Gianni Volpe
Restauri ed interventi del primo Novecento
Premessa
Il complesso rinascimentale comprendente il
palazzo San Michele e l’omonima chiesa fu realizzato tra la seconda metà del ‘400 e la seconda metà del secolo successivo sull’area a cavallo
dell’Arco di Augusto; il palazzo, all’interno della cinta muraria, affiancava l’arco poggiandosi
sul circuito murario romano, mentre la chiesa,
all’esterno, andava ad occupare il posto del primo torrione sud dell’antico recinto romano.
Dopo diverse vicende storiche ed interventi vari
di rimaneggiamento ed abbellimento dei due
edifici, durati fino alla seconda metà dell’Ottocento, il palazzo, a metà degli anni Venti del
secolo scorso, fu oggetto, da parte dell’architetto romano Alberto Calza-Bini (si veda la scheda
Alberto Calza-Bini 1881-1957 di Gianni Volpe),
di un complesso “restauro” e di un’incisiva ridefinizione strutturale e decorativa, con aggiunte e
trasformazioni, del piano superiore soprattutto,
per essere adattato a sede, prima della Congregazione di Carità, poi degli Istituti Riuniti di
Assistenza e Beneficenza (I.R.A.B.) e dell’Ente
Comunale di Assistenza (E.C.A.).
Anche l’attigua chiesa di San Michele subì pochi
anni dopo un intervento notevole, determinato
soprattutto dallo spostamento e abbassamento della facciata che occludeva uno dei fornici
dell’arco romano.
Ma andiamo per ordine e vediamo come furono realizzati gli interventi (a partire da quello
sull’edificio principale, l’antica sede della Schola
di S.Michele), i quali ebbero ripercussioni anche
su certe parti estranee al palazzo, come per esempio le mura e il torrione romano a nord dell’arco, a quell’epoca di proprietà del commendatore
Leonardo Severi.
A fronte
La facciata di San Michele
nell’incisione del Catenacci
(da Marcolini, 1883)
Catasto urbano formato
nell’Anno 1809, particolare.
Con un cerchio è indicata
l’area urbana tra Porta
Maggiore e l’Arco d’Augusto interessata dai lavori
degli anni Trenta
(Archivio di Stato di Fano)
77
IL COMPLESSO MONUMENTALE DI SAN MICHELE A FANO
Il restauro di Palazzo San Michele
Abbiamo citato volutamente il commendatore e
grande ufficiale fanese Leonardo Severi (18821958), poiché egli era al tempo proprietario
dell’edificio che fronteggia la loggia del San Michele, il cosiddetto Palazzo Del Cassero, oggi
Colavolpe-Severi, (si veda la scheda Palazzo Del
Cassero, oggi Palazzo Colavolpe-Severi di Franco
Battistelli e Gianni Volpe). Come scrive il Selvelli nel fascicolo dedicato a Fano nella collana “Le
cento città d’Italia illustrate”1, quest’edificio fu
restaurato “a fondo” nel 1920, con la congiunta progettazione e direzione-lavori di Vittorio
Menegoni e Alberto Calza-Bini, quindi prima
dell’intervento al San Michele, che, come scrive
sempre il Selvelli, tra il 1924 e il 1925, era in corso di ristrutturazione. Leonardo Severi potrebbe
quindi essere stato lui stesso a suggerire il nome
dell’architetto romano al quale affidare l’incarico
professionale per la ristrutturazione dell’isolato
del San Michele.
I motivi andrebbero ricercati nel ruolo svolto dal
Severi agli inizi degli anni Venti presso il Ministero della Pubblica Istruzione, dove era stato capo
di gabinetto già al tempo di Benedetto Croce
(ministro dal 1920 al 1921). Nel 1923, era poi
divenuto direttore generale e stretto collaboratore di Giovanni Gentile, subentrato alla guida
dello stesso ministero nel 1922. Una foto del
1923, conservata presso l’“Archivio della Fondazione Giovanni Gentile per gli studi filosofici”
che ritrae il Severi accanto alla scrivania del ministro, è emblematica dello stretto rapporto tra i
due e del ruolo di primo piano svolto all’interno
dell’apparato statale.2
Ma veniamo ai documenti relativi al progetto.
Risalgono agli anni 1920-26 alcuni incartamenti
conservati presso la Soprintendenza per i Beni
Architettonici e per il Paesaggio delle Marche di
Ancona, relativi alle pratiche per il restauro del
monumento3 e molto significativi per comprendere la storia dell’intervento.
Il primo documento, datato 5 maggio 1920,
contiene gli esiti di un primo sopralluogo del
78
soprintendente marchigiano all’intero complesso monumentale, scuola e chiesa; segue dunque
la richiesta di un progetto di restauro rivolto al
professor Vittorio Menegoni, Regio Ispettore
Onorario di Fano4.
Cesare Selvelli, sempre attento ai problemi cittadini, così scriveva nel suo “foglietto” (come era
detto il giornalino Passeggiate Popolari Fanesi)
della Pasqua 1922: “[...] Recentemente si è sentito dire dell’idea di un restauro ai due bei loggiati
sovrapposti della Schola di S. Michele, i quali si
addossano alla parte posteriore dell’Arco anche
più di quel che fa la chiesa nella parte anteriore.
Il restauro comprenderebbe pure tutto il fabbricato della Schola e sarebbe legato alle necessità di
un nobile adattamento, cioè per ridurlo a sede
della Congregazione di Carità che ne è proprietaria, la quale, per riavere aria e luce, penserebbe
ancora di riabbassare la chiesa demolendo tutta
la parte di cui fu sopraelevata verso al fine del
XVI sec. E c’è anche di più. L’abbassamento
sarebbe legato ad un provvedimento delicato e
tecnicamente brillante, quale il trasporto indietro della deliziosa facciata, riscoprendo così tutta
quella parte dell’Arco che la chiesa ora ci nasconde. Non c’è che da esprimere il più fervido degli
auguri alla nobilissima intenzione”5.
Il 1 dicembre 1922 arrivava quindi in Soprintendenza un computo metrico, con indicazioni
dei lavori da eseguire e relativi prezzi, redatto a
Roma da Alberto Calza (come allora si firmava),
mentre il 18 gennaio 1923 il commissario prefettizio di Fano trasmetteva al soprintendente di
Ancona una relazione dell’architetto Calza, corredata di computo metrico ed elenco dei prezzi
unitari per i lavori di “consolidamento e restauro
dell’antica Schola di S. Michele, che lasciata nelle condizioni attuali - si legge - sarebbe esposta a
prossima totale rovina”6.
Seguì una corrispondenza tra la Soprintendenza
di Ancona e gli uffici del Genio Civile di Pesaro
per le consuete approvazioni di legge.
In data 27 febbraio 1923 la Soprintendenza di
Ancona comunicava quindi un parere favorevole,
LA VITA IN CONVENTO
Palazzo Del Cassero (oggi Palazzo Colavolpe-Severi)
Si trova tra Via Arco di Augusto e Via Guido
Del Cassero, proprio di fronte al loggiato del
palazzo San Michele Con la sua alta e severa
mole l’edificio caratterizza e completa il fianco settentrionale della monumentale porta
romana, di cui incorpora peraltro uno dei
due torrioni che affiancavano, con funzione di cassero, l’arco stesso. Sulla stessa area,
durante i secoli del medioevo, aveva posto
la propria dimora, derivandone il cognome,
la famiglia Del Cassero (già della Berarda)
fino a quando la costruzione era entrata a far
parte delle proprietà della Congregazione (o
Schola) di San Michele, che provvide a metà
Cinquecento a farla ricostruire così come appare oggi. Nei documenti del XVI secolo viene citata come
domus magna o casa granda e per alcuni anni fu anche ceduta in affitto al Seminario, senza cancellarne
il segno di proprietà, consistente nel caratteristico stemma avente ad emblema la bilancia della giustizia,
scolpito al centro della piattabanda dei portaletti in pietra che dall’atrio danno accesso alle varie stanze
del piano terra e, salite le scale, del piano nobile; stemma analogo a quello posto sulle piattabande dei
portaletti dell’antistante edificio di San Michele.
