde”. Scrivere in 10 minuti… Sono la terra, arriva la primavera germoglio e dò i fiori i frutti, tu cogli i miei fiori e i miei frutti, lì dò non ti chiedo perchè non prenderli con voracità, ti sazio stai bene e godi di tutto, ma cogli anche il mio inverno. Quando ho freddo e voglio stare chiusa dentro alla mia coperta non c’è la luce qua sotto, ma l’attesa del tempo che passa e il tempo sembra fermo, non si sente quello che succede là fuori tu stai aspettando e io mi sento strappata dal sonno che è il mio tempo d’inverno ti imploro non strapparmi mettiti lì aspetta con lo sguardo del non tempo, ma tu hai fiducia sai che il mio fiore germoglierà arriverà anche il frutto che ti nutrirà ti sazierà ti farà proseguire nella strada ritroverai la pace e la serenità, ma sappi aspettare con fiducia io arriverò non strapparmi non violarmi, io sono la terra e ti darò sempre i miei fritti fino a quando scoprirai che anche tu sei terra, sei acqua, sei aria, sei vento, sei caldo sei la vita la vita di tutti noi che siamo qui per entrare dentro. Aspetta e arriverà tutto, aspetta e tutto ti sarà dato, l’amore è il solo dono che abbiamo e aspettiamo che tutto arrivi. Ginevra Quando le parole faticano ad uscire mi ha insegnato la maestra a prendere un foglio, bianco immacolato appoggia la tua penna e non staccarla mai qualcosa verrà fuori sì perchè dentro ce n’è abbastanza di parole e di persone da riempire un libro intero così se non sai che scrivere che il cervello si è bloccato è come mettere un po’ d’olio e agitare pian pianino il meccanismo arrugginito forse un po’ si smuoverà e Dio sa cosa ne uscirà...la maestra preoccupata avrà i pensieri che pensieri, pensieri da maestra da una che deve indicare agli altri una via ma che invece sembra aver perso la sua occhi tristi e sorriso forzato come un regalo che costa fatica, ma anche se costa lei te lo dona come il suo tempo per leggere le tue cose, pensieri fermati in fogli informi e che furono bianchi ma che adesso non lo sono più grazie a te maestra triste sappi che apprezzo la fatica e che non è stato vano venire a dire a questi quattro gatti che i loro scritti sono preziosi a volte si perdonano le piccole bugie, per dare coraggio e tirare fuori il buono che c’è sotto, quello più dentro che ognuno ce l’ha questo si sa, ma crederci è dura così io gioco con questo foglio bianco, faccio esercizio, faccio i compiti per casa che merito un bel voto alla mia tenera età STOP Carla ARRIVATI AL MARE…………. Arrivati al mare finalmente ! Siamo sbarcati dall’aereo circa un’ora fa e, come al solito siamo andati di corsa, si fa per dire, a noleggiare la nostra solita moto, una enduro e siamo arrivati in venti minuti nelle nostra spiaggia preferita “ Kira Panagia”. Sono ormai più di vent’anni che, a giugno, torniamo in Grecia ed in particolare qui a Karpathos, ma ogni volta ci prende la solita magia del mare di cristallo, dei cinque ombrelloni,quasi sempre liberi, dei profumi della natura qui particolarmente generosa che, attraverso le pinete e la macchia mediterranea, ci fa intravedere il mare blu, azzurro, verde chiaro in tutte le sue sfumature. Si crea allora una visione ed uno stato d’animo che ci riporta alle cose semplici, istintive e ad un senso di libertà che raramente proviamo in altre situazioni. Mio marito ed io in sella a questa moto vecchiotta e non certo comoda, torniamo ad avere trent’anni e ci pervade una strana felicità : il vento fresco, i paesaggi formati da piccole case bianchissime, la simpatia delle persone che incontriamo…. questo per noi è il vero relax. Quante volte anche se in luoghi esotici e più rinomati abbiamo rimpianto la “nostra” isola e il “nostro” mare. Anna Grazia Um…...manca mezz’ora alla chiusura della giornata... non è molto in fondo. Potrei mettermi d’impegno per una mezzoretta e poi fare due passi, così