Acquistato dalla famiglia Severi, il palazzo ha subito nel corso della prima metà del Novecento un
generale restauro, che, nonostante il rinnovo di molti elementi decorativi e l’eliminazione di superfetazioni, non ne ha modificato la tipica struttura cinquecentesca. Questo lo sviluppo degli interventi tutti
eseguiti secondo il progetto e le direttive, prima di Vittorio Menegoni, professore e architetto, nonchè
Regio ispettore monumenti e scavi di Fano, poi dell’architetto Alberto Calza-Bini di Roma.
Risale al 1919-20 già una prima corrispondenza tra il professionista fanese e la Soprintendenza ai
monumenti delle Marche per sistemare l’edifico, il torrione annesso, gli spazi esterni di pertinenza,
ma anche per la richiesta di contributi al restauro. Risale al 1922 invece l’inserimento nella progettazione dell’architetto Alberto Calza-Bini. I lavori proseguirono anche negli anni successivi (1924-25),
sia all’interno dell’edificio che nel torrione, tutti lavori progettati e diretti personalmente dal’architetto
romano.
Un altro capitolo di lavori venne eseguito tra il 1931 e il 1940, dopo il terremoto che investì la città
nel 1930, e riguardò l’apertura di nuove finestre su Via Guido Del Cassero e ancora la sistemazione del
torrione e dell’area attigua. Altri lavori vennero eseguiti nel dopoguerra e riguardarono il fabbricato di
fianco al torrione romano e l’apertura di nuove finestre su Via Del Cassero.
Va infine ricordato che il progetto di sistemazione del palazzo avvenuto negli anni Venti fu sottoposto
anche al vaglio dell’illustre architetto Gustavo Giovannoni1, del Consiglio Superiore Antichità e Belle
Arti, in merito soprattutto a certe soluzioni architettoniche riguardanti le copertura del palazzo e del
vicino torrione.
(FB e GV)
Dietro l’Arco d’Augusto,
sulla sinistra, il monumentale Palazzo Del Cassero,
prima dei lavori di restauro
degli anni Venti
(Biblioteca Federiciana
di Fano)
1. L’architetto romano Gustavo Giovannoni (1873-1947), personaggio di spicco della cultura architettonica del tempo, fondatore nel
1921 con Marcello Piacentini della rivista “Architettura e Arti Decorative”, non fu estraneo alle nostre zone. Diresse agli inizi degli
anni Venti i primi interventi di restauro della rocca di Gradara, dal 1920 divenuta proprietà dell’ingegnere Umberto Zanvettori. Se ne
dissociò quando il proprietario realizzò arbitrarie ricostruzioni.
79
IL COMPLESSO MONUMENTALE DI SAN MICHELE A FANO
proponendo al Ministero dell’Istruzione di concorrere alla spesa con la somma di lire 60.000;
quasi contemporaneamente però manifestava la
propria contrarietà ad adibire i locali della “exSchola di S. Michele” a dormitori (vedi lettera
del 10 aprile successivo)7.
Alla fine del 1923, per l’esattezza il 23 dicembre, l’ispettore onorario di Fano, professor Vittorio Menegoni, sulla base di quanto riferitogli
dall’Ufficio tecnico della Congregazione di Carità, segnalava l’urgenza di provvedere ai lavori,
dato che “il solaio e il tetto hanno l’armato in
gran parte fradicio; il muro anteriore sopra il
portico seguita a presentare lesioni gravi, ed accentua nella parte di mezzo il movimento d’incurvatura esterna per la diminuita azione dei
tiranti, anch’essi guasti e deteriorati. Il periodo
invernale, che s’inizia, potrebbe completare il
danno causato dagli anni; per cui ritengo necessario renderne edotta la S.V. affinché venga
sollecitamente provveduto ai lavori di restauro e
consolidamento”8.
Il 1° febbraio 1924 il Ministero comunicava alla
Soprintendenza di Ancona il decreto per lo stanziamento del sussidio finanziario richiesto (lire
60.000); pagamento che veniva subordinato agli
stati d’avanzamento dei lavori9.
La stampa cittadina subito comunicava la notizia
dell’avvenuto finanziamento: “Uno degli edifici
più armoniosamente eleganti di Fano è certo
l’antica scuola di S. Michele (Brefotrofio) ove
un tempo stavano i cronici. Apprendiamo che la
Congregazione di Carità ha ottenuto un sussidio
di L. 60.000 per i restauri dell’artistica facciata
che saranno eseguiti su disegno del Comm. Calza Bini e di ciò ci compiacciamo vivamente”.10
Lo stesso giornale sollecitava anche i lavori all’attiguo Arco d’Augusto: “L’Arco di Augusto, dopo
le recenti e copiose piogge, ha sofferto non poco
particolarmente nel muro di protezione che
guarda il Corso. Non essendo sistemato ancora
il sommo della costruzione storica e mancando
anche una grondaia che raccolga le acque, queste
fanno opera rovinosa di infiltrazione, intaccano
80
la consistenza del muro e permettono il distacco
periodico di mattoni con pericolo anche dell’incolumità dei cittadini.
Così dicasi dell’artistica loggia dell’ex Brefotrofio
ridotta in condizioni tali da minacciare la caduta
del pavimento. I lavori di restauro già approvati
quando avranno inizio?”11.
Finalmente il 24 giugno dello stesso anno il presidente della Congregazione di Carità informava il soprintendente ai monumenti di Ancona
dell’avvenuto inizio dei lavori, sulla facciata del
complesso monumentale12.
Scriveva il Selvelli dalle pagine delle sue Passeggiate Popolari Fanesi del settembre 1924: “Le
loggie di S. Michele sono in corso di restauro e
di ripristino con un cospicuo contributo governativo e su progetto dell’Arch. Calza di Roma,
coadiuvato, nella direzione dei lavori, dal Prof.
Menegoni. Il lavoro riuscirà molto decoroso”.13
Il 24 febbraio del 1925 ero lo stesso Calza-Bini
ad informare il soprintendente di Ancona sullo
stato di avanzamento dei lavori. Eccone il testo:
“Da molto tempo avrei dovuto scriverLe per informarLa dello stato dei lavori del restauro di
S. Michele a Fano, e soprattutto per chiarire un
equivoco che forse può essere stato da Lei con
rincrescimento notato.
Il ripristino del loggiato esterno è ormai quasi
completo e a buon punto sono i lavori del chiostro e del fianco su via del Cassero; io tornerò a
Fano assai presto (ne manco da due mesi circa) e
di là conto riferirLe anche meglio. Nel complesso sembra che tutto proceda con ordine e secondo i disegni e le prescrizioni [...]”14.