per rilassarmi prima di andare a casa. E stasera cosa mangio? Potrei passare al supermercato e prendere qualcosa di leggero, fresco. E se poi sentissi freddo? Allora un minestrone dai: è leggero , mi rilassa, che schifo il minestrone ma la pancia dove la metti??? ti sei guardato allo specchio?? non solo la pancia ti deve preoccupare... ti sei guardato il mento...va bè poi ci penso…adesso lavoro, da bravo, con serietà, ho già tutto quello che mi serve.. Mangiati una mela che è meglio tanto verso le 22 ti fai un toast con una birretta.. Vai vai a casa...che è meglio. Stefano Università Popolare Camponogara Anno Accademico 2012/2013 “ Scrittura emotiva” 26 Gennaio 2013 decima In giro per il Veneto, piove, nevica, fa freddo! Qui da noi, ai confini fra le province di Padova e Venezia, a Vigonovo, malgrado ci sia il sole, fa freddo. L’inverno mette in mostra la sua nudità: tutti gli alberi sono spogli, i loro rami sono esposti alle intemperie rigide della stagione, solo i campi di frumento con il loro magnifico verde tenue, dolce, da fare tenerezza, ci permettono di sperare nella futura primavera. Con un po’ di ritardo s’incomincia, l’insegnante, dopo aver messo in mostra i suoi Jeans, elasticizzati che davano tono alla sua bella figura accentuata dai tacchi altissimi, esordisce con una raccomandazione, una nota negativa, raccomanda la puntualità, ultimamente c’è stato un po di rilassatezza in merito, peccato perché si perde tempo. Peccato perché a rimetterci, è lo scambio di opinioni che è sempre interessante. Tutti o quasi abbiamo fatto i compiti per casa, e centrato l’argomento, sia pure con un fuori programma divertentissimo che ha cacciato i dubbi di un’eventuale gravidanza; anche per motivi anagrafici! Sabrina alla lavagna per dettarci le regole per gestire i “flussi d’incoscienza”, quello stato di “attesa” che capita al risveglio dall’anestesia, dal coma, dal dormiveglia, come pure dai momenti di “automatismo” frequenti nelle azioni abitudinarie. Davide, il personaggio del libro “Mani pulite” ne è un esempio. Il compito per casa è: descrivere un momento simile, vissuto, o inventarlo, con due temi: • descrivere l’ambiente, i rumori , i personaggi, le impressioni, • mi faccio dei buoni propositi, risolvo questioni in sospeso. Al buio Apro gli occhi e mi accorgo di essere completamente al buio… non capisco dove sono, mi alzo ed allungo le braccia. Mi muovo attorno con circospezione, ho la sensazione di non avere oggetti o pareti vicini a me, niente sostegni ne guide. Provo a toccare il mio corpo ma sento solo energia densa ed omogenea. Il mio tatto è isolato. Cerco luce ma non riesco a capire se i miei occhi sono aperti o chiusi, sono avvolta da un nero statico. Provo a fare rumore ma non produco nessun suono. Mi fermo. Penso. Anche se la prova diventa pressoché superflua, provo a leccarmi e ad annusarmi… non sento nulla, il vuoto si conferma assoluto. Cerco di concentrarmi. Stranamente non ho paura e sento di non dover cercare più nulla. Mi fido di me e di tutto ciò che riesco a raggiungere con il mio pensiero. Mi sento forte, compenetro il vuoto e vinco lo spazio. E capisco. Io sono. Elena Buio Ho la testa ovattata, il cuore mi scoppia nel petto e un nodo mi stringe la gola, dove sono, che cosa mi è capitato, perché mi sento così, ho paura le viscere mi dicono che sono viva, che posto buio? Non riconosco niente, chi sono queste persone, non capisco la loro lingua, non distinguo le loro sembianze, parlano in modo strano è tutto così freddo e buio voglio andarmene da qui, non sono io, non si muove niente, non riesco a parlare né a camminare, mi sento stretta in una morsa di impotenza, poi qualcosa urta il mio piede e vedo che è una bicicletta, con una velocità supersonica comincio a pedalare sempre più forte, poi i colori cambiano il buio si dirada, colori