Il 23 maggio 1927 il presidente della Congregazione inviava al soprintendente Luigi Serra la
relazione di collaudo e gli atti riguardanti il saldo
del contributo governativo15. Si chiudevano così
(per ora!) le pratiche relative al progetto di recupero, consolidamento e restauro dell’ex-Schola di
S. Michele.
Il lavoro svolto e le critiche cittadine
Nel 1925 il cantiere era nel pieno dei lavori e già
RESTAURI ED INTERVENTI DEL PRIMO NOVECENTO
cominciavano le prime critiche. Ecco cosa si leggeva su “Il Metauro” del 27 marzo di quell’anno:
“E’ quasi al termine il restauro di questo elegantissimo edificio in cui dovrà avere decorosa
sede la Congregazione di Carità. Non sappiamo
se sia stato pienamente osservato il canone artistico, che crediamo oramai prevalente in tema
di restauri, di conservare immutato quanto è
antico, sicchè il nuovo, ben distinto, serva quasi di appoggio e di sostegno alle parti originali
dell’edifizio. E’ nostra modesta impressione, che
dopo il restauro il grazioso ed aereo loggiato abbia perduto troppo quel colore e quella tonalità
suggestiva che è impressa alle cose dal tempo e
che solo questo sa dare. Ci dispiace ad esempio
che sia stato nascosto il nero mattone con il solito modernissimo intonaco; c’è qualche linea che
rompe un po’ troppo la bella semplicità dell’edificio. E’ lodevolissima la cura di salvare dalla rovina gli antichi ed artistici edifici, ma nei restauri
occorre procedere con la massima cautela per
non soffocare l’antico con le nostre, non sempre
belle, ricostruzioni moderne”.16
Nel novembre 1925 usciva poi sulle pagine delle
Passeggiate Popolari Fanesi questo pungente trafiletto del Selvelli: “Il fabbricato di S. Michele
fu oggetto di ripristino completo nell’interno
e all’esterno, che fa molto onore alla pubblica
amministrazione cittadina (Congregazione di
Carità) che l’ha pensato e condotto al termine.
All’egregio arch. Calza-Bini, che fece il ripristino, con intelletto ed amore, abbiamo già personalmente e con franchezza, espresso la intenzione (senza intenzione critica) che alcune finestre
esterne appariscono un po’ arbitrarie come imitazione, o peggio, come ripristino in un fabbricato
medioevale caratteristico e noto, tutto fanese”.17
Cesare Selvelli, che ha sempre seguito lo svolgersi delle vicende architettoniche e urbanistiche fanesi, così esprimeva, anche qualche anno dopo,
il suo pacato, ma preciso giudizio sul restauro
effettuato: “Di recente il fabbricato [Schola di
S.Michele] è tornato sede degli uffici delle Opere
Pie e subì, fuori e dentro, adattamenti e restau-
ri. Ma essi hanno introdotto qualche nota che
(in questo tipico edificio) pare eccessivamente
arbitraria in certi elementi decorativi; ed ha deformato irrazionalmente il piano superiore del
cortiletto interno, già così razionale e nobilmente semplice nella elegante sua severità”.18 La critica maggiore del Selvelli era dunque rivolta alla
soluzione adottata nel cortile, dove le colonnine
del chiostrino altro non erano che un’imitazione
moderna. Questo confermerebbe che l’architetto romano non solo ripristinò l’antico edificio,
ma intervenne in più parti con esagerata libertà
progettuale (si veda il capitolo Un excursus iconografico di Franco Battistelli e Gianni Volpe).
Una curiosità che riguarda proprio l’esito del restauro e il modo con cui venne accolto a Fano ce
la fornisce il dottor Antonio Glauco Casanova
di Fano, il quale ricorda che un giorno, a lavori
conclusi, Calza-Bini entrò nella cartoleria di suo
padre per fare un acquisto e, presentandosi come
l’architetto del restauro del San Michele, suscitò
questa spontanea reazione del cartolaio: “Lei è
dunque quello del campionario delle finestre di San
Michele”; una sarcastica definizione dell’architetto romano che molto probabilmente circolava
tra quei fanesi critici sul suo operato.
Ma ci fu ovviamente anche chi applaudì al lavoro svolto. Il conte Piercarlo Borgogelli così scriveva a proposito del restauro appena realizzato
su quello che lui definiva il “ Palazzo della Congregazione di Carità”: “E’ appoggiato nella parte
interna dell’Arco di Augusto ed appartenne alla
‘Schola’ di S.Michele Arcangelo, ovvero ‘istituto per fornire alimento e custodia alle derelitte
della città’. Risale al secolo XV ed è caratteristico
esempio di casa quattrocentesca. Fu restaurato
sapientemente nel 1925 dall’architetto Alberto
Calza-Bini [...]”19.
Lo stesso Calza-Bini pubblicava infine, nel 1930,
il lavoro svolto nel complesso di San Michele a
Fano nella prestigiosa rivista “Architettura e Arti
Decorative”, difendendo le scelte operate su un
manufatto fortemente degradato e restituito alla
città per “ospitare con grande dignità e larghez-
81
IL COMPLESSO MONUMENTALE DI SAN MICHELE A FANO
Alberto Calza-Bini (1881-1957)
Alberto Calza-Bini nasce a Roma il 7 dicembre 1881 da Edoardo Calza
e Corinna Bini. Diplomatosi nel 1900 presso l’Accademia di Belle Arti
di Roma, intraprende l’attività di pittore e acquafortista, partecipando
a diverse esposizioni italiane e straniere. Parallelamente esercita anche
la professione di insegnante di storia dell’arte e del disegno in diversi
istituti tecnini e licei (Roma, Napoli, Milano, Livorno e Aqui), studiando l’architettura e la scienza delle costruzioni. Dopo aver partecipato
alla prima guerra mondiale apre il suo studio romano. Uno studio dove
praticheranno alcuni dei maggiori architetti italiani della prima metà del
secolo. Dal 1919 vi collabora Mario De Renzi; nel 1933-34 vi lavorerà
anche Saverio Muratori.
E’ uomo del neonato regime e nel 1923 crea, insieme a Ghino Venturi
e Vincenzo Fasolo, il Sindacato nazionale fascista architetti, che dirigerà fino al 1936. Nel 1926 ottiene la
soppressione dell’Ordine unico degli ingegneri e degli architetti. Si sarebbero dovuti creare due ordini distinti, ma Calza-Bini fa sì che gli Ordini degli Architetti non nascano e che la custodia dell’albo sia affidata
al Sindacato nazionale fascista architetti. Sin dall’inizio la sua attività professionale si coniuga con quella
politica e organizzativa. Fu eletto deputato nella XXVIII, XXIX e XXX legislatura. Il R.D. del 9 ottobre
1924 gli consente di aggiungere al cognome del padre quello della madre, regolarizzando, anche per l’anagrafe, il cognome composto Calza-Bini.
Amico di Gustavo Giovannoni e Marcello Piacentini, nel 1929 è nominato, “per chiara fama”, professore
all’Accademia di Napoli e quindi professore ordinario. Con R. D. del 27 ottobre 1935, l’Istituto Superiore
di Architettura di Napoli viene trasformato in Facoltà di Architettura e primo preside sarà proprio Alberto
Calza-Bini; tra lo staff di professori c’è anche Mario De Renzi.
Calza-Bini sarà Preside dal 1930 al 1941 e dal 1950 al 1955, dopo aver trascorso un periodo di internamento nel campo allestito dagli alleati nella Certosa di Padula. Infatti, superati gli ultimi anni bui del
fascismo, delle leggi razziali e della guerra mondiale e il processo di epurazione del dopoguerra, Calza-Bini
viene reintegrato nell’insegnamento universitario, mantenendo la presidenza della Facoltà di Architettura
di Napoli fino a metà degli anni Cinquanta. Muore a Roma il 25 dicembre 1957. Ha avuto un figlio,
Giorgio (1908-1999), anch’egli architetto.
Senza nessuna pretesa di completezza, diamo qui di seguito un elenco delle numerosissime opere realizzate
nella sua lunga carriera. Nel 1907 progetta l’asilo Santo Spirito a Livorno e nel 1906-10 le decorazioni
interne della basilica di S. Camillo di Lellis in Via Piemonte a Roma. Del 1919 sono gli edifici della cooperativa Leonardo a Roma. Nel 1922-25 esegue il restauro del Palazzo Del Cassero a Fano e tra il 1922 e il
1927 sempre a Fano il restauro e il consolidamento del complesso monumentale di San Michele. Di questi
anni è pure la progettazione e la direzione artistica dei lavori di sistemazione dell’area delle mura romane
della Mandria e del bastione del Nuti e, della fine degli anni Venti, il restauro del Palazzo Malatestiano,
sempre a Fano. Nel 1924, con Mario De Renzi, progetta un gruppo di tre casette a Villa Certosa di Via
Casilina a Roma (concorso bandito dall’ICP). Tra il 1926 e il 1928, sempre con Mario De Renzi e per
conto della SEA, progetta una palazzina in via Bertoloni a Roma. Dal 1926 al 1932 dirige a Roma i lavori
per il recupero del Teatro Marcello, mentre nel 1927-28 progetta il palazzetto dell’Istituto Case Popolari a
Lungotevere Tor di Nona a Roma. Del 1927 sono invece le case INCIS di via Carducci a Bolzano, in stile
neo-barocco.
Tra il 1927 e il 1930 realizza ad Anagni il complesso del Convitto ‘Principe di Piemonte’, inglobando
quanto restava dell’antico monastero delle Clarisse e della chiesa di San Pietro in Vineis. Del 1930-35 è
82
anche il restauro e l’ampliamento dell’istituto “Duca degli Abruzzi” a Roma. Nel 1931-32, con Mario De
Renzi, ristruttura la palazzina (il Casino Nobile) di Villa Sciarra a Roma quale sede per l’Istituto Italiano di
Studi Germanici. Di questi anni è pure un primo progetto per la scuola elementare “Filippo Corridoni” di
Fano (approvato nel 1932), poi realizzata da Mario De Renzi (1933-36).
Del 1932, sempre con Mario De Renzi, è la trasformazione e sistemazione a Scuola pontificia dell’exCaserma Serristori in via Fosse di Castello, a Roma (committente i Fratelli di Nostra Signora della Misericordia).
Nel 1933 progetta la chiesa di San Francesco Saverio nel quartiere Garbatella di Roma e risana palazzo
Gravina a Napoli, sede della Facoltà di Architettura.
Tra il 1932 e il 1935, sempre in collaborazione con Mario De Renzi, realizza sul lungomare di Bari l’Albergo delle Nazioni, con annesso complesso residenziale.
Nel 1934 partecipa, sempre con De Renzi, al concorso-appalto per le Terme Luigiane di Guardia Piemontese (Cosenza). Sempre del 1934 è il complesso dell’Istituto Romano di San Michele a Tor Marancia. Nel
1940 interviene nel Palazzo della Galleria Colonna di Via del Corso-Piazza Colonna a Roma chiudendo la
loggia centrale a tre archi e sostituendola con due piani di finestre.
Calza-Bini si occupò, oltre che di edilizia popolare e di restauri, anche di urbanistica e di piani regolatori
di diverse città (Roma, Taranto, Salerno). Nel 1932 fa parte della commissione per redigere la nuova legge
urbanistica. Dal 1940 al 1942 lavora per l’Ente valorizzazione dell’isola d’Ischia alla redazione del Piano
paesistico e di zonizzazione del territorio isolano (già sottoposto a tutela col decreto di vincolo generale in
applicazione della legge n. 1497 del 29.06.1939); il piano sarà approvato nel 1943. Nel 1950-52 elabora
con la collaborazione anche di suo figlio Giorgio e di M. Piacentini, il Piano Regolatore Generale di Bari.
Qui di seguito è invece l’elenco delle cariche, onorificenze e titoli acquisiti da Calza-Bini nella sua lunga
carriera. La lista è tratta dal profilo depositato presso il Senato della Repubblica, dove stato eletto senatore
del Regno nel febbraio 1943 (poi dichiarato decaduto il 28 dicembre 1944):
Professore ordinario all’Accademia di belle arti di Roma (1924-1928); Docente di edilizia economica e
popolare presso la Scuola di Architettura di Roma; Professore ordinario di Architettura all’Accademia di
Belle Arti di Napoli (1928-1929); Professore ordinario di Composizione architettonica all’Istituto superiore di architettura di Napoli (1929); Direttore dell’Istituto superiore di architettura di Napoli (dal 1928)
e poi preside della Facoltà di Architettura alla Università di Napoli; Presidente del Sindacato nazionale
fascista architetti dal 1925 al 1937; Fondatore e Presidente dell’Istituto nazionale di urbanistica (INU)
dal 1930 al 1944; Presidente dell’Istituto fascista autonomo per le case popolari - Provincia di Roma (dal
1923 al 1943); Presidente del Centro Studi per la Storia dell’Architettura; Membro del Consiglio superiore
dell’educazione nazionale (1929); Membro del Consiglio nazionale delle ricerche (1929), del Consiglio superiore dell’istruzione artistica (1933), del Consiglio superiore dei lavori pubblici, del Consiglio superiore
delle scienze, delle lettere e delle arti e dell’Accademia di S. Luca, di cui fu anche presidente (1939); Socio
onorario dell’Associazione degli architetti di Montevideo; Membro del Comitato internazionale degli architetti di Parigi; Cavaliere ufficiale dell’Ordine dei S.S. Maurizio e Lazzaro (21/01/1923); Cavaliere della
Legione d’onore (23/06/1933); Commendatore con placca di San Gregorio (5/03/1934); Gran cordone
dell’Ordine della Corona d’Italia Gran cordone del Sovrano Ordine militare di Malta.
L’Università degli Studi di Napoli “Federico II” gli ha intitolato il Centro interdipartimentale di ricerca in
urbanistica. L’inventario dell’archivio di Alberto Calza-Bini dal 1921 al 1957 (conservato presso gli eredi
di famiglia) è consultabile al Ministero per i beni e le attività culturali - Sistema archivistico nazionale, Soprintendenza archivistica per il Lazio (Roma).
(GV)
83
IL COMPLESSO MONUMENTALE DI SAN MICHELE A FANO
za gli uffici della locale Congregazione di Carità
che provvide alle spese dell’importante lavoro di
restauro, condotto con gran parsimonia e vigile
cura tanto delle ragioni storiche e artistiche quanto di quelle della statica e della economia”20.
Terminato il lavoro al complesso di San Michele, Calza-Bini continuò ancora ad occuparsi di
restauri a Fano. Due gli interventi da ricordare:
i lavori per il recupero delle mura romane nel
tratto cosiddetto della Mandria e il restauro della
corte malatestiana, entrambi realizzati negli anni
Trenta.
I lavori degli anni Quaranta
Giova a questo proposito concludere il caso, ricordando che nell’ottobre del 1940 il Commissario Prefettizio inviava una comunicazione al
Soprintendente alle Belle Arti riguardanti alcuni
dissesti del fabbricato in questione: “Da vario
tempo il Direttore del nostro ufficio tecnico ha
riscontrato - si legge nella lettera - una lesione
interessante un arco ed il muro di sostegno del
portico di S. Michele in Fano, dal lato di via
Guido del Cassero. Non trattasi di cedimento,
ma di spinta delle arcate sul muro stesso, tale
da richiedere una sollecita riparazione. Poiché il
lavoro per essere efficace, dovrà modificare, per
quanto in misura lieve, lo stato architettonico attuale del portico, ritengo indispensabile avere in
proposito il parere di codesta R° Sovrintendenza alle Belle Arti, avendo il fabbricato carattere
storico-monumentale”21.
Il soprintendente rispondeva suggerendo di inserire delle “spie in vetro” onde meglio verificare
la lesione rilevata.
L’11 giugno 1941 il direttore degli Istituti Riuniti di Assistenza e Beneficienza di Fano (I.R.A.B).
inviava al “R° Soprintente [sic!] ai Monumenti
di Ancona” una relazione nella quale si precisavano i vari interventi da farsi. Eccone il testo:
“Vi invio, per l’esame e l’approvazione, il progetto di consolidamento della loggia della “Scuola
di S.Michele” redatto in seguito al Vostro sopraluogo.