azzurro- verdi, comincio a riconoscere le sembianze del mio viso, capisco di essermi persa nella terra di nessuno e sto lentamente ritornando, quando sento suonare la sveglia, è mattina. Ginevra Università Popolare Camponogara Anno Accademico 2012/2013 “ Scrittura emotiva” 2 febbraio 2013 undicesima Giornata nera, vento e pioggia, tipicamente del peggior inverno, d’altra parte siamo nella giornata della “candelora”, vale dire a cavallo all’inverno quando, anche se le giornate si sono allungate, il freddo gelido dell’Artico soffia sull’Europa. Co n un giro sui lavori svolti a casa, si incomincia la lezione con una buona dose di allegria, qualcuno, “non importa chi”, per adottare l’Autrice che ci accompagnerà oggi, Nathalie Sarraute, nel nostro percorso nel tentativo di imparare a scrivere in maniera decente, si è divertito a mettere per iscritto quello che non aveva mai avuto il coraggio di fare prima, tanto ero in coma, brava “la sensitiva”. Accompagnati dalle rivelazioni di esperienze “dell’infermiera”, abbiamo chiuso questa parte divertente della mattinata. L’argomento di oggi è tosto e ci immette in un mondo particolare tanto più se pensiamo che sia stata intrapresa, questa strada, settanta anni fa. Sì! Sabrina ci introduce in un argomento he ci cambierà la vita, nel senso di sensibilità alle parole, mi sovviene che il Poeta Elio Pecora in una sua lezione ad Assisi, disse: «Nello scrivere, bisogna cercare la parola “insostituibile”», La scrittrice in oggetto, nella sua lunga carriera, più di settant’anni di attività, tratta le parole come fossero personaggi di cui sembra non averne bisogno, sono le situazioni che contano, le parole appunto; questo metodo Lei per prima lo chiamò con un nome, prendendolo con molta intuizione dalla biologia con una lucida lungimiranza che non ha ancora trovato contradizioni. Si stiamo parlando di Nathalie Sarraute e dei suoi Tropismi. Lezione inquietante, e nella discussione sono emersi molti argomenti interessanti che riguardano i rapporti umani e l’ipocrisia nella quale molte volte, anche senza accorgersene, siamo l’ordito o la trama, come dire: ne siamo vittime, oppure procuratori. I compiti per casa: • Antonio incontra casualmente in treno Fernanda che era stata la sua amente. Costretti a stare nello stesso scompartimento, si guardano e non sanno cosa dire. • Luisa sente che suo marito non l’ama più, ma non riesce a capire perché, tuttavia Silvano si comporta come il più placido dei mariti, vede il turbamento di Luisa, ma non sa come prenderla. • Chiuso in un posto che non conosco al buio totale, cerco una via d’uscita. Percorso La lettera può essere: di rottura, la resa dei conti, seduttiva, emotiva, ruoli diversi, punti di vista. Flussi di coscienza possono essere: dibattito interiore, o, monologo interiore. Flussi di incoscienza o onirici. Tropismi: stati d’animo che possono essere di rigetto o di attrazione. Termine preso in prestito dalla biologia Ci siamo occupati anche di Gag ed equivoci! Equivoco Siamo qui tutti fuori che aspettiamo di entrare, sta per iniziare il secondo quadrimestre, un gran vociare, l’eccitazione per il nuovo corso come sarà l’insegnante di chimica, gli esami fatti i ritardi le paure, il rumore è alto. Si apre l’aula, entriamo, cerco un posto non troppo in alto, altrimenti non vedo la lavagna. Mi siedo, dopo 5 minuti entra, lo guardo, non ci posso credere, cosa ci fa lui qua, poi penso, ma oggi è l’ultimo giorno di carnevale. Come se niente fosse, va alla lavagna “ Buon giorno Signori, oggi vi parlerò delle ammine aromatiche…”. “ Che cosa !!! Dell’amore romantico, proprio lui che è un tombeur de femme, il mitico”. Prende il gesso e comincia a disegnare un esagono con alcune lettere attaccate con una piccola linea e continua. “ Signori questo è un anello benzenico con un ossidrile”. “Va bene quando uno è imbenzinato, mi dico è questo che succede!”