84
I lavori consisteranno:
a) nella costruzione di un pilastro di cm.30x30
di calcestruzzo cementizio, armato con due travi
di ferro a doppio T del NP.16 binate e inchiavardate, penetrante sotterra [sic!] per ml I di profondità ed alto fino a cm.60 dal piano del davanzale della loggia.
b) Nell’ancoraggio di detto pilastro al muro del
davanzale della loggia stessa mediante catena di
ferro del diametro di cm.3 e bolzoni in corrispondenza a ciascuna delle tre imposte di arco; la
catena e i bolzoni saranno internati nel muro per
circa 15 cm., così da formare con il calcestruzzo
cementizio di riempimento un travetto armato.
Gli spessori del pilastro e del travetto sono ricavati in proporzione allo spessore dei muri, che
sono di cm.50 nel muro di sostegno al portico e
di cm.30 nel davanzale.
La traccia della trave verso l’esterno sarà ricoperta
con muratura di mattoni vecchi, in modo da armonizzare completamente con il restante muro.
Non appena ottenuta la Vostra approvazione saranno iniziati i lavori”22.
Di questo progetto esiste un disegno con dettaglio del prospetto laterale e del prospetto frontale
delle loggia con precise indicazioni dei materiali
da usare23.
L’intervento nella chiesa di San Michele
Come si è già detto in premessa, legato al lavoro
di restauro della “ex schola di S.Michele”, ci fu
anche un intervento sulla vicina chiesa; intervento che si concentrò soprattutto nel biennio
1936-1937 con l’arretramento e l’abbassamento
della facciata. Anche di questo lavoro abbiamo
documenti e fotografie d’epoca. Ma cominciamo
da qualche anno prima.
Nel 1924 sulle pagine de “Il Metauro” del 5 dicembre si leggeva: “Richiamiamo l’attenzione
dell’autorità sulle condizioni dolorose in cui è
tenuta la bella ed elegante chiesa di S. Michele, chiusa al culto. Sarebbe opportuno che non
solo venissero posti in salvo in sede migliore e
più adatta i pregevoli ruderi marmorei e gli al-
RESTAURI ED INTERVENTI DEL PRIMO NOVECENTO
Elaborati di progetto per i
lavori di consolidamento
della loggia di Palazzo San
Michele, 1941
(SBBAAPM, pratica M-PS13-33)
85
IL COMPLESSO MONUMENTALE DI SAN MICHELE A FANO
tari che giacciono alla rinfusa nell’interno, ma si
pensasse anche a salvare da eventuali offese la tela
dell’altare maggiore, opera stimata del concittadino Persiutti. Il magnifico portale del 400, vero
gioiello d’arte, è soggetto alle offese del tempo
e più ancora ai vandalismi incoscienti che hanno già deformato, a colpi di sassi, i delicatissimo
gruppo in marmo dell’annunciazione.
E’ possibile dover assistere impassibili alla completa rovina di opere d’arte preziosissime, solo
perchè nella nostra Fano non esiste alcun ufficio
competente?”24
Stesso appello anche nel numero del 23 dicembre: “La chiesa di S. Michele viene restaurata per
quanto possibile alle pristine linee. Di ciò diamo
viva lode alle autorità preposte alla sua manutenzione e riconosciamo come il rilievo stampato da
noi, due numeri fa, venisse per questo riguardo
in ritardo: non però per una più vigile cura degli
arredi sacri dell’interno esposti alla polvere che
necessariamente provoca il lavoro dei muratori.”25
Nel 1928 il Selvelli, rifacendosi ad un precedente
articolo del 192226, scriveva: “C’è l’idea di riscoprire tutto l’Arco d’Augusto ritirando la facciata
di S. Michele, senza smontarla, sino all’estremo
dell’interturrio. Ma c’è pure un’idea più economica, intermedia, che si limiterebbe alla demolizione del rialzamento, riscoprendo così tutta la
trabeazione dell’Arco e permettendo la lettura integrale dell’iscrizione dedicatoria ad Augusto nel
fregio” 27. Passavano intanto gli anni.
Nel 1934 il conte Piercarlo Borgogelli-Ottaviani, scrivendo dell’Arco d’Augusto nella monumentale pubblicazione dedicata dal Locchi alla
Provincia di Pesaro ed Urbino, ritornava sulla
questione con questo pubblico appello: “E’ nel
pensiero di ogni cittadino fanese vedere arretrata
la facciata della Chiesa di S. Michele che ricopre
una parte dell’Arco, non solo, ma vedere abbasato anche il piano stradale, almeno proprio sotto
l’Arco e cioè per la larghezza di m. 4,80, in modo
da ridare all’Arco stesso tutta la sua primitiva altezza”28.
86
Ma non era così semplice realizzare l’opera, come
appare da un articolo di Cesare Selvelli sempre in
Passeggiate Popolari Fanesi della Pasqua del 1935:
“La facciata di S. Michele pare che debba subire
un movimento nei lavori prossimi per la sistemazione dell’Arco di Augusto [...] Quindi s’impone
l’idea di arretramento della facciatina di S. Michele per liberare l’interturrio dell’Arco (Porta
Romana fortificata dedicata ad Augusto) e per
porre in evidenza la sagoma semicircolare esterna
delle fondazioni della torre destra dell’Arco [...]
E’ modesta impressione nostra che il problema
della torre destra dell’Arco debba essere legato
a quello, altrettanto delicato, dell’arretramento
della facciata di S. Michele; arretramento che
un eventuale troncone di torre nuova pregiudicherebbe sotto ogni punto di vista. La facciatina
dev’essere arretrata del puro necessario alla liberazione prospettica dall’Arco ed alla dimostrazione della pianta originaria dell’Arco stesso [...] Se
la facciatina di S. Michele deve essere arretrata,
la si muova. Ma conservatela in vita nelle condizioni di ambiente, di luce e di visione per le
quali Iddio ha illuminata la mente di Maestro
Bernardino da Carona.”29
Risale al 29 aprile dello stesso anno una “relazione mensile” del Podestà di Fano, inviata al
Prefetto, che chiarisce bene cosa si stava scoprendo con i primi lavori dentro la chiesa: “Come
venne fatto presente in data 27 marzo u.s. in
seguito alle disposizioni impartite dal Ministero
dell’Educazione Nazionale si è proceduto ai lavori di scavo nell’interno della chiesa di S. Michele
per constatare quali dati topografici ben definiti
rimangono.
I lavori, che sono ancora in corso, e nei quali per
un quindicina di giornate sono stati impegnati due o tre operai specializzati, hanno messo in
luce:
1) che il basamento del torrione esiste completamente. E’ solo interrotto dove furono costrutiti i
due sepolcri in fondo alla chiesa.
2) che detto basamento ha tutto il paramento
in blocchetti rettangolari in arenaria come nel
RESTAURI ED INTERVENTI DEL PRIMO NOVECENTO
torrione destro. Il paramento è perfettamemte
conservato, per una altezza di circa m. 1,30. Le
fondamenta sono in calcestruzzo e si estendono
in superficie perfettamente piana all’esterno per
circa m. 1.
3) il torrione non è tutto dentro la chiesa: ma,
sul fianco di essa, esce per circa un metro.”30
Del 1 gennaio 1936 è poi una memoria del
conte Borgogelli conservata presso l’Archivio di
Stato di Fano sull’insieme dei lavori da eseguirsi
nell’area compresa tra l’Arco d’Augusto e Porta
Maggiore31; ma il da farsi è ancora incerto.
Nell’agosto del 1936 arrivava quindi l’autorevole
parere del professor Amedeo Maiuri, del Consiglio Superiore Antichità e Belle Arti, che determinerà la definitiva scelta dell’abbassamento del
livello stradale e dell’arretramento della chiesa.32
Sempre il conte Piercarlo Borgogelli forniva
alla Soprintendenza di Ancona 3 belle fotografie (sono datate tra l’ottobre e il novembre del
1936 e recano il timbro del fotografo “A. Eusebi
Fano”33) nelle quali si vede bene il procedere dei
lavori nella parte alta della facciata e all’interno
dell’aula.
Il 19 dicembre 1936 compariva sulle pagine
de “Il Messaggero” questo interessante articolo
sull’Arco d’Augusto, sull’intervento nella vicina
chiesa e sulla sistemazione “estetico-urbanistica
in corso”. La pubblichiamo interamente per far
meglio comprendere il livello del dibattito suscitato da questa impresa:
“L’ing. Cesare Selvelli appartiene alla ristrettissima cerchia di Fanesi, che, pur vivendo extra
muros, sono legati alla città natale da quei vincoli indissolubili che nascono da nobile passione
d’arte e di storia e che conducono ad una attiva,
coscienziosa, ininterrotta vigilanza per la conservazione del patrimonio del passato, per lo sviluppo e il miglioramento a venire.
Autore di una ‘guida’ di Fano, che ha avuto due
anni or sono l’onore di una lusinghiera prefazione del compianto sen. Corrado Ricci e recentemente quella dell’alta segnalazione della Reale
Accademia d’Italia, l’ing. Selvelli pubblica anche
Lo stato dei lavori nella
chiesa di San Michele
nell’autunno del 1936
(SBBAAPM, pratica M-PS13-33)
87
IL COMPLESSO MONUMENTALE DI SAN MICHELE A FANO
un suo quaderno periodico, ‘Passeggiate Popolari Fanesi’, che sono il documento più tangibile
del suo costante studio e del suo ammirevole civismo.
L’ultimo fascicolo (dicembre 1936) contiene una
bella ‘memoria’ panoramica sulla Fano romana,
nelle cui brevi, ma succose ed esaurienti pagine,
il Selvelli tratta dei monumenti della Colonia
Julia Fanestris, con cenni critici sulle Mura della Mandria, sulla Basilica di Vitruvio (che ha la
promessa di un suo prossimo articolo ad hoc)
e sull’Arco d’Augusto, del quale sono ricordate
con fine arguzia le vicende degli ultimissimi anni
e la sistemazione estetico-urbanistica in corso.
Noi non potremo mai abbastanza rallegrarci, a
proposito di questa sistemazione, del tempestivo
e provvidenziale intervento del Consiglio Superiore delle Belle Arti, che ha fatto giustizia sommaria delle superficiali e pretenziose aspirazioni
ad un ripristino integrale, con l’attico, le torri, le
modinature ricostruite con marmi nuovi, forse
patinati all’antica, per ingannare gli ignari della
grossolana mistificazione.
A riprova dell’attenzione e della preoccupazione
con cui le competenti autorità hanno seguito e
seguono il nostro Arco d’Augusto, sta il fatto che
a risolvere il difficile problema del restauro è stato chiamato il prof. Maiuri, una delle maggiori
autorità nel campo archeologico, l’animatore e
quasi il creatore della rinascita di Pompei.
Sicchè noi dobbiamo accettare con lieto animo
il responso di lui, certi che la decisione è la migliore di quante potevano essere adottate, anche
se avremmo desiderato, con l’abbassamento,
in corso d’esecuzione, del piano stradale sino
al limite antico, per restituire all’insigne opera
romana l’originaria statura, l’intangibilità, anzicchè l’arretramento, della chiesa di S. Michele
ed il restauro della medioevale Porta maggiore,
che, pur menomata dal tempo, ruderizzata dal
terremoto, manomessa dagli uomini, è tuttavia
un’ottima quinta per una visione panoramica
dell’Arco ed un prezioso documento della nostra
storia, cospicua anche coi Malatesta e coi Papi.
88
Ciò avremmo soprattutto desiderato, forse in
un eccesso personale di scrupolo e di rispetto,
per il fascino poetico del colore d’ambiente e per
la convinzione nostra irriducibile che al di sopra del calcolo freddo del puritanesimo stilistico
debba esser posta l’intuizione lirica dell’ignoto
artista (sia esso Matteo Nuti, Ambrogio Barocci
o Bernardino Pietro da Carona) che a Fano – se
pur per una discutibilissima autorizzazione, data
nel 1494 dal Comune alla Schola di S. Michele,
di occupare parte del prospetto dell’Arco, sino
a coprire oltre la metà del fornice destro – ha
saputo sposare la maschia e robusta semplicità
del monumento augusteo con una nota gentile
della Rinascenza, come ha composto a Perugia la
poderosa ferrigna mole della Porta Etrusca con
le linee delicate di una loggia quattrocentesca,
come in tanti altri luoghi ancora di questa nostra
Italia felice ha generato quel suggestivo carattere
intimo della vecchia edilizia, che ad ogni angolo
imprime un aspetto individuale con un ricordo
figurativo, quasi impressionistico.
Alla faciloneria presuntuosa di chi vagheggiava
l’isolamento completo o a dirittura la ricostruzione dell’Arco, con l’abbattimento della Chiesa
di S. Michele e della Porta Maggiore, può osservarsi col prof. sen. Giovannoni, Accademico
d’Italia, quanto sia pericoloso e spesso disastroso
il concetto volgare dell’isolamento, il quale, pur
nell’intento di valorizzare i monumenti, ne altera l’ambiente e ne muta le condizioni di apprezzamento con goffe falsificazioni; deve obiettarsi
come ognuno che sia dotato di sensibilità estetica, di spirito critico, di competenza artistica,
ognuno che intenda l’arcana e meravigliosa poesia di un rudere onesto di memoria, consideri un
errore e spesso un delitto contraffare e violare i
segni illustri e venerandi del passato con gli innesti nuovi di una antichità apocrifa.
Si abbellisca, piuttosto, si ‘arredi’, si dia nobiltà
e carattere alla zona dell’Arco, disponendo tra le
piante e i fiori del giardino attiguo alcuni degli
elementi superstiti delle demolizioni o riesumati negli scavi, ora malinconicamente raccolti
RESTAURI ED INTERVENTI DEL PRIMO NOVECENTO
nel Museo lapidario sotto il portico del Palazzo
Malatestiano; si restituisca a questi frammenti la
provvida funzione di ornamentum urbis [...]”.34
Da una planimetria ed un prospetto redatti nel
1937 e conservati presso l’Archivio di Stato di
Fano, si sa che lo spostamento della facciata fu di
circa 3 metri; in essa viene indicata, in tratteggio,
anche la base del ritrovato torrione romano su
cui sorge la chiesa. Del 3 febbraio 1937 è infine
la lettera del Podestà con la quale si comunicava
ufficialmente la ricostruzione della facciata35.
A complemento di questa succinta esposizione
dei lavori effettuati in quest’area, non può essere
dimenticato che uno dei protagonisti dello smontaggio e rimontaggio della facciata fu l’artigiano
fanese Getulio Roberti (si veda la scheda Getulio
Roberti 1894-1967 di Gianni Volpe); così come
non si possono non ricordare altri aspetti connessi con la vicenda: la storia del sacrario e del campanile. Ecco quanto si legge in una lettera del 29
gennaio 1942 redatta sempre dal conte Piercarlo
Borgogelli e inviata all’architetto Vittorio Invernizzi, Soprintendente ai monumenti di Ancona:
“Caro Invernizzi,
nella mia qualità di Soprintendente Comunale
Onorario alle Belle Arti, il Podestà desidera che ti
scriva quanto segue: è intenzione del Podestà e della
Città che la quattrocentesca chiesetta di S. Michele
all’Arco di Augusto, ed il cui portale è un gioiello di
scultura, diventi il SACRARIO dei Caduti.