. Giro la testa verso la mia compagna di corso, sembra che lei non si sia accorta di niente, forse non l’ha riconosciuto. Lui continua imperterrito sulla formazione degli anelli benzenici, le riduzioni, i legami. “ Ha si i legami , quelli tra due persone che si incontrano e poi si innamorano”. Ma dico io possibile che non dica, guardate che sto scherzando, niente va avanti, non riesco a scrivere niente, tanto prima o poi ci dirà che è tutto uno scherzo. Bussano, entra il bidello, dice “ Buongiorno professore Caporale, le ricordo che alle 10,30 c’è una riunione del Consiglio docenti”. Sgrano gli occhi.. non è il mio attore preferito, ma solo uno che gli assomiglia molto, e adesso che non ho scritto niente della lezione, dovrò farmi prestare gli appunti da un collega di corso. Ginevra DIARIO DI BORDO DELLA CONCORRENZA…di Carla! E’ un sabato piovoso. Arriviamo in anticipo quasi tutti perchè siamo stati richiamati alla puntualità e perchè, una volta innescato il meccanismo, il tempo sembra non bastare mai a dire, a leggere, a commentare e si sente nell’aria una bella confidenza che sta crescendo. Marilena arriva in ritardo, sfoggia una mise orientaleggiante, un sorriso aperto stampato sul suo viso...e non ultimo in fatto di importanza, un piatto di dolcetti da brava salottiera. Anna Grazia è molto in ritardo e teme di interrompere la lezione, ma viene accolta ben volentieri perchè matematicamente parlando, adesso siamo in media più belli tutti. Elena appare un po’ sottotono, mentre Ginevra ha praticamente il fumo che esce dalle orecchie da quando il vulcano si è risvegliato. Anche Sabrina, la maestra, è più sorridente delle volte scorse. Non può mancare la lettura del “Diario di bordo” che Giorgio compila con dovizia di particolari e di sensazioni colte dalle persone o dagli argomenti. Quando legge il suo diario, Giorgio lo fa con impazienza, con soddisfazione: come chi è abituato a svolgere con dedizione i suoi compiti, senza lamentarsi e cercando di non deludere le aspettative di chi lo ascolta. Non si può guardare quella faccetta triste quando la maestra gli boccia il compito. E’ avvilito Giorgio in quei momenti: proprio non gli sta in tasca di non avere fatto bene! Ma come chi è abituato a non arrendersi, stai pur sicuro che la prossima volta non mancherà il bersaglio e allora sì, tu puoi gustare quel sorriso appagato e due occhi ancora bambini, curiosi e innocenti nonostante qualche problema di salute. Stefano è un po’ Pierino, adocchia tutto ciò che è commestibile sul tavolo, succhia, sgranocchia. Gode di un piacere tutto suo che gli fuoriesce dallo sguardo. Osserva, sceglie, si alza...e va a recuperarsi quel cioccolatino dall’altra parte del tavolo e ho l’impressione che se il suo pensiero avesse il sonoro direbbe : “E’ proprio te che volevo!”. Mi sa che allontana da sè il vassoio solo per il piacere di ri-osservare, riscegliere e ri-pensare: “E’ proprio te che voglio!”. Una luce voluttuosa si accende nei suoi occhi, per spegnersi lentamente quando li chiude nel momento il cui è il gusto ad essere soddisfatto. Un’associazione di idee mi sorge automatica: “Se guardi una donna come guardi quel dolce, ti dirà –mangiami!-“ e lui con il candore indescrivibile che hanno i bambini beccati con le dita nella marmellata: “Proprio così, uguale...!” L’argomento di oggi si inserisce tra i Flussi dell’incoscienza:i tropismi, stati dell’anima ai margini del pensiero, oltre le parole, sfuggenti e labili come un filo che ci lega in relazioni difficili, circostanze ambigue e tormentate. Un malessere che ci attraversa e ci disturba in maniera imbarazzante e sottile. I commenti si moltiplicano e l’analisi di queste emozioni si approfondisce, ognuno ha una bella risma di esempi da fare! Non sapevamo cosa fossero i tropismi. Anche oggi abbiamo imparato qualcosa. Anche oggi non abbiamo vissuto invano. P.S. Caro Giorgio, non volevo rubarti il lavoro, ma solo dedicarti qualche riga come fai tu con noi di solito. ANTONIO INCONTRA MATILDE IN TRENO…………… Stazione Centrale di Milano. Sta partendo il treno per Venezia , all’ultimo istante appena in tempo, un uomo che trascina un grosso trolley sale in fretta attraverso l’ultimo sportello aperto e, ansimante, cerca un posto a sedere nel vagone affolla-tissimo. Ha ormai perso le speranze quando finalmente intravede l’unico posto libero della carrozza. Parcheggia il valigione nel corridoio e si siede tirando un sospiro di sollievo. E’ incuriosito da un altro trolley che alle maniglie porta ancora gli adesivi dell’aeroporto di provenienza : quello di Dakar. Anche lui proviene dall’Africa ma non dal Senegal bensì da Nairobi dove ha rappresentato la FAO per due anni; finalmente, finito il suo mandato sta tornando a casa. Rimane un attimo con gli occhi chiusi poi improvvisamente li apre e, davanti a sé, vede un viso conosciuto, un viso che lui aveva tanto amato in un passato non troppo lontano : è Matilde! Antonio non sa cosa fare, cosa dire, poi con un goffo cenno della mano richiama la sua attenzione ed esordisce con un banale “ ciao come stai? “. Matilde lo guarda stupita con i suoi occhi dolci e aggressivi e allora tutti e due vengono travolti da tanti ricordi fatti d’amore e di scontri, di ozi e di avventure quando in Africa avevano condiviso una strana vita piena di imprevisti, novità e rischi di ogni genere come ad esempio una traversata del Sahara da Abijan a Tangeri con una vecchia Jeep, da soli. Durante questo viaggio Antonio con un febbrone provocato dalla malaria , aveva dovuto cedere il volante alla sua compagna, poco esperta ma tanto coraggiosa da portarlo fino a Timbuktu in un ospedale, se così si può chiamare quel posto privo di ogni elemento che potesse somigliare ad un presidio sanitario. Antonio fortunatamente si era ripreso dopo qualche giorno così avevano potuto ripartire per la loro avventura, arrivando ad imbarcarsi sulle coste del Mediterraneo. Mentre il ferryboat si lasciava alle spalle Tangeri, ormai al sicuro, Matilde aveva cominciato a pensare quale sarebbe stata la sua vita, una volta arrivata a casa. Aveva sempre vissuto con Antonio una vita fuori da ogni schema, senza regole, senza conformismi tutte cose che aveva sempre voluto ma che ora le si presentavano davanti all’improvviso lasciandola nel panico senza fiato. Qui iniziava il percorso che avrebbe portato questa coppia e prendere strade diverse, soffocando il sentimento che così intimamente li aveva uniti ma che difronte alla banalità di una vita normale e al trantran di ogni giorno, si era dissolto in un attimo. Antonio guarda intensamente negli occhi di Matilde ……non vuole in nessun modo rovinare il ricordo magico e fragile di una passione vissuta fino in fondo. Si alza, la bacia sui capelli arruffati e, senza una parola, scende dal treno e si allontana. Anna Grazia Università Popolare Camponogara Anno Accademico 2012/2013 “ Scrittura emotiva” 9 febbraio 2013 dodicesima Una bella lezione, anche se ci ha portato fuori tema e ha acceso una discussione sulle relazioni in funzione all’educazione e alla capacità di scelte critica difronte alle problematiche della vita umana. Perché di vita umana vorrei parlare, gli animali sono un altro comparto della natura, pur rispettabile ma non in condizioni di essere coinvolto in questo tipo di discussione sulla fattibilità di un processo che porti all’indipendenza critica dell’individuo umano difronte alle relazioni interpersonali. La dott. Monica si è espressa sulle varie forme di gestione delle emozioni e con perizia le ha classificate in: emozioni = reazione ad uno stimolo che il mondo mi manda dal quale con un filtro personale e molto soggettivo, verranno classificate emozioni che variano di intensità, più o meno forti, più forti sono queste emozioni e più difficile diventa la loro gestione emozioni nel confronto delle quali scatta una difesa automatica, se sono troppo forti, e ne subentra un blocco “emotivo” incapacità di gestione. Attenzione nella gestione delle emozioni, chiediamoci con spirito critico: Che cosa chiedo agli altri? Che cosa chiedo a me stesso? Altro passaggio importante è il sapersi ascoltare. Fin qui la lezione, poi la discussione dopo alcuni scambi sull’argomento, ci siamo fatti trasportare, a mio avviso, fuori tema e siamo andati sul teologico-psicopedagogico. Ne è venuto fuori di tutto, e vorrei fare alcune precisazioni. L’essere umano non è solo animale, pur appartenendo alla specie, possiede la “razio”, la “ragione”, è responsabile di quello che fa, l’animale no! Per lui è solo istinto, è la sopravvivenza che lo fa agire, tanto da non nutrire i suoi cuccioli più deboli in caso di carestia. All’uomo “razionale”, spetta il compito di educare, non addomesticare e il cucciolo d’uomo deve conquistare, coltivare, la capacità critica che lo metta in condizione di agire con razionalità. E’ una grossa responsabilità, già Platone con la proiezione nella caverna ci insegna che da soli non possiamo fare molto, ma con l’esperienza s’imparano tante cose e con la comunicazione si trasmettono i valori e i disvalori. In questi sensi esprimevo il mio pensiero che è il mio principio di vita, lo scopo di un essere umano è educare che vuol dire fare maturare lo spirito critico e lasciare agire in libertà. Non voglio toccare l’argomento di fede o credenze, ma per favore siamo coerenti, non sostituiamo dei, con dei, la tendenza è di non accettare le religiosità, nelle varie forme e mettiamo dei “Guru” al loro posto. La responsabilità dell’essere umano non permette di scorciatoie, ognuno si assume le sue responsabilità e non scarichiamo sugli altri innalzando altri del solo perché fa comodo a noi. Questo si chiama sincretismo e dà ragione a Platone. Scusate se è poco. DIARIO DI BORDO di Carla! Sabrina ci aveva preannunciato l’ incontro di oggi: il corso sarà tenuto dall’insegnante di “Gestione delle emozioni”. Questo ci aiuterà a comprendere un po’ meglio l’intricato labirinto delle emozioni, l’importanza che rivestono non solo nel nostro intimo, ma come e con che potenza influenzino i nostri atteggiamenti e comportamenti. Per noi che amiamo scrivere di questo argomento sarà un’occasione per arricchire le nostre coscienze e conoscenze. Ci si presenta una giovane donna, molto piacevole nell’aspetto e nei modi, che ci introduce alcuni concetti esposti in maniera chiara e didatticamente molto efficace sulla definizione di emozioni, su alcune caratteristiche e su qualcuno dei modi possibili per gestirle, sull’importanza di saper verbalizzare quello che proviamo e mettere in atto dei comportamenti utili. Fa discutere il termine “rielaborazione” delle emozioni, ma c’è il modo di chiarire il significato dei termini e la loro accezione che come sperimentiamo continuamente, sono filtrati dalle nostre esperienze personali, dalle emozioni che abbiamo provato in passato e che riemergono di tanto in tanto anche se non si vorrebbe. E’ importante riuscire a dare un nome a queste emozioni perchè quando si agitano dentro di noi, si agita la nostra mente e il nostro corpo ci manda dei segnali che parlano chiaro della disarmonia che c’è in noi. Verbalizzare e scrivere può essere una tecnica utile in questi casi, soprattutto per darci il tempo necessario a rielaborare, per rileggere ciò che si è scritto, per riuscire a riconoscere quello che proviamo e a dargli un nome. Tutto ciò che ci aiuta in questo infinito mondo è per noi elemento prezioso di arricchimento e ci aiuta a stare bene. Grazie Maestra Monica