Ma l’antico campanile più non esiste e la Campana
del 1470 che ivi era, ora è conservata nel nostro civico Museo Malatestiano. Ebbene si desidera che il
piccolo campanile risorga e riaccolga la Campana.
Ma questo lo si desidera ora affinchè la Campana
OGNI SERA nell’ ORA DELL’UMIL SALUTO
– all’AVE MARIA – squilli a lenti rintocchi per ricordare a noi tutti CHI PER LA PATRIA HA SACRIFICATO LA VITA, e TUTTI possano elevare a
DIO una preghiera in suffragio dei nostri Caduti.
Posto ciò vuoi avere la cortesia di venire a vedere dove
e come si possa ricostruire tale piccolo campanile?
Nell’attesa di vederti, gradisci i saluti del Podestà e
miei ”36.
Il piccolo campanile di cui si parla verrà costruito
con la semplice struttura in ferro che ancora oggi
si vede. Del progetto di sacrario invece non si fece
più nulla, anche a seguito degli interventi bellici
che colpirono il complesso di San Michele, per il
quale poi, nell’ottobre 1947, il Genio Civile di
Pesaro produceva un apposito progetto di ricostruzione e restauro delle parti danneggiate. Ma
la chiesa è rimasta chiusa fino a pochi anni fa,
quando, per iniziativa della Fondazione Cassa di
Risparmio di Fano, si è proceduto alla realizzazione del progetto che porta oggi alla sua tanto
attesa riapertura.
89
IL COMPLESSO MONUMENTALE DI SAN MICHELE A FANO
Getulio Roberti (1894-1967)
Getulio Roberti, un maestro nella lavorazione di
decorazioni edilizie fatte in cemento, è vissuto
proprio negli anni in cui a Fano si procedeva alle
ristrutturazioni del complesso di San Michele e
della sede della Cassa di Risparmio. Di lui è uscito l’anno stesso della morte, a firma dell’amico
Luigi Pompilj, un bel ricordo che giova riportare
almeno per quei passi che parlano espressamente
della sua personalità e dell’attività artigiana:
“[...] Getulio Roberti, detto Tullio, era nato a
Fano nel 1894 dal maestro muratore Augusto,
e dopo aver frequentato le elementari cominciò
a lavorare col padre. Sui quindici anni, cioè verso il 1909, andò a Roma con altri ragazzi fanesi, tra i quali [...] Giuseppe Nicolini. A Roma
frequentava il pittore fanese suo coetaneo Emilio Antonioni, di cui fu sempre amico fraterno.
Nel 1914 andò a lavorare a Mantova insieme al
concittadino Riccardo Bargnesi cementista; poi
partecipò come soldato di fanteria alla guerra
1915-18, nella quale restò mutilato del pollice
della mano sinistra. Ritornato a Fano ottenne un
posto di fattorino presso la Cassa di Risparmio. Fu probabilmente in quel periodo che, stando vicino
all’architetto Calza-Bini che curava i restauri del palazzo malatestiano e la sistemazione della sede della
Cassa, sentì più vivamente svegliarsi quell’interesse alle cose dell’arte che provò poi sempre. Ma la vita
del fattorino di banca non era per lui. Lasciò il posto e andò come formatore presso lo scultore Pietro
Canonica, trasferitosi in quel tempo da Torino a Roma in una vecchia villa sul Palatino, poi demolita; e ritornato di nuovo a Fano, aprì un laboratorio di cementista con Leandro Boni. Acquistato un
appezzamento di terreno al Viale I Maggio, vi iniziò la lavorazione in proprio. Nel 1921 sposò Letizia
Paoletti, di una famiglia di marinai abitante in via Nazario Sauro presso il Faro, e si trasferì con lei al
Viale Cairoli, alla svolta dopo il passaggio a livello. Nel 1926 con l’aiuto del fratello muratore si costruì
la casa presso il laboratorio di cementeria, dove abitò fino alla morte. E verso il 1928 approntò un forno a legna per la cottura delle ceramiche, lavorando dapprima per una ditta di Pesaro, poi anche per
proprio conto: la sera si riunivano presso il forno a dipingere le ceramiche il pittore Emilio Antonioni,
il prof. Felcini e il ceramista Baratti.
Questo curriculum ci dà un’idea dell’attività artigianale di Roberti, di cui l’impresa più notevole e di
maggiore responsabilità fu, senza dubbio, l’esecuzione dell’arretramento della facciata della chiesa di
San Michele presso l’Arco di Augusto. Il lavoro, per liberare uno dei fòrnici dell’arco romano, fu diretto
dall’ing. Carlo Ughi, capo dell’Ufficio tecnico del Comune di Fano. Comportava la scomposizione
dell’artistica facciata, la numerazione delle pietre ad una ad una e la successiva ricomposizione, richiedendo uno scrupolo e un’intelligenza non comuni. Il lavoro fu compiuto il 15 agosto 1937.
A Fano, nel mese di agosto m‘incontravo con Roberti ogni mattina alle 7 sul moletto presso l’Arzilla;
ma negli ultimi anni la salute indebolita lo induceva ad andare nella prima quindicina d’agosto a
Frontone o a Bocca Trabaria, e il periodo dei nostri incontri s’era accorciato. Spesso lo vedevo nel suo
90
La chiesa di San Michele
durante i lavori di smontaggio della facciata ai quali
partecipò anche Getulio
Roberti
laboratorio di cementista, dove lavorava con un ruvido grembiule di sacco davanti e la ‘cucchiara’ in
mano assieme ai suoi operai. Al moletto convenivamo ambedue in bicicletta: aveva la solita vecchia
bicicletta rugginosa degli operai fanesi, poi cambiata con un motorino. Osservato ben bene il mare e
la spiaggia a quell’ora gradevolmente sgombra, si parlava soprattutto d’arte. [...]
Tullio Roberti, di cultura elementare, ma finissimo intenditore d’arte, popolano schietto e talora nel
calore delle discussioni esuberante fino al moccolo - i fanesi amano il dibattito e sono buoni parlatori
- aveva nello stesso tempo un riserbo virile e un senso perfetto delle convenienze. Lo sapevo comunista militante, e quando, raramente, ci capitò di parlare di politica non notai mai in lui la minima
ombra di settarismo. Aveva una morale solida di galantuomo e un’anima non indifferente alle idee
trascendenti, che si chiariscono negli ultimi mesi di sofferenze coraggiosamente sopportate, in una
posizione di pensosa religiosità.
Tuttavia, quel che più mi parve attraente in lui fu il sentimento che aveva delle arti figurative. [...]
Roberti l’aveva, quella rara sensibilità, che addolciva in certi momenti il suo volto un po’ duro svelando l’intimo piacere. Di essa si allietò la sua vita, e s’arricchì la sua anima semplice di artigiano”. 1
(GV)
1. L. Pompilj, Getulio Roberti, in “Fano. Notiziario di informazione sui problemi cittadini”, n°4 (ottobre-dicembre 1969), pp. 5-9. Cfr.
G. Volpe, Storia di una fontana, in “Nuovi Studi Fanesi”, 20(2006), pp. 89-120.
91
IL COMPLESSO MONUMENTALE DI SAN MICHELE A FANO
“Progetto di sistemazione stradale della Zona
Archeologica dell’Arco di
Augusto”, ottobre 1935
(ASP-SASF, Ufficio legale,
Contratti, reg. 65, rep. n.
4690)
92
RESTAURI ED INTERVENTI DEL PRIMO NOVECENTO
93
IL COMPLESSO MONUMENTALE DI SAN MICHELE A FANO
Lettera del presidente della
Congregazione di Carità di
Fano del 24 giugno 1924 al
Soprintendente ai monumenti di Ancona con cui si
comunica l’inizio dei lavori
di restauro della facciata del
Palazzo San Michele
(SBBAAPM, cartella San
Michele, M-PS-13-33)
Note
1. C. Selvelli Fano romana, medievale e moderna, in “Le cento
città d’Italia illustrate”, Milano s.d. (ma 1924), p. 4.
2. A proposito di Leonardo Severi, Leonardo Benevolo scrive:
“Per redigere le due leggi del 1939, la n. 1089 sulla ‘tutela delle
cose di interesse artistico e storico’, Bottai forma due commissioni accuratamente dosate: la prima presieduta da Santi Romano,
composta da Ezio Maria Gray, Antonio Maraini, Biagio Pace,
Pietro Tricarico, Luigi Miranda, Alberto Terenzio, Manlio Goffi,
Mario Grisolia; la seconda presieduta da Gustavo Giovannoni,
composta da Marino Lazzari (il direttore generale delle Arti),
Marcello Piacentini, Leonardo Severi, Orazio Amato, Enrico Parisi, Gino Gianetti, Valentino Galegaris, Mario Bertarelli, Giuseppe Petrocchi, Michele De Tommasso, Carlo Aru”. L. Benevolo, L’architettura nell’Italia contemporanea, Bari 1998, p. 118.
3. I documenti, conservati presso la Soprintendenza per i Beni
Architettonici e per il Paesaggio delle Marche di Ancona (d’ora
in poi SBBAAPM), sono raccolti nella cartella San Michele,
M-PS-13-33.
4. SBBAAPM, cartella San Michele, M-PS-13-33, lettere del 5
94
maggio e del 9 giugno 1920.
5. C. Selvelli, Davanti all’Arco d’Augusto, in “Passeggiate Popolari
Fanesi”, Pasqua, 2 (1922), pp. 4-5.
6. Ibidem, lettera del 18 gennaio 1923.
7. Ibidem, lettere del 27 febbraio e del 10 aprile 1923.
8. Ibidem, lettera del 23 dicembre 1923.
9. Ibidem, lettera del 1 febbario 1924.
10. “Il Metauro” del 24 febbraio 1924.
11. “Il Metauro” del 18 aprile 1924.
12. SBBAAPM, cartella San Michele, M-PS-13-33, lettera del
24 giugno 1924.
13. C. Selvelli, Notizie e Note, in “Passeggiate Popolari Fanesi”,
settembre (1924), p. 5.
14. SBBAAPM, cartella San Michele, M-PS-13-33, lettera di
Alberto Calza-Bini da Roma del 24 febbraio 1924.
15. Ibidem, lettera del 23 maggio 1927.
16. “Il Metauro” del 27 marzo 1925.
17. C. Selvelli, Notizie e Note, in “Passeggiate Popolari Fanesi”,
novembre (1925), p. 6, in cui sono riportate anche due altre
proposte dell’architetto Calza-Bini relativamente alla chiesa di
San Francesco e al Palazzo Malatestiano.
RESTAURI ED INTERVENTI DEL PRIMO NOVECENTO
18. C. Selvelli, Fano e Senigallia, Bergamo 1931, pp. 49-50.
19. P. Borgogelli-Ottaviani, Gli altri monumenti, in O.T. Locchi, La provincia di Pesaro e Urbino, Roma 1934, p. 486. Sempre
nello stesso volume dava inoltre queste altre informazioni sulla
Congregazione di Carità:
“La Congregazione di Carità ha anche un Monte di Pietà che
in Fano fu fondato nel 1471 dal Beato Marco da Montegallo
dell’Ordine dei Minori. Gli Statuti di esso si conservano nell’Archivio Storico Comunale. Ebbe la sua sede non sempre nel medesimo posto, ultima fu nell’antico Palazzo dei Marchesi Gabuccini, fino a che , nel 1925, ripristinato e restaurato il magnifico
quattrocentesco palazzeto dell’antica ‘Schola Sancti Michaelis’
sotto la direzione dell’architetto Alberto Calza Bini, ivi trasportò
la sua sede. Questo gioiello architettonico è attaccato all’Arco di
Augusto e sulle pareti dell’ingresso, incisi su pietra, ha i nomi di
tutti i benefattori. Nella grande sala sopra la loggia alla Fiorentina, è una bella raccolta di quadri e di altri oggetti, nonchè una
magnifica collezione di 134 pezzi di ceramica della fabbrica fanese di Pietro Fornaci o Spinaci del secolo XVIII, già appartenenti
alla Farmacia dell’Ospedale di Santa Croce”. (P. Borgogelli, La
Congregazione di carità di Fano, in O.T. Locchi, La provincia di
Pesaro e Urbino, Roma 1934, p. 533.
20. Cronaca dei monumenti. Restauri di antichi edifici in Fano, in
“Architettura e Arti Decorative”, VII (1930), pp. 379 e segg.
21. SBBAAPM, cartella San Michele, M-PS-13-33, lettera
dell’ottobre 1940.
22. Ibidem, lettera dell’11 luglio 1941.
23. Il disegno è conservato presso la SBBAAPM, cartella San
Michele, M-PS-13-33, allegato alla lettera dell’11 giugno 1941.
24. “Il Metauro” del 5 dicembre 1924.
25. “Il Metauro” del 23 dicembre 1924.
26. Vedi nota 5.
27. C. Selvelli, La facciata di S. Michele in Fano, in “Cronache
d’arte”, anno V, fasc. 3 (1928), p. 9.
28. P. Borgogelli-Ottaviani, Gli altri monumenti, in O.T. Locchi,
La provincia di Pesaro e Urbino, Roma 1934, p. 465 e nota 1.
Questo il testo della nota: “Il recente opuscolo del conte Piercarlo Borgogelli L’arco e le Mura Augustee di Fano, ha fatto sì che si
sta studiando il ripristino di questa superba costruzione romana.
La R. Scuola Artistica ‘A. Apolloni’, sotto la direzione del cav.
Uff. prof. Vittorio Menegoni, sta apprestando, a grandezza naturale, il bozzetto di parte del fastigio dell’arco stesso, cioè del
portico dedicato all’imperatore Costantino, in modo che per il
bimillenario Augusteo del 1937-38, sia ritornato alla primitiva
bellezza”.
29. C. Selvelli, Notizie e Note, in “Passeggiate Popolari Fanesi”,
Pasqua (1935), pp. 4-5.
30. ASP-SASF, carteggio comunale, 1937, cgt VI, cl. 3, fasc. 1.
Ringrazio Giuseppina Boiani Tombari per la segnalazione.
31. Ibidem.
32. Ibidem. Cfr. A. Deli, Note archivistico-archeologiche fanesi.
Amedeo Maiuri e la ‘zona augustea’, in “Nuovi studi fanesi”, 10
(1995), pp. 70-77.
33. SBBAAPM, cartella San Michele, M-PS-13-33.
34. Il testo di questo articolo è stato riproposto alcuni anni fa in
“Fano notiziario di informazione sui problemi cittadini”, anno
5, n. 4, ottobre-dicembre 1969, pp. 38-39.
35. SBBAAPM, cartella San Michele, M-PS-13-33, lettera del
3 febbraio 1937.
36. Ibidem, lettera del 29 gennaio 1942. Si vedano anche le successive lettere del 9 febbraio, 10 febbraio, 17 febbraio, 27 febbraio e 13 marzo 1942.
La facciata della chiesa di
San Michele come appariva
all’inizio degli anni Quaranta, ricoperta di tavole a
protezione dei bombardamenti
(Archivio fotografico
SBBAAPM, Ancona)
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Gianni Volpe - Fondazione Cassa di Risparmio